Islam e nazionalità

Definizione della nazione:

Già al primo passo dell’uomo dall’impenetrabile oscurità della barbarie verso il luminoso cammino della civiltà nasce, tra i molti, l’idea dell’unità, e diventa assolutamente necessario che innumerevoli persone si riuniscano e vivano insieme, con reciproca simpatia e collaborazione, per il medesimo scopo e per l’istituzione di un sistema di benessere comune.

Con il progresso e il graduale sviluppo della civiltà, l’ambito di questa unità complessiva diventa sempre più ampio ed esteso. In seguito giunge anche un momento in cui essa comprende un numero enorme di persone. Questo insieme di molte persone viene chiamato, nella terminologia politica, «nazione». Sebbene i due termini «nazione» e «nazionalità» siano del tutto nuovi sotto il profilo del loro significato tecnico, il senso in cui vengono essenzialmente usati è antico quanto la civiltà stessa. La forma di aggregazione umana che oggi viene chiamata «nazione» o «nazionalità» esisteva anche nell’antico Egitto, a Roma e in Grecia, proprio come negli odierni Paesi nazionali quali Francia, Inghilterra e Italia.

Elementi indispensabili della nazionalità

Non vi è dubbio che la nazionalità nasca dapprima da un’idea innocente e immacolata. Lo scopo originario della formazione di una nazione è che gli appartenenti a una collettività lavorino insieme per stabilire i propri interessi comuni e il proprio sistema di benessere, e vivano come un’unica nazione per soddisfare le necessità sociali e generali. Ma, una volta costituita una nazione, su di essa si esercita inevitabilmente l’influenza possente del sentimento di ostilità nazionale. Anzi, quanto più questa nazionalità diventa rigida e salda, tanto più intensi diventano anche il sentimento di ostilità e il senso di differenza della nazionalità. Quando una nazione si lega in un vincolo di unità per conseguire i propri interessi e preservare il proprio sistema di benessere—in altre parole, quando erige entro i propri confini un’impenetrabile barriera della nazionalità—necessariamente distinguerà le persone dentro e fuori quella barriera chiamandole rispettivamente «dei nostri» e «estranei». In ogni questione darà inevitabilmente a se stessa preminenza e importanza rispetto agli altri. Si difenderà contro gli altri. Se mai sorgesse un conflitto tra gli interessi reciproci dei suddetti «dei nostri» e «estranei», questa nazionalità si sforzerebbe con tutte le proprie forze di salvaguardare i propri interessi e non esiterebbe neppure per un istante a sacrificare quelli altrui. Per queste ragioni tra di esse vi saranno guerre e vi saranno trattati di pace; tuttavia, tanto nello stato di pace quanto in quello di conflitto, tra le due rimarrà eretta una barriera, alta come una montagna, che ne segna la differenza. In termini tecnici, questa idea viene chiamata cecità della nazionalità. È una caratteristica inseparabile della nazionalità: in ogni circostanza resterà inevitabilmente legata alla nazionalità; su questo non vi è il minimo dubbio.

Elementi fondamentali della formazione della nazione

Tra le molte cause dell’unità e dell’unione si afferma una particolare nazionalità, qualunque sia la causa da cui essa abbia origine. La condizione, tuttavia, è che in essa sia presente una forza aggregante tanto grande da riunire e ispirare persone diverse per la stessa parola, lo stesso pensiero e la stessa dottrina, il medesimo scopo e la medesima attività; e che, da un lato, leghi le diverse e innumerevoli parti della nazione con il vincolo indissolubile della nazionalità, intrecciandole strettamente tra loro e rendendole tutte solide e forti come una montagna salda e incrollabile. Dall’altro lato, essa deve esercitare un tale dominio sulla mente e sul cervello degli individui che, per tutti gli interessi dell’intera nazione, essi siano come un solo corpo e, quando necessario, siano completamente pronti a ogni forma di sacrificio di sé.

L’unità e l’organizzazione possono assumere innumerevoli forme; tuttavia, tra tutte le nazionalità sorte dall’inizio dell’epoca storica fino a oggi, le basi di tutte le nazionalità, eccetto quella islamica, sono state fondate su una delle forme di unità degli elementi elencati di seguito. E molte altre forme di unità si sono unite ad esse come elementi ausiliari:

L’unità della stirpe: Su questa base si forma la nazionalità basata sulla stirpe.

L’unità della patria: Su questa base si sviluppa la nazionalità territoriale.

L’unità della lingua: Poiché costituisce un efficace mezzo per realizzare l’unità del pensiero e delle opinioni, esercita una grande influenza sulla formazione della nazione.

L’unità della razza: Essa suscita un sentimento di parentela tra le persone della stessa razza, e questo sentimento, sviluppandosi ulteriormente, le induce a mantenersi distinte dalle persone di altre razze.

L’equilibrio degli interessi economici: Esso separa le persone legate a un tipo di sistema economico da quelle che sostengono un altro tipo di sistema economico. Su questa base, esse lottano le une contro le altre per ottenere i propri diritti e interessi economici.

L’unità del sistema di governo: essa unisce i sudditi residenti nello stesso regno attraverso i vincoli di un medesimo ordine e disciplina di governo, e stabilisce i limiti della distanza nei confronti dei sudditi degli altri Stati.

Dal tempo più antico fino a questa epoca più splendida del ventesimo secolo, tutti gli elementi fondamentali della formazione delle nazioni che è stato possibile individuare si troveranno certamente presenti in tutti gli elementi sopra menzionati.

Duemila o tremila anni fa, anche le nazionalità greca, romana, israelita e iraniana furono fondate sulla base degli elementi fondamentali sopra menzionati. E anche le nazionalità dell’epoca modernissima, come quella tedesca, italiana, francese, inglese e giapponese, sono state costituite esattamente su queste stesse basi.

La fonte delle calamità

Non vi è dubbio che le suddette forme di unità, assunte come fondamento delle diverse nazionalità del mondo, abbiano unito e aggregato innumerevoli gruppi umani. Ma nessuno può negare che, al contempo, proprio queste basi siano diventate una fonte di grave e letale pericolo per l’intera umanità. Sono queste basi ad aver diviso l’umanità in centinaia di migliaia di parti. E tale divisione è stata compiuta in modo così spietato che una parte può essere spinta verso la distruzione, mentre nell’altra non è possibile introdurre neppure il minimo cambiamento. Un’etnia non può trasformarsi in un’altra. Un parlante di una lingua non può essere considerato parlante di un’altra lingua. Una razza non può trasformarsi in un’altra razza. Gli interessi economici di una nazione non possono essere del tutto uguali a quelli economici di un’altra nazione. Uno Stato non può mai diventare un altro Stato. In conclusione, tra le nazionalità fondate su queste basi non può esservi la minima possibilità di pace e di accordo. A causa dell’odio nazionale, esse si ritrovano coinvolte in una lotta eterna di competizione, opposizione e vendetta reciproca. Non possono fare a meno di cercare di sopraffarsi a vicenda. Saranno persino pronte a combattersi e a distruggersi per sempre. In seguito, una nuova nazionalità, fondata ancora sulle stesse basi, rialzerà la testa. Così tutto ciò diventa un vulcano eterno di calamità, disordini e distruzione nel mondo. In realtà, è la maledizione di Allah l’Altissimo, l’arma più affilata di Satana, con la quale egli dà la caccia al suo eterno nemico.

L’odio jahilita

In realtà, una simile nazionalità suscita naturalmente nell’animo umano un sentimento di odio barbaro. Induce una nazione a opporsi a un’altra e a manifestare odio nei suoi confronti, semplicemente perché appartiene a una nazione completamente diversa. Questo tipo di nazionalità non ha alcun rapporto con la verità, l’onestà, l’imparzialità, la giustizia e l’equità. Agli occhi di una persona bianca, è sufficiente essere nero perché un individuo sia degno di odio. Per il solo fatto di essere asiatico, un individuo è necessariamente destinato a essere odiato, oppresso, sfruttato e privato dei propri diritti dagli abitanti dell’Europa o dell’America. Un uomo erudito come Einstein era odiato dalla nazione tedesca soltanto per il «crimine» di essere di discendenza israelita. Poiché Tashqidi era un negro dalla pelle nera, il suo regno fu confiscato per il «crimine» di aver punito un criminale europeo.¹ Per i cittadini civili d’America, bruciare vivi i negri non è affatto un crimine, perché sono negri. La nazione tedesca e quella francese possono odiarsi reciprocamente perché sono divise in due nazioni distinte. Le qualità dell’una vengono giudicate, agli occhi dell’altra, come assoluti difetti e imperfezioni. Il fatto che gli afgani liberi delle regioni di confine siano afgani e che gli abitanti di Damasco appartengano alla nazione araba è considerato un crimine tale che, proprio per questo, gli inglesi e i francesi ritengono del tutto giustificato sganciare bombe dai loro aerei bombardieri sulle loro teste e massacrare in massa la popolazione di quei paesi. Tuttavia, considerano barbaro bombardare in modo analogo gli abitanti della civilissima (?) Europa. In breve, sono proprio queste differenze nazionali a rendere l’essere umano completamente cieco alla verità e alla giustizia. E in futuro, proprio per questa ragione, anche gli eterni princìpi della moralità e della buona educazione verranno modellati secondo lo stampo della nazionalità. In un luogo l’oppressione, in un altro la menzogna e in un altro ancora la bassezza vengono stabilite come princìpi di cortesia e di carattere morale.

Una persona appartiene a un’etnia e un’altra a un’etnia diversa; una è bianca e l’altra è nera; una è nata sul versante occidentale di una determinata montagna e l’altra sul versante orientale; una parla una lingua e l’altra esprime i propri pensieri in un’altra lingua; una è abitante di uno Stato e l’altra è cittadina di un altro Stato: è forse solo per questi motivi che si devono fare distinzioni tra gli esseri umani? E si deve forse conferire a una persona incapace, peccatrice e disonesta superiorità su una persona capace, onesta e desiderosa di verità, solo per questo motivo? Il colore esteriore della pelle può forse essere responsabile della purezza o della corruzione dell’anima? Può forse una persona intelligente ammettere che montagne, fiumi e mari abbiano qualche rapporto con il fatto che il carattere morale sia buono o cattivo? Può forse una persona sana di mente sostenere che la verità dell’Oriente, giunta in Occidente, possa diventare falsa e priva di valore? Può forse una persona dotata di sana coscienza accettare che l’essenza della virtù, della cortesia e dell’umanità possa essere misurata secondo il sangue nelle vene, la lingua parlata, il luogo di nascita e la terra del luogo di residenza? Non vi è il minimo dubbio che tutti gli esseri umani risponderebbero spontaneamente e all’unisono «no» a queste domande. Eppure il tribalismo o il razzismo, il regionalismo e gli altri suoi alleati osano rispondere «sì» proprio alle domande sopra menzionate.

 

Gli elementi fondamentali della nazionalità

 

Si possono esaminare le basi moderne della nazionalità nei loro aspetti specifici, prescindendo dagli aspetti sopra menzionati. Cercheremo dunque di vedere se le basi sopra citate siano fondamentalmente e realmente conformi alla scienza, oppure completamente prive di sostanza come un miraggio.

