“Due parole”
«La strada della Mecca» è la traduzione dell’opera «The Road of Mecca», scritta dal celebre pensatore, scrittore e giornalista Muhammad Asad. Muhammad Asad era di origine ebraica. Tuttavia, già durante l’adolescenza perse l’attrazione per la religione ebraica. Con l’avanzare dell’età, maturò una profonda avversione per il nuovo stile di vita moderno dell’Occidente e per i suoi costumi. Da un lato, l’edonismo materialista dell’Occidente; dall’altro, il pensiero spirituale dei sacerdoti, ultraterreno e separato dal corpo: tutto ciò lo allontanò dall’ambito occidentale e lo rivolse verso l’Oriente. Fu attratto dalla concezione araba e dalla moderata visione islamica della vita, fondata sull’armonia tra corpo e anima. Nel 1921 abbracciò l’Islam e assunse il nome di Muhammad Asad.
«The Road of Mecca», ovvero «La strada della Mecca», è l’autobiografia spirituale di Muhammad Asad. Nel raccontare le sue singolari esperienze di viaggio nei vari paesi, egli ha narrato la propria storia di risveglio spirituale. In quest’opera sono descritti, con la forma di un racconto, gli eventi straordinari della sua vita di viaggiatore, lo stile di vita del mondo arabo e le caratteristiche comparative degli stili di vita orientale e occidentale; al tempo stesso, vi è rappresentata la toccante vicenda della scoperta della verità da parte di un animo insaziabile e assetato di verità.
È superfluo dire che questo libro è stato scritto da un pensatore e sapiente di quest’epoca, che non è un musulmano convertito comune, privo di ragione e dominato dall’emozione. È una persona di talento assolutamente eccezionale, che, prima di abbracciare la religione, si è sforzata di comprenderla e di coglierne l’essenza alla luce di tutto il proprio sapere e della propria intelligenza.
La traduzione bengalese di quest’opera affascinante e di altissimo valore letterario è stata realizzata dal celebre narratore e pensatore islamico Shahed Ali, già direttore di «Islami Foundation Patrika» e di «Sabuj Pata». Non vi è dubbio che la sua mano magica, esperta del linguaggio della narrativa, abbia avuto un successo straordinario nel tradurre il linguaggio letterario e descrittivo di quest’opera; ogni lettore potrà gustarne la limpida eleganza e trarne piacere, e possiamo assicurare con gioia che nessuno si stancherà dell’ampio viaggio attraverso le sue pagine. È proprio per questo che pubblichiamo nuovamente quest’opera in una veste rinnovata, per offrirla ai lettori. «La strada della Mecca» non si può definire una semplice traduzione: si può dire che sia una nuova creazione, un’aggiunta originale alla letteratura bengalese.
Ci auguriamo che, leggendo quest’opera, i lettori trovino nuovo alimento per la riflessione nella comprensione degli ideali religiosi dell’Islam e si risveglino a una fede ancora più profonda nell’Islam.
-Sharif Hasan Tarafdar
Editore
Prefazione
Probabilmente avevo sentito già ai tempi della scuola la notizia che un erudito ebreo di nome Leopold Weiss aveva abbracciato l’Islam; ma appresi molto più tardi che era uno scrittore e un pensatore di straordinario talento. Il suo nome musulmano era Muhammad Asad. Sebbene il suo nome fosse rimasto vivido nella mia memoria, allora non avevo ancora avuto la fortuna di leggere alcuna sua opera. Durante il periodo britannico era stato in India; dopo la fondazione del Pakistan era stato direttore dell’Istituto per la Ricostruzione Islamica del governo del Punjab occidentale e dirigeva un’eccellente rivista inglese chiamata “Arafat”. Non sapevo altro di lui.
Un giorno, probabilmente verso il 1958, l’avvocato A. M. Mustafa, che in seguito sarebbe diventato ministro del governo centrale pakistano, osservò nel corso di una conversazione: «Fratello, hai letto The Road of Mecca? Tra tutti i libri che ho letto nella mia vita, questo è il libro per eccellenza.»
Il fratello Mustafa non era soltanto un celebre giurista: era anche un attivo e inflessibile operatore culturale islamico e un lettore erudito; teneva aggiornate informazioni su quali grandi scrittori del mondo avessero scritto libri sull’Islam. Dopo aver ascoltato dalle sue labbra l’entusiastica lode di The Road of Mecca, mi affrettai a procurarmi il libro e, qualche giorno dopo, ne feci arrivare una copia per posta da Lahore. Quando ebbi il libro tra le mani, vi sprofondai: divenni compagno di viaggio di Asad nel suo lungo e avvincente percorso spirituale, dall’infanzia fino all’accettazione dell’Islam, e anch’io attraversai diversi paesi d’Europa e d’Asia, lungo strade e sentieri, nei mercati e nei villaggi, nelle città e nei porti, sul mare; e così ricominciai a guardare il mondo con occhi nuovi. A poco a poco, la forma completa dell’Islam si dispiegò e sbocciò petalo dopo petalo davanti ai miei occhi. Lessi The Road of Mecca più volte e, mentre lo leggevo, compresi nel profondo del cuore che la traduzione bengalese di questo libro avrebbe aperto ai lettori e alle lettrici di lingua bengalese un nuovo orizzonte della visione islamica della vita.
Nonostante le mie risorse limitate e la mancanza di tempo, mi accinsi a tradurre il libro e cominciai a pubblicarlo a puntate nella rivista Islamic Academy, da me curata. Grazie alla ricchezza del contenuto e allo stile di scrittura straordinario di Asad, anche la mia traduzione, pur modesta, suscitò una forte eco tra i lettori; molti divennero abbonati alla rivista Islamic Academy proprio a causa di questa traduzione e manifestavano il loro disappunto quando la pubblicazione della rivista diventava irregolare.
The Road of Mecca, ovvero La via della Mecca, è l’autobiografia spirituale di Muhammad Asad. Asad ha narrato la storia della propria vita in forma di racconto. Più avvincente di un romanzo, grazie all’autenticità delle esperienze personali di Asad questa storia è diventata, per l’uomo contemporaneo, un’analisi dell’Islam senza precedenti. Dall’inizio alla fine, il libro è pervaso da un gusto nuovo e da una fragranza originale, che non offrono al lettore soltanto piacere, ma lo arricchiscono con un’esperienza profondamente appagante; accompagnando l’autore nel suo viaggio, il lettore giunge infine alla Mecca, vale a dire al cuore della visione islamica della vita, e il lungo cammino di Asad sulla via dell’Islam giunge al suo compimento: nelle parole di Asad, è un home-coming, un ritorno alla propria casa.
Muhammad Asad era giornalista, pensatore e interprete senza pari dell’Islam; ma, soprattutto, era un genio creativo dotato di una visione profetica. The Road of Mecca è una sua straordinaria creazione. Dedicò il libro a sua moglie, Pola Hamida Asad. Nel presentare questa sua creazione nella lingua bengalese, ho cercato, per quanto possibile, di trasmettere le emozionanti esperienze di Asad mantenendo intatti il ritmo, l’andamento delle frasi e lo stile dell’originale. Tuttavia, nessuna creazione può essere tradotta parola per parola. Non pretendo dunque di essere riuscito a rendere pienamente nella mia lingua questa incomparabile opera di Asad. Mi consola però il fatto che, dall’inizio alla fine di questa traduzione, siano stati attivi il mio innato amore per la scrittura creativa e il mio amore, coltivato fin dall’infanzia, per l’ideale islamico di vita. Consegnando la traduzione del libro ai lettori e alle lettrici di lingua bengalese, ho assolto una responsabilità che mi ero imposto; la ricompensa per questo spetta a Muhammad Asad presso Allah, il Misericordiosissimo. Innumerevoli lettori impazienti e interessati mi hanno esortato senza sosta a completare la traduzione e a pubblicarla in forma di libro; ogni volta che ci incontravamo, sollevavano l’argomento. La loro trepidante attesa è finalmente giunta al termine e la loro richiesta è stata finalmente esaudita: per questo mi sento sollevato e rendo grazie ad Allah l’Altissimo. Tra tutti questi innumerevoli lettori, non posso assolutamente dimenticare il fratello Shah Abdul Hannan; il suo interesse e le sue insistenti richieste mi hanno incoraggiato ogni volta che, nel corso della traduzione, il mio impegno veniva meno.
Nella prima fase della traduzione del libro, Mohammad Azizur Islam e Sheikh Tofazzal Hossain, già membri dell’Islamic Academy, hanno trascritto per lungo tempo la mia traduzione dettata. Nella seconda fase, questo incarico è stato svolto interamente dal poeta Masud-us-Shahid. Masud ha dedicato con grande piacere a questo lavoro una parte preziosa della sua vita quotidiana insieme a me; Abdul Mukit Chowdhury ha assunto volentieri il compito di correggere le bozze. L’indice analitico del libro è stato preparato da Kalam Azad dell’Islamic Foundation Press. Sono tutti persone a me care; non voglio sminuire, con un semplice ringraziamento, il valore della loro sincera collaborazione.
La casa editrice Jnanakosh Prakashani ha conquistato la gratitudine dell’intera comunità dei lettori bengalesi pubblicando la terza edizione del libro.
Shahed Ali
Alcuni aspetti della vita movimentata dell’allama Muhammad Asad
Il professor Shahed Ali
La stella più luminosa della saggezza e dell’intelletto nel cielo del mondo musulmano tramontò nel 1994. Agli occhi del mondo occidentale, la luce di questa stella era intensa e abbagliante; perciò, pur avendola avuta davanti agli occhi per quasi un secolo, essi hanno finto di non vederla. Questo sapiente era nato in Occidente, in un ambiente europeo. Eppure aveva sfidato l’attuale civiltà occidentale, avanzata nelle scienze e nel sapere: aveva svelato al mondo il vuoto abissale nascosto dietro lo splendore esteriore. Per questo il mondo occidentale ha sempre cercato di ignorarlo con fastidio. La notizia della sua morte non ricevette alcuna diffusione nei mezzi d’informazione occidentali.
E come chi soffre di emeralopia non vede né la luna né le stelle, così, agli occhi del mondo musulmano, la luce dei raggi di questa stella non si è mai riflessa pienamente. Pertanto, anche quando la stella più luminosa del suo cielo tramontò, il mondo musulmano non avvertì alcun vuoto: per un cieco, il sorgere o il tramontare del sole o delle stelle è del tutto indifferente. Non possiedono neppure propri mezzi d’informazione. Inoltre, anche nei pochi mezzi esistenti, questa morte non ricevette grande rilievo. Si dice che avesse lasciato scritto nel testamento che la sua tomba fosse alla Mecca, dove aveva vissuto a lungo, aveva scoperto l’Islam, era divenuto il suo migliore interprete e rappresentante e, dopo aver abbracciato l’Islam, ne aveva proclamato la superiorità di fronte al mondo intero; lì aveva scritto un libro capace di scuotere il mondo, come Road to Mecca. Ma il suo desiderio non fu esaudito. Morì in Spagna e lì fu sepolto.
Muhammad Asad, il cui nome prima di abbracciare l’Islam era Leopold Louis, visse per circa ventisei o ventisette anni nella città marocchina di Tangeri insieme a sua moglie, Pola Hamida Asad. Aveva stipulato un accordo con la Rabita al-Alam al-Islami per tradurre il Sacro Corano corredandolo di un breve tafsir. Quando fu pubblicato il tafsir dei primi dieci juz’, alcuni ulema espressero il loro dissenso riguardo ad alcune delle sue interpretazioni. A quel punto Asad ruppe i rapporti con la Rabita e si trasferì in Marocco; nonostante le difficoltà finanziarie, decise di completare e pubblicare da solo la traduzione e il tafsir, con il solo aiuto della moglie e di alcuni amici. Dopo vent’anni di ardua dedizione, pubblicò la sua traduzione e il suo tafsir. Nel mondo moderno assolse al compito di autore della più moderna traduzione e del più moderno tafsir del Sacro Corano.
Leopold Louis nacque nel 1900 nella città di Lemberg, nell’attuale Polonia, in una famiglia ebrea. Suo nonno era l’ultimo rabbino di una famiglia ebraica di rabbini o sacerdoti, la cui tradizione si era protratta per diverse generazioni. Sebbene suo padre fosse stato educato per diventare un rabbino ebreo tradizionale, abbandonò quella tradizione familiare, studiò giurisprudenza, divenne un avvocato illustre e sposò una donna appartenente a una famiglia di banchieri. Oltre agli studi scolastici ordinari, Louis imparò a parlare e leggere correntemente l’ebraico e acquisì una profonda familiarità anche con l’aramaico. Già a quell’età conobbe a fondo il testo originale e i commentari del Talmud. Molti anni dopo scrisse in proposito nella sua opera autobiografica e spirituale Road to Mecca: «Mi sembrava che il Dio dell’Antico Testamento e del Talmud fosse occupato soprattutto con i rituali attraverso i quali i suoi adoratori avrebbero dovuto adorarlo. Mi sembrava inoltre che Dio fosse già straordinariamente occupato con il destino di una particolare nazione. La stessa struttura dell’Antico Testamento, concepito come la storia dei discendenti di Abramo, dà l’impressione che Dio non sia il Creatore e il Sostentatore dell’intera umanità, bensì una divinità tribale, che armonizza tutta la creazione con le necessità di un popolo eletto».
Sebbene fosse rimasto deluso dalla dottrina ebraica, Louis non intraprese tuttavia la ricerca della verità spirituale per altre vie. Dopo la Prima guerra mondiale si iscrisse all’Università di Vienna e si dedicò allo studio della storia dell’arte e della filosofia con una certa arroganza. Ma quella vita accademica non riuscì a placare la sua sete interiore di ricerca del significato religioso. Né riuscì a soddisfare il suo desiderio di avventura. Dopo la Prima guerra mondiale, Vienna era impegnata disperatamente nello sforzo di ritrovare la propria identità e individualità. La guerra e il crollo della monarchia asburgica, vecchia di seicento anni, avevano fatto crollare le fondamenta degli antichi valori e delle tradizioni. In precedenza, peraltro, questi erano già divenuti oggetto degli attacchi degli intenditori d’arte e degli intellettuali. Influenzato da una famiglia scettica, Louis, come molti altri ragazzi della sua età, rifiutò apertamente ogni religione formale. In quel periodo i suoi obiettivi erano l’azione, l’avventura e l’eccitazione. Spinto da questo impulso, volle arruolarsi nell’esercito austriaco sotto falso nome, poiché non aveva ancora compiuto diciotto anni. Così il suo sogno fallì. Quattro anni dopo, quando ebbe legalmente l’età per arruolarsi nell’esercito, il suo sogno di gloria militare era già andato in frantumi. Infatti, appena poche settimane dopo scoppiò la rivoluzione, l’Impero austriaco crollò e anche la guerra ebbe fine.
Ma Louis non provava alcuna attrazione per la vita accademica. Sentiva il desiderio di confrontarsi profondamente con la vita, il desiderio di entrarvi. Anziché cercare rifugio nei sistemi di difesa che le persone amanti della sicurezza costruiscono intorno a sé, Louis voleva entrare nella vita; voleva trovare da sé la via per comprendere l’ordine e la disciplina spirituali che stanno dietro ogni cosa.
Un tratto caratteristico dei primi decenni del XX secolo era il vuoto spirituale. Tutti i valori ai quali l’Europa era stata abituata per secoli, a causa di ciò che accadde tra il 1914 e il 1918, persero i loro contorni e divennero informi e privi di consistenza. Non si vedeva sorgere da nessuna parte alcun nuovo valore capace di colmare quel vuoto. Il senso di fragilità e di incertezza, il presagio di sconvolgimenti sociali e psicologici, instillava nella mente dei giovani il sospetto che nel pensiero e negli sforzi umani non vi fosse nulla di stabile. L’agitazione spirituale dei giovani non trovava alcun sostegno; Louis e gli altri giovani della sua generazione erano rimasti smarriti di fronte a molte domande, e, in assenza di un criterio morale affidabile, nessuno era in grado di offrire loro risposte soddisfacenti. Louis vide che «la scienza dice che la conoscenza è tutto, ma senza un obiettivo morale la conoscenza può soltanto creare disordine». Non c’è dubbio che i riformatori sociali, i rivoluzionari e i comunisti di quell’epoca desiderassero costruire un mondo migliore e più felice. Ma lo sguardo acuto di Louis colse che tutti costoro ragionavano soltanto alla luce delle condizioni sociali ed economiche esteriori e che, nel tentativo di correggere gli errori in questi ambiti, avevano elevato l’idea materialista a una nuova metafisica, anzi a un’antimetafisica. Vedevano che spesso ciò che accadeva nel mondo intorno a loro era profondamente in contrasto con le qualità divine immaginate. Le forze che governavano il destino umano sembravano chiaramente diverse e separate da quelle qualità attribuite ad Allah. Da ciò conclusero che Allah non esisteva. Gli orgogliosi custodi della religione avevano rivestito Allah dei propri abiti, separandolo dal destino umano e rendendolo estraneo e privo di legami con esso. Ma il problema non era stato risolto: l’incertezza e la mutevolezza riguardo a ciò che l’individuo dovesse fare nella propria vita potevano diventare causa di profondo caos e generare disprezzo per l’educazione, la cultura e il senso della bellezza dell’essere umano. Grazie a questa intuizione innata, Louis non si fermò a quel punto. Per lui, edificare una vita nobile divenne un aiuto nella ricerca di un cammino creativo verso la speranza. Spinto da questa esigenza, si iscrisse all’Università di Vienna e scelse come materia principale la storia dell’arte. Ma la materia di studio non riuscì a soddisfare Louis. Si accorse che i suoi insegnanti — tra i quali erano celebri e illustri Strzygowski e Dvořák — erano eccessivamente impegnati a scoprire le regole dell’estetica che governano la creazione artistica; avevano fatto ben poco per svelare le vibrazioni spirituali che ne costituiscono il nucleo più profondo. In altre parole, secondo Louis, il loro approccio all’arte era ristretto e limitato alle forme e agli aspetti attraverso i quali l’arte acquista espressione.
Durante i giorni della sua giovanile e vivace confusione, Louis entrò in contatto con le conclusioni della nuova disciplina della psicoanalisi, che tanto affascinava l’Europa, ma non ne rimase soddisfatto: non vi trovò le risposte alle sue domande, benché allora la teoria psicoanalitica fosse apparsa come una rivoluzione di prima grandezza. La convinzione del giovane Leopold Louis che la scoperta del ruolo dei desideri e delle pulsioni della mente inconscia nella formazione della personalità avesse indubbiamente aperto la strada a una più profonda conoscenza di sé non durò a lungo. Per lui, l’eccitazione suscitata dal pensiero freudiano era intensa quanto l’ebbrezza del vino. Nei caffè di Vienna ascoltava rapito le accese discussioni tra alcuni dei primi pionieri della psicoanalisi — studiosi come Alfred Adler, Hermann Stikel e Otto Gross — ma Louis fu turbato dall’arroganza intellettuale di questa nuova scienza. A suo giudizio, «questa scienza vuole ridurre tutti i misteri dell’anima umana a una serie di reazioni nervose». Si rese conto che le conclusioni di questa nuova disciplina non avevano neppure la capacità di avvicinarsi alle verità ultime. Inoltre, non vi trovò alcuna indicazione di una nuova via verso una vita nobile e elevata. Dopo la Grande guerra iniziò il generale e vasto crollo dei valori consolidati e, nel corso di tale crollo, si allentarono anche molte delle restrizioni e dei divieti esistenti nei rapporti tra uomini e donne. Era come essere scagliati da una condizione nel suo esatto opposto, dove tutto era diventato oggetto di controversia; la situazione giunse a questo punto: dalla fede e dalla fiducia dell’umanità nel suo incessante progresso ascendente, l’essere umano fu precipitato nel pessimismo amaro di Spengler, tra il relativismo morale di Nietzsche e il vuoto spirituale prodotto dalla psicoanalisi. Tra i giovani uomini e le giovani donne desiderosi di seguire la logica del corpo, i rapporti sessuali divennero indiscriminati, casuali e liberi. A Leopold Louis sembrava che ciò non fosse altro che una ribellione contro le vuote convenzioni. Gli sembrava che forse l’unione tra uomo e donna potesse allontanare la terribile solitudine che aveva separato ogni uomo dall’altro. In quella concitazione e instabilità mentale, per lui non fu più possibile continuare gli studi universitari. Suo padre voleva farne uno studioso e condurlo al dottorato. Ma Louis vi rinunciò e, contro la volontà paterna, scelse la vita del giornalista: sarebbe diventato scrittore e la scrittura sarebbe stata la sua professione. Da Vienna giunse a Praga, dove, in un vecchio caffè, il Westend, conobbe un cerchio magico di artisti e letterati. Dopo qualche tempo suo padre lo seppe e gli scrisse: «Ora vedo chiaramente che finirai per morire come un vagabondo e un perdigiorno, riverso in una fogna sul ciglio della strada». Il giovane Louis, ostinato e pieno di fiducia in se stesso, rispose: «No». Aveva capito di voler diventare scrittore; era nata in lui la convinzione che il mondo degli uomini di lettere lo aspettasse ansiosamente, a braccia spalancate e generose.
Ma a quei tempi era difficile ottenere l’accesso a un giornale famoso. Per giorni e giorni percorse a piedi le strade di Berlino, non avendo denaro per la metropolitana o per il taxi. Trascorse molte settimane nutrendosi soltanto di tè e dei due pezzi di pane che la padrona di casa gli dava al mattino. Il destino delle sue giornate di allora era il digiuno assoluto. E i suoi sogni notturni erano pieni di grosse fette di pane fresco imburrato.
In mezzo a questa estrema miseria economica, trascorse qualche tempo lavorando come assistente di un produttore cinematografico; in seguito guadagnò qualcosa scrivendo una sceneggiatura per il suo amico viennese Eston Kuh e poi un’altra sceneggiatura. Passò quindi un altro anno svolgendo vari lavori temporanei in diverse città dell’Europa centrale, finché nel 1921 entrò infine nel mondo dei giornali. Il dottor Demart, ricco membro del Partito del Centro cattolico tedesco e personalità di spicco della scena politica tedesca, stava per fondare, con la collaborazione della United Press of America, un’agenzia di stampa chiamata United Telegraph. Leopold Lewis presentò domanda per lavorare come assistente presso quella società e ottenne un posto da telefonista. Per le sue ambizioni, era un lavoro estremamente frustrante. Ma Lewis non aveva altra scelta che accettarlo. Dopo aver lavorato per un mese in quel modo, gli capitò di intervistare segretamente a Berlino madame Maxim Gorky, venuta lì durante la terribile carestia russa del 1921 per suscitare nelle capitali dell’Europa centrale l’opinione pubblica necessaria a un’efficace opera di soccorso e assistenza. Grazie a quell’intervista, il telefonista Leopold Lewis divenne un reporter. Divenne giornalista.
Leopold Lewis era allora un giovane inesperto di ventidue anni. Lewis e i giovani della sua età erano inquieti, desiderosi di cambiare la società e di ricostruirla dalle fondamenta. Come si doveva organizzare la società affinché gli esseri umani potessero vivere una vita autentica e piena? Come si dovevano configurare i loro rapporti, affinché tutti potessero spezzare le catene della solitudine e dell’isolamento che circondavano ogni persona, e trascorrere la vita in una vera amicizia e collaborazione reciproca? Che cosa è bene, che cosa è male, che cos’è il destino? O, detto altrimenti, che cosa deve fare l’essere umano per essere, in senso autentico, non solo a parole ma con tutta la sua vita, una cosa sola con se stesso e poter dire: io e il mio destino non siamo separati, siamo una cosa sola!
Ovunque, il clima di incertezza morale e sociale era così intenso da generare un ottimismo sfrenato. Esso si manifestava, da un lato, nelle audaci sperimentazioni della musica, della pittura e del teatro di quel periodo; dall’altro, nella ricerca spesso rivoluzionaria, condotta brancolando alla cieca, intorno alla struttura e ai contorni della cultura. Ma accanto a questo ottimismo mantenuto artificialmente in vita, si diffondeva allora un vuoto spirituale. Da un vago e altezzoso relativismo nasceva un pessimismo sempre più crescente. Nel mondo europeo, emotivamente esasperato, oppresso, insoddisfatto e agitato dopo la Seconda guerra mondiale, nulla funzionava più in modo naturale e ordinato come prima. Lewis comprese che il vero idolo del mondo occidentale non aveva nulla di spirituale. La sua unica divinità era il comfort, l’agio, il benessere: per un europeo medio, fosse egli democratico, comunista, operaio o intellettuale, la fede significativa consisteva nel culto del progresso materiale, perché non poteva esserci altro scopo nella vita se non renderla continuamente più facile. In termini moderni, l’unico scopo della vita era liberare l’essere umano dalla morsa della natura. I templi di questa nuova religione erano le enormi fabbriche, i cinema, i laboratori di ricerca chimica, le sale da ballo e gli istituti zoologici. E i sacerdoti di tali templi erano banchieri, ingegneri, politici, divi del cinema, statistici, direttori dell’istruzione, creatori di record, aviatori e commissari. Nel totale disaccordo riguardo alle nozioni di bene e di male e nel ricorso all’opportunismo per ogni questione sociale ed economica si manifestò un fallimento morale: quell’opportunismo era paragonabile a quello di una prostituta di strada, che concede il proprio corpo ogni volta e a chiunque ne faccia richiesta. Già a quell’età Lewis vide che l’insaziabile brama di potere e di piacere aveva inevitabilmente diviso il mondo occidentale in gruppi contrapposti. Ciascuno di questi gruppi era armato di armi micidiali e, ogni volta che i loro interessi reciproci venivano colpiti, essi si accanivano nel tentativo di distruggersi a vicenda. Il criterio supremo del giusto e dell’ingiusto era allora l’utilità pratica, il successo mondano. Descrivendo la propria condizione di quel periodo, Lewis disse: «Vidi quanto la vita fosse diventata infelice e confusa. Quanto fosse esiguo il legame tra gli esseri umani. Sebbene la società e la nazione fossero esaltate con grida assordanti e deliranti. Quanto ci fossimo allontanati dal mondo dei nostri sentimenti innati. E quanto le nostre anime fossero diventate anguste e fioche. Allora l’inizio e la fine di ogni nostro pensiero erano l’Europa».
Lewis dice: «Ma la mia incapacità di partecipare alle diverse aspirazioni sociali, economiche e politiche di coloro che mi circondavano, o dei vari gruppi presenti tra loro, si trasformò col tempo in me nella vaga sensazione che io non fossi propriamente uno di loro, che non avessi alcun rapporto con loro; e insieme a ciò nacque in me il desiderio di appartenere necessariamente a qualcuno—ma a chi? Dovevo necessariamente diventare parte di qualcosa—ma di che cosa?». Con il cuore colmo di questa aspirazione e di questa inquietudine, nel 1922, a ventidue anni, egli si recò a Gerusalemme, nella Terra Santa, seguendo il richiamo del Corano. Dopo aver frequentato a lungo gli arabi, trovò la risposta: a chi avrebbe appartenuto, di che cosa sarebbe diventato parte. Giunse a Gerusalemme come corrispondente del Frankfurter Zeitung, un giornale di fama mondiale, e negli anni successivi visitò la Palestina, la Transgiordania, l’Iraq, la Persia e l’Afghanistan. Durante il soggiorno a Gerusalemme entrò per la prima volta in contatto con l’Islam e si sentì attratto dal modo di vivere degli arabi. Dopo aver frequentato intimamente gli arabi, scoprì che nella società musulmana tradizionale esisteva un’armonia innata tra la mente e i sensi, che l’Europa aveva perduto. Scoprì in loro la certezza del cuore e la liberazione dall’insicurezza interiore, una liberazione che gli europei non avrebbero mai potuto sognare. Alla fine Leopold Lewis ottenne la risposta alla domanda: di che cosa sarebbe diventato parte? Tornato in Europa nel 1926, abbracciò l’Islam insieme alla moglie. Il suo nome musulmano divenne Muhammad Asad. Nell’autobiografia di Asad, il libro La strada per la Mecca, la sua conversione all’Islam viene definita «il ritorno a casa». Dopo essere entrato nell’Islam, Asad visse per quasi sei anni nei paesi arabi, acquisendo una profonda conoscenza della vita e della lingua arabe. Divenne intimo del re Ibn Saud. In seguito lasciò i paesi arabi e si recò in India, dove conobbe il grande poeta e filosofo musulmano Allama Iqbal. Su suo consiglio, Asad abbandonò il progetto di recarsi nel Turkestan orientale, in Cina e in Indonesia, e rimase in India per spiegare e analizzare le fonti intellettuali dello Stato islamico. Lo Stato islamico era allora soltanto il sogno di una mente rapita dal sogno di un poeta visionario. Nelle parole di Muhammad Asad: «Per me, come per Iqbal, era un sogno—un cammino, anzi il solo cammino, per risvegliare tutte le anime assopite dell’Islam: creare l’entità politica di un popolo, la cui coesione non fosse fondata sulla stessa carne e sullo stesso sangue, bensì sulla comune fedeltà a un ideale. Per molti anni mi dedicai a questo obiettivo attraverso lo studio, la scrittura e le conferenze e, col tempo, ottenni una certa fama come interprete della legge islamica». Ma questo risultato non fu soltanto una certa fama: fu, in realtà, una fama mondiale.
Quando nel 1947 fu fondato il Pakistan, il governo di questo Stato invitò Muhammad Asad a creare e dirigere un’istituzione chiamata Dipartimento per la Ricostruzione Islamica, il cui obiettivo era esporre dettagliatamente le concezioni ideologiche islamiche riguardanti lo Stato e la società, sulle quali la nuova organizzazione politica potesse fare affidamento per il proprio orientamento ideologico. Dopo aver portato avanti per due anni questo lavoro estremamente stimolante, Muhammad Asad entrò nel servizio diplomatico pakistano. Presso il ministero degli Esteri del Pakistan divenne capo della Divisione per il Medio Oriente. Muhammad Asad fornì tutti i dati storici e le prove documentarie a sostegno della battaglia di argomenti e informazioni condotta con successo dal Pakistan presso le Nazioni Unite a favore dei palestinesi contro il sionismo. Al ministero degli Esteri si dedicò a rafforzare i rapporti tra il Pakistan e il mondo musulmano. In quel periodo Muhammad Asad fu nominato ministro plenipotenziario della missione pakistana presso le Nazioni Unite. In seguito, verso la fine del 1952, si dimise da quell’incarico e si dedicò alla stesura della sua immortale opera «The Road To Mecca».
La storia della storia
La storia che sto per raccontare in questo libro non è l’autobiografia di una persona illustre per il ruolo svolto negli affari di Stato; né è il racconto descrittivo di avventure audaci, perché, sebbene nella mia vita siano accadute molte avventure straordinarie, esse furono soltanto accessorie a ciò che stava accadendo dentro di me, e mai qualcosa di più. Non è neppure il racconto di uno sforzo consapevole per cercare una fede religiosa, perché quella fede entrò nella mia vita nel corso di molti anni, senza che io facessi alcun tentativo per conquistarla. La mia è la semplice storia di un europeo che scopre l’Islam e si integra nella società musulmana.
Non avevo mai pensato di scrivere questo libro. Non mi era mai sembrato che la mia vita potesse avere un interesse particolare per qualcuno oltre a me stesso. Ma quando, dopo aver trascorso venticinque anni al di fuori del mondo occidentale, arrivai a Parigi e da lì a New York, all’inizio del 1952, fui costretto a cambiare opinione. Poiché allora lavoravo presso le Nazioni Unite come ministro plenipotenziario del Pakistan, naturalmente gli occhi di tutti erano puntati su di me; divenni motivo di enorme curiosità tra i miei amici, conoscenti europei e americani. In un primo momento avevano pensato che il mio lavoro fosse quello di un «esperto» europeo, assunto dal governo di un Paese orientale per uno scopo particolare, e che mi fossi adattato, per mia comodità, ai costumi del popolo per il quale lavoravo. Ma quando le mie attività presso le Nazioni Unite divennero chiare, rimasero alquanto stupiti nel constatare che mi ero identificato con gli obiettivi politici e civili del mondo musulmano in generale, non soltanto sul piano «professionale», ma anche su quello emotivo e intellettuale. Con il passare dei giorni, sempre più persone cominciarono a chiedermi informazioni sulle mie esperienze passate. Vennero a sapere che avevo iniziato a lavorare molto presto nella vita come corrispondente estero di giornali continentali e che, dopo aver viaggiato per diversi anni in tutto il Medio Oriente, ero diventato musulmano nel 1926; che, dopo la mia conversione all’Islam, avevo vissuto per circa sei anni in Arabia ed ero riuscito a conquistare l’amicizia del re Ibn Saud; che in seguito avevo lasciato l’Arabia per recarmi in India, dove avevo incontrato il padre spirituale dell’idea del Pakistan — e il grande poeta e filosofo musulmano Muhammad Iqbal. Fu lui a persuadermi in breve tempo ad abbandonare i miei progetti di viaggio nel Turkestan orientale, in Cina e in Indonesia e a rimanere in India per interpretare e analizzare le basi intellettuali del futuro Stato islamico, che allora non era più che un sogno nella mente sognatrice di Iqbal. Per me, come per Iqbal, quel sogno era il simbolo di una via, anzi dell’unica via, per risvegliare tutte le speranze assopite dell’Islam: la creazione di un’entità politica appartenente a un popolo, la cui coesione non fosse fondata sulla comune discendenza di sangue, bensì sulla comune fedeltà a un ideale. Per molti anni mi dedicai a questo obiettivo attraverso lo studio, la scrittura e le conferenze e, col tempo, acquisii una certa fama come interprete della legge islamica e della civiltà islamica. Quando nel 1947 fu fondato il Pakistan, il governo di quello Stato mi invitò a creare e dirigere un dipartimento chiamato «Dipartimento per la Ricostruzione Islamica»; il suo scopo era esporre dettagliatamente le concezioni ideologiche islamiche riguardanti lo Stato e la società, sulle quali la nuova organizzazione politica potesse fare affidamento per il proprio orientamento ideologico. Dopo aver portato avanti per due anni questo lavoro estremamente stimolante, entrai nel servizio diplomatico pakistano. Presso il ministero degli Esteri del Pakistan fui nominato capo della Divisione per il Medio Oriente. Qui mi dedicai a rafforzare i legami e le relazioni tra il Pakistan e il resto del mondo musulmano; e fu in quel periodo che fui nominato membro della missione pakistana presso le Nazioni Unite a New York.
Tutto ciò indica qualcosa di molto più profondo del semplice adattamento esteriore di un europeo che, per circostanze contingenti, vive all’interno di una società musulmana: implica piuttosto il consapevole e completo ritiro della propria fedeltà a una famiglia culturale e l’espressione della propria fedeltà verso un ambiente culturale del tutto diverso. Per molti dei miei amici occidentali ciò appare assai sorprendente. Non riuscivano a concepire come un uomo nato nel mondo occidentale, cresciutovi e formatosi, potesse identificarsi in modo così completo e, esteriormente, senza reprimere nulla dentro di sé, con il mondo musulmano; come fosse possibile per lui accettare l’eredità culturale islamica al posto di quella occidentale, e che cosa lo avesse spinto ad adottare un ideale religioso-sociale che essi davano per scontato essere, a mio avviso, immensamente inferiore a tutte le concezioni europee.
Ma perché, cominciai a chiedermi, i miei amici occidentali davano per scontata questa idea? Avevano mai sentito davvero il bisogno di cercare di arrivare direttamente all’essenza dell’Islam? Oppure le loro opinioni si fondavano su concezioni distorte tramandate di generazione in generazione e su alcuni luoghi comuni? È possibile che il modo di pensare degli antichi Greci e Romani, che divideva il mondo in due parti — da un lato Greci e Romani e dall’altro i barbari, ossia le nazioni barbariche — sia ancora così profondamente radicato nella mentalità occidentale da renderla teoricamente incapace di riconoscere un qualsiasi valore chiaro e definito in tutto ciò che si trova al di fuori della propria orbita culturale?
Fin dall’epoca dei Greci e dei Romani, i pensatori e gli storici europei sono stati inclini e desiderosi di concepire la storia del mondo alla luce e nel significato della storia europea e della sola esperienza culturale occidentale. In questo quadro, le civiltà non occidentali entrano in scena soltanto quando la loro esistenza, oppure particolari movimenti sorti al loro interno, hanno avuto o hanno un’influenza diretta sul destino degli occidentali; e perciò, agli occhi degli abitanti dell’Occidente, la storia del mondo e le sue diverse culture non sono, in definitiva, nulla più che una storia occidentale dilatata!
Naturalmente, una simile prospettiva ristretta dà origine a una visione distorta. Poiché gli occidentali conoscono soprattutto gli scritti che descrivono la propria cultura o discutono nei dettagli e con colori vividi i problemi della propria civiltà, mentre non fanno più che voltarsi di tanto in tanto qua e là verso il resto del mondo, l’europeo o l’americano medio cade facilmente nell’errata convinzione che l’esperienza culturale occidentale non sia soltanto superiore a quella del resto del mondo, ma anche così vasta per estensione da rendere impossibile qualsiasi confronto fra le due; e, di conseguenza, che lo stile di vita occidentale sia l’unico modello accettabile secondo il cui metro si possano giudicare tutti gli altri stili di vita. Ciò implica naturalmente che qualsiasi concezione intellettuale, istituzione sociale o valutazione morale che non concordi con questo modello o ideale occidentale sia in realtà un prodotto di una forma di vita inferiore. Seguendo le orme dei Greci e dei Romani, il mondo occidentale ama pensare che tutte quelle diverse civiltà, esistite un tempo o esistenti oggi, non siano altro che esperimenti posti sulla via del progresso che l’Occidente percorre infallibilmente; oppure, nel migliore dei casi — come nel caso delle civiltà madri, sviluppatesi direttamente prima della moderna civiltà occidentale lungo la medesima linea — che siano soltanto alcuni capitoli consecutivi dello stesso libro, del quale, naturalmente, la civiltà occidentale costituisce l’ultimo capitolo.
Quando esposi questa mia opinione a un mio amico americano — un uomo di notevoli capacità intellettuali, che per inclinazione mentale si poteva definire uno studioso — egli dapprima manifestò qualche scetticismo.
«Ammettiamolo», disse, «gli antichi Greci e Romani mostrarono una visione limitata nel giudicare le civiltà straniere; ma questa limitazione non fu forse l’inevitabile risultato delle difficoltà di comunicazione fra loro e il resto del mondo? E tali difficoltà non sono state in gran parte superate in epoca moderna? Comunque sia, noi occidentali oggi ci manteniamo certamente in rapporto con ciò che accade al di fuori della nostra orbita culturale. Non sta forse dimenticando i moltissimi libri pubblicati in Europa e in America nell’ultimo quarto di secolo sulle arti e sulla filosofia orientali, nonché sulle idee politiche che agitano le menti dei diversi popoli dell’Oriente? Non sarebbe certo giusto ignorare il desiderio degli occidentali di comprendere ciò che le altre culture possono offrire!»
«Forse ciò che dice è in parte vero», risposi. «Non c’è dubbio che l’antica prospettiva greco-romana oggi non sia più pienamente operante. Ha perduto notevolmente la sua rigidità e il suo filo tagliente, se non altro perché, fra i pensatori occidentali, coloro che possiedono una capacità di riflessione più matura sono diventati disillusi e diffidenti nei confronti di molti aspetti della propria civiltà. Alcuni di loro hanno cominciato a rendersi conto che la storia del progresso umano potrebbe non avere un solo libro e una sola narrazione, ma molti libri e molte narrazioni; e ciò semplicemente perché, in senso storico, l’umanità non è un’entità omogenea, bensì una singolare aggregazione di gruppi diversi, fra i quali esistono concezioni assai distanti del significato e dello scopo della vita umana. Tuttavia non credo che il mondo occidentale abbia cominciato a nutrire, nei confronti delle culture straniere, un atteggiamento davvero meno condiscendente e paternalistico di quello dei Greci e dei Romani; si può dire che l’Occidente sia diventato soltanto più tollerante. Ma ricordi: questa tolleranza non è rivolta all’Islam, bensì soltanto ad alcune specifiche culture orientali, che offrono una sorta di attrazione spirituale agli occidentali tormentati dalla fame spirituale e, al tempo stesso, sono così lontane dalla visione del mondo occidentale da non essere considerate una vera sfida ai suoi valori.»
«Che cosa intende dire con questo?»
«Vede», risposi, «quando un occidentale discute, poniamo, dell’induismo o del buddhismo, riconosce immancabilmente la differenza fondamentale fra queste dottrine e le proprie. Alcuni aspetti di tali dottrine possono piacergli, ma naturalmente non sarà mai disposto a prendere in considerazione la possibilità di adottarle al posto delle proprie idee. Poiché riconosce in anticipo questa impossibilità, può riflettere su queste culture estranee con equilibrio mentale e spesso con un atteggiamento di comprensione simpatetica. Ma quando si tratta dell’Islam, che non è affatto così contrario ai valori occidentali quanto la filosofia indù o buddhista, questo equilibrio mentale occidentale viene quasi sempre e inevitabilmente turbato da un pregiudizio emotivo. Non è forse perché, come talvolta mi chiedo con stupore, i valori islamici, proprio in quanto così vicini a quelli occidentali, costituiscono una sfida latente a molte concezioni occidentali della vita spirituale e sociale?»
E cominciai a parlargli di una mia teoria, che mi era venuta in mente alcuni anni prima; una teoria che, a mio parere, potrebbe anche aiutare a comprendere più chiaramente la profonda e radicata ostilità verso l’Islam che spesso si riscontra nella letteratura occidentale e nel pensiero contemporaneo.
«Per trovare una spiegazione veramente credibile di questo odio», dissi, «dovete guardare molto indietro, dentro la storia, e cercare di comprendere il retroterra psicologico dei primi rapporti tra l’Occidente e il mondo musulmano. Le radici di ciò che gli occidentali pensano e sentono oggi riguardo all’Islam si trovano nella pressione di quelle profonde influenze e nelle impronte di quei ricordi che nacquero al tempo delle Crociate».
«Le Crociate!» esclamò il mio amico con voce stupita. «Non vorrete certo dire che ciò che accadde quasi mille anni fa possa ancora esercitare un’influenza sugli uomini del ventesimo secolo?»
«Ma lo fa certamente. So che sembrerà incredibile. Ma non ricordate con quale incredulità furono accolte le prime scoperte degli psicoanalisti, quando cercavano di dimostrare che una gran parte della vita emotiva di un adulto — e quasi tutte le tendenze, i gusti e le abitudini apparentemente irrazionali comprese nel termine “idiosincrasie”, o “particolari inclinazioni” — poteva essere ricondotta alle diverse esperienze della prima infanzia, il periodo più formativo della sua vita? Ebbene, le nazioni e le civiltà sono forse qualcosa di diverso da individui collettivi? Anche la loro evoluzione è intimamente legata alle esperienze della prima infanzia. Come nel caso dei bambini, anche queste esperienze della loro infanzia possono essere state piacevoli oppure dolorose; possono essere state del tutto ragionevoli oppure, al contrario, il risultato di una semplice e infantile interpretazione erronea di qualche avvenimento: la capacità di ciascuna di queste esperienze di trasformare la mente dipende soprattutto dall’intensità che ebbe al suo inizio. Il secolo immediatamente precedente alle Crociate, vale a dire il periodo conclusivo del primo millennio dell’era cristiana, può essere facilmente descritto come la prima infanzia della civiltà occidentale…»
Ricordai al mio amico — anch’egli era uno storico — che questa era l’epoca in cui, dopo i secoli bui seguiti alla dissoluzione dell’Impero romano, l’Europa aveva cominciato per la prima volta a intravedere il proprio cammino culturale. Proprio allora, senza alcun legame con la tradizione romana quasi dimenticata, avevano cominciato a nascere nuove letterature nelle diverse lingue volgari d’Europa; le belle arti, liberatesi dalla depressione causata dagli spostamenti incessanti e dall’atteggiamento bellicoso di Goti, Unni e Avari, stavano lentamente tornando alla vita sotto l’impulso dell’esperienza religiosa del cristianesimo occidentale. Dal primitivo stato d’immaturità dell’Alto Medioevo stava nascendo un nuovo mondo culturale. Proprio in quel momento cruciale, nel periodo estremamente delicato e sensibile del suo sviluppo, l’Europa ricevette dalle Crociate il colpo più violento della sua vita — ciò che nel linguaggio moderno viene chiamato “trauma”, un colpo emotivo capace di diventare causa di una malattia mentale…»
Le Crociate furono una tremenda pressione collettiva esercitata su una civiltà che aveva appena cominciato a diventare consapevole di sé. Da un punto di vista storico, le guerre crociate furono il primo e pienamente riuscito tentativo dell’Europa di guardare a se stessa alla luce dell’unità culturale. Prima o dopo la Prima Crociata, l’Europa non visse mai un’esperienza paragonabile all’entusiasmo e all’eccitazione che essa suscitò. Un’ondata possente di follia attraversò il continente europeo: un’esultanza che, per la prima volta, superò tutte le barriere tra i diversi Stati, tribù e classi. Prima c’erano stati Franchi, Sassoni, Germani, Borgognoni, Siciliani, Normanni e Longobardi — un miscuglio di tribù e popoli che avevano ben poco in comune, tranne una cosa: quasi tutti i loro regni e province feudali erano sorti sulle rovine dell’Impero romano ed erano tutti cristiani. Ma nelle guerre crociate, e attraverso di esse, questo legame religioso fu elevato a un nuovo livello: l’idea politico-religiosa di un “regno cristiano”, obiettivo comune di tutti gli europei. Essa diede infine origine a una coscienza culturale basata sull’Europa. Quando, nel novembre del 1095, papa Urbano II, nel suo celebre discorso di Clermont, incitò i cristiani a combattere contro la “nazione pagana” che occupava la Terra Santa, probabilmente proclamò, senza rendersene conto, la carta costitutiva della civiltà occidentale.
L’esperienza del tremendo trauma emotivo provocato dalle guerre crociate diede all’Europa la sua consapevolezza culturale e la sua unità; ma, alla fine, fu proprio questa stessa esperienza a cominciare a ricoprire da allora l’Islam di quella falsa vernice attraverso la quale esso sarebbe apparso in seguito agli occhi degli occidentali — non soltanto perché le Crociate significavano guerra e spargimento di sangue. Quante guerre simili non si sono combattute tra popoli diversi, guerre che in seguito quei popoli hanno completamente dimenticato, e quante ostilità e inimicizie che a qualcuno erano sembrate insuperabili si sono poi trasformate in amicizia! Il danno prodotto dalle varie Crociate non si limitò al fragore delle armi: fu anzitutto e soprattutto un danno psicologico — l’avvelenamento della mente occidentale contro il mondo musulmano mediante un’interpretazione deliberatamente distorta degli insegnamenti e degli ideali dell’Islam. Infatti, se si voleva conservare la giustificazione dell’appello alle Crociate, il Profeta dei musulmani doveva necessariamente essere identificato con l’Anticristo e la sua religione doveva essere descritta nei termini più abominevoli, come fonte di licenziosità e di gusto perverso. Fu proprio all’epoca delle Crociate che entrò nella mente occidentale la ridicola idea che l’Islam fosse una religione di cruda sensualità e di brutali violenze, non una religione di purificazione dello spirito, ma soltanto di osservanze rituali; e da allora essa vi è rimasta. E fu allora che gli europei trasformarono, con odio e disprezzo, il nome del Profeta Muhammad — lo stesso Muhammad che aveva ordinato alla sua comunità di rispettare i profeti delle altre religioni — in “Maometto”; l’epoca in cui in Europa sarebbe iniziata la libera ricerca era ancora molto lontana. Alle forze allora esistenti fu facilissimo piantare i neri semi dell’odio contro una religione e una civiltà completamente diverse dalla religione e dalla civiltà occidentali. Non è dunque un caso che la fiammeggiante Chanson de Roland, nella quale viene narrata la fantastica vittoria del regno cristiano sui musulmani infedeli della Francia meridionale, non sia stata composta mentre queste guerre erano in corso, ma tre secoli dopo — vale a dire, dapprima poco prima delle Crociate — e che sia diventata immediatamente una sorta di “inno nazionale” dell’Europa; né è un caso che l’epopea composta su queste guerre rappresenti l’inizio di una letteratura “europea”, nettamente distinta dalla precedente letteratura regionale: perché l’infanzia della civiltà europea poggia su un odio implacabile verso l’Islam.
Sembra una delle ironie di questa stessa storia che l’ostilità coltivata per secoli in Occidente contro l’Islam, originariamente religiosa, sopravviva ancora nel suo subconscio proprio in un’epoca in cui la religione ha perso quasi tutta la sua autorità sull’immaginazione dell’uomo occidentale. Naturalmente, in realtà, non è sorprendente. Sappiamo che le credenze religiose inculcate all’uomo durante l’infanzia per tutta la vita—«Ed è proprio questo», conclusi, «che accadde nella vita di quella personalità collettiva che è la civiltà occidentale. L’ombra delle Crociate si è proiettata fino a oggi sulla civiltà occidentale; e in tutte le sue reazioni verso l’Islam e il mondo musulmano sono chiaramente visibili le tracce di quel fantasma che non muore mai…»
Il mio amico rimase in silenzio per qualche istante. Vedo ancora quell’uomo alto e magro camminare avanti e indietro nella stanza. Aveva entrambe le mani nelle tasche del cappotto e scuoteva la testa, come alquanto perplesso; infine disse:
«Ciò che dice potrebbe avere un fondo di verità—anzi, potrebbe averne davvero—anche se, in questo momento, non sono in condizioni di esaminare la sua teoria. Comunque sia, la sua vita, che a lei appare così semplice e priva di complicazioni, agli occidentali sembrerà certamente straordinariamente sorprendente e anomala. Perché non scrive la sua autobiografia? Sono certo che sarebbe un libro molto avvincente e interessante.»
Risposi ridendo sonoramente: «Sì, forse, scrivendo un libro del genere, potrei prepararmi a lasciare il servizio diplomatico. In fondo, scrivere è la mia vera professione…»
La risposta scherzosa che avevo dato svanì lentamente, a mia insaputa, nel corso delle settimane e dei mesi successivi. Cominciai a pensare, con sempre maggiore serietà, di mettere per iscritto la storia della mia vita e di contribuire così, per quanto modestamente, a rimuovere il fitto velo che nascondeva l’Islam e la sua cultura alla mente occidentale. Il mio ingresso nell’Islam fu, sotto molti aspetti, un’esperienza unica e senza paragoni: non diventai musulmano perché avevo vissuto a lungo tra i musulmani; al contrario, decisi di vivere tra loro perché avevo abbracciato l’Islam. Non avrei potuto contribuire maggiormente alla comprensione reciproca tra il mondo islamico e quello occidentale, facendo conoscere ai lettori occidentali la mia esperienza personale, di quanto potessi fare ricoprendo quell’incarico diplomatico, che avrebbe potuto essere svolto altrettanto bene da un altro connazionale? In definitiva, qualunque persona intelligente può diventare ministro del Pakistan presso le Nazioni Unite; ma quante persone sono in grado di parlare agli occidentali dell’Islam nel modo in cui posso farlo io? Sono musulmano, ma è anche vero che sono nato nel mondo occidentale: perciò posso parlare nella lingua colta di entrambi, del mondo islamico e di quello occidentale…
E per questo, verso la fine del 1952, mi dimisi dal servizio diplomatico pakistano e cominciai a scrivere questo libro. Non so dire se sia diventato il «libro avvincente» che il mio amico americano si aspettava. Non potevo fare altro che tornare al passato affidandomi alla memoria—seguendo le complesse linee di uno sviluppo e di un’evoluzione—con l’aiuto soltanto di alcuni vecchi appunti, diari frammentari e alcuni degli articoli che avevo scritto per i giornali in quegli anni; uno sviluppo e un’evoluzione che si erano svolti nell’arco di molti anni e su una vastissima estensione geografica.
Ed ecco la storia: non quella della mia intera vita, ma soltanto di quegli anni, gli anni precedenti alla mia partenza dall’Arabia sulla via dell’India—quegli anni emozionanti che trascorsi viaggiando attraverso quasi tutti i paesi compresi tra il deserto libico e le vette innevate dell’altopiano del Pamir, e tra il Bosforo e il Mar Arabico. Questa storia è narrata sullo sfondo—e bisogna tenerlo presente—del mio ultimo viaggio nel deserto, dall’interno dell’Arabia fino alla Mecca, alla fine dell’estate del 1932: perché fu durante quei ventitré giorni che il disegno della mia vita mi divenne completamente chiaro.
L’Arabia descritta nelle pagine seguenti non esiste più. La sua solitudine e la sua integrità sono crollate all’improvviso sotto l’impeto travolgente del petrolio eruttato con violenza e sotto il peso dell’oro che il petrolio ha portato con sé. La sua nobile semplicità è scomparsa, e con essa è scomparso anche quell’aspetto dell’umanità che era unico e irripetibile. Quando si prova dolore per qualcosa di inestimabile, ormai perduto per sempre e che non potrà mai più essere ritrovato, quel dolore mi fa ricordare l’ultimo lungo viaggio attraverso il deserto—quando noi due procedevamo a cavallo; e avanzavamo, noi due su due cammelli, attraverso la luce che scorreva…
Sete
Uno
Noi due, ciascuno su un cammello, continuiamo ad avanzare; sopra le nostre teste il sole arde, ovunque la luce scintilla e brucia; da una parte la solitudine, dall’altra il silenzio arso dal sole, e in mezzo procediamo noi due uomini, sui nostri due cammelli, dondolando secondo quel ritmo e quel movimento del cammino che fa venire sonno e fa dimenticare il giorno, il sole, l’aria calda e la lunga strada. Qua e là, sulle creste delle dune, ci sono ciuffi d’erba giallastra e, qui e là, cespugli di vite hamd nodosa, acciambellati sulla sabbia come enormi pitoni. I sensi sembrano essersi addormentati. Dondolo seduto sulla sella. Non avverto nulla, se non il rumore della sabbia che si sbriciola sotto le zampe del cammello e il raschiare del chiodo di legno che fissa la sella contro l’interno del ginocchio. Tengo il volto coperto con un lembo del turbante per proteggerlo dal sole e dal vento. Mi è sembrato di attraversare la mia stessa solitudine come se fosse un oggetto, una materia concreta, tangibile; sì, proprio attraverso di essa, diretto verso i pozzi di Tayma… verso quei pozzi profondi di Tayma che offrono acqua agli assetati… proprio attraverso il Nufud, verso Tayma. Udii una voce, ma non so se fosse una voce udita in sogno o quella del mio compagno:
—Stavi dicendo qualcosa, Zayd?
—Lo stavo dicendo —rispose il mio compagno—; ben pochi avrebbero l’audacia di attraversare il Nufud proprio in linea retta per vedere i pozzi di Tayma.
Io e Zayd eravamo andati a Qasr Asaymin, al confine tra il Najd e l’Iraq, su richiesta del re Ibn Saud. Da lì stavamo tornando noi due. Una volta terminato il mio lavoro, avevo molto tempo libero a disposizione. Decisi quindi di andare a vedere una volta quell’oasi remota e antica di Tayma, situata a circa duecento miglia a sud-ovest. Era la «Tema» dell’Antico Testamento, quella di cui Isaia aveva detto: «Gli abitanti di Tema portano acqua agli assetati». L’abbondanza d’acqua di Tayma e i suoi grandi pozzi non hanno eguali in tutta l’Arabia. Grazie a quest’acqua e ai suoi pozzi, prima dell’Islam Tayma era diventata un grande centro del commercio carovaniero e un luogo sacro dell’antica civiltà araba. Da molti anni desideravo vedere quel luogo. Così, invece di seguire le vie tortuose percorse dalle carovane del deserto, da Qasr Asaymin ci inoltrammo direttamente nel vasto Nufud. Tra gli altopiani dell’Arabia centrale e il deserto siriano si estende il Nufud, un enorme deserto di sabbia rossastra, vastissimo. In questa parte di quella terribile regione desolata non c’è traccia di piedi, non c’è alcuna strada. Il vento sembra essersi assunto il compito di impedire che il passo di un uomo o di un animale lasci segni durevoli su questa sabbia soffice, cedevole e friabile, e che qualsiasi punto di riferimento del terreno rimanga abbastanza a lungo da guidare il viaggiatore! Sotto l’urto del vento, i contorni delle dune cambiano continuamente; esse fluiscono lentamente, con un movimento così lieve da non essere percepito, assumendo forma dopo forma. Le montagne si trasformano in valli, e le valli assumono nuove forme, emettendo un sommesso fruscio. Perfino nella bocca dei cammelli quell’erba sapeva di cenere amara!
Ho attraversato questo deserto molte volte. Eppure non ho il coraggio di trovare da solo la strada attraverso di esso, senza l’aiuto di nessuno. Perciò sono immensamente felice di avere Zayd con me. Zayd è originario di questa regione del paese. Il suo clan si chiama Shammar; gli insediamenti della famiglia al-Shammar si trovano lungo i confini meridionale e orientale del Nufud. Quando le piogge stagionali trasformano all’improvviso le dune in fitti prati verdi, per alcuni mesi all’anno essi fanno pascolare i cammelli nel cuore del Nufud. Il legame di Zayd con l’umore mutevole del deserto è un legame di sangue; il cuore di Zayd pulsa insieme a esso.
Di tutte le persone che ho conosciuto finora, Zayd mi sembra la più bella. Ha la fronte ampia, il corpo esile, una statura media, una bella figura, una forza prodigiosa, una mascella ben formata e robusta; il suo volto stretto, color grano, ha un’espressione insieme severa e sensuale, e vi si legge quella solennità caratteristica degli abitanti dell’Arabia desertica: un atteggiamento raccolto e dignitoso, unito a un’intima dolcezza. È una felice fusione di sangue beduino e di vita cittadina del Najd; pur essendosi liberato dai difetti dell’esuberanza beduina, ha conservato intatta la certezza dei semplici istinti del beduino e, senza cadere vittima dell’artificiosità materialistica della gente di città, ne ha acquisito la saggezza pratica. Come la mia, anche la sua vita d’avventure è piena di avvenimenti ed emozioni. Durante la Grande guerra, il governo turco formò una forza irregolare di cavalieri cammellieri per condurre spedizioni nella penisola del Sinai; da ragazzo, Zayd fu uno dei suoi soldati. Inoltre combatté per difendere dagli attacchi di Ibn Saud i territori abitati dal suo clan, gli Shammar. Per qualche tempo fece anche il contrabbandiere d’armi nel Golfo Persico. In molte regioni del mondo arabo amò appassionatamente molte donne. Naturalmente, con ciascuna di loro si sposò legalmente, prima o poi, e in seguito divorziò da loro secondo la legge. In Egitto commerciò per qualche tempo in cavalli. In Iraq fu un soldato di ventura; infine, da quasi cinque anni, è mio compagno in Arabia. E ora, alla fine dell’estate del millenovecentotrentadue, noi due procediamo ancora una volta, come tante altre, seduti sui cammelli, vagando per sentieri solitari tra le dune; ci fermiamo presso alcuni pozzi dalle ampie piazze e, di notte, riposiamo sotto il cielo scintillante di stelle. Sulla sabbia rovente si ode il fruscio dei passi dei cammelli; talvolta, durante il cammino, Zayd intona con voce monotona una canzone, seguendo il ritmo dei passi dei cammelli. Di notte montiamo la tenda, prepariamo il caffè, cuciniamo il riso e talvolta cuociamo la carne degli animali selvatici che abbiamo cacciato. Quando di notte siamo distesi sulla sabbia, il vento ci accarezza con un tocco fresco. Il sole sorge sulle dune; il sole rossastro esplode con violenza e si frantuma come fuochi d’artificio, e talvolta, come oggi, ci capita di vedere la stupefacente manifestazione della vita tra le erbe, che all’improvviso hanno ricevuto acqua.
Ci siamo fermati per la ṣalāt di mezzogiorno e, prendendo dell’acqua da un otre, mi lavo le mani, il viso e i piedi. Alcune gocce d’acqua sono scivolate su un piccolo ciuffo d’erba secca ai miei piedi: un misero ciuffo d’erba, ingiallito dal calore crudele del sole, afflosciato e privo di vita sulla sabbia. Ma non appena alcune gocce gli sono cadute addosso, un fremito meraviglioso è passato tra le sue foglie arricciate; ho potuto vedere chiaramente come si dispiegavano davanti ai miei occhi. Ancora qualche goccia… Le piccole foglie si mossero, si accartocciarono e poi, lentamente, come rabbrividendo con timidezza, si raddrizzarono. Trattengo il respiro e verso ancora un po’ d’acqua sul ciuffo d’erba. L’erba cominciò a muoversi più rapidamente e con maggiore forza, come se una potenza invisibile la stesse scuotendo dal torpore della morte per risvegliarla. E le sue foglie—che spettacolo di gioia! Cominciarono a contrarsi e a distendersi come braccia di pesci, come se fosse sopraffatta da un’autentica, fugace esplosione di piacere dei sensi, in un’eccitazione timida ma indomabile. Ciò che poco prima era quasi morto ritrovò così la vita al proprio interno, apertamente, con vigore: una vita davanti alla quale la morte si arrende e la cui ricchezza è incomprensibile all’intelletto umano.
Nel deserto sentirete sempre la vita nella sua forma regale. Poiché mantenere in vita un essere vivente è tanto faticoso, tanto difficile, nel deserto la vita sembra essere sempre una benedizione, un tesoro, una meraviglia. E il deserto è sempre sorprendente per l’uomo. Anche dopo averlo conosciuto per molti anni, vi è continuamente spazio per lo stupore. Talvolta, quando sembra che il deserto, con tutta la sua durezza e il suo vuoto, si trovi davanti ai nostri occhi, esso pare risvegliarsi dal suo sogno e comincia a respirare; e là dove ieri non c’erano altro che sabbia e frammenti di roccia, vediamo all’improvviso spuntare una tenera erba verde pallida. Il respiro del deserto ricomincia a soffiare, e uno stormo di piccoli uccelli prende a volare nell’aria, facendo frusciare le ali. Da dove sono venuti, e dove andranno questi uccelli color smeraldo, dal corpo esile e dalle lunghe ali? Oppure, forse, uno stormo di locuste si leva improvvisamente verso il cielo con impeto e con un ronzio assordante: grigie e affamate, feroci e interminabili come un esercito di guerrieri…
La manifestazione della vita nella sua forma regale: proprio perché nel deserto la vita è rara, la sua forma regale è sempre meravigliosa, sempre sorprendente; e proprio qui è racchiuso tutto l’innominato profumo dell’Arabia, di deserti sabbiosi come questo e di tanti altri paesaggi mutevoli!
Talvolta sul cammino si stende un terreno lavico, nero e accidentato; talvolta dune di sabbia senza fine. Un «wadi», o valle coperta di arbusti spinosi, si trova tra due montagne rocciose, e di tanto in tanto un coniglio, spaventato e colto di sorpresa, balza fuori dai cespugli e attraversa la nostra strada da un lato all’altro. A volte troviamo sabbia friabile segnata dalle orme dei cervi e due o tre pietre annerite dal fuoco, sulle quali, moltissimo tempo fa, in un giorno ormai dimenticato, viandanti scomparsi da tempo nel grembo dell’oblio avevano cucinato il loro pasto. Talvolta scorgiamo un villaggio immerso nell’ombra di un palmeto; sopra il pozzo girano ruote di legno, producendo una sorta di musica… e i viandanti ascoltano quella musica incessante. A volte troviamo un pozzo nel mezzo di una valle desertica, attorno al quale i pastori beduini si affollano per far bere le loro pecore e i loro cammelli assetati. Sollevano l’acqua da grandi otri di pelle cantando in coro e, non appena la versano con uno scroscio nei recipienti di cuoio, l’eccitazione degli animali raggiunge il culmine. Vi è poi la solitudine della steppa sopraffatta dal sole implacabile; qua e là, l’erba giallastra e gli arbusti fitti di foglie, che stendono rami simili a serpenti e strisciano sul terreno, trasformano alcuni luoghi in pascoli accoglienti per i cammelli. Forse un solitario albero di acacia sta là, con i rami distesi contro il cielo blu d’acciaio. Tra cumuli di terra e pietre, volgendo lo sguardo a destra e a sinistra, esce una lucertola dorata, poi svanisce di nuovo come un’ombra, come qualcosa di spettrale. La gente crede che questa lucertola dorata non beva mai acqua. Nelle depressioni, nei luoghi bassi, stanno le tende nere, nere, di pelo tessuto! Verso sera, forse, un gregge di pecore viene ricondotto verso casa, mentre i pastori cavalcano sul dorso nudo dei giovani cammelli. Quando chiamano i loro animali, il silenzio del deserto sembra sorseggiare e succhiare le loro voci; senza suscitare alcun’eco, quelle voci si perdono in quel silenzio.
Talvolta, sul lontano orizzonte, si vedono ombre lievemente luminose—sono forse nuvole? Fluttuano basse. Il loro colore e la loro posizione cambiano continuamente. In questo momento possono sembrare montagne grigio-ramate—naturalmente, un poco al di sopra dell’orizzonte vuoto—e un attimo dopo assumono, agli occhi del mondo intero, l’aspetto di un viale ombroso di cedri rocciosi—ma sospeso nel vuoto. Poi, quando scendono lentamente e si trasformano in laghi e fiumi scorrenti, e sulle loro acque invitanti tremolano i riflessi di montagne e alberi, all’improvviso riconoscete che cosa sono! Sono il miraggio dei jinn, quella fata morgana che ha più volte suscitato false speranze nel cuore dei viandanti e, così facendo, li ha condotti alla rovina; e allora, involontariamente, la mano del viandante si protende verso l’otre appeso alla sella del jinn…
Alcune notti sono invece piene di pericoli di tutt’altra natura. Tra le diverse tribù vi sono allora tensione e fervore di guerra; il viandante monta la tenda, ma non accende il fuoco, perché nessuno possa scorgerlo da lontano. Rimangono svegli per ore e ore, con il fucile stretto tra le ginocchia. E poi vi sono quei giorni di pace, quando, dopo aver percorso un lungo cammino solitario, il viandante incontra una carovana e, al calare della sera, ascolta attentamente le parole degli uomini seri e bruciati dal sole, seduti attorno al fuoco della tenda. Parlano della vita e della morte, della fame e della sazietà, dell’orgoglio, dell’amore e dell’odio, della lussuria del corpo e della sua soddisfazione, della guerra e delle cose semplici e grandi dei palmeti presso le lontane case dei villaggi; e non li sentirete mai chiacchierare a vuoto, perché nel deserto nessuno può parlare a vuoto…
Sentirete il richiamo della vita nei giorni di sete, quando la lingua, secca come un pezzo di legno, rimane attaccata al palato e dall’orizzonte non giunge alcun messaggio di salvezza; al suo posto arriva il bruciante «saimum del deserto» e la tempesta di sabbia vorticosa. In altri giorni ancora, forse sarete ospiti in una tenda beduina; gli uomini vi porteranno recipienti colmi di latte, latte di cammella ben nutrito all’inizio della primavera, quando, dopo le piogge scroscianti, la steppa e le dune diventano verdi come giardini e le cosce degli animali si fanno tonde e pesanti. Da un lato della tenda sentirete le donne cucinare per voi, in vostro onore, carne di pecora sul fuoco acceso e ridere rumorosamente.
Il sole, simile a un metallo vermiglio, scompare dietro le montagne. Qui il cielo notturno, scintillante di stelle, è più alto che in qualunque altro luogo della terra, e sotto quelle stelle il vostro sonno è profondo e senza sogni; le mattine sono di un grigio pallido e dolcemente fredde, mentre nelle fredde notti d’inverno un vento che fa tremare le ossa sferza il fuoco della tenda, attorno al quale voi e i vostri compagni state stretti gli uni agli altri per raccogliere un po’ di calore. E le giornate estive sono infuocate: seduti sul dorso del vostro cammello che procede ondeggiando, camminate per ore e ore, come se il viaggio dovesse durare in eterno; molto al di sopra della vostra testa, un uccello rapace gira in cerchio, volteggiando, per proteggere il vostro volto dal vento rovente…
Due
Il pomeriggio scivola lentamente via, portando con sé le sue dune, il suo silenzio e la sua solitudine. Dopo un po’, un gruppo di beduini rompe l’isolamento. Sono quattro o cinque uomini e due donne. Tutti cavalcano cammelli. Sul dorso di un animale da soma sono caricati la loro tenda nera ripiegata, le stoviglie e tutto il resto dell’attrezzatura della vita beduina. Due bambini siedono sopra un mucchio di suppellettili. Il gruppo attraversava il nostro cammino. Quando ci furono vicinissimi, tirarono le redini dei loro animali e dissero:
—«As-salāmu ʿalaykum — la pace sia su di voi». Noi rispondiamo: «E su di voi sia la pace, e su di voi sia la Sua benedizione».
—«Dove siete diretti, viandanti?»
—«Inshallah, a Tayma.»
—«Da dove venite?»
—«Da Qasr — da Asaymin», rispondo. Poi cala il silenzio. Tra loro c’è un uomo anziano, magro, dal volto affilato e tagliente e dalla barba nera e appuntita. Che sia il loro capo non lascia dubbi. Il suo sguardo si fece ancora più affilato e penetrante quando, dopo essersi posato su Zayed, venne a fissarsi con sospetto su di me: uno straniero dalla pelle chiara. In questo deserto arido e senza strade ero comparso all’improvviso dal nulla, inatteso; venivo dalla parte dell’Iraq occupato dagli inglesi. Forse ero un… (La mano dell’uomo dal volto affilato sembrava muoversi stordita sul pomo anteriore della sella. Intanto i suoi compagni si erano allontanati, disponendosi tutt’intorno a noi e aspettando. In quanto capo del gruppo, sarebbe stato lui a parlare. Dopo alcuni istanti, sembrò non riuscire più a sopportare quel silenzio e mi chiese:
—«Di quale tribù araba sei?» —cioè voleva sapere di quale popolo o regione fossi. Ma prima ancora che potessi rispondere, riconoscendomi all’improvviso, il suo volto si illuminò di un sorriso.
—«Oh, ora ti riconosco. Ti ho visto con Abd al-Aziz. Ma è stato tanto tempo fa —ben quattro anni fa, non è così?»
Mi tende la mano, colma di amicizia. Poi parla del tempo in cui abitavo nella cittadella reale di Riyadh e lui era venuto con un gruppo di capi della stirpe degli Shammar, per rendere omaggio alla tribù di Ibn Saud. I beduini chiamano sempre Ibn Saud con il suo nome proprio, «Abd al-Aziz». Non aggiungono alcun titolo onorifico ufficiale al suo nome, perché i beduini sono uomini liberi. Per loro il re è semplicemente un uomo —certamente degno di rispetto, ma non più di quanto un uomo meriti. Così, per un po’, riportiamo in vita con la memoria quei giorni ormai lontani, parlando ora di una cosa, ora di un’altra. Racconta una storia su Riyadh e io ne racconto un’altra: quella Riyadh dentro e intorno alla quale, ogni giorno, migliaia di ospiti vivono a spese del re e, quando partono, ricevono ricompense —secondo l’onore dovuto a ciascuno— che vanno da una manciata di monete d’argento o da un’abaya a borse colme di monete d’oro, cavalli o cammelli, che il re dona spesso ai capi.
Ma la generosità del re è molto più grande nel cuore che nel denaro. Forse è soprattutto per il calore della sua sensibilità che tutti intorno a lui lo amano, e anch’io lo amo.
Durante gli anni che ho trascorso in Arabia, l’amicizia di Ibn Saud si è sempre diffusa sulla mia vita come il chiarore di una luce calda. Mi chiama suo amico, benché lui sia un re e io soltanto un giornalista. Non lo amo semplicemente perché, negli anni trascorsi nel suo regno, ho ricevuto in abbondanza la sua amicizia. Egli distribuisce la sua amicizia a molte persone. Lo chiamo mio amico perché, come apre la sua borsa a molti, così talvolta apre a me il suo cuore. Mi piace chiamarlo mio amico perché, nonostante tutti i suoi difetti —e chi mai ne è privo?— è un uomo straordinariamente nobile; non proprio «buono», perché la bontà, talvolta, può ridursi a una qualità a buon mercato. Come, davanti a una vecchia spada di Damasco, si dice con ammirazione stupefatta: sì, questa è davvero un’arma «eccellente», perché possiede tutto ciò che si può desiderare in un’arma del genere, così io considero Ibn Saud un uomo nobile. È raccolto in se stesso e segue sempre la propria strada; e se spesso commette errori nelle sue azioni e nelle sue imprese, è perché non vuole mai essere altro da ciò che è.
Il mio primo incontro con il re Abd al-Aziz avvenne alla Mecca, all’inizio del 1927, pochi mesi dopo la mia conversione all’Islam.
La morte improvvisa di mia moglie —che era stata la mia compagna nel mio primo pellegrinaggio alla Mecca— mi aveva recentemente reso triste; ero diventato asociale. Cercavo con tutte le mie forze di liberarmi dall’oscurità, dalla più estrema disperazione. Trascorrevo la maggior parte del tempo nella mia stanza. In quel periodo avevo rapporti soltanto con pochissime persone ed evitavo da alcune settimane persino le consuete visite di cortesia al re. Poi, un giorno, recandomi a incontrare uno degli ospiti stranieri del re Ibn Saud —il pellegrino indonesiano Haji Agus Salim— venni a sapere che, per ordine del re, il mio nome era stato incluso nell’elenco dei suoi ospiti. Mi sembra che avesse compreso la ragione del mio silenzio e lo avesse accettato con discreta benevolenza. Così, come ospite —un ospite che fino a quel momento non aveva avuto neppure una volta la fortuna di vedere il volto del suo anfitrione— arrivai in una bella casa all’estremità meridionale della Mecca, vicino a uno stretto valico roccioso. Attraverso quel valico passava la strada diretta verso lo Yemen. Dal cortile potevo vedere una vasta parte della città: i minareti della moschea al-Kubra, file di migliaia di case dai tetti di mattoni colorati e le inanimate montagne del deserto, sopra le quali si stendeva il cielo a cupola, un cielo ardente come metallo liquido.
Tuttavia, forse avrei continuato a rimandare il mio incontro con il re se, nel portico della moschea al-Kubra, in una biblioteca, non mi fossi imbattuto per caso nel suo secondogenito, l’emiro Faisal. Era piacevole stare seduti in quella lunga e stretta stanza, circondati da antichi libri e manoscritti arabi, persiani e turchi; la quiete e l’oscurità della stanza mi colmavano di una pace straordinaria. Naturalmente, un giorno quella consueta quiete fu spezzata dall’ingresso rumoroso di un gruppo di persone. In testa al gruppo venivano le guardie del corpo armate. L’emiro Faisal attraversava la biblioteca diretto alla Kaaba, accompagnato dal suo seguito. Era alto e magro, e molto più dignitoso di quanto lasciassero intendere la sua giovane età e il volto privo di barba. Sebbene fosse ancora giovane, suo padre, subito dopo la conquista dell’Hijaz, avvenuta due anni prima, gli aveva affidato l’incarico gravoso di rappresentare il re nell’Hijaz (nel Najd il rappresentante del re era il fratello maggiore di Faisal, il principe Saud; sebbene il re stesso trascorresse metà dell’anno alla Mecca, capitale dell’Hijaz, e il resto del tempo a Riyadh, capitale del Najd).
Il direttore della biblioteca era un giovane studioso della Mecca. Da qualche tempo ero suo amico. Fu lui a presentarmi al principe.
Faisal mi strinse la mano e, quando chinai il capo verso di lui, mi spinse delicatamente all’indietro la testa con la punta delle dita; il suo volto risplendette di un amichevole sorriso.
Disse: «Noi, gente del Najd, non crediamo che un uomo debba inchinarsi davanti a un altro uomo! Deve inchinarsi soltanto davanti ad Allah, per compiere la salat.
Il principe mi parve gentile, sognatore e alquanto serio e timido. Questa mia impressione su di lui si radicò ancora più profondamente negli ultimi anni della nostra conoscenza. La nobiltà dei suoi modi non era artificiosa: sembrava scaturire dal suo intimo e irradiarsi tutt’intorno. Quel giorno, mentre noi due conversavamo, fui improvvisamente preso da un intenso desiderio di incontrare il padre di quel figlio.
«Il re sarà lieto di vedervi», disse l’emiro Faisal; «perché lo evitate?»
Il giorno seguente il segretario dell’emiro mi condusse in automobile al palazzo del re. Passavamo per la strada del mercato di al-Ma’ala, procedendo lentamente tra la folla e il frastuono dei cammelli, dei beduini e dei banditori. I banditori vendevano ogni genere di oggetti utili ai beduini: selle per cammelli, abaya, tappeti, spade con ornamenti d’argento, tende e caffettiere di ottone. Superata quella zona, sbucammo su una strada più ampia, silenziosa e aperta, e alla fine giungemmo all’immenso palazzo dove risiedeva il re. Lo spazio aperto davanti al palazzo brulicava di cammelli bardati e di alcuni uomini armati. Entrammo in una stanza ad archi, il cui pavimento era coperto da tappeti economici; lungo le pareti correva un lungo divano ricoperto di stoffa color kaki e, attraverso le aperture delle finestre, si scorgevano foglie verdi: era l’inizio di un giardino che veniva coltivato con immensa fatica sul suolo della Mecca.
Arrivò un servo nero e annunciò: «Il re vi ha invitato.»
Entrai in una stanza simile a quella da cui ero appena uscito. La differenza era che questa stanza era più piccola e luminosa, ma un suo lato era completamente aperto verso il giardino. Il pavimento era coperto da costosi tappeti persiani; il re era seduto sul divano, con le gambe accavallate, presso una finestra traforata aperta verso il giardino. Ai suoi piedi, sul pavimento, sedeva il segretario, che prendeva sotto dettatura. Quando entrai, il re si alzò, poi tese entrambe le mani e disse: «Ahlan wa sahlan» — «Questa è casa vostra, mettetevi a vostro agio.»
Questo saluto significa: «Ora siete entrato nella vostra stessa famiglia; possiate dunque deporre il vostro seggio in un luogo confortevole»: questa forma di esprimere il benvenuto è la più antica e la più bella delle usanze arabe.
Per un momento guardai con stupore l’enorme statura del re Ibn Saud. Quando — ormai avevo familiarità con i costumi del Najd — gli baciai delicatamente la punta del naso e la fronte, dovetti reggermi sulla punta dei piedi, nonostante fossi alto un metro e ottanta, mentre il re dovette chinare il capo e piegarsi verso di me. Poi, dopo aver rivolto al suo segretario uno sguardo come per giustificarsi, si sedette nel diwan e mi fece sedere accanto a sé:
—Un minuto, sto per finire la lettera.
Mentre continuava tranquillamente a dettare, aveva anche cominciato a conversare con me; eppure non confuse neppure una volta le due cose. Dopo alcune frasi formali, gli consegnai una lettera di presentazione. La lesse — vale a dire che continuò a svolgere contemporaneamente tre compiti — e poi, senza interrompere il dettato né smettere di informarsi sulle mie condizioni, ordinò che fosse portato il caffè.
Nel frattempo ebbi l’occasione di osservarlo più da vicino. Il suo corpo era così ben proporzionato e la disposizione delle membra così armoniosa che la sua enorme statura — doveva essere alto almeno due metri — si notava soltanto quando era in piedi. Il suo volto, incorniciato dal tradizionale kufiyya a scacchi blu e bianchi e sormontato dall’igāl ornato d’oro, aveva un’espressione di intensa virilità. Secondo la moda del Najd, portava barba e baffi corti e ben spuntati. Aveva la fronte ampia e il naso forte e prominente, simile al becco di un’aquila; il suo volto pieno, pur non essendo delicato, talvolta appariva del tutto femmineo per una certa timidezza sensuale. Quando parlava, il suo volto prendeva vita grazie all’insolita mobilità dei muscoli facciali; ma quando taceva, il suo viso sembrava stranamente malinconico, come se fosse rientrato nella solitudine del proprio animo. La posizione profonda dei suoi occhi poteva essere in parte responsabile di ciò. La vista offuscata dell’occhio sinistro aveva in qualche misura deturpato la perfetta bellezza del suo volto! Sull’occhio del re si vedeva come un velo. In seguito venni a conoscere la storia di quella sofferenza, sebbene la maggior parte della gente, parlando senza saperne nulla, dicesse che l’occhio sinistro del re era diventato così spontaneamente; in realtà, però, l’accaduto era avvenuto in circostanze dolorose.
Alcuni anni prima, una delle sue mogli, istigata dalla famiglia del suo rivale Ibn al-Rashid e con l’evidente intento di uccidere il re, aveva versato del veleno in un bruciaprofumi. Bruciaprofumi di questo tipo, fatti di ottone, vengono usati nel Najd durante le riunioni ufficiali. Secondo l’usanza, prima di porre il bruciaprofumi davanti agli ospiti del re, lo si porge innanzitutto a lui. Dopo averne annusato il profumo per la prima volta, Ibn Saud si accorse immediatamente che emanava un odore alquanto strano e lo scagliò sul pavimento. La sua prontezza gli salvò la vita, ma prima che ciò accadesse il suo occhio sinistro era rimasto ferito e in parte accecato. Nella sua situazione molti sovrani avrebbero certamente cercato vendetta; Ibn Saud, invece, perdonò la donna traditrice senza vendicarsi di lei, perché era fermamente convinto che avesse agito sotto l’inevitabile influenza della propria famiglia, dato che la famiglia di lei era imparentata con quella dei Rashid. Si limitò a ripudiarla, poi la mandò a Hā’il, nella sua casa natale, con molto oro, argento e doni.
Dopo quel primo incontro, il re cominciò a mandarmi a chiamare quasi ogni giorno. Una mattina andai da lui con un desiderio. Non speravo molto che venisse esaudito, perché avevo chiesto il permesso di viaggiare all’interno del Paese, mentre il re non concede agli stranieri comuni il permesso di visitare il Najd. Comunque, mentre stavo per avanzare la mia proposta, il re mi lanciò improvvisamente uno sguardo breve ma penetrante; fu uno sguardo che sembrò penetrare fin nel cuore dei miei pensieri inespressi. Il re sorrise, poi disse: «O Muhammad, non verrai con me nel Najd e non resterai per qualche mese a Riyad?»
Rimasi completamente sbalordito, e mi parve che anche gli altri presenti si trovassero esattamente nella mia stessa condizione. Un invito così spontaneo rivolto a uno straniero era un fatto quasi inaudito.
Continuò dicendo: «Vorrei che il mese prossimo viaggiaste con me in automobile.
Presi un profondo respiro e poi dissi: «O Imam, che Allah Le conceda lunga vita. Ma quale vantaggio avrei dal viaggiare in automobile? Che profitto ne trarrei correndo da Mecca a Riyadh in cinque o sei giorni, se non potessi vedere nulla del Suo paese… se non il deserto, qualche duna e, qua e là, all’orizzonte, alcune persone, persone simili a ombre? Che Allah Le conceda lunga vita: per me, un cammello sarebbe molto più utile di tutte le Sue automobili!»
Ibn Saud rise: «Dunque hai voglia di guardare negli occhi i miei badù? Ti avverto fin d’ora: sono molto arretrati. E il mio Najd è un deserto, privo di qualsiasi attrattiva; durante questo viaggio la sella del cammello ti sembrerà dura e il cibo sarà scarso; non troverai altro che riso, datteri e, di tanto in tanto, carne. Ma comunque sia, se desideri viaggiare a dorso di cammello, così sarà; e alla fine può anche darsi che, dopo aver conosciuto il mio popolo, non te ne pentirai: sono poveri, non sanno nulla, non sono nulla, ma i loro cuori sono colmi di semplice fede.»
E poche settimane dopo partii per Riyadh seguendo un percorso tortuoso; per il viaggio il re mi diede un cammello, provviste, una tenda e un hadī, cioè una guida. Impiegai più di due mesi per raggiungere Riyadh. Questo fu il mio primo viaggio nell’interno dell’Arabia, il primo dei miei numerosi viaggi. Perché quei pochi mesi di cui aveva parlato il re finirono per trasformarsi in alcuni anni; e come facilmente divennero anni: anni durante i quali viaggiai non solo a Riyadh, ma in quasi ogni regione dell’Arabia, e ormai la sella del cammello non mi sembra più dura!
«Che Allah conceda lunga vita ad Abdul Aziz», disse l’uomo dal volto affilato; «egli ama i badù e i badù amano lui!» E perché mai non avrebbero dovuto amarlo?, mi chiesi. Il re è generoso con i beduini del Najd, e questa sua benevolenza è una caratteristica permanente del suo governo. Forse non una caratteristica molto lodevole, perché i doni in denaro che il re distribuisce regolarmente ai capi delle varie tribù e ai loro seguaci li hanno resi così dipendenti dalle ricompense del re da far loro perdere il desiderio di migliorare con i propri sforzi le condizioni della propria vita; e a poco a poco sono diventati consumatori di elemosine, ignoranti e felici di rimanere oziosi.
Per tutta la conversazione con l’uomo dal volto affilato notai che Zayd sembrava diventare alquanto impaziente. Mentre parlava con uno di loro, continuava a lanciarmi occhiate, come se volesse ricordarmi con quello sguardo che avevamo ancora davanti un lungo cammino e che il rimestare vecchi ricordi e pensieri del passato non faceva andare più veloci i cammelli. Ci congedammo. I beduini Shammar ripresero a guidare i cammelli verso est e poco dopo scomparvero dietro le dune. Dal punto in cui eravamo fermi udimmo uno di loro intonare una melodia nomade: una canzone che si canta per far aumentare l’andatura del cammello e per allontanare la monotonia del viaggio a dorso di cammello. Quando Zayd e io riprendemmo la nostra rotta verso ovest, diretti alla lontana Tayma, quella melodia svanì lentamente alle nostre spalle e il silenzio tornò a regnare.
Tre
—«Guardate, guardate», la voce di Zayd ruppe il silenzio, «un coniglio!»
Guardo il ciuffo di pelo grigio che è appena balzato fuori da un cespuglio, e Zayed scivola giù dalla sella, staccando il bastone di legno che pende dalla parte anteriore della sella. Si lancia all’inseguimento del coniglio e, proprio quando sta per scagliarlo, il suo piede rimane impigliato nella radice di un «hamde»: inciampa e cade a faccia in giù, mentre il coniglio scompare dalla vista.
«Abbiamo perso proprio un ottimo pasto», dico sorridendo a Zayed. Zayed si rimette in ordine e si rialza, guardando con rammarico il bastone che ha in mano.
«Ma non rattristarti per questo, Zayed: evidentemente il coniglio non era nel nostro destino…»
«No, non era nel nostro destino», risponde con aria distratta. Poi mi accorgo che anche lui cammina zoppicando un po’.
«Ti sei fatto male, Zayed?»
«Oh, niente. Mi sono solo slogato la caviglia. Passerà tra poco.»
Ma in realtà non guarì. Dopo aver proseguito ancora per circa un’ora seduto in sella, noto del sudore sul volto di Zayed e, quando guardo una volta verso il suo piede, vedo che la caviglia è completamente slogata e si è anche gonfiata terribilmente.
«Non ha senso continuare così, Zayed; vieni, oggi piantiamo qui la tenda. Con una notte di riposo starai meglio.»
Zayd si agita nel dolore per tutta la notte. Si alza molto prima dell’alba, e la sua improvvisa agitazione mi sveglia dal mio sonno inquieto.
«Vedo soltanto un cammello», dice; poi, guardandoci intorno, scopriamo che uno dei due animali — proprio il cammello di Zayd — è scomparso. Zayd vuole partire sul mio cammello alla ricerca del suo, ma a causa della ferita alla gamba gli è difficile persino stare in piedi; camminare, salire sul cammello o scenderne è fuori questione.
«Tu piuttosto riposati, Zayd; andrò io al posto tuo. Non mi sarà difficile tornare seguendo la stessa strada che prenderò.»
E all’alba parto sul mio cammello, seguendo le impronte del cammello scomparso; le tracce si snodano attraverso la valle sabbiosa, poi scompaiono dietro una duna.
Cammino per un’ora, poi per un’altra, e ancora per un’altra; ma le tracce dell’animale scomparso si perdono molto lontano quando scendo dal cammello per qualche momento e mangio alcuni datteri e bevo dell’acqua dall’otre legato al cammello. Il sole è alto. Eppure, chissà perché, il suo splendore accecante non c’è più. Cosa insolita in questa stagione, nuvole color ocra galleggiano immobili sotto il cielo; un’aria straordinariamente densa e pesante grava sul deserto, rendendo i contorni delle dune molto più sfumati del solito.
Un movimento singolare sulla cima di un’alta collina di sabbia davanti a me attira la mia attenzione: è un animale? Forse il cammello scomparso! Ma osservando più attentamente, mi accorgo che il movimento non è sulla cima, bensì dentro la cima stessa. La cima comincia a muoversi molto lentamente, senza fermarsi, avanzando con lievi onde indistinte e increspate; poi sembra rotolare lungo il pendio verso di me, come la cresta di un’onda che rotola lentamente. Da oltre la duna, un intenso colore cremisi si insinua verso il cielo. Sotto quel rosso, le linee delle dune perdono la loro nitidezza e diventano indistinte, come se all’improvviso fosse calato un sipario nel mezzo; un pallido chiarore rossastro si diffonde rapidamente sul deserto. Nuvole di sabbia cominciano a vorticare davanti al mio viso e tutt’intorno a me, e all’improvviso il vento colpisce con violenza, squarciando e lacerando la valle, mentre da ogni direzione comincia a levarsi un fragore. Proprio come la prima cima, tutte le cime delle colline sabbiose nel mio campo visivo cominciano a sgretolarsi e a rotolare giù, granello dopo granello. Nel giro di pochi minuti il cielo assume un colore ruggine profondo e l’aria si riempie di granelli di sabbia vorticanti, che, come una densa nebbia rossastra, nascondono sia il sole sia il giorno. Non c’è alcun dubbio: è una tempesta di sabbia!
Il cammello, rannicchiato a terra, tenta terrorizzato di rialzarsi. Nel frattempo il vento si è trasformato in una tempesta. Cerco di mantenermi in equilibrio nel vento, lego una corda intorno al collo del cammello e lo costringo a sedersi; gli lego con la corda entrambe le zampe anteriori e, per maggiore sicurezza, anche una delle posteriori. Poi mi stendo a terra e tiro la ‘abaya’ sopra la testa. Per non soffocare nella sabbia sollevata dal vento, premo il viso contro l’ascella del cammello. Mi accorgo che anche l’animale, senza dubbio, ha premuto il muso contro la mia spalla; perciò sento che, dal lato in cui il corpo del cammello non mi offre riparo, la sabbia si accumula sopra di me. Per non rimanere completamente sepolto sotto la sabbia, sono costretto a cambiare posizione di tanto in tanto.
La mia preoccupazione non è infondata, perché non è la prima volta che mi sorprende una tempesta di sabbia nel deserto. Mi copro ben stretto con la mia ‘abaya’ e rimango disteso a terra.
Aspetto che la tempesta si plachi. Non ho nulla da fare, se non ascoltare il ruggito del vento e il fruscio dei miei abiti, simile al fruscio di una vela lasciata libera dalle corde, o al rumore di una bandiera nel vento, o ancora al fruscio delle bandiere tribali fissate in cima ai lunghi bastoni portati dai beduini in marcia, proprio come le bandiere avevano danzato e sventolato quasi cinque anni prima sopra i cavalieri beduini del Najd: erano diverse migliaia, e io ero tra loro. Tornavamo dall’Arafat alla Mecca dopo aver compiuto il pellegrinaggio! Era il mio secondo pellegrinaggio. Dopo aver trascorso un anno nell’interno della penisola arabica, ero riuscito a tornare alla Mecca appena in tempo per unirmi, nella pianura dell’Arafat a est della Città Santa, alla folla dei pellegrini radunata per il pellegrinaggio; ero insieme a una grande moltitudine di beduini del Najd vestiti di bianco. E sulla via del ritorno dall’Arafat vedevo migliaia di cammelli avanzare attraverso la pianura polverosa a passo serrato e rapido, guidati da una grande folla di beduini del Najd vestiti di bianco: un mare di uomini in bianco, alcuni in sella a cammelli gialli color miele; migliaia di cammelli avanzavano danzando con un movimento esaltato, assordante e capace di scuotere la terra, come un’onda irresistibile che si precipitasse in avanti. Le bandiere tribali ruggivano nel vento, e da ogni gruppo si levavano, come ondate di entusiasmo, le grida tribali con cui proclamavano le gesta eroiche delle loro varie tribù e dei loro antenati. In realtà, per gli abitanti del Najd, cioè per gli abitanti degli altopiani dell’Arabia centrale, la guerra e il pellegrinaggio scaturiscono dalla stessa fonte… E gli innumerevoli pellegrini provenienti da altri paesi — dall’Egitto, dal subcontinente indiano, dal Nord Africa e da Giava — non essendo abituati a una simile ebbrezza, si dispersero terrorizzati davanti a noi in ogni direzione, perché chiunque si trovi vicino al percorso di quell’esercito ruggente sa che non può sopravvivere, proprio come è certa la morte per qualunque cavaliere che scivoli giù dal dorso del proprio cammello in mezzo alle migliaia di cammelli lanciati al galoppo.
Per quanto folle fosse stata quella corsa sul dorso dei cammelli, quel giorno avevo partecipato anch’io a quella follia; nel mio cuore c’era una gioia selvaggia, un ronzio e un sibilo, e mi ero abbandonato a quel momento particolare, alla velocità e al fragore. Il vento che mi correva sul volto sembrava cantare: «Non sarai mai più uno straniero: tra la mia gente non sarai mai più considerato un estraneo».
Mentre giacevamo sulla sabbia sotto l’abaya che sventolava, sentivo un’eco levarsi persino dal ruggito della tempesta di sabbia: «Non sarai mai più uno straniero».
Non sono uno straniero. L’Arabia è diventata la mia patria. Il mio passato occidentale sembra un sogno visto molto tempo fa: non è così irreale da poterlo dimenticare, né così reale da poter diventare parte del mio presente. Non è che io sia diventato un sognatore ozioso; piuttosto, ogni volta che rimango per alcuni mesi in una città — come a Medina, dove sono rimasti una moglie araba e un figlioletto, oltre a una biblioteca piena di libri sulla storia antica dell’Islam — divento inquieto e mi sento attratto dall’azione e dal movimento, dalla vita selvaggia e vigorosa del deserto, dall’odore dei cammelli e dal contatto delle selle dei cammelli. La cosa sorprendente è che, per la maggior parte della mia vita — ora ho poco più di trentadue anni — l’impulso a vagare, che mi ha reso tanto inquieto e mi ha spinto ripetutamente ad affrontare ogni sorta di rischio e pericolo, non nasce tanto dalla passione per l’avventura quanto dal desiderio di trovare per me un luogo di pace nel mondo, di raggiungere un punto in cui tutto ciò che penso, sento e desidero possa accordarsi con esso. E, se ho compreso bene, in questi anni è stato proprio questo desiderio di una scoperta interiore a spingermi lontano da tutto ciò che la mia nascita europea e l’educazione ricevuta in un ambiente europeo sembravano avermi destinato, verso un mondo nuovo, completamente diverso sia nel pensiero sia nell’aspetto esteriore.
Quando la tempesta cessò del tutto, uscii scrollandomi di dosso i cumuli di sabbia che si erano ammassati intorno a me. Anche il mio cammello era mezzo sepolto nella sabbia, ma per lui non era stata un’esperienza poi così terribile, perché nella sua vita ne aveva certamente vissute molte altre dello stesso genere. A prima vista mi parve che, oltre ad avermi riempito di sabbia il volto, le orecchie e il naso e ad aver strappato la pelle di pecora dalla mia sella, la tempesta non ci avesse arrecato molto danno. Ma ben presto mi accorsi del mio errore.
Il profilo di tutte le dune intorno a me era completamente cambiato. La tempesta aveva cancellato le orme del cammello smarrito e le mie. Mi trovavo su un terreno del tutto nuovo. Ora non restava altro da fare che tornare alla tenda, o almeno tentare di tornarvi; avevo come unico aiuto il sole e una vaga idea della direzione, una sorta di sentimento quasi istintivo che possiede ogni persona abituata a viaggiare nel deserto. Ma in questo caso neppure questi due aiuti erano del tutto affidabili, perché a causa delle dune non si può procedere in linea retta, né avanzare nella direzione che si desidera seguire.
La tempesta mi aveva lasciato terribilmente assetato, ma, confidando che non sarei rimasto lontano dalla tenda per più di qualche ora, avevo già bevuto l’ultimo sorso d’acqua dalla mia piccola borraccia. In ogni caso, ero certo di non essermi allontanato molto dalla tenda e il mio cammello, benché non avesse bevuto da quando ci eravamo fermati per l’ultima volta presso il pozzo, due giorni prima, era un viaggiatore esperto e non c’era dubbio che avrebbe potuto portarmi alla tenda. Volsi il muso del cammello nella direzione in cui mi pareva si trovasse la tenda e partii a passo rapido.
Passò un’ora, poi un’altra, poi un’altra ancora, ma non c’era traccia né di Zayd né del luogo in cui si trovava la nostra tenda. Nessuna delle montagne color arancio aveva più un aspetto riconoscibile. Anche se non ci fosse stata la tempesta, sarebbe stato davvero difficile individuare qualcosa di familiare tra quelle montagne.
Verso la fine del pomeriggio arrivai presso alcune rocce granitiche che spuntavano dalla sabbia; in mezzo a queste distese sabbiose è raro incontrare rocce simili. Le riconobbi appena le vidi. Io e Zayed vi eravamo passati accanto proprio ieri pomeriggio, non molto prima di piantare la tenda per la notte. Tirai un gran sospiro di sollievo, perché non c’era dubbio che mi fossi allontanato dal luogo in cui speravo di trovare Zayed; mi sarebbe bastato proseguire diritto verso sud-ovest, come il giorno prima, e non avrei dovuto faticare molto per raggiungerlo.
Ricordo che tra queste rocce e la nostra tenda notturna c’erano tre ore di cammino; ma ora, dopo aver condotto il cammello per altre tre ore senza trovare alcuna traccia né della tenda né di Zayed, mi chiedo: l’ho forse perduto di nuovo? Continuo ad avanzare, continuo ad avanzare, sempre verso sud-ovest, osservando attentamente il percorso del sole nel cielo. Quando scese la notte, decisi che proseguire non aveva più alcun senso. Era meglio riposarsi un po’ e aspettare la luce dell’alba! Scesi dal cammello, lo legai e cercai di masticare alcuni datteri; ma, a dire il vero, avevo una sete tremenda, così posai i datteri davanti al cammello, appoggiai la testa sul suo corpo e mi sdraiai.
Di tanto in tanto mi prende la sonnolenza: non è proprio sonno, non è proprio sonno, non è proprio veglia, ma una successione di stati onirici, generati dalla stanchezza. Quella sonnolenza si interrompe continuamente per la sete, che diventa sempre più terribilmente dolorosa. Inoltre, in qualche angolo della regione più profonda del cuore, che l’uomo non vuole dischiudere nemmeno a sé stesso, c’è quella candida sincerità della paura, come un mollusco che si contorce¹: che ne sarà di me se non ritroverò più la strada per tornare da Zayed e dai nostri otri? Perché, qualunque direzione prenda da qui, anche viaggiando per molti giorni, non incontrerò più né un insediamento né dell’acqua.
Ripartii all’alba. Dopo aver riflettuto durante la notte, giunsi alla conclusione che dovevo essermi spinto molto lontano verso sud. Perciò la tenda di Zayed, dove avevo trascorso la notte, doveva trovarsi da qualche parte a nord o a nord-est. Così procedemmo verso nord, nord-est, attraversando le onde di sabbia da una valle all’altra, girando ora intorno alle colline di sabbia sulla destra, ora intorno a quelle sulla sinistra. A mezzogiorno ci fermammo a riposare. La lingua mi si è incollata al palato e sembra una vecchia pelle spessa e screpolata. Mi si è formato un taglio in gola e gli occhi mi bruciano. Mi tirai l’abaya sulla testa e cercai di dormire per qualche minuto, rannicchiato contro il ventre del cammello, ma non riuscii a prendere sonno. Nel pomeriggio ripartimmo, questa volta dirigendoci ancora più verso est, perché ormai avevo capito che ci eravamo spinti molto lontano verso ovest; eppure, stranamente, non c’era ancora alcuna traccia né di Zayed né della tenda.
Così giunse un’altra notte. La sete divenne tormento e il desiderio dell’acqua divenne l’unico pensiero irresistibile della mia mente, una mente ormai incapace persino di pensare con ordine. Ma non appena il sole dell’alba ebbe diffuso la sua luce uniforme, mi rimisi a sedere sulla schiena del mio cammello; passò la mattina, passò mezzogiorno e arrivò il pomeriggio di un altro giorno; io continuavo a condurre il cammello, continuavo ad avanzare. Solo dune, senza fine. Oppure era questa la fine, la fine di tutte le mie strade, la fine di tutto ciò che desideravo e ottenevo? La mia fine tra coloro in mezzo ai quali non sarei mai più stato considerato uno straniero…? «O Allah», caddi in preghiera, «non permettere che io perisca in questo modo…»
Nel pomeriggio salii su una duna alta, nella speranza di poter osservare meglio il territorio circostante. Quando vidi a est, molto lontano, qualcosa che sembrava un punto nero, avrei voluto gridare di gioia, ma non avevo nemmeno la forza di farlo. Non avevo dubbi: quella macchia nera non poteva essere altro che la tenda di Zayed e i due otri, due enormi otri pieni d’acqua! Quando risalii sul cammello, le ginocchia cominciarono a tremarmi. Avanzammo lentamente e con cautela verso quella macchia nera: non c’era il minimo dubbio che fosse la tenda di Zayed. Questa volta presi ogni possibile precauzione per non perdere di nuovo la direzione. Proseguii in linea retta, salendo a volte sulle colline di sabbia e scendendo a volte nelle valli sabbiose, aumentando così di due, di tre volte la nostra fatica. A spronarmi era soltanto la speranza che, nel giro di poco, al massimo una o due ore, sarei giunto alla mia destinazione. Alla fine, dopo aver superato la cima dell’ultima duna, la mia destinazione apparve chiaramente davanti ai miei occhi; tirai le redini del cammello e guardai quella macchia nera, distante quasi mezzo miglio. Mi sembrò che il cuore mi si fosse fermato, perché ciò che vedevo davanti a me non era altro che quelle rocce granitiche nere che spuntavano dalla sabbia, quelle che avevo oltrepassato con Zayed tre giorni prima e che avevo nuovamente oltrepassato da solo due giorni prima…
Da due giorni giro in cerchio.
Quattro
Quando scendo dalla sella sono completamente esausto, senza la minima forza nel corpo. Non ho nemmeno la presenza di spirito di legare le zampe del cammello. A dire il vero, anche l’animale è talmente stanco che non ha più nemmeno voglia di fuggire. Mi viene da piangere, ma dai miei occhi secchi e gonfi non scende neppure una lacrima.
Quanto tempo è trascorso da quando ho pianto!… Ma, comunque sia, non è forse tutto ormai un ricordo del lontano passato? Tutto appartiene al passato e il presente non esiste! Esistono soltanto la sete… e il caldo… e il dolore.
Sono quasi tre giorni che non bevo acqua. E il mio cammello ha bevuto l’ultima volta cinque giorni fa. Forse potrebbe andare avanti così per un altro giorno, al massimo due. Ma io so che non riuscirò a durare tanto. Forse impazzirò prima di morire, perché il dolore del mio corpo è intrecciato alla paura della mia mente; dall’uno nasce l’altra: ardente, tormentosa, straziante!…
Voglio riposare, voglio distendermi, ma nello stesso istante so anche che, se mi riposo adesso, non riuscirò mai più a rialzarmi. Mi trascino in qualche modo fino al cammello e risalgo in sella, poi lo costringo ad alzarsi colpendolo e prendendolo a calci. Stavo quasi per cadere dalla sella quando il cammello, nel sollevarsi sulle zampe posteriori, si inclinò in avanti, e poi si rovesciò all’indietro quando raddrizzò le zampe anteriori. Ci mettiamo in cammino lentamente, nel dolore, verso ovest. Verso ovest: che ironia! Ma voglio vivere, e per questo ci muoviamo, continuiamo ad avanzare.
Con quel poco di forza che ci rimane, attraversiamo tutta la notte muovendo pesantemente le zampe. Quando cado dalla sella, dev’essere ormai certamente l’alba. Non sono caduto su qualcosa di duro; la sabbia è morbidissima e confortevole; mi è sembrato che ci abbracciasse con tenerezza. Per qualche istante il cammello rimane immobile, in piedi. Poi, lasciandosi andare con un lungo sospiro, prima sulle ginocchia e poi sulle zampe posteriori, si abbandona sulla sabbia, allunga il collo e si accuccia accanto a me.
Anch’io mi sdraio sulla sabbia, all’ombra angusta del mio cammello. Mi avvolgo nella mia abaya per proteggermi dall’arsura del deserto fuori di me e dal dolore, dalla sete e dalla paura dentro di me. Non ho più la forza di pensare. Non riesco a chiudere gli occhi. Basta che le palpebre si muovano appena perché mi sembri che un metallo incandescente scivoli sui bulbi oculari. Sete e calore… sete e un silenzio devastante, un silenzio caldo e arido, la cui solitudine e desolazione mi avvolgono in un sudario; il battito del sangue nelle mie orecchie rende terrificante il breve sospiro del cammello, come se questi fossero gli ultimi suoni rimasti sulla terra e noi due, un uomo e un animale, fossimo le ultime sventurate creature viventi sulla faccia della terra, condannate a perire!
Molto al di sopra di noi, nella calura liquida, volteggia un avvoltoio, senza mai fermarsi; simile alla punta di un ago sullo sfondo scolorito del cielo, vola liberamente sopra tutti gli orizzonti…
La gola mi si è gonfiata; la trachea si è seccata e quasi ostruita, e ogni respiro sembra conficcare mille aghi alla base della mia lingua — quella lingua grande e nobile che non dovrebbe muoversi, eppure non riesce a smettere di agitarsi nemmeno per un istante. Tutto dentro di me brucia, tutto si è trasformato in un dolore incessante. Per alcuni secondi, il cielo simile all’acciaio si illumina davanti ai miei occhi spalancati!
La mia mano sembra allungarsi da sola e raggiunge il duro calcio del piccolo fucile appeso al pomo della sella. Subito la mano vi si arresta e, con improvvisa lucidità, la mia mente vede cinque cartucce nuove nel caricatore e ciò che potrebbe accadere all’istante con una lieve pressione sul grilletto; qualcosa dentro di me sussurra: «Presto, prendilo, prima che tu diventi di nuovo incapace di muoverti».
E in quell’istante sentii che le mie labbra si muovevano e davano forma alle parole senza suono che giungevano dalle caverne più profonde della mia mente: «Vi metterò alla prova… certamente vi metterò alla prova»; e le parole confuse e indistinte presero lentamente forma, diventando come un versetto del Corano: «Certamente vi metteremo alla prova con un po’ di paura, di fame e di diminuzione dei beni, delle vite e dei frutti. Annuncia la buona novella a coloro che sono pazienti e che, quando li colpisce una calamità, dicono: “Apparteniamo ad Allah e a Lui ritorneremo”».
Tutto è ardente e malinconico. In questa malinconia bruciante sento nell’aria un respiro ristoratore e ne odo il lieve fruscio, come se il vento soffiasse tra gli alberi facendo stormire le foglie, sopra l’acqua; e quell’acqua è un esile corso che scorre lentamente tra due rive coperte d’erba verde, vicino alla casa della mia infanzia. Sono sdraiato sulla riva del fiume, un bambino di nove o dieci anni, mastico un filo d’erba e guardo le vacche bianche: pascolano lì vicino, spalancando i grandi occhi opachi con la semplice serenità della soddisfazione. In lontananza, le contadine lavorano nei campi. Una indossa un fazzoletto rosso e una larga gonna blu a strisce rosse. Anatre bianche fanno scintillare l’acqua a colpi di zampe. E una brezza dolce continua a soffiare sul mio volto, con un suono simile al respiro di un animale. Sì, è proprio così: il respiro di un animale. La grande vacca bianca, con macchie color rame sparse sulle zampe bianche, si è avvicinata fino a me e ora mi urta, ansimando forte dalle narici; proprio accanto a me sento il movimento delle sue zampe.
Apro gli occhi; sento il bramito del mio cammello e avverto il movimento delle sue zampe proprio accanto a me. Il cammello è sollevato a metà sulle zampe posteriori, con il collo e la testa rivolti verso l’alto e le narici dilatate, come se avesse colto all’improvviso, nell’aria del mezzogiorno, un sentore di profumo piacevole. Di nuovo lo sento sbuffare forte dalle narici: la sua eccitazione sembra scendere lungo la gola come un’onda, passare nelle spalle e rotolare verso il suo enorme corpo mezzo sollevato. Ho già visto cammelli respirare e sbuffare così quando, dopo molti giorni di viaggio nel deserto, fiutano l’acqua. Ma qui… qui non c’è acqua. O sì? Raddrizzo la testa e guardo con entrambi gli occhi nella direzione verso cui il cammello ha rivolto il muso. Si è voltato verso la duna più vicina, una bassa cima contro il vuoto metallico del cielo; là non si muove nulla e non si ode alcun suono. Si sentì soltanto un suono indistinto, simile alla vibrazione della corda di un’antica lira, dolcissimo, fragile e acuto: quel suono acuto, alto e fragile era la voce di un beduino, che guidava il cammello intonando il canto al ritmo dei suoi passi, proprio oltre la cima della duna, vicinissimo in linea d’aria. Ma in una frazione di momento capisco che quel luogo è molto oltre la mia portata: la mia voce non vi arriverà mai. Certamente là ci sono degli uomini, ma non ho affatto la forza di raggiungerli. Sono così debole che non riesco nemmeno a stare in piedi. Provo a gridare, ma dalla mia gola non esce altro che un rauco gemito. Allora, da sola, la mia mano ricade sul duro calcio del piccolo fucile appeso alla sella… e con gli occhi della mente vedo cinque cartucce nuove nel caricatore!
Con uno sforzo estremo riuscii a staccare il fucile dal pomo della sella. Caricarlo mi sembrò pesante come sollevare una montagna sopra la testa, ma alla fine ci riuscii. Poi appoggiai il fucile sul calcio, tenendo la canna dritta verso il cielo, e premetti il grilletto. Il proiettile sibilò e si perse nel vuoto, emettendo un suono tristissimo e appena percettibile. Spezzai di nuovo la canna, vi inserii una cartuccia, sparai e rimasi in ascolto. Quel canto simile al suono di una lira era cessato. Per un istante rimase soltanto il silenzio, nient’altro. All’improvviso, sopra la cima della duna, apparve una testa umana, poi le spalle, e accanto a quell’uomo un altro uomo. Guardarono verso il basso per qualche istante, poi si voltarono e gridarono qualcosa ai compagni invisibili; quindi si arrampicarono sulla cresta della duna e vennero di corsa verso di me, per metà correndo e per metà scivolando lungo il pendio.
Mi circondano in preda a una violenta agitazione, due o tre uomini: dopo questa solitudine deserta, quale folla immensa! Cercano di sollevarmi; i loro movimenti, il rapido agitarsi delle mani e dei piedi, formano una scena estremamente confusa. Sento sulle labbra qualcosa come ghiaccio gelido e fuoco ardente, e vedo il volto di un beduino barbuto chinato su di me; una sua mano mi spinge in bocca un panno umido e sporco. Nell’altra tiene un otre aperto. Allungo spontaneamente la mano verso l’otre, ma il beduino me la respinge; immerge il panno nell’acqua, poi lo strizza e lascia cadere alcune gocce sulle mie labbra. Per impedire che l’acqua mi entri in bocca e mi bruci la gola, tengo i denti stretti. Ma il beduino mi versa di nuovo alcune gocce in bocca senza separarmi i denti. Non è acqua, sembra piombo fuso. Perché mi trattano così? Voglio fuggire e salvarmi dalla loro violenza, ma mi tengono fermo. Maledetti tutti! La pelle mi brucia; tutto il corpo è in fiamme. Vogliono forse uccidermi? Ah, se solo avessi la forza di afferrare il fucile per difendermi! Ma loro mi costringono ad aprire la bocca e vi fanno cadere alcune gocce d’acqua; non mi resta altra scelta che inghiottirla. Incredibile! L’acqua non brucia più con la stessa terribile intensità di poco prima; il panno bagnato sulla testa è piacevole e, quando mi versano l’acqua addosso, il contatto del tessuto umido mi porta un brivido di gioia…
Poi tutto diventa nero; scendo in un pozzo profondo, così rapidamente che l’aria mi passa accanto alle orecchie con un sibilo, e quel sibilo si trasforma in un ruggito: nell’oscurità risonante di ruggiti… Nero, nero…
Cinque
Nero… nero… un nero morbido e vellutato, privo di qualsiasi suono: una nobile e benevola oscurità che mi avvolge come una coperta calda e suscita in me il desiderio di poter rimanere sempre così, straordinariamente stanco, assonnato e pigro. Non ho bisogno di aprire gli occhi né di muovere le braccia; eppure muovo le braccia e apro gli occhi, solo per vedere sopra la mia testa l’oscurità: l’oscurità lanosa della tenda beduina fatta di pelo nero di capra, con una stretta apertura sul davanti, attraverso la quale scorgo uno spicchio del cielo notturno, scintillante di stelle, e, più in basso, alla luce delle stelle, la morbida curva di una duna luccicante. … Poi… poi quella piccola apertura della tenda si fa buia e la figura di un uomo si ferma al suo interno; il disegno della sua jubbah pendente sembra inciso contro il cielo, e sento Zayed gridare: «È sveglio, è sveglio!». Poi il suo volto severo e composto si china quasi sul mio; Zayed mi afferra per la spalla. Un altro uomo entra nella tenda. Non riesco a vederlo chiaramente. Ma quando comincia a parlare con voce bassa e profonda, capisco subito che è un beduino della tribù degli Shammar.
Avverto di nuovo una sete ardente, estrema, e stringo con forza la ciotola di latte che Zayed mi porge. Ma quando lo ingoio, ogni dolore scompare. Mentre bevo quel latte, Zayed continua a raccontare come quel piccolo gruppo di beduini fosse venuto ad accamparsi proprio lì quando era iniziata la tempesta di sabbia; come si fosse preoccupato quando il cammello smarrito era tornato da solo durante la notte; e come tutti si fossero messi insieme a cercarmi; come, quasi tre giorni dopo, quando avevano ormai quasi abbandonato ogni speranza, avessero udito lo sparo del mio fucile da dietro una duna…
Poi montarono una tenda sopra di me e mi fu ordinato di restare sdraiato al suo interno per quella notte e per il giorno seguente. I nostri amici beduini non hanno fretta; i loro otri sono pieni d’acqua, e hanno persino dato tre secchi interi d’acqua al mio cammello, perché sanno che, dopo un giorno di cammino verso sud, noi e loro arriveremo a un’oasi dove c’è abbondanza di cibo: cespugli di hamd.
Dopo un po’ Zayed mi fa uscire dalla tenda e poi stende una coperta sulla sabbia. Rimango sdraiato sotto il cielo pieno di stelle.
Dopo alcune ore mi sveglio al tintinnio della caffettiera di Zayed: l’aroma del caffè appena fatto è come il caldo abbraccio di una donna!
«Zayed!» grido. Con stupore mi accorgo che la mia voce, sebbene ancora stanca, non è più roca: «Mi darai del caffè?»
«Per Allah, zio, certo che te ne darò», risponde Zayed, secondo l’antica usanza araba. Gli arabi si rivolgono così a chi desiderano onorare, sia egli più anziano o più giovane di chi parla (come nel nostro caso: io sono più giovane di Zayed di alcuni anni). «Avrai tutto il caffè che il tuo cuore desidera.»
Bevo il caffè e sorrido mostrando i denti, guardando il volto sereno di Zayed: «Bene, fratello, dimmi: perché, invece di restare a casa come persone ragionevoli, ci spingiamo incontro a pericoli come questo?»
—Perché», Zayed ora mi guarda sorridendo a denti scoperti, «per uomini come voi e me è impossibile restare a casa finché mani e piedi non si siano irrigiditi e noi non siamo diventati deboli! Del resto, forse che gli uomini non muoiono nelle proprie case? Forse che l’uomo non porta con sé il proprio destino, ovunque si trovi?»
Zayed usa la parola «qisma» nel senso di «destino»: «qism» significa «ciò che è stato stabilito dal fato». Questa parola, nella sua forma turca «kismet», è ben nota in Occidente. Mentre bevevo un’altra tazza di kif, mi parve che quella parola araba avesse anche un significato più profondo: «Ciò di cui l’uomo ha una parte, quello è il kismet».
Ciò di cui l’uomo ha una parte, quello è…
Quelle parole risvegliano nella mia memoria un’eco fioca e morente, e subito davanti a me affiora la scena di un sorriso stanco… Il sorriso di chi? Una nuvola di fumo, un fumo acre, come fumo di hashish, e dietro di esso un sorriso stanco. Sì, era fumo di hashish, e quel sorriso apparteneva alla persona più singolare tra tutte quelle che ho frequentato fino a oggi. L’avevo incontrata dopo una strana esperienza della mia vita! Un pericolo… che mi era sembrato… sì, che mi era parso soltanto imminente; per sfuggirgli e salvarmi, senza saperlo mi ero precipitato verso un altro pericolo, e quel pericolo era molto più reale, molto più imminente di quello che avevo cercato di evitare… Questi due pericoli, l’uno irreale e l’altro reale, insieme mi avevano spinto verso una libertà nuova.
Era accaduto otto anni prima. Viaggiavo a cavallo con il mio servitore tataro Ibrahim, da Shibaz verso Kerman, nell’Iran meridionale, una regione desolata, scarsamente abitata e senza strade, presso il lago Nairiz. Era inverno, e durante quella stagione la regione si era trasformata in una steppa tutta melmosa e fangosa; non c’erano villaggi nei dintorni, e a sud quella palude, circondata dal Kuh-e-Gushnegan, cioè le «Montagne degli Affamati», arrivava fino alla riva del lago. Nel pomeriggio, mentre giravamo distrattamente intorno a una bassa collina, all’improvviso ci apparve il lago: una distesa verde e silenziosa, senza movimento, suono o vita, perché la sua acqua era così salata che nessun pesce poteva sopravvivervi. A parte qualche albero rachitico e alcune erbe del deserto, sulla terra salmastra della riva non cresceva alcuna pianta. Il terreno era coperto da un sottile strato di neve mista a fango e, verso l’entroterra, dalla riva si dipartiva per quasi duecento iarde uno stretto e incerto sentiero.
Si era fatta sera; la nostra meta per quella notte era Khan-i-Khet, ma non avevamo ancora scorto alcun segno della locanda. Eppure dovevamo arrivarci, a qualunque costo. Non c’erano altri insediamenti per una grande distanza e, poiché la palude era vicina, avanzare al buio diventava molto pericoloso. In realtà, quella mattina ci avevano avvertiti di non procedere da soli in quella zona, perché un solo passo falso poteva causare una morte facile e improvvisa. Inoltre, dopo una lunga giornata di marcia su un terreno umido e fangoso, i nostri cavalli erano esausti: anch’essi avevano bisogno di riposo e di cibo.
Con l’arrivo della notte cominciò a piovere a dirotto. Procedevamo inzuppati, abbattuti e in silenzio, affidandoci più all’istinto dei cavalli che ai nostri inutili occhi. Passavano le ore… ma dov’era la locanda? Non se ne vedeva alcun segno! Forse, non riuscendo a individuarla nell’oscurità, l’avevamo lasciata alle nostre spalle; allora quella notte avremmo forse dovuto accamparci all’aperto, sotto la pioggia, che diventava sempre più intensa e violenta! Gli zoccoli dei nostri cavalli colpivano l’acqua e la facevano schizzare; i nostri abiti bagnati aderivano ai corpi come pesanti fardelli. La notte nera e impenetrabile pendeva intorno a noi, avvolta da una cortina d’acqua scrosciante. Tremavamo dal freddo fin nelle ossa, ma sapere che la palude era ormai vicina ci riempiva di un’angoscia ancora maggiore. Se i cavalli avessero sbagliato anche una sola volta a posare lo zoccolo sul terreno solido, che Allah avesse pietà di noi! Così ci avevano avvertiti quella mattina.
Io procedo davanti, e Ibrahim mi segue, forse a dieci passi di distanza. Di continuo mi torna alla mente quella terribile domanda: abbiamo lasciato Khan-i-Khet alle nostre spalle, nell’oscurità? Passare la notte sotto la pioggia fredda: quale funesta prospettiva! Ma se avevamo già percorso tanta strada, dov’era finita la palude?
All’improvviso sento sotto gli zoccoli del mio cavallo un morbido, viscido schiocco. Mi accorgo che l’animale sta sprofondando nel fango: sprofonda un poco, è già sprofondato un poco, poi solleva disperatamente una zampa e sprofonda di nuovo. D’un tratto questo pensiero mi trafigge la mente: siamo dunque entrati in una palude? Tiro con forza le redini e comincio a prendere a calci il cavallo sui due fianchi. L’animale solleva la testa e comincia a scalciare furiosamente. Un sudore freddo mi erompe dalla pelle. La notte è così nera che non riesco a vedere neppure le mie mani; ma, dal modo in cui il corpo del cavallo si gonfia a ogni respiro, capisco quanto disperatamente stia cercando di sfuggire all’abbraccio del fango. Quasi senza riflettere, prendo la frusta del cavallo, che di solito tengo appesa al polso senza usarla, e con tutte le mie forze lo colpisco sulla groppa; lo scopo è eccitarlo a impiegare così anche l’ultima briciola delle sue forze, perché se il cavallo resta immobile in questo momento sprofonderà, e io con lui, nel fango, sempre più in profondità. L’infelice animale, inesperto di percosse simili — il pony Kashgai, dotato di straordinaria velocità e forza — si solleva sulle zampe posteriori, poi ricomincia a colpire il terreno con tutti e quattro gli zoccoli; tenta disperatamente di respirare affannosamente per salvarsi dal fango, salta, si scaglia di nuovo in avanti, poi scivola e ricade; e senza sosta gli zoccoli del cavallo continuano a colpire il morbido terreno fangoso.
Un oggetto misterioso mi passa sopra la testa con un sibilo; sollevo immediatamente il capo, e un colpo duro, inconcepibile, si abbatte su di me — ma da dove? Il tempo e i pensieri crollano gli uni sugli altri e si aggrovigliano.
Per un istante mi sembrò che quell’istante fosse lungo quanto ore e ore; tra gli spruzzi della pioggia e l’affanno del cavallo, a intervalli, sentivo quel suono che succhiava e beveva avidamente la palude. Il nostro ultimo momento doveva essere ormai vicino. Allentai i piedi nelle staffe, poi mi preparai a saltare giù dalla sella e a mettere alla prova da solo la mia sorte… forse, se fossi rimasto disteso sulla schiena sopra il fango, avrei potuto salvarmi. Mentre ero in questo stato d’animo, all’improvviso, incredibilmente, il mio cavallo colpì con forza il terreno, duro e compatto, una volta… due volte… e io, scoppiando a singhiozzare per la gioia della salvezza, tirai le redini e fermai l’animale tremante. Eravamo salvi.
In quel momento mi ricordai improvvisamente del mio compagno e, sconvolto dalla paura, gridai: «Ibrahim!» Ma non ci fu risposta. Il cuore mi si raggelò.
«Ibrahim!» Ma intorno a me c’erano soltanto la notte buia e la pioggia. Non era dunque riuscito a salvarsi? Con voce roca lo chiamai di nuovo: «Ibrahim!»
E allora, in modo quasi incredibile, da molto lontano giunse, indistinto e fluttuante, il suono di un grido: «Ehi… sono qui!»
Ora toccava alla mia ragione restare paralizzata! Com’era possibile che, in quello spazio immenso, fossimo finiti così lontani l’uno dall’altro?
«Ibrahim!»
—Ehi… ehi…—
E seguendo quella voce, tenendo le redini e tirando il cavallo, avanzai molto lentamente e con estrema cautela verso quella voce lontana, tastando con i piedi ogni centimetro di terreno: «Ibrahim…». Ibrahim era seduto tranquillamente sulla sella del cavallo.
—Che cosa ti era successo, Ibrahim? Anche tu sei finito per errore nella palude?—
—Nella palude? No. Non so perché, quando all’improvviso lei è scomparso spronando il cavallo, io sono rimasto immobile, senza muovermi neppure un po’, fermo proprio dov’ero.—
—«È scomparso spronando il cavallo!» Finalmente il mistero era risolto! Quel tentativo di salvarmi dalla palude era dunque soltanto il frutto della mia immaginazione. Certamente il mio cavallo era finito su una strada fangosa e io avevo creduto che tanto io quanto il cavallo stessimo sprofondando nella palude; perciò lo avevo frustato e spronato come un pazzo! Ingannato dall’oscurità, avevo scambiato l’avanzare del cavallo, la sua corsa in avanti, per uno sforzo disperato per sfuggire alla palude e avevo continuato a cavalcare per tutta la notte, senza sapere che qua e là per la pianura erano disseminate numerose piante nodose. Non la palude, ma quelle piante costituivano il pericolo imminente e reale: il ramo che mi aveva colpito la mano avrebbe potuto essere non piccolo, bensì molto più grande, tanto da fracassarmi il cranio; e così il mio viaggio avrebbe potuto concludersi definitivamente nel Sud dell’Iran.»
Ero furioso con me stesso — furioso anche perché avevamo perso ogni orientamento e non era più possibile trovare alcuna traccia della strada. Non avremmo mai ritrovato il caravanserraglio.
Ma ancora una volta mi sbagliavo.
Ibrahim fermò il cavallo e smontò per tastare con le mani la consistenza del terreno e forse, in quel modo, ritrovare una nuova volta la strada. Mentre avanzava carponi, all’improvviso la sua testa urtò contro un muro: la nera parete del caravanserraglio Khan-i-Ket!
Se non avessi commesso il presunto errore di entrare nella palude, forse avremmo continuato ad avanzare, forse avremmo lasciato molto indietro la locanda e poi forse ci saremmo davvero persi in quella palude, perché in seguito scoprimmo che essa iniziava a meno di duecento iarde davanti a noi.
Questa locanda è una delle molte rovine dell’epoca del grande Shah Abbas. Sotto gli archi di file e file di solidi edifici si aprono passaggi, porte spalancate e focolari crollati. Qua e là, sugli architravi e sulle piastrelle maiolicate screpolate, vidi alcune tracce di antiche incisioni. Nelle poche stanze inabitabili erano sparsi vecchi fili di paglia e sterco di cavallo. Io e Ibrahim entrammo nella sala principale e vedemmo il sorvegliante della locanda seduto accanto a un fuoco acceso sul pavimento nudo; al suo fianco stava un altro uomo, scalzo, di statura nana e vestito di stracci. Non appena entrammo, entrambi si alzarono. L’uomo di bassa statura ci salutò abbassando il capo con gravità, in una posa quasi perfettamente teatrale, tenendo la mano destra sul petto. La sua veste era coperta di innumerevoli toppe, di molti colori; l’uomo era sporco, del tutto trasandato e spettinato, ma i suoi occhi brillavano e il suo volto era calmo e sereno.
Il sorvegliante uscì una volta dalla stanza per occuparsi dei nostri cavalli. Io mi tolsi di dosso la veste bagnata, mentre Ibrahim, senza indugio, mise dell’acqua per il tè sul fuoco acceso. Il nano accettò con grazia la tazza di tè che Ibrahim gli porgeva, con il portamento di un nobile signore feudale che sa essere cortese con chi è inferiore a lui senza perdere la propria dignità.
Senza mostrare la minima curiosità insolita, come se volesse soltanto avviare una conversazione, si voltò verso di me: «Signor-i Ali, siete inglese?»
«No, sono austriaco.»
«Sarebbe sconveniente se vi chiedessi se siete venuto qui per commerciare?»
«Sono uno scrittore di giornale», rispondo. «Sto viaggiando nel vostro paese per far conoscere il vostro paese alla mia gente. La mia gente ama sapere come vivono gli altri.»
Con un sorriso d’assenso fece un cenno con la testa, poi tacque. Dopo un po’ tirò fuori dalle pieghe della veste un narghilè di terracotta e un tubo di bambù; fissò il tubo di bambù al recipiente di terracotta; poi cominciò a sfregare tra i palmi delle mani una certa sostanza dall’aspetto simile al tabacco; quindi, con cura, come se fosse più preziosa dell’oro, mise quella sostanza nel braciere e la coprì con carboni ardenti. Fissò il tubo di bambù al recipiente di terracotta; poi tacque. Dopo un po’ tirò fuori dalle pieghe della veste un narghilè di terracotta e un tubo di bambù; fissò il tubo di bambù al recipiente di terracotta; poi cominciò a sfregare tra i palmi delle mani una certa sostanza dall’aspetto simile al tabacco; quindi, con cura, come se fosse più preziosa dell’oro, mise quella sostanza nel braciere e la coprì con carboni ardenti. Si mise il tubo di bambù in bocca e cominciò a tirare il fumo con grande forza; mentre aspirava, fu colto da una tosse violenta e in questo modo si schiarì la gola. L’acqua nel narghilè di terracotta continuava a gorgogliare e un odore pungente invadeva lentamente la stanza. Ora capii: si trattava della canapa indiana, l’«hashish». A quel punto il significato dei suoi strani modi e atteggiamenti mi fu chiaro: era un hashshashi, un fumatore di canapa! A differenza degli oppiacei, i suoi occhi non erano velati; brillavano con una sorta di profondità distaccata e impersonale: il suo sguardo era rivolto molto lontano, così lontano dal mondo reale che lo circondava da risultare insondabile.
Rimango in silenzio a guardarlo. Finisce di fumare e mi chiede: «Vuole provare?»
Rifiuto l’offerta ringraziandolo. Nella vita ho provato l’oppio una o due volte (anche se non ne ho ricavato alcun piacere); ma anche solo provare questo hashish mi sembra assai difficile, persino ripugnante. L’hashshashi sorride in silenzio e fa scorrere su di me il suo sguardo obliquo, con una benevola ironia:
«Lo so, mio stimato amico, a cosa sta pensando. Sta pensando che fumare hashish è opera del demonio e ne ha paura. Sono proprio sciocchezze. L’hashish è un dono, una misericordia di Allah. Eccellente… soprattutto per la mente. Hazrat, ascolti, glielo spiego. L’oppio è cattivo, su questo non c’è dubbio, perché risveglia nella mente degli uomini il desiderio di cose che non si possono ottenere. L’oppio rende i sogni degli uomini avidi, proprio come i desideri delle bestie. Ma l’hashish calma tutti e rende l’uomo indifferente a ogni cosa del mondo. Sì, è così. L’hashish dona soddisfazione all’uomo. Può mettere davanti a un hashshashi un maund d’oro, non solo mentre sta fumando hashish, ma in qualunque momento: l’hashshashi non allungherà neppure un dito verso quell’oro. L’oppio rende l’uomo debole e codardo, ma l’hashish… l’hashish scaccia ogni paura e rende l’uomo coraggioso come un leone. Se chiedeste a un hashshashi di tuffarsi in una corrente gelata nel cuore dell’inverno, egli vi si getterebbe diritto e riderebbe… perché ha imparato che chi non ha avidità non ha paura; e se un uomo riesce a vincere la paura, vince anche il pericolo, perché sa che tutto ciò che è accaduto nella sua vita fa parte di lui, e di tutto ciò che accade nella creazione…»
Sorride di nuovo, con quel breve sorriso silenzioso e ondulato che non si può definire derisorio né benevolo: qualcosa a metà tra i due. Poi il sorriso si spegne; dietro le volute di fumo si scorgono soltanto i suoi denti che brillano, mentre il suo sguardo luminoso si fissa su una distanza immobile e immutabile.
«La mia parte in tutto ciò che accade…» Sdraiato sotto le costellazioni del cielo arabo, così amichevole, penso tra me: io… questo fascio d’ossa e carne, di sensazioni e percezioni, sono stato posto nelle stanze del Sovrano dell’universo, e sono dentro tutto ciò che accade. Il «pericolo» è soltanto un’illusione: non potrà mai «sconfiggermi», perché tutto ciò che accade nella mia vita è parte di quella corrente onnipresente, della quale io stesso sono parte. Può darsi anche che il pericolo e la sicurezza, la morte e la gioia, il destino e la compiutezza siano soltanto aspetti diversi di questo piccolo ma dignitoso «fascio» che sono io. Quale libertà infinita hai donato all’uomo, o Allah!»
Il dolore gioioso di questo pensiero è così intenso e acuto che sono costretto a chiudere gli occhi; e la brezza che mi passa lieve sul volto sembra sfiorarmi in silenzio da lontano, come l’ala della liberazione.
Sei
Finalmente sento di avere abbastanza forza per mettermi seduto. Zayed venne da me portando una delle selle dei nostri cammelli, così che potessi appoggiarmi e stare seduto.
—Zio, si riposi; credendola morto ho fatto il lutto per lei, e oggi sono così felice di trovarla vivo e in buona salute!
—‘Ti ho sempre avuto come un amico carissimo! Se tu non fossi accorso da me dopo aver udito il mio richiamo, dimmi, come avrei potuto vivere tutti quegli anni senza di te?
