Dedica

A tutte le anime devote e pure—che, nell’adempiere al loro più sacro dovere sulla via del conseguimento della soddisfazione del Creatore, hanno conseguito il martirio.

Al loro sangue puro—che è scorso—come onde tumultuose sulle pagine della storia—per rendere consapevoli le generazioni future del loro supremo dovere. A quei valorosi martiri—che, nella lotta per l’attuazione dell’ideale islamico secondo il comando del Grande Creatore, non hanno esitato a sacrificare persino la loro vita più cara; senza dubbio, essi furono veri obbedienti del Signore e anche nell’Aldilà conseguiranno il successo. A quelle persone—che hanno detto ai loro compagni: unitevi,

Temete Allah, rafforzate la fede e rimanete nella Sua schiera. A quei giovani valorosi—che, percorrendo la via della verità, non si sono lasciati atterrire da centinaia di crisi e difficoltà. Nessuna tempesta avversa ha potuto rallentare il loro impeto indomabile. A mio marito—che, fino all’ultimo difficile momento della mia vita, è stato il mio sostenitore e il mio aiuto. Egli non mi ha mai abbandonata, neppure nel momento più difficile della vita; anzi, nel viaggio comune verso il conseguimento dello stesso obiettivo, ha consegnato la propria vita al Creatore. Ai fratelli e alle sorelle musulmani dell’Oriente e dell’Occidente—che hanno letto la mia autobiografia. Prego Allah di rendere fruttuoso il mio sforzo e di farne qualcosa di utile e vantaggioso per tutti. (Amen)

 

Introduzione

Dopo aver rivolto infiniti saluti e benedizioni al caro Profeta Hazrat Muhammad (pace e benedizioni su di lui), liberatore dell’umanità intera, sento la necessità di presentare, sotto forma di introduzione, alcune parole.

Ho pensato molte volte di mettere per iscritto i vari eventi della mia vita, ma, poiché personalmente non attribuivo loro grande importanza, non sono riuscita a trasformare quei pensieri in realtà. Tuttavia, quando i miei fratelli e sorelle, nonché i miei figli e le mie figlie, legati al movimento islamico, hanno insistito più volte sulla necessità di mettere per iscritto tali eventi come uno dei principali doveri religiosi, non ho potuto fare a meno di concordare con loro su questo punto.

Le forze false e ribelli a Dio dell’Oriente e dell’Occidente avevano deciso di sradicare non soltanto il movimento islamico, ma anche i suoi dirigenti portatori della bandiera della verità e i mujahidin rivoluzionari dell’Islam, poiché gli operatori combattenti del movimento islamico avevano dichiarato la decisione di attuare il Corano di Allah e la Sunna del Nobile Messaggero (pace e benedizioni su di lui). Essi dicevano: il Corano di Allah e la Sunna del Messaggero non sono venuti per rimanere sospesi, ma per essere stabiliti alla lettera. In realtà, attraverso l’insegnamento e l’educazione secondo l’ideale del tawhid e l’instaurazione di un autentico rapporto con Allah, bisogna liberare la comunità musulmana, affinché raggiunga la sua piena dignità, da ogni sorta di superstizioni e usanze insensate che ne ostacolano la realizzazione. In tal modo, dal volto della terra sarà sradicato il dominio delle persone ribelli a Dio e tiranniche. La schiavitù dell’uomo sotto l’uomo avrà fine. Solo allora la vera forma della vita, come nella società dei Compagni dell’età dell’oro, sarà ristabilita nella sua esistenza concreta.

Non vi è alcun dubbio che il vero successo e la piena realizzazione della nostra Terra e dei miliardi di persone che la abitano dipendano proprio dal successo del movimento islamico.

Le torture diaboliche e disumane nelle oscure celle delle prigioni, la brutalità dei crudeli carnefici e dei flagellatori hanno accresciuto ulteriormente la pazienza, il coraggio e la forza degli audaci e devoti militanti del movimento islamico.

Anche coloro che, prima di noi, in ogni epoca hanno sostenuto la via e la causa della verità hanno dovuto affrontare tali avversità e prove. Tuttavia, neppure le potenze formidabili dell’epoca, come Nimrod e il Faraone, riuscirono a distoglierli dalla via della verità. Al loro confronto, quanto sono davvero insignificanti le pene e le persecuzioni carcerarie dell’epoca attuale!

È possibile affrontare un’argomentazione con un’argomentazione, un’opinione con un’opinione e una discussione attraverso la discussione. Ma le potenze del falso, accecate dal potere, considerano più glorioso scagliare contro i seguaci della verità una frusta nelle mani di un pazzo, anziché ricorrere a tali metodi costruttivi. È davvero difficile trascinare questi oppressori e tiranni fautori del falso, questi autoproclamati signori, fuori dal caos dell’ignoranza e dello smarrimento verso la via della guida.

La via della verità è una sola: è la via di Allah, dei Suoi profeti e messaggeri e dei loro seguaci. La via opposta è la via della menzogna e del falso. A ogni passo vi sta in agguato Satana, nemico della verità. Satana trascina gli esseri umani, con estrema cautela, sulla via della perdizione e dello smarrimento.

«E questa è la Mia via retta e semplice. Seguitela; e non seguite altre vie diverse, che vi farebbero allontanare dalla via retta e semplice». (Al-Qur’an) Soltanto adottando l’ideale dell’Islam, cioè camminando sulla via di Allah e seguendo il Qur’an e la Sunna, è possibile liberare l’umanità odierna dalla piovra dello smarrimento.

Nell’epoca attuale intravedo, attraverso gli sforzi uniti della comunità musulmana, i segnali di un successo ottenuto affrontando le forze ribelli a Dio. Sono fiducioso che presto assisteremo anche allo spettacolo della bandiera della vittoria della verità sventolare sulla piramide delle dottrine del falso. Ho inoltre la ferma convinzione che la nazione adempirà pienamente alla propria responsabilità ideologica. Infatti, la nazione musulmana è sorta proprio per mantenere alte le bandiere del Tawhid e della Risalat.

Naturalmente, non ritengo che vi sia fretta di fissare un limite di tempo o di anni per il successo del movimento islamico. Nella vita di una nazione idealista ciò non riveste neppure grande importanza. La cosa essenziale, però, è prestare attenzione a verificare se, rimanendo al sicuro da errori e deviazioni, stiamo continuando a procedere verso il conseguimento del nostro obiettivo.

Crediamo di essere sulla via della verità, e ciascuno di coloro che si uniranno alla nostra carovana contribuirà, come un mattone, alla costruzione dell’emirato islamico. Un’altra cosa importante è che non si deve permettere in alcun modo che l’impegno nel movimento si affievolisca; per nessuna ragione il ritmo deve rallentare, né è consentito ritirarsi. Riteniamo che subire la persecuzione carceraria sia una verità storica: è proprio ciò che spetta a coloro che lottano senza compromessi contro il falso!

È superfluo dirlo: proprio alla luce di questa importanza, nel tentativo di onorare la richiesta dei miei fratelli e delle mie sorelle, mi sono accinta a mettere per iscritto la mia autobiografia; per questo lavoro imploro l’aiuto di Allah l’Onnipotente.

Nel raccontare la mia vita ho dovuto menzionare più volte avvenimenti tali da far rabbrividire l’anima anche solo a immaginarli. In verità, Jahannam è il nome del campo di addestramento della turpitudine e della crudeltà delle punizioni, nonché dei carnefici e degli specialisti delle torture. Coloro che sono usciti dal rogo di questo Jahannam hanno nuovamente proclamato a gran voce: «O gente del mondo! L’Islam non è il nome di una stirpe o di una relazione, bensì l’eterno ideale di vita di un sistema e della sua attuazione».

Credo che Allah mi aiuterà a mettere per iscritto i singolari avvenimenti della vita carceraria e che ciò sarà come una fiaccola per i credenti. Il nome della nostra via è Sirat al-Mustaqim, e va ribadito più volte che il nome della compiutezza finale dei messaggi di verità portati, nei secoli, dai profeti e dagli inviati è proprio la Shari‘a muhammadiana (pace e benedizioni su di lui).

«Chi vuole creda e chi vuole neghi». Coloro che sono pronti a sopportare le avversità e le calamità nel cammino di Allah si uniscono, per volontà di Allah, sotto la bandiera del Corano e della Sunna.

È con questa consapevolezza che ci siamo uniti al movimento islamico: qualunque prova ci venga da Allah, la affronteremo con il sorriso. Sappiamo infatti che Allah ha acquistato dai credenti la loro vita e i loro beni in cambio del Paradiso. Questo perché essi combattono sulla via di Allah, fino al punto di diventare martiri su questa via. Allah ha promesso ciò attraverso la Torah, il Vangelo e il Corano.

Un saluto colmo d’amore e devozione a quei martiri che, prima di noi, sono entrati in Paradiso. Senza dubbio siamo viandanti sulla via della verità. Saluto anche coloro nei cui cuori risplende, seppure debolmente, la luce della fede. Può darsi che Allah l’Onnipotente li onori anch’essi con la fortuna della guida. Zaynab al-Ghazali

 

Parole del traduttore

Oggi, in ogni angolo del mondo, le schiere dei militanti rivoluzionari del movimento islamico sono impegnate in una lotta senza compromessi, avendo prestato il solenne giuramento di condurre milioni di figli di Adamo, privati dei loro diritti e oppressi, fuori dalle spietate persecuzioni, dallo sfruttamento e dalle cospirazioni dei circoli imperialisti capitalistici occidentali e dei gruppi imperialisti rossi, fino alla dorata meta della libertà, della pace e della prosperità. Non soltanto il mondo musulmano, ma persino le fondamenta delle roccaforti centrali dei gruppi imperialisti bianchi e rossi tremano oggi al fragoroso tuono di questi giovani animati dallo spirito rivoluzionario. Essi sono fermamente determinati a stabilire, instaurando la religione di Allah nel mondo di Allah, i diritti fondamentali di tutta l’umanità e una pace duratura.

Nella carovana rivoluzionaria del movimento islamico, da un lato avanzano i giovani militanti consapevoli cantando inni jihadisti; parallelamente, con il tintinnio risvegliante di melodie del tawhid, avanzano anche le sorelle, figlie ardenti della luce della verità. Una di queste sorelle rivoluzionarie è l’onorevole Zaynab al-Ghazali, celebre presidente del movimento islamico femminile egiziano.

Quando il presidente Nasser, in qualità di fantoccio dei gruppi di interessi consolidati del mondo arabo e strumento dei circoli imperialisti, faceva passare il rullo compressore dell’oppressione sulla popolazione egiziana desiderosa di libertà, dando i più abietti esempi di terrore e barbarie, Zaynab al-Ghazali era una di quei credenti coraggiosi che levavano la voce in difesa della giustizia e della verità e contro la falsità. Di fronte al poderoso movimento popolare guidato da Zaynab al-Ghazali, il presidente Nasser perse il controllo. Nel frattempo, il governo sovietico fece pressione sul presidente Nasser affinché annientasse immediatamente quell’eccezionale movimento egiziano. Nasser, però, era consapevole della rabbia covante del popolo egiziano e della forza fondamentale del movimento. Perciò, dapprima tese una trappola cospiratoria. Propose a Zaynab al-Ghazali un importante incarico ministeriale e la partecipazione al potere. Ma Zaynab al-Ghazali respinse tali proposte e chiese l’immediata instaurazione nel Paese di un sistema sociale islamico, conformemente alle richieste del popolo.

Quando Nasser fallì in ogni modo nel condurre nella trappola della cospirazione quella grande leader della rivoluzione islamica, fu presa la decisione di assassinarla. Per attuare la decisione, fu organizzato un piano spettacolare sotto forma di incidente stradale. Ma, per grazia di Allah, ella scampò persino a una morte certa. Infine, non vedendo altra via, il presidente Nasser tirò un sospiro di sollievo dopo aver gettato la presidente Zaynab al-Ghazali dietro le sbarre di una prigione di ferro. Questa sua opera autobiografica è il resoconto dei vari episodi terrificanti della sua vita carceraria. Considerata l’incredibile popolarità che il libro ha conquistato in tutto il mondo, ritenemmo necessario offrire la traduzione bengalese ai fratelli e alle sorelle di lingua bengalese. Se il carattere rivoluzionario e intransigente di Zaynab al-Ghazali lascerà un’impronta nel cuore dei fratelli e delle sorelle bengalesi, considereremo ricompensata la nostra fatica.

Primo capitolo

Il rancore personale di Jamal Nasser nei miei confronti

In un piacevole pomeriggio del febbraio 1964, stavo tornando a casa con la mia automobile. All’improvviso, un’altra automobile proveniente dalla direzione opposta urtò violentemente la mia ad altissima velocità, e subito dopo la mia automobile si capovolse. In seguito a questo incidente imprevedibile rimasi gravemente ferita e, per l’intensità del dolore, persi quasi i sensi. In quel momento non ero in condizioni di formulare alcuna ipotesi su chi fosse impegnato in qualche attività sul luogo dell’incidente o nei suoi dintorni. Ricordo soltanto che sembrava che qualcuno mi chiamasse ripetutamente.

Quando ripresi i sensi, mi accorsi di essere distesa in un letto dell’ospedale della polizia. Da un lato avevo il mio amatissimo marito e i parenti più stretti, dall’altro erano in piedi alcuni influenti militanti del movimento islamico. Sul volto di ciascuno di loro erano chiaramente visibili paura e apprensione. Resi grazie ad Allah perché ero sopravvissuta e, mentre cercavo di chiedere loro qualcosa sulla causa dell’incidente, persi nuovamente i sensi.

Quando ripresi conoscenza, vidi una dottoressa che veniva con i suoi collaboratori per portarmi al reparto radiologico. A quel punto, uno dopo l’altro, mi tornarono alla mente tutti gli avvenimenti precedenti. Poiché ero scampata a una morte certa, mio marito continuava a ringraziare Allah con una voce colma di devozione. Quando gli chiesi del conducente della mia automobile, mi informò: «Il conducente sta bene. Ha riportato ferite lievi ed è ricoverato in ospedale per le cure». In seguito seppi che aveva riportato lesioni alla testa e al cervello. Nel frattempo, secondo il referto radiografico, mi si era fratturato il femore. Perciò fui trasferita all’ospedale «Mazhar Ashur» per sottopormi a un intervento chirurgico. Qui il celebre chirurgo Muhammad Abdullah eseguì, mentre ero incosciente, un’operazione durata tre ore e mezza, mettendomi fuori pericolo.

Dopo che furono trascorsi alcuni giorni pieni di pericoli, venni a sapere da fonti affidabili che erano state proprio le forze d’intelligence del presidente Jamal Nasser a concepire il piano per uccidermi. Gli avvenimenti successivi ne dimostrarono la veridicità in modo ancora più evidente. Anche durante quei giorni calamitosi del terrore governativo, i militanti rivoluzionari del movimento islamico venivano regolarmente in ospedale per informarsi sulle mie condizioni. Fuori dall’ospedale erano stati schierati uomini delle forze segrete governative. Dopo aver ricevuto informazioni dettagliate sulla situazione avversa del Paese, per il bene del popolo e del movimento nel suo complesso, proibii ai militanti di venire a trovarmi in ospedale tramite il loro amato leader, il fratello Abd al-Fattah Abduh Ismail Shahid. Ma rimasi stupita nel vedere che i militanti non erano disposti a cedere alla pressione di alcuna circostanza avversa. Alcuni giorni dopo, il segretario dell’amministrazione governativa si presentò in ospedale con un fascicolo importante, affinché lo firmassi con la mia approvazione. Era naturale che venisse da me, poiché ero la presidente dell’organizzazione. Tuttavia, appena mio marito vide il segretario, si alzò, gli strappò il fascicolo di mano e uscì dalla stanza portandolo con sé. Dalla loro conversazione emerse che anche in precedenza al segretario era stato impedito una volta di incontrarmi. La cosa non mi piacque. Quando chiesi a mio marito spiegazioni al riguardo, egli si limitò a dire brevemente: «Sto soltanto eseguendo gli ordini del medico».

In seguito venne il medico, esaminò le mie ferite e mi consigliò di astenermi da ogni tipo di attività. Nel corso della conversazione mi informò inoltre che nel fascicolo vi erano vari documenti e informazioni, ma che era vietato farli arrivare a me. Protestai immediatamente, dicendogli che quei documenti non contenevano nulla di così terribile da impedirne la consegna; anzi, era giusto che mi fossero fatti pervenire affinché li firmassi. Ma egli si rifiutò di consegnarmi il fascicolo. Alcuni giorni dopo chiesi il permesso di proseguire, seduta sul letto, alcune attività dell’organizzazione. Anche questa richiesta fu respinta. Da ciò che vedevo e sentivo, il mio sospetto si trasformò in certezza: doveva essere accaduto qualcosa di importante che costoro cercavano deliberatamente di tenermi nascosto. Dalle conversazioni di mio marito, del mio segretario privato e persino della segretaria generale del consiglio esecutivo del parlamento si capiva che tutti cercavano di nascondermi un fatto particolare.

Alla fine accadde proprio ciò che temevo. Il pomeriggio del giorno seguente, la segretaria del segretariato governativo si avvicinò a me ignorando completamente la presenza di mio marito. Prima di rivelarmi i fatti, mi consigliò di prepararmi mentalmente ad ascoltare qualsiasi cosa con pazienza e coraggio. Poi, senza la minima esitazione, aprì il fascicolo davanti a me. Vidi che il fatto estremamente importante che si cercava di nascondermi non era altro che il decreto governativo che dichiarava fuorilegge la nostra organizzazione femminile.

La segretaria del governo mi disse, per offrirmi una consolazione momentanea: «Naturalmente, questo dovrebbe addolorarla terribilmente». Io chiesi: «Ringrazio infinitamente Allah, ma dove ha trovato il governo una qualsiasi giustificazione o autorità costituzionale per imporre il divieto sull’organizzazione femminile?». Ma la situazione era giunta a tal punto che ormai non c’era più nessuno libero di porre questa domanda davanti al governo. Noi, per quanto era nelle nostre possibilità, abbiamo fatto tutto il possibile, ma Jamal Nasser è fermamente deciso a dichiarare fuorilegge l’Organizzazione femminile islamica. È personalmente furioso con lei; anzi, non riesce neppure a sopportare che qualcuno pronunci il suo nome. Se qualcuno pronuncia inavvertitamente il suo nome, reagisce in modo così ostile da essere indicibile. È come se la sua personalità e il suo movimento gli avessero tolto ogni tranquillità». Dopo aver ascoltato la segretaria governativa, dissi: «Ringrazio Allah perché Nasser teme me e il partito soltanto per il fatto che stiamo portando avanti il movimento per instaurare una società islamica, al fine di liberare gli uomini socialmente, economicamente e politicamente. La ragione principale della mia insoddisfazione verso Nasser è invece che egli, ignorando le rivendicazioni islamiche del popolo, si prostra davanti al circolo imperialista straniero. Comunque, si renderà ben presto conto che non è possibile soffocare il movimento islamico imponendo un divieto governativo, uccidendoci o rinchiudendoci in prigione. Il movimento islamico continuerà ad avanzare secondo il suo corso naturale. Nessuna potenza del mondo potrà resistergli a lungo. Di fronte all’impetuosa avanzata dei mujahidin della religione di Allah, queste cosiddette potenze saranno costrette a volare via come pagliuzze. Allah ci ha ordinato di compiere opere costruttive e creative e ci ha comandato di opporci alle opere di distruzione e corruzione».

Dopo aver ascoltato le mie parole, la segretaria del segretariato disse con estrema deferenza: «Onorevole presidente! Spero sinceramente che il divieto imposto al suo partito venga revocato». Poi, guardandosi intorno, disse a bassa voce: «Temo che qui sia nascosto un microfono segreto. Sa, anche i muri hanno orecchie». A quel punto la segretaria del segretariato governativo estrasse dalla tasca segreta un foglio e, guardandosi intorno con estrema cautela, disse: «Illustrissima presidente! Le rivolgo una preghiera accorata: per favore, firmi questo foglio. Non appena lo avrà firmato, la decisione di imporre il divieto governativo al suo partito sarà annullata».

Presi il foglio in mano per leggerlo e non ebbero più limite la mia indignazione e il mio stupore: era una domanda di adesione al partito socialista governativo al potere.

Rimasi per alcuni istanti come pietrificata. Poi, ingoiando tutta l’amarezza, dissi alla segretaria di Jamal Nasser:

Segretaria, se ti capita di compiere una buona azione, va’ e compila. Ricordalo e fallo sapere a Nasser: prima di firmare a sostegno di un governante tiranno come lui, preferirei che la mia mano bruciasse, si consumasse e si sciogliesse. Jamal Nasser è impegnato in attività ingiuste contro Allah e l’Islam. È nemico del popolo; le sue mani infamemente macchiate del sangue del leader popolare Abd al-Qader Audah e di innumerevoli musulmani rivoluzionari. Per me è preferibile accettare lo scioglimento del mio partito piuttosto che sostenere un tiranno crudele e malvagio come lui.

Dopodiché, la segretaria del Segretariato governativo mi baciò la mano e disse:

«Mamma, puoi accettarmi come tua figlia?»

«Perché no?» risposi.

«Allora lasci perdere quell’argomento; piuttosto……»

«No, è impossibile firmare a sostegno del regime tirannico di Jamal Nasser, neppure in cambio di un sacrificio più grande. È inconcepibile che la verità sia alleata della menzogna. Puoi andare, segretaria!»

Con il graduale ristabilirsi della mia salute, i giorni in ospedale volsero al termine. Tornai a casa.

Io e l’Unione Socialista

Da allora, quella segretaria veniva da me al Segretariato quasi ogni giorno. Un giorno venne e disse:

: Buone notizie, madame! La decisione di imporre il divieto sulla vostra organizzazione è stata sospesa.

Ne rimasi stupita e domandai:

: Perché?

: Non so nulla di preciso. Tuttavia, sembra possibile che si stia preparando il terreno per contattarvi e trattare con voi ufficialmente. In questo modo, la segretaria dell’amministrazione governativa continuò a portarmi varie informazioni, mentre io continuavo a dirigere le attività e le iniziative del gruppo dalla mia abitazione. Alcuni giorni dopo, recatami in ospedale per farmi togliere il gesso, appresi della liberazione del leader popolare, il signor Sayyid Qutb. Pur essendo in carcere, aveva appreso del mio incidente stradale e, subito dopo essere stato liberato, era corso in ospedale per venire a trovarmi.

Alcuni giorni dopo ricevetti, tramite il governo, una cartolina raccomandata. I suoi estremi erano esattamente questi:

Unione Socialista Araba-

Libertà-Socialismo-Solidarietà-

Nome – Zeinat al-Ghazali al-Jubaili.

Alias – Zeinat al-Ghazali.

Carica/professione – Presidente dell’Associazione delle donne islamiche.

Unità – Al-Basayyin-Al-Maza.

Dipartimento – Nuovo Egitto.

Distretto – Il Cairo.

Insieme a questa tessera, con la stessa posta, arrivò anche un documento dettagliato. Si trattava di un documento probatorio sulle relazioni tra Egitto e Unione Sovietica nel 1964.

In seguito continuarono ad arrivare, con regolarità, lettere e inviti da parte del partito al governo. Mi invitarono anche a partecipare alle loro varie riunioni e conferenze. Ma avevo già deciso di non rispondere ad alcuna lettera o comunicazione di questo genere. Nel frattempo, poiché avevo recuperato completamente la salute, il medico mi autorizzò a dedicarmi interamente al lavoro di partito.

Un giorno, presso la sede centrale dell’Associazione delle Donne Islamiche, la mia segretaria personale mi informò che qualcuno, a nome dell’Unione Socialista, desiderava parlarmi. Sollevai il ricevitore e dissi: «As-salāmu ʿalaykum». Dall’altro capo giunse la risposta:

Wa ʿalaykum as-salām.

«Con chi parlo? Chi desidera e perché?» Rivolsi tutte e tre le domande insieme, esigendo una risposta.

Se lei è davvero la rispettabile signora Zainab al-Ghazali, desidero rivolgerle, a nome dell’Unione Socialista, la richiesta che ci farebbe molto piacere se le sorelle dell’Associazione delle Donne Islamiche, sotto la sua guida, venissero all’aeroporto per accogliere il presidente Gamal Nasser.

Vedendo che rimanevo in silenzio, dall’altro capo riprese a parlare:

«Se lo desidera, manderemo un’automobile, che resterà sempre a sua disposizione.»

«No, grazie», dissi, riagganciando. Due o tre giorni dopo arrivò un’altra telefonata da parte dell’Unione Socialista. Questa volta una signora chiese:

«Perché non vi siete presentate all’aeroporto per dare il benvenuto al presidente?»

Dissi: «Anche le collaboratrici della nostra organizzazione sono completamente libere di recarsi o non recarsi in qualsiasi luogo. Inoltre, noi seguiamo gli insegnamenti islamici. Per noi è impossibile recarci in un luogo dove siano in gioco l’onore, il decoro e la modestia………

Sembra che non siate disposte a sostenerci. D’accordo, lei non è venuta; ma non ha forse ordinato alle altre donne di recarsi all’aeroporto?

No, non si può certo ordinare a qualcun altro di fare qualcosa che si ritiene sconveniente per sé.

Ciò significa che non collaborerete in alcun modo con noi.

Sì, lo faremo, ma soltanto sulla via dell’Islam. Se seguirete la via indicata da Allah, avrete la nostra collaborazione a ogni passo; altrimenti, il conflitto tra verità e menzogna continuerà.

Può venire fino al nostro ufficio per discutere?

No, non sono ancora completamente ristabilita. Tuttavia, se per voi è possibile, potete venire nella mia modesta casa. Ora riaggancio. Circa una settimana dopo questa conversazione telefonica, fu spedita a mio nome una lettera raccomandata datata 15/9/1964. Conteneva una decisione ministeriale del 6/2/1964. Il suo numero era 132. In base a tale decisione, l’Organizzazione delle Donne Islamiche fu dichiarata fuorilegge per la seconda volta, e proprio questa notizia fu inviata per posta raccomandata.

Non per i ribelli contro Dio

Il quindici settembre del 1964, in reazione alla decisione del governo di dichiarare illegale l’Organizzazione delle Donne Islamiche, si tenne una riunione d’emergenza dell’organizzazione. La riunione approvò all’unanimità una mozione con cui si rifiutava di accettare la decisione governativa e di trasferire i fondi dell’organizzazione al governo o a un partito qualsiasi. Fu inoltre deciso di convocare entro ventiquattro ore una nuova riunione straordinaria e si deliberò di disobbedire alla decisione del governo e di impugnare in tribunale quella decisione illegale.

Per rappresentare l’organizzazione nella causa, nominammo come avvocati gli eminenti legali Jawab Abdullah e Rishwan, e immediatamente inviammo informazioni dettagliate in merito al presidente, al ministro dell’Interno, al viceministro dell’Interno e ai giornali. In quelle lettere dichiarammo chiaramente che lo scopo principale dell’Organizzazione delle Donne Islamiche, fondata nel 1936, era propagare e diffondere gli ideali islamici e organizzare le donne musulmane sotto la bandiera islamica, nel più ampio interesse del Paese e del popolo. Il governo o il ministero dell’Interno non erano i patrocinatori della nostra organizzazione, tali da poterla dichiarare illegale per realizzare qualche loro scopo illecito. Non eravamo obbligati ad accettare alcuna decisione o dichiarazione del governo; al contrario, ribadivamo il nostro appello al governo affinché adottasse immediatamente misure per realizzare il grande obiettivo di attuare nel mondo di Allah il sistema di vita concesso da Allah. A questo proposito eravamo pronti a offrire la nostra piena collaborazione.

Ma la brama di potere di Gamal Nasser e la sua opposizione all’Islam erano diventate talmente folli che egli non era disposto a prendere in considerazione alcuna giustizia o verità. Proprio a causa del suo atteggiamento ostile nei miei confronti, dichiarò precipitosamente illegale l’organizzazione e chiuse a tempo indeterminato anche la rivista pubblicata sotto la mia direzione. Non esitò neppure a ricorrere alla forza militare per compiere queste azioni illegali. Essi fecero improvvisamente irruzione senza autorizzazione nella sede centrale dell’organizzazione e si impadronirono degli uffici e di tutti i loro arredi. Arrivarono persino a cacciare spingendoli fuori i poveri e innocenti bambini dell’orfanotrofio adiacente, gestito sotto il patrocinio dell’organizzazione. Scelsero il momento dell’occupazione in modo tale che nessuna delle nostre funzionarie fosse presente nella sede centrale. Soltanto la vicedirettrice dell’ufficio era allora al lavoro. Gli occupanti governativi dichiararono di averle sottratto il potere di controllo. Il giorno seguente rilasciai alla stampa la seguente dichiarazione.

“L’Organizzazione delle Donne Islamiche, fondata nel 1936, è un’organizzazione islamica costituzionale. Lo scopo principale dell’organizzazione è attuare pienamente Al-Islam, il sistema di vita concesso da Allah, al fine di offrire una soluzione corretta e duratura a tutti i problemi dell’umanità. In realtà, il detentore di ogni potere è Allah, e Allah è il nostro Signore; consideriamo deprecabile la tendenza a instaurare il dominio personale sulla popolazione.

Noi condanniamo senza ambiguità la decisione governativa di imporre il divieto all’Organizzazione delle Donne Islamiche e rifiutiamo di accettarla. Desideriamo inoltre dichiarare chiaramente che Gamal Nasser, piombato dal nulla al potere, non ha alcun diritto morale di governare il popolo musulmano. La sua carica e il suo consiglio dei ministri sono entrambi illegittimi.

Desideriamo inoltre chiarire che la marcia dell’Islam non può essere ostacolata con la forza e la brutalità, né attraverso l’oppressione e le cospirazioni. Il movimento islamico continuerà anche senza uffici, fondi o arredi di alcun tipo. Nessuna potenza al mondo potrà toglierci la nostra fede, fonte di una salda ispirazione. La fiducia incrollabile in Allah e nel Suo Messaggero Muhammad (pace e benedizioni su di lui), insieme alla fratellanza islamica universale, manterrà inarrestabile il nostro progresso. Il jihad incessante sulla via della verità è il nostro programma d’azione. Questo movimento continuerà fino al raggiungimento del grande obiettivo della rivoluzione islamica”.

Che cosa faremo?

Dopo che il governo ebbe occupato la sede centrale dell’Organizzazione delle Donne Islamiche, diverse delegazioni di donne vennero da me per consultarsi sul programma d’azione successivo e chiedere indicazioni.

Il 1964 può essere definito, sotto un certo aspetto, l’anno culminante dell’ascesa del regime di Nasser. A quel tempo si era giunti al punto che perfino pronunciare una sola parola contro la sua dittatura era considerato una grave forma di malgoverno. Nel frattempo, quasi tutti i dirigenti, grandi e piccoli, del celebre movimento islamico Fratellanza Musulmana, o Ikhwan al-Muslimun, erano stati arrestati con varie accuse false o inventate. Di conseguenza, non era rimasto nessuno in grado di criticare le attività del governo contrarie agli interessi del popolo. D’altra parte, i politici opportunisti e arrivisti sfruttavano al massimo l’occasione di perseguire i propri interessi, adulando Nasser. Persino alcuni esponenti religiosi e alcune riviste religiose ritenevano allora relativamente più vantaggioso elogiare il regime di Nasser. Anche sul famoso periodico arabo Al-Azhar venivano pubblicati articoli tali da poter essere considerati un tentativo di dimostrare, secondo criteri razionali, il ruolo vergognoso della cricca di governanti oppressori. E le riviste camuffate erano incessantemente impegnate a scagliare ondate di propaganda contro coloro che erano devoti anima e corpo al movimento islamico. Persino in una situazione così terribile di oppressione e terrore, gli impavidi mujahidin del movimento islamico tenevano alta la bandiera della verità. Nonostante cento forme di persecuzione e repressione, il loro morale non venne meno; nelle loro attività non subentrò la minima rilassatezza, né scomparve dai loro volti il dolce sorriso.

Anche le donne musulmane svolsero in questo campo un ruolo estremamente importante. Anziché perseguire interessi terreni, accettarono con il sorriso le sofferenze sul cammino volto a ottenere il compiacimento di Allah. Superando le montagne di paure, minacce, ostacoli e difficoltà, venivano regolarmente da me, portando nuovo entusiasmo e nuovo slancio. Anche in quei tempi così difficili organizzavano riunioni domestiche e assemblee generali nelle rispettive località. In quel periodo avviammo un programma di formazione per le oratrici. In questo modo si provvide a inviare in tutto il Paese le persone formate, affinché svolgessero attività di propaganda a favore del movimento e organizzassero le donne. Tuttavia, a causa della severa politica repressiva del governo, ben presto fummo costretti a sospendere per il momento questo nostro piano. In seguito, l’attività del movimento rimase limitata all’iniziativa individuale.

Pretesti e inganni

Qualche tempo dopo, alcuni funzionari dei servizi segreti di Jamal Nasser mi incontrarono e mi sottoposero varie proposte e condizioni per rianimare l’Organizzazione delle Donne Musulmane. Mi proposero inoltre di restituirmi la mia rivista, a determinate condizioni. Mi offrirono anche un’indennità mensile di trecento sterline egiziane. In cambio di tutto ciò, però, volevano che mi tenessi lontana dal movimento islamico.

Dissi loro:

«In cambio del compiacimento di Allah, considero ben poca cosa tutte le ricchezze e tutte le forze del mondo. Rifiuto queste vostre lusinghe e queste proposte condizionate.»

Nonostante il mio netto rifiuto, i funzionari dei servizi segreti mi dissero nuovamente:

«Ascolti, se la sua organizzazione vorrà scendere in campo come formazione ausiliaria del partito governativo, sarà rianimata molto presto e le saranno restituiti anche i suoi uffici principali, insieme a un’indennità speciale annua di ventimila sterline.»

In risposta dissi loro:

«Continuate a ripetere più volte lo stesso errore. Dovete sapere che nessuna brama né alcuna intimidazione può farci deviare dalla via dell’Islam. Noi non apparteniamo a coloro che fanno commercio della religione. Come noi stessi non siamo traviati, così non possiamo neppure pensare di traviare qualcun altro. Non crediamo in alcun genere di sofismi o ambiguità. Potete venire». Nonostante ciò, continuarono a presentare proposte pretestuose e a tentare in un modo o nell’altro di indurmi a un compromesso. Rimasi stupito da quei loro ridicoli tentativi e ritenni che si trattasse delle prove per un nuovo spettacolo governativo. In effetti, ben presto si dimostrò che la mia supposizione era fondata. Tutti i loro tentativi non erano altro che il preludio a una successiva cospirazione.

Il gufo della notte

Un pomeriggio, tre uomini arrivarono a casa mia e chiesero di incontrarmi. Recandomi nella stanza destinata agli incontri con gli ospiti, vidi che erano tutti e tre vestiti con abiti arabi. Dopo esserci scambiati il saluto, chiesi loro lo scopo della loro visita; uno di loro disse:

«Siamo cittadini siriani. Attualmente siamo venuti al Cairo dall’Arabia Saudita per trascorrere una breve vacanza. Abbiamo incontrato i leader dell’Ikhwan in Arabia Saudita, Sa’id Ramadan, lo sceicco Mustafa Alam, Kamel Sharif, Muhammad Usmavi e Fathi Kholi. (È degno di nota che questi leader, esasperati dalle persecuzioni di Jamal Nasser, furono costretti a prendere la via dell’esilio in Arabia Saudita.) Essi hanno inviato i loro saluti e i loro migliori auguri al popolo egiziano e desiderano che il pubblico mantenga una fiducia incrollabile nel movimento».

In seguito, i tre gentiluomini iniziarono a discutere tra loro dell’Ikhwan e di Jamal Nasser. Dopo aver parlato a lungo delle persecuzioni inflitte da Nasser all’Ikhwan, degli avvenimenti del 1954 e del martirio di Abd al-Qadir Awda e dei suoi compagni, mi dissero di essere pronti a fomentare una rivolta nel Paese e ad assassinare Nasser, e che i leader dell’Ikhwan in esilio erano d’accordo con loro al riguardo. Poi mi guardarono interrogativamente. Fino a quel momento ero rimasto in silenzio, limitandomi ad ascoltarli. Allora dissi: «Lo scopo che avete descritto mi sembra qualcosa di completamente nuovo, sia come idea sia come espressione. Non ne so nulla e non desidero saperne nulla».

Udite le mie parole, dissero: «Allora torneremo più tardi da lei per conoscere il parere della Guida generale e quello del movimento».

Risposi: «Non so nulla di alcun gruppo segreto dell’Ikhwan. Inoltre, il governo ha dichiarato illegale l’Ikhwan in quanto partito politico. Non sono in grado di discutere in alcun modo questa questione con la Guida generale, poiché i nostri rapporti si fondano sulla fratellanza islamica e sull’amicizia familiare. A mio parere, nessun musulmano sta pensando a qualcosa come l’assassinio di Jamal Nasser. Personalmente, non posso offrirvi altro servizio se non consigliarvi di tornare nel vostro Paese e dedicarvi alla purificazione interiore».

Dopo che ebbi finito di parlare, uno di loro disse:

«Lei è probabilmente scontenta di noi. Ma mi dica, Nasser non ha forse distrutto il Paese?»

«Ma l’obiettivo dell’Ikhwan non è uccidere Nasser».

A quelle parole chiesi loro i nomi. Nel dirli, tutti e tre sembrarono rimanere interdetti. Dopo qualche esitazione, uno disse di chiamarsi Abdushshafi Abdul Haq, un altro Abdul Jalil Isa e il terzo Abdur Rahman Khalil. Udendo il modo in cui pronunciavano i loro nomi e quell’«Abdu» all’inizio di ciascuno di essi, non riuscii più a trattenere il riso. Avendo capito ciò che dovevo capire, dissi loro:

«Fratelli miei, per voi sarebbe meglio tornare al più presto in patria, prima di essere catturati e malmenati dagli agenti segreti di Nasser».

Uno di loro rispose: «Sorella Zinat! Avete certamente il diritto di nutrire sospetti sul nostro conto. Tuttavia, presto saprete chi siamo davvero!» Dopodiché se ne andarono.

In seguito, quando Abdul Fattah Ismail venne a farmi visita, gli raccontai la storia di questi cittadini artificialmente innocui.

Sono tutti Ahmad Rasekh

Non erano ancora trascorse due settimane quando, un giorno, un gentiluomo di nome Ahmad Rasekh venne a farmi visita. Presentandosi, il gentiluomo mi informò di appartenere ai servizi segreti. Dopo essere rimasto in silenzio per alcuni istanti, mi chiese quale discussione avessi avuto, circa due settimane prima, con quei tre cittadini siriani.

Risposi con indifferenza:

«Per quanto ne so, quei tre gentiluomini non sono affatto cittadini siriani. In realtà erano venuti ritenendomi uno stupido, con l’intenzione di rendermi ancora più stupido. Sono davvero incapace di capire perché, dopo avermi sottratto il mio giornale e la sede centrale, l’amministrazione continui a ricorrere a queste manovre teatrali. Qual è, in realtà, l’obiettivo del governo?» Dopodiché il gentiluomo dei servizi segreti cambiò argomento e domandò:

:Che idea si è fatta di Jamaluf e Jamalufa?

:Sono tutti atei traviati. Sono maestri nelle attività ingiuste e illegali. Il gentiluomo, reagendo alle mie parole, disse:

:Sorella, anche noi siamo musulmani.

:Non basta avere un nome da musulmano per essere musulmani; al contrario, se si è musulmani o non musulmani lo dimostrano le proprie azioni, risposi.

«Non siamo disposti ad accogliere l’invito all’Islam che ci rivolgete. E non siamo nemmeno in grado di prendere in considerazione il vostro appello. Perciò, voi fate il vostro lavoro e lasciate che noi ci dedichiamo al nostro.» Mentre pronunciava queste parole, il gentiluomo si alzò in piedi. Gli dissi:

:Che Allah guidi tutti e conduca tutti noi sulla via della giustizia e della verità”.

Due giorni dopo questo incontro, un’automobile governativa si fermò nel cortile di casa mia. Un giovane vestito di un abito color cenere scese dall’auto, mi salutò e disse—

“Sono Ahmad Rasekh, ufficiale dei servizi segreti”. Esaminai attentamente il giovane, cercando di trovare una somiglianza con quell’Ahmad Rasekh del Ministero dell’Interno che in precedenza mi aveva convocato presso il ministero. Anche sulla targhetta affissa fuori dal suo ufficio era scritto lo stesso nome, “Ahmad Rasekh”. Vedendo che rimanevo in silenzio, il giovane ufficiale disse—

“Due giorni fa un certo Ahmad Rasekh è venuto a incontrarla. E ora il terzo Ahmad Rasekh si trova davanti a lei”.

Dopo averlo ascoltato, volli esaminarlo con uno sguardo ancora più attento. Tre alti ufficiali con lo stesso nome nello stesso dipartimento mi sembravano quasi una strana bizzarria. Vedendo che lo osservavo in silenzio, il giovane ufficiale disse, imbarazzato—

:Con grande meraviglia, perché mi osserva in silenzio? Si è forse irritato perché sono venuto in un momento inopportuno?

Sorridendo, ignorai le sue parole e dissi—

:La porta di questa stanza è sempre aperta per accogliere gli ospiti. Comunque, sento il bisogno di raccontarti un episodio divertente; ascolta. A quanto pare, l’episodio fu pubblicato sul giornale Al-Ahram. Fu più o meno così— “Alcuni anni fa, la regina d’Olanda e suo marito si recarono a Londra, invitati dal re d’Inghilterra. Un giorno, durante una conversazione, all’improvviso si vide la regina d’Olanda alzarsi dalla sedia, avvicinarsi a un cane appositamente addestrato, di stanza nella sala della reception, e osservarlo intensamente per qualche istante. Poi, quasi fosse impazzita, prese il cane in braccio e cominciò a baciarlo. Dopodiché lo consegnò a suo marito e gli sussurrò qualcosa all’orecchio. Subito dopo si vide che anche suo marito, come impazzito, cominciava a baciare il cane. Il re e la regina d’Inghilterra osservavano esterrefatti quella scena. Il loro stupore non ebbe più limite quando videro che, mentre riprendeva il cane dalle mani del marito, gli occhi della regina d’Olanda erano colmi di lacrime. Teneva il cane stretto al petto proprio come se fosse uno dei suoi figli. Poco dopo, anche durante il banchetto reale, si vide che continuava a tenere il cane in braccio”.

Questa volta la regina d’Inghilterra attirò l’attenzione dell’ospite d’onore e disse:

«La padrona del cane che state accarezzando con tanto affetto è la principessa; anche lei ama molto il cane. Altrimenti saremmo stati felicissimi di potervelo regalare».

La regina d’Olanda credeva nella dottrina della reincarnazione dell’anima. Disse:

«Alcuni anni fa persi il mio unico figlio. Credo che l’anima di mio figlio sia entrata in questo cane. Guardate gli occhi del cane: sono identici a quelli di mio figlio».

Udendo ciò, la regina d’Inghilterra convinse la principessa ad accettare di regalare il cane alla coppia reale olandese. Inutile dire che la principessa regalò il cane al re e alla regina d’Olanda. Dopo aver raccontato l’accaduto, dissi al giovane:

: Dunque, signor Rasekh, coloro che credono nella reincarnazione dell’anima vedono in qualche animale l’impronta di una persona cara defunta; ma mi stupisco pensando che tutti e tre gli uomini dei servizi segreti egiziani che ho incontrato si chiamassero Ahmad Rasekh! Eppure non c’è la minima somiglianza tra i loro corpi, i loro volti e la loro carnagione, nemmeno alcuna affinità nei loro modi e atteggiamenti. Dunque, il vostro signor Presidente ha forse scoperto una nuova dottrina sulla reincarnazione dell’anima? Probabilmente vi viene ordinato di seguire proprio questa vostra nuova dottrina; che ne dite, è forse qualcosa del genere? Al suono delle mie parole, il colore del suo volto sembrò cambiare; cercando di ricomporsi, disse:

: Mi ascolti, madame! Non siamo mica gente da poco. Anche noi siamo figli di famiglie rispettabili. Non è nostra intenzione arrecarle dolore. Stiamo soltanto cercando di raggiungere un accordo con lei. In realtà, il vero Ahmad Rasekh sono io.

: Ma con quale logica dovrei credere che tu sia quello vero e gli altri dei falsi? Inoltre, che bisogno ne avrei? Potete dirmi chiaramente che cosa volete da me?

:Il fatto è che il governo è interessato a raggiungere un accordo con lei. Noi riteniamo che la Fratellanza Musulmana la stia fuorviando. Sono persone che credono nell’anarchia. Pertanto, l’unica difficoltà che intendiamo arrecarle è questa: ci comunichi soltanto i nomi delle persone attive nella Fratellanza. In cambio, sarà il Presidente in persona ad assumersi la responsabilità della sua sicurezza e tutte le sue necessità saranno soddisfatte. Ci aspettiamo che nei prossimi giorni ci consegni l’elenco dei terroristi della Fratellanza. Siamo rimasti stupefatti che una leader rispettata da tutti e intelligente come lei sia caduta vittima del complotto degli ikhwaniti!

Continuò dicendo:

«Importanti leader della Fratellanza, come l’Imam Huzaybi e Sayyid Qutb, stanno ora cercando di raggiungere un accordo con il Presidente. Ma poiché il Presidente non è soddisfatto di loro, non risponde al loro interesse. In realtà, se fosse stata informata della propaganda che la Fratellanza Musulmana sta diffondendo su di lei, avrebbe raggiunto immediatamente un accordo con noi e avrebbe immediatamente reciso ogni rapporto con la Fratellanza».

Fino a quel momento, invece di mostrare irritazione nell’ascoltare le menzogne e le assurdità di quel giovane ufficiale dei servizi segreti, scoppiai a ridere e dissi:

:Figliolo, non sento alcuna necessità di verificare chi o che cosa tu sia nel reparto d’intelligence, né di controllare le tue parole, il tuo nome, il tuo aspetto o la tua carnagione. Spero che questa mia breve dichiarazione ti sia sufficiente. Tuttavia, considerandoti un ragazzo, sento di doverti dire un’altra cosa. Cerca di conoscere e comprendere correttamente l’ideale islamico e di seguirlo. Non correre ciecamente dietro a qualche ismo o dottrina presa in prestito dall’Occidente o dall’Oriente. Perché, è forse impossibile per te distinguere la verità dalla menzogna? Perché allora, pur essendo musulmani, proclamate gli slogan del socialismo? E perché mai, danzando al cenno delle potenze straniere, state rovinando la vostra stessa vita? Aspetto il giorno in cui giovani come voi, liberatisi dal vortice del dubbio e della crisi, si uniranno sotto l’ombra della bandiera islamica».

Per dimostrarmi di essere un buon musulmano, mi disse:

:Madame, lo giuro su Allah, eseguo regolarmente la preghiera del jumuʿa. Quanto alle altre preghiere e agli altri obblighi religiosi, eccetera……… Mio padre mi portava a pregare il jumuʿa fin da quando ero piccolo, così mi sono abituato soltanto a quello.

:Hai mai chiesto a tuo padre perché esegua soltanto la preghiera del jumuʿa?

:Dite, non è sufficiente pronunciare «La ilaha illallah, Muhammadur Rasulullah» per essere musulmani?

:Ma se non vivi conformemente a questa professione di fede, ciò non finirà per avere l’effetto opposto? Dopo aver recitato la professione di fede, le tue responsabilità islamiche non aumentano forse ulteriormente?

:Bisogna seguire e obbedire ai governanti.

:Va bene, allora preparati a essere schierato in fila proprio accanto a quei poveri governanti nel Giorno del Giudizio.

:Vede, sono venuto da lei con una proposta di compromesso.

:Sappi però che la verità degli insegnamenti dei profeti e degli inviati di Dio non ha mai raggiunto un compromesso con la menzogna satanica, né lo farà in futuro. Siamo determinati a rimanere saldi sulla via dell’Islam: non si può assolutamente parlare di compromessi con la falsità. Finché voi e il vostro governo non sarete seguaci della vera religione, il conflitto tra noi e voi continuerà.

Udite queste parole, il giovane ufficiale dell’intelligence disse con grande ira—

:Non verrò mai più da lei. Se desidera mettersi in contatto, questo è il mio numero di telefono……… Io dissi ridendo—

:Grazie, non ne avrò mai bisogno.

Verso la fine del luglio 1965, la notizia degli arresti su larga scala dei dirigenti della Fratellanza Musulmana mi sconvolse profondamente. Infatti, ho un legame molto profondo e antico con il grande movimento della Fratellanza Musulmana.

Secondo capitolo

Il giuramento di fedeltà

Come ho già detto, il mio rapporto con la Fratellanza Musulmana è tanto profondo quanto antico. Eppure, i funzionari governativi pensavano che il mio rapporto con la Fratellanza fosse appena agli inizi. In realtà, sono legata alla Fratellanza fin dal 1937. L’Associazione islamica delle donne fu fondata nel 1358 dell’Egira. Circa sei mesi dopo, un giorno ebbi il mio primo incontro con l’Imam Hasan al-Banna. Subito dopo aver tenuto un discorso a un’assemblea organizzata per le donne presso la sede centrale della Fratellanza, l’Imam Banna mi concesse un colloquio. Allora desiderava istituire la sezione femminile della Fratellanza. Durante il colloquio sottolineò l’importanza di un ruolo unito dei musulmani a ogni livello. In seguito, concordai con quasi ogni sua proposta e opinione. Infine, mi invitò ad assumere l’incarico di presidente della sezione femminile della Fratellanza. In realtà, questo gruppo femminile era una sezione della Fratellanza. Consultai le dirigenti della mia organizzazione per esaminare la proposta dell’Imam Banna. Tutte accettarono la proposta di un ruolo unito delle due organizzazioni a un livello più ampio e di un aiuto e una collaborazione reciproci in ogni campo; tuttavia, respinsero la proposta che io entrassi nella Fratellanza come presidente di una sua sezione femminile. Naturalmente, anche dopo continuammo a incontrarci e a discutere regolarmente. Tutte noi attribuivamo grande importanza alle opinioni dell’Imam Hasan al-Banna e lo rispettavamo e amavamo sinceramente.

Alla fine rimanemmo organizzazioni separate. Tuttavia, il nostro rapporto divenne sempre più solido. Nell’ultima riunione organizzata presso la sede centrale dell’organizzazione, giurai all’Imam Banna che, pur mantenendo separata l’esistenza della mia organizzazione, essa avrebbe risposto a ogni appello della Fratellanza e avrebbe continuato a lavorare fianco a fianco con essa, spalla a spalla, per raggiungere il medesimo obiettivo.

Ma l’Imam Banna non poté dirsi completamente soddisfatto. Desiderava che mi dedicassi alla guida della sezione femminile della Fratellanza.

Comunque, la situazione successiva cominciò a cambiare rapidamente. Dopo l’incidente del 1948, la Fratellanza Musulmana fu improvvisamente messa al bando e tutti i fondi della Fratellanza furono confiscati. Tutti gli uffici della Fratellanza furono chiusi a chiave, mentre i dirigenti e gli attivisti della Fratellanza venivano arrestati senza pietà e imprigionati. Durante questa crisi inaspettata e improvvisa, le donne attiviste del movimento islamico svolsero un ruolo estremamente valoroso e intrepido. Attraverso mia cognata e mia cugina Tahia Jubaili raccolsi le informazioni necessarie e ben presto mi resi conto che avrei dovuto accettare pienamente la proposta dell’Imam Banna. Mi pentii di non aver accettato la proposta dell’Imam.

Il giorno stesso successivo alla dichiarazione di messa al bando dell’Ikhwan, mi recai nella stanza a me assegnata presso la sede centrale del movimento. Era proprio la stanza in cui avevo parlato con l’Imam Banna. Mi sembrava quasi di percepire ancora nella stanza la grande presenza del venerato Banna! Il mio cuore allora bruciava di dolore e rimorso. Lacrime ardenti mi scorrevano copiose dagli occhi. Continuavo a parlare tra me e me, dicendo:

«L’Imam Banna era veramente un uomo della verità. È dovere di ogni musulmano avanzare seguendo l’Imam e innalzando il vessillo del jihad sulla via della verità. Non esiste altra via verso la liberazione e la pace oltre a quella per la quale l’Imam ha chiamato, per affermare i diritti dell’uomo. Soltanto una guida sapiente, lungimirante e intrepida come Hasan al-Banna può condurre la comunità musulmana alla meta dei suoi desideri».

Subito dopo mandai il mio segretario privato a chiamare il fratello Abdul Hafiz al-Saifi. Era attraverso di lui che scambiavo con l’Imam Banna informazioni non scritte. Per suo tramite ricordai all’Imam l’incontro per discutere, secondo il programma stabilito in precedenza. Quando il fratello Abdul Hafiz tornò dopo aver informato l’Imam e averne ottenuto il consenso, inviai all’Imam Banna la seguente breve lettera per mezzo di mio fratello Muhammad al-Ghazali e di sua moglie:

«Venerabile Imam Hasan al-Banna!

Per ottenere il compiacimento di Allah e servire l’Islam, sono impaziente di abbandonare ogni altra attività della mia vita e di presentarmi al vostro cospetto. Voi siete l’unica personalità dalla quale desidero ardentemente guida e sostegno. Se mi impartirete istruzioni per servire la religione di Allah, obbedirvi alla lettera sarà il più nobile impegno della mia vita! Venerabile Imam, attendo con impazienza le vostre istruzioni. La serva di Allah». — Zaynab al-Ghazali.

In seguito, la sede centrale dell’Associazione della Gioventù Musulmana fu scelta come luogo adatto per incontrare al più presto l’Imam Banna. Tuttavia, non furono stabiliti né il momento né la data dell’incontro. Si decise semplicemente di incontrarsi all’improvviso, quando se ne fosse presentata l’occasione.

Un giorno mi stavo recando alla conferenza organizzata presso la sede centrale dell’Associazione della Gioventù Musulmana per tenere un discorso, quando all’improvviso vidi proprio il venerabile Imam ai piedi della scala. Rimasi profondamente stupita dalla sua presenza così semplice e priva di ogni formalità, e fui sopraffatta dall’emozione e dalla gioia. Prima ancora di sederci per l’incontro ufficiale, cominciai a parlare con il venerabile Imam Banna mentre salivamo la scala.

Per prima cosa gli dissi:

«Venerabile Imam, mia guida spirituale! Giuro in nome di Allah che sono pronto a collaborare pienamente con il nobile sforzo che state compiendo per instaurare una società islamica e un governo islamico, e che non esiterò ad affrontare qualunque sacrificio e privazione, persino a dare la vita, su questa via. Prometto con tutto il cuore di attenermi ai vostri ordini e divieti». L’Imam manifestò grande gioia per le mie parole e per la mia promessa. Disse: «L’Associazione islamica delle donne continui per il momento a operare come sta facendo».

A mio fratello fu affidato il compito di mantenere i contatti tra me e l’Imam Banna. L’Imam Banna affidò a me il compito di fare da intermediario tra Nuhas e l’Ikhwan. All’epoca Rafʿat e Mustafa Pascià an-Nuhas si trovavano all’estero. Essi affidarono al defunto Amin Khalili il compito di condurre una campagna per dissipare i malintesi. Anche l’Imam Banna era d’accordo al riguardo. Fu affidato anche a me il compito di mantenere i contatti.

Una notte del febbraio 1949, il signor Amin Khalili venne da me. L’ansia era chiaramente visibile nei suoi occhi e sul suo volto. Disse: «Le autorità stanno pianificando di assassinare l’Imam Banna. Bisogna organizzare al più presto il suo trasferimento fuori dal Cairo».

Ma, poiché mio fratello era già stato arrestato, non c’era nessuno tramite il quale potessi comunicare direttamente con l’Imam. Così partii io stesso per incontrarlo. Ma quale sventura! Sventura per me, per il mio popolo e per l’intera umanità: a metà strada ricevetti la notizia del tragico martirio del venerabile Imam. I nemici dell’umanità assassinarono brutalmente il grande eroe rivoluzionario del secolo. Di fronte a questo assassinio tanto crudele, l’intero popolo rimase sopraffatto dall’indignazione e dal dolore. Ovunque si espresse un intenso odio verso gli assassini. Condannai pubblicamente con la massima fermezza questo barbaro assassinio commesso dal governo ed espressi la mia sincera indignazione. In seguito si formò nel Paese un governo di coalizione e il nuovo governo dichiarò immediatamente illegale l’Associazione islamica delle donne.

Impugnai in tribunale la dichiarazione del governo. Nel 1950, durante il mandato del signor Hussein Sirri Pascià, il tribunale emise una sentenza a nostro favore e le attività dell’Associazione islamica delle donne ripresero a pieno ritmo. In questa storica causa, il nostro avvocato fu il celebre giurista signor Abd al-Fattah Hasan Pascià.

In seguito si formò un governo del Partito Wafd e l’Ikhwan al-Muslimun riprese le proprie attività sotto la guida dell’Imam Hasan al-Hudaybi. Il primo giorno dell’inaugurazione della sede centrale dell’Ikhwan al-Muslimun dichiarai pubblicamente i miei rapporti complessivi con l’Ikhwan e destinai la sala più grande e meglio arredata della mia casa a uso di ufficio privato del signor al-Hudaybi, il Murshid ʿamm.

Il fratello dell’Ikhwan, Abd al-Qadir Awda, venne a trovarmi personalmente per ringraziarmi e disse:

«La vostra dichiarazione pubblica relativa all’instaurazione di rapporti diretti con l’Ikhwan al-Muslimun è davvero degna di elogio e per noi motivo di grande gioia. In realtà, dobbiamo considerarla una grande fortuna per noi».

Dissi umilmente: sia resa infinita gratitudine ad Allah per ciò che è accaduto. È superfluo dirlo: stavo collaborando con la Fratellanza in modo estremamente soddisfacente. Nel frattempo ebbe luogo la rivoluzione militare guidata dal generale Naguib. Pochi giorni prima della rivoluzione, il generale Naguib venne a incontrarmi insieme all’emiro Abdullah Faisal. La Fratellanza e l’Organizzazione delle Donne nutrivano una certa simpatia per quella rivoluzione.

Tuttavia, dopo pochi giorni cominciò a emergere un’incongruenza tra le dichiarazioni programmatiche del governo rivoluzionario e il suo operato. Durante una discussione su questo tema con i dirigenti della Fratellanza, espressi la mia opinione. In seguito, quando il governo di Naguib propose ad alcuni membri della Fratellanza di partecipare al potere come ministri, mi opposi alla proposta attraverso il mio giornale, dichiarando: «Poiché risulta evidente che il governo rivoluzionario non è sinceramente fedele all’ideale di vita islamico, nessun membro della Fratellanza può neppure pensare di stringere un’alleanza con un governo simile o di assumere incarichi alle sue dipendenze. Se qualcuno lo facesse, dovrebbe essere espulso dalla Fratellanza. In realtà, finché le vere intenzioni del governo rivoluzionario non saranno chiare, la Fratellanza deve rimanere salda nella propria posizione e nei propri principi».

Dopo la pubblicazione sul giornale delle mie dichiarazioni, il signor Abd al-Qadir Awda mi incontrò e mi chiese di sospendere temporaneamente la pubblicazione di simili dichiarazioni. Nei due numeri successivi non scrissi nulla sull’argomento. In seguito, però, ricominciai a scriverne. Questa volta il signor Abd al-Qadir Awda venne da me portando una direttiva del signor Huzaybi, nella quale mi si vietava di scrivere sull’argomento. È superfluo dirlo: obbedii a quella direttiva. Non era possibile disobbedire agli ordini del leader. In quel periodo, in ogni questione agivo secondo gli ordini e i divieti dell’Imam Huzaybi. Partecipai persino alla conferenza di pace con il suo permesso.

La maschera viene smascherata

Il tempo procedeva al suo ritmo prestabilito, attraversando lo scenario della storia. Alla fine, i terribili avvenimenti del 1945 oscurarono l’orizzonte del destino del Paese. Jamal Abdun Nasir si tolse la maschera e si rivelò nella sua vera natura diabolica. Cominciò a opporsi apertamente all’Islam e si impegnò a soffocare il movimento islamico. In ciò, le potenze straniere e i loro agenti locali gli assicurarono pieno appoggio. Senza perdere tempo, Nasir emanò l’infame ordine di impiccare i dirigenti del movimento islamico.

Proprio per questo furono impiccati grandi eroi della lotta per l’indipendenza e dirigenti di fama internazionale come il signor Abd al-Qadir Awda e lo sceicco Muhammad Farghali: avevano chiesto l’instaurazione di un sistema sociale islamico per lo sviluppo complessivo del Paese e per la liberazione e la prosperità del popolo. Nasir ordinò di impiccare anche l’anziano e universalmente rispettato leader Imam Huzaybi. Tuttavia, poiché era stato colpito improvvisamente da una malattia cardiaca, i medici lo dichiararono inadatto all’impiccagione. Dissero anche che quell’anziano non sarebbe comunque vissuto più di qualche ora. Pertanto non sarebbe stato necessario impiccarlo. Pensando allo stesso modo, Jamal Nasir commutò la condanna a morte per impiccagione del signor Huzaybi.

Ma chi può nuocere a colui che Allah protegge? L’Imam Huzaybi guarì presto e, ignorando la tirannia, le persecuzioni e lo sguardo minaccioso di Nasir, continuò a guidare il movimento islamico con un entusiasmo e uno slancio raddoppiati. Quando, grazie alla sua azione intrepida e alla sua vigorosa leadership, il movimento islamico si rafforzò, il governo, furioso, lo fece arrestare e lo gettò in una prigione militare. Le torture disumane che vi subì avrebbero fatto brillare di lacrime persino gli occhi del più insensibile dei crudeli. Ma l’Imam Huzaybi, incarnazione della pazienza e della sopportazione, sopportò ogni persecuzione.

Alla fine, sotto gli occhi di questo anziano leader, Nasir e i suoi accoliti morirono e caddero. Durante il regime dittatoriale del presidente Nasir, quando molti, esasperati da torture indicibili, si recavano dall’Imam Huzaybi per chiedere il permesso di rimanere temporaneamente in silenzio e inattivi, l’anziano Imam Huzaybi manifestò l’entusiasmo di un giovane rivoluzionario e disse:

«Non ho il tempo di riflettere su chi di voi voglia rimanere attivo e chi voglia adottare l’inattività. Tuttavia, voglio ricordarvi una cosa: aprite i libri di storia e vedrete che coloro che, nelle situazioni pericolose, sono andati in cerca di un rifugio sicuro non hanno mai potuto servire il movimento islamico. Nel movimento islamico non c’è posto per i codardi pavidi e per gli opportunisti». Queste parole furono pronunciate mentre egli subiva le torture in carcere; allora aveva ottant’anni. Dopo la morte del famigerato Nasser, fu l’ultimo di tutti a essere liberato dal carcere.

L’appello ad assumersi le proprie responsabilità

Nel 1955, migliaia di membri del movimento islamico subirono le indicibili torture del governo dittatoriale e furono giustiziati indiscriminatamente, conseguendo il martirio. Rimasi profondamente sconvolto vedendo la misera condizione degli innocenti figli e delle vedove dei fratelli martirizzati. Il pianto straziante, le indicibili sofferenze e la totale impotenza di quegli orfani e di quelle vedove mi colmarono di un dolore profondo; mi impegnai nuovamente a provvedere al loro adeguato reinserimento e ad avanzare con raddoppiato entusiasmo sulla strada bagnata dal sangue dei martiri. Decisi di affrontare direttamente il governo.

Quando ripresi il lavoro in modo nuovo, vidi che in tutto il Paese la gente era sconvolta dalla miseria, dalla penuria e dai morsi della fame. Per riuscire semplicemente a sopravvivere, in mancanza di due bocconi di cibo e di un abito con cui coprire la propria nudità, milioni di figli di Adamo vagavano disperatamente alla ricerca di guadagni illeciti. La fame aveva devastato il carattere e la moralità delle persone.

Nelle scuole superiori e nelle università il malcontento degli studenti, e nelle fabbriche e negli stabilimenti il malcontento degli operai, crescevano a ritmo geometrico. Approfittando della situazione, i gruppi di interessi costituiti, i proprietari e i commercianti mettevano in atto piani sempre nuovi per sfruttare la popolazione.