Tribalismo

Il tribalismo, o genealogismo, è uno dei principali fondamenti della nazionalità moderna. Ma che cosa significa questo tribalismo? Il tribalismo è semplicemente il nome dato al rapporto e all’unità di sangue. Tra alcune persone si stabilisce un rapporto di sangue in quanto nate dallo stesso padre e dalla stessa madre; questo è il primo fondamento del genealogismo. Esso si amplia e si manifesta nella forma di una famiglia; da qui devono derivare la tribù e la stirpe. Giunto a questo limite estremo, l’uomo si allontana così tanto dal progenitore della propria stirpe che la sua discendenza si trasforma allora in una mera costruzione immaginaria. Nel mare di questa cosiddetta stirpe confluiscono innumerevoli fiumi e torrenti di sangue estraneo. Pertanto nessuna persona dotata di conoscenza e ragione può sostenere che l’“acqua” di quel mare sia completamente pura e incontaminata, sgorgata dalla sua fonte originaria senza che vi si sia mescolato alcun altro corso d’acqua. Anche dopo una simile mescolanza, gli uomini possono accettare una stirpe come centro della propria unione in virtù della somiglianza del sangue. E allora, perché non si può assumere come fondamento dell’unità quell’unicità del sangue del progenitore e della progenitrice originari che unisce tra loro tutti gli esseri umani del mondo? E perché non si può considerare l’intera umanità del mondo come discendente della stessa stirpe e appartenente alla stessa tribù? Tutti coloro che oggi sono considerati fondatori o “primi uomini” di diverse stirpi o tribù avevano, da qualche parte nell’albero genealogico ascendente, un antenato comune; alla fine bisogna riconoscere che tutti derivano dalla stessa origine. Come si può allora ammettere questa divisione tra gli uomini in nome di “ariani” e “non ariani”?

Patriottismo

L’unità fondata sul patriottismo è ancora più vaga e infondata del tribalismo. Il luogo in cui nasce un essere umano non supera certamente l’estensione di un metro quadrato. Se egli considera la sola area così piccola come la propria patria, probabilmente non potrebbe considerare alcun paese come la propria patria. Eppure stabilisce attorno a questo spazio minimo un confine esteso per centinaia o migliaia di miglia, chiama “patria” il luogo situato entro tale confine e dichiara senza esitazione di non avere alcun rapporto con le aree al di là di quella linea di demarcazione. In realtà, ciò non è altro che la sua unica ristrettezza di vedute. In altre parole, nulla impediva loro di chiamare propria l’intera Terra. Se la “patria” di uno spazio di un solo “metro quadrato” può estendersi, secondo questa logica, fino a comprendere centinaia e migliaia di miglia quadrate, con la stessa logica essa può ampliarsi ulteriormente, fino a trasformare l’intero universo nella propria patria. Se non restringe il proprio punto di vista, l’uomo può vedere chiaramente che tutto ciò che egli considera arbitrariamente una linea di confine — fiumi e mari, colline e montagne e così via — separando un’area dall’altra, è in realtà parte della stessa immensa Terra; come potrebbero dunque queste montagne e questi fiumi e mari imprigionarlo in un’area limitata? Se considera l’intero mondo la propria “patria” o terra natale, perché non dovrebbe considerarsi abitante dell’intera superficie terrestre? Se considera tutta la Terra la propria patria o terra natale, e chiama “connazionali” tutti gli esseri umani che abitano la superficie terrestre, e se rivendica sull’intero universo lo stesso diritto che possiede sul luogo preciso in cui è nato, perché ciò dovrebbe essere errato?

Discriminazione linguistica

È innegabile che l’unità e l’affinità linguistica offrano alle persone che parlano la stessa lingua ampie opportunità di conversare tra loro e di scambiarsi pensieri. Grazie a ciò si solleva il velo dell’estraneità reciproca tra i popoli, ed essi possono percepirsi reciprocamente come “propri” e “vicini”. Ma il fatto che il veicolo del pensiero e dell’opinione sia uno solo non significa affatto che il pensiero e l’opinione debbano essere identici e concordi. La stessa dottrina può essere divulgata in dieci lingue diverse, e tra coloro che parlano queste diverse lingue non solo è possibile stabilire una piena unità di pensiero e di opinione, ma ciò è anche del tutto naturale. Al contrario, dieci opinioni diverse possono essere espresse nella stessa lingua. Tuttavia, le persone che sostengono quelle diverse dottrine espresse nella stessa lingua possono essere tra loro diverse e completamente separate. Pertanto l’unità di pensiero e di opinione — che è in realtà l’essenza vitale della nazionalità — non dipende dall’unità della lingua. Inoltre, nessuno può affermare che l’unità e l’affinità linguistica comportino necessariamente l’unità di pensiero e di dottrina. A questo punto sorge una domanda importante: quale influenza ha la lingua sull’umanità dell’uomo e sulle sue qualità personali, buone o cattive? Si può forse attribuire superiorità a un tedesco che parla tedesco proprio perché parla tedesco, rispetto a un francese che parla francese? In realtà, ciò che conta sono soprattutto le qualità e le caratteristiche interiori dell’individuo, non la lingua e simili. Tuttavia, non si può negare che, nell’amministrazione dell’ordine e della disciplina, nella gestione di tutte le attività di un determinato paese e nelle occupazioni ordinarie, una persona che parla la lingua di quel paese possa risultare più utile. Ma, per dividere l’umanità e determinare le caratteristiche nazionali, il conflitto linguistico non può in alcun modo costituire un fondamento infallibile.

Discriminazione razziale

Nella società umana, la discriminazione razziale è la cosa più ripugnante e priva di senso. Il colore è soltanto una qualità esteriore del corpo; ma bisogna ricordare che l’essere umano non ha conseguito la dignità dell’umanità grazie al suo corpo: la sua anima e la sua umanità sono l’unica ragione di tale dignità. Eppure esse non hanno alcun colore o razza. In queste condizioni, quale ragione può esserci per distinguere gli esseri umani in base al colore rosso, giallo, nero, bianco e simili? Non si può fare alcuna distinzione tra il latte di una vacca nera e quello di una vacca bianca. Perché lì ciò che conta è il latte; il sangue o il colore non hanno alcuna importanza. Ma oggi l’intelletto fallito dell’uomo ci ha distolti dalle qualità e dalla nobiltà interiori dell’essere umano per attrarci verso il colore della sua pelle. Può esserci una condizione più tragica di questa?

Nazionalismo economico

L’uniformità degli interessi economici è una creatura illegittima dell’egoismo umano; non è mai opera della natura. Il bambino umano nasce dal grembo materno già dotato di capacità lavorativa. Davanti a lui si apre un vasto campo per lo sforzo e l’impegno. Gli strumenti e i mezzi insufficienti per il sostentamento gli porgono un’accoglienza benevola. Ma, quanto al soddisfacimento dei suoi bisogni biologici, non ritiene sufficiente e indispensabile che gli sia aperta soltanto la porta del rizq; considera altrettanto indispensabile che quella porta venga chiusa agli altri. Quando una grande collettività umana partecipa in egual misura a una simile forma di egoismo, l’unità che ne nasce, in seguito, contribuisce in modo particolare a organizzarla come una nazione. A prima vista, essa ritiene di aver tutelato i propri interessi e diritti organizzandosi sulla base dell’uniformità degli interessi economici; ma quando numerosi gruppi e nazioni erigono intorno a sé mura invalicabili di un simile egoismo, la vita degli esseri umani diventa estremamente penosa a causa delle loro stesse azioni. Il loro stesso egoismo diventa una catena ai piedi e una manetta alle mani: nel tentativo di chiudere agli altri la porta del rizq, l’uomo perde la chiave del proprio deposito di sostentamento. Oggi questa scena si presenta chiaramente davanti ai nostri occhi. Gli Stati d’Europa, d’America e del Giappone ne stanno subendo le conseguenze. Oggi non riescono a capire come potranno mandare in frantumi le fortezze economiche che essi stessi avevano costruito, ritenendole il mezzo perfetto per proteggersi. Di fronte a una simile situazione, non dovremmo forse ancora considerare del tutto antiscientifiche e insensate la divisione in gruppi per guadagnarsi il sostentamento e l’instaurazione di caratteristiche nazionali su tali basi? In verità, non si riesce a comprendere quale male possa derivare dal lasciare agli esseri umani la libertà di cercare e guadagnarsi, nell’immenso mondo di Allah, il rizq concesso da Allah.

Nazionalismo politico

L’unità amministrativa, cioè il fatto di essere sottoposti allo stesso governo, è essenzialmente una cosa temporanea, effimera e priva di fondamento. Su questa base non si può mai edificare un nazionalismo solido, duraturo e forte. L’idea di riunire i sudditi sottoposti allo stesso Stato, vincolandoli attraverso la loro fedeltà a esso e formando così una nazione, non ha mai avuto successo. È vero che finché lo Stato rimane vittorioso, dominante e dotato di una forza invincibile, i sudditi restano compatti e avvinti dai vincoli delle sue leggi; ma non appena questi vincoli legali si allentano anche solo un poco, le popolazioni di orientamenti diversi sono costrette a disperdersi immediatamente in ogni direzione. Dopo che la potenza centrale dello Stato si indebolì nell’Impero moghul, non vi fu il minimo ostacolo all’emergere, nelle varie regioni dell’India, di nazionalismi fondati su politiche indipendenti. Analoga era la situazione dell’Impero ottomano. Alla fine, i Giovani Turchi impiegarono tutte le loro forze per edificare il palazzo del nazionalismo ottomano; ma al minimo colpo esso andò in frantumi come un castello di carte. L’esempio dell’Austria-Ungheria è ancora più recente. Le pagine della storia non mancano di avvenimenti di questo genere. Eppure, anche dopo aver osservato tali precedenti storici, coloro che ritengono possibile instaurare un nazionalismo politico sono certamente degni di ringraziamento per i loro sogni variopinti e la loro sfrenata fantasia.

Universalità umana

Dall’analisi precedente è diventato evidente che, per quanto si sia divisa la razza umana, alla base di nessuna delle sue suddivisioni vi è una ragione scientifica. Esse non sono altro che suddivisioni puramente materiali e grossolane. Di conseguenza, un semplice ampliamento della prospettiva ne infrange i limiti. La stabilità e la durata di tali suddivisioni dipendono esclusivamente dalle tenebre dell’ignoranza, dalla limitatezza dello sguardo e dalla ristrettezza della mente. Quanto più risplendono e si sviluppano i lampi della conoscenza e della scienza, quanto più l’intuizione diventa acuta e lungimirante, quanto più si amplia la vastità dell’animo, tanto più si solleva il velo di queste differenze materiali e grossolane. Alla fine, il genealogismo è costretto a cedere il proprio posto all’umanità e il regionalismo a cedere il proprio posto all’universalità del mondo. Anche nelle differenze di colore e di lingua risplende l’unità della sostanza vitale dell’umanità. Nel mondo di Allah esistono interessi economici comuni a tutti i servi di Allah. Entro i confini dell’ordinamento politico si scorgono soltanto alcune ombre; nel volgere del sole della fortuna esse si muovono sulla superficie della terra, diminuendo e crescendo.