—«Zio, non mi sono mai pentito di aver trascorso con lei quegli anni. Ricordo ancora il giorno in cui ricevetti la sua lettera, cinque anni fa. In quella lettera mi chiamava a La Mecca. Il pensiero di rivederla mi era caro sopra ogni cosa. E c’era anche una ragione speciale: nel frattempo lei era stato benedetto con il dono dell’Islam. Proprio allora avevo sposato una giovane vergine dei Muntafiq; il suo amore mi dava una gioia senza limiti. Quelle ragazze irachene hanno la vita molto sottile e i seni sodi, duri, proprio così» —ricordando la scena del passato, sorrise lievemente e premette l’indice sulla punta rigida della sella su cui ero appoggiato— «e liberarsi dal loro abbraccio dopo averlo iniziato è molto difficile». Così pensai: “Partirò, ma non proprio adesso. Dovrò aspettare qualche settimana”. Ma le settimane passavano una dopo l’altra… e i mesi passavano uno dopo l’altro; e, sebbene avessi divorziato da quella donna dopo pochi giorni —da quella figlia di cagna, che guardava suo cugino con occhi pieni di desiderio—, non riuscivo tuttavia ad abbandonare i miei agal iracheni, né il mio lavoro; non riuscivo a lasciare i miei amici, i divertimenti e le baldorie di Baghdad e Bassora, e continuavo a ripetermi: “Non proprio ora, più avanti”. Ma un giorno, mentre partivo dalla nostra tenda a dorso di cammello con la paga e pensavo di trascorrere la notte a casa di qualche amico, all’improvviso mi venne in mente lei; ricordai che nella sua lettera aveva scritto della morte della sua amata consorte, della sua compagna —che Allah abbia misericordia di lei—, e pensai a quanto dovesse sentirsi solo dopo averla perduta. Allora capii che non potevo più aspettare: dovevo correre da lei, proprio lì e in quel momento. Mi strappai la stella dal mio igal iracheno e la gettai via; poi non tornai nemmeno a casa a prendere i miei vestiti. Volsi il cammino del mio cammello verso il Nufud… verso il Najd, e mi misi in viaggio —mi fermai una sola volta, nel villaggio successivo, per comprare una ghirba e del cibo… Poi continuai a spronare il cammello, giorno dopo giorno, finché non la incontrai alla Mecca, quattro settimane più tardi…»
— «E ricordi, Zayd, la nostra prima spedizione insieme nell’interno, verso sud, in direzione dei palmeti e dei campi di grano di Wadi Bishah, e da lì verso le distese sabbiose di Rania, che nessun non-arabo aveva mai attraversato!»
— «Ricordo tutto con estrema chiarezza, zio. Quanto eri ansioso di vedere quella regione deserta 1(Rub al-Khali, il vasto deserto sabbioso disabitato che copre la–Penisola Arabica per– un quarto della sua superficie)।] per vedere dove, sotto l’azione dei jinn, le dune cantano sotto il sole. E che dire dei ‘badù che vivevano ai margini di quella regione? Allora non avevano mai visto un paio di occhiali in vita loro e pensavano che i tuoi fossero fatti di acqua gelata! Erano loro stessi come i jinn: come gli altri leggono libri, loro leggevano sulla sabbia le tracce dei sentieri e sapevano riconoscere dal cielo e dal vento l’arrivo delle tempeste di polvere, molte ore prima che si scatenassero. E, zio, ricordi la guida che avevamo ingaggiato a Rania, quel diavolo di beduino che volevi uccidere a colpi di fucile perché aveva cercato di abbandonarci in mezzo al deserto? Come si era infuriato contro l’apparecchio con cui scattavi le fotografie!»
Entrambi ridemmo dell’avventura che ci eravamo lasciati alle spalle tanto tempo prima. Ma allora non eravamo affatto nella condizione di ridere. Ci trovavamo a sei o sette giorni di cammino a sud di Riyadh quando quella guida, un beduino rozzo dell’accampamento degli «Ikhwan» di Rayn, esplose d’ira perché gli avevo spiegato lo scopo della macchina fotografica. Si preparò subito a lasciarci lì, poiché, a suo dire, la sua anima era in pericolo per aver scattato immagini così jahilī. Non mi sarebbe dispiaciuto affatto liberarmi di lui, se non avessi temuto che fossimo capitati in una regione della quale né io né Zayd avevamo alcuna conoscenza: se ci avesse lasciati soli, ci saremmo certamente smarriti. Dapprima cercai di convincere con la ragione quel nostro «diavolo beduino». Ma non servì a nulla. Non voleva capire a nessun costo. Anzi, fece voltare il cammello e si diresse nuovamente verso Rania. Allora gli spiegai con chiarezza che, se si fosse ostinato ad abbandonarci a una morte quasi certa per la sete, non sarebbe riuscito a fuggire vivo. Nonostante questo avvertimento, quando cominciò a guidare il cammello, gli puntai contro il fucile e mi preparai a sparargli: ne avevo tutta l’intenzione; e mi parve che, alla fine, ciò avesse soffocato tutte le preoccupazioni del nostro compagno riguardo alla propria anima. Dopo aver borbottato per qualche tempo, acconsentì a guidarci fino al villaggio successivo, a tre giorni di cammino da quel luogo, dove avremmo potuto sottoporre la nostra controversia al qadi perché la giudicasse. Io e Zayd gli prendemmo le armi, poi cominciammo a sorvegliarlo a turno, per impedirgli di allontanarsi. Alcuni giorni dopo, quando chiedemmo giustizia al qadi di Kubaya, egli dapprima sentenziò a favore della nostra guida. «Perché» — basandosi su un’errata interpretazione di un hadith del Profeta — disse che «fotografare esseri viventi è un atto riprovevole»; ma, nonostante la forte convinzione tuttora diffusa tra molti musulmani che fotografare esseri viventi sia proibito, nella legge islamica non esiste alcuna disposizione al riguardo. Allora stesi davanti al qadi la lettera aperta del re, scritta «a tutti gli emiri del Paese e a chiunque la legga»; e, mentre la leggeva, il volto del qadi si allungava sempre più: «Muhammad Asad è mio ospite, mio amico e mio caro; chiunque lo tratterà amichevolmente tratterà amichevolmente me, e chiunque gli sarà ostile sarà considerato mio nemico…». Le parole e il sigillo di Ibn Saud agirono come per magia sul severo qadi. Alla fine sentenziò che fotografare poteva essere consentito «in determinate circostanze». Dopo questa sentenza lasciammo andare la nostra guida e ingaggiammo una nuova guida per condurci verso Riyadh.
—Zio, ricordi quei giorni a Riyadh, quando eravamo ospiti del re e lei rimase tanto addolorato vedendo le vecchie scuderie reali piene di automobili scintillanti?… E ricorda la benevolenza che il re mostrò nei suoi confronti?
—E tu ricordi, Zayd, come il re ci mandò a scoprire il mistero della rivolta beduina e come, notte dopo notte, viaggiammo e ci introducemmo di nascosto in Kuwait; alla fine scoprimmo il vero mistero dei nuovi, scintillanti rial e delle armi che arrivavano ai ribelli via mare…?
—E, zio, la nostra missione, quando Sayyid Ahmad —che Allah prolunghi la sua vita— ci mandò in Cirenaica, e come attraversammo il mare di nascosto su un dhow per entrare in Egitto, e come riuscimmo a entrare nel Jabal Akhdar eludendo gli italiani —che Allah li maledica— e ci unimmo ai mujahidin sotto la guida di Umar al-Mukhtar? Quanto fu emozionante!
Nel silenzio della notte desertica illuminata dalla luce delle stelle, quando una lieve brezza tiepida solleva piccole onde nella sabbia, le immagini del passato e del presente si intrecciano ripetutamente, poi si separano di nuovo, e con un suono meraviglioso che ravviva la memoria si richiamano l’una all’altra, all’indietro, attraverso tanti anni: l’inizio dei miei anni arabi, il mio primo hajj alla Mecca e l’oscurità che aveva avvolto quei primi giorni; il ricordo della morte di quella donna che avevo amato come non avrei amato nessun’altra in seguito, che ora giace sotto il suolo della Mecca, con una semplice pietra senza iscrizione al capo, a segnare la fine del suo cammino e l’inizio di un nuovo cammino per me, una fine e un inizio, una chiamata e un’eco nelle valli rocciose della Mecca, stranamente intrecciate nei sogni l’una dell’altra!
—Zayd, ci sarebbe dell’altro caffè?
—Ai suoi ordini, zio! —risponde Zayd. Si alza senza fretta, con la lunga e sottile caffettiera nella mano sinistra. Poi, dopo un minuto o due, le tazzine senza manico tintinnano nella sua mano destra: una per me e una per lui. Versa dapprima un po’ di caffè nella mia tazzina e me la porge. Da sotto l’ombra della kufiyya a scacchi rossi e bianchi, i suoi occhi mi scrutano con profonda attenzione, come se quel gesto di rispetto fosse molto più importante della semplice tazzina di caffè! Quei due occhi, lunghi, ornati di ciglia, profondi, contenuti e tranquilli, dolenti e tuttavia accesi da una gioia intensa, brillano di impazienza e raccontano, nella libertà della steppa, la storia di cento generazioni: sono gli occhi di un uomo i cui antenati non furono mai oppressi e non oppressero mai nessuno. Ma la cosa più bella sono i suoi movimenti: sereni, consapevoli del ritmo proprio di ogni gesto, mai affrettati e mai esitanti; così perfetti e privi di ogni superfluità da ricordare l’interazione dei diversi strumenti nell’unisono di un’orchestra perfettamente armonizzata. Tra i beduini si incontrano spesso movimenti di questo genere, nei quali si riflette la sobrietà del deserto. Perché, salvo poche città e villaggi, la vita degli abitanti dell’Arabia ha ricevuto così poca forma dalle mani dell’uomo che la natura, con le sue leggi severe, li ha costretti a eliminare dal comportamento ogni sorta di dispersione e a trasformare tutte le azioni compiute per volontà o necessità in poche forme fondamentali, estremamente precise, rimaste uguali per innumerevoli generazioni e che col tempo hanno acquistato la liscia limpidezza del cristallo. È questa semplicità ereditata che ora vediamo nei gesti dell’arabo autentico, così come nel suo atteggiamento verso la vita.
—Zayd, dimmi tu dove andremo domani!
Zayed mi guarda con un sorriso appena accennato: «Perché, zio? Stiamo andando proprio verso Tayma…?»
«No, fratello, certo che volevo andare a Tayma! Ma ora non lo voglio più. Stiamo andando alla Mecca…»
L’inizio del viaggio
I
Alcuni giorni dopo essere caduti in preda alla sete, proprio sul far della sera, io e Zayed giungemmo a una piccola oasi abbandonata e decidemmo di trascorrervi la notte. Sotto i raggi del sole al tramonto, le montagne di sabbia a oriente scintillavano come blocchi di pietra d’agata dai colori dell’arcobaleno, in una continua successione di ombre variopinte color gesso e di riflessi di luce addolcita; e il mutamento dei colori era così delicato che sembrava quasi che l’occhio stesso facesse violenza alla corrente di ombre appena percettibile che avanzava verso il grigiore sempre più fitto del crepuscolo. Si vedevano ancora nitidamente le cime delle palme, simili a corone ornate di piume, e dietro di esse, seminascoste, le basse case di fango e i muri dei giardini! Le ruote di legno sopra il pozzo continuavano ancora a cantare.
A poca distanza dal villaggio facemmo sdraiare i nostri cammelli sotto il palmeto. Poi scaricammo i pesanti sacchi e togliemmo le selle dal dorso caldo dei cammelli. Vedendoci stranieri, alcuni bambini vivaci si radunarono intorno a noi; uno di loro, un ragazzo dagli occhi enormi e vestito di stracci, disse a Zayed che gli avrebbe mostrato dove trovare la legna. Quando i due partirono alla ricerca della legna, io condussi i cammelli presso il talab. Calai il mio secchio di cuoio e, mentre lo tiravo su pieno d’acqua, giunsero dal villaggio alcune ragazze per attingere, con recipienti di rame e giare di terracotta. Portavano i recipienti con disinvoltura sulla testa, lasciando penzolare le braccia lungo i fianchi e inclinando appena il busto in avanti per mantenere il ritmo con il peso; con entrambe le mani sollevavano i lembi del burqa, che svolazzavano come ventagli.
«La pace sia su di voi, viandanti.»
E io rispondo: «E su di voi la pace e la misericordia di Allah.»
I loro abiti sono neri e i loro volti scoperti, cosa vera per quasi tutte le donne dei villaggi e le beduine di questa regione dell’Arabia; così si possono vedere facilmente i loro grandi occhi neri. Sebbene da molte generazioni si siano stabilite in un’oasi, non hanno perduto l’intima disposizione d’animo della vita nomade dei loro antenati. Il loro comportamento è semplice e deciso; il loro modo di parlare è del tutto privo di pudore e di vergogna: le vidi prendere silenziosamente dalle mie mani la corda del secchio e attingere acqua per i miei cammelli, proprio come aveva fatto quella donna, quattromila anni prima, presso uno stagno, per il servo di Abramo, quando questi era giunto da Canaan a Padan-Aram, presso la loro tribù, per trovare una sposa per Isacco, figlio del suo padrone.
«Al calare della sera fece inginocchiare i suoi cammelli fuori dalla città, presso uno stagno.
E disse: “O mio signore, Dio di Abramo, ti prego, concedimi oggi buona fortuna e mostra la tua misericordia verso il mio padrone Abramo. Ecco, sono qui presso uno stagno d’acqua, e le figlie degli abitanti della città vengono ad attingere acqua. Fa’ che accada questo: alla giovane alla quale dirò: ‘Ti prego, abbassa la tua brocca, affinché io possa bere’, e che risponderà: ‘Bevi, e darò da bere anche ai tuoi cammelli’, sia quella che hai scelto per il tuo servo Isacco; così saprò che hai mostrato misericordia al mio padrone”.
Ed ecco, prima ancora che avesse finito di parlare, arrivò Rebecca, con la sua brocca sulla spalla. La giovane era molto bella d’aspetto e vergine; nessun uomo l’aveva toccata. Scese nel pozzo, riempì la sua brocca e poi risalì.
Il servo le corse incontro e disse: “Ti prego, lasciami bere un po’ d’acqua dalla tua brocca”. Ella rispose: “Beva, mio signore”. E subito abbassò la brocca nelle sue mani e gli diede da bere. Quando ebbe finito di bere, la giovane disse: “Attingerò acqua anche per i cammelli, finché non avranno estinto la loro sete”. Senza indugiare, vuotò la brocca nella vasca da cui i cammelli avrebbero bevuto, poi corse di nuovo al pozzo e continuò ad attingere acqua per tutti i cammelli…»
Mi trovo presso un pozzo, in una piccola oasi tra le immense distese sabbiose del Nufud, con i miei due cammelli, e guardo la ragazza che prende dalle mie mani la corda del secchio e attinge acqua per i miei animali; intanto, nella mia mente, riaffiora quella storia della Bibbia. Il paese chiamato Padan-Aram e l’epoca di Abramo sono lontanissimi, ma la memoria suscitata da quei gesti dignitosi delle donne ha cancellato ogni distanza dello spazio, e in rapporto al tempo quei lunghi quattromila anni sembrano non essere nulla!
—Care sorelle, possa Allah benedire le vostre mani e custodirle in salute.
—E anche tu, viaggiatore, possa restare sotto la protezione di Allah, rispondono; poi si concentrano sulle loro vasche e sulle loro brocche, per riempirle e portare l’acqua a casa.
Tornato al luogo delle nostre tende, faccio inginocchiare i miei cammelli e lego le loro zampe anteriori, perché durante la notte non possano allontanarsi. Zayd ha già acceso il fuoco e si è messo a preparare il caffè. Una lunga caffettiera ricurva sta bollendo; accanto al gomito di Zayd è pronta un’altra piccola caffettiera della stessa forma. Nella mano sinistra tiene un enorme cucchiaio piatto di ferro, dal manico lungo due piedi; con questo cucchiaio tosta a fuoco lento una manciata di chicchi di caffè, poiché in Arabia il caffè viene tostato di fresco per ogni singola preparazione. Non appena i chicchi diventano un po’ ramati, Zayd li mette in un mortaio di bronzo e li pesta. Poi versa parte dell’acqua bollente dalla grande caffettiera in quella piccola, vi rovescia dentro il caffè macinato e lascia il recipiente vicino al fuoco, affinché l’acqua possa bollire lentamente. Quando la bevanda è quasi pronta, Zayd vi lascia cadere alcuni semi di cardamomo per renderla più intensa, perché in Arabia si dice che, per essere buono, il caffè deve essere intenso come la morte e piccante e caldo come l’amore.
Ma non sono ancora pronto a bere il caffè con calma. Dopo le lunghe, interminabili ore trascorse seduto sulla sella, sotto il caldo, madido di sudore, con gli abiti incollati sgradevolmente alla pelle, tutto il mio essere aspira naturalmente a un bagno; così torno lentamente presso il pozzo, sotto il palmeto.
Ormai l’oscurità si è infittita. Dal palmeto tutti sono tornati a casa. Solo in lontananza, là dove sorgono le abitazioni, abbaia un cane. Mi spoglio e scendo nel pozzo, appoggiando mani e piedi sulle mensole e nelle nicchie della parete e servendomi di alcune corde, dalle quali pendono gli otri per attingere l’acqua. Scendo fino all’acqua buia e poi dentro di essa. L’acqua è molto fredda e mi arriva al petto. Nel buio, accanto a me, le corde per attingere stanno dritte, ora appesantite dagli enormi otri immersi nell’acqua. Di giorno sono proprio questi otri a essere usati per irrigare i campi. Sotto i piedi sento un sottile filo d’acqua filtrare lentamente verso l’alto da una sorgente sotterranea, che mantiene fresco il pozzo con un flusso lento, incessante e sempre nuovo.
Sopra di me il vento ulula sull’imboccatura del pozzo e vi crea una debole eco, simile al suono che si ode dentro una conchiglia marina premuta contro l’orecchio: una grande conchiglia che produceva un vasto fruscio e che amavo tenere accostata all’orecchio per ascoltarla nella casa di mio padre, molti, molti anni fa, quando ero bambino e arrivavo appena con la testa all’altezza del tavolo. Mi premevo la conchiglia contro l’orecchio e mi chiedevo meravigliato: questo suono nasce continuamente dentro la conchiglia, oppure essa comincia a suonare soltanto quando la porto all’orecchio? Ha forse qualcosa a che fare con me? Questa musica suona così, da sola? Oppure comincia a suonare soltanto quando desidero ascoltarla? Molte volte ho cercato astutamente di sottrarre la conchiglia alla mia vicinanza, allontanandola da me perché il fruscio cessasse; poi, all’improvviso, me la sono nuovamente premuta contro l’orecchio. Di nuovo quella musica, quel suono! Non sono mai riuscito a risolvere il problema: la musica continuava a suonare dentro la conchiglia anche quando cercavo di ascoltarla?
Naturalmente allora non capivo che la mia mente si stava ingarbugliando in una questione che, per innumerevoli generazioni, aveva lasciato perplessi uomini molto più saggi di me: se esista o no una «verità» o una «realtà» indipendente dalla nostra mente, oppure se sia la nostra percezione diretta a crearla. Ma, guardando ai giorni trascorsi, mi sembra che questo problema non mi abbia inseguito soltanto durante l’infanzia: mi ha seguito anche in seguito, come prima o poi, consapevolmente o inconsapevolmente, finirà per inseguire ogni uomo pensante. Qualunque sia la verità indipendente dall’individuo, il mondo si manifesta a noi nella forma e nella misura in cui si riflette nella nostra mente. Perciò ciascuno di noi può percepire la «verità» soltanto attraverso il legame con la propria esperienza. Forse qui si può trovare una spiegazione razionale tanto dell’origine della coscienza umana quanto dell’eterna fede dell’uomo nella propria sopravvivenza dopo la morte; e questa fede è così profonda, così ampiamente diffusa tra tutti i popoli e in tutte le epoche, che non è possibile liquidarla facilmente come una semplice idea fantastica. Non sarebbe esagerato dire che questa fede è divenuta inevitabile, necessariamente, proprio per effetto della particolare struttura della mente umana. In senso astratto e teorico, forse non è difficile per l’uomo pensare alla propria morte come a un’estinzione definitiva, ma è impossibile rendere visibile quell’estinzione. Perché ciò significherebbe che l’uomo sarebbe capace di assistere all’estinzione di ogni cosa reale. In altre parole, dovrebbe poter concepire il nulla, un concetto che nessuna mente umana è in grado di concepire.
I filosofi e i profeti-messaggeri non ci hanno insegnato per la prima volta a credere nell’esistenza di una vita dopo la morte: hanno semplicemente dato forma e significato spirituale a un’idea antica e innata quanto la comparsa dell’uomo sulla terra.
Non posso fare a meno di sorridere tra me e me davanti all’incongruenza tra il meditare su problemi così profondi e un’attività del tutto terrena come lavare via la polvere e il sudore del viaggio di un’intera giornata. Esiste forse una linea di confine, percepibile o comprensibile, tra gli aspetti terreni e quelli più profondi della vita? Per esempio, che cosa potrebbe esserci di più terreno che uscire alla ricerca di un cammello smarrito? E che cosa potrebbe esserci di più profondo e misterioso che trovarsi quasi a morire di sete?
Forse è stato proprio l’urto di quell’esperienza a rendere i miei sensi più acuti e penetranti e a rendere inevitabile, per me, il bisogno di spiegare qualcosa. Quel bisogno consiste nella necessità di comprendere il corso della mia vita più pienamente di quanto l’avessi compreso prima. Ma, così dicendo, ricordo a me stesso: finché vive, può davvero l’uomo comprendere il significato della propria vita?
Forse è stato proprio lo shock di quell’esperienza a rendere più acuti i miei sensi e a rendere inevitabile, ai miei occhi, il bisogno di spiegare qualcosa. Quel bisogno consiste nel comprendere il corso della mia stessa vita più pienamente di quanto abbia fatto finora. Ma questo non significa, mi ricordo, che un essere umano possa davvero comprendere il significato della propria vita finché è in vita? A volte sappiamo ciò che è accaduto nella nostra vita in questo momento o in un certo periodo, ma il nostro scopo, il nostro destino, non si lasciano comprendere o vedere così facilmente. Perché il destino è la somma complessiva del passato e del presente, di tutto ciò che è accaduto dentro di noi e ci ha spinti, e di tutto ciò che accadrà dentro di noi e ci spingerà in futuro; per questo soltanto alla fine del nostro viaggio può rivelarsi nella sua interezza, e finché siamo in cammino lo comprenderemo sempre in modo errato o soltanto a metà.
Come posso dire, alla mia età di trentadue anni, quale sia stato il mio destino o quale sia?
Quando guardo alla vita che mi sono lasciato alle spalle, a volte mi sembra di vedere la vita di due uomini. Ma ogni volta che rifletto su questo, mi chiedo: queste due parti della mia vita sono davvero così diverse l’una dall’altra, oppure, sotto tutte le differenze esteriori di forma e di metodo, vi sono state sempre, in entrambe, una comunanza di sentimenti e la stessa meta?
Alzo la testa e, sopra il bordo circolare del pozzo, vedo una porzione circolare del cielo e le stelle. Rimango immobile per molto tempo; e mi sembra di vedere come si muovano lentamente nello spazio, per compiere il ciclo di milioni e milioni di anni che non avrà mai fine. E poi, anche se non lo desidero, devo pensare al piccolo numero di anni che ho percorso, a quegli anni indistinti trascorsi nel calore sicuro della casa della mia infanzia, in una città di cui conoscevo ogni vicolo… Poi, ai giorni trascorsi nelle grandi città, colme di eccitazione e di speranze, che soltanto un adolescente può provare… Poi, in un mondo nuovo, dove all’inizio i volti delle persone mi erano sembrati stranieri, ma che col tempo aveva portato con sé una nuova intimità e una nuova sensazione di ritorno a casa. Poi… l’ignoto… ambienti ancora più sconosciuti, giorni trascorsi in città antiche quanto la mente umana, nelle steppe senza orizzonte, tra montagne il cui carattere primordiale ti ricorda la selvaggia primitività del cuore umano… E nei giorni trascinati nella solitudine desolata e rovente del deserto, lentamente nascevano nuove verità, verità nuove per me… E quel giorno, dopo una lunga conversazione, tra le nevi dell’Hindu Kush, un amico afghano aveva esclamato stupito: «Ma tu sei musulmano; è solo che non lo sai tu stesso». … E un altro giorno, qualche mese dopo, quando lo avevo scoperto io stesso. Poi il mio primo hajj alla Mecca, la morte di mia moglie e la disperazione che ne seguì; e da allora tutti quei momenti trascorsi tra gli arabi — momenti senza fine — e, anno dopo anno, i viaggi rischiosi tra le guerre degli arabi beduini che vagavano per il deserto e la steppa, la partecipazione alla lotta per l’indipendenza della Libia e il lungo soggiorno a Medina… dove cercavo, nella Moschea del Profeta, di completare la mia conoscenza dell’Islam; poi altri hajj, ancora e ancora; i matrimoni con ragazze beduine e, in seguito, i divorzi; rapporti calorosi con gli esseri umani e i giorni aridi della solitudine… discussioni erudite con musulmani dotti provenienti da ogni parte del mondo, viaggi attraverso regioni ignote e inesplorate: anni immersi in un mondo molto lontano dal pensiero e dagli scopi della vita occidentale.
Che lunga processione di anni, anno dopo anno! In questo momento, tutti quegli anni sommersi sono riemersi e, sollevando di nuovo il velo dai loro volti, hanno cominciato a chiamarmi con molte voci; e all’improvviso, in un rapido sussulto del cuore, ho visto quanto fosse lungo, quanto interminabile, il mio cammino! «Tu hai sempre continuato a camminare, e a camminare», mi dico, «ma non sei ancora riuscito a dare alla tua vita una forma che gli uomini possano afferrare con le mani, né hai mai saputo rispondere alla domanda: “Dove?” … Tu hai soltanto continuato a camminare e a camminare… come un viaggiatore, attraverso molti paesi, ospite in molte case; ma il desiderio del tuo viaggio non è ancora giunto alla fine e, benché tu non sia più uno straniero, non sei ancora riuscito a mettere radici.»
Mi sono fatto un posto in mezzo a un gruppo umano, così che essi credano che io abbia abbracciato le loro stesse convinzioni; e tuttavia non sono ancora riuscito a mettere radici: perché?
Due anni fa, quando presi una moglie araba a Medina, il mio desiderio era proprio che mi donasse un figlio. Ora che ho Talal, suo figlio, nato nella nostra casa appena pochi mesi fa, ho cominciato a sentire che gli arabi sono al tempo stesso miei parenti e miei fratelli spirituali. Voglio che Talal metta radici nel cuore del suo paese e cresca nella consapevolezza della nobile eredità di sangue e di cultura che gli appartiene. Mi sembra che questo basti a suscitare in chiunque il desiderio di stabilirsi definitivamente in un luogo e di fondare una dimora permanente per la propria famiglia. Perché allora il mio vagabondare non è ancora finito, perché devo ancora continuare per la mia strada? Perché la vita che ho scelto per me non riesce ancora a rendermi completamente felice? Che cosa mi manca in questo ambiente? Di certo non la curiosità intellettuale dell’Europa. Ho lasciato tutto ciò alle mie spalle. E non è che ci abbia rimesso molto. A dire il vero, mi sono allontanato tanto da quelle cose che, giorno dopo giorno, mi è diventato più difficile persino preparare gli articoli per i giornali europei che mi procurano da vivere. Ogni volta che ne invio uno, mi sembra di gettare una pietra in un pozzo senza fondo: la pietra scompare nel vuoto oscuro e non giunge neppure un debole eco a dirmi che ha raggiunto la sua destinazione.
Mentre pensavo così, immerso a metà nelle acque scure del pozzo di un’oasi araba, tra l’inquietudine e lo smarrimento, all’improvviso cominciai a udire, dal fondo della mia memoria, una voce… la voce di un vecchio nomade curdo: «Se l’acqua perde il suo movimento in una palude stagnante, diventa marcia, logora e sporca; ma quando è in movimento e scorre, diventa limpida, pura. Lo stesso vale per l’uomo che viaggia senza sosta». Poi mi parve che, come per un incantesimo, tutta la mia agitazione fosse svanita. Cominciai a guardare la mia vita con gli occhi spalancati, come si guarda una pagina di un libro per leggerne una storia, e iniziai a comprendere che il corso della mia vita non avrebbe potuto essere diverso; perché, quando mi chiedo: «Qual è il risultato complessivo della mia vita?», qualcuno dentro di me risponde: «Sei partito da un mondo per trovarne un altro, per conquistare un mondo nuovo al posto di un vecchio mondo, del quale in realtà non sei mai stato padrone». E con improvvisa chiarezza comprendo che un simile tentativo può richiedere, in realtà, un’intera vita.
Esco dal pozzo, indosso la lunga kurta pulita che avevo portato con me e torno da Zayd, vicino al fuoco, accanto ai cammelli. Bevo il caffè forte che Zayd mi ha dato, poi mi sdraio disteso sulla terra presso il fuoco, rinfrescato e pieno di vigore.
Due
Tengo le mani incrociate sotto la nuca e guardo questa notte araba, una notte buia e stellata, incurvata sopra di me come un arco. Una meteora attraversa il cielo sotto forma di un arco elettrico, ed eccone un’altra, poi un’altra ancora: archi di luce squarciano il cuore delle tenebre! Sono forse soltanto frammenti di pianeti spezzati, i resti di una catastrofe cosmica, che ora sfrecciano senza scopo attraverso l’immensità dell’universo? Oh, no. Se chiedeste a Zayd, vi direbbe che sono lance di fuoco con cui gli angeli scacciano Satana, che in certe notti sale furtivamente al cielo per rubare e conoscere i segreti di Allah… È forse allora Iblis in persona, il re dei demoni, contro il quale è stata appena scagliata con enorme velocità, nel cielo orientale, una freccia infuocata…?
Le leggende legate a questo cielo e alle sue stelle mi sono più familiari, fin dalla casa della mia infanzia…
E come avrebbe potuto essere altrimenti? Da quando sono entrato in Arabia ho vissuto come un arabo, ho indossato soltanto abiti arabi, ho parlato soltanto nella lingua araba e ho persino sognato in arabo; i costumi e la ricchezza d’immagini dell’Arabia hanno plasmato quasi inconsapevolmente il mio pensiero. Per quanto uno straniero possa diventare abile nei costumi e nella lingua di un paese, di solito una certa ristrettezza mentale gli impedisce di trovare la vera via per comprendere le emozioni e i sentimenti degli abitanti di un paese straniero e gli rende impossibile fare del loro mondo il proprio; nulla di tutto ciò mi ha mai ostacolato.
All’improvviso esplodo in una risata di felicità e di liberazione; rido così forte che Zayd mi guarda aprendo gli occhi, stupito, e il mio cammello gira la testa verso di me con un lento, indistinto gesto di alterigia: perché in questo momento ho visto il mio cammino e, nonostante la sua grande lunghezza, quanto fosse semplice e diritto: la strada che conduceva da un mondo che non era il mio al mondo che era interamente mio.
Il mio arrivo in questo paese: non è forse davvero un ritorno alla mia stessa casa? Il ritorno di un cuore alla propria casa, dopo aver cercato la propria dimora lungo le curve di migliaia di anni, e che ora ha riconosciuto questo cielo—il mio cielo—con una gioia dolorosa? Perché il cielo d’Arabia è così profondo, così alto e molto più festoso di stelle di quello di qualsiasi altro paese; questo stesso cielo era come un baldacchino sopra il cammino dei miei antenati, quei guerrieri pastori nomadi che, migliaia di anni fa, all’alba della loro potenza, accecati dal desiderio di terre e di bottino, partirono dalle fertili regioni della Caldea verso un futuro sconosciuto: la piccola tribù beduina degli Ebrei, il cui patriarca nacque in seguito nel luogo chiamato Ur dei Caldei.
Quell’uomo, il cui nome era Abramo, non era abitante della regione di Ur. La sua tribù era una fra le molte tribù dell’Arabia. In un momento o nell’altro, queste tribù arabe partirono, serpeggiando dai deserti affamati della penisola verso il paese dei sogni del Nord, che ritenevano traboccante di latte e miele. Quelle regioni erano le terre coltivate della Mezzaluna Fertile, la Siria e la Mesopotamia. Talvolta queste tribù sconfissero gli abitanti del luogo e si stabilirono al loro posto come governanti; col tempo si mescolarono ai vinti e insieme a loro diedero origine a un nuovo popolo, come gli Assiri e i Babilonesi, che edificarono i loro regni sulle rovine dell’antica civiltà sumera, oppure come i Caldei, che divennero potenti a Babilonia, o come gli Amorrei, che in seguito furono conosciuti come Cananei in Palestina e come Fenici lungo la costa della Siria. Altre volte, invece, i nomadi pastori venuti dall’esterno erano così deboli da non avere la forza di sconfiggere coloro che li avevano preceduti; alla fine si perdevano tra i popoli anteriori, oppure gli abitanti sedentari respingevano i nomadi verso il deserto, costringendoli così a cercare nuovi pascoli e forse a conquistare regioni diverse. Il vero nome di Abramo, secondo la Torah, era ‘Ab-Ram’, che nell’antica lingua araba significa «colui che è ambizioso». Evidentemente la tribù di Abramo era una delle tribù più deboli. Il racconto biblico del loro insediamento in una regione arida ai margini del deserto descrive il momento in cui compresero di non essere riusciti a trovare una nuova dimora per sé nella regione del Tigri e si preparavano a partire lungo le rive dell’Eufrate, verso nord-ovest, in direzione di Haran e da lì verso la Siria.
«Quell’uomo—colui che era ambizioso»—il mio antico antenato, che Allah aveva spinto verso regioni sconosciute e ignote, affinché scoprisse così la propria identità: egli doveva certamente capire, capire molto bene, perché io fossi venuto qui; infatti anche lui aveva dovuto correre attraverso molti paesi, vagare di luogo in luogo, prima di riuscire a dare alla propria vita una forma che si potesse afferrare e toccare con le mani; prima di mettere radici in un luogo particolare, anche lui aveva dovuto essere ospite di molte case. Di fronte alla sua esperienza, insieme venerabile e terrificante, il mio insignificante smarrimento non sarebbe parso affatto un problema. Egli capiva, proprio come ora comincio a capire io, che il significato del mio vagabondare risiede in un desiderio latente di conoscere me stesso attraverso la conoscenza di un mondo che si avvicina alle questioni più profonde della vita e alla natura della verità, un mondo completamente diverso da tutto ciò che avevo conosciuto e a cui ero stato abituato durante l’infanzia e la giovinezza.
Tre
Che lungo cammino dall’infanzia e dalla giovinezza trascorse nell’Europa centrale fino alla mia vita attuale in Arabia! Eppure, quanto è piacevole ricordare i giorni ormai trascorsi della vita.
Quei primi giorni dell’infanzia—trascorsi in una casa di Leopoli, in Polonia, allora ancora sotto il dominio austriaco—erano simili alla strada accanto alla quale sorgeva la casa: silenziosi e dignitosi. Una strada lunga, un po’ coperta di polvere ma pulita, fiancheggiata da file di castagni; lastricata di spesse tavole di legno, attutiva il rumore degli zoccoli dei cavalli e trasformava ogni momento del giorno in un pigro pomeriggio. Amavo quella bella strada con una consapevolezza singolare, come amavo le città della mia infanzia—non soltanto perché era la strada di casa mia; credo piuttosto di averla amata davvero perché, con un’aria di nobile serenità, si stendeva dal centro animato della città, festoso e pieno di vita, verso il silenzio dei boschi ai margini della città e verso il vasto cimitero nascosto in quei boschi. Di tanto in tanto, splendide carrozze sembravano volare su ruote silenziose, al ritmo del rapido scalpitio degli zoccoli dei cavalli al galoppo; e se era inverno, e la strada veniva ricoperta da un metro di neve, allora vi passavano le slitte, il vapore usciva dalle narici dei cavalli, e le loro campanelle tintinnavano nell’aria greve di nebbia. Se tu stesso sedevi dentro una slitta e sentivi la nebbia correre al tuo fianco e sfiorarti il volto con il suo tocco gelido, il tuo cuore infantile avrebbe compreso che i cavalli lanciati al galoppo ti stavano portando verso una felicità senza inizio né fine.
Poi c’erano quei mesi estivi trascorsi in campagna, dove un mio zio, ricco banchiere, possedeva una grande tenuta per la gioia della sua numerosa famiglia. Un piccolo fiume dal corso lento scorreva tra file di salici sulle due rive; poi i fienili, pieni di bestiame tranquillo e docile—e una penombra misteriosamente satura dell’odore degli animali e del fieno, e delle risate delle contadine rutene, occupate a mungere le vacche al calar della sera. Si poteva bere il latte caldo e spumoso direttamente dal secchio, non soltanto perché si aveva sete, ma perché era emozionante bere qualcosa che era ancora così vicino alla sua origine animale e festosa. Ricordo quei giorni d’agosto trascorsi nei campi con i braccianti che mietevano il grano e con le ragazze che lo raccoglievano e lo legavano in covoni: giovani donne dall’aspetto florido e dal corpo robusto, con il petto prosperoso e braccia forti e vigorose; ne sentivo la forza quando, a mezzogiorno, per gioco mi facevano rotolare sui mucchi di grano. Naturalmente, allora ero così piccolo che non potevo attribuire altro significato ai loro abbracci ridenti.
E poi i viaggi con mio padre e mia madre a Vienna e Berlino, sulle Alpi e nelle foreste della Boemia, al Mare del Nord e sul Baltico; luoghi tanto lontani gli uni dagli altri che ciascuno sembrava un mondo nuovo. Ogni volta che partivo per uno di quei viaggi, il mio cuore sembrava fermarsi al pensiero delle nuove meraviglie che stavano per rivelarsi davanti a noi, al primo fischio della locomotiva e al primo sobbalzo delle sue ruote!
Inoltre, tanti compagni di giochi, maschi e femmine, un fratello e una sorella, e numerosi cugini; e, dopo i monotoni giorni di scuola della settimana—non poi così penosi—quelle domeniche luminose e libere; le scorribande in campagna, i miei primi incontri segreti con belle ragazze della mia età e il rossore di una strana eccitazione dalla quale impiegavo ore e ore a riprendermi…
Quell’infanzia era stata felice—appartenente al passato, ma appagante. La vita di mio padre e di mia madre era una vita agiata; si potrebbe dire che vivevano soltanto per i loro figli. Forse, alla base della facilità con cui negli anni successivi riuscii ad adattarmi a situazioni sconosciute e talvolta avverse, vi fu l’influenza, almeno in parte, della serenità e dell’incrollabile silenzio di mia madre; d’altra parte, l’irrequietezza mentale di mio padre potrebbe essersi riflessa nel mio carattere inquieto…
Se devo descrivere mio padre, dirò che quell’uomo bello, snello, di statura media e dalla carnagione scura, con gli occhi neri e pieni d’ansia, non era molto in sintonia con il suo ambiente. All’inizio della giovinezza sognava di dedicarsi alla scienza, in particolare alla fisica. Ma quel sogno non si realizzò nella sua vita. Fu costretto ad accontentarsi di diventare avvocato. In questa professione ebbe tuttavia un discreto successo, perché per la sua mente acuta e inquieta essa rappresentava forse una sorta di sfida. Eppure papà non riuscì mai ad accettare quella veste con tutto il cuore. La solitudine che lo circondava forse aveva origine dalla consapevolezza, sempre presente, che la sua vera vocazione lo aveva tradito.
Il padre di mio padre era un rabbino ortodosso, cioè un maestro ebreo, nella capitale della provincia austriaca di allora, la Bucovina: Czernowitz. Ricordo ancora che il vecchio era molto bello; aveva mani morbide, delicate e lunghe, e il suo volto, espressivo e curioso, era incorniciato da una lunga barba bianca. Per tutta la vita, nel tempo libero, si dedicò alla matematica e all’astronomia; nutriva per entrambe le discipline una profonda passione. Inoltre era il miglior giocatore di scacchi della zona; e forse fu proprio questo il fondamento della sua lunga amicizia con l’arcivescovo greco ortodosso, che era a sua volta un famoso scacchista. I due vecchi trascorrevano una sera dopo l’altra davanti alla scacchiera, e le loro riunioni terminavano con discussioni sui sublimi precetti delle rispettive religioni. Si potrebbe pensare che, con una simile disposizione mentale, per mio nonno fosse naturale approvare l’interesse di mio padre per la scienza. Ma dentro di sé aveva deciso fin dall’inizio che il suo primogenito avrebbe seguito la tradizione del rabbino ebreo, una tradizione antica di diverse generazioni della loro famiglia. Non era disposto nemmeno a prendere in considerazione per mio padre un’altra professione. La sua decisione potrebbe essere stata resa ancora più salda da uno scheletro vergognoso custodito nell’armadio di famiglia: il ricordo di uno dei suoi zii, cioè di un fratello del mio bisnonno, che aveva infranto in modo assai insolito la tradizione familiare, arrivando persino ad abbandonare la religione dei suoi antenati.
A quanto pare, quel fratello quasi leggendario del mio bisnonno — il cui nome non veniva mai pronunciato ad alta voce in famiglia — era nato nella medesima tradizione familiare. In giovanissima età era diventato un rabbino a tutti gli effetti, e alla stessa età lo avevano fatto sposare con una donna che, a quanto pare, non amava. A quei tempi lo stipendio di un rabbino non era molto alto. Perciò commerciava in pellicce per aumentare le proprie entrate, e ogni anno doveva recarsi a Lipsia, il principale mercato europeo delle pellicce. Quando aveva circa venticinque anni, partì per uno di quei lunghi viaggi su una carrozza trainata da cavalli. Era la prima metà del XIX secolo; anche quella volta andò a Lipsia e vendette le sue pellicce, ma invece di tornare a casa vendette sia la carrozza sia i cavalli. Poi, dopo essersi rasato la barba e i riccioli laterali, dimenticò la moglie che non amava e partì per l’Inghilterra. Per qualche tempo si mantenne facendo lavori manuali; la sera studiava astronomia e matematica. Sembra che un suo mecenate avesse riconosciuto il suo talento e gli avesse consentito di proseguire gli studi a Oxford! Alcuni anni dopo, uscì da Oxford come studioso promettente e convertito al cristianesimo. Poco dopo aver inviato alla moglie ebrea i documenti del divorzio, sposò una ragazza non ebrea. Della sua vita successiva la nostra famiglia non seppe quasi nulla: si sapeva soltanto che aveva acquistato una certa fama come astronomo e che era morto con il titolo di cavaliere.
Sembra che proprio questo terribile esempio rendesse così inflessibile l’atteggiamento di mio nonno verso l’interesse di mio padre per lo studio delle scienze dei gentili. Doveva diventare un rabbino: e questo era quanto! Mio padre, naturalmente, non era disposto ad arrendersi così facilmente. Di giorno studiava il Talmud, ma di notte, di nascosto e senza l’aiuto di alcun insegnante, studiava il programma secondario umanistico. In seguito ne parlò a sua madre. Forse ella soffrì per gli studi segreti del figlio; tuttavia, grazie alla nobiltà della sua natura, comprese che sarebbe stato davvero crudele privarlo della possibilità di seguire la vocazione del suo cuore. All’età di ventidue anni, dopo aver completato in quattro anni il corso secondario di otto anni, mio padre si preparò all’esame di laurea e lo superò brillantemente. Con quel titolo, lui e sua madre si fecero coraggio e si prepararono a rivelare la terribile notizia a mio nonno. Posso immaginare la scena drammatica che ne seguì. Ma il risultato fu che, alla fine, mio nonno si ammorbidì e acconsentì a che mio padre non studiasse più per diventare rabbino, bensì frequentasse l’università. Naturalmente, la situazione economica della famiglia non gli permetteva di studiare la sua materia preferita, la fisica. Perciò scelse una professione più redditizia, quella dell’avvocato, e a tempo debito ne uscì come avvocato abilitato. Alcuni anni dopo si stabilì nella città di Leopoli, nella Galizia orientale, e lì sposò mia madre, una delle quattro figlie di un ricco banchiere locale. Là, nell’estate del 1900, nacqui come secondogenito dei loro tre figli.
Il desiderio frustrato di mio padre si manifestava nei suoi ampi studi sulle materie scientifiche e forse anche nella sua strana, benché assai discreta, predilezione per il suo secondogenito, cioè per me. A quanto pare, anch’io ero più attratto da quelle materie che non avevano alcun rapporto con il guadagno immediato e con una carriera di successo. Eppure non vi era alcuna possibilità che il suo sogno di fare di me uno scienziato si realizzasse. Pur non essendo stupido, come studente ero estremamente svogliato. La matematica e le scienze naturali mi annoiavano. Provavo un piacere immenso nel leggere gli avvincenti romanzi storici di Sienkiewicz, le storie fantastiche di Jules Verne, i racconti di James Fenimore Cooper e di Karl May sugli Indiani d’America e, in seguito, le poesie di Rilke e Così parlò Zarathustra, composto in versi profondi e sublimi. I misteri della gravità e dell’elettricità non mi interessavano affatto, non più della grammatica latina e greca. Di conseguenza, venivo promosso dopo aver fallito ogni volta gli esami. Per mio padre doveva essere certamente una cocente delusione. Ma è assai probabile che trovasse consolazione nel fatto che i miei insegnanti erano molto soddisfatti della mia inclinazione per la letteratura e la storia polacca e tedesca.
Seguendo la tradizione della mia famiglia, ricevetti in casa, da un maestro, un’istruzione completa nella religione ebraica. E ciò non era dovuto alla religiosità manifesta di mio padre e di mia madre. Erano persone di un’epoca in cui si professava soltanto un’adesione verbale a una qualsiasi delle fedi dalle quali era stata formata la vita degli antenati; nessuno si sforzava minimamente di conformare a quegli insegnamenti religiosi la propria condotta pratica, e neppure il proprio pensiero morale. Alcuni si aggrappavano alla loro eredità religiosa attraverso i riti aridi e privi di vita di chi li osservava soltanto per abitudine, soltanto per abitudine… altri con l’altezzosa indifferenza degli «emancipati», i quali consideravano la religione una superstizione decrepita, cui ci si poteva talvolta adeguare esteriormente, ma della quale ci si vergognava interiormente, poiché non poteva essere sostenuta con la ragione. Sotto ogni aspetto, mio padre e mia madre appartenevano al primo gruppo. Ma talvolta si affacciava nella mia mente il vago sospetto che, almeno mio padre, fosse incline piuttosto al secondo. Ciononostante, per compiacere suo padre e suo suocero, egli insisteva affinché dedicassi molte ore alla lettura dei libri religiosi. Così, all’età di dodici o tredici anni, non solo imparai a leggere molto rapidamente l’ebraico, ma acquisii anche la capacità di parlarlo correntemente. Inoltre, giunsi ad avere una conoscenza approssimativa dell’aramaico. Probabilmente fu grazie a questa conoscenza che in seguito riuscii ad apprendere l’arabo con tanta facilità. Lessi l’Antico Testamento nella sua lingua originaria. In tal modo venni anche a conoscere la Mishnah e la Gemara, cioè il testo fondamentale del Talmud e il suo commento. Con una certa sicurezza potevo discutere delle differenze tra il Talmud di Gerusalemme e quello di Babilonia. Mi smarrii così nelle complessità dei Targum, cioè dei commenti della Bibbia, che la vita di un rabbino sembrava ormai destinata a me!
Nonostante tutte queste nuove conoscenze religiose, o forse proprio per questo, ben presto cominciai ad assumere un atteggiamento altezzoso verso molti principi della religione ebraica. È vero che non ero in disaccordo con l’enfasi posta ovunque nelle Scritture ebraiche sulla bontà morale, né con la grande ispirazione divina dei profeti ebrei. Ma mi sembrava che l’«Allah» dell’Antico Testamento e del Talmud fosse inutilmente preoccupato soprattutto dei riti attraverso i quali i suoi adoratori avrebbero dovuto venerarlo. Mi sembrava inoltre che Allah fosse stranamente interessato in anticipo al destino di una nazione particolare, cioè degli ebrei. La stessa struttura dell’Antico Testamento, concepito come storia dei discendenti di Abramo, dà l’impressione che Allah non sia il creatore e il signore dell’intera umanità, bensì una divinità tribale che provvede ai bisogni di un popolo eletto all’interno dell’intera creazione: quando essi compiono il bene, li ricompensa con la conquista di terre, e ogni volta che si allontanano dalla via stabilita per loro, li costringe a subire dolore e umiliazione per mano degli infedeli. Alla luce di questi difetti fondamentali, mi sembrava che anche nell’impulso morale di profeti posteriori come Isaia e Geremia non vi fosse alcun messaggio universale.
Ma il risultato dei miei primi studi, benché contrario a quanto ci si sarebbe aspettati — poiché, invece di avvicinarmi alla religione dei miei antenati, mi aveva spinto ad allontanarmene — in seguito mi aiutò a comprendere, penso talvolta, lo scopo fondamentale di ogni religione, quale che sia la sua forma. Sebbene la religione ebraica mi avesse deluso, allora non cercai la verità spirituale altrove. Sotto l’influsso di un ambiente scettico, come molti altri ragazzi della mia età rifiutai senz’altro ogni religione istituzionale. Poiché la religione non mi era mai sembrata più di un enorme codice di divieti e prescrizioni, allontanandomene non avevo in realtà alcun legame da spezzare. Ciò che desideravo non era molto diverso da quello che desiderano quasi tutti gli altri ragazzi: volevo l’azione, volevo l’avventura e l’emozione!
Verso il 1914, quando la Grande Guerra era già cominciata, mi sembrò che la prima grande occasione di realizzare i miei sogni infantili fosse finalmente a portata di mano. A quattordici anni fuggii da scuola e mi arruolai nell’esercito austriaco, sotto falso nome. Ero molto alto per la mia età, così passai facilmente per un diciottenne, e diciotto anni era l’età minima per arruolarsi. Ma era evidente che non possedevo alcuna qualità militare. Dopo circa una settimana mio padre mi ritrovò con l’aiuto della polizia. In seguito fui condotto a Vienna in modo umiliante; la mia famiglia aveva cominciato a viverci da poco. Quasi quattro anni dopo fui arruolato nell’esercito austriaco sia di fatto sia legalmente, ma a quel punto il mio sogno della gloria militare si era già spento e cercavo un’altra via per dare compimento alla mia vita. Comunque, poche settimane dopo il mio arruolamento nell’esercito scoppiò la rivoluzione, l’Impero austriaco crollò e la guerra ebbe fine.
Per quasi due anni dopo la Prima guerra mondiale studiai in modo piuttosto disordinato storia dell’arte e filosofia all’Università di Vienna. Non ero portato per quegli studi. La tranquilla vita accademica non aveva per me alcuna attrattiva. Sentivo il desiderio di confrontarmi più profondamente con la vita, il desiderio di entrarvi. Volevo entrare nella vita senza ricorrere a quei sistemi artificiali di difesa che l’uomo amante della sicurezza costruisce intorno a sé; volevo trovare da solo la via per comprendere l’ordine spirituale che sta dietro ogni cosa — un ordine che sapevo dovesse esistere, ma che ancora non riuscivo a vedere con chiarezza.
Non è affatto facile esprimere a parole che cosa intendessi allora per ordine spirituale. Certamente non riflettevo su questa questione nel senso religioso corrente; anzi, si potrebbe dire che non le attribuivo alcun significato preciso. Per essere giusto con me stesso, devo dire che questa mia vaghezza, questa indeterminatezza, non erano una creazione personale: erano in realtà la vaghezza e l’indeterminatezza di un’intera epoca.
Un tratto caratteristico dei primi decenni del ventesimo secolo era il vuoto spirituale. Tutti i valori morali ai quali l’Europa si era abituata per molti secoli persero i loro contorni definiti e divennero privi di forma sotto la terribile pressione di ciò che accadde tra il 1914 e il 1918. E al loro posto non si scorgeva ancora da nessuna parte una nuova scala di valori. Tutti avvertivano un senso di transitorietà e d’incertezza, il presagio di sconvolgimenti sociali e psicologici, che indusse gli uomini a cominciare a dubitare che nel pensiero e negli sforzi umani potesse mai esistere di nuovo qualcosa di stabile. Ogni cosa sembrava fluttuare in un’inondazione informe e priva di sembianze. E l’inquietudine spirituale dei giovani non trovava da nessuna parte alcun sostegno. In assenza di un criterio affidabile della moralità, nessuno era in grado di dare a noi giovani risposte soddisfacenti alle domande davanti alle quali eravamo rimasti sconcertati. La scienza proclamava che «la conoscenza è tutto» e aveva dimenticato che, senza un fine morale, la conoscenza può soltanto generare caos. I riformatori sociali, i rivoluzionari e i comunisti — non c’è dubbio che tutti desiderassero costruire un mondo migliore e più felice — consideravano però ogni cosa soltanto alla luce delle condizioni sociali ed economiche esteriori e, per correggere i difetti, innalzavano la loro concezione materialistica della storia a una nuova metafisica anti-metafisica. Nel frattempo, i religiosi comuni non sapevano fare di meglio che attribuire ad Allah le qualità ricavate dai loro stessi schemi di pensiero, qualità che da tempo erano diventate rigide e prive di significato. E quando noi giovani vedemmo che ciò che accadeva nel mondo intorno a noi era spesso in tremenda contraddizione con le qualità divine immaginate, ci dicemmo: «Le qualità attribuite ad Allah sono chiaramente diverse e separate dalle forze che determinano il destino umano. Dunque Allah non esiste». Soltanto pochissimi tra noi pensarono che la causa di tutte queste confusioni potesse risiedere nei capricciosi umori dei presuntuosi custodi della religione, i quali pretendevano di avere il diritto di “definire Allah” e, vestendolo così con i propri abiti, lo avevano separato dagli uomini e dal loro destino.
Nella vita individuale, questa incertezza e mutevolezza riguardo a ciò che si deve fare può portare a un grave caos morale e al disprezzo per l’arte, la bellezza e la cultura umane; d’altra parte, può anche favorire la ricerca di un cammino personale e creativo verso ciò che dà forma a una vita nobile.
Indirettamente, fu forse proprio questa intuizione innata a indurmi a scegliere la storia dell’arte come materia principale dei miei studi universitari. Mi sembrava che il vero compito dell’arte fosse presentarci un modello capace di unificare in una sintesi armoniosa la molteplicità che certamente giace al di sotto delle immagini frammentarie degli eventi che la nostra coscienza ci rivela; un modello che può essere espresso pienamente soltanto per mezzo del pensiero immaginativo. Naturalmente, la mia materia di studio non riuscì a soddisfarmi. Mi sembrava che i miei professori — alcuni dei quali, come Strzygowski e Dvořák, erano eminenti nei rispettivi campi — fossero eccessivamente impegnati a scoprire le regole dell’estetica che governano la creazione artistica; avevano fatto ben poco per svelare il tumulto spirituale che ne costituiva il nucleo. In altre parole, a mio parere, la loro visione dell’arte era limitata in modo troppo angusto alle forme e agli stili attraverso i quali l’arte trova espressione.
Anche nelle conclusioni della psicologia che conobbi in quei giorni di giovanile smarrimento rimasi ugualmente insoddisfatto, forse per ragioni in parte diverse. Non c’è dubbio che, a quel tempo, la psicoanalisi apparisse come una rivoluzione psicologica di prim’ordine. Sentivo allora fin nel profondo che, aprendo in tal modo nuove porte nella conoscenza e nella comprensione, fino ad allora chiuse, avrebbe profondamente influenzato, forse cambiato del tutto, il modo in cui gli uomini pensavano a se stessi e alla società; la scoperta del ruolo svolto dai desideri dell’inconscio nella formazione della personalità aveva indubbiamente aperto la strada a una più profonda conoscenza di sé, che le precedenti teorie psicologiche non erano riuscite a offrirci. Ero pronto ad accettare tutto questo — anzi, l’eccitazione del pensiero freudiano era per me intensa quanto l’ebbrezza del vino. Passai molte sere nei caffè di Vienna ad ascoltare le animate discussioni tra alcuni dei primi pionieri della psicoanalisi, come Alfred Adler, Hermann Stickel e Otto Gross. Tuttavia, rimasi turbato dai presupposti della sua analisi, perché questa scienza voleva ridurre tutti i misteri dell’anima umana a un insieme di processi nervosi. Le conclusioni filosofiche alle quali erano giunti il fondatore di questa dottrina e i suoi seguaci mi sembravano, chissà perché, eccessivamente sottili, eccessivamente certe e eccessivamente semplificate; di conseguenza, mi parve che non avessero nemmeno la capacità di avvicinarsi alle verità ultime; inoltre, certamente non indicavano alcuna nuova via verso una vita migliore.
Sebbene questi problemi occupassero spesso la mia mente, non ne ero particolarmente turbato. Non ero mai stato molto interessato a riflettere su ciò che trascende i sensi o a ricercare consapevolmente verità che fossero soltanto concettuali. Mi attirava tutto ciò che si poteva vedere e sentire, la collettività, le sue attività e le sue diverse relazioni. E fu proprio in quel periodo che cominciai a scoprire i rapporti con le donne.
Subito dopo la Grande Guerra cominciò il generale crollo dei valori comunemente accettati, e nel corso di quel crollo si allentarono anche molte delle restrizioni e dei divieti esistenti nei rapporti tra uomini e donne. A mio parere, ciò fu meno una ribellione contro il ristretto bigottismo dell’Ottocento che un essere precipitati spontaneamente da una condizione nel suo esatto opposto: da una condizione in cui alcuni principi morali erano considerati eterni e indiscutibili a un’altra in cui tutto era diventato oggetto di discussione. Fu il ritorno del pendolo dalla fede dell’uomo nel suo ininterrotto progresso ascendente, fino ad allora indiscussa, verso l’amaro pessimismo di Spengler, il relativismo morale di Nietzsche e il vuoto spirituale prodotto dalla psicoanalisi. Guardando ai primi anni del dopoguerra, sembra che i giovani e le giovani che parlavano e scrivevano con tanto entusiasmo della «liberazione del corpo» fossero molto lontani dall’ispirazione altamente eccitante del dio Pan, al quale ricorrevano a ogni momento. La loro sensualità era così raffinata e languida che non potevano essere rivoluzionari. Di solito i loro rapporti sessuali erano improvvisi, si presentavano senza riflessione, in uno stato di torpore privo di ogni sentimento, e spesso sfociavano in una promiscuità sessuale senza limiti.
Anche se mi fossi sentito vincolato da ciò che restava della morale tradizionale, sarebbe stato assai difficile proteggermi da quell’aria, divenuta così vasta e così impetuosa. Anzi, come molti altri della mia generazione, provavo orgoglio proprio per ciò che veniva considerato una ribellione contro la vuota rispettabilità. Il gioco dell’amore si trasformava facilmente in passione, e talvolta la passione assumeva la forma dell’estasi sensuale. Non credo affatto di essere stato un libertino, perché anche nei miei amori giovanili, per quanto futili e fugaci, risuonava quasi sempre, indistinta ma possente, la speranza che forse l’unione di un uomo e di una donna avrebbe potuto spezzare la terribile solitudine che separa nettamente un uomo dall’altro.
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La mia inquietudine continuava ad aumentare. Di conseguenza, proseguire gli studi universitari diventava per me sempre più difficile. Alla fine decisi di abbandonare del tutto gli studi e di tentare la sorte nel giornalismo. Ma mio padre si oppose con veemenza. Sollevò le sue obiezioni con argomenti forse più forti di quelli che allora ero disposto ad accettare per giustificare la sua opposizione. Disse che, prima di scegliere la scrittura come professione, era indispensabile dimostrare, almeno a me stesso, di saper scrivere. Dopo una discussione tempestosa concluse dicendo: «Comunque sia, non si è mai saputo che un dottorato di ricerca abbia impedito a qualcuno di diventare uno scrittore di successo». Il suo ragionamento era impeccabile, inconfutabile. Ma io ero del tutto inesperto, straordinariamente ottimista ed estremamente irrequieto. Quando capii che non avrebbe cambiato idea in alcun modo, non mi rimase altra scelta che cominciare la vita per conto mio. Senza confidare a nessuno i miei pensieri, un giorno d’estate del 1920 lasciai Vienna e salii su un treno passeggeri diretto a Praga.
Tolti i miei effetti personali, non possedevo nulla, a parte un anello di diamanti. L’anello me l’aveva dato mia madre. Mia madre era morta l’anno precedente. A Praga il principale ritrovo degli scrittori era un caffè; con l’aiuto di un cameriere di quel caffè vendetti l’anello. Molto probabilmente fui imbrogliato senza rimedio; eppure il denaro che ricevetti mi sembrò un tesoro da sette re. Con quella ricchezza in tasca arrivai a Berlino. Lì, grazie ad alcuni amici viennesi, fui presentato al magico circolo di artisti e scrittori dell’antico Café des Westens.
Capii che da quel momento avrei dovuto farmi strada da solo, senza l’aiuto di nessuno. Non avrei mai più sperato né accettato alcun sostegno finanziario dalla mia famiglia. Alcune settimane dopo, quando la collera di mio padre si fu un poco placata, mi scrisse: «Ora lo vedo chiaramente: un giorno morirai come un vagabondo scapestrato, disteso accanto alla strada, in una fogna». Gli risposi subito: «No, per me non c’è nessuna fogna sul ciglio della strada: vedrà che salirò fino alla vetta più alta». Come sarei salito in cima non mi era ancora affatto chiaro; sapevo però di voler scrivere, di voler diventare uno scrittore, e avevo anche cominciato a credere che il mondo degli scrittori mi stesse aspettando con impazienza e a braccia aperte.
Dopo alcuni mesi il denaro contante mi finì e cominciai ad affannarmi per trovare un lavoro. Per un giovane ambizioso che aspira a diventare giornalista, la scelta più ovvia è ottenere un impiego in uno dei quotidiani più famosi; ma mi accorsi che non mi volevano. Naturalmente non lo capii all’improvviso. Per arrivarci dovetti camminare avanti e indietro per settimane sui marciapiedi di Berlino, e quanto era penoso farlo, perché persino mettere insieme il denaro per la metropolitana o per un taxi era diventato un problema. Inoltre, dopo innumerevoli colloqui umilianti con capiredattori, redattori e viceredattori, giunsi alla stessa conclusione: salvo un miracolo, nessun giovane che non avesse neppure una riga, nemmeno una goccia…
Per me non avvenne alcun miracolo. Sulla sua scia conobbi la fame e per molte settimane vissi di tè e dei due pezzi di pane che la mia padrona di casa mi dava ogni mattina. Anche gli amici scrittori che avevo trovato al Café des Westens non potevano fare granché per un aspirante scrittore inesperto come me. Trascorrevano così i giorni, seduti proprio sull’orlo del nulla; con enorme fatica cercavano di tenere fuori dall’acqua almeno il mento. Di tanto in tanto, se per fortuna qualcuno riusciva a vendere un buon articolo o un quadro, incontravano all’improvviso la ricchezza; allora uno di loro dava una festa a base di birra e würstel e mi invitava a condividere quella fortuna improvvisa. Talvolta qualche ricco arrivato dal nulla e oppresso dal complesso d’inferiorità invitava nel suo appartamento noi strani nomadi intellettuali e ci fissava a bocca aperta, con una deferenza mescolata alla paura, mentre riempivamo i nostri stomaci vuoti di caviale, tartine e champagne e ripagavamo la gentilezza del nostro ospite con «la nostra visione della vita bohémienne». Ma simili episodi erano eccezionali. La regola abituale di quei giorni era il digiuno assoluto, e i miei sogni notturni erano colmi di spesse fette di pane fresco e imburrato. Diverse volte ebbi voglia di scrivere a mio padre e chiedergli aiuto. Certamente non me l’avrebbe rifiutato. Ma ogni volta la mia dignità me lo impedì; così, invece di chiedergli aiuto, gli scrivevo che avevo trovato un lavoro magnifico e che ricevevo un lauto stipendio.
Alla fine la fortuna cambiò. Conobbi F. W. Murnau. Aveva appena fatto il suo ingresso nell’arena della fama come giovane produttore cinematografico emergente. (Lo conobbi pochi anni prima che partisse per Hollywood. Là ottenne una fama ancora maggiore e infine morì tragicamente e prematuramente.) Murnau aveva un’indole capricciosa e spericolata, e per questo era amatissimo da tutti i suoi amici. Non appena mi vide, si sentì attratto da quel giovane, così fortemente ottimista e desideroso del futuro nonostante tutte quelle avversità. Mi chiese se fossi disposto a lavorare come suo assistente nel nuovo film che stava per iniziare; e sebbene il lavoro fosse soltanto temporaneo, quando balbettai «Sì, sì, accetto», mi parve che davanti a me si stessero spalancando le porte del Paradiso.
Due mesi splendidi, liberi dalle preoccupazioni economiche! Completamente immerso in esperienze strane e meravigliose, del genere che non mi era mai capitato di vivere, continuai a lavorare come assistente di Marno. La mia fiducia in me stesso crebbe enormemente; e certamente non diminuì per il fatto che l’attrice protagonista del film—una famosa e bellissima interprete cinematografica—non si sentisse affatto minacciata dal gioco amoroso dell’assistente del giovane regista. Quando il film fu terminato e Marno si preparò a recarsi all’estero per un nuovo incarico, lasciai il suo servizio convinto che i giorni peggiori della mia vita fossero ormai finiti.
Poco tempo dopo, un mio amico giornalista viennese, che allora si era già fatto una certa fama a Berlino come critico teatrale, di nome Anton Kuh, mi chiese di aiutarlo a scrivere il soggetto di un film. La responsabilità di scrivere il soggetto era stata affidata a me. Accettai con enorme entusiasmo. Credo di essermi dannato l’anima per quell’opera. Comunque sia, il regista, soddisfatto, ci pagò il compenso promesso; io e Anton dividemmo quella somma a metà. Per rendere memorabile il nostro ingresso nel mondo del cinema, organizzammo una festa nel ristorante più elegante e alla moda di Berlino. Quando ci portarono il conto, per saldare il debito con il ristorante, scoprimmo che tutto il nostro denaro doveva essere speso in aragoste, uova di pesce salate e vino francese. Ma la fortuna ci salvò. Ci mettemmo subito a scrivere un altro soggetto, incentrato su Balzac: un film interamente immaginario, basato su una sua bizzarra esperienza anch’essa immaginaria! Non solo: proprio il giorno in cui terminammo la stesura, trovammo anche un acquirente. Questa volta non organizzammo alcun «banchetto» per celebrare il nostro successo. Invece partimmo per trascorrere alcune settimane di svago nelle terre bavaresi.
Seguì un altro anno, un anno pieno di audaci successi e fallimenti. Dopo aver svolto vari lavori temporanei in diverse città dell’Europa centrale, riuscii a entrare nel mondo della stampa.
Questa conquista della fortezza avvenne nell’autunno del 1921, dopo un altro breve periodo di difficoltà economiche. Un giorno me ne stavo seduto al Café des Westens, stanco e sconfortato. In quel momento un mio amico venne a sedersi al mio tavolo. Quando gli raccontai delle mie difficoltà, mi diede questo consiglio:
—«Potrebbe esserci un’opportunità per te. Il dottor Damart sta per fondare una propria agenzia d’informazioni, con la collaborazione della United Press of America. L’agenzia si chiamerà United Telegraph. Credo che avrà bisogno di molti redattori. Se vuoi, posso presentarti a lui.»
Negli anni Venti, il dottor Damart era una figura di spicco negli ambienti politici tedeschi. Tra i membri del Partito del Centro cattolico era davvero senza pari. L’idea di poter lavorare come suo assistente mi sembrò allettante.
Il giorno dopo il mio amico mi condusse nell’ufficio del dottor Damart. Quell’affabile uomo di mezza età ci invitò a sederci con modi cortesi e amichevoli.
—«Signor Fingal. (Il nome del mio amico) mi ha parlato di lei; ha mai lavorato prima come giornalista?»
—No, signore —rispondo—, ma ho una vasta esperienza in altri campi. Si può dire che sono uno specialista dei paesi dell’Europa orientale e conosco molte lingue. (In realtà, però, sapevo parlare una sola lingua dell’Europa orientale, il polacco, e avevo soltanto un’idea molto vaga di ciò che stava accadendo in quella parte del mondo. Eppure ero fermamente deciso: non avrei lasciato che un’inutile modestia mi facesse perdere la mia occasione.)
—Ah, bene, magnifico! —commentò il dottor Damart con un sorriso ancora più ampio—. Mi piacciono molto gli specialisti. Ma purtroppo, al momento, non posso impiegarti in nessun lavoro riguardante l’Europa orientale.»
Evidentemente aveva colto l’ombra della delusione sul mio volto, perché si affrettò ad aggiungere: —Tuttavia, ho un lavoro per te; naturalmente, forse non è proprio all’altezza della tua dignità…»
—Che genere di lavoro, signore? —chiedo, ricordando che non ero ancora riuscito a pagare l’affitto di casa.
—Vedi, ho bisogno di altri telefonisti—no, no, non preoccuparti, non operatori. Mi servono telefonisti che trasmettano per telefono i dispacci ai giornali provinciali…»
Per le mie ambizioni, quella proposta era umiliante. Guardai il dottor Damart, e lui guardò me. Quando vidi che le rughe spiritosamente ironiche intorno ai suoi occhi si facevano più fitte, capii che il mio gioco arrogante era fallito.
—Farò questo, signore —rispondo con un sospiro e un sorriso.
La settimana seguente cominciai il mio nuovo lavoro. Era estremamente monotono e faticoso. Aveva ben poco a che fare con i sogni della vita giornalistica che avevo coltivato. Il mio compito consisteva nel trasmettere, diverse volte al giorno e per telefono, brevi dispacci ai giornali della nostra agenzia di stampa nelle varie regioni del paese. Ero però un telefonista eccellente, e anche il mio stipendio era eccellente!
Cominciai a lavorare in questo modo per un mese. Il lavoro era estremamente monotono e faticoso. Aveva ben poco a che fare con la vita giornalistica che avevo sognato. Il mio compito consisteva nell’inviare più volte al giorno, per telefono, brevi messaggi ai giornali della nostra agenzia di stampa nelle varie regioni del Paese. Ero però un eccellente telefonista, e anche il mio stipendio era eccellente!
Lavorai così per un mese. Alla fine del mese mi si presentò un’opportunità senza precedenti.
Nel 1921 la Russia fu colpita da una carestia di una gravità inaudita. Milioni e milioni di persone pativano la fame e morivano a centinaia di migliaia. I giornali di tutta Europa si dedicavano a descrivere con toni agghiaccianti quella situazione. Si stavano elaborando diversi piani per l’invio di aiuti dall’estero; uno di questi era diretto da Herbert Hoover, che dopo la Grande Guerra aveva fornito un aiuto ingente all’Europa centrale. In Russia, Maksim Gor’kij guidava un’ampia opera di soccorso. I suoi drammatici appelli agli aiuti sconvolsero il mondo intero e circolavano insistenti voci secondo cui sua moglie avrebbe presto visitato le capitali dell’Europa centrale per creare un’opinione pubblica più favorevole a un aiuto efficace.
Ero soltanto un telefonista. Perciò non avevo fatto direttamente nulla per trasmettere i resoconti di quei fatti emozionanti, ma alla fine fui coinvolto all’improvviso da un’osservazione di un amico conosciuto per caso. (Avevo molti amici di quel genere, nei luoghi più improbabili). In questo caso, quell’amico era il portiere notturno dell’Hotel Esplanade, uno degli uomini più scaltri di Berlino, e disse: «Ehi, madame Gor’kij: è una donna straordinaria; nessuno potrebbe mai immaginare che sia una bolscevica!»
«Madame Gor’kij? Dove l’hai vista?»
L’informatore abbassò la voce e sussurrò: «È nel nostro albergo. È arrivata proprio ieri, ma si è registrata con un nome diverso nel registro dell’albergo. Soltanto il direttore sa chi sia. Non vuole che i cronisti le stiano alle calcagna.»
«Ma come fai a saperlo?»
«Noi portieri sappiamo tutto quello che succede in albergo», disse mostrando i denti in un sorriso. «Crede che il nostro posto di lavoro durerebbe a lungo se non sapessimo almeno questo?»
Che cosa meravigliosa sarebbe ottenere un colloquio, un’intervista personale con madame Gorkij! Tanto più che sui giornali non era stata stampata nemmeno una riga riguardo al fatto che si trovasse a Berlino. In un attimo la mia immaginazione prese fuoco.
—Riesci in qualche modo a farmi incontrare con lei? chiesi al mio amico.
—Non so se ci riuscirò: madame Gorkij è assolutamente restia a far sapere qualcosa di sé. Però sì, forse c’è una cosa che posso fare. Se ti siedi nella hall la sera, forse potrò indicartela con un cenno.
Questo fu quanto ci dicemmo. Corsi al mio ufficio presso la United Telegraph. Quasi tutti se n’erano già andati, ma per fortuna il redattore delle notizie era ancora al lavoro alla sua scrivania. Lo incalzai: —Se le prometto di procurarle una storia sensazionale, mi darà un tesserino stampa?
—Che tipo di storia? domandò con sospetto.
—Mi dia il tesserino stampa e io le darò la storia. Se non gliela consegnerò, potrà riavere il tesserino in qualsiasi momento.
Alla fine, quel vecchio maniaco delle notizie acconsentì alla mia richiesta. Uscii dall’ufficio con un tesserino — e ne uscii come il fiero possessore di una tessera grazie alla quale ora risultavo essere il rappresentante della United Telegraph.
Le ore successive le trascorsi nella hall dell’Esplanade (il vestibolo d’ingresso). Alle nove il mio amico arrivò per prendere servizio. Fermatosi sulla porta, mi fece un cenno con gli occhi; poi scomparve dietro il banco della reception e, pochi minuti dopo, tornò dicendo che madame Gorkij non era nella sua stanza, ma era uscita.
-«Se aspetti pazientemente e rimani seduto a lungo, quando arriverà la vedrai senz’altro.»
Verso le undici ricevetti il segnale del mio amico. Mi indicava furtivamente una donna che stava entrando proprio allora dalla porta girevole: una bella donna, di circa quaranta o quarantacinque anni, di bassa statura, con indosso uno splendido abito nero dal taglio impeccabile e una veste ampia senza maniche, che strisciava sul pavimento dietro di lei al ritmo dei suoi passi. Nei modi era così autenticamente aristocratica che era davvero difficile immaginarla come la moglie del «poeta dei coolie e dei lavoratori», e ancora più difficile immaginarla come cittadina dell’Unione Sovietica. Le sbarro la strada, chino il capo in segno di saluto, poi mi preparo a rivolgerle la parola rendendo la mia voce il più possibile seducente: «Madame Gorki…»
Per un istante rimase sbalordita, colta da una sorpresa improvvisa. A poco a poco, i suoi splendidi occhi neri si illuminarono di un lieve sorriso. Poi rispose in un tedesco tale che vi si coglieva appena una pronuncia slava: «Io non sono Madame Gorki: ti sei sbagliato; mi chiamo Tizio» (pronunciò un nome dal suono russo, che ho dimenticato).
-«No, Madame Gorki», insisto. «So di non essermi sbagliato. So anche che non desidera essere importunata da noi giornalisti, ma per me sarebbe sufficiente poter parlare con lei per qualche minuto; sì, per me sarebbe già abbastanza. Questa è la prima occasione della mia vita, l’occasione della mia affermazione. Sono certo che non permetterà che questa mia occasione vada perduta.» Poi le mostro il mio tesserino stampa: «L’ho ricevuto proprio oggi; e se non posso presentare il resoconto della mia intervista con Madame Gorki, dovrò restituire questo tesserino.»
Sul volto dell’aristocratica era ancora presente lo stesso lieve sorriso: «Ma se giurassi di non essere Madame Gorki, mi crederesti?»
-«Qualunque cosa lei dica sotto giuramento, io le crederò.»
La donna scoppiò a ridere: «Che ragazzo davvero straordinario sei!» (Era dubbio che la sua bella testa arrivasse all’altezza della mia spalla.) «Non ti dirò nessuna bugia. Hai vinto tu. Ma non possiamo trascorrere il resto della serata nella hall. Sei disposto a venire a prendere il tè con me nella mia camera e a farmi un po’ di compagnia?»
Così ebbi l’onore di sedere nella camera di Madame Gorki e prendere il tè con lei. Per quasi un’ora descrisse nei minimi dettagli gli orrori della carestia. Poi, quando a mezzanotte la salutai e me ne andai, portai con me molte pagine piene di appunti.
Gli occhi dei viceredattori di turno notturno nell’ufficio della United Telegraph si spalancarono quando mi videro lì, a quell’ora insolita. Ma non ritenni necessario fornire alcuna spiegazione, perché avevo un lavoro urgente da sbrigare. Scrissi il resoconto del mio colloquio il più rapidamente possibile e, senza aspettare il redattore, prenotai una chiamata stampa urgente per ciascuno dei giornali nostri clienti.
La bomba esplose la mattina seguente. In nessuno dei celebri quotidiani berlinesi fu stampata una sola parola sulla presenza di madame Gorkij; eppure tutti i giornali di provincia clienti della nostra agenzia di stampa pubblicarono in prima pagina il loro resoconto dell’intervista di madame Gorkij con il corrispondente speciale della United Telegraph. Il telefonista aveva confezionato un servizio di prim’ordine!
Nel pomeriggio, nell’ufficio del dottor Damart, si tenne una riunione dei redattori. Fui convocato e poi mi fu impartita una lezione: non si deve mai diffondere una notizia importante senza l’autorizzazione del redattore dei dispacci. Dopo quella lezione preliminare, mi fu comunicato che ero stato promosso al grado di reporter.
Alla fine ero diventato un giornalista.
Quattro
Un lieve e morbido rumore di passi sulla sabbia: Zayed sta tornando dal pozzo con una borraccia piena d’acqua. Lascia cadere la borraccia con un tonfo sul terreno, poi si rimette al lavoro per preparare il nostro pranzo: riso e un piccolo pezzo di carne di montone, che aveva comprato la sera prima al villaggio. Dà un’ultima mescolata con il mestolo; quando dalla pentola comincia a levarsi il vapore gorgogliando, si volta verso di me:
—Mangerà adesso, zio? E senza aspettare la mia risposta—perché sa che non può essere altro che sì—ammucchia il cibo della pentola su un grande piatto e me lo posa davanti, poi riempie d’acqua una brocca di ottone e me la porge perché mi lavi le mani:
—Bismillah, che Allah ci conceda lunga vita. Poi ci sediamo l’uno di fronte all’altro a gambe incrociate e cominciamo a mangiare con le dita della mano destra.
Mangiamo in silenzio. Nessuno dei due sa parlare molto e, comunque sia, la mia mente era allora sprofondata nel regno dei vecchi ricordi. Pensavo ai miei giorni passati in Arabia, a quando non avevo ancora incontrato Zayed. Perciò non riesco a parlare con chiarezza; continuo soltanto a parlare tra me e me, mescolando al mio stato d’animo presente il gusto e il profumo degli stati d’animo di quei momenti passati.
Dopo aver finito di mangiare, mi appoggiai alla sella del mio cammello; le dita giocavano con la sabbia e io fissavo le costellazioni del cielo arabo, silenzioso e immobile. Pensai a quanto sarebbe stato meraviglioso avere accanto qualcuno al quale poter raccontare a cuore aperto tutto ciò che era accaduto nella mia vita in quegli anni lontani! Ma accanto a me non c’era nessuno, se non Zayed. Zayed è un uomo straordinario e leale: in tanti momenti solitari della mia vita l’ho avuto come compagno. È assai perspicace, capace di cogliere anche le cose più sottili, e la sua conoscenza della natura umana è profonda. Ma quando, piegando il collo, gli lanciavo un’occhiata di sbieco, vedevo il suo volto ben modellato e pulito, incorniciato dalle lunghe ciocche, chino in quel momento sulla tazza di caffè, dimentico di ogni cosa; e subito dopo Zayed si voltava a guardare i cammelli accovacciati lì vicino sulla terra, che ruminavano pacificamente. Allora capivo di volere un ascoltatore del tutto diverso; qualcuno che non fosse legato soltanto a quel mio lontano passato, ma che fosse anche molto lontano dalle immagini, dai suoni e dagli odori dei miei giorni e delle mie notti presenti, qualcuno davanti al quale potessi sciogliere, uno a uno, i nodi dei miei ricordi, così che i suoi occhi potessero vederli e poi anche i miei potessero rivederli, aiutandomi in tal modo a catturare, nella rete delle mie parole, la mia stessa vita passata.
Ma qui non c’è nessuno oltre a Zayed. E Zayed è il presente incarnato.
Il vento
Uno
Continuiamo a procedere, senza fine: due uomini su due cammelli, mentre il mattino si distende e ci oltrepassa.
«È una cosa davvero stupefacente, davvero sorprendente», la voce di Zayed risuona nel silenzio.
«Che cosa c’è di tanto stupefacente, Zayed?»
—Non è una cosa straordinaria, zio? Solo pochi giorni fa stavamo andando verso Tayma, ma ora i nostri cammelli sono rivolti verso la Mecca. Credo che, prima di quella notte, neppure voi lo sapeste. Siete un vagabondo proprio come un beduino… proprio come me! Zio, che cos’era quel jinn che, quattro anni fa, aveva improvvisamente risvegliato in me il desiderio di incontrarvi alla Mecca e che ora ha fatto nascere in voi la decisione di andarci? È così che ci lasciamo trasportare dal vento, senza sapere che cosa vogliamo?
—No, Zayd, tu e io ci lasciamo trasportare volontariamente dal vento, perché sappiamo ciò che vogliamo; lo sa il nostro cuore, anche se a volte i nostri pensieri tardano a comprenderlo. Ma alla fine i nostri pensieri finiscono per seguire il ritmo del nostro cuore, e allora crediamo di essere giunti a una decisione…!
.. . .. . … .. . .. . …
Forse dieci anni prima, anche quel giorno il mio cuore non lo sapeva, mentre stavo sul ponte di una nave. La nave mi trasportava verso il Vicino Oriente, nel corso del mio primo viaggio in quella direzione, verso sud, attraverso il Mar Nero, nell’opacità di una notte grigia, nebbiosa e senza confini, oltrepassando un’alba avvolta nella nebbia, diretta verso il Bosforo. Il mare sembrava di piombo; di tanto in tanto la schiuma schizzava sul ponte e i colpi del motore parevano battiti del cuore!
Stavo in piedi, aggrappato alla ringhiera, con lo sguardo rivolto verso la pallida penombra. Se allora qualcuno mi avesse chiesto a che cosa stessi pensando in quel preciso momento, o con quali precise aspettative fossi partito per la mia prima spedizione in Oriente, mi sarebbe stato assai difficile rispondere con chiarezza. Forse curiosità, ma non era una curiosità intensa e, a quanto pare, il suo oggetto era qualcosa che non aveva particolare importanza. Questa nebbia della mia inquietudine, in qualche modo legata alla nebbia che si addensava sul mare, non aveva per oggetto le terre straniere né gli uomini dei giorni a venire; le immagini del futuro prossimo, le strane città e i porti, i volti e gli aspetti, gli abiti e i costumi stranieri, che presto avrebbero cominciato a proiettare la loro ombra sui miei occhi, occupavano ben poco spazio nei miei pensieri. Quel viaggio mi era sembrato in parte una circostanza fortuita. Lo avevo accolto come una pausa piacevole, ma non molto importante, nel corso del mio lungo viaggio. In quel periodo la mia mente era turbata e dispersa nei pensieri del passato!
Il passato? Avevo davvero un passato? Allora avevo ventidue anni. Ma gli uomini della mia età — quelli nati all’inizio di questo secolo — erano probabilmente cresciuti molto più rapidamente degli uomini di qualsiasi epoca precedente; in breve tempo avevano accumulato l’esperienza di una vita molto più lunga, e mi sembrò di volgermi indietro, spalancando gli occhi sulla vasta distesa del tempo. Tutti gli ostacoli e le avventure di quegli anni, tutte quelle speranze e aspirazioni, gli sforzi e i fallimenti, tutte quelle donne e i primi assalti improvvisi alla vita: tutto cominciò a rivivere davanti ai miei occhi. Erano quelle notti interminabili sotto cieli scintillanti, quando non sapevo esattamente che cosa volessi e camminavo per strade deserte con qualche amico, parlando di questioni spirituali, dimenticando completamente quanto fossero vuote le mie tasche e quanto fosse incerto il giorno seguente per me — una piacevole insoddisfazione, che soltanto un giovane può provare, insieme al desiderio di cambiare il mondo e di ricostruirlo da capo; come avrebbe dovuto essere organizzata la società, quali avrebbero dovuto essere i rapporti tra gli uomini, affinché ciascuno potesse spezzare il cerchio della solitudine che lo circondava e uscirne, per trascorrere la vita nella vera reciproca collaborazione e nell’amicizia? Che cosa è bene e che cosa è male, che cos’è il destino — o, per dirla diversamente: che cosa dovrebbe fare l’uomo affinché possa essere veramente, e non soltanto a parole, una cosa sola con la propria vita e dire: «Io e il mio destino non siamo separati, siamo la stessa cosa»? Discussioni di questo genere non sembravano mai finire. C’erano i caffè letterari di Vienna e Berlino, dove si discuteva incessantemente della «forma», dello «stile» e del «modo di esprimersi», del significato della libertà politica, dei rapporti tra donne e uomini… La fame di sapere e, talvolta, anche la fame dello stomaco… E le notti trascorse in mezzo a passioni sensuali sfrenate: all’alba il letto restava sporco e in disordine, mentre l’eccitazione della notte si affievoliva e tutto diventava lentamente grigio, duro e desolato. Ma quando arrivava il mattino, dimenticavo i vuoti resti dell’alba, riprendevo a camminare barcollando e sentivo che la terra sotto i miei piedi tremava di gioia… L’eccitazione di vedere un volto nuovo o di prendere in mano un libro nuovo… Cercare le risposte alle domande e trovarne solo metà — e quei rarissimi momenti in cui mi sembrava che il mondo si fosse improvvisamente arrestato per alcuni secondi, illuminato da un lampo di comprensione: una comprensione che lasciava intravedere la scoperta di qualcosa a cui nessuno era mai giunto prima: un’unica risposta a tutte le domande…
Quegli anni dell’inizio del ventesimo secolo furono stranamente meravigliosi. Ovunque regnava allora un clima di incertezza sociale e morale, ed era proprio questo a generare un ottimismo temerario, che si manifestava da un lato in audaci sperimentazioni nella musica, nella pittura e nel teatro, e dall’altro in una ricerca brancolante nel buio sulle linee e sulle strutture della cultura, spesso di natura rivoluzionaria; ma accanto a questo ottimismo tenuto in vita con la forza, allora si diffondevano anche un vuoto spirituale e un vago, altezzoso relativismo, nati da una crescente disperazione riguardo al destino dell’uomo.
Nonostante la mia giovane età, non mi era ignoto che, dopo la devastazione della Grande Guerra, nel mondo europeo, sconvolto dalla paura, insoddisfatto, tormentato dalle emozioni, agitato e teso fino all’esasperazione, nulla funzionasse più come prima. Vidi che il suo vero oggetto di culto non era più qualcosa di spirituale: l’unico dio che adorava era il «comfort», il benessere materiale. Senza dubbio esistevano ancora molte persone i cui sentimenti e pensieri erano guidati da significati religiosi, persone che si sforzavano disperatamente di accordare le proprie convinzioni morali con l’essenza della loro civiltà. Ma erano rare eccezioni.
Un europeo medio, fosse democratico o comunista, operaio o intellettuale, sembrava avere un’unica fede veramente profonda: il culto del progresso materiale, fondato sulla convinzione che la vita non potesse avere altro scopo se non quello di diventare continuamente più facile o, come si dice nel linguaggio moderno, che «l’unico fine della vita è liberarla dalla morsa della natura». I templi di questa religione sono le enormi fabbriche, i cinematografi, gli istituti chimici e di ricerca, le sale da ballo e le aziende idroelettriche; e i sacerdoti di tali templi sono banchieri, ingegneri, politici, divi del cinema, statistici, direttori dell’istruzione, aviatori creatori di record e commissari! Il disaccordo generale riguardo ai concetti di bene e di male e il ricorso all’opportunismo in tutte le questioni sociali ed economiche esprimevano un fallimento morale: quell’opportunismo era paragonabile a una prostituta della strada imbiancata a calce, che si concede a chiunque, in qualunque momento, ogni volta che viene desiderata. L’insaziabile brama di potere e di piacere aveva inevitabilmente diviso la società occidentale in diversi gruppi contrapposti, ciascuno armato di ogni sorta di strumenti bellici e deciso a distruggere gli altri ogni volta e ovunque i loro interessi reciproci entrassero in conflitto. Nel campo della civiltà, il risultato fu la creazione di un tipo umano per il quale l’utilità pratica sembrava essere l’unico criterio della moralità e per il quale il massimo metro del bene e del male era il successo mondano.
Vidi quanto fossero diventate infelici e confuse le nostre vite, quanto fosse esiguo il vero legame tra gli esseri umani, benché la società e la nazione fossero esaltate con grida assordanti, quasi frenetiche. Vidi quanto ci fossimo allontanati dal mondo dei nostri sentimenti innati e quanto la nostra anima fosse diventata angusta e inquieta. Vidi tutto questo. Ma, per qualche ragione, non mi sorse mai profondamente nella mente l’idea che una soluzione parziale potesse trovarsi altrove, forse al di fuori dell’esperienza culturale dell’Europa stessa; così come non mi era mai sorta l’idea che potesse esserci una soluzione del genere intorno a me. L’inizio e la fine di tutti i nostri pensieri erano l’Europa. E, a diciassette anni o giù di lì, anche la scoperta di Lao-tse non cambiò in nulla il mio atteggiamento a questo riguardo.
. .. … …
Fu una scoperta autentica. Prima di allora non avevo mai nemmeno sentito il nome di Lao-tse e non avevo la minima idea della sua filosofia; poi, un giorno, mi imbattei per caso, sul bancone di una libreria viennese, in una traduzione tedesca del Tao-te-Ching. Lo strano titolo del libro suscitò in me una certa curiosità. Sfogliandone distrattamente le pagine, il mio sguardo cadde all’improvviso su uno dei suoi brevi e significativi capitoli e provai, come una pugnalata di felicità, un’improvvisa sensazione romanzesca, un brivido inatteso. Dimenticai completamente ciò che mi circondava e rimasi lì, immobile e incantato, nel punto in cui mi trovavo, con il libro in mano; perché in quel libro vidi la vita nella sua forma pienamente dolce e pura, libera da tutte le fratture e i conflitti, in quella gioia pacata e umile che tende verso l’alto e che è sempre disponibile nel cuore umano quando l’uomo si cura di usare bene la propria libertà. Sapevo che era vero: era una verità sempre esistita, benché l’avessimo dimenticata; e in quel momento la riconobbi con la stessa gioia con cui si torna alla propria casa perduta da molti anni.
Per alcuni anni, da allora, Lao-tse fu per me una sorta di finestra attraverso la quale guardavo verso le regioni limpide come il cristallo della vita, una vita lontana da ogni angustia e dalle paure create dall’uomo stesso, libera dai capricci infantili che ci costringevano, di momento in momento, sempre e a qualunque costo, a garantire nuovamente la sicurezza della nostra esistenza mediante il progresso mondano. Non che il «progresso materiale» mi sembrasse ingiusto o superfluo; al contrario, lo ritenevo ancora benefico e necessario. Ma contemporaneamente era nata in me la convinzione che il «progresso materiale» non potesse mai raggiungere il suo vero scopo, cioè accrescere la felicità complessiva dell’uomo, se a tale progresso non si fosse accompagnata una nuova configurazione del nostro atteggiamento spirituale e una nuova fede, indipendente dagli altri, nei valori supremi. Tuttavia, non mi era affatto chiaro come questa nuova configurazione fosse possibile né quale forma avrebbe assunto questa nuova valutazione dei valori.
L’uomo dovrebbe affidarsi alla vita, invece di aggrapparvisi e tiranneggiarla; ma aspettarsi che, non appena qualcuno avesse cominciato a predicare questa particolare dottrina di Lao-tse, gli uomini avrebbero cambiato lo scopo della vita e, con esso, l’orientamento dei loro sforzi e delle loro aspirazioni, non sarebbe stato altro che un’oziosa fantasia. La sola predicazione, la sola comprensione intellettuale, non erano assolutamente capaci di produrre un cambiamento nell’atteggiamento spirituale della società europea. Era necessaria una nuova fede del cuore, una nuova religione: la sottomissione a quei valori, animata dal fuoco della fede, nei quali non c’è spazio per alcun «se» o «ma». Ma dove si sarebbe potuta trovare quella religione…?
Per qualche ragione, non mi venne in mente che Lao-tse avesse sollevato la sua forte obiezione proprio contro l’atteggiamento intellettuale, transitorio e quindi mutevole. La sua sfida era invece rivolta contro l’idea fondamentale dalla quale quell’atteggiamento nasce. Se lo avessi saputo, sarei stato costretto a concludere che l’Europa non aveva la capacità di raggiungere quella serenità leggera dell’anima di cui parlava Lao-tse, a meno che non avesse avuto il coraggio di mettere in discussione le proprie fondamenta spirituali e morali. Naturalmente, allora ero troppo giovane per giungere consapevolmente a una simile conclusione. Non avevo ancora l’età per comprendere il pieno significato e la ricchezza complessiva della protesta di quel derviscio cinese. È vero che le sue parole avevano scosso il mio essere più profondo; mi avevano rivelato una forma di vita nella quale l’uomo può sentirsi tutt’uno con il proprio destino e, così facendo, con se stesso. Ma non riuscivo a vedere come una simile filosofia potesse oltrepassare i confini della pura contemplazione mentale e tradursi in realtà sullo sfondo della vita europea. Di conseguenza, cominciai gradualmente a dubitare che la sua realizzazione fosse davvero possibile. Non ero ancora giunto, tuttavia, al punto in cui avrei potuto chiedere a me stesso se, giudicato alla luce dei suoi princìpi fondamentali, il modo di vivere europeo fosse davvero l’unico modo di vita possibile. In altre parole, ero completamente prigioniero, come tutti gli altri intorno a me, della prospettiva culturale europea, tutta incentrata sul proprio ego.
Pertanto, sebbene la voce di Lao-tse non fosse mai del tutto ammutolita, a poco a poco arretrò sullo sfondo dell’immaginazione riflessiva e col tempo divenne soltanto il veicolo di una bella poesia, niente di più. Continuavo a leggerlo di tanto in tanto e venivo ferito dalla lama di un’attesa piacevole. Ogni volta, tuttavia, riponevo il libro con l’amaro rimpianto che non fosse altro che un richiamo onirico verso una torre d’avorio e che, sebbene non riuscissi a stare al passo con il mondo stonato, amaro e accecato dall’avidità di cui facevo parte, non desiderassi vivere in una torre d’avorio.
Eppure, non provavo alcun entusiasmo per gli obiettivi e gli sforzi che allora si sviluppavano incessantemente nel clima intellettuale europeo e riempivano la letteratura, l’arte e la politica d’Europa del mormorio di vivaci controversie; poiché, per quanto la maggior parte di quegli obiettivi e di quegli sforzi fosse contrapposta agli altri, tutti avevano una cosa in comune: la semplice idea che fosse davvero possibile sottrarre la vita alla confusione presente e «migliorarla», purché si migliorassero soltanto le condizioni economiche e politiche esteriori. Già allora sentivo molto profondamente che il solo progresso materiale non era una soluzione e, sebbene non sapessi con certezza dove si potesse trovare la soluzione, non trovai mai in me la minima prova incontestabile di quell’entusiasmo e di quell’eccitazione che i miei contemporanei provavano «in nome del progresso».
Non è vero che fossi infelice. Non sono mai stato introverso. Proprio in quel periodo, inoltre, godevo di un successo quasi straordinario nella mia vita pratica. Sebbene fossi poco incline a dare grande importanza alla mia professione, il mio lavoro presso la United Telegraph sembrò aprirmi molte strade verso il mondo più vasto: poiché conoscevo diverse lingue, ero stato promosso a vicedirettore e mi era stata affidata la responsabilità di fornire notizie ai giornali dei paesi scandinavi. Il Café de Westens e il suo erede spirituale, il Romanisches Café, erano in qualche modo la casa del mio spirito e della mia mente: in quei due locali si riunivano quasi tutti gli scrittori, artisti, giornalisti, attori e registi famosi dell’epoca. I miei rapporti con quelle persone celebri erano di amicizia e talvolta di intimità, e mi consideravo uno di loro, almeno per atteggiamento interiore, se non per fama. Ho goduto sia di profonde amicizie sia di amori fugaci. La vita mi appariva emozionante, colma di promesse e di attese e ricca di sensazioni disparate; non sapevo infatti che cosa volessi davvero, sebbene, insieme alla ridicola arroganza della giovinezza, fosse nata in me anche la convinzione che un giorno l’avrei certamente scoperto. Così oscillavo tra la soddisfazione e l’insoddisfazione del mio cuore proprio come oscillavano molti giovani in quegli anni straordinari: nessuno di noi era veramente infelice, ma era altrettanto vero che ben pochi sembravano consapevolmente felici.
Non ero infelice, ma la mia incapacità di partecipare alle diverse aspirazioni sociali, economiche e politiche di coloro che mi circondavano, o di uno qualsiasi dei gruppi tra loro, finì col trasformarsi nella vaga consapevolezza che non ero veramente uno di loro, che non avevo alcun legame con loro; e, insieme a ciò, nacque in me anche il vago desiderio di dover appartenere a qualcuno o a qualcosa: ma a chi? Di dover essere parte di qualcosa, certo—ma di che cosa?
… … … …
Poi, un giorno della primavera del 1922, ricevetti una lettera da mio zio Dorian.
Dorian era il fratello minore di mia madre. Tra noi due non c’era tanto un rapporto di zio e nipote quanto un rapporto di amicizia. Era uno psicoanalista, uno dei primi discepoli di Freud; a quel tempo dirigeva un ospedale psichiatrico a Gerusalemme. Poiché non era sionista e non nutriva molta simpatia per il sionismo, era invece attratto dagli arabi, dai quali non aveva altro da aspettarsi. Mio zio era celibe, e così quel giovane nipote avrebbe potuto tenergli compagnia nella sua solitudine. Nella lettera ricordava quegli emozionanti giorni viennesi in cui mi aveva guidato nel nuovo mondo della psicoanalisi, e concludeva così: «Vieni qui e resta con me per qualche mese. Sosterrò le spese del tuo viaggio di andata e ritorno. Potrai tornare a Berlino quando vorrai. Qui soggiornerai in un’antica e deliziosa casa araba di pietra, leggermente fresca d’estate (e terribilmente fredda d’inverno). Passeremo il tempo insieme. Ho moltissimi libri; quando sarai stanco di ammirare gli strani e incantevoli panorami che ti circondano, potrai leggere quanto vorrai…»
Presi rapidamente la mia decisione. Del resto, questa rapidità aveva sempre caratterizzato le grandi decisioni della mia vita. La mattina seguente comunicai al dottor Damart, nell’ufficio della United Telegraph, che dovevo recarmi in Medio Oriente per un incarico urgente e che, pertanto, avrei lasciato l’agenzia entro una settimana—
Se allora qualcuno mi avesse detto che il mio primo incontro con il mondo islamico non sarebbe rimasto limitato a un’esperienza di vacanza, ma avrebbe avuto conseguenze di portata assai vasta e avrebbe cambiato il corso stesso della mia vita, avrei riso, liquidando la sua idea come del tutto irreale e irragionevole. Non è neppure vero che fossi immune dal fascino dei paesi con i quali la mia mente si era legata nell’atmosfera romantica delle Mille e una notte, come la maggior parte degli europei. Mi aspettavo, naturalmente, uno sfoggio di colori, usanze sfrenate e incontri pittoreschi. Ma non mi era mai venuto in mente che avrei potuto attendermi nuove avventure anche nel mondo dello spirito. In questo nuovo viaggio non mi sembrava vi fosse per me alcuna particolare promessa personale. Le idee che avevo acquisito nel corso della mia vita fino ad allora le avevo facilmente conciliate con la visione occidentale del mondo, e speravo che ciò mi avrebbe permesso di raggiungere, entro i confini dell’unico ambiente culturale a me noto, questo campo più vasto di sensazioni e di idee. E, se ci riflettete, come avrebbe potuto essere altrimenti la mia percezione? Ero un europeo giovanissimo, giovanissimo, ed ero cresciuto nella convinzione che l’Islam e tutto ciò cui esso mirava non fossero altro che un romantico vicolo cieco della storia umana; perciò era sconveniente persino menzionarlo insieme alle sole due religioni che l’Occidente europeo riteneva degne di seria considerazione, il cristianesimo e l’ebraismo, per non parlare di paragonarlo ad esse.
Con questo vago pregiudizio europeo contro la sostanza islamica (benché non contro l’aspetto romanticizzato della vita musulmana), nell’estate del 1922 intrapresi il mio viaggio. Per essere giusto con me stesso, non posso dire di essere immerso in una ricerca di significato personale; ciononostante, ero inconsapevolmente e profondamente coinvolto in quella mentalità ripiegata su se stessa, culturalmente egocentrica, che è stata una caratteristica dell’Occidente in ogni epoca.
… … …
Ed eccomi ora sulla rotta verso l’Oriente, in piedi sul ponte di una nave. Un viaggio lento mi ha condotto a Costanza e da lì attraverso questa distesa nebbiosa.
Da dietro il velo della nebbia apparve davanti ai miei occhi una mandorla rossa, poi inclinò il fianco e passò rasente alla nave. Poiché la mandorla era visibile, capii che il sole si apprestava a sorgere attraverso la nebbia. Alcuni pallori, quasi dotati di una sorta di durezza metallica. Sotto la loro pressione, la nebbia compatta, bianca come il latte, si posò lentamente, allargandosi, sulla superficie dell’acqua; poi si incurvò e si separò in cerchi, e infine, a destra e a sinistra dei raggi del sole, cominciò a sollevarsi verso l’alto, come ampie chiazze di sangue galleggianti, a forma di ventaglio.
«Buongiorno». Si udì una voce profonda e piena. Mi voltai e riconobbi la nera tonaca del mio compagno della sera precedente. Riconobbi anche il sorriso amichevole e levigato di quel volto, che avevo imparato ad amare nel giro di poche ore di conoscenza. Il gesuita era per metà polacco e per metà francese; insegnava in un collegio di Alessandria. Dopo aver trascorso le vacanze, stava tornando al suo posto di lavoro. Dopo essere saliti sulla nave, avevamo trascorso la serata in una conversazione intima. Benché avessi presto capito che su molte questioni le nostre opinioni divergevano ampiamente, avevamo anche molti punti in comune; ed ero ormai abbastanza maturo da comprendere che davanti a me c’era un uomo dotato di una mente straordinaria, seria e tuttavia spiritosa…
—«Buongiorno, padre Felix, guardi un po’ verso il mare»—
Con il sorgere del sole apparvero la luce del giorno e i colori. Eravamo in piedi a prua della nave, rivolti verso l’aria del mattino. In preda all’ebbrezza dell’impossibile, tentai io stesso di determinare il movimento dei colori tra il salire e lo scendere delle onde. Blu? Verde? Grigio? Il colore avrebbe potuto essere blu, ma già una brillante luminosità rosso-sangue, tremolante e riflesso del sole, scivolò lungo la valle inclinata dell’onda; intanto la cresta dell’onda si spezzò in una massa di schiuma bianca come il ghiaccio, e su di essa corse qualcosa di grigio come l’acciaio, nella forma di un tessuto lacero e increspato. Quello che un attimo prima era stato una montagna d’acqua divenne ora un movimento pulsante: si trasformò in migliaia di minuscoli vortici separati; e nelle cavità ombreggiate di quei vortici il rosso sangue mutò in un verde scuro e lucente. Poi quel verde cominciò a salire verso l’alto e si trasformò in un viola tremolante e palpitante, che scendendo divenne rosso come il primo vino; ma un istante dopo risalì di nuovo con violenza, in un azzurro celeste, si fece cresta dell’onda e si infranse; e ancora la schiuma bianca distese la sua rete sulle montagne d’acqua rotolanti, con arroganza… E così il gioco eterno continuò.
La consapevolezza che non sarei mai riuscito a cogliere questo gioco di colori e il ritmo mutevole del loro mutare, istante dopo istante, mi procurò un’inquietudine che aveva quasi la consistenza di una sensazione fisica. Si potrebbe dire che, quando lo guardai con la coda dell’occhio, in modo piuttosto distratto, per un attimo mi parve forse possibile racchiudere l’intera cosa in un’unica immagine; ma, concentrando con attenzione la mente cosciente, la quale ha l’abitudine di collegare un’idea distinta a un’altra idea distinta, non ottenni che alcune immagini frammentarie e separate, nient’altro. Eppure, da questa crisi, persino in mezzo a questa strana e irritante confusione, emerse in me un’idea estremamente chiara — o, per meglio dire, in quel momento mi parve proprio così — e quasi involontariamente esclamai tra me e me:
—«Chiunque riesca a percepire tutto questo con i propri sensi, riuscirà a controllare il proprio destino.»
—«So cosa vuoi dire», risponde padre Felix, «ma perché mai l’uomo dovrebbe desiderare di dominare il destino? Per liberarsi dalla sofferenza e dal dolore? Non sarebbe forse meglio liberarsi dal destino?»
—«Parlate quasi come un buddhista, padre Felix! Pensate dunque anche voi che il nirvana sia il fine di ogni essere vivente?»
—«No, no, certamente no: noi cristiani non desideriamo la distruzione della vita e delle sensazioni; vogliamo soltanto elevare la vita dalla sfera della materia e dei sensi al mondo dello spirito.»
—«Ma non è forse ascetismo?»
—«Non è ascetismo, giovane amico, non è ascetismo! È l’unica via verso la vera vita… la pace…»
Lo stretto del Bosforo si aprì davanti a noi: un’ampia via d’acqua, fiancheggiata da montagne rocciose. Qua e là vedevo edifici ariosi costruiti su pilastri, giardini ornati di piazze, boschi di cipressi che si innalzavano a misteriose altezze e antiche fortezze dei giannizzeri, ammassi compatti di rocce sospesi sull’acqua come nidi di uccelli rapaci. Mi parve allora che la voce di padre Felix giungesse da grande distanza:
-Rifletti: il simbolo più profondo dei desideri … di tutti gli esseri umani è il simbolo del Paradiso. Lo vedrai sempre, sebbene ogni volta in immagini diverse; tuttavia il suo significato è sempre lo stesso: l’uomo vuole liberarsi dalle mani del destino. In Paradiso non esiste alcun destino dell’uomo; il destino apparve quando l’uomo si abbandonò alle seduzioni del corpo e della natura e commise così quello che chiamiamo peccato originale. Che cos’è questo peccato originale? È la caduta dello spirito provocata dalle tentazioni del corpo, che ostacolano il cammino dell’uomo; e queste tentazioni sono in realtà la natura animale rimasta nella natura umana. L’essenza dell’uomo, la sua parte umana e umano-divina, è soltanto la sua anima. Il viaggio dell’anima è diretto verso la luce. Ma a causa del peccato originale il suo cammino è sempre ostacolato da impedimenti originati dalle ossa del corpo, dalla sua struttura non divina e dalle sue tentazioni. Perciò lo scopo del cristianesimo è la liberazione dell’uomo dagli aspetti bassi e momentaneamente bestiali della vita e il ritorno alla sua eredità spirituale!
Vidi la celebre antica fortezza di Rumili, eretta da Dumin. Una delle sue mura — nella quale c’erano innumerevoli feritoie per attaccare il nemico dall’interno della fortezza — scendeva quasi fino al bordo dell’acqua. Sulla riva, all’interno del semicerchio formato dalle mura della fortezza, c’era un piccolo cimitero turco, le cui pietre tombali giacevano spezzate, come se sognassero sdraiate.
-Può darsi, padre Felix, ma mi sembra — e molti altri della mia età la pensano allo stesso modo — che ci sia un errore da qualche parte nel distinguere, nella struttura del corpo, l’essenziale dall’inessenziale e nel separare il corpo dall’anima… In breve, non riesco a essere d’accordo con lei sul fatto che nelle esigenze del corpo, nel sangue e nella carne e nel destino terreno non vi sia nulla di nobile e sacro: il fine del mio desiderio è altrove! Sogno una forma di vita — anche se ammetto di non riuscire a vederla qui con molta chiarezza — nella quale l’uomo intero, l’uomo fatto di corpo e anima, continui a sforzarsi per una sempre più profonda perfezione del proprio essere; nella quale anima e sensi non siano nemici gli uni degli altri; nella quale l’uomo, proprio come percepirà la propria unità interiore, percepisca anche l’unità con il significato del proprio destino, così che, quando avrà raggiunto il culmine della sua vita, possa dire: «Io sono il mio destino».
-«Questo è un sogno ellenico». Padre Felix risponde: «Ma quale fu l’esito di questo sogno? Prima nei misteri orfici e dionisiaci, poi nelle dottrine di Platone e Plotino, e infine anche nella consapevolezza che corpo e anima sono in conflitto tra loro… La liberazione dell’anima dal dominio del corpo: questo è il significato della redenzione cristiana, il significato della nostra fede nel sacrificio di sé del nostro Signore sulla croce…». Qui si fermò; poi mi lanciò un’occhiata e disse: «Vedi, io non sono sempre un missionario… Se ti parlo della mia fede, perdonami, perché non è la tua fede…
-Ma io non ho alcuna fede», lo rassicuro.
-Sì, dice padre Felix, lo so. La mancanza di fede, o meglio, l’incapacità di credere: questa è la vera malattia della nostra epoca. Vivi, come molti altri, in una confusione vecchia di mille anni. La confusione consiste nel fatto che l’intelletto riesce a vedere soltanto l’aspetto dello sforzo umano. Ma l’intelletto, da solo, non può giungere alla conoscenza spirituale, perché la conoscenza è interamente occupata dal raggiungimento di scopi mondani. La fede — soltanto la fede — può liberarci da questo torpore.
-«La fede?», chiedo. «Lei ha usato di nuovo questa parola. C’è una cosa che non riesco a capire: lei ha detto che la conoscenza e una vita retta non sono possibili soltanto attraverso l’intelletto; ha detto che è necessaria la fede. Sono pienamente d’accordo con lei. Ma come può acquistare la fede chi non ne ha alcuna? Esiste una via, cioè una via aperta alla nostra volontà?»
-La sola volontà non basta, caro amico. Questa via si apre soltanto per la misericordia di Allah. Tuttavia, è sempre aperta a colui che, dal più profondo del cuore, prega per la luce e per la guida.»
—«Prega? Ma, padre Felix, quando una persona può pregare, significa che ha già fede. Lei sta cercando di farmi girare intorno a un cerchio, perché, se qualcuno prega, possiede già la convinzione dell’esistenza di Colui al quale rivolge la preghiera. Come gli è giunta questa convinzione? Attraverso il suo intelletto? Non significa forse ammettere che è impossibile acquisire la fede attraverso l’intelletto? E, anche lasciando da parte questo, quale significato può mai avere la misericordia per qualcuno che non ha avuto un’esperienza del genere?»
Il sacerdote scrollò le spalle con aria contrita, così mi parve. Se qualcuno non è riuscito a fare personalmente esperienza di Allah, dovrebbe essere disposto a orientarsi attraverso l’esperienza altrui, attraverso l’esperienza di coloro che Lo hanno percepito…
…… .. . .. .
Qualche giorno dopo sbarcammo ad Alessandria; quello stesso pomeriggio partii per la Palestina.
Per tutto quel pomeriggio il treno corse a tutta velocità, attraversando i paesaggi dolci e umidi del delta. Lungo il cammino comparvero i canali alimentati dal Nilo, le città immerse nell’ombra dei mandorli. A poco a poco, dietro di noi scomparvero molte piccole città; file di case grigie di polvere e sottili minareti. Villaggio dopo villaggio, con le sue capanne di fango simili a scatole, scivolò all’indietro. Campi di cotone già raccolto, piantagioni di canna da zucchero appena germogliata; bufali corpulenti si avviavano ora verso casa senza pastore, dopo aver trascorso tutta la giornata immersi in pozze colme di fango: così tante scene mi apparivano davanti agli occhi e subito svanivano dietro di noi. In lontananza scorsi uomini avvolti in lunghe tuniche: sembrava quasi che fluttuassero; l’aria era così limpida e trasparente, sotto l’azzurro altissimo, come di vetro, del cielo. Lungo le rive dei canali, le canne e i giunchi si piegavano sotto i colpi del vento; donne vestite di una sottile seta nera riempivano d’acqua le loro brocche d’argilla: donne di straordinaria bellezza, esili e dalle lunghe membra; nel vederle camminare pensai agli alberi dai rami lunghi, che si muovono dolcemente nel vento, eppure sono forti e saldi! Giovani donne e madri camminavano tutte come sospese.
La sera si avvicina, poi scorre via, enorme, come il respiro di un animale che riposa. Gli uomini dalla corporatura esile camminano verso casa, provenendo dai loro campi, e sembra che avanzino a passi giganteschi; e insieme mi parve che fossero stati sollevati dal giorno che lentamente svaniva. Mi sembrò che ciascuno dei loro passi possedesse una propria esistenza, che ogni passo fosse completo in sé, eterno, e che nell’eternità vi fosse sempre soltanto quel passo. Questa sensazione di delicata dolcezza forse nasceva dalla luce serale, inebriante, del delta del Nilo, oppure dalla nostra stessa inquietudine dopo aver visto tante cose nuove; quale che fosse la causa, all’improvviso sentii dentro di me il peso dell’Europa: il peso degli intenti deliberati che gravano su tutte le nostre azioni. Pensai tra me e me: quanto è difficile, per noi, incontrare la verità! Cerchiamo continuamente di stringerla nel pugno… ma la verità non accetta di lasciarsi afferrare. Si arrende all’uomo soltanto là dove lo sopraffà.
Il passo del bracciante egiziano, già svanito in lontananza, nell’oscurità, continuava a oscillare dentro di me come una musica che celebrasse tutto ciò che è nobile.
Arrivammo al canale di Suez e svoltammo bruscamente ad angolo retto; per un po’ il treno proseguì verso nord, come una melodia distesa lungo la riva grigio-nera. Bagnato dalla luce lunare, il canale si era trasformato in una strada ampia, reale e tuttavia sognante, simile a una pesante fibbia di metallo scintillante! Il terreno sazio e stanco della valle azzurra aveva lasciato il posto, con stupefacente rapidità, a duna dopo duna! Queste dune cingevano entrambe le rive del canale con una vaghezza e una nitidezza che raramente si incontrano negli altri paesaggi notturni. Nel silenzio assorto stavano qua e là gli scheletri delle draghe. Sull’altra riva, intanto, correva un cammelliere, quasi invisibile, e la notte lo aveva già inghiottito… Quale immensa e semplice corrente: dal Mar Rosso, attraverso i Laghi Amari, fino al Mediterraneo… dritta attraverso un deserto, affinché l’Oceano Indiano potesse schiantarsi sui luoghi d’approdo dell’Europa…
Dopo un breve viaggio in treno fino a Kastara, un traghetto pigro e lento trasporta i viaggiatori sull’altra sponda, attraverso un canale silenzioso e immobile. Manca ancora quasi un’ora alla partenza del treno per la Palestina. Mi siedo proprio davanti all’edificio della stazione. Manca ancora quasi un’ora al riscaldamento dell’aria. Mi siedo proprio davanti all’edificio della stazione. L’aria è calda e secca. A destra e a sinistra ho il deserto: un’interminabile distesa grigiastra e tremolante, qua e là striata, interrotta soltanto dal richiamo isolato di qualche animale, forse una volpe o forse un cane. Un beduino scende dal traghetto portando pesanti sacchi di vivace stoffa da tappeto e si dirige verso un gruppo lontano; solo allora mi accorgo che si tratta di alcuni uomini immobili e di alcuni cammelli inginocchiati, pronti a partire con i carichi sul dorso. Mi sembra che stessero aspettando l’arrivo del beduino. Il beduino posa con un tonfo i suoi sacchi sul dorso di un cammello; si scambiano poche parole, poi i cavalieri si alzano prima sulle zampe anteriori, quindi su quelle posteriori, e infine si raddrizzano sulle anteriori: i cavalieri oscillano avanti e indietro. Poi spronano i cammelli e partono con un lieve fruscio ritmico, e per un breve tratto il mio sguardo li segue: i corpi chiari e ondeggianti delle figure che si allontanano e le ampie vesti beduine a strisce marroni e bianche.
Un operaio delle ferrovie si avvicinò a me. Indossava un cappotto blu e mi parve che fosse zoppo. Accese la propria sigaretta con la mia e mi chiese in un francese stentato: «Va a Gerusalemme?». Quando risposi «Sì», domandò di nuovo: «Per la prima volta?»
Annuisco. Stava per andarsene, poi si voltò e si sedette di nuovo davanti a me. «Ha visto laggiù la grande carovana venuta dal deserto del Sinai? Non l’ha vista? Allora venga con me, andiamo a incontrarla. Ha ancora tempo.»
Avanziamo attraverso un silenzio vuoto, lungo uno stretto sentiero molto battuto. Le suole delle nostre scarpe affondano nella sabbia. Il sentiero arriva fino alle dune. Nel buio un cane abbaia. Mentre procediamo inciampando tra i piccoli cespugli spinosi, mi giungono all’orecchio molte voci, indistinte, confuse, soffocate, come il vociare di una moltitudine; e con l’aria secca del deserto si mescola l’odore acre ma dolce di molti animali a riposo. All’improvviso, come talvolta vediamo nelle notti nebbiose presso le città e i porti, tremola all’estremità della strada la luce di una lampada ancora invisibile, che illumina soltanto la nebbia: una sottile fiamma sale dal basso verso l’alto, come se fosse sorta da sotto terra e si innalzasse dritta fendendo l’aria buia. È il bagliore di un fuoco che sale dalla profonda conca fra due dune; il sentiero è così fitto di cespugli spinosi che non riuscivo a vederne il fondo. Ora riesco a sentire soltanto le voci degli uomini, ma ancora non riesco a vedere quelli che parlano. Odo il respiro dei cammelli e il rumore dei loro corpi che si sfregano gli uni contro gli altri in quel passaggio angusto. Una grande ombra nera d’uomo cade sulla luce, corre verso il pendio opposto e poi ridiscende. Dopo aver fatto ancora qualche passo, vedo tutto: molti cammelli, piegati sulle ginocchia, sono seduti a terra formando un grande cerchio; qua e là sono ammucchiate bisacce e sacchi legati accanto alle selle, e tra essi si scorgono alcune figure umane! L’odore degli animali è dolce e denso come vino. Di tanto in tanto un cammello muove il corpo, la cui forma non si distingue a causa dell’oscurità circostante; poi solleva il collo, emette un suono dalle narici e inspira l’aria della notte. Sembra sospirare: così, per la prima volta nella mia vita, odo il sospiro di un cammello. Una pecora bela piano, un cane ringhia, e oltre quello stretto sentiero la notte è ovunque buia e senza stelle.
Nel frattempo si è fatto tardi. Devo tornare alla stazione. Ma avanzo molto lentamente lungo il sentiero dal quale siamo venuti, smarrito e stranamente sconvolto, come se fossi rimasto attonito e turbato da un’esperienza tanto misteriosa da aver invaso un angolo del mio cuore e da non volermi più lasciare andare! Il treno mi porta attraverso il deserto del Sinai. Sono stanco e insonne per il freddo della notte nel deserto e per gli urti e gli scossoni del vagone che corre sui binari posati sulla sabbia cedevole. Di fronte a me siede un beduino, avvolto in una grande abaya color rame. Anche lui sta gelando: si è coperto il volto con il tessuto del turbante. Siede sulla panca a gambe incrociate, nella posizione del loto, e sul suo grembo giace una spada ricurva, chiusa in un fodero lavorato d’argento. È quasi l’alba. Fuori riesco a distinguere i contorni delle dune e dei boschetti di cactus.
Ricordo ancora come spuntò l’alba quel giorno: tracciando immagini grigio-nere e disegnando lentamente i contorni, e come sollevò le dune dall’oscurità, trasformandole in masse compatte, grandi e armoniose. Nella luce incerta che emergeva a poco a poco vidi alcune tende; mentre le guardavo, anch’esse scomparvero alle nostre spalle, e sotto di esse vidi reti da pesca simili a ragnatele di nebbia sparse nell’aria, legate a pali conficcati a intervalli e sospese sopra il terreno ad asciugare: reti da pesca nel deserto, ondeggianti nell’aria dell’alba, come un velo di sogno fra il giorno e la notte, trasparente, irreale.
A destra il deserto, a sinistra il mare. Sulla riva del mare vidi un cammelliere solitario. Probabilmente aveva cavalcato il cammello per tutta la notte. Mi parve che ora si fosse addormentato, abbandonandosi sul cuscino; e i due, il cammelliere e il cammello, oscillavano entrambi allo stesso ritmo. Ricomparvero le tende nere dei beduini; le donne erano già uscite dalle tende, con le brocche di terracotta sulla testa, pronte ad andare al pozzo. La luce incerta si fa sempre più chiara, e in essa si risveglia un mondo nitido, come mosso da un impulso invisibile: ogni semplicità e ogni meraviglia sembrano scaturire da quella stessa fonte, e pare che non abbiano fine!
Il sole si spande sulle distese di sabbia in raggi sempre più fitti, e il grigiore dell’alba esplode in fuochi d’artificio arancio-dorati. Corriamo attraverso l’oasi chiamata Al-Arish. Su entrambi i lati, file e file di palme; i rami di palma si ergono come migliaia di sottilissime lance, e tra la luce e l’ombra si è formata ai due lati una grata bruno-verde: corriamo proprio al suo interno. Vedo una ragazza che torna dal pozzo con una brocca piena sulla testa, poi avanza lungo un sentiero che passa sotto le palme. Indossa un abito rosso e blu, con un lungo lembo che le ricade; mi sembra una nobile dama uscita da una leggenda!
Come era apparsa all’improvviso, così rapidamente la palmiera di al-Arish svanì alla vista. Ora viaggiamo attraverso una luce color conchiglia. Oltre i tremolanti telai dei finestrini del treno, regna un silenzio così assoluto che non avrei mai potuto immaginare possibile. Ogni forma e ogni movimento che mi apparivano sembravano non avere né ieri né domani; parevano raccolti lì, in un’intenzionale unicità. Vidi una sabbia morbida e vellutata; il vento l’aveva trasformata in soffici dune, che sotto il sole brillavano di un arancione intenso, come pergamena antichissima—solo un poco più morbida della pergamena e meno fragile nelle screpolature e nelle curve. Sulle cime delle dune il vento batteva come colpi acuti e precisi su uno strumento a corde; i fianchi erano di una delicatezza infinita, e nelle loro cavità e pieghe poco profonde si posavano ombre trasparenti dai colori dell’acquerello: porpora, azzurro pallido, cremisi e rosso pallido come la ruggine. Nuvole bianche e luminose come il latte, qua e là cespugli di cactus e, talvolta, erbe robuste dai lunghi rami apparivano alla vista. Un paio di volte vidi beduini scalzi, esili e leggeri, e una carovana di cammelli carichi di rami di palma, che essi conducevano da un luogo all’altro. Rimasi sopraffatto dalla grandiosità del paesaggio naturale!
Ci fermiamo più volte in piccole stazioni, che di solito non sono altro che alcune baracche di legno e lamiera. Ragazzi dal color ramato, vestiti di stracci, corrono qua e là con i loro cesti, gridando per vendere olive, uova sode, pesce e pagnotte di pasta schiacciata. Il beduino seduto di fronte a me si tolse il turbante e aprì il finestrino. Aveva un viso magro, bruno e affilato—il volto di un falco, sempre intento a fissare concentrato davanti a sé. Comprò una focaccia e stava per voltarsi e rimettersi a sedere; proprio allora il suo sguardo cadde su di me e, senza dire una parola, spezzò la focaccia in due e me ne porse metà. Ma quando vide che esitavo, stupito, scoppiò a ridere, e io potei vedere quanto quel sorriso gentile si accordasse meravigliosamente con la concentrazione che aveva avuto fino a un momento prima sul volto. Sorridendo così dolcemente, pronunciò una parola che allora non compresi, ma che ora capisco: disse «tafaddal»—«mi faccia l’onore». Presi il pezzo di focaccia e lo ringraziai con un cenno del capo. Un altro viaggiatore, con un fez rosso in testa e il resto degli abiti tutto europeo, sembrava un piccolo commerciante; senza che glielo chiedessi, assunse il ruolo d’interprete. In un inglese stentato disse—
—«Dice che tu sei un viaggiatore, e anche lui è un viaggiatore. La sua strada e la tua strada sono la stessa».
Ora, quando penso a quel piccolo episodio, mi sembra che forse la sua influenza sia stata alla radice di tutto il mio successivo amore per il carattere arabo. Perché nel comportamento di quel beduino, che nonostante tutti gli ostacoli dell’estraneità aveva riconosciuto un amico in un compagno di viaggio incontrato per caso e desiderava dividere con lui il pane, devo aver già percepito una fede e un gesto di umanità liberata da ogni peso!
Poco dopo, lungo la strada, apparve l’antica città di Gaza, simile a una fortezza d’argilla, che conduceva la sua ampia vita su una collina di sabbia, entro mura di fichi d’India. Il mio compagno beduino depose i suoi sacchi da viaggio e mi salutò con un sorriso grave; poi scese dal vagone, spazzando la sabbia con l’orlo della veste che ricadeva sul pavimento. Sulla banchina, fuori, stavano altri due beduini: gli strinsero la mano e lo accolsero calorosamente baciandolo su entrambe le guance.
Il commerciante che parlava inglese mi mise una mano sul braccio e disse: «Venga con me. Abbiamo quindici minuti qui».
Dall’altra parte dell’edificio della stazione, una carovana aveva piantato le tende. Il mio compagno mi spiegò che erano beduini del nord dell’Higiaz, dal volto bruno, impolverato e infuocato da passioni selvagge. Il nostro amico andò a mettersi in mezzo a loro. Sembrava una persona alquanto rispettata, perché tutti gli si disposero intorno a semicerchio e cominciarono a rispondere alle sue domande. Il commerciante parlò con loro. Allora si voltarono verso di noi. Pensando alla vita nelle nostre città, ci guardarono con un’espressione amichevole… mi parve che ci osservassero con una sorta di orgogliosa allegria. Intorno a loro aleggiava un’atmosfera di libertà, un’aria libera. In me si destò un desiderio ardente di comprendere la loro vita. L’aria era secca e faceva rabbrividire; sembrava penetrarmi dentro attraverso il corpo. In quell’atmosfera pareva che ogni nodo di durezza si sciogliesse, e tutti i pensieri diventassero confusi, pigri e immobili! Vi era una tale atemporalità che ogni vista, ogni suono e ogni odore assumevano un valore preciso e particolare. A poco a poco giunsi a questa consapevolezza: i beduini che vivono nell’ambiente del deserto vedono e sentono certamente la vita in modo del tutto diverso dagli abitanti di ogni altra regione; sono certamente liberi da quelle ossessioni e da quei sogni che caratterizzano gli abitanti di regioni più fredde e ricche, e forse anche da molti sogni, e certamente da molti pani! Poiché dipendono intimamente dalle proprie sensazioni, quegli abitanti del deserto devono stabilire per tutte le cose del mondo valori completamente diversi.
Forse quella fu l’anticipazione della futura rivoluzione della mia stessa vita, che mi travolse in un paese arabo, quel primo giorno, alla vista dei beduini—l’anticipazione di un mondo che si può definire privo di confini, e tuttavia non privo di forma; un mondo completo in sé e, nonostante ciò, aperto in ogni direzione; un mondo che poco tempo dopo sarebbe diventato il mio mondo! Non è vero che allora fossi consapevole di ciò che il futuro aveva in serbo per me; certamente no. Era piuttosto quella sensazione che si prova quando, per la prima volta nella vita, si entra in una casa sconosciuta e, a metà strada, un odore indescrivibile ci offre un vago presagio di tutto ciò che accadrà in quella casa—di tutto ciò che accadrà e avrà noi al centro; e se quegli avvenimenti saranno felici, sentiremo come se il nostro cuore fosse stato trafitto dalla lama di una gioia improvvisa. E molto, molto tempo dopo che quegli eventi saranno accaduti, ci torneranno alla mente e diremo tra noi: avevo già avuto il presagio di tutto questo molto tempo prima, proprio in quel modo—non in un’altra forma—nell’ingresso, in quel primo momento, proprio in quel primo momento!
Due
Sul deserto soffia un vento impetuoso e, per un momento, Zayed pensa che stiamo per affrontare un’altra tempesta di sabbia. La tempesta non arriva, è vero, ma il vento non ci risparmia: continua a seguirci sotto forma di raffiche regolari e, quando scendiamo in una valle sabbiosa, le folate si fondono e scorrono come un incessante fruscio. Nel mezzo della valle sorge un villaggio pieno di palme, composto da alcuni abitati distinti, ciascuno circondato da mura di fango; il villaggio è quasi completamente sepolto dalla polvere e dalla sabbia sollevate dai turbini del vento.
La regione sembra una grotta del vento: ogni giorno, dall’alba al tramonto, l’aria vi sferza incessantemente con le sue robuste ali, poi di notte tace e il giorno seguente si risveglia con rinnovata forza. Sotto questi incessanti colpi di vento, le palme piegate non riescono a crescere quanto dovrebbero: rimangono rachitiche, allargando i rami tutt’intorno vicino al suolo. Su ogni lato incombe sempre, per queste palme, la minaccia delle dune che avanzano. Se gli abitanti non piantassero file e file di tamerici intorno a ciascun frutteto, il villaggio sarebbe già da tempo sommerso dalla sabbia. Questi alberi alti sono più resistenti delle palme. Con i loro tronchi robusti e i rami sempreverdi, che suscitano un mormorio, formano intorno agli abitati una parete vivente e offrono loro una sicurezza precaria.
Scendiamo presso la casa di fango dell’abitato di Amir: desideriamo riposarci qui un poco, nel caldo del pomeriggio. Il qahwa predisposto per accogliere gli ospiti è spoglio e reca i segni della povertà. Davanti al focolare di pietra per preparare il caffè c’è soltanto una stuoia di paglia. Ma, com’è naturale, ogni forma di povertà si arrende di fronte all’ospitalità araba: non appena ci sediamo sulla stuoia, vengono infilati rami nel focolare e vi si accende il fuoco; il tintinnio dei chicchi di caffè appena tostati, pestati in un mortaio di rame, conferisce alla stanza un carattere accogliente; e i datteri, di un delicato colore bruno chiaro, ammucchiati su un grande piatto, placano la fame dei viaggiatori.
Il nostro anfitrione, un vecchietto piccolo e mingherlino, curvo, dagli occhi ammiccanti, con indosso soltanto un panno di cotone e un turbante, ci invita a unirci a lui:
—Che Allah vi conceda lunga vita. Questa casa è casa vostra. Mangiate nel nome di Allah. Questo è tutto ciò che abbiamo —e con la mano fa un gesto di scusa, un unico gesto; e tutto il peso del suo destino si esprime in quella forza autentica con cui si rivolge agli uomini, propria dei popoli che vivono la vita in intimo rapporto con i sentimenti semplici—. Però i datteri non sono cattivi; mangiate, o viaggiatori, ciò che possiamo offrirvi con i nostri mezzi……»
In verità, tra i datteri migliori che abbia mai mangiato nella vita, questi meritano certamente un posto; e il nostro anfitrione è chiaramente felice della nostra fame, che è riuscito a saziare! Riprende:
—Il vento… il vento… rende la nostra vita dura, penosa; ma è volontà di Allah! Il vento distrugge le nostre piante. Dobbiamo lottare continuamente perché non vengano sepolte dalla sabbia. Naturalmente non è sempre stato così. Un tempo qui non c’era tanto vento, e allora il villaggio era più grande e prospero. Ma ora il villaggio si è rimpicciolito. Molti dei nostri giovani se ne vanno, perché non tutti sono capaci di sopportare una vita simile. Giorno dopo giorno, la sabbia ci circonda sempre più da ogni parte. Non passerà molto tempo prima che non rimanga più spazio per queste palme. Questo vento… ma noi non ci lamentiamo. Voi sapete che il Profeta —che Allah abbia misericordia di lui— ci ha detto: “Allah dice: non rimproverate il destino, perché sappiate che Io sono il destino…”
Molto probabilmente sobbalzai, perché il vecchio smise di parlare e mi guardò attentamente; come se avesse capito perché fossi sobbalzato, sorrise lievemente. Era quasi il sorriso di una donna: vederlo su quel volto stanco e logoro risultava strano. Il vecchio riprese a parlare con voce sommessa, quasi di benvenuto:
«Sappiate che io sono il destino»; il modo in cui scosse la testa insieme a quelle parole esprimeva il fiero riconoscimento del proprio posto nella vita. Non avevo mai visto, nella vita, una simile accettazione della realtà accompagnata da tanta serenità e certezza, nemmeno tra le persone felici. Tracciò vagamente un cerchio vuoto, allargando molto le braccia; i loro movimenti sembravano quasi evocare una sorta di sensualità.
