Nota sulla pubblicazione
Nel subcontinente, nel XX secolo, Sayyid Abul A’la Maududi (r.) fu un eminente pensatore e filosofo islamico. La sua letteratura fondata sulla filosofia islamica e il suo tafsir, tradotti in varie lingue in tutto il mondo, continuano a ricevere ampi elogi e apprezzamenti. È cresciuto enormemente l’interesse per la sua vita personale e per la sua vita operosa. La quinta edizione della biografia di Maulana Maududi è ormai esaurita. Poiché ora sta per essere pubblicata la sesta edizione, rendiamo innumerevoli grazie al Grande Rabb degli universi e, al contempo, preghiamo per il perdono dell’anima del rispettabile autore di quest’opera, Muhtaram Abbas Al Khan, che non è più tra noi.
Inoltre, anche il professor Yusuf Ali, editore delle edizioni precedenti, ha lasciato questo mondo. Preghiamo Allah di accettare tutte le sue buone opere e di ammetterlo in Paradiso.
Spero che anche questa edizione, come in passato, venga accolta favorevolmente dai lettori. Possa il Grande Rabb degli universi concederci la capacità di offrire ogni possibile sacrificio nella diffusione della Sua religione. Amin.
| Dhaka 16 aprile 2005 | Umilmente Mohammad Tasnim Alam |
Prefazione alla quarta edizione
La terza edizione della biografia di Maulana Maududi (r.) si era esaurita più di un anno fa. Ora, poiché sta per essere pubblicata la quarta edizione, rendiamo infinite grazie ad Allah l’Altissimo. È naturale che nella terza edizione siano rimasti alcuni errori e imprecisioni, nonostante la cautela. Spero che i lettori benevoli li considerino con indulgenza. Poiché il Dipartimento centrale delle pubblicazioni della Jamaat-e-Islami Bangladesh ha assunto la responsabilità della pubblicazione del libro, esprimo anche a loro la mia gratitudine.
Spero che quest’opera riceva dai lettori la stessa accoglienza di prima. Che Allah l’Onnipotente accetti questo mio umile servizio. Amin.
L’umile autore
Luglio 1996
Prefazione alla seconda edizione
Circa quindici anni fa, fu pubblicata la prima edizione di quest’opera, con una breve illustrazione della vita e dell’impegno del Maulana Sayyid Abul A‘la Maududi (che Allah abbia misericordia di lui). In lingua bengalese, questa fu la prima opera del genere. Poiché il defunto Maulana era ancora in vita al momento della pubblicazione dell’opera, essa non può essere definita la sua biografia completa. Comunque, l’opera si esaurì già prima della nascita del Bangladesh e da varie località continuarono ad arrivare richieste e sollecitazioni per una nuova pubblicazione. In seguito, recentemente, il Maulana ha lasciato questo mondo per recarsi alla presenza del suo Signore.
Questa volta, l’incapacità e l’inadeguatezza personali mi hanno ripetutamente scoraggiato dall’impugnare nuovamente la penna per scrivere sulla vita e sull’opera del Maulana. Il posto che il Maulana occupa tra le persone colte del mondo musulmano è così elevato, e il contributo che ha lasciato alla Ummah musulmana e alle generazioni future è così grande e immenso, che tracciare un quadro completo va oltre le mie possibilità. Non ha lasciato incompiuto nulla di ciò che si poteva fare o dire per la Ummah musulmana e per le sue generazioni future. La sua letteratura e il suo pensiero, in particolare il suo rivoluzionario tafsir Tafhim al-Qur’an e Sirat-e Sarwar-e Alam, continueranno per diversi secoli a orientare la Ummah musulmana. Egli ha fornito una guida completa per i diversi aspetti e ambiti della vita e della società. Per questo il mondo islamico lo ricorda e continuerà a ricordarlo, unanimemente, come guida del mondo islamico, riformatore del secolo e artefice della storia.
Poiché la da‘wah, il messaggio e l’ideale del Maulana Sayyid Abul A‘la Maududi (che Allah abbia misericordia di lui) erano internazionali, universali e rivolti al bene dell’umanità intera, la sua personalità non era limitata a una base geografica o nazionale, bensì era internazionale; perciò si elevava di gran lunga al di sopra di ogni regionalismo, favoritismo verso i propri familiari e visione unilaterale. Per questo, per i musulmani di tutto il mondo Sayyid Maududi è un nome estremamente amato, oggetto dell’attrazione e del rispetto di tutti. Quest’opera non è soltanto la biografia di un uomo, bensì una vita, una storia e un completo movimento islamico.
La terra d’origine degli antenati del Maulana era Delhi. Egli nacque e crebbe a Hyderabad, nel Deccan. Con l’obiettivo di realizzare il grande ideale dell’Islam, abbandonò per sempre la terra natale e scelse Pathankot, nel Punjab orientale, come sede della sua attività. Dopo la spartizione dell’India, compì l’egira verso Lahore. Il richiamo di nessun territorio regionale poté distoglierlo dalla via dell’ideale. Dopo aver trascorso a Lahore gli ultimi trentatré anni della sua vita, non divenne né lahorese né punjabi. Apparteneva al mondo intero. Apparteneva a tutta l’umanità.
Ha sempre proclamato la verità. Ha levato la voce contro la menzogna, l’ingiustizia, la corruzione e l’oppressione tirannica. Le sue parole veritiere talvolta lo resero inviso ai familiari, agli amici e a molti illustri esponenti della comunità.
La sua lingua madre era l’urdu, al cui servizio dedicò tutta la vita. Diede a quella lingua una forma nuova e la adornò di nuovi ornamenti. Tuttavia, rispettava tutte le lingue e attribuiva un’importanza particolare alla lingua madre. Sebbene l’urdu fosse la sua lingua madre, espresse chiaramente la sua opinione a favore del bengalese come lingua ufficiale del Pakistan.
Durante il periodo del Pakistan indiviso, criticò aspramente le ingiustizie e il comportamento discriminatorio dei governanti del Pakistan occidentale nei confronti del Pakistan orientale e propose una soluzione.
Espresse commenti chiari e fondati sulla giustizia riguardo al comportamento dei musulmani immigrati nel Pakistan orientale, alla questione linguistica, alla questione dell’occupazione e a quella della difesa nazionale. Paragonò il Pakistan orientale a una parte del proprio corpo. Disse: “Il Pakistan è per me come il corpo e l’anima. Come non posso fare distinzione tra le mie due mani, allo stesso modo non posso fare distinzione tra le due parti del Pakistan. Se una delle mie mani si ammala, ciò costituisce una malattia dell’intero corpo. È mio dovere indagarne la causa e predisporre la cura adeguata. Non farlo significa essere nemico di me stesso.”
Durante i suoi viaggi in Medio Oriente, criticò senza timore il nazionalismo arabo davanti alla popolazione e agli intellettuali del luogo. D’altra parte, criticò anche l’operato dei dipendenti delle ambasciate pakistane all’estero.
Un’altra dolce caratteristica del suo carattere era che non si considerava mai al di sopra dell’errore. Perciò, nelle conferenze degli operatori della Jamaat e nelle sessioni del Consiglio (Majlis-e Shura), si sottoponeva sempre alla critica. A coloro che erano sempre pronti a sacrificare la vita per lui concedeva piena libertà di dire senza esitazione, qualora avessero notato ai suoi occhi qualche errore o difetto. In questo modo distrusse completamente una superstizione radicata da molti anni (Khata-e buzurgan gereftan khatast — anche rilevare gli errori dei grandi è un errore).
Era così immerso giorno e notte al servizio della religione che non aveva neppure il tempo di occuparsi della casa, della famiglia, dei figli e della propria salute. Si era consacrato al servizio della comunità e dell’umanità intera.
Pertanto si può affermare senza esitazione che la personalità di Sayyid e Murshid Maududi non era limitata a un solo Paese. Non era indùstanese né pakistana, non era araba né persiana. Al contrario, apparteneva al mondo musulmano e all’umanità intera.
Per questo dicevo che, nel prendere la penna per scrivere sulla personalità del venerato pensatore Sayyid Maududi, esponente illustre della comunità musulmana, ho sentito più volte la mia stessa inadeguatezza. Tuttavia, sotto la pressione delle crescenti richieste e sollecitazioni provenienti da ogni parte, sto cercando di pubblicare un’edizione ampliata. Ma, poiché mi è mancato il tempo e l’ambiente tranquillo necessari a tal fine, posso dire senza esitazione di non essere riuscito ad assolvere come si deve il compito di scrivere su questo argomento. Sui diversi aspetti del pensiero del Maulana si potrebbero scrivere opere ponderose, e certamente ve n’è anche la necessità. Sono convinto che, alla luce delle esigenze del tempo, gli ambienti colti si dedicheranno senz’altro anche a questo lavoro; molti lo hanno già fatto.
Rivolgo ai lettori di lingua bengalese l’invito a cercare di conoscere il vero Maulana con uno sguardo imparziale e limpido. Sono fermamente convinto che la sua produzione letteraria sia così vigorosa, scorrevole e toccante da non poter fare a meno di scuotere il cuore e la mente del lettore attento. Chiedo inoltre ai lettori di leggere almeno una volta, con mente aperta, le altre opere del Maulana. Sarà proprio attraverso la lettura dei suoi scritti che la sua vera personalità diverrà chiara al cuore e alla mente.
Il mio desiderio più ardente era fare in modo che, dal punto di vista tipografico, questo libro fosse della migliore qualità possibile. Tuttavia, a causa degli impegni di lavoro e dei frequenti viaggi dentro e fuori Dacca e dal Paese, non mi è stato possibile dedicare piena attenzione alla stampa. È dunque naturale che siano rimasti errori e imprecisioni tipografiche. Spero che i lettori benevoli li considereranno con indulgenza.
Nonostante le molte difficoltà, il libro ha potuto essere pubblicato; per questo rendo infinite grazie ad Allah l’Altissimo.
L’ultima cosa da dire è questa: se il libro riuscirà a ottenere anche solo un minimo di apprezzamento tra i lettori, considererò ripagata la mia fatica. Quanto alla vera ricompensa del mio lavoro, la desidero certamente nell’Aldilà. Il libro viene pubblicato all’inizio del quindicesimo secolo dell’Egira. Perciò supplico il Creatore dell’universo: possa questo piccolo libro riuscire a dare un qualche contributo alle onde del risveglio islamico in tutto il mondo. Amin.
L’umile autore
Dacca
Muharram — 1400 dell’Egira
Dicembre 1979
Dedica
Questo libro è dedicato a colui la cui vita è qui narrata, nonché ai miei defunti madre, padre e zio. Inoltre, è dedicato a coloro che, sulla via di Allah, hanno tinto di rosso con il loro sangue questa terra di Allah.
L’autore
L’inno alla vittoria della vita nella cella del patibolo
L’8 maggio 1953, il tribunale militare del Pakistan condannò a morte il Maulana Maududi. Dopo aver ascoltato la sentenza, questo impavido e sereno mujahid pronunciò le seguenti storiche parole:
«Ricordate che non ho commesso alcun crimine. Non chiederò mai, in nessun caso, la grazia a loro. E non permetterò che, da parte mia, qualcun altro chieda la grazia: né mia madre, né mio fratello, né mia moglie, i miei figli o i miei familiari. Questa è la mia richiesta anche agli appartenenti alla Jamaat. Perché la decisione sulla vita e sulla morte viene presa in cielo, non sulla terra.»
I suoi parenti, amici e sostenitori rivolsero questa richiesta a quel rivoluzionario viaggiatore per il quale era ormai certo salire sul patibolo: «La decisione di non chiedere la grazia è certamente una sua decisione personale. Non significa affatto che la Jamaat debba accettarla. Qualunque decisione la Jamaat prenderà, alla luce delle circostanze esterne e nel superiore interesse, lei dovrà necessariamente accettarla.»
«Ritengo giusta la mia decisione anche dal punto di vista della Jamaat. È mio dovere comunicare questa mia decisione chiara e irrevocabile a voi e ai dirigenti della Jamaat.»
«Se mi siedo,
chi resterà in piedi?»
Nell’ottobre del 1963 si tenne a Lahore una conferenza della Jamaat-e-Islami di tutto il Pakistan. Per impedire che la conferenza avesse luogo, il governo rifiutò di concedere l’autorizzazione. In seguito dichiarò vietato l’uso degli altoparlanti in tutto il Pakistan. Ciononostante, ebbe inizio la conferenza, alla quale partecipavano dieci o dodicimila persone, senza altoparlanti. A intervalli di quindici o venti cubiti, alcuni uomini, in piedi su un tavolo, leggevano ad alta voce i discorsi stampati contemporaneamente ai discorsi pronunciati dalla tribuna.
Circa dieci minuti dopo l’inizio dei lavori, improvvisamente alcuni teppisti irruppero nel tendone della conferenza. Erano quasi deliranti per l’ubriachezza. Cominciarono a infrangere l’ordine della riunione. Improvvisamente il tendone prese fuoco; fuori dal tendone si udirono schiamazzi e colpi di pistola. Furono sparati diversi colpi anche contro il Maulana, ma nessuno andò a segno. In quel momento, da ogni parte si udì gridare: «Maulana, si sieda; Maulana, si sieda». Il Maulana, che stava pronunciando il discorso, disse con voce calma, rimanendo in piedi: «Se mi siedo, chi resterà in piedi?»…… In questo modo concluse il suo discorso inaugurale.
I membri della Jamaat, con pazienza infinita e saggezza, mantennero l’intera situazione completamente sotto controllo e preservarono il pieno ordine.
Mentre il discorso era ancora in corso, il membro della Jamaat Allah Bakhsh fu martirizzato dai proiettili dei criminali mercenari.
Genealogia di Maulana Maududi (r)
Maulana Sayyid Abul A‘la Mawdūdi nacque in una famiglia nobilissima che, da tredici o quattordici secoli, mantiene viva nel mondo l’attività di predicazione islamica, l’educazione religiosa e la pratica della guida spirituale. Nel III secolo dell’Egira, un ramo della discendenza di Hazrat Ali e Fatima si stabilì in un luogo nei pressi della città di Herat, in Afghanistan; in seguito quel luogo divenne famoso nel mondo con il nome di «Chisht». Hazrat Shah Sufi Abdal Chishti (r), celebre santo di questa famiglia, era discendente di Hazrat Imam Hasan (ra). Fu proprio da Hazrat Abdan Chishti che ebbe origine la celebre tariqa Chishtiyya. Egli morì nell’anno 355 dell’Egira. Suo nipote e successore (gaddinasheen), Hazrat Nasiruddin Abu Yusuf Chishti (r), discendeva dal secondo ramo della stirpe di Hazrat Ali e Fatima. Attraverso Hazrat Imam Ali Naqi (r), la sua genealogia ascendente (nasabnama) risale a Hazrat Khwaja Qutbuddin Mawdud Chishti (r), figlio maggiore di Hazrat Imam Husayn Shahid (ra), che fu il capostipite dei pir della tariqa Chishtiyya indiana. La famiglia Mawdūdi ebbe origine dal suo nome. Khwaja Qutbuddin morì nell’anno 572 dell’Egira.
Il rapporto della famiglia Mawdūdi con il celebre sufi e derviscio dell’India pakistana, Hazrat Khwaja Muinuddin Chishti (r), è il seguente:
Successione discendente dei pir
1) Hazrat Qutbuddin Chishti (r)
2) Hazrat Jami Sharif Zindani (r)
3) Hazrat Usman Haruni (r)
4) Hazrat Khwaja Muinuddin Chishti Sinjari (r)
In altre parole, Hazrat Qutbuddin Mawdud Chishti (r) era il pir bisnonno di Khwaja Muinuddin Chishti (r).
Il primo tra gli antenati della famiglia Maududi a mettere piede in India si chiamava Hazrat Abul A’la Chishti (r). Giunse in India nell’ultima parte del IX secolo dell’Egira, durante il regno del sovrano di Delhi Sikandar Lodi, e si stabilì in una piccola città chiamata Baras, nei pressi del Karnataka. Era un celebre santo. Nel 935 dell’Egira entrò in Paradiso.
Durante il regno dell’imperatore Shah Alam, la suddetta famiglia giunse a Delhi e vi si stabilì definitivamente. Da allora, fino alla quinta generazione della suddetta stirpe, tutti continuarono a vivere a Delhi. L’attuale Maulana Sayyid Abul A’la Maududi (r) è il rappresentante della sesta generazione di quella stirpe.
Attraverso la linea materna scorre nelle vene del Maulana Maududi (r) il sangue degli eroici Turchi. Il suo bisnonno Mirza Qurban Ali Beg Khan Salek era un poeta e letterato turco. Tuttavia, la professione dei suoi antenati era quella militare. Un suo antenato di nome Mirza Tolak Beg giunse in India durante il regno dell’imperatore Aurangzeb Alamgir e si arruolò nell’esercito. Fino al regno dell’imperatore Shah Alam, i membri di quella famiglia occuparono l’uno o l’altro seggio della corte reale. Dopo la disgregazione dell’Impero moghul, anch’essi si dispersero in varie direzioni. Il defunto Nawab Alam Beg Khan, padre del defunto Qurban Ali Beg Khan Salek, e suo zio, il defunto Nawab Niyaz Bahadur Khan, giunsero a Hyderabad verso la fine del regno dell’allora Nizam, il Nawab Mir Nizam Ali Khan. Nawab Niyaz Bahadur sposò la figlia di Nawab Mustaqil Jang Izzat-ud-Daulah Ashur Beg Khan. Ashur Beg Khan era lo zio di Niyaz Bahadur Khan. I Nizam di Hyderabad conferirono loro gli stessi titoli con cui li avevano insigniti gli imperatori moghul. Dopo Mustaqil Jang, Nawab Niyaz Bahadur Khan gli succedette come Jamadar e jagirdar.
Nawab Alam Beg Khan sposò una donna della famiglia di Abdur Rahim Khan, comandante della fortezza di Golconda. Da questo matrimonio nacque Qurban Ali Beg Khan Salek. Nel 1822, Nawab Niyaz Bahadur Khan fu martirizzato durante i disordini di Chanchalgarh, nel Deccan. Dopo questo avvenimento, Nawab Alam Beg si trasferì a Delhi con il figlio ancora bambino. Circa quarant’anni dopo, Mirza Qurban Ali Beg si recò a Hyderabad e Salar Jang Azam lo nominò principale consigliere per l’istruzione. Lì, con l’aiuto di Nawab Imad-ul-Mulk Bilgrami, compose un’opera inestimabile intitolata «Makhzanul Fawa’id». Non vi è dubbio che quest’opera, sebbene non sia stata la prima di Hyderabad, sia una delle più celebri opere antiche della città. Mirza Qurban Ali Beg Khan Salek morì nel 1855.
Genealogia del Maulana Maududi (r)
Discendente
Imam dei timorati, nostro signore Hazrat Ali ibn Abi Talib (r)
Hazrat Imam Husayn, il martire (r)
Hazrat Imam Zayn al-ʿĀbidīn (ra)
Hazrat Imam Muhammad al-Bāqir (ra)
Hazrat Imam Muhammad Jaʿfar al-Sādiq (ra)
Hazrat Imam Mūsā al-Kāẓim (ra)
Hazrat Imam Muhammad al-Taqī (ra)
Hazrat Imam Muhammad al-Naqī (ra)
Sayyid al-Sāʿādāt ʿAbd Allāh ʿAlī Akbar (ra)
Sayyid al-Sāʿādāt Husayn (ra)
Sayyid al-Sadat Muhammad (r)
Muhammad Shamayan Chishti (r)
Khwaja Nasiruddin Qutbuddin Yusuf Chishti (r) wa
Khwaja-i Khwajagan Qutbuddin Maudud Chishti (r)
Khwaja Abu Ahmad Maududi Chishti (r)
Khwaja Ruknuddin Maududi Chishti (r)
Khwaja Nizamuddin Maududi Chishti (r)
Khwaja Qutbuddin Muhammad Maududi Chishti (r)
Khwaja Ali Abu Ahmad Sani Maududi Chishti (che Allah abbia misericordia di lui)
Khwaja Ahmad Abu Yusuf Sani Maududi Chishti (che Allah abbia misericordia di lui)
Khwaja Muhammad Zahid Maududi Chishti (che Allah abbia misericordia di lui)
Khwaja Qutbuddin Maudud Sani Chishti (che Allah abbia misericordia di lui)
Khwaja Nizamuddin Ali Maududi Chishti (che Allah abbia misericordia di lui)
Khwaja Muhammad Muhiuddin Shah Khajgi Maududi Chishti (che Allah abbia misericordia di lui)
Shah Abul Ala Maududi Chishti (che Allah abbia misericordia di lui)
Shah Abdul Ali Maududi (che Allah abbia misericordia di lui)
Shah Abd al-Ghani Mawduudi (raḥimahu llāh)
Khwaja Abd al-Samad Mawduudi (raḥimahu llāh)
Khwaja Abd al-Shakur (alias Khushhal Muhammad) Mawduudi (raḥimahu llāh)
Khwaja Abd Allah (alias Gul Muhammad) Mawduudi (raḥimahu llāh)
Khwaja Abd al-Bari (alias Mir Bhikhari) Mawduudi (raḥimahu llāh)
Khwaja Abd al-Wali (alias Mir Fazl Ilahi) Mawduudi (raḥimahu llāh)
Shah Abd al-Aziz (alias Mir Karam Ila) Mawduudi (raḥimahu llāh)
Shah Wares Ali Mawduudi (raḥimahu llāh)
Sayyid Hasan Mawduudi (r)
Sayyid Ahmad Hasan Mawduudi (r)
Sayyid Abul A’la Mawduudi (r)
Sayyid Ahmad Hasan Mawduudi
Il padre del Maulana Mawduudi (r), Sayyid Ahmad Hasan Mawduudi (r), nacque nella città di Delhi nel 1855, due anni prima della rivolta dei sepoy del 1857. Fu uno degli studenti dei primi tempi dell’istituto educativo di Aligarh. È noto a tutti che l’istituto educativo di Aligarh non riuscì a ottenere il sostegno e la simpatia dei musulmani religiosi dell’epoca. Essi nutrivano infatti estremo disprezzo e avversione per l’istruzione inglese e per la tahdhīb e la tamaddun occidentali. Al contrario, il fondatore dell’Università di Aligarh, Sir Sayyid Ahmad, ne era profondamente entusiasta. Egli raccoglieva tra i propri parenti ragazzi saggi e dotati e li iscriveva ad Aligarh. Iscrisse Sayyid Ahmad Hasan Mawduudi ad Aligarh, si può dire, quasi con la forza.
Si può facilmente comprendere quanto la famiglia Mawduudi fosse fortemente contraria e avversa all’istruzione inglese e occidentale. Essi non solo occupavano una posizione eminente nell’educazione e nella formazione islamica, ma ricoprivano anche il rango più elevato tra i pir della tarīqa, cioè tra le guide della formazione spirituale. Tuttavia, poiché Sayyid Ahmad condusse ad Aligarh Ahmad Hasan, figlio di un pir, appellandosi ai vincoli di parentela, il pir Sayyid Hasan Mawduudi (r) rimase in silenzio, profondamente addolorato.
Una volta, un amico del pir Sayyid Hasan Mawduudi (r) si recò ad Aligarh per una certa incombenza. Lì vide il giovane Ahmad Hasan giocare a cricket con gli altri studenti, indossando abiti all’inglese. Rimase profondamente addolorato per un simile comportamento del figlio di un celebre pir dei pir della tarīqa e, tornato a Delhi, disse: «Portate immediatamente Ahmad Hasan a casa da Aligarh, altrimenti rinunciate ai rapporti con lui. È andato in rovina».
La vita da studente di Ahmad Hasan ad Aligarh ebbe fine. Suo padre, Sayyid Hasan, lo riportò infatti immediatamente a casa dal college di Aligarh, dopo aver ottenuto il certificato di trasferimento. L’allora preside gli rilasciò il seguente attestato di merito:
Si certifica con la presente che Ahmad Hasan ha frequentato la terza classe scolastica di questo collegio durante una parte dell’anno scorso e che allora beneficiava di una borsa di studio di 5 rupie al mese.
La sua condotta era soddisfacente e il maulvi con cui studiava la seconda lingua dichiara che possedeva una discreta conoscenza sia dell’arabo sia del persiano.
Firmato: S.D.T. Siddons
Data: 17 febbraio 1877
Preside
Muhanmedan Anglo-Oriental College, Aligarh
In seguito, Ahmad Hasan Maududi conseguì comunque l’abilitazione all’avvocatura ad Allahabad. Dopo aver conseguito tale abilitazione, fu invitato a lavorare come precettore presso la famiglia reale dello Stato principesco di Deoghar. Giunto a Deoghar, venne a sapere che anche uno dei suoi insegnanti era stato invitato per il medesimo incarico. Informò rispettosamente il Raja Sahib che non desiderava competere con il proprio maestro per un impiego. Sarebbe stato quindi lieto se, al suo posto, fosse stato nominato il suo insegnante. Nel frattempo, il Raja Sahib interrogò l’insegnante di Ahmad Hasan Maududi riguardo all’altro candidato, suo concorrente. Egli rispose: «È un mio allievo e ai miei occhi è ancora soltanto un ragazzo. Quale competenza può mai avere per insegnare?»
Notando questa contrapposta differenza di carattere tra i due candidati, il Raja Sahib osservò: «Vedo maggiori capacità nell’allievo che nel maestro». Alla fine fu Ahmad Hasan Maududi a essere nominato precettore.
L’avvocato Ahmad Hasan Maududi
Dopo aver lavorato per qualche tempo come precettore privato a Deoghar, Sayyid Ahmad Hasan Maududi esercitò l’avvocatura a Meerut, Ghaziabad, Bulandshahr e in altri luoghi. Nel 1896 si recò nella città di Aurangabad, nell’Hyderabad, per patrocinare una causa. Il signor Mahiuddin Khan era il mir, ossia il giudice capo, del luogo. Era un lontano parente, quasi uno zio, di Ahmad Hasan Maududi. Nel condurre la causa, Ahmad Hasan diede prova di notevole erudizione. Su consiglio del mir provinciale, iniziò a esercitare stabilmente l’avvocatura proprio ad Aurangabad e, in breve tempo, la sua fama di avvocato si diffuse ampiamente.
Fino ad allora, nell’avvocato Maududi avevano prevalso in modo particolare le idee e i costumi occidentali. La scintilla religiosa ereditaria che esisteva nel suo cuore era avvolta dalle tenebre. Tuttavia, grazie alla compagnia e alla vicinanza del signor Mahiuddin Khan, le idee occidentali presenti in lui cominciarono gradualmente a trasformarsi in una piena visione islamica. Mahiuddin Khan non era soltanto un giudice capo, ma anche un grande wali pio e venerabile. Nel 1900 Ahmad Hasan fece bai‘at con lui e si dedicò al dhikr e agli adhkar, alla muraqaba e alla mushahada, nonché all’adorazione e alla devozione. Trascorsero così quattro anni interi.
Nel 1904, quando Sayyid Abul Ala Maududi (r) aveva un anno, l’avvocato Maududi pensò che la professione forense fosse diventata un enorme ostacolo alla sua ricerca della conoscenza spirituale. Abbandonò quindi l’avvocatura e colse l’occasione per dedicarsi, distaccato dal mondo, alla contemplazione dell’amore di Dio. Distribuì senza esitazione tutto il denaro guadagnato con l’attività legale, i vestiti, gli arredi e gli oggetti della casa; poi si recò a Delhi con la famiglia, privo di mezzi, e trovò rifugio in un quartiere antico e poverissimo chiamato ‘Arab Sarai’, vicino al mausoleo benedetto di Hazrat Khwaja Nizamuddin Auliya Mahbub-e Ilahi (r). Rinunciando in parte alla compagnia della moglie, dei figli e dei familiari, trascorreva giorno e notte ritirato nella sua cella, assorto nella meditazione di Allah. Trascorsero così tre anni interi.
Nel frattempo, il signor Mahiuddin Khan, giudice capo di Aurangabad, venuto a sapere della penosa situazione dell’avvocato Maududi, lo fece chiamare presso di sé ad Aurangabad. Ahmad Hasan Maududi tornò ad Aurangabad in risposta all’invito del suo zio paterno e pir-murshid. Mahiuddin Khan gli consigliò che, sulla via della realizzazione di Dio, non era necessario abbandonare i rapporti con il mondo. Al contrario, l’ascetismo è censurato dall’Islam. Guadagnare denaro è assolutamente necessario per vivere e provvedere alla famiglia; occorre però fare attenzione affinché ogni singolo spicciolo sia guadagnato in modo halal. Seguendo le indicazioni del pir-murshid, Sayyid Ahmad Hasan Maududi tornò ad Aurangabad con tutta la famiglia e riprese a esercitare l’avvocatura. Da quel momento, però, ebbe inizio una nuova fase della sua professione forense.
Da quel momento, prima di accettare una qualsiasi causa, doveva svolgere molte indagini per accertarne la veridicità. Di conseguenza, fu costretto ad accettare la povertà. Ma mentre da un lato crescevano la sua visione islamica e il suo profondo amore per Dio, dall’altro aumentavano il suo distacco e la sua avversione per i desideri dei piaceri mondani. Il suo modo di pensare, il suo stile di vita e ogni sua attività subirono una trasformazione tale che sarebbe stato estremamente difficile credere che un tempo il flusso esaltante delle idee occidentali fosse passato attraverso la regione più intima del suo cuore.
Comunque, esercitò l’avvocatura ad Aurangabad fino al 1915. In seguito si recò a Hyderabad. Ma, poiché la sua salute si deteriorò, dovette andare a Bhopal. Purtroppo, lì fu colpito da una paralisi e, quattro anni dopo, nel 1920, entrò nel Paradiso.
È opportuno ricordare che Ahmad Hasan Maududi studiò integralmente Sahih Muslim e Sunan al-Nasa’i presso il muhaddith Maulana Habibur Rahman, insegnante della Madrasa Islamia di Aurangabad; conseguì il certificato e ricevette l’autorizzazione a insegnare gli hadith.
Nascita e formazione di Maulana Maududi
Il 3 Rajab dell’anno 1321 dell’Egira (nel 1903 d.C.), nella casa del celebre avvocato della città di Aurangabad, Sayyid Ahmad Hasan Maududi, nacque un bambino straordinario. Il padre, colmo di fervore, chiamò il figlio Sayyid Abul A‘la Maududi e rese infinite grazie ad Allah l’Altissimo. Tre anni prima della nascita del bambino, un venerabile wali aveva detto a suo padre: «Sappi che, per grazia di Allah, avrai un figlio. Lo chiamerai Abul A‘la Maududi, perché con questo nome un celebre pir kamil, vostro antenato, giunse per la prima volta in India».
Queste parole profetiche erano rimaste vive nel cuore del padre. E davvero, per la gloria di Dio, tre anni dopo egli ebbe un figlio; il suo cuore e la sua anima si sciolsero per la gioia immensa e per la gratitudine verso Dio.
Come è stato già detto, in suo padre era avvenuto un radicale cambiamento già prima della nascita di Sayyid Abul A”la Maududi e, appena un anno dopo la nascita del figlio, egli abbandonò il mondo, impazzito d’amore per Dio. Sebbene in seguito fosse tornato a condurre una vita familiare, non riprese la famiglia che aveva precedentemente abbandonato, bensì ne costituì una nuova, immersa in un ambiente pienamente islamico e morale. Il risultato fu che, quando il piccolo Maududi aprì gli occhi della conoscenza e imparò a godere della luce e dell’aria del mondo, intorno a sé udiva soltanto il dolce mormorio di un ambiente islamico, morale e paradisiaco. Il modo di vivere sia del padre sia della madre era intriso di spirito pienamente islamico. Pertanto, fin dall’infanzia, nel tenero cuore di Maududi si impresse un’immagine completa dello spirito islamico.
L’educazione infantile di Maududi
Il desiderio più ardente del padre era fare del figlio un ‘alim della religione. Fu dunque predisposta la sua educazione in tal senso. Insieme all’istruzione primaria, gli furono impartiti, in arabo, persiano e urdu, insegnamenti di Corano, hadith, fiqh e altre discipline. Fu tenuto con cura lontano dall’istruzione inglese e dal contatto con il pensiero occidentale. Da bambino non fu iscritto ad alcuna scuola. La sua educazione infantile proseguì sotto la guida di precettori domestici altamente competenti e di buon carattere. Nel tempo libero, il padre lo conduceva con sé nelle riunioni della gente colta. Le profonde discussioni filosofiche non penetravano nella mente del piccolo Maududi neppure in minima parte; tuttavia lasciavano sul suo animo un’impronta morale. Di notte, il padre gli narrava, come racconti, le vite dei profeti (pace su di loro), dei Compagni (che Allah si compiaccia di loro) e dei pii sapienti, nonché la storia islamica. Attraverso uno stile linguistico affascinante e comprensibile, imprimeva nel cuore del figlio bambino le credenze, le dottrine e lo spirito dell’Islam.
Il padre vigilava attentamente affinché, nei normali rapporti e nelle conversazioni con gli altri, fossero rispettate la moralità e la buona educazione. Prestava particolare attenzione anche alla sua lingua materna, l’urdu. Nonostante avesse trascorso ben vent’anni nel Deccan, aveva conservato intatta la purezza e l’eleganza della lingua. Nel suo modo di parlare non si erano mai insinuati vocaboli estranei o strutture sintattiche diverse. Parlava sempre un urdu puro, chiaro e fluente. Per preservare anche la purezza linguistica del figlio, non gli permetteva mai di entrare in contatto con l’ambiente esterno. Se per qualsiasi motivo udiva nella parlata del figlio una parola presa da un’altra lingua, la correggeva immediatamente.
Fin dall’infanzia, il padre si impegnò particolarmente nella formazione del suo nobile carattere. Vigilava attentamente affinché, frequentando persone viziose e malvagie, il suo carattere non venisse corrotto.
Una volta il giovane Mawdudi picchiò il figlioletto della domestica di casa. Non appena il padre lo venne a sapere, fece chiamare il figlio della domestica e gli ordinò di picchiare a sua volta il proprio figlio Mawdudi nello stesso modo. Questa lezione rimase così profondamente impressa nel cuore ancora tenero del giovane Mawdudi che, in tutta la sua vita successiva, non alzò mai la mano contro un suo subordinato, neppure quando questi commetteva una colpa, né gli rivolse parole aspre.
Fino all’età di nove anni, il giovane Mawdudi proseguì gli studi in casa. In quel periodo completò diversi testi introduttivi di grammatica araba, letteratura e fiqh. In seguito, su consiglio del suo maestro, il defunto Mawlavi Nadimullah Husaini, fu iscritto alla classe dell’ultimo anno del livello Rushdiyya (ottava classe) presso la madrasa Fawqaniyya (superiore) di Aurangabad. Sei mesi dopo l’ammissione sostenne l’esame Rushdiyya, ma non lo superò. Tuttavia, ad eccezione della matematica, superò bene tutte le altre materie. Non superò la matematica perché aveva ricevuto le sue prime nozioni di quella disciplina appena sei mesi prima. Il direttore della madrasa, Molla Daud Sahib, lo iscrisse alla classe superiore dei Mawlavi.
A quel punto ebbe l’opportunità di acquisire nuove conoscenze in varie materie. Sebbene la lingua d’insegnamento fosse l’urdu, sviluppò un profondo interesse per la chimica, le scienze della salute, la matematica, la storia, la geografia e altre discipline. Inoltre, grazie alla compagnia e ai contatti con diversi insegnanti, il suo orizzonte e il suo modo di pensare si ampliarono. Fino ad allora era rimasto isolato dal mondo esterno e dalla società, e ciò aveva alimentato in lui una certa aridità e indifferenza; la compagnia dei compagni di studio eliminò tale disposizione.
Va ricordato che, in quel periodo, secondo i piani dell’Allama Shibli Nu‘mani, del Nawab Nizam-ul-Mulk Bilgrami e del Mawlana Hamiduddin Farahi, a Hyderabad e ad Aurangabad fu istituito un nuovo tipo di sistema educativo. La lingua d’insegnamento era l’urdu. Vi si insegnavano storia, Corano e hadith, fiqh, mantiq (logica) e altre materie. A quel livello, la scuola secondaria era chiamata Mawlavi, il livello intermedio Mawlavi Alim e il college universitario Dar ul-Ulum.
Nel 1914 il giovane Mawdudi sostenne l’esame Mawlavi e, a causa della sua debolezza in matematica, si classificò sesto tra gli studenti promossi. In quel periodo la salute del padre peggiorò gravemente. Nel 1916 egli si trasferì da Aurangabad a Hyderabad e vi iscrisse il figlio Mawdudi al Dar ul-Ulum per gli studi superiori. A quel tempo il direttore del Dar ul-Ulum era il defunto Mawlana Hamiduddin. Lasciò il figlio a Hyderabad e si recò a Bhopal per curare la propria malattia e ristabilirsi in salute.
Il giovane Mawdudi continuò a studiare presso il Dar ul-Ulum di Hyderabad. Ma non erano ancora trascorsi sei mesi quando giunse da Bhopal la triste notizia che suo padre era sul letto di morte. Appena ricevuta la notizia, il giovane Mawdudi si recò a Bhopal insieme alla madre e si dedicò ad assistere il padre moribondo. Fu da quel momento che dovette ricorrere ai mezzi per procurarsi da vivere. Infatti, già a quell’età così giovane aveva acquisito una sufficiente comprensione della realtà per capire che, per vivere nel mondo con dignità, era necessario essere autosufficienti e lottare per guadagnarsi da vivere con mezzi onesti. Nel frattempo, dopo aver combattuto per diversi anni contro la povertà e la malattia, nel 1920 suo padre lasciò per sempre il campo delle attività terrene.
Un saldo carattere morale e una volontà incrollabile
Grazie alla stretta compagnia del padre e alla sua educazione e formazione, il giovane Mawdudi aveva imparato a distinguere il bene dal male. Attraverso l’istruzione primaria e la tarbiyat, in lui si erano poste le fondamenta di un carattere morale così saldo che nessun ambiente diverso riuscì a influenzarlo in alcun modo. Il risultato fu che, quando aveva appena quindici anni, riuscì a reggersi completamente sulle proprie gambe, in piena indipendenza. Furono allora le qualità del suo saldo carattere morale a mantenerlo fermo sulla via della verità. Proprio nelle circostanze in cui l’impeto e l’esuberanza della prima giovinezza travolgono l’essere umano e lo fanno smarrire, le onde impetuose della giovinezza della vita si infransero ai piedi di Mawdudi, spezzandosi e riducendosi in frantumi. Ma non riuscirono a turbarlo né a trascinarlo alla deriva in mezzo al mare.
L’inizio della vita operosa di Maududi
Il misericordioso Allah Onnipotente aveva donato al giovane Maududi un talento straordinario. Perciò, già in tenera età, egli era diventato abilissimo nella pratica letteraria. A soli diciassette anni, in un momento di grave crisi, dovette scegliere l’arduo cammino per procurarsi da vivere. Lavorare come impiegato in un ufficio o prestare servizio alle dipendenze di qualcuno era contrario alla sua natura. Pertanto considerò la propria forza di scrittura come l’unico sostegno.
Nel 1918, il fratello maggiore di Maududi, Sayyid Abul Khair Maududi, entrò nel campo del giornalismo. Assunse personalmente la responsabilità della redazione del periodico “Madina”, pubblicato a Bijnor. Anche Sayyid Abul A‘la Maududi cominciò a dirigere “Madina” insieme al fratello maggiore. Tuttavia, dopo due mesi, il giovane Maududi si trasferì da lì a Delhi. In quel periodo, in India si era sollevata una violenta tempesta per il movimento d’indipendenza. La libertà di mente e di pensiero, la tradizione familiare e l’influenza dell’ambiente della sua infanzia stavano rendendo Abul A‘la Maududi naturalmente avverso al dominio e alla civiltà britannici. Di conseguenza, egli sosteneva ogni movimento per l’indipendenza. Inoltre, possedeva una grande ispirazione combattiva dell’Islam. Per queste ragioni continuò a lavorare come membro dell’allora “Anjuman-e A‘yanat-e Nazrbandan-e Islam”. Quando nel 1919 ebbero inizio i movimenti del Califfato e del satyagraha, egli vi prese parte anch’egli.
Il movimento del Califfato e Maulana Maududi
Il movimento del Califfato non fu soltanto un capitolo significativo della vita di Maulana Maududi, ma anche una guida nella storia nazionale dei musulmani. È necessario parlarne almeno brevemente, affinché, sullo sfondo di questi eventi, si possa comprendere pienamente la vita del Maulana.
Durante la Prima guerra mondiale, la Turchia, il “malato d’Europa” (The sick man of Europe), combatté al fianco della Germania contro gli inglesi. Fino ad allora, nell’Impero ottomano la Turchia era considerata la custode del Califfato. Con l’obiettivo di infliggere un colpo decisivo al nemico inglese e di frantumare l’unità musulmana, gli inglesi inviarono Lawrence d’Arabia nei paesi arabi come propagandista del nazionalismo arabo. L’allora sharif della Mecca, Husayn Hashimi, fu talmente influenzato da questa propaganda che, nel 1915, impugnò le armi contro i musulmani in nome dell’indipendenza nazionale degli arabi e pugnalò la Turchia alle spalle. Nella Prima guerra mondiale, gli inglesi e le forze alleate (Allied Forces) riportarono la vittoria. Già all’inizio della guerra avevano diviso tra loro l’Impero ottomano mediante un accordo segreto. Al termine della guerra, nel 1919, l’Impero turco fu fatto a pezzi. La sua parte europea gli fu sottratta. A causa dell’avvelenamento prodotto dal nazionalismo arabo, i paesi arabi si separarono dall’Impero turco, ma furono distribuiti tra Inghilterra, Francia e Grecia. L’Impero ottomano rimase limitato all’antica Anatolia (Istanbul). Nel maggio del 1919, nella capitale ottomana rimase soltanto l’esistenza nominale del sultano. Anche lì la sua indipendenza era in pericolo. I leader musulmani dell’India britannica avevano instillato nei musulmani la convinzione che il Califfo dei musulmani e il sistema del Califfato fossero parte integrante della loro fede autentica. In seguito, vedendo la caduta dell’Impero ottomano e il suo smembramento, i musulmani indiani cominciarono a temere che gli inglesi potessero distruggere proprio il centro del Califfato, che essi consideravano il loro centro religioso e spirituale.
In seguito, i leader musulmani incontrarono in India stessa il viceré ed espressero il loro punto di vista. Una delegazione guidata da leader quali Maulana Muhammad Ali Jawhar e Maulana Sayyid Sulayman Nadwi incontrò a Londra le autorità britanniche e presentò le proprie richieste. In risposta, fu detto loro che, al di fuori del territorio della Turchia propriamente detta, non sarebbe stata restituita loro alcuna altra regione.
A causa dell’atteggiamento britannico, i musulmani dell’India si adirarono profondamente e in India ebbe inizio un possente movimento del Califfato per preservarne l’esistenza. Fu costituito il Comitato del Califfato, e il Congresso indiano, la Jamiat Ulama-e-Hind e il Comitato del Califfato condussero congiuntamente questo movimento. Il 10 agosto fu celebrata in tutto il paese la Giornata del Califfato, e da quel momento cominciarono a essere osservati scioperi in varie località. In breve, in tutta l’India ebbe inizio una tremenda esplosione contro gli inglesi. Nel giro di un mese, quasi trentamila musulmani si offrirono per essere imprigionati. Nelle città e nei porti, nei mercati e nei bazar, nei villaggi e nelle campagne, il movimento del Califfato assunse proporzioni imponenti. Tuttavia, un movimento così vasto e tutte le proteste e le esplosioni di opposizione ai britannici finirono per fallire.
La ragione è che Kemal Atatürk, sfruttando l’ispirazione jihadista dei musulmani turchi, condusse la guerra con straordinario coraggio e discernimento, riconquistando agli inglesi numerosi territori. Unificò i turchi e riuscì a restituire loro la dignità e la gloria perdute. Dopo essersi impadronito del potere, nel novembre 1922 Kemal Atatürk depose il sultano Muhammad Hashim del califfato ottomano e, nel marzo 1924, espulse dal Paese Abdul Majid, l’ultimo sultano-fantoccio, abolendo il califfato.
Il dottor Moinuddin osserva nella sua History and freedom movement, VIII, parte 1:
Questa iniziativa di Kemal Atatürk colpì profondamente gli indiani musulmani legati al movimento per il califfato. A essere colpito più duramente fu Maulana Muhammad Ali, che era l’anima del movimento per il califfato. Sharif Hussein, che aveva agito come un burattino nelle mani degli inglesi e il cui tradimento aveva mandato in rovina l’Impero ottomano, si proclamò pretendente al califfato. Ma, da un lato, era ormai diventato oggetto di odio nel mondo musulmano e il governo inglese respinse anch’esso la sua pretesa. Dall’altro, non riuscì neppure a respingere l’attacco del leader wahhabita rivoluzionario Ibn Saud. Verso la fine dell’anno, Ibn Saud conquistò La Mecca e Ta’if, e la maggior parte dell’Hegiaz passò sotto il suo controllo.
Coloro che erano coinvolti nel movimento per il califfato simpatizzavano per Ibn Saud. Ma quando egli distrusse completamente ogni tipo di monumento eretto sulle tombe, allo scopo di sradicare il culto delle tombe, i seguaci delle correnti Badauni, Barelvi e simili si ritirarono dal Comitato per il califfato. Ciononostante, il 4 gennaio il Comitato indiano per il califfato inviò a Ibn Saud un telegramma di congratulazioni, riconoscendolo come Khalifat al-Muslimin. Ma appena quattro giorni dopo egli rispose dicendo di essere il re dell’Hegiaz, non il califfo.
– (History of freedom movement – Dr. Moinuddin)
Nel frattempo, Kemal Atatürk costruì, sulle rovine del califfato ottomano, il palazzo di una nuova Dīn-i Ilāhī.
Baba-e Urdu, Maulvi Abdul Haq, dice:
Kemal Pascià si spinse al punto da dichiarare simboli nazionali della Turchia, sul modello occidentale, l’alimentazione, l’abbigliamento, i comportamenti, il ballo, il canto, il consumo di alcol e molte altre forme di cultura contrarie all’Islam. Giunse persino a sopprimere l’insegnamento religioso dagli istituti di istruzione islamici. Modificò l’antico alfabeto della lingua turca e introdusse l’alfabeto romano. Una delegazione turca giunse a Delhi. I suoi membri si dichiaravano ripetutamente con orgoglio appartenenti a una nazione europea. I musulmani di Delhi li invitarono a compiere la preghiera del venerdì nella Jama Masjid di Delhi. Essi, tuttavia, rifiutarono l’invito. Fu rifiutato anche l’invito dell’Università musulmana di Aligarh. Eppure visitarono con piacere l’Università indù di Benares, sebbene non fosse stato predisposto in anticipo alcun programma.
Sir Sayyid Ahmad-Maulvi Abdul Haq (p. 34)
Sebbene il movimento del Khilafat fosse giunto al fallimento, lasciò un’enorme impronta nella storia dell’India e infuse un’inesauribile ispirazione al movimento per l’indipendenza dell’India. L’effetto che ebbe su Maulana Maududi fu che questo movimento gli diede l’ispirazione, il coraggio e la forza per parlare nelle assemblee pubbliche, oltre a offrirgli l’opportunità di esprimere, attraverso la scrittura, le speranze, le aspirazioni e il futuro programma d’azione della comunità musulmana. Durante il movimento del Khilafat, Maulana si occupava da Jabalpur della redazione del giornale «Taj». Aveva allora soltanto diciassette anni. Nella sua autobiografia racconta:
«A quel tempo non c’era qui nessuno che potesse parlare nelle assemblee pubbliche a nome dei musulmani. Fui costretto a occuparmene io stesso. Questo mi portò due grandi benefici. Il primo fu che nacque in me una grande fiducia in me stesso, che prima non possedevo. In precedenza non osavo assumermi alcun incarico di responsabilità. Ma quando a Jabalpur iniziai a occuparmi di giornalismo e di servizio pubblico completamente da solo, senza l’aiuto di altri e sotto la mia esclusiva responsabilità, mi resi conto che dentro di me erano celate certe capacità, che si manifestavano spontaneamente quando ce n’era bisogno. Da allora non ho mai esitato ad assumermi alcuna responsabilità.
Il secondo beneficio fu che divenni del tutto autosufficiente nella mia vita. In precedenza vivevo sempre con qualche parente o amico, e in me esisteva, seppure in misura limitata, la debolezza di dipendere dagli altri. Ma a Jabalpur riuscii a lavorare facendo affidamento su me stesso.»
Leggendo gli articoli editoriali scritti da Maulana sul giornale «Taj» di Jabalpur in quel periodo, si deve riconoscere che, nonostante la sua giovanissima età, era divenuto così esperto nella conoscenza dei principi da possedere anche la padronanza linguistica necessaria per suscitare entusiasmo e un’inesauribile ispirazione nel popolo. Ogni sua parola era estremamente razionale, accettabile per le persone colte e straordinariamente lungimirante. Nelle sue affermazioni, prima e dopo, vi erano pieno equilibrio e armonia. A causa della grave ingiustizia allora perpetrata dagli inglesi contro la Turchia, scrisse lunghi articoli editoriali criticando aspramente gli inglesi. Di conseguenza, la pubblicazione del «Taj» venne sospesa.
Il movimento dell’Hijrat e Maulana Maududi
Osservando l’atteggiamento inflessibile degli inglesi nel movimento del Khilafat, gli ulema dell’India dichiararono che l’India era un «Dar al-Harb» e che compiere l’Hijrat da qui era un dovere religioso per i musulmani. Nel 1920, dopo essere stato liberato dal carcere di Ranchi, Maulana Abul Kalam Azad avviò il movimento dell’Hijrat.
In quel periodo, il re dell’Afghanistan, l’emiro Amanullah Khan, dichiarò in un’assemblea pubblica che i musulmani indiani potevano compiere l’Hijrat e trasferirsi in Afghanistan. Sulla parola di Maulana Azad, i musulmani, come accecati, divennero ansiosi di compiere l’Hijrat. Fu istituito un Comitato per l’Hijrat e a Delhi venne regolarmente aperto il suo ufficio. Migliaia di famiglie musulmane devote vendettero a prezzi irrisori i loro beni immobili e mobili e continuarono a raggiungere l’ufficio del Comitato per l’Hijrat. Soltanto nel mese di agosto, diciottomila persone compirono l’Hijrat attraversando il confine afghano. Quasi cinquecentomila musulmani persero molti dei loro beni di grande valore in nome dell’Hijrat.
I due fratelli Mawdudi (Abul A‘la Mawdudi e suo fratello maggiore Abul Khair Mawdudi) si recarono presso l’ufficio del Comitato per l’Egira di Delhi con l’intenzione di emigrare. Un conoscente e amico del Maulana, il signor Tozzammel Hossain, era il segretario. Il Maulana ebbe con lui una lunga discussione. Nel corso del colloquio venne a sapere che, alla base dell’Egira, non vi era alcun piano o progetto ponderato e ben organizzato. Centinaia di migliaia di persone stavano partendo per l’Afghanistan, eppure il governo afghano non era stato affatto consultato al riguardo. I dirigenti della Jamiat Ulama-e-Hind, tra cui il Mufti Kifayatullah e il Maulana Ahmad Saeed, erano molto favorevoli all’Egira. Il Maulana Mawdudi (il giovane Mawdudi) li incontrò e disse loro che, senza un piano adeguato, l’Egira sarebbe stata irrealistica e dannosa. Essi riconobbero l’errore e chiesero al giovane Mawdudi di presentare un piano in merito.
Il Maulana Mawdudi propose innanzitutto di consultare il governo afghano per sapere se intendesse reinsediare gli emigranti provenienti dall’India e, in caso affermativo, quali sarebbero stati i metodi e il programma. In seguito, incontrando l’ambasciatore afghano a Delhi, si seppe che essi erano già molto imbarazzati dalla situazione. Sebbene il governo esitasse a respingere coloro che erano partiti dall’India, sostenerne le spese era ormai oltre le sue possibilità. Così il piano dell’Egira morì prematuramente.
Senza alcun piano adeguato e spinta soltanto dall’emotività religiosa, la comunità degli ulema dell’epoca, emettendo una fatwa a favore dell’Egira, ridusse diverse centinaia di migliaia di musulmani alla miseria e all’assenza di una patria. Grazie alla lungimiranza e all’intervento tempestivo del Maulana Mawdudi, altre centinaia di migliaia di musulmani furono salvate dal pericolo.
Questo straordinario talento, l’intelligenza acuta e la lungimiranza del giovane Mawdudi lasciarono stupefatti e affascinati il Maulana Muhammad Ali e i dirigenti della Jamiat. Per questo lo invitarono ripetutamente ad assumere la responsabilità della redazione delle loro rispettive pubblicazioni.
Mawdudi nel campo del giornalismo
Un nobile personaggio delle Province Centrali, di nome Tajuddin, era l’anima dell’Anjuman menzionata sopra. Pubblicava da Jabalpur un settimanale intitolato «Taj» e, proprio su sua insistente richiesta, i due fratelli Mawdudi ne assunsero la redazione. A quei tempi pubblicare un giornale era estremamente difficile. Di conseguenza, dopo qualche tempo, la pubblicazione di «Taj» venne sospesa. In seguito i due fratelli Mawdudi si trasferirono da Jabalpur a Delhi. In quel periodo il Maulana Mawdudi si era appassionato al giornalismo a tal punto da essere costretto a imparare l’inglese. Cominciò quindi a studiare inglese presso un certo Muhammad Fazel. Invece di leggere i libri elementari d’inglese, iniziò subito con testi del livello della maturità dell’epoca. Grazie alla sua straordinaria capacità intellettuale, in soli sei mesi acquisì una conoscenza dell’inglese tale da riuscire a cogliere, per quanto sommariamente, il significato di qualsiasi giornale o libro inglese. Studiò la lingua inglese per due anni. Senza l’aiuto di un insegnante, continuò ad arricchire enormemente le proprie conoscenze studiando varie opere con il solo ausilio del dizionario.
Il signor Tajuddin riprese a pubblicare «Taj» da Jabalpur e ne affidò la redazione al Maulana. Grazie agli sforzi del Maulana, «Taj» si trasformò da settimanale in un importante quotidiano. Da quel momento egli rimase coinvolto nella politica. A Jabalpur, in quel periodo, non vi era nessuno che guidasse i musulmani. Perciò il Maulana dovette tenere discorsi in diverse assemblee pubbliche, suscitando nuova vitalità tra i musulmani.
Durante il soggiorno a Jabalpur, nel Maulana si svilupparono virtù quali l’autosufficienza, il senso del dovere e la responsabilità. In quel periodo era in grado di svolgere importanti compiti facendo completo affidamento su se stesso. Tuttavia, neppure a Jabalpur gli fu possibile rimanere a lungo. A causa di un editoriale di «Taj», si accese l’ira del governo imperialista britannico. Il governo intentò una causa contro il direttore, il tipografo e l’editore di «Taj». Poiché però, nella dichiarazione ufficiale, il signor Tajuddin figurava personalmente e ininterrottamente come direttore, tipografo ed editore della pubblicazione, il Maulana fu prosciolto dalla causa. Tuttavia, la sua coscienza continuò a tormentarlo per questo motivo. Promise a se stesso che, d’ora in poi, non avrebbe assunto alcun incarico importante alle dipendenze di altri. Si risolse fermamente a lavorare assumendo sulle proprie spalle ogni grande responsabilità.
Alla fine del 1920 si recò a Delhi. All’inizio del 1921 conobbe il Maulana Mufti Kifayatullah e il Maulana Ahmad Saeed, presidente della Jamiat Ulama-e-Hind. Essi pubblicarono, per conto della Jamiat, una rivista intitolata «Muslim» e, colpiti dal talento del Maulana Maududi, lo nominarono suo direttore. La rivista proseguì bene la sua attività fino al 1923, e il Maulana ne rimase direttore fino alla fine.
Dal 1916 al 1921 il Maulana dovette attraversare, per cinque o sei anni, una grande prova del fuoco. A causa della grave malattia del padre, della crudele necessità di guadagnarsi da vivere, della mancanza di sostegno e di altre circostanze simili, il Maulana non ebbe l’opportunità di acquisire una conoscenza adeguata. Dal 1921, a Delhi, si dedicò con animo sereno alla direzione di un giornale e, nel tempo libero, allo studio. Studiando presso eminenti ulema, esperti in diverse discipline, la letteratura araba, gli hadith, il tafsir, il fiqh, la mantıq (logica), la filosofia e altre materie, raggiunse una profonda erudizione.
Il Maulana Abdus Sattar Niyazi era uno dei più grandi alim della religione dell’India di quell’epoca. La sua profonda conoscenza e autorevolezza nel Corano, negli hadith e nella lingua araba si erano diffuse ovunque, ed egli era un vero derviscio nella pratica e nella condotta morale. Ogni giorno, per un’ora prima della preghiera del fajr, Sayyid Maududi studiava con lui la grammatica araba (nahw e sarf), le scienze razionali, la semantica e la retorica.
In seguito, il 12 gennaio 1926, all’età di ventidue anni, Sayyid Maududi ottenne dal Maulana Muhammad Sharifullah Khan, insegnante presso la Darul Uloom Fatehpuri di Delhi, i certificati negli studi delle «scienze razionali, letterarie e retoriche» e delle «scienze tradizionali e derivate».
L’anno seguente (1927), Sayyid Abul A’la ottenne dal docente della suddetta Darul Uloom, Maulana Ashfaqur Rahman Kandhalvi, i certificati in hadith, fiqh e letteratura araba.
Inoltre, nel 1928, Sayyid Abul A’la Maududi ottenne da Maulana Ashfaqur Rahman Kandhalvi il certificato di completamento del Jami Tirmidhi e della Muwatta dell’Imam Malik.
È inoltre degno di nota che Maulana Maududi studiò anche il Tafsir al-Baydawi, l’Hidaya, l”ilm al-ma’ani e la balagha presso Maulana Sharifullah Khan.
In tal modo, durante i sette-otto anni trascorsi a Delhi, insieme all’attività giornalistica, grazie alla sua straordinaria capacità intellettuale e alla sua saggezza, Maulana Maududi completò gli studi rimasti incompiuti nel corso della sua formazione e conseguì una profonda erudizione nella lingua araba, nell’hadith, nel tafsir, nel fiqh e in altre discipline.
Dopo la chiusura di «Muslim» nel 1923, Maulana Maududi partì per Hyderabad. Tuttavia, durante il viaggio interruppe il percorso a Bhopal e vi si dedicò assiduamente agli studi per un anno e mezzo. Nel 1924 si recò nuovamente a Delhi. In quel periodo conobbe il defunto Maulana Muhammad Ali Jauhar, una delle figure più eminenti dell’India indivisa. Maulana Muhammad Ali dirigeva allora il giornale «Hamdard». Egli invitò il giovane e promettente giornalista Maulana Maududi ad assumere la responsabilità del suddetto giornale. Proprio in quel periodo, Maulana Ahmad Said invitò Maulana Maududi, a nome della Jamiat Ulama-e-Hind, a pubblicare il giornale «Al Jamiat». Nonostante la profonda venerazione per Maulana Muhammad Ali, lo spirito indipendente di Maududi gli impediva di accettare la subordinazione a un altro. Ritenne dunque opportuno assumere la direzione di «Al Jamiat» in piena indipendenza. Dal 1924 al 1928 diresse con assoluta regolarità il «Al Jamiat», un periodico semisettimanale. In quel periodo scrisse anche opere preziose su diversi argomenti. Tra le sue prime pubblicazioni meritano particolare menzione «Al Jihadu fil Islam» e «Dawlate Asfiya o Hukoomate Bartania».
«Al Jihadu fil Islam»
La composizione dell’opera «Al Jihadu fil Islam» di Maulana Maududi ha un certo retroterra storico.
Verso la fine del 1926, Swami Shraddhanand, promotore e leader del movimento Shuddhi, fu ucciso da un attentatore musulmano. Di conseguenza, l’India indù cadde in uno stato di estrema agitazione. Da parte degli indù ebbe inizio una vasta campagna contro i musulmani e l’Islam. Essi diffusero l’accusa che l’Islam incitasse i suoi seguaci all’omicidio. Persino il signor Gandhi, in una dichiarazione, affermò che in passato l’Islam era stato propagato con la spada e che ciò avveniva anche ai giorni nostri. La loro propaganda contro l’Islam fece risuonare l’aria e il cielo dell’India e diede origine a disordini e scontri tra indù e musulmani in varie parti del mondo. Nel tentativo di porre fine a queste accuse infondate e provocatorie, Maulana Muhammad Ali Jauhar espresse profondo rammarico e disse: «Ahimè! Se oggi in India ci fosse un uomo, un servitore di Allah, un mujahid, capace di rispondere colpo su colpo a questa loro vile propaganda, quanto sarebbe bello!»
Il giovane mujahid Maulana Maududi era presente alla suddetta assemblea nella Moschea Jama. Come già detto, in quel periodo era direttore del giornale «Al Jamiat». L’ispirazione al jihad fluì nella sua mente, nel suo cuore e in ogni fibra del suo essere. Decise fermamente di rispondere all’India indù e agli altri nemici dell’Islam. Così, dall’inizio del 1927, cominciò a pubblicare sul suo giornale, in forma seriale, articoli intitolati «Al Jihadu fil Islam». In seguito, essi furono pubblicati in forma di un’imponente opera.
Il dottor Iqbal espresse il seguente giudizio sull’opera:
«Quest’opera, che tratta delle norme e delle leggi islamiche riguardanti il jihad, la guerra e la pace, è originale e ammirevole. Invito ogni persona istruita e ogni uomo di buon giudizio a leggerla.»
L’opera scritta di sua mano da Maulana esercitò una notevole influenza anche sul suo stesso carattere. A questo proposito egli osservò quanto segue:
«Io stesso ho tratto il massimo beneficio da quest’opera. Quando la scrissi, nel mio cuore l’impeto e l’attrazione per la dignità nazionale erano più forti del senso della dignità religiosa. Tuttavia, durante la stesura dell’opera e la ricerca delle informazioni ad essa connesse, ebbi l’opportunità di studiare attentamente e nei minimi dettagli la visione fondamentale dell’Islam e i suoi precetti e divieti. Ne risultò che non solo acquisii una conoscenza completa delle norme della Sharia e una piena convinzione della loro verità, ma nacque anche nel mio animo un’irresistibile motivazione a ristabilire il sistema di governo e di legge di Allah. Inoltre, venni a conoscere il metodo per lottare in questo campo. Decisi quindi di abbandonare i metodi allora consueti del giornalismo. Per questo interruppi i miei rapporti con il periodico “Al-Jam’iyat”. Presi allora la decisione che, se mai in futuro fossi rientrato nel mondo del giornalismo, lo avrei fatto soltanto a condizione di usarlo come strumento per diffondere il dīn della verità. Trascorsi poi cinque lunghi anni esclusivamente nello studio e nella ricerca del sapere.»
Prima del 1928, Maulana Maududi aveva cominciato a studiare il tedesco. Tuttavia, dopo alcuni mesi di studio, il suo insegnante si trasferì da Delhi altrove e la sua speranza rimase insoddisfatta.
In quel periodo cominciarono i fondamentali dissensi tra Maulana e la direzione del periodico “Al-Jam’iyat”, legata alla Jamiat Ulama-e-Hind. La Jamiat Ulama era diventata una sostenitrice cieca del Congresso indiano. Proprio quando eminenti leader nazionali, tra cui Maulana Muhammad Ali, avevano abbandonato il Congresso a causa della sua ostinazione, della sua politica ambigua e del suo atteggiamento ostile all’Islam, era estremamente sconveniente per il prestigio della Jamiat Ulama rimanere al seguito di quel Congresso. Per questo, nel 1928, egli rinunciò per sempre alla direzione del suddetto periodico.
La vita indipendente di Maulana
Dopo aver abbandonato il giornalismo, Maulana Sayyid Abul A’la Maududi decise di dedicarsi alla compilazione e alla stesura di opere. Tuttavia, poiché a Delhi erano difficili da reperire i preziosi libri necessari per raccogliere informazioni sugli argomenti sui quali desiderava scrivere, dovette tornare nuovamente a Hyderabad. Vi rimase fino all’agosto del 1928. Durante questo periodo compose il Tarikh-e as-Saljuk (Storia dei Selgiuchidi) e tradusse la sezione “I califfi fatimidi d’Egitto” dalla storia di Ibn Khaldun; nell’agosto dello stesso anno si ammalò e si recò a Delhi.
Gli occorsero alcuni mesi per ristabilirsi completamente. In seguito soggiornò per alcuni mesi a Bhopal, dove raccolse le informazioni necessarie per la stesura della sua tanto desiderata “Storia del Deccan”. Nel luglio del 1931 tornò nuovamente a Hyderabad e si dedicò alla stesura della suddetta opera.
A questo proposito si può ricordare che il fratello maggiore, Sayyid Abul Khair Maududi, si trovava già a Hyderabad. Era membro dell’“Usmania Dar-ul-Tarjama”. Maulana Maududi visse per alcuni anni a Hyderabad insieme al proprio fratello.
Nel 1932 Maulana Maududi tradusse, per conto del Dar-ul-Tarjama dell’Università Osmania, l’opera araba dell’Allama Sadruddin Shirazi intitolata “Al-Asfar al-Arba’a”. Il libro è un’opera di filosofia estremamente complessa, scritta in lingua araba.
Il titolo completo di quest’opera araba era «Alhikmatul Mutaalía fi Asfaril Aqlía». Tuttavia, presso gli studiosi della lingua araba era conosciuta semplicemente con il nome di «Asfarul Aribaya». I grandi esperti della lingua araba hanno osservato che l’opera era talmente complessa e difficile che, per quanto riguardava la sua traduzione, a quei tempi in tutta l’India non c’erano più di cinque o dieci persone in grado persino di leggerla correttamente.
In ogni caso, per una traduzione efficace e soddisfacente dell’opera, il dipartimento delle traduzioni corrispose al Maulana un compenso considerevole.
Questa considerevole somma ricavata dalla traduzione contribuì allo sviluppo del talento del Maulana. Ricevuto il denaro, il Maulana acquistò con esso tutti i volumi dell’«ENCYCLOPAEDIA BRITANICA». Non solo: destinò una parte cospicua di quella somma alla successiva pubblicazione del suo «Tarjumanul Corano» e con il resto acquistò hadith, tafsir, fiqh e altre opere preziose.
La vita combattiva del Maulana
Nel 1932 ebbe inizio una nuova fase della vita del Maulana Maududi. Nessuna persona saggia e dotata di sana coscienza può negare che il Maulana abbia dedicato tutta la sua vita a indicare alla società umana, confusa e smarrita nel mondo moderno prossimo alla distruzione, una via semplice, ordinata e scientifica. A dire il vero, la sua dedizione di tutta una vita ha dato l’avvio benedetto a un vigoroso movimento islamico e a una rivoluzione morale e spirituale nella società umana, nel cuore di un mondo consumato dai peccati e dalle sofferenze.
Nel 1932 il Maulana iniziò a pubblicare da Hyderabad, nel Deccan, una rivista mensile intitolata «Tarjumanul Corano». Da allora cominciò a vivere separatamente. In una casa a due piani vicino al mercato di Muazzam Shahi, continuò a pubblicare quella rivista con l’aiuto di un solo dipendente. A quel tempo era ancora celibe.
Pubblicare una rivista non è certo una cosa semplice. Per farlo è necessaria una stabilità finanziaria. Ma, a dire il vero, egli non disponeva affatto di mezzi economici. Non aveva né risorse né proprietà, né una casa paterna, né alcuna entrata o fonte di reddito mensile regolare. A questo proposito ebbe molte conversazioni e discussioni con il fratello maggiore. Sentendo parlare del suo proposito di pubblicare una rivista mensile in condizioni di tale indigenza finanziaria, il fratello maggiore si allarmò. Alla fine riuscì a procurare per il Maulana un posto di professore di alto grado presso l’Università Osmaniya e gli chiese di rinunciare all’audacia e ai rischi della pubblicazione della rivista. Per sei ore cercò di persuadere il fratello minore ad accettare la sua proposta. Nonostante ciò, il Maulana lo supplicò con voce calma e grave:
«Non si può più perdere tempo. Ho la ferma convinzione che, se nelle mie parole vi è sincerità, allora la mia ispirazione non andrà sprecata.»
Egli disse inoltre: «La situazione è diventata estremamente grave. Vedo che l’inondazione non tarderà ad arrivare. Questa inondazione sarà più terribile e distruttiva di quella del dominio inglese del 1857. Ritengo mio dovere mettere in guardia i musulmani da questo pericolo. Farò del mio meglio per cercare di rendere loro qualche servizio, in un modo o nell’altro.»
Di fronte agli argomenti inconfutabili e all’incrollabile coraggio del fratello minore, il fratello maggiore desistette. Rinunciando all’allettante impiego ben remunerato presso l’Università Osmania, Maulana Maududi si dedicò al servizio della nazione attraverso il giornalismo. Con i suoi scritti diede avvio a un movimento rivoluzionario.
È tuttavia innegabile che, per condurre scientificamente un movimento fondato su un ideale, siano principalmente indispensabili tre cose.
Primo, è necessario possedere una conoscenza completa e una ferma convinzione riguardo alla questione per la quale si conduce il movimento, nonché acquisire un metodo d’azione scientifico per dirigerlo.
Secondo, l’ideale che si intende propagare deve servire, da un lato, come base per la formazione del proprio carattere e, dall’altro, essere diffuso nella società umana.
Terzo, occorre formare una Jama’at o un gruppo composto da alcune persone di carattere pienamente conforme a tale ideale e impegnarsi in una lotta per la vita e per la morte al fine di tradurlo in realtà.
Questo è l’unico metodo scientificamente valido e ordinato per portare al successo qualsiasi movimento. Anche la vita di Maulana Maududi si divide, a nostro avviso, in queste tre fasi.
Primo, dall’infanzia fino a prima del 1932 trascorse quel lungo periodo acquisendo conoscenze sull’Islam, sul movimento islamico, sul Corano e sugli hadith, sul fiqh, sul jihad, sulla guerra e sulla pace, nonché sulle politiche interne, estere e internazionali dello Stato islamico. Inoltre, si familiarizzò con le conoscenze e le scienze del mondo moderno.
Successivamente, nel 1932, ebbe inizio la seconda fase della sua vita. In quel periodo, attraverso la rivista mensile intitolata «Tarjuman-ul-Qur’an», presentò l’ideale islamico alla società umana.
Nella terza fase, cioè nel 1941, fu costituita una Jamaat o partito islamico composto da alcune persone fedeli ai propri ideali e di saldi principi morali. Fino al 1971 questo gruppo ha condotto ininterrottamente un movimento islamico secondo un programma d’azione ben definito in tutta l’India e il Pakistan; dopo il 1971 lo ha fatto nel Pakistan restante e in Bangladesh. Questo gruppo è noto con il nome di «Jamaat-e-Islami». Dopo l’imposizione della legge marziale in Pakistan, il 7 ottobre 1958, fu dichiarato fuorilegge, come gli altri partiti. La Jamaat riprese le proprie attività nel 1962.
Comunque sia, la rivista mensile «Tarjuman-ul-Qur’an», fondata e pubblicata nel 1932, continua ancora oggi a uscire regolarmente e con grande cura. Nessuno ignora l’appello entusiasta che egli ha rivolto al Paese e alla nazione attraverso questa rivista, né il fatto che, tramite la Jamaat-e-Islami fondata nel 1941, abbia formato alcuni autentici soldati dell’Islam, saldi e incrollabili come montagne.
La ricerca della verità e il pensiero rivoluzionario del Maulana annunciavano una rivoluzione, una rivoluzione pienamente islamica, sociale, economica, politica, mentale e spirituale. Egli aveva compreso perfettamente che la via da lui intrapresa era irta di ostacoli, piena di pericoli e solitaria. Eppure il richiamo della verità lo aveva reso quasi folle. Da un lato, la civiltà capitalistica e irreligiosa dell’Occidente opprimeva la società umana; dall’altro, come reazione, il miraggio del comunismo o dell’egualitarismo privava l’uomo dei suoi diritti fondamentali e lo rinchiudeva in un recinto per animali. La nazione musulmana, priva degli insegnamenti islamici, veniva trascinata dalla piena dello smarrimento mentale. Proprio in quel momento critico e decisivo, il Maulana Mawdudi, accendendo la fiaccola del Nobile Corano e della Sunna del Messaggero, invitò gli uomini verso la retta via. Sapeva chiaramente che quella via non era cosparsa di fiori, ma aspra e piena di pericoli. Tuttavia la percorse con animo intrepido. Dapprima gli amici lo derisero, definendolo pazzo. I parenti si allontanarono sospirando con amarezza. I compagni di viaggio si fermarono lungo il cammino. Ma il suo viaggio non si arrestò. Il suo passo non rallentò, né il suo cuore e il suo animo si lasciarono abbattere.
Il jihad sulla via di Allah
Il Maulana iniziò il jihad sulla via di Allah proprio attraverso la sua prima pubblicazione, l’opera «Al-Jihad fi al-Islam». Fu un jihad iniziato con la penna. Fu il jihad della penna.
Non è possibile discutere qui il contenuto dell’opera. Sebbene sia stata composta nei primi anni della sua vita, già dalla prefazione si può comprendere chiaramente la profonda erudizione che egli dimostra riguardo ai suoi importanti contenuti. In ogni pagina dell’opera si manifesta la sua devozione timorosa di Dio, il suo amore per Dio e l’inesauribile ispirazione a diffondere la vittoria, la gloria e il predominio dell’Islam. Per informare i lettori, cito la prefazione che egli scrisse nella prima edizione dell’opera:
«Tra le numerose accuse false e infondate che l’Europa dell’epoca moderna ha rivolto all’Islam per interesse politico, la più grave è quella secondo cui l’Islam sarebbe una religione sanguinaria e inizierebbe i suoi seguaci al culto del sangue. Se alla base di tali accuse vi fosse stata una qualche verità, esse sarebbero state formulate del tutto naturalmente proprio nel periodo in cui il mondo tremava davanti alle conquiste dei musulmani. In effetti, solo allora avrebbe potuto sorgere il sospetto che quelle campagne di conquista fossero il risultato degli insegnamenti di una religione sanguinaria. È però sorprendente che tale accusa sia stata sollevata molto tempo dopo il tramonto del sole della gloria dell’Islam. L’anima di questa immagine fantastica e auto-inventata dell’accusa fu insufflata proprio nel momento in cui la spada dell’Islam si era ormai spuntata. Al contrario, proprio allora la spada nuda dell’Europa si tingeva del sangue fresco di innocenti figli dell’umanità. Come un enorme serpente inghiotte, dopo averli morsi, piccoli animali e creature viventi, così l’Europa, in quel periodo, divorava uno dopo l’altro i popoli deboli. Se a quei tempi fosse sorta nel mondo anche solo una scintilla di buon senso, sarebbe certamente stato posto questo interrogativo: coloro che fanno scorrere fiumi di sangue sulla terra con il sangue fresco dei deboli e praticano il brigantaggio contro gli altri popoli, hanno forse il diritto di accusare l’Islam? Anzi, erano essi stessi colpevoli proprio di quel reato. Dietro tutta la loro analisi storica e le loro dotte controversie non si celava forse l’intento malvagio di deviare verso l’Islam la possente ondata di odio e di collera del mondo, che stava per riversarsi contro di loro? Ma è una naturale debolezza dell’uomo che, quando viene sconfitto sul campo di battaglia, venga sconfitto anche nel campo dell’istruzione. Chi è abbattuto dai colpi della spada di un altro non riesce a sopportare neppure i colpi della sua penna. Per questo, in ogni epoca, nel mondo acquistano influenza quelle idee e quelle dottrine che si affermano sotto la protezione della spada. In effetti, sotto questo aspetto, l’Europa riuscì a gettare polvere negli occhi del mondo. Di conseguenza, i popoli dalla mentalità servile accettarono senza esame e senza riflessione o ricerca critica la visione erronea elaborata sul jihad islamico, considerandola una verità certa, al pari della «rivelazione» celeste.»
Nel secolo scorso e anche ai nostri giorni, da parte dei musulmani sono state ripetutamente fornite risposte alle accuse sopra menzionate. Se ne è discusso così tanto che oggi la questione viene considerata, per così dire, superflua e ormai abbandonata. Tuttavia, il difetto che ho notato in queste risposte è che i difensori dell’Islam sembrano sopraffatti dagli avversari, in piedi sul banco degli imputati e pronti a presentare una difesa come dei colpevoli. Alcuni illustri personaggi si sono spinti al punto da modificare e correggere gli insegnamenti e la politica islamici per rendere più solida la causa a loro favore. Inoltre, intimoriti e terrorizzati dagli avversari, hanno cercato di eliminare dalla storia dell’Islam quegli aspetti che, secondo il loro personale giudizio, ritenevano pericolosi, affinché sfuggissero all’attenzione degli oppositori. Quanto a coloro nei quali non si riscontrano tali difetti, anche le loro risposte restano incomplete, perché non fanno piena luce sugli insegnamenti islamici riguardanti il jihad e la guerra islamica. Sembra che cerchino di mettere questi temi sotto silenzio, lasciando così spazio ai dubbi al riguardo.
Per eliminare la confusione, è necessario analizzare, alla luce del Corano, della Sunna e della scienza del fiqh, gli insegnamenti e le norme islamiche riguardanti il jihad e la guerra sul cammino di Allah, allo scopo di elevare la religione e la parola di Allah. Non è lecito modificare o ampliare neppure minimamente alcuna di queste norme. Non si deve tentare di cambiare gli scopi fondamentali e gli insegnamenti dell’Islam. Sono fondamentalmente in disaccordo con l’idea che si debbano ripresentare le proprie concezioni e convinzioni secondo il punto di vista altrui. Al mondo non esiste alcuna questione sulla quale tutti concordino con il medesimo punto di vista. Ogni gruppo ha una propria prospettiva, che considera infallibile. Per quanto possiamo abbellire e presentare le nostre convinzioni fondamentali in considerazione del punto di vista altrui, non è mai possibile che i seguaci di dottrine diverse concordino con esse. Pertanto, la via migliore è esporre con chiarezza il vero quadro delle nostre convinzioni e dottrine, dei problemi, degli insegnamenti e della politica, e informare il mondo nel modo migliore riguardo al nostro punto di vista. Dopodiché lo lasceremo alla loro ragione e coscienza. Se lo accetteranno, tanto meglio. Se non lo accetteranno, non ce ne preoccuperemo. Questo è l’unico metodo corretto per invitare alla verità e diffonderla. Gli onorevoli profeti e i grandi uomini saldamente ancorati alla verità hanno seguito proprio questa via.
Da molto tempo avvertivo la necessità di farlo. Tuttavia, nonostante questa consapevolezza, non sono riuscito a intraprendere alcuna iniziativa al riguardo. L’unica ragione era la mancanza di tempo. È infatti noto a tutti che, nella vita di un giornalista, raramente si trovano tempo e libertà. Ma verso la fine di dicembre del 1926 accadde un evento che mi costrinse ad adottare misure concrete, nonostante le numerose difficoltà. Accadde che Swami Shraddhanand, il leader del movimento Shuddhi, fu ucciso. Approfittando di ciò, persone ignoranti e di vedute ristrette cominciarono a diffondere idee errate sul jihad islamico. Purtroppo, un musulmano fu accusato dell’omicidio e sui giornali si diffuse la voce che avesse ucciso Swami Shraddhanand proprio perché lo considerava un nemico religioso. Inoltre si propagò anche l’idea che egli credesse di ottenere il Paradiso per questo atto. Il vero mistero lo conosce soltanto Colui che scruta i cuori. Tuttavia, al pubblico fu presentata proprio questa immagine dell’accaduto. Per questo, tra i nemici dell’Islam in generale si creò grande agitazione. In seguito, nonostante le dichiarazioni degli ulema, la pubblicazione di opuscoli di propaganda islamica e l’analisi delle dichiarazioni unanimi degli intellettuali della società, essi non si limitarono a considerare l’episodio come un fatto isolato, ma resero l’intera nazione musulmana e gli insegnamenti islamici responsabili dell’omicidio. Diffamarono persino il Sacro Corano, sostenendo che rende i musulmani così fanatici da considerare loro preciso dovere uccidere ogni miscredente e da sperare, con ciò, di entrare in Paradiso. Alcuni individui sfrontati arrivarono ad affermare che, finché resteranno in vigore gli insegnamenti del Corano, non sarà possibile instaurare la pace. Pertanto, l’umanità dovrebbe impegnarsi a eliminarli. Queste opinioni errate furono diffuse in misura tale che perfino le persone dotate di senno rimasero sbigottite. Persino Gandhi, il più grande uomo di discernimento della comunità hindu, influenzato da tale propaganda, arrivò ad affermare:
«L’Islam è nato in un ambiente nel quale tutte le decisioni venivano prese con la spada, e lo sono ancora oggi.»
Sebbene queste propagande non fossero frutto di alcuna ricerca della verità o di una discussione filosofica, ma i propagandisti ripetessero come pappagalli, parola per parola, ciò che i loro maestri avevano insegnato loro da tempo immemorabile, un evento straordinario conferì a queste cieche credenze una tinta tale da poter facilmente ingannare gli ignoranti. In realtà, concezioni errate di questo genere hanno sempre ostacolato la predicazione dell’Islam. Proprio in una situazione simile diventa necessario rendere più luminosi i veri insegnamenti dell’Islam, affinché, al dissolversi delle nubi, il sole possa sorgere con i suoi splendenti raggi. Per questo cominciai a dedicare alla stesura di articoli su questo tema quel poco tempo libero che riuscivo a trovare dopo aver diretto il giornale. Al tempo stesso, gli articoli cominciarono a essere pubblicati anche attraverso il periodico «Al Jamiat».
Inizialmente avevo deciso di scrivere su questo argomento un breve articolo. Ma, una volta iniziata la discussione, si rese necessario, nel corso dell’esposizione, far luce sui vari aspetti dell’argomento, e lo spazio di una colonna di giornale si rivelò del tutto insufficiente. Pertanto, dopo la pubblicazione di ventitré o ventiquattro numeri, fui costretto a interromperne la pubblicazione sul giornale. Ora presento l’argomento nella sua forma completa, come questo libro. Sebbene in quest’opera siano stati discussi diversi aspetti di vari temi, per mancanza di tempo sono stato costretto a lasciare incompiuti molti argomenti. Questioni per le quali sarebbe stato opportuno scrivere un intero capitolo sono state concluse in poche righe. Nella composizione di questo libro ho prestato particolare attenzione a non inserire in alcun punto commenti personali, miei o di altri. Al contrario, ho riportato tutti gli argomenti fondamentali e dettagliati alla luce del Sacro Corano. Quando ho ritenuto necessaria una spiegazione più ampia, mi sono avvalso di raccolte di hadith, di opere affidabili di fiqh e di autorevoli tafsir autentici. Esaminando tutto ciò, ogni lettore potrà comprendere che in questo libro non è stato introdotto alcun elemento nuovo per stare al passo con il mondo contemporaneo. Al contrario, tutto ciò che vi è detto si fonda interamente sulle parole di Allah, del Suo amato Messaggero e degli onorevoli profeti.
Ai non musulmani che non nutrono, per puro odio, una cieca inimicizia verso l’Islam rivolgo questa richiesta: cerchino, attraverso quest’opera, di apprendere i veri insegnamenti islamici riguardo alla guerra. Dopodiché, se hanno qualcosa da obiettare, lo dicano. Se, anche in seguito, resterà nella mente di qualcuno qualche dubbio, cercherò di dissiparlo.
Delhi
15 giugno 1972. Abul A’la.
Argomento e contenuti di quest’opera
Nei primi cinque capitoli di questa vasta opera vengono esaminati dettagliatamente il valore del jihad islamico, la guerra difensiva, la propagazione dell’Islam e la spada, nonché le norme giuridiche islamiche relative alla guerra e alla tregua. Il sesto capitolo tratta la dottrina della guerra nelle religioni indù, buddhista, ebraica e cristiana. Nel settimo capitolo sono oggetto di esame la guerra e la tregua condotte sotto l’attuale civiltà.
Si può affermare senza esitazione che, su questo argomento, nessun autore ha mai scritto in alcuna lingua del mondo un’opera così ricca di informazioni, razionale e autorevole. Questo onore e questa fama furono conferiti da Allah l’Altissimo al Maulana Sayyid Abul A’la Maududi.
Tarjuman-ul-Qur’an
Come si è detto sopra, il Maulana Maududi stesso trasse il massimo beneficio dall’opera «Al Jihadu fil Islam». Ispirato da essa, dopo cinque o sei anni di studio approfondito e acquisizione del sapere, nel 1932 iniziò una lotta incessante pubblicando da Hyderabad, nel Deccan, la rivista mensile «Tarjuman-ul-Qur’an». Nelle pagine di «Tarjuman-ul-Qur’an» si trova la traccia, pagina dopo pagina, dell’appello rivoluzionario da lui lanciato per risvegliare, tra solitudine e ristrettezze economiche, una nazione sopita e guidarla sulla via della verità.
La pubblicazione di «Tarjuman-ul-Qur’an»
Il 31 luglio 1931 il Maulana Maududi fece ritorno da Delhi a Hyderabad. Nella città di Hyderabad, un musulmano di buon cuore, il signor Abu Muhammad Musleh, pubblicava da qualche tempo una rivista mensile intitolata «Tarjuman-ul-Qur’an». Il suo scopo era portare il sacro messaggio del Corano in ogni casa. Ammirato dalla saggezza e dal talento del Maulana Maududi, dalla sua encomiabile competenza nel campo del giornalismo e, soprattutto, dalla sua straordinaria conoscenza dell’Islam, gli affidò la direzione di «Tarjuman-ul-Qur’an». Convinto di poter utilizzare pienamente la rivista per l’attività di predicazione e di movimento islamico, il Maulana accettò questo incarico. Da allora, sulla quarta di copertina della rivista (Back Page) cominciarono a essere stampate ogni mese le seguenti parole:
«In tutta l’India esiste una sola rivista di questo genere. Il suo unico scopo è elevare la parola di Allah e lanciare l’appello al jihad fi sabilillah. Il principale obiettivo e tema di questa rivista consiste nell’esaminare e criticare, dal punto di vista del Corano, le correnti di pensiero, le ideologie e i principi delle civiltà e delle culture diffusi nel mondo; nell’interpretare e analizzare, alla luce dei principi fondamentali esposti dal Corano e dalla Sunna, la filosofia, la scienza, la politica, l’economia, la cultura e la vita sociale: in breve, ogni ambito. Questa rivista invita la umma musulmana a una nuova vita. Il succo del suo invito è: “Rendi musulmana la tua mente e il tuo cuore. Abbandona i costumi e i metodi della jahiliyya e percorri la retta via dell’Islam. Esci con il Corano in mano e vivi sulla terra in atteggiamento vittorioso.”»
Va ricordato che, all’inizio del 1932, egli acquistò la proprietà di Tarjuman al-Qur’an, che Maulana curava e che apparteneva al signor Abu Muhammad Musleh, e si dedicò autonomamente al servizio della din e della millat.
Nella terza pagina del primo numero di Tarjuman al-Qur’an, pubblicato sotto la sua direzione nel 1932, egli dichiarava: «L’Islam deve essere presentato nella sua vera luce, quella con cui il Corano Hakim lo ha presentato.»
A pagina cinque dichiarava: «Bisogna aiutare tutti, musulmani e non musulmani senza distinzione, a comprendere il Corano — e bisogna dissipare quei dubbi e quelle perplessità — che sorgono nella mente di coloro che studiano il Corano.»
A pagina 150 della rivista, probabilmente fu proprio lui il primo a presentare in questo modo la concezione islamica della vita:
«Dal punto di vista dell’Islam, il mondo non è né qualcosa di vile e detestabile da cui tenersi lontani, né qualcosa di cui l’essere umano debba innamorarsi, fino ad annullarsi nei suoi piaceri e nei suoi godimenti. Non è né interamente pace e tranquillità, né interamente male e inquietudine. Non è giusto starne lontani, ma neppure immergervisi completamente. Non è né del tutto impuro e contaminato, né del tutto puro e immacolato. Inoltre, il rapporto dell’essere umano con questo mondo non dovrebbe essere come quello di un re con il suo regno. Né dovrebbe essere come quello di un prigioniero che china il capo davanti alla sua prigione. L’essere umano non è tanto vittorioso e potente che ogni cosa debba inchinarsi davanti a lui. Non è tanto impotente che la sua volontà non conti nulla, né tanto potente che la sua volontà e il suo desiderio siano tutto. Non è né il sovrano assoluto della creazione, né l’impotente schiavo di innumerevoli signori. La verità è che la realtà autentica consiste in una posizione intermedia tra questi due estremi.»
Quando la sua rivista entrò nel secondo anno di pubblicazione, egli osservò in un editoriale:
“Tarjuman al-Qur’an, sotto la mia direzione, ha completato il primo anno e sta entrando nel secondo. Ritengo mio preciso dovere rendere grazie ad Allah l’Altissimo per la forza che, durante quest’anno, mi ha concesso di servire la Sua din e il Suo prezioso Libro, il Sacro Corano, e per avermi mantenuto saldo e incrollabile in questo compito, nonostante le difficili e disperanti circostanze. Naturalmente, rispetto alla Sua benevolenza e ai Suoi doni, la mia gratitudine è del tutto insignificante. Considerando le circostanze nelle quali assunsi la responsabilità della direzione di questa rivista e tutti i pericoli che dovetti affrontare in seguito, se non avessi confidato nell’unico Dio e mi fossi affidato ai mezzi e alle risorse terrene e alle mie forze e capacità, sarei certamente caduto nella disperazione. Ma grazie a Dio, non riponevo neppure la minima fiducia in qualcosa di terreno e confidavo unicamente nella grazia di Allah. È letteralmente vera questa promessa di Dio: chi si impegna con pazienza e sincerità sulla Sua via, avrà certamente successo e neppure le sofferenze e le difficoltà potranno toccarlo.” (Tarjuman al-Qur’an, Muharram, 1353 dell’Egira).
Nonostante si trovasse di fronte a enormi difficoltà e ristrettezze economiche, il Mawlānā Mawdūdī non chiese aiuto alla gente né si sottomise a essa. Questo era un segno del suo profondo rapporto con il Signore. Il Dipartimento religioso dello Stato del Nizam di Hyderabad acquistava ogni anno diverse centinaia di copie del Tarjumān al-Qurʾān. Una volta tale acquisto fu sospeso. Il Nawab Zul Qadr Jang Bahadur era un funzionario di quel dipartimento. Egli espresse il desiderio che il Mawlānā si recasse personalmente da lui e, rivolgendogli una richiesta e lusingandolo, avrebbe fatto in modo che la sua rivista fosse nuovamente acquistata in quantità maggiore. Quando il Mawlānā udì questa notizia, disse: «Anche se vivessi fino al Giorno della Resurrezione, non andrei da lui. Perché questa non è un’opera personale, bensì un’opera della religione».
Di conseguenza, naturalmente, il Mawlānā dovette affrontare una gravissima perdita economica.
Quando la rivista entrò nel suo terzo anno, il Mawlānā scrisse il seguente editoriale:
«Da questo mese inizia il terzo anno del “Tarjumān al-Qurʾān”. Il primo anno è trascorso nella ristrettezza. Nel secondo anno, per grazia di Allah, si è manifestata una certa agiatezza. Nel terzo anno si scorgono nuovamente i segni della difficoltà e della ristrettezza. Comunque sia, nella gioia e nel dolore dobbiamo fare affidamento soltanto su Allah. Egli è infatti l’unico degno di fiducia e l’unico sostegno. Ha dichiarato con fermezza che certamente, dopo la difficoltà, verrà la facilità, ed essa è inevitabile. Perciò abbiamo la ferma convinzione che, se rimarremo saldi nel servizio della religione anche nelle difficoltà, considerando Allah l’unico soccorritore e Colui che esaudisce i desideri, e confidando in Lui, allora le particelle della Sua grazia ci si presenteranno sotto forma di felicità. Sappiamo che tutte le difficoltà, le umiliazioni, il dolore e la povertà ci vengono imposti proprio come prova».
Nel suddetto articolo editoriale aggiunge:
«La condizione dell’attuale nazione musulmana è simile a un terreno sterile, dove crescono in abbondanza piante inferiori. Ma lì non possono crescere alberi di buona qualità. Davanti ai nostri occhi, molti semi di bene e di prosperità sono scomparsi sotto terra. In altri luoghi, sebbene i semi siano germogliati, sono periti senza riuscire a mettere radici. … Tuttavia, secondo me, non può essere compito di un uomo musulmano starsene scoraggiato, vedendo la sterilità del terreno, il clima sfavorevole della stagione e la scarsità d’acqua. Fin dai tempi antichi, questa è stata la legge della natura: arare la terra sterile e lottare contro la sua durezza. Bisogna bagnare quel suolo con il proprio sudore e, se necessario, persino con gocce di sangue, e seminare senza preoccuparsi del risultato. Se grazie ai suoi sforzi la terra sterile diventa verdeggiante e produttiva, non c’è altro da dire. Ma se trascorre tutta la vita lavorando invano su quella terra improduttiva e infine un giorno vi muore, ciò non costituisce, in realtà, una sua sconfitta. Non è forse un successo sufficiente il fatto che sia rimasto saldo, fino all’ultimo istante della sua vita, nell’opera che considerava obbligatoria (fard), e che nessun fallimento abbia potuto distoglierlo dal suo dovere? (Tarjumān al-Qurʾān, Muharram 1354 dell’Egira).»
L’amore e l’affetto per Allah, il profondo e intimo rapporto con Lui, la dipendenza da Lui e l’annientamento in Lui: tutto ciò costituisce la provvista dei viandanti che desiderano percorrere la via di Allah. Anche nel carattere del Mawlānā Mawdūdī troviamo testimonianza di tutto questo. Il suddetto articolo editoriale e la sua attività concreta lo dimostrano dunque senza alcun dubbio.
Quando il Tarjumān al-Qurʾān entrò nel suo quarto anno, egli commentò nella sua rubrica editoriale:
«Non è forse una grande grazia di Dio che Egli abbia impiegato una persona insignificante come me per un enorme servizio alla religione? Se per questo compito fosse stata scelta una persona sulla base della conoscenza, del timore di Dio, della sincerità e della piena conoscenza delle realtà esteriori e interiori, mai, in nessun tempo, sarei stato ritenuto degno di tale incarico. Inoltre, la Sua grazia ancora maggiore consiste nel fatto che tutte le mie colpe e deviazioni sono state ignorate. Ero ignorante, ed Egli mi ha donato la conoscenza. Ero traviato, ed Egli mi ha mostrato la retta via. Ero privo di ogni risorsa e scoraggiato. Egli mi ha donato pazienza, coraggio e fermezza nel mio proposito. Ero senza aiuto né sostegno: Egli mi ha aiutato a ogni passo dai tesori dell’invisibile e ha reso ogni difficoltà così facile da superare che ciò va oltre la mia immaginazione. Sono assetato di conoscenza: al di fuori di Lui non c’è nessuno che possa placare questa sete. Nella mia conoscenza e nella mia ragione vi sono innumerevoli errori e mancanze. Se c’è qualcuno che possa eliminarli, Egli solo può farlo. Il mio cuore è inquieto, la mia anima è impaziente e agitata, la mia mente è turbata. Egli solo può guarire questa mia malattia. Sono immerso nel mare del peccato. Nelle mie opere vi sono innumerevoli difetti e mancanze. La debolezza umana mi fa deviare a ogni passo dalla via che conduce al compiacimento di Dio. Al di fuori di Dio non c’è nessuno che possa eliminare queste mie colpe. Gli chiedo lucidità di pensiero e una visione limpida. Chiedo la capacità di amare e di odiare esclusivamente per amore di Allah.»
(Tarjumanul Quran, Muharram 1355 dell’Egira)
Nelle parole sopra riportate si è manifestata l’espressione dell’anima interiore di un amante di Dio e di un devoto sincero. Con il pensiero dei propri peccati, egli tiene il capo chino. Si vergogna e si umilia per la propria indegnità. L’ardente desiderio di percorrere la Sirat al-Mustaqim, l’angoscia della sete di conoscenza, l’umiliarsi davanti al Signore fino a giacere nella polvere, l’impaziente brama di ottenere l’amore del Signore: tutto ciò è caratteristico del mard-e mu’min, l’uomo credente, folle d’amore.