L’ideologia liberale dell’Islam

È proprio questo che l’Islam ha proclamato. L’Islam non ha riconosciuto alcuna differenza materiale, basata sulle cose o percepibile ai sensi, tra gli esseri umani. Secondo l’Islam, tutti gli esseri umani derivano dalla medesima origine:

خلقكم من نَّفْسٍ وَّاحِدَةٍ وَّ خَلَقَ مِنْهَا زَوْجَهَا وَبَثَّ منهُما رِجَلاً كَثِيرًا وَّنِساءً – (النساء: 1)

“Allah vi ha creati da un’unica persona. Poi da essa ha creato il suo compagno e dalla loro unione ha diffuso nel mondo innumerevoli uomini e donne.” — Sura an-Nisāʾ: 1

La differenza tra il luogo di nascita o il luogo di sepoltura degli esseri umani non è una differenza fondamentale; in realtà, tutti gli esseri umani sono completamente uguali:

وهُو الَّذى انْشاْكم من نَّفسٍ وَّاحِدَةٍ فَمُستَقَرَّ وَّمُستَوْدَعٌ ط – (الانعام: 98) “Egli vi ha creati da un’unica anima e per ciascuno di voi sono stati stabiliti un luogo di soggiorno e un luogo di sepoltura.” — Sura al-Anʿām: 98. In seguito viene svelata la profonda verità alla base delle differenze di discendenza e familiari:

يَاَيُّها النَّاسُ اِنَّا خلقناكم من ذكَرٍ وَّ اُنْثى و جعلناكم شعوبا وَّقبائلَ لِتِعارَفوا ط اِنَّ اكرمكم عند الله اتقاكم ط – (الحجرات: 13)

“O uomini! Vi ho divisi in popoli e tribù affinché possiate conoscervi gli uni gli altri. Ma in realtà, tra voi, la persona più onorata è quella più religiosa e più timorata di Allah.” — Sura al-Ḥujurāt: 13

In altre parole, la differenza tra popoli e tribù è stata stabilita unicamente affinché possiate conoscervi reciprocamente; non allo scopo di nutrire odio e invidia gli uni verso gli altri, né di vantarsi, insuperbirsi o litigare. Non è giusto dimenticare l’unità fondamentale dell’umanità a causa di queste differenze e opposizioni esteriori. L’unico criterio per distinguere gli uni dagli altri è il carattere morale, l’operato concreto, l’onestà e la propensione al peccato.

In seguito Allah l’Altissimo ha dichiarato che le divisioni nella società umana e l’ostilità reciproca tra i diversi gruppi sono una particolare punizione di Allah l’Altissimo. È proprio con il veleno della vostra reciproca inimicizia che vi riduce allo stremo.

اَوْ يلبسكم شِيِعًا وَّيُذيْقَ بعضَكم بَاْسَ بَعضٍ ط – (الانعام: 65)

«Oppure vi dividerà in diversi gruppi e vi farà assaporare la forza gli uni degli altri». — Sura al-Anʿām: 65

Nel Nobile Corano, anche il fomentare divisioni è stato annoverato tra i crimini analoghi a quelli per i quali il Faraone fu maledetto e punito da Allah:

اِنَّ فِرْعَونَ علاَ فى الارْضِِ وَجَعَلَ اهلها شِيَعًا – (القصص: 4)

«Il Faraone si è insuperbito e inorgoglito sulla terra e ha diviso i suoi abitanti in diversi gruppi». — Sura al-Qaṣaṣ: 4

Poi ha detto che Allah è il Signore della terra e che ha conferito alla razza umana la dignità del califfato su questa terra. Ha sottomesso all’essere umano tutte le cose della terra. Pertanto, non è necessario che l’essere umano rimanga schiavo di una particolare regione. Davanti a lui si estende una terra immensa. Se un luogo diventa per lui inaccessibile o inadatto ad abitarvi, gli è assai facile trasferirsi altrove. Ovunque andrà, troverà presenti le infinite e inesauribili grazie di Allah.

Al momento della creazione dell’essere umano, Allah aveva detto:

اِنِّى جَاعلٌ فِى الارضِ خَليفةٌ ط – (البقرة : 30)

«Voglio inviare sulla Terra un califfo.» – Sura al-Baqara: 30

ألم تَرَ اَنَّ الله سخَّرلكم مَّا فِى الارضِ – (الحج : 65)

«Non vedete che Allah ha sottomesso al vostro dominio tutto ciò che è sulla Terra?» – Sura al-Hajj: 65

أَلم تكن ارضُ الله وَاسعَةً فَتُهَاجِرُوا فِيْهَا ط – (النَّساء : 97)

«La Terra di Allah non era forse vasta? Non potevate forse emigrare da un luogo all’altro?» – Sura an-Nisa: 97

وَمن يُّهَاجر فِى سبيل الله يَجِد فِى الارض مُرَغَمًا كَثِيْرًا وَّسَعَةً – (النِّساء : 100)

«Chi emigrerà per la causa di Allah troverà sulla Terra ampi spazi e grande agiatezza.» – Sura an-Nisa: 100

Leggete l’intero Corano: non vi si troverà da nessuna parte neppure una parola a sostegno del razzismo, del tribalismo o del regionalismo; il Corano ha rivolto l’invito islamico all’intera umanità. Esso invita tutti gli esseri umani sulla terra verso il bene e la prosperità. A questo proposito non è stata accordata la minima peculiarità o superiorità a nessuna nazione né ad alcuna regione; nel mondo è stato stabilito un rapporto speciale soltanto con la Mecca. Ma riguardo a quella Mecca è stato detto:

سَوَاءَنِ العَاكِفُ فِيْهِ وِالبَادِ ط – (الحج: 25)

«Il residente originario della Mecca e il musulmano proveniente da fuori sono tutti perfettamente uguali nella Mecca. – Sura al-Hajj: 25

Riguardo ai politeisti, gli antichi abitanti della Mecca, è stato detto:

اِنَّمِا المُشْرِكون نَجَسٌ فَلاَ يَقربوا المَسْجد الحرَام بَعدَ عَامِهِم هَذَا ج- ( التَّوب: 28)

«I politeisti sono impuri; dopo quest’anno non si avvicinino più neppure alla Moschea Sacra, la Kaʿba.» – Sura al-Tawba: 28

Dalla chiara analisi sopra esposta è stato dimostrato che nell’Islam il patriottismo e il regionalismo sono stati completamente sradicati. Ora ogni musulmano può dire: «Ogni paese è il mio paese, poiché è il paese del mio Allah.»

Il conflitto tra il tribalismo e l’Islam

Fin dal primo capitolo dell’avvento dell’Islam, l’odio e la discriminazione basati sull’ascendenza, sulla tribù e sul regionalismo si rivelarono il principale ostacolo sul suo cammino.

La stessa gente del Profeta Muhammad (pace e benedizioni su di lui) era la più avanzata in questo ambito. L’orgoglio della discendenza e il senso di nobiltà tribale e personale si erano eretti come un muro invalicabile tra loro e l’Islam. Dicevano:

لَوْ لاَ نُزِّلَ هذا القران على رَجُلٍ من القَرْيَتَيْنِ عَظِيْم – (زخرف : 31) «Se il Corano fosse davvero un Libro rivelato da Allah, sarebbe stato rivelato a un personaggio eminente della Mecca o di Ta’if» — Sura az-Zukhruf, 31

Abu Jahl riteneva che Muhammad (pace e benedizioni su di lui), sostenendo di essere un profeta, stesse soltanto accrescendo il prestigio della propria stirpe. Disse:

«In passato c’era rivalità tra noi e il clan di Abd Manaf. Eravamo loro rivali nelle imprese equestri. Quanto a cibo e bevande, ospitalità e beneficenza, eravamo loro pari; ora egli ha cominciato a dire che riceve la rivelazione. Per Dio, non riconosceremo mai Muhammad come veritiero.»

Questa non era soltanto la concezione di Abu Jahl; era il grande errore di tutti gli Arabi politeisti. Per questo, tutti gli altri clan dei Quraysh cominciarono a osteggiare i Banu Hashim. D’altra parte, anche i membri dei Banu Hashim, proprio spinti da questo odio tribale, continuarono a sostenere e ad aiutare il Profeta Muhammad (pace e benedizioni su di lui), sebbene molti di loro non avessero ancora abbracciato l’Islam. I Banu Hashim furono assediati nella «Gola di Abu Talib» e, per questa ragione, l’intera tribù dei Quraysh ruppe ogni rapporto con loro. Le famiglie musulmane relativamente più deboli, esasperate dalla dura oppressione e dalla spietata persecuzione dei Quraysh, furono costrette a emigrare verso l’Abissinia; quelle di discendenza più potente riuscirono invece a salvarsi in qualche modo dall’ingiustizia e dall’oppressione grazie alla forza della propria stirpe.

Gli Ebrei d’Arabia attendevano l’avvento di un profeta, secondo le profezie dei profeti della stirpe dei Banu Isra’il. Grazie alle notizie da loro diffuse, numerosi abitanti di Medina abbracciarono l’Islam proprio all’inizio della predicazione islamica del Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui). Ma gli stessi Ebrei non poterono credere nell’ultimo Profeta soltanto per il loro senso di superiorità genealogica. La loro obiezione era che il profeta appena giunto era nato nella stirpe di Isma’il invece che in quella d’Israele. Questo senso di nobiltà li aveva fuorviati e corrotti a tal punto che si schierarono con i politeisti invece che con i monoteisti.

La situazione dei cristiani di quella regione era analoga. Anche loro attendevano il profeta futuro, ma ritenevano che sarebbe nato in Siria. Non erano affatto disposti ad accettare un profeta arabo. Quando il messaggio del Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) giunse a Eraclio, egli disse ai mercanti dei Quraysh: «Sapevo che sarebbe venuto un altro profeta, ma non immaginavo che sarebbe apparso nella vostra stirpe.»

Quando l’invito all’Islam giunse a Muqawqis d’Egitto, anch’egli disse: «Sapevo che sarebbe giunto un altro profeta, ma pensavo che sarebbe nato in Siria.»

Anche tra i non arabi di quell’epoca questo senso di nobiltà era diventato estremamente intenso. Quando la lettera del Profeta (pace e benedizioni su di lui) giunse a Cosroe Parviz, che cosa lo fece adirare? Egli disse: «Un uomo appartenente a una nazione di schiavi osa rivolgersi al re del mondo non arabo!» Considerava la nazione araba vile e spregevole. Non erano affatto disposti ad ammettere che in una simile nazione potesse nascere qualcuno capace di invitare alla verità.