Disegnò con le braccia distese un cerchio entro il quale rientrava tutto ciò che apparteneva a quella vita umana: la povera stanza buia, il vento e il suo eterno ruggito, l’inarrestabile avanzata della sabbia, il desiderio di felicità e la sottomissione a ciò che è immutabile; i vassoi colmi di datteri, la lotta dei frutteti per sopravvivere dietro le mura di tamerici sempreverdi; il fuoco acceso sul focolare e, da qualche parte, dall’altro lato del cortile, la risata di una giovane donna. E io, in tutto questo, nei gesti e nei segni che avevano dato vita e unità a ogni cosa, sentii l’armonia di uno spirito vigoroso che non riconosceva ostacoli in alcuna condizione e che era in pace con se stesso.
Torno indietro con la memoria, molto tempo prima, a dieci anni fa, a Gerusalemme, a quel giorno d’autunno in cui un altro vecchio mi aveva parlato della sottomissione ad Allah, attraverso la quale soltanto l’uomo può stabilire un rapporto pacifico con Allah e, in questo modo, anche con il proprio destino.
Quell’autunno mi trovavo nella casa di mio zio Dorian, proprio nel centro della vecchia città di Gerusalemme. Pioveva quasi ogni giorno, perciò non riuscivo a uscire molto. Spesso sedevo alla finestra, che si affacciava su un enorme cortile sul retro della casa. Il cortile apparteneva a un vecchio arabo; la gente lo chiamava «Haji», perché aveva compiuto il pellegrinaggio alla Mecca. Affittava asini per il trasporto di persone e merci. Così il suo cortile era diventato una specie di caravanserraglio.
Ogni mattina, prima dell’alba, dai villaggi circostanti arrivavano cammelli carichi di verdure, ortaggi e frutta; poi tutto veniva caricato sul dorso degli asini e inviato ai mercati cittadini attraverso gli stretti vicoli. Durante il giorno vedevo gli enormi e pesanti corpi dei cammelli riposare a terra; la gente era continuamente indaffarata, tra grida e clamori, a occuparsi dei cammelli e degli asini e a prendersene cura; quando però cominciava a cadere una pioggia torrenziale, erano costretti a rifugiarsi nelle stalle. Quegli uomini, conducenti di cammelli e asini, erano poveri e indossavano abiti strappati; ma nel portamento e nel comportamento li si sarebbe potuti paragonare a sovrani liberi e indipendenti. Quando sedevano insieme per terra e mangiavano focacce di farina con un po’ di formaggio o qualche oliva, non potevo fare a meno di ammirare la nobiltà e la spontaneità del loro comportamento, nonché la serenità dei loro cuori. Vedevo chiaramente che rispettavano se stessi e che rispettavano anche ogni cosa necessaria alla vita quotidiana. Il signor Haji passeggiava appoggiandosi a un bastone, perché soffriva di reumatismi e aveva le ginocchia gonfie; tra loro era una sorta di capo. Li vedevo ascoltare le sue parole senza protestare. Diverse volte al giorno li radunava per la salat e, quando non pioveva, essi pregavano all’aperto. Si disponevano tutti in un’unica lunga fila e lui si collocava davanti a loro come il loro «imam». Nei movimenti perfetti della salat sembravano soldati: tutti insieme si volgevano verso la Mecca, chinavano il capo, poi si raddrizzavano, quindi si inginocchiavano e poggiavano la fronte a terra. Sembrava che seguissero le parole inudibili pronunciate dall’imam: egli, dopo essersi rialzato dalla prosternazione e prima di tornare a prosternarsi, stava a piedi nudi sul tappeto della preghiera, con gli occhi chiusi e le mani giunte sul petto, muovendo le labbra in silenzio; era evidente che fosse immerso in una profonda contemplazione. Lo vedevo pregare con tutta la sua anima!
Vedendo una preghiera autentica di questo genere accompagnata da movimenti quasi meccanici, mi sentivo alquanto a disagio e un giorno chiesi al signor Haji, che comprendeva un po’ d’inglese:
«Credete davvero che Allah voglia che vi chiniate ripetutamente, vi inginocchiate e vi prosterniate per dimostrargli la vostra devozione? Non sarebbe forse meglio rivolgere lo sguardo dentro di sé e pregarlo nel silenzio del proprio cuore? Qual è il motivo di questi vostri movimenti?»
Non appena le parole mi uscirono di bocca, me ne pentii, perché non avevo intenzione di ferire i sentimenti religiosi di quel vecchio. Ma il signor Haji non sembrò affatto offeso. Sul suo volto sdentato comparve un sorriso, e disse:
—«E allora, in quale altro modo potremmo adorare Allah? Non ha forse creato insieme il corpo e l’anima? Ascoltatemi: noi musulmani preghiamo soltanto nel modo in cui preghiamo, e non in un altro. Ci poniamo rivolti verso la Kaaba, verso la Santa Casa di Allah situata alla Mecca, consapevoli che i volti di tutti i musulmani del mondo — ovunque si trovino — durante la preghiera sono rivolti verso questa Casa; e tutti insieme formiamo un unico corpo, mentre Allah è il centro dei nostri pensieri. Per prima cosa ci ergiamo diritti e recitiamo il Sacro Corano, ricordando che questa è la Sua parola, data all’uomo affinché possa vivere con rettitudine, giustizia e fermezza; poi diciamo: Allah è grande, il più grande. Così ricordiamo a noi stessi che, all’infuori di Allah, non c’è nessuno che possa essere nostro dio. Dopo aver pronunciato queste parole, ci inchiniamo profondamente, perché Lo onoriamo sopra ogni cosa e lodiamo la Sua potenza e la Sua gloria. Poi ci prostriamo e appoggiamo la fronte a terra, perché comprendiamo che davanti a Lui siamo soltanto polvere e non siamo nulla — mentre Egli è il nostro Creatore e il nostro Sostentatore. Quindi solleviamo la testa da terra, ci sediamo immobili e preghiamo affinché Egli ci perdoni i peccati, riversi su di noi la Sua misericordia, ci guidi sulla retta via e ci conceda salute e sostentamento; poi torniamo a prostrarci, appoggiando la fronte nella polvere davanti alla gloria dell’unico Allah. Dopo ci sediamo di nuovo immobili e preghiamo affinché Egli conceda la Sua misericordia al profeta Muhammad, che ci ha portato il messaggio di Allah, come l’aveva concessa ai profeti e agli inviati precedenti. Preghiamo affinché Egli abbia misericordia di noi e di tutti coloro che seguono la retta via; Lo preghiamo di concederci sia il bene di questo mondo sia quello dell’aldilà. Infine volgiamo il capo a destra e a sinistra e diciamo: la pace e la misericordia di Allah siano su tutti voi; e così salutiamo tutti i virtuosi, ovunque si trovino.»
È così che il nostro Messaggero (pace su di lui) compiva la salat, ed è così che insegnò alla sua umma a compierla in ogni tempo, affinché potesse sottomettersi volontariamente ad Allah; questo è il significato dell’Islam, e in questo modo essa può stabilire un rapporto pacifico con Lui e con il proprio destino.
Naturalmente il vecchio non usò esattamente queste parole, ma questo era il significato di ciò che aveva detto, ed è così che io lo ricordo. Alcuni anni dopo capii che, con quella spiegazione, il signor Haji aveva aperto per la prima volta davanti a me la porta dell’Islam. Eppure, molto prima che l’idea che l’Islam potesse diventare la mia religione penetrasse nella mia mente, avevo cominciato a provare un senso di umiltà ogni volta che vedevo — come accadeva spesso — un uomo a piedi nudi in piedi sul suo tappeto da preghiera o su una stuoia di paglia, con le mani conserte sul petto e il capo chino, completamente immerso in se stesso e totalmente dimentico di ciò che accadeva intorno a lui, dentro una moschea o sul marciapiede di una strada affollata: un uomo che non aveva nulla da rimproverare a se stesso, sereno e appagato!
* * * * * *
La «casa araba di pietra» di cui mi aveva scritto lo zio Dorian era davvero incantevole. Si trovava ai margini della «Città Vecchia», vicino alla «Porta di Giaffa». Le sue stanze spaziose, dai soffitti alti, sembravano gravate dai ricordi dei nobili che vi avevano abitato nelle diverse epoche del passato, mentre le sue pareti vibravano del pulsare del presente, vivo e frantumato, proveniente dal mercato vicino. E quelle immagini, quei suoni e quegli odori erano tali da non avere alcuna somiglianza con le mie esperienze passate.
Fermatomi sulla terrazza del tetto, vidi l’area ben delimitata della Città Vecchia, con le sue strade irregolari disseminate come una rete e i suoi vicoli scavati nella pietra. All’estremità opposta, relativamente vicina considerando la vastità del panorama, sorgeva il complesso della moschea di Solimano; e proprio al limite si trovava la moschea di al-Aqsa, considerata la più sacra dopo quelle della Mecca e di Medina, mentre esattamente al centro si ergeva la «Cupola della Roccia». Oltre, le mura dell’antica Città Santa si estendevano verso la valle del Cedron, e dall’altra parte della valle si innalzavano montagne morbide e levigate, spoglie di vegetazione: soltanto i pendii erano qua e là segnati da ulivi. A oriente si scorgevano segni di una fertilità un po’ maggiore; proprio là vidi un giardino che scendeva lungo il pendio verso la strada, verde scuro e circondato da mura. Era il «Giardino del Getsemani». Tra i suoi ulivi da un lato e i cipressi dall’altro brillavano le cupole dorate, a forma di cipolla, delle chiese russe.
Era come un liquido fuso, limpido ma indescrivibile, agitato e tremolante nel recipiente dell’alchimista, variegato di mille colori, oltre le parole e persino al di là della comprensione del pensiero. Così mi appariva il panorama che si stendeva dal Monte degli Ulivi alla valle del Giordano e al Mar Morto. Le montagne ondulate sembravano dipinte, come trattenendo il respiro, su uno sfondo luminoso, bianco come il latte; insieme alla linea blu scuro del fiume Giordano, al vortice circolare del Mar Morto in lontananza e, ancora più lontano, ai monti di Moab immersi nel crepuscolo, quasi fossero un mondo del tutto completo in se stesso: un quadro di bellezza incredibile, singolare e colmo di forme, che faceva tremare il mio cuore per l’emozione.
Per me Gerusalemme era un mondo completamente nuovo. Da ogni angolo della «Città Vecchia» si risvegliavano innumerevoli ricordi storici: quelle strade che avevano udito Isaia predicare, quelle pietre sulle quali aveva camminato Hazrat Isa, quelle mura divenute antiche quando i pesanti passi dei soldati romani vi riecheggiavano, e l’arco sopra la porta, sul quale era incisa un’iscrizione del regno di Salahuddin. Il cielo era di un blu intenso, che forse non sarebbe sembrato nuovo a chi conoscesse gli altri paesi mediterranei. Ma per me — cresciuto in climi assai meno benevoli — quel blu era al tempo stesso un invito e una promessa. Le case e le strade sembravano avvolte in una morbida luminosità tremolante, e i movimenti e i gesti della gente erano spontanei, privi d’impaccio, pieni di dignità e nobiltà — e per «gente» intendo gli arabi del luogo, perché erano stati loro, fin dall’inizio, a imprimersi nella mia coscienza come il popolo di questa terra: nati dalla terra e dalla storia di questo paese, erano tutt’uno con la sua luce e la sua aria. I loro abiti erano vari e sgargianti, di lunghezza e ampiezza degne delle descrizioni bibliche; che si trattasse di un fellah o di un beduino — vedevo spesso i beduini venire in città per comprare e vendere merci — ciascuno indossava i propri abiti a modo suo, sempre un po’ diverso dagli altri, come se, spinto dall’ispirazione del momento, avesse inventato una moda assolutamente personale.
Proprio di fronte alla casa di Dorian, a forse quaranta iarde di distanza, si innalzavano le cupe e logore mura della Cittadella di Davide — una parte delle rovine della Città Vecchia; una vera fortezza urbana araba medievale, probabilmente costruita sulle fondamenta dell’epoca erodiana; la sua torre di guardia era alta e stretta come un minareto. (Sebbene non avesse alcun legame diretto con il re Davide, gli ebrei l’avevano sempre chiamata così; si diceva infatti che proprio qui, sul monte Sion, sorgesse l’antico palazzo reale.) Verso la «Città Vecchia» c’era un basso edificio largo, attraverso il quale passava la porta d’ingresso, e davanti alla porta, sopra il vecchio fossato, si arcuava un ponte di pietra, simile a un arco. Quando i beduini venivano in città, usavano regolarmente questo passaggio come luogo d’incontro. Un giorno vidi lì immobile un beduino alto e slanciato, una sagoma contro il cielo grigio-argenteo, simile alla statua di un’antica leggenda. Incorniciato da una corta barba bruno-rossastra, con la mascella affilata, il suo volto aveva un’espressione di profonda serietà: un volto triste e segnato, come se aspettasse qualcosa, ma non riuscisse a credere che sarebbe davvero accaduto. Il suo ampio mantello a strisce brune e bianche era logoro e strappato! E all’improvviso mi parve — non so perché — che quell’uomo portasse quel mantello da molti mesi di pericoli e di fuga; e se fosse stato uno di quei pochi guerrieri che avevano seguito Hazrat Davide? Forse in quel preciso momento Davide dormiva nascosto in una grotta, da qualche parte tra le montagne della Giudea, e quell’amico fedele e coraggioso era venuto di nascosto nella città capitale con un compagno, per vedere che cosa pensasse «Saul» del loro capo e se fosse sicuro per lui tornare; e ora, proprio in quel momento, l’amico di Davide aspettava qui il suo compagno, presagendo una grave disgrazia: forse non avrebbero potuto portare a Davide buone notizie……
All’improvviso il beduino si mosse e cominciò a scendere lungo il pendio, e la mia fantasticheria si dissolse. Poi, d’un tratto, ricordai: quell’uomo era arabo, mentre quelle figure della Bibbia erano ebree. Ma la mia sorpresa durò soltanto un istante, perché improvvisamente compresi, con quella chiarezza che talvolta balena nei nostri cuori come un lampo e illumina il mondo per la durata di un solo battito, compresi che Davide e l’epoca di Davide erano molto più vicini alle loro origini arabe, proprio come Abramo e l’epoca di Abramo, e per questo erano più vicini agli odierni beduini che agli ebrei di oggi, i quali si consideravano discendenti di Davide e di Abramo……
Spesso sedevo sotto la Porta di Giaffa, sul pilastro di pietra appuntito, e guardavo gruppi e gruppi di persone entrare nella Città Vecchia e uscirne, tutte che procedevano sfiorandosi e urtandosi con i gomiti: arabi ed ebrei di ogni genere. C’erano i fellah dalla corporatura robusta, con in testa un panno marrone o un turbante arancione; c’erano anche i beduini, dal volto affilato, pulito e quasi sempre magro; indossavano il mantello con una straordinaria disinvoltura, spesso appoggiando entrambe le mani sui fianchi e allargando i gomiti, come se fossero certi che chiunque avrebbe fatto loro spazio. Vedevo anche contadine: vestite di cotone nero o blu, con fiori ricamati in filo bianco sul petto; spesso portavano una parrucca sulla testa e camminavano con un passo delicato, semplice e aggraziato. Guardate da dietro, molte donne di sessant’anni sembravano ancora giovani. I loro occhi apparivano limpidi e immuni dagli effetti dell’età — a meno che non fossero colpiti dal tracoma, una malattia oculare egiziana incurabile, una vera maledizione per tutti i paesi a est del Mediterraneo.
E vedevo anche gli ebrei: gli ebrei locali, che portavano il tarbush e ampi, voluminosi mantelli, e i cui lineamenti avevano una forte somiglianza con quelli degli arabi; gli ebrei giunti dalla Polonia e dalla Russia avevano portato con sé tanta meschinità e ristrettezza della loro passata vita europea che era sorprendente sentirli sostenere di appartenere alla stessa stirpe degli orgogliosi ebrei dal bianco burnus del Marocco e della Tunisia. Eppure, sebbene gli ebrei europei fossero chiaramente fuori posto nel quadro che li circondava, erano loro a creare il tono e l’atmosfera della vita e della politica ebraiche e, per questo motivo, erano responsabili dell’attrito quasi visibile tra arabi ed ebrei.
Quanto sapeva degli arabi un comune europeo di quei tempi? In realtà, nulla. Quando veniva in Oriente portava con sé alcune idee romantiche e distorte e, se aveva buona volontà ed era intellettualmente onesto, doveva riconoscere di non sapere assolutamente nulla degli arabi. Prima di venire in Palestina non avevo mai pensato a questo paese come a un paese arabo. Avevo naturalmente la vaga idea che vi abitassero anche «alcuni» arabi, ma li immaginavo soltanto come nomadi abitanti di tende nel deserto e abitanti di fresche oasi. Tutto ciò che avevo letto prima sulla Palestina era stato scritto dai sionisti; naturalmente, scrivevano soltanto dal loro punto di vista. Perciò non avevo capito che anche le città erano piene di arabi, né avevo capito che ancora nel 1922, per ogni ebreo presente in Palestina, c’erano cinque arabi; e che quindi la Palestina era, molte e molte volte più, un paese arabo che un paese ebraico!
Quando feci questa osservazione al signor Ussishkin, presidente del Comitato di lotta sionista, mi parve che i sionisti non fossero neppure disposti a prendere in considerazione il fatto della maggioranza numerica degli arabi. Non erano affatto inclini ad attribuire importanza all’opposizione araba al sionismo. La reazione del signor Ussishkin mi sembrò nient’altro che odio e disprezzo verso gli arabi:
-«In questo paese non esiste alcun vero movimento degli arabi contro di noi, cioè non esiste alcun movimento che abbia le sue radici nelle masse popolari. Tutto ciò che lei considera opposizione non è altro che il grido di alcuni agitatori scontenti. Crollerà da solo nel giro di pochi mesi, o al massimo di pochi anni».
La sua argomentazione non mi parve affatto soddisfacente. Fin dall’inizio avevo la sensazione che l’intera idea dell’insediamento ebraico in Palestina fosse artificiale, irrealistica e, cosa ancora più pericolosa, che rischiasse di importare tutte le complessità e i problemi insolubili della vita europea in un paese che forse avrebbe potuto vivere più felicemente liberandosene. Gli ebrei non stavano davvero arrivando in Palestina in un modo che si potesse chiamare ritorno; al contrario, erano decisi a trasformare la Palestina in una patria secondo obiettivi europei e modelli europei. In breve, erano stranieri che entravano dalla porta. Perciò non trovai nulla da obiettare alla ferma opposizione degli arabi all’idea di una patria ebraica in mezzo a loro. Anzi, ben presto compresi che si stava tentando di imporre con la forza uno Stato ebraico e che gli arabi lottavano giustamente contro questo tentativo.
Con la Dichiarazione Balfour del 1917 veniva promessa in Palestina una «sede nazionale» ebraica. In questa dichiarazione scorsi una raffinata manovra politica, cui ricorrono tutte le potenze coloniali. Si trattava dell’antichissimo principio di governare un paese mediante la politica del divide et impera. Nel caso della Palestina, questo principio era ancora più spudorato. Poiché nel 1916, in cambio dell’aiuto fornito agli inglesi contro la Turchia, gli inglesi avevano promesso a Sharif Hussein, allora governatore della Mecca, uno Stato arabo indipendente. Si era convenuto che tale Stato sarebbe stato costituito da tutti i paesi compresi tra il Mediterraneo e il Golfo Persico. Gli inglesi non solo violarono quella promessa stipulando, appena un anno dopo, l’accordo Sykes-Picot con la Francia (con il quale veniva instaurata la dominazione francese sul Libano e sulla Siria), ma di fatto esclusero la Palestina persino dall’ambito delle responsabilità che avevano assunto nei confronti degli arabi.
Sebbene io stesso appartenessi a una famiglia ebraica, fin dall’inizio provai una veemente opposizione al sionismo. A prescindere dalla mia personale simpatia per gli arabi, mi parve profondamente immorale che degli stranieri, con l’aiuto di grandi potenze straniere, venissero dall’esterno in questo paese con il dichiarato obiettivo di diventare maggioranza e così cacciassero dalla propria terra una nazione per la quale essa era sempre stata tale, da tempo immemorabile. Perciò, ogni volta che si sollevava la questione arabo-ebraica, prendevo istintivamente le parti degli arabi. E di questa questione si discuteva spesso. Quasi tutti gli ebrei che frequentai in quei mesi erano incapaci di comprendere il mio atteggiamento. Non riuscivano a capire ciò che avevo visto negli arabi. Secondo loro, gli arabi non erano altro che un popolo arretrato. Guardavano gli arabi con un atteggiamento non molto diverso da quello degli europei colonizzatori dell’Africa centrale. Non si preoccupavano minimamente di ciò che pensavano gli arabi. Quasi nessuno di loro faceva il minimo sforzo per imparare l’arabo, e tutti avevano accettato senza esitazione l’assioma secondo cui la Palestina era la legittima eredità degli ebrei.
Ricordo ancora la breve conversazione che ebbi su questo argomento con Chaim Weizmann, il leader indiscusso del movimento sionista. Era venuto qui durante una delle sue visite regolari in Palestina. (Credo che la sua residenza permanente fosse a Londra.) Lo incontrai nella casa di un amico ebreo. Non potei fare a meno di rimanere colpito dall’immensa energia vitale di quell’uomo, un’energia che si manifestava anche nei suoi movimenti fisici e nei suoi lunghi passi simili a molle, mentre camminava avanti e indietro per la stanza. Non potei fare a meno di rimanere colpito dal bagliore dell’intelligenza che gli brillava sulla fronte ampia e dal suo sguardo penetrante.
Parlava delle difficoltà finanziarie che ostacolavano la realizzazione del sogno di una sede nazionale ebraica, e della debolezza della risposta che gli ebrei all’estero davano a quel sogno. Ne ricavai questa sgradevole impressione:
Come quasi tutti gli altri ebrei, anche Weizmann era ansioso di trasferire al «mondo esterno» la responsabilità morale di tutto ciò che stava accadendo in Palestina. Di conseguenza fui costretto a rompere il rispettoso silenzio con cui tutti i presenti lo ascoltavano. Chiesi:
-«Ma che dire degli arabi?»
Avevo certamente commesso un «errore» introducendo nella discussione una nota così stonata, perché Weizmann volse lentamente il viso verso di me, posò la tazza che teneva in mano e ripeté la frase:
-«E degli arabi che cosa mi dice?»
-«Come potete sperare di trasformare la Palestina nella vostra patria, di fronte alla veemente opposizione degli arabi? Eppure, in definitiva, sono gli arabi la maggioranza in questo paese.»
Il leader sionista si strinse nelle spalle e disse: «Speriamo che nel giro di pochi anni non siano più la maggioranza».
-«Forse è così! Lei lavora su questa questione da molti anni e certamente comprende la situazione meglio di me. Ma, anche lasciando da parte tutti gli ostacoli politici che gli arabi potrebbero — o forse non potrebbero — crearvi, l’aspetto morale di questo problema non la mette minimamente a disagio? Non pensa che sarebbe ingiusto da parte vostra espellere coloro che hanno sempre vissuto in questo paese?»
-«Ma questo paese è nostro», rispose il dottor Weizmann, sollevando le sopracciglia fino alla fronte. «Non stiamo facendo altro che riprenderci ciò di cui siamo stati ingiustamente privati.»
-«Ma voi siete lontani dalla Palestina da quasi duemila anni. In precedenza avevate governato questo paese, ma mai l’intero paese, e per meno di cinquecento anni. Non pensa che, con la stessa logica, gli arabi potrebbero rivendicare la Spagna, visto che anch’essi vi esercitarono il potere per quasi settecento anni e la persero completamente circa cinquecento anni fa?»
Mi accorsi che il dottor Weizmann stava cominciando a spazientirsi:
—«Sciocchezze! Gli Arabi avevano soltanto “conquistato” la Spagna; quel paese non era mai stato la loro terra d’origine. Perciò fu giusto che, alla fine, gli Spagnoli li cacciassero da lì».
—«Mi perdoni» replicai, «ma mi sembra che in questo ragionamento vi siano alcuni errori di fatto dal punto di vista storico. In realtà, anche gli Ebrei erano giunti in Palestina come conquistatori. Molto, molto prima del loro arrivo, qui vivevano numerose tribù semitiche e non semitiche, come gli Amorei, gli Edomiti, i Filistei, i Moabiti e gli Ittiti, fra gli altri. Anche durante i regni d’Israele e di Giuda queste tribù vivevano qui. Quando i Romani cacciarono da questa terra i nostri antenati, quelle stesse tribù vi abitavano ancora. E vi abitano tuttora. Gli Arabi che nel VII secolo conquistarono questa regione e si stabilirono in Siria e in Palestina furono sempre soltanto una piccola minoranza della popolazione. Gli altri, quelli che oggi descriviamo come “Arabi” palestinesi o siriani, sono in realtà soltanto gli abitanti originari del paese arabizzati. Nel corso dei secoli molti di loro sono diventati musulmani. Gli altri sono rimasti cristiani. Naturalmente, i musulmani davano in sposa le proprie figlie e facevano sposare i propri figli con correligionari provenienti dall’Arabia. Ma può forse negare che la maggior parte degli abitanti della Palestina che parlano arabo, siano essi musulmani o cristiani, discenda direttamente dagli abitanti originari di questa terra—originari nel senso che vivevano qui molti secoli prima dell’arrivo degli Ebrei?»
Il dottor Weizmann si addolcì con un sorriso cortese davanti a quella mia esplosione e indirizzò la conversazione verso un altro argomento.
Non fui soddisfatto delle conseguenze del mio intervento. Naturalmente non mi aspettavo che qualcuno dei presenti—e certamente non il dottor Weizmann—convenisse con me nel ritenere che, dal punto di vista morale, l’ideale sionista fosse assai debole e vuoto. Ma avevo questa aspettativa: che il mio sostegno alla causa araba avrebbe suscitato, se non altro, un certo disagio tra i dirigenti sionisti—un disagio capace di indurli a una maggiore introspezione e di prepararli forse psicologicamente ad ammettere che nell’opposizione araba al sionismo vi era la possibilità di un diritto morale. Ma non accadde nulla di tutto ciò. Al contrario, mi parve di vedere davanti a me un muro vuoto che mi fissava con occhi spalancati: una protesta colma di rimprovero contro la mia sfrontatezza, quella sfrontatezza che aveva osato mettere in discussione il diritto indiscutibile degli Ebrei alla terra dei loro antenati!»
Riflettendoci, mi meravigliavo: come potevano gli Ebrei, dotati di un’intelligenza tanto creativa, considerare il conflitto sionista-arabo soltanto dal punto di vista ebraico? Non capivano che, in definitiva, la soluzione del problema degli Ebrei in Palestina poteva realizzarsi soltanto attraverso una cooperazione amichevole con gli Arabi? Erano davvero così ciechi da non rendersi conto che la loro politica avrebbe inevitabilmente preparato un futuro doloroso? Anche se fosse militarmente sicura, non avevano proprio la capacità di vedere che la piccola isola dello Stato ebraico, immersa in un mare arabo ostile, avrebbe dovuto affrontare per sempre conflitti, odio e amarezza?
E che cosa sorprendente, pensavo: proprio quella nazione che, nella sua lunga e dolorosa storia, era stata ripetutamente vittima di ingiustizie, soprusi e persecuzioni, ora, nel suo ostinato tentativo di raggiungere il proprio obiettivo, si accingeva a infliggere una grave oppressione a un altro popolo—un popolo del tutto innocente rispetto alle sofferenze e ai dolori del passato degli Ebrei! Sapevo che nella storia non era mai accaduto nulla di simile, e tuttavia il dolore per il fatto che stesse per accadere proprio davanti ai miei occhi non ebbe limite.
A quel tempo, alla base delle mie riflessioni incessanti sul panorama politico della Palestina non vi erano soltanto la mia simpatia per gli Arabi e la mia preoccupazione per l’esperimento sionista: vi era attiva anche la mia curiosità giornalistica, perché allora ero il corrispondente speciale della “Frankfurter Zeitung”, che era uno dei maggiori giornali d’Europa. Avevo ottenuto quell’opportunità quasi per caso.
Una sera stavo rovistando tra le vecchie carte stipate in una delle mie valigie; frugando tra quei documenti, trovai la tessera che mi era stata consegnata un anno prima a Berlino in qualità di rappresentante della United Telegraph. Stavo quasi per strapparla quando lo zio Dorian mi afferrò la mano e disse scherzando: «Non strapparla. Se presenti questa tessera all’ufficio dell’Alto Commissariato, nel giro di pochi giorni riceverai un invito a pranzo in un edificio governativo. In questo paese i giornalisti sono ospiti molto desiderati».
Sebbene avessi strappato la tessera non necessaria, lo scherzo di mio zio suscitò in me una reazione. Naturalmente non ero affatto ansioso di essere invitato a pranzo in un edificio governativo; ma, proprio per questo, perché non avrei dovuto sfruttare questa rara opportunità di trovarmi nel Vicino Oriente in un momento in cui vedevo che pochissimi giornalisti dell’Europa centrale avevano la possibilità di visitarlo? Perché non avrei dovuto ricominciare il mio lavoro giornalistico? Non però come rappresentante della United Telegraph, bensì come corrispondente di un importante quotidiano. E, come mi capita di fare quando prendo decisioni su tutte le questioni importanti, all’improvviso decisi: sarei entrato nel mondo del giornalismo «vero»!
Sebbene avessi lavorato per un anno con la «United Telegraph», non avevo alcun rapporto diretto con nessun giornale importante. Inoltre, poiché fino ad allora non era stato pubblicato nulla a mio nome, nel mondo della stampa il mio nome era ancora del tutto sconosciuto e ignorato. Tuttavia, non mi lasciai scoraggiare. Scrissi un articolo sulle mie idee riguardo alla Palestina e ne inviai copie a dieci giornali tedeschi. Insieme proposi anche di essere pronto a scrivere regolarmente articoli sul Vicino Oriente.
Era la fine del 1922: in Germania imperava allora un’inflazione catastrofica. Per i giornali tedeschi era diventato difficile persino sopravvivere. Pochissimi quotidiani potevano permettersi di pagare in valuta forte le spese dei propri corrispondenti all’estero. Non c’era dunque nulla di sorprendente nel fatto che i dieci giornali ai quali avevo inviato il mio articolo di prova mi comunicassero uno dopo l’altro, con parole più o meno cortesi, il loro rifiuto. Dei dieci giornali, soltanto uno accolse la mia proposta e, a quanto pare soddisfatto di ciò che avevo scritto, mi nominò proprio corrispondente speciale itinerante per il Medio Oriente, inviandomi insieme un contratto: al mio ritorno avrei dovuto scrivere un libro. Quel giornale era la «Frankfurter Zeitung». Quasi svenni quando mi resi conto che non solo ero riuscito a stabilire un rapporto con un unico giornale — e quale giornale! —, ma che al primo tentativo avevo raggiunto una posizione tale da poter suscitare l’invidia di molti giornalisti veterani!
Naturalmente c’era anche una spina. A causa dell’inflazione, la «Frankfurter Zeitung» non era in grado di pagarmi lo stipendio in contanti. Con discrezione mi dissero che il mio compenso sarebbe stato calcolato in marchi tedeschi; proprio come loro, anch’io sapevo che ciò avrebbe reso difficile persino sostenere il costo dei francobolli da applicare alle buste per spedire i miei articoli. Ma l’onore di diventare corrispondente speciale della «Frankfurter Zeitung» mi sembrò di gran lunga più prezioso, nonostante l’inconveniente temporaneo di non ricevere denaro come corrispondente. Cominciai a scrivere articoli sulla Palestina, sperando che, presto o tardi, grazie a un felice mutamento della sorte, un giorno avrei potuto viaggiare in tutto il Vicino Oriente.
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Ora in Palestina ho molti amici, sia ebrei sia arabi.
È vero che, poiché la mia simpatia per gli arabi era evidente negli articoli da me pubblicati sulla «Frankfurter Zeitung», i sionisti mi guardavano con una certa diffidenza mista a stupore. Evidentemente non riuscivano a decidere se fossi stato «comprato» dagli arabi — perché i sionisti erano abituati a spiegare quasi ogni cosa in termini di denaro! — oppure se fossi semplicemente un intellettuale bizzarro, uno che amava tutto ciò che era straniero. Ma non tutti gli ebrei che allora vivevano in Palestina erano sionisti. Alcuni erano venuti in Palestina non per uno scopo politico, bensì mossi da una devozione religiosa verso la Terra Santa e i ricordi e le associazioni bibliche a essa legati.
Tra questi c’era il mio amico olandese Jacob de Haan: di bassa statura, tarchiato, con una barba bionda sul volto, aveva circa quarantacinque anni. Prima che arrivassi qui era stato professore di diritto in una delle principali università olandesi. Ora era corrispondente speciale dell’«Handelsblad» di Amsterdam e del «Daily Express» di Londra. La sua fede religiosa era profonda e il suo credo altrettanto rigido di quello di qualunque ebreo dell’Europa orientale; tuttavia non sosteneva il pensiero sionista, perché credeva che «per il ritorno del suo popolo nella Terra Promessa, esso dovesse attendere l’avvento del Messia».
—«Noi ebrei», mi disse più volte, «fummo espulsi dalla Terra Santa e dispersi in tutto il mondo perché non riuscimmo a compiere il compito che Allah ci aveva affidato. Egli ci aveva scelti per diffondere la Sua parola, ma, spinti dal nostro arrogante orgoglio, cominciammo a pensare che ci avesse scelti soltanto per compiacerci; e così Lo tradimmo. Ora non ci resta altro da fare che pentirci e purificare il cuore. E quando saremo nuovamente degni di ascoltare la Sua parola, Egli invierà un Messia per riportare i Suoi servi nella Terra Promessa».}
—«Ma», domando, «non è forse anche l’idea del Messia alla radice del movimento “sionista”? Lei sa che io non lo sostengo; ma non è forse naturale che ogni popolo desideri avere una propria patria?»
Il dottor de Haan mi guarda con un’espressione velatamente ironica: «Pensa forse che la storia sia soltanto una successione di eventi? Io non lo penso. Il fatto che Allah ci abbia costretti a perdere il nostro Paese e ci abbia dispersi in paesi diversi non era privo di uno scopo. Ma i sionisti stessi non sono disposti ad ammetterlo; soffrono proprio di quella cecità spirituale che fu responsabile della nostra caduta. I duemila anni di esilio e di sofferenze degli ebrei non hanno insegnato loro nulla. Invece di cercare di comprendere la causa fondamentale delle nostre sofferenze, ora cercano di eluderla; si può dire che, costruendo una “patria nazionale” sulle basi fornite dalla politica delle potenze occidentali, continuino a commettere il crimine di privare un altro popolo della propria patria!»
Naturalmente, le opinioni politiche di Yakob de Haan lo rendevano molto impopolare tra i sionisti (in realtà, poco dopo aver lasciato la Palestina, appresi con sgomento che era stato ucciso a colpi d’arma da fuoco dai terroristi, una notte). Quando lo conobbi, i suoi rapporti sociali erano limitati a quei pochi ebrei che condividevano le sue idee; alcuni erano europei, altri arabi. Sembrava nutrire una grande simpatia per gli arabi, e anche gli arabi avevano un’alta opinione di lui. Lo invitavano spesso nelle loro case. In realtà, all’epoca gli arabi non erano ancora diventati del tutto ostili agli ebrei in quanto tali. Fu soltanto dopo la Dichiarazione Balfour — cioè nonostante secoli di convivenza pacifica e di fianco a fianco e nonostante una coscienza di unità etnica — che gli arabi cominciarono a considerare gli ebrei nemici politici. Ma anche nelle mutate circostanze dei primi anni del secondo decennio, gli arabi distinguevano chiaramente tra i sionisti e gli ebrei amichevoli come il dottor de Haan.
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Quei primi mesi, determinati dal destino, del mio viaggio tra gli arabi sembrarono mettere in moto un flusso di emozioni, sentimenti e riflessioni della coscienza. A dire il vero, alcune speranze e aspirazioni inesprimibili, di natura personale, cominciarono a reclamare un posto nella mia coscienza.
Mi trovai di fronte a una concezione della vita del tutto nuova per me. Mi sembrò che dal sangue di quelle persone emanasse un respiro caldo, ardente e umano, presente nei loro pensieri e nei loro gesti — quei dolorosi squarci dell’anima, quei fantasmi della paura, del risentimento e degli ostacoli mentali che hanno reso la vita europea più brutta e così povera di promesse… Tra questi arabi non esisteva nulla di tutto ciò. Cominciai, senza rendermene conto, a trovare tra gli arabi qualcosa di ciò che avevo sempre desiderato: un atteggiamento emotivo che permettesse di affrontare con leggerezza tutte le questioni della vita. Si potrebbe dire: un nobile buon senso nel campo dei sentimenti.
Col passare del tempo, comprendere l’essenza di questo popolo musulmano divenne per me la cosa più importante. Non perché la loro religione mi attirasse (allora ne sapevo ancora ben poco). Divenne piuttosto così importante perché in loro avevo visto un’innata armonia tra mente e sensi, che l’Europa aveva perduto. Comprendendo più intimamente la vita degli arabi, non sarebbe forse possibile scoprire il legame segreto tra le sofferenze del nostro mondo occidentale, la sua penosa e logorante mancanza di solidarietà umana e le cause di quelle sofferenze? Che cosa ci ha insegnato, a noi occidentali, a fuggire da quella libertà suprema della vita di cui questi arabi sono ancora padroni, persino in quest’epoca del loro declino psicologico e politico — e di cui forse anche noi eravamo padroni in qualche momento del passato? Se non fosse così, come avremmo potuto creare le grandi opere d’arte del nostro passato, le splendide chiese del Medioevo, l’esultanza folle del Rinascimento, il gioco di luci e ombre nei dipinti di Rembrandt, le melodie di Bach, il dolce e soave sogno di Mozart, lo splendore della coda del pavone nell’arte dei nostri contadini e il volo di Beethoven, risonante di speranza, verso vette indistinte e quasi inestimabili, da cui l’uomo può dire: “Io e il mio destino siamo una cosa sola”.»
Poiché non conosciamo la natura e le caratteristiche delle forze spirituali, non siamo più in grado di farne un uso autentico. Tra noi non nascerà mai più un Beethoven o un Rembrandt! Al loro posto, oggi conosciamo soltanto aspre fazioni, slogan contraddittori e violente lotte intorno a nuove forme d’espressione nell’arte, nelle scienze sociali e nella scienza politica, nonché intorno a politiche sottili e studiate. Tutti i nostri strumenti e i nostri edifici che sfiorano il cielo non hanno potuto fare nulla per restaurare l’integrità della nostra anima. E tuttavia… la perduta gloria spirituale del passato europeo è davvero scomparsa per sempre? Comprendendo dove abbiamo sbagliato, non possiamo forse recuperare almeno una parte di quella gloria spirituale?
E ciò che all’inizio, nei confronti degli obiettivi politici degli arabi, dell’aspetto esteriore della vita araba e di quella sicurezza emotiva che avevo osservato tra gli appartenenti a questo popolo, non era per me che simpatia, si trasformò lentamente e a mia insaputa in qualcosa di paragonabile a una ricerca personale. Divenni gradualmente più consapevole di un desiderio assorbente e appassionato: il desiderio di sapere che cosa si trovasse alla radice della loro serena fiducia sul piano emotivo, e che cosa avesse reso la vita degli arabi così diversa da quella occidentale. E mi parve che questo desiderio fosse misteriosamente legato ai miei problemi più profondi. Cominciai a cercare una via che mi offrisse una comprensione più profonda del carattere e delle concezioni degli arabi, quel carattere e quelle concezioni che avevano dato loro una forma particolare e li avevano resi, spiritualmente, così diversi dagli europei! Iniziai a studiare a fondo la loro storia, la loro civiltà e la loro religione. E proprio nell’impulso che sentivo a scoprire ciò che aveva animato e colmato i loro cuori e aveva dato loro una direzione, mi parve di intravedere l’ispirazione, la scoperta di una forza segreta che avrebbe animato e colmato me e mi avrebbe promesso una guida.
La voce
Uno
Procediamo cavalcando i cammelli, e Zayd canta. Le dune sono ora più ampie di prima. Qua e là la sabbia lascia il posto a letti di ciottoli e a frammenti di basalto, e proprio davanti a noi, molto più a sud, si staglia la linea ombrosa di una catena montuosa: la catena del Jabal Shammar.
I versi del canto di Zayd penetrano indistinti nella mia sonnolenza, ma proprio nella misura in cui le parole mi sfuggono, esse acquistano un significato così più ampio e profondo da non avere alcun legame con il loro senso esteriore!
Questa è una delle canzoni dei cavalcatori di cammelli che si sentono spesso in Arabia: una canzone che gli uomini cantano per mantenere regolare e spedito il passo delle loro bestie e per impedirsi di addormentarsi; la melodia degli uomini del deserto, che trascorrono la vita in luoghi privi di confini e di echi; una melodia sempre intonata sulla nota fondamentale dello strumento, sullo stesso livello tonale, sciolta e alquanto aspra, che sale proprio dalla parte superiore della gola e lentamente svanisce nell’aria secca: come se il respiro del deserto fosse rimasto imprigionato nella voce di un uomo. Chiunque abbia mai viaggiato attraverso il deserto non potrà mai dimenticare questa voce. È la stessa voce ovunque la terra sia sterile, l’aria calda, tutto intorno aperto e sconfinato e la vita dura.
Procediamo cavalcando i cammelli, e Zayd continua a cantare, proprio come prima di lui devono aver cantato suo padre, tutti gli uomini della sua tribù e quelli di molte altre tribù, per migliaia di anni; perché ci sono voluti migliaia di anni per formare queste melodie profonde e monotone e dar loro la forma definitiva. La musica occidentale, melodiosa e ricca di variazioni, esprime quasi sempre qualche sentimento personale, ma queste melodie arabe, intonate innumerevoli volte nella stessa atmosfera musicale, sembrano soltanto simboli melodici di percezioni tratte dall’esperienza, un’esperienza condivisa da molti, il cui scopo non è suscitare una particolare emozione, bensì ricordarvi la vostra esperienza spirituale. Queste melodie nacquero in un’epoca lontanissima, dal clima del deserto, dal ritmo del vento e della vita nomade, dal senso dell’immensità delle vaste pianure e dall’idea di un eterno presente; e proprio come i temi fondamentali della vita rimangono sempre gli stessi, così anche queste melodie sono al di là del tempo e del cambiamento.
In Occidente, raramente qualcuno riesce a concepire melodie di questo genere. In Occidente, le singole melodie non sono soltanto un aspetto della musica: sono anche un aspetto dei suoi sentimenti e dei suoi desideri. Il clima freddo, i fiumi e i torrenti impetuosi, le quattro stagioni che si susseguono: questi elementi conferiscono alla vita una tale molteplicità di significati e di orientamenti che l’uomo occidentale è naturalmente afflitto da innumerevoli desideri e, infine, da un desiderio intenso: il desiderio di agire semplicemente per l’impulso ad agire. Deve sempre creare, costruire, vincere, per ritrovare continuamente la percezione della propria esistenza nelle diverse forme della propria vita; e questa complessità in costante mutamento si riflette anche nella sua musica. Anche nella musica occidentale, ondeggiante e solenne, il suono viene dal profondo del petto, mentre il tono solenne sale e scende continuamente secondo ritmi diversi; in essa parla quella «natura faustiana» sotto la cui influenza gli occidentali sognano di più, desiderano di più e lottano di più per il desiderio di vincere; ma forse perdono anche di più, e perdono in modo più doloroso! Perché il mondo dell’uomo occidentale è il mondo della storia: soltanto divenire, accadere e passare; non vi è in esso la serenità della quiete: il tempo è un nemico che bisogna sempre guardare con sospetto; e la parola «adesso» non reca mai con sé alcun accenno all’eternità…
Al contrario, il paesaggio naturale che circonda l’arabo del deserto e della steppa non lo conduce in un mondo onirico e incantato; per lui è una realtà dura come il giorno, nella quale non vi è spazio per i giochi di luce e d’ombra dei sentimenti. L’esterno e l’interno, l’io e il mondo, non sono per lui entità opposte e contraddittorie, bensì aspetti diversi di un presente immutabile; una paura segreta non domina la sua vita e, ogni volta che compie un’azione, la compie per una necessità esterna, non spinto dal desiderio di sicurezza psicologica. È vero che, sul piano dei risultati, non ha potuto raggiungere rapidamente il «successo» materiale come gli occidentali, ma ha saputo salvare la propria anima.
…. …. ….. …..
….. «Per quanto tempo ancora?» mi chiedo, con una sorta di sussulto fisico: riusciranno Zayd e la gente della sua stirpe a salvare la propria anima di fronte al pericolo che li circonda da ogni parte, con tanta sottigliezza e una durezza così spietata? Viviamo in un’epoca in cui l’Oriente non può più restare inattivo di fronte all’Occidente in avanzata. Migliaia di forze politiche, sociali ed economiche stanno bussando alle porte del mondo musulmano. Il mondo musulmano sarà sopraffatto dalla pressione dell’Occidente del ventesimo secolo e, in questo processo, perderà non soltanto le proprie forme tradizionali, ma anche le proprie fondamenta spirituali?
Due
Durante gli anni che trascorsi in Medio Oriente, dal 1922 al 1926, prima come straniero simpatizzante e, da allora in poi, come musulmano partecipe delle speranze, delle aspirazioni e degli obiettivi della comunità islamica, osservai come gli europei, gradualmente e in modo inarrestabile, continuassero a divorare la vita moderna e la libertà politica dei musulmani; e ovunque le nazioni musulmane tentassero di difendersi da questa penetrazione, in ogni caso l’opinione pubblica europea definiva la loro resistenza «xenofobia», con l’atteggiamento di chi si sente ferito nella propria ingenua buona fede.
L’Europa è da tempo abituata a semplificare in modo così grossolano tutto ciò che accade in Medio Oriente e a considerare la storia attuale del Medio Oriente soltanto come un’area degli interessi europei. Sebbene ovunque in Occidente, tranne che in Gran Bretagna, l’opinione pubblica abbia sempre mostrato grande simpatia per il movimento indipendentista irlandese o, fuori dalla Russia e dalla Germania, per il risveglio nazionale della Polonia, tale simpatia non si è mai estesa alle speranze, alle aspirazioni e ai sogni dei musulmani. La principale giustificazione dell’Occidente è la disgregazione politica e l’arretratezza economica del Medio Oriente; e, secondo coloro che promuovono ciascun intervento occidentale attivo (e lo affermano fingendo di agire con le migliori intenzioni), lo scopo di tali interventi non è soltanto proteggere gli interessi «legittimi» dell’Occidente, ma anche favorire il progresso degli abitanti del luogo!
Gli esperti occidentali di questioni mediorientali, dimenticando completamente che ogni intervento diretto dall’esterno, persino quello benevolo, non fa che ostacolare lo sviluppo di un paese, sono sempre pronti a ingoiare affermazioni di questo genere! Vedono soltanto le nuove ferrovie costruite dalle potenze coloniali; non si accorgono della distruzione della struttura sociale di un paese. Contano i nuovi kilowatt di elettricità, ma non contano il colpo inferto all’orgoglio nazionale di un popolo.
Le persone che non accetterebbero mai la «missione civilizzatrice» dell’Austria nei Balcani come ragionevole pretesto per l’intervento austriaco nei Balcani, accettano invece con entusiasmo pretesti dello stesso genere nel caso della Gran Bretagna in Egitto, della Russia in Asia centrale, della Francia in Marocco e dell’Italia in Libia; e non si chiedono mai se molte delle malattie sociali ed economiche di cui soffre il Medio Oriente non siano il risultato diretto degli interessi occidentali; né si chiedono mai se lo scopo inevitabile dell’intervento occidentale non sia rendere permanente e più profonda la frattura interna già prodottasi e, in tal modo, rendere impossibile ai popoli interessati ritrovare il proprio equilibrio.
Cominciai a rendermene conto nel 1922, quando osservai il duplice ruolo dei governanti britannici nella controversia tra arabi e sionisti. Mi divenne ancora più chiaro all’inizio del 1923, quando, dopo aver trascorso molti mesi viaggiando per la Palestina, arrivai in Egitto. L’Egitto era allora impegnato in un movimento rivoluzionario quasi ininterrotto contro il protettorato britannico. Le bombe venivano lanciate in tutti i luoghi pubblici frequentati abitualmente dai soldati britannici, e ad esse si rispondeva con ogni sorta di metodi repressivi: il governo militare, gli arresti politici, l’esilio dei leader, la chiusura dei giornali e così via. Ma per quanto severe fossero queste misure, nessuna di esse riuscì a soffocare il desiderio di libertà del popolo. Attraverso l’intera nazione egiziana passava qualcosa di simile a un’ondata di pianto ansioso e represso: non era pianto di disperazione, bensì il pianto dell’entusiasmo impaziente, il grido di eccitazione per la scoperta della fonte della propria forza interiore!
In quei giorni soltanto i pascià ricchi, proprietari di immense tenute, erano concilianti nei confronti del dominio britannico. Tutti gli altri, innumerevoli, tra i quali i disgraziati fellahin, per i quali un acro di terra sembrava una benedizione, una ricchezza per un’intera famiglia, sostenevano il movimento per la libertà. Un giorno si poteva forse sentire i venditori di giornali gridare per le strade: «Tutti i leader del Partito Wafd arrestati dal governatore militare»; ma già il giorno dopo i loro posti erano occupati da nuovi leader: così crescevano sia la fame di libertà sia l’odio. Per gli europei esisteva una sola parola per definirlo: «xenofobia».
All’origine del mio arrivo in Egitto vi era allora un desiderio: volevo ampliare, per il «Frankfurter Zeitung», il campo della mia attività oltre la Palestina, anche ad altri paesi. Le condizioni finanziarie dello zio Dorian non erano tali da permettergli di mostrarsi particolarmente entusiasta per me; tuttavia fu lui stesso a prendere l’iniziativa e mi diede un po’ di denaro in anticipo, sufficiente appena a coprire il viaggio in treno da Gerusalemme al Cairo e ritorno e le spese di quindici giorni di permanenza là.
Al Cairo trovai alloggio in un vicolo angusto, abitato soprattutto da artigiani arabi e negozianti greci. La padrona di casa era una vecchia di Trieste, alta, corpulenta, spettinata e dai capelli bianchi. Dal mattino alla sera tracannava forte liquore greco e passava barcollando da uno stato d’animo all’altro. Il suo umore era estremamente violento e intenso, e sembrava non comprendere mai la propria natura. Eppure era amichevole con me, e la sua presenza mi faceva piacere.
Dopo circa una settimana il denaro contante che avevo con me era quasi finito. Non volevo tornare così presto in Palestina, al sicuro nella casa di mio zio. Così cominciai a cercare un altro modo per guadagnarmi da vivere.
Il dottor de Haan, un mio amico di Gerusalemme, aveva dato a un commerciante del Cairo una lettera che mi presentava. Mi recai da lui per chiedergli consiglio. Era olandese; scoprii che era molto generoso e cordiale, e che la sua curiosità e i suoi interessi intellettuali si estendevano ben oltre il proprio campo di attività. Dalla lettera di Yakob de Haan seppe che ero un corrispondente del «Frankfurter Zeitung». Quando, su sua richiesta, gli mostrai alcuni miei articoli pubblicati di recente, per la meraviglia le sopracciglia gli salirono fin quasi alla fronte:
—Mi dica, quanti anni ha?
—«Ventidue anni».
—«Allora, per favore, mi parli d’altro. Chi l’ha aiutata con questi articoli? Dya Han?»
Sorrisi: —«Certo che no, li ho scritti io stesso! Nel mio lavoro faccio sempre tutto da me. Ma perché ne dubita?»
Scosse la testa, come stordito dalla meraviglia: —«Ma è davvero sorprendente… Da dove ha ricavato la maturità necessaria per scrivere articoli di questo genere? Come riesce, in mezza frase, a conferire un significato quasi mistico anche alle cose che sembrano tanto comuni?»
L’ammirazione che quelle parole celavano mi riempì d’un orgoglio impossibile da esprimere. Di conseguenza, il mio amor proprio crebbe enormemente. Dalla conversazione con questo mio nuovo amico capii che nella sua azienda non c’era alcuna possibilità di impiego; tuttavia egli pensava di poter procurarmi un lavoro presso un’impresa egiziana con la quale intratteneva rapporti d’affari.
L’ufficio che mi indicò si trovava in uno dei quartieri più antichi del Cairo. Non era molto lontano da casa mia: un vicolo stretto, fiancheggiato da dimore un tempo signorili, ormai trasformate in uffici e appartamenti a buon mercato. Il mio futuro padrone era un anziano mercante egiziano, calvo, con un viso simile a quello di un avvoltoio incartapecorito dal tempo. Aveva bisogno di un impiegato a tempo parziale che si occupasse per lui della corrispondenza in francese. Riuscii a convincerlo che avrei potuto svolgere quel compito, benché non avessi alcuna esperienza commerciale. Avrei dovuto lavorare soltanto tre ore. Anche lo stipendio era proporzionatamente modesto, ma bastava a pagare l’affitto e a mantenermi indefinitamente con pane, latte e olive.
Tra casa mia e l’ufficio si trovava il quartiere dei bordelli del Cairo. Era un labirinto intricato, dove prostitute di alto e basso rango trascorrevano i giorni e le notti. Nel pomeriggio, mentre andavo al lavoro, vedevo i vicoli deserti e silenziosi. Dietro le finestre a grata, forse qualche donna lasciava languidamente disteso il proprio corpo all’ombra; davanti a questa o quella casa, sedute accanto a tavolini, le ragazze bevevano tranquillamente il caffè con uomini barbuti e dall’aria seria, e sembravano molto lontane dall’ebbrezza dei sensi.
Ma la sera, quando tornavo a casa, trovavo il quartiere più animato di qualunque altro. Il quartiere risuonava delle note morbide e dolci dei flauti arabi, dei tamburi e delle risate delle donne. Mentre camminavi sotto la luce di numerose lampade elettriche e lanterne variopinte, a ogni passo un braccio morbido ti cingeva il collo; poteva essere bruno o bianco, ma tintinnava sempre di catene e bracciali d’oro e d’argento, e recava sempre l’odore del muschio, dell’olibano e della pelle calda degli animali. Dovevi essere molto risoluto, per sottrarti a tutti quegli abbracci sorridenti e agli inviti: «Ya habibi», «mio caro Sa‘adatak», «che tu sia felice». Dovevi aprirti un varco tra membra palpitanti, la maggior parte delle quali ti stordiva con le proprie forme semplici, belle e allusive. Era come se tutto l’Egitto ti crollasse addosso, e con esso il Marocco, l’Algeria, il Sudan, la Nubia, l’Arabia, l’Armenia, la Siria e l’Iran. Sulle panche disposte per il lungo contro i muri delle case sedevano fianco a fianco uomini vestiti di lunghe vesti di seta, esultanti di gioia… ridevano, chiamavano le ragazze o fumavano in silenzio il narghilè di cocco. Ma non erano tutti «clienti» del luogo… molti erano venuti a trascorrere un’ora o due nell’atmosfera gioiosa e libera da ogni convenzione di quel quartiere… Talvolta dovevi farti indietro davanti a un derviscio sudanese, avvolto in abiti laceri e logori, che cantava chiedendo l’elemosina, con il volto rapito e le mani immobili tese in avanti. Il fumo d’incenso che saliva dal turibolo oscillante del venditore ambulante di profumi ti spazzolava il viso, formando nubi avvolte su se stesse! Spesso sentivi cantare in coro e cominciavi a comprendere il significato di alcune di quelle morbide, sibilanti parole arabe. … E, tornando e ritornando, sentivi le delicate espressioni di gioia, dolci come lo scorrere dell’acqua… la felicità animalesca di quelle ragazze (perché senza dubbio si stavano godendo la vita), vestite di abiti azzurro chiaro, gialli, rossi, verdi, bianchi e dorati scintillanti, fatti di seta finissima, di tulle sottile intessuto a delicati reticoli, di voile o di stoffe a piccoli motivi. E le loro risate correvano silenziose come gatti sul marciapiede cosparso di ciottoli: ora esultanti, ora discendenti, e nell’istante successivo nuovamente prorompenti dalle labbra di altre…
Questi egiziani: come era possibile per loro ridere in quel modo? Con quanta gioia e allegria camminavano per le strade del Cairo, senza distinguere il giorno dalla notte, dondolandosi e facendo lunghi passi, con indosso le loro lunghe galabie simili a camicie, a righe di ogni colore dell’arcobaleno! Procedevano con animo leggero e cuore libero, tanto da far pensare che la povertà, il malcontento e le agitazioni politiche che schiacciano la vita umana fossero da loro considerate soltanto in senso relativo. Nella loro intensa eccitazione, sempre sul punto di esplodere, c’era spazio per una calma completa, persino per l’ozio, senza alcun mutamento visibile: come se non fosse mai accaduto nulla e nulla fosse andato perduto. Per questo la maggior parte degli europei pensava — e forse pensa ancora — che gli arabi, come esseri umani, fossero leggeri e superficiali! Ma fin dall’inizio, proprio in quei giorni, avevo capito che alla radice del disprezzo occidentale per gli arabi vi era la tendenza ad attribuire un’eccessiva importanza a tutte le emozioni che appaiono «profonde» e a condannare tutto ciò che è «leggero», superficiale, lieve, etereo e privo di peso. Avevo compreso che gli arabi erano liberi da tutti quei conflitti, contrasti e tensioni psicologiche che caratterizzano l’Occidente. Come potevamo dunque applicare loro i nostri criteri? Se ci sembravano «leggeri» e superficiali, forse era anche perché le loro emozioni scorrevano liberamente nel loro comportamento, senza dover affrontare conflitti e contrasti. Forse, sotto la pressione dell’«occidentalizzazione», anch’essi avrebbero gradualmente perduto questa caratteristica naturale del loro diretto contatto con la realtà. Infatti, sebbene l’influenza occidentale fosse per molti aspetti uno stimolo e un fattore fecondo per il pensiero arabo contemporaneo, inevitabilmente essa creava tra gli arabi proprio quei gravi problemi dai quali erano afflitte e tormentate la vita spirituale e sociale dell’Occidente.
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Proprio di fronte alla mia stanza — e così vicino che, allungando la mano, posso quasi raggiungerlo — sorge una piccola moschea, con un sottile minareto dal quale cinque volte al giorno viene recitato l’adhān per la ṣalāt. Un uomo dal turbante bianco sale sul minareto, alza entrambe le mani e canta melodiosamente: «Allāhu akbar» — Dio è grande, il più grande — «e testimonio che Muhammad è il Messaggero di Dio»… Mentre si volta lentamente verso ogni direzione, il suono della sua voce sale verso l’alto e si innalza nell’aria limpida, ondeggiando sulle profonde parole gutturali dell’arabo, ora avanzando ora arretrando. La sua voce è grave, sonora, dolce e ferma, con ampio spazio per molte variazioni ascendenti e discendenti. Ma capisco che è la passione ardente, non l’abilità oratoria, ad aver reso bella quella voce!
Questa melodia del «muezzin» era la musica fondamentale delle mie giornate e delle mie sere al Cairo, proprio come lo era stata per me nell’antica città di Gerusalemme e, in seguito, durante ogni mio viaggio nei paesi musulmani, dove rimase sempre la mia unica musica. Nonostante le differenze tra i dialetti e le variazioni nella pronuncia del linguaggio quotidiano della gente, l’adhān viene proclamato ovunque: da questa unità delle parole, già in quei miei giorni al Cairo, compresi quanto fosse profonda l’unità interiore di tutti i musulmani e quanto fosse artificiale e priva di significato la linea di separazione tra loro. Il loro modo di pensare è lo stesso; nel distinguere il bene dal male e l’onesto dal disonesto, tutti i musulmani concordano, e identica è anche la loro concezione degli elementi di una vita nobile.
Per la prima volta ebbi l’impressione di essermi imbattuto in una comunità nella quale la parentela tra gli esseri umani non si fondava sulla casualità di appartenere allo stesso sangue e alla stessa stirpe, né su interessi economici, ma su qualcosa di molto più profondo e duraturo. La fonte di questa parentela era una medesima visione, una visione capace di sradicare ogni ostacolo che, tra uomo e uomo, nascesse dalla solitudine.
Nell’estate del 1923 tornai a Gerusalemme con una visione più chiara della vita e della politica del Medio Oriente.
Con l’aiuto del mio amico Jacob de Haan conobbi l’emiro Abdullah del vicino territorio della Transgiordania. Mi invitò nel suo paese. Fu lì che vidi per la prima volta un autentico paese beduino. La capitale, Amman, era allora una cittadina costruita sulle rovine della colonia greca di Filadelfia, fondata da Tolomeo Filadelfo. Non contava più di seimila abitanti. Le strade erano gremite di beduini, autentici beduini delle steppe aperte, guerrieri indipendenti e allevatori di cammelli, che in Palestina si vedevano solo di rado*! I carri trainati da buoi dei circassi — poiché la città era stata colonizzata per la prima volta dai circassi, che nel XIX secolo si erano trasferiti qui e vi si erano stabiliti quando i russi avevano conquistato la loro patria — avanzavano lentamente e faticosamente attraverso il mercato. Sebbene il mercato non fosse grande, il tumulto e l’agitazione che vi si vedevano sarebbero stati degni di una città molto più grande.
In città non c’erano molti edifici; perciò l’emiro Abdullah abitava allora in un accampamento di tende allestito sulla montagna, che sembrava guardare dall’alto verso Amman, ai suoi piedi. La sua tenda era un po’ più grande delle altre; al suo interno c’erano diverse stanze divise da pareti di tela, e nella sua estrema semplicità si distingueva da tutte le altre tende. In una di queste stanze, in un angolo, era stato preparato un letto stendendo sul pavimento la pelle nera di un orso. Nella stanza del ricevimento, quando qualcuno sedeva sul tappeto, c’era un bel paio di selle di cammello con pomelli lavorati in argento, sulle quali appoggiare le braccia.
Quando entrai nella tenda, dopo aver incontrato il principale consigliere dell’emiro, il dottor Riza Tawfik Bey, vi si trovava soltanto un uomo nero, vestito di splendidi abiti di broccato e con un pugnale d’oro alla cintura. Riza Tawfik Bey era turco; in passato era stato professore universitario e, prima di Kemal Atatürk, era stato per tre anni membro del governo turco. Mi disse che l’emiro sarebbe tornato entro pochi minuti. In quel momento stava discutendo con alcuni capi beduini dell’ultima incursione najdiana nella Transgiordania meridionale. Quei Najdi wahhabiti, mi spiegò il dottor Riza, hanno assunto nell’Islam un ruolo non dissimile da quello dei riformatori ortodossi nel mondo cristiano, poiché sono fieramente contrari al culto dei santi e dei dervisci, nonché alle superstizioni mistiche che, nel corso dei secoli, si sono insinuate nell’Islam. Inoltre, sono nemici irriducibili della famiglia sharifiana, il cui capo è il padre dell’emiro, il re Hussein dell’Hegiaz. Secondo Riza Tawfik Bey, le opinioni religiose dei wahhabiti non possono essere respinte senz’altro; anzi, le loro idee sono molto più vicine al senso del Corano di quanto non lo siano le concezioni diffuse tra le popolazioni degli altri Stati musulmani. E ciò potrebbe esercitare un’influenza benefica sullo sviluppo culturale dell’Islam. Naturalmente, il loro estremo fanatismo ha reso alquanto difficile agli altri musulmani comprendere pienamente il movimento wahhabita; e questo difetto, diceva, forse non era sgradito in certi ambienti, che consideravano la possibile riunificazione delle nazioni arabe una minaccia terribile.
Dopo qualche tempo entrò l’emiro. Aveva circa quarant’anni, una corporatura media e una corta barba bionda; portava ai piedi pantofole nere di pelle verniciata e avanzava con passo leggero, vestito di un’ampia veste araba di seta bianca e scintillante, sopra la quale indossava una ‘abaya di cotone bianco quasi trasparente. Disse:
«Ahlan wa sahlan» — «Questa è casa vostra, mettetevi a vostro agio» — fu la prima volta che udii questo bellissimo saluto arabo!
Nella personalità dell’emiro Abdullah c’era qualcosa di attraente, qualcosa che conquistava quasi con la forza: il suo profondo senso dell’umorismo, il suo modo di parlare vivace e appagante e la sua prontezza di spirito. Non era difficile capire perché, a quel tempo, fosse tanto popolare tra la sua gente. Naturalmente, molti arabi non erano contenti del ruolo da lui svolto nella rivolta sharifiana contro i turchi, istigata dagli inglesi. Consideravano quel ruolo un tradimento di musulmani ai danni di altri musulmani. Ciononostante, egli aveva conquistato una certa considerazione assumendo la guida nella difesa degli interessi arabi contro il sionismo. Non era ancora giunto il giorno in cui le giravolte della sua politica avrebbero reso il suo nome odioso in tutto il mondo arabo.
Mentre bevevamo a piccoli sorsi il caffè servito dal servitore abissino in minuscole tazze, parlavamo. Di tanto in tanto ci aiutava il dottor Riza, che parlava un francese eccellente. Discutevamo delle difficoltà di governare questo nuovo paese, la Transgiordania. Là ogni uomo va in giro armato ed è abituato a obbedire soltanto alle leggi della propria tribù. «Ma», disse l’emiro, «il buon senso degli arabi è ammirevole. Persino i beduini hanno cominciato a capire che, per liberarsi dal dominio straniero, devono necessariamente abbandonare la loro vecchia abitudine di fare come pare a ciascuno. Le dispute e le liti tra le diverse tribù, di cui avrete certamente sentito parlare, hanno ora cominciato a diminuire lentamente.»
Proseguì descrivendo i beduini, irrequieti e indisciplinati: combattono tra loro per il più futile pretesto. Le loro faide familiari durano spesso per molte generazioni e talvolta passano di padre in figlio, persino per secoli; ne derivano continui omicidi, spargimenti di sangue e nuove amarezze, anche quando la causa originaria è ormai quasi del tutto sprofondata nell’oblio. Esiste un solo modo per giungere a una soluzione pacifica: se un giovane della tribù e del clan dell’uomo ucciso per primo rapisce una fanciulla della tribù e del clan dell’assassino e la sposa, il sangue versato nella notte delle nozze — il sangue della tribù dell’assassino — viene considerato, simbolicamente e in via definitiva, la vendetta per il sangue versato al momento dell’uccisione. Talvolta accade che, dopo una faida protrattasi per molte generazioni, gli appartenenti a entrambe le tribù siano stanchi, poiché essa esaurisce le forze di entrambi i gruppi. In casi simili, spesso il rapimento viene organizzato da un mediatore appartenente a una terza tribù.
«Ho fatto qualcosa di meglio ancora», mi disse l’emiro. «Ho istituito una vera e propria Commissione per le faide familiari; è composta da uomini fidati. Essi percorrono tutto il paese e organizzano tra le tribù in conflitto questo genere di rapimenti simbolici e di matrimoni. Ma», aggiunse con un lampo negli occhi, «cerco sempre di spiegare ai membri della commissione che devono agire con prudenza nello scegliere le fanciulle, perché non voglio che, a causa di una possibile delusione dello sposo, nasca un’altra faida all’interno della famiglia.»
Da dietro la tenda di stuoia uscì un ragazzo di circa dodici anni. Attraversò di corsa, rapido e silenzioso, la stanza della tenda già immersa nell’oscurità della sera e balzò in groppa a un cavallo tenuto fuori dalla tenda, senza neppure appoggiare i piedi nelle staffe; un servitore lo teneva per la briglia e il cavallo era pronto per lui. Il ragazzo altri non era che Tala, il figlio maggiore dell’emiro. Nel suo corpo agile, nel balzo con cui salì a cavallo e nel suo sguardo luminoso riconobbi ancora una volta quella cosa: il legame diretto con una realtà libera dai sogni, che poneva gli arabi a una distanza così grande da tutto ciò che avevo avuto occasione di conoscere in Europa!
Notando il mio sguardo apertamente ammirato rivolto a suo figlio, l’Amīr disse: «È cresciuto come ogni altro bambino arabo, con un solo pensiero nella mente: la libertà, l’indipendenza». Noi arabi non pensiamo di essere privi di difetti o immuni dagli errori. Tuttavia, vogliamo commettere da soli i nostri errori e imparare così come evitarli. Proprio come un albero, crescendo, impara a crescere; o come una corrente, scorrendo, trova il proprio corso naturale. Non vogliamo che ci indichino la via della saggezza uomini che non possiedono alcuna saggezza, ma soltanto potere, fucili e ricchezza, e che sanno soltanto perdere amici che avrebbero potuto facilmente conservare come tali! [A quel tempo (1923) nessuno immaginava che, in seguito, una feroce opposizione avrebbe distrutto i rapporti tra l’Amīr ʿAbdullah e suo figlio Talal: il figlio detestava l’atteggiamento conciliante del padre verso la politica britannica nel mondo arabo, mentre il padre esprimeva il proprio disappunto per i suoi discorsi estremamente franchi. Né allora né in seguito vidi mai in Talal alcun segno di malattia mentale, il pretesto con cui nel 1952 fu costretto ad abdicare al trono di Giordania.]
Non avevo intenzione di rimanere in Palestina a tempo indeterminato. Yakov de Haan venne ancora una volta in mio aiuto. La sua fama di giornalista era solidamente affermata ed egli aveva rapporti con persone e istituzioni in tutta Europa. Grazie alla sua raccomandazione, riuscii a concludere un accordo con due piccoli giornali per scrivere una serie di articoli; uno dei giornali era inglese, l’altro svizzero. L’accordo prevedeva che i due giornali mi pagassero in fiorini olandesi e in franchi svizzeri. Erano giornali di provincia e non godevano di grande prestigio. Non avevano la possibilità di offrire un compenso elevato. Ma, poiché conducevo una vita semplice, il denaro che ricevetti da loro mi sembrò sufficiente a finanziare il viaggio che progettavo da un’estremità all’altra del Medio Oriente.
Intendevo recarmi prima in Siria. Ma le autorità francesi, che avevano appena instaurato la propria autorità in mezzo a una popolazione ostile, non erano disposte a concedere un permesso d’ingresso a un ex soldato nemico austriaco. Fu un colpo crudele; ma non potevo farci nulla. Decisi quindi di andare ad Haifa e, una volta là, imbarcarmi su una nave diretta a Istanbul. Naturalmente, anche questo rientrava nei miei piani.
Durante il viaggio in treno da Gerusalemme ad Haifa fui colpito da una disgrazia. Persi per strada un cappotto, nel quale avevo il lasciapassare e una piccola borsa. Mi rimasero soltanto alcune monete d’argento nella tasca dei pantaloni. Per il momento, dunque, andare a Istanbul era fuori questione: non avevo né passaporto né denaro. Non mi restava altra scelta che tornare a Gerusalemme in autobus. Avrei dovuto pagare il biglietto una volta arrivato, prendendo in prestito il denaro, come al solito, dallo zio Dorian. A Gerusalemme avrei dovuto aspettare alcune settimane per ottenere un lasciapassare dal consolato austriaco del Cairo (poiché allora in Palestina non esisteva alcun consolato) e per ricevere altro denaro dall’Olanda e dalla Svizzera.
Così, la mattina seguente, mi presentai in un ufficio degli autobus alla periferia di Haifa. Conclusi le trattative sul prezzo del biglietto. Mancava ancora un’ora alla partenza dell’autobus. Per ammazzare il tempo cominciai a camminare avanti e indietro per la strada; provavo un’immensa irritazione verso me stesso, un’irritazione per il destino che mi costringeva a indietreggiare così miseramente nella lotta per la vita. L’attesa è sempre sgradevole; e il pensiero che il piano di tornare a Gerusalemme fosse fallito, quel senso di sconfitta, era ancora più amaro perché Dorian aveva sempre dubitato che, con così poco denaro, sarei riuscito a realizzare il mio progetto. Inoltre non avrei potuto visitare la Siria e Dio solo sa se avrei mai più potuto tornare in questa parte del mondo. Esisteva, naturalmente, la possibilità che in seguito la «Frankfurter Zeitung» finanziasse un altro mio viaggio in Medio Oriente e che un giorno il governo francese revocasse le restrizioni imposte agli stranieri ex nemici. Ma nulla era certo e, nel frattempo, questa volta mi era negata la fortuna di visitare Damasco… «Perché», mi chiesi amaramente, «Damasco mi è stata proibita?»
Ma era davvero così? Certo, non avevo né passaporto né denaro. Ma erano davvero indispensabili il passaporto e il denaro…?
Dopo essermi spinto così avanti nei miei pensieri, all’improvviso mi fermai. Se avessi avuto abbastanza coraggio, avrei potuto viaggiare a piedi, affidandomi ai contadini arabi. E forse avrei potuto in qualche modo attraversare di nascosto la frontiera, senza preoccuparmi del passaporto e del permesso d’ingresso…
E prima ancora di rendermene pienamente conto, la mia decisione era presa: stavo andando a Damasco. Avevo cambiato nuovamente idea e mi bastarono un paio di minuti per spiegare agli autisti degli autobus che, alla fine, non sarei andato a Gerusalemme. Mi occorsero ancora alcuni minuti per procurarmi un paio di tute blu e una kufiya araba… (il modo probabilmente migliore per proteggersi dal sole cocente d’Arabia), mettere alcune cose necessarie in una borsa e organizzare l’invio della mia valigia allo zio Dorian, C. e D. Poi mi incamminai sulla lunga strada a piedi verso Damasco.
Era impossibile separare dalla felicità quel senso indomabile di libertà che mi aveva pervaso. In tasca avevo soltanto qualche moneta spicciola. Stavo per correre il rischio di compiere un atto illegale, per il quale avrei potuto essere gettato in prigione. Davanti a me si profilava, in modo vago e incerto, il problema di attraversare la frontiera. Avevo riposto tutto nella mia astuzia: questa consapevolezza era la causa della mia felicità. Oggi sono felice.
Cominciai a camminare lungo la strada della Galilea. Nel pomeriggio la pianura di «Izreel» apparve alla mia destra. Era più bassa della strada per la quale camminavo; qua e là era costellata di chiazze di luce e d’ombra. Proseguii attraverso Nazareth e, prima di notte, giunsi in un villaggio arabo, ombreggiato da alberi di cannella e cipressi. Sulla soglia della prima casa sedevano tre o quattro uomini e donne. Chiesi da lì se quel villaggio fosse «Ar-Rāʾina». Quando mi dissero di sì, mi preparai a ripartire. In quel momento una delle donne mi chiamò: «Ya sayyidi, non volete rinfrescarvi un po’?» Poi, come se avesse compreso la mia sete, mi porse una brocca piena d’acqua fredda.
Quando ebbi bevuto e rinfrescato la gola, uno degli uomini, naturalmente il marito di quella donna, mi chiese:
«Non vorrete farci la gentilezza di mangiare con noi? E non passerete la notte nella nostra casa?»
Non mi chiesero chi fossi, dove fossi diretto e quale fosse il mio scopo! Trascorsi la notte lì, come loro ospite.
Essere ospite di un arabo: persino gli scolari d’Europa hanno sentito raccontare molte storie al riguardo. Essere ospite di un arabo significa entrare, per alcune ore, per qualche momento, in modo autentico e completo, nella vita di persone che desiderano essere «vostro fratello o vostra sorella». Alla base di una simile ospitalità araba, così intensa e generosa, non vi è soltanto una nobile tradizione: la vera ragione è la libertà del loro animo. Sono così liberi dalla diffidenza verso se stessi che possono facilmente aprire il loro cuore agli altri. Questi arabi non hanno bisogno di nessuna delle belle, in apparenza, barriere che nei Paesi occidentali ogni uomo erige tra sé e il proprio vicino.
Mangiammo tutti insieme, uomini e donne, seduti a gambe incrociate su una stuoia attorno a un enorme piatto. Il piatto era colmo di «porridge», preparato con grano spezzato grossolanamente e latte. I miei ospiti staccavano piccoli pezzi da grandi pani, sottili come carta, e con incredibile abilità li usavano per raccogliere il porridge, senza mai toccarlo con le dita. Mi diedero un cucchiaio; ma io rifiutai e cercai, riuscendoci, di imitare il loro modo semplice, pulito e ammirevole di mangiare, e i miei amici ne furono chiaramente felici.
Quando ci coricammo, quasi una dozzina di persone nella stessa stanza, guardai le travi del soffitto, dalle quali pendevano file di peperoncini secchi e di piante di melanzane; guardai gli scaffali alle pareti, colmi di utensili di rame e di pietra, e i corpi addormentati di uomini e donne. Poi mi chiesi: la mia stessa casa avrebbe mai potuto sembrarmi più familiare di questa?
Nei giorni seguenti, quando il colore bruno-rossastro delle montagne della Giudea, con le sue ombre azzurro-grigie e violette, rimase lentamente alle mie spalle, apparvero alla vista le montagne più ridenti e più fertili della Galilea. Numerose sorgenti e canali si manifestarono inaspettatamente. La vegetazione diventava sempre più fitta. Vidi file di olivi ricoperti da dense chiome e alti cipressi scuri; sui pendii delle montagne si vedevano ancora i fiori dell’estate passata.
Di tanto in tanto percorro a piedi un tratto di strada insieme ai conducenti dei cammelli e per qualche tempo godo del calore dei loro cuori semplici. Beviamo tutti l’acqua della mia borraccia e fumiamo insieme la stessa sigaretta; poi cammino da solo, trascorro le notti nelle case degli arabi e mi siedo con loro a mangiare il loro pane. Continuo a camminare giorno dopo giorno, attraverso la calda pianura bassa che si estende lungo le rive del lago di Galilea e attraverso il dolce, mite fresco della regione del lago di Huleh. Il lago è come uno specchio metallico, coperto da una nebbia argentea e arrossato in parte dagli ultimi raggi del sole della sera, sospeso sull’acqua. Presso la costa vivono pescatori arabi, in capanne di stuoie di palma appoggiate alla meglio su impalcature di rami. Sono molto poveri, ma in quelle loro capanne arieggiate, indossando pochi abiti scoloriti e consunti, non sembrano avere bisogno d’altro oltre a qualche manciata di grano per fare il pane e ai pesci che hanno catturato con le proprie mani; e sembra sempre che abbiano un’abbondanza di inviti da offrire al viandante, chiamandolo nella loro casa e invitandolo a sedersi a mangiare con loro.
Il luogo più settentrionale della Palestina è la colonia ebraica di Metulla; in seguito appresi che Metulla costituiva una piccola striscia vuota tra la Palestina governata dai britannici e la Siria occupata dai francesi. Poco tempo dopo, sulla base di un accordo tra i due governi, Metulla e altre due colonie vicine furono annesse alla Palestina. Durante quelle poche settimane di transizione, nessuno dei due governi esercitava su Metulla un’autorità effettiva. Era dunque un luogo ideale da cui entrare facilmente in Siria. Avevo capito che, da quel momento, sulle strade principali ai viaggiatori venivano richiesti documenti d’identità. Si diceva che il controllo siriano fosse il più severo. Di fatto non era possibile avanzare molto. La polizia costringeva ogni passeggero a fermarsi. A quel tempo Metulla era ancora considerata parte della Siria. Perciò, come gli abitanti delle altre zone del paese, tutti i residenti del luogo dovevano portare con sé un documento d’identità rilasciato dalle autorità francesi. Procurarmi un documento di quel genere divenne per me particolarmente urgente.
Continuai a informarmi con grande cautela sulla faccenda. Alla fine fui condotto da un uomo che, forse in cambio di un certo guadagno, avrebbe potuto cedermi il proprio documento d’identità. Era un uomo enorme, sulla quarantina; anche il documento unto e spiegazzato che estrasse dal taschino del petto riportava una descrizione di lui del genere. Ma il fatto che sul documento non ci fosse alcuna fotografia fece sembrare il problema tutt’altro che insormontabile.
—Quanto vuole per questo? chiedo.
—Tre sterline.
Tirai fuori tutte le monete che avevo in tasca e cominciai a contarle; vidi che erano cinquantacinque piastre, cioè poco più di mezza sterlina in tutto.
—Questo è tutto ciò che ho, dissi; devo necessariamente conservarne una parte per il resto del viaggio. Non posso darle più di venti piastre (vale a dire che non ho la possibilità di darle più esattamente di un quinto della somma da lei richiesta).
Dopo alcuni minuti di contrattazione, si stabilì che avrei pagato trentacinque piastre. Ora il documento era nelle mie mani. Una delle sue pagine era stampata e recava due colonne: una in francese e l’altra in arabo. Le informazioni necessarie erano state scritte a inchiostro sulle righe tratteggiate. Non dovetti preoccuparmi troppo della descrizione personale che vi compariva, perché era esattamente il tipo di descrizione che di solito si trova in simili documenti: una descrizione sorprendentemente vaga e sfocata. Ma l’età indicata era trentanove anni, mentre io ne avevo appena ventitré e dimostravo di averne venti. La discrepanza sarebbe stata facilmente notata persino da un ufficiale di polizia distratto; diventava dunque urgente ridurre l’età indicata sul documento. Se l’età fosse stata menzionata in un solo punto, la modifica non avrebbe presentato grandi difficoltà; ma, per mia sfortuna, era scritta sia in francese sia in arabo. Con grande cautela usai la penna per modificare quella cifra; tuttavia il risultato non sembrava molto adatto a rendere credibile la falsificazione. E chiunque avesse avuto occhi per vedere avrebbe notato che la cifra era stata modificata con entrambe le penne. Ma non avevo altra scelta. Dovevo affidarmi alla fortuna e alla disattenzione della polizia.
Di buon mattino il mio amico mercante mi condusse in un vicolo dietro al villaggio e, indicando alcune colline a circa mezzo miglio di distanza, disse: «Ecco la Siria».
Stavo camminando lungo il vicolo. Sebbene fosse mattina, faceva già molto caldo, e anche la vecchia donna araba seduta sotto un albero vicino alle colline, al di là delle quali si trovava la Siria, doveva certamente soffrire molto il caldo, perché mi chiamò con voce secca e roca:
«Darai un po’ d’acqua a questa vecchia, figliolo?»
Mi tolsi dalla spalla la borraccia che avevo appena riempito e gliela porsi. La vecchia bevve avidamente, a grandi sorsi, poi mi restituì la borraccia dicendo:
«Che Allah abbia misericordia di te; che ti protegga e ti conduca sano e salvo alla destinazione che desideri».
«Grazie, madre, non desidero altro». E quando mi voltai verso di lei e la guardai in viso, le labbra della vecchia tremavano e si muovevano in preghiera; provai una gioia straordinaria.
Raggiunsi le colline e le lasciai alle mie spalle. Ora ero in Siria. Davanti a me si stendeva una vasta pianura desolata e sterile. Molto lontano, vicino all’orizzonte, scorsi l’aspetto di alcuni alberi e qualcosa che sembrava una casa. Doveva essere la città di Banias. Quella pianura non mi piaceva; non vi erano alberi né cespugli dietro i quali potersi nascondere, cosa che avrebbe potuto rivelarsi necessaria, trovandosi così vicino ai soldati. Ma non c’era altra strada. Mi sentii esattamente come ci si sente in sogno quando si cammina nudi in mezzo a una strada affollata.
Era ormai quasi mezzogiorno quando arrivai presso un piccolo canale, che divideva in due la roccia. Mi sedetti e stavo cercando di togliermi le scarpe e i calzini, quando, guardando in lontananza, vidi quattro cavalieri venire verso di me. I loro fucili erano appoggiati trasversalmente sulle selle; perciò sembravano terribili poliziotti militari. In realtà erano proprio poliziotti militari. Quindi non avrebbe avuto alcun senso tentare di fuggire. Cercai di consolarmi pensando che sarebbe accaduto ciò che doveva accadere. Se ora fossi stato catturato, forse non avrei ricevuto più di qualche colpo di fucile, e mi avrebbero riportato a Metulla.
Attraversai il canale, salii e mi sedetti, asciugandomi i piedi molto lentamente e aspettando che i poliziotti militari si avvicinassero. Quando arrivarono, mi guardarono con sospetto; perché, benché indossassi un turbante arabo, non c’era alcun dubbio che fossi europeo.
«Da dove vieni?» mi chiese uno di loro in arabo, con voce tagliente.
«Da Metulla.»
«Dove stai andando?»
«A Damasco.»
«Con quale scopo?»
«Oh, niente di particolare, un viaggio di piacere!»
-«Avete qualche documento?»
-«Certamente».
Immediatamente il documento d’identità «Amr» uscì dalla mia tasca, e con esso il mio cuore mi balzò in gola. Il poliziotto militare aprì il documento e lo guardò. Il mio cuore scivolò di nuovo al suo posto e ricominciò a battere. Avevo infatti notato che teneva la parte superiore del documento rivolta verso il basso; non fu difficile capire che non sapeva leggere. Gli bastarono due o tre grandi timbri governativi: dopo aver riflettuto chissà su cosa, ripiegò il documento e me lo restituì, dicendo:
-«Sì, è tutto in ordine, può andare».
Per un momento ebbi voglia di stringergli la mano, ma poi pensai che fosse meglio mantenere il nostro rapporto del tutto ufficiale; i quattro uomini fecero voltare i cavalli e scomparvero in lontananza al passo, mentre io ripresi il viaggio per la mia strada.
Nei pressi di Baniyas persi la strada. Quella che sulla mia mappa era descritta come «una strada adatta al passaggio di carri e carrozze» si rivelò essere quasi un sentiero invisibile, che si snodava attraverso la steppa, paludi e piccoli fiumi e ruscelli, per poi finire del tutto ai piedi di alcune colline disseminate di grandi pietre. Per alcune ore vagai senza meta su quelle colline, superando salite e discese, e così, mentre continuavo a vagare, nel pomeriggio mi imbattei in due arabi; stavano portando a Baniyas uva e formaggio, caricati sul dorso degli asini. Camminammo insieme fino alla fine della strada. Mi diedero da mangiare della succosa uva. Quando raggiungemmo i giardini prima della città, prendemmo ciascuno la propria strada. Lungo il bordo della strada sgorgava un ruscello limpido, stretto e impetuoso! Mi sdraiai con il petto e il ventre a terra, immersi la testa nell’acqua gelida fino alle orecchie e continuai a bere, a ingozzarmene.
Ero molto affamato, molto stanco, eppure non avevo voglia di fermarmi a Baniyas, perché temevo che, essendo il primo posto di frontiera verso la Siria, vi fosse certamente una stazione di polizia. Il mio incontro con la polizia militare mi aveva dato una certa sicurezza riguardo ai comuni soldati siriani: si poteva presumere che la maggior parte di loro fosse analfabeta e, per questo, incapace di scoprire la mia falsificazione. Ma una stazione di polizia con un ufficiale era tutta un’altra cosa. Così cominciai ad avanzare a passo rapido attraverso i vicoli, evitando la strada principale del mercato, perché era molto probabile che la stazione di polizia si trovasse proprio lì. In un vicolo udii il suono di un flauto di canna e il canto di un uomo accompagnato da battiti di mani. Attratto da quella musica, girai l’angolo e rimasi completamente muto e immobile. Proprio di fronte a me, a una decina di passi di distanza, c’era una porta sulla quale erano incise due parole: «Stazione di polizia». Dentro c’erano alcuni poliziotti siriani, tra cui un ufficiale. Nel pomeriggio, seduti su sgabelli al sole, si stavano godendo il canto di un compagno. Ormai non c’era modo di tornare indietro: mi avevano già visto e l’ufficiale, apparentemente anch’egli siriano, mi chiamò dicendo: -«Ehi, vieni qui!»
Non c’era altra scelta che obbedire. Mi avvicinai lentamente, quando all’improvviso mi venne un’idea. Con la macchina fotografica in mano, salutai l’ufficiale in francese e, senza aspettare la sua domanda, cominciai a dire:
-«Vengo da Metulla in questa città per una breve visita. Ma non me ne andrò di qui senza una fotografia sua e del suo amico, la cui canzone mi ha tanto incantato».
Gli arabi amano le lusinghe. Inoltre, si divertono a farsi fotografare. Così l’ufficiale accettò la mia proposta con un lieve sorriso e mi pregò di spedirgli la sua fotografia dopo averla sviluppata e stampata (gliela spedii, insieme ai miei ringraziamenti). Non si ricordò più di chiedermi i documenti d’identità. In cambio, mi ospitò offrendomi tè dolce. Infine, quando mi alzai per tornare a Metulla, mi diede il suo «buon viaggio». Tornai indietro per la strada da cui ero venuto, feci il giro della città e ripresi così la via di Damasco.
Esattamente due settimane dopo aver lasciato Haifa, giunsi in un villaggio piuttosto grande, che si poteva definire una città, chiamato Majdal al-Shams. In questo villaggio vivevano per lo più drusi e alcuni cristiani. Scelsi una casa; sembrava appartenere a una persona benestante. Non appena bussai, dalla porta socchiusa uscì un marinaio. Gli dissi che sarei stato onorato se avessi potuto trovare ospitalità per la notte. Al consueto saluto «Ahlan wa sahlan», la porta si spalancò e nel giro di pochi minuti mi ritrovai accolto con calore da quella piccola famiglia.
Ora mi trovavo nel cuore della Siria. Da qui mancava ancora molta strada per Damasco. Decisi dunque di fidarmi del mio ospite druso e di chiedergli consiglio. Sapevo che nessun arabo poteva essere sleale o tradire il proprio ospite. Perciò gli raccontai tutto apertamente, persino che viaggiavo con documenti d’identità falsi. Il mio ospite allora mi disse che per me sarebbe stato molto pericoloso seguire la strada principale. Da qui in poi, infatti, l’intero percorso era sorvegliato dalla polizia militare francese; non mi avrebbe lasciato andare con la stessa facilità della polizia siriana.
-«Sto pensando di mandare mio figlio con te», disse il mio ospite, indicando il marinaio che mi aveva aperto la porta, «ti guiderà attraverso le montagne e ti aiuterà a evitare le strade principali».
Dopo la cena ci sedemmo nello spiazzo aperto davanti alla casa e discutemmo su quale strada avremmo preso la mattina seguente. Sulle mie ginocchia era aperta una piccola carta della Palestina e della Siria, fabbricata in Germania. L’avevo portata con me da Gerusalemme. Cercavo di seguire su quella carta il percorso indicatomi dal mio amico druso. Mentre eravamo immersi in questa conversazione, comparve un uomo in uniforme da ufficiale di polizia, evidentemente siriano, che era arrivato passeggiando lungo la strada del villaggio. L’uomo era apparso all’improvviso da dietro un riparo, tanto che non ebbi nemmeno il tempo di piegare la carta, per non parlare di nasconderla al suo sguardo. L’ufficiale capì che ero straniero perché, dopo aver inclinato appena il capo verso il mio ospite, attraversò lo spiazzo e si avvicinò lentamente a noi.
-«Chi è lei?», mi chiese in francese, con un tono che non sembrava particolarmente duro.
Come d’abitudine, cominciai a parlare a lungo e in modo tortuoso, ripetendo che ero un coloniale di Metulla e che ero partito per un viaggio di piacere. Tuttavia, quando mi chiese i documenti d’identità, non potei fare a meno di porgerglieli. Esaminò attentamente il documento, e le sue labbra si piegarono in un sorriso secco. -«Ma che cos’è quello che ha in mano?», mi chiese indicando la carta tedesca.
«Non è niente di così importante», dico; ma l’ufficiale insiste per vederla e, con le abili dita di chi è abituato a leggere le mappe, la dispiega, la osserva per alcuni secondi, poi la ripiega con cura e me la restituisce con un lieve sorriso. Quindi dice in un tedesco stentato:
«Durante la guerra ho prestato servizio nell’esercito turco al fianco dei tedeschi». Dopo aver pronunciato queste parole, mi fa il saluto militare, mostrando i denti, ride di nuovo e se ne va.
«Ha capito che sei un ‘Alemani’, cioè un tedesco; ama i tedeschi e odia i francesi. Non ti darà più fastidio».
La mattina seguente mi metto in cammino con il mio giovane compagno druso. Con ogni probabilità, questo fu il viaggio più arduo della mia vita. Camminiamo per più di undici ore, con una breve pausa di circa venti minuti a mezzogiorno, superando montagne rocciose, passando tra enormi massi, posando con cautela i piedi su pietre aguzze e affrontando salite e discese, finché mi rendo conto di non avere più la forza di camminare. Quando nel pomeriggio arriviamo alla città di al-Qatana, nella pianura di Damasco, sono completamente sfinito: le dita dei piedi mi si sono lacerate e i miei due piedi si sono gonfiati. Vorrei trascorrere qui la notte, ma il mio giovane amico vi si oppone con decisione: tutt’intorno ci sono molti poliziotti francesi e, poiché questo è una città e non un villaggio, non sarebbe affatto facile trovare un rifugio senza attirare l’attenzione. L’unico modo è salire su uno degli automezzi che fanno servizio da qui a Damasco. Ho ancora in tasca venti piastre (da Haifa in poi, durante tutto il viaggio, non ho dovuto spendere nemmeno un penny). E anche il costo del viaggio da qui a Damasco è di venti piastre.
Nell’ufficio fatiscente del concessionario dei trasporti, nella piazza principale della città, vengo a sapere che dovrò aspettare qui circa mezz’ora, fino alla partenza del veicolo successivo. Saluto il mio amico Rahnuma; mi abbraccia come un fratello vero, poi si incammina senza indugio verso casa. Avevo posato lo zaino accanto a me vicino alla porta dell’ufficio delle prenotazioni e sonnecchiavo nella dolce luce del tardo pomeriggio. All’improvviso mi riscuoto dal torpore quando un uomo mi afferra per la spalla e mi scuote con forza; è un poliziotto militare siriano. Rispondo alle domande di rito con risposte altrettanto ordinarie. Ma mi sembra che l’uomo non sia rimasto soddisfatto delle mie risposte.
«Venga con me alla stazione di polizia», dice, «e parli con l’ufficiale responsabile».
Ero talmente stanco che non mi importava affatto se sarei stato arrestato o meno.
L’«ufficiale» seduto in fondo alla stanza della stazione è un sergente francese alto, largo di spalle e corpulento; proprio davanti a lui, sulla scrivania, ci sono una bottiglia vuota di arak e un bicchiere sporco. È completamente ubriaco e furioso; spalanca gli occhi iniettati di sangue e lancia uno sguardo feroce al poliziotto che mi ha condotto lì.
-«E adesso che cosa c’è?»
Il poliziotto gli spiega in arabo che mi ha visto, uno straniero, mentre sostavo nella piazza principale. Io, dal canto mio, gli spiego in francese che non sono uno straniero, bensì un cittadino leale.
-«Un cittadino leale?» urla il sergente. «Voi siete canaglie, vagabondi. Girate per il Paese soltanto per importunarci. Dove sono i vostri documenti?»
Del tutto impotente, frugo nelle tasche con le dita rigide e tese alla ricerca del mio documento d’identità, quando lui assesta un pugno sul tavolo con la mano serrata e tuona come una tempesta:
-«Lascia stare, non ce n’è bisogno, vattene da qui». E mentre esco, richiudendomi la porta alle spalle, lo vedo riprendere in mano il bicchiere e la bottiglia.
Dopo il lungo e faticoso viaggio a piedi, entrare in automobile da Al-Qatana nella pianura di Damasco, percorrendo la grande strada di Koshada, coperta di giardini colmi di fiori e frutti: quale liberazione, quale conforto viaggiare in macchina! No, è come se si scivolasse, quasi per incanto, nell’aria! All’orizzonte si trova la mia destinazione: un mare senza fine formato dalle cime degli alberi, fitte e addossate le une alle altre; sullo sfondo del cielo si scorgono, indistinte, alcune cupole e alcuni minareti. Molto lontano, un poco sulla destra, si erge la cima della montagna nuda e spoglia, ancora immersa nei raggi del sole, benché una morbida ombra abbia già cominciato ad arrampicarsi ai suoi piedi. Sopra quella montagna pende un’unica nube: stretta, lunga, sfrangiata, scura; in lontananza, nel cielo d’un azzurro pallido, perfettamente diritto, sopra la pianura, si diffonde, sullo sfondo delle montagne alla nostra destra e alla nostra sinistra, un’aureola dorata color tortora. E l’aria: com’è leggera!
Poi lungo la strada compaiono alti giardini fioriti, circondati da muri di terra; cavalcature d’ogni sorta, carretti a mano, carri trainati da animali, soldati (soldati francesi), e chissà cos’altro! Il crepuscolo si fece verde come l’acqua. Un ufficiale ci sfreccia accanto in motocicletta, sollevando un rumore assordante; porta sugli occhi enormi occhiali, dall’aspetto simile a quello di un pesce degli abissi. Poi, dapprima, ci passa accanto una casa. Poi, subito dopo, Damasco: dopo il silenzio della pianura aperta, sembra una massa di schiuma esultante e sollevata dal tumulto. Alle finestre e nelle strade si sono accese tutte le prime luci della sera. Il mio essere esultò per una gioia tanto grande che non riuscivo a ricordare di averne mai provata una simile.
Ma la mia felicità, la mia gioia, andò improvvisamente in frantumi quando, giunta ai margini della città, l’automobile si fermò presso la «stazione di polizia».
—«Che succede?», chiedo al conducente seduto accanto a me.
—«Oh, niente. Ogni veicolo che arriva da fuori, una volta giunto qui, deve presentarsi alla polizia».
Dalla stazione esce un poliziotto siriano:
—«Da dove venite?»
—«Soltanto da al-Qatana», risponde il conducente.
—«Bene, allora potete andare (perché questo è un viaggio meramente locale)». Il conducente mette in moto l’automobile digrignando i denti. Ci rimettiamo in marcia e respiriamo liberamente. Ma proprio in quel momento qualcuno grida di nuovo dalla strada: «Il tetto si è allentato», e pochi passi oltre la «stazione di polizia» il conducente ferma la sua traballante automobile per sistemare il tetto aperto, che fino a quel momento era rimasto penzolante da un lato. Mentre il conducente è occupato in questa faccenda, il poliziotto si avvicina di nuovo lentamente a noi: sembra attratto soltanto dal guasto meccanico del conducente. In seguito, però, il suo sguardo cade su di me. Me ne accorgo e subito tutto il mio corpo si irrigidisce; i suoi occhi diventano vigili e attenti; mi scruta dalla testa ai piedi. Avvicinatosi ancora, lancia uno sguardo obliquo verso il pavimento dell’automobile, dove giace il mio zaino.
—«Chi siete?», mi chiede con voce sospettosa.
—«Da Metulla», comincio; ma vedo che il poliziotto scuote la testa con aria sospettosa. Poi parla sottovoce con il conducente. Riesco a capire le parole: «Soldato inglese, disertore». E allora mi rendo conto per la prima volta che il mio soprabito blu, la mia kufiya marrone ricamata e decorata con un’aquila e il mio zaino di tipo militare (che avevo comprato a Gerusalemme, in un negozio di articoli usati( hanno tutti qualcosa in comune con l’uniforme dei constabili irlandesi, che all’epoca erano stati reclutati dal governo della Palestina. Mi torna anche in mente che tra i governi francese e britannico è stato stipulato un accordo: ciascuno dei due espellerà dal proprio territorio i rispettivi disertori.
Cerco di spiegare al poliziotto, nel mio arabo stentato, che non sono un disertore, ma lui, senza accettare la mia spiegazione, dice:
—«Spieghi tutto al signor ispettore».
E così fui costretto ad andare alla stazione di polizia. Il conducente borbottò che non poteva aspettarmi; poi mise davvero in moto l’automobile e scomparve alla mia vista. L’ispettore non era allora alla stazione; mi dissero però che poteva tornare da un momento all’altro. Dovevo aspettare in una stanza. Nella stanza c’era una sola panca per sedersi e, oltre all’ingresso principale, c’erano due porte. Su una erano incise le due parole «guardia carceraria»; sull’altra c’era scritto «prigione». In quell’ambiente sgradevole dovetti aspettare per più di mezz’ora, e ogni momento rafforzava in me la convinzione che il mio viaggio sarebbe finito proprio lì; infatti, per me la parola «ispettore» sembrava molto più sinistra della semplice parola «ufficiale». Se fossi stato arrestato allora, sarei rimasto in carcere per alcuni giorni, forse per alcune settimane, come detenuto in attesa di giudizio; poi mi sarebbe stata inflitta, secondo la consuetudine, una pena di tre mesi. Dopo aver scontato quei tre mesi in prigione, avrei dovuto ripartire a piedi — sotto la sorveglianza della polizia militare a cavallo — nuovamente in direzione delle città palestinesi e, soprattutto, per aver violato la legge sui passaporti, forse sarei stato espulso dalla Palestina. La tristezza che regnava nella sala d’attesa non era nulla in confronto alla desolazione che provavo dentro.
All’improvviso udii il rumore di un’automobile. L’automobile entrò nella stazione di polizia e si fermò proprio davanti all’ingresso; un attimo dopo ne scese un uomo in abiti civili, con un tarbush in testa. Subito dopo scese un poliziotto, che cercava concitatamente di spiegare qualcosa all’uomo in abiti civili. Era evidente che l’ispettore era straordinariamente occupato.
Non so esattamente come andarono le cose dopo. Ciò che feci in quel momento di crisi fu forse il risultato di quel raro, improvviso lampo di genio che, in situazioni diverse e tra persone diverse, dà origine a eventi capaci di cambiare la storia. Con un balzo mi portai proprio accanto all’ispettore e, senza aspettare le sue domande, gli scagliai addosso, in francese, una raffica di lamentele ininterrotte contro il comportamento offensivo e disgustoso del poliziotto, che aveva scambiato un cittadino innocente come me per un soldato disertore, facendomi perdere l’automobile diretta in città! L’ispettore cercò più volte di interrompermi, ma non gliene diedi mai l’occasione; lo sommerse un torrente ininterrotto di parole, di cui sembrò averne compreso a malapena un decimo, ad eccezione dei due nomi «Metula» e «Damasco», che ripetei innumerevoli volte nel mio discorso. Era chiaro che si sentiva in imbarazzo perché lo trattenevo dal suo compito urgente. Ma non gli permisi di dire una parola: senza fermarmi neppure per prendere fiato, continuai incessantemente il mio bombardamento di parole. Alla fine, esasperato, agitò le mani in aria e gridò:
—«Basta, basta, per l’amor di Dio, basta. Ha dei documenti?»
La mia mano entrò meccanicamente nella tasca sul petto e, continuando a parlare senza sosta, parola dopo parola, gli ficcai in mano la mia carta d’identità contraffatta. Forse allora quell’uomo impotente ebbe la sensazione di stare annegando, perché piegò rapidamente il documento, esaminò uno degli angoli, vide il timbro ufficiale e poi me lo scagliò addosso.
—«Va bene, sì, va tutto bene, ora vada, per favore, se ne vada e basta». Non aspettai che ripetesse la sua richiesta.
Qualche mese prima, a Gerusalemme, avevo incontrato un insegnante damasceno. Era stato lui a invitarmi: quando fossi arrivato a Damasco, avrei dovuto essere suo ospite. Mi misi alla ricerca della sua casa. Un ragazzino si offrì di farmi da guida. Fu lui a prendermi per mano e a condurmi verso la casa che cercavo.
Era il crepuscolo fitto, nella città vecchia. Le strade erano strette; le finestre delle case che sporgevano sopra i vicoli rendevano le strade ancora più buie di quanto potesse fare la notte. Qua e là, alla luce gialla delle lampade a cherosene, scorgevo qualche bottega di frutta, davanti alla quale erano ammucchiate angurie e ceste piene d’uva. Le persone sembravano figure d’ombra. Di tanto in tanto, oltre le finestre a grata, giungeva la voce stridula di una donna. Poi il ragazzino esclamò: «Ecco, quella è la casa».
Bussai a una porta. Qualcuno rispose dall’interno. Sollevai il chiavistello ed entrai in un cortile lastricato. Anche nell’oscurità riuscii a vedere le viti piegate sotto il peso dei frutti e una vasca di pietra dalla quale zampillava una fontana. Qualcuno gridò dall’alto:
«Tafaddal, ya sidi, entri, per favore»! Salii allora per una stretta scala che costeggiava il muro esterno della casa e, attraversato un cortile aperto, finii direttamente nel caloroso abbraccio del mio amico.
Ero allora stanco e sfinito, completamente privo di forze. Perciò mi lasciai cadere sul letto che mi era stato preparato. Sentivo il fruscio del vento tra gli alberi del cortile di fronte e tra quelli del giardino sul retro della casa. Da lontano giunsero molti suoni attutiti: era il rumore di una grande città araba che si preparava a dormire!
Con l’eccitazione di una nuova scoperta, tenendo gli occhi aperti verso tutte quelle cose e quegli aspetti di cui prima non avevo la minima idea, in quei giorni d’estate vagavo per i vicoli dell’antico mercato di Damasco. E sentivo la meravigliosa serenità che avvolgeva la vita dei suoi abitanti. Notavo quella sicurezza interiore nel modo in cui si trattavano l’un l’altro, nel rispetto colmo di calore emotivo con cui si incontravano o si congedavano, nel modo in cui due persone camminavano insieme tenendosi per mano come bambini, soltanto perché si consideravano amici; la notavo anche nel comportamento reciproco dei negozianti. Quanto ai commercianti delle piccole botteghe, che certamente chiamavano a gran voce i passanti, non sembrava che quei venditori insistenti nutrissero alcuna paura nascosta o alcuna gelosia. La fiducia era tanto assoluta che, quando il proprietario di una bottega doveva allontanarsi per qualche tempo, affidava senza esitazione il suo negozio al vicino e concorrente. Vedevo spesso un vero cliente fermarsi davanti a una bottega lasciata in quel modo; era evidente che si chiedeva se aspettare il ritorno del negoziante o andare a comprare in quella accanto. E ogni volta, in quella situazione, il negoziante vicino, che era in realtà il concorrente del negoziante assente, si faceva avanti, chiedeva al cliente che cosa desiderasse e gli vendeva dalla bottega dell’assente gli articoli di cui aveva bisogno: non la propria merce, ma quella del vicino assente; poi lasciava il denaro sulla panca del vicino. In Europa, chi ha mai visto, dove e quando, un commercio simile!
In alcuni punti del mercato si radunavano beduini robusti, forti e laboriosi, avvolti in ampi e lunghi mantelli ricadenti. Erano uomini tali che, a guardarli, sembrava portassero con sé la propria vita e seguissero sempre la propria strada. Quegli uomini alti, dagli occhi profondi e luminosi, stavano in gruppo, oppure si sedevano davanti alle botteghe. Non si dicevano molte cose l’un l’altro: una parola, una breve frase pronunciata con attenzione e ascoltata con attenzione, era sufficiente per una lunga conversazione. Capii che quei beduini non sapevano chiacchierare inutilmente. Chiacchierare significa parlare di cose prive di contenuto, senza alcun rischio: è un segno particolare di un’anima consumata. E mi tornarono alla mente le parole del Corano che descrivono la vita del paradiso: «E lì non udirai discorsi vani». Mi sembrò che il silenzio fosse una virtù beduina. Si avvolgevano in ampi mantelli marroni, bianchi o neri e tacevano. Quando vi passavano accanto, vi guardavano con lo sguardo silenzioso di un bambino: fiero, umile e vigile. Quando vi rivolgevate a loro nella loro lingua, un sorriso si accendeva all’improvviso nelle iridi dei loro occhi neri! Perché non erano ripiegati su se stessi e desideravano che gli estranei li comprendessero. Erano «nobili… sharif»… completamente silenziosi, eppure dal cuore aperto a ogni aspetto della vita.
Il venerdì, che è il giorno festivo dei musulmani, osservavo nella vita di Damasco un mutamento di ritmo, un lieve fremito di gioiosa eccitazione, uno scatto e, insieme, una gravità pensosa. Mi vennero in mente le nostre domeniche in Europa: le strade deserte della città e i negozi chiusi, quei giorni privi di senso e vuoti, e quel vuoto che portava una sofferenza insopportabile. Ma perché doveva essere così? A poco a poco cominciai a capire: perché, per quasi tutti gli occidentali, la vita quotidiana è un peso dal quale soltanto le domeniche possono liberarli. La domenica non è più un giorno di riposo; è diventata piuttosto un mezzo per fuggire in un mondo irreale, in un oblio autoingannevole, dietro il quale fanno capolino i giorni della settimana trascorsa, due volte più pesanti e terribili.
D’altra parte, per gli arabi il venerdì non è un’occasione per dimenticare gli altri giorni della settimana; ciò non significa che i frutti della vita cadano facilmente e senza fatica nelle loro mani. Significa semplicemente che il loro lavoro, per quanto duro possa essere, non entra in conflitto con i loro desideri e aspirazioni personali. Nella loro vita non esiste la routine fine a se stessa. Al contrario, tra una persona che lavora e il suo lavoro esiste un legame intimo e sincero. Perciò, nella loro vita, il riposo diventa necessario soltanto quando avvertono la stanchezza. L’armonia tra l’uomo e il suo lavoro: l’Islam considera certamente questa sintonia una condizione naturale, ed è per questo che il venerdì non è stato istituito come giorno di riposo obbligatorio. Gli artigiani e i negozianti del mercato di Damasco lavorano per alcune ore, poi lasciano i negozi per qualche ora e si recano in moschea per compiere la salat del venerdì. Dopodiché si siedono in qualche caffè e incontrano amici e conoscenti. Poi tornano ai loro negozi, al loro lavoro. E per altre ore continuano a lavorare con gioia e allegria, a cuore leggero, ciascuno come preferisce. Ho visto chiudere soltanto pochi negozi, e anche quelli solo durante l’ora della salat, quando la gente si recava in moschea. Per il resto della giornata, le strade sono gremite di persone e brulicano di attività, proprio come negli altri giorni della settimana.
Un venerdì andai alla Moschea degli Omayyadi con un mio amico, del quale ero ospite. La cupola della moschea poggia su numerose colonne; la luce che filtra dalle finestre la fa scintillare. Nell’aria aleggia il profumo del muschio. Il pavimento della moschea è ricoperto di tappeti rossi e blu. Disposte in lunghe file regolari, le persone stanno in piedi dietro l’imam. Abbassano il capo, si inginocchiano, siedono a terra, appoggiano la fronte al suolo e poi tornano a raddrizzarsi; tutti formano un’unità ordinata, come soldati. È una scena così tranquilla e silenziosa. Quando la gente si dispose per la preghiera congregazionale, io ero molto lontano. Dall’interno dell’immensa moschea riuscivo a udire la voce dell’anziano imam. Recitava i versetti del Corano. Quando abbassava il capo o andava in prosternazione, l’intera congregazione lo seguiva come una sola persona. Abbassavano il capo e si prosternavano davanti ad Allah, come se Allah fosse proprio davanti ai loro occhi.
Proprio in quel momento compresi quanto Allah e la religione fossero vicini e familiari a quelle persone!
«Che meraviglia! Che cosa splendida!» dissi al mio amico mentre uscivamo dalla moschea. «Voi percepite Allah così vicino a voi! Vorrei poter provare anch’io proprio una cosa simile».
«Ma, fratello, come potrebbe essere altrimenti? Come dice il nostro Sacro Libro: “Allah non è forse più vicino a voi della vostra vena giugulare?”»
Agitato da questa nuova consapevolezza, trascorsi molto tempo a Damasco leggendo ogni libro sull’Islam che mi capitava tra le mani. La mia conoscenza dell’arabo era sufficiente per conversare, ma era ancora del tutto insufficiente per leggere il Corano originale. Ricorsi dunque a due traduzioni: una francese e l’altra tedesca. Avevo raccolto le traduzioni in una biblioteca; per tutto il resto dovetti affidarmi ai libri degli orientalisti europei e alle spiegazioni e analisi del mio amico.
Per quanto parziali e frammentari, per me tutti questi studi e queste conversazioni furono come il sollevarsi di un sipario: cominciai a scorgere un mondo di pensiero del quale fino ad allora ero stato completamente ignaro.
Mi sembrò che l’Islam non fosse ciò che comunemente si intende per religione; era piuttosto un sistema di vita, molto più di quanto non fosse un insieme di precetti scritturali: un programma di comportamento personale e sociale fondato sulla consapevolezza di Allah. Nel Corano non trovai da nessuna parte alcun riferimento alla necessità della «salvezza». Tra l’individuo e il suo destino non si frappone alcun peccato originale ereditario; perché l’uomo non ottiene altro che ciò per cui si sforza. Non sono necessari né austerità né ascetismo per aprire un accesso segreto alla santità; il peccato consiste semplicemente nel deviare dalle qualità naturalmente buone con cui Allah ha creato ogni essere umano. Il peccato non è altro che questo. Nel giudicare la natura umana non viene lasciato spazio ad alcun dualismo. L’Islam considera l’uomo un’entità indivisa, composta di corpo e anima.
All’inizio ero rimasto colpito dalla sollecitudine del Corano non soltanto per le questioni spirituali, ma anche per ciò che, a prima vista, sembrano aspetti futili e materiali della vita. Ma a poco a poco cominciai a capire: se l’essere umano è un’entità completa, composta di corpo e anima, come sostiene l’Islam, allora nessun aspetto della vita può essere così insignificante da rimanere al di fuori della giurisdizione religiosa. Tenendo presenti tutte queste questioni, il Corano non permette mai ai suoi seguaci di dimenticare che questa vita terrena dell’uomo è soltanto una tappa sul cammino verso la sua vita superiore e che il suo fine ultimo è di natura spirituale. Il progresso materiale e la prosperità sono desiderabili, ma non costituiscono il fine. Perciò, sebbene la fame e la sete dell’uomo abbiano una loro legittimità, devono essere necessariamente moderate e disciplinate dalla coscienza morale. E questa coscienza non ha il suo posto soltanto nel rapporto dell’uomo con Allah, ma anche nei rapporti tra gli esseri umani; essa riguarda inoltre il suo rapporto con il creato, in modo da favorire lo sviluppo spirituale di tutti e permettere a ogni essere umano di vivere una vita piena.
Tutto ciò era, dal punto di vista mentale e morale, assai più «rispettabile» di quanto avessi mai udito o letto sull’Islam. La prospettiva dell’Islam sui problemi del mondo spirituale mi parve molto più profonda di quella dell’Antico Testamento. Inoltre, in essa non vi era il favoritismo dell’Antico Testamento verso una particolare nazione. E, per di più, il suo atteggiamento nei confronti dei problemi biologici era del tutto diverso da quello del Nuovo Testamento e molto positivo. Il rapporto tra anima e corpo, con le caratteristiche proprie di ciascuno, non è altro che il duplice aspetto della vita umana creata da Allah.
— Non è forse questo insegnamento — mi chiedo — responsabile della certezza del sentimento che ho percepito per tanto tempo tra gli Arabi?
Una sera il mio ospite mi invitò con lui a una cena nella casa di un ricco amico damasceno. L’amico celebrava la nascita di uno dei suoi figli.
Camminavamo in due attraverso i vicoli tortuosi della città vecchia. Il vicolo era così stretto che le finestre e i balconi con grate, sporgenti sulla strada dalle pareti delle case ai due lati, quasi si toccavano. Tra le vecchie case di pietra gravavano ombre profonde e un vasto silenzio; di tanto in tanto una o due ragazze coperte da neri burqa ci passavano accanto con passi rapidi e brevi. Una volta vidi un uomo barbuto, vestito di un lungo kaftano, uscire da un angolo della strada e svanire lentamente dietro un altro angolo. Gli angoli delle strade e le svolte irregolari erano ovunque uguali: vicoli altrettanto stretti, che si intersecavano in ogni direzione, promettendo invariabilmente che proprio più avanti ci sarebbe stata qualche meravigliosa scoperta, e ogni volta sfociavano in un altro vicolo dello stesso tipo!
Ma la scoperta avvenne proprio alla fine. Il mio amico e la guida si fermarono davanti a una porta di legno senza nome né numero, inserita in un semplice muro rivestito d’argilla; poi bussò alla porta con il pugno chiuso e disse: «Eccoci, siamo arrivati.»
La porta si aprì con un cigolio. Un vecchissimo uomo ci diede il benvenuto con la sua bocca sdentata, dicendo «Ahlan wa sahlan». Poi entrammo nel cortile della casa attraverso un piccolo corridoio con due svolte ad angolo retto; dall’esterno, la casa non sembrava altro che un involucro color terra.
Il cortile era ampio e arioso. Era pavimentato con pezzi di marmo bianchi e neri. Sembrava un’enorme scacchiera. Al centro, da una bassa vasca ottagonale zampillava una fontana, spruzzando una polvere d’acqua. Nel pavimento marmoreo vi erano, a intervalli regolari, piccole aperture. Nei loro spazi, alberi di limone e cespugli di oleandro, piegati sotto il peso dei fiori e dei frutti, avevano disteso i rami per tutto il cortile e lungo le pareti interne della casa. Queste, dal pavimento al tetto, erano ricoperte di finissimi rilievi d’alabastro lavorato, con elaborati disegni geometrici e arabeschi di foglie e tralci; facevano eccezione soltanto le finestre, inserite in ampie cornici con trafori aperti sul marmo. Su un lato del cortile, le pareti si incurvavano formando, a circa tre piedi dal suolo, una profonda alcova grande quanto una stanza, alla quale si accedeva per un’ampia scala di marmo. Questa alcova, chiamata liwan, aveva lungo le sue tre pareti bassi divani decorati con motivi floreali, mentre sul pavimento era steso un tappeto molto costoso. Alle pareti dell’alcova erano appesi grandi specchi, ciascuno alto quasi quindici piedi; e tutto il cortile, con le sue piante, il pavimento bianco e nero, l’alabastro, i rilievi, le grate marmoree delle finestre e la porta intagliata che conduceva all’interno della casa, nonché la variopinta folla degli ospiti, alcuni seduti sui divani e altri che si aggiravano intorno alla vasca, si rifletteva negli specchi del liwan. Quando li guardai, scoprii che anche la parete opposta del cortile era interamente rivestita di specchi identici, così che l’intera scena si rifletteva due, quattro, centinaia di volte, trasformandosi in un incantesimo: marmo e alabastro, fontane, innumerevoli persone, cespugli di limoni, oleandri e un interminabile susseguirsi di arbusti — un infinito palazzo da sogno che scintillava sotto il cielo serale, ancora rosato dagli interminabili raggi del sole.
Una casa di questo genere, semplice e disadorna verso la strada, sontuosa e incantevole all’interno, era per me qualcosa di assolutamente nuovo. Col tempo, però, scoprii che questo era il modello tradizionale delle abitazioni delle persone agiate non soltanto in Siria e in Iraq, ma anche in Iran. Un tempo, né gli Arabi né gli Iraniani si preoccupavano affatto della facciata delle loro case. Per loro una casa serviva ad abitarvi, e la sua utilità era confinata all’interno. Quanto è diverso tutto ciò dagli sforzi con cui l’architettura occidentale moderna cerca di imporre una «funzionalità»! Intrappolati nella rete di un romanticismo deformato e incerti riguardo ai propri sentimenti, gli occidentali oggi, progettando le case, creano problemi; gli Arabi e gli Iraniani invece creano, o almeno fino a ieri creavano, abitazioni.
Il mio ospite mi fece sedere accanto a sé, sul lato destro, lungo la parete. Un servo scalzo serviva il caffè su un piccolo vassoio di ottone; il fumo del narghilè «a noce di cocco», che gorgogliava sommessamente, si mescolava all’aria profumata di acqua di rose del liwan e, avvolgendosi in spirali, fluttuava verso le candele sotto campane di vetro, mentre queste venivano accese una dopo l’altra, lungo le pareti e tra il verde fitto delle piante.
Tutti i presenti erano uomini, e di tipo assai diverso. Molti indossavano caftani di ruvida seta damascena a strisce, oppure di pesante seta cinese color avorio, o ancora enormi «jubbah» di fine lana azzurrastra. Sul capo portavano turbanti bianchi ricamati d’oro, avvolti sopra il rosso «tarbush». Alcuni erano vestiti all’europea, ma anche così, era evidente, sedevano sul divano in tutta comodità, con le gambe ripiegate sotto di sé. Alcuni capi beduini erano giunti dalle steppe con i loro uomini: avevano occhi luminosi e brevi barbe nere su volti magri e bruni. A ogni loro movimento frusciavano i loro abiti nuovi; ciascuno portava una spada in un fodero d’argento. La loro posa era di una comodità pigra, completamente tranquilla: erano autentici aristocratici. Ma la loro differenza dagli aristocratici europei consisteva nel fatto che non erano una razza dal lieve splendore, prodotto dalle cure affettuose di molte generazioni e da una vita raffinata; sembravano piuttosto fuoco ardente, scaturito dalla certezza dei propri sentimenti. Una bella brezza e un clima asciutto e limpido li circondavano. Lo stesso tipo di atmosfera, con la sua purezza, avvolgeva tutti, ma non in modo artificiale. Quelle persone sembravano amici venuti da lontano, viaggiatori di passaggio in quel luogo: la loro vita libera e senza meta li attendeva altrove.
Una danzatrice uscì da una porta e salì con passo leggero la scala fino al liwan. Era giovanissima, certamente non più che ventenne, e di straordinaria bellezza. Indossava un izar di seta frusciante, che cambiava colore a ogni movimento, un paio di pantofole dorate e un corpetto bordato di perle, che lasciava più in evidenza di quanto coprisse i suoi seni alti e pieni. Avanzava diffondendo la sensualità di una giovane donna abituata a ricevere l’ammirazione e a essere desiderata; e, alla vista delle sue membra morbide e levigate e della sua pelle tesa, candida come l’avorio, mi parve di udire un’onda di gioia attraversare quella riunione.
La ragazza cominciò a eseguire, al ritmo dei colpi di tabla suonata dall’uomo di mezza età che era entrato nel liwan insieme a lei, quel genere di danza tradizionale e lasciva tanto amato in Oriente, il cui scopo è risvegliare i desideri sopiti e promettere il soddisfacimento delle passioni ansimanti.
«Oh, quanto sei meravigliosa! Oh, quanto sei splendida!» mormorò il mio ospite; poi mi diede una lieve pacca sul ginocchio e disse: «Non è forse la ragazza come un balsamo fresco e lenitivo su una ferita?»
La danzatrice se ne andò con la stessa rapidità con cui era arrivata; non ne rimase nulla, se non un indistinto luccichio negli occhi della maggior parte degli uomini. Sul tappeto del liwan, ora, al posto della danzatrice presero posto quattro cantori. Uno degli ospiti mi disse: «Alcuni di loro sono tra i migliori cantori della Siria». Uno aveva in mano un flauto di bambù dal collo lungo. Un altro teneva un tamburo piatto, con una sola membrana, simile a un tamburello privo di sonagli; il terzo aveva uno strumento dall’aspetto di una chitarra, e il quarto impugnava una «tambura» egiziana, simile a una bottiglia di ottone molto larga, il cui fondo era rivestito di pelle di tamburo.
Dapprima produssero per gioco lievi suoni tintinnanti e colpirono il tamburo, senza alcun ritmo o melodia distinti e percepibili; pareva che ciascuno fosse occupato per conto proprio, come se stessero accordando i loro strumenti in preparazione di un comune ritmo ascendente. Quello che aveva la chitarra fece scorrere più volte la punta delle dita sulle corde, dall’alto verso il basso, producendo l’impressione di un suono d’arpa controllato. Il suonatore di tambura suonava dolcemente la sua «tambura», si fermava e poi ricominciava. Il flautista, come in preda a un impulso irresistibile, colpiva rapidamente e in successione alcune note basse e acute, note che sembravano unirsi all’improvviso al secco e monotono battito ripetuto di un tamburello, costringendo la «tambura» a rispondere con esitazione ai violenti rimbombi, ora del flauto, ora delle corde della chitarra. Prima ancora che ne diventassi consapevole, un ritmo melodico unitario aveva legato insieme i quattro strumenti, trasformandosi in un’unica armonia. Un’unica armonia? Non saprei dirlo. Mi sembrava di assistere più a un avvenimento emozionante che a un’esecuzione musicale. Dai suoni acuti e incomprensibili degli strumenti nacque poi un nuovo ritmo melodico, che saliva verso registri elevati come una linea scura, avvolta su se stessa a spirale come una conchiglia, e poi precipitava all’improvviso fino ai registri più bassi, simile al ritmico salire e scendere di un oggetto metallico: ora veloce, ora lento, ora dolce, ora potente. Attraverso una fervida indifferenza e trasformazioni senza fine, questo avvenimento ininterrotto, questo fenomeno sonoro e uditivo, vibrando in una sorta di ebbrezza armonica, crebbe, si diffuse con forza e penetrò nella mia coscienza; e quando, infine, nel corso di una musica che correva verso registri sempre più alti, all’improvviso — ah, quanto presto! quanto presto si fermò! — compresi: ero prigioniero. L’eccitazione di quella musica mi aveva ipnotizzato a mia insaputa; era come se fossi stato afferrato e trascinato nel regno di quei suoni, che proprio attraverso la loro monotonia esteriore ricordavano l’eterna ripetizione di tutte le cose esistenti. Bussando alle porte delle mie sensazioni, portavano gradualmente alla luce tutto ciò che agiva in me senza che ne fossi consapevole, scoprendo e ponendo davanti a me qualcosa che era sempre esistito e che ora mi appariva con una luminosità così intensa che il cuore cominciò a palpitarmi furiosamente.
Conosco la musica occidentale. In essa, l’intero sfondo emotivo del compositore viene trascinato attraverso ogni singola nota e riflette, in ciascun stato d’animo, tutti gli altri stati d’animo possibili. Ma questa musica araba sembrava scaturire dallo stesso piano della coscienza, da un’unica delicata condizione — da nient’altro che quella delicata condizione — e proprio per questo era capace di accogliere gli stati d’animo personali dei sentimenti di ciascun ascoltatore….
Dopo alcuni secondi di silenzio, la tambura risuonò con un tono basso, sommesso e grave, e gli altri strumenti la seguirono. Questa volta la melodia era molto più femminea di prima; l’espansione era assai più morbida, le singole voci si accordavano strettamente l’una con l’altra, si abbracciavano con calore emotivo e, come unite da un incantesimo, diventavano molto più eccitanti. Si colpivano a vicenda e fluivano l’una attorno all’altra in linee dolcemente ondulate, che dapprima si scontravano più volte con il ritmo rapido della tambura, come contro una barriera solida. Ma a poco a poco diventavano più aggressive, prevalevano sulla tambura e la facevano prigioniera, trascinandola con sé verso il registro acuto di una melodia comune, tortuosa e ascendente; e la tambura, dapprima riluttante, cadeva presto vittima dello smarrimento generale e, ubriaca, si univa a tutti gli altri. La linea ondulata perdeva la sua grazia femminea e correva con crescente veemenza, facendosi sempre più rapida, più alta, più acuta — in una fredda furia di impulso consapevole, un impulso che aveva spezzato ogni freno della moderazione! Quella stessa linea ondulata si trasformava allora in una folle e inebriata ascesa verso alcune invisibili vette di potenza e sovranità; dal flusso vorticoso che poco prima ruotava l’uno attorno all’altro nasceva, nell’armonia dei suoni, una tremenda rotazione a spirale: cerchi che correvano dall’eternità all’eternità, senza misura, senza limite, senza meta, come un acrobata spericolato e senza fiato che corresse su una fune tesa sopra il bordo affilato di un abisso, attraverso il cuore di un presente eterno, verso una percezione che si potrebbe chiamare liberazione e potenza — e che è al di là di ogni pensiero. D’un tratto, nel mezzo di un’espansione ascendente, una pausa: un silenzio di morte — spietato! Onesto. Limpido.
Il respiro tornò tra gli ascoltatori e gli spettatori, come il fruscio delle foglie degli alberi, e dalle loro file si levò un prolungato mormorio: «Ya Allah, ya Allah». Sembravano bambini intelligenti, intenti a giochi a loro ben noti e dai quali si lasciavano sempre sedurre. Sorridevano con gioia e felicità.
Tre
Noi guidiamo i nostri cammelli e Zayd canta; sempre allo stesso ritmo, sempre sulla stessa monotona melodia. Perché la mente araba è monotona; ma ciò non significa che sia povera d’immaginazione. Ne possiede in abbondanza. Tuttavia, il suo sentimento innato non si perde, come quello dell’uomo occidentale, nell’ampiezza, nello spazio tridimensionale e nelle numerose sottili variazioni dell’emozione simultanea. Attraverso la musica araba parla un solo desiderio, ogni volta, per condurre una singola esperienza emotiva fino all’estremo limite delle sue possibilità. In questa monotonia assoluta, in questo desiderio quasi sensuale di condensare il sentimento in una linea ascendente ininterrotta, risiedono tanto la forza quanto il difetto del carattere arabo. Il suo difetto: voler sperimentare prima questo mondo anche sul piano terreno. La sua forza: la fede nella possibilità che la conoscenza emotiva possa elevarsi lungo una linea infinita, una fede il cui compimento può condurre l’uomo, nel mondo dello spirito, alla percezione di Allah, e non altrove. Soltanto sul fondamento di questa tendenza innata, che è una caratteristica straordinaria degli abitanti del deserto, furono possibili l’origine del tawḥīd, o monoteismo, degli antichi Ebrei e la sua compiuta realizzazione nella religione di Muhammad. Dietro entrambi sta il deserto, come una madre.
Spirito e corpo
Uno
I giorni scorrono e le notti si accorciano. E noi due procediamo a passo rapido verso sud. I nostri cammelli sono ora molto sani e vigorosi. Di recente sono stati nutriti con orzo e, negli ultimi due giorni, hanno ricevuto abbondante erba nei pascoli. Tra La Mecca e questo luogo ci sono ancora quattordici giorni di cammino, e forse anche di più, se trascorreremo un po’ di tempo — cosa molto probabile — ad Ha’il e a Medina, le due città che si troveranno lungo il nostro cammino.
Un’insolita impazienza si è impadronita di me: un’urgenza di cui non conosco la spiegazione. Fino ad allora avevo viaggiato per il puro piacere di farlo, senza alcuna fretta; non avevo mai avuto particolare premura di raggiungere rapidamente la destinazione. Il compimento del viaggio e la meta mi erano sempre sembrati qualcosa di casuale. Ma ora cominciavo a rendermi conto di qualcosa che, in tutti i miei anni trascorsi in Arabia, non avevo mai provato: l’impazienza di arrivare alla fine della strada. Qual è la fine della strada? Vedere Mecca? Ero stato tante volte in quella città santa e conoscevo così dettagliatamente quel modo di vivere che Mecca non sembrava più recare per me la promessa di una nuova scoperta — oppure si trattava di una nuova scoperta che io attendevo? Certamente doveva essere così. Perché ero attratto verso Mecca da una strana aspettativa personale. Quel centro spirituale del mondo musulmano, con il raduno di uomini di molte nazionalità giunti da ogni regione della terra, sembrava essere l’ingresso a un mondo più vasto di quello in cui vivevo allora. Non che fossi stanco dell’Arabia; no, amavo il deserto arabo, le sue città e il modo di vivere dei suoi abitanti, proprio come amavo il deserto arabo, le sue città e il modo di vivere dei suoi abitanti, come li avevo sempre amati. Da quando, quasi dieci anni prima, avevo avuto nel deserto del Sinai il mio primo barlume della vita araba, non avevo mai avuto motivo di disillusione, e gli anni successivi non avevano fatto altro che rafforzare la mia prima aspettativa. Ma dalla notte trascorsa due giorni prima nei pressi di Idara, era nata in me la convinzione che il paese arabo mi avesse dato, fino all’ultima goccia, tutto ciò che aveva da offrirmi.
Sono robusto, giovane e in buona salute. Posso guidare un cammello per ore e ore senza stancarmi inutilmente. So viaggiare, e da molti anni viaggio come un beduino, senza tende né quei piccoli agi che, secondo gli abitanti delle città del Najd, sono indispensabili nei lunghi viaggi. Mi sono abituato a ogni sorta di piccola abilità della vita beduina e, quasi senza accorgermene, ho adottato i modi e le consuetudini degli arabi del Najd. Ma è forse questo tutto ciò che è possibile? Ho vissuto nel paese arabo per tutto questo tempo soltanto per diventare un arabo? Oppure mi preparavo a qualcosa che non è ancora accaduto?
….. …… ….. ……
L’agitazione che provo ora somiglia molto all’intensa impazienza che avevo avvertito tornando in Europa dopo il mio primo viaggio in Medio Oriente: la sensazione di essere giunto improvvisamente a un punto morto, proprio alla vigilia di una straordinaria scoperta — una scoperta che avrebbe potuto verificarsi nella mia vita, se solo avessi avuto più tempo a disposizione.
E la pressione iniziale di lasciare quel mondo e rientrare nuovamente in Europa si era in parte attenuata grazie ai pochi mesi che trascorsi in Turchia, dopo aver lasciato la Siria, nell’autunno del 1923. La Turchia di Mustafa Kemal era allora appena entrata nella fase della sua imitazione riformista. Era ancora autenticamente turca nel suo modo di vivere e nelle sue tradizioni; e perciò, attraverso il vincolo dell’Islam, era ancora legata al corso generale della vita araba. Ma il conflitto nel cuore della Turchia le conferiva un’aria alquanto pesante, meno limpida, meno leggera e molto più orientale. Quando viaggiai via terra da Istanbul a Sofia e Belgrado, il passaggio dal Mashriq al Maghreb non mi parve un taglio improvviso; il paesaggio cambiò lentamente, gradualmente, da un ambiente all’altro: il numero dei minareti diminuiva sempre più, e al posto dei lunghi caftani degli uomini apparvero le giacche strette in vita dei contadini. Quando la vegetazione sparsa e i boschetti dell’Anatolia scomparvero nelle foreste di abeti della Serbia, all’improvviso, presso il confine italiano, mi resi conto di essere tornato in Europa.