Intanto, coloro che uscivano dopo essere stati liberati da una lunga detenzione si trovavano di fronte a una situazione ancora più terribile di quella del carcere. Per loro non era aperta neppure una via per guadagnarsi da vivere. Ciononostante, la gente comune non osava far sentire la propria voce per rivendicare i propri diritti. Tutti erano terrorizzati dal timore che, non appena avessero pronunciato una sola parola, il governo non avrebbe esitato a emettere un mandato di morte sulla base di una qualsiasi accusa inventata. Soprattutto per chiunque parlasse dell’Islam e dell’identità musulmana, una dura punizione era inevitabile.

In quei tempi così oscuri e calamitosi, tutti i nostri sforzi ci sembravano estremamente insignificanti. Non riuscivo a capire che cosa fare. Come onde interminabili, i problemi scorrevano davanti a noi in un oceano agitato, sbarrandoci la strada. Quando non si intravedeva alcuna via d’uscita, mi rivolsi, nella speranza di ricevere una guida, al venerabile professor Sheikh Mohammad Al Uden dell’Università di Al-Ahjar. Grazie alla sua saggezza e al suo modo di pensare, e per il rapporto che avevo con l’Imam Banna, egli nutriva piena simpatia per il movimento. Prima e dopo il martirio dell’Imam Banna, ebbi con lui frequenti scambi di opinioni su questioni importanti.

Presentai al professor Al Uden un quadro realistico della situazione generale del Paese. Egli mi ascoltò pazientemente e continuò a versare lacrime in silenzio.

Gli dissi:

«L’unica colpa di questi bambini innocenti e di queste vedove è che i loro padri e mariti hanno cercato di stabilire la religione di Allah sulla terra di Allah».

Dopo aver ascoltato le mie parole, egli scoppiò a piangere rumorosamente e, con voce soffocata dall’emozione, mi esortò a dare senza paura inizio alle attività di soccorso. Aggiunse:

«Provvedi almeno a far giungere rapidamente aiuti alle famiglie dei martiri. Allah ti concederà coraggio e sostegno. Personalmente sono pronto ad aiutarti. Ricorda: rimanere saldi nel lavoro del movimento islamico, ignorando le minacce della falsità, è la più grande esigenza del momento. E non vi è alcun dubbio che proprio gli ikhwan divenuti vittime della persecuzione governativa siano i veri mujahidin sulla via di Allah. Saranno loro a condurre l’umanità sulla soglia della vera libertà e della prosperità. Il loro successo è inevitabile».

In seguito mi diede alcuni consigli. Alla luce di quei consigli elaborai il piano dell’operazione di soccorso. Cominciai a inviare, nel più assoluto segreto, aiuti alle famiglie dei mujahidin martiri e incarcerati. In questo mi aiutarono alcuni collaboratori fidati e capaci. Essi inviavano i materiali di soccorso nei luoghi stabiliti, con piena responsabilità e competenza.

Già prima che iniziassimo le attività di soccorso, molte donne si erano consacrate a questa grande opera, naturalmente mantenendo il più assoluto segreto. Tra queste nobili donne meritano speciale menzione la moglie dell’Imam Huzaybi, la dirigente femminile Amal Usmabi, la professoressa Moniruddoula, le rispettabili Amina Qutb e Hamida Qutb, Fathia Bakr, Amina Jawhari, Alia e Tahia Zubayli. Attraverso il lavoro, i nostri contatti continuavano ad aumentare. Io stessa incontrai la rispettabile Khaleda Huzaybi e Amina e Hamida Qutb, e definimmo le modalità pratiche dell’azione. «Rendiamo grazie infinite ad Allah per averci permesso di fornire l’aiuto necessario alle famiglie dei nostri fratelli martiri e mujahidin. Per far sbocciare un sorriso sui volti dei piccoli orfani innocenti e delle sorelle vedove indifese, ci prostriamo dinanzi al Dispensatore della provvidenza, al-Razzaq, al-Rahman al-Rahim.»

 

Sulla via del pellegrinaggio con Abd al-Fattah Ismail

Nel 1957, una mattina, incontrai per la prima volta il signor Fattah al porto di Suez. Ero lì in qualità di presidente della delegazione femminile per il pellegrinaggio. Tra le persone presenti per rivolgerci il saluto di commiato c’era anche mio fratello Muhammad al-Ghazali. Sembrò allontanarsi per qualche istante. Tornò accompagnato da un anziano rispettabile, dal volto sereno. Venne direttamente da me. L’anziano teneva lo sguardo rivolto a terra. Sul suo volto brillava una serenità straordinaria, che irradiava l’aura della sua nobile personalità. Nel presentarmelo, mio fratello disse:

«Questo è il fratello Abd al-Fattah Ismail. In gioventù fu uno dei discepoli prediletti dell’Imam Hasan al-Banna tra i giovani Ikhwan. L’Imam al-Banna lo amava moltissimo e nutriva per lui una fiducia incrollabile. ……… Avendo saputo che vi recate al Hajj sulla stessa nave, è venuto subito a incontrarvi per fare la vostra conoscenza». Dopodiché il signor Fattah mi salutò e disse:

«Inshallah ci vedremo sulla nave». Lo ringraziai e lui se ne andò. Poco dopo la nostra nave salpò diretta a Gedda. In breve tempo lasciò la costa ed entrò in mare aperto. Mi misi a occuparmi delle varie necessità del gruppo delle rappresentanti femminili per il Hajj. Dopo il pranzo, proprio mentre stavo per sdraiarmi nella mia cabina per riposare un po’, udii bussare alla porta. Mi alzai e permisi all’ospite di entrare. Ma non entrò nessuno. Poco dopo si udì bussare di nuovo. Pensai che forse chi era arrivato non avesse sentito la mia voce. Così lo invitai a entrare con voce più alta. Questa volta la porta si aprì silenziosamente ed entrò quel rispettabile anziano che, al porto di Suez, mi era stato presentato tramite mio fratello. Come era sua abitudine, rivolse lo sguardo verso il pavimento, mi porse il saluto e disse:

«Infinite lodi ad Allah. Nonostante il lungo periodo di divergenze di opinione con l’Imam martire, alla fine avete prestato il giuramento di obbedienza».

Gli chiesi immediatamente:

«Come avete fatto a saperlo?» Rispose brevemente:

«È stato lo stesso Imam a informarmi».

Quando gli chiesi quale fosse il suo intento, disse:

«Ci incontreremo nella Casa di Allah con l’intento di ottenere il compiacimento di Allah stesso. Parlerò proprio delle questioni che l’Imam Hasan al-Banna desiderava discutere con voi».

Indicando la Mecca, disse—

«A questo proposito, in shā’ Allāh, parleremo proprio lì». Il suo modo di parlare era estremamente semplice e limpido. Tuttavia, nelle sue parole pronunciate con naturalezza era attiva una straordinaria forza di onestà, senso del dovere e gravità. Non lasciava spazio ad alcuna esitazione. Gli dissi—

«Se Dio vorrà, discuteremo della questione alla Mecca oppure presso il Centro musulmano femminile di Gedda». Quando mi chiese il mio indirizzo, gli diedi quello dei miei due fratelli, lo sceicco Usmabi e Mustafa Alam, che risiedevano a Gedda, e gli dissi—

«Costoro vi accompagneranno, alla Mecca e a Gedda, fino alla mia abitazione». Disse che conosceva molto bene entrambi. Poi mi salutò e si congedò per il momento. In una notte del mese di Dhu al-Hijja, conformemente al programma stabilito, dopo la preghiera della sera, incontrai il defunto Imam Muhammad ibn Ibrahim, il principale mufti dell’Arabia Saudita.

Discutemmo con il defunto principale mufti del memorandum che avevo presentato al re Saud, sottolineando l’importanza di predisporre nel Paese strutture adeguate per l’istruzione delle ragazze. Nel memorandum si chiedeva l’immediata attuazione di programmi per l’istruzione femminile, alla luce delle esigenze del Paese. Il memorandum era stato inviato al principale mufti perché lo esaminasse. Egli mi aveva convocato per discuterne, e ne discutemmo per circa due ore. Sulla via del ritorno, per compiere il tawaf intorno alla sacra Kaʿba, presi la strada di Bab as-Salam nel Sacro Santuario. A un certo punto qualcuno mi chiamò per nome da dietro; mi voltai e vidi il signor Abd al-Fattah Ismail. Quando seppe che intendevo compiere il tawaf, venne con me e compì anch’egli il tawaf intorno alla Casa di Dio. Dopo aver adempiuto alla sunnah del tawaf, ci sedemmo rivolti verso il Multazam, e il signor Abd al-Fattah Ismail iniziò la discussione secondo il programma stabilito. Per prima cosa mi chiese la mia opinione sull’imposizione da parte del governo del divieto contro gli Ikhwan al-Muslimun. Gli dissi—

«Dal punto di vista della Sharīʿa, è una decisione sbagliata».

Disse—

«In realtà, è proprio di questa questione che desidero discutere con lei». Gli proposi di incontrarci presso l’«Edificio della Delegazione» per discuterne, e lui disse—

:Non è insolito che in quei luoghi siano dislocati agenti dei servizi segreti di Nasser. Pertanto, non sono luoghi sicuri per discutere.

In seguito concordammo di incontrarci per una riunione nell’ufficio del signor Sheikh Saleh Kajaz, presso il dipartimento per i lavori di costruzione dell’Haram Sharif. Ma, una volta arrivati, mi disse a bassa voce:

:No, neanche qui; piuttosto, andiamo all’Haram Sharif e discutiamone là.

Stabilimmo un’ora per incontrarci dietro il Maqām Ibrāhīm. Dopo aver compiuto il tawāf e la sunnah del tawāf, ci sedemmo accanto al Maqām Ibrāhīm, dietro l’edificio costruito sopra il pozzo di Zamzam, e iniziammo a discutere del rifiuto della decisione del governo di imporre il divieto all’Ikhwān, nonché della riorganizzazione dell’organizzazione dell’Ikhwān per riprendere nuovamente un’intensa attività. Durante la discussione concordammo che, al ritorno dal pellegrinaggio, avremmo incontrato il Murshid al-ʿĀmm, l’Imam Huzaybi, per chiedergli il permesso di riprendere il lavoro. Quando stavamo per partire per la nostra patria dopo il pellegrinaggio, egli disse:

:È necessario che ci impegniamo davanti ad Allah a combattere sulla Sua via fino alla ricostituzione dell’Ikhwān e a non restare in alcun modo seduti con le mani in mano. Quanto a coloro che si oppongono a questa nobile opera, per quanto riguarda forza e potere, qualunque posizione o autorità possiedano, noi li respingeremo. Entrambi giurammo, davanti ad Allah, di sacrificarci fino al martirio al servizio dell’Islam e di perseverare incessantemente nel jihād. Dopodiché tornammo in Egitto.

 

L’autorizzazione a operare

All’inizio del 1958 incontrai ripetutamente il signor Abd al-Fattah Ismail presso la sede dell’Associazione delle Donne Islamiche e nella mia abitazione. Discutemmo e analizzammo i problemi dei musulmani e cercammo di definire una linea d’azione al servizio dell’Islam, affinché la nazione potesse tornare a essere consapevole e vigile riguardo alla propria dignità e al proprio ideale di vita. Seguendo l’esempio della vita del Nobile Messaggero, dei nobili Compagni e, in seguito, dei pensatori musulmani, elaborammo un programma e uno statuto fondati sul Corano e sulla Sunnah. Secondo il piano, era necessario riunire tutti coloro che desideravano lavorare nell’interesse dell’Islam, affinché incontrassero noi. Tuttavia, tutto ciò consisteva soltanto in discussioni e consultazioni per definire il metodo prima di iniziare il lavoro. Quando poi prendemmo la decisione definitiva di iniziare, sentimmo la necessità di ottenere il parere dell’Imam Huzaybi, in quanto anziano e Murshid dell’Ikhwān. Infatti, dopo i nostri studi giuridici, era divenuto chiaro che la decisione di imporre il divieto all’Ikhwān era illegale. Jamal Nasser non aveva infatti alcun diritto legittimo di governare i musulmani. Poiché era personalmente contrario all’Islam, nessun musulmano era obbligato a obbedirgli. Inoltre, quando prendeva una decisione, non teneva conto delle norme del Corano e della Sunnah.

Incontrai l’Imam Huzaybi proprio per ottenere, a nome mio e del signor Abd al-Fattah Ismail, il permesso di avviare il lavoro organizzativo. Dopo esserci incontrati più volte per discutere, egli esaminò dettagliatamente il progetto e le linee generali del nostro programma d’azione e ci autorizzò a iniziare il lavoro.

In seguito, come nostro primo passo, il signor Abd al-Fattah Ismail partì per un viaggio attraverso tutto l’Egitto, visitando distretti, città e villaggi, allo scopo di raccogliere informazioni, reclutare inizialmente persone per l’organizzazione, individuare chi fosse disposto a lavorare con noi e quali compiti si potessero affidare a ciascuno, oltre ad acquisire una conoscenza dettagliata di ogni altro aspetto. A tal fine, si diede priorità agli ex membri di al-Ikhwan al-Muslimun, affinché fossero proprio loro a formare le prime file del movimento.

Il signor Abd al-Fattah Ismail contattò innanzitutto i membri di al-Ikhwan appena usciti dal carcere, allo scopo di verificare il loro entusiasmo per l’attività. Esaminò direttamente sul campo anche se coloro che avevano già scontato pene detentive conservassero intatti entusiasmo, coraggio e forza d’animo. La lunga detenzione, le torture e le persecuzioni non avevano forse allontanato questi membri dal movimento islamico? Erano ancora capaci di mostrare lo stesso dinamismo di prima nel lottare sulla via della religione di Allah? Erano ancora pronti a qualsiasi sacrificio e abnegazione? Conservavano ancora la forza d’animo necessaria ad affrontare con il sorriso pericoli e calamità? Per rispondere a queste domande era indispensabile conoscere la situazione e le opinioni dei membri delle zone relativamente più colpite. Alla luce di ciò sarebbero stati adottati nuovi provvedimenti.

Dopo aver esaminato ciascun rapporto inviato dal signor Abd al-Fattah Ismail, incontravo il Murshid al-ʿAm e lo informavo delle questioni sulle quali vi era consenso generale e dei problemi. Quando esprimevo dubbi e timori riguardo alle varie difficoltà e ai problemi, egli diceva:

«Andate avanti con passo incessante. Non voltatevi indietro e non prestate attenzione a ciò che hanno detto questa o quella autorità o persona illustre. Ricordate che vi accingete a costruire un intero edificio».

Su alcune questioni esprimeva pieno accordo con noi, mentre su altre impartiva direttive e consigli. Uno dei suoi consigli principali era che durante le discussioni tenessimo davanti a noi al-Muḥallā dell’Imam Ibn Hazm.

Nel 1949 avevamo completato il lavoro di ricerca necessario per elaborare un programma di riforma spirituale. Allah ne è testimone: il nostro programma non conteneva altro che disposizioni per la formazione dei musulmani. Il nostro obiettivo operativo era che, in quanto arabi, diventassero consapevoli e attivi riguardo ai propri doveri e responsabilità, allo scopo di instaurare una società islamica.

Nel 1954, a causa della proclamazione del divieto, le attività di al-Ikhwan al-Muslimun erano state sospese; per questo decidemmo di mantenere segrete le nostre nuove attività.

Conversazione franca con mio marito

Parallelamente alla partecipazione a queste attività, continuavo a inviare regolarmente messaggi alla sede dell’organizzazione femminile islamica e a svolgere adeguatamente le mie responsabilità familiari.

Mio marito, Mohammad Saleh, notò che il fratello Abdul Fattah Ismail e gli altri fratelli membri si recavano ripetutamente a casa nostra. Un giorno, quindi, mi chiese:

: Gli spostamenti degli uomini dell’Ikhwan, le loro conversazioni e così via sembrano indicare qui le loro attività. È davvero così?

Gli risposi:

: Sì, proprio così!

Poi, quando volle sapere di più sulla natura di queste attività, gli dissi:

: Voglio riorganizzare l’Ikhwan.

Quando volle saperne ancora più dettagliatamente, gli ricordai il nostro contratto matrimoniale e dissi:

Mio caro, ricorda: che cosa ti avevo detto prima che tu accettassi di sposarmi?

Egli rispose:

«Sì, avevi posto alcune condizioni. Ma oggi temo che il governo tirannico possa arrestarti». Detto questo, abbassò il capo e rimase in silenzio. Rievocando il passato, dissi:

«Ricordo chiaramente di averti detto che avevo molte attività legate alla mia vita delle quali era necessario informarti, perché stavi per diventare il mio compagno di vita. Pertanto, se non avessi cercato di conoscerle nei minimi dettagli, avrei voluto informarti di quelle attività. Inoltre, avrei posto davanti a te alcune condizioni.

In realtà, sono la presidente dell’Associazione delle Donne Musulmane. Tuttavia, molti ritengono che io creda ai princìpi politici del Partito Wafd. Ma non è così. In realtà, ho fiducia nei princìpi degli Ikhwan al-Muslimun. I miei rapporti con Mustafa Nahhas erano dovuti all’amicizia personale e alla comunanza di idee. Ma davanti all’Imam Hasan al-Banna prestai il giuramento di fedeltà, impegnandomi a combattere il jihad sulla via di Allah. Altrimenti, non avrei potuto neppure pensare a un’iniziativa che mi facesse deviare dalla via indicata da Dio. Al contrario, continuerò ad avanzare su questa via. Giorno e notte sogno proprio questo e nutro questa speranza. Se un giorno dovessi sentire che i tuoi interessi personali e le tue attività economiche sono incompatibili con il mio impegno islamico, e se comprendessi che la nostra vita coniugale sta creando un ostacolo al movimento islamico, allora ci separeremo». Quel giorno, mentre rispondevi alle mie parole, i tuoi occhi si erano riempiti di lacrime e avevi detto:

«Perché non avanzi alcuna richiesta riguardo alle tue necessità materiali e alla determinazione del mahr? E quanto alla condizione che imponi affinché io non ti ostacoli nelle attività islamiche, non so nulla dei tuoi rapporti con l’Imam Hasan al-Banna. Per quanto ne so, tu sei in disaccordo sull’accettare la responsabilità del ramo femminile degli Ikhwan».

Dissi:

«Ma, grazie ad Allah, prima del martirio dell’Imam al-Banna, durante la calamità del 1948, raggiunsi con lui un’intesa su questo punto e decisi di partecipare pienamente al movimento islamico. Non potevo certo pretendere da te che ti unissi a me in questo jihad; tuttavia, ho il diritto di chiederti di non impedirmi di partecipare a questo jihad sulla via di Allah. E quando si presenterà la necessità che io raggiunga le file dei mujahidin, non dovrai chiedermi dove vado e perché». Un uomo dovrebbe essere pienamente certo che la donna che sta per sposare, già nella prima fase della sua giovinezza, si è consacrata all’instaurazione del governo islamico e al conseguimento del compiacimento di Allah. Ciononostante, se questo matrimonio dovesse diventare causa di ostacolo al movimento islamico, esso sarà sciolto e della mia esistenza resterà soltanto ciò che è al servizio del movimento islamico».

Dopo essere rimasta in silenzio per qualche istante, gli chiesi—

: Si ricorda di queste cose avvenute prima del matrimonio?

Egli rispose: Sì………

In risposta gli dissi—

«Allora, secondo la sua promessa, non mi chiederà con chi mi incontro o dove vado. Tutto qui: preghi soltanto al cospetto di Allah affinché Egli faccia della ricompensa del mio jihad un legame fra noi due e accetti il mio operato». So bene che lei ha pieno diritto di impormi ordini e divieti e che, in quanto moglie, sono obbligata a obbedirle. Ma, nella delicata situazione attuale, dedicarmi all’attività del movimento islamico è molto più urgente che adempiere ai nostri reciproci doveri». Dopo aver ascoltato le mie parole, egli disse—

«Mia amata! Mi vergogno di averti interrogata. Prego che Allah ti conceda coraggio sincero e fervore per rimanere salda in questa nobile opera. Se nella mia vita potessi vedere il successo dell’Ikhwan, quanto sarei felice! Possa Allah instaurare un governo islamico grazie ai vostri sforzi. Ah, se fossi giovane, come vorrei poter lavorare anch’io fianco a fianco con voi!»

Dopo di allora, le nostre attività aumentarono notevolmente. Giorno e notte, la nostra casa rimaneva animata dal via vai e dai movimenti degli attivisti. Anche se qualcuno bussava alla porta nel cuore della notte, mio marito si alzava, apriva la porta agli arrivati, li conduceva nella sala degli incontri, poi svegliava la governante e le ordinava di preparare tè e spuntini; infine mi svegliava con estrema cautela e mi diceva—

«Sono arrivati i tuoi figli. I segni della stanchezza sono evidenti sui loro volti».

Mi alzai e andai ad accoglierli, e prima di andare a dormire mio marito disse: «Se recitate la preghiera del Fajr in congregazione, per favore svegliate anche me, così potrò unirmi alla congregazione».

Assecondando il suo desiderio, lo svegliai all’ora stabilita. Dopo la preghiera, parlò con gli ospiti con tale affetto e premura, come se fossero i suoi figli prediletti. Poi, dopo essersi scambiato saluti e preghiere, si ritirò nella sua stanza.

 

Incontro con Sayyid Qutb

Nel 1962, con il permesso del presidente degli Ikhwan al-Muslimun, il professor Hasan al-Hudaybi, e il consenso del fratello Abd al-Fattah Ismail, allo scopo di incontrare in carcere il celebre pensatore e leader rivoluzionario Imam Sayyid Qutb, incontrai dapprima i suoi parenti più stretti. Lo scopo principale della visita in carcere era ottenere il suo parere su varie questioni di ricerca e trarre beneficio dai suoi consigli e suggerimenti.

Dapprima spiegai alla sorella Hamida Qutb lo scopo della mia visita e le chiesi di porgere i miei saluti al fratello Sayyid Qutb; le comunicai in particolare che il gruppo incaricato di esaminare il programma di studi islamici desiderava conoscere il suo parere.

Presentai alla sorella Hamida Qutb l’elenco dei nostri testi di studio. Comprendeva il Tafsir di Ibn Kathir, al-Muhalla di Ibn Hazm, il Kitab al-Umm dell’Imam al-Shafi‘i, il Kitab al-Tawhid di Ibn Abd al-Wahhab e Fi Zilal al-Qur’an di Sayyid Qutb. Poco dopo Hamida tornò e mi consigliò di leggere la seconda edizione della sura al-An‘am. Inoltre, mostrandomi un manoscritto, disse che Sayyid Qutb aveva composto quell’opera mentre si trovava in carcere e l’aveva intitolata Ma‘alim fi al-Tariq — «Pietre miliari» —; sarebbe stata pubblicata presto. «Quando avrai letto queste poche pagine, ti porterò anche gli altri capitoli».

Mi fu riferito che il Murshid al-‘Am aveva riesaminato il manoscritto e ordinato di stamparlo immediatamente. In seguito, quando gli chiesi spiegazioni in proposito, il Murshid al-‘Am disse:

«È proprio la misericordia di Allah! Dopo aver letto quest’opera, in me si è accesa una grandissima speranza nei confronti di Sayyid Qutb; ho letto attentamente il libro ben due volte».

Indubbiamente, oggi Sayyid Qutb è il fulcro delle nostre speranze e aspirazioni. Il Murshid al-ʿĀmm mi fece leggere l’intero manoscritto. Mi sedetti in una stanza appartata con il manoscritto e cominciai a leggerlo. Uscii dalla stanza solo dopo aver letto integralmente il manoscritto di «Maʿālim fī al-ṭarīq». In seguito ci consultammo sulla pubblicazione separata di ciascun capitolo, sotto forma di piccoli opuscoli, da distribuire tra i nuovi aderenti. Adottammo di comune accordo i provvedimenti necessari. L’Imam Sayyid Qutb continuò a inviare dal carcere diversi opuscoli su argomenti essenziali, mentre noi organizzavamo la loro lettura collettiva e la loro pubblicazione e diffusione su vasta scala.

I nuovi aderenti cominciarono a riunirsi per apprendere gli insegnamenti del Corano, e il loro numero aumentava di giorno in giorno. È difficile esprimere a parole quanto belle e pure fossero le emozioni suscitate dalla vista di quei circoli di studio collettivo dei nuovi aderenti. Il metodo del nostro studio collettivo era il seguente: dapprima venivano recitati dieci versetti del Sacro Corano, se ne spiegavano il significato letterale e quello terminologico, se ne illustravano lo scopo e il significato profondo, quindi si discuteva concretamente di come applicarli nella vita individuale e collettiva dei musulmani.

Seguendo così il metodo dei Compagni, dopo aver recitato e compreso dieci versetti, ci si concentrava sulla recitazione e sulla comprensione dei dieci versetti successivi. In questo modo ci riunivamo all’ombra della misericordia di Allah per recitare e comprendere il Corano, ci dedicavamo alla formazione della nostra personalità e trasmettevamo agli altri l’invito islamico, preparandoli per il movimento. I nuovi aderenti erano molto entusiasti del vero movimento islamico. Per preparare le generazioni future affinché potessero dedicarsi con sincera devozione all’attività del movimento islamico, i nuovi aderenti attribuivano particolare importanza al suo saldo radicamento.

Decidemmo di continuare l’opera di formazione e organizzazione dei musulmani, per fondare su basi razionali la loro ʿaqīda del tawḥīd, alla luce del permesso dell’Imam Huzaybi e dei consigli dell’Imam Sayyid Qutb. Chiarimmo che, finché non fosse stato istituito un sistema di giudizio basato sulla legge islamica, cioè sul Corano e sulla Sunna, non si sarebbe potuto ritenere che esistesse un governo islamico o che l’Islam fosse stato instaurato. La legge della Sunna doveva essere istituita nella vita collettiva dei musulmani. Pertanto, seguendo l’esempio dell’opera di predicazione iniziale del Messaggero di Dio alla Mecca, durata tredici anni, anche noi adottammo un programma speciale della durata di tredici anni. A tal fine, si attribuiva innanzitutto importanza al fatto che i membri dell’Ikhwan realizzassero pienamente nella propria vita l’ideale dell’Islam e obbedissero all’Imam. Tuttavia, l’applicazione degli hudud, ossia delle pene previste dalla legge islamica, sarebbe rimasta sospesa fino all’istituzione di un governo islamico. (Naturalmente, sarebbero proseguiti gli sforzi per applicarli e difenderli con i mezzi possibili.)

Sapevamo anche che, nel mondo odierno, sono rare le persone musulmane dotate di qualità simili a quelle dell’epoca del Profeta e dei suoi Compagni. Per questo è dovere imprescindibile di ogni organizzazione islamica proseguire incessantemente il jihad, e questa lotta deve continuare finché l’intera comunità musulmana non rientrerà nell’ambito dell’ideale islamico. Tale lotta non deve essere condotta soltanto attraverso gli slogan, ma anche in modo concreto ed efficace.

Dopo un’analisi dettagliata della situazione, divenne chiaro che il governo attuale era completamente non islamico, sebbene avesse dichiarato più volte di aver introdotto la legge di Allah. Dopo questa valutazione, una volta completato il periodo stabilito di tredici anni di formazione per tutti, giovani e giovani donne, uomini e donne indistintamente, si sarebbe condotta un’indagine su scala nazionale. Se in seguito avessimo trovato come nostri compagni il settantacinque per cento della popolazione (coloro che avessero concordato con noi che l’Islam e la politica non sono questioni separate e che la politica è indispensabile per attuare l’Islam), avremmo rivendicato l’instaurazione nel Paese di un autentico governo islamico. Ma se, anche dopo i primi tredici anni, la maggioranza della popolazione fosse rimasta lontana dall’ambito dell’Islam, nel decennio successivo ci saremmo nuovamente concentrati sulla formazione del popolo alla luce degli insegnamenti islamici. Avremmo continuato quest’opera fino a sradicare completamente gli oppositori dell’Islam e ad attuare pienamente l’ideale islamico. Giurammo di restare per tutta la vita impegnati in questa missione del movimento islamico. Se in questo modo si fosse avvicinato il momento della nostra morte, avremmo consegnato la bandiera dell’Islam alle generazioni successive. Per volontà del Murshid al-ʿĀmm, e conformemente al desiderio dell’Imam Huzaybi, mantenni i contatti con l’Imam Sayyid Qutb. Anche lui veniva nella mia abitazione, situata nella Nuova Misr, per rispondere alle diverse domande dei nuovi aderenti e dare loro consigli. I giovani gli ponevano una domanda dopo l’altra su vari argomenti, ed egli continuava a fornire con pazienza risposte dettagliate e soddisfacenti a ciascuna domanda.

Terzo capitolo

La cospirazione

Come ho già menzionato, alcuni mesi prima della liberazione dell’Imam Sayyid Qutb dal carcere fu compiuto un tentativo fallito di assassinarmi. Da fonti affidabili venimmo a sapere che questa volta lo stavano liberando proprio con l’intento di assassinarlo in modo più semplice. Per attuare questo assassinio, i servizi segreti avevano già elaborato lo schema definitivo della loro cospirazione. Anche il nome del fratello ʿAbd al-Fattāḥ Ismāʿīl era incluso nell’elenco delle operazioni di assassinio dei servizi segreti. Nonostante avessimo appreso queste notizie, continuammo a lavorare con assoluta impassibilità, confidando in Allah. Nessuno di noi poteva desiderare che nell’attività del movimento si verificasse anche il minimo rallentamento. Naturalmente discutevamo e analizzavamo le intimidazioni e le minacce del regime oppressivo, nonché le sue cospirazioni. In realtà, essi credevano che il nostro fosse un movimento ideologico, guidato dal leader detenuto, il signor Sayyid Qutb, mentre fuori dal carcere ne avevano messo in pratica i principi ʿAbd al-Fattāḥ Ismāʿīl e Zaynab al-Ghazālī.

In quel periodo ricevemmo da una fonte estremamente affidabile la notizia che i servizi segreti americani e sovietici avevano consegnato al presidente Nasser un rapporto con l’obiettivo di porre immediatamente fine agli Ikhwān al-Muslimūn e a tutte le loro attività. Nel rapporto esprimevano il timore che, se gli Ikhwān non fossero stati immediatamente messi a tacere, tutti i successi conseguiti dal governo militare nell’allontanare il popolo dalle concezioni islamiche e nel portarlo a una condizione di disperazione riguardo alla riforma e all’educazione attraverso l’Islam sarebbero andati in fumo. Pertanto, per estirpare dalle radici il loro pensiero e il loro movimento, il governo avrebbe dovuto adottare ogni misura possibile. Alla luce del rapporto ricevuto dai servizi segreti americani e sovietici, il presidente Nasser comprese che l’esistenza del movimento islamico costituiva il più grande ostacolo davanti al suo governo dittatoriale.

All’inizio di agosto del 1965 venni a sapere che era stata definita la lista definitiva di coloro che sarebbero stati arrestati immediatamente. In questa lista figuravano in particolare Imam Sayyid Qutb, Zaynab al-Ghazālī, ʿAbd al-Fattāḥ Ismāʿīl e Muḥammad Yūsuf Hawwāsh.

Il 15 agosto ricevetti la notizia. In quel momento stavo conversando con alcune sorelle, quando arrivò una telefonata. Mi informarono che la casa di Sayyid Qutb era stata perquisita e che non era stata risparmiata neppure una perquisizione del suo corpo. Alcuni giorni prima era stato arrestato anche suo fratello Muḥammad Qutb. Mio marito si trovava allora a Ras al-Barr. Lo chiamai per telefono e gli chiesi di mandarmi informazioni rassicuranti su Sayyid Qutb. Un’ora circa più tardi mi comunicò per telefono che la notizia ricevuta in precedenza era vera. Immediatamente sospesi la riunione delle sorelle e rivolsi la mia attenzione agli sviluppi della situazione. La notizia dell’arresto di Sayyid Qutb suscitò enorme agitazione ed eccitazione tra i giovani. Quanto a noi, è superfluo dirlo.

L’Imam Hudaybī aveva affidato ogni responsabilità del movimento proprio a Sayyid Qutb. Noi mantenemmo i contatti con lui secondo le istruzioni del signor Hudaybī. Dopo l’arresto di Sayyid Qutb, incontrammo il Murshid al-ʿĀmm, l’Imam Hudaybī, per sapere chi sarebbe stato il responsabile successivo.

Io e ʿAbd al-Fattāḥ Ismāʿīl temevamo già, cinque giorni prima degli arresti, che sarebbe accaduto questo incidente. Comunque, dopo l’accaduto, ʿAbd al-Fattāḥ mi incontrò e mi ordinò di partire per Alessandria, per recarmi dal Murshid al-ʿĀmm. Mi presentò anche a un giovane e disse:

«Se sarò arrestato, sarà lui a occuparsi di mantenere questi contatti».

Alcune ore dopo mi telefonò, ordinandomi di restare nella mia abitazione e chiedendomi di rimandare il viaggio ad Alessandria. Ma io avevo già stabilito i contatti con il Murshid al-ʿĀmm. Anche la moglie del Murshid al-ʿĀmm era arrivata da Alessandria. Decidemmo di mantenere contatti regolari con il signor Hudaybī. Questa volta l’incarico di mantenere i contatti tra noi fu affidato al fratello Muṣṭafā Mursī.

Dopodiché incontrai la Guida Generale, la informai di ogni cosa e le spiegai il nostro programma. Ella diede il suo consenso. Espresse profondo dolore e grande preoccupazione per gli arresti, in particolare per quello di Sayyid Qutb.

In seguito, la campagna di arresti continuò senza sosta. In men che non si dica, diverse migliaia di membri dell’Ikhwan furono imprigionati. Dopo il mio arresto, Shams Badran giurò al presidente Nasser che, negli ultimi venti giorni, erano stati arrestati centomila membri dell’Ikhwan e che erano state riempite le carceri militari, quelle della fortezza, il carcere di Abu Zaabal, quelli di Alessandria e Tanta, oltre a molti altri penitenziari.

Il diciannove agosto venni a sapere che era stata arrestata anche Fazela, detta Umm Ahmad, di ottantacinque anni. Fin dall’inizio era stata nostra compagna nel movimento islamico. Era una fedele seguace dell’Imam Hasan al-Banna e aveva svolto un ruolo importantissimo nell’assistenza e nell’aiuto alle famiglie dei membri dell’Ikhwan imprigionati. La triste notizia dell’arresto di quella nobile ottuagenaria mi colpì profondamente. Dopo essere rimasta in silenzio per alcuni istanti, mi rivolsi al messaggero, suo nipote, e gli dissi:

«È una nostra fortuna che persino una donna di ottantacinque anni, mentre compie il jihad sulla via di Allah, accolga con un sorriso le insopportabili torture della prigione, senza però chinare il capo davanti al regime empio e ribelle a Dio. Che la misericordia di Allah discenda su di lei e che Allah si compiaccia della sua opera».

Chiamai mia figlia adottiva Gada Ammar e le dissi:

«È stata arrestata anche la celebre mujahida di Shibla, Fazela, detta Umm Ahmad… Il fondo che tengo presso di te per la diffusione del movimento islamico e per le spese delle famiglie degli arrestati, se dovessi essere arrestata, consegnalo interamente alla Guida Generale o a qualcuno della famiglia Qutb. Dopo aver detto questo, affidai a Gada la borsa con il denaro. Quei soldi erano stati raccolti mediante le quote versate dai membri. Più tardi, in prigione, venni a sapere che Gada aveva consegnato il denaro a un’altra mia figlia adottiva, Fatima Isa. Ma quando anche lei fu arrestata, gli agenti del regime tirannico si impadronirono di quei soldi. Eppure quel denaro era destinato alle spese alimentari, all’affitto degli alloggi, all’acquisto dei medicinali e all’istruzione di quegli innocenti i cui padri erano stati arrestati soltanto perché stavano preparando il terreno al risveglio islamico e scrivendo una nuova storia.»

Gada Ammar e Aliya Hujaibi vennero a trovarmi in prigione e, al loro ritorno, mi raccontarono ogni cosa nei dettagli. Dissi loro:

«Non c’è motivo di preoccuparsi; Allah ci basta. Egli è il migliore degli amministratori. La nostra vera dimora è nell’Aldilà…… E questo mondo è soltanto transitorio……»

Fino al momento del mio arresto, le notizie degli arresti indiscriminati degli Ikhwan mi trafiggevano continuamente il cuore come frecce. Nel frattempo arrivò un messaggero a portarmi l’invito a recarmi ad Alessandria per incontrare il Murshid al-Amir. Il 19 agosto, mentre mi preparavo a partire, giunse un secondo messaggero a dirmi di rinviare per il momento la partenza.

 

Ora tocca a me

Venerdì 20 agosto, all’alba, durante la preghiera del Fajr, i soldati del regime tirannico irruppero improvvisamente nella mia abitazione. Quando chiesi loro di mostrarmi il mandato di perquisizione, risposero: «Il mandato? Quale mandato? Il mandato di chi? Ma sei pazza? Non sai che questa è l’epoca di Nasser? Sappi che faremo ciò che ci pare». Poi ripeterono, con una risata orrenda, simile a quella di un malato colpito da isteria:

Gli Ikhwan sono davvero pazzi. Nell’epoca di Jamal Nasser ci chiedono il permesso per entrare nelle nostre case. Poi cominciarono a rompere, fracassare e accartocciare alla rinfusa ogni mobile che capitava loro davanti; nulla sfuggì ai loro maledetti artigli. Nonostante assistessi impotente e in silenzio alle loro azioni spregevoli, continuai a osservarli. Dopo aver messo a soqquadro ogni cosa in casa, arrestarono mio nipote. Era studente al Teachers College e studiava vivendo nella nostra casa. Poi dissero: «Non uscirai di casa per nessun motivo». Domandai:

«Devo dunque intendere che sono agli arresti domiciliari?». Risposero: «Fino a nuovo ordine, saremo noi a sorvegliarti. Se tenterai di uscire di casa, sarai arrestata». Pensavo che la mia vicenda sarebbe rimasta limitata agli arresti domiciliari. Tuttavia, temendo di essere arrestata, mi preparavo alle necessità più urgenti. In quel momento vennero a farmi visita il marito e i figli della mia vicina. Temendo che arrestassero anche quell’uomo, lo pregai di lasciare immediatamente la casa, poiché avevano arrestato persino mio nipote. Ma, nonostante le mie suppliche, non vollero lasciarmi.

Proprio all’ora di pranzo, i soldati tirannici di Nasser entrarono nella mia stanza e cominciarono a distruggere tutte le suppellettili rimaste. Nel mio ufficio distrussero metà delle cose e si impadronirono del baule. Non riuscii a mettere al sicuro in tempo i libri più importanti della mia biblioteca personale, soprattutto testi di tafsir, hadith, fiqh e storia. Inoltre non riuscii a sottrarre le bozze manoscritte di tre numeri speciali di una rivista dichiarata illegale nel 1958. Quei barbari distruggevano ogni cosa senza criterio e sequestravano o devastavano ciò che volevano. Ebbi una discussione con loro per la chiave del baule. In realtà il baule era affidato alla custodia di mio marito e conteneva alcuni dei miei effetti personali. Quando i soldati mi chiesero la chiave del baule, spiegai loro che era presso mio marito, il quale era partito per un viaggio durante le vacanze estive. Udito ciò, cominciarono a fare chiasso. Ordinarono a uno di loro di aprire la serratura. Quell’uomo provò una dopo l’altra tutte le chiavi del mazzo, ma non riuscì ad aprirla. Allora chiesi loro le ricevute degli oggetti e delle suppellettili sequestrati. Sentendomi, scoppiarono a ridere e dissero:

«Ricevute? Vuoi le ricevute di quella roba? Vieni, ti do io una ricevuta», dissero, spingendomi fuori e facendomi salire sulla loro automobile. Nell’automobile mio nipote era già seduto, trattenuto fin da quella mattina. Gli chiesi: «Come stai, Muhammad?». Ma non rispose. Capii che gli era stato proibito parlare. Poco prima era stato prelevato soltanto per comodità loro. È superfluo dire che i soldati arrivati questa volta appartenevano a un reparto diverso da quello dei soldati dell’alba.

L’automobile partì portandoci via. Non appena lessi l’insegna al cancello principale del carcere, capii che quello era il famigerato e infame carcere militare. Entrata all’interno della prigione, fui fatta scendere dall’automobile. Poi un uomo dall’aspetto terrificante mi condusse in una stanza. Qui un uomo che attendeva cominciò a interrogarmi. In seguito fui portata in un’altra stanza. Quando un altro uomo dalla pelle scura mi chiese il nome, il terribile individuo che mi accompagnava glielo comunicò tra volgari insulti.

Dopodiché quell’uomo dalla pelle nera mi fissò con occhi iniettati di sangue e mi domandò con voce dura:

«Tu chi sei?» Risposi con calma:

«Zaynab al-Ghazali al-Jubayli…» Non avevo detto altro che, prima ancora di aver finito di ascoltare, egli cominciò a vomitare, con il suo volto orribilmente sfigurato, insulti così osceni che in vita mia non avevo mai udito un linguaggio tanto volgare. L’uomo terribile che era venuto con me, furibondo, continuando a insultarmi, disse:

«Disgraziata, rispondi con educazione a colui davanti al quale ti trovi.» Io allora dissi:

«Mi avete arrestata; avete confiscato i miei beni, le mie cose, il denaro e i libri: dovreste consegnarmi un elenco di tutto ciò e una ricevuta, affinché, una volta liberata, io possa riavere tutte le mie cose.» Udendo queste parole, il cosiddetto procuratore del governo, Shams Badran, disse con estremo disprezzo:

«Ti uccideremo tra un’ora; e tu, invece, chiedi ricevute per libri, denaro, beni e oggetti! Ah, mia signora!» E subito, dopo aver aggiunto altri insulti osceni, disse:

«Proprio come abbiamo seppellito qui in precedenza innumerevoli tuoi compagni, così anche tu sarai seppellita qui.»

Detto questo, rideva fragorosamente e continuava a dire tutto ciò che gli passava per la testa. Nessuna persona civile potrebbe mai immaginare un ambiente tanto sudicio, barbaro e maleducato. Perciò, invece di dire alcunché, ritenni preferibile rimanere in silenzio. In quella situazione, il procuratore Shams Badran ordinò a quel terribile soldato:

: Portatelo via di qui.

Chiese—

: Dove?

L’avvocato disse con un cenno—

: Lo sanno.

Dopodiché l’uomo terribile, insultandomi, mi trascinò senza pietà in un’altra stanza. Vidi un uomo enorme, simile a un demone, in piedi nell’oscurità fumosa, che mi chiamava per nome coprendomi d’insulti. Vedendo il suo volto crudele, implorai l’aiuto di Allah per essere protetta dalla sua malvagità e dissi—

: O mio puro Signore e Sostentatore! Donami sollievo e concedimi la forza della pazienza anche nei momenti della prova più estrema. Tienimi impegnata nel pronunciare il Tuo santo nome e rendimi salda sulla via della Tua soddisfazione.

L’uomo terribile che era venuto con me, fermo sulla soglia, disse al nuovo demonio—

: Prenda, signore……

disse il demone gigantesco—

«Portatelo nella stanza numero 24». Dopodiché fui condotto in una stanza. Sembrava un ufficio. Vi erano seduti due uomini. Uno di loro aveva in mano un diario. Non appena lo vidi, riconobbi che era lo speciale diario del signor Abdul Fattah Ismail, quello che tirava fuori durante le lezioni sul Corano per annotarvi le cose necessarie. Capii così che anche lui e i suoi compagni erano stati arrestati, poiché proprio allora avrebbe dovuto tenersi una riunione a casa sua. Al pensiero che i demoni li avessero arrestati proprio durante la riunione, fui scosso da un brivido.

Nel frattempo si udì la chiamata alla preghiera dell’asr. Mi preparai per la preghiera. Non appena ebbi terminato, quel demone spaventoso avanzò verso di me come una belva feroce.

 

La strada verso la stanza numero ventiquattro

Questa volta mi legarono entrambe le mani dietro la schiena e, insieme ad altri due uomini dalla pelle nera, mi fecero passare attraverso le varie sezioni della prigione militare, conducendomi avanti. Avevano in mano fruste nere e sottili. Nelle diverse sezioni della prigione fui colto dal terrore alla vista delle orribili torture inflitte agli Ikhwan. Li spogliavano, li legavano strettamente ai pali e li frustavano senza pietà. I colpi di frusta laceravano loro la pelle, dalla quale il sangue scorreva a fiotti. Ad alcuni Ikhwan, inoltre, dopo averli colpiti con la frusta, venivano scatenati contro cani da caccia affamati. I loro corpi venivano dilaniati dai morsi velenosi dei cani. Molti Ikhwan, prima delle torture fisiche, venivano legati con il volto rivolto verso il muro. Tra loro conoscevo personalmente molti giovani militanti. Mi erano cari come figli. Questi giovani istruiti, benefattori dell’umanità e timorati di Dio, erano mujahidin consacrati con tutta l’anima alla via di Allah. Trascorrevano le giornate al servizio del movimento islamico e, nell’oscurità della notte, erano dediti al dhikr di Allah. Soltanto i più spregevoli nemici dell’Islam potevano infliggere simili crudeli torture e mostrare una tale barbara ferocia a questi giovani, guide future della nazione e pupille degli occhi del popolo! Eppure, nonostante quelle indicibili persecuzioni e oppressioni, rimasi sbalordito nel vedere sui loro volti la consueta luminosità, la pazienza e la fermezza! Davanti all’esempio concreto del loro sacrificio e della loro perseveranza, del loro non lasciarsi intimorire dalle torture, provai nei loro confronti una vera e propria invidia. Ero orgoglioso di quei giovani, simboli della pazienza e dotati di un coraggio ineguagliabile. Vidi che tra quei torturati e perseguitati vi erano, da una parte, giovani, adulti e anziani; dall’altra, persone di ogni età, dai ragazzi e dalle ragazze più giovani fino agli anziani di ottanta o novant’anni. Tutti si trovavano nella medesima condizione, nello stesso stato.

Avevano il corpo interamente insanguinato, la schiena lacerata dai colpi della frusta, il volto segnato da graffi sanguinanti e indosso un unico brandello di stoffa ridotto a stracci. Dalla fronte che mai si era inchinata davanti a qualcuno, se non per il bisogno di Dio, scendevano copiosi rivoli di sangue caldo. Ma che meraviglia! I loro occhi e i loro volti risplendevano di una luce straordinaria. Anche salendo sul patibolo, intonavano con volto sereno inni di gloria ad Allah. Erano stati appesi a testa in giù dal tetto, e neppure questo aveva minimamente intaccato la loro pazienza e la loro sincerità. Ma non avevo più la forza di assistere a quella scena straziante. Insopportabile…… insopportabile…… insopportabile!

All’improvviso, un giovane appeso al patibolo mi vide. Dall’alto del patibolo mi gridò forte:

: Oh, madre! Nostra madre! Possa Allah mantenerla salda sulla via della verità.

: Possa Allah mantenere saldo anche te; possa Allah concederti pazienza e coraggio…… dissi.

Vidi il sangue del suo corpo martoriato raccogliersi in un punto. Da quel sangue coagulato emanava una sorta di luminoso splendore. Pregai:

«O Signore dei mondi, dona pazienza, forza, coraggio e serenità ai mujahidin della Tua religione! Fa’ scendere la Tua misericordia, o Dio……!»

Guardando i valorosi mujahidin oppressi, dissi:

«Miei cari figli, successori del Messaggero! Non perdete la pazienza e il coraggio. Allah è al vostro fianco. La vostra destinazione è il Paradiso». Il boia che mi portava in giro, avendomi sentito pronunciare parole di preghiera al cospetto di Allah, sollevò le sue enormi e pesanti mani e mi colpì con tutta la sua forza alle tempie. Per la violenza del colpo divenni sordo e per qualche istante persi anche la vista. Mi sembrava di essere rimasto stordito da un fulmine caduto all’improvviso. Mi sembrava inoltre che le membra del mio corpo si staccassero una dopo l’altra e che da tutto il mio corpo emanasse uno straordinario splendore. Nonostante mi contorcessi per il dolore insopportabile, dissi:

«O Dio, sopporterò tutto per la Tua soddisfazione». In quel momento mi sembrava che alcune parole giungessero fluttuando proprio dal Paradiso: «O Signore! Donaci fermezza; o Dio, proteggi i credenti dalla tirannia dell’empio».

«Se Tu non fossi il nostro Signore, non avremmo ricevuto la guida, non avremmo fatto elemosine né pregato; nelle calamità e nelle avversità, donaci fermezza». – Hadith

Il fragore degli schiocchi della frusta e dell’hunter continuava ad aumentare, ma la voce della fede era ancora più chiara e potente. All’improvviso udii un’altra voce, una voce che sembrava giungere dal Paradiso.

«Non c’è altro Signore all’infuori di Allah; Egli è Uno e Unico». Lo ripetei:

«Abbiate pazienza, figli miei, abbiate pazienza. Il Paradiso vi attende».

I duri pugni dei carcerieri dell’oppressore piovevano sulla mia schiena come una pioggia torrenziale. Dissi:

Allahu Akbar, wa lillahil hamd — Allah è onnipotente. Ogni lode appartiene ad Allah… O Allah! Con pazienza e soddisfazione Ti rendo grazie per tutte le ricompense che ci hai concesso sotto forma di Islam, fede e jihad.

Poi il boia aprì la porta di una stanza buia, mi vi lasciò dentro, richiuse la porta dall’esterno e se ne andò.

 

Nella stanza numero ventiquattro

Pronunciando Bismillah, entrai in quella stanza immersa nell’oscurità impenetrabile. Non appena la porta della stanza fu chiusa, una luce elettrica intensa sembrò accecarmi. Capii che era iniziato il secondo tipo di punizione. Vidi che l’intera stanza era piena di cani. Non ricordo esattamente quanti fossero. Alla vista di tutti quei cani feroci, chiusi gli occhi per la paura. In tutto il corpo sentivo i morsi insopportabili di innumerevoli cani. Mi sembrava che la testa, le mani, il petto, la schiena, le gambe — insomma, ogni parte del corpo — venissero dilaniati dai loro morsi; non appena aprii gli occhi per guardare quella scena terrificante, fui costretto a richiuderli. Ridotto alla disperazione e senza altra via d’uscita, cominciai a recitare i nomi di Allah, gli Asma’ul Husna. Dimenticai i morsi velenosi dei cani e mi immersi nel dhikr di Allah. Dissi:

«O Puro Signore! Ho reciso i miei legami con tutto ciò che esiste sulla terra, mantenendo saldo soltanto il mio legame con Te. La mia riuscita consiste soltanto nel fatto che Tu sia soddisfatto di me…… In cambio della vita e di tutto ciò che vi è nel mondo, desidero soltanto la Tua vicinanza. Accoglimi nella dimora della Tua misericordia…… Concedimi, sulla via della Tua religione, amore, soddisfazione e la morte da martire, e dona a ogni persona che professa il tawhid una salda fiducia in sé».

Così trascorsero diverse ore tra i morsi dei cani e la mia adorazione. All’improvviso la porta della cella si aprì e fui ricondotto nella stanza.

Ero fermamente convinto che il bianco abito che indossavo fosse ormai completamente rosso di sangue. Ma quale meraviglia! Il mio abito era rimasto immacolato e bianco proprio come prima, e sul mio corpo non c’era neppure il segno di un morso di cane. Quale prodigio! Quale misericordia invisibile da parte di Allah, il Puro! O Dio, sono forse degno di ricevere una misericordia così grande da parte Tua?…… Tutta la lode è Tua, Signore!…… Dicevo tra me e me queste cose. In quel momento il boia del carcere mi domandò:

:«Che succede? I cani non ti hanno morso? Ma perché? Che cosa incredibile……» Così dicendo, fissò la sua frusta. Anche il secondo uomo giunto con lui, mentre agitava il bastone che teneva in mano, sembrava immerso in qualche pensiero.

Nel cielo occidentale l’ultimo rossore della sera si andava affievolendo. Era l’ora della preghiera del maghrib. Dopo aver trascorso più di tre ore tra cani feroci ed essere stato fatto uscire completamente illeso, ringraziai Allah con le lacrime agli occhi.

Dopo la preghiera, un impiegato del carcere mi fece percorrere un lungo tratto e mi condusse davanti a una porta chiusa. Quando la porta si aprì, davanti a me vidi un terribile campo deserto. Attraversato il campo, avanzammo lungo un lungo corridoio buio. Su entrambi i lati del corridoio c’erano innumerevoli porte chiuse. Da una sola porta vidi uscire della luce. Gettandovi rapidamente lo sguardo, vidi che era la porta della cella numero due e che vi sedeva un alto ufficiale, Mohammad Rashad Muhna. Un tempo era stato il principe ereditario d’Egitto. Riguardo a lui, il governo aveva nutrito il sospetto che forse proprio lui sarebbe stato posto dagli Ikhwan alla presidenza dell’Egitto. Perciò anche lui fu arrestato.

 

Nella cella numero tre

La porta della cella numero tre fu aperta e io venni spinto dentro. Non appena la porta si chiuse, si accese una lampada elettrica dal fascio potentissimo, appesa al soffitto. La sua luce era così intensa che diventava difficile tenere gli occhi aperti. Capii che questo gioco di luce accecante era senz’altro una parte della mia punizione!

Poco dopo, quando bussai alla porta dall’interno per chiedere che me la aprissero, un terribile abissino aprì e venne a mettersi davanti a me. Quando gli chiesi di portarmi dell’acqua per l’abluzione, fece una smorfia e disse con voce aspra:

«Non lo sai? Qui è vietato bussare alla porta, è vietato chiedere acqua, è vietato fare l’abluzione, è vietato bere acqua……». Detto questo, fece roteare la frusta in aria e aggiunse:

«Bada bene! Se sento di nuovo il rumore della tua mano sulla porta, ti scuoierò con questa frusta».

Nella stanza non c’era nulla. Del resto, dopo aver trascorso fino a tre ore con i cani nella stanza numero ventiquattro, ero fisicamente e mentalmente esausta. Così feci il tayammum sul pavimento, stesi il mio scialle e recitai la preghiera della notte. Poi cercai di riposarmi un po’. Ma soffrivo terribilmente, con dolore fin dentro le ossa. Ciononostante, cercavo di sdraiarmi mettendo le due scarpe sotto la testa. Ma i nemici dell’umanità cominciarono a fare tali cose che dimenticai persino l’idea di riposare.

Nella mia stanza l’apertura di ventilazione era molto grande. Attraverso di essa si vedeva chiaramente il cortile della prigione. Proprio davanti a quell’apertura portarono un cavalletto. Poi vi fecero salire i giovani attivisti del movimento islamico e cominciarono a sperimentare su di loro nuovi e sempre diversi metodi di tortura. I loro corpi furono martoriati dai colpi di frusta. Ma quei giovani eroi sulla via di Allah sopportavano tutto con immensa pazienza. Dalle loro labbra non si udiva altra parola se non il nome di Allah. A ogni colpo di frusta dalle loro labbra usciva soltanto: «Ya Allah!». Nient’altro.

Durante quella tortura atroce e disumana, il boia assassino chiedeva loro, con un linguaggio estremamente osceno………

: «Di’ un po’, figlio di puttana, quando sei arrivato qui?»

Quando rispondevano, chiedeva loro:

:Quando sei andato l’ultima volta da Zaynab al-Ghazali?

Se un giovane, in risposta a questa domanda, avesse detto: «Non lo so» oppure «Non ricordo», allora quegli ignobili barbari, quelle bestie, si sarebbero avventati tutti insieme su di lui e, colpendolo con il nerbo e la frusta, gli avrebbero ordinato di insultarmi con parole oscene. Ma questi giovani istruiti e di nobili principi, tra i quali vi erano medici, ingegneri, professori, intellettuali e avvocati, musulmani fino al midollo, non potevano neppure pensare di insultare qualcuno. Dicevano:

«Ella è come nostra madre, una donna nobile e devota a Dio». Quando i giovani si rifiutavano di pronunciare oscenità e insulti, il carnefice si infuriava contro di loro e aumentava il livello delle torture. Ma in nessun modo fu possibile traviare quei giovani. Infinite lodi a quei giovani eroi che, pur trovandosi di fronte alla morte, non scesero a compromessi con la menzogna e la falsità e, nonostante innumerevoli pericoli e calamità, non deviarono neppure di un passo dalla via della verità.

Vedendo le montagne di ingiuste torture abbattersi su quei giovani dal carattere nobile e dalla forte personalità, è impossibile esprimere a parole quanto il mio animo fosse tormentato. Pregavo soltanto Allah………

«O Allah, il Rahmanur Rahim, addossa a me la punizione di quei giovani innocenti e liberali».

Volevo che i giovani ottenessero la libertà assecondando le parole degli oppressori, mentre io avrei sopportato al posto loro ogni tortura. Ma non fu così.

Subivano una tortura atroce dopo l’altra. Invocavano Allah, ma non abbandonavano la via della verità. Vedendo tutte quelle sofferenze e quei dolori, dimenticavo il mio stesso dolore. Di fronte alle loro sofferenze, le torture inflittemi mi sembravano molto lievi. Ora provavo dolore per il loro dolore. Per loro chiedevo ad Allah soltanto la Sua misericordia.

Il sogno

In quelle condizioni non mi accorsi nemmeno di quando mi addormentai. Probabilmente in ciò era racchiusa la misericordia di Allah. Nei giorni della mia avversità avevo già visto in sogno per tre volte il mio amato Profeta, Hazrat Muhammad (pace e benedizioni su di lui); oggi ho avuto per la quarta volta questa fortuna.

Sognai di trovarmi in un immenso deserto, pieno di cammelli. Sulla schiena di quei cammelli erano preparati sedili scintillanti di luce, e su ciascuno sedevano quattro viaggiatori dal volto sereno, mite e radioso. Fin dove giungeva lo sguardo, per tutto il deserto si estendeva una carovana di cammelli, fino all’orizzonte. In mezzo a tutto ciò mi ritrovai davanti a un grande uomo dall’aspetto luminoso, dall’aria grave e pensosa ma con un sorriso sul volto. Vidi un numero incalcolabile di cammelli vagare per tutta la pianura; le corde attorno al collo di ciascuno erano strette nel suo pugno.

Gli chiesi con la massima umiltà e deferenza:

«Il caro Profeta è qui?» Egli mi rivolse uno sguardo sereno e disse:

«Zaynab! Tu sei proprio sul sentiero seguito dal Messaggero di Allah e dal Suo servo Muhammad.»

Colma di gioia, domandai nuovamente:

«Sto davvero seguendo il sentiero indicato dal Messaggero del mio Allah e dal Suo servo?»

«Sì, Zaynab, o Ghazali, sei proprio sul sentiero indicato dal servo di Allah e dal Suo Messaggero.» Gli rivolsi nuovamente la stessa domanda:

:O mio amato Profeta; o Messaggero del mio Allah! Sono forse una serva di Allah e seguo il cammino indicato dal Suo Messaggero?

:Il caro Profeta disse:

:O Zaynab, sei sulla via della verità; o Zaynab! Sei una serva di Allah e percorri la via seguita dal Suo Messaggero Muhammad.

Al risveglio provai dentro di me una forza e una serenità straordinarie. Quel sogno mi rese distaccata e indifferente di fronte ai pensieri di tutte le ingiustizie e persecuzioni del presente. I colpi del frustino o la brutalità delle violenze inflitte agli Ikhwan nel cortile davanti a me…… nulla mi sembrava più così doloroso. Vidi che il patibolo era stato rimosso dal cortile antistante. Ora i rumori delle percosse giungevano da molto lontano.

Mi meravigliai pensando che nel sogno il caro Profeta mi avesse chiamata con il mio vero nome di famiglia. Il mio vero nome di famiglia è Zaynab Ghazali. Ma il pubblico mi conosce come Zaynab al-Ghazali.

Per rendere subito grazie ad Allah per aver avuto questo sogno così propizio, feci il tayammum e mi misi a pregare. Prostrata, dissi ad Allah con voce rotta dalle lacrime:

:Mio Signore! Con quali parole potrò renderti grazie? Non ho nemmeno la forza di renderti grazie. ……Ya Rabb al-‘Alamin! Mi consacro al martirio sulla via della Tua soddisfazione. ……O Parwardigar! Fa’ che, a causa mia, nessuno cada nella sofferenza e nella sventura…… O Signore!……Mantienimi salda soltanto sulla via semplice e bella della Tua soddisfazione………

Anche dopo aver pregato, continuai per molto tempo a ripetere la stessa supplica. Provavo allora una tale serenità e gioia che mi sembrava di essere giunta in un mondo nuovo e di vagarvi. Rimasi sorpresa udendo, nella strada e nel cortile fuori dalla cella, i rumori di numerose automobili e dei movimenti concitati delle persone. In seguito seppi che era il momento del cambio di turno dei carnefici. I vecchi carnefici se n’erano andati e i nuovi erano arrivati con rinnovato zelo per le torture.

Udendo l’adhān del fajr, compio il tayammum, ripeto più volte le parole dell’adhān e prego. In queste condizioni, dal 20 al 26 agosto rimango rinchiuso per sei giorni consecutivi nella stessa stanza; durante tutto questo periodo la porta della stanza non viene aperta neppure una volta, né mi viene data una sola goccia d’acqua o alcun tipo di cibo. Non ho neppure alcun contatto o conversazione con persone dall’esterno. Niente acqua, niente cibo, niente conversazioni: provate a immaginare, anche solo per un momento, questa vita di solitudine in una stanza buia per sei giorni o sei notti! Si può anche fare a meno di mangiare e bere, ma come può qualcuno negare a una persona il soddisfacimento dei suoi bisogni naturali?

Con quale nome definireste quelle persone che pretendono di essere esseri umani, ma le cui azioni farebbero vergognare persino Satana? Questi governanti tirannici sono arrivati a considerarsi creature sovrumane e a credersi esenti da ogni principio dell’umanità.

Forse anche voi vi stupite di come una persona possa sopravvivere per sei giorni senza mangiare né bere e senza neppure poter soddisfare i propri bisogni naturali. Lo stesso stupore aveva colto anche il carnefice che faceva la guardia fuori dalla mia stanza. Aprì la porta e, vedendomi seduto sano e tranquillo, mi rivolse una brutta imprecazione e domandò:

«Ehi, non sei ancora morto, a quanto pare! Sei ancora vivo?» In una situazione così anormale e incredibile, vi racconto come ho fatto a essere ancora vivo e in buona salute dopo tanto tempo; ascoltate!

Primo: la fede e la fiducia incrollabili in Allah. Perché l’Islam infonde nei suoi veri seguaci una forza tale che il credente può superare ogni sorta di dolore e calamità, per quanto terribili possano essere l’oppressione e la persecuzione. Per grazia di Allah, il credente acquista una tale capacità di sopportazione che nessuna disgrazia, per quanto grave, può terrorizzarlo o turbarlo. Gli oppressori tirannici sono ebbri dell’arroganza della loro forza esteriore, ma di fronte alla forza spirituale del credente ogni altra forza si dimostra insignificante. Il credente è capace di vivere libero da ogni sorta di paura, intimidazione, avidità e brama. Secondo: quel sogno sacro, che da parte di Allah equivale al dono della vera vita e del successo. Grazie a esso ricevo la forza di vivere ignorando l’influenza dell’ambiente circostante. Questo sogno mi infonde la forza di condurre una vita serena, pur sopportando qualsiasi estrema sofferenza o calamità.

Nel settimo giorno della mia prigionia solitaria, privata di cibo e bevande, quel carnefice entrò nella mia stanza con quattro pani sporchi, marci e maleodoranti e un pezzo di burro; li scaraventò a terra davanti a me e disse:

«Finché sei vivo, mangia queste cose…»

Naturalmente, alle sue parole si aggiunsero le orribili imprecazioni che uscivano dalla sua brutta bocca. Non toccai neppure il pane o il burro. Presi però il recipiente dell’acqua. Ma il recipiente e l’acqua erano così sporchi e maleodoranti che era impossibile portarli alla bocca. Tuttavia, chiudendo gli occhi e il naso, bevvi quella poca acqua dicendo:

«Nel nome di quel grande Allah, per la benedizione del cui nome nulla in cielo o in terra potrà arrecarmi danno. Allah ascolta e conosce ogni cosa. O Allah, trasforma per me quest’acqua in nutrimento necessario alla salute».