Agli occhi degli ebrei, nemici dell’Islam, suscitare tra il popolo l’odio tra tribù affini e il senso di nobiltà genealogica era un’arma estremamente affilata da usare contro l’Islam. Per questo si allearono con gli ipocriti di Medina. Una volta, ricordando la battaglia di Buʿāth, accesero tra le due tribù degli Anṣār, gli Aws e i Khazraj, un tale fuoco di odio, inimicizia e orgoglio che si creò una situazione pericolosa, nella quale le spade affilate di entrambe le parti stavano per essere sguainate e scoppiare in uno scontro diretto. Fu in relazione a ciò che fu rivelato il seguente versetto:

يّايُّهَا الَّذينَ امَنُوا اِنْ تُطِعُوا فَرِيْقًا مِّنَ الَّذِيْنَ اُوْتُوا الكتَابَ يَرُدَّوكُم بَعْدَ اِيْمَانِكم كَافِرُوْنَ – (ال عمران: 100)

«Musulmani! Se obbedirete a una parte di coloro ai quali è stato dato il Libro, essi vi ricondurranno dalla fede alla miscredenza.» — Sura Āl ʿImrān: 100

A causa di questo senso di nobiltà fondato sulla stirpe e sulla patria, gli ipocriti di Medina si infiammarono d’ira vedendo il Profeta della stirpe dei Quraysh come governante a Medina e i Muhājirūn muoversi liberamente nei palmeti degli Anṣār. Il capo degli ipocriti, ʿAbd Allāh ibn Ubayy, andava dicendo: «Questi miserabili della stirpe dei Quraysh sono venuti nel nostro paese e si sono gonfiati d’orgoglio. Sono come cani allevati con affetto; ora hanno cominciato a mordere persino il loro padrone.» Rivolgendosi agli Anṣār, disse: «Siete stati voi a innalzarli sul capo, voi a dare loro un posto nel vostro paese. Avete dato loro una parte dei vostri beni. Per Dio, se oggi abbandonerete il vostro sostegno e la vostra collaborazione con loro, essi si ritroveranno completamente indifesi.» Nel Nobile Corano fu data così risposta alle loro parole:

هُمُ الَّذِيْنَ يَقُلُونَ لاَ تُنْفِقُونَ على مِنْ عِنْدِ رَسُولِ الله حَتَّى يَنْفَضُّوا ط وَ لِلّه خَزَئِنُ السَّموات وَالارضِ وَلكنَّ المُنَافِقِيْنَ لاَ يَفْقَهُونَ – يَقُوْلُوْنَ لَئِنْ رَّجَعْنَا إلىَ المَدِيْنَةِ لَيُخْرِجَنَّ الاغَزُّ مِنْهَا الاَذَلَّ ط وَلِلَّهِ العِزِّةُ وَلِرَسُوْلِهِ وَلِلْمُةْمِنِيْنَ وَلَكِنَّ المُنافِقِيْنَ لاَ يَعلمون – (8-7)

«Sono costoro che dicono: “Non spendete nulla per coloro che stanno con l’Inviato di Allah, così si disperderanno.” Ma ad Allah appartengono i tesori dei cieli e della terra; tuttavia gli ipocriti non comprendono. Dicono: “Se ritorneremo a Medina, il più onorato ne scaccerà il più spregevole.” Eppure l’onore appartiene ad Allah, al Suo Inviato e ai credenti, ma gli ipocriti non lo sanno affatto.» — Sura al-Munāfiqūn: 7-8

Fu proprio l’intensità di tale senso di superiorità aristocratica a spingere ʿAbdullah ibn Ubayy ad accusare e calunniare Aisha. E fu grazie al sostegno dei Khazraj che questo nemico di Allah e del Messaggero riuscì a sottrarsi alla punizione per le proprie azioni.

La jihad dell’Islam contro la superiorità aristocratica e l’odio

Dalla discussione precedente è diventato chiaro che, dopo l’incredulità e lo shirk, la superiorità aristocratica e l’odio fondati sull’appartenenza genealogica e sul nazionalismo sono il più grande nemico della grande daʿwah e del movimento islamico. Per questo, durante i suoi ventitré anni di vita profetica, il Profeta finale condusse, dopo la lotta contro l’incredulità, la jihad più intensa contro questa jahiliyyah della superiorità aristocratica e dell’odio, con l’obiettivo di sradicarla per sempre. Basta consultare tutti i libri di hadith e di biografia per constatare in modo incontrovertibile la verità di quanto detto. Riflettendo su come il Nobile Profeta (s.a.s.) abbia eliminato le distinzioni tra gli uomini basate sul sangue, sulla terra, sul colore, sulla lingua e sulla superiorità o inferiorità; abbia abbattuto le anormali e impenetrabili barriere delle loro reciproche contrapposizioni e discriminazioni; e abbia reso l’intera umanità uguale e unita in quanto esseri umani, non si può davvero contenere lo stupore.

Il Profeta (s.a.s.) proclamò a gran voce:

ليسَ مِنَّا مَنْ مَّاتَ على العَصَبِيَّةِ لَيْسَ مِنَّا الى دعى الى العَصَبِيَّةِ لَيْسَ مِنَّا قَاتَلَ على العَصَبِيَّةِ –

«Chi muore per il senso di superiorità aristocratica e l’odio, chi invita altri a seguirli e chi combatte e lotta per essi non può essere considerato parte della mia ummah».

Egli disse:

لَيْسَ لاَحَدٍ فَضْلٌ على اَحَدٍ اِلاَّ بِدِيْنٍ وَتَفْوًى – النَّاسُ كُلُّهمْ بَنُوادَمَ وَاَدَمُ مِنْ تُرابٍ –

“Nessuna superiorità può essere accordata, neppure in minima misura, a una persona rispetto a un’altra sulla base di qualcosa che non siano la pietà, l’osservanza della religione e la religiosità. Tutti gli esseri umani sono figli di Adamo, e Adamo fu creato dalla terra.”

Egli ha annientato le differenze fondate sulla discendenza, sulla patria, sulla lingua e sul colore della pelle, dicendo:

لأ فَضْلَ لِعَرَبىٍّ عَلى عَجْمِىْ وَلاَ لِعَجَمِىْ عَلى عَرَبِىٍُّ كُلُّكُمْ اَبْنَاءُ اَدَمَ – (البخارى)

“Nessun arabo è superiore a un non arabo, né un non arabo è superiore a un arabo. Siete tutti figli di Adamo.”

لأ فَضْلَ لِعَرَبىٍّ عَلى عَجْمِىْ وَلاَ لِعَجَمِىْ عَلى عَرَبِىٍُّ وَلاَ لِاَبْيَضَ على اَسْوَدَ وَلأ لِاَسْوَدَ على ابيَضَ الاَّ بالتَّقوى – (زَادِ المَعَاد)

“Nessuna superiorità o distinzione spetta all’arabo rispetto al non arabo, al non arabo rispetto all’arabo, al bianco rispetto al nero o al nero rispetto al bianco. Tale distinzione può derivare unicamente dal timore di Dio e dall’osservanza della religione.”

اِسْمَعُوْا وَاَطِعُوا وَلَوْ اُسْتُعْمِلَ عَلَيْكُمْ عَبْدٌ حَبشىٌّ كَانَ رَأسُهُ زَبِيْةٌ – (البخارى)

“Anche se fosse nominato vostro governante uno schiavo abissino con un cervello grande quanto un’uvetta, ascoltatelo e obbedit egli con piena obbedienza.”

Dopo la conquista della Mecca, quando la forza delle armi dei musulmani aveva piegato le teste orgogliose e insolenti dei Quraysh, il venerabile Messaggero di Allah (s.a.) si alzò per tenere un discorso e dichiarò con voce tuonante e solenne:

اَلأَ كُلُّ مَا ثَرَةٍ اَوْ مَالٍ اَوْ يُدْعى فهوَ تَحتَ قَدَمِىِْ هَاتَيْنِ –

«Sappiate che ogni ricchezza di orgoglio, arroganza, gloria e senso di nobiltà, e ogni pretesa relativa al sangue e ai beni, è oggi calpestata sotto questi miei due piedi.»

يَا مِعْشَرِ قَرَيْشٍ اِنَّ اللهَ اَذهَبَ عَنْكم نُخْوَةَ الجَاهِلِيَّةِ وَتَعَظُّمَهَا الاَبَا –

«O Quraysh! Allah ha estirpato da voi ogni odio e rancore, ogni orgoglio e arroganza dell’epoca della jahiliyya, nonché l’orgoglio e il senso di superiorità basati sull’ascendenza.»اَيُّهَا النَّاسُ كُلُّكم من ادمَ وَادمُ من ترابٍ – لاَفَخْرَ للاَنْسَابِ لاَ فَخْرَ للعربىِّ على العجمىِّ ولاَ للعجمىِّ على العرَبِىِّ اِنَّ اكرمكم عِنْدَ اَللهِ اَتْقَأكُمْ –

«O uomini! Siete tutti figli di Adamo, e Adamo è stato creato dalla terra. Non vi è alcun motivo di vantarsi della propria discendenza. L’arabo non ha alcuna superiorità sull’非 arabo, né il non arabo sull’arabo. Presso Allah, il più onorato tra voi è colui che è più devoto e più timoroso di Allah.»

Dopo aver compiuto l’adorazione di Allah, il Profeta (s.a.) presentava davanti ad Allah la testimonianza e il sincero riconoscimento di tre verità. Primo: Allah non ha alcun associato. Secondo: il venerabile Muhammad (s.a.) è servo e Messaggero di Allah. Terzo: tutti i servi di Allah sono fratelli, uguali gli uni agli altri.

Il fondamento della nazionalità islamica

In tal modo, Allah e il Suo Messaggero hanno definitivamente frantumato le basi limitate, materiali, percepibili dai sensi, mondane e superstiziose sulle quali sono stati edificati i palazzi delle diverse nazionalità del mondo. Sulla base delle suddette opposizioni e discriminazioni antiscientifiche fondate sulla razza, sulla tribù, sulla patria, sulla lingua, sull’economia e sulla politica, gli uomini, a causa della propria ignoranza e della loro estrema insipienza, avevano diviso l’umanità in frammenti diversi e infinitamente piccoli; l’Islam li ha tutti frantumati con un colpo decisivo e, dal punto di vista dell’umanità, ha reso tutti gli uomini appartenenti alla stessa classe, dotati della stessa dignità e degli stessi diritti.

Dopo aver eliminato questa barbarie dell’epoca dell’ignoranza, l’Islam ha presentato, sulla base della scienza, un nuovo concetto di nazionalità. Nella nazionalità islamica si fanno certamente distinzioni tra gli uomini; ma esse non sono dovute ad alcuna causa materiale, mondana o esteriore: vengono fatte sotto il profilo spirituale, morale e umano. Agli uomini è stata presentata una legge naturale della verità, il cui nome è Islam. Tutta l’umanità è stata invitata alla servitù e all’obbedienza ad Allah, alla purezza e alla rettitudine del cuore e dell’animo, alla limpidezza, all’onestà e all’osservanza della religione nelle proprie azioni. Poi è stato detto che coloro i quali avrebbero accolto questo invito sarebbero stati considerati un’unica nazione. E coloro che lo avessero rifiutato sarebbero appartenuti a una nazione del tutto diversa. In altre parole, una delle nazioni degli uomini è quella della fede e dell’Islam, e l’insieme di tutti i suoi individui costituisce un’unica ummaوَكَذَالِكَ جَعَلناكم اُمَّةً وَّسَطًا; l’altra è la nazione della miscredenza e dello smarrimento. I suoi seguaci, nonostante le loro divergenze di opinione e le loro differenze reciproche, sono considerati appartenenti allo stesso gruppo e alla stessa nazione.وَاللهُ لاَ يَهْدىِ القَومَ الكافِرِيْنَ

Tra queste due nazioni non vi è alcuna differenza quanto alla discendenza o alla tribù. La differenza riguarda la fede e le opere. Pertanto, persino due figli dello stesso padre, a causa della suddetta separazione tra Islam e miscredenza, possono essere considerati distinti e appartenenti a due nazioni, mentre due persone senza alcun legame e sconosciute l’una all’altra possono appartenere a un’unica nazione perché entrambe sono entrate nel medesimo Islam.