Viaggio in treno da Trieste verso Vienna. Man mano che il viaggio proseguiva, la vivacità delle impressioni che la Turchia aveva impresso nella mia mente cominciò a svanire, e soltanto i diciotto mesi trascorsi nei paesi arabi rimasero come unica realtà. Mi parve una frustata quando mi accorsi che guardavo i paesaggi europei, un tempo così familiari, con gli occhi di uno straniero. Le persone mi sembravano terribilmente brutte, i loro movimenti rozzi e sgraziati; non avevano alcun rapporto diretto con ciò che veramente sentivano e desideravano; e in un lampo compresi che, per quanto ogni cosa facessero recasse l’apparenza esteriore di uno scopo, vivevano inconsapevolmente in un mondo d’inganno… Il mio atteggiamento verso ciò che, grazie alla compagnia degli arabi, avevo imparato a considerare indispensabile e fondamentale nella vita era ormai cambiato in modo del tutto chiaro e irreversibile; con una certa meraviglia ricordai che, prima di me, molti europei avevano conosciuto il modo di vivere arabo. Com’era dunque possibile che il colpo della scoperta che aveva sconvolto me non avesse colpito loro? Oppure aveva colpito anche loro? Alcuni di loro erano forse stati turbati nel profondo del loro essere come lo ero io in quel momento?
Trovai la risposta a questa domanda alcuni anni dopo, nel paese arabo. Mi giunse a Gedda dal dottor van der Meulen, l’allora ministro olandese. Era un uomo di cultura liberale e poliedrica. Si aggrappava alla propria religione cristiana con una passione e una devozione oggi del tutto rare tra gli occidentali. Si può dunque dire che, comprensibilmente, non fosse amico dell’Islam in quanto religione. Ciononostante mi confessò che, tra tutti i paesi che aveva conosciuto nella vita, amava ormai il paese arabo più persino del proprio. Quando il suo incarico nell’Hijaz stava per giungere al termine, una volta mi disse: «Credo che nessun uomo dotato di una sensibilità profonda possa mai liberarsi dall’incanto della vita araba; dopo aver trascorso qualche tempo tra gli arabi, nessuno può estirpare questo influsso dal proprio cuore. Se qualcuno lascia questo paese, porterà comunque per sempre nel cuore l’aria del deserto e si volterà sempre indietro a guardare con desiderio ansioso, anche se la sua casa si trova in una regione molto più ricca e incomparabilmente più bella… nondimeno».
Rimasi a Vienna per alcune settimane e giunsi a un compromesso con mio padre. Aveva già superato la collera per il fatto che avessi lasciato l’università e per il modo scortese con cui ero uscito di casa sua. In ogni caso, ora ero corrispondente della «Frankfurter Zeitung», un nome che a quei tempi veniva pronunciato nell’Europa centrale con timoroso rispetto. Essere corrispondente di quel giornale mi avrebbe posto al di sopra di tutti: avevo dimostrato fondata questa mia pretesa arrogante.
Da Vienna partii direttamente per Francoforte, per presentarmi di persona alla sede del giornale per il quale scrivevo ormai da più di un anno. Vi arrivai con grande fiducia in me stesso; perché dalle lettere che avevo ricevuto da Francoforte mi era diventato chiaro che erano molto soddisfatti del mio lavoro. Mi «presentai» davvero lì. Con questa consapevolezza entrai nel solenne palazzo d’antico stile del «Frankfurter Zeitung». Una volta dentro, mandai il mio biglietto al caporedattore, il celeberrimo dottor Heinrich Simon.
Quando entrai nella sua stanza, per un momento mi fissò in muto stupore; aveva persino dimenticato di alzarsi dalla poltrona. Ma ben presto ritrovò il suo contegno e, alzatosi, mi strinse la mano.
«Si accomodi, si accomodi. Stavo aspettando proprio lei». Rimase a fissarmi senza battere ciglio, senza dire altro. Di conseguenza cominciai a sentirmi a disagio.
«È successo qualcosa, dottor Simon?»
«No, no, non è successo nulla. O, se preferisce, può dire che è tutto un errore…». Poi scoppiò a ridere sonoramente e disse: «Comunque sia, mi aspettavo di incontrare un uomo di mezza età, con gli occhiali dalla montatura dorata; e invece mi trovo davanti un ragazzo… Oh, mi perdoni, se non le dispiace: quanti anni ha?»
All’improvviso mi ricordai del gaio mercante olandese di Khaibar; anche lui, un anno prima, mi aveva rivolto la stessa domanda. Scoppiai in una fragorosa risata: «Ho poco più di ventitré anni, signore, quasi ventiquattro». Poi aggiunsi: «Non pensa che questa età sia troppo giovane per il “Frankfurter Zeitung”?»
«No», rispose lentamente Simon, «non per il “Frankfurter Zeitung”, ma per i suoi articoli. Avevo dato per scontato che riuscire a vincere il naturale desiderio di autopromozione e a lasciare completamente la propria personalità dietro ciò che si scrive, come ho notato nei suoi articoli, fosse possibile soltanto a una persona molto più anziana. Sa, questo è il segreto del giornalismo maturo: scrivere obiettivamente di ciò che si è visto, udito e pensato, senza mescolare tutte queste esperienze con la propria esperienza strettamente “personale”… D’altra parte, riflettendoci ora, mi viene da pensare che soltanto una persona molto giovane avrebbe potuto scrivere con un interesse tanto vivo, con un entusiasmo così immenso — non so proprio come dirlo — con un’emozione e un’eccitazione così intense…»
Poi sospirò: «Spero soltanto che tutto questo non si consumi, e che lei non diventi soddisfatto di sé, ottuso e grossolano come tutti gli altri».
Mi sembra che proprio questa scoperta della mia giovinezza ormai trascorsa abbia rafforzato la convinzione del dottor Simon di aver trovato in me un giornalista dalle notevoli promesse. Fu pienamente d’accordo sul fatto che dovessi tornare in Medio Oriente il prima possibile. Quanto prima fossi partito, tanto meglio sarebbe stato. Dal punto di vista finanziario, non vi era più alcun ostacolo a un simile progetto. Infine era stato possibile tenere sotto controllo l’inflazione tedesca e, come conseguenza della stabilizzazione della valuta, era arrivata quasi immediatamente un’ondata di prosperità. La «Frankfurter Zeitung» aveva riacquistato la capacità di sostenere le spese di viaggio dei propri corrispondenti speciali. Prima, però, di ripartire per il Medio Oriente, avrei dovuto consegnare il libro che in origine avevo contratto con questo giornale; inoltre fu deciso che, nel frattempo, sarei rimasto legato alla redazione, così da poter apprendere i vari aspetti del lavoro in un grande quotidiano.
Nonostante la mia impazienza di tornare all’estero, quei mesi a Francoforte furono straordinariamente stimolanti. La «Frankfurter Zeitung» non era soltanto un grande quotidiano: era propriamente un centro di ricerca. Il giornale aveva quarantacinque redattori titolari. Non si contavano qui i numerosi redattori associati e assistenti che lavoravano nella sala stampa. Il lavoro redazionale era soprattutto opera di specialisti. Ogni regione del mondo e ogni questione politica o economica erano affidate a un redattore che era uno specialista eccezionale nel proprio campo. E ciò seguiva l’antica tradizione secondo cui gli articoli e le notizie della «Frankfurter Zeitung» non dovevano essere soltanto il riflesso momentaneo degli avvenimenti in corso, ma una sorta di testimonianza documentaria sulla quale politici e storici potessero fare affidamento. Tutti sapevano che, presso il Ministero degli Esteri di Berlino, gli editoriali e i commenti politici della «Frankfurter Zeitung» venivano archiviati con la stessa deferenza riservata alla «corrispondenza» dei vari governi stranieri. (In effetti, a proposito dell’allora direttore dell’ufficio berlinese di questo giornale, Bismarck aveva detto: il dottor Stein è l’ambasciatore della «Frankfurter Zeitung» presso la corte di Berlino.) Diventare membro di un’istituzione simile era per un giovane della mia età motivo di autentico orgoglio e gioia. Sentivo questa gioia ancora più intensamente perché i redattori avevano prestato grande attenzione alle opinioni che avevo esposto, con qualche esitazione, sul Medio Oriente, e spesso esse erano diventate oggetto delle riunioni editoriali quotidiane. Il mio successo definitivo arrivò, naturalmente, il giorno in cui mi fu chiesto di scrivere un editoriale sui problemi contemporanei del Medio Oriente.
Il lavoro che mi fu affidato alla «Frankfurter Zeitung» diede un enorme impulso al processo del mio pensiero cosciente. Cominciai a mettere a confronto le mie esperienze d’Oriente con l’Occidente, del quale ero nuovamente diventato parte, con una chiarezza molto maggiore di quella che aveva sempre caratterizzato il mio pensiero. Proprio come qualche mese prima avevo scoperto un nesso tra il senso di sicurezza interiore degli arabi e la religione da essi praticata, così ora cominciai a pensare che l’assenza di coesione spirituale dell’Europa e l’anarchia della sua morale potessero essere dovute alla sua rottura con la fede religiosa, quella fede che un tempo aveva plasmato la civiltà occidentale.
Qui mi trovai di fronte a una società che, dopo aver abbandonato Allah, era alla ricerca di una nuova via spirituale; ma evidentemente pochissimi occidentali avevano compreso quale fosse lo scopo di quella ricerca. Consapevolmente o inconsapevolmente, la maggior parte degli occidentali sembrava pensare, più o meno, in questo modo: «Poiché la nostra ragione, i nostri esperimenti scientifici e i nostri calcoli non ci dicono nulla di certo sull’origine della vita umana e sul suo destino dopo la morte fisica, dovremmo consacrare tutte le nostre energie allo sviluppo delle nostre possibilità materiali e intellettuali; non dovremmo lasciarci imprigionare da un’etica trascendente e da concetti dati per scontati che non tengono conto delle prove scientifiche». Così, sebbene la società occidentale non negasse apertamente Allah, nel suo sistema di vita intellettuale non aveva più lasciato alcun posto per Lui.
Alcuni anni prima, quando ero rimasto deluso dalla religione dei miei antenati, avevo riflettuto sul cristianesimo. Ai miei occhi, la concezione cristiana di Allah era di gran lunga più nobile di quella dell’Antico Testamento, perché questa religione non aveva limitato l’idea di Allah a un determinato gruppo umano, ma aveva dato origine all’idea che Egli fosse il Padre dell’intera umanità. Tuttavia, nella fede cristiana vi è un elemento che costituisce una deviazione dalla visione complessiva di questa religione; tale elemento è la distinzione, nella prospettiva cristiana, tra corpo e anima, e la separazione e differenza tra il mondo della fede e il reale mondo materiale.
Poiché fin dall’inizio il cristianesimo si era distaccato da tutte quelle tendenze che volevano riconoscere come veri la vita e l’attività mondana, mi sembrò che avesse perduto già da molto tempo la forza e la capacità di aggiungere un impulso morale alla civiltà occidentale. I seguaci del cristianesimo si erano abituati all’idea che non spettasse alla religione intromettersi nella vita pratica degli uomini. Si accontentavano di considerare la fede religiosa una consuetudine consolatoria, il cui scopo non era altro che alimentare, negli uomini e nelle donne sul piano individuale, un indistinto senso della moralità personale, soprattutto in materia sessuale. Con l’aiuto di una concezione antichissima della Chiesa, avevano così lasciato completamente al di fuori del proprio ambito l’intero campo delle attività sociali ed economiche. Questa concezione della Chiesa era: «Date ad Allah ciò che è di Allah e a Cesare ciò che è di Cesare»: questa separazione. Avendo lasciato fuori dal proprio ambito il campo delle attività sociali ed economiche, la politica cristiana, lo Stato, gli affari e il commercio si svilupparono lungo una via del tutto diversa da quella immaginata dal profeta Gesù. Non essendo riuscita a indicare ai suoi seguaci una via concreta nelle questioni mondane, la religione seguita dal mondo occidentale, a mio avviso, è fallita rispetto al vero intento di Gesù e, si può dire, a mio avviso, è fallita rispetto al vero intento di Gesù e, si può dire, a ciò che costituisce lo scopo fondamentale di ogni religione. Qual è questo scopo? Non soltanto mostrare all’uomo come sentire, ma anche come vivere rettamente: questo è lo scopo. In seguito alla sensazione innata che la propria religione lo avesse, in un modo o nell’altro, deluso e fatto fallire, l’uomo occidentale, nel corso degli ultimi secoli, aveva perduto ogni sorta di fede nel cristianesimo. Perdendo questa fede, aveva perduto anche la convinzione che l’universo fosse l’espressione di un’unica mente progettatrice e che, per questo, costituisse un tutto armonioso. Ed è proprio perché ha perduto questa convinzione che ora vive in un vuoto spirituale e morale. Nel progressivo allontanamento dell’Occidente dal cristianesimo vidi una forte ribellione contro quell’odio per la vita terrena nutrito da san Paolo, che fin dall’inizio e completamente aveva reso incomprensibile l’insegnamento del profeta Gesù. Come può allora la società occidentale continuare a pretendere di essere una società cristiana? E come può sperare di superare l’attuale anarchia morale senza una fede reale?
Un mondo sconvolto, sradicato e precipitato nel caos dalla propria posizione: questo era il nostro mondo occidentale. Spargimenti di sangue di proporzioni senza precedenti, devastazioni, violenti conflitti, il crollo di numerose consuetudini e istituzioni sociali, lo scontro tra ideali, una lotta aspra e totale a favore di nuovi modi di vivere: questi erano i segni dei nostri tempi. Dal fumo e dalle devastazioni di una guerra mondiale, attraverso innumerevoli guerre minori e numerose rivoluzioni e controrivoluzioni, dalla catastrofe economica che superava tutto ciò che fino ad allora era stato registrato, emergeva, in una parola, da tutti questi eventi terribili, una verità: l’attuale assoluta dipendenza dell’Occidente dal progresso materiale e tecnico non era in alcun modo capace di eliminare l’anarchia e il disordine odierni e di instaurare unità e disciplina. L’uomo non vive di solo pane; la mia innata convinzione giovanile si consolidò in questa convinzione intellettuale: il culto che oggi l’uomo dedica al “progresso” non è altro che una debole e indistinta copia dell’antica fede nei valori assoluti e puri. E questa falsa fede è stata inventata proprio da coloro che hanno perduto nel cuore ogni capacità di credere in valori puri e incondizionati e ora ingannano se stessi credendo che, in un modo o nell’altro, spinto soltanto dall’evoluzione, l’uomo riuscirà a superare gli ostacoli e gli impedimenti del presente. Non riuscivo a capire come uno qualsiasi dei nuovi sistemi economici scaturiti da questa bizzarra fede potesse essere qualcosa di più di un rimedio temporaneo alle sofferenze della società occidentale. Questi sistemi, nel migliore dei casi, possono curare soltanto l’uno o l’altro dei suoi sintomi, ma mai la causa fondamentale della malattia.
…… …… ……. ……..
Mentre lavoravo nella redazione della “Frankfurter Zeitung”, andavo spesso a Berlino, dove si trovavano quasi tutti i miei amici, e fu proprio durante uno di questi soggiorni a Berlino che incontrai quella donna che in seguito sarebbe diventata mia moglie.
Dal momento in cui, nella folla animata del Romanisches Café, mi venne presentata Elsa, fui profondamente attratto da lei. L’attrazione non era dovuta soltanto alla delicata bellezza del suo volto, ma anche al suo viso stretto, dalle ossa ben delineate, con due profondi occhi azzurri e una bocca delicata ed espressiva, che rivelava senso dell’umorismo e gentilezza; e, più ancora, al modo in cui accoglieva uomini e cose attraverso quella qualità istintiva e innata del cuore. Elsa era pittrice. In seguito seppi che, benché le sue opere non fossero di alto livello, tutta la sua produzione portava l’impronta di quella delicata, luminosa profondità che si esprimeva in ogni sua parola e in ogni suo gesto. Aveva quindici anni più di me, dunque allora aveva più di trentacinque anni; tuttavia, per il volto liscio e il corpo esile e flessibile, sembrava molto più giovane. Tra tutte le persone di pura stirpe nordica che avevo visto nella vita, Elsa era probabilmente la rappresentante più bella. In lei erano presenti tutta la nettezza e l’acutezza dei lineamenti tipiche dei puri nordici; ma era completamente priva di quella rigidità e insensibilità che spesso si riscontrano nelle persone di quella stessa stirpe. Elsa era nata in una di quelle antiche famiglie dell’Holstein che si possono descrivere come l’equivalente nord-tedesco della classe inglese dei proprietari terrieri. Ma la libertà priva di convenzioni che caratterizzava i suoi movimenti e il suo comportamento aveva sostituito all’obiettività da proprietaria terriera un calore del tutto non nordico e una naturale saggezza. Elsa era vedova e aveva un figlio di sei anni, che amava moltissimo.
Senza dubbio l’attrazione era stata reciproca fin dall’inizio, perché dopo il primo incontro cominciammo a vederci spesso. Le impressioni recenti del mondo arabo occupavano a tal punto la mia mente che naturalmente continuavo a parlarne a Elsa, e verso quelle impressioni, e verso i sentimenti e le idee forti ma ancora frammentari che esse avevano suscitato in me, ella mostrava una comprensione e una partecipazione straordinarie, diverse da quelle della maggior parte dei miei amici. Desideravo farle conoscere tutto ciò così profondamente che, mentre scrivevo l’introduzione al libro che stavo componendo sul mio viaggio nel Vicino Oriente, ebbi la sensazione di rivolgermi proprio a Elsa:
Quando un europeo viaggia in un paese d’Europa che non ha mai visto prima, si muove, benché in un ambiente un po’ più vasto, pur sempre entro il proprio ambiente, e riesce facilmente a distinguere tra le cose che l’abitudine gli ha reso familiari e ciò che di nuovo incontra lungo il cammino; perché, tedeschi o inglesi che siamo, e qualunque sia il paese europeo — Francia, Italia o Ungheria — attraverso il quale viaggiamo, la mente e la coscienza dell’Europa ci uniscono tutti in un unico vincolo. Poiché viviamo entro una cerchia definita di riferimenti comuni, siamo in grado, attraverso questi riferimenti, di comprenderci a vicenda e di renderci comprensibili agli altri, proprio come mediante una lingua comune. Chiamiamo questo fenomeno comunanza culturale. La sua esistenza è certamente un vantaggio, un beneficio. Ma, come tutti i vantaggi che derivano dall’abitudine, anch’esso talvolta diventa uno svantaggio; perché a volte ci accorgiamo di essere come avvolti nella lana soffice di una coscienza universale. Ci rendiamo conto che quell’abitudine ci ha cullati nel sonno e ha portato la pigrizia nel nostro cuore; ci ha fatto dimenticare lo slancio con cui, nei nostri tempi più creativi, affrontavamo i sentieri pericolosi e cercavamo di raggiungere quella verità intangibile. In epoche precedenti forse queste cose sarebbero state chiamate possibilità intangibili, e coloro che — scopritori, esploratori o artisti — si mettevano in cammino per cercarle avevano sempre cercato le fonti più profonde della propria vita. Anche noi, che siamo arrivati più tardi, andiamo in cerca della nostra vita; ma siamo ossessionati dal desiderio di trovarla prima che essa si sviluppi spontaneamente, dispiegando petalo dopo petalo, e intuiamo confusamente il peccato nascosto dietro un simile tentativo. Molti europei cominciano oggi a comprendere: il terribile pericolo di evitare il pericolo!
In questo libro descrivo il mio viaggio in una regione così profondamente diversa dall’Europa che tra le due non è possibile costruire facilmente un ponte; si può dire, anzi, che questa differenza comporti, per certi aspetti, un pericolo. Ci lasciamo alle spalle la sicurezza di un ambiente così uniforme, nel quale non vi è quasi nulla di estraneo né nulla di sorprendente, ed entriamo nella sorprendente e imprevedibile varietà di un altro mondo.
Non inganniamoci: in quel mondo diverso incontreremo lungo il nostro cammino molte immagini splendide; forse potremo comprenderne il significato dell’una o dell’altra, ma non ci sarà mai possibile, in quel mondo separato, cogliere consapevolmente il significato dell’intero quadro come è possibile fare in un paese occidentale. Ciò che ci separa dagli abitanti di quel mondo non è soltanto lo spazio, ma anche qualcos’altro oltre lo spazio. Come può avvenire uno scambio di pensieri con loro? Non basta saper parlare la loro lingua. Se qualcuno desidera capire come essi percepiscono la propria vita, deve entrare nel loro ambiente completamente libero dai propri pregiudizi e cominciare a vivere in mezzo a loro e alle loro associazioni e connessioni. È possibile? E sarebbe auspicabile? Forse sostituire alle nostre vecchie e familiari abitudini mentali abitudini mentali straniere e sconosciute finirebbe per essere dannoso, come una speculazione commerciale.
Ma siamo davvero estranei a quel mondo? Io non lo credo. La ragione principale per cui ci sentiamo estranei è che il nostro modo di pensare occidentale poggia su un errore che è propriamente nostro. Siamo abituati a sottovalutare i valori creativi stranieri e sconosciuti, e siamo sempre tentati di aggredirli, di assimilarli alle nostre condizioni, di accoglierli nel nostro ambiente intellettuale. Eppure mi sembra che, nella nostra epoca d’angoscia, non vi sia più spazio per simili arroganti tentativi. Molti di noi hanno cominciato a rendersi conto che il divario culturale può, e deve, essere colmato non attraverso la coercizione intellettuale, ma in altri modi. Forse lo si può colmare proprio arrendendoci ad esso con i nostri sensi. Poiché questo mondo sconosciuto è così completamente diverso da tutto ciò che avete conosciuto nella vostra patria, poiché offre così tanto che è straordinariamente nuovo e singolare nella forma e nel suono, se sarete attenti esso, di tanto in tanto, vi sfiorerà con il ricordo fugace di quelle cose che un tempo, in un lontanissimo passato, vi erano familiari e che nel remoto passato sono andate perdute dietro il velo dell’oblio: quelle realtà intangibili della vostra stessa vita. E quando questo respiro della memoria vi raggiungerà al di sopra dell’abisso che separa il vostro mondo da quel mondo diverso, sconosciuto, vi domanderete: forse è qui, e soltanto qui, che si trova il significato di ogni viaggio, di ogni vagabondaggio? Qual è questo significato? No: diventare consapevoli della varietà ignota e irriconoscibile del mondo che vi circonda e, così facendo, risvegliare nuovamente la vostra realtà personale dimenticata….
E poiché Elsa aveva compreso con il suo intuito innato il senso di ciò che avevo tentato di esprimere così goffamente con quelle parole esitanti, come un uomo che cerca a tentoni la strada nel buio, sentii con intensa chiarezza che Elsa, e soltanto Elsa, poteva capire che cosa stessi cercando e che soltanto Elsa poteva aiutarmi nella mia ricerca.
Due
È trascorso un altro giorno del lungo viaggio senza meta. Silenzio dentro di me e silenzio nella notte intorno a me. Il vento passa lentamente sulle dune, sfiorandole con delicatezza, e sulla sabbia dei loro pendii si increspano onde simili a riccioli. Nel ristretto cerchio illuminato dal fuoco acceso vedo la figura di Zayed, intento con i suoi recipienti e le sue pentole; le nostre bisacce sono lì vicino, proprio dove le abbiamo gettate quando abbiamo piantato la tenda per la notte, e anche le nostre selle dai lunghi arcioni di legno. Poco più in là, i corpi dei due cammelli, accasciati, già svaniscono nell’oscurità; sono stanchi per il lungo viaggio, i loro colli giacciono sulla sabbia del deserto vuoto, visibile e tuttavia vicino quanto il battito del vostro cuore.
Sulla terra esistono paesaggi molto più belli di questo, ma nessuno, credo, possiede una simile forza assoluta di plasmare l’anima umana. Con la sua durezza e la sua distesa quasi disabitata, priva di vegetazione, il deserto cancella ogni artificio dal nostro desiderio di cogliere il senso della vita; cancella le molteplici trappole dell’inganno con cui una natura più benevola può intrappolare l’uomo e costringerlo a proiettare la propria immaginazione sul mondo che lo circonda. Il deserto è nudo e limpido: non conosce compromessi. Spazza via dal cuore umano ogni fantasia piacevole che potrebbe essere usata come maschera del pensiero capriccioso, e in questo modo lo libera affinché si abbandoni a un Assoluto privo di forma: più lontano di ogni lontananza, eppure più vicino di tutto ciò che è vicino.
Da quando l’uomo ha imparato a pensare, il deserto è stato il luogo in cui si è alimentata tutta la sua fede nell’unico Allah. È vero che anche in ambienti più miti e sotto climi più favorevoli l’uomo ha ripetutamente trovato tracce della Sua esistenza e della Sua unicità, come nell’idea della «Moira» degli antichi Greci: la Moira era una forza indicibile, origine del potere di tutte le divinità dell’Olimpo e al di fuori del loro dominio. Ma simili idee non furono mai più del risultato di un sentimento indistinto, di una percezione congetturale; non furono il frutto di una certezza sapienziale, finché questa conoscenza non risplendette con una certezza abbagliante davanti agli uomini del deserto, dal cuore stesso del deserto. Da un roveto ardente nel deserto di Madyan giunse a Mosè la parola di Allah; nella desolazione del deserto giudaico Gesù ricevette il messaggio del Regno di Allah, e nella grotta di Hira, sui monti desertici presso la Mecca, la prima Rivelazione discese sul profeta degli Arabi, Muhammad (pace su di lui).
Essa gli giunse in quella stretta e arida gola tra montagne rocciose, in quella valle nuda, bruciata dal sole del deserto. Qual era quel messaggio? Nient’altro che l’accettazione totale della vita, quella vita che nasce dall’unione di corpo e anima: e il risultato di quel messaggio fu dare una forma e uno scopo definiti a una nazione informe e senza religione, composta da tribù diverse, e attraverso di essa diffondersi, nel giro di pochi decenni, come una fiamma e una promessa, fino all’Oceano Atlantico a occidente e alla Grande Muraglia cinese a oriente. Il suo destino era di rimanere, ancora oggi, una grande forza spirituale, più di milletrecento anni dopo, sopravvivendo a ogni forma di declino politico e persino alla grande civiltà che quel messaggio aveva generato: quel messaggio che era giunto al profeta degli Arabi….
…. ….. ….. …..
Il mio tempo trascorre tra il sonno e la veglia. Penso a quei giorni che sono passati, ma non sono ancora morti. Mi addormento e sogno, poi il sonno si interrompe e mi risiedo. I sogni e i ricordi della mia veglia, in una luce e un’ombra indistinte, scorrono insieme, con dolcezza.
La notte è ormai vicina all’alba. Il fuoco si è completamente spento. Zayed dorme avvolto nella sua coperta. I nostri due cammelli giacciono immobili, come due mucchi di terra. Le stelle sono ancora visibili nel cielo e si potrebbe pensare che ci sia ancora tempo per dormire. Ma, in basso verso oriente, appare una pallida striscia di luce opaca, che fende l’oscurità, sopra un’altra fascia più scura distesa sull’orizzonte: i due annunciatori dell’alba, l’ora della preghiera del fajr.
Sopra di me vedo obliquamente la stella del mattino, che gli arabi chiamano az-Zuhra, la stella splendente. Se chiedeste loro informazioni al riguardo, vi direbbero che un tempo questa luminosa stella era una donna…
C’erano una volta due angeli chiamati Harut e Marut. Sebbene la modestia e l’umiltà siano proprie degli angeli, questi due avevano dimenticato se stessi e si erano vantati che la loro purezza fosse incorruttibile e invincibile. Noi siamo fatti di luce: siamo al di sopra di queste debolezze degli esseri umani, fragili uomini generati da uomini! Ma avevano dimenticato di essere puri soltanto perché non possedevano desideri e non era mai stato chiesto loro di reprimere il desiderio. Allah si adirò per la loro arroganza e disse loro: «Scendete sulla terra e affrontate là la vostra prova». Gli angeli superbi scesero sulla terra e, con sembianze umane, cominciarono a vagare tra i figli degli uomini; e la prima notte incontrarono una donna la cui bellezza era così straordinaria che la gente la chiamava az-Zuhra… la donna splendente. Quando i due angeli guardarono Zuhra con gli occhi e i sentimenti degli uomini, in quel momento la loro ragione si confuse e, poiché sembravano proprio figli degli uomini, nacque in loro un desiderio irresistibile di possedere Zuhra. Entrambi le dissero: «Acconsenti a essere mia». Ma Zuhra rispose: «Appartengo a un altro uomo. Se mi vuoi, devi prima liberarmi da lui». Allora Harut e Marut uccisero quell’uomo e, con le mani intrise del sangue che avevano versato ingiustamente, appagarono su quella donna il loro desiderio sfrenato. Ma nel momento stesso in cui il loro desiderio cessò, i due angeli, poco prima inconsapevoli, tornarono in sé e compresero che, proprio nella loro prima notte sulla terra, avevano commesso due peccati: l’omicidio e l’adulterio; e che la loro superbia non aveva alcun senso! Allora Allah disse: «Scegliete tra la punizione terrena e quella dell’aldilà». I due angeli, sopraffatti dal rimorso, scelsero la punizione terrena. Allah ordinò allora che fossero appesi in catene tra il cielo e la terra, e così sarebbero rimasti sospesi fino al Giorno del Giudizio, come ammonimento agli angeli e agli uomini: ogni virtù si distrugge da sé quando le mancano modestia e umiltà. Ma poiché nessun occhio umano è capace di vedere gli angeli, Allah trasformò az-Zuhra in una stella e la sospese nel cielo, affinché gli uomini potessero vederla sempre e, ricordando la sua storia, rammentassero la sventura di Harut e Marut. Il nucleo di questa storia sembra molto più antico dell’Islam. Essa ebbe origine forse da una delle reti di miti che gli antichi semiti avevano intessuto intorno alla loro dea Ishtar, divenuta in seguito la dea greca Afrodite. Il pianeta che noi chiamiamo Venere è stato identificato con entrambe queste dee. Ma nella forma in cui avevo ascoltato questa storia, quella di Harut e Marut è una creazione propria della mente musulmana. La storia illustra l’idea che una purezza indipendente dalle circostanze materiali non abbia alcun significato morale finché si fonda sull’assenza di desiderio. Perché il bisogno di tornare continuamente a scegliere tra il bene e il male non è forse il fondamento di ogni moralità?
Il povero Harut e il povero Marut non lo sapevano. Poiché, in quanto angeli, non avevano mai affrontato alcuna tentazione, si ritenevano puri e superiori agli uomini dal punto di vista morale. Non avevano compreso che negare la legittimità dei bisogni corporei avrebbe significato indirettamente negare ogni valore morale nelle azioni umane. Perché è soltanto la presenza di questi impulsi, tentazioni e conflitti… la «possibilità di scegliere» a fare dell’uomo, e soltanto dell’uomo, non di qualunque altro essere, un essere morale, dotato di un’anima.
È sulla base di questa concezione che, tra tutte le religioni superiori, soltanto l’Islam considera l’anima un aspetto della personalità umana e non la ritiene una realtà separata, esistente per diritto proprio. Di conseguenza, secondo la prospettiva musulmana, lo sviluppo dell’anima umana è intimamente legato a ogni aspetto della sua natura. I desideri corporei ne sono una parte inseparabile. Non sono il risultato di alcun «peccato originale», bensì forze reali elargite da Allah, che devono essere riconosciute e utilizzate con intelligenza. È superfluo dire che l’idea del peccato originale è del tutto estranea all’etica islamica; perciò il problema dell’uomo non è come reprimere i bisogni del corpo, ma come armonizzarli con i bisogni della sua anima, in modo che la vita diventi piena e virtuosa.
La radice di questa concezione della vita, quasi monistica e affermatrice, si trova nella visione islamica secondo cui la fitrah originaria dell’uomo è essenzialmente buona. In contrasto con la concezione cristiana secondo cui l’uomo è peccatore per nascita, o con l’insegnamento indù secondo cui nasce vile e impuro e deve, attraverso molte vite, cercare penosamente e tristemente la via fino a raggiungere la liberazione, il Corano dice: «In verità abbiamo creato l’uomo nella forma migliore, in uno stato di purezza (una purezza che può essere distrutta soltanto da una condotta erronea successiva), poi lo riduciamo al più basso dei bassi, tranne coloro che credono e compiono opere buone».
Tre
Davanti a noi si estendono i palmeti di Hail.
Ci fermammo accanto a una vecchia torre di guardia in rovina, per prepararci a entrare in città. Perché l’antica usanza araba, spesso legata al gusto personale e al senso della bellezza, esige che il viaggiatore, quando entra in una città, indossi i suoi abiti migliori e vi faccia ingresso fresco e pulito, come se fosse appena sceso dal suo cammello. Così consumiamo l’acqua che ci resta per lavarci le mani e il viso, ci spuntiamo le barbe trascurate ed estraiamo dalla sella, da sotto il telo che la ricopre, le nostre tuniche più bianche. Spazziamo con una spazzola la sabbia del deserto accumulatasi in settimane sopra le nostre ‘abaya’ e sui vivaci fiocchi pendenti dalle selle, e adorniamo i nostri cammelli con i loro ornamenti migliori.
E ormai siamo pronti a presentarci nella città di Hail. Questa città è molto più araba per indole di, per esempio, Baghdad o Medina. Non vi è alcun elemento di paese o popolo non arabo: la città è pura e genuina come una ciotola di latte appena munto. Nel mercato non si vede alcun abito straniero; si vedono soltanto le ampie ‘abaya’ arabe, i ‘kufiyya’ e gli ‘iqal’. Le sue strade sono molto più pulite di quelle di qualunque altra città del Medio Oriente, persino di qualunque città del Najd, regione famosa per la sua pulizia non orientale (forse perché la sua gente è sempre stata ‘libera’ e ha conservato un senso della dignità personale molto maggiore di quello degli abitanti di qualsiasi altra parte dell’Oriente). Le case sono costruite con zolle di fango pressato e indurito, disposte una sull’altra; sono state riparate con cura. Fanno eccezione soltanto le mura della città devastata, che ancora testimoniano le guerre passate tra le famiglie di Ibn Saud e Ibn Rashid, nonché la conquista della città nel 1921 da parte dello stesso Ibn Saud.
I martelli dei ramai battono e ribattono, fabbricando ogni sorta di recipienti; le seghe dei falegnami stridono, affondando i denti nel legno; i calzolai applicano suole ai sandali. I cammelli avanzano a fatica tra la folla, con carichi di legna sul dorso, mentre tutti gli altri cammelli, portati dai beduini per essere venduti, recano otri di pelle pieni di burro e appesantiscono l’aria con i loro bramiti. Mani esperte tastano e esaminano le variopinte bisacce da sella portate da Al-Ahsa. I banditori percorrono il mercato da un’estremità all’altra, gridando e annunciando la vendita delle loro merci nelle date stabilite. Aste di questo genere sono una caratteristica tradizionale di ogni città araba. Qua e là si vedono falchi da caccia saltellare sopra i loro posatoi di legno, con le zampe legate da sottili strisce di cuoio. I levrieri Saluki color miele stanno sdraiati, lasciando pigramente al sole le loro belle membra. Beduini magri avvolti in ‘abaya’ logore, servitori elegantemente vestiti e guardie del corpo dell’emiro — quasi tutti originari delle province meridionali — si mescolano ai mercanti di Baghdad, Bassora e Kuwait e agli abitanti di Hail. Questi abitanti del luogo, cioè gli uomini — perché delle donne non si vede molto, a parte le loro nere ‘abaya’, che le coprono dai piedi alla testa — appartengono a una delle stirpi più belle del mondo. Tutta la bellezza e l’armonia che la razza araba abbia mai raggiunto nei lineamenti e nella figura sembra essersi incarnata nella tribù degli Shammar, della quale un poeta preislamico cantò: «Sull’altopiano dimorano uomini fieri come l’acciaio e donne caste e orgogliose».
Quando raggiungiamo la fortezza dell’‘emiro’, dove abbiamo deciso di soggiornare per i due giorni successivi, vediamo che i nostri ospiti hanno allestito un’udienza all’aperto, davanti alla porta della fortezza. L’emiro Ibn Musa‘d appartiene al ramo Jiluwi della famiglia di Ibn Saud ed è cognato del re. È uno dei governatori più potenti del re. Viene chiamato «l’emiro del Nord» perché non governa soltanto la provincia di Jabal Shammar, ma l’intero Najd settentrionale, fino ai confini della Siria e dell’Iraq: tutta questa regione, vasta quasi quanto la Francia, è sotto la sua autorità.
L’‘emiro’, mio vecchio amico, è seduto su una lunga e stretta panca di mattoni costruita lungo il muro della fortezza, insieme a uno ‘shaykh’ beduino proveniente dalle steppe. In una lunga fila, ai suoi piedi, sono seduti i ‘rajajil’ di Ibn Musa‘d: guardie armate di fucili e di spade rivestite d’argento, che non lo lasciano mai durante il giorno, più per il suo prestigio che per la sua protezione; dietro di loro ci sono i falconieri, con gli uccelli posati sui pugni guantati; poi i servitori di grado inferiore, i beduini, una schiera di attendenti, fino agli stallieri delle scuderie piccole e grandi — tutti si considerano uguali in quanto esseri umani, nonostante la differenza delle loro posizioni. E in questo paese, dove non ci si rivolge mai a nessuno chiamandolo «mio signore», se non ci si rivolge ad Allah nella salat, come potrebbe essere altrimenti? Di fronte a loro, disposti in un ampio semicerchio, siedono beduini e cittadini, che sottopongono all’‘emiro’ le loro lamentele e le loro controversie perché le giudichi.
Facciamo sedere i nostri cammelli fuori da questo cerchio. Lasciandoli sotto la custodia dei due attendenti che sono accorsi di corsa per venirci incontro, ci avviciniamo all’‘emiro’. Egli si alza, e con lui si alzano quelli che erano seduti accanto a lui sulla panca e quelli seduti davanti a lui per terra. Tendendomi la mano, dice: «Ahlan wa sahlan» — «Venite, sedetevi; che Allah vi prolunghi la vita».
Bacio la punta del naso e la fronte dell’Amir, ed egli bacia entrambe le mie guance; poi mi attira a sedermi sulla panca, accanto a lui. Zayd prende il suo posto tra i «rajazil».
Ibn Musa’d mi presenta ai suoi ospiti. Alcuni mi sono del tutto nuovi, mentre conosco altri da diversi anni. Tra loro c’è Ghadban ibn Rimal, lo «shaykh» supremo degli Shammar di Sijara. Chiamo sempre «zio» questo anziano guerriero dall’indole allegra. A giudicare dal suo aspetto quasi completamente decrepito, nessuno potrebbe immaginare che sia il capo più temibile delle regioni settentrionali; ha ricoperto la sua giovane moglie di tanti ornamenti d’oro e di gemme e perle che, secondo la credenza comune, quando la giovane desidera uscire dalla sua enorme tenda sostenuta da sedici pali, deve affidare a due schiave il peso che porta addosso.
I suoi occhi scintillarono quando mi abbracciò e mi sussurrò all’orecchio:
—«Non hai ancora trovato una nuova sposa?»
In risposta mi limito a sorridere appena e a scrollare le spalle.
L’Amir Ibn Musa’d deve aver udito la battuta, perché scoppiò a ridere e disse ad alta voce:
—«A un viaggiatore stanco non serve una moglie, ma il caffè». Poi gridò:
«Kahwa»
—«Kahwa!»— ripete il servitore più vicino all’emiro, e il servitore che si trova in fondo alla fila riprende a sua volta il grido: «Kahwa!». Così il richiamo continua finché l’ordine ufficiale giunge alla porta della fortezza e riecheggia nuovamente all’interno. In un attimo compare un servitore, con una tradizionale caffettiera di ottone nella mano sinistra e alcune piccole tazze nella destra; dapprima versa il caffè per l’emiro, poi per me e quindi lo serve agli altri ospiti secondo il loro rango. Le tazze vengono riempite una o due volte; quando un ospite fa cenno di non averne più bisogno, la tazza viene nuovamente colmata e servita all’ospite successivo.
È evidente che l’emiro è ansioso di conoscere l’esito del mio viaggio alla frontiera irachena. Ma la sua curiosità per ciò che mi è accaduto lungo la strada si manifesta soltanto attraverso queste domande di poco conto: rimanda a quando saremo soli, noi due, l’indagine più completa. Poi riprese l’udienza che era stata interrotta dalla nostra presenza.
In Occidente un tribunale così semplice e privo di complicazioni sarebbe inconcepibile; naturalmente, in quanto sovrano e giudice, all’emiro spettano tutti gli onori. Ma nel rispetto che i beduini gli mostrano non vi è alcuna traccia di servilismo. Accusatore e accusato si presentano entrambi con orgoglio, consapevoli di essere uomini liberi. Nei loro gesti non c’è esitazione né impaccio; le loro voci sono spesso alte e risolute, e ciascuno parla all’emiro come parlerebbe a un fratello maggiore, chiamandolo, secondo l’uso beduino, perfino quando si tratta del re, con il suo nome proprio e non con il titolo. Nell’aristocratica figura di Ibn Musad non vi è la minima traccia di ferocia. Il suo bel volto, ornato da una corta barba nera, e il suo corpo di statura media, alquanto tarchiato, esprimono quell’autocontrollo innato e quel naturale senso della dignità che in Arabia spesso coesistono con un potere formidabile. Ibn Musad è molto serio e, con frasi brevi e incisive, risolve senza indugio le cause semplici; quelle un po’ più complesse, che richiedono erudizione giuridica, le rinvia al qadi della zona.
Non è facile detenere il potere supremo in una vasta regione beduina. Per giungere alla decisione giusta nella complessa e appassionata controversia di un beduino occorre una conoscenza approfondita di tutte le tribù beduine, dei rapporti tra le diverse famiglie, dei personaggi principali, dei pascoli dei clan, della storia passata e dell’attuale stato d’animo della gente. In questo campo, oltre alla perspicacia dell’intelletto, è necessaria l’astuzia del cuore; e, per evitare gli errori, entrambe devono operare insieme con una precisione sottile come la punta di un ago. Infatti i beduini non dimenticano mai un favore ricevuto, così come non dimenticano mai una sentenza che ritengono ingiusta. D’altra parte, coloro contro i quali viene pronunciata una sentenza giusta la accettano quasi sempre con un sorriso. Forse, tra tutti gli emiri di Ibn Saud, Ibn Musad è il migliore nel soddisfare tutte queste condizioni. È così raccolto, così silenzioso e così libero da conflitti interiori che, quando il suo raziocinio giunge al limite estremo, proprio in quel momento il suo istinto gli indica quasi sempre la via giusta. È un nuotatore nel fiume della vita. Si lascia trasportare dalla corrente e si adatta ad essa, ma al tempo stesso la domina.
In quel momento due beduini vestiti di stracci espongono la causa della loro lite con parole concitate e gesti animati. In genere è difficile prevedere qualcosa riguardo ai beduini; in loro vi è sempre un elemento imprevedibile: la possibilità di un’improvvisa esplosione spontanea, incapace di qualsiasi compromesso; paradiso e inferno sembrano sempre vicinissimi l’uno all’altro. Ma ora vedo come Ibn Musad li separa nel mezzo della loro ira ardente e li calma con le sue parole impassibili. Qualcuno potrebbe pensare che, mentre uno dei due sostiene con veemenza il proprio diritto, egli ordini all’altro di tacere; ma non lo fa. Al contrario, lascia che entrambi parlino nello stesso momento e cerchino di superarsi a vicenda nelle grida; soltanto di tanto in tanto si interpone tra loro, con una parola qui e una domanda là, per poi immergersi subito dopo nella loro accesa disputa. Sembra cedere e ritirarsi, soltanto per ricomparire poco dopo tra loro con un’altra osservazione appropriata. Questo modo di adattare la mente del giudice alla realtà — una realtà che i due uomini adirati interpretano in maniera completamente opposta — è affascinante: il tentativo di adattamento non è tanto una ricerca della verità nel senso giuridico, quanto la graduale rivelazione di una verità materiale nascosta. L’emiro procede verso questo obiettivo a intervalli e trae fuori la verità come con un filo sottile, lentamente, con infinita pazienza, quasi all’insaputa di entrambe le parti… finché all’improvviso i due si fermano, si guardano con stupore e smarrimento e comprendono: la sentenza è stata pronunciata, ed è così evidentemente giusta che non richiede alcuna spiegazione… Allora uno dei due si alza esitante; la sua abaya ricade lunga e fluttuante, ed egli afferra la mano del suo avversario di poco prima e la tira con forza, in modo quasi amichevole: «Andiamo». Ed entrambi escono dalla corte, ancora un po’ storditi e al tempo stesso sollevati, augurando a bassa voce pace all’emiro.
La scena è magnifica, una vera opera d’arte: sembra un esempio di quella feconda collaborazione tra giurisprudenza e giustizia che nei tribunali e nelle assemblee legislative dell’Occidente è ancora nella sua infanzia; ma qui essa è sbocciata nella sua piena perfezione, nella piazza polverosa del mercato davanti alla fortezza di un emiro arabo!
Ibn Musad, appoggiato languidamente al muro di fango, prende in esame il caso successivo. Il suo volto istruito e severo, con quei due occhi profondi dallo sguardo penetrante e animato, è il volto di un autentico capo d’uomini, il simbolo supremo delle qualità più nobili della sua nazione. E qual è questa qualità suprema? La semplice saggezza del cuore.
Anche alcuni degli altri presenti esprimono apertamente una meraviglia altrettanto ammirata. Un beduino della tribù degli Harb, che a quanto pare è la guardia del corpo dell’emiro, era seduto per terra proprio di fronte a me; allungò il collo verso di me e, illuminandosi il volto con un sorriso, disse:
«Non è forse come quel sultano di cui al-Mutanabbi dice:
«Lo incontrai quando la sua spada abbagliante era nel fodero,
lo vidi quando quella spada era macchiata di sangue,
e sempre l’ho trovato
nella sua forma più nobile di essere umano,
e tuttavia, in lui, la cosa migliore era il suo nobile cuore…?»
Sentire un beduino analfabeta citare la poesia di uno dei più grandi poeti arabi, vissuto nel X secolo, non mi parve affatto fuori luogo, così come mi sarebbe sembrato ascoltare un contadino della Barberia recitare Goethe, o un marinaio inglese declamare William Blake o Shelley. Perché, nonostante la maggiore diffusione dell’arte tra le popolazioni occidentali, l’europeo o l’americano medio non prende realmente parte ai tesori più preziosi della cultura occidentale; al contrario, una parte enorme dei musulmani illetterati, e talvolta persino analfabeti, partecipa consapevolmente ogni giorno alla propria eredità culturale del passato. Proprio come questo beduino era capace di ricordare un verso appropriato del Mutanabbi per illustrare una situazione da lui stesso osservata, così molti iraniani vestiti di stracci, che non hanno mai frequentato la scuola — forse un portatore d’acqua, un facchino del bazar o un soldato di una postazione di frontiera — custodiscono nella memoria innumerevoli poesie di Hafez, Jami o Firdusi e le intrecciano nel tessuto delle loro conversazioni quotidiane. Sebbene abbiano in gran parte perduto quella creatività che aveva reso così grande la loro eredità culturale, questi popoli musulmani mantengono ancora oggi un rapporto diretto e vivo con le vette di quell’eredità, con i suoi tesori più sublimi.
……. ……… ………… …………
Ricordo ancora il giorno in cui feci questa scoperta nel mercato di Damasco. Avevo tra le mani un recipiente, un’ampia bacinella di terracotta. La sua forma era di una strana solennità: grande e rotonda, simile a una sfera schiacciata da un lato, le cui proporzioni erano quasi identiche a quelle della musica; dal bordo superiore arrotondato del recipiente, morbido come la guancia di una donna, due manici si incurvavano perfettamente verso l’esterno, tali da poter essere l’orgoglio di un’amfora greca. Vedevo nel fango le impronte delle dita di quell’uomo; attorno alla cresta rivolta verso l’interno del recipiente, con rapidi e sicuri colpi di scalpello, aveva fatto emergere un disegno così delicato di foglie e tralci da evocare un giardino di rose in fiore. Il vasaio lavorava rapidamente, quasi con indifferenza, mentre creava quella meravigliosa semplicità che richiamava alla mente tutta la gloria delle ceramiche selgiuchidi e iraniane, tanto amate e ammirate nei musei d’Europa: quel vasaio non aveva alcuna intenzione di creare un’opera d’arte. Ciò che stava facendo era una pentola da cucina, nient’altro che una pentola da cucina, che un fellah o un beduino avrebbe potuto comprare un giorno qualsiasi in un mercato qualsiasi, in cambio di poche monete di rame.
So che i Greci raggiunsero una perfezione analoga, o persino maggiore, forse anche nelle pentole da cucina; perché anch’essi — i portatori d’acqua, i facchini del mercato, i soldati e i vasai, tutti quanti — erano autentici partecipi di una cultura che non poggiava soltanto sull’ansia creativa di pochi individui eletti, né su poche vette sublimi alle quali soltanto i dotati potevano giungere, ma era patrimonio comune di tutti. Gli oggetti belli, in quanto parte di quella cultura, erano per loro motivo d’orgoglio e parte delle loro attività quotidiane: una partecipazione ininterrotta al possesso vivo e condiviso di tutti.
Mentre tenevo quel recipiente fra le mani, compresi: beati coloro che cucinano ogni giorno in recipienti simili; beati coloro che rivendicano l’eredità di una cultura, perché la loro pretesa non è vuoto orgoglio, ma qualcosa di molto più grande.
Quattro
—Muhammad, ora vuoi sederti a mangiare con me e farmi questo onore?— La voce di Ibn Musa’d spezza il filo dei miei pensieri; apro gli occhi e Damasco svanisce di nuovo nel passato, al quale appartiene; mi ritrovo ancora seduto sulla panca, accanto all’«emiro delle regioni settentrionali». L’udienza è terminata per quel giorno. I litiganti se ne vanno uno dopo l’altro. Ibn Musa’d si alza dalla panca, e con lui si alzano il suo ospite e le sue guardie.
Il gruppo si divide in due e ci apre il passaggio. Dopo che abbiamo attraversato la porta d’ingresso, si riunisce di nuovo e ci segue nel cortile della cittadella.
Poco dopo, l’emiro Gadban ibn Rimar e io ci sediamo insieme a mangiare davanti a un enorme vassoio. Sopra il riso c’è un intero montone arrosto. Nella stanza, oltre a noi, ci sono due attendenti dell’emiro e una coppia di levrieri saluki dal manto dorato.
L’anziano Gadban mi posa una mano sulla spalla e dice: «Non hai ancora risposto alla mia domanda: non ti sei ancora procurato una nuova moglie?»
Rido della sua insistenza: «Lo sapete, ho già una moglie a Medina: perché dovrei procurarmene un’altra?»
«Perché? Che Allah mi protegga, una sola moglie, e tu sei ancora un giovane! Perché, quando avevo la tua età…»
«Ho sentito dire, Shaykh Ghadban», interviene Amir ibn Musa’d, «che siete ancora all’altezza di un tempo!»
«O Amir, ormai sono una rovina decrepita. Che Allah vi prolunghi la vita, ma di tanto in tanto desidero la vicinanza di un corpo femminile caldo, per riscaldare le mie vecchie ossa… Ma dimmi», Ghadban si rivolge a me, «quella ragazza mutairi che hai sposato due anni fa, che ne è stato? Che cosa ne hai fatto?»
«Perché? Niente; e questa è la mia risposta», dico.
«Niente…?» ripete il vecchio, spalancando gli occhi. «Era davvero così brutta?»
«No, anzi, era molto bella».
«Che cosa è successo?» chiede Ibn Musa’d. «Di quale giovane mutairi state parlando? Fa’ un po’ di luce, Muhammad».
Cerco di informare l’emiro di quel matrimonio fallito.
Allora vivevo a Medina, senza moglie e solo. Un beduino della tribù dei Mutair, di nome Fahad, trascorreva ogni giorno ore e ore nel mio «majlis del caffè» e mi raccontava ogni sorta di incredibili avventure vissute sotto la guida di Lawrence durante la Seconda guerra mondiale. Un giorno mi disse: «Nessun uomo dovrebbe trascorrere la vita da solo; altrimenti il sangue ti si coagulerà nelle vene e nelle arterie: dovresti sposarti». E quando, scherzando, gli dissi di procurarmi una sposa, rispose: «È facilissimo. La figlia di mio cognato Mutarik è ormai in età da marito e, in quanto suo zio materno, posso dirti che è straordinariamente bella».
Sempre per scherzo, gli dissi di informarsi se suo padre sarebbe stato d’accordo. Che sorpresa! Il giorno dopo Mutarik venne personalmente da me! Dopo aver bevuto diverse tazze di caffè, chiaramente imbarazzato, tossicchiando e tergiversando, alla fine mi disse che Fahad gli aveva raccontato che desideravo sposare sua figlia. «Sarei onorato di averti come genero; ma Rukayya è ancora una bambina, ha appena undici anni».
Quando Fahad seppe che Mutarik era venuto da me, andò su tutte le furie: «Canaglia! Bugiarda canaglia, la ragazza ha quindici anni! In realtà non vuole dare sua figlia in sposa a un arabo del villaggio. D’altra parte sa quanto è stretto il tuo rapporto con Ibn Saud. Perciò, pur non volendo respingere direttamente la tua proposta, non vuole offenderti. E così finge che sua figlia sia ancora una bambina. Ma io ti dico che il suo seno è così»—e con le mani descrisse un petto di forma e proporzioni tanto seducenti—«proprio come un melograno maturo, pronto per essere spaccato e mangiato».
A quella descrizione gli occhi del vecchio Gadbān brillarono: «Quindicenne, bella e vergine»… Poi aggiunse: «Niente di meno! Che altro avresti potuto desiderare?»
—«Bene, aspettate che finisca il resto della storia… Devo ammettere che il mio interesse cresceva sempre più, forse proprio perché l’opposizione di Mutarik lo aveva in parte alimentato. Diedi a Fahad dieci monete d’oro come mahr. Fahad fece del suo meglio per convincere i genitori della sposa a concedermela in matrimonio. Un dono analogo fu mandato alla madre della sposa, sorella di Fahad. Non so che cosa accadde realmente nella loro casa. So soltanto che, alla fine, entrambi riuscirono a persuadere Mutarik ad acconsentire al matrimonio.
—«A quanto pare questo Fahad» disse Ibn Musāʿd «è un uomo davvero astuto. È evidente che lui e sua sorella si aspettavano da te una ricompensa più cospicua! Ma che cosa accadde poi?»
Continuo a raccontare loro come, alcuni giorni dopo, il matrimonio fosse stato celebrato secondo l’uso in assenza della sposa. Secondo il rito, il padre rappresentò la sposa in qualità di suo walī e procuratore; insieme al procuratore della sposa, due testimoni attestarono la validità dell’ījāb. In seguito fu servito, per celebrare il matrimonio, un sontuoso e gustoso banchetto, accompagnato dai doni tradizionali per la sposa (che fino ad allora non avevo mai visto), per i suoi genitori e per diversi parenti stretti, tra i quali, naturalmente, Fahad occupava il posto d’onore. Quella stessa sera la madre della sposa e alcune ragazze velate portarono la mia giovane moglie a casa mia, mentre le donne cantavano canzoni nuziali battendo i tamburelli sui tetti delle case vicine.
All’ora stabilita entro nella stanza dove mia moglie e sua madre mi stavano aspettando. Non riuscivo a distinguere l’una dall’altra. Perché entrambe erano coperte dal burqa dalla testa ai piedi. Ma quando, come da usanza, pronuncio le parole «Ora potete andare», una delle donne velate si alza e lentamente esce dalla stanza; così capisco che la donna rimasta è mia moglie.
«E poi, padre… che cosa accadde poi?» chiede Ibn Rimal, quando a questo punto della mia narrazione mi fermo per un momento. L’Amir mi guarda con un’espressione divertita.
«Poi… la povera ragazza è seduta; capisco chiaramente che è terribilmente spaventata, perché è stata affidata a un uomo del tutto sconosciuto. E quando, con tutta la cortesia e la gentilezza che conosco, le chiedo di sollevare il niqab dal viso, lei si avvolge ancora più strettamente nella sua abaya».
«Fanno sempre così», dice Ibn Rimal a voce alta. «All’inizio della prima notte sono sempre così terrorizzate. E poi, per una giovane ragazza, è persino conveniente mostrarsi pudica. Ma dopo, di solito, sono felici… La tua signora non fu felice?»
«No, non fu altrettanto felice. Dovetti essere io a toglierle il niqab dal viso e, dopo averlo fatto, vidi una ragazza straordinariamente bella, con il viso del colore del grano maturo, ovale come un uovo, due occhi enormi e una lunga chioma che ricadeva sul cuscino sul quale era seduta. Ma in realtà quello era il viso di una bambina, che non poteva avere più di undici anni, proprio come aveva detto suo padre; furono l’avidità di Fahad e quella di sua sorella a presentarmela come adatta al matrimonio in base alla sua età. Il povero Mutarik non aveva mentito affatto».
«Ma che importanza aveva?» chiede Ibn Rimal, come se non capisse che cosa volessi dire. «Che colpa hanno undici anni? Una ragazza cresce, no? E cresce ancora più in fretta nel letto del marito…»
Ma l’Amir Ibn Musa’d dice: «No, Shaykh Gadban, non è così; lui non è un najdiano come te. Ha più cervello in testa!» Poi si volta verso di me e, con un sorriso intenzionale, dice: «Muhammad, non dare ascolto a Gadban. È un najdiano e, per quasi tutti i najdiani, il cervello (fa un gesto con la mano verso la testa) non è qui, ma qui»; e indica con il dito una parte completamente diversa del suo corpo!
Scoppiamo tutti a ridere e Gadban borbotta tra la barba: «Allora, o Amir, sicuramente ho più cervello di lei!»
Sotto la loro pressione riprendo a raccontare quella storia e spiego loro che, per quanto riguardava il vecchio Gadban, la tenerissima età della mia giovane sposa non mi era sembrata affatto un vantaggio. La ragazza era stata vittima di un ignobile stratagemma di suo zio. Non provavo per lei altro che compassione. Mi comporto con lei come ci si comporta con una bambina. La rassicuro dicendole che non ha nulla da temere da parte mia. Ma lei non dice una parola; anzi, il modo in cui trema rivela soltanto il suo terrore. Frugando su uno scaffale, trovo un pezzo di cioccolato e glielo ‘offro’. Ma, poiché non aveva mai visto il cioccolato in vita sua, lo rifiuta scuotendo vigorosamente la testa. Allora cerco di tranquillizzarla raccontandole una storia divertente da ‘Le mille e una notte’. Ma non sembra capire. Non si può certo dire che la storia le sembri divertente; alla fine pronuncia queste sue prime parole: ‘Mi fa male la testa’… Le metto in mano alcune compresse di aspirina, insieme a un bicchiere d’acqua; ma ciò provoca in lei un’espressione di paura ancora più intensa (in seguito venni a sapere che una sua amica le aveva detto che quegli sconosciuti stranieri talvolta fanno assumere alle loro mogli, la prima notte di nozze, farmaci di quel genere per riuscire più facilmente a violentarle!). Trascorrono ben due ore, o quasi, prima che riesca a convincerla che non ho alcuna intenzione di costringerla in quel modo. Alla fine si addormenta, come le bambine della sua età, mentre io preparo per me un giaciglio sul tappeto, in un angolo della stanza.
La mattina seguente mando a chiamare sua madre e pretendo che porti sua figlia a casa. La donna rimane completamente sbalordita! Mia suocera non aveva mai sentito dire in vita sua che un uomo potesse rifiutare un boccone così prelibato, una vergine di undici anni. Doveva certamente pensare che avessi qualche difetto fondamentale!
—E poi? —chiede Gadban.
—Niente. Divorziai dalla ragazza nelle stesse identiche condizioni in cui era venuta da me. Per la sua famiglia l’affare non era andato male, perché si riprese la ragazza e anche il mahr che avevo versato, insieme a tutti i doni nuziali di Sadi. Quanto a me, si sparse ovunque la voce che fossi impotente, privo di virilità, e alcuni dei miei benevoli cercarono di convincermi che forse qualcuno, o una delle mie mogli precedenti, mi aveva stregato, e che avrei potuto liberarmi da quell’incantesimo soltanto con l’aiuto di un altro incantesimo contrario…»
—Muhammad, quando penso al tuo matrimonio successivo a Medina e a tuo figlio —disse Amir ridendo—, non c’è dubbio che tu avessi davvero compiuto una magia di grande portata…
Cinque
La sera seguente, mentre mi accingo a dormire nella stanza lasciata a mia disposizione, vedo che Zayd è ancora più silenzioso del solito. Viene a fermarsi sulla soglia, evidentemente perduto in qualche pensiero lontano. Ha il mento appoggiato sul petto e gli occhi fissi sui motivi circolari blu e verde muschio del tappeto khorasanico steso sul pavimento.
—Dopo tutto questo tempo, che effetto ti fa essere tornato nella città della tua giovinezza, Zayd? —gli chiedo, perché in passato, ogni volta che sono venuto ad Ha’il, Zayd si è rifiutato di entrare in questa città.
«Non posso dirlo con certezza, zio», risponde lentamente. «Undici anni: sono passati undici anni da quando venni qui l’ultima volta. Sapete che prima non riuscivo in alcun modo a convincermi a venire qui. Perché, ogni volta che venivo, vedevo gli uomini del Sud regnare nel palazzo di Ibn Rashid; e questo non potevo sopportarlo. Ma ora lo dico con le parole del Libro: “O Allah, Sovrano del regno, Tu concedi il potere a chi vuoi e lo togli a chi vuoi; innalzi chi vuoi e umili chi vuoi. Nella Tua mano è ogni bene, e Tu sei onnipotente”. In verità, Allah aveva dato il sultanato alla dinastia di Ibn Rashid, ma essi non sapevano come esercitare rettamente quel potere. Erano generosi con la loro gente, ma duri, spietati e sfrenati con i propri familiari; si massacrarono a vicenda, fratello uccise fratello, e per questo Allah tolse loro il potere e lo restituì a Ibn Saud. Credo che non dovrei più rattristarmi per questo; poiché forse non è scritto nel Libro: “Talvolta amate una cosa, mentre può essere per voi la più dannosa; e talvolta odiate qualcosa, mentre può essere per voi la cosa migliore?”»
Nella voce di Zayd c’era una dolce e serena disposizione alla sottomissione: una sottomissione che non significava altro se non riconoscere ciò che era già accaduto e che, proprio per questo, non poteva più essere cambiato. Questo silenzioso assenso del cuore musulmano alla realtà del passato immutabile — il riconoscimento che tutto ciò che è accaduto doveva accadere esattamente nel modo in cui è accaduto e non avrebbe potuto accadere in alcun altro modo — viene spesso erroneamente scambiato dagli occidentali per una sorta di “fatalismo” insito nella visione islamica. Ma l’assenso dei musulmani al destino riguarda il passato, non il futuro; non significa rifiuto dell’azione, né abbandono della speranza, né rinuncia allo sforzo di migliorare se stessi; significa piuttosto rifiutarsi di considerare il passato reale come opera di qualcosa diverso da Allah.
«E inoltre», prosegue Zayd, riprendendo il filo del discorso, «Ibn Saud non ha fatto nulla di male agli Shammar. Lo sanno anche loro, perché quando, circa tre anni fa, Kutta ad-Dabish si ribellò contro di lui, non lo sostennero forse con le loro spade?»
In effetti lo fecero, con quella virilità dei vinti che gli autentici arabi mostrano nei momenti più nobili della loro vita. Lo fecero in quell’anno terribile, il 1929, quando la feroce rivolta beduina guidata da Faisal ad-Dabish fece tremare le fondamenta del regno di Ibn Saud: allora tutte le tribù Shammar del Najd, dimenticando la loro antica inimicizia verso il re, si schierarono dalla sua parte. In seguito contribuirono in larga misura alla vittoria riportata dal re sui ribelli. Questo accordo è davvero notevole, perché solo pochi anni prima Ibn Saud aveva conquistato Hail con le armi e aveva così ristabilito il dominio del Sud sulla regione settentrionale; ed è ancora più notevole perché Ibn Saud stesso è uno degli uomini del Najd, mentre tra la dinastia Shammar e gli abitanti del Najd meridionale esiste da tempo immemorabile un odio reciproco. Questo odio è molto più profondo di una semplice lotta per il potere tra dinastie. In gran parte, questo odio — che neppure il recente accordo è riuscito a cancellare completamente — è l’espressione del tradizionale confronto tra il Sud e il Nord, che percorre l’intero corso della storia araba e di cui si trovano esempi nella storia di molti altri popoli. Infatti, l’inimicizia che l’estraneità etnica può generare tra popoli vicini e del tutto distinti spesso non è maggiore di quella che una minima differenza nel ritmo e nella cadenza della vita può generare persino tra tribù strettamente imparentate.
Oltre alla rivalità politica, un altro fattore ha avuto un ruolo importante nel contrasto emotivo tra le regioni settentrionali e meridionali dell’Arabia. Circa duecento anni fa, proprio a sud del Najd, nei pressi di Riyad, apparve il riformatore puritano Muhammad ibn Abd al-Wahhab, che infiammò diverse tribù — allora musulmane solo di nome — con un nuovo fervore religioso. Nella allora poco conosciuta dinastia di Ibn Saud, il cui capo era il signore della piccola città di Dariya, questa riforma trovò il braccio di ferro che diede forza operativa alle sue parole ispirate e che, nel giro di pochi decenni, unificò una vasta parte della penisola arabica sotto il movimento di quella fede ardente e intransigente, noto nel mondo come “wahhabismo”. In tutte le guerre e conquiste wahhabite dell’ultimo secolo e mezzo, gli uomini del Sud hanno sempre innalzato la bandiera del puritanesimo, mentre quelli del Nord li hanno seguiti soltanto con metà del cuore; infatti, se sul piano dottrinale la tribù Shammar concordava con la scuola wahhabita, il suo cuore è sempre rimasto lontano dal fervore religioso ardente e inflessibile degli uomini del Sud. Vivendo vicino ai paesi di confine della Siria e dell’Iraq e mantenendo con essi costanti rapporti commerciali, la tribù Shammar ha sviluppato nel corso dei secoli, nel proprio modo di vedere le cose, una dolce indifferenza e una disposizione al compromesso sconosciute agli abitanti del Sud, molto più isolati. Gli uomini del Sud conoscono soltanto gli estremi e, nell’ultimo secolo e mezzo, non hanno pensato ad altro che a sognare il jihad. Questi uomini orgogliosi e arroganti credono di essere gli unici autentici rappresentanti dell’Islam e che tutte le altre nazioni musulmane siano kharigite.
Nonostante tutto ciò, i wahhabiti non sono affatto una setta separata. Quando si parla di «setta», si deve intendere l’esistenza di alcune opinioni distinte, che hanno separato i seguaci di una setta da tutti gli altri seguaci della stessa religione. Naturalmente, nella dottrina wahhabita non vi è alcuna credenza distinta; al contrario, questo movimento ha cercato di rimuovere gli strati che, nel corso di molti secoli, si sono depositati intorno agli insegnamenti fondamentali dell’Islam, e i principi e le credenze che sono stati imposti all’Islam, per tornare agli insegnamenti fondamentali del Messaggero di Allah. Per la sua chiarezza inflessibile, questo movimento conteneva certamente un’iniziativa che, col tempo, avrebbe potuto liberare l’Islam dalle superstizioni che avevano ricoperto i suoi insegnamenti. È superfluo dire che l’origine di tutti i movimenti rinascimentali dell’Islam moderno—dal movimento degli «Ahl al-Hadith» in India, al movimento senusso in Nord Africa, fino agli sforzi di Jamal al-Din al-Afghani e di Muhammad Abduh in Egitto—si trova direttamente nell’impulso spirituale che Muhammad ibn Abd al-Wahhab aveva avviato nel XVIII secolo. Ma l’esito che i suoi insegnamenti hanno avuto nel Najd presenta due difetti, a causa dei quali questo movimento non ha potuto diventare una forza di sviluppo spirituale. Uno di questi difetti è la ristrettezza con cui il movimento cerca di limitare quasi ogni sforzo religioso, in senso letterale, all’osservanza dei precetti e dei divieti religiosi, trascurando la necessità di penetrare attraverso l’involucro esteriore fino al suo centro spirituale. L’altro difetto è insito nel carattere stesso degli arabi: quel sentimento di fanatica devozione secondo cui soltanto noi siamo sulla retta via, e che non è disposto a riconoscere a nessuno il diritto di avere un’opinione diversa. Questo atteggiamento è una caratteristica del vero semita, così come un’altra caratteristica ne è l’esatto opposto: la completa indifferenza nelle questioni religiose. È una qualità sventurata degli arabi il fatto che debbano sempre oscillare fra due estremi e non riescano mai a trovare una via di mezzo. Un tempo, circa duecento anni fa, gli arabi del Najd erano, nel cuore, più lontani dall’Islam di qualunque altro popolo del mondo musulmano; eppure, dai tempi di Muhammad ibn Abd al-Wahhab, non solo si considerano guerrieri della religione, ma hanno anche continuato a ritenersi quasi gli unici padroni e arbitri della religione.
Il significato spirituale del wahhabismo era il tentativo di un risveglio interiore della società musulmana. Ma questo significato venne deformato proprio nel momento in cui l’obiettivo esteriore di questa dottrina—l’acquisizione del potere sociale e statale—fu raggiunto, verso la fine del XVIII secolo, con la fondazione dello Stato saudita e, all’inizio del XIX secolo, con l’espansione di quello Stato nella maggior parte dell’Arabia. Non appena i seguaci di Muhammad ibn Abd al-Wahhab giunsero al potere, il suo pensiero si trasformò in una mummia accuratamente conservata, perché lo spirito non può essere schiavo del potere, e il potere non vuole essere schiavo dello spirito.
La storia del wahhabismo del Najd è la storia di una corrente religiosa che dapprima si levò nel cielo sulle ali dell’entusiasmo e della speranza, e in seguito precipitò nella depressione dell’orgoglio: «Soltanto io sono sulla retta via»; perché ogni virtù si distrugge da sé quando le mancano la speranza e l’umiltà—Harut! Marut!
Il sogno
Uno
Essere amico e ospite di un grande ‘emiro’ arabo significa essere considerato amico e ospite da tutti i suoi funzionari, da tutti i suoi ‘rajajil’, da tutti i mercanti della capitale e persino da tutti i beduini sottoposti al suo governo. È raro che un ospite esprima un desiderio che non venga prontamente esaudito, quando ciò è possibile; di ora in ora egli è sopraffatto e rapito dalla calorosa, impassibile benevolenza che lo circonda, tanto nelle ampie sale e nei corridoi della fortezza quanto nei mercati della città: non è affatto inferiore in questi ultimi.
Come era già accaduto spesso in passato, accadde anche a me durante i miei due giorni di permanenza ad Ha’il. Quando desideravo bere il caffè, subito nella mia sala privata di ricevimento risuonava il melodioso suono del mortaio di rame. Menzionai a Zayed il bel sellino che avevo visto poco prima al mercato; uno degli attendenti dell’emiro mi udì e nel pomeriggio quell’oggetto venne portato e deposto ai miei piedi. Più volte al giorno arrivava un dono dopo l’altro: una lunga veste di lana del Kashmir con un disegno di mango, una ‘kufiya’ ricamata, per il sellino, una bianca pelle di pecora bagdadina oppure un ricurvo pugnale najdiano con impugnatura d’argento… E io, io vagabondo, non riuscivo a dare in cambio a Ibn Musa nulla, tranne una grande carta inglese dei paesi arabi. Fu immensamente felice quando vide che avevo faticosamente contrassegnato quella carta con vari nomi arabi.
La magnanimità degli Ibn Musa presenta una forte somiglianza con il comportamento del re Ibn Saud. Naturalmente, considerando la loro stretta relazione, nessuno se ne meraviglierà. Non erano soltanto cugini: fin da quando Ibn Saud era giovane e Ibn Musa era ancora un ragazzo, furono compagni l’uno dell’altro in quasi tutti i pericoli, le avversità, le calamità e i sogni dei primi anni del regno del sovrano. Inoltre, molti anni prima, i loro rapporti personali si erano ulteriormente rafforzati grazie al matrimonio di Ibn Saud con Jawhara, la sorella di Ibn Musa. Presso il sovrano, questa donna godeva di una considerazione assai maggiore di tutte le altre donne che egli aveva sposato, prima o dopo.
….. …… ….. …….
Sebbene molti abbiano goduto della sua amicizia, ben pochi hanno avuto l’opportunità di osservare l’aspetto più intimo e forse più significativo della natura di Ibn Saud. Quale aspetto? La sua immensa capacità d’amare, che, se gli fosse stato permesso di svilupparsi e durare, avrebbe forse potuto condurlo a un’altezza assai maggiore di quella che raggiunse. Si è attribuita tanta importanza all’enorme numero di donne che sposò e ripudiò, che molti estranei lo considerano un libertino, un uomo particolarmente lascivo, immerso nell’eterna ricerca dei piaceri quotidiani; e anche se fosse davvero esistito un uomo simile, ben pochi sono consapevoli del fatto che, escluse le unioni matrimoniali contratte per ragioni politiche, ciascuno degli altri matrimoni di Ibn Saud fu il frutto di un vago e insoddisfatto desiderio di recuperare almeno una parte di un amore perduto.
La madre dei suoi due figli, Muhammad e Khalid, era la grande amata di Ibn Saud, la sua gloriosa prediletta. Ancora oggi, tredici anni dopo la sua morte, ogni volta che il re parla di lei la voce gli si fa roca per la commozione.
Era certamente una donna straordinaria, non soltanto molto bella (poiché, nel corso della sua vita matrimoniale oltremodo vivace, il re aveva avuto l’opportunità di conoscere e possedere molte donne bellissime), ma anche dotata di quell’innata comprensione femminile che getta un ponte tra l’estasi dell’anima e quella del corpo. Ibn Saud raramente permetteva che le sue emozioni si legassero troppo profondamente ai suoi rapporti con le donne. E forse proprio per questo sposava e ripudiava con tanta facilità. Ma il caso di Jawhara era diverso; sembra che in lei avesse trovato una soddisfazione dei suoi desideri quale non avrebbe mai più provato. Sebbene, quando Jawhara era ancora in vita, avesse altre mogli, egli scriveva per lei poesie d’amore; e una volta, in uno dei suoi momenti di maggiore apertura, mi disse: «Quando il mondo era piombato nell’oscurità e non riuscivo a trovare una via d’uscita dai pericoli e dalle avversità che mi sbarravano il cammino, mi sedevo e componevo una canzone per Jawhara. Quando la composizione era terminata, all’improvviso il mondo tornava a risplendere e mi diventava chiaro quale fosse il mio dovere».
Ma Jawhara morì nel 1919, quando l’influenza si manifestò come un’epidemia. Della stessa malattia morì anche il primo figlio di Ibn Saud, il suo figlio prediletto, Turki. Quelle due perdite lasciarono nella sua vita una ferita che non si è mai rimarginata.
Non solo era capace di riversare pienamente il proprio cuore sulla moglie e sul figlio; amava suo padre come ben pochi uomini amano il proprio. Suo padre, Abdur Rahman, con il quale feci conoscenza nei miei primi anni a Riyadh, era certamente un uomo buono e pio, ma non possedeva la personalità straordinaria del figlio. Né, nel corso della sua lunga vita, aveva svolto un ruolo particolarmente significativo in qualche grande impresa. Sebbene avesse conquistato un regno con le proprie forze e fosse diventato il sovrano assoluto del paese, Ibn Saud era così umile e rispettoso nei confronti del padre che, se Abdur Rahman si trovava in una stanza della fortezza, egli non era disposto neppure a mettere piede nella stanza soprastante, perché diceva: «Come potrei permettermi di camminare sopra la testa di mio padre?». Non si sedeva mai davanti a lui, a meno che non fosse stato invitato esplicitamente a sedersi. Ricordo ancora come, un giorno, rimasi imbarazzato da questa umiltà regale. (Credo sia accaduto nel dicembre del 1927.) Come avevo fatto molte altre volte, mi recai secondo consuetudine a fare visita al padre del re nella sua stanza della fortezza reale; il vecchio mi stava spiegando un argomento religioso a lui caro. D’un tratto un servitore entrò nella stanza e annunciò: «Sta arrivando lo shaykh». Un attimo dopo Ibn Saud apparve sulla soglia. Naturalmente volli alzarmi; ma il vecchio Abdur Rahman mi afferrò il polso e mi tirò di nuovo a sedere, come per dire: «Sei mio ospite». Mentre il re salutava suo padre da lontano e restava sulla soglia, evidentemente in attesa del permesso di entrare nella stanza, io dovevo rimanere seduto, immobile. Non si può esprimere quanto mi sentissi imbarazzato. Ma il re doveva certamente conoscere bene questo genere di capricci paterni, perché mi fece l’occhiolino con un sorriso, per alleviare il mio imbarazzo e mettermi a mio agio. Nel frattempo il vecchio Abdur Rahman continuò il suo discorso come se non fosse stata fatta alcuna interruzione. Dopo alcuni minuti alzò il viso, guardò il figlio e gli fece cenno con la testa, poi disse: «Vieni vicino, figliolo, siediti». Il re doveva avere allora quarantasette o quarantotto anni!
Alcuni mesi dopo — ci trovavamo allora alla Mecca — giunse al re la notizia che suo padre era morto a Riyadh. Non dimenticherò mai la scena di lui che fissava per alcuni secondi il messaggero con uno sguardo incomprensibile e immobile, né il modo in cui la disperazione ricoprì lentamente, in modo visibile, il suo volto solitamente così sereno e raccolto; né come balzò in piedi con un ruggito tremendo: «Il mio abba non c’è più! Il mio abba non c’è più!», e uscì di corsa dalla stanza a grandi passi, mentre dietro di lui qualcosa rotolava sul pavimento; né come salì le scale saltando, passando davanti ai volti spaventati e atterriti delle sue guardie del corpo, gridando: «Il mio abba è morto! Il mio abba non c’è più!». Per due giorni non ricevette nessuno, non mangiò né bevve nulla e trascorse giorno e notte in preghiera.
Quanti figli di mezza età, re che avevano conquistato un regno con le proprie forze, avrebbero potuto piangere in quel modo la morte di un padre che era morto serenamente, in tarda età?
Due
Perché Abd al-Aziz ibn Saud aveva fondato interamente con i propri sforzi il suo vasto regno. Quando era ancora bambino, la sua dinastia aveva già perduto in Arabia centrale ogni residuo del proprio potere, e la famiglia Ibn Rashid di Hail, un tempo vassalla di quella casa reale, l’aveva sostituita. Quei giorni furono per Abd al-Aziz crudeli e dolorosi. Il ragazzo, orgoglioso e parco di parole, vedeva che in realtà un forestiero governava la sua città ancestrale, Riyad, in nome dell’«emiro» Ibn Rashid. Perché ormai la famiglia Ibn Saud, che un tempo aveva governato quasi tutta l’Arabia, era soltanto beneficiaria di una rendita concessa da Ibn Rashid: gente che veniva tollerata, ma che Ibn Rashid non temeva più. Alla fine quella situazione divenne intollerabile per suo padre, Abd al-Rahman, uomo pacifico. Egli lasciò Riyad con tutta la famiglia, sperando di trascorrere il resto dei suoi giorni nella casa del sultano del Kuwait, suo vecchio amico. Ma non sapeva quale futuro lo attendesse, perché ignorava ciò che si celava nel cuore di suo figlio e ciò che suo figlio pensava!
Tra tutti i membri della famiglia, io ero l’unico a non sapere molto di ciò che accadeva in quel cuore tormentato; so soltanto che, quando il re parla dei giorni della sua giovinezza, ne parla sempre con profonda venerazione.
«Credo che mi amasse più dei suoi stessi figli. Quando non c’era nessun altro, mi chiamava, mi faceva sedere sulle sue ginocchia e poi mi diceva quali grandi cose avrei dovuto fare quando fossi cresciuto: “Devi restaurare la gloria e l’onore della casa degli Ibn Saud”. Me lo ripeteva continuamente, e le sue parole erano dolci e morbide, come carezze sul corpo.»
«Ma, Aziz — così mi chiamava affettuosamente, abbreviazione di Abd al-Aziz — voglio che tu sappia questo», diceva. «La gloria e l’onore della casa degli Ibn Saud non devono in alcun modo essere il limite ultimo dei tuoi sforzi e delle tue iniziative. Devi lottare per la gloria dell’Islam. La tua gente sente intensamente il bisogno di una guida, e tu sarai quella guida. Queste parole sono sempre vive nel mio cuore.»
Era davvero così?
Per tutta la vita Ibn Saud amò parlare dell’Islam come di un sacro dovere affidatogli. Persino negli anni successivi, quando era ormai chiaro da tempo che il potere politico per lui era molto più importante della guida di un ideale che aveva sostenuto in passato, la sua straordinaria eloquenza riuscì comunque a convincere molti, persino il re stesso, che quell’ideale fosse ancora il suo obiettivo.
A Riyad si rievocavano spesso questi ricordi d’infanzia, durante le riunioni degli intimi, che di solito si tenevano dopo la preghiera della sera, l’isha. Non appena terminava la preghiera nella moschea della fortezza, ci sedevamo attorno al re in una delle piccole stanze e per un’ora ascoltavamo recitazioni dagli hadith del Profeta o da qualche tafsir del Corano. Poi il re chiedeva a due o tre di noi di entrare con lui in una delle stanze private. Una sera, ricordo, mentre lasciavo la sala delle riunioni con il re, rimasi nuovamente colpito dalla sua maestosa altezza. Grazie a quella statura, il suo capo sovrastava quelli di tutti coloro che lo circondavano. Certamente doveva essersi accorto del mio sguardo rispettoso, perché, con quell’ineffabile dolcezza che gli era propria, mi rivolse un breve sorriso, mi prese la mano e mi disse:»
-«O Muhammad! Perché mi guardi in quel modo?»
-«Pensavo, o uomo dalla lunga vita, che nessuno possa fare a meno di rendersi conto che siete un re, quando vede la vostra testa così al di sopra di quelle della folla».“
Ibn Saud rise; la sua mano era ancora nella mia. Mi invitò a camminare lentamente con lui lungo il corridoio e disse: «Sì, essere alti ha i suoi vantaggi; ma una volta la mia altezza mi procurò soltanto dolore. È accaduto molto tempo fa. Ero allora un ragazzo e vivevo in Kuwait, nella fortezza dello sceicco Mubarak. Ero molto magro e più alto del normale per la mia età; i ragazzi della fortezza—quelli della famiglia dello sceicco e quelli della mia stessa famiglia—avevano fatto di me il bersaglio dei loro scherzi e delle loro beffe, come se fossi uno strano capriccio della natura. Mi vergognavo a tal punto della mia altezza che, quando attraversavo le stanze del palazzo reale o percorrevo le strade del Kuwait, tenevo la testa bassa e le spalle curve, nel tentativo di sembrare più piccolo».“
Nel frattempo eravamo arrivati nella stanza del re. Il principe Saud, il figlio maggiore, lo stava aspettando; il principe aveva la mia stessa età e, sebbene non fosse alto quanto suo padre, aveva un aspetto assai imponente. I suoi lineamenti erano molto più marcati e ruvidi di quelli del padre, e non possedevano nulla della flessibilità e della vivacità del volto del re; tuttavia era benevolo ed era ritenuto dalla gente un uomo di valore.
Il re si sedette sui cuscini disposti lungo la parete e fece cenno a tutti noi di prendere posto. Poi impartì l’ordine: «Qahwa!». Il servitore armato che stava alla porta si voltò verso il corridoio e gridò: «Qahwa!». Subito, lungo tutto il corridoio, la parola passò rapidamente dalla bocca di un servitore a quella del successivo, «Qahwa!»—«Qahwa!». Così l’ordine del re giunse, attraverso una gioiosa cerimonia di ripetizioni, fino alla stanza dove, alcune camere più in là, si preparava il caffè del re. Poco dopo arrivò un servitore, con un pugnale dall’impugnatura dorata appeso alla cintura, portando in una mano una caffettiera di ottone e nell’altra piccole tazze da caffè. Il re stesso prese la prima tazza; le altre furono servite agli ospiti secondo l’ordine dei loro posti. In un ambiente domestico di questo genere, Ibn Saud parlava liberamente di qualunque cosa gli venisse in mente: di ciò che accadeva nelle regioni più lontane del mondo, di qualche sorprendente nuova invenzione che aveva attirato la sua attenzione. Esprimeva senza restrizioni qualunque pensiero gli sorgesse riguardo ai diversi popoli, ai loro costumi, alle loro usanze e alle loro istituzioni. Ma più di ogni altra cosa amava parlare delle proprie esperienze, e incoraggiava anche gli altri a partecipare alla conversazione. Quella sera speciale, l’emiro Saud diede inizio a una nuova scoperta quando si rivolse sorridendo a me e disse:
-«Muhammad! Oggi qualcuno ha espresso un dubbio su di te. Ha detto di non riuscire affatto a essere certo che tu non sia una spia inglese travestita da musulmano… Comunque, non pensarci. Sono riuscito a convincerlo che sei davvero musulmano».“
Non riuscendo a nascondere un sorriso amaro, dissi: «O emiro, è una vostra gentilezza! Che Allah vi conceda lunga vita. Ma come avete potuto essere così certo di questa cosa? Non è forse vero che solo Allah sa ciò che si trova nei cuori degli uomini?»
«È vero», rispose l’emiro, «ma in questa faccenda mi è stata concessa una particolare intuizione. Me l’ha data un sogno della notte scorsa… Ho visto che stavo in piedi davanti a una moschea e guardavo verso il minareto. D’un tratto, sulla scala del minareto, apparve un uomo che cominciò a recitare l’adhan, portando le mani unite davanti alla bocca a forma di coppa. “Allahu Akbar”—Allah è sublime, Allah è il più grande—e infine continuava a proclamare: “La ilaha illallah”—non c’è divinità all’infuori di Allah. Quando guardai attentamente, vidi che quell’uomo eri tu! Quando mi svegliai, seppi con certezza—sebbene non avessi mai dubitato prima—che sei un musulmano sincero; un sogno in cui viene proclamato il nome di Allah non può essere falso».“
Rimasi profondamente colpito dalla dichiarazione spontanea e vigorosa del principe riguardo alla mia sincerità e alla mia buona fede, nonché dalla sincerità con cui il re, annuendo con il capo, confermò lo straordinario racconto dell’emiro Saud. Ibn Saud riprese il filo del discorso e disse:
«Accade spesso che Allah illumini i nostri cuori attraverso i sogni: questi sogni predicono il futuro e talvolta rendono più chiaro il presente. O Muhammad! Hai mai avuto personalmente un’esperienza simile in sogno?»
«O Imam, certamente ho avuto una simile esperienza, molto tempo fa, prima ancora che pensassi di diventare musulmano, persino prima di mettere piede in un paese musulmano. Avevo quasi diciannove anni e mi trovavo a Vienna, nella casa di mio padre. Ero attratto dalla scienza riguardante la vita interiore dell’uomo (al re l’avevo definita come la definizione più vicina alla “psicoanalisi”) e avevo l’abitudine di tenere carta e matita accanto al letto, così da poter annotare i miei sogni non appena mi svegliavo. Grazie a questa abitudine scoprii di poter ricordare i sogni per un tempo indefinito, anche se non pensavo spesso ai sogni. In quel sogno particolare mi vidi a Berlino, mentre viaggiavo sulla ferrovia sotterranea della città: il treno a volte correva dentro gallerie sotto terra e a volte passava su ponti sopra le strade. Il vagone era gremito di persone, così tante che non c’era posto per sedersi. Nel vagone brillava fiocamente una sola lampada. Dopo un po’ il treno uscì dalla galleria, ma non salì su nessuno di quei ponti elevati; giunse invece in una vasta distesa deserta di fango, dove le ruote rimasero impantanate e il treno si fermò, incapace di muoversi in qualsiasi direzione, avanti o indietro.
«Tutti i passeggeri, e io con loro, scendemmo dal treno e cominciammo a guardarci intorno. La pianura che ci circondava era senza orizzonte, vuota e desolata. Non vi erano cespugli, case, nemmeno una pietra. Una terribile angoscia ci invase il cuore quando ci rendemmo conto di essere rimasti intrappolati là: come avremmo potuto ritrovare la strada per tornare nel luogo abitato dagli altri uomini? Sulla vasta pianura si diffondeva una luce simile al chiarore grigiastro che si vede all’alba, al momento del primo chiarore.
«Tuttavia, in qualche modo, non riuscii a condividere pienamente l’angoscia degli altri. Mi allontanai da quel gruppo e vidi, a una decina di passi, un cammello inginocchiato e sdraiato a terra. Sul dorso del cammello era stata sistemata una sella completa — o Imam, proprio come in seguito ho visto sellare i cammelli nel vostro paese — e sulla sella sedeva un uomo vestito di un’abaya a righe bianche e marroni, con le maniche corte. Aveva tirato la sua kufiyya sul viso, cosicché non riuscivo a distinguerne i lineamenti. All’improvviso sentii nel cuore la certezza che il cammello stesse aspettando proprio me e che il cavaliere immobile sarebbe stato la mia guida, o rahmuna. Così, senza dire una parola, saltai dietro di lui, sulla schiena del cammello, proprio come nei paesi arabi un radif, o cavaliere posteriore, monta su un cammello. L’istante seguente il cammello si alzò e cominciò ad avanzare con un’andatura lunga e regolare, e sentii sbocciare dentro di me una felicità senza nome. Viaggiammo con quel passo rapido e fluido: dapprima mi parve per alcune ore, poi per alcuni giorni, quindi per alcuni mesi, e alla fine persi ogni cognizione del tempo; a ogni passo del cammello la mia felicità cresceva sempre più, finché mi sembrò di nuotare nel vuoto, attraverso l’aria. Infine, alla nostra destra, l’orizzonte si tinse di rosso ai raggi del sole nascente. Ma davanti a noi, sull’orizzonte lontano, vidi un’altra luce: proveniva da due bagliori bianchi e ardenti; non era rossa come la luce del sole che sorgeva alla nostra destra, bensì una luce fredda, che diventava sempre più splendente man mano che avanzavamo e diffondeva la gioia del mio cuore in tutta la mia coscienza, in modo indescrivibile. Continuando ad avanzare, giungemmo vicino a un ingresso e alla sua luce. Allora udii una voce aspra, come se qualcuno, da chissà dove, annunciasse: “Questa è la città dell’estremo Occidente”. E mi svegliai.»
«Subhanallah» — «Allah è sublime e santo!» esclamò Ibn Saud con voce meravigliata quando ebbi terminato il mio racconto. «E non fu forse proprio questo sogno a dirti che eri stato scelto per l’Islam?»
Scossi il capo e risposi: «No, uomo dalla lunga vita; come avrei potuto saperlo? Non avevo mai pensato all’Islam e non avevo neppure mai conosciuto un musulmano. … Sette anni dopo, molto tempo dopo aver dimenticato il sogno, abbracciai l’Islam. Solo pochi giorni fa l’ho ritrovato tra le mie carte, esattamente come lo avevo annotato quella notte, dopo essermi svegliato.»
«Ma, figlio mio, ciò che Allah ti aveva mostrato in quel sogno era in realtà il tuo destino. Non riesci a capirlo chiaramente? Quella folla, con la quale sei giunto in una pianura priva di sentieri e di indicazioni, e il loro smarrimento: non era forse la condizione di coloro che la sura al-Fatiha del Corano descrive come “smarriti”? E quel cammello che, con il suo cavaliere, aspettava te: non era forse ciò che il Corano chiama ripetutamente la guida? E quel cavaliere che non ti parlò e il cui volto non riuscivi a vedere: chi poteva essere, se non il Messaggero di Allah? Amava indossare una veste dalle maniche corte… e non sappiamo forse, dai nostri numerosi libri, che ogni volta che appare in sogno a un non musulmano o a qualcuno che non è ancora musulmano, il suo volto è sempre coperto? E poi quella luce fredda e soave sopra l’orizzonte: che altro poteva essere se non la promessa della luce della fede, che illumina anche quando non è ancora accesa? Non riuscisti a raggiungere quel luogo nel tuo sogno perché, come ci hai detto, solo molti anni dopo arrivasti a conoscere l’Islam nella sua autentica verità…»
– «O sceicco, la vostra interpretazione potrebbe essere corretta… ma qual è quella “città più occidentale” verso la quale le porte dell’orizzonte volevano condurmi? Perché, comunque sia, la mia conversione all’Islam non mi ha portato verso l’Occidente. Al contrario, mi ha allontanato proprio dall’Occidente».
Ibn Saud rimase in silenzio per un momento, immerso nei suoi pensieri. Poi raddrizzò la testa e, con quel suo dolce sorriso che mi era tanto caro, mi disse: «O Muhammad, non potrebbe forse significare che la tua conversione all’Islam sarà il punto più occidentale della tua vita e che, dopo di essa, la vita occidentale non ti apparterrà più?»
Dopo qualche istante il re riprese a parlare: «Nessuno conosce il futuro, tranne Allah, ma talvolta Egli ci lascia intravedere, attraverso i sogni, ciò che accadrà nelle nostre vite future. Io stesso ho fatto sogni simili due o tre volte, e ogni volta si sono avverati. A dire il vero, anche ciò che sono diventato oggi è il risultato di un sogno… Allora avevo diciassette anni. Vivevamo in esilio in Kuwait, ma per me era insopportabile anche solo pensare che la famiglia di Ibn Rashid avrebbe regnato sulla mia patria. Spesso supplicavo mio padre: che Allah riversi su di lui la Sua misericordia: “Combatti, padre, e scaccia la famiglia di Ibn Rashid; nessuno ha più diritto di te al trono di Riyad, padre”. Ma mio padre respingeva le mie richieste appassionate definendole fantasie irrealizzabili, e mi ricordava che, nei paesi arabi, Muhammad ibn Rashid era il sovrano più potente; il regno sul quale regnava si estendeva dal deserto siriano a nord fino alle dune sabbiose delle terre desolate a sud; davanti al suo pugno duro come l’acciaio, tutte le tribù beduine tremavano di paura. Comunque, una notte feci uno strano sogno. Mi vidi, di notte, seduto a cavallo in una steppa deserta; proprio davanti a me, su un cavallo, c’era il vecchio Muhammad ibn Rashid, l’usurpatore del regno della mia famiglia. Eravamo entrambi disarmati, ma Ibn Rashid teneva sollevata una grande lanterna luminosa. Quando si accorse, vedendomi avanzare verso di lui, che ero suo nemico, si voltò all’improvviso, spronò il cavallo col piede e lo lanciò al galoppo. Ma anch’io mi lanciai al suo inseguimento; galoppando, afferrai un lembo della sua veste, poi gli presi il braccio e infine spensi la sua lanterna. Quando mi svegliai e mi misi a sedere, ebbi la ferma convinzione che un giorno avrei strappato il potere dalle mani della famiglia di Ibn Rashid».
Nel 1897, l’anno di quel sogno, Muhammad ibn Rashid morì. Abd al-Aziz ibn Saud pensò che quello fosse il momento perfetto per colpire! Ma suo padre, Abd al-Rahman, non era disposto a mettere in pericolo la vita pacifica e indisturbata che conducevano in Kuwait assumendosi il rischio di un’impresa tanto incerta. Tuttavia, l’entusiasmo del figlio era più forte dell’inerzia del padre. Alla fine, dunque, il padre acconsentì. Con l’aiuto del suo amico, lo sceicco Mubarak del Kuwait, radunò le poche tribù beduine ancora fedeli alla sua famiglia, formò un esercito e, secondo l’antico costume arabo, si presentò sul campo per combattere la famiglia di Ibn Rashid, guidando cammelli e cavalli e facendo sventolare le insegne delle rispettive tribù. In breve tempo, però, fu inseguito da un esercito nemico superiore e tornò in Kuwait, forse, nel profondo del cuore, molto più sollevato che deluso; giurò che non avrebbe mai più turbato il crepuscolo della sua vita con un’impresa audace come la guerra.»
Ma il figlio non era disposto ad arrendersi così facilmente. Ricordava sempre il sogno coltivato fin dall’infanzia della sua vittoria su Muhammad ibn Rashid; e quando il padre rinunciò a ogni pretesa sul regno del Najd, fu proprio quel sogno del giovane Abd al-Aziz a spingerlo nel suo irrefrenabile tentativo di conquistare il potere. Trovò come compagni alcuni dei suoi pochi amici, tra i quali c’erano suo cugino Abdallah ibn Jiluwi e Ibn Musad. Al suono dei tamburi raccolse anche alcuni altri beduini. In questo modo il loro numero arrivò a quaranta. Lasciarono il Kuwait a cavallo, come predoni, in silenzio, senza far sventolare bandiere, senza suonare tamburi e senza cantare; evitarono le strade percorse più frequentemente dalle carovane e, nascondendosi durante il giorno, giunsero nei pressi di Riyad e piantarono le tende in una valle deserta. Quel giorno stesso Abd al-Aziz scelse cinque uomini tra i quaranta compagni e disse agli altri:
– «Noi sei abbiamo ora affidato interamente il nostro destino nelle mani di Allah. Stiamo andando a Riyad: o conquisteremo Riyad, oppure la perderemo per sempre. Se udrete dalla città rumori provenienti dalla foresta, venite in nostro aiuto; ma se entro domani sera non udrete nulla, pensate che siamo morti e che Allah accetti la nostra preghiera. Se ciò accadrà, tornate tutti in Kuwait, fuggendo il più rapidamente possibile».
E i sei uomini partirono a piedi. Raggiunsero la città nella prima parte della notte ed entrarono attraverso una delle brecce che Ibn Rashid aveva fatto aprire, alcuni anni prima, nelle mura della città conquistata per umiliarne gli abitanti. Con le armi nascoste sotto le vesti, entrarono direttamente nella stanza del governatore dell’“emiro” rashidita. La stanza era chiusa a chiave perché, temendo la popolazione ostile, egli trascorreva di solito le notti nella fortezza che si trovava di fronte. Abd al-Aziz e i suoi compagni bussarono alla porta. Uno schiavo aprì, ma subito fu trascinato nella tenda, legato mani e piedi e bendato con un panno sugli occhi e sulla bocca; la stessa sorte toccò a tutte le altre persone presenti nella stanza: in quel momento vi erano soltanto alcuni servi e donne. I sei incursori presero alcuni datteri dalle provviste dell’“emiro” e li mangiarono, poi trascorsero la notte recitando a turno il Corano.
Al mattino furono aperte le porte della fortezza e l’emiro ne uscì circondato da guardie armate e servitori. «O Allah, Ibn Saud è affidato a Te!», gridò Abdul Aziz, lanciandosi con i suoi cinque compagni contro i nemici, colti di sorpresa e sbigottiti. Abdullah ibn Jiluwi scagliò la sua lancia contro l’emiro; ma questi, con un movimento fulmineo, abbassò la testa. Così l’asta della lancia tremò e la lancia andò a conficcarsi nel muro di fango della fortezza, dove la si può vedere ancora oggi. L’emiro, terrorizzato, indietreggiò e rientrò nell’ingresso; mentre Abdullah lo inseguiva da solo, all’interno della fortezza Abdul Aziz e gli altri quattro compagni assalirono le guardie del corpo. Sebbene fossero più numerose, erano talmente stordite da non avere alcuna forza per difendersi efficacemente. Poco dopo l’emiro comparve sulla terrazza piana, inseguito da Abdullah ibn Jiluwi; implorava pietà, ma la sua richiesta non fu accolta. Quando cadde sulla terrazza e su di lui si abbatté un colpo mortale di spada, proprio in quell’istante Abdul Aziz gridò dal basso: «Venite, o abitanti di Riyadh, venite! Sono io, il figlio di Abd al-Rahman della famiglia di Abdul Aziz ibn Saud: il vostro legittimo sovrano!». Gli abitanti di Riyadh, che odiavano i tiranni del nord, accorsero armati in aiuto del loro principe, e i suoi trentacinque compagni spronarono i cammelli e si lanciarono attraverso le porte della città, spazzando via ogni ostacolo davanti a loro come un turbine. Nel giro di un’ora, Abdul Aziz ibn Saud era diventato il sovrano incontrastato della città.
Ciò accadde nel 1901. Aveva allora ventun anni. La stagione della giovinezza della sua vita era ormai terminata ed egli era entrato nella sua seconda fase: l’età dell’uomo maturo e del sovrano.
Conquistando gradualmente una provincia dopo l’altra, Ibn Saud sottrasse così l’intero Najd alla famiglia di Ibn Rashid, respingendola fino alla sua terra natale, Jabal Shammar, e alla sua capitale Hail. Sebbene Ibn Saud non avesse uno stato maggiore e forse non avesse mai posato gli occhi su una carta geografica, la sua espansione territoriale procedette con tale ponderazione da sembrare pianificata da uno stato maggiore sulla base di mappe, strategie militari e considerazioni geopolitiche. Ponendo Riyadh come centro permanente, le sue campagne di conquista avanzavano in cerchi concentrici, come le volute di una chiocciola; e non si spingeva mai verso una nuova zona senza aver prima completamente sottomesso quella già conquistata e consolidato saldamente il proprio potere. Dapprima conquistò i distretti a est e a nord di Riyadh, poi estese il suo regno sui deserti occidentali. Verso nord, il suo avanzamento fu lento. La famiglia di Ibn Rashid disponeva ancora di una forza considerevole e, inoltre, aveva alle spalle il sostegno dei turchi, con i quali aveva stretto una solida alleanza nei decenni precedenti. Ibn Saud aveva anche un altro ostacolo: la povertà. Le entrate provenienti dalle regioni meridionali del Najd non bastavano a inviare in guerra, neppure per breve tempo, grandi contingenti di soldati.
«Un tempo», mi raccontò una volta, «ero così povero che fui costretto a impegnare in Kuwait, presso un usuraio ebreo, proprio la spada tempestata di gioielli che lo sceicco Mubarak mi aveva regalato. Non avevo nemmeno i mezzi per procurarmi un tappeto per la mia sella: mi arrangiavo mettendo sotto la pelle di pecora un sacco vuoto».
C’era poi un altro problema che aveva reso assai difficile la prima parte della vita di Ibn Saud: il comportamento delle tribù beduine.
L’Arabia centrale, nonostante tutte le sue città e i suoi villaggi, è soprattutto una terra beduina. Il loro sostegno o la loro opposizione determinavano l’esito di quasi ogni fase della guerra tra Ibn Saud e Ibn Rashid. I beduini erano estremamente volubili, cambiavano facilmente opinione e, non appena sembrava che una delle parti stesse per vincere o prometteva un bottino maggiore, di norma si schieravano con essa. Il massimo esempio di questo comportamento ambiguo era Faisal al-Dawish, capo supremo della potente tribù dei Mutair; dalla sua lealtà dipendeva spesso quale delle due famiglie regnanti rivali avrebbe vinto e quale sarebbe stata sconfitta. Quando arrivava a Hail, Ibn Rashid lo ricompensava profumatamente; poi abbandonava Ibn Rashid e veniva a Riyadh per giurare fedeltà a Ibn Saud, e nel giro di un mese tradiva nuovamente la sua parola: non manteneva la fedeltà a nessuno. Coraggioso e astuto, era folle per la sua sfrenata brama di potere. A causa sua Ibn Saud dovette trascorrere molte notti insonni.
Per affrontare difficoltà di questo genere, Ibn Saud concepì un piano. All’inizio forse non era più di un progetto politico, ma alla fine si trasformò in un’idea straordinaria, capace di cambiare l’intera penisola: quale piano? Bisognava fondare insediamenti permanenti per le tribù nomadi. Non c’era dubbio che, una volta stabilitesi definitivamente, le tribù beduine avrebbero dovuto abbandonare il gioco ambiguo che conducevano tra i vari gruppi bellicosi. Da nomadi, era facile per loro smontare le tende al primo ordine e vagare qua e là con il bestiame, abbandonando un gruppo per unirsi a un altro; ma ciò non sarebbe stato possibile conducendo la vita in un insediamento stabile. Se avessero ritirato la propria fedeltà per prestarla al nemico, avrebbero rischiato di perdere le case e i giardini; e per un beduino non c’è nulla di più prezioso dei propri beni!
Nel suo programma Ibn Saud attribuì la massima importanza all’insediamento permanente dei beduini. A questo proposito ricevette grande aiuto dagli insegnamenti dell’Islam. L’Islam aveva ripetutamente sottolineato la superiorità della vita sedentaria rispetto a quella nomade. Il re inviò predicatori religiosi presso le varie tribù. Essi istruirono quei gruppi nella religione e diffusero tra loro nuove idee; il risultato fu inatteso. Gradualmente prese forma l’organizzazione chiamata «Ikhwan» (la Fratellanza), nome con cui i beduini che si erano stabiliti permanentemente cominciarono a identificarsi. Il primo insediamento degli Ikhwan fu quello dei Mutair di Al-Dawish, ad Al-Artawiya. Nel giro di pochi anni il loro insediamento di Artawiya divenne una città di trentamila abitanti. Molte altre tribù seguirono la stessa strada.
L’entusiasmo religioso degli Ikhwan e il loro potenziale come combattenti divennero nelle mani di Ibn Saud un’arma potente. Da allora le sue guerre assunsero una forma nuova: guidate dall’entusiasmo religioso degli Ikhwan, esse superarono la natura delle precedenti lotte di potere tra le varie dinastie regnanti e assunsero la forma del jihad religioso. Tuttavia, per gli Ikhwan la rinascita della religione non aveva un significato limitato alla sfera personale. In virtù della loro fedeltà intransigente agli insegnamenti del grande mujaddid del XVIII secolo, Muhammad ibn Abd al-Wahhab, gli Ikhwan erano spesso colmi della convinzione, portata all’eccesso, di essere personalmente virtuosi. Ma ciò a cui aspirava la maggior parte di loro non era soltanto la virtù personale: il loro obiettivo era fondare una società che a buon diritto potesse essere definita islamica. Lo scopo degli insegnamenti di Muhammad ibn Abd al-Wahhab era ristabilire l’Islam nella sua purezza originaria, libera da ogni aggiunta superflua; tali insegnamenti respingevano tutte le successive bid‘a, cioè ogni nuova aggiunta. È vero che molte concezioni degli Ikhwan erano del tutto primitive e che il loro entusiasmo giungeva spesso ai limiti del fanatismo cieco. Ma, con una guida e un’istruzione adeguate, la loro profonda devozione religiosa avrebbe forse potuto consentire loro di ampliare la propria visione e, col tempo, trasformarsi nel fulcro di una autentica rinascita sociale e spirituale dell’intera Arabia. Purtroppo Ibn Saud non comprese l’enorme importanza di un simile esito. Si limitò a impartire agli Ikhwan soltanto i rudimenti dell’istruzione religiosa e profana. In realtà, diede loro tutta l’istruzione che riteneva necessaria per mantenere vivo il loro zelo fanatico. In altre parole, Ibn Saud considerava il movimento degli Ikhwan esclusivamente uno strumento di potere. Negli anni successivi, diverse sue stesse politiche furono vittime di questo fallimento, che a un certo punto finì per mettere in pericolo l’esistenza stessa del regno da lui creato; e forse fu proprio allora che si intravide per la prima volta che Ibn Saud era privo di quella grandezza di cuore che il suo popolo si aspettava da lui. Ma la disillusione degli Ikhwan nei confronti del re, e la delusione del re nei confronti degli Ikhwan, avevano avuto inizio molto tempo prima…
Nel 1913, avendo ormai a disposizione gli Ikhwan, pronti per un attacco impetuoso, Ibn Saud giunse infine alla convinzione di essere abbastanza forte per conquistare la provincia di al-Hasa, sulle rive del Golfo Persico. Sebbene al-Hasa facesse parte del Najd, quindici anni prima era stata occupata dai Turchi.
L’esperienza di combattere contro i Turchi non era nuova per Ibn Saud. Spesso aveva affrontato l’esercito turco, soprattutto l’artiglieria da campagna appartenente alle forze di Ibn Rashid. Ma attaccare al-Hasa, sotto il dominio diretto dei Turchi, era una questione completamente diversa: avrebbe significato affrontare direttamente una grande potenza. Tuttavia Ibn Saud non aveva scelta. Se non fosse riuscito a portare al-Hasa e i suoi porti sotto il proprio controllo, sarebbe rimasto per sempre isolato dal mondo esterno e non avrebbe potuto procurarsi armi indispensabili, munizioni e molti beni necessari alla vita. Fu la necessità a sostenere questo rischio pericoloso. Ma il rischio era così grave che egli esitò a lungo prima di colpire al-Hasa e la sua capitale, al-Hufuf. Ancora oggi prova piacere nel ricordare in quali circostanze fu presa la decisione finale:
— Eravamo ormai giunti a portata di vista di al-Hufuf. Dalla duna sulla quale ero seduto riuscivo a vedere chiaramente le robuste mura della fortezza; sembrava che la fortezza guardasse verso la città. Mentre valutavo i vantaggi e i pericoli della mia impresa, fui assalito da una terribile esitazione. Mi sentivo estremamente stanco; il mio cuore anelava alla pace e alla casa, e non appena pensai alla casa, davanti ai miei occhi apparve il volto di mia moglie Jawhara. Ricominciai a pensare a quelle poesie che le recitavo quando era al mio fianco e, prima ancora di rendermene conto, cominciai a comporne una per lei, dimenticando completamente dove mi trovassi e quale decisione pericolosa dovessi prendere! Non appena la poesia prese forma nella mia mente, la scrissi, la sigillai, chiamai uno dei miei messaggeri e gli ordinai: Prendi i due cammelli più veloci. Cavalca quei cammelli fino a Riyadh, senza fermarti in alcun luogo, e consegna questo alla madre di Muhammad. Quando il messaggero scomparve dietro una nube di polvere, improvvisamente mi resi conto che la mia mente aveva preso una decisione riguardo alla guerra: avrei attaccato al-Hufuf e Allah mi avrebbe certamente concesso la vittoria.
La sua fiducia si dimostrò fondata. Con un audace assalto, i soldati conquistarono la fortezza. Le truppe turche si arresero; fu loro permesso di lasciare la fortezza con le armi e l’equipaggiamento e di ritirarsi verso la costa. Da lì partirono sulle navi dirette a Bassora. Il governo ottomano, naturalmente, non era disposto a rinunciare così facilmente ai propri possedimenti. A Istanbul si decise di inviare una spedizione punitiva contro Ibn Saud. Ma prima che tale spedizione potesse essere inviata, scoppiò la Grande Guerra, a causa della quale i Turchi furono costretti a concentrare altrove tutte le proprie forze combattenti. Al termine della guerra, l’Impero ottomano non esisteva più.
Privato dell’appoggio dei Turchi e ormai circondato a nord dai territori governati da Gran Bretagna e Francia, Ibn Rashid non riusciva più a organizzare una resistenza efficace contro il nemico. Faisal al-Dawish era ormai uno dei più valorosi guerrieri feudali di re Ibn Saud. Sotto la sua guida, le forze del re conquistarono Hail nel 1921, e Ibn Rashid perse così anche la sua ultima solida roccaforte.
L’espansione del regno di Ibn Saud raggiunse il culmine nel 1924-25, quando conquistò l’Hejaz, compresi Mecca, Medina e Jeddah, e cacciò dall’Hejaz la dinastia degli Sharif, salita al potere nella regione nel 1916, dopo che Sharif Hussein si era ribellato ai Turchi con il sostegno e l’aiuto britannici. Fu soltanto dopo la conquista di questa terra sacra dell’Islam che Ibn Saud — ormai quarantacinquenne — apparve in tutta la sua evidenza agli occhi del mondo esterno.
Proprio nel momento in cui quasi tutti i paesi del Medio Oriente erano schiacciati sotto il tallone dell’imperialismo occidentale, questa straordinaria vittoria di Ibn Saud suscitò un’enorme speranza in tutto il mondo arabo: la speranza che fosse finalmente apparso tra loro un leader capace di liberare l’intera nazione araba dalla schiavitù. E, al di là degli Arabi, molte altre comunità musulmane guardarono a lui con ansia e speranza, aspettandosi che, fondando uno Stato, avrebbe fatto rivivere gli ideali islamici nel loro significato complessivo, in uno Stato nel quale il messaggio essenziale del Corano sarebbe stato il supremo principio regolatore della vita individuale e sociale. Ma queste speranze non si realizzarono e rimasero incompiute. Quando il suo potere crebbe e si consolidò, divenne chiaro che Ibn Saud non era altro che un re: un re privo di obiettivi più elevati di quelli dei numerosi sovrani dispotici che lo avevano preceduto nei paesi orientali.
Nella vita privata era nobile e giusto, leale verso gli amici e i sostenitori, magnanimo verso i nemici; il re Ibn Saud possedeva capacità intellettuali di gran lunga superiori a quelle di quasi tutti i suoi seguaci. Ciononostante, non seppe dimostrare quell’ampiezza di vedute e quella leadership ispiratrice che la gente si aspettava da lui. È vero che nel suo vasto regno aveva portato nella vita della popolazione una sicurezza senza paragoni nei paesi arabi dai tempi dei primi califfi, mille anni prima; ma, invece di seguire l’esempio di quei califfi, egli aveva assicurato la sicurezza mediante leggi severe e misure punitive, non suscitando nei suoi sudditi il senso della responsabilità civica. Aveva mandato alcuni giovani all’estero a studiare medicina e telegrafia senza fili; ma non aveva fatto nulla per spronare l’intera nazione all’istruzione e strapparla così all’ignoranza nella quale era immersa da molti secoli. Parlava sempre della bellezza e della ricchezza del sistema di vita islamico, parlava con ogni segno esteriore di fiducia in sé; ma non aveva fatto nulla per costruire una società equilibrata e progressista nella quale quel modo di vivere potesse assumere una forma culturale.
Era semplice, umile e laborioso; ciononostante, egli stesso si abbandonava a un’estrema prodigalità e a lussi insensati, e non obiettava quando vedeva coloro che lo circondavano abbandonarsi a spese e lussi dello stesso genere. Era profondamente religioso e osservava alla lettera ciascuna delle prescrizioni formali della legge islamica; ma sembrava riflettere assai raramente sul significato spirituale e sullo scopo di tali prescrizioni. Compiva con grande regolarità le cinque preghiere obbligatorie quotidiane e trascorreva ore della notte in profonda meditazione. Ma sembra che non gli sia mai venuto in mente che la salat è soltanto un mezzo e non il fine in sé. Amava parlare dei doveri del governante verso i propri sudditi e citava spesso queste parole del Profeta (pace su di lui): «Ogni uomo è un pastore cui è stata affidata la responsabilità del suo gregge»; ciononostante, aveva trascurato persino l’educazione dei propri figli e, di conseguenza, li aveva preparati ben poco ad assumere le responsabilità che li attendevano. Una volta, quando gli fu chiesto perché non avesse cercato di organizzare il suo Stato in modo più liberale, invece di costruirlo su basi così personali, affinché i suoi figli potessero ereditare una struttura amministrativa organizzata, rispose: «Ho conquistato il mio regno con la mia spada e grazie ai miei sforzi. Dopo di me, che i miei figli prendano le loro iniziative».
Ricordo una conversazione con il re che rivelò pienamente la sua miopia e la sua mancanza di visione amministrativa: ebbe luogo alla Mecca verso la fine del 1928, quando il famoso leader del movimento d’indipendenza siriano, l’emiro Shakīb Arslān, fece visita al re. Ibn Saud mi presentò con queste parole: «Questo è Muhammad Asad, mio figlio, appena tornato dalle regioni meridionali. Gli piace viaggiare tra i miei beduini».
L’emiro Shakīb non era soltanto un leader politico: i suoi interessi erano molteplici ed era un grande erudito. Quando seppe che ero europeo e avevo abbracciato l’Islam, si mostrò subito ansioso di conoscere le mie esperienze. Gli raccontai ciò che avevo visto nelle regioni meridionali, dove nessun altro europeo aveva mai viaggiato prima di me. Le enormi possibilità agricole di quella regione, le sue risorse idriche e il suo terreno fertile mi erano sembrati estremamente promettenti e, a questo proposito, rivolgendomi al re, dissi:
«O imam, sono assolutamente certo che Wadi Bisha potrebbe facilmente diventare il granaio capace di rifornire di grano tutto l’Hegiaz, se la regione fosse esaminata e sviluppata con metodi scientifici».
A queste mie parole il re si fece attento, perché una parte considerevole delle entrate del paese veniva spesa per importare grano destinato all’Hegiaz, e il disavanzo delle entrate era sempre stato la più grande preoccupazione di Ibn Saud.
«Quanto tempo occorrerebbe per sviluppare Wadi Bisha in questo modo?», mi chiese.
Non ero uno specialista e quindi non fui in grado di dare una risposta precisa. Suggerii di costituire una commissione composta da esperti tecnici stranieri, incaricata di esaminare la regione e presentare un piano realistico per il suo sviluppo. Osai dire che per ottenere un raccolto completo dalla zona sarebbero occorsi al massimo dai cinque ai dieci anni.
«Dieci anni!» esclama Ibn Saud. «Dieci anni sono un periodo lunghissimo! Noi beduini conosciamo una sola cosa: qualunque cosa ci capiti tra le mani, ce la mettiamo in bocca e la mangiamo. Pianificare per dieci anni dopo: per noi è qualcosa di enormemente lontano!»
A questo commento stupefacente, l’emiro Shakib mi fissò a bocca aperta, come se non riuscisse a credere alle proprie orecchie; e io, in risposta, lo fissai a mia volta con gli occhi immobili e spalancati…
Fu allora che cominciai a pormi questa domanda: Ibn Saud è un uomo nobile che il benessere e la regalità hanno distolto dalla nobiltà, oppure è semplicemente un individuo straordinariamente coraggioso e molto astuto, che non desidera altro se non il proprio potere personale?
Fino a oggi non sono riuscito a dare una risposta soddisfacente a questa domanda. Sebbene lo conosca da molti anni e lo conosca bene, un aspetto del carattere di Ibn Saud mi rimane ancora incomprensibile. Non è che egli sia abituato a nascondere in qualche modo i propri sentimenti agli altri; parla apertamente di sé e racconta spesso le proprie esperienze. Ma il suo carattere ha così tanti aspetti che è difficile comprenderlo facilmente, e dietro l’apparenza di semplicità che si vede dall’esterno si nasconde un cuore agitato come il mare, ricco quanto il mare stesso per quanto riguarda gli umori, le disposizioni d’animo e le contraddizioni interiori. La sua autorità personale è immensa; ma dipende meno dal potere effettivo che dalla forza del suo carattere. Nel parlare e nei modi non vi è in lui la minima traccia di arroganza. Il suo autentico spirito democratico lo aiuta a conversare con i beduini che arrivano indossando abiti sporchi, laceri e rattoppati, come se fosse uno di loro. Ed è proprio da questo spirito che trasse la capacità di concedere loro il diritto di rivolgersi a lui con il suo nome, «Abd al-Aziz». D’altra parte, può diventare rude e pieno di disprezzo anche verso gli alti funzionari, quando nota in loro un atteggiamento servile; odia ogni forma di ostentazione aristocratica. Mi viene in mente un episodio accaduto alla Mecca. Stavamo mangiando nella reggia, quando il capo di una delle famiglie più nobili del Najd arricciò il naso di fronte ai modi rozzi e beduini di alcuni Najdiani appena arrivati. Costoro inghiottivano con gioia grandi manciate di riso, avidamente; mentre quel nobile della Mecca, nel tentativo di dimostrare la finezza dei propri gusti, mangiava sollevando il cibo con la punta delle dita, all’improvviso si udì la voce del re: «Voi gente raffinata maneggiate il vostro cibo con tanta cautela: è forse perché siete abituati a frugare nella sporcizia con le dita? Noi gente del Najd non abbiamo paura delle nostre mani: le nostre mani sono perfettamente pulite, e per questo mangiamo con soddisfazione e a piene manciate».
Talvolta, quando è completamente abbandonato al riposo, un sorriso aleggia sul volto di Ibn Saud e, diffondendosi sulla bellezza del suo viso, gli conferisce una qualità quasi spirituale. Sono fermamente convinto che, se nella rigida dottrina wahhabita da lui seguita la musica non fosse considerata riprovevole, egli esprimerebbe se stesso proprio attraverso la musica. In realtà, però, manifesta la propria musicalità nelle sue brevi poesie, nei suoi vivaci racconti di esperienze e nei suoi canti di guerra e d’amore, diffusi per tutto il Najd: gli uomini li cantano mentre attraversano il deserto in groppa ai cammelli, e le donne li cantano nella solitudine delle proprie case. La sua musicalità si esprime anche nel ritmo regolare e flessibile con cui scorre la sua vita quotidiana, adeguato ai doveri della regalità. Come Giulio Cesare, possiede una straordinaria capacità di seguire simultaneamente molti fili di pensiero, e può farlo senza diminuire minimamente l’intensità con cui affronta ogni problema. È grazie a questa peculiare dote innata che riesce ad amministrare personalmente tutti gli affari del suo vasto regno senza cadere nella confusione né crollare per il troppo lavoro, e trova ancora il tempo e conserva l’interesse per abbandonarsi a un lusso così dispendioso in compagnia delle donne. La sottigliezza dei suoi sentimenti è talvolta quasi spettrale, agghiacciante. Possiede un’intuizione quasi infallibile, capace di penetrare fin nel cuore dei moti interiori delle persone con cui ha a che fare; come ho avuto spesso occasione di constatare personalmente, sembra comprendere i pensieri o i sentimenti di una persona prima ancora che essa li esprima a parole, e pare percepire l’atteggiamento di ciascuno nei suoi confronti non appena entra nella stanza. È grazie a questa capacità che Ibn Saud riuscì a sventare diversi tentativi accuratamente organizzati contro la sua vita e a prendere decisioni fortunate proprio sul posto, al centro degli avvenimenti politici.
In breve, Ibn Saud possiede molte delle qualità grazie alle quali un uomo può diventare grande; ma non ha mai fatto alcuno sforzo autentico per raggiungere la grandezza. Non essendo introspettivo per temperamento, possiede una straordinaria capacità di applicare il proprio giudizio razionale e di convincersi, di fronte a errori e mancanze assolutamente evidenti, di essere lui stesso sulla strada giusta. Per questo evita facilmente ogni forma di autoesame. Coloro che lo circondano — i suoi cortigiani e le innumerevoli persone che implorano favori e dipendono dalla sua generosità — certamente non hanno fatto nulla per contrastare questa sua sfortunata inclinazione.
Smentendo l’immensa promessa di quegli anni giovanili, quando sembrava il sognatore di sogni capaci di suscitare entusiasmo, forse senza rendersene conto ha spezzato il cuore di una nazione intonata su una nota elevata, una nazione desiderosa di considerarlo un capo inviato da Dio. Le aspettative che riponevano in lui erano così grandi che per loro è difficile accettare la delusione con indifferenza; molti tra i migliori abitanti del Najd oggi parlano con estrema amarezza del tradimento perpetrato, a loro giudizio, nei confronti della loro fede.
Non dimenticherò mai l’espressione di miseria e disperazione che vidi sul volto di un mio amico del Najd, un tempo ferventissimo nella sua fede nella leadership di Ibn Saud e compagno del re, nella buona e nella cattiva sorte, nei pericoli e nelle difficoltà, durante gli anni più duri della vita regale del sovrano; un giorno, parlando del re, mi disse:
-«In quei primi anni, quando uscivamo in spedizione con Ibn Saud, conducendo i cammelli contro Ibn Rashid, e quando uscivamo conducendo i cammelli sotto la bandiera recante il motto “La ilaha illallah” — “Non vi è divinità all’infuori di Allah” — contro quello Sharif Hussein, traditore dell’Islam, ci sembrava che Ibn Saud fosse un nuovo Mosè, destinato a liberare il suo popolo dai vincoli dell’ignoranza e della decadenza e a condurlo nella terra dell’Islam promesso. Ma quando dimenticò il suo popolo e il suo futuro e si stabilì nei comfort e nei lussi appena acquisiti, rabbrividendo per la paura ci accorgemmo che egli era un Faraone…».
Naturalmente, il mio amico era stato eccessivamente… addirittura smisuratamente aspro, persino ingiusto, nel condannare Ibn Saud; perché egli non è un Faraone, non è un tiranno; è un uomo misericordioso e non ho alcun dubbio che ami il suo popolo. Ma ciò non significa che sia Mosè. Il suo fallimento consiste piuttosto nel fatto che non è riuscito a raggiungere la grandezza che il suo popolo aveva immaginato in lui — e non è diventato ciò che probabilmente sarebbe potuto diventare se avesse seguito le trombe della giovinezza. Il suo paragone è un’aquila che non ha mai spiegato le ali nel cielo.
È rimasto, in misura molto… molto più grande, soltanto un magnanimo capo tribale…. [Poco dopo il completamento di questo libro (1935), Ibn Saud morì all’età di 73 anni e, con la sua morte, ebbe immediatamente fine un’epoca della storia araba. Quando lo incontrai per l’ultima volta, nell’autunno del 1951 (durante una visita ufficiale in Arabia Saudita per conto del governo pakistano), mi sembrò che finalmente fosse divenuto consapevole del tragico spreco della propria vita. Il volto che un tempo era stato così fermo e vivace era diventato amaro e impassibile. Parlò di sé — sembrava parlare di qualcosa che era già morto e sepolto, qualcosa che non poteva più essere riportato in vita!]
Tre
La mattina in cui lasciai Ha’il, mi svegliò una musica dai toni acuti che giungeva attraverso la finestra aperta della stanza della mia fortezza: un canto, un cinguettio, una musica così disordinata e inesperta, come se centinaia di strumenti a corda e flauti stessero accordandosi prima dell’inizio di una magnifica opera: il breve ritmo dissonante di melodie separate e ricche di variazioni, così numerose e così disciplinate da sembrare aver suscitato l’armonia di un suono misterioso, quasi spettrale.…. Ma doveva certamente trattarsi di una gigantesca orchestra, e per questo le onde sonore che ne scaturivano erano così possenti….
Quando andai alla finestra e guardai fuori — sul mercato deserto e, oltre il mercato, verso il grigiore dell’alba che lentamente si schiudeva sulle case color terra della città; guardai ai piedi delle montagne, dove crescono i tamerischi e file di palme da dattero — allora compresi che era la musica dei pozzi per l’acqua nei giardini: ce n’erano forse centinaia, e stavano appena iniziando il lavoro della giornata. I cammelli tiravano su l’acqua trascinando enormi otri; le corde per sollevare l’acqua passavano su pulegge di legno rozze e irregolari, e ogni puleggia sfregava contro il proprio asse di legno, cantando, suonando come un flauto, cigolando e sibilando in una moltitudine di toni alti e bassi, finché il giro della corda non si era completamente svolto e la puleggia si fermava; subito si levava un fragore terribile, simile a un grido, e quel grido si dissolveva lentamente nei sospiri delle corde, ai quali ora si mescolava impetuosamente il rapido corso dell’acqua diretta verso il recipiente di legno; poi il cammello si voltava di nuovo e tornava lentamente al pozzo, e la puleggia riprendeva a creare la sua musica, mentre le corde scivolavano su di essa e l’otre scendeva a immergersi nel pozzo.
Poiché i pozzi erano così numerosi, quella musica non aveva neppure per un istante una pausa; le diverse corde talvolta si fondevano in un unico suono, talvolta si separavano; quando alcune melodie iniziavano con rinnovato vigore, tutte le altre svanivano lentamente. Sembrava che intere fontane di ritmi incomprensibili scorressero simultaneamente e, separate l’una dall’altra, ruggissero producendo cigolii, fischiando e cantando — che meraviglia! Che orchestra grandiosa! Questa armonia non era stata creata da un progetto umano e perciò la sua eccellenza e la sua grandezza erano quasi prossime a quelle della natura, la cui volontà è inconoscibile e impenetrabile.
La via di mezzo
Uno
Abbiamo lasciato Hail e, cavalcando i cammelli, ci siamo diretti verso Medina: ora siamo in tre, perché uno degli uomini di Ibn Musa, Mansur al-Assaf, ci accompagna per un tratto del viaggio con un ordine dell’«emiro».
Mansur è così bello che, se uscisse per una strada di una qualsiasi città occidentale, tutte le donne fremerebbero dal desiderio di guardarlo. È molto alto, ha il volto forte e virile, e i lineamenti straordinariamente lisci. La sua pelle è di un bruno chiaro, segno infallibile, tra gli arabi, di nobili origini; i suoi due occhi neri, ben formati, scrutano il mondo con interesse da sotto le sopracciglia unite. In lui non c’è nulla del fascino di Zayd né della sua serena indifferenza; le linee del volto rivelano che Mansur possiede impulsi violenti, sebbene tenuti sotto controllo, e gli conferiscono un’aria malinconica del tutto diversa dalla mite gravità del mio amico Shammar. Tuttavia, come Zayd, anche Mansur ha visto molto del mondo, e la sua compagnia è davvero piacevole.
Ora siamo giunti, lasciata la sabbia del Nufud, in una zona di ciottoli grigi e giallastri, e qui vediamo ogni sorta di piccoli animali che riempiono il luogo: piccole lucertole grigie corrono serpeggiando a una velocità incredibile tra le zampe dei nostri cammelli, cercano rifugio sotto un cespuglio spinoso e, mentre proseguiamo lasciandole da parte, ci fissano con occhi ardenti; vediamo piccoli topi campagnoli grigi, gonfi e dalla coda grossa, alquanto simili a scoiattoli, e le marmotte, loro parenti, la cui carne è molto apprezzata dai beduini del Najd. Tra i cibi deliziosi e straordinariamente teneri che ho assaggiato finora, la loro carne è una delle migliori. Vi è inoltre un rettile lecito, lungo circa un piede, chiamato «dabb»: questo animale vive nutrendosi delle radici delle piante e la sua carne ha un sapore a metà tra quello del gallo e quello del pesce. Vediamo scarabei stercorari quadrupedi, grandi quanto un piccolo uovo di gallina, spingere con commovente pazienza una pallina di sterco secco di cammello; appoggiando il peso del corpo sulle zampe anteriori, la spingono all’indietro con le robuste zampe posteriori. E così trasportano con immensa fatica verso la loro dimora questo prezioso tesoro trovato; ogni volta che un sassolino blocca loro la strada, cadono supini a terra e, dopo molte difficoltà, rotolano fino a rimettersi in piedi, spingono per qualche altro centimetro il loro possesso, ricadono supini, si rialzano e riprendono il lavoro, instancabili, inesauribili… Talvolta un coniglio grigio avanza a lunghi balzi da sotto i cespugli grigi. Una volta vedemmo alcuni cervi, ma erano così lontani che non fu possibile sparare; scomparvero nell’ombra grigio-azzurra tra due montagne.
—O Muhammad, mi dica —domanda Mansur—, come ha fatto a stabilirsi tra gli arabi? E come ha fatto ad accettare l’Islam?
—Ti dirò come è accaduto —interviene Zayd a metà—: dapprima aveva cominciato ad amare gli arabi e, amando loro, finì per amare anche la loro religione. Zio, non è forse così?
—Ciò che ha detto Zayd è vero, Mansur. Molti anni fa, quando arrivai in terra araba, fui attratto dal vostro modo di vivere. E quando cominciai a chiedermi che cosa pensaste e in che cosa credeste, allora scoprii che cosa fosse l’Islam!
—Ma, o Muhammad, capì d’un tratto che l’Islam era la vera parola di Allah?
-«No, non è così; non giunsi a questa consapevolezza tanto presto. Allora non credevo affatto che Allah avesse parlato direttamente agli uomini, né che i libri che gli uomini sostengono essere la Sua parola fossero qualcosa di più che libri di uomini sapienti…».
Mansur mi guarda con la massima incredulità: «Come può essere, Muhammad? Non hai mai creduto né nel Libro portato da Mosè, né negli insegnamenti di Hazrat Isa? Eppure ho sempre pensato che gli occidentali, per quanto riguarda queste cose, ci credessero».
-«Alcuni ci credono, Mansur, e altri no; e io ero uno di questi ultimi…».
E gli spiego che, da molto tempo, in Occidente molte persone non considerano più il proprio Libro, né insieme ad esso le scritture sacre altrui, come la vera rivelazione o parola di Allah. Al contrario, vi vedono la storia delle speranze e delle aspirazioni religiose dell’uomo, sviluppatesi nel corso di moltissime epoche.
-«Ma questa mia concezione subisce un terribile scossone non appena vengo a conoscere un po’ l’Islam», proseguo riprendendo il filo del mio discorso. «Questa conoscenza ebbe inizio quando vidi che i costumi di vita dei musulmani erano completamente diversi da quello che, secondo gli europei, dovrebbe essere il modo di vivere degli esseri umani; e ogni volta che imparavo qualcosa in più sugli insegnamenti dell’Islam, mi sembrava di aver scoperto qualcosa che avevo sempre saputo senza saperlo…».