Dalla descrizione precedente si comprende chiaramente attraverso quali condizioni avverse egli invitasse con animo sereno e saldo la nazione musulmana verso la verità. Per sei o sette anni consecutivi cercò in questo modo di risvegliare una coscienza tra i musulmani dell’India indivisa. Continuava a lottare da solo e senza sosta lungo un cammino arduo. Aveva nel petto un coraggio infinito, in mano una penna irresistibile e una fiducia assoluta in Dio. Tuttavia, a causa della naturale debolezza umana, talvolta si manifestavano in lui profondo dolore e sofferenza. Attraverso la sua rivista osservava:
—«Il mio desiderio più ardente è il massimo sviluppo di questa rivista. Tuttavia, non sono soddisfatto del modo in cui viene pubblicata. Vorrei che si trasformasse in una forza rivoluzionaria. Vorrei che illuminasse il pensiero umano, traendolo dalle tenebre dell’ignoranza e irradiandolo con la luce dell’Islam, e che tale pensiero venisse purificato, illuminato e sviluppato proprio sulla base dei genuini princìpi islamici. Vorrei che questa rivista presentasse alla società l’Islam, che è stato ridotto a un semplice oggetto inerte e sterile, degno soltanto di essere ricordato nel passato, come una forza dinamica e come il creatore di un movimento attivo e di una rivoluzione per l’organizzazione della vita. Spero che, mediante una critica elevata e la protesta, estirpi una dopo l’altra dal mondo le radici dell’opposizione all’Islam e che, attraverso un’approfondita ricerca dei fatti, risolva ogni problema della vita sulla base dei princìpi fondamentali dell’Islam. Da sei anni custodisco questa speranza nel cuore e impiego tutte le mie forze nel tentativo di realizzarla. Ma, sfortunatamente, su questa via sono completamente solo, privo di mezzi, risorse e sostegno. Le mie forze e capacità sono limitate. Perciò non riesco a fare ciò che desidero. Cerco ovunque collaboratori e compagni di lavoro, ma non riesco a trovarne da nessuna parte. In questa città densamente popolata mi sento solo, sconosciuto e straniero. Non riesco a trovare l’amata della quale sono follemente innamorato. Quando mi avvicino a coloro ai quali, anno dopo anno, esprimo il mio stato d’animo, mi sembra che essi siano molto lontani da me. I loro desideri sono diversi dai miei. Il fine della loro vita è distinto dal mio. Il loro cuore non riconosce il mio. Perciò il mio appello accorato non giunge alle loro orecchie. È come se vivessi in un mondo completamente diverso.»
Comunque sia, tra speranze e delusioni, colpi e contraccolpi, il “Tarjumanul Quran” continuò ad avanzare, ripulendo con la sua spada a doppio taglio gli ammassi di confusione e disperazione accumulati nel mondo del pensiero musulmano e illuminando ogni orizzonte con la fiaccola della sua guida.
Maulana Mawdudi a Darul Islam
Verso la metà di aprile del 1938, il Maulana Sayyid Abul A‘la Mawdudi emigrò da Hyderabad, nel Deccan, verso una località chiamata Pathankot, nel distretto di Gurdaspur, nel Punjab orientale. Su consiglio del defunto Allama Iqbal, a circa quattro miglia dalla città di Pathankot fu istituito un centro di ricerca islamica chiamato “Darul Islam”. Dal 1938 fino alla spartizione dell’India, Darul Islam non fu soltanto un centro di ricerca islamica; da lì uscirono anche numerosi autentici soldati dell’Islam e uomini impegnati nella jihad.
È degno di nota che il filosofo Iqbal, il visionario del Pakistan, leggesse regolarmente il Targumanul Corano pubblicato da Mawlana Mawdudi. Era rimasto talmente influenzato dalle idee rivoluzionarie e dagli articoli del Mawlana che talvolta lo si sentiva commentare: «Soltanto questo Mawdudi può indicare ai musulmani indiani disorientati la retta via». Il filosofo Iqbal aveva infatti scorto nel Mawlana i segni evidenti di un grande uomo del futuro. Dopo aver conosciuto i molteplici talenti, l’efficienza, l’ambizione e il carattere impeccabile del Mawlana, il poeta Iqbal lo invitò a Lahore. Questo fu il primo incontro e la prima conoscenza tra il poeta Iqbal e il Mawlana. Il tema principale della conversazione fu la richiesta del saggio poeta di fare del Punjab il campo d’azione del Mawlana. Dopo l’incontro, il Mawlana tornò nuovamente a Hyderabad.
Tra coloro che riflettevano e pianificavano il corretto programma d’azione futuro della millat islamica vi era anche Chaudhry Niaz Ali Khan. Egli presentò al poeta Iqbal il quadro del suo progetto e del suo programma d’azione. Ma, dichiarando di non poter fare nulla al riguardo per motivi di salute, il poeta disse: «In qualunque modo, portate Mawlana Mawdudi a Darul Islam».
È degno di nota un episodio curioso. Una volta ebbi l’occasione di visitare la città di Pattoki, nel Punjab. Lì fui ospite nella casa di un anziano hakim, Nemat Ali. Questo è l’episodio che egli mi raccontò:
Un certo Chaudhry Niaz Ali Khan, devoto amante di Dio, chiese ad amici e conoscenti consiglio su come spendere la sua enorme ricchezza per un’opera benefica al servizio della religione. Un suo amico gli suggerì di recarsi dall’Allama Iqbal per discutere della questione. In seguito, Chaudhry Niaz Ali Khan incontrò l’Allama Iqbal ed espresse il proprio desiderio. Dopo aver ascoltato attentamente tutto ciò che aveva da dire, l’Allama si alzò e si ritirò all’interno della casa. Il signor Chaudhry rimase seduto a lungo ad aspettare il ritorno dell’Allama, poi si alzò e se ne andò, deluso. Poiché l’Allama non gli aveva detto neppure una parola, ne rimase profondamente addolorato.
Allora, udendo ciò, il suo amico disse: «Tornate dall’Allama. È un uomo molto filosofico e riflessivo. Forse, immerso in un oceano di pensieri, si è dimenticato delle vostre parole. Questa volta forse vi darà il consiglio giusto». Chaudhry Niaz Ali tornò dall’Allama Iqbal, espresse nuovamente il proprio desiderio e disse con voce umile:
«Sua Eminenza, quel giorno vi ritiraste all’interno senza dirmi una parola. Perciò credo che il mio progetto non vi sia piaciuto».
L’Allama disse: «Come? Non ho detto nulla? Ho detto eccome. Sei tu che non hai capito».
Poi mostrò il Targumanul Corano curato da Mawlana Mawdudi e disse:
«Quel giorno non hai notato che sono entrato mostrando proprio a te questa rivista? Il significato è che, per realizzare il tuo progetto, hai bisogno di Abu’l A‘la Maududi, il direttore di questa rivista. Se riuscirai a portarlo qui, tutto il tuo lavoro sarà compiuto.»
Chowdhury Niyaz disse: «Signore, non ho mai avuto alcuna conoscenza personale con lui.»
L’Allama disse: «Va bene, d’accordo. Verrà a Delhi quel giorno. Va’ a incontrarlo con una lettera.»
All’ora stabilita, Chowdhury Niyaz Ali Khan si recò a Delhi e consegnò la lettera dell’Allama a Maulana Maududi.
Maulana Maududi rimase sbalordito leggendo la lettera dell’Allama Iqbal. L’Allama lo invitava ad abbandonare Hyderabad e a trasferirsi nel Punjab. In seguito, dopo qualche tempo, Maulana Maududi incontrò l’Allama e discusse a lungo con lui della questione.
In seguito Maulana Maududi abbandonò Hyderabad e giunse a Darul Islam. Ma chi avrebbe mai saputo che colui, al cui invito e alle cui richieste Maulana aveva abbandonato la propria patria, i parenti e gli amici, scegliendo la propria dimora in un villaggio rurale di una terra straniera, sarebbe partito per l’Aldilà subito dopo averlo chiamato? Quando Maulana giunse a Darul Islam ed era impegnato a sistemare i bagagli e le suppellettili, gli fu consegnata una lettera del signor Sayyid Nazir Niyazi, da Lahore. Il succo della lettera era il seguente:
«Le condizioni del dottore sono molto gravi. È ansioso di vedervi almeno una volta. Se possibile, venite al più presto.»
Lo stesso Maulana Maududi racconta al riguardo: «Rimasi sbalordito dopo aver ricevuto la lettera. Ero appena arrivato in un luogo nuovo. I bagagli erano ancora ammucchiati. Pensai che li avrei sistemati e sarei partito dopo due o quattro giorni. Ma chi avrebbe mai saputo che l’angelo della morte era in agguato? Mentre mi preparavo a partire per Lahore, giunse all’improvviso la notizia della morte dell’Allama.»
Non appena aveva messo piede in quella terra straniera, sconosciuta e lontana, la morte del suo benefattore e protettore forse diede un colpo tremendo alla barca della vita del Maulana, facendola per un attimo oscillare vorticosamente; ma l’esperto timoniere rimase silenziosamente saldo e continuò a tenere con forza il timone.
L’impegno profuso a Dar-ul-Islam
L’ambiente appartato, tranquillo e privo di clamore di Dar-ul-Islam favorì il manifestarsi e il pieno sviluppo del pensiero e della ricerca islamici. Come risultato di dieci lunghi anni di attività ininterrotta con la penna, da un lato si costituì un patrimonio di letteratura islamica scaturito dalla ricerca sul Corano e sugli hadith, e i cuori e le menti, la condotta e le opere di alcuni servi di Allah furono impregnati del colore divino; dall’altro, proprio nel centro di ricerca di Dar-ul-Islam presero forma gli elementi fondamentali della creazione del Pakistan, cioè la dottrina della teoria delle due nazioni. Tra le opere del Maulana pubblicate da qui figurano Khutbat (i significati essenziali della fede, dell’Islam, della preghiera, del digiuno, del pellegrinaggio, dell’elemosina obbligatoria e di altri temi), La teoria politica dell’Islam, Il Corano nelle quattro espressioni fondamentali, Rinnovamento e rinascita della religione, La via della rivoluzione islamica e altre ancora. Fu proprio qui che il Maulana iniziò il suo toccante e rivoluzionario commentario del Corano, Tafhim al-Qur’an. Inoltre, l’opera incomparabile sul pensiero islamico e sul sentimento nazionale, Musulmani e l’attuale crisi politica, volume 3, fu completata proprio durante un sacro mese di Ramadan a Dar-ul-Islam. In breve, quando la nazione musulmana si era smarrita nell’oscurità di una notte immersa nelle tenebre, la fiaccola ardente di Dar-ul-Islam illuminò il suo cammino.
Non sarebbe esagerato dire che Dar-ul-Islam era una «fabbrica d’armi», dalla quale furono prodotti due solidi e potenti strumenti bellici, con cui i cento milioni di musulmani del subcontinente indo-pakistano fecero a pezzi il Congresso e tutte le sue trame politiche e culturali. Questi due strumenti bellici erano La questione del nazionalismo e Musulmani e l’attuale crisi politica.
L’Egira del Maulana
La parola egira indica l’abbandono, per amore dell’Islam e allo scopo di ottenere la soddisfazione di Allah, della propria patria, dei parenti, degli amici, dei campi, delle attività commerciali e degli affari, per scegliere in un altro luogo una parte della terra di Allah in cui stabilirsi, dove sia possibile osservare pienamente l’Islam oppure da cui si possano avere maggiori opportunità di servire la religione. Nessuno può negare che si tratti di un’impresa estremamente difficile e dolorosa. Non è cosa da poco recidere i legami con il luogo in cui si è nati, nella cui aria e nella cui luce si è stati allevati e si è cresciuti, con i suoi alberi e le sue piante, i suoi fiumi e i suoi corsi d’acqua, i suoi paesaggi naturali, i propri cari, gli amici e le varie ricchezze e cose d’uso, che creano una rete d’incanto e ci tengono avvinti, per trasferirsi altrove. Anche il Santo Profeta (pace e benedizioni su di lui) soffrì nel recidere relazioni di questo tipo. Ma dovette farlo per Allah.
Il Maulana Maududi nacque ad Aurangabad, una moderna città dell’Hyderabad. In seguito scelse la città di Hyderabad come campo della sua attività. Tuttavia, per un grande scopo e su invito dell’Allama Iqbal, compì l’Egira verso il remoto villaggio di Jamalpur, sotto la giurisdizione di Pathankot, nella provincia del Punjab. Là non vi era neppure l’elettricità. La stazione ferroviaria più vicina, Sarna, si trovava a diversi chilometri di distanza. Di notte bisognava lavorare alla luce delle lampade a cherosene. Non vi erano abitazioni moderne né bagni o latrine moderni. Bisognava attingere l’acqua dal pozzo per lavarsi e per preparare il cibo e le verdure. Spaccando la legna e soffocando tra nuvole di fumo, era necessario cucinare con enormi difficoltà.
Il Maulana sposò una donna appartenente a una famiglia molto rispettabile della città di Delhi. Si può facilmente immaginare quanto fosse difficile per sua moglie vivere in un villaggio così remoto. Sebbene abitare in un luogo simile fosse inadatto ai loro gusti e alla loro salute, dovettero accettarlo con grande sacrificio e rassegnazione. Era forse un sacrificio e una rinuncia da poco? Ma egli lo fece esclusivamente per servire la religione e allo scopo di ottenere la soddisfazione di Allah. Non esitò a compiere alcun sacrificio o rinuncia su questa via. Oggi innumerevoli persone in tutto il mondo raccolgono i frutti d’oro di quel sacrificio e passano dalla via erronea della vita a quella retta.
Il matrimonio del Maulana
Un anno prima dell’Egira verso «Darul Islam», il 5 marzo 1937, secondo il calendario gregoriano, il Maulana Maududi sposò una donna appartenente a una celebre famiglia sayyid.
L’imperatore dell’India Shah Jahan amava pregare soltanto dietro un imam di discendenza sayyid. Perciò nominò imam della moschea Jami di Delhi un sapiente sayyid altamente istruito, fatto venire da Bukhara. Ancora oggi un illustre sapiente appartenente a un ramo di questa stessa famiglia ricopre l’incarico di imam della moschea Jami di Delhi. Fu in questa famiglia che il Maulana Sayyid Abul A‘la Maududi si sposò.
L’imperituro contributo del Maulana al movimento per il Pakistan
Quando la nazione musulmana era stata disorientata e aveva smarrito la via a causa del movimento del Congresso indù per il nazionalismo panindiano, ossia del movimento volto a instaurare il Ramrajya nell’India indivisa, il Maulana Maududi accese davanti a essa la fiaccola della verità, indicandole la strada, e lanciò un vigoroso appello a unirsi nel vincolo della fratellanza islamica. Come già detto, nell’opera «Al Jihad fi al-Islam» egli presentò l’Islam come un autentico movimento rivoluzionario fondato su un ideale e descrisse i doveri, gli obiettivi e le finalità della nazione musulmana. A causa della cieca passione per il Congresso dimostrata dalla Jamiat Ulema-e-Hind, egli interruppe i rapporti con il periodico «Al-Jamiat». In seguito, dopo che i celebri Quattordici Punti del signor Muhammad Ali Jinnah — che allora non era ancora il Quaid-e-Azam — furono approvati alla Conferenza della Tavola Rotonda in Inghilterra, la Lega Musulmana organizzò un movimento di autodifesa contro il Congresso nazionalista indù. In realtà, neppure questo era un autentico movimento fondato su un ideale ben definito.
È superfluo dire che da molti anni il Congresso si adoperava per formare, mediante l’unione di tutte le comunità, una nazione geografica e regionale. Comprendendone la pericolosità, i musulmani stavano adottando, per difendersene, un’altra via erronea: il nazionalismo musulmano, in sostituzione del nazionalismo unitario influenzato dalla civiltà e dalla cultura indù. In realtà, entrambe le forme di nazionalismo sono pericolose. Perciò, nel primo volume della sua opera «Siyasi Kashmakash», il Maulana Maududi analizzò anzitutto scientificamente gli obiettivi fondamentali, l’ideale e il ruolo politico dell’Islam. In seguito, nel secondo volume della stessa opera, analizzò i difetti e le terribili conseguenze del nazionalismo auspicato dal Congresso. Analizzò poi anche le terribili conseguenze del nazionalismo musulmano verso il quale i musulmani indiani stavano inclinando sotto la guida della Lega Musulmana. In realtà, l’Islam non è venuto per creare un nazionalismo né per istituire un National State, cioè uno Stato nazionale. Vuole piuttosto presentare al mondo un ideale integro, una visione della vita e una visione della società, e costituire uno Stato Ideologico, cioè ideale. In quest’opera, ossia nel secondo volume di «Siyasi Kashmakash», si parla appunto della formazione di uno Stato islamico, invece che di uno Stato musulmano.
A partire dal 1935, il Maulana presentò una soluzione e pronunciò avvertimenti riguardo al vortice politico nel quale i musulmani indiani erano caduti, smarrendo la direzione, nelle sue opere «Tanqihat», «Siyasi Kashmakash», «Purdah», «Tajdid wa Ihya-e Din» e in altre ancora.
Il Maulana non poté mai sostenere il disastroso movimento del Congresso. Al contrario, sosteneva che i musulmani dovessero recidere ogni rapporto con il Congresso e vivere come un partito o una nazione indipendente, fondato su un ideale. Dimenticando il vero insegnamento dell’Islam, il suo ideale e la sua moralità, i musulmani si stavano volgendo verso la civiltà e la cultura europee. Egli pronunciò severi avvertimenti contro di esse e, attraverso l’opera «Tanqihat», mostrò con chiarezza le velenose conseguenze dei frutti dell’albero avvelenato della civiltà europea. L’obiettivo fondamentale di tutti i suoi scritti, dei suoi sforzi e delle sue attività era che i musulmani dovessero ergersi nel mondo a testa alta come una nazione fondata su un ideale e che, nell’intera vita dell’umanità, fosse pienamente instaurato il comando del solo Allah Ta‘ala. In realtà, in seguito, fu proprio questo ad assumere la forma del movimento per il Pakistan.
Il nazionalismo di Maulana Madani
Il Congresso rimase sempre fermo nel perseguire il proprio obiettivo: creare un’unica nazionalità in tutta l’India e ottenere, su tale base, l’indipendenza del Paese. Per confondere e ingannare i musulmani indiani dimostrando l’esistenza di un nazionalismo geografico e regionale, gli indù del Congresso si servirono di uno dei più eminenti sapienti. Il defunto Hazrat Maulana Husain Ahmad Madani, capo del dipartimento degli Hadith di Deoband, il più importante centro di studi islamici dell’India, un giorno cercò di dimostrare, nella moschea Jami di Lahore e citando il Corano e gli Hadith, l’esistenza di una nazione geografica comprendente tutti gli abitanti dell’India, senza distinzione tra indù, musulmani, buddhisti, cristiani e giainisti. Il suo discorso fu pubblicato anche sotto forma di opuscolo. In quel periodo il movimento della Lega Musulmana stava consolidandosi e aveva fatto notevoli progressi proprio presentando i musulmani come una nazione distinta. Ma, ascoltando dalla bocca del capo del dipartimento degli Hadith di quel celebre centro d’istruzione argomenti e prove a favore di un’unica nazionalità formata da musulmani e non musulmani, gli ambienti della Lega Musulmana e, più in generale, l’India musulmana rimasero attoniti, sbalorditi e sconvolti dalla delusione. In quel periodo il poeta-filosofo Iqbal, visionario del Pakistan, era costretto a letto per la malattia. Venuto a conoscenza, dal letto di dolore, delle parole del signor Madani, ne fu profondamente addolorato e turbato. Lentamente si sollevò e si mise seduto sul letto con il corpo tremante e, da poeta per natura, pur nel tormento della malattia, criticò aspramente in versi le parole di Maulana Madani:
Gli Ajam non hanno ancora compreso il mistero della fede; altrimenti
che strana cosa è questa: Husain Ahmad di Deoband.
Dal pulpito ha proclamato che la comunità è fondata sulla patria.
Quanto è ignaro della posizione di Muhammad l’Arabo!
Ricongiungiti a Mustafa, poiché tutta la religione è in lui
se non sei giunto a lui, tutto in te è Abu Lahab.
Cioè—
Quella gente d’Azam non comprese
lo smarrimento nell’essenza della religione,
perciò a Deoband Husain
Ahmad dice parole così strane.
«Dalla patria nasce la millat»
queste parole egli le ripete ancora,
ahimè, non comprese la posizione del Profeta
Egli è l’orgoglio dell’Arabia.
Portalo al Profeta.
Se stessi: questa è la richiesta di questa religione.
Se non riesci a raggiungere
Tutto sarà «bu-lahabiano».
È superfluo dirlo: sebbene alcuni versi del dottor Iqbal abbiano assestato un colpo alla dottrina del defunto Madani Sahib, non erano tuttavia sufficienti a dimostrare la falsità della teoria dell’unica nazione. Di conseguenza, i musulmani indiani e la Lega Musulmana, vedendo il loro movimento avvolto nella nebbia, rimasero disorientati. Proprio in quel momento di crisi, Maulana Maududi iniziò a impugnare la sua vigorosa penna e compose un prezioso testo rivoluzionario intitolato «Masa’il-e Qawmiyyat».
Qui ritengo necessario menzionare brevemente le parole del defunto Maulana Madani Sahib. Nel suo discorso egli cercò di dimostrare che, ai giorni nostri, una nazione si forma esclusivamente sulla base dell’appartenenza geografica e regionale. Per dimostrare la sua affermazione, egli disse anzitutto:
«Ritengo ora necessario mostrare gli errori e le carenze di tutto ciò che è stato pubblicato e viene pubblicato in opposizione alla teoria dell’unica nazione e per dimostrare che essa è contraria ai principi di giustizia. Dal 1885 il Congresso si adopera e si impegna considerevolmente per rivendicare presso gli abitanti dell’India l’unità nazionale sulla base del patriottismo. Le forze che vi si oppongono si stanno impegnando con tutte le loro forze per dimostrare che negarla è piuttosto illecito e haram. In realtà, per l’imperialismo britannico non vi è nulla di più pericoloso di questo. Queste cose non sono state pubblicate soltanto oggi: lo furono nel 1886 o persino prima.»
Egli aggiunge:
«Anche se l’unità nazionale fosse una cosa così maledetta e spregevole, poiché gli europei, proprio usando quest’arma, sradicarono il dominio islamico e il califfato ottomano, oggi è dovere dei musulmani usare quest’arma stessa allo scopo di sradicare il dominio britannico.» (Islam e nazionalismo, p. 43).
All’inizio dell’opera rivoluzionaria che compose in risposta alle parole del defunto Maulana Sayyid Abul A’la Mawdudi («Islam e nazionalismo» è la traduzione bengalese dell’opera urdu del Maulana Mawdudi «La questione del nazionalismo»), egli afferma:
«Il preside del Darul Ulum Deoband, il signor Maulana Husain Ahmad Madani, ha scritto un opuscolo intitolato “La teoria dell’unica nazione e l’Islam”. Naturalmente ci si aspettava che questo opuscolo, scritto da un celeberrimo sapiente e dal capo del più grande istituto di educazione religiosa dell’India britannica, contenesse un’analisi semplice della “complessa teoria della nazionalità” e una piena espressione dell’autentico punto di vista islamico. Ma, dopo averlo letto, siamo rimasti crudelmente delusi e abbiamo ritenuto che questo libro fosse lesivo della dignità dell’autore. Nell’epoca attuale, innumerevoli dottrine ostili all’Islam si accingono a lanciare un violento attacco contro i fondamenti dell’Islam; oggi l’Islam è indifeso persino nella propria casa. Gli stessi musulmani non esaminano gli avvenimenti e i problemi del mondo alla pura luce dell’Islam. È superfluo dire che non riescono a farlo per pura ignoranza. Inoltre, la questione della “nazionalità” è così complessa che la vita o la morte di ciascuna nazione dipende dalla sua chiara comprensione. Se una nazione mescola alle basi della propria nazionalità principi del tutto diversi, non può sopravvivere nel mondo come “nazione”. Nell’accingersi a scrivere su questa complessa questione, sarebbe stato necessario che una persona come il Maulana Husain Ahmad fosse pienamente consapevole della propria responsabilità. Poiché gli è stato affidato il deposito del Profeta. Se mai sull’autentico insegnamento e sui fondamenti dell’Islam si accumulassero detriti e immondizia, spetterebbe proprio a persone come loro rimuoverli.»
Nell’attuale epoca di oscurità, avrebbero dovuto comprendere pienamente che la loro responsabilità è molto maggiore e più gravosa di quella dei musulmani comuni. Se i musulmani comuni sono immersi nell’errore, anche per questo saranno ritenute responsabili innanzitutto le persone di questa categoria. Perciò devo ripetere che in questo opuscolo del Maulana Madani non si trova alcuna prova della sua consapevolezza né del suo senso di responsabilità.» (Islam e nazionalismo, p. 41).
Per dimostrare la legittimità della “teoria dell’unica nazione” per tutti gli abitanti dell’India, il Maulana Madani ha presentato un’ulteriore argomentazione:
«Ogni giorno costituiamo associazioni o comitati per interessi comuni, e non ci limitiamo a parteciparvi: ci impegniamo anche con tutte le nostre forze per ottenerne l’adesione. … Esistono aree urbane, aree notificate, consigli municipali, consigli distrettuali, assemblee legislative, associazioni educative e centinaia di associazioni analoghe, costituite per scopi specifici secondo regole e norme determinate. Nessuno dichiara proibito partecipare a queste associazioni e impegnarsi a tal fine pienamente o parzialmente. Ma è sorprendente che, se una qualsiasi associazione di questo tipo viene istituita per operare a favore dell’indipendenza del paese e contro il dominio britannico, parteciparvi diventi proibito, contrario alla giustizia, contrario agli insegnamenti dell’Islam e contrario alla ragione e all’intelletto.» (Islam e nazionalismo, p. 52).
In risposta, il Maulana Mawdudi afferma:
«In verità, questo si chiama trarre una decisione errata sulla base di un errore. Maulana Madani, considerando un atto peccaminoso come un dovere religioso e innamorandosene ciecamente, cerca di dimostrare lecita un’altra colpa simile. Eppure, in entrambi i casi sussiste la medesima causa fondamentale della proibizione. Voglio dire con parole chiare che, per gli ʿUlamāʾ-e Hind, dichiarare un giorno haram e il giorno dopo halal l’adesione al Consiglio e all’Assemblea è ormai diventato simile a un gioco di marionette. Infatti, non è loro principio dichiarare qualcosa haram dopo averne esaminato la realtà. Basta una sola parola di Gandhi perché la loro capacità di emettere fatwa si attivi. Ma io parlo sulla base dei principi e degli ideali eterni e immutabili dell’Islam: è senza dubbio un crimine perpetuo che i musulmani sostengano quelle istituzioni complessive alle quali gli uomini hanno conferito il potere assoluto di emettere nuove decisioni sulle questioni riguardo alle quali Allah e il Suo Messaggero (sallallāhu ʿalayhi wa sallam) hanno pronunciato verdetti chiari. Ma quando, in tali istituzioni dotate di potere e autorità assoluti, i non musulmani diventano maggioranza e tutte le decisioni vengono prese proprio sulla base della maggioranza numerica, ciò è considerato un crimine doppio. Pertanto, il primo dovere dei musulmani è separare l’ambito operativo di queste istituzioni complessive dai limiti stabiliti dalla Sharīʿa di Dio; questa è, per loro, la vera guerra per l’indipendenza. Se i suddetti ambiti dell’esercizio dell’autorità fossero distinti l’uno dall’altro, allora sarebbe lecito per i musulmani collaborare con gruppi costituiti per interessi comuni delle due comunità, musulmana e non musulmana. Che ciò avvenga per respingere l’attacco di un nemico o per svolgere attività economiche o industriali, non vi è alcuna differenza. Ma finché gli ambiti delle attività e dei poteri delle due comunità rimarranno interconnessi, non solo l’unione e la collaborazione, ma persino vivere sotto un simile sistema di governo integrato sarà del tutto sconveniente per i musulmani. In questa materia, tutti i musulmani senza eccezione saranno considerati colpevoli, finché non distruggeranno insieme, con l’aiuto della forza comune, il suddetto sistema di governo. E coloro che accetteranno con entusiasmo tale sistema di governo e si adopereranno per attuarlo saranno ancora più colpevoli. Ma chiunque, chiunque egli sia, adduca argomenti tratti dal Corano e dagli Hadith a favore dell’attuazione di quel sistema di governo, avrà la colpa più grave di tutti.»
(Islam e nazionalismo, p. 53)
Osservando i risultati velenosi dell’uninazionalismo del Congresso, Maulana Maududi afferma:
«È proprio per questo scopo che è stato elaborato il Piano Wardha. Anche il Piano Vidyamandir aveva questo stesso scopo. Tale scopo era stato scritto chiaramente in entrambi i piani. Ma Maulana Madani non ha affatto esaminato questi piani né i loro programmi di studio. Per diversi anni Pandit Nehru ha inculcato proprio l’insegnamento di questo nazionalismo. Ma nessuno dei suoi discorsi o scritti è giunto all’attenzione di Maulana Madani. Ogni persona responsabile del Congresso proclama e scrive questa stessa cosa e, con l’aiuto del potere statale ottenuto dal nuovo sistema costituzionale, la diffonde vigorosamente ovunque. Ma Maulana Madani non riesce a sentire, vedere né percepire nulla di tutto ciò. Eppure, ciascuna delle istituzioni complessive da lui menzionate sta svolgendo proprio queste attività.» (Islam e nazionalismo, pp. 59-60).
Maulana Maududi aggiunge:
«Pertanto, sarebbe stato meglio se Maulana Madani, per esprimere il suo atteggiamento, avesse usato espressioni come “amicizia reciproca” e simili, e avesse presentato anche una proposta a titolo personale, come raccomandazione, invece di presentarla come politica e attività del Congresso. Se almeno ora egli facesse a questa comunità una simile concessione, ciò sarebbe davvero una grande benevolenza. Altrimenti, i suoi scritti rischiano pienamente di provocare una grande catastrofe. I sovrani e re tirannici e i capi di Stato dissoluti hanno compiuto determinate azioni; gli ʿulamāʾ le hanno poi dimostrate vere con prove tratte dal Corano e dagli Hadith, usando la religione come strumento di oppressione e sfruttamento,»
Dopo la pubblicazione dell’opuscolo citato di Maulana Madani, è diventato estremamente necessario analizzare il “nazionalismo” da un punto di vista puramente scientifico e mettere in luce, a questo proposito, la differenza fondamentale tra le dottrine islamiche e quelle non islamiche. Se ciò fosse fatto, tutti i concetti errati al riguardo verrebbero eliminati dalle menti delle persone, e per loro diventerebbe possibile scegliere consapevolmente una delle due vie. Questo era un dovere degli ʿulamāʾ; ma quando la figura principale della comunità degli ʿulamāʾ ha innalzato la bandiera dell’uninazionalismo e nessun ʿālim è disposto ad adempiere al proprio vero dovere, allora noi gente comune dobbiamo impegnarci a tal fine.» (Islam e nazionalismo, p. 61).
In quest’opera, descrivendo i fondamenti del nazionalismo islamico, egli afferma:
«Allah e il Suo Messaggero (pace e benedizioni su di lui) distruggono completamente quelle basi ristrette, materiali, percepibili dai sensi e superstiziose sulle quali sono stati edificati i palazzi delle varie nazionalità del mondo. Sulla base di differenze e contrasti irrazionali di razza, tribù, patria, economia e politica, gli uomini, a causa della propria stoltezza e della propria estrema ignoranza, distruggono l’umanità; invece, dal punto di vista dell’umanità, [l’Islam] ha riconosciuto tutti gli uomini come appartenenti alla medesima categoria, dotati della medesima dignità e degli stessi diritti.»
«Nella nazionalità islamica si fa certamente una distinzione tra gli uomini, ma non per alcuna ragione materiale, mondana o esteriore. La distinzione viene fatta dal punto di vista spirituale, morale e umano. Agli uomini viene presentata una disposizione naturale e vera, chiamata Islam. Tutta l’umanità è stata invitata alla servitù e all’obbedienza ad Allah, alla purezza e alla purificazione del cuore e dell’animo, alla limpidezza delle azioni, alla sincerità e all’osservanza della religione. Poi è stato detto che coloro i quali accetteranno questo invito saranno considerati un’unica nazione. Coloro invece che lo rifiuteranno apparterranno a una nazione del tutto diversa. In altre parole, una delle nazioni umane è quella della fede e dell’Islam, e l’insieme di tutti i suoi membri forma un’unica umma. L’altra è la nazione del kufr e del traviamento. I suoi seguaci, nonostante le loro reciproche divergenze e differenze, sono considerati un unico gruppo e appartenenti alla medesima parte.»
«Tra queste due nazioni non vi è alcuna differenza per discendenza o tribù. La differenza riguarda la fede e le opere. Pertanto, perfino due figli degli stessi genitori possono, a causa della suddetta distanza tra Islam e kufr, essere considerati appartenenti a due nazioni distinte; e due persone senza alcun legame di parentela e sconosciute l’una all’altra possono appartenere a un’unica nazione per il fatto di essersi convertite all’Islam.»
«Neppure la differenza di patria può essere causa di separazione tra queste due nazioni. Qui la distinzione viene fatta sulla base della verità e della falsità. E la verità e la falsità non hanno una “patria” o una “terra natale”. Due persone della stessa città, dello stesso quartiere e perfino della stessa casa possono avere nazionalità diverse a causa della differenza tra Islam e kufr. Un nero può diventare, attraverso l’Islam, fratello di un marocchino.»
«Neppure la differenza di razza costituisce qui una differenza nazionale. Nell’Islam il colore dell’aspetto esteriore è insignificante. Qui conta soltanto il colore di Allah. Esso è il colore migliore.»
«Neppure la diversità linguistica è causa della differenza tra Islam e kufr. Nell’Islam la lingua parlata non ha alcun valore. Ciò che conta è la lingua dell’animo e del cuore, la parola senza lingua.»
Il centro di questo circolo della nazionalità islamica è la professione di fede: La ilaha illallah, Muhammadur Rasulullah. L’amicizia e l’inimicizia si fondano proprio su questa professione di fede. La sua accettazione unisce gli uomini, mentre il suo rifiuto crea tra loro una separazione definitiva. Colui che questa professione di fede separa non può essere ricongiunto altrimenti da alcun legame o vincolo di sangue, terra, lingua, razza, cibo, sistema di governo e così via. Allo stesso modo, nulla può separare coloro che questa professione di fede unisce.
Il Maulana aggiunge:
«Va ricordato che i rapporti della comunità musulmana con le comunità non musulmane hanno due aspetti. Il primo è che, in quanto esseri umani, musulmani e non musulmani sono tutti uguali. Il secondo è che la differenza tra l’Islam e il kufr ci ha resi completamente distinti da loro. In virtù del primo rapporto, i musulmani devono trattarli con compassione, misericordia, magnanimità e cortesia, perché, in quanto esseri umani, è questo il trattamento che essi meritano. Se inoltre non sono nemici dell’Islam, è possibile anche stringere con loro amicizia, stipulare accordi di pace e collaborare a obiettivi comuni (Common Cause). Tuttavia, nessun tipo di rapporto materiale o mondano può unirli a noi fino a farne “un’unica nazione”.»
Comunque sia, il suddetto libro di Maulana Mawdudi suscitò un grande fermento nella società dell’epoca e dissipò completamente la confusione generata dai discorsi e dagli opuscoli di Maulana Madani. I leader e gli attivisti del movimento per il Pakistan lo utilizzarono come un’arma affilata. In realtà, quest’opera pose le basi scientifiche della teoria delle due nazioni e divenne la causa principale della creazione del Pakistan. Il libro demolì gli argomenti a sostegno del pericoloso piano del Congresso di instaurare il Ramrajya e del nazionalismo regionale sostenuto da Maulana Husain Ahmad Madani, dimostrandolo ascientifico, irrazionale, anti-islamico e privo di sostanza. Non solo: con quest’opera Maulana Mawdudi rese evidente e luminosa la legittimità della richiesta dei musulmani di una nazionalità distinta e della fondazione di uno Stato distinto.
Questa è la ragione principale dell’odio cieco di Maulana Madani nei confronti di Maulana Mawdudi. In seguito, fondandosi su tale odio, Maulana Madani fece piovere su Maulana Mawdudi, dalla mitragliatrice della sua incessante emissione di fatwa, accuse infondate, prive di basi e mosse dall’odio, scatenando una raffica di fatwa incendiarie. È ancora più deplorevole che molti discepoli e seguaci del defunto signor Madani, conosciuti come “ulama della religione”, seguendo il loro maestro, si siano anch’essi abbandonati a un’opposizione cieca a Maulana Mawdudi. È innegabile che Maulana Madani e i suoi discepoli e seguaci abbiano posto un ostacolo estremo alla creazione del Pakistan. Persino dopo la proclamazione del Pakistan, durante il “referendum di Sylhet”, questi rispettabili ulama andarono di porta in porta tra i musulmani di Sylhet per raccogliere voti contro il Pakistan. Dopo la nascita del Pakistan, questi stessi rispettabili ulama si atteggiarono improvvisamente a suoi supremi e ferventi benefattori e accusarono Maulana Mawdudi di essere contrario al movimento per il Pakistan. Nella storia dell’“Islam” e degli “ulama della religione”, quale macchia più grande e quale travisamento della verità più grave potrebbero esistere?
Nessuna persona dotata di coscienza, istruita, giusta e sana di mente può negare l’enorme contributo di Maulana Sayyid Abul A‘la Mawdudi alla creazione del Pakistan. Questo fatto resterà scritto a lettere d’oro nelle pagine della storia, a beneficio delle generazioni future.
Alcuni partiti politici del nostro Paese, accecati dai propri interessi e opportunisti, e alcuni loro sostenitori ciechi, persino alcuni ulama, accusano Maulana Mawdudi sostenendo che un tempo, in quanto seguace del Congresso e della Jamiat degli Ulama-e-Hind, fosse un accanito oppositore del Pakistan. Per le persone istruite non dovrebbe essere affatto difficile comprendere che tali campagne siano frutto dell’odio verso l’Islam e di una sinistra cospirazione volta a impedire la rinascita completa dell’Islam. Invitiamo i lettori e le lettrici imparziali e le persone rispettabili del Paese a cercare di conoscere e comprendere tutte le attività passate di Maulana Mawdudi. Maulana Mawdudi non è altro che un essere umano. È naturale che in lui vi siano difetti e debolezze umane. Ma questo non significa che sia lecito rivolgere accuse false e dettate dall’odio contro un uomo che ha dedicato tutto il tempo, il denaro e il lavoro della propria vita alla via di Allah e che continua a impegnarsi instancabilmente per ristabilire la religione dell’Islam. Quale ingiustizia e quale sopruso più grandi potrebbero essergli inflitti? Tuttavia, persone di questo genere dovrebbero ricordare che un giorno la verità risplenderà certamente nella sua luce celeste, e quel giorno tutte le mongolfiere della menzogna svaniranno nel nulla.
Maulana Mawdudi e la Lega Musulmana
Sebbene il movimento per il Pakistan fosse guidato dalla Lega Musulmana di tutta l’India, Maulana Mawdudi non aderì alla Lega Musulmana. Il motivo per cui non lo fece sarà chiarito nella discussione seguente. Ciò nonostante, è innegabile che Maulana Mawdudi sia stato uno dei pensatori dalle cui idee nacque il movimento per il Pakistan. Non solo: egli offrì a questo movimento una collaborazione attiva. Non lo affermiamo soltanto noi: tale riconoscimento è venuto anche da altri ambienti, e in particolare dagli stessi ambienti della Lega Musulmana. A dimostrazione, riportiamo di seguito alcune citazioni—
Maulana Zafar Ahmad Ansari, M.A., LL.B., fu, nel periodo precedente alla spartizione, il braccio destro del defunto Quaid-e-Azam e del defunto Liaquat Ali Khan. Fu segretario congiunto della Lega Musulmana di tutta l’India, nonché segretario del suo Comitato d’azione e del Consiglio parlamentare centrale. Egli afferma—
«Su questo tema, Maulana Abul A’la Maududi Sahib continuò a scrivere una serie di articoli intitolata “Il problema del nazionalismo” (Mas’ala-ye Qaumiyyat). Grazie agli inconfutabili argomenti e prove e allo stile espositivo vigoroso, l’articolo fu accolto con grandissimo favore dai musulmani. In breve tempo divenne rapidamente argomento di discussione tra loro. Come risultato di questo importante dibattito, la concezione e la fede nell’idea di una nazione unica andarono completamente in frantumi, mentre il sentimento dell’esistenza di una nazione distinta si diffuse tra i musulmani con la rapidità del lampo. Non si trattava di una semplice disputa o discussione ideologica sul nazionalismo; essa aveva invece demolito il castello dei sogni del Congresso e della Jamiat Ulema-e-Hind. La strategia più pericolosa degli indù consisteva nel cancellare in ogni modo dal cuore dei musulmani il sentimento dell’esistenza di una nazione distinta, svuotando così di sostanza le fondamenta della loro identità nazionale. La stessa Lega Musulmana stava cercando di mettere maggiormente in risalto l’aspetto religioso di questo dibattito, affinché il popolo potesse comprendere il gioco del Congresso e fosse spinto a rivendicare il rispetto della propria dīn e del proprio īmān.»
(“Il movimento per il Pakistan e gli ulema”, mensile Chiragh-e Rah, numero speciale sull’ideologia del Pakistan, p. 232).
Maulana Ansari Sahib prosegue dicendo:
«In realtà, già prima dell’approvazione della Risoluzione sul Pakistan, da diversi ambienti erano state avanzate richieste di “governo divino”, “India musulmana”, “Califfato del Signore” e simili. Allama Iqbal aveva concepito l’idea di un’India musulmana. Gli scritti di Maududi Sahib avevano lanciato l’appello per il “governo divino”. Maulana Azad Subhani aveva proposto l’idea del “Califfato del Signore”. Il fatto che richieste di questo genere venissero avanzate da luoghi diversi dimostrava che i musulmani avvertivano profondamente la necessità di fondare uno Stato sulla base del proprio modo di pensare e che, alla luce delle circostanze, il loro proposito latente si stava risvegliando pienamente.»
(“Il movimento per il Pakistan e gli ulema”, mensile Chiragh-e Rah, numero speciale sull’ideologia del Pakistan, p. 233).
Allama Iqbal era stato profondamente influenzato dagli articoli di Maulana Maududi. Mian Muhammad Shafi Sahib, direttore del settimanale Iqdam, pubblicato a Lahore, afferma che Allama Iqbal si faceva leggere da altri, con l’aiuto di qualcuno, quegli articoli del Tarjuman-ul-Qur’an. Ne era rimasto talmente affascinato e influenzato che invitò Maulana a lasciare Hyderabad, nel Deccan, e a trasferirsi nel Punjab. Fu in seguito a questo suo invito che Maulana Maududi si trasferì nel Punjab nel 1938.
Mian Muhammad Shafi Sahib, in un articolo intitolato “Diario di Lahore”, pubblicato nel settimanale Iqdam il 9 giugno 1963, osserva:
«Maulana Sayyid Abul A’la Maududi era in realtà un nemico dei musulmani nazionalisti. Lo affermo con piena responsabilità: sentivo dire ad Allama Iqbal: “Maududi finirà per impartire una lezione a tutti questi musulmani congressisti”. Allama Iqbal criticava con parole chiare Azad (Maulana Abul Kalam Azad) e Madani (Maulana Husain Ahmad Madani). Tuttavia era solito farsi leggere da altri parti specifiche del Tarjuman-ul-Qur’an di Maulana Maududi. Inoltre, su questo punto lo affermo con la massima responsabilità: Allama Iqbal chiese a Maulana Maududi, mediante una lettera, di fare del Punjab il proprio luogo di attività invece di Hyderabad, nel Deccan, e quella lettera gliela fece scrivere proprio da me.»
Sayyid Sharifuddin Pirzada, consigliere della Commissione per la Costituzione istituita durante il periodo del regime militare in Pakistan e presidente della Commissione per il diritto societario, afferma nella sua opera *Evolution of Pakistan*:
«Con una serie di articoli pubblicati nel 1938-39 su *Tarjuman al-Qur’an*, Maulana Mawdudi sollevò il velo del Congresso e mise in guardia i musulmani. Inoltre, esaminò la storia dei musulmani del subcontinente. Smaskerò il volto della laicità del Congresso e dimostrò che, date le particolari condizioni dell’India, la democrazia era inadatta ad essa. Qui, infatti, i musulmani dispongono di un voto, mentre gli indù ne dispongono di quattro. Condannò l’imperialismo nazionale degli indù ed espresse l’opinione che né l’elettorato congiunto, né l’ottenimento di un numero leggermente maggiore di seggi nelle assemblee, né la fissazione di una determinata quota nei posti di lavoro costituissero una soluzione al problema politico della nazione musulmana. Al riguardo presentò anche tre proposte alternative». (*Evolution of Pakistan*, p. 191)
Delle tre proposte, la terza era proprio quella della spartizione dell’India. Il signor Pirzada conclude nella sua opera:
«Tutte quelle proposte e quei suggerimenti presentati da Sir Abdullah Haroon, dal dottor Latif, da Sir Sikandar Hayat Khan, da un certo punjabi, dal dottor Qadri, da Maulana Mawdudi, da Chaudhry Khaliquzzaman e da altre personalità indicavano, in un certo senso, la via verso la creazione del Pakistan». La stessa opera.
Non era necessario citare i passi riportati sopra per dimostrare la nostra tesi. Tuttavia, ne sentiamo la necessità soltanto per coloro che non erano a conoscenza della situazione di quel periodo. Da ciò risulta quanto i due libri scritti da Maulana Mawdudi, *Musulman aur Maujooda Siyasi Kashmakash* e *Mas’ala-e Qaumiyat*, abbiano contribuito al servizio della nazione nel movimento per l’indipendenza dell’India e del Pakistan e, in particolare, nel cammino verso l’ottenimento del Pakistan.
Le tre proposte di Maulana menzionate da Sharifuddin Pirzada nella sua opera erano proposte di tre costituzioni alternative, pubblicate nei numeri di ottobre, novembre e dicembre 1938 di *Tarjuman al-Qur’an*.
In sintesi, sono riportate di seguito:
Prima proposta
(a) L’ordinamento statale sarà fondato sui principi della Federazione internazionale (International Federation). In altre parole, non sarà lo Stato di una sola nazione, bensì uno Stato di nazioni federate (A state of federated nations).
(b) Ogni nazione che parteciperà a questa federazione godrà del diritto all’autonomia culturale (Cultural autonomy).
(c) Per le questioni comuni, nazionali e interne, le modalità operative saranno stabilite sulla base di un partenariato paritario (Equal partnership).
In seguito, il Maulana analizza anche i principi fondamentali dell’autonomia culturale.
Seconda proposta
Se la proposta della Federazione internazionale non verrà accettata, la seconda proposta alternativa sarà quella di individuare territori separati per le diverse nazioni, nei quali esse possano istituire i propri Stati democratici. Per lo scambio delle popolazioni sarà stabilito un periodo di venticinque anni, o di circa dieci anni in più o in meno. Ogni Stato godrà di un’ampia autonomia, mentre la Federazione centrale avrà poteri molto limitati.
Terza proposta
Se anche la proposta sopra citata non verrà accettata, la terza proposta alternativa sarà quella di istituire separatamente i nostri Stati nazionali e di organizzarli in federazioni distinte.
La terza e ultima proposta era, in sostanza, la proposta della divisione dell’India avanzata dal Maulana, che la Lega Musulmana adottò quindici mesi dopo, il 23 marzo 1940, e che fu denominata la storica Risoluzione di Lahore, ovvero Risoluzione del Pakistan.
A questo punto sorge la domanda: perché, nonostante tutto ciò, il Maulana Mawdudi non partecipò al movimento insieme alla Lega Musulmana? L’unica ragione era il programma d’azione della Lega Musulmana. Analizzandolo in diverse occasioni, il Maulana disse:
— Se il nostro obiettivo è costituire uno Stato islamico, per raggiungerlo dobbiamo preparare la nostra comunità anche sotto il profilo morale. A tal fine dobbiamo operare in tutti i campi: istruzione e formazione, idee, moralità, cultura e civiltà, politica e così via. Altrimenti sarà estremamente difficile conseguire questo obiettivo.
— Nella scelta della leadership di questo movimento, nel suo complesso e in tutti i suoi settori, occorre procedere con la massima cautela. Se si riuniscono nello stesso luogo socialisti, atei, irreligiosi, jagirdar, zamindar e tutti gli altri, la folla che ne risulta non potrà mai guidare la comunità sulla retta via. Costoro cercheranno infatti di usare la comunità per distruggersi a vicenda e per soddisfare i propri interessi. Di conseguenza, si perderà di vista la meta. (È superfluo dire che i timori allora espressi dal Maulana si sono riflessi nella realtà. La storia del Pakistan nei tre decenni trascorsi lo ha dimostrato più volte — l’autore.)
— La caratteristica fondamentale dei musulmani è che costituiscono un gruppo idealista che invita alla verità. Non si deve permettere, a nessun costo, che questa caratteristica venga compromessa.
È deplorevole che le autorità della Lega Musulmana non abbiano ritenuto necessario attribuire alcuna importanza a queste parole.
In risposta a una lettera scritta a nome del Comitato d’Azione della Lega Musulmana dell’India intera, il Maulana disse:
«Non pensate mai che io non partecipi a quest’opera a causa di qualche divergenza d’opinione. In realtà, la mia difficoltà consiste nel non riuscire a capire come dovrei parteciparvi, qualora lo facessi. Non mi convincono i mezzi e i metodi parziali o incompleti. Ritengo quindi più opportuno, per me, osservare la questione come uno studente, invece di parteciparvi attivamente, per vedere quali mezzi i progettisti stabiliranno per questo lavoro di riforma parziale e costruttivo, e quali benefici coloro che lo attueranno riusciranno a produrre mettendolo in pratica.» (Tarjuman-ul-Qur’an, luglio-ottobre 1944)
Questo era il disaccordo del Maulana riguardo al metodo operativo della Lega Musulmana. Si può dissentire da questa sua opinione. Tuttavia, il futuro storico probabilmente non potrà ignorare questa verità: gli ostacoli che sono sorti e continuano a sorgere sulla via dell’instaurazione in Pakistan, dopo la divisione dell’India, di un sistema sociale islamico, e il fatto che, persino trentasette anni dopo l’indipendenza, il Pakistan non si sia trasformato, nella realtà, in uno Stato islamico, ma sia rimasto tale soltanto sulla carta, nonché il modo in cui coloro che cercano di trasformarlo in un autentico Stato islamico vengono schiacciati con il carcere, l’impiccagione e ogni sorta di oppressione e persecuzione: tutto ciò era già chiaramente preannunciato negli articoli del Maulana scritti prima della divisione.
Ciononostante, non bisogna dimenticare che, sebbene il Maulana non abbia partecipato direttamente al movimento per il Pakistan, attraverso i suoi scritti, con la sua chiara analisi dell’ordinamento della vita islamica, egli ha continuato a sostenere il movimento per il Pakistan. Durante il movimento per il Pakistan, alcuni musulmani cominciarono a commentare in questo modo: «Si può forse tollerare che l’India venga smembrata?». Il Maulana rispose:
«Come musulmano, per me non ha alcuna importanza la questione se l’India rimarrà indivisa o verrà divisa in dieci parti. L’intero mondo è un unico Paese. Gli uomini lo hanno diviso in migliaia di parti. Se le divisioni in cui il mondo è stato suddiviso finora sono state giuste, quale danno ci sarebbe se in futuro venisse diviso in qualche altra parte? Il dolore per lo smembramento di questo idolo divinizzato lo provano coloro che lo considerano una divinità. Se qui trovassi anche solo un miglio quadrato di terra in cui nessuno, all’infuori di Dio, esercitasse dominio e autorità sugli uomini, considererei questo piccolo lembo di terra più prezioso dell’intera India».
(Siyāsī Kashmakash, vol. III, pp. 76–77).
Quando la richiesta del Pakistan fu paragonata alla rivendicazione degli israeliani, il Maulana protestò vivacemente e dichiarò:
«A mio parere, non è assolutamente possibile paragonare la richiesta del Pakistan alla rivendicazione degli ebrei di una patria nazionale. La Palestina, in realtà, non è la patria degli ebrei. La situazione degli ebrei non era quella di possedere un Paese che fosse la loro patria nazionale e per la cui cultura si adoperassero. La loro vera posizione era piuttosto questa: un Paese non era affatto la loro patria nazionale, e tuttavia pretendevano che fosse loro data la possibilità di essere riuniti lì, provenendo da diverse parti del mondo, per stabilirvisi, e che quel Paese fosse trasformato con la forza nella loro patria nazionale. La base della richiesta del Pakistan, al contrario, è questa: le regioni in cui i musulmani sono maggioranza costituiscono la loro patria nazionale. I musulmani sostengono che, poiché nell’attuale sistema democratico la loro permanenza insieme alle altre regioni dell’India danneggia l’entità politica della loro patria nazionale, essi debbano essere protetti da tale situazione e che, nell’India indivisa, invece di un unico Stato indipendente, debbano esistere due Stati indipendenti, chiamati “India indù” e “India musulmana”. In altre parole, i musulmani non chiedono che venga creata per loro una patria nazionale. Sostengono piuttosto che venga loro riconosciuto il diritto di istituire uno Stato indipendente, separatamente, nella patria nazionale che già possiedono».
(Tarjumān al-Qurʾān, luglio–ottobre 1944).
Da parte della Lega Musulmana si proclamava con grande enfasi che il Pakistan sarebbe stato un autentico Stato islamico. In alcuni ambienti della Lega si avvertiva la necessità di elaborare una bozza contenente i principi fondamentali per il sistema sociale islamico per il quale era stato avviato il movimento. A questo scopo fu costituito un comitato di ʿulamāʾ da parte della Lega Musulmana provinciale dell’UP. Tra i suoi membri meritano particolare menzione Maulana Sayyid Sulaymān Nadwī, Maulana Sayyid Abū al-Aʿlā Mawdūdī, Maulana ʿAbd al-Mājid Daryābādī, Maulana Āzād Subhānī, Nawab Muḥammad Ismāʿīl (il Nawab di Chhatari), Nawab Shamsul Hasan e Chaudhry Khaliquzzaman.
Il presidente del suddetto comitato era il Nawab Muhammad Ismail Khan di Chhatari. Nella prima settimana di gennaio del 1941, il Nawab di Chhatari scrisse al Maulana, invitandolo a partecipare alla riunione del comitato della «Nadwatul Ulama» di Lucknow. La lettera che il Maulana indirizzò a Sayyid Abul Hasan Ali Nadwi di «Nadwa» prima di partecipare alla riunione è stata inserita alla fine dell’opera descrittiva intitolata «Il mio libro prediletto».
Il signor Kamruddin Khan, lettore presso il Central Institute of Islamic Research, racconta che una volta, nel 1941, incontrò il Quaid-e-Azam su invito del Maulana Maududi. Egli fornisce il seguente resoconto al riguardo:
«Attraverso il Raja di Mahmudabad fu organizzato il nostro incontro presso il Gulrana Bhavan di Delhi. Il Quaid-e-Azam ascoltò le mie parole con estrema pazienza per quarantacinque minuti. Poi disse di apprezzare moltissimo il servizio reso dal Maulana Maududi. Tuttavia, per i musulmani del subcontinente, ottenere uno Stato indipendente era più urgente della sua nobile vita e della sua attività. La Jamaat opera per un grande obiettivo, mentre la Lega si sta adoperando per una soluzione immediata di quel problema. Perché, se esso non viene risolto, l’opera della Jamaat non potrà compiersi.
— Settimanale Thinker (un articolo del 27 dicembre 1963).
Dalla discussione precedente risulta chiaramente dimostrato che il Maulana Maududi non fu soltanto un sostenitore del Movimento per il Pakistan; al contrario, lo aiutò in ogni modo, ne accrebbe lo slancio e diede risposte inconfutabili e razionalmente fondate alle dichiarazioni e alle critiche contrarie al movimento. Tuttavia, non aderì alla Lega Musulmana, né poté farlo. Un partito costituito radunando persone di carattere e ideologie diverse, persino di ideologie contrarie all’Islam, non può mai orientarsi verso un grande ideale. Il Maulana possedeva questa consapevolezza. La prova più evidente è che le profezie da lui formulate al riguardo molto prima della spartizione dell’India si sono riflesse, dopo la creazione del Pakistan, in ogni singola parola, e continuano a farlo ancora oggi. Spero che ciò elimini l’errore di quanti nutrono un’opinione sfavorevole sul Maulana.
Maulana Maududi — dopo la storica Risoluzione di Lahore
Sotto la guida della Lega Musulmana, i musulmani indiani adottarono infine la Risoluzione sul Pakistan durante la storica sessione della Lega tenutasi a Lahore il 23 marzo 1940. Il punto fondamentale del Movimento per il Pakistan era il seguente: riconoscere i musulmani come una nazione distinta e concedere loro, nel subcontinente indiano, una patria separata dove potessero istituire uno Stato completo secondo la loro religione, la loro civiltà e le loro tradizioni. Sebbene il Movimento per il Pakistan proseguisse nel nome dell’Islam, il Maulana Maududi aveva compreso chiaramente che esso non era affatto favorevole né idoneo all’instaurazione dell’Islam. Infatti, invece di procedere verso la destinazione proclamata, la Lega Musulmana aveva cominciato a muoversi per una strada diversa e in una direzione diversa. Le cause potevano essere di due tipi. Primo: forse mancava una piena sincerità nelle sue intenzioni; oppure, secondo: essa non conosceva un metodo corretto e scientifico per raggiungere la meta.
Sei mesi dopo l’adozione della Risoluzione sul Pakistan, l’11 settembre, il Maulana Maududi tenne un lungo discorso in un’assemblea organizzata nella Strachey Hall dell’Università di Aligarh dall’«Anjuman-i Islami Tarikh o Tamaddun». Il tema del suo discorso era «Come si istituisce uno Stato islamico?» (Islami Hukumat Kis Tarah Qayam Hoti Hai?). Il suo discorso fu pubblicato in forma di opuscolo in urdu, inglese, bengalese e in altre lingue. L’opera «La via della rivoluzione islamica» è la traduzione bengalese di quel discorso.
Nel discorso, il Maulana disse:
«Lo Stato islamico è puramente uno Stato fondato su un ideale. È completamente libero dal nazionalismo ristretto e dalla sua influenza diretta o indiretta. In realtà, è proprio questa prima caratteristica del governo islamico a conferirgli una totale distinzione da tutti gli altri Stati del mondo. In inglese, questo tipo di Stato è chiamato IDEOLOGICAL STATE. Il mondo non ha avuto che rare occasioni di conoscere uno Stato fondato su un simile ideale. Coloro che, pur essendo nati in una società musulmana, hanno tratto le proprie concezioni e dottrine sociali dalla storia, dalla politica e dalle scienze sociali europee, non possono accogliere questo idealismo nella loro mente e nel loro pensiero.» (La via della rivoluzione islamica, p. 48).
Il Maulana aggiunse:
«L’intera struttura dello Stato islamico è edificata sul fondamento della sovranità di Allah l’Altissimo. Questa è, in realtà, la seconda caratteristica del governo islamico. L’intero universo è il regno esclusivo di Allah l’Altissimo; Egli solo ne è il Signore, il Governante e il Legislatore. Questo è il concetto fondamentale della politica dello Stato islamico. Nessun individuo, famiglia, classe o nazione, né l’umanità intera, possiede alcun diritto di sovranità. Il diritto di elaborare le leggi dello Stato e di impartire ordini e direttive appartiene esclusivamente ad Allah l’Altissimo, e a nessun altro. L’uomo deve operare in questo mondo in qualità di khalīfa, ossia rappresentante, di Allah l’Altissimo. Questo è l’unico metodo giusto e corretto per governare gli Stati della terra.» (La via della rivoluzione islamica).
Riguardo alle qualità speciali necessarie per governare uno Stato islamico, il Maulana disse:
«Per governare uno Stato islamico è indispensabile stabilire una particolare disposizione mentale, una particolare natura e un particolare tipo di attività. Esso non può essere paragonato in alcun modo a qualsiasi altro sistema statale. Il suo esercito, la sua polizia, i suoi tribunali, la sua economia, le sue leggi e la sua politica, la sua politica di trattati e di guerra, nonché tutte le attività ad esse connesse, sono completamente diversi da quelli di uno Stato privo di religione. I giudici e i presidenti dei tribunali di uno Stato materialista e irreligioso non sono neppure degni di diventare scrivani o inservienti del governo islamico. L’ispettore generale della polizia di quello Stato non potrebbe essere nominato neppure al grado di semplice agente nel governo islamico. Il suo feldmaresciallo non potrebbe entrare nemmeno nell’esercito ordinario di questo Stato. Il suo segretario agli Esteri, lungi dal poter ricoprire una carica in uno Stato islamico, meriterebbe di essere esiliato per i reati di propaganda menzognera, frode e tradimento.» (La via della rivoluzione islamica, p. 11).
Nel suo discorso, il Maulana affermò chiaramente che, poiché lo Stato islamico è uno Stato fondato su un ideale, per costruirlo e governarlo è innanzitutto necessario creare alcune persone di carattere pienamente conforme all’ideale islamico e dotate di qualità islamiche, nonché un ambiente corrispondente. Altrimenti, uno Stato fondato su un simile ideale è impossibile. A titolo d’esempio, disse:
«Rousseau, Voltaire, Montesquieu e gli altri leader avevano creato in Francia, nel corso di lungo tempo, un particolare ambiente morale e mentale fondato su un determinato ideale; fu proprio il risultato di ciò a rendere possibile la rivoluzione secondo i loro obiettivi. La rivoluzione russa poté essere realizzata soltanto attraverso il pensiero di Marx, la leadership di Lenin e Trotsky e l’attività rivoluzionaria di migliaia di militanti comunisti profondamente formati all’ideologia del comunismo, e in nessun altro modo. Il nazionalsocialismo tedesco poté mettere radici e affermarsi soltanto in quel particolare ambiente morale, psicologico e culturale che era stato creato dalle ricerche, dal pensiero e dalle dottrine di Hegel, Fichte, Goethe, Nietzsche e di innumerevoli altri pensatori come loro, nonché dalla temeraria leadership di Hitler. Allo stesso modo, la rivoluzione islamica sorgerà e lo Stato islamico sarà istituito soltanto quando si leverà un movimento di massa fondato sull’ideale e sulla dottrina del Corano e sul carattere e sulle attività del Profeta Mustafa (pace e benedizioni su di lui). E sarà allora possibile trasformare radicalmente, mediante una lotta più vigorosa, l’intera base mentale, morale, psicologica e culturale della vita sociale. Nessuna rivoluzione islamica può nascere dal movimento nazionalista. Dietro di esso vi è infatti un sistema educativo errato, e le sue fondamenta poggiano su una mentalità opportunistica e sull’indisciplinata tendenza a lasciarsi trascinare senza meta dalla corrente conformista dei tempi. In realtà, nel campo della filosofia dello Stato e della società, come l’ex ministro francese monsieur Reynaud, io non credo affatto a eventi innaturali di questo genere. Questa è la mia sincera convinzione. Quale sarà l’opera, tale sarà il risultato: non è possibile alcuna eccezione a questa regola.» (La via della rivoluzione islamica, pp. 18-19).
Criticando aspramente il tipo di movimento e di metodo d’azione che veniva portato avanti per il Pakistan, ossia per un governo islamico, il Maulana afferma:
«Una parte dei musulmani ritiene che tutte le sofferenze finiranno non appena si riuscirà in qualche modo a organizzare la nazione musulmana. Basterebbe radunare una nazione chiamata musulmana su una determinata piattaforma e organizzarla e guidarla sotto una leadership centrale, perché lo Stato islamico si instaurasse automaticamente. In realtà, però, ciò non è altro che un’irrealistica fantasticheria. Inoltre, non vi è dubbio che si tratti soltanto di una visione e di un metodo d’azione ciecamente nazionalistici. Qualunque nazione desideri affermare nel mondo il proprio dominio deve adottare questo metodo, qualunque sia la religione o il Paese cui appartiene. Il tratto distintivo più importante di un leader accecato dall’amore per la propria nazione è che sa parlare comprendendo i tempi e le opportunità, sa ricorrere a diversi espedienti e possiede in piena misura la capacità di impartire direttive e guidare il proprio gruppo. È innegabile che sotto la guida di un simile leader una nazione possa ottenere un notevole progresso. Analogamente, se i musulmani fossero soltanto il nome collettivo di una nazione composta da un lignaggio ereditario o dotata di una tradizione storica. Ma non è necessario ripeterlo: con una simile leadership e un simile metodo d’azione non si può creare alcuna rivoluzione islamica, né si può istituire per mezzo loro uno Stato islamico.» (La via della rivoluzione islamica, pp. 20-21.)
Nell’India indivisa il movimento per il Pakistan procedeva certamente con pieno vigore, ma non era stato compiuto alcun tentativo di riformare una società traviata e priva di carattere, né era stato adottato alcun programma al riguardo. Nella società la coscienza islamica e la condizione morale erano in uno stato estremamente anarchico. Si tentava di istituire uno Stato islamico portandosi dietro le scorie e i difetti morali dell’epoca dell’ignoranza. Il Maulana protestò con veemenza contro tutto ciò e disse:
«Se si radunasse la folla di una nazione la cui condizione morale è tanto vile e degradata e se con essa si formasse un esercito, oppure la si rendesse astuta come una volpe mediante l’educazione politica, o ancora, rendendola esperta nell’arte della guerra, si risvegliasse in essa la ferocia della tigre, forse sarebbe facile conquistare il dominio del mondo della giungla; ma con il suo aiuto non è assolutamente possibile diffondere la religione dell’Islam, la dīn del Dio Onnipotente, né instaurare un governo islamico. In una situazione simile, infatti, nessuno al mondo riconoscerebbe la loro superiorità morale, nel cuore di nessuno si risveglierebbero la commossa sensibilità e l’ispirazione dell’Islam e, proprio per tutte queste ragioni, non ci sarebbe mai concesso di assistere allo spettacolo affascinante dell’ingresso, a schiere, degli uomini del mondo nei confini dell’Islam.» (La via della rivoluzione islamica, p. 22.)
Indicando, attraverso un’analisi scientifica, gli errori del percorso sbagliato seguito dalla Lega Musulmana nel condurre il proprio movimento, il Maulana Maududi afferma:
«Non riesco a capire come, una volta istituito uno Stato nazionale privo di religione, sarebbe possibile in un futuro indefinito trasformarlo e ricostruirlo secondo l’ideale islamico. Se, secondo le regole democratiche, tra gli elettori del Paese non si saranno risvegliati la dottrina islamica, il carattere e la mentalità islamici e i valori islamici, e se essi non saranno stati previamente abituati a vivere secondo lo stile di vita islamico, allora dal loro voto non potrà mai essere eletto in parlamento o nell’assemblea legislativa un individuo veramente musulmano. Di conseguenza, il potere dello Stato finirà nelle mani di persone che, pur essendo registrate nei registri del censimento come “musulmane”, non manifestano il minimo sentore dell’Islam quanto a dottrina e pensiero, ideali e metodo d’azione. Affidando il potere dello Stato a persone di questo tipo, anche dopo aver ottenuto la piena libertà e uno Stato indipendente saremo costretti a vivere esattamente nella stessa condizione in cui vivevamo prima dell’indipendenza, sotto il dominio di uno Stato non musulmano. Anzi, potrebbe sorgere una situazione ancora peggiore e più pericolosa. Infatti, lo Stato nazionale sul quale sarà apposta l’etichetta di “governo islamico” sarà ancora più audace e impavido di uno Stato non musulmano nel bloccare la via della rivoluzione islamica. Persino per quei reati per i quali uno Stato non musulmano comminerebbe la reclusione, lo “Stato nazionale musulmano” comminerà la pena di morte e l’esilio. E, nonostante ciò, i capi dello Stato nazionale musulmano saranno chiamati, durante la loro vita, “ghāzī” e “valorosi muǧāhid”, e dopo la morte “glorificati”. Pertanto, ritenere che uno Stato nazionale musulmano possa contribuire all’istituzione di uno Stato islamico è del tutto errato.» (La via della rivoluzione islamica, p. 28.)
È superfluo dirlo: le parole sopra citate del saggio e lungimirante Maulana si sono riflesse alla lettera nel giro di pochi anni dalla nascita dello Stato del Pakistan, e continuano a farlo ancora oggi.
Il Maulana osserva inoltre nella suddetta opera:
«Ma ora la domanda è questa: se vogliamo davvero fondare uno Stato islamico, quale via dobbiamo seguire? Molte persone nella nostra società hanno nuovamente riposto ogni cosa nelle mani dei dirigenti e se ne stanno con le mani in mano. La loro fiducia è che saranno proprio i dirigenti a instaurare il governo islamico. Perciò essi non hanno bisogno di fare nulla. Ma anche questa concezione è altrettanto errata quanto lo era il metodo seguito agli inizi del movimento per l’organizzazione nazionale dei musulmani e per la fondazione dello Stato.» (La via della rivoluzione islamica, pp. 28-29)
È motivo di profondo rammarico che, nonostante nella sua conferenza alla Strachey Hall dell’Università musulmana di Aligarh avesse analizzato il quadro completo dello Stato islamico, il metodo scientifico per istituirlo, il suo percorso e le sue caratteristiche, nonché le terribili conseguenze di un metodo errato, la Lega Musulmana continuasse a operare sconsideratamente secondo il suo metodo consueto. Grazie alla sua lungimiranza, il Maulana aveva compreso chiaramente che, come conseguenza di un movimento popolare, sarebbe forse, o certamente, nato un nuovo Stato. Tuttavia, invece di diventare uno Stato islamico, esso sarebbe stato guidato lungo una via così erronea che, per salvarlo dalle sue terribili conseguenze, sarebbe stato necessario adottare preventivamente le opportune misure. Infatti, il quadro del futuro si era già delineato nella mente del Maulana. Egli, naturalmente, non era un profeta del futuro. Ma aveva potuto comprenderlo grazie alla conoscenza acquisita dall’esperienza passata della storia e ai nessi scientifici di causa ed effetto. Nella suddetta conferenza disse:
«Se un albero, dal momento in cui emerge dal grembo della terra fino a diventare un albero maturo, è un arancio, non può improvvisamente produrre manghi quando giunge il momento di dare frutti.»
Per questo poté formulare anche un’affermazione chiara sul futuro del movimento per il Pakistan.
Creare l’ambiente per il movimento islamico
Per dare forma concreta al quadro dell’ordinamento della vita islamica che il Maulana Sayyid Abul A‘la Maududi aveva tracciato nella sua mente, egli dovette, instancabilmente e per anni, tessere una rete di riflessione e di ispirazione, creando l’ambiente e il contesto necessari. Per comprendere adeguatamente l’immane lavoro e la disciplina spirituale che dovette affrontare, con infinita pazienza, squarciando le tenebre della disperazione, presento ai lettori i temi principali della trattazione seriale del Targumanul Qur’an. Da ciò potranno comprendere questa verità: quanto fosse arduo avviare un autentico movimento islamico tra una nazione musulmana corrotta e decaduta sotto il profilo dell’aqida, delle convinzioni, del pensiero e delle azioni; e fu proprio questo che il Maulana Maududi fece. Non chiunque, semplicemente desiderandolo, né in qualsiasi momento, può edificare un movimento islamico. A tal fine sono necessari una profonda conoscenza e una vasta erudizione dell’Islam, cioè del Corano e della Sunna; un talento scrittorio incomparabile per esprimerli in un linguaggio semplice, chiaro e capace di parlare al cuore; saggezza e abilità per condurre la società umana traviata sulla via della verità e della luce. Sono inoltre necessari sensibilità d’animo, infinita pazienza e tolleranza, la capacità di comporre opere letterarie destinate a durare nel tempo e un’incomparabile competenza organizzativa. Allah Ta‘ala gli aveva donato tutto ciò in maniera perfetta.
La fondazione della Jamaat-e-Islami
Per l’istituzione del «Din al-Haqq», il Maulana Abul A‘la Maududi avviò il movimento attraverso la sua rivista mensile Targumanul Qur’an. Per dirigere adeguatamente qualsiasi movimento e tradurlo in realtà, è necessaria una jamaat, ovvero un’organizzazione o un partito. Senza uno sforzo e una lotta collettivi e pienamente coordinati, non è affatto possibile condurre alcun movimento. A questo scopo, nel 1941 il Maulana fondò un’organizzazione chiamata Jamaat-e-Islami. È necessario esaminare dettagliatamente perché, durante il movimento per il Pakistan, fosse necessario fondare un’altra organizzazione chiamata Jamaat-e-Islami e quale situazione dovessero affrontare i musulmani indiani dell’epoca sul piano politico, religioso, morale e culturale. Dobbiamo anche sapere chiaramente se la Lega Musulmana fosse in grado di soddisfare ogni tipo di esigenza dei musulmani e, in caso contrario, quale alternativa avrebbe potuto essere adottata.
Il governo britannico aveva compreso, fin dalla fine del XIX secolo, che agli abitanti dell’India doveva essere riconosciuto il diritto di partecipare al governo del Paese, e che ciò sarebbe avvenuto attraverso istituzioni democratiche. Questa democrazia, a sua volta, sarebbe stata simile a quella vigente in Inghilterra. Il governo britannico riteneva che, come gli inglesi, anche gli abitanti dell’India costituissero un’unica nazione, indipendentemente da razza e religione. Tra loro, il gruppo maggioritario avrebbe amministrato il governo, mentre quello minoritario, rimanendo all’opposizione, avrebbe cercato di conquistare la maggioranza. Alla base di tutto ciò vi era inoltre la loro filosofia culturale e politica, secondo la quale la religione doveva rimanere confinata alla vita privata dell’uomo e lo Stato doveva essere laico. I cambiamenti costituzionali avviati sulla base di questa visione e di questa filosofia politica potevano giovare soltanto a coloro che costituivano la maggioranza in India. Per questo il governo britannico non solo era disposto ad accettare tale sistema, ma cominciò anche a sostenerlo con vigore. Nel frattempo, fin dall’inizio, l’intero movimento del Congresso indiano procedeva con l’intento di cercare di formare un governo responsabile secondo quella visione. Ma, poiché per i musulmani l’idea di un simile Stato nazionale, democratico e laico era pari al veleno, essi si trovarono di fronte a questo enorme problema.
In un primo momento pensarono che fosse meglio non concedere agli abitanti del Paese il diritto all’autogoverno, lasciandolo piuttosto nelle mani dei governanti britannici. In seguito, però, accettarono il principio fondamentale della costituzione di uno Stato democratico basato sull’idea di un’unica nazione. Allo stesso tempo, cercarono di ottenere per sé garanzie legali che consentissero loro di preservare la propria identità. Poi, improvvisamente, durante il movimento per il Califfato, cominciarono a lanciare lo slogan dell’unità indù-musulmana e, riponendo la loro fiducia nella comunità maggioritaria, accettarono di sottomettersi. In seguito tornarono a rivendicare garanzie legali. Ma su questa questione cominciarono gradualmente a sorgere divergenze tra loro. Un gruppo sosteneva che si dovesse prima raggiungere l’indipendenza unendosi alla maggioranza, per poi avanzare la richiesta di garanzie. Il secondo gruppo affermava invece che, prima di tutto, si dovessero predisporre garanzie per loro in quanto minoranza, e che solo dopo si sarebbe potuto intraprendere il movimento comune per l’indipendenza. Nessuno dei due gruppi, tuttavia, comprese che, all’interno del sistema democratico instaurato sul principio dell’unità nazionale, non può conservarsi alcuna identità nazionale distinta e che, in uno Stato privo di religione, non è possibile sviluppare alcuna cultura e civiltà religiosa.
In queste circostanze, nel 1935 fu approvata la Legge sul governo dell’India e nelle province indiane furono istituiti nuovi governi sulla base di una piena autonomia provinciale. Si poté così constatare, con la prova dei fatti, che in questo Paese la comunità maggioritaria avrebbe continuato ad amministrare il governo sulla base dei principi dell’unità nazionale, della democrazia e della laicità, cioè dell’assenza di religione.
Il lungimirante Maulana Mawdudi rifletté sulla necessità di esporre chiaramente ai musulmani la terribile situazione cui, in futuro, sarebbero andati incontro a causa di un simile sistema. Per lui era chiaro come la luce del giorno che, sotto un tale sistema, nessuna garanzia legale avrebbe potuto proteggere i musulmani e la loro cultura e civiltà dall’essere assorbiti nella cultura e civiltà della maggioranza. Riconoscendo questo pericolo, dal 1937 al 1939 il Maulana scrisse ininterrottamente, per tre anni consecutivi, sulla rivista Tarjuman al-Qur’an, gli articoli intitolati «Musulmani e l’attuale conflitto politico» e «La questione della nazionalità», che furono pubblicati in seguito in forma di libro. Attraverso questi articoli cercò di far comprendere ai musulmani che, se avessero accettato la costituzione di uno Stato democratico e privo di religione sul principio dell’unità nazionale, ciò sarebbe equivalso al loro suicidio.
In seguito, tra i musulmani cominciò a manifestarsi una certa consapevolezza. Ora comprendevano chiaramente che, sotto il governo democratico instaurato sulla base dell’unità nazionale, nessuna garanzia legale sarebbe stata loro di alcuna utilità. Ma allora, quale sarebbe stata la soluzione? Un gruppo propose di chiedere la divisione dell’India e la separazione dall’India delle regioni a maggioranza musulmana. Inizialmente molti non furono disposti ad accettare questa proposta. Anche il signor Muhammad Ali Jinnah, dapprima, non vi era favorevole. Ritenevano infatti che in tal modo si sarebbe risolto il problema soltanto di una parte della nazione, mentre l’altra parte, assai più numerosa, dispersa nelle varie regioni dell’India come una debole minoranza, sarebbe stata lasciata alla mercé dell’India indù.
Proprio in quel periodo il Maulana Mawdudi pubblicò il terzo volume di «Conflitto politico». In quest’opera il Maulana Mawdudi afferma che l’unica ragione per cui i musulmani indiani si sono trovati di fronte a questo problema è che, considerandosi una nazione, pensano che in una democrazia la loro forza dipenda dal numero. Per questo si sono trovati ad affrontare un duplice problema. Se l’India fosse rimasta indivisa, sarebbero stati distrutti; se invece fosse stata divisa, metà della nazione sarebbe stata abbandonata alla clemenza degli indù indiani. Il Maulana sostiene però che i musulmani indiani non sono in realtà soltanto una nazione, bensì un gruppo ideologico, una millat. Non sono una nazione ereditaria come i tedeschi, i francesi o gli inglesi. Possiedono una visione autonoma della vita, un ideale e un grande scopo esistenziale. È grazie a questo ideale che in passato hanno conquistato un Paese dopo l’altro. Anche i milioni e milioni di musulmani dell’India odierna sono stati conquistati da questo stesso ideale. Pertanto, se invece di lottare per i diritti e gli interessi nazionali i musulmani lotteranno per il proprio ideale e la propria visione della vita, accadrà che nessuno potrà distruggerli in India; anzi, si potrà persino sperare che un giorno la bandiera dell’Islam sventoli su tutta l’India. Ciò perché nessun’altra nazione o gruppo possiede, per l’India, un ideale vivo come quello che l’Islam ha dato ai musulmani.
Il Maulana espose questa sua dottrina ai musulmani indiani. Ma la maggior parte delle persone non le prestò alcuna attenzione. Nel 1940, alla sessione di Lahore della Lega Musulmana, fu adottata la Risoluzione sul Pakistan e si sviluppò un vigoroso movimento a suo favore come obiettivo nazionale.
In seguito, naturalmente, due questioni cominciarono a preoccupare le persone riflessive. La prima era questa: se, dopo il movimento per il Pakistan, Dio non voglia, i musulmani fossero rimasti delusi, come si sarebbe potuto proteggere l’Islam, la cultura e civiltà islamica e l’identità dei musulmani dalle conseguenze di una simile sconfitta nazionale? La seconda: una volta costituito il Pakistan, come si sarebbe potuta mantenere accesa la luce dell’Islam tra i milioni e milioni di musulmani dell’India? E, considerando che il movimento per il Pakistan era guidato da quelle persone, come si sarebbe potuto impedire che il Pakistan diventasse una seconda Turchia?
Queste due questioni avevano preoccupato il Maulana. Pertanto, dopo molte riflessioni e ricerche, nel 1941 fondò un partito chiamato Jama’at-e Islami. Il suo scopo era quello di formare, attraverso questo partito, in questo subcontinente indo-pakistano, alcuni autentici soldati dell’Islam, che avrebbero continuato a lottare per tenere alta la bandiera del messaggio dell’Islam in questo Paese. Se il movimento per il Pakistan fosse fallito, essi avrebbero protetto i musulmani dalle terribili conseguenze della sconfitta nazionale e, dopo la nascita del Pakistan, lo avrebbero aiutato a seguire la retta via.
L’organizzazione della Jama’at-e Islami
«Ora il futuro dell’umanità dipende dall’Islam. Tutte le ideologie create dall’uomo hanno fallito. Non vi è più alcuna possibilità che una sola di esse abbia successo. Tra gli uomini non vi è neppure più tanto coraggio da crearne una nuova e rischiare la vita per sottoporla a prove e sperimentazioni. In questa situazione, l’Islam è l’unica ideologia e l’unica via dalla quale l’uomo possa sperare nel bene e nel progresso; sarà il sistema di vita completo dell’umanità, seguendo il quale l’uomo potrà liberarsi dalla distruzione.»
Nel numero di aprile del 1941 di Tarjuman al-Qur’an, il Maulana Maududi scrisse un articolo intitolato «La necessità di una Jama’at virtuosa». In esso, dopo aver illustrato dettagliatamente il fallimento dello shirk, dell’ascetismo e del moderno sistema di vita materialista dell’Occidente, espresse il commento sopra riportato e disse che ormai la salvezza dell’umanità risiede unicamente nell’Islam. Naturalmente, ciò non significa che, continuando a diffondere l’Islam, si possa conquistare il mondo intero. La verità è che per sradicare ogni civiltà occorrono una forza e un partito. E per una nuova civiltà occorrono anche un nuovo orientamento del pensiero e un nuovo partito. Pertanto, per liberare il mondo dal pericolo di una futura epoca oscura e permettergli di trarre beneficio dal contributo dell’Islam, non è sufficiente che esista già una corretta ideologia. È altresì necessaria, insieme alla corretta ideologia, una Jama’at o un partito virtuoso.
Dopo aver detto che ogni membro di questa Jama’at o partito doveva essere di livello assai elevato per quanto riguarda la fede e le opere, egli afferma che bisogna recidere ogni rapporto con l’attuale civiltà e cultura e con i suoi seguaci. Bisogna rinunciare a ogni tipo di beneficio, piacere, comodità e speranza o aspirazione di progresso legati a questo sistema di civiltà e di società. In seguito, per sradicare un sistema sociale errato e instaurarne al suo posto uno corretto, bisogna sopportare tutte le perdite materiali, le sofferenze, le difficoltà e le calamità inevitabili. Questa rivoluzione richiede uno sforzo totale, al quale bisogna consacrare la propria vita, i propri beni e il proprio tempo prezioso. Bisogna accettare ogni genere di fatica mentale e fisica. Bisogna essere pronti alla prigione, all’impiccagione, alle torture, alle pene e simili. I propri beni possono essere confiscati e la moglie, i figli e i familiari possono essere esposti alla rovina. Tutto questo bisogna accettarlo con il sorriso sulle labbra. Se necessario, bisogna sacrificare anche la propria vita su questa via. Senza percorrere un cammino tanto impervio, nel mondo non è mai giunta alcuna rivoluzione in passato, né può giungerne una oggi.
A proposito degli uomini di elevata statura morale, temprati nel fuoco della prova, il Maulana dice:
«Ci viene detto: dove si potranno mai trovare persone di questo genere in quest’epoca? Persone simili erano state create in un’epoca pura e nobile. Ma il Creatore ha cessato per sempre di creare persone di quel genere.»
In realtà, si tratta di un’idea errata, di una superstizione. Questa superstizione è sorta proprio nella mente di coloro che sono stati vittime della disperazione. Nel mondo si trovano persone dotate di ogni sorta di capacità in ogni epoca. Se, avendo fede in Hitler, Marx e Gandhi, la gente può fare così tanto, allora, avendo fede in Dio, non si può fare proprio nulla? Se l’attrazione per la patria è così grande che l’uomo può sacrificarle la vita e i beni, allora non vi è neppure un’attrazione tanto grande per il compiacimento e la vicinanza di Dio?
Nell’articolo intitolato «L’organizzazione della Jamaat-e-Islami», il Maulana, spiegando nel «Tarjuman al-Qur’an» le ragioni della fondazione della Jamaat, disse:
«Io e molte altre persone d’accordo con me, negli ultimi tre anni, abbiamo cercato di fare in modo che i grandi gruppi attualmente esistenti tra i musulmani, tutti insieme o almeno uno di essi, introducessero nei loro metodi organizzativi e nei loro programmi alcuni cambiamenti tali da soddisfare questa esigenza dell’Islam e rendere superflua la fondazione di un nuovo gruppo. Ma, purtroppo, il nostro tentativo non ha avuto successo. In seguito, non ci è rimasta altra possibilità che riunire coloro che non sono soddisfatti delle attività degli attuali gruppi e desiderano operare sulla base dei veri principi islamici. Pertanto, nell’agosto del quarantuno, fu convocata una conferenza con la loro partecipazione e, sulla base della consultazione reciproca, fu costituita la Jamaat-e-Islami.»
Jamaat-e-Islami
Desidero presentare ai lettori come e in quali circostanze fu fondata la Jamaat-e-Islami.
Nel terzo volume della sua opera «Musalmān aur Maujūdah Siyāsī Kashmakash», il Maulana Maududi spiega il movimento islamico, descrive la necessità di fondare un gruppo per portarlo avanti e presenta anche una bozza del metodo organizzativo di tale gruppo. In seguito, nel numero di Safar dell’anno 1360 dell’Egira del «Tarjuman al-Qur’an», il Maulana Maududi rivolse un appello alla popolazione musulmana, invitando coloro che accettavano le suddette idee e concezioni e desideravano agire di conseguenza a mettersi in contatto con l’ufficio del «Tarjuman». Nel giro di pochi giorni cominciarono ad arrivare notizie secondo cui un numero considerevole di persone era interessato a costituire un gruppo islamico e a lavorare per esso. Pertanto, tutti gli interessati furono invitati a riunirsi a Lahore il 1º Sha‘ban dell’anno 1360 dell’Egira, corrispondente al 25 agosto 1941.»
Alla conferenza parteciparono complessivamente settantacinque persone, provenienti da diverse parti del Paese. Il primo giorno, varie persone rivolsero al Maulana domande su diversi argomenti. Il Maulana fornì risposte soddisfacenti a tutte.
Il secondo giorno la sessione iniziò alle otto del mattino. Anzitutto, nel suo discorso, il Maulana illustrò dettagliatamente la storia del movimento islamico fino a quel momento. Presentando il dīn come un movimento, disse: «Dobbiamo fare in modo che nella nostra vita la religiosità non rimanga inattiva e stagnante, come se fosse una questione puramente personale. Al contrario, dobbiamo poter stabilire il dīn nella totalità della nostra vita e lottare per sradicare le forze reazionarie. La fondazione di Darul Islam nel 1938 fu il primo passo in questa direzione. A quel tempo i miei collaboratori erano soltanto quattro. Questo piccolo inizio era estremamente modesto. Eppure non ci siamo scoraggiati. Al contrario, per grazia di Dio, continuarono l’invito al movimento islamico e il lavoro volto a formare, per questo movimento, una concezione e una mentalità adeguate. Per grazia di Allah, i collaboratori cominciarono ad aumentare, uno o due alla volta. In diverse parti del Paese iniziarono a sorgere piccole sedi distaccate di persone di questo genere. Parallelamente, proseguirono anche la pubblicazione di letteratura islamica e il lavoro fondamentale di da‘wa e tabligh. Infine, dopo aver esaminato e valutato le reazioni suscitate dal movimento, si comprese che ormai si era creato un terreno adatto a fondare la Jamaat-e-Islami e a condurre il movimento islamico in modo organizzato. È per questo motivo che è stata convocata questa conferenza.»
Dopo aver analizzato questo contesto, il Maulana disse: «È innanzitutto necessario che comprendiamo bene quale sia la differenza fondamentale del movimento islamico rispetto a tutti i movimenti che sono stati generalmente attivi in passato e lo sono tuttora tra i musulmani.»
«Primo: forse alcuni di questi movimenti vengono condotti basandosi su una parte specifica dell’Islam o su qualche obiettivo mondano. Il nostro movimento, invece, si baserà sull’Islam nella sua interezza.»
«Secondo: la loro organizzazione partitica è stata strutturata secondo i metodi degli altri partiti del mondo. Noi, invece, adottiamo esattamente quel sistema organizzativo che esisteva originariamente nella comunità fondata dal Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui).»
«Terzo: quando in questi partiti viene ammessa una persona, lo si fa nella convinzione che, essendo nata nella comunità musulmana, debba necessariamente essere una vera musulmana. Il risultato è stato che in questi partiti sono penetrate, dai membri e dagli attivisti fino ai dirigenti, molte persone che sotto il profilo morale non sono affatto affidabili e non sono neppure capaci di assumersi grandi responsabilità. Noi, invece, non accettiamo nessuno nel nostro partito partendo dal presupposto che “debba essere musulmano”. Al contrario, lo accettiamo soltanto quando, avendo compreso il significato, l’essenza e le implicazioni della Kalima Tayyiba, si impegna a credere in essa. Dopo l’adesione, la condizione indispensabile per rimanere membro del partito è che egli soddisfi i requisiti minimi richiesti dalla fede. In questo modo, insha’Allah, dal seno della comunità musulmana saranno selezionate e si uniranno a questo partito soltanto persone rette.»
Dopo aver analizzato in questo modo le ragioni della formazione di un partito islamico, il suo metodo organizzativo e le differenze comparative rispetto agli altri partiti, il Maulana Maududi lesse la bozza dello statuto della Jamaat-e Islami. Naturalmente, una copia stampata era stata distribuita a tutti il giorno precedente. Dopo un’ampia discussione, lo statuto fu approvato all’unanimità, con modifiche minime.
Dopodiché il Maulana Maududi si alzò, recitò la Kalima della testimonianza e, rivolgendosi a tutti i presenti, dichiarò: «Siate tutti testimoni che rinnovo la mia fede e aderisco alla Jamaat-e Islami.»
Dopo di lui, uno alla volta, tutti recitarono la Kalima della testimonianza e dichiararono la loro adesione alla Jamaat. Durante la recitazione della Kalima, ciascuno piangeva sommessamente. Da una parte il timore di Allah e dall’altra l’emozione e il sentimento suscitati dall’assunzione di una grande responsabilità facevano tremare i loro cuori.
In un primo momento, settantacinque persone entrarono a far parte della Jamaat-e Islami, e la Jamaat-e Islami fu fondata proprio da loro. Il Maulana Maududi fu eletto all’unanimità Amir della Jamaat.
(a) Dopo l’elezione dell’Amir, il Maulana Manzur Nu’mani Sahib alzò le mani per la preghiera. Il signor Nu’mani pregò: O Dio! Alcuni Tuoi umili servi hanno deciso di diffondere il Tuo messaggio in tutto il mondo. Desiderano trasformare la società e purificare l’Islam dal contatto con la falsità. Noi siamo Tuoi umili, incapaci e deboli servi. Siamo sorti con un obiettivo così grande e nobile, sperando unicamente di ottenere il Tuo compiacimento. Concedici la capacità di fare in modo che, per tutta la nostra vita, questo scopo e questo obiettivo divengano parte inseparabile della nostra esistenza. Fa’ che possiamo restituire all’Islam la sua forma autentica.»
La preghiera del Maulana No’mani, pronunciata con voce rotta dalle lacrime, fece sgorgare dagli occhi di tutti un torrente di lacrime. Infuse nei cuori nuovo ardore ed entusiasmo, nonché l’incrollabile determinazione a percorrere la via di Dio.
Il partecipante, Hakim Maulana Muhammad Abdullah, disse: «Questa preghiera e l’eccezionale commozione che si era creata tra coloro che vi partecipavano mi affascinarono a tal punto che è qualcosa che non potrò mai dimenticare in vita mia. Ancora più affascinante, e destinato a rimanere impresso per sempre nel mio cuore, fu il fatto che, al termine del pasto degli ospiti, il Maulana Sayyid Abul A’la Maududi raccolse con le proprie mani le ossa, i resti e gli altri avanzi sparsi qua e là sulla tovaglia, ripulendo il luogo dove si era mangiato».
Questo fu il discorso pronunciato dal Maulana Maududi dopo essere stato eletto Amir:
«Tra voi non sono né il più sapiente né il più timorato di Dio. Sotto nessun altro aspetto sono superiore a voi. Tuttavia, poiché, riponendo la vostra fiducia in me, mi avete affidato la responsabilità di questo grande compito, io prego Allah — e pregate anche voi — affinché Egli mi conceda la forza di assolvere questa responsabilità e conservi intatta la vostra fiducia in me. Mi impegnerò al massimo delle mie capacità a svolgere questo compito con pieno timore di Dio e senso di responsabilità. Non trascurerò deliberatamente in alcun modo il compito che mi è stato affidato. Secondo la mia conoscenza e il mio sapere, non mancherò di seguire il Libro di Allah, la Sunna del Messaggero e le orme dei Califfi ben guidati. Tuttavia, se dovessi commettere qualche errore o deviazione e qualcuno di voi ritenesse che mi sia allontanato dalla retta via, non pensate che ciò sia stato intenzionale. Al contrario, mantenendo una buona opinione di me, cercate di correggermi. Finché rimarrò sulla retta via, collaborerete con me, seguirete le mie direttive, mi darete consigli sinceri, offrirete ogni possibile aiuto e collaborazione e vi terrete lontani da modalità d’azione che violino la disciplina della Jama‘at. Sono pienamente consapevole della grandezza di questo movimento e dei miei errori e delle mie mancanze. So che è un movimento guidato dai grandi profeti e messaggeri di Allah e che, dopo la fine dell’epoca della profezia, è stato portato avanti da uomini straordinari, i migliori della società umana. Quanto a me, non nutro neppure per un istante la falsa idea di essere degno di guidare questo grande movimento. Anzi, considero una sventura il fatto che ai vostri occhi non sia apparso nessuno più qualificato di me per questo immenso compito. … Non permetterò mai a me stesso di diventare un ostacolo sulla via di Dio. Non darò a nessuno l’occasione di dire: “Portate una persona inadatta”. E il posto che mi avete affidato rimarrà sempre vacante per lui. Naturalmente, non sono disposto a dire che, se nessun altro si farà avanti per portare avanti questo compito, neppure io mi farò avanti.»
«Questo movimento è lo scopo della mia vita. Per esso vivrò e morirò. Che altri percorrano o non percorrano questa via, io devo percorrerla. Se nessuno camminerà con me su questa via, camminerò da solo. Se il mondo intero si unirà per opporsi, dovrò combatterlo e non arretrerò.»
Majlis al-Shura
Dopo lo storico congresso di fondazione della Jama‘at-e Islami, l’Amir della Jama‘at annunciò i nomi dei membri del suo Majlis al-Shura. Il giorno seguente si tenne la riunione della Shura e il Maulana Maududi, Amir della Jama‘at, annunciò il seguente programma:
Coloro che si sono uniti a questa Jama‘at purificheranno se stessi e conformeranno il proprio modo di vivere all’Islam. D’altra parte, a tutti coloro che sono al di fuori di questa Jama‘at — siano essi non musulmani oppure musulmani che si sono allontanati dai doveri e dagli obiettivi religiosi — dovrà essere generalmente rivolto l’invito a negare la sovranità di chiunque altro all’infuori di Allah e a riconoscere la sovranità del Signore dei mondi. Dopodiché si dovranno intraprendere iniziative in base alle circostanze. Occorre tuttavia ricordare che sradicare un sistema sociale fondato sull’obbedienza a qualcuno diverso da Dio e instaurare un sistema di vita fondato sull’obbedienza a Dio non è affatto un compito facile. In questo processo, le perdite di vite, beni e ogni altra cosa sono inevitabili. Perciò dovranno farsi avanti in questo compito soltanto coloro che siano pronti ad accettare con il sorriso ogni genere di privazione, il sacrificio di ogni comodità, piacere e lusso, nonché ogni tipo di perdita.»
Nel manifesto della Jamaat-e Islami viene dichiarato quanto segue:
«La Jamaat-e Islami non è uno di quei movimenti che, in senso ristretto, vengono generalmente definiti politici, religiosi o riformatori. In realtà, è un movimento fondato su un ideale. Esso crede in una concezione della vita ampia e universale per l’essere umano. Intende attuare concretamente questa concezione della vita nel pensiero e nelle convinzioni umane, nel carattere e nella condotta, nell’istruzione e nell’educazione, nella letteratura e nelle arti, nella civiltà e nella cultura, nella religione e nella vita sociale, nei campi economico e politico e nell’amministrazione dello Stato. Secondo questa Jamaat, quando l’essere umano abbandona l’obbedienza a Dio, dimentica di dover rendere conto ad Allah nell’Aldilà e rifiuta di seguire la via indicata dai nobili profeti, allora diventa l’unica causa di ogni disordine e ingiustizia sulla Terra.»
In sintesi, la Jamaat-e Islami rivolge il proprio appello all’intera umanità principalmente su tre punti. Essi sono:
L’appello della Jamaat-e Islami
Alla società umana in generale e ai musulmani in particolare:
— Riconoscete la servitù a Dio e l’obbedienza ai profeti in ogni ambito della vita.
— Abbandonate ogni atteggiamento di discriminazione e ogni ipocrisia, e non associate nessuno a Dio.
— Rimuovete dalla leadership e dall’autorità le persone ostili a Dio e affidate ogni potere ai veri credenti e ai virtuosi che compiono buone opere, affinché la vita sia guidata esattamente secondo la via di Dio.
Se credete che questo appello sia veritiero, unitevi a noi. Riceverete personalmente la ricompensa presso Dio. Chiunque ostacoli quest’opera si prepari a rispondere delle proprie azioni davanti a Dio.