Neppure la differenza di patria può essere causa di separazione tra queste due nazioni. Qui la distinzione viene fatta sulla base della verità e della falsità. E per la verità e la falsità non esiste alcuna «patria». Due persone della stessa città, dello stesso quartiere e della stessa casa possono avere nazionalità diverse a causa della differenza tra Islam e miscredenza. E un nero può diventare, attraverso l’Islam, fratello di un marocchino.

Neppure la differenza di razza è qui causa di una differenza nazionale. Nell’Islam il colore dell’aspetto esteriore è insignificante; qui conta unicamente il colore di Allah, che è il colore più nobile e il migliore di tutti.

صِبْغَةَ اللهُ ط وَمَنْ اَحسَنُ مِنَ اللهِ صِبْغَةًDal punto di vista dell’Islam, un bianco e un nero possono essere considerati appartenenti alla stessa nazione, mentre, a causa della miscredenza, è del tutto possibile che due bianchi appartengano a due nazioni diverse.

Neppure la differenza di lingua è causa della distinzione tra Islam e miscredenza. Nell’Islam la lingua parlata non ha alcun valore; ciò che conta è la parola senza lingua del cuore e dell’animo. Infatti essa viene pronunciata in tutto il mondo ed è compresa da tutti. Dal suo punto di vista, un arabo e un africano possono avere la stessa lingua. E anche la lingua di due «arabi» può essere diversa.

Anche la differenza tra i sistemi economici e politici è del tutto irrilevante riguardo alla distinzione tra Islam e miscredenza. Qui non vi è alcuna controversia riguardo al denaro e ai beni: la relazione con la ricchezza della fede è la questione più importante. Non il dominio dell’uomo, ma l’obbedienza ad Allah è l’unica base dei conflitti e delle lotte politiche qui presenti. Coloro che sostengono e obbediscono al governo divino e che hanno sacrificato per esso i propri beni e la propria vita appartengono tutti a un’unica nazione, siano essi abitanti del Pakistan o del Turkestan. Quanto a coloro che sono nemici del governo di Allah e hanno venduto a Satana la propria vita e i propri beni, essi appartengono a una nazione completamente distinta. Non vi è alcun motivo di suscitare controversie riguardo allo Stato di cui sono abitanti o sudditi, né riguardo al tipo di sistema economico sotto il quale vivono.

In questo modo, il limite o confine che l’Islam ha indicato e stabilito per la nazionalità non è qualcosa di percepibile ai sensi, materiale o mondano; è un confine interamente fondato sulla scienza. Due persone della stessa casa possono separarsi a causa di questo confine. Al contrario, due persone situate nell’Estremo Oriente e nell’Estremo Occidente possono rientrare entro tale confine.

Qui è riportato un testo in urdu.

Il centro di questo circolo della nazionalità islamica è la professione di fede: “Non vi è altra divinità all’infuori di Allah, Muhammad è il Messaggero di Allah”. Amicizia e inimicizia, ogni cosa si fonda su questa professione di fede. La sua accettazione unisce le persone, mentre il suo rifiuto provoca tra loro una separazione definitiva. Colui che questa professione di fede separa, nessun legame di sangue, di terra, di lingua, di razza, di cibo o di sistema di governo, né alcun vincolo di parentela, può riunirlo agli altri. Allo stesso modo, nulla può separare coloro che questa professione di fede unisce. Nessuna lingua, appartenenza tribale o razziale, ricchezza, proprietà o controversia territoriale può stabilire, entro i confini dell’Islam, una distinzione discriminatoria tra i musulmani: nessuno ne ha il diritto. Che il musulmano sia cinese o marocchino, nero o bianco, di lingua hindi o araba; semita o ariano; cittadino dello stesso Stato o abitante di Stati diversi, tutti appartengono alla nazione musulmana. Sono membri della società islamica, cittadini dello Stato islamico, soldati dell’esercito islamico e custodi della legge e delle norme islamiche. In nessun ambito della vita — culto, rapporti reciproci, ordinamento sociale, economia o politica — la sharia islamica fa la minima distinzione tra i musulmani in base al sesso, alla lingua o alla patria; non attribuisce a nessuno superiorità o inferiorità rispetto a un altro.

 

I principi islamici dell’organizzazione e di Bipen

Tuttavia, sarebbe un grave errore sospettare che l’Islam abbia completamente negato tutte le relazioni umane e concrete. L’Islam ha ordinato ai musulmani di mantenere i rapporti di parentela e ha vietato esplicitamente di spezzarli. Ha insistito con forza sull’obbedienza ai genitori e sull’esecuzione dei loro ordini. Tra le persone legate da vincoli di sangue ha istituito l’eredità secondo la legge successoria e, in materia di elemosina e beneficenza, ha riconosciuto ai parenti prossimi il diritto prioritario. Ha ordinato di proteggere la propria famiglia, la propria casa e i propri beni dagli attacchi del nemico. Ha ordinato di combattere contro l’oppressore, e coloro che sono stati uccisi in guerre e conflitti di questo genere sono stati chiamati “martiri”. Ha insegnato a mostrare, in ogni ambito della vita e senza distinzione di religione, compassione, benevolenza, amore e affetto verso ogni essere umano. Da nessun insegnamento dell’Islam si può comprendere — né si può sostenere — che esso abbia vietato di adoperarsi per il servizio e la salvaguardia del Paese e della nazione, oppure di mantenere rapporti di pace e cortesia con il vicino non musulmano.

L’ordine impartito dall’Islam di mantenere rapporti reciproci tra gli esseri umani non è altro che l’espressione coerente e naturale di quelle relazioni concrete. Tuttavia, riguardo alla nazionalità esiste una differenza fondamentale tra Islam e non-Islam. Tale differenza è divenuta evidente anche sotto questo aspetto: gli altri popoli del mondo hanno fondato la nazionalità su quelle cose materiali, mentre l’Islam non l’ha fondata su nessuna di esse. Dal punto di vista dell’Islam, il rapporto della fede è prioritario e più importante dei suddetti rapporti materiali. Anzi, se necessario, si deve essere pronti a sacrificare ogni altro tipo di rapporto al fine di preservare esclusivamente questo rapporto. L’Islam proclama:

قَد كَانت لكم اُسْوَةٌ حَسَنَةٌ فىْ اِبْرَاهِيْمَ وَالَّذِيْنَ مَعَهُ ج اِذ قَالوُا لِقَوْمِهِم اِنَّا بُرِءَؤُا منكم وَ مِمَّا تعبدون من دُوْنِ اللهِ ز كَفَرْنَا بِكُمْ وَبَدَاْ بَيْنَنَا وَبَيْنَكم العَدَاوَةَ وَألبَغَضَاءُ اَبَدًا حَتَّى تَؤْمِنُوْا بِاللهِ وَحدَهُ – (الممتحنة : 4)

“Nelle opere di Abramo e dei suoi compagni avete un modello da seguire. Essi dissero chiaramente al loro popolo, fondato sulla patria e sulla discendenza: «Non abbiamo alcun rapporto con voi né con coloro che avete assunto come divinità all’infuori di Allah. Rompiamo ogni rapporto con voi. Tra noi e voi è sorta un’inimicizia e un odio perpetui, finché non crederete nell’unico Allah».” — Sura al-Mumtahana, 4

L’Islam ha detto:

لاَ تَتَّخذوا ابَاءَكم وَاِخوانكم اَوْ لياءَ اِنِ اِسْتَحَبُّوا الكُفرَ على الايْمَان ط وَمن يَتَوَلَّهم منكم فَاُلَــــئِك هُمُ الطَّلِمُوْنَ – (التَّوبة: 23)

«Anche se i vostri genitori e i vostri fratelli preferiscono e amano la miscredenza invece di credere in Allah, non considerateli vostri “intimi”. Se qualcuno di voi li prende come amici, sarà certamente annoverato tra gli ingiusti.» — Sura at-Tawba: 23

Inoltre- اِنَّ مِنْ اَزواجكم وِاَوْلاَدكم عَدُوًّا لَّكم فاحذَرُوْهُمْ ج – (التَّغَابُنْ: 14)

«Tra le vostre mogli e i vostri figli vi sono alcuni che sono vostri nemici (per il fatto che siete musulmani); state dunque in guardia nei loro confronti.» — Sura at-Taghabun: 14

Il comando dell’Islam è questo: se tra la vostra religione, l’Islam, e la vostra patria sorgono divergenze e conflitti, abbandonate la patria per la religione, l’Islam, e andatevene. Chi, per amore della religione, non riesce a dimenticare l’amore per la patria e a compiere l’egira è un ipocrita; non potete avere alcun rapporto con lui.

فَلاَ تَتَّخِذُوْا منهم اَوْلــياءَ حَتَّى يُهَاجِرُوا فى سَبِيْل اللهِ ط – (النســـاء: 89)

«Finché non emigreranno sulla via di Allah, non prendete nessuno di loro come amico.» — Sura an-Nisa’: 89

A causa della distinzione tra l’Islam e il kufr, vengono recisi persino i legami di sangue più stretti. Genitori, fratelli e figli diventano estranei solo perché si oppongono all’Islam. A causa dell’inimicizia verso Allah, si interrompono i rapporti con i membri della propria stessa stirpe. Quando ha inizio l’estrema inimicizia tra il kufr e l’Islam, si deve abbandonare senza esitazione perfino la propria terra natale. Il significato evidente di ciò è che l’Islam occupa il posto più elevato rispetto a tutti i beni e a tutti i rapporti del mondo. Per amore dell’Islam si può sacrificare con estrema facilità tutto ciò che si possiede al mondo; ma l’Islam non può essere abbandonato per alcuna cosa. Anche dall’altro lato si osservano scene analoghe e un analogo orientamento spirituale. L’Islam unisce in un intimo legame fraterno persone tra le quali non esiste alcun rapporto o elemento comune fondato su cose materiali come il sangue, la patria, la lingua, la razza e simili: esse diventano reciprocamente ‘fratelli’. Nel Nobile Corano viene detto, rivolgendosi a tutti i musulmani:

وَاعتَصِمُوا بحبل اللهِ جَمِيْعَا وَّلاَ تَفَرَّقُوا ص وَاذكُرُوا نِعمِةَ اللهِ عليكم اِذ كنتم اعداءً فَالَّفَ بَيْنَ قُلُبِكم فَاصْبحتُم بِنِِعمته اِخْوَانَا ج وَكنتم على شَفَا حُفْرَةٍ مِّنَ النَّارِ فَانْقَذَكم مِنْهَا ط – (ال عِمران: 103)