E così continuo a raccontare a Mansur del mio primo viaggio in Medio Oriente:—di come, nel deserto del Sinai, avevo maturato la mia prima impressione sugli Arabi,, e di ciò che; in Palestina,, in Egitto,, in Transgiordania e in Siria vidi,, e provai,, questo è il racconto;; di come’a Damasco ebbi per la prima volta il presagio che, il cammino verso una verità allora ancora inconcepibile, si stava lentamente schiudendo davanti a me, e di come, dopo il viaggio in Turchia, tornai in Europa e mi resi conto, che per me era difficile tornare a vivere nel mondo occidentale; perché, da un lato,…ero ansioso di comprendere il profondo significato del sorprendente disagio suscitato in me dal primo incontro con i popoli arabi e la loro cultura, nella speranza che, ciò mi aiutasse a comprendere più intimamente ciò che io stesso mi aspetto dalla vita, d’altra parte,, ero giunto a un punto in cui questa verità, ai miei occhi, era diventata sempre più evidente:, le speranze della società occidentale–e le sue aspirazioni e i suoi obiettivi, non avrei mai più potuto considerarli come miei.
Nella primavera del 1924 ‘Frankfurter Zeitung’ mi invia per la seconda volta in Medio Oriente. Descrivendo i miei viaggi precedenti, il libro che avevo cominciato a scrivere alla fine fu completato. (Pochi mesi dopo la mia partenza per il Medio Oriente, il libro fu pubblicato con il titolo Unromantisches Morgenland–. Con questa scelta del titolo intendevo dire, che il libro non era un’immagine romantica ed esotica dell’aspetto esteriore dell’Oriente musulmano, bensì un tentativo di raggiungere il cuore delle verità reali della sua vita quotidiana. Sebbene l’atteggiamento antisionista del libro–e la simpatia insolita per gli arabi avessero suscitato una certa agitazione nella stampa tedesca, tuttavia, a mio parere,, il libro non ebbe grande successo.
Attraversai ancora una volta il Mediterraneo. Davanti a me apparve la costa egiziana–parte. Il viaggio in treno da Port Said al Cairo mi parve come sfogliare le pagine di un libro illustrato. Tra il Canale di Suez e il lago Manzala, il pomeriggio egiziano aveva svelato il suo carattere. Anatre selvatiche nuotavano nell’acqua e i tamerici agitavano i loro splendidi rami semicircolari raggruppati. Nella pianura si susseguivano villaggi dopo villaggi–che dapprima erano sabbiosi e qua e là ricoperti d’erba. Nei campi primaverili, avanzando con passo pigro, trascinava l’aratro, a passi lunghi e regolari, con il koss in testa, le braccia, entrambe’le due’abbandonate ai lati, allora mi dissi che nulla, in tutto il mondo—la vettura più perfetta, o il ponte più superbo, o il libro più profondo–può sostituire la bellezza di questo genere, dell’Oriente perduto in Occidente e già minacciato–la vera essenza dell’uomo e l’espressione di una magica armonia tra lui e il mondo che lo circonda…।
Questa volta viaggiavo in prima classe. Nel mio scompartimento, oltre a me, c’erano soltanto altri due’uomini:, un commerciante greco di Alessandria–che, con quella caratteristica comune a tutti gli abitanti della costa orientale del Mediterraneo di intavolare facilmente una conversazione, in pochissimo tempo mi coinvolse in un’appassionata discussione;, faceva spiritosi commenti su tutto ciò che vedevamo; e un egiziano‘ʿumda’cioè un capo villaggio,–il cui costoso caftano di seta e la spessa catena d’oro dell’orologio, che sporgeva da sotto la sciarpa, lo facevano chiaramente sembrare un uomo ricco;, si capì, che era proprio un completo ignorante, e di ciò era felice!! A dire il vero,, benché si fosse unito alla nostra conversazione, nel corso della discussione dimostrava anch’egli la sua acuta intelligenza e, nel dibattito con il mercante greco,– dava ripetutamente prova della sua abilità.
Ricordo, che stavamo discutendo di alcuni’principi sociali dell’Islam riguardo ai quali egli, a quel–tempo, dominava profondamente il mio pensiero. Il mio compagno greco non riusciva ad accordarsi pienamente con la mia rispettosa ammirazione per la giustizia sociale della legge islamica.
–‘Per quanto lei lo consideri equo, in realtà non è così equo, amico!’ –Avevamo già cominciato a parlare in francese. Per comodità del nostro compagno di viaggio egiziano, il mio amico greco tornò a parlare arabo e, rivolgendosi a me, disse, ‘voi dite, che la vostra religione è una religione molto giusta. Allora puoi’dire perché l’Islam permette a un musulmano di sposare una ragazza cristiana o ebrea, mentre non accetta che le proprie figlie e sorelle sposino un cristiano o un ebreo? Vuoi chiamare questo giustizia, eh?
–‘Certamente’, senza esitare per un istante, il madman vestito in modo sfarzoso–dice, ‘Ascolta! te lo dico, perché questa disposizione è prevista dalle nostre norme religiose. Noi, musulmani, non crediamo che, Gesù–che Allah lo ricopra della Sua misericordia–fosse il Figlio di Allah. Tuttavia riteniamo che. fosse un vero profeta di Allah. Proprio come riteniamo che Mosè, Abramo e tutti gli altri menzionati nella Bibbia fossero profeti. Proprio come fu inviato l’ultimo profeta, il venerabile Muhammad, allo stesso modo furono inviati anche tutti i profeti, allo stesso modo tutti i profeti furono inviati all’umanità. Pertanto, se una ragazza ebrea o cristiana sposa un uomo musulmano, può essere certa che, per lui, coloro che sono sacri–tutte le persone sacre, nella sua nuova famiglia non verrà pronunciata alcuna parola irrispettosa nei confronti di nessuno di loro; mentre è certo che, se una ragazza musulmana sposa un non musulmano, allora finirebbe per insultare colui che ella crede essere il Messaggero di Allah…e persino i suoi stessi figli potrebbero insultarlo, perché non è vero che, i figli seguano generalmente la religione del padre! Credi davvero che sarebbe giusto spingere una ragazza musulmana verso una simile sofferenza e umiliazione?’
Quando il vecchio greco scrollò impotente le spalle; ma non riuscì a trovare alcuna risposta. Mi parve, che questo semplice analfabeta ‘pazzo’ , che, con l’ausilio del particolare buon senso di cui è dotato il suo popolo,–avesse toccato il cuore stesso di una questione assai importante e, per la seconda volta, io, come era accaduto nel caso di quel vecchio ‘ḥāǧǧ’di Gerusalemme, mi resi conto, che una nuova porta verso l’Islam sembrava aprirsi per me.
Con la mia mutata situazione finanziaria, ora posso condurre al Cairo uno stile di vita–che mi era possibile sostenere, e che pochi mesi fa sarebbe stato per me inconcepibile. Ora non devo più contare le monete da un quarto di–anna. Durante il mio primo soggiorno in questa città, quando dovevo sostentarmi con pane,, olive e latte,, il ricordo di quel periodo l’ho dimenticato. Ma sotto un aspetto ho mantenuto intatta la mia fede nella ‘tradizione’del mio passato: invece di soggiornare in uno dei quartieri lussuosi del Cairo, affitto alcune stanze proprio nella casa della mia vecchia amica,, quella corpulenta donna di Trieste. Quando mi vede, la donna mi accoglie tendendo le’braccia e mi bacia sulle due guance con affetto materno.
Il terzo giorno dopo il mio arrivo qui,, mentre il sole tramontava,, udii il sordo boato di un cannone provenire dalla fortezza. In quel momento, nella moschea della cittadella, ai due’lati, rivolti verso il cielo, si innalzavano–i due’minareti, sulle cui gallerie più alte balzò un cerchio di luce, e tutti i’minareti delle moschee della città si adornarono di ghirlande luminose dello stesso tipo,, e su ciascun minareto apparve un analogo cerchio di luce. Attraverso la vecchia Cairo si propagò una straordinaria animazione e–agitazione,–i passi degli abitanti della città divennero più rapidi e, insieme, più gioiosi–e vivaci, mentre si facevano più forti i molti e svariati suoni delle strade: sentite, e quasi potete udire, ovunque l’onda sonora di una nuova eccitazione!!
E tutto accadde perché, la luna annunciò l’arrivo di un nuovo mese (poiché il calendario islamico segue i mesi e gli anni lunari) e il mese è il Ramadan, il mese più solenne e importante dell’anno islamico. Questo mese ricorda il tempo di oltre milletrecento anni fa, quando, secondo il racconto della storia,, il Messaggero di Dio ricevette la prima rivelazione del–Corano. Ogni musulmano osserverà rigorosamente il digiuno in questo mese–questa è la prescrizione; tutte le donne, tranne le malate,–e tutti gli uomini sono tenuti ad astenersi dal cibo e dalle bevande (persino dal fumo,) che sono vietati, per tutti i lunghi trenta giorni, a partire dal momento in cui la striscia di luce appare all’orizzonte orientale prima dell’alba, fino al tramonto. Durante questi trenta giorni gli abitanti del Cairo camminano con tale luce negli occhi che, come se fossero stati elevati in una regione sacra. Per trenta notti sentirete il fragore dei cannoni, le melodie della musica e il festoso clamore, mentre le moschee brillano di luci fino all’arrivo del giorno.
Ho appreso che lo scopo di questo mese di Ramadan è duplice:’dovete rinunciare al cibo e all’acqua allo scopo di poter sentire anche voi, nel vostro stesso corpo,, ciò che sentono i poveri e gli affamati. In questo modo si sviluppa nella coscienza umana il senso della responsabilità sociale, fondato su un principio religioso fondamentale.
Nel mese di Ramadan, il digiuno ha anche lo scopo di coltivare l’abitudine all’autodisciplina nella vita–che costituisce un aspetto dell’etica razionale, alla quale è stata attribuita particolare importanza in tutti gli insegnamenti dell’Islam (come, nel proibire completamente ogni tipo di sostanza stupefacente, perché l’Islam ritiene che le sostanze stupefacenti siano un mezzo fin troppo facile per sottrarsi alla coscienza e al senso di responsabilità). Questi due’elementi — cioè la fraternità umana e l’autodisciplina imposta dall’individuo–— cominciarono gradualmente a delinearmi con chiarezza il profilo della concezione morale dell’Islam.
Qual è il vero significato dell’Islam e che cosa vuole l’Islam, nel tentativo di farmene un quadro più completo, trassi grande beneficio dalle spiegazioni e dalle analisi che alcuni amici musulmani del Cairo seppero offrirmi. Tra loro, il più autorevole era lo shaykh Mustafa Ala Maraghi, uno dei maggiori studiosi islamici dell’epoca e, senza dubbio, tra gli–ʿulamāʾ dell’Università di al-‘Azhar’era il più dotato. (Pochi anni dopo fu rettore di al-–Azhar). Probabilmente allora aveva un’età compresa tra i quaranta e i cinquant’anni, ma nel suo possente corpo muscoloso c’erano l’agilità e l’energia vitale di un giovane di vent’anni. Nonostante la sua erudizione e la sua gravità, non perse mai, neppure per un istante, il senso dell’umorismo. Era stato allievo del grande riformatore egiziano Muḥammad ʿAbduh e, nella sua giovinezza,–ebbe come fonte d’ispirazione, l’uomo ardente Jamāl al-Dīn al-Afghānī; lo shaykh al-–Maraghi era a sua volta un pensatore di straordinaria acutezza e dotato di grande discernimento. Non mancava mai di sottolineare che, i musulmani dei tempi recenti si sono davvero allontanati molto dagli ideali della loro religione e che nulla può essere più assurdo che valutare le possibilità degli insegnamenti di Muḥammad secondo i criteri della vita e del pensiero dei musulmani di oggi.
‘Proprio come, sarebbe sbagliato, ‘diceva, ‘vedere nel comportamento privo d’amore dei cristiani gli uni verso gli altri una negazione del messaggio d’amore di Gesù…।
Con questo monito, lo shaykh al-–Maraghi mi fece conoscere al-Azhar.
Emergendo dal clamore della folla di Mouski Street, il mercato più antico del Cairo, arriviamo a una piccola piazza isolata e appartata–di cui un lato è costituito da, al-–Azhar,, la semplice e ampia facciata della moschea. Attraverso un cancello a due battenti e un cortile ombreggiato–entriamo nel cortile della moschea vera e propria. Un grande quadrilatero, circondato da arcate di mihrab molto antiche. Con il turbante in testa,, con lunghe‘jubbe’nere indosso,, gli studenti sono seduti sulle stuoie e leggono a bassa voce i loro libri e manoscritti. Di fronte,, sotto l’ampio tetto della moschea,–si tiene una lezione nella sala coperta. Alcuni maestri sono seduti anch’essi su stuoie di paglia,, sotto le colonne,, lunghe file attraversano la sala, e davanti a ciascun maestro un gruppo di studenti è seduto in ginocchio a semicerchio. Il professore non alza mai la voce, perciò,, per non perdere nemmeno una delle sue parole, sono necessari grande attenzione e profonda concentrazione. È naturale per chiunque pensare che, una concentrazione di questo genere non possa che favorire la vera erudizione. Ma lo shaykh al-—Maraghi distrusse ben presto quella mia erronea convinzione.
–‘Vede quei ‘“sapienti”’?? mi chiede, ‘Sono come quelle vacche sacre dell’India, che, a quanto ho sentito, quando trovano della carta stampata per strada, la mangiano tutta……Sì, continuano a ingoiare avidamente le pagine stampate di tutti quei libri scritti centinaia di anni fa, ma non digeriscono mai nulla. Ormai non pensano più con la propria testa. Non fanno che leggere e ripetere, continuando a leggere e ripetere senza sosta, generazione dopo generazione.’
‘Ma, Shaykh Mustafa’intervengo chiedendo, ‘qualunque cosa–sia, Al-Azhar è pur sempre il principale centro dell’istruzione islamica e la più antica università del mondo. Trovo il suo nome in quasi ogni pagina della storia della civiltà musulmana. Che cosa pensa dei pensatori, dei teologi, degli storici, e dei filosofi e matematici che questa università ha prodotto negli ultimi dieci secoli??
–‘Ma da alcuni secoli al-–Azhar non genera più intellettuali di questo genere’. Dice con rammarico lo shaykh:, ‘Tuttavia,–forse non è del tutto vero;; anche in tempi recenti, di tanto in tanto, dall’al-–Azhar sono emersi alcuni pensatori indipendenti. Ma, in linea generale, è vero che, l’intero mondo musulmano–soffre di sterilità; anche al-Azhar ne è stato vittima—e della sua antica spinta e ispirazione oggi non resta altro che il loro spegnimento. Voi avete menzionato alcuni antichi pensatori musulmani; essi non avrebbero mai nemmeno sognato che, dopo molti secoli, la continuità del loro pensiero sarebbe stata mantenuta senza, conservarne la continuità né svilupparlo,, ma soltanto lo si sarebbe ripetuto più e più volte,, come se fossero verità assolute e infallibili.! Se vogliamo un cambiamento in meglio,, allora’anziché l’attuale imitazione del pensiero, ‘dovremo incoraggiare il pensiero indipendente….।
Al-–Azhar; riguardo alle sue caratteristiche, l’acuta osservazione dello shaykh al-—Maraghi, mi aiuta a comprendere una delle cause più profonde del declino culturale che incontrerete ovunque nel mondo musulmano. L’inerzia di questa antica università nel campo del sapere–non si riflette forse, in varia misura, nell’attuale sterilità sociale dei musulmani?? Non vediamo forse un’altra forma di questa inerzia mentale, nel fatto di accettare quasi passivamente e pigramente quella miseria superflua nella quale vivono molti musulmani? sopportando a denti stretti le ingiustizie sociali inflitte loro.
E allora è davvero sorprendente, mi chiedo, che in Occidente siano nate tante idee errate, proprio perché ci si è rafforzati con prove così concrete del declino dei musulmani? La concezione dell’opinione pubblica occidentale riguardo all’Islam–può essere descritta in breve così: la causa principale della caduta dei musulmani è proprio l’Islam, che, lungi dall’essere un ideale religioso paragonabile al cristianesimo o all’ebraismo, è piuttosto un miscuglio informe, di cecità desertica, di grossolana sensualità, di superstizione e di ottuso fatalismo, che impedisce ai seguaci dell’Islam di partecipare alla marcia dell’umanità verso condizioni sociali più evolute e nobili; L’Islam non solo non libera la–mente umana dal pregiudizio o dall’ostilità verso l’indagine–ma non la libera affatto, anzi rafforza ulteriormente tale ostilità. Perciò, quanto prima le nazioni musulmane si libereranno dalla schiavitù delle credenze islamiche e delle pratiche sociali–e saranno disposte ad adottare lo stile di vita occidentale–e accetteranno di adottare lo stile di vita occidentale, tanto meglio sarà per loro–e anche per il resto del mondo……।
A quel punto, sulla base delle mie osservazioni personali, ero giunto alla convinzione che, la concezione che il comune occidentale ha dell’Islam è del tutto distorta. In ogni pagina del Sacro Corano ho trovato non una concezione «materialistica rozza» dell’universo, bensì‘materialistica rozza’ concezione, bensì una coscienza profonda e intensa di Allah,, la cui espressione si manifesta nell’accettazione razionale–di tutta la natura creata da Allah,–nonché in un bello equilibrio tra gli impulsi intellettuali e sensoriali,, le esigenze spirituali e quelle sociali.! Mi divenne chiaro come la luce del giorno: la caduta dei musulmani non è dovuta ai difetti dell’Islam,–né alle sue deviazioni,, bensì al nostro fallimento nel vivere–secondo l’ideale dell’Islam.
Perché, è infatti vero che, fu proprio l’Islam a condurre la civiltà dei primi musulmani alle vette dorate dell’eccellenza, indirizzando la loro energia operosa verso il pensiero consapevole;Questo pensiero consapevole è l’unico mezzo per comprendere la natura della creazione di Allah e il Suo intento. Non fu chiesto ai musulmani di credere in un, «dogma»‘incomprensibile’e persino inaccessibile alla ragione; In realtà, negli insegnamenti del Profeta non c’è posto per alcuna forma di cieca credenza. Ed è per questo che la sete di conoscenza che ha caratterizzato la storia musulmana, non si è manifestata, come in altre regioni del mondo,, attraverso una dolorosa lotta contro le credenze religiose tradizionali. Al contrario, si può dire, che essa sia nata proprio da quella religione. Il Profeta d’Arabia proclamò: la ricerca della conoscenza è il più sacro dovere di ogni musulmano–e di ogni musulmana’; E tra i suoi seguaci fu instillata la convinzione che, solo attraverso l’acquisizione della conoscenza sia possibile adorare pienamente Allah. Allah non fa sorgere alcuna malattia senza crearne’il rimedio’, –Quando rifletterono profondamente su queste parole del Profeta, compresero che, cercando rimedi sconosciuti’potevano contribuire a realizzare sulla Terra il proposito di Allah, e così la ricerca medica assunse ai loro occhi la sacralità di un dovere religioso. Lessero il seguente versetto del—Corano:‘«Ho creato ogni essere vivente dall’acqua» –e, cercando di penetrare il significato di queste parole, iniziarono a studiare gli esseri viventi e il loro sviluppo, e così posero le basi della–biologia. Il Corano richiama l’attenzione sull’armonia delle stelle e dei loro movimenti come manifestazione della gloria del Creatore, e così i musulmani accolsero l’astronomia e la matematica—con un tale interesse–e fervore, mentre nelle altre religioni essi erano riservati soltanto alla preghiera. Il metodo di Copernico–che dimostra la rotazione della Terra sul proprio asse e la rivoluzione dei pianeti intorno al Sole, si sviluppò in Europa soltanto agli inizi del XVI secolo (e fu contrastato dai teologi con estrema veemenza, perché ritenevano che contraddicesse gli insegnamenti letterali della Bibbia) ma le basi di questo metodo erano state poste già seicento anni prima, nei paesi musulmani,–perché già nel IX e X secolo gli astronomi musulmani erano giunti alla conclusione che la Terra fosse sferica e ruotasse sul proprio asse. Furono capaci di calcolare con precisione latitudine e longitudine, e molti di loro sostenevano, che la Terra ruotasse intorno al Sole; e per questa loro affermazione non furono accusati di eresia. Si dedicarono così alla fisica, alla chimica e alla fisiologia e si impegnarono anche nello studio delle altre scienze. È superfluo dirlo,, fu proprio in questi campi che il genio musulmano lasciò i suoi monumenti più duraturi. Nel costruire questi monumenti, seguirono i consigli del loro Profeta, e non fecero nulla di più. Il consiglio del Profeta era questo: «Se qualcuno si mette in cammino alla ricerca della conoscenza,, Allah gli rende agevole la via del Paradiso»;’, ‘«Lo scienziato cammina sulla via di Allah»;’ ‘«La dignità dell’inchiostro della penna è più sacra persino del sangue del martire».
Durante l’intera epoca creativa della storia musulmana, cioè nei primi cinquecento anni dopo il Profeta, più grande della civiltà musulmana, nel campo della conoscenza,–della scienza e dell’istruzione non vi fu alcun mecenate più grande; Fatta eccezione per i–Paesi in cui l’Islam deteneva il potere supremo–non vi era altrove un rifugio più sicuro.
Allo stesso modo, la vita sociale fu influenzata dagli insegnamenti del Corano, mentre l’Europa cristiana, ogni volta che scoppiava un’epidemia, pensava che fosse l’ira di Allah, alla quale non restava che sottomettersi. Anche allora, e molto tempo prima, i musulmani seguivano questa direttiva del loro Profeta:, per prevenire le epidemie, le città e le regioni colpite dovevano essere isolate dalle zone sane–e quando, i re,–i sovrani e gli aristocratici del mondo cristiano consideravano il bagno quasi una volgare forma di lusso, anche allora, persino nella più povera casa musulmana c’era almeno un bagno, e in ogni città musulmana c’erano bagni dotati di ogni servizio per il pubblico (per esempio, nella sola Cordova, nel IX secolo, ce n’erano trecento’bagni). E tutto ciò veniva fatto per mettere in pratica un insegnamento del Profeta:‘La pulizia–è parte della fede’. Quando il musulmano godeva delle cose belle della vita terrena, non si trovava in conflitto con le esigenze della vita spirituale, perché il Messaggero di Allah ((pace e benedizioni su di lui))-insegnava che‘Allah ama vedere i segni della Sua ricchezza nella vita dei Suoi servi.’
In breve, l’Islam offrì una potente ispirazione, a conseguire risultati nel campo culturale,–che occupano una delle pagine più gloriose della storia dell’umanità,, e l’Islam crea questa ispirazione riconoscendo la crescita e rifiutando l’agnosticismo. Ciò non significa passività, bensì attivismo; non ascetismo, bensì vitalismo. Pertanto, c’è ben poco da meravigliarsi che, non appena l’Islam oltrepassò i confini dell’Arabia, cominciò rapidamente a conquistare nuovi seguaci. Gli abitanti della Siria e del Nord Africa, cresciuti nel cristianesimo predicato da Paolo e Agostino, che nutriva odio–e disprezzo per la vita terrena, e, qualche tempo dopo, la gente della Spagna visigota si trovò improvvisamente di fronte a un ideale che, ‘“peccato originale”’rifiutava la cecità della fede e attribuiva importanza alla dignità innata della vita terrena dell’uomo; e per questo cominciarono a radunarsi in numero sempre crescente, accanto a questo ideale di vita–che insegnava loro:–l’uomo è il rappresentante di Allah sulla terra. Questa è–la spiegazione, delle straordinarie vittorie dell’Islam nell’alba gloriosa della sua storia, non la leggenda della conversione degli uomini con la forza della spada.’
I musulmani non conferirono grandezza all’Islam, fu l’Islam stesso a dare grandezza ai musulmani. Ma nel momento in cui la loro fede divenne un’abitudine, non fu più il programma della loro vita, non fu più, un programma da seguire consapevolmente, allora , l’impulso creativo presente alla base della loro civiltà cominciò a declinare e finì per portare inattività, sterilità e decadenza culturale.
La nuova intuizione che avevo acquisito e i progressi che stavo compiendo in arabo ((avevo incaricato uno studente di al-–Azhar di leggermi ogni giorno)) mi fecero pensare, che ora ero in possesso di qualcosa che si potrebbe definire la chiave della mentalità musulmana. Solo pochi’mesi prima avevo scritto nel mio libro: «‘nessun europeo può farsi consapevolmente un’idea dell’intero quadro»’ , non mi fu più possibile sentirmi altrettanto sicuro a tale riguardo; perché , ora questo mondo musulmano può liberarsi in parte dalle abitudini di pensiero occidentali e accettare la possibilità che, queste abitudini di pensiero non siano forse le uniche accettabili, allora anche il mondo musulmano, un tempo così estraneo, può diventare intelligibile……।
Tuttavia, benché mi rendessi conto, che molte cose dell’Islam parlavano al mio intelletto e ai miei sentimenti innati,, non ritenni tuttavia auspicabile, che quel metodo, non escogitato dalla sua stessa immaginazione,, fosse qualcosa a cui tutti i pensieri di una persona intelligente, per tutta la vita,–dovessero adattarsi nella loro visione complessiva della vita.
–‘Mi dica,, shaykh Mustafa,, una volta dissi al mio erudito amico al-—Maraghi,, che necessità c’è per una persona di confinarsi entro un particolare insegnamento e alcune specifiche istruzioni?? Non sarebbe forse meglio affidare tutti gli impulsi morali alla voce interiore??
–“Giovane amico, ciò che mi chiedete, è in realtà questo, a che serve una religione istituzionale? La risposta è molto semplice. Pochissimi–soltanto i profeti,–hanno la vera capacità di comprendere ciò che la voce interiore dice loro nel cuore. La maggior parte di noi è prigioniera dell’interesse personale e dei desideri–nella rete delle brame, e se ciascuno di noi seguisse ciò che il proprio cuore dice, se tutti noi ci attenessimo a questo, allora ci troveremmo di fronte a un caos morale generale e non potremmo concordare su alcun modo di comportarci–Naturalmente, potreste chiedere, se esista qualche eccezione a questa regola generale: gli illuminati ritengono, di non aver bisogno di essere «‘guidati»’dagli altri riguardo a ciò che devono considerare buono o cattivo. Ma anche allora vi chiedo–molte persone–anzi, moltissime persone, non rivendicheranno forse per se stesse questo speciale diritto? E quale ne sarà il risultato?”
…. ….. …… … . …. …
Sono ormai da quasi sei’settimane che sono al Cairo. Nel frattempo ho avuto di nuovo la malaria. L’anno precedente ero stato colpito duramente dalla malaria in Palestina. La febbre cominciò con mal di testa, capogiri e dolori in tutto il corpo, e alla fine della giornata fui costretto a stendermi supino sul letto;; non mi rimase neppure la forza di sollevare le braccia. La mia padrona di casa, la signora Vitelli, si mise a correre intorno a me, così agitata–e affaccendata, che mi parve quasi godesse della mia impotenza!! In realtà, la sua preoccupazione per me era sincera, e genuina. Mi diede da mangiare latte caldo, e mi mise sulla testa impacchi d’acqua fredda; ma quando le dissi che sarebbe stato opportuno chiamare un medico, si infiammò completamente per la rabbia e il disgusto:
–“Dottore? Dottore? Ma neanche per sogno! Che cosa ne sanno, questi macellai, della malaria? Ne so più di ciascuno di loro. Il mio defunto secondo marito morì di questa malattia in Albania. Restammo per alcuni anni a Durazzo. Quel pover’uomo soffriva spesso di dolori molto più atroci dei tuoi–ma aveva sempre fiducia in me……
Ero così sfinito che, non avevo alcuna forza per discutere. Così, come desiderava lei, bevvi una miscela vigorosa di liquore greco e chinino–non pillole ricoperte di zucchero, ma medicina in polvere assolutamente pura, la cui amarezza mi faceva rabbrividire più della febbre. Comunque, forse sembrerà sorprendente a dirlo, avevo piena fiducia, nella signora Vitelli, nonostante il riferimento’funesto al suo defunto secondo marito.
Quella notte, mentre tutto il mio corpo bruciava per la febbre,all’improvviso udii una musica dolce, e profonda provenire dalla strada–la musica di un ‘organo a manovella’ che suonava.
Questo organo non è uno di quei comuni organi a cilindro dotati di un mantice da azionare e di un tubo perforato, bensì mi ricorda un antico clavicordo dai suoni spezzati–abbandonato dall’Europa già da molto tempo per la delicatezza e i limiti delle sue sottili variazioni. In precedenza avevo già visto al Cairo un organo a cilindro di questo genere: un uomo portava la cassa sulla schiena, e un ragazzo lo seguiva girando la manovella. E da esso si levavano melodie, ciascuna separata dalle altre, brevi e limpide; come frecce che trafiggono il bersaglio, scavalcando lo spazio intermedio, con un tintinnio di vetro; Le melodie erano così diverse l’una dall’altra, così distinte, che per l’ascoltatore era assolutamente impossibile cogliere il senso dell’intera musica. Invece essa lo trascinava attraverso alcuni momenti morbidi, e oscuri, scuotendolo. Sembravano un mistero segreto che si cerca di svelare, ma non ci si riesce; e per tutta la notte quelle melodie vorticavano nella mia mente, tormentandomi, come un cerchio rotante, dal quale non avevo scampo, come quello dei dervisci rotanti che avevo visto danzare a Scutari–proprio come la loro danza– Era accaduto pochi mesi prima, o forse pochi anni, quando attraversavo la più profonda foresta di cipressi del mondo…।
È un bosco straordinario, il cimitero di Scutari, che si estende da Istanbul proprio attraverso il centro del Bosforo: vicoli e sentieri tra innumerevoli cedri e, sotto quegli alberi,, innumerevoli lapidi, alcune erette e altre rovesciate a faccia in giù,–di tombe, sulle quali sono incise–iscrizioni arabe corrose dal vento e dall’acqua. Il cimitero era stato abbandonato da molto tempo;; tutti i–morti che qui giacciono morirono molti–molti, moltissimo tempo fa. Dai loro corpi sono sorti enormi tronchi d’albero,, alcuni alti sessanta piedi,, altri alti ottanta piedi. Nel corso del mutevole ciclo delle stagioni sono cresciute queste piante, in un’immobile quiete–e in questo bosco il silenzio è così vasto e profondo che, l’uomo non ha nemmeno modo di rattristarsi là. Non ho mai percepito così profondamente che i morti potessero dormire, con una tale intensità, né altrove. Questi morti furono uomini, abitanti di un mondo in cui la vita–si viveva in una pace indisturbata; Sono i figli morti di un’umanità senza fretta.
Dopo aver girovagato per un po’ nel cimitero, attraverso gli stretti vicoli di Scutari, giunsi presso una moschea. Capii che era una moschea soltanto vedendo la splendida iscrizione araba ornamentale sopra la porta. La porta era socchiusa. Entrai da quella porta e mi fermai in una stanza immersa in una luce e un’ombra soffuse. Su un tappeto sedeva una persona anziana–anzi, vecchissima,– attorno alla quale, in cerchio, sedevano soltanto pochi’uomini. Ciascuno di loro indossava una lunga tunica e portava in testa un alto, cappello di paglia color rame, senza tesa. Il vecchio ‘imam’del –Corano recitava monotonamente un versetto. Appoggiati a una parete sedevano alcuni musicisti: percussionisti di tamburo,, flautisti e ‘suonatori di kamânja,’con,i loro strumenti musicali dal lungo manico, simili a violini.
All’improvviso mi venne in mente, che per tutto questo tempo ‘i «dervisci danzanti»’di cui avevo sentito parlare a profusione, e che questa strana cerimonia doveva essere la loro: quella via mistica, che, seguendo un ritmo prestabilito,, attraverso movimenti corporei ripetuti a velocità crescente, cerca di indurre nell’esperto in materia uno stato di estasi,, che gli consente di percepire Allah direttamente e personalmente.
‘dell’imam’La quiete scesa dopo la recitazione fu improvvisamente fatta a pezzi da un suono di flauto sottile, ma acutissimo,–e la musica ebbe inizio,, con una melodia monotona e ininterrotta,, quasi come un lamento. Mi sembrò, che, con un unico movimento delle membra, i dervisci si fossero alzati in piedi,, gettando via le loro jubbah e rimanendo in piedi con indosso le loro candide tuniche ondeggianti,, che arrivavano fino alle ginocchia,; legate in vita con fazzoletti annodati,; Poi ciascuno di loro fece un ampio giro su se stesso,, cosicché,, disposti in cerchio, si trovarono a due a’due l’uno di fronte all’altro. Poi incrociarono le braccia sul petto, e s’inchinarono l’uno verso l’altro con profonda sincerità, (e subito mi tornò alla mente, la musica a due voci dell’antichità e i cavalieri con indosso–sopravvesti di ogni sorta di foggia,, che salutavano le dame chinando il capo con deferenza.) Un istante dopo, tutti i dervisci allargarono le braccia da’entrambi i lati,, ruotarono il palmo della mano destra verso l’alto e quello della sinistra verso il basso. Dalle loro labbra, con un suono simile a un sussurro,–uscì una parola:‘«Huwa»’–(Lui, (cioè Allah).)Con questo suono pronunciato dolcemente sulle labbra, ciascuno cominciò lentamente a ruotare sul proprio asse,, muovendo il corpo al ritmo di quella musica, facen’dolo, come se essa’venisse da molto,..molto lontano. Abbassarono il capo,. piegando il collo all’indietro,, gli occhi si chiusero e una liscia rigidità si diffuse, nelle ampie,, ampie tuniche, fatte di molta stoffa, che gonfiandosi al vento formarono attorno agli uomini rotanti un enorme cerchio,, come un bianco vortice che ruotasse circolarmente nel mare. Sui loro volti appariva un’espressione di profonda concentrazione;..la rotazione circolare assunse, nel vortice che girava come una ruota, la forma di una sorta di estasi, e la gioia trovò chiara espressione in tutti loro. Dalle loro labbra socchiuse uscivano innumerevoli, ripetizioni di una sola parola:‘«Huwa,..Huwa,..Huwa»;’-; i loro corpi continuavano a girare e rigirare, e mi sembrò, che la musica li trascinasse verso il suo attutito,, vorticoso–unisono monotono,, la cui melodia saliva monotona verso un registro acuto, e mi sembrò, che anch’io, irresistibilmente trascinato da quel vortice, stessi salendo verso l’alto,, su una scala verticale e rotante,, attraverso una scala vertiginosa, che saliva incessantemente sempre più in alto, girando senza posa,, verso un qualche esito incomprensibile e inconoscibile...Finché la mano generosa e amichevole di madame Vitelli toccò la mia fronte e il vortice si arrestò completamente,, e la mia estasi, infranta, mi riportò da Scutari alla fresca quiete di una stanza dalle pareti di pietra del Cairo.…।
Comunque’sia,, la signora Vitelli non si era sbagliata. Seguendo il suo consiglio, mi ripresi dalle conseguenze della malaria, anche se non così rapidamente,, almeno entro il tempo che il mio medico abituale avrebbe impiegato per curarmi. Nel giro di’due giorni la febbre mi passò completamente e il terzo giorno, alzandomi dal letto, mi sedetti su una comoda sedia. Tuttavia non avevo affatto la forza di muovermi. Il tempo divenne estremamente lento, e gravoso. Due’volte il mio maestro,–studente di al-–Azhar, venne a trovarmi, e mi portò alcuni libri.
Il ricordo dei dervisci rotanti che avevo portato di recente da Bukhara, in ogni caso, mi fa riflettere. Inaspettatamente, questo fatto assunse ai miei occhi un significato così misterioso, che non era affatto evidente nella mia esperienza originaria. I riti esoterici—–le cerimonie–di questa tariqa, una delle tariqa che avevo visto , nei diversi paesi musulmani—–non mi parvero coerenti con l’immagine dell’Islam che andava lentamente formandosi nella mia mente. Chiesi al mio amico azharita di procurarmi alcuni libri orientali sull’argomento. E, dopo aver letto questi–libri, si dimostrò fondata la mia innata convinzione che pratiche segrete di questo genere fossero entrate nell’Islam da fonti non musulmane, Fu confermato il mio sospetto innato. I mistici musulmani,, noti‘come «sufi»’—, le cui concezioni–riflettono l’influenza degli gnostici greci, degli indiani, e persino, talvolta, dei cristiani, non vi è alcun dubbio; e proprio per effetto di tale influenza furono importate concezioni ascetiche–e pratiche–che non hanno alcun rapporto con il messaggio del grande Profeta d’Arabia. Nel suo messaggio‘la ragione’è stata indicata come l’unica via per ottenere la fede. Sebbene, nella sua prospettiva, la possibilità dell’esperienza mistica non fosse del tutto irreale né indegna di considerazione,l’Islam era essenzialmente una proposta fondata sulla ragione, non una questione puramente emotiva. Sebbene, del tutto naturalmente, l’Islam susciti nei suoi seguaci una devozione estremamente appassionata, tuttavia, negli insegnamenti del Profeta Muhammad, nell’ambito della‘«percezione emotiva»’religiosa, all’enfasi emotiva in quanto tale, non fu assegnato alcun ruolo indipendente. Perché, per quanto profonda possa essere l’emotività, essa è molto più suscettibile di essere influenzata dai desideri e dalle paure soggettivi, di quanto possa esserlo la ragione–per quanto spazio all’errore possa esservi nella ragione .
… … … … ..
–‘Capisci, Mansur, è proprio attraverso simili episodi frammentari e isolati che l’Islam si è rivelato a me; attraverso le conversazioni, la lettura di libri o l’osservazione, uno scorcio qui, un lampo là—in questo modo, lentamente, quasi senza che me ne accorgessi…।
Due
Quando piantiamo la tenda per la notte, Zayed si mette a cuocere il pane per noi. Mescolando acqua alla farina di grano grossolana, dapprima prepara un impasto, poi ne ricava una pagnotta piatta e rotonda, spessa un pollice. Poi scava una buca nella sabbia e vi mette dei rami–secchi e dà loro fuoco; quando il fuoco, dopo essere improvvisamente divampato, si spegne, allora depone il pane sulle braci ardenti, vi sparge sopra la cenere calda e dà fuoco ai rami ammucchiati–sopra di essa. Dopo un po’ rimuove le braci e i rami dalla parte superiore del pane–lo gira e lo ricopre come prima, dando nuovamente fuoco a ciò che vi ha ammucchiato sopra. Dopo un’altra mezz’ora dissotterra il pane cotto da sotto le braci e lo colpisce ripetutamente con un bastoncino per liberarlo dalla polvere e dalla cenere rimaste. Mangiamo quel pane spalmato di burro chiarificato, con i datteri. Inutile dire che è impossibile trovare altrove un pane più gustoso!
Anche la fame di Mansur, come quella di Zayed e la mia, fu soddisfatta, ma non la sua curiosità. Mentre giacevamo attorno al fuoco, continuò a farmi domanda dopo domanda– su come, alla fine, fossi diventato musulmano, e quando cercai di spiegarglielo, rimasi quasi folgorato dallo stupore, per quanto fosse difficile esprimere a parole il mio lungo viaggio sulla via dell’Islam!
–‘Perché, o Mansur, l’Islam è giunto a me come un ladro, che entra di notte nella casa di una persona, in silenzio, senza fare rumore né confusione; La differenza è che, l’Islam non ha fatto ciò che fanno i ladri, l’Islam è entrato nella mia casa per sempre, non per andarsene. Ma ci vollero molti anni prima che scoprissi di dover diventare musulmano..।’
Quando ricordo i miei giorni del secondo viaggio in Medio Oriente–quando l’Islam cominciava a estendere con forza il suo dominio sulla mia mente–mi sembra, che fossi ancora consapevole di essere partito per un viaggio alla ricerca di una scoperta. Ogni giorno, dall’interno, si risvegliavano nuove domande e, dall’esterno, giungevano nuove risposte—e tutto ciò risvegliava l’eco di qualcosa che era rimasto nascosto in qualche luogo dello sfondo della mia mente. E quanto più si faceva chiara la mia conoscenza dell’Islam, mi rendevo conto, ancora e ancora, di aver sempre conosciuto una verità senza esserne consapevole, e perciò essa veniva gradualmente svelata, si potrebbe dire, dimostrata
1924–all’inizio dell’estate, partii dal Cairo per un lungo viaggio, che mi impegnò per la maggior parte di due’anni. Per quasi due’anni viaggiai di paese–in paese, attraversando paesi antichi per la sapienza delle loro tradizioni, ma eternamente nuovi per l’effetto che avevano sulla mia mente. Nel mio viaggio non c’era fretta; e mi fermavo a lungo in ogni luogo. Per la seconda volta andai in Transgiordania e trascorsi alcuni’giorni con l’emiro Abdullah–facendo baldoria nella calda virilità–di quel regno beduino’ancora, non costretto ad adattare il proprio carattere alla corrente dell’influenza–occidentale. Quella volta un visto francese per me era stato procurato dalla ‘Frankfurter Zeitung’; e così ebbi di nuovo l’opportunità di viaggiare in Siria. Non rimasi a lungo a Damasco; e questa antica città rimase subito alle mie spalle lungo il cammino. La vivacità libanese di Beirut mi avvolse per qualche tempo, ma presto la dimenticai, nel torpore sonnolento della Tripoli siriana, e nella sua silenziosa serenità. Nel porto aperto, le piccole imbarcazioni cariche di mandorle danzavano tirando le loro ancore, e gli alberi latini cigolavano sommessamente. Seduti su sgabelli davanti a un caffè sul molo, al sole del pomeriggio, i cittadini di Tripoli si divertivano –bevendo caffè‘e tirando il narghilè’. Ovunque c’erano pace e soddisfazione, e sembrava che avessero cibo in abbondanza! Persino, il mendicante sembrava godersi il confortevole sole tiepido. come se dicesse, Ah, com’è piacevole essere mendicanti a Tripoli!! Arrivai ad Aleppo. Le sue strade e i suoi edifici–mi ricordavano Gerusalemme. Le vecchie case di pietra, che sembravano spuntare dalla terra, e i vicoli ornati da archi scuri, ricurvi come–un arco, piazze deserte e silenziose e finestre intagliate–. Naturalmente, la vita interiore di Aleppo era, rispetto a quella di Gerusalemme completamente diversa. L’atmosfera intensa di Gerusalemme era strana, come una dolorosa convulsione accanto a correnti nazionali contraddittorie. Le concezioni–e la profonda emozione religiosa erano là seguite stabilmente, come una nube velenosa, da un’ostilità quasi incomprensibile verso il rapporto tra uomini e cose. Ma Aleppo–pur essendo una mescolanza di arabi e libanesi e recando la lieve impronta della vicina Turchia, era priva di–contraddizioni, dolce, e serena. Con i balconi di legno e le facciate di pietra, le case erano vivaci pur nella loro immobilità. Nel bazar antico, l’attività silenziosa degli artigiani, e i cortili delle vecchie locande, coperti da tetti e con due’file di negozi ai lati, colmi di merci diverse. La frugalità e, insieme, una lieve–brama–erano entrambe libere da ogni forma d’invidia; e non c’era alcuna agitazione, e subito un tale ozio abbracciava anche questo–‘straniero’e risvegliava in lui il desiderio che, anche la sua vita potesse mettere radici e stabilirsi in una quiete indisturbata. Tutto ciò scorreva, insieme in un ritmo intensamente incantevole.
Da Aleppo raggiunsi in automobile una città all’estremo nord della Siria–Dair– az –-Zor. Da lì intendevo prendere la strada per Baghdad, dirigendomi verso Baghdad, situata sull’antica e stretta rotta carovaniera parallela all’Eufrate. Fu durante quel viaggio che incontrai per la prima volta Zayd.
Baghdad–-Damasco era percorsa da automobili da’anni. Tuttavia, la strada parallela all’Eufrate era poco conosciuta. Anzi, prima di me vi era passata una sola automobile alcuni’ mesi prima. Persino , il mio autista armeno non aveva mai attraversato Dair– az–-Zor, sebbene fosse molto sicuro di sé, e convinto che avrebbe trovato la strada in un modo o nell’altro. Ciononostante, ritenne, che fossero necessarie informazioni più concrete e affidabili. Così noi due’girammo insieme per il mercato in cerca di informazioni.
Il mercato attraversa per tutta la sua lunghezza l’intera città di Deir– ez-Zor– . Si potrebbe definirla un misto tra una città provinciale siriana e una capitale beduina– , sebbene l’influenza beduina sia quella predominante. Qui due mondi si sono incontrati in una strana’ armonia. In un negozio si vendono cartoline moderne, con immagini stampate, , mentre proprio lì accanto, , in un altro luogo, alcuni beduini parlano della pioggia nel deserto, e dell’ultima disputa tra la tribù siriana dei Bishr Anaza e quella irachena degli Shammar. Uno di loro menziona, la spedizione audace che, poco tempo prima, il capo beduino najdiano Faysal ad-–Dawish aveva condotto nel sud dell’Iraq, . Si parla anche; continuamente del venerabile uomo d’Arabia Ibn Saud. Lunghe e vecchie armi ad avancarica, con impugnature lavorate in argento– , continuano a esistere– , benché oggi nessuno le compri più, , perché i fucili moderni sono molto più efficaci– . Un’esistenza polverosa– e grigia, quasi da sogno, è ancora mantenuta da stoffe di vecchie uniformi portate da tre continenti, , selle di cammello najdiane, , pneumatici Goodyear, , lampadari di Lipsia e pesanti vesti beduine marroni portate da al-Jawf. Tuttavia, , tra le cose antiquate, i prodotti occidentali non sembravano ospiti indesiderati; : la loro utilità assegnava loro un posto naturale e proprio’ . Il senso pratico dei beduini è vigile e vasto; , e per questo mi parve, che– avessero facilmente accolto anche quegli oggetti che fino al giorno prima erano lontanissimi dalle locande delle loro carovane nel deserto , facendoli propri senza rinunciare alla loro antica essenza’ . Questa stabilità del loro mondo interiore, , pensavo tra me e me, , forse aveva dato loro la forza di affrontare la piena impetuosa della nuova epoca e forse, aveva dato loro anche la capacità di non lasciarsi sopraffare da essa, , perché per questa gente la nuova epoca aveva ormai cominciato ad avvicinarsi moltissimo.. – E com’era questa gente?? Fino a pochi giorni prima era rimasta lontana dal mondo esterno, , sepolta dentro se stessa. Ma ciò non significava, che quel bussare alla loro porta fosse il colpo alla porta di un nemico; : avevano accolto tutte queste novità con innocente curiosità, , si potrebbe dire, , come se le esaminassero da ogni lato con le dita, riflettendo sui loro possibili– impieghi. Quanto poco avevo allora compreso quale danno le novità occidentali potessero arrecare a questi semplici beduini illetterati‘……।
Mentre il mio autista armeno chiedeva informazioni a un gruppo di beduini–proprio in quel momento sentii improvvisamente un forte strattone alla manica. Mi alzai subito in piedi–e vidi, che davanti a me stava un bell’arabo sulla trentina, privo di un braccio–.
–‘ Con il vostro permesso, o ‘effendi’ , disse con voce un po’ bassa e rauca, ‘ho sentito, che viaggiate in automobile, ma non siete sicuro della strada che dovete seguire. Prendetemi con voi, potrei esservi d’aiuto.’
Presi subito in simpatia quell’uomo e gli chiesi, chi fosse.?
–‘Sono Zayd ibn Ghanim,’rispose, ‘presto servizio negli ‘Agayil iracheni.
Fu allora che notai– il suo ‘kaftan’, di colore kaki, e la stella a sette raggi, emblema del commissario del deserto iracheno, è appuntata sul suo ‘igas nero’– . Questo tipo di corpo gli arabi lo chiamano ‘Agayel’. Esiste fin dall’epoca dei turchi. Questo esercito è composto da coloro che scelgono volontariamente questa professione–e che vengono reclutati esclusivamente tra gli arabi–abitanti della steppa, con i cammelli per amici. Il loro sangue audace li ha spinti dalla loro patria aspra, e priva di lussi, portandoli in un mondo dove il denaro è più abbondante, il movimento più vivace e, tra oggi e domani, i cambiamenti più marcati.
Zayed mi disse, che, siriano–era venuto a Dayr–az-Zor–per una questione riguardante l’amministrazione della frontiera siriano-irachena, insieme a uno dei suoi ufficiali. Sebbene l’ufficiale fosse rientrato in Iraq, lui era rimasto indietro per una faccenda personale e ora preferiva tornare con me, invece di passare per Damasco, seguendo una strada più scoscesa, sebbene molto più tortuosa. Mi confessò apertamente, di non aver mai percorso fino ad allora l’intera strada lungo l’Eufrate e, proprio come me, sapeva, che i numerosi rami e–le diramazioni e le anse del fiume non ci avrebbero sempre permesso di orientarci con il suo aiuto, –ma, diceva Zayed, ‘il deserto è deserto, e il sole e le stelle non sono motivo di preoccupazione, Inshallah, troveremo sicuramente la strada’. La sua profonda fiducia mi rallegrò e accettai volentieri di portarlo con me.
La mattina seguente partiamo da Deir–ez–Zor e ci mettiamo in viaggio. Le ruote della nostra ‘Model T ‘Ford’ avanzano sulla superficie del vasto deserto di Hammad, su un terreno di pietre–e ciottoli, un’immensa distesa,pianeggiante, a volte liscia e uniforme come l’asfalto, a volte ondulata–e distesa, fino all’orizzonte. Di tanto in tanto l’Eufrate appare alla nostra sinistra,–di–fangoso,calmo e con le rive basse–vi sembrerebbe, un lago silenzioso,finché un pezzo di legno galleggiante o una barca non attira il vostro sguardo, rivelando così la corrente impetuosa. L’Eufrate è un fiume ampio, e il suo carattere è regale; non produce alcun suono, non è giocoso, non corre né,si infrange sulle–onde dalla cresta spumeggiante–né, scaglia acqua. L’Eufrate scorre lentamente, –con passo tranquillo,si dispiega come un nastro largo, un fiume senza vincoli, che si traccia da solo il proprio regale corso, verso la pendenza percepibile del deserto, curvando innumerevoli volte, mantenendo l’equilibrio con il deserto, con lo stesso orgoglio del deserto. Perché, l’immensità del deserto, proprio come quella del fiume, anche il deserto è possente e sereno.
Il nostro nuovo compagno Zayd siede accanto all’autista, con un ginocchio sollevato e una gamba penzoloni dalla portiera dell’auto. Indossa stivali rossi di pelle marocchina, che ha comprato il giorno prima al mercato di Deir– ez-–Zor–.
Di tanto in tanto incontriamo dei cavalieri su cammello, come se fossero apparsi all’improvviso dal nulla, in mezzo al deserto, restano immobili per un istante in piedi, rivolti verso la nostra automobile , poi, incitando le loro bestie da cavalcare, scompaiono nel nulla. Sono evidentemente pastori nomadi, Il sole ha bruciato i loro volti, rendendoli di un intenso color rame. Di tanto in tanto ci fermiamo per brevi periodi in qualche caravanserraglio fatiscente, poi comincia l’immensa distesa del deserto. L’Eufrate scompare oltre l’orizzonte. Sabbia ammucchiata dal vento,rocce–lettiere di ciottoli ricoprono i vari lembi di terra, e qua e là si scorgono ciuffi d’erba o cespugli spinosi–Alla nostra destra, all’improvviso emerge una bassa catena rocciosa, priva di vegetazione e franata sotto il sole cocente, solcata da profonde crepe, e nasconde l’infinita distesa del deserto. Che cosa ci sarà oltre quella stretta catena di rocce? mi chiedo con stupore. E so, che, sebbene oltre di essa si estenda un deserto altrettanto uniforme o montuoso, con la stessa sabbia e gli stessi duri ciottoli che brillano sotto il sole nella loro verginale durezza, tuttavia un respiro di mistero inspiegabile sembra fluttuare nell’aria.‘Che cosa potrebbe esserci là’? Nei miei dintorni non vi è alcuna risposta né eco; e nel silenzio tremolante del pomeriggio non si leva alcun suono, tranne il rombo del nostro motore e il fruscio delle gomme che avanzano sui sassi e sui ciottoli. È forse sprofondato laggiù il confine della terra in un abisso primordiale e senza fondo? Poiché non lo so, là deve dunque esserci qualcosa di sconosciuto e, poiché forse non potrò mai saperlo, è dunque inconoscibile, ignoto!!
Nel pomeriggio il nostro autista scoprì, che aveva dimenticato di portare acqua per il motore dalla locanda nel deserto che avevamo lasciato alle spalle. Il fiume era molto lontano; e nel raggio di molte miglia non c’era alcun pozzo. Intorno a noi si stendeva, assorto, fino all’orizzonte ondulato–un deserto vuoto,,bianco e rovente, simile a terra gessosa,, sul quale giocava una brezza calda, morbida e delicata,,-come se venisse dal vuoto e verso il vuoto stesso se ne andasse,, che non aveva inizio, né fine—–come un sommesso ronzio, sorto fin dal Mahākāla–—un suono!!
L’autista,che, come tutti i libanesi, non bada alle formalità esteriori (apprezzavo questa loro qualità–ma non proprio in quel momento), dice, –‘Oh, sia così, tuttavia raggiungeremo la prossima locanda nel deserto–.
Ma allora sembrò, che forse non saremmo comunque riusciti ad arrivarci.–Il sole arde, e l’acqua nel radiatore bolle come quella di un bollitore–da tè. Di nuovo ci imbattiamo in alcuni pastori. Acqua! No, per quanto un cammello possa percorrere in quindici ore, entro quella distanza , in quindici ore-cammello–non c’è acqua da nessuna parte.
–‘Allora, che cosa bevete? chiede disperato l’armeno.
–Scoppiano a ridere, ‘Noi beviamo latte di cammella.’।
Devono essersi certamente meravigliati tra sé vedendo che quegli strani uomini della macchina diabolica e veloce chiedevano dove fosse l’acqua. Perché, ogni bambino beduino potrebbe dire loro che in questa regione non c’è acqua da nessuna parte.
Una situazione terribilmente scomoda. A causa del guasto del motore, bloccati qui nel deserto, senza acqua, senza cibo, in una situazione simile e aspettando, finché un’altra automobile non passi sulla nostra strada–forse arriverà,altrimenti dopodomani–o forse il mese prossimo….।
A poco a poco, l’aria di sorridente indifferenza del conducente svanisce. Ferma l’automobile e apre il tappo del radiatore; una densa colonna di fumo bianco–fuoriesce sibilando. Avevo un po’ d’acqua nella mia borraccia, così la offro in sacrificio al motore. L’armeno vi aggiunge un po’ d’olio e l’audace Ford ci porta avanti per qualche tempo.
–‘Credo, dice l’ottimista, ‘che potremmo trovare dell’acqua laggiù, alla nostra destra. Vedete, quanto sono verdi quelle montagne–sembra, che lì ci sia erba fresca. E dove cresce l’erba in questo periodo dell’anno, quando non piove, lì ci sarà sicuramente dell’acqua. E se l’acqua c’è, perché non guidiamo fin lassù a raccoglierla?
Nel ragionamento c’è sempre una forza irresistibile, e anche qui quella forza è presente, benché sembrasse che, il ragionamento dell’armeno procedesse appoggiandosi alle stampelle, zoppicando. Lasciamo la strada e avanziamo per alcune miglia verso le montagne, con un rombo sordo. Ma non c’è acqua…… I pendii delle montagne sono ricoperti, non d’erba, ma di pietre verdastre.
Dal motore si levò un sibilo, i pistoni continuavano a battere rudemente, il fumo usciva dalle fessure delle giunture del cofano, in bianche volute. Ancora qualche minuto.. e subito dopo , qualcosa avrebbe ceduto, l’albero motore si sarebbe spezzato–o qualcosa di questo genere** qualcos’altro. Ma ormai ci eravamo allontanati molto dalla pista della carovana. Se fosse successo qualcosa, avremmo dovuto sederci, disperati, in quel luogo desolato. Quasi tutto l’olio che avevamo era stato versato nel radiatore. L’armeno cominciò quasi a impazzire, egli ‘«tornava indietro cercando l’acqua»’, girando l’automobile prima a sinistra e poi a destra, come un acrobata nel circo che a destra–cambia direzione a sinistra, e gira vorticosamente, allo stesso modo, . Ma ancora non si vedeva alcuna possibilità di trovare acqua. E la costosa bottiglia di vino francese che–cedetti con un sospiro, non–servì al radiatore surriscaldato ad altro che a ricoprirci di vapori alcolici; e di conseguenza Zayd (che non aveva bevuto alcolici) quasi vomitò.
Quell’immobilità rocciosa in cui Zayed era rimasto immerso fino a quel momento si frantumò in quest’ultimo esperimento. Con un gesto adirato si tira giù la sua ‘kefiah’ sugli occhi, si sporge sul bordo rovente dell’auto e continua a scrutare il deserto, ancora e ancora–con quella precisa, e vigile concentrazione, che è propria di coloro che trascorrono gran parte della loro vita sotto il cielo aperto, e che, sono abituati a fare affidamento sui propri sensi. Aspettiamo con ansia–senza nutrire grandi speranze–perché, ci aveva già detto che non era mai stato in vita sua in questa parte del Paese. Ma solleva la mano, indica verso nord e dice–
–‘Eccola’!
Non era una parola, ma come un comando, un ordine! Il conducente è felicissimo di aver trovato qualcuno che lo liberi. Senza fare domande, esegue immediatamente l’ordine. Il motore ci porta verso nord ansimando penosamente. Ma all’improvviso Zayed si solleva un poco, posa la mano sulla spalla del conducente e gli ordina di fermarsi. Per qualche istante se ne sta seduto, con il capo leggermente inclinato in avanti, fiutando come un cane che ha scovato la preda. Intorno alle sue labbra serrate trema un’eccitazione lieve, quasi percepibile.
–‘No, guida da quella parte’, grida e indica verso nord-–est.
–‘Presto.’ L’autista esegue di nuovo il suo ordine senza dire una parola. Dopo pochi minuti, un altro ordine sulle labbra di Zayd:–‘Fermati!!’ e lui salta agilmente giù dalla macchina, raccoglie la sua lunga jubbah con entrambe le’mani e corre diritto davanti a sé, poi si ferma e si guarda intorno diverse volte, come se stesse cercando qualcosa o ascoltando attentamente qualcosa e per molto tempo dimentico il motore, dimentico i miei guai, tanto sono affascinato dalla vista di un uomo, che con tutti i suoi sensi e i suoi nervi cerca di stabilire un contatto intimo con la natura. …E all’improvviso comincia a correre a grandi passi, e scompare in uno spazio vuoto tra due cumuli. Un attimo dopo riappare la sua testa e le sue due mani cominciano ad agitarsi:
–‘Acqua!!’
Ci precipitiamo verso di lui. Sì, è proprio così’. Sotto una roccia sporgente–che lo protegge dal sole,, scintilla una piccola pozza d’acqua,, un residuo delle piogge dell’inverno passato,, giallastra,–brunastra,, mista a fango,, ma pur sempre acqua…acqua!! Un incomprensibile senso desertico aveva rivelato all’uomo del Najd l’esistenza di quest’acqua...
E mentre io e l’autista armeno raccogliamo quell’acqua in taniche di benzina vuote e la versiamo nel motore tanto provato, Zayd, rasserenato da un sorriso–come un eroe muto,– cammina una volta in avanti accanto all’automobile, e un’altra volta all’indietro.
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Nel pomeriggio del terzo giorno arrivammo ad‘Ana’, un villaggio iracheno sulle rive dell’Eufrate,, e per alcune ore guidammo attraverso i suoi palmeti e tra le mura di fango. Là, come ci aveva detto Zayd, vedemmo numerosi‘agayel’,; la maggior parte dei quali apparteneva alla sua stessa tribù. All’ombra delle palme avanzavano a grandi passi tra una schiera di cavalli lucidi e splendenti,, sui quali si riflettevano il sole e la luce filtrata attraverso il verde,, come se ciascuno fosse un sovrano,–nobile e maestoso, cortese verso gli inferiori. Mentre procedevamo, Zayd chinava rispettosamente il capo davanti ad alcuni di loro, e i suoi lunghi capelli gli ricadevano da entrambi i’lati del viso. Sebbene conducesse una vita dura nel calore che bruciava il deserto e la città,–Zayd era così sensibile che,, pur avanzando rapidamente sulla strada del villaggio, si avvolgeva il turbante intorno alla testa e se lo legava sul viso, perché la polvere non vi entrasse,, polvere dalla quale–noi,, cittadini dall’indole corrotta, non ci lasciavamo turbare troppo. Poi, quando guidavamo sul selciato e sulla strada non c’era più polvere né–sabbia,, Zayd, con un atteggiamento dolce e quasi del tutto fanciullesco, prendeva la‘kufiya’e la spingeva all’indietro, quindi cominciava a cantare. All’improvviso apriva la bocca e iniziava a cantare:–una montagna scagliata improvvisamente verso l’alto, squarciando la pianura,–con la repentinità di una parete rocciosa, una‘qasida’, , una sorta di canto ghazal,, in un ritmo monotono e incessante,, un movimento di melodie trascinate fuori,, del deserto,–fluido come il vento,, che non aveva né inizio, né fine. Giunti al villaggio successivo, Zayd pregò il conducente di fermarsi. Poi saltò giù dall’automobile e, ringraziandoci per avergli dato un passaggio lungo quel tratto, si gettò il fucile sulla schiena e scomparve tra i palmeti;; nell’automobile rimase un odore senza nome,, il profumo di un’umanità completa in se stessa,, della semplice innocenza dell’anima, lontana–e sconfinata, , oppure mai dimenticata,, una simile risonante memoria del passato.
‘ad ‘Ana’quel giorno non pensavo che, avrei mai incontrato di nuovo Zayd. Ma accadde proprio ciò che ignoravo.
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Il giorno seguente raggiunsi ‘Hīt’, una piccola città; situata in un punto sulle rive dell’Eufrate, dove; dal deserto emerge lentamente l’antica strada carovaniera che conduce da Damasco a Baghdad.–La città sorge sulla cima di una collina, , con mura e una fortezza, come un’antica–fortezza semidimenticata. Le abitazioni al suo interno e all’esterno sembrano penetrare nelle–mura della città. Le case non hanno finestre, , ma soltanto alcune fessure o spaccature,, simili alle feritoie che vengono lasciate nelle mura di una–fortezza per facilitare l’uso delle armi dall’interno. Dall’interno della città si erge verso il cielo un minareto.
In un caravanserraglio sulla riva del fiume–mi fermo per trascorrere la notte. Mentre preparano la cena per l’autista e per me, vado al pozzo nel cortile e mi lavo le mani e il viso. Sono accovacciato a terra, quando un uomo, prende il lungo–recipiente per l’acqua dal lungo beccuccio che avevo lasciato lì e comincia a versare lentamente l’acqua sulle mie mani. Alzo il viso, guardo e davanti a me vedo–un uomo dal volto scuro e dalle ossa robuste, con un berretto di pelliccia in testa. Senza che glielo chiedessi, spontaneamente, mi sta aiutando a lavarmi le mani e il viso. Era evidente che non fosse arabo. Quando gli chiesi chi fosse, rispose in un arabo stentato–‘Sono un tartaro, vengo dall’Azerbaigian’. I suoi due occhi erano pieni di calda cordialità, come occhi di cane, e la vecchia uniforme militare che indossava era quasi a brandelli,, logora.!
Cominciai a parlargli, in parte in arabo e in parte in un persiano frammentario, che avevo imparato al Cairo da uno studente iraniano. Venni a sapere, che il nome del tartaro era Ibrahim. Quasi tutta la sua vita—–allora aveva quasi quarant’anni—–l’aveva trascorsa sulle strade dell’Iran–e sui suoi sentieri,; per anni e anni aveva guidato vagoni merci da Tabriz a Teheran, da Meshed a Birjand, da Teheran a Isfahan e Shiraz, e una volta un gruppo di cento cavalieri lo aveva guidato come se fosse la sua stessa compagnia;; una volta aveva prestato servizio come soldato nella cavalleria iraniana, e aveva lavorato come guardia del corpo personale di un capo turcomanno;; per un certo periodo era stato anche stalliere nei caravanserragli di Isfahan. Ma questa volta, dopo essere venuto in Iraq come conducente di muli–in una carovana di pellegrini iraniani diretti a Kerbela,, aveva perso il lavoro dopo aver litigato con il capo della carovana e così era rimasto bloccato in una terra straniera, privo di ogni sostegno e di ogni mezzo.
Più tardi, quella notte, nel cortile del caravanserraglio ornato di palme,, mi ero adagiato su una panca di legno per dormire. Il caldo era insopportabile–e sciami di zanzare–come nuvole,–sciami di enormi zanzare gonfie come tamburi per aver succhiato sangue umano. Alcune’lanterne diffondevano nell’oscurità la loro fioca e penosa luce. Alcuni cavalli, forse appartenevano al padrone del caravanserraglio,, erano legati accanto a un muro. Il tartaro Ibrahim ne stava spazzolando uno. Dal modo in cui spazzolava il cavallo si capiva che non solo conosceva i cavalli, ma li amava anche. Le sue dita picchiettavano sulla criniera irta del cavallo come un amante accarezza i capelli della persona amata.
All’improvviso mi venne un’idea. Stavo viaggiando attraverso l’Iran e davanti a me si prospettava un lungo viaggio di molti mesi a cavallo. Perché non portare quest’uomo con me? Mi sembrò un uomo buono e piuttosto silenzioso. E certamente avrei avuto bisogno di un uomo di questo genere,, che conoscesse quasi ogni strada–e ogni angolo dell’Iran,, e ogni caravanserraglio–gli fosse familiare, come casa sua.
La mattina seguente, quando gli dissi che avrei potuto prenderlo al mio servizio, egli, nel ringraziarmi, quasi scoppiò a piangere e mi disse in persiano:‘Hazrat,, non dovrà mai pentirsi di questo!!’
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Era il pomeriggio del quinto giorno del mio viaggio in automobile da Aleppo,, quando per la prima volta mi apparve la vista della vasta oasi di Baghdad. Tra le cime di innumerevoli palme, si scorgevano verso il cielo le cupole delle moschee, ornate d’oro, e i–minareti altissimi scintillavano. Ai due’lati della strada si estendeva un vasto antico cimitero,–le cui tombe cadevano in rovina, di pietra,–grigie,, spoglie e abbandonate. Una fine polvere grigia stava sospesa sul cimitero,; e sotto il cocente sole del mezzogiorno quella polvere–grigia sembrava un velo sottile e trasparente di stoffa, ricamato d’argento,–come una tenue parete di nebbia tra il morto mondo del passato e il presente vivente. Sì,, dovrebbe essere così,, penso sempre tra me e me,, quando ci si avvicina a una città simile, tanto completamente diversa, che la mente non riesce nemmeno a concepire tale differenza….
E poi ci tuffammo tra i viali di–palme–miglia e miglia di tronchi enormi e foglie ricurve–finché il palmeto–si arrestò improvvisamente presso la riva del Tigri. Il fiume era di natura diversa dall’Eufrate. Di colore fangoso mescolato al verde, pesante–e scorreva gorgogliando–come uno straniero sconosciuto, proprio accanto al flusso regale e silenzioso dell’altro fiume, là!!’E quando attraversammo il Tigri in barca, su un ponte costruito–oscillante, il calore ardente del Golfo Persico si riversò su di noi.
Della passata magnificenza di Baghdad–non restava nulla. Gli attacchi ripetuti dei Mongoli durante il Medioevo distrussero la città a tal punto che, Harun–al-–Rashid, non era rimasto nulla che ricordasse l’antica capitale. Si ergeva, costruita con mattoni alla rinfusa, una città di–case–sembrava che, fosse una sistemazione temporanea, nell’attesa di possibili cambiamenti. In realtà, però, un cambiamento di questo tipo era già iniziato, assumendo la forma di una nuova realtà politica. La città ha ricominciato a pulsare di vita; nuovi edifici–si risvegliano; e da un sonnolento quartier generale provinciale turco nasce lentamente una capitale araba.
Un caldo intenso ha impresso il suo marchio su ogni cosa e ha reso lento ogni movimento. La gente cammina per strada a passi lenti. Sembra che il loro sangue sia molto denso e che in loro non vi siano né ritmo né grazia. Sotto i turbanti di stoffa a scacchi bianco-–neri, i loro volti appaiono estremamente seri e poco amichevoli. Ogni volta che vedevo un bel volto arabo, segnato da una fiera dignità raccolta in sé,, sulla sua testa scorgevo i colori, rosso oppure bianco e rosso della ‘kefiah’–il che significa, che quell’uomo non è di qui, è venuto dalle regioni settentrionali, oppure dal deserto siriano o dall’Arabia centrale.
Ma in questi uomini brilla una forza immensa–la forza dell’odio–l’odio contro la potenza straniera che ha sottratto loro la libertà. Come demoni –gli abitanti di Baghdad sono continuamente pervasi dal desiderio di libertà. Forse l’ombra nera e profonda di questo demone è calata sui loro volti su di essi. Forse tutti questi volti assumono un aspetto completamente diverso quando, negli stretti vicoli e nei cortili circondati da mura–incontrano la loro gente. Perché, se li osservate con un po’ più d’attenzione, vi accorgerete, che i loro volti non sono completamente privi di grazia–. Di tanto in tanto, come gli altri arabi sanno ridere. Talvolta, come gli altri arabi, trascinano dietro di sé le loro jubbah con aristocratico disprezzo, facendole strisciare sulla polvere; con l’aria di camminare sul pavimento a mosaico di un palazzo di marmo! . Lasciano che le loro donne passeggino pigramente per le strade, avvolte in sontuose e variopinte coperte di broccato; in burqa–donne preziose e velate, di rosso–nero e blu–figure avvolte in broccati d’argento e rosso bordò, che avanzano lentamente lasciando impronte dorate con i loro passi silenziosi…।
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Alcune settimane dopo il nostro arrivo a Baghdad, mentre passeggiavo per il grande bazar, dove, le volte a botte–coprivano vicoli alquanto bui,–da uno di questi echeggiò all’improvviso un grido. Da un angolo sbucò di corsa un uomo,, poi un altro,, poi un terzo. E anche la gente del bazar cominciò a correre,–spinta da un tale panico,’la cui ragione non conosco;, solo loro lo sanno. Si udì il ticchettio degli zoccoli: un cavaliere impaurito,–dal volto terrorizzato, spronò il cavallo verso la folla,, che si spezzò e si disperse–davanti a lui. Altra gente correva, e tutti provenivano dalla stessa direzione; insieme a loro correvano i negozianti del bazar. Spintonandosi,, sobbalzando, l’intero gruppo avanzava impetuosamente. I negozianti, terrorizzati,–stanno collocando davanti alle proprie botteghe delle assi di legno. Nessuno parlava,, nessuno chiamava l’altro. Solo di tanto in tanto riuscivo a sentire le grida di chi cadeva,, e un bambino lanciò un grido con una voce straziante..।
Che cosa è successo?? Nessuna risposta. Ovunque guardassi, vedevo volti abbattuti. Un pesante carro–mezzo carico di balle–correva senza conducente attraverso lo stretto vicolo,, trainato da cavalli al galoppo. In lontananza, una catasta di recipienti di terracotta era andata in frantumi–e potei udire chiaramente, i cocci dei vasi–Se si escludono tutti questi rumori, i passi della gente e il suono del–respiro,, ovunque incombeva un silenzio profondo e soffocato,–proprio come talvolta accade prima–di un terremoto. Si udivano, soltanto i passi ripetuti della gente in fuga;; a volte si udiva il grido disperato di una donna o di un bambino, sbalzato fuori dalla folla in movimento. Poi apparvero alcuni cavalli–con i cavalieri. Paura,, fuga e silenzio!! Le strade coperte–da tetto, là dove si intersecavano, erano teatro di una folla impazzita,, di un tumulto da ubriachi!!
A uno di questi incroci–è scoppiato un parapiglia e, rimanendovi intrappolato, mi sono trovato in una situazione tale da non poter avanzare, né arretrare e, a dire il vero,, non so dove andare, né–lo so. Proprio in quel momento mi accorsi, che qualcuno mi aveva afferrato per il braccio, e non era altri che Zayed, che mi tirava verso di sé, tra due negozi……dietro una barricata fatta di barili.
–‘Non si muova’, sussurra.
Qualcosa è passato sibilando accanto a me;; un proiettile di fucile?? Impossibile—–
Molto lontano, da qualche punto nel mezzo del mercato, giunse il rombo soffocato di molte voci. Di nuovo qualcosa sibilò e passò via, ora non c’è più alcun dubbio al riguardo: il rumore di un proiettile–in lontananza, un indistinto rumore di raschiamento, come se qualcuno spargesse piselli sul pavimento duro e asciutto. Il rumore si avvicina lentamente e cresce sempre più–quel rumore ravvicinato che si ripete a intervalli regolari–e capii di cosa si trattava: una mitragliatrice, il rumore dei cannoni……..
Come era già accaduto molte volte, ancora una volta, allo stesso modo, Baghdad si era ribellata di nuovo’il giorno precedente—–il 29–maggio 1924. Il Parlamento iracheno approvò, contro la volontà del popolo, un trattato di alleanza con la Gran–Bretagna. E in questo momento una nazione disperata sta cercando di difendersi–contro l’amicizia di una grande potenza europea..
E in seguito venni a sapere, che, per reprimere la protesta, l’esercito britannico aveva chiuso tutte le vie d’accesso al mercato per reprimere la’protesta. Quel giorno, nel mercato,, molte persone morirono sotto il fuoco indiscriminato. Se Zayd non mi avesse trattenuto, forse anch’io mi sarei precipitato dritto incontro al fuoco dei cannoni.
E questo fu il vero inizio della nostra amicizia. La perspicacia di Zayd–e la sua virilità taciturna mi attrassero profondamente. Dal canto suo, si può dire che, lui–si era chiaramente innamorato del giovane europeo, che non nutriva grandi pregiudizi contro gli arabi e il loro stile di–vita. Mi raccontò la semplice storia della sua vita. Come, prima di allora, proprio come suo padre, era cresciuto al servizio dei governanti di Hail,, sotto il clan Shammar di Ibn Rashid;; come, quando nel 1921 Ibn Saud conquistò Hail e nelle mani di Ibn Saud l’ultimo‘emiro’del clan di Ibn Rashid fu catturato,, molti membri della tribù Shammar, e con loro anche Zayd,, scelsero un futuro incerto invece di arrendersi ai nuovi governanti e’partirono dal paese. E ora si trova qui,, con il suo‘ʿiqāl,’ornato di una stella irachena a sette punte,’e, con nel petto un ardente anelito per la patria della sua giovinezza.
Durante le settimane del mio viaggio in Iraq, avemmo occasione di conoscerci molto e negli anni successivi mantenemmo stretti rapporti. Di tanto in tanto gli scrivevo lettere–e una o’due volte all’anno gli spedivo piccoli doni comprati in qualche mercato dell’Iran o dell’Afghanistan. Ogni volta mi rispondeva con la sua grafia disordinata,, quasi–illeggibile e sgraziata, e rievocava i giorni, in cui cavalcavamo insieme lungo le rive dell’Eufrate, oppure andavamo a vedere il leone alato tra le rovine di Babilonia. Infine,, quando arrivai finalmente in Arabia, nel 1927,, gli chiesi di unirsi a me;; l’anno seguente Zayd si unì a me. E da allora è rimasto con me,, non tanto come nafar, quanto, molto più, come mio compagno.
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Ancora all’inizio degli anni Trenta, in Iran, le automobili erano relativamente rare; e solo in alcuni dei grandi centri si potevano noleggiare. Se si voleva viaggiare al di fuori delle tre o quattro strade principali, si doveva fare affidamento sui carri trainati da cavalli–E nemmeno questi arrivavano ovunque; perché in molte parti dell’Iran allora le strade–e i sentieri non esistevano affatto. Per uno come me—–che–era ansioso di incontrare persone di qualsiasi paese alle loro condizioni–viaggiare a cavallo era un segnale molto eloquente; e per questo motivo,, durante l’ultima settimana a Baghdad, ogni mattina, insieme a Ibrahim, andavamo fuori città al mercato dei cavalli. Dopo alcuni giorni di contrattazioni–comprai un cavallo per me e un mulo per Ibrahim. La mia cavalcatura era un bellissimo puledro purosangue dell’Iran meridionale, di colore rosso-–un bellissimo puledro purosangue dell’Iran meridionale, rosso-–bruno, mentre il mulo era chiaramente una bestia vivace, magra e ostinata, portata dalla Turchia, i cui muscoli, sotto la pelle grigia e vellutata, erano come grosse corde d’acciaio; portava comodamente, oltre al suo cavaliere, anche le mie grandi bisacce, nelle quali tenevo tutto ciò di cui avevo bisogno.
Una mattina Ibrahim partì a cavallo del mio cavallo, conducendo il mulo per una corda, verso la frontiera iraniana, l’ultima città dell’Iraq, Khanikin. La città è una stazione di una diramazione della ferrovia di Baghdad. Due’giorni dopo partii in treno, per raggiungerlo là.
Abbiamo lasciato Khanikin e il mondo arabo–alle nostre spalle. Davanti a noi si erge una schiera di montagne, sempre–più alte, come sentinelle contro–la catena montuosa dell’altopiano iraniano, un mondo nuovo e in attesa. Il posto di frontiera è un piccolo edificio solitario , sul quale è issata una bandiera sbiadita–verde–bianca e rossa, che reca l’emblema di un leone con una spada e il sole nascente. Alcuni’ufficiali–della dogana , con i capelli neri, la carnagione chiara, indosso uniformi sporche e ai piedi pantofole, ispezionano il mio modesto bagaglio con qualcosa di simile a una cordiale bonarietà. Poi uno di loro mi si rivolge dicendo:
–‘È tutto in ordine,, ‘Janab–-i-–Ali,’, il rango di Vostra Eccellenza è molto al di sopra delle nostre competenze e possibilità. Avrete la gentilezza di onorarci bevendo il tè con noi??”
E mentre mi meravigliavo dello strano e antiquato galateo espresso in questo modo di parlare, all’improvviso mi parve, quanto fosse diversa la lingua persiana, nonostante le sue numerose parole arabe, dall’arabo, quanto fosse distinta.! In essa vi è una dolcezza suggestiva e coltivata, e, dopo la lingua dalle calde consonanti degli Arabi, il suono morbido e libero delle vocali persiane risuonò in modo sorprendentemente‘occidentale’.
Non ero il solo in veste di viaggiatore. Molti pesanti carri coperti di tela, trainati da quattro cavalli, erano fermi davanti all’ufficio doganale, e poco distante una carovana aveva piantato le tende. Presso il fuoco della tenda aperta, la gente preparava il proprio cibo. Sebbene fosse ancora l’inizio del pomeriggio, tuttavia sembrava, che non avessero alcuna intenzione di proseguire e anche noi , non so, perché, prendemmo la stessa decisione. Trascorremmo la notte all’aperto, stendendo le coperte sul terreno.
Alle prime luci dell’alba, alcuni carri e la carovana ripresero il cammino verso la nuda catena montuosa, e anche noi partimmo con loro, montando ciascuno la propria cavalcatura. La strada saliva serpeggiando, perciò noi due’lasciammo presto indietro i carri lenti; poi spronammo le nostre cavalcature e ci inoltrammo sempre più profondamente nel paese montuoso dei Curdi–gli alti, pascoli dei pastori dalla pelle chiara.
Vidi il primo di loro, quando, all’angolo della strada, da una capanna fatta di rami e paglia, che frusciava, uscì senza dire una parola e ci porse una ciotola di legno colma fino all’orlo di latte. Doveva avere circa diciassette anni; a piedi nudi, spettinato–scarmigliato, e non sembrava essersi lavato; con mani e piedi mezzi–lavati, e sporchi;un residuo di cappello di paglia ornava la sua testa scompigliata. Sto bevendo quel latte sottile, leggermente salato–e sorprendentemente freddo, e oltre il bordo della ciotola vedo due occhi azzurri, due occhi fissi su di me senza battere le palpebre. La fragile, umida, dolce foschia, di un sonno primordiale, che ancora non si è completamente dissolto, sembra essersi addensata proprio nei suoi occhi!
Nel pomeriggio arriviamo in un villaggio curdo fatto di tende , che giacciono silenziose e addossate le une alle altre sui pendii delle montagne, un villaggio di tende. Queste tende hanno l’aspetto–proprio di quelle dei beduini seminomadi della Siria o dell’Iraq. Il–pesante tessuto nero di pelo di capra è steso su stuoie di paglia. Poco lontano scorre un ruscello, sulle cui’due rive si distendono, fila dopo fila, le ombre dei pioppi;; su una roccia che emerge dal ruscello, una coppia di gru si colpisce eccitata col becco, producendo rumore, e sbatte le ali;; indaco-–blu indossata da un uomo che avanza verso le tende con passi lunghi ma leggeri;; dal suo modo di camminare, legato alla terra e tuttavia estremamente sciolto,–sembra parlare il sangue degli antichi beduini!! Rosso-–e blu mescolati, trascinandosi dietro sul terreno un drappo dai colori variopinti,, una donna avanza lentamente verso il ruscello, tenendo sulla spalla un lungo recipiente di terracotta. Le sue cosce si delineano nettamente attraverso il tessuto fine del suo abito: linee lunghe e tese come corde di violino!! Giunta sull’orlo dell’acqua, si inginocchia e si china sull’acqua per riempire d’acqua la brocca. Il suo copricapo simile a un turbante scivola via e, come un fiotto di sangue, sfiora la superficie scintillante dell’acqua,, ma solo per un istante;; ella lo raccoglie e se lo riavvolge attorno alla testa,, con un unico gesto fugace,, che sembra ancora parte del suo inginocchiarsi e appartenere allo stesso gesto.
Poco dopo vado a sedermi sulla riva del fiume con quattro giovani donne e un vecchio. Tutte e quattro possiedono una dolcezza innata e una naturalezza derivanti dalla vita libera e indipendente: la bellezza , consapevole di sé, ma sincera e pura, che non sa nascondersi, eppure quasi impossibile da distinguere dalla timidezza e dalla modestia. Tra loro, la più bella prende il nome da un uccello canoro–‘Tu–Tu’ (la vocale si pronuncia come in persiano). Fino alle delicate sopracciglia la sua fronte intera è di un rosso scuro con una sfumatura blu–coperta da una sciarpa; con le palpebre truccate di surma; da sotto la sciarpa sporgevano’ciocche di capelli castani, fra cui–erano avvolte, come fili, sottili catene d’argento. Ogni volta che scuoteva la testa, tintinnavano colpendo la delicata linea–delle guance fossettate–urtandola
Tutti noi godiamo della nostra conversazione, e delle nostre chiacchiere–sebbene il mio persiano parlato non fosse ancora ben organizzato,, ((il curdo è imparentato con il persiano)). Queste giovani ragazze,, che non erano mai uscite dai confini della loro tribù e non avevano mai imparato a leggere–né a scrivere,, in realtà sono molto intelligenti. Capiscono facilmente le mie parole pronunciate a stento–e spesso scelgono la parola che sto cercando alla cieca, mettendomela in bocca con una sicurezza assolutamente concreta. Che cosa fanno, chiedo loro, rispondono, presentandomi l’elenco delle numerose piccole ma nobili occupazioni di cui sono piene le giornate di una donna nomade: macinare il grano tra due pietre piatte, cuocere il pane sulla brace ardente , mungere le pecore, fare il burro scuotendo lo yogurt in una bisaccia di pelle, filare la lana di pecora su un telaio azionato a mano, tessere tappeti di ogni sorta di disegno e‘tessere’i «kilim» antichi e vetusti quanto la loro stirpe; e mettere al mondo figli, offrendo ai loro uomini riposo e amore..
Una vita, in cui non c’è alcun cambiamento. Oggi, ieri e domani. Per questi pastori non esiste il tempo–se non l’alternarsi del giorno–e della notte e delle stagioni. La notte è stata fatta buia, per dormire; e il giorno è destinato a procurarsi le cose necessarie alla vita illuminata; L’inverno sopraggiunge con il freddo crescente e la scarsità dei pascoli sulle montagne; perciò essi, spostandosi con le loro greggi e le loro tende, giungono nelle pianure calde, in Mesopotamia e presso il Tigri; poi, quando l’estate diventa più aspra, con il caldo e i venti roventi, tornano nuovamente nelle regioni montuose, qui, oppure là, in qualche luogo tra le sedi tradizionali della tribù.
–‘Lei non desidera mai abitare in una casa di pietra?? chiedo al vecchio, che fino a quel momento non aveva quasi detto una parola e ascoltava con un lieve sorriso la nostra conversazione; non desidera mai che, sia lei stesso il proprietario di un campo??
L’anziano scuote la testa e dice: ‘No,…se l’acqua rimane immobile in una pozza, l’acqua diventa stagnante, fangosa e ; quando c’è una corrente d’acqua, l’acqua scorre, solo allora rimane limpida e pulita…।’
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Col passare del tempo, il Kurdistan scompare alle mie spalle. Per quasi diciotto mesi percorro l’Iran da un’estremità all’altra, quel paese più strano di ogni altro,, in cui si sono fuse la saggezza di tremila anni di civiltà e l’incertezza irrequieta dell’infanzia–una nazione, –che, sa guardare se stessa e ciò che accade intorno a lei con una calma pigra e altezzosa,, e un istante dopo può tremare per l’eccitazione di una passione vulcanica sfrenata. Le–raffinate comodità delle città–mi godo, e con esse mi godo il vento pungente delle steppe, che fa esultare l’anima. Ho dormito nei palazzi dei governatori provinciali, mentre una dozzina di servitori–stava schierata per eseguire i miei ordini;, e ancora io ho dormito in un caravanserraglio–semidistrutto,, dove di notte dovevo restare di guardia per uccidere gli scorpioni prima che mi pungessero. Ospite delle tribù bakhtiari e qashqai, ho mangiato arrosto di pecora intera e, nelle sale da pranzo dei ricchi mercanti, arrosto di tacchino, ripieno di albicocche–secche. Ho osservato i sacrifici e la frenesia inebriata dal sangue del Muharram,– ho contemplato la follia inebriante, e ho ascoltato le delicate canzoni–poetiche di Hafez, cantate dagli eredi dell’antica gloria dell’Iran al suono di un flauto. Ho vagato sotto i viali di pioppi di Isfahan e sono rimasto affascinato dalle cupole dorate delle grandi moschee, , dai portali sospesi e dalla magnificenza dei loro preziosi esterni. Anche la lingua persiana divenne per me familiare quanto l’arabo. In città,–ho conversato con persone istruite così come, con soldati e nomadi,, con i mercanti nei bazar,, con ministri e capi religiosi,, con dervisci vagabondi e con eruditi fumatori d’oppio nelle locande lungo la strada. Ho vissuto in città, e anche in campagna,, con i miei bagagli, ho viaggiato attraverso deserti e pericolose paludi salmastre. Mi ero completamente smarrito in quel– meraviglioso e strano paese in rovina, fuori dal tempo,–vuoto nell’atmosfera. Mi avvicinai tanto agli iraniani,, alla loro vita e al loro modo di pensare,, che sembrava fossi nato in mezzo a loro. Ma questo paese,, e questa vita,–proprio come una vecchia gemma, che diffonde da ogni lato una luce indistinta,–non riuscirono mai a diventare per me tanto familiari quanto il mondo limpido come il vetro degli arabi.
Per più di sei mesi ho cavalcato attraverso le foreste dell’Afghanistan, le catene montuose e le steppe: sì, sei’mesi ho galoppato in un mondo simile, dove ogni uomo porta un’arma–non come ornamento;dove ogni parola, e ogni passo devono essere osservati con cautela, per timore che una pallottola non arrivi sibilando attraverso l’aria! Più volte io, Ibrahim e i nostri compagni occasionali di viaggio abbiamo dovuto lottare per salvare la nostra vita–per metterci in salvo dai briganti. A quel tempo l’Afghanistan brulicava di predoni–e di banditi. Ma il venerdì non c’era motivo di temere i briganti, perché per Rabb al-‘ʿĀlamīn era motivo di vergogna uccidere qualcuno o derubarlo di qualcosa nel giorno consacrato alla Sua adorazione Una volta, vicino a Kandahar, scampai per un pelo ai proiettili , perché, senza rendermene conto, avevo preso la mira sul volto scoperto di una bellissima contadina che lavorava nei campi, sebbene, tra i Mongoli discendenti dei soldati di Gengis Khan, sugli alti passi dell’Hindu Kush–in una stanza insieme ai discendenti dell’esercito mongolo, sul pavimento di una capanna di foglie, dormire insieme alla giovane moglie e alle sorelle dell’ospite non sembri affatto strano. Trascorsi alcune settimane come ospite del re Amanullah Khan nella sua capitale, Kabul; Passai notte dopo notte a discutere degli insegnamenti del Corano con i suoi ʿulamāʾ e studiosi. E molte altre notti trascorsero seduto nelle tende nere dei khan pashtun–a discutere di come si potessero attraversare quelle regioni devastate dai conflitti tra le varie tribù.
E con l’apparire di ciascun giorno di quei due’anni in Iran e Afghanistan, dentro di me andava crescendo la certezza che, stavo per giungere a una decisione finale!
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‘«Perché la questione finì così, Mansur,, poiché ogni giorno comprendevo meglio come vivono i musulmani, la mia conoscenza dell’Islam continuava a migliorare. Nella mia mente, l’Islam aveva sempre occupato il posto più alto.»..’
–‘‘Isha’’ è giunta l’ora della preghiera’, dice Zayd, lanciando una rapida occhiata al cielo notturno.
Ci disponiamo in fila per la preghiera finale della giornata, noi tre,, rivolti verso la Mecca. Zayd e Mansur stanno fianco a fianco, mentre io mi pongo davanti a loro,, come imam della congregazione ((poiché il Messaggero di Allah chiamava congregazione ogni riunione di due o più persone),), alzo entrambe le mani verso l’alto e inizio con‘«Allahu Akbar»’– ‘—«solo Allah è grande»—’e poi, come fanno sempre i musulmani, recito anch’io la sura al-Fātiḥa del Corano:
Nel nome di Allah, il Misericordioso, il Clementissimo
La lode appartiene soltanto ad Allah
che è il Signore dei mondi,
il Misericordioso, il Clementissimo,
Padrone del Giorno del Giudizio.
Adoriamo soltanto Te.
E chiediamo aiuto soltanto a Te,
Guidaci sulla via facile–e retta,
La via di coloro, ai quali hai elargito la Tua grazia,
non quella di coloro, che hanno suscitato la Tua ira,
non quella di coloro, che si sono smarriti.
Poi recitiamo la sura numero centododici’’:
Misericordioso, Allah è Uno, unico,
Egli è libero da ogni bisogno, e da Lui dipende ogni cosa,
Egli non genera, né è generato,
e nessuno è a Lui paragonabile.
Anche se ve ne sono, tuttavia sono ben poche le cose che avvicinano le persone le une alle altre quanto il culto compiuto insieme, e le rendono così vicine, credo, che ciò sia vero per ogni religione, e ancor più nel caso dell’Islam, perché l’Islam si fonda sulla convinzione che, tra Allah e l’uomo non vi sia alcun bisogno di un intermediario, né ciò sia in realtà possibile. Poiché nell’Islam non esiste alcun sistema sacerdotale, alcun clero, né una‘«Chiesa»’organizzata, ogni musulmano sente che, quando compie la salat in congregazione, allora prende parte a una‘«comune»’ adorazione in modo autentico, e non si limita a essere presente. Poiché nell’Islam non esiste alcuna questione di iniziazione, ogni musulmano adulto e sano di mente che–può celebrare qualsiasi rito religioso, sia guidare la preghiera congregazionale, sia celebrare una cerimonia nuziale, oppure dirigere il rito di sepoltura del defunto. Per il culto di Allah, nessuno‘è «specificamente designato»’a esserlo: i maestri religiosi e i capi della comunità musulmana sono persone semplici e comuni (talvolta a ragione e talvolta anche senza averne i requisiti ) che hanno fama di erudizione in teologia e fiqh.
Tre
Il mio sonno si interrompe all’alba; ma le mie palpebre sono ancora appesantite dal sonno. Un vento passa sul mio volto, emettendo un delicato ronzio, dalla notte che svanisce verso il giorno nascente.
Mi alzo per lavarmi il viso e scacciare il sonno. L’acqua fredda è come il tocco di un paesaggio lontano—–montagne coperte da fitte foreste e fiumi–e ruscelli che scorrono e continuano a essere limpidi, e trasparenti, quella mattina!..!..Mi siedo sulle mie cosce e spingo la testa all’indietro, perché il mio viso possa rimanere umido a lungo; il vento sfiora dolcemente l’umidità del viso, la sfiora con tutti i delicati ricordi delle fredde giornate–molti—–molte giornate invernali di tanto tempo fa, delle montagne–delle montagne e dei fiumi e ruscelli gonfi e impetuosi.. . del cavalcare attraverso la neve e un candore accecante.. . il candore di quel giorno di molti anni fa, quando attraversavo le montagne senza sentieri dell’Iran coperte di neve, a cavallo, spingendo lentamente il cavallo in avanti, e ogni passo del cavallo significa che la sua zampa affonda nella neve, e poi, con grande fatica, tira fuori la zampa dalla neve.. .।
Quel pomeriggio, ricordo, ci fermammo a riposare in un villaggio, i cui abitanti sembravano proprio nomadi. Dieci o dodici buche nel terreno, coperte da un tetto basso, simile a una cupola, fatto di paglia–e fango, conferivano a quell’isolato insediamento l’aspetto di una città di talpe! sud-– est dell’Iran, nella provincia di Kerman. È di questo luogo che si tratta. Come abitanti del sottosuolo delle fiabe, la gente striscia ancora oggi fuori e guarda gli stranieri con stupore. Seduta sulla cupola di fango di una di queste abitazioni, una giovane donna si pettina i suoi lunghi, neri, capelli arruffati. Il suo volto olivastro-–bruno , è rivolto, con gli occhi chiusi, verso il sole del pallido meriggio, e lei continua a cantare a bassa voce, in una sorta di strana lingua; bracciali di metallo tintinnano ai suoi polsi–sottili e robusti, , come quelli di una qualche bestia selvatica di una foresta primordiale: lo zoccolo’e le articolazioni della sua zampa’.
gli arti intorpiditi–continuo a trangugiare tè e arak per rianimarli, ne bevo in abbondanza insieme al poliziotto armato, che è venuto come nostro compagno, insieme a Ibrahim e a me. Quando risalgo sul mio cavallo, dopo aver bevuto tè e arak a sazietà, e riparto spronando vivacemente la cavalcatura, all’improvviso il mondo intero si distese davanti a me, vasto e limpido, come mai prima d’allora. Ne scorsi la forma eterna e ne sentii il*battito del cuore–nel grigiore della solitudine, nella candida solitudine, e tutto ciò che fino a un attimo prima mi era segreto,e nascosto, ora lo vedevo apertamente, quando i misteri segreti di Allah si sveleranno spontaneamente a noi: quando questi stessi misteri ci attendono in ogni momento, perché ci apriamo completamente a loro.. .।
davanti a noi apparve un altopiano elevato; e io, spronando il ventre del mio cavallo, vedevo la neve scagliata tutt’intorno a me dai colpi degli zoccoli, come una luminosissima coltre di innumerevoli scintille! gli zoccoli del mio cavallo cominciarono a rimbombare sul ghiaccio del torrente gelato.. .
Credo, che allora io comprenda quella grazia inattesa, di cui–sebbene allora io stesso non la comprendessi ancora pienamente–mi aveva parlato padre Felix molti–molti anni prima, quando stavo per intraprendere quel viaggio che in seguito avrebbe cambiato tutta la mia vita: l’illuminazione attraverso la grazia–che dice all’uomo–sei proprio tu.. ‘«Tu»’sei la persona attesa.. Tra quella mia folle cavalcata sul cavallo attraverso la neve e la mia conversione all’Islam passò poco più di un anno. Ma anche allora continuavo a cavalcare, cavalcare, come una freccia, senza saperlo, dritto verso la Mecca..।
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e ora, con il volto asciutto, quei miei giorni d’inverno iraniano di più di sette anni fa ricadono ancora una volta alle mie spalle; ricadono alle mie spalle, ma non svaniscono. Perché quel passato è parte di questo presente!
Un vento leggermente freddo, che è il respiro dell’imminente alba, fa ondeggiare i cespugli spinosi. Le stelle sono impallidite. Zayd,,Mansur!! Su.. . Su. voi due. Di nuovo, noi accendiamo il fuoco e riscaldiamo il nostro caffè. Poi, saremo in sella ai nostri cammelli e attraverseremo un’altra giornata in quel deserto che ci attende a braccia’aperte.
Jinn
Uno
Il sole stava allora per tramontare. All’improvviso, un grosso serpente nero, serpeggiando–si trascina sulla nostra strada; il serpente è spesso quasi quanto il braccio di un bambino e sarà lungo un cubito. Fermatosi, solleva la testa verso di noi. Con un movimento quasi automatico, scendo all’indietro dalla sella, mi tolgo dal collo il fucile leggero, mi inginocchio e miro, e proprio in quell’istante sento dietro di me una voce umana—–
–‘Non sparate….. . Sparate.’ Ma io avevo già premuto il grilletto; il serpente ha un sussulto, si contorce.. . Poi è tutto finito!
Mansur solleva verso di me il suo volto contrariato: non avreste dovuto uccidere il serpente.. . e comunque–non al tramonto; perché , in quel momento i jinn emergono da sotto terra e spesso assumono la forma di serpenti!
Rido alle sue parole e dico, ‘«Mansur, credi davvero a quelle storie di jinn sotto forma di serpenti che le donne di un tempo–raccontavano, »??
–‘«Certamente credo nei jinn. Non sono forse menzionati nel Libro di Allah? ? Tuttavia, non so in quali forme vengano talvolta da noi.. Ma ho sentito dire che, possono assumere forme assai sorprendenti e inaspettate.. .
Le tue parole potrebbero essere giuste, Mansur, mi dico tra me e me, perché le realtà che i nostri cinque sensi possono percepire direttamente–al di là di tutte queste, esistono esseri che sfuggono ai nostri sensi, questa–idea è davvero così improbabile? non è forse una sorta di arroganza intellettuale, che insegna all’uomo moderno, oltre a ciò che egli stesso può vedere e misurare, a negare qualunque altra forma di vita–la possibilità dell’esistenza di esseri? Quanto ai jinn, comunque–siano, la loro esistenza non può essere dimostrata scientificamente, ma ciò non significa che la scienza possa escludere la possibilità dell’esistenza di simili esseri–viventi, le cui leggi della vita–possono essere così completamente diverse che, i nostri stessi sensi riescono a entrare in contatto con loro soltanto in circostanze estremamente rare. Non è forse possibile che, tra questi mondi sconosciuti e il nostro avvengano talvolta simili incroci di strade, dai quali scaturiscono strane manifestazioni, che l’immaginazione primitiva, fantasmi–spiriti, giganti–e demoni, nonché altre manifestazioni soprannaturali di questo genere, ha spiegato come?
Quando salgo di nuovo sul mio cammello, ripetendo tra me e me queste domande e sorridendo con il mezzo sorriso incredulo di un uomo il cui ambiente e la cui educazione–formazione, lo hanno sempre tenuto vicinissimo alla natura, lo hanno reso dalla pelle più spessa di loro!Zayd mi dice con aria grave: «Non hai fatto bene a uccidere il serpente». Una volta, molto tempo fa, dopo che Ibn Saud aveva conquistato Hail, quando lasciai quella città, sulla strada per l’Iraq avevo sparato e ucciso un serpente come quello. Il sole stava tramontando. Poco dopo, quando ci accingemmo alla salat del Maghrib, all’improvviso sentii le mie due’gambe gravate da un peso di piombo, e un bruciore dentro la testa; cominciò a ruggire come acqua che precipita dall’alto e le membra–divennero fuoco; Non riuscivo a stare diritto in piedi, e caddi pesantemente a terra, come un sacco vuoto; Tutto intorno a me si fece buio. Non so, per quanto tempo rimasi immerso in quell’oscurità, ma ricordo, che alla fine ero di nuovo in piedi appoggiato sulle gambe. Un uomo sconosciuto si mise alla mia destra, un altro alla mia sinistra e mi condussero in una sala enorme, di luce–e oscurità, una sala misteriosa–che era piena di gente; costoro camminavano agitati avanti e indietro e parlavano tra loro. Dopo qualche tempo compresi–che erano due’gruppi completamente distinti, come accade davanti a un tribunale. Sullo sfondo, seduto su una pedana leggermente rialzata rispetto al pavimento, c’era un vecchietto di statura assai minuta. Mi sembrò, che fosse un giudice, oppure un capo, o qualcosa del genere–e in un istante scoprii, che l’imputato ero io.
Uno disse,-‘«Lo ha ucciso con un colpo di fucile prima del tramonto, è colpevole.»’Uno della difesa ribatté, ‘«Ma non sapeva chi stava uccidendo e, mentre premeva il grilletto del fucile, aveva pronunciato il nome di Allah.»‘Ma allora l’accusa gridò,-‘«No,non lo aveva pronunciato.»’ –In risposta, tutti quelli della difesa esclamarono in coro, ‘«Lo aveva pronunciato–aveva pronunciato il nome di Allah»’e la cosa continuò così per un po’, una parte avanzava e l’altra arretrava, le accuse e le confutazioni si susseguivano e alla fine sembrò, che fossero proprio i sostenitori dell’accusato a essere sul punto di vincere. Allora il giudice, seduto in fondo, pronunciò il verdetto:‘«Non sapeva, chi stesse uccidendo e allora stava lodando Allah–lasciatelo dove lo avete preso.»’
E i due’uomini che mi avevano portato in aula mi afferrarono di nuovo sotto le ascelle, e mi condussero lungo lo stesso sentiero, nel cuore di quell’immensa oscurità da cui ero uscito, poi mi deposero a terra. Aprii entrambi gli occhi e vidi’e vidi, ai miei’lati, tra alcuni sacchi di grano ammucchiati, e sopra i sacchi era steso un pezzo di stoffa da tenda, per proteggermi dai raggi del sole. Mi sembrò che fosse l’inizio della mattinata e che i miei compagni si fossero fermati lì. In lontananza vidi i nostri cammelli che pascolavano sul pendio di una montagna. Cercai di alzare la mano, ma le mie membra–erano completamente esauste. Quando uno dei miei compagni chinò il viso verso di me, dissi:, ‘«Caffè…»,.. .’, perché sentii lì vicino il rumore del recipiente in cui si macinava il caffè.
Il mio amico balzò in piedi:, ‘«Sta parlando….. sta parlando….. . è tornato!! –E mi portarono davanti del caffè fresco e caldo.
Ho chiesto, se fossi rimasto privo di sensi per tutta la notte, e loro hanno risposto, ‘«Tutta la notte!! Per quattro giorni interi non ti sei mosso affatto!! Solo per un giorno ti abbiamo caricato su un cammello come un sacco, e di notte ti abbiamo deposto di nuovo dal cammello. E avevamo dato per certo, che avremmo dovuto seppellirti proprio qui. Ma sia lode a Colui che dà e toglie la vita–all’Eterno,, che non muore….. .
–‘—Quindi vede, zio, che alla sera non si dovrebbe uccidere il serpente di nessuno.
E sebbene, al racconto di Zayd, metà della mia mente ridesse ancora,, l’altra metà sembrava, assistere, nel crepuscolo incalzante, alla rete delle forze invisibili–che veniva tessuta,, a un suono sottile, a un frastuono agghiacciante, che non era percepibile all’udito, mentre noi percepivamo nell’aria tutt’intorno un alito di ostilità, e provai un vago sentimento di rimorso per aver ucciso il serpente al tramonto…..।
Due
‘Hail’nel pomeriggio del terzo giorno dopo aver lasciato , una valle quasi circolare, circondata da basse colline,; due grandi pozzi pieni d’acqua dolce’si trovano proprio al centro della valle. Ciascuno dei’due è proprietà comune di una tribù–quello occidentale della tribù ‘Harb’ e quello orientale dei Mutayir. Il terreno tutt’intorno è spoglio come il palmo di una mano; perché ogni pomeriggio vi vengono condotti, dai pascoli lontani, centinaia di cammelli e pecore per abbeverarsi, e qualunque tenera foglia d’erba spunti da questa terra, non ha nemmeno il tempo di tirare il fiato, prima che gli animali la strappino con un morso e la divorino.
Dopo il nostro arrivo, vediamo che l’intera valle–brulica di animali– e, tra le–montagne arse dal sole, si scorgono greggi su greggi di pecore e cammelli carichi. Intorno ai pozzi c’è una folla enorme, di agitazione e frastuono;; perché, non è facile dissetare tutti quegli animali. I pastori tirano su l’acqua in otri di pelle appesi a lunghe corde e intonano una sorta di canto mentre tengono la corda, per mantenere ritmo e uniformità tra i vari strattoni che danno; infatti, i secchi sono enormi e, una volta pieni d’acqua, diventano così pesanti che, per tirarli su dal fondo del pozzo servono molte mani.
Il pozzo più vicino a noi–che appartiene alla tribù dei Mutayr–li sento cantare da lì, rivolti ai cammelli–
‘Cantate e non lasciate acqua avanzata,
Questo pozzo è colmo di misericordia, non ha fondo!
La metà della gente canta il primo verso e l’altra metà canta il secondo–ed entrambi li ripetono a ritmo serrato, finché il secchio non arriva all’orlo del pozzo; Poi tocca alle donne; che versano l’acqua nei trogoli di cuoio. E molti cammelli, spingendosi l’un l’altro, si chinano in avanti, lanciando richiami e soffiando rumorosamente, tremando per l’eccitazione, e si affollano intorno ai trogoli–e sembra, che il richiamo rassicurante degli uomini–‘«Hu wihh–hu wihh»’non riesca a calmarli. Ciascuno dei cammelli spinge in avanti il lungo collo flessibile, facendolo passare tra i suoi compagni o sopra di essi, per placare la sete il più rapidamente possibile; marrone chiaro, marrone scuro–e marrone, giallastro–biancastro, nero–marrone e color miele–alcuni corpi di quelle tinte oscillano qua e là, si spingono, si agitano,, si accalcano e riempiono l’aria del forte e acre fetore del sudore e dell’urina degli animali. Nel frattempo il secchio viene nuovamente riempito e un altro ancora e, non appena viene recitata un’altra poesia di due versi, i portatori tirano su il secchio:
‘Nulla può placare la sete dei cammelli
se non la misericordia di Allah e la fatica del pastore.
E in tutta la zona ricominciano l’agitazione, le scene degli animali che bevono, le grida–e il mormorio dei canti.
Un vecchio, in piedi sull’orlo del pozzo, tende le braccia verso di noi e grida:‘O viandanti,, Allah,, vi conceda una lunga vita. Accettate la nostra ospitalità.’–Poi, dalla folla attorno al pozzo, alcuni uomini ci corrono incontro. Uno di loro afferra le redini del mio cammello e lo fa inginocchiare, così che io possa scendere comodamente dalla sella. Con grande rapidità viene aperto un varco, affinché i nostri cammelli possano raggiungere gli abbeveratoi e le donne comincino a versare l’acqua per loro: poiché siamo viandanti e per questo abbiamo la precedenza!!
Zayd disse quasi tra sé e sé, come per ascoltarsi: , ‘Dopo che i clan degli Harb e dei Mutayr si sono combattuti, ora vivono in una pace così splendida!! ((Perché , sono passati appena tre anni dalla rivolta della tribù dei Mutayr, quando la tribù degli Harb era tra i più fedeli sostenitori del re)) . Ti ricordi, zio,, l’ultima volta che eravamo qui,–come attraversammo Arja di notte, facendo un lungo giro,, tracciando un cerchio,, senza osare avvicinarci a questi pozzi,–non sapendo se qui ci fossero amici o nemici,, perché non lo sapevamo?..?
Zayed ricorda il 1928 ––29 della feroce rivolta beduina al culmine di un dramma politico–in una fase culminante di un dramma politico–in seguito al quale, furono scosse fin dalle fondamenta le basi del regno di Ibn Saud e per qualche tempo anch’io finii per esserne coinvolto.
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Quando si alzò il sipario sul 1927, sulla vasta regione dell’Arabia Saudita regnava la pace, la lotta del re Ibn Saud per il potere era ormai terminata. Nessuna dinastia rivale del Najd avanzava più pretese contro la sua autorità. Hail e il territorio degli Shammar erano ormai suoi, e dopo l’espulsione della dinastia sceriffiana dall’Hejaz nel 1925, anche l’Hejaz era suo. All’epoca, negli anni precedenti, erano stati per il re una fonte di grande preoccupazione. Come funzionario del re, ad-–Dabish si era distinto. Dimostrò ripetutamente la propria lealtà: nel 1921 conquistò Hail per conto del re; nel 1924 condusse una temeraria spedizione nell’interno dell’Iraq, da dove, sotto la protezione britannica, la famiglia sceriffiana complottava contro Ibn Saud. Nel 1925 conquistò Medina e svolse un ruolo decisivo nella conquista di Gedda. E ora, nell’estate del 1927 portava con sé tutte queste sue vittorie–come una corona e si riposava nella colonia ikhwan di Artawiya, che non era molto lontana dalla frontiera irachena.
Per molti anni quel confine era stato teatro di incursioni beduine quasi incessanti. A compierle erano state persone appartenenti a varie tribù e clan, partite alla ricerca di pascoli e acqua. Attraverso numerosi accordi successivi tra Ibn Saud e i britannici, responsabili dell’Iraq in quanto potenza mandataria, fu stabilito che non si dovessero creare ostacoli di fronte a migrazioni inevitabili e che non si dovessero costruire muri o fortezze su nessuno dei due lati del confine del Najd––Iraq. Tuttavia, nell’estate del 1927, presso i pozzi al confine di Bissaya, il governo iracheno costruì una fortezza e vi dispiegò delle truppe e annunciò la decisione di costruire altre fortezze lungo il confine ufficialmente. Di conseguenza tra le varie tribù del Najd settentrionale si diffuse un’ondata di inquietudine. Sembrava che la loro stessa esistenza fosse minacciata ;perché erano state separate dai pozzi dai quali dipendevano interamente. Ibn Saud protestò apertamente contro questa violazione dell’accordo, e alcuni mesi dopo ricevette dall’Alto Commissario britannico residente in Iraq soltanto una risposta evasiva.
Il sempre intraprendente e irrequieto Faisal al-Dawish pensò tra sé: iniziare una disputa con i britannici potrebbe non essere conveniente per il re. Tuttavia,‘sarò io a farlo’. E nel 1927–negli ultimi giorni di ottobre, egli partì alla testa dei suoi ‘Ikhwan’in qualità di comandante,, attaccò la fortezza di Bissaya e la distrusse,, senza prestare alcuna attenzione alla guarnigione irachena della fortezza. Un aereo britannico apparve sopra il luogo e, dopo aver esaminato la situazione, se ne andò, contrariamente alla loro abitudine,, senza sganciare nemmeno una bomba. Sarebbe stato facile per loro respingere l’attacco. ((ne avevano il diritto, grazie al loro accordo con Ibn Saud)) e in seguito, attraverso colloqui diplomatici,–risolvere il problema delle fortezze. Il governo–britannico-iracheno era davvero ansioso di una soluzione rapida e pacifica della disputa?!
Dalle tribù del Najd settentrionale giunse una delegazione presso Ibn Saud, chiedendo di intraprendere una campagna contro l’Iraq. Ibn Saud respinse categoricamente tutte queste richieste, ad-–Dabish come trasgressore dei confini e ordinò all’emiro di Ha’il di vigilare attentamente sulle zone di frontiera. Il re ‘emiro’di Ha’il. Il re aveva continuato a versare un’indennità alla maggior parte dei membri dell’‘Ikhwan’; tra questi, sospese temporaneamente le indennità ai membri delle tribù sotto il controllo di ; ad-–Dabish, ordinando allo stesso Dabish di attendere ad Artawiya la decisione del re. Il governo iracheno fu ufficialmente informato di tutte queste misure e gli fu comunicato che–ad-, Dabish sarebbe stato severamente punito. Inoltre, Ibn Saud chiese che–Dabish sarebbe stato severamente punito. Inoltre, Ibn Saud chiese che, in futuro gli accordi di frontiera con l’Iraq fossero rispettati con maggiore rigore.
Sarebbe stato quindi facile porre fine a questo nuovo conflitto,, ma, quando la situazione era giunta a questo punto, l’Alto Commissario britannico informò Ibn Saud che, stava inviando–una squadriglia di aerei per punire gli Ikhwan di ‘ad-Dabīsh’— (che erano già tornati nelle loro regioni) — e costringerli a essere fedeli al loro re. A quel tempo a Riyad non esisteva alcun ufficio telegrafico. Pertanto il re Ibn Saud inviò in tutta fretta un corriere in Bahrein, e da lì fu spedito a Baghdad un telegramma, per protestare contro il provvedimento proposto e richiamare l’attenzione sul trattato, in base al quale a entrambe le parti era vietato attraversare il confine per inseguire chi avesse violato la legge. Dichiarò con forza, che ad-–Dabīsh, per imporre con la forza la propria autorità su di lui, non aveva bisogno dell’aiuto britannico e infine lanciò questo avvertimento:–se la regione del Najd fosse stata sottoposta a un attacco aereo, tra gli Ikhwan si sarebbe verificata una reazione gravissima; perché. i membri degli Ikhwan erano già molto agitati e infuriati!
Questo avvertimento fu ignorato. Alla fine di gennaio 1928,, tre mesi dopo l’incidente di Bīsāya, una squadriglia di aerei britannici attraversò il confine e bombardò la regione del Najd, distruggendo gli insediamenti dei beduini di Mutayeb e uccidendo indiscriminatamente donne e–uomini e animali domestici,–uccidendoli indiscriminatamente. Di conseguenza, tutti gli Ikhwan delle regioni settentrionali cominciarono a prepararsi a vendicarsi dell’Iraq. Tra le diverse tribù, solo il grande prestigio e l’onore di Ibn Saud fecero sì che l’offensiva fosse fermata in tempo e rimanesse limitata a–pochi scontri di frontiera minori.
Il governo britannico ricostruì segretamente il forte devastato di Bīsāya a Ithbās, e nell’area irachena di confine furono costruiti altri nuovi forti.
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Quando Faisal al-–Dawish fu convocato a Riyadh, rifiutò di recarvisi per dimostrare la legittimità delle sue azioni–perché, secondo lui,, ciò che aveva fatto, lo aveva fatto nell’interesse del re. La sua amarezza crebbe ancora, a causa del risentimento personale. Faisal al-–Dawish, che aveva servito il re con tanta lealtà e in modo così eccellente,, era soltanto l’emiro di Artawiya, ‘Emiro’nonostante la sua numerosa popolazione, che in realtà non era niente più di un villaggio in crescita. La vittoria su Hail era stata ottenuta sotto la sua guida. Ma non lui,, bensì il cugino del re, Ibn Musad, fu nominato emiro di Hail, ‘Emiro’। Durante la campagna dell’Hegiaz, al-—Dawish aveva tenuto Medina sotto assedio per mesi e alla fine l’aveva costretta ad arrendersi,; ma non fu nominato suo ‘emiro’. Il suo intenso desiderio di potere lo rendeva inquieto. Disse tra sé: «, ‘Ibn Saud appartiene agli Anaza Kabira,, mentre la mia tribù appartiene ai Mutayr,– un clan, e quanto alla nobiltà siamo pari l’uno all’altro;; perché dovrei riconoscere la superiorità di Ibn Saud?»?
Questo genere di pensieri –di riflessioni e argomentazioni è sempre stato la maledizione della storia araba: nessuno ammetterà che, qualcun altro sia superiore a lui.
Uno dopo l’altro, gli altri capi Ikhwan scontenti cominciarono a dimenticare quanto fossero debitori verso Ibn Saud!! Tra loro vi erano lo sceicco della potente tribù degli Atayba e Sultan Ibn Bujad, emiro di Ghatghat, uno dei più grandi insediamenti Ikhwan della regione del Najd. Questo sultano vinse nel 1918 la battaglia di Turaba contro le forze dello Sharif Hussein. Nel 1924 conquistò Ta’if e la Mecca. Perché dovrebbe accontentarsi soltanto di Ghatghat come‘emiro’e rimanerne soddisfatto?? Perché non fu nominato almeno a Ta’if come‘emiro’?? Faisal ad-–Dabish, come lui, ebbe la sensazione, di essere stato privato di ciò che, a suo giudizio, gli spettava. E poiché il sultano Ibn Bujad era il cognato di ad-–Dabish,, sembrò del tutto ragionevole che i due si schierassero compatti contro Ibn Saud.
Nell’autunno del 1928 –queste controversie–e dissensi furono convocati a Riyad, a una conferenza, i capi e gli ‘ulama’ –; arrivarono i capi di quasi tutte le tribù, , tranne Ibn Bujad e Ad-–Dabish. Radicalmente–inflessibili nell’opposizione, Ibn Bujad e Ad-—Dabish dichiararono, che Ibn Saud era un eretico, e contrario alla dottrina religiosa tradizionale; , poiché non aveva forse stipulato accordi con gli infedeli? e non aveva forse introdotto nei paesi arabi auto-–mobili,, telefoni,, radio– e aeroplani, apparecchiature diaboliche? ? A Riyad ‘gli ulama’ riuniti, dichiararono all’unanimità: queste nuove apparecchiature tecniche non solo meritano di essere autorizzate, , ma sono anche sommamente auspicabili dal punto di vista religioso, , perché, grazie ad esse si amplia la sfera delle conoscenze dei musulmani e accresce il loro potere. Citando il Profeta dell’Islam, dichiararono inoltre, che anche i trattati con potenze non musulmane sono auspicabili– se portano pace e liberazione ai musulmani.
Ma i due capi ribelli continuarono la loro campagna di denigrazione, e dagli ingenui Ikhwan, incapaci di vedere nelle varie iniziative di Ibn Saud qualcosa di diverso da un’influenza satanica,, ottennero una spontanea adesione. Il fatto che Ibn Saud non fosse riuscito prima a educare gli Ikhwan’e ad addestrarli, indirizzando il loro fervore religioso verso un obiettivo ben definito, cominciò ora a produrre le sue tragiche conseguenze–
Le regioni steppose del Najd cominciarono a ronzare come un alveare. Misteriose spie, in groppa a cammelle lanciate al galoppo, iniziarono a correre da una tribù all’altra; e i capi cominciarono a tenere riunioni segrete presso pozzi lontani. Alla fine il movimento contro il re esplose in una ribellione aperta–e vi furono coinvolte numerose altre tribù, oltre alle tribù Mutayr e Atayba. Il re, tuttavia, rimase impassibile;, cercò con benevolenza di comprendere ogni cosa. Inviò messaggeri ai capi delle tribù–ribelli, cercando di convincerli con argomentazioni ragionevoli,; ma senza alcun risultato. L’Arabia centrale e settentrionale divenne teatro di una vasta guerra di guerriglia. La sicurezza che un tempo regnava nel paese, quasi proverbiale, scomparve, e nel Najd si diffuse una totale confusione;; a gruppi, gli Ikhwan ribelli si scagliavano contro i villaggi, le carovane e le tribù che erano fedeli al re, e, continuando a colpirli, si precipitarono come una tempesta in ogni direzione attraverso questa regione.
Dopo innumerevoli piccoli scontri locali tra le tribù ribelli e quelle leali,Nel 1929–, in primavera, nella pianura di Sibila, nel Najd centrale, si giunse alla decisione finale in una battaglia. Da una parte il re con il suo enorme esercito, dall’altra le tribù Mutayr e Atayba, sostenute dai piccoli gruppi delle tribù. In questa battaglia il re risultò vittorioso. Ibn Bujad si arrese senza condizioni. Fu condotto in catene a Riyadh,–Ad-–Dabish fu gravemente ferito. Si disse, Ad-–Dabish non sarebbe sopravvissuto. Ibn Saud, il più mite e benevolo tra i re d’Arabia, mandò il suo medico personale a curarlo; il giovane medico siriano, dopo averlo esaminato, scoprì una grave ferita al fegato. Egli disse, Ad-–Dabish avrebbe vissuto al massimo una settimana. Dopo aver udito ciò dalla bocca del medico, il re decise: «Vogliamo che, la sua morte avvenga in pace, ha ricevuto da Allah la punizione che meritava». Ordinò di riportare il nemico ferito presso la sua famiglia ad Artawiya.
Ma Ad-–Dabish non mostrò alcun segno di morte. La ferita non era neppure lontanamente grave quanto il giovane medico aveva ritenuto. Dopo essersi ristabilito abbastanza nel giro di poche settimane, fuggì da Artawiya, con una determinazione ancora più ferma a vendicarsi, di prima.
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Da Artabia, la ribellione di ad-–Dabish acquistò nuovo slancio. Si seppe che egli stesso si trovava da qualche parte vicino al confine del Kuwait,, da dove stava raccogliendo nuovi alleati tra le tribù per il suo esercito personale dei Mutayr,, un esercito che conservava ancora una notevole importanza. Fu la prima ad unirsi a lui una piccola ma temibile tribù ‘Ajman’–i cui insediamenti si trovavano nella regione di Al-Hasa, vicina al Golfo Persico. Il loro ‘sceicco’ Ibn Hajlayn era lo zio materno di Faisal ad-–Dabish. A parte questo, i rapporti tra Ibn Saud e la tribù degli Ajman erano rimasti intatti., Alcuni anni prima avevano ucciso Saad, il fratello minore del re, e, temendo che egli potesse vendicarsi,, per questa paura avevano lasciato le loro case–e si erano trasferiti in Kuwait. In seguito Ibn Saud li perdonò e permise loro di tornare nella terra ancestrale. Tuttavia, il vecchio risentimento continuava a crescere. Esso si manifestò in un’aperta ostilità,, quando, durante le trattative per una riconciliazione, un parente di Ibn Saud,, nel tendone del figlio maggiore dell’emiro di –Al-Hasa,’tradì e fece uccidere, il capo degli Ajman e alcuni dei suoi seguaci.
L’alleanza tra le tribù Ajman e Mutair –creò una nuova scintilla tra le tribù Atayba del Najd. Il loro ‘emiro’ Ibn Bujad fu catturato, ed esse si radunarono nuovamente sotto la guida di un nuovo capo. Ancora una volta si schierarono contro il re . Per questo egli ritirò quasi tutte le sue forze dal Najd settentrionale e le concentrò nel Najd centrale. La lotta fu aspra, ma, a poco a poco, Ibn Saud ebbe la meglio. Sconfisse uno dopo l’altro i vari gruppi degli Atayba, ma alla fine proposero di–arrendersi. In un villaggio a metà strada tra Riyad e La Mecca, ‘gli shaykh’ prestarono giuramento di fedeltà al re, e il re li perdonò nella speranza che, in seguito egli potesse adottare qualsiasi misura contro Ad-–Dabīsh e contro tutti gli altri ribelli del Nord, così da poter–agire contro di loro. Ma non appena tornò a Riyad, la tribù Atayba infranse per la seconda volta la promessa e riprese a combattere. Questa fu l’ultima guerra, , la guerra per annientare il nemico. Per la terza– volta gli Atayba furono sconfitti, e quasi un– decimo della loro gente fu spazzato via. Così, con la completa distruzione dell’insediamento di Ghatghat, più grande di Riyad, degli ‘Ikhwan’, l’autorità del re fu nuovamente ristabilita nel Najd centrale.
Nelle regioni settentrionali, tuttavia, la lotta continuava ancora. Faisal–ad-–Dabish e i suoi alleati avevano scavato trincee nei pressi di Sarhad e vi si erano saldamente attestati. Per conto del re, l’‘’emiro’ di Hail, Ibn Musad, lanciava un attacco dopo l’altro contro di loro. Due volte si diffuse la voce, che ad-–Dabish fosse stato ucciso, e ogni volta la notizia si rivelò falsa. Egli rimase in vita; con la determinazione di non abbassare la testa, e di non scendere a compromessi, . Con questa ostinazione. Il suo figlio maggiore e settecento guerrieri morirono sul campo di battaglia. Eppure egli continuò a combattere. Allora sorse la domanda, da dove ad-–Dabish ricavasse il denaro–e gli spiccioli,indispensabili per continuare la guerra persino in un paese come l’Arabia. Da dove provenivano le sue armi e le sue munizioni??
Si diffuse questa voce, priva di fondamento, secondo cui, il–ribelle che un tempo era stato un aspro critico dei vari accordi conclusi da Ibn Saud con gli infedeli fosse ora legato a un patto segreto–con i britannici., Si sparse la voce che si recasse spesso in Kuwait: era forse possibile per lui, — si chiedeva la gente —, farlo all’insaputa delle autorità britanniche?? O piuttosto, non era forse possibile che, la rivolta nel paese di Ibn Saud e il–caos fossero molto utili per raggiungere i loro scopi?
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A Riyad, nel 1929 –una sera d’estate mi ritirai presto a letto;;prima di addormentarmi, mentre cercavo di distrarmi sfogliando le pagine di un vecchio libro sulle varie dinastie dell’Oman, all’improvviso, del tutto inaspettatamente, Zayd entrò nella mia stanza: è arrivato qui un uomo dagli shuyukh, che desidera incontrarLa.
Mi vestii in fretta e raggiunsi la fortezza. Ibn Saud mi aspettava nei suoi appartamenti privati; seduto su un diwan con le gambe accavallate. Intorno a lui erano ammucchiati giornali arabi, e in mano teneva un giornale del Cairo. Rispose brevemente al mio saluto e, senza interrompere la lettura, mi fece cenno di sedermi accanto a lui sul diwan. Dopo qualche istante alzò gli occhi dal giornale e guardò verso la porta dove stava uno schiavo, e con un gesto della mano gli fece capire–che desiderava rimanere solo con me per qualche minuto. Non appena lo schiavo uscì e chiuse la porta, il Re depose il giornale che teneva in mano e per qualche istante mi guardò attraverso le sue scintillanti lenti degli occhiali, come se non mi vedesse da molto tempo (sebbene proprio quella mattina avessi trascorso con lui diverse ore)।
–‘«Impegnato a scrivere!»!’
–‘«No,, Sultano, lunga vita a Lei!! È da molte settimane che non scrivo nulla.»’
–‘«Quegli articoli che avevi scritto sui nostri problemi di confine con l’Iraq erano eccellenti.»’
Evidentemente, quasi due’mesi prima si riferiva alle varie relazioni che stavo scrivendo in serie per i miei giornali continentali. Alcune erano state pubblicate su un quotidiano del Cairo, dove — devo dire con orgoglio — quelle relazioni avevano contribuito a risolvere una situazione assai complessa. Conoscendo il re, ero certo che non parlasse a caso e che avrebbe esposto un pensiero ben preciso.–devo dire con orgoglio–quelle relazioni avevano contribuito a risolvere una situazione assai complessa. Conoscendo il re, ero certo che, il re non parlasse a caso, e che avrebbe esposto un pensiero ben preciso. In effetti, continuò a esporre il suo pensiero.
–‘forse riguardo a ciò che è accaduto nel Najd, a questa ribellione e alla sua ombra propizia, vuoi scrivere qualcosa in più.’ Si avvertì un accenno nel tono della sua voce quando disse, ‘La famiglia degli Sharif mi odia; i figli di Hussein, che ora si trovano in Iraq e governano la Trans–Giordania, mi odieranno sempre, perché non possono dimenticare che ho strappato loro l’Hegiaz. Vogliono che il mio regno si disgreghi e cada a pezzi, perché solo allora potranno tornare nell’Hegiaz.. . e i loro amici, che fingono di essere miei amici, forse non lo vedrebbero di cattivo occhio.. . Non hanno costruito quelle fortezze senza motivo: volevano ‘mettermi in difficoltà’ e spingermi lontano dai loro confini.. .।
Dalle parole pronunciate con la voce di Ibn Saud–potevo udire suoni spettrali confusi.. . il rombo sordo di un treno, che, sebbene ancora immaginario, potrebbe facilmente diventare realtà domani: l’ombra di una ferrovia britannica da Haifa a Bassora.
Da alcuni anni circola un piano di questo genere. È ben noto che, la Gran Bretagna era ansiosa di‘stabilire una via terrestre’fino all’India–e che la Palestina, la Transgiordania–e l’Iraq fossero stati sottoposti al loro mandato proprio a questo scopo. Dal Mediterraneo fino al Golfo Persico, una ferrovia non sarebbe stata soltanto un nuovo e prezioso elemento della rete di comunicazione britannica, ma avrebbe anche garantito una maggiore protezione all’oleodotto che sarebbe stato posato dall’Iraq attraverso il deserto siriano fino ad Haifa–e, inoltre, il collegamento ferroviario diretto tra Haifa e Bassora attraverserebbe le province orientali di Ibn Saud; il collegamento ferroviario attraverserebbe le province orientali di Ibn Saud–e il re non avrebbe mai potuto accettare un simile progetto. Non è forse possibile che, la costruzione di una fortezza dopo l’altra lungo la frontiera tra Iraq e–Najd, in aperta violazione di tutti i trattati vigenti, fosse una prima fase di una cospirazione ben congegnata, volta a fornire una giustificazione per l’istituzione di un‘piccolo Stato cuscinetto’–semi-indipendente, favorevole alla Gran Bretagna? Faysal ad-–Dabish, a sua volta, potrebbe essere utile a questo scopo, e potrebbe contribuire a realizzarlo più di qualunque membro della famiglia degli Sharif;perché egli stesso è najdiano e, tra gli‘Ikhwan’i suoi sostenitori sono numerosi e influenti. Ma per chiunque conoscesse il suo passato era chiaro come la luce del giorno che, chi conoscesse il suo passato–sapeva, con la stessa evidenza, che, le–esagerazioni del fervore religioso che gli venivano attribuite, erano soltanto una maschera. In realtà, il suo unico obiettivo era il potere. Non c’è alcun dubbio che, senza l’aiuto di qualcuno, da solo, Ibn Saud non avrebbe potuto resistere così a lungo. Era davvero solo??
Dopo essere rimasto in silenzio per molto tempo, il Re riprese a parlare: anch’io, come tutti,, ad-–Dabish, penso a quali siano le armi e le munizioni che, a quanto pare, si trovano nelle sue mani,, e da dove provengano, Rifletto su questo. Ho saputo che possiede tutto ciò in abbondanza–e anche ingenti somme di denaro–. Voglio dire,, ad-–Dabish riceva armi e munizioni–riguardo alle misteriose origini delle forniture di armi e munizioni che riceve, sai qualcosa–ma voglio che tu, per quanto puoi,, lo scopra tu stesso,, perché potrei anche sbagliarmi.
Dunque, il punto è questo, sebbene il Re parlasse in modo molto semplice, con tono distaccato e colloquiale,tuttavia pronunciava chiaramente ogni parola soppesandola. Lo guardo con sguardo acuto e scrutatore. Il suo volto, che fino a un attimo prima era stato così grave,–si illuminò di un ampio sorriso. Posò la sua mano sulla mia e, stringendola, disse:,‘«Figliolo», voglio che sia tu stesso a scoprirlo–te lo ripeto, devi scoprire tu stesso da dove Ad-Dabish riceve i suoi fucili, le sue munizioni–la polvere da sparo e il denaro, che distribuisce con tanta prodigalità, e spende! Per quanto mi riguarda, a mio parere, , non ho praticamente alcun dubbio in proposito. Ma voglio che, qualcuno come te,, che non sia direttamente coinvolto,, faccia sapere al mondo la verità nascosta dietro la rivolta di Ad-–Dabish.. . Credo che tu possa scoprire come stanno davvero le cose.»’
Ibn Saud sapeva ciò che stava per fare, e quale ne fosse il significato. Aveva sempre–saputo che lo amavo sebbene spesso dissentissi da lui riguardo alla sua politica e non nascondessi mai il mio dissenso. Tuttavia, non perse mai la fiducia in me; Accettava spesso i miei consigli. Credo, che si fidasse ancora di più di me perché non mi aspettavo da lui alcun vantaggio personale, e lo sapeva molto bene; ed era ben consapevole che, non avrei accettato nemmeno un impiego nel suo governo– perché desideravo rimanere libero e indipendente. Per questo, nell’estate del 1929–in quella memorabile sera, mi manifestò con calma il suo desiderio, che partissi per scoprire la natura della rete di intrighi politici che si celava dietro la rivolta dell’‘Ikhwan’ e per svelarne la natura.–Si trattava di un incarico che comportava un rischio personale enorme e che si poteva portare a termine soltanto al prezzo di sforzi estremi.
Ma ‘lo shaykh’ non rimase deluso dalla mia reazione. A parte il fatto che amavo lui e il suo paese,il compito che mi aveva affidato, mi parve ricco di possibilità di un’avventura straordinariamente emozionante–— e di un colpo–giornalistico sensazionale; ma della possibilità di un simile resoconto è meglio non parlare.
–‘O uomo dalla lunga vita’, io rispondo senza indugio, ‘i miei occhi, la mia testa è al servizio del vostro comando. Certamente farò tutto ciò che posso!
–‘Non ho alcun dubbio al riguardo, Muhammad; e voglio che, tu tenga segreta questa tua missione. Potrebbe esserci pericolo. Ebbene, come sta tua moglie?’
Quella mia moglie è una ragazza di Riyadh, che avevo sposato l’anno precedente. Ero riuscito a rassicurare il re in proposito:
‘Non piangerà, o imam; proprio oggi pensavo di divorziare da lei. Non sembriamo fatti l’uno per l’altra.’
Ibn Saud sorride consapevolmente, perché il divorzio dalla moglie non gli è estraneo.
–‘Ma che ne è degli altri, della tua parentela–e della tua famiglia??