Dopo che ebbi bevuto l’acqua, la porta venne richiusa. Poi, al tramonto, quel boia tornò, aprì la porta e, lanciando insulti irripetibili nel suo modo abituale, disse-

:Esci, vai a urinare e defecare.

Mentre uscivo, stavo per cadere a terra a causa della debolezza fisica. Vedendomi così, il boia mi sorresse e mi accompagnò fino alla latrina. Quando stavo per chiudere la porta della toilette, egli disse-

È vietato chiuderne la porta. Udendo ciò, uscii e gli dissi-

:Riportami nella mia cella. Non ho bisogno di nulla.

Udite queste parole, egli diede prova di estrema crudeltà e spudoratezza e disse-

:Sono qui in piedi ad aspettarti. Vai e sbrigati!

Riflettete: si può trovare un esempio di bestialità simile? Può persino l’uomo più spregevole essere tanto vile, tanto abietto? Eppure, agli ordini di Nasser, questi carnefici hanno superato persino le bestie in barbarie e ferocia.

Tornai nella cella e dissi con rammarico:

La morte sarebbe stata preferibile. Almeno sarei stato risparmiato dalla vista di quel barbaro selvaggio. Non sarei stato costretto ad andare con quel demonio neppure fino al rubinetto dell’acqua. Quando il carnefice chiuse la porta della cella e se ne andò, feci il tayammum e recitai la preghiera del maghrib. Appena terminai la preghiera, la porta si aprì ed entrarono nella cella alcune persone. Tra loro vidi anche quel demonio spietato, che mi aveva costretto a rimanere per tre ore in mezzo a innumerevoli cani. In quel momento ero sdraiato a terra. Quel demonio disse a qualcuno:

Vieni, dottore, guardalo!

Dopo avermi visitato, il dottore disse:

: «Non gli è successo nulla. Il suo cuore è ancora a posto».

Ma che ne sapeva il dottore che, a causa delle torture, ero ormai in fin di vita! Poi chiusero la porta e se ne andarono tutti. Dopo alcuni minuti la porta si aprì e mi portarono in un’altra cella buia, dove mi legarono al muro per due ore. Mi proibirono persino di muovermi. Chiusero la porta e, continuando a insultarmi, dissero:

: Ehi, figlio di cagna, il giorno della tua morte si avvicina!

Ignorando le loro parole, mi rivolsi ad Allah con tutte le mie forze, dicendo:

«O Signore, fa’ che la mia morte avvenga sulla via della fede e dell’Islam». Poi cominciai a recitare la sura al-Fātiḥa e la sura al-Baqara. Mi sembrò quasi che quella fosse la prima volta nella mia vita in cui recitavo il Corano. Ero immerso nella recitazione del Corano a occhi chiusi, quando all’improvviso qualcuno mi assestò uno schiaffo violentissimo sul viso. Subito si accese la luce. Vidi un gigantesco carnefice in piedi davanti a me, con una frusta in mano. Cominciò a colpirmi spietatamente con la frusta. Poi posò davanti a me tre fogli bianchi e disse:

: «Scriverai su questi fogli tutto ciò che ti diremo…».

All’improvviso uno di loro venne, mi afferrò saldamente con le sue possenti mani e mi scagliò con estrema violenza contro il muro. Poi un secondo uomo mi sollevò da terra e, scuotendomi ripetutamente, mi sbatté con forza sul pavimento; quindi ordinò a un soldato:

: «Prendilo a calci con gli stivali, più forte che puoi».

Dopo avermi sottoposto a quella brutale tortura per molto tempo, mi fecero sedere su una sedia, mi misero in mano i tre fogli e dissero:

«Scrivi qui il nome di ogni persona che conosci, ovunque si trovi: in Arabia Saudita, Siria, Sudan, Libano o in qualsiasi altra parte del mondo! Se non scriverai secondo i nostri ordini, qui ti spareremo all’istante. E bada bene: scriverai anche, in modo dettagliato, tutte le informazioni che conosci sull’Ikhwan e i tuoi rapporti con esso. Tieni, questa è la penna».

Poi chiusero la porta e se ne andarono.

Nonostante fossi tormentato da un dolore indicibile, mi sedetti con carta e penna in mano—

Cominciai a scrivere—

«In molti Paesi sono sparsi fratelli e sorelle che mi conoscono in relazione al movimento islamico. Lo scopo del nostro movimento è instaurare la religione di Allah. Giuro su Dio, da noi vengono soltanto coloro che sono capaci di scegliere la retta via. E questa retta via è quella seguita dall’amato Profeta Hazrat Muhammad (pace e benedizioni su di lui) e dai Compagni.

Il nostro scopo è diffondere la religione di Allah e invitare le persone a governare secondo le norme della religione. E anch’io, nel nome di Allah, vi invito ad abbandonare la via dell’ignoranza e dell’oppressione e a seguire la via dell’Islam, ad aderire al tawhid e alla risalat e a sottomettervi ad Allah. Il vapore velenoso della falsità e dell’ingiustizia che, seguendo la via del male, è penetrato nelle vostre menti si dissolverà sulla via di Allah, ed Egli vi condurrà dalle tenebre alla luce».

«Fate giungere queste mie parole anche al presidente del Paese. Forse si pentirà e tornerà nuovamente sulla via dell’Islam. Se rifiuterà il vostro invito, dovrà rispondere personalmente delle proprie azioni. Attesto che non vi è altra divinità all’infuori di Allah e che Hazrat Muhammad (pace e benedizioni su di lui) è il servo e il Messaggero di Allah».

«O Allah, sii testimone che sto adempiendo al mio dovere.

Ora, se costoro si pentono, accetta il loro pentimento. Se invece vogliono rimanere nelle tenebre delle zulumat, Tu sai ogni cosa e sei il migliore dei giudici. O Allah! Mantienici saldi sulla via della verità. Concedici una morte da martiri».

Scrissi tutto ciò considerandolo un mio dovere religioso e, terminato di scrivere, ricominciai a recitare il Sacro Corano.

Dopo un po’, Safwat Ruby venne, portò via i fogli che avevo scritto e mi lasciò in quel luogo solitario. Non erano trascorsi neppure pochi istanti quando, all’improvviso, la porta si aprì e quattro militari di Safwat entrarono; rivolgendomi ogni insulto presente nel loro repertorio di ingiurie, dissero:

Che razza di sciocchezze hai scritto sui fogli?

Poi gridò dalla porta:

Attenzione! Attenzione! Sta arrivando il direttore del carcere militare, Hamza Pasha Bassiuni.

Il direttore entrò nella stanza e cominciò a pronunciare oscenità e insulti così turpi che una persona comune non avrebbe potuto neppure immaginarli. Lo fissai con estremo disgusto. Prese dalle loro mani alcuni dei fogli che avevo scritto e disse:

Tutto ciò che hai scritto è falso.

Detto questo, li fece a pezzi.

Essi, riferendosi a Safwat, dissero:

: Sono forse scherzi e burle? Le sciocchezze che hai scritto lo hanno afflitto. Disse Basyuni—

: «Tienilo fermo», disse, poi uscì e dopo qualche istante tornò con un soldato. Il soldato mi sollevò molto in alto e mi scaraventò a terra con un tonfo. Non appena caddi al suolo, persi i sensi. Quando rinvenni, vidi che ero stato legato a testa in giù su una trave di legno, proprio come un macellaio appende un animale macellato. Poi cominciarono le percosse selvagge con la frusta. Che pestaggio orribile e bestiale! Se non potevo sopportarlo io, nessun essere umano avrebbe potuto farlo! Nel frattempo, continuando a pronunciare il nome di Allah, persi nuovamente conoscenza.

Quando rinvenni di nuovo, mi vidi disteso su una barella d’ospedale. A quel punto non avevo neppure la minima forza per parlare o muovermi. Tuttavia, sentivo le conversazioni intorno a me.

Dopo poco mi riportarono nella cella. Il sangue continuava ancora a scorrere da ogni parte del mio corpo. In preda a un dolore insopportabile, scossi la porta e chiesi alla guardia di mandare a chiamare un medico e di portarmi delle bende. Ma in risposta ricevetti soltanto orribili insulti. Non avendo altra scelta, rivolsi una supplica ad Allah, chiedendogli di far cessare il dolore e il sanguinamento. Allah accolse la mia supplica. Il sanguinamento dalle varie parti del mio corpo si fermò. Il dolore, però, continuava. Per liberarmene, cominciai a ripetere il nome di Allah. Così percepivo il dolore e la sofferenza in modo molto più attenuato. In quel momento mi tornò alla mente un hadith del caro Profeta. Il caro Profeta disse—

«Guardatevi dalla supplica dell’oppresso. Perché tra l’oppresso e Allah non c’è alcun velo».

In quella condizione insopportabile trascorsero diverse notti. Non c’era traccia di medicine o di cure di alcun genere. Soltanto quella terribile guardia dalla pelle scura apriva ogni giorno la porta a un’ora stabilita e vi gettava dentro un po’ di burro e alcuni pezzi di pane raffermo. Ma poiché erano immangiabili, non li toccavo nemmeno. Di conseguenza, li raccoglieva esattamente come li aveva lasciati. Era terribilmente difficile sopportare il fetore di quel pane e di quel burro.

 

Allah è il loro aiuto

Un giorno sentii il rumore attutito dei passi di qualcuno fuori dalla porta e, preso da una strana sensazione, mi avvicinai alla porta. Guardando attraverso il piccolo foro dal quale la guardia controllava le mie condizioni, vidi davanti a me il murshid generale, l’Imam Huzaybi. Dunque avevano arrestato anche lui! Appoggiai il volto a quel foro e recitai questo sacro versetto—

«Se sei ferito, allora anche la nazione è stata ferita allo stesso modo; non mostrare debolezza e non rattristarti. Se rimani saldo nella fede, avrai successo».

Il mio sguardo baciò i suoi sacri piedi e continuai a recitare più volte quel versetto del Corano. Egli rispondeva con gesti delle mani in modo tale che la guardia, ferma lì come un’ombra, non potesse capire nulla. La vicinanza dell’Imam Huzaibi mi rese indifferente alle mie sofferenze e ai miei dolori.

In verità, i credenti stabiliscono tra loro un rapporto di fratellanza sulla via di Allah. Nell’Islam non esistono distinzioni o discriminazioni tra piccoli e grandi. Nell’Islam ognuno agisce per ottenere il compiacimento di Allah. Pertanto, non vi è alcuna differenza tra il capo e i suoi seguaci, né tra il comandante militare e i semplici soldati. Tutti agiscono nel proprio ambito per ottenere il compiacimento di Allah e ciascuno considera l’altro come un fratello. Questi pensieri ideali recarono nel mio cuore la frescura della serenità.

 

Il rullo compressore dell’oppressione e della persecuzione

Quella serenità non durò a lungo. Un pomeriggio, all’improvviso, la porta della cella si aprì e comparve Safwat. Mentre colpiva le pareti con la frusta che aveva in mano, mi afferrò, mi trascinò fino all’ufficio del carcere, mi fece sedere su una sedia e se ne andò. Dopo pochi istanti venne un uomo e mi chiese:

«Sei tu Zaynab al-Ghazali?»

Dopo aver ricevuto una risposta affermativa, se ne andò. Questa volta arrivarono tre enormi e terribili soldati. Sembrava che fossero appena usciti dall’Inferno. Sui loro volti erano evidenti i segni della crudeltà. Poi venne un altro uomo e domandò loro:

«Sono riusciti a riconoscermi?»

In risposta, dissero tutti:

: Sì, l’ha riconosciuta eccome. Il momento della sua morte si avvicina.

Poi vidi che uscirono e frustarono il fratello Faruk Monsabi. Era già stato appeso a un’alta struttura di legno. Mentre lo frustavano, chiedevano al fratello Faruk:

«Quante volte hai incontrato Zaynab Gazali?». Inoltre gli ordinavano di insultarmi con parole oscene. Ma quando quel servo di Allah si rifiutò di obbedire, aumentarono la violenza del pestaggio. Vedendo le sue condizioni, dai miei occhi sembrava sgorgasse sangue invece di lacrime. Dopo averlo picchiato a lungo, gettarono il fratello Faruk a terra. A giudicare dalle sue condizioni, sembrava che la sua anima stesse per abbandonare il corpo. Ma, per la misericordia di Allah, sopravvisse. Alla fine, trasformando il processo in una farsa, lo condannarono all’ergastolo ai lavori forzati. Anche dal carcere, questo soldato di Allah continuò a predicare l’Islam tra i detenuti e a spronarli al movimento islamico. Alla fine, i nemici dell’Islam lo portarono nel carcere di Limantara e lo assassinarono crudelmente (Inna lillah………). Rimase saldo sulla via della soddisfazione di Allah fino all’ultimo istante della sua vita e ottenne la fortuna del martirio.»

Quei peccatori non infierirono soltanto sul fratello Faruk. Poi appesero un altro fratello a una croce di legno, gli posero domande dello stesso genere e gli ordinarono di insultarmi. Ma quando il fratello si rifiutò di insultarmi, lo picchiarono con tale ferocia che perse i sensi. Credendo che fosse morto, in quelle condizioni lo misero su una barella e lo portarono in un luogo sconosciuto. In realtà, quei peccatori pensavano che, vedendo tutto ciò, avrei accettato di rendere una falsa testimonianza secondo la loro volontà. A questo scopo mandarono da me un uomo. Quell’uomo venne da me e cercò di mostrarsi estremamente educato e interessato al mio bene.

Venuto da me, mi salutò con il salām e si presentò:

«Sono l’avvocato Omar Isa».

In seguito scoprii che le sue parole erano false. In realtà, anche lui era uno di quei diavoli. Quando iniziò a parlare, disse:

«Zaynab, sono interessato a raggiungere un accordo con te. Il mio scopo è liberarti dal pericolo nel quale tu stessa ti sei cacciata…… Sei una donna rispettabile. Pensaci un po’! Persino persone come Huzaybi hanno confessato tutto e hanno rivelato su di te cose tali da poter comportare perfino la pena di morte. Loro si sono salvate, ma hanno spinto te in un pericolo ancora maggiore. A mio parere, finché c’è ancora tempo, salva il tuo onore e la tua dignità e racconta tutto. Dimmi: quale era il loro obiettivo? E comunica anche dettagliatamente la tua opinione personale. Sono convinto che la tua opinione sarà quella più corretta».

Nonostante tutte quelle sue finzioni, rimasi in silenzio. Non avendo ricevuto alcuna risposta, riprese a dire—

«Zaynab, rispondi dopo aver riflettuto molto attentamente. In realtà, voglio conoscere la verità dei fatti».

Questa volta dissi—

«Per quanto ne so, l’Ikhwanul Muslimun non ha compiuto alcuna azione che possa essere motivo di collera per una persona sincera. Anch’io faccio parte dell’Ikhwan. Quale crimine abbiamo mai commesso? Insegniamo alle persone l’Islam: è forse un atto criminale?»

Dopo aver detto questo, tacqui; allora egli disse—

«Ma da ciò risulta che erano coinvolti in molte cospirazioni, tra cui figuravano anche la cospirazione per assassinare Jamal Abdun Naser e quella per creare l’anarchia nel Paese. E tu li aiutavi in questo. Vedi, io sono un avvocato: il mio compito è essere informato sui fatti reali». Dissi—

«L’assassinio di Abdun Naser o la creazione dell’anarchia nel Paese non possono in alcun modo essere l’obiettivo dell’Ikhwan. Al contrario, è stato proprio Jamal Naser a lasciare il Paese in rovina. In realtà, è una verità inconfutabile che il nostro obiettivo è molto più elevato e costruttivo. Vogliamo instaurare il modello di vita scelto da Allah, fondato sul tawhid perfetto e sull’ibadat, ossia alla luce del Corano e della Sunnah. Quando raggiungeremo questo nobile obiettivo, il trono di pavone delle false tenebre scomparirà da solo. Tutte le storie contraffatte saranno annientate. Ricordalo: il nostro obiettivo è riformare e ricostruire. Non distruggere, ma costruire e progredire: questo è ciò che desideriamo.»

A queste parole rise e disse—

«In realtà stavate complottando contro Jamal Nasser e il suo governo. Lo si capisce dalle tue stesse parole».

Risposi—

: «Ascolta, nell’Islam non c’è posto per complotti o cospirazioni. Noi non ne sappiamo nulla. Al contrario, ci leviamo contro ogni forma di ingiustizia. Presentiamo agli uomini la natura di due vie: una è la via indicata da Allah e l’altra è la via di Satana. Consideriamo coloro che seguono la via di Satana come malati smarriti. A queste persone somministriamo con grande benevolenza la medicina della verità, che è la Sharia di Allah, la religione di Allah.»

«Abbiamo fatto scendere il Corano: esso è misericordia e salvezza per i credenti, mentre per gli ingiusti non è altro che perdita».

A quel punto cambiarono le parole di quel Satana che si spacciava per avvocato. In realtà era Sa’id Abdul Karim. Se ne andò dicendo—

«Volevo aiutarti. Ma mi sembra che tu sia ancora vittima della mentalità dei Fratelli Musulmani».

Dopodiché arrivò Safwat Ruby e mi fece stare rivolto verso il muro. Mi tenne immobile in piedi in quel modo per diverse ore, mentre davanti a me continuavano a sottoporre i Fratelli Musulmani a torture indicibili e disumane. A guardarli, mi si faceva il sangue acqua. Conoscevo intimamente molti di loro, come Sarsi Mustafa, Faruq al-Asadi e Taher Abdul Aziz Salem. Erano esponenti di spicco del movimento. Dopo un po’ tornarono il cosiddetto avvocato, Hamza Bisyubi e Safwat Ruby. Hamza disse—

«Perché non vuoi venire a un accordo con l’avvocato? Noi vogliamo liberarti da questo pericolo. Per quel poco che conosco tuo marito, è un uomo davvero buono. Ma tu sei diventata vittima di un inganno. Hasan Huzaybi ha raccontato tutto.»

Chiesi con tono sarcastico:

«Davvero gli Ikhwan hanno raccontato tutto? E per questo continuate ancora a sottoporli a torture disumane? Li impiccate alla forca e li frustate!…….. Sappiate che non potrò mai mentire contro gli Ikhwan né contro me stesso. Siamo musulmani. Tutti i nostri sforzi e il nostro impegno sono per l’Islam. Questo è il nostro lavoro.»

Dietro di loro stavano quattro carnefici. I frustini e le fruste nelle loro mani avevano appena fatto sgorgare il sangue dagli Ikhwan.

Richiamai l’attenzione del cosiddetto avvocato su di loro e dissi con tono di rimprovero:

«Signor avvocato! Questi frustini e queste fruste erano forse materia del programma di studi del vostro college di legge?» Prima che finissimo di parlare, Hamza Bisyuni mi assestò un violento schiaffo sulla guancia e disse:

«Hai preso tutti noi per pazzi, eh? Oggi ti seppellirò in modo tale che sarà come seppellissi i dieci Ikhwan che seppellisco ogni giorno.»

Per la seconda volta mi rivolsi al cosiddetto avvocato e dissi:

Se sei davvero un avvocato, allora perché non annoti questi episodi di tortura nel tuo diario quotidiano?……… Inoltre, qual è la prova che sei un avvocato……?

Udendo queste parole, Hamza Bisyuni disse—

«Basta, andate, tornate ciascuno al proprio lavoro. Io volevo soltanto fare il suo bene. Ma lei non lo vuole».

Subito dopo, Safwat e i suoi compagni, i carnefici, cominciarono a colpirmi alla cieca con le fruste. Per proteggere gli occhi, li coprii con entrambe le mani. Tutto il resto del corpo era martoriato dai colpi di frusta. Per alleviare la sensazione di questa insopportabile tortura, rivolsi una supplica ad Allah e, a ogni colpo di frusta, continuai a pronunciare le parole: «Ya Rabb—ya Allah».

Dopo avermi colpito con molte frustate, Safwat e i suoi compagni, ormai quasi esausti, mi legarono e mi appesero alla parete, tirandomi le braccia il più possibile verso l’alto e fissandole, poi se ne andarono. In quella condizione, l’unico mezzo per trovare pace e sollievo era ricordare il nome di Allah. Così continuai a ricordare il nome di Allah e a rivolgere suppliche soltanto a Lui.

Dopo avermi lasciato così per diverse ore, Safwat venne da me insieme a un uomo di colore chiamato Sambo. Appena arrivati, entrambi cominciarono a colpirmi ripetutamente con pugni e schiaffi. Poi mi portarono nella cella e mi rinchiusero.

Dopo che se ne furono andati, dalla cima del minareto di una moschea lontana giunse il richiamo alla preghiera dell’alba. Dimenticando ogni dolore e sofferenza, dapprima eseguii la preghiera, poi alzai entrambe le mani e dissi a Dio: «Ya Rabb al-‘Alamin, se Tu non sei adirato con me, allora non presterò attenzione a nessuna delle torture del mondo. La Tua misericordia e la Tua grazia mi bastano. Desidero la Tua luce, quella che illumina questo mondo e l’aldilà, e chiedo di essere liberato dal Tuo dispiacere e dalla Tua ira. O Dio, sono venuto proprio al Tuo cospetto—o Signore! Sii soddisfatto di me; senza dubbio Tu sei il Padrone di ogni cosa, l’Onnipotente».

 

Il rappresentante del presidente Nasser

Dopo essere stato tenuto nella cella per tre giorni consecutivi, fui portato in ufficio. Qui era seduto ad aspettarmi un uomo bianco, alto e robusto. Non appena arrivai in ufficio, l’uomo disse:

«Siediti, Zaynab! Sappiamo che ti hanno picchiata e lasciata completamente sfinita. Io ti conosco personalmente. ……Sono venuto direttamente dall’ufficio del Presidente. Voglio raggiungere un compromesso con te. Tutta la gente del Paese ti ama, e anche noi ti rispettiamo. ……Ma tu ci hai tenuti a distanza e continui a opporti a noi. ………Non so perché tu non sia disposta a raggiungere un’intesa con noi. Giuro su Dio che, se raggiungerai un’intesa con noi, oggi stesso sarai liberata dal carcere militare. Sappiamo tutti che tu non sei una persona che dovrebbe stare in carcere. Non ti stiamo soltanto promettendo la liberazione dal carcere, ma anche la nomina a ministra degli Affari sociali, al posto di Hikmat Abu Zayd».

Dopo aver ascoltato le sue parole, chiesi:

«Dunque, prima di nominare Hikmat Abu Zayd ministro, lo avete forse frustato ben bene e poi lo avete lasciato in mezzo a cani feroci?»

«Perché mai? Perché mai? Ti dico la verità: tu stai scontando qui la tua pena e soffri; in realtà non era questo che volevamo».

«Allora che cosa volete da me?» chiesi. Lui disse:

«Senti, tutti i membri dei Fratelli Musulmani ti hanno accusata…… Anche il signor Huzaybi ha riferito tutto dettagliatamente al riguardo. Abd al-Fattah Ismail e Sayyid Qutb hanno anch’essi spiegato e riferito ogni cosa. Ma noi riteniamo che abbiano detto tutto ciò soltanto per ottenere la propria liberazione e metterti alle strette. Per questo, su ordine del Presidente Nasser, sono venuto personalmente a raggiungere un’intesa con te. Se accetterai l’intesa, sarai liberata immediatamente e io stesso ti accompagnerò a casa con la mia automobile. È necessario informarti, a questo proposito, che dalle dichiarazioni rese dai Fratelli è ormai evidente che stavano tentando di impadronirsi del potere e che tu avevi elaborato un piano per assassinare il Presidente Nasser e i suoi quattro ministri. A questo proposito vogliamo conoscere dettagliatamente, dalla tua dichiarazione, il ruolo del signor Huzaybi e di Sayyid Qutb. E chi erano i quattro ministri contro i quali fu elaborato il piano di assassinio? Ti prego di rendere una dichiarazione dettagliata».

Risposi senza indugiare un istante:

La prima cosa da dire è che l’Ikhwan al-Muslimun non ha mai elaborato alcun piano per impadronirsi del potere, né per assassinare i cosiddetti quattro ministri o qualsiasi altra persona. In realtà, il compito dell’Ikhwan consisteva nell’acquisire una conoscenza completa dell’Islam, nell’individuare le cause della povertà e del declino dei musulmani e nell’esaminare obiettivamente, sulla base dei fatti, la situazione generale; e in questo l’Ikhwan ottenne successo.

Il signore mi interruppe dicendo: «Zaynab, hanno già raccontato tutto».

Dissi:

«Certo che l’hanno detto! Forse, loro malgrado, hanno raccontato ciò che i carnefici li hanno costretti a dire. Vengono sottoposti a violenze e costretti ad ammettere come accaduto ciò che non è mai accaduto. Ma confessioni estorte con la forza non hanno alcun valore. La verità è che noi ci limitavamo a predicare gli insegnamenti dell’Islam e a impartire ai giovani una formazione che permettesse loro di comprendere veramente l’Islam e di metterlo in pratica. Se ai vostri occhi questo è un crimine, allora non ci resta altra scelta che rivolgerci ad Allah per ottenere giustizia».

A quel punto il rappresentante del presidente, giurando su Dio e con tono compassionevole, disse:

«Desidero il tuo bene. Sono venuto proprio per farti liberare».

«Lo ringraziai e dissi:

«Senta, non ho mai desiderato diventare un alto funzionario del governo né ottenere un ministero. Ho dedicato tutta la mia vita al servizio del Dīn al-Islām. Non nutro il minimo interesse per diventare un pezzo grosso, un grande leader o un ministro. Il mio primo e ultimo compito è dedicarmi esclusivamente al servizio dell’Islam».

Poi, mentre usciva dalla stanza, il rappresentante del presidente disse con rammarico:

«Ero venuto al tuo servizio proprio per farti liberare, ma tu lo neghi, lo rifiuti».

Circa un’ora dopo che il rappresentante del presidente se ne fu andato, Riyad e Safwat vennero da me. In precedenza Riyad mi aveva minacciato diverse volte, dicendo che, se non avessi rilasciato una dichiarazione secondo le loro istruzioni, mi avrebbero ucciso.

Subito dopo fui picchiata selvaggiamente, come tre giorni prima. Mi lasciarono tutto il corpo ferito e insanguinato, poi mi rinchiusero di nuovo nella cella e se ne andarono.

 

Molti volti nella mia cella

Nel pomeriggio del secondo giorno in cella, all’ora della preghiera dell’asr, alcune voci familiari risuonarono nelle mie orecchie. Riuscii in qualche modo ad alzarmi, mi avvicinai alla porta e cercai di vedere cosa accadeva fuori attraverso il piccolo spiraglio riservato alla sorveglianza. Ma non riuscivo a vedere nulla, perché proprio davanti allo spiraglio stavano Hamza, Safwat e i loro compagni. Io, tuttavia, continuai ad aspettare. Dopo un po’, quando si spostarono leggermente da una parte e dall’altra, davanti a me apparvero i volti luminosi e sereni della rispettabile Alia Huzaybi e di Ghada Ammar. Nascondendomi per quanto possibile dagli sguardi rapaci dei carnefici, continuavo a guardare i loro volti puri e santi. Vedendole così vicine, dimenticai persino il mio dolore e le mie sofferenze. Eppure non riuscivo a stare tranquilla nemmeno sdraiata o seduta, per non parlare di stare in piedi. Ma ora, come se il tocco di una magia sconosciuta mi avesse guarita, ero completamente ristabilita…… Le guardavo e pregavo: «O puro Signore, proteggi queste mie sorelle e figlie dalle torture e dalle persecuzioni degli oppressori». Pensavo che Alia fosse ormai prossima all’età adulta, mentre Ghada Ammar era, per così dire, ancora una bambina che prendeva il latte. Eppure i nemici della verità non avevano esitato ad arrestare persino una bambina così innocente. Quanto sono crudeli questi oppressori! Non so in quale gara di eroismo si siano cimentati sulla scena del mondo questi spietati codardi, inebriati dal potere, infliggendo torture così abominevoli a bambine e donne indifese e innocenti. In realtà, quando questi governanti autoproclamatisi dittatori mostrano il loro vero volto bestiale, non esitano neppure a manifestare la mentalità più terribile e abietta del mondo. Della loro coscienza e del loro buon senso non rimane più nulla. Allora si abbattono sui comuni cittadini del Paese come una maledizione. La gente amante della pace si esaspera sotto la loro tirannia e le loro persecuzioni. Nasser e i suoi accoliti erano proprio governanti maledetti di questo genere.

«O Nasser tiranno, possa tu essere distrutto! Chiedo a Dio la tua morte: ingannando la nazione, in quale terribile situazione l’hai trascinata!» Sopraffatta dall’emozione, caddi a terra. Poco dopo, la porta della mia stanza si aprì e quella guardia dalla pelle scura entrò e vi lasciò una coperta e un cuscino. Rimasi sbalordita! Da diciotto giorni giacevo sul pavimento: perché mai proprio oggi questa improvvisa benevolenza?

Poi la guardia tornò e lasciò altre due coperte e due cuscini. Poco dopo entrarono Safwat e Hamza Basyuni, portando con sé Alia Huzaybi e Ghada Ammar. Lasciarono le due donne dentro, chiusero la porta e se ne andarono.

Non appena Aliya entrò nella stanza, mi abbracciò e scoppiò in un pianto dirotto. Io, dimenticando allora la mia condizione e il mondo intero, con il volto profondamente affranto le chiedevo soltanto—

:Aliya……la mia Aliya……! Stai bene?

Poi guardai Ghada Ammar e vidi che le sue lacrime ardenti avevano bagnato la terra arida sottostante. La abbracciai e dissi—

:Ghada, figlia mia! Non mi riconosci? Lei disse—

:No,…… no, o al-Hajja! Sei completamente cambiata, madre. Il tuo corpo è diventato secco come il legno. E guardando il tuo volto mi viene in mente tuo fratello Sa’duddin……” Le dissi per consolarla—

:Nelle condizioni in cui ci troviamo, è naturale diventare così. Stiamo respirando in un ambiente terribile. Inoltre, sai, nelle ventiquattro ore del giorno e della notte ricevo come cibo soltanto un cucchiaio d’insalata. Anche quello me lo porta di nascosto un soldato. Se venisse scoperto, per lui non ci sarebbe scampo.

Poi, dopo aver steso una coperta e sistemato un cuscino, mi chiesero del dars-e-Qur’an. Pensavano che almeno avessi avuto la possibilità di conservare e leggere il Sacro Corano. Non sapevano che coloro presso i quali mi trovo sono nemici del Corano e dell’umanità. Quando raccontai loro ogni cosa nei dettagli, furono sopraffatte dall’emozione, tra indignazione e dolore. Poco dopo, Aliya e Ghada Ammar mi porsero ciascuna il proprio Sacro Corano. Dopo tanto tempo, vedendo il Corano davanti ai miei occhi, entrambi i miei occhi si riempirono di lacrime di gioia.

Poco dopo, quando distesi la gamba ferita per alleviare il dolore, alla vista delle piaghe vive causate dal cacciatore entrambe trasalirono. Le lacrime brillavano negli occhi di entrambe. Recitai loro i versetti del Sacro Corano riguardanti gli Ashab al-Ukhdud. Ghada Ammar continuava a piangere in silenzio, mentre Aliya pose, con voce meravigliata, una domanda di benvenuto.

:Com’è stato possibile un trattamento così spietato e crudele anche nei confronti delle donne? Che esempi di selvaggia brutalità sono mai questi……

Ma forse Alia non avrebbe potuto immaginare che i nemici dell’Islam e dell’umanità, i Jamal Nasser, potessero scendere ancora più in basso nella loro ostilità verso Allah e il Suo Messaggero.

 

La morte di Rafat Mustafa Nuhas

Alia cambiò argomento e cominciò a informarmi del mondo esterno. Dapprima mi annunciò la morte di Mustafa Nuhas.

«O Rahmanur Rahim! Tu non dipendi da nessuno; tutti dipendono dalla Tua misericordia, dalla Tua benevolenza. Abbi pietà di lui». Alia mi informò che era morto appena due o tre giorni dopo il mio arresto. Migliaia e migliaia di persone parteciparono alla sua preghiera funebre. In quell’occasione la gente protestò contro il governo. Il popolo portò il suo feretro in corteo fino alla moschea di Hussein. L’aria e il cielo risuonavano, tremando per gli slogan gridati uno dopo l’altro. Di fronte a quella marea umana in rivolta, il governo perse il controllo. In sostanza, durante la preghiera funebre di Mustafa Nuhas, il popolo colse l’occasione per alzare la voce contro l’oppressione e la corruzione del governo. …… Alia mi riferì inoltre, nei minimi dettagli, le spiegazioni e le analisi pubblicate su questo argomento dai giornali e dagli altri mezzi d’informazione, nazionali ed esteri.

Dopo la morte di Mustafa Nuhas, la gente cominciò a criticare apertamente il governo. Dicevano anche che, dopo Nuhas, non vi era più alcun leader. Gli abitanti del Paese continuavano a esprimere le proprie opinioni. Il dolore accumulato nei loro cuori esplose negli slogan sonori scanditi durante il corteo. Tra i loro slogan c’erano: «Abbasso il falso regime; da ogni parte oggi abbiamo sentito che Nasser è un imbroglione», «Togliete, togliete, togliete loro le maschere», «Che il regime di Nasser, il regime dei tiranni, sia distrutto, distrutto», e così via.

Rivolgendomi alla memoria di Mustafa Nuhas, dissi:

:O amico del popolo! Tu avevi affidato il potere a quegli ipocriti imbroglioni; una volta ottenuto il potere, essi ricorsero all’ingiustizia e alla corruzione. E tu hai riconosciuto il loro governo. L’attuale governo si mantiene in piedi grazie alla propaganda, ai suoi scrittori comprati e ai suoi sgherri. …… Anche questi leoni di legno un giorno bruceranno e si ridurranno in un cumulo di cenere………

Alia riferì inoltre: tra coloro che erano venuti per partecipare alla preghiera funebre, furono arrestate ventimila persone. Anche il popolo espresse la propria indignazione per questo. In realtà, durante il funerale di Mustafa Nuhas, la collera latente del popolo esplose. A gran voce dichiararono il loro sostegno alla verità. Parlando, mi tornò alla mente il ricordo di Mustafa Nuhas. Era un uomo estremamente semplice e umile. Non nutriva alcun rancore nel cuore nemmeno verso i suoi nemici più accaniti. Aveva inoltre il coraggio morale di riconoscere pubblicamente i propri errori. Sotto ogni aspetto, era un leader nazionale dell’Egitto.

Dopodiché chiesi ad Alia se anche mio fratello Saif al-Ghazali fosse stato arrestato. In risposta, Alia non disse né sì né no; posò una mano sulla mia spalla e disse esitante:

:O Alhajja! Per ogni cosa è stato stabilito un tempo.

Alia mi informò che il dipartimento d’informazione del governo aveva fatto tutto il possibile per impedire alla gente di partecipare alla preghiera funebre di mio fratello. Eppure, la folla che si radunò fu incalcolabile. Secondo Alia, ora sono cadute le maschere di coloro che il popolo considerava gli artefici del proprio destino. Non sarà più possibile ingannare il popolo ancora per molto.

In cambio della loro attività contro l’Islam e i musulmani, il governo assegna incarichi ministeriali a persone prive di scrupoli e mosse dal proprio interesse. Si sta tentando persino di comprare la coscienza della nazione. Fa paura anche solo pensare alle amare conseguenze che ciò che il governo di Nasser sta facendo porterà al Paese e alla nazione.

Dopo aver ascoltato l’analisi di Alia, mi rivolsi verso Ghada Ammar e le chiesi come stessero suo marito, i suoi figli e i suoi genitori. Tra le lacrime, disse:

“Suo marito è stato costretto a fuggire in Sudan per sottrarsi alle persecuzioni del governo. Sua madre è molto malata; se non avesse con sé i suoi due bambini, forse sarebbe arrivata a disgustarsi della vita.

La confortai e pregai Allah per il bene di tutti.

Poi chiesi del matrimonio di Zia Tuhi. Mi informarono che erano stati arrestati e portati via direttamente dalla festa nuziale, ancora vestiti per il matrimonio. Sia lo sposo sia la sposa sono ora detenuti in carcere. Inoltre, anche sua sorella Molly e suo fratello medico sono stati rinchiusi in prigione».

Ero profondamente addolorato per questi arresti indiscriminati, soprattutto per quelli di ragazze innocenti.

:Perché, essere fratelli, sorelle o parenti di membri dell’Ikhwan è forse un crimine, tanto da riempire ingiustamente le carceri di tutti? Alla mia domanda Alia rispose:

:Certamente; inoltre, il governo arresta persino chiunque venga visto pregare.

Ga’da riferisce quanti innocenti siano stati arrestati in questo modo. Le case di tutti coloro che sembravano musulmani sono state perquisite e, sulla base di un semplice sospetto, sono state arrestate innumerevoli persone. Dopo aver ascoltato tutto ciò, osservai:

«A mio parere, nemmeno i predoni mongoli-tartari hanno dato prova della depravazione di cui si rende colpevole Gamal Nasser. Prima della rivoluzione islamica in Egitto, neppure i Romani hanno mai esercitato una simile persecuzione. In realtà, Gamal Abd al-Nasser ha superato, per i suoi crimini, persino i peggiori criminali della storia dell’umanità. Dubito che al mondo sia mai nato un peccatore cieco e privo di coscienza come Nasser. Si infiammava al solo sentire nominare l’Islam, la verità e la giustizia. Per una persona vile e spregevole come lui, non sorprende affatto arrestare le donne e frustarle. Molestare gli innocenti, rendere vedove le donne, assassinare e persino seppellire vive le persone: tutto ciò è possibile soltanto a individui come Nasser. Giocare con la vita, i beni e l’onore degli oppositori politici, nonché con la vita delle loro mogli e dei loro figli, era il suo passatempo prediletto. Per quanto amara, questa è la verità».

Dopo queste discussioni amare e concitate, Alia si concentrò sulla pulizia della ferita al mio piede e sulla sua fasciatura. Disse con preoccupazione:

:Questa volta sembra che dovremo diventare prede del frustino, dissi:

«Che Allah protegga tutti dall’oppressione degli ingiusti».

Gada domandò mentre cercava una benda—

«Dov’è la vostra borsa di stoffa, alhajja?». Io, nonostante il dolore insopportabile, risposi con un lieve sorriso—

«Sono da diciotto giorni con questo abito insanguinato, madre». Guardò i brandelli insanguinati che indossavo e scoppiò a piangere disperatamente. Poi, quando mi sollevarono la veste per cambiarmi d’abito, vedendo sul mio corpo le innumerevoli ferite dei colpi di frusta, entrambe scoppiarono a piangere e a gridare. Non avrebbero mai potuto immaginare una crudeltà così spietata nei confronti di una donna.

Per cercare di calmare i loro sentimenti, cominciai a parlare della lode ad Allah e della necessità del sacrificio e della perseveranza sulla via dell’Islam. Dissi—

«Guardate, non sto andando avanti per alcun interesse terreno, ma poiché procedo sulla via di Allah: che dolore c’è dunque in questa punizione mondana? ……… Ringraziamo Allah, che ci ha donato l’Islam, il tawhid e la risalat, e ci ha dato rifugio sotto l’ombra della kalima tayyiba, la ilaha illallah, Muhammadur Rasulullah». Aliya, cambiando argomento, disse—

«Sapete, muhtarema? Khaleda Hujaybi ha detto: “Se la sorella Zaynab è con me, non mi curerò di nessuna sofferenza del carcere”».

Queste parole mi riempirono di gioia. Ma se Khaleda avesse potuto vedere ora il mio corpo ferito e intriso di sangue, chissà se avrebbe ancora conservato quel pensiero. Prego Allah, nella Sua corte, di proteggere tutti i fratelli e le sorelle musulmani dall’oppressione degli ingiusti.

 

Mangiare è come compiere un atto di culto

Nel frattempo, all’improvviso la porta venne aperta e la nostra conversazione si interruppe. Quella guardia dalla pelle nera, quel demonio, tornò dopo aver lasciato con una mano tre pani e con l’altra un piatto di vermicelli bolliti. Quando la guardia se ne fu andata, Aliya chiuse la porta. Non riesco a sopportare l’odore stantio di cibi di questo genere; d’altra parte, ero ormai quasi allo stremo per la fame. Aliya era estremamente preoccupata per me. Quando il cibo mi fu portato, disse umilmente:

«Prenda, Alhajja! A quanto vedo, il cibo non è poi così male». Detto questo, divise i tre pani fra noi tre. Eravamo tutti e tre costretti a mangiare quelle cose, non avendo assolutamente altra scelta. Mentre mangiava, Aliya disse che almeno, nell’interesse dell’ospite non ancora nato, era costretta a mangiare qualcosa; alludeva al bambino che forse sarebbe nato. Ma quando vide che avevo smesso di mangiare, smise anche lei. Anche Gada lasciò il cibo. Allora Aliya mi rivolse la parola: «Guardi, Alhajja, è diventata così magra perché non mangia. In queste condizioni, assumere cibo equivale a compiere un atto di culto. Se continua a digiunare in questo modo, ha pensato alle conseguenze? Gli oppressori sarebbero felici di vedere Zaynab al-Ghazali morire in qualunque modo. In realtà, è proprio ciò che vogliono». Le risposi: «Per sopravvivere in qualche modo, mangio pur sempre qualcosa. È con un solo cucchiaio d’insalata che Allah mi dà la forza di restare in vita». Ma poiché continuavano a insistere perché mangiassi, alla fine accettai. Solo Allah sa con quanta fatica riuscii a mangiare quel cibo. La mattina del secondo giorno, alla presenza di Aliya e Gada Ammar, incontrai attraverso la fessura della porta il Murshid Am, il signor Huzaybi, come facevo ogni giorno. Diedi la stessa opportunità anche ad Aliya e Gada. Dopo aver incontrato il Murshid Am, provai una pace straordinaria. Anche Aliya riusciva a vedere regolarmente suo padre. È superfluo dire che Aliya era la figlia del Murshid Am Huzaybi. Passando davanti alla nostra cella per andare al bagno e tornare indietro, riuscivano a vedermi presso il murshid. Gada Ammar continuò a raccontare, una dopo l’altra, la storia del proprio arresto, il suo incontro con Hamida Qutb e gli eventi relativi all’arresto dell’intera famiglia Qutb. In questo modo appresi molte nuove informazioni. Il tempo trascorreva con estrema lentezza. Per sfuggire all’inquietudine, organizzavamo la preghiera congregazionale e lezioni di studio del Corano.

 

La notte della calamità

Dopo la preghiera della sera, il boia Safwat Rubi entrò nella cella insieme a un soldato. Mi portarono nell’ufficio. Va ricordato che ero già stata altre due volte nello stesso ufficio. Nella stanza dell’ufficio era già seduto un uomo. Lo salutai con il saluto islamico, ma lui non ricambiò e mi domandò con voce estremamente aspra:

«Sei tu Zaynab al-Ghazali?»

«Sì, proprio io», risposi. Mi indicò la sedia di fronte perché mi sedessi e disse:

«Bene, dunque sei proprio tu Zaynab Ghazali…! Dimmi, perché hai scelto volontariamente un luogo così terribile…? Perché sopporti tutte queste sofferenze e questi tormenti soltanto per l’Ikhwan al-Muslimun…? Tutti costoro fremono dal desiderio di essere liberati e ciascuno attribuisce a te tutta la colpa. E tu, intanto, ci hai messo in difficoltà. Io sono venuto con la promessa di farti liberare e di giungere con te a un compromesso su alcune questioni. Dopodiché tornerai a casa. E non solo. Se agirai con intelligenza, ti prometto a nome del presidente Nasser che la sede centrale dell’Associazione delle Donne Islamiche ti sarà restituita immediatamente. Il divieto sul tuo giornale sarà revocato e al giornale saranno concessi duemila sterline egiziane al mese. Se accetterai il compromesso, ti aiuteremo a espandere ulteriormente la tua organizzazione. Se accetti subito il compromesso, farò venire tutti i tuoi abiti e i tuoi effetti personali e organizzerò un incontro con il presidente entro un’ora. In verità, gli Ikhwan ti hanno ingannata terribilmente. Che Allah li perdoni. Anche tu ci hai messo in una situazione estremamente difficile; comunque, il nostro presidente è un uomo molto magnanimo».

Continuava a parlare ininterrottamente, mentre io ascoltavo in silenzio. Vedendomi rimanere completamente muta, mi chiese:

: «Che succede? Perché non dici nulla? Ascolta, Zaynab, cerca di comprendere ciò che ti sto dicendo. Giuro su Allah che destituiranno il presidente Abu Zayed e nomineranno te ministro al suo posto. Desideriamo la tua collaborazione. Ti prego, apri il tuo cuore e racconta sinceramente ogni cosa. Con i fatti vedrai che si dimostrerà tuo fratello e tuo sincero sostenitore. Sai quante persone, fuori dal carcere, ti amano e ti rispettano. Sono pronte a fare qualsiasi cosa per te. Ti amano, ti venerano e faranno tutto per te».

A quel punto dissi con voce calma:

: «Lungi dall’accettare la carica di ministro, non sono disposta nemmeno a prendere in considerazione una simile idea. Quanto all’Organizzazione delle Donne Islamiche e alla rivista, dirò soltanto che li ho affidati ad Allah. Inoltre, per i musulmani non è obbligatorio seguire alcuna organizzazione o rivista; piuttosto, è dovere di ciascuno operare unito sotto lo stendardo di “lā ilāha illā Allāh”.» Nel mezzo del discorso mi chiese:

: «Allora, Zaynab, perché cercavi di ristabilire gli Ikhwan al-Muslimun?» Io risposi:

«In realtà, il mio modo di agire è diverso. Per esempio, ritengo che l’Organizzazione delle Donne Islamiche, fondata nel 1937, non sia mai stata sciolta. Jamal Nasser, invece, ha creduto di averla praticamente distrutta impadronendosi di tutte le sue proprietà e della sede centrale. È una sua falsa convinzione. In realtà, il nostro successo o fallimento dipende interamente dalla volontà di Allah. Avrai certamente sentito quel proverbio: “Se Dio protegge, chi può nuocere?”. In questo modo, né gli Ikhwan né l’organizzazione delle donne musulmane sono venuti meno. Il loro impegno al servizio della religione di Allah prosegue naturalmente lungo il proprio cammino. La verità durerà per sempre. Il governo e il potere di Jamal Nasser e dei suoi sono effimeri, mentre la religione di Allah e il governo di Allah sono eterni. Noi, seguendo la nostra strada, alla fine moriremo. Ma il governo dovrà presto affrontare le amare conseguenze delle sue attività illegittime».

«Senza dubbio la religione di Allah rimarrà saldamente fondata, e nessuno può ostacolare il cammino dei mujahidin devoti al suo servizio; nel frattempo, il decreto di Allah si compirà. Prego Allah affinché mi mantenga dalla parte della verità e contro la menzogna, e mi annoveri tra i sostenitori della verità. Lottando per la giustizia e la verità e contro la falsità e la menzogna, essi sono i veri rappresentanti del Messaggero. Ed essi sono i nuovi custodi dell’Islam. Dovete sapere che Hasan al-Banna non gettò le basi degli Ikhwan senza riflettere. Al contrario, attraverso di essi adottò un programma lungimirante per instaurare la religione e stabilire il governo di Allah. Inoltre, chi ha dato a Jamal Nasser il potere di imporre restrizioni a un movimento tanto grande?»

Detto questo, tacqui. Egli disse:

:Davvero sai tenere discorsi eccellenti. Ma non sono venuto da te perché tu mi faccia un discorso sugli Ikhwan. Non sono venuto da te per diventare un Ikhwan; sono venuto per cercare di raggiungere un accordo reciproco che ti liberi dai tormenti del carcere. Tutti gli Ikhwan ti accusano. Abdul Fattah Ismail dice che sei stato tu a istigarlo e ad armare lui; anche il signor Hudaibi, allo scopo di salvare se stesso, ha scaricato tutta la colpa sulle tue spalle. Ha detto che sei stato tu a gettare le fondamenta della nuova organizzazione. Anche Sayyid Qutb si è salvato scaricando la colpa su di te. Dunque, sei sano di mente o sei impazzito? Gamal Nasser vuole personalmente salvarti. Oggi tutto il Paese è nelle mani di Gamal Nasser. Gamal Nasser è desideroso di perdonare il tuo passato e di scrivere un nuovo capitolo nelle vostre relazioni. Sa molto bene quanto sei eloquente e quanto il popolo ti ami. ………Zaynab, ora la chiave del profitto e della perdita è nelle tue mani. Dimmi: nell’Egitto di oggi si può trovare qualcuno che rifiuti la vicinanza dello stesso Gamal Nasser? Io penso che tu sia davvero impazzita. Te lo dico apertamente perché desidero il tuo bene. Una volta liberata, potrai dedicare tutta la vita al servizio delle vedove orfane e ad altre opere buone.

—Agisci con intelligenza, Zaynab! Tieni presente l’onore della tua famiglia e accetta la mia proposta.»

Alla fine gli dissi:

«Hai finito tutto quello che avevi da dire?» Egli rispose:

Senti, dimmi soltanto quali Ikhwan frequentavano la tua casa e in che modo volevano uccidere Nasser. E inoltre, quando hai ricevuto da Hudaibi l’ordine di uccidere il Presidente? Voglio conoscere anche l’opinione di Sayyid Qutb. Voglio sapere come fu elaborato il piano e conoscerne tutti i dettagli. Te lo giuro ancora una volta sulla testa di Jamal Abudn Nasser: proprio questa notte sarai liberata dal carcere e presto sarai nominata ministra del Dipartimento per gli Affari Sociali. Non lasciarti sfuggire questa opportunità. Ho giurato davanti a te sull’onore del mio Presidente; dunque, comportati da persona intelligente e pensa al tuo interesse. Ora tutti gli Ikhwan pensano soltanto al proprio interesse.» Nel frattempo entrò un uomo alto e disse:

Signor Colonnello! Abbiamo confiscato tutte le cassette dalla residenza di Zaynab a Nuova Misr. Se ci dà il permesso, possiamo predisporre tutto per farle ascoltare.

«Il colonnello gli disse di uscire, dicendo che avrebbe parlato più tardi di quella faccenda. Poi si rivolse nuovamente a me e cominciò a dire:

Senti, Zaynab, so che tuo marito è una persona rispettabile. Per il tuo bene, nutro anch’io un grande rispetto per lui. Inoltre, tuo fratello è un mio intimo amico!…… Credimi, io e il Presidente stesso siamo interessati a stabilire con te rapporti amichevoli…… Giuro che, nell’istante stesso in cui raggiungeremo un accordo, brucerò personalmente tutte queste cassette. …… Gli Ikhwan ti hanno spinta verso il pericolo e noi vogliamo liberartene. Lo giuro su Allah, anche noi siamo buoni musulmani. Che cos’è l’Islam? L’insegnamento dell’Islam è che una persona non deve danneggiare il proprio fratello.»

Gli risposi ridendo delle sue parole:

«Giura per il Dio che riconosci come testimone e dimmi: a causa delle vostre persecuzioni, i vostri fratelli e le altre persone non hanno forse subito dei danni?»

Cercando di eludere la questione, disse:

«In verità, anche noi siamo brave persone! Se raggiungerai un accordo con noi, vedrai con i tuoi stessi occhi quanto siamo buoni».

Dissi:

«Prego Allah affinché vi conceda la tawba e voi diventiate veramente musulmani».

Dopodiché tirò fuori dalla borsa carta e penna e chiese:

«Zaynab, adesso mi dirai quali persone venivano a trovarti?» Io risposi:

:Non ricordo il nome di nessuna persona in particolare. In realtà non ricordo i nomi delle persone e non è mia abitudine chiedere a qualcuno come si chiama.

:Va bene, allora per il momento non parliamone. Su, discutiamo del signor Huzaybi e di Sayyid Qutb, disse.

Chiesi:

:Di che genere di faccenda si tratta, questa volta? Rispose che si trattava del tentativo di uccidere Jamal Nasser e impadronirsi del governo.

Dissi:

:Senta, signore! Uccidere Abdun Nasser è semplicemente un’azione insensata. Nessun musulmano potrebbe pensare di compiere una simile azione insensata. In realtà, il vero problema riguarda l’Islam. Nel nostro Paese l’Islam non è instaurato. Perciò abbiamo intrapreso iniziative per affermare gli ideali islamici e, a questo scopo, per addestrare le nuove generazioni. Eppure Jamal Nasser e i suoi hanno iniziato una guerra contro l’Islam. Egli rifiuta di governare secondo i principi dell’Islam. E va proclamando apertamente che l’Islam sarebbe antiquato, accusando di settarismo coloro che parlano dell’Islam. Queste assurdità di Nasser non suscitano forse alcuna reazione dentro di voi?

Udite queste parole, disse:

:Sei davvero pazzo! Sappi che, anche se ti uccidessi e ti seppellissi qui, nessuno lo verrebbe mai a sapere; anzi, è proprio ciò che meriti. Se ti lasciassi andare subito, nel giro di un’ora ti ucciderebbero.

Dissi con calma—

Allah fa ciò che vuole… Non appena ebbi completato questa frase, accecato dalla collera, cominciò a insultarmi e, facendo cenno a un soldato, fece chiamare Riyaz Ibrahim. Quando Riyaz arrivò, gli fu detto—

Conserva queste registrazioni e cassette per presentarle in tribunale.

…Questa è completamente pazza. …Voi continuerete a fare il vostro dovere nei suoi confronti. Fate venire Sa’d per parlare di questa faccenda. Pochi istanti dopo Sa’d arrivò e rimase in piedi facendogli il saluto. Lui gli disse—

Rimetticela a posto, Sa’d.

Quante frustate devo darle, pascià? gli chiese Sa’d.

Cinquecento frustate. Torno tra poco.

Appena ricevuto l’ordine, Sa’d cominciò a frustarmi. Quando si stancò dopo avermi frustata su tutto il corpo, mi lasciò lì, in piedi rivolta verso il muro, e uscì per un momento. Poi ricominciò a frustarmi con rinnovato vigore. In seguito fece venire alcuni giovani militanti degli Ikhwan e cominciò a picchiarli brutalmente, ordinando loro di rivolgermi insulti osceni. Ma quando i membri degli Ikhwan, soldati della verità, non riuscirono a pronunciare insulti, furono percossi ancora più duramente. Tra questi giovani militanti c’era anche il pilota dell’aviazione egiziana Zia Tuwaiji. Fu arrestato e portato via direttamente dalla festa nuziale, mentre indossava l’abito da sposo.

 

Ora tocca a Hamza

Dopo aver picchiato duramente me e i giovani membri dell’Ikhwan, fui rimandata in prigione. Sa‘d mi condusse vicino alla cella assegnata e mi tenne in piedi, con il viso rivolto verso il muro, per un’ora intera. Faceva un freddo terribile e, in quel luogo esposto, il vento gelido sembrava trasformare tutto il mio corpo in ghiaccio. A ciò si aggiungeva il dolore delle ferite provocate dalla frusta. Il sangue che sgorgava dalle ferite si coagulava e si induriva. In quelle condizioni insopportabili, Hamza Bisiubi arrivò lì con Riyaz. Appena arrivato, Riyaz disse:

«Ragazza! Agisci con giudizio. Pensa al tuo bene. Sarà meglio per te…… Hamza Pascià, cerca di convincerla». A quel punto Hamza cominciò il suo discorso:

«Zaynab! Usa la ragione. Non dare prova di stupidità. Perché non riconosci anche tu il tuo errore, come tutti gli altri membri dell’Ikhwan?

Gli domandai:

«Quale errore ho commesso da dover riconoscere? Guarda, ci eravamo organizzati allo scopo di diffondere l’insegnamento del tawhid tra i giovani discendenti»

Dopo avermi ascoltata, Hamza guardò Safwat. Safwat era già venuto a mettersi alle sue spalle. Gli disse:

«Porta due sedie, una per me e una per lei. Suo marito è mio amico. È per questo che mi sto tanto sforzando di convincerla». Quando furono portate le sedie, mi disse di sedermi.

Cominciò a pensare a come iniziare la conversazione. Questa volta cercò di raccontarmi la storia inventata della sua amicizia con mio marito e, approfittando di ciò, di mostrarmi la sua benevolenza. Stavo per sedermi. Ma, nelle condizioni in cui si trovava il mio corpo per le frustate, non riuscivo proprio a sedermi. Provavo un dolore terribile.

Hamza mi disse nuovamente di sedermi. Gli risposi:

«Adesso non riesco a sedermi. Lasciami parlare e ascoltare stando in piedi».

Cominciò a parlare in questo modo:

«Sei tu stessa ad aver infierito contro di te. Il tuo viso si è sciupato ed è diventato pallido. Le tue gambe hanno assunto l’aspetto di quelle di un uomo selvaggio. Quanto soffrirà tuo marito se ti vedrà in queste condizioni! A guardarti, sembri una vecchia di sessant’anni. Tuo marito è mio amico. Mi addolora molto vederti in questo stato. Guarda le tue mani… sembrano le mani di una lavoratrice».

Safwat commentò alle mie spalle:

«Pasha! Tu dici una vecchia di sessant’anni, ma a me sembra una vecchia di centoventi. Guardale il viso: persino i suoi lineamenti si sono deformati. Ormai suo marito la insulta appena sente il suo nome e presto la lascerà, mandandole per posta il certificato di divorzio da qualche parte».

Senza commentare quelle parole, Hamza si rivolse a me e disse:

«Hai posto una sfida davanti a me. Voglio liberarti dalla tua attuale difficile situazione. Credimi, sono un tuo benevolo sostenitore».

Rimasi in piedi in silenzio, fissandolo con uno sguardo colmo di odio. Non so se riuscisse a comprendere l’espressione del mio odio silenzioso. Ma, a mio parere, era il più grande dei codardi.

Quando mi parlava minacciandomi, mi sembrava che cercasse soltanto di nascondere la propria paura tentando di spaventarmi. In realtà, la mia fermezza li aveva messi in allarme.

All’improvviso ruggì come una belva e ordinò a Safwa di punirmi. Mi voltai immediatamente verso il muro e alzai entrambe le mani contro di esso. Poi la frusta nelle mani di Safwat cominciò a danzare sulla mia schiena già lacerata dalle ferite. Chiamò un altro soldato, di nome Sa’d, e lo fece stare accanto a me. Anche lui aveva una frusta in mano. Un altro soldato portò un recipiente pieno di fruste immerse nell’olio d’oliva e lo depose davanti a me. Il crudele Sa’d attirava la mia attenzione verso quelle fruste bollite nell’olio d’oliva caldo. Poi arrivarono una dozzina di altri soldati, ciascuno con in mano una frusta bollita nell’olio caldo; le agitavano nell’aria e cominciarono a insultarmi con oscenità.

Ma, senza prestare loro la minima attenzione né attribuire loro alcuna importanza, rimasi assorta nel dhikr di Allah. Continuavo a recitare proprio quel versetto del Santo Corano:

(Sono veri credenti) coloro ai quali viene detto: «La gente si è coalizzata contro di voi; dunque temeteli». A queste parole la loro fede aumenta ed essi esclamano: «Hasbunallahu wa ni’mal wakil» — «Allah è sufficiente per noi, ed Egli è il migliore dei protettori».

Poco dopo arrivò il crudele Rubi e disse, pavoneggiandosi:

«Voi tutti… uscite… aspettate… Rimando la sua uccisione a stanotte».

Dopodiché mi afferrò per mano e mi trascinò verso la cella.

 

Ritorno nella cella

Quando la porta si aprì, entrai nella cella e vidi Aliya e Ghada addormentate. Sentendo il rumore del mio arrivo, entrambe si svegliarono e, vedendo il sangue colare lungo le mie gambe, si spaventarono terribilmente. Dissi loro di tornare a dormire, mentre io continuavo a recitare quel hadith del Nobile Profeta—

«Nel nome di Allah comincio. Per il grande onore e l’infinita potenza di Allah, cerco rifugio, per Suo comando, dal male di tutto ciò che è davanti a me e dietro di me».

In questo modo trascorsero due notti. Ma il dolore non si attenuò. Mi coprivo tutto il corpo per nascondere agli occhi di Aliya e Ghada i segni delle frustate. Loro insistevano per sapere cosa fosse accaduto quella notte. Quando, il secondo giorno, Ghada cominciò a chiedermi dell’accaduto, Aliya la fece tacere. Avendo colto nella domanda di Ghada un’allusione a qualche nuova proposta, anch’io rimasi in silenzio.

 

La seconda notte

Dopo la preghiera della sera, la porta della cella si aprì e Safwat entrò con il suo aspetto terrificante. Disse con la sua abituale voce dura—

«Ehi, ragazza, Zaynab—disse, e afferrandomi per mano cominciò a trascinarmi, dicendo: “Vieni”. Procedeva spingendomi continuamente. Lungo il cammino incontrammo un uomo; egli disse—

«Safwat, Khalil ti sta aspettando». Safwat mi rivolse un insulto e disse—

«È proprio da lui che la sto portando».

Quell’uomo chiese—

«È questa Zaynab al-Ghazali?»

Safwat disse insultandomi—

«Sì, è proprio Zaynab al-Ghazali». Poco dopo fui condotta in una stanza. Dall’altra parte del tavolo era seduto un uomo dall’aspetto orribile. Non appena mi vide, balzò quasi in piedi come un indemoniato. Poi, mentre pattugliava la stanza, disse a Safwat—

«Va’ a chiamarla e portala qui».

Safwat entrò accompagnato da un uomo. Questi, appena entrato, si sedette su una sedia e mi chiese—

Ehi, vecchia! Chi sei?

: Zaynab al-Ghazali, risposi.

Chiese:

: Perché sei qui?

: Che ne so io di lui? dissi……

Disse:

: Dovresti sapere che oggi sei qui perché tu, al-Hudaybi, Sayyid Qutb e Abd al-Fattah Isma’il avevate complottato per assassinare il presidente Nasser.

Protestai con fermezza, dicendo:

:Non sono altro che false accuse calunniose.

Disse-

:Parla con cautela. Stanotte non ci saranno più percosse: sarà un omicidio… Non sai chi sono? Sono la bestia del carcere militare, hai capito?

Dissi-

:Da quando sono arrivata in carcere, non ho incontrato nessun essere umano, se non bestie e cani. Naturalmente, per gli Ikhwan perseguitati è un’altra storia. Qui i leader amati dal popolo vengono brutalmente umiliati e perseguitati per mano di bestie e cani.

Quell’uomo balzò improvvisamente in piedi, mi diede un violento calcio e, dopo avermi spinta a terra con entrambe le mani, continuò a prendermi a calci senza sosta. A causa di quell’attacco improvviso, persi quasi conoscenza. Anche lui ansimava. Mi lanciò uno sguardo penetrante e disse-

:Non voglio sentire discorsi da filosofa: parlerai come si deve. Detto questo, mi assestò un forte schiaffo sulla guancia.

Safwat mi afferrò con entrambe le mani e mi fece sedere sulla sedia. Poi chiuse la porta e se ne andò.

Dopo un po’ arrivò un secondo uomo e disse:

«O Zaynab, che cosa stai facendo? Stai insultando e deridendo la gente? Sappi che il Presidente è un uomo molto liberale. Desidera il tuo bene. Vogliamo fare di te una testimone dell’accusa nel processo. Ritireremo l’accusa a tuo carico per il piano che avevi elaborato insieme agli al-Ikhwan al-Muslimun.»

Risposi:

«I colpevoli non sono gli al-Ikhwan al-Muslimun né io. Siete voi, piuttosto, i colpevoli. Siete colpevoli di governare con la forza un Paese musulmano.»

Disse:

«O sei pazza, oppure potresti aver sviluppato una debolezza psicologica. Comunque sia, ti lascio. Manderò però qualcuno che sa molto bene come si può raggiungere un accordo con te.»

Quando se ne andò, resi grazie ad Allah. Non mi aveva costretta a rimanere in piedi.

Mi sentivo estremamente stanca.