In definitiva, la Jamaat-e Islami si è levata portando la stessa missione per la quale i profeti di Allah vennero nel mondo e che raggiunse il suo pieno sviluppo attraverso l’ultimo Profeta, Hazrat Muhammad Mustafa (pace e benedizioni su di lui). Ciò significa che in ogni ambito della vita umana, nell’istruzione e nella formazione, nelle arti e nelle scienze, nella civiltà e nella cultura, nella vita sociale, economica e politica, nell’amministrazione dello Stato e sul campo di battaglia, negli affari e nel commercio, negli uffici e nei tribunali, nonché nella conclusione di trattati internazionali e nell’instaurazione di relazioni, si deve obbedire unicamente a Dio: questo è l’obiettivo della Jamaat-e Islami. Ciò è stato chiamato «Iquamat-e Din», ossia la piena istituzione della religione di Allah, l’Islam.
Nel 1943 d.C., la sede centrale della Jamaat-e Islami fu trasferita da Lahore a Darul Islam, a Pathankot, nel Punjab orientale. Nel 1945 vi si tenne la prima conferenza panindiana della Jamaat-e Islami.
Conferenza panindiana della Jamaat-e Islami
Nell’ottobre del 1942, la sede centrale della Jamaat-e Islami fu trasferita da Lahore a Darul Islam, a Pathankot, nel Punjab orientale. Nel 1945 vi si tenne la prima conferenza panindiana della Jamaat-e Islami.
Qui viene riportato un breve estratto del discorso che Maulana Maududi pronunciò davanti ai membri in occasione di questa conferenza.
È opportuno ricordare che, dalla fondazione della Jamaat, alcuni trafficanti della religione, appartenenti agli interessi costituiti (Vested interests), cominciarono a criticare apertamente la Jamaat e il Maulana. La ragione c’è, ed è del tutto naturale.
La Jamaat-e Islami è un movimento ideologico, non una semplice organizzazione islamica di tabligh. In realtà, tra movimento (tahrik) e tabligh esiste una grande differenza.
Tabligh significa far ascoltare alle persone alcune buone parole e indicare loro buone azioni, esortandole in generale ad astenersi dalle cattive azioni. Se si consiglia a qualcuno di compiere il bene e ci si adopera affinché si astenga dal male, non dovrebbe adirarsi né offendersi. Anzi, anche quando i consigli di coloro che offrono tali ammonimenti vengono ignorati, essi sono generalmente rispettati. Ma movimento significa estirpare dal seno della società le cattive azioni, l’ingiustizia, l’oscenità e simili, e instaurare il bene. Se, davanti a un’assemblea di dieci o ventimila persone, si dicesse con voce forte: “Compiacete il bene e astenetevi dal male”, forse si potrebbe ottenere un certo successo. Ma nessuna forza reazionaria insorgerebbe. Se invece si dicesse: “Uniamoci e instauriamo tutto ciò che è buono nella società, estirpando tutto ciò che è cattivo”, allora questo sarebbe chiamato movimento, e si vedrebbe certamente sorgere una forza reazionaria decisa a opporsi al vostro movimento. Questo movimento era l’opera dei profeti, e il comando che Allah Onnipotente ha impartito nel Sacro Corano, “amr bil-ma‘ruf e nahi ‘anil-munkar”, può essere pienamente realizzato soltanto attraverso un movimento.
Poiché la Jamaat-e Islami era un movimento, fin dall’inizio le forze reazionarie divennero ostili nei suoi confronti. Il discorso che il Maulana pronunciò davanti ai membri alla prima conferenza della Jamaat-e Islami di tutta l’India, alla luce delle critiche e dell’opposizione dei reazionari, è di estrema importanza. Da un lato, il suo discorso chiarisce con precisione gli scopi e gli obiettivi della Jamaat; dall’altro, indicando gli ostacoli, i pericoli e le calamità, le sofferenze e le persecuzioni che naturalmente si presenteranno sul cammino del movimento, rende i membri vigili e prudenti. Da un lato suscita nei membri una motivazione indomabile per questo grande movimento e, dall’altro, li istruisce a mostrarsi tolleranti verso gli oppositori reazionari.
L’obiettivo della Jamaat è instaurare il governo divino e ottenere il compiacimento di Allah
Nel suo discorso, il Maulana disse: “Non possiamo dire nulla riguardo all’esito di questo movimento per l’instaurazione del Din. L’esito è nelle mani di Allah. Se il risultato dei nostri sforzi sarà che saremo riusciti a instaurare un giusto ordinamento sociale, ciò sarà un grande dono di Allah. Molti deridendo affermano che tutti i nostri sforzi mirerebbero a ottenere il potere e che ottenere il compiacimento di Allah Onnipotente non sarebbe il nostro obiettivo. Questa loro concezione è completamente errata. Tutti i nostri sforzi sono volti a instaurare il Din di Allah, un giusto ordinamento della vita donato da Dio; non vi è nulla di sbagliato in questo sforzo per instaurare il Din di Allah. E non c’è nulla di cui vergognarsi. Quando parliamo di governo divino, intendiamo un ordinamento di questo genere. Non riesco a capire che cosa ci sia da discutere se un simile ordinamento è ciò che desideriamo e auspichiamo. È forse qualcosa di diverso dal desiderio del compiacimento di Dio? Che cosa potrebbe procurare un compiacimento di Dio maggiore del fatto che sulla terra di Allah regni Allah stesso? Chi potrebbe aspirare al compiacimento di Dio più di coloro che, senza preoccuparsi di nulla, consacrano la propria vita affinché sulla terra di Dio non possa esercitare il dominio nessuno all’infuori di Allah? Se un simile sforzo è mondanità, allora che cos’è la religiosità: trascorrere tutta la notte recitando “Allah, Allah” e durante il giorno cercare di instaurare sulla terra di Dio lo Stato di Satana? Coloro che dicono cose del genere hanno nella mente e nel cuore una concezione quanto mai vile del Din.”
A un certo punto del discorso, il Maulana disse:
“Sapete che Allah Onnipotente non ci chiederà di instaurare uno Stato simile a quello di Hazrat Abu Bakr e di Hazrat Umar. Nessuno ha la capacità di fare una cosa simile, e Allah non lo ha neppure ordinato. Ci è stato invece richiesto di compiere ogni tipo di sforzo per instaurare il Din e di impiegare in questo sforzo tutte le risorse della vita, vale a dire la nostra stessa vita, i nostri beni e ogni cosa che amiamo. Con il termine Din non intendiamo una sua parte particolare, per quanto importante possa essere. Con Din intendiamo il Din completo nella sua totalità. I suoi principi e i suoi dettagli, le sue credenze e la pratica: con Din intendiamo tutto questo. Continueremo a impegnarci per il Din con sincerità, entusiasmo e zelo. Presso Dio, questa è l’unica pietra di paragone della nostra fede e della nostra ipocrisia. Nel cuore in cui non esiste la motivazione a instaurare il Din, non vi è posto per la fede. Il cuore in cui non vi è amore e sollecitudine per il Din non potrà mai essere la casa di Dio. Per quanto si recitino i grani del tasbih e per quanto si pratichino wazifa, dhikr e adhkar, nulla di tutto ciò può equivalere all’amore per l’instaurazione del Din. Questo è l’anima stessa di ogni religiosità, ed è questo che Dio cercherà per primo nei nostri cuori. Inoltre, lo sforzo per instaurare il Din deve necessariamente essere organizzato e collettivo, non individuale. Dobbiamo cercare di accendere nei nostri cuori il fuoco dell’amore e dell’affetto per l’instaurazione del Din. È irrilevante chiedersi quale sarà l’esito. Può anche accadere che veniamo segati in due.”
Commentando l’opposizione al movimento, il Maulana disse:
“La richiesta di questo cammino è che si sviluppi in noi la tendenza ad accogliere con favore l’opposizione. Che sia il cammino della verità o quello della falsità, la legge di Allah a questo riguardo è che chiunque scelga una via dovrà affrontare su quella via una prova del fuoco. E la caratteristica stessa del cammino della verità è che, dall’inizio alla fine, esso è colmo di prove del fuoco. Come uno studente brillante di matematica si rallegra quando gli viene assegnato un problema difficile, perché così il suo talento sarà messo alla prova, allo stesso modo un credente fermamente determinato gioisce nell’affrontare una prova. Grazie a essa ha l’opportunità di dimostrare la propria obbedienza. Una lampada tremolante si spegne al minimo colpo di vento. Ma una fornace ardente divampa ancora più intensamente al vento. Sviluppate in voi la capacità per cui una fornace ardente, invece di spegnersi a causa del combustibile umido, lo trasformi nel proprio combustibile; allo stesso modo, non lasciatevi soffocare dall’opposizione, ma siate capaci di trarne nutrimento e forza. Finché questa capacità non si sarà sviluppata in noi, non si potrà sperare che riusciremo a rendere un buon servizio al Din di Dio.”
In seguito, a un certo punto del discorso, il Maulana esortò i membri a studiare approfonditamente la letteratura della Jamaat, il Sacro Corano e la Sīrat an-Nabawī, e li consigliò riguardo alla purificazione interiore e alla formazione del carattere. Raccomandò loro di tenersi lontani dalle attività inutili e vane, dai bahs-munāẓara (dibattiti) e da simili pratiche.
In seguito disse: «Se qualcuno critica aspramente il mio carattere e la mia condotta personali, non cercate di opporvi a lui. Perché anch’io non lo farò. Non sprecate tempo ed energie in simili cose. … Se, durante un dialogo reciproco, notate agitazione tra gli oppositori, interrompete la discussione. Perché le discussioni condotte in un clima di agitazione producono molte conseguenze dannose».
Disse inoltre: «Il movimento islamico ha un carattere e una natura peculiari. Esso possiede un metodo d’azione specifico, che non ha alcuna somiglianza con quello di altri movimenti. Coloro che finora sono stati coinvolti in vari tipi di movimenti e si sono abituati ai loro metodi, entrando in questa Jamaat dovranno cambiare molte cose. Assemblee e associazioni, festoni, stendardi e bandiere, slogan, uniformi, manifestazioni, approvazione di risoluzioni, discorsi sfrenati, scritti che suscitano agitazione e ogni altro elemento di questo genere sono l’anima di quei movimenti, ma sono veleno per il movimento della Jamaat. Qui bisogna ricavare il metodo d’azione dal Sacro Corano, dalla Sīrat di Muhammad (pace e benedizioni su di lui) e dalle biografie dei nobili Compagni, e farne una pratica abituale».
Infine il Maulana disse: «L’anima di questo movimento è, in realtà, un saldo rapporto con Allah. Se il vostro rapporto con Lui è debole, non potrete diventare capaci di instaurare la Hukumat-e Ilahiya e di amministrarla con successo. Perciò, insieme agli atti di culto obbligatori, praticate regolarmente anche quelli supererogatori. Le preghiere supererogatorie, il digiuno supererogatorio, la carità e simili pratiche suscitano sincerità nell’essere umano. E compite tutto ciò, per quanto possibile, in segreto, affinché non vi sia riya (ostentazione). Pregate comprendendo il significato delle parole. Non come se steste recitando qualcosa imparato a memoria, ma in modo tale da presentare consapevolmente una supplica alla corte di Dio. …
…… Astenetevi da tutti quei zikr-adhkar, riyāẓat (disciplina spirituale), murāqaba-mushāhada, tasbīh e recitazioni devozionali che non siano attestati da hadith autentici».
Un’intervista
Di seguito riportiamo ciò che il Maulana disse in risposta quando, intervistandolo, gli fu chiesto come fosse stata istituita la Jamaat-e Islami e in quali circostanze avesse avuto inizio. Perché i lettori saranno certamente lieti di ascoltare dalla bocca stessa dell’artista la storia delle origini dell’opera da lui creata.
Ascoltiamo dalla sua stessa bocca quando gli venne l’idea di dedicarsi con ogni mezzo al movimento islamico, prima dell’organizzazione della Jamaat-e Islami:
«Avevo riflettuto sulla sua forma corretta nell’anno 1938 o 1939. Naturalmente, già prima desideravo fondare un’accademia di ricerca e un centro di formazione (tarbiyatgah), così da poter preparare alcune persone. Perché si tratta di un’opera tale che, se non si formano personalmente le persone, non può essere portata avanti. Solo dopo diverso tempo mi venne in mente l’idea di riunire alcune persone in un movimento e di impegnarsi collettivamente in modo organizzato.
Ma perché mai questa idea sorse nella mia mente, e quale situazione si era allora creata perché in me nascesse questa consapevolezza?
Dal 1924 circa fino al 1937 la situazione era estremamente sconfortante. I musulmani si erano trovati ad affrontare una grave crisi. Da una parte, il movimento per il Califfato era fallito e in seguito erano iniziati i disordini comunali tra indù e musulmani. I musulmani, divisi in due fazioni, si erano isolati a tal punto da non avere affatto un leader o una guida degna di fiducia. Non avevano davanti a sé alcun obiettivo nella vita ed erano in conflitto gli uni con gli altri. D’altra parte, proprio approfittando di ciò, le intenzioni e gli obiettivi degli indù divennero chiaramente manifesti. A rappresentare i loro interessi era Gandhi in persona. I musulmani avevano fiducia in lui. Eppure egli non fu loro di alcuna utilità. Invece di aiutarli, fece loro del male. Osservando il suo comportamento, sembrava che il suo aspetto esteriore fosse una cosa e quello interiore un’altra. Infatti, nei disordini tra indù e musulmani addossava tutta la colpa ai musulmani e, anche quando gli indù eccedevano, li sosteneva. Di conseguenza, i musulmani cominciarono a perdere quel poco di fiducia che avevano in lui. Fu proprio in quel periodo che Maulana Muhammad Ali Jauhar cadde nello sconforto. Anche Hakim Ajmal Khan si era scoraggiato.
In quel periodo passarono uno o due anni in modo tale da risultare estremamente dolorosi per me. Allora ero appena un giovane. Non riuscivo neppure a pensare di poter guidare un movimento. Perché la situazione era chiara. Tutti i leader nei quali avevamo riposto la nostra fiducia erano falliti. Non avevano alcun messaggio con cui poter tranquillizzare la nazione. Non riuscivo nemmeno a decidere, dopo averci riflettuto, che cosa si potesse fare.
In quel periodo cominciarono a diffondersi molte nuove civiltà e correnti di pensiero. Dopo il fallimento del movimento per il Califfato, per quattro o cinque anni continuarono i disordini tra indù e musulmani. In seguito, tra i musulmani cominciarono a mettere radici l’ateismo e la dissolutezza. Si iniziò a deformare l’Islam. In breve tempo tutto ciò assunse le proporzioni di una tempesta. (Una rivista curata da Fateh Niazpuri, attraverso la quale ebbe inizio il movimento volto a dimostrare l’inattendibilità della scienza degli hadith.) «Nigar» nacque in quel periodo. Persino dalle madrase religiose del nostro Paese uscivano molte persone che, avendo perso la speranza nell’Islam, se ne allontanavano. Alla fine si arrivò al punto che la gente si vergognava di pregare. In particolare, quando durante un viaggio in treno o in un giardino qualcuno pregava, sembrava considerarsi ridicolo agli occhi degli altri.
Mentre riflettevo su tutto ciò, giunsi alla conclusione che fosse necessario fare qualcosa per affrontare questa situazione. Era una situazione tale che, osservandola, percepii direttamente che senza uno sforzo organizzato non sarebbe stato possibile proteggere e innalzare l’Islam.»
Domanda: Dunque, per prima cosa progettò di purificare il pensiero?
Risposta: Sì, in quel periodo pensavo innanzitutto di iniziare un lavoro sul piano del pensiero e di preparare in questo modo alcune persone a tale opera. In seguito sarebbe stato possibile impegnarsi collettivamente.
Dopo aver condotto una lotta sul piano delle idee, sentii che ormai non avevo altra scelta se non andare avanti e agire. Tuttavia, ero anche un po’ preoccupato: chissà se, nel caso in cui nessuno avesse risposto al mio appello, sarei stato in grado di portare avanti questo movimento. Ciononostante, dopo aver riflettuto attentamente, giunsi alla conclusione che tutto sarebbe stato dimostrato dall’esperienza diretta. Se non ci fosse stata nessun’altra persona disposta ad avanzare e ad agire, avrei dovuto farlo io stesso.
Domanda: Come chiedeste l’aiuto degli altri per questo lavoro e come li incoraggiaste?
Risposta: In questa materia tutto dipendeva dagli articoli e dagli appelli alla da‘wa pubblicati su Targuman-ul-Qur’an. Con tutti coloro che incontravo discutevo e conversavo. Scrissi pochissime lettere. Svolsi la maggior parte del lavoro attraverso gli articoli pubblicati su Targuman e mediante incontri e colloqui. Non ebbi fretta in questo lavoro. Non adottai, per esempio, la strada di organizzare grandi assemblee e conferenze per radunarvi alcune persone. Sono favorevole agli inizi modesti. Il mio sforzo è sempre stato quello di cominciare il lavoro con le poche persone idonee e degne di fiducia che riuscivo a trovare.
Domanda: Quante persone avevate trovato al momento della formazione della Jamaat?
Risposta: Quando la Jamaat fu costituita per la prima volta, circa 150 persone risposero al mio appello e 75 aderirono direttamente alla Jamaat. Questo fu il numero iniziale. [In realtà, in risposta all’appello per la formazione della Jamaat pubblicato su Targuman-ul-Qur’an, 150 persone inviarono i propri nomi e indirizzi all’ufficio di Targuman; a tutti fu mandata una lettera perché si presentassero il 25 agosto 1941 presso l’ufficio di Targuman-ul-Qur’an a Lahore. In seguito a questo invito si presentarono 75 persone, e fu con loro che la Jamaat venne costituita — l’autore.]
Domanda: Quale reazione provaste dentro di voi a questo inizio della Jamaat?
Risposta: Capivo chiaramente che non si sarebbe potuto sperare in un inizio migliore di questo. Non pensai mai che avrei lanciato un appello e che migliaia di persone avrebbero risposto presentandosi.
Il Maulana nel memorabile quattordici agosto
Il quattordici agosto millenovecentoquarantasette fu un giorno memorabile per i musulmani dell’India e del Pakistan. Quel giorno sorse il sole della liberazione dei musulmani dai ceppi dell’imperialismo britannico e indù. Il distretto di Gurdaspur, nel Punjab, era interamente a maggioranza musulmana. Secondo il principio fondamentale, unanimemente accettato, della spartizione dell’India, il distretto di Gurdaspur spettava di diritto al Pakistan. Perciò, per i musulmani di quel distretto, quello era un giorno di Eid. Ma, per la crudele ironia del destino, la loro gioia si trasformò in tristezza. L’arbitrato Radcliffe, strappando dall’India orientale e occidentale alcuni distretti a prevalenza musulmana, come Gurdaspur, e annettendoli all’India, diede una prova di estremo favoritismo, ingiustizia e spudorata predilezione per gli indù.
Quel giorno Maulana Maududi si trovava a Darul Islam, nei pressi di Pathankot, nel distretto di Gurdaspur. La città di Pathankot era abitata quasi interamente da sikh e indù. Anche l’insediamento di Darul Islam era circondato da sikh e indù. Non appena apprese via radio che Gurdaspur era stato annesso con la forza all’India, il Maulana commentò con profonda tristezza che il Kashmir era sfuggito dalle mani dei musulmani. Disse inoltre che, se avesse avuto con sé cento soldati armati, invece di recarsi in Pakistan sarebbe andato in Kashmir per impegnarsi nella lotta per liberarlo.
Dopo la spartizione dell’India, in tutto il Punjab divampò l’incendio delle rivolte intercomunitarie. La questione della sicurezza di Darul Islam, circondata da indù e sikh, divenne allora una grave preoccupazione per gli abitanti di quel piccolo villaggio. In quel frangente Maulana Maududi agì come un comandante estremamente accorto. Sotto la sua direzione, da una parte furono scavate alcune trincee a Darul Islam e tutti rimasero pronti con appena due fucili e dei bastoni, per potersi difendere in caso di attacco da parte di indù e sikh. Dall’altra, i responsabili della Jamaat cominciarono a rivolgere appelli ai leader sikh affinché si astenessero dalle rivolte.
Una volta si diffuse la voce che diverse centinaia di sikh e indù si stessero preparando ad attaccare Darul Islam con delle armi. Affidandosi a Dio, il Maulana mandò il segretario della Jamaat, Mian Tofail Muhammad, insieme a due compagni, dai leader sikh Jagir Singh e Chunilal Singh. I tre musulmani disarmati raggiunsero le case dei leader sikh attraversando una colonia sikh piena di uomini armati. Alla loro vista, quelli rimasero estremamente sorpresi. I dirigenti della Jamaat dissero senza timore: «Abbiamo sentito dire che volete attaccare Darul Islam. Se è vero, quale ne è il motivo?». La condotta irreprensibile del Maulana e degli abitanti di Darul Islam aveva già esercitato un’influenza sui loro animi. Ora rimasero ammirati dal loro coraggio e, dopo averli rassicurati, li accompagnarono fino a un luogo sicuro.
Per ordine del Maulana, a Darul Islam fu dato rifugio ai musulmani in pericolo provenienti da luoghi lontani. In seguito furono trasferiti in Pakistan con l’aiuto dei convogli provenienti dal Pakistan. Dopo aver mandato in sicurezza tutta la gente in Pakistan, il Maulana lasciò per ultimo Darul Islam e si recò a Lahore.
Dopo il trasferimento a Lahore, la questione di trovare un tetto per il Maulana e i suoi collaboratori divenne un problema pressante. Dopo che il governo ebbe assegnato loro una casa, nel giro di ventiquattr’ore essa fu nuovamente ritirata. Il Maulana vietò ai suoi uomini di prendere una casa tramite assegnazione. In seguito si sistemarono in tende a Islam Park. Più tardi si trasferirono in una casa presa in affitto a Ichhra.
Con questi dirigenti della Jamaat, rimasti senza casa, il Maulana avviò due campagne: la pulizia della città e l’assistenza ai muhajir. In quel periodo, i cumuli di rifiuti maleodoranti accatastati in molti punti della città annunciavano epidemie. I membri della Jamaat si misero a rimuovere i rifiuti da Mochi Darwaza e Bhati Darwaza.
Per assistere i muhajir, una squadra fu dislocata alla frontiera, mentre altre due squadre si dedicarono a soddisfare le necessità dei muhajir alloggiati nei campi di Walton e Baoli.
In breve, Maulana Maududi, emigrato a Lahore insieme a molti suoi compagni, iniziò la sua opera in Pakistan non facendosi assistere dal governo o dalla popolazione, bensì servendo gli altri muhajir giunti nel Paese.
Dopo la spartizione dell’India
Dopo la spartizione dell’India, la sede centrale della Jamaat-e-Islami fu trasferita a Lahore. La Jamaat-e-Islami si divise in due organizzazioni distinte, denominate «Jamaat-e-Islami del Pakistan» e «Jamaat-e-Islami dell’India». Maulana Maududi fu allora eletto Amir della Jamaat-e-Islami del Pakistan.
Dall’ottobre del 1947 fino al gennaio dell’anno successivo, la Jamaat-e-Islami del Pakistan si dedicò alle attività di assistenza nel campo profughi di Lahore.
È particolarmente significativo che, fin dalla nascita dello Stato, si sia visto riflettersi alla lettera ciò che Maulana Maududi aveva predetto, sei anni prima, nella Strachey Hall di Aligarh riguardo alla futura forma dello Stato pakistano. Coloro che assunsero la responsabilità di allevare e guidare questo Stato bambino non possedevano un’educazione, una formazione, una prospettiva morale né convinzioni di fede minimamente favorevoli alla costituzione di uno Stato islamico. Dopo l’ottenimento del Pakistan, coloro che occuparono i seggi dei signori bianchi britannici si trasformarono anch’essi in signori neri del popolo pakistano e divennero un enorme ostacolo al raggiungimento del grande obiettivo per il quale milioni di uomini e donne musulmani avevano sacrificato la vita, i beni e l’onore. Dimenticando il grande sacrificio di milioni di persone che, spinti dall’ispirazione del jihad, avevano bevuto fino in fondo il calice del martirio per instaurare esclusivamente la religione di Allah, i governanti del nuovo Stato continuarono a seguire le orme dei padroni britannici. Inoltre, dai loro atteggiamenti e dai loro gesti non si poté comprendere neppure il più piccolo desiderio di plasmare questo Stato bambino secondo il modello islamico. Pertanto, cinque mesi dopo l’ottenimento del Pakistan, nel gennaio del 1948, nel corso del suo primo discorso al Lahore Law College, Maulana Maududi sostenne che il sistema di governo del Pakistan dovesse essere islamico. Nel febbraio, sempre nello stesso college, in occasione di una conferenza sulla «legge islamica», Maulana presentò quattro richieste. Nel marzo, durante lo storico raduno pubblico al Jahangir Park di Karachi, tenne un discorso analizzando le sue quattro richieste. Le quattro richieste erano le seguenti:
(1) L’unico sovrano dello Stato pakistano è Allah l’Altissimo, e in questo Stato deve essere attuata esclusivamente la Sua volontà.
(2) Devono essere abrogate tutte le leggi contrarie all’Islam attualmente in vigore.
(3) L’unica fonte di tutte le leggi e le norme del Pakistan deve essere la Sharia islamica.
(4) Il Pakistan può agire secondo la propria volontà soltanto entro i limiti stabiliti dalla Sharia.
Fu proprio la Jamaat-e-Islami a lanciare per prima un movimento di massa affinché le suddette quattro richieste fossero accettate dallo Stato pakistano e dall’Assemblea costituente. Nel giro di tre mesi, questo movimento assunse proporzioni talmente intense e vaste che i governanti ne furono turbati. Sebbene non si sottomettessero alle quattro richieste della popolazione islamica, non avevano neppure il coraggio di respingerle. La ragione era questa:
— Si trattava di richieste pienamente conformi all’Islam, e negli ultimi dieci anni essi avevano cavalcato sulle spalle del popolo proprio nel nome di questo Islam. Pertanto, ora non avevano l’audacia di respingere una richiesta islamica.
— Le richieste erano giuste e ragionevoli sotto ogni aspetto.
— Alle spalle delle richieste vi era un movimento ben organizzato e solidamente radicato.
— La popolazione si era lanciata in questo movimento con tale rapidità che opporvisi sarebbe equivalso a opporsi al popolo stesso. Nonostante ciò, i governanti avversi all’Islam finirono per avviare una ritirata. Per sabotare il movimento islamico, adottarono le seguenti tattiche subdole. Iniziarono a diffondere la falsa propaganda secondo cui:
(1) Maulana Mawdudi non è disposto a riconoscere come jihad la guerra del Kashmir.
(2) La Jamaat-e-Islami ha indebolito il sistema di sicurezza dello Stato vietando l’arruolamento nelle forze armate.
(3) La Jamaat-e-Islami non intende riconoscere l’obbedienza allo Stato.
Poiché tutti i mezzi di propaganda del Paese sono sotto il controllo dello Stato, il governo può proclamare apertamente il vero come falso e il falso come vero, nonché impedire ogni critica e protesta al riguardo. Anche in questo caso accadde così. In realtà, l’allora segretario agli Esteri del Pakistan, Sir Zafrullah Khan, dichiarò alla riunione delle Nazioni Unite del 3 febbraio 1948 che il suo governo aveva vietato di riconoscere la guerra del Kashmir come jihad. Quando fu chiesto a Maulana Maududi di dichiarare la guerra del Kashmir un jihad, egli disse: «La responsabilità di dichiarare il jihad contro un determinato Paese spetta a uno Stato; non è compito di un individuo.»
Se da parte dello Stato si vieta di dichiarare la guerra del Kashmir un jihad, come può una persona o un gruppo sottoposto a quello Stato dichiararla un jihad? Tuttavia, personalmente Maulana Maududi e, come organizzazione, la Jamaat-e-Islami prestarono ogni forma di collaborazione attiva nella guerra del Kashmir.
Anche le altre accuse contro il Maulana e la Jamaat erano altrettanto infondate e mosse da secondi fini. Nessuno ha potuto presentare finora alcuna prova di esse. Questo è ciò che si chiama il furto dell’intero stagno da parte dell’apparato propagandistico governativo.
La prima incarcerazione di Maulana Maududi
Invece di respingere direttamente le rivendicazioni islamiche, i governanti ricorsero alla menzogna e si dedicarono a vanificarle. Con l’aiuto dell’apparato propagandistico governativo, iniziarono a diffondere ampiamente quelle storie infondate e, con pretesti falsi e mossi da secondi fini, il 4 ottobre 1948, dopo la preghiera del maghrib, arrestarono Maulana Maududi insieme ad alcuni importanti dirigenti della Jamaat, tra cui Mian Tufail Muhammad e Maulana Amin Ahsan Islahi, e lo rinchiusero nella prigione di Multan in base alla famigerata legge imperialista sulla sicurezza. Un mese dopo, la durata della sua detenzione fu prorogata di altri sei mesi.
L’11 ottobre Maulana Abdul Jabbar Ghazi fu eletto amir della Jamaat e mantenne il movimento pienamente in corso. Ogni sorta di maligna propaganda governativa cominciò gradualmente a essere smascherata agli occhi del popolo, mentre il movimento islamico acquistava sempre più forza. Anche il pubblico iniziò a unirsi al movimento con maggiore simpatia e collaborazione. Con il sostegno del popolo, i membri della Jamaat, insieme alla Jamiat Ulama-e-Islam sostenuta dalla Lega Musulmana, condussero il movimento con tale impeto che il 12 marzo 1949 l’Assemblea costituente del Pakistan adottò la storica «Risoluzione Ideologica».
Dopo l’adozione della «Risoluzione Ideologica», si era ritenuto che, una volta approvata la risoluzione, sarebbe venuta meno la causa del dissenso tra la Jamaat-e-Islami e il governo. In effetti, in una riunione del 13 marzo, la Majlis-e-Shura della Jamaat si congratulò con il governo per la Risoluzione Ideologica. Molti nutrivano anche questa speranza. È sorprendente il fatto che, a partire dal 4 aprile 1949, la durata della sua detenzione fu nuovamente prorogata di sei mesi. Ciononostante, nelle riunioni del 6, 7 e 8 aprile, la Majlis-e-Shura centrale della Jamaat espresse il desiderio di collaborare pienamente con il governo, affinché potesse progredire il lavoro di redazione della Costituzione sulla base della Risoluzione Ideologica. Ma il fuoco dell’ira del governo non si era ancora spento. Essi decisero di vendicarsi pienamente di Maulana Maududi, poiché erano stati costretti, contro la loro volontà e sotto la pressione del popolo, ad accettare la «Risoluzione Ideologica». Il 4 ottobre 1949 il governo prorogò per la terza volta di altri sei mesi la detenzione del Maulana. La ragione per cui il Maulana fu tenuto per un periodo così lungo dietro la cortina di ferro, senza processo e senza motivo, era precisamente questa: bisognava mettere a tacere in tal modo il leader del movimento islamico e distruggere il suo gruppo e la Jamaat.
Il ruolo dei governanti ostili all’Islam dopo l’approvazione della Risoluzione degli Ideali
Dall’ottobre del 1949 al maggio del 1950, per questi otto mesi, i membri della Jamaat-e-Islami dovettero affrontare una grave calamità. In conformità con la «Risoluzione degli Ideali», avevano chiesto l’istituzione di una costituzione islamica in tutto il Pakistan, pensando che forse ora il governo avrebbe liberato Maulana Maududi. Tuttavia, iniziarono il movimento. Due opere allora pubblicate da Maulana Maududi, «Istituzione della costituzione islamica» e «I principi fondamentali della costituzione islamica», meritano particolare menzione. Ma i governanti cominciarono a cercare pretesti per impedire l’adozione della costituzione islamica. In vari modi cominciarono ad affermare che:
— Il Kashmir è in pericolo; pertanto non è possibile elaborare una costituzione.
— Il Pakistan è ora in pericolo; pertanto questo è il momento del jihad, non quello di elaborare una costituzione.
— Il fatto che sia il governo dei «mullah» non lo rende un governo islamico. Al contrario, qualunque governo dei musulmani viene definito governo islamico.
— La «Risoluzione degli Ideali» non è stata formulata secondo i principi dell’antico e decrepito Islam, bensì secondo quello che l’Occidente considera l’Islam moderno.
— Non è ragionevole elaborare una costituzione secondo gli ideali islamici per qualunque Stato progressista dell’epoca moderna.
— Se uno Stato venisse costituito in nome del fanatismo religioso, il mondo moderno ne riderebbe.
Gli attivisti della Jamaat-e-Islami continuarono a rispondere con argomentazioni e prove inconfutabili alla propaganda diffamatoria sopra menzionata delle forze ostili all’Islam, in modo organizzato e metodico; in tutto il Pakistan iniziò così a formarsi una forte opinione pubblica a favore del sistema di governo islamico.
La liberazione del Maulana
Per i governanti non fu più possibile tenere imprigionato senza motivo, tra le mura di una prigione, il pioniere del movimento islamico e leader islamico rivoluzionario dell’epoca contemporanea. Il 28 maggio 1950 il governo liberò il Maulana, in ottemperanza a un obbligo di legge. Dopo diciannove mesi e venticinque giorni, il Maulana Sayyid Abul A‘la Maududi uscì dall’oscurità della cortina di ferro e tornò nell’atmosfera libera del mondo. Dopo la sua liberazione, la Jamaat-e-Islami lo reinsediò nella carica di amir.
Dopo la liberazione del Maulana, per quattro mesi, da giugno a settembre, il governo cercò di ostacolare il cammino verso il sistema di governo islamico fornendo varie interpretazioni fuorvianti della «Risoluzione degli obiettivi». Tuttavia, sotto la guida del Maulana, gli attivisti della Jamaat resero vani tutti i loro tentativi con argomentazioni e prove inconfutabili e presentarono al popolo il vero obiettivo della «Risoluzione degli obiettivi». Costretto dagli eventi, il governo presentò in settembre all’Assemblea costituente il rapporto del Comitato per i principi costituzionali. Attraverso questo rapporto venne pienamente alla luce l’orientamento della classe dirigente filo-occidentale: vi era stato inserito tutto ciò che era contrario all’Islam e non vi era alcuna coerenza con la Risoluzione degli obiettivi. Pertanto, in una grande assemblea pubblica tenutasi il 14 ottobre a Mochi Darwaza, Lahore, il Maulana Maududi condannò duramente il rapporto e ne denunciò l’ingiustizia; il governo fu costretto a ritirare il rapporto e le raccomandazioni del Comitato per i principi costituzionali. Dopodiché il governo rimase inattivo e silenzioso. Tuttavia, alcuni ulema asserviti al governo e orientati verso l’Occidente lanciarono una provocazione agli ulema, sfidandoli a presentare una bozza del sistema di governo islamico.
La richiesta unitaria degli ulema
Pertanto, ventuno eminenti ulema provenienti da diverse parti del Pakistan accettarono la suddetta sfida e si riunirono nella metropoli di Karachi il 21 gennaio 1951. Durante la loro conferenza elaborarono all’unanimità ventidue principi fondamentali, che furono presentati al governo e diffusi tra il popolo. Ciò fu considerato, a tutti gli effetti, un forte «esercizio» del sistema di governo islamico in Pakistan. La Jamaat-e-Islami pubblicò in grande quantità questi ventidue principi fondamentali presentati dagli ulema e li diffuse in tutto il Paese. In questo modo furono vanificati gli sforzi anti-islamici del governo.
Da quel momento il movimento per il sistema di governo islamico ebbe inizio con pieno vigore. Ma quando, nonostante ciò, la stesura della costituzione continuò a essere rinviata, la Jamaat-e-Islami avviò una campagna per raccogliere le firme del popolo su moduli stampati contenenti nove richieste. Le suddette nove richieste erano:
— La sharia islamica sarà la vera fonte della costituzione del Paese.
Non si potrà promulgare alcuna legge contraria alla Sharia.
Tutte le leggi e le norme contrarie alla Sharia dovranno essere abrogate.
Sarà dovere del governo ordinare il bene e proibire il male.
Nessun diritto civile potrà essere privato senza un processo davanti a un tribunale.
Ogni cittadino avrà il diritto di chiedere giustizia, nei tribunali del Paese, contro il potere esecutivo e le autorità governative.
Non sarà consentita l’ingerenza del potere esecutivo nel potere giudiziario.
Il governo dovrà assumersi la piena responsabilità per i cinque bisogni fondamentali dell’uomo, vale a dire cibo, vestiario, abitazione, istruzione e cure mediche.
La comunità Qadiani dovrà essere dichiarata una minoranza non musulmana.
— La comunità qadianita deve essere dichiarata una minoranza non musulmana.
Oltre alla campagna per raccogliere firme a sostegno delle suddette nove richieste, fu condotta in tutto il Paese anche una campagna, sia a titolo individuale sia da parte di assemblee e associazioni, mediante lettere e telegrammi, per chiedere senza ulteriori indugi l’elaborazione di una costituzione islamica. Questa campagna proseguì fino alla fine del 1952.
Quell’anno si verificò in Pakistan un evento estremamente doloroso. Il primo ministro del Pakistan, il signor Liaquat Ali Khan, fu ucciso dai colpi di arma da fuoco di un attentatore il 16 ottobre 1951 a Rawalpindi. Questo brutale assassinio, conseguenza dell’apparizione di un astro infausto nel cielo della politica pakistana, macchiò indelebilmente la storia del Pakistan. Comunque, dopo il defunto Liaquat Ali Khan, Khawaja Nazimuddin divenne primo ministro del Pakistan.
Quello stesso anno, il 21 novembre, si tenne a Karachi uno storico raduno pubblico, organizzato dalla Jamaat-e-Islami, sulle suddette nove richieste. In quell’assemblea, l’emiro della Jamaat-e-Islami, Maulana Sayyid Abul A’la Mawdudi, dichiarò con voce ferma che, se la bozza di costituzione di quella volta fosse stata nuovamente non islamica come la precedente, il popolo islamico avrebbe scagliato quella bozza in faccia ai suoi autori. In seguito, alla vista della lunga processione svoltasi quel giorno con vari cartelli per chiedere l’elaborazione di una costituzione islamica, i governanti rimasero sbalorditi. Di conseguenza, nella città di Karachi si produsse una reazione tale che il governo fu costretto a cedere e, alla fine dell’anno, nel mese di dicembre, presentò per la seconda volta una bozza di costituzione.
Questa volta, per esaminare le raccomandazioni costituzionali, nel mese di gennaio del 1953 si tenne a Karachi una conferenza di 31 eminenti ulema. Il 18 gennaio gli ulema presentarono le loro proposte, estremamente razionali, riguardo alla suddetta bozza di costituzione.
Nello stesso mese, proprio a Karachi, fu convocata una conferenza di tutti i partiti per dichiarare i qadianiti una minoranza. Anche Maulana Mawdudi partecipò a tale conferenza. Egli insistette affinché la questione qadianita, invece di essere esaminata separatamente, fosse inclusa nel movimento costituzionale.
L’azione diretta della conferenza di tutti i partiti
Il 27 febbraio 1953 si tenne a Karachi una riunione dell’organo esecutivo della conferenza di tutti i partiti. In essa fu adottata la decisione di intraprendere una “Direct Action”, o lotta diretta, per costringere il governo ad affrontare la questione qadianita. In quella riunione, il rappresentante della Jamaat-e-Islami si oppose strenuamente alla Direct Action, o lotta diretta, e annunciò il ritiro della Jamaat-e-Islami dalla conferenza. Il giorno seguente furono arrestati i leader della “Direct Action” e a Karachi la lotta diretta si concluse con un fallimento. In Punjab, invece, assunse proporzioni terribili.
I disordini avvenuti nel Punjab, chiamati nel linguaggio ufficiale «Punjab Disturbances», si ritiene siano stati provocati dal governo del Punjab occidentale. La causa principale dei disordini fu che alcune legittime richieste del popolo erano state respinte. Alla convenzione di tutti i partiti parteciparono tutti i partiti politici e religiosi del Pakistan, ossia la Lega Musulmana, la Jamaat-e-Islami, il Majlis-e-Ahrar, la Jamiat Ulama-e-Pakistan, la Jamiat Ahl-e-Hadith, l’Anjuman Tahaffuz-e-Huqooq-e-Shia e altri. La richiesta comune di questi partiti era che i Qadianiti fossero dichiarati una comunità minoritaria. Anche un paio di altre richieste di questo genere costituivano richieste del popolo pakistano, poiché le suddette organizzazioni rappresentavano i musulmani di tutte le classi del Pakistan. Poiché il governo rifiutò di accogliere tali richieste, fu presa la decisione di intraprendere la Direct action, ossia la lotta diretta.
Come si è detto sopra, al di fuori del Punjab questa lotta diretta non fu attuata in nessun altro luogo. Probabilmente non sarebbe stata attuata neppure nel Punjab. Tuttavia, si ritiene che il governo del Punjab abbia commesso qui un grave errore. Nel Punjab era in carica il ministero Daultana. La lotta diretta intrapresa dall’organizzazione della Lega Musulmana contro il ministero della Lega Musulmana sembrò sconvolgere l’equilibrio mentale del ministero Daultana. Così cominciò a trasalire per la paura dei fantasmi, vedendo soltanto un’ombra nera. I disordini continuarono dal 4 al 6 marzo. Fin dal primo giorno la polizia iniziò a colpire brutalmente il popolo con i manganelli e a sparare. Nel pomeriggio del 4 marzo, un poliziotto travestito si presentò a un’assemblea pubblica e dichiarò che la polizia aveva manganellato la folla in un certo luogo e aveva preso a calci il Corano legato al collo di una persona, facendolo a pezzi e spargendone i frammenti. Poi mostrò alla folla alcune pagine strappate del Corano. Di conseguenza, la folla si infuriò enormemente. La gente comune, gli operai e i lavoratori, gli studenti e gli insegnanti, e persino i dipendenti degli uffici governativi, manifestarono una forte protesta contro il governo. In questo modo si fomentava intensamente il popolo contro il governo.
Un altro episodio aggiunse legna al fuoco già divampante. Nello stesso giorno, da una jeep veniva sparato incessantemente contro il popolo. Dalle indagini emerse che sulla jeep erano saliti alcuni Qadianiti.
In questo modo contro il governo divampò un tremendo incendio. Tuttavia, i disordini non poterono protrarsi a lungo. Il 6 marzo fu proclamata la legge marziale a Lahore e nel giro di poche ore i disordini cessarono completamente.
Il 4 e il 5 marzo, durante la sessione del Consiglio centrale della Jamaat-e-Islami presieduta da Maulana Maududi, la «lotta diretta» fu aspramente condannata; dopo averne analizzato le terribili conseguenze, si invitò il popolo a tenersene lontano. In quel periodo fu pubblicato un opuscolo di Maulana Maududi intitolato «Il problema qadianita». In quest’opera egli analizzò le differenze fondamentali tra i musulmani e i Qadianiti e propose una soluzione pacifica e appropriata del problema.
La condanna a morte di Maulana Maududi
Il 28 marzo, improvvisamente, le autorità della legge marziale arrestarono Maulana Maududi e gli altri dirigenti della Jamaat. Non fu indicato alcun motivo per l’arresto.
Maulana Maududi e i suoi collaboratori Malik Nasrullah Khan Aziz e il signor Naqi Ali furono accusati davanti a un tribunale militare di aver diffuso odio tra il popolo e di essersi ribellati contro il governo attraverso l’opuscolo «Il problema qadianita». Proprio sulla base di questa accusa, l’8 maggio il tribunale militare condannò Maulana Maududi all’impiccagione.
È degno di nota che le autorità non ebbero il coraggio di confiscare il libro per la cui stesura l’autore era stato condannato a morte. Durante il processo davanti al tribunale militare, proprio nella città di Lahore, quel libretto veniva venduto in centinaia di copie. In nessun punto del libretto vi era qualcosa che potesse essere considerato riprovevole agli occhi della legge. Anzi, nel libro «Il problema qadianita» veniva condannata l’azione diretta. Tuttavia, gli schiavi della civiltà occidentale e i nemici dell’Islam e della legge islamica si lanciarono in una cospirazione per eliminare dalla faccia della terra, con ogni mezzo e stratagemma, l’intrepido combattente immortale del movimento islamico. Dopo la pubblicazione della condanna a morte, dal Pakistan e dall’estero si levò una richiesta di revocarla, accompagnata da una severa condanna dell’irresponsabilità e della miopia del governo. In tutti i Paesi musulmani del mondo si produssero proteste di tale portata che il principale responsabile della legge marziale annullò la condanna a morte e condannò il Maulana a quattordici anni di lavori forzati.
La condanna all’impiccagione rimarrà nella storia dell’Islam come un’opera imperitura: essa rivelò la personalità straordinaria del Maulana Maududi, la sua popolarità nell’intero mondo musulmano e il grande, magnifico esempio di sacrificio della conoscenza per il solo compiacimento di Allah. La condanna all’impiccagione inflitta a lui e, in seguito, la condanna all’ergastolo non scoraggiarono la Jamaat-e Islami; al contrario, infusero nei suoi membri un impulso al jihad cento volte maggiore e moltiplicarono enormemente i progressi dell’organizzazione. La lezione della storia è che, da tempo immemorabile, in ogni epoca e in ogni periodo, il movimento islamico è avanzato sotto la spinta delle forze che gli si opponevano. Tutti coloro che hanno cercato di erigere una barriera dinanzi alla sua impetuosa e inflessibile forza sono stati travolti dalla sua potente corrente; i loro nomi e le loro tracce sono scomparsi dalla faccia della terra.
A questo proposito non si può fare a meno di ricordare che alcuni oppositori dell’Islam e dell’ordinamento islamico accusano falsamente il Maulana Maududi di essere il principale responsabile dei disordini qadianiti nel Punjab e affermano che, su sua istigazione, vi furono uccise migliaia di persone. Possiamo dichiararlo con orgoglio: nella ricostruzione delle attività successive del movimento costituzionale esaminata sopra non vi è neppure una minima falsità o esagerazione. Da tale ricostruzione non risulta che il Maulana Maududi fosse responsabile dei disordini del Punjab. Persone interessate li hanno definiti «disordini qadianiti», ma anzitutto non si trattò affatto di «disordini qadianiti» e non vi furono uccise migliaia di persone. La Convenzione multipartitica chiese al governo di dichiarare i qadianiti una minoranza non musulmana. Quando il governo rifiutò di accogliere tale richiesta, la suddetta Convenzione adottò l’azione diretta (Direct Action) contro il governo. Si trattò in realtà di uno scontro tra il governo e il popolo. Per reprimerlo fu proclamata la legge marziale e, a causa degli spari delle forze militari, 11 persone furono uccise e 49 ferite. (Si veda il Rapporto Munir, p. 1).
Lungi dal partecipare a questo scontro, il Maulana Maududi e la Jamaat-e Islami si opposero persino all’«azione diretta» della Convenzione multipartitica e chiesero al popolo di astenersene. Qualsiasi persona imparziale e dotata di coscienza riconoscerà apertamente che l’accusa rivolta contro di lui è interamente dettata dall’odio, infondata e priva di qualsiasi base.
Nel Rapporto Munir il Maulana non è stato accusato in alcun punto di essere responsabile di questi disordini. La responsabilità principale è stata attribuita ai dirigenti dell’ormai disciolto partito Ahrar, mentre anche gli altri partiti sono stati ritenuti responsabili, direttamente o indirettamente. La cosa curiosa è che alcuni partiti politici opportunisti e privi di ideali del Paese, dopo aver costituito i propri partiti intorno ai dirigenti del partito Ahrar, accusano il Maulana Maududi dei disordini del Punjab per nascondere le proprie malefatte.
Ancora più curioso è che, secondo la terminologia ufficiale, i disordini del Punjab (Punjab Disturbance) si verificarono nel 1953. Si trattò di uno scontro tra il governo e il popolo. La Jamaat-e Islami e, quindi, il Maulana Maududi non ebbero il benché minimo rapporto con questi disordini.
D’altra parte, anche il libro per la cui stesura «Il problema qadianita» il Maulana fu condannato a morte non aveva alcun rapporto con i disordini del Punjab. I nemici avventati e ciechi dell’Islam commisero così un grave errore. Il libro per il quale fu pronunciata la condanna capitale non fu confiscato, non lo è mai stato e si trova ancora oggi sul mercato. In quel libro non vi è una sola riga per la quale l’autore potesse ricevere anche la minima pena. Eppure bisognava eliminare dall’oggi al domani, anche se innocente, uno dei più grandi difensori dell’Islam. Occorreva dunque trovare una ragione. Già dal titolo «Il problema qadianita», i nemici dell’Islam avevano pensato che si trattasse di un libro pericoloso. Probabilmente, senza averlo letto, avevano immaginato che contenesse un’incitazione a sterminare i qadianiti. Non avevano neppure avuto il tempo di leggerlo. Non era nemmeno passato loro per la mente di confiscare il libro per il quale veniva comminata la pena di morte.
Alcune persone che allora occupavano le più alte posizioni di potere nel governo pakistano volevano, nascondendo la malattia delle loro menti, estirpare il movimento islamico. Non ci riuscirono e la loro mentalità segreta venne alla luce. Il movimento islamico non è morto, né è morto il Maulana Maududi. Ma gli avversari hanno subito una morte ignominiosa. La loro morte ignominiosa non ci rallegra. Tuttavia, questo è il crudele giudizio della storia.
È motivo di profondo rammarico che, persino venticinque anni dopo i disordini del Punjab, alcune persone continuino a insultare il Maulana definendolo l’uccisore di centinaia di Qadiani. Non vi è dubbio che costoro soffrano di una malattia mentale ancora più grave di quella dei governanti pakistani di allora. Si prova compassione per loro. Perciò prego affinché siano guariti da questa malattia mentale.
È una crudele beffa della giustizia e dell’equità che nessuna condanna a morte sia stata inflitta a coloro che furono direttamente responsabili dei disordini del Punjab. L’unica colpa del Maulana Maududi fu di aver avanzato in Pakistan la richiesta di un ordinamento islamico. È superfluo dire che il desiderio più profondo degli interessati era rimuoverlo da questo mondo da un giorno all’altro e sabotare così il movimento islamico. Ma probabilmente gli oppositori dell’Islam non sapevano che Allah l’Onnipotente avrebbe potuto concedere in questo modo la vittoria ai Suoi prediletti e al loro gruppo.
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«Allah si è compiaciuto di loro ed essi si sono compiaciuti di Allah (nelle avversità, nelle tribolazioni, nell’oppressione e nella persecuzione). Essi appartengono al partito di Allah. Badate dunque, ricordate: certamente il partito di Allah sarà vittorioso.» Al-Mujādala (22)
Il Maulana Maududi nella camera dell’esecuzione
Quando il credente, con il capo chino davanti al cospetto di Allah, il Re della religione e del mondo, era immerso nell’adorazione, gli fu annunciata la sentenza di morte. Sul volto e negli occhi del caro servo di Allah, dopo la condanna a morte, non vi era alcun segno di paura né di ansia. Con il volto sereno e sorridente, accettò la sentenza dell’impiccagione con gratitudine.
Desidero presentare ai lettori la testimonianza di un testimone oculare. Il signor Sayyid Naqi Ali, editore e stampatore dell’opuscolo «Il problema qadianita», racconta:
«L’otto maggio stavamo pregando la preghiera del maghrib sull’antico campo da tennis della casa civile. Il Maulana era l’imam. Tra coloro che seguivano l’imam eravamo in cinque, oltre al responsabile dei detenuti e al cuoco del carcere: Mian Tofail Muhammad, il Maulana Amin Ahsan Islahi, Malik Nasrullah Khan Aziz, Chaudhry Muhammad Akbar e io. Quando eravamo nella seconda rakʿa, la porta si aprì improvvisamente e subito dopo si udirono i passi di alcune persone. Ci furono alcuni sussurri e rumori di persone che tornavano indietro.»
Non appena ebbe terminato di recitare il saluto della sunnah, si udì di nuovo un forte bussare. Si videro entrare alcuni soldati e impiegati del carcere. Uno di loro domandò: «Chi è il maulana Sayyid Abul A’la Maududi?»
Il maulana rispose con voce calma: «Sono io, mi dica».
L’impiegato statale disse: «Per aver pubblicato due dichiarazioni sul giornale Tasnim, a lei spettano sette anni di reclusione con lavori forzati e a Malik Nasrullah Khan Aziz tre anni». Entrambi rispondemmo: «Va bene, d’accordo», e rimanemmo in silenzio.
L’impiegato disse nuovamente: «Per aver scritto il libro “Il problema qadianita”, il maulana Sayyid Abul A’la Maududi è condannato a morte, mentre il suo stampatore, Sayyid Naqi Ali, è condannato a nove anni di reclusione con lavori forzati».
Entrambi dicemmo: «Va bene, grazie», e rimanemmo in silenzio.
La condanna a morte del maulana era del tutto inaspettata. Eppure sul volto di nessuno apparve alcuna preoccupazione. Tuttavia le nostre menti si riempirono di pensieri. Tutti noi guardammo il maulana. Vedemmo la sua figura calma e serena. Nel suo sguardo vi era una profondità immensa, come l’insondabile profondità del mare.
L’impiegato porse al maulana un foglio di carta e disse:
«Maulana, se lo desidera, entro una settimana può chiedere la grazia».
Il Maulana prese in silenzio il foglio, con un lieve sorriso. Al momento di congedarsi, l’impiegato disse:
«Maulana, si prepari: tra poco dovrà andare.»
«Dove?»
«Nella cella della morte.»
«Sono pronto.»
Poi ci dirigemmo in silenzio verso la stanza del tribunale civile. Mentre camminavamo, sentimmo l’impiegato dire:
«Malik Nasrullah Khan Aziz e Sayyid Naqi Ali, anche voi dovrete andare. Ma… va bene, d’accordo. Vi porterò domani mattina.»
Io e il signor Malik facemmo come se non avessimo sentito. La notizia della condanna a morte del Maulana ci aveva infatti gettati in un dolore così profondo che non prestavamo attenzione a nient’altro.»
Quante umiliazioni, quante persecuzioni e oppressioni toccano, sul palcoscenico del mondo, ai viandanti della via della verità! Noi tutti, umili servitori della religione della verità, avevamo avuto la fortuna di essere annoverati tra gli uomini combattenti della via della verità. Qual era il nostro crimine? Il crimine di aver pubblicato un libro sul problema qadianita? Questo lo si dice soltanto per ingannare il mondo. In realtà, il nostro crimine consisteva nel voler utilizzare, in Pakistan, la forza congiunta della nazione e del governo per l’Islam. Avevamo fatto dell’instaurazione della religione di Allah lo scopo della nostra vita. Questo, e soltanto questo, era il nostro crimine.
Sì, stavo dicendo questo. Maulana veniva condotto davvero nella camera dell’esecuzione. Un uomo così illustre, venerato non solo nel subcontinente indo-pakistano, ma in tutto il mondo arabo, veniva ora condotto alla forca? Mi chiedevo: era davvero possibile?
Il valoroso mujahid del movimento islamico sarebbe stato impiccato oggi? I miopi dirigenti della nazione, che per la loro stoltezza non vogliono vedere il trionfo dell’Islam in Pakistan, stavano per compiere proprio questo passo?
Era davvero possibile che il movimento islamico venisse privato di questa grande personalità già nella sua infanzia?
Le parole lente, solenni e limpide di Maulana cominciarono a risuonare nelle mie orecchie: «Ricordate che non ho commesso alcun crimine. Non chiederò mai misericordia per la mia vita a quelle persone. Anzi, nessun altro dovrà chiedere per me di aver salva la vita: né mia madre, né mio fratello, né mia moglie, i miei figli o i miei parenti. Questa è anche la mia richiesta agli appartenenti alla Jamaat.»
Il signor Mian Tofail Muhammad aprì e distese il portabagagli di Maulana. Tutti insieme cominciammo a riporvi le cose. Maulana e io sistemammo la valigia di pelle, perché tutto questo doveva essere rimandato a casa di Maulana.
Nel frattempo fu preparato un piccolo letto da mandare con Maulana nella camera dell’esecuzione. Insieme a questo furono messi anche un pasto avvolto in un panno, il Corano Majid e una brocca con un bicchiere.
Non riuscivo a parlare. Il cuore mi tremava. Le mani e i piedi mi si irrigidivano. L’idea della condanna a morte di Maulana si diffondeva nel mio corpo, in ogni molecola e atomo, come l’elettricità. Anche il signor Tofail si trovava esattamente nella stessa condizione. Malik Nasrullah Khan Aziz camminava avanti e indietro con un’espressione solenne e pensosa, e dalle sue labbra usciva una preghiera a voce indistinta. La condizione del più anziano tra tutti noi, il signor Chaudhry Muhammad Akbar, era singolare. Se ne stava soltanto in piedi, muto e immobile. Il signor Islami ora camminava avanti e indietro, ora si fermava all’improvviso. Le sue emozioni e il suo impeto trattenuti si manifestavano sul volto, che assumeva una colorazione rosso sangue.
Mentre legavo la biancheria da letto, mi feci animo e dissi una volta per tutte:
—Maulana, la decisione di non chiedere salva la vita è una decisione personale vostra. Non significa affatto che la Jamaat debba accettarla. Dovrete necessariamente attenervi alla decisione che gli uomini della Jamaat prenderanno dopo aver valutato la situazione esterna.
Il Maulana disse con la sua voce consueta:
Ritengo che la mia decisione sia corretta anche dal punto di vista della Jamaat. È vostro dovere comunicare questa mia decisione ai dirigenti della Jamaat.
Nel frattempo arrivò un funzionario del carcere. Noi eravamo estremamente tranquilli, come il mare prima di una tempesta: calmo e composto.
Ma il Maulana? Quel valoroso combattente del movimento islamico e della retta via, al quale era stato annunciato l’onore del martirio, era assolutamente tranquillo, calmo, impassibile e risoluto.
Il Maulana abbracciò tutti noi con grande affetto. Fu un abbraccio così sincero che lo ricorderemo per sempre.
Prendemmo con noi alcune delle sue cose e il funzionario del carcere ne prese le restanti. Uscimmo dalla cella e accompagnammo il Maulana fino alla porta dell’edificio civile, dove gli demmo l’addio. Allora la tempesta che si era addensata nel nostro petto venne finalmente alla luce. Il signor Mian Tofail e io cominciammo a piangere sommessamente; poi tornai indietro e caddi prostrato in preghiera sul tappetino.
Il signor Islahi, il signor Malik e il signor Chowdhury erano già caduti in prosternazione.
Tutti noi cominciammo a pregare Allah tra le lacrime. L’impeto del pianto era inarrestabile; il torrente delle lacrime, impetuoso e inesauribile.
Non so quanto tempo trascorremmo così. All’improvviso, il duro passo del capo delle guardie carcerarie attirò la nostra attenzione verso di lui. Vedemmo che aveva riportato i vestiti, il cibo, le stoviglie, le scarpe e gli altri oggetti della Maulana. Aveva riportato anche il Sacro Corano, perché nella cella dell’impiccagione non c’era alcun posto dove tenere il Sacro Corano.
Maulana Islahi Sahib prese i vestiti della Maulana dalle mie mani e cominciò a baciarli ripetutamente, assaporandone il dolce contatto sugli occhi e sul petto. Perché quei vestiti appartenevano a un mujahid sulla via di Allah, che era rinchiuso nella cella dell’impiccagione e attendeva di bere il nettare del martirio.
Mian Tofail Sahib prese quei vestiti dalle mani di Maulana Islahi e continuò a portarli sul viso, sugli occhi e sul petto. I vestiti finirono impregnati delle lacrime di tutti noi.
Per quale motivo nutrivamo per lui questo amore profondo e totale?
— Era forse un nostro parente?
— Avevamo forse con lui qualche legame di stirpe?
– Questo amore e affetto dipendono forse dall’appartenenza alla stessa casta e stirpe?
– Era forse dovuto al fatto di essere abitanti dello stesso Paese?
– No, no, soltanto perché egli si apprestava a sacrificare la propria vita sulla via di Allah. Fu soltanto il legame dell’Islam a rendere il nostro amore tanto storico e disinteressato.
L’amore sconfinato del Maulana per Allah e il suo ardente desiderio di sacrificare la propria vita sulla via di Allah lasciarono il mondo stupefatto. Stupirono e incantarono anche gli impiegati della prigione, lasciando nella storia dell’Islam un esempio di straordinaria luminosità.
Nella cella dell’impiccagione fecero indossare al Maulana un pigiama privo del cordoncino in vita. Il Maulana chiese al sorvegliante:
«Fratello, hai dimenticato di mettere il cordoncino in vita.»
Il sorvegliante disse:
«Maulana, ai condannati all’impiccagione non viene dato il cordoncino in vita. E se si suicidassero usando proprio quello?»
Il Maulana dice con un lieve sorriso:
«Ma come può essere tanto stolto colui che si avvia a bere con tutto il cuore la coppa del martirio da suicidarsi e andare all’Inferno?»
Nella cella della forca il Maulana non mostra alcuna preoccupazione. Non ha alcun pensiero per la propria morte. Sul suo volto e nei suoi occhi non c’è alcun segno di tristezza. Invece di leggere il Sacro Corano, si addormentò in modo del tutto naturale, nella più grande serenità, mentre leggeva la biografia di Sayyid Ahmad Shahid (che Dio abbia misericordia di lui). In condizioni normali, non si notò alcuna differenza tra il sonno nella sua casa e quello nella cella della forca.
Un’altra preziosa dichiarazione del Maulana in quel periodo fu questa: quando i suoi parenti, amici e innumerevoli devoti e ammiratori, sconvolti dall’ordine di impiccagione, si agitarono, egli li consolò dicendo:
«Il destino della vita e della morte si decide in cielo, non sulla terra.»
Quale fermezza di fede! Quale incrollabile forza d’animo!
Ascoltate dalla bocca del Maulana stesso quale fosse il suo stato nella cella della forca. Quando gli fu chiesto in proposito, egli disse:
Quando, nei locali del tribunale civile, mi fu comunicata la sentenza di impiccagione e mi fu contestualmente concesso il diritto di chiedere la grazia entro una settimana, nella mia mente sorsero tre considerazioni.
La prima è che implorare pietà da un oppressore è contrario alla mia dignità.
La seconda è: per quale motivo dovrei chiedere perdono? Forse perché mi stanno mandando in Paradiso? È vero che, servendo la religione per tutta la vita e morendo in un altro modo, non si ha la stessa certezza di conseguire il Paradiso che si ha morendo da martire. Dovrei dunque dire: «Liberatemi dal Paradiso»?
La terza ragione è che, se oggi una persona come me implorasse di aver salva la vita, il senso della dignità scomparirebbe dal cuore della gente comune di questo Paese.
Pertanto dichiarai con fermezza ai miei amici e compagni che nessuno della mia famiglia, né alcun membro della Jamaat, dovesse chiedere perdono a mio nome. Altrimenti non li avrei mai perdonati.
Quando fui condotto nella cella dei condannati a morte, fui privato di tutti gli oggetti necessari. Mi fu portato via tutto. Mi tolsero persino gli abiti che indossavo e mi diedero la divisa del carcere. Mi diedero un pigiama senza cordoncino. Vedendolo, pensai dapprima che avessero dimenticato per errore di fornire il cordoncino. Ma, chiedendo informazioni, appresi che il cordoncino non veniva affatto fornito, perché il prigioniero, preso dalla disperazione, avrebbe potuto usarlo per suicidarsi. Fui costretto a indossare il pigiama unendo le due estremità anteriori. Tuttavia non era adatto a coprire le parti intime e pregare divenne molto difficile. In un primo momento volli tenere con me il Corano, ma quando vidi che non c’era altro posto dove riporlo se non sul pavimento su cui si dormiva, lo restituii. Ciò che era impresso nel cuore rimase con me.
Comunque, dopo che tutti se ne furono andati, arrivò un secondino (Warder) e insultò a gran voce il governo e i ministri. Poi arrivarono il secondo, il terzo e il quarto. Ognuno di loro se ne andò dopo aver maledetto il governo.
Durante la notte, nella cella dei condannati a morte, iniziarono tali grida e lamenti che non riuscii ad addormentarmi prima delle due. Qualcuno invocava il nome di qualche pīr o venerabile anziano. Qualcuno recitava poesie, mentre qualcun altro continuava a borbottare: «O Mawla, salvaci, O Mawla, salvaci».
Quando gli fu chiesto quale fosse la sua opinione sull’esecuzione della pena di morte, il Mawlānā disse:
Avevo l’impressione che, se il popolo non avesse dato vita a una grande protesta, considerato l’atteggiamento del governo, essi mi avrebbero certamente impiccato. Se avessero avuto l’opportunità di compiere questo passo, le conseguenze sarebbero state estremamente gravi. In seguito, in questo Paese, l’opera della religione sarebbe rimasta sospesa per molti anni. Ma se il popolo avesse agito con consapevolezza e il governo fosse stato costretto una volta a fare marcia indietro, allora, inshallah, avrebbe dovuto continuare a ritirarsi e non sarebbe stato possibile sbarrare la strada al movimento islamico. Questo era un momento di immensa prova del fuoco per l’intero Paese.
Il secondo giorno, lo sceicco Sultan Ahmad e il signor Safdar vennero a farmi visita accompagnati dai ragazzi. Mi chiesero nuovamente di implorare il perdono. Li rimproverai severamente, dicendo loro di non chiedere perdono in alcun modo.
In seguito venne Mian Mahmud Ali Kasuri. Anche lui volle offrire i propri servigi per ottenere il perdono. Gli dissi che non riuscivo assolutamente a comprendere una cosa simile.
Al Maulana fu chiesto se nella cella dei condannati a morte vi fossero particolari sofferenze. Il Maulana rispose:
Innanzitutto, gli indumenti da indossare erano inadeguati e insufficienti, e c’erano grida e confusione. Secondo: la struttura stessa della cella dei condannati a morte era penosa per i detenuti in ogni stagione. Una stanza angusta, priva di luce e di aria. Non vi era alcun modo di proteggersi dal sole, dalla pioggia, dal freddo o dal caldo. Inoltre, nella cella dei condannati a morte veniva servito cibo di classe C, assolutamente immangiabile.
Il terzo giorno, verso le due del pomeriggio, arrivò correndo un uomo che disse: «Maulana, mi congratulo con lei: la sua condanna a morte è stata revocata». Dopo di che cominciarono ad arrivare a gruppi per dare questa notizia. Poco più tardi, il Maulana Niazi e io fummo fatti uscire da lì e portati in ospedale.
Reazioni nel Paese e all’estero alla condanna a morte
È stato detto sopra che il tribunale militare di Lahore condannò dapprima il Maulana Sayyid Abu’l-A’la Mawdudi alla pena di morte e in seguito, revocata tale condanna, lo condannò a quattordici anni di reclusione con lavori forzati. La tumultuosa protesta sorta contro questa sentenza non soltanto in Pakistan, ma in tutto il mondo musulmano, non trova alcun esempio nelle pagine della storia passata. Gli scioperi, le processioni, le assemblee e le riunioni organizzati per protestare contro un simile trattamento nei suoi confronti non rimasero limitati alle grandi città e alle capitali; al contrario, anche nelle piccole città e nelle campagne dell’interno del Paese le fiamme della protesta si levarono ardenti. Da ogni luogo, dai villaggi più remoti alle grandi città, cominciarono a giungere, attraverso innumerevoli telegrammi, lettere e mozioni, intense proteste e grida di condanna. Questa protesta mondiale non fu manifestata sotto l’impulso di un’effimera agitazione o di un’emotività passeggera. Fu, in realtà, l’espressione spontanea della duratura venerazione del mondo musulmano per il Maulana. Non si sollevò come una bolla d’acqua per poi svanire all’improvviso. Questa protesta e questa opposizione continuarono incessantemente per cinque mesi. Persino coloro che in passato avevano assistito a diverse forme di protesta durante l’epoca dei movimenti del Khilafat e del Congresso hanno riconosciuto a gran voce che proteste di questo genere, sincera solidarietà, lutto e accorate suppliche non si erano mai viste prima.
È importante notare che questa protesta non fu inscenata per semplice cortesia o per impressionare la gente. Ogni momento delle notti silenziose e dei giorni operosi testimoniava che non solo gli uomini, ma anche le donne velate erano profondamente addolorate, afflitte e sconvolte. Nel cuore della notte, i loro tappeti da preghiera per il tahajjud si inzuppavano delle loro lacrime. Il mondo musulmano considerò una grande tragedia la condanna a morte, seguita poi dall’ergastolo, di questo eroico combattente immortale del movimento islamico. Perciò i leader dei Paesi arabi, dell’Egitto, dell’Iraq, della Siria, del Marocco, dell’Algeria, dell’Indonesia e di altri Paesi musulmani espressero una forte protesta. In quegli stessi Paesi, gli editoriali dei giornali condannarono l’operato del governo pakistano e reclamarono l’immediata liberazione del Maulana.
Anche i direttori dei seguenti giornali in Pakistan espressero la loro protesta mediante un memorandum:
Karachi: il quotidiano Jang, il quotidiano Anjam, il quotidiano Millat, Times of Karachi, il quotidiano Imroz, il quotidiano Al Muntazer, il quotidiano Iqbal, il quotidiano Asre Jadid, il quotidiano Musalman, il quotidiano Naya Roshni, il quotidiano Shabnam, il quotidiano Watan, il quotidiano Nayi Sindh, Al Waheed, Maqased, il settimanale Jahane Nau, il quindicinale Nimkadan, il mensile Faran, il mensile Riaz, il mensile Mushir, il mensile Chirag-e-Rah, il quindicinale Students Voice, il mensile Kaleem e altri.
Dacca: il quotidiano Pasban, Azad, Angara, Sitara, Morning News, il settimanale Al Qaeda (in inglese), The Mail, il settimanale Dainik e Nizam-e-Islam.
Lahore: il quotidiano Pakistan Times, il quotidiano Imroz, il quotidiano Afaq, il quotidiano Nawa-e-Waqt, il quotidiano Ihsan, il settimanale Kandeel, il quotidiano Hilal-e-Pakistan, il quotidiano Safina, Civil and Military Gazette, il quotidiano Asar, il mensile Khadim-ul-Haramain, il mensile Aref, il mensile Al Jamiya, il mensile Islamic Life, il mensile Muslim, il mensile Adabi Duniya, il settimanale Iqdam, il settimanale Karwan,
Bahawalpur: Insaf, Kainat, Ilham, Al Imam, Azam, Rahbar, Parwaz, Defa, Rafiq, Naya Daur, Karwan, Tabligh, Nawa-e-Bahawalpur.
Quetta: Mizan, Pasban, Nara-e-Haq, Maqased, Hilal, Khurshid, Tarjuman Rahbar-e-Niswan, Bachchuka Shaheen, Times, Muallim, Dushman, Pukar, Nawa-e-Baluchistan, Niswan-e-Duniya, Nawa-e-Watan, Paigham-e-Jadid, Sadaqat, Karwan Tamir-e-Baluchistan.
Inoltre, anche i giornali stranieri espressero una forte protesta—
As-Sijil-Baghdad, Ikhwat-e-Islamia Baghdad, ad-Da‘wa-Cairo, Membersh Sharq-Cairo.
Gli studenti dei Paesi musulmani che studiavano in Inghilterra e i musulmani residenti in Inghilterra presentarono una protesta al primo ministro pakistano, signor Muhammad Ali (di Bogra), avvertendo il governo pakistano riguardo alla condanna a morte inflitta al Maulana e chiedendo l’immediata liberazione del Maulana.
Il Gran Mufti di Palestina, al-Hajj Muhammad Amin al-Husayni, il murshid degli Ikhwan al-Muslimun, Shaykh Hasan al-Hazemi, l’avvocato di al-Azhar, Muhammad Abd al-Latif Daraz, e il presidente della Jamiat Shabban al-Muslimin, Muhammad Saleh Hereb, inviarono al governatore generale e al primo ministro del Pakistan un telegramma congiunto, nel quale dichiaravano:
«Tutti i musulmani che nutrono amore e benevolenza verso il Pakistan sono rimasti profondamente addolorati per la condanna a morte del Maulana Sayyid Abul A‘la Maududi. Spero che il governo pakistano agisca con saggezza e revochi la condanna a morte del nostro illustre signor Maududi.»
Il mujtahid supremo della comunità sciita iraniana, Hazratul Imam Muhammad al-Khalisi, e il più eminente leader degli Ahl al-Sunnat wa’l-Jama‘at iracheni, Allama Amjad az-Zahabi, inviarono un telegramma congiunto ai seguenti statisti, chiedendo loro di esercitare pressione sul governo pakistano per ottenere la liberazione del Maulana Maududi:
Il secondo Amir Faisal-Baghdad, il sultano Ibn Saud-Arabia Saudita, l’Allama Ayatollah Kashani-Iran, il dottor Mossadeq, ex primo ministro-Iran, il primo ministro dell’Iraq, il primo ministro d’Egitto, il generale Naguib, lo Shaykh di al-Azhar Hasan al-Hazemi e il Gran Mufti di Palestina. Inviarono un telegramma analogo anche al governatore generale e al primo ministro del Pakistan.
L’Allama Isa Ansari, il supremo mujahid dell’Indonesia, dichiarò a nome delle sessanta organizzazioni islamiche indonesiane:
«Il Maulana Maududi è un patrimonio dell’umanità. Se il Pakistan non ha bisogno di lui, il mondo islamico ne ha bisogno. Noi musulmani indonesiani gli accordiamo il nostro pieno sostegno e riteniamo che oggi il mondo musulmano abbia bisogno del suo pensiero.»
Tra i leader pakistani che protestarono chiedendo la liberazione del Maulana, meritano particolare menzione l’ex primo ministro del Pakistan Khwaja Nazimuddin, il signor M. Gazdar, il signor Hussain Imam, il Maulana Jafar Ahmad Usmani, Pir Ghulam Muhaddid Sirhindi, il Maulana Akram Khan, il Maulana Din Muhammad Khan, il Maulana Abdul Hamid Khan Bhashani e il Maulana Ragheb Ahsan.
In breve, la forza ostile all’Islam che aveva cercato di eliminare il Maulana da un giorno all’altro e di sabotare il movimento islamico fu certamente costretta a sottomettersi di fronte allo sguardo minaccioso del mondo musulmano insorto; tuttavia, non riuscendo a reprimere l’odio accumulato per anni contro il Maulana, cercò di trovare consolazione condannandolo a quattordici anni di lavori forzati.
La liberazione del Maulana
Non solo dal Pakistan, ma da tutto il mondo musulmano si levò una forte richiesta per la liberazione incondizionata del Maulana, e i relativi dettagli sono stati riportati in precedenza. Alla fine il governo ridusse la pena detentiva di quattordici anni a tre anni e mezzo. In seguito, a causa di una confusione giuridica in Pakistan, il Maulana fu liberato dopo due anni e nove mesi. La confusione giuridica consisteva nel fatto che, verso la fine del 1958, l’allora primo ministro del Pakistan, Muhammad Ali di Bogra, poi deceduto, aveva annunciato che il 25 dicembre dello stesso anno, nel giorno del compleanno del Quaid-e-Azam, avrebbe fatto dono alla nazione di una costituzione islamica.
Il governatore generale Ghulam Muhammad soffriva profondamente perché non vedeva il Maulana Maududi penzolare dal patibolo. Inoltre, l’annuncio della costituzione islamica da parte del primo ministro versò sale sulla sua ferita. Perciò, furioso, sciolse l’Assemblea costituente del Pakistan.
Di conseguenza, nel Paese si creò una paralisi costituzionale. Con lo scioglimento dell’Assemblea costituente, tutte le leggi e le norme furono abrogate.
Nel frattempo, per ottenere la liberazione del Maulana, fu presentata all’Alta Corte un’istanza per l’esibizione delle ragioni della detenzione (Habious Corpus). Tuttavia, prima ancora che iniziasse l’udienza in tribunale, il governo annunciò la liberazione incondizionata del Maulana.
Il viaggio del Maulana nel Pakistan orientale
Dopo la liberazione del Maulana dal patibolo e dalla condanna all’ergastolo, il mondo musulmano rese grazie a Dio. Poiché gli abitanti del Pakistan orientale non avevano mai visto il Maulana, cominciarono a desiderare di incontrarlo. Inoltre, divenne urgente che il Maulana visitasse il Pakistan orientale.
In quel periodo, nel Pakistan orientale emerse nuovamente una nuova crisi costituzionale. Dopo che il Governatore generale ebbe sciolto l’Assemblea costituente, fu formato un gabinetto composto da militari e civili, definito «talented» (dotato). Il defunto martire Suhrawardy fu nominato ministro della Legge. In seguito, si tramò per imporre al popolo, mediante una convenzione e con l’aiuto di un’ordinanza, una costituzione antislamica e antidemocratica. Tuttavia, dopo che una sentenza della Corte federale dichiarò incostituzionale la formazione della convenzione, il Governatore generale e il gabinetto «talented» furono costretti a indire le elezioni dell’Assemblea costituente nel maggio del 1955. Dopo queste elezioni, Chaudhry Muhammad Ali fu eletto primo ministro. Egli desiderava ardentemente elaborare nel Paese una costituzione islamica. Ma il defunto martire Suhrawardy, leader della Lega Awami nell’Assemblea costituente, e i dirigenti congressisti divennero il principale ostacolo all’elaborazione di una costituzione islamica. Suhrawardy aveva esercitato forti pressioni affinché Khwaja Nazimuddin fosse rimosso e, infine, l’Assemblea costituente fosse sciolta, così da sbarrarе la strada a una costituzione islamica nel Paese. In seguito, mentre era ministro della Legge nel gabinetto «talented», anche la speranza di Suhrawardy di imporre alla nazione, attraverso una convenzione, una costituzione antidemocratica e secolarista venne meno. Pertanto, affinché l’Assemblea costituente rieletta non potesse elaborare una costituzione islamica, egli formò un forte fronte antislamico insieme ai membri del Congresso indù. Si rese quindi necessario rafforzare il movimento popolare per sventare questa loro manovra e creare un ambiente favorevole alla costituzione islamica.
Dopo essere stato liberato dal carcere, il Maulana Maududi si recò per la prima volta nel Pakistan orientale il 24 gennaio 1956. Vi rimase per un mese e mezzo, visitando quasi ogni capoluogo distrettuale e ogni importante città capoluogo di suddivisione. In quell’occasione tenne discorsi davanti a diverse centinaia di migliaia di persone, presentò l’invito dell’Islam, spiegò la necessità di una costituzione islamica, rispose a centinaia di domande e concesse udienze personali a centinaia di persone. In tal modo rafforzò anche nella parte orientale del Pakistan la richiesta di una costituzione islamica. Inoltre, acquisì una conoscenza diretta di tutti i problemi interni e delle difficoltà e lamentele di questa provincia.
Nella fase conclusiva del viaggio, il 4 marzo, durante una conferenza degli operatori della Jamaat-e-Islami tenutasi nella sala del Consiglio distrettuale di Dacca, il Maulana Maududi dedicò un’ampia trattazione soprattutto a tutti i problemi e alle difficoltà e lamentele del Pakistan orientale, nonché alla corretta via per risolverli. La traduzione bengalese di quel discorso fu pubblicata in forma di opuscolo con il titolo «I problemi del Pakistan orientale e la loro soluzione».
Il Maulana Maududi analizzò dettagliatamente alcuni complessi problemi degli abitanti del Pakistan orientale e ne propose anche le soluzioni. Individuò le vere cause delle loro gravi lamentele e le mise in luce.
A proposito della direzione sbagliata che i muhajir stavano prendendo nel Pakistan orientale, osservò:
«Una gran parte di coloro che sono venuti qui come funzionari pubblici non ha svolto alcun ruolo particolarmente encomiabile. Seduti sulle poltrone degli inglesi, si sono considerati inglesi. Hanno adottato la stessa politica che gli inglesi seguivano per governare un’altra nazione. Non hanno riflettuto sul fatto che hanno assunto la responsabilità di governare, o meglio di servire, il proprio Paese e la propria nazione. Se il loro obiettivo era imitare gli inglesi, allora era loro dovere seguire la politica vigente in Inghilterra. In realtà, questa è la causa principale per cui il popolo del Pakistan orientale ha cominciato a ritenere di essere stato trasformato in una colonia.»
(I problemi del Pakistan orientale e la loro soluzione, p. 5)
L’ammonimento del Maulana agli estranei
Riguardo agli uomini d’affari provenienti da altre regioni, egli fece il seguente commento:
«Siamo grati agli uomini d’affari e ai proprietari di fabbriche provenienti da altre regioni, poiché sono venuti qui e hanno preso in mano l’industria e il commercio locali. Tuttavia, avrebbero dovuto considerare questo Paese come il proprio Paese e questa nazione come la propria nazione, cercare di aiutare i fratelli meno sviluppati a progredire, aiutarli ad avanzare nel campo dell’industria e del commercio, spendere qui il denaro guadagnato qui per alleviare le loro difficoltà, istituire adeguate organizzazioni per il loro benessere e progresso e prestare loro un aiuto appropriato nei momenti di pericolo e di difficoltà. È davvero molto triste che molti di loro non fossero consapevoli di questo dovere.» (Cfr. l’opuscolo citato, pp. 7-8.)
Il problema linguistico
Di seguito viene riportata la chiara opinione espressa dal Maulana riguardo al movimento per la lingua bengalese e al problema linguistico nel Pakistan orientale:
«Il problema linguistico era la questione più importante di tutte. In realtà, nel Pakistan orientale non vi era mai stato alcun sentimento di ostilità nei confronti della lingua urdu. Al contrario, tra le persone istruite del luogo si osservava un particolare interesse per la sua necessità. La gente comune di qui nutriva grandissimo rispetto per coloro che parlavano urdu. Ancora oggi, dopo l’arabo, la lingua urdu gode anche di una sorta di prestigio religioso. Tuttavia, se fosse stata adottata come unica lingua nazionale e ufficiale, ciò avrebbe causato notevoli difficoltà alla popolazione locale. Infatti, anche le persone istruite del luogo non conoscono l’urdu. Di conseguenza, temevano di rimanere indietro rispetto agli istruiti di lingua urdu in ogni ambito. Fu proprio alla luce di questa situazione che i bengalofoni chiesero che il bengalese fosse reso lingua ufficiale insieme all’urdu. Se si fosse compresa appieno la gravità della situazione e si fosse accolta questa richiesta fin dal primo giorno, si sarebbe data prova di saggezza. Nella realtà, però, si è fatto l’esatto contrario. Da un lato si è cercato di soffocarla con una politica di repressione, mentre dall’altro dal Pakistan occidentale si sono levate ripetutamente voci contro di essa. Per questo motivo, la richiesta del bengalese, invece di rimanere un problema risolvibile, ha assunto la forma di un’ideologia e di una corrente emotiva: e questa ne è la naturale conseguenza. Infatti, se a una richiesta si risponde dicendo: “Non sarà concessa”, in risposta si leverà necessariamente il grido: “La otterremo a ogni costo”. Anche in questa vicenda è accaduto esattamente questo.»
Il problema dell’impiego pubblico
Nel discorso pronunciato dal Maulana Maududi alla Dhaka DB Hall, egli espresse anche, riguardo agli impieghi pubblici, ciò che il Pakistan orientale sentiva nel profondo.
Egli dice:
«Il secondo problema riguarda gli impieghi pubblici. Non vi è dubbio che durante il dominio britannico i musulmani fossero estremamente arretrati per quanto concerneva gli impieghi. La loro presenza proporzionale nelle alte cariche era praticamente nulla. Naturalmente, non era neppure facile correggere all’improvviso questo torto commesso per duecento anni dagli inglesi e dagli indù. Tuttavia, dopo la fondazione del Pakistan, i musulmani della regione orientale nutrivano a buon diritto la speranza che sarebbe stata loro data l’opportunità di progredire. Purtroppo, questa loro speranza non è stata soddisfatta. Il risentimento che si è sviluppato al riguardo tra i giovani del Pakistan Orientale è pienamente giustificato. È estremamente deplorevole la mentalità dei dipendenti pubblici, i quali cercano di far assumere i propri parenti ovunque abbiano influenza. Almeno le persone di alto rango e influenti avrebbero dovuto essere esenti da questa ingiustizia. Era loro dovere cercare di elevare i loro fratelli musulmani del Bangladesh, trascurati e arretrati, affinché anch’essi potessero avere l’opportunità di partecipare in misura eguale al servizio del Paese. Purtroppo, al riguardo è stata dimostrata una negligenza estrema. Tanto che, a causa di questa negligenza, nel Pakistan Orientale si è diffusa una lamentela generale.» (Si veda il suddetto opuscolo, pp. 14-15.)
Il problema della difesa nazionale
Il problema più doloroso del Pakistan Orientale è quello della sicurezza. A questo proposito il Maulana dice:
«Una questione ancora più importante è quella degli impieghi nelle forze armate. La politica del governo centrale al riguardo è davvero discutibile. Ancora oggi qui prevale la concezione dell’epoca britannica secondo cui soltanto le “razze marziali” sarebbero adatte al servizio militare. Di conseguenza, la professione militare è diventata un monopolio degli abitanti di una determinata regione. Agli abitanti del Pakistan Orientale non viene accordata alcuna quota significativa, non solo degli stanziamenti finanziari del bilancio militare, ma neppure degli altri aspetti essenziali dell’istruzione militare.
Non so se, agli occhi dei nostri governanti, gli abitanti di Ceylon, della Birmania, della Siria, dell’Indonesia, delle Filippine e di altri Paesi siano considerati appartenenti a razze marziali. Se non lo sono, allora bisognerebbe o privarli della capacità di difendere i propri Paesi, oppure richiamare personale militare da altri luoghi e costituire con esso le forze armate. E se gli abitanti di questi Paesi sono capaci di difendere da soli i propri Paesi, sotto quale aspetto gli abitanti del Pakistan Orientale sarebbero inferiori a loro, tanto da essere dichiarati inadatti al servizio militare? L’importanza di questa questione non finisce qui. Al contrario, essa costituisce una questione di vita o di morte per il Pakistan. Più della metà della popolazione di questo Paese vive in una regione così piccola, i cui tre lati sono circondati dal territorio dell’Hindustan. Occorre difendere una frontiera lunga quasi millequattrocento miglia. In tempo di guerra, non sembra possibile fornire aiuti a questa regione dal Pakistan Occidentale. Se gli abitanti di qui non saranno capaci di difendere da soli il proprio Paese e non saranno formati per renderli idonei sotto ogni aspetto a questo scopo, non potranno mai sentirsi sicuri. Non potrete mai rassicurarli convincendoli che, in caso di guerra, il Pakistan Occidentale difenderà la regione orientale. Perché ciò significherebbe che, prima di tutto, la regione orientale verrebbe una volta aggredita dal nemico e poi voi ordinereste al Pakistan Occidentale di scacciarlo. Non è altro che una concezione errata. Ed è questa la causa principale del malcontento degli abitanti del Pakistan Orientale.»
(Si veda il suddetto opuscolo, pp. 15-16.)
Dopo la fine della legge marziale, quando i partiti politici ripresero legalmente le loro attività, nella città di Rangpur si tenne una conferenza di tre giorni della Jamaat-e-Islami. In occasione dell’assemblea pubblica organizzata il 18 novembre 1962 nell’ambito di questa conferenza, il Maulana disse:
«Ho detto molte volte prima della legge marziale, e lo ripeto oggi, che il Pakistan Orientale deve essere preparato sotto ogni aspetto alla difesa del Paese.»
Il discorso sopra citato del Maulana dimostra con assoluta chiarezza che egli considerava ogni centimetro del territorio del Pakistan e ogni suo abitante come propri. Il provincialismo o la ristrettezza fondata sulla lingua non poterono mai toccare il suo cuore. Oltre a un pieno senso della fraternità islamica, una generosa umanità era una caratteristica del carattere del Maulana. Egli nutriva la stessa sollecitudine per i diversi problemi regionali del Pakistan. Per questo non poté mai ignorarne nessuno.
Il Maulana espresse magnificamente questo sentimento nel discorso tenuto quel giorno alla Dhaka DB Hall. Egli disse:
«Il Pakistan è per me come il mio corpo e la mia anima. Come non posso fare distinzione tra le mie due mani, così non posso fare alcuna distinzione tra le due parti del Pakistan. Se una delle mie due mani si ammala, ciò costituisce una malattia dell’intero corpo. È mio dovere ricercarne la causa e predisporre la cura adeguata. Non farlo significa essere nemici di noi stessi.»
Dopo l’adozione della Costituzione islamica
Grazie agli sforzi sinceri e all’instancabile lavoro del Primo Ministro del Pakistan, Chaudhry Muhammad Ali, in Pakistan fu elaborata e adottata una Costituzione islamica. Il 29 febbraio 1956 l’Assemblea costituente approvò la Costituzione islamica. Il 2 marzo il Governatore generale la firmò, ed essa entrò in vigore il 23 marzo. È superfluo dire che, al momento dell’adozione di questa Costituzione, il defunto signor Suhrawardy boicottò l’Assemblea costituente insieme ai membri del suo partito, la Lega Awami, e ai membri congressisti. Sebbene la Costituzione islamica fosse stata adottata, dagli ambienti contrari all’Islam nel Paese prese slancio un movimento reazionario contro alcune delle disposizioni seguenti.
(1) La denominazione dello Stato come Repubblica islamica,
(2) Il fatto che il capo dello Stato fosse musulmano
(3) Non promulgare leggi contrarie al Corano e alla Sunna,
(4) Abolire il consumo di alcol, il gioco d’azzardo, l’adulterio e simili.
Quando fu adottata per il Pakistan una costituzione islamica (sebbene, dal punto di vista dell’Islam e della democrazia, non fosse affatto priva di difetti), tutta la collera di alcune persone si riversò sul Maulana Maududi. In seguito cominciarono le accuse e le critiche contro il Maulana. L’accusa più infondata e deplorevole mossagli contro era che, fin dall’inizio, occupasse la carica di amir della Jamaat-e-Islami senza essere stato eletto.
Per dimostrare che non aveva mai aspirato alla leadership, il Maulana rassegnò serenamente le dimissioni dalla carica di amir. Dichiarò inoltre che, poiché aveva trascorso a lungo in carcere, dopo le sue dimissioni il signor Chaudhry Ghulam Muhammad sarebbe stato eletto temporaneamente amir e, conformemente allo statuto, sarebbero proseguiti i preparativi per l’elezione dell’amir.
A questo scopo, nel febbraio del 1957, nella località di Machhigot, appartenente allo Stato principesco di Bahawalpur, si tenne per una settimana una conferenza dei membri della Jamaat-e-Islami. Anche l’umile autore ebbe la fortuna di partecipare a quella conferenza. Vi presero parte più di ottocento membri della Jamaat provenienti dalle diverse regioni del Pakistan. I lavori della conferenza si conclusero in un’atmosfera di completa pace, disciplina e incomparabile purezza. Proprio in quella conferenza ebbe luogo una nuova elezione dell’amir della Jamaat-e-Islami. Si constatò che, su più di ottocento elettori, tutti tranne quattro avevano votato a scrutinio segreto per il Maulana Maududi come amir. Pertanto il Maulana non poté sottrarsi alla responsabilità affidatagli spontaneamente da tutti. Assunse nuovamente la carica di amir.
In quella conferenza il Maulana pronunciò, sul futuro programma operativo della Jamaat-e-Islami, un discorso estremamente razionale e ricco di conoscenza, della durata di ben sei ore. Quel discorso è diventato un patrimonio inestimabile della Jamaat-e-Islami. È stato pubblicato in forma di libro con il titolo «Il futuro programma del movimento islamico».
Nel frattempo, nel cielo politico del Pakistan si addensarono nubi minacciose. Al posto di Ghulam Muhammad, Iskander Mirza divenne governatore generale e in seguito presidente del Pakistan. La costituzione poneva l’accento sull’accelerazione delle elezioni generali in tutto il Pakistan, ma non ne stabiliva il metodo. Di fronte alla strenua opposizione della Lega Awami e del Congresso, era già estremamente difficile far approvare una costituzione di qualsiasi tipo islamico. Non vi era quindi alcuna possibilità di discutere se adottare un sistema elettorale congiunto oppure separato. Ora gli ambienti contrari all’Islam si trovarono di fronte a un’occasione d’oro per sabotare la costituzione islamica. Erano fermamente convinti che, se si fosse introdotto un sistema elettorale congiunto tra musulmani e non musulmani, i candidati favorevoli all’Islam avrebbero avuto ben poche possibilità di vincere le elezioni. Di conseguenza, sarebbe stato facile modificare la costituzione islamica o le disposizioni islamiche della costituzione.
Riguardo al sistema elettorale era stato deciso soltanto che l’Assemblea nazionale avrebbe adottato la decisione definitiva in materia, sulla base delle raccomandazioni delle due assemblee provinciali. L’Assemblea del Pakistan Occidentale raccomandò il sistema elettorale separato. Fu annunciata per il febbraio del 1958 una riunione dell’Assemblea nazionale a Dacca. Fu inoltre annunciato che proprio in quella riunione sarebbe stata presa la decisione definitiva sul sistema elettorale.
Il Maulana per la seconda volta nel Pakistan orientale
È innegabile che, in un Paese dove musulmani e non musulmani vivono insieme, l’ordinamento sociale islamico e i valori islamici dipendano da elezioni separate. I musulmani eleggeranno separatamente il proprio leader nazionale e, allo stesso modo, i non musulmani eleggeranno il loro. Poiché i musulmani, considerati esclusivamente in quanto musulmani, costituiscono una nazione distinta, è proprio questa concezione della nazione ad aver dato vita al Pakistan. Le elezioni congiunte di tutte le comunità, musulmane e non musulmane, scuotono le fondamenta dell’ideale pakistano e, allo stesso tempo, cancellano le aspirazioni nazionali dei musulmani.
Nel Pakistan orientale era in carica un governo composto da ministri dell’Awami League. L’atteggiamento dell’Awami League nei confronti dell’Islam non era sconosciuto a nessuno. Pertanto, Jamaat-e-Islami, il Partito Nizam-e-Islam e la Lega Musulmana iniziarono a condurre uno sforzo congiunto per formare un’opinione pubblica favorevole alle elezioni separate nel Pakistan orientale. A tale scopo fu organizzata un’assemblea pubblica al campo di Paltan, a Dacca. Ma una banda armata di teppisti, incaricata dal governo, attaccò il luogo dell’assemblea e abbatté con brutale violenza numerosi esponenti di primo piano. Il governo provinciale, che si proclamava vessillifero della democrazia, esultò con orgoglio per la vittoria davanti a un simile misfatto contro la democrazia e l’umanità.
In quel periodo, nel 1958, il Maulana Maududi si recò per la seconda volta nel Pakistan orientale. Fu predisposto un programma delle sue visite in ogni capoluogo di distretto e nelle principali città dei sottodistretti. Il 21 febbraio, migliaia di persone attendevano con impazienza l’arrivo del Maulana alla stazione di Rangpur, desiderose di porgergli una calorosa accoglienza. Ma nella storia della democrazia si verificò qualcosa di assolutamente stupefacente. Mentre il treno diretto a Rangpur trasportava il Maulana, gli fu consegnata, da parte del governo provinciale, una direttiva. Vi si dichiarava che, per il timore di disordini, il Maulana non avrebbe potuto scendere dal treno nella città di Rangpur. Anche l’assemblea pubblica era stata vietata. Il governo dell’Awami League del Pakistan orientale stabilì così un nuovo record nella storia della democrazia.
La folla alla stazione di Rangpur era esplosa in una protesta. Sembrava che stesse per verificarsi una catastrofe immane. Quando il treno si fermò alla stazione, il Maulana rimase sulla porta del vagone, ricevette il rispettoso saluto della gente e disse con tono estremamente calmo e gentile: «Sono sempre stato favorevole al rispetto della legge. Vi chiedo di mantenere la legge e l’ordine nel Paese. Se Allah vorrà, un giorno tornerò a rendervi visita nella vostra città e a mettermi al vostro servizio». [Il 18 novembre 1962, pronunciando un suo prezioso discorso davanti a una grande folla nella città di Rangpur, il Maulana Maududi esaudì il desiderio nutrito per molti anni dagli abitanti di Rangpur.]
La scena di quel giorno sulla banchina della stazione di Rangpur è ancora oggi viva davanti agli occhi dell’autore. Dopo il brevissimo discorso del Maulana, tutta la rabbia e l’agitazione della folla adirata contro il governo svanirono come bolle di sapone. Un impeto incontenibile di pianto, giunto alla gola e riempiendo di lacrime entrambi gli occhi, si congedò assumendo la forma di un sommesso sorriso asciutto. Sembrò che da qualche parte fosse stato tracciato il piano di un massacro. E, poiché quel piano era andato in frantumi, in un mondo invisibile qualcuno aveva inferto una pugnalata al petto di Satana. Il treno con il Maulana ripartì. La folla tornò verso la città con il cuore spezzato.
In seguito il Maulana pronunciò discorsi nelle assemblee pubbliche delle città di Saidpur, Thakurgaon, Dinajpur, Bogra, Rajshahi e Pabna.
Dopo aver tenuto discorsi nelle assemblee pubbliche di ogni capoluogo di distretto e di molte città dei sottodistretti del Paese, il Maulana tornò a Dacca. Ma, ignorando la richiesta unanime del popolo a favore del sistema delle elezioni separate, l’Assemblea nazionale impose alla nazione il sistema delle elezioni congiunte, nel silenzio assopito della notte inoltrata.
Alla fine di marzo si tenne a Dacca una conferenza di tre giorni della Jamaat-e-Islami. Maulana Maududi partecipò alla conferenza. Nell’ultimo giorno, una processione mista, lunga un miglio, composta dai membri della Jamaat-e-Islami e dal popolo, attraversò le principali strade della città e si riunì al campo di Paltan. Si protestò contro i governi provinciale e centrale per le misure antidemocratiche contrarie alle speranze e alle aspirazioni delle masse musulmane. In seguito, Maulana tenne un discorso all’assemblea pubblica di Paltan. Fortunatamente, i malintenzionati non osarono turbare l’ordine dell’assemblea.