–‘Credo che non ci sia nessuno che piangerebbe se mi accadesse qualcosa; naturalmente, l’unica eccezione è Zayd–che in qualunque circostanza rimarrà al mio fianco e qualunque cosa accada a me accadrà anche a Zayd.’
–‘Bene’, disse il re, ‘Ah,stavo quasi per dimenticare: per questo lavoro avrai bisogno di un po’ di denaro–e di monete,’e, da sotto il cuscino alle sue spalle, tirò fuori un sacchetto e me lo mise in mano, Dal peso capii subito che il sacchetto era pieno di monete d’oro. Ricordo, di aver pensato tra me e me: quanto era certo che avrei accettato questo ordine, ancora prima di chiedermelo... .
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Tornato nei miei alloggi, chiamo Zayd. Zayd era in attesa del mio ritorno.
–‘Ebbene, Zayd,, se ti chiedessi di accompagnarmi in un incarico che potrebbe rivelarsi pericoloso,, verresti con me??’
‘Zayd rispose:, pensi davvero, zio,, che ti lascerei andare da solo,, qualunque sia–il pericolo?? Ma dove stiamo andando??’
–‘Stiamo andando a scoprire da dove–ad-Dabish riceve le sue armi e il suo denaro,, per scoprirlo. Tuttavia, finché ciò che stiamo facendo per ordine del re, non sarà stato portato a termine,, nessuno deve venirne a conoscenza. Perciò dovrai stare in guardia.’
Zayd non fece neppure il tentativo di incoraggiarmi. Al contrario, sollevò una domanda ancora più concreta: ‘a questo proposito, di certo non possiamo interrogare ad-Dabish–o i suoi uomini. Allora, come procediamo in questa impresa??
Durante il viaggio di ritorno dalla fortezza, anch’io continuavo a riflettere sul problema. Mi sembrava, che il modo più opportuno fosse cominciare da una delle città del Najd centrale, dove risiedevano numerosi mercanti, che intrattenevano stretti rapporti con l’Iraq e il Kuwait. Alla fine scelsi la città di Shaqra,, capitale della provincia di Washm,, a circa tre giorni di viaggio da Riyad,, dove forse il mio amico Abd al-Rahman al-Sibai avrebbe potuto aiutarmi.
Il giorno seguente rimanemmo occupati a preparare la nostra spedizione. Non volevo attirare troppo l’attenzione della gente sui nostri movimenti. Perciò ammonii Zayd, secondo la nostra consuetudine,, a non prendere provviste dai magazzini del re e ad acquistare al mercato tutto ciò che ci occorreva. Prima di sera riuscì a procurarsi quasi dieci seer di riso,, la stessa quantità di farina per fare il pane,, un piccolo sacchetto di pelle pieno di burro chiarificato,, datteri,, chicchi di caffè e sale. Inoltre comprò due otri nuovi,, un secchio di pelle e una lunga bisaccia di pelo di capra, abbastanza lunga da raggiungere il fondo dei pozzi molto profondi,–nella quale infilammo, per ciascuno’di noi, due’cambi d’abito, e indossammo entrambi pesanti‘abaya’, che nelle notti fredde, sopra le selle,, insieme alle coperte stese su di esse, sarebbero servite da copertura. Le nostre cammelle, dopo aver trascorso alcune settimane al pascolo, erano diventate molto adatte a essere cavalcate. La cammella che recentemente ho dato a Zayd è una cammella da corsa dell’Oman,, che corre a velocità elevatissima,, e io montai una bella vecchia cammella asiri del nord,, un tempo appartenuta a un Rashidi di Hail, un‘emiro’. Me la donò Ibn Saud.
Dopo il calare della notte, partimmo da Riyadh spronando le cavalcature. Verso mattina raggiungemmo Wadi Hanifa,, un profondo letto di fiume desolato tra due montagne scoscese,, dove, più di quattordici’secoli fa ebbe luogo una battaglia decisiva,–tra l’esercito musulmano di Abu Bakr, successore del Profeta e primo califfo dell’Islam, e quello del ‘falso profeta,’, Musaylima, acerrimo oppositore dei musulmani per molti anni. Questa battaglia segnò l’inizio della vittoria definitiva dell’Islam nell’Arabia centrale. Molti dei veri Compagni del Messaggero di Allah morirono martiri in quella battaglia;; ‘del wadi,’sui suoi pendii rocciosi, ancora oggi si scorgono le loro tombe.
Prima di mezzogiorno attraversammo la città in rovina di Uyayna;un tempo questa città era un vasto insediamento densamente popolato, che si estendeva lungo entrambe le rive del Wadi Hanifa. File su file di mura, un tremolante arco di una moschea, oppure le rovine degli enormi palazzi che un tempo sorgevano qui. Tutto ciò è indice di uno stile architettonico–più raffinato di quello delle semplici costruzioni in fango dell’odierno Najd. Si dice, centocinquanta-’due-’cento anni fa, da Dirʿiyya (la prima capitale della dinastia degli Ibn Saud) fino a Uyayna, per quasi quindici miglia, l’intero corso del Wadi Hanifa era occupato da un’unica città e, quando nasceva un figlio all’‘emiro di Dirʿiyya, in pochi minuti la notizia arrivava fino all’estremità di Uyayna, da tetto a tetto, sulle labbra delle donne di bocca in bocca. La storia del declino di Uyayna è così avvolta nella leggenda che, è davvero difficile ricostruire i dati storici. È assai probabile che, poiché gli abitanti della città rifiutavano di accettare gli insegnamenti e l’interpretazione di Muhammad ibn Abd al-Wahhab, il primo sovrano saudita l’abbia fatta distruggere. Ma la leggenda wahhabita è diversa. Secondo loro, come prova dell’ira di Allah, tutti i pozzi d’Arabia si prosciugarono in una sola notte, costringendo così i suoi abitanti ad abbandonare la città.
A mezzogiorno del terzo giorno, ci apparvero davanti agli occhi le mura di fango, la fortezza e le alte palme–che, si ergono al di sopra delle–case; continuammo a guidare i cammelli attraverso giardini deserti e strade deserte, e solo allora mi venne improvvisamente in mente, che oggi è venerdì, e che certamente tutti erano andati alla moschea. Di tanto in tanto compariva sulla strada una donna, avvolta dalla testa ai piedi in una nera «‘abaya’» ; alla vista degli sconosciuti trasaliva e, con un rapido gesto pudico,’si tirava il niqab sul volto. Di tanto in tanto i bambini giocavano all’ombra delle case, mentre sulle cime delle palme da dattero sonnecchiava un calore intenso.
Andammo direttamente e arrivammo a casa del nostro caro amico Abdur Rahman al-Sibai. A quel tempo era responsabile del bayt al-mal della provincia ‘bayt al-mal’ o della tesoreria. Davanti al cancello aperto scendemmo dalla nostra cavalcatura e dalla casa accorse un giovane servitore, e subito Zayd annunciò, ‘«Gli ospiti sono arrivati»’।
Zayed e il ragazzo stanno scaricando dalla cavalcatura la sella e i bagagli nel cortile della casa, e io, nella‘caffetteria’di Abdur Rahman, sono seduto comodamente come a casa mia. Un altro servitore, senza indugio, accese il fuoco sotto il recipiente di ottone posto sul fornello per preparare il caffè. Non avevo ancora inghiottito il primo cucchiaio di caffè quando dal cortile giunse il suono di voci, domanda e risposta. Il padrone di casa era tornato. Dalla scala—–ancora non lo si riusciva a vedere—–mi annunciò a gran voce il suo–benvenuto, poi venne a fermarsi sulla soglia della porta, con entrambe le’braccia tese: un uomo di bassa–statura, di salute delicata e–di corporatura esile, con la barba di un castano chiaro e un paio di occhi scuri, profondi e vivaci, pieni di allegria, e un volto–illuminato da un sorriso benevolo; Nonostante il caldo, sotto la sua‘abaya’indossava un cappotto di pelle foderato di pelliccia, che considerava il suo bene più prezioso. Non si stancava di dire a chi non ne conosceva la storia, che quel cappotto era appartenuto all’ex re dell’Hegiaz, Sharif Hussein, e che, dopo la conquista della Mecca nel 1924, era passato nelle sue mani, ossia in quelle di Abdur Rahman. Non ricordo di averlo mai visto senza quel cappotto.
Mi abbracciò con calore e, sollevandosi sulle punte dei piedi, mi baciò su entrambe le’guance, dicendo: «‘Ahlan wa sahlan wa marhaban, fratello mio. In questa umile casa, il suo benvenuto. Questo momento fortunato, che l’ha condotta qui.
Poi iniziarono le consuete domande: da dove era venuto, dove sarebbe andato, come stava il re, se lungo la strada fosse piovuto o, almeno, se avesse sentito parlare della pioggia avesse sentito?-La ripetizione dell’intero rituale arabo dello scambio–di notizie! Gli dissi, che la mia destinazione era Unaiza, nel Najd centrale, sebbene questa mia affermazione non fosse del tutto vera, eppure avrebbe potuto’esserlo.
Negli anni precedenti, Abd al-Rahman si era occupato di vari commerci tra il Najd e l’Iraq; conosceva ogni dettaglio di Bassora e del Kuwait–e incoraggiarlo a parlare di quei luoghi, chiedendogli, nel corso della conversazione, notizie sulle persone che potevano esservisi stabilite di recente, non era affatto difficile-(perché mi era sembrato, che Faisal al-–Dawish si trovasse così vicino al confine del Kuwait. Perciò si poteva forse ricavare qualche indizio su dove si rifornisse–da questi luoghi o da Bassora–.)Venni a sapere, che un membro della famosa famiglia al-–Bassam di Anaiza–che conoscevo da molti anni–era stato recentemente in Kuwait, tornando da Bassora, e aveva fatto ritorno nel Najd passando per il Bahrein, invece di esporsi ai pericoli di un viaggio attraverso la regione occupata dai ribelli–. In quel momento si trovava proprio a Shakra e, se lo desideravo, Abd al-Rahman avrebbe mandato qualcuno a prenderlo. Perché, secondo l’antico costume arabo, è il nuovo ospite che deve venire a fare visita, ; l’ospite non va a far visita. Poco dopo, al ‘caffè di Abd al-Rahman, si unì a noi–Abdullah al-–Bassam.
Sebbene Abdullah appartenesse forse alla famiglia di mercanti più prestigiosa del Najd, tuttavia non era ricco. Tutta la sua ‘vita era una storia di ascesa e caduta, soprattutto di caduta–non solo nel Najd, al Cairo , a Bassora, in Kuwait, in Bahrein e a Bombay aveva fatto questa esperienza. Conosceva ogni persona importante di quei luoghi e portava con sé, nella sua mente acuta, un patrimonio di informazioni su tutto ciò che accadeva nei paesi arabi , nella sua mente acuta. Gli dissi, una ditta commerciale tedesca –mi aveva chiesto di verificare, se fosse possibile importare macchinari agricoli in Kuwait e a Bassora, e, poiché questa ditta voleva pagarmi una commissione di qualche tipo, ero ansioso di scoprire quali commercianti locali di queste due città potessero accettare una proposta del genere. Al-–Bassam menzionò alcuni nomi e disse-,
–‘Credo, che qualcuno in Kuwait potrebbe essere interessato al suo progetto. Importano con–tinuamente merci dall’estero e oggigiorno gli affari sembrano molto floridi–così floridi che, quasi ogni giorno giungono grandi quantità di ‘reali d’argento’ dalla zecca di Trieste, direttamente.’
Al riferimento al ‘riyal’ d’argento, rimango veramente colpito. Questo particolare tipo di ‘riyal’, , chiamato ‘tallero di Maria Teresa,– insieme alle monete ufficiali arabe,, era considerato la principale moneta commerciale dell’intera penisola. Veniva coniato a Trieste e venduto ai vari governi, nonché ad alcuni celebri mercanti, aggiungendo al valore dell’argento un piccolo costo di coniazione, –che svolgevano grandi –affari tra i beduini, , poiché i beduini non accettavano la cartamoneta, , accettavano soltanto monete d’oro e d’argento, , tra le quali preferivano quella chiamata tallero di Maria Teresa. Dalle ingenti importazioni di queste monete da parte dei mercanti kuwaitiani, mi sembrò che conducessero un commercio molto attivo con i beduini.
–‘«Perché»,,’ chiedo ad al-–Bassam, , proprio in questo momento i mercanti kuwaitiani importano ‘riyal’??’
–‘Non lo so’risponde Bassam. Nella sua voce si avverte un accenno di smarrimento, –‘Dicono che comprino cammelli dai beduini nei dintorni del Kuwait, per portarli in Iraq e venderli come carne. Oggi in Iraq i prezzi sarebbero altissimi–anche se per me non è del tutto comprensibile, come possano sperare di trovare cammelli nella regione stepposa intorno al Kuwait in questi giorni di sofferenza? .. .‘A mio parere sarebbe invece più redditizio’, —aggiunge sorridendo—, ‘comprare in Iraq cammelli da sella e rivenderli ad-–Dabish e ai suoi uomini sarebbe più redditizio. Tuttavia, il problema è che, non riusciranno a procurarsi il–denaro necessario per pagarli, ad-–Dabish.. .’
–‘Non ci riusciranno, davvero??
Prima di andare a dormire nella stanza che il nostro ospite aveva predisposto per noi quella notte, chiamai Zayd in disparte e gli dissi:
‘–Stiamo andando in Kuwait.
–‘Questo lavoro non sarà affatto facile, zio– risponde Zayed; ma il lampo nei suoi occhi esprimeva con maggiore chiarezza delle sue parole che era pronto ad affrontare un’impresa, che non era soltanto difficile, ma addirittura estremamente pericolosa! Naturalmente, viaggiare attraverso le zone controllate dalle truppe fedeli al re e dalle varie tribù sarebbe stato un gioco da ragazzi. Ma prima di raggiungere il confine del Kuwait, avremmo dovuto percorrere almeno quasi cento’miglia, affidandoci completamente alle nostre sole forze,’nel,territorio nemico,, attraversato incessantemente dagli uomini delle tribù ribelli dei Mutayr e degli Ajkan. Naturalmente, avremmo potuto raggiungere il Kuwait via mare passando per il Bahrein,, ma per farlo sarebbe stato necessario ottenere un permesso dalle autorità britanniche. In tal modo i nostri movimenti sarebbero stati scoperti dagli sguardi curiosi e indagatori. La stessa obiezione si sarebbe presentata anche viaggiando verso l’Iraq attraverso al-Jawf e il deserto siriano e proseguendo da lì verso il Kuwait,, poiché sarebbe stato vano anche solo immaginare di passare tra i numerosi posti di controllo disseminati in Iraq. Pertanto, non ci restava altra via che la diretta strada terrestre fino al Kuwait. Come riuscire a penetrare all’interno e a entrare nella città stessa sarebbe stato, un interrogativo al quale in quel momento non era possibile dare una risposta semplice; Pertanto, lasciammo la questione nelle mani del futuro,, confidando nella nostra sorte e aspettando opportunità e possibilità mai viste prima.
Abd al-Rahman al-–Sibāʿī mi chiese di trascorrere alcuni giorni con lui. Ma quando gli spiegai che avevo urgenti impegni, ci lasciò la mattina seguente; e aggiunse alle nostre razioni una grande quantità di carne secca di cammello. Un gustoso complemento al monotono cibo che ci attendeva nei giorni a venire. Insistette, perché lo incontrassi sulla via del ritorno, al che potei soltanto rispondere: Inshallah , se Dio vuole.
Da Shaqra viaggiammo verso nord-–est per quattro giorni senza imbatterci in nulla di insolito.–A un certo punto fummo costretti a fermarci per ordine dei beduini Awazim, leali; che facevano parte dell’esercito di Ibn Musa. Ma la mia lettera aperta, ricevuta dal re, li calmò in un istante e, dopo aver scambiato secondo l’uso le notizie del deserto–riprendemmo il cammino.
Prima dell’alba del quinto giorno giungemmo in una regione sulla quale la mano di Ibn Saud non si estendeva più. Da quel momento era del tutto impensabile viaggiare di giorno; e la nostra unica sicurezza consisteva nell’avanzare nell’oscurità e in segreto.
l’immenso Wadi al-–Rumma, in una gola conveniente non molto lontana dal suo corso principale. Il Wadi al-Rumma è un antichissimo letto di fiume asciutto, che attraversa l’Arabia settentrionale e si dirige verso la testata del Golfo Persico. Sopra la gola incombe una fitta boscaglia di ‘arfaj’, che ci avrebbe fornito copertura, finché fossimo rimasti accanto alla riva quasi scoscesa. Legammo saldamente i nostri cammelli e demmo loro da mangiare farina d’orzo grossolana mescolata a noccioli di dattero; e così evitammo di doverli lasciare a pascolare sul loro stesso terreno. Poi rimanemmo immobili ad aspettare la notte. Non osammo accendere un fuoco–perché persino di giorno il suo fumo avrebbe potuto rivelare la nostra posizione nascosta. Dovemmo quindi accontentarci di mangiare datteri e bere acqua.
Quanto fosse saggia e accurata questa nostra cautela divenne evidente verso la fine del pomeriggio, quando un cammelliere beduino–ci giunse improvvisamente alle orecchie il motivo di una canzone. In fretta afferrammo le redini dei cammelli, affinché non potessero sbuffare rumorosamente dalle narici. Poi, con i fucili in mano, rimanemmo addossati al dorso della parete scoscesa della gola.
Sconosciuti quanto più i cammellieri si avvicinavano, tanto più forte diventava il tono del loro canto; ormai riuscivamo a distinguere chiaramente queste parole: ‘La ilaha illallah – La ilaha illallah’ –non c’è divinità all’infuori di Allah, non c’è divinità all’infuori di Allah. Questo è il canto naturale adottato dagli Ikhwan, invece della musica‘dei’beduini «incolti», più mondana e pastorale,–che gli Ikhwan hanno sostituito con questo canto naturale.–Non c’è alcun dubbio che, siano gli ‘Ikhwan’, e in questa zona Ikhwan significa necessariamente Ikhwan ostili. Poco dopo, sulla sommità di una collina proprio sopra l’altra sponda del wadi, apparve un gruppo di otto –o dieci cavalieri, che avanzava lentamente in un’unica fila,–nettamente stagliato sullo sfondo del cielo pomeridiano. Ognuno portava sulla testa una ‘kufiyya’a scacchi rossi e bianchi, sopra la quale‘portava il’turbante bianco degli Ikhwan, , due bandoliere incrociate sul petto e, dietro di sé, un fucile legato all’arcione della sella: sfilava una processione di minacciosi e solenni cavalieri sui cammelli,, che una volta si chinavano in avanti e poi si inclinavano all’indietro insieme al cammello.–Oscillando avanti e indietro, seguivano il ritmo dell’andatura delle cammelle e quello, delle grandi–ma ormai’parole abusate:‘«La ilaha illallah»’intonandole. La scena era molto solenne e al tempo stesso anche patetica. Erano uomini, per i quali la religione aveva chiaramente più valore di ogni altra cosa nella vita. Credevano di combattere il jihad per la purezza della religione e per la maggiore gloria di Allah,, senza sapere che, il loro entusiasmo, il loro fervore e le loro aspirazioni erano stati messi al servizio del soddisfacimento dell’ambizione di un capo privo di coscienza,, il cui obiettivo era il potere personale... .
Visti dalla nostra parte, si trovavano sul margine meridionale del wadi. Perché, se avessero preso il sentiero opposto, ci avrebbero visti molto chiaramente, proprio come ora noi possiamo vederli da sotto i cespugli che incombono su di noi–come una copertura. Quando intonavano il loro canto religioso–scomparvero dalla nostra vista lungo il pendio della montagna, Tirammo un sospiro di sollievo.
–‘Sono proprio come i jinn,’, sussurrò Zayed, ‘Sì, come i jinn–che non conoscono nulla della gioia di vivere, e non conoscono la paura della morte….. . Sono coraggiosi, , hanno una fede salda, , nessuno può negarlo. Ma sognano soltanto di uccisioni, , della morte e del paradiso….. .
e, quasi per sfidare il‘puritanesimo dell’Ikhwan’, alquanto‘a bassa voce’, egli comincia a cantare distrattamente una canzone d’amore siriana, molto mondana– ‘o esile fanciulla dalla carnagione bruno-dorata.. .
Non appena si fa abbastanza buio, riprendiamo la nostra missione segreta, in direzione del lontano Kuwait.
–‘Guardate, guardate, zio,’grida improvvisamente Zayd, ‘fuoco!!
Un fuoco così piccolo per una tenda beduina! Forse là c’è un pastore solitario, ma, se non fosse uno dei ribelli, quale pastore avrebbe il coraggio di accendere un fuoco qui? Ma che cosa succede, pensa che sarebbe meglio scoprirlo. Se là ci fosse soltanto un uomo, potremmo facilmente catturarlo e forse ottenere informazioni preziose sui movimenti del nemico in questa zona.
Qui il terreno è sabbioso e, mentre ci avviciniamo cautamente al fuoco, dai piedi dei nostri cammelli non si leva alcun rumore. Alla luce di quel fuoco, ora ci appare chiaramente un solitario–beduino inginocchiato. Ci sembra, che scruti verso di noi nell’oscurità e poi, come soddisfatto di ciò che ha visto, si alza lentamente, e tiene le braccia incrociate sul petto, forse per farci capire che è disarmato e che è tranquillo , e attende il nostro arrivo senza mostrare il minimo timore.
–‘Chi sei??’ chiede Zayed con voce tagliente, ,con– abiti strappati e rattoppati– indosso, puntando il fucile sollevato verso l’uomo sconosciuto’.
Il beduino sorride dolcemente con calma e dice con voce profonda e risonante, ‘Sono un Sulubbi….. .।
La ragione della sua tranquillità era ormai chiara. Apparteneva a quella strana–tribù dall’aspetto nomade ((o, si potrebbe dire,, di un gruppo di tribù)) che non aveva mai preso parte alle guerre– quasi interminabili dei beduini;; non erano nemici di nessuno, nessuno li attaccava.
La tribù dei Sulubba (al singolare Sulubbi) rimane ancora un enigma impenetrabile per gli studiosi. Nessuno sa nulla delle loro origini. È certo che non sono arabi; A giudicare dalla loro carnagione abbronzata dal sole, ciò che si pensa delle loro origini, i loro occhi azzurri e i capelli castano chiaro danno indicazioni diverse e recano il ricordo di regioni ancora più settentrionali. Gli antichi storici arabi dicono, che siano i discendenti di quei crociati che Saladino catturò e condusse in Arabia. In seguito si convertirono all’islam. E in effetti , il nome Sulubba e il termine ‘salīb’hanno la stessa radice, che significa ‘croce’, e ‘Sulubbi’significa ‘crociato’. È difficile dire se questa spiegazione sia corretta. Comunque–sia andata, i beduini considerano i Sulubba non-–arabi– e nel trattarli mostrano un certo disprezzo indulgente. Questo disprezzo, che è così evidentemente in diretta contraddizione con il senso dell’uguaglianza umana, essi cercano di spiegarlo, insistendo sul fatto, che queste persone, in realtà, non sono musulmane dal punto di vista della fede, e non vivono come musulmani. Dicono, che i Sulubba non si sposano. Sono ‘avvezzi a rapporti sessuali promiscui come cani’;e persino, in questa materia non attribuiscono importanza ai rapporti di–parentela stretta. Inoltre mangiano carogne, cosa che per i musulmani è impura, e contaminata. Dopo che qualcosa è accaduto, il tentativo di dimostrarne la razionalità potrebbe essere anche questo. A me, piuttosto, sembra che, la coscienza beduina dell’estraneità etnica dei Sulubba, estremamente consapevole del lignaggio–e del sangue, li costringa a tracciare attorno a loro un magico cerchio di disprezzo, e che questo sia una difesa istintiva dei beduini contro la mescolanza del loro sangue–con il sangue di altre razze, che, nel caso dei Sulubba, era certamente molto allettante: infatti, quasi senza eccezioni, sono una razza bella, più alta di tutti gli altri arabi, e nella disposizione delle loro membra vi è un’ammirevole armonia; soprattutto, le loro donne sono straordinariamente avvenenti, e traboccano di una bellezza fisica seducente e della grazia dei movimenti del corpo.
Ma, qualunque ne sia la ragione,, è stato proprio il disprezzo dei beduini per i Sulu bba a garantire loro la sicurezza; perché , chiunque–li attacchi, o qualunque persona arrechi loro danno,, costui–è considerato agli occhi della sua tribù come qualcuno che ha perso il rispetto–e l’onore. Inoltre,, i Sulu bba sono molto stimati da tutti gli abitanti del deserto–come veterinari,, fabbricanti di selle,, stagnini e fabbri. Sebbene i beduini stessi detestino profondamente l’–artigianato e i lavori manuali, tuttavia hanno bisogno di questi oggetti; e per soddisfare tali necessità ci sono i Sulu bba. Inoltre, sono abili anche come allevatori, e soprattutto, nella caccia sono indiscutibilmente maestri. La loro capacità di leggere le tracce è quasi leggendaria;e, sotto questo aspetto, gli unici paragonabili a loro sono gli–al-Murrah, beduini che vivono ai margini settentrionali del¹Quarto Vuoto .
Quando scoprimmo che il nostro nuovo conoscente era un Sulu bbi, tirammo un sospiro di sollievo. Gli dissi apertamente, che eravamo uomini di Ibn Saud. Gli chiedemmo di spegnere il fuoco. Presentarci in questo modo era piuttosto sicuro, perché quella gente nutre grandissimo rispetto per i propri superiori. Poi ci sedemmo per terra e cominciammo una lunga conversazione.
di Ad-Dabish–Non riuscì a dire molto sulla disposizione dell’esercito di Ad-Dabish. ‘«Perché»’, disse, ‘«si muovono continuamente, come i jinn, e non si fermano mai a lungo in un unico luogo.»’Tuttavia, si venne a sapere almeno che, proprio in quel momento, nelle nostre immediate vicinanze, non vi era alcun–grande accampamento degli Ikhwan ostili, sebbene piccoli gruppi attraversassero incessantemente il deserto in varie direzioni. All’improvviso mi venne un’idea: non potevamo sfruttare l’innata abilità dei Sulubbi nella caccia e nell’orientamento per farci guidare sulla via del Kuwait??
–‘Sei mai stato in Kuwait??’gli chiesi. Il Sulubbi scoppiò a ridere– ‘«Molte volte. Ho venduto lì pelli di cervo e burro e ho pulito la lana di cammello. Anzi, sono tornato proprio da lì solo dieci giorni fa.»’
–‘«Allora puoi portarci in Kuwait?? –Ossia, puoi portarci in modo tale che lungo la strada possiamo evitare ‘gli Ikhwan’e arrivare in Kuwait.»
Sulubbi rifletté per alcuni istanti sulla mia domanda. Poi disse con esitazione,, ‘«Forse potrei farlo,, ma con voi ‘se cadessimo nelle mani degli Ikhwan sarebbe molto pericoloso. Sì, certamente potrei farlo,.. . ma per voi sarebbe molto costoso.»’
–‘Quanto??’
–‘Bene,’, e colsi nella sua voce il fremito dell’avidità,, ‘«Bene, signore,, se mi date cento’ rial,, posso condurre voi e il vostro amico fino al Kuwait in modo tale che, a parte gli uccelli del cielo, nessuno poserà lo sguardo su di noi.»
Cento\’ rial equivalgono a dieci ashrafi;, per noi, a giudicare dal valore della somma, era ridicolmente insignificante. Ma forse Sulubbi non aveva mai visto, in vita sua, con le proprie mani, tanto denaro contante.
–Ti darò cento’soltanto riyal, venti riyal subito e il resto dopo essere arrivati in Kuwait.’
La nostra guida forse non si aspettava che la sua richiesta venisse accolta così facilmente. Forse, si pentì di non aver chiesto una somma maggiore. Dopo aver riflettuto un po’, disse–‘Ma che ne sarà del mio cammello? Se conduco il mio cammello con voi fino al Kuwait e poi torno indietro, la povera bestia sarà completamente sfinita, e io ho un solo cammello.’
Per non lasciare che la conversazione si prolungasse, rispondo prontamente: ‘Comprerò il tuo cammello. Tu andrai a cavallo di questo cammello fino al Kuwait e là te lo regalerò. Tuttavia, dovrai anche guidarci sulla via del ritorno.
Questo andava oltre le sue speranze. Traboccante di gioia, si alzò senza indugio e scomparve nell’oscurità. Pochi minuti dopo tornò, trascinando per una corda un animale anziano ma bello, chiaramente forte–e robusto. Dopo alcune trattative–stabilimmo il suo prezzo in centocinquanta riyal. La condizione era, che ora gli avrei pagato cinquanta riyal, mentre il resto, insieme alla sua ricompensa, gli sarebbe stato dato in Kuwait. Dal sacco appeso accanto alle nostre selle, Zayed tirò fuori dei riyal–un sacchetto pieno, e io continuai a far cadere le monete, una per una, nel grembo di Sulubbi. Egli tirò fuori da sotto il suo abito fatto con una coperta da letto un pezzo di stoffa, nel quale erano legati i suoi denari e, quando cominciò ad aggiungere i miei riyal ai suoi risparmi, il luccichio di una moneta nuova balenò davanti ai miei occhi.
–‘Fermati,’ – posando la mia mano sulla sua, quasi grido, ‘Fammi vedere quel tuo riyal luccicante.’
con un atteggiamento leggermente esitante, come se fosse atterrito dalla paura di essere derubato, Sulubbi depose delicatamente, con estrema cautela, la sua moneta nel palmo della mia mano. Il bordo della moneta sembrava piuttosto tagliente, proprio come quello di una moneta nuova. Tuttavia, per accertarmene, accesi un fiammifero e osservai attentamente la moneta. Sì, questa era certamente una nuova ‘Maria Teresa’ moneta, come se fosse appena uscita dalla zecca. E, tenendo il fiammifero sopra le monete restanti di Sulubbi, vidi altre cinque–o sei monete, altrettanto sorprendentemente nuove.
–‘Dove hai trovato questi riyal?’
–‘Io… .. . Io lo giuro, signore , li ho ottenuti onestamente... . Non li ho rubati. Qualche settimana fa, in Kuwait, un Mutayri me li ha dati. Egli aveva comprato da me una nuova sella per cammello, perché la sua si era rovinata.’
–‘Un Mutayri? Dici il vero??’
–‘Dico proprio la verità, signore! Se mento, che Allah mi porti via. Era uno degli uomini di Ad-–Dabish, del gruppo di uomini, che recentemente combatteva contro l’‘emiro’di Hail. Di certo non era ingiusto accettare da lui del denaro per la sella. Non potevo rifiutare e credo che ‘Shuyukh’ –— che Allah gli prolunghi la vita —– lo capirà.
Lo rassicuro nuovamente dicendogli, che il re non lo considererà un nemico. Questo dissipò il suo terrore. Facendo altre domande, scopro che molte di queste monete Sulumbi le ha ricevute da–varie persone dalla parte di ad-Dabish, in cambio di oggetti–o di piccoli lavori... .
Il nostro Sulumbi dimostrò davvero, di essere una guida straordinaria. Per tre notti’attraversò il cuore della zona ribelle, a ritmo fulmineo, , attraversando–regioni senza tracce e guidandoci–attraverso luoghi che nemmeno Zayd aveva mai visto prima,, sebbene Zayd conoscesse molto bene il paese. I giorni passarono, ma nascosti,, restando celati. Nel trovare luoghi sicuri dove nasconderci, Sulumbi era un maestro senza pari. Un giorno ci condusse presso una pozza d’acqua,, sconosciuta persino ai beduini della regione,, ci disse Sulumbi. Con la sua acqua in parte salmastra e brunastra i nostri cammelli placarono la sete, e anche noi riuscimmo a riempire nuovamente d’acqua le nostre borracce. Soltanto due’volte vedemmo‘gli Ikhwan’in alcuni gruppi,, ma in nessuna occasione ebbero la possibilità di vederci;, una simile opportunità non fu loro concessa.
La mattina del quarto giorno dopo il nostro incontro con Sulumbi giungemmo in un luogo da cui si poteva vedere la città del Kuwait. Non facemmo ciò che era consueto per i viaggiatori provenienti dal Najd:; invece di tentare di entrare in città da sud-–ovest, avanzammo da occidente, lungo la strada proveniente da Bassora,, così che, se qualcuno ci avesse incontrati, avrebbe pensato che fossimo mercanti iracheni.
Non appena entrammo in Kuwait, ci sistemammo comodamente nel cortile di un mercante. Zayed lo conosceva fin da quando prestava servizio nel corpo di polizia iracheno.
Sulle strade coperte di polvere e–sulle case costruite con mattoni di fango cotti dal sole si diffondeva un caldo umido e opprimente;; abituato alle distese aperte del Najd, in breve tempo ero completamente zuppo di sudore. Ma non c’era tempo per riposare. Lasciati i cammelli alle cure di Sulumbi, io e Zayed ci dirigemmo verso il mercato per raccogliere le prime informazioni che ci servivano–. Diedi a Sulumbi l’ordine tassativo– di non dire a nessuno da dove venivamo e perché fossimo venuti.
Poiché non conoscevo il Kuwait e non volevo che la mia presenza, attirasse l’attenzione della gente su Zayed,, rimasi per quasi un’ora in un caffè,, dove bevvi caffè e fumavo un‘narghilè’di cocco. Infine, quando Zayed ricomparve, dall’espressione di successo sul suo volto capii che doveva aver scoperto qualcosa di importante.
–‘Zio, usciamo. È più facile parlare di queste cose al mercato, senza che nessuno ci senta. Ecco, ho portato una cosa per voi–una anche per me.’ dicendo ciò, tirò fuori da sotto la sua ‘abaya’ due agal iracheni, tessuti a saia,–di lana color mandorla. ‘Con questi passeremo per iracheni’.’
Attraverso un interrogatorio prudente, Zaid si è accertato, che un suo ex socio–che era stato suo compagno ai tempi delle sue attività di contrabbando nel Golfo Persico–ora vive in Kuwait, e, a quanto pare, continua ancora a svolgere il suo vecchio e abituale commercio.
–‘Se qualcuno in questa città può dirci qualcosa sull’importazione clandestina di armi, è proprio questo Bandar: Bandar è, come me, della tribù dei Mammar, uno di quei giovani ostinati, che non hanno potuto accettare pienamente il governo di Ibn Saud. Non bisogna assolutamente fargli sapere che lavoriamo ‘per gli shuyukh’Anzi,, ritengo, da dove veniamo, neppure questo’gli si potrà dire. Perché, Bandar non è affatto stupido È molto astuto–a dire il vero,–in passato mi ha ingannato così spesso che, ora ho perfino paura di fidarmi di lui.’
Alla fine trovammo Bandar nei pressi del grande mercato, in una casa di uno stretto vicolo. L’uomo era alto e di corporatura esile,, magro e smilzo,, con circa quarant’anni d’età;, i suoi occhi erano scuri e profondi, e sul suo volto si leggevano amarezza e indigestione. Ma, non appena vide Zayed, i lineamenti del suo viso si illuminarono di autentica gioia. A causa della mia carnagione chiara fui presentato come un turco che viveva a Baghdad e si occupava dell’esportazione di focosi cavalli arabi da Bassora a Bombay.
–‘Ma oggi non è più redditizio esportare cavalli a Bombay’, aggiunge Zayed, ‘i mercanti di Unaizah e Buraydah hanno completamente conquistato il mercato di laggiù.’
–‘Lo so’, risponde Bandar, ‘quei furfanti meridionali di Ibn Saud non si accontentano di aver occupato il nostro paese; vogliono il nostro sostentamento e i nostri guadagni–e si sono messi all’opera per portarceli via!!
–‘Ma, Bandar, che ne dici del commercio delle armi??’ –chiede Zayed, ‘dato che gli uomini delle tribù Mutair e Ajman stanno cercando di torcere il collo a Ibn Saud, questo commercio dovrebbe essere davvero molto fiorente, non credi??’
–‘Sì. Qui gli affari andavano davvero a gonfie vele’, dice Bandar, scrollando le spalle, ‘Solo pochi mesi fa ho guadagnato un bel po’ di’soldi comprando fucili in Trans-– Giordania, per poi venderli agli uomini di ad-–Dabish. Ma ora è tutto completamente rovinato, finito! Neppure questo fucile riuscirai più a vendere.’
–‘Ma come’può essere?? A me sembra, che questi siano molto più utili di prima per ad-–Dabish.’
–‘Sì,’ ‘risponde Bandar, ‘Ne ha certamente bisogno. Ma li ottiene a un prezzo al quale né tu né io siamo in grado di venderli. .. . Li riceve a casse dall’altra parte del mare: per un, fucile inglese quasi nuovo e due’cento cartucce–paga dieci rial.’
–‘Alhamdulillah!!’ esclama Zayd con sincero stupore,, due’cento cartucce insieme a un fucile quasi nuovo, a dieci rial!! Ma è impossibile.. .।
In realtà sembrò davvero impossibile– perché all’epoca, senza cartucce, un vecchio fucile Lee–Enfield costava nel Najd da trenta a trentacinque rial, e, anche considerando che rispetto al Najd i prezzi in Kuwait potevano essere più bassi, la ragione di una differenza così enorme non era ancora chiara.
Bandar sorride storcendo la bocca, ‘«Sì,, sembra avere amici potenti–—–Ad-Dabim ha–amici molto potenti. Alcuni dicono: «Un giorno diventerà un‘emiro’indipendente nel nord del Najd.»’
–‘«Bandar,, quello che stai dicendo»,’, intervengo io,, ‘«è molto positivo,, è proprio vero. Ad-–Dabish forse riuscirà davvero a stabilire la propria indipendenza al di fuori dell’autorità di Ibn Saud. Ma il fatto è, che non ha denaro, e senza denaro nemmeno il conquistatore del mondo Alessandro avrebbe potuto fondare un regno.»
Bandar scoppia a ridere fragorosamente: denaro-–soldi?? Ad-–Dabish ne ha in abbondanza-–moltissimi riyal nuovi,, che, proprio come i fucili, in casse–colme gli arrivano da oltre il mare.’
–‘Riyal a casse?? Che cosa incredibile!! Da dove mai un beduino può procurarsi casse di nuovi riyal??’
–‘Non lo so ’– risponde Bandar,, ‘ma questo lo so:, alcuni dei suoi uomini quasi ogni giorno ricevono consegne di nuovi riyal, che vengono loro recapitati in città per mezzo di vari mercanti. Perché, proprio ieri ho visto, Farhan ibn Mashhur sovrintendere allo scarico al porto di casse di questo tipo.’
Questa sì che era una notizia! Conoscevo molto bene Farhan. Era il nipote del famoso capo beduino siriano Nuri ash-–Shalan. Questo Nuri aveva un tempo combattuto insieme a Lawrence contro i turchi. Incontrai per la prima volta il giovane Farhan a Damasco–nel 1924; Lì, nei luoghi di–divertimento più equivoci, era famigerato per le sue ubriacature. Dopo qualche tempo litigò con il padre del suo zio maggiore. Allora partì per il Najd con la sua tribù e alcuni uomini dei Ruwala, e proprio lì, all’improvviso, divenne ‘«religioso»’ e si unì agli ‘Ikhwan’. Lo rividi nel 1927, nella fortezza di Ibn Musaad, a Hail. Come simbolo della sua fede appena acquisita, aveva cominciato a indossare ‘l’ampio turbante bianco degli ’Ikhwan e a godere del favore finanziario del re. Quando gli ricordai il nostro precedente incontro a Baghdad–si affrettò a cambiare argomento. Quell’uomo era sciocco e ambizioso, ed è per questo che, nella rivolta di ad-–Dabish, vide l’opportunità di trovare, tra le distese del vasto– Nufud, un’oasi a nord, e di –affermarsi come emiro indipendente di al-Jawf; poiché , in Arabia, come negli altri paesi, i ribelli seguono la consuetudine di spartirsi la pelle del leone tra loro prima ancora di averlo cacciato.
–‘Allora‘Farhan è qui, in Kuwait?? chiedo a Bandar.
–‘Certamente. Come Ad-–Dabish, viene qui spesso‘e, grazie al favore dello Shaykh,’va e viene liberamente. La gente dice che lo Shaykh gli vuole molto bene.’
–‘Ma in Kuwait, Ad-–Dabish e Farhan, il governo britannico non si oppone al loro arrivo? mi pare di ricordare, qualche’mese fa avevano annunciato una volta che ad-–Dabish o ai suoi uomini non avrebbero permesso di entrare in questa regione .. .?
Bandar scoppia di nuovo a ridere fragorosamente –Sì, lo –avevano fatto loro, Lo –avevano fatto!! Ma io mi ero detto, Ad- –Dabish ha amici molto potenti–e influenti .. . Non so se in questo momento si trovi in città;ma Farhan sì. Ogni sera va ‘alla preghiera del Maghrib’nella Grande Moschea. Se non mi credi, puoi vederlo qui con i tuoi stessi occhi .. .।
E davvero lo vedemmo. Dopo aver ricevuto questo indizio da Bandar, all’inizio della sera, mentre io e Zayed passeggiavamo nei pressi della Grande Moschea, per poco non ci scontrammo con un gruppo di beduini! Questi beduini, inconfondibilmente najdi, erano sbucati da un angolo della strada. Alla loro testa c’era un uomo di trentaquattro-–trentacinque anni,che era–un po’ più basso dei beduini alti che lo circondavano e lo seguivano, e sul suo bel viso spiccava una corta barba nera. Lo riconobbi all’istante. Naturalmente, ancora oggi non so, se fosse riuscito a riconoscermi. I suoi occhi si posarono per un istante sui miei; poi mi scrutarono per un attimo con uno sguardo smarrito, come se cercasse di riportare alla memoria un ricordo vago e indistinto. Poi distolse il viso. Un attimo dopo, lui e gli uomini del suo gruppo scomparvero tra la folla che si affrettava verso la moschea.
Decidiamo di non poter prolungare il nostro viaggio segreto in Kuwait per vedere Ad-–Dabish, in attesa di un’occasione. Ciò che Bandar ci aveva rivelato fu ulteriormente rafforzato dalle astute indagini condotte da Zayd presso altre persone conosciute in città. Ad-–Dabish riceveva la misteriosa fornitura di fucili Lee-–Enfield, che, per ingannare la gente, veniva pubblicamente fatto passare per‘«acquisto»’come tale;, ciò indicava chiaramente un mercante kuwaitiano. Questo mercante era da sempre una figura di spicco nella regione per l’importazione di armi e, quanto all’enorme quantità di rial Maria Teresa appena usciti dalla zecca e in circolazione nei mercati del Kuwait,, si constatò in quasi ogni caso, che provenivano da Ad-–Dabish e dalla gente che lo circondava. A parte la visione dei suoi veri depositi e l’esame dei documenti di spedizione—cosa quasi impossibile—–che, a dire il vero, era praticamente impossibile, – ottenemmo, durante il colloquio con noi, abbondanti–prove della veridicità di tutti i sospetti che il re–aveva espresso.
La mia missione era compiuta. E la notte seguente,, proprio come eravamo arrivati segretamente in Kuwait, partimmo altrettanto furtivamente dal Kuwait. Mentre Zayd e io conducevamo le nostre–ricerche nei mercati, il nostro Sulumby riuscì a scoprire–che in quel momento non vi era alcun gruppo di ribelli a sud del Kuwait. Perciò ci dirigemmo verso sud, in direzione della provincia di al-Ahsa,, che era interamente sotto il controllo assoluto del re. Dopo due notti di viaggio energico e pieno di entusiasmo, ci imbattemmo, non lontano dalla costa, in un gruppo di beduini Banu Hajar,, che l’emiro Al-–Hassan aveva inviato per raccogliere informazioni segrete sulle posizioni più recenti dei ribelli;; e insieme a loro rientrammo nel territorio fedele al re.
Non appena giungemmo sani e salvi nel regno di Ibn Saud, congedammo la nostra guida Sulumbi. Dopo essersi intascato a Sanad la ricompensa guadagnata,, gli regalai il cammello; conducendolo,, scomparve verso occidente,, mentre noi proseguivamo verso sud,, in direzione di Riyadh.
In seguito, nella serie di articoli che scrissi–fu chiarito per la prima volta che, una grande potenza europea sosteneva i ribelli. Negli articoli veniva mostrato,che l’obiettivo principale di queste cospirazioni era spingere verso sud i confini del regno di Ibn Saud e, nella fase finale,, trasformare la sua provincia più settentrionale, situata tra l’Arabia Saudita e l’Iraq, in una regione ‘«indipendente»’governata da un capo, il che avrebbe dato alla Gran Bretagna l’opportunità di costruire una linea ferroviaria attraverso quella zona. Inoltre,, la rivolta di Ad-–Dabish aveva creato l’opportunità di suscitare una confusione così grande nel regno di Ibn Saud che, il re Ibn Saud non avrebbe più potuto opporsi alle richieste britanniche di due importanti concessioni, alle quali fino ad allora si era sempre opposto: una di queste concessioni era l’affitto, alla Gran Bretagna, del porto di Rabigh, sul Mar –Rosso, situato a nord di Gedda,, dove la Gran Bretagna desiderava da tempo stabilire una base navale;; l’altra era il controllo della ferrovia Damasco-–Medina, per la parte–che ricadeva nel territorio saudita. Se Ad-–Dabish avesse sconfitto Ibn Saud, questi progetti sarebbero rientrati pienamente nell’ambito delle possibilità concrete.
I miei articoli sui giornali europei e arabi ((soprattutto egiziani)) non appena furono pubblicati, suscitarono improvvisamente una straordinaria agitazione. È anche molto probabile che, forse il fatto che la cospirazione segreta fosse stata smascherata in anticipo fu una delle ragioni del successivo fallimento di questa cospirazione. Comunque, il progetto britannico di costruire una linea ferroviaria da Haifa a Bassora sprofondò gradualmente nell’oblio. Nonostante l’enorme somma spesa per i rilevamenti preliminari, in seguito non se ne sentì mai più parlare.
Ciò che accadde dopo appartiene interamente alla storia: nell’estate del 1929, la libertà concessa ad-–Dabish di acquistare armi e munizioni in Kuwait suscitò la protesta di Ibn Saud presso la Gran Bretagna. Poiché non disponeva di alcuna prova concreta che tali armi fossero fornite da una potenza straniera, non era possibile per il re opporsi a vendite di questo genere. In risposta, le autorità britanniche dichiararono, che erano i mercanti del Kuwait a rifornire di armi i ribelli e che la Gran Bretagna non poteva fare nulla per impedirlo, –perché, in conformità al Trattato di Gedda del 1927, la Gran Bretagna aveva revocato il divieto di importare armi in Arabia. Se Ibn Saud lo desiderava, gli dissero, che anche lui poteva importare armi attraverso il Kuwait .. . Quando Ibn Saud obiettò, dicendo, che, in base allo stesso trattato, la Gran Bretagna e l’Arabia Saudita erano entrambe obbligate a cessare ogni attività diretta contro la sicurezza dell’altra nei rispettivi territori, allora anch’egli ricevette questa risposta:–non si può definire il Kuwait un territorio britannico, perché è uno sceiccato indipendente, con cui la Gran Bretagna aveva rapporti regolati da un trattato, e nulla–di più che rapporti formali. . . .।
E per questo la guerra civile continuò senza sosta verso la fine dell’autunno del 1929. Ibn Saud scese personalmente in campo; Questa volta era fermamente deciso: avrebbe inseguito ad-–Dabish fin dentro il Kuwait, se–come era sempre accaduto in passato,–il Kuwait fosse rimasto un territorio libero per offrire rifugio ai ribelli e una base per nuove operazioni. Di fronte a questa ferma determinazione,, che Ibn Saud non avrebbe mancato di comunicare alle autorità britanniche,, sembra che si siano rese conto che, sarebbe stato molto pericoloso spingersi oltre nel loro gioco. Furono inviati aerei da guerra britannici e veicoli–corazzati affinché ad-Dabish non potesse ritirarsi e rientrare nella zona del Kuwait; furono inviati aerei da guerra–e veicoli corazzati. Il ribelle comprese che il suo obiettivo era fallito. In una guerra aperta non avrebbe mai più potuto tenere testa al re. Le condizioni del re erano brevi e chiare: le tribù ribelli dovevano necessariamente arrendersi;; le loro armi,, i cavalli e i cammelli sarebbero stati loro sottratti; ad-–Dabish sarebbe stato risparmiato. Tuttavia avrebbe dovuto trascorrere a Riyadh il resto dei suoi giorni.
ad-–Dabish,, che era attivo e dinamico in ogni momento,, non riuscì ad adattarsi a una simile inattività e immobilità. Rifiutò la proposta del re. Alla fine combatté contro il vasto esercito del re. Dopo aver combattuto fino alla fine contro il vasto esercito del re, i ribelli furono completamente sconfitti; ad-–Dabish e alcuni altri capi,– tra i quali vi erano Farhan ibn Mashhur e il capo della tribù degli Ajman, Na’iq Abu Kilab, fuggirono in Iraq.
Ibn Saud chiese l’espulsione di Ad –Dabish. Per qualche giorno era sembrato che, richiamandosi all’antica consuetudine araba dell’ospitalità e dell’asilo, il re dell’Iraq Faisal potesse respingere la sua richiesta. Ma alla fine acconsentì. Nel 1930,–all’inizio dell’anno, Ad –Dabish fu consegnato al re e portato a Riyadh. Alcune settimane dopo, quando divenne chiaro che, in realtà, Ad –Dabish era prossimo alla morte,, il re Ibn Saud, con la sua consueta magnanimità, lo rimandò ad Artawiya,, presso la sua famiglia–e i suoi congiunti. Così ebbe fine una vita tumultuosa e tempestosa. E nel regno di Ibn Saud tornò nuovamente la pace... .
.. . … .. . .. .
E la pace tornò a regnare intorno ai pozzi di Arja.
‘‘O viandanti,, che Allah vi conceda la vita. Prendete parte alla nostra generosità. –dice ad alta voce il vecchio beduino Mutaybi, mentre i suoi uomini ci aiutano ad abbeverare i nostri cammelli. Non esisteva più alcuna traccia di tutto l’odio e dell’ostilità di poco tempo prima.
Perché, questi beduini sono una razza straordinaria. Persino, di fronte a una provocazione immaginaria, possono infiammarsi in un istante di rabbia e furore indomabili, e, nello stesso istante, possono tornare al ritmo–del flusso della vita regolato dal destino, dove dimorano la mitezza e la tenerezza: il Paradiso e l’Inferno, sempre fianco a fianco, in stretta vicinanza.
e i cammellieri Mutaybi–attingono acqua per i nostri cammelli con i loro grandi secchi di cuoio e cantano in coro:
Bevete, e non lasciate acqua,
Questa istituzione è colma di misericordia e non ha fondo.
Tre
La quinta notte dopo aver lasciato Ha’il, raggiungiamo la periferia di Medina e scorgiamo il profilo scuro del monte Uhud. I nostri cammelli avanzano con passi stanchi. Dall’alba fino a questa notte abbiamo lasciato alle nostre spalle una lunga strada. Zayd e Mansur sono silenziosi, anch’io sono in silenzio. Alla luce della luna, Medina con le sue mura dalle strade strette e i sottili, diritti minareti della Moschea del Profeta, davanti a noi si illumina.
Arriviamo davanti a quella porta d’ingresso che, trovandosi a nord, è nota come Porta Siriana. All’ombra dei pesanti pilastri dell’ingresso, i cammelli appaiono alquanto rigidi e intimoriti; perciò, usiamo le fruste che abbiamo in mano per costringerli a entrare dalla porta.
Ora,, in questo momento sono di nuovo nella città del Profeta,, dopo aver vagato per molti giorni in luoghi diversi, sono tornato a casa, alla mia casa,; perché da alcuni anni questa città è la mia–casa. Una quiete profondamente familiare si diffonde sulle strade addormentate e deserte di Medina. Al suono dei passi dei cammelli, qui–e là i cani si sono messi a sedere con aria pigra. Un giovane cammina cantando; la sua voce, cullata da un ritmo dolce, svanisce lentamente in un vicolo vicino. Le balconate finemente intagliate e le finestre delle case che sporgono sulla strada incombono silenziose su di noi come l’oscurità,, silenziosamente. L’aria bagnata dalla luce lunare, fresca come latte appena munto,–è dolcemente tiepida. Ed è qui la mia casa.
Mansur ci lascia per andare a trovare i suoi amici. E noi due’facciamo inginocchiare i nostri cammelli. Senza dire una parola, Zayd mette i ceppi alle zampe dei cammelli e comincia a scaricare le selle. Busso alla porta. Dopo un po’ sento dall’interno voci umane e passi. La luce della lanterna filtra dalla finestra come da un ventaglio aperto, il chiavistello della porta viene tirato indietro e la mia vecchia serva Amina prorompe in un grido di gioia:
–‘Oh!, Il mio padrone è tornato a casa!!’
Lettere dalla Persia
Uno
Ora è pomeriggio. Proprio fuori dalla porta meridionale d’ingresso di Medina, sono seduto con un mio amico nella sua piantagione di pal’meto. I tronchi delle innumerevoli palme del palmeto hanno creato sullo sfondo del giardino una luce grigio-verde ’e ombrosa– che fa pensare, che non abbia fine., Gli alberi sono ancora giovani e bassi;; la luce del sole danza sui loro tronchi e sulla delicata cupola formata dai loro rami intrecciati. In questo periodo dell’anno, quasi ogni giorno si verificano tempeste di polvere, per effetto delle quali il verde delle palme del palmeto è un po’ impolverato. Solo il fitto tappeto di erba medica sotto le palme ha conservato il suo verde brillante e perfetto.
Proprio davanti a me –non molto lontano –emergono le mura della città, antiche, costruite con pietre grigie e mattoni di fango–qua –e là, fortezze –che sporgono oltre il’muro. Da dietro le mura, all’interno della città, si innalzano, le palme rigogliose di un altro giardino–e le–case, con le porte e le imposte delle finestre brunite dal sole, e i balconi recintati; alcuni dei quali sono stati costruiti dentro le mura della città e sono così diventati parte delle mura. Poco più lontano vedo, i cinque minareti della Moschea del Profeta, alti e delicati come il suono di un flauto, e vedo, quella magnifica Cupola Verde, che sta come un tetto sopra la piccola casa del Messaggero di Allah e la nasconde, la quale–fu la sua dimora durante la sua vita e, dopo la sua morte, è divenuta la sua tomba; Più lontano, oltre la città, emerge davanti ai miei occhi la catena montuosa rocciosa e spoglia di Uhud: come un sipario dipinto di, rosso ramato, sospeso sullo sfondo dei bianchi minareti della Moschea del Profeta, delle cime delle palme e delle numerose case–della città–.
Il cielo, illuminato dalla luce abbagliante del sole pomeridiano, è sospeso sopra cumuli di nuvole, bianche e luminose come il latte, e quel cielo è trasparente come il vetro,, e la città sembra essersi fatta un bagno in una luce dai riflessi blu, dorati-–e verdi. Intorno alle soffici nuvole, molto in alto, gioca il vento, un vento che in Arabia si è rivelato quanto mai ingannevole!! Qui non potrete mai dire:, ‘«Ora il cielo è nuvoloso, , pioverà presto»’. Perché, quando le nuvole si addensano,, questa nube–gravida di tempesta,, proprio allora accade spesso che, all’improvviso un ruggito di vento si precipiti dal deserto e scacci via le nuvole dense, ripulendo completamente il cielo; e coloro che aspettavano la pioggia volgano il viso, in silenziosa rassegnazione, lontano dal cielo e comincino a mormorare: «‘nelle mani di alcuno non c’è potere, né forza»’ – mentre il cielo torna a bruciare spietatamente nell’azzurro limpido e terso.
Saluto il mio amico congedandomi da lui e riprendo a camminare verso l’ingresso fuori città. Un uomo mi passa accanto, conducendo due asini carichi di fasci d’erba lursan e cavalcando lui stesso un terzo asino. Solleva il bastone che tiene in mano per salutarmi e dice, «As-salāmu ʿalaykum». Gli rispondo con le stesse parole. Poi arriva una giovane beduina, il cui nero mantello striscia dietro di lei con l’orlo che si trascina, La parte inferiore del suo volto è coperta dal niqāb. I suoi occhi scintillanti sono così neri che, il bianco degli occhi e le pupille nere si sono fusi in un’unica macchia; e il suo modo di camminare è esitante, proprio come l’andatura dondolante di un giovane animale delle steppe.!
Entro in città e attraverso la vasta piazza aperta di al-–Manakh, raggiungendo le mura interne della città, sotto il pesante arco della porta egiziana, dove siedono i cambiavalute, facendo tintinnare le loro monete d’oro e d’argento. Entro nel bazar principale, che è una strada larga al massimo ventiquattro piedi, stipata di botteghe–fitte l’una contro l’altra, intorno alla quale pulsa una vita minuta, ma fervida.
I venditori, esultanti,; annunciano la loro merce cantando. Magnifici turbanti, scialli di seta e coperte kashmire dipinte attirano lo sguardo dei passanti. Gli argentieri siedono accovacciati dietro–cassette di vetro piene di gioielli beduini,–bracciali da braccio e cavigliere,, collane e orecchini,–quei gioielli. I venditori di profumi mostrano i loro recipienti pieni di henné,, i piccoli pacchetti rossi pieni di surma per tingere le ciglia,, le numerose boccette variopinte di olio–e profumi, e mucchi di spezie.–I mercanti del Najd vendono abiti beduini,, dell’Est– arabico, selle per cammelli e borse con lunghe frange di seta appese alle selle. Un banditore corre per la strada,, gridando a squarciagola,–con un tappeto persiano e un ‘abāya’di pelo di cammello sulla spalla e un samovar di ottone sotto il braccio. Da entrambe le parti scorre una fiumana di persone:, abitanti di Medina e gente proveniente dalle altre regioni dell’Arabia,, dalle steppe del Senegal–e dalle steppe kirghise,–e da tutti i paesi compresi tra queste regioni,, le Indie–Orientali e l’Oceano Atlantico, e tra Astrachan’ e Zanzibar: perché il pellegrinaggio è terminato soltanto pochi giorni fa. Eppure, nonostante questa folla e la strettezza della strada, qui non vi è alcuna frenesia scomposta;, nessuno urta nessuno,, nessuno va a sbattere contro gli altri,, perché a Medina il tempo non mette le ali quando si tratta di afferrare o ottenere qualcosa.!
Ma ciò che sembra ancora più sorprendente è che, nei volti e nelle forme delle persone accalcate qui, e nei loro abiti–e vestiario, nonostante tanta varietà e diversità, per le strade di Medina non sembra essersi prodotto alcun‘miscuglio–eterogeneo’di elementi stranieri. Questa varietà dei volti sarà colta soltanto da chi desidera analizzarla. Mi sembra, che tutti coloro che vivono in questa città, persino quelli che vi giungono temporaneamente per qualche giorno, si può dire che, anch’essi si dissolvano presto in un comune stato d’–animo, e così il loro modo di–comportarsi, e persino l’espressione dei loro volti finiscono per uniformarsi: perché tutti sono caduti sotto l’irresistibile influenza del Profeta–di cui un tempo questa città era sua e di cui ora essi sono ospiti.. .
Anche dopo 1.300 anni, la presenza spirituale è qui viva come allora. Soltanto grazie a lui, alcuni villaggi sparsi e dispersi, che un tempo erano chiamati Yathrib divennero una città, e ancora oggi essa ha ricevuto da tutti i musulmani un amore così profondo quale gli uomini non hanno mai nutrito per alcuna città di nessun altro paese della terra. Questa città non ha nemmeno un nome proprio, Da oltre tredici secoli viene chiamata‘Madinat an-Nabi’ –‘la città del Profeta’. Da oltre tredici’secoli, qui si è raccolto un amore così grande e una devozione così intensa, che tutte le forme–e i movimenti hanno assunto una somiglianza familiare, e tutte le differenze dei volti si sono trasformate in una comune, somiglianza,, come l’armonia unitaria di diverse melodie riunite insieme.
Questa è la gioia–e questa è l’armonia che crea tale concordia, che le persone percepiscono qui in ogni momento. Sebbene il Messaggero di Allah ((pace e benedizioni su di lui)) abbia con la vita odierna di Medina soltanto un rapporto formale e remoto, e sebbene qui, come in altre regioni del mondo musulmano, la coscienza spirituale dell’Islam sia stata svilita, rimane sempre vivo un ineffabile legame emotivo con il suo grande passato spirituale. Nessuna città è mai stata amata tanto dagli uomini per un solo uomo; né alcun uomo, morto tredici secoli fa, e sepolto sotto questa grande cupola verde, è mai stato considerato così vicino e amato da un numero tanto immenso di persone.
Eppure egli non ha mai sostenuto di essere qualcosa di diverso da un uomo mortale, e i musulmani non gli hanno mai attribuito la divinità che molti–seguaci, di quei profeti hanno attribuito dopo la morte di questi ultimi. Va da sé, che nel Corano stesso si trovano molte affermazioni, nelle quali si sottolinea l’umanità di Muhammad:‘Muhammad non è altro che un profeta. Prima di lui sono passati tutti i profeti; Se dunque muore o viene ucciso, voi vi tirerete indietro??’Di fronte alla grandezza di Allah, la sua assoluta umiltà è proclamata nel Corano con queste parole:‘Di’ , o Muhammad,, non ho alcun potere di arrecarvi né il male né il bene,, neppure, sulla mia stessa sorte, nel bene e nel male, se non per ciò che Allah vuole. Se conoscessi l’invisibile, ne ricaverei certamente un grande bene e nessun male potrebbe toccarmi. Io sono soltanto un ammonitore e un annunciatore di buone novelle per il popolo dei credenti.. ..।’
Proprio perché era soltanto un essere umano, perché aveva vissuto come gli altri uomini e, nel farlo, aveva assaporato le gioie della vita umana e gustato i suoi dolori e le sue sofferenze, coloro che gli stavano intorno poterono circondarlo in modo così completo di affetto e amore.
Questo amore è sopravvissuto alla sua morte e vive ancora oggi nei cuori dei suoi seguaci, come l’ispirazione fondamentale di una ‘ragini’ nata dall’unione di molte melodie. Questo amore è ancora vivo a Medina. Ogni pietra della città antica parlerà di questo amore con voi. Potrete quasi toccarlo con la mano, ma non potrete imprigionarlo nelle parole…
Due
Mentre attraverso il mercato diretto verso la Grande Moschea, molti miei vecchi conoscenti mi salutano lungo la strada. Inclino appena il capo in segno di saluto, ora verso questo negoziante, ora verso quello. Alla fine il mio amico Az-Zugaybi mi trascina fino alla piccola piattaforma dove siede a vendere stoffe ai beduini.
—Quando sei tornato, Muhammad, e da dove torni? Sei stato qui: sono passati solo pochi mesi!
—Vengo da Ha’il, vengo dal Nufud.
—Non resterai a casa per qualche giorno?
-«No, fratello, parto per la Mecca dopodomani.»
Az-Zughaibi chiama a gran voce il ragazzo che lavora nella caffetteria dall’altra parte della strada e poco dopo sentiamo il tintinnio delle tazzine.
-«Ma perché, Muhammad? Perché vai alla Mecca proprio adesso? La stagione dell’hajj è già finita…»
-«Non vado alla Mecca con il desiderio di compiere l’hajj. Del resto, non l’ho forse compiuto cinque volte? Ma, chissà perché, ho la sensazione che non rimarrò ancora a lungo nelle terre arabe. Perciò voglio rivedere ancora una volta quella città dove ebbe inizio la mia vita in questo paese…» Poi aggiungo, ridendo fragorosamente: «Ma, fratello, a dirti la verità, non so nemmeno io perché vado alla Mecca; so soltanto che devo andarci…»
Az-Zughaibi scuote sconsolato la testa: «Come hai potuto dire che lascerai questo paese e i tuoi fratelli?»
Un uomo che conosco mi passa accanto a passi stanchi e affrettati: è Zayd, sicuramente sta cercando qualcuno.
-«Zayd, dove stai andando?»
Si ferma all’improvviso e mi guarda con aria incuriosita: «Stavo cercando proprio lei, zio. In posta c’era una pila di lettere per lei. Ecco, prenda queste lettere. E, sceicco Az-Zughaibi, assalamu alaikum—che la pace sia su di lei.»
Seduto davanti al negozio di Az-Yugaybi, con una gamba accavallata sull’altra, continuo ad aprire le buste: sono arrivate alcune lettere dagli amici della Mecca; una è stata scritta dall’editore della «Neue Zürcher Zeitung» svizzera, per la quale sono corrispondente da sei anni. Una lettera è arrivata dall’India e mi esorta ad andarvi per conoscere la più grande comunità musulmana del mondo. Alcune lettere provengono da varie regioni del Vicino Oriente. Su un’altra c’è il timbro dell’ufficio postale di Teheran. L’ha scritta il mio carissimo amico Ali Agha, dal quale non ricevo notizie da più di un anno. La apro e scorro con gli occhi le pagine scritte nella bella e ordinata calligrafia shekasteh di Ali Agha¹: ¹ Letteralmente «spezzata»: una forma persiana delle lettere arabe, usata per scrivere rapidamente.
Al mio carissimo amico e fratello, luce del mio cuore e oggetto della mia più profonda venerazione, Asad Agha: possa Allah allungare la sua vita e vegliare su di lui a ogni passo. Amen!
As-salāmu ʿalaykum: che la pace sia su di voi, e su di voi sia sempre la misericordia di Allah. Prego Allah affinché vi conceda salute e felicità; e poiché so che vi farà piacere saperlo, anch’io godo di ottima salute: sia dunque lode ad Allah.
Non vi ho scritto per molto tempo, perché negli ultimi mesi la mia vita è proceduta in modo caotico e disordinato. Mio padre, che Allah abbia misericordia di lui, è morto un anno fa e, poiché sono il maggiore dei suoi figli, ho dovuto dedicare molto tempo e preoccupazioni a mettere ordine nelle nostre questioni familiari. Ma è volontà di Allah che nella vita di questo Suo indegno servo sia giunta una prosperità inattesa, poiché il governo lo ha promosso al grado di tenente colonnello. Inoltre, spero di sposarmi presto con una bellissima e avvenente donna, mia cugina Shirin; e così si avvicina la fine dei miei vecchi giorni disordinati. Al vostro cuore d’amico è ben noto che in passato non ero immune dal peccato e dagli errori; ma che cosa dice Hafiz:
«O Allah, se hai gettato una tavola in mezzo al mare, puoi forse aspettarti che rimanga asciutta?»
Così il vecchio Ali Agha sta finalmente per metter su casa e diventare una persona rispettabile. Non era altrettanto rispettabile quando lo incontrai, sette anni fa, nella città chiamata Bam. Ali Agha era stato esiliato in quella città. Aveva allora appena ventisei anni. Eppure il suo passato era stato pieno di agitazione e di attività. Prima che Reza Khan prendesse il potere, aveva partecipato a diversi movimenti politici. Avrebbe potuto ricoprire un ruolo importante a Teheran, se non si fosse abbandonato eccessivamente ai piaceri. Il suo ansioso e influente padre lo aveva mandato a Bam, città isolata e priva di collegamenti nell’estremo sud-est dell’Iran, nella speranza che, allontanandolo dai divertimenti di Teheran, potesse correggersi. Ma a Bam Ali Agha sembrava aver trovato compensazione nel dolce veleno delle donne, del vino e dell’oppio. Era superfluo dire che Ali Agha ne era terribilmente dipendente.
Nel 1925 Ali Agha era comandante della polizia militare distrettuale. Aveva il grado di tenente. Quando stavo per attraversare il deserto di Bilal Dasht-e Lut, andai a incontrarlo portando una lettera di presentazione per il governatore della provincia di Kerman. Quella lettera di presentazione era stata scritta sulla base di una lettera del primo ministro e dittatore Reza Khan. Lo trovai in un giardino ombreggiato di aranci, oleandri e palme, dove i raggi del sole filtravano tra gli archi formati dalle aguzze foglie delle palme. Indossava una camicia a maniche lunghe. Sul prato era steso un tappeto, e sul tappeto c’erano piatti e una bottiglia di arak già mezza vuota. Nei piatti c’era ancora del cibo. Ali Agha si giustificò con modestia: «In questa maledetta buca non è possibile bere vino», e poi mi costrinse a bere l’arak locale; era una bevanda così forte che mi raggiunse il cervello come un pugno. Con gli occhi penetranti di un uomo del nord della Persia, lesse la lettera di Kerman; poi la spinse da parte con un colpetto e disse: «Anche se foste venuto senza alcuna lettera di presentazione, vi avrei accompagnato comunque in questo viaggio, passando attraverso dieci uomini. Siete mio ospite. Non vi avrei mai lasciato cavalcare da solo attraverso il deserto baluci.»
Una giovane donna era ancora seduta, nascosta all’ombra di un albero. Quando si alzò lentamente, si vide che indossava una kurta di seta color azzurro chiaro, lunga fino alle ginocchia, e degli enormi shalwar baluci bianchi. Il suo volto era il simbolo del desiderio sensuale, come se ardesse dall’interno; le labbra ben delineate erano rosse e belle, ma gli occhi erano stranamente torbidi e indifferenti, con le palpebre truccate di surma.
-La ragazza è cieca, mi sussurra Alì Agha in francese, ma canta in modo strano, meraviglioso!
Non posso fare a meno di lodare la nobile modestia e il rispetto con cui Alì Agha trattò la ragazza. Era una cantante professionista, appartenente a quella classe di donne iraniane che, più o meno, equivale alle prostitute. Eppure egli non avrebbe potuto trattare meglio neppure una nobildonna di Teheran.
Ci sedemmo tutti e tre sul tappeto e, mentre Alì Agha era occupato a fumare il suo narghilè e la pipa d’oppio, io conversavo con la ragazza baluci. Nonostante la cecità, la ragazza sapeva ridere in un modo che è proprio soltanto di coloro che vivono nelle profondità della gioia del cuore; e, tra una frase e l’altra, continuava a fare osservazioni così argute e intelligenti che nessuna nobildonna di questo vasto mondo avrebbe avuto motivo di vergognarsene. Quando ebbe finito la sua pipa, Alì Agha prese delicatamente la mano della ragazza nella propria e disse: «Questo straniero qui presente è un austriaco. Sono certo che gli piacerebbe ascoltare una tua canzone. Finora non ha mai ascoltato una canzone baluci.»
Sul suo volto cieco apparve l’impronta di un sogno lontano e trasognato, mentre prendeva il flauto che Alì Agha le aveva dato e ne sfiorava le corde con le dita. Cantò con una voce profonda e spezzata una canzone baluci, la cui melodia sembrava essersi levata dalle sue labbra ardenti come un’eco stessa della vita.
Torno alla lettera:
Fratello e stimato amico, non so se ricordi ancora come, in quei vecchi tempi, noi due viaggiammo insieme attraverso il Dasht-i Lut e come dovemmo combattere contro quei briganti baluci per salvarci…?
Mi ricordo? A questa domanda fuori luogo di Alì Agha sorrido tra me e me, e rivedo me e Alì Agha nel desolato e disabitato Dasht-i Lut, quel nudo deserto che dispiega la sua immensa vacuità dalle profondità del Belucistan fino al cuore stesso dell’Iran. Mi preparavo ad attraversare quel deserto per raggiungere l’Afghanistan passando per il Sistan, la provincia più orientale dell’Iran. Poiché venivo da Kerman, non avevo altra strada. Soggiornavamo in una verde oasi ai margini del deserto, insieme ai poliziotti baluci che ci accompagnavano come guide, per noleggiare cammelli e acquistare viveri per la lunga strada che ci aspettava. L’edificio della stazione telegrafica indo-europea era il nostro quartier generale provvisorio. Il capostazione, un uomo alto, dalle grosse ossa e dallo sguardo penetrante, non era disposto a lasciarmi sfuggire dalla vista neppure per un istante. Sembrava cercare, con il suo sguardo, di farsi un’idea della mia situazione.
-State in guardia da quell’uomo, mi sussurra Alì Agha, è un bandito, lo conosco. E lui sa che io lo conosco. Qualche anno fa era un vero brigante. Ma ora ha fatto molti soldi e si è arricchito. Adesso guadagna molto più denaro fornendo armi ai suoi ex compagni. Aspetto un’occasione per coglierlo sul fatto; ma quell’uomo è astuto ed è davvero difficile provare qualcosa contro di lui. Quando ha saputo che siete austriaco, si è eccitato terribilmente. Durante la guerra mondiale, alcuni agenti austriaci e tedeschi cercarono di incitare le tribù di questa regione contro gli inglesi. Portavano con sé sacchetti pieni di monete d’oro; e il nostro amico pensa che ogni tedesco e ogni austriaco sia equipaggiato allo stesso modo.
Tuttavia beneficiammo dell’astuzia del capostazione, poiché era riuscito a procurarmi due dei migliori cammelli da sella della zona. Il resto della giornata trascorse in contrattazioni per ottenere otri, corde di pelo di cammello, riso, burro chiarificato e ogni altra cosa necessaria per un viaggio nel deserto.
Il pomeriggio del giorno seguente ci mettemmo in viaggio. Alì Aga decise di precederci con quattro poliziotti, per preparare un luogo dove piantare le tende durante la notte. I loro cammelli scomparvero dietro l’orizzonte prima ancora che potessimo distinguere la lunga fila. Noi — Ibrahim, io e il quinto poliziotto — li seguimmo a un’andatura relativamente più lenta.
Oscillavamo e dondolavamo, cosa che allora mi sembrava tanto nuova, seguendo l’andatura leggera e ondeggiante, dal ritmo bizzarro, dei cammelli esili: dapprima attraverso dune giallastre, qua e là segnate da ciuffi d’erba sparsi e lontani; poi sempre più in profondità, sempre più dentro la pianura — un’immensa distesa grigia, piatta e vuota — così vuota che pareva non scorrere, ma piuttosto precipitare verso l’orizzonte; perché davanti agli occhi non c’era nulla su cui potessero riposare: nessun rialzo sul terreno, nessuna pietra, nessun cespuglio, neppure un filo d’erba. Nessun suono animale, nessun cinguettio d’uccello o ronzio di scarabeo infrangeva quell’immenso silenzio; persino il vento, non trovando ostacoli davanti a sé, passava silenzioso e radente sopra il vuoto — no, non era così: precipitava nel vuoto, come una pietra che cade in un pozzo senza fondo… Non era il silenzio della morte, bensì il silenzio di ciò che non è ancora nato, la quiete di ciò che non è mai venuto al mondo — il silenzio primordiale che precede il suono.
E poi accadde. Il silenzio si spezzò. Una voce umana colpì dolcemente l’aria, come il canto di un uccello, e parve restare sospesa nel vuoto; mi sembrò di non udirla soltanto, ma di vederla — così solitaria e limpida, mentre fluttuava sulla distesa del deserto. Non era altri che il nostro soldato beluci. Cantava una canzone della vita nomade: metà la cantava intonandola e metà la recitava, a ritmo rapido e alternato — una musica strana, fatta di parole appassionate e delicate, che non riuscivo a comprendere. La sua voce si levò entro poche raga, su un unico piano, senza salite né discese; e continuò a cantare con tale monotona continuità che a poco a poco si trasformò in una sorta di luminosa radiosità, quando ricoprì la melodia spezzata con i giochi ornamentali dei suoni gutturali e, attraverso la ripetizione e la variazione dello stesso tema, rivelò nella sua melodia uniforme quell’inaspettata ricchezza — uniforme e sconfinata come il paese in cui quella canzone era nata…
La regione che stavamo attraversando nel deserto è chiamata «il deserto delle campane di Ahmed». Molti anni fa una carovana, guidata da un uomo di nome Ahmed, smarrì la strada e giunse qui; morirono tutti, uomini e animali, di sete. Ancora oggi la gente racconta che i viaggiatori odano talvolta il suono dei campanelli appesi al collo dei cammelli di Ahmed — un suono simile a un lamento spettrale, che ammalia il viandante distratto, lo allontana dal cammino e lo spinge verso la morte nel deserto.
Poco dopo il tramonto raggiungemmo Alì Aga e il gruppo avanzato, e piantammo le tende tra l’erba kahur — per alcuni giorni sarebbe stata l’ultima volta che avremmo visto quell’erba. Accendemmo il fuoco con rami secchi e fu preparato il tè, indispensabile, mentre Alì Aga, secondo la sua abitudine, tirava la pipa d’oppio. Ai cammelli fu dato da mangiare un alimento preparato con orzo, poi li facemmo accucciare in cerchio attorno a noi. Tre uomini della polizia furono posti di guardia sulle dune, fuori dall’accampamento, perché in quei giorni la regione in cui ci eravamo inoltrati era il terreno di caccia dei terribili demoni del deserto: i predoni delle tribù beluce provenienti da sud.
Alì Aga aveva appena finito la pipa e il tè e stava bevendo arak da solo, perché io non ero dell’umore adatto per fargli compagnia. Improvvisamente uno sparo di fucile lacerò il silenzio della notte. Un secondo sparo, proveniente dal fucile delle nostre sentinelle, gli rispose, e subito dopo da qualche parte nell’oscurità si udì un grido. Ibrahim, con la sua straordinaria prontezza di spirito, gettò della sabbia sul fuoco. Da ogni parte cominciarono a levarsi altri spari. Non riuscivamo più a vedere le sentinelle, ma udivamo che si chiamavano l’un l’altra. Non potemmo capire quanti fossero gli assalitori, perché mantenevano il silenzio — un silenzio spettrale — interrotto soltanto, di tanto in tanto, da un indistinto lampo di luce proveniente da un fucile, che trafiggeva l’oscurità come un coltello, rivelando la loro presenza; e una o due volte scorgemmo confusamente alcune figure vestite di bianco correre silenziose nell’oscurità. Alcuni proiettili sparati mirando basso ci passarono ronzando sopra la testa, ma nessuno di noi fu colpito. A poco a poco l’agitazione e la tensione si placarono. Furono sparati ancora alcuni colpi e la notte ne inghiottì il rumore; gli assalitori, evidentemente scoraggiati dalla nostra vigilanza, scomparvero in silenzio proprio come erano giunti.
Dopo che Alì Aga ebbe chiamato le sentinelle, ci riunimmo per una breve discussione. In un primo momento avevamo deciso di trascorrere lì la notte. Ma poiché non avevamo alcuna idea di quanto fosse forte quel gruppo di assalitori, né sapevamo se sarebbe tornato con altri uomini, decidemmo che era meglio ripiegare subito le tende e ripartire.
La notte di oggi è nera come la pece. La luna e le stelle sono state nascoste da una massa di nubi basse e fitte. Di solito, d’estate, è preferibile viaggiare di notte nel deserto. In condizioni normali, però, non avremmo mai rischiato di metterci in cammino con un’oscurità simile, perché si corre il pericolo di smarrire la strada: le dure pietre e i ciottoli del Dasht-e Lut non conservano alcuna traccia del passaggio. Nei tempi antichi, nei deserti di questo genere, i re dell’Iran facevano costruire in mattoni dei posti di guida per indicare le vie delle carovane; ma, come molte cose buone di quell’epoca, anche questi segni sono scomparsi da molto tempo. In realtà, ora non ce n’è più bisogno. La linea telegrafica indo-europea che il governo britannico ha installato all’inizio di questo secolo dalla frontiera dell’India, attraverso il Dasht-e Lut, fino a Kerman, svolge lo stesso compito con altrettanta efficacia — si potrebbe dire, persino meglio — come guida; ma di notte non riuscivamo a vedere né i fili né i pali del telegrafo.
Scoprimmo con terrore la cosa quando il poliziotto che conduceva il suo cammello davanti a noi, come nostra guida, dopo circa mezz’ora tirò improvvisamente le redini del suo cammello e annunciò ad Ali Agha, con aria imbarazzata:
—Signore, non riesco più a vedere i fili del telegrafo…
Per un momento rimanemmo tutti ammutoliti. Sapevamo che lungo la strada indicata dalla linea telegrafica c’erano pozzi soltanto in alcuni punti, e che la distanza tra un pozzo e l’altro era enorme. Smarrirsi qui significava perdersi per sempre, proprio come la carovana nella storia di Ahmed…
Dopodiché Ali Agha parlò in un modo completamente diverso dal suo solito. Si poteva tranquillamente supporre che l’arak e l’oppio fossero i responsabili di ciò. Estrasse la pistola e tuonò:
—Dov’è il filo? Figli di cagna, dite perché l’avete perso! Sì, lo so che vi siete alleati con quei briganti e volete farci smarrire, così moriremo per mancanza d’acqua e diventeremo facile preda del vostro saccheggio.
In verità, quel rimprovero era ingiusto; perché un Baluchi che abbia una volta condiviso con qualcuno pane e sale non tradirà mai la sua fiducia. I nostri poliziotti, chiaramente feriti dall’accusa del loro tenente, ci assicurarono che non avevano alcuna colpa, ma Ali Agha gridò di nuovo:
—Silenzio! Trovate immediatamente il filo del telegrafo; altrimenti vi sparerò e vi farò fuori tutti, uno per uno. Avete capito, figli d’inferno?
Nel buio non riuscivo a vedere i loro volti. Ma capivo quanto profondamente quei baluci liberi fossero stati feriti da quell’umiliazione! Non sentirono nemmeno più il bisogno di rispondere. Poi, all’improvviso, uno di loro—proprio quello che poco prima era stato la nostra guida—si staccò dal gruppo, colpì con la frusta il fianco del suo cammello e, con un balzo, scomparve nell’oscurità.
«Dove sta andando?» gridò Ali Agha, e in risposta udì alcune parole indistinte. Per alcuni secondi si sentì il morbido, delicato rumore dei passi del cammello. Poi quel suono si perse nella notte.
Non c’è alcuna colpa da attribuire al poliziotto baluci; eppure, nonostante appena un momento prima fossimo convinti di questo, nella mia mente balenò un pensiero pieno di dubbi: adesso è andato dai banditi! Comunque sia, l’intuizione di Ali Agha era giusta… Sentii Ali Agha estrarre la pistola dalla fondina, e feci lo stesso. Ibrahim sollevò lentamente la sua fionda. Sedevamo immobili e silenziosi sulle nostre selle. Uno dei poliziotti emise un sommesso grugnito; il calcio del fucile di un altro urtò una sella. Trascorsero lunghi minuti. Il silenzio era tale che sembrava quasi di udire il respiro di tutti gli uomini. Poi, all’improvviso, da molto lontano giunse un suono isolato. Mi parve soltanto un verso: «O-o-o». Ma i baluci ne conoscevano il significato e, in risposta, uno di loro, portando entrambe le mani davanti alla bocca come una coppa, gridò concitatamente qualcosa in lingua braui. Di nuovo si udì il grido lontano. Uno dei poliziotti si rivolse allora ad Ali Agha e disse in persiano:
«Il filo, Hazret, ha trovato il filo!»
La tensione repressa si sciolse. Tirammo tutti un sospiro di sollievo e continuammo a seguire la voce della guida invisibile, che di tanto in tanto ci indicava la direzione. Quando lo raggiungemmo, si alzò in piedi sulla sua sella e, indicando l’oscurità, disse:
«Ecco il filo del telegrafo!»
E infatti, pochi minuti dopo, riuscimmo per un soffio a evitare di andare a sbattere contro un palo del telegrafo. La prima cosa che fece Ali Agha fu caratteristica del suo modo di essere. Afferrò il poliziotto per la cintura e lo tirò a sé, poi si chinò sulla sella e gli baciò entrambe le guance:
«Fratello, non sei tu: sono io il figlio di cane. Perdonami!»
Più tardi si seppe che questo soldato baluci, figlio del deserto, procedeva a zigzag, guidando il cammello ora a destra ora a sinistra. Poi, a un certo punto, da una distanza di mezzo miglio udì il sibilo del vento che colpiva i fili; e anche in quel momento, mentre passavo proprio sotto di essi, quel suono era quasi impercettibile alle mie orecchie europee!
Avanziamo lentamente e con cautela attraverso la notte avvolta nell’oscurità, da un palo telegrafico invisibile all’altro. Un poliziotto procede sempre davanti a noi. E quando la sua mano tocca un palo, lo grida per avvertirci. Abbiamo ritrovato la nostra strada e siamo determinati a non perderla più. Mi risveglio dal mio sogno e torno alla lettera di Ali Aga:
Dopo essere stato promosso al grado di tenente colonnello, questo vostro umile servitore è stato assegnato allo Stato Maggiore dell’esercito; e il lavoro, amico e fratello mio, mi attrae più della vita della guarnigione in una città provinciale.
Sono certo di questo interesse; Ali Aga ha sempre avuto una naturale attenzione per la vita della capitale e per i suoi intrighi, soprattutto per quelli politici. In effetti, nella sua lettera descrive il clima politico di Teheran: sotto la superficie liscia e uniforme, gli interminabili dissensi e le complesse manovre con cui le potenze straniere hanno mantenuto l’Iran per tanto tempo in uno stato di instabilità, impedendo a questa nazione di straordinario talento di manifestarsi nella sua vera natura.
Proprio in questo momento siamo vessati dalla Compagnia petrolifera inglese. Sul nostro governo viene esercitata una pressione terribile perché prolunghi ulteriormente la concessione e renda ancora più duratura la nostra schiavitù. Nei bazar non si riesce più a sentire nulla, tante sono le voci; Allah solo sa quale sarà l’esito di tutto questo!..
Il ruolo del bazar nella vita politica dei paesi orientali è sempre stato molto importante; e ciò è ancora più vero nel caso del bazar di Teheran: qui il cuore segreto dell’Iran continua a pulsare, incurante di ogni forma di decadenza nazionale e di ogni progresso del tempo. Mentre leggo la lettera di Ali Aga, questo grande bazar, che è esso stesso simile a una città, torna così chiaramente davanti ai miei occhi come se l’avessi visto proprio ieri: un labirinto di numerose sale misteriose, immerse in una luce e ombra simile a quella di una grata, e di varie vie di passaggio, coperte da archi acuminati che si incontrano provenendo dai due lati. Oltre i piccoli negozi bui, pieni di merci economiche e insignificanti, sulla strada principale si aprono cortili coperti, nei cui tetti sono inserite finestre di vetro per lasciar entrare la luce; vi sono file di negozi dove si vendono le sete più costose d’Europa e d’Asia; subito dopo le botteghe dei cordai, le vetrine dei lavori degli argentieri, ornate da delicati intrecci d’oro e d’argento; tessuti di cotone dai molti colori provenienti da Buchara e dall’India si mescolano ai rari tappeti persiani, e ai tappeti con scene di caccia; accanto ai banchi da cucito si trovano collane di vetro e perle e accendini automatici; gli ombrelli neri e sfortunati stanno accanto agli abiti di pelle di pecora del Khorasan, rifiniti con ricami gialli. Tutto ciò si fonde insieme in queste lunghe sale, come nella vetrina di un grande negozio disposto in modo alquanto trascurato.
Nei numerosissimi vicoletti di questo intreccio di artigianato e merci commerciali, i negozi sono disposti secondo il mestiere. Qui si può vedere una lunga fila di fabbricanti di selle e conciatori, accompagnata dal rosso della pelle tinta, colore dominante, e dall’odore aspro della pelle che si è diffuso nell’aria; ci sono i sarti: dai luoghi rialzati assegnati a ciascuno si ode il suono incessante delle abili macchine da cucire; per ogni negoziante c’è una bottega su una piattaforma rialzata di tre o quattro piedi quadrati; lunghe vesti sono appese per la vendita, sempre dello stesso tipo, cosicché, mentre cammini, a volte ti sembra di essere fermo. Proverai la stessa sensazione in molte altre parti del bazar. Eppure, in ogni singolo caso, questa immensa somiglianza non ha nulla a che fare con la monotonia. Tra gli estranei essa induce una sorta di ebbrezza e riempie il loro animo di una scomoda soddisfazione. Anche se venissi cento volte, vedresti sempre intorno a te lo stesso stato d’animo e la stessa atmosfera, come se non fosse avvenuto alcun cambiamento; ma quello stato d’animo e quell’atmosfera sono l’infinita, risonante immutabilità delle onde del mare, che mutano continuamente forma ma conservano immutata la propria essenza.
E poi il bazar dei ramai: come il concerto di molte campane di bronzo, colpite da martelli oscillanti; quei martelli battono rame, bronzo e ottone, trasformando fogli di metallo informe in scodelle, bacini e grandi recipienti dalle forme più svariate. Con quale mirabile sicurezza i colpi dei martelli proseguono il loro corso, alzando e abbassando il ritmo, da un capo all’altro del bazar: ciascuno, nel colpire con il martello, segue il ritmo dell’altro, affinché all’orecchio nulla suoni dissonante o stonato; forse cento artigiani fanno lavorare i martelli su metalli diversi, in botteghe diverse, ma in tutto il bazar si ode una sola musica, un’unica melodia… In questo profondo desiderio, quasi sociale, di trovare un’armonia — qualcosa di più profondo della semplice musica — si coglie la segreta dolcezza dell’anima dell’Iran.
Poi il mercato delle spezie: vicoli silenziosi, ai cui lati sono disposti pani bianchi e compatti di zucchero candito, sacchi di riso, mucchi di mandorle e pistacchi, nocciole e polpa di cocomero, ceste colme di albicocche secche e zenzero, piatti di bronzo pieni di cannella, curcuma, pepe nero, zafferano e semi di papavero, e numerosi recipienti colmi di finocchio, vaniglia, cumino, chiodi di garofano e innumerevoli altre erbe e radici; da tutte queste spezie si sprigiona un profumo intenso e inebriante. I proprietari di queste merci meravigliose siedono a gambe incrociate, come Buddha, chini sulle lucenti bilance a piatti di ottone; di tanto in tanto chiamano a bassa voce un passante e gli chiedono che cosa desideri. Qui parlare significa emettere suoni indistinti, dire qualcosa sottovoce, perché quando lo zucchero viene versato lentamente dal sacco sulla bilancia nessuno può fare chiasso: mentre si pesa… timo o cumino… nient’altro; quella capacità di adattare l’umore agli strumenti che si hanno tra le mani, grazie alla quale gli iraniani riescono a tessere splendidi tappeti annodando fili di lana di innumerevoli colori, un filo alla volta, unendo frazioni di pollice a frazioni di pollice, finché l’intero tappeto non emerge nella sua armoniosa perfezione. Non è un caso che al mondo non esista nulla che possa essere paragonato ai tappeti iraniani. Dove potreste trovare altrove questo profondo silenzio del lavoro manuale, questa meditazione, questo sprofondare in se stessi? Dove potreste trovare questi occhi, questa profondità abissale per la quale il tempo e il suo scorrere sono così insignificanti!
Negli scaffali dotati di nicchie, più grandi degli scaffali comuni, siedono al lavoro i pittori: dipingono piccole miniature. Copiano le miniature da antichi manoscritti, ormai fatti a pezzi, dando forma ai grandi temi della vita con linee e colori sottili come il respiro: scene di guerra e di caccia, immagini d’amore, di felicità e di dolore. I loro pennelli sono fini e delicati come il sistema nervoso; con essi formano minuscoli tratti e punti, mescolando il colore sulle dita della mano sinistra. Sui fogli nuovi, immacolati e candidi, le immagini antiche ricevono nuova vita, pennellata dopo pennellata, sfumatura dopo sfumatura. Accanto agli strati dorati dello sfondo originale, le copie emergono lentamente: uno sfondo luminoso. Gli aranci ormai sbiaditi di un parco reale rifioriscono sotto il velo di una nuova primavera. Le fanciulle esili, vestite di seta e di lana, tornano vive nei loro incantevoli atteggiamenti; un nuovo sole sorge sopra le partite di polo degli antichi guerrieri… pennellata dopo pennellata, sfumatura dopo sfumatura… Uomini silenziosi seguono il vigoroso impulso creativo di un artista morto, e in quell’artista c’era la stessa magia che vi è in loro, lo stesso amore: un amore che quasi vi fa dimenticare le imperfezioni dell’opera…
Il tempo scorre; i pittori continuano a lavorare a capo chino, senza avere alcun rapporto con il giorno. Il tempo scorre; le strade nei pressi del settore occidentale del mercato avanzano lentamente, insinuandosi sempre più tra i negozi; lampade a cherosene importate da Chicago, stoffe stampate di Manchester e ceramiche da tè della Cecoslovacchia avanzano in veste di conquistatori; ma i pittori, seduti a gambe incrociate sulle loro logore stuoie di paglia, immergono i loro occhi delicati e la punta delle dita nella melodia suprema e beata di un’epoca passata, dando nuova vita alle loro cacce regali e ai loro amanti rapiti, giorno dopo giorno…
Nel mercato la gente è innumerevole, incalcolabile; vi sono signori vestiti all’europea e, assai spesso, con un’‘abaya’ araba che pende fino a terra sopra un completo europeo o mezzo europeo; cittadini conservatori che indossano lunghi ‘caftani’ e si cingono la vita con nastri di seta; contadini e artigiani in giacche blu o color fango. In Iran vedrete i nobili mendicanti cantori, i dervisci, nei loro abiti bianchi, ampi e lunghi, talvolta con una pelle di leopardo sulla spalla, i capelli ricci e una corporatura magnifica. Le donne della classe media, secondo le loro possibilità, indossano alcune abiti di seta e altre vesti di cotone. Ma il colore degli abiti è sempre nero, e sul volto di ciascuna pende il tradizionale corto niqab di Teheran. Le povere indossano chador di cotone chiaro e fiorato. Gli mullah all’antica circolano con grande pompa, cavalcando asini o muli coperti di stoffe finemente lavorate; quando vedono uno sconosciuto, gli lanciano uno sguardo tanto bigotto che sembra chiedergli: Che cosa ci fai qui? Sei forse uno di quelli che lavorano per distruggere il nostro paese?
La lunga esperienza degli intrighi occidentali ha reso gli iraniani sospettosi. Nessun iraniano spera davvero che gli stranieri possano fare qualcosa di buono per il suo paese. Ma Ali Aga non sembra neppure inutilmente pessimista:
L’Iran è vecchio, ma certamente non è ancora pronto a morire. Siamo stati oppressi più e più volte. Molte nazioni sono passate sopra di noi come una fiumana, e tutte sono morte; ma noi siamo ancora qui. Perché noi iraniani seguiamo sempre la nostra strada. Quante volte il mondo esterno ha cercato di imporci nuovi modi di vivere, e ogni volta ha fallito. Non affrontiamo le potenze straniere con la forza, e per questo talvolta può sembrare che ci siamo arresi a loro. Ma noi apparteniamo alla stirpe dei ‘Mabiyun’, quel piccolo insetto che vive sotto i muri. Lei, luce del mio cuore, avrà certamente visto qualche volta in Iran come, senza alcuna causa visibile, solidi edifici dalle robuste mura crollino all’improvviso. Perché? Per nessun’altra ragione se non per queste piccole formiche che, dopo aver scavato instancabilmente per anni nelle fondamenta dell’edificio, creando corridoi e cavità, avanzano sempre della misura di un capello, lentamente, pazientemente, in ogni direzione! Alla fine le pareti della casa perdono l’equilibrio e crollano rovinosamente. Noi iraniani siamo formiche di questo genere. Non affrontiamo alcuna potenza del mondo con una forza rumorosa e vana. Al contrario, lasciamo loro la possibilità di commettere ogni ingiustizia e ogni oppressione di cui sono capaci, e continuiamo silenziosamente a scavare i nostri corridoi e le nostre cavità, finché un giorno il loro edificio crolla all’improvviso.
E non ha mai visto che cosa accade quando una pietra cade nell’acqua? La pietra affonda; sulla superficie dell’acqua compaiono alcuni cerchi. I cerchi si propagano tutt’intorno e lentamente svaniscono. Alla fine l’acqua torna calma come lo era all’inizio.
E lo Shah — che Allah gli prolunghi la vita — deve portare un grave fardello, con gli inglesi da una parte e i russi dall’altra. Ma non abbiamo alcun dubbio che, per la misericordia di Allah, troverà la strada per salvare l’Iran…
A prima vista, la salda fiducia di Ali Aga in Reza Shah non sembra mal riposta. Tra le personalità dinamiche del mondo musulmano che ho avuto l’occasione di incontrare, lo Shah è senza dubbio una delle più notevoli, e fra i sovrani che conosco soltanto Ibn Saud può essere paragonato a lui.
La storia dell’ascesa al potere di Reza Shah è come una fiaba fantastica, possibile soltanto nel mondo orientale, dove talvolta il coraggio e la formidabile forza di volontà di un individuo possono trascinare un uomo dall’oscurità dell’anonimato e dell’irrilevanza fino alla vetta della leadership. Quando ebbi per la prima volta l’opportunità di conoscerlo, durante il mio primo soggiorno in Iran, nelle giornate estive del 1924, egli era primo ministro e dittatore incontrastato dell’Iran. Ma il popolo non si era ancora completamente ripreso dallo shock provocato dal vederlo assumere, con tanta improvvisa e inattesa rapidità, il controllo degli affari del Paese. Ricordo ancora con quale stupore, un giorno, un anziano impiegato iraniano dell’ambasciata tedesca a Teheran mi disse: “Sa che non è passato molto tempo, appena dieci anni fa, quando il nostro attuale primo ministro faceva la guardia come un semplice soldato al cancello di questa ambasciata? E io stesso, di tanto in tanto, gli mettevo in mano una lettera perché la portasse al Ministero degli Esteri, rimproverandolo: ‘Ehi, figlio di puttana, corri al mercato e non perdere tempo in sciocchezze…!’”
Sì, non era passato molto tempo da quando il poliziotto a cavallo Reza faceva la sentinella davanti alle ambasciate e agli edifici governativi di Teheran. Riesco a immaginarlo mentre stava appoggiato al suo fucile, indossando la sgraziata uniforme della brigata cosacca iraniana, e osservava attentamente l’attività che si svolgeva tutt’intorno nelle varie strade; davanti ai suoi occhi gli iraniani passeggiavano come in sogno, oppure sedevano lungo i canali d’acqua nella frescura del pomeriggio, come li ho visti fare io. E ascoltava alle sue spalle il caratteristico rumore delle macchine da scrivere nella banca inglese, il clamore della gente indaffarata, tutto l’inarticolato brusio dell’agitazione che la lontana Europa aveva portato in quel palazzo di Teheran, la cui facciata era ornata di frammenti di piastrelle azzurre. Forse, per la prima volta (nessuno me l’ha detto, ma per qualche ragione mi sembra che sia andata proprio così), nella mente incolta del soldato Reza si era destato questo interrogativo, pieno di meraviglia: doveva essere proprio così?… Sì, era inevitabile che fosse così, che mentre gli uomini delle altre nazioni lavoravano e si sforzavano, nella nostra vita scorresse tutto come un sogno?
E forse, in quel momento, il desiderio di cambiamento — quello che dà origine a tutte le grandi imprese, scoperte e rivoluzioni — aveva cominciato a brillare nella sua mente e, silenziosamente, cercava di esprimersi….
Altre volte forse stava di sentinella davanti al giardino, presso il cancello posteriore di una grande ambasciata europea. Gli alberi curati con attenzione si agitavano al vento e i vialetti cosparsi di ghiaia frusciavano sotto i passi di ogni iraniano che usciva dalla porta passando accanto ai domestici vestiti di bianco; ciascuno era intimorito e, consapevole di sé, si sentiva costretto a tirare e allungare il proprio abito e i vestiti, rendendo goffe e impacciate le proprie mani. Di tanto in tanto arrivava una carrozza elegante, trainata da cavalli impeccabili, dalla quale uscivano i politici iraniani. Il soldato Reza ne riconosceva molti; questo è il ministro degli Esteri, quello è il ministro delle Finanze. Quando entravano da quella porta, sui loro volti si leggeva sempre un’espressione di eccitazione e apprensione; quando invece lasciavano l’ambasciata, i loro volti erano luminosissimi, come se su di loro fosse piovuta una grandissima benevolenza; talvolta apparivano abbattuti e cupi, come se proprio allora fosse stata pronunciata contro di loro una condanna a morte. Erano quei misteriosi uomini all’interno del palazzo ad annunciare la sentenza. Il soldato Reza pensava meravigliato: doveva essere proprio così, era inevitabile …
A volte accadeva che un impiegato iraniano uscisse di corsa dall’edificio degli uffici sorvegliato da Reza, gli infilasse in mano una lettera e dicesse: «Porta subito questa lettera a quel tale. Figlio di puttana, corri, altrimenti l’ambasciatore si arrabbierà». Reza era abituato a simili appellativi, perché anche i suoi stessi ufficiali non erano meno esperti nell’uso degli epiteti. Tuttavia, probabilmente — o come potrei dirlo — quasi certamente quelle poche parole, «figlio di puttana», lo trafiggevano come un coltello con la loro umiliazione, perché egli sapeva di non essere figlio di una cagna; era figlio di una grande nazione, una nazione che considerava propri nomi come Rustam, Dario, Nushirvan, Kaykhusrau, Shah Abbas e Nadir Shah. Ma che cosa ne sapevano coloro che abitavano dentro quel palazzo? Attraverso il petto di quel soldato quarantenne scorrevano, come una corrente buia e muta, forze che talvolta, sotto la loro pressione, sembravano voler spezzare la gabbia delle sue costole e che, nella disperazione dell’impotenza, lo costringevano a mordersi le mani: oh, se soltanto io potessi…
E il desiderio di affermazione di sé che vive, insieme al pianto, nel cuore di ogni iraniano talvolta si risvegliava nel petto del soldato Reza con una violenza dolorosa, inattesa e travolgente, rendendo limpida la sua mente; così egli improvvisamente scorgeva uno schema meraviglioso in tutto ciò che gli si presentava allo sguardo…
La Grande Guerra era finita. Dopo la rivoluzione bolscevica, le truppe russe si ritirarono dalle regioni settentrionali dell’Iran che avevano occupato in precedenza. Ma subito dopo i comunisti si ribellarono nella provincia iraniana del Gilan, sulle rive del Mar Caspio, sotto la guida del potente Kuchuk Khan e con il sostegno delle forze terrestri e navali regolari russe. Il governo inviò truppe contro i ribelli, ma i soldati iraniani non avevano molta disciplina e disponevano di pochissime armi, cosicché continuavano a essere sconfitti. Anche il battaglione nel quale allora prestava servizio il sergente Reza — aveva circa cinquant’anni — ebbe la stessa sorte. Ma una volta, quando la sua unità si accinse a fuggire dopo un attacco sfortunato, Reza non riuscì più a trattenersi. Uscì dalla sua squadra scompaginata, si fermò da una parte e gridò, in modo che tutti potessero sentirlo: «Perché fuggite, iraniani? Ascoltatemi, iraniani: perché fuggite?». Di certo allora sentì nel profondo della sua coscienza — come Carlo XII di Svezia, quando, ferito, giaceva sul campo di battaglia di Poltava e vedeva i suoi soldati corrergli accanto, sordi, senza scopo, e li chiamava con voce disperata, gridando: «Perché fuggite, svedesi? Ehi, svedesi!» — Ma la differenza era che il re Carlo, coperto di ferite, sanguinava in tutto il corpo. Il soldato Reza invece era illeso e teneva in mano una pistola Mauser piena di proiettili; la sua voce era ferma e minacciosa quando ammonì i suoi compagni: «Chiunque fuggirà, lo ucciderò a colpi di pistola, anche se fosse mio fratello».
Per i soldati iraniani, un’esplosione di questo genere era qualcosa di nuovo. Quando il loro smarrimento svanì, subentrò lo stupore. Divennero curiosi e chiesero: che cosa passa per la mente di quest’uomo? Alcuni ufficiali protestarono, dicendo che la loro situazione era assolutamente disperata, e uno di loro sogghignò: «Allora sarai proprio tu a portarci la vittoria!» In quel momento Reza forse si era liberato di tutte le frustrazioni degli anni precedenti della sua vita, e tutte le sue speranze rimaste mute forse si erano improvvisamente accese. Vide davanti a sé l’estremità di una corda magica e la strinse nel pugno. «Sì, accetto la responsabilità!» gridò, poi si rivolse ai soldati e disse: «Mi accetterete come vostro capo?»
In nessuna nazione il culto dell’eroe è radicato così profondamente come tra gli iraniani; e in quel momento quell’uomo parve loro un eroe! I soldati dimenticarono il terrore e la fuga e ruggirono esultanti: «Sarai tu il nostro capo». «E così sia», disse Reza, «io vi guiderò, e chiunque tenterà di fuggire lo ucciderò». Ma nessuno pensò di fuggire. Gettarono via i pesanti zaini e montarono le baionette sui fucili. Poi, sotto la guida di Reza, l’intero battaglione si ricompose, attaccò all’improvviso e conquistò una posizione russa; con l’aiuto delle altre unità iraniane travolse il nemico, e nel giro di poche ore l’esito della battaglia fu deciso a favore degli iraniani.
Qualche giorno dopo, un telegramma inviato da Teheran promosse Reza al grado di capitano. Ora poteva aggiungere al proprio nome anche il titolo di «Khan».
Afferrò l’estremità della corda e, con un balzo, vi salì sopra. All’improvviso il suo nome divenne famoso. In rapida successione fu promosso al grado di maggiore, da maggiore a colonnello e da colonnello a brigadiere. Nel 1921 prese il potere insieme al giovane giornalista Ziauddin e ad altri tre ufficiali, arrestò i membri del gabinetto corrotto e, con l’aiuto della sua brigata fedele, costrinse il debole e insignificante giovane Shah Ahmad a formare un nuovo governo: Ziauddin divenne primo ministro e Reza Khan ministro della Guerra. Non sapeva leggere né scrivere, ma nella sua aspirazione al potere era un demone; divenne oggetto di incondizionata stima e devozione per il suo esercito e per il suo popolo, che dopo molti secoli vedevano per la prima volta davanti a sé un uomo: un capo!
Nella storia politica dell’Iran la scena cambiava rapidamente. Ziauddin scomparve dalla scena e ricomparve in Europa, in esilio. Reza Khan rimase primo ministro. In quei giorni a Teheran circolava la voce che Reza Khan, Ziauddin e il fratello minore dello Shah, il principe ereditario, stessero cospirando insieme per deporre lo Shah dal trono; correvano sussurri e voci — ancora oggi nessuno sa se fosse vero — secondo cui, all’ultimo momento, in un tentativo così incerto da mettere in pericolo il proprio futuro, Reza Khan aveva rivelato allo Shah le macchinazioni dei suoi amici. Ma, vera o falsa che fosse la storia, poco dopo il primo ministro Reza Khan accompagnò con grande sfarzo il giovane Shah Ahmad fino al confine iracheno, per un viaggio di piacere, e si racconta che gli abbia detto: «Maestà, se mai tornerete in Iran, potrete dire che Reza Khan non capisce nulla di questo mondo».
Non aveva bisogno di condividere il potere con nessuno; anche se non di nome, di fatto era diventato il signore assoluto dell’Iran. Si gettò sul lavoro come un lupo affamato. L’intero Iran doveva essere riformato dall’alto in basso. Abolì il vecchio sistema di amministrazione decentrata, nel quale le province venivano date in appalto al miglior offerente; i governatori non rimasero più governatori provinciali, ma divennero funzionari. L’esercito, il figlio prediletto del dittatore, fu riorganizzato secondo il modello occidentale. Reza Khan iniziò campagne contro i capi tribali ribelli, che in passato si consideravano piccoli sovrani e spesso si rifiutavano di obbedire al governo di Teheran; represse con durezza i briganti che per secoli avevano terrorizzato le campagne; con l’aiuto di un consigliere americano ristabilì un certo ordine nelle finanze del Paese; le imposte e i dazi cominciarono ad arrivare regolarmente. Là dove c’era stato il caos, fu instaurato l’ordine.
Sembrava che l’idea della repubblica fosse sorta in Iran come un’eco del movimento di Mustafa Kemal in Turchia: dapprima come una voce, poi come una rivendicazione dei settori più progressisti della popolazione e, infine, come l’obiettivo dichiarato dello stesso dittatore. Ma qui Reza Khan sembra aver commesso un errore di giudizio: dal popolo iraniano si levò un vigoroso grido di protesta.
L’opposizione popolare alla tendenza repubblicana non nasceva dall’amore per la famiglia reale regnante, perché in Iran nessuno provava alcun attaccamento per la dinastia Qajar. Poiché questa famiglia era turcomanna per sangue, era sempre stata considerata straniera; né nasceva da una qualche predilezione affettiva per il volto paffuto e infantile dello Shah Ahmad. La ragione era completamente diversa: alla base vi era il timore del popolo di perdere la propria religione, come i turchi avevano perso la loro dopo la rivoluzione di Atatürk. Per ignoranza, in quel momento gli iraniani non comprendevano che una forma repubblicana di governo aveva molta più affinità con l’ordinamento di vita dell’Islam che non una monarchia. Guidati dal conservatorismo dei loro capi religiosi — e forse giustamente allarmati dall’aperta ammirazione di Reza Khan per Kemal Atatürk — gli iraniani vedevano nella proposta soltanto un pericolo per l’Islam, la forza più influente del loro Paese.
Una terribile agitazione s’impadronì degli abitanti della città, soprattutto di quelli che vivevano a Teheran. Una folla inferocita, armata di bastoni e pietre, si radunò davanti all’edificio degli uffici di Reza Khan e cominciò a maledire e minacciare colui che appena il giorno prima era stato quasi una divinità. Le guardie del corpo di Reza Khan lo scongiurarono di non uscire prima che l’agitazione si fosse placata. Ma, facendole da parte con la forza, egli lasciò il cortile degli uffici completamente disarmato, accompagnato da un solo attendente, afferrando le redini di un cavallo coperto da una tenda e trattenendo gli animali. Alcuni di loro sfondarono le portiere della carrozza e continuarono a gridare: «Tiratelo fuori! Trascinatelo in strada!» Ma nel frattempo egli cominciò a colpire con la frusta sulla testa e sulle spalle quelli che gli stavano intorno: «Figli di puttana, sparite, sparite da qui! Come osate! Io sono Reza Khan; tornate dalle vostre puttane, tornate nei vostri letti!» E la folla inferocita che appena pochi minuti prima lo minacciava arretrò, si disperse uno dopo l’altro e scomparve nei vicoli e nelle strade di Pam. Un grande capo aveva parlato ancora una volta al suo popolo; aveva parlato con ira, e con ciò li aveva sottomessi. Può darsi che in quel momento, attraverso l’amore con cui Reza Khan amava il suo popolo, fosse nato un sentimento di odio e disprezzo, e che proprio per questo il suo amore per i compatrioti ne fosse rimasto oscurato per sempre.
Ma, nonostante il glorioso successo di Reza Khan, la repubblica non divenne mai realtà. Il completo fallimento di questo progetto rese evidente che, di fronte alla resistenza del popolo, la sola forza militare era in grado di creare un «movimento di riforma». Non si trattava del fatto che gli iraniani fossero contrari a ogni riforma. Ma avevano avuto l’intuitiva percezione che il risultato delle dottrine politiche occidentali importate sarebbe stata la fine di ogni speranza di giungere, un giorno, a uno sviluppo sano sul terreno della propria cultura e della propria religione.
Reza Khan non lo aveva ancora capito, e forse non lo capì mai; per questo perse il contatto con il popolo del suo paese. L’amore che nutrivano per lui svanì, e lentamente il suo posto fu preso da un odio e da un rancore terribili. Cominciarono a chiedersi: che cosa aveva fatto davvero quel grande eroe per il suo popolo? Enumeravano uno per uno i successi di Reza Khan: la riorganizzazione dell’esercito — ma a un prezzo terribile, poiché su una nazione già mezzo morta era stato imposto il peso schiacciante delle tasse. La repressione delle rivolte tribali? Ma insieme a esse era stata repressa anche la parte patriottica del paese. A Teheran erano in corso attività edilizie destinate a impressionare la gente; ma nelle campagne la miseria e le sofferenze dei contadini continuavano soltanto ad aumentare. La gente ricordò che appena pochi anni prima Reza Khan era stato un povero soldato, mentre ora era l’uomo più ricco dell’Iran e nessuno sapeva quanti ettari di terra fossero intestati a suo nome. Erano queste le riforme di cui si era fatto tanto chiasso? I pochi eleganti edifici per uffici sorti a Teheran sotto l’influenza del dittatore e i pochi alberghi lussuosi costruiti qua e là costituivano forse una prova del miglioramento delle condizioni del popolo?
Fu proprio in questa fase della sua vita che conobbi Reza Khan. Qualunque fossero le voci diffuse sulle sue ambizioni personali e sulle accuse di egoismo mosse contro di lui, nel momento in cui mi accolse nel suo ufficio del «Ministero della Guerra», la grandezza di quell’uomo non mi sfuggì. Forse era l’ufficio più semplice che un primo ministro avesse mai usato: nella stanza non c’era altro che una scrivania, un divano ricoperto di tela cerata nera, un paio di sedie, una piccola libreria e un tappeto dai colori vivaci, ma economico, steso sul pavimento. E l’uomo che, tra i cinquanta e i sessant’anni, si alzò lentamente da dietro la scrivania era alto e robusto; indossava una semplice uniforme color kaki, priva di medaglie, nastri o distintivi di grado.
A presentarmi fu l’ambasciatore tedesco, il conte von der Schulenburg (poiché io ero austriaco e rappresentavo un noto giornale tedesco). Già durante quella prima conversazione ufficiale divenni consapevole della solenne energia della natura di Reza Khan. Da sotto le folte sopracciglia grigie e irsute, un paio di penetranti occhi castani mi fissava: occhi tipicamente persiani, di solito nascosti sotto le palpebre; una strana mescolanza di malinconia e fermezza! Le linee profonde intorno al naso e alla bocca esprimevano amarezza, ma dal suo volto, poggiato su grosse ossa, emanava una straordinaria forza di volontà, che gli serrava le labbra e gli irrigidiva la mascella. Mentre ascoltavate attentamente il suo modo di parlare, sommesso e melodioso, la voce di un uomo abituato a dire cose importanti e a soppesare ogni parola sulla lingua prima di lasciarla diventare suono, vi sembrava di parlare con un uomo alle cui spalle vi erano trent’anni di vita da ufficiale di stato maggiore e da alto ufficiale dell’esercito; e sarebbe stato difficile credere che appena sei anni prima Reza Khan fosse stato un sergente e che solo tre anni prima avesse imparato a leggere e a scrivere!
Aveva forse percepito il mio desiderio di incontrarlo e, forse, la mia simpatia per il suo popolo. Perciò insistette quasi perché quell’incontro non finisse e invitò me e Schulenburg a prendere il tè con lui la settimana seguente nella sua residenza estiva, nei bei giardini di Shemran, a pochi chilometri da Teheran.
D’accordo con Schulenburg, stabilimmo che sarei andato prima da lui (come la maggior parte dei diplomatici stranieri, anch’egli trascorreva l’estate a Shemran) e che insieme ci saremmo recati alla residenza del primo ministro. In realtà, però, non riuscii ad arrivare in tempo. Pochi giorni prima avevo comprato per la caccia una piccola carrozza a quattro ruote, con due focosi cavalli turchi. Quanto fossero vivaci i cavalli si rivelò pienamente a pochi chilometri da Teheran, quando, per qualche loro capriccio, si fecero così ostinati e recalcitranti da rifiutarsi di avanzare e cominciarono invece a puntare i piedi, decisi a tornare a casa. Lottai con loro per quasi venti minuti. Alla fine ordinai a Ibrahim di riportare a casa i cavalli e la carrozza e mi incamminai a piedi, cercando un altro mezzo di trasporto. Dopo aver percorso a piedi circa due miglia, arrivai a un villaggio; lì, per fortuna, trovai un «drosky», una carrozza aperta a quattro ruote, bassa e trainata da cavalli. Ma quando arrivai alla legazione tedesca ero in ritardo di quasi un’ora e mezza rispetto all’ora stabilita. Vidi Schulenburg camminare avanti e indietro come una tigre furiosa; dal suo volto era scomparsa ogni traccia della consueta cortesia. Dal punto di vista di un ambasciatore prussiano e della sua concezione della disciplina, non essere puntuali era un’offesa non meno grave di un sacrilegio. Appena mi vide, esplose d’ira: «Non si può fare una cosa simile, non si può fare questo a un primo ministro! Hai dimenticato che Reza Khan è un dittatore e che, come tutti i dittatori, è estremamente suscettibile?»
—Conte Schulenberg, sembra che i miei cavalli non abbiano notato questo sottile particolare. —Non trovai altra risposta: «Anche se fossi stato l’imperatore della Cina, non avrei potuto arrivare prima».
A quel punto il senso dell’umorismo del conte tornò a farsi sentire ed egli scoppiò in una fragorosa risata:
—Per Allah! Una cosa simile non mi è mai accaduta in vita mia. Andiamo, allora — sempre che il sentinella di fanteria non ci chiuda la porta in faccia…
Non lo fece. Quando arrivammo al palazzo di Reza Khan, il ricevimento del tè era già terminato da tempo e tutti gli altri ospiti se n’erano andati. Ma Reza Khan non si offese affatto per la violazione del protocollo da parte mia. Udito il motivo del nostro ritardo, esclamò a gran voce:
—Magnifico, vieni: voglio vedere questi tuoi cavalli. Immagino che appartengano certamente al partito dell’opposizione. Non so se sia saggio tenerli sotto custodia della polizia!
Il mio arrivo in quell’ora insolita si rivelò non un ostacolo, bensì un aiuto nell’instaurare un rapporto semplice e informale tra il primo ministro, detentore del potere assoluto in Iran, e un giovane giornalista. Grazie a ciò, in seguito potei viaggiare liberamente per tutto il Paese, una libertà che non veniva concessa alla maggior parte degli stranieri.
Ma nella lettera di Ali Agha non vi è alcun riferimento al Reza Khan dei primi tempi, che conduceva una vita tanto semplice da risultare quasi incredibile agli iraniani amanti dell’ostentazione: la lettera parla di Reza Shah Pahlavi, salito nel 1925 sul Trono del Pavone. Vi si parla del sovrano che ha gettato via ogni parvenza di modestia e umiltà e che ora desidera, imitando Kemal Atatürk, costruire nel suo antico Paese orientale un volto occidentale sfarzoso e arrogante…
Vengo ora alle ultime parole della lettera:
—Caro amico, benché ora vi troviate nella santa Medina del Profeta, credo che non abbiate dimenticato, e non dimenticherete mai, questo vostro indegno amico e il suo paese.»
O Ali Agha, amico dei giorni della mia giovinezza — «luce del mio cuore»: forse voi stesso avreste pronunciato queste parole. La vostra lettera, la vostra lettera mi ha inebriato di ricordi; perché ero diventato ebbro di Persia quando cominciai a conoscere il vostro paese, quell’antica gemma opaca, incastonata nell’oro del passato, nel marmo screpolato, nella polvere e nelle ombre, sullo sfondo degli occhi scuri e sognanti della vostra gente, attraverso tutti i giorni e le notti del vostro paese malinconico…
Ricordo Kermanshah, la prima città iraniana che vidi dopo aver lasciato alle spalle le montagne del Kurdistan. Una strana atmosfera opaca e indistinta avvolge la città, come se fosse coperta e depressa — per non dire decrepita e trasandata. Non c’è dubbio: in ogni città d’Oriente la povertà è visibile proprio accanto alla pianura. Qui risalta molto più che in qualunque città d’Europa. Ma a questo ero già abituato. Ciò che mi si manifestò con tanta forza non era esattamente povertà in senso economico, perché si dice che Kermanshah sia una città prospera. Era piuttosto una sorta di disperazione che li avvolgeva direttamente, e che non sembrava avere alcun rapporto con le condizioni economiche.
Qui tutti hanno occhi grandi e neri. Sono velati da palpebre pesanti, sotto folte sopracciglia nere che si incontrano alla radice del naso. La maggior parte di loro è esile — non ricordo di aver visto una persona grassa in Iran. Non ridono mai rumorosamente, e nel loro sorriso silenzioso c’è una vaga ironia, che rivela molto più di quanto nasconda. I loro lineamenti sono privi di movimento, non fanno alcun tentativo di parlare con espressioni o gesti; soltanto movimenti e gesti silenziosi e misurati — sembra che portino tutti una maschera.
Come in tutte le città d’Oriente, il centro della vita urbana è il bazar. Agli occhi di uno straniero, il bazar appare come una morbida mescolanza di marrone, bruno dorato e rosso tappeto, qua e là ravvivata da piatti e bacili di rame scintillante e forse dal colore delle ceramiche azzurre dipinte sopra la porta della locanda dei carovanieri, con guerrieri dagli occhi neri e draghi alati. Se si guarda con maggiore attenzione, nel bazar si scoprono tutti i colori del mondo — ma nessuno di questi colori diversi attira a sé ogni cosa. Le volte arcuate del tetto sono perforate a intervalli regolari, così che la luce del giorno possa entrare attraverso piccole aperture. Attraverso quei fori essa si condensa e appare come oblique colonne di luce opaca; non sembra che siano gli uomini a muoversi dentro di esse, ma piuttosto che siano quelle colonne luminose ad avanzare attraverso le persone-ombra…
Perché la gente di questo bazar è cortese e silenziosa come un’ombra. Se un mercante chiama a bassa voce un passante, nessuno grida o canta le lodi della propria merce, come accade nei bazar arabi. Qui il passo della vita è silenzioso, dolce. La gente non si fa strada dando gomitate o spintoni. Sono molto cortesi, di quella cortesia che sembra piegarsi verso di voi con umiltà, ma in realtà vi tiene a un braccio di distanza. È evidente che, come persone, sono molto intelligenti e non hanno obiezioni a parlare con gli stranieri; ma a parlare sono soltanto le loro labbra. Il loro cuore resta altrove, sullo sfondo — fermo ad aspettare, a soppesare con indifferenza…
Nelle case da tè siedono alcuni appartenenti alla classe dei lavoratori, su stuoie di paglia — forse artigiani e braccianti, conducenti di cammelli o cavalli delle carovane — tutti stretti insieme attorno a un braciere di ferro pieno di carboni ardenti. Vengono loro serviti due lunghi tubi, con i relativi bocchini di porcellana; l’aria della stanza è impregnata del dolce odore dell’oppio. Senza pronunciare una parola, tirano dai tubi e, dopo una lunga aspirazione, ciascuno lo passa al vicino; e proprio allora vidi qualcosa che non avevo mai visto prima. Moltissime persone fumavano oppio, alcune abbastanza apertamente e altre in modo più discreto; il bottegaio se ne stava nella sua bottega simile a una tana; sotto l’ingresso ad arco della locanda sedeva qualche vagabondo ozioso; il ramaio si concedeva una pausa nella sua officina. Tutti fumavano la pipa. Con lo stesso volto apatico, alquanto stanco, guardavano con occhi spenti verso un vuoto sconfinato e senza sostegno…
I venditori offrono in tutto il bazar papaveri verdi e freschi, in grossi cesti, e a quanto pare la gente li mangia allo stesso modo. È un’altra forma più blanda di consumo dell’oppio. Tanto è vero che persino i ragazzi, in piedi o seduti davanti alle porte e agli angoli delle strade, mangiano semi di papavero. Se li dividono in due o tre, prendendo quella curiosa sostanza con la tolleranza degli adulti gli uni verso gli altri, senza mostrare né egoismo infantile né gioia o eccitazione infantile. Ma come avrebbero potuto essere diversi? Proprio all’inizio della loro vita, quando piangevano e infastidivano i genitori, venivano nutriti con una forte bevanda preparata con semi di papavero. Quando crescono e cominciano a correre per le strade, i confini tra la loro serenità, la debolezza e la compassione sono già diventati indistinti.
E fu allora che compresi quale fosse la cosa che mi aveva turbato così profondamente, quando vidi per la prima volta gli occhi stanchi e malinconici degli iraniani. In loro percepii il segno di un destino miserevole, come il triste sorriso del dolore impresso sul volto degli oppressi; e, allo stesso modo, l’oppio era legato a loro: alla loro umiltà, alla stanchezza dei loro cuori; persino alla loro grande povertà e alla loro nobile frugalità. Forse non mi parve tanto un peccato quanto un’espressione e forse persino un aiuto! Un aiuto contro che cosa? Un mondo stupefacente di domande.
La mia mente aveva vagato per tutto quel tempo tra i ricordi e le immagini della prima città iraniana con cui ero venuto a contatto, Kerman. Perché quelle immagini erano molteplici, ma sempre, in sostanza, immutate davanti a me. Per tutto l’anno e mezzo che trascorsi in Iran, dall’inizio alla fine, ovunque regnava una malinconia dolce e pervasiva. Nei villaggi e nelle città, nelle occupazioni quotidiane della gente e nelle sue diverse credenze religiose, si scorgeva una tinta cupa di dolore e lutto: il pianto per gli eventi tragici accaduti milletrecento anni prima e il lutto per la morte del silenzioso genero del Profeta, Ali, e dei suoi due figli, Hassan e Hussein, sembravano per loro più importanti dello scopo dell’Islam e della via lungo la quale l’Islam voleva guidare la vita degli uomini…
In molte sere e in molte città ho visto gruppi di donne e uomini radunarsi in una strada attorno a un derviscio viandante, un uomo santo e religioso, vestito di bianco, con una pelle di leopardo sulle spalle, un’ascia dal lungo manico nella mano destra e una ciotola per l’elemosina fatta con una noce di cocco nella sinistra. Egli recitava, per metà cantando e per metà parlando, un poema sulla lotta per il califfato iniziata nel VII secolo dopo la morte del Messaggero di Allah: una storia luttuosa di fede, sangue e morte, che aveva sempre più o meno questa forma:
Ascoltate, gente, ascoltate che cosa accadde al destino di coloro che Allah aveva scelto e come il sangue della stirpe del Profeta fu versato sulla terra:
C’era un tempo un Profeta che Allah aveva paragonato a una città della conoscenza, e la porta d’accesso a quella città della conoscenza era il più fedele e il più grande dei suoi seguaci, il suo genero Ali, luce della terra, compartecipe del messaggio del Profeta, colui che veniva chiamato «il Leone di Allah».
Quando il Profeta morì, il Leone di Allah era il suo vero erede; ma uomini malvagi privarono quel leone del diritto conferitogli da Allah e fecero di un altro il califfo del Profeta. Dopo la morte del primo usurpatore, privo di ogni diritto, gli succedette un altro altrettanto malvagio, e poi un altro ancora.
E solo dopo la distruzione di questo terzo usurpatore si manifestò la volontà di Allah, e il Leone di Allah raggiunse il suo legittimo posto in qualità di Amīr al-muʾminīn.
Ma Ali e i nemici di Allah erano numerosi e un giorno, mentre si era prostrato nella preghiera davanti al Signore, fu ucciso dal colpo della spada di un assassino. Per questo terribile atto peccaminoso la terra tremò di dolore, le montagne piansero e versarono lacrime di pietra:
O Allah, fa’ che la Tua maledizione ricada sugli ingiusti e che un tormento eterno li inghiotta.
Di nuovo apparve un empio tiranno, che privò Hasan e Husayn, i due figli di Fatima, della loro legittima eredità sul trono del Profeta. Hasan fu ucciso dopo essere stato avvelenato con un complotto, e quando Husayn si levò in difesa della religione, la splendida fiaccola della sua vita fu spenta nella pianura di Karbala, mentre, dopo la battaglia, era inginocchiato presso uno specchio d’acqua per placare la sete. Ahimè, la maledizione di Allah ricada sugli empi! E colui che un tempo era stato baciato dalle lacrime degli angeli e del Messaggero di Allah fu crudelmente fatto a pezzi; il suo corpo decapitato fu portato ai suoi figli piangenti, che attendevano il ritorno del loro padre.
E da allora i credenti hanno invocato la maledizione di Allah sugli oppressori e hanno continuato a piangere la morte di Ali, Hasan e Husayn. E voi, o credenti, lamentate ad alta voce la loro morte, perché Allah perdona i peccati di coloro che piangono per i discendenti del Profeta…
E così il racconto cantato suscita un pianto inconsolabile tra le donne che lo ascoltano, mentre le lacrime scorrono silenziosamente sui volti degli uomini barbuti…
In realtà, questo lutto eccessivo non ha alcun rapporto con il vero quadro storico degli eventi che, all’inizio, crearono la ferita mai rimarginata del mondo islamico. Qual è questa ferita? La comunità musulmana è divisa in due scuole: sunniti e sciiti. I sunniti, che costituiscono la maggioranza dei popoli musulmani, rimangono saldi nel principio dell’elezione alla carica di califfo; gli sciiti sostengono invece che il Messaggero di Allah abbia designato suo genero, l’Onorevole Ali, come suo legittimo erede e califfo. In realtà, però, il Messaggero di Allah morì senza designare alcun califfo; per questo Abu Bakr, il più anziano e fedele dei suoi compagni, fu eletto «califfo» dalla grande maggioranza della comunità musulmana. Dopo Abu Bakr divenne califfo Umar, e dopo Umar Uthman. Solo dopo la morte di Uthman Ali fu eletto califfo. Durante i miei giorni in Iran non trovai nulla di cattivo o di riprovevole nei confronti dei tre califfi che precedettero Ali. Essi furono indubbiamente i più grandi uomini dell’Islam dopo il Messaggero di Allah e per molti anni furono i suoi compagni più intimi. La comunità musulmana li aveva scelti esercitando liberamente il diritto che l’Islam aveva dato agli uomini. Non erano usurpatori. La successiva lotta per il potere non ebbe inizio perché questi tre califfi avessero conquistato il potere, ma perché Ali e i suoi seguaci non furono disposti ad accettare con tutto il cuore il risultato di tali elezioni popolari; Ali fu ucciso e, sotto la guida del quinto califfo, Muawiya, lo Stato islamico, di tipo originariamente repubblicano, si trasformò in una monarchia ereditaria; la sua evoluzione finale culminò nel martirio di Husayn sul campo di Karbala.
Sì, sapevo tutto questo già prima di venire in Iran; tuttavia mi stupivo dell’immensa emozione che ancora oggi, al solo pronunciare i nomi di Ali, Hasan e Husayn, quella vecchia e tragica storia di milletrecento anni fa suscitava negli iraniani. E, insieme allo stupore, continuavo a chiedermi: la ragione per cui essi abbracciano così intimamente lo sciismo è forse la malinconia innata degli iraniani e il loro senso del dramma? Oppure è stato proprio il carattere tragico insito nell’origine dello sciismo a generare questa profonda malinconia degli iraniani?
Nel corso di molti lunghi mesi, una risposta sorprendente assunse gradualmente una forma chiara nella mia mente.
Già molto prima che, verso la metà del VII secolo, l’esercito di Umar conquistasse l’antico impero sasanide portando con sé l’ideale di vita islamico, la dottrina zoroastriana dell’Iran si era trasformata in un rigido ritualismo; perciò non poté opporre un’efficace resistenza alla vigorosa ondata di idee nuove proveniente dall’Arabia. Ma nel momento in cui l’esplosione della conquista araba ebbe luogo nel cuore dell’Iran, il paese attraversava un’epoca di fermento sociale e intellettuale, nella quale si intravedeva la promessa di una rinascita nazionale. La conquista araba mandò in frantumi questa speranza di una rinascita psicologica e organizzativa, e da allora gli iraniani si adattarono alla propria concezione dello sviluppo.
Come in molti altri paesi, anche in Iran l’avvento dell’Islam fu segno di uno straordinario progresso sociale. Sotto il suo impatto, il tradizionale sistema delle caste iraniano andò in frantumi. Al suo posto, l’Islam diede vita a questa nuova comunità di uomini liberi e uguali. Alle forze culturali rimaste a lungo latenti e inespresse, l’Islam aprì nuovi canali di espressione. Tuttavia, i superbi discendenti di Dario e Serse non riuscirono mai a dimenticare che, nella vita della loro nazione, la continuità storica e il rapporto fondamentale tra il loro ieri e il loro oggi erano stati improvvisamente spezzati. La stessa nazione che nel singolare dualismo della religione zoroastriana e nel culto quasi panteistico dei quattro elementi — acqua, fuoco, terra e aria — aveva trovato l’espressione del proprio carattere nazionale più intimo, si trovò allora di fronte al tawhid rigoroso e intransigente dell’Islam e alla sua passione per la verità assoluta. Per gli iraniani, sottomettere la loro profonda coscienza nazionale all’idea islamica di trascendere la coscienza nazionale fu un passaggio eccessivamente improvviso e doloroso. Sebbene accettassero assai rapidamente e apparentemente di buon grado questa nuova religione, nel loro inconscio cominciarono a considerare la vittoria dell’ideale islamico come la sconfitta dell’Iran in quanto nazione; e la consapevolezza di essere stati sconfitti e sradicati per sempre dal retroterra della loro antica eredità culturale — una consapevolezza profonda, nonostante ogni oscurità — divenne, nei secoli successivi, la causa della distruzione della loro fiducia nazionale. Per molte altre nazioni, il risultato immediato dell’adozione dell’Islam fu uno stimolo estremamente positivo allo sviluppo culturale. Per gli iraniani, invece, la sua prima reazione — e, per certi versi, si può dire la più duratura — fu un profondo senso di umiliazione e un risentimento represso.