Poco dopo, un uomo entrò con una frusta in mano, mi ordinò di stare in piedi e mi chiese il nome. Risposi con calma:

:Zaynab al-Ghazali.

Disse

:Disgraziata ragazza! Questa è l’ultima notte della tua vita. Resterò qui fino al tuo ultimo momento.

In quel momento arrivò un altro uomo e disse al primo:

:Vai pure. Rimarrò con lei per un po’. Questa ragazza ha compiuto molte buone azioni nella sua vita. Ma alla fine, caduta nelle grinfie degli Ikhwan, oggi si è trovata ad affrontare un pericolo così grande.

Il primo disse con stupore:

:Davvero! Ha compiuto anche buone azioni nella sua vita?

Comunque sia, gli resta ormai solo poco tempo da vivere. Tra poco verrà ucciso.

Il secondo uomo disse –

:Va’ tu. Vedrò se riesco a raggiungere un accordo con lui! E voi, che cosa vi aspettate da lui?

Il primo disse-

:Il Presidente e il suo consigliere desiderano entrambi che egli diventi testimone dell’accusa nel processo e rilasci una dichiarazione contro gli Ikhwan. Gli Ikhwan hanno già confessato i loro crimini. Detto questo, il primo uomo se ne andò.

A quel punto il secondo uomo, fingendo di provare compassione per me, disse-

:Zaynab, perché ti fai questo torto? Il tuo abito è stato strappato e ridotto a brandelli.

Poi si sedette sul tavolo e disse-

:Ascolta raccogliendo tutte le tue facoltà e rispondi a ciascuna delle mie domande.

Vedendomi tacere, disse di nuovo:

:Questa mattina ho incontrato tuo fratello Abdul Momen e Saif, e tuo marito. Tuo marito è davvero un brav’uomo. Ma tu gli hai creato dei problemi. Sono disposto a tirarti fuori da questa situazione. E per farlo devi soltanto diventare un testimone di Stato. È una strada molto semplice.

Poi chiamò Safwat e disse:

:Ha bisogno di dormire e riposare. Riportala nella cella.

Mi disse:

:Ah, e un’altra cosa! Ci incontreremo di nuovo domani; vieni dopo averci riflettuto molto bene.

 

Breve riposo

Quando arrivai nella cella, Alia e Ghada dormivano. Alia si svegliò al rumore del mio arrivo. Con voce impastata dal sonno, mi chiese:

:Siete arrivata, al-Hajja!

:Alhamdulillah. —risposi. Volevo dormire, ma non riuscivo a prendere sonno. Nel frattempo risuonò l’adhan del fajr. Tutte insieme eseguimmo la preghiera in congregazione. Dopo la preghiera, quando Ghada mi chiese delle terribili condizioni della notte, le dissi:

:Prega Allah affinché mi mantenga salda sulla via della verità. Vogliono sottopormi a una nuova prova. Pretendono da me cose impossibili.

:Allah vi aiuterà certamente. Ma Ghada continuò a farmi domanda dopo domanda per sapere com’era andata la notte. Ero estremamente stanca e tormentata dal dolore, perciò non potei raccontarle nulla. Dentro di me mi preparavo ad affrontare ciò che sarebbe accaduto la notte seguente. Alia percepiva la gravità della situazione. Fece tacere Ghada. Così, in qualche modo, trascorse quella giornata.

 

La notte dell’oppressione

Alla fine arrivò quella notte che tanto temevo. Alia e Ghada Ammar pregarono Allah per il mio bene e per il bene e la liberazione di tutti gli Ikhwan. La porta si aprì ed entrò un uomo nuovo insieme a Safwat. L’uomo nuovo mi condusse in una stanza, ordinò a Safwat di andarsene, mi fece cenno di sedermi su una sedia e disse:

:Zaynab! Hai respinto scoraggiandoli tutti quelli che erano venuti per aiutarti e sostenerti. Oggi sono venuto anch’io da te! Spero che il nostro Signore mi aiuti e che Allah mostri anche a te la retta via. Invece di parlare a favore degli Ikhwan, spero che presterai attenzione al fatto che sono stati loro a ingannarti e a trascinarti in questa situazione delicata. Sei stata raggirata da loro. Pensaci: vogliono davvero realizzare gli ideali islamici? Oppure usano il nome dell’Islam per conquistare il potere? Vogliamo che tu assuma un atteggiamento più benevolo nei nostri confronti. Il signor Huzaybi ha detto sul tuo conto cose tali da poter comportare persino la pena di morte. Anche Sayyid Qutb ha sostenuto l’opinione del signor Huzaybi. Noi, naturalmente, non riconosciamo quelle loro dichiarazioni, perché vogliamo liberarti da questo conflitto. Vogliamo fare di te una testimone d’accusa per il governo. Vogliamo che tu torni ora a casa e, ogni volta che avremo bisogno della tua testimonianza, manderemo qualcuno a prenderti oppure verrò io stesso. Se sei d’accordo con me su questo punto, posso organizzare un incontro tra te, il Presidente e il suo consigliere. Inoltre, sarà emanato immediatamente un ordine del Presidente per restituirti la sede centrale della tua organizzazione. Non solo: il Presidente ti nominerà a una carica ministeriale di alto livello e ti saranno conferite lauree honoris causa da tutte le università del Paese, oltre ad altri riconoscimenti. Ormai è evidente il tradimento che gli Ikhwan hanno perpetrato contro di te. Hanno caricato sulle nostre spalle, sulle tue e sulla mia, il peso di tutte le colpe, mentre cercano per conto loro una via di fuga.

Quell’uomo continuava a parlare in quel modo, mentre io lo ascoltavo in silenzio. Mentre parlava, cercava anche di leggere la reazione sul mio volto. Poi premette il campanello sul tavolo e chiamò Safwat. Quindi, rivolgendosi a me, disse—

:Tu bevi il qahwa (un tipo di caffè), vero? Devo chiedere di portartene una ciotola?

Dissi—

:Grazie mille. Per il momento non ho bisogno di nulla. Ricevuta la mia risposta, mandò Safwat a portargli del tè e disse—

:Zaynab, ti do carta e penna. Scrivici ciò sulle questioni sulle quali abbiamo raggiunto un accordo.

Dissi con stupore—

:Non ho raggiunto alcun accordo con lei su nessuna questione. Non so nemmeno che cosa dovrei scrivere.

Mentre mi porgeva carta e penna, disse—

:Non hai ancora valutato adeguatamente il tuo interesse.

:Non hai ancora valutato adeguatamente il tuo interesse. Il presidente Jamal Nasser vuole aiutarti ed è disposto a tirarti fuori da questo processo.

Domandai:

:Quale processo? Un processo perché il popolo si sta unendo per comprendere correttamente il dīn? In realtà il processo dovrebbe essere intentato contro il presidente, i suoi consiglieri e i suoi accoliti. Sono loro infatti i responsabili del declino morale e dei costumi nel Paese, della diffusione dell’immoralità e dell’importazione di correnti di pensiero ateistiche. Sono loro ad aver creato il disordine nel Paese. Se devo scrivere, scriverò sulla realtà complessiva di questo Paese povero. Posso scrivere soltanto le verità che mi sono chiare e che ho osservato.

Disse:

:Lo so, Zaynab: sei una donna altamente istruita e il tuo talento è straordinario; non vorrai certo che la tua situazione diventi ancora più penosa. Ecco carta e penna: rifletti bene e scrivi ciò che è meglio per te; io me ne vado. E ricordati, mentre scrivi, che il presidente vuole tenerti fuori dal processo. Il contenuto del processo ti è stato spiegato. Te lo ripeto: al-Hudaybi e Sayyid Qutb avevano entrambi progettato l’assassinio di Jamal Nasser e la presa del potere. Secondo le loro dichiarazioni, fu proprio Zaynab al-Ghazali a elaborare il piano. Ti addossano tutta la colpa e cercano di salvarsi. Affermano persino che sei tu l’unica responsabile di questi avvenimenti e che è a causa tua se oggi si trovano di fronte al pericolo. Ora scrivi. Ma rifletti molto attentamente prima di scrivere la tua opinione e ciò che gli Ikhwan pensano di te. Ti accusano di tutto. Secondo noi, sono stati loro a traviarti e, dopo averti incitata, si sono tirati indietro. Dimmi: è stato coraggio o codardia?

Poi mi lasciò sola con la carta e la penna e se ne andò. Cominciai a scrivere con precisione:

:Che immensa disgrazia per questa sventurata carta e penna: sono finite proprio nelle mani di una prigioniera torturata nella cella. Ci eravamo riuniti con i giovani Ikhwan allo scopo di studiare la giurisprudenza islamica, gli hadith, la Sunna del Messaggero e il tafsir del Sacro Corano. Leggevamo al-Muhalla di Ibn Hazm, Zad al-Ma’ad di Ibn Qayyim, al-Targhib wa al-Tarhib di Hafiz Montazeri, nonché Fi Zilal al-Qur’an e Ma’alim fi al-Tariq di Sayyid Qutb. Studiavamo le biografie del Nobile Messaggero e dei Compagni, per sapere come si fosse instaurato l’ideale di vita islamico. Questi corsi di studio si svolgevano con il permesso e sotto la supervisione dell’Imam al-Hudaybi. Lo scopo di tali studi era attrarre le nuove generazioni verso il pensiero e le opere virtuose e creare le condizioni per una leadership adeguata. Sentivamo la necessità di formare veri militanti, nella speranza di ristabilire l’ideale islamico sulla terra. Dopo ampie discussioni, valutazioni e riflessioni, decidemmo di organizzare i giovani. Il nostro obiettivo era riportare sulla retta via i giovani ignoranti e disorientati della società. Per realizzare questo obiettivo adottammo un piano della durata di tredici anni. In seguito avremmo condotto un’indagine in tutto il Paese. Se fosse emerso che la percentuale degli abitanti del mondo aderenti all’ideale islamico era inferiore al 25 per cento, decidemmo di attuare nuovamente il piano di tredici anni. In questo modo avremmo valutato la situazione, secondo un percorso sistematico, una seconda, una terza e perfino una quarta volta. Questo lavoro di formazione sarebbe continuato finché il settantacinque per cento della popolazione del Paese non fosse diventato sostenitore attivo dell’ideale islamico. Che motivo avrebbe Jamal Nasser di temere tutto ciò? E voi che siete legati al governo, di che cosa avete tanta paura? Potrebbero trascorrere diversi decenni prima che raggiungiamo il nostro obiettivo. Perché allora il vostro cuore trema per l’angoscia? Nel nostro piano non c’è assolutamente nulla che riguardi l’uccisione di Nasser. Ucciderlo non sarebbe un problema; piuttosto, l’intera nazione si trova ad affrontare problemi più grandi persino dell’uccisione di molti come lui. Non solo non pensiamo di uccidere qualcuno: è al di fuori della nostra immaginazione persino infliggere il minimo danno a un animale. Eppure voi, avanzando accuse false e infondate di questo genere, tramate per uccidere ingiustamente innumerevoli musulmani credenti. Sii tu, invece, a rispondermi: chi vi ha ordinato di arrestarci indiscriminatamente in questo modo, di torturarci e di attuare il piano per ucciderci? State compiendo queste azioni ingiuste e illegali su ordine degli ebrei, oppure per comando dei socialisti dalla zanna aguzza? Di fronte al risveglio islamico dei musulmani, gli atei, i comunisti, i socialisti, i capitalisti cristiani occidentali ostili alla religione e allo sfruttamento, e i sionisti non hanno fine alle loro preoccupazioni. Lo slogan della rivoluzione islamica ha reso amara la loro tranquillità giorno e notte. Sì, proprio così! Il nome dell’Islam è per loro insopportabile. Per questo hanno scatenato i loro servizi segreti contro i movimenti islamici in tutto il mondo musulmano e, attraverso i loro agenti prezzolati, stanno attuando complotti per molestare e uccidere i mujahidin dell’Islam.

Ma sappiate che Allah diffonderà la Sua luce e umilierà i miscredenti. Se oggi ci uccidete, domani avanzerà una carovana irresistibile di milioni di credenti, per tenere alta la bandiera dell’Islam.

Quanto alla rivista dell’Organizzazione delle Donne Musulmane, alla sede centrale dell’organizzazione o al mondo intero che ci circonda, dirò soltanto questo: non dipendiamo da nulla. Desideriamo soltanto il compiacimento di Allah e l’instaurazione della religione di Allah nel mondo di Allah. Dopo aver scritto la mia dichiarazione, vi apposi in fondo la mia firma: «Zaynab al-Ghazali».

Quando Safwat Ruby entrò e chiese il foglio scritto, glielo consegnai. Lo portò fuori. Poco dopo venne da me l’uomo che mi aveva portato carta e penna. Aveva in mano alcuni fogli. Naturalmente, non erano stati scritti da me. Ma li tagliuzzò e li gettò via in modo tale da volermi far credere di aver strappato e ridotto in pezzi proprio i fogli che avevo scritto io.

Questa volta chiamò Safwat e disse:

«Prendila, Safwat… Questa ragazza è davvero degna di essere impiccata; la gente ha fatto bene a decidere di ucciderla. Ero venuto per aiutarla. Poiché ha rifiutato la mia proposta, lasciatela impiccare.» Detto questo, se ne andò. Subito dopo, quella Safwat cominciò a picchiarmi come una bestia. Mi colpiva con i pugni di entrambe le mani e continuava a prendermi a calci. Quando si stancò, mi rinchiuse nella cella e se ne andò.

Mi chiedevo con stupore che cosa volessero ancora ottenere da me, dopo che avevo chiarito più volte, oralmente e per iscritto, la mia posizione, ricorrendo contro di me alle lusinghe e alle tentazioni dell’avidità. Ormai avrebbero dovuto capire che nulla avrebbe potuto farmi vacillare nei miei principi. Oppure volevano trovare sollievo uccidendomi secondo un piano prestabilito? Avevo spiegato tutto più volte con chiarezza; non c’era nulla di nascosto, tutto era chiaro e ogni cosa era stata descritta con le relative spiegazioni. Allora che cosa volevano?

 

La valigia e la lettera del presidente Nasser

Quando la porta della cella si chiuse, fu come se fossi giunta in un altro mondo. Sentivo come se tutto il corpo, ogni articolazione e ogni arto si stessero staccando. Ero sconvolta dal dolore, dal bruciore e dalla sofferenza. Non riuscivo a trovare sollievo in alcun modo. Non riuscivo a sedermi né a stare in piedi. Cercai di sdraiarmi un po’, tutta irrigidita, ma il dolore era insopportabile. Mi agitavo soltanto, tormentata da una sofferenza insostenibile per i colpi di frusta e di scudiscio, i pugni e i calci. Mi avevano coperto di ferite tutto il corpo a forza di picchiarmi e avevano rattristato la mia anima con insulti indicibili e osceni. Mentre mi rigiravo da una parte e dall’altra, inquieta e tormentata, udii l’adhan dell’alba. Aliya e Ghada Ammar si svegliarono per la preghiera. Facemmo il tayammum e pregammo. In quel momento il mio stato era come una risposta a ogni domanda. Era perfettamente chiaro che cosa fosse successo e perché. Aliya mi disse:

:Il medico mi ha dato delle pillole per dormire. Ne prenderà una…? Io dissi –

:Puoi darmene una. La chiesi per poter dormire. Ma quale sonno; con il corpo ridotto in pezzi dalle percosse e l’agitazione della mente ferita, come avrei potuto dormire? Non c’è altro rimedio se non la misericordia di Allah. Trovo serenità proprio nel nome di Allah. Nonostante tutte queste torture, avverto dentro di me una forza sconosciuta per la namaz e per la recitazione del Corano di Allah.

Gada segnava delle tacche sul muro della cella di Ammar e vi annotava le date. Disse –

:Oggi è il diciotto ottobre. Io dissi –

:Per grazia di Allah passeranno anche i giorni che restano. Aliya disse –

:Inshallah.

Alle quattro del pomeriggio la porta della cella si aprì ed entrarono Safwat e due soldati. Avevano in mano una valigia enorme. Non appena la vidi, riconobbi la valigia. Era stata portata da casa mia. Safwat aprì la valigia, tirò fuori un oggetto e, mostrandomelo, disse –

:Zaynab, abbiamo fatto portare questi vestiti e questi oggetti da casa tua. Poi ripose nuovamente tutte le cose nella valigia e la richiuse. Sembrava che dovessero mandarmi da qualche parte per un lungo viaggio. Gli domandai –

:Chi ha fatto portare queste cose e chi le ha portate? disse Safwat:

:Siamo stati noi a farle portare, e tua sorella Hayat le ha fatte arrivare qui. Poi ordinò ai soldati di andarsene e, poco dopo, se ne andò anche lui. Quando vidi tornare il boia, chiusi gli occhi, esasperata, e all’improvviso persi i sensi. Alia e Gada cominciarono subito a massaggiarmi le mani e le piante dei piedi. Quando, grazie ai loro sforzi, ripresi conoscenza, mi consolarono dicendomi:

:Niente, al-Hajja! La faccenda è davvero molto semplice! I vestiti che indossi si sono rovinati, perciò forse hanno fatto portare degli abiti migliori. Non c’è nessun altro motivo particolare.

Dissi ad Alia:

:Questo è un presagio della crisi imminente, Alia!

:No, al-Hajja! Devono aver fatto portare queste cose semplicemente perché ne avevi bisogno, disse Alia.

Dissi:

:No, Alia, no! Non sarà forse un’altra prova? Perché dovrebbero portare solo i miei vestiti? Io non ho chiesto di farli portare: una grande disgrazia sta per abbattersi su di me… Che Allah mi mantenga salda nella verità e mi liberi dalla disgrazia.

Stavamo recitando la preghiera dell’Asr. All’improvviso Safwat entrò, mi spinse via proprio mentre pregavo e, trascinandomi, disse:

«Vieni con me». Poi rinchiuse Alya e Ghada nella cella e mi portò via. Mi condusse in una galleria separata. Dopodiché fui spinta in un luogo angusto, buio e maleodorante. Era un posto terribilmente spaventoso, pieno di tane di serpenti e topi. Il freddo intenso, il fetore e il silenzio agghiacciante mi terrorizzarono profondamente. Con gli occhi pieni di lacrime pregai Allah e implorai il Suo aiuto per affrontare quella prova. «Sappi che, quando si pronuncia il nome di Allah, nell’anima si diffondono una forza e una serenità indescrivibili.»

All’improvviso apparve la luce e Safwat entrò, porgendomi la mano, e disse:

«Tieni, leggi questa lettera.»

Aprii la lettera e vidi che era scritta a stampa:

«Ufficio del Presidente. Poi, in caratteri dattiloscritti, vi era scritto:

«Per ordine del presidente Abdun Naser, Zaynab al-Ghazali sia sottoposta a torture e punizioni dolorose più severe di quelle inflitte agli uomini».

Firma

Jamal Abdun Nasser

Presidente dell’Egitto.

Sulla lettera erano impressi anche l’emblema ufficiale del governo e uno speciale sigillo presidenziale. Dopo aver letto la lettera del presidente, mentre la restituivo a Safwat, dissi:

: Allah è molto più grande e potente di tutti voi. Allah è sufficiente per noi.

Mi guardò con occhi assassini, chiuse la porta della cella e se ne andò, insultandomi in modo indicibile.

Poco dopo fui nuovamente scosso nell’udire la voce di Safwat; stava dicendo:

: Attenzione, state in guardia!

Quando aprirono la porta della cella, vidi Bisyuni. Entrò e disse:

: Ti viene concessa un’altra ora per riflettere più attentamente e prendere una decisione. Fatti un’idea precisa di ciò che è nel tuo interesse. Ho fatto portare gli abiti di cui hai bisogno per incontrare il presidente Jamal Nasser e il suo consigliere Abd al-Hakim. Dopodiché cambierai opinione riguardo al caso. Guardando Safwat, disse:

: Leggigli la lettera del presidente. Safwat lesse di nuovo la lettera.

«Per ordine del presidente Abdun Nasser, Zaynab al-Ghazali sia sottoposta a torture e a pene dolorose più severe di quelle inflitte agli uomini».

Firmato

Jamal Abdun Nasser

Presidente dell’Egitto.

Hamza prese la lettera dalle mani di Safwat, me la porse e disse:

: Tieni, pazza! Leggi la lettera e cerca di comprenderne bene il contenuto.

Dissi-

: Questa lettera l’ho già letta. Lui disse-

: Rileggila. Dov’è la frusta, Safwat? Presi la lettera e la rilessi. Poi la gettai a terra e dissi-

: Figli di empi miscredenti, vi sto dicendo di andarvene. Il mio Signore è potentissimo…… Hamza Bisiuni uscì dalla cella e chiamò i soldati. I soldati entrarono con quella valigia di vestiti e gridarono-

: Ti concediamo ancora un’ora. Questi sono i tuoi vestiti. Rifletti bene e fai ciò che è meglio per te. La soluzione del problema è ora nelle tue mani.

Poi chiusero la porta della cella e se ne andarono. Io pregavo Allah-

«O mio puro Signore e Sostentatore! Dammi la forza e il coraggio per poter affrontare il pericolo».

Dopo un’ora si udì la voce roca di Safwat-

: Attenzione, state in guardia! Sta arrivando Hamza Bisyuni. Hamza entrò, mi vide e domandò-

: Come mai, non ti sei ancora vestita? Vuoi dunque morire? Io risposi-

: Non importa. Mi sono consacrata. Hamza disse-

: Va bene, Safwat, questa ragazza sta offrendo la propria vita in cambio delle vite di Sayyid Qutb e di Huzaybi. Loro vogliono soltanto liberarsi di lei. Ora saranno assolti senza colpa… Safwat mi trascinò con forza verso una direzione sconosciuta. Mentre passavo accanto alla galleria, gridai a gran voce «Allahu Akbar». Il mio intento era farmi sentire da Alia e da Gada Ammar. Poiché, in base alle parole di Hamza Bisyuni, pensavo che quello fosse forse l’ultimo momento della mia vita.

Quarto capitolo

Le torture di Shams Badran

Safwat mi condusse a piedi per molto tempo fino all’ufficio dell’ufficiale Hani. Poi Hani mi portò nell’ufficio di Shams Badran.

Sapete chi è questo Shams Badran? Un individuo immorale, peggiore persino di una bestia spietata e crudele. Quest’uomo, più feroce e barbaro di una iena, ha stabilito un terribile primato nella persecuzione degli esseri umani. Quando si trova davanti a musulmani credenti, assume un aspetto ancora più spaventoso. Con metodi particolari e barbari, esercita sui musulmani una persecuzione così dura e violenta che è impossibile descriverla adeguatamente. Con tutte le sue forze cerca di distruggere l’ʿaqīda e la fede dei musulmani e di trasformare, a furia di percosse, un musulmano in un non musulmano. Naturalmente, tutti i suoi sforzi bestiali alla fine falliscono.

Quando arrivai, mi chiese con estrema arroganza e disprezzo:

: Zaynab al-Ghazali! Sei ancora viva?

: Sì! Risposi con la stessa parola, con voce calma e pacata.

L’ufficio di Hamza Basyuni era proprio accanto a quello di Shams Badran. Dietro di me, Safwat era pronto con altri due carnefici, con le fruste in mano. La lucida punta nera della frusta guizzava come una lingua di fuoco.

Shams Badran disse con arroganza:

: Ehi, ragazza… Zaynab……! C’è ancora tempo: ravvediti…… pensa al tuo bene. Anch’io voglio liberarmi dei guai che mi dai e occuparmi degli altri. ……Giuro sull’onore di Abd al-Nasser! Ti farò a pezzi, tagliandoti e squarciandoti colpo dopo colpo sotto i colpi di Hunter.

Dissi con la stessa voce calma e pacata:

: Accade ciò che Allah vuole; Egli è l’Onnipotente.

Disse—

: Ragazza! Che strana arroganza stai mostrando? Rimasi in silenzio.

Questa volta domandò—

: Che rapporto hai con Sayyid Qutb e Huzaybi? Risposi con voce naturale—

: Un legame di fratellanza islamica.

Chiese come uno sciocco—

: Fratellanza di che?

Risposi di nuovo—

: La fratellanza islamica.

: Qual è la professione di Sayyid Qutb? chiese.

Dissi-

: Il professor imam Sayyid Qutb è un valoroso mujahid sulla via di Allah, un mufassir del Sacro Corano, cioè un esegeta, un mujaddid e un mujtahid.

Chiese come uno sciocco-

: Che cosa significano tutte queste parole?

Questa volta pronunciai lentamente le parole con chiarezza, enfatizzandole una per una, e dissi-

: Il professor Sayyid……Qutb……leader……e insegnante……protagonista del pensiero islamico……scrittore……celebre letterato e autentico seguace del Messaggero di Dio……

Quando fece un cenno silenzioso ai carnefici, questi si avventarono su di me con le loro fruste e i loro staffili.

Dopo che il pestaggio continuò a lungo, egli fece di nuovo una domanda:

: Ehi, ragazza! Qual è la professione di Hudaybi?

Risposi:

: Il professor Imam Hasan Hudaybi è il leader e imam dei musulmani. È legato all’Ikhwanul Muslimun. È determinato a istituire le norme e le disposizioni della sharia islamica. È un mujahid sulla via di Allah. Il suo obiettivo è che l’intera ummah musulmana ritorni sulla via del Corano e della Sunna……

Prima ancora che finissi di parlare, le fruste e gli staffili ricominciarono ad appiccare il fuoco alla mia schiena.

Shams Badran, furibondo, disse:

: Tutte sciocchezze, stai blaterando cose senza senso, ragazza……!

Anche Hassan Khalil era presente. Disse:

: Pasha, lascia che parli. Sta per venire alla luce un’informazione importante. Poi venne davanti a me, mi prese la mano e domandò:

: Hai letto l’opera di Sayyid Qutb, «Maʿālim fī al-Tarīq» – Milestones? Risposi:

: Sì, l’ho letta, eccome.

Lì erano presenti molti ufficiali di alto rango. Erano venuti per godersi le torture diaboliche inflitte a me. Uno di loro disse:

: Vuoi esporre il riassunto di quest’opera? Risposi di sì: Bismillāhir-Raḥmānir-Raḥīm, waṣ-ṣalātu was-salāmu ʿalā rasūlihil-amīn — comincio nel nome di Allah, il Misericordioso, il Clementissimo. Infinite benedizioni e saluti sul Messaggero degno di ogni fede……

Ma Shams Badran non mi lasciò proseguire. Batté le mani in modo bizzarro e mi domandò:

: Hai forse trovato il pulpito di una moschea? Ricordati che non siamo in una moschea…… siamo in una chiesa. E subito dopo si mise a pronunciare rozze imprecazioni.

Hasan Khalil disse:

: Mi perdoni, pascià! …… Ebbene, Zaynab, che cosa hai imparato da «Pietre miliari»?

Questa volta dissi con gravità:

: «Pietre miliari» è una celebre opera dell’esegeta e letterato-mujtahid Sayyid Qutb. In essa ha invitato la umma musulmana a tornare sotto l’ombra dell’Islam. Ha esortato i musulmani a risvegliarsi nuovamente sulla base della fede nel tawḥīd…… Ha mostrato alle persone confuse e traviate la luce del Corano e della Sunna…… Ha detto loro di pentirsi dei propri errori e di avanzare sulla via della religione, e ha invitato la umma musulmana a uscire dalle tenebre dell’ignoranza e a innalzare la fiaccola dell’ideale islamico. Ha detto che l’Islam è l’unica via per la salvezza e il progresso. L’Islam è l’unica via per raggiungere la pace e la prosperità. Finché i musulmani non seguiranno la via dell’Islam, il loro destino non cambierà. Per questo bisogna leggere e comprendere il Corano. Bisogna avanzare sulla via del raggiungimento degli scopi e degli obiettivi. Ha detto che i musulmani devono rispondere al richiamo della ragione, dell’intelletto e della coscienza. Devono seguire il tawḥīd e la risāla. Perché solo gli ideali del tawḥīd e della risāla possono garantire alla umma musulmana una vita più luminosa.»

Dopo aver ascoltato le mie parole, per alcuni istanti tutti rimasero seduti in silenzio. Poi Hasan Khalil ruppe il silenzio con un’osservazione tipica di Ahmad:

: A quanto vedo, è una brava oratrice: sa fare discorsi eccellenti. Un altro disse:

: Inoltre è una letterata e una giornalista. Poi lesse ad alta voce un brano dell’editoriale del giornale pubblicato sotto la mia direzione e sequestrato al momento del mio arresto.

Ma tutto ciò non piaceva a Shams Badran. Mi tolse la parola e, guardandomi con occhi feroci, disse stupidamente: Questa ragazza non riesce a capire proprio nulla.

: Non appena ebbe pronunciato queste parole, i carnefici si avventarono di nuovo su di me con le loro fruste. Mentre mi picchiavano, dissero:

: Di’ al pascià ogni cosa per filo e per segno.

Dal modo in cui Hasan Khalil parlava si capiva che stava tendendo una trappola per catturarmi. Disse loro:

: Non importa. Perché tutta questa fretta?

Poi, rivolgendosi a me, disse:

: Avete adottato «Lā ilāha illā Allāh, Muḥammad rasūl Allāh» come il vostro slogan più amato e importante; voglio conoscerne il significato. Io dissi:

: Ebbene, il venerato Profeta Muhammad (pace e benedizioni su di lui) ha rivolto a tutta l’umanità l’invito a comprendere che non è degno dell’uomo adorare statue, esseri umani o qualsiasi altra cosa o potere. L’uomo è il rappresentante dell’unico Allah. La dignità e l’importanza dell’essere umano sono superiori a quelle di tutti gli esseri e di tutte le cose del creato. Pertanto, l’uomo non adorerà nessuno all’infuori dell’unico Allah, con devozione e culto. Si prostrerà soltanto davanti all’unico Allah. E davanti a nessun altro, in nessun luogo. Questo è, in breve, il significato di «Lā ilāha illā Allāh». Il significato di «Muḥammad rasūl Allāh» è che Muhammad (pace e benedizioni su di lui) è l’ultimo Messaggero scelto da Allah. Attraverso di lui Allah ha inviato all’umanità l’Islam, il codice di vita eterno e imperituro, affinché fosse stabilito sulla terra. Il Corano e la Sunna costituiscono l’essenza dell’Islam. Credere pienamente in Allah e nel Suo Messaggero Muhammad, vale a dire nel Corano e nella Sunna, e dare esempi concreti di ciò in ogni ambito della vita: questo è un dovere imprescindibile. In breve, questo è il significato della nostra Kalema Tayyeba.

Shams Badran parve infiammarsi a quelle parole. Gridò:

: Smettila con queste sciocchezze.

: Subito dopo, le sue bestie addomesticate cominciarono a riversarmi addosso frustini da caccia e fruste. Hasan Khalil, come se ritenesse che la preda fosse ormai vicina alla sua trappola, disse a Shams:

: Pascià! Per amor mio, concedimi ancora un po’ di tempo.

Poi, guardando verso di me, disse:

: Che giudizio dai su di noi? Siamo musulmani o miscredenti?

Io dissi:

: Mettiti alla prova sulla pietra di paragone del Corano e della Sunna. Diventerà chiaro chi sei e se il tuo rapporto con l’Islam è di ostilità o di amicizia.

Udendo queste parole, Shams Badran esplose di rabbia. Diceva tutto ciò che gli passava per la bocca. Cominciò a lanciarsi in insulti estremamente volgari e osceni. Io rimasi in silenzio. Del resto, cos’altro avrei potuto fare? Non riuscendo neppure così a calmarsi, cominciò ad ansimare e a saltellare come una bestia feroce. Continuò a inveire:

Non sai nulla del regime selvaggio di Jamal Naser. Qui regna una barbarie cieca, che spazzerà via ogni cosa sul suo cammino come fuscelli davanti a una furiosa tempesta. I suoi uomini sono abituati a divorare i viandanti lungo la strada come tigri affamate……

Shams Badran, guardando Safwat, disse-

A quanto pare, neppure le percosse lo domeranno; appendetelo a testa in giù. Safwat uscì e tornò con una spessa sbarra di ferro e due supporti di legno. Dietro di lui arrivarono altri tre carnefici con le fruste in mano.

Quando ebbero completato il dispositivo per tenermi appeso, chiesi loro un paio di pantaloni lunghi da indossare.

Hasan Khalil disse a Badran-

: Non importa. Poi Shams Badran ordinò di portarmi un paio di pantaloni lunghi. Un soldato li portò rapidamente. Shams Badran disse-

: Va’ in quella stanza, indossa i pantaloni e torna.

Quando entrai per indossare i pantaloni, vidi una sala enorme, climatizzata centralmente. Era una sala elegantemente arredata, con mobili di alta qualità, il pavimento ricoperto da tappeti costosi e ogni genere di lusso. Comunque, dopo aver indossato i pantaloni lunghi ed essere tornato, per ordine di Shams Badran fui sollevato e appeso nel vuoto. Non ricordo esattamente come mi legarono mani e piedi e mi appesero. Ricordo però che Shams Badran impartiva ordini agli uomini incaricati di appendermi come se stesse comandando dei soldati sul campo di battaglia.

Dopo che mi ebbero legato e appeso, gridò:

: Safwat, dagli cinquecento frustate. Subito dopo ebbe inizio quella selvaggia orgia di torture brutali. Sembrava che fosse in corso una gara a chi riuscisse a picchiarmi più forte degli altri; è facile immaginare quanto aumentassero il mio dolore e la mia sofferenza sotto quei colpi sferrati all’unisono. Ciononostante, non mostrai la mia debolezza davanti a quelle bestie. Sopportavo i colpi terrorizzanti delle loro verghe e fruste, ricordando il nome di Allah e cercando la pace nel mio cuore. Ma quando il dolore superò i limiti della sopportazione, non fu più possibile continuare a sopportare in silenzio; allora levai un grido di supplica alla porta dell’Onnipotente, Colui per il quale tutto, ciò che è manifesto e ciò che è nascosto, è ugualmente chiaro. Gridavo: «Ya Allah, ya Allah!», mentre i colpi di frusta rendevano il mio dolore ancora più intenso. Poi continuai a invocare soltanto Allah finché persi conoscenza. Svenuto, caddi a terra come un corpo senza vita. Cercarono di rimettermi in piedi e di appendermi di nuovo, ma non ci riuscirono. Non mi era rimasta neppure la minima forza per stare in piedi. Ogni volta che tentavo di alzarmi, ricadevo. Il mio dolore superava i limiti della sopportazione. Il sangue scorreva copioso da entrambe le mie gambe, mentre Shams Badran ordinava a Safwat di rimettermi in piedi e appendermi di nuovo. Quando, sopraffatto dal dolore, cercai di appoggiarmi al muro, Safwat mi allontanò dal muro colpendomi con la frusta. Ormai senza altra possibilità, dissi:

: Lasciatemi sedere per un po’ a terra.

In risposta, Shams Badran disse:

: Non ti sarà affatto permesso di sederti. Dov’è il tuo Allah? Prova a chiamarlo, vediamo se riesce a salvarti dalle nostre mani! Invece, chiama Abdun Nasser e vediamo che vantaggio ne ricavi. Non prestai attenzione alle parole di quell’imbecille spregevole e rimasi in silenzio. Egli disse con arroganza:

: Dimmi un po’, dov’è adesso il tuo Allah?

Vedendomi rimanere in silenzio, gridò di nuovo:

Dov’è il tuo Allah? Rispondi!

Questa volta dissi con voce rotta dalle lacrime:

: Allah è onnipotente e il migliore degli amministratori.

Dopodiché fui mandato direttamente dall’ufficio di Shams Badran all’ospedale.

 

La cella dell’ac’qua

Quando uscii dall’ufficio di Shams Badran, cominciai ad avere difficoltà respiratorie. Sentivo il bisogno di sedermi per qualche istante e riportare il respiro alla normalità. Mi sembrava che tutte le membra mi si fossero staccate dal corpo. Ma non c’era nulla da fare: i carnefici erano incapaci di comprendere il dolore umano. Quando Safwat mi trascinò a forza fino all’ultima galleria dell’ospedale, all’improvviso Hasan Khalil disse da dietro:

: «Safwat, torna indietro. Il pascià sta chiamando Zaynab». Così dovetti tornare di nuovo per ordine di Shams. Appena entrai nell’ufficio, vidi davanti a me la sorella Hamida Qutb. Io la riconobbi non appena la vidi, ma, poiché il mio aspetto fisico era stato completamente alterato, lei non mi riconobbe subito. La fame, la sete e, oltre a ciò, queste indicibili torture inflitte a ogni istante avevano devastato il mio corpo, il mio volto e il colore della mia pelle. Shams Badran chiese alla rispettabile Hamida Qutb:

: «È questa Zaynab al-Ghazali?»

Udendo la domanda, Hamida mi guardò intensamente e disse con voce fioca:

: Sì.

Allora mi trovavo in uno stato di incoscienza e semi-coscienza. Per questo non riuscivo a ricordare nei dettagli l’interrogatorio e la conversazione con la sorella Hamida Qutb. Tuttavia, da alcune parole che avevo sentito, mi sembrava che Shams Badran stesse interrogando la sorella Hamida Qutb sulla sorella Isa Fatima. Ella si trovava nella cella accanto alla mia.

Mentre Hamida Qutb rispondeva alle domande di Shams Badran, egli mi ordinò di uscire.

Non appena uscii dal suo ufficio, persi completamente i sensi e caddi a terra. Safwat fece chiamare un’infermiera tramite il soldato Abdul Mabud. L’infermiera aprì il tappo di una boccetta e me la fece annusare; allora ripresi conoscenza. Poi il boia Safwat mi fece alzare e, facendo roteare la frusta che teneva in mano, disse:

: Cammina a passo svelto, ancora più svelto.

Mentre camminavo, persi di nuovo i sensi e caddi a terra. Quando ripresi conoscenza, mi fece nuovamente alzare e mi ordinò di camminare rapidamente. Subito dopo cominciò a usare il suo frustino su di me. I colpi del frustino sul corpo ferito bruciavano come fuoco ardente. Tra il rialzarmi, cadere e ricevere percosse, ero ridotto allo stremo. La frusta impazzita del boia era terribilmente spietata. O Allah! Anche costoro sono esseri umani creati da Te? Che creazione davvero straordinaria: camminano appoggiandosi su due piedi e su una frusta. In quel momento qualcuno ordinò:

: Mettetelo nella cella numero cinque. Giunse un altro ordine:

: Portatelo nella cella dell’acqua.

Safwat mi fece entrare in una stanza e sedere, poi chiamò un’infermiera, che mi fasciò la ferita.

Quando si aprì la porta della cella, vidi dietro di essa un muro di ferro. Era alto quanto un grande albero. Mi fece salire su quel muro e mi ordinò di saltare giù. Alle sue parole, per la paura, tutto il mio essere sembrò raggelarsi. Non avevo nemmeno la forza di muovermi di un centimetro. Oltre il muro vidi un pozzo pieno d’acqua. Raccogliendo tutte le mie forze, dissi a Safwat—

: Non mi toglierò i vestiti in nessun caso. Lui rise crudelmente e disse—

: Scenderai nell’acqua con un solo indumento addosso. Dissi—

: Sono avvolto soltanto in un chador. Disse con disprezzo—

: Entro un’ora dovrai morire comunque. Togliti anche i pantaloni.

Dissi—

: Quando arriverò nella stanza, te lo restituirò. Lui replicò con una domanda—

: Quale stanza? Ti getterò subito in questo pozzo.

Dissi:

: Allora voltati dall’altra parte. Lui si voltò e rimase con la schiena rivolta verso di me, e io mi tolsi i pantaloni e glieli restituii. In questo modo mi furono restituiti i pantaloni che mi avevano fatto indossare quando mi avevano mandato nell’ufficio di Shams Badran.

Ora, indossando abiti vecchi e laceri, mi chiedevo cosa fare! Quando Safwat mi ordinò di tuffarmi nell’acqua, mi opposi e dissi:

: No, non mi suiciderò. Se volete uccidermi, dovrete assumervene voi ogni responsabilità.

Pensavo che avessero davvero preso la decisione definitiva di uccidermi. Era questa l’impressione che dava la situazione. Infatti, quale altro scopo potevano avere torture disumane, insulti indicibili, minacce e l’ordine di tuffarmi nel pozzo d’acqua? Era chiaro che desideravano soltanto la mia morte. Avrebbero potuto spingermi nel pozzo e uccidermi. Desideravo diventare martire in questo modo sulla via di Allah. Dicevo:

: O Allah, mio puro e provvidente Signore. Accolgo con gioia la morte da martire sulla via della Tua religione… le do il benvenuto.

Il boia arrivò e, frustandomi, cercava di costringermi a tuffarmi nell’acqua. Ma rifiutai di tuffarmi di mia volontà. E allora, senza tregua, le frustate cominciarono a inondarmi la schiena di sangue come la pioggia della stagione delle piogge. Alla fine, non riuscendo più a sopportarle, crollai a terra. Vedendomi così, Safwat, insieme a Sa’d e Samb, mi afferrò e mi gettò nel pozzo d’acqua.

Quando caddi giù, vidi che sotto i miei piedi c’era un terreno duro. Allora capii il mio errore: non era un pozzo d’acqua, bensì una cella d’acqua. Un altro abominevole metodo di punizione. Alzai le mani verso Allah e dissi:

: O Signore dei mondi! Ho affidato a Te ogni mia questione. Desidero soltanto il Tuo compiacimento. Finché avrò vita, resterò saldo sulla via del Tuo compiacimento. O Allah, desidero il Tuo compiacimento e il Tuo amore. Concedimi pazienza e coraggio, affinché possa affrontare qualsiasi pericolo mentre percorro la Tua via.

Nel frattempo, Safwat continuò a frustarmi spietatamente.

Mentre mi frustava, disse:

: Siediti.

: Come posso sedermi con tutta quest’acqua? È impossibile!

Il tiranno Safwat, usando contemporaneamente la bocca e la frusta, disse:

: Siediti come ci si siede per pregare. E questo dovresti saperlo molto bene. Siediti…… Prova a sederti, presto. … Solo Jamal Naser sa come mettere a posto gli Ikhwan…… Ti sto dicendo di sederti…… Ehi, ragazza, mi senti?

Quando riuscii in qualche modo a sedermi, ero immersa nell’acqua fino al mento. Safwat disse:

Attenta! Non dovrai muovere neppure un capello, né da una parte né dall’altra. Non potrai muovere mani, piedi o alcuna parte del corpo! Jamal Nasser ti ha condannata a mille frustate al giorno…… Noi, invece, ti daremo dieci frustate per ogni movimento.

Giunta in quell’ambiente terribile e inimmaginabile, ero talmente sconvolta da aver perso persino la percezione del dolore e della sofferenza. Naturalmente, a contatto con l’acqua, il dolore delle ferite aumentò molte volte d’intensità. In quelle condizioni, senza la speciale misericordia di Allah, non sarei stata capace di sopportare tanto dolore e tanta sofferenza. Per l’intensità del dolore avevo persino dimenticato il boia Safwat, Sa‘d e Samir. Per di più, Safwat ricominciò a frustarmi, rendendo ancora più insopportabile l’amarezza di quella situazione. Mentre faceva schioccare la frusta, Safwat disse:

: Ascolta, disgraziata! Se cerchi di dormire, questa frusta ti sveglierà; resterai seduta immobile, esattamente così. …… Vedi quel foro nella porta? Attraverso quello controlleremo le tue condizioni. Se provi ad alzarti anche solo un po’, a distendere le gambe o le braccia, o a guardare qua e là, la frusta sarà pronta a rimetterti in riga…… Ti abbiamo messa proprio al centro della cella. E bada bene a non cercare di avvicinarti alle pareti! Se tenti di andare vicino alla parete, dieci frustate. Se distendi le gambe, dieci frustate; se distendi le braccia…… dieci frustate… se muovi la testa, dieci frustate… Ricordalo: in questo modo si arriverà alle mille frustate quotidiane. Vediamo se al-Hudaybi o Sayyid Qutb riusciranno a salvarti…… Ricordalo, questo è l’inferno di Nasser. Anche se urlassi per tutta la vita invocando il nome di Allah, nessuno verrà a salvarti. E se, per tua fortuna, invocherai il nome di Abdun Nasser, per te si apriranno all’istante le porte del paradiso. Hai capito? Il paradiso di Abdun Nasser…… Se non hai capito, ti attendono punizioni ancora molto più dure. Se farai come ti dico, sono pronto a intercedere presso Pasha per ottenere la tua liberazione. Andrai da lui e farai ciò che ti dirà, nel modo in cui te lo dirà. Dopo non avrai più dolore né preoccupazioni. Dimmi, sei pazza? Idiota. Per chi e per che cosa stai rovinando la tua vita? Per gli Ikhwan? Loro hanno già confessato tutto. Ora la corda della forca pende sopra la tua testa.

Me ne stavo seduta impassibile ad ascoltare le sue chiacchiere. Quell’imbecille, stupido, ignorante, testardo e arrogante era incapace di comprendere il linguaggio del mio volto. Così continuò a parlare:

Obbedisci ai miei ordini e, riflettendo bene sulle mie parole, provvedi alla tua liberazione…… altrimenti domani all’alba la tua morte sarà certa, Zaynab.

Poiché anche allora non dissi nulla, si infuriò e disse:

Non rispondi, eh?

Tuttavia rimasi in silenzio e lui continuò il suo discorso—

: Guarda, ti sto indicando una via molto semplice. Ti porterò dal Pascià. Tu gli dirai soltanto come aveva escogitato il piano per uccidere Sayyid Qutb e Huzaybi Nasser.

Non riuscendo più a sopportare quelle sue assurdità, dissi a gran voce con tutte le mie forze—

: Tutti gli Ikhwan sono innocenti e senza colpa. Allah presto punirà la vostra violenza e le vostre sopraffazioni. Non desideriamo vantaggi terreni; ciò che desideriamo sopra ogni cosa è il compiacimento di Allah… E basta, dopo questo accadrà quel che deve accadere.

Dopo avermi ascoltato, Safwat rimase lì in piedi a insultarmi volgarmente per mezz’ora. Poi, mentre se ne andava, disse—

: E va bene, ti ho già comunicato l’ordine della tua punizione quotidiana.

Quando se ne fu andato, pensai: come potrei mai muovermi? Se allungo le gambe, il naso e la bocca finiscono immersi nell’acqua. Dunque non ho altra scelta che restare in piedi. Che altro posso fare? Dovrò pur sopportare dieci frustate. Confidando in Allah, mi alzai in piedi nell’acqua.

Pensavo che il soldato di guardia stesse dormendo. Udendo l’adhan del fajr, battei le mani contro la parete e feci il tayammum; stavo compiendo con i gesti prima le due rakʿat della sunnah e poi le due rakʿat della preghiera fard, quando la porta si aprì, la guardia entrò e cominciò a colpirmi con una raffica di frustate. Terminai in fretta la preghiera e mi sedetti di nuovo nell’acqua immerso fino al mento. Quest’acqua era così sporca e maleodorante che non si poteva usare per il wudu.

Quando mi sedetti, la porta venne richiusa. Continuavo a recitare «Hasbunallahu wa ni’mal wakil». A poco a poco cominciai ad assopirmi. Ma non appena il mento sprofondava nell’acqua, il sonno svaniva.

In questo modo, la guardia Samb entrava nella cella ben cinque volte per frustarmi. Per quanto i miei movimenti fossero normali, le frustate erano altrettanto assolutamente necessarie.

Il crimine

Verso l’ora della preghiera di chاشت, cioè intorno alle nove del mattino, Safwat venne, mi tirò fuori dalla cella dell’acqua e mi rinchiuse in un’altra cella lì accanto. Mi sedetti appoggiandomi a una delle pareti della cella. In quel momento, perfino quella dura parete di pietra mi sembrava morbida come un cuscino di cotone. Ero quasi in fin di vita per il dolore e la fame; lo stomaco mi bruciava per la fame e il dolore delle ferite sembrava ridurmi a pezzi. Le ferite del corpo e quelle del cuore si unirono per creare un tormento così inimmaginabile, indescrivibile e atroce che non era possibile paragonarlo a nulla.

In quella situazione insopportabile, Safwat si presentò portando con sé un diavolo dalla pelle nera, mentre faceva roteare la frusta. Safwat si fermò e ordinò al diavolo dalla pelle nera:

«Compi con lei l’atto più abominevole. Se protesta o si oppone, ecco questa frusta per costringerla a obbedire.»

Udendo quell’ordine abominevole e demoniaco, implorai Allah dicendo:

«O Allah, Tu che proteggi la vita e l’onore! Io sono la Tua serva e rimango salda nel mio proposito di restare fedele sulla via della Tua soddisfazione… A causa della mia debolezza, Ti supplico umilmente di concedermi almeno questo aiuto: proteggi il mio onore e la mia castità dagli intrighi di Satana e dalle mani dei peccatori, e aiutami ad affrontare l’oppressore.»

Quanto è davvero immensa la gloria di Allah: colui che era stato incaricato di sottopormi a torture disumane, colui alla cui vista e al cui suono della voce la mia coscienza stava quasi svanendo, mi chiamò «Khala Amma». Gli rivolsi lo sguardo con stupore. Ora sul suo volto non c’era più quella terribile ferocia. I suoi occhi e il suo viso risplendevano di uno strano alone di luce. Disse con voce limpida:

: Khala Amma, non abbia paura. Anche se mi facessero a pezzi, non le arrecherò neppure la minima sofferenza. Io dissi con la voce soffocata dall’emozione e dalle lacrime di gioia:

: Figlio mio… figlio caro! Che Allah ti conceda la retta guida… Che Allah ti ricompensi con la migliore delle ricompense. All’improvviso la porta della cella si spalancò con uno strattone. Safwat continuò a frustare quell’uomo, dicendo:

: Figlio di una cagna maledetta! Ti sei messo nei guai non eseguendo il mio ordine. Ti mando immediatamente alla corte marziale… Figlio di una cagna! Hai disobbedito all’ordine di Jamal Naser… Se vuoi salvarti la vita, esegui il mio ordine prima che ti porti da Shams Pasha. Ti concedo un’ora: vediamo se farai il lavoro. Se desideri restare vivo, comincia subito.

Safwat se ne andò attraverso la feritoia della porta, impartendo quegli ordini.

Il soldato, dall’interno stesso della cella, salutò Safwat militarmente e disse:

: Gli ordini di Huzur sono da osservare con assoluta obbedienza.

Con paura continuai a ricordare ancora più intensamente il nome di Allah e implorai il Suo aiuto perché mi proteggesse da quel pericolo imminente. Pensavo che, ricevuto il nuovo ordine e per salvare la propria vita, quel soldato sarebbe stato costretto questa volta a torturarmi. Forse ora si sarebbe avventato su di me come una bestia affamata. Ma no! Dimostrò davvero il suo coraggio. Sorridendo come un bambino innocente, mi chiese:

: Mamma, perché si comportano così crudelmente con te?

Gli spiegai:

: Figlio mio, noi invitiamo le persone a seguire la via della verità e della pace indicata da Allah e chiediamo l’instaurazione di un ordinamento sociale islamico per il bene del popolo del Paese. Non desideriamo alcun potere né ricchezza per noi stessi. Agli occhi degli oppressori, questa è la nostra colpa.

Udendo l’adhan del mezzogiorno, battei le mani contro il muro, feci il tayammum e pregai. Quando alzai le mani per la supplica, mi chiese di pregare anche per lui. Pregai per il suo completo benessere; poi, quando mi alzai per la preghiera sunnah, disse di nuovo:

: Cara zia, prega Allah affinché anch’io possa diventare un uomo di preghiera… Cara zia, sembra che voi non siate esseri umani, ma qualcosa di più grande: costoro vi fanno soffrire ingiustamente… O seguaci di Nasser, possa Allah distruggervi dalle fondamenta.

Gli chiesi:

: Sai fare l’abluzione?

Disse:

: Sì, lo so. Prima pregavo regolarmente. Ma quando mi vedono pregare, mi arrestano e mi rinchiudono in prigione.

Gli dissi-

: Figlio mio! Che ti rinchiudano in prigione o ti infliggano qualsiasi altra sofferenza, continua a pregare regolarmente. Allah sarà sempre al tuo fianco.

Ascoltando le mie parole, sul suo volto e nei suoi occhi apparve il fulgore di una luce celestiale. Disse con entusiasmo-

: Sì, madre, pregherò.

Proprio in quel momento, un soldato, sbirciando attraverso la feritoia della porta e prendendola a calci, gli si rivolse dicendo-

: Ehi, figlio di cagna, che cosa stai facendo?

Lui rispose-

: Dato che non aveva ancora terminato la preghiera… allora il soldato batté le mani e disse-

: Sta arrivando Safwat… è stato lui a mandarmi per metterti alla prova.

Poco dopo Safwat irruppe dentro come un cane rabbioso e cominciò a colpire con la frusta quel giovane soldato. Sopraffatto dai terribili colpi di frusta, egli perse i sensi e cadde. Venne un altro boia, lo sollevò e lo portò via, quindi la porta della cella fu richiusa. Mi rattristai profondamente, poiché quel giovane veniva torturato soltanto a causa mia, solo per concedermi un po’ di pace e di riposo. Egli aveva trovato la via che conduce al compiacimento di Allah, aveva acquisito la capacità di vedere la verità e si era rifiutato di obbedire agli ordini dell’oppressore. Aveva condannato e criticato quegli oppressori sotto il cui tormento io contavo, ansimando, le ore che mi separavano dalla morte. Per questo dovette subire una punizione straziante. In mezzo a questo dolore insopportabile, recitai la preghiera dell’asr di quel giorno.

 

Di nuovo nella cella dell’ac’qua

Non appena tramontava il sole, i boia della prigione militare entravano in azione. Le dure mura della prigione tremavano alle loro crudeli e selvagge risate. Le nubi dell’oscurità rovinosa diventavano sempre più dense e minacciose.

Nel buio della notte mi condussero di nuovo verso la cella dell’acqua. Lo stomaco mi bruciava per la fame, la sete mi faceva sentire il petto sul punto di scoppiare e le ferite delle frustate avevano avvelenato tutto il mio essere. In quello stato di estrema stanchezza mi addormentai. Nel sonno sognai che diverse persone, vestite di abiti ricamati di gemme e perle sopra seta nerissima, erano impegnate a mangiare frutti prelibati e a bere bevande eccellenti in preziosi recipienti d’oro e d’argento. La loro tovaglia era riccamente imbandita. Non appena feci quel sogno, mi svegliai e dimenticai completamente la fame e la sete. Non avvertivo più la minima fame o sete. Mi sembrava di essermi appena alzato da tavola. Ringraziai infinitamente Allah per quella sensazione straordinaria. Rimasi rinchiuso per tre giorni interi in quel modo, solo e senza mangiare nulla, immerso fino al collo nella cella dell’acqua. Poi Safwat venne, entrò nell’acqua e, continuando a spingermi con forza, disse-

: Per quanto tempo ancora rimarrai ostinato nella tua arroganza? Ti ho detto di liberarti da questa situazione raccontandomi tutto. Raccontami per intero come fu pianificato l’assassinio di Sayyid Qutb e di Huzaybi Nasser. E tu avevi detto che Abd al-Fattah Ismail aveva ordinato a Nasser di uccidere… perché non racconti anche tutto il resto?

Gli dissi-

: Tutte queste parole sono assolutamente assurde. Che cosa dovrei dire riguardo a un fatto che non è mai accaduto?

Dopo aver ascoltato la mia risposta, se ne va insultandomi. Circa un’ora dopo, Safwat torna, mi fa uscire dalla cella dell’acqua, mi rinchiude in un’altra cella lì accanto e se ne va. È proprio la cella in cui Safwat aveva ordinato a un soldato di trattarmi nel modo più infame. Al pensiero, tremo per la paura e imploro Allah di aiutarmi a salvaguardare il mio onore e la mia dignità.

Poco dopo, Safwat Ibrahim tornò con un ufficiale militare e disse:

: L’ufficiale vuole parlarti.

L’ufficiale disse a Safwat di andarsene e si rivolse a me:

: Abbi cura del tuo bene e dei tuoi interessi; non sarebbe forse meglio per te? Sappi che gli empi e gli oppressori non credono in alcun Allah, in alcun Dio. Non temono Allah. Sai che fine ha fatto quel soldato? Sì, quel giorno è stato fucilato perché aveva disobbedito all’ordine di punirti. Ora stanno formando per te un gruppo di uomini estremamente rozzi e inclini alla criminalità. Ti chiedo di ascoltarli e di salvarti dalla presa di questi rozzi barbari. Hassan al-Hudaybi, Sayyid Qutb e Abd al-Fattah Isma’il sono tutti responsabili dei propri errori.

Rimango in silenzio anche dopo aver ascoltato le parole insinuanti di quell’ufficiale. Consideravo anche le sue parole una deliberata menzogna e un altro complotto per ricattarmi. Ero del tutto inconsapevole del fatto che mi attendesse davvero una tortura terribile e agghiacciante.

L’ufficiale militare, forse contrariato, disse:

: Fai come vuoi, Safwat… Ti vedo davvero irremovibile…

Safwat entrò e, come d’abitudine, per prima cosa mi insultò pesantemente; poi disse—

: Abdun Naser ha mandato un gruppo di diavoli. Ti faranno a pezzi e ti finiranno. Per quanto tempo riuscirai a salvarti dalle loro mani? Il tempo passa e, a ogni istante, ti avvicini sempre più alla fossa della morte. Dopodiché chiuse dall’interno la porta della cella.

Dopo la preghiera dell’Asr mi mandarono di nuovo nella cella d’acqua. Dopo aver trascorso tre giorni in quella terribile cella, il quarto giorno Safwat venne, mi fece uscire dall’acqua e mi rinchiuse in un’altra cella. Quello stesso pomeriggio, dopo l’Asr, fui mandato di nuovo nella cella d’acqua e vi rimasi immerso fino alle nove del mattino del quinto giorno. In questo modo, mandandomi ogni giorno da una cella all’altra, mi venivano inflitte sofferenze mentali e fisiche.

 

Il cadavere della bestialità nella mia cel’la

Il mio corpo e la mia mente non erano intatti sotto nessun aspetto. Quanto può sopportare un essere umano in carne e ossa questa incessante sequela di torture e tormenti? Non esiste alcun precedente per una simile persecuzione. Un’oppressione tremenda, tanto fisica quanto mentale. Frustate, scudisciate, insulti, inganni e minacce: tutto questo mi veniva imposto quotidianamente, come una routine. E anche coloro che mi tormentavano con queste sofferenze e pene disumane erano esseri umani proprio come me. Avevano anch’essi carne, sangue e un cuore. Ma l’ambiente e l’addestramento li avevano trasformati a tal punto che oggi, in realtà, non sembravano più esseri umani. A vederli e ascoltarli, sembravano uomini dotati di mani e piedi. Ma in realtà erano esseri terribili e distinti, sotto forma umana. Esseri abominevoli e terrificanti, completamente diversi dagli uomini e dagli altri animali. Una creazione abominevole e completamente diversa dagli uomini e dagli altri animali. Forse anche lo scopo per cui erano stati creati era diverso?

Mi sollevarono dalla cella d’acqua e mi condussero di nuovo nella cella accanto; lì, la frusta di Safwat, appena unta d’olio, mi diede il benvenuto. Al ritmo della frusta, egli disse—

: Quello che oggi ti verrà fatto non lo si fa nemmeno a un cane.

Detto questo, chiuse la porta e se ne andò. Poco dopo, Hamza Bisiubi, Safwat e due soldati entrarono nella cella.

Hamza disse, continuando a insultare con parole irripetibili: «Huzayb, Sayyid Qutb e Abd al-Fattah Isma’il hanno ammesso ciascuno i propri errori e li hanno anche confessati. Ho appreso inoltre da Huzayb che egli ha fatto sapere, tramite Abd al-Fattah Isma’il, che uccidere Nasser è lecito, perché è un miscredente».

A quelle parole, sembrava che dagli occhi gli schizzassero fiamme di rabbia. Furibondo, disse:

«Devi sapere che non smetterò finché non ti avrò estorto una confessione. Parla… parlerai o no?»

Dopodiché Safwat ordinò:

«Safwat, spiega loro cosa devono fare». E fece cenno ai soldati:

«Se uno di questi figli di puttana si sottrae al compito assegnato o disobbedisce agli ordini, mandatelo nel mio ufficio».

Dopodiché Safwat cominciò a ordinare ai soldati di compiere azioni malvagie, con modi estremamente osceni e disgustosi. Le sue parole oltrepassavano persino i limiti estremi della decenza e del pudore.

Ordinò a un soldato:

: Chiudi la porta e fai il tuo lavoro. Hai capito, figlio di puttana? …… E quando avrai finito il tuo lavoro, manderai il tuo compagno a fare la stessa cosa…… Hai capito?

Dopo aver impartito quest’ordine, se ne andò.

Mentre il soldato avanzava lentamente verso di me, urlai con tutte le mie forze:

: Alt! Non fare un altro passo. Se provi ad avanzare, ti ammazzo… ti ammazzo… Hai capito? Nonostante ciò, continuava ad avanzare come una bestia affamata. Poi ricordo soltanto di essermi lanciata su di lui, di avergli stretto la gola con entrambe le mani e, pronunciando con tutte le mie forze «Bismillah—Allah akbar», di aver affondato con violenza i denti nella sua gola. All’improvviso si divincolò dalle mie mani e cadde a terra. Dalla sua bocca usciva una schiuma simile a quella del sapone. Rimase esanime ai miei piedi.

Ero tormentata dalla fame e dalla sete. Sebbene fossi una donna indifesa, coperta di ferite per le percosse quotidiane, ero rimasta in piedi come un’eroina. Solo grazie alla forza della fede ero riuscita a spingere verso la morte una bestia feroce e tanto potente. Ancora oggi mi meraviglio pensando a come, allora, Allah avesse infuso tanta forza nel mio corpo debole e provato.

Anche in questa guerra tra verità e menzogna, la menzogna fu sconfitta. Fu la vittoria della verità e della fede. Per un vero musulmano, l’aiuto di Allah arriva proprio così. Per quanto possano essere potenti, i seguaci della menzogna non possono resistere davanti a un musulmano disarmato che percorre la via della verità. Servono soltanto una volontà incrollabile e una salda fiducia in sé.

O Dio, quanto sei misericordioso e benevolo. Ti rendo infinite grazie.

Essi sono sempre venuti a combattere contro la religione di Allah, ma soltanto i credenti hanno ottenuto la vittoria. Un vero credente non fallirà mai.

Poco dopo, quando il capo dei carnefici, Hamza Bisiubi, Safwat e gli altri soldati aprirono la cella ed entrarono, il loro sguardo cadde su quella bestia prostrata a terra. La sua bocca era ancora immersa nella schiuma.

Alla vista di quella situazione, i nemici di Allah rimasero impietriti. Rimasero senza parole come dei muti, guardandosi l’un l’altro in volto. Poi se ne andarono tutti con la coda tra le gambe, come gatti bagnati. Andandosene, mi rinchiusero di nuovo nella cella dell’acqua.

 

Dai topi verso l’acqua

Rimasi rinchiuso nella cella dell’acqua per cinque giorni consecutivi. Il sesto giorno mi tirarono fuori dalla cella dell’acqua e mi condussero nella cella accanto.

Nell’attesa degli eventi futuri, la diga della mia pazienza stava per cedere. Anche in questa cella montagne di soprusi e torture si abbattevano su di me. Io, indifferente a tutti quei soprusi, rimanevo immerso nella contemplazione di Allah. Restavo seduto tutto il tempo, appoggiato alla parete della cella.

All’improvviso sentii sopra la testa una sorta di fruscio. Alzai gli occhi e vidi che, attraverso il ventilatore, stavano facendo entrare nella mia cella centinaia e migliaia di topi, aprendo la bocca del sacco. Che scena terribile! Sentivo come se il sangue mi si stesse gelando. Cominciai a recitare questa supplica,

Cerco rifugio in Allah dai demoni maschi e femmine. O Allah, allontana da me il male come Tu vuoi e nel modo in cui Tu vuoi.

«Chiedo rifugio ad Allah dagli inganni delle donne e degli uomini ingannatori. O Allah, allontana da me ogni calamità—tu solo sai dove si trova e di che natura sia—».