Il viaggio di Maulana all’estero
Nel giugno del 1956, Maulana Sayyid Abul A‘la Maududi partì per il Medio Oriente per partecipare alla seconda sessione del Mu’tamar al-‘Alam al-Islami, tenutasi a Damasco. Non aveva potuto partecipare alla prima sessione, perché all’epoca stava scontando una condanna all’ergastolo. In questa sessione del Mu’tamar, i rappresentanti provenienti dal mondo musulmano elogiarono apertamente il servizio islamico reso da Maulana. Maulana presiedette una delle sessioni del Mu’tamar. Fu eletto all’unanimità presidente del comitato «Tabligh e Da‘wat islamica» di tale organizzazione.
Terminata la sessione del Mu’tamar al-‘Alam al-Islami, Maulana visitò diversi Paesi del Medio Oriente. Questa volta compì il pellegrinaggio dell’Hajj e conobbe personalmente molti sapienti e pensatori illustri del mondo musulmano.
Quando Maulana giunse a Beirut, sulla strada per Damasco, i membri e i dirigenti dell’organizzazione del movimento islamico in Libano «‘Ibadur Rahman», insieme alle personalità eminenti della città, gli tributarono una calorosa accoglienza all’aeroporto. Gli scout di ‘Ibadur Rahman gli resero gli onori militari. Da loro si apprese che gli scritti di Maulana erano ampiamente diffusi tra loro e che tutti conoscevano bene Maulana Maududi e la Jamaat-e-Islami.
Durante l’attraversamento del confine siriano, i bagagli di Maulana e dei suoi compagni furono lasciati passare senza ispezione. Un dipendente del posto di controllo disse che il governo siriano aveva ordinato loro di dare a Maulana un caloroso benvenuto a nome del governo e del popolo siriani. A dieci o dodici miglia da Damasco, le personalità illustri della città attendevano da molto tempo l’arrivo di Maulana, accompagnate da un enorme corteo di automobili per accoglierlo. Maulana entrò nella città di Damasco con una grandiosa processione e una ricezione regale. In seguito, alla ricezione civica pomeridiana parteciparono, oltre alle personalità eminenti della città, il ministro della Giustizia del governo siriano, il presidente del Parlamento e il ministro dell’Interno.
In questa occasione si apprese che gli scritti di Maulana erano giunti in larga misura in Sudan e stavano raggiungendo anche altre parti del mondo arabo. Il signor Makkiyun Nasiri, dirigente del partito islamico del Marocco, ottenne da Tangeri il permesso di pubblicare gli scritti di Maulana anche al di fuori di Damasco. Disse di aver progettato di pubblicare gli scritti di Maulana in arabo e diffonderli ampiamente in Marocco, Tunisia e Algeria.
Rimozione delle idee errate sul Pakistan
Durante questo viaggio, Maulana Maududi ebbe l’opportunità di rendere un grande servizio al Paese. Fino ad allora, nei Paesi arabi esisteva un’opinione sfavorevole nei confronti del Pakistan. Erano stati fuorviati dalla propaganda indiana. Attraverso il suo viaggio, Maulana eliminò questa loro errata concezione. Criticò inoltre il nazionalismo arabo e ne dimostrò l’errore. Disse loro che l’unica base dei rapporti tra il Pakistan e i Paesi arabi è l’Islam. Disse anche che, se Israele è nemico degli Arabi, l’India è un nemico del Pakistan ancora più grande, poiché l’India occupa ingiustamente una vasta parte del Kashmir. Maulana disse che l’India aveva riconosciuto lo Stato d’Israele, mentre il Pakistan non lo aveva riconosciuto. Chiese: in tali circostanze, se i Paesi arabi, invece del Pakistan, stabilissero un’amicizia con l’India, che cosa potrebbero aspettarsi dal Pakistan? Durante il suo viaggio in Medio Oriente, Maulana svolse ovunque, nei colloqui con gli Arabi, questa opera di propaganda riguardo al Pakistan. Gli Arabi dichiararono con rammarico che nei Paesi arabi non vi era stata una vera rappresentanza del Pakistan.
Anche al ritorno da Damasco, il governo siriano congedò Maulana con il massimo rispetto. Il segretario ai Trasporti lo accompagnò fino alla stazione e gli rivolse l’ultimo saluto. Furono predisposti veicoli governativi per Maulana fino al confine siriano.
Il re di Giordania, Shah Hussein, invitò Maulana, che qui dovette tenere un discorso in un’assemblea pubblica. In quella riunione Maulana dovette rispondere a diverse domande riguardanti il sistema di vita islamico, la Jamaat-e-Islami, la sua letteratura, la traduzione di tali opere in lingua araba e altri argomenti. Maulana illustrò la politica estera del Pakistan e l’uditorio espresse soddisfazione per le sue risposte. Maulana disse che, sebbene i Paesi arabi siano venti volte più grandi di Israele, non considerano biasimevole chiedere aiuto alla Russia per proteggersi dai suoi attacchi. Se il Pakistan chiedesse l’aiuto dell’America per proteggersi dagli attacchi dell’India, quattro volte più potente di Israele, perché ciò dovrebbe essere biasimevole? Eppure il Pakistan è sempre rimasto un sostenitore degli Arabi.
Da Aleppo venne a prendere Maulana una delegazione speciale. In seguito egli si recò ad Aleppo insieme al leader del Marocco, Makkiyun Nasiri, e al leader algerino Muhammad al-Ghaibi. Anche lungo il percorso Maulana fu accolto ovunque con sincera cordialità. Prima di raggiungere ogni città o porto, i cittadini davano il benvenuto a Maulana con cortei di automobili, a dieci o dodici miglia dalla città.
A Homs e Hama, i giovani dell’Ikhwan accolsero Maulana recitando poesie e applaudendo, secondo l’antica usanza araba. Maulana fu profondamente lieto e commosso dalla loro gioia spontanea e dalla loro sincerità.
Molti giovani delle forze armate siriane incontrarono Maulana. Dichiararono di aver letto molti dei suoi libri e che da parte del governo non vi era alcun divieto o restrizione alla lettura delle sue opere. Saputo ciò, Maulana provò in cuor suo grande tristezza, poiché nel suo stesso Paese, proprio per questo motivo, la sua letteratura era vietata alle forze armate. Per loro, possedere anche solo uno dei libri di Maulana era considerato un gravissimo reato.
In Arabia Saudita, tutti coloro che avevano letto i libri di Maulana venivano a incontrarlo, e tra loro avveniva uno scambio di idee su vari argomenti.
Gli emigrati del Turkestan russo incontrarono Maulana e gli narrarono le storie delle estreme persecuzioni inflitte loro dal governo russo. Uno degli studiosi tra loro tradusse alcune opere di Maulana in lingua turca.
Molti musulmani del Kashmir occupato continuavano a raccontare al Maulana le loro sofferenze e disgrazie e a pregare piangendo Allah nel Sacro Santuario.
Dopo molte ricerche, numerosi musulmani della Turchia riuscirono a incontrare il Maulana. Avevano appreso che quell’anno Maulana Maududi sarebbe venuto per compiere il pellegrinaggio. Dopo averlo cercato alla Mecca senza trovarlo, alla fine lo incontrarono a Medina. Quando espressero il desiderio di tradurre in turco le opere del Maulana, egli concesse loro il permesso con grande soddisfazione.
Il regime militare in Pakistan
In Pakistan era stata adottata e resa effettiva una Costituzione islamica e, in conformità alla nuova Costituzione, nel febbraio 1959 si sarebbero tenute in tutto il Paese le elezioni generali per le assemblee nazionale e provinciali. Tuttavia, a causa della Costituzione islamica, gli esponenti ostili all’Islam, dal capo dello Stato fino ai livelli provinciali, non riuscivano a dormire sonni tranquilli. Per sabotare la Costituzione islamica, il capo dello Stato Iskander Mirza iniziò al centro il gioco di sciogliere e ricomporre i ministeri. Il partito privo di potere cominciò ad adottare ogni sorta di astuzia e stratagemma per vincere le elezioni imminenti. Con il pretesto di prevenire i disordini durante le elezioni, il partito al potere iniziò ad arruolare migliaia di poliziotti speciali tra i propri membri. Come in passato, si cominciò a progettare di utilizzare i dipendenti pubblici per superare anche questa volta lo scoglio elettorale. In nome delle prossime elezioni, in tutto il Paese si instaurò un regno del terrore.
Maulana Maududi si rendeva profondamente conto di questa situazione. Per esprimere il suo atteggiamento al riguardo, il 6 ottobre fu organizzata un’assemblea pubblica a Muchidarga, Lahore. Nel suo discorso, dopo aver analizzato la situazione del Paese e aver messo in guardia la nazione, il Maulana dichiarò che, a causa della sete di potere e della miopia della classe dirigente pakistana, la burocrazia locale aveva rialzato notevolmente la testa. Se il partito al potere e il popolo non avessero ancora corretto i propri errori, in questo Paese sarebbe stata eretta la tomba della democrazia e sopra di essa sarebbe sorto il palazzo della burocrazia.
È superfluo dire che le parole del Maulana erano vere alla lettera. La burocrazia pakistana aspettava un’occasione. I ministeri centrale e provinciali erano diventati come marionette danzanti al comando del capo dello Stato. Le violenze dell’Assemblea del Pakistan Orientale arrivarono fin dentro l’aula. Questa era l’occasione d’oro per la burocrazia assetata di potere.
Nella stessa notte in cui Maulana Maududi pronunciava il suo monito alla nazione durante l’assemblea pubblica di Muchidarga, nelle ultime ore della notte fu proclamata la legge marziale nel Paese. Iskander Mirza fece scacco matto, nell’oscurità di quella notte, nel gioco che aveva condotto fino ad allora. Mandò in frantumi la Costituzione tanto desiderata e conquistata con grandi sacrifici e impose al Paese la legge marziale, cioè il macigno della burocrazia. Tutti i partiti politici del Paese e le loro attività furono messi al bando.
Il Maulana per la seconda volta in Medio Oriente
Sono trascorsi alcuni anni dal viaggio del Maulana in Arabia Saudita e nel Medio Oriente. Grazie a quel viaggio, i rapporti con le popolazioni e i leader islamici di quei Paesi si sono approfonditi. Essi desiderano poter vedere il Maulana tra loro ogni anno.
In Pakistan è in corso il regime militare. Tutte le attività politiche sono state sospese. Anche la Jamaat-e-Islami non svolge alcuna attività. Questo era dunque il momento più propizio per il viaggio all’estero del Maulana.
Nell’ottobre del 1959 il Maulana si recò per la seconda volta in Medio Oriente. Questa volta il suo viaggio aveva il semplice scopo di acquisire conoscenze, visitare luoghi storici e, soprattutto, fare esperienza diretta dei luoghi descritti nel Corano, cioè dell’«Ard al-Qur’an». Per il suo celeberrimo tafsir Tafhim al-Qur’an, il Maulana riteneva necessario vedere con i propri occhi l’«Ard al-Qur’an».
Anche durante questo viaggio il Maulana fu trattato ovunque con particolare fraternità. I governi arabi predisposero con grande interesse speciali agevolazioni e servizi per il viaggio del Maulana. L’Arabia Saudita e la Giordania gli offrirono un’ospitalità così sincera che non potrà mai essere dimenticata. Durante il viaggio, quando se ne presentava l’occasione, il Maulana condannava aspramente il nazionalismo arabo e cercava di correggere questa loro falsa ideologia. Nei suoi colloqui, il Maulana illustrava agli Arabi la vera posizione del Pakistan e la situazione reale. Il Maulana disse loro con parole inequivocabili:
«I rapporti tra voi e noi esistono esclusivamente in nome dell’Islam. Se vi schiererete per l’Islam, centinaia di milioni di musulmani nel mondo si schiereranno dietro di voi. Ma se, invece dell’Islam, adotterete la miscredenza e l’ignoranza, non soltanto gli altri musulmani del mondo, ma persino i musulmani arabi vi abbandoneranno.»
Il Maulana aggiunse:
«Ritengo che la corrente di nazionalismo, ateismo e depravazione che attraversa i Paesi arabi abbia un’unica fonte. Questi tre elementi sono intimamente legati l’uno all’altro. Coloro che innalzano la bandiera del nazionalismo arabo sono gli stessi che innalzano anche quella dell’ateismo e della ribellione contro Dio.»
Il secondo viaggio del Maulana in Medio Oriente si è rivelato alquanto promettente. Rispetto alla prima volta, i suoi libri sono divenuti più conosciuti e apprezzati nei Paesi arabi. Anche i governi di quei Paesi lo hanno trattato con maggiore cordialità, ospitalità e fraternità rispetto al passato. In diversi luoghi, durante raduni pubblici, incontri nei college e assemblee di persone colte, il Maulana ha esposto chiaramente il suo messaggio e la sua missione attraverso i suoi discorsi, fornendo risposte soddisfacenti alle varie domande. In tal modo è entrato in stretto contatto con gli ambienti colti. Si è potuto constatare che la vigorosa produzione letteraria del Maulana sta influenzando alcune menti e coscienze contro il nazionalismo arabo. In definitiva, il secondo viaggio del Maulana in Medio Oriente si è rivelato pienamente fruttuoso.
Al fine di rendere autorevole, affidabile e avvincente il tafsīr rivoluzionario del Corano, Tafhīm al-Qurʾān, scritto per le generazioni future, il Maulana trascorse più di tre mesi in questo viaggio. Tra i luoghi storici che visitò, i seguenti sono particolarmente degni di nota.
Dirʿiyya, che fu il centro del movimento di Muḥammad ibn ʿAbd al-Wahhāb al-Najdī; ʿAqrabāʾ, dove Musaylima, il falso pretendente alla profezia, fu sconfitto da Khālid ibn al-Walīd; la casa di ʿAyyūb al-Anṣārī; Saqīfa Banī Sāʿida; Muʾta; Yarmūk; Shumaysī, il luogo del trattato di al-Ḥudaybiyya; il luogo di nascita del Santo Profeta (pace e benedizioni su di lui); Dār al-Arqam; la gola di Abū Ṭālib; Jabal al-Nūr; la grotta; il monte dei Settanta; le rovine di Ṭāʾif; la moschea di al-Khayf; Jabal al-Raḥma di Uḥud, dove il Santo Profeta (pace e benedizioni su di lui) pose a guardia cinquanta arcieri; Khaybar; i resti di Madāʾin Ṣāliḥ; Tabūk; ʿAqaba, dove gli Aṣḥāb al-Sabt pescavano; la valle di Mūsā; il monte di Mūsā; il luogo in cui Hārūn svolgeva la sua missione, e altri ancora. Il risultato di questo viaggio del Maulana, dedicato alla ricerca e all’istruzione, fu che nel Tafhīm al-Qurʾān vennero inserite fotografie suggestive di questi luoghi e delle loro rovine, e furono raccolte le informazioni più aggiornate sugli argomenti menzionati nel testo originale del Sacro Corano.
Il contributo del Maulana all’Università di Medina
Poco dopo aver concluso il suo secondo viaggio in Medio Oriente, nel dicembre del 1960 il Maulana dovette recarsi nuovamente in Arabia Saudita. Questa volta vi andò su invito di Shāh Saʿūd. Da molto tempo Shāh Saʿūd desiderava fondare un’università islamica nella nobile Medina. Convocò quindi una riunione di alcuni esperti per elaborare una prima bozza dell’università progettata. A questa riunione il Maulana Maududi partecipò in qualità di «ospite reale».
Il Maulana Maududi aveva già preparato la bozza dell’università islamica prima di recarsi alla riunione. Consegnò una copia completa della bozza a ciascun membro partecipante. Dopo un’ampia discussione e lievi modifiche, il progetto del Maulana fu adottato all’unanimità, e proprio su tale base venne fondata l’Università Islamica di Medina. Shāh Saʿūd chiese al Maulana di recarsi a Medina, esaminare il luogo e gli edifici dell’università e fornire i consigli necessari. In seguito, il Maulana si recò nella nobile Medina.
In segno di gratitudine, Shāh Saʿūd nominò il Maulana membro permanente del consiglio direttivo dell’Università Islamica di Medina. Shāh Saʿūd promise inoltre diverse opportunità e agevolazioni per gli studenti pakistani. Nel frattempo, un numero considerevole di studenti pakistani sta già studiando in questa università.
Durante questo viaggio il Maulana conobbe molte persone. I professori e gli studenti dell’Università di Riyad discussero con lui di vari argomenti. Il Maulana tenne conferenze in diverse occasioni.
Questa volta venne elaborato qui il programma della tabligh islamica in Africa. Su invito rivolto al Maulana dall’Anjuman-i Himayat-i Islam di Nairobi, venne predisposto un ampio programma. Anche i musulmani del Kenya attendevano con grande entusiasmo l’arrivo del Maulana. Purtroppo, però, per varie ragioni il viaggio del Maulana in Africa non fu possibile.
Dopo il regime militare
È stato già ricordato che l’8 ottobre 1958 fu instaurato il regime militare in Pakistan. In quel periodo tutti i partiti politici pakistani furono dichiarati illegali. Di conseguenza, ogni attività politica nel Paese cessò. Naturalmente, come quelle degli altri partiti, anche le attività della Jamaat-e-Islami rimasero sospese. Grazie a ciò, Maulana Maududi poté sfruttare pienamente il periodo di inattesa disponibilità di tempo che gli si era presentato. Il suo viaggio di diversi mesi in Medio Oriente fu particolarmente importante. Da molto tempo desiderava visitare i luoghi storici di rilievo menzionati nel Corano, e questa sua aspirazione si realizzò finalmente. Inoltre, per volontà di Shah Saud, ebbe anche il tempo di elaborare un vasto progetto preliminare per l’Università Islamica di Medina. Visitando personalmente l’«Ard al-Qur’an» e mettendo per iscritto le esperienze concrete a esso connesse, colmò una grande lacuna nella letteratura del tafsir; non vi è dubbio che l’Università Islamica di Medina, fondata sulla base del suo progetto, resterà una delle grandi opere del mondo islamico.
Comunque, nel 1962 il regime militare ebbe termine e, nel luglio dello stesso anno, l’Assemblea Nazionale del Pakistan approvò la legge sui partiti politici. In virtù di tale legge, le attività dei partiti politici ripresero. I precedenti partiti politici cominciarono a riorganizzarsi. Prima ancora degli altri, le attività organizzative della Jamaat-e-Islami ripresero con il medesimo vigore di un tempo.
Conferenza panpakistana della Jamaat-e-Islami
Il Majlis-e-Shura (Consiglio Centrale) della Jamaat-e-Islami annunciò che nell’ottobre 1963 si sarebbe tenuta a Lahore una conferenza panpakistana della Jamaat-e-Islami. La classe al potere si sentì a disagio di fronte all’organizzazione saldamente consolidata e alla crescente popolarità della Jamaat-e-Islami sotto la forte guida di Maulana Maududi. Per impedire lo svolgimento della conferenza, il governo del Pakistan Occidentale dapprima rifiutò di concedere l’autorizzazione per qualsiasi sede. In seguito concesse, sia pure a malincuore, un luogo inadatto, ma negò il permesso di usare gli altoparlanti. Per contrastare la conferenza, fu poi vietato l’uso degli altoparlanti in tutto il Pakistan Occidentale. Quando, nonostante ciò, ebbe inizio una conferenza di diecimila o dodicimila persone senza altoparlanti, una banda di teppisti assoldati provocò disordini e un innocente attivista della Jamaat fu ucciso a colpi d’arma da fuoco in pieno giorno, sotto gli occhi della polizia. Nonostante tutte queste vicende, i lavori della conferenza si conclusero con grande pazienza e tolleranza.
Desidero portare a conoscenza dei lettori un breve resoconto di questa conferenza, affinché possano comprendere pienamente i fatti reali. Il governo non lasciò intentato alcun espediente per sabotare la conferenza. Poiché, dopo quasi dieci anni, stava per svolgersi una conferenza a livello di tutto il Pakistan, ci si aspettava la partecipazione di diecimila o dodicimila attivisti. Per essa era necessario un campo ampio, ma il governo concesse soltanto un’area angusta tra Bhati Darwaza e Taksali Darwaza. Le carrozze ferroviarie riservate per gli attivisti desiderosi di partecipare, provenienti da luoghi lontani, furono cancellate poco prima della partenza. In seguito fu rifiutata l’autorizzazione a usare gli altoparlanti. Mantenere l’ordine in una conferenza di migliaia di persone senza altoparlanti era praticamente impossibile. Né si poteva rinunciare al diritto democratico di usare gli altoparlanti. Pertanto fu presentato un ricorso all’Alta Corte. Ritenendo che il verdetto dell’Alta Corte sarebbe stato favorevole alla Jamaat, prima ancora che fosse reso pubblico, mediante un’ordinanza fu dichiarato vietato l’uso degli altoparlanti in tutto il Pakistan Occidentale. In circostanze particolari, tuttavia, le autorità distrettuali potevano autorizzarne l’uso, qualora lo desiderassero. Avvalendosi di questa possibilità, fu chiesta alle autorità distrettuali di Lahore l’autorizzazione a usare gli altoparlanti. Le autorità distrettuali rifiutarono, dichiarando che gli abitanti del quartiere cittadino in cui si teneva la conferenza della Jamaat non gradivano quel genere di conferenza. Secondo loro, era stato chiesto di non autorizzare l’uso degli altoparlanti; in caso contrario, vi sarebbe stato il rischio di turbamento della pace.
Quando la Jamaat riferì questa affermazione agli abitanti del quartiere, essi rimasero sbalorditi e la definirono un’accusa priva di fondamento. Inoltre, gli abitanti protestarono vigorosamente, dichiarando di non aver sollevato alcuna obiezione all’uso degli altoparlanti. Tra gli abitanti del quartiere che firmarono questa dichiarazione di protesta vi erano dieci avvocati e un professore.
Nonostante tutto ciò, l’autorizzazione a usare gli altoparlanti non fu concessa. I lavori della conferenza dovevano iniziare il 25 ottobre. Erano già stati predisposti vari padiglioni con seicento tende, cento bagni, trecento latrine, telefoni, illuminazione elettrica e così via. La gente aveva cominciato ad arrivare due giorni prima. Il 25 ottobre, in una riunione d’emergenza del Majlis-e-Shura Centrale (Consiglio Centrale), fu deciso che la conferenza si sarebbe svolta senza altoparlanti.
La sera andammo al campo. Vedemmo che il luogo un tempo colmo di rifiuti maleodoranti oggi brillava di una straordinaria bellezza paradisiaca. Gli incontri reciproci, gli abbracci, le conversazioni e le presentazioni tra gli amici feriti giunti da luoghi lontani si protrassero fino a tarda notte.
Il giorno seguente, alle nove del mattino, Maulana Mawdudi avrebbe pronunciato il discorso inaugurale alla conferenza. Erano riunite quindicimila o ventimila persone. Maulana aveva fatto stampare il suo discorso. Le sue istruzioni erano che, proprio nel momento in cui avrebbe iniziato il discorso inaugurale dal palco, alcuni attivisti, in mezzo agli ascoltatori, avrebbero dovuto salire su un tavolo ogni quindici o venti cubiti e leggere ad alta voce il discorso stampato. In tal modo sarebbe stato possibile far ascoltare contemporaneamente il discorso a tutti, senza microfono. Il lavoro iniziò esattamente così, come le lancette di un orologio.
Circa dieci minuti dopo l’inizio, alcuni teppisti entrarono all’improvviso nel luogo dell’assemblea. Erano quasi deliranti per l’ubriachezza. Cominciarono a turbare l’ordine dell’assemblea; improvvisamente il tendone prese fuoco, e fuori dal tendone si udirono schiamazzi e colpi di pistola. Furono sparati più volte colpi anche contro Maulana, ma ogni proiettile mancò il bersaglio. In quel momento da ogni parte si sentiva dire: «Maulana, si sieda! Maulana, si sieda!»
Ma Maulana, rimanendo in piedi come prima, disse con voce calma: «Se mi siedo io, chi resterà in piedi?»
Questa fu davvero la risposta degna del dirigente del movimento islamico. Se, nel momento più grave del pericolo, chi guida si siede, volge le spalle e si lascia abbattere, quale dubbio può esserci che quel movimento vada incontro a una morte prematura? Perciò, in quel momento di pericolo, egli interpretò pienamente il ruolo di un capace dirigente del movimento islamico: rimase in piedi, saldo e immobile, con animo intrepido. Quale devozione agli ideali! Quale sublime preparazione a sacrificare la vita per la soddisfazione di Dio! Quale abbandono alla volontà di Allah!
Gli attivisti della Jamaat riuscirono, con infinita pazienza e saggezza, a riportare completamente sotto controllo l’intera situazione e a ristabilire il pieno ordine nel giro di dieci o quindici minuti. La polizia, invece, se ne stava in piedi a guardare lo spettacolo. Comunque, Maulana riprese il suo discorso inaugurale e lo portò a termine. Non si verificò più alcun disordine.
Non ci rendemmo conto, tuttavia, che in quei quindici o venti minuti, fuori dal luogo dell’assemblea, una grande catastrofe aveva sconvolto ogni cosa. Gli attivisti della Jamaat, ben istruiti, capaci e pazienti, incaricati di mantenere l’ordine, non ci permisero di venire a sapere nulla.
Dopo il discorso inaugurale uscimmo dal luogo dell’assemblea e dal campo. Sembrava che fosse passato un uragano con una velocità di cento o centocinquanta miglia. Le numerose botteghe, i banchi di cibo e di tè allestiti per la conferenza, il campo degli attivisti della Jamaat di Lahore incaricati della sorveglianza e tutto il resto erano completamente devastati, fatti a pezzi e dispersi nella polvere. Dopo circa un’ora venimmo a sapere che l’attivista della Jamaat Allah Bakhsh era stato martirizzato da un colpo di pistola sparato da un teppista. La moglie e le figlie del martire si trovavano nel campo delle donne. Anche il campo delle donne era stato attaccato dai teppisti. Ma rimanemmo sbalorditi vedendo che, nonostante tutto ciò che era accaduto, non c’erano schiamazzi, fughe precipitose, pianti disperati, né ansia o agitazione. Non avrei mai potuto immaginare un ambiente così incomparabile, intriso di pazienza. Là dove c’è un assassinio, non ci sono urla; dove c’è un incendio, non ci sono lamenti.
Ritengo necessario sottoporre il discorso inaugurale del Maulana alla conoscenza dei lettori.
Discorso inaugurale del Maulana Mawdudi alla conferenza della Jamaat-e-Islami a Lahore
(Durante questo discorso, il lavoratore della Jamaat Allah Bakhsh fu martirizzato dai colpi d’arma da fuoco di malviventi assoldati)
Amici!
Per la prima volta dopo il 1957, oggi abbiamo avuto l’opportunità di riunirci in una conferenza di tutto il Pakistan. Ventidue anni fa, proprio in questa città, furono gettate le fondamenta della Jamaat-e-Islami con appena 75 membri. Oggi ci riuniamo ancora una volta in questa città. È un’immensa misericordia di Allah l’Altissimo che, nonostante tutte le nostre mancanze, Egli abbia accettato la sincerità con cui avevamo intrapreso questo umile servizio al din. In quest’opera Egli ha elargito una tale benedizione che oggi, in ogni parte del Pakistan, si possono riscontrare migliaia di membri della Jamaat, suoi sostenitori, persone solidali con essa e persone da essa influenzate; la sua influenza si è inoltre estesa anche in diverse parti del mondo al di fuori del Paese. Non avevamo la capacità di ottenere questo risultato con i nostri soli sforzi. Tutto ciò è un dono di Dio e lo straordinario frutto dell’aiuto e del sostegno provenienti dalla Sua santa Essenza. Per questo Gli rendiamo grazie con piena sincerità.
Amici!
Nella storia della Jamaat-e-Islami del Pakistan non si troverà un solo giorno che non sia caduto sotto l’ira dei governanti di questo Paese e che non sia stato per loro come una spina negli occhi. Negli ultimi sedici anni, tutti coloro che sono saliti al potere qui hanno considerato l’esistenza di questa Jamaat irritante e intollerabile. Hanno condotto contro di noi campagne diffamatorie, direttamente e indirettamente. Contro di noi sono state diffuse calunnie sempre nuove. I nostri giornali e periodici sono stati chiusi. I nostri beni e le nostre risorse sono stati confiscati. Sono stati frapposti vari ostacoli al nostro lavoro. Abbiamo dovuto scontare pene detentive. In seguito, durante il regime militare, la nostra organizzazione è stata soppressa e sono state cancellate quelle opere costruttive che avevamo realizzato nel corso degli anni con il denaro frutto dell’instancabile lavoro dei nostri membri e sostenitori. Eppure non siamo mai stati rivali per il potere. Non abbiamo mai desiderato ottenere il potere nelle nostre mani al posto di altri. La nostra richiesta è sempre stata, e lo è ancora oggi, questa: poiché questo Paese è stato conquistato nel nome dell’Islam, qui dovrebbe essere instaurato integralmente l’ordinamento islamico della vita. Abbiamo ripetutamente affermato con piena sincerità che sosterremo con tutto il cuore chiunque realizzi quest’opera con onestà e che, lungi dal voler condividere il potere con lui, non desidereremo da lui alcuna ricompensa. Ma tutti coloro che sono saliti al potere qui hanno cercato, da un lato, di allontanare ulteriormente questo Paese dall’Islam proclamando slogan islamici e, dall’altro, considerandoci un ostacolo al loro dominio, hanno impiegato ogni sorta di strumento più vile per sottometterci e annientarci.
Non ripercorro questa storia per presentare una denuncia. Le benevolenti attenzioni che i governanti ci hanno riservato non sono una nuova forma di misericordia. Il mio unico scopo è risvegliare in voi questa consapevolezza. Da sedici anni siamo vittime di benevolenze analoghe e persino più dure, e, pur continuando a lavorare affrontandole, per la misericordia di Dio il nostro movimento è progredito fino a questo punto. Pertanto, non rattristatevi solo perché si è tentato di sabotare questa nostra conferenza privandoci del microfono. In passato, misure persino più dure non ci hanno arrecato alcun danno; al contrario, si sono rivelate vantaggiose per noi. Che danno può dunque arrecarci questo meschino tentativo? Se ci sarà un danno, sarà dovuto alla nostra ignoranza, non all’attacco di altri. Naturalmente, se Allah lo vorrà, sarà un’altra questione.
Amici!
Chi deve lavorare per la religione di Allah deve necessariamente possedere due qualità. La prima è il sabr e la seconda è la hikmah, ossia un sano discernimento. Il sabr esige che, quando viene creato un ostacolo sul vostro cammino, non perdiate l’equilibrio lasciandovi agitare. Al contrario, di fronte a ogni ostacolo dovete mantenere salda la vostra determinazione e, proteggendo la mente e il cuore dal calore dell’agitazione, scegliere una via fondata su un sano giudizio.
Il sano discernimento significa che non dovete abituarvi a seguire ciecamente un’unica via determinata. Al contrario, dovete avere la capacità di trovare altre dieci vie non appena una viene chiusa. Chi non possiede questa hikmah, appena vede una via chiusa, si siede e si arrende. E se, oltre a ciò, è anche privo di sabr, allora nello scontro con quell’ostacolo si spacca la testa oppure abbandona quella via. Ma colui al quale Allah ha donato sia la hikmah sia il sabr diventa come una corrente d’acqua in movimento. Nulla può danneggiare la sua destinazione. Un enorme masso rimane sbalordito, mentre il fiume si dirige verso la sua meta passando dall’altra parte.
Tenere discorsi in riunioni e conferenze per far ascoltare il nostro messaggio a migliaia di persone non è l’unico modo per trasmettere il nostro messaggio e ampliare la dawah. Senza dubbio, è anch’esso un metodo per svolgere questo lavoro. Ma se ci viene precluso, non importa. Formate gruppi di tre o quattro persone e diffondetevi per tutta la città di Lahore. Andate di casa in casa, di negozio in negozio, di moschea in moschea. Incontrate separatamente ogni singola persona. Spiegate a ciascuno che cos’è la Jamaat-e-Islami, in cosa consistono il suo sistema e la sua organizzazione, quali sono i suoi obiettivi e il suo metodo di lavoro, quali cose vuole correggere e quali opere virtuose vuole instaurare. Fate conoscere la letteratura della Jamaat a coloro che desiderano comprendere meglio. Dopo averla studiata, potranno formarsi una propria opinione. Non sprecate tempo dietro a chi non è interessato. Spendete invece il vostro tempo proprio con gli interessati. E con coloro che vogliono iniziare una disputa, andate avanti senza entrare in conflitto. Il vostro metodo-
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Invitate sulla via del vostro Signore mediante la hikmah e il buon consiglio. (Sura an-Nahl, versetto 125)
La vostra dawah dovrebbe essere conforme a questo comando divino. Il vostro linguaggio sia dolce. Il vostro carattere sia irreprensibile. Il vostro comportamento sia cortese. Rispondete al male con il bene. Se desiderate davvero affermare il bene al posto del male, dovete dimostrarlo non soltanto a parole, ma attraverso le vostre azioni e il vostro modo di esprimervi. Poi abbiate fede: la misericordia di Allah sarà al vostro fianco e gli angeli di Allah, venendo in vostro aiuto, porteranno a compimento un’opera molto più grande di quella che riuscirete a compiere voi.
In questi giorni della conferenza, molti occhi vi scruteranno da diverse prospettive. Perché avete portato qui l’essenza della vostra Jamaat e l’avete esposta? Sarete messi alla prova su innumerevoli pietre di paragone. Ora, se volete dimostrare di essere puri oppure adulterati, ciò dipenderà dalle vostre azioni. Il tempo è un verificatore spietato. Non potrete dimostrare la vostra genuinità sulla sua pietra di paragone mediante alcun artificio né attraverso ornamenti esteriori. In realtà, anche se siete autentici, esso vi riconoscerà come tali solo dopo molte riflessioni ed esitazioni. Ma credetemi: se dimostrerete la vostra autenticità attraverso le vostre azioni, per quanto grande sia la forza avversaria, nel tentativo di dimostrare che siete adulterati, danneggerà se stessa invece di voi. Non vi lascerete minimamente turbare assistendo a un attacco menzognero. Esso arriva come una tempesta, ma svanisce in un istante come una bolla. E, una volta completamente annientato, l’immondizia nascosta al suo interno emerge davanti agli occhi della gente in modo tale che il mondo intero comincia a gridare: «Vergogna!». Perciò non dovete preoccuparvi di come affrontare la menzogna. Dovete preoccuparvi della vostra veridicità. Se siete sinceri, non dovrete affrontare voi la menzogna. Sarà Allah ad affrontarla e renderà la menzogna di oggi altrettanto istruttiva quanto ha reso istruttiva la menzogna di ogni epoca precedente.
Voglio concludere dicendo che chiunque consideri questa Jamaat e questo movimento un grave pericolo per sé, impiega tutte le proprie forze contro di me. Naturalmente, ciò è sgradevole per coloro che mi amano. Vi troverete ripetutamente di fronte a questa situazione. Temo che, invece di espandere la vostra da‘wah, finiate per spendere il vostro tempo e le vostre energie nella mia difesa. Voglio rassicurare tutti i miei fratelli più intimi: per grazia di Dio, non ho bisogno di alcuna difesa. Non sono comparso improvvisamente qui dal nulla. Da anni lavoro sul suolo di questo Paese. Milioni di persone conoscono direttamente il mio operato. I miei scritti non sono diffusi soltanto in questo Paese, ma in vaste regioni del mondo; e una delle grazie che il mio Signore mi ha concesso è avermi mantenuto immune dalla corruzione. Non è facile infangare la mia reputazione. Non è così semplice che chiunque si faccia avanti, muova contro di me dieci o venti false accuse e mi spalmi una pennellata di fango sul volto. Tanto meno lo è per persone che non hanno né un passato né un futuro, e che il corso degli eventi ha portato in alto soltanto per pochi giorni. InshAllah, giocando questo gioco non potranno arrecarmi alcun danno. Perciò io sono tranquillo, e anche voi restate tranquilli. Invece di dedicarvi alla mia difesa, continuate a invitare i servi di Allah verso la via di Allah. Confido nel mio Signore. Se ho servito la Sua religione con intenzioni sincere, Egli stesso mi difenderà.
Fu per l’infinita misericordia e l’immensa gloria di Allah Ta‘ala che, nonostante il ricorso a ogni sorta di manovra sleale, non fu possibile sabotare la conferenza né arrecare alcun danno al Maulana o alla Jamaat. Anzi, Jamaat-e-Islami attirò gli sguardi benevoli della popolazione di tutto il Paese. Quando, su istruzione del Maulana, piccoli gruppi di tre o quattro persone si dispersero per la città, non ottennero soltanto la benevolenza del popolo: circa diecimila persone firmarono le dichiarazioni di sostegno alla Jamaat e vi aderirono.
Dopo il grande tumulto del primo giorno, i due giorni rimanenti trascorsero tranquillamente. Abbandonammo tutti il padiglione della conferenza. In seguito, noi membri della shura centrale ci riunimmo nella residenza del Maulana, situata al 5-A di Zaildar Park, e cominciammo a esaminare e valutare i vari aspetti della conferenza. A un certo punto della discussione proponemmo tutti che, poiché il governo di Ayub era determinato a uccidere il Maulana e a sradicare la Jamaat, per la sicurezza del Maulana venissero assegnate due guardie armate alla sua residenza.
Con un lieve sorriso, il Maulana respinse la proposta e disse: «Vedete, sto guidando un movimento islamico, nel quale il rischio per la vita è inevitabile in ogni momento. Da un lato vi consiglierei di rischiare la vita, mentre dall’altro farei assegnare delle guardie alla mia sicurezza: che cosa potrebbe esserci di più ridicolo? Sarebbe anche contrario alla mia dignità».
Dopo essere rimasto in silenzio per qualche istante, aggiunse: «Se la morte di qualcuno non è gradita ad Allah, allora il mondo intero, pur tentando, non potrà ucciderlo. E, se questa è la Sua volontà, un padre può persino morire per un colpo sparato dal proprio figlio».
Il Maulana pronunciò tra sé e sé alcune parole. Quando, durante gli spari alla conferenza, gli fu chiesto di sedersi, aveva detto: «Se, vedendo il pericolo, mi siedo, chi resterà in piedi?». Quella sua impavida dichiarazione incoraggiò e ispirò i militanti cento volte più di prima. Era davvero la dichiarazione di un leader esemplare. La dichiarazione di questa volta era ancora più significativa. Tuttavia, non si trattava di una profezia, poiché l’uomo non ha né la capacità né il diritto di fare profezie. Le sue parole riguardavano il possibile esito, dedotto dall’analisi dell’andamento e della dinamica dell’attuale sistema sociale. Ma, cosa sorprendente, nel giro di tre o quattro mesi la sua dichiarazione si avverò. Per ordine di Ayub Khan, l’allora governatore del Pakistan Occidentale fece arrivare dei teppisti mercenari da Kalabagh e cercò di trasformare la conferenza della Jamaat in un luogo di sangue. Tre o quattro mesi dopo, egli morì nella propria casa, colpito dal proiettile della pistola del figlio.
Jamaat-e-Islami dichiarata illegale
Come già detto, già prima della conferenza i ministri centrali e provinciali avevano riscaldato l’atmosfera con dichiarazioni provocatorie a ripetizione contro Jamaat-e-Islami e il Maulana Maududi. In seguito, vedendo il successo trionfale della conferenza, divennero disperati e decisero che la Jamaat doveva essere eliminata a ogni costo. Di conseguenza, il 6 gennaio 1964, l’organizzazione Jamaat-e-Islami fu dichiarata illegale in tutto il Paese e sessanta dirigenti della Jamaat, tra cui il Maulana Maududi, furono arrestati e mandati in prigione.
Il partito più solido, costituzionale e amante della pace del Pakistan fu estromesso dall’arena politica, mentre i suoi dirigenti furono relegati nelle oscure celle delle prigioni. I dirigenti di tutti i partiti politici del Paese, a eccezione del partito governativo, protestarono con veemenza. Da quasi tutti i Paesi musulmani si levarono proteste e grida di condanna. Il governo, tuttavia, dopo aver annientato la Jamaat-e-Islami, rimase in silenzio tirando un sospiro di sollievo.
È particolarmente degno di nota che la rivista mensile rivoluzionaria Tarjuman al-Qur’an, pubblicata da Maulana Maududi nel 1932, abbia continuato a uscire regolarmente fino a oggi. Nei trentun anni trascorsi, né il governo dell’India prima della divisione né il governo del Pakistan dopo la divisione avevano osato interrompere la pubblicazione di questa rivista. Tuttavia, il cosiddetto governo pakistano popolare e democratico succeduto al regime militare, per un motivo insignificante, ne vietò la pubblicazione per sei mesi a partire dal gennaio 1964.
È universalmente riconosciuto che il tafsir del Corano composto da Maulana, Tafhim al-Qur’an, costituisce un contributo inestimabile alla letteratura esegetica. Tafhim al-Qur’an è stata l’opera cui Maulana ha dedicato tutta la sua vita. Tuttavia, dopo che la Jamaat-e-Islami fu dichiarata illegale e Maulana fu mandato in prigione, non gli fu nemmeno concesso di scrivere in carcere il tafsir del Sacro Corano. Alla fine, però, dopo le vigorose proteste della popolazione amante dell’Islam, il governo concesse il permesso.
Il caso della Jamaat
Qualche tempo dopo furono presentate all’Alta Corte del Pakistan Occidentale e a quella del Pakistan Orientale istanze di writ contro il provvedimento governativo che dichiarava illegale la Jamaat-e-Islami. L’Alta Corte del Pakistan Occidentale si pronunciò a favore del governo, mentre quella del Pakistan Orientale emise una sentenza a favore della Jamaat. In seguito, da parte di Maulana Maududi fu presentato alla Corte Suprema un appello contro la sentenza dell’Alta Corte del Pakistan Occidentale. Poiché la vittoria della verità era certa e inevitabile, l’Onorevole Corte Suprema, il venticinque settembre, pronunciò una chiara sentenza a favore della Jamaat-e-Islami, stabilendo un precedente storico di giustizia imparziale.
Di seguito vengono riportate, per conoscenza di tutti, le risposte chiare e impavide che Maulana Maududi diede dinanzi al Tribunale e all’Alta Corte del Pakistan Occidentale alle accuse sulla base delle quali il governo dichiarò illegale la Jamaat-e-Islami e fece incarcerare i suoi dirigenti.
Una delle accuse particolari era che Maulana Maududi avesse emesso una fatwa dichiarando haram il jihad del Kashmir. Questa accusa continuò a essere propagata ripetutamente. La questione del Kashmir è per il Pakistan una questione di vita o di morte. L’intento degli accusatori era suscitare l’ostilità del popolo contro di lui, facendo circolare l’idea che Maulana Maududi fosse contrario alla soluzione della questione del Kashmir. Alla fine sono stati inseriti anche i commenti dei principali leader kashmiri su questo argomento, affinché la malattia mentale degli accusatori potesse manifestarsi chiaramente ai lettori e al pubblico.
La risposta di Maulana Maududi
Al Segretario dell’Interno del Governo del Pakistan Occidentale—
Egregio Signore,
Riguardo ai motivi da Lei addotti nella Sua lettera del 13-1-64 per il mio arresto e la mia detenzione, esporrò innanzitutto brevemente le mie obiezioni legali. In seguito formulerò su di essi alcune osservazioni generali e, infine, descriverò separatamente ciascun motivo.
Obiezioni legali riguardo alla detenzione
Le mie obiezioni legali riguardo ai motivi dell’arresto e della detenzione sono le seguenti:
1. Sono stato arrestato il 6 gennaio 1964 e i motivi del mio arresto e della mia detenzione mi sono stati comunicati la sera del 13 gennaio. Tuttavia, tra questi motivi non ve n’è neppure uno che non fosse già menzionato nel comunicato stampa. Tale comunicato fu emanato dal Governo il 6 gennaio e pubblicato il 7 gennaio su tutti i giornali del Paese. Ciò significa che i motivi della detenzione furono redatti il 6 gennaio. Eppure mi furono inviati con otto giorni di ritardo. Ciò è evidentemente contrario alla legge in base alla quale sono stato arrestato: il comma (6) dell’articolo 3 stabilisce che alla persona detenuta devono essere comunicati, quanto prima possibile, i motivi del suo arresto e della sua detenzione. Si può forse addurre una qualche ragionevole giustificazione per il fatto che non fosse possibile preparare in meno di otto giorni il sommario del comunicato stampa pubblicato il 6 gennaio?
2. Il secondo giorno dopo aver ricevuto la Sua comunicazione, Le presentai una domanda chiedendo che mi fosse permesso di procurarmi dall’esterno i libri e i documenti necessari per rispondere ai motivi della detenzione. Tuttavia, Lei tardò ulteriormente a concedere tale autorizzazione, e non potei ottenere i libri e i documenti necessari prima del 4 febbraio. In questo modo lasciò trascorrere un intero mese senza che io potessi in alcun modo beneficiare persino della possibilità, puramente formale, concessa dalla Public Security Ordinance a una persona detenuta di presentare la propria dichiarazione. Non vi è alcuna ragionevole giustificazione per la lentezza delle procedure del Suo ufficio che ha causato questo ritardo. Perché dovrebbe subirne la pena la persona della cui libertà vi siete impadroniti?
3. Nella domanda del 14 gennaio Le avevo inoltre chiesto che mi fosse permesso di consultarmi con i miei avvocati per rispondere ai motivi della detenzione. Il 1º febbraio presentai nuovamente tale richiesta. Diversi giorni dopo, tramite il sovrintendente distrettuale, ricevetti da parte Sua la risposta che potevo consultarmi con gli avvocati. Tuttavia, durante l’incontro sarebbe stata presente una persona del C.I.D. Senza dubbio si trattava di una condizione ingiusta. Con una simile condizione, consultarsi su questioni legali sarebbe stato per me del tutto inutile. È assolutamente incompatibile con il comune buon senso e con la ragione che, mentre una persona intende consultarsi con il proprio avvocato su questioni legali per confutare un’accusa avanzata contro di lei dall’altra parte, un agente dell’altra parte, quella contro la quale è stata presentata l’accusa, debba essere presente durante il colloquio con il suo stesso avvocato; una persona che desidera consultarsi con i propri avvocati su questioni legali per confutare tale accusa, mentre discute con il proprio avvocato, dovrebbe avere in mezzo l’agente dell’altra parte, quella contro la quale è stata presentata l’accusa. Ciò non è affatto compatibile con il comune buon senso e con la conoscenza.
Supponiamo che il detenuto e il suo avvocato decidano che vi sia la possibilità di presentare un habeas corpus contro questa detenzione, chiedendo che ne siano indicate le ragioni. La presenza di persone della C.I.D. a questa discussione significa che, prima ancora che la richiesta di habeas corpus giunga in tribunale, voi ne conoscerete il contenuto e adotterete le misure necessarie per farla fallire. Non è forse questo un chiaro assassinio della giustizia? [Sono grato che il 26 febbraio abbiano rimosso questa mia accusa.]
4. Tra tutte le ragioni dell’arresto e della detenzione da voi esposte in questa lettera, ad eccezione della settima, tutte le altre sono vaghe, poco chiare e mere accuse. Da ciò non si può comprendere quale sia la base di queste accuse. Indicare le ragioni della detenzione in questo modo o non indicarle affatto è la stessa cosa.
5. Tra le ragioni della detenzione da voi esposte, la quinta afferma che, prima che la Jamaat-e-Islami fosse dichiarata illegale ai sensi della Legge penale emendata del 1908, era coinvolta in determinate attività e che tu, in qualità di suo Amir, partecipavi a tali attività. Per questo sei stato detenuto.
Questa detenzione è stata eseguita esattamente nello stesso giorno e alla stessa ora in cui la Jamaat-e-Islami è stata dichiarata illegale ai sensi della Legge penale emendata del 1908. Ciò significa chiaramente che questa detenzione è una punizione per le mie attività passate, ammesso per il momento, ai fini dell’argomentazione, che io le abbia effettivamente svolte. Eppure la legge in base alla quale sono stato arrestato e detenuto vi conferisce il potere della Detenzione preventiva, non della Detenzione punitiva. In questo modo avete di fatto oltrepassato i limiti della legge. Se il governo temeva che, anche dopo la dichiarazione d’illegalità della Jamaat-e-Islami, io avrei compiuto le stesse attività per le quali la Jamaat era stata dichiarata illegale, a tal fine esistevano i commi 1, 2 e 3 dell’articolo 17 della Legge penale emendata del 1908. Che bisogno c’era allora di ricorrere all’Ordinanza sulla sicurezza pubblica? Ciò non dimostra forse che il governo era estremamente impaziente di arrestarmi? Per questo il governo non ha potuto nemmeno aspettare un poco per vedere se, dopo la dichiarazione d’illegalità della Jamaat, avrei compiuto o meno tali attività; al contrario, tramite l’Ordinanza sulla sicurezza pubblica, mi ha inflitto la punizione per le mie azioni passate.
6. Per quanto riguarda la quinta e la settima ragione della detenzione, l’ordinanza mediante la quale mi avete arrestato e detenuto esula dal suo ambito di applicazione. Anche ammettendo, ai fini dell’argomentazione, che io abbia compiuto tutte le azioni che mi avete attribuito, non avete comunque il diritto di intervenire contro di me in base all’Ordinanza sulla sicurezza pubblica.
7. La settima ragione rientra nell’ambito dell’Ordinanza sulla stampa e sulle pubblicazioni. Avvalendovi di essa, avevate già chiuso per sei mesi il mio giornale Tarjuman-ul-Qur’an. Ora, in modo del tutto ingiusto e oltrepassando i limiti della legge, tramite l’Ordinanza sulla sicurezza pubblica mi è stata inflitta anche la punizione per aver pubblicato questo articolo.
Alcune osservazioni generali sulle ragioni della detenzione
Dopo aver presentato queste obiezioni giuridiche, desidero esaminare le ragioni; ma prima di esaminarle una per una, voglio dichiarare in modo chiaro e fermo, con pieno senso di responsabilità, che le ragioni dell’arresto e della detenzione indicate nella vostra lettera non sono le ragioni reali. La vera ragione è invece un’altra, e si tratta di una ragione la cui rivelazione mette in difficoltà persino il governo.
La prima ragione è questa: durante un discorso tenuto a un’assemblea pubblica a Rawalpindi nel 1963, avevo sostenuto che, così come Kalat, Kharan, Makran, Bahawalpur e gli altri Stati di confine erano stati integrati nel Pakistan Occidentale, allo stesso modo anche gli importanti Stati di Swat, Dir e altri avrebbero dovuto essere integrati nel Pakistan Occidentale. E che agli abitanti di queste regioni si sarebbero dovuti concedere gli stessi privilegi e diritti di cui godevano gli altri cittadini del Pakistan. La nostra richiesta poggiava su basi pienamente legali: quando tutti gli importanti Stati dell’ex India britannica furono annessi al Pakistan e all’India, perché non rimuovere anche quest’ultima traccia dell’epoca della schiavitù? Il fatto che avessi espresso con tanta chiarezza una ragione ineccepibile mise a disagio alcuni alti funzionari del governo, che esplosero di rabbia.
In secondo luogo, grazie agli sforzi della Jamaat-e-Islami, il partito al potere subì la sconfitta in due elezioni suppletive, a Rawalpindi e Hyderabad. Ciò alimentò ulteriormente l’ira degli uomini al potere. Queste due elezioni si tennero rispettivamente nel settembre e nell’ottobre del 1963.
In terzo luogo, gli uomini al potere consideravano il movimento ben organizzato della Jamaat-e-Islami un enorme ostacolo al cammino della loro Convention Muslim League e ritenevano necessario, prima delle elezioni successive, annientare il partito più organizzato dell’opposizione e allontanarne i dirigenti dalla scena. Infatti, osservando i risultati delle elezioni suppletive, avevano capito che nelle elezioni successive la Jamaat-e-Islami si sarebbe rivelata una forte concorrente del partito governativo.
Per queste ragioni, descriverò in ordine cronologico i provvedimenti adottati successivamente contro di me e contro la Jamaat-e-Islami.
Il 21 settembre del ’63, un funzionario responsabile del Ministero dell’Interno centrale mi minacciò per telefono, dicendomi: «Riconosca pubblicamente sui giornali il proprio errore riguardo a ciò che ha dichiarato sulla stampa contro la Convention League, altrimenti il governo adotterà severe misure contro di lei» (si veda Nawa-i-Waqt, 22 settembre 1963). Inviai immediatamente questa minaccia ai vari giornali del Paese affinché la pubblicassero, e venne pubblicata. Si poteva infatti supporre da ciò che sarebbero state adottate severe misure contro di me e contro la Jamaat-e-Islami.
Il 16 ottobre fu negata l’autorizzazione all’uso degli altoparlanti per la conferenza nazionale pakistana della Jamaat-e-Islami. Eppure, dal 14 settembre al 13 ottobre, a Lahore si erano tenute in successione sette o otto assemblee pubbliche di questo tipo, e in ciascuna di esse era stato autorizzato l’uso degli altoparlanti, nonostante fosse in vigore la Sezione 144. In tali circostanze, negare l’autorizzazione all’uso degli altoparlanti per una conferenza alla quale stavano arrivando circa settemila delegati da tutte le regioni del Pakistan e alla quale avrebbero partecipato migliaia di persone anche dalla città di Lahore costituiva una prova evidente del fatto che nell’animo degli uomini al potere era attivo uno speciale spirito di opposizione contro la Jamaat-e-Islami.
Il 17 ottobre fu presentata alla Corte Suprema del Pakistan Occidentale un’istanza affinché venissero adottati provvedimenti contro l’ingiustizia sopra menzionata del magistrato distrettuale di Lahore. La decisione era prevista per il 22 ottobre. Tuttavia, prima che l’Alta Corte pronunciasse la propria sentenza, il Governatore del Pakistan Occidentale emanò, mediante un’ordinanza speciale, un divieto sull’uso degli altoparlanti in tutta la provincia. Da ciò risultò con assoluta chiarezza che il potere del Governatore di promulgare leggi tramite ordinanze era stato utilizzato proprio per sabotare la conferenza della Jamaat-e-Islami.
Il 25 ottobre stava per iniziare la conferenza della Jamaat-e-Islami. Esattamente il giorno prima, il ministro dell’Interno del governo centrale pubblicò una dichiarazione estremamente severa e provocatoria contro di me e contro la Jamaat-e-Islami; il giorno della conferenza, inoltre, sui giornali del mattino furono pubblicate le dichiarazioni di alcuni ministri del governo provinciale. Per quale motivo proprio in quel momento si scatenò all’improvviso una simile tempesta d’ira? C’era forse una ragione diversa dal fatto che il governo non riusciva a tollerare la manifestazione della forza e dell’organizzazione della Jamaat-e-Islami in un luogo centrale come Lahore?
La mattina del 25 ottobre, durante l’assemblea della Jamaat-e Islami, fu organizzata un’azione teppistica. Circa trentamila o quarantamila abitanti di Lahore videro con i propri occhi quale atteggiamento adottò la polizia. Attraverso i giornali, l’intero Paese ne venne a conoscenza. Anche in vari Paesi fuori dal Pakistan giunse la descrizione di questo vergognoso episodio. In pieno giorno, sotto gli occhi della gente, furono portati dei teppisti. Essi appiccarono il fuoco al campo, tagliarono le corde del tendone e saccheggiarono gli stand dei libri. Lanciarono mattoni e bottiglie di soda anche nel campo delle donne. Presero le copie del Sacro Corano da uno stand di libri e le scagliarono contro l’assemblea come se fossero mattoni e pietre. Infine, arrivarono persino a uccidere a colpi di pistola un innocente.
Tutto ciò avveniva alla presenza della polizia, che se ne stava lì a ridere. Ciascuna di queste azioni era tale da richiedere l’intervento della polizia. Eppure non fu arrestato neppure un teppista. La polizia non catturò personalmente nemmeno l’assassino. Furono invece gli attivisti della Jamaat a prenderlo e a consegnarlo con la forza alla polizia; e fu solo in seguito alle loro ripetute pressioni che la polizia lo trattenne. Che dalle autorità governative venga o meno un’ammissione, la loro coscienza sa molto bene chi fece compiere tutto ciò e con quale scopo. Inoltre, nessuno dei governanti cui era affidata la responsabilità di mantenere l’ordine pubblico a Lahore ignora questo segreto: chi furono coloro che fecero oltraggiare la legge dai suoi stessi custodi?
Lo scopo per cui fu ordita questa spregevole cospirazione era in realtà che gli attivisti della Jamaat-e Islami entrassero in qualche modo in conflitto con i teppisti, così da poter sparare contro di loro e ottenere l’occasione di dichiarare illegale l’intera Jamaat, considerandola responsabile di disordini. Ma la pazienza e l’autocontrollo degli attivisti della Jamaat fecero fallire questa cospirazione.
Trascorse appena una settimana. Fu allora preparata contro la Jamaat un’altra cospirazione, allo scopo di incastrarla a ogni costo. Il 6 novembre 1963 dovevano tenersi le elezioni dell’Unione dell’Università del Punjab. Appena due giorni prima, Barakallah Khan, candidato alla presidenza dell’Unione, fu espulso dall’università. L’inevitabile conseguenza di questo provvedimento, che di fatto si manifestò, fu il diffondersi di un forte malcontento tra gli studenti. Per questo tutti i candidati a tutte le cariche dell’Unione, circa sessantacinque, ritirarono contemporaneamente le proprie candidature. Subito dopo costituirono un comitato d’azione. Il 4 novembre gli studenti uscirono dall’università in corteo. Avevano con sé un altoparlante. (Se questo corteo e l’uso dell’altoparlante fossero stati illegali, perché i responsabili del mantenimento della pace e dell’ordine non li fermarono già all’università? Al contrario, lasciarono che il corteo avanzasse fino al punto in cui la folla aumentò enormemente e altri individui malintenzionati vi si unirono.) Poi, improvvisamente, presso Charing Cross, furono caricati con i manganelli e dispersi; molti dei loro dirigenti furono inoltre arrestati. Lo scopo evidente di queste azioni era quello di esasperarli ulteriormente, provocare uno scontro con le forze dell’ordine e quindi addossare tutta la colpa alla Jamaat-e Islami. Il modo in cui, fin dal primo giorno, furono condotte le indagini su questi avvenimenti e il modo in cui esse proseguirono fino alla fine rendono pienamente chiaro che il vero obiettivo era incastrare la Jamaat-e Islami. Anche nelle dichiarazioni pubblicate allora sui giornali e trasmesse alla radio, dal Presidente del Paese fino ai signori ministri, si scorgeva il riflesso dello stesso obiettivo. Esse dimostravano apertamente quanto le autorità governative fossero ansiose di coinvolgere la Jamaat-e Islami nei disordini degli studenti. Ma, nonostante tutti gli sforzi, la cospirazione fallì e non fu trovata alcuna prova per attribuire alla Jamaat la responsabilità di quei disordini.
Per quanto tempo ancora il governo può aspettare che la Jamaat-e Islami commetta un reato per poi arrestarla? E come può mai accadere che la Jamaat, divenuta un ostacolo all’ascesa della Convention League, non possa essere arrestata pur senza aver commesso alcun reato?
La legge penale emendata e la Petition of Public Order sono state tenute nell’arsenale della legge proprio affinché, quando si fosse presentata la necessità di arrestare coloro che non commettono reati, si potesse ricorrere a esse. Pertanto, il 6 gennaio, con l’aiuto di queste due armi, io e la mia Jamaat siamo stati presi di mira, e contro di me sono state formulate le accuse descritte nel comunicato stampa ufficiale del 6 gennaio e nei motivi dell’arresto e della detenzione da voi trasmessi.
Il motivo per cui sostengo che queste accuse non siano la vera ragione del provvedimento adottato dal governo è il seguente: il governo ha iniziato questa campagna contro di me e contro la Jamaat-e Islami a partire dalla terza settimana del 1963, e tra le accuse formulate al riguardo ve ne sono due — cioè i disordini degli studenti a Lahore e l’articolo di Tarjuman-ul-Qur’an — che riguardano avvenimenti successivi all’inizio di questa campagna. Le restanti accuse, invece, riguardano fatti e avvenimenti vecchi di diversi anni.
Ora discuterò separatamente ciascuno dei motivi da voi indicati riguardo al mio arresto e alla mia detenzione, e ne rivelerò la vera natura.
Conquista del potere mediante la forza
La sua prima accusa è che l’obiettivo della Jamaat-e Islami fosse conquistare l’autorità politica e il potere mediante la forza; tuttavia, lei non ha detto in che modo sia venuto a conoscenza di questo obiettivo della Jamaat. Gli unici due modi per conoscere gli obiettivi di una Jamaat possono essere: primo, le sue azioni; secondo, il suo statuto, le sue decisioni e le dichiarazioni dei suoi responsabili. Per quanto riguarda le azioni della Jamaat, si può dire che il ministro dell’Interno del governo pakistano, il signor Habibullah Khan, nella sua conferenza stampa del 23 ottobre 1963 ha ammesso davanti al mondo intero che «la Jamaat non ha violato la legge fino ad oggi». Si veda il resoconto di questa conferenza stampa nel Pakistan Times e nel Dawn del 24 ottobre 1963. Di seguito viene ora esposta dettagliatamente la seconda modalità:
1. Nel settembre 1948, la Majlis-e Shura della Jamaat-e Islami proclamò, mediante una risoluzione, i seguenti principi:
«Il suo (cioè della Jamaat-e Islami) sforzo consiste nel plasmare completamente il sistema di vita del paese (cioè del Pakistan) secondo il modello dell’Islam. Per realizzare questo obiettivo, questa Jamaat non considera leciti quei metodi e mezzi che siano contrari alla verità e all’onestà o dai quali derivino disordine e inquietudine. Essa crede nei metodi democratici per la riforma e la rivoluzione. Ciò significa correggere la mente, il pensiero e il carattere mediante la predicazione e la propaganda, e formare l’opinione pubblica a favore dei cambiamenti che ci proponiamo di realizzare. Nessuna attività della Jamaat si svolge in segreto; al contrario, tutto avviene apertamente. Essa non vuole infrangere le leggi sulle quali è fondato l’attuale sistema di governo del paese; vuole invece modificarle secondo i principi islamici. Il suo obiettivo non è rimuovere coloro che governano il paese né sostituirsi a loro. Al contrario, vuole correggerli e, qualora essi non accettino la riforma, sostituirli con metodi democratici, ponendo al loro posto persone che, secondo il giudizio di un’opinione pubblica riformata, siano considerate oneste.» (Tarjuman-ul-Qur’an, settembre 1948, pp. 329-330)
2. Nello statuto pubblicato dalla Jamaat nel 1953, all’articolo 10, e nuovamente nello statuto emendato pubblicato nel 1953, all’articolo 5, si affermava chiaramente quanto segue:
«Per conseguire i propri obiettivi e traguardi, la Jamaat non ricorrerà mai a mezzi e metodi contrari alla verità e all’onestà o tali da provocare disordini nel mondo. La Jamaat opererà con metodi democratici e conformi alla legge per realizzare la riforma e la rivoluzione enunciate nei suoi obiettivi. Ciò significa correggere la mente, il pensiero e il carattere attraverso la predicazione, la propaganda e la diffusione delle idee, nonché formare l’opinione pubblica a favore dei cambiamenti che la Jamaat si propone di realizzare. Per raggiungere il proprio obiettivo, la Jamaat non tenterà di imitare metodi segreti; al contrario, si impegnerà apertamente e in pubblico. (Si può qui ricordare che, al momento di entrare nella Jamaat-e Islami, ogni suo membro presta formalmente giuramento di attenersi a questo statuto.)»
3. Nel mio discorso in qualità di presidente alla conferenza panpakistana della Jamaat-e Islami del 10 novembre 1951, commentando l’episodio del martirio del defunto signor Liaquat Ali Khan, dissi:
«Non può esserci sventura più grande, per un paese, che strappare al popolo l’autorità ultima di decidere, sottraendola all’intelligenza, alla coscienza e alla ragione, e consegnarla alla spada del giudice. Una nazione che non sia nemica di se stessa e la cui coscienza non sia fallita non può essere tanto stolta da affidare la decisione sulle proprie diverse questioni, anziché alla coscienza e alla ragione, a un giudice della spada cieco e corruttibile. Se non vogliamo definire oscuro il nostro futuro, dobbiamo impegnarci con tutte le nostre forze affinché la situazione del nostro paese non prenda una direzione così terribile. Noi, e in particolare le persone investite di responsabilità, dovremmo fare ogni sforzo per creare e mantenere qui una situazione nella quale sia possibile realizzare pacificamente tutti quei cambiamenti politici a favore dei quali si sia formata l’opinione pubblica.» (I nostri problemi interni ed esteri, p. 14, editore: Maktaba Jamaat-e Islami)
4. Nel febbraio 1957, alla Conferenza panpakistana della Jamaat-e Islami, fu approvata una risoluzione. In essa si affermava chiaramente:
«Poiché la Jamaat-e Islami, secondo il proprio statuto, è tenuta ad agire con metodi legali per attuare il programma di riforma e rivoluzione, e poiché in Pakistan esiste di fatto un’unica via per realizzare tale riforma e rivoluzione, ossia la via elettorale, la Jamaat-e Islami non può certamente rimanere estranea alle elezioni del Paese. Può parteciparvi direttamente o indirettamente, oppure, quando necessario, in entrambi i modi.» (Il futuro programma d’azione del movimento islamico, p. 14)
5. Nel 1958 la Jamaat-e Islami pubblicò il proprio manifesto elettorale. In esso il suo obiettivo veniva descritto così:
«Istituire una democrazia autentica, nella quale si possa portare al potere chi si preferisce e rimuovere dai seggi dell’autorità coloro che non si gradiscono.» (Manifesto elettorale, p. 14)
6. Durante il pellegrinaggio dell’anno scorso ebbi l’opportunità di rivolgermi, alla Mecca, a giovani giunti dai Paesi arabi. In quel discorso li consigliai di abbandonare ogni tentativo di realizzare una rivoluzione armata nei propri Paesi e di pensare invece a promuovere le riforme con metodi pacifici, legali e democratici. Il mio discorso fu pubblicato in tutti i Paesi arabi. Ne fu pubblicata anche una traduzione in urdu nella rivista Targuman al-Quran. La parte conclusiva è questa:
«Il mio ultimo consiglio è questo: non dovrebbero condurre movimenti clandestini né tentare di realizzare la rivoluzione con le armi. ….. Una rivoluzione autentica e corretta si realizza sempre attraverso un movimento popolare. Svolgete apertamente e su vasta scala l’opera di predicazione; dedicatevi ampiamente alla purificazione dei cuori, delle menti e del pensiero. Cambiate il modo di pensare della gente. Conquistate i cuori con l’arma della moralità. Affrontate con coraggio e rettitudine tutti i pericoli e gli ostacoli che emergeranno da tali sforzi. In questo modo, la rivoluzione che si realizzerà gradualmente sarà così duratura e solida che le tempeste immaginarie delle forze avversarie non potranno cancellarla. Anche qualora una rivoluzione venisse realizzata rapidamente con metodi artificiali, potrebbe essere cancellata proprio lungo la via attraverso la quale sarebbe giunta.» (Targuman al-Quran, giugno 1963)
7. Il 10 novembre 1963 ripetei questo mio pensiero anche in una dichiarazione rilasciata alla stampa in Pakistan. La dichiarazione fu pubblicata su Nawa-i-Waqt, Mashriq e altri giornali. Le sue parole esatte erano queste:
«Sono fermamente contrario, per principio, alla violazione della legge, ai metodi illegali e all’azione clandestina. La mia opinione è che il rispetto della legge sia indispensabile non per paura di qualcuno né per una necessità temporanea, ma per l’esistenza stessa di una società civile. Se un movimento distrugge una volta questo rispetto, diventa poi molto difficile, anzi impossibile, persino per esso stesso, ricondurre le persone all’obbedienza della legge. Analogamente, anche le organizzazioni clandestine presentano difetti tali che coloro che operano con questo metodo finiscono per diventare per la società un pericolo maggiore degli stessi individui che avevano adottato tale metodo per rimuovere. Per queste ragioni, la mia convinzione è che la legge e le organizzazioni clandestine siano estremamente imperfette. Tutto ciò che ho fatto l’ho sempre fatto pubblicamente e rimanendo entro i limiti delle leggi e delle norme. Persino quelle leggi alle quali ero radicalmente contrario ho cercato di modificarle con metodi democratici e legali, ma non le ho mai violate.»
Queste sono le dichiarazioni ufficiali mie e della Jamaat-e-Islami dal 1948 fino a oggi. Ora si dovrebbe sapere quali prove abbia il governo sulla base delle quali ha mosso contro di me e contro la Jamaat-e-Islami l’accusa di essere favorevoli alla conquista del potere con la forza. Ha forse a disposizione qualche scritto o discorso mio, o di qualche responsabile della Jamaat-e-Islami, dal quale emerga un simile significato? Oppure può presentare qualche esempio del fatto che, negli ultimi diciassette anni, la Jamaat-e-Islami abbia adottato una misura contraria alla legge? Se dispone di prove simili, perché non le rende pubbliche?
Nel suo comunicato stampa del 6 gennaio, il governo ha fondato l’intera accusa esclusivamente su una citazione del Rapporto Munir. In esso è stata formulata questa accusa contro la Jamaat-e-Islami. Ma si deve ricordare che il Rapporto Munir non è una sentenza di un tribunale, bensì soltanto il rapporto di una commissione d’inchiesta. Nel rapporto sono state sviluppate, in modo disordinato e oltre i limiti dei Terms of Reference, discussioni estranee alla questione. Sono stati sferrati attacchi del tutto gratuiti contro varie persone e partiti, ed è stato usato un linguaggio così stranamente sarcastico e derisorio da non poter mai essere ritenuto degno di un tribunale d’inchiesta imparziale. Dinanzi a questo tribunale, o commissione d’inchiesta, non è mai stata sottoposta a un esame accurato la questione di quale fosse l’ideologia della Jamaat-e-Islami, quali fossero i suoi scopi e obiettivi e quali mezzi intendesse adottare per conseguirli. Né a me né ad alcun rappresentante della Jamaat-e-Islami è stata posta alcuna domanda su tali questioni. Inoltre, l’accusa non ci è mai stata contestata chiedendoci di difenderci da essa. E là dove l’accusa è stata formulata nel rapporto, non è stata presentata alcuna prova dalla quale si potesse capire su quale base la commissione l’avesse mossa contro di noi.
La questione è questa: il fatto che un rapporto, anche se si tratta di un rapporto d’inchiesta giudiziaria, emetta in tal modo, senza prove testimoniali né documentali, una simile sentenza contro un’organizzazione può forse essere sufficiente a privare quell’organizzazione del diritto di esistere e i suoi dirigenti del diritto alla libertà? E, dopo che sono trascorsi dieci anni, dove sarebbe la legittimità di sfruttare in questo modo quella frase del Rapporto Munir? Il Rapporto Munir fu pubblicato nel 1954, mentre nel 1964 veniamo privati della nostra libertà e del diritto all’esistenza della Jamaat sulla base di quella sua osservazione. C’è forse in tutto ciò anche solo l’ombra della ragionevolezza?
Opposizione alla fondazione del Pakistan
A proposito delle ragioni dell’arresto e della detenzione, è stata formulata una seconda accusa: «La Jamaat-e-Islami era contraria alla fondazione del Pakistan e, dopo la fondazione del Pakistan, ha continuato a manifestare pubblicamente un atteggiamento ostile nei confronti del Pakistan e del suo governo».
Questa accusa consta di due parti. La prima è che la Jamaat fosse contraria alla fondazione del Pakistan; la seconda è che, dalla fondazione del Pakistan in poi, abbia continuato a manifestare un atteggiamento ostile nei confronti del Pakistan e del suo governo. Probabilmente la seconda parte è stata aggiunta perché la prima è sembrata così assurda persino agli stessi accusatori che essi hanno ritenuto del tutto insostenibile adottare un provvedimento basandosi soltanto su di essa. Dichiarare illegale, sedici anni dopo la fondazione del Pakistan, un’organizzazione che per tutti quei sedici anni — salvo il periodo del regime militare — ha operato qui, accusandola di essere stata contraria alla fondazione del Pakistan, e arrestarne i dirigenti, apparirebbe naturalmente ridicolo a chiunque già a prima vista. Per rendere l’accusa plausibile, è stato quindi aggiunto che, anche dopo la fondazione del Pakistan, questa organizzazione avrebbe continuato per sedici anni a manifestare pubblicamente ostilità non solo verso il governo, ma persino verso il Pakistan. Ma anche dopo questa aggiunta, l’affermazione rimane esattamente tanto ridicola quanto lo era all’inizio.
La domanda è: se, da quando la Jamaat-e-Islami iniziò a operare in Pakistan nel 1947 fino al 5 gennaio 1962, fosse rimasta ininterrottamente ostile, e non in segreto bensì apertamente, come mai questa ostilità è divenuta improvvisamente visibile il 6 gennaio 1964? Perché questa ostilità manifesta è stata ignorata per tutto quel lungo periodo? E quale particolare circostanza si è ora verificata per far sentire immediatamente la necessità di adottare contro di essa un provvedimento, e per di più un provvedimento così severo? Perché non è stato detto chiaramente che, per ampliare la Convention League, si era resa necessaria l’eliminazione dalla scena di un partito ben organizzato del gruppo d’opposizione? Soprattutto alla vigilia delle elezioni, questa necessità era divenuta ancora più urgente.
Passerò quindi a esaminare separatamente ciascuna parte di questa accusa. La mia risposta alla prima parte dell’accusa è la seguente:
1. Anche ammettendo per un momento che la Jamaat-e-Islami fosse contraria alla creazione del Pakistan, chiedo: era forse più contraria del Congresso? Tutti sanno che, fino al 15 agosto 1947, la vera lotta per il Pakistan si svolse proprio contro il Congresso. Eppure, subito dopo la creazione del Pakistan, il gruppo del Congresso che si trovava in questo Paese fondò immediatamente il Congresso del Pakistan. I suoi rappresentanti sedevano nella nostra prima e nella seconda Assemblea legislativa. Fino all’ottobre del ’58 esso rimase un partito di opposizione musulmana. E non fu mai sollevata la questione secondo cui, poiché eravate contrari alla creazione del Pakistan, non potevate ora operare in Pakistan come partito politico. Dopo il ritiro della legge marziale, non vi è alcuna ragione giuridica per cui il Congresso del Pakistan non possa essere ricostituito; si tratta piuttosto di una situazione analoga a quella dell’Awami League, del National Awami Party e degli altri partiti che non si sono ricostituiti. Se oggi il Congresso del Pakistan volesse ricostituirsi, non incontrerebbe alcun ostacolo legale.
2. È invece completamente contrario alla verità affermare che la Jamaat-e-Islami fosse contraria alla creazione del Pakistan. La Jamaat-e-Islami fu fondata nell’agosto del 1941. Durante i sei anni pieni trascorsi da allora fino all’agosto del 1947, qualcuno può indicare una sola riunione tenuta dalla Jamaat-e-Islami per opporsi alla creazione del Pakistan? Una sola mozione approvata? Una sola manifestazione organizzata? Un solo candidato presentato contro la Lega Musulmana alle elezioni? Oppure un candidato dell’opposizione alla Lega Musulmana che essa avesse sostenuto? O forse aveva detto al popolo: non votate per i candidati della Lega Musulmana? O aveva compiuto qualche azione o intrapreso qualche tentativo per ostacolare in qualsiasi altro modo il processo di creazione del Pakistan? Se qualcuno possiede una simile prova, dovrebbe certamente presentarla. Ma se nei registri della Jamaat-e-Islami non si trova nulla del genere, si voglia cortesemente spiegare: in che modo la Jamaat-e-Islami si oppose alla creazione del Pakistan? Quando lo fece? Come lo fece? Al massimo si può dire che la Jamaat non partecipò insieme alla Lega Musulmana alla lotta per la creazione del Pakistan. La semplice mancata partecipazione può forse essere definita opposizione?
3. Il motivo per cui la Jamaat-e-Islami non partecipò agli sforzi per la creazione del Pakistan non era che la Jamaat non volesse istituire uno Stato indipendente separato per i musulmani. Vi erano invece tre motivi. Questi tre motivi sono stati chiaramente esposti più volte nei libri e negli scritti della Jamaat-e-Islami. Il primo era che tra i musulmani era necessario mantenere un’organizzazione capace di aiutare la nazione qualora, Dio non voglia, la Lega Musulmana fosse fallita nella lotta per la creazione del Pakistan; per questo era necessario tenere questa forza di riserva (Reserve Force) separata dalla lotta. Il secondo motivo era che, anche dopo la creazione del Pakistan, diversi milioni di musulmani sarebbero rimasti nella parte dell’India britannica che, in base al piano del Pakistan, sarebbe passata sotto il dominio degli indù. Dopo la spartizione del Paese, la Lega Musulmana non avrebbe potuto fare nulla per aiutare quei musulmani. A questo scopo era necessario preparare fin dall’inizio un’altra organizzazione ben strutturata, e occorreva tenerla separata dalla lotta per il Pakistan affinché potesse svolgere tale compito nell’India indù. Il terzo motivo era che il partito che operava per il Pakistan, la Lega Musulmana, concentrava tutta la propria attenzione esclusivamente sull’organizzazione politica e sulla lotta politica. Non veniva compiuto alcuno sforzo per rafforzare e consolidare il partito sotto il profilo morale e religioso. Alla luce di questa situazione era chiaramente percepibile che, se un partito avesse conquistato il Paese attraverso una lotta condotta in tal modo, non solo non sarebbe stato in grado di trasformarlo in uno Stato islamico, ma non avrebbe nemmeno saputo fondarlo su basi solide come Stato nazionale. Vi si sarebbe creata una terribile disgregazione morale e ideologica. In tale situazione era necessario creare tra i musulmani un’organizzazione ben strutturata che, dopo la fondazione del Pakistan, potesse operare per salvare questo Stato dalla rovina morale e guidarlo sulla via dell’Islam. La domanda è: era forse un peccato attuare questo piano lungimirante? Oggi vogliono infliggere alla Jamaat-e-Islami la punizione per questo proprio quelle persone che non ebbero alcun ruolo significativo nei loro stessi sforzi per la creazione del Pakistan. Non furono il defunto Quaid-e-Azam, né il defunto Liaquat Ali Khan, né Khawaja Nazimuddin a infliggere tale punizione. Durante il governo di tutti loro, la Jamaat-e-Islami continuò a operare regolarmente.
4. Gli scritti che oggi vengono presentati come prova della mia opposizione alla creazione del Pakistan furono redatti nel 1939 e nel ’40. In primo luogo, è un errore scaricarli sulla Jamaat-e-Islami, poiché la Jamaat fu fondata nell’agosto del 1941. In secondo luogo, furono scritti in un’epoca in cui tra i musulmani era appena iniziata la discussione su quale fosse la soluzione ai loro complessi problemi nell’India britannica. In terzo luogo, il vero intento di quegli scritti non può essere compreso dagli estratti che coloro i quali li hanno separati dall’opera nel suo complesso hanno presentato a proposito dei Qadiani e dei negatori degli hadith (Munkirīn-e-Hadith), attribuendo loro un significato opposto. Il loro vero significato può essere compreso soltanto dopo aver letto integralmente tutti gli articoli pertinenti. Scrissi questi articoli per spiegare ai musulmani che, per istituire non uno Stato nazionale, bensì uno Stato islamico, non poteva essere adatta un’organizzazione di partito priva di vitalità morale e religiosa. Migliaia di persone istruite di questo Paese hanno letto la discussione che sviluppai nei miei articoli per chiarire tale obiettivo. Da essa non hanno ricavato il significato che oggi si pretende di ottenere isolando alcune frasi dei miei scritti dal loro contesto.
5. Ricavare dall’opera di un autore un significato contrario alle sue stesse dichiarazioni esplicite è, in realtà, un evidente tradimento. Come può qualcuno affermare che io fossi contrario alla spartizione del Paese e alla creazione del Pakistan, quando io stesso ho scritto tre libri a sostegno della teoria delle due nazioni (si vedano i miei libri: «Musulman aur Maujuda Siyasi Kashmakash», volumi I e III, e «Masa’il-e Qaumiyat»); quando io stesso, nel 1938, presentai un piano per la spartizione del Paese (si veda il mio libro «Musulman aur Maujuda Siyasi Kashmakash», volume II, pp. 208-214); quando nel 1944 dichiarai pubblicamente che la richiesta del Pakistan era una richiesta legittima (si veda il mio libro «Rasa’il-o-Masa’il», volume I, seconda edizione, pp. 359-362); quando sostenni il voto a favore del Pakistan nel referendum della Provincia della Frontiera (si veda il mio libro «Rasa’il-o-Masa’il», volume I, pp. 362-363)?
Passiamo ora alla seconda parte dell’accusa, ossia: «Dalla creazione del Pakistan, la Jamaat-e-Islami ha continuamente manifestato pubblicamente ostilità contro il Pakistan e il suo governo». Colui che ha formulato questa parte dell’accusa ha un pensiero talmente confuso da non aver saputo distinguere tra il Pakistan e il suo governo; inoltre, non sa neppure che, dalla fondazione del Pakistan fino a oggi, non vi è stato qui un unico governo, bensì diversi governi succedutisi l’uno all’altro.
Per quanto riguarda i governi del Pakistan, si può dire soltanto che la Jamaat-e-Islami ha certamente continuato a manifestare il proprio dissenso nei loro confronti, e che, in quanto partito d’opposizione, questo è un suo legittimo diritto. La Jamaat-e-Islami era salda nel principio secondo cui, finché non avessimo ottenuto la maggioranza nelle elezioni e acquisito la capacità di formare noi stessi il governo e di dirigerlo secondo i nostri principi, non avremmo dovuto partecipare all’apparato governativo. In base a questo principio, negli ultimi sedici anni e mezzo la Jamaat-e-Islami ha operato come partito d’opposizione. La domanda è: se un partito, sulla base di un principio democratico ragionevole e universalmente riconosciuto, rimane all’opposizione e continua a manifestare il proprio dissenso nei confronti dei diversi governi del Paese, quando e come ciò è diventato un crimine, al punto da legittimare la dichiarazione della sua illegalità e l’arresto dei suoi dirigenti?
L’accusa di opposizione al Pakistan è poi un’accusa così infame e odiosa che nessun governo dovrebbe muoverla contro i propri cittadini finché non disponga di prove solide e chiare a suo sostegno. Mi si dica quali prove possiede il governo a sostegno di questa grave accusa. Sulla base di quali testimonianze e prove ha formulato tale accusa? E, se possiede prove a sostegno di questa accusa estremamente grave, perché, invece di intentare pubblicamente un processo contro la Jamaat in tribunale, ha fatto ricorso a quelle leggi mediante le quali si può accusare a piacimento chiunque e anche punirlo a piacimento, senza alcuna testimonianza o prova?
Sebbene spetti all’accusatore presentare le prove per dichiarare colpevole una persona o un partito, e non spetti alla persona o al partito accusato l’onere di dimostrare la propria innocenza, voglio tuttavia dimostrare che il governo vuole eliminarci sollevando accuse del tutto infondate. A tal fine, illustrerò quale fosse la posizione della Jamaat-e-Islami nei confronti del Pakistan, alla luce delle sue stesse decisioni. Nella risoluzione sulla propria politica approvata dal Majlis-e-Shura della Jamaat-e-Islami nel settembre 1948 si legge:
«Poiché la scomparsa del Quaid-i-Azam ha inferto un duro colpo alle forze interne del Paese e anche all’esterno hanno cominciato a profilarsi dei pericoli, il Majlis-e-Shura desidera dichiarare con la massima chiarezza che la Jamaat-e-Islami, rimanendo fedele ai propri obiettivi e alla propria visione riformatori, si impegnerà pienamente a preservare l’unità e l’indipendenza del Pakistan e, a tale riguardo, coopererà con gli altri partiti e con il governo del Paese con ogni mezzo possibile.»
«Secondo la Jamaat-e-Islami, per il bene, il progresso e la stabilità del Pakistan era necessario dichiarare al più presto, mediante una procedura legale, la sua trasformazione in uno Stato islamico. Ora però, venuto meno il sostegno della personalità del Quaid-i-Azam, tale necessità si è fatta sentire ancora più fortemente. Dopo questa dichiarazione, i cambiamenti costituzionali e giuridici avverranno gradualmente e a tempo debito. Ma, dopo tale dichiarazione, il nostro sistema statale si sarà trasformato, in linea di principio, in un sistema islamico. Quando la forza autentica del Paese, cioè il cuore e la coscienza del popolo musulmano, si sentirà rassicurata, saranno determinati gli obiettivi dello Stato e il cammino del suo progresso. Le leggi indispensabili per la stabilità morale del Pakistan, per l’unità delle sue componenti inclini alla disgregazione, per la soluzione degli importanti problemi civili ed economici e per il rafforzamento del suo sistema di difesa nazionale potranno riunirsi e operare in questa direzione. Inoltre, in tal modo verrà meno anche il conflitto ideologico che sta nascendo riguardo al futuro sistema del Paese e che sta creando disordine psicologico.»
In questa sessione, a nome del Majlis-e-Shura fu inviato il seguente messaggio all’allora Governatore Generale, Khwaja Nazimuddin Sahib: «Dopo la morte del Quaid-i-Azam, Allah l’Altissimo ha posto sulle vostre spalle il peso di una grande responsabilità, facendovi suo successore. Preghiamo che Colui il quale ha posto questo peso sulle vostre spalle vi conceda la forza di portarlo e di adempiere a questo vostro dovere. Nel discorso da voi pronunciato dopo essere divenuto Governatore Generale si trova una sostanza spirituale e si scorgono segni di buone intenzioni. Noi la onoriamo di cuore. Ci auguriamo che cerchiate di trasformare il Pakistan in un autentico Stato islamico, sia nel cuore sia nella sua struttura. Siate certi che, in qualunque giusto sforzo intraprenderete a questo scopo, la Jamaat-e-Islami coopererà pienamente con voi.»
(Tarjuman-ul-Qur’an, settembre 1948, pp. 326-327).
Nella stessa sessione, la prima delle istruzioni predisposte per gli operatori della Jamaat-e-Islami era la seguente:
«Preparatevi pienamente per la difesa del Paese e fate comprendere anche agli altri musulmani la necessità di prepararsi. Vogliamo difendere questo Paese per l’Islam. Pertanto, con questa motivazione, prestare la massima attenzione a questo compito, fra tutte le nostre attività, è un nostro dovere religioso.» (Tarjuman al-Qur’an, settembre 1948, p. 336)
Il 12 marzo 1949 l’Assemblea legislativa del Pakistan approvò la Risoluzione degli obiettivi e il giorno seguente il Majlis-e Shura della Jamaat-e Islami pubblicò la seguente dichiarazione:
«Secondo il Majlis-e Shura, approvando questa risoluzione, l’Assemblea legislativa ha soddisfatto quei requisiti giuridici minimi necessari per trasformare un Paese in uno Stato islamico.»
In seguito, il 18 aprile 1949, nel corso della discussione sull’impatto e sulle conseguenze della Risoluzione degli obiettivi, il Majlis-e Shura espresse la seguente posizione della Jamaat-e Islami sul Pakistan:
«Ora è diventato obbligo di ogni credente impiegare tutte le proprie capacità mentali e intellettuali, nonché tutti i mezzi e le risorse disponibili, per difendere e rafforzare questo Stato, farlo progredire e trasformarlo, nel corpo e nello spirito, in uno Stato islamico. Bisogna dedicarsi con anima e cuore a qualunque servizio gli si possa rendere, in qualunque modo e forma. Ora il nostro rapporto con lo Stato è una fedeltà positiva (Positive). È terminato lo spirito di non cooperazione. Ora compiremo ogni sforzo per la riforma e il progresso, non soltanto dall’esterno, ma anche entrando dall’interno, cioè nel Parlamento e nel sistema di governo.»
(Qual è la posizione della Jamaat-e Islami alla luce delle sue decisioni, pp. 6-7)
Nel recente congresso panpakistano della Jamaat-e Islami, tenutosi a Lahore, il 26 ottobre 1964 fu approvata una risoluzione. Il suo testo è il seguente:
«In questo momento di crisi, la Jamaat-e Islami avverte l’India e le altre potenze interessate che nutrono idee errate sul Pakistan: per quanto possano essere le nostre divergenze sulle questioni interne, cento milioni di pakistani si uniranno e si schiereranno per difendere la sicurezza e l’indipendenza della patria, in qualunque circostanza; e, qualora si verificasse una situazione del genere, Insha’Allah nessun pakistano resterà indietro.»
«Non soltanto per il nostro amore verso il Paese, ma anche in considerazione delle nostre convinzioni e dei nostri doveri religiosi, la Jamaat attribuisce la massima importanza alla questione della difesa del Pakistan. Questo Paese è stato conquistato in nome dell’Islam; perciò l’intero Pakistan è per noi simile a una moschea, e ogni suo centimetro di terra è per noi un grande deposito sacro. Nonostante tutte le divergenze di opinione, garantiamo pienamente al Governo che, qualunque iniziativa esso intraprenda per la difesa del nostro Paese, noi lo assisteremo con tutto il cuore. Il patriottismo non è un monopolio di una determinata persona o di un gruppo particolare. Ogni pakistano è ugualmente coinvolto nella sicurezza del proprio Paese, poiché la loro vita, i loro beni, il loro onore e i loro valori più cari dipendono interamente dalla sicurezza e dalla stabilità di questo Paese. Pertanto siamo fermamente convinti che ogni pakistano, a meno che non abbia una mente pervertita o non sia nemico di sé stesso, si farà avanti per difendere la patria.» (Rapporto dell’Ijtima panpakistano della Jamaat-e Islami, p. 56)
Queste sono risoluzioni regolarmente adottate e pubblicate dalla Jamaat-e Islami. Il Governo non può dire di non esserne a conoscenza. Ciononostante, a occhi chiusi, è stata rivolta l’accusa che la Jamaat-e Islami abbia continuamente manifestato un atteggiamento ostile nei confronti del Pakistan. La base di tale accusa è stata posta nella nota stampa del Governo del 6 gennaio, fondata su un opuscolo intitolato «Mazi Qarib ka Jaiza». A proposito di questo opuscolo, il fatto è il seguente: dopo la fondazione del Pakistan, quando ripresi a pubblicare a Lahore la rivista Tarjuman-ul-Qur’an, nei suoi primi tre numeri, rispettivamente nei mesi di giugno, luglio e agosto del 1948, scrissi tre articoli editoriali consecutivi. In essi commentavo ampiamente la situazione creatasi nel Paese al momento della spartizione. Esprimendo, come uno storico, osservazioni imparziali sulle posizioni e sulle attività dei tre partiti — il Governo britannico, il Congresso Nazionale Indiano e la Lega Musulmana — spiegavo quali errori ciascuno di essi avesse commesso nel risolvere la questione della spartizione e nel renderla effettiva, e come tali errori si fossero manifestati nei loro risultati. Nel terzo articolo si esponeva poi quali importanti problemi la nazione musulmana si trovasse ad affrontare dopo la spartizione e se la Lega Musulmana sarebbe riuscita a risolverli. Sembra che i primi due articoli siano stati pubblicati nel 1949, a mia insaputa, dagli appartenenti alla Jamaat-e Islami di Karachi, in forma di opuscolo, a Karachi, con il titolo «Mazi Qarib ka Jaiza». Comunque sia, questi articoli furono pubblicati durante la vita del defunto Quaid-e-Azam, quando egli era Governatore Generale. Il defunto Liaquat Ali Khan era allora Primo Ministro del Pakistan. Nessuno, a quel tempo, li considerò scritti contro il Pakistan. Al contrario, la critica in essi rivolta all’operato della Lega Musulmana fu ritenuta il legittimo diritto del leader di un partito d’opposizione. Per questo non furono adottati contro di essi i provvedimenti che l’attuale Governo ha preso sedici anni dopo. Dico che, se oggi un giudice imparziale leggesse quegli articoli — non una o due frasi isolate dal contesto precedente e successivo — non potrebbe mai giungere alla conclusione che siano stati scritti da una persona che non desiderava la nascita del Pakistan e che, dopo la sua fondazione, volesse abolirlo. A quegli articoli può attribuire un simile significato soltanto chi si sia ostinatamente deciso a intrappolare in qualunque modo Maududi e la sua Jamaat, escogitando a tale scopo ogni sorta di stratagemma.»
Creare disordini tra i dipendenti pubblici
La terza accusa formulata tra le ragioni del vostro ordine di arresto e detenzione è la seguente: «La Jamaat-e Islami si era infiltrata nei dipartimenti governativi e nelle organizzazioni dei lavoratori con l’intento di impadronirsi del potere, scuotendo le basi della lealtà dei dipendenti pubblici e creando disordini.»
Anche questa accusa consta di due parti. Una riguarda i dipendenti pubblici e l’altra le organizzazioni dei lavoratori. Risponderò separatamente a queste due accuse.
In tutto ciò che è stato detto riguardo ai dipendenti pubblici, si è cercato deliberatamente di dare un aspetto terrificante a una questione semplice. La realtà è che la Jamaat-e Islami operava ampiamente in questo Paese da molti anni. I suoi libri venivano stampati a migliaia e a centinaia di migliaia di copie. Venivano venduti pubblicamente in vari luoghi. In centinaia di località erano state istituite sue biblioteche. Chiunque era libero di recarvisi, leggere i libri e prenderli in prestito per un periodo determinato. Le sue riunioni si tenevano in ogni parte del Paese. Vi partecipavano persone di ogni genere e ascoltavano i discorsi. In centinaia di luoghi si tenevano lezioni sul Corano e sugli hadith. Anche a esse partecipavano persone di ogni genere. In questo modo il movimento proseguiva pubblicamente in tutto il Paese. Come potevano dunque i dipendenti pubblici, che sono abitanti di questo stesso Paese e vivono insieme alla gente comune in quelle località, ignorarlo e rimanerne estranei? La Jamaat non si è infiltrata tra i dipendenti pubblici mediante alcun piano o sforzo particolare. Sono stati i dipendenti pubblici stessi a leggere i suoi libri, a partecipare alle sue riunioni e a prendere parte alle lezioni. Tra loro, chi è stato raggiunto nell’animo e nella mente dall’appello della predicazione della Jamaat ne ha subito egli stesso l’influenza. Noi non potevamo impedire che i suoi libri giungessero nelle loro mani. Non avevamo alcun potere per bendare loro gli occhi affinché non potessero leggere i libri. Non potevamo vietare loro di partecipare alle nostre riunioni e alle assemblee di lezioni sul Corano e sugli hadith. Se ora il Governo vuole fare questo, che lo faccia. Anzi, se possibile, può allontanare i dipendenti pubblici da quelle città e località e rinchiuderli in qualche fortezza separata, affinché non siano toccati da alcun soffio dei movimenti che si svolgono in questo Paese.
Da tutto ciò che ho detto sopra risulta chiaramente che la Jamaat-e Islami non si è infiltrata negli uffici e tra i dipendenti governativi. Al contrario, il suo pensiero è penetrato spontaneamente e in modo naturale tra i dipendenti governativi, mentre il governo stesso, emanando ripetutamente circolari negli uffici pubblici e ottenendo da ogni dipendente governativo una dichiarazione giurata, ha attirato i propri dipendenti verso di esso. Ora, riguardo all’affermazione secondo cui, a causa di questa penetrazione, le basi della lealtà di quei dipendenti sarebbero state scosse, il governo dovrebbe spiegare quale elemento vi sia nei libri della Jamaat-e Islami e nella sua opera di predicazione capace di compromettere la lealtà dei dipendenti governativi. A dire il vero, lo si ammetta o no, ovunque l’influenza della predicazione della Jamaat-e Islami è giunta tra i dipendenti governativi, essi sono diventati più responsabili, più diligenti nel dovere, più timorosi di Dio e più leali. Se tra i dipendenti governativi esiste una categoria che più di ogni altra si è tenuta lontana dalla corruzione, dall’accettazione di tangenti e dalla negligenza nell’adempimento del dovere, è proprio quella che ha accolto i libri della Jamaat-e Islami e la sua influenza. Ma per il governo questo fatto non ha alcun valore. La sua unica preoccupazione è che i dipendenti e gli ufficiali lavorino necessariamente come volontari per la Convention League, ma non abbiano il minimo contatto con alcun altro partito d’opposizione, e in particolare con la Jamaat-e Islami. Ho esposto con chiarezza la mia politica riguardo ai dipendenti governativi alle pagine 366-368 del numero di agosto 1955 di Targuman-ul-Qur’an e alle pagine 420-422 del numero di febbraio 1956. Presento entrambe queste riviste davanti alla commissione.
Per quanto riguarda la seconda parte dell’accusa, nella quale si parla dell’organizzazione dei lavoratori, chiedo al governo di presentare un esempio che dimostri che la Jamaat-e Islami abbia mai provocato disordini con l’aiuto dei lavoratori, abbia organizzato uno sciopero o abbia causato qualsiasi tipo di conflitto nelle fabbriche. Non chiedo molti esempi, ma uno solo. Si prega di indicarlo. La realtà è che, dopo la fondazione del Pakistan, quando la Jamaat-e Islami vide che gli attivisti comunisti e i loro «compagni di strada», i signori rossi, si stavano infiltrando tra i lavoratori e avevano iniziato una lotta di classe tra proprietari e lavoratori per preparare il terreno alla rivoluzione comunista, essa stabilì innanzitutto una politica per i lavoratori e poi cominciò ad agire in conformità con essa.