Questo risentimento dovette essere represso e celato nelle pieghe dell’inconscio, perché nel frattempo l’Islam era diventato la religione stessa dell’Iran. Tuttavia, per odio verso la conquista araba, gli iraniani ricorsero istintivamente a ciò che la psicologia definisce «compensazione eccessiva»: cominciarono a pensare che la religione portata loro dai conquistatori arabi fosse esclusivamente la religione propria degli arabi. A questo scopo, diedero deliberatamente alla concezione araba di Dio — razionale e priva di mistero mistico — una forma del tutto opposta: misticismo, fanatismo e una malinconica emotività. Ciò che per gli arabi era una religione presente, reale e fonte di stabilità e libertà, nella mente degli iraniani assunse la forma del soprannaturale e dell’angoscia segreta dei simboli. Il principio islamico secondo cui Dio è al di sopra di ogni cosa e la sua grandezza, che trascende ogni cosa, è al di là della comprensione umana, fu trasformato nella dottrina mistica secondo cui Dio si manifesta fisicamente attraverso uomini appositamente scelti (nell’Iran preislamico esistevano molte dottrine di questo genere). Secondo tale dottrina, Dio si rivelerebbe attraverso uomini eletti affinché costoro trasmettano ai propri discendenti l’essenza di questa verità divina. Laddove esisteva una simile tendenza, l’adesione allo sciismo fu accolta come una via del tutto appropriata. Infatti, non vi è dubbio che nel modo in cui gli sciiti venerano Ali e i suoi discendenti, attribuendo loro quasi la divinità, sia celato il germe dell’idea dell’incarnazione di Dio in forma umana e delle sue continue e ripetute discese; un’idea completamente estranea all’Islam, ma profondamente intima al cuore iraniano.
Non fu affatto casuale che il profeta Maometto morisse senza nominare alcun successore; persino quando, poco prima della sua morte, gli fu suggerito di designarne uno, egli rifiutò di farlo. Con il suo atteggiamento voleva innanzitutto indicare che l’aspetto spirituale della profezia non è qualcosa che si possa ereditare; in secondo luogo, che la futura guida della umma sarebbe stata il risultato di una libera elezione da parte del popolo e non dell’ordine del Profeta. (Se avesse nominato un successore, naturalmente il significato sarebbe apparso proprio quello.) In tal modo egli respinse deliberatamente l’idea che la guida della umma potesse essere qualcosa di diverso da ciò che è secolare, o che potesse consistere in una sorta di «nomina del successore del Messaggero da parte di Dio». Eppure questo è precisamente l’obiettivo fondamentale degli sciiti. Adottando una concezione completamente opposta agli insegnamenti fondamentali dell’Islam, questa dottrina non si limitò a insistere sulla successione del Messaggero: riservò anche il diritto di succedergli esclusivamente alla «famiglia del Profeta», cioè a suo cugino e genero Ali e ai suoi discendenti, stabilendo che soltanto loro potessero esserne i successori.
Ciò è pienamente coerente con la tendenza mistica degli iraniani. Ma gli iraniani che aderirono con entusiasmo a coloro i quali sostenevano che l’essenza spirituale del Messaggero di Dio fosse rimasta viva in Ali e nei suoi discendenti non si limitarono a soddisfare un desiderio mistico: dietro questa loro decisione agiva anche un altro motivo inconscio. Se Ali era davvero il legittimo erede e successore del Messaggero di Dio, allora gli altri tre califfi erano indubbiamente degli usurpatori, e tra loro vi era Umar, proprio quell’Umar che aveva conquistato l’Iran. L’odio nazionale contro il conquistatore che aveva sconfitto l’Impero sasanide poteva ora essere interpretato in termini religiosi: la religione era diventata la religione stessa dell’Iran. Umar aveva «privato» Ali e i suoi figli Hasan e Husayn del diritto, stabilito dalla volontà divina, di diventare califfi dell’Islam, opponendosi così alla volontà stessa di Dio; perciò, in obbedienza alla volontà divina, occorreva sostenere il partito di Ali. In questo modo, da un’opposizione nazionale nacque una dottrina.
Nel fatto che gli iraniani avessero così accolto lo sciismo sul trono dei loro cuori, vidi una silenziosa protesta iraniana contro la conquista araba dell’Iran. Ora comprendevo perché gli iraniani maledissero Umar con un odio molto maggiore di quello riservato agli altri due «usurpatori del potere», Abu Bakr e Uthman. Dal punto di vista della dottrina, il primo califfo, Abu Bakr, avrebbe dovuto essere considerato il principale trasgressore; ma Umar aveva conquistato l’Iran…
Ecco dunque la ragione della straordinaria profondità con cui in Iran viene venerata la famiglia di Ali! Questo culto iraniano è un simbolo della vendetta iraniana contro l’Islam arabo (quell’Islam che si è opposto con tale intransigenza all’attribuzione della divinità a qualunque essere umano, compreso Maometto). È vero che lo sciismo non nacque in Iran; anche in altri paesi musulmani esistono diversi gruppi sciiti. Tuttavia, in nessun altro luogo questa dottrina è riuscita a esercitare un’influenza così completa sulle emozioni e sull’immaginazione degli uomini.
Quando gli iraniani fanno lutto per la morte di Ali, Hasan e Husayn, non piangono soltanto la distruzione della famiglia di Ali: piangono anche per se stessi e per la perdita della loro passata gloria…
Questi iraniani sono un qawm oppresso dalla tristezza. La loro malinconia si riflette e riecheggia nel paesaggio e nello scenario iraniani: nell’infinita distesa delle terre desolate, nelle strade montane solitarie e nelle grandi vie, nei villaggi sparsi qua e là, lontani gli uni dagli altri, con case d’argilla, e nei greggi di pecore condotti verso i pozzi al calare della sera, come onde grigio-ramate, una dopo l’altra. Nelle città e nei porti la vita stillava lentamente, senza alcuno slancio o animazione, in gocce incessanti; sembrava che ogni cosa fosse coperta dal velo di un sogno e che sul volto di ciascuno fosse impressa un’espressione di pigra attesa. Per strada non si udiva mai musica. Se, una sera, un cavaliere tataro si metteva improvvisamente a cantare a squarciagola in una locanda, gli ascoltatori, senza rendersene conto, tendevano le orecchie per la meraviglia. In pubblico cantavano soltanto numerosi dervisci; e intonavano sempre la stessa vecchia e tragica storia su Alì, Hasan e Husayn. Intorno a quei canti la morte e le lacrime tessevano la loro rete, e quei canti penetravano nella mente degli ascoltatori come vino fortissimo. Sembrava che una paura del dolore circondasse quella gente, un dolore che veniva accolto volontariamente, quasi con avidità.
In Iran, nelle sere d’estate, si vedevano donne e uomini seduti immobili per terra. Sedevano sulle rive dei canali che scorrevano lungo entrambi i lati della strada, sotto l’ombra di enormi olmi, e guardavano assorti l’acqua corrente. Non si parlavano. Ascoltavano soltanto il mormorio dell’acqua e il fruscio delle foglie che passava sopra le loro teste. Ogni volta che li vedevo, mi venivano in mente le parole del salmo di Davide:
Sulle rive dei fiumi di Babilonia, là sedevamo e piangevamo…
Sedevano sulle rive dei canali come enormi uccelli scuri e muti, come se si fossero smarriti nella silenziosa meditazione delle acque correnti. A cosa pensavano, a quale idea coltivata per tanto tempo, un’idea che apparteneva soltanto a loro? Erano in attesa?… Di che cosa?
E Davide cantò: appendemmo le nostre parole ai salici, ai rami dei salici…
Tre
«Andiamo, Zayed». Dicendo questo, mi metto in tasca la lettera di Alì Agha e mi alzo per congedarmi da az-Zughaibi.
Ma lui scuote la testa e dice: «No, fratello, lascia che Zayed rimanga qui con me per qualche minuto. Se, nei mesi trascorsi, ti sei sentito troppo a disagio nel raccontare ciò che è accaduto nella tua vita, lascia che sia Zayed a narrarlo al posto tuo. Credi forse che i tuoi amici non siano curiosi di sapere ciò che ti sta accadendo?»
al-Dajjāl
Uno
Entro, seguendo un percorso tortuoso, nel quartiere più antico di Medina. I muri delle case, costruiti in pietra, affondano le radici nell’ombra; sopra i vicoli sporgono finestre a mashrabiyya e balconi… I vicoli sembrano gole montane e in certi punti sono così stretti che è quasi impossibile per due persone passarsi accanto andando in direzioni opposte. A un certo punto mi ritrovo davanti alla facciata di questa biblioteca, costruita in pietra grigia da uno studioso turco quasi un anno prima; dietro la grata di bronzo battuto del cancello regna un silenzio che sembra un invito! Attraverso il cortile lastricato di pietre e, al centro, vedo un albero solitario, immobile, file e file di librerie chiuse da vetri, migliaia di libri manoscritti; tra questi si trovano alcuni rari manoscritti conosciuti nel mondo islamico. Sono opere di questo genere ad aver conferito gloria alla civiltà islamica, ormai svanita come se appartenesse a ieri!
Quando guardo questi libri, rilegati in copertine di cuoio lavorato a macchina, la contraddizione tra il passato dei musulmani e il loro presente mi colpisce come un pugno doloroso…
«Figliolo, che cosa ti tormenta? Dimmi, perché hai quell’espressione di amarezza sul volto?»
Mi volto verso quella voce e vedo, nell’apertura di una finestra a mashrabiyya, il mio vecchio amico, lo shaykh Abdullah Bulaihad, di bassa statura, seduto su un tappeto con un in-folio sulle ginocchia. I suoi due occhi acuti e spiritosi mi salutano con un lampo d’intimità quando gli bacio la fronte e mi siedo accanto a lui. È il più grande alim del Najd e, nonostante quella sorta di ristrettezza legata al settarismo della prospettiva wahhabita, è uno degli uomini di acutissimo ingegno che abbia mai incontrato nei paesi musulmani. La sua amicizia nei miei confronti ha contribuito in larga misura a rendere facile e piacevole la mia vita in Arabia. Infatti, sotto il regno di Ibn Saud, le sue parole hanno più peso di quelle di qualsiasi altro uomo, tranne il re stesso. Chiude rapidamente il libro e mi attira a sé, guardandomi con aria interrogativa.
«Shaykh, stavo pensando a quanto ci siamo allontanati noi musulmani da tutto questo» — e indico i libri disposti lì — «verso la nostra attuale miseria e il nostro declino!»
«Figliolo», risponde il vecchio, «stiamo raccogliendo ciò che abbiamo seminato. Un tempo eravamo grandi. È stato l’Islam a renderci grandi. Eravamo portatori di un messaggio. Finché siamo rimasti fedeli a quel messaggio, i nostri cuori erano animati e ispirati, e le nostre menti erano illuminate e radiosamente luminose. Ma non appena dimenticammo per quale scopo Allah ci aveva scelti, allora ebbe inizio la nostra caduta. Ci siamo allontanati molto da tutto questo» — e lo shaykh ripete il gesto con cui avevo indicato i libri — «perché ci siamo allontanati molto, molto da ciò che il Rasulullah, pace e benedizioni su di lui, ci aveva insegnato mille e trecento anni fa…»
«E sì, come procede il tuo lavoro?» chiede dopo una breve pausa, perché sa che sono immerso nello studio di questioni legate alla prima parte della storia dell’Islam.
«Devo ammettere, sceicco, che il lavoro non procede molto bene. Non trovo pace nel mio cuore e non so quale sia la ragione. Ed è per questo che ho ricominciato a vagare nel deserto.»
Ibn Bulayhid mi guarda con occhi obliqui, illuminati dall’intelligenza e sorridenti, quegli occhi penetranti, e, mentre si attorciglia con le dita la barba tinta all’henné, dice: «La mente riceverà ciò che le spetta e il corpo ciò che gli spetta… Ora dovresti sposarti…»
Certo, so che nel Najd quasi ogni tipo di problema viene considerato risolvibile con uno «shadi». Non riesco a trattenermi dal ridere.
«Ma, sceicco, lei sa benissimo che mi sono risposato appena due anni fa e che quest’anno ho avuto anche un figlio.»
Il vecchio scrolla le spalle e dice: «Se un uomo trova conforto nella propria moglie, resta in casa quanto più gli è possibile. Tu però non trascorri il tuo tempo nemmeno in casa… E poi, nessun uomo ha mai sofferto per aver preso una seconda moglie.» (Attualmente lui stesso ha tre mogli, sebbene abbia settant’anni, e ho sentito dire che la sua moglie più giovane, che ha sposato appena due mesi fa, ha al massimo sedici anni.)
«Può darsi», ribatto, «può darsi che un uomo non soffra prendendo una seconda moglie, ma che dire della prima? La sua sofferenza non merita forse di essere presa in considerazione?»
«Figliolo, se una donna possiede tutto il cuore di suo marito, egli non penserà a sposarsi di nuovo e non ne avrà bisogno. Ma se il cuore del marito non è interamente con sua moglie, quale vantaggio ne ricaverà quella moglie tenendo legato a sé, soltanto per sé, un marito indifferente nei suoi confronti?»
Certamente non vi è alcuna risposta. È certo che l’Islam raccomanda un solo matrimonio, ma in circostanze particolari permette all’uomo di sposarsi fino a quattro volte. Chiunque potrebbe chiedere perché questo diritto non sia stato concesso anche alla donna. La risposta è semplice. Nonostante, nel corso dello sviluppo e del progresso umano, l’aspetto spirituale dell’amore sia penetrato nella vita degli esseri umani, la ragione biologica intrinseca del desiderio sessuale, tanto nell’uomo quanto nella donna, è la procreazione; e mentre una donna può concepire ogni volta un figlio soltanto da un uomo e deve portarlo in grembo per nove mesi prima di poter concepire nuovamente, l’uomo è stato fatto in modo tale che, ogni volta che abbraccia una donna, può generare un figlio. Pertanto, mentre l’istinto innato della donna alla poliandria sarebbe, per la natura, soltanto uno spreco, l’indiscutibile inclinazione dell’uomo a unirsi con molte donne è, dal punto di vista della natura stessa, biologicamente razionale. Naturalmente, è molto chiaro che l’aspetto biologico è soltanto uno dei molti aspetti dell’amore, e in nessun modo il più importante. Ciononostante, è un elemento fondamentale. Con la saggezza con cui nell’Islam viene giudicata la natura umana, la legge islamica tutela soltanto la funzione sociale e biologica del matrimonio, e nulla più (il che comprende naturalmente anche la cura dei figli). Per questa ragione concede all’uomo il permesso di contrarre più matrimoni e, al tempo stesso, rifiuta di concedere alla donna il permesso di avere più mariti. Poiché l’aspetto spirituale del matrimonio è inconcepibile e al di fuori della competenza della legge, esso è stato lasciato al marito; la questione che il marito possa sposarsi di nuovo non si pone naturalmente. Quando il marito non è disposto a condividere con un’altra persona l’amore che nutre con tutto il cuore per sua moglie, e la moglie non è disposta ad accettarlo, ella può divorziare e in seguito sposarsi di nuovo liberamente. In ogni caso, poiché il matrimonio islamico non è una cosa sacra, bensì un contratto sociale, entrambi i coniugi possono ricorrere al divorzio. Vi sono ragioni particolari per questo. Quello stigma che altrove è più o meno associato al divorzio non esiste nella società musulmana (con la sola possibile eccezione dei musulmani indiani, influenzati in questa materia da secoli di rapporti con la società hindu, poiché nella società hindu il divorzio è assolutamente proibito).
Proprio nella libertà che la legge islamica ha concesso a uomini e donne di sposarsi e di sciogliere il matrimonio si trova la spiegazione del motivo per cui, nell’Islam, l’adulterio è considerato il più abominevole dei crimini. Infatti, là dove esiste una simile libertà, un legame emotivo o sensuale non può essere accettato come scusa. È vero che, durante i diversi secoli del declino dei musulmani, le consuetudini sociali sono giunte a rendere quasi impossibile per le donne esercitare liberamente il diritto al divorzio, come aveva inteso il Legislatore. Ma di questo non è responsabile l’Islam: la responsabile è la consuetudine, proprio come è la consuetudine, e non la legge islamica, a essere responsabile del fatto che per tanto tempo le donne siano state tenute prigioniere dietro il velo in molti paesi musulmani; infatti, né nel Corano né nella Sunna del Profeta si trova alcun sostegno a questa pratica, che è penetrata nella società musulmana provenendo dai Bizantini.
Lo Shaykh Ibn Bulayhid interrompe i miei pensieri interiori guardandomi in un modo che lascia intendere che sappia tutto. «Non c’è bisogno di prendere una decisione in fretta, ragazzo mio. Quando sarà il momento che la decisione arrivi, essa verrà da te spontaneamente».
Due
La biblioteca è silenziosa e deserta; nella stanza a cupola ci siamo soltanto noi due: il vecchio shaykh e io. Dalla piccola moschea vicina giunge l’adhan del maghrib e, un momento dopo, lo stesso richiamo riecheggia dai cinque minareti della Moschea del Profeta. In questo momento la Moschea del Profeta è invisibile ai nostri occhi e sembra guardare verso la cupola verde con immensa solennità e una dolce fierezza. Da uno dei minareti il muezzin intona: «Allahu Akbar»… Profonda, densa, in un registro basso, la melodia sale e scende lentamente, come un lungo arco sonoro. «Allah è il più grande»… «Allah è il più grande»… Prima ancora che abbia terminato la frase, dal minareto più vicino a noi un altro muezzin comincia in un tono leggermente più alto: «Il più grande», «Allah è il più grande»; e quando dal terzo minareto la stessa melodia comincia lentamente a elevarsi verso un tono ancora più alto, il primo muezzin ha già terminato la prima frase e iniziato il secondo versetto… Le voci che salgono dal quarto e dal quinto minareto si mescolano a una lontana armonia: «Attesto che non vi è alcuna divinità all’infuori di Allah»; mentre le voci del primo, del secondo e poi del terzo minareto discendono, sostenute da ali delicate: «E attesto che Muhammad è il Messaggero di Allah». Così ciascuno dei cinque muezzin recita ogni versetto due volte e l’adhan prosegue: «Venite alla salat, venite alla salat, accorrete verso la felicità eterna». Ogni voce sembra risvegliare le altre e riunirle tutte in un unico punto, come se il suo unico scopo fosse lasciare il proprio posto, ritirarsi e poi riprendere la melodia in un altro punto, portandola così fino all’ultimo versetto: «Allah è il più grande, Allah è il più grande, non vi è alcuna divinità all’infuori di Allah».
Questa voce umana che si eleva, si abbraccia profondamente, si allontana dalle altre, si unisce e poi si separa di nuovo non ha eguali in nessun’altra melodia umana. Mentre il mio cuore, folle d’amore per questa città e per le sue voci, palpita fino alla gola, comincio a comprendere che tutti i miei viaggi e il mio vagabondare avevano un solo significato: comprendere, finalmente, il significato di questo richiamo…
«Vieni», mi dice lo shaykh Ibn Bulayhid, «andiamo a recitare la salat del maghrib nella moschea…»
Il Haram, ovvero la Moschea Santa di Medina, ha ricevuto la sua forma attuale verso la metà del secolo scorso. Tuttavia, alcune sue parti sono molto antiche: alcune furono costruite durante il regno dei Mamelucchi d’Egitto e altre ancora prima. La sala centrale, nella quale si trova la tomba del Profeta, è stata costruita esattamente sopra il luogo in cui, nel VII secolo, il terzo califfo, Uthman, fece edificare quella struttura. Sopra di essa si innalza una grande cupola verde, il cui interno è splendidamente decorato con dipinti ornamentali di vari colori. Il soffitto poggia su numerose file di spesse colonne di marmo, che, disposte in armonia reciproca, dividono l’interno in molte sezioni. Sul pavimento marmoreo sono stesi tappeti costosi. Ai due lati di ciascuno dei tre mihrab pendono lampadari di bronzo lavorati con grande maestria. I mihrab sono simili a nicchie semicircolari, rivolte verso la Mecca; decorati con piastrelle di ceramica bianche e azzurre, uno di essi è sempre riservato all’imam che dirige la salat della congregazione. Centinaia di sfere di vetro trasparente pendono da lunghe catene di rame; durante la notte, al loro interno vengono accese piccole lampade alimentate con olio d’oliva, che diffondono sulle file degli oranti una luce tenue e delicatamente scintillante. Di giorno, una luce verdastra e soffusa riempie la moschea, facendola sembrare il fondo di un lago, come se, attraverso l’acqua, le figure umane nuotassero tutte a piedi nudi sui tappeti e sulle stuoie stesi sul marmo; come se, separate da pareti d’acqua, al momento della salat la voce dell’imam giungesse sommessa dall’estremità della grande sala, senza produrre alcun eco.
La tomba del Messaggero non è visibile, perché è coperta da uno spesso broccato pendente e circondata da una grata di bronzo. Questa grata fu fatta realizzare nel XV secolo dal sultano mamelucco d’Egitto Qāʾit Bāy. In realtà, qui non vi è alcuna struttura simile a una tomba, poiché egli fu sepolto sotto il pavimento in terra della piccola stanza in cui il Profeta viveva e dove morì. In seguito, intorno a questa casa fu costruito un muro privo di porte, nascondendo così completamente la tomba alla vista dall’esterno. Al tempo del Messaggero, la moschea era addossata proprio alla sua abitazione. Dopo il trascorrere di alcuni secoli, la moschea fu ampliata sopra la tomba e oltre di essa.
All’interno della moschea, sul pavimento aperto lastricato di pietra, sono disposte lunghe file di coperte. File di persone vi siedono inginocchiate, recitando il Corano, parlando tra loro, meditando oppure semplicemente trascorrendo il tempo in attesa della salat del maghrib. Ibn Mulaïhid sembra essersi smarrito in una preghiera silenziosa.
Come sempre, prima del maghrib, da lontano giunge una voce: il suono della recitazione di un passo del Corano. Oggi viene recitata la 96ª sura, la prima rivelata a Muhammad, che inizia con queste parole: «Recita nel nome del tuo Signore, del tuo Creatore». Attraverso queste parole, per la prima volta, nella grotta di Hira, vicino alla Mecca, giunse a Muhammad la chiamata di Allah.
Come spesso faceva, pregava in solitudine e meditava alla ricerca della luce e della verità, quando all’improvviso apparve davanti a lui un angelo e gli ordinò: «Recita!». Muhammad, che, come quasi tutti coloro che lo circondavano, non aveva mai imparato a leggere, e soprattutto non sapeva che cosa dovesse leggere, gli rispose: «Non so leggere». Udito ciò, l’angelo lo strinse così forte che Muhammad ebbe l’impressione che tutte le forze del suo corpo fossero venute meno. Allora l’angelo lo lasciò e ripeté il suo ordine: «Leggi, recita!». Muhammad rispose di nuovo: «Non so leggere». L’angelo allora lo strinse ancora una volta con forza contro di sé, finché egli si afflosciò e gli sembrò che la morte fosse vicina. Ancora una volta risuonò una voce dal tono fragoroso: «Recita!». E quando, per la terza volta, Muhammad sussurrò con il cuore straziato: «Io non so leggere…», l’angelo lo lasciò e disse:
Recita nel nome del tuo Signore —
che ha creato —
ha creato l’uomo da una goccia seminale
Leggi: il tuo Signore è il più glorioso
Egli ha insegnato all’uomo per mezzo della penna
ha insegnato all’uomo ciò che non sapeva…
E così il Corano cominciò a essere rivelato, richiamando la coscienza, l’intelletto e la conoscenza dell’uomo; un processo che sarebbe continuato per ben ventitré anni, fino alla morte del Messaggero a Medina, all’età di sessantatré anni.
Il racconto della sua prima esperienza della rivelazione divina ci ricorda in qualche modo la lotta di Giacobbe con l’angelo nel libro biblico della Genesi. Ma là dove Giacobbe aveva resistito, Muhammad si abbandonò all’abbraccio dell’angelo, con reverenza mista a timore e sofferenza; al punto che, a un certo momento, tutte le sue forze vennero meno e in lui non rimase altro che la capacità di udire una voce: non era più possibile chiedersi o dire se quella voce provenisse dall’interno o dall’esterno. Egli ancora non sapeva che, da allora in poi, avrebbe dovuto essere simultaneamente un uomo pieno e vuoto: un uomo nel quale erano pienamente presenti i desideri umani e la consapevolezza della propria vita, e che nello stesso tempo era una sofferenza passiva destinata a ricevere un messaggio. Al suo cuore veniva dispiegata la trama invisibile della verità eterna, quella verità che sola conferisce significato a tutte le cose e agli eventi percepibili; e ciò nella speranza che egli ne comprendesse il senso. Gli fu detto di «leggere» quel Libro e di proclamarlo al mondo, affinché l’umanità potesse comprendere ciò che non sapeva e ciò che, di fatto, non avrebbe potuto conoscere con le proprie sole forze.
Il significato prodigioso della visione divina travolse Muhammad. Come Mosè davanti al roveto ardente, anch’egli si ritenne indegno dell’elevatissima dignità della profezia e cominciò a tremare al pensiero che forse Allah lo avesse scelto. Sappiamo che poi tornò nella sua città, a casa sua, e disse a sua moglie Khadija: «Coprimi con una coperta». Tremava infatti come il ramo di un albero nella furia della tempesta. Khadija lo coprì con una coperta e, a poco a poco, il suo tremito cessò. Poi le raccontò ciò che gli era accaduto e disse: «Temo davvero per me stesso!»
Ma Khadija, con quella visione limpida che soltanto l’amore può donare, comprese immediatamente che Muhammad era spaventato dalla grandezza della responsabilità che gli si presentava davanti, e rispose: «No, per Allah! Egli non ti imporrà mai un peso che tu non possa portare e non ti umilierà mai; infatti tutti sanno che sei il migliore degli uomini, che assolvi i tuoi doveri verso i tuoi parenti, aiuti i deboli, soccorri gli indifesi, sei generosamente ospitale con gli ospiti e aiuti coloro che sono veramente in difficoltà». Per confortarlo, Khadija lo condusse da Waraqa, suo cugino colto e istruito. Waraqa aveva praticato il cristianesimo per molti anni; e la tradizione vuole che sapesse leggere la Bibbia in ebraico. A quel tempo Waraqa era ormai vecchio e cieco. Khadija gli disse: «O figlio di mio zio, presta attenzione a questo tuo parente». Quando Muhammad gli raccontò di nuovo la sua esperienza, Waraqa alzò lo sguardo con reverenza mista a timore e disse: «È proprio l’angelo della rivelazione che Allah aveva inviato ai profeti di un tempo. Ah, se fossi giovane! Se fossi ancora vivo allora e potessi aiutarti quando il tuo popolo ti scaccerà dalla tua terra!» Udendo ciò, Muhammad, colmo di stupore, domandò: «Perché? Perché mi scacceranno dalla mia terra?» E il saggio Waraqa rispose: «Sì, ti scacceranno. Nessun uomo come te è mai venuto al suo popolo portando ciò che tu hai portato senza essere perseguitato!»
Sì, per tredici lunghi anni lo perseguitarono e lo oppressero, finché un giorno fu costretto a lasciare la Mecca e giunse a Medina. Perché gli abitanti della Mecca erano sempre stati duri di cuore…
Ma è davvero così difficile comprendere la durezza di cuore mostrata dalla maggior parte degli abitanti della Mecca dopo il primo appello di Muhammad? In loro non vi era alcuna sete spirituale; conoscevano soltanto iniziative pratiche e concrete. Credevano infatti che l’orizzonte della vita potesse essere ampliato unicamente estendendo i mezzi capaci di accrescere il benessere materiale. Per queste persone, il pensiero di sottomettersi senza compromessi alle esigenze della morale doveva forse sembrare davvero insopportabile: la stessa parola Islam significa letteralmente «sottomissione ad Allah». Inoltre, gli abitanti della Mecca erano profondamente affezionati all’ordine costituito e agli usi e costumi tribali; gli insegnamenti di Muhammad misero tutto ciò in pericolo. Quando egli cominciò a predicare l’unicità di Allah e a condannare apertamente l’idolatria come il più grave dei peccati, essi non vi videro soltanto un attacco alle loro credenze tradizionali, ma anche il tentativo di distruggere l’intero modello sociale della loro vita. In particolare, tutto ciò che consideravano questioni meramente «mondane», al di fuori della sfera d’autorità della religione — come l’economia, la questione dell’uguaglianza sociale e della giustizia e, più in generale, tutto ciò che non si conciliava con le loro pratiche commerciali, la loro licenziosità sessuale e la loro concezione del bene della tribù. Per loro la religione era una questione privata, un atteggiamento della mente, non una questione di comportamento.
E questo era completamente l’opposto di ciò che il Profeta d’Arabia aveva in mente quando parlava di religione. Secondo lui, le regole della condotta sociale e le istituzioni rientravano certamente nei confini della religione, e sarebbe rimasto sicuramente stupito se qualcuno gli avesse detto che la religione era esclusivamente una questione di coscienza personale, senza alcun rapporto con il comportamento sociale. Più di ogni altro aspetto del suo messaggio, proprio questo lo rendeva così sgradito ai miscredenti della Mecca. Se non fosse intervenuto negli affari sociali, il loro malcontento nei confronti del Profeta sarebbe stato forse assai meno intenso. Non vi è dubbio che l’Islam suscitasse la loro irritazione, poiché la sua teologia era in conflitto con la loro concezione religiosa. Ma è assai probabile che, dopo qualche obiezione iniziale, si sarebbero adattati ad esso — come poco tempo prima si erano adattati alla predicazione frammentaria del cristianesimo — se il Messaggero di Allah avesse seguito semplicemente l’esempio dei sacerdoti cristiani e avesse limitato la sua predicazione ad alcuni temi: esortare gli uomini a credere in Allah, pregare Lui per la salvezza e comportarsi bene nelle proprie questioni personali. Ma egli non seguì l’esempio cristiano e non limitò il proprio insegnamento alla fede, ai riti religiosi e alla morale individuale. Come avrebbe potuto farlo? Il suo Allah non gli aveva forse ordinato di pregare così: «O nostro Signore, donaci il bene in questo mondo e il bene nell’altro mondo».
Nel contesto di questa frase coranica, «il bene di questo mondo» è posto prima del «bene dell’altro mondo», anzitutto perché il presente viene prima del futuro ed è il suo precursore, e in secondo luogo perché l’essere umano è stato creato in modo tale che, per rispondere al richiamo dell’anima e cercare il bene della vita futura, deve prima impegnarsi a soddisfare le proprie necessità fisiche e terrene. Nel messaggio di Muhammad non vi è alcuna idea di una spiritualità estranea alla vita fisica o ad essa contraria. Questo messaggio si fonda interamente sull’idea che corpo e anima siano due aspetti diversi di un’unica realtà; e qual è questa realtà? La vita umana. Perciò egli non poteva accontentarsi, naturalmente, di coltivare nell’individuo soltanto un atteggiamento morale; desiderava invece trasformare tale atteggiamento in un determinato schema sociale, capace di assicurare a ogni individuo della società la maggiore quantità possibile di benessere fisico e materiale e, in tal modo, di garantire anche la più ampia possibilità di sviluppo spirituale.
Egli iniziò la sua predicazione dicendo agli uomini: «Le opere, o azioni, sono parte della fede», perché ad Allah non interessa soltanto la fede personale; egli vede anche le azioni di ogni donna e di ogni uomo, soprattutto quelle che producono effetti sugli altri al di là dei confini della vita individuale. Predicò contro l’oppressione del debole da parte del forte con l’ausilio di parole infuocate, che Allah gli aveva donato. Presentò l’argomentazione inaudita secondo cui, agli occhi di Allah, uomini e donne sono uguali e che tutti i doveri e tutte le speranze religiose si applicano in egual misura a entrambi; il terrore di tutti gli ingenui idolatri della Mecca non ebbe limite quando arrivò ad affermare che la donna, per diritto proprio, è una persona indipendente, non un individuo distinto soltanto in ragione del suo rapporto con un uomo come madre, sorella, moglie o figlia; e che, per questo, la donna ha il diritto di possedere beni, gestire autonomamente i propri affari e consegnarsi liberamente a un altro nel matrimonio! Dichiarò proibiti ogni forma di gioco d’azzardo e ogni tipo di sostanza inebriante, perché, nelle parole del Corano: «In essi vi è molto male e qualche utilità. Ma il male è maggiore dell’utilità». Soprattutto, si oppose all’oppressione esercitata di generazione in generazione dagli uomini sugli altri uomini, si oppose al profitto dei prestiti basati sull’interesse, quale che fosse il tasso d’interesse, si oppose al monopolio individuale1() e al «corner»2()contro il giocare d’azzardo sulle possibili necessità degli altri — ciò che oggi chiamiamo «speculazione» — e si oppose al giudicare il bene e il male secondo il punto di vista del sentimento di gruppo tribale, chiamato nella terminologia moderna «nazionalismo». In realtà, egli non riconobbe alcuna validità morale all’atteggiamento e al giudizio tribali. Secondo la sua concezione, l’unica base legittima, cioè morale, per un gruppo fondato sulla comunità era il riconoscimento consapevole e libero di un comune criterio di valori morali, non il fatto accidentale di discendere dalla stessa stirpe.
In effetti, insistette per un’ampia revisione di ciascuna delle concezioni sociali che fino ad allora erano state considerate inviolabili e, così—come si dice ai nostri giorni—portò la religione nella «politica». È superfluo dire che, per quell’epoca, si trattò di un cambiamento davvero rivoluzionario.
Come quasi tutti i popoli di ogni epoca, i governanti pagani della Mecca credevano che le consuetudini sociali, le idee e i costumi nei quali erano stati allevati fossero i migliori e che non si potesse concepire nulla di meglio. Perciò si indignarono naturalmente per il tentativo del Profeta di introdurre la religione nella politica, cioè di fare della consapevolezza di Allah il punto di partenza del cambiamento sociale, e lo condannarono definendolo immorale, sedizioso e contrario a ogni concezione del giusto e dell’ingiusto. E quando divenne loro chiaro che Muhammad non era semplicemente un sognatore, ma poteva suscitare negli uomini lo slancio all’azione, i difensori dell’ordine sociale costituito adottarono una vigorosa contromisura e cominciarono a perseguitare lui e i suoi compagni…
In realtà, in un modo o nell’altro, tutti i profeti hanno sfidato l’ordine sociale costituito del loro tempo. È dunque così sorprendente che quasi tutti siano stati perseguitati e derisi dai loro popoli e che Muhammad, l’ultimo venuto fra loro, sia ancora oggi deriso nel mondo occidentale?
Tre
Non appena terminata la ṣalāt del «Maghrib», lo shaykh Ibn Bulayhid divenne il centro di un curioso gruppo di beduini e abitanti della città, desiderosi di trarre beneficio dalla sua erudizione e dalla sua saggezza mondana. Anche lui era ansioso di ascoltare le loro esperienze e ciò che potevano raccontargli dei loro viaggi in terre lontane. I lunghi viaggi non sono affatto rari tra i najdiani; essi chiamano se stessi «ahl ash-shidād», «uomini che cavalcano la sella del cammello», e per molti di loro la sella del cammello è assai più familiare del letto di casa. Certamente lo è per il giovane beduino della tribù di Harb, che proprio allora aveva raccontato allo shaykh le esperienze del suo recente viaggio in Iraq. Fu durante quel viaggio che, per la prima volta nella sua vita, vide un firangī, cioè un europeo (gli Arabi cominciarono a chiamare così gli Europei quando entrarono in contatto con i Franchi durante le guerre crociate).
«Mi dica, shaykh, perché i firangī portano sempre in testa cappelli che coprono loro gli occhi? Come fanno a vedere il cielo?»
«Non vogliono vedere questa cosa», rispose lo shaykh, strizzando l’occhio verso di me; «forse temono che la vista del cielo possa ricordare loro Allah; non vogliono che, nei giorni della settimana, qualcuno ricordi loro Allah…»
Scoppiamo tutti a ridere. Ma il giovane beduino, nella sua ricerca della conoscenza, è davvero insistente. «Allora perché Allah è così benevolo verso di loro e concede loro ricchezze che non concede ai credenti?»
–«Oh, è una cosa semplicissima, ragazzo: adorano l’oro e l’argento. Perciò i loro dèi stanno nelle loro tasche… Ma questo mio amico», dice posando la mano sul mio ginocchio, «sa dei Fringhi molto più di me, perché è venuto da loro; è stato Lui –Allah, sia glorificato il Suo nome– a condurlo dalle tenebre alla luce dell’Islam».
–«È davvero così, fratello?» chiede l’ansioso beduino. «È vero che tu stesso eri un “Fringhi”?» Quando annuisco, sussurra: «Lode ad Allah, che guida sulla retta via chi vuole. Dimmi, fratello: perché i “Fringhi” sono così incuranti riguardo ad Allah?»
–«È una lunga storia», rispondo. «Non si può spiegare in poche parole. Quel che posso dirti per il momento è questo: il mondo dei “Fringhi” è diventato il mondo del Dajjāl, il mondo dell’impostore abbagliante. Non hai mai sentito la profezia del nostro Profeta secondo cui, alla fine dei tempi, la maggior parte degli uomini diventerà seguace del Dajjāl, credendo che egli sia Allah?»
E quando mi guardò con occhi interrogativi, con il consenso dello Shaykh Ibn Bulayhid gli raccontai la profezia sull’apparizione del Dajjāl menzionata nell’ultimo libro della Bibbia: avrebbe avuto un occhio cieco, ma posseduto poteri misteriosi concessigli da Allah. Con le sue orecchie avrebbe udito ciò che veniva detto nelle regioni più remote della terra e con un occhio avrebbe visto tutto ciò che accadeva a distanze infinite; avrebbe fatto il giro della terra volando in pochi giorni; avrebbe portato improvvisamente alla luce tesori d’oro e d’argento dal sottosuolo; al suo comando sarebbe piovuto e sarebbero germogliate le piante; avrebbe ucciso proclamandosi Allah e gli uomini si sarebbero prostrati davanti a lui in adorazione. Ma coloro la cui fede fosse salda avrebbero potuto leggere sulla sua fronte, scritto in lettere di fuoco, ciò che vi era inciso: “Colui che nega Allah”. E così avrebbero saputo che il Dajjāl non era altro che un inganno, volto a mettere alla prova la fede degli uomini…
E quando il mio amico beduino mi guardò con gli occhi spalancati e mormorò: «Cerco rifugio presso Allah», mi rivolsi a Ibn Bulayhid e gli dissi:
–«O Shaykh, questa storia allegorica non è forse una descrizione appropriata della moderna civiltà tecnologica? Questa civiltà è monocola: guarda soltanto un aspetto della vita, il suo progresso materiale, ed è ignara dell’aspetto spirituale dell’esistenza. Con i prodigi della sua tecnologia ha dato agli uomini la capacità di vedere oggetti lontanissimi e di udire suoni distanti, oltre i limiti delle loro facoltà naturali, e la possibilità di attraversare distanze infinite a velocità inimmaginabili. Grazie alle conoscenze scientifiche di questa civiltà, si “fa piovere” e si fanno crescere le piante, e dal sottosuolo vengono portati alla luce tesori di ricchezze insospettate. Le medicine di questa scienza ridanno la vita a chi sembra condannato a morire; d’altra parte, le sue guerre e le sue distruzioni scientifiche annientano la vita. E il suo progresso materiale è così poderoso e abbagliante che gli uomini dalla fede debole hanno cominciato a credere che esso sia, di per sé, un “dio”, ma coloro che sono consapevoli del loro Creatore comprendono chiaramente che adorare il Dajjāl significa negare Allah…»
–«Hai ragione, Muhammad, hai ragione!» gridò Bulayhid, colpendomi eccitato il ginocchio con il palmo della mano. «Non mi era mai venuto in mente di guardare così alla profezia sul Dajjāl, ma hai ragione! Senza rendersi conto che il progresso dell’uomo e lo sviluppo della scienza sono una misericordia del nostro Allah, gli uomini, per ignoranza, hanno cominciato in numero sempre maggiore a pensare che questo “dio” sia un fine in sé e meriti di essere adorato».
Sì, penso tra me e me, gli occidentali si sono davvero consacrati all’adorazione del Dajjāl. Da molto tempo l’uomo occidentale ha perduto tutta la sua innocenza e ogni sua armonia interiore con la natura. La vita è diventata per lui una tortura. È scettico e perciò è separato dai suoi fratelli e solo dentro di sé. Per non scomparire in questa solitudine, deve necessariamente cercare di dominare la vita con mezzi esteriori: il semplice sentimento di “essere vivo” non gli dà più sicurezza interiore; deve lottare incessantemente con la vita, di momento in momento, contro il dolore. Poiché ha perduto ogni interrogativo metafisico e ha deciso di procedere senza di esso, deve continuamente inventare e scoprire per sé alleati meccanici. È così che è cominciato il suo folle e temerario sforzo nel campo della tecnologia. Ogni giorno inventa nuove macchine e a ciascuna di esse consegna una parte della propria anima, affinché siano esse a lottare per la sua esistenza. Le macchine lo fanno certamente, ma nello stesso tempo creano per lui bisogni sempre nuovi, nuovi pericoli, nuove paure e una sete insaziabile di alleati ancora più nuovi e artificiali. La sua anima si perde nel vortice delle ruote delle macchine produttive, sempre più potenti, sempre più bizzarre, sempre più impetuose; e la macchina perde a sua volta il proprio vero scopo –proteggere e arricchire la vita umana– e diventa essa stessa una divinità, un mostro d’acciaio divoratore di tutto. I sacerdoti e i predicatori di questa divinità insaziabile non sembrano consapevoli che la rapidità del progresso tecnologico moderno non è soltanto il risultato dell’inarrestabile sviluppo della conoscenza e della scienza, ma anche della disperazione spirituale; e i sorprendenti progressi materiali alla cui luce l’uomo occidentale proclama la propria volontà di dominare la natura sono, nel loro significato più profondo, di natura difensiva: dietro i loro volti splendenti si annida il terrore dell’ignoto.
La civiltà occidentale non è riuscita a stabilire un equilibrio armonioso tra i bisogni degli uomini e della società e le esigenze della loro anima. Questa civiltà ha abbandonato l’etica religiosa di un tempo, ma non è riuscita a creare al proprio interno alcun altro sistema morale che, per quanto teorico, fosse razionalmente accettabile. Nonostante i suoi enormi progressi nell’istruzione, la civiltà occidentale non ha saputo superare la sciocca disponibilità degli uomini a lasciarsi ingannare da slogan, per quanto assurdi, escogitati da astuti oratori demagogici per conquistare le masse. Questa civiltà ha elevato l’arte dell’organizzazione al rango di una bella arte; e tuttavia, nel tentativo di controllare le forze generate dagli scienziati occidentali, le nazioni occidentali dimostrano ogni giorno la loro assoluta incapacità. Ora essa è giunta a un punto in cui, fianco a fianco, avanzano le apparentemente illimitate possibilità della scienza e il caos mondiale. Dalla luce della conoscenza che la sua scienza diffonde — una luce indubbiamente grandiosa — gli occidentali, privi di ogni orientamento religioso, non riescono più a trarre alcun beneficio morale. A loro si applicano queste parole del Corano:
Il loro esempio è quello di un popolo che ha acceso un fuoco; ma quando esso li ha lasciati nelle tenebre, nelle quali non possono vedere — muti, sordi e ciechi — essi tuttavia non ritornano.
Eppure, accecati dalla superbia della loro cecità, gli occidentali sono certi che sarà soltanto la loro civiltà a portare sulla terra luce, felicità e pace. Nei diciottesimo e diciannovesimo secolo cercarono di diffondere in tutto il mondo la verità del cristianesimo; ma ora che il loro fervore religioso si è raffreddato al punto che considerano la religione niente più che una musica di sottofondo — le è permesso accompagnare «in pratica» la vita, ma non di esercitare su di essa alcuna influenza — hanno cominciato a predicare, al posto del cristianesimo, la teoria materialistica del «modo di vivere occidentale». Qual è questa teoria? È la convinzione che tutti i problemi dell’uomo possano essere risolti nelle fabbriche, nei laboratori e sui tavoli degli statistici.
E così il Dajjāl è apparso nella sua vera forma…
Quattro
Il silenzio si protrae a lungo. Poi lo shaykh ripete: ripete: «Ragazzo, è stata forse questa comprensione di ciò che significa il Dajjāl a costringerti ad accettare l’Islam?»
—«Da un certo punto di vista, credo proprio di sì, ma fu soltanto l’ultimo passo.»
—«L’ultimo passo… Sì, una volta mi raccontasti la storia di come hai intrapreso la via dell’Islam. Ma esattamente quando e come ti venne per la prima volta in mente che l’Islam potesse essere la meta che cercavi?»
—Quando? Mi lasci pensare un momento… Mi pare che sia accaduto in Afghanistan, un giorno d’inverno, quando il mio cavallo aveva perso un ferro e per questo dovetti cercare un fabbro in un villaggio. Il villaggio era piuttosto lontano dal mio cammino. Lì un uomo mi disse: “Ma lei è musulmano; soltanto, non lo sa ancora…” Questo accadde otto mesi prima che abbracciassi l’Islam… Stavo andando da Herat a Kabul…
Procedevo a cavallo lungo la strada da Herat a Kabul. Con me c’erano Ibrahim e un soldato afghano. Attraversavamo a cavallo le valli montane innevate dell’Afghanistan centrale e i passi dell’Hindu Kush. Faceva terribilmente freddo; la neve scintillava e tutt’intorno a noi si ergevano alte montagne scoscese, bianche e nere.
Quel giorno provavo tristezza e, allo stesso tempo, una felicità straordinaria. Ero triste perché mi sembrava che un fitto velo opaco avesse tenuto lontane da quelle persone, con le quali avevo vissuto insieme negli ultimi mesi, la luce, la forza e l’intelligenza che la fede avrebbe potuto donare loro; ed ero felice perché la luce, la forza e l’intelligenza di quella fede erano con me, proprio lì vicino alle montagne bianche e nere, così vicine che avrei potuto toccarle con la mano.
Il mio cavallo cominciò a zoppicare e qualcosa risuonò con un tintinnio sotto il suo zoccolo: un ferro si era allentato e pendeva, retto soltanto da due chiodi.
—C’è qualche villaggio qui vicino dove possiamo trovare un fabbro? —chiesi ai nostri compagni afghani.
—A poco meno di una lega da qui c’è un villaggio chiamato Deh-Jangi. Lì c’è un fabbro, e c’è anche una fortezza dell’hakim dell’Hazarajat.
Così ci dirigemmo a cavallo verso Deh-Jangi sulla neve scintillante, a un’andatura piuttosto lenta, per non stancare il mio cavallo.
L’hakim, cioè il governatore del distretto, era un giovane basso e tarchiato, allegro e sorridente. Quell’uomo affabile fu lieto di avere un ospite straniero nella sua piccola e remota dimora. Tra tutti gli afghani che avevo incontrato fino ad allora e quelli che avrei incontrato in seguito, questo giovane era il più semplice e modesto, sebbene fosse un parente molto stretto del re Amanullah. Mi costrinse a fermarmi lì per due giorni.
La sera del secondo giorno eravamo seduti, come ogni giorno, davanti a un banchetto sontuoso. Poi un uomo del villaggio ci intrattenne cantando una canzone accompagnandosi con il sitar. Cantava in pashtu, una lingua che non capisco, ma alcune parole persiane della sua canzone sembravano balzare distintamente sullo sfondo del tepore della stanza, coperta da morbidi tappeti, e del freddo bagliore della neve che entrava dalle fessure delle finestre. Ricordo che cantava della battaglia di Davide contro Golia, della lotta della fede contro la forza bruta; benché non riuscissi a seguire bene le parole della canzone, il suo significato mi divenne chiaro quando iniziò con una melodia dolce e soave, per poi elevarsi in un impeto travolgente di emozione, fino a un gioioso grido di vittoria finale!
Quando la canzone finì, Hakim commentò: «Davide era piccolo, ma la sua fede era grande…
Non potei fare a meno di aggiungere: «E voi siete molti, ma la vostra fede è scarsa».
Il mio ospite mi guardò con stupore e, imbarazzato per ciò che avevo detto quasi involontariamente, cominciai in fretta a spiegare le mie parole. La mia spiegazione si trasformò in un impetuoso torrente di domande.
«Come è potuto accadere che voi musulmani abbiate perso la fiducia in voi stessi, tanto che un tempo i vostri antenati estesero la religione, in meno di cento anni, dall’Arabia verso occidente, fino al lontano Atlantico, e verso oriente, nel cuore della grande Cina, mentre ora vi sottomettete così facilmente, come dei deboli, alle idee e ai costumi dell’Occidente? Perché voi, i cui antenati un tempo illuminarono il mondo con la luce del sapere, della scienza e delle arti, quando l’Europa era immersa nella più completa barbarie e ignoranza, ora non riuscite a trovare il coraggio di tornare ai vostri luminosi e progressisti ideali religiosi? Com’è possibile che Atatürk, quell’insignificante uomo mascherato, che non ammette neppure che l’Islam abbia un qualche valore, sia diventato per voi musulmani il “simbolo della rinascita musulmana”?»
Il mio ospite rimase immobile, senza parole. Fuori, intanto, nevicava. Provai di nuovo quella sensazione mista di dolore e gioia che avevo provato poco prima di arrivare a Deh-Jangi. Compresi la gloria del passato, che un tempo era stata realtà, e la vergogna che copriva d’infamia i figli delle generazioni successive di una grande civiltà!
«Ditemi: com’è potuto accadere che la religione del vostro Profeta, con tutta la sua semplicità e chiarezza, sia stata sepolta sotto il cumulo delle sterili concezioni e delle dispute cavillose dei vostri alim? Com’è potuto accadere che i vostri re, sovrani e grandi proprietari terrieri si abbandonino ai piaceri della ricchezza e del lusso, mentre un gran numero dei loro fratelli musulmani sopravvive in una povertà indicibile e in condizioni sordide, sebbene il vostro Profeta avesse insegnato: “Nessuno può pretendere di essere un credente se mangia a sazietà mentre il suo vicino è affamato”? Potete spiegarmi perché avete relegato le donne ai margini della vita, benché le donne che circondavano il Profeta e i suoi compagni partecipassero ampiamente alla vita dei loro uomini? Com’è potuto accadere che tra voi musulmani vi siano così tante persone ignoranti e che soltanto pochissimi sappiano imparare e leggere, sebbene il vostro Profeta avesse proclamato: “La ricerca della conoscenza è un sacro dovere obbligatorio per ogni musulmano e ogni musulmana”, e avesse detto: “La superiorità dell’uomo sapiente su quello soltanto devoto è come la superiorità della luna piena su tutte le altre stelle»
Il mio ospite continuava a fissarmi senza dire una parola, con lo sguardo immobile, e cominciai a pensare che il mio sfogo lo avesse forse ferito nel profondo del cuore. Il suonatore di sitar, che non comprendeva abbastanza il persiano da seguire ciò che dicevo, guardava con stupore lo straniero che aveva parlato con tanta passione con l’“Hakim”. Alla fine l’“Hakim” si avvolse nella sua larga coperta gialla di lana di pecora, come se avesse freddo. Poi disse sottovoce:
«Ma… lei è musulmano…»
Scoppio in una sonora risata e dico: «No, non sono musulmano. Ma ho visto così tanta bellezza nell’Islam che a volte mi arrabbio quando vi vedo sprecarla… Se sono stato troppo rude, mi perdoni. Non parlavo da nemico.»
«Lei è musulmano; solo che non lo sa, ecco tutto…». Perché non dice qui, proprio in questo momento: «Non c’è divinità all’infuori di Allah e Muhammad è il Suo messaggero — non c’è altro dio oltre ad Allah e Muhammad è il Suo messaggero»? E perché non diventa effettivamente musulmano, così come lo è già nel suo cuore? Lo dica, fratello, pronunci subito queste parole; domani verrò con lei a Kabul e la porterò dall’Emiro, che la accoglierà a braccia aperte. Le darà una casa, giardini e bestiame, e tutti noi le vorremo bene. Lo dica, caro fratello…»
—«Se mai pronuncerò queste parole, lo farò perché il mio cuore avrà trovato la pace — non per le case e i giardini dell’Emiro.»
Ma lui insisteva: «Lei sa già molto più di quanto la maggior parte di noi sappia sull’Islam. Che cosa non ha ancora capito?»
—«Non si tratta di capire, bensì di credere senza dubbi: di avere la certezza che il Corano è la vera parola di Allah e non soltanto la creazione straordinaria di un grande uomo…»
Eppure, nei mesi successivi, non riuscii mai a scacciare dalla mente le parole del mio amico afghano.
Da Kabul viaggiai per alcune settimane a cavallo attraverso l’Afghanistan meridionale, passando per l’antica città di Ghazni. Fu proprio da Ghazni che, quasi mille anni fa, il grande Mahmud partì alla conquista dell’India. Passai per Kandahar, dall’aspetto di una città straniera, dove si incontrano alcune delle tribù guerriere più temibili del mondo. Attraversai i deserti dell’angolo sud-occidentale dell’Afghanistan e tornai a Herat, da dove era iniziata la strada per attraversare l’Afghanistan a piedi.
Era il 1926. Verso la fine dell’inverno lasciai Herat; nella prima tappa del lungo viaggio verso la patria presi il treno dal confine afghano fino a Merv, nel Turkestan russo, e da lì proseguii per Samarcanda; da Samarcanda a Buchara e Tashkent, e da quest’ultima attraversai la steppa turkmena fino agli Urali e a Mosca.
La prima e più duratura impressione che mi rimase impressa della Russia sovietica fu quella di un enorme e magnificamente illustrato manifesto alla stazione ferroviaria di Merv, che raffigurava un giovane proletario, vestito di una camicia larga e azzurra, mentre con uno stivale prendeva a calci e faceva precipitare dal cielo coperto di nuvole un individuo dall’aspetto ridicolo, con la barba bianca e avvolto in una tunica. Sotto il manifesto era scritto questo proverbio russo: «Così i lavoratori dell’Unione Sovietica hanno cacciato Dio dal cielo a calci». Pubblicato dall’Associazione dei «Bezbožniki» (atei) della Repubblica Socialista Sovietica.
Ovunque andassi, dappertutto mi si presentava agli occhi una propaganda antireligiosa approvata dal governo: sugli edifici pubblici, lungo le strade e deliberatamente nei pressi di ogni luogo di culto. Nel Turkestan, naturalmente, la maggior parte di questi luoghi di culto erano moschee. Sebbene la preghiera congregazionale pubblica non fosse stata ufficialmente vietata, le autorità facevano tutto il possibile perché la gente non potesse parteciparvi. Sentivo spesso dire, soprattutto a Buchara e Tashkent, che gli investigatori della polizia annotavano il nome di chiunque entrasse in una moschea; le copie del Corano venivano raccolte in un unico luogo e distrutte. E uno dei divertimenti dei giovani Bezbožniki consisteva nel gettare teste di maiale all’interno delle moschee. Davvero una consuetudine ammirevole, bisogna dirlo.
Dopo aver viaggiato per alcune settimane attraverso la Russia asiatica ed europea, quando attraversai il confine polacco tirai un sospiro di sollievo. Proseguii direttamente per Francoforte e mi ritrovai nell’ambiente ormai familiare del mio giornale. Non impiegai molto a capire che, durante la mia assenza, il mio nome era diventato molto famoso e che ora ero considerato uno dei più noti tra i corrispondenti esteri dell’Europa centrale. Alcuni miei articoli—soprattutto quelli sulla complessa psicologia religiosa degli iraniani—avevano attirato l’attenzione di celebri orientalisti, e il riconoscimento che avevano ottenuto non era affatto trascurabile. Grazie a questo successo fui invitato a tenere alcune conferenze all’Accademia di Geopolitica di Berlino. Lì mi dissero che a una persona della mia età—non avevo ancora compiuto ventisei anni—era stato conferito un onore del genere, cosa che non era mai accaduta prima. Molti altri giornali ristamparono, con il permesso della Frankfurter Zeitung, gli articoli più utili al grande pubblico. Venni a sapere che uno dei miei articoli era stato ristampato quasi trenta volte. Sotto ogni aspetto, il mio viaggio in Iran era stato estremamente fruttuoso.
.. . …. … .. .. .. .. . Fu in quel periodo che sposai Elsa. I due anni che avevo trascorso lontano dall’Europa non avevano indebolito il nostro amore, ma lo avevano reso ancora più forte; e con una felicità e una gioia quali non avevo mai provato prima nella vita avevo spazzato via le sue apprensioni riguardo alla grande differenza d’età tra noi.
—Ma come puoi sposarmi? obiettava Elsa; tu non hai ancora ventisei anni, mentre io ne ho più di quaranta. Pensaci: quando tu avrai trent’anni, io ne avrò quarantacinque, e quando tu arriverai ai quaranta io sarò ormai vecchia…
Scoppiai a ridere: «E allora? Non riesco nemmeno a immaginare il mio futuro senza di te».
E alla fine Elsa si arrese.
Non esageravo quando dicevo che per me era impossibile immaginare il futuro senza Elsa. La sua bellezza e la sua grazia innata la rendevano ai miei occhi così irresistibilmente attraente che non riuscivo nemmeno a guardare un’altra donna. Inoltre, la sua profonda comprensione di ciò che desideravo dalla vita illuminava le mie speranze e aspirazioni, rendendole più concrete e più definite; le rendeva più concrete e più definite di quanto avrebbero mai potuto fare le mie personali riflessioni.
Una volta — molto probabilmente una settimana dopo il nostro matrimonio — Elsa osservò: «È davvero curioso che, fra tutte le persone, proprio tu disprezzi il misticismo nella religione… Tu stesso sei un mistico: sei una sorta di mistico attraverso la conoscenza sensoriale; ti avvicini alla vita che ti circonda sfiorandola con la punta delle dita, scorgendo in ogni cosa un sottile e complesso disegno mistico, anche in molte cose che agli altri sembrano insignificanti, assolutamente comuni… Eppure, nel momento in cui guardi alla religione, diventi del tutto cerebrale. Per quasi tutti gli altri, invece, sarebbe proprio il contrario…»
Ma Elsa non era affatto perplessa. Quando le parlavo dell’Islam, sapeva che cosa stavo cercando; benché forse non ne sentisse l’urgenza con la stessa intensità, il suo amore per me la rese partecipe della mia ricerca.
Spesso recitavamo insieme il Corano e discutevamo dei suoi diversi orientamenti; ed Elsa, proprio come me, rimaneva sempre più colpita dal profondo legame tra i suoi insegnamenti morali e le loro concrete e pratiche indicazioni. Secondo il Corano, Allah non pretende dagli uomini un’obbedienza cieca, ma si appella alla loro ragione; non rimane distante dal destino degli uomini, bensì è «più vicino a te della tua vena giugulare». Egli non ha tracciato alcuna linea di separazione tra religione e condotta sociale; e forse la cosa più importante è che Allah non parte dall’assunto che la vita sia necessariamente gravata dal conflitto tra materia e spirito e che, per trovare la via verso la luce, lo spirito debba essere liberato dai vincoli del corpo. Il rifiuto della vita e la mortificazione dello spirito, in qualunque forma si manifestino, sono stati condannati dal Messaggero con espressioni come: «Sappiate che l’austerità non fa per me» e «Nell’Islam non c’è posto per il monachesimo». Il desiderio dell’uomo di vivere non è stato soltanto riconosciuto come un istinto positivo e fecondo, ma è stato anche elevato alla sacralità di un principio morale evidente. In pratica, agli uomini è stato insegnato questo: non soltanto «potete» fare pieno uso della vostra vita, ma siete anche «obbligati» a farlo.
Una forma coerente dell’Islam cominciò a manifestarsi con una tale compiutezza e certezza che, a volte, ne rimanevo sbalordito. Prendeva forma attraverso un processo che si potrebbe definire una sorta di osmosi mentale: cioè, senza alcun tentativo consapevole da parte mia di riunire e «sistematizzare» i frammenti di conoscenza che avevo acquisito lungo il cammino della vita nei quattro anni precedenti, essa si andava lentamente formando. Mi trovai davanti a qualcosa di simile a un’opera architettonica perfetta, nella quale tutti gli elementi erano tenuti insieme da una tale armonia che ciascuno sembrava completare e sostenere gli altri; non vi era nulla di superfluo né mancava nulla. Era un equilibrio e una compostezza tali da far nascere nell’uomo la convinzione che, nella visione islamica e nei suoi principi evidenti, ogni cosa si trovasse «al proprio posto».
Ventitré anni fa un uomo si levò e proclamò: «Io non sono che un uomo mortale; ma Colui che ha creato l’universo mi ha ordinato di trasmettervi il Suo messaggio. Mi ha ordinato di ricordarvi la Sua esistenza, la Sua onnipotenza e la Sua onniscienza, e di presentarvi un programma di condotta, affinché possiate vivere in armonia con il Suo disegno per voi. Se accettate il mio appello e questo programma, seguitemi». Questa era l’essenza della missione profetica di Muhammad (pace e benedizioni su di lui).
Il progetto sociale da lui adottato è il progetto di una vita semplice, che procede di pari passo soltanto con la vera nobiltà. Esso parte dal principio che l’uomo è un essere organico, dotato di bisogni organici, e che il Creatore ha fatto la natura umana in modo tale che gli uomini debbano vivere in comunità per soddisfare pienamente le loro necessità fisiche, psichiche e intellettuali: in breve, gli uomini «dipendono gli uni dagli altri». Il progresso di un individuo verso l’elevazione spirituale — obiettivo fondamentale di tutte le religioni — dipende dal fatto che abbia ricevuto aiuto dalle persone che lo circondano, che sia stato incoraggiato e protetto da loro; naturalmente, anche le persone che lo circondano si aspettano da lui la stessa collaborazione. È proprio questa reciproca dipendenza degli uomini il motivo per cui la religione dell’Islam non può essere separata dall’economia e dalla politica. Sul cammino dello sviluppo della personalità reale dell’uomo, gli ostacoli devono essere ridotti al minimo e gli incoraggiamenti resi quanto più numerosi possibile. Questa, e nient’altro, è l’idea islamica del vero dovere della società! Ed è per questo che era del tutto naturale che il sistema al quale il Profeta Muhammad aveva dato forma nei ventitré anni della sua missione profetica non riguardasse soltanto le questioni spirituali, ma comprendesse anche una struttura per ogni genere di attività personale e sociale. In questo sistema non veniva esaltato soltanto il concetto della buona condotta individuale, ma veniva attribuita piena importanza anche all’idea della società armoniosa che dovrebbe nascere come conseguenza di tale buona condotta. Vi è delineata soltanto la struttura di una comunità politica — soltanto la struttura, perché i dettagli delle necessità politiche dell’uomo sono limitati dal tempo e perciò mutevoli — e vi è inoltre uno schema dei diritti individuali e delle responsabilità sociali, nel quale la realtà dell’evoluzione storica è stata correttamente prevista. Il modo di vita islamico abbraccia ogni aspetto dell’esistenza: morale e fisico, individuale e sociale. Negli insegnamenti del Messaggero, ai problemi del corpo e della mente, alle questioni sessuali ed economiche, è stato assegnato il loro giusto posto accanto ai problemi della teologia e del culto; e nulla di ciò che riguarda la vita è mai stato considerato così insignificante da non poter essere incluso nell’ambito del pensiero religioso — nemmeno questioni puramente mondane come il commercio, l’eredità, i diritti di proprietà o il possesso della terra!
Tutte le disposizioni della legge islamica sono state concepite per garantire pari opportunità, benefici e benessere a tutti i membri della società, senza distinzione di nascita, razza o sesso e indipendentemente dalla fedeltà sociale. Non vi erano privilegi né vantaggi riservati al fondatore di questa società o ai suoi discendenti. E non esisteva il concetto di classe. Tutti i diritti, doveri e benefici si applicavano allo stesso modo a tutti coloro che credono nell’Islam. Non c’è bisogno di alcun sacerdote che faccia da intermediario tra Allah e gli uomini, poiché Egli sa ciò che hanno davanti e ciò che nascondono dietro di sé. La fedeltà è dovuta soltanto ad Allah e al Suo Messaggero, ai propri genitori e alla società il cui obiettivo è instaurare sulla terra il regno di Allah. L’Islam non riconosce alcuna fedeltà verso altri, né lascia spazio a forme di fedeltà espresse in frasi come: «Che il mio Paese abbia torto o ragione, è pur sempre il mio Paese», oppure: «La mia nazione ha sempre ragione». Nell’illustrare questo principio, il Profeta ha detto molto chiaramente e in più occasioni: «Non è della mia umma chi proclama obiettivi di parte tribali; non è della mia umma chi combatte per interessi di parte tribali; e non è della mia umma chi muore per il tribalismo».
Prima dell’Islam, tutte le organizzazioni politiche — comprese quelle fondate su basi teocratiche o semiteocratiche — erano limitate dalla concezione ristretta della tribù e dell’omogeneità tribale. Così, i re divini dell’antico Egitto non pensavano a nulla oltre i confini della valle del Nilo e dei suoi abitanti; e, anche nel primo Stato teocratico degli Ebrei, quando si riteneva che fosse Allah a governare il regno, Allah era inevitabilmente l’Allah dei Figli d’Israele! Al contrario, nel quadro del pensiero coranico non c’è posto per la fedeltà alla nascita o alla tribù. L’Islam concepisce una società statale autosufficiente che rifiuta le tradizionali divisioni tribali e nazionali. Sotto questo aspetto, l’Islam e il cristianesimo perseguono lo stesso obiettivo; si può dire che entrambi intendano formare una comunità internazionale fondata sulla fedeltà a un ideale comune. Ma mentre il cristianesimo si è accontentato di sostenere moralmente questo principio e, esortando i suoi seguaci a dare a Cesare ciò che gli spetta, ha limitato l’appello universale della propria religione al solo ambito spirituale, l’Islam ha presentato al mondo il sogno di un’organizzazione politica nella quale la coscienza divina sarebbe stata la chiave principale della condotta pratica degli uomini e l’unico fondamento di tutte le istituzioni sociali.
In questo modo, completando ciò che il cristianesimo aveva lasciato incompiuto, l’Islam aggiunge un nuovo capitolo allo sviluppo dell’umanità: il primo esempio di una società libera fondata su un ideale, in contrasto con le società chiuse del passato, limitate dalla razza o dalla geografia.
L’Islam concepisce e crea una civiltà nella quale non c’è posto per il nazionalismo, né per interessi costituiti, divisioni di classe, una Chiesa con un ceto sacerdotale o un’aristocrazia ereditaria. In realtà, nell’Islam non esiste alcun ceto ereditario. L’obiettivo era instaurare una teocrazia orientata verso Allah e una democrazia tra gli uomini. La caratteristica più importante di questa nuova civiltà — ciò che ha distinto completamente l’Islam da tutti gli altri movimenti della storia umana — è il fatto che essa fu concepita per sorgere sulla base del libero consenso dei popoli coinvolti e che, in pratica, nacque proprio da tale libero consenso. In tutte le altre comunità e civiltà conosciute dalla storia, il progresso sociale è scaturito dalla pressione di interessi contrapposti e da pressioni reciproche; nell’Islam, invece, non è così. Qui il progresso della società è parte integrante di una costituzione fondamentale; in altre parole, alla sua base esiste un vero contratto sociale: non come semplice retorica alla quale i detentori del potere delle epoche successive ricorsero per proteggere i propri privilegi, ma come autentica fonte storica della civiltà islamica. Il Corano dice:
Vedete, Allah ha acquistato dai credenti le loro vite e i loro beni, dando loro in cambio la promessa del Paradiso. Gioite dunque per ciò che avete acquistato, perché questo è davvero un successo immenso.
Sapevo che questo grande successo — l’unico esempio di un autentico contratto sociale mai registrato nella storia — era stato realizzato nella pratica soltanto per un certo periodo. O, si potrebbe anche dire, che soltanto per un certo periodo si era tentato in modo ampio di realizzarlo concretamente. In meno di un secolo dopo la morte del Messaggero, la forma originaria dello Stato islamico cominciò a corrompersi e, nei secoli successivi, il programma fondamentale fu gradualmente relegato sullo sfondo. Il conflitto dinastico per il potere prese il posto del libero consenso di uomini e donne liberi. La monarchia ereditaria, tanto contraria al pensiero religioso dell’Islam quanto il politeismo, e altrettanto contraria alla concezione politica islamica, occupò ben presto la scena; e con essa arrivarono i conflitti e gli intrighi fra le diverse dinastie, le lealtà tribali e le concezioni del bene e del male, la violenza e la degradazione generale della religione al livello di serva del potere politico. In breve, comparve l’intero schieramento dei «portatori degli interessi costituiti», ben noto alla storia. Per un certo periodo, grandi pensatori islamici cercarono di salvare il vero ideale dell’Islam dalle deformazioni e di tenerlo alto, ma coloro che vennero dopo di loro, inferiori per talento, due o tre secoli più tardi scomparvero nella palude stagnante delle consuetudini intellettuali ordinarie. Rinunciarono alla responsabilità di pensare con la propria testa e si accontentarono di ripetere le formule ormai morte delle epoche precedenti. Dimenticarono che ogni «opinione» umana è limitata dal tempo, lascia spazio all’errore e, proprio per questo, ha continuamente bisogno di essere riformulata. L’impulso originario dell’Islam, così potente e impetuoso all’inizio, fu sufficiente per condurre per un certo periodo la comunità politica musulmana a grandi altezze nel campo della cultura, in quel luminoso mondo di sogni fatto di conquiste scientifiche, letterarie e artistiche che gli storici descrivono come l’età d’oro dell’Islam. Ma nel giro di pochi altri secoli anche questo slancio e questo impulso morirono per mancanza di nutrimento spirituale, e la civiltà musulmana divenne sempre più stagnante e priva di creatività.
. .. .. . .. . .. .
Non avevo alcuna incertezza riguardo alla mia concezione della situazione attuale del mondo musulmano. Durante i quattro anni trascorsi in quei Paesi, avevo visto che, sebbene l’Islam fosse ancora vivo — visibile nel modo particolare in cui i suoi seguaci guardano al mondo e nella loro tacita accettazione dei principi dei doveri morali dell’Islam — essi stessi erano proprio come coloro che avevano fallito nel rendere operante il progetto dell’Islam. Più che dal fallimento degli attuali musulmani nell’attuare quel progetto, ero attratto dalla forza e dalle possibilità insite nello schema stesso. Per me era sufficiente sapere che, proprio all’inizio della storia dell’Islam, era stato compiuto, anche se solo per breve tempo, un tentativo riuscito di trasformare quello schema in realtà. E ciò che un tempo era sembrato possibile poteva forse diventare realmente possibile anche in un altro tempo. Mi dicevo: che importa se i musulmani si sono allontanati dagli insegnamenti fondamentali e sono sprofondati nella pigrizia e nell’ignoranza? E che importa se non vivono secondo l’ideale che il Profeta d’Arabia aveva posto davanti a loro tredici secoli fa, se quell’ideale stesso è ancora aperto a tutti coloro che desiderano sinceramente ascoltare il suo messaggio?
E può anche darsi, pensavo tra me e me, che per coloro che sono venuti dopo il bisogno di questo messaggio sia necessariamente ancora maggiore che per la gente dell’epoca di Muhammad. Essi vivevano in un ambiente molto più semplice del nostro e, per questo, la soluzione dei loro problemi e delle loro difficoltà era molto più facile. Il mondo in cui vivo è completamente instabile, perché non vi è accordo su ciò che è bene e ciò che è male, né sul piano spirituale né, di conseguenza, su quello sociale ed economico. Non credevo che l’individuo avesse bisogno della «salvezza»; credevo però fermamente che la società moderna avesse bisogno di essere salvata. Con una certezza crescente, più che in qualsiasi epoca precedente, sentivo che il nostro tempo aveva bisogno di una base filosofica per un nuovo contratto sociale: aveva bisogno di una fede che ci rivelasse il vuoto del progresso materiale perseguito per il solo progresso e che, al tempo stesso, rendesse giustizia alla vita terrena; una fede che ci insegnasse come stabilire un equilibrio tra i bisogni spirituali e quelli fisici e che così ci salvasse dalla catastrofe verso la quale ci stavamo dirigendo con tanta sconsideratezza.
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Non sarebbe un’esagerazione dire che, in quel periodo della mia vita, il problema dell’Islam — allora era davvero un problema per me — aveva occupato la mia mente, oscurando ogni altra cosa. In quel momento la mia attenzione si era concentrata sulle sue fasi iniziali, quando non era altro che un’attrazione intellettuale per un ideale e una cultura sconosciuti, forse affascinanti. Ma ormai si era trasformata in un’appassionata ricerca della verità. Al confronto con questa ricerca, persino l’eccitazione delle avventure del viaggio compiuto nei due anni precedenti divenne insignificante; di conseguenza, mi risultò difficile concentrarmi sulla stesura del nuovo libro che il direttore della Frankfurter Zeitung aveva ragionevolmente atteso da me.
Il dottor Simon aveva inizialmente considerato con indulgenza la mia evidente procrastinazione nella stesura del libro. Dopotutto, ero appena tornato da un lungo viaggio e avevo diritto a una qualche forma di vacanza. Anche il mio recente matrimonio rendeva necessario un certo allontanamento dalla routine della scrittura. Ma quando questa vacanza e questo riposo cominciarono a protrarsi oltre ciò che il dottor Simon riteneva ragionevole, disse che era tempo per me di tornare nel mondo dei mortali. Guardando indietro, mi sembra che fosse molto ragionevole; ma allora mi apparve sotto una luce diversa. Le sue frequenti e insistenti domande sul «libro» produssero un effetto opposto a quello che sperava: ebbi la sensazione che mi fosse stato imposto un peso. Di conseguenza, cominciai a sentirmi infastidito ogni volta che pensavo al libro. Ero ancora più occupato da ciò che dovevo scoprire che dal descrivere ciò che avevo visto fino ad allora.
Alla fine il dottor Simon, esasperato, osservò bruscamente: «Non credo che riuscirai mai a scrivere questo libro. Soffri di “horror libri”.»
Gli risposi, come se fossi stato punto: «La mia malattia potrebbe essere qualcosa di ancora più grave. Forse soffro di “horror scribendi”.»
«Bene, se è questa la tua malattia», ribatté immediatamente, «pensi davvero che la Frankfurter Zeitung sia il posto adatto a te?» Le parole si susseguirono e il nostro disaccordo si trasformò gradualmente in un litigio. Quel giorno stesso diedi le dimissioni dalla Frankfurter Zeitung e, una settimana dopo, partii con Elsa alla volta di Berlino.
Naturalmente, non avevo intenzione di abbandonare il giornalismo. Perché, anche a prescindere dal sostentamento agiato e dalla soddisfazione che la scrittura mi aveva procurato, e che quel «libro» aveva temporaneamente compromesso, essa era l’unico mezzo per tornare nel mondo musulmano. E io volevo tornarvi a qualunque costo. Ma, data la fama che avevo acquisito nei quattro anni precedenti, non mi fu difficile stabilire nuovi rapporti con dei giornali. Dopo aver interrotto i miei rapporti con la Frankfurter Zeitung, conclusi accordi molto soddisfacenti con altri tre quotidiani: la Neue Zürcher Zeitung di Zurigo, il Telegraaf di Amsterdam e la Kölnische Zeitung di Colonia. D’ora in poi, i miei articoli sul Medio Oriente sarebbero stati pubblicati simultaneamente su tutti e tre questi giornali. Sebbene non fossero paragonabili alla Frankfurter Zeitung, appartenevano ai più importanti quotidiani d’Europa.
Per qualche tempo io ed Elsa prendemmo casa a Berlino. Il mio proposito era completare lì il ciclo delle mie conferenze all’«Accademia di geopolitica» e continuare i miei studi sull’Islam.
I miei ex amici scrittori furono felici di rivedermi. Ma, quando ero partito per il Medio Oriente, non fu affatto facile riprendere i nostri rapporti dal punto esatto in cui li avevamo lasciati. Eravamo diventati degli estranei; non parlavamo più il linguaggio intellettuale di un tempo. Soprattutto, da nessuno dei miei amici ricevetti una comprensione benevola per il mio interesse assorbente per l’Islam. Quando cercai di spiegare loro che, come concezione intellettuale e sociale, l’Islam era superiore a qualsiasi altra ideologia, tutti, si può dire senza eccezioni, scossero la testa con stupore e smarrimento. Anche quando talvolta riconoscevano la razionalità dell’una o dell’altra proposta dell’Islam, la maggior parte di loro sosteneva che le antiche religioni appartenevano al passato e che il nostro tempo esigeva una nuova visione «umanistica». Persino coloro che non respingevano in blocco ogni legittimità della religione istituzionale non erano affatto disposti ad abbandonare l’atteggiamento comune degli occidentali, secondo cui nell’Islam mancava quel «misticismo» che gli esseri umani hanno il diritto di aspettarsi dalla religione, proprio perché esso era apertamente legato alle realtà terrene.
Rimasi piuttosto stupito nello scoprire che proprio quell’aspetto dell’Islam che mi aveva attratto più di ogni altro, vale a dire il fatto di non separare le verità fisiche da quelle spirituali e l’insistenza sulla ragione come via alla fede, suscitava ben poco interesse nei cuori di quegli intellettuali che, sotto altri aspetti, erano soliti sostenere che la ragione esercitasse nella vita un’influenza preponderante. Soltanto quando si trattava di religione si ritraevano con tanta facilità dal loro consueto atteggiamento razionalista e realistico. A questo proposito non vedevo alcuna differenza tra i miei pochi amici devoti alla religione e coloro che non erano disposti a considerarla qualcosa di più di una tradizione logora.
Dopo un po’ compresi, tuttavia, dove risiedesse il loro dilemma. Cominciai a capire che, agli occhi di coloro che erano cresciuti in un ambiente cristiano — in una tradizione che poneva l’accento sul «soprannaturale» come elemento essenziale di ogni autentica esperienza religiosa — una religione dalla prospettiva fortemente razionalista sembrava deviare dal valore spirituale. Questo atteggiamento non era limitato ai cristiani credenti: a causa della secolare convivenza dell’Europa con il cristianesimo, senza entrare in contatto con nessun’altra religione, persino gli europei scettici avevano imparato inconsciamente a guardare ogni esperienza religiosa attraverso la lente delle concezioni cristiane. E consideravano un’esperienza religiosa «vera» soltanto quando era accompagnata dal brivido supplementare di una timorosa devozione divina davanti a qualcosa di occulto e inconoscibile per la ragione. L’Islam non soddisfa questa esigenza: insiste sulla conciliazione degli aspetti fisici e spirituali della vita su un piano del tutto naturale. In realtà, la visione del mondo islamica è così diversa da quella cristiana che, accettando la verità dell’una, inevitabilmente sorgono interrogativi sulla verità dell’altra, poiché quasi tutte le concezioni morali dell’Occidente si fondano sulla visione cristiana del mondo.
Quanto a me, sentivo di essere spinto verso l’Islam. Ma un’ultima esitazione mi costrinse a rimandare il passo definitivo e irreversibile. L’idea di accettare l’Islam mi parve il tentativo di salire su un ponte sospeso sopra il vuoto tra due mondi diversi: un ponte così lungo che, prima che l’altra estremità diventasse visibile, avrei dovuto raggiungere un punto dal quale non sarebbe più stato possibile tornare indietro. Sapevo fin troppo bene che, se fossi diventato musulmano, avrei dovuto recidere ogni legame con il mondo nel quale ero cresciuto. Non era possibile alcuna alternativa. Non era possibile seguire veramente il messaggio di Muhammad e, nello stesso tempo, mantenere un legame interiore con una società governata da concezioni completamente opposte. Ma l’Islam era davvero un messaggio proveniente da Allah, oppure soltanto la saggezza umana di un uomo grande, ma soggetto all’errore e alle imperfezioni…?
Un giorno, nel settembre del 1926, io ed Elsa viaggiavamo sulla metropolitana di Berlino. Eravamo in una carrozza di prima classe. Il mio sguardo distratto cadde su un uomo seduto proprio di fronte a me, vestito con eleganza: era chiaramente un ricco uomo d’affari; accanto a lui c’era una splendida valigetta e alla mano destra portava un grande anello di diamanti. Mi venne in mente l’oziosa riflessione che il volto di quell’uomo corpulento si adattava perfettamente al quadro della prosperità che in quei giorni si poteva vedere ovunque nell’Europa centrale: una prosperità resa ancora più evidente dal fatto che era arrivata dopo alcuni anni di inflazione, quando l’intera vita economica era stata sconvolta e aveva assunto un aspetto uniforme e sgradevole. A quel tempo quasi tutti si vestivano bene e mangiavano in abbondanza, e perciò l’uomo di fronte a me non mi sembrò un’eccezione. Ma quando gli guardai il volto, mi parve di guardare un volto felice. Mi sembrò che l’uomo fosse preoccupato, e non soltanto preoccupato, ma profondamente infelice; i suoi due occhi fissavano davanti a sé con uno sguardo assente e gli angoli della bocca erano contratti dal dolore, benché non da un dolore fisico. Non volevo essere scortese. Distolsi quindi lo sguardo e subito dopo vidi una donna, dall’aspetto elegante e molto bella. Anche sul suo volto appariva una strana espressione d’infelicità, come se stesse pensando a qualcosa o vivendo qualcosa che le causava sofferenza. Eppure il suo volto rimaneva impassibile, come immerso in un sorriso fisso; non avevo dubbi che per quella ragazza fosse una condizione abituale. Poi mi voltai e cominciai a osservare i volti di tutti gli altri passeggeri della carrozza: senza eccezione, erano tutti volti di persone vestite con abiti costosi e che mangiavano a sazietà; e nella maggior parte di loro vidi un’espressione di tristezza, così nascosta che sembrava che il proprietario di quel volto ne fosse del tutto inconsapevole.
Davvero, penso che sia una cosa strana. Non avevo mai visto prima, intorno a me, tanti volti infelici, oppure forse non avevo mai cercato ciò che ora si esprimeva con tanta forza attraverso di loro. L’idea divenne così intensa che ne parlai a Elsa. Anche lei cominciò a guardarsi intorno, con gli occhi vigili di una pittrice abituata a leggere i volti delle persone. Poi si voltò verso di me, stupita, e disse: «Hai proprio ragione: tutti guardano in questo modo, come se stessero soffrendo le pene dell’Inferno. Mi chiedo con stupore: si rendono conto di ciò che sta accadendo dentro di loro?»
So che non se ne rendono conto. Se lo sapessero, non potrebbero continuare a sprecare la vita nel modo in cui fanno. Credendo in verità obbligatorie, senza avere nella vita altro scopo al di fuori del desiderio di migliorare il proprio tenore di vita, senza altra speranza che quella di procurarsi maggiori comodità materiali, strumenti più raffinati (gadget) e forse maggiore potere, non potrebbero ridurre così la propria vita a uno spreco—
Quando tornammo a casa, il mio sguardo cadde all’improvviso sulla scrivania, sulla quale era aperto un esemplare del Corano che stavo leggendo. Meccanicamente presi il Corano per riporlo. Ma quando stavo per chiuderlo, i miei occhi caddero sulla pagina aperta davanti a me e cominciai a leggere:
—Siete ossessionati dalla brama di avere sempre di più, sempre di più, finché non giungerete alle vostre tombe. No, non è così: lo saprete. No, non è così: certamente lo saprete; se lo sapeste con certezza, vedreste sicuramente che vi trovate nell’Inferno. Un giorno lo vedrete certamente con i vostri stessi occhi, e quel giorno vi sarà chiesto che cosa avete fatto dei benefici che vi erano stati concessi.
Per un momento rimasi senza parole; non riuscivo a pronunciare una parola. Mi sembrava che il libro tremasse nella mia mano. Poi lo porsi a Elsa: «Leggi. Non è forse questa la risposta a ciò che avevamo visto nella metropolitana?»
Sì, era proprio la risposta: una risposta così definitiva che, all’improvviso, ogni dubbio andò in frantumi. Ora compresi senza ombra di dubbio che il Libro che tenevo tra le mani era un Libro rivelato da Dio: perché, sebbene fosse stato presentato agli uomini più di milleduecento anni prima, vi era stata anticipata una realtà che poteva diventare vera soltanto nella nostra epoca complessa, meccanica e dominata da fantasie irreali.
La brama è sempre esistita nell’uomo; ma prima d’ora non aveva mai superato il semplice desiderio di accumulare oggetti, né era mai diventata una dipendenza capace di offuscare la vista su ogni altra cosa: un impulso irrefrenabile ad avere di più, a fare di più, a escogitare più astuzie, a essere oggi più di ieri e domani più di oggi. Un demone si è insediato sulle spalle degli uomini e li spinge a colpi di frusta nei loro cuori verso obiettivi che brillano lontano, ironicamente, e che, non appena vengono raggiunti, svaniscono nel nulla insignificante. Promette sempre che davanti vi sono nuovi obiettivi, obiettivi ancora più luminosi e più allettanti, finché non si trovano all’orizzonte; e quella fame, quella fame insaziabile di obiettivi sempre nuovi, divora l’anima degli uomini. No, se lo sapeste, vedreste l’Inferno nel quale vi trovate—
Mi resi conto che non si trattava semplicemente della saggezza umana di un uomo del remoto passato dell’Arabia. Per quanto egli fosse saggio, era assolutamente impossibile per un uomo simile prevedere con le proprie forze le sofferenze proprie del ventesimo secolo. Dal Corano risuonò una voce che proveniva dalla voce più grande e sublime di Muhammad…
Cinque
È calata l’oscurità sul cortile della Moschea del Profeta, interrotta qua e là soltanto da qualche luce proveniente dalle lampade a olio appese a lunghe catene tra le colonne degli archi. Lo Shaykh Abdullah Bulaïhid siede con il capo chino sul petto e gli occhi chiusi. Chi non lo conoscesse potrebbe pensare che si sia addormentato; ma io so che ascolta il mio racconto con profonda concentrazione e cerca di confrontarlo con il modello della sua vasta esperienza degli uomini e dei loro cuori. Dopo molto tempo solleva la testa, apre gli occhi e guarda:
—E poi? Che cosa facesti allora?
—Ciò che era naturale e inevitabile, Shaykh. Cercai e trovai un mio amico musulmano. Era indiano e, a quel tempo, era il capo della piccola comunità musulmana di Berlino. Gli dissi: Voglio abbracciare l’Islam. Egli mi tese la mano destra, io posai la mia destra nella sua e, alla presenza di due testimoni, dichiarai: «Non c’è dio all’infuori di Allah e Muhammad è il Suo Messaggero» — attesto che non c’è alcuna divinità all’infuori di Allah e che Muhammad è il Suo Messaggero 1[Questa dichiarazione riguardante la fede è l’unico rito religioso obbligatorio per diventare musulmani. Nell’Islam, le parole «Messaggero» e «Profeta» possono essere usate l’una al posto dell’altra per i principali profeti, che portano ciascuno un nuovo messaggio, come Muhammad, Gesù, Mosè e Abramo]Dopo alcune settimane anche mia moglie abbracciò l’Islam.
—E che cosa disse allora la tua gente?
—Sì, non lo approvarono. Quando informai mio padre che ero diventato musulmano, non rispose nemmeno alla mia lettera. Dopo alcuni mesi mia sorella mi scrisse che mio padre mi considerava morto… Allora gli mandai un’altra lettera e gli assicurai che la mia conversione all’Islam non aveva cambiato il mio atteggiamento nei suoi confronti né il mio amore per lui. Anzi, l’Islam mi insegna ad amare e onorare mio padre e mia madre più di ogni altra persona. Ma anche a questa lettera non ricevetti risposta.»
—Tuo padre doveva essere certamente molto devoto alla sua religione…
—Non è così, Shaykh; non lo è, e questo è l’aspetto più sorprendente di tutta la storia. Credo che mi consideri un rinnegato — un apostata — non tanto dalla sua religione (perché la religione non lo ha mai trattenuto con particolare forza), quanto dalla società nella quale è cresciuto e dalla formazione alla quale è legato.»
-«E dopo, non lo hai più incontrato?»
-«No, subito dopo la nostra conversione all’Islam, io e mia moglie lasciammo l’Europa. Non ci era più possibile restarvi. E non vi sono mai più tornato»… 2[Nel 1935 i nostri rapporti ripresero, quando mio padre arrivò finalmente a comprendere le ragioni della mia conversione all’Islam e seppe anche rispettarle, benché non ci incontrassimo né ci vedessimo mai più। 1942 mantenemmo una regolare corrispondenza fino all’anno; proprio quell’anno i nazisti deportarono mio padre e mia sorella da Vienna, ed essi morirono in seguito nei campi di concentramento nazisti।
Jihad
Uno
Mentre uscivo dalla Moschea del Profeta, una mano afferrò una delle mie; mi voltai e mi trovai di fronte agli occhi benevoli e anziani di Sidi Muhammad al-Zubay, il capo dei Senussi.
-«Padre, quanto sono felice di rivederti dopo tanti mesi! Che le benedizioni di Allah siano riversate sui tuoi passi in questa città benedetta del Profeta…
Camminiamo lentamente, tenendoci per mano, lungo la strada lastricata di ciottoli che dalla moschea conduce al bazar principale. Sidi Muhammad, vestito della lunga veste che gli Arabi e i Berberi del Nord Africa portano insieme al turbante, è una persona molto conosciuta a Medina. Vive qui da alcuni anni. Mentre procediamo, molti ci fermano per salutarlo. Questi saluti sono dovuti non soltanto al rispetto per i suoi settant’anni, ma anche alla sua fama di leader della valorosa lotta per l’indipendenza della Libia.
-«Padre, voglio dirti che Sayyid Ahmad è a Medina. La sua salute non è buona. Sarà felicissimo di vederti. Quanto tempo resterai qui?»
—«Soltanto fino a dopodomani», rispondo, «ma non partirò certo senza aver visto Sayyid Ahmad. Andiamo da lui subito.»
—Non c’è uomo in tutta l’Arabia che io ami più di Sayyid Ahmad: perché non si potrebbe trovare nessuno che si sia sacrificato per un ideale in modo così totale e disinteressato come lui. È uno studioso e un guerriero. Ha dedicato tutta la sua vita alla rinascita spirituale della comunità musulmana e alla lotta per la sua libertà politica, poiché sa benissimo che non è possibile realizzare l’una escludendo l’altra. Con quanta chiarezza ricordo il mio primo incontro con Sayyid Ahmad alla Mecca, molti anni fa…
A nord della Città Santa si erge il monte Abu Qubays, centro di antichissime leggende e tradizioni. Inoltre, da dove sorge, come una corona, una piccola moschea imbiancata a calce con due bassi minareti, si gode una vista magnifica sulla valle della Mecca: proprio al suo fondo si trova la moschea quadrata della Kaʿba, mentre case variopinte e sparse, simili a scenografie teatrali, sembrano salire in ogni direzione lungo i nudi pendii rocciosi delle montagne. Subito sotto la vetta del monte Abu Qubays si trova una fila di edifici in pietra, sospesi sopra una stretta gola pianeggiante come un gruppo di nidi d’aquila: il centro meccano della Fratellanza Senussi. Il vecchio con cui qui incontro Sayyid Ahmad è famoso in tutto il mondo musulmano: il grande Senussi, Sayyid Ahmad. Qui è un esiliato. Dopo trent’anni di lotta e sette anni trascorsi a vagare tra il Mar Nero e le montagne dello Yemen, gli è stata preclusa ogni via per tornare in Cirenaica. Nessun altro nome aveva mai causato tante notti insonni ai governanti coloniali del Nord Africa. Nemmeno quello del grande ʿAbd al-Qādir dell’Algeria ottocentesca, né quello di ʿAbd al-Karīm del Marocco, che in tempi più recenti era stato una spina terribile nel fianco dei governanti francesi. Per quanto questi nomi siano indimenticabili per i musulmani, il loro significato era soltanto politico. La guida di Sayyid Ahmad e il suo ordine, invece, hanno operato per molti anni come un’immensa forza spirituale.
Mi presentò a lui il mio amico giavanese Haji Agus Salim. Haji Salim godeva del prestigio di un leader nella lotta per l’indipendenza politica che allora si combatteva in Indonesia. Era venuto alla Mecca per compiere il pellegrinaggio. Quando Sayyid Ahmad seppe che avevo abbracciato da poco l’Islam, mi tese la mano e disse con voce dolce:
—«Giovane fratello, benvenuto tra i tuoi fratelli…»
Guerriero inflessibile per la religione e la libertà, ormai avviato verso la vecchiaia, portava incisa sulla bella arcata delle sopracciglia l’impronta del dolore e della sofferenza. Il volto di Sayyid Ahmad, dai sensi acuti e dai lineamenti profondamente segnati dalla sofferenza, incorniciato da una rada barba bianca, era stanco. Le palpebre gli pendevano pesantemente sugli occhi, facendoli sembrare assonnati. Anche la sua voce era dolce e appesantita dal dolore e dalla tristezza. Ma di tanto in tanto in essa si accendeva all’improvviso l’entusiasmo; allora i suoi occhi si facevano scintillanti, e nella voce acuta si diffondevano lentamente grazia e vibrazioni musicali, mentre dalle pieghe del suo bianco choga si levava un braccio, come l’ala di un’aquila!
Era l’erede di un’idea e di una missione che, se fossero state tradotte in atto, avrebbero forse prodotto una rinascita dell’Islam moderno. Nonostante l’età e la malattia, e nonostante lo scopo della sua vita fosse stato vanificato, questo grande eroe del Nord Africa non aveva perduto il suo splendore. Aveva il diritto di non disperare. Sapeva che il desiderio di una rinascita religiosa e politica conforme al vero spirito dell’Islam — obiettivo del movimento Senussi — non avrebbe mai potuto essere cancellato dai cuori dei popoli musulmani.
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Il nonno di Sa’id Ahmad era il grande erudito algerino Muhammad ibn Ali as-Sanusi (il soprannome era tratto dalla tribù dei Banu Sanus, nella quale era nato), che nella prima metà di questo secolo aveva sognato una fratellanza islamica destinata un giorno a spianare la strada alla fondazione di un autentico Commonwealth islamico. Dopo aver viaggiato e studiato per molti anni in numerosi paesi arabi, Muhammad ibn Ali as-Sanusi fondò alla Mecca, sul monte Abu Qubays, la prima zawiya, o centro, dell’ordine; in breve tempo ottenne un gran numero di seguaci tra i beduini dell’Hegiaz. Tuttavia non rimase alla Mecca: tornò nell’Africa settentrionale e infine si stabilì permanentemente nell’oasi di Jaghbub, situata nel deserto tra la Cirenaica e l’Egitto. Da lì il suo messaggio si diffuse come un lampo in tutta la Libia e oltre i confini libici. Quando morì, nel 1859, i Senussi — nome con cui finirono per essere conosciuti tutti gli appartenenti all’ordine — controllavano un vasto territorio, che si estendeva dalle coste del Mediterraneo fino al cuore dell’Africa equatoriale e alla regione dei Tuareg nel Sahara algerino.
Naturalmente, la parola «Stato» non descrive perfettamente questa singolare creazione, poiché il grande Sanusi non aveva mai voluto istituire un dominio personale né per sé né per i suoi discendenti; il suo obiettivo era creare una base organizzativa per la rinascita morale, sociale e politica dell’Islam. Proprio in vista di questo obiettivo, non fece nulla per smantellare la tradizionale struttura tribale di quella regione. Non sfidò neppure la sovranità nominale del sultanato turco sulla Libia: continuò ad accettare il sultano turco come califfo dell’Islam. Dedicò tutti i suoi sforzi a educare i beduini agli insegnamenti fondamentali dell’Islam, dai quali in passato si erano allontanati, e a suscitare in loro quel senso di fratellanza che era l’obiettivo del Corano, ma che era in gran parte scomparso a causa dei secolari conflitti tribali. In tutta l’Africa settentrionale sorsero numerose zawiya; da esse la Sanusiyya portò il proprio messaggio alle tribù delle regioni più remote e, nel giro di pochi decenni, produsse un cambiamento quasi incredibile sia tra gli arabi sia tra i berberi. A poco a poco cessò l’anarchia intertribale del passato, e gli antichi guerrieri indisciplinati del deserto furono animati da uno spirito di reciproco aiuto, fino ad allora loro sconosciuto. Nelle zawiya i loro figli ricevettero un’istruzione non soltanto islamica, ma anche in molte arti pratiche e mestieri manuali, che i nomadi guerrieri avevano precedentemente disprezzato. Furono incoraggiati a scavare pozzi più numerosi e migliori nelle regioni rimaste sterili per centinaia di anni; sotto la guida dei Senussi, nel cuore del deserto grigio cominciarono a sorgere, distanti l’una dall’altra come punti sparsi, fiorenti comunità. Fu incoraggiato il commercio, e la pace e l’ordine portati dal sistema senussita resero possibile viaggiare anche in regioni nelle quali in passato nessuna carovana avrebbe potuto avanzare senza essere saccheggiata. In breve, l’influenza dell’ordine divenne un poderoso impulso alla civiltà e al progresso; d’altra parte, la loro inflessibile devozione religiosa elevò di gran lunga il livello morale di quella nuova società al di sopra di tutto ciò che gli abitanti di questa parte del mondo avevano sperimentato in passato. Quasi ogni individuo, tribù e capo tribale accettò volontariamente la guida spirituale del grande Sanusi; persino le autorità turche delle città costiere libiche si resero conto che, grazie alla guida morale dell’ordine, era diventato molto più facile per loro occuparsi delle tribù beduine un tempo «indomabili».
In questo modo, da un lato, l’ordine concentrò i propri sforzi fino a rendere quasi impossibile separarlo dalla capacità di autogoverno della popolazione locale. La forza dell’ordine senussita risiedeva nella sua capacità di liberare i semplici beduini, nelle questioni religiose, e i Tuareg dell’Africa settentrionale dal sterile formalismo rituale di un passato non lontano, di destare in loro il desiderio di vivere in autentica armonia con il messaggio dell’Islam e di infondere nei loro cuori la consapevolezza che tutti stavano lavorando per la libertà, la dignità umana e la fratellanza. Dai tempi del Profeta, in nessun luogo del mondo musulmano si era più visto un movimento di così vaste proporzioni che fosse giunto tanto vicino, tanto prossimo, a un modo di vita islamico quanto il movimento senussita!
Questa epoca pacifica andò in frantumi nell’ultimo quarto del XIX secolo, quando la Francia cominciò ad avanzare verso sud, dall’Algeria verso l’Africa equatoriale, occupando passo dopo passo i territori che fino ad allora erano stati indipendenti sotto la guida dell’ordine. Nel tentativo di difendere la loro libertà, il figlio e successore del fondatore del movimento, Muhammad al-Mahdi, fu costretto a impugnare la spada; e non gli fu mai più possibile rinfoderarla. Questa lunga lotta fu un autentico «jihad» islamico, una guerra di autodifesa, descritta nel Corano con queste parole:
Combattete sulla via di Allah contro coloro che combattono contro di voi; ma non siate voi aggressori, perché certamente Allah non ama gli aggressori… Combatteteli finché la persecuzione non sia stata eliminata e tutti gli uomini possano adorare Allah liberamente. Ma se desistono, cessi ogni ostilità…
Ma i francesi non desistettero. Portando sulle punte delle loro baionette la bandiera tricolore, penetrarono sempre più in profondità nei paesi musulmani.
Quando Muhammad al-Mahdi morì, nel 1902, suo nipote Sa’id Ahmad gli succedette alla guida dell’ordine. Dall’età di diciannove anni, durante la vita dello zio e in seguito, quando egli stesso divenne il grande Sanusi, continuò a combattere senza interruzione contro l’infiltrazione francese nella regione oggi chiamata Africa Equatoriale Francese. Quando gli italiani invasero la Tripolitania e la Cirenaica nel 1911, dovette condurre la guerra su due fronti. Questa nuova e maggiore pressione lo costrinse a rivolgere la sua attenzione principale verso nord. Al fianco dei turchi e, in seguito, da solo, dopo che i turchi abbandonarono la Libia, Sa’id Ahmad e i suoi mujahidin senussiti — così si chiamavano quei combattenti — condussero con successo la guerra contro gli invasori. Nonostante le armi superiori e la schiacciante superiorità numerica, gli italiani riuscirono a mantenere a malapena la loro presenza in poche città costiere!
La potenza britannica aveva ormai consolidato saldamente la propria posizione in Egitto! A quanto pare, non era particolarmente preoccupata nel vedere gli italiani estendere il loro potere nell’entroterra nordafricano. Per queste ragioni, a quel tempo la potenza britannica non era ostile ai Senussi. Questo atteggiamento neutrale era di estrema importanza per la confraternita senussa, poiché tutte le provviste dei «mujāhidīn» arrivavano dall’Egitto, dove quasi l’intera popolazione simpatizzava per loro. È molto probabile che, grazie a questa neutralità britannica, la Senussia sarebbe infine riuscita a espellere completamente gli italiani dalla Cirenaica. Ma nel 1915 la Turchia entrò nella Grande Guerra a fianco della Germania e il sultano ottomano, in quanto califfo dell’Islam, invitò il Grande Senussi ad attaccare le forze britanniche in Egitto e ad aiutare i turchi. Poiché il governo britannico era allora naturalmente più ansioso che mai di garantire la sicurezza delle proprie retrovie nei territori da esso controllati in Egitto, chiese a Sayyid Ahmad di mantenersi neutrale. In cambio di questa neutralità, era disposto a riconoscere politicamente la confraternita senussa della Libia; era persino pronto a lasciare ai Senussi alcune oasi egiziane del deserto occidentale.
Se Sayyid Ahmad avesse accettato questa proposta, avrebbe semplicemente seguito ciò che il buon senso indicava inequivocabilmente. Non nutriva una particolare lealtà verso la Turchia; perché era stata proprio la Turchia, pochi anni prima, a consegnare la Libia all’Italia, lasciando il solo Senussi a combattere contro gli italiani. La potenza britannica non aveva compiuto alcun atto ostile contro i Senussi; al contrario, aveva dato loro la possibilità di ricevere rifornimenti dall’Egitto, che era il loro unico mezzo per procurarseli. Inoltre, la jihad proclamata dal sultano ottomano su istigazione del ministero di Berlino non soddisfaceva certamente le condizioni stabilite nel Corano. I turchi non combattevano per autodifesa; si erano invece alleati con una potenza non musulmana in una guerra d’aggressione. Pertanto, tanto le considerazioni religiose quanto quelle politiche indicavano al Grande Senussi una sola linea d’azione: tenersi lontano da una guerra che non era la sua. Alcuni dei più influenti capi senussi — tra loro vi era il mio amico Sidi Muhammad az-Zubayr — consigliarono a Sayyid Ahmad di mantenersi neutrale. Ma il desiderio sublime, sebbene irrealistico, di proteggere il debole califfo dell’Islam prevalse sui dettami della ragione e lo indusse a prendere una decisione sbagliata. Si dichiarò a favore della Turchia e attaccò le forze britanniche nel deserto occidentale.
Questo conflitto di coscienza e le sue conseguenze nel corso degli eventi divennero ancora più tragici nel caso di Sayyid Ahmad, perché per lui non si trattava soltanto di una questione di guadagni o perdite personali; con ciò fu forse arrecato un danno irreparabile al grande obiettivo dell’intera sua vita, di quella delle due generazioni che lo avevano preceduto e di tutti i Senussi. Poiché lo conosco, non ho il minimo dubbio che il movente della sua azione fosse assolutamente disinteressato: il suo obiettivo era preservare la solidarietà del mondo musulmano. Ma ho altrettanto pochi dubbi che, dal punto di vista politico, non avrebbe mai potuto prendere una decisione peggiore. Proclamando la jihad contro la potenza britannica, sacrificò l’intero futuro della confraternita senussa, senza rendersene allora pienamente conto.
Da ciò fu costretto a continuare la guerra su tre fronti: a nord contro gli italiani, a sud-ovest contro i persiani e a est contro i britannici. All’inizio ottenne alcuni successi. Quando, incalzata dall’avanzata tedesco-turca verso il Canale di Suez, la potenza britannica si ritirò dalle oasi del deserto occidentale, Sayyid Ahmad le occupò immediatamente. Sotto il comando di Muhammad az-Zubayr — che, con la sua saggezza, si era opposto con tanta veemenza a questo tentativo — vari reparti di cavalleria mobile a dorso di cammello penetrarono fin nelle immediate vicinanze del Cairo. Ma proprio in quel momento il corso della guerra cambiò improvvisamente: l’impetuosa avanzata delle forze tedesco-turche fu arrestata nella valle del Sinai e l’offensiva si trasformò in una ritirata. Poco dopo, nel deserto occidentale, i britannici lanciarono un contrattacco contro le forze senusse, occuparono le oasi e i pozzi della regione di confine e tagliarono così l’unica via di rifornimento dei mujāhidīn. L’entroterra della Cirenaica non era da solo in grado di rifornire e mantenere in vita una popolazione impegnata in una guerra per la sopravvivenza; e i pochi sommergibili tedeschi e austriaci che giunsero portando armi e munizioni non offrirono un aiuto superiore a quello puramente simbolico.
Nel 1917 Sayyid Ahmad, su consiglio dei suoi consiglieri turchi, si recò a Istanbul a bordo di un sommergibile per organizzare un aiuto e un sostegno più efficaci. Ma, prima di partire, lasciò la guida della confraternita in Cirenaica a suo cugino Sayyid Muhammad al-Idris. *[Re di Libia dal 1952] Per temperamento più incline al compromesso di Sayyid Ahmad, Idris si affrettò a cercare un accordo con i britannici e gli italiani. I britannici, del resto, avevano fin dall’inizio mal sopportato questo conflitto con i Senussi. Perciò, senza esitazione, il governo italiano riconobbe ufficialmente Sayyid Idris come «emiro dei Senussi» per concludere la pace. Idris riuscì a mantenere fino al 1922 una traballante semi-indipendenza nell’entroterra della Cirenaica. Ma quando divenne chiaro che gli italiani non intendevano rispettare il loro accordo, bensì erano determinati a sottoporre l’intero paese al loro dominio, Sayyid Idris, per protestare contro ciò, lasciò l’Egitto all’inizio del 1923, affidando la guida dei Senussi a Umar al-Mukhtar, un seguace fedele e di lunga data. Subito dopo si verificò la prevedibile rottura dell’accordo e la guerra in Cirenaica ricominciò.
Nel frattempo, in Turchia Sayyid Ahmad cominciò a dover affrontare una delusione dopo l’altra. Il suo desiderio era tornare in Cirenaica non appena avesse raggiunto il suo obiettivo. Ma quell’obiettivo non fu mai raggiunto, perché, non appena entrò a Istanbul, cominciarono ogni sorta di strani complotti, a causa dei quali fu costretto a rimandare il ritorno, settimana dopo settimana e mese dopo mese. Divenne quasi chiaro ai suoi occhi che coloro che circondavano il Sultano non volevano davvero che i Senussi avessero successo e riportassero la vittoria. I Turchi nutrivano da sempre il timore che gli Arabi risvegliati tentassero di ristabilire la propria leadership nel mondo musulmano! La vittoria dei Senussi avrebbe inevitabilmente proclamato l’inizio di un simile risveglio nazionale e avrebbe reso il grande Senussi — la cui fama, anche in Turchia, era quasi leggendaria — l’indiscusso erede del califfato. Il fatto che egli non nutrisse alcuna ambizione del genere non riuscì a dissipare i sospetti dei più alti detentori del potere in Turchia; e, sebbene gli fossero tributati tutti gli onori, nel modo più consono alla sua dignità, Sayyid Ahmad fu trattenuto in Turchia con discrezione, ma in modo efficace. Quando nel 1918 il califfato ottomano crollò e, poco dopo, le potenze alleate occuparono Istanbul, per il suo irreale sogno di ritorno suonò la campana a morto e, al contempo, tutte le porte della Cirenaica si chiusero davanti a lui.
Ma l’impeto travolgente della sua ispirazione per la solidarietà musulmana non permise a Sayyid Ahmad di rimanere inattivo. Quando le potenze alleate stavano sbarcando a Istanbul, attraversò il confine e giunse in Asia Minore per unirsi a Kemal Atatürk, allora conosciuto soltanto come Mustafa Kemal, che aveva appena iniziato a organizzare la resistenza turca nell’interno dell’Anatolia.
Va ricordato che, all’inizio, la lotta intrapresa da Kemal in Turchia recava i segni stessi di una lotta islamica; e in quei giorni terribili fu soltanto l’entusiasmo religioso a dare alla nazione turca la capacità di combattere contro la potenza greca, di gran lunga superiore, che le potenze alleate sostenevano con tutte le loro risorse.
Per raggiungere il proprio obiettivo, Sayyid Ahmad mise al servizio dei Turchi le sue grandi capacità spirituali e morali e si affannò instancabilmente per le varie città e i villaggi dell’Anatolia; esortò il popolo a sostenere Mustafa Kemal, il «Gazi» o difensore della religione. Il contributo di questo sforzo del grande Senussi, e con esso lo splendore e il prestigio del suo nome, al successo del movimento kemalista tra i semplici contadini dell’Anatolia fu inestimabile; perché per quei contadini leali gli slogan nazionalisti non significavano nulla, mentre da generazioni credevano che sacrificare la vita per l’Islam fosse per loro motivo di gloria.
Ma anche qui il grande Senussi commise un errore di giudizio — non certo riguardo al popolo turco, poiché fu proprio il suo entusiasmo religioso a renderlo vittorioso contro un nemico molte volte più forte —. Senussi sbagliò nel valutare le intenzioni del capo del popolo turco. Infatti, non appena il «Gazi» ebbe riportato la vittoria, gli divenne evidente che vi era un’enorme distanza tra le sue vere intenzioni e le aspettative suscitate nel suo popolo. Atatürk fondava la sua rivoluzione sociale sull’Islam, rinnovato e animato da nuove energie vitali, in modo superfluo — persino dal punto di vista dello stesso Atatürk. Avrebbe infatti potuto facilmente raccogliere il poderoso entusiasmo religioso della sua nazione e impiegarlo per creare un’iniziativa attiva orientata al progresso. Avrebbe potuto farlo senza estirpare dalle loro radici tutto ciò che aveva dato forma alla loro cultura e li aveva resi una grande nazione.
Profondamente deluso dalle varie riforme anti-islamiche di Atatürk, Sayyid Ahmad si ritirò da ogni attività politica in Turchia e infine, nel 1923, partì per Damasco; sebbene fosse contrario alle varie politiche interne di Atatürk, anche lì cercò di convincere i Siriani a unirsi nuovamente alla Turchia, nell’interesse della solidarietà musulmana. Naturalmente, il governo mandatario francese cominciò a guardarlo con estrema diffidenza. Verso il 1924, quando i suoi amici vennero a sapere che il suo arresto era imminente, attraversò il deserto in automobile e giunse al confine del Najd; da lì partì per la Mecca, dove il re Ibn Saud lo accolse con sincera cordialità.
Due
— E come procedono le attività dei «Mujahidin», o Sidi Muhammad? — domando, perché è quasi un anno che non ricevo notizie dalla Cirenaica.
Il volto di Sidi Muhammad al-Zubay era incupito sotto la sua rotonda barba bianca: «Le notizie non sono buone, figliolo. La guerra è finita alcuni mesi fa. I mujahidin sono crollati. Hanno consumato anche l’ultimo proiettile. Ora, tra la nostra sventurata nazione e la furia dei suoi oppressori, non rimane che la misericordia di Allah…
«E che notizie ci sono di Sayyid Idris?»
«Sayyid Idris?» risponde Sidi Muhammad con un sospiro. «Sayyid Idris è ancora in Egitto, in attesa impotente — in attesa di che cosa? —. È un uomo davvero buono, che Allah abbia misericordia di lui, ma non è un guerriero. Viveva in mezzo ai suoi libri: la spada non si adatta molto bene alla sua mano…
«Ma Omar al-Mukhtar — lui certamente non si è arreso? Era andato in Egitto?»
Sidi Muhammad si ferma sul sentiero e mi guarda con stupore, senza battere ciglio: «Omar…? Allora questo… non l’hai sentito?»
«Che cosa non ho sentito?»
«Figliolo», dice con dolcezza, «Sidi Omar, che Allah abbia misericordia di lui, è morto ormai da quasi un anno…»
Omar al-Mukhtar è morto… Il leone della Cirenaica, che, pur avendo più di settant’anni, non aveva potuto fare a meno di continuare a combattere fino all’ultimo istante per la libertà del suo paese… È morto… Per dieci lunghi anni… dieci anni terribili, era stato l’anima della resistenza della sua nazione, il suo spirito contro ostacoli che non lasciavano speranza di vittoria, contro forze italiane dieci volte superiori al suo esercito… Forze italiane equipaggiate con le armi più moderne, autoblindo, aerei e cannoni, mentre Omar e i suoi mujahidin, mezzi affamati, non avevano nulla se non fucili e alcuni cavalli, con cui dovette combattere una disperata guerra di guerriglia in un paese trasformato in un immenso campo di prigionia…
La mia stessa voce mi diventa difficile da credere quando dico: «Da un anno e mezzo, dal mio ritorno dalla Cirenaica, ho saputo in ogni momento che la distruzione di lui e dei suoi sostenitori era certa. Quanto avevo cercato di convincerlo a ritirarsi in Egitto con quelli dei suoi mujahidin che erano sopravvissuti, affinché potesse vivere tra la sua gente… E con quale calma egli aveva respinto i miei tentativi di persuaderlo, pur sapendo con assoluta certezza che a Cirenaica lo attendeva nient’altro che la morte, la morte. E ora, dopo cento battaglie, quella morte tanto attesa lo ha infine raggiunto… Ma ditemi: quando è caduto?»
Muhammad al-Zubay scuote lentamente la testa e, quando usciamo dalla stretta strada del mercato nella piazza aperta e buia di al-Manakha, mi dice:
—«Non è morto in battaglia: fu catturato vivo e subito dopo gli italiani lo uccisero… Lo impiccarono come un comune ladro…»
—«Ma come hanno potuto farlo?» domando con voce attonita. «Neppure Graziani avrebbe osato compiere un’azione tanto orribile!»
—«E invece è stato proprio lui, proprio lui» risponde con un sorriso carico d’ironia. «Il generale Graziani in persona ordinò di impiccarlo e ucciderlo. Sidi Umar e i suoi venticinque compagni si trovavano nel cuore del territorio occupato dagli italiani quando decisero di recarsi in visita al mausoleo di Sidi Rafi, un Compagno del Messaggero. Il mausoleo era vicino. In qualche modo gli italiani vennero a sapere della loro presenza e chiusero entrambi i lati della valle con un gran numero di uomini. Non c’era più alcuna via di fuga. Sidi Umar e i mujahidin combatterono per difendersi; alla fine rimasero vivi soltanto lui e due dei suoi compagni. Infine, il cavallo che cavalcava fu colpito a morte dai proiettili nemici e, non appena l’animale cadde, anche lui rotolò a terra. Ma il vecchio leone continuò a sparare, imbracciando il fucile. A un certo punto un proiettile gli frantumò un braccio; allora continuò a sparare con l’altro, ma alla fine finirono anche le munizioni. Allora lo catturarono, lo legarono e lo condussero a Suluk. Là fu portato davanti al generale Graziani. Questi gli chiese: “Che cosa dirai se il governo italiano, nella sua magnanima clemenza, ti permettesse di vivere? Sei disposto a promettere che trascorrerai pacificamente il resto dei tuoi anni?” Ma Sidi Umar rispose: “Non cesserò di combattere contro la tua gente e contro di te finché non avrete lasciato il paese o io non avrò lasciato questa vita. Giuro nel nome di Colui che conosce ciò che è nei cuori degli uomini, e te lo dico: se in questo momento non avessi le mani legate, combatterei contro di te a mani nude, sebbene sia vecchio e distrutto…”»
A ciò il generale Graziani scoppiò in una fragorosa risata e ordinò che Sidi Umar fosse impiccato e ucciso nel mercato di Suluk. Essi eseguirono l’ordine. E le migliaia di uomini e donne musulmani tenuti prigionieri nelle diverse tende furono radunate e condotte come mandrie di buoi e pecore, costrette ad assistere alla morte del loro capo sul patibolo… 1[Questa eroica impresa degli italiani ebbe luogo il 16 settembre 1931।]
Tre
Allora Muhammad al-Zubay e io ci dirigiamo tenendoci per mano verso la zawiya senussita, cioè il luogo religioso. Sulla vasta piazza si è stesa l’oscurità. Ci siamo lasciati alle spalle il frastuono del mercato. La sabbia cede sotto le nostre sandali. Qua e là si vedono gruppi di cammelli da carico che riposano; lontano, sul margine della piazza, una fila di case appare indistinta sullo sfondo del cielo notturno coperto di nuvole. Questa scena mi ricorda il margine di una foresta remota, quelle foreste di ginepri dell’altopiano della Cirenaica dove incontrai per la prima volta Sidi Umar al-Mukhtar; e il ricordo di quella spedizione infruttuosa riaffiora nel mio petto con tutta la struggente poesia dell’oscurità, del pericolo e della morte. Vedo il volto serio e malinconico di Sidi Umar chinato su un piccolo fuoco morente e odo la sua voce grave e spezzata: “Dobbiamo combattere per la nostra religione e per la nostra libertà finché non avremo cacciato gli invasori o non saremo morti noi stessi… Non abbiamo altra scelta…”»
.. . .. . .. .
Questa fu una missione straordinaria, che mi condusse in Cirenaica alla fine di gennaio del 1931. Alcuni mesi prima — per essere precisi, nell’autunno del 1930 — il Grande Senussi era venuto a Medina. Trascorsi ore e ore in sua compagnia e in quella di Muhammad al-Zubayr, discutendo della gravissima crisi dei mujahidin che continuavano la lotta in Cirenaica sotto la guida di Umar al-Mukhtar. Era evidente che, se non avessero ricevuto rapidamente un aiuto efficace dal mondo esterno, non sarebbero riusciti a resistere ancora a lungo.
La situazione in Cirenaica era più o meno questa: tutte le città costiere e alcuni luoghi nella zona settentrionale del Jabal Akhdar — quella che viene chiamata la «Montagna Verde» della Cirenaica centrale — erano sottoposti al rigido controllo degli italiani. Negli spazi tra queste località fortificate pattugliavano incessantemente autoblindo e numerosi reparti di fanteria, costituiti per la maggior parte da askari o ascari eritrei; a sostegno di loro, uno squadrone di aerei volava frequentemente sopra le campagne. Per i beduini (che costituivano il nucleo principale della forza di resistenza senussita) era assolutamente impossibile spostarsi senza essere immediatamente avvistati dal nemico e senza subire attacchi aerei. Accadeva spesso che un aereo da ricognizione trasmettesse via radio al posto più vicino la notizia dell’esistenza delle tende di una tribù beduina; mentre le mitragliatrici dell’aereo non davano loro il tempo di disperdersi, alcune autoblindo arrivavano di corsa, attraversando tende, cammelli e persone, uccidendo indiscriminatamente tutto ciò che trovavano a portata di tiro — donne, uomini, bambini e animali — e i pochi esseri umani e animali rimasti vivi venivano radunati in un unico luogo e deportati verso nord, come mandrie di bovini e pecore, entro la grande recinzione di filo spinato che gli italiani avevano eretto lungo la costa. Verso la fine del 1930, avevano ammassato in uno spazio così ristretto circa ottantamila beduini, insieme a diverse centinaia di migliaia di bovini, pecore e cammelli, in un luogo che non disponeva di provviste nemmeno per un quarto di quel numero. Di conseguenza, il tasso di mortalità tra uomini e animali fu spaventoso. Inoltre, gli italiani stavano costruendo una barriera di filo spinato dalla costa verso sud, in direzione di Giarabub, lungo il confine egiziano. La valorosa tribù dei Maghariba, sotto la guida del suo invincibile capo al-Ataybis — il braccio destro di Umar al-Mukhtar — continuava tuttavia a opporsi senza cedere al nemico nei pressi della costa occidentale della Cirenaica. Ma la maggior parte delle tribù aveva già ceduto di fronte alla schiacciante superiorità numerica e all’armamento più avanzato degli italiani. Ancora più a sud, nel cuore del territorio, la tribù degli Zuwaiya, guidata dal novantenne Abu Karaim, continuava a combattere il jihad fino alla morte, anche dopo aver perso l’oasi di Jalu, il centro della propria tribù. Nell’interno, i beduini morivano a migliaia di fame e di malattie.
Il numero massimo di uomini che si potevano radunare in una sola volta per combattere al fianco di Sidi Umar era di poco superiore al migliaio. Naturalmente, ciò non era dovuto alla mancanza di uomini. Nel tipo di guerra guerrigliera condotta dai mujahidin non era conveniente operare in grandi gruppi di combattenti. Al contrario, questo genere di guerra dipendeva dalla rapidità e dalla mobilità di piccoli gruppi capaci di colpire, che sarebbero apparsi all’improvviso dal nulla per assalire una formazione italiana o una base lontana e impadronirsi delle sue armi. Poi sarebbero scomparsi senza lasciare traccia nelle fitte foreste di ginepro dell’altopiano cirenaico e nelle aspre vallate, alte e basse, dei letti prosciugati dei fiumi. Era evidente che, per quanto audaci fossero e per quanto considerassero la vita e la morte come loro servitrici, questi piccoli gruppi non avrebbero mai potuto ottenere una vittoria decisiva su un nemico dotato di risorse quasi inesauribili in termini di popolazione e armamenti. La questione, dunque, era come accrescere la forza dei mujahidin, affinché non fossero soltanto capaci di infliggere danni al nemico con attacchi isolati contro gli invasori, ma anche di conquistare le posizioni saldamente occupate dal nemico e di mantenerle sotto il proprio controllo contro nuovi attacchi.
L’aumento della forza senussita dipendeva da diversi fattori: predisporre un sistema che consentisse l’arrivo regolare dall’Egitto dei viveri più necessari; procurarsi armi per contrastare la devastazione letale provocata dagli aerei e dalle autoblindo, in particolare fucili anticarro e artiglieria pesante; disporre di personale tecnicamente addestrato all’uso di tali armi e addestrare i mujahidin a impiegarle; infine, istituire un sistema affidabile di comunicazioni radio tra i vari gruppi di mujahidin della Cirenaica e depositi clandestini di rifornimenti all’interno del territorio egiziano!
Per quasi una settimana, sera dopo sera, il Grande Senussi, Sidi Muhammad, e io sedevamo insieme a discutere di ciò che si poteva fare. Sidi Muhammad disse che, anche se di tanto in tanto si fosse riusciti a rafforzare le forze dei mujahidin in Cirenaica, ciò non avrebbe risolto il problema. Egli riteneva che si dovesse nuovamente trasformare l’oasi di Kufra, molto a sud nel deserto libico, nel centro di tutte le guerre future. Kufra, infatti, era ancora molto al di là della portata dell’esercito italiano. Inoltre, Kufra era stata il quartier generale della tariqa senussita sotto la guida di Sayyid Ahmad. Kufra si trovava sulla rotta diretta — benché lunga e ardua — delle carovane del deserto verso le oasi egiziane di Bahariya e Farafra; per questo motivo, vi sarebbe stato possibile organizzare i rifornimenti in modo molto più efficace che in qualsiasi altro luogo del Paese. Inoltre, avrebbe potuto diventare un nuovo centro di raccolta per le molte migliaia di muhajirun cirenaici che vivevano nei vari campi egiziani. In tal modo, avrebbe potuto trasformarsi in una riserva permanente di uomini per la guerriglia di Sidi Umar nel nord. Se adeguatamente addestrata e dotata di armi moderne, Kufra avrebbe potuto respingere gli attacchi dell’artiglieria e degli aerei che volavano a bassa quota. D’altra parte, se le bombe fossero state sganciate da un’altitudine molto elevata, il rischio reale per le tende, situate a grande distanza l’una dall’altra, sarebbe stato minimo.
Il Grande Senussi disse: «Se fosse possibile riorganizzare in questo modo i metodi della lotta, egli stesso tornerebbe a Kufa per dirigere da lì tutte le operazioni future. Per Sayyid Ahmad era indispensabile ristabilire rapporti amichevoli con il governo britannico. È superfluo dire che, attaccando le forze britanniche nel 1915, Sayyid Ahmad aveva trasformato inutilmente il governo britannico in un acerrimo nemico. Un simile miglioramento dei rapporti forse non era impossibile, poiché la Gran Bretagna non era affatto compiaciuta dell’espansionismo italiano. Soprattutto ora che Mussolini proclamava a gran voce al mondo che la sua intenzione era la “restaurazione dell’Impero romano” su entrambe le sponde del Mediterraneo e guardava con occhi avidi anche verso l’Egitto. Il motivo del mio profondo interesse per il destino dei Senussi non era soltanto la mia ammirazione per l’estremo eroismo impiegato per raggiungere una giusta causa; ero ancora più preoccupato per le possibili ripercussioni che una vittoria dei Senussi avrebbe potuto avere sull’intero mondo arabo. Come molti musulmani, anch’io per molti anni avevo riposto le mie speranze in Ibn Saud, considerandolo un possibile leader del risveglio islamico. Ma ora che quella speranza si era dimostrata vana, in tutto il mondo musulmano riuscivo a vedere un solo movimento che si adoperasse sinceramente per dare forma concreta agli ideali della società islamica: il movimento senussita, che in quel momento era impegnato in una jihad disperata per sopravvivere.»
E Sayyid Ahmad sapeva che i miei sentimenti e la mia passione erano profondamente e intimamente legati agli obiettivi del movimento senussita. Perciò si voltò verso di me, mi guardò dritto negli occhi e disse:
«Muhammad, puoi andare per conto nostro in Cirenaica e vedere che cosa si può fare per i mujahidin? Forse tu, con una visione più chiara dei miei uomini, sarai capace di vedere ogni cosa meglio di loro…»
Lo guardai e annuii in silenzio, pur essendo consapevole della fiducia che riponeva in me. Perciò il suo suggerimento non mi colse del tutto di sorpresa. Eppure mi tolse quasi il respiro. La prospettiva di un’avventura tanto grandiosa mi sconvolse a tal punto che è impossibile esprimerlo a parole. Ma ciò che mi emozionò ancora di più fu il pensiero che anch’io forse avrei potuto fare qualcosa per quell’ideale per il quale tanti uomini si erano sacrificati!
Sayyid Ahmad tese la mano verso una mensola sopra la sua testa e prese un esemplare del Corano avvolto in un panno di seta. Lo posò sulle ginocchia, prese la mia mano destra fra le sue e la depose sul Corano:
«Giura, Muhammad, per Colui che conosce ciò che è nei cuori degli uomini, che proteggerai sempre la causa dei mujahidin…»
Giurai; e mai, in tutta la mia vita, ero stato più certo di ciò a cui stavo giurando fedeltà in quel momento.
Per l’incarico che Sayyid Ahmad mi aveva affidato era indispensabile la massima segretezza; i miei rapporti con il Grande Senussi erano ben noti e non sarebbe stato possibile sottrarli all’attenzione delle missioni diplomatiche presenti a Gedda. Perciò non sarebbe stato saggio rischiare di essere catturato partendo apertamente alla volta dell’Egitto. La cospirazione che avevo recentemente scoperto dietro la rivolta di Faisal al-Dawish non aveva certo accresciuto la mia reputazione agli occhi del governo britannico. Anzi, era assai probabile che, dal momento stesso in cui avessi messo piede sul suolo egiziano, avrebbero tenuto sotto stretto controllo i miei movimenti. Decidemmo dunque di mantenere segreta anche la mia partenza per l’Egitto. Avrei attraversato il Mar Rosso a bordo di una delle navi a vela arabe e, senza passaporto né visto, sarei sbarcato di nascosto in qualche luogo isolato dell’Alto Egitto. In Egitto avrei potuto muovermi liberamente travestito da abitante dell’Hegiaz, poiché gli abitanti delle città e dei villaggi egiziani erano abituati a vedere le numerose persone che vi giungevano dalla Mecca e da Medina per commerciare o per cercare potenziali pellegrini. Inoltre, poiché parlavo con estrema naturalezza il dialetto hejaziano, avrei potuto facilmente spacciarmi ovunque per abitante di una di quelle due città sante.»
Furono necessarie alcune settimane di preparativi per completare l’organizzazione. Questi preparativi comprendevano l’organizzazione di uno scambio segreto di lettere con Sidi Umar in Cirenaica e con coloro che in Egitto avevano rapporti con i Senussi. Così, proprio nella prima settimana di gennaio del 1931, Zayed e io lasciammo la città portuale di Yanbu, nell’Hejaz, e raggiungemmo una parte della costa dove il movimento delle persone era raro. Non c’era luna in cielo: era una notte di luna nuova, e camminare a piedi nudi sulla strada celeste era estremamente difficile. Una volta inciampai e l’impugnatura della pistola Luger infilata sotto la veste del mio capitano hejazeno mi colpì le costole; allora mi si rivelò con assoluta chiarezza la terribile natura dell’avventura in cui mi ero imbarcato.
Mi sto dirigendo verso un luogo preciso insieme a un marinaio arabo sconosciuto, che mi farà attraversare il mare sul suo piccolo veliero e mi lascerà segretamente da qualche parte sulla costa egiziana. Non avevo con me alcun documento che potesse rivelare la mia identità. Perciò, anche se fossi stato catturato in Egitto, non sarebbe stato facile dimostrare chi fossi! Ma, a confronto con il pericolo che mi attendeva, anche il rischio di trascorrere alcune settimane in una prigione egiziana non significava nulla per me. Avrei dovuto attraversare in tutta la sua larghezza l’intero deserto occidentale, evitando di essere avvistato dagli aerei da ricognizione italiani e, probabilmente, sfuggendo allo sguardo delle pattuglie di autoblindo, per raggiungere il centro di un paese dove nessuno conosceva altra lingua se non quella della spada. Perché lo sto facendo? mi domando.
Sebbene il pericolo non mi fosse estraneo, non l’avevo mai cercato soltanto per il gusto dell’avventura. Ogni volta che mi ero trovato in pericolo, alla sua radice vi era stata una risposta a un impulso, consapevole o inconsapevole, intimamente legato alla mia vita personale. Qual era dunque il significato di questa mia iniziativa? Credevo davvero che il mio intervento avrebbe fatto volgere la marea a favore dei mujahidin? Avrei voluto crederlo; ma nel profondo del cuore sapevo di essermi imbarcato in una missione irreale, frutto della fantasia. E allora, per Allah, stavo forse mettendo la mia vita in pericolo in un modo mai fatto prima, quando le prospettive davanti a me erano così esigue?
Ma, prima ancora che la domanda prendesse forma nella mia coscienza, la sua risposta mi apparve chiara davanti agli occhi.
Quando conobbi l’Islam e lo accettai come regola della mia vita, mi sembrò che tutte le mie domande e tutte le mie ricerche fossero giunte al termine. Ma, molto lentamente, divenni consapevole che non era affatto la fine: perché accettare una regola di vita come obbligatoria implica necessariamente, almeno per me, il desiderio di vederla seguita da persone che condividono le mie convinzioni. Non si trattava di seguirla soltanto in senso personale; per me l’Islam era una via, non una meta, e i temerari guerriglieri di Umar al-Mukhtar combattevano con la loro vita e il loro sangue per la libertà di percorrere quella via, proprio come avevano fatto i valorosi Compagni milletrecento anni prima. Per quanto incerto fosse l’esito, aiutarli nella loro dura e feroce lotta era per me una necessità personale, proprio come la salat…
E subito dopo apparve la costa. Una barca a remi oscillava sul dolce rigonfiarsi delle piccole onde tranquille che si infrangevano sui ciottoli della riva; ci avrebbe condotti lontano, fino alla nave ancorata nell’oscurità. Quando l’uomo solitario che remava sulla barca in attesa si alzò, mi voltai verso Zayed e dissi:
«Fratello Zayed, sai che ci siamo imbarcati in un’avventura così temeraria che potrebbe rivelarsi più pericolosa per te e per me di tutti gli Ikhwan riuniti di ad-Dawish? Non desideri tornare alla pace di Medina e dai tuoi amici?»
«Zio, la tua via è la mia via», rispose Zayed. «Non sei stato tu stesso a dirmi che l’acqua che non scorre diventa stagnante e inquinata? Andiamo avanti, e l’acqua, continuando a scorrere, diventerà limpida…»
La nave è una di quelle grandi e bizzarre imbarcazioni a vela che costeggiano l’Arabia: interamente costruita in legno, è impregnata dell’odore del pesce secco e delle alghe marine. A poppa si trova un alto ponte rialzato, con due alberi per disporre le vele secondo il sistema latino, e tra i due alberi c’è una grande cabina dal soffitto basso. Il rais, o comandante della nave, è un anziano arabo di Mascate, esperto di mare. Da sotto un enorme turbante variopinto, due piccoli occhi, simili a grani di rosario, mi fissarono socchiusi; vi scorsi un’espressione vigile, resa eloquente da molti anni trascorsi correndo i rischi di attività illegali e di spedizioni clandestine. E il pugnale ricurvo, infilato alla cintura e racchiuso in un fodero d’argento, non sembrava affatto un semplice ornamento.
«Marhaba, hayya marhaba, amici miei», gridò per darci il benvenuto non appena mettemmo piede sulla nave. «È certamente un momento propizio!»
Quante volte, penso tra me, avrà accolto con la stessa calorosa ospitalità i poveri pellegrini che aveva imbarcato di nascosto in Egitto e poi sbarcato sulle coste dell’Hegiaz, senza preoccuparsi minimamente del loro benessere, affinché potessero eludere la pesante tassa per il pellegrinaggio imposta dal governo saudita a quanti si recano alla Casa di Dio per compiere l’hajj! E quante volte avrà pronunciato proprio queste parole ai mercanti di schiavi che, violando completamente la legge islamica, avevano catturato qualche sventurato abissino per venderlo nei mercati degli schiavi dello Yemen! E tuttavia — mi consolo — per quanto discutibile possa essere il retroterra dell’esperienza acquisita dal nostro rais, essa ci sarà certamente utile. Pochissimi marinai possiedono una conoscenza delle rotte del Mar Rosso pari alla sua. Perciò possiamo fare affidamento su di lui: sarà in grado di sbarcarci su una costa sicura.