Mentre recitavo questa supplica, risuonò l’adhān della preghiera di mezzogiorno. Eseguii il tayammum, compii la preghiera e poi tornai a dedicarmi al ricordo di Allah. In questo modo giunse l’adhān della preghiera del pomeriggio e compii anche quella preghiera.

In quel momento arrivò Safwat. Prima ancora che entrasse nella cella, tutti i topi erano fuggiti attraverso il ventilatore. Egli si guardò intorno con stupore. Non riusciva proprio a capire dove fossero finiti tutti quei topi. Non riuscendo a venirne a capo, mi insultò confusamente, richiuse la cella dell’acqua e se ne andò. Poco dopo tornò con Riyaz. Riyaz era un ufficiale di alto grado. Rimanendo in piedi fuori dalla cella, cercava di convincermi. Disse:

: L’organizzazione degli Ikhwan stava tramando l’assassinio di Nasser, la presa del potere e il rovesciamento del governo.

Protestai con voce inequivocabile:

: Sono tutte sciocchezze, menzogne. Ci eravamo organizzati per formare i giovani secondo il Corano e la Sunna. Dopo aver compreso bene l’Islam, cercavamo di instaurare un sistema di governo islamico.

: Continui ancora a ripetere sempre la stessa cosa…? E allora adesso capirai che cosa sia…… la punizione. Quella che hai subito finora era soltanto una punizione di livello iniziale. Poi se ne andò e io rimasi immerso nell’acqua. Rimasi così per otto giorni in quella cella dell’acqua chiusa. È impossibile spiegare in quale dolore, miseria e agitazione trascorsero quei giorni. A guardarmi allora, chiunque avrebbe potuto comporre un’elegia.

Il nono giorno Riyaz, Safwat e un ufficiale in uniforme vennero a tirarmi fuori da quell’acqua sporca e maleodorante. Riyaz mi rimproverò e disse:

: Questa è la tua ultima possibilità di liberarti. O confessi tutto, oppure vai incontro alla morte.

È vero che presso il tuo Allah c’è la Jahannam…… ma qui anche presso Abdun Naser ci sono la Jahannam e il Paradiso. Il Paradiso e la Jahannam di Jamal Naser non sono questioni immaginarie come il Paradiso e la Jahannam del tuo Allah, bensì sono una realtà concreta.

Mi fanno uscire dalla cella dell’acqua, mi rinchiudono in un’altra cella adiacente e se ne vanno. Chiedo ad Allah di liberarmi dal male di questa gente.

Mentre ero impegnata nella supplica, Safwat e Hamza Bisiubi entrarono nella cella insieme a dieci soldati e a un ufficiale. Safwat chiese a Hamza:

: Pasha! Qual è il suo ordine riguardo a questa ragazza? In risposta, Hamza disse ai soldati: «Che cosa mangerete?»

: I soldati risposero: «Berremo il tè.»

Hamza disse con rabbia:

: Ma insomma! Volete bere il tè, figli di cagna? Non il tè; ehi, Safwat, porta loro alcol, charas, hashish—porta qualsiasi altra cosa vogliano e lasciala nelle loro mani. Che facciano con lei ciò che vogliono: da parte mia, do il mio pieno sostegno.

Dopodiché chiudono la cella e se ne vanno. Io stavo recitando la preghiera dell’‘asr nella cella. Mentre ero prostrata, all’improvviso Safwat arriva, mi spinge fuori con un urto, mi porta nella cella dell’acqua e mi rinchiude.

Riyaz tornò e disse:

«Vuoi rimanere pura e incontaminata? Quei soldati sono stati addestrati appositamente per domarti. Sono andati tutti all’ostello. Verranno domani e ti faranno a pezzi la carne per mangiarsela. In ospedale hanno ricevuto iniezioni speciali. Adesso sono come cani rabbiosi. Tutto questo è stato fatto per ordine del presidente Nasser. Nasser non ti lascerà viva. Tutti noi abbiamo cercato di convincerti con ogni mezzo. Quanto ci siamo sforzati di farti ragionare, ma tu non hai rinunciato alla tua ostinazione. Ora, dimmi, come farai a rimanere pura e incontaminata? Parla, rispondi! Dov’è il tuo frustino, Safwat?» Safwat cominciò a picchiarmi e Riyaz continuava a incitarlo a colpirmi ancora più forte.

«Ragazza della resistenza non violenta! Credi forse che, trent’anni dopo la tua morte, la gente costruirà moschee e mausolei in tua memoria, riconoscerà in carcere la grandezza delle tue imprese e dirà: questa è la memoria di Zaynab al-Ghazali, colei che, pur giungendo all’estremo limite delle torture carcerarie, rimase salda nei suoi principi di fede…? Devi però sapere che nessuno, tantomeno gli esseri umani, nemmeno Satana si accorgerà di come ti trattiamo e di come ti tratteremo ancora.»

Nonostante fossi prostrata dal dolore e dalla sofferenza, ascoltando le sue parole sulle mie labbra sbocciò un sorriso sprezzante. Per frantumare la sua falsa arroganza e il suo orgoglio, risi con disprezzo e dissi:

«Se ciò che dici fosse vero, Allah l’Altissimo non ci avrebbe protette dal vostro male; non potrei ridere nemmeno seduta nella cosiddetta Jahannam di Abdun Nasser, come dite voi, e Allah non mi avrebbe dato la forza di sopportare tanta sofferenza e tanto dolore…… In realtà, noi siamo alla ricerca della verità. Desideriamo soltanto il compiacimento di Allah. Inshallah, avremo successo e i denti velenosi di coloro che avete preparato per mordere e divorare la carne del mio corpo si spezzeranno.»

Udendo le mie parole schiette, Riyaz cominciò a guardarsi intorno con occhi inquieti. Safwat si trovava allora da qualche parte poco distante. Cominciò a chiamarlo in aiuto:

«Vieni presto, Safwat…… Questa ragazza ha cominciato a fare un discorso. ……E non ci volle altro: Safwat si precipitò come un fulmine e, mentre faceva schioccare la frusta sul mio corpo martoriato, disse a Riyaz:

: Signore, lasciatelo a me. Domani vedrete in che condizioni sarà.

Dopodiché, come ogni giorno, chiusero di nuovo la cella dell’acqua e se ne andarono. Solo Allah sa in quale stato pietoso si trovassero allora il mio corpo e la mia mente, per il dolore e la sofferenza. In tali condizioni nessuno può sopravvivere. Ma io sono rimasto in vita soltanto grazie alla forza della fede.

Provai una profonda tristezza per la miserevole condizione del Paese. Sotto il dominio di un governante tirannico, la reale situazione del Paese era estremamente preoccupante. Il popolo scontento e inquieto era inerme di fronte a governanti crudeli, ubriachi di potere; non esisteva nulla che si potesse chiamare legge. Il partito al potere faceva tutto ciò che gli veniva in mente. In tutto il Paese regnava una terribile anarchia.

Mentre riflettevo sul Paese e, vedendone la miserevole condizione, paragonavo ad essa le mie sofferenze, le mie pene mi sembrarono terribilmente insignificanti; eppure, psicologicamente, pareva che il mio dolore fosse aumentato di parecchie volte. L’intero Paese mi sembrava un campo di prigionia, mentre Hamza, Safwat e Riyaz facevano passare il rullo compressore della tirannia sulla popolazione innocente di tutto il Paese. Regnava uno strano dominio di paura, terrore e violenza. Quella gente non era che composta da individui diversi dello stesso gruppo. Per natura e indole, dal presidente fino al boia, erano tutti della stessa pasta. Erano loro a saccheggiare e sfruttare il Paese e il suo popolo, svendendo i supremi interessi della nazione alle potenze straniere.

Ah, Paese mio! Mio sventurato Paese… No, no, perché mai dovresti essere sventurato? Perché i tuoi figli possiedono l’inestimabile patrimonio del Corano e della Sunna. Sono determinati a risvegliarsi, guidati dai principi del Tawhid e della Risalat. Anche se vecchi e anziani come me sono ormai alla fine… ecco che avanzano schiere di giovani. La loro bandiera della vittoria è innalzata sul tuo petto, con la promessa di instaurarvi la religione di Allah. Oggi forse regna il dominio di Satana, ma in un futuro non lontano sul tuo petto sarà instaurato il governo di Allah; le tenebre di oggi si dissolveranno e domani sorgerà il sole dorato di una nuova era… l’uomo tornerà a prostrarsi davanti al suo vero Signore.

 

Dall’acqua all’avvocato

Mi dispiace riferire ancora e ancora episodi dello stesso genere. Tuttavia, non si può negare la necessità di riportare fedelmente le cose così come sono accadute. Per questo li racconto, anche se gli episodi sono in gran parte dello stesso tipo.

Mentre noi sopportavamo in prigione queste torture, in quale stato si trovava il mio Paese, l’Egitto? Si può dire: in uno stato miserabile. La popolazione viveva costantemente nel terrore; nessuno aveva alcuna sicurezza nella propria vita. Ovunque trionfavano la forza, la prepotenza e l’oppressione. Quelli che si trovavano fuori dalle celle erano ancora più impauriti. Saccheggi, omicidi, rapine e scippi si svolgevano con il patrocinio del governo. Bande di mercenari e delinquenti senza scrupoli erano state dislocate ovunque per mettere a posto la popolazione. A causa delle loro intemperanze sfrenate, la vita, i beni, l’onore e il pudore della gente erano diventati privi di valore. Quelle persone non comprendevano il significato dell’onestà e della civiltà. Per loro non avevano alcun valore né il prestigio e la dignità, né l’istruzione e la cultura. Pensatori, intellettuali, scrittori, giornalisti, poeti, ulema, insegnanti, leader popolari e persino ufficiali militari di indole onesta venivano umiliati e maltrattati per mano di quei criminali. Ma nessuno aveva modo di pronunciare una sola parola. Perché era il presidente Nasser in persona a guidare quelle bande di delinquenti e quei gruppi antisociali.

Ogni cittadino amante della pace del Paese, senza distinzione tra adolescenti, giovani, anziani, uomini o donne, veniva sottoposto a simili vessazioni. Scagliavano i loro uomini persino contro le persone rispettabili. E se qualcuno osava parlare contro quelle ingiustizie, veniva arrestato con qualche accusa, frustato, gettato in mezzo a un branco di cani e, alla fine, doveva persino passare per il braccio della morte. Questa era la situazione generale dell’Egitto durante il governo di Nasser. Comunque, all’alba del nono giorno, Safwat venne, mi fece uscire dalla cella dell’acqua e disse:

: Ti stanno portando dall’avvocato della procura. Sei già stato condannato. Tuttavia, se vuoi, puoi ancora salvarti. Poi mi minacciò dicendo:

: Certamente sei al corrente dei nostri propositi. Ora vedremo che cosa dirai davanti all’avvocato. Mentre diceva queste cose, cominciò a trascinarmi come una bestia. Gli dissi:

: Guarda, i vestiti che indosso sono completamente strappati. Non sono più adatti da indossare…… Portami gli altri miei vestiti.

Senza dare particolare importanza alle mie parole, disse:

: Si vedrà; però, se dichiari che Hasan Hudaybi e Sayyid Qutb stanno cercando di uccidere Abdun Nasser e prendere il potere…… allora ti porterò una coperta.

Dissi:

: No, no, sono tutte bugie.

Allora disse:

: Allora resta nudo. Vediamo se il tuo Islam è in grado di coprire il tuo pudore! E che anche gli Ikhwan ti vedano proprio in questo stato.

Dopo aver udito quelle parole dalla bocca di quel barbaro incivile, dissi:

: Indubbiamente Allah è il soccorritore degli indifesi, infinitamente misericordioso, onnisciente e giusto.

Fui condotta fuori dal carcere militare e portata in un’ampia stanza di un edificio separato. Al centro della stanza sedeva un signore. In seguito seppi che era Jalal Adib. Mi guardò una volta e disse:

: Si sieda.

Andai a sedermi sulla sedia di fronte al tavolo. Nel dare inizio alla conversazione, disse:

: Lei è la celebre leader del movimento islamico, Zaynab al-Ghazali. Perché ha adottato personalmente una simile posizione? È felice nella situazione in cui si trova? Vede, sono musulmano e desidero il suo bene; sono venuto proprio con l’intento di salvarla da questa situazione. Mi chiamo Fakhruddin al-Nayabata. Non riesco nemmeno a pensare che una leader celebre come Zaynab al-Ghazali sia seduta davanti a me in uno stato simile. Spero sinceramente che collaborerà con me nel tentativo di liberarsi da questa situazione.

Gli risposi:

: Guardi, dirò certamente ciò che è vero e ciò di cui Allah si compiace. Le do la mia parola, giurando per Allah.

Alle mie parole, le rughe sulla sua fronte si corrugarono. Mi chiese con una certa irritazione:

: Quanti anni ha attualmente?

: Sono nato il 2 gennaio 1971.

Saputa la mia età, disse sbalordito:

: A guardarla, pensavo che avesse almeno novant’anni. Uff, mi dica, allora, perché è venuto a trovarsi in una condizione così miserabile? In risposta, dissi con voce calma:

: Ciò che Allah ha stabilito per noi nel destino deve accadere. Allah è il nostro Amico supremo, ed è Lui l’ultima speranza di ogni mu’min musulmano.

Disse con compassione:

: Mi sembra che le sia persino molto difficile parlare.

Rimasi in silenzio. Poi mi chiese:

: Su quale questione lei e Abd al-Fattah Ismail eravate d’accordo?

: Eravamo d’accordo sulla formazione islamica dei giovani e sull’insegnamento del Corano e della Sunna. Ciò era indispensabile per risolvere gli attuali problemi sociali.

Mi interruppe dicendo:

: Senta, non sono venuto ad ascoltare un discorso, ma chiedo soltanto una spiegazione dei fatti concreti. Il signor Huzaybi le disse di consegnare un messaggio ad Abd al-Fattah e un altro messaggio a Sayyid Qutb; quali erano quei messaggi? Ritengo che la mia domanda sia molto chiara. Che cosa ne dice?

Questa volta dissi:

: Chiesi a Murshid-e Aam Hujaibi il permesso di includere nel programma delle riunioni di studio collettivo dei giovani alcuni libri basati sul Corano, sugli hadith e sul fiqh, come al-Muhalla di Ibn Hamza, il Kitab al-Tawhid di Ibn Abd al-Wahhab e le opere di Ibn Taymiyya e Sayyid Qutb. Tra i giovani erano presenti anche il fratello Abd al-Fattah e Shamil.

Il signor avvocato disse con un sorriso pallido:

: No, Zaynab, non parlate di queste cose; ditemi la verità. Cercate di salvarvi. Raccontatemi i fatti come sono realmente accaduti.

Dissi:

La verità e il vero obiettivo sono la completa ricostruzione e il risveglio dei discendenti del Profeta, cioè della comunità musulmana. Questa volta egli disse con enfasi:

: Hanno tutti ammesso i loro errori e vi hanno messa nei guai. Dissi con voce seria e composta:

: Allah proteggerà me e loro. Non torneremo alla menzogna.

In risposta, disse con agitazione.

: Mi sembra che lei voglia soltanto continuare a mettere in mostra la forza della sua eloquenza. Lei soffre di autoinganno; persino la corte superiore non riesce a raggiungere alcun accordo con lei. In quel momento non avevo la forza di dire la verità. Stavo soffrendo terribilmente; ma, dopo aver ascoltato la sua deposizione davanti alla corte superiore, fui costretto a parlare.

: Se la corte superiore fosse stata consapevole e vigile riguardo alle proprie responsabilità e ai propri doveri, allora……

Mi interruppe, togliendomi la parola, e disse-

: Si fermi! Ora vedo che sta per dire ogni sorta di cose anche sulla corte superiore egiziana……

Poi chiamò Safwat, che se ne stava in piedi vicino alla porta, e gli disse-

: Non serve a nulla, Safwat! Ha insultato persino la corte.

Safwat sembrava essere in attesa. Mi trascinò via e, guardando l’avvocato, gli chiese-

: Dove, signore?

L’avvocato disse: «Verso l’acqua». Poi tornai di nuovo all’acqua e al campo delle frustate incessanti di Safwat. Questa volta egli ricominciò a tormentarmi in modo ancora più crudele, spietato e sfrontato. Ma quanto più la sua barbarie si intensificava, tanto più cresceva la mia vicinanza ad Allah.

Che Allah protegga i musulmani dalle mani di tali oppressori vili, crudeli e stupidi.

 

Cibo e frusta

Dopo l’Asr del decimo giorno, la porta della cella fu aperta; mi tirarono fuori dall’acqua, mi consegnarono ad altri due boia e dissero:

«Portatelo nella cella numero tre e lasciatelo lì».

Giunto nella cella numero tre, rimasi disteso a terra come un cadavere senza vita. A forza di percosse, il mio corpo si era gonfiato e arrotondato come un pallone da calcio. Mi sembrava che la vita stesse per abbandonare il mio corpo. Allora non avevo nemmeno la forza di emettere un gemito. Affidai la mia vita e la mia anima ad Allah, il Misericordiosissimo. Rimasi lì, confidando soltanto nel grande Allah, nelle cui mani sono le chiavi del controllo dell’intero universo.

Non so per quanto tempo rimasi in quello stato di incoscienza e semicoscienza. All’improvviso udii un terribile frastuono fuori dalla cella; avanzai a stento fino alla porta e, guardando attraverso il piccolo foro, vidi una grande moltitudine di fratelli ikhwan in piedi in fila. Ognuno teneva in mano una ciotola. In testa alla fila, un soldato versava nelle loro ciotole una sorta di alimento liquido. Quando si facevano avanti per prendere il cibo, un altro boia frustava ciascuno sulla schiena. Forse nessuno aveva mai immaginato prima una scena tanto straziante: cibo e frustate somministrati contemporaneamente. Ah, che oppressione!

Non era tutto. Su entrambi i lati della fila degli ikhwan stavano anche due file di soldati con le fruste in mano. Mentre gli ikhwan tornavano con il cibo nelle loro ciotole, dovevano sopportare anche i violenti colpi di frusta di quei soldati. In questo modo, in cambio di una manciata di cibo, erano costretti a pagare il prezzo sopportando innumerevoli colpi di frusta. Un boia si accorse che avevo assistito di nascosto a quella scena straziante. Immediatamente si avventò su di me come una bestia furiosa e cominciò a colpirmi con pugni e calci così violenti che caddi di nuovo a terra privo di sensi.

Il malvagio Safwat e uno dei suoi assistenti, dopo molti tentativi, mi fecero rinvenire. Nella sua mano si vedeva un po’ di lenticchie di colore nero in un recipiente. Da esse proveniva un fetore terribile. Safwat mi disse—

: Mangia tutto questo. Se non lo mangi, dieci frustate—

Dissi—

Lascialo lì. Lo mangerò.

Safwat disse al suo assistente—

: Se entro dieci minuti non mangia tutto questo, dagli dieci frustate e fammelo sapere. Trascorsi anche quella notte tra grande sofferenza, dolore e inquietudine.

 

In ospedale

L’undicesimo giorno Safwat aprì la porta della cella, chiamò qualcuno dall’interno e gli disse—

: Dottor Maged, entri.

Il dottor Maged entrò in uniforme militare insieme al suo assistente, il soldato Abd al-Mabud. In quel momento dalle mie gambe uscivano sangue e pus. Inoltre, le condizioni di tutto il mio corpo erano altrettanto terribili: ferite e piaghe, con i loro insopportabili dolori.

Il dottor Maged disse al suo assistente: «Pulisci molto bene entrambe le gambe di quest’uomo, fai uscire tutto il sangue infetto e il pus dall’interno delle gambe e portalo subito in ospedale». Dopodiché, i due carnefici mi lasciarono in ospedale.

 

Di nuovo nelle grinfie di Shams

Mi fu concesso di rimanere in ospedale soltanto un giorno. Non erano tranquilli se non mi infliggevano sofferenze fisiche e mentali. Così ricominciò l’intensificazione delle punizioni. Questa volta, tuttavia, fui trasferito nella prigione dell’ospedale stesso. Nonostante le torture continuassero, nella prigione dell’ospedale provavo una pace relativamente maggiore. Per questo rendevo grazie ad Allah. Desideravo in cuor mio che la mia permanenza nella prigione dell’ospedale si prolungasse. Pensavo che così le mie ferite si sarebbero rimarginate e che il dolore alle ossa avrebbe potuto diminuire. Ma, ahimè, i carnefici non permisero che si realizzasse nemmeno quel mio modesto desiderio. Mi ricondussero in quell’amaro e velenoso inferno.

Il carnefice mi condusse all’ufficio di Shams Badran. Avanzavo con enorme difficoltà. Non avevo neppure la forza di reggere il mio stesso peso. Eppure loro non esitarono a frustarmi in quelle condizioni. Non appena mostravo il minimo rallentamento nel camminare, le loro fruste e i loro scudisci si abbattevano su di me. Non riuscii ad andare a piedi dall’ospedale all’ufficio di Shams Badran. A causa della debolezza caddi a terra. Ma i carnefici non mi lasciarono lì. Mi trascinarono sul terreno fino a condurmi all’ufficio di Shams Badran.

Non appena lo sguardo dell’assassino e tiranno Shams Badran cadde su di me, chiamò Safwat e, in preda alla rabbia, cominciò a eseguire strani movimenti e danze. Sembrava che stesse recitando davanti a una telecamera. La rabbia gli aveva deformato il volto; i suoi occhi apparivano rossi come carboni ardenti. Chiamò Safwat e, indicandolo con un dito dalla parte opposta, disse:

«Appendilo subito a testa in giù e dagli cinquecento frustate». Una barbarie sopra ogni barbarie. Soltanto uomini come Shams Badran potevano dare prova di una simile ferocia e crudeltà. Safwat, secondo gli ordini del suo padrone, mi appese e cominciò a completare, una dopo l’altra, le cinquecento frustate. Nel dolore insopportabile invocavo Allah, Allah. Shams Badran sogghignava e diceva: «Dov’è il tuo Allah, quello che stai invocando? Se Allah esistesse davvero, certamente ti aiuterebbe. Su, invoca Abdun Nasser: lui ti aiuterà subito». A quel punto pronunciò sul conto di Allah affermazioni tanto insolenti che nessun musulmano avrebbe potuto sopportarle. Quando furono completate le cinquecento frustate, mi tirarono giù e mi fecero stare in piedi. Il sangue allora colava copiosamente lungo la mia gamba ferita. Vedendolo, Shams Badran disse: «Infliggetegli una punizione ancora più severa; questa sarà la cura per la sua gamba». Poco dopo mi appoggiai al muro e mi accasciai, sfinito da un dolore insopportabile. Vedendomi così, Safwat tentò di tirarmi su e rimettermi in piedi con tutte le sue forze. Ma non ci riuscì.

Proprio in quel momento arrivò Hamza, la bestia più abietta del carcere militare, e disse—

: È tutta una messinscena.

Dopo non so più che cosa sia successo, perché persi conoscenza. Quando ripresi i sensi, mi trovavo accanto al medico. Il medico mi stava facendo un’iniezione al braccio. Dopo avermi fatto l’iniezione, ordinò loro di farmi bere una tazza di succo d’arancia. Ma chi ascoltava gli ordini del medico? Shams Badran mi disse—

: Non otterrai nulla continuando a ostinarti in questo modo. Fa’ ciò che vogliamo; altrimenti verrai appeso a testa in giù e picchiato non una, due o tre volte, bensì centinaia di volte. Non pensare che siamo incapaci di farti parlare. In realtà ti stiamo soltanto dando una possibilità, capisci? Anche se ti seppellissimo vivo nella terra, nessuno verrebbe a chiederci perché l’abbiamo fatto. Chi ci impedirà di farlo?

Risposi—

: Accade ciò che Allah vuole. Per compiacere Allah, rendiamo grazie a Lui.

A quelle parole si infuriò e disse—

: Non dire parole di questo genere davanti a me.

Anche Hasan Khalil mi diede un consiglio e disse:

: Usa il buon senso, ragazza. Nessun Ikhwan verrà in tuo aiuto per salvarti qui. Sono loro stessi completamente sconvolti dai loro problemi. Vogliono soltanto riuscire in qualche modo a liberarsi. Poi tirò fuori carta e penna e disse con tono consultivo:

: Safwat! Portala in ospedale e lasciala scrivere liberamente sull’Ikhwan; dovrà descrivere nei dettagli come e in che modo è entrata in contatto con gli Ikhwan. Scrivi anche come fu raggiunto il consenso per l’assassinio di Abdun Naser e tutti i nomi degli Ikhwan che conosci.

Mentre mi conduceva in ospedale, Safwat mi ordinò di camminare più velocemente. Ma ero ridotta come una bambina che aveva appena cominciato a muovere i primi passi. Perciò, lungo il tragitto, Safwat continuava a frustarmi a intervalli e mi diceva:

: Questa è la cura per le tue gambe.

Solo Allah sa come riuscii ad arrivare fino alla stanza dell’ospedale. Mentre mi porgeva carta e penna, Safwat mi disse:

: Ehi, piccola Ikhwan! Naturalmente conosci il nostro scopo. Perciò ti dico che non c’è bisogno di filosofeggiare. Scrivi esattamente ciò che sai. Scrivi di come volevi uccidere Jamal Naser e di tutto il resto… Dicendo ciò, chiuse la porta e se ne andò.

Poiché avevo vesciche su entrambe le mani, per me era difficile tenere la penna. Così trascorse il primo giorno. Non scrissi nemmeno una lettera. Safwat venne a prendere la mia dichiarazione scritta e, vedendo il foglio bianco abbandonato lì, disse:

: Per salvarti la vita, ti lascio di nuovo dei fogli. Se ne andò così come era venuto.

Alla fine cominciai a scrivere con le mani doloranti. Il terzo giorno Hamza Bisiubi venne, raccolse tutti i fogli e li portò via. Trascorsi l’intera giornata in uno stato di estrema agitazione. A causa del dolore ai piedi, non riuscivo né a stare seduta, né a stare in piedi, né a dormire. Mi doleva ogni osso. Era una situazione assolutamente insopportabile. Safwat tornò lungo lo stesso percorso con altri due soldati per portarmi nell’ufficio di Shams Badran. Non appena entrai nella stanza di Shams Badran, egli mi lanciò uno sguardo infuocato e cominciò a urlare orribilmente; poi strappò in mille pezzi i fogli che avevo scritto, li gettò nel cestino e disse-

: Ehi, ragazza, tutte queste punizioni non sono state forse sufficienti per te? …… Che cosa hai scritto? Sono tutte sciocchezze……… Poi chiamò Hamza e gli disse –

: Frustala.

Hamza e Khalil dissero all’unisono:

: No, Pascià; piuttosto, sarebbe meglio mandarla nella cella dei cani, tra i cani feroci. Shams Badran disse con voce concitata-

: Allora portate qui i cani-

Safwat e il suo collaboratore portarono due dei cani più feroci, appositamente addestrati nella prigione militare. Shams Badran ordinò di scagliarmi contro i due cani. Entrambi i cani mi attaccarono con le zanne velenose e le zampe. I denti e gli artigli penetrarono completamente nel mio corpo. Non avendo altra scelta, implorai l’aiuto di Allah e pregai: «Hasbunallahu wa ni’mal wakil» — O Allah, proteggimi da ogni pericolo.

Da una parte i morsi dei cani e i colpi delle unghie; dall’altra, le oscenità e gli insulti che uscivano dalla bocca di Shams Badran continuavano a lacerarmi il corpo e l’anima in egual misura. Nel frattempo, venivano impartiti ordini:

: Scrivi che avevi deciso di uccidere Jamal Naser… Come volevate assassinarlo?

Questa volta fu liberato un altro cane. Tre cani feroci mi assalivano con morsi velenosi e colpi di zampa. E io ero una donna indifesa, tormentata dalla fame e dalla sete, sconvolta dal dolore delle frustate. Ma, per la misericordia di Allah, ricevetti la forza di sopportare ogni cosa.

Quando Shams Badran e i suoi compagni videro che neppure con i cani sarebbero riusciti a ottenere ciò che volevano, Shams Badran urlò furiosamente a Safwat:

: Portala via e continua a frustarla.

Tremava di rabbia. Poco dopo arrivò un medico. Dopo avermi visitata, il medico proibì di frustarmi ancora, almeno per quel giorno, e disse:

: Non è più in grado di sopportare altre percosse.

Shams Badran disse a Hamza:

: Lasciatela nella cella numero ventiquattro. Poi voglio vedere il suo cadavere. Fui condotta nella cella numero ventiquattro. Non ero mai stata qui prima. Entrata nella cella, trasalii. Proprio al centro della cella ardeva un fuoco in un cerchio. Intorno stavano in piedi degli aguzzini con le fruste in mano. Guardavo, terrorizzata, quella scena infernale.

All’improvviso un aguzzino mi colpì con la frusta e mi ordinò di entrare nel cerchio al centro. Quando mi avvicinai al fuoco, un altro aguzzino mi colpì con la frusta e mi ricacciò indietro. Così, tutti insieme, mi costringevano a correre ora verso il fuoco, ora verso il muro. Sembrava che una pioggia di frustate si abbattesse su di me. I colpi di frusta e il calore del fuoco crearono una situazione di indicibile sofferenza; per ben due ore continuai a bruciare e a cuocermi in quella cella infuocata, subendo frustate.

Poi arrivò Hamza Bishubi e, rivolgendomi uno sguardo furibondo, disse:

: Scrivi che volevate uccidere Abdun Naser. ……Altrimenti ti getteremo in questo fuoco e ti bruceremo viva.

Senza rispondere a nulla, urlando in silenzio e piangendo senza lacrime, rimasi salda nei miei principi. Alla fine persi di nuovo i sensi. Li riacquistai nuovamente in ospedale.

 

Una scena teatrale di tortura

Un giorno, al mattino, quando mi fecero uscire dalla stanza dell’ospedale, rimasi sorpresa vedendo davanti a me alcuni fotografi pronti con le loro macchine fotografiche. Mi fecero sedere su una sedia, accavallare le gambe e mi ordinarono di mettere una sigaretta in bocca. A quanto pare, era diventato assolutamente necessario fotografarmi in quel modo.

Dissi:

: Impossibile; non solo non la porterò alla bocca, ma non toccherò nemmeno una sigaretta.

In risposta, mi puntarono le pistole alla testa e alla schiena e dissero:

: Se non ti metti la sigaretta in bocca, ti faremo fuori. Senza curarmi delle loro pistole, mi rifiutai nuovamente di prendere la sigaretta e continuai a recitare la kalima della shahada. Dissi:

: Fate quello che vi pare; in nessuna circostanza toccherò una sigaretta. A quel punto mi colpirono duramente con le fruste. Poi mi puntarono di nuovo la pistola proprio contro la gola e dissero:

: Devi assolutamente metterti la sigaretta in bocca.

Ma continuai a rifiutare ripetutamente.

Alla fine, quando capirono che era impossibile costringermi a toccare una sigaretta, se ne andarono semplicemente dopo aver scattato delle fotografie.

Il giorno seguente vennero e dissero:

: Ciò che vi insegneremo, dovrai dirlo davanti alle telecamere televisive. Detto questo, mi ordinarono di imparare a memoria tutte le false accuse contro l’Ikhwan. Io dissi loro-

: Se dovrò dire qualcosa alla televisione, dirò questo-

“ Jamal Nasser è un miscredente, un kafir, e ha intrapreso una guerra contro l’Islam. Per questo ci opponiamo a lui. Infatti, ha rifiutato di governare alla luce del Corano e ha definito l’Islam reazionario. Ha attribuito alla religione la responsabilità dell’arretratezza e della povertà. Ha tratto dal comunismo e dall’ateismo tutte le norme con cui legifera e amministra il Paese. Secondo lui, la ribellione a Dio e il lusso materialista sono la vita. Per questo combattiamo contro di lui una lotta difensiva nell’interesse della giustizia e della verità. Dopo avermi ascoltato, dissero-

: Come hai il coraggio di pronunciare parole tanto impavide, pur vedendo che hai le canne delle pistole appoggiate sulle spalle e sulla schiena? Comunque sia, dovrai dire davanti alle telecamere ciò che ti stiamo dicendo.

Io dissi-

: Ieri, davanti a giornalisti e fotoreporter, nonostante tutti i vostri tentativi non siete riusciti a farmi neppure toccare la vostra sigaretta. Come avete potuto pensare, dunque, che oggi, per paura delle vostre pistole, avrei detto menzogne assurde? No, giuro su Dio, non ci inchineremo davanti alla menzogna. Siamo seguaci di un ideale. Siamo servitori della umma musulmana ed eredi del Corano. Non riuscendo a ottenere ciò che volevano, cominciarono a frustarmi. Dopo avermi frustato a lungo, mi riportarono nella cella e se ne andarono.

 

Cella numero tren’tadue

Penso con grandissimo stupore a una cosa: se davvero mi hanno arrestato per un crimine particolare, perché cercano di estorcermi tutte queste confessioni? Perché pretendono che confessi di aver acconsentito a uccidere Nasser o di averne persino pianificato l’assassinio? Se hanno prove del mio crimine, perché queste inutili vessazioni, questa coercizione e questa violenza? Mi chiedono confessioni così assurde, la cui esistenza non si trova in nessun luogo se non nella loro immaginazione. In realtà, lo scopo di tutti questi arresti e di queste torture disumane non è forse proprio quello di compromettere in questo modo il movimento islamico e la sua influenza? Non appena mi videro, espressero finto stupore e dissero-

: Ehi, sei ancora vivo? Hamza, non ti avevo detto che volevo vedere il suo cadavere?

Hamza disse con tono supplichevole:

: Mi perdoni, Pascià! Questa volta è pronto a obbedire a qualunque ordine gli darà.

Shams Badran mi disse:

: Allora scrivi……

Io dissi:

: Non scriverò nulla se non i fatti. Perché allora non mi uccidete e basta! Forse, per volontà di Dio, sarà la mia morte da martire.

Hasan Khalil disse:

: Non ti permetteremo mai di diventare un martire.

Dissi:

: Il martirio arriva come un dono da parte di Dio. Egli lo concede certamente a colui per il quale lo ha decretato.

Shams Badaran disse con irritazione:

: Safwat, appendilo e dagli cinquecento frustate… Vediamo chi è il suo Allah.

Non appena ricevettero l’ordine, i carnefici lo eseguirono appendendomi a testa in giù e infliggendomi cinquecento frustate. Non avevano neppure il tempo di riflettere sul fatto che quel poveraccio non era in grado di sopportare nemmeno un colpo ordinario. Quando ebbero finito di frustarmi, fui rimandato nella cella. Mi fece cenno di sedermi su una sedia e disse:

: Ci consideri molto crudeli e insensibili. Eppure siamo profondamente addolorati nel vedere le tue condizioni. Sai, mio padre è professore all’Università di al-Azhar…

Senza dire una parola, rimasi a fissarlo in silenzio con uno sguardo colmo di disgusto.

Tornò immediatamente alla sua vera natura e disse minaccioso:

: Hamza, riportalo nella cella numero trentadue.

Entrai nella nuova cella e vidi che, sopra due alti pilastri di legno, era stata collocata una struttura lignea orizzontale, alla quale erano fissati due grandi anelli di ferro. I carnefici mi fecero salire su una sedia e mi ordinarono di afferrare con entrambe le mani quei due anelli. Dopo avermi colpito con le fruste, non appena afferrai gli anelli, tolsero la sedia da sotto i miei piedi. Rimasi appeso nel vuoto, aggrappato agli anelli. Non appena cadevo a terra, i carnefici si avventavano su di me con le fruste e mi appendevano di nuovo allo stesso modo. Ricadevo ancora; questa crudele esercitazione continuò così per tre ore.

 

Il valore della fede e l’umiliazione della menzogna

Fui portato di nuovo nell’ufficio di Shams Badran. Con un gesto teatrale, Shams mi invitò a sedermi sulla sedia accanto. Dopo che mi fui seduto, Jalal e Hasan Khalil cominciarono a cercare di convincermi a rilasciare una dichiarazione scritta secondo la volontà del pascià, sostenendo che ciò sarebbe stato a mio vantaggio.

Dissi a entrambi:

: Non posso scrivere nulla riguardo a ciò che non so. Essi dissero:

: Noi sappiamo tutto. Gli Ikhwan hanno raccontato tutto.

Poi ordinò a Jalal di aprire il fascicolo e leggere le presunte dichiarazioni di Majid Shadli e degli Ikhwan. Jalal, come gli era stato detto, lesse per prima la dichiarazione di Ali Usmabi. Dopo averla ascoltata rimasi sbalordito! Quando furono lette tutte le dichiarazioni, Shams, scuotendo la testa, chiese:

Qual è il tuo commento su queste dichiarazioni?

Risposi immediatamente:

: Non sono altro che menzogne, invenzioni e calunnie.

Shams Badran disse:

: Avevi preso l’iniziativa di ricostituire gli Ikhwan: vuoi forse negarlo? Eppure dalle parole dei vostri uomini è stato chiaramente dimostrato che sei stato tu a gettare le basi per la ricostituzione di questa organizzazione……… Jalal, allora leggici la dichiarazione di Huzaybi! ……Ma subito dopo disse:

: Va bene, fermati, fermati, lascia stare quella. Per il momento facci ascoltare la dichiarazione di Abd al-Fattah Ismail.

Terminata la lettura, Shams mi chiese: E adesso, qual è la tua opinione……?

Dopodiché Jalal cominciò ad aprire i fascicoli uno dopo l’altro e a leggere una confessione per volta. Quando ebbe finito di leggerle tutte, Shams mi disse—

: Qual è la tua opinione su tutto ciò che hai sentito……? Ora dimmi: scriverai tutto ciò che vogliamo?

Risposi con fermezza—

È tutto inventato, pura assurdità.

Con un sorriso saccente, chiese—

: E allora qual è la verità?

Dissi—

: La confessione di Ali Usamabi messa agli atti, secondo me, è falsa. Quanto agli Ikhwan rimasti, dirò che sono dalla parte della verità e sinceri. E queste dichiarazioni e confessioni redatte a loro nome non sono altro che false calunnie contro di loro.

Shams chiamò Hamza e gli disse:

: Ora appendilo a testa in giù e va’ a chiamare Ali Usmabi. Ali Usmabi arrivò con abiti luminosi, puliti e ordinati. Aveva i capelli ben pettinati; sul suo corpo o sul suo volto non vi era alcun segno di punizione o sofferenza. Dopo averlo osservato e averlo confrontato con me e con gli altri prigionieri, non potei fare a meno di credere che quell’uomo avesse tradito, fosse caduto nella cospirazione di quegli uomini bugiardi e incivili, rendendo falsa testimonianza contro gli Ikhwan. Costoro non rispettano alcun principio né alcuna religione. Anche lui era caduto vittima di Shams Badran e si era unito al gruppo di Nasser.

Shams Badran gli domandò:

: Ebbene, Ali! L’ultima volta che sei andato da Zaynab al-Ghazali, che cosa hai preso da lei e che cosa ti ha detto?

Usmabi disse:

: Mi diede mille ghineh (sterline egiziane) e mi disse di portare quel denaro a Gada Ammar, affinché lo consegnasse alla casa di Huzaybi o di Sayyid Qutb…… Se fossi stato arrestato, in caso di bisogno di denaro avrei dovuto contattare Gada Ammar o Hamida. Loro sanno dove si trova il denaro.

Shams Badran mi chiese:

: Quanto denaro c’era, Zaynab? E perché eri così agitato per quel denaro?

Dissi:

: I fratelli dell’Ikhwan residenti in Sudan e in Arabia Saudita inviarono quattromila ghinee come contributo per aiutare le famiglie dei fratelli detenuti. Inoltre, mille ghinee furono spese per aiutare gli studenti poveri che frequentavano scuole e università, per l’affitto delle case e per altre necessità… Mille ghinee furono inviate proprio nelle mani dell’uomo che sta testimoniando davanti a te, per provvedere alle spese della famiglia del fratello Abd al-Fattah Ismail…

Questa volta Shams gli chiese:

: «Ali! Che cosa hai mangiato l’ultima volta a casa di Zaynab al-Ghazali?» Ali Usmabi rispose:

: «Aveva cucinato del fegato e mi aveva servito un piatto colmo di riso, dicendo: “Mangia, Ali! Allah ti aiuterà”.»

Shams disse:

«Va bene, basta! Ora vattene, Ali.» Ali uscì, avendo conquistato il favore di Shams Badran.

Quindi Shams disse ad Hamza:

: Portate Abd al-Fattah Ismail.

Poco dopo arrivò Hamza, conducendo con sé Abd al-Fattah Ismail. Negli occhi di Abd al-Fattah Ismail brillava l’affascinante luce di una personalità austera. In prigione indossava abiti ridotti a brandelli. Ovunque erano visibili i segni delle torture disumane a cui era stato sottoposto. Quando arrivò e mi vide, mi rivolse il saluto con la consueta cortesia. Anch’io ricambiai il suo saluto.

Shams gli chiese:

«Abd al-Fattah! Che cosa facevi da Zaynab al-Ghazali e perché andavi da lei? Abd al-Fattah rispose con voce fiera».

Ella è mia sorella nell’Islam sulla via del compiacimento di Allah. Ci aiutiamo reciprocamente nel diffondere tra i giovani musulmani l’insegnamento del Corano e della Sunna. Naturalmente, il nostro obiettivo era cambiare il governo e instaurare un governo islamico al posto di quello fondato sulla falsità.

Dopo aver udito quelle parole, Shams Badran si infuriò e disse:

Hai cominciato a fare un sermone, per caso? Sappi che non sei in piedi sul minbar… Esci… esci.

Abd al-Fattah Ismail uscì nello stesso modo in cui era entrato. Mentre se ne andava, mi rivolse il saluto e io risposi:

«E su di voi la pace, la misericordia di Allah e le Sue benedizioni».

Shams Badran continuò a lanciare oscenissime ingiurie come un pazzo…… Tuttavia, ascoltando le parole chiare, nobili e degne di una grande personalità pronunciate da Abd al-Fattah Ismail, provai sinceramente sollievo e pace. Un vero eroico mujahid! Egli rimane saldo e incrollabile nei principi della verità, nonostante ogni pericolo. Infinite grazie ad Allah, perché anche in quest’epoca moderna d’ignoranza esistono ancora persone così fedeli alla verità. Pregai Allah per lui. Che importa se persone come Ali Usmavi tradiscono? Migliaia di soldati della verità avanzano ancora con pazienza e coraggio nella carovana dei combattenti per la causa di Allah.

All’udire le urla di Shams Badran, trasalii. Egli gridava:

: Portate via questa ragazza. Domattina riportatemela con il documento scritto.

Hasan Khalil Safwat gli consegnò carta e penna, e io fui mandato nella stanza dell’ospedale. Con carta e penna in mano, pensavo: che cosa devo scrivere? Che cosa vogliono? Vogliono forse che scriva contro il mio Allah e la Sua religione? No, per Dio, questo non accadrà mai. Scrissi:

: Noi seguiamo la via indicata da Allah, uniti sotto la bandiera del Corano. Non c’è altra divinità all’infuori di Allah. Il nostro amato Profeta Hazrat Muhammad (pace e benedizioni su di lui) è l’ultimo Messaggero di Allah. In nessun momento e in nessuna circostanza assoceremo mai qualcuno ad Allah. Adoreremo e venereremo soltanto Lui. O nostro Allah! Concedici coraggio e pazienza e donaci la morte nella fede e nell’Islam.

E voi, faraoni della vostra epoca! Godetevi fino in fondo questo breve periodo della vita terrena. La morte è certamente già stabilita per un giorno. Ben presto affronterete la vostra sorte.

Il giorno seguente Hamza Bisyubi, Riyaz e Safwat vennero a prendere il documento scritto e se ne andarono. Tornarono circa un’ora dopo, mi fecero salire in macchina e mi portarono nell’ufficio di Shams Badran. A quel punto non ero in grado di camminare. Shams strappò davanti a me alcuni fogli, li gettò nel cestino e disse:

: Questi sono i tuoi scritti… Vedo che non scriverai come voglio io finché non ti avrò tolto una tazza di sangue dal corpo.

Poi, tra insulti e colpi di frusta, fui riportato in ospedale.

 

La mia condanna a morte

Poiché ero quasi in fin di vita, fui tenuto in ospedale per alcuni giorni sotto trattamento. Un giorno, poco prima del tramonto, fui portato nell’ufficio di Shams Badran. Ma, invece di farmi entrare nell’ufficio, mi fecero stare davanti a una macchina enorme. Da quella macchina elettrica uscivano un rumore assordante e un’aria caldissima. Mi tennero tutta la notte davanti a quella macchina terrificante. Al mattino fui mandato di nuovo in ospedale. Il dottor Majed, vedendo le condizioni del mio viso, chiese ad Abdul Mabud:

: Il suo volto è diventato completamente giallo… Lo hanno portato via di nuovo durante la notte?

Abdul Mabud rispose: Sì, signore!

Mezz’ora dopo Abdul Mabud mi diede del pane e un po’ di marmellata, dicendo che li aveva mandati il dottore e che mi aveva detto di mangiarli. Al tramonto fui portato di nuovo in una cella vicino all’ufficio di Shams Badran e vi fui lasciato. Poco dopo arrivò Hamza Safwat Riyad. I tre si scambiarono sottovoce chissà quali parole. I primi due se ne andarono e il terzo rimase lì. All’improvviso cominciò a schiaffeggiarsi e a prendersi a pugni in faccia, a strapparsi i capelli e a inscenare una strana scena come un pazzo furioso. Rivolto a me, cominciò a gridare:

: Pazza che non sei altro! Se oggi non obbedisci a Shams, oggi stesso sarà l’ultimo giorno della tua vita. Sai dove sono Rifayat, Ismail e Al-Qumayra?

Disse:

: Qui, in questa prigione, per ordine di Nasser, ogni giorno vengono sepolti dieci cani dell’Ikhwan.

Quando gli dissi che erano diventati martiri sulla via di Allah ed erano entrati in Paradiso, egli cominciò a schiaffeggiarsi il volto ancora più forte e disse:

: Finora né i cani, né l’acqua, né il fuoco, né la frusta, né il frustino sono riusciti a farti vacillare. Oggi Pasha ti sgozzerà e la finirà con te. Ha ottenuto il permesso di Nasser. Che cosa farai?

Risposi con calma:

: È Allah a fare tutto ciò che deve essere fatto.

Questa volta cominciò a dire:

: Vuoi che anche noi falliamo facendo ciò che fai tu? L’Unione Sovietica governa metà del mondo: vuoi che ti lasciamo andare? E dovremmo seguire le parole di uomini come Huzaybi, Sayyid Qutb e Hasan al-Banna?

Siete pazzi… noi non siamo pazzi come voi, capito?

In risposta, recitai un versetto del Corano e dissi:

: Quando a queste persone viene detto che non vi è alcuna divinità all’infuori di Allah, esse dicono con arroganza: «Dovremmo forse abbandonare tutte queste nostre divinità per le parole di un poeta pazzo?» E queste divinità sono idoli ribelli. E i governanti sono incaricati di proteggere questi idoli. Sono proprio quelle persone che non hanno esitato a definire pazzo il Profeta dell’umanità, Hazrat Muhammad (pace e benedizioni su di lui). Oggi la storia si ripete. Anche voi oggi chiamate pazzi i mujahidin sulla via di Allah, mentre i governanti seguaci della falsa vanità sono diventati i vostri signori e vi usano per ogni azione vile. E voi, in cambio di pochi soldi, avete rinunciato al vostro senso di umanità e conducete una vita disonesta. Dite: volete forse affrontare l’ira di Allah per compiacere gli ingiusti e gli oppressori?

Questa volta chiese:

: Volete riportarci a quella stagnante arretratezza?

In quel momento la porta si aprì e i carnefici cominciarono a colpirmi selvaggiamente con fruste e staffili. Riyaz, vedendo ciò, diceva ridendo:

: Giuro su Dio, Zaynab; ti sono affezionato e sono anche preoccupato per te.

Mentre ricevevo le frustate, gli chiesi sarcasticamente:

: Affetto e apprensione? Che razza di discorso è mai questo? Sei un timido codardo? La questione è molto chiara. Perché siete così ansiosi di ottenere soltanto la mia confessione? Lo scopo fondamentale di tutte le vostre false macchinazioni, calunnie, punizioni inflitte senza colpa, farsa del processo per motivi speciali e accuse infondate mosse contro persone innocenti è ormai fin troppo evidente.

Riyaz, gonfiando il petto, scuotendo la testa e strappandosi i capelli, gridò a squarciagola:

: La nostra conoscenza, la nostra intelligenza e la nostra forza si sono dimostrate tutte vane e inutili di fronte a te? Noi, pur mangiando e vivendo in salute, siamo finiti per ammalarci…… E tu? Come fai a essere ancora vivo? …… Il dottore ha detto che, se non ti danno da mangiare adesso, morirai.

Hamza e Safwat arrivarono e chiesero a Riyaz:

: Che cosa hai combinato, fratello? Spero che abbia riacquistato la ragione.

Sorridendo lievemente, guardai Hamza e dissi:

: Non riesco a capire chi sia il pazzo tra voi.

Hamza, senza dire una parola, continuò a fissarmi con sguardo silenzioso e disse a Safwat:

: Portatelo nell’ufficio accanto.

 

Nell’ufficio di Pasha

Shams mi fece sedere sulla sedia accanto e disse:

: Senti, secondo me non serve a nulla nutrire un’ostilità continua.

Scrivi tutto come voglio io.

Dissi con voce calma e naturale:

: Vuoi forse farmi scrivere che abbiamo voluto uccidere Naser? …… È impossibile. Giuro su Dio che ci eravamo riuniti soltanto per studiare gli insegnamenti del Corano e degli Hadith. Volevamo far sapere alla gente che bisogna seguire la religione di Allah, invece di seguire gli uomini tirannici, e informarla su come adorare Allah e su come instaurare la religione di Allah in questo mondo. Agiamo secondo il Corano e la Sunnah e non disobbediamo ad alcun comandamento di Allah. Se, per errore o per sbaglio, finiamo per disobbedire a un comandamento di Allah, ce ne pentiamo e facciamo tawba. Secondo noi, l’attuale governo è incompetente e per questo deve cessare di esistere. Ma non con la forza o la coercizione. Vogliamo cambiare le cose in modo ordinato, spiegando alla gente e rendendola pienamente consapevole dell’Islam…… Vogliamo un autentico sistema di governo islamico…….

Quando all’improvviso cominciarono a frustarmi, gridai:

: No, no, non scriverò il falso; non lo scriverò nemmeno se mi uccidono, per me il mondo non ha alcun valore……

Shams Badran mi chiese, rivolgendosi a me—

: Perché non hai scritto il nome di Abdul Aziz Ali sui fogli che ho strappato?

Domandai:

Quale Abdul Aziz Ali?

: Quel Abdul Aziz Pasha, quello che Nasser aveva nominato membro del suo governo. Ma egli tradì Nasser, mordendo proprio la mano che lo aveva aiutato, e cominciò a opporsi a Nasser.

Questa volta lo riconobbi e dissi—

: Abdul Aziz Ali fu il fondatore del movimento Krishnagupta contro l’imperialismo britannico. Era uno dei principali leader del Partito Nazionale. Abdun Nasser e i suoi compagni ricevettero proprio da lui l’iniziazione al nazionalismo. A mio parere, è una grande personalità. È amico di mio marito. E ora, sulla via di Allah, è mio fratello islamico. Sua moglie è membro del consiglio centrale della nostra organizzazione, mia amica e sorella islamica……

Shams chiese con voce aspra:

: Allora perché non lo hai fatto entrare nell’Ikhwan?

Risposi:

: Ci avevo pensato… ma, come dice il proverbio, quando la testa di qualcuno è piena di fuoco invece che di cervello……

Senza lasciarmi finire, Shams urlò con voce terrificante:

: Basta con queste sciocchezze, smettila. Poi ordinò di frustarmi. Per qualche tempo confabularono tra loro, quindi Hasan Khalil mi chiese:

: Perché avevi fatto conoscere Abd al-Aziz ad Abd al-Fattah Ismail, e dove avvenne questa presentazione?

Risposi:

: Quando, a causa dell’attacco dei vostri servizi segreti, mi si ruppe una gamba, lui e sua moglie venivano in ospedale a farmi visita. Anche dopo che ebbi lasciato l’ospedale ed ero tornato a casa, venivano di tanto in tanto. Un giorno, proprio alla presenza di Abdul Aziz, arrivò anche il fratello Abdul Fattah Ismail. Fu così che si conobbero. Questo è tutto ciò che so al riguardo.

Disse Hasan Khalil:

: Ammetto dunque che l’incontro tra Abdul Aziz e Abdul Fattah fu casuale. Ma come fece Abdul Aziz a conoscere Farid Abdul Khalek a casa tua, tramite te?

Risposi:

: Quando l’infermiera venne a casa mia per fasciarmi l’osso fratturato del piede, il fratello Abdul Aziz andò a sedersi nel salotto. In quel momento anche il fratello Farid Abdul Khalek venne a sedersi lì. Allora non si conoscevano ancora. Quando l’infermiera ebbe finito di fasciarmi il piede e se ne fu andata, il fratello Farid Abdul Khalek entrò per venire a trovarmi. In quel momento anche il fratello Abdul Aziz entrò per congedarsi. In quell’occasione presentai l’uno all’altro.

Dopo aver ascoltato le mie parole, Shams, furibondo, chiamò Safwat. Quando ripresi conoscenza in ospedale, avevo entrambe le gambe fasciate. Mi contorcevo per il dolore insopportabile alle gambe. E in un attimo quel dolore si diffuse in tutto il corpo. Mi sembrava che il corpo intero venisse fritto nell’olio bollente.

 

Nel vortice del dubbio

Dopo essere rimasto alcuni giorni in cura in ospedale, fui riportato nell’ufficio di Shams Badran. Continuò a ripetere le sue vecchie accuse e i suoi sospetti. Mi sembra che, pronunciando e ripetendo continuamente un sospetto, il suo dubbio abbia finito per assumere nella sua mente i contorni della realtà. Ora aveva cominciato a credere al suo semplice sospetto come se fosse un fatto reale. Ripeteva la stessa cosa: gli Ikhwan al-Muslimun avevano tramato per uccidere Abdun Nasser. Shams Badran, rivolto verso di me, espresse la sua meraviglia e disse:

: Sei ancora vivo? Eppure ti è stata inflitta ogni sorta di punizione.

Risposi raccontando l’episodio degli Aṣḥāb al-Ukhdūd:

: Allah dice: «Gli Aṣḥāb al-Ukhdūd furono uccisi»; coloro che li uccisero, a causa delle loro menzogne e delle calunnie che avevano mosso contro di loro, impazzirono completamente. E questi uomini, martirizzati per mano della gente della loro stessa nazione, erano stimati e nobili agli occhi di tutti. Si impegnavano a trasmettere alla gente il messaggio di Dio e a insegnarle ad adempiere ai propri doveri con fede.

disse Shams Badran:

: Noi non comprendiamo questi discorsi di principio. Dimmi, credi ancora nell’esistenza di Allah? Eppure dal 1948 fino a oggi siete sempre stati sconfitti. Siete stati duramente battuti nell’opposizione alla rivoluzione del 1954 contro re Faruq e nel 1965, quando avete assistito alla reazione contraria alla rivoluzione… Insomma, dov’è quel vostro cosiddetto Dio? Gli risposi:

: Nel 1948 abbiamo avuto successo, anche nel 1954 siamo stati noi i vincitori, e nel 1965 abbiamo conquistato il campo di battaglia.

Disse:

: Ti abbiamo tenuto appesa a testa in giù come una gallina, ti abbiamo immersa nell’acqua fino alla gola, ti abbiamo costretta a correre tra le fiamme e ti abbiamo fatta mordere da cani feroci… Se davvero aveste un Dio o un Signore, non sarebbe forse venuto a salvarti? Parla, ragazza disgraziata…

dissi con voce ferma:

: Frustandoci e sottoponendoci a ogni sorta di crudele tortura, credete forse, compiaciuti, di aver vinto. Ma in realtà siete sempre terrorizzati da noi.

ruggì con rabbia:

: Taci, ragazza! Siete tutti criminali.

: Mai. Lo dissi con la stessa fermezza.

Aggiunsi: Perché mai dovremmo essere criminali? …… Noi siamo sulla via della verità, incaricati di diffondere la verità e la pace. Siamo i timonieri della verità e le guide della luce inestinguibile. Egli domandò:

: Come avete fatto a prevalere su di noi?

Dissi:

: Perché noi siamo ricchi e potenti grazie ad Allah. In Lui solo riponiamo la nostra incrollabile devozione e la nostra fede incrollabile; sulla Sua via combattiamo il jihad e ci impegniamo. La nostra sconfitta sarà dimostrata soltanto quando verremo meno al dovere di tenere alto l’onore dell’Islam e la bandiera del tawhid. In verità, l’Islam è una concezione della vita eterna e universale. L’Islam è la concezione della vita che indica la via in ogni ambito della religione, del governo, della politica interna e internazionale, dell’organizzazione sociale, nonché della vita individuale e collettiva. L’obiettivo dell’Islam è instaurare pace e armonia, fratellanza, tolleranza, giustizia ed equità. Esso è l’eterna e naturale concezione della vita per tutta l’umanità.

L’Islam libera l’uomo dalla schiavitù e lo esorta ad adorare un solo Allah. Non si deve seguire alcun essere umano in ribellione contro Dio. Coloro che hanno abbracciato l’Islam con cuore sincero e limpido e con piena fiducia raggiungeranno certamente la vera prosperità e la meta dorata. Diventano soldati di Allah; e, divenuti soldati sulla via di Allah, perché mai dovrebbero temere qualsiasi altra persona o potenza? Coloro che si riuniscono sotto la bandiera dell’Islam nell’interesse della verità e della giustizia considerano gli interessi mondani estremamente ristretti e insignificanti. Per loro diventano chiare la realtà della vita e quella del mondo. Perciò avanzano sulla via indicata da Allah, aspirando, invece dei meschini interessi di questa breve e transitoria vita terrena, alla vita paradisiaca eterna, prospera e pacifica dell’aldilà.

E voi, codardi smarriti! Che cosa potete fare? Potete perseguitarci; picchiarci e ferirci, ucciderci, sottoporci a centinaia di torture diaboliche, spingerci nell’acqua o in mezzo ai cani e divertirvi a guardarci, frustarci e compiacervi. Perché avete fruste e scudisci nelle vostre mani, oltre a molti tipi di armi. Ma per noi tutte queste vostre oppressioni e torture sono del tutto prive di significato. Nessuna delle vostre persecuzioni potrà farci deviare dalla via della verità. Siete destinati a fallire.

Perché ci tenete prigionieri separatamente, per paura? Perché avete così tanta paura? Proprio perché noi siamo mujahidin sulla via di Allah, mentre voi siete seguaci di Satana. La sconfitta e l’umiliazione sono inevitabili per coloro che combattono contro Allah e il Suo Messaggero. In verità, costoro sono persone spregevoli e meschine. La religione di Allah e del Suo Messaggero rimarrà vittoriosa. Indubbiamente, l’unica fonte di ogni potere è Allah. Per Shams Badran era impossibile sopportare le mie parole. Con le mani premute sulla testa, disse come una persona terrorizzata:

: Safwat, Safwat! Appendilo a testa in giù e dagli cinquecento colpi di frusta. Dopo avermi frustato, mi fece tirare giù e mi ordinò di rispondere a quelle solite domande. Io continuai a dare le mie risposte. Irritato da ciò, Shams Badran ordinò di appendermi di nuovo e di darmi duecentocinquanta colpi di frusta. Quando il suo ordine fu eseguito, ero privo di sensi. Quando ripresi conoscenza in ospedale, vidi una folla di medici intorno a me, intenti ad applicare bende e medicine su varie parti del mio corpo. Dopo essere rimasto alcuni giorni in cura in ospedale, fui riportato su una barella all’ufficio di Shams Badran.

Alla fine della vita, con una voce debole e flebile, come quella di un uomo in punto di morte, gli domandai: Avvocato!…… Chi sei?

Disse: Ti abbiamo preparato per presentarti davanti al tribunale. Domandai:

: Che altro volete da me?

L’avvocato lo rimproverò dicendo—

: Parla con cautela. Ora non hai più la forza fisica per sopportare le percosse…… Noi siamo … completamente pronti……

: Risposi: Allah è Colui che concede il successo e l’aiuto.

L’avvocato domandò—

: Perché Mohammad Qutb e i giovani dell’Ikhwan si riunivano a casa tua?

Risposi—

: Il professor Mohammad Qutb e le sue due sorelle venivano spesso a trovarmi. Shams, infuriato, pronunciò un insulto e domandò di nuovo—

Perché Mohammad Qutb e i giovani dell’Ikhwan si riunivano a casa tua? Dillo, dunque.

Protestando con veemenza contro i suoi insulti, dissi—

: Gli studenti e i membri del movimento islamico venivano a farmi visita e, per caso, finivano per incontrare anche il professor Muhammad Qutb.

: Ruggendo, disse: «Te lo sto dicendo: quando quei giovani ti chiedevano di farli incontrare con Muhammad Qutb, invitavi a pranzo quei giovani e Muhammad Qutb. Dopo aver mangiato, si riunivano in assemblea… perché?»

Gli risposi con voce calma—

: Quando furono pubblicate le due opere del professor Muhammad Qutb, «at-Tatawwur wa ath-Thabat fi al-Hayat al-Bashariyya» (Evoluzione e stabilità nella vita umana) e «Jahiliyyat al-Qarn al-‘Ishrin» (L’ignoranza del ventesimo secolo), io o qualche membro del movimento islamico esprimeva il desiderio di incontrare il professor Muhammad Qutb per saperne di più sui vari argomenti trattati in quei due libri. A tale scopo, il professor Qutb venne più volte ad accettare l’invito.

Questa volta chiese—

: Perché Abd al-Fattah Ismail era presente a quelle riunioni? Gli risposi—

: Perché anche lui apparteneva ai giovani virtuosi dell’Ikhwan al-Muslimun…

Deridendo la parola «virtuoso», disse:

: Allah non ha bisogno di questi virtuosi. E in quale di queste riunioni si concordò di uccidere Muhammad Qutb Nasser?

Dissi: La storia inventata dell’assassinio di Abdun Naser non è altro che un racconto artificioso creato da voi.

Shams chiese: Perché non sei diventato avvocato?

: Dissi: Ringrazio Allah, che mi ha mantenuto nella condizione migliore. Sono interamente dedito alla via di Allah e continuerò ad adempiere soltanto al dovere di perseguire il compiacimento di Allah. All’improvviso Shams Badran si alzò e cominciò a prendermi a calci selvaggiamente. Continuava a dire, ansimando: Oggi non hai scampo. Devi morire per mano mia. In quello stato mi chiese:

: Come si chiamava l’organizzazione che avevi fondato insieme a Muhammad Qutb? …… Chi era stato incaricato di uccidere Abdun Naser, Abd al-Fattah o al-Fayyumi? Risposi:

: Al-Fayyumi lo hai ucciso tu…… Che senso ha dunque pronunciare ancora il suo nome?

Rise con voce alta e orribile, poi disse:

: Lo conoscevi? Era davvero molto bello? Safwat… Safwat amava Fayoumi.

Safwat arrivò con la frusta e si avventò di nuovo su di me come una iena selvaggia. Non riuscendo a sopportare i colpi, persi i sensi. Mi mandarono nuovamente in ospedale allo scopo di rimettermi un po’ in sesto e prepararmi a ulteriori torture e tormenti.

 

Shams rimane saldo nel suo smarrimento

Fui mandato nuovamente nell’ufficio di Shams Badran. Poiché avevo ripreso conoscenza, era necessario portarmi lì per sottopormi alle torture. Naturalmente fui condotto nel suo ufficio su una barella. Shams era seduto con i suoi seguaci. Mi fecero sedere su una sedia e disse:

: Non hai più neppure un briciolo di resistenza alle torture. Ora abbi pietà di te stesso. Altrimenti, lo giuro su Abdun Nasir, ti farò seppellire insieme a Fatoohi. Uno dei suoi accoliti aggiunse:

: Ascolta, Zaynab, dai al pascià la risposta corretta e sistema la tua vita futura. Vogliamo giungere a un accordo con te.