La politica stabilita al riguardo era la seguente:
1. Bisogna eliminare l’idea che i lavoratori e i proprietari delle fabbriche — o, in altri termini, coloro che forniscono il lavoro e coloro che ne traggono profitto — siano due classi separate, in conflitto e contrapposte. Bisogna rafforzare l’idea che queste due classi fanno parte della stessa società e che, invece del conflitto tra loro, dovrebbe essere instaurata una cooperazione fondata sui principi islamici di giustizia, affinché, in quanto parti di questa società, possano contribuire al suo progresso.
2. Non si deve permettere che le controversie sorte tra lavoratori e proprietari sfocino in scioperi, serrate o disordini; tali controversie devono essere risolte attraverso i tribunali, in conformità con le leggi vigenti nel Paese per dirimere questo genere di conflitti.
3. Qualsiasi ulteriore modifica legislativa necessaria per instaurare la giustizia nel settore industriale deve essere realizzata attraverso gli organi legislativi del Paese.
Questa politica è stata illustrata dettagliatamente alle pagine 425-426 della seconda edizione del primo volume del mio libro Rasā’il wa Masā’il e alle pagine 37-38 di «Jamaat-e Islami ka Manshur». In conformità con questa politica, il Comitato per il benessere dei lavoratori costituito dalla Jamaat-e Islami fece risolvere, fino al 1958, innumerevoli controversie industriali attraverso i tribunali e, facendo revocare scioperi e serrate in molti luoghi, indirizzò tali controversie verso i canali legali. Grazie a questi sforzi, furono risolte attraverso i tribunali controversie per un valore di novanta lakh di taka; dopo l’introduzione della legge marziale, quando la Jamaat fu costretta a interrompere le proprie attività, erano ancora pendenti cause per un valore di sette crore di taka. Ho già detto che, durante tutto questo periodo, non si verificò neppure un incidente che avesse portato la Jamaat-e Islami a provocare scioperi, conflitti o disordini in alcun luogo. Se il governo è in grado di presentare un simile episodio, deve certamente farlo. Se invece non è in grado di farlo, mi permetto di dire che il governo dovrebbe astenersi dal tendere trappole ai cittadini pacifici e rispettosi della legge del Paese e dal muovere contro di loro false accuse per perseguire interessi politici.
Jamiat-e Tulaba Islamica
La quarta accusa della Sua dichiarazione è questa: «L’Amir della Jamaat-e-Islami stava cercando, con il sostegno e la cooperazione attivi della Jamaat-e-Islami e con l’aiuto della Jamiat-e-Talaba, di organizzare scioperi illegali negli istituti d’istruzione e di creare disordini e tumulti nei luoghi pubblici». In questa accusa, la Jamiat-e-Talaba viene inoltre considerata la controparte (Counter Part) della Jamaat-e-Islami tra gli studenti.
Questa accusa potrà essere formulata contro di me e contro la Jamaat-e-Islami soltanto quando saranno dimostrate due cose. Primo: che la Jamiat-e-Talaba abbia mai organizzato uno sciopero illegale in qualche istituto o provocato disordini e tumulti in qualche istituto d’istruzione. Secondo: che io o la Jamaat-e-Islami avessimo dato qualche indicazione a tale proposito. Affermo con forza che il governo non sarà in grado di dimostrare nemmeno una di queste due cose. Perciò si è avvalso dell’Ordinanza sulla sicurezza pubblica e della legge penale modificata del 1908, così da non dover affrontare il fastidio di presentare testimoni e prove davanti a un tribunale e da evitare che, attraverso un’inchiesta giudiziaria imparziale, la verità venisse alla luce.
Sebbene, in risposta a questa accusa, sarebbe sufficiente ciò che ho esposto sopra, ho davanti a me il comunicato stampa ufficiale emesso lo scorso 6 gennaio, con cui la Jamaat è stata dichiarata illegale e i suoi dirigenti sono stati arrestati. In questo comunicato stampa è stato delineato un quadro quanto mai terrificante della Jamiat-e-Talaba e si è cercato, con grande impegno, di dimostrare che in realtà la Jamaat-e-Islami sta provocando disordini tra gli studenti attraverso la Jamiat-e-Talaba. Perciò non posso limitarmi a una breve risposta all’accusa summenzionata. Desidero invece chiarire la questione reale rispondendo in dettaglio alle accuse contenute nel comunicato stampa.
La Jamiat-e-Talaba fu istituita verso la fine del 1947. È un’organizzazione composta da quegli studenti dei college e delle università che, mentre studiano le scienze, la filosofia, l’economia, il diritto, l’ingegneria, la medicina e le altre discipline moderne negli istituti d’istruzione del nostro Paese, possiedono una mentalità e una visione islamiche, aderiscono ai valori morali e si impegnano, nei rispettivi istituti, a contrastare l’ateismo, l’irreligiosità e l’anarchia morale, nonché a risvegliare tra gli studenti lo spirito islamico. Tra questi giovani si possono vedere moltissimi studenti che, insieme a un’istruzione moderna occidentale di alto livello, praticano anche il tahajjud. Negli ultimi sedici anni hanno svolto un lavoro enorme per contrastare la corruzione della fede e della moralità tra i giovani e proteggerli dall’ondata dei loro pensieri atei e delle loro pratiche licenziose. Per quanto ne so, lo affermo con piena convinzione: fino a oggi non hanno commesso alcun atto contrario alla legge. Al contrario, hanno osservato rigorosamente il principio di mantenere le proprie attività entro i limiti della legge. È per queste qualità degli studenti che mi interesso a loro. Desidero infatti vedere in questo Paese giovani che, insieme al conseguimento di un’istruzione sempre più elevata, rimangano anche autentici musulmani. E quegli studenti si interessano a me proprio perché si aspettano che io possa offrire loro, alla luce dell’Islam, soluzioni ai problemi della vita moderna. Il rapporto tra me e loro non è nascosto agli occhi di nessuno, né vi è alcun motivo per nasconderlo.
Sebbene il collegamento forzato creato nel comunicato stampa ufficiale per dimostrare che il rapporto tra la Jamaat-e-Islami e la Jamiat-e-Talaba sia più profondo e più stretto costituisca una palese esagerazione e gran parte di esso sia contrario alla verità, chiedo comunque: anche se tutto ciò fosse vero, quale sarebbe il crimine? I giovani che studiano nei nostri college e nelle nostre università non sono minorenni. Non vivono in una foresta lontana da questa città e dagli abitati. Leggono ogni genere di libri. Leggono i giornali, partecipano a riunioni e conferenze, ascoltano discorsi. Sono giovani istruiti, alfabetizzati e adulti. Come può dunque una persona ragionevole aspettarsi che questi giovani rimangano del tutto estranei ai movimenti che vengono condotti nel Paese e alle idee e ideologie che vi si diffondono, senza subirne alcuna influenza? In realtà, tra gli studenti esistono gruppi che seguono tante ideologie e tante vie quanti sono i diversi orientamenti e le diverse correnti presenti al di fuori degli istituti d’istruzione. Tra gli studenti non esiste soltanto una controparte della Jamaat-e-Islami; vi si trovano anche le controparti dell’Awami League, del National Awami Party, della Muslim League, del Nizam-e-Islam Party e del Partito Comunista operante clandestinamente (Underground). E ora sta nascendo, anzi è già nata, anche una controparte della Convention League. Se queste controparti sono legittime, come può l’esistenza della controparte della Jamaat-e-Islami diventare un peccato?
Qualunque sia il tipo di rapporto esistente tra la Jamaat-e-Islami e la Jamiat-e-Talaba, esso non può essere considerato illecito né può costituire il fondamento per adottare alcun provvedimento legale, finché non vengano dimostrate le due cose già menzionate: primo, che la Jamiat-e-Talaba abbia compiuto un atto penalmente perseguibile; secondo, che tale atto sia stato compiuto su indicazione della Jamaat-e-Islami.
Nel comunicato stampa ufficiale sono stati presentati, con grande sforzo, due esempi al riguardo. Primo: nel febbraio del 1962, durante il discorso del signor Zulfikar Ali Bhutto, la Jamiat-e-Talaba avrebbe provocato disordini all’Università del Punjab e la Jamaat-e-Islami avrebbe impartito l’ordine di provocarli. Ma gli autori e i pubblicatori di questo comunicato stampa non ricordano che nel febbraio del ’62 nel Paese era in vigore la legge marziale. Sia la Jamiat-e-Talaba sia la Jamaat-e-Islami erano illegali. Non si poneva quindi affatto la questione che un’organizzazione provocasse disordini e un’altra impartisse l’ordine di farlo. Anche ammettendo, tuttavia, che ciò fosse vero, come si può spiegare che non sia stato adottato alcun provvedimento contro di loro in base alla legge marziale? Due organizzazioni proibite operano pubblicamente: una provoca disordini e l’altra impartisce l’ordine di provocarli. E nonostante ciò la legge marziale rimase in silenzio? Il governo vuole forse dimostrare, attraverso questo episodio, l’incompetenza delle autorità della legge marziale? A dire il vero, il fatto che oggi, dopo due anni, si sia preso questo episodio come base per adottare provvedimenti contro di me e contro la Jamaat-e-Islami dimostra chiaramente che il governo ha cercato e trovato ogni possibile pretesto per colpire me e la Jamaat-e-Islami. Tuttavia, se il governo sostiene che non si tratta di un pretesto inventato, bensì della piena verità, dovrebbe presentare le prove in un tribunale pubblico e dimostrare che, durante l’assemblea del signor Bhutto, primo, i disordini furono provocati dalla Jamiat-e-Talaba e, secondo, che la Jamaat-e-Islami impartì l’ordine. Il rapporto sospetto e incompleto del dipartimento d’intelligence — spesso preparato deliberatamente per tendere una trappola a qualcuno — non può mai essere accettato come testimonianza e prova.
Il secondo esempio addotto dal Governo è il seguente: i disordini provocati recentemente dagli studenti a Lahore e in altri luoghi sarebbero stati il risultato diretto dell’istigazione da parte dei seguaci della Jamaat-e Islami. Il Governo sostiene di possedere prove e testimonianze solide al riguardo. Io dico: se il Governo dispone davvero di tali prove e testimonianze, perché le tiene nascoste? Perché non le presenta in tribunale per dimostrare la nostra colpevolezza? In realtà, il Governo è interamente responsabile di questi avvenimenti. Esso stesso ha deliberatamente creato tensione e istigato gli studenti. Esso stesso, esercitando una repressione e una violenza straordinarie, ha dato alla vicenda una forma terribile. Poi ha cercato con la forza di addossare alla Jamaat-e Islami tutta la colpa di ciò. Eppure ho dichiarato fin dall’inizio che la Jamaat non aveva il minimo rapporto con questi disordini. La vicenda ebbe inizio quando, appena due giorni prima delle elezioni universitarie, Barakallah Khan, candidato alla presidenza dell’Unione universitaria, i cui documenti di candidatura erano stati regolarmente accettati, fu improvvisamente espulso dall’università, così da essere automaticamente escluso dalla competizione elettorale. (Qui è necessario ricordare che Barakallah Khan non aveva alcun rapporto con la Jamaat-e Islami né con la Jamiat-e Tulaba. Un tempo era stato membro della Jamiat, ma la Jamiat lo aveva espulso.) Si trattò di una repressione talmente ingiusta che, naturalmente, suscitò malcontento tra gli studenti; tutti i candidati alle elezioni — circa sessantacinque, compreso il candidato avversario di Barakallah Khan — boicottarono le elezioni. In seguito, quegli stessi candidati formarono un comitato d’azione. Nel comitato non vi era neppure una persona che avesse il minimo rapporto con la Jamiat-e Tulaba o con la Jamaat-e Islami. Fu proprio questo comitato d’azione a decidere di protestare contro l’espulsione di Barakallah Khan. Il comitato preparò il programma operativo della protesta e, il 4 novembre del ’63, il corteo uscì dall’università in base alla sua decisione. La polizia stessa permise al corteo di raggiungere Charing Cross, insieme ai propri altoparlanti. Poi, all’improvviso, senza alcun avvertimento né preavviso, caricò i manifestanti con i manganelli e lanciò gas lacrimogeni contro di loro. Ciò esasperò ulteriormente gli studenti. Essi tornarono indietro e presentarono al vicerettore una petizione chiedendo che fossero presi provvedimenti contro quella violenza. Ma il signor vicerettore, probabilmente, si considerava impotente. Perciò, invece di rassicurare gli studenti e calmarli, rifiutò persino di uscire per incontrarli. Naturalmente, questo fatto esasperò ancora di più gli studenti, e un loro gruppo entrò nell’ufficio del vicerettore e vi iniziò dei disordini. Il gruppo di studenti che iniziò i disordini era composto principalmente da studenti comuni. Il Governo non dispone certamente di alcuna prova della presenza, tra loro, di studenti legati alla Jamiat-e Tulaba. Il 5 novembre, secondo il programma del comitato d’azione, gli studenti decisero di sedersi in segno di protesta sul marciapiede esterno all’università. Fu loro concesso soltanto un minuto per disperdersi. Eppure nessuna persona ragionevole può immaginare come un numero così grande di studenti potesse disperdersi in due minuti. Non appena trascorsero i due minuti, gli studenti furono sottoposti a una brutale carica della polizia, che entrò nel recinto dell’università e cominciò a esercitare una violenza estrema.
Onorevole! Questi sono i fatti reali, dai quali risulta che furono proprio le autorità governative a creare per prime la tensione e che furono loro responsabili anche dell’ulteriore aggravarsi della situazione. In tutta questa vicenda non solo non si può coinvolgere la Jamaat-e Islami, ma non si può neppure dimostrare in alcun modo che la Jamiat-e Tulaba ne fosse responsabile. Se il Governo crede nella veridicità delle proprie affermazioni e dispone di prove solide a sostegno dell’istigazione pubblica da parte dei sostenitori della Jamaat-e Islami, dovrebbe farsi avanti coraggiosamente. Dovrebbe indicare quali persone della Jamaat abbiano creato la tensione e quale sia stato il loro ruolo, nelle parole e nei fatti, in questi disordini.
Creare malcontento nelle forze armate
La vostra quinta accusa è che «la Jamaat sta cercando di creare malcontento nelle forze armate attraverso i discorsi offensivi dei suoi dirigenti». (È particolarmente significativo che, tra le ragioni dell’arresto e della detenzione, compaia l’espressione “The Jamaat Attemption”.) Si tratta di un’accusa del tutto vaga. Da essa non si comprende neppure chi avrebbe pronunciato questo discorso offensivo né che cosa avrebbe detto. Tuttavia, ammettendo per amor di discussione che alcuni dirigenti abbiano pronunciato discorsi di questo genere, perché non sono stati processati? Qual è la legittimità di coinvolgere l’intera Jamaat nella responsabilità dei loro discorsi? La Jamaat non ha mai deliberato di creare malcontento nelle forze armate. Io stesso, in qualità di Ameer della Jamaat, non ho mai impartito simili istruzioni. Se alcuni dirigenti hanno pronunciato determinate parole nei loro discorsi, erano loro stessi responsabili dei propri discorsi.
Ma la cosa sorprendente è che, nel comunicato stampa del Governo del 6 gennaio, questa colpa è stata attribuita soltanto al signor Mian Tofail Muhammad, accusato di aver pronunciato un discorso di questo genere a Mianwali il 7 settembre, mentre voi avete accusato, come motivo dell’arresto e della detenzione, i dirigenti della Jamaat di aver pronunciato discorsi simili. Come spiegate questa evidente contraddizione tra i due comunicati ufficiali? Non risulta forse chiaro da ciò che tutte queste accuse vengono formulate senza alcuna indagine? E, nel muovere un’accusa, non vi siete ricordati che appena pochi giorni prima era stata pronunciata, dalla stessa autorevole voce del Governo, un’affermazione del tutto diversa?
Una leadership non islamica
Le accuse precedenti erano state rivolte da voi contro la Jamaat-e Islami e, attraverso di essa, contro di me. Con questa sesta accusa mi avete accusato direttamente di aver dichiarato, nei discorsi pronunciati in diverse assemblee pubbliche, che «la leadership della nazione è non islamica e satanica». La mia risposta è la seguente: riguardo alla parola “satanica”, voglio dire che non l’ho mai usata e che non sono nemmeno abituato a usare parole di questo genere per esprimere il mio dissenso nei confronti di qualcuno. Tuttavia, riguardo a coloro nelle cui mani si trova l’autorità del Pakistan, ho dichiarato pubblicamente e continuo a dichiarare che non agiscono secondo l’Islam; pertanto, la loro leadership è non islamica. In quanto leader di un partito d’opposizione, è mio diritto legale e democratico criticare la leadership personale di coloro che detengono il potere di governo e le loro attività. Non sono assolutamente disposto a rinunciare a questo mio diritto. Mi si dica: in base a quale legge si può definire reato l’espressione di questa opinione?
Articolo di Tarjuman al-Qur’an
La vostra ultima accusa è che, nel numero del 1º ottobre 1963 del mio mensile Tarjuman al-Qur’an, io abbia pubblicato un articolo contro l’Iran e la sua famiglia imperiale. Avete inoltre sostenuto che, dietro la pubblicazione di quell’articolo, il mio intento fosse colpire alla radice i rapporti di amicizia tra il Pakistan e il suo amico tradizionale, l’Iran. A questo proposito, la mia rispettosa risposta è la seguente:
1. L’articolo da voi citato è un compendio di alcuni articoli pubblicati dai principali ulema dell’Iraq e dell’Iran. Tra questi ve n’è uno scritto sotto forma di lettera, contenente un resoconto dettagliato della situazione degli ulema iraniani contemporanei. La lettera fu redatta a nome di un eminente sapiente sciita, Sayyid Abu’l-Qasim al-Khoei. Fu stampata presso la tipografia al-Nu‘man di Najaf al-Ashraf. Il suo titolo era: «Risalat min Ulama-yi Iran».
L’autore del secondo opuscolo è lo stesso Sayyid al-Khoei. In esso egli discute della crescente influenza degli ebrei in Iran e mette in guardia il governo iraniano, esortandolo ad adottare misure precauzionali al riguardo. Il titolo dell’opuscolo era: «Tasrihatun Naziratu lil-Ummil Khoei».
Il terzo opuscolo è un’altra fonte dell’articolo citato. Il suo titolo era: «Kifahul Ulama-il-A‘lam». Fu pubblicato dalla Saqafat-e Islamia di Karbala. In questo opuscolo veniva fornita una descrizione dettagliata, con date documentate, degli eventi verificatisi in Iran.
2. Dopo la pubblicazione dell’articolo citato, ricevetti dall’ambasciata iraniana una risposta, che pubblicai anch’essa nel numero di dicembre 1963 del mio giornale. (Una copia di questo numero è stata sottoposta all’esame della commissione e richiamo in modo particolare la vostra attenzione al commento editoriale relativo a quell’articolo.) Ora, se una rivista o un giornale pubblica le dichiarazioni di entrambe le parti, quale accusa si può muovere contro i principi universalmente riconosciuti del giornalismo?
3. Posso citare almeno cinquanta articoli pubblicati dalla stampa pakistana contro la Turchia, l’Egitto, la Giordania, l’Arabia Saudita, l’Iraq, il Kuwait e altri Paesi, simili a questo o molto più critici. In alcuni di quegli articoli venivano persino fatti commenti sulla vita privata dei governanti dei Paesi menzionati. In carcere non mi è possibile raccogliere i vecchi archivi di quelle riviste e di quei giornali. Ma, se mi fosse data l’opportunità, potrei raccoglierli e sottoporli al vostro esame. Ora la questione è: soltanto l’Iran è amico del Pakistan? Oppure anche i Paesi sopra menzionati hanno ottenuto il riconoscimento della nostra amicizia? E se sono stati considerati amici del Pakistan, perché non è stato preso alcun provvedimento contro quelle riviste e quei giornali che li hanno criticati? Qual è dunque la logica alla base dei provvedimenti adottati contro Tarjuman al-Qur’an?
Ho appreso che, dopo la sospensione della pubblicazione di Tarjuman al-Qur’an, è stato chiuso anche il settimanale «Al-Mimbar» di Lyallpur. Il giornale aveva scritto contro gli Stati arabi uniti. Ciò è stato fatto per dimostrare che in precedenza non era stata adottata alcuna misura meramente discriminatoria. Ma «Al-Mimbar» non era l’unico giornale ad aver pubblicato scritti di questo genere. Come ho già detto, sono pronto a presentare almeno cinquanta esempi di questo tipo. Ebbene, si può davvero considerare ristabilito l’equilibrio adottando provvedimenti soltanto contro un’altra testata?
4. In precedenza, la pubblicazione di Tarjuman-ul-Qur’an era stata sospesa proprio per aver pubblicato l’articolo menzionato. Ora, il mio arresto e la mia detenzione per lo stesso reato mirano forse a soddisfare le esigenze della giustizia, oppure a ottenere una vendetta?
5. L’unico responsabile della pubblicazione dell’articolo menzionato su Tarjuman-ul-Qur’an sono io. Io sono il proprietario di questa rivista e io ne sono il direttore. La pubblico dal 1932, nove anni prima della fondazione della Jamaat. La Jamaat non ha alcun rapporto con la proprietà, la direzione, la gestione, i profitti o le perdite della rivista. L’ho gestita secondo la mia condizione personale e le mie capacità. Ora, per la pubblicazione di un articolo su una simile rivista, il Governo ha ritenuto responsabile la Jamaat-e-Islami, l’ha dichiarata illegale e, per questo, ha incarcerato più di cento suoi dirigenti. Non dimostra forse ciò che il Governo ha gettato alle ortiche tutti i valori della giustizia e della vergogna? E che si è accinto a scaricare con la forza sui dirigenti della Jamaat colpe che non hanno commesso?
6. Come avete fatto a sapere che, dietro la pubblicazione dell’articolo menzionato, il mio intento fosse colpire alla radice i rapporti di amicizia tra Pakistan e Iran? In tutto il mondo è un principio universalmente riconosciuto che, quando il governo di un Paese segue una politica di oppressione nei confronti del proprio popolo e il popolo si trova in una condizione di impotenza, sotto la pressione dell’opinione pubblica internazionale quel governo può arrivare a sentire la necessità di modificare la politica seguita e di instaurare la giustizia. Gli abitanti dell’Iran sono nostri fratelli musulmani e, naturalmente, nutriamo per loro profondo amore e simpatia. Quando, attraverso gli scritti dei celebri ulema dell’Iran e dell’Iraq, venni a sapere che si commettevano ingiustizie contro il popolo, pubblicai i riassunti di quegli scritti proprio allo scopo di usare la nostra forza morale per indurre il Governo iraniano a instaurare la giustizia. Ho già menzionato che, con lo stesso intento, influenti dirigenti dell’Iraq, Stato vicino all’Iran, pubblicarono quegli opuscoli. In realtà, l’intento per il quale sono stato accusato non ha mai trovato posto, neppure in minima parte, nella mia mente. Neanche la più pallida ombra dell’idea di «colpire alla radice i rapporti pakistano-iraniani» è mai entrata nel mio campo di pensiero. Ma, per sacrificarmi sul patibolo, il Governo prima ha travisato nel modo più estremo un principio internazionale universalmente riconosciuto e poi ha sollevato un’accusa vergognosa contro l’intera Jamaat, come risulta chiarissimo dal comunicato stampa del 6 gennaio 1964. Prima di impiccare la Jamaat, le è stata così appioppata un’infamia. Ma questo comportamento singolare del Governo, così desideroso di attribuirci qualsiasi cospirazione e di metterci in testa qualsiasi cappello, non è forse sufficiente?
Nella discussione precedente ho dimostrato che tutte e sette le accuse da voi mosse contro di me sono false. Mi dispiace aver dovuto pronunciare, in questa discussione, molte parole amare che il Governo non gradisce. Ma sono stato costretto a farlo. Come potrei infatti ammettere accuse false e inventate? Per questo ho dichiarato chiaramente che le ragioni addotte per il mio arresto e la mia detenzione non sono le vere ragioni. Dietro il provvedimento adottato dal Governo vi sono altre motivazioni. Il Governo si vergogna di dichiararle. Perciò, allo scopo di nascondere le vere ragioni, sono state formulate accuse inventate.
| Carcere distrettuale, Lahore 24 febbraio 1964. | Vostro devoto Abul A’la Maududi 7-3-64 Firmato: G. A. Ali, Sovrintendente, Carcere distrettuale, Lahore. |
Risposta aggiuntiva alla terza accusa
Egregio giudice S. A. Mahmud,
Presidente del Comitato di revisione dei detenuti politici, Lahore
Signore,
Desidero allegare le seguenti risposte a quella che avevo già presentato il 24 febbraio 1964 in risposta all’accusa n. 3 del governo.
Poiché sono detenuto e il mio ufficio privato è stato chiuso a chiave, non ho potuto procurarmi una parte importante dei documenti necessari per confutare le accuse mosse contro di me. Tuttavia, con grande difficoltà, sono riuscito a procurarmi un opuscolo. Si intitola «Verbale della Majlis-e Shura della Jamaat-e Islami del Pakistan». Questa Shura si tenne dal 15 al 19 aprile 1951. Fu pubblicato nell’aprile 1951 dal Dipartimento organizzativo della Jamaat-e Islami. In questo opuscolo viene descritto il metodo di lavoro della Jamaat-e Islami tra i lavoratori (si vedano le pagine 53-60). Questa descrizione della politica della Jamaat-e Islami respinge completamente l’accusa mossa contro di essa, secondo cui essa si infiltra nelle organizzazioni dei lavoratori e li «incoraggia a creare disordini».
Nell’aprile 1951, la Majlis-e Shura decise per la prima volta che la Jamaat avrebbe dovuto interessarsi ai problemi dei lavoratori e, affinché venisse definito un metodo di lavoro al riguardo, mi conferì l’autorità in qualità di Amir della Jamaat. In virtù dell’autorità che mi era stata conferita, impartii le seguenti istruzioni:
«Se un gruppo di lavoratori ha manifestato il desiderio che noi organizziamo e guidiamo i lavoratori, gli si dovrebbe innanzitutto far sapere con chiarezza che possiamo organizzarli e guidare il movimento per ottenere le loro rivendicazioni soltanto alla seguente condizione:
(a) che le rivendicazioni siano legali e giuste e che le loro lamentele siano vere e giustificate. Non possiamo mai sostenere le loro rivendicazioni ingiuste e illegali né le loro accuse infondate.»
(b) Dovranno essere pronti a vincolare il loro movimento per ottenere l’adempimento delle loro rivendicazioni a metodi d’azione pacifici, giusti e dignitosi. Non approviamo alcun tipo di protesta, disordine o teppismo.»
(c) Non potranno limitare le proprie attività al perseguimento dei propri interessi; dovranno essere al tempo stesso pronti a migliorare la propria condizione morale e religiosa.”
Nella medesima direttiva, discutendo il metodo di lavoro e il modo di organizzare unità operaie di questo tipo, scrissi: Anzitutto si dovrebbe risvegliare tra i lavoratori la coscienza morale e religiosa. In seguito, le idee seguenti dovrebbero essere gradualmente radicate nelle loro menti:
1. Tutti i mezzi e tutte le ricchezze di questo Paese, qualunque forma assumano (terre, industrie, proprietà e così via) e chiunque ne abbia il controllo, sono in realtà un patrimonio nazionale e un bene affidato in custodia; la conservazione, la prosperità e lo sviluppo di questo patrimonio della nazione costituiscono un dovere morale e nazionale di ogni cittadino del Paese.
2. Sono nemici — non soltanto nemici di se stessi, ma nemici del Paese e della nazione — coloro che, direttamente o indirettamente, si preparano a danneggiare e distruggere il patrimonio nazionale seguendo la via della sovversione e dell’anarchia.
3. In quanto musulmani, siamo sudditi di Dio, seguaci di Hazrat Muhammad (pace e benedizioni su di lui) e osservanti della legge coranica. Per quanto urgenti siano le nostre necessità e per quanto giuste siano le nostre richieste, in nessuna circostanza è lecito per noi, in quanto musulmani, oltrepassare i limiti stabiliti da Dio e dal Suo Messaggero (pace e benedizioni su di lui). Finché siamo musulmani, non possiamo correre sfrenati come cavalli senza briglie.
4. In quanto musulmani, per risolvere i nostri problemi non possiamo adottare alcuna filosofia o dottrina diversa dall’Islam. Non vi è neppure alcuna necessità di farlo, poiché l’Islam possiede la capacità e la forza di risolvere tutti i nostri problemi nel miglior modo possibile. (A questo proposito, i lavoratori e gli operai dovrebbero acquisire una conoscenza generale degli insegnamenti fondamentali dell’Islam e una conoscenza approfondita della soluzione dei problemi operai. In tal modo potranno essere consapevoli dei propri diritti e doveri e valutare con precisione i vantaggi che l’Islam concede loro ancor prima che li richiedano.)
5. Le diverse componenti e i diversi gruppi della società sono come le varie parti e i vari organi del corpo umano. Come ogni organo del corpo umano collabora con gli altri e, se entrassero in conflitto e in guerra tra loro, nessun essere umano potrebbe sopravvivere, allo stesso modo una società in cui prevalgano tra le sue diverse componenti l’odio, il rancore, l’ostilità, la rivalità, la lotta di classe, i contrasti tra gruppi e l’atteggiamento di opposizione reciproca non può vivere. Una società sana può essere edificata soltanto sulle basi dell’amore, dell’aiuto reciproco, della cooperazione e della giustizia.
6. È completamente errata, disumana, crudele e ingiusta la mentalità di chi esalta soltanto il proprio diritto e il dovere altrui, ignorando completamente il proprio dovere e il diritto altrui. In realtà, ciascuno dovrà rispondere davanti a Dio del proprio dovere e dei diritti degli altri.
Tredici anni fa, quando la Jamaat aveva iniziato a operare tra i lavoratori, furono presentati i suddetti estratti sulle attività della Jamaat tra i lavoratori, tratti da un opuscolo pubblicato all’epoca. Fin dall’inizio avevamo adottato un metodo di lavoro trasparente. Il governo non può dire di essere all’oscuro di questo rapporto e di non conoscere la politica della Jamaat nei confronti dei lavoratori. Non è forse deplorevole che, nonostante questa chiara dichiarazione della Jamaat, il governo abbia ciecamente soddisfatto l’opposizione politica e l’ostilità del partito al potere, imponendoci l’accusa falsa, irragionevole, infondata e altre accuse secondo cui volevamo conquistare il potere creando malcontento tra i lavoratori!
| Carcere distrettuale, Lahore 3 marzo ’64 | Vostro devoto Abul A‘la Maududi Firmato: G. A. Mari, 7-3-64 Sovrintendente Carcere distrettuale, Lahore. |
La risposta fornita da Maulana Maududi al Segretario agli Esteri del governo del Pakistan Occidentale e al giudice S. A. Mahmud, presidente del Consiglio per il riesame dei detenuti politici, era talmente logica, conforme alla legge e sapiente che non solo le accuse degli accusatori risultarono infondate e malevole, ma venne anche alla luce la reale patologia della mente colma di odio degli avversari. Sollevando, per conto del governo pakistano, accuse così ridicole, gli ambienti interessati, ossia la Convention League al potere, hanno reso un governo costituito oggetto di scherno agli occhi del popolo, della società colta, dei giuristi e del mondo esterno.
I leader kashmiri rispondono alle accuse
L’ex presidente dell’Azad Jammu e Kashmir, il signor Sardar Muhammad Ibrahim Khan, ha dichiarato in un comunicato:
«Tutte le accuse mosse contro Maulana Maududi riguardo al jihad del Kashmir sono assolutamente infondate. Quando nel 1994 Maulana Maududi fu inviato in carcere sulla base di queste accuse, io ero il presidente di questo Stato. Dopo aver indagato su tali accuse, constatai che non contenevano nemmeno la minima traccia di verità. Non può esservi alcun dubbio sul patriottismo di Maulana Maududi, sulla sua lealtà verso lo Stato e sul suo pieno sostegno al movimento per l’indipendenza del Kashmir.» (APP–quotidiano Kohistan, Rawalpindi, 8 novembre 1963). L’ex presidente dell’Azad Jammu e Kashmir, il signor Syed Ali Ahmad Shah, ha dichiarato:
«Non è giusto trasformare il jihad del Kashmir in una questione di controversia, né è giusto dichiarare ripetutamente che Maulana Maududi è contrario al jihad del Kashmir. Ciò ostacola l’obiettivo del Kashmir. Finora tutti i partiti del Paese sono stati concordi sulla questione del Kashmir. Maulana Maududi ha sempre sostenuto il diritto all’autodeterminazione e il plebiscito per il popolo dello Stato di Jammu e Kashmir e, inshallah, continuerà a sostenerli anche in futuro. So inoltre con certezza che Maulana Maududi è un fiero oppositore della divisione del Kashmir. Ogni Stato musulmano del mondo sostiene questa stessa posizione sulla questione del Kashmir. Nel 1948, quando il jihad era in corso in Kashmir, Maulana Maududi e la Jamaat-e Islami, con la mia autorizzazione, distribuirono denaro contante e rifornimenti tra le forze dell’Azad Kashmir. Maulana Maududi non è mai stato, e non lo è neppure oggi, contrario al diritto all’autodeterminazione e al plebiscito dei kashmiri. Sono fermamente convinto che, se ora o in futuro le Nazioni Unite o l’India violeranno o revocheranno la risoluzione del Consiglio di Sicurezza, Maulana Maududi consiglierà certamente al Pakistan e agli altri Stati musulmani di intraprendere il jihad e pronuncerà una fatwa in tal senso.» (Anjam, Peshawar, 1º dicembre 1963)
Dichiarazione del leader kashmiro Chaudhry Ghulam Abbas:
«Rawalpindi, 2 febbraio 1964. Oggi, nella sala della Biblioteca Pubblica, si è tenuta una sessione presieduta dal signor Raja Muhammad Haidar Khan, presidente della Conferenza musulmana di tutto il Jammu e Kashmir. Alla sessione hanno partecipato duecento consiglieri dell’Azad Kashmir. Qa’id-e Millat Chaudhry Ghulam Abbas, nel discorso pronunciato durante la sessione, ha detto: “A nome dei consiglieri della Conferenza musulmana abbiamo ricevuto una comunicazione con la richiesta che la sessione dei consiglieri approvi una mozione di condanna contro le restrizioni imposte alla Jamaat-e-Islami e contro l’arresto dei suoi dirigenti. Ritengo necessario chiarire davanti a tutti i membri del Consiglio generale che noi non abbiamo alcun rapporto con la politica interna del Pakistan. Tuttavia, siamo costretti a esprimere il nostro punto di vista sulle questioni connesse al problema del Kashmir.”»
«È una verità universalmente riconosciuta che tutte le persone associate alla Jamaat-e-Islami sono patriote, anzi, i più patrioti. In realtà, nel Paese vi era un solo partito che si adoperava organizzatamente e per vie legali a favore della democrazia islamica. Per quanto riguarda il problema del Kashmir e l’ottenimento del diritto all’autodeterminazione dei kashmiri, tutti noi insieme — persino con tutti gli sforzi del nostro governo — non siamo riusciti a fare ciò che Maulana Maududi ha fatto da solo. Attraverso la Rabitat al-Alam al-Islami, costituita dall’unione degli Stati islamici, Maulana Maududi ha portato il problema del Kashmir davanti alle nazioni del mondo e ha ottenuto il sostegno all’autodeterminazione a nostro favore, proprio ciò che il Pakistan desidera. Inoltre, Maulana Maududi era membro del Comitato per il Kashmir. Anche sotto questo aspetto, da solo ha fatto più di tutti noi. In una dichiarazione, assicurando a nome della sua Jamaat aiuto e sostegno, aveva detto (la dichiarazione fu pubblicata sui giornali il 1° gennaio 1964): “Il governo deve adottare una misura concreta riguardo al problema del Kashmir.” Ma il governo pakistano ha inaspettatamente adottato una misura concreta di natura tale da arrestare Maulana Maududi e i dirigenti della Jamaat-e-Islami, mettendo a tacere quella sua voce, con un danno irreparabile per il popolo del Kashmir.»
«Inoltre, nessuno ignora che nel Kashmir occupato, tra tutti i partiti politici, attualmente la Jamaat-e-Islami è l’unico partito solido. Le sue sezioni si sono estese da villaggio a villaggio. Per questa ragione, imporre restrizioni a un partito pacifico e democratico come la Jamaat-e-Islami in un Paese islamico e democratico come il Pakistan susciterà inevitabilmente nel cuore del popolo kashmiro odio verso il Pakistan.»
«Attualmente l’ambiente pacifico e tranquillo del Kashmir si è trasformato in una polveriera infuocata, e se il Pakistan vuole davvero ottenere il Kashmir, non si presenterà mai più un momento più favorevole di questo. In questo momento sarebbe stato necessario il sostegno e la cooperazione sinceri e uniti dell’intera nazione pakistana. Il governo pakistano li aveva anche ottenuti. Ma è motivo di rammarico per noi che proprio in questo momento il governo, imponendo restrizioni a Maulana Maududi e alla Jamaat-e-Islami, si sia privato di tale aiuto e cooperazione. Da ciò si comprende che il governo non vuole affatto adottare alcuna misura efficace al riguardo.»
«Se il governo pakistano nutre sinceramente interesse per il problema del Kashmir, la nostra richiesta è che Maulana Maududi e i dirigenti della Jamaat-e-Islami siano liberati senza condizioni e che siano revocate le restrizioni imposte alla Jamaat-e-Islami.»
L’intero Consiglio espresse all’unanimità il proprio sostegno al discorso sopra riportato di Qa’id-e Millat e fu rivolta al governo pakistano e al presidente, feldmaresciallo Muhammad Ayub Khan, la richiesta di liberare Maulana Maududi e i dirigenti della Jamaat e di revocare le restrizioni imposte alla Jamaat-e-Islami. (Settimanale Pak-Kashmir, Rawalpindi, 6 febbraio 1964).
La liberazione di Maulana e dei dirigenti della Jamaat
È degno di nota che, subito dopo che il 6 gennaio 1964 la Jamaat-e Islami fu dichiarata illegale, il Maulana Sayyid Abul A‘la Maududi (Amir della Jamaat-e Islami del Pakistan) e tredici dirigenti della Jamaat del Pakistan Occidentale furono arrestati. I dirigenti del Pakistan Orientale furono liberati entro sei o sette mesi. Tuttavia, anche dopo l’esplicita sentenza dell’Onorevole Corte Suprema del 25 settembre 1964, i dirigenti del Pakistan Occidentale, compreso il Maulana Maududi, furono ingiustamente e illegalmente tenuti in carcere. Contro questo ingiusto ordine di detenzione fu naturalmente presentato un ricorso per «habeas corpus» presso l’Alta Corte del Pakistan Occidentale.
Il 9 ottobre 1964, l’Alta Corte del Pakistan Occidentale dichiarò nella sua sentenza: «La detenzione dei dirigenti è stata completamente ingiusta e illegale». L’Onorevole Alta Corte ordinò al governo di liberare immediatamente i dirigenti.
In seguito all’ordine dell’Alta Corte, il Maulana Maududi e gli altri dirigenti della Jamaat ebbero l’opportunità di tornare all’aria libera del mondo dopo aver scontato, senza colpa, più di nove mesi di carcere. Gli abitanti di Lahore attendevano davanti al carcere per dare al Maulana un caloroso benvenuto. Infine, dopo le tre di notte, il cancello della prigione si aprì; il Maulana uscì e si formò un’imponente processione al suo seguito. Il grido di vittoria della verità risuonò ancora una volta, mentre il pallone della menzogna svanì nell’immensità del cielo.
Il ruolo del Maulana Maududi e della Jamaat-e Islami nella precedente guerra indo-pakistana
Il 6 settembre 1965, l’India imperialista attaccò il Pakistan per terra e per aria senza dichiarare guerra. Con carri armati, autoblindo e armi pesanti, le truppe indiane attraversarono il confine di Wagah, a est di Lahore, e avanzarono verso la città. Fin dalla tarda notte si udiva il fragore tonante dei cannoni e degli spari indiani. Tuttavia, gli abitanti di Lahore non seppero quale fosse la reale situazione prima delle nove del mattino seguente.
Il 5 settembre, a Rawalpindi, si riunirono i leader kashmiri Chaudhry Ghulam Abbas, il Maulana Maududi, Muhammad Ali, Nawabzada Nasrullah Khan, Sardar Shaukat Hayat Khan e altri dirigenti. La mattina seguente, il 6 settembre, non appena giunse la notizia della guerra, alle otto il Maulana Maududi partì per Lahore.
Poco prima di mezzogiorno, il segretario del Dipartimento dell’Informazione del governo del Pakistan Occidentale, il signor Sayyid Munir Husain, telefonò alla residenza del Maulana informandolo che il Presidente del Pakistan aveva invitato i dirigenti dei partiti d’opposizione a riunirsi alle sette di sera presso la sua residenza di Rawalpindi. Il Maulana Maududi non era ancora riuscito ad arrivare a Lahore. Il segretario dell’Informazione chiese che, non appena il Maulana fosse giunto a Lahore, glielo comunicassero; avrebbe inviato un veicolo governativo per portarlo a Pindi.
Ad ogni modo, il Maulana incontrò il Presidente e gli comunicò che, in quel momento di estrema crisi nazionale, lui e la sua Jamaat erano pronti in ogni istante a prestare qualsiasi servizio e ad affrontare qualsiasi sacrificio.
È superfluo dire che, quando l’oppressione e la persecuzione inflitte dall’India imperialista ai musulmani del Kashmir raggiunsero il culmine, le masse musulmane oppresse proclamarono il jihad, verso la fine di agosto, per autodifesa. Maulana Maududi aveva già rivolto un fervido appello al popolo del Pakistan affinché prestasse ogni tipo di aiuto ai mujahidin del Kashmir e aveva ordinato a tutti gli attivisti della Jamaat-e Islami di impegnarsi in tal senso. In seguito, con il nome di «Fondo per il jihad del Kashmir», gli attivisti della Jamaat avviarono campagne di raccolta fondi nel Pakistan Orientale e Occidentale. Non si raccolsero soltanto denaro contante, ma anche vari tipi di beni necessari. Anche il popolo cominciò a donare a piene mani, dando prova di un sacrificio e di una dedizione senza precedenti.
Maulana Maududi non si fermò a questo. Scrisse a circa cento ulema, pensatori, leader e direttori di giornali dell’intero mondo musulmano, chiedendo ogni tipo di aiuto per il jihad del Kashmir. Il suo appello fu pubblicato in numerosi giornali e periodici del mondo musulmano. Di conseguenza, ovunque si diffuse una grande agitazione e, conformemente all’appello del Maulana, si cominciò ad agire con rapidità.
Quando, il 6 settembre 1965, l’India lanciò un attacco diretto contro il territorio pakistano, il Maulana rivolse il seguente appello al popolo del Pakistan:
«Oggi, dopo che le truppe indiane hanno avuto l’audacia di attraversare il confine di Wagah e avanzare verso Lahore, la guerra non è più limitata soltanto a Jammu e Kashmir; al contrario, è iniziata una vera e propria guerra tra i due Paesi. E questa guerra è stata iniziata senza alcuna dichiarazione. Ora è dovere religioso di ogni cittadino pakistano prepararsi a colpire e a morire, con il sudario legato in testa, e difendere con la propria vita e i propri beni ogni centimetro di questa terra sacra. Naturalmente, non vi è alcun dubbio che, per grazia di Dio, i nostri soldati siano estremamente valorosi e che abbiamo piena fiducia nel loro coraggio. Tuttavia, quando una qualsiasi parte del Paese viene attaccata, la sua difesa non diventa un dovere religioso soltanto per l’esercito; secondo le istruzioni di Allah e del Suo Messaggero (pace e benedizioni su di lui), essa diventa un dovere religioso per ogni musulmano. Pertanto, rivolgo un appello a tutti i musulmani del Pakistan affinché si uniscano pienamente, si schierino per la sicurezza di questo Paese e si preparino a ogni tipo di sacrificio. In seguito, Maulana Maududi pronunciò cinque discorsi attraverso la Radio Pakistan, per infondere nella nazione l’ispirazione del jihad. Il governo pakistano li stampò in forma di opuscolo e li distribuì tra il popolo e l’esercito. Non sarebbe un’esagerazione dire che i discorsi del Maulana sul jihad infusero nell’esercito, negli abitanti delle zone di confine e, in generale, nell’intera nazione una forza indomita e senza precedenti per il jihad sulla via di Allah. Dopo il cessate il fuoco, all’inizio di dicembre, andammo a visitare i fronti di guerra. Nel settore di Chawinda, il fronte storico — definito dagli esperti stranieri “Graveyard of Indian Tanks”, il cimitero dei carri armati indiani — nelle baracche dei nostri fratelli dell’esercito trovammo ancora gli opuscoli dei discorsi del Maulana sul jihad.»
Il viaggio di Maulana Maududi nel Kashmir Libero
Da Muzaffarabad, Maulana Maududi pronunciò, attraverso la Radio del Kashmir Libero, un discorso ricco di argomentazioni inconfutabili e di dati sul problema del Kashmir. In seguito, insieme al segretario generale della Jamaat-e Islami e ad alcuni responsabili dell’ufficio centrale della Jamaat, visitò diverse zone di guerra del Kashmir Libero e rivolse a tutti un appello affinché rafforzassero il proprio rapporto con Dio e mantenessero saldo il morale. Il viaggio del Maulana nel Kashmir Libero infuse grande entusiasmo e incoraggiamento nella popolazione, nei mujahidin e nel governo del Kashmir Libero.
In seguito, su richiesta del governo del Kashmir Libero, la Jamaat-e Islami assunse la piena responsabilità dell’assistenza e delle cure mediche a migliaia di muhajirin provenienti dal Kashmir occupato e dall’India, nonché ai soldati feriti in guerra. A tale scopo istituì otto centri medici nei distretti di Poonch e Mirpur, sostenendone interamente le spese. La Jamaat provvide inoltre a reperire i medici e gli altri dipendenti necessari per questo lavoro. Questo servizio rimase ininterrottamente attivo dal novembre 1965 al giugno 1966.
Segue una copia della lettera con cui il governo del Kashmir Libero espresse la propria gratitudine per il servizio prestato dalla Jamaat-e Islami al signor Sayyid Siddiqul Hasan Gilani, direttore del Dipartimento di soccorso della Jamaat:
Copia della lettera
N. INF/519/66
PALAZZO DEL PRESIDENTE
MUZAFFARABAD
5° APRILE 1966
SAYED SIDDIQUL HASAN GILANI, ESQ
ORGANIZZATORE DELLE UNITÀ MEDICHE.
JAMA’AT-I-ISLAMI PAKISTAN
ICHHRA, LAHORE
Si prega di fare riferimento alla vostra lettera n…. del 25.2.66 riguardante la cessazione delle attività delle unità mediche istituite dalla Jamaat-i-Islami nell’Azad Kashmir nel novembre scorso, 1965.
Il Presidente del Governo dell’Azad Jammu e Kashmir mi ha incaricato di esprimere a suo nome la gratitudine per l’inestimabile assistenza e collaborazione prestate dalla Jamaat-i-Islami in tutte le questioni, e in particolare in campo medico. Indubbiamente, il sostegno della Jamaat-i-Islami è stato motivo di grande sollievo per le vittime della barbarie delle forze indiane e dei membri della Jana Sangh al di là della Linea del cessate il fuoco.
Mi è stato inoltre affidato l’incarico di chiedervi gentilmente di comunicare i sentimenti di gratitudine ai medici e agli altri membri delle unità mediche che hanno lavorato nell’Azad Kashmir in condizioni estremamente difficili e servito i rifugiati con notevole sacrificio personale.
- M.., Hashmi
Segretario del Governo
Governo dell’Azad Jammu e Kashmir.
Presentiamo inoltre ai lettori una breve descrizione di queste attività di servizio.
Dalle otto unità mediche sopra menzionate, negli ultimi otto mesi sono state curate complessivamente 202.836 persone (duecentoduemilaottocentotrentasei). Si rende noto che, per le attività di soccorso, la Jamaat-i-Islami ha raccolto complessivamente 295.168,68 rupie. Di questa somma, 125.000 rupie in contanti sono state consegnate al Presidente dell’Azad Kashmir. 75.511,00 rupie sono state destinate alle unità mediche; 3.637,89 rupie sono state date agli studenti; 2.100,00 rupie sono state fornite da Lahore per i rifugiati di guerra; 19.044,85 rupie sono state mantenute come riserva presso la Habib Bank; 5.985,00 rupie sono state spese per le indennità del personale; 28.551,23 rupie per l’acquisto dei beni necessari, quali coperte, materassi, utensili e simili; 8.734,26 rupie per veicoli, trasporti, imballaggi e simili; 1.811,48 rupie per le indennità dei volontari; 2.638,80 rupie per il lavaggio degli abiti e la riparazione e l’acquisto delle scarpe. Detratte tutte le altre spese varie, 1.188,44 rupie rimasero nel fondo di soccorso della Jamaat.
Oltre alle attività mediche, furono raccolte in quantità sufficienti tutte le categorie di beni di prima necessità per oltre centomila muhajir e inviate nell’Azad Kashmir. Non vi era alcun bene necessario per la vita quotidiana che non fosse stato fornito. Furono persino distribuite diverse centinaia di casse di lamiera zincata colme di preziosi doni nuziali per gli sposi muhajir, affinché ai matrimoni degli esuli potesse comparire almeno un sorriso di gioia.
Dopo aver soddisfatto le necessità dell’Azad Kashmir, sedici camion carichi di merci furono rispediti all’ufficio della Jamaat a Rawalpindi e in seguito distribuiti tra le persone colpite dalla guerra nel settore di Sialkot. Il valore dei beni di soccorso raccolti dagli operatori della Jamaat, dopo l’appello solenne di Maulana Maududi alla popolazione musulmana, non fu inferiore a tre milioni e mezzo di rupie.
Inoltre, gli operatori della Jamaat raccolsero in contanti 558.645,38 rupie (cinquecentocinquantottomilaseicentoquarantacinque rupie e trentotto paisa) per il «Fondo per il jihad del Kashmir», il «Fondo per la difesa del Pakistan» e l’assistenza ai senzatetto. Molti operatori della Jamaat prestarono servizio sul campo di battaglia. Su alcuni fronti organizzarono vitto e bevande per i soldati e di notte sorvegliarono le linee ferroviarie. Ispirato al jihad, un amīr distrettuale della Jamaat-i-Islami ripeté l’esempio del primo califfo dell’Islam, Hazrat Siddiq Akbar (che Allah sia soddisfatto di lui). Donò generosamente per il jihad tutti gli arredi della propria casa, fino all’ultimo spicciolo. [Ma è una grande verità che la società ostile all’Islam non tollera coloro che considerano Allah il loro unico Signore e sacrificano la propria vita e i propri beni sulla Sua via. Anche in questo caso la storia si ripeté. Le autorità distrettuali cominciarono a ordinare la detenzione di quest’uomo, un mujahid, coinvolgendolo uno dopo l’altro in procedimenti politici. Va ricordato che, durante il governo Bhutto, egli era un eloquente esponente dell’opposizione. Pertanto divenne vittima delle cospirazioni del governo Bhutto e ottenne il martirio sotto i colpi di arma da fuoco di un assassino. Era il dottor Nazir Ahmad, eletto M.N.A. nel 1970.]
Appello all’unità durante la guerra
Maulana Maududi fu il primo a riunire tutti i leader dei partiti d’opposizione e a costituire un Comitato comune di guerra; tutte le attività del Comitato venivano svolte presso l’ufficio centrale della Jamaat. Questo Comitato comunicò al governo la propria disponibilità a offrire ogni tipo di collaborazione incondizionata riguardo alla guerra.
Il servizio reso al Pakistan nel mondo esterno
Dopo l’attacco diretto dell’India al Pakistan, Maulana Maududi inviò ai diversi giornali dei Paesi musulmani, affinché la pubblicassero, una lettera aperta indirizzata alle nazioni musulmane di tutto il mondo. Essa fu pubblicata puntualmente da quasi tutti i giornali. Il testo della lettera è il seguente:
«L’India imperialista ha gettato via la maschera della pacificità e della neutralità e ha attaccato il Pakistan da ogni lato con numerose truppe equipaggiate con armi moderne. Non ci può essere altra ragione per questa aggressione barbara se non il fatto che i musulmani oppressi del Kashmir avevano proclamato il jihad per salvarsi dalle brutali persecuzioni dell’India, mentre il Pakistan aveva aiutato i kashmiri soltanto ispirato dal senso della fratellanza islamica. I mujahidin del Kashmir e del Pakistan occuparono in una settimana numerose località del Kashmir occupato. Vedendo questa situazione, l’India, perdendo improvvisamente ogni orientamento, attaccò il Pakistan via terra, via mare e per via aerea e, d’altra parte, iniziò indicibili persecuzioni contro i musulmani indiani e kashmiri. Il nostro esercito possiede le armi della “Īmān billāh” e del “Tawakkul ʿalā Allāh”. È per questo che, in tutti gli scontri avvenuti finora, i soldati pakistani hanno dato prova di straordinario eroismo. Per respingere l’aggressione indiana, rivolgo un appello ai cento milioni di musulmani del Pakistan e agli Stati musulmani affinché, ispirati dalla fratellanza islamica, si facciano avanti per offrire aiuto finanziario e morale ai loro fratelli pakistani e kashmiri.»
È superfluo dire che la risposta senza precedenti suscitata da ciò in tutto il mondo musulmano sarà scritta a lettere d’oro nella storia. Nessuno ignora il tipo di risposta dato dal Congresso musulmano mondiale della Mecca, dagli Ikhwan al-Muslimun, dai Paesi musulmani del Medio Oriente e dell’Africa e dalle varie istituzioni di quelle regioni. In risposta, il famoso leader religioso iraniano, Allama Muhammad al-Sadiq al-Ruhani, informò Maulana Maududi che, in seguito all’attacco dell’India contro il Pakistan, gli ulama, gli shaykh e i musulmani comuni dell’Iran erano diventati inquieti e agitati.
È degno di nota che il passaporto internazionale di Maulana Maududi fu confiscato senza fornire alcuna motivazione già prima che la Jamaat-e Islami fosse dichiarata illegale dal governo. A Mecca era stata istituita la sede centrale del Congresso musulmano mondiale (Rabita al-Alam al-Islami). Maulana Maududi era membro del suo comitato esecutivo centrale. Era inoltre membro a vita del consiglio direttivo dell’Università islamica istituita a Medina. Durante il pellegrinaggio si tenevano importanti e urgenti riunioni di entrambe le istituzioni, alle quali partecipava anche Shah Faisal. Dopo che il governo confiscò il passaporto del Maulana, egli non poté recarsi alla Mecca per diversi anni. Dopo la guerra indo-pakistana, il passaporto gli fu restituito e, durante il pellegrinaggio successivo, si recò alla Mecca. Aveva preparato, sul problema del Kashmir, un opuscolo ricco di informazioni preziose in inglese e in arabo e ne portò con sé circa cinquantamila copie. Furono distribuite tra i pellegrini istruiti giunti da diversi Paesi del mondo. Gli opuscoli erano così ricchi di informazioni importanti e di fatti storici, e la causa fondamentale del problema del Kashmir, il suo retroscena storico e la storia politica, economica, religiosa e culturale dei musulmani kashmiri vi erano esposti in un linguaggio così preciso e toccante, che finora nessun dipartimento governativo era riuscito a presentare al pubblico un opuscolo, una storia o una dichiarazione di tale livello. In questo opuscolo il Maulana dimostrò con assoluta chiarezza un’unica cosa: il problema del Kashmir non riguarda soltanto il Pakistan, ma l’intero mondo musulmano. Se il muro di resistenza del Pakistan crollasse davanti alla campagna di conquista territoriale dell’India assetata d’impero, la sua avanzata proseguirebbe fino all’estremo lembo occidentale del mondo musulmano. Inoltre, diventerebbe chiara ai musulmani di tutto il mondo la vera natura dei rapporti dell’India con il Pakistan.
Inoltre, durante il pellegrinaggio dell’anno precedente, Maulana Maududi elogiò vivamente l’eroismo dell’esercito pakistano nella guerra indo-pakistana, in un’assemblea organizzata su iniziativa del Congresso musulmano mondiale, alla quale partecipavano sette-ottocento eminenti personalità selezionate da diversi Paesi. Tenbe un lungo discorso sull’incrollabile morale del popolo pakistano, sul suo straordinario spirito di sacrificio, sulla condotta barbara e brutale dell’esercito indiano, sulle trame dell’India e su altri temi. Con parole chiare e argomentazioni vigorose, il Maulana fece comprendere agli ascoltatori che lo sguardo avido dell’India sulle risorse petrolifere dei Paesi musulmani era evidente. Per questo essa intende instaurare l’imperialismo indù indiano sui Paesi musulmani dell’Africa e dell’Asia. In seguito, nella riunione del Congresso musulmano mondiale fu approvata una risoluzione per chiedere la liberazione dello sceicco Abdullah.
In sintesi, dall’inizio della guerra fino al cessate il fuoco e al periodo successivo all’accordo di Tashkent, il servizio reso dal Maulana al Pakistan fu incomparabile. Ma, proprio come un pipistrello non può sopportare i raggi del sole, forza vivificante del mondo della vita, e perciò trascorre l’intera giornata a testa in giù tentando di colpire il sole, così una certa parte del popolo pakistano, accecata da un odio immotivato verso il Maulana, si adopera per diffondere nel Paese e all’estero racconti infondati su di lui. Anche dopo la guerra, da un certo ambiente furono inviati alla Mecca diverse migliaia di opuscoli propagandistici contenenti accuse infondate e invettive contro il Maulana. Tuttavia, osservando l’ambiente locale, non si ebbe il coraggio di distribuirli.
Quando, su un fronte della guerra indo-pakistana, le truppe indiane, dopo aver subito una sconfitta durissima, iniziarono a ritirarsi, il Consiglio di sicurezza e le grandi potenze sotto la sua egida cominciarono a fare pressione sul Pakistan affinché accettasse un cessate il fuoco. In quel momento Maulana Maududi espresse con chiarezza la posizione della Jamaat-e Islami in merito, affermando che, finché non fosse stata garantita in Kashmir l’organizzazione di un plebiscito conformemente alla risoluzione adottata dal Consiglio di sicurezza e accettata anche dall’India, accettare un cessate il fuoco sarebbe equivalso per il Pakistan a un suicidio. Anche in seguito il Maulana continuò a offrire al governo pakistano i suoi consigli sinceri, giusti e ragionevoli. Ma tutto si trasformò in un grido nel deserto. L’accordo di Tashkent ridusse ogni cosa al fallimento. Le aspirazioni nazionali del Pakistan furono infrante e i musulmani oppressi del Kashmir furono spinti davanti a cannibali affamati e feroci.
Dalla guerra indo-pakistana fino al 1970, prima che il Maulana si recasse all’estero per farsi curare
Nei cinque anni successivi alla guerra indo-pakistana, Maulana Maududi svolse un ruolo di guida nella lotta per instaurare la democrazia in Pakistan. Il Maulana espresse l’opinione che la dichiarazione incondizionata del cessate il fuoco e, successivamente, l’accordo di Tashkent stipulato a gennaio avessero danneggiato l’immagine del Pakistan. Per protestare contro l’accordo di Tashkent, il 13 febbraio 1966 fu convocata a Lahore una conferenza nazionale multipartitica, nella quale Maulana Maududi e i leader dei partiti d’opposizione pronunciarono discorsi di aspra critica contro il governo e l’accordo di Tashkent. Tuttavia, il governo vietò la pubblicazione dei discorsi e delle risoluzioni della conferenza. In reazione a ciò, in tutto il Paese ebbe inizio un movimento popolare denominato Pakistan Democratic Movement.
L’arresto del Maulana
Poiché il Maulana Maududi era l’anima del movimento democratico, era diventato una spina nel fianco dei governanti. Il governo cercava vari pretesti per arrestarlo e allontanarlo indefinitamente dal campo della lotta; alla fine riuscì a trovarne uno.
Dopo la sera del 10 gennaio del 1967, il governo annunciò tramite radio e televisione, citando il Comitato ufficiale Ru’yat-e Hilal, che era stata avvistata la luna nuova dell’Eid al-Fitr e che il giorno seguente, l’11 gennaio, l’Eid al-Fitr sarebbe stato celebrato in tutto il Paese. Tuttavia, la luna non era stata avvistata né a Pindi, Lahore, Karachi e Delhi, né in alcun luogo del Pakistan Orientale. Pertanto, gli ulema respinsero la decisione del Comitato Ru’yat-e Hilal. Decisero che l’Eid sarebbe stato celebrato il 12 gennaio anziché l’11, e questa decisione fu diffusa in tutto il Paese attraverso i giornali. Anche la popolazione musulmana non era disposta a celebrare l’Eid l’11 gennaio senza aver visto la luna. Infatti, dalla sera del 10 gennaio non era giunta da nessun luogo alcuna notizia dell’avvistamento della luna. Di conseguenza, benché in tutto il Paese un numero assai esiguo di persone celebrasse l’Eid l’11 gennaio, unicamente per compiacere il governo, l’intera nazione celebrò il sacro Eid al-Fitr venerdì 12 gennaio.
Questo colpì il prestigio di Ayub Khan. In seguito, a sostegno della decisione governativa e per lanciare invettive contro gli ulema, in particolare contro il Maulana Maududi, sui giornali cominciarono a essere pubblicate dichiarazioni su dichiarazioni da parte dei ministri e degli adulatori. A nessuno rimase più difficile comprendere le male intenzioni del governo. Pertanto, il 19 gennaio, quattro celebri ulema di Lahore, tra cui il Maulana Maududi, furono arrestati e inviati in carceri separate. Il Maulana Maududi fu trasferito nella prigione di Bannu, a diverse centinaia di miglia da Lahore, e per alcuni giorni i suoi spostamenti furono tenuti completamente segreti alla popolazione.
Un mese dopo l’arresto, Ayub Khan, durante la conferenza dei governatori, dichiarò con arroganza che alcuni ulema erano stati arrestati perché volevano trasformare la religione in un burattino nelle loro mani.
Ma la realtà era completamente opposta. Ayub Khan voleva sottomettere la religione, e quindi l’Islam, a se stesso, invece di sottomettersi egli stesso alla religione. Il Maulana Maududi e gli ulema fedeli alla verità, d’altra parte, non erano assolutamente disposti a tollerare la minima ingerenza di chicchessia nell’Islam.
Quando Chaudhry Rahmat Ilahi, per conto della Jamaat-e-Islami, presentò all’Alta Corte una causa contro quest’ordine di detenzione ingiusto, l’udienza fu fissata per il 13 marzo. Nel corso dell’udienza, il governo fu costretto a liberare il Maulana il 16 marzo. In seguito, egli fu accompagnato con tutti gli onori dalla prigione di Bannu alla sua residenza di Lahore.
Il viaggio all’estero del Maulana per sottoporsi a cure
A causa dei calcoli formatisi nella vescica urinaria, il Maulana soffrì a lungo di questa malattia. Per questo, la sua salute si era completamente deteriorata anzitempo. Per il lavoro del dīn, aveva reso il proprio corpo e la propria mente duri come la pietra. Di conseguenza, continuava a lavorare giorno e notte anche in mezzo a una grave malattia. Non manifestò mai con le parole le sofferenze e i dolori della malattia. Né sul suo volto si vide mai l’ombra del dolore.
La prima operazione alla vescica urinaria fu eseguita il 16 ottobre 1946, mentre si trovava a Darul Islam, Pathankot. Questa malattia gli era venuta perché sedeva immobile per ore e ore, rinunciando anche al sonno profondo della notte, per dedicarsi allo studio e alla scrittura. Con l’assunzione di medicine unani e allopatiche, i calcoli uscivano con l’urina, ma poi si riformavano. Hakim Muhammad Sharif Amritsari continuò a curarlo, ma la malattia non guarì. Pertanto, su richiesta di tutti, il Maulana acconsentì a sottoporsi all’operazione.
Zafar Iqbal, di Lahore, era amico del Maulana, mentre suo fratello, il dottor Riyaz Qadir, era un chirurgo rinomato. Fu stabilito che in ottobre il dottor Riyaz Qadir avrebbe operato il Maulana all’ospedale di Amritsar. In preparazione all’operazione, egli procurò alcuni medicinali e consigliò al Maulana di osservare un riposo completo. Di conseguenza, il 25 settembre il Maulana si recò a Shimla e soggiornò presso la casa del signor Sufi Abdur Rahim. In seguito, il 13 ottobre arrivò ad Amritsar e il 16 ottobre il dottor Riyaz Qadir lo operò. Nella sua vescica urinaria furono trovati cinque calcoli. L’operazione riuscì e il 13 novembre il Maulana lasciò l’ospedale, raggiungendo Darul Islam verso sera. Sei giorni dopo, il 19 novembre, il Maulana si recò a Sialkot per riposarsi e alla fine di dicembre tornò a Darul Islam.
Dopo ventidue anni, su consiglio dei medici, deve nuovamente recarsi a Londra per un’operazione alla vescica urinaria. Naturalmente, gli innumerevoli devoti e ammiratori del Maulana sono in ansia e affranti al pensiero della sua lontananza. Le emozioni e l’impeto dei loro cuori addolorati dalla separazione si manifestarono a parole e tra le lacrime nella residenza del Maulana, al 5/A di Jaildar Park, e nelle varie cerimonie organizzate a Lahore in occasione della sua partenza.
Da agosto a dicembre del 1968
Il pomeriggio del 22 agosto.
All’aeroporto di Lahore sono raccolte le emozioni e l’impeto doloroso dei cuori di migliaia di persone. Tra la folla regna un ordine perfetto. Non vi sono clamori né schiamazzi. Solo, in silenzio e con gli occhi colmi di lacrime, l’ardente desiderio di dargli l’addio. Il flusso della folla verso l’aeroporto scorre senza sosta. Questa gente si è radunata per vedere il Maulana almeno una volta, alla vigilia della sua partenza per Londra.
Nel pomeriggio, il sole riversa il suo fuoco sull’aeroporto. La folla venuta a salutare il Maulana attende in file ordinate e nel più completo ordine. Nelle loro mani vi sono diversi striscioni: «Qual è la base del Pakistan? L’Islam; che cosa manterrà in vita il Pakistan? L’Islam; qual è l’origine del Pakistan? La ilaha illallah.»
La persona profondamente venerata, verso la quale questa folla oceanica è accorsa per assistere — colui che invita alla verità e al bene — è giunta all’aeroporto. Gli sguardi di innumerevoli persone sono fissi su di lui, senza battere ciglio. La folla in attesa imprime nel cuore ogni parola che esce dalle sue labbra e porterà il prezioso messaggio del suo commiato a milioni di uomini e donne che non hanno avuto l’opportunità né la fortuna di partecipare a questa cerimonia d’addio. Con la voce rotta dalle lacrime, il Maulana si rivolge alla folla: «Il mio testamento per tutti voi è questo: continuate a lavorare con piena sincerità e fermezza per stabilire la religione di Allah sulla terra del Pakistan. Io continuerò a pregare per voi, e anche voi continuate a pregare per me, affinché Allah l’Altissimo ci renda sinceri servitori della Sua religione. Che Egli ci conceda la capacità di compiere, con maggiore efficienza e devozione, tutto ciò che siamo in grado di fare».
La folla proruppe, con voce commossa: «Amīn».
25 agosto.
Oggi l’aeroporto di Karachi ha assunto lo stesso aspetto dell’aeroporto di Lahore di due giorni fa. Il Maulana sta salendo la scaletta dell’aereo. L’intero ambiente dell’aeroporto, avvolto dall’ombra del dolore, ha assunto un aspetto calmo, solenne e sacro. Le preghiere della folla giunta per salutarlo risuonano nell’aria e nel cielo dell’aeroporto. Giunto all’ultimo gradino della scaletta, il Maulana alzò la mano e disse alla folla: «Khudā hāfiz».
L’aereo Boeing della PIA vola verso la sua destinazione, sostenuto dalle due ali nel cielo azzurro, attraversando numerosi Paesi, fiumi, corsi d’acqua e mari. Tra i passeggeri, alcuni soddisfano il desiderio di bere, altri conversano con il compagno di viaggio accanto, mentre altri ancora si immergono nel piacere della lettura di qualche opera letteraria per svagarsi. Ma il Maulana, quando avrebbe tempo per tutto questo? È impegnato nelle necessarie revisioni della traduzione inglese delle sue opere. Di tanto in tanto l’aereo scende dal cielo sulla terra, a Teheran, Beirut e Istanbul. In ogni luogo, l’aria e il cielo dell’aeroporto vengono squarciati dalle voci di «Allāhu akbar» dei visitatori desiderosi di vedere il Maulana. Tra coloro che vengono a incontrarlo vi sono le personalità più illustri della città, gli eminenti ʿulamāʾ, i dirigenti di varie istituzioni, i professori universitari e gli studenti. La personalità del Maulana non è limitata a un solo Paese; è universale. Non appartiene soltanto al Pakistan, ma al mondo intero. È oggetto di venerazione per il mondo musulmano, che da lui cerca una vera guida per percorrere la via dell’Islam.
Il Maulana è personalmente sconosciuto alla folla giunta per accoglierlo. Eppure il loro sincero omaggio di venerazione e l’entusiasmo spontaneo e incontenibile testimoniano proprio questo: che l’uno è da tempo — da generazioni, da secoli — profondamente noto all’altro. Perché il legame tra colui che invita alla verità e coloro che la accolgono è così profondo e saldo? E dove sarebbe il tempo, o quale necessità vi sarebbe, di rispondere a questa e a tante altre domande simili? Questa è la risposta: ciò che i due occhi stanno contemplando è una scena capace di toccare il cuore, e questo è ciò che il cuore sta percependo.
Il più grande aeroporto d’Europa risuona e riecheggia delle voci di «Allāhu akbar». Insieme ad esse si levano «Pakistan zindabad!» e «Islami nizam zindabad!». Sono le cinque e mezza del pomeriggio, secondo l’ora solare britannica. Il Maulana è sceso dall’aereo. Folle giunte spontaneamente da Newton, Birmingham, Manchester, Rochester, Bradford e da altre venti o ventidue città stanno dando il benvenuto al Maulana. Tra loro vi sono arabi, turchi, persone provenienti dall’Asia e dall’Africa. Vi sono numerosi pakistani e neomusulmani giunti da varie località d’Europa. I diversi striscioni e cartelli scritti in inglese, arabo, urdu, giapponese, malese e turco attirano l’attenzione degli spettatori. Dai piani superiori e dalle gallerie dell’aeroporto di Londra, migliaia di europei assistono senza battere ciglio a questa scena straordinaria. All’aeroporto di Londra si pronunciano le stesse parole già pronunciate a Lahore, Karachi e nei diversi aeroporti lungo il percorso. Questa accoglienza straordinaria e senza precedenti non è una dichiarazione di pieno sostegno a una singola personalità, ma a una visione del mondo e a un sistema di vita. È anche l’espressione dell’abbraccio, da parte di una millat e di una nazione, a un uomo che ha consacrato tutta la sua vita all’Islam e che ha reso direttamente testimonianza della «shahādat al-haqq». È una vigorosa proclamazione dell’accettazione della verità e del rifiuto della falsità.
Si può ricordare che questa persona venerata è proprio colui che, quarantotto anni fa, all’età di soli diciassette anni, prese in mano la penna. Il mondo allora vide che il tema della sua penna era l’Islam e che i pensieri, gli ideali, gli sforzi e le azioni di tutta la sua vita erano rivolti all’Islam. Ogni giorno e ogni notte, ogni ora e ogni istante del suo passato hanno testimoniato che l’opera alla quale dedicò quel periodo della sua vita era la dīn al-ḥaqq, ossia l’instaurazione della vera religione. Si è persino visto che, a un certo punto, egli fu pronto ad accogliere la morte per questa dīn al-ḥaqq. Milioni di persone hanno osservato ogni istante della sua vita. Per loro non è un segreto che egli abbia presentato all’intera nazione questa verità: l’unico obiettivo della vita dei musulmani è rendere l’Islam vittorioso e preminente come sistema di vita completo. Con la sua vita ha dimostrato che, se si deve operare per l’Islam, il carattere e la condotta devono essere quelli di un vero musulmano. Se si deve rivolgere l’invito all’Islam, nel cuore deve dimorare in ogni istante il timore di Dio. Se si devono pronunciare i nomi del Corano e della Sunna, ogni insegnamento e ogni formazione devono provenire dal Corano e dalla Sunna. Se si deve innalzare lo stendardo della verità, bisogna farlo in modo tale da suscitare nella falsità una grave apprensione.
I giorni londinesi
Il Maulana è venuto a Londra per sottoporsi a cure mediche, precisamente a un’operazione alla vescica. Da un lato proseguono tutti i preparativi per l’operazione; dall’altro, i musulmani giunti da varie parti del mondo e quelli residenti in Inghilterra, insieme alle loro organizzazioni, sentono che il Maulana Sayyid Abul A‘la Maududi è presente in mezzo a loro. Europei provenienti da luoghi vicini e lontani, nonché nuovi musulmani inglesi, incontrano il Maulana e ricevono risposte soddisfacenti alle loro diverse domande. La Federazione delle organizzazioni islamiche studentesche, FOSIS, organizza una cena in onore del Maulana, offrendo a molte persone l’opportunità di incontrarlo insieme. Il Maulana risponde alle diverse domande degli interlocutori. Anche la BBC e altre agenzie di stampa stanno intervistando il Maulana.
Al congresso della UK Islamic Mission
A Londra, il 31 agosto, è iniziata una conferenza internazionale di tre giorni della UK Islamic Mission. Il Maulana ha partecipato al secondo giorno della conferenza. Vi hanno preso parte rappresentanti di tutti i Paesi del mondo musulmano. Nel suo discorso, il Maulana ha detto:
“Voi siete ambasciatori dell’Islam in questo Paese. Che lo vogliate o no, i non musulmani di qui vi considerano rappresentanti dell’Islam. Pertanto, su di voi e su tutti i musulmani che vivono qui ricade naturalmente questa enorme responsabilità: qualunque cosa facciate qui e qualunque immagine del vostro comportamento e della vostra condotta mostriate, essi la attribuiranno interamente all’Islam. Sarete voi stessi responsabili dell’opinione che essi formeranno dal vostro comportamento e dal vostro carattere. Riflettete bene: è una responsabilità immensa, della quale dovremo rendere conto nel Giorno del Giudizio.”
In un’atmosfera completamente silenziosa e attenta, ogni parola di quel discorso colpisce il più profondo dell’animo degli ascoltatori. Ogni cuore avverte questo impatto. Questo è l’energico appello del Maulana rivolto a ogni coscienza. Ed è questa l’attrazione fondamentale della sua predicazione islamica, durata per tutta la vita. Nel suo discorso del terzo giorno della conferenza, il Maulana disse:
“Sono pienamente convinto che ovunque sulla Terra vivano degli esseri umani, lì sia possibile la diffusione dell’Islam. Se, attraverso il vostro comportamento, presenterete la prova della verità dell’Islam, allora, in shā’ Allāh, l’Islam si diffonderà anche tra le popolazioni non musulmane di qui. A dire il vero, siete fortunati: Allah l’Altissimo vi ha dato l’opportunità di conquistare la nazione inglese.”
Il 6 settembre, presso l’Islamic Cultural Centre, il Maulana pronunciò il sermone del venerdì (khutba). Il giorno seguente aumentò notevolmente il numero di coloro che si recavano nella residenza del Maulana per incontrarlo, poiché l’8 settembre egli avrebbe dovuto recarsi in ospedale per l’operazione. Tra coloro che lo incontrarono il giorno 7 vi erano studenti sudanesi, esponenti nigeriani e personalità di rilievo di altri Paesi. La sera precedente all’operazione prevista per il 9 settembre presso la London Clinic, il Maulana si recò in clinica. Lo accompagnarono il professor Khurshid Ahmad e suo figlio, il dottor Ahmad Faruq Maududi.
Il giorno seguente, cioè il 9 settembre, l’operazione ebbe inizio alle due e venti del pomeriggio, ora solare britannica, e dalla vescica fu rimosso un calcolo del peso di 24 grammi. Alle quattro del pomeriggio il Maulana fu portato fuori dalla sala operatoria ancora privo di sensi. Alle cinque e mezza il Maulana riprese conoscenza. Trascorse tranquillamente la notte. Il giorno seguente, a mezzogiorno, si mise lentamente seduto sul letto e rispose al saluto di coloro che erano venuti a fargli visita.
Il 24 settembre il Maulana tornò dalla clinica del dottor Alexander Bednuk alla sua residenza. A Londra era ospite del signor Rashid Ahmad Siddiqui. In quei giorni, nella casa del signor Siddiqui, arrivavano incessantemente da ogni parte del mondo telegrammi, telefonate e lettere, che si accumulavano, per avere notizie sulle condizioni del Maulana. Inoltre, era continuo il viavai di persone illustri provenienti da diversi Paesi.
Il 21 ottobre il Maulana dovette recarsi nuovamente in clinica. Questa volta era necessario asportargli una vescica con un’operazione. L’intervento era alquanto rischioso. Il giorno seguente, dopo un’operazione durata due ore, fu asportata la vescica ormai non funzionante. Il giorno dopo il Maulana riprese conoscenza.
Il dottor Bednuk e gli altri medici del consiglio medico espressero al tempo stesso meraviglia e soddisfazione vedendo la rapida guarigione del Maulana. Non avevano mai visto un paziente di questo tipo tornare in condizioni normali in un periodo così breve. Bisogna dire che ciò fu una speciale misericordia di Allah l’Altissimo.
Dopo aver recuperato completamente la salute, il 12 novembre il Maulana lasciò la clinica. In seguito, quando espresse il desiderio di rientrare al più presto in Pakistan, i medici gli consigliarono di rimanere per alcuni giorni a Londra, senza affrontare immediatamente i rischi di un lungo viaggio. Il 18 novembre, in una lettera indirizzata al hakim Nuruddin di Sadequabad (Pakistan), il Maulana dichiarò:
Per grazia di Allah, ora la mia salute sta gradualmente migliorando. Dopo ventisette anni, questa è la prima volta che al mattino, al risveglio, mi sento riposato. Per anni e anni le mie condizioni fisiche erano tali che, al mattino, quando mi svegliavo, mi sembrava che tutto il corpo fosse colmo di stanchezza. Il 15 dicembre, presso il London Hilton, un hotel londinese alto e magnifico, fu organizzato in onore del Maulana un ricevimento da parte dei musulmani residenti in Inghilterra. Vi parteciparono gli ambasciatori dei Paesi musulmani, eminenti orientalisti, professori universitari, specialisti di vari settori, altre persone illustri e personalità di primo piano di diverse organizzazioni.
Dopo la recitazione del Sacro Corano, il dottor Salah Shaheen d’Egitto pronunciò un messaggio di congratulazioni. Più di due dozzine di telecamere televisive e cinematografiche entrarono in azione. L’intera sala brillò sotto i ripetuti lampi dei flash. In quella storica assemblea di eminenti, studiosi, eruditi, specialisti e leader politici provenienti da diversi Paesi, musulmani e non musulmani, il Maulana invitò gli occidentali ad acquisire conoscenza dell’Islam, liberandosi da ogni ostilità e pregiudizio e con una mente limpida e desiderosa di ricercare la verità. Disse: «La ricerca della verità è un desiderio comune e uguale per tutta l’umanità. Non può esserci alcun motivo che vi impedisca di ricevere orientamento dall’Islam nella vostra società. Approfittate pienamente delle opportunità che avete a questo riguardo; se riuscirete a comprendere la verità dell’Islam, il beneficio sarà vostro.»
Rivolgendosi ai musulmani residenti in diverse parti dell’Occidente, il Maulana disse:
«Acquisite una conoscenza completa della scienza, della tecnologia e del sapere occidentali e godetene appieno i benefici. Ma vivete secondo le direttive dell’Islam. Solo così potrete offrire agli occidentali l’esempio di una società equilibrata, compassionevole e giusta. Ricordate sempre che il vostro futuro dipende interamente dall’Islam. Solo il sistema di vita islamico può garantirvi la possibilità di sopravvivere in questo mondo. Altrimenti, una cosa è certa: dopo alcuni anni, nella società inglese di questo Paese si aggiungeranno alcuni nuovi inglesi. Ma ciò non accrescerà né il vostro onore e prestigio, né conserverà la benché minima traccia della vostra fedeltà all’Islam.»
Ora, entro uno o due giorni, Maulana dovrà rientrare nel Paese.
26 dicembre 1968.
Oggi, ancora una volta, una folla si è radunata all’aeroporto di Londra per salutare Maulana. Amici, ammiratori e devoti di Maulana giunti da diverse città, membri del Movimento islamico, intellettuali e personalità di spicco del Medio Oriente si sono radunati all’aeroporto avvolti negli abiti invernali. Con la voce rotta dalle lacrime, gli hanno rivolto il saluto d’addio. Il Boeing 708, portando con sé Maulana e spiegando le sue due ali, si è perso alla vista nel cielo coperto di neve. In quello stesso momento calò il sipario su un luminoso capitolo della storia dell’Inghilterra.
Il Boeing 708 che trasporta Maulana sta volteggiando nel cielo per atterrare all’aeroporto di Istanbul. Il direttore della rivista mensile «Hilal», pubblicata ad Ankara, i direttori dei quotidiani «Bogan» e «Ittihad», e numerose personalità di spicco della Turchia attendono con impazienza di accogliere Maulana. Dopo l’atterraggio dell’aereo, coloro che desideravano incontrarlo si sono riuniti con lui, facendo riecheggiare l’aeroporto al grido di «Allahu Akbar».
È venuto ad accogliere Maulana il nipote di colui che, durante il regno del sultano Abdülhamid II, era lo Shaykh al-Islam della Turchia. Nemmeno l’età molto avanzata gli ha impedito di recarsi all’aeroporto. Con voce colma di emozione disse a Maulana: «Maulana! Se lei fosse rimasto tra noi, il Movimento islamico di questo Paese sarebbe avanzato di cinquant’anni. Siamo privati della guida di una personalità come la sua. Tuttavia, siamo fortunati perché, attraverso i suoi scritti, possiamo conoscere il suo pensiero.»
Anche negli aeroporti di Kuwait e Dhahran, lungo il percorso verso il Pakistan, si radunarono immense folle di persone desiderose di incontrarlo! Anch’esse tributarono a Maulana la loro più sincera devozione e il loro più profondo rispetto. Maulana atterrò all’aeroporto di Karachi il 27 dicembre e a quello di Lahore il 29 dicembre. In entrambi gli aeroporti si radunarono migliaia di persone. Da Lahore Maulana fu accompagnato alla sua residenza da un corteo di automobili e scooter.
Dopo alcuni mesi, la residenza di Maulana, 5/A Zaildar Park, tornò nuovamente a riempirsi di vita. Era come se, con il nuovo arrivo della primavera, i boccioli del giardino avessero dischiuso i loro veli per diffondere la loro inebriante fragranza. Gli assetati di conoscenza, provenienti dal Paese e dall’estero, cominciarono nuovamente a radunarsi qui.
Questo è lo storico 5/A Jaildar Park, Ichhra, Lahore, da cui le scintille del movimento islamico si diffusero in tutto il mondo. [Per saperne di più sull’assemblea che dal 1967 si teneva ogni pomeriggio a 5/A Jaildar Park attorno al Maulana, alla quale si radunavano visitatori giunti da varie parti del mondo e dove ponevano domande ricevendone risposta, si legga «Bikaler Asor», dell’autore.]
La conferenza della tavola rotonda
Quando, a causa del movimento popolare contro il regime dittatoriale di Ayub Khan, la situazione politica del Paese assunse una forma terribile, Ayub Khan organizzò, il 26 febbraio 1969, una conferenza della tavola rotonda per discutere con i leader dei partiti d’opposizione. Vi si riunirono i principali dirigenti dei maggiori partiti politici, tra cui Maulana Maududi; la seconda riunione si tenne il 10 marzo. Tuttavia, dopo molte discussioni, Ayub Khan espresse il proprio atteggiamento inflessibile e la conferenza della tavola rotonda si concluse con un fallimento.
In seguito, il movimento popolare assunse proporzioni sempre più intense e l’ordine pubblico continuò a deteriorarsi gravemente. Di fronte al movimento popolare e alle proteste, Ayub Khan fu costretto a trasferire il potere. Il 23 marzo trasferì il potere al generale Yahya Khan e si ritirò dalla scena politica.
Yahya Khan impose la legge marziale nel Paese. Pur non dichiarando illegali i partiti politici, ne limitò le attività. L’anno successivo, cioè nel dicembre 1970, si tennero le elezioni per l’Assemblea nazionale e per le assemblee provinciali. Va ricordato che nel gennaio di quell’anno il Maulana si recò per l’ultima volta a Dacca. Egli si rese conto che l’unità e l’integrità del Pakistan (solidarietà e integrità) erano in pericolo.
In quel periodo, l’evoluzione della politica prese una direzione diversa. Di conseguenza, due partiti, la Lega Awami e il Pakistan Peoples Party, gareggiarono alle elezioni su base regionale e ne uscirono vittoriosi. In altre parole, la Lega Awami ottenne una schiacciante maggioranza dei voti nel Pakistan Orientale, mentre il PPP trionfò con un’ampia maggioranza nel Pakistan Occidentale.
Subito dopo le elezioni, Maulana Maududi commentò che ormai soltanto un miracolo avrebbe potuto mantenere unito il Paese. In altre parole, era una verità inevitabile che il Pakistan Orientale e quello Occidentale si sarebbero separati. Sheikh Mujibur Rahman e il suo partito, la Lega Awami, ottennero la maggioranza nell’Assemblea nazionale e, secondo la procedura democratica, spettava a lui diventare primo ministro del Paese. A Dacca fu convocata la sessione dell’Assemblea nazionale. Tuttavia, il leader del PPP, Zulfikar Ali Bhutto, intimidì i membri del Pakistan Occidentale, impedendo loro di partecipare alla sessione dell’Assemblea. Di conseguenza, la diffidenza, il malcontento e la distanza tra il Pakistan Orientale e quello Occidentale crebbero a tal punto che, dopo molte vittime, il 16 dicembre 1971 il Pakistan Orientale nacque come Stato indipendente del Bangladesh.
Maulana Maududi soffriva già da molti anni di malattia; dopo la separazione e l’indipendenza del Pakistan Orientale, subì nel cuore un colpo così grande che sia il suo corpo sia il suo animo crollarono completamente.
Da un lato è motivo di immensa gioia e fortuna che nel 1972 si sia conclusa Tafhīm al-Qurʾān, frutto dell’incessante lavoro e della dedizione cui il Maulana aveva consacrato la sua vita; dall’altro, a causa della sua salute ormai compromessa, egli lasciò l’incarico di amīr della Jamaat. Mian Tufail Muhammad fu eletto amīr della Jamaat-e-Islami del Pakistan.
Nell’aprile e nel luglio del 1978 incontrai il Maulana due volte. In quelle occasioni lo vidi in condizioni tali che era diventato assai difficile trattenere le lacrime. Sembrava quasi che fosse stato legato come un fagotto e deposto su una sedia. Nonostante ciò, parlava con la gente, continuava a svolgere il suo lavoro di studio e scrittura e dava preziosi consigli su vari argomenti.
In risposta a una domanda, il Maulana disse:
«Ringrazio Allah per non avermi dato una malattia che mi impedisse di svolgere il lavoro per la Sua dīn. La mia è una malattia che fa soffrire soltanto la mia persona, e penso che grazie ad essa i miei peccati saranno perdonati. Per esempio, ora svolgo il mio lavoro di studio e scrittura stando semplicemente seduto. Ciò non mi provoca né dolore né stanchezza. Ma quando mi alzo o comincio a camminare, avverto il dolore a ogni passo. Non riesco a stare in piedi per più di un minuto e mezzo.»
Nonostante tali condizioni, nel 1975 Radio Pakistan registrò un’intervista al Maulana della durata di oltre due ore. L’intervista fu trascritta un anno dopo la sua morte e pubblicata su Tarjumān al-Qurʾān. Venne poi pubblicata in bengalese in forma di libro con il titolo “Un’intervista storica”; l’autore del presente volume la tradusse in bengalese.
Tra le questioni sollevate in questa intervista vi erano il movimento per il Pakistan e il suo retroterra; la condizione religiosa e politica dei musulmani nel subcontinente indiano prima della spartizione; l’introduzione in India del sistema parlamentare; la cospirazione volta a creare, mediante il torchio dell’uniformità applicato indistintamente a musulmani e non musulmani, uno strano miscuglio fondato su un’unica nazionalità geografica, per poi sovrapporvi una moderna struttura di governo democratico; i timori per le conseguenze politiche, economiche e culturali che ne sarebbero derivate per i musulmani; quindi l’ispirazione a rivendicare una nazionalità musulmana separata e distinta, una patria separata e, di conseguenza, la fondazione del Pakistan; nonché la richiesta e la sua legittimità di istituire un ordinamento sociale basato sulla propria concezione della vita e sul proprio credo e sulla propria fede, oltre a numerosi altri argomenti. Il Maulana rispose alle diverse domande su tali questioni. Sulla base dei preziosi dati storici da lui forniti nelle sue risposte, si può affermare senza esitazione che, qualora uno storico imparziale si accingesse a scrivere la storia autentica del movimento per il Pakistan e del suo retroterra, non potrebbe in alcun modo ignorare la personalità di Allāma Mawdūdī né il suo inestimabile contributo.
Inoltre, in questa intervista Allāma Mawdūdī disse molte cose e richiamò alla memoria numerosi aspetti che saranno di grande utilità soprattutto per coloro che operano nel movimento della dīn. Perciò ritengo particolarmente necessario che gli attivisti del movimento islamico, e soprattutto i nostri giovani, leggano questa intervista storica.
La scomparsa del Maulana
A causa dell’intenso lavoro fisico e mentale che il Maulana aveva svolto per tutta la vita, la sua salute si era deteriorata prematuramente. Soffrì per molti anni di una malattia alla vescica. Di conseguenza, i dolori alle ginocchia e alla schiena divennero, per così dire, permanenti. Nel 1968 fu sottoposto a un intervento alla vescica a Londra. Ma la malattia non guarì. Così fu costretto a sopportare per tutta la vita i tormenti della malattia. Nonostante ciò, continuò a svolgere ogni attività. Sul volto e negli occhi del caro servo di Allah non si manifestarono mai esteriormente né i dolori della malattia né alcun segno di sofferenza.
Nel 1972 terminò la stesura del suo rivoluzionario tafsīr, il «Tafhīm al-Qurʾān». Molto tempo prima era solito dire: «La vita volge al termine; pregate affinché io possa portare a compimento il Tafhīm prima di morire».
Anche dopo aver terminato la stesura del Tafhīm, Allah lo mantenne in vita. Una delle grandi aspirazioni della sua vita era scrivere una biografia del Profeta dell’universo. Prese la penna. In sette anni completò la parte sulla vita meccana del Profeta. L’opera fu pubblicata in due volumi. Intitolò la biografia «Sīrat-e Sarwar-e Ālam». Completò anche le note necessarie sulla vita medinese. Ma prima che potesse iniziare a scrivere su quella parte, il Signore della religione e del mondo lo chiamò alla Sua presenza.
Il ventidue settembre, in un ospedale della città americana di Buffalo, il grande pensatore del mondo moderno, Sayyid Mawdudi, esalò l’ultimo respiro. La preghiera funebre fu celebrata a Buffalo, a Londra, a Karachi e a Lahore. Vi parteciparono gli intellettuali del mondo musulmano, milioni di devoti, la gente comune e i giovani. Di seguito viene riportato il resoconto delle cerimonie funebri.
Alla luce dell’esperienza della preghiera funebre del Maulana
Il Maulana Sayyid Abul A‘la Mawdudi esalò l’ultimo respiro il 22 settembre 1979, in un ospedale della città di Buffalo, negli Stati Uniti. Il 26 settembre, dopo la preghiera funebre a Lahore, furono completate le formalità della sua sepoltura. Ebbi la fortuna di partecipare alla sua preghiera funebre. Cari lettori, desidero condividere con voi alcune testimonianze tratte dalla mia esperienza diretta al riguardo.
Nel pomeriggio del 23 settembre, rientrando a Dhaka dalla provincia, appresi la triste notizia che il Maulana Mawdudi era morto. Spontaneamente mi uscirono di bocca le parole «Innā lillāh…». Ma mi sembrò che il cielo mi fosse crollato addosso. Dovevo andare io alla preghiera funebre, e il prima possibile. Il giorno seguente, sbrigate le pratiche per il visto, il posto sull’aereo e tutte le altre difficoltà, il 25 raggiunsi Karachi con un volo della PIA. Anche la mia situazione era analoga. Quel giorno stesso, alle dieci e mezza del mattino, la salma del defunto Maulana arrivò da Londra a Karachi e, dopo la preghiera funebre, partì per Lahore.
Trascorsi la notte a casa di un amico. Alle nove e mezza di sera, sulla Pakistan Television furono trasmessi alcuni servizi sulla vita del Maulana, compresa la sua preghiera funebre. Il torrente di lacrime mi impediva di guardare la televisione. Speravo molto di poter ricevere l’ultimo darshan del Maulana. Ma quella speranza rimase incompiuta. Quella notte non si trovò alcun posto sull’aereo diretto a Lahore. Se ne trovò uno per la mattina seguente. La preghiera funebre si sarebbe tenuta a Lahore alle dieci e mezza del mattino. Se l’aereo fosse arrivato in ritardo, non avrei avuto neppure la fortuna di parteciparvi. Trascorsi la notte in una simile angoscia.
La mattina seguente, alle sette, partimmo per Lahore. All’improvviso, uno dei miei compagni era accorso da Dacca. Mentre stavo per salire sull’aereo all’aeroporto di Dacca, udii alle mie spalle una voce stanca e sfinita: «Khan sahib, grazie ad Allah, alla fine sono riuscito ad arrivare». Mi voltai e vidi il dottor Azizul Haq Chowdhury. Aveva il volto emaciato e l’aspetto spettinato, come un innamorato smarrito. E innamorato lo era davvero. Dopo essere salito sull’aereo e aver riposato un poco, venne da me e disse: «Non ho avuto la fortuna di vedere il Maulana durante la sua vita. Perciò desidero ardentemente poterlo vedere almeno una volta dopo la morte».
Gli dissi: «Dite pure; che Allah esaudisca la nostra speranza».
Durante il viaggio da Karachi a Lahore si unirono a noi anche alcuni amici. Tra loro c’era il signor Ariful Haq, direttore della rivista «Impact», pubblicata a Londra. Atterrammo all’aeroporto di Lahore alle nove. Nel corso della mia vita ero decollato e atterrato molte volte in quell’aeroporto, ma quel giorno ne vidi un volto completamente diverso. Quel luogo, normalmente brulicante di gente, era praticamente deserto. Fuori dall’aeroporto aleggiava un’atmosfera di lutto, una manifestazione visibile del dolore straziante della separazione. Ero certo che qualcuno sarebbe venuto a prenderci, ma non vedevo nessuno. Forse gli amici di Karachi, sopraffatti dal dolore, avevano dimenticato di avvertire qualcuno, oppure era accaduto qualcos’altro.
Un amico del signor Faruqi era venuto in automobile per prenderlo. La nostra destinazione era la stessa. Così fecero salire entrambi nella loro automobile. Dissi: «Allora andiamo direttamente a Ichhra, così, se possibile, potremo rendergli l’ultimo omaggio».
La nuova Fiat correva sibilando, con la coda sollevata, come un vitello lasciato solo in un campo che corre a perdifiato verso sua madre. In quindici minuti passammo per Mujang Chungi e ci immettemmo sulla Firozpur Road. Poco più avanti, alla svolta di Ichhra, dovevamo girare a sud e poi entrare a sinistra nella Jaildar Park Lane. Il numero 5/A di Jaildar Park era la residenza del Maulana. Non appena la nostra automobile giunse alla svolta di Ichhra, un passante afflitto ci indicò: «Guardate, a sud sta passando il corteo funebre».
Davanti a noi apparve un oceano di persone. L’ampia Firozpur Road brulicava di gente. In mezzo alla folla c’erano automobili private, autobus, pick-up, camion riservati, autorickshaw, scooter, biciclette e un corteo funebre addolorato. Dalle bocche si levavano ad alta voce la formula della testimonianza di fede e «Allahu Akbar».
A mezzo miglio davanti a noi sembrava trovarsi il feretro. Come poteva avanzare un’automobile in mezzo a quella folla? Di tanto in tanto procedeva lentamente, a passo di tartaruga. Non ci restò che avanzare per un breve tratto, poi deviammo a sinistra dalla Firozpur Road e raggiungemmo rapidamente lo stadio Gaddafi attraverso un’altra strada. Qui si sarebbe svolta la preghiera funebre per il più grande pensatore islamico del ventesimo secolo, il vertice degli ulema della religione, il leader del movimento della rinascita islamica mondiale, l’illustre Al-Ustadh, Al-Murshid al-‘Amm, l’Allamah Abul A‘la Maududi.