“Aggrappatevi tutti insieme alla corda di Allah e non dividetevi. Ricordate la grazia di Allah su di voi: un tempo eravate apertamente nemici gli uni degli altri, ma Egli ha suscitato l’amore reciproco nei vostri cuori. E, grazie alla Sua grazia — l’Islam — siete diventati uniti da un legame fraterno. Eravate sul bordo di un profondo abisso di fuoco ardente (a causa del vostro senso di superiorità, dell’invidia e dell’odio), ma Allah l’Altissimo vi ha salvati da esso.” — Sura Āl ʿImrān: 103

È stato detto riguardo a tutti i tipi di non musulmani:

فَاِنْ تَابُوا وَاَقَامُوا الصَّلوة وَاَتُوا الزَّكوة فَاِخْوَانكم فى الدِّيْنِ ط – (التَّوبة: 11)

“Se abbandonano il kufr, si pentono, istituiscono la salāt e versano la zakāt, allora saranno considerati vostri fratelli nella religione.” — Sura at-Tawba: 11

D’altra parte, dei musulmani viene detto, descrivendone l’identità:

مُحَمَّدُ الرَّسُولُ اللهِ ط وَالَّذِيْن َمَعَهُ اَشِدَّءُ على الكُفَّارِ رُحُمَاءُ بَيْنَهُم – (الفتح: 29)

«Muhammad (pace e benedizioni su di lui) è il Messaggero di Allah e i suoi Compagni sono inflessibili, duri come l’acciaio, irremovibili e fermi nei confronti dei miscredenti, ma sono uniti tra loro da un legame incomparabile di affetto e amore.» — Sura al-Fath, 29

Il nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) disse:

«Mi è stato ordinato di combattere la gente finché non attesti che non c’è altra divinità all’infuori di Allah e che Muhammad (pace e benedizioni su di lui) è il Suo Profeta; finché non si rivolga verso la nostra qibla, sia disposto a mangiare gli animali da noi macellati e compia la salat come noi. Quando faranno ciò, allora la loro vita e i loro beni ci saranno resi inviolabili. Tuttavia, anche dopo ciò, resterà aperta la possibilità di intervenire nei loro confronti per amore della verità e della giustizia. I loro diritti saranno uguali a quelli degli altri musulmani e i loro doveri saranno analoghi a quelli degli altri musulmani.» — Abu Dawud, Kitab al-Jihad.

Non saranno uguali soltanto nei diritti e nei doveri. In realtà, non vi è alcun margine per creare tra loro differenze o discriminazioni sotto qualsiasi aspetto. Insieme al suddetto hadith è stato inoltre riferito:

المسلم للمسلمِ كالبنيانِ يَشُدُّ بَعضَهُ بَعْضًا –

«Tra i musulmani esiste un legame forte come quello di un muro. Ogni sua parte rafforza l’altra.»

مَثَلُ المُؤمِنِيْنَ فِىْ تَوَادِّهِمْ وَتَرَحُمِهم وَتَعَاطُفِهِمْ كَمَثَلِ الجَسَدِ الوَاحِدِ اِذَا اشْتَكَ منه عُضْوٌ تداعى له سائِرُ الجَسَد بالسَّهْرِ وَالحُمَّى –

«Per il reciproco amore, la compassione e l’affetto, la comunità musulmana è simile a un corpo integro. Quando una sua parte prova dolore, l’intero corpo ne resta insonne e incapace di riposare.»

Il Profeta (s.a.s.) ha chiamato questo «corpo» della millat islamica «comunità». Egli ha detto:

يَدُ اللهِ على الجماعة وَمنْ شَذَ شُذَ فِىْ النَّارِ-

«Su di essa è la mano di Allah. Chiunque si separi dalla comunità sarà gettato nell’Inferno.»

مَنْ فَارَقَ الجمعة شِبرًا خلع رِقْبَةً الاِسْلامِ من عُنُقِهِ –

«Chiunque si separi e si allontani dalla comunità anche solo della misura di un dito, è come se avesse reciso dal proprio collo il vincolo dell’Islam.»

Non ci si è fermati qui; si è giunti a dire persino:

مَنْ اَرَدَ اَنْ يُفَرِّقُ جَمَاعتَكم فَاقْتُلُوهُ –

«Chiunque desideri creare divisione nella vostra comunità, uccidetelo.» E مَنْ اَرَدَ اَنْ يُفَرِّقُ اَمرالاُمَّةِ وَهِىَ جَمِيعُ فَاضْرِبُهُ بالسُّيُفِ كَائنا من كان – (مسلم, كتاب الامارة) «Chiunque desideri spezzare il saldo vincolo di questa nazione islamica, colpitelo con la spada, chiunque egli sia.»

Come si è formata la nazionalità islamica?

Sulla base dell’ideale islamico non vi era alcuna distinzione di sangue, terra, razza o lingua. Salman di Persia era una personalità illustre di questa nazione. Quando gli chiedevano della sua discendenza, diceva: «Salman figlio dell’Islam» — l’Islam è figlio dell’Islam. Hazrat Ali (che Allah sia soddisfatto di lui) diceva di lui: «Salman è uno della nostra casa». Anche Bazan ibn Sasan e suo figlio Shahar ibn Bazan vivevano in quella società. Erano discendenti di Bahramgur. Il nobilissimo Profeta (pace e benedizioni su di lui) nominò Bazan governatore dello Yemen e suo figlio governatore di Sanʿa. Anche Bilal, il negro d’Abissinia, era membro di questa comunità. Hazrat Umar Faruq (che Allah sia soddisfatto di lui) diceva di lui: «Costui è il servo del “leader” e anche il nostro leader». Anche Suhayb di Roma apparteneva a questa nazione. Hazrat Umar (che Allah sia soddisfatto di lui) lo nominava imam nella preghiera al posto suo. Riguardo a Salim, lo schiavo di Hazrat Abu Hudhayfa, Hazrat Umar disse negli ultimi momenti della sua vita: «Se oggi Salim fosse ancora vivo, proporrei il suo nome come mio successore al califfato». Zayd ibn Haritha era uno schiavo, ma, poiché apparteneva anch’egli alla nazione islamica, il nobilissimo Profeta (pace e benedizioni su di lui) gli diede in matrimonio sua cugina, la Madre dei credenti Hazrat Zaynab. Anche Usama, figlio di Zayd, era un “membro” di questa comunità: il nobilissimo Profeta (pace e benedizioni su di lui) lo nominò comandante dell’esercito, nel quale Hazrat Abu Bakr, Umar Faruq, Abu Ubayda ibn al-Jarrah e altri illustri Compagni erano presenti come semplici soldati. A proposito di questo Usama, Hazrat Umar (che Allah sia soddisfatto di lui) disse a suo figlio Abdullah: «Il padre di Usama era migliore di tuo padre, e Usama è migliore di te».

L’ideale dei Muhajir

La nazione, o comunità, formata secondo l’ideale islamico, sotto i colpi della spada affilata dell’Islam ha frantumato tutti gli idoli chiamati con nomi quali stirpe, patria, razza e lingua, nonché i fondamenti degli odi e delle inimicizie tramandati da tempo immemorabile. Il nobilissimo Messaggero (pace e benedizioni su di lui) abbandonò la propria patria ed emigrò a Medina insieme ai suoi compagni. Ciò non significa che Hazrat (pace e benedizioni su di lui) e i suoi compagni non provassero alcun attaccamento o naturale affetto per la patria. Quando lasciò Mecca, disse: «O Mecca, tu sei per me la più amata delle terre del mondo. Ma che posso fare? I tuoi abitanti non mi hanno permesso di rimanere in questo paese». Quando Hazrat Bilal (che Allah sia soddisfatto di lui) si ammalò dopo essere giunto a Medina, ricordava una cosa riguardante una persona di Mecca. Ciononostante, tutti questi grandi uomini emigrarono unicamente per l’Islam e per questo nei loro cuori non sorse mai alcun rancore.

الاليت شعرى هل ابيتن ليلة * بفتح وحولى اذخرو جليل وهل اردن يوما مياه مجنة * وهل تبدو الى شامة وطفيل

La condotta degli Ansar

D’altra parte, gli abitanti di Medina avevano accolto con grandissima ospitalità il nobilissimo Messaggero (pace e benedizioni su di lui) e gli altri Muhajir. Per loro avevano sacrificato senza esitazione persino la propria vita e i propri beni. Per questo Hazrat Aisha (che Allah sia soddisfatto di lei) disse: «Medina è stata conquistata mediante il Corano». Il nobilissimo Profeta (pace e benedizioni su di lui) aveva unito Ansar e Muhajir in un vincolo di fratellanza reciproca. Ed essi erano legati da una fratellanza così profonda che per lungo tempo ereditarono gli uni dagli altri. In seguito, Allah pose fine a questa pratica rivelando il seguente versetto:وَاُولُو الارحام بَعضَهُم اَولى بِبَعضٍPer quanto riguarda l’eredità, sono i consanguinei ad avere il maggior diritto. Gli Ansar divisero a metà le proprie terre e le distribuirono tra i loro fratelli Muhajir. In seguito, quando furono conquistate anche le terre dei Banu Nadir, gli Ansar chiesero al nobilissimo Profeta (pace e benedizioni su di lui) di donare anch’esse ai loro fratelli Muhajir. Lodando questo sacrificio di sé, Allah l’Altissimo ha dichiarato:وَيُؤثرونَ على اَنْفُسِهِم وَلو كان بِهِم خِصَاصةٌ –

«Essi danno loro la precedenza su se stessi, nonostante si trovino nel bisogno e nella sofferenza».

Hazrat Abd Allah ibn Awf e Hazrat Sa’d ibn Rabi al-Ansari erano legati da un vincolo fraterno. In seguito, Hazrat Sa’d diede a questo suo fratello nella fede metà dei suoi beni e fu pronto a divorziare da una delle sue numerose mogli per darla in matrimonio a lui. Quando i Muhajir dell’epoca del nobile Profeta cominciarono a essere nominati continuamente califfi, nessun abitante di Medina disse loro: «Siete stranieri; quale diritto avete di esercitare l’autorità nel nostro Paese?». Il nobile Messaggero e Hazrat Umar al-Faruq avevano assegnato terre ai Muhajir nei pressi di Medina; tuttavia nessun Ansar pronunciò al riguardo nemmeno una parola.

La rottura dei legami mondani per preservare i legami islamici

In seguito, nelle battaglie di Badr e Uhud, i Muhajir della Mecca combatterono apertamente e sanguinosamente, per la religione dell’Islam, contro i propri parenti. Hazrat Abu Bakr colpì personalmente con la spada suo figlio Abd al-Rahman; Hazrat Hudhayfa attaccò suo padre Abu Hudhayfa; Hazrat Umar uccise suo zio materno. Anche lo zio paterno del nobile Profeta, Abbas, suo cugino Aqil e suo genero Abu al-As furono catturati nella battaglia di Badr e furono trattati come i prigionieri comuni. Hazrat Umar propose che tutti i prigionieri di guerra fossero uccisi e che ciascuno uccidesse il proprio stretto parente fatto prigioniero.