Shams Badran disse con tono ancora più aspro: Ricorda: un uomo venne da te per conto di Fuad Sirajuddin e ti chiese di collaborare con gli Ikhwan per rovesciare il governo di Nasser. Quell’uomo ti disse inoltre che nell’ufficio del consigliere Amer c’erano persone pronte a collaborare con te e con il «Partito Wafd».

Esprimendo il mio stupore di fronte alle menzogne di quel demonio e alla sua abilità nel deformare la verità, pronunciai ogni parola con enfasi e dissi:

: È una pura menzogna. Fuad Sirajuddin non mi ha mai mandato nessuno per parlarmi di questa o quella faccenda, né per alcun problema. In realtà, non lo incontro né lo vedo da dodici anni. Per caso, una volta, durante una manifestazione popolare, mio marito Mohammed Salem Saleh incontrò Fuad Pascià. Egli chiese a mio marito notizie su di me e mi mandò i suoi saluti e le sue preghiere.

Non appena ebbi pronunciato queste parole, ricominciò a piovermi addosso una gragnuola di frustate. I colpi della frusta cadevano sul mio corpo martoriato come lingue di fuoco. Eppure in quel momento avevo una fasciatura al piede. Le ferite precedenti non avevano ancora fatto in tempo a guarire che innumerevoli colpi laceravano di nuovo il mio corpo. Il carnefice, mentre mi colpiva con la frusta alle mani e ai piedi, mi chiese:

: «Di’ se Fuad Sirajuddin ti ha mandato qualche messaggio». Risposi: «No».

Allora Shams Badran ordinò di infliggermi una punizione ancora più severa. Non appena ebbe inizio l’attacco furioso, persi i sensi. Mentre ero priva di sensi, fui portata in ospedale su una barella. Ma poco dopo fui ricondotta nel suo ufficio.

Shams Badran disse con voce estremamente aspra:

: «Ascolta bene: non c’è nessuno che possa ostacolarci. Ogni giorno seppellisco venti cani come te. E il cortile di questa prigione militare è lì, spalancato, pronto a inghiottire migliaia di cani come te. Lo giuro su Abdun Nasir! Se non farai ciò che voglio, seppellirò anche te qui, come gli altri».

Non ritenni necessario rispondere alle deliranti parole di quel pazzo e rimasi in silenzio.

Fuori di sé, disse: «Rispondi! Altrimenti ti appenderò a testa in giù e ti finirò a frustate».

Dissi: «Allah è Colui che compie al meglio ogni opera. Egli mi è sufficiente. È il migliore degli aiutanti. O Dio, donaci coraggio e pazienza e concedici di morire nell’Islam».

Queste parole virtuose erano insopportabili per Shams. Infuriato, disse a Safwat:

Safwat, porta i cani.

Safwat comparve immediatamente con dei cani feroci, che si avventarono su di me come tigri affamate.

Sopraffatta dall’insopportabile dolore dei morsi dei cani, pregai Allah di liberarmi: «O Allah, nel Tuo compiacimento cerco salvezza dal Tuo castigo. O Allah, liberami da questa calamità e da questa afflizione». Hamza gridò: «Il volto della Pasha è diventato pallido. La sua morte è vicina». Shams venne, vide le mie condizioni e disse:

Fate uscire i cani e portatela in ospedale a morire.

Così fui mandata in ospedale su una barella. Ma quella stessa notte, a mezzanotte, fui portata di nuovo, per la quarta volta, nell’ufficio di Shamsher.

Questo è un esempio abominevole di rancore e vendetta. Il loro odio, il loro risentimento e la loro ostilità sono rivolti contro l’Islam. E poiché sono al servizio dell’Islam, torturandomi hanno dimostrato la loro ostilità nei confronti dell’Islam. Credevano che, uccidendo gli attivisti del movimento islamico e perseguitandoli con percosse e torture, sarebbero riusciti a ostacolare la rinascita e il trionfo dell’Islam. Sognano di mettere a tacere l’Islam e di instaurare l’ateismo della falsità. Comunque, non appena mi fecero scendere dalla barella e mi fecero sedere sulla sedia dell’ufficio, svenni. Mi fecero riprendere conoscenza con una limonata e un’iniezione. Questa volta Shams disse con tono teatrale:

: Guarda, ascolta bene. Ci hai messo in una situazione estremamente pericolosa. Non siamo bestie selvagge, come ci consideri tu…… E il presidente Nasser ha un cuore molto magnanimo… Se ci dirai tutto, sarai perdonato…… Ora, almeno per il tuo stesso interesse, dicci la verità.

Dissi:

: Devo davvero dirvi la verità? …… Ascoltate allora: la verità, il punto essenziale, è questa: andate a dire ad Abdun Nasser che è un tiranno e un usurpatore; che è un ribelle contro Dio; che si penta e faccia tawba; che abbandoni la via della menzogna e della falsità e intraprenda la via della verità e della giustizia; che venga dalle tenebre alla luce……

“La coscienza di coloro che vi sostengono sulla via della menzogna e di coloro che utilizzate per i vostri atti di violenza e oppressione è morta, e voi siete tutti malati moralmente e mentalmente”.

Mi chiesero con aria spaventata:

: Dobbiamo riferire queste tue parole a Nasser?

Dissi:

: Sì, sì, vi ho detto tutto questo proprio perché lo riferiste a lui. Dissero:

: Hai un coraggio davvero sfacciato. Poi si misero a gridare all’unisono: «Pazzo, pazzo!»

: Costui ha bisogno di una scossa elettrica. In quel momento Shams Badran ruggì:

: Dove sono quei cani che tenete senza cibo da ieri, Hamza? Nel frattempo Hasan disse, recitando:

: Zaynab, puoi ancora salvarti la vita! La morte è proprio davanti a te. Tutti gli Ikhwan si salvano pensando ai propri interessi. Spero che il Pascià autorizzi la convocazione di Ali Usmavi. Forse potrà ricordare a Zaynab dell’uomo mandato da Fuad Sirajuddin.

Shams Badran disse:

: Ragazza, ricorda. Altrimenti chiamerò Ali Usmavi e lo metterò di fronte a te.

Io dissi: Ali Usmavi ha venduto la propria coscienza a tiranni barbari come voi in cambio di interessi meschini, e così si è procurato la rovina in questo mondo e nell’Aldilà…… Anche la storia di Sirajuddin è una vostra invenzione. Lo scopo di queste storie inventate è insultare uomini nobili e di grande personalità.

Un alto funzionario di nome Sa’id Abd al-Karim entrò in questa sala degli interrogatori, si unì alla conversazione e disse:

: Zaynab! Ti fornisco alcune informazioni utili riguardo alla questione di Sirajuddin. Così potrai capire la faccenda. Conoscerai senz’altro Husayni Abd al-Ghaffar dell’Ikhwan al-Muslimun. In seguito si era separato da Sayyidena Muhammad. Hai scambiato opinioni con lui diverse volte. Il tuo scopo era riportarlo nelle file dell’Ikhwan. Volevi servirti di lui per svolgere un’attività attiva all’interno dell’Ikhwan.

Dissi-

: Hasbunallahu wa ni’mal wakil. Husayni Abd al-Ghaffar è mio fratello nella fede!…… Parlai con lui della possibilità di partecipare nuovamente e attivamente all’Ikhwan, ma egli dichiarò di non essere in grado di farlo. Non aveva alcun rapporto con Sirajuddin né con il partito Wafd. Poiché all’epoca era presidente della Gioventù degli Ahbar, manteneva le distanze dai contatti con il Wafd e non lo sosteneva.

disse Hasan Khalil-

Va bene. Ma quando su una questione si raggiunge un’intesa tra gli Ahbar, il Wafd e l’Ikhwan, allora naturalmente possono risolvere qualsiasi problema. Dissi-

: Niente affatto. Tra l’Ikhwan e loro esiste una enorme differenza. Coloro che non hanno studiato adeguatamente l’ideale di vita islamico…… In quel momento, al cenno di Shams, cominciarono a frustarmi. Abd al-Karim disse a Shams-

: Aspetti ancora un po’. Lasci che finisca il suo discorso.

Sì, Zaynab, di’ ciò che volevi dire-

Dissi—

: L’Ikhwanul Muslimun ha elaborato, dopo aver riflettuto dettagliatamente e con lungimiranza sulle fonti del proprio ideale, sui propri principi, obiettivi e metodi d’azione, norme e uno statuto fondati interamente sul Corano e sulla Sunna. È fermamente determinato a compiere ogni azione della vita, in ogni momento, conformemente al Corano e alla Sunna. Per l’Ikhwan è cara soltanto quella terra o quel Paese in cui sarà instaurato l’Islam, ed esso accetta il martirio nell’interesse dell’Islam. L’Ikhwan vuole vedere liberi tutti gli esseri umani e libera anche questa terra degli uomini. E ciò è possibile soltanto attraverso l’instaurazione della religione di Allah.

L’Ikhwan vuole avvicinare ad Allah tanto gli esseri umani quanto la terra. Poiché proprio in questo risiedono la vera liberazione, la pace e la prosperità. Quando l’ideale di vita islamico sarà attuato in questo modo, non esisteranno più sfruttamento, oppressione né ingiustizia. Allora questa terra diventerà bella e pacifica come il Paradiso.

Il venerato Profeta Hazrat Muhammad (s.a.s.) ha instaurato l’Islam non parzialmente, bensì nella sua completezza. Non iniziò a predicare l’Islam dopo aver prima fondato uno Stato indipendente. Non lo predicò appellandosi alla riforma sociale, né limitandosi a invocare la democrazia o la distribuzione equa delle ricchezze; non fece prima ciò che veniva dopo, né ciò che veniva prima. Al contrario, instaurò l’Islam pienamente, naturalmente, un passo dopo l’altro. Il venerato Profeta esortò innanzitutto gli uomini attraverso l’insegnamento del tawhid e, dichiarando la ribellione contro ogni falsità, li riunì nella servitù dell’Unico Allah. Dichiarò che non vi è altra divinità all’infuori di Allah e che il Rasul (s.a.s.) è il governante inviato da Allah, il detentore del potere supremo e il leader di tutti gli uomini.

Allah è il Creatore, il Sostentatore e il Dispensatore del sostentamento; nelle Sue mani sono anche le chiavi del profitto e della perdita. Egli governa la vita e la morte. Egli è il Legislatore e il Datore delle norme, ed Egli solo è la Guida. Il venerato Profeta, secondo il comando di Allah, instaurò a Medina il primo Stato islamico e, conformemente al messaggio del Corano rivelato nel corso del tempo, istituì un ordinamento sociale islamico fondato sulla verità, sulla giustizia e sulla parità dei diritti, nell’interesse dell’individuo, della società, dello Stato e degli uomini del mondo intero.

Shams Badran disse—

Con questo volevi dunque raccontarmi la storia del tuo Sirajuddin?

Dissi—

: La vicenda di Sirajuddin è una storia inventata da voi. Coloro che hanno ideato questa storia lo hanno fatto in cambio di denaro, raccontando menzogne. ……… Per quanto riguarda Siraj, posso dire soltanto questo: è un leader nazionale patriota. Mi sembra che ormai abbia abbandonato ogni genere di attività e si sia ritirato.

Disse Shams:

: Safwat, porta il cane.

Immediatamente, il cane e gli uomini si avventarono su di me. I morsi del cane e i colpi di frusta degli uomini mi coprirono di sangue in tutto il corpo. Poco distante, chissà dove, si trovava un medico. Egli si precipitò e mi liberò dalle mani del cane e del carnefice. Proprio in quell’istante, dal minareto di una moschea lontana giungeva il richiamo alla preghiera dell’alba. Udendo l’adhan, nonostante tanto dolore e sofferenza, provai una straordinaria e inspiegabile serenità. Mi tornò alla mente il comando che Allah aveva rivolto al fuoco per salvare il profeta Ibrahim dal fuoco di Nimrod:

«O fuoco, diventa fresco e pacifico per Ibrahim». Recitai una munajat e dissi: «O Signore, anch’io sono seguace del tuo amato Muhammad (pace e benedizioni su di lui) e del profeta Ibrahim. Concedimi coraggio e forza per affrontare la rete satanica. Non vi è altro dio all’infuori di Te. Io non adoro coloro che i miscredenti traviati adorano. Desidero la Tua soddisfazione, o Dio! Amen». Non ricordo quando persi i sensi. Quando ripresi conoscenza, ero in ospedale. È difficile fornire il conto esatto di quante volte entrai e uscii dall’ospedale e, dopo essere svenuto e rimasto privo di sensi, recuperai nuovamente la coscienza.

 

Il dominio delle passioni e la signoria di uominispregevoli

Quando il potere politico finisce nelle mani di uomini estremisti e miopi, e l’amministrazione passa sotto il controllo di persone incapaci, emerge la forma più esecrabile della dittatura. Un simile governo dittatoriale rende insopportabile la vita del popolo e la ruota del progresso del Paese comincia a girare all’indietro. Il gruppo dittatoriale si considera il padrone assoluto delle ricchezze e del potere e fa tutto ciò che gli aggrada. Così, i supremi interessi del Paese e della nazione vengono sacrificati ai loro interessi personali. A causa del loro arbitrio, la corruzione si diffonde su vasta scala ed essi cercano di usare l’intero Paese e la nazione secondo il proprio volere.

Per consolidare le fondamenta della dittatura autocratica, rendono inattive le persone consapevoli e patriottiche del Paese, allettandole con desideri e cupidigia oppure intimorendole, o le mandano dietro le sbarre delle prigioni di ferro. Poi promulgano leggi secondo il proprio volere e tengono il popolo innocente stretto nei tentacoli di una rigida oppressione.

Una volta insediatosi al potere, il governante cerca di porre fine ai valori morali e di carattere, comincia a giocare con la dignità e l’onore delle persone e tenta di soffocare la voce della conoscenza e della coscienza. In quell’epoca anche il gruppo dirigente autocratico dell’Egitto ricorre a questi mezzi spregevoli e mantiene nel Paese un regno del terrore. Di conseguenza, la situazione generale del Paese peggiora rapidamente. Poiché l’indipendenza dei tribunali viene limitata, ogni via verso una giustizia equa è preclusa. Le persecuzioni fomentate dai cortigiani del governo offendono l’umanità e, come se anche Allah avesse ritirato dal Paese l’ombra della Sua misericordia e della Sua benevolenza.

Comunque, quando mi riportarono in quell’ufficio terrificante, Shams e i suoi assistenti mi chiesero: «Qual era il messaggio che Abd al-Ghaffar aveva recapitato da parte di Fuad Sirajuddin? Chi erano le persone che aiutavano Fuad Sirajuddin nell’ufficio del consigliere Amer? E quali richieste erano state rivolte ai Fratelli Musulmani per l’insurrezione?»

Risposi:

«Husayn Abd al-Ghaffar è mio fratello nella fede. Quanto alle accuse false e infondate che sento pronunciare da voi contro di lui, non ne so nulla.»

Saʿad e Hasan Khalil vollero sapere:

«Ascolta, Zaynab, Husayni non incontrò forse Abd al-Fattah Ismaʿil a casa tua? E non discutesti con Husayni della possibilità di unirti ai Fratelli Musulmani?»

Dissi:

«Ho discusso con Husayni del mio ritorno al movimento, e questo non è un crimine. Husayni ha fiducia nel nostro movimento. Sebbene Husayni non sia entrato nei Fratelli, desidera il successo dei Fratelli e sostiene la loro opinione sulla necessità di formare il popolo secondo il Corano e la Sunna. Husayni e Abd al-Fattah Ismaʿil discussero a casa mia dell’Islam, dell’attuale situazione preoccupante dei musulmani, della povertà, dell’analfabetismo e di altri problemi dei musulmani; dopodiché Husayni se ne andò quel giorno.»

: Poi, un altro giorno, quando entrambi vennero improvvisamente a casa mia, ebbero una conversazione. In seguito mi parlarono di Abd al-Fattah Husayni, dicendo che—

: Husayni è un sapiente assai educato, virtuoso, erudito e di animo semplice. Ha profondi legami con i sufi spiritualisti—

Dopo che ebbi detto questo, uno di loro disse—

: Husayni ci ha riferito l’intera faccenda… Tu vuoi sacrificarti inutilmente in cambio della vita degli Ikhwan! Ora vedo che vuoi sacrificarti per Husayni e Fuad Sirajuddin… Tuttavia, ti stiamo dando un’ultima possibilità. Dicci chiaramente tutto sul tuo conto, soprattutto riguardo a quegli uomini del Partito Wafd che lavorano nell’ufficio del consigliere Amer, e riguardo a Husayni e Fuad Sirajuddin, compresa la tua opinione su di loro. … Ti tireremo fuori entrambi gli occhi e ti renderemo cieco, poi Husayni e Fuad Sirajuddin saranno condotti davanti a te.

Dissi—

: Sia infinitamente lodato Allah, che ci ha concesso di vedere con la vista del cuore, e nessuno ha il potere di privarci della vista interiore. Pertanto, anche se ci strappassero entrambi gli occhi, non diventeremmo ciechi. Udendo le mie parole schiette, Shams Badran gridò come se fosse stato morso da un serpente. Ruggì—

: Safwat, porta i cani.

Uno dei suoi adulatori lo fermò dicendo: No, Pasha. Questa ragazza è indifferente alla propria vita. È ancora tormentata dal dubbio riguardo alla propria morte. Io gli risposi—

: La morte è nelle mani di Allah o nelle vostre?…… L’unico padrone della vita e della morte è Allah. Egli fa ogni cosa ed è onnipotente. Uno degli ufficiali seduti intorno a Shams Badran disse –

: Pascià! Ordinate che Husaini venga condotto qui. Allora tutti, all’unisono, dissero a Safwat di portare Husaini. Ma Shams, con estrema arroganza, ignorò le loro parole e disse –

: Per ora riportate questa ragazza in ospedale. A quanto pare, il gufo non riesce a vedere né a fare nulla se non è notte. Anche il loro carattere è molto simile a quello dei gufi: l’oscurità della notte li attrae più della luce del giorno. Naturalmente, nel buio della notte fui nuovamente condotta nell’ufficio di Shams e fatta sedere in un posto. Dopo pochi istanti fu condotto Husaini. Aveva un braccio rotto e fasciato. Il braccio rotto gli pendeva ancora sul petto. Anche sulla sua gamba erano chiaramente visibili segni di ferite. Su tutto il corpo si vedevano i segni delle torture. Molte ferite erano ancora infiammate e sanguinanti. Appena entrato nella stanza, Husaini mi vide e mi rivolse il saluto; anch’io risposi al suo saluto. Vedendo i nostri saluti, Shams domandò con tono di finta scherzosità –

: Ebbene, signor Husaini! Che rapporto avevi con Zaynab?

Husaini rispose –

: È tutto scritto nei documenti.

Shams mise i documenti nelle mani di Husaini e gli ordinò di leggerli ad alta voce –

Non mi preoccupava affatto ciò che era stato fatto scrivere nei documenti a Husaini. Pensavo piuttosto a cosa avrei potuto dire per permettere a Husaini di salvarsi da quel pericolo. Non ho alcun dubbio che, sottoponendo Husaini a sofferenze e tormenti disumani, costoro lo abbiano costretto a scrivere ciò che volevano.

Husaini cominciò a leggere il foglio che le aveva dato Shams Badran. Vi era scritto qualcosa che non avrei mai pensato che Husaini potesse scrivere o persino pensare. In realtà, ciò che lesse non aveva assolutamente alcun rapporto con la realtà. Era del tutto falso e inventato. Quando Husaini ebbe finito di leggere, Shams mi domandò con aria da sapiente—

: Qual è la tua opinione su ciò che hai ascoltato?

Risposi—

: È a causa della vostra coercizione, della vostra oppressione e delle vostre torture disumane contro gli Ikhwan che lei è stata costretta a scrivere queste parole infondate secondo le vostre istruzioni.

Shams domandò—

: Ciò che hai ascoltato non è forse vero?

Risposi: Husaini non è una persona capace di mentire. Tuttavia, sono fermamente convinto che sia stata costretta a scrivere queste cose mediante torture spietate.

Shams gridò con rabbia—

: Quello che ha scritto Husaini… non gli hai detto queste cose?

Hasan Khalil disse –

: Vogliamo sapere da te se ciò che ha raccontato Husaini è accaduto davvero. Un altro disse –

: Per salvare Husaini, ti rovinerai tu stesso? Come hai fatto per salvare gli altri Ikhwan?

Risposi: no; non mi sto rovinando, sto soltanto prendendo le parti della verità.

Shams chiese a Husaini –

: Husaini, hai consegnato a Zaynab la lettera di Fuad Sirajuddin? Anch’io chiesi a Husaini –

Husaini, non mi avevi consegnato la lettera di Fuad Pascià Sirajuddin?

Husayni ribatté con una domanda—

Fuad Sirajuddin al-Saghir oppure Mali Pascià?

Dissi—

: Io conosco soltanto Fuad Pascià Sirajuddin. Fuad al-Saghir, Husayni?

Husayni disse: il cugino di Fuad Pascià.

Allora domandai a Husayni: e quale sarebbe stato quel problema, Husayni?

Egli disse—

: Come ho già detto, era una questione del tutto insignificante. …… Alì Sulayman me l’aveva raccontata……… e io l’avevo menzionata a Zaynab. A quel punto Shams disse furioso: «Husayni, vattene». Poi dissi a Shams—

: Bene, dunque, hai trasformato questa semplice frase in una cospirazione? Peccato che una personalità come Fuad Pasha non sia sfuggita alle vostre oppressioni.

Shams Safwat chiamò. E i colpi di frusta cominciarono a cadere su di me come la pioggia dello Shravan. Quando ebbero finito di frustarmi, Shams disse a Hamza: «Hamza, portalo in ospedale e lascialo lì.»

 

Soprusi e violenze anche in ospedale

Il secondo giorno Hamza si presentò nel reparto dell’ospedale con un ufficiale militare. Hamza disse ad Abdul Mabud di portare una sedia e un tavolino. Quando arrivarono la sedia e il tavolo, Hamza disse ad Abdul Mabud:

: «Ecco il foglio. Siediti accanto a me e continua a scrivere tutto ciò che questa ragazza dirà. Safwat entrò nella stanza con un fascicolo spesso. Hamza estrasse da quel fascicolo un foglio scritto e mi disse: “Trascriverai come tua dichiarazione tutto ciò che vi è scritto.” Vi erano menzionati i nomi di Huzaybi, Sayyid Qutb, Abd al-Fattah, Hawwash, Abd al-Majid e altri.»

Gli dissi:

: «Scriverò soltanto ciò che so. Non ho nulla a che fare con qualunque altra cosa. …Non riconosco tutto questo come una dichiarazione degli Ikhwan, né credo che sia stato scritto o detto da parte degli Ikhwan, anche se voi lo sostenete.»

Hamza disse: «Scrivi ciò che vuoi. Ti manderemo nell’ufficio di Shams. Ti piacerà molto subire laggiù ogni sorta di punizione.» Disse che Allah sarebbe stato compiaciuto di quelle parole e ci avrebbe aiutati, e io ordinai ad Abdul Mabud di scrivere tutto ciò. La mattina del giorno seguente fui portato nell’ufficio di Shams Badran e fatto sedere. Shams prese alcuni fogli, li strappò e li gettò nel cestino, poi, mentre mi insultava con un linguaggio estremamente volgare e osceno, disse:

: Ragazza! Vuoi negare tutte le realtà? Vuoi forse dichiarare false anche tutte le parole degli Ikhwan? Eppure ciò che gli Ikhwan hanno detto è tanto documentato e razionale quanto degno di essere creduto. Anche tu, in precedenza, hai detto personalmente molte cose sulla veridicità degli Ikhwan… Devi accettare ciò che dicono gli Ikhwan.

Dissi:

Rimango fermo su ciò che ritengo vero. Dirò soltanto ciò che ritengo necessario dire secondo le mie convinzioni. Naturalmente, non ho la possibilità di verificare la veridicità delle parole e delle risposte degli Ikhwan. … Ho sentito tutto ciò che li avete costretti a dire e a scrivere sotto la minaccia della frusta. Qui non esistono né la libertà né il diritto di dire la verità. Dopo avermi ascoltato, Shams disse con ira:

: Hamza, portalo via. Voglio il suo cadavere. … Firmerò personalmente i documenti per la sua sepoltura.

Dopodiché mi portarono in una stanza e mi tennero rinchiuso. Un’ora dopo mi fecero uscire e, colpendomi con il frustino, mi ordinarono di stare in piedi rivolto verso il muro, accanto a un condizionatore. Rimasi in quella posizione per sei ore. Mi sembrava di stare in piedi su una sbarra di ferro incandescente. Che altro potrei dire dei dolori, delle sofferenze e dei tormenti…

A mezzanotte, quando mi portarono di nuovo nell’ufficio di Shams, egli disse:

: Zaynab, vieni con noi. Il presidente Nasser ti perdonerà. … La maggior parte degli Ikhwan ha confessato i propri crimini. Se accetterai ciò che ti diciamo, domani mattina incontrerai il presidente e poi potrai tornare direttamente a casa. Inoltre, ti saranno restituiti la sede dell’Associazione islamica delle donne e il capitale confiscato dell’associazione; per l’edificio sul terreno dell’associazione a Nayamisr, nella prima fase ti verrà concesso un aiuto di cinquantamila ghinee. E per la ripubblicazione del tuo giornale ti saranno concessi diecimila ghinee. Un’altra persona, che aspettava nell’ufficio, domandò:

: A Nayamisr c’è un terreno dell’Associazione islamica delle donne?

Dissi: «Sì, ci sono… seimila metri quadrati».

In seguito venni a sapere che quest’uomo si chiamava «Salah Nasr».

Meravigliato, chiese che cosa avrebbe fatto l’organizzazione su un terreno così vasto. Risposi: «Ho in mente di istituire un istituto di formazione per le donne musulmane, un auditorium per le donne, una foresteria, una sede centrale, una moschea, una scuola per la memorizzazione del Corano, una scuola per l’insegnamento del Corano, una scuola primaria e una scuola secondaria superiore, oltre a un centro di formazione all’oratoria e a un’accademia».

Chiese:

«Dove troverete tutti quei soldi?»

Risposi: «Attraverso una raccolta di contributi pubblici. … Inoltre, i lavori saranno avviati in successione». Questa volta, incoraggiato, disse:

«Allora questa è proprio un’occasione d’oro; il presidente Nasser ti ha offerto questa opportunità. Potrai essere liberato e tornare a casa. La tua organizzazione sarà ristabilita e, grazie alla fiducia del presidente, potranno essere raggiunti anche molti altri obiettivi».

Dissi:

: Noi riponiamo la nostra fiducia soltanto nell’aiuto del grande Allah. La fede e l’amore per Allah hanno per noi un valore molto maggiore della vita e dei beni, del denaro e del potere di governo. E voi vi prendete gioco dei diritti e della dignità degli esseri umani. Non vogliamo nulla da voi. Non ho il minimo desiderio di incontrare Abdel Nasser. Colui le cui mani sono macchiate del sangue di martiri come Ismail Fawhi, Bafayat Bakr e Abd al-Qader Awda… non sono affatto disposto a incontrarlo. Senza dubbio, il sangue di quei martiri continuerà, fino ai giorni a venire, a guidare sulla retta via i suoi seguaci del tawhid. Le generazioni future saranno orgogliose del sacrificio di questi grandi martiri del passato e rimarranno sempre attive nell’adempimento del loro dovere…… Non appena ebbi finito di parlare, calci di pesanti stivali e violenti pugni cominciarono a colpirmi la schiena. Alla fine, incapace di sopportare oltre, caddi a terra semicosciente! Dopodiché Shams Badran ordinò-

: Hamza, portalo nella cella numero trentaquattro. La cella numero trentaquattro è davvero una cella. Si potrebbe dire una tomba. È stretta e buia proprio come una tomba. Terribilmente spaventosa. Inoltre, vi sono stati lasciati due cani. Non appena entrai nella cella, feci il tayammum e cominciai a pregare. Una preghiera finiva e ne iniziava un’altra. Per dimenticare queste torture degli oppressori e trovare la pace interiore, non c’è alcun mezzo o alternativa migliore della preghiera. Prego Allah di proteggermi, con il Suo aiuto, dalle persecuzioni degli oppressori. … Nonostante il dolore insopportabile alle gambe, alla schiena e in ogni osso del corpo, provavo sollievo pregando. Un’ora dopo la porta fu aperta, i due cani furono fatti uscire dalla cella e io venni portato in ospedale; tuttavia, quella notte, dopo la preghiera dell’isha, fui nuovamente condotto nell’ufficio di Shams. Non appena mi fece entrare nell’ufficio, disse: Zaynab, un giorno a casa tua si tenne un’assemblea. Vi parteciparono cinquanta membri degli Ikhwan, giunti da diverse regioni dell’Egitto.

Per quale motivo si tenne l’assemblea organizzata tre anni fa?

Risposi-

: Abbiamo recitato insieme le preghiere del maghrib, dell’isha e del tarawih.

: Voglio sapere quale fosse lo scopo dell’assemblea.

Risposi: Non me lo ricordo.

: Avevano fatto colazione a casa tua?

: Sì, alcuni di loro avevano fatto colazione.

: Perché si era tenuta la riunione?

Dissi:

: Noi studiamo e ci scambiamo opinioni sugli ideali islamici allo scopo di contrastare il modo in cui le forze della falsità si erano impegnate con ogni mezzo a diffondere concezioni atee nel nostro Paese e nella nostra società.

Chiese: «Ma perché proprio a casa tua?»

: Perché, per grazia di Allah, anch’io sono musulmano.

Volle sapere che cosa fosse la falsità, che cosa fosse l’Islam e che cosa fosse l’ateismo.

Glielo spiegai:

: Avrai certamente visto, lungo il tragitto, che in ogni negozio, persino sui marciapiedi, vengono venduti e distribuiti a prezzi irrisori riviste oscene e libri e periodici di propaganda comunista. E……

Senza lasciarmi proseguire, disse-

: Basta, basta, tutte queste sciocchezze. Ora dimmi i nomi delle persone riunite. Risposi: Non ricordo il nome di ognuno.

Chiese-

: Dalla riunione una persona si alzò, incontrò Huzaybi e poi lo contattò di nuovo telefonando a casa sua. Dopodiché se ne andò. Chi era?

Risposi-

: Non ricordo. Tuttavia, per quanto mi ricordo, quella persona mi aveva chiesto il permesso di incontrare il signor Huzaybi. E allora, che c’è di male?, chiese di nuovo-

: Perché vi riunivate? …… E sì, ti faciliterò la risposta. …… Quella persona che era andata da Huzaybi, non era forse Abd al-Fattah Sharif? …… Se non dai la risposta corretta, sarai impiccato. …… Eravate d’accordo sul rovesciamento del governo e sull’uccisione di Nasser. Risposi-

: Eravamo d’accordo nel contrastare l’ignoranza, l’ateismo, l’immoralità e il comunismo, e nel preparare i musulmani a vivere seguendo il Corano e la Sunna, diffondendo gli insegnamenti del Corano. Lui fece una smorfia e disse:

: Allora, qual è il compito di al-Azhar? Dimmi, qual è la responsabilità dell’Università di al-Azhar? Poi chiamò Safwat e gli disse:

: Safwat, appendilo a testa in giù e frustalo.

Cominciarono a frustarmi e continuai a sopportare i colpi violenti e taglienti della frusta, recitando «Allah, Allah», finché persi i sensi.

Capitolo quinto

La tortura alla presenza di Nasser

Quando ripresi conoscenza, vidi che molte persone mi circondavano. Giacevo sul pavimento, gelido e intirizzito. Dopo avermi somministrato delle medicine, guardai a stento verso i presenti e vidi il presidente Nasser in piedi da un lato, con una mano sulla spalla di Abd al-Hakim Amer; nell’altra teneva degli occhiali scuri. Vedendo il presidente Nasser e Abd al-Hakim, dimenticai i miei dolori e avvertii un nuovo flusso di consapevolezza nel corpo e nella mente. Mi preparai interiormente ad affrontare la situazione. Mi diedero una tazza di succo, che bevvi. Poi alcuni mi sollevarono da terra e mi fecero sedere su una sedia. Mi diedero anche un thermos pieno di caffè. Ma non ne ero particolarmente interessato.

Dall’atmosfera ebbi naturalmente l’impressione che stesse per accadere qualcosa di importante. Shams Badran iniziò dicendo:

: Ascolta, Zaynab; voglio una risposta chiara a ciascuna delle mie domande. Altrimenti… Zaynab, supponi che gli Ikhwan al-Muslimun governino il Paese e che noi ci presentiamo davanti a voi come imputati in un processo: come ci trattereste?

Risposi con tutta la forza e il coraggio:

: Non apparteniamo a coloro che fanno torto a se stessi. Non siamo disposti a usare le nostre mani per compiere alcun male, come gli oppressori hanno tenuto le loro mani impegnate nel male. Non vogliamo macchiarci le mani di sangue. Né desideriamo sederci al posto degli oppressori.

disse con tono minaccioso:

: Basta, te lo sto chiedendo: se fossi tu, al posto mio, la titolare di questa sedia, come mi tratteresti?

Risposi con voce calma:

: Siamo persone che cercano la verità e stiamo cercando e seguendo soltanto la via della verità. Il nostro obiettivo non è conquistare il potere di governo; siamo invece portatori della bandiera di «la ilaha illallah» e dedichiamo la nostra vita a difendere l’onore di questa formula e di questa bandiera. Indubbiamente, Allah ha acquistato la vita e i beni dei credenti in cambio del Paradiso. Shams Badran disse, stringendo i denti:

: Zitta, ragazza! Te lo chiedo di nuovo: se il potere venisse nelle vostre mani, come ci trattereste?

Dissi con voce calma e pacata-

: Non desideriamo il potere. Né aspiriamo ad assumere responsabilità più elevate; piuttosto, finché nel nostro corpo resterà una sola goccia di sangue, continueremo ad adempiere attivamente al dovere di trasmettere a ogni essere umano gli insegnamenti e il messaggio del sublime ideale islamico.

…… Siamo impegnati ad adorare Allah e a realizzare la religione di Allah nel Suo mondo. Siamo fermamente determinati a intraprendere la grande missione di suscitare un risveglio islamico e diffondere ovunque la luce dell’Islam. Shams disse tremando di rabbia-

: Silenzio… silenzio…… Basta! Voglio una risposta a una domanda: supponi che tu sia seduto sulla sedia su cui sono seduto io e che io stia davanti a te come imputato; come mi tratteresti allora?

Risposi con la stessa voce naturale-

: A volte possono trascorrere intere epoche prima che si instauri il governo islamico. Non vogliamo intraprendere alcuna azione affrettata. ……Il giorno in cui sarà istituito il governo islamico, le donne musulmane, dalla loro posizione naturale, assolveranno alla più ampia responsabilità di costruire la nazione.

Shams gridò come un viandante smarrito nel deserto-

: Ehi, ragazza…… supponi che tu venga a sederti al mio posto: come mi tratteresti? Dissi-

: L’Islam è l’ideale della giustizia, dei principi morali, della misericordia, della magnanimità e dell’uguaglianza universale. Qui non vi è posto per fruste e staffili, torture carcerarie, esilio, sepoltura da vivi, coercizione e oppressione, aumento del numero degli orfani e delle vedove, né per altre pene infami di questo genere. Il sistema giudiziario islamico si fonda sulla verità e sulla ragione. Qui non vi è spazio per l’ingiustizia, la coercizione o l’oppressione. Il fulcro del sistema giudiziario islamico sono le prove e gli argomenti fondati sulla verità. Questa volta Shams disse come un lottatore sconfitto e gettato a terra:

: Basta, basta! Safwat, appendilo e frustalo. Safwat mi appese e cominciò a colpire con la frusta tutto il mio corpo avvolto nelle bende. Il sangue scorreva. E io stavo perdendo conoscenza. Dopo avermi visitato, il medico consigliò di lasciarmi libero e disse:

: È una condizione terribile! Così morirà di certo.

Shams urlò:

: Imbecille; inganno… Un altro ufficiale disse:

: Vogliamo tenerlo in vita per portarlo davanti al tribunale.

Shams disse:

: Sì, sì, anche noi vogliamo che rimanga vivo, compaia davanti al tribunale e che la nazione impari da lui.

Disse il medico:

: Sono assolutamente necessari alcuni medicinali, ma non li abbiamo.

Disse Shams:

: Fateli portare dalla farmacia del consigliere Amer.

In seguito fui mandato in ospedale. Non ricordo gli altri avvenimenti di quella notte. Tuttavia, durante l’interrogatorio con Shams Badran, alla presenza del presidente Nasser e di Abdel Hakim, dissi tutto ciò che era necessario dire.

 

La vera cospirazione: le voci

Per raggiungere il loro obiettivo, era necessario tenermi in vita ancora per qualche giorno; per questo venivo curato. Ero presente come imputato davanti a persone la cui professione e passione consistevano nel fabbricare false accuse, dichiarare colpevoli gli innocenti e innocenti i colpevoli, per poi innalzarli al rango degli eroi. Per soddisfare i propri interessi, erano capaci di ricorrere a qualsiasi mezzo. Erano particolarmente avvezzi alla recitazione, alla coercizione, all’avidità, all’inganno e al tradimento. Non c’è dunque da stupirsi che mi somministrassero medicine per rendermi capace di comparire in tribunale.

Dopo essere rimasto privo di sensi per tre giorni, nel pomeriggio del quarto giorno riacquistai conoscenza e udii le voci di Murad e Safwat provenire dalla cella adiacente del fratello Ahmad. Gli stavano chiedendo l’indirizzo di Saiful Islam al-Banna. Egli fu costretto a comunicare loro l’indirizzo. Dopo circa tre ore, tornarono di nuovo dal fratello Ahmad Kamal e gli chiesero l’indirizzo dell’ufficio di Saiful Islam al-Banna. Saiful Islam al-Banna era il figlio dell’Imam martire Hasan al-Banna. …… Pregai Allah per la sicurezza di ogni membro della loro famiglia. Sua madre soffriva di una malattia cardiaca e Saiful Islam era l’unico a occuparsi dell’intera famiglia. Pregai Allah affinché tutte le cospirazioni di quegli oppressori contro i membri di questa nobile famiglia fallissero.

In seguito, quando fui portata in barella nell’ufficio di Shams Badran, dopo aver udito una sua domanda non potei più fare a meno di credere che avessero arrestato anche Saiful Islam e lo tenessero prigioniero proprio in questa prigione militare. Questo mi fece cadere in una terribile angoscia.

A quel punto Shams chiamò Hamza e disse:

: Ti avevo detto di non portare questa ragazza viva nel mio ufficio. … Ecco, vedi? Respira ancora.

Poi, guardando verso di me, disse:

: Sei ancora viva? Ma perché? ……

Gli dissi:

: La vita e la morte non dipendono dalla volontà tua o mia. È piuttosto Allah a decidere della vita e della morte. Lui ringhiò: Basta, basta, sta’ zitta. Voglio soltanto la risposta alla mia domanda. …… Dimmi, quali membri delle forze armate volevano uccidere Nasser lungo la strada per Alessandria? Hassan Khalil disse a Shams:

: Mi permetta di spiegarle la questione, pascià. Quando Shams annuì in segno di assenso, Hassan disse:

: Una persona era venuta a dirti che, nel deserto, un gruppo di soldati era appostato per assassinare Nasser mentre si recava in automobile ad Alessandria. Chi ti aveva raccontato questo fatto e chi era seduto nella jeep con l’intenzione di assassinare Nasser?

Shams Badran disse: «Adesso rispondi in fretta».

Dissi:

: Per questioni tanto insignificanti e futili, basandovi su semplici sospetti, state infliggendo montagne di torture alla gente. Che Allah vi annienti! …… Che siate distrutti e che ricada su di voi la maledizione dell’intera nazione……

La risposta a queste parole fu la stessa di prima: una terribile frustata con la frusta da cacciatore. Mi picchiarono così selvaggiamente che la fasciatura si lacerò e il sangue cominciò a colare.

Avevo le ossa e le articolazioni frantumate.

Shams disse:

: Se ti impicchiamo, morirai di certo… Tuttavia, se ci racconterai tutto l’accaduto, ti perdoneremo. …… Parla, racconta tutto dall’inizio. Dicci ciò che Saif ti aveva raccontato.

Esprimendo il mio stupore, dissi: «Oh, quella voce riferita da Saif?»

Shams si avventò su di me, mi diede un calcio e, digrignando i denti, disse: «Sì, proprio quella voce.»

Dissi:

«Quando mi trovavo nella casa del martire Hasanul Banna, arrivò Saif e disse che la gente andava raccontando una voce… Secondo questa voce, alcuni militari si erano nascosti con una jeep per uccidere Nasser mentre si recava in automobile ad Alessandria. Ma all’ultimo momento il percorso di Nasser fu cambiato, ed egli partì in treno. La cosa curiosa è che la jeep riuscì a fuggire e quegli uomini non poterono essere identificati.»

Dissi a Saif:

«In realtà è una voce; non credo che una jeep si fosse appostata in quel modo. Piuttosto, è una storia inventata dai servizi segreti. In questo modo, quasi ogni giorno, diffondono voci su complotti per assassinare Nasser. E sento quotidianamente notizie di migliaia di militari e civili arrestati sulla base di voci artificialmente create.»

Saif disse:

«Sì, sì, non è altro che una pura voce, e anche il popolo l’ha ormai considerata tale.» Dissi:

: nessuno pensa di ucciderlo. Perché uccidere un tiranno oppressore non risolve il problema. Il vero problema è più grave dell’assassinio di Nasser. E consiste nel liberare il Paese dalla morsa di governanti ignoranti, ribelli a Dio e tirannici.

Saif disse che si sarebbe dovuto indirizzare l’attenzione della gente verso la purificazione del carattere e la formazione personale. Io dissi:

: Comunque, chi ha distrutto questo Paese, se non le dicerie? Oggi la gente considera persino le dicerie qualcosa a cui aggrapparsi. …… Perché proprio sulla base di queste dicerie sono stati uccisi molti eroi e persone responsabili. Dopo di ciò, la mia discussione con Saiful Islam ebbe termine. Shams Badran disse:

: A casa tua, Abd al-Fattah e Ali Usmabi hanno discusso di questo episodio e hanno esaminato il piano della tua cospirazione, insieme ai suoi errori e difetti; ma perché?

Io risposi:

: Non è andata così. Mi ero limitato a riferire al fratello Abd al-Fattah ciò che avevo sentito da Saiful Islam, cioè che questa diceria……

Non appena ebbi detto questo, cominciò una pioggia di calci e pugni. Shams domandò:

: Perché avevi raccontato questo episodio ad al-Hudaybi? Perché vai a riferire ciò che la gente dice o non dice?

Dissi:

: È vero, ma perché mai qualcuno dovrebbe preoccuparsi di questa faccenda?

Ecco, di nuovo i colpi della frusta.

Questa volta Shams disse:

Lasciamo perdere, ora parleremo di un altro argomento, abbandonando la questione di Saif……

: Dimmi, dunque: fino alla liberazione di Sayyid Qutb dal carcere, Abdul Aziz Ali svolgeva l’incarico organizzativo dell’Ikhwan…… Dimmi, come è potuto accadere?

Dissi: Non è così.

Domandò:

: Perché no? Si riuniva con Abd al-Aziz, Ali Usmavi, Abd al-Fattah, Zia, Yahya, Sajli e Majid e, dopo la liberazione di Sayyid Qutb, lo incontrò diverse volte.

Risposi:

: Non so nulla di queste riunioni.

Disse Shams:

: Chi altri potrebbe saperlo, se non tu? Eri certamente al corrente di queste riunioni.

Dissi: È una falsa calunnia.

Shams disse minacciosamente:

: Adesso ti farò vedere io… Non riesci a distinguere ciò che è bene o male per te e non usi nemmeno il tuo senno e la tua ragione. …

Uno dei suoi adulatori tra i presenti disse-

: Quando uno si scalda, l’altro deve moderarsi……।

Pascià; aspettate un minuto. Ci sto provando.

Poi, guardandomi, disse –

: Zaynab; sia Huzaybi sia Abd al-Aziz hanno confessato tutto. Ora non c’è modo di negare. Ismail avrebbe dovuto usare il veleno preparato da Abd al-Aziz per uccidere Nasser. In cosa consisteva l’episodio dell’avvelenamento e come si raggiunse un accordo al riguardo?

Dissi a gran voce-

: Siete tutti impazziti per l’uccisione di Nasser. Se davvero volete farlo fuori, uccidetelo e liberateci. Fate in modo che io possa incontrare Abd al-Aziz e l’imam Huzaybi.

Dissero: No, prima ti faremo incontrare Ali Usmabi.

Dissi: Ali Usmavi è il più grande bugiardo che esista. È un vostro mercenario; io non parlerò con lui.

Shams Badran chiese: Ali Usmavi non è forse uno dei vostri?

Ignorai la sua domanda e dissi:

: Organizzate un incontro tra me e il rispettabile Abdul Aziz e il signor Imam Huzaibi. Hasan Khalil disse:

: Va bene, ti faremo incontrare con loro.

Disse Shams Badran:

: Quando hai consultato Hasan Huzaibi, alla presenza di Abdul Aziz, riguardo alla guida degli Ikhwan?

Dissi: Non è mai successa una cosa del genere.

Shams mandò Safwat a chiamare Ali Usmabi.

Ali Usmabi arrivò vestito con grande eleganza. Indossava abiti di seta pregiata, aveva i capelli ben pettinati e, insieme al suo comportamento mellifluo, tutto ciò non faceva che fornire la prova del suo tradimento nei nostri confronti.

Shams gli disse con tono affettuoso:

: Ali, quando Zaynab si ruppe una gamba, invece di scendere dall’auto, fosti mandato da sua figlia per conoscere l’opinione di Huzaybi al riguardo. Perché fu fatto ciò?

Disse Ali Usmabi:

: Sì, andai dalla figlia del signor Huzaybi e le dissi di chiedere a suo padre la sua opinione sulla fiducia da riporre in Abdul Aziz. …… Ella tornò con l’opinione e il sostegno del signor Huzaybi a favore della scelta di Abdul Aziz per la guida ad interim.

Shams mi chiese:

: E ora tu che ne dici, Zaynab?

Dissi, rivolgendomi ad Ali Usmabi—

: Sei un bugiardo tremendo… In realtà mi avevi detto che un ikhwanita desiderava presentare una proposta di matrimonio per la nipote di Abdul Aziz e voleva conoscere al riguardo l’opinione del signor Huzaibi. Per caso stavo uscendo in automobile, quando anche tu salisti sulla mia macchina. Ti avevo detto che… con una gamba ferita non ero in grado di arrivare fino a casa del signor Huzaibi… Dopo aver ascoltato la proposta di matrimonio, il signor Huzaibi aveva detto che non c’era nulla da chiedere riguardo alla famiglia di Abdul Aziz… era proprio una vera famiglia musulmana… Allah benedirà questo matrimonio.

Shams chiese: Ali, è vera questa storia?

Ali Usmabi disse: Pascià, sono le sue espressioni convenzionali. Zaynab è molto brava a parlare in questo modo.

Dopo averlo ascoltato, gli dissi direttamente—

: Ali, sei un bugiardo di prima categoria e un traditore. Un giorno sarai certamente disonorato per le tue malefatte. … Gli ikhwan vengono impiccati; su di loro si abbattono incessantemente fruste e staffili, vengono sguinzagliati i cani contro di loro—e subiscono ogni sorta di altre crudeli persecuzioni. E tu svolgi il ruolo di loro intermediario prezzolato. È per questo che credono alle tue parole.

Ordinò a Shams di andarsene e disse—

: Zaynab, ti stiamo dando l’ultima possibilità. Dimmi dettagliatamente quale rapporto ha Abdul Aziz con l’organizzazione. Raccontami tutto lo scambio di lettere avvenuto tramite te tra Huzaibi e Abdul Aziz.

Evitando di rispondere a tutte queste cose, dissi:

: Insisto particolarmente per incontrare il signor Abd al-Aziz e il signor Hujaibi.

Shams Badran chiamò Safwat e gli disse:

: Portala via di qui finché non avrai portato Abd al-Aziz e Hujaibi.

Safwat mi fece stare per qualche tempo davanti a un muro, poi mi riportò nell’ufficio di Shams. Tuttavia, né Abd al-Aziz né Hujaibi erano presenti. Chiesi……

: Signori, dove sono Abd al-Aziz e Hujaibi?

Shams rispose irritato: Dobbiamo forse fare le cose secondo le tue indicazioni? Chiameremo chiunque riterremo necessario, quando lo riterremo necessario. …… A quanto pare dovremo infliggerti di nuovo la stessa punizione di prima.

Guardando il suo volto maledetto, dissi:

: Se non temi Allah stesso, quanto mai ti vergognerai davanti agli uomini?

Hasan Khalil venne e disse: Ascolta, ragazza, accetta il mio aiuto. Il pascià vuole consegnarti al tribunale.

Chiesi: Il tribunale? Quale tribunale? Chi siete?

Shams disse:

: Ti prepareremo per presentarti davanti al tribunale.

Dissi con sarcasmo:

: Proprio una preparazione per presentarsi davanti al tribunale! Fruste, staffili, cani, celle del fuoco e dell’acqua, essere appesi a testa in giù e percossi come animali macellati, essere insultati con un linguaggio osceno e volgare, essere tenuti tormentati dalla fame e dalla sete, non avere per lunghi periodi la possibilità di evacuare feci e urine, essere vessati facendomi girare giorno e notte da un ufficio all’altro in nome dell’indagine, subire torture bestiali, essere sottoposti meccanicamente a dure punizioni: con simili trattamenti crudeli, si sta dunque preparando la mia presentazione davanti ai tribunali egiziani.

Muhammad Qutb

Nell’ufficio di Shams, Hasan Khalil disse: «Prima di avviare le procedure giudiziarie, vogliamo concludere la discussione sulle questioni relative all’organizzazione di Muhammad Qutb, per poi occuparci del problema del dottor Masud».

Shams, fingendo improvvisamente di aver ritrovato qualcosa che aveva perduto o di essersi ricordato di una questione importante che aveva dimenticato, disse con fare teatrale: «Oh, l’organizzazione di quel Qutb…?»

Dissi:

«Ho già detto che Muhammad Qutb non ha fondato alcuna organizzazione. È uno scrittore e pensatore. Il suo compito è guidare le persone verso la via vera, semplice e retta. Ha dedicato il suo talento letterario a rendere la nazione vigile e consapevole riguardo ai problemi dei musulmani e alle loro soluzioni, alla fase che stanno attraversando e ad altre questioni simili. … È come dire che ogni individuo ha il diritto fondamentale di esprimere il proprio pensiero e le proprie opinioni».

Shams Badrawi disse, mostrando impazienza:

«Hamza, portala via. Mi sembra che voglia tornare di nuovo verso quell’acqua, quel fuoco, quei cani e quelle fruste».

Hamza mi portò in una stanza a una certa distanza dall’ufficio di Shams, mi rinchiuse lì e se ne andò. Mezz’ora dopo arrivò Hasan Khalil e disse:

«Ascolta, Zaynab! Sono venuto per darti un buon consiglio. Sono preoccupato per il modo in cui ti stai conducendo verso la distruzione. … Tutti gli Ikhwan hanno trovato il modo di salvarsi. … Avevamo arrestato centomila persone, ma ora ne restano soltanto ventimila nelle nostre mani. Nel frattempo, tutti hanno confessato i propri reati. Quelli che chiedono perdono vengono liberati. Persino persone come il Murshid al-ʿĀmm Hasan al-Hudaybi, Abd al-Fattah Ismail e Sayyid Qutb hanno confessato le loro colpe e chiesto perdono. E tu invece stai cercando di salvare il Murshid al-ʿĀmm, mentre lui ha presentato molte accuse contro di te. Ti stai spingendo sull’orlo della rovina per persone che ti si oppongono. Dovresti cambiare opinione, perché hanno dichiarato te sola colpevole di tutti gli avvenimenti. Hudaybi, Sayyid Qutb, Abd al-Fattah, Muhammad Qutb e tutti gli altri Ikhwan ti stanno condannando. … Nonostante gli insulti e i maltrattamenti di Pasha, Hamza, Safwat e degli altri, la tua posizione ci è sembrata degna di ammirazione. Quando gli Ikhwan ti hanno insultata, li abbiamo considerati spregevoli e la nostra stima nei tuoi confronti è cresciuta sempre più… Guarda, Pasha sta pensando di infliggerti nuovamente una punizione severa. Io però ho assunto il compito di raggiungere un accordo con te… Perciò voglio portare a Pasha una posizione da parte tua che possa permetterti di uscire da questo pericolo». Poi disse, con uno sguardo interrogativo:

: Mangiavi il pranzo con Huzaybi due volte alla settimana o almeno una volta? Anche Huzaybi lo ha ammesso; e tu trasmettevi le sue istruzioni e i suoi consigli ad Abd al-Fattah Isma’il. Spero che ci fornirai alcuni esempi di quei consigli. Sia Abd al-Fattah sia Huzaybi hanno ammesso che, da quando Sayyid Qutb fu liberato dal carcere, tu avevi fatto da tramite nelle comunicazioni tra lui e Huzaybi. Guarda, Zaynab, non stiamo parlando senza fondamento.

Aveva in mano un foglio scritto. Parlava guardandolo. Poi aggiunse:

: Per esempio, il denaro dell’organizzazione era stato affidato a te e tu lo avevi mandato a Huzaybi. Quel denaro tornava poi da te; ma tu lo facevi nuovamente arrivare a casa di Huzaybi. In seguito il denaro tornava ancora da te; anche Huzaybi ne ha fatto menzione. C’è forse qualche modo per negare tutto questo? Tutti i segreti sono stati svelati, Zaynab! Ormai manca soltanto la tua confessione scritta. Certamente metterai per iscritto tutte queste cose e anche altri particolari. Dopodiché ti porteremo in tribunale. Lì si svolgerà l’inchiesta. Due giorni dopo sarai liberata e sarai nominata ministro degli Affari sociali. …… Hikmat Abu Zayd non è più gradita…… Che ne pensi? Dopo aver detto ciò, suonò il campanello e arrivò un soldato. Gli ordinò di portare del succo di limone e iniziò a discutere con me di altri argomenti. …… Quando il soldato arrivò con due bicchieri di succo di limone, mi invitò a berlo. Poi ordinò al soldato di portare due tazze di caffè e continuò a parlare. Rimasi in silenzio dall’inizio alla fine, ascoltandolo. Capii che si era alquanto rassicurato. Al momento di andarsene disse al soldato: «Resterai alle dipendenze di Zaynab». Poi, rivolgendosi a me, disse:

Tra un’ora sarai convocata nell’ufficio del pascià. Nel frattempo, rifletti molto attentamente su ciò che è bene e ciò che è male per te. Mi misi a scrivere e la mia penna prese a correre.

Nel nome di Allah, il Misericordioso, il Clemente

La mia lingua è davvero incapace di rendere la debita lode al Sommo Allah e di esprimere gratitudine per la Sua infinita benevolenza. Nonostante le mie innumerevoli inadeguatezze, Egli mi ha scelto per servire la Sua religione; mi ha concesso la forza e l’opportunità di percorrere la via che ha scelto per i Suoi amati servi.

In verità, la via e l’ideale del Corano e della Sunna sono la via della verità autentica, della pace e della bellezza. Anche Allah ha invitato tutta l’umanità a seguire questa via, dicendo: «O genere umano, vi è giunto dal vostro Signore ciò che è la via migliore per voi e il migliore ammonimento». Allah ha inoltre detto: «O genere umano, adorate il vostro Signore, Colui che ha creato voi e gli uomini che vi hanno preceduto.»

Rendo grazie a quel Sommo Allah che mi ha concesso la fortuna di formarmi secondo il Suo comando: «O nostro Signore, abbiamo udito un chiamante che invitava alla fede. Diceva: “O gente del mondo, credete nel vostro Signore”. Abbiamo risposto al suo invito e abbiamo creduto». Proclamo la lode e la grandezza di Allah, il Misericordioso, all’ombra della cui Parola ho trovato rifugio: «In verità, Allah ha acquistato dai credenti le loro persone e i loro beni in cambio del Paradiso». Rendo infinita gratitudine a quell’Allah che mi ha annoverato tra gli uomini e le donne credenti e mi ha scelto insieme a loro.

«Sia lode a quel Dio misericordioso che mi ha ispirato a diffondere la Sua religione e i Suoi ideali, a chiamare le persone alla religione e a consacrare la vita, combattendo sulla via della religione, e mi ha dato la capacità di testimoniare la verità della parola di Dio». Dio ha detto: «I credenti hanno acquistato il Paradiso in cambio delle loro vite e dei loro beni. Combattono sulla via di Dio, uccidono e subiscono il martirio». Dio ha inoltre detto: «Siete la migliore comunità del mondo. Siete stati creati affinché stabiliate la verità e la giustizia e vi opponiate alla menzogna e alla falsità».

«Dichiaro chiaramente e con voce inequivocabile che Dio è Uno e Unico. Non vi è altra divinità all’infuori di Dio, Egli non ha associati, e Muhammad (pace e benedizioni su di lui) è il servo e il Messaggero di Dio». Noi siamo i portatori e i custodi di entrambi gli aspetti e del significato di questa dichiarazione della professione di fede. Siamo incaricati di preservare e attuare il Corano di Dio, i Suoi comandi e le Sue leggi». Come ha detto Dio: «Ti abbiamo rivelato il Corano affinché nella società umana si instaurasse il governo della giustizia». Siamo seguaci della guida che il diletto Profeta Muhammad (pace e benedizioni su di lui) ha lasciato alla sua comunità. Il diletto Profeta ha detto: «Stabilite la verità e la giustizia nella società umana alla luce di ciò che Dio vi ha donato». Siamo fermamente determinati a osservare alla lettera i comandi e le direttive di Dio e del Suo Messaggero.

O Dio! Sii testimone che siamo rimasti saldi e incrollabili sulla Tua via. In noi non è avvenuto alcun cambiamento. Pertanto, o Signore, aiutaci nel jihad condotto contro quegli ingiusti e oppressori che associano altri a Te, allontanano il Tuo Corano, sono ostili alla Tua religione e combattono contro coloro che percorrono la via della Tua religione, portano la bandiera del Tuo Corano e seguono i principi del Tuo Messaggero.

O Messaggero fedele! Vivrò in questo modo e così mi presenterò al tuo cospetto. O Dio, annoverami tra i veri musulmani monoteisti, tra coloro che Ti temono e provano vergogna davanti a Te.

O Signore, dammi la forza. Fa’ che io ami soltanto per Te, odi per causa Tua e combatta sulla via del Tuo compiacimento. O uomini! Questa è la via della nostra vita. Dopo di ciò, fate quel che volete. …… Sta riflettendo sulla questione. Ma io ho assunto il compito di raggiungere un accordo con te… Perciò voglio portare a Pasha un tuo punto di vista che possa liberarti da questo pericolo. Vi invito alla via di Dio con piena consapevolezza e assoluta sincerità. Pertanto, non tentate invano di rendermi partecipe delle vostre debolezze, di farmi inciampare nell’oscurità dell’empietà e dello smarrimento e di trascinarmi nella guerra contro l’Islam e i musulmani. Sono completamente estranea a tutte le vostre malefatte e rimarrò pronta fino all’ultimo istante della vita ad affrontare le vostre menzogne e le vostre falsità.

Firma-

Zaynab al-Ghazali

Hamza entrò nella stanza e disse-

: Brava, Zaynab! Se Allah vuole, il nostro padrone ti aiuterà. L’unica condizione è che tu tenga conto dei tuoi interessi personali. …… Tuo marito Salem è un uomo eccellente. …… È un mio caro amico. …… Chissà come sei diventata preda degli Ikhwan!…… Ah, sì, hai finito di scrivere?

Prese i fogli in mano e disse: Vieni, andiamo con me nell’ufficio del pascià. Ci dirigemmo verso l’ufficio di Shams. Vedendomi, Shams Badran manifestò una gioia artificiale e disse: Vieni, Zaynab, siediti.

Ordinò di portarmi una bevanda e del caffè, poi si concentrò sulla lettura di ciò che avevo scritto. Le alterazioni del suo volto rivelavano i suoi pensieri e i suoi sentimenti. Vedendo la situazione, non mi restò alcun dubbio che sarebbe esploso da un momento all’altro. In effetti, i suoi occhi assunsero il colore del fuoco di una fornace e, digrignando i denti, chiese urlando in modo orribile:

T-u-t-t-o q-u-e-s-t-o……? …… Safwat, mille frustate. Questa ragazza ha deriso e schernito ognuno di noi. Dov’eravate tutti?

Nel frattempo era già cominciata la pioggia velenosa dei frustini. Shams gettò i fogli a terra e disse:

: Questa ragazza rappresenta una sfida all’intelligenza e alla ragione di ognuno di noi. A quanto pare è un’autrice e un’oratrice eccezionale. Entrambe le mie gambe ferite erano fasciate; ogni parte del mio corpo aveva sopportato frustate e colpi di frustino oltre il limite della sopportazione, eppure mi appesero di nuovo a testa in giù, come una bestia macellata. Shams, accecato dalla rabbia, per ordine del pascià inflisse innumerevoli colpi di frusta insopportabili al mio corpo debole e martoriato.

Vedendo il sangue sgorgare copiosamente da tutto il mio corpo, persino attraverso le bende, il medico ordinò di tirarmi giù immediatamente. Mi lasciarono fuori dall’ufficio di Shams per un’ora intera. In seguito fui portata in ospedale su una barella.

Murad e Hamza dissero:

: Secondo i medici, sei sulla soglia della morte. Ma, secondo noi, è necessario presentarti davanti al tribunale. Così potrai morire ascoltando tu stesso la sentenza di condanna a morte. Domani mattina ti consegneremo al Ministero della Legge e della Giustizia. Ricordalo bene: se non risponderai secondo le disposizioni stabilite dal Ministero della Legge e della Giustizia, dovrai tornare qui. Poi chiamò Hamza Safwat e gli disse:

: Portalo in tribunale alle nove del mattino.

Detto questo, se ne andarono tutti.

 

Indagine

Ho attraversato ogni fase della tortura. Sono stato picchiato con fruste che vomitavano fuoco, morso dopo che mi avevano aizzato contro dei cani, immerso nella cella dell’acqua, bruciato e arso nella cella del fuoco, appeso a testa in giù come un animale macellato. Con questo incessante sopruso e tormento, sono stati devastati sia il mio corpo sia il mio spirito. Dopo tutte queste violenze e angherie, ora l’ufficio legale del governo sta preparando, sotto il nome della giustizia, una farsa per infliggere ulteriori pene ingiuste a oppressi indifesi e innocenti come me.

Fui mandato al campo della sezione investigativa del tribunale. Anche lì agivano secondo lo stesso piano degli altri. Nel campo d’indagine, i raccoglitori di informazioni costringevano gli accusati, con minacce e intimidazioni, a firmare documenti contenenti confessioni di colpevolezza infondate.

E questi documenti pieni di accuse false venivano redatti proprio sotto il naso dei cosiddetti consulenti legali e dei giudici.

La tradizione e la fama delle sentenze coraggiose e imparziali dei giudici musulmani, che nel campo della verità e della giustizia hanno mantenuto luminose le pagine della storia, oggi sono tradite dai loro stessi successori, i quali chinano il capo davanti alla falsa forza e infangano i tribunali e il sistema giudiziario. È una disgrazia estrema per la nazione. Se si continuerà così, potrebbe essere messa in pericolo persino l’esistenza della nazione musulmana. Eppure, in ogni epoca, l’integrità e l’amore per la giustizia dei qadi e dei giudici musulmani hanno ottenuto l’incondizionata ammirazione di tutta l’umanità.

Ho sentito alcuni di questi uomini del dipartimento legale mentire spudoratamente nella prigione militare. Costoro costringevano degli innocenti a firmare dichiarazioni inventate, scritte da loro in modo estremamente vergognoso. Ho visto con i miei stessi occhi come terrorizzassero i detenuti con minacce e intimidazioni per estorcere loro la firma.