Lo stadio Gaddafi è il più grande del Pakistan. Prima ancora che arrivasse il feretro, metà dell’immenso stadio era già gremita. Attraverso gli otto ingressi dello stadio entrava una possente corrente di persone in lacrime. Migliaia di giovani robusti, provenienti dai college e dalle università di tutto il Paese e votati al movimento islamico, erano incaricati di mantenere l’ordine. Non c’era modo di avanzare oltre la rigida barriera dell’ordine. Mi guardavo intorno impotente. Il fazzoletto era fradicio delle mie lacrime. Dove erano scomparsi i miei compagni?
Un fotografo di un giornale mi fotografò da lontano e gridò: «Venite, Mawlana! Per gli ospiti stranieri come voi c’è la prima fila». Attraversai allora lo stretto cordone dei volontari e presi posto nella fila davanti. Arrivò anche il dottor Chowdhury. Poco dopo il «mayyit» giunse sul campo e fu deposto davanti a noi. Con lui c’erano i figli del defunto Mawlana, Mian Tufail Muhammad, il professor Khurshid, il Mawlana Hamidi, Chowdhury Jilani e molti altri. Quando cercai di abbracciarli, scoppiai a piangere. Non riuscivo a controllarmi, nonostante tutti i miei sforzi. Mi sembrava che il cuore mi fosse stato fatto a pezzi.
Molte altre persone cominciarono a entrare nella fila davanti, che si allungò verso entrambi i lati. Dovetti spostarmi un poco a destra rispetto al posto iniziale.
Tra gli ospiti stranieri presenti nella fila davanti figuravano l’ambasciatore saudita Riyad al-Khatib, l’ambasciatore giordano, il rappresentante speciale dell’ayatollah Khomeini e il segretario agli Interni del governo iraniano, il vicecancelliere dell’Università del Qatar, dottor Yusuf Abdullah al-Qaradawi, il vicesegretario generale dell’Assemblea mondiale della gioventù musulmana, dottor Muhammad Tutunji, i rinomati studiosi e pensatori siriani Shaykh Said Hawwa e Shaykh Adnan Saaduddin, il direttore del Dipartimento per gli affari islamici del Ministero degli Awqaf del Kuwait, Shaykh Abdullah al-Aqil, il celebre giurista kuwaitiano e direttore del diffusissimo periodico «Al-Mujtama», Shaykh Mubarak al-Mukawa, l’eminente amico del defunto Mawlana, Shaykh Abdul Aziz al-Ali al-Motawa, il celebre esponente egiziano degli Ikhwan, dottor Kamal, l’avvocato Shaykh Saiful Islam, figlio del martire Hasan al-Banna, e altri illustri personaggi. Nella fila davanti c’erano inoltre l’amir della Jamaat-e Islami Hind, Mawlana Yusuf, il presidente del Pakistan, generale Zia-ul-Haq, il governatore del Punjab, tenente generale Sarwar Khan, il pir sahib di Dibal Sharif e alcuni alti ufficiali delle forze armate.
I dirigenti di tutti i partiti politici pakistani, eccetto il PPP, numerosi rispettati ulema e dipendenti pubblici e privati parteciparono spontaneamente alla preghiera funebre. Tra loro si distinguevano Mufti Mahmud, Nawabzada Nasrullah Khan, l’ex presidente dell’Azad Kashmir, Sardar Abdul Qayyum Khan, Sardar Shaukat Hayat Khan, Chowdhury Zahur Elahi, Khwaja Khairuddin, Allama Ihsan Ilahi Zaheer e altri. Parteciparono alla preghiera funebre anche quasi duecento ulema e attivisti del movimento islamico giunti dall’India.
Il «cofano» della preghiera funebre era avvolto nella bandiera della Jamaat-e Islami, recante la Kalima Tayyiba, e nella bandiera nazionale pakistana. Il presidente Zia-ul-Haq portava al braccio, sopra l’uniforme militare, una fascia nera. Ordinò che ogni dipendente pubblico potesse, se lo desiderava, partecipare alla preghiera funebre del Mawlana. Poco prima della preghiera, lo spettacolo nello stadio era straziante, sul punto di esplodere. All’interno vi erano circa un milione di persone, mentre migliaia di altre, impossibilitate a entrare, si percuotevano il petto e facevano lutto all’esterno. Da centinaia di migliaia di voci risuonava la Kalima della testimonianza, insieme al lamento funebre: «Ya Sayyidi, Murshidi, Maududi-Maududi». I lamenti e i canti funebri di milioni di voci risuonavano e riecheggiavano tutt’intorno allo stadio, squarciavano il cielo e correvano verso l’Arsh-e Pak. La folla cercava di avanzare come impazzita per dare un’ultima occhiata al mayyit, per vedere per l’ultima volta il corpo terreno del Mawlana e per toccare con le mani anche solo per un istante il mayyit. Un corpo di giovani volontari si adoperava con tutte le proprie forze per mantenere l’ordine.
Era stato annunciato che avrebbe guidato la preghiera funebre l’Imam della Kaaba, Shaykh Muhammad bin Abdullah bin Subayyil. Tuttavia, poco prima di partire dalla Mecca, il suo viaggio dovette essere rinviato per una causa inevitabile. In seguito, l’incarico di imam fu affidato al vicecancelliere dell’Università del Qatar, dottor Yusuf Abdullah al-Qaradawi. Aveva conseguito un dottorato in studi islamici e scienze religiose presso l’Università al-Azhar del Cairo. Era un celebre studioso della religione e nutriva la massima venerazione per il Mawlana. Prima di guidare la preghiera, disse rivolgendosi alla folla: «Sayyid Maududi vivrà per sempre grazie alla sua da‘wa universale e al suo pensiero. Ha lasciato oltre cento opere inestimabili. E ha lasciato innumerevoli figli spirituali. Non sono venuto da migliaia di miglia di distanza per rivolgervi parole di consolazione. Sono invece venuto a dirvi che milioni e milioni di persone nel mondo, attratte dal suo pensiero, hanno iniziato ad agire. Avanzeremo a passo deciso con il movimento del Mawlana. L’unico bene per il Pakistan è che qui venga istituito un autentico Stato islamico. Voi che nutrite amore e rispetto per il Mawlana, continuate a lottare per questo».
Dopo il discorso del dottor Qaradawi, da milioni di voci risuonò: «Sayyidi, Murshidi—Maududi, Maududi». Dalle migliaia di voci in attesa fuori dallo stadio risuonò lo stesso grido: «Sayyidi, Murshidi—Maududi, Maududi». Quel grido riecheggiò nel cielo e nell’aria, tra gli alberi tutt’intorno, negli edifici e in ogni angolo.
Dopo la preghiera funebre, la diga del mare umano cedette. L’attenzione di tutti era rivolta al mayyit. Diventò impossibile mantenere l’ordine. Con enorme difficoltà, il mayyit fu sottratto alla pressione della folla, portato fuori dallo stadio e caricato su un camion. Sotto l’incredibile pressione della gente da ogni direzione, ci mancava il respiro. Il dottor Chowdhury e io procedevamo verso l’uscita, stretti l’uno all’altro. Il dottor Chowdhury era robusto come un lottatore. Perciò avevo una certa fiducia che saremmo riusciti a uscire sani e salvi. Una volta scesi sulla strada esterna, all’improvviso due o tre giovani davanti a noi caddero a terra privi di sensi. Il mio robusto compagno non riuscì più a reggersi e cadde. Caddi anch’io. E non mi limitai a cadere: circa mezza dozzina di persone mi finirono addosso. Non so come riuscii a sopravvivere. Certamente, però, stavo recitando la Kalima. Nel giro di pochi istanti, due o tre persone mi afferrarono, mi sollevarono e mi portarono fuori. Non sapevo dove fosse scomparso il mio compagno. I miei vestiti erano sporchi di polvere. Avevo riportato ferite in diversi punti.
Questo non è l’unico caso di giovani robusti svenuti: ce ne furono molti. E come avrebbe potuto essere altrimenti? Dopo che la notizia della preghiera funebre del Maulana fu pubblicata sui giornali, persone provenienti dalle regioni più lontane e remote del Paese si precipitarono verso Lahore come impazzite. Vennero in treno, in autobus, in aereo, in scooter e in bicicletta, ciascuno come poteva. Alcuni percorsero a piedi quindici o venti miglia, ignorando il dolore e il lutto, la fame e la sete, la stanchezza e il calore del sole cocente.
La ragione principale è che la letteratura del Maulana, il suo da‘wa islamico universale e la sua personalità internazionale hanno attirato milioni di giovani verso l’Islam. Li hanno condotti dalla fitta oscurità della jahiliyya verso la luminosa luce del tawhid. Hanno portato una grande rivoluzione nei loro pensieri, nelle loro concezioni e nella loro disposizione mentale. Questa è l’unica ragione della loro immensa attrazione, venerazione e profondo amore per il Maulana. La morte del Maulana li ha resi folli e smarriti. Era la prima volta nella loro vita che provavano un dolore così grande e di questo genere. Erano tutti figli spirituali del Maulana. Perciò molti giovani, senza eccezione, si sono accasciati sotto il colpo di questo lutto e hanno perso i sensi.
Comunque, con grande difficoltà riuscii a ritrovare l’automobile di Hashem Faruqi, parcheggiata a mezzo miglio di distanza. Nell’auto non c’era nessuno. Il corpo mi tremava. Dai miei due occhi scendevano torrenti come cascate montane. Dieci minuti dopo arrivò il dottor Chowdhury. Con voce rotta dal pianto disse: «È successa una disgrazia».
Dissi: «Siete vivo, no? Allora mi dica: quale disgrazia è successa?»
Disse: «Se fossi morto, non sarebbe stato un dolore. La mia amata macchina fotografica è stata distrutta e ridotta in pezzi. Avevo scattato venti o ventidue fotografie davvero bellissime. Era con quello che sarei tornato a casa: ora ho perso anche questo.» [Il signor Azizul Haq Chowdhury è deceduto il 7 aprile 2003 nella propria abitazione a Dhaka.]
Poco dopo arrivarono Hashem Faruqi e il suo amico. Il camion con la salma era già partito, ma procedeva molto lentamente. Sul camion c’erano i figli del Maulana: Umar Faruq, Ahmad Faruq, Muhammad Faruq e Husayn Faruq. C’erano anche Mian Tufail Muhammad e il professor Khurshid Ahmad. Tra gli stranieri c’erano il dottor Qarazi, il dottor Tutunji e lo sceicco Mubarak al-Mukawa.
Il camion con la salma sarebbe passato per lo stretto vicolo del Jaildar Park fino alla residenza del Maulana, dove si sarebbe conclusa la sepoltura. Come avrebbero potuto arrivarci milioni di persone? Perciò fu disposto che nel vicolo fossero ammessi soltanto personaggi illustri. Agli ospiti stranieri, ai dirigenti della Jamaat e a quattro o cinque giornalisti, tra cui il signor Altaf Hasan Quraishi, fu consentito di raggiungere la residenza del Maulana.
La salma era stata deposta su un luogo rialzato davanti alla stanza privata del Maulana. Dai balconi e dai tetti delle case su entrambi i lati, migliaia e migliaia di uomini e donne in lutto tenevano gli occhi colmi di lacrime fissi sulla salma. Mancava poco alla preparazione dell’eterna dimora del Maulana. Sebbene lo spazio fosse angusto, vi si accalcavano diverse migliaia di persone.
In quel momento si presentò una scena incantevole e al tempo stesso straziante. Dall’interno della casa uscirono due bambini piccoli e si avvicinarono al feretro. Uno diceva all’altro: «Non andare da quella parte, il nonno sta dormendo».
L’altro diceva: «Perché ci sono così tante persone qui? Il nonno si sveglierà. Se ogni giorno viene qui così tanta gente, come farà il nonno a lavorare?»
Coloro alle cui orecchie giunsero le dolci parole dei bambini innocenti non riuscirono a trattenere le lacrime. Quanto affetto e quanta premura avevano quei piccoli per il loro amato nonno! Ma il nonno li aveva lasciati ed era andato lontano, molto lontano. Poco dopo, Sayyed e Murshid Maududi furono deposti nella loro dimora eterna. Cala così il sipario su un luminoso capitolo della storia dell’umanità. Forse, al di là della nostra percezione, risuonò:
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«O anima tranquilla! Ritorna al tuo Signore, soddisfatta del tuo destino e gradita al tuo Signore. Entra dunque tra i Miei servi virtuosi ed entra nel Mio Paradiso». (Al-Fajr: 27-30)
Tuttavia, il giorno seguente avevo davvero udito con le mie orecchie le parole finali. Verso le nove del mattino, dalla guest house mi recai al 5/A Zaildar Park. Non avevo mai immaginato che sarei venuto in quel luogo senza poter vedere Maulana, ma avrei visto la sua dimora eterna. Il petto mi si contorse per un dolore inesprimibile. Vidi una ventina o una venticinquina di persone riunite attorno alla tomba di Maulana. Tra loro c’era il Pir Sahib di Dewal Sharif. Tutti avevano le mani sollevate per la dua. Dalle labbra del Pir Sahib udii dapprima queste parole:
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Le mani sono ancora sollevate per la dua, ed egli continuava dicendo: «Sayyed Maududi ha detto la verità per tutta la vita, ha invitato alla verità e fino alla fine è rimasto saldo nella verità. L’essere umano è come un registratore a nastro. Il registratore che vedete è fatto dall’uomo; l’essere umano è un registratore fatto da Allah. Il nastro creato dall’uomo ride, piange, canta e parla. Ma Sayyed Maududi è un tale nastro creato da Allah, che ha detto la verità anche in questo mondo, continua a dirla nella tomba e la dirà anche nell’Aldilà».
Il Pir Sahib continua a parlare in questo modo, mentre lacrime copiose sgorgano dagli occhi degli ascoltatori.
Non appena il Pir Sahib terminò la preghiera e si voltò, lo salutai e gli strinsi la mano. Le sue parole mi piacquero moltissimo. Erano l’espressione dei suoi sentimenti sinceri.
Miei cari lettori e lettrici! Per il momento torniamo indietro per qualche istante. Ritengo necessario conoscere alcuni dettagli del viaggio del Maulana all’estero, da Lahore per le cure, e del suo viaggio da là verso l’Aldilà.
Il Maulana non aveva affatto intenzione di recarsi all’estero per curarsi. Forse aveva capito chiaramente che le cure non sarebbero servite a nulla, perché era giunta la sua ora. Ma accadde un fatto che accelerò il suo viaggio all’estero. Il re dell’Arabia Saudita, Khalid, mandò il suo medico personale, il dottor Maruf Dawalibi, a visitare il Maulana. Egli conversò con il Maulana per ben due ore. Durante la conversazione, il Maulana non lasciò trasparire a nessuno che i suoi nervi erano ormai debilitati. Ma non appena il dottor Dawalibi lasciò la stanza del Maulana, questi perse i sensi e cadde. L’accaduto gettò tutti nell’ansia e nell’agitazione. Il dottor Ahmad Faruq si preoccupò moltissimo di portare il Maulana in America per le cure. Tuttavia, nemmeno la Begum Maududi e tutti gli abitanti della casa, messi insieme, riuscirono a convincere il Maulana. Il Maulana aveva nascosto il passaporto. Tutti caddero in una profonda preoccupazione. Alla fine, il contabile del Maulana, il signor Bashir Ahmad Butt, escogitò un piano e riuscì a ottenere il passaporto dal Maulana. Poi, il 26 maggio, il Maulana partì da Lahore per Londra, via Islamabad, diretto in America. Fino a Londra fu accompagnato dall’Air Marshal Asghar Khan. Anche la Begum Maududi partì con il Maulana e rimase al suo fianco fino alla fine.
Il Maulana fu ricoverato per l’operazione al Miller-Fillmore Hospital, nella città di Buffalo, a circa quattrocentocinquanta miglia da New York.
Il secondogenito del Maulana, Ahmad Faruq Maududi, è un medico illustre, specialista del cervello, e anche lui risiede qui. Il Maulana fu operato in ospedale il 4 settembre. Fu necessario operarlo a causa di una lesione a un’arteria.
Il medico dice che, in condizioni simili, il paziente prova dolori insopportabili. Ma il Maulana non ne ebbe. Il giorno precedente il Maulana non era riuscito a parlare. Dopo l’operazione, le sue condizioni erano soddisfacenti. Quel giorno, alle quattro del pomeriggio, un amico del Maulana, il dottor Amirullah Husaini, andò a fargli visita. Quando gli chiese come si sentisse, il Maulana rispose che stava bene. Quando il dottore gli chiese di pregare, il Maulana recitò la seguente preghiera del Corano:
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Fammi morire da musulmano e annoverami tra i giusti operosi. — Sura Yusuf (101)
Il giorno seguente, il 5 settembre, fu colpito da un attacco cardiaco. Dal 7, tuttavia, la sua salute cominciò nuovamente a migliorare. Il 19 si verificò ancora un improvviso peggioramento e il dolore al cuore aumentò notevolmente. Nella notte tra il 21 e il 22, Begum Maududi rimase seduta accanto al letto del marito fino a tarda notte, recitò la Sura Yasin e altre preghiere, quindi lo affidò ad Allah Ta’ala.
Il giorno seguente il Maulana trascorse gran parte del tempo privo di sensi. Tuttavia, durante la preghiera, anche mentre era incosciente, l’indice della sua mano destra si sollevava e si abbassava: tutti lo notarono. Il 22 settembre 1979, alle nove meno un quarto del mattino, all’età di 76 anni, il Maulana si ricongiunse al suo vero Signore — inna lillahi…
Secondo le leggi vigenti negli Stati Uniti, non è possibile rimuovere una salma dall’ospedale prima che siano trascorse 48 ore. Innanzitutto, il dipartimento della Sanità rilascia il certificato di morte. Poi viene preparata la bara. Si completano tutte le procedure necessarie per la conservazione della salma. Solo dopo è possibile rimuoverla. Tutto ciò richiede almeno 48 ore. Inoltre, per portare una salma fuori dagli Stati Uniti è necessaria l’autorizzazione del governo. Tuttavia, bisogna dire che, per speciale misericordia di Allah Ta’ala, tutti questi adempimenti furono completati in modo sorprendente in un tempo molto breve.
Alle quattro del pomeriggio la salma fu trasferita dall’ospedale alla residenza del dottor Faruq Maududi, situata su Wheeling Road, alla periferia della città di Buffalo. In seguito, su Wheeling Road cominciarono ad affluire folle di musulmani, neomusulmani e persone in lutto provenienti da vari Paesi del mondo, influenzati dagli scritti del Maulana, oltre che da diverse località del Canada e degli Stati Uniti. Il 22 settembre, nella città di Buffalo, furono celebrate tre preghiere funebri. La prima fu guidata dal Maulana Sharif Bukhari, la seconda dal qari sahib di Toronto, in Canada, e la terza dal dottor Israr Ahmad, khatib della moschea Jinnah a Lahore Bagh e presidente dell’Anjuman Khuddam-ul-Qur’an. Essi arrivarono in aereo da Chicago. Fino alla sera di quel giorno continuarono ad arrivare persone da Toronto, New York, Chicago, Detroit, Michigan, Indiana e da altre città. Il console generale dell’Iran, non appena ricevuta la notizia, partecipò a questa prima preghiera funebre a Buffalo. Quando la salma fu portata su Wheeling Road, erano presenti il dottor Ahmad Faruq, Begum Maududi, il genero del Maulana, Sayyid Masud, e il fratello di Begum Maududi. Nel suo breve discorso, il dottor Ahmad Faruq disse: «Tutti noi dobbiamo continuare a lottare per la missione per la quale il defunto Maulana Maududi ha trascorso tutta la sua vita. Per noi è motivo di gioia sapere che il Maulana è comparso al cospetto di Allah Ta’ala, Colui che gli conferisce il suo vero onore. Seguendo le sue orme, porteremo, insha Allah, il messaggio dell’Islam non solo in Pakistan, ma in tutto il mondo.»
Il dottor Ahmad disse al console generale dell’Iran: «Il Maulana aveva detto che, se la sua salute glielo avesse permesso, si sarebbe certamente fermato in Iran durante il viaggio. Il Maulana aveva anche detto: “La rivoluzione islamica dell’Iran è il battito del mio cuore.”»
Un’intervista memorabile a Buffalo
Il 22 luglio il Maulana ricevette una delegazione di trentacinque persone giunte da zone remote del Nord America. L’incontro ebbe luogo presso la residenza del dottor Ahmad Faruq. Il Maulana rispose alle loro diverse domande e propose soluzioni a numerosi problemi. In quel periodo, esteriormente, il suo stato di salute sembrava buono. Anche il suo umore era molto allegro. Nel corso della conversazione fece inoltre alcune battute, come era sua consuetudine.
In quel momento, qualcuno portò da New York del paan per il Maulana. Poi si cominciò a parlare del paan. Un certo Anwar Beg disse: «Maulana, penso che Allah Ta’ala abbia certamente fatto trovare del paan in Paradiso».
Il Maulana rispose scherzando: «Fratello, forse non sai che il paan è in realtà una foglia del Paradiso e che da lì è giunta sulla Terra».
Come ho già detto, rimuovere una salma da un ospedale degli Stati Uniti e trasportarla poi in un altro Paese è un’impresa estremamente difficile. I devoti e gli ammiratori del Maulana, giunti da diverse città del Nord America, offrirono un notevole aiuto per portare a termine con efficienza tutti questi preparativi. Da New York continuavano ad arrivare, per telefono, ripetute richieste affinché vi si celebrasse la preghiera funebre. Da varie località si telefonava inoltre con apprensione per chiedere a che punto fossero i preparativi. A casa del dottor Ahmad il telefono squillava incessantemente.
D’altra parte, non appena seppe della morte del Maulana, l’Allama Ayatollah Ruhollah Khomeini disse: «La comunità islamica ha perduto un eminente sapiente e pensatore islamico». Subito dopo informò Begum Maududi, a Buffalo, che un aereo iraniano era pronto a compiere il grande onore di trasportare la salma del Maulana. Profondamente addolorato dalla notizia della morte, il re Khaled disse: «La scomparsa di al-Ustadh Maulana Sayyid Abul A’la Maududi è un evento straziante per il mondo musulmano». Fece inoltre sapere che un aereo della Saudi Airlines era pronto ad avere l’onore di trasportare la salma del Maulana. Analogamente, il presidente del Pakistan, generale Zia-ul-Haq, fu sopraffatto dal dolore alla notizia della morte del Maulana e offrì i servizi della PIA per trasportarne la salma.
Esprimendo la sua profonda gratitudine a questi governi, e in particolare all’Allama Khomeini, al re Khaled e al generale Zia-ul-Haq, Begum Maududi disse: «Colui che in tutta la sua vita non ha mai steso la mano a nessuno, nemmeno una sola volta e per alcuna cosa, dopo la sua morte sarebbe oggetto di mancanza di rispetto se accettassimo un simile servizio in suo favore. Riconoscendo la gratitudine che dobbiamo a tutti, dichiaro che porteremo a termine questo compito secondo le nostre possibilità».
Furono presi tutti i provvedimenti necessari affinché la salma partisse da Buffalo per New York a bordo di un aereo charter alle quattro del pomeriggio del 23 settembre, e da New York fosse inviata a Londra con il volo notturno della Pan Am.
In un’atmosfera di lutto, tra incessanti lacrime, fu dato l’ultimo saluto alla salma del venerato Murshid-e-Azam. Prima di allora, alle due e mezza del pomeriggio, a Buffalo era stata celebrata per la quarta volta la preghiera funebre. Poi l’aereo charter decollò da Buffalo con le ali spiegate verso New York, lasciando la città immersa in un mare di lacrime. Da New York, l’aereo della Pan Am decollò con la salma a bordo, attraversando l’oscurità della notte e sorvolando l’Oceano Atlantico in direzione di Londra.
A Londra e in Pakistan tutti ritenevano che non si potesse sperare nell’arrivo della salma prima di quarantotto ore. Ma, inaspettatamente, dopo la partenza dell’aereo da New York, la notizia giunse a Londra.
Un certo Chowdhury Muhammad Yasin era un amico intimo del Maulana e della sua famiglia. Aveva partecipato anche a tutte le disposizioni relative alle cure del Maulana. Gestiva un’attività commerciale a Londra. Dopo aver accompagnato il Maulana negli Stati Uniti, era tornato a Londra e continuava a mantenersi sempre in contatto con il dottor Ahmad Faruk. Egli racconta: «Improvvisamente, la notte del 23, ricevemmo a Londra la notizia che la salma del Maulana era partita da New York. Non c’era più tempo per pubblicare la notizia su alcun giornale. L’informazione fu comunicata ovunque soltanto per telefono».
L’aereo proveniente da New York atterrò il giorno seguente, cioè il 24 settembre, alle otto e mezza del mattino, all’aeroporto di Londra. «Allahu Akbar!» Nella storia dell’aeroporto di Londra non si era mai vista prima una folla così numerosa. Già prima dell’arrivo dell’aereo, l’aeroporto era gremito di gente. Verso l’aeroporto si vedeva un flusso incessante di persone con gli occhi pieni di lacrime.
Dall’aereo scesero insieme alla salma Begum Maududi, il dottor Ahmad Faruk e Saiyid Masud. Dalle voci di migliaia di persone in lacrime risuonavano incessantemente la Kalima della testimonianza e le invocazioni di «Allahu Akbar». La salma fu fatta scendere dall’aereo e deposta nella sala Shalimar della PIA; al terminal numero 47 furono predisposti i funerali islamici. La prima volta guidò la preghiera funebre il signor Khurram Jah Murad e la seconda volta il professor Khurshid Ahmad. Poi arrivarono da Birmingham diverse corriere cariche di persone. Questa volta guidò la preghiera funebre il vicepresidente della Missione islamica del Regno Unito. Anche in seguito la gente continuò ad arrivare senza sosta. La partenza dell’aereo della PIA subì un notevole ritardo. Di conseguenza, la preghiera funebre fu celebrata altre due volte. All’aeroporto erano presenti numerosi giornalisti provenienti da diversi Paesi. Commentarono di non aver mai visto né immaginato un mare umano così immerso nel dolore.
Per rendere omaggio all’anima del Maulana, all’aeroporto si presentarono il consigliere speciale del presidente del Pakistan, signor Muazzam Ali, il segretario generale del Consiglio islamico d’Europa, signor Salim Azam, e rappresentanti diplomatici di numerosi Paesi.
In serata, con notevole ritardo, l’aereo della PIA partì con la salma a bordo e, passando per Amsterdam, Damasco e Dubai, atterrò il giorno seguente, alle dieci del mattino (35/9/79), all’aeroporto di Karachi.
Il venticinque fu una giornata memorabile nella storia di Karachi.
Dalle nove del mattino la gente cominciò ad affluire all’aeroporto di Karachi. Quel giorno si tenevano le elezioni della Corporazione municipale di Karachi. La maggior parte dei mezzi di trasporto era impegnata nelle operazioni elettorali. Ciononostante, tra mille difficoltà, la gente si dirigeva di corsa verso l’aeroporto.
Alle nove e mezza il capo della Jamaat-e-Islami del Pakistan, Mian Tufail Muhammad, entrò nella sala VIP insieme ai dirigenti della Jamaat di Karachi e a dieci o dodici giornalisti e fotografi. Avevano il volto pallido e addolorato. I volontari della PIA stavano schierati in fila per mantenere l’ordine. Fuori, sulla veranda, alcune donne velate dal burqa piangevano. Migliaia di persone aspettavano l’aereo. Fu annunciato che l’aereo avrebbe tardato ad arrivare: non alle dieci, ma alle dieci e mezza. Dagli altoparlanti fu annunciato che, quindici minuti dopo l’arrivo dell’aereo, si sarebbe tenuta la preghiera funebre allo stadio dell’aeroporto, distante un miglio. La gente cominciò a correre proprio in quella direzione.
Mian Sahib siede in silenzio tra la folla in lutto nella sala VIP. Poco dopo, Sardar Sherbaz Mazari entra nella sala e comincia a manifestare il proprio dolore insieme a Mian Sahib, Jan Muhammad Abbasi e agli altri.
In quel momento, un alto funzionario governativo saluta Mian Sahib e dice: «Sono appena arrivato dalla Russia. Ero andato lì per partecipare a una conferenza internazionale. Non appena alla conferenza giunse la notizia della morte del Maulana, spontaneamente le persone levarono le mani per pregare.»
Aggiunge: «La morte del Maulana non è una perdita soltanto per la sua famiglia e per la Jamaat-e-Islami; è invece una perdita irreparabile per l’intero mondo musulmano.»
Pronuncia queste parole con la voce strozzata dall’emozione.
Alle dieci in punto l’aereo atterra sulla pista e si ferma davanti alla sala VIP. Centinaia di persone scoppiano in lacrime. Alcune, sopraffatte dal dolore, perdono i sensi.
Per primo scende dall’aereo il dottor Ahmad Farooq. Poi Begum Maududi. Dietro di lei vengono il professor Khurshid, Sayyid Masud e Chowdhury Muhammad Yasin di «Dawn Travels London». Questi cinque sono giunti insieme alla salma.
Con grande difficoltà, la salma viene sollevata e sistemata su un camion in mezzo alla folla. Sul camion si trovano Mian Sahib, il dottor Ahmad, il professor Khurshid e altri importanti esponenti. Il camion si dirige verso lo stadio dell’aeroporto attraverso un mare di persone. Alle undici e cinque, Mian Tufail Muhammad Sahib guida la preghiera funebre.
Dopo la preghiera, la salma viene nuovamente sistemata sul camion. Questa volta, tra gli altri, sul camion si trova anche il governatore generale del Sindh, Abbasi. Fino a quel momento la gente si era trattenuta con immensa pazienza. Ma ora gli argini della loro pazienza crollano. Innumerevoli persone sono giunte all’aeroporto da ogni parte della città. Chi potrebbe non voler guardare per l’ultima volta il volto del proprio amato leader nell’ora dell’ultimo addio? Tutti corrono come impazziti dietro al camion. Il desiderio di tutti è toccare una volta la salma e contemplare ancora una volta, con tutto il cuore, quel volto luminoso. È il momento dell’ultimo addio. Colui che aveva risvegliato le loro anime sopite e rivolto un vibrante appello alle loro coscienze, oggi è egli stesso immerso nel silenzio e nel riposo. Ha portato a compimento la sua opera ed è andato al cospetto del suo Signore. Risuonano ripetutamente le grida: «Allahu Akbar» e, insieme ad esse: «Sayyidi-Murshidi—addio, addio».
La scena dell’imbarco della salma sull’aereo è ancora più straziante. Molti continuano a piangere sommessamente, abbracciandosi l’un l’altro. Molti perdono i sensi. Dopo che, all’una, la salma viene imbarcata sull’aereo, le porte del velivolo vengono chiuse. All’una e mezza l’aereo si solleva in cielo, spiegando le sue due ali, diretto verso Lahore. Il fragore dell’aereo continua a colpire il cuore di ogni persona afflitta dal lutto. Se anch’essi avessero avuto due ali ciascuno, sarebbero volati con l’aereo come uno stormo di uccelli. Perciò, insieme alla disperazione, ai sospiri e alle lacrime, sulle loro labbra vi era una preghiera colma dell’anima per il loro amato murshid.
La salma a Lahore
Aeroporto di Lahore. Il sole ardente di Ashwin è inclinato verso l’orizzonte occidentale. Chi avrebbe potuto sapere che quel mard-e mu’min, che il 26 maggio era partito da questo aeroporto per l’America, dicendo Khuda Hafiz alla popolazione islamica oppressa dal dolore, stava dando il suo ultimo addio? Non poté più tornare a Lahore. Egli è uno di quei servitori prediletti di Allah Ta‘ala dei quali Egli ha detto: «Radiyallahu ‘anhum wa radu ‘anhu»; ed è andato serenamente alla presenza del suo Signore. Oggi è tornato a Lahore soltanto il suo corpo terreno, privo di coscienza. Una folla si sta dirigendo verso l’aeroporto di Lahore per dare un caloroso saluto alla sua salma. L’aereo con la salma dovrebbe atterrare alle tre.
Nel frattempo, centinaia di migliaia di persone si sono radunate all’aeroporto. Coloro che non erano riusciti a raggiungere l’aeroporto erano lì per rendere omaggio alla salma del Maulana.
Tra coloro che erano giunti all’aeroporto, oltre ai dirigenti della Jamaat, si distinguevano il giudice Afzal Cheema, presidente del Consiglio dell’Ideologia Islamica; una delegazione di oltre cento persone guidata dal Maulana Yusuf, amir della Jamaat-e Islami Hind; una delegazione giunta dalla Giordania sotto la guida del dottor Latif; gli ambasciatori dei Paesi musulmani; i rappresentanti del Jammu e Kashmir; i rappresentanti dell’Islamic Students Movement of India; e i dirigenti dei mujahidin afghani.
Tra i dirigenti dei partiti politici vi erano Chaudhry Zahur Elahi, Malik Qasim, Khwaja Khairuddin, Sahibzadi Mahmuda Begum, Sardar Shaukat Hayat e molti altri. Erano giunte anche, in un’auto nera, le donne della famiglia del Maulana. Immobili come statue di pietra, erano l’incarnazione stessa del dolore. Le lacrime si erano raggrumate agli angoli degli occhi.
Quando esattamente alle tre del pomeriggio l’aereo atteso cominciò a girare nel cielo sopra l’aeroporto, la folla impaziente rimase sopraffatta da una violenta emozione di dolore. Nell’aria risuonarono le voci, spezzate dal pianto, della kalima della testimonianza e dei takbir.
Alle tre e cinque minuti l’aereo atterrò e si fermò davanti alla sala VIP. Un camion della PIA si accostò ai finestrini dell’aereo. Salirono sull’aereo per far scendere la salma Husain Farooq Maududi, Chaudhry Zahur Elahi, Qazi Hussain Ahmad e il lavoratore di Piyasi, Maulvi Rafiq Ahmad.
Dopo che la salma fu caricata sul camion, questo si mosse lentamente e a passo cadenzato verso la residenza del Maulana. Insieme al camion avanzava una processione di milioni di persone. Erano giunte persone da ogni città e villaggio, dai giovani agli anziani senza distinzione, da Khyber a Quetta e dall’Azad Kashmir a Multan. Dai due lati della strada e dai tetti degli edifici, innumerevoli uomini e donne, assistendo a quel corteo funebre, versavano lacrime e rendevano omaggio facendo piovere fiori sulla salma. Accanto al camion procedeva per miglia una lunga fila di automobili private, autobus speciali, station wagon, scooter, autorisciò, biciclette e altri veicoli; insieme a loro camminavano a piedi milioni di persone addolorate. Non c’era disordine né clamore o confusione. La folla avanzava mantenendo pienamente la disciplina alla quale era stata addestrata per tanto tempo. Da un’automobile in coda risuonavano dagli altoparlanti la shahada e i takbir. Quel corteo aveva iniziato a muoversi dall’aeroporto alle tre e mezza. Percorse Shahrah-e Quaid-e-Azam, Charing Cross, Shahrah-e Fatima Jinnah e Mujang Chungi, poi Firozpur Road, raggiungendo Ichhra Mor alle sei di sera. Infine, dopo enormi difficoltà, il camion con la salma arrivò alla residenza del Maulana. Dai minareti delle moschee tutt’intorno risuonava la chiamata alla preghiera del maghrib. In nessuna delle moschee vicine c’era lo spazio grande quanto un seme per far stare in piedi altre persone. Nel frattempo, molti, giovani e anziani senza distinzione, per l’eccesso del dolore persero i sensi.
Dopo il maghrib fu annunciato che fino alle nove di sera soltanto le donne avrebbero potuto dare l’ultimo sguardo alla salma. In seguito, dalle dieci di sera fino alle otto del mattino successivo, l’opportunità di vederla sarebbe stata riservata soltanto agli uomini. La salma era stata deposta in un luogo rialzato davanti alla stanza privata del Maulana. Le persone sarebbero entrate da un cancello, avrebbero visto la salma per un istante e sarebbero uscite da un altro cancello. Dalle sei di sera la fila delle donne si snodava all’interno del cancello di 5/A Jaildar Park, e quel flusso continuò ininterrottamente fino alle nove.
Le studentesse dell’Università del Punjab arrivarono riempiendo tre autobus. Dalle loro voci si levava un pianto di dolore. Sembrava che nell’aria risuonasse il lamento: piangono gli angeli di Dio, piange tutta la creazione.
Alle sette e mezza di sera venne a dare l’ultimo sguardo il presidente del Pakistan, il generale Zia-ul-Haq. Per qualche tempo le donne furono fermate, così da consentirgli di vederla. Mian Tufail Muhammad entrò nella residenza del Maulana accompagnando il generale Zia-ul-Haq. Con il presidente del Pakistan erano il governatore del Punjab, il generale Sarwar Khan, il segretario capo e altri funzionari militari e civili. Con loro c’era anche il signor Liaqat Baloch, capo della Jamaat-e Islami. Dopo aver visto il Maulana, il generale Zia-ul-Haq rimase per qualche tempo in piedi e in silenzio, mentre copiose lacrime gli scorrevano lungo entrambe le guance.
Con la voce rotta dall’emozione, il generale Zia-ul-Haq disse: «È un volto completamente luminoso». Poi, consolando i figli del Maulana, disse: «La scomparsa del Maulana è una perdita irreparabile. Non è una perdita soltanto per la sua famiglia, né soltanto per il Pakistan, bensì per l’intero mondo musulmano. Il grande servizio che egli ha reso continuerà a guidare il cammino della nazione musulmana per i prossimi secoli. Spero che i figli del Maulana si adoperino per mantenere accesa la luce della guida che egli ha lasciato». Dieci minuti più tardi se ne andò.
Dalle nove e mezza di sera fino alle nove del mattino successivo, migliaia di persone, disposte in fila, diedero l’ultimo sguardo al Maulana, anche se soltanto per un momento.
Entro le nove in punto fu interrotto l’ingresso delle persone e la salma fu nuovamente caricata sul camion per la preghiera funebre. Proprio in quel momento atterrai all’aeroporto di Lahore. Ho già descritto le scene dolorose che seguirono.
Il ventisette settembre, su iniziativa dell’Anjuman-e Ittihad-e Tulaba dell’Università del Punjab, fu organizzata un’assemblea commemorativa nel Faisal Auditorium del campus universitario. La presidenza fu affidata a Mian Tufail Muhammad. In quell’occasione numerosi pensatori e studiosi del Paese e dell’estero pronunciarono discorsi rendendo un profondo omaggio al Maulana.
Il vicecancelliere dell’Università del Qatar ha detto: «La preghiera funebre per Sayyid Maududi è stata un referendum. Il popolo del Pakistan ha dichiarato la propria scelta a favore dell’Islam».
Il vicesegretario generale del Consiglio mondiale della gioventù musulmana, dott. Muhammad Ahmad Tutunji, ha detto: «Il pensiero del Maulana continuerà a illuminare le menti e i cuori fino al Giorno della Risurrezione». Lo sceicco Abdullah al-Aqil, direttore del Dipartimento per gli affari islamici del Ministero degli Awqaf del Kuwait, ha detto: «Il Maulana Maududi ha mandato a monte la cospirazione volta a confinare l’Islam entro le quattro mura delle moschee e delle madrase». Il dott. Taha Jabir, rappresentante ufficiale dell’Arabia Saudita, ha detto: «Sayyid Maududi ha rivitalizzato la religione di Allah nel secolo attuale». Il celebre pensatore kuwaitiano Abdul Aziz Ali Al-Motawa ha detto: «Sayyid Maududi ha fondato una Jamaat che è impegnata nella lotta per affermare il predominio dell’Islam in tutto il mondo». Il Maulana Yusuf, amir della Jamaat-e Islami dell’India, ha detto: «Chiamo Allah a testimone e affermo che il Maulana Maududi ha adempiuto pienamente al proprio dovere». Avevo detto che la letteratura e il pensiero del Maulana avevano prodotto una rivoluzione mentale in centinaia di milioni di persone. Il celebre pensatore siriano, lo sceicco Said Hawa, ha detto: «Il Maulana Maududi ha diffuso in tutto il mondo il profumo del Pakistan». Liaquat Baloch, presidente della Jamaat-e Islami, ha detto: «La letteratura e il pensiero del Maulana hanno reso milioni di giovani, in questo Paese e nel mondo musulmano, completamente dediti all’Islam. Se oggi fosse stato possibile riportare in vita il Maulana al prezzo delle loro vite, centinaia di migliaia di giovani sarebbero stati pronti a sacrificarle per lui».
Lo sceicco Saiful Islam, avvocato egiziano e figlio dello sceicco Hasan al-Banna, fondatore dei Fratelli Musulmani e martire, ha detto: «Dopo che lo sceicco Hasan al-Banna fu martirizzato, i membri dei Fratelli Musulmani pensarono di non avere più nessuno che li guidasse. Ma poco tempo dopo si resero conto che ormai al-Ustadh Sayyid Abul A‘la Maududi era il loro murshid-e-am, il loro maestro e la loro guida».
Nel suo discorso, il signor Mia ha detto: «Impiegheremo tutte le nostre forze per diffondere il predominio del pensiero del Maulana».
In seguito, si sono tenute un’assemblea di cordoglio all’Università del Punjab e diverse altre assemblee in vari luoghi di Lahore per la morte del Maulana. Sono stato invitato e ho partecipato a quasi tutte.
Per ventidue anni ho cercato di conoscere il Maulana: l’ho conosciuto e l’ho osservato. Ho cercato di conoscerlo e osservarlo con tutto il cuore. Oggi sento chiaramente che la morte ha reso il Maulana cento e mille volte più grande e più nobile di quanto lo avessi visto durante la sua vita. La morte ha moltiplicato molte volte l’onore e la venerazione di cui godeva in patria e all’estero.
Durante il mio ultimo viaggio in Pakistan ho percorso la tratta da Karachi a Lahore, da Lahore a Pindi e da Pindi a Peshawar. Ovunque — nel cielo e nell’aria, tra le foglie e i rami, nel mormorio delle onde dei fiumi Indo, Ravi, Jhelum e Attock, sulle montagne e tra i monti — ho ascoltato un’elegia di lutto. Ovunque ho visto l’immagine vivente del dolore. Ho udito le voci di milioni di uomini, donne, giovani e anziani, che risuonavano come il lamento del Muharram: «O mio signore, o mia guida, Maududi, addio, addio». Da Buffalo a New York e Londra, da Londra a Karachi e da Karachi a Lahore, attraversando fiumi, mari, montagne, valli e altipiani, città, villaggi e deserti, il suo inerte corpo terreno è giunto in volo, facendo galleggiare il mondo intero in un mare di lacrime, per essere deposto nel suo eterno giaciglio. Perciò oggi, alla sua morte, il mondo musulmano piange e canta la sua elegia.
Oggi ho compreso, con tutto ciò che la vita mi ha insegnato, che tra il Maududi vivente e il Maududi che ha lasciato questa polvere terrena vi è una differenza grande quanto quella tra il cielo e la terra. Oggi Maududi è immortale. La sua da‘wa islamica universale, il suo inestimabile patrimonio letterario e il suo pensiero limpido lo manterranno immortale per sempre. Oggi coloro che durante la sua vita lo avevano guardato con occhio malevolo sono pieni di elogi nei suoi confronti. Oggi, attraverso la BBC, Altaf Gauhar, dell’epoca di Ayub, ha messo in luce diversi aspetti della vita del Maulana e gli ha reso un sentito omaggio. Il capo della PNA, Mufti Mahmud, ha detto che il Maulana Abul A‘la Maududi era una «sanad del Corano e della Sunna».
Alla morte del Maulana, l’intero mondo musulmano fu sopraffatto dal dolore. In città dopo città e moschea dopo moschea si celebrarono preghiere funebri in absentia e si tennero assemblee di cordoglio. Diversi sapienti, uomini di cultura, persone illustri, insegnanti e studenti continuarono a rendere omaggio al Maulana sulle riviste e sui giornali, esprimendo le emozioni e i sentimenti dei loro cuori bagnati di lacrime e affranti dal dolore. Tra coloro che manifestarono tali reazioni si distinsero inoltre il maggiore (in congedo) Mustafa Shaheen, il dottor Muhammad Qutb, il celebre chirurgo dottor Ali Al-Hajj, di Khartoum, capitale del Sudan, l’ex ministro della Islamic Foundation di Nairobi Yusuf Hashim al-Rifa‘i, il linguista francese professor Hamidullah, il residente a Hong Kong Nazir Hasan, uno dei più illustri sapienti del mondo arabo, il dottor Mustafa al-Zarqa, il giudice supremo degli Emirati Arabi Uniti, Shaykh Abd al-Aziz al-Mubarak, l’‘Allama Ayatullah Yahya Nuri dell’Iran, il dottor Ibrahim Agah della Turchia, il dottor Ismail Raji al-Faruqi dell’America, il Maulana Abul Hasan Ali Nadwi dell’India, Sayyid Mas‘ud Ali Rizvi di Gedda, Muhammad Amin di Riyadh, Husayn Khan del Giappone, il Maulana Sa‘id Ahmad Akbarabadi dell’India, Abd al-Mujib di Medina, il Maulana Sadruddin Rifa‘i Mujaddidi, l’avvocato A.K. Brohi, il consulente giuridico Muzaffar Beg e Sarwat Saulat del mondo arabo. Il numero delle persone illustri colpite dal lutto che manifestarono il proprio cordoglio fu così elevato che, per riportarle tutte sulla stampa, sarebbe necessario scrivere un libro a parte.
[Seconda parte]
L’ispirazione del Maulana per la scrittura
Nel mondo letterario è ben noto che il Maulana è un saggista, letterato e pensatore di altissimo livello. È inoltre innegabile che abbia conferito alla lingua urdu una nuova forma e una nuova vitalità. Il suo stile di scrittura, il modo di costruire le frasi e la sua maniera di esprimersi sono del tutto personali. L’ispirazione a scrivere in modo straordinario sembrava essergli innata, e tale ispirazione si manifestò già nella primissima infanzia.
A questo proposito, riportiamo qui di seguito, affinché i lettori ne siano informati, una sua dichiarazione personale:
«Quando avevo nove anni, nacque in me una naturale ispirazione a scrivere saggi. A quel tempo venne ad Aurangabad un mio amico di nome Janab Ashfaq Ahmad Zahidi e rimase per alcuni giorni a casa nostra. Aveva una grande passione per la scrittura di saggi e per la lettura dei libri. Fu lui a suscitare in noi due fratelli l’ispirazione a scrivere saggi e ci incoraggiò a leggere, oltre ai libri di testo, anche riviste, giornali e periodici comuni. Una volta, per mettere alla prova le nostre capacità, disse: “Immaginate di esservi innamorati di una fanciulla. Ora scrivete alla vostra immaginaria innamorata una lettera d’amore nella quale emergano l’ardore e l’entusiasmo dell’amore, nonché il dolore della separazione.»
A questo riguardo eravamo completamente inesperti. In particolare, ero ancora così giovane che nella mia mente non era sorta alcuna idea di che cosa fossero l’amore, l’innamorata, la separazione e simili. Tuttavia, a quel tempo avevo letto il Gulistan e il Bustan. Da quelle opere avevo ricavato una vaga nozione: “L’amore è una particolare malattia che nasce alla vista di un bel volto; poi, a causa di questa malattia, comincia ad ardere nel cuore un fuoco, che si spegne soltanto rivedendo quel volto. Finché non lo si vede, quel fuoco continua ad ardere nel cuore. E questa condizione dell’animo si chiama ‘separazione’.” In ogni caso, sfruttammo al meglio delle nostre possibilità quella conoscenza e, descrivendo tale stato, scrivemmo una lunga lettera. Nessuno di noi tre, né io, né mio fratello, né Ashfaq, ricorda che cosa avessimo scritto allora. Ricordo però molto bene che, dopo aver letto le due lettere, Ashfaq ne era rimasto sbalordito e aveva apprezzato soprattutto la mia. Sebbene la lettera di mio fratello maggiore fosse più lunga.
Dopo aver superato l’esame da maulvi, durante un periodo di tempo libero, su richiesta di mio fratello maggiore tradussi in urdu un libro arabo di Qasim Amin Bey, intitolato “Al-Mir’at al-Jadid”. Non so dove si trovino oggi quei manoscritti della traduzione. Ricordo però molto bene che mio padre, il defunto, fu estremamente compiaciuto della scorrevolezza della traduzione, della semplicità della lingua e della musicalità della costruzione delle frasi; anche mio fratello maggiore ne espresse ampi elogi.
Questo fu il mio tentativo iniziale. Poi, dopo essermi trasferito a Bhopal nel 1917, la propensione a scrivere saggi, insieme agli studi ordinari, divenne così radicata che mi sembrò che non sarebbe terminata prima della mia morte. I primi tre o quattro anni furono un periodo di imitazione. Cercavo di imitare lo stile di scrittura di chiunque mi piacesse. Ma, quanto più proseguivano i miei studi, tanto più mi rendevo conto che la bellezza di un saggio non si sviluppa imitando il metodo altrui, bensì attraverso un proprio stile espressivo. Dal 1921 ho adottato uno stile e un metodo personali e stabili, nei quali non imito nessuno.
Ritengo che a ogni pensiero e concezione corrisponda spontaneamente una certa lingua. E la lingua più corretta e appropriata per esprimere ogni pensiero e concezione è proprio quella che scaturisce spontaneamente insieme a essi. Pertanto, bisogna preoccuparsi soltanto del saggio. Quanto alla lingua, non c’è bisogno di affannarsi per sceglierla. Essa verrà spontaneamente insieme al saggio.
Questo è il motivo per cui, quando devo scrivere qualcosa, tutti i miei sforzi sono dedicati soltanto a organizzare le idee e a raccogliere materiali, argomenti e prove. Poi, una volta raccolto nella mente il contenuto, non mi occorre molto tempo per trasformarlo in scritto. Sono talmente tranquillo nella scelta delle parole da usare per la scrittura che, salvo per questioni di particolare importanza, quasi mai sento il bisogno di rileggere una seconda volta ciò che ho scritto.
La letteratura rivoluzionaria del Maulana
Da mezzo secolo, la letteratura vigorosa e rivoluzionaria del Maulana Sayyid Abul A’la Maududi ha portato una rivoluzione nella mente e nel cuore di innumerevoli esseri umani. Ha infuso in innumerevoli uomini e donne un intenso amore per Dio e il Messaggero, cambiando il corso delle loro vite. La sua letteratura e il suo pensiero hanno selezionato, tra milioni di persone, molti individui e li hanno impegnati in una lotta incessante contro la falsità. La stagnazione che si era sedimentata per secoli nel mondo del pensiero dei musulmani è stata rimossa dalla letteratura del Maulana, che ha infuso un pensiero ampio, lungimirante, limpido e puro. Non si può contare quanti, grazie all’influenza della sua letteratura, siano stati liberati dall’avidità e dalle brame terrene, nonché dalla paura e dal timore, diventando persone di carattere puro e saldo.
Le caratteristiche della sua letteratura
La prima caratteristica della letteratura del Maulana Maududi è che egli presenta l’Islam, invece che come una religione stagnante, antica, convenzionale o ereditata per tradizione familiare, come una filosofia di vita e un movimento rivoluzionari. Ha presentato le sue argomentazioni più forti come prove interne, attinte dall’interno del pensiero islamico. A testimoniare questa concezione rivoluzionaria della religione sono i versetti incoraggianti e stimolanti del Sacro Corano, la vita di lotta durata ventitré anni del Sacro Profeta, l’eterna dedizione alla lotta dei nobili Compagni e l’epoca gloriosa del Califfato ben guidato. Il Maulana non ha cercato di dimostrare alcunché tessendo una rete di parole grazie alla forza del proprio stile; al contrario, ha spolverato, ripulito e reso nitidi quei principi e quei dati che, a causa del pensiero stagnante e privo di pratica consolidatosi per secoli, erano rimasti nascosti alla vista degli uomini, e li ha presentati dinanzi all’Ummah islamica.
La seconda caratteristica della sua letteratura e del suo pensiero è che egli ha messo in luce ogni aspetto e settore dell’Islam, descrivendoli in modo adeguato all’epoca contemporanea. Ha confutato con argomenti e prove ogni genere di accusa mossa alla religione dall’epoca moderna e scientifica. Ha tracciato un quadro dell’edificio completo dell’ordinamento sociale islamico. In ogni aspetto e settore della vita — sociale, politico, economico, culturale, giuridico ed educativo, agricolo e industriale, morale e spirituale — in breve, in ogni ambito della vita, ha descritto minuziosamente i principi dell’Islam con argomenti e prove. Ha spiegato quali siano le esigenze moderne dell’Islam e che cosa il mondo moderno esiga dall’Islam. Ha dimostrato l’erroneità del comunismo. Ha dimostrato inoltre che il capitalismo è una dottrina distruttiva. Considera il fascismo, il socialismo, il liberalismo e tutti gli altri «ismi» dottrine letali per l’umanità.
Egli non considera queste opere «non cattive», come farebbe un mullah bigotto. Al contrario, ne ha analizzato le manchevolezze e gli errori, mettendoli chiaramente in evidenza.
La terza caratteristica è che Maulana Mawdudi ha dimostrato che l’Islam non è semplicemente una religione di culto e di riti che «non ha alcun rapporto» con la politica; al contrario, non esiste alcun ambito della vita che possa rimanere indipendente dall’Islam. L’Islam è un sistema di vita completo e la politica ne costituisce un settore. Finché questo settore politico della vita non viene sottoposto all’Islam, la sua esigenza non è soddisfatta.
Breve presentazione di alcune opere del Maulana
Tafhīm al-Qurʾān
«Nella nostra lingua sono state scritte così tante opere sulla traduzione e sul tafsīr del Nobile Corano che non sembra un impiego proficuo del tempo e delle energie pubblicare un’altra traduzione o un altro tafsīr soltanto per la benedizione e la consacrazione di una persona. … Da molto tempo avvertivo che, nonostante i lodevoli sforzi dei traduttori e dei commentatori, non era stato affatto possibile placare la sete sempre crescente che si manifestava tra i nostri ambienti colti di comprendere il significato interiore del Corano e il suo vero scopo. Pensai dunque: perché non tentare anch’io, in un modo o nell’altro, di placare questa sete?»
Il Maulana espresse queste parole nella prefazione al suo Tafhīm al-Qurʾān. Nel tradurre il Corano, egli abbandonò pertanto la consueta pratica della traduzione letterale e rese i termini arabi in un urdu semplice, fluido e chiaro. Questa è un’arte compositiva davvero unica e raffinata. Egli dice:
La prima cosa è che, leggendo una traduzione letterale, si ha l’impressione di non percepire affatto la continuità del testo originale, la dolcezza della lingua e l’effetto dell’esposizione. In ogni riga della traduzione del Corano si incontra un enunciato privo di vita che, dopo la lettura, non suscita alcuna ispirazione nel lettore, non gli fa fremere il corpo, non gli fa versare lacrime dagli occhi e non genera nel suo animo alcuna corrente di pensiero rivoluzionaria. Egli non riesce minimamente a percepire che qualcosa, influenzando la sua conoscenza, la sua ragione e la sua coscienza, stia penetrando nel profondo del suo cuore. Eppure, per quanto è grande l’influsso dell’insegnamento sacro e degli elevati contenuti del Corano, l’influsso della sua letteratura non è affatto minore. È proprio per questo che persino i cuori duri come pietra si sono inteneriti dopo aver ascoltato la sacra parola del Corano, e tutta l’Arabia ha tremato al fragore tonante di quel messaggio. Anche gli avversari ne riconoscevano la forza d’influenza e temevano che quelle parole possedessero una sorta di potere magico, tale che chiunque le ascoltasse ne sarebbe stato completamente soggiogato. Se la lingua del Corano non avesse posseduto una forza simile e il Corano fosse stato rivelato proprio nella lingua del tipo che troviamo nelle sue traduzioni, esso non avrebbe mai potuto suscitare un’irresistibile vitalità nell’intera nazione araba né conquistare i suoi cuori e le sue menti. (Prefazione al Tafhīm al-Qurʾān).
In seguito, leggendo il Corano, nella mente del lettore sorgono ripetutamente questo dubbio e questa domanda: perché il Corano è così diverso dai nostri libri comuni? Qual è il suo argomento? Perché non vi si trovano ordine e continuità? Come fu raccolto e conservato dopo la rivelazione? Il Maulana ha confutato tutti questi dubbi e perplessità nella prefazione al Tafhīm al-Qurʾān. Ha presentato fin dall’inizio risposte soddisfacenti a tutte queste domande. La sua prefazione può essere considerata, in realtà, il principio fondamentale per comprendere il Sacro Corano, ed è stata pubblicata anche separatamente sotto forma di opuscolo.
Il Maulana iniziò a scrivere Tafhimul Qur’an in modo seriale nel 1943, attraverso la sua rivista mensile Tarjumanul Qur’an, e lo completò nell’arco di trent’anni. Si può dire che dedicò la maggior parte della sua vita alla composizione di quest’opera inestimabile. Per le generazioni future, questo è il suo più grande contributo.
Un giorno, durante la sua assemblea pomeridiana (la riunione che si teneva dall’Asr al Maghrib), osservò:
«Ho diviso il mio tempo quotidiano e notturno in tre parti. Una parte è dedicata alle attività quotidiane del Paese e dell’organizzazione, una parte alle generazioni presenti e una parte alle generazioni future. Considero il lavoro di scrivere Tafhimul Qur’an un diritto delle generazioni future nei miei confronti. Non posso sacrificare questo diritto per le generazioni presenti.»
Egli impiegò tutte le sue energie per rendere quest’opera più utile, autorevole e ricca di informazioni per le generazioni future. Viaggiò personalmente attraverso il Medio Oriente, l’«Ard al-Qur’an» (i luoghi storici menzionati nel Qur’an), visitandolo in lungo e in largo, e inserì nella sua opera fotografie di quei luoghi storici.
Nella spiegazione del Kalām divino in Tafhimul Qur’an, il Maulana non introdusse alcuna affermazione arbitraria. Seguì le opinioni degli eruditi musulmani del passato, dei salaf salih, gli hadith autentici e la Sira benedetta. Tra i tafsir ai quali ricorse in particolare durante la stesura del tafsir, meritano speciale menzione il Kashshaf ‘an Haqa’iq al-Tanzil dell’Allama Jarullah Zamakhshari, il Tafsir al-Qur’an al-‘Azim dell’Allama Ibn Kathir, l’Ahkam al-Qur’an di Abu Bakr Jassas e l’Ahkam al-Qur’an di Ibn al-‘Arabi al-Maliki.
Quando, nell’interpretare il Qur’an, si trovava di fronte a questioni riguardanti il fiqh, il Maulana consultava le opere fondamentali dei quattro imam delle scuole giuridiche: hanafita, malikita, shafiita, shafiita e hanbalita. Questo perché era abitudine costante del Maulana studiare sempre le opere delle fonti originarie per accertare la verità o la falsità di una questione. Sul suo tavolo erano sparsi vari tafsir, hadith, opere fondamentali di fiqh, libri sulla Sira, sulla storia dell’Islam e altri testi. Prima di mettere per iscritto qualcosa in Tafhimul Qur’an, annotava su fogli separati le informazioni necessarie tratte da queste opere. A volte trascorrevano giorni e giorni, settimane e settimane, nel meticoloso esame e nella ricerca su argomenti specifici.
Una caratteristica di Tafhimul Qur’an è che il Maulana, tenendo presenti la mentalità e la sensibilità moderne, spiegò vari argomenti nelle sue note. Senza introdurre teorie complesse di lessicografia araba, grammatica e logica, presentò in un linguaggio semplice e chiaro le soluzioni ai problemi dell’epoca moderna. Gettò una luce illuminante su tutti i dubbi, le perplessità e le domande che possono sorgere nella mente del lettore durante la lettura del Qur’an.
Un’altra caratteristica notevole di Tafhimul Qur’an è che all’inizio di ogni sura è stata inserita una presentazione, un’introduzione o un preambolo. Vi vengono esposti fin dall’inizio, in modo completo, il tema centrale della sura, il suo contesto storico, lo shan al-nuzul e l’ambiente e le circostanze sociali, politiche e culturali nei quali essa fu presentata. Di conseguenza, il contenuto della sura, insieme al suo significato intrinseco, si chiarisce in anticipo nella mente del lettore. Questo è un metodo originale per comprendere il Qur’an, che il Maulana ha posto davanti al lettore.
Un altro aspetto degno di nota del Tafhim al-Qur’an è che, attraverso di esso, il Maulana ha compiuto un’opera encomiabile sulla nobile Sira del Profeta Mustafa (s.a.s.). Presentando la vera identità del Profeta Mustafa (s.a.s.), custode e portatore del Sacro Corano, ha suscitato nel lettore un amore e un affetto profondissimi verso di lui. Dividendo la vita meccana e medinese del nobile Profeta in fasi distinte, ha chiarito i diversi aspetti della Sira del Profeta. Presentando a ogni passo prove inconfutabili della profezia, ha fatto nascere nel lettore una ferma convinzione riguardo alla missione profetica. In seguito, il lettore può percepire chiaramente che la rivelazione, i profeti e messaggeri, il Libro e la Sunna sono intimamente interconnessi. Sebbene nelle note del Tafhim al-Qur’an la Sira sia discussa in modo completo, il Maulana desiderava comporre un’opera separata su questo argomento. Per l’immensa benevolenza di Allah l’Altissimo, ha portato a compimento anche questa grande opera. Questo libro, Sira Sarwar-e Alam, è stato pubblicato in diversi volumi.
Tra le opere letterarie rivoluzionarie del Maulana, il posto d’onore spetta al suo Tafhim al-Qur’an e all’opera che costituisce la pietra angolare della sua attività letteraria, Al-Jihad fi al-Islam. Per la futura umanità, questa è la pietra angolare della sua attività letteraria, Al-Jihad fi al-Islam. Si può affermare senza esitazione che essa rappresenta il suo più grande contributo.
Sono state avviate, in modo frammentario sia nel Paese sia all’estero, attività di ricerca sul Tafhim al-Qur’an e sulle opere del Maulana. Tuttavia, affinché il Tafhim produca benefici duraturi per le generazioni future, è necessario istituire a livello statale un’accademia di ricerca o un centro di studi di alto livello. Confido che anche Allah renderà agevole il cammino per realizzare quest’opera.
I quattro termini fondamentali del Corano
Questo libro apre al lettore le porte della mente affinché possa comprendere correttamente il Corano. Per questo la sua importanza è inestimabile. In quest’opera il Maulana ha fatto piena luce su quattro termini: Ilah, Rabb, Ibadah e Din. Se la concezione del lettore riguardo a questi quattro argomenti non è chiara, non sarà assolutamente possibile comprendere il Corano. Se il lettore ritiene che Ilah significhi una divinità adorata, Din una religione, Rabb colui che provvede al sostentamento e Ibadah l’elogio, la lode e il culto cerimoniale, gli sarà del tutto impossibile cogliere il messaggio essenziale del Corano. Per questo motivo il Maulana ha ritenuto indispensabile fornire una corretta spiegazione di questo quartetto di termini e ha composto quest’opera.
Naturalmente, non è che nel Tafhim al-Qur’an non sia stata fornita, nel contesto, una spiegazione di questi quattro termini. Tuttavia, riconoscendone l’importanza, si è avvertita la necessità di comporre su di essi un’opera separata.
L’essenza della cultura islamica
Attualmente, tra i musulmani regnano confusione mentale e anarchia riguardo alla cultura islamica. Qualunque cosa i musulmani facciano, o abbiano fatto per tradizione ereditaria, viene definita cultura islamica o musulmana. Si ritiene che qualunque cosa faccia un musulmano sia islamica e debba godere dell’approvazione dell’Islam. Il tentativo di includere le belle arti e gli spettacoli musicali nella cultura islamica in nome dell’intrattenimento è il risultato dell’influenza della civiltà occidentale. Ora la questione è se l’Islam presenti al mondo determinati valori culturali e se disponga di principi fondamentali nell’ambito della cultura; che cosa si intenda per cultura; su quali fondamenta siano edificati la civiltà e la cultura islamiche; e se la fede nel Tawhid, nella Risalat e nell’Akhirah ammetta una determinata concezione culturale, oltre a tutte le altre questioni connesse. Nell’opera sopra menzionata sono state esposte in dettaglio tutte queste tematiche, insieme alle loro corrette soluzioni e ai relativi principi. Non vi è dubbio che questo libro fungerà da guida per le persone di buon gusto impegnate nel servizio della cultura.
Al-Jihad fi al-Islam
L’argomento è stato trattato già all’inizio del libro.
Il movimento della rinascita islamica
L’Islam è una filosofia di vita dinamica che il Creatore dell’universo ha inviato all’umanità affinché l’uomo conduca tutta la propria vita secondo tale filosofia. La piena realizzazione di questa filosofia di vita ebbe luogo durante la vita dell’ultimo Profeta, Muhammad Mustafa (pace e benedizioni su di lui). Anche nell’epoca del Califfato ben guidato essa rimase intatta, incontaminata e pura. In seguito, però, quando il califfato si trasformò in monarchia, l’ignoranza preislamica cominciò a infiltrarsi gradualmente nell’Islam. Di conseguenza, per la gente comune divenne un problema difficile stabilire che cosa, tra tutto ciò, fosse Islam e che cosa fosse ignoranza preislamica. Per liberare l’Islam dalle scorie dell’ignoranza preislamica e ritrovarlo nella sua forma pura e autentica, è necessario un riformatore, chiamato nella terminologia islamica «mujaddid». Ogni volta che la nazione musulmana ha avvertito la necessità di liberare l’Islam dalle impurità, nella storia dell’Islam è comparso un mujaddid.
In quest’opera, trattando il conflitto ideologico tra Islam e ignoranza preislamica, il Maulana ha analizzato quattro concezioni della vita e ha dimostrato che soltanto l’Islam è la concezione accettabile per l’umanità. Ha poi fornito la definizione di mujaddid, illustrato la differenza fondamentale tra un mujaddid e un profeta, e descritto l’Imam Mahdi e altri argomenti. Infine ha trattato alcuni dei più grandi mujaddid della nazione musulmana e le loro attività.
Il conflitto tra l’Islam e la civiltà occidentale
Dopo l’espansione del dominio politico britannico nel subcontinente indiano, i musulmani non furono soltanto privati del potere governativo; la civiltà moderna distrusse persino la loro fiducia in se stessi, la loro serenità mentale, la loro fede e il loro credo. In seguito, i musulmani cominciarono a pentirsi di tutte le cose davanti alle quali la civiltà occidentale aveva aggrottato le sopracciglia con disprezzo, e iniziarono ad abbandonarle. Che si trattasse del loro abbigliamento, dei loro modi di comportarsi, della loro lingua oppure della loro fede e del loro credo. In altre parole, cominciarono ad abbandonare una dopo l’altra tutte le cose indesiderate agli occhi dell’Occidente. Alla fine, una parte dei musulmani si spinse a tal punto da considerare degna di fede, come la rivelazione, ogni cosa importata dall’Europa, mentre la vera «rivelazione» divenne ai loro occhi oggetto di dubbio. Affascinati e attratti dalle nuove scoperte scientifiche, cominciarono a darne svariate interpretazioni arbitrarie. Una nazione soggiogata da questo genere di schiavitù mentale finisce poi per scavarsi con le proprie mani la fossa. Pur essendo nato in seno a questa nazione, il Maulana criticò aspramente tale schiavitù mentale e, attraverso la sua penna affilata, cercò di salvare i musulmani da questa via verso il suicidio.
Nella sua suddetta opera, il Maulana ha fatto luce sulla schiavitù mentale e sulle sue cause, sul declino della civiltà islamica, sulle malattie della civiltà moderna, sulle vuote parole dei progressisti e su altri temi, offrendo un’interessante trattazione dei rimedi alle malattie della civiltà moderna. Attraverso quest’opera ha risvegliato la coscienza di sé in una nazione che aveva dimenticato se stessa.
Conoscere l’Islam
Questo libro è molto importante e proficuo per acquisire una conoscenza di base dell’Islam. Grazie ad esso, il lettore può comprendere il vero significato e l’essenza dell’Islam. Con il suo linguaggio semplice, chiaro e toccante, il Maulana discute dettagliatamente in questo libro dell’Islam, dell’iman, della profezia, del din e della sharia, nonché delle norme e dei precetti della sharia.
Gli insegnamenti fondamentali dell’Islam
(Serie Khutbat o Haqiqat)
In questo libro vengono illustrati dettagliatamente l’essenza dell’iman, dell’Islam, della preghiera e del digiuno, della zakat, dell’hajj e del jihad. Il linguaggio è semplice e comprensibile a tutti. Il libro è una raccolta delle conferenze che egli tenne in successione nelle khutba del venerdì su questi argomenti.
Il sistema di vita islamico
In questo libro vengono messe in luce le norme e i sistemi politici, economici, sociali, spirituali ed etici dell’Islam. Subito dopo la fondazione del Pakistan, le successive conferenze radiofoniche che il Maulana tenne su questi argomenti furono raccolte e pubblicate in forma di libro. Il libro testimonia che l’Islam è un sistema di vita completo per l’intera umanità.
Il velo e l’Islam
Quest’opera è uno dei più importanti contributi letterari del Maulana. In essa, uno dei più eminenti pensatori islamici del mondo, il Maulana Sayyid Abul A‘la Mawdudi, affronta con fermezza uno dei temi più controversi dell’epoca moderna. Già all’inizio dell’opera, discutendo i problemi fondamentali della società umana, egli afferma:
«I problemi più importanti e più complessi della civiltà umana sono due. Il progresso e il benessere complessivo dell’umanità dipendono dalla loro corretta soluzione. Per questo, per trovarne la soluzione, gli intellettuali e gli eruditi pensatori del mondo sono perplessi e preoccupati.
Il primo problema riguarda il modo in cui debbano essere stabilite le relazioni tra uomini e donne nella vita sociale. In realtà, questa è la pietra angolare della civiltà; se vi fosse anche solo la possibilità di una deviazione, il palazzo della civiltà che verrebbe edificato su di essa sarebbe inevitabilmente distorto.
Il secondo problema riguarda le relazioni individuali e collettive dell’umanità. Se, nel conciliare questi due aspetti, rimanesse anche la minima incoerenza, l’umanità dovrebbe sopportarne l’amarezza per lungo tempo». In seguito, il Maulana ha tracciato un quadro estremamente doloroso degli ordinamenti sociali dell’antica Grecia, di Roma e dei paesi dell’Europa cristiana. Nel descrivere l’idea di libertà del XVIII secolo, ha presentato, come conseguenze inevitabili, esempi storici di anarchia sessuale (Sexual Anarchy), malattie veneree contagiose, dissolutezza e oscenità. Sulla base di dati storici, è stato dimostrato come la società occidentale, avendo fallito nell’individuare il giusto posto dell’uomo e della donna nella società, si stia rapidamente dirigendo verso il suicidio nazionale. Dopo aver fornito un’analisi filosofica, naturale, scientifica e psicologica dei rapporti tra uomini e donne nella società, viene offerta una descrizione dettagliata dell’ordinamento sociale islamico quale soluzione corretta e duratura. L’opera ha suscitato un enorme fermento nel mondo del pensiero.
Oltre alle opere sopra menzionate, sono di grande importanza anche altre sue opere, quali «Il movimento per l’indipendenza dell’India e i musulmani», «Lo Stato islamico», «Ismamic Law and Constitution», «L’Islam e il controllo delle nascite», «Il califfato e la monarchia», e molte altre. Inoltre, più di cinquanta altri libri e opuscoli del Maulana sono diffusi in tutto il mondo e, finora, la maggior parte delle sue opere è stata tradotta in circa quaranta lingue del mondo.
L’influenza del Maulana e della sua letteratura negli altri paesi
India
Tra i paesi al di fuori del Pakistan nei quali il messaggio e la missione del Maulana Mawdudi hanno esercitato la loro influenza, l’India è particolarmente degna di nota. Il Maulana iniziò la sua opera proprio nell’India indivisa e, dopo la Partizione, le persone influenzate dal suo pensiero e dal suo programma continuano a operare attraverso l’organizzazione indiana Jamaat-e-Islami. Attualmente lavorano sulla base del seguente programma articolato in quattro punti:
* Abolizione dei conflitti comunitari.
* Riforma della società musulmana secondo i principi islamici e ampia diffusione e propagazione della conoscenza religiosa al suo interno.
* Influenzare la classe colta e dotata, svilupparne i talenti e impiegarla in attività costruttive. In particolare, arginare con argomentazioni e prove scientifiche la potente corrente dell’ateismo, del comunitarismo, del socialismo e del comunismo.
* Acquisire la capacità di scrivere articoli e tenere discorsi in hindi e nelle altre lingue regionali, affinché in queste lingue si possa diffondere il nobile messaggio dell’Islam.
Il loro lavoro procede su vasta scala ed è estremamente promettente.
Ceylon
I musulmani istruiti di Ceylon, in particolare gli studiosi e gli studenti, influenzati dalla letteratura di Maulana Mawdudi e dal movimento islamico, operano attraverso l’organizzazione MUSLIM BROTHERHOOD MOVEMENT. Diffondono i propri ideali mediante riunioni settimanali e due periodici. Anche la classe imprenditoriale locale nutre un particolare interesse per questa attività. Hanno tradotto in singalese diverse opere del Maulana. Attualmente questa organizzazione opera con il nome di Jamaat-e-Islami di Ceylon.
America
Negli ultimi anni, gli scritti del Maulana vengono letti con grande apprezzamento in America. L’organizzazione dei musulmani di Filadelfia chiamata «Lega musulmana» invia regolarmente richieste degli scritti del Maulana. Anche da altri luoghi vengono inviati ordini per le opere del Maulana.
È particolarmente degno di nota il fatto che presso la McGill University, in Canada, sia in corso una ricerca sistematica sul pensiero e sulla visione del mondo del Maulana Mawdudi. Questo lavoro è svolto dal professor Charles J. Adams. La Fondazione Rockefeller gli ha assegnato un’indennità di seimila dollari per questo lavoro.
Questo lavoro è condotto nell’ambito dell’Istituto di Studi Islamici dell’università. Sotto l’egida di questo istituto si stanno svolgendo ricerche sulla visione politica del Maulana Mawdudi, sull’organizzazione e sul programma della Jamaat-e-Islami.
Il professor Adams soggiornò per due anni in Pakistan e incontrò il Maulana e i suoi collaboratori. Studiò anche sistematicamente la lingua urdu.
Per la sua ricerca sono state raccolte tutte le opere del Maulana e tutti i fascicoli di Tarjuman al-Qur’an.
Qualche tempo fa, il dottor Adams inviò la seguente lettera al periodico «Voice of Islam» di Karachi.
«L’anno scorso un’istituzione americana mi chiese di scrivere un articolo. L’istituzione è interessata a stabilire rapporti e relazioni tra le diverse religioni. Comunque, nel mio articolo trattai ampiamente del Maulana Mawdudi. All’assemblea in cui lessi il mio articolo era presente un rappresentante della Fondazione Rockefeller. Dopo la lettura dell’articolo, egli mi incontrò e mi chiese di svolgere una ricerca sul pensiero politico del Maulana Mawdudi. Ora scriverò, nell’arco di un anno, un libro sul Maulana Mawdudi. In esso discuterò in modo particolare il suo pensiero sulla formazione di uno Stato islamico.»
Il quotidiano della McGill University, «McGill Daily», pubblicò il seguente commento:
«Nel mondo moderno, Maulana Mawdudi è uno dei tre o quattro pensatori che hanno cercato di fondare uno Stato moderno alla luce della prospettiva tradizionale dell’Islam. Da questo punto di vista, la vita di Maulana è di estrema importanza.
Influenzato dagli scritti di Maulana, nel 1971 un giovane neo-musulmano altamente istruito fondò, sul modello della Jamaat-e-Islami del Pakistan, un partito islamico chiamato The Islamic party of Narth America. L’attività del partito è assai promettente. Il partito ha due assemblee: la prima è il Central Cuidance Council (Majlis-e-Shura centrale) e la seconda il General Council (Assemblea generale). A nome del partito vengono pubblicati regolarmente due periodici: il mensile Al-Islam (in inglese), quale organo dell’Islam, e il quindicinale New trend.
Il fondatore e attuale presidente di questo partito, Yusuf Muzaffaruddin Hamid, afferma: «Per comprendere la forza vitale della rivoluzione islamica, è assolutamente necessario studiare insieme il Tafhim al-Qur’an del maestro Maulana Mawdudi e Fi Zilal al-Qur’an del martire Sayyid Qutb.»
È superfluo dire che gli scritti di Maulana hanno trascinato Yusuf Muzaffaruddin lungo una via assai ardua del movimento islamico. Egli dice:
«Abbiamo organizzato la nostra Jamaat secondo un metodo scientifico. Il partito dispone di vari dipartimenti, quali quello dell’istruzione, della politica, degli affari esteri, delle pubblicazioni letterarie e così via. In ogni dipartimento, persone istruite responsabili e lavoratori dal cuore dedito sono incaricati di svolgere i propri compiti disinteressatamente. Attribuiamo grande importanza anche alla formazione dei lavoratori e all’istruzione delle future generazioni. È stata istituita un’organizzazione speciale per l’istruzione dei ragazzi e delle ragazze. Abbiamo inoltre predisposto un sistema affinché, insieme al programma di studi ordinario, si possa acquisire una corretta conoscenza della religione islamica. Operiamo in ventidue Stati d’America.»
È degno di nota che, nel 1969, Yusuf Muzaffaruddin si recò in Pakistan e trascorse una settimana come ospite di Maulana, in sua compagnia. Per diversi giorni ebbe con Maulana lunghe conversazioni e discussioni, e Maulana rispose in modo soddisfacente alle sue varie domande. Le opere di Maulana, lo statuto, i metodi operativi e l’organizzazione della Jamaat-e-Islami lo impressionarono a tal punto che espresse il desiderio di diventare membro della Jamaat. Poiché tuttavia l’adesione era vietata ai cittadini stranieri, tornò nel suo Paese e nel 1971 fondò il suddetto partito islamico.
Inghilterra
Da varie località dell’Inghilterra arrivano ordini per gli scritti di Maulana. Essi sono molto richiesti tra gli studenti musulmani. Questi sottopongono a Maulana diversi complessi quesiti religiosi. Gli inviano inoltre le loro richieste di soluzione per le difficoltà che incontrano durante il soggiorno a Londra.
Dopo aver letto i libri del Maulana, alcuni musulmani residenti a Londra, ispirati e incoraggiati dall’ideale islamico, hanno recentemente istituito in quel Paese un’organizzazione per la predicazione dell’Islam, denominata «UK Islamic Mission». I musulmani emigrati a Londra desiderano ardentemente vedere una volta il Maulana tra loro. A tale scopo lo hanno invitato a Londra, ma la loro speranza non si è realizzata. A causa di varie difficoltà, non è stato possibile trovare il tempo per questo viaggio del Maulana.
Negli anni Settanta, ispirati dal pensiero del Maulana, i musulmani di lingua bengalese di Londra hanno fondato un’organizzazione denominata «Dawatul Islam» e stanno lavorando alla diffusione della da‘wa islamica. Sono state istituite filiali di Dawatul Islam anche in diverse città.
L’organizzazione svolge inoltre il lodevole compito di provvedere all’educazione islamica dei figli dei bengalesi istituendo scuole elementari in diverse città.
Nella città di Leicester è stato istituito un centro di ricerca islamica denominato «Islamic Foundation», incentrato sulla letteratura e sul pensiero del Maulana. Pensatori islamici e studiosi di ricerca provenienti da diversi Paesi portano avanti con grande impegno il loro lavoro attraverso l’Islamic Foundation.
Germania
Anche in Germania si avverte chiaramente l’influenza del messaggio e della missione del Maulana Maududi. Il signor Eric Abdur Rahman Rusler, vicepresidente della comunità islamica di Amburgo, entrò in contatto con il Maulana e gli chiese di inviargli i suoi libri.
Gli comunicò che la gente del luogo soffriva allora di quattro tipi di malattie: inquietudine mentale, completa disperazione, terrore ed estrema confusione nel mondo del pensiero.
Il Maulana gli inviò tutti i suoi libri tradotti in inglese. Grazie agli sforzi del signor Abdur Rahman, oggi in Germania si svolge un’intensa attività di da‘wa islamica.
Anche dal Centro Islamico fondato a Ginevra si svolge l’attività di divulgazione islamica, e anche lì sono stati tradotti i libri del Maulana. Alcuni eminenti intellettuali tedeschi neoconvertiti all’Islam hanno inoltre iniziato a tradurre le opere del Maulana.
Mauritius
Un collaboratore del Maulana risiede a Mauritius e porta avanti l’attività di da‘wa. Lì lavora come insegnante in una scuola, presta anche servizio come khatib in una moschea, tiene lezioni di Corano e hadith e dirige una rivista. I progressi della sua opera sono promettenti.
Corea civile
I giovani del luogo studiano con interesse le opere del Maulana.
Inoltre, in Birmania, Laos, Indie Occidentali, Guyana britannica, Sud America, Pretoria, Sudafrica, Kano, Nigeria, Marocco, Johannesburg e in altri luoghi, le opere del Maulana circolano ampiamente in urdu, arabo e inglese.
La Società Islamica di Pretoria ha ottenuto il permesso di tradurre in inglese le opere del Maulana.
Il governo di Mauritius ha designato alcuni libri del Maulana come testi scolastici nelle scuole poste sotto la sua amministrazione.
È già stato detto che nei Paesi arabi la letteratura del Maulana ha riscosso grande apprezzamento. Essi hanno progettato di tradurre la letteratura del Maulana in arabo, inglese e nelle altre lingue europee.
Giappone
Tra le nazioni non musulmane dell’Asia, il popolo giapponese manifesta un ardente desiderio di trovare rifugio sotto l’ombra rinfrescante dell’Islam. Guarda con odio all’imperialismo e al dominio americani. Non nutre la minima attrazione per il cristianesimo. Il fascino della religione shintoista si è ormai spezzato. Dal punto di vista materiale, gode di grande prosperità. Ma la sua condizione spirituale lo rende inquieto e tormentato. Finora, venticinquemila giapponesi hanno abbracciato l’Islam.
È superfluo dire che tutto ciò è frutto dell’influenza della letteratura del Maulana. Negli anni Sessanta, un membro di talento della Jamaat-e-Islami del Pakistan si recò in Giappone allo scopo di diffondere l’invito islamico. Grazie ai suoi sforzi, a Tokyo fu fondato un Centro islamico. Ebbero così inizio il lavoro di da‘wa e la traduzione della letteratura del Maulana in giapponese. Il risveglio e il fervore islamici che oggi si manifestano tra il popolo giapponese sono il risultato della letteratura toccante del Maulana e degli sforzi del Centro islamico. È in corso anche la traduzione in giapponese del Tafhim al-Qur’an del Maulana. Un pakistano di nome Husain Khan è il direttore di questo Centro.
Sudan
In Sudan, da tre decenni, si svolge una lotta incessante tra l’Islam e il kufr, tra la verità e la falsità. Il movimento islamico del Paese, attraverso vari scontri e alterne fasi di ascesa e declino, continua a sopravvivere come una forza significativa.
Nel 1950, gli studenti dell’Università di Khartoum in Sudan furono i primi a lanciarsi nel movimento comunista, e la maggior parte dei docenti vi aderì. Ma gli Ikhwan al-Muslimun e gli scritti del Maulana suscitarono negli studenti una nuova coscienza e formarono un fronte potente contro il comunismo. Nel 1956 il Sudan ottenne l’indipendenza e, con la diffusione del movimento islamico in tutto il Paese, il popolo cominciò a reclamare a gran voce una costituzione islamica. Nel 1967, proprio alla vigilia dell’approvazione della costituzione islamica, nel Paese ebbe luogo, a causa di una cospirazione straniera, un colpo di Stato militare e l’influenza della Russia cominciò a estendersi ovunque. Ebbe inizio la persecuzione e la repressione dei leader e degli attivisti del movimento islamico.
Ciononostante, non fu possibile cancellare l’influenza del movimento islamico dalla mente e dal cuore del popolo. Il dott. Hasan Turabi, uno dei leader del movimento, è stato liberato dopo aver trascorso molti anni in carcere, e il movimento islamico sta diventando progressivamente più forte. [In Sudan è ora instaurato un governo islamico. Là hanno cominciato gradualmente ad applicare la legge della sharia. I giovani sono pronti a dare la vita per l’Islam.-L’autore]
Maulana Mawdudi è il promotore di una missione internazionale. Il suo programma si estende dalla riforma e dal miglioramento dell’individuo fino allo Stato, e dallo Stato alla riforma, alla liberazione e al benessere dell’intera umanità. Perciò il suo messaggio elevato è internazionale e universale.
Rispetto a tutti i sistemi vigenti nella società umana del mondo moderno, Maulana Mawdudi ha presentato l’Islam come un sistema di vita completo. Ha inoltre dimostrato che l’Islam è superiore a qualsiasi altro sistema. Il suo pensiero sta esercitando una notevole influenza anche in molti Paesi non musulmani del mondo. Per questo, in tali Paesi sono iniziate le traduzioni delle sue opere. Persone riflessive hanno altresì avviato approfondite ricerche al riguardo.
In secondo luogo, per edificare il sistema statale sui principi dell’Islam, ha delineato un quadro completo della costituzione islamica. La sua preziosa opera «Ismamic Law and Constitution» ha ricevuto grandi elogi da parte degli ambienti colti sia del Paese sia dell’estero. In Pakistan ha condotto per otto anni un movimento popolare per una costituzione islamica completa e ha fatto luce su numerose questioni complesse e dettagliate. Ha fornito risposte soddisfacenti a molte accuse e a infondati dubbi, timori e paure. Di conseguenza, nell’opinione pubblica, l’espressione «costituzione islamica» è venuta a indicare un sistema fondato sul Corano e sulla Sunna. L’eco del movimento per la costituzione islamica si ode anche in altri Paesi musulmani, dove si sta cercando di instaurarla. Tra i sapienti musulmani oggi considerati esperti di legge e norme islamiche, Maulana Sayyid Abul A’la Mawdudi occupa il posto più eminente.
La sua personalità è oggi internazionale. È soprattutto uno dei massimi pensatori del mondo islamico. Il breve resoconto del suo viaggio in Medio Oriente riportato sopra dimostra chiaramente che egli porta la luce della speranza nel mondo islamico e che il suo pensiero moderno costituisce una grande ricchezza per il mondo musulmano.
Maulana Mawdudi e il Tasawwuf
Nel nostro Paese vi sono ancora diverse persone che criticano e avversano Maulana Mawdudi sostenendo che egli sia contrario al Tasawwuf.
Tra costoro, alcuni, nutrendo verso Maulana un’inutile ostilità, vogliono colpirlo con l’arma della suddetta critica, mentre altri lo affermano per pura ignoranza.
Maulana Mawdudi ha dedicato tutta la sua vita alla lotta per l’Iqamat-e-Din. Non vi è fine alle persecuzioni e alle oppressioni che ha dovuto subire su questa via. Ciononostante, non si è mai inchinato davanti al falso, neppure per un istante. Tra coloro che si oppongono a Maulana accusandolo di essere contrario al Tasawwuf, non si è mai riscontrato un atteggiamento combattivo nella lotta per l’Iqamat-e-Din. Al contrario, ostentando lo sfarzo della relazione pir-murid, hanno stretto alleanza proprio con le forze del falso. Molti di loro, da un lato, si presentano come maestri nell’iniziazione al «Tasawwuf, Ma’rifat» o all’«Ilm-e-Batin», mentre dall’altro operano come sostenitori e militanti di partiti politici i cui sforzi e le cui attività sono interamente rivolti contro l’Islam. Non ritengono ciò biasimevole perché, secondo loro, la politica e l’Islam sono due cose separate. Da ciò si comprende che la loro concezione fondamentale dell’Islam è errata. Un musulmano deve seguire in ogni momento e in ogni ambito della sua vita esclusivamente il comando di Allah. Non può neppure concepire di obbedire al comando di un solo Dio entro le quattro pareti della moschea e, in politica, negli affari e nel commercio, nelle arti e nell’industria, di obbedire al comando di un altro dio.
Il Pir dei pir, Hazrat Abd al-Qadir Jilani (r.a.), ha detto: il tasawwuf deriva dalla parola «musafat» *******************. Il suo significato è liberare la mente e l’intelletto da tutte le dottrine, correnti di pensiero e concezioni contrarie all’Islam. Purificare se stessi dall’amore e dall’affetto, dalla paura e dal timore, dalla schiavitù e dall’obbedienza verso tutto ciò che non sia Allah. Anche preservare se stessi dall’adorazione delle passioni, dall’odio e dall’inimicizia, dall’avidità e dalle brame mondane, dalla maldicenza e dal parlare degli altri, dall’orgoglio e dall’arroganza è uno degli scopi del tasawwuf. I grandi critici dovrebbero riflettere su quanto siano riusciti a elevarsi al di sopra di tutto ciò.
Maulana Mawdudi ha formulato le seguenti affermazioni chiare riguardo al tasawwuf: il tasawwuf non è il nome di una sola cosa. Piuttosto, con questo nome sono state designate diverse cose o questioni. Il tasawwuf che noi accettiamo è una cosa, mentre quello che non accettiamo è una seconda cosa. E il tasawwuf che desideriamo riformare e correggere è ancora una terza cosa.
Un tipo di tasawwuf è quello che si trovava nei sufi della prima epoca dell’Islam, come Fudayl ibn Iyad, Ibrahim ibn Adham, Maruf al-Karkhi (r.a.) e altri. Esso non aveva una filosofia distinta né un metodo d’azione distinto. Il loro pensiero e le loro opere erano tali da avere origine nel Corano e nella Sunna, e il loro scopo e obiettivo erano proprio quelli dell’Islam: la sincerità e la devozione assoluta verso Allah.
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È stato loro ordinato soltanto di servire Allah e di rimanere devoti alla religione, distogliendosi da ogni altra direzione. — (al-Bayyina, 5)
Noi riconosciamo la veridicità di questo tasawwuf. Non solo: desideriamo ravvivarlo e diffonderlo.
Il secondo tipo di tasawwuf è quello in cui si sono mescolati il misticismo greco, la dottrina di Platone priva di ogni traccia di desiderio sensuale, lo zoroastrismo e la filosofia vedantica. In esso sono stati incorporati i metodi dei sacerdoti cristiani e degli asceti indù. Vi si sono infiltrate concezioni e pratiche politeistiche. La sharia, la tariqa e la ma‘rifa sono diventate separate l’una dall’altra. Invece di preparare l’essere umano ad assumere nel mondo la responsabilità di vicario di Allah, lo si prepara a compiti del tutto diversi. Noi desideriamo confutare questo tasawwuf. Secondo noi, per instaurare la religione di Dio, estirpare questo tasawwuf è necessario quanto estirpare l’ignoranza moderna.
Oltre a questi due tipi di tasawwuf, ne esiste un altro nel quale, a quanto risulta, si sono mescolate le caratteristiche del primo e del secondo tipo. Diversi illustri sapienti della religione, che erano eruditi e le cui intenzioni erano sincere, hanno messo per iscritto il metodo di questo tasawwuf. Tuttavia, non erano liberi dalle caratteristiche del loro tempo né dall’influenza delle epoche passate. Si sono impegnati pienamente a comprendere il corretto tasawwuf dell’Islam e a purificare il suo metodo pratico dalle impurità del tasawwuf jahilita. Ciononostante, nel loro punto di vista rimaneva una certa influenza della filosofia del tasawwuf jahilita e nei loro metodi operativi una certa influenza di metodi estranei. Essi ritenevano che tali elementi non fossero contrari agli insegnamenti del Corano e della Sunna. Oppure, quantomeno, pensavano che non potessero essere considerati contrari mediante l’interpretazione e l’analisi. Inoltre, lo scopo e l’esito di questo tasawwuf differiscono, in misura maggiore o minore, dallo scopo dell’Islam e dall’esito da esso auspicato. Il suo scopo non è chiaramente preparare ogni persona ad adempiere alla propria responsabilità morale, né il Corano ****************
Significa: «affinché siate testimoni per gli uomini» (al-Baqara, 143). Il suo scopo non è neppure insegnare ciò che viene indicato da queste parole. Anzi, nemmeno questo tasawwuf ha potuto produrre persone capaci di comprendere pienamente la religione, ansiose di impegnarsi nell’istituzione della religione e idonee a svolgere questo compito. Non accettiamo integralmente questo terzo tipo di tasawwuf, ma neppure desideriamo confutarlo completamente. Piuttosto, rivolgiamo ai suoi seguaci e sostenitori la richiesta di esaminare criticamente questo tasawwuf alla luce del Corano e della Sunna, cercando di correggerlo, pur mantenendo intatta la fede e il rispetto per le grandi personalità. Inoltre, se qualcuno critica un aspetto di questo tasawwuf ritenendolo contrario al Corano e alla Sunna, che si accetti o meno la sua opinione, non gli si neghi almeno il diritto di critica né lo si rimproveri ingiustamente.
Il Maulana era contrario al tasawwuf?
A questo proposito parlò il rinomato scrittore e giornalista Abed Nizami. Egli disse:
Era il 1950. Il Maulana Sayyid Abul A‘la Mawdudi teneva allora ogni domenica, dalle nove del mattino, una lezione sul Corano in una moschea dietro l’Hotel Lahore, sulla Fateh Muhammad Road. Vi si radunava molta gente. Avevo allora quindici o sedici anni. Il mio ambiente familiare era completamente influenzato dal tasawwuf. Sentivo dire che il Maulana Mawdudi era contrario al tasawwuf e ai sufi. Non avrei dovuto provare alcuna attrazione o simpatia per una persona simile.
Un giorno, non so spinto da cosa, partecipai alla sua lezione. Da casa avevo scritto su un pezzo di carta questa domanda e l’avevo portata con me: «La prego, mi dica perché è contrario al tasawwuf?»
Il pezzo di carta passò di mano in mano tra alcune persone e infine giunse al Maulana. Il Maulana rispose: «In realtà, è una grande calunnia nei miei confronti dire che sono contrario al tasawwuf. Nei miei vari articoli ho ripetuto più volte che per me il tasawwuf significa purificazione dell’anima e che esso è lo spirito, o forza vitale, della religione. Nel Sacro Corano ciò è chiamato “tazkiya” e “hikma”. Negli hadith è chiamato “ihsan”. Ora, come potrebbe un musulmano opporsi a qualcosa che è comprovato dal Corano e dagli hadith? Naturalmente, non sostengo affatto quel tasawwuf che non ha alcun rapporto con la sharia islamica. Anche i sufi dell’Islam si sono opposti a questo tipo di tasawwuf. In realtà, tasawwuf significa seguire l’“uswa-yi hasana” del Messaggero con intenzione pura e amore perfetto.»
Da questa risposta chiara del Maulana compresi che la sua spiegazione del tasawwuf, espressa in modo semplice e diretto, aveva esercitato una grande influenza sulla mia mente.
Da allora cominciai a partecipare alle sue lezioni. Partecipavo anche agli incontri che si tenevano dopo la preghiera dell’asr nel cortile adiacente alla sua casa, a 5/A Zaildar Park. Un giorno dissi al Maulana: «Maulana, ho sognato che mi dava da leggere il libro “Zabt-e Wiladat” (controllo delle nascite).»
Il Maulana disse: «Ha letto il libro?»
Risposi: «Sì, certamente.»
Il Maulana disse: «Allora, dopo il matrimonio, continui a metterlo in pratica.»
Nel sessantasette fui trasferito a Rawalpindi. Una sera andai al dispensario Hamdard, situato sulla Murree Road, portando con me un bambino malato di sei o sette mesi. Prima ancora di attraversare la strada e raggiungere il dispensario, vidi il Maulana uscire da Chandni Chowk dopo aver pregato il maghrib. Mi avvicinai e lo salutai. Mi disse: «Che succede? Che ci fa qui?» Risposi: «Maulana, sono stato trasferito qui. Il bambino è gravemente malato, perciò sono venuto a prendere delle medicine.»
Il Maulana accarezzò il bambino. Poi recitò qualcosa con grande affetto e gli soffiò addosso.
Scherzando un po’, dissi: «Maulana, si occupa anche di esorcismi e soffi?»
Il Maulana disse: «Sì, eccome. Sufi come lei mi fanno passare per “wahhabita” senza motivo.»
Comunque, da lì tornai direttamente a casa. Mia moglie disse: «Dov’è la medicina?» Le raccontai tutto l’accaduto. Ora, in sha’ Allah, guarirà senza medicine; ed è proprio ciò che accadde.
Da allora, il mio rapporto con il Maulana divenne sempre più profondo.
Un episodio degli anni Settanta: al 5/A di Jaildar Park si stava svolgendo l’incontro pomeridiano. Il Maulana stava rispondendo alla domanda di un uomo. In quel momento un giovane si presentò con un coltello affilato in mano, lo depose sul tavolo davanti al Maulana e cominciò a chiedergli perdono con voce supplichevole. Si venne a sapere che il giovane era venuto per uccidere il Maulana, dopo aver ascoltato a Lyallpur (l’attuale Faisalabad) un violento discorso istigatorio contro di lui pronunciato da un mullah. Tuttavia, vedendo il volto luminoso del Maulana e ascoltando la sua conversazione affascinante, ne rimase talmente conquistato che finì per insultare proprio quel mullah.
Tutti i presenti all’incontro erano sbalorditi e stupefatti. Il Maulana lo perdonò di buon grado. Il giovane lasciò l’incontro pentito e con il cuore cambiato.
Una volta qualcuno chiese: «Maulana, quando nel Giorno della Resurrezione starà davanti al Signore, quale atto meritorio presenterà in quella sede?»
Il Maulana rispose con voce tremante: «Un atto meritorio? No, no. Quel giorno resterò con il cuore rivolto alla speranza della Sua speciale misericordia. Se, nella Sua infinita misericordia, accetterà una mia opera, ciò sarà una Sua particolare benevolenza».