Al momento della conquista della Mecca, il nobile Messaggero attaccò la propria tribù e la propria patria natale con l’aiuto di stranieri a lui non imparentati. Fece decapitare i propri congiunti per mano di altri. Nella storia araba fu davvero un evento straordinario e senza precedenti che un arabo attaccasse la propria tribù con persone estranee alla sua tribù e al suo clan, non per vendicarsi né per impadronirsi di beni o proprietà, ma soltanto per affermare concretamente una parola di fede. Quando venivano uccisi i giovani scellerati della stirpe dei Quraysh, Abu Sufyan venne e disse: «O Messaggero di Allah! Tutti i giovani figli dei Quraysh vengono uccisi, e così della stirpe dei Quraysh non rimarrà nemmeno il nome». Il Rahmat li-l-Alamin concesse sicurezza agli abitanti della Mecca. Allora gli Ansar pensarono che Hazrat, forse, si fosse lasciato attrarre dal suo popolo. Dissero: «Hazrat non è altro che un uomo; alla fine non ha potuto fare a meno di prestare attenzione al prestigio della propria stirpe». Quando il nobile Profeta ne venne informato, radunò gli Ansar e disse: «L’amore per la stirpe o per la propria tribù non mi ha minimamente attratto né turbato; io sono servo di Allah e Suo Messaggero. Sono emigrato per Allah e sono venuto da voi. Ora la mia vita e la mia morte sono legate a voi». Il nobile Profeta dimostrò la verità di tutto ciò che aveva detto con ogni atto della sua vita. Dopo la conquista della Mecca, non rimaneva più alcuna delle ragioni per cui era emigrato da essa; e tuttavia non vi rimase. Da ciò risulta che il nobile Messaggero non attaccò la Mecca spinto da sentimenti patriottici o di vendetta; lo fece soltanto per predicare e affermare il grande messaggio della verità.

In seguito, quando furono confiscati i beni delle tribù Hawazin e Thaqif, si ripeté un analogo malinteso. Il nobile Profeta assegnò una quota maggiore del bottino ai nuovi musulmani della stirpe dei Quraysh. Alcuni giovani Ansar espressero il sospetto che ciò fosse favoritismo nazionalistico. Un po’ adirati ed eccitati, dissero: «Che Allah perdoni il nobile Messaggero: ha dato ai Quraysh e ha privato noi, sebbene il loro sangue continui ancora a sgorgare goccia a goccia dalle nostre spade». Udendo ciò, il nobile Profeta li radunò nuovamente e disse: «Ho dato loro di più perché hanno abbracciato l’Islam da poco. Il mio unico scopo è conquistare i loro cuori. Essi riceveranno i beni terreni, mentre voi avrete il Messaggero di Allah. Non siete forse contenti di questa “distribuzione”?»

Durante la battaglia contro i Banu Mustaliq nacque una disputa tra un uomo della stirpe dei Ghifar e uno della stirpe degli Awf. L’uomo dei Ghifar schiaffeggiò quello degli Awf. La stirpe degli Awf invitò gli Ansar a intervenire in suo aiuto contro i Ghifar. D’altra parte, la stirpe dei Ghifar chiese aiuto ai Muhajir per lo scontro. Da entrambe le parti si stava per sguainare la spada affilata. Ricevuta la notizia, il nobile Profeta convocò entrambi i gruppi e disse: «Quali parole dell’epoca dell’ignoranza avete fatto risuonare oggi sulle vostre labbra?». Essi risposero: «Un Muhajir ha colpito un Ansar?». Il nobile Profeta disse: «Abbandonate i discorsi di quell’oscura e barbara epoca; è una cosa profondamente detestabile».

A questa battaglia partecipò anche Abd Allah ibn Ubay, il noto leader nazionalista di Medina. Quando venne a sapere dell’accaduto, disse: «Sono venuti nel nostro Paese e qui sono “fioriti e prosperati”, e ora ci salgono sulla testa. Se, dopo aver nutrito un cane con cibo sostanzioso e averlo reso grasso e forte, questo morde proprio colui che lo ha allevato, tale situazione può essere paragonata alla nostra attuale condizione. Per Allah! Quando torneremo a Medina, il gruppo onorato e potente tra noi espellerà dalla città il gruppo debole e umiliato».

Poi, rivolgendosi agli Ansar, disse: «Che cosa vi è successo? Siete stati voi a dare a quelle persone un posto nel vostro Paese e a dividere con loro i beni e le proprietà. Per Allah! Se voi li abbandonaste, sarebbero costretti a vivere nutrendosi soltanto d’aria». Quando il nobile Profeta venne a sapere di queste parole, convocò Hazrat Abd Allah, figlio di Abd Allah ibn Ubay, e gli disse: «Tuo padre sta dicendo questo». Hazrat Abd Allah amava moltissimo suo padre ed era orgoglioso di amarlo più di quanto qualsiasi figlio della stirpe dei Khazraj amasse il proprio padre. Ma, udendo quelle parole, disse: «O Messaggero di Allah! Se me lo ordini, gli porterò immediatamente la testa». Il nobile Profeta rispose negativamente. Dopo il ritorno a Medina dalla battaglia, Hazrat Abd Allah sollevò la spada contro suo padre e disse: «Senza il permesso del Profeta non potrai entrare a Medina. Non hai forse detto che il gruppo onorato tra noi avrebbe espulso da Medina il gruppo umiliato? Sappi dunque che ogni onore è riservato soltanto ad Allah e al Suo Messaggero». Udendo ciò, Ibn Ubay gridò: «Ascoltate, o Khazraj! Ora è mio figlio a non permettermi di entrare in casa». La gente venne e cercò a lungo di persuadere Hazrat Abd Allah. Ma egli disse: «Finché non arriverà il permesso del Profeta, non gli permetterò in alcun modo di entrare a Medina». Infine, quando giunse il permesso del Profeta, Hazrat Abd Allah, uditolo, rinfoderò la spada e disse: «Poiché il nobile Profeta ha dato il permesso, non ho più nulla da obiettare».

Quando fu attaccata Banū Qaynuqā, Ḥazrat ʿUbāda ibn Ṣāmit fu nominato «arbitro» per dirimere la questione. Egli decretò l’espulsione dell’intera tribù da Medina. Costoro erano legati da un patto con i Khazraj, la tribù di Ḥazrat ʿUbāda. Tuttavia, egli non ne tenne minimamente conto. Analogamente, nel caso dei Banū Qurayẓa, il capo degli Aws, Ḥazrat Saʿd ibn Muʿādh, fu nominato «giudice». Egli decretò che tutti gli uomini dei Banū Qurayẓa fossero uccisi, che le donne e i bambini fossero fatti prigionieri e che i loro beni fossero considerati «bottino di guerra». In questa decisione non prestò la minima attenzione all’antico trattato di pace e alle alleanze esistente tra gli Aws e i Banū Qurayẓa. Eppure è universalmente noto che nella penisola arabica i patti reciproci rivestivano una grandissima importanza. Inoltre, per centinaia di anni essi avevano vissuto insieme agli Anṣār, nella stessa terra. Ma tutto ciò si rivelò vano.

L’essenza fondamentale della formazione della nazione islamica

Da queste prove e informazioni storiche emerge chiaramente questa verità: nella fondazione del nazionalismo islamico, la discendenza, la tribù, la lingua e il colore della pelle non hanno la minima importanza. Il costruttore che ha edificato questo «palazzo» ha concepito un progetto del tutto originale e incomparabile. Egli ha esaminato con cura la «materia prima» dell’intera umanità. Ha raccolto, scegliendoli uno a uno, i materiali migliori e più eccellenti che si potessero trovare. Poiché la fede e le opere giuste erano salde e perfette, ha armonizzato insieme questi diversi elementi e ha costruito il palazzo di questa nazionalità, esteso a tutto il mondo e all’intero universo creato. La stabilità e la durata di questo immenso e magnifico palazzo dipendono interamente da una sola cosa: le sue diverse «parti», nonostante le differenze originarie di forma e di luogo, devono dimenticare la propria distinta identità, accettare e ricordare un’unica «origine» e adornarsi di un unico colore, dimenticando i propri diversi colori. Tutti, senza distinzione di luogo o di terra, devono uscire dallo stesso «centro della liberazione» e giungere alla stessa «dimora della verità». Questa parete, forgiata come se fosse colata di piombo, costituisce l’essenza dell’unità nazionale. Se quest’unità viene frantumata, se nei componenti fondamentali della nazione si risveglia con forza il sentimento della separazione delle proprie stirpi originarie, della diversità delle proprie patrie e dimore e dell’opposizione reciproca dei propri interessi terreni, allora diventa inevitabile che nei muri dell’edificio compaiano crepe, che le fondamenta si sgretolino e che tutti i suoi elementi fondamentali si separino e si disperdano. Come non si possono costruire molti Stati all’interno di uno stesso Stato, allo stesso modo non possono trovare posto più nazionalità all’interno di una medesima nazionalità. È assolutamente impossibile riunire nella nazionalità islamica nazionalità fondate sulla discendenza, sulla tribù, sulla patria, sulla lingua e sul colore della pelle. Tra queste due nazionalità, può sopravvivere una sola nazionalità, non di più.

Pertanto, chi è veramente musulmano e ha deciso definitivamente di rimanere e vivere da musulmano deve considerare nulle tutte le altre forme di sentimento nazionale esistenti nel mondo, e deve recidere e rinnegare ogni tipo di legame e rapporto fondato sulla terra e sul sangue. Ma se qualcuno desidera comunque conservare intatti quei legami, mantenendoli come prima, allora non può esservi alcun dubbio che l’Islam non sia penetrato nel suo cuore, nella sua mente e nel suo intelletto. In realtà, la sua mente e il suo cervello sono completamente avvolti dall’estrema ignoranza dell’epoca preislamica. Perciò, se non oggi, domani egli abbandonerà certamente l’Islam, e l’Islam abbandonerà lui: su questo non può esservi alcun dubbio.

L’esortazione dell’ultimo Profeta

Evitare che tra i musulmani tornassero a riemergere l’antico odio e rancore dell’epoca preislamica e il senso di nobiltà, e che per loro causa le fondamenta del palazzo nazionale dell’Islam venissero frantumate: questa era la più grande preoccupazione del Profeta onorato (pace e benedizioni su di lui) negli ultimi tempi della sua vita. Per questo egli diceva ripetutamente:

لاَ تُرجِعُوا بَعدى كُفَّارًا يَضْرِبُ بعضكم رشقاب بعضٍ – (بخارى؛ كتاب الفتن)

«Dopo di me, non ricadete nuovamente nell’incredulità, spingendovi di conseguenza a uccidervi gli uni gli altri.»

Il Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui), in occasione dell’Hajj d’Addio, il suo ultimo Hajj, tenne un discorso davanti a una grande assemblea musulmana nella pianura di Arafat, dicendo:

«Sappiate che ogni cosa dell’epoca dell’ignoranza è sotto i miei due piedi. All’arabo non è stata concessa alcuna superiorità sul non arabo, né al non arabo sull’arabo. Siete tutti figli di Adamo, e Adamo fu creato dalla terra. Il musulmano è fratello del musulmano: i musulmani sono fratelli gli uni degli altri. Ogni sorta di dottrina dell’epoca dell’ignoranza è stata annullata. Ora il vostro sangue, il vostro onore e i vostri beni sono sacri gli uni per gli altri, esattamente come sono sacri e inviolabili questo mese e questa città nel giorno odierno dell’Hajj.»