Quando mi presentai per la seconda volta all’ufficio investigativo della prigione, l’avvocato mi guardò in silenzio. Avevo tutto il corpo fasciato; ero così debole che perdevo continuamente conoscenza e non avevo nemmeno la forza di pronunciare correttamente le parole.

L’avvocato era seduto dietro una pila di fascicoli. Davanti a lui c’era un documento scritto. Accanto a lui, davanti a un tavolino, sedeva la sua segretaria. Davanti a lei c’era una pila di fogli bianchi. Con la penna in mano, era pronta a eseguire le istruzioni dell’avvocato. Per prima cosa, l’avvocato scrisse il mio nome, la mia età, la nazionalità e l’indirizzo di casa.

Poi l’avvocato mi disse con uno sguardo impassibile e spento:

: Zaynab, questi fascicoli contengono tutti le dichiarazioni degli Ikhwan. Tra queste, la tua dichiarazione è la più chiara. La tua dichiarazione la lascerò nel fascicolo. …… Voglio sentire da te come sono andate realmente le cose. …… Indicando i fascicoli, disse:

: Questi sono pieni delle dichiarazioni di Hudaybi, Sayyid Qutb e Abd al-Fattah Ismail. …… Zaynab, voglio che tu abbandoni la tua ostinazione e torni sulla retta via. Non farci perdere tempo in faccende inutili e futili. Altrimenti verrai rimandata nella prigione militare.

Dopodiché continuò a farmi domande e io continuai a rispondere. Ma rimasi sbalordita osservando una cosa: mentre io concludevo le mie risposte con appena poche frasi, a loro occorreva un’intera pagina per scriverle. Questo mi fece arrabbiare moltissimo. Richiamai l’attenzione dell’avvocato e dissi:

: Signor Konabi! Io avevo risposto soltanto con poche frasi……! Ma……

L’avvocato disse: «Ti aiuterò. Perché tutte queste tue parole saranno presentate al Presidente, parola per parola. Egli vuole conoscere quotidianamente le tue dichiarazioni». Io dissi:

: «Non vi do il diritto di apportare alcuna modifica, aggiunta o omissione alle mie dichiarazioni; in altre parole, a mio nome dovrà essere scritto soltanto ciò che ho detto».

L’avvocato disse: «In seguito ti leggeranno tutto».

Dissi con calma:

: «Se continuate a scrivere le mie parole secondo la vostra versione, allora parlare da parte mia è inutile. Potete far scrivere al vostro impiegato tutto ciò che volete. Se il processo verrà condotto sulla base di queste cose, riconoscerò soltanto le mie parole».

L’avvocato domandò di nuovo:

: «Vuoi forse dichiarare infedeli il Presidente Nasser, il suo governo e la società attuale?»

Io dissi:

: Non considero miscredenti i seguaci della Qibla e della Kaaba.

L’avvocato volle sapere chi fossero i seguaci della Qibla e della Kaaba.

Dissi:

: Coloro che credono nella kalima tayyiba, «La ilaha illallah, Muhammadur Rasulullah», e che in ogni ambito della vita obbediscono alle prescrizioni di Allah trasmesse tramite il Suo Messaggero. L’avvocato domandò come se mi stesse esaminando:

Analizza le qualità dei seguaci della Qibla e della Kaaba.

Risposi analizzando:

: Coloro che compiono la preghiera, versano la zakat, digiunano durante il Ramadan, compiono il pellegrinaggio se ne hanno la possibilità, rispettano gli ordini e i divieti del Corano e della Sunna, non promulgano leggi di propria iniziativa e non governano secondo alcuna legge diversa da quella prescritta da Allah.

L’avvocato domandò:

Ritieni che Nasser, il suo governo e la società attuale siano seguaci della qibla e della Kaaba?

Risposi chiaramente:

: Per quanto riguarda Nasser, non lo ritengo tale. Perché, se volesse, potrebbe governare secondo il Corano e la Sunna; tuttavia ha sospeso la legge del Corano e della Sunna. Impone al popolo leggi di sua propria creazione…… Nasser ha dichiarato pubblicamente che non instaurerà alcun governo islamico.

: L’avvocato chiese: «Dimmi chiaramente che Abdun Nasser e il suo governo sono entrambi infedeli.»

Risposi:

: Ho già dato la mia risposta. Coloro che vogliono verificare la propria realtà hanno il dovere di mettersi alla prova sulla pietra di paragone del Corano di Allah.

Ebbene, per mettere per iscritto proprio queste parole, il signor avvocato riempì cinque pagine di carta formato protocollo.

Dopo aver finito di scrivere, chiese: «Volevate uccidere Umm Kulthum e Abdul Halim Hafiz?»

Dissi-

: Per i responsabili della nazione musulmana e per gli esponenti del movimento islamico non c’è spazio per occuparsi di simili inezie. Il giorno in cui i musulmani si risveglieranno, tutte le ingiustizie scompariranno spontaneamente e la nazione si ergerà a testa alta, con la vera dignità che le spetta. Oggi i musulmani vengono confusi in vari modi e tenuti impegnati in attività sataniche; un giorno tutto questo scomparirà senza lasciare traccia, come una bolla di sapone.

L’avvocato Mohammad al-Konabi ascoltava da me una cosa e ne scriveva un’altra. Seduto davanti a me, distorceva le mie parole, apportandovi modifiche e aggiunte. Talvolta copiava persino alcune cose da altri fascicoli!

Questo strano spettacolo d’indagine del Ministero della Legge e della Giustizia continuò per dieci giorni. Il consigliere Abdul Salam veniva ogni giorno a chiedere al signor al-Konabi come procedessero le cose, poi se ne andava ordinandogli di continuare i suoi tentativi.

Un giorno, nella tenda dell’accampamento, dissi all’avvocato signor al-Konabi-

: Oggi sto assistendo a qualcosa di straordinario. …… Vedo che le persone legate al dipartimento della giustizia e ai tribunali hanno assunto l’aspetto di animali selvatici: si stanno strappando di dosso le vesti della giustizia e depongono dalle loro teste la corona della legge.

L’avvocato disse-

: Stiamo cercando di salvarti dalle grinfie dell’Ikhwan. Alla luce delle dichiarazioni di Hudaybi, Sayyid Qutb e Abdul Fattah, la tua condanna a morte per impiccagione è diventata inevitabile. Qual è la tua opinione riguardo alle dichiarazioni di Hudaybi, Sayyid Qutb e Abdul Fattah?

Gli dissi, guardandolo negli occhi:

: State dicendo il falso su di loro. Sono tutti leader del movimento islamico. Non mentiranno mai contro nessuno.

L’avvocato, reagendo, disse: Sei tu a mentire.

Chiesi stupito:

: Contro chi sto mentendo?

L’avvocato rispose:

: Contro il governo e il nostro sistema giudiziario.

Allora sfidai l’avvocato chiedendogli:

: Può presentare una prova del fatto che è una persona legata a questo tribunale? Questa volta disse l’avvocato—

: Sospendo l’indagine e ti mando di nuovo nel carcere militare per essere punito. In seguito dovrai tornare qui.

Dopodiché cominciò a bere il caffè. Terminato il caffè, disse—

: Zaynab, vuoi tornare di nuovo in quella prigione di punizione? Abdun Naser desidera esaminare al più presto i tuoi documenti.

In seguito, quando l’avvocato mi ordinò di firmare tutto ciò che aveva scritto, mi rifiutai di farlo. …… È superfluo dirlo: fui mandato di nuovo nell’ufficio del carcere militare, dove fruste e staffili mi diedero una calorosa accoglienza. Così, per il momento, l’indagine giudiziaria si concluse qui.

 

Di nuovo in tribunale

Due giorni dopo fui convocato di nuovo presso il tribunale. Questa volta vi vidi molti giovani feriti e pieni di lesioni. L’avvocato Konabi mi chiese—

: Hai mai incontrato queste persone? Quando hai fatto la loro conoscenza e quali sono i loro nomi?

Guardai i giovani e chiesi:

: Quando vi ho visto? In realtà, avete mai incontrato me? Mi avevate mai visto prima? Quali sono i vostri nomi?

L’avvocato gridò, sollevando un’obiezione, e disse:

: Sarò io a interrogarli.

Risposi:

: Allora chieda loro quando mi hanno incontrato.

Non mi chieda quando li ho incontrati io?

Dopodiché l’avvocato interrogò tutti loro, uno dopo l’altro. Quando ognuno di loro disse di non avermi incontrato, l’avvocato chiese loro:

: Ma perché, durante l’inchiesta, avevate detto tutti di aver incontrato Zaynab?

Essi risposero:

: Furono i colpi del frustino a costringerci a mentire.

Dopodiché fummo tutti mandati nella prigione militare. Quei giovani valorosi furono costretti innumerevoli volte a passare davanti a me, andando avanti e indietro tra il tribunale e la prigione militare.

 

Ancora quelle torture

Continuavano gli interrogatori con Shams Badran nel suo ufficio della prigione e le vessazioni ai miei danni. Quasi ogni notte Shams o alcuni dei suoi compagni mi portavano in ufficio; dapprima mi minacciavano di terribili punizioni, poi mi conducevano davanti a detenuti a me conosciuti — adolescenti, giovani, donne e uomini — e mi chiedevano:

: Quando avevi incontrato queste persone?

Risposi:

: Chiedi proprio a loro quando mi hanno incontrato e se mi conoscono davvero?

In risposta mi venivano inflitte continuamente nuove punizioni. Per esempio, mi facevano restare in piedi in un luogo buio, oppure mi costringevano a correre colpendomi alle spalle con un frustino, e così via. Quando, correndo, finivo per cadere rovinosamente a terra a causa delle ferite e della debolezza, mi infliggevano quindici o venti forti colpi e poi mi ordinavano di correre di nuovo. Alla fine, quando perdevo i sensi, mi lasciavano in una stanza dell’ospedale. Le punizioni torturanti che mi furono inflitte dopo l’indagine del Dipartimento della legge e della giustizia furono ancora più terribili e strazianti delle punizioni precedenti. Ne parlerò brevemente. Questo basterà a farvi immaginare quanto crudelmente e disumanamente Naser e i suoi lacchè adulatori siano capaci di torturare.

 

Punizione

Nel cuore della notte, al buio, fui condotto in un altro ufficio vicino a quello di Shams Badran. Qui era seduto un uomo di nome Jalaluddin. Appena mi vide, mi domandò:

: Qual è il tuo rapporto con Zaynab, Khaleda Hujaybi e suo marito Ahmad Sabit, e quale ruolo avevano entrambi nell’organizzazione? Parla.

Risposi: il lavoro che svolgevo con Khaleda Hujaybi era limitato all’aiuto alle famiglie delle persone detenute.

Jalal domandò: che tipo di aiuto?

Risposi: aiuti finanziari e materiali. Per esempio, generi alimentari e beni di prima necessità.

In seguito, quando mi chiese informazioni su Ahmad Thabet, il marito di Khaleda Huzaybi, gli spiegai che egli consegnava a Khaleda Huzaybi i beni destinati alle varie famiglie dall’ufficio dell’associazione femminile. Era vero che veniva a prendere tali beni, ma rimaneva seduto in macchina. Non entrava in ufficio. Oltre a ciò, non aveva nessun altro incarico.

Jalal rifiutò di credere alla veridicità delle mie parole e mi affidò a Safwat. Safwat mi fece mettere in piedi rivolto verso il muro e ricominciò a farmi tutte quelle domande. Ripetei le risposte precedenti. Questo interrogatorio, fatto di domande e risposte, proseguì per circa un’ora; ma, vedendo che il mio racconto non cambiava, cominciò a minacciarmi con la frusta e con i cani. Io, però, rimanevo fermo nella mia versione. Nel frattempo arrivarono Hamza e Jalal. Jalal ordinò di aizzarmi contro un cane. Poi mi tennero rinchiuso per due ore insieme a un cane, dopodiché mi mandarono in ospedale.

Anche la seconda notte mi furono poste le stesse domande su Huzaybi e suo marito, e io continuai a dare le mie precedenti risposte. Vedendo che continuavo a esprimere la stessa versione, Jalal chiamò Safwat. Safwat cominciò a picchiarmi con tutte le sue forze.

 

Significato

Fui convocato nuovamente nell’ufficio di Shams Badran. Shams Badran mi disse:

: Abbiamo fatto venire Zaini da Gaza. La Guida Suprema e Mamun Huzaybi lo conoscono. Se neghi di conoscere Zaini, ti manderemo di nuovo a un’inchiesta completa, dall’inizio alla fine. Zaini? La confessione… è molto importante.

Mi portarono in una stanza e mi mostrarono una persona dall’aspetto talmente grottesco che era assolutamente impossibile conoscerla o averla mai vista prima. Pertanto mi riportarono nuovamente da Shams.

Shams chiese: «Chi è questa persona?»

Risposi: non l’ho riconosciuto.

Shams disse:

: Questo è Sadek Jeyni, lo conoscono tutti. Nel bel mezzo del discorso, Jalal interruppe Shams e gli disse di chiedermi dei soldi. Quando Shams mi interrogò a questo proposito, dissi:

Quei soldi erano stati raccolti per provvedere al cibo, al vestiario, alle cure mediche e all’istruzione dei figli dei familiari di coloro che guadagnavano il pane e che erano stati imprigionati. Shams, con voce agitata, chiamò Hamza e disse:

Portatelo via e questa volta chiudetelo non nella cella dei cani, bensì in quella dei serpenti velenosi.

Hamza e Safwat mi portarono in ospedale. Mentre si sedeva su una sedia, Hamza disse: se ci dirai la verità sul vero scopo della raccolta del denaro, non ti chiuderemo nella cella dei serpenti.

Dissi: avete già indagato su tutta la faccenda. In quel momento arrivò Jalaluddin e chiese loro:

: Ha imboccato la strada giusta?

Hamza disse: «Lasciatelo a me. Mi sembra che preferisca la compagnia dei cani.»

Cani! Sì, dal mio punto di vista, quanto a giudizio e coscienza, i cani sono molto superiori a costoro. Ogni volta che, seduto nella cella dei cani, riflettevo sul carattere e sulla mentalità di questa gente, mi sembrava che fossero esseri molto più spregevoli dei cani. Senza dubbio, l’ambiente dei cani era molto più sopportabile di quello di Shams, Hamza, Jalal, Safwat e degli altri.

Una notte mi portarono nell’ufficio di Shams e, senza alcuna discussione, cominciarono improvvisamente a picchiarmi così forte che dopo pochi istanti persi i sensi. Mi fecero un’iniezione e mi mandarono in ospedale. Tre giorni dopo mi riportarono nell’ufficio di Shams.

Giurando su Gamal Nasser, disse:

«Se non rispondi esattamente alle mie domande, dovrai subire di nuovo, da capo, la punizione nelle celle dalla numero uno alla numero trentaquattro.»

Avevo già sopportato le orribili torture di quelle celle. Shams mi lasciò iniziare a parlare e disse:

«Zaynab, ti ricorderò due episodi. Nel primo sono coinvolti Muhammad Qutb, la moglie del signor Huzaibi e le sorelle di Muhammad Qutb; nel secondo sono coinvolti Ali Usmabi e Mamun Huzaibi.»

«Se ti dicessi che Hasan Huzaibi, sua moglie e Muhammad Qutb hanno confessato tutto questo, non mi crederesti. Ma allora dimmi: come abbiamo fatto a venirne a conoscenza? Ammettiamo pure che tu possa definire falsa la vicenda in cui era coinvolto Ali; ma nell’altra Ali non c’è.»

Il giorno in cui Muhammad Qutb venne da Helwan a casa mia durante la notte e, dopo aver parlato, gli dicesti di consegnare le cinquecento ghinee insieme ai gioielli d’oro alla madre, cioè alla moglie del signor Huzaybi, e di accettare questi gioielli d’oro come contributo per sostenere le spese delle famiglie degli Ikhwan detenuti, consegnandoli alla madre al momento opportuno.

Io dissi:

Sì, è proprio così. Ma che motivo c’era di preoccuparsi tanto? Posso dare i miei gioielli a chi voglio. Li ho donati per un’opera al servizio dell’umanità: è forse motivo di gioia. Naturalmente, il denaro apparteneva agli Ikhwan. Era mio dovere consegnarlo alla persona responsabile. Shams chiese:

Le cinquecento ghinee erano destinate all’organizzazione o a quelle famiglie?

Io dissi: Solo per le spese delle famiglie.

Shams disse:

Secondo quanto ha detto Ali Usmabi, quel denaro era destinato all’organizzazione.

Io dissi: Ali Usmabi è un bugiardo.

Shams disse: Muhammad Qutb ha detto di non sapere per quale scopo fossero stati dati i cinquecento ghinee. Tu, però, glieli avevi consegnati insieme ai gioielli, dicendogli di recapitarli alla moglie del signor Huzaybi.

Dissi:

: «Portate Muhammad Qutb davanti a me. …… Gli avevo detto che i cinquecento ghinee erano stati dati per aiutare le famiglie.»

Shams disse:

: «Va bene, d’accordo? Ma da dove provenivano?»

Dissi:

: «Un giorno Ali Usmavi venne da me per ottenere una lettera di raccomandazione, a nome di un fratello saudita, per incontrare Murshed o Mamun. Gli dissi che non c’era bisogno di alcuna lettera di raccomandazione né di intermediari per incontrare il fratello Mamun. Murshed si trovava ad Alessandria. Mamun, invece, era proprio qui e lo si poteva incontrare. In seguito Ali Usmavi mi informò che il fratello saudita aveva incontrato Mamun e gli aveva consegnato del denaro come donazione. Mamun gli aveva chiesto di dare quel denaro della donazione a Zaynab al-Ghazali. Di conseguenza, il fratello saudita incaricò Ali Usmavi di farmi pervenire quel denaro della donazione, come da lui indicato. Disse anche che quel denaro sarebbe stato speso per aiutare le famiglie degli Ikhwan detenuti.»

Shams disse:

: Secondo quanto aveva detto Muhammad Qutb, quel denaro non era destinato ai familiari.

Quando il professor Muhammad Qutb fu condotto davanti a me, glielo ricordai e dissi:

: Quando le affidai i gioielli e il denaro affinché li facesse arrivare a mia madre, le dissi che quel denaro era stato affidato a me per i familiari…… Probabilmente l’ha dimenticato.

Dopo le mie parole, il signor Muhammad Qutb disse:

: Zaynab, se sei certa di avermelo detto—

allora è vera la versione di Zaynab.

Dopodiché mi costrinsero a stare in piedi, rivolto verso il muro, fino all’alba. Poi mi mandarono in ospedale.

Due giorni dopo mi portarono di nuovo nell’ufficio di Shams e, senza alcun preambolo, mi dissero:

: Zaynab, ammetti che Muhammad Qutb ha fondato un’organizzazione.

Io risposi:

: Sono già stato interrogato in merito e ho dichiarato che Muhammad Qutb non ha fondato alcuna organizzazione.

Sentito ciò, Shams ordinò a Safwat di appendermi e frustarmi. Poi fui condotto in un altro ufficio lì vicino. Là uno sconosciuto mi disse:

: Zaynab, sei proprio uno stupido. Non sai salvarti la vita. Gli Ikhwan hanno mosso contro di te molte false accuse…… Allora perché non ci aiuti a raccogliere informazioni su Muhammad Qutb? Sappi che, con un minimo di collaborazione da parte tua, la via del compromesso diventerebbe molto più facile.

Chiesi sarcasticamente:

: Dovrei raggiungere un compromesso con voi? Io odio con tutto il cuore il vostro comportamento, i vostri modi e la vostra perfidia. Siete tutti seguaci di Satana. Ma non riuscirete mai a resistere sulla nostra strada. Noi siamo servi di Allah e mujahidin. Per quanto possiate fare tentativi disperati, non riuscirete a far mentire nessuno dei nostri fratelli, né sviandolo né sottoponendolo a torture. Questo dovete saperlo.

Disse con voce aspra:

: Vi infliggeremo nuovamente una dura punizione e faremo nuovamente condurre un’inchiesta giudiziaria sul vostro conto.

Dissi—

: Il Ministero della Giustizia, il sistema giudiziario e tutti voi siete due facce della stessa medaglia. Vi siete allontanati dalla via di Allah. Ognuno di voi gira vorticosamente nel gorgo dello smarrimento e diventerete vittime dell’ira di Allah.

In quel momento Hamza venne, posò davanti a me un documento scritto e se ne andò. Quell’uomo cominciò allora a parlarmi di Muhammad Qutb. Poco dopo anche lui uscì dalla stanza.

Dopodiché Safwat venne, mi picchiò selvaggiamente e se ne andò. Poi arrivò un altro uomo, che cominciò a tentarmi con la promessa di molte ricompense in cambio di informazioni su una particolare organizzazione. Ma, quando non riuscirono in alcun modo a farmi cambiare idea, fui rinchiuso nella cella dei cani. Questa volta, però, insieme al cane c’era anche un altro uomo. Hamza disse a quell’uomo che, se il cane non mi avesse morso, avrebbe dovuto mordermi lui. La cella rimase chiusa per due ore. Durante quel tempo rimasi interamente dedito al ricordo di Allah. Finché, dopo due ore, la porta fu aperta, il cane e quell’uomo rimasero seduti in silenzio, tranquilli e obbedienti come bambini.

Dopodiché fui portato in ospedale. Il giorno seguente fui condotto nell’ufficio di Riyaz. Mi chiese se avessi incontrato qualcuno di Karwasa. Gli dissi—

: Non so assolutamente nulla di Karwasa.

Riyaz chiese—

: Non è mai venuta a farti visita nessuna delle persone di quel luogo? Zaynab, non ricordi che Abd al-Hamid è proprio un uomo di Karwasa? Poi, dopo avermi rimproverata bruscamente, se ne andò dicendo:

: Per punirti, manderò degli uomini da Pasha. Subito dopo arrivò un soldato, mi fece stare in piedi con il volto rivolto verso il muro e cominciò a frustarmi. Dopo avermi sottoposta a lungo a quelle torture, mi mandarono di nuovo in ospedale. Queste torture vengono inflitte proprio dopo l’indagine giudiziaria.

Dopo alcuni giorni fui portata di nuovo nell’ufficio di Riyaz. Questa volta erano presenti anche molte altre donne. Non ne avevo mai vista nessuna prima di allora.

Mi chiese: Quale di loro è la moglie di Sisi?

Risposi: Non lo so.

In quel momento il soldato arrivò accompagnato da un giovane. Al giovane fu chiesto: Quale di loro è Zaynab al-Ghazali?

Il ragazzo si guardò intorno e disse: Non lo so.

Poi, quando gli chiesero di Abbas Sisi, anche in questo caso dichiarò di non saperne nulla. Dopodiché gli fu chiesto:

: Con quale delle donne presenti qui hai avuto un incontro? Quando il ragazzo rispose ancora una volta negativamente, fu frustato e fatto uscire.

In quel momento si vide arrivare all’improvviso la sorella Hamida Qutub. Dietro di lei veniva Safwat. Quando alla sorella Hamida Qutub fu chiesto della moglie di Sisi, anche lei disse: «Non la conosco».

Dopodiché tutte le donne, compresa la sorella Hamida Qutub, furono mandate fuori. Io invece fui fatto sedere davanti a Riyaz. Mi chiese:

: Si dice che un ikhwaniano abbia sposato quattro donne. Sai qualcosa al riguardo?

Risposi: «No».

Tuonò:

«Allora sto forse mentendo? Se non dici chi è quell’uomo, verrai picchiata.»

Con disgusto risposi: «Fa’ ciò che vuoi.»

Mi fece voltare verso il muro, mi colpì diverse volte con la frusta e se ne andò. Due ore dopo tornò con Safwat e mi mandò in ospedale.

 

Il pacchetto di carne macinata

Notando il rapido peggioramento delle mie condizioni di salute, i medici dissero che, se non fosse stato autorizzato l’invio da casa di cibo nutriente per me, c’era il rischio che perdessi la vita. Pertanto, su consiglio dei medici, fu autorizzato a farmi portare del cibo da casa. Naturalmente, tale autorizzazione fu limitata al latte e alla frutta. Un giorno mia sorella escogitò un modo ingegnoso per farmi arrivare della carne. Riempì di carne macinata una confezione vuota del latte in modo tale che fosse difficile accorgersene dall’esterno. Era morbida proprio come una confezione di latte. Soltanto io riuscii a capirlo. Insieme a essa furono mandati anche del burro e delle arance. Tenuta per me la mia parte, distribuii il cibo restante, tramite Abdul Mabud, agli altri fratelli ikhwan ricoverati in ospedale. In quel periodo con noi c’era anche il professor Abdul Aziz, ex ministro per gli Affari dell’amministrazione locale. Dividemmo tra noi un’arancia ciascuno e un pacchetto di burro ogni due persone.

Terminata la distribuzione del cibo, chiamai Abdul Mabud, gli diedi la confezione del latte e gli dissi di distribuirla tra tutti gli ikhwan. Uscì e, quando tornò, disse:

: Oh, vedo che qui c’è della carne macinata. Le sarà molto utile. La tenga per sé.

Ma gli dissi di distribuirla. Anche dopo averla distribuita a tutti, nella confezione rimase un po’ di carne macinata. Mandai questa carne macinata e un po’ di burro al professor Abdul Aziz.

Abdul Mabud chiese: «Non ne ha tenuta un po’ per sé?»

Dissi:

: Infinita gratitudine ad Allah. È Lui che provvede il sostentamento ai Suoi servi.

Disse: «Ogni lode appartiene ad Allah. È Lui il Signore, è Lui il Datore del sostentamento.»

Venne l’assistente del reparto e mi chiese:

: «Come è entrato il cibo?»

Risposi: «Con il permesso del medico.»

I fratelli dell’Ikhwan raccoglievano quel poco di cibo buono che riuscivano a mettere insieme e lo conservavano per i fratelli relativamente più malati. Per questo eravamo molto felici quando arrivava qualcosa dall’esterno del carcere, per quanto piccola potesse essere la quantità! Anche vivendo sotto il dominio di oppressori tirannici, ci preoccupavamo particolarmente del bene gli uni degli altri.

 

Affamati in ospedale

Per il primo anno trascorso in carcere mi fu impedito di ricevere cibo da casa o dall’esterno. Solo verso la fine, non avendo più alternative, mi permisero di farmi portare il cibo da casa. Lo fecero affinché, sulla base delle loro accuse false e infondate, il tribunale potesse eventualmente condannarmi a morte. A tale scopo, per l’urgenza di tenermi in vita almeno fino all’emissione della sentenza capitale, mi permisero di ricevere da casa cibi nutrienti.

Pochi giorni prima dell’inizio del processo in tribunale, mia madre e mia sorella vennero a trovarmi in carcere e, nel corso della conversazione, mi informarono che Safwat, sfruttando il mio nome, aveva estorto loro una considerevole somma di denaro con il pretesto di acquistare medicine, frutta, vestiti e altro. Inoltre, in vari altri modi, si faceva pressione sulla mia famiglia e sui miei parenti per soddisfare i propri interessi.

Ad alcuni detenuti permettevano fin dall’inizio di ricevere cibo dall’esterno, ma ai Fratelli non veniva concessa alcuna autorizzazione del genere. Al contrario, il loro obiettivo era far soffrire i Fratelli in un modo o nell’altro, o persino ucciderli. Per questo, li privavano del loro legittimo cibo persino in ospedale. In realtà, tutto ciò era la manifestazione della loro ostilità verso l’Islam e della loro mentalità meschina.

Un giorno portarono in ospedale un giovane Fratello in condizioni gravissime. Per curarlo si rese necessario dello zucchero. Il medico mandò qualcuno a cercare zucchero o una sostanza simile, ma non se ne trovò da nessuna parte. Quando venni a sapere dell’accaduto, bussai alla porta del reparto. Quando la porta fu aperta, mandai al medico il barattolo di miele che mi era stato inviato da casa. Grazie a ciò, il Fratello fu curato poco dopo. Le spie governative dislocate nell’ospedale notarono tutto. A quanto pare, secondo la legge, avevo compiuto un atto proibito.

Per questo, alcuni giorni dopo, fu interrotta l’erogazione dell’acqua ai detenuti ricoverati in ospedale. Era un esempio esecrabile di comportamento disumano. Durante la stagione del caldo intenso, ogni notte ci tenevano privi anche di una sola goccia d’acqua. Procurarsi in qualche modo una tazza d’acqua per l’intera giornata era un’impresa difficile quanto raccogliere il latte di una tigre.

Ero già gravemente malato. La mia salute peggiorava di giorno in giorno, avvicinandosi al limite estremo del deterioramento. Alla fine, fu assegnata dell’acqua soltanto a me. Dividevo la mia acqua e la mandavo al fratello Abd al-Karim, nella cella accanto. Ma far arrivare l’acqua nella cella vicina era estremamente difficile. Non c’era modo di eludere le guardie. Non avendo altra scelta, la facevo scorrere da questa parte attraverso un sottilissimo foro nel muro, mentre dall’altra parte mio fratello accostava la bocca al foro e cercava di placare la sete. Per lui, quelle poche gocce d’acqua equivalevano a una nuova vita, poiché gli permettevano di mantenere in vita il corpo e lo spirito martoriati dai colpi della frusta. I boia al servizio del governo infliggevano ogni sorta di atroce punizione a quegli innocenti. Non avevano la minima familiarità con sentimenti come l’umanità. Anzi, non sarebbe esagerato dire che la loro crudeltà aveva oltrepassato i limiti della bestialità.

 

Il pentimento dell’oppressore e il ritorno sulla retta via

Mentre ero in ospedale accadde un episodio. In quell’occasione mi furono rivelate le latenti virtù morali dell’essere umano. Non ho alcun dubbio che, se si spiega sinceramente la verità a una persona, per quanto malvagia possa essere, prima o poi essa accetterà un insegnamento virtuoso. Talvolta basta un sincero sforzo. Se ci si impegna, una nazione può nuovamente acquisire la capacità di avanzare con tutte le proprie forze sulla via della sua vera destinazione.

Nell’ospedale militare c’era un assistente militare di nome Salah, incaricato della nostra sorveglianza. Aveva anche il compito di fare le iniezioni ai pazienti e di controllare i movimenti dei detenuti. Un giorno, mentre mi recavo al bagno, vidi che la tenda usata come porta della stanza di Sayyid Qutb era sollevata e fluttuava al vento. Proprio in quel momento stavo passando di lì. Non appena la vide, fece un tale baccano da scatenare un putiferio. Disse:

: Come aveva osato Zaynab al-Ghazali scostare la tenda e guardare Sayyid Qutb, che sedeva all’interno? Salah cominciò a insultarla con parole indicibili. Faceva un tale baccano e si agitava in modo inaudito! Proprio in quel momento arrivò Safwat, e le urla e gli insulti di Salah aumentarono ancora di più. Con tutto ciò voleva dimostrare ai suoi superiori con quanta competenza e vigilanza stesse svolgendo il proprio dovere. Cominciò a snocciolare, una dopo l’altra, prove concrete del fatto che, grazie al suo potere amministrativo, teneva completamente sotto controllo i prigionieri feriti e malati ricoverati nell’ospedale.

In realtà Salah era un uomo dalla natura bestiale, simile a quella di una belva, privo di ogni virtù: conoscenza, intelletto, coscienza, istruzione religiosa e così via. Udendo le sue parole oscene e il suo chiasso, il professor Sayyid Qutb lo chiamò vicino e gli parlò con grande affetto:

: Fratello mio! La tenda stava volando al vento. Perché mai questo dovrebbe essere una sua colpa? Lei non ha alcuna colpa. In questo modo gli spiegò ancora molte altre cose. Incredibile! Quell’uomo spregevole, simile a una belva, sembrò sciogliersi completamente, affascinato dalle parole di Sayyid Qutb. Rimase in silenzio, con gli occhi vergognosamente rivolti verso terra.

Dopo alcuni giorni venne da me, si dichiarò pentito del suo precedente errore e disse:

: Voglio tornare a essere musulmano, da capo. Voglio conoscere l’Islam; ditemi, come posso diventare un vero musulmano?

Gli chiesi, stupito:

: Riesci a sopportare le scene di violenza, oppressione, persecuzione e maltrattamenti che vedi infliggere agli Ikhwan?

Rispose:

: Se anch’io riuscirò a diventare un vero musulmano come loro, Allah concederà anche a me pazienza e forza.

pronunciai con voce commossa:

: Non c’è altra divinità all’infuori di Allah; Muhammad è il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui).

Recitò più volte la kalima tayyiba, con una pronuncia estremamente lenta, ma ferma e vigorosa.

Poi dissi:

: Va bene, continua a fare ciò che Allah ha comandato. Non inchinarti davanti ad alcuna potenza falsa, all’infuori di Allah.

Disse:

: Voglio imparare quella vera educazione islamica che ha elevato tanto il vostro carattere e rafforzato tanto la vostra fede, al punto che, persino di fronte alle persecuzioni più crudeli, i vostri principi non sono cambiati neppure minimamente e sopportate sorridendo ogni ingiustizia e tortura. Una persona comune non potrebbe sopportare nemmeno l’uno per cento di persecuzioni di questo genere. Ditemi, come posso acquisire una vera educazione islamica?

Gli dissi:

: Quando vai da Sayyid Qutb per le iniezioni e le medicine, fagli questa domanda. Egli ti indicherà nel modo migliore la via degli insegnamenti islamici.

Gli affidai i miei saluti per Sayyid Qutb.

 

Il verdetto è vicino

Dopo diversi giorni, prima che il processo iniziasse in tribunale, mi fu formalmente notificato l’atto d’accusa.

È un processo assurdo. Sarebbe difficile trovare nella storia un esempio di un ruolo tanto vergognoso della magistratura…… Si può definire una grande tragedia. Sapevamo già che il verdetto definitivo del tribunale giaceva nel cassetto della scrivania di Shams Badran. Nel frattempo, si preparava la messa in scena della farsa del processo. In base a un decreto governativo, ci venivano negati il diritto di difenderci e gli incontri con gli avvocati. Quando volli nominare come mio difensore il celebre avvocato signor Ahmad Khaza, il governo dichiarò che egli non poteva partecipare a questo processo. Dissi allora che non avevo bisogno di alcun avvocato. Annunciai la mia decisione di condurre da solo la mia difesa.

La gente, a mia insaputa, nominò un avvocato cristiano perché conducesse il processo in mia difesa. Poco prima dell’inizio del processo, ai miei parenti stretti fu permesso di venire a trovarmi. Mia madre e mia sorella vennero a vedermi. Quando videro le mie precarie condizioni e la mia debolezza fisica, quasi svennero. Mi sedetti con loro e le consolai e incoraggiai. Durante il nostro incontro, Safwat e Hamza stavano lì accanto, svolgendo il compito di sorvegliarle. Tramite mia madre e mia sorella, mandai a tutti la richiesta di non nominare alcun avvocato per me. Ma mi informarono che Husayn Abu Zayd era già stato nominato mio difensore per mille ghinee e che, prima dell’inizio del processo, gli era stata versata metà della somma in anticipo. A quel punto dissi loro di porre fine alla questione lì. Tuttavia, il primo giorno del processo vidi Husayn Abu Zayd arrivare per combattere la causa in mia difesa.

Nel frattempo, il giorno prima dell’inizio del processo, fui portato nell’ufficio di Shams Badran. Shams mi chiamò e disse:

: Spero che tu non abbia nulla da obiettare riguardo all’interpretazione della dichiarazione scritta durante l’indagine e che riconosca la veridicità di tutto ciò che vi è scritto. Se dichiari in tribunale che l’Ikhwan ti aveva sviato e che per questo te ne vergogni, il caso si risolverà molto facilmente e anche noi ti tratteremo con il dovuto riguardo e rispetto.

Dissi—

: Allah fa ciò che vuole. Nessuno è in grado di risolvere il proprio problema.

Disse Shams—

: Figliolo! Parla in arabo semplice. Non capisco nulla di tutte queste tue parole. Tuttavia, mi sembra che le tue intenzioni non siano dalla nostra parte. Eppure noi vogliamo servirti e trattarti con rispetto.

Dissi—

: Le chiavi dei misteri sconosciuti e invisibili sono tutte nelle mani di Allah. In questo immenso cielo e sulla terra, nell’acqua e sulla terraferma, nessuno sa che cosa accada o non accada, tranne Lui. Egli sa tutto, ascolta tutto e tutto controlla. Egli sa anche della foglia che è appena caduta, e soltanto Lui vede e conosce il seme che sta germogliando nelle profonde tenebre sotto terra. In verità, dall’atomo fino ai cieli, ogni cosa si muove sotto il Suo controllo.

Shams ascoltò tutto a bocca aperta, poi chiamò Hamza e disse—

: Portalo via, Hamza. È completamente libero di decidere se preoccuparsi o meno dei propri interessi.

Hamza disse—

: Me lo lasci, signore; vedrò di parlare con lui.

Fui fatto uscire dall’ufficio di Shams Badran e condotto in un’altra stanza. Hamza cominciò a cercare di convincermi ad assumere in tribunale una posizione contraria agli Ikhwan. Continuò a ripetere tutte quelle trite e ritrite frasi che, a forza di sentirle pronunciare dalle loro labbra, mi avevano ormai suscitato noia e disgusto. Disse—

: Innanzitutto, ti saranno restituiti tutti i soldi che ti sono stati confiscati. E se in tribunale si ingannassero gli Ikhwan, ciò sarebbe considerato un enorme regalo da parte tua al presidente Nasser.

Mi condusse da Shams e continuò a esortarmi ad agire secondo i suoi ordini e la sua volontà. Ascoltai tutte le sue parole con indifferenza, senza pronunciare nemmeno un sì o un no. Alla fine, dopo aver ripetuto più volte che mi avrebbe salvato dalla pena di morte—

allora lo guardai con compassione e dissi—

: Che idiota! Se ti si bloccasse il processo di defecazione, non avresti nemmeno la forza necessaria per sbloccarlo, e sei venuto qui a salvarmi dalla forca!

Dopo avermi accompagnato nella stanza, se ne andò per predisporre definitivamente la falsa denuncia da presentare in tribunale.

Incredibile! Il governo e i tribunali erano tutti nelle loro mani. Perché, nonostante ciò, avevano tanta paura di me? Volevano che non parlassi in tribunale, che non negassi le dichiarazioni da loro presentate e che non rivelassi la verità al popolo stretto nella morsa della loro tirannia!

Il caso che presentarono in tribunale era una rappresentazione al tempo stesso ridicola e tragica. Cercavano di far credere che, vedete, avevano ammesso spontaneamente di aver voluto uccidere Nasser e che ciascuno aveva spontaneamente testimoniato contro se stesso. Ma alla fine, per grazia di Allah, tutte le loro cospirazioni e macchinazioni fallirono. La sentenza del tribunale mandò in frantumi il loro complotto. Eppure avevano predisposto ogni cosa per influenzare il tribunale. Persino persone come il colonnello Ozumi venivano a sedersi sul palco del tribunale. Ma fu dimostrato che la vittoria della verità è inevitabile.

 

Buone notizie

: Un giorno, in quelle circostanze, sognai di trovarmi in una pianura che si estendeva fino all’orizzonte. Davanti a me sembrava esserci il tribunale, e proprio lì saremmo stati giudicati. L’intero cielo sembrava fare ombra sulla terra come un enorme baldacchino. E dal cielo fino alla terra si diffondeva una splendida striscia di luce. Vidi il Profeta prediletto, Hazrat Muhammad (pace e benedizioni su di lui), in piedi davanti a me rivolto verso la qibla, mentre io stavo dietro di lui ad ascoltare le sue parole. Diceva: «Ascolta attentamente la voce della verità!». Udii una voce meravigliosa, che sembrava giungere allo stesso modo da ogni parte del cielo e della terra. Le parole che giungevano erano: «Qui sarà istituito un tribunale falso, che emetterà una decisione a favore della falsità. Ma voi siete credenti e guide sul sentiero della verità… Abbiate pazienza e insegnate la pazienza, mantenete i contatti gli uni con gli altri e temete Allah. Avrete prosperità». Quelle parole sembravano sgorgare con straordinaria bellezza, attraversando il cielo e la terra. Sotto il loro influsso fui colmata da una profonda consapevolezza e da una gioia indescrivibile nel cuore e nell’anima, tanto che non ricordo tutte le parole. Quando quella voce soprannaturale cessò, il Profeta prediletto mi indicò di guardare alla mia destra. Vidi la cima di una montagna che toccava il cielo. Il suo verdeggiare fresco e incantevole era straordinariamente attraente; sembrava che vi fosse stato steso un tappeto verde.

Il Profeta prediletto mi disse:

: «Zaynab, sali su questa cima. In vetta troverai Hasan Huzaybi. Riferiscigli queste parole». Poi il Profeta prediletto mi fissò con sguardo profondo. Sentii una forza straordinaria in tutto il mio essere. Sebbene il Profeta prediletto non avesse pronunciato una sola parola, ebbi l’impressione di aver compreso tutte le sue parole e anche il loro scopo. Quando il Profeta prediletto sollevò la mano verso la cima della montagna, sentii che stavo salendo la montagna. Durante la salita incontrai Khaleda e Aliya Huzaybi. Domandai loro:

: Siete anche voi miei compagni di viaggio?

Risposero affermativamente. Li lasciai e proseguii. Poco più avanti incontrai Umaiya, Hamida Qutb e Najma Isa. Chiesi loro:

: Anche voi venite con me?

Risposero: Sì.

Proseguii ancora. Alla fine raggiunsi la cima. Lassù vidi un piccolo altopiano pianeggiante ricoperto di tappeti. Da un lato era stato preparato un magnifico posto a sedere; il signor Huzaibi vi era seduto. Vedendomi, si alzò e mi salutò. Espresse grande gioia per la mia presenza. Dopo essermi informato sulla sua salute, dissi:

: Sono venuto con l’incarico di riferirle alcune parole del Profeta amato.

Egli disse:

: Sono già giunte a me.

Ci sedemmo dopo aver reso grazie ad Allah. Le parole del Profeta amato erano giunte non attraverso le parole, bensì spiritualmente. Nella nostra conoscenza e nelle nostre percezioni si era impressa una sua immagine nitida.

Mentre ero seduto accanto al signor Hujaybi, guardando giù dalla montagna, vidi due donne nude su un treno in movimento. Quando attirai l’attenzione del signor Hujaybi verso quella direzione, anche lui le vide. Rimasi profondamente addolorato alla vista di quella scena. Accorgendosi della mia angoscia, il signor Hujaybi disse:

: Hai forse qualche obiezione al riguardo?

Risposi: Certamente sì.

Disse:

: Pensi forse che siamo arrivati qui grazie alla forza delle nostre mani e dei nostri piedi? Al contrario, Allah ci ha concesso la Sua benevolenza. …… Non preoccuparti per quelle due donne.

Dissi: Dobbiamo continuare a impegnarci per guidarle sulla retta via.

Chiese: Puoi farlo personalmente?

Risposi: Con l’aiuto di Allah, ci riuscirò.

Allora il signor Huzaybi disse:

: Dovremmo esprimere la nostra gratitudine per la misericordia di Allah. Per rendere grazie, egli levò entrambe le mani e recitò una supplica. Mi unii anch’io a lui. Durante la supplica continuammo a pronunciare più volte le parole «Alhamdulillah».

In quel momento, all’improvviso, i miei occhi si aprirono. Al risveglio, tutto il mio essere fu pervaso da una sensazione meravigliosa. Da allora non provai più alcuna paura o apprensione. Sentii una pace e una forza straordinarie. Quel sogno cancellò anche il dolore e la sofferenza fisica, nonché il tormento e l’angoscia mentale.

Allah ha detto: «Perdonerò tutti i peccati di coloro che sono emigrati, che sono stati espulsi dalle loro case, che hanno sopportato sofferenze e avversità per seguire la Mia via, che hanno combattuto il jihad e sono caduti martiri. Li farò entrare in giardini sotto i quali scorrono ruscelli. Riceveranno la migliore ricompensa da parte di Allah. Non seguite coloro che hanno rinnegato Allah. O credenti! Siate pazienti, gareggiate nella pazienza, mantenete i legami reciproci e temete Allah. Avrete successo».

Il giorno promesso

Il giorno dell’annuncio della sentenza del processo, fummo mandati in ufficio ad aspettare l’auto che ci avrebbe portati in tribunale. Verso le otto, la polizia, gli ufficiali e i soldati delle forze armate riempirono il cortile del carcere. A guardarli, sembrava che si stessero recando sul campo di battaglia per combattere. Quando arrivò un’auto, vi salimmo. Gli ufficiali e i soldati circondarono la nostra auto. Non appena arrivammo in tribunale, fummo condotti al banco degli imputati. Eravamo in 43. I loro nomi, in ordine, erano:

1. Sayyid Qutb

2. Muhammad Yusuf Hawwash

3. Mohammed Fattah Ismail

4. Ahmad Abdul Majid Abdus-Sami

5. Ahmad, alias Ibrahim al-Qawmi

6. Majdi Abdul Aziz Mutawalli

7. Abdul Majid Yusuf Abdul Majid al-Sajli

8. Abbas Said al-Sisi

9. Mubarak Abdul Azim Mahmoud Ayad

10. Farouk Ahmad Ali al-Mansabi

11. Fayez Mohammad Ismail Yusuf

12. Mamdouh Darwish Mustafa ad-Diyubi

13. Mohammad Ahmad Abdul Rahman

14. Jalaluddin Bikri Disabi

15. Mohammad Abdul Moatta Ibrahim al-Jazzar

16. Mohammad al-Mamun Yahya Zakaria

17. Ahmad Abdul Halim as-Siroji

18. Salah Mohammad Khalifa

19. Sayyed Saaduddin al-Sayyed Sharif

20. Mohammad Abdul Muatta Abd al-Rahim

21. Imam Abdul Abd al-Fattah Ghais

22. Kamal Abd al-Aziz al-Irfi

23. Fuad Hasan Ali al-Mutawalli

24. Mohammad Ahmad al-Buhairi

25. Muhammadi Hasan Saleh

26. Mustafa Abd al-Aziz al-Khuzaibi

27. As-Sayyid Nazili Muhammad Awliya

28. Mursi Mustafa Mursi

29. Muhammad Badi Abdul Majid Muhammad Thani

30. Muhammad Abdul Moneim Shaheen

31. Mahmoud Ahmad Fakhri

32. Muhammad Izzat Ibrahim

33. Salah Muhammad Abdul Haq

34. Helmi Muhammad Sadeq Hathhut

35. Al-Hisam Yahya Abd al-Majid Badawi

36. Abd al-Mun’im Abd al-Ra’uf Yusuf Arafat

37. Muhammad Abd al-Fattah Rizq Sharif

38. Zaynab al-Ghazali al-Jubayli

39. Hamida Qutb Ibrahim

40. Muhyi al-Din Hilal

41. Isabi Sulayman

42. Mustafa al-Alam

Il numero 43 era Ali Usmabi. Ma, caduto vittima del fascino dei propri interessi meschini, vendette la propria religione e la propria coscienza, diventando un testimone dell’accusa. In questo modo fu umiliato e disonorato.

Quando raggiungemmo il banco degli imputati, il nemico della giustizia indossò la toga del giudice e venne a sedersi in tribunale. Chiamò uno dopo l’altro i nostri nomi e ci chiese se avessimo qualche obiezione nei confronti del suo giudizio. Gli fu risposto:

: Non abbiamo alcuna obiezione nei confronti di una persona in particolare; tuttavia, abbiamo certamente obiezioni riguardo alla legge in base alla quale veniamo giudicati. Le leggi in base alle quali veniamo giudicati sono leggi nulle. Non abbiamo alcuna fiducia in esse. Noi crediamo soltanto nella legge data da Allah e chiediamo di essere giudicati secondo la legge di Allah.

Comunque, dopo l’interrogatorio formale del tribunale, ci fu comunicato che il tribunale aveva deciso di pronunciare separatamente le sentenze relative ai casi di Zaynab al-Ghazali e Hamida Qutb. Dopodiché fummo fatti uscire dal banco degli imputati. Salutammo da lontano, con un gesto, i parenti giunti in aula.

Fummo tenuti chiusi in una stanza finché l’udienza del tribunale non fu aggiornata. Dopodiché fummo mandati in prigione in automobile. Era il 10 aprile 1966. Fino al 17 maggio di quell’anno rimanemmo nella cella buia del carcere, in attesa che iniziasse la farsa chiamata processo.

Sesto capitolo

Il tribunale

La mattina del 17 maggio fummo fatti stare al banco degli imputati del tribunale. A presiedere il collegio giudicante era il colonnello Ozumi delle forze armate. Il suo atteggiamento era estremamente severo. Gli altri giudici erano seduti alla sua destra.

Presso l’avvocato, alcuni giornalisti si erano sistemati attorno a un tavolo già molto prima dell’inizio del processo e osservavano la situazione. I fotoreporter cominciarono a fotografarci. Tra loro c’era anche un fotoreporter di nome Abd al-Azim. Lo riconobbi subito, perché Abd al-Azim veniva a scattare fotografie alle varie manifestazioni dell’Associazione islamica delle donne.

Lo chiamai e gli dissi:

: Abd al-Azim. Conserva queste fotografie. Potrebbero servire in seguito.

Rispose: Certamente.

Sembrò che, pur accingendosi a dirlo senza paura, fosse tremato per un timore sconosciuto. Dopo aver risposto, il suo volto divenne improvvisamente giallo. Sembrò che fosse fuggito per salvarsi nel giro di pochi minuti. Rivolgendosi ai giornalisti, il giudice, il colonnello Ozumi, iniziò il processo pronunciando il mio nome. Disse:

: Zaynab, che cosa stai facendo?

Per rispondere alle domande, uscii dalla gabbia degli imputati e raggiunsi il posto assegnato. Le domande che mi furono rivolte non avevano alcun rapporto con la dichiarazione da me resa durante l’istruttoria.

In risposta alle sue parole, dissi: Non gli ho detto queste cose. Ho risposto soltanto a due domande.

Il colonnello giudice Ozumi disse:

: Secondo Hassan Hudaybi, le quattromila ghinee che gli hai dato le hai rubate a tuo marito.

Dissi:

: Le quattromila ghinee erano denaro raccolto dagli Ikhwan per il cibo, i vestiti, l’istruzione e altre necessità delle famiglie dei detenuti. Dopo il processo del 1954, Jamal Abdel Nasser aveva disperso queste famiglie e le aveva spinte sull’orlo della rovina.

Alle mie parole, soprattutto dopo aver udito l’ultima frase, il giudice Ozumi, che indossava una maschera, si ridusse in uno stato tale da sembrare appena morso da uno scorpione velenoso.

Egli disse allora:

: Quando ti sei fratturata una gamba, perché hai cominciato a preoccuparti di quel denaro? Perché Abd al-Fattah Ismail veniva da te in ospedale? Per prendere il denaro dalla cassaforte di casa tua e darlo a Hudaybi, dopo che gli avevi consegnato la chiave della cassaforte!

Dissi:

: Poiché erano denaro del Movimento Islamico, raccolto per aiutare le famiglie dei fratelli detenuti. Siete stati voi a spingere quelle famiglie sull’orlo della rovina. …… Temendo che, se fossi morto, i miei eredi potessero prendere quel denaro, lo restituii al suo legittimo proprietario, cioè al Movimento Islamico.

Il giudice Ozumi disse allora:

: Il denaro di quelle organizzazioni, con cui acquistavate le armi. Huzaybi ha detto di non sapere nulla riguardo all’acquisizione di quel denaro. …… Avrai certamente rubato il tuo denaro.

L’avvocato intervenne dicendo:

: Secondo la dichiarazione di Sayyid Qutb, egli aveva chiesto di riscuotere da Hamida tasse in misura considerevole.

Dissi: — Nulla di tutto questo è accaduto.

L’avvocato chiese: — Allora, Sayyid Qutb mente? Risposi: — Che Allah lo preservi dalla menzogna.

L’avvocato non riuscì più a trattenersi. In quell’aula gremita cominciò a lanciare volgari ingiurie. Rimasi sbalordito. Non avrei mai immaginato in vita mia di udire insulti osceni di quel genere in un’aula di tribunale. Incredibile! È così che questi individui incivili strangoleranno e uccideranno la tradizione egiziana di cortesia e decoro?

Quando il giudice colonnello Ozumi dichiarò sospeso l’interrogatorio nei miei confronti, tornai nuovamente sul banco degli imputati. Poi fu chiamata Hamida Qutb per essere interrogata. Terminato il controinterrogatorio, anche lei fu mandata in carcere. Dopodiché l’avvocato iniziò a leggere la sua dichiarazione.

Non so se sia corretto chiamare tutto questo un tribunale o una corte di giustizia. Che razza di tribunale è mai quello in cui l’avvocato può insultare persone rispettabili con un linguaggio osceno e diffondere accuse inventate? L’individuo che parlava in aula a nome dell’avvocato lasciava che la macchia della sua anima oscurasse il suo volto e diffondeva la sua nefasta influenza anche nell’aula.

Udendo le sue spregevoli menzogne, il sangue mi ribollì per la rabbia. Alzai la mano per protestare contro le sue parole offensive. Il giudice Ozumi, vestito della toga, pensò forse che avessi alzato la mano per schierarmi dalla loro parte all’ultimo momento, così da sfuggire alla condanna a morte. Mi guardò come un idiota e disse: «Parla.»

Rimasi in silenzio per qualche istante, poi iniziai a parlare dopo aver passato in rassegna con lo sguardo l’intera aula:

: «Inizio nel nome di Allah, il Misericordioso. Noi siamo le guide della nazione. Siamo i custodi del Corano e della sharia. Per noi, il Messaggero è il modello supremo dell’umanità. Rimarremo saldi sulla via di Allah e terremo sempre innalzato il vessillo del tawhid, della risala, della giustizia e della verità. Da ciò la nazione trarrà la guida sul proprio cammino. …… Di fronte alle cospirazioni e agli inganni degli empi e degli oppressori, Allah è il nostro protettore e la Sua misericordia ci è sufficiente.»

Poi, indicando con il dito il cosiddetto giudice e l’avvocato, dissi:

: «Allah è sufficiente a proteggere la nostra vita e i nostri beni dalle loro menzogne e dalle loro calunnie.»

Ripetei queste parole diverse volte. Il cosiddetto giudice Ozumi si mise a urlare come un paziente affetto da isteria e disse:

: Fermati! Fermati! Che cosa stai dicendo? Così dicendo, pronunciava parole tali che tutti i presenti in aula cominciarono a ridere delle sue buffonate. Un giudice, davvero!…… Non sapeva neppure come deve parlare un giudice. In realtà, tutti i collaboratori di Abdun Naser erano degli ottusi ignoranti di quel genere. Furono proprio quei collaboratori a traviarlo e a danneggiarlo. Poiché nessuna persona educata e istruita frequentava la sua compagnia, egli nominava proprio quegli ottusi ignoranti a vari incarichi. Dopodiché mi sedetti e dissi:

: L’ignoranza è il problema principale. È proprio a causa di questa ignoranza che nascono tutti i mali. La storia registrerà certamente la propria testimonianza sulle capacità e sulla personalità del giudice e dell’avvocato di oggi. Quando quella seduta fu aggiornata, fummo ricondotti in prigione. Ognuno di noi tornò nella propria cella. Io, però, dovetti scontare la punizione per aver parlato in tribunale.

 

Estrema barbarie

Pensavo che, poiché il processo era in corso in tribunale, forse avrebbero smesso di torturarmi. Ma no: continuarono, come prima, a trascinarmi da un ufficio all’altro con il pretesto dell’indagine. Questa volta mi fu chiesto di fornire informazioni su alcune persone. Quando dichiarai di non saperne nulla, mi fecero stare in piedi con il viso rivolto verso il muro e mi picchiarono. Da una parte, in tribunale, il processo andava avanti. Dall’altra, le torture contro di me continuavano senza sosta. Nella storia non si troverà alcun precedente di un simile maltrattamento nei confronti di un imputato. Quale tribunale o quale squadra investigativa potrebbe commettere un’ingiustizia del genere? Persino i Coreisciti dell’epoca oscura, agli inizi del movimento islamico, non trattarono mai i musulmani con una disonestà tanto infame. Davvero, non lo fecero. La storia ne è testimone.

 

Annuncio del verdetto del processo

Il giorno dell’annuncio del verdetto, io e Hamida fummo condotte in un veicolo separato, sotto la stretta sorveglianza dei soldati, per ascoltare la sentenza del tribunale. Nel veicolo che ci precedeva furono condotti i prigionieri uomini. Per primi cominciò l’udienza degli uomini. Nel frattempo, fummo tenute sedute in una stanza separata. Poi fummo condotte nell’aula. Per prima fu chiamata la mia name e fu annunciato: «Vent’icinque anni di reclusione ai lavori forzati, con la confisca di tutti i miei beni mobili e immobili». Dopo aver ascoltato la sentenza del tribunale, dissi:

: Allahu Akbar. Ogni lode appartiene ad Allah!…… Zaynab, non devi mostrare alcuna debolezza sulla via della verità, sulla via del movimento islamico. Non c’è motivo di avere paura o dolore. …… Vivi da credente: alla fine, il successo bacerà i tuoi piedi.

Dopo di me fu annunciato il nome di suor Hamida Qutb—

«Dieci anni di reclusione con lavori forzati».

Mi alzai, abbracciai Hamida e dissi:

: Allahu Akbar. Sia lodato Allah. Nel cammino verso l’instaurazione del sistema di governo islamico, sulla via della soddisfazione di Allah, i nostri sforzi e la nostra lotta sono avviati verso il successo; siamo soddisfatti.

Parlando tranquillamente, arrivammo nel recinto del tribunale. Lì vedemmo un veicolo pieno di fratelli dell’Ikhwan. Eravamo molto preoccupati per loro. Quando ci videro, uno di loro chiese ad alta voce:

: «……Sorella Zaynab……?»

Risposi: «Venticinque anni di reclusione con lavori forzati, per l’instaurazione del sistema di governo islamico».

Questa volta egli chiese: «……Sorella Hamida……?»

Dissi: Dieci anni di reclusione con lavori forzati, nella lotta per stabilire la religione di Allah nel mondo di Allah».

Quando chiesi loro notizie del signor Sayyid Qutb, del fratello Abd al-Fattah Ismail e di Yusuf Hawwash, mi dissero: «Martiri sulla via di Allah…». Compresi che erano stati condannati a morte. Alzai le mani e rivolsi una supplica ad Allah.–

: O Signore! Accetta il loro grande sacrificio, offerto sulla via della Tua benevolenza, e in cambio concedi ai Tuoi mujahidin forza, coraggio e aiuto per instaurare il governo islamico sulla terra. Inshallah, la religione di Allah trionferà.

Safwat e gli altri soldati vennero e fecero salire me e Hamida su una piccola automobile. I giornalisti e i fotografi della stampa, vedendoci, accorsero. Volevano scattarci delle fotografie. La cosa mi sembrò molto sconveniente. Li chiamai e dissi loro:

Anche voi siete seguaci di questi tiranni oppressori? Anche voi siete contenti delle ingiustizie e dei soprusi commessi contro di noi?…… Avete forse stretto la mano ai più spregevoli nemici della nazione?…… Se è così, che cosa sta succedendo? Che cosa vedo?

(*****foto****)

Subito dopo il nostro arrivo in prigione ebbe inizio una nuova serie di torture. Tuttavia, dalla proclamazione della sentenza, io e la sorella Hamida Qutb fummo tenute nella stessa cella.

 

Alcuni momenti con Sayyid

Cinque giorni dopo la condanna a morte, il fratello Sayyid Qutb venne a bussare alla porta della nostra cella. Quando aprii la porta, entrò insieme a un ufficiale dell’esercito. Lasciatolo dentro, l’ufficiale se ne andò. Safwat, naturalmente, rimase seduto accanto a Sayyid Qutb. Diedi il benvenuto al valoroso Sayyid e dissi.

: Il fatto che si sia seduto con noi per alcuni momenti equivale a una speciale misericordia di Allah verso di noi, e lo consideriamo una delle più grandi fortune della nostra vita.

Con voce estremamente semplice e naturale, mentre discuteva con noi in termini teorici della morte e del momento da essa stabilito, disse:

: Il potere sulla vita e sulla morte è interamente nelle mani di Allah. Nessuno, all’infuori di Allah, può prendere alcuna decisione al riguardo.

Ci esortò a rimanere saldi sulla via per ottenere il compiacimento di Allah. Disse che lo scopo della nostra vita è adorare Allah e che il suo supremo compimento consiste nel sacrificare la vita e i beni per il Suo compiacimento. Poi sussurrò alcuni consigli all’orecchio di sua sorella Hamida Qutb e diede sottovoce anche a me qualche consiglio. Safwat, il traditore della verità, esasperato dalla nostra conversazione, ruggì e ordinò a Sayyid di andarsene. In momenti così difficili, persino la pietra si sarebbe forse sciolta. Ma i cuori degli empi tiranni sono più duri della pietra. Non hanno alcun sentimento di umanità. Non erano disposti neppure a concedere a quel fratello, che nel giro di pochi giorni sarebbe divenuto martire, l’opportunità di parlare per qualche momento con sua sorella prigioniera.

Dopo aver udito l’insolente ordine di Safwat, Sayyid Qutb ci disse:

: Non importa. La pazienza deve rimanere salda nei nostri cuori. Detto questo, ci salutò e se ne andò.

 

Le manovre alla vigilia dell’impiccagione

Ascoltate direttamente dalla sorella Hamida Qutb il colloquio che gli agenti di Nasser ebbero con lei dopo averla convocata, nella notte stabilita per l’impiccagione. La sorella Hamida disse:

: Hamza mi convocò in ufficio, mi mostrò il decreto governativo sulla condanna a morte e la sua ratifica ufficiale, e disse—

: Se vostro fratello risponde ancora secondo quanto vi abbiamo chiesto, il governo è disposto a ritirare la sua condanna a morte. …… Guardate, l’impiccagione di vostro fratello sarà dolorosa e luttuosa per l’intera nazione. E sarà considerata una perdita irreparabile per l’Egitto. …… Non riesco a credere che tra poche ore perderemo per sempre questa grande personalità. …… Siamo desiderosi di salvare vostro fratello da questa indesiderata condanna a morte, con qualsiasi mezzo. Naturalmente, per farlo dovrà dire soltanto una o due frasi. Subito dopo sarà risparmiato dalla pena dell’impiccagione. …… Sappiamo che nessuno, all’infuori di voi, può convincerlo a parole. A questo proposito, siete la nostra ultima speranza… Queste trattative resteranno sotto la mia responsabilità. Ma voi siete in grado di esercitare su di lui un’influenza maggiore della mia. Basta: dirà una sola cosa. Dopodiché tutti i problemi saranno risolti. Dovrà dire soltanto che il vero legame di questo movimento è con un altro paese. Non appena avrà pronunciato queste parole, adducendo come pretesto il peggioramento della sua salute, commuteremo la condanna a morte e lo libereremo.

Dopo aver ascoltato quelle parole, dissi—

: Ma voi tutti, e il vostro presidente Nasser, sapete che questo movimento non ha alcun legame con nessun altro paese o potenza. Hamza ammise e disse—

: Tutti sanno che lavorate disinteressatamente per l’Islam in Egitto e che siete senza dubbio le persone migliori, più integre, consapevoli e istruite del paese; ma ora la cosa essenziale è salvare Sayyid Qutb. Allora dissi—

Se il vostro alto comando è particolarmente interessato a fargli pervenire questa dichiarazione, non ho nulla in contrario.

Dopodiché Hamza chiamò Safwat e disse—

: Accompagnalo da suo fratello.

Andai da mio fratello Sayyid Qutb e gli riferii il messaggio del governo. Dopo aver ascoltato tutto, mi fissò con sguardo grave e sembrò chiedermi in silenzio:

: Lo vuoi anche tu? Oppure è soltanto ciò che vogliono loro?

Glielo feci capire con un gesto:

: Non è ciò che penso o desidero.

Dopodiché Sayyid Qutb mi fissò con sguardo grave e disse con voce solenne:

Giuro su Allah, ciò che ho detto l’ho detto davvero. Nessuna forza al mondo potrebbe farmi pronunciare una menzogna, a qualunque prezzo.

Non ho detto nulla di sconveniente.