Un giorno, durante questo incontro pomeridiano, un giovane disse con grande agitazione: «Maulana! Alcune persone diffondono contro di lei calunnie tali da far venire i brividi. Alcuni mullah arrivano persino a calunniare i membri della sua famiglia dal minbar e dal mihrab delle moschee. Perché non intentate in tribunale una causa per diffamazione contro questa gente?»
Il Maulana rispose: «Stia tranquillo: ho già intentato contro di loro una causa presso un tribunale così elevato che non potranno in alcun modo sfuggirgli. Non è lontano il giorno in cui le loro preghiere e i loro digiuni finiranno a mio beneficio».
Riforma e perfezionamento spirituale
Maulana Maududi formula nel Tarjuman al-Qur’an il seguente commento sulla riforma spirituale:
«…. Comprendete bene che la riforma esteriore non deve in alcun modo prevalere sulla riforma e correzione spirituale. Anzitutto, sforzatevi di rendere voi stessi veri musulmani alla luce del Corano. In seguito, apportate cambiamenti esteriori soltanto nella misura in cui si realizzeranno cambiamenti interiori. Altrimenti, se, attenendovi semplicemente a regole e metodi, date forma all’aspetto esteriore che nei libri di hadith e di fiqh è presentato come l’immagine esterna di una persona muttaqi, senza però aver sviluppato una vera taqwa, il vostro esempio sarà come quello di una moneta di rame sulla quale è stata impressa l’immagine di una moneta d’oro. Imprimere l’immagine di una moneta d’oro non è difficile. Potete farlo con estrema facilità su qualunque materiale a buon mercato, come desiderate. Ma fornire monete autentiche è difficile. Questo risultato si può ottenere soltanto dopo un lungo lavoro chimico. Purtroppo, nel nostro Paese da qualche tempo si attribuisce un’importanza straordinaria all’aspetto esteriore. Il risultato è che sono entrate in circolazione monete di rame, ferro, piombo e di ogni sorta di metalli inferiori, recanti l’immagine di una moneta d’oro. Il mercato del mondo pratico è così vigile nei suoi affari commerciali che l’inganno di queste monete false non durerà a lungo. Per qualche tempo sono circolate monete d’oro false, ma ora sul mercato non valgono neppure un centesimo. Pertanto, il tipo di devozione religiosa che dobbiamo sviluppare tra noi esige che, invece di applicare l’immagine di una moneta d’oro, cerchiamo di diventare monete d’oro autentiche.»
Invece di combattere nel mondo esterno contro i ribelli ad Allah, sottomettete il ribelle che dimora dentro di voi e che insiste continuamente affinché vi comportiate contro la legge di Allah e la Sua volontà. Se questo ribelle, allevato dentro di voi, esercita su di voi un’influenza tale da riuscire a farvi accettare le sue pretese contro il compiacimento di Allah, allora dichiarare guerra ai nemici esterni diventerà privo di senso. È proprio come se dentro casa ci fosse una bottiglia di vino, mentre la guerra infuriasse contro gli ubriaconi all’esterno. Questa contraddizione è estremamente grave per il nostro movimento. Anzitutto, inchinate il capo davanti ad Allah. Poi pretendete obbedienza dagli altri.»
Il rapporto con Allah
Tra gli insegnamenti che Maulana Maududi impartisce ai suoi collaboratori vi è il seguente consiglio riguardo all’instaurazione di un rapporto con Allah:
Secondo la descrizione contenuta nella Parola sacra riguardo al significato dell’instaurazione di un rapporto con Allah, si comprende che la vita, la morte, l’adorazione, la devozione, il sacrificio e ogni altra cosa dell’essere umano devono essere consacrati esclusivamente ad Allah.
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«Con totale dedizione, consacrerai ad Allah il tuo sistema di vita, ovvero la tua religione, e obbedirai esclusivamente a Lui.» – (Al-An‘am, 162)
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Hazrat Rasul Karim (s.a.s.) ha spiegato più volte questo argomento in modo così dettagliato che nulla riguardo al suo significato, alla sua portata e ad altri aspetti è rimasto oscuro.
Huzur Akram (s.a.s.) ha spiegato più volte questo argomento in modo così dettagliato che nulla riguardo al suo significato, alla sua portata e ad altri aspetti è rimasto oscuro.
Esaminando i detti di Huzur Akram (s.a.s.), si vede che il significato di stabilire un rapporto con Allah ************************************* è temere Allah in ogni azione, segreta o pubblica (al-hadith). Inoltre, significa confidare maggiormente nella grande potenza di Allah piuttosto che nei propri mezzi e nelle proprie risorse.
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e diventare invisi alla gente per compiacere Allah
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(al-hadith)
La condizione del tutto opposta consiste nel procurarsi il dispiacere di Allah Taʿālā per ottenere la soddisfazione della gente.
In seguito, quando questo legame e rapporto crescerà gradualmente fino a raggiungere una condizione in cui l’amicizia, l’inimicizia, le transazioni e ogni altra cosa con qualcuno saranno compiute esclusivamente per Allah, senza che vi sia neppure la minima influenza dei propri desideri, inclinazioni, interessi o avversioni, allora si dovrà comprendere che il rapporto con Allah è divenuto completo.
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Chi ama esclusivamente per Allah, nutre inimicizia esclusivamente per Allah, dà qualcosa a qualcuno esclusivamente per Allah e smette di dare qualcosa a qualcuno esclusivamente per Allah, ha perfezionato la propria fede. (Abū Dāwūd)
Il modo per determinare il rapporto con Allah Taʿālā
Maulana Maududi ha inoltre spiegato chiaramente, nelle sue parole di ammonimento, come si possa misurare il rapporto con Allah. Egli dice:
Come possiamo capire se il legame e il rapporto di Allah Taʿālā con noi stanno crescendo o diminuendo? Per rispondere a questa domanda, desidero dirvi che, per percepirlo, non c’è bisogno di ricevere in sogno una «buona novella», né di ricorrere al kashf e alle karāmāt. Non è necessario restare in una stanza buia aspettando di «ricevere l’illuminazione». Allah Taʿālā ha posto personalmente nel cuore di ogni credente i mezzi necessari per misurare questo legame e rapporto. Potete misurarlo e verificarlo da svegli, durante il giorno, ogni volta che volete. Esaminate la vostra vita, i vostri sforzi e ogni vostro pensiero, opinione e orientamento. Dopo aver sistemato i vostri conti, confrontateli con il patto che avete stretto con Allah e verificate fino a che punto lo avete rispettato. Per quanto riguarda gli affidamenti di Allah Taʿālā, il vostro diritto è soltanto quello di un depositario. Dovete quindi calcolare attentamente se non avete commesso alcuna forma di tradimento nei loro confronti. In quale misura il vostro tempo, il vostro lavoro, le vostre capacità, le vostre competenze, le vostre ricchezze e così via vengono impiegati secondo la legge di Allah Taʿālā? E in quale misura vengono invece impiegati per altre vie? Quanto vi irritate e vi adirate quando vengono colpiti i vostri interessi o il vostro atteggiamento? Osservate questa condizione: quando viene proclamata una ribellione contro Allah Taʿālā, quale intensità e quale forma assumono allora la vostra collera, la vostra sofferenza interiore e la vostra inquietudine? Potete inoltre rivolgere molte altre domande al vostro cuore e alla vostra coscienza. Sulla base delle risposte raccolte a queste domande, ogni giorno potrete comprendere se avete un rapporto e un legame con Allah Taʿālā oppure no; e, se lo avete, in quale misura, e se esso sta crescendo o diminuisce gradualmente. Astenetevi dal tentare di ricorrere a mezzi soprannaturali quali bashārat, kashf e karāmāt, anwār o tajalliyāt. In realtà, dimorando tra le ingannevoli varietà di questo mondo materiale, non esiste un kashf più grande della comprensione della vera realtà del tawḥīd. Di fronte alle tentazioni e alle intimidazioni di Satana e dei suoi seguaci, non c’è karāmat più grande che rimanere saldamente sulla retta via della verità. In una condizione immersa nelle fitte tenebre della miscredenza, della dissolutezza e dello smarrimento, vedere la luce della verità e scorgere una qualche «nūr» per illuminarla non è poi così significativo. Per i credenti, il mezzo migliore per ricevere la più grande buona novella consiste nell’accettare Allah Taʿālā come il proprio Signore e Sostentatore, rimanere saldamente fermi su questa dottrina e obbedire ai Suoi comandi.
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In verità, su coloro che hanno detto: «Allah è il nostro Signore», e poi sono rimasti saldi in questa dichiarazione, scendono gli angeli: «Non abbiate paura e non affliggetevi; ascoltate la buona novella del Paradiso che vi è stato promesso». (Ha-Mim as-Sajda-30)
Se ciò che è stato detto sopra non è il vero tasawwuf, allora che cos’altro si può chiamare tasawwuf? Maulana Mawdudi non si è limitato a rivolgere tutti questi consigli ai suoi collaboratori. Ha fatto riflettere nella propria vita ciascuno dei suoi preziosi insegnamenti.
I preziosi consigli di Maulana Mawdudi sulla riforma e il perfezionamento spirituale sono riportati nell’opera intitolata «Hedayat».
Il messaggio di Maulana Mawdudi
Il mio messaggio ai musulmani è che comprendano profondamente e adempiano la responsabilità loro imposta per il fatto di essere musulmani. Non sarete assolti dicendo soltanto: «Siamo musulmani, abbiamo accettato Allah e la Sua religione». Al contrario, quando avete accettato Allah come vostro Signore e la Sua religione come vostra religione, insieme a ciò sono sorte anche alcune responsabilità; dovete esserne consapevoli e dovete riflettere su come adempierle. Se non le adempirete, non potrete sfuggire alle loro terribili conseguenze né in questo mondo né nell’Aldilà. Quali sono queste responsabilità? Non consistono soltanto nel credere in Allah, nei Suoi angeli, nei Suoi Libri, nei profeti e nell’Aldilà. Non consistono neppure soltanto nel compiere la preghiera, osservare il digiuno, compiere il pellegrinaggio e versare la zakat. E non consistono nemmeno soltanto nel seguire le norme stabilite dall’Islam riguardo al matrimonio, al divorzio, all’eredità e ad altre questioni simili. Oltre a tutto ciò, avete una responsabilità enorme e importantissima. Dovete presentarvi davanti al mondo intero come testimoni della verità nella quale avete creduto. Nel Sacro Corano viene indicato come unico scopo della creazione di una comunità permanente chiamata musulmana il fatto che voi trasmettiate pienamente agli esseri umani la testimonianza della verità.
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«E così abbiamo fatto di voi una comunità mediana, affinché possiate essere testimoni della religione di Allah davanti agli uomini e affinché il Messaggero possa essere testimone della religione di Allah davanti a voi». (Al-Baqara-143)
Questo è il vero scopo della vostra permanenza come comunità. Se non lo adempirete, la vostra stessa vita sarà fallita. Questo è il fard stabilito da Allah per voi. Poiché il Suo comando—
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O credenti, diventate sostenitori di Dio e testimoni della verità.’ (An-Nisa-135)
Questo non è soltanto un ordine generale di Allah Onnipotente; al contrario, su di esso è stata posta particolare enfasi.
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«E chi può essere più ingiusto di colui che, avendo presso di sé una testimonianza da parte di Allah, la nasconde?’ (Al-Baqara-140)
Inoltre Allah Onnipotente vi ha fatto sapere anche quale potrebbe essere la conseguenza del mancato adempimento di questo dovere. Prima di voi, gli ebrei furono condotti al banco dei testimoni. Ma essi occultarono una parte della verità e testimoniarono contro un’altra parte della verità. In breve, rimasero testimoni della falsità invece che della verità. Il risultato fu che Allah li umiliò e li maledisse.
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‘Furono schiacciati dall’umiliazione e dalla povertà e divennero vittime del fuoco dell’ira di Allah.’ (Al-Baqara-61)
La responsabilità di rendere testimonianza che vi è stata affidata significa che dovete testimoniare davanti al mondo la verità giunta a voi e resa manifesta, nonché la veridicità della via indicata per il bene e la salvezza dell’umanità. Una testimonianza tale che la sua civiltà si manifesti chiaramente e che la fondatezza del din risulti pienamente provata davanti alla gente del mondo. Questa testimonianza può essere soltanto di due tipi: una fondamentale e l’altra pratica. Il metodo della testimonianza fondamentale consiste nel rendere manifesta, mediante i discorsi e gli scritti, la verità che ci è giunta attraverso i profeti (pace su di loro). Adotteremo ogni mezzo possibile per farla comprendere alla gente e radicarla nei loro cuori. Adotteremo ogni mezzo possibile nelle opere di tabligh, da‘wah e predicazione. Con l’aiuto di tutti gli strumenti che il sapere e la scienza hanno raccolto, renderemo luminosa davanti al mondo la dottrina del din stabilita da Allah. Analizzeremo nei dettagli tutto ciò che questo «din» ha presentato come guida per l’uomo nei vari ambiti: nel pensiero e nelle convinzioni, nella morale, nella civiltà e nell’ordinamento sociale, nel guadagno e nelle transazioni, nelle leggi e nell’amministrazione della giustizia, nella politica e nel governo dello Stato, nonché nelle diverse dimensioni delle relazioni internazionali. Ne dimostreremo la verità mediante argomenti, discussioni e prove, e criticheremo razionalmente tutto ciò che gli è contrario, spiegando quanto male vi sia contenuto. Questa testimonianza orale non potrà mai avere successo finché l’intera umma, collettivamente, non si sentirà impegnata a guidare l’umanità nel modo in cui i profeti si sentivano personalmente impegnati. Per renderla efficace, è necessario fare di questo compito il tema centrale di tutti i nostri sforzi e della nostra lotta nazionale. Dobbiamo dedicare a quest’opera tutte le forze della nostra mente e del nostro intelletto, nonché ogni mezzo a nostra disposizione. Tutte le nostre attività dovranno essere orientate verso questo obiettivo e non tollereremo in alcun modo che tra noi emerga qualcosa che renda testimonianza contro la verità.
Resta ora la testimonianza pratica. Ciò significa che dobbiamo attuare nella vita reale tutti gli ideali che abbiamo riconosciuto come veri. Il mondo non si limiterà ad ascoltare dalla nostra bocca grandi dichiarazioni sulla loro verità; deve invece poter vedere con i propri occhi la loro bellezza e la loro benedizione nella nostra vita concreta. Deve poter gustare, nel nostro comportamento e nei nostri rapporti, la dolcezza che la fede imprime al carattere umano. Deve poter vedere personalmente quali persone rette possono essere formate sotto la guida del din, quanto pura e limpida possa nascere una civiltà, con quale armonia possano fiorire il sapere, la scienza e le arti letterarie, quanto possano manifestarsi una cooperazione economica equa, solidale e condivisa, e come ogni aspetto della vita individuale e collettiva possa essere corretto, ordinato e reso benefico. Questa testimonianza può avere successo soltanto quando, individualmente e a livello nazionale, saremo diventati la testimonianza vivente della verità del nostro din. Il carattere di ciascuno di noi ne fornirà la prova; le nostre case saranno colme del suo profumo; i nostri negozi, le nostre officine e le nostre fabbriche saranno illuminati dalla sua luce. Le nostre istituzioni e i nostri istituti d’istruzione risplenderanno della sua luce. La letteratura e il giornalismo porteranno il certificato della sua bellezza. La nostra politica nazionale e tutti i nostri sforzi ne saranno un luminoso esempio di verità. In breve, ovunque e ogni volta che entreremo in contatto con una persona o con una nazione, il nostro carattere individuale e nazionale dovrà dimostrare chiaramente che gli ideali che proclamiamo veri sono realmente tali e che soltanto attraverso di essi la vita umana diventa pienamente bella, eccellente e progredita. Desidero inoltre dire che questa testimonianza può giungere a compimento soltanto quando uno Stato sarà fondato su questi ideali; questa testimonianza può giungere a compimento soltanto quando uno Stato sarà fondato su questi ideali. In seguito, tale Stato, attuando integralmente il din, adotterà un programma di riforma fondato sulla giustizia. Attraverso il buon funzionamento delle sue istituzioni, la pace e la sicurezza, il benessere e il progresso del popolo, la purezza e l’integrità dei governanti, una nobile politica interna, una politica estera giusta, guerre nobili e trattati affidabili, dimostrerà al mondo che il «din» da cui questo Stato è nato è veramente il simbolo del bene dell’umanità e che il bene dell’umanità risiede nella sua osservanza. Quando questa testimonianza si unirà a quella fondamentale e la responsabilità affidata alla nazione musulmana sarà compiuta, allora sarà conclusa la prova nei confronti dell’umanità e l’intera nazione musulmana avrà raggiunto una tale dignità da poter, nel tribunale dell’Aldilà, levarsi dopo il Profeta nobile (pace e benedizioni su di lui) e testimoniare: «Il messaggio che il Profeta (pace e benedizioni su di lui) ci aveva trasmesso, lo abbiamo trasmesso anche agli altri». Se, nonostante ciò, essi non avranno intrapreso la retta via, la responsabilità sarà loro.
Pertanto, il mio messaggio è esattamente quello che Allah fece giungere attraverso la bocca del Suo Profeta (pace e benedizioni su di lui):
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«Venite, adottiamo una parola comune tra noi e voi: che non adoreremo e non serviremo altri all’infuori di Allah, non assoceremo a Lui alcunché e nessuno di noi prenderà altri come signori all’infuori di Allah. (Āl ʿImrān, 64)
Siamo tutti servi di un unico Dio, seguaci di un unico Messaggero, credenti in un unico Libro, e la stessa qibla è il nostro centro e la meta fondamentale del nostro ritorno. Concordiamo dunque su questo: in questo mondo non serviremo nessuno all’infuori di Allah, non riconosceremo alcuna legge all’infuori della Sua legge e non permetteremo che in questo mondo prevalga alcun comando diverso dal Suo.
Il pensiero del Maulana Maududi sul sistema educativo
Nella nostra storia, in risposta alle esigenze del tempo, Sir Sayyid Ahmad apparve con un piano educativo. In seguito emersero anche i risultati positivi e negativi dei suoi obiettivi temporanei. Tuttavia, dopo la spartizione dell’India nel 1947, il Pakistan emerse come Stato indipendente. Di conseguenza, tutte le esigenze di quel piano per una nazione e uno Stato indipendenti sono venute meno. Esso non è più affatto adatto a una nazione indipendente.
Poco prima che questo subcontinente ottenesse l’indipendenza, si levò per la prima volta, dal punto di vista dell’Islam, un forte appello a una completa rivoluzione educativa. Era l’appello del Maulana Sayyid Abul A‘la Maududi. Non si trattava soltanto di un appello: attraverso numerosi articoli e discorsi, il Maulana Maududi ci ha lasciato inoltre un’ampia documentazione riguardante un piano educativo globale, un programma operativo concreto per attuarlo, i programmi di studio e altri temi analoghi.
Il Maulana ha scritto così tanto riguardo a un autentico sistema educativo islamico che qui non vi è spazio per discuterne. Tuttavia, se ne presenta qui brevemente la prospettiva centrale. Egli dice:
«Ora è diventato indispensabile abolire entrambi i due sistemi educativi contrapposti finora in vigore presso di noi. In altre parole, devono essere eliminati sia l’antico insegnamento religioso, istituito sotto il dominio degli inglesi, sia il sistema educativo moderno. Al posto di entrambi questi sistemi educativi è necessario un nuovo sistema educativo che, da un lato, sia libero da tutti gli errori e le deficienze del passato e, dall’altro, possa soddisfare tutte quelle esigenze che in questo momento sono indispensabili per noi in quanto nazione musulmana, nazione indipendente e nazione orientata allo sviluppo.»
Nel lanciare questo appello alla rivoluzione educativa, il Maulana ha descritto con chiarezza, in diversi suoi articoli, la struttura del sistema educativo islamico auspicato e i suoi principi fondamentali. Prima di esporre la politica educativa islamica, tuttavia, il Maulana ha presentato concezioni corrette e chiare sull’essere umano, sulla visione della vita dell’essere umano, sulla natura dell’universo e su altri temi analoghi; è proprio su tali concezioni chiare e corrette che possono essere poste le fondamenta del sistema educativo islamico. In seguito, nell’illustrare la filosofia dell’educazione, ha fornito la definizione autentica della conoscenza e spiegato la sua vera fonte.
Nel descrivere gli obiettivi dell’educazione, egli attribuisce la massima importanza alla formazione del carattere. Dice che lo scopo dell’educazione è la purificazione interiore. Se il carattere degli esseri umani non è nobile, nella società non può instaurarsi un giusto equilibrio. Poiché l’essere umano è il rappresentante di Dio, il modo migliore di ricoprire questa importante posizione consiste nel coltivare nel proprio carattere e nella propria condotta tutte quelle qualità di cui è il vero possessore il suo stesso Signore e Creatore, Allah, il Signore dei mondi. Il suo carattere deve necessariamente comprendere qualità quali affetto e tenerezza, benevolenza e generosità, giustizia e rettitudine, equità e altre simili virtù.
Nel suo libro Ta‘līmāt (Il sistema educativo: la prospettiva islamica), il Maulana dice: «Nel nostro sistema educativo si deve attribuire all’educazione morale un’importanza maggiore che alla formazione mentale.
Egli considera inoltre lo sviluppo delle capacità e dei talenti latenti uno degli obiettivi dell’educazione. Aggiunge che lo scopo primario dell’educazione è giungere alla vera conoscenza di Dio. In seguito, lo sviluppo delle sue capacità e dei suoi talenti dovrebbe essere tale da permettergli di essere considerato una risorsa benefica per la società.
Il Maulana dice che attraverso l’educazione si manifesta una determinata civiltà e cultura. Lo scopo dell’educazione non è soltanto mantenere viva la cultura, bensì trasmetterla alle generazioni future.
Egli dice: lo scopo del nostro sistema educativo dovrebbe essere quello di promuovere il progresso della vita sulla base della dottrina e dell’obiettivo secondo cui essa viene condotta. Le nazioni viventi istituiscono il proprio sistema educativo futuro proprio in vista di tale obiettivo.
Formazione alla leadership
Il Maulana dice che lo scopo dell’educazione è formare persone capaci di acquisire, nell’epoca moderna, l’idoneità a guidare correttamente il mondo secondo i principi fondamentali della religione della verità. In altre parole, uno degli scopi più importanti dell’educazione è formare cittadini eccellenti, affinché siano capaci di guidare il mondo. Una nazione il cui obiettivo è guidare il mondo organizza il proprio sistema educativo in modo da realizzare tale obiettivo.
Sono state avviate, in diversi ambienti, ricerche sulla politica educativa del Maulana Maududi. Il professor Muhammad Husain, dell’istituto «Educazione e ricerca» dell’Università del Punjab, ha scritto un lungo saggio intitolato «Il pensiero del Maulana sull’educazione», pubblicato in forma di libro dall’Istituto di ricerca e pubblicazioni di Lahore. Questo dotto saggio ha ricevuto grandi elogi da parte di esperti dell’educazione e di illustri estimatori della cultura.
Il Maulana sul sistema educativo del Pakistan
Anche diversi anni dopo essere divenuto uno Stato indipendente fondato su un’ideologia, il Pakistan conservava un sistema educativo esattamente uguale a quello dell’epoca della sottomissione sotto il dominio britannico. Non si fece alcun tentativo concreto di sostituire il sistema educativo elaborato dai governanti stranieri e di diversa origine con un sistema educativo fondato sull’ideologia del Pakistan. Sebbene l’intera nazione avesse compreso profondamente che, tra tutte le misure da adottare per dare forma concreta alle proprie speranze e aspirazioni, la massima importanza dovesse essere attribuita a un sistema educativo nazionale autonomo. I governanti, tuttavia, rimasero aggrappati ai ricordi lasciati dal padrone ormai partito. La struttura del sistema educativo rimase esattamente com’era; anzi, nel tentativo di riformarla in parte, la si rese ancora più fatiscente e del tutto contraria all’ideale nazionale.
Il 25 dicembre 1952, alla conferenza annuale della Lega islamica studentesca di tutto il Pakistan, tenutasi a Lahore, il Maulana Maududi pronunciò un discorso estremamente importante e ricco di contenuti sul sistema educativo. Esaminò con argomentazioni razionali i difetti e le carenze del sistema educativo vigente, la sua gravità e le sue conseguenze velenose, e presentò in forma concisa la struttura di un sistema educativo adatto al Pakistan. Quel suo discorso storico fu pubblicato in forma di opuscolo. Ne riportiamo di seguito alcuni estratti:
Un sistema educativo privo di Dio
Nelle materie insegnate secondo il moderno sistema educativo non vi è alcuna traccia dell’Islam, né potrebbe esservi. Nella misura in cui tali materie si sono sviluppate in Europa, sono state guidate da persone ribelli a Dio. I religiosi che allora esistevano in Europa solo nominalmente erano stati estromessi già da molto tempo dal campo del pensiero e della spiritualità. Per questo motivo, in tutti i campi, come la filosofia, la storia e la sociologia, assunsero la guida persone di questo genere. Anche se non erano atei, nella loro vita concreta non sentivano alcuna necessità di riconoscere l’obbedienza a Dio. Ancora oggi, nel nostro Paese, si insegnano le stesse discipline e gli stessi libri che gli inglesi importarono e introdussero qui. Coloro che studiano secondo questo moderno sistema educativo si sono naturalmente allontanati, senza rendersene conto, dall’Islam, dalla visione islamica e dalle sue norme e consuetudini. In tutto ciò la loro volontà, il loro interesse o i loro sforzi non hanno avuto alcun ruolo. Dunque, se dalla prima giornata della sua vita scolastica fino all’ultimo momento una persona ha studiato ogni genere di disciplina e acquisito ogni sorta di sapere mondano, ma in tutto questo non vi è mai stata una prospettiva religiosa o divina, come potrebbe nascere nel suo cuore la fede in Dio? Se nei suoi libri di testo non vi è mai alcun riferimento a Dio, studierà la storia, ma in essa troverà che il destino della vita umana è determinato dall’uomo stesso e da nessun altro; nella filosofia che studierà, per svelare il mistero della fede, non sarà necessaria in alcun modo la presenza del Creatore dell’universo; studierà le scienze, ma in tutto il mondo non vi troverà alcun riferimento all’esistenza di un Creatore sapiente e dell’Altissimo Direttore e Amministratore. Qualunque disciplina studi, dalle leggi al diritto costituzionale, dall’economia alle altre scienze, non troverà da nessuna parte alcun accenno al fatto che il Creatore dell’umanità abbia indicato o meno una via per il modo in cui essa deve vivere. Al contrario, il principio fondamentale di tutte le discipline è che l’uomo stesso ha il diritto di determinare il proprio sistema di vita e che nessun altro possiede un simile diritto o potere.
A una persona istruita in questo modo non è necessario dire: «Tu neghi Dio». Che essa, senza rendersene conto, diventi del tutto incurante e indifferente nei confronti di Dio: quale ostacolo potrebbe mai impedirlo?
Un’educazione priva di principi
Questo moderno sistema educativo non ha alcun rapporto con la religione e con l’Islam; anzi, per ironia della sorte, non risveglia neppure il più elementare senso dei principi morali nei nostri giovani. Eppure tutti sanno che, per una nazione priva di principi e senza carattere, non solo è impossibile progredire, ma è assolutamente impossibile persino sopravvivere in questo mondo come nazione. Per questo, tra coloro che, dopo aver ricevuto un’educazione moderna, sono entrati nella vita professionale, si trovano tutti i difetti e le cattive abitudini delle nazioni occidentali. Ma in loro non si vede neppure la minima traccia delle virtù dei popoli occidentali. Tra i cosiddetti moderni istruiti non vi sono senso del dovere, sopportazione, coraggio, autocontrollo, fermezza di carattere, né obbedienza o lealtà verso qualcuno che non sia il proprio io. Sono come piante parassite, rampicanti senza sostegno. Osservando il loro comportamento, non sembra che possiedano alcunché che si possa definire carattere e peculiarità nazionale. Anche dopo aver assunto incarichi di particolare prestigio, non esitano a commettere con disinvoltura tradimenti e crimini della specie più abietta. Tra loro si trovano non pochi, ma migliaia di corrotti che prendono tangenti, favoriscono i propri parenti, avanzano richieste ingiuste, praticano il mercato nero e il contrabbando, soffocano la voce della giustizia e dei principi di equità, privano il popolo dei suoi legittimi diritti, distruggono il destino dell’intera nazione in cambio di un minimo interesse personale e si sottraggono al lavoro; essi circolano liberamente ovunque nella società. Dopo la partenza degli inglesi, a costoro è stata affidata la responsabilità dell’amministrazione dello Stato. Di conseguenza, tutti percepiscono la rovina in cui il Paese è caduto in pochi anni sotto il peso di questi individui privi di carattere. Per osservare direttamente il carattere e il comportamento dei giovani che oggi stanno acquisendo il sapere secondo questo cosiddetto moderno sistema educativo, basta recarsi in qualsiasi momento nei collegi, nei luoghi di divertimento o nei mercati e nei bazar durante le cerimonie nazionali.
Aggiungere l’insegnamento religioso al precedente sistema educativo
Sembra che anche coloro che oggi sono padroni della nostra vita e della nostra morte, coloro che tengono il nostro sistema educativo stretto nelle loro mani e che di tanto in tanto ci annunciano la lieta novella dell’introduzione di un sistema educativo islamico, si accingano a ripetere lo stesso errore. Il sistema educativo introdotto durante il dominio inglese resterà in vigore come prima e basterà aumentarvi un po’ la quantità di insegnamento religioso. In realtà, il piano educativo che hanno davanti non contiene molto più di questo. Perciò continuo ancora oggi a dire ciò che affermavo già alcuni anni fa. A mio giudizio, infatti, non esiste errore più grave che elaborare un sistema educativo combinando due elementi contraddittori e contrapposti. E si tratta per di più di due correnti in conflitto, una delle quali considera completamente falsa l’altra. L’uso di una simile miscela non può produrre altro che disordine mentale.
Supponiamo che abbiate riservato il cinquanta per cento di questa combinazione alle discipline religiose [peraltro, negli istituti scolastici attuali l’insegnamento religioso non raggiunge certo il cinquanta per cento: in alcuni luoghi è praticamente pari a zero e, dove esiste, è appena una traccia. Inoltre vi sono la coeducazione, la libera mescolanza tra studenti e studentesse, il ballo, il canto e i libri di testo]. E che abbiate mantenuto l’altra metà sulle fondamenta del sistema educativo introdotto durante il dominio inglese. Di conseguenza, l’ambiente mentale di ogni studente sarà inevitabilmente trasformato in un campo di battaglia.
Se l’intero ambiente resta avvolto, come prima, dall’influenza straniera, come lo era durante il dominio inglese, e se anche il nostro Stato viene governato secondo la vecchia politica, come avveniva sotto gli inglesi, allora, come naturale conseguenza, nel nostro Paese nasceranno tre categorie di persone.
Una categoria di persone, che anche dopo aver studiato la dīniyāt sarà considerata ostile a Dio, poiché nel loro programma di studi saranno inclusi molti contenuti contrari al dīn. Inoltre, l’intero ambiente degli istituti educativi continuerà a sostenere questa ostilità a Dio. Per di più, anche l’ambiente statale si rivelerà favorevole a loro.
Una seconda categoria di persone, che, sotto l’influsso della dīniyāt, considererà l’Islam come il proprio sistema di vita.
Una terza categoria di persone, che seguirà una via intermedia tra il kufr e l’Islam: una via che non sarà completamente kufr, ma neppure completamente Islam.
Questa è la naturale conseguenza della somministrazione della suddetta miscela. Se la metterete in pratica, vedrete sorgere nel Paese tre categorie contrapposte, incapaci di collaborare tra loro con dedizione per assumersi la responsabilità dello sviluppo e della progressiva evoluzione di una civiltà e di un sistema di vita.
La domanda è questa: il sistema educativo di un Paese viene forse concepito allo scopo di crearvi una discarica mentale e morale?
Definizione degli obiettivi dell’istruzione
Secondo molti, lo scopo dell’istruzione consiste nell’acquisire semplicemente il sapere. Essi affermano che si dovrebbe istruire il popolo in modo del tutto imparziale, affinché possa determinare liberamente le proprie opinioni, attraverso lo «studio oggettivo» (Objective Study) dei problemi della vita individuale e sociale, delle transazioni e di tutti i misteri. A questo proposito, però, voglio dire che un simile studio oggettivo è possibile soltanto a una macchina fotografica; l’essere umano non ne è capace. Dietro i due occhi dell’uomo vi è un cervello. In ogni circostanza egli possiede una propria prospettiva. Possiede anche una determinata concezione con cui affronta i problemi e procede al giudizio e all’analisi. Qualunque cosa l’uomo veda o ascolti, qualunque conoscenza acquisisca, la assimila secondo la propria prospettiva. È sulla base di questo modo di pensare che si costituisce il suo sistema di vita. È questo che chiamiamo cultura. Ora, se possediamo una nostra cultura, se apparteniamo a una nazione che ha una propria dottrina, fede, visione della vita, finalità e modo di vivere e di agire, allora dobbiamo necessariamente seguire una determinata via e predisporre, per l’educazione e l’istruzione delle generazioni future, un sistema che consenta loro di preservare la nostra tahdhīb-tamaddun. Non solo: esso deve renderle capaci di svilupparla e accrescerne lo splendore, mantenendola fondata sulle sue basi originarie. Ogni nazione del mondo elabora per sé un sistema educativo indipendente con questo obiettivo. Non conosco neppure una nazione che abbia elaborato il proprio sistema educativo basandosi soltanto sullo «studio oggettivo» (Objective Study). Né conosco una nazione che abbia adottato alla lettera il sistema educativo di un’altra nazione, o che, senza aggiungervi la propria corrente di pensiero, si sia adoperata per formare le proprie generazioni future secondo ideali stranieri. Se in passato, per debolezza e impotenza, abbiamo commesso una volta una simile stoltezza, non ha alcun senso mantenerla ancora oggi come prima.
Abolizione della distinzione tra dīn e mondo
Dovremmo adottare anche un altro principio fondamentale del nostro sistema educativo, che costituisce la base sulla quale è necessario elaborare un unico sistema educativo per tutta la nostra millat: porre fine all’attuale distinzione tra dīn e mondo terreno. Infatti, l’idea di separare dīn e mondo terreno è sostenuta dalla dottrina cristiana, ed è professata anche dai buddhisti, dagli induisti e dagli asceti yogi. Ma, al riguardo, la concezione dell’Islam è del tutto opposta. Nel campo dell’istruzione, dello Stato e della civiltà, non può esserci errore più grave dell’ammettere una distinzione tra religione e politica, in altre parole tra dīn e mondo terreno. Non ammettiamo affatto che per noi debbano esistere due sistemi educativi separati, uno religioso e l’altro materiale. Sosterremo invece che il nostro intero sistema educativo sarà considerato al tempo stesso religioso e capace di soddisfare le nostre necessità terrene.
Sarà terreno nel senso che potremo conoscere il mondo e amministrarne efficacemente gli affari. D’altro canto, sarà religioso nel senso che comprenderemo il mondo proprio secondo la prospettiva islamica e potremo assolvere tutti i nostri doveri in questo ambito conformemente alle direttive del dīn. L’Islam non è una religione che vi permetta di svolgere ogni attività secondo la vostra volontà, aggiungendovi semplicemente in coda alcune convinzioni, o ʿaqīda, e pratiche di culto. L’Islam non può mai accontentarsi di svolgere il ruolo di appendice della vita umana; non lo ha mai fatto e neppure oggi lo accetta. Esso vuole guidare la vostra vita nella sua interezza. È pronto ad assumere un ruolo attivo come programma complessivo della vita. Non parla soltanto del mondo superiore, estraneo ai rapporti con il mondo terreno. Al contrario, tratta in modo pieno e ampio ogni questione terrena. L’Islam vi dice quale sia il vero mistero di questo mondo, per quale scopo siete stati inviati qui e quale sia lo scopo della vostra vita; vi dice quale sia il vostro autentico posto nell’universo e quale la vostra dignità, e secondo quali principi dovete agire nella vita terrena, nel mondo. Vi dice inoltre che questo mondo è in realtà simile a un campo coltivato per la vita ultraterrena. Tutto ciò che otterrete nell’Aldilà dipende interamente dal tipo di seme che avrete seminato in questo campo. Vi spiega anche chiaramente come coltivarlo. Vi dice con chiarezza quale dovrebbe essere la vostra condotta durante l’intera vita terrena, affinché possiate raccoglierne i frutti nell’Aldilà. Come potrebbe una religione di questo genere ammettere che abbiate un sistema educativo terreno e un altro religioso? O che basti aggiungere un’appendice religiosa a un sistema educativo terreno? Essa vuole proprio che il vostro intero sistema educativo sia elaborato esclusivamente secondo l’ideale del «dīn».
I preziosi consigli del Maulana riguardo alla difesa del Paese
I saggi consigli che il Maulana, da acuto uomo politico, ha dato riguardo alla difesa del Pakistan sono di grandissimo valore non soltanto per il Pakistan, ma per qualsiasi Paese o Stato musulmano. Il Maulana dice:
«Sapete che l’intero Pakistan è una frontiera: i confini degli Stati stranieri si congiungono ai confini del Pakistan. Non esiste una grande città che non si trovi sulla frontiera. Perciò è necessario che ogni cittadino comprenda la propria responsabilità e sia sempre pronto ad affrontare ogni pericolo. In tali circostanze, ciò che è estremamente importante è il morale della nazione (Morale). In altre parole, se una nazione non possiede un morale elevato, anche i mezzi bellici diventano privi di significato. Per quanto numerose siano le armi, esse non possono compensare la mancanza di forza morale o di morale. Al contrario, in assenza di forza morale, tutte quelle armi possono cadere nelle mani del nemico. Noi non consideriamo la forza morale limitata all’entusiasmo, all’ardimento e alla motivazione a difendere il Paese. Al contrario, questa forza morale deve essere acquisita nell’intero corso della vita. Infatti, per ricevere l’aiuto di Allah, bisogna sottomettere tutta la propria vita alla Sua volontà. È irragionevole che una persona o una nazione, da un lato, persista nella disobbedienza ad Allah e, dall’altro, implori il Suo aiuto. Le nazioni che non riconoscono affatto Dio possono continuare a sopravvivere per qualche tempo pur disobbedendoGli, perché per loro Allah l’Altissimo ha stabilito una particolare dilazione. Ma se una nazione, nota per chiamare al culto di Dio, per essere custode e portatrice del Grande Libro rivelato da Allah e per rappresentare il dīn della verità, assume un atteggiamento derisorio verso i comandamenti di Dio, nessuna forza al mondo potrà liberarla dal castigo di Dio. Un simile atteggiamento invoca, invece della misericordia di Dio, la maledizione e il castigo.»
Per mantenere intatto il morale, discorsi motivazionali, grandi slogan e proclami diventano privi di significato. Sebbene tali parole possano creare un morale temporaneo, esso non dura. Dobbiamo rafforzare il nostro morale attraverso azioni concrete, non con le parole.
«Dobbiamo impartire a tutta la popolazione l’ordine che, durante un attacco nemico, ciascuno rimanga saldo ovunque si trovi. Non si deve tentare in alcun modo di fuggire. Bisogna far capire alla gente che non potrà sfuggire alla morte. Quando giunge l’ora stabilita della morte, non ci si può salvare da essa nemmeno rimanendo all’interno di una fortezza inespugnabile. Anche durante un bombardamento sul campo di battaglia, se non è ancora giunta l’ora stabilita della morte, essa non sopraggiungerà in alcun modo. E la stessa ʿaqīda dei musulmani è che non è assolutamente possibile sottrarsi alla morte. Pertanto, in una situazione del genere, fuggire per salvarsi e cercare di mettere in salvo i figli sono comportamenti indesiderabili sotto ogni aspetto. Bisogna dire alla gente: dove si trova mai un luogo tanto sicuro per noi da permetterci di fuggire e sopravvivere? La verità è che questi codardi, ovunque vadano, spezzeranno anche il morale degli abitanti del luogo. Il nemico dispone invece di ampi spazi per difendersi. Può ritirarsi molto lontano. Ma per noi non esiste alcun luogo, neppure il più piccolo rifugio, dove fuggire e rimanere al sicuro. Perciò dobbiamo restare saldi e immobili, ovunque ci troviamo, ed essere pronti a qualsiasi situazione.»
«Un altro aspetto particolarmente degno di attenzione per quanto riguarda la difesa del Paese è che l’oppressione, l’ingiustizia e la violazione dei diritti altrui all’interno del Paese devono cessare per sempre. Sebbene tali comportamenti non debbano essere tollerati in una società in nessuna circostanza, se vengono messi in atto soprattutto durante la guerra, si creeranno crepe nella nostra fortezza difensiva e ciò aiuterà il nemico a penetrare all’interno del Paese.»
«È una verità di buon senso che, se nel cuore di qualcuno si risveglia l’impulso a difendere la patria, ciò può avvenire soltanto se egli sente di vivere in un Paese in cui tutti i suoi diritti e il suo onore sono tutelati e in cui è possibile realizzare le sue speranze e aspirazioni. Ma se la sua amara esperienza di vita è che in questo Paese non sono tutelati né il suo onore né i suoi diritti personali, allora non può esserci alcuna ragione per cui possa nascere in lui un impulso a difendere la sicurezza di questo Paese. Quando il popolo è privato della giustizia, quando l’ingiustizia economica costringe le persone a soffrire la fame, quando l’onore e la dignità dei deboli vengono saccheggiati dai potenti, allora, al momento di un’aggressione straniera, non può nascere nel popolo alcun impulso a difendere la patria. Perché non sono tutelate quelle cose che esso ama più della propria vita e che considera più necessario proteggere. La storia ha ripetutamente mostrato che, in simili circostanze, il popolo è rimasto indifferente al momento dell’attacco di un nemico esterno e che, spesso, le popolazioni oppresse hanno accolto con favore l’aggressione straniera allo scopo di poter vedere con i propri occhi la distruzione di coloro che avevano privato loro di tutti i diritti. Dovremmo trarre insegnamento da questi esempi della storia. D’ora in poi, dunque, tuteliamo i diritti gli uni degli altri. Facciamo sì che nel nostro Paese si instauri una giustizia piena. La tirannia e l’ingiustizia indeboliscono il sistema di sicurezza del Paese. Chi, per il proprio interesse personale, ferisce l’autostima del popolo, in realtà spiana la strada all’arrivo del nemico.»
«Riteniamo che questa terra non appartenga a noi, bensì sia la “casa” dell’Islam. Dopo diversi secoli ci è stata data l’opportunità di incarnare il “Dīn al-Ḥaqq” nella sua forma autentica e di testimoniare davanti al mondo la sua verità. Questo è per noi un dono immenso e siamo pronti a proteggerlo a qualunque costo. Vogliamo suscitare nel cuore di ogni musulmano la disposizione a rispettare questo dono. Vogliamo radicare nella mente di ciascuno la convinzione che, per preservare questo dono, non si tirerà indietro di fronte ad alcun sacrificio. Ricordate: offrire la propria vita per Dio e per il Suo dīn è incomparabilmente migliore che sacrificarla per proteggere la propria casa, i propri beni e il proprio onore. Donare la vita con questa motivazione — la shahāda — è senza dubbio un sacrificio di altissimo livello.»
Sistema economico
Parità di diritto nell’attività economica
Dal punto di vista islamico, Allah l’Altissimo ha creato per l’umanità la terra e tutto ciò che essa contiene. Pertanto, cercare di procurarsi il proprio sostentamento da questa terra è un diritto innato dell’essere umano. Tutti gli uomini partecipano in egual misura a questo diritto. Nessuno può esserne privato, né qualcuno può avere, al riguardo, una precedenza sugli altri. Secondo la Sharīʿa islamica, non si può imporre a una persona, a una stirpe o a una classe la restrizione secondo cui non avrebbe il diritto di utilizzare alcuni mezzi di sostentamento o le sarebbe preclusa la possibilità di intraprendere una determinata professione. Analogamente, secondo la Sharīʿa, non si può stabilire una distinzione tale da rendere i mezzi di sostentamento o le fonti della ricchezza un monopolio di una particolare classe, stirpe o famiglia. Nella terra creata da Dio, ciascuno ha uguale diritto di sforzarsi per ottenere ciò che gli spetta dei mezzi e delle risorse creati da Lui, e questa via è aperta in egual misura a tutti.
(Principi fondamentali dell’economia islamica)
I problemi economici e l’Islam
L’Islam considera riprovevole accumulare ricchezze oltre il necessario. Esige che ogni ricchezza in tuo possesso venga spesa per soddisfare i tuoi bisogni oppure donata ad altri, affinché possano spenderla per le proprie necessità. In questo modo tutta la ricchezza continuerà a circolare, diffondendosi nella società. Se invece non si fa così e si insiste nell’accumularla, si dovrà prelevare da tale ricchezza accumulata il due e mezzo per cento e darlo a coloro che non sono in grado di procurarsi il proprio sostentamento o che, pur sforzandosi di procurarselo, non riescono a soddisfare le proprie necessità. Questo è il “sistema della zakāt”. Il metodo di gestione della zakāt raccomandato dall’Islam consiste nel versarla nella tesoreria pubblica (Public Exchequer), dalla quale saranno soddisfatte le necessità di tutti gli indigenti. Questo è, in realtà, il metodo migliore di sicurezza economica (Social Insurance) per la società e sradica gli abusi derivanti dall’assenza di un’organizzazione efficace per la distribuzione dell’assistenza sociale.
Nel Corano e negli hadith sono state stabilite in dettaglio le norme relative a tutto ciò. Il Maulana ne ha discusso in modo razionale e avvincente nella sua opera «La realtà della zakat».
Il Maulana dice:
Il «Bayt al-mal» è sempre presente come vostro sostegno, perciò non avete motivo di preoccuparvi. Se vi trovate nel bisogno, chiedete l’aiuto del Bayt al-mal e fate valere il vostro diritto. Dopo di ciò, non vi sarà alcuna necessità di assegni bancari o polizze assicurative. Lasciate questo mondo con animo sereno, senza preoccuparvi dei figli e dei familiari. Il tesoro della società sarà responsabile del loro mantenimento dopo la vostra morte. Nella vecchiaia e in ogni sorta di difficoltà e calamità, il Bayt al-mal sarà sempre il vostro sostegno, al quale potrete chiedere aiuto. Il capitalista non potrà costringervi a lavorare alle sue condizioni. Finché esiste il Bayt al-mal, non vi sarà alcun rischio di dover vivere indifesi, affamati e senza vestiti. [Problemi economici e loro soluzione (in urdu), pp. 40, 43]
Dopo aver analizzato in dettaglio l’economia, il Maulana ha scritto due opere preziose, intitolate «L’interesse» e «L’Islam e le dottrine economiche moderne». Queste due opere sono autorevoli e preziose nel campo dell’economia.
Nell’opera «L’interesse», dopo aver discusso in dettaglio l’economia basata sull’interesse e l’economia islamica priva di interesse, ha dimostrato che l’economia islamica è l’unico sistema economico benefico per l’umanità.
Nella seconda opera, attraverso un’analisi comparativa del capitalismo, del comunismo e dell’Islam, ha dimostrato il vuoto di contenuto dei primi due sistemi. Ha messo in luce gli errori e le carenze del sistema feudale zamindari, del Rinascimento europeo, del liberalismo medievale, della Rivoluzione industriale e del liberalismo moderno. In seguito ha anche presentato la soluzione islamica ai moderni problemi economici.
Il Maulana Mawdudi agli occhi degli altri
Esistono molti commenti di eminenti studiosi e pensatori sul Maulana Sayyid Abul A‘la Mawdudi, così come le testimonianze dei suoi collaboratori più vicini, dalle quali si può imparare molto e che sono degne di essere seguite. Eccone alcune:
Begum Maududi
Il signor Maududi è una persona comune. Ma, considerando la grandezza che Allah Ta’ala gli ha concesso quanto al Corano e al carattere profetico, si può affermare senza esitazione che ogni sua azione è conforme al Corano.
“Ero traviato. Il signor Maududi apparve davanti a me come guida sulla Sirat al-Mustaqim. Era silenzioso, ma le sue azioni mi ispiravano a ogni istante verso la retta via. Se avesse parlato, ostacolando ogni mia azione e indicandomi la direzione in ogni questione, forse non solo la mia correzione sarebbe stata impossibile, ma non sarei neppure riuscito a vivere con lui. Ma non lo fece mai. Questo era il metodo scientifico con cui diffondeva l’Islam, appreso dal Nobile Corano.
“Era lungimirante, paziente e affettuoso. Non ricordo se, negli ultimi quindici o vent’anni, mi abbia mai impartito un ordine severo riguardo all’Amr bil Ma’ruf e al Nahi anil Munkar. La dolcezza del suo carattere consiste proprio nel fatto che, rimanendo per qualche tempo in sua compagnia, si finisce per conquistare il suo favore.”
“Il signor Maududi presta maggiore attenzione alla riforma spirituale che a quella esteriore. Una volta tornò da chissà dove e si sdraiò, stanco e spossato. In quel momento un visitatore desiderò incontrarlo. Dissi che si era addormentato. Udendo ciò, il signor Maududi disse soltanto: ‘Hai detto una bugia?'”
“Una volta eravamo tutti seduti insieme a tavola. Stavo dicendo al figlio maggiore: ‘Ragazzo, prega; altrimenti la gente dirà che il figlio del signor Maududi non prega’.”
“Egli disse: ‘Ascolta, ragazzo: quando preghi, prega esclusivamente per Allah, non per tuo padre’.”
“Era così affettuoso con i figli che non ho mai visto nessuno simile a lui. Ogni volta che tornava a casa, chiamava ciascuno per nome. A Darul Islam avevamo una tanga. Prima di sera, portava personalmente me e i ragazzi a fare un giro. Non li mandava mai da nessuna parte con qualcun altro, per paura che qualcuno cadesse improvvisamente dalla tanga. Una volta, per qualche motivo, mandò i ragazzi a Pathankot con il vetturino. Poi andò a passeggiare lungo il fiume. Tornato dalla riva del fiume prima del Maghrib, seppe che i ragazzi non erano ancora rientrati. Allora, senza entrare in casa, rimase seduto fuori per ore. Quando i ragazzi tornarono, entrò in casa con loro.”
«All’età di diciassette anni, Maududi Sahib rimase orfano di padre. Per grazia di Allah, sua madre è ancora in vita.» [Dopo la suddetta dichiarazione della Begum Maududi, nel 1957 la madre del Maulana Maududi passò al Paradiso.]
«Si prende cura di sua madre a tal punto che un figlio simile è davvero raro. Se qualcosa che sua madre fa non è di suo gradimento, rimane in silenzio. Non ha mai manifestato alcun tipo di irritazione. Anche quando lei gli dice qualcosa di male, egli non le rivolge uno sguardo di rimprovero. È sempre pronto a servirla in ogni momento.
«I miei antenati vennero da Bukhara a Delhi durante il regno dell’imperatore Shah Jahan. Da allora, vivendo a Delhi di generazione in generazione, ci abituammo alla vita urbana. Dopo che il Maulana Maududi giunse a Darul Islam da Hyderabad, ebbe inizio un nuovo capitolo della mia vita.»
«L’insediamento di Darul Islam ebbe inizio con appena tre famiglie, compresa la nostra. Semplici case rurali. Non c’erano né luce elettrica, né rubinetti dell’acqua, né gli altri semplici mezzi e servizi della vita quotidiana. Questo fu il primo stadio della pazienza nella mia vita.»
«Una volta, in casa non avevamo legna da ardere. Il Maulana, dopo aver fatto colazione al mattino, andò in ufficio. Io allora continuavo a chiedermi che cosa fare. In quel momento il Maulana entrò nella parte interna della casa e disse: “Che succede? Perché te ne stai seduta così in silenzio?»
Risposi: “Non c’è legna da ardere e la cuoca è seduta senza poter fare nulla.” Egli disse: “Ti sei già agitata per una cosa così piccola?” Detto questo, uscì di casa con un’ascia in mano. Fuori dalla casa erano sparsi alcuni pezzi di legno. Cominciò a spaccarli con le proprie mani. Dopo aver dato uno o due colpi d’ascia, la gente accorse da ogni parte e in breve tempo si formò una catasta di legna da ardere.»
«Un giorno, per qualche motivo, il portatore d’acqua non portò l’acqua. Quel giorno faceva anche un caldo terribile. Io rimasi seduta con le mani sulla testa. Quando il Maulana lo seppe, andò al pozzo con due secchi in mano e cominciò a riempirli attingendo l’acqua con le proprie mani. Vedendolo, la gente riempì immediatamente d’acqua le case e i cortili.» [La Begum Maududi, Mahmuda Khatun, morì il 4 aprile 2003.]
Mahirul Qadiri
Il celebre poeta e scrittore del Pakistan e dell’India, nonché direttore della rivista mensile «Faran», il signor Mahirul Qadini, afferma:
«Nutro profondo rispetto per il Maulana. Sono convinto che il servizio alla religione che egli svolge, attraverso i suoi scritti e i suoi discorsi, sia raramente eguagliato nell’epoca attuale. Anzi, non ha eguali nemmeno nei Paesi arabi.»
Commentando la figura del Maulana, egli afferma:
«È il più grande pensatore del mondo islamico. Ha dato inizio, tra i musulmani, a una vera ricerca islamica e ha apportato un cambiamento nel modo di pensare della gente; è un interprete del Corano e della Sunna, un sostenitore della verità, l’incarnazione della sincerità, colui che ha dato forma alle immagini indistinte della tradizione islamica, un devoto servitore della religione di Allah, nelle cui parole e nelle cui azioni si può avere piena fiducia, colui che ha consacrato tutta la sua giovinezza al servizio della religione e che, attraverso il pensiero, la ricerca, il lavoro e la devozione, è divenuto anzitempo vecchio; un sapiente tanto eminente, le cui parole e i cui scritti da un quarto di secolo invitano alla verità; colui che nello stesso tempo può discutere in modo approfondito di Corano e hadith, fiqh, ‘ilm al-kalam, filosofia, storia, economia, costituzione, politica e di molte altre discipline; il sovrano della logica e un oceano di conoscenza, che non è soltanto familiare con le correnti di pensiero dell’Oriente, ma ha anche sottoposto a esame e verifica quelle dell’Occidente; colui che invita a stabilire un rapporto con Allah e a obbedire al Messaggero (pace e benedizioni su di lui), il cui movimento non è stato messo a tacere né dalle quattro mura della prigione di Multan né dalla buia cella delle esecuzioni della fortezza di Lahore, e la cui voce non è stata soffocata dalle accuse di kufr; colui che esamina e valuta ogni parola e ogni azione sulla pietra di paragone del Corano e della Sunna e che, qualunque cosa venga rivelata da tale vaglio, la proclama senza timore, anche quando riguarda il più grande degli studiosi; colui la cui missione è l’instaurazione della religione, il cui programma è l’invito alla verità e il cui obiettivo è il compiacimento di Allah; colui che, nel diffondere la verità, non teme né trema dinanzi all’ira del mondo intero e non teme neppure di perdere la propria reputazione; colui che, sebbene gli ignoranti e gli sprovveduti gli rivolgessero accuse di ogni genere, ha sopportato tutto con pazienza e lo ha ignorato; colui la cui penna ha arricchito e purificato la letteratura urdu, divenendo un contributo inestimabile alla lingua urdu; l’inventore di uno stile espositivo del tutto originale nei discorsi, durante i quali sembra che da un cielo plumbeo scaturiscano raffiche tempestose e lampi di fulmini; colui al cui nome il qadianismo trema e gli increduli negli hadith iniziano a perdere il respiro; il sostenitore della Sunna e lo sradicatore dello shirk e delle innovazioni; colui che, nonostante la sua erudizione, il suo prestigio e la sua straordinaria fama, sa frequentare la gente comune con semplicità, naturalezza e parole dolci e soavi, come se non vi fosse alcuna differenza tra lui e gli altri; colui che non è soltanto un ‘alim, un pensatore, un oratore e un autore, ma anche un autentico mujāhid, che non mostra alcuna reazione nemmeno nell’udire la sentenza di morte; colui che non è stato creato dalla storia, bensì è creatore della storia.»
Bashir al-Ibrahimi
Il leader popolare dell’Algeria e presidente della locale Associazione degli ‘Ulama musulmani, l’‘Allama Muhammad al-Bashir al-Ibrahimi, afferma:
«Ho incontrato ben poche persone simili a lui (Sayyid Abu al-A‘la Mawdudi). In particolare, ho visto pochissime persone dotate di una personalità e di qualità paragonabili alle sue, che occupano una posizione eminente tra gli ‘ulama. Tra le sue qualità, una delle più importanti è questa: egli è incrollabile e irremovibile nella verità, paziente sul sentiero della verità e, lungi dall’adulare la classe dirigente, si oppone persino al ricorso al suo aiuto.»
«Tra coloro che ho visto e di cui ho avuto notizia in Pakistan e in Hindustan, egli possiede la conoscenza più vasta degli altri riguardo ai dati della Sharia islamica e della storia islamica. I suoi studi sono straordinariamente ampi e profondi. È dotato di acuta capacità di comprensione, di una mente elevatissima, di un pensiero limpido e di una conoscenza profonda.»
«Maulana Maududi ha acquisito una conoscenza considerevole del sapere moderno e della civiltà. Egli valuta tutti sulla pietra di paragone della giustizia.»
«Nel mese scorso in Pakistan si è creata una forte tensione e si sono verificati anche alcuni omicidi e atti di violenza. Poiché i giornali dei Paesi arabi non hanno riportato informazioni dettagliate al riguardo, non ho potuto comprenderne le cause e il mistero profondo. Tuttavia, ho la chiara convinzione che la richiesta di un sistema di governo islamico sia la causa fondamentale di tutto ciò. Probabilmente, avendo osservato la crescente influenza di Maulana Maududi e dei suoi collaboratori nel Paese, il governo ha fatto imprigionare la maggior parte di essi. In seguito, è stata proclamata la legge marziale a Lahore e ogni potere è stato affidato alle forze armate. Il tribunale militare ha condannato a morte Maulana. In seguito ho appreso che la pena capitale era stata revocata e che era stata ordinata una condanna a quattordici anni di lavori forzati. I musulmani del Pakistan si sono ribellati alla decisione di questo regime tirannico e contro il governo si è levata un’impetuosa ondata di proteste e cortei. Non vi è dubbio che la pena di morte sia stata condonata proprio grazie alle proteste in tutto il Paese.»
Da parte delle organizzazioni e associazioni islamiche ben organizzate di Egitto, Siria, Iraq, Kuwait e di altri luoghi si sono levate proteste ed è stato espresso un profondo scontento nei confronti del governo pakistano. Quando mi trovavo in Kuwait, ho appreso della veridicità di queste notizie. Poiché ero legato a tali istituzioni e, sulla base del rispetto reciproco tra la Jam‘iyyat al-‘Ulama e queste ultime, anch’io sono rimasto indignato e addolorato. La personalità di Maulana Maududi, infatti, non è confinata a una particolare regione; al contrario, la sua personalità è un modello da seguire per il mondo musulmano. Tra i diritti che egli vanta nei nostri confronti vi è anche questo: quando il governo lo ha condannato ai lavori forzati invece di giustiziarlo, è nostro dovere condurre una campagna per la sua liberazione…»
«Per la missione di jihād sulla via di Dio che Maulana Maududi ha intrapreso, è ricompensa sufficiente in questo mondo il fatto che i musulmani del mondo si siano uniti per offrirgli aiuto e sostegno. Presso Dio è custodita per lui una ricompensa ancora più grande e duratura.»
Dott. Muhammad Ataur Rahman Nadwi
«Questa è proprio l’impronta di Ibn Taymiyya.»
Quindici anni fa, ascoltai queste poche parole dalle labbra di un uomo santo. La scena, così come si conservò intatta davanti ai miei occhi nella commovente maniera in cui ascoltai quelle parole, continua a fluttuare davanti a me. Mi sembra di vedere ancora quel volto e di udire tuttora quelle parole toccanti risuonare nei miei orecchi.
Ritengo preferibile raccontare tutto apertamente.
Dal 1930 al 1934 studiavo presso la Madrasa Aliya di Calcutta. Nel 1935 fui ammesso alla Darul Ulum Nadwatul Ulama di Lucknow. In quel periodo ebbi l’opportunità di leggere «Tarjumanul Quran». Il mio stato d’animo era tale che leggere «Tarjumanul Quran» era diventato per me un’esigenza naturale.
Durante le vacanze estive, quando tornavo a casa (villaggio di Paharpur Bazar, ufficio postale di Bara Haria, Saran), portavo con me «Tarjumanul Quran». Poi, con grande entusiasmo, parlai a mio venerato padre di quella rivista. Egli espresse il desiderio di leggerla.
Mio padre, il signor Mawlana Mufti Muhammad Jamil Ansari (che Dio abbia misericordia di lui), era un sapiente religioso sincero e devoto. Trascorse tutta la sua vita nell’insegnamento. Non era soltanto un professore, ma anche un mufti. Dal 1917 al 1941 fu professore presso la Madrasa Aliya di Calcutta e mufti del suo Dar al-Ifta.
Presentai a mio padre, con deferenza, tutti i numeri di «Tarjumanul Quran» che possedevo. Dopo averli esaminati, il primo commento che fece fu questo: «Figlio mio, tutto ciò si trova nel Corano e nella Sunna. Ora ne resta soltanto l’applicazione pratica. Le persone comunemente istruite in inglese scrivono di queste cose sui loro giornali e periodici, ma non le mettono in pratica personalmente».
Durante le vacanze del 1936, quando tornai a casa, portai a mio padre l’ultimo numero pubblicato di «Tarjumanul Quran». Egli lo lesse con grande attenzione e disse con voce entusiasta: «Avevo un’idea completamente errata. Quest’uomo (Maududi) non è soltanto istruito in inglese, ma è anche un grande erudito della lingua araba. A proposito, quanti anni ha?»
Risposi: «Probabilmente ne avrà trenta o trentadue».
Egli disse con stupore: «A un’età così giovane, tanta erudizione e capacità? Leggendo la sua rivista non si può fare a meno di restare meravigliati».
«Informai il Mawlana Maududi di ogni cosa. Egli allora era giunto a Pathankot. Il Mawlana gli inviò, insieme alla risposta, opere quali «Siyasi Kashmakash» e «Diniyat». Il mio venerabile padre, ormai defunto, lesse più volte quelle opere e disse: «Avevo un’idea errata riguardo a quest’uomo. Che Allah mi perdoni. È così straordinariamente simile all’Allama Ibn Taymiyya! È sorprendente che quest’uomo sia apparso proprio in un’epoca in cui le persone dotate di autentico talento sono rare, specialmente in questo Hindustan. Quando comincerà ad attuare il suo ideale, inizierà contro di lui una dura opposizione. Perché nel mondo è questo il trattamento riservato alle persone sincere e devote alla verità. È persino possibile che venga martirizzato».
Da quel momento, «Tarjuman al-Qur’an» cominciò ad arrivare regolarmente all’indirizzo della biblioteca Ansari di Paharpur Bazar. Quando mio padre tornava a casa da Calcutta durante le vacanze, lo leggeva con attenzione nel tempo libero. Infine, quando negli articoli editoriali di «Tarjuman al-Qur’an» Maulana Mawdudi iniziò ad accennare alla necessità di formare un gruppo idealista, il mio venerabile padre disse:
«Se questo gruppo verrà formato, ne sarò il primo membro.»
Ma, cosa estremamente triste, appena dieci giorni prima della fondazione di quel gruppo, la Jama‘at-e Islami, mio padre entrò in Paradiso (16 agosto 1941). Che Allah abbia misericordia di lui.
In quel periodo, Allama Sayyid Sulayman Nadwi, durante una grande assemblea pubblica, proclamò la straordinaria statura di Maulana Mawdudi.
Alla fine di dicembre del 1940 si tenne la «Conferenza Nadwi» degli ex studenti del Darul Ulum. Nel 1939 avevo conseguito il certificato presso il Darul Ulum di Nadwa. Perciò anch’io andai a Lucknow per partecipare alla «Conferenza Nadwi». Ciò che mi aveva particolarmente incoraggiato a partecipare era il fatto che proprio in quel periodo Maulana Mawdudi sarebbe dovuto venire a Lucknow. Come me, anche gli altri ex studenti di Nadwa erano molto desiderosi di conversare con il Maulana. Al termine della conferenza, Maulana Mawdudi si recò nella foresteria di Nadwa. Tutti gli insegnanti e gli ex studenti iniziarono a conversare e discutere con lui. Le autorità di Nadwa invitarono Maulana Mawdudi a tenere un discorso davanti agli uomini illustri e agli studenti. L’assemblea di Lucknow era stata organizzata dall’Università di Lucknow e dagli istituti studenteschi di Nadwa. Maulana Mawdudi tenne, nel suo stile caratteristico, un discorso sul tema del «nuovo sistema educativo». Presiedette Maulana Abdul Majid Daryabadi, mentre Allama Sayyid Sulayman Nadwi presentò il Maulana. Le parole e il modo con cui il signor Sayyid presentò il Maulana risuonano ancora oggi nelle mie orecchie. Disse:
«Sono qui davanti a voi per presentarvi un giovane, e tuttavia un oceano di sapere. Oggi l’intero mondo accademico ha conosciuto Maulana Mawdudi. Egli è, nell’epoca attuale, un portavoce dell’Islam e un grandissimo ‘alim della religione. Allah l’Altissimo ha affidato a queste mani sante il compito di erigere una resistenza contro la potente ondata di empietà e ateismo che dall’Europa è giunta fino all’India. Egli ha acquisito una conoscenza considerevole del pensiero antico e moderno dell’Europa. Non solo: possiede una conoscenza così profonda del Corano e della Sunnah che, sulla base di essa, può offrire soluzioni soddisfacenti a tutti i problemi dell’epoca attuale. È per questo che grandi atei e ribelli contro Dio hanno dovuto arrendersi di fronte alle sue inconfutabili argomentazioni. Si può affermare con chiarezza e senza alcuna esitazione che i musulmani dell’India e del mondo islamico possono nutrire grandi speranze in Maulana Mawdudi per quanto riguarda la religione.»
Agha Suresh Kashmiri
Maulana Mawdudi è l’unica persona che ha indicato al genio intellettuale del Pakistan la grande via della conoscenza.
Quando la nostra concezione islamica della vita era stata abbandonata sotto il giogo di duecento anni di sudditanza, fu lui a presentare l’Islam come una visione completa della vita.
Il suo movimento è una forza capace di opporsi alla moderna visione europea.
Nella sua concezione è presente una tale vitalità dell’Islam che i giovani della nuova generazione possono essere spinti ad abbracciarla con tutto il cuore e tutta l’anima.
Il sistema di governo del Paese, in continuo mutamento, può reprimere per qualche tempo, con la forza della legge, la rivoluzione fisica e materiale del Paese. Ma non possiede né la forza né le armi necessarie per reprimere una rivoluzione mentale. La nostra società, consapevolmente o inconsapevolmente, oppure per alcune ragioni particolari, ha fomentato una rivoluzione mentale contro l’Islam. Se qualcuno ha la capacità di arrestarne il corso, questa appartiene esclusivamente al Maulana Maududi e al suo partito fondato sui suoi ideali.
Maulana Abdul Majid Daryabadi
È superfluo presentare ai lettori il direttore di Turjuman-ul-Qur’an. La sua ampia visione e il suo immenso servizio religioso sono stati discussi più volte sulle pagine di Turjuman-ul-Qur’an. Per contrastare l’inquietudine e il disordine dell’epoca attuale, Allah Ta‘ala ha reso in modo particolare il suo petto ampio e aperto. Ogni riga da lui scritta è nettare per le persone istruite moderne. A questo riguardo, il Maulana occupa un posto elevatissimo tra gli ulema. Egli è, in realtà, un uomo pensoso della comunità musulmana.
Maulana Manazir Ahsan Gilani
Ho sempre avuto fiducia nella natura equilibrata, nella sana capacità di pensiero e nella profonda perspicacia del Maulana Sayyid Abul A‘la Maududi. Il suo comportamento e la sua condotta sono doni di Dio. Il suo sguardo sui problemi è sottile, profondo e onnicomprensivo. La sua analisi è così minuziosa che non lascia spazio ad alcun dubbio su nessuna questione. Il suo metodo operativo è affascinante, e le sue spiegazioni e analisi toccano il cuore. Inoltre, ho reso più volte testimonianza della nobiltà del suo carattere. Io stesso, questo umile Maulana, ho chiesto al Maulana, insieme a Maulana Abdul Bari, di assumere un incarico d’insegnamento presso l’Università di Osmania. Ma, nonostante la sua situazione finanziaria fosse estremamente miserevole, egli ha rifiutato serenamente la nostra richiesta. Di fronte a un uomo la cui anima è tanto grande e ricca, riflessiva e pensosa, e che, come autore, possiede qualità e caratteristiche donate da Dio, non avevo certo l’ardire di dire molto. Tuttavia, desidero affermare almeno questo: Allah Ta‘ala ha riversato una grazia straordinaria sul Maulana Maududi. Vedo il suo cuore illuminato dalla luce della fede. Il suo cuore è stato arricchito da una sconfinata riverenza e fiducia verso il Profeta Muhammad Mustafa (pace e benedizioni su di lui). Inoltre, è stato adornato di molteplici qualità. Se, con tutta questa forza della letteratura, della mente e della fede, egli si levasse in piedi facendo dell’invito sulla via di Allah lo scopo della sua vita, e se per qualche tempo svolgesse quest’opera in urdu, inglese, hindi e in altre lingue, forse la gente non l’accetterebbe subito; ma almeno nel cuore si accenderebbero le scintille di quelle domande naturali alle quali l’Islam offre una risposta.
Maulana Abul Hasan Ali Nadwi
Il suo metodo di scrittura, l’argomentazione inconfutabile, il metodo di trattazione originale e fondamentale e, soprattutto, il suo pensiero equilibrato erano estremamente adatti alla nostra natura e mentalità. Sembrava che la sua capacità di scrittura, dono di Dio, fosse la portavoce del nostro genio muto e del nostro gusto. Non dimenticheremo mai il giorno in cui, seduti nella foresteria adiacente alla moschea del Darul Uloom di Nadwa, leggevamo tra amici l’editoriale del Tarjuman-ul-Qur’an del mese di Muharram dell’anno 1356 dell’Egira, nel quale veniva predetta una catastrofe. Era un articolo così stimolante del Maulana che la sua eco si sarebbe udita per molti giorni. Tutti noi abbiamo lodato con tutto il cuore la sagacia del Maulana, la sua intuizione, la sua indicazione precisa della crisi e la sua straordinaria capacità di scrittura. In seguito leggevamo con piacere tutti gli articoli pubblicati dal Maulana.
Maulana Muhammad Manzur No‘mani
Tra le opere di Maulana Maududi e della Jamaat-e-Islami, ciò che mi è sembrato più importante è questo: migliaia di giovani, influenzati dall’istruzione occidentale e dall’ambiente ateo degli istituti scolastici, erano diventati scettici nei confronti dell’Islam e lo avevano completamente abbandonato, oppure erano sul punto di farlo. Gli articoli di Maulana Maududi e le attività della Jamaat-e-Islami non solo li hanno ricondotti nuovamente all’Islam, ma hanno anche prodotto nella loro vita pratica una tale rivoluzione islamica che, per molti credenti osservanti per tradizione familiare, essa costituiva una lezione.
Professor Alfred Smith
Maulana Maududi ha esercitato una grande influenza sul pensiero islamico dell’epoca contemporanea e il suo partito è una delle forze di rilievo del Pakistan. La letteratura prodotta da questo movimento è vastissima e assai ampia. Essa è per la maggior parte in urdu. Tuttavia, le sue traduzioni in arabo e in inglese aumentano di giorno in giorno. Il tratto distintivo di Maududi è che ha presentato gradualmente e con estrema coerenza il proprio pensiero come un sistema di vita corretto e attraente. Maududi appare come un pensatore riguardo all’Islam nell’epoca moderna, secondo un metodo organizzato e fondato su ideali. Egli ha dato equilibrio alla moderna tendenza a modellare l’Islam secondo uno schema di governo e di disciplina. È stato il primo a presentare la legge islamica come un sistema chiaro ed efficace per l’epoca moderna. Ha presentato l’Islam come un sistema di vita che, già molti secoli fa, aveva raccolto le soluzioni a tutti i problemi umani di tutte le epoche future. Per lui l’Islam non è una religione che ogni mattina debba creare per l’uomo il nuovo fastidio di impartirgli una nuova conoscenza divina per risolvere i suoi problemi. Il sistema di pensiero che ha progressivamente consolidato trae origine dall’epoca iniziale dell’Islam, dalla quale sono state ricavate le fondamenta essenziali di questo edificio sistemico. Al contempo, egli ha fatto ampio uso anche delle prospettive e delle correnti di pensiero moderne.
La verità è che, durante il disordine mentale e politico del Pakistan, egli ha influenzato gli intellettuali e una parte considerevole del pubblico. Nel corso della violenta tempesta del declino morale, ha dato prova, per l’obiettivo che si era prefisso, di una devozione incomparabile e di abnegazione.
Considero Maulana Maududi una persona grande e magnifica. Sono pochi quelli che nascono così. Ma oggi è diventato così grande che prima non lo avevo mai ritenuto tale. Non avrei mai potuto immaginare che Allah avesse preparato per lui una simile fortuna: un giorno sarebbe stato condannato a morte sulla via della religione. Allah lo ha scelto tra migliaia e gli ha concesso una posizione così elevata.’
Raja Jaganfar Ali Khan
Dal millenovecentotrentanove al millenovecentoquarantanove studiavo al Lahore Islamia College. In quel periodo, ogni domenica, il Maulana Sayyid Abul A’la Maududi veniva all’Habibia Hall per tenere lezioni di islamologia. Il venerdì era il giorno di riposo settimanale del college. Tuttavia, la domenica si svolgevano attività sportive e altri eventi sociali. Anche la lezione del Maulana si teneva quel giorno. Tutti gli studenti del college partecipavano alle sue lezioni.
Era un’epoca in cui il volto del Maulana, di una carnagione lattiginosa e rosata, era incorniciato da una barba nera. Portava un berretto nero, una sherwani marrone scuro e un pigiama bianco, e aveva occhiali azzurri. Il Maulana era allora nel fiore della giovinezza. Eppure non vidi mai nel suo carattere alcuna asprezza o emotività. Il suo modo di parlare era estremamente garbato e ciò che diceva era sempre molto razionale.
I ragazzi che partecipavano alle sue lezioni portavano con sé carta e matita. Al termine della lezione gli ponevano domande su pezzetti di carta. Il Maulana rispondeva loro con grande chiarezza.
A quel tempo gli studenti erano particolarmente influenzati dal movimento Khaksar. Fino a prima del 1940, si può dire che fossi io stesso un militante del movimento Khaksar. Poiché le risposte che il Maulana dava quando gli venivano poste domande sul movimento e sul suo leader non mi soddisfacevano, non riuscii ad avvicinarmi a lui. Non sentii neppure il bisogno di leggere i suoi scritti. In quel periodo, il movimento Khaksar e il suo organo, Al-Islah, avevano suscitato fermento in tutto il Paese. Quel movimento aveva profondamente influenzato le nostre menti.
Al congresso della Lega Musulmana di tutto il Pakistan, tenutosi a Lahore il 23 marzo 1940, rimasi affascinato dalla personalità del defunto Quaid-e-Azam Muhammad Ali Jinnah. Il suo ruolo energico, la fermezza del carattere, la sua onestà e la completa dedizione alle sue attività mi attirarono dal movimento Khaksar alla Lega Musulmana.
Nella terza fase della mia vita divenni un appassionato della letteratura «progressista». In quel periodo lessi i libri di Marx, Lenin e Stalin. In seguito fui attratto dalle persone che aderivano a quella dottrina. Nonostante ciò, continuavo a essere legato a una famiglia religiosa. Tuttavia, l’ambiente sociale mi trascinò verso il comunismo. A casa discutevo spesso con mio padre, ormai defunto. Ero rimasto intrappolato in una tale gabbia di ignoranza preislamica che, Dio mi perdoni, mio padre smise di parlarmi.
Il Pakistan doveva ancora nascere. Quel giorno mio padre, ormai defunto, mi diede da leggere il libro inglese del Maulana Maududi, Towards Understanding Islam. Lo lessi. Poi lo lessi di nuovo. L’effetto che il libro ebbe su di me fu tale che l’oscurità dell’erramento accumulatasi nella mia mente e nel mio cuore scomparve. Gli argomenti inconfutabili del Maulana e il suo modo di esporre erano estremamente coinvolgenti; perciò cominciai a leggere anche le sue altre opere.
Dopo la nascita del Pakistan, nel piccolo giardino ricoperto di erba verde e rigogliosa davanti alla casa di Iṣrār, il Maulana teneva delle conversazioni nel pomeriggio. Io andavo lì e mi sedevo. A quel tempo non si radunava ancora tanta gente. Rivolgevo al Maulana molte domande sciocche e sconnesse. Il Maulana non se ne adirava affatto. Rispondeva a ogni cosa con parole calme, ponderate e dolci. Anche di fronte a domande inappropriate, sul suo volto non appariva mai alcun segno di irritazione o di collera. Gli esponevo senza esitazione le domande che mi sorgevano nella mente dopo aver letto “Tulu-e-Islam”. Il Maulana confutava le domande errate con l’arma affilata della ragione. Il suo modo di rispondere era tale che l’interrogante non poteva fare a meno di lasciarsene influenzare.
Se una persona come me ha potuto abbandonare il comunismo e avvicinarsi all’Islam basandosi soltanto sulla ragione, allora certamente ve ne saranno state molte altre che, sotto l’influsso degli scritti del Maulana, hanno seguito la retta via o, quanto meno, non sono rimaste fedeli all’ideologia con cui erano nate. Questa è una caratteristica particolare del Maulana. Personalmente, per profondità di conoscenza, non ho mai visto nessuno pari a lui. Per questo lo definirò senz’altro il mujaddid di quest’epoca.
Se qualcuno mi chiedesse chi siano, per me, le persone più illustri, risponderei: soltanto tre: Allama Iqbal, Quaid-e-Azam e Maulana Maududi.
A. K. Brohi
Il patrimonio più prezioso di una persona è il suo carattere e il suo ruolo. Se è possibile trasformare il carattere e il ruolo di una persona e apportare in lei un cambiamento significativo di qualsiasi natura, colui che compie quest’opera è l’artefice o il costruttore della vita di quella persona. Da questo punto di vista, a mio parere, oggi la personalità più eminente del Pakistan è Maulana Maududi.
Riconosco la verità di questa affermazione: se si chiedesse chi sia la persona che ha influenzato maggiormente il carattere e il ruolo degli abitanti del Pakistan, la mia risposta sarebbe Maulana Maududi. Sono fermamente convinto che ciò che dico oggi lo dirò anche domani. E se nell’Aldilà Allah l’Altissimo vorrà accettare la mia testimonianza, quel giorno renderò proprio la testimonianza che rendo oggi.
Sharifuddin Pirzada
Tra coloro che furono gli ideatori del Pakistan, Maulana Maududi era uno degli esponenti di primo piano. I piani e le proposte da lui e dagli altri presentati su questo tema servirono da guida nella lotta per il Pakistan. Le tre proposte alternative che Maulana Maududi presentò per la creazione di uno Stato musulmano separato furono pubblicate nei numeri di ottobre e dicembre del 1938 di Tarjuman-ul-Quran. Ricordo bene che, durante la conduzione del movimento per il Pakistan, gli studenti dell’Università di Aligarh portavano regolarmente con sé i numeri di Tarjuman-ul-Quran insieme alle altre pubblicazioni e leggevano pagina dopo pagina di quella rivista per confutare gli argomenti dei sostenitori dell’unitarismo.
Maulana Amir Usmani, Deoband
Maulana Maududi è l’unica persona la cui genialità donatagli da Dio, la forza della sua scrittura, la chiara comprensione della religione, la dedizione incomparabile e la sincerità hanno creato, non soltanto in Pakistan ma nell’intero mondo musulmano, un patrimonio letterario così vasto che, nel riconoscerlo, bisogna dire che questo patrimonio letterario ha creato, nel riconoscerlo, bisogna dire che i sette regni sono insignificanti al suo confronto. Mi sembra che ogni pagina della letteratura da lui composta equivalga a una gemma.
Maulana Abdul Quddus Bihari
Mi rivolgo, nel nome di Dio e del Suo Messaggero, ai miei fratelli musulmani, agli ulema, alla società, agli intellettuali e agli uomini illustri della nazione, esortandoli a non perdere neppure un momento per salvare un pensatore islamico incomparabile, uno scrittore senza pari e un patrimonio nazionale, e a mantenere immediatamente intatta la lotta con metodi quanto più possibile ordinati e costituzionali.
La testimonianza di Maulana Abdul Quddus Bihari
Attraverso i giornali viene ripetutamente mossa l’accusa secondo cui Allama Maududi e la Jamaat-e Islami si sarebbero opposti alla fondazione del Pakistan. Sono malato da parecchio tempo. Inoltre, le mie risorse e possibilità sono limitate. Ciononostante, speravo che gli ulema seguaci della verità avrebbero esposto la verità al popolo. Ma vedo che, per qualche ragione, anche la voce della verità è stata ridotta al silenzio. Per questo adempio a tale responsabilità. In quanto fondatore della Jamiat Ulema-e Islam ed ex sostenitore della Lega Musulmana, ritengo un dovere indispensabile della Jamiat Ulema-e Islam e di ogni sostenitore della Lega Musulmana parlare di questa questione. Anzi, ritenendomi responsabile di dover rispondere davanti a Dio e al Suo Messaggero (pace e benedizioni su di lui) per aver esposto questa verità, dichiaro in termini inequivocabili che Allama Maududi non si è mai opposto alla fondazione del Pakistan. Al contrario, il fatto reale è che, quando Maulana Husain Ahmad Madani, che Dio abbia misericordia di lui, e la Jamiat Ulema-e Hind, sostenendo il Congresso, proclamarono che la nazione si forma sulla base della patria, Allama Maududi disse che la nazione si forma sulla base della religione, non del Paese o della patria. Egli compose una poderosa letteratura a dimostrazione della nazionalità islamica. Hazrat Allama Shabbir Ahmad Usmani fondò a Calcutta la Jamiat Ulema-e Islam in risposta alla Jamiat congressista e per contrastarla. Allama Shabbir Ahmad Usmani definì Allama Maududi la spada dell’Islam e protestò vigorosamente contro il suo primo arresto. In realtà, Allama Shabbir Ahmad Usmani e la Jamaat-e Islami formarono l’opinione pubblica a favore del referendum, grazie al quale la Provincia della Frontiera e Sylhet furono incluse nel Pakistan. Va ricordato che Allama Maududi non si è mai opposto alla fondazione del Pakistan e di uno Stato islamico. Tuttavia, l’errata convinzione è nata dal fatto che Hazrat Allama Maududi espresse dubbi su alcuni dirigenti della Lega Musulmana, ritenendo che avrebbero creato ostacoli all’attuazione della legge islamica. Ne abbiamo ancora la prova: la legge islamica non ha potuto essere promulgata neppure negli ultimi venticinque anni. Non si può accusarlo di essersi opposto allo Stato islamico per aver nutrito dubbi sui dirigenti. Resta poi l’accusa di essersi opposto al Quaid-e-Azam. Allama Maududi non lo fece mai. Egli, naturalmente, chiese ripetutamente l’istituzione della legge islamica. Scrisse opere inestimabili sull’Islam e numerosi libri. La nazione gli è riconoscente.
Maulana Zafar Ahmad Ansari
Maulana Zafar Ahmad Ansari, segretario generale della Lega Musulmana All-India dell’India indivisa, afferma:
Il mio primo incontro con Maulana Maududi avvenne ad Allahabad nel 1938. A quel tempo la Jamaat-e-Islami non era ancora stata fondata. Maulana alloggiava presso la casa del dottor Nazir Ali Zaidi. Quando veniva ad Allahabad, soggiornava sempre lì. Il secondo incontro ebbe luogo nel 1941, anch’esso ad Allahabad, durante una riunione tenutasi presso la casa di Hakim Khalid Sahib, a Hardaraya. Qui tenne anche una conferenza all’Islamia College. Ero rimasto affascinato dalla profonda erudizione di Maulana.
Dopo qualche tempo dovetti trasferirmi a Delhi. Quando Maulana veniva a Delhi, naturalmente lo incontravo. Alloggiava a casa dei suoceri. Una volta soggiornò anche presso l’abitazione di Chaudhry Muhammad Ali. Veniva anche a casa mia e conversavamo per ore e ore. Già prima della creazione del Pakistan, i volumi del Tarjuman al-Qur’an adornavano la biblioteca del Quaid-e-Azam.
Dopo la creazione del Pakistan, Maulana venne più volte a casa mia. Non è corretto dire che Maulana non accettasse mai le proposte o i consigli altrui. La mia esperienza personale è che accettava le questioni di principio. Ho la reputazione di aver fatto sì che, dopo i miei incontri con Maulana, egli talvolta modificasse le decisioni della Jamaat. Maulana ascoltava con attenzione ogni cosa. Quando gli si presentava un’argomentazione, la accettava immediatamente.
La personalità di Maulana era straordinaria. Affrontare le critiche con infinita pazienza e con il sorriso era una delle sue qualità più distintive. È chiaro come la luce del giorno che rimaneva fermo e irremovibile nel seguire la via che riteneva giusta per la diffusione e l’elevazione dell’Islam.
Dott. Ibrahim Agah
Il professor dott. Ibrahim, dell’Università di Ankara in Turchia, afferma:
Sayyid Abul A‘la Maududi era un erudito di grandissima statura. Era uno studioso talmente eminente che in tutto il mondo le sue parole vengono comprese e le sue opinioni accolte. Anche in Turchia Maulana Maududi è tra gli autori più universalmente riconosciuti. Alcune delle sue opere sono state tradotte in turco.
Non ho avuto l’opportunità di incontrare Maulana Maududi. Tuttavia, l’ho incontrato nelle sue opere. L’energia vitale che ha suscitato attraverso la sua personalità dinamica esercita una grande influenza sull’epoca presente e continuerà a esercitarne una ancora maggiore in futuro.
Yasin Umar
Yasin Umar, membro del Consiglio nazionale sudanese, dichiara:
Sayyid Abul A’la Mawdudi diede inizio al movimento per la rinascita islamica. Nell’epoca moderna fu il primo a sfidare le dottrine e le correnti di pensiero occidentali. Con la pietra di paragone della ragione dimostrò chiaramente che le dottrine e le correnti di pensiero occidentali sfidano. Con la pietra di paragone della ragione dimostrò chiaramente che il pensiero occidentale è dannoso per l’umanità. Si oppose alla civiltà occidentale e impegnò anche altri a contrastarla. Iniziò questa grande opera nel campo del pensiero. Con un nuovo stile espositivo delineò la dottrina e la visione islamiche in modo tale che quei musulmani che si erano allontanati dall’Islam perché incapaci di contrastare il pensiero occidentale cambiarono il loro modo di pensare, mentre anche coloro che erano immersi nell’incertezza e nel dubbio tornarono verso l’Islam. Gli scritti del Maulana Mawdudi suscitarono in loro una ferma convinzione e infusero nei musulmani una determinazione adamantina per l’Islam. ….. Sayyid Abul A’la Mawdudi informò i giovani musulmani della loro corretta identità non solo in Pakistan e in Asia, ma anche in Africa e in tutto il mondo. Riunì i giovani musulmani del mondo attorno all’Islam e fece dell’Islam lo scopo della loro vita.
Prima di dire quanto sia elevato il posto di Sayyid Mawdudi nella storia, desidero raccontare, sulla base della mia esperienza personale, che prima di studiare i suoi scritti ero un sostenitore del comunismo. Mi piaceva presentarmi come comunista e socialista. Furono esclusivamente gli scritti di Sayyid Mawdudi a condurmi dalla militanza comunista alla luce dell’Islam.
Definirei Sayyid Mawdudi un grande uomo. Ma sento che questa parola è incapace di descrivere la sua grandezza. Sayyid Mawdudi è una persona che ha cambiato il corso della storia; oggi è un creatore di storia. La sua penna affilata ha sconfitto la civiltà, il pensiero e la cultura occidentali. In effetti, oggi si è compiuta una rivoluzione tale che i giovani musulmani hanno iniziato a proclamarsi «islamici», invece di definirsi «orientali e occidentali». È un cambiamento enorme, e con il trascorrere del tempo la sua influenza si diffonderà in tutto il mondo.
Dott. Sirajul Haq (Bangladesh)
La profondità delle conoscenze e l’erudizione del Maulana Sayyid Abul A’la Mawdudi si collocano a un livello elevatissimo. A un livello così alto che non è possibile valutarle correttamente limitandosi ad affermarlo. L’impatto del lavoro di ricerca e di studio da lui compiuto continuerà a farsi sentire per diverse generazioni e per secoli. …. Il Maulana Mawdudi è l’unica persona che, una volta messa la penna su un argomento, non lascia più nulla da dire. Quando si recava a Dacca lo incontravo, e lo incontravo anche quando venivo qui. Una volta, in questa città di Rawalpindi, ebbi l’occasione di incontrarlo in un ambiente tale che non potrò mai dimenticarlo. Una volta fu invitato all’I DO NOT AGREE CLUB di Pindi. Anch’io ero stato invitato. Attraverso il suo discorso il Maulana riuscì ad attrarre e influenzare tutti. Nella sua trattazione argomentata vi era la scoperta di una luce così nuova che nessun altro avrebbe potuto reggere il confronto con lui.
Sayyid Mawdudi ha influenzato la storia della sua epoca già durante la sua vita. La sua influenza continuerà a farsi sentire anche su tutto ciò che accadrà in futuro. Anzi, con il trascorrere del tempo, la sua influenza diventerà sempre più intensa. In seguito aumenterà il numero di coloro che seguiranno le sue orme, ed egli sarà considerato degno di una venerazione ancora maggiore. È e continuerà a essere il «beniamino» di tutti. [L’I DO NOT AGREE CLUB era un club esclusivo per autorevoli membri del CSP e alti funzionari governativi. — L’autore.]
Le lettere di Mawdudi
Mawlana Sayyid Abul A‘la Mawdudi fu un leader islamico rivoluzionario del ventesimo secolo. Nel corso della sua vita, lungo il cammino del movimento, dovette affrontare innumerevoli ostacoli e difficoltà, derisioni e critiche, persecuzioni e oppressioni. In tempi e circostanze diverse, dovette esprimere i propri pensieri a varie persone attraverso lettere. La personalità dell’autore, il suo vero carattere, i suoi ideali e la sua visione del mondo si manifestano nelle sue lettere. Qui sono raccolte alcune delle lettere da lui scritte in periodi diversi; attraverso di esse emergono la sua filosofia di vita, gli ideali e gli obiettivi della sua vita, il vero pensiero islamico, le qualità e il metodo d’azione del movimento islamico, nonché il suo atteggiamento di tolleranza verso i nemici dell’ordinamento sociale islamico. Spero che queste lettere fungano da fiaccole anche nella vita dei lettori.
[1]
Al signor Abdus Sattar Sahib.
Pathankot, Punjab.
7 giugno 1941
Mio stimato—
La pace, la misericordia e le benedizioni di Allah siano su di voi.
Ero andato a Srinagar. Al mio ritorno ho ricevuto la vostra lettera. Sono un discendente di Hazrat Qutbuddin Maudud Chishti (che Allah abbia misericordia di lui). Per questo scrivo «Maududi» dopo il mio nome. Ciò non costituisce alcuna attività propagandistica volta a rendere noto me stesso, né mira a trarne qualche vantaggio. Allah l’Altissimo ha suddiviso l’umanità in diverse tribù e stirpi affinché gli esseri umani potessero riconoscersi reciprocamente e preservare la propria identità. Pertanto, rendo semplicemente nota la stirpe nella quale sono nato.
«Maududi» non è il nome di una dottrina né di una comunità religiosa; per questo mi si può accusare.
Non avete menzionato quali mie affermazioni vi abbiano indotto a ritenere che nutra una cattiva opinione nei confronti dei grandi della religione. Né avete spiegato quale opinione sia necessario nutrire nei confronti dei grandi della religione. Se vorrete cortesemente fare un po’ di luce su questi due punti, potrò esporre il mio punto di vista. Dalla vostra lettera non ho potuto comprendere quale sia la colpa di cui sono stato accusato. Temo piuttosto che non abbiate affatto letto il mio articolo con mente calma e ponderata. È diventata una regola generale: se qualcuno trova in un articolo qualcosa contrario ai propri gusti, comincia a guardare l’intero articolo con odio e sospetto. Dopo di ciò non trova più il tempo di riflettere serenamente su ciò che l’autore dell’articolo stia dicendo.
Probabilmente non sapete che sono nato in una stirpe nella quale, da mille anni, si tramanda la pratica del bay‘a e dell’iniziazione. Ho avuto l’opportunità di studiarne direttamente tutti gli aspetti, positivi e negativi. Non li ho osservati con l’atteggiamento ostile di un estraneo; al contrario, naturalmente, il mio punto di vista nei loro confronti era estremamente benevolo. Se poi sono giunto alla conclusione che, come le altre istituzioni dell’Islam, anche questa istituzione si è deformata e necessita di numerosi cambiamenti, ciò non sarà considerato il parere di un nemico esterno, bensì quello di un amico di famiglia, espresso esclusivamente in nome della verità. Se il servizio della verità non fosse stato il mio obiettivo, avrei potuto facilmente occupare il seggio della mia famiglia e avrei visto accorrere attorno a me numerosi santoni, intenti a organizzare assemblee di pir e murid e a baciarmi mani e piedi e a offrirmi nazr e niyaz.
Khaksar
Abul A‘la.
[2]
A nome del signor Hakim Muhammad Sharif di Hafizabad.
Nuova prigione centrale
Multan.
17 marzo 1949
Mio stimato,
As-salāmu ʿalaykum wa raḥmatullāh.
…… Non si preoccupi per la mia salute. La verità è che, per molti anni, non ho mai goduto di una salute come quella di cui godo ora. Sono aumentato di peso, ho più appetito e dormo così bene che negli ultimi quindici anni non avevo mai dormito tanto bene. Riesco a sostenere sforzi fisici e mentali molto maggiori di prima e avverto pochissima stanchezza. La ragione è che oggi, sulla terra, non c’è nessuno più felice di me. Non ho alcuna preoccupazione per i figli, le figlie e i parenti, perché li ho affidati a Dio. Non ho alcuna preoccupazione per la nazione, perché il governo attuale si è assunto sulle proprie spalle tutta la responsabilità che Dio aveva posto su di me a questo riguardo. Non ho preoccupazioni neppure per la Jamaat e per la predicazione islamica, perché, non appena sono stato arrestato, sono stato sollevato da ogni responsabilità. Inoltre, ho piena fiducia che la mia incarcerazione non danneggerà in alcun modo la Jamaat, ma anzi le sarà di beneficio. Ora rifletta lei stesso: chi potrebbe essere più felice di me?
Khaksar
Abul A’la
[3]
A nome del signor Hakim Muhammad Sharif di Hafizabad.
Nuova prigione centrale, Sultan
22 aprile 1949
Mio venerato,
La pace sia su di voi e la misericordia di Allah.
Il fatto che abbiate espresso dolore per il prolungamento della durata della mia detenzione è una prova del vostro sincero affetto per me. Ma, come principio, ricordate una cosa: Dio non tratta male colui che mantiene buoni rapporti con Dio e con le Sue creature e lavora sulla via di Dio per il bene delle Sue creature. Ciò che esteriormente sembrava essere un male per me, per grazia di Dio si è rivelato un beneficio. Non si tratta semplicemente di nutrire una buona opinione, bensì di una grande verità. Sul cammino delle riforme e delle correzioni per le quali sto lavorando non c’era alcuna montagna rocciosa a costituire un ostacolo. L’ostacolo era piuttosto un’immondizia alta fino al cielo. Avevo iniziato a ripulire questa immondizia soltanto per ottenere la soddisfazione di Dio. Mentre svolgevo questo lavoro, sopportavo pazientemente gli schizzi d’immondizia che mi ricadevano addosso. Ma il mio Dio non ha gradito che io svolgessi il lavoro dello spazzino. Per questo mi ha condotto in un luogo appartato e tranquillo. Ora l’immondizia viene scagliata proprio contro coloro ai quali appartiene. … Questo lavoro è ancora incompiuto. Quando sarà completato, mi troverete in mezzo a voi.
Khaksar
Abul A’la
[৪]
A nome del signor Sayyid Abul Khayr Mawdudi.
Nuova prigione centrale, Multan
23 novembre 1949
Fratello sahib
La pace sia con voi e la misericordia di Allah.
Posso dire, sulla base di tutto ciò che ho studiato nel corso della mia vita, che le forze che si rifugiano all’interno di una fortezza non possono mai restare vive in questo mondo. Infatti, fuggire dalla competizione in campo aperto e nascondersi dentro una fortezza è un segno di codardia, e Allah l’Onnipotente non ha creato questa terra perché fosse governata dai codardi. I miei studi mi dicono inoltre che il potere di quei codardi morali le cui attività si fondano sulla menzogna, sull’inganno e sulla frode, che considerano pericoloso venire alla luce della verità e il cui potere di governo necessita di leggi sulla sicurezza, non può restare a lungo al di sopra dello sviluppo. Ciò è contrario alla coscienza, contrario alle leggi della natura, e mille anni di esperienza storica testimoniano che, per quanto possano essere forti per un breve periodo coloro che fanno affidamento su tutto questo, essi non possono durare a lungo.