.. . .. . .. . .. .
E infatti, quattro notti dopo essere saliti su quella nave, ci fecero sbarcare nuovamente su una piccola barca a remi, sulla costa dell’Alto Egitto, a nord del porto di Quseir. Eravamo profondamente stupiti, perché il rais non volle accettare alcun compenso per averci trasportati attraverso il mare. «Perché», disse sorridendo a denti scoperti, «il mio padrone ha già pagato ciò che mi doveva! Che Allah vi assista.»
Come avevo sperato, non ci fu difficile muoverci per Quseir senza attirare l’attenzione di nessuno, perché gli abitanti della città erano abituati a vedere persone vestite all’hegiazena. La mattina dopo il nostro arrivo prenotammo due posti su uno sgangherato autobus diretto ad Asyut, lungo il Nilo; stretti tra una donna spaventosamente grassa, seduta con un cesto di galline sul suo enorme grembo, e un vecchio «contadino» che, non appena vide il nostro abbigliamento, cominciò a rievocare il pellegrinaggio alla Mecca compiuto dieci anni prima, Zayd e io iniziammo la prima tappa del nostro viaggio africano.
Ho sempre pensato che chiunque si assuma il rischio di un’impresa segreta e pericolosa debba inevitabilmente rendersi conto di essere sospetto agli occhi di chiunque incontri e che il suo travestimento possa essere facilmente scoperto. Eppure, stranamente, in quel momento non avevo affatto questo pensiero! Durante gli anni trascorsi in Arabia ero penetrato così completamente nella vita dei suoi abitanti che, chissà come, non mi era mai venuto in mente di essere qualcosa di diverso da uno di loro. E sebbene non avessi mai condiviso la particolare mentalità commerciale degli abitanti della Mecca e di Medina, in quel momento mi sentivo così perfettamente a mio agio nel ruolo di un uomo del posto che, senza perdere tempo, fui coinvolto con alcuni altri viaggiatori in una discussione quasi professionale sui meriti dell’hajj. Zayd partecipò al gioco con straordinario entusiasmo, e così alcune ore del nostro viaggio trascorsero in una vivace conversazione.
Ad Asyut prendemmo il treno e alla fine arrivammo nella cittadina di Beni Suef. Da lì andammo direttamente a casa del nostro amico senussita Ismail al-Dhib. Era un uomo basso, robusto e gioviale, che parlava il melodioso arabo dell’Alto Egitto. Poiché era soltanto un modesto commerciante di stoffe, non figurava tra le persone importanti della città; ma la sua fedeltà alla tariqa senussita era stata dimostrata molte volte, e la sua devozione personale a Sayyid Ahmad lo rendeva doppiamente degno di fiducia. Era ormai molto tardi; tuttavia svegliò uno dei suoi servitori e gli ordinò di prepararci da mangiare. Mentre aspettavamo il cibo, cominciò a raccontarci uno dopo l’altro i preparativi che aveva predisposto.
Anzitutto, non appena ricevette il messaggio di Sayyid Ahmad, egli si mise in contatto con un personaggio illustre della famiglia reale egiziana. Per molti anni quell’uomo era stato un sostenitore fervente e attivo degli ideali senussiti. Il principe fu informato esaurientemente dello scopo della mia missione. Egli accettò senza esitazione di fornirmi il denaro necessario. Organizzò inoltre le cavalcature per il nostro viaggio nel deserto verso il confine della Cirenaica e due guide fidate. Il nostro ospite ci informò che, in quel momento, ci stavano aspettando in un palmeto fuori Beni Suef.
Io e Zayd ci togliemmo allora i nostri abiti higiazeni, poiché avrebbero potuto suscitare una curiosità eccessiva nelle regioni desertiche occidentali. Al loro posto ci furono dati pantaloni di cotone dal taglio nordafricano e camicie attillate, insieme a una sorta di jubbah di lana, con un cappuccio che copriva la testa, quale viene indossata dalla gente comune nell’Egitto occidentale e in Libia. Da sotto le fondamenta della sua casa, Ismail tirò fuori due piccoli fucili di tipo italiano, adatti ai soldati a cavallo, «perché per voi sarà più facile procurarvi nuovamente proiettili e polvere da sparo per fucili di questo genere tra i mujahidin».
La notte seguente partimmo, seguendo le indicazioni del nostro ospite, e lasciammo la città. Le due guide che ci erano state assegnate si rivelarono beduini della tribù egiziana degli Awlad Ali, tra i quali vi erano molti sostenitori dei Senussi. Uno di loro si chiamava Abdullah: era un giovane vivace e pieno di energia, che l’anno precedente aveva preso parte alla guerra in Cirenaica. Per lui era facile darci molte informazioni su ciò che potevamo aspettarci laggiù. Ho dimenticato il nome dell’altro. Era magro e smilzo, malinconico e parlava di rado. Tuttavia non era meno degno di fiducia del più avvenente Abdullah. I quattro cammelli che avevano portato con sé — robuste e veloci femmine della razza Bisharin — erano stati scelti evidentemente per le loro qualità. Le selle che furono sistemate sui loro dorsi non differivano molto da quelle che ero abituato a usare in Arabia. Poiché dovevamo procedere rapidamente, senza fermarci a lungo in alcun luogo, non si pose il problema di trovare cibo cotto lungo il cammino. Le nostre provviste erano quindi semplici: un grande sacco pieno di datteri, e un altro sacchetto così zeppo di dolci preparati con farina di grano grossolana e datteri che sembrava sul punto di scoppiare. C’erano inoltre otri di pelle legati a tre dei cammelli.
Poco prima di mezzanotte Ismail ci abbracciò e invocò la misericordia di Allah sulla nostra spedizione. Mi accorsi che Ismail era profondamente turbato. Con Abdullah alla testa, lasciammo il palmeto e, poco dopo, avanzammo rapidamente verso nord-ovest, al ritmo dei nostri passi, attraverso la distesa desertica sassosa, alla luce della luna splendente.
Per noi era necessario evitare di imbatterci negli uomini incaricati dell’amministrazione della frontiera egiziana. Sapevamo che le loro automobili e i loro agenti a cavallo sui cammelli potevano pattugliare questa regione del deserto occidentale. Perciò ci preoccupammo di tenerci il più lontano possibile dalle principali piste percorse dalle carovane. Tuttavia, poiché tutti i veicoli che si spostavano fino alle regioni più settentrionali tra Bahariya e la valle del Nilo passavano per il Fayyum, non vi era un rischio particolarmente grave.
La prima notte percorremmo trenta miglia, mentre durante il giorno ci accampammo in un boschetto di tamerici. Nella notte successiva e in quelle seguenti percorremmo distanze ancora maggiori, cosicché all’alba del quarto giorno giungemmo al margine di quella profonda depressione in cui si trova l’oasi di Bahariya.
Montammo la tenda fuori dall’oasi, al riparo di alcune grandi rocce. L’oasi comprendeva diversi insediamenti e fattorie separati, il maggiore dei quali era il villaggio di Bawiti. Mentre montavamo la tenda, Abdullah scese a piedi lungo una ripida gola rocciosa fino alla depressione ombreggiata dalle palme, per cercare il nostro contatto a Bawiti; non sarebbe riuscito a tornare prima di sera. Ci sdraiammo dunque a dormire all’ombra delle rocce: quale conforto, quale piacere, dopo la fatica fisica di aver guidato i cammelli per tutta la notte e dopo il freddo, riposare in quel modo! Ciononostante dormii poco, perché ogni sorta di idee aveva preso possesso della mia mente.
Mentre riflettevo sul nostro piano, mi parve che non sarebbe stato troppo difficile mantenere una linea di comunicazione permanente tra Beni Suef e Bahariya. Ero fermamente convinto che, prendendo le debite precauzioni, persino grandi carovane avrebbero potuto spostarsi tra questi due luoghi senza attirare l’attenzione di nessuno. Nonostante a Bawiti vi fosse un posto di controllo dell’amministrazione della frontiera — dalla nostra posizione nascosta riuscivamo a vedere attraverso il deserto gli edifici del posto di controllo — sarebbe stato forse possibile installare una radio clandestina in qualche villaggio ancora più isolato, a sud di Bahariya. Alcune ore dopo, Abdullah e il nostro contatto, un vecchio berbero giunto insieme a lui, mi diedero nuove rassicurazioni al riguardo. Risultò che il governo esercitava su quell’oasi un’autorità piuttosto blanda e, cosa ancora più importante, che i suoi abitanti erano in gran numero seguaci della tariqa senussita.
Cinque notti estenuanti sul dorso dei cammelli: dapprima attraversammo rocce, ghiaia e terreno accidentato, poi dune sabbiose pianeggianti, oltrepassando l disabitata oasi di Siwa e il suo lago blu scuro, privo di vita, le cui rive erano circondate da canne e da cespugli di palme selvatiche; attraversammo quindi la bassa zona di Aj, dove si trovano sorprendenti rocce di argilla irregolare che, illuminate dalla luna, avevano assunto un aspetto spettrale e irreale. E, verso l’alba della quinta notte, l’immagine dell’oasi di Siwa apparve per la prima volta davanti ai miei occhi.
Per molti anni, uno dei desideri che avevo coltivato con più cura era stato quello di vedere almeno una volta questa lontana oasi, un tempo sede di un tempio così celebre e dimora di un oracolo famoso in tutto il mondo. Ma, per una ragione o per l’altra, quel desiderio non si era mai realizzato. E oggi, al sorgere dell’alba, l’oasi si stendeva davanti a me: un’ampia distesa di pietre circondava una montagna solitaria; su quella montagna, le case della città—le cui fondamenta erano simili ad abitazioni rupestri scavate nel cuore della roccia—si innalzavano a strati, uno sopra l’altro, verso un alto minareto angolare eretto sulla cima pianeggiante della montagna; era uno strano e fantastico ammasso di costruzioni in rovina, quale l’uomo può soltanto sognare… Un desiderio irresistibile mi assalì: penetrare attraverso le sue misteriose mura e aggirarmi nei vicoli che avevano visto l’epoca dei faraoni; e osservare i resti del tempio dove l’oracolo aveva predetto al re lidio Creso la sua rovina e annunciato ad Alessandro di Macedonia il suo dominio sul mondo.
Ma ancora una volta il mio desiderio rimase insoddisfatto. Sebbene fosse così vicina, la città di Siwa sarebbe rimasta per me inaccessibile: là non giungeva mai nessuno sconosciuto o straniero. Infatti, ogni nuovo arrivato sarebbe stato immediatamente notato da tutti. Sarebbe stata davvero una follia visitare un luogo tanto lontano dai contatti con il mondo esterno. Poiché si trova quasi al confine con la Libia, l’amministrazione di frontiera egiziana la sorvegliava con la massima severità. E non c’era neppure dubbio che il luogo fosse pieno di spie al soldo degli italiani. Perciò, in quel viaggio, non era destino che visitassi Siwa. Con tristezza mi consolai e cancellai Siwa dai miei pensieri.
Girammo intorno ai margini della città seguendo un ampio percorso circolare e alla fine piantammo le tende sotto un intricato cespuglio selvatico. Non volevamo rimanere lì più del tempo strettamente necessario per aspettare così vicino al confine. Perciò Abdullah, senza neppure riposarsi, spronò rapidamente il cammello e si precipitò nel villaggio più vicino alla ricerca di un uomo al quale Sayyid Ahmad aveva affidato l’incarico di attraversare il confine e incontrarci. Dopo alcune ore tornò con due nuove guide e portò quattro cammelli giovani e freschi, che ci avrebbero trasportato più avanti. Queste guide appartenevano alla tribù beduina dei Barasa, del Jabal Akhdar; erano uomini dello stesso Omar al-Mukhtar. Egli li aveva mandati appositamente per guidarci attraverso la distesa deserta tra le due oasi di Jaghbub e Jalu, occupate dagli italiani, e condurci fino all’altopiano della Cirenaica. Là avrei dovuto incontrare Omar.
Abdullah e il suo compagno ci salutarono per tornare alle loro case nel villaggio egiziano. Guidati da Khalil e Abdur Rahman, due mujahidin, intraprendemmo il nostro viaggio di una settimana attraverso una regione desertica e stepposa quasi priva d’acqua, che saliva gradualmente verso il Jabal Akhdar. Fu il viaggio nel deserto più difficile che avessi mai compiuto; tuttavia, se ci fossimo nascosti con prudenza durante il giorno e avessimo viaggiato soltanto di notte, il rischio di essere avvistati dalle pattuglie italiane non sarebbe stato molto grande. Ciononostante, la necessità di evitare i pozzi, situati a grande distanza l’uno dall’altro, trasformò quel lungo viaggio in un incubo. Soltanto una volta riuscimmo a far bere i nostri cammelli e a riempire nuovamente le nostre otri da un pozzo abbandonato del Wadi al-Mrar. E già questo ci lasciò quasi completamente sfiniti.
Raggiungemmo il pozzo più tardi di quanto avessimo sperato. In realtà, quando cominciammo ad attingere acqua per i nostri animali, il sole stava appena spuntando nel cielo orientale, e quando finimmo era già fermo sopra l’orizzonte occidentale. Secondo Khalil, dovevamo ancora trascorrere due ore intere prima di raggiungere quel luogo roccioso e depresso che sarebbe stato il nostro rifugio durante il giorno. Ma non appena riprendemmo il viaggio, il sinistro ronzio di un aeroplano lacerò il silenzio del deserto; pochi minuti dopo, un piccolo aeroplano monoposto apparve sopra le nostre teste e cominciò a girare in cerchio, scendendo sempre più in basso. Non c’era alcun luogo dove nascondersi. Così saltammo giù dai cammelli e ci sparpagliammo, e proprio in quel momento il pilota cominciò a sparare con il suo cannone.
«Stendetevi, stendetevi a terra!» gridai. «Non muovetevi affatto: restate sdraiati come morti.»
Ma Khalil, che nei suoi molti anni trascorsi con i mujahidin doveva aver affrontato molte volte scontri di questo genere, non rimase a terra fingendosi morto. Si sdraiò supino, con la testa appoggiata a una pietra, posò il fucile sul ginocchio sollevato e cominciò a sparare contro l’aeroplano in avvicinamento, non alla cieca, ma prendendo attentamente la mira prima di ogni colpo, come se si stesse esercitando a colpire un bersaglio preciso. Fu un atto di terribile audacia. L’aeroplano infatti si dirigeva dritto verso di lui in una picchiata radente, sparando proiettili sulla sabbia. Ma i colpi di Khalil dovevano averlo raggiunto. Perché, dopo essersi inclinato per un istante, l’aeroplano si sollevò rapidamente con il muso rivolto verso il cielo. Il pilota doveva aver pensato che non valesse la pena sparare a quattro uomini al prezzo della propria sicurezza. Fece ancora uno o due giri sopra di noi, poi scomparve dirigendosi verso oriente, in direzione di Jaghbub.
—Quei figli di cagna italiani sono codardi, dei vigliacchi —dice Khalil con calma, mentre ci raduniamo di nuovo—. Vogliono uccidere, ma non vogliono neppure che un graffio tocchi la loro pelle.
Nessuno di noi era rimasto ferito. Ma il cammello di Abd al-Rahman era morto. Carichiamo la sua sella e la sua bisaccia sul cammello di Zayed, e da quel momento egli prosegue seduto dietro Zayed, su una sella leggera.
Dopo tre giorni entriamo nelle foreste di ginepro del Jabal Akhdar e, con gratitudine, sostituiamo i cammelli stanchi con i cavalli che un gruppo di mujahidin aveva custodito per noi in un luogo segreto. D’ora in poi il deserto resterà alle nostre spalle. Lanciamo i cavalli su un altopiano montuoso e roccioso. L’altopiano è segnato come una rete da innumerevoli letti di torrenti asciutti, e vi crescono ginepri che in alcuni luoghi formano una foresta quasi impenetrabile. All’interno dei territori occupati dagli italiani, questa foresta priva di sentieri è il terreno di caccia dei mujahidin.
…. .. .. .. ..
Altri quattro giorni e quattro notti di viaggio ci portarono in un luogo chiamato Wadi at-Taaban. Il nome gli è stato dato con grande precisione: significa «la valle degli esausti». Era qui che dovevamo incontrare Umar al-Mukhtar. Ci nascondiamo al sicuro in una gola coperta da una fitta foresta; leghiamo i cavalli per le zampe anteriori dietro una roccia e attendiamo l’arrivo del leone del Jabal Akhdar. Questa notte è terribilmente fredda, senza stelle e oppressa da un silenzio colmo di sommessi fruscii!
Mancano ancora alcune ore all’arrivo di Sidi Umar; e, poiché la notte è immersa in un’oscurità fitta e impenetrabile, i nostri due amici berberi ritennero che non vi fosse alcuna ragione plausibile per non riempire nuovamente, nel frattempo, le nostre borracce di pelle dai pozzi di Bu-Safaya, alcune miglia più a est! In effetti, a meno di un miglio da Bu-Safaya si trova un avamposto italiano fortificato—
—Ma —dice Khalil— quei cani rognosi non oseranno uscire dalle loro mura in una notte così buia e senza luna.»
Così Khalil parte a cavallo, accompagnato da Zayed, con due borracce vuote. Per non produrre alcun rumore sul sentiero roccioso, avvolgono stracci attorno agli zoccoli dei cavalli e li legano. Quando i due scompaiono nell’oscurità, io e Abd al-Rahman ci sediamo appoggiati a una bassa roccia, stretti l’uno all’altro per scaldarci. Accendere un fuoco sarebbe estremamente pericoloso.
Dopo circa un’ora, alcuni rami tra i ginepri frusciarono e sulla pietra si udì il lieve rumore dei passi di un sànder. Il mio compagno, all’erta in un istante, si drizzò in piedi per qualche momento con il fucile in mano e scrutò attentamente nell’oscurità. Dalla boscaglia giunse un richiamo a bassa voce, non diverso dal guaito di una volpe. Abd al-Rahman si portò allora le mani a coppa davanti alla bocca e rispose con un suono analogo. Davanti a noi apparvero le sagome di due uomini. Erano appiedati e armati di fucile. Quando si furono avvicinati, uno di loro disse: «La via di Allah»; e Abd al-Rahman gli rispose: «La hawla wa la quwwata illa billah» — non c’è potere né forza se non in Allah —, cosa che mi parve una parola d’ordine.
Entrambi questi due nuovi arrivati indossavano mantelli dei beduini libici, degli jard rattoppati. Uno di loro parve riconoscere Abd al-Rahman, perché questi gli strinse entrambe le mani e lo salutò con calore. Mi presentarono ai due mujahidin, che a turno mi strinsero la mano nello stesso modo. Uno di loro disse: «Fi amanillah. Che Allah vi assista; sta arrivando Sidi Umar».
Rimanemmo in piedi, con l’udito teso. Probabilmente dieci minuti dopo, tra i cespugli di ginepro si udì di nuovo il fruscio delle foglie… Poi, dalle ombre, sbucarono altri tre uomini, da tre direzioni diverse, e vennero addosso a noi con i fucili spianati. Quando capirono che stavamo aspettando proprio noi, si dispersero immediatamente di nuovo tra i cespugli, in direzioni diverse. Era evidente che si erano sparpagliati così per tenere attentamente sotto controllo la sicurezza del loro capo.
E poi arrivò… arrivò a cavallo di un cavallino dagli zoccoli avvolti nel tessuto. Due uomini camminavano al suo fianco, uno per parte, e altri lo seguivano. Quando giunse accanto alle rocce contro le quali eravamo appoggiati in attesa, uno dei suoi uomini lo aiutò a smontare e vidi che camminava con difficoltà (in seguito avrei saputo che era stato ferito in un attacco improvviso appena dieci giorni prima); alla luce della luna nascente lo vidi chiaramente: un uomo di statura media, dall’ossatura robusta; una corta barba bianca come il ghiaccio incorniciava il suo volto segnato da profonde rughe. Gli occhi erano nascosti in fondo alle orbite; dalle pieghe intorno agli occhi si poteva intuire che, in altre circostanze, avrebbero potuto illuminarsi facilmente in un sorriso. Ma ora non vi era rimasto nulla, se non un’oscura sofferenza e coraggio.
«Benvenuto, ragazzo»; mentre parlava, i suoi occhi mi scrutavano attentamente dai piedi alla testa, come se mi stessero valutando: gli occhi di un uomo per il quale il pericolo è un compagno inseparabile!
Uno dei suoi uomini stese una coperta sul terreno e Sidi Umar vi si lasciò cadere, abbandonandovi tutto il peso del corpo. Abd al-Rahman si chinò a baciargli la mano e, ottenuto il permesso del comandante, si sedette sotto la sporgenza della roccia che pendeva sopra di noi, per accendere un piccolo fuoco. Alla luce fioca di quel fuoco, Sidi Umar lesse la lettera che avevo portato con me da Sayyid Ahmad. La lesse con attenzione, poi la ripiegò e per qualche istante la tenne sopra la testa, con un gesto di rispetto e devozione che, a dire il vero, non si vede mai nei paesi arabi, ma assai spesso in Nordafrica. Poi si voltò verso di me con un sorriso appena accennato:
«Sayyid Ahmad — possa Allah allungare i suoi giorni — ha parlato molto bene di te. Vuoi aiutarci. Ma non so da dove possa giungere l’aiuto, se non da Allah, l’Onnipotente e Misericordioso! A dire il vero, siamo giunti quasi all’estremo limite del tempo che ci è stato concesso!»
«Ma questo piano ideato da Sayyid Ahmad» — intervenni a metà — «non potrebbe essere un nuovo inizio? Se si potesse organizzare un rifornimento regolare e fare di Cufra il centro delle future spedizioni, non sarebbe possibile respingere gli italiani?»
Non avevo mai visto in vita mia un sorriso così amaro e impotente come quello con cui Sidi Umar mi rispose: «Kufra…? L’abbiamo perduta. Gli italiani l’hanno occupata quasi quindici giorni fa…»
La notizia mi lascia sbalordito. Per tutti quei mesi passati io e Sayyid Ahmad avevamo costruito i nostri piani sull’idea che Kufra potesse diventare il centro di una nuova adunata per una resistenza risoluta. Ora che Kufra era caduta, ai Senussi non restava altro che l’altopiano oppresso del Jabal Akhdar. Nient’altro, certamente, se non la maledizione dell’occupazione italiana che si stringeva sempre più: perdere luogo dopo luogo, in una morte lenta e inevitabile, strangolati e soffocati senza che la pressione si allentasse neppure per un istante!
«Come è caduta Kufra?»
Con un gesto stanco, Sidi Umar fa cenno a uno dei suoi uomini di avvicinarsi: «Quest’uomo vi racconterà la storia… È uno dei pochi che sono riusciti a fuggire da Kufra. È arrivato appena ieri.»
L’uomo di Kufra si siede proprio davanti a me e si raccoglie intorno il suo bernus strappato e rattoppato. Parla lentamente, senza che la voce lasci trasparire alcun tremito d’emozione; eppure sembrava che tutte le terribili calamità che aveva visto si riflettessero sul suo volto impassibile.
«Ci attaccarono da tre direzioni, disponendo tre schieramenti, con numerose autoblindo e artiglieria pesante. I loro aerei scendevano rasoterra e sganciavano bombe sulle case, sulle moschee e sulle palmeraie. Tra noi vi erano alcune centinaia di uomini capaci di portare le armi. Tutti gli altri erano donne, bambini e vecchi. Combattemmo per salvare, una dopo l’altra, ciascuna casa. Erano molto più forti di noi. Alla fine rimase in nostro possesso soltanto il villaggio di al-Hawari. Contro le loro autoblindo, i nostri fucili divennero inutili, e ci sconfissero. Sopravvivemmo soltanto in pochi. Mi nascosi nella palmeraia, aspettando un’occasione per riuscire a passare attraverso le linee italiane. Per tutta la notte udii le urla strazianti delle donne, perché i soldati italiani e gli askari eritrei le avevano violentate. Il giorno seguente, una vecchia mi portò dell’acqua e del pane nel luogo in cui mi nascondevo. Mi disse che il generale italiano aveva radunato tutti i superstiti presso la tomba di Sayyid Muhammad al-Mahdi e, sotto i loro occhi, aveva strappato un esemplare del Corano, riducendolo in pezzi e gettandoli a terra; poi aveva posato il proprio stivale su di essi e aveva gridato: “Che il vostro profeta beduino vi aiuti, se ne ha il potere”. Dopodiché ordinò di abbattere tutte le palme dell’oasi, distruggere i pozzi e bruciare tutti i libri della biblioteca di Sayyid Ahmad. Il giorno dopo ordinò che alcuni dei nostri anziani e degli ulema fossero caricati su un aereo; e da quell’aereo furono gettati da grande altezza al suolo, per morire sfracellati… Anche la notte seguente, dal mio nascondiglio, udii per tutta la notte le urla delle donne, le risate sguaiate dei soldati e il rumore dei fucili… Alla fine, in quella notte buia, strisciai fuori nel deserto. Trovato un piccolo cammello, vi montai e scomparvi…»
Quando l’uomo di Kufra ebbe terminato il suo terribile racconto, Sidi Umar lo attirò affettuosamente a sé e ripeté con dolcezza: «Dunque, figlio mio, vedi che siamo davvero giunti sull’orlo del tempo che ci è stato assegnato». E, come se rispondesse alla domanda inespressa nei miei occhi, aggiunse: «Combattiamo perché siamo costretti a combattere per la nostra religione e la nostra libertà, finché non cadremo nelle mani degli invasori. Non abbiamo altra scelta: “Inna lillahi wa inna ilayhi raji’un”: apparteniamo ad Allah e a Lui ritorneremo». Abbiamo mandato le nostre donne e i nostri figli in Egitto, affinché, quando Allah vorrà la nostra morte, non dobbiamo preoccuparci della loro sicurezza.»
Un sommesso ronzio comincia lentamente a farsi udire in qualche punto del cielo oscuro; senza pensarci, uno degli uomini di Sidi Umar, quasi automaticamente, getta della sabbia sul fuoco. L’aereo non sembra altro che una sagoma indistinta sullo sfondo delle nuvole illuminate dalla luna; passa molto basso sopra le nostre teste, dirigendosi verso est, e il rumore dei suoi motori svanisce lentamente.
«Ma, Sidi Umar,» dico, «ora che per voi e per i vostri mujahidin è rimasta aperta una via, non sarebbe forse meglio ritirarvi in Egitto? Là sarebbe forse possibile radunare molti muhajirin provenienti dalla Cirenaica e formare un esercito più efficiente. La lotta qui dovrebbe essere sospesa per qualche tempo, affinché gli uomini possano recuperare almeno in parte le loro forze… So che la potenza britannica in Egitto — con forti truppe italiane ai suoi due lati — non può essere molto felice di questa prospettiva. Dio solo sa, se riusciste a convincerli che non li considerate vostri nemici, forse non si preoccuperebbero dei vostri preparativi…»
«No, figliolo, ormai non è più possibile: è passato troppo tempo. Ciò che hai detto sarebbe stato possibile quindici o sedici anni fa, prima che decidessimo di attaccare gli inglesi per aiutare Sayyid Ahmad contro i turchi. I turchi, naturalmente, non ci aiutarono… È passato troppo tempo; ormai non è più possibile. La Gran Bretagna non alzerà nemmeno un dito per alleviare la nostra sorte, mentre gli italiani sono decisi a sterminarci. Hanno giurato di stroncare ogni possibilità di resistenza in futuro. Se io e i miei seguaci andassimo ora in Egitto, non potremmo mai più tornare. E dimmi tu: come potremmo abbandonare la nostra gente e lasciarla senza guida, perché venga distrutta dai nemici di Dio?»
«Che cosa dice Sayyid Idris? Anche lui è della vostra opinione, Sidi Umar?»
«Sayyid Idris è il figlio assennato di un padre nobile, un uomo per bene.»
«Ma Dio non gli ha dato il coraggio di sopportare una lotta di questo genere…»
Nella voce di Sidi Umar non c’era disperazione, ma un profondo interesse, mentre parlava con me in quel modo dell’inevitabile esito della sua lunga lotta per la libertà: sapeva che ad attenderlo non c’era altro che la morte. Non aveva paura della morte, ma non la desiderava. Tuttavia non aveva neppure cercato di evitarla, e sono certo che, anche se avesse saputo quale morte lo attendeva, non avrebbe cercato di sfuggirle. Sembrava consapevole, in ogni atomo del corpo e della mente, che ogni uomo porta con sé il proprio destino, ovunque vada e qualunque cosa faccia.
Un lieve movimento si fece udire nel cespuglio, così lieve che in circostanze normali non lo si sarebbe percepito; ma allora le circostanze erano tutt’altro che normali. Con le orecchie tese, all’erta per il timore di qualsiasi pericolo proveniente da una zona imprevista, capii chiaramente che i passi furtivi si erano arrestati all’improvviso e che, dopo alcuni minuti, il loro indistinto rumore era ricominciato. Il cespuglio si aprì e ne uscirono due uomini, Zayed e Khalil, accompagnati da due uomini armati. I cavalli che avevano condotto a mano portavano sul dorso otri carichi. Gli otri erano stati riempiti d’acqua fino a gonfiarsi come tamburi. Vedendo Sidi Umar, Khalil si precipitò avanti per baciare il suo capo, mentre io presentavo Zayed. Sidi Umar fissò con sguardo penetrante il volto emaciato e il corpo scarno di Zayed, con evidente approvazione. Posandogli una mano sulla spalla, disse:
—Fratello venuto dalla terra dei miei antenati, benvenuto. A quale tribù araba appartieni?—E quando Zayd disse che il nome della sua gente era Shammar, Umar scosse il capo con un sorriso e disse: Oh, dunque appartieni alla gente di Hatim al-Ta’i, che fu il più generoso degli uomini…1(Questo guerriero e poeta arabo dell’epoca preislamica era famoso per la sua generosità e magnanimità.। Il suo nome sta ormai diventando sinonimo di questa qualità, alla quale gli arabi attribuiscono la massima importanza.। Zayd appartiene alla tribù degli Shammar.। Gli Shammar sostengono di discendere dalla gente di Hatim al-Ta’i.)।)
Uno degli uomini di Sidi Umar depose davanti a noi alcuni datteri avvolti in un pezzo di stoffa. Egli stesso ci invitò a quel modesto pasto. Quando avemmo finito di mangiare, l’anziano guerriero si alzò:
—Fratelli, è ora di partire da qui. Siamo vicinissimi al posto di guardia italiano di Bu-Sfaiya. Sarebbe pericoloso restare qui fino all’alba.
Raccogliemmo il nostro campo malridotto e montammo a cavallo, seguendo Sidi Umar. Dietro di noi venivano a piedi gli altri suoi uomini. Appena uscimmo dal burrone, vidi che il gruppo di Sidi Umar era molto più numeroso di quanto avessi immaginato: una dopo l’altra, sagome nere saettavano da dietro le colline e da dietro gli alberi, come frecce, per unirsi alla nostra fila, mentre altri uomini erano stati disposti lontano, a destra e a sinistra, per fare da sentinelle. Nessun osservatore comune avrebbe potuto immaginare che fossimo circondati da una trentina di uomini; ciascuno di loro avanzava infatti in silenzio, come un esploratore pellerossa.
Prima dell’alba arrivammo alla tenda principale della dawrah, o forza guerrigliera, personale di Umar al-Mukhtar. Allora questa forza era composta da poco più di duecento uomini. Le tende erano state piantate in una gola profonda e stretta, mentre piccoli fuochi ardevano sulle cime sporgenti in alto. Alcuni uomini dormivano per terra. Gli altri, che nella grigia luce dell’alba apparivano come ombre indistinte, erano occupati nelle varie incombenze del campo: pulivano le armi, portavano acqua, cucinavano oppure accudivano i pochi cavalli legati qua e là agli alberi. Quasi tutti indossavano abiti laceri e rattoppati. Né allora né in seguito vidi in tutto quel gruppo un solo jard completo 1(un mantello di lana simile a una coperta, indossato dagli abitanti dell’Egitto e della Libia) oppure un barnus 2(un indumento con cappuccio indossato anche dagli arabi del Nordafrica). Molti avevano sul corpo delle bende, testimonianza dei loro recenti scontri con il nemico. Con stupore scorsi nella tenda due donne: una anziana e l’altra giovane. Sedute accanto a un fuoco, stavano riparando assortamente una sella strappata, usando grossi e smussati aghi.
«Queste nostre due sorelle vengono con noi ovunque andiamo», spiegò Sidi Umar in risposta al mio muto stupore. «Non hanno voluto rifugiarsi in Egitto insieme alle nostre donne; sono madre e figlia. Tutti gli uomini della loro famiglia sono morti combattendo.»
Per due giorni e una notte, mentre le tende venivano smontate e trasferite in un altro luogo tra le gole dell’altopiano e la giungla, Sidi Umar e io riflettemmo e discutemmo di ogni possibilità per rifornire regolarmente i mujāhidīn. Dall’Egitto arrivavano ancora rifornimenti alla spicciolata. Mi parve che, al momento del suo trattato di tregua con gli italiani, quando Sayyid Idris era giunto a un’intesa con la Gran Bretagna, le autorità britanniche avessero cominciato a essere nuovamente disposte a tollerare in una certa misura le attività senussite all’interno dell’Egitto, purché naturalmente rimanessero limitate ai movimenti locali; in particolare, non esercitavano ufficialmente alcun controllo sui piccoli gruppi di combattenti che attraversavano lo schieramento italiano per raggiungere Sallum, la città egiziana più vicina alla costa, e vendervi il bottino, costituito per lo più da muli italiani, in cambio del cibo di cui avevano assoluto bisogno. In realtà, per i mujāhidīn simili spedizioni erano estremamente pericolose e spesso non potevano neppure essere intraprese, soprattutto perché gli italiani avevano innalzato con grande rapidità una recinzione di filo spinato lungo il confine egiziano. Sidi Umar convenne con me che l’unica alternativa poteva essere utilizzare come via di rifornimento il percorso attraverso il quale ero arrivato e istituire depositi segreti nelle oasi egiziane di Bahriya, Farafra e Siwa. Tuttavia era molto dubbioso che questo piano potesse sfuggire a lungo all’attenta sorveglianza degli italiani.
Si dimostrò che il timore di Umar era pienamente fondato. Alcuni mesi dopo, una carovana con rifornimenti di questo tipo riuscì davvero a raggiungere i mujāhidīn; ma, mentre avanzava attraverso il passaggio tra Jaghbub e Jalu, fu avvistata dagli italiani. Poco dopo, esattamente a metà strada tra le due oasi, a Bir Tarfawi, gli italiani installarono un solido posto di controllo equidistante da entrambe; e, insieme a una sorveglianza aerea pressoché ininterrotta, questo posto di controllo rese nuovamente estremamente pericolose spedizioni di quel genere.
Ora pensavo al ritorno. Non ero affatto entusiasta di ripercorrere la lunga e faticosa strada che avevo seguito durante il mio viaggio verso occidente. Chiesi quindi a Sidi Umar se si potesse trovare un percorso più breve. Mi disse che una strada esisteva, ma era piena di pericoli: raggiungere Sallum attraversando il filo spinato. In quel momento un gruppo di mujāhidīn si preparava a intraprendere una spedizione di questo tipo per andare a prendere farina a Sallum; se lo desideravo, avrei potuto unirmi a loro. Decisi di farlo.
Zayd e io prendemmo congedo per l’ultima volta da Umar al-Mukhtar. Non lo avrei mai più rivisto: meno di otto mesi dopo gli italiani catturarono Umar e lo impiccarono…
Dopo aver marciato per quasi una settimana, soltanto di notte, attraverso terreni accidentati e le foreste di ginepri del Jabal Akhdar orientale, il nostro gruppo di venti uomini raggiunse il confine tra l’Egitto e la Cirenaica nel punto in cui avevamo progettato di attraversare il filo spinato. Quel luogo non era stato scelto a caso. Sebbene il filo spinato fosse stato steso lungo la maggior parte del confine, la recinzione non era ancora completa. In alcuni punti, come quello, c’era soltanto una recinzione di filo spinato alta otto piedi e larga quattro, all’interno della quale erano state disposte tre file separate di filo spinato, fissate con pesanti avvolgimenti di filo a pali piantati su solide fondamenta. Il posto di controllo che proteggeva il tratto da noi scelto si trovava a circa mezzo miglio di distanza. Sapevamo anche che vi erano autoblindo. Ma dovevamo scegliere tra due alternative: questo settore oppure un altro, forse meno sorvegliato, ma nel quale potevano esserci due o tre file di filo spinato.
Era stato predisposto in anticipo che, alcune miglia all’interno del territorio egiziano, i sostenitori della tariqa senussita ci avrebbero incontrati con cavalcature e animali da soma. Non sarebbe stato quindi necessario esporre i nostri cavalli al pericolo. Affidammo quegli animali ad alcuni mujāhidīn, perché li riportassero indietro, mentre tutti gli altri, compresi Zayd e io, raggiungemmo a piedi il filo poco prima della mezzanotte. L’oscurità era la nostra copertura, poiché gli italiani avevano abbattuto e ripulito tutta la vegetazione e i cespugli.
A nord e a sud, a diverse centinaia di metri di distanza, dopo aver disposto le sentinelle, sei dei nostri uomini avanzano strisciando, muniti di cesoie tagliafili e dei grossi guanti di cuoio che avevano conquistato in un precedente attacco contro gli operai italiani. Mentre avanzano, noi li copriamo con i nostri fucili. È un momento emozionante. Sono in ascolto del minimo rumore. Sento soltanto lo scricchiolio della ghiaia schiacciata dal peso dei corpi che avanzano e, di tanto in tanto, il richiamo di un uccello notturno. Poi arriva il crepitio delle cesoie tagliafili che affondano i primi denti nel filo spinato. Sembra un’esplosione dentro le mie orecchie, seguita dal suono più sommesso e distinto delle fibre metalliche recise… fruscio, fruscio, fruscio… che tagliano, sfregando, sempre più in profondità nel filo spinato…
Un altro richiamo d’uccello risuona nel cielo notturno; ma questa volta non è un uccello, è un segnale: proviene da una delle sentinelle che abbiamo lasciato a nord, un segnale di pericolo imminente… E proprio nello stesso momento sento il ronzio di un motore che viene verso di noi. Un fascio di luce di ricerca si proietta obliquamente nel cielo. Tutti, come un sol uomo, ci gettiamo a terra, tranne gli uomini addetti al taglio del filo; quelli continuano il loro lavoro con disperata fretta. Ormai non pensano più ad agire in silenzio. Al contrario, come indemoniati, tagliano con le cesoie e allentano con i calci dei fucili il filo spinato reciso. Dopo pochi secondi si ode uno sparo: il segnale della sentinella a nord. Il conducente dell’autoblindo deve averlo visto, perché il fascio di luce piomba improvvisamente verso il basso e sentiamo l’infausto crepitio delle raffiche di mitragliatrice. Il rombo del motore aumenta e la sua ombra nera ci passa sopra, mentre la luce dei fari cade direttamente sul terreno. Subito dopo una raffica di mitragliatrice viene diretta contro di noi. Evidentemente il mitragliere aveva mirato molto in alto. Sento il sibilo dei proiettili che passano sopra le nostre teste. Sdraiati a pancia in giù, rispondiamo con i nostri fucili.
«Il proiettore! Il proiettore!» grida qualcuno. «Sparate al proiettore!» E dopo pochi istanti il proiettore si spegne. Non c’è dubbio: il proiettore è stato frantumato dai proiettili dei nostri fucilieri dalla mira infallibile. L’autoblindo si ferma. Ma la sua mitragliatrice continua a sparare alla cieca. Proprio in quel momento, un grido davanti a noi ci fa sapere che è stata aperta una breccia nel reticolato e che la via d’ingresso è pronta. Uno dopo l’altro ci torciamo e ci trasciniamo attraverso quello stretto varco aperto, dall’altra parte della barriera; il filo spinato ci strappa i vestiti e la pelle, riducendoli a brandelli. Poi udiamo il rumore di uomini che accorrono; altre due figure avvolte in jerd si lanciano attraverso il varco del reticolato. I nostri compagni ci stanno nuovamente raggiungendo. È chiaro che gli italiani non vogliono abbandonare la protezione del veicolo per affrontarci faccia a faccia… E poi ci troviamo sul suolo egiziano; o, per meglio dire, continuiamo a correre, cercando riparo dietro le rocce, i cumuli di sabbia e i cespugli sparsi, perché alle nostre spalle, dall’altra parte della frontiera, quelli continuano a sparare a intervalli.
All’alba siamo entrati nel territorio egiziano. Ora siamo al sicuro. Dei nostri circa venti uomini ne abbiamo persi cinque. Probabilmente sono morti; altri quattro sono rimasti feriti, ma non in modo molto grave.
«Allah ha avuto misericordia di noi», dice uno dei mujahidin feriti. «A volte, tentando di attraversare il reticolato, perdiamo metà dei nostri uomini; ma Allah è grande: nessuno muore se Allah non lo vuole… Non dice forse il Sacro Corano?… Non chiamate morti coloro che sono stati uccisi sulla via di Allah, perché sono vivi, viventi…?»
Due settimane dopo, sulla via del ritorno, passando per Marsa Matruh e Alessandria, arrivammo nell’Alto Egitto; da lì, secondo i piani prestabiliti, prendemmo una barca fino a Yanbu, e io e Zayd tornammo a Medina. L’intera spedizione durò due mesi… Non sembrò che qualcuno avesse notato la nostra assenza dall’Higiaz…
.. . .. .. .. . ..
Quando a Medina varco insieme a Sidi Muhammad al-Zubayr la soglia di quell’antica sede senussita, tutte quelle vaghe risonanze di morte e disperazione tornano vive nella mia coscienza; l’odore dei ginepri e il suono dei proiettili che ci passavano sopra la testa fanno palpitare il mio cuore. Il dolore di quella spedizione, senza speranza né fiducia, si ridesta ancora una volta nel mio petto; poi, lentamente, il ricordo della mia spedizione cirenaica svanisce. Ne rimane soltanto il dolore!
quattro
Ancora una volta mi trovo davanti al Grande Senussi e guardo il volto stanco di quell’anziano guerriero. Ancora una volta bacio quella mano che ha impugnato la spada per così tanto tempo da non avere più la forza di portarla.
—Che Allah abbia misericordia di te, padre, siediti comodamente… È passato più di un anno dal nostro incontro, e insieme a quest’anno si è estinta anche la nostra speranza. Ma è la volontà di Allah: Egli fa ciò che vuole…
Certamente quell’anno era stato doloroso per Sayyid Ahmad. Le rughe del suo volto si erano fatte più profonde e la sua voce si era abbassata moltissimo, come mai prima. L’aquila stremata si era accasciata. Sedeva rannicchiato sul tappeto. Il suo burnus bianco era stretto intorno al corpo, come per tenerlo caldo, e fissava il vuoto infinito, muto e silenzioso.
—Se solo avessimo potuto salvare Umar al-Mukhtar —mormora—, se solo avessimo potuto convincerlo a fuggire in tempo e venire in Egitto…
—Nessuno avrebbe potuto salvare Sidi Umar —lo consolo—. Lui stesso non voleva essere salvato. Voleva morire se non poteva vincere; l’avevo capito quando mi congedai da lui, Sidi Ahmad!
Sayyid Ahmad scuote vigorosamente la testa. —Sì, lo sapevo anch’io… anch’io lo… sapevo, ma l’avevo capito troppo tardi. A volte penso che sia stato un errore rispondere, diciassette anni fa, alla chiamata giunta da Istanbul… E non fu forse l’inizio della morte non soltanto di Umar, ma di tutti i Senussi?
Non ho alcuna risposta a questa domanda. Perché ho sempre pensato che la decisione di Sayyid Ahmad di impegnarsi in una guerra inutile contro la potenza britannica fosse stato l’errore più fatale della sua vita.
«Ma», riprende Sayyid Ahmad, «quando il califfo dell’Islam mi chiese aiuto, come avrei potuto prendere un’altra decisione? Ho agito correttamente o mi sono comportato da sciocco? Ma chi, se non Allah, può dire se un uomo ha agito bene o male quando ascolta la voce della propria coscienza?»
«Davvero, chi può dirlo?»
Il grande Senussi continua a scuotere la testa da una parte all’altra, nel dolore e nello smarrimento. Gli occhi sono nascosti dietro le palpebre cadenti e, con improvvisa certezza, capisco che quegli occhi non brilleranno mai più della fiamma della speranza.1[Sayyid Ahmad morì a Medina l’anno seguente (1933)]
La fine del viaggio
Uno
A notte fonda lasciamo Medina lungo la strada orientale, la stessa per la quale il Messaggero di Allah si recò alla Mecca per il suo pellegrinaggio d’addio, pochi mesi prima della sua morte.
Continuiamo a viaggiare per il resto della notte, attraverso l’alba che si avvicina. Proseguiamo in sella ai nostri cammelli; ci fermiamo per un po’ per la ṣalāt del fajr ed entriamo nel giorno: un giorno grigio e nuvoloso. Prima di mezzogiorno comincia a piovere e, guardandoci intorno, decidiamo di cercare riparo in una delle loro tende nere.
La tenda è piccola. È la tenda dei beduini di Harb. Quando ci vedono, ci danno il benvenuto ad alta voce: «O viaggiatori, che Allah vi conceda lunga vita. Benvenuti!» Nella tenda dello shaykh stendo la mia coperta su una stuoia di pelo di capra, e la moglie dello shaykh, il cui volto è scoperto come quello di quasi tutte le donne beduine della regione, ripete il bel saluto di benvenuto del marito. Dopo una notte insonne, il sonno scende rapidamente su di me, accompagnato dal sommesso rullare della pioggia sul tetto della tenda. Quando, alcune ore più tardi, mi sveglio, il tambureggiare della pioggia continua ancora. Sono avvolto dall’oscurità della notte—oh no, non è notte: è soltanto il fitto baldacchino nero della tenda; e il suo odore è quello della lana bagnata. Stendo entrambe le braccia e la mia mano urta contro una sella di cammello posata a terra dietro di me. È meraviglioso al tatto il legno liscio e vecchio. Mi diverto a far scorrere le dita su di essa, finché raggiungono la parte rialzata anteriore della sella e incontrano le cinghie di budello di cammello, dure e affilate come il ferro, con cui la sella è stata cucita e assemblata. Nella tenda non c’è nessun altro oltre a me.
Dopo un po’ mi alzo e metto piede nella parte aperta della tenda. La pioggia sembra scavare buche nella sabbia colpendola senza sosta… milioni di piccole buche, che appaiono in questo momento e subito svaniscono per lasciare posto a nuove buche; poi gira e, alla mia destra, spruzza e sparge l’acqua sui massi di granito grigio-azzurro. Non vedo nessuno, perché a quest’ora del giorno saranno certamente usciti per occuparsi dei loro cammelli; più in basso, nella valle, molte tende nere vicino agli alberi di acacia restano silenziose nella quiete del pomeriggio piovoso. Da una di esse sale, avvolgendosi, una colonna di fumo grigio… il segnale della cena serale. Il fumo è così sottile e tenue da non riuscire a resistere alla pioggia… e si arrampica rasente al bordo, tremando impotente nel vento impetuoso, come la chioma di una donna. Le colline sembrano agitarsi dietro la cortina mobile di nastri d’acqua grigio-argentea; l’aria è appesantita dall’odore degli alberi di acacia selvatici e della lana umida delle tende.
A poco a poco cessano gli spruzzi e la pioggia a gocce, e sotto i raggi del sole serale le nubi cominciano a frantumarsi e a fuggire. Mi avvicino a un basso masso di granito. Su questa pietra c’è una cavità grande come una mangiatoia, nella quale, nei giorni di festa, si servono agli ospiti un’intera pecora arrosto e del riso. Ora è piena d’acqua piovana. Quando vi immergo entrambe le braccia, l’acqua mi arriva ai gomiti: è tiepida, di un tocco sorprendentemente carezzevole; e mentre muovo le braccia nell’acqua, mi sembra che la mia pelle stia bevendo! Da una tenda esce una donna con un grande recipiente di rame sulla testa: è chiaro che è venuta a riempirlo in una delle numerose cavità delle pietre e dei massi dove si è raccolta l’acqua della pioggia. Allunga ora le braccia in avanti, ora di lato, ora verso l’alto; con entrambe le mani tiene i lembi della sua larga veste rossa come fossero ventagli e avanza ondeggiando dolcemente. La donna procede oscillando proprio come oscilla l’acqua quando scorre lentamente dalla roccia verso il basso. Penso tra me: questa donna è bella come l’acqua… Da lontano odo il richiamo dei cammelli che tornano; ed eccoli apparire da dietro le colline come un gruppo sparso, mentre i pastori avanzano con passo lento e solenne; li conducono nella valle con brevi e acute grida, poi emettono un suono particolare: «g-r-r… g-r-r…». Gli animali sembrano piegare le ginocchia e sedersi; e si vedono molti cammelli abbassare ritmicamente verso terra le loro schiene brune. Quando la sera si fa più fitta, gli uomini mettono ceppi alle zampe anteriori dei cammelli e si disperdono nelle loro tende. E qui è arrivata la notte, con la sua dolce oscurità e la sua fresca mitezza. Davanti alla maggior parte delle tende arde un fuoco; il tintinnio degli utensili e delle padelle da cucina e le risate delle donne si mescolano alle grida improvvise degli uomini e alle loro frasi spezzate e frammentarie, che trasportate dall’aria giungono fino a me. Dopo i cammelli sono tornati le pecore e le capre; anche loro belano per un po’, e talvolta i cani ululano, come ululano ogni notte in ogni tenda d’Arabia.
Zayd non si vede da nessuna parte. Forse si è sdraiato in una delle tende. Cammino lentamente verso i cammelli che riposano sdraiati. Con i loro enormi corpi hanno scavato nella sabbia delle buche per sé e vi giacciono comodamente. Alcuni ruminano, mentre altri hanno disteso i loro lunghi colli sulla terra. Qualcuno solleva la testa e soffia dal naso quando gli passo accanto e, per gioco, gli tocco la grossa gobba. Un giovane cammellino giace stretto contro sua madre. Al tocco della mia mano balza in piedi, mentre sua madre gira la testa verso di me e lancia un tenero richiamo a bocca spalancata. Stringo con entrambe le braccia il collo del cammellino e, tenendolo a me, affondo il viso nel suo caldo pelo posteriore; all’improvviso rimane immobile e silenzioso: sembra che tutta la sua paura sia svanita. Il calore del giovane corpo animale penetra nel mio viso e nel mio petto; sento, sotto il palmo della mano, il sangue agitarsi nelle vene del suo collo e fondersi con il battito del mio sangue, suscitando in me un sentimento travolgente: la sensazione di una stretta vicinanza alla vita stessa, la consapevolezza di un desiderio di abbandonarmi completamente alla vita.
Due
Procediamo cavalcando i cammelli, e ogni loro passo ci conduce sempre più vicino al punto in cui il nostro cammino avrà termine. Così continuiamo a viaggiare per giorni e giorni attraverso la steppa illuminata dal sole. Di notte dormiamo sotto le stelle e ci svegliamo nella dolce frescura dell’alba; e lentamente continuo ad avanzare verso la fine del mio cammino.
Per me non c’è mai stata altra strada se non questa, anche se per molti anni non lo sapevo. Essa mi aveva chiamato molto prima che la mia mente diventasse consapevole della Mecca, con una voce potente: «Il mio regno è in questo mondo, il mio regno è anche nel mondo futuro; il mio regno attende sia il corpo sia l’anima dell’uomo e si estende su tutto ciò che l’uomo pensa, sente e fa: i suoi affari e il suo commercio, la sua devozione religiosa, la sua camera da letto, la sua politica, ogni cosa. Il mio regno non ha fine, non ha confini». E quando, alcuni anni dopo, tutto questo mi fu chiaro, seppi quale fosse il mio posto; seppi che, fin dalla mia nascita, la fratellanza islamica mi attendeva, e accettai l’Islam. Quel desiderio della mia prima giovinezza — il bisogno di un’orbita definita per i miei pensieri e le mie aspirazioni, il desiderio di essere parte inseparabile di una comunità fraterna — si era finalmente compiuto.
È davvero straordinario — forse non tanto, se si considera quale sia lo scopo dell’Islam — che la mia prima esperienza da musulmano tra i musulmani sia stata proprio la fratellanza…
Nei primi giorni di gennaio del 1927 partii di nuovo, diretto verso il Medio Oriente. Questa volta con me c’erano Elsa e il suo bambino, e proprio allora sentii che questo sarebbe stato il mio ultimo viaggio.
Da alcuni giorni navighiamo attraverso il Mediterraneo, entro un cerchio scintillante di mare e cielo. A volte ci danno il benvenuto una costa lontana e il fumo delle navi che ci sfrecciano accanto; l’Europa è scomparsa molto, molto indietro e io quasi non ricordo più nulla di essa.
Spesso esco dal comfort del ponte delle nostre cabine e scendo nella parte più misera della nave, quella con le cuccette di ferro disposte a strati. La nave era diretta verso l’Estremo Oriente, perciò la maggior parte dei passeggeri di coperta era cinese: piccoli artigiani e commercianti che, dopo molti anni di duro lavoro in Europa, stavano tornando in patria. C’era inoltre un piccolo gruppo di arabi yemeniti, imbarcatisi nel porto di Marsiglia. Anche loro stavano tornando a casa. Il frastuono e gli odori dei porti occidentali erano rimasti loro addosso. Vivevano ancora nel crepuscolo della loro vita, quando le loro mani brune spalavano carbone sulle navi inglesi, americane e olandesi; parlavano ancora delle strane città portuali straniere: New York, Buenos Aires, Amburgo. Un giorno, spinti da un improvviso desiderio dell’ignoto splendente, si erano venduti come fuochisti e spalatori di carbone su un piroscafo nel porto di Aden1destinati a spalare carbone nei focolari della nave . Erano usciti dal loro mondo conosciuto per immergersi nell’inimmaginabile e stupefacente varietà della terra, e si sarebbero elevati al di sopra di se stessi; ma tra poco la nave sarebbe entrata nel porto di Aden e quei giorni della loro vita sarebbero scomparsi nel passato. Avrebbero sostituito i cappelli occidentali con il turbante o la «kufiyya», conservando i giorni trascorsi soltanto come ricordo, e ciascuno di quegli uomini, occupato dei propri affari, sarebbe tornato nello Yemen, alla casa del suo villaggio. Sarebbero tornati a casa esattamente gli stessi uomini che un giorno erano partiti, oppure come uomini trasformati? Il mondo occidentale aveva conquistato le loro anime, o aveva soltanto sfiorato i loro sensi?
Il problema di quegli uomini si condensò nella mia mente assumendo la forma di un problema più ampio e significativo.
Riflettendo, mi rendo conto che mai in passato l’Islam e il mondo occidentale erano giunti a una vicinanza così stretta come oggi. Questa vicinanza è una lotta, al tempo stesso visibile e invisibile. Sotto la pressione della cultura occidentale, l’anima di molti uomini e donne musulmani si sta progressivamente accartocciando.
Il miglioramento del tenore di vita dovrebbe essere un mezzo per elevare l’essere umano dal punto di vista spirituale; allontanandosi da questa loro precedente convinzione, essi si lasciano guidare in una direzione diversa. Si sono inclinati verso quel paganesimo chiamato progresso, al cui culto il mondo occidentale si era consacrato, dopo aver trasformato la religione, da qualche parte sullo sfondo degli eventi, in un semplice tintinnio melodioso; e per questo questi uomini e donne musulmani si sono gradualmente rimpiccioliti invece di ingrandirsi: poiché ogni imitazione culturale, essendo contraria alla creatività, sminuisce inevitabilmente qualsiasi nazione o popolo.. .
Non si tratta del fatto che i musulmani non abbiano molto da imparare dal mondo occidentale, specialmente nel campo tecnico. Ma acquisire concezioni e metodi scientifici non è propriamente imitazione: e tanto meno lo è per una nazione la cui religione stessa le ordina di cercare la conoscenza ovunque la si possa trovare. La scienza non è occidentale né orientale; poiché tutte le scoperte scientifiche non sono che alcuni anelli dell’infinita catena dello sforzo intellettuale umano, uno sforzo che abbraccia l’intera umanità. Ogni scienziato costruisce il proprio edificio sulle fondamenta poste dagli scienziati che lo hanno preceduto, siano essi della sua stessa nazione o di una nazione diversa. E questo processo di costruzione, correzione e sviluppo continua da persona a persona, da un’epoca all’altra, da una civiltà all’altra; perciò il successo scientifico di una particolare epoca o civiltà non può mai essere considerato un risultato esclusivo di quella stessa epoca o civiltà. In ogni periodo, una nazione più vivace e intraprendente delle altre può essere capace di dare un contributo maggiore al patrimonio comune della scienza; ma alla fine tutti partecipano a questo processo, e a buon diritto. Ci fu un tempo in cui la civiltà musulmana era molto più vigorosa di quella europea. Questa civiltà trasmise all’Europa numerose invenzioni tecniche di tipo rivoluzionario, e qualcosa di più: i princìpi fondamentali propri del «metodo scientifico» sul quale si è edificata la civiltà moderna. Tuttavia, ciò non fece della chimica, nonostante le scoperte fondamentali di Jābir ibn Hayyān, una scienza araba; né si possono chiamare l’algebra e la trigonometria scienze musulmane, sebbene la prima sia stata inventata da al-Khwarizmi e il secondo sia stato inventato da al-Battani, ed entrambi fossero musulmani, proprio come non possiamo parlare di una «teoria inglese della gravità», sebbene l’uomo che diede forma a tale teoria fosse inglese. Tutti questi meriti appartengono al patrimonio comune dell’umanità. Perciò, se i musulmani adottano i metodi moderni nella scienza e nella tecnica, come certamente dovrebbero fare, seguiranno soltanto quell’impulso evolutivo che opera nell’essere umano per assimilare l’esperienza degli altri uomini, e nulla più.
Ma se adottano l’aspetto esteriore della vita occidentale, i suoi costumi, le sue usanze e le sue concezioni sociali — cosa che non hanno affatto bisogno di fare — non ne trarranno mai beneficio. Perché in questo campo ciò che l’Occidente può dare loro non sarà in alcun modo superiore a ciò che la loro stessa cultura ha dato loro e verso cui li guida anche la loro fede religiosa. Se i musulmani manterranno il sangue freddo e accetteranno il progresso come mezzo, non come fine, non solo riusciranno a conservare la libertà interiore, ma forse saranno anche capaci di consegnare agli uomini dell’Occidente quel segreto perduto della dolcezza della vita.. .
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Tra gli Yemeniti della nave c’era un uomo esile, basso e minuto, con il naso simile al becco di un’aquila e un volto così intenso da sembrare ardente; tuttavia i suoi gesti erano molto calmi e misurati. Quando seppe che ero un neomusulmano, cominciò a mostrarmi una particolare benevolenza. Per ore e ore sedevamo insieme sul ponte, mentre egli mi parlava del suo villaggio montano nello Yemen. Si chiamava Muhammad Salih.
Una sera scesi sul ponte inferiore e lo incontrai. Un suo amico giaceva su una branda di ferro, colpito dalla febbre. Mi dissero che il medico della nave non avrebbe sentito affatto il bisogno di scendere fin lì. L’uomo soffriva di malaria. Per questo gli diedi del chinino. Mentre ero occupato con lui, gli altri Yemeniti si radunarono in un angolo attorno al minuto Muhammad Salih. Mi guardavano di traverso e accettavano il consiglio che Muhammad Salih dava loro sottovoce. Alla fine uno di loro si fece avanti. Era alto, aveva il volto color oliva-bruno e due occhi neri e ardenti. Mi offrì un mucchio di banconote francesi accartocciate:
–«Le abbiamo raccolte tra noi. Purtroppo non sono molte. Ci faccia la cortesia di accettare questo denaro.»
Faccio un passo indietro, sorpreso, e spiego loro che avevo dato la medicina al loro amico, non per denaro.
–«No, no, lo sappiamo; tuttavia, la preghiamo di accettare questo denaro. Non è un pagamento per qualcosa: è un dono, un regalo da parte dei suoi fratelli. Siamo molto felici di averla incontrata, ed è per questo che le diamo questo denaro. Lei è musulmano e nostro fratello. Anzi, è migliore persino di noi. Perché noi siamo nati musulmani, i nostri padri erano musulmani e anche i nostri nonni; ma lei ha compreso l’Islam con il proprio cuore… Fratello, accetti questo denaro per amore del Messaggero di Dio.»
Ma ero ancora prigioniero dei vincoli delle mie consuetudini europee; a mia difesa dissi: «Non posso accettare un dono in cambio di un piccolo servizio reso a un amico malato… Inoltre, ho denaro a sufficienza. Voi ne avete certamente più bisogno di me. Tuttavia, se desiderate donare questo denaro, quando arriverete a Port Said datelo ai poveri.»
–«No», disse di nuovo lo Yemenita, «prenda questo denaro da parte nostra; e, se desidera conservarlo, lo dia ai poveri con le sue stesse mani.»
E mentre insistevano con me e, rattristati dal mio rifiuto, diventavano tristi e silenziosi, all’improvviso compresi: da dove provengo io, gli uomini sono abituati a erigere un muro tra “mio” e “tuo”; ma questa è una società in cui non esiste alcun muro…
—Datemi il denaro, fratelli; lo accetto, e vi ringrazio.
Tre
—Domani, «inshallah», saremo alla Mecca. Il fuoco che stai accendendo, Zayd, sarà l’ultimo; il nostro viaggio sta giungendo al termine!
—Ma certamente, zio: bisognerà accendere di nuovo il fuoco, e davanti a te e a me ci sarà sempre un altro viaggio.
—Può darsi, Zayd, fratello mio! Ma in qualche modo sento che non ci saranno più viaggi come questi in questo paese. Ho vagabondato per le terre arabe così a lungo che esse si sono mescolate al mio sangue, e temo che, se non parto adesso, non riuscirò mai più a partire… Ma, Zayd, devo andarmene. Non ricordi quel proverbio? Se si vuole rimanere puliti, l’acqua deve continuare a scorrere, deve fluire! Finché sono ancora giovane, voglio vedere come vivono i nostri fratelli musulmani nelle altre parti del mondo: in India, in Cina, a Giava…
—Ma, zio —risponde Zayd con stupore e sgomento—, certamente il vostro amore per le terre arabe non si è esaurito.
—No, Zayd, la amo come l’ho sempre amata; anzi, si potrebbe dire che forse la amo ancora di più. La amo così tanto che mi addolora persino pensare a ciò che l’attende in futuro! Ho sentito dire che il re avrebbe intenzione di aprire il suo paese agli stranieri, così da poterne ricavare denaro! Permetterà loro di scavare e cercare petrolio nell’Al-Hasa e oro nell’Hijaz, e solo Allah sa quali saranno le conseguenze per i beduini! Questo paese non sarà mai più lo stesso…
Nel silenzio immobile della notte del deserto si leva il rumore degli zoccoli di un cammello che avanza a balzi. Un solitario cavaliere sul cammello corre fuori dall’oscurità verso la luce del nostro fuoco da campo, facendo svolazzare le frange della sella e ondeggiare la sua «abaya»; all’improvviso ferma il cammello e salta giù dalla sella senza aspettare che l’animale si inginocchi e si abbassi. Dopo aver pronunciato soltanto un breve «as-salāmu ʿalaykum» — «la pace sia con voi» — e senza aggiungere altro, comincia a togliere la sella dal dorso dell’animale, getta vicino al fuoco da campo le bisacce legate alla sella e poi si siede per terra, ancora in silenzio, con il volto rivolto dall’altra parte.
—«Che Dio vi conceda lunga vita, Abu Sayyid», dice Zayd. Perché si capì che conosceva il nuovo arrivato. Ma l’uomo era ancora muto. Perciò Zayd volse il viso verso di me e disse: «Questo è uno dei rajazil di Ibn Saud—un demonio!»
Il melanconico Abu Sayyid ha la pelle nerissima; le sue labbra sono grosse e i capelli ricci, accuratamente divisi in due da una scriminatura; il pugnale infilato nella cintura è molto probabilmente un dono del re, chiuso in un fodero d’oro, e la sua cavalcatura è una splendida cammella color miele, di razza settentrionale. Le sue membra sono esili e prive di ogni superfluità; la testa è stretta, mentre le spalle e i fianchi sono solidi e possenti.
—«Che ti è successo, Abu Sayyid? Perché non parli con i tuoi amici? Sei forse posseduto dai jinn?»
«Nura»… mormora Abu Sayyid e, dopo qualche tempo, quando il caffè caldo gli scioglie la lingua intorpidita, comincia a raccontarci di Nura: Nura, una ragazza della città di Ar-Rass, nel Najd (menziona anche il nome del padre della ragazza; e si scopre che lo conosco molto bene). Quando Nura andava ad attingere l’acqua con le altre ragazze, Abu Sayyid la osservava di nascosto oltre il muro del giardino, «e sentii come se un carbone ardente fosse caduto dentro il mio cuore. Io la amo, ma suo padre, quel cane, non vuole in alcun modo dare sua figlia in matrimonio a me—un mendicante!—e dice che Nura avrebbe paura di me! Gli avevo offerto molto denaro come dote, persino un mio appezzamento di terra; ma lui mi ha sempre respinto e alla fine l’ha data in sposa a suo cugino. Che la maledizione di Dio cada su di lui; e su Nura!»
Una metà del suo volto forte e scurissimo si illumina alla luce del fuoco da campo, e l’ombra che danza sul suo viso sembra l’ombra di un inferno di tormento. Non riesce a rimanere seduto a lungo; insofferente e agitato, balza in piedi. Per un istante appoggia entrambe le mani sulla sella, poi torna vicino al fuoco e all’improvviso scatta via, precipitandosi nell’oscurità della notte deserta. Lo sentiamo correre in un ampio cerchio intorno al luogo in cui abbiamo piantato la tenda e gridare—gridare:
—«Il fuoco di Nura mi brucia e mi consuma! Il fuoco di Nura arde dentro il mio petto»—e di nuovo scoppia a piangere sommessamente: «Nura, Nura!»
Torna ad avvicinarsi al fuoco da campo e continua a corrergli intorno in cerchio; insieme a lui svolazza il suo caftano, come un uccello notturno spettrale tra la luce delle fiamme che danzano freneticamente e l’oscurità.
Era forse pazzo? Non mi sembrò. Ma poteva anche darsi che dalle oscure profondità del suo cuore si fosse risvegliata un’emozione psichica legata ai ricordi degli antenati primitivi—i ricordi ancestrali delle foreste africane, i ricordi di quegli uomini che vivevano in una prossimità ancora strettissima con i fantasmi, gli spiriti e i misteri soprannaturali, con quel tempo in cui la scintilla divina della coscienza aveva trasformato la bestia in uomo; e quella scintilla non era ancora abbastanza forte da tenere insieme gli istinti sfrenati e trasformarli in un’emozione superiore… Per un istante mi sembrò di vedere davvero davanti a me il cuore di Abu Sayyid, un grumo di sangue e carne che ardeva nel fuoco del desiderio, come se fosse un fuoco vero; e, chissà perché, mi sembrò del tutto naturale che piangesse in modo così terribile, che piangesse e corresse formando cerchio dopo cerchio, come un folle, finché i cammelli legati per le zampe non si sollevavano terrorizzati su tre zampe…
Poi torna da noi e si lascia cadere pesantemente a terra. Vedo chiaramente il disgusto che appare sul volto di Zayd alla vista di questa esplosione incontrollata. Perché, per un vero arabo dal nobile temperamento, non c’è nulla di più odioso di un’emotività così sfrenata. Ma il cuore magnanimo di Zayd si ricompone dopo pochi istanti. Afferra Abu Sayyid per la manica e lo tira con forza; quando Abu Sayyid alza la testa e fissa Zayd con lo sguardo vuoto, Zayd lo conduce dolcemente vicino a sé:
—Ehi, Abu Sayyid, come puoi dimenticare te stesso in questo modo? Abu Sayyid, tu sei un guerriero… Hai ucciso molti uomini e spesso sei sfuggito per un soffio alla morte per mano degli uomini! E ora sei stato abbattuto dal colpo di una donna? Nel mondo ci sono altre donne oltre a Nura… Ehi, Abu Sayyid, guerriero, sciocco…
Mentre l’Africano singhiozza sommessamente e si copre il volto con entrambe le mani, Zayd continua a parlare:
—Silenzio, Abu Sayyid… Alza il viso e guarda: riesci a vedere il sentiero luminoso del cielo?
Abu Sayyid guarda il cielo con stupore e io, senza rendermene conto, seguo automaticamente l’indice di Zayd e rivolgo lo sguardo verso quel sentiero pallido e irregolare che attraversa il cielo da un orizzonte all’altro. Voi lo chiamereste Via Lattea; ma i beduini, con la loro saggezza del deserto, sanno che non è altro che il sentiero del montone inviato a Ibrahim quando, per la sua sottomissione ad Allah e nella disperazione del suo cuore, sollevò il coltello per sacrificare il suo figlio primogenito. Quel sentiero del montone è rimasto visibile per sempre nel cielo, simbolo di misericordia e compassione, come ricordo della liberazione inviata per alleviare il dolore di un cuore umano; e per questo è anche un conforto per coloro che verranno dopo, nel futuro: per quelli che sono soli o smarriti nel deserto, e per quelli che attraversano il deserto della propria vita piangendo, barcollando e inciampando, abbandonati nella solitudine!
E Zayd continua a parlare, sollevando la mano verso il cielo con solennità e senza la minima arroganza, come solo un arabo sa fare:
—Questo è il sentiero del montone che Allah inviò al nostro antenato Ibrahim, quando stava per sacrificare il suo primogenito. Così Allah mostrò misericordia al Suo servo… Credi forse che Allah ti stia dimenticando? Alle parole toccanti di Zayd, il volto nero di Abu Sayyid si addolcisce in uno stupore infantile, e su di esso appare un’espressione di maggiore compostezza; e, con la concentrazione di uno studente che segue il maestro, guarda il cielo e cerca di trovarvi una risposta alla propria disperazione…
Quattro
Ibrāhīm e il suo ariete celeste: immagini di questo genere sorgono assai facilmente nella mente della gente di questa terra. Il ricordo di quell’antico capotribù è così nitido e vivo tra noi, molto più di quanto lo sia tra i cristiani occidentali. Qualunque altra cosa siano, i cristiani, per le loro immagini religiose, si affidano innanzitutto alla Torah; eppure, per gli arabi, questo ricordo è molto più luminoso e vivo persino di quanto lo sia per gli ebrei, benché la Torah sia, secondo gli ebrei, la prima e l’ultima parola di Allah all’umanità. La presenza spirituale del profeta Ibrāhīm si avverte in ogni momento in Arabia, proprio come in tutto il mondo musulmano: non soltanto perché i ragazzi musulmani ricevono spesso il suo nome, nella sua forma araba di Ibrāhīm, ma anche perché egli ritorna continuamente nel Corano e nella salat quotidiana dei musulmani; in entrambi i casi, nel ricordo del ruolo del capotribù quale primo consapevole predicatore dell’unicità di Allah. In ciò si trova la spiegazione del motivo per cui l’Islam attribuisce tanta importanza al pellegrinaggio annuale alla Mecca, con la quale la storia del profeta Ibrāhīm è intimamente legata fin dai tempi più antichi. Molti occidentali ritengono erroneamente che sia stato il tentativo del profeta Muhammad di ‘prendere in prestito’ elementi dei racconti della religione ebraica a portare Ibrāhīm nell’orbita del pensiero musulmano; ma è storicamente dimostrato che, molto prima dell’avvento dell’Islam, gli arabi conoscevano assai bene Ibrāhīm come individuo. Ogni riferimento a questo capotribù nel Corano è stato trascritto con una formulazione tale da non lasciare alcun dubbio sul fatto che egli fosse vivo davanti alla mente araba già molte, molte epoche prima dei tempi di Muhammad. Il suo nome e il profilo della sua vita vengono sempre menzionati senza introduzioni o spiegazioni, il che dimostra che doveva essere ben noto persino ai primi ascoltatori del Corano. In effetti, anche nella genealogia degli arabi preislamici Ibrāhīm occupa un posto eminente, attraverso Ismāʿīl, figlio di Hāǧar, quale antenato delle tribù arabe delle regioni settentrionali: tribù che oggi costituiscono più della metà della popolazione dell’intera nazione araba.
E a questo stesso gruppo apparteneva la tribù di Muhammad, i Quraysh. Nella Torah viene menzionato soltanto l’inizio della storia di Ismāʿīl e di sua madre. Ciò perché il successivo esito di questa storia non ha alcun rapporto diretto con il destino della nazione ebraica, e gli ebrei hanno una propria versione in proposito.
Secondo questa tradizione, Ibrāhīm lasciò Hāǧar e Ismāʿīl nel luogo dove oggi sorge la Mecca. Il modo in cui questa storia è giunta fino a noi non è affatto impossibile, se consideriamo che, per un nomade a dorso di cammello, un viaggio di trenta giorni o più non era per nulla insolito, e non lo è neppure oggi. Comunque sia, la tradizione araba narra che Ibrāhīm condusse Hāǧar e il loro bambino proprio in questa valle, in questa gola tra montagne nude e rocciose sotto il sole d’Arabia, sulla quale soffia un vento desertico simile a lingue di fuoco ardente, un luogo che persino gli uccelli rapaci evitano! Ancora oggi, sebbene la valle della Mecca sia piena di case, strade e persone di molte lingue e nazionalità, dal mezzo dei silenziosi e immobili pendii montuosi che la circondano continua a levarsi l’urlo della solitudine del deserto; e sopra le innumerevoli donne e gli innumerevoli uomini che i pellegrini prostrano davanti alla Kaaba aleggia la presenza incorporea di migliaia e migliaia di anni di un passato lontanissimo, mentre un silenzio ininterrotto e privo di vita pende sulla valle vuota.
Per quella donna egiziana, la seconda moglie, Bibi Hāǧar, questo era un ambiente adatto alla disperazione e alla frustrazione. Ella aveva dato al marito un figlio maschio e per questo era diventata oggetto di tale odio da parte della prima moglie che lei e suo figlio Ismāʿīl dovettero essere mandati in esilio. Il capotribù, il profeta Ibrāhīm, dovette certamente soffrire quando fu costretto a compiere quest’atto per ottenere il favore della sua inflessibile moglie. Ma dobbiamo ricordare che egli era il prediletto di Allah e aveva la ferma certezza che la misericordia di Allah non ha confini. Nel libro della Torah dedicato alla creazione apprendiamo che Allah lo aveva consolato dicendogli: «Non angustiatevi per il ragazzo e per la vostra schiava, vedendo la loro condizione… Dal figlio di lei farò sorgere una nazione, perché è tuo figlio». E così il profeta Ibrāhīm lasciò in quella valle la donna in lacrime e suo figlio; lasciò loro un otre e una pelle piena di datteri, mentre egli stesso partì verso il paese di Canaan, passando per Mada’in a nord.
In quella valle c’era un unico albero selvatico di sarha. Sotto la sua ombra Hāǧar sedeva con il bambino in grembo. Attorno a lei non c’era altro che la luce accecante sopra la sabbia calda, ondulata come onde, e i pendii di rocce frantumate. Com’era meravigliosa l’ombra di quell’albero… Ma quel silenzio — un silenzio terribile, nel quale non si udiva neppure il respiro di una creatura vivente! Il giorno volgeva al termine e Hāǧar pensò lentamente: se solo qui venisse qualche creatura — un uccello, un animale, sì… persino una bestia feroce! Oh, quale gioia sarebbe! Ma non venne nulla, se non la notte. La notte giunse con il sollievo della notte desertica, come se stendesse una coperta di oscurità e di frescura celeste, attenuando l’amarezza della sua disperazione. Un nuovo coraggio si ravvivò nel cuore di Hāǧar. Diede alcuni datteri al suo bambino e i due bevvero l’acqua dell’otre.
La notte finì, venne un altro giorno e poi un’altra notte. Ma quando arrivò il terzo giorno, con il suo respiro infuocato, nell’otre non rimaneva neppure una goccia d’acqua, e la disperazione prevalse su ogni forza, mentre la speranza divenne simile a un recipiente infranto. Quando il bambino cominciò a piangere inutilmente per l’acqua, con una voce sempre più debole, Hāǧar gridò ad Allah. Sconvolta dalla sofferenza del bambino, corse qua e là per la valle con entrambe le mani levate al cielo; e in ricordo di quella sua disperazione, oggi coloro che vengono alla Mecca per il pellegrinaggio corrono sette volte tra queste due colline, gridando come un giorno aveva gridato Hāǧar: «O Misericordioso, o Compassionevole, chi avrà pietà di noi, se tu non ne hai pietà?»
E proprio allora giunse la risposta: ed ecco, una sorgente d’acqua scaturì e cominciò a scorrere sulla sabbia! Hāǧar gridò di gioia e accostò il volto del bambino a quel liquido prezioso, perché potesse bere; poi bevve anch’ella con lui, tra un respiro e l’altro, pronunciando in atteggiamento di preghiera «zummī, zummī» — una parola priva di significato, come se volesse imitare il rumore dell’acqua che sgorga dalla terra e dire: «Scaturisci, scaturisci». Per impedire che l’acqua si esaurisse e scomparisse sotto terra, Hāǧar accumulò sabbia tutt’intorno alla sorgente e costruì un piccolo muro; così il flusso dell’acqua si arrestò e si trasformò in un pozzo. Da allora esso è conosciuto come il pozzo di Zamzam ed è ancora oggi esistente.
Ora i due sono al sicuro dalla morsa della sete, e le datteri durarono ancora per parecchi giorni. Dopo alcuni giorni, un gruppo di beduini che aveva lasciato la propria patria nell’Arabia meridionale insieme alle famiglie e alle greggi, in cerca di nuovi pascoli, passò per caso dall’ingresso di questa valle. Quando videro stormi di uccelli girare in cerchio sopra di essa, conclusero che doveva esserci dell’acqua. Alcuni di loro spronarono i cammelli e si precipitarono nella valle per vedere che cosa vi fosse; trovarono una donna sola, seduta con un bambino accanto al bordo di un pozzo colmo d’acqua. Quella gente era mite per natura. Chiese dunque ad Agar il permesso di stabilirsi nella sua valle, e Agar lo concesse a una condizione: il pozzo di Zamzam sarebbe rimasto per sempre proprietà di Ismaele e dei suoi discendenti.
Quanto a Abramo, la tradizione racconta che qualche tempo dopo tornò in quella valle e, secondo la promessa di Allah, vi trovò Agar e suo figlio vivi. Da allora cominciò a recarsi spesso da loro; sotto i suoi occhi, Ismaele divenne un uomo giunto alla maturità e sposò una ragazza di una tribù dell’Arabia meridionale. Alcuni anni dopo, il patriarca Abramo ricevette in sogno l’ordine di costruire, per il suo Signore, un luogo di culto presso il pozzo di Zamzam. Con l’aiuto del figlio costruì quindi il primo modello di quell’edificio di culto che ancora oggi esiste alla Mecca ed è noto come Kaaba. Mentre tagliavano le pietre per edificare quella che in futuro sarebbe stata considerata la prima casa costruita per il culto dell’unico Allah, Abramo levò il volto al cielo e, con voce colma di emozione, esclamò: «Labbayk! Allahumma, labbayk». «Sono pronto per Te, o Allah, sono pronto per Te». Per questo, quando i musulmani si recano alla Mecca per compiere il pellegrinaggio alla prima casa di culto eretta per l’unico Allah e si avvicinano alla città santa, innalzano il medesimo grido: «Labbayk! Allahumma, labbayk».
Cinque
‘Labbayk! Allahumma labbayk।…
Quante volte ho udito questo grido durante i miei cinque pellegrinaggi alla Mecca! Mi è sembrato di sentirlo ancora mentre giacevo accanto al fuoco, vicino a Zayd e Abu Sa’id.
Chiudo gli occhi e la luna e le stelle scompaiono davanti a me. Mi poso il braccio sul volto, e ormai nemmeno la luce del fuoco riesce a penetrare attraverso le mie palpebre. Tutti i suoni e i rumori del deserto sono sprofondati nel silenzio. Non odo più nulla, se non il grido «Labbayk» nella mia mente e il sordo mormorio e pulsare del sangue nelle orecchie. Il sangue emette un suono indistinto, batte, pulsa e si infrange come le onde del mare che si abbattono sullo scafo della nave, e come il palpito del motore. Sento il palpito del motore, avverto sotto di me il tremito delle tavole della nave, percepisco nelle narici l’odore del fumo e dell’olio della nave e odo quel grido: «Labbayk! Allahumma, labbayk». Così risuonava da centinaia di voci su quella nave che mi aveva trasportato sei anni prima, durante il mio primo pellegrinaggio, dall’Egitto all’Arabia, attraverso un mare chiamato Mar Rosso, e nessuno sa perché questo mare abbia ricevuto tale nome. Viaggiavamo infatti in nave attraverso il Canale di Suez; alla sua destra si ergevano alcune montagne dell’Africa, mentre a sinistra si stendeva la catena montuosa della valle del Sinai: due montagne nude, spoglie, di roccia, prive di vegetazione. Con l’avanzare della nave, esse si allontanavano sempre più, fino quasi a scomparire dalla vista; raggiungemmo così una distanza velata di nebbia, da cui la terra poteva essere soltanto percepita, non vista con gli occhi. Per tutto il tratto del Canale di Suez l’acqua che vedevamo non era rossa, ma grigia; poi, nel tardo pomeriggio, quando entrammo nell’ampio e aperto Mar Rosso, vedemmo che, sotto il lieve tocco dell’aria carezzevole, anch’esso era azzurro come il Mediterraneo.
A bordo si trovano soltanto pellegrini diretti all’Hajj, e sono così numerosi che si può dire a malapena che la nave abbia la capacità di trasportarli tutti. La compagnia di navigazione, avida fino alla follia dei profitti della breve stagione dell’Hajj, senza preoccuparsi minimamente del comfort dei passeggeri sta letteralmente stipando la nave fino all’orlo. Sul ponte, nelle cabine, nei corridoi, su ogni scala, nelle sale da pranzo di prima e seconda classe, e nelle stive che sono state svuotate e dotate di scale appositamente per trasportare passeggeri: ogni spazio vuoto e ogni angolo sono stati riempiti dolorosamente di persone ammassate l’una contro l’altra. Quasi tutti sono pellegrini provenienti dall’Egitto e dal Nordafrica. Con la massima umiltà, tenendo davanti agli occhi soltanto lo scopo di questo viaggio, sopportano senza protestare né lamentarsi queste sofferenze del tutto inutili. Donne, uomini e bambini giacciono in gruppi, ammassati sul tavolato del ponte come animali, e con estrema fatica strofinano e puliscono le stoviglie domestiche; cucinano — perché la compagnia non fornisce alcun cibo — e continuamente corrono qua e là, spingendosi tra la folla, con tazze di latta o recipienti d’acqua rivestiti di tela cerata, in una tormentosa ressa incessante; cinque volte al giorno si radunano intorno ai rubinetti dell’acqua, perché per tutte quelle persone ci sono pochissimi punti in cui compiere le abluzioni prima della salat. Chiunque li osservi soffrire nell’aria soffocante delle stive profonde della nave, due ponti sotto il livello del ponte principale, stive nelle quali in altri momenti viaggiano soltanto balle e casse di merci, comprenderà la forza della loro fede, la potenza della loro convinzione, quella forza che rende saldi questi pellegrini dell’Hajj; perché sono così assorbiti e immersi nel pensiero della Mecca che sembra quasi non avvertano affatto le loro sofferenze. Sulle loro labbra c’è soltanto il discorso dell’Hajj, e i loro cuori si illuminano dello slancio con cui guardano al loro imminente futuro. Le donne cantano spesso in coro inni alla Città Santa, e ancora e ancora si leva un grido: «Labbaïk! Allahumma labbaïk!»
Verso mezzogiorno del secondo giorno risuona il fischio della nave: è il segnale che abbiamo raggiunto la latitudine di Rabigh. Rabigh è un piccolo porto a nord di Gedda, dove, secondo un’antica tradizione, i pellegrini dell’Hajj provenienti dalle regioni settentrionali devono togliersi gli abiti quotidiani e indossare l’ihram, cioè l’abito dei pellegrini. Questo abito consiste di due pezzi di stoffa bianca, di lana o di cotone, non cuciti: uno viene avvolto intorno alla vita e arriva fin sotto le ginocchia, mentre l’altro viene lasciato ricadere liberamente su una spalla; la testa rimane scoperta e nuda. Il fondamento di questo abito risale a un esempio del passato del Messaggero. Il suo significato è che, durante l’Hajj, i credenti che accorrono da ogni parte del mondo per visitare la Casa di Allah non debbano sentirsi estranei gli uni agli altri; che non vi sia alcuna distinzione tra razze e popoli, né tra ricchi e poveri, tra elevati e umili; che tutti sappiano di essere fratelli, uguali davanti ad Allah e agli uomini. Ed ecco che, in un attimo, dalla nostra nave sono scomparsi tutti gli abiti variopinti e sgargianti degli uomini! Ora non si vedono più il rosso tarbush tunisino, il sontuoso e costoso burnus dei marocchini, né la trasandata galabiyya egiziana; intorno a noi, ovunque, ci sono soltanto i pellegrini dell’Hajj, che si muovono con maggiore dignità, chiaramente influenzati da questo mutamento e diretti verso l’Hajj. Poiché l’ihram lascerebbe scoperta gran parte del corpo delle donne, le pellegrine possono conservare i loro abiti abituali. Ma, come abbiamo visto sulla nostra nave, i loro abiti sono o interamente neri o interamente bianchi: gli abiti delle egiziane sono neri, quelli delle donne nordafricane bianchi; e questi abiti non aggiungono la minima nota di colore al quadro d’insieme.
All’alba del terzo giorno la nave getta l’ancora; quasi tutti siamo in piedi presso la ringhiera, con la costa araba davanti a noi, e guardiamo verso la terraferma, che lentamente emerge nitida dalla nebbia mattutina.
Da ogni parte vediamo le sagome delle altre navi di pellegrini dell’Hajj e, tra quelle navi e la terraferma, strisce d’acqua di un giallo sbiadito e di un verde smeraldo: sono le formidabili barriere coralline sommerse, parte della lunga e ostile barriera che si stende di fronte alla costa orientale del Mar Rosso. A oriente, disseminato qua e là, si scorge qualcosa di basso, simile a una montagna e avvolto nella penombra; ma quando, all’improvviso, il sole sorge dietro di esso, non è più una montagna: diventa una città sul mare, che dalla riva sale a gradoni verso l’alto, con case sempre più alte man mano che ci si avvicina al centro della città — un piccolo e delicato agglomerato di edifici costruiti con pietra corallina rosa e giallo-grigia: il porto di Gedda. A poco a poco distinguiamo chiaramente finestre a sportello con tende rialzate e frange, e balconi nascosti dietro altri balconi, ai quali molti anni di clima umido hanno conferito la stessa tonalità grigia. Al centro, un minareto si erge fendendo il cielo, bianco e slanciato, diritto e semplice come un grappolo d’uva rivolto verso l’alto.
Ancora una volta si leva il grido: «Labbaïk! Allahumma labbaïk!» — un’esultante invocazione di sottomissione e di entusiasmo, che sale dai pellegrini dell’Hajj, eccitati nei loro abiti bianchi, e corre sulle acque verso la terra delle loro più fervide speranze e dei loro sogni!
Le loro speranze, e anche le nostre: perché per me la vista di questa costa araba è il compimento conclusivo di molti anni di ricerca. Guardo mia moglie Elsa, che è stata la mia compagna in questo viaggio dell’Hajj, e nei suoi occhi leggo lo stesso sentimento…
E poi vediamo uno stormo di ali bianche correre velocemente verso di noi dalla terraferma: le imbarcazioni costiere arabe, con le vele latine issate e inclinate, sfiorano la superficie del mare con un ritmo dolce e silenzioso, serpeggiando come attraverso il varco tra due invisibili barriere coralline, i primi messaggeri inviati dall’Arabia e pronti ad accoglierci. Le barche si avvicinano lentamente, sempre più vicine, e alla fine si radunano tutte insieme accanto alla nave, inclinando e facendo oscillare gli alberi; le loro vele vengono ammainate una dopo l’altra con estrema agitazione, frusciando e schioccando — come se uno stormo di enormi gru fosse sceso in cerca di cibo. Dal silenzio di un attimo prima si leva allora tra loro un frastuono rauco di voci e grida: sono le urla dei barcaioli, che cominciano a saltare da una barca all’altra e si lanciano sulla scala della nave per impadronirsi dei fagotti, delle casse e dei bagagli dei pellegrini dell’Hajj. I pellegrini sono così sopraffatti dall’emozione alla vista della Terra Santa che, invece di cercare di difendersi, accettano semplicemente tutto ciò che viene loro fatto!
Le barche sono pesanti e larghe; la forma ruvida e disadorna dei loro scafi è straordinariamente incongrua con la bellezza e l’elegante leggerezza dei loro alti alberi e delle vele. Certamente fu su una barca di questo genere, o forse su un’imbarcazione dello stesso tipo ma un po’ più grande, che il temerario conquistatore dei mari Sindbad salpò per avventure alle quali nessuno lo aveva invitato, e approdò su un’isola che in realtà era… oh, la schiena di una balena mostruosamente gigantesca… E fu su navi di questo genere che i numerosi Fenici di Sindbad prendevano il largo attraverso il Mar Rosso verso sud, per proseguire il loro viaggio attraverso il Mare Arabico alla ricerca di spezie, legno d’agar, incenso e dei tesori di Ofir…
E ora noi, i fragili e nani eredi di quegli audaci e valorosi viaggiatori del mare, navighiamo in barca attraverso il Mar dei Coralli, evitando le barriere coralline sommerse sotto l’acqua, seguendo un’ampia linea curva: tutti pellegrini dell’Hajj, vestiti di bianco, una folla muta di uomini stipati e ammassati tra valigie, casse, bauli e fagotti… Il nostro cuore trema nell’attesa, siamo pervasi dai brividi!
Anch’io ero colmo di aspettativa. Ma mentre sedevo a prua della barca, tenendo la mano di mia moglie nella mia, come avrei potuto prevedere che questo modestissimo tentativo di compiere l’Hajj avrebbe cambiato le nostre vite così profondamente, così completamente? Ancora una volta sono costretto a pensare a Sindbad. Quando lasciò la costa del suo paese e si avventurò in mare, proprio come me non aveva la minima idea di ciò che il futuro gli avrebbe riservato; non aveva previsto le singolari avventure che in seguito gli sarebbero capitate, né desiderava prevederle; voleva soltanto commerciare e guadagnare denaro. Io non desideravo altro che compiere l’Hajj; ma quando gli eventi destinati ad accadere nella sua vita e nella mia accaddero davvero, nessuno dei due poté più guardare il mondo con gli occhi di prima.
È vero, nella mia vita non accadde nulla di così straordinariamente fantastico come ciò che quel marinaio di Sindbad dovette affrontare: jinn, donne stregate o giganteschi uccelli roc; e tuttavia il mio primo Hajj esercitò nel profondo della mia vita un’influenza che tutte le sue traversate messe insieme non poterono mai esercitare sulla sua. La morte aspettava Elsa davanti a sé, e nessuno di noi due aveva colto alcun segno di quanto fosse vicina. Per quanto riguardava lei e me, avevo capito di aver lasciato il mondo occidentale per vivere tra i musulmani; ma non sapevo che mi stavo lasciando alle spalle tutto il mio passato. Il mio vecchio mondo stava giungendo al termine senza alcun avvertimento: quel mondo di idee e sentimenti occidentali, di sforzi e aspirazioni, di immagini mentali! Alle mie spalle si stava chiudendo lentamente una porta, così silenziosamente, così furtivamente che non ne ero nemmeno consapevole; ma un giorno tutto sarebbe cambiato, e con esso anche l’oggetto di tutti i desideri: questo era il destino!
Fino ad allora avevo visto molto dell’Oriente. Conoscevo l’Iran e l’Egitto molto meglio di qualunque città d’Europa. Kabul non mi era più estranea da molti anni; conoscevo i mercati di Damasco e di Isfahan. Perciò non potei pensare che tutto ciò fosse «così insignificante e ordinario» quando, per la prima volta, camminai attraverso un mercato di Gedda e mi trovai davanti a un’accozzaglia e a una ripetizione informe di ciò che altrove in Oriente si vede in una forma molto più compiuta!
Il mercato è stato coperto con assi di legno e stuoie di fibra per schermarlo dal sole cocente; i raggi del sole, domati attraverso i loro buchi e strappi, illuminano e rivestono l’oscurità d’ombra di un bagliore dorato. Qua e là, negli spazi aperti, ci sono focolari da cucina, davanti ai quali ragazzi neri infilzano piccoli pezzi di carne su spiedi e li arrostiscono sulla brace ardente. Ci sono anche caffè, con recipienti di ottone verniciato e sedili fatti di foglie di palma; si vedono botteghe colme di merci europee e orientali! Ovunque c’è aria afosa, un caldo insopportabile, odore di pesce e polvere di corallo. Dappertutto si accalca la gente: innumerevoli pellegrini dell’Hajj vestiti di bianco e i prosperi cittadini di Gedda, dediti alla vita familiare, nei cui volti, abiti e comportamenti si sono mescolati tutti i paesi del mondo musulmano. Forse il padre è un Hindustani, a giudicare dal nome; lui stesso, forse di sangue malese e arabo, ha sposato una donna discendente da Uzbeki per parte di padre e probabilmente di stirpe somala per parte di madre. Questa è la testimonianza vivente di molti secoli di pellegrinaggi dell’Hajj e dell’ambiente islamico, nel quale non c’è posto per differenze di colore o distinzioni di casta. Oltre al mescolarsi del sangue portato dagli abitanti locali e dai pellegrini, a quel tempo (1927) Gedda, nell’Hijaz, era l’unico luogo in cui fosse consentito abitare ai non musulmani. Di tanto in tanto si vedono insegne di negozi scritte in lingue europee, e persone con abiti tropicali bianchi e caschi o cappelli contro il sole; sopra i consolati sventolano bandiere straniere.
Tutto questo sembra ancora legato alla terraferma non più di quanto lo sia al mare: con i suoni e gli odori del porto, con le navi all’ancora oltre la sottile e curva linea del corallo e con le barche da pesca dalle vele triangolari, è un mondo non molto diverso da quello del Mediterraneo. Eppure già qualcosa appare diverso: le case, animate da una brezza leggera, con facciate magnifiche e ben proporzionate, le cui finestre e balconi, incorniciati da legno lavorato, sono coperti da schermi di sottili e delicate stecche di legno; attraverso le aperture di questi schermi gli abitanti possono vedere liberamente tutto ciò che c’è all’esterno, mentre i passanti non possono vedere ciò che si trova dentro. Queste opere lignee sono incastonate nelle pareti di pietra corallina rosa come nastri grigio-verdi, delicate e perfettamente armoniose. Questo non è più il Mediterraneo, né è completamente Arabia: è il mondo costiero del Mar Rosso, sulle cui due sponde si osserva questo genere di architettura.
Naturalmente, nel frattempo l’Arabia proclamava la propria identità nel cielo simile all’acciaio, nelle montagne di nuda roccia, nelle dune a oriente e in quel respiro di grandezza e in quella nuda desolazione che sono sempre così meravigliosamente intrecciati nel paesaggio arabo.
Il pomeriggio seguente la nostra carovana si mise in viaggio verso Mecca, serpeggiando attraverso la folla di beduini pellegrini, cammelli con o senza howdah sul dorso, cammelli da cavalcatura e asini con il dorso coperto da sontuosi tessuti variopinti, dirigendosi verso l’ingresso orientale della città. Di frequente le automobili ci sfrecciavano accanto — tra le prime automobili dell’Arabia Saudita — cariche di pellegrini e strombazzando con i clacson. Sembrava che i cammelli capissero che quei nuovi mostri erano loro nemici. Perché ogni volta che un’automobile si avvicinava, si rannicchiavano e correvano disperatamente verso il muro delle case, muovendo il lungo collo da una parte e dall’altra: animali sbigottiti e indifesi. In modo inquietante, per quelle bestie pazienti e dal corpo imponente stava sorgendo una nuova epoca, e i segnali della paura e dell’estinzione imminente le terrorizzavano. Poco dopo ci lasciammo alle spalle le bianche mura della città e all’improvviso ci trovammo in un deserto: una vasta distesa grigio-bruna e desolata, con qua e là cespugli spinosi e ciuffi di erba della steppa; attraverso quella distesa si innalzavano alcune basse montagne isolate, simili a un arcipelago nel mare, mentre a oriente si ergevano, come una muraglia, montagne un po’ più alte, di roccia, grigio-azzurre, dall’aspetto accidentato e prive di ogni segno di vita. In tutta quella distesa spaventosa si muovevano carovane, molte in lunghe file: centinaia, migliaia di cammelli, gli animali uno dietro l’altro, carichi di howdah, pellegrini e fagotti; a volte scomparivano dietro le montagne, per poi riapparire alla vista. A poco a poco tutte le strade confluivano in un’unica via grigio-polvere, formata dalle impronte lasciate nel corso di centinaia di anni da carovane dello stesso genere.
In quel silenzio del deserto, che non veniva infranto ma anzi si faceva più profondo per il tonfo dei passi dei cammelli, per le grida occasionali dei conducenti beduini e, qua e là, per il canto sommesso di qualche pellegrino, fui all’improvviso sopraffatto da una sua immensa e agghiacciante sensazione: quel sentimento onnicomprensivo mi sconvolse a tal punto che si potrebbe dire fosse una creazione divina. Mi vidi su un ponte sospeso sopra un abisso invisibile: un ponte così lungo che l’estremità da cui ero giunto era già scomparsa in una lontananza remota e indistinta, mentre l’ombra dell’altra estremità non era ancora apparsa ai miei occhi. Ero fermo nel mezzo; il cuore mi si strinse per il terrore quando mi vidi così, tra le due estremità di un ponte — già lontanissimo da una di esse e ancora non vicino all’altra — e per alcuni lunghi secondi mi sembrò che sarei dovuto rimanere per sempre tra le due estremità, sempre sopra il ruggente abisso…
— quando, sul cammello davanti a me, una donna egiziana intonò all’improvviso l’antichissimo grido dei pellegrini: «Labbayka, Allahumma labbayk» — e il mio sogno andò in frantumi!
Da ogni parte sentivo la gente intonare in coro «Labbayka, Allahumma labbayk»; oppure una contadina egiziana cantava in onore del Rasūl Allāh, dopo di che dalle labbra di un’altra donna si levava una «gatrāfa», quel grido di gioia delle donne arabe che le donne lanciano durante tutte le feste — come i matrimoni, la nascita di un bambino, la circoncisione e ogni sorta di processione religiosa, e soprattutto durante la processione del pellegrinaggio. Nell’Arabia dei tempi antichi, terra di eroi, quando le figlie dei capi salivano in groppa alle cavalcature e andavano in guerra insieme agli uomini della loro tribù, la «gatrāfa» si udiva spesso sul campo di battaglia, per ispirarli ed eccitarli a imprese ancora più eroiche (perché lasciare che una di quelle donne venisse uccisa e, peggio ancora, fatta prigioniera dal nemico era considerato il massimo disonore).
Quasi tutti i pellegrini viaggiavano in howdah: due howdah sul dorso di ciascun cammello. E il dondolio dei howdah rendeva a poco a poco i cavalieri mentalmente stanchi e confusi e infliggeva una sofferenza terribile ai loro nervi, tanto incessanti erano quel movimento e quel dondolio. Per qualche tempo il cavaliere sonnecchiava, privo di ogni energia, poi si svegliava di soprassalto, si riaddormentava e si risvegliava di nuovo. I conducenti di cammelli che camminavano a piedi accanto alla carovana richiamavano di tanto in tanto i loro animali con alte grida. Alcuni di loro intonavano a intervalli un canto al ritmo dei passi allungati dei cammelli.
Verso mattina arrivammo a Bahba. Lì la carovana si fermò per la giornata, perché il caldo era così intenso che si poteva viaggiare soltanto di notte.
Questo villaggio — che in realtà non era altro che due file di rozze capanne, botteghe di caffè, alcune capanne dalle foglie di palma e una piccola moschea — si trovava esattamente a metà strada tra Gedda e Mecca, in un luogo dove le carovane sostavano per la giornata da tempi immemorabili. Anche il paesaggio qui era quello che avevamo visto lungo tutto il percorso dopo aver lasciato la costa: un deserto, con montagne isolate qua e là, e a oriente una catena di rilievi più alti e più bassi che separava la regione bassa della costa dall’altopiano dell’Arabia centrale. Ma ora il piccolo deserto intorno a noi sembrava l’immenso accampamento di un esercito: innumerevoli tende, cammelli, howdah, fagotti e un intreccio di molte lingue — arabo, hindustani, malese, persiano, somalo, turco, pashtu, amarico e, Allah solo sa, quante altre! Era davvero un raduno, un’assemblea delle nazioni. Ma poiché tutti indossavano l’«ihram», che rende tutti uguali, era quasi impossibile distinguere a quale stirpe o nazione appartenesse ciascuno; tutte le nazioni insieme sembravano una sola nazione!
Dopo aver viaggiato per tutta la notte, i pellegrini erano stanchi. Ma ben pochi tra loro sapevano che anche il tempo del riposo poteva essere utilizzato. Per quasi tutti il viaggio era probabilmente un’impresa del tutto insolita, e per molti era il primo viaggio della loro vita: un viaggio verso una meta nuova e grandiosa. Avevano naturalmente motivo di essere inquieti: dovevano correre qua e là, tastando con le mani in cerca di qualcosa da fare, anche se non si trattava d’altro che di aprire e legare borse, sacchi e fagotti; altrimenti il loro legame con il mondo si sarebbe spezzato e si sarebbero completamente smarriti in una felicità ultraterrena, come un uomo che si perde in mare……
Mi sembra che sia accaduto proprio questo alla famiglia che alloggiava nella tenda subito dopo la mia; a quanto pare, sono pellegrini giunti da un villaggio del Bangladesh. Parlano raramente: siedono per terra a gambe incrociate, con lo sguardo fisso verso oriente, in direzione della Mecca, nel cuore del deserto, nel deserto che luccica e arde sotto il calore tremolante. Sui loro volti c’è una serenità così profonda che mi è sembrato fossero già davanti alla Casa di Allah e quasi alla Sua presenza. La bellezza di quegli uomini attira lo sguardo: sono esili e leggeri, con capelli arruffati che ricadono fino alle spalle e barbe nere, lucide e lisce come l’olio.
Uno di loro giace malato sopra una coperta; accanto a lui sono inginocchiate due giovani donne: nei loro larghi salwar rossi e blu, nelle tuniche ornate d’argento e nelle folte chiome scure ricadenti sulla schiena, sembrano due piccoli uccelli dai molti colori. La più giovane porta un anello d’oro infilato in una delle narici.
Nel pomeriggio l’uomo malato morì. Quelle ragazze non fecero nulla di simile ai lamenti funebri che le donne dei paesi orientali fanno spesso; quell’uomo era morto sulla via del pellegrinaggio, nella Terra Santa, e per questo era beato. Gli uomini lavarono il cadavere e lo avvolsero nel sudario usando proprio l’abito che il morto aveva indossato. Poi uno di loro si fermò davanti alla tenda, portò le mani, raccolte a coppa, vicino alla bocca e recitò ad alta voce l’adhān: «Allāhu akbar», «Allāhu akbar» — «Allah è grande», «Allah è grande» — «lā ilāha illā Allāh, Muḥammadur rasūlullāh» — non c’è divinità all’infuori di Allah e Muhammad è il Suo messaggero!… … Una preghiera per il defunto! Che la misericordia di Allah sia su tutti voi. Da ogni direzione accorsero uomini avvolti nell’ihrām e si raccolsero, disponendosi fila dopo fila dietro l’imām, come i soldati di un grande esercito. Terminata la ṣalāt funebre, scavarono una tomba; un vecchio recitò alcuni versetti del Corano e poi gettarono della terra sul pellegrino morto, che giaceva rannicchiato su un fianco, con il volto rivolto verso la Mecca… .
La mattina del secondo giorno, prima dell’alba, la distesa polverosa si restringe e le montagne si avvicinano sempre più, fino quasi a toccarsi; attraversiamo una gola e, nella pallida luce dell’aurora, i primi edifici della Mecca appaiono ai nostri occhi. Poi, mentre il sole sale nel cielo, entriamo nelle strade della città santa.
Le case attuali sono simili a quelle di Gedda: finestre dello stesso tipo, con persiane lavorate, e balconi coperti; ma la pietra usata per costruirle mi è sembrata più pesante e più spessa del chiaro corallo di Gedda. È ancora molto presto; eppure il caldo intenso e onnipresente ha già cominciato ad aumentare. Davanti a molte case ci sono panche di legno, sulle quali dormono persone stanche ed esauste. Le strade sterrate lungo cui la nostra carovana procede ondeggiando verso il centro della città diventano sempre più strette. Mancano ormai soltanto pochi giorni alla festa del pellegrinaggio. Per questo la folla nelle strade è enorme. Innumerevoli pellegrini indossano il bianco ihrām, mentre molti altri, avendo temporaneamente deposto l’ihrām, portano i loro abiti quotidiani: gli abiti di tutti i paesi del mondo musulmano; gli acquaioli camminano curvi sotto il peso delle pesanti otri, oppure sotto le stanghe da cui pendono, come secchi, bidoni di benzina pieni d’acqua; i conducenti d’asini e gli asini da sella avanzano facendo tintinnare le campanelle al collo, con il dorso coperto di stoffe dai colori vivaci; e, come per completare questa grande adunanza, dalla direzione opposta arrivano i cammelli, con le lettighe vuote sulla schiena, emettendo versi di tonalità diverse. Nelle strade strette c’è un tale frastuono, un tale clamore, che si potrebbe pensare che il pellegrinaggio non sia qualcosa che si celebra ogni anno da molti e molti secoli, ma piuttosto un’improvvisa sorpresa, una meraviglia per la quale la gente non era preparata! Alla fine la nostra carovana cessò di essere una carovana e diventò un groviglio caotico di cammelli, bagagli, pellegrini, conducenti di cammelli e confusione!
Avevo preso accordi per alloggiare presso la casa di un famoso mutawwif, o guida, di nome Hasan Abid. In quel caos, la possibilità di ritrovare lui o la sua casa mi sembrò assai scarsa. Ma all’improvviso qualcuno gridò: «Hasan Abid! I pellegrini di Hasan Abid! Dove siete?». E un giovane apparve d’un tratto davanti a noi, come un jinn uscito da una bottiglia; chinò profondamente la testa e ci pregò di seguirlo. Era stato Hasan Abid a mandarlo per guidarci fino a casa sua. Dopo aver fatto una buona colazione nella casa del mutawwif, andai con il giovane che per primo mi aveva accolto alla Moschea Sacra. Camminammo a piedi attraverso strade brulicanti di gente, oltrepassando le botteghe dei macellai. Avanzammo sudando tra nugoli di mosche, odori di carne, verdure e ortaggi, e polvere. Poi attraversammo un mercato stretto e coperto, dove si trovavano soltanto botteghe di mercanti di tessuti, una festa di colori. Come nei mercati degli altri luoghi dell’Asia occidentale e dell’Africa settentrionale, le botteghe erano soltanto alcune mensole alte un metro da terra, sulle quali sedeva il mercante a gambe incrociate, circondato da ogni sorta di stoffe e tessuti colorati ammassati intorno a lui; sopra la sua testa pendevano file e file di stoffe per ogni tipo di abito, destinate a tutti i popoli del mondo musulmano!
E c’erano anche persone di ogni popolo, negli abiti di ogni nazione e d’ogni foggia: alcuni con il turbante, altri a capo scoperto; alcuni camminavano in silenzio, a testa bassa, forse con un rosario in mano. Altri correvano a passo svelto attraverso la folla; i flessibili corpi bruni dei Somali scintillavano come rame tra le pieghe delle loro ampie vesti pelose; gli abitanti delle alture dell’Arabia centrale, dal corpo esile e dal volto affilato, si muovevano con fierezza; gli Uzbeki, dalle membra pesanti e dalla corporatura solida, indossavano anche in quel caldo della Mecca dei caftani imbottiti di cotone e stivali di cuoio alti fino al ginocchio; le donne di Giava portavano il sarong, avevano il volto scoperto e gli occhi a mandorla; i marocchini procedevano lentamente, dignitosi nei loro bianchi burnus; gli abitanti della Mecca indossavano abiti di cotone bianco e sul capo portavano ridicoli berretti rotondi, così piccoli da coprire appena la sommità; sui volti dei fellahin egiziani si leggeva l’eccitazione; gli indiani vestiti di bianco, dagli occhi neri, facevano capolino da sotto i loro enormi turbanti candidi come la neve; e le donne indiane, così completamente avvolte nei loro bianchi burqa da sembrare tende ambulanti; qui si trovavano anche i giganteschi neri di Timbuctù o di Dahmir, vestiti di ampie vesti blu e con in testa berretti rossi che coprivano la sommità; e le donne cinesi, minute e ordinate, camminavano con passi leggeri e misurati, come farfalle variopinte, con un’andatura simile a quella degli zoccoli di una cerva. Da ogni parte si levavano grida e il clamore della folla, un’eccitazione tale che mi sembrò di trovarmi proprio nel mezzo di un’onda che si abbatteva, della quale riuscivo a cogliere soltanto alcuni dettagli, mai un’immagine coerente. Tutto scorreva in un brusio di innumerevoli lingue, tra gesti animati e calore febbrile. E così, a un certo punto, ci trovammo davanti a uno degli ingressi della sacra Moschea al-Haram.
È un ingresso con tre archi; una scalinata di pietra sale gradino dopo gradino fino all’apertura dell’ingresso. Sulla soglia è seduto un mendicante indiano seminudo, che ci tende le sue due braccia magre e scheletriche. E proprio allora vidi per la prima volta lo spazio interno della Casa Santa, simile a un quadrato, molto più in basso del livello della strada e assai più in basso dell’ingresso; per questo, davanti ai miei occhi, apparve come una grande vasca: un vasto quadrilatero circondato da numerosi archi semicircolari poggiati su molte colonne, e al suo centro un edificio alto quaranta piedi, quadrato e con sei lati uguali, coperto da un drappo nero. Intorno al drappo correva una larga fascia, sulla quale erano scritti in lettere dorate i versetti del Corano; essa avvolgeva la parte superiore del drappo e lo cingeva tutto: la Kaʿba…
Dunque, questa è la Kaʿba, la meta delle aspirazioni di quanti milioni e miliardi di persone per tanti secoli! Per raggiungere questa meta, quali immensi sacrifici hanno compiuto in tutte le epoche innumerevoli pellegrini! Molti sono caduti in cammino tra le braccia della morte, molti altri vi sono giunti dopo aver sopportato immense sofferenze e perdite; eppure, per tutti loro, questo piccolo edificio quadrato era il culmine delle loro aspirazioni, e riuscire ad arrivare qui significava compimento, pienezza. Qui si erge un cubo quasi perfetto — che è il significato etimologico del suo nome arabo, Kaʿba — interamente coperto da un drappo nero, come un’isola serena proprio al centro dell’immenso quadrilatero della moschea: molto più pacifica e armoniosa di qualsiasi altra opera architettonica in qualunque parte della terra. Viene spontaneo pensare che colui che costruì per primo la Casa della Kaʿba — poiché l’edificio originario di Abramo è stato ricostruito più volte nella stessa forma — volesse creare una parabola dell’umiltà e della piccolezza dell’uomo davanti ad Allah. Il costruttore della Kaʿba sapeva che nessuna bellezza del ritmo architettonico, nessuna perfezione delle linee, per quanto nobile e possente, avrebbe mai potuto rendere giustizia all’idea di Allah; perciò si era limitato al disegno più semplice concepibile: un edificio di pietra quadrato, con sei lati uguali.
Ho visto molte moschee musulmane nel mondo, nelle quali le mani di grandi artisti hanno creato opere d’arte ispirate. Ho visto moschee nell’Africa settentrionale, splendidi luoghi di culto costruiti in marmo e alabastro bianco; ho visto a Gerusalemme la moschea al-Aqsa, una cupola di straordinaria perfezione, posata su una struttura delicata, sogno di un’unione senza contrasti fra leggerezza e pesantezza; e a Istanbul i magnifici palazzi — come le moschee di Süleymaniye, Yeni Valide e Bayezid —, oltre alle moschee di Bursa in Asia Minore e a quelle dell’epoca safavide in Iran: una regale assemblea armoniosa di pietra, piastrelle di maiolica dai molti colori, mosaici, grandi archi a stalattiti sopra porte con sbalzi d’argento, gallerie di pietra bianca e turchese con esili minareti, quadrilateri rivestiti di marmo contenenti fontane e vecchi banani; e a Samarcanda, le moschee di Tamerlano, nobili rovine — magnifiche persino nella loro decadenza!
Ho visto tutto questo, ma ciò che in questo momento provo davanti alla Kaʿba — la mano del costruttore è giunta così intimamente, così vicina alla sua coscienza religiosa — non l’ho mai provato in vita mia. Nella semplicità estrema di un cubo, attraverso la rinuncia completa a ogni bellezza delle linee, viene proclamata questa idea: qualunque bellezza l’uomo riesca a creare con le proprie mani, ritenerla degna di Allah sarebbe una vanità del tutto insensata; perché, per esprimere la maestà di Allah, la concezione più semplice che l’uomo possa immaginare è anche la più sublime. Alla base della concezione della semplicità matematica delle piramidi egizie doveva agire nell’uomo un sentimento dello stesso genere, sebbene là avessi trovato anche una certa vanità umana e una sua espressione nelle immense proporzioni con cui egli aveva costruito quegli edifici. Ma qui, nella Kaʿba, persino la sua forma proclama il sacrificio e la sottomissione dell’uomo. In tutto il mondo non esiste nulla che possa essere paragonato all’orgogliosa umiltà di questo piccolo edificio.
Nella Kaʿba c’è una sola entrata: una porta rivestita d’argento sul lato nord-orientale, a circa sette piedi dal suolo. Perciò vi si può arrivare soltanto con una scala di legno mobile, collocata davanti alla porta per pochi giorni all’anno. L’interno, che di norma rimane chiuso — in seguito lo vidi più volte —, è molto semplice: il pavimento è di marmo, vi sono stesi alcuni tappeti e lampade di bronzo e d’argento pendono da un soffitto sostenuto da alcune pesanti travi di legno. In realtà, l’interno della Kaʿba non possiede alcuna dignità particolare, perché la santità della Kaʿba è legata all’intero edificio, che per tutto il mondo musulmano è la qibla, cioè la direzione della salat. È verso questo simbolo dell’unicità di Allah che centinaia di milioni di musulmani nel mondo volgono il volto cinque volte al giorno.
Nell’angolo orientale dell’edificio è incastonata e lasciata scoperta una pietra nera, cupissima, circondata da un’ampia cornice d’argento. Questa Pietra Nera, che generazioni di pellegrini hanno baciato senza sosta, fino a scavarvi una cavità, è stata causa di molti equivoci presso i non musulmani. Essi credono che sia un simbolo feticistico che Muhammad avrebbe accettato come concessione ai miscredenti della Mecca. Nulla potrebbe essere più lontano dalla verità. Proprio come la Kaʿba è oggetto di venerazione, non di culto, così lo è anche questa Pietra Nera. Essa viene onorata come l’unica pietra rimasta dell’edificio che Hazrat Ibrahim costruì per primo; e poiché, durante il Pellegrinaggio d’Addio, le labbra del Messaggero di Allah toccarono questa pietra, da allora tutti i pellegrini hanno continuato a baciarla nello stesso modo. Il Profeta sapeva perfettamente che i credenti delle generazioni future avrebbero sempre seguito il suo esempio. Quando baciava questa pietra, sapeva che le labbra di tutti i pellegrini a venire sarebbero giunte qui, per l’eternità, a incontrare il ricordo delle sue labbra! Il ricordo delle sue sante labbra, sotto forma di un abbraccio simbolico che egli ha lasciato a tutta la sua umma: un abbraccio senza tempo e immortale, ogni volta che le loro labbra sante toccheranno la Pietra Nera. E quando i pellegrini baciano la Pietra Nera, sentono di abbracciare il Messaggero di Allah e di abbracciare tutti gli altri musulmani che sono venuti qui prima di loro e quelli che verranno dopo di loro!
Nessun musulmano negherà che la Kaʿba esistesse già molto, molto prima del Messaggero di Allah. In realtà, la sua importanza risiede precisamente in questo fatto. Il Messaggero di Allah non sostenne di essere l’artefice di una nuova religione. Al contrario, secondo l’insegnamento del Corano, la «sottomissione» ad Allah, cioè l’«Islam», esiste come disposizione naturale dell’essere umano fin dagli albori della coscienza umana. Questo è ciò che hanno insegnato Ibrāhīm, Mosè, Gesù e tutti gli altri profeti di Allah; e il Corano è l’ultima delle rivelazioni divine. I musulmani non negano neppure che questa Casa sacra fosse piena di idoli e di simboli soprannaturali prima che Muhammad li facesse a pezzi, proprio come Mosè aveva frantumato il vitello d’oro sul Sinai: perché qui si adorava il vero Allah molto, molto prima che gli idoli fossero collocati nella Kaʿba; e pertanto ciò che fece Muhammad non fu altro che restaurare la moschea di Ibrāhīm secondo il suo scopo originario.
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Ed eccomi qui, in piedi davanti alla Casa di preghiera di Ibrāhīm, a guardare senza alcun pensiero — poiché il pensiero e la meditazione sarebbero venuti molto più tardi — quella meravigliosa costruzione; e da qualche nascosto seme di gioia dentro di me nasce lentamente un’esultanza orgogliosa, simile a un canto.
Con lastre di marmo levigate, sulle quali danzano i riflessi dei raggi del sole, è stato ricoperto il terreno formando un ampio cerchio intorno alla Kaʿba; e sulle lastre di marmo camminano in cerchio molte persone, donne e uomini, intorno alla Casa di Allah coperta dal manto nero. Alcuni piangono, alcuni invocano Allah a gran voce nella preghiera, mentre molti non hanno parole sulle labbra né lacrime negli occhi: continuano soltanto a camminare a capo chino…
Il tawāf, il circumambulare a piedi sette volte intorno alla Kaʿba, fa parte del pellegrinaggio: il suo scopo non è soltanto mostrare rispetto per questo luogo sacro centrale dell’Islam, ma ricordare a ciascuno quale sia la richiesta fondamentale del modo di vivere islamico. La Kaʿba è il simbolo dell’unicità di Allah, e la circumambulazione del corpo intorno alla Kaʿba è un’espressione simbolica delle attività umane; significa che dobbiamo fare di Allah il centro non solo dei nostri pensieri e sentimenti racchiusi nel termine «vita interiore», ma anche della nostra vita esteriore attiva, delle nostre azioni e dei nostri concreti sforzi e iniziative.
E anch’io divento lentamente parte di quel movimento; di tanto in tanto mi accorgo della presenza, accanto a me, di un uomo o di una donna; davanti ai miei occhi affiorano e svaniscono innumerevoli immagini rapide e indistinte. Vedo un negro di corporatura imponente, vestito del bianco iḥrām, con un rosario di legno avvolto come una catena intorno al robusto polso nero. Un malese debole cammina per un po’ al mio fianco, a piccoli passi; le sue due braccia pendono, come impotenti e smarrite, accanto al suo sarong batik. Di chi sono quegli occhi grigi sotto quelle sopracciglia folte e arroganti? E in quell’istante scompaiono tra la folla. Tra i molti che stanno davanti a questa Pietra Nera c’è una giovane indiana: è evidente che è malata; sul suo volto stretto e delicato è sbocciato un desiderio straordinariamente manifesto, visibile agli osservatori come la vita dei pesci e delle alghe sul fondo di uno stagno limpido e trasparente. Tiene rivolti verso la Kaʿba i palmi delle sue mani pallide, sollevate, e le dita le tremano come al ritmo di una preghiera muta…
Continuo a camminare; passano i minuti, uno dopo l’altro, e tutto ciò che era meschino e amaro nel mio cuore comincia ad abbandonarlo. Divento parte della corrente circolare — oh, è forse questo il significato di ciò che stiamo facendo: diventare consapevoli, comprendere che ciascuno di noi è parte di un movimento, di un moto lungo un’orbita? È forse questa la fine di ogni smarrimento, di ogni confusione? E gli istanti svaniscono, il tempo si ferma, silenzioso e immobile — ed ecco il centro dell’universo!
Nove giorni dopo Elsa morì.
Morì improvvisamente, dopo aver sofferto per meno di una settimana. All’inizio era sembrato che non fosse nulla più di un lieve malessere dovuto al caldo e al cibo a cui non era abituato. Poi si scoprì che si trattava di una malattia tropicale sconosciuta, di fronte alla quale i medici siriani dell’ospedale della Mecca erano del tutto sconcertati. Intorno a me calarono le tenebre più oscure e la disperazione più assoluta.
Fu sepolto nel polveroso cimitero della Mecca. Sulla sua tomba fu posta una pietra. Non me la sentii di incidere alcuna iscrizione su quel blocco di roccia; mi sembrava infatti che pensare a un’epigrafe equivalesse a pensare al futuro, e in quel momento non riuscivo nemmeno a immaginare il mio futuro.
Ahmad, il giovane figlio di Elsa, era con me da più di un anno, nell’interno dell’Arabia. Era il mio compagno, un coraggioso ragazzo di dieci anni. Ma dopo qualche tempo dovetti accomiatarmi anche da lui. La famiglia di sua madre riuscì infine a convincermi che Ahmad doveva assolutamente essere mandato a scuola in Europa. Dopo di allora, di Elsa non mi rimase altro che il ricordo e una pietra nel cimitero della Mecca, oltre a una grande oscurità, che si sarebbe dissolta solo molto più tardi, dopo che mi ebbi abbandonato all’eterno abbraccio dell’Arabia. La notte era ormai molto inoltrata, ma eravamo ancora seduti intorno al fuoco da campo ormai spento. Abu Sa’id aveva intanto superato la violenta tempesta del desiderio; i suoi occhi ora erano tristi, alquanto stanchi. Cominciò a parlarci di Nura come si parla di una persona amata, morta da molto tempo.
—Sapete bene che non era bella, ma io la amavo.
Sopra le nostre teste c’era la luna piena, colma come una creatura vivente. Non c’è da stupirsi che gli Arabi dell’epoca preislamica considerassero la luna una figlia di Allah? —La dea dai lunghi capelli al-Lat, che dava vita alla sua misteriosa fecondità. In suo onore, i giovani e le giovani dell’antica Mecca e di Ta’if celebravano le notti di luna piena sotto il cielo aperto, in sfrenate ubriacature, con giochi d’amore e gare poetiche. Dalle brocche di terracotta e dalle bottiglie di pelle scorreva vino rosso come il sangue e, poiché era estremamente rosso ed estremamente eccitante, i poeti lo paragonavano al sangue delle donne nelle loro poesie licenziose dedicate all’amore. Quei giovani fieri e travolti dalle emozioni riversavano l’impeto dei loro cuori nel grembo di al-Lat, «la cui bellezza è come il raggio della luna quando la luna è piena e il cui splendore è come uno stormo di gru nere che spiccano il volo nel cielo»; questa vigorosa dea dalla giovinezza primordiale, che aveva spiegato le ali dall’Arabia meridionale verso nord e fino alla lontana Ellade, nella forma di Leto.
Da questo diffuso e nebuloso culto della natura di al-Lat e dal culto di un’intera schiera di altre divinità, giungere all’alta concezione dell’unico Allah del Corano fu per gli Arabi un lungo e ampio viaggio. Comunque sia, l’essere umano ha sempre amato viaggiare lontano lungo il cammino della propria anima —e qui, in Arabia, non meno che in qualsiasi altro paese del mondo: amò talmente il lungo viaggio che l’intera sua storia può essere descritta come la storia della ricerca della propria religione.
Per gli Arabi questa ricerca fu sempre la ricerca dell’Assoluto. Anche nei tempi più antichi, quando avevano completamente riempito il mondo intorno a loro di innumerevoli dèi, demoni e mostri, erano sempre consapevoli di quell’Uno assoluto, che nella sua verità e nella sua gloria supreme sta al di sopra di tutte le divinità: una potenza invisibile, inconcepibile e universale, molto al di sopra di tutto ciò che la mente umana può immaginare, la causa eterna al di là di ogni azione. Per loro, la dea al-Lat e le sue due sorelle divine, Manat e al-‘Uzza, non erano altro che figlie di Allah, che fungevano da tramite tra l’Uno inconoscibile e il mondo visibile. Erano il simbolo delle forze inconcepibili che circondavano l’esistenza umana; ma nel profondo dello sfondo del pensiero arabo era sempre presente la conoscenza dell’«Uno», pronta in ogni momento a sprigionarsi in una fede consapevole e cosciente. Come avrebbe potuto essere altrimenti? Erano un popolo cresciuto nel silenzio e nella solitudine, tra un cielo severo e una terra severa. In questo spazio duro, semplice e infinito, la loro vita era davvero difficile. Perciò non potevano liberarsi dal desiderio di una forza capace di avvolgere tutti gli esseri e tutta la creazione in infallibile giustizia e misericordia, severità e saggezza: Allah… il grande Allah. Egli esiste per tutta l’eternità e illumina l’infinito diffondendo la Sua luce; ma, poiché tu sei entro i confini delle Sue opere, Egli ti è più vicino «della tua vena giugulare…»
… … … …
Il falò si è spento. Zayd e Abu Sayyid dormono, e poco lontano le nostre tre cammelle giacciono sulla sabbia bianca alla luce della luna, ruminando con un lieve, sommesso scricchiolio, fermandosi di tanto in tanto. Creature meravigliose… Di quando in quando una di loro cambia posizione e sfrega contro il terreno il lato piano della sua gobba simile a un corno, emettendo talvolta un suono dalle narici, come se avesse sospirato. Meravigliose, chiaramente riconoscibili. Sì, fra tutti gli animali che l’uomo utilizza, queste sono diverse, distinte da tutti questi paesaggi: esseri privi di un’espressione definita ondeggiano in mezzo alle contraddizioni, malinconici e tuttavia infinitamente miti, umili.
Non riesco a dormire, e per questo esco dalla tenda e mi avvio camminando, poi salgo su una collina vicina. La luna pende bassissima nel cielo sopra l’orizzonte occidentale e illumina le basse montagne rocciose, che si ergono come fantasmi dalla landa desolata. Da qui, attraverso le pianure costiere dell’Hegiaz, il terreno si distende verso occidente, digradando molto lentamente: una serie di vallate attraversate da numerosi sinuosi letti di torrenti prosciugati, senza il minimo segno di vita, dove non ci sono villaggi, case né vegetazione: vallate immobili nella nudità della luce lunare. E tuttavia proprio da questa terra desolata e priva di vita, proprio fra queste vallate sabbiose e queste montagne nude, sgorgò come una fonte la religione che nella storia dell’umanità ha dato alla vita la sua più alta affermazione…
È una notte calda e immobile. A causa della luce incerta e della distanza, le montagne sembrano muoversi, ondeggiare. Sotto la luce della luna palpita un pallido, azzurro, opaco chiarore. E attraverso quest’azzurro spento scorre lentamente un accenno di luminosità bianca come il latte, simile al fantasma memoriale di tutti i colori della terra; ma questo azzurro ultraterreno rende spenti tutti i colori, senza dissolversi per trasformarsi nell’orizzonte, ed è come un potente richiamo verso ciò che è inaccessibile, inconoscibile!
Non lontano da qui, nascura ai miei occhi, si trova la pianura di Arafat, fra queste vallate e queste montagne deserte e prive di vita: nella pianura dove tutti i pellegrini che vengono alla Mecca si radunano un giorno ogni anno, a memoria del Giorno della Resurrezione, quando ogni uomo dovrà rispondere al proprio Creatore. Sono in piedi, a capo scoperto, nella veste bianca del pellegrino, in mezzo a innumerevoli pellegrini vestiti di bianco, giunti da tre continenti. Tutti i nostri volti sono rivolti verso il Jabal ar-Rahma, la «Montagna della Misericordia», che si erge al centro dell’immensa pianura: restando in piedi e contemplandola, è trascorso mezzogiorno, è passato il qibāl, mentre penso a quel Giorno inevitabile: «quando sarete esposti davanti agli sguardi e nulla di ciò che nascondete rimarrà celato…»
E quando raggiungo la cima della montagna e guardo in basso, verso la pianura invisibile di Arafat, azzurra e lavata dalla luna, nel paesaggio davanti a me, quella pianura che un attimo prima era completamente inanimata si anima all’improvviso, insieme al flusso della vita di tutti coloro attraverso i quali è passato il fiume della vita umana, e si riempie delle voci misteriose di tutti quei milioni di uomini e donne che hanno camminato fra la Mecca e Medina, cavalcando cammelli, durante più di milletrecento pellegrinaggi, milioni e milioni di pellegrini vestiti di bianco nell’arco di milletrecento anni; odo i suoni e le voci dei loro giorni trascorsi, quelle ali della fede che li hanno protetti e condotti a radunarsi in questa terra di montagne rocciose e sabbia, e l’apparente immobilità torna a palpitare del calore della vita, nell’arco di molti secoli, e quel poderoso battito d’ali mi trascina nella sua orbita, riportando i miei giorni passati nel presente, e ancora una volta guido il mio cammello attraverso la pianura—
—guidando il cammello, facendo tuonare la pianura sotto i colpi delle zampe dei cammelli in corsa, sono tornato da Arafat alla Mecca insieme a migliaia di beduini vestiti dell’ihram: una minuscola particella di quell’onda irresistibile, ruggente, che scuote la terra, di innumerevoli cammelle e uomini in corsa; nelle mani degli uomini, appese ad alte aste, le bandiere delle rispettive tribù, che schioccano nel vento come tamburi, mentre le grida di guerra tribali lacerano l’aria: «Ya Rawqa, ya Rawqa»—il grido con cui gli uomini della tribù Atayba invocano il loro antenato; al quale la tribù Harb risponde urlando: «Ya Awf, ya Awf», e quasi in aperta opposizione giunge un’eco dall’estrema destra della fila: «Shammar, ya Shammar».
Corriamo guidando i cammelli, volando attraverso la pianura, e mi è sembrato che volassimo sostenuti dal vento; ci siamo smarriti in una gioia la cui fine è ciò che non ha fine… E il vento proclama al mio orecchio, con voce acuta, un folle grido di gioia: non sarai mai più uno straniero—mai, mai!
Alla mia destra ci sono i miei fratelli e alla mia sinistra ci sono fratelli, tutti sconosciuti; ma nessuno è estraneo a me, nessuno è straniero: nell’immensa esultanza della nostra corsa verso la meta siamo un solo gruppo, alla ricerca dello stesso obiettivo! Davanti a noi si stende la vasta terra, e nei nostri cuori tremola una scintilla della fiamma che ardeva nei cuori dei Compagni del Profeta. I fratelli alla mia destra e quelli alla mia sinistra sanno di essere rimasti indietro rispetto a ciò che ci si aspettava da loro, e che nel corso di molti secoli i loro cuori sono diventati piccoli, angusti; e tuttavia la promessa del successo non è stata ritirata da loro, né da noi…!
Dalla folla agitata come il mare, qualcuno lancia il grido della propria tribù e innalza il richiamo della fede: siamo fratelli di colui che si sottomette ad Allah; e un altro si unisce a lui: «Allahu Akbar», Allah è il più grande.
E ogni gruppo delle tribù eleva lo stesso grido. In quel momento non sono più beduini ubriachi dell’orgoglio tribale: sono uomini che sanno che il mistero di Allah attende davvero loro… attende noi… Tra il rumore dei passi di migliaia di cammelli al galoppo e il fruscio di centinaia di vessilli, il loro grido si trasforma lentamente nel fragoroso ruggito del trionfo: Allahu Akbar.
Questo ruggito fluisce come un’immensa, possente onda sopra migliaia di uomini che avanzano sul dorso dei cammelli, sopra la vasta distesa, fino a ogni angolo della terra: Allahu Akbar! Questi uomini, espandendo le loro piccole e insignificanti vite, sono diventati grandi, e la loro fede ora li trascina avanti, verso l’unità, verso orizzonti mai esplorati… L’aspirazione non sarà più piccola e segreta; si è risvegliata: l’alba di un successo abbagliante! L’uomo avanza con il lungo passo di questo successo, insieme a tutta la gloria e lo splendore donati da Allah; nella sua andatura è la sua esultanza, nella sua conoscenza la liberazione, e il suo mondo è una sfera senza confini…
L’odore dello sterco dei cammelli, il loro respiro e i loro nitriti, il fragore tonante sollevato dai colpi dei loro innumerevoli zoccoli, le grida degli uomini, il tintinnio dei fucili appesi ai chiodi delle selle, la polvere e il sudore: dentro tutto ciò, una gioiosa e piacevole serenità.
Mi volto seduto sulla sella e dietro di me vedo migliaia di cavalieri sui cammelli, avvolti in vesti bianche, la folla aggrovigliata che si infrange onda dopo onda e, oltre di loro, quel ponte sul quale sono giunto: la sua estremità è proprio dietro di me, mentre il suo inizio è già svanito nella nebbia della lontananza.