Safwat chiese:

: È questa la tua opinione? Dopo averlo chiesto, ci disse di restare lì—

: Siediti ancora un po’ e prova a vedere se riesci a capire.

Raccontai a mio fratello ogni cosa, dall’inizio alla fine.

Hamza mi chiamò, mi mostrò l’ordine ufficiale del governo riguardante la condanna a morte e mi chiese di trasmetterle il messaggio del governo a suo nome. Mio fratello mi domandò—

: Ne saresti felice?

Risposi: No!

Egli disse con voce calma e semplice—

: Il profitto e la perdita non sono sotto il controllo dell’uomo. La vita e tutto ciò che la accompagna avvengono per volontà di Allah. Nessuno può allungare o abbreviare la mia vita. Perché ciò che deve essere fatto è soltanto nelle mani di Allah. Egli controlla ogni cosa.

 

Esecuzione della sentenza

Dopo alcuni giorni venimmo a sapere del martirio di Sayyid Qutb, Abd al-Fattah Ismail e Muhammad Hawwash. La notizia ci piombò addosso come un fulmine. Erano tutti leader nazionali. Grazie alla loro saggezza, lungimiranza, elevato carattere, magnanimità, pensiero rivoluzionario e qualità islamiche, erano oggetto dell’affetto sincero e della venerazione dell’intera nazione. Persino i loro nemici non esitavano a riconoscere apertamente le loro solide qualità morali e caratteriali. Oggi grandi guide popolari come loro sono state impiccate per istigazione dell’imperialismo rosso straniero. Che tremendo tradimento! Il grande leader rivoluzionario Sayyid Qutb è stato martirizzato. E sua sorella siede accanto a me, con me, dietro le sbarre di ferro della prigione. Non riuscivo a pensare con quali parole, con quale linguaggio, avrei potuto confortarla. Anch’io ero sopraffatto dal dolore e dalla sofferenza; non trovavo parole, se non un silenzio muto e assoluto. Che cosa potevo dire? Che cosa potevo fare? Non era il dolore mio o di una singola persona; per questa tragedia e per questo lutto, l’intero Egitto e tutto il mondo musulmano erano immersi nel dolore. Questa perdita non riguardava soltanto l’Egitto: oggi l’intero mondo musulmano è stato privato della guida del suo grande leader. Non è cosa da poco. Non è possibile sopportare una perdita simile con leggerezza. Com’è possibile che, nel mondo di Allah, nei Paesi musulmani, si consideri un crimine pronunciare il nome dell’Islam, si impicchino i leader del movimento islamico e non vi sia alcuna reazione?

Sayyid Qutb, esegeta del Corano, predicatore dell’Islam, luminare della letteratura islamica, intrepido e intransigente leader del movimento islamico, mujahid rivoluzionario sulla via di Dio, colui che aveva donato la vista della verità a centinaia di migliaia di ciechi, il cui straordinario pensiero letterario godeva di grande apprezzamento in ogni angolo del mondo: quest’uomo dalla parola ardente è stato ucciso. Che effetto fa pensare a una cosa simile? Per comprendere adeguatamente il messaggio del Corano nell’epoca odierna, egli scrisse da una prospettiva pienamente moderna e fondata sulla ragione il suo celebre commentario esegetico, “Fī Ẓilāl al-Qurʾān” — All’ombra del Corano. Nella sua opera immortale presentò chiare soluzioni islamiche ai complessi problemi economici, sociali e amministrativi del mondo moderno. Nell’introduzione alla sura al-Anʿām indicò all’umanità la retta via della salvezza.

L’Imam Sayyid Qutb è l’autore di venti opere, tra cui Giustizia sociale nell’Islam, Il luminoso futuro dell’Islam, Scene del Giorno della Resurrezione e Il Corano, modello di vita dell’umanità. Ognuna delle sue opere è oggi considerata un tesoro inestimabile per l’umanità oppressa e privata dei suoi diritti.

Basta leggere la sua celebre opera Maʿālim fī al-ṭarīq per comprendere perché le grandi potenze e i loro alleati si siano accaniti tanto per ucciderlo. L’Imam Sayyid Qutb indicò all’umanità oppressa del mondo la via per liberarsi dalla spietata presa delle due grandi potenze. Invitò l’umanità intera a liberarsi dai tentacoli delle cosiddette due superpotenze e a inaugurare una nuova vita conforme all’Islam, il suo naturale modello di vita. E il significato della rinascita islamica mondiale è proprio la caduta dell’imperialismo americano capitalista e dell’imperialismo sovietico socialista. Per questo le due grandi potenze, nonostante tutte le loro divergenze reciproche, si sono scagliate con ogni mezzo contro il movimento islamico. Rendendo la nazione musulmana consapevole delle proprie responsabilità e dei propri doveri, Sayyid Qutb disse con le parole del Corano:

: Siete la migliore comunità tra gli uomini. Pertanto, in quanto migliore comunità, non potete trascurare le vostre responsabilità e i vostri doveri. Con grande ottimismo disse:

: Per quanto le forze della falsità e dell’empietà possano opporsi, questo mondo tornerà a risplendere della luce inestinguibile dell’Islam.

 

Gli ultimi giorni

Il giorno in cui l’Imam Sayyid Qutb fu condannato a morte, all’alba, dopo la preghiera del Fajr, mi addormentai e sognai che mi diceva:

: «Sappi che non sono in compagnia di quella gente; sono a Medina con il Beneamato Profeta». A quelle parole mi svegliai. Mi alzai e raccontai a Hamida i particolari del sogno. Il secondo giorno dell’esecuzione, dopo la preghiera del Fajr, mentre recitavo il tasbih, mi addormentai di nuovo e udii una voce provenire da dietro:

: «Sayyid si trova nel Jannatul Firdaus».

Quando mi svegliai, raccontai a Hamida il sogno. Appena lo ebbe ascoltato, le lacrime cominciarono a scorrerle copiosamente dagli occhi. Con voce soffocata dall’emozione disse:

: «Ho una fede incrollabile nella misericordia di Allah. Egli si trova certamente nel Jannatul Firdaus». Io dissi: «Attraverso il sogno, Allah l’Altissimo ci sta indicando la sorte beata di Sayyid».

Nel frattempo, gli oppressori continuavano a infierire su di noi. Nessun essere umano avrebbe potuto sopportare una persecuzione tanto dura. Inoltre, con il pretesto delle cosiddette indagini, continuavano ogni giorno a trascinarmi da un ufficio all’altro. Pensavo che, dopo l’annuncio della sentenza del tribunale, sarei stata liberata da ogni altra persecuzione, fatta eccezione per la pena ufficiale. Ma quella speranza era soltanto un’illusione. Perché mai avrebbero dovuto lasciarmi in pace? Ogni giorno mi trascinavano da un ufficio all’altro per molestarmi, mentre io ero costretta a seguire i carnefici, lasciando sola e immersa nel dolore mia sorella Hamida. Ogni giorno, al ritorno dall’ufficio, dovevo informarla che gli oppressori avevano portato con sé altri numerosi musulmani arrestati. Mi interrogavano su persone sconosciute e mai viste. In realtà volevano coinvolgermi in altri processi. Sembrava che non fossero soddisfatti nemmeno dei miei venticinque anni di reclusione ai lavori forzati. Così trascorrevamo ogni momento in carcere, in condizioni insopportabili. Ogni istante sembrava durare cento anni. L’unico modo per sfuggire a quel dolore, a quelle preoccupazioni e a quel tormento era leggere il Sacro Corano. Quando mi mettevo a leggere il Corano, dimenticavo ogni sofferenza e il cuore e l’anima si ristoravano in una pace ultraterrena. Allah ha detto davvero: «Ascoltate: il ricordo di Allah infonde pazienza e serenità nei cuori».

Dopo alcuni giorni chiedemmo dei giornali. Hamza provvide dunque a farceli arrivare, utilizzando il denaro che avevamo depositato nel fondo del carcere. Dopo l’arrivo dei giornali, cominciammo, dopo molti giorni, a ricevere notizie del mondo esterno. In questo modo anche il tempo cominciò a trascorrere più piacevolmente.

In carcere i miei problemi non avevano fine. Intanto, quasi ogni giorno arrivava la notizia di qualche complotto contro Nasser. Non appena si diffondeva la voce di un complotto, cominciavano subito a trascinarmi da una parte all’altra. Proseguivano incessantemente interrogatori privi di senso. I fatti avvenivano nel mondo libero esterno, mentre io, prigioniera rinchiusa in una cella del carcere, dovevo rispondere di quei complotti artefatti. In realtà, era il governo stesso a fabbricare e diffondere le notizie di tali complotti. Ogni giorno veniva sventato un complotto e ogni giorno un fulmine indesiderato si abbatteva sulla mia testa.

 

La morte di mio marito

Dopo l’annuncio della sentenza in tribunale, convocai Hamza Bisyubi e gli chiesi di organizzare un incontro con mio marito. Quando, dopo alcuni giorni, non venne, glielo ricordai nuovamente. Con questo pretesto fui convocata in ufficio e mi fu chiesto per quale motivo volessi incontrare mio marito. Allora dissi loro:

: Sono condannata a venticinque anni di carcere e sono prigioniera. Voglio parlare con lui del nostro rapporto coniugale e liberarlo dai vincoli del matrimonio. È necessario ascoltare la sua opinione e il suo consiglio. Dopo avermi ascoltata, Hamza disse:

: Abdoon Naser non ti impiccherà, ma ti distruggerà poco a poco.

Dissi:

: Mi affido ad Allah! Abdoon Naser, voi e tutta la gente del mondo non avete neppure la forza di far cadere una foglia da un albero. Nessuno può fare nulla contro la volontà di Allah.

Hamza disse: Ti faremo avere presto l’atto di divorzio di tuo marito.

: Siete davvero delle bestie! — dicendo questo, me ne andai. Tornai davvero nella mia cella, ma il mio cuore era terribilmente inquieto. Trascorrevano i giorni in una grande agitazione. Un giorno, dopo la preghiera dell’alba, mi addormentai e sognai che sul giornale era stata pubblicata la notizia della morte di mio marito. Divenni ancora più preoccupata. Alzai le mani davanti ad Allah per lui e dissi:

: O Signore della vita e della morte! Non posso certo chiederti di richiamarlo dalla morte. Fa’ però scendere su di lui la Tua misericordia. Quel giorno anche suor Hamida fece lo stesso sogno. Il giorno seguente, quando arrivò il giornale del venerdì, crollammo davvero leggendo sul giornale la notizia della morte di mio marito. Dopo aver letto la notizia della morte del mio amato marito, persi la pazienza e cominciai a piangere come una bambina. Piangendo, persi i sensi. Fu chiamato un medico per me.

Dopo alcuni giorni, quando i membri della mia famiglia vennero a farmi visita, mi informarono che Abdun Naser e i suoi soldati avevano costretto mio marito a rinunciare a me oppure ad accettare la prigione. Mio marito era una persona estremamente semplice e nobile. Nella società era conosciuto da tutti con rispetto come Haji Sahib.

Quando gli uomini di Naser cominciarono a pressarlo con insistenza, egli chiese due settimane di tempo per riflettere sulla questione. Ma loro rifiutarono di concedergli qualsiasi tempo e, con la forza e la coercizione, costrinsero mio marito a firmare l’atto di divorzio. Egli dichiarò loro chiaramente:

: Allah è testimone: non ho divorziato da mia moglie Zaynab al-Ghazali in alcun modo.

Disse inoltre: Sono diventato vecchio. La mia morte è vicina! Lasciatemi morire in pace e con dignità. …… Zaynab rimarrà mia moglie fino all’ultimo momento della mia vita.

Ed è andata proprio così. Quando seppe della condanna di mio marito, egli si ammalò mentalmente. Era già affetto da paralisi e, a causa delle perdite della sua azienda, del mio arresto, della confisca della casa e dei beni e di altre vicende, divenne terribilmente angosciato. Subito dopo aver estorto con la forza la firma a mio marito, egli morì.

Prima del matrimonio, mio marito era mio fratello nella fede. Anche il legame di fede, oltre al rapporto coniugale, era estremamente dolce. Il mio rapporto coniugale con lui era anch’esso estremamente dolce. Dopo la sua morte, i miei parenti si occuparono della sepoltura e dei riti funebri con il dovuto onore. Per questo sono debitrice a ciascuno di loro.

Avevo annotato la data islamica dell’episodio che ho menzionato, quello in cui vidi in sogno il Profeta amato. Confrontando le date, constatai che proprio quel giorno i nemici avevano costretto mio marito a firmare l’atto di divorzio. In sogno vidi il Profeta amato vestito di un abito bianco, puro e splendente. Dietro il Profeta amato vidi anche il signor Hasan al-Hudaybi, vestito di bianco e con un berretto bianco. Io ero in piedi e accanto a me c’erano Madre Aisha (che Allah sia soddisfatto di lei) e alcune altre donne. Ella mi stava dando alcuni consigli. In quel momento arrivò il Profeta amato e chiamò Madre Aisha (che Allah sia soddisfatto di lei), dicendo:

: Abbi pazienza, Aisha! Abbi pazienza! Nel frattempo, madre Aisha (che Allah sia soddisfatto di lei) mi strinse dolcemente la mano e mi esortò ad avere pazienza.

Al risveglio raccontai a suor Hamida il sogno. Ella pregò Allah affinché accrescesse la mia pazienza e la mia forza. Proprio quel giorno sentii che forse davanti a me incombeva una grande calamità. Perciò, sollevando le mani verso Allah, pregai per superare con successo la nuova prova:

: O Tu che sei il sostegno degli indifesi, dammi pazienza e forza, accoglimi all’ombra della Tua benevolenza.

 

Un nuovo vicino

In una gelida notte d’inverno, dalla stanza accanto si udì un gran chiasso. Aprimmo la porta della cella per capire cosa stesse succedendo e vedemmo Salah venire verso di noi. Appena arrivato, chiese il farmaco contro il vomito che gli avevamo dato quella mattina. Glielo consegnammo immediatamente. Il giorno seguente scoprimmo che i nostri vicini nella stanza accanto erano il primo ministro dello Yemen e venti suoi collaboratori. Sebbene la cosa fosse insolita, non ne rimasi particolarmente sorpreso. Perché, come si dice, il carcere è un museo. Qui tutto è possibile.

Abdun Nasser va in giro facendo una grande propaganda menzognera sulla conquista dello Yemen. Ma la domanda è: perché il primo ministro dello Yemen è detenuto in una prigione egiziana? Avete mai sentito dire che l’imperialismo britannico, dopo aver conquistato l’Egitto, abbia portato a Londra e imprigionato a decine degli egiziani? Oppure che Napoleone Bonaparte, dopo aver occupato l’Egitto, abbia portato qualche egiziano in una prigione di Parigi per detenerlo?

 

Chiedo che Nasser sia giudicato

Posso chiedere perché non sia stato intentato un processo contro Nasser per i suoi innumerevoli e gravi crimini? Non è forse proprio per questo che l’Egitto ha perso il posto d’onore nella propria storia nazionale, perché qui non è stata intrapresa alcuna iniziativa per reprimere gli ingiusti e gli oppressori!

Se ancora oggi non si salva il Paese dalle attività criminali di questi delinquenti, il problema assumerà una forma ancora più complessa.

Nel periodo più buio del regime dittatoriale in Egitto, l’Ikhwanul Muslimun si fece avanti per assumere il nobile compito di tutelare gli interessi nazionali. L’Ikhwanul Muslimun protestò coraggiosamente e con veemenza contro l’ingiustizia, l’oppressione e il terrorismo, rivendicando l’instaurazione dei diritti fondamentali del popolo. All’inizio Nasser tentò di ingannare l’Ikhwan con false promesse. Ma ben presto il gatto uscì dal sacco e la sua maschera cadde. Quando non rimase più a nessuno alcun dubbio che Nasser fosse un agente asservito all’imperialismo sovietico, l’intera nazione si levò al fianco dell’Ikhwan contro il nemico. Nel 1954 la nazione sostenne l’Ikhwan nella lotta per la verità. Nel 1965 la nazione si fece nuovamente avanti per assolvere al proprio dovere di fede. Nel 1965 gli agenti delle potenze straniere avanzarono con il progetto di sradicare completamente il movimento islamico dal cuore dell’Egitto. Cercarono di mettere a tacere l’Ikhwan per sempre. Per questo furono imprigionate centinaia di migliaia di persone. Innumerevoli militanti furono perseguitati, ed è difficile calcolare quante persone siano state uccise o ferite. Ma, nonostante tutta questa forza e oppressione, non fu possibile spegnere la fiaccola della verità. I loro sogni felici andarono completamente in frantumi. L’opera per la religione di Allah continua ancora oggi come prima e continuerà fino alla fine dei tempi.

Coloro che erano nati al tempo della rivoluzione di Abdun Nasser furono proprio quelli che, nel movimento popolare islamico del 1965, tolsero il respiro al regime dittatoriale di Nasser.

Con l’aiuto dei suoi padroni stranieri, Nasser importò nel Paese l’ateismo, film osceni e pubblicazioni, tentando con tutte le sue forze di corrompere il carattere delle giovani generazioni; ma i valorosi giovani del Paese sventarono queste cospirazioni estranee e mantennero alto il vessillo della vittoria dell’Islam.

Fu così che ebbero successo le iniziative che avevamo intrapreso per l’educazione e la formazione delle giovani generazioni. I giovani stessi divennero la principale forza propulsiva del movimento islamico. Vedendo il ruolo preminente dei giovani nel movimento islamico, Nasser divenne furioso fino alla follia.

Diceva spesso ai suoi accoliti:

: Zaynab al-Ghazali e Abdun Fattah Ismail mi hanno sottratto la gioventù dalle mani.

Il riconoscimento di Nasser è motivo di gloria per noi. Siamo riusciti a salvare i giovani dalla sua spietata e sfacciata morsa. Abbiamo formato, al servizio dell’Islam, un esercito di giovani capace di mantenere alto il vessillo dell’Islam contro ogni agitazione di qualsiasi epoca. Per istruzione e buone maniere, per conoscenza e carattere, e per qualità morali, questi giovani sono oggi un modello vivente per la nostra epoca.

Il contributo del martire Abdul Fattah Ismail a questo grande successo resterà indimenticabile! Egli stesso era un’organizzazione, e resterà imperituro anche il contributo di grandi giovani rivoluzionari come Mohammed Hawash. L’odierno movimento giovanile islamico è il frutto d’oro delle loro instancabili fatiche.

I giorni nella prigione militare volgevano gradualmente al termine. Durante quei lunghi giorni di calamità, nonostante torture indescrivibili, la pazienza, il coraggio e l’eroismo dei valorosi combattenti del movimento islamico non vennero minimamente meno.

Essi hanno attraversato questo immenso mare irto di pericoli grazie alla loro indomabile forza della fede. Il 5 giugno l’ira di Allah si abbatté sul maledetto Nasser. E quando quel giorno fummo trasferiti dalla prigione militare a una prigione civile, tutti tirammo un sospiro di sollievo.

In questo modo Allah ci liberò dalla crudele morsa di Nasser. Nasser, nemico dell’Islam, è stato distrutto, mentre i mujahidin dell’Islam si adoperano per costruire un futuro animato da nuovo entusiasmo.

Pertanto, nella storia dell’Egitto, il 5 giugno resterà segnato come il giorno della caduta dell’oppressione. Quel giorno l’Egitto fu liberato dall’esistenza di Nasser. Nel Giorno della Resurrezione dovrà presentarsi umiliato, con la corona dell’ignominia sul capo. La morte di Nasser, il faraone del ventesimo secolo, fu una benedizione per il popolo egiziano. Il 5 giugno fu espulso dal mondo degli uomini con le catene dell’umiliazione addosso. Dopo la morte dovrà necessariamente subire la punizione per tutte le torture barbare che durante la sua vita inflisse alla popolazione innocente e indifesa, soprattutto al movimento islamico.

Settimo capitolo

Trasferimento alla prigione di Qanatir

Quel giorno resterà indimenticabile. In precedenza, il 3 e il 4 giugno, le porte della nostra cella venivano aperte a loro piacimento, senza alcun preavviso. Venivano da noi e ci chiedevano ripetutamente se avessimo bisogno di qualcosa.

Dopodiché si cominciava a discutere della guerra, della questione palestinese e araba, e di altri argomenti. Io, naturalmente, rimanevo in silenzio. Tra i partecipanti alla discussione c’era un medico. Una volta gli chiesi:

: Siamo davvero capaci di liberare la Palestina?

Ascoltata la mia domanda, sconcertato, mi rivolse a sua volta una domanda:

: Che cosa… che cosa vuole dire?

Dissi con voce calma:

: Dovremmo imparare dalle diverse conseguenze. Per quanto i nostri governanti continuino a ripetere ogni sorta di slogan sull’ostilità o sull’amicizia nei confronti di Israele, e per quanto possano sperare; finché il movimento sionista mondiale utilizzerà le due grandi potenze per i propri interessi diplomatici, i nostri autoproclamati grandi capi non potranno fare altro che servire le grandi potenze…… In realtà, esiste un solo modo per recuperare la Palestina e i territori arabi occupati: proclamare il Jihad finale attraverso una vera unità islamica. Soltanto quando nei paesi arabi e musulmani sarà instaurato un autentico sistema di governo islamico si potrà spianare la strada al recupero della Palestina e di tutti gli altri territori arabi occupati.

Sorse l’alba del 5 giugno. Ma quel giorno nessuno venne ad aprire rapidamente la porta. Poco dopo, la porta si aprì all’improvviso e un soldato abissino gridò qualcosa, ma non se ne comprese il significato. Per quanto si riusciva a capire, lo sventurato Nasser aveva vinto.

Dopo aver pronunciato alcune parole sconnesse, si allontanò borbottando verso gli altri. Poi tornò ad annunciare che avevano abbattuto numerosi aerei da combattimento nemici. Subito dopo cominciò a raccontare, uno dopo l’altro, enumerandoli uno, due, tre, quattro, e così via, gli episodi dell’eroismo e delle vittorie del loro terzo grande leader.

Non riuscendo a immaginare nulla di ciò che veniva detto dall’inizio alla fine, rimanemmo in silenzio. Dopo la preghiera dell’asr, Safwat venne e, senza dire una parola, cominciò a prendermi a calci con i suoi pesanti stivali.

Diceva ansimando: «Abbiamo vinto».

Sotto gli innumerevoli calci dei pesanti stivali persi i sensi. Hamida gli chiedeva ripetutamente perché mi avesse aggredito all’improvviso. Ma dalle sue labbra non usciva alcuna risposta, se non una pioggia di calci. Quando svenni per la violenza delle percosse, ordinò ai soldati giunti con lui di gettare via tutte le mie cose necessarie. Quando ripresi conoscenza, mi picchiò di nuovo. Poi ci fece uscire dalla nostra cella e ci ordinò di camminare; anche lui avanzava insultandoci. Ripeteva continuamente: «Abbiamo vinto! Abbiamo avuto successo». Nel pomeriggio del 5 giugno, fecero attraversare a me e a Hamida il cancello principale della prigione militare, facendoci sedere in un’automobile insieme ad alcuni ufficiali e soldati. I responsabili della prigione sedevano sul sedile accanto al conducente. Cominciai a recitare il tasbih nel nome di Allah. Mi sembrava che ogni creatura e ogni cosa del cielo, della terra e dell’intero universo stesse ricordando il nome di Allah insieme a me. Mentre recitavo il tasbih ad alta voce, Hamida mi disse di smettere di parlare. Allora mi concentrai sul significato letterale e sulla profondità del tasbih. Questa volta mi sembrava che il mondo intero stesse parlando con me.

Durante l’aggressione improvvisa contro di me nella cella della prigione militare, dalle parole di Safwat sembrava che mi stessero portando al patibolo. Perciò mi immersi nella recitazione di diversi versetti del Corano di Allah. «In verità, Allah ha acquistato dai credenti le loro vite e i loro beni in cambio del Paradiso».

In quel momento mi tornarono alla mente alcuni versi di una poesia. Il poeta dice:

……… Se la morte giunge insieme alla fede

Non importa come sia giunta: la mia morte?

Altrove il poeta dice:

«L’uccello è volato via per una via sconosciuta, la terra senza risposta

ma so che la sua meta è dolce».

 

Il poeta dice inoltre:

«Se vuoi vivere, sapendo che per le donne è più impossibile

qui non è permesso chiedere né di più né di meno

».

…… Basta, accetta: la morte è il gradino della pazienza,

questo gradino infine è alla porta del cuore».

Quando l’auto si fermò dopo aver frenato, Hamida mi chiamò. Aprii gli occhi e vidi davanti a noi il carcere di Kanati. Destinato alle donne

 

La notte dell’angoscia mentale

Dopo aver oltrepassato il cancello principale del carcere di Kanati, fummo condotte all’ufficio penitenziario. Qui i nostri bagagli furono perquisiti accuratamente. Era notte. In seguito, la direttrice del carcere, nell’ufficio accanto a quello del commissario, ci perquisì nuovamente, ci fece indossare l’uniforme prescritta per le detenute e ci accompagnò nella stanza assegnataci. Stanza? Non si poteva quasi chiamarla così: a parte alcuni pali di ferro, non aveva neppure una porta. Al suo interno non c’era altro che una branda con un lato rotto e, sopra l’altra branda, un unico oggetto. Subito oltre la nostra stanza iniziava un’enorme sala. Ad essa erano annessi tre reparti per le detenute. Quelle donne erano state arrestate con l’accusa di furto, traffico di stupefacenti, omicidio e reati sessuali illegali.

Quando l’oscurità della notte si fece più fitta, dal minareto di una moschea lontana giunse il dolce suono dell’adhan. Eseguii la preghiera della sera dopo aver fatto il tayammum. Dopo la preghiera mi sdraiai e cercai di dormire. Ma dove mai poteva esserci il sonno? Chissà in quale regno sconosciuto era fuggito! L’oscurità della notte divenne sempre più densa e terrificante e, non appena la porta del reparto venne chiusa per quella notte, cominciò a manifestarsi l’orrore della degradazione morale e caratteriale. Gli esseri umani iniziarono a spogliarsi del velo della loro umanità e a raggiungere i limiti estremi di una sfrontata oscenità. Quella notte maledetta trascorse tra la sofferenza mentale e il tormento di una coscienza ferita, mentre assistevamo alla più estrema dimostrazione delle conseguenze a cui può giungere l’essere umano quando si trasforma volontariamente in un disumano. Per molto tempo rimanemmo immersi nel dhikr di Allah, perché soltanto attraverso il ricordo di Allah è possibile ottenere la pace nel cuore. Quando apparve la striscia luminosa dell’alba della speranza, tirammo un sospiro di sollievo e rendemmo grazie ad Allah. Rivolgemmo ad Allah una supplica, chiedendo apertura del cuore e liberazione completa.

Non potrò mai dimenticare quella notte orribile e infernale. Eppure, quella notte, nessun carnefice mi colpì con una frusta o con un nerbo…… nessuno mi insultò. Ciononostante, fu la notte più terribile, insopportabile e infernale della mia vita carceraria. Vedendo quell’ambiente velenoso e ripugnante di quella notte infernale, Hamida stava svenendo mentre piangeva. Cercando di farla rinvenire, le dissi:

: Noi seguiamo un ideale e una via…… Per percorrere quella via occorrono pazienza e sopportazione, così da affrontare qualunque stato e situazione. Allah ci aiuterà. Nelle carceri militari siamo state sottoposte a torture atroci, umiliate, picchiate fino a ferirci tutto il corpo e sottoposte a sofferenze indescrivibili per la fame e la sete; eppure ciò che abbiamo visto e udito questa notte ci è sembrato molto più doloroso delle torture e delle persecuzioni disumane delle carceri militari. Questa notte, davanti ai nostri occhi, un gruppo di persone immerse nella melma dell’ignoranza e della bestialità era dedito ai peccati più abietti. Erano tutte donne. Si erano liberate da ogni vincolo dell’umanità, trasformandosi in schiave delle più estreme perversioni sessuali e degli impulsi satanici. Ognuna di loro aveva trasformato la propensione al crimine nella propria professione e nella propria ossessione. Non avevano assolutamente alcun rapporto con parole o qualità come umanità, gentilezza, purezza, dignità, decoro e simili. In verità, si erano trasformate in esseri così abietti che, per loro, l’oscenità e il peccato sessuale costituivano il senso stesso della vita.

Le si possono paragonare a esseri al cui collo è legata una corda tenuta da un altro cieco. Seguendo gli ordini di quel cieco, questi esseri ciechi stanno sprecando la propria vita lungo sentieri di errore e di pericolo. Non hanno mai avuto l’opportunità di vedere, conoscere o comprendere la via retta e bella. Così, cieche, seguendo i propri ciechi impulsi, sono giunte davanti alle porte dell’Inferno. Coloro che sulla terra si adoperano per incatenare gli altri esseri umani nella schiavitù hanno aiutato ancora di più queste persone cieche e smarrite a percorrere la via della perdizione. I governanti ribelli a Dio ritengono necessario avvalersi della collaborazione di criminali di questo genere per il vile interesse di prolungare il proprio potere. Comunque, alla fine, con l’adhan della preghiera dell’alba terminò quella notte oscura e colma di peccato. Alla luce celeste dell’aurora scomparve l’oscurità indesiderata della notte infernale. Ci prosternammo davanti ad Allah, il Misericordioso e il Compassionevole, e implorammo il Suo compiacimento.

 

Il conflitto in una nuova fase

Quando io e Hamida andammo nell’ufficio del commissario del carcere, ci fu comunicato che, fino a nuovo ordine, ci era vietato andare in mensa e incontrare chiunque. Il commissario disse:

: Voi due non avete neppure i diritti concessi alle detenute. Fino a nuovo ordine dovrete rimanere in queste condizioni.

Gli dissi:

Non siamo venute da Lei per questo, bensì per rivolgerLe questa richiesta; il commissario, senza lasciarmi finire, domandò:

Volevate incontrarmi?

Risposi:

Sì. Vogliamo cambiare stanza.

Disse Hamida: Vogliamo una stanza che abbia almeno una porta. Non una gabbia per animali……

Il commissario disse: «Che discorso è mai questo? Va bene, vi rimanderemo alla prigione militare. Potrete tornare a sopportare ciò che avete patito là.»

Dissi: «Non possiamo stare in un luogo inadatto persino agli animali.» Egli disse: «Io sono il commissario; questa è una prigione e voi siete prigioniere. A parte questo, non so nient’altro.»

Poi si alzò e gridò:

: «C’è qualcuno? Venite a farle uscire.»

Dissi di nuovo:

: «Resteremo sdraiate nel cortile della prigione, ma in nessun caso entreremo in quella stanza; poi si vedrà.»

Il commissario disse: «Una prigione è pur sempre una prigione. Se rifiutate di obbedire agli ordini, sarete fucilate.»

Dissi: «Sarebbe piuttosto molto più facile……… Del resto, essere uccise per mano vostra significa proprio ottenere il martirio……»

Il commissario ci fece uscire dall’ufficio e ci lasciò nel reparto del carcere. Poco dopo chiamò la direttrice del carcere e le ordinò di perquisirci.

Per la perquisizione ci portarono al piano superiore salendo le scale. Era un reparto spazioso. C’erano venti brande. Dopo circa un’ora arrivò la direttrice del carcere e disse:

: Venite, quanto guadagnate? Non eravamo in grado di comprendere il senso della sua domanda. Perciò fummo messe in fila insieme alle donne definite «sporche». Erano donne per le quali le nozioni di carattere o di onore non avevano alcun significato. Erano finite in carcere per i loro vili comportamenti dissoluti.

Avvicinatasi alla stanza, la direttrice gridò:

: Oggi sono arrivate in tutto quarantacinque persone. Venticinque per dissolutezza, quindici per reati sessuali e reati contro la morale, tre per furto e due prigioniere politiche.

Le prigioniere politiche, cioè io e Hamida. Quando la direttrice ebbe finito di gridare, lasciai la fila precedente e mi spostai. Anche Hamida mi seguì. Vedendoci, la direttrice disse:

: Ehi, dove state andando…? Aspettate.

Dissi: Noi staremo separate, perché non abbiamo nulla a che fare con questa gentaglia. Lei disse: Perché siete così schizzinose?

Dissi: «Non abbiamo alcun rapporto con loro. Perciò staremo separati». Lei domandò: «Sono forse inferiori a voi?»

Rimasi in silenzio senza rispondere. La sorvegliante rinchiuse in una stanza quelle donne traviate e prive di moralità, poi venne da noi e disse:

: Sorelle! La dottoressa vi ha detto di sedervi. Quando sarà libera, andrete da lei.

Quando la dottoressa ebbe tempo, ci chiamò, ci chiese il nome, l’età e dove avevamo dolore, poi ci condusse in una stanza. Poco dopo che la porta fu chiusa, cominciarono a udirsi urla terrificanti e pianti. L’intero ambiente assunse un aspetto stranamente malinconico. Curiose, ascoltando con l’orecchio appoggiato alla porta dall’esterno, capimmo che era accaduto un grave incidente. Rimasi immersa nell’autoesame:

: Quante crisi e quanti incidenti continuano ad accadere, ahimè! O mia sfortunata nazione! Sono forse calamità, incidenti e lamenti il tuo destino? Chi ti è davvero vicino?

Una dopo l’altra, tra terribili calamità e incidenti, la fragile barca della nazione viene nuovamente sommersa dalle onde. A volte una calamità morale, a volte una calamità ideologica, a volte la calamità dell’anarchia economica e sociale. Infine, l’onta del 5 giugno, il doloroso evento della vergognosa sconfitta. La catastrofica tragedia del 5 giugno ha reso la vita nazionale ancora più confusa e ancora più decadente. Il nostro gruppo dirigente ama imitare come le scimmie ed è egoista e spudorato come i maiali. Entrando in contatto con i dannati del Paese, si trasforma in veri e propri satana, subisce una miserabile sconfitta per mano del nemico e comincia a esercitare una tirannia ancora più dura sulla nazione. Di fronte alla loro crudeltà, spudoratezza e bassezza, perfino i maledetti ebrei provano compassione. Pensavo:

: Che tipo di vita stiamo conducendo? Davanti ai nostri occhi vengono distrutte tutte le virtù morali, come l’Islam, la fratellanza, il senso della dignità, la buona educazione e la cortesia. I musulmani vengono uccisi indiscriminatamente. Vengono privati persino dei comuni diritti umani. Non viene loro concesso neppure di ottenere il minimo diritto. Costoro tramano per distruggere tanto l’Islam quanto i musulmani. Vogliono cancellare la loro esistenza sottraendo loro la forza della comunità, la posizione sociale, i mezzi e le ricchezze, le terre e il capitale, ogni cosa. Eppure i musulmani che seguono veramente l’Islam sono le sentinelle instancabili dell’umanità. Per il bene degli esseri umani, fanno il jihad contro la falsità e pongono fine all’oppressione e allo sfruttamento. Nella lotta per affermare i diritti degli infelici e dei diseredati sacrificano tutto ciò che possiedono, e le loro qualità morali e il loro carattere rendono la società umana pura, luminosa e bella. Il profumo della loro personalità rende profumato l’ambiente sociale. Il musulmano segue la via di Allah e, per ottenere soltanto il compiacimento di Allah, lotta contro la menzogna e a favore della verità. China il capo davanti al comando di Allah. Senza curarsi della paura, delle sofferenze e delle calamità, avanza con indomito coraggio sulla via della liberazione dell’umanità.

Accanto a me alcuni stanno sussurrando. Fratelli, miei compagni di viaggio sulla via della verità! Non parlate a bassa voce, non parlate lentamente con il capo chino; parlate invece con chiarezza e avanzate, sempre più avanti, con tutta la vostra forza e il vostro coraggio. Niente esitazione, niente inerzia, niente dubbi né timori. Avanzate verso il raggiungimento dell’obiettivo con un ritmo inarrestabile, intrepido e continuo.

Se abbandonate la via della soddisfazione di Allah, la paura e l’umiliazione diventeranno catene ai vostri piedi. Giuro su Allah che, se rimarremo saldi sulla via indicata da Allah, Egli certamente ci aiuterà. Dobbiamo accogliere l’Islam con tutta la profondità del nostro cuore, della nostra anima e della nostra coscienza. Possiamo raccoglierne il dorato frutto solo realizzando pienamente l’Islam, eterno, splendido, autentico e sempre ardente. Dobbiamo abbandonare lo scetticismo; è un obbligo, un dovere imprescindibile, evitare la via delle divisioni, delle divergenze e delle controversie, e procedere tenendo davanti a noi il primo e principale obiettivo. Se continueremo a comportarci in questo modo, per la misericordia e la benevolenza di Allah potremo raccogliere sulla terra il frutto concreto dei nostri sogni e dei nostri sforzi. Potremo sconfiggere le potenze effimere e ingannatrici e ottenere il successo; potremo fondare uno Stato ideale e prospero, alla luce della Parola di Allah e della Sunna del Messaggero. Riacquisteremo la gloria e l’onore che abbiamo perduto. In verità, nella sottomissione ad Allah risiedono il nostro onore, la nostra dignità, la nostra gloria, la nostra fortuna, la nostra forza e la nostra prosperità. Seguendo l’Islam, non solo nella vita terrena, ma anche nella grande vita dopo la morte, saremo tra i fortunati del Jannatul Firdaws. Il grande Umar, il secondo califfo dell’Islam, dice:

«Il vero successo dei musulmani si ottiene affrontando i nemici di Allah. Ed è proprio per questa via che riceviamo l’aiuto di Allah. Altrimenti non avremmo mai potuto prevalere su di loro. Infatti, per numero, equipaggiamento, armi e armamenti, la nostra preparazione è del tutto insignificante rispetto a quella dei miscredenti. Ma se, dopo aver perso le caratteristiche islamiche, diventassimo uguali ai miscredenti, sarebbero loro a prevalere su di noi.»

Il fatto che oggi noi musulmani sopportiamo l’umiliazione e l’amarezza della sconfitta ha come unica causa la nostra lontananza dalla via del Corano e della Sunna. Se la situazione continuerà in questo modo, dovremo affrontare pericoli ancora maggiori e situazioni più umilianti. Infatti, umiliazione, sconfitta, debolezza, decadenza, privazioni e miseria derivano proprio dalle conseguenze dell’opposizione ad Allah. La conseguenza della ribellione contro Allah non è altro, in questo mondo e nell’Aldilà, che un castigo incessante e l’Inferno.

Allah ha detto:

«Coloro che hanno seguito i Miei ordini non saranno colpiti dalla sventura né umiliati; invece, chi ha rifiutato il Mio ricordo condurrà una vita angusta. Nel Giorno della Risurrezione lo risolleverò cieco. Egli dirà: “O mio Signore! Perché mi hai risollevato cieco, quando prima avevo la vista?”. Allah dirà allora: “I Miei segni ti erano giunti, ma tu li hai dimenticati; perciò oggi anche tu sei stato dimenticato. In questo modo ricompenso gli ingiusti e coloro che non credono nei segni del loro Signore. Il castigo dell’Aldilà sarà eterno e terribilmente duro”.»

Ero immersa in un abisso insondabile di pensieri. Nella mia mente turbinavano molte idee e significati. Le situazioni dolorose e gli eventi amari, nelle profondità più intime del mio essere, facevano emergere, insieme al lutto e alla tristezza, anche l’ombra di un’angoscia sconosciuta.

Sussultai al richiamo di Hamida. Ero seduta nella stanza chiusa accanto. La sua porta veniva aperta solo di tanto in tanto. Non avevamo modo di sapere che cosa ci fosse o non ci fosse nei dintorni, né che cosa vi accadesse o non vi accadesse. Un giorno riuscimmo a procurarci un pacchetto di sigarette ingannando la vigilante. Per quella guardiana dal cuore duro, un pacchetto di sigarette era un oggetto raro. Un solo pacchetto bastò a renderla più docile e gentile. Grazie a ciò cominciammo a venire a conoscenza delle condizioni che ci circondavano. Nella stanza accanto alla nostra c’erano una donna e suo figlio. Nessuno sapeva nulla del padre del bambino. Nella stanza di fronte, una ragazza scontava la pena come malata di tubercolosi. Nel reparto di fronte al suo, alcune detenute affette da malattie gravi stavano scontando la loro pena. In fondo all’edificio c’erano i servizi igienici. Anche a noi fu detto di recarci lì per espletare i bisogni naturali. Lo scopo di quest’ordine era contagiarci con una qualche malattia infettiva.

Nella seconda parte dell’edificio si vedevano stanze pulite, ordinate e ben arredate, e all’inizio non riuscimmo a capire di quale Paese fossero cittadine le donne che vi risiedevano. Anche i bagni e i servizi igienici di quella parte erano piuttosto puliti.

Un giorno una donna di quel reparto pulito ci servì del cibo eccellente. Eravamo molto affamati, perciò lo mangiammo con grande soddisfazione. In questo modo la nostra curiosità nei loro confronti crebbe ancora di più. Constatando la gentilezza della donna, ci sembrò che, in quella impenetrabile foresta di animali, fosse improvvisamente arrivato un essere umano.

Dissi alla guardia donna:

: Permettici di usare il bagno pulito e ordinato dall’altra parte.

Lei disse:

: Quello è riservato soltanto alla dottoressa e agli ebrei……

Chiesi meravigliato:

Ebrei? Di chi stai parlando?

Lei disse: Sì, sei donne ebree. Madame Mursel, Madame Los e altre.

Si muovevano liberamente in lungo e in largo. Ottenevano tutto ciò che desideravano. Avevano piena libertà di movimento ovunque. Il luogo in cui alloggiavano era eccellente. Ricevevano alimenti di ottima qualità e altamente nutrienti. Eppure erano tutte spie di Israele. Furono arrestate e detenute proprio per il reato di spionaggio. La guardia carceraria, tuttavia, disse:

: Piuttosto, parlate con la dottoressa a questo proposito. Potrebbe autorizzarvi a usare il suo bagno.

A questo proposito, invece di parlare con la dottoressa, discutemmo con la direttrice del carcere. La direttrice non volle assolutamente acconsentire, perché quel bagno era riservato esclusivamente alle spie ebree.

 

Sebbene nemica, pur sempre un essere umano

Alla fine affidai ogni cosa alla volontà di Allah e mi dedicai interamente al Suo culto. Anche Hamida sedeva accanto a me, intenta a compiere il culto. In quel momento una donna alta e bionda entrò nella nostra cella e ci rivolse il saluto di pace. Dopo che ricambiammo il saluto, domandò:

: È lei Zaynab al-Ghazali?

Quando risposi affermativamente, disse:

Sono Mursel-Raj, una prigioniera, e naturalmente tra noi e voi esistono divergenze ideologiche. Io sono ebrea e voi siete musulmane; ma in questa disgrazia e in questa sventura siamo tutte esseri umani: questo è ciò che conta di più. Perciò, in carcere, non è certo auspicabile che vi siano ostacoli o impedimenti nei nostri rapporti reciproci. In questo momento siamo tutte in difficoltà. Sono venuta da voi eludendo la vigilanza delle guardie. Il mio intento è tendervi una mano per collaborare nell’aiuto reciproco. Accogliemmo con favore la sua proposta. Poi disse:

: Abbiamo scorte di cibo sufficienti, anche se limitate. Condivideremo il cibo con voi. Naturalmente non vi verrà dato alcun alimento illecito, haram. È superfluo dirlo: anche noi ebrei consideriamo il maiale illecito, o haram, proprio come i musulmani.

Da allora quella donna ebrea, Mursel, cominciò a portarci regolarmente del cibo. Ma, cosa ancora più importante, fece in modo che potessimo usare il bagno riservato a loro.

Hamida, però, sembrava sentirsi alquanto a disagio per tutto questo. Le dissi:

Vedi, Allah può ricorrere a qualsiasi mezzo per aiutare i Suoi servitori. Può far giungere il bene attraverso chiunque. Allah non fa mai torto ai Suoi servitori e non li lascia in una condizione permanente di bisogno e privazione. Una volta mi trovai in una situazione estremamente difficile in una vasta foresta, e un’altra volta nel deserto. In quel momento di pericolo Allah mi salvò per mezzo di una dottoressa cristiana. Quella dottoressa cristiana mi prestava cure tali che ne rimanevo meravigliato. In verità, tutto questo è misericordia di Allah. Egli fa compiere al nemico l’opera dell’amico. In questa prigione era difficile trascorrere il nostro tempo con questi uomini ignoranti, moralmente degradati, privi di carattere e di natura perversa. Qui non si parla d’altro che di denaro. Pagando, si può restare fuori a lungo. Si può ottenere tutto ciò che si desidera. Qui detenuti e direttore sono tutti uguali. Qui alla gente si chiedono denaro e amore. Ma è forse una cosa così semplice?

 

La morte e il ribelle

Il gruppo di governanti tirannici, ebbro del bastone del potere, ha completamente dimenticato che un giorno anche loro dovranno morire. Dimenticando la morte stabilita da Allah, continuano a esercitare sui servitori di Allah un dominio di oppressione e terrore. Eppure il corso del tempo e delle epoche è interamente sotto il controllo di Allah. Il giorno dopo la notte, generazione dopo generazione, l’andare e il venire, l’inizio e la fine della vita, la crescita graduale e il declino del corpo, l’accumulo e la conclusione della vita: tutto avviene sotto il comando di Allah. h

«Quando l’anima di colui che sta morendo giunge alla gola e voi vedete che sta morendo, perché non riportate indietro quell’anima che si sta separando? In quel momento Io gli sono più vicino di quanto lo siate voi, ma voi non vedete». (Corano)

Sullo sfondo di questa vita agitata e interamente assorbita dalle cose terrene, si vede l’immagine della realtà umana sprofondare negli abissi insondabili dell’umiliazione e della degradazione. La gente della prigione di Kanatir manifestò esteriormente dolore e lutto per la morte di Nasser. Ma Allah ne è testimone: la sua morte non suscitò alcuna reazione nei nostri cuori. Perché sappiamo che la morte è stata stabilita per un giorno. Quel giorno arriverà certamente. Non c’è modo di sfuggire e salvarsi dalla sua morsa. Nessuno può evitare la morte. Senza dubbio, la morte è una dichiarazione reale, terribile e umiliante. La morte ci chiama e dice: state in guardia, tornate indietro dall’oppressione e dall’arroganza. Perché in esse non c’è alcun bene per voi. Questi scettri e questa arroganza, queste ricchezze, queste armi e questa forza, questi eserciti, figli e proprietà: nulla di tutto ciò verrà con voi. Tutto resterà indietro, mentre giungerete al cospetto di Allah esattamente così, poveri e nudi, come siete usciti dal ventre di vostra madre.

«Ah, se poteste vedere gli ingiusti quando si dibattono nell’agonia della morte e gli angeli tendono loro le mani dicendo: “Consegnate le vostre anime!”. Oggi vi sarà inflitta una punizione umiliante per le parole con cui accusavate Allah e ingiustamente proferivate ingiurie contro di Lui, mostrando arroganza di fronte ai Suoi segni».

Allah dirà:

«Ora sei comparso davanti a Me solo e abbandonato, proprio come ti avevo creato la prima volta, da solo. Ti avevo dato tutto ciò che dovevo darti, ma tu hai lasciato tutto alle tue spalle. Ora non prenderò in considerazione quelle tue intercessioni nelle quali credevi vi fosse qualcosa che potesse esserti utile. Tutti i tuoi legami reciproci si sono spezzati e tutto ciò di cui eri tanto orgoglioso ti è stato sottratto».

Allah dice inoltre:

«Non siamo stati ingiusti verso di loro; sono stati loro stessi a essere ingiusti verso se stessi. E quando giunse loro il comando di Allah, i loro signori non furono loro d’alcuna utilità: coloro che invocavano all’infuori di Allah. Essi non procurarono loro altro che rovina e danno».

«E così è il modo in cui il tuo Signore, il Rabb, afferra una città ingiusta. In verità, la Sua presa è durissima e dolorosa. In verità, in ciò vi è un’indicazione per coloro che temono il castigo dell’Aldilà. Vi è un giorno stabilito in cui tutta l’umanità sarà riunita e, quel giorno, tutto ciò che accadrà avverrà sotto gli occhi di ciascuno. Quel giorno non lo farò attendere molto. In ogni caso, per esso è stato fissato un termine. Quando quel giorno giungerà, nessuno avrà il coraggio di parlare. Tuttavia, con il permesso di Allah, sarà possibile dire qualcosa.»

«Quel giorno alcuni saranno infelici e altri saranno beati. Gli infelici andranno all’Inferno. Là si dibatteranno per l’intenso calore e la sete e rimarranno in quella condizione finché esisteranno i cieli e la terra. Tuttavia, se il tuo Signore vorrà altrimenti, in verità il tuo Signore è il Padrone di ogni potere: fa ciò che vuole. Quanto a coloro che saranno beati, entreranno nel Paradiso e vi rimarranno in eterno, finché esisteranno i cieli e la terra. Tuttavia, se il tuo Signore vorrà altrimenti, riceveranno una ricompensa il cui flusso non avrà mai fine».

Pertanto, la morte di una persona, chiunque essa sia, non influisce sui mujahidin sulla via di Allah. La morte, infatti, è una verità assoluta. Per questo non vi è alcuna preoccupazione riguardo alla morte. Ciò che per loro conta è vivere nell’obbedienza ad Allah, all’ombra della Sua soddisfazione, e impegnarsi con tutto il cuore e l’anima nella lotta per diffondere il sublime messaggio del tawhid. Quando giunge a loro, come agli altri, la chiamata della morte, lasciano questo mondo per rendere conto delle proprie azioni. Là ciascuno riceverà una punizione o una ricompensa secondo le proprie opere.

La lotta dell’Islam non è contro una persona o un gruppo particolare; al contrario, è la lotta della verità e della giustizia contro la falsità e l’errore, la lotta della fede contro l’incredulità e la lotta dei monoteisti contro gli atei e gli idolatri che associano altri ad Allah.

Chi è destinato a morire morirà, e colui al quale è stata scritta la shahada sarà reso martire; il mu’min troverà certamente posto negli ampi e incantevoli giardini del Paradiso. Essi riceveranno il Jannat al-Firdaws nella vicinanza più intima di Allah. Vi saranno ruscelli limpidi e graziosi dal corso tranquillo e giardini ornati che si estendono fino all’orizzonte. Quanto ai martiri, è stato detto che sono eternamente vivi: per loro non vi è morte.

«O Miei servi, oggi non avrete alcun timore e nessuna tristezza vi toccherà. Entrate nel Paradiso, voi e le vostre spose. Sarete resi felici e soddisfatti. Davanti a loro saranno poste vassoi e coppe d’oro, colmi di cibi desiderabili e attraenti. Grazie alle buone opere che avete compiuto nel mondo, avete potuto ereditare questo Paradiso. Qui avrete frutti in abbondanza da mangiare».

Coloro che sono stati uccisi o sono morti nella miscredenza, nella falsità e nell’ateismo saranno gli abitanti della Jahannam. E che cosa ne sapete voi della Jahannam? Essa vi distruggerà e non potrete in alcun modo sfuggirle. I vostri volti e i vostri corpi vi bruceranno. Quando una pelle sarà consumata dal fuoco, un’altra prenderà il suo posto, affinché possano provare il tormento. Sopra e sotto di loro vi saranno fuoco e fuoco, e fiamme ardenti li circonderanno. Se chiederanno acqua, sarà loro data acqua bollente, il cui vapore ustionerà i loro volti. Sarà acqua estremamente sporca, disgustosa e contaminata. Essa non attenuerà minimamente l’intensità della fame e della sete.

«Per loro vi è il fuoco della Jahannam: là non moriranno e il castigo della Jahannam non sarà loro alleviato. Così ricompensiamo».

«Ogni kafir che ha rinnegato Allah griderà là: “O nostro Signore! Facci uscire da qui. Compiremo opere buone, diverse da quelle che abbiamo compiuto prima”».

Sarà loro risposto:

«Non vi abbiamo dato un’età abbastanza lunga perché, se aveste voluto trarne una lezione, avreste potuto farlo? Ora assaporate il castigo. Qui non vi è alcun soccorritore per gli ingiusti». La vita continuerà come Allah vuole. Età dopo età, vita dopo vita, tutto giungerà al termine, ma nessuno potrà modificare la volontà di Allah. Alcune persone urlavano e piangevano per la morte di Abdun Nasir, trasformando la situazione in un lutto. Giorno e notte venivano cantati i suoi lamenti funebri. Ma tutto ciò avveniva soltanto per farsi vedere dalla gente. In quelle grida e manifestazioni di lutto non vi era da parte loro neppure un briciolo di sincerità: tutto avveniva allo scopo di ottenere vantaggi, come una recitazione colma di artificio. Solo pochi anni fa, mentre ero seduto in casa mia, un uomo aveva detto: “Coloro che considerano Abdun Nasir un servitore dell’Islam sono kafir”. Oggi sento persino dalla bocca di quell’uomo i lamenti funebri per Naser. Persone di questo genere vendono così la propria coscienza. Sono proprio loro a subire la perdita nel mondo e nell’Aldilà. In questa situazione, mentre per la morte di Naser dilagava un’ondata di lutto e dolore artificiosi, noi abbiamo accolto la sua partenza da parte di Allah. L’abbiamo accolta esattamente nel modo in cui è possibile accoglierla anche da parte dei semplici credenti di nome.

«E l’empio saprà presto quale sarà la sua sorte».

Nel carcere di Qanater si diffuse la notizia che non avevamo manifestato alcun lutto o dolore per la morte di Nasser e che non avevamo provato il minimo cordoglio per la morte del cosiddetto grande eroe. Per questo, i suoi seguaci si infuriarono contro di noi. Per soddisfare la loro avidità e i loro meschini interessi, avevano giurato di rimanere sempre fedeli al servizio del loro padrone. Cominciarono dunque ben presto a reagire, manifestando la loro collera contro di noi. Secondo loro, com’era possibile che non avessimo espresso dolore per la morte di Nasser?

 

Le bolle di sapone volano via

Le bolle di sapone volano via, ma ciò che è utile agli uomini rimane sulla terra. Naturalmente, gli ipocriti e gli adulatori prezzolati, che ostentavano un dolore artificiale, si misero all’opera. Per compiacere i loro padroni, cominciarono a maltrattarci anche per le questioni più insignificanti. La mattina del secondo giorno dopo la morte di Nasser, la direttrice del carcere femminile aprì la porta della nostra cella, entrò e all’improvviso mi scagliò contro la testa, con enorme violenza, una pesante sbarra di ferro. Ma, per la misericordia di Allah, sopravvissi miracolosamente a quel colpo micidiale. Altrimenti la mia testa si sarebbe spaccata e sarebbe andata in frantumi. Nonostante un crimine tanto grave, l’amministrazione del carcere non le inflisse alcuna punizione e non le chiese neppure conto dell’accaduto. Quella direttrice criminale continuava tranquillamente a fare la ronda, come se non avesse commesso alcun reato. Proprio allora vennero a farmi visita alcuni miei parenti e li informai dell’accaduto. Essi incontrarono tutti i funzionari responsabili, di ogni grado, e inviarono un telegramma agli uffici governativi riferendo l’accaduto. Alla fine, il Ministero della Giustizia fu costretto a indagare sull’incidente. L’inchiesta ritenne la direttrice responsabile dell’accaduto e dichiarò che era affetta da una malattia mentale.

Informai il Ministero della Giustizia che la loro indagine era incompleta. Dietro l’accaduto, infatti, non vi era la mente della direttrice, bensì un piano ben congegnato di circoli ostili all’Islam. Perciò non aveva alcun senso punire la povera direttrice. Non era responsabile di nessuna delle sue azioni: aveva agito su indicazione dei suoi superiori. Costoro volevano terrorizzare i servitori dell’Islam. Ma sarà la volontà di Allah a prevalere.

Non avrei mai potuto immaginare una nuova forma di punizione indiretta di questo genere. Di fronte a una situazione imprevedibile, i protetti di Nasser escogitarono un piano per sferrare un attacco indiretto di questo tipo. In verità, nessuno può guidare sulla retta via coloro che Allah lascia sprofondare nell’errore.

Una nuova prova

La mattina del 9 agosto 1971 mi si presentò davanti un’altra nuova prova. La direttrice del carcere femminile accorse da me e mi disse.

: Il commissario la sta convocando nel suo ufficio.

Questa convocazione insolita suscitò in me ogni sorta di ansie. Chissà che cosa sarebbe successo? Chissà quale nuovo complotto avevano escogitato gli oppressori? Avrebbero forse mosso l’accusa che predicavamo l’Islam persino stando in carcere? Oppure poteva essere arrivata qualche notizia da casa. Pensavo a tutte queste cose. Ma riguardo a ciò che stava davvero per accadere, non ne avevo la minima idea.

Quando arrivai nell’ufficio del commissario, mi fu comunicato l’ordine di liberazione. Che cosa incredibile! Non si sentivano tranquilli neppure dopo avermi condannato all’ergastolo ai lavori forzati! Comunque sia, io sarei uscito libero, ma Hamida sarebbe rimasta in quell’ambiente insopportabile e fetido? Il mio cuore tremò per l’angoscia. Senza rendermene conto, gridai:

: No… no, questo non può assolutamente accadere. Non uscirò mai lasciando la mia Hamida. Siete tutti degli imbroglioni e dei cospiratori intenti a distruggere ogni cosa. Ero fuori di me dalla collera. Tutto il mio essere tremava per una sensazione indescrivibile.

Vedendo il mio stato, il commissario cercò di calmarmi dicendo:

: Non abbiamo potuto opporci neppure minimamente a quest’ordine. Sei stato portato qui per ordine dei superiori e vieni fatto uscire per ordine dei superiori. A questo proposito siamo impotenti proprio come voi.

Poco dopo vidi arrivare anche Hamida nell’ufficio del commissario. Il commissario l’aveva fatta chiamare proprio per spiegarmi la situazione e calmarmi. Per me fu una prova terribile. Provavo una sofferenza indicibile. Come potevo lasciare sola la mia Hamida in quel carcere? Al pensiero di abbandonare da sola, in quell’ignobile e sudicio ambiente carcerario, una donna nobile come lei, un brivido freddo mi percorse tutto il corpo. Spinto dall’emozione, gridai di nuovo senza rendermene conto:

: No, no, mai. Non la lascerò sola in nessuna circostanza……

Vedendo il mio stato, Hamida disse con calma e dolcezza:

È la benevolenza e la misericordia di Allah verso di noi, nient’altro! Tutto avviene per Suo comando. E Allah non dimentica i Suoi servi. Egli è il nostro custode, stia tranquillo. In questo modo trascorse molto tempo in conversazioni. Il commissario pregò Hamida, dicendo:

Lo saluti e torni nella sua stanza.

Quel momento fu straziante. Era assolutamente impossibile tradurre in parole ciò che provavamo in quel momento. Ci stringemmo l’uno all’altra e scoppiammo a piangere. Nei nostri cuori si agitavano le onde impetuose e tumultuose dell’oceano, il respiro aveva la furia di una tempesta e le lacrime scorrevano dai nostri occhi come una corrente ardente del fiume Falgu.

In quel doloroso momento di straordinaria agitazione interiore e di emozioni, mi sentii solo nella stanza del commissario. Il commissario firmò formalmente i miei documenti di scarcerazione, e io, con la mente inquieta, il cuore turbato e le lacrime che continuavano a scorrere, mossi il primo passo verso il mondo libero.

L’ultima mossa

L’automobile che correva verso casa mia cambiò improvvisamente direzione e si fermò presso l’ufficio governativo d’investigazione. Non appena fui condotto in una stanza, la porta venne chiusa. Rimasi lì in quel modo dalle due del pomeriggio fino alle nove di sera. Poi fui portato in una stanza adibita a ufficio. Vi erano seduti due ufficiali. Entrambi mi rivolsero diverse domande sull’ideale di vita islamico. Mi chiesero anche:

D’ora in poi manterrà i contatti con l’Ikhwan?

Evitando di rispondere alle loro domande, dissi:

: Perché sono stata liberata dall’ergastolo ai lavori forzati, mentre Hamida è stata trattenuta? In realtà volete creare discordia. Ma sappiate che Allah non permetterà mai che i vostri intenti malvagi si realizzino.

Uno di loro disse:

Signora Zaynab! Si calmi.

Dissi:

: Volete intrappolarci nella rete dell’inganno e della frode. Eppure Allah è al di sopra di voi. Sarà il Suo decreto a prevalere, anche se la maggior parte della gente non lo sa.

Egli disse:

: Guardi, Zaynab! È un ordine dei superiori. Non possiamo fare più di questo.

Dopodiché fui condotto nell’ufficio di Ahmad Rushdi.

: Questo è l’uomo che, con le sue direttive occulte, aveva fatto sottoporre a torture disumane da parte dei carnefici della prigione militare. È difficile trovare molti individui tanto ingannevoli e manipolatori quanto lui. Crede nel principio «dividi e governa». Quando entrai nel suo ufficio, mi invitò a sedermi sul divano di fronte a lui e si congratulò con me per la liberazione. In seguito, il succo della conversazione tra lui e me fu questo, secondo le sue parole:

Avrei dovuto interrompere le mie attività islamiche.

Non avrei dovuto incontrare i miei fratelli e amici islamici.

Non avrei dovuto avere con loro alcuna collaborazione reciproca né mantenere alcun rapporto di affetto e benevolenza. Inoltre, avrei dovuto presentarmi periodicamente nel suo ufficio. Quando ebbe termine questo discorso sulle condizioni, dichiarai chiaramente che:

: Rifiuto integralmente tutto ciò che mi hai appena detto. Anzi, rifiuto e respingo anche l’ordine che avete impartito per la mia liberazione. Comunica questo mio rifiuto e questa mia opposizione ai tuoi superiori. E pretendo di essere ricondotto immediatamente nella prigione di Kanatir.

Ahmad Rushdi, ignorando le sue parole, disse ridendo:

: Molti Ikhwan stanno raggiungendo un accordo alle nostre condizioni.

Interrompendo ciò che stava dicendo, dissi—

: Giuro su Dio. Continuo ad avere una buona opinione degli Ikhwan. Non voglio dire nulla riguardo alle accuse che rivolgi contro alcuni Ikhwan. Tuttavia, non ritengo vera la tua opinione su di loro. Senza dubbio, gli Ikhwan sono veritieri e irremovibili sulla via della verità. È per questa verità che lavorano giorno e notte, e resteranno saldi e incrollabili nella lotta per la verità finché non riceveranno l’aiuto di Allah o il martirio.

In quel momento squillò il telefono. Ahmad Rushdi sollevò il ricevitore e, subito dopo aver detto «Pronto», manifestò la sua gioia e disse—

: Ahlan wa sahlan. (Benvenuto, benvenuto), professor Abdul Moneim. Venga! Venga! La stavo aspettando.

Poi riattaccò e disse—

: Sta arrivando Abdul Moneim Ghazali.

Poco dopo arrivò mio fratello minore, il professor Abdul Moneim, e mi rivolse il saluto con voce rotta dal pianto. Ahmad Rushdi disse a mio fratello: «Faccia da mediatore tra lei e sua sorella Zaynab. Anche tra noi permangono divergenze di opinione.»

Mio fratello disse—

: Egli è mio fratello maggiore e io sono il suo fratello minore. Non ho il coraggio di convincerlo. E, se me lo permette, vorrei soltanto dire che gode di una reputazione particolare per la sua capacità di argomentare e la sua eloquenza.

Questa volta Ahmad Rushdi disse:

: Va bene, Zaynab! Congratulazioni. Si tenga semplicemente un po’ distante dall’organizzazione degli Ikhwan e non incoraggi nessuno a collaborare con essa.

Gli dissi:

: La storia di tutte queste organizzazioni segrete è, dall’inizio alla fine, frutto delle vostre menti fertili. Guardate: cercare di instaurare un governo e un ordinamento islamici è un obbligo, cioè una responsabilità collettiva, per ogni musulmano. Per prepararsi a questo, bisogna invitare le persone sulla via di Allah, proprio come il Profeta amato e i suoi Compagni invitavano la gente. È una responsabilità comune di ogni musulmano. In questo non si pone alcuna questione di essere o non essere un ikhwan.

Quando poi arrivai a casa con mio fratello, erano le tre di notte ed era il 10 agosto 1971 dell’era cristiana.

— Fine —