Il vostro umile servitore
Abul A’la
[5]
A nome del signor Sayyid Abul Khayr Mawdudi.
Nuova prigione centrale, Multan
16 maggio 1949
Caro fratello
La pace e la misericordia di Allah siano su di voi.
D’ora in poi, ogni volta che verrete, portate con voi i vostri due figli maggiori. Se anche Haji Mian [il soprannome del figlio di mio fratello maggiore è «Haji Mian»] desidera venire, portate anche lui. All’inizio avevo proibito loro di venire, pensando che l’ambiente di qui potesse avere un effetto negativo su di loro. Ma ora, dopo aver riflettuto, sono giunto alla conclusione che dovrei mostrare loro tutti i luoghi. È ancora possibile che le generazioni future siano più traviate di quella attuale e che, rispetto a loro, gli uomini di allora debbano affrontare una lotta più dura di quella che affrontiamo noi. Non voglio allevare i miei figli per il lusso. Voglio invece allevarli affinché servano il bene e lottino contro il male.
Khaksar
Abul A’la
[6]
A nome di Ahmad Faruq Maududi.
Nuova prigione centrale, Multan
23 dicembre 1949
Mio caro figlio,
Wa ‘alaykumus-salam.
Non so quando riceverai la lettera che ti scrivo oggi. Naturalmente non sono preoccupato per questo, e neppure voi dovreste esserlo. Che riceviate o meno la lettera e che riusciate o meno ad avere mie notizie, siate soddisfatti in ogni circostanza, sapendo che qualunque cosa Allah faccia, la fa per il bene. Satana vuole proprio che in una situazione simile noi ci spaventiamo terribilmente e diventiamo impazienti. Ma, confidando in Dio, dovremmo sconfiggere questo inganno di Satana.
Non riesco a capire se state andando avanti bene o male. Anche se venissi a sapere qualcosa della vostra situazione, buona o cattiva che sia, non potrei fare nulla. Per questo vi ho affidati a Dio e ho avuto pazienza. Penso che continuerete a vivere anche ora esattamente come avreste dovuto vivere dopo la mia morte. È una manifestazione della maestà di Dio il fatto che abbiate dovuto affrontare già durante la mia vita la situazione che gli altri devono affrontare dopo la morte del loro tutore. Non lasciatevi abbattere da questa esperienza; piuttosto, cogliete questa opportunità. Inshallah, si dimostrerà benefica per voi.
– Abul A‘la Mawdudi
[7]
A nome del signor Chowdhury Ghulam Muhammad di Karachi.
Nuova prigione centrale, Multan
6 aprile 1950
La pace, la misericordia e le benedizioni di Allah siano su di voi.
Lo spirito delle correnti rivoluzionarie contemporanee differisce da quello dell’Islam. Oggi, le correnti rivoluzionarie adottano anzitutto misure di ritorsione contro coloro che pongono loro degli ostacoli. In secondo luogo, per instaurare un sistema sociale al posto di un altro, ricorrono a metodi estremamente vili. Non si preoccupano affatto del fatto che, a causa di questa rivoluzione e trasformazione, milioni di esseri umani possano essere distrutti. L’Islam, al contrario, quando riesce ad acquisire il potere, generalmente adotta una politica di perdono invece che di vendetta. In seguito, nel correggere i difetti e le deviazioni del precedente sistema sociale e nell’attuare al suo posto il proprio programma di riforma e correzione, la sua politica generale consiste nel realizzare la riforma e la correzione gradualmente e con metodi quanto più semplici possibile, salvaguardando per quanto possibile la vita umana da una rivoluzione fulminea.
Le persone ignoranti dello spirito dell’Islam, per il loro eccessivo zelo riformatore e correttivo, imitano i metodi rivoluzionari diffusi nel mondo e, nel farlo, vi appongono l’etichetta dell’Islam. Lo scopo dell’esposizione dei principi islamici è proprio analizzare i loro metodi d’azione erronei.
-Abul A‘la Maududi
[8
Risposte alle lettere presentate in Rasā’il wa Masā’il
La tempesta dell’opposizione
Non ignoro la campagna che hanno iniziato contro di me. Non è una nuova esperienza per me. Più volte si è tentato di diffondere contro di me accuse calunniose di questo genere, e ogni volta ho esercitato la pazienza. Finora la mia esperienza è stata questa: Allah l’Altissimo non permette alla menzogna di diffondersi.
È sempre stata mia regola non rispondere alle parole di coloro che ho visto incuranti dell’onestà, della lealtà e del timore di Dio, e non desidero farlo neppure in futuro. Ritengo di non essere in grado di vendicarmi di loro. Solo Allah può vendicarsi di loro. Ritengo inoltre di non avere bisogno di confutare le loro menzogne. Inshā’Allāh, la loro arroganza sarà smascherata già in questo mondo.
Obiettivo e metodo d’azione
Comprendete bene lo scopo per cui è stata costituita la Jamaat-e Islami. Questa Jamaat non è stata costituita per risolvere, con metodi temporanei, un problema temporaneo posto dinanzi a un Paese o a una nazione. Non è stata costituita sulla base del principio secondo cui si adotterebbe, per risolvere i problemi, qualunque politica fosse di volta in volta in vigore. Dinanzi a questa Jamaat vi è un unico problema universale ed eterno, che comprende tutti i problemi di ogni Paese e di ogni nazione. Tale problema è: in che cosa consistano il progresso terreno e la salvezza nell’Aldilà dell’essere umano. E questa Jamaat conosce una sola soluzione a tale problema: che l’intera umanità assuma sinceramente la servitù di Allah e segua quindi i principi contenuti nel Libro di Allah e nella Sunna del Messaggero. Al di fuori di questo problema e della sua soluzione, non nutriamo alcun interesse per nient’altro al mondo.
La necessità di costituire un’organizzazione
… È dimostrato dagli hadith che non è possibile condurre una vera vita islamica senza una Jamaat o un’organizzazione. Affinché la vita sia realmente islamica, la cosa più necessaria è essere legati all’obiettivo dell’Islam, cioè all’iqāmat al-dīn. Ciò richiede di impegnarsi con ogni mezzo per questo obiettivo, e tale impegno non è possibile senza una forza unita. Perciò sarebbe un grave errore definire islamica una vita priva di una Jamaat. In secondo luogo, anche se una persona non aderisse alla nostra Jamaat, dovrebbe aderire a una Jamaat il cui obiettivo fosse questo e la cui organizzazione e il cui metodo di impegno totale fossero conformi agli insegnamenti islamici. In tal caso non esiteremmo a riconoscerla come una persona sulla retta via. Tuttavia, non riteniamo corretto che una persona segua soltanto i metodi di formazione del carattere individuale prescritti dalla Sharīʿa e non aderisca ad alcuna Jamaat per impegnarsi nell’iqāmat al-dīn. Consideriamo una vita simile una vita di mezza jāhiliyya. Secondo la nostra conoscenza e il nostro discernimento, la richiesta minima dell’Islam è questa: se una persona non vede intorno a sé alcuna Jamaat che si impegni pienamente, con metodi islamici, per il raggiungimento dell’obiettivo islamico, dovrebbe cercare di costituire un’organizzazione di questo tipo e deve essere pronta, non appena troverà una Jamaat simile, a rinunciare a ogni senso dell’io e ad aderirvi con lo spirito della Jamaat.
Daʿwa e rivoluzione
Per quanto ho potuto comprendere dalla vostra lettera, il suo senso è che, al momento, si dovrebbe fare propaganda soltanto attraverso la daʿwa orale, i discorsi, la stesura di articoli e i giornali e le riviste. Oltre a ciò, non sarebbe necessario invitare le persone a praticare personalmente. Poi, quando le menti e i cuori di tutti i musulmani saranno influenzati dal nostro modo di pensare, un giorno scoppierà all’improvviso una rivoluzione.
L’idea è piuttosto eccellente. Ma che si può fare, se la natura della daʿwa non è la stessa di quella della rivoluzione? Una daʿwa influente ed efficace è possibile soltanto quando il gruppo che la proclama metta in pratica i propri principi e organizzi coloro che li mettono in pratica. I soli sermoni e ammonimenti vanno avanti ormai da molto tempo. Quale risultato hanno prodotto?
(Rasā’il wa Masā’il)
Alcune parole preziose
[1]
Non ho mai cercato di comprendere la religione da qualcuno del passato o del presente; ho sempre cercato di comprenderla dal Corano e dalla Sunnah. Pertanto, per sapere che cosa la religione di Dio richieda da me e da ogni credente, non cerco di vedere che cosa dica o faccia questo o quel venerabile. Cerco invece soltanto di vedere che cosa dica il Corano e che cosa abbia fatto il Suo Messaggero (pace e benedizioni di Allah su di lui).
-Abul A‘la Maududi
[2]
In realtà vogliamo creare un gruppo di persone che, da un lato, nella religiosità e nella pietà, sia più avanzato dei cosiddetti religiosi e timorati di Dio e, dall’altro, sia più competente e capace della gente comune del mondo nel gestire gli affari mondani. Dovrebbe essere costituito un gruppo di persone rette, i cui membri siano timorati di Dio, sinceri e affidabili. Dovrebbero essere adornati di caratteri e qualità graditi a Dio. Inoltre, dovrebbero comprendere gli affari del mondo molto meglio della gente mondana.
– Abul A‘la Maududi
[3]
Quando sarà chiaro a me e ai miei amici e collaboratori che ci siamo allontanati anche solo dello spessore di un capello dal Corano e dalla Sunna, allora, in shā’ Allāh, vedrete che non esiteremo neppure per un momento a tornare verso la verità. Ma se, invece del Libro di Allah e della Sunna del Suo Messaggero, prendete una persona come criterio per distinguere la verità dalla falsità, allora affidate a quella persona voi stessi e il vostro futuro. Ne avete pieno diritto. Dopodiché risponderete così ad Allah: «O Allah, invece del Tuo Libro e della Sunna del Tuo Messaggero, avevamo affidato la nostra religione a questo e a quell’uomo». Se questa risposta potrà salvarvi davanti ad Allah, continuate pure a darla con animo sereno.
– Abul A‘la Maududi
[4]
Se svolgiamo quest’opera con l’atteggiamento di chi gestisce un negozio, allora mille e mille maledizioni ricadano su di noi e sulla nostra attività. Ma se essa è un servizio sincero alla religione di Allah, allora dovremmo essere tutti lieti che non sia soltanto lui a svolgere quest’opera, bensì che anche altri vi siano impegnati. Il nostro compito è non considerarlo un rivale. Dobbiamo andare da lui più e più volte, affinché Allah volga il suo cuore verso la verità.
– Abul A‘la Maududi
[5]
L’istituzione della religione (Iqāmat al-dīn): un dovere fermo e imprescindibile
È dovere imprescindibile di ogni persona in cerca della verità suscitare in sé una fervida ispirazione per l’Iqamat al-din. Dopodiché si impegnerà affinché questo fuoco si accenda nel suo cuore. Quale sarà l’esito di questo sforzo e di questa condotta esula dalla discussione. Può anche darsi che saremo segati con una sega, trascinati sul terreno, gettati su carboni ardenti e che i nostri cadaveri diventino cibo per corvi e avvoltoi. Eppure, nonostante tutto ciò, forse non avremo la fortuna di riuscire a trasformare l’attuale sistema della falsità in un sistema vero e giusto. Ma questo fallimento non è un fallimento. Nessun timore o incertezza circa il fallimento ci esonererà da quel dovere che Allah l’Altissimo ha imposto per l’Iqamat al-din. È un dovere imprescindibile e incrollabile, che dobbiamo adempiere a qualunque costo e in qualunque circostanza. Se tutte le khanqah cercheranno di rassicurarvi dicendo che certe formule devozionali e pratiche ascetiche possono esonerarvi da questo dovere, allora vi dirò con certezza che si tratta soltanto di un inganno satanico. Finché avrete la testa sulle spalle e anche il più piccolo lembo della terra di Allah sarà piegato alla servitù di altri all’infuori di Allah, per voi il sonno tranquillo sarà proibito.
– Abul A‘la Mawdudi
(Atti della Jamaat-e Islami, vol. 3)
[6]
Il governo divino e il compiacimento di Allah
Non posso dire quale sarà il risultato di questo sforzo per l’Iqamat al-din. L’esito lo conosce soltanto Allah l’Altissimo. Se il risultato di questo sforzo sarà che saremo riusciti a instaurare un sistema sociale giusto, ciò sarà un dono di Allah. Alcune persone dicono con sarcasmo e derisione che tutti i nostri sforzi sono volti a ottenere il potere e che in noi non vi è il vero scopo della religione, ossia conseguire il compiacimento di Allah. Questa loro idea è assolutamente errata. Tutti i nostri sforzi sono diretti a instaurare un sistema giusto e divino. In questo sforzo non vi è alcuna colpa, né vi è nulla di cui vergognarsi. Quando parliamo di governo divino, intendiamo proprio il sistema sopra menzionato. Non riesco a capire: se questo è ciò che desideriamo, che cosa c’è di tanto controverso? E come potrebbe mai essere contrario al desiderio del compiacimento di Allah? Sulla terra di Allah deve vigere soltanto la legge di Allah: in quale altro modo si potrebbe ottenere un compiacimento di Allah maggiore di questo? Chi potrebbe desiderare il compiacimento di Allah più di coloro che sacrificano per questa causa la propria vita e i propri beni e che, qualunque sia il risultato, non vogliono in alcun modo permettere che sulla terra di Allah domini qualcuno all’infuori di Allah? Se uno sforzo combattivo di questo genere è mondanità, allora si chiama religiosità passare le notti recitando il nome di «Allah» e durante il giorno cercare di instaurare il trono di Satana? Coloro che parlano in questo modo hanno nella mente e nel cuore una concezione estremamente meschina della religione.
– Abul A‘la Mawdudi
(Atti della Jamaat-e Islami, vol. 3)
[7]
La pretesa della retta via
La vera pretesa di questa via è che in noi nasca il desiderio di accogliere l’opposizione. Sia che si segua la retta via, sia che si segua la via dell’errore, questa è la legge di Allah l’Altissimo: chiunque scelga una via viene messo alla prova proprio su quella via. La caratteristica della retta via è precisamente che essa è colma di questa prova del fuoco dall’inizio alla fine. Come, nella matematica, uno studente dotato è soddisfatto di fronte a un problema difficile perché ha avuto l’opportunità di mettere alla prova le proprie capacità intellettuali, così un credente fermamente determinato gioisce quando si trova davanti a una nuova prova, perché gli si è presentata l’opportunità di dimostrare la propria obbedienza. Una lampada fioca si spegne sotto una raffica di vento, ma una fornace ardente divampa ancora più intensamente per effetto delle raffiche. Sviluppate in voi una tale capacità che, come una fornace ardente non si spegne a causa del combustibile umido, ma anzi lo accoglie come alimento, così voi non vi pieghiate davanti all’opposizione, bensì ne ricaviate nutrimento e forza. Finché questa capacità non sarà nata in noi, non si può sperare che per mezzo nostro si possa rendere un buon servizio al din.
– Abul A‘la Mawdudi
(Atti della Jamaat-e-Islami, volume 3)
[8]
Se accettassi il modo in cui il din viene distorto e diventassi ciò che alcune persone desiderano che io sia, diventerei colpevole di un crimine tale da dover affrontare una severa resa dei conti davanti ad Allah. Quel giorno nessuno verrà ad aiutarmi. Perciò preferisco diventare oggetto delle loro derisioni e dei loro scherni piuttosto che mettere in pericolo me stesso nell’Aldilà.
– Abul A‘la Mawdudi
[9]
Dio è testimone: non nutro alcuna ostilità verso alcuna persona o gruppo. Sono soltanto amico della verità e nemico della menzogna. Ho presentato anche le argomentazioni a sostegno della verità di ciò che ritengo vero. Ho esposto altresì le argomentazioni riguardo a ciò che ritengo falso. Se qualcuno che non è d’accordo con me dimostra con argomentazioni il mio errore, posso cambiare opinione. Ancora oggi vi sono persone che si adirano soltanto perché è stato detto qualcosa contro di loro o contro il loro leader prediletto. Eppure non si chiedono se ciò che è stato detto sia vero o falso. Non mi curo affatto dell’ira di simili persone. Non risponderò ai loro insulti e non mi allontanerò dal mio cammino.
– Abul A‘la Maududi
[10]
La mia franchezza certamente risulterà sgradevole a quegli uomini illustri che sono abituati a giudicare la verità in base alle persone, invece di giudicare le persone in base alla verità. Mi sono preparato a ricevere, in risposta, altri insulti.
– Abul A‘la Maududi
[11]
Mi addolora profondamente che il declino morale dei musulmani sia oggi giunto a un punto tale che coloro che violano la legge di Dio se ne vadano in giro con arroganza. D’altra parte, proprio coloro che osservano la legge del Signore dei mondi e invitano gli altri a osservarla sono oggi quelli umiliati e disonorati.
– Abul A‘la Maududi
[12]
Per grazia di Dio, non ho mai agito sotto l’impulso delle emozioni. In ogni mio discorso ho pronunciato ogni parola dopo averla ponderata, pensando che avrei dovuto renderne conto a Dio, non a un Suo servo. Sono certo di non aver pronunciato una sola parola contraria alla verità. Tutto ciò che ho detto era assolutamente necessario per il servizio della religione. Temevo che Dio mi avrebbe chiamato a risponderne non per averlo detto, bensì per non averlo detto.
– Abul A‘la Maududi
[13]
Non sono tra coloro che hanno fatto della propaganda menzognera, delle dispute personali e degli insulti la propria professione. Ho sempre guardato con disprezzo alla condotta di coloro che portano il turbante degli anziani della nazione e trasformano le divergenze politiche in inimicizia personale. Quelli che mi conoscono conoscono anche questa verità.
– Abul A‘la Maududi
[14]
Cinema
Domanda:A volte vado al cinema per svago. Non mi lascio influenzare dall’attrazione sessuale. Cosa ne pensa?
Risposta:Le scene cinematografiche possono essere tollerate soltanto da quegli occhi che non sono ancora diventati pienamente musulmani. Cerchi di rendere musulmani i suoi due occhi. Poi vedrà che il cinema non sarà per lei uno svago. Proverà una tale sofferenza che le sembrerà che qualcuno le stia conficcando aghi negli occhi.
– Abul A‘la Mawdudi
Un’intervista
Domanda:Vorrebbe raccontare alcuni eventi particolarmente importanti della sua vita?
Risposta:Non ho l’abitudine di tenere un diario e non mi sono mai seduto a riflettere su queste cose. A seconda delle circostanze, mi capita di dire qualcosa. Nel corso di una conversazione, finisco per menzionare qualche avvenimento. Ma non ho mai preparato un elenco di tutto ciò, né ci ho mai riflettuto. A volte mi capita all’improvviso di dire qualcosa di straordinario. Altrimenti, di solito, non provo una gioia eccessiva per nulla, né mi lascio prendere dallo sconforto.
Domanda:Le è mai capitato di trovarsi in una situazione in cui procurarsi da mangiare fosse molto difficile?
Risposta:No, non è mai successo. Ringrazio Dio per questo. Tuttavia, una sola volta è accaduto che pensassi: oggi dovrò forse restare senza mangiare. Ma prima che iniziassi il digiuno, Allah l’Altissimo aveva già provveduto in qualche modo. Grazie a Dio, finora non si è mai verificata una simile situazione. Ciò è dovuto al fatto che per lungo tempo ho vissuto da solo e spesso ho anche cucinato con le mie mani. Altre volte ero così impegnato nel lavoro che non avevo tempo per cucinare. Quando arrivava l’ora di mangiare, compravo delle banane e le mangiavo.
Domanda:Quando lavorava seduto per periodi più lunghi e per quante ore?
Risposta:Posso lavorare in qualsiasi momento. Ma quando vedo che durante il giorno non ho tempo libero, lavoro di notte. Ci fu un periodo in cui lavoravo dopo la preghiera della sera fino alla preghiera dell’alba. Anche durante quelle ore venivano persone a farmi visita e si conversava.
Domanda:Nel lavoro di questo movimento e in quelle circostanze, quale attenzione prestava alla sua salute?
Risposta:Per un certo periodo sono stato incurante anche della mia salute. Anzi, a un certo punto lavoravo pensando di dover impiegare tutte le mie forze, quale che fosse il risultato. In quel periodo lavoravo con assoluta determinazione. Non mi preoccupavo minimamente delle conseguenze che ciò avrebbe avuto sul corpo e sulla salute. Dal 1939 al 1942 ho continuato a lavorare in questo modo. Ho lavorato da solo. Non c’era nessuno che mi aiutasse. Sentivo di dover fare tutto ciò che potevo, indipendentemente dal fatto che questo lavoro proseguisse o meno. Naturalmente non avevo la certezza di trovare dei collaboratori né che il lavoro che stavo svolgendo avrebbe avuto successo.
Domanda:Provò gioia quando trovò dei collaboratori e il lavoro del movimento cominciò a crescere?
Risposta:Sì, è del tutto naturale.
Domanda:Quale fu la sua reazione quando fu mandato in prigione per la prima volta?
Risposta:Fin dall’inizio avevo tenuto presente che questa situazione sarebbe certamente sopraggiunta e non era al di là delle mie aspettative. Anzi, era proprio ciò che avevo previsto. E non ne provavo alcun dolore.
Domanda:Quando andaste in prigione per la prima volta e ne usciste dopo venti mesi di detenzione, quale era il vostro stato d’animo?
Risposta:In quel periodo non provavo né una particolare felicità né una particolare tristezza. Lavoravo in prigione con la massima tranquillità. Ogni sei mesi il governo prolungava la durata della mia detenzione. Non è mai accaduto che contassi i giorni e che, alla fine, arrivasse il giorno della liberazione. Ero fermamente certo che non mi avrebbero liberato in alcun modo. Fin dall’inizio ero preparato al fatto che, dopo sei mesi, la detenzione sarebbe stata nuovamente prolungata. Sapevo che tipo di persone fossero coloro che allora detenevano il potere. Perciò non potevo sperare che, dopo sei mesi, la detenzione non sarebbe stata prolungata. Ogni volta davo per scontato che la detenzione sarebbe stata prolungata, e poi ricominciavo a lavorare tranquillamente. Non provavo alcuna ansia per la liberazione.
Domanda:Avevate pensato che sareste stato condannato a morte? Quando ricevestе la notizia della condanna a morte, quale fu il vostro stato d’animo?
Risposta:In realtà, non è una cosa da proclamare ai quattro venti. Qualunque cosa dica oggi in risposta a questa domanda, domani potrebbe essere interpretata in senso opposto. In breve, da molto tempo ero pronto ad affrontare questa eventualità: se fosse arrivata la morte, avrei visto almeno una volta anche il capitolo successivo. Ero quindi piuttosto felice, perché avrei avuto l’opportunità di oltrepassare la porta della morte e vedere la scena dell’Aldilà. In secondo luogo, sarei rimasto grato a colui che mi avesse fatto martire, assicurandomi così la salvezza nell’Akhira. Provavo, anzi, una certa gioia. Naturalmente pensavo anche: «Dove troveranno il coraggio di impiccarmi?». Costoro vogliono liberarsi di me, poiché la mia esistenza è diventata per loro insopportabile. Perciò era possibile che cogliessero questa occasione. Anch’io desideravo che fosse così. Per questo ero certo e sereno.
Domanda:È mai accaduto nella vostra vita un evento particolare che ne abbia cambiato il corso?
Risposta:Non sono il tipo di persona la cui vita venga trasformata da un evento particolare. Avanzo gradualmente in una direzione, conducendo le mie ricerche con mente calma e ponderata. Un solo evento particolare mi sconvolse profondamente.
Dopo aver trascorso nove anni a Hyderabad, quando arrivai a Delhi nel 1937, mi resi conto che, nel frattempo, i musulmani si stavano allontanando dall’Islam con estrema rapidità. A Delhi percepii una situazione che a Hyderabad non esisteva. Le ragazze delle famiglie musulmane aristocratiche avevano cominciato a circolare apertamente nei mercati; non avrei mai potuto immaginare una cosa simile. Questo mi sconvolse profondamente. Vedendo la situazione di Delhi, la notte non riuscivo a dormire e mi chiedevo: «Che cosa è successo? Un cambiamento tanto grande in nove anni?». Era il periodo in cui era stato instaurato il governo del Congresso, per cui ovunque si vedeva soltanto la predominanza degli indù. La situazione era estremamente dolorosa. Nel 1937, quando lasciai Delhi in treno diretto a Hyderabad, avevo come compagno di viaggio un leader indù. Alcuni musulmani cominciarono a conversare con lui. Dalle loro conversazioni sembrava che i leader del Congresso fossero i padroni di questo Paese e che i musulmani fossero i loro sudditi, come se questi fossero mendicanti e quelli i benefattori. Ascoltai in silenzio i loro discorsi. Davanti ai miei occhi si delineò un quadro completo di quale sarebbe stata la condizione futura dei musulmani. Dopo questo episodio scrissi «Siyāsī Kashmakash», volume I. Stando a Hyderabad, attraverso i giornali non ero riuscito a farmi un’idea esatta della situazione; vivendo direttamente questo episodio e viaggiando nei dintorni, riuscii invece a percepirla correttamente. Fu questo a ispirarmi a intraprendere un’attività di lotta organizzata.
(Numero di Chiragh-e Rah – Movimento islamico)
Alcune dichiarazioni storiche
* Questo è il Paese della ummah di Muhammad (pace e benedizioni su di lui), non il Paese della ummah di Marx e di Mao Zedong. Se dobbiamo lottare per il dīn di Allah, non esiteremo a combattere anche su dieci fronti. Combatteremo contemporaneamente contro il governo di un solo uomo e contro l’ateismo. Finché saremo vivi e finché avremo la testa sul collo, nessuno oserà instaurare qui un sistema diverso dall’Islam.
* Fratelli, conoscete già il mio atteggiamento. Essi conoscono bene quale sia il mio crimine. È meglio sacrificare la vita sul patibolo che chiedere perdono a loro.
* Se io mi siedo, chi resterà in piedi?
* Il tempo è un esaminatore estremamente spietato. Non sarete considerati autentici nelle sue prove e verifiche mediante artifici o metodi costruiti. Ma siate certi che, se riuscirete a dimostrare la vostra autenticità attraverso le vostre azioni, per quanto le forze avversarie si sforzino di dimostrare che siete falsi, se Allah lo vorrà falliranno. Non vi lasciate sgomentare dalla potenza della falsità. A volte essa arriva come una tempesta, altre volte svanisce nel vuoto come una bolla. Non dovete preoccuparvi di come affrontare la falsità; dovete invece preoccuparvi della vostra integrità.
* L’Islam e la civiltà occidentale sono ormai come due barche che procedono esattamente in direzioni opposte. Se qualcuno sale su una delle due, deve necessariamente abbandonare l’altra. E se sale contemporaneamente su entrambe, si spezzerà in due.
* È giunto il momento di decidere definitivamente se resteremo musulmani oppure no. Se vogliamo rimanere musulmani, dobbiamo risolverci a trasformare il nostro ambiente e il mondo intero in “Dār al-Islām”. Se non possediamo nemmeno tanto coraggio e determinazione, dobbiamo rinunciare a pretendere di essere musulmani. La questione se la “rivoluzione islamica” sia possibile viene dopo. La prima domanda è se dentro di voi esistano la decisione e il desiderio di rimanere musulmani. Supponiamo che la rivoluzione islamica sia impossibile. Supponiamo che, vedendo oggi l’attività fascista e il dominio assoluto delle forze del kufr, chiunque si schieri con l’obiettivo di istituire il “Dār al-Islām” venga senz’altro definito pazzo e gli si dica che vuole giocare con il fuoco. Credete anche questo: oggi, a voler parlare francamente, abbiamo quasi perso il campo. Sembrerà un gesto da pazzi schierarsi per affrontare questa situazione. Sappiate bene anche che il risultato sarà proprio quello che immaginano i nostri deboli leader credenti: vale a dire che ogni atomo e particella del cielo e della terra diventerà vostro nemico. Sappiate inoltre fin d’ora che i campi dei nemici dell’Islam si uniranno e si schiereranno contro di voi. I musulmani, d’altra parte, non si uniranno per venire in vostro aiuto; al contrario, vi derideranno per questa vostra “pazzia”. Sapendo tutto ciò, chiedete sinceramente al vostro cuore se il sentimento e l’emozione di rimanere musulmani siano giunti in voi al livello di quella “pazzia”. Abbiamo bisogno soltanto di coloro nei quali esiste questa “pazzia”, e soltanto costoro possono portare avanti il movimento per il “Dār al-Islām”.
* È necessario sapere bene, riguardo all’haqq, ossia alla verità, che essa è verità in sé. È il nome di un valore eterno, assolutamente corretto e infallibile. Anche se il mondo intero la abbandonasse, essa resterebbe verità. Infatti, il suo essere vera non dipende dalla condizione che il mondo la accetti. L’accettazione o il rifiuto del mondo non sono la pietra di paragone per distinguere il vero dal falso. Se il mondo non accetta la verità, ciò non significa che la verità sia sconfitta. Al contrario, è sconfitto quel mondo che, rifiutando la verità, accetta la falsità. Le calamità non si abbattono sulla verità, ma sui seguaci della verità. Tuttavia, coloro che, dopo aver riflettuto e con piena convinzione interiore, decidono di dover rimanere saldi nella verità in ogni circostanza e di dover sacrificare vita e ricchezze per esaltarne la parola, possono certamente essere colpiti dalle avversità, ma non sono mai destinati al fallimento. Nel hadith si narra che vi furono alcuni profeti che trascorsero tutta la vita invitando alla verità, ma nessuno credette in loro. Dovremmo forse considerarli degli sconfitti? No: sconfitta è stata quella nazione che ha respinto l’haqq, ossia la verità, e ha accettato la guida dei seguaci della falsità.
Non c’è dubbio che nel mondo prevalga ciò che la gente comune accetta; ciò che essa non accetta non può prevalere. Tuttavia, l’accettazione o il rifiuto della gente non possono essere il criterio per distinguere il vero dal falso. Se la maggioranza vuole brancolare nel buio e inciampare, continui pure tranquillamente a brancolare e a inciampare. Il nostro compito è accendere una lampada nel buio, e continueremo a farlo per tutta la vita. Chiediamo rifugio a Dio dal diventare sviati o sviatori. È una grazia infinita di Allah averci concesso la tawfiq, la capacità, di accendere una lampada nel buio. Ringrazieremo per questa grazia in questo modo: moriremo continuando ad accendere la lampada.
* Non è soltanto la moschea la casa di Dio. Fuori da questa casa ve n’è una seconda, molto più grande, che si chiama mondo. Nella piccola moschea, così come l’uomo compie ogni sua azione e ogni suo passo esclusivamente secondo il comando di Allah Ta‘ala, allo stesso modo, se anche fuori da quella moschea tutte le attività vengono svolte secondo il comando di Allah, ciò sarà ibadah, ossia adorazione, e questo è ciò che si chiama din.
* La mia esperienza di tutta una vita mi dice che nel mondo non sono mai riuscite a sopravvivere quelle forze che hanno cercato rifugio all’interno delle fortezze. Infatti, nascondersi nella fortezza per paura del confronto sul campo è un evidente segno di codardia. Allah Ta‘ala non ha creato questa terra perché vi si affermasse il dominio dei codardi.
I miei libri preferiti
«Ho studiato molti libri dell’epoca della jahiliyya. Ho passato in rassegna gli scaffali di numerosi libri di filosofia antica e moderna, scienza, storia, economia, politica e altre discipline. Ma quando lessi il Sacro Corano con occhi nuovi, sentii davvero che tutto ciò che avevo studiato fino ad allora era del tutto insignificante. Ora la fonte della conoscenza è nelle mie mani. Kant, Hegel, Nietzsche, Marx e gli altri grandi pensatori del mondo mi sono sembrati nient’altro che bambini. Provo compassione per loro, poiché hanno trascorso tutta la vita cercando di risolvere determinati problemi e hanno scritto enormi opere su di essi, ma non sono riusciti a presentarne la soluzione. Al contrario, in questo Libro grandioso, il Sacro Corano, la soluzione appropriata di tutti questi problemi è presentata in poche parole. Se quei poveretti non fossero rimasti ignoranti riguardo a questo Libro grandioso, non avrebbero trascorso la loro vita in modo così fallimentare. Il mio unico vero libro prediletto è questo. Esso mi ha trasformato completamente: mi ha fatto diventare uomo dopo essere stato animale; mi ha tratto dalle tenebre e mi ha condotto alla luce. Mi ha messo in mano una lampada tale che, ovunque io guardi nella vita, la verità mi appare in modo così chiaro da non lasciare alcuna oscurità. La chiave con cui si possono aprire tutti i tipi di serrature si chiama in inglese “Master Key”. Per me il Corano è la Master Key. Qualunque serratura dei problemi della vita io vi applichi, si apre subito. Non ho parole per rendere grazie a quel Dio che mi ha donato questo Libro grandioso.»
Le preziose parole riportate sopra si trovavano nella lettera che Maulana Sayyid Abul A‘la Maududi scrisse il 31 marzo 1940 in risposta a una lettera di Maulana Sayyid Abul Hasan Ali Nadwi, allora direttore della rivista «An-Nadwa».
La Lega Musulmana dell’U.P. aveva costituito un comitato per elaborare una bozza di costituzione islamica, del quale era stato incluso anche Maulana Maududi. Da parte del Nawab di Chhatari fu invitato a partecipare alla riunione di questo comitato, che si sarebbe tenuta presso la Nadwatul Ulama. Presento inoltre ai lettori la lettera che egli scrisse a Sayyid Abul Hasan Ali Nadwi prima di partecipare alla riunione.
Mubarak Park, Poonch Road, Lahore
24 dicembre 1940
Rispettabile e onorevole signore
Assalamu alaikum.
Ho ricevuto la Sua lettera. Oggi ho ricevuto la lettera del Nawab Sahib di Chhatari. Nella lettera mi ha invitato a partecipare alla riunione del comitato incaricato di redigere una bozza della costituzione islamica. La riunione si terrà proprio nella vostra Lucknow. Non nutro, in verità, particolare interesse né entusiasmo per i Nawab Sahib e per il loro comitato. Se si fosse trattato semplicemente di partecipare alla riunione del loro comitato, avrei cercato di evitarla. Tuttavia, partecipando a questa riunione, si è presentata un’opportunità di stabilire un contatto diretto con la Nadwa e con voi. Per questo ho deciso di recarmi a Lucknow. Insha’Allah arriverò a Lucknow il 3 gennaio. L’organizzazione del mio vitto e alloggio resta affidata a Lei. Vorrei soggiornare in un luogo dove possano recarsi persone di ogni genere e discutere liberamente e apertamente. Quando andai ad Aligarh, avevo preferito alloggiare all’Old Boys Lodge. Il vantaggio era che persone di tutti i gruppi e di tutte le opinioni venivano a incontrarmi senza esitazione. A Lucknow desidero un luogo di questo tipo. Comunisti accaniti e atei si mescolano con me così come si mescolano i credenti virtuosi. Per parlare con loro, è meglio un luogo dove non vi siano persone davanti alle quali essi esitino a presentarsi.
Il vostro devoto
Abul A‘la
Il contributo del Mawlana Mawdudi
La vita dell’Allamah Sayyid Abul A‘la Maududi, i suoi ideali e il suo pensiero, la sua dottrina e il suo metodo d’azione, i suoi modi e il suo carattere erano pienamente islamici, limpidi, puri e immacolati come uno specchio. Quanti lo hanno osservato da vicino o da lontano con animo limpido e imparziale sono rimasti affascinati dalla sua umanità e dalla sua grandezza che toccavano il cielo, dalla sua semplicità e dal suo comportamento cordiale e affabile.
Letterati, poeti, politici, giuristi, scienziati e filosofi hanno discusso con lui liberamente di ogni argomento, finendo per inchinarsi dinanzi alla sua erudizione. Coloro che da lontano lo avevano ritenuto un «mullah bigotto e di vedute ristrette», conversando con lui lo hanno visto simile a un immenso e vasto oceano, e hanno constatato in lui un ardente desiderio non di allontanare, ma di avvicinare a sé. Il comportamento umile, modesto e privo di arroganza di un uomo tanto sapiente e virtuoso è stato per molti una grandissima meraviglia.
Sebbene il Maulana non avesse conseguito il diploma di alcun darul ulum né di alcuna università, era un oceano di conoscenza. Perciò, pur non essendo stato uno studente universitario, insegnò gratuitamente in un rinomato college, con competenza e apprezzamento. Dalla lettura delle sue numerose opere e dai colloqui con lui si può affermare senza alcun dubbio che nulla gli era ignoto, dalla conoscenza del Corano, degli hadith e della giurisprudenza islamica fino alle moderne scienze e discipline. La storia dei diversi popoli del mondo e le vicende delle loro ascese e delle loro cadute religiose, politiche, sociali e morali erano per lui come il palmo della sua mano. Non solo: per acquisire una profonda conoscenza della psicologia dei sostenitori, dei propagatori e degli adoratori della civiltà occidentale, non aveva escluso dal suo programma di letture drammi e romanzi in lingue straniere quali l’inglese e il tedesco. Perciò egli era indubbiamente un’enciclopedia del sapere.
Che Allah riversi le Sue innumerevoli misericordie sull’Allamah, sapiente della religione, mujtahid e artefice di un’epoca del ventesimo secolo, Sayyid Abul A‘la Maududi, il quale dedicò ogni istante della sua intera vita a elevare la dīn al-haqq e impiegò in questa grande opera tutte le forze del corpo e della mente, senza curarsi del proprio corpo e della propria salute. Allah l’Altissimo gli concesse anche l’onore di vedere, durante la sua vita, il battito del suo cuore trasformarsi nel battito del cuore dell’intero mondo islamico.
La sua intera vita si articolò in tre capitoli: hijra, jihad e shahadat. Si consacrò alla via di Dio con una concentrazione e una dedizione tali da accogliere con il sorriso ogni persecuzione e ogni tormento inflitti dalla parte del falso, la prigionia e persino il patibolo. Perciò fu un martire vivente, un uomo-mujahid.
Egli lasciò al mondo musulmano contributi inestimabili, che nessun altro avrebbe potuto offrire. Desidero menzionarne alcuni, a titolo d’esempio.
Uno. Nell’epoca del declino dei musulmani erano sorte e si erano diffuse numerose fitna, a causa delle quali i musulmani si erano allontanati dal vero Islam. Una di esse era la separazione tra dīn e mondo. Di conseguenza si potevano udire, persino dalla bocca di un musulmano e perfino di un sapiente, parole sarcastiche come queste: «Il potere di governare? Il parlamento? Sono tutte questioni mondane. Prega, osserva il digiuno, compi l’hajj se puoi, paga la zakat, recita il Sacro Corano, recita il tasbih e il tahlil: questo è l’Islam». In quell’epoca di declino, fu per la prima volta dalla bocca del Maulana Maududi che risuonò questo slogan: «L’Islam è un sistema di vita completo». Egli insegnò la lezione che era stata dimenticata, e oggi questo slogan risuona e riecheggia in tutto il mondo musulmano: l’insegnamento fondamentale dell’Islam è che non esiste alcun aspetto o ambito della vita che sia al di fuori della sfera dell’Islam.
Due.Se si compilasse un elenco di tutte le fitna create contro l’Islam, si vedrebbe che non ve n’è alcuna che egli non abbia affrontato con successo. Abbagliata dallo splendore seducente e dall’opulenza della civiltà e della cultura materialistiche occidentali, la gioventù musulmana avanzava rapidamente verso la ribellione a Dio.
Il primo compito che il Maulana si assunse fu proprio quello di trovare il modo di proteggere i giovani musulmani e le generazioni future dall’incantesimo della civiltà occidentale. Nella sua opera «Tanqihat» analizzò minuziosamente la civiltà occidentale, dimostrandone la vacuità. È sorprendente constatare quanto fossero ampi e influenti, quasi fossero formule magiche, i contenuti delle sue due opere «Tanqihat» e «Tafhimat». Le armi della sua penna operarono un vero intervento chirurgico sulle terribili malattie da cui era affetta la civiltà materialista europea. Con riflessioni fondate sulla ricerca e di carattere scientifico, egli assestò colpi mortali a quelle dottrine che costituivano le fondamenta del materialismo, dell’ateismo e del socialismo. Questi colpi misero in difficoltà gli europei e suscitarono tra i giovani musulmani il massimo entusiasmo, fervore e slancio. La letteratura del Maulana placò la sete dei giovani. Essi si precipitarono come impazziti verso la moralità e l’Islam. Fu per mano santa del Maulana che Allah Ta‘ala predispose la costruzione di una diga contro l’ondata di irreligiosità e ateismo giunta dall’Europa nel subcontinente. Nessun altro riuscì a compiere quest’opera.
3.Il più grande contributo del Maulana Maududi consiste nell’aver suscitato tra i musulmani l’impulso a comprendere il Corano. Avevamo dimenticato che il Corano è la fonte più affidabile e preservata della guida di Allah Ta‘ala. Alcuni ulema, invece di ricavare dal Corano una guida per ogni ambito della vita, lo hanno ridotto agli amuleti, agli scongiuri e alle pratiche di esorcismo. D’altra parte, gli orientalisti hanno condotto contro il Corano un attacco così grave che il ceto degli intellettuali moderni è rimasto perplesso, e alcuni sono arrivati a modificare completamente il significato di alcuni suoi passi. È perfino accaduto che certi esegeti, nel fornire le loro spiegazioni, abbiano sollevato controversie tali da non avere alcun rapporto né con la vita né con il Corano.
Molte traduzioni sono così complicate e così distaccate dal contesto precedente e successivo che non è possibile comprendere il messaggio originario di Allah Ta‘ala.
In questo campo il Maulana Maududi sta compiendo un’opera così eccellente che dal cuore del lettore scaturisce spontaneamente una preghiera in suo favore. L’interesse dei giovani per il Sacro Corano continua a crescere, ed essi hanno iniziato ad assaporare una gioia celestiale nello studio della Parola di Allah. Il linguaggio della sua traduzione è così comprensibile alla gente comune che non è possibile immaginare uno stile espositivo più semplice.
Oltre alla forza e all’efficacia del linguaggio, nel suo tafsir Tafhim al-Qur’an è stata adottata una disposizione speciale affinché il sistema di vita islamico si presenti al lettore in modo armonioso e coerente. Se nello studio del Corano non si trova la struttura di quel sistema di vita per il quale questo Libro è stato rivelato e il Profeta di Dio è stato inviato, allora il suo scopo non viene raggiunto. Sayyid Abul A‘la Maududi (che Allah abbia misericordia di lui) ne ha raccolto il quadro completo e l’intero edificio; e vi è stata anche delineata nella sua interezza la vita del patrono dell’umanità (il Santo Profeta, pace e benedizioni su di lui), colui che in ventitré anni completò la costruzione dell’edificio secondo il progetto.
4.Un altro contributo prezioso è «Sirat-e Sarwar-e Alam» (La vita del Profeta). Il Profeta Muhammad (pace e benedizioni su di lui) era la rappresentazione vivente del Corano e il vertice della nobiltà e delle virtù morali. È raro trovare oggi una biografia profetica perfetta, pienamente conforme al Corano rivelato gradualmente nell’arco di ventitré anni. Così come non è possibile comprendere il Corano trascurando la vita del Profeta, allo stesso modo non è possibile conoscere correttamente il Profeta senza l’aiuto del Corano. Nell’opera «Sirat-e Sarwar-e Alam» si è fatta luce con grande efficacia su entrambi questi aspetti. In questa biografia si trovano prove e argomentazioni toccanti del fatto che il Profeta Muhammad è senza dubbio il Profeta universale e che è l’unica guida e il benevolo condottiero dell’umanità di tutti i tempi e di tutte le epoche. L’autore stesso era folle d’amore per il Profeta, e in ogni riga dell’opera si scorgono lampi di questo amore. Fu proprio questo amore a ispirarlo a plasmare la propria vita sull’esempio del Profeta. I contributi del Maulana Maududi sono così numerosi che su di essi si potrebbe scrivere un intero libro. Senza intraprendere tale lavoro, desidero ora menzionare alcuni tratti distintivi del suo carattere.
5.Molti accusano il Maulana di essere contrario al tasawwuf e di condannare i pir e gli sceicchi. In realtà, tasawwuf non è un termine usato nel Corano, negli hadith, dai Compagni venerabili o dai tabi‘in. Tuttavia, se con tasawwuf si intendono la tazkiya del Corano e l’ihsan degli hadith, allora certamente il Maulana Maududi non fu soltanto un sostenitore del tasawwuf, ma anche un sufi kamil di altissimo livello. La sua intera vita ne è la prova concreta. Chi ha nel cuore timore, soggezione e amore esclusivamente per Allah, ripone il tawakkul unicamente in Allah, il ta‘alluq soltanto con Allah, ha il cuore colmo del ricordo di Allah e non vi lascia posto per altri che Lui: chi potrebbe essere un sufi più grande di lui? Il Maulana Maududi fu l’incarnazione di tutto questo, non i suoi accusatori.
6.Il Maulana si considerava sempre un umile e insignificante servo, chino per timore di Allah. Non gli piaceva affatto che qualcuno lo lodasse. I dirigenti dei partiti secolari desiderano che i loro seguaci li elogino a gran voce, facciano risuonare l’aria di acclamazioni, li onorino con ghirlande di fiori o con vari doni. Ciò procura loro grande soddisfazione personale. Il temperamento e la natura del Maulana erano invece completamente opposti. La condanna a morte del Maulana fu commutata in una pena detentiva con lavori forzati. Dopo venticinque mesi fu liberato. In seguito assunse nuovamente la responsabilità della redazione di Tarjuman al-Qur’an. Nel suo editoriale ringraziò quei suoi estimatori che avevano espresso gioia per la sua liberazione inattesa. In un punto dell’articolo scrive: «Non posso fare a meno di rivolgere, al contempo, questa richiesta: nell’esprimere la gioia degli amici e nel manifestare i sentimenti d’affetto e di rispetto sono stati adottati metodi e modalità privi di equilibrio. Mi è difficile perfino proibirglielo, perché non amo le dimostrazioni di spiritualità e umiltà e mi è difficile accettarle. Ritengo infatti che tali cose possano generare fitna. Quanto sarebbe stato meglio se i miei amici si fossero accontentati di contenere l’espressione dei loro sentimenti per me entro limiti inferiori a quelli dell’equilibrio». (Tarjuman al-Qur’an, vol. 4, n. 4)
Permettetemi di raccontare una mia esperienza personale. Nel 1958 il Maulana venne nell’allora Pakistan orientale. A un certo punto doveva recarsi da Dinajpur a Bogra. Io ero con lui. La linea ferroviaria da Dinajpur a Bogra passava per Parbatipur, Joypurhat e Santahar. Gli dissi: «Maulana, per andare a Bogra passeremo proprio da Joypurhat, dove si trova casa mia. Molte persone di Joypurhat e Santahar verranno ad accoglierLa.»
Dalle mie parole vidi apparire una certa tristezza sul volto del Maulana. Disse chiaramente: «Fratello, non mi piace affatto che la gente, vedendomi, gridi slogan di “lunga vita” e mi metta ghirlande di fiori al collo. Voglio sottrarmi a questa seccatura. Non passerò in alcun modo da Santahar e Bahura. Prendiamo un’altra strada.»
Il Maulana non volle assolutamente percorrere quella strada. Alla fine dovemmo raggiungere Bogra passando per Rangpur, Kaunia e Gaibandha.
Molte persone giunsero a Joypurhat e Santahar e, non trovando il Maulana, tornarono indietro con il cuore colmo di tristezza. Anche alla stazione di Bahura la gente era venuta ad accoglierlo, ma, non trovandolo, si preoccupò. All’insaputa di tutti, scendemmo a Bogra e raggiungemmo la nostra destinazione.
Sette.Il Maulana era uno «zindah shahid». Perciò non temeva affatto nemmeno la morte. Ne abbiamo avuto più volte una prova lampante. Nell’anno sessantatré, durante il discorso del Maulana alla conferenza della Jamaat-e-Islami di tutto il Pakistan, tenutasi a Lahore, un teppista assoldato sparò per tre volte consecutive contro di lui con una pistola, da una distanza di dieci o dodici braccia. Il Maulana non teme la morte. Come se la morte stessa avesse paura, non si avvicinò neppure al Maulana. Fu opera dell’infinita potenza di Allah: per proteggere il Suo amato servo, fece deviare per ben tre volte i proiettili della pistola. Da ogni parte la gente gridava: «Maulana, si sieda, si sieda!»
Il Maulana rispose con voce intrepida e calma: «Se mi siedo, chi resterà in piedi?»
Senza temere la morte, il Maulana indicò così la necessità di restare saldi sulla Sirat al-Mustaqim.
Non chiamiamo questo una karamat del Maulana; piuttosto, fu un mu’jiza di Allah Ta’ala, che suscitò stupore nel cuore di tutti, compreso quello dell’autore presente sul luogo dell’accaduto.
Quando esponeva le complesse dottrine e i dati del Corano e degli hadith con uno stile espressivo semplice, chiaro e ispirato da Dio, appariva come il più eminente degli ulema del moderno mondo musulmano, un affidabile portavoce dell’Islam e colui che recava il sigillo della conoscenza e della ricerca islamiche. Per questo il mondo musulmano lo chiamò al-Ustadh al-Murshid, mentre la Rabita-ye Alam-e Islami gli conferì il titolo di al-Imam Maududi.
Ai nostri giorni la nazione musulmana ha creato nella storia una situazione estremamente critica e piena di crisi. Quasi ovunque è in corso un vasto tentativo di introdurre nella vita della società musulmana tutte le dottrine, le credenze e le pratiche contrarie all’Islam, nonché tutti gli ismi e le ideologie contrari ad esso; dietro tale tentativo vi sono alcune forze statali. Il socialismo-comunismo, il capitalismo, i movimenti qadianiti e partajisti, il nazionalismo fondato sulla lingua, il nazionalismo arabo e altri ismi e ideologie stavano divorando la forza vitale dell’Islam. Con la sua potente penna, il Maulana ha spezzato la spina dorsale di tutte queste ideologie. Ha inoltre espresso con parole inequivocabili le conseguenze disastrose del nazionalismo arabo. Anche in Medio Oriente sono emersi movimenti di malcontento e protesta contro di esso.
Talvolta, mentre teneva un discorso a un’assemblea di giuristi presso la Bar Library, sembrava un giurista onnisciente. A una personalità di fama internazionale come A. K. Brohi pareva uno studente di diritto al suo cospetto. Egli delineò con precisione la struttura di uno Stato islamico completo e le sue leggi e norme. Rispose con competenza a ogni moderno interrogativo in materia e dissipò tutti i dubbi e le perplessità.
Il suo talento politico e la sua lungimiranza erano straordinari. Perciò il quadro del lontano futuro che tracciava grazie alla sua saggezza e lungimiranza politica si è visto trasformarsi nella realtà.
Il suo immenso contributo alla umma musulmana consiste nel fatto che, nell’epoca del declino dei musulmani, quando le ideologie e le concezioni occidentali senza Dio, così come la cultura e i costumi occidentali, avevano offuscato le menti dei musulmani trasformandoli in schiavi mentali dei dominatori politici dell’Occidente, il Maulana, dimostrando il vuoto e la distruttività delle ideologie e delle concezioni occidentali con la forza della sua penna, salvò la nazione musulmana dalla loro impetuosa inondazione. Non solo: presentò chiaramente al mondo l’Islam come l’unico sistema di vita dinamico, vitale e benefico per l’umanità nella sua completezza. Miliardi di giovani istruiti e di persone colte nel mondo comprendono l’Islam come sistema di vita completo e, alla sua luce, plasmano la propria mente, il proprio carattere e la propria personalità. L’eco dell’Islam che oggi si ode in tutto il mondo è il frutto della letteratura del Maulana e della sua predicazione islamica universale.
Il Maulana era un pensatore pragmatico. Il suo appello al bene complessivo, al progresso e allo sviluppo dell’umanità era universale. A questo riguardo, il suo programma era estremamente chiaro, naturale e umano. Attraverso l’analisi di ciò che poteva essere un rapporto sano, bello, armonioso e felice tra uomo e donna, nonché della biologia, della sessuologia, della medicina, delle scienze naturali e delle scienze sociali, rese tutto ciò comprensibile alle persone riflessive. In breve, Maulana Maududi fu un pensatore straordinario e diede un contributo speciale al mondo musulmano e alla civiltà umana.
Era dotato di un carattere incomparabile. Non lo si vide mai adirarsi con qualcuno né usare parole dure di alcun genere. Non si infuriò mai per un cattivo comportamento da parte di familiari, figli, figlie, domestici, collaboratori o amici, né pronunciò una sola parola che potesse ferire i sentimenti altrui. Questa era la severa educazione ricevuta nell’infanzia dal suo affettuoso padre, che egli osservò per tutta la vita. Tuttavia, per correggere gli errori, criticava attraverso l’umorismo (Humour).
Nemmeno nei momenti di estremo pericolo si scorgeva sul suo volto alcun segno di turbamento. Tra i consueti dolori e le difficoltà, circondato dalla polizia, nella stretta cella della prigione o nell’udire la sentenza di morte, il suo abituale dolce e mite sorriso non svaniva. Sembrava che di tutto ciò non gli importasse affatto.
Da parte di quei partiti politici e dei cosiddetti anziani della comunità che lo avevano incessantemente coperto di ingiurie, rivolto accuse infondate contro di lui e pronunciato fatwa, egli non usò mai parole ingiuriose. Al contrario, li perdonò per sempre. Il suo animo era limpido, puro e generoso, al di sopra di ogni sorta di impurità e macchia. Ciononostante, le loro calunnie e ingiurie non cessarono. Quando gli fu ripetutamente richiamata l’attenzione su questa questione, disse:
«Mi rendo conto che si stanno adoperando per rendere più pesante il piatto delle mie buone azioni. Per questo sono loro grato.»
Come il suo animo puro, anche il suo abbigliamento era pulito, conforme al gusto moderno e portatore della civiltà e della cultura islamiche. La casa era splendente, scintillante, priva della minima traccia di sporcizia e permeata da un’atmosfera di impeccabile decoro. I suoi libri, documenti e strumenti di scrittura erano conservati ordinatamente e con cura al loro posto, come disposti dalle mani di un artista esperto. Il suo modo di mangiare era semplice e sobrio, ma conforme ai gusti della classe aristocratica di Delhi.
Nessuno desiderava alzarsi dalla presenza di quell’uomo sempre sorridente, dal volto luminoso e dal parlare amabile. Questo costituiva una grande attrattiva della sua personalità e una dolce peculiarità del suo carattere.
Pregando dietro di lui si provava una dolce gioia paradisiaca. Quando recitava il Corano durante la preghiera, lentamente, con chiarezza e con una voce sommessa e melodiosa, da un lato sembrava che il miele si riversasse nelle orecchie, mentre dall’altro infondeva nella mente una concentrazione completa nella preghiera e un’incomparabile sensazione della vicinanza di Allah l’Altissimo.
Una delle caratteristiche più notevoli del carattere del Maulana era che i suoi ideali e il suo modo di pensare si riflettevano concretamente in tutta la sua vita. Egli non plasmò secondo questi ideali soltanto se stesso; innumerevoli figli dell’umanità, smarriti e appartenenti a diverse lingue in tutto il mondo, videro trasformarsi profondamente la propria vita.
Anche nella vita privata il Maulana era estremamente disciplinato. Aveva orari stabiliti per i pasti, lo studio, gli incontri con le persone e il sonno. Non permetteva facilmente che vi fossero eccezioni. Naturalmente, solo quando si metteva in viaggio capitava talvolta che questi orari venissero disattesi.
Il Maulana diceva che in passato aveva sottoposto il proprio corpo a terribili maltrattamenti. Non aveva tempo per mangiare né per dormire. Per molti anni aveva studiato dal momento della preghiera della sera fino a quella dell’alba. Di conseguenza, la sua salute crollò completamente. Diceva che in seguito fu costretto a regolare i pasti e il sonno e a sottoporli a una rigorosa disciplina.
Una volta, in un luogo del Pakistan Orientale, era stato organizzato un ricco rinfresco per il tè pomeridiano. Il Maulana disse che al mattino, insieme al tè, mangiava toast, uova fritte e della frutta. Nel pomeriggio beveva soltanto una tazza di tè.
Il Maulana aveva l’abitudine, dopo la preghiera dell’Asr, di andare a sedersi nel piccolo giardino fuori casa. Là si riunivano visitatori provenienti da ogni parte del Paese e dall’estero, che gli ponevano domande di vario genere, alle quali egli rispondeva. A questa assemblea pomeridiana giungevano persone dai Paesi arabi, dal Giappone e dalla Norvegia, dalla Malesia e dall’Indonesia, dalla Turchia, dall’Europa e dall’America. Sembrava una sorta di alveare internazionale. Persone assetate di conoscenza accorrevano alla ricerca del sapere. Il Maulana rispondeva alle domande di tutti e in questo modo appagava la sete di conoscenza di ciascuno.
Il Maulana era molto spiritoso nelle conversazioni. Una volta si recò nella città di Saidpur, nel distretto di Rangpur. Nel pomeriggio, i commercianti e i notabili della città conversarono con il Maulana. Nel corso della conversazione, il Maulana chiese a un gentiluomo che cosa facesse.
Il gentiluomo: Mi occupo del commercio di pelli.
Il Maulana: Pelli di che cosa, di pollo per caso?
Il gentiluomo, un po’ imbarazzato, rispose precipitosamente: No, huzur, pelli di mucca e di capra.
Il Maulana: Ah, davvero? Da Dacca in poi, ovunque sia andato, ho mangiato solo pollo, pollo e ancora pollo. Non ho mai trovato carne di montone. Perciò pensavo che in questo Paese si commerciassero persino le pelli di pollo.
L’astuto padrone di casa capì allora che avrebbe dovuto far mangiare al Maulana della carne di montone.
Una volta, verso la metà del millenovecentosessantatré, il Maulana si recò a Rawalpindi. Andammo all’aeroporto di Chaklala per dargli il benvenuto.
Dopo una grandiosa accoglienza, prima di salire in macchina, il Maulana estrasse un paan dalla scatola e se lo mise in bocca. Sapeva che anch’io ero un consumatore di paan, così me ne diede uno. Quando allungai la mano per prendere lo zarda, disse scherzando
—Oh, hai reso halal il paan!
Risposi: —Maulana! Il paan è halal in ogni momento.
Il Maulana: —Quando mai il paan è halal senza lo zarda?
Il Maulana ha lasciato questo mondo. Ha portato a compimento la sua opera e ha realizzato la missione della sua vita. La sua dedizione, la sua da‘wa universale e i frutti della conoscenza che ha lasciato lo renderanno immortale per sempre. Ha lasciato un inestimabile patrimonio letterario e innumerevoli figli spirituali, sparsi in tutto il mondo. L’opera da lui lasciata continuerà per generazioni e generazioni, per secoli e secoli.
Appendice 1
Allama Iqbal invitò il Maulana Maududi a emigrare nel Punjab. Di seguito riportiamo alcune delle lettere che, a questo proposito, Sayyid Nazir Niyazi scambiò con il Maulana per conto di Allama Iqbal:
(Copia della lettera scritta dal Maulana a Sayyid Nazir Niyazi)
Tarjuman al-Qur’an
Hyderabad del Deccan
17 Jumada al-Ula 1356 dell’Egira, 26 luglio 1937.
Mio rispettato e onorato, as-salāmu ʿalaykum.
Ho ricevuto la vostra lettera. Vi sono grato per aver espresso chiaramente il vostro punto di vista. Anch’io desidero parlarvi con franchezza. Ho stabilito per la mia vita un obiettivo e alcuni principi fondamentali. Per grazia di Dio possiedo una fermezza tale che, per quanto grande possa essere la difficoltà, non sono assolutamente disposto ad allontanarmi dal mio obiettivo né a modificare alcuno dei miei principi. Tutte le difficoltà che ora affronto sono dovute agli obblighi che mi sono imposto personalmente. Altrimenti questa tempesta di pericoli potrebbe allontanarsi. Tra gli obblighi che mi sono imposto vi è quello di non chiedere a nessuno alcun aiuto finanziario per me stesso. Un secondo è che non penserò neppure a ricevere un compenso per alcun servizio nazionale o religioso. Un terzo è che non permetterò a me stesso di essere coinvolto nella ricerca di alcun profitto che mi impedisca di agire liberamente, secondo il mio giudizio, nell’interesse della religione e della comunità musulmana. (Vi sono anche altri obblighi, ma non riguardano l’argomento in questione.) Ora potete comprendere da voi quanto sia difficile per me accettare ciò che avete detto. Non chiedo per me stesso un aiuto di cento rupie, e nemmeno di un solo paisa. Per le mie spese personali ho avviato un’attività commerciale. Posso svolgerla anche a Lahore. Essere imam della Moschea Reale è per me una benedizione inattesa. Quale opportunità di servire potrebbe essere più grande di questa? Tuttavia, anche se per me fare l’imam dietro compenso non fosse illecito, sarebbe certamente gravemente makruh. Per quattrocento anni tra i musulmani vi è stato consenso sul fatto che non è lecito ricevere un compenso per guidare la preghiera o insegnare il Corano. In seguito, il deterioramento delle condizioni lo ha reso lecito. Da allora entrambe queste funzioni sono state svilite e private della loro vitalità. Comprendo bene questa verità. Perciò non posso neppure pensare di fare l’imam dietro compenso. Se però questo servizio mi fosse affidato senza compenso, sono pronto ad accettarlo con tutto il cuore e tutta l’anima.
Resta ora la questione del tenermi lontano dalla politica. A questo non sono affatto disposto. Non mi sono avvicinato all’attività politica spinto da un’emozione momentanea. Al contrario, dopo aver riflettuto, sono giunto alla conclusione che ora devo uscire dal mio angolo appartato e fare qualcosa. I musulmani si trovano attualmente in una crisi gravissima. Lasciamo da parte coloro dai quali non ci si aspettava una guida corretta. Oggi anche coloro dai quali ci si aspettava tutto stanno guidando sulla via sbagliata. L’espansione del movimento del Congresso ha provocato una frattura tra i musulmani. Ogni giorno giungono notizie di persone che abbandonano il partito. Il partito di Jawaharlal sta rapidamente estendendo la propria influenza tra il popolo. Le elezioni di Jhansi hanno reso evidente quanto l’opinione pubblica musulmana sia stata influenzata. Quanto esiguo è ormai il margine tra il Congresso e il non-Congresso. Dalle dichiarazioni dei leader musulmani e dagli articoli pubblicati sui giornali e sulle riviste musulmane si può capire quanto siano pochi coloro che comprendono la reale posizione dell’India musulmana e davanti ai quali la via corretta sia del tutto chiara. In una situazione simile, riflettete: come può essere ragionevole che uno di quei pochi uomini rimasti si imponga l’obbligo di un impiego, per di più da cento cinquanta o duecento rupie? Se lo ritenessi ragionevole, perché avrei bisogno di andare a Lahore? All’Università Osmania è disponibile per me un posto da quattrocento rupie. Perché non dovrei accettarlo? L’unica ragione per cui desidero dirigermi verso Lahore è che, a mio giudizio, il destino dell’India musulmana, ormai imminente, dipende dalla forza delle tre province settentrionali. Voglio recarmi in quella Dar al-Islam e stabilirmi lì, per vedere quali opportunità vi siano di accrescere la forza dell’Islam e di trarne un’attività concreta. Da qui non posso valutarlo. Appena arrivato, cercherò le opportunità. Qualunque opportunità trovi, ne trarrò beneficio. Per ottenere questo tipo di vantaggio, desidero mantenere completamente liberi e indipendenti la mia mente, il mio intelletto e le mie mani e i miei piedi. A nessun prezzo posso accettare un obbligo che mi impedisca di approfittare di qualsiasi opportunità di servire la religione e la comunità musulmana.
Spero che abbiate compreso bene il mio punto di vista. Le difficoltà che avevo menzionato nella mia precedente lettera sono le seguenti: le spese mensili di Tarjuman al-Qur’an ammontano a circa trecento rupie. Attualmente non vi sono abbastanza abbonati tra il pubblico perché le spese della rivista possano essere coperte dai loro contributi. Il governo del Nizam ne acquista 275 copie. È grazie a questo che la rivista continua a uscire. Se andassi a Lahore, molto probabilmente, oltre a sostenere le mie spese personali, dovrei farmi carico anche dell’onere delle perdite finanziarie della rivista. Per me diventerebbe in qualche modo impossibile farvi fronte. Il problema potrebbe essere risolto nel modo seguente: in Punjab, utilizzando i vostri mezzi e quelli a vostra disposizione, potreste cercare di promuovere e diffondere Tarjuman al-Qur’an. Se potessi sperare che il numero degli abbonati raggiungesse i cinquecento, allora potrei stare tranquillo riguardo alla rivista. Non desidero prendere nulla dalla rivista, ma non ho nemmeno la capacità di darle qualcosa.
Per me è una fortuna partecipare, insieme ad Allama Iqbal, all’opera di costruzione di un nuovo ordinamento sociale islamico. Sono pronto a prestare ogni servizio possibile. Tuttavia, a tale riguardo non ho bisogno di alcuna indennità finanziaria.
Il vostro umile servitore
Abul A‘la.
(Seconda lettera)
Targuman-ul-Qur’an, Hyderabad
13 agosto 1936
Mio rispettato e onorato signore, as-salamu alaykum.
Ho ricevuto la vostra lettera del 2 agosto. In conformità con quanto scrivete, compirò l’Egira con ferma determinazione e confidando in Dio. Ho deciso di fare di Lahore la mia residenza definitiva. Vi sono alcune difficoltà, e occorrerà del tempo per risolverle. Avrò bisogno di una somma considerevole per trasferire da qui tutti i miei bagagli e saldare alcuni miei debiti. Il debito di Targuman-ul-Qur’an supera le mille rupie. Bisogna estinguerlo. Mi occorreranno inoltre circa mille rupie per portare via i bagagli, chiudere qui le mie attività commerciali e ricominciarle a Lahore. A questo scopo desidero vendere un appezzamento di terreno e alcuni beni immobili. Spero che tutti questi lavori saranno completati entro tre o quattro mesi. Nel frattempo, andrò una volta a Lahore per vedere quali disposizioni dovrò prendere per stabilirmi là. Desidero partire entro la fine del prossimo mese di Rajab. Dopo essermi fermato quattro o cinque giorni a Delhi, arriverò a Lahore alla fine di Rajab o all’inizio di Sha’ban. In questa occasione, insha’Allah, deciderò anche che cosa dovrò scrivere riguardo ai Qadianiti. Finora, in realtà, non ho studiato molto questo argomento. L’unica fonte delle informazioni che ne ho ricavato è il libro di Bani Sahib. Ma ciò non è sufficiente per scrivere un’opera di carattere erudito. Mi consulterò con coloro che a Lahore hanno una vasta esperienza del Qadianismo e raccoglierò il materiale necessario per la mia opera.
Nota speciale: Non è stato possibile reperire una copia della lettera del signor Nadhir Niazi.
Khaksar
Abul A’la.
Appendice – 2
Lettera scritta dal signor Nadhir Niazi, segretario privato di Allama Iqbal, a Maulana Maududi:
25 Macleod Road, Lahore
18 aprile 1938
Mio onorato, assalamu alaykum,
Spero che stiate bene per la grazia di Allah l’Altissimo. Qualche giorno fa ho saputo dal signor Sayyid Muhammad Shah che siete arrivato a Jamalpur e che presto verrete anche a Lahore. Da allora attendo continuamente il vostro arrivo. Il dottore dice che, se desiderate davvero venire a Lahore, venite al più presto, così potremo incontrarci.
Il fatto è che le condizioni del dottore sahib qibla sono molto preoccupanti. Non c’è alcuna certezza nemmeno per un istante. Tuttavia, vi prego di mantenere questa informazione strettamente riservata e di non dirla a nessuno.
Pertanto, sarebbe meglio che veniste il prima possibile. Pregate per la salute del dottore sahib.
Vostro sincero
Niyazi
La risposta di Maulana Maududi
Tarjuman-ul-Qur’an
Darul Islam, Pathankot
23 aprile 1938
Mio rispettabile, la pace sia con voi
Mi stavo preparando a partire, come avevo promesso, quando all’improvviso ricevetti la notizia della morte dell’Allama. Il cuore mi crollò completamente. Il dolore più grande per me fu di aver perso un’occasione così straordinaria. Se lo avessi saputo, avrei lasciato ogni cosa e sarei arrivato immediatamente. Considero una mia immensa sventura essere stato privato dell’ultimo incontro con lui, al cui pari probabilmente non troverò nessun altro al mondo.
La morte del Maulana Muhammad Ali è la seconda più grande perdita per i musulmani e, a mio parere, è ancora più grave della prima. Non so quale sia la volontà di Allah. A quanto pare, riteniamo che la nazione musulmana venga punita per la propria ingratitudine e incapacità, con la sottrazione del suo uomo migliore proprio nel momento in cui ne aveva più bisogno. Ora, guardando all’intero Hindustan, non si scorge nessuno come lui a cui ci si possa rivolgere per ricevere aiuto. L’oscurità ha avvolto ogni cosa. Una lampada ardeva tremolante; anch’essa è stata portata via.
Ciò che mi aveva attirato nel Punjab era la persona di Iqbal. Ero venuto qui nella speranza di ricevere da lui una guida. Sotto la sua guida avrei fatto, per quanto mi fosse possibile, tutto ciò che potevo per l’Islam e per i musulmani. Ora sento di essere rimasto completamente solo in questo mare sconvolto dalla tempesta. Lo stato di logoramento del mio animo ha raggiunto il culmine. Mi conforto soltanto pensando: «Che importa se Iqbal è morto? Allah è pur sempre presente. Tutti sono destinati a morire. Solo Lui, il Ḥayy e il Qayyūm, è eterno. Se Egli vuole affidarti un compito, predisporrà altri mezzi e strumenti per aiutarti».
Mio caro fratello! Tu sei rimasto accanto all’Allama fino alla fine. Se egli ha lasciato qualche messaggio per me, devi assolutamente farmelo sapere.
Il tuo umile servitore
Abul A’la
Inoltre, pensavo di inviare un messaggio di condoglianze ai suoi superstiti. Poi mi è sembrato che i suoi superstiti (Survivors) siamo tutti noi. E tutti noi abbiamo diritto a trovare consolazione in questo dolore.
Cronologia della vita di Maulana Maududi (che Allah abbia misericordia di lui)
| 1903 | 25 settembre. Nacque nella città di Aurangabad, nell’Hyderabad del Deccan. |
| 1903-1913 | Istruzione primaria in casa. |
| 1914 | Superò l’esame di maulvi all’età di undici anni. |
| 1916 | Si iscrisse al Darul Uloom di Hyderabad per proseguire gli studi superiori. |
| 1917 | Soggiornò a Bhopal, prendendosi cura del padre malato. |
| 1918 | All’età di quindici anni entrò nel campo del giornalismo. Assunse la direzione del periodico «Madina», pubblicato a Bijnor. Si unì al movimento per il Califfato. |
| 1919 | Membro attivo dell’organizzazione «Anjuman-i I’anat-e Nazarbandan-e Islam». |
| 1920 | Morte del padre. A Jabalpur assume la direzione del quotidiano «Taj». |
| 1921 | Si reca a Delhi, dove acquisisce conoscenze in ḥadīth, tafsīr, fiqh e nelle altre discipline islamiche, e studia la lingua inglese. |
| 1922 | Assume la direzione di «Muslim», organo ufficiale della Jamiat Ulama-i-Hind. |
| 1923 | Dopo la cessazione delle pubblicazioni di «Muslim», si reca a Bhopal e si dedica all’approfondimento degli studi. |
| 1924 | All’inizio dell’anno si recò a Delhi. Da parte di Maulana Muhammad Ali e di Maulana Ahmad Saeed della Jamiat Ulama-e-Hind, fu invitato rispettivamente ad assumere la direzione dei giornali «Hamdard» e «Al-Jamiat». |
| 1925 | Assunse la direzione del giornale «Al-Jamiat». |
| 1927 | All’età di ventiquattro anni compose l’opera universalmente acclamata «Al-Jihad fi’l-Islam». |
| 1928 | Si dimise dal giornale «Al-Jamiat» a causa di un disaccordo con le autorità della Jamiat sulla questione del sostegno al Congresso Nazionale Indiano. |
| 1930 | Ritorno a Hyderabad. Redazione dell’opera Diniyat (Conoscenza dell’Islam). |
| 1931 | Per tutto l’anno si dedicò alla redazione di opere. |
| 1932 | Pubblicazione da Hyderabad del mensile «Tarjuman al-Qur’an». |
| 1933 | Redazione dell’opera intitolata «Islam Tahzīr aur Uske Usūl o Mabādī». Redazione dell’opera «L’essenza della cultura islamica e la verità del destino». |
| 1933-38 | Il conflitto tra l’Islam e la civiltà occidentale e la redazione dei volumi 1 e 2 dell’opera Tafhimat. |
| 1934-35 | Redazione di opere e inizio della presentazione pubblica dell’appello islamico. |
| 1935 | Redazione dell’opera sui diritti dei coniugi e sul controllo delle nascite dal punto di vista dell’Islam. |
| 1936 | Inizio dello scambio epistolare con Allama Iqbal. Redazione di una bozza di piano educativo generale su richiesta dell’Università musulmana di Aligarh. |
| 1936-37 | Composizione delle opere «Introduzione all’Islam», «L’usura» e «Il purdah». |
| 1937-39 | Incontro con Allama Iqbal a Lahore. Appello di Allama Iqbal affinché il Maulana si trasferisse da Hyderabad nel Punjab. Pubblicazione di vari articoli dal titolo «I musulmani e l’attuale conflitto politico». |
| 1937-30 | Pubblicazione della rivista «Tarjuman al-Qur’an». |
| 1938 | 16 marzo. Trasferimento da Hyderabad nel Punjab. Fondazione del «Darul Islam» a Pathankot. Pubblicazione di articoli rivoluzionari e capaci di suscitare grande scalpore, intitolati «L’Islam e il nazionalismo» («Mas’ala-e Qawmiyyat»). Pubblicazione del libro della serie «Khutrat-e Haqiqat». |
| 1939 | Pubblicazione di «Tajdid o Ehya-e Din», «Islami Ibadat par Tahqiqi Nazar» e di altre opere fondamentali. Composizione delle opere «La dottrina politica dell’Islam» e «L’essenza del culto islamico». |
| 1940 | La Lega Musulmana costituisce un comitato per la redazione di una bozza dell’ordinamento dello Stato islamico e nomina il Maulana membro del comitato. All’Università di Aligarh tiene un’illuminante conferenza sul tema «Come si istituisce il governo islamico?», che viene pubblicata in forma di libro e pubblicata rispettivamente in inglese e bengalese con i titoli «The Process of Islamic Revolution» e «Il cammino della rivoluzione islamica». Pubblicazione delle opere «Il movimento della rinascita islamica», «Il cammino della rivoluzione islamica» e «Un importante istiftā’». |
| 1941 | 26 agosto. Fondazione della «Jamaat-e-Islami» con settantacinque persone ed elezione del Maulana a suo Amīr. |
| Composizione delle opere «I quattro termini fondamentali del Corano», «Islam e jāhiliyya», «Il nuovo sistema educativo», «La soluzione islamica dei problemi economici» e «La necessità di un partito sincero». | |
| 1942 | 15 giugno. L’ufficio centrale della Jamaat fu trasferito da Lahore a Darul Islam, Pathankot. |
| 1942-47 | Pubblicazione delle opere «Rasail o Masail» e «Via della pace». |
| 1943 | Inizio del celeberrimo tafsir «Tafhim al-Qur’an». Composizione dell’opera «La punizione dell’apostata nell’unica religione e nella legge islamica». |
| 1944 | Composizione delle opere «La prospettiva morale dell’Islam» e «La realtà dello shirk». |
| 1944-46 | Sforzi instancabili per organizzare e consolidare il movimento islamico e per estenderne l’influenza. Pubblicazione di varie opere e riviste. |
| 1945 | La realtà del Tawhid |
| Il socialismo e l’Islam. | |
| 1946 | Pubblicazione delle opere La testimonianza della verità, La da‘wa islamica e la politica d’azione. |
| 1947 | 30 agosto. A causa dei disordini e delle rivolte comunali scoppiati ovunque, e dopo che Pathankot fu circondata dagli indù, i pochi abitanti musulmani di Pathankot furono costretti a emigrare verso Lahore; anche l’ufficio centrale della Jamaat-e Islami fu trasferito a Lahore. La Jamaat intraprese azioni concrete per il reinsediamento dei muhajirin rimasti senza nulla e senza una casa. Prima trasmissione radiofonica del Maulana da Radio Pakistan sul tema del “Qurbani”. |
| 1947 | Pubblicazione delle opere «La daʿwa della Jamaat-e-Islami», «Bhangā-garā» e «La realtà della taqwā». |
| 1948 | Cinque mesi dopo la fondazione del Pakistan iniziò la lotta per l’instaurazione in Pakistan di un sistema sociale islamico. Il 6 gennaio, durante un discorso al Law College di Lahore, fu avanzata la richiesta di istituire un sistema statale fondato sulla legge islamica. Il 6 marzo, in un’assemblea pubblica tenutasi al Jahangir Park di Karachi, furono presentate quattro richieste per un sistema di governo islamico. Tra aprile e settembre si svolse in tutto il Paese una campagna di assemblee e incontri per chiedere il governo islamico e formare l’opinione pubblica. Da parte del governo fu rivolta al Maulana la falsa accusa di aver dichiarato haram il jihād del Kashmir. Il 12 ottobre il Maulana fu arrestato insieme ad alcuni collaboratori e inviato in carcere. Pubblicazione delle opere «Il modo di vita dell’Islam», «La legge islamica», «I diritti dei non musulmani nello Stato islamico», «Le esigenze islamiche della libertà» e «Le richieste del sistema islamico». |
| 1949 | 12 marzo. Come risultato del movimento della Jamaat, il governo approvò la Risoluzione sugli obiettivi. Il giorno seguente la Majlis-e-Shura espresse la propria soddisfazione per essa. Dal 6 all’8 maggio si tenne a Lahore, nell’arco di tre giorni, la prima conferenza panpakistana della Jamaat-e-Islami. |
| 1949-50 | Redazione delle opere «L’interesse – volume II», «Le norme sulla proprietà fondiaria», «La proprietà nazionale» e «La donna pakistana al bivio». |
| 1950 | Il 28 maggio, liberazione del Maulana dalla prigionia. Discorsi del Maulana nelle assemblee pubbliche in tutto il Paese. Poiché il progetto di costituzione proposto dal governo non era conforme all’Islam, fu sollevata una vigorosa protesta contro di esso e ne fu chiesto il rigetto. |
| 1951 | A Karachi si tenne la storica conferenza degli ʿulamāʾ di tutti i partiti. All’unanimità furono adottate 22 raccomandazioni costituzionali. Nel novembre di quell’anno si tenne a Karachi la seconda conferenza panpakistana della Jamaat-e-Islami. |
| 1952 | Presentazione di otto richieste all’Assemblea costituente incaricata di elaborare la costituzione. Movimento nazionale per una costituzione islamica. Partecipazione del Maulana alla conferenza di tutti i partiti tenutasi a Karachi, con la richiesta di dichiarare i Qadianiti una comunità minoritaria. |
| 1953 | Febbraio — La conferenza di tutti i partiti annunciò il «Direct Action». Il rappresentante del Maulana si oppose al Direct Action e boicottò la conferenza. Il Maulana redasse un opuscolo intitolato «Il problema dei Qadianiti». |
| Il 28 marzo, arresto del Maulana ai sensi della legge marziale; nel mese di maggio, presentazione di un procedimento contro il Maulana presso il tribunale militare. L’11 maggio, il tribunale militare pronuncia la condanna a morte del Maulana. In seguito alle intense proteste e manifestazioni di opposizione in tutto il mondo, la pena di morte viene commutata in ergastolo. Successivamente, la pena viene ridotta a tre anni e mezzo. | |
| 1955 | Liberazione del Maulana il 29 maggio aprile, per mere ragioni legali. Nel mese di novembre, a Karachi, si tiene la terza conferenza panpakistana della Jamaat, conferenza. |
| 1956 | Movimento nazionale per una Costituzione islamica. Viaggio di due mesi del Maulana nel Pakistan orientale. Illustrazione dei problemi del Pakistan orientale. |
| 1957 | A Machigot si tiene la conferenza panpakistana dei membri della Jamaat. Il Maulana pronuncia un discorso storico. |
| 1958 | Il 7 ottobre, durante un discorso a una manifestazione pubblica presso la Porta Mochi, a Lahore, il Maulana proclamò un monito al governo. Il giorno seguente fu imposto il regime di legge marziale in tutto il Paese. |
| 1959 | Viaggio in Medio Oriente e compimento dell’Hajj allo scopo di vedere con i propri occhi i luoghi menzionati nel Corano (le terre del Corano), in relazione al Tafhimul Corano. Durante il viaggio tenne ovunque discorsi, ponendo particolare enfasi sull’unità del mondo musulmano. |
| 1960 | Dicembre. Su invito di Shah Saud, si recò nuovamente in Arabia Saudita e presentò il progetto preliminare dell’Università di Medina. |
| 1961 | Forte movimento contro l’ordinanza sulle leggi familiari introdotta da Ayub Khan. Dopo aver intrapreso un viaggio su invito dei musulmani d’Africa, il progetto fu ingiustamente bloccato dal governo. Lotta contro coloro che negano gli hadith. |
| 1962 | Partecipazione alla Conferenza islamica mondiale tenutasi alla Mecca venerabile. Fondazione dell’organizzazione Rabita al-Alam al-Islami. Il Maulana fu eletto membro a vita del comitato fondatore. |
| 1963 | Durante il discorso inaugurale del Maulana alla conferenza nazionale di Jamaat-e-Islami di tutto il Pakistan, tenutasi a Lahore, furono sparati colpi contro di lui. Un membro di Jamaat-e-Islami subì il martirio. Tutti i tentativi governativi di far fallire la conferenza fallirono. |
| 1964 | 4 gennaio. Jamaat-e-Islami fu dichiarata illegale. Il Maulana fu arrestato insieme ai membri del Consiglio centrale della Shura. |
| 19 gennaio. Tutti i documenti di Jamaat-e-Islami furono confiscati. La propaganda governativa contro Jamaat-e-Islami fu intensificata. 25 settembre: con una sentenza della Corte Suprema, le misure del governo furono dichiarate contrarie alla legge. | |
| 1965 | Immediatamente prima della partecipazione del Maulana alla riunione dell’Università islamica di Medina, il passaporto del Maulana fu confiscato. Il 6 settembre l’India attaccò il Pakistan. Il Maulana pronunciò ininterrottamente sei discorsi sul jihad dalla Radio Pakistan. A nome di Jamaat-e-Islami furono distribuiti ai rifugiati aiuti di soccorso per milioni di rupie. |
| 1966 | Critica dell’accordo di Tashkent alla conferenza nazionale multipartitica di Lahore. Viaggio nel Pakistan orientale. Durante la riunione della Rabita al-‘Alam al-Islami, distribuzione di un opuscolo sul Kashmir, redatto dal Maulana in arabo e in inglese, ricco di argomentazioni e informazioni. |
| 1967 | Il Maulana e altri quattro eminenti ulema furono arrestati in relazione all’avvistamento della luna nuova dell’Eid. |
| 1968 | Viaggio a Londra per sottoporsi a cure mediche. Discorso del Maulana alla cerimonia di ricevimento organizzata all’Hilton Hotel di Londra a nome dei musulmani residenti in Inghilterra. |
| 1969 | Partecipazione alla conferenza della tavola rotonda convocata da Ayub Khan allo scopo di risolvere i problemi politici. Partecipazione alla conferenza inaugurale dell’Università islamica del Marocco. |
| 1970 | Secondo la dichiarazione del Maulana, in tutto il Pakistan si celebrò la «Giornata della Gloria dell’Islam». |
| 1972 | Completamento del «Tafhim-ul-Qur’an» e pubblicazione del sesto volume. A causa di una malattia persistente, si dimise dall’incarico di Amir della Jamaat-e-Islami. |
| 1979 | 21 maggio. Partenza per l’America per sottoporsi a cure mediche. |
| 4 settembre. Operazione alla vescica. | |
| 22 settembre. Morì alle cinque e quarantacinque di sera, secondo l’ora del Pakistan. (In verità apparteniamo ad Allah e a Lui ritorneremo.) |
Bibliografia delle opere di Maulana Maududi per argomento
| Titolo dei libri tradotti in bengalese | Pagine | Titolo originale del libro in urdu | Anno di pubblicazione |
| A. Il Corano | |||
| 1. Traduzione del Sacro Corano | 1248 | Traduzione del Sacro Corano | 1973 d.C. |
| 2. Tafhīm al-Qurʾān, voll. 1–19 | 4165 | Tafhīm al-Qurʾān, 6 volumi | 1943–1972 |
| 3. Indice degli argomenti di Tafhīm al-Qurʾān | 540 | Tematiche coraniche | |
| 4. I quattro termini fondamentali del Corano | 119 | I quattro termini fondamentali del Corano | 1941 d.C. |
| 5. Il messaggio essenziale del Corano | 48 | Introduzione al Tafhīm al-Qurʾān | |
| b. Hadith / difficili | |||
| 6. Lo status giuridico della Sunna del Messaggero | 336 | Qual è lo status giuridico della Sunna | 1963 d.C. |
| 7. La grandezza e il prestigio del Corano | 133 | Le virtù del Corano (alla luce degli hadith) | 1977 d.C. |
| C. Filosofia della vita islamica | |||
| 8. Identità islamica | 112 | Risāla-yi Dīniyāt | 1963 d.C. |
| 9. Tawḥīd, Risālat e Ākhirat | 44 | Tawḥīd, Risālat e vita dopo la morte | |
| 10. Il sistema di vita dell’Islam | 55 | Il sistema di vita dell’Islam | 1948 d.C. |
| 11. L’unica religione | 45 | La religione della verità | 1943 d.C. |
| 12. La via della pace | 27 | La via della salvezza | 1942 d.C. |
| 13. L’essenza della civiltà islamica | 279 | La civiltà islamica, i suoi principi e fondamenti | 1933 d.C. |
| 14. Scritti scelti, voll. 1-3 | 1344 | Tafhimat, voll. 1-3 | 1933-1938 d.C. |
| 15. Al Jihad | 592 | Al-Jihadu fi al-Islam | 1928 d.C. |
| 16. L’Islam e la jahiliyya | 48 | L’Islam e la jahiliyya | 1941 d.C. |
| 17. Il conflitto tra l’Islam e la civiltà occidentale | 228 | Tanqihat | 1933-38 |
| 18. Lineamenti fondamentali dell’ordinamento di vita islamico | 384 | Il sistema di vita islamico e le sue concezioni fondamentali | |
| 19. Il fondamento filosofico della predicazione islamica | 32 | L’Islam e la democrazia secolare occidentale | |
| 20. La prospettiva etica dell’Islam | 32 | Il punto di vista morale dell’Islam | 1944 d.C. |
| 21. L’Islam e il nazionalismo | 119 | La questione del nazionalismo | 1939 d.C. |
| 22. L’Islam e il socialismo | 1945 d.C. | ||
| 23. Islam e giustizia sociale | 24 | Islam e giustizia sociale | |
| 24. Le fonti della forza nell’Islam | 67 | La fonte della forza dell’Islam | |
| 25. Gli insegnamenti del sacrificio | 48 | La dimostrazione del sacrificio attraverso i versetti coranici | |
| 26. La realtà della fede | 48 | La realtà della fede | 1938 d.C. |
| 27. La realtà dell’Islam | 44 | L’essenza dell’Islam | 1938 d.C. |
| 28. L’essenza della preghiera e del digiuno | 65 | L’essenza del digiuno e della preghiera | 1938 d.C. |
| 29. L’essenza del pellegrinaggio | 48 | La realtà dell’Hajj | 1938 d.C. |
| 30. La realtà della zakat | 58 | La realtà della zakat | 1938 d.C. |
| 31. La realtà del jihad | 28 | La realtà del jihad | 1933 d.C. |
| 32. La realtà della predestinazione | 102 | La questione del jabr e del qadar | 1933 d.C. |
| 33. La realtà della taqwa | La realtà della taqwa | 1947 d.C. | |
| 34. Il sistema educativo: prospettiva islamica | 133 | Ta’limat | 1941 d.C. |
| 35. La realtà dello shirk | La realtà dello shirk | 1944 d.C. | |
| 36. La realtà del Tawḥīd | La realtà del Tawḥīd | 1945 d.C. | |
| D. Legge, politica e sistema statale | |||
| 37. Il diritto islamico | 63 | La legge islamica | 1948 d.C. |
| 38. Lo Stato islamico | 700 | Lo Stato islamico | 1948 d.C. |
| 39. Il califfato e la monarchia | 294 | Il califfato e la monarchia | |
| 40. La dottrina politica dell’Islam | 63 | La teoria politica dell’Islam | 1939 d.C. |
| 41. L’indipendenza del subcontinente | |||
| Movimento e musulmani, volumi 1-2 | 877 | Tahrik-e Azadi-e Hind aur Musalman, volumi 1-2 | 1938 d.C. |
| 42. Redazione della costituzione islamica | 86 | La codificazione della costituzione islamica | |
| 43. Principi fondamentali della costituzione islamica | 86 | I fondamenti della costituzione islamica | |
| 44. Diritti umani fondamentali | 32 | I precetti fondamentali dell’uomo | |
| 45. I diritti dei non musulmani nello Stato islamico | 50 | I diritti dei dhimmi nello Stato islamico | 1948 d.C. |
| 46. La storia politica del Deccan | 286 | La storia politica del Deccan | |
| 47. Gli insegnamenti politici del Corano | 57 | Gli insegnamenti politici del Corano | |
| 48. Unità nazionale e democrazia stabile | 21 | Unità nazionale | |
| 49. La punizione dell’apostata nella legge islamica | 68 | La punizione dell’apostata | 1943 d.C. |
| e. Il movimento e l’organizzazione islamici | |||
| 50. La predicazione islamica e il metodo d’azione | 47 | La predicazione islamica e il suo metodo | 1946 d.C. |
| 51. La predicazione della Jamaat-e-Islami | La predicazione della Jamaat-e-Islami | 1947 d.C. | |
| 52. Il movimento della rinascita islamica | 122 | Rinnovamento e rinascita della religione | 1940 d.C. |
| 53. Della Jamaat-e-Islami | Lo scopo della Jamaat-e-Islami | ||
| Scopo – storia e programma | 80 | Storia e programma d’azione | 1951 d.C. |
| 54. Il jihād sulla via di Allah | 32 | Jihād fī sabīl Allāh | |
| 55. La base morale del movimento islamico | 62 | Le basi morali del movimento islamico | |
| 56. Il movimento islamico: condizioni per il successo | 64 | Le condizioni per il successo del movimento islamico | |
| 57. Il programma per il passato, il presente e il futuro dei musulmani | 78 | Il programma d’azione per il passato, il presente e il futuro dei musulmani | |
| 58. Il cammino della rivoluzione islamica | 56 | Come si instaura il governo islamico | 1940 d.C. |
| 39. Il programma futuro del movimento islamico | 138 | Il futuro programma d’azione del movimento islamico | 1947 d.C. |
| 60. Movimento, organizzazione e attivista | 224 | Tahrik aur karkun | |
| 61. Il predicatore verso Allah e l’invito verso Allah | 42 | Il predicatore verso Allah, l’invito verso Allah | |
| 62. Distruzione e costruzione | 32 | Costruzione e distruzione | 1947 d.C. |
| 63. La necessità di un gruppo sincero | 23 | La necessità di una comunità virtuosa | 1941 d.C. |
| 64. Il martirio di Husayn (ra) | 16 | Il martirio dell’Imam Husayn (ra.) | |
| 65. Movimento per l’unità dei musulmani nel mondo | 43 | Ittihad-e Anjuman-e Islami | |
| 66. La testimonianza della verità | 40 | La testimonianza della verità | 1946 d.C. |
| 67. L’Islam nel mondo odierno | 42 | L’Islam nell’epoca contemporanea | |
| 68. Ventinove anni della Jamaat-e-Islami | 54 | I ventinove anni della Jamaat-e-Islami | |
| C. Economia e sistema bancario | |||
| 69. Economia islamica | 328 | L’Islam nell’economia | |
| 70. La soluzione islamica ai problemi economici | 38 | Il problema economico dell’uomo e la sua soluzione islamica | 1941 d.C. |
| 71. Le direttive economiche del Corano | 38 | Insegnamenti economici del Corano | |
| 72. Islam e dottrine economiche moderne | 126 | Islam e teorie economiche moderne | |
| 73. I principi fondamentali del sistema economico islamico | 31 | I principi dell’economia islamica | |
| 74. L’interesse e il sistema bancario moderno | 302 | Usura | 1936 d.C. |
| 75. Norme sulla proprietà della terra | 96 | La questione della proprietà della terra | |
| 76. Proprietà nazionale | Proprietà nazionale | 1950 d.C. | |
| f. Vita coniugale e donna | |||
| 77. Il velo e l’Islam | 280 | Il velo | 1937 d.C. |
| 78. I diritti del marito e della moglie | 151 | I diritti dei coniugi | 1935 d.C. |
| 79. Il controllo delle nascite nella prospettiva islamica | 131 | L’Islam e il controllo delle nascite | 1936 d.C. |
| 80. Le richieste dell’Islam alla donna musulmana | 24 | Le richieste dell’Islam alle donne musulmane | |
| G. Purificazione dell’anima | |||
| 81. La guida | 55 | La guida | |
| 82. Gli insegnamenti fondamentali dell’Islam | 274 | Sermoni | 1938 d.C. |
| 83. Il significato essenziale dell’adorazione islamica | 88 | Uno sguardo analitico sull’adorazione islamica | 1939 |
| 84. Il metodo islamico di purificazione interiore | 48 | Tazkiya al-nafs | |
| J. Sīra | |||
| 85. Sīrat-e Sarwar-e Alam, voll. 1-5 | 1216 | Sīrat-e Sarwar-e Alam, voll. 1-2 | |
| 86. Il sigillo della profezia | 75 | Il sigillo della profezia | |
| 87. L’identità coranica del Profeta | 40 | In quale veste il Corano presenta colui che lo ha portato | |
| 88. L’essere umano esemplare | 32 | Le vere imprese di Sarwar-e Alam | |
| 89. Il rango dei nobili Compagni | 40 | Il rango dei Compagni | |
| ঞ. Complessivo | |||
| 90. Rasā’il wa Masā’il, volumi 1-5 | Rasā’il wa Masā’il, volumi 1-5 | 1942-1947 | |
| 91. Maulana Maududi di fronte alla gioventù | 450 | Taṣrīḥāt | |
| 92. Risposte alle domande dell’epoca, volumi 1-2 | 448 | Istifsālāt, volumi 1-2 | |
| 93. Le sessioni pomeridiane, volumi 1-2 | 250 | Asrī Majālis, volumi 1-2 | |
| 94. Epistolario, volumi 1-2 | 455 | Maktūbāt di Maulana Maududi (ra), volumi 1-2 | |
| 95. Discorsi radiofonici | 87 | Discorsi radiodiffusi | |
| 96. Khutbat al-Haram | Khutbat al-Haram | ||
| 97. Corrispondenza tra Maulana Maududi e Maryam Jameela | Lettere tra Maulana Maududi e Maryam Jameela | ||
| 98. Il problema qadianita | La questione qadianita | 1953 d.C. |
Alcuni libri in bengalese su Maulana Maududi
| Titolo del libro | Nome dell’autore | |
| 1. | Maulana Maududi agli occhi degli intellettuali del mondo | A cura di Abbas Ali Khan |
| 2. | Maulana Mawdudi | Abbas Ali Khan |
| 3. | L’ʿālim della religione Maulana Mawdudi | Abbas Ali Khan |
| 4. | Il contributo di Maulana Mawdudi alla rinascita dell’Islam | Professor Gholam Azam |
| 5. | Storia della Jamaat-e-Islami | Abbas Ali Khan |
| 6. | Verbali della Jamaat-e-Islami – 1º volume | |
| 7. | Verbali della Jamaat-e-Islami – 2º volume | |
| 8. | La luce della verità | Maulana Bashiruzzaman |
| 9. | Maulana Maududi nella terra del Corano | Muhammad Asim |
| 10. | I molteplici contributi di Maulana Maududi | Abbas Ali Khan |
| 11. | Dietro l’opposizione alla Jamaat-e-Islami | Abul Kalam Muhammad Yusuf |
| 12. | Il ruolo degli ulema nel movimento per l’indipendenza | Zulfiqar Ahmad Kismati |
| 13. | Maududi per i più piccoli | Sheikh Ansar Ali |
| 14. | Risposta alle accuse contro il Maulana Maududi | Maulana Abdul Hakim |
| 15. | Esame teorico delle accuse contro il Maulana Maududi | Mufti Muhammad Yusuf |
| 16. | Risposta alle accuse riguardanti l’opera Il califfato e la monarchia | Il giudice Malik Ghulam Ali |
| 17. | Come ho visto Maulana Mawdudi | Il professor Ghulam Azam |