Poi, giunto nel luogo chiamato Mina, pronunciò nuovamente questo discorso con parole ancora più energiche. In quell’occasione disse anche:

«Ascoltate! Dopo di me non tornate a smarrirvi e a dedicarvi nuovamente all’uccisione reciproca. Ben presto incontrerete il vostro Signore; allora vi sarà chiesto conto di tutte le vostre azioni.»

«Ascoltate bene! Anche se fosse nominato vostro governante un nero dal naso camuso e questi vi governasse secondo la legge di Allah, dovrete certamente ascoltarlo e obbedirgli.»

Dopo aver detto ciò, chiese alla grande folla riunita: «Vi ho trasmesso questo messaggio?» La folla rispose: «Sì, o Messaggero di Allah.» Allora il Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) disse: «O Allah, sii testimone.» Disse inoltre alla gente riunita: «I presenti trasmettano il mio messaggio agli assenti.»

Al ritorno dall’Hajj, si recò presso il luogo in cui erano stati martirizzati coloro che erano caduti nella battaglia di Uhud e disse: «Dopo di me, non temo che vi dedicherete allo shirk. Ma è motivo di preoccupazione che vi lasciate prendere dalle brame del mondo. Non cominciate a combattervi gli uni contro gli altri. Se lo farete, sarete distrutti come furono distrutte le antiche nazioni.»

Il pericolo più grande per l’Islam

Il pericolo di cui il più grande degli uomini aveva messo in guardia si è dimostrato in realtà estremamente dannoso e devastante. Dall’età d’oro dell’Islam fino a oggi, tutti i pericoli totalizzanti che si sono abbattuti sull’Islam e sui musulmani sono stati resi possibili da questa causa. Appena pochi anni dopo la morte del Profeta nobile (pace e benedizioni su di lui), la fitna della gelosia e dell’esaltazione aristocratica della tribù omayyade contro l’autorità statale della dinastia hascemita sollevò la testa nella sua furia, ed essi distrussero per sempre la vera politica e l’ordinamento statale dell’Islam. In seguito essa si manifestò nuovamente sotto forma di odio etnico tra Arabi, persiani e Turchi, distruggendo l’unità statale dell’Islam. Anche alla base della rovina dei vari «Stati musulmani» che erano stati istituiti in diversi Paesi era presente l’intensa influenza di questa fitna. Ma questa fitna distrusse anche quei due ultimi Stati. In India, i conflitti e le discriminazioni tra Moghul e Indiani frantumarono le fondamenta dello Stato moghul, mentre lo Stato turco andò in rovina a causa delle differenze e dei contrasti reciproci tra Turchi, Arabi e Curdi.

Esaminate la storia completa dell’Islam: ovunque si scorga uno Stato potente, si vedrà che alle sue fondamenta si è verificata una confluenza, come quella di tre fiumi, dei flussi di sangue di innumerevoli dinastie e di popoli diversi, senza distinzione di etnia, razza o Paese; i suoi capi di Stato, comandanti militari, scrittori-pensatori e guerrieri saranno tutti originari di popoli diversi. Si vedrà l’Iracheno impiegato in Africa, il Siriano in Iran e l’Afghano in India (l’Indiano in Pakistan), con grande coraggio, lealtà, onestà e intrepidezza, in attività benefiche per lo Stato musulmano. E questo loro servizio non è un servizio straniero o di politica estera: lo svolgono interamente come se si trattasse del proprio Paese. Gli Stati musulmani, nel reclutare i propri valorosi funzionari, non sono mai dipesi completamente da un determinato Paese, tribù o popolo. Dovunque si trovassero menti dotate di talento e mani forti, abili e capaci, li hanno raccolti da lì. Essi hanno considerato ogni Dar al-Islam come il proprio Paese e la propria casa. Ma quando sorse la fitna totalizzante dell’arroganza, dell’egoismo e dell’odio etnico, cominciarono ad alimentare contro gli uni e gli altri il fuoco della gelosia e dell’odio. Dilagarono le fazioni, i conflitti interni e le perfide cospirazioni. La forza che un tempo era impiegata contro i nemici apparve ora come un’arma affilata contro gli uni e gli altri. Tra i musulmani ebbe inizio una guerra civile totale e le grandi potenze musulmane scomparvero dalla faccia della terra.

L’imitazione cieca dell’Occidente

Dopo aver appreso dalle nazioni occidentali contemporanee e averle imitate ciecamente, i musulmani di tutti i Paesi del mondo hanno cominciato a celebrare la gloria del tribalismo e del nazionalismo patriottico. Oggi i Paesi arabi si gloriano del nazionalismo arabo; gli Egiziani ricordano l’antico faraone tiranno come un eroe nazionale. I Turchi, infervorati dal panturchismo, sentono una profonda e strettissima affinità con i celebri personaggi della storia Gengis Khan e Hulagu Khan. Gli Iraniani oggi sono disorientati dall’intensità del sentimento di superiorità iraniano. Secondo loro, è stato grazie all’imperialismo arabo che persone come Husayn e ʿAlī (che Allah si compiaccia di lui) hanno potuto diventare eroi nazionali; altrimenti Rustam ed Esfandiyar sarebbero in realtà le vere figure memorabili della loro nazione. Anche nell’India precedente alla spartizione, molti musulmani si sono ritenuti appartenenti al nazionalismo indiano; molti hanno reciso ogni legame con Zamzam in Arabia e stabilito il proprio legame nazionale con l’acqua del Gange. Hanno considerato Bhima e Arjuna «eroi» nazionali. Ma qual è la causa di tutto ciò? L’unica causa di questa situazione disastrosa è che questi ignoranti e sciocchi non hanno compreso affatto la propria civiltà, così come non hanno compreso quella occidentale. I princìpi fondamentali e le verità profonde non sono giunti alla loro conoscenza. Poiché hanno una visione estremamente superficiale, si lasciano incantare dalle immagini esteriori, scintillanti e affascinanti, e ne diventano folli. Non riescono minimamente a capire che ciò che per il nazionalismo occidentale è un nettare vivificante, per il nazionalismo islamico è invece un veleno letale. Il nazionalismo occidentale è fondato sull’unità della stirpe, del Paese, della lingua e della razza. Perciò chi non appartiene alla sua stessa nazione, non discende dalla stessa stirpe e non parla la stessa lingua, anche se si trova a un solo miglio dai suoi confini, è costretto a recidere con lui ogni genere di rapporto e a non mantenere alcuna relazione. In quel Paese, un membro di una nazione non può essere un amico sincero e autentico di un’altra nazione; un abitante di un Paese non può essere un vero servitore di un altro Paese. Una nazione non può riporre in una persona di un’altra nazione una fiducia tale da credere che essa possa anteporre il suo interesse a quello della propria nazione. La questione del nazionalismo islamico, invece, è completamente diversa. Il nazionalismo islamico è fondato, anziché sulla stirpe, sulla tribù e sulla patria, su una dottrina, una fede e un codice d’azione. Tutti i musulmani del mondo, elevandosi al di sopra di ogni discriminazione etnica, possono condividere reciprocamente gioie e dolori ed essere collaboratori e compagni di lavoro. Un musulmano indiano (o bangladese) può essere amico e fedele dell’Egitto nella stessa misura in cui può esserlo nella difesa della Siria. Per questo dicevo che tra i musulmani di un Paese e quelli di un altro non esiste alcuna differenza geografica o genealogico-tribale. A questo riguardo, i princìpi fondamentali dell’Islam e le norme dei Paesi occidentali sono contrapposti. Ciò che per quel Paese è causa di forza, per l’Islam provoca frattura e rovina. Viceversa, ciò che per l’Islam è vivificante, per il nazionalismo occidentale è un veleno mortale. Il poeta Iqbal ha espresso questa verità in modo davvero magnifico: (qui vi sono alcuni versi in urdu).

Alcuni ritengono che, anche dopo il risveglio del sentimento nazionalista patriottico o genealogico-tribale, il vincolo del nazionalismo islamico possa ancora legare profondamente i musulmani. Per questo ingannano se stessi dicendo che questi due tipi di nazionalismo non possono coesistere. Non vi è la minima possibilità che l’uno danneggi l’altro. Anzi, possiamo trarre benefici inesauribili da entrambi i tipi di nazionalismo. Ma non vi è il minimo dubbio che ciò sia semplicemente l’inevitabile risultato della massima ignoranza e dell’assenza di senno. Come in un solo corpo non possono trovare posto due menti, così è assolutamente impossibile conciliare in una sola mente le concezioni contraddittorie e conflittuali di due nazionalismi. Il sentimento nazionalista traccia necessariamente una linea di demarcazione tra «i propri» e «gli altri». Sotto l’inevitabile e irresistibile influenza del nazionalismo islamico, un musulmano sarà necessariamente costretto a considerare il musulmano come «uno dei propri» e il non musulmano come «un altro». D’altra parte, quale naturale conseguenza del sentimento nazionalista patriottico o genealogico, egli considererà necessariamente come propri tutti gli abitanti del proprio Paese e tutti quelli della propria stirpe o tribù, e come altri gli abitanti di un altro Paese o di un’altra stirpe. Può forse una persona ragionevole dimostrare che queste due concezioni, questi due tipi di sentimento, possano essere conciliati nello stesso luogo? Come è possibile considerare proprio e al tempo stesso «altro» un non musulmano del proprio Paese, e considerare al contempo lontano e vicino un musulmano straniero?

هَل يَجتَمِعًا مَعًا ؟ ألَيْسَ مِنْكُم رَجُلٌ رَشِيْدٌ ؟

Pertanto, bisogna comprendere chiaramente che il risveglio, tra i musulmani, del sentimento di essere indiani, turchi, afghani, arabi, iraniani, pakistani, bengalesi e così via è estremamente grave e dannoso per la coscienza della nazionalità islamica e per il senso dell’unità islamica. Ciò non è soltanto il risultato di una concezione scientifica, ma si è costantemente manifestato anche nella realtà. Quando tra i musulmani si è risvegliato l’odio della nazionalità regionale o dinastica, i musulmani hanno puntato il coltello alla gola dei musulmani, eلاَ تَرجعوا بعدى كَفَّارًا يَضْرِبُ بعضكم رِقاَبَ بَعْضٍ «Dopo di me, non diventate miscredenti e non cominciate a tagliarvi la gola gli uni agli altri.» Il Profeta nobile (pace e benedizioni su di lui) ha così reso concreta questa sua preoccupazione! Pertanto, se si deve promuovere una qualsiasi altra forma di nazionalità — geografica, tribale o basata sulla lingua — escludendo la nazionalità islamica, bisogna farlo con piena consapevolezza; è necessario sapere che una simile dottrina della nazionalità è completamente opposta a quella predicata dall’ultimo Profeta, Hazrat Muhammad (pace e benedizioni su di lui).

Non serve a nulla ingannare sé stessi su questo argomento, né disorientare gli altri con inganni e labirinti di confusione. (Periodo di composizione — Tarjuman al-Qur’an: novembre-dicembre 1933 d.C.).

 

Il messaggio di unione dell’Islam

(Un discorso dell’autore)

È impossibile esprimere a parole quanto sia incantevole e toccante lo spettacolo di un luogo in cui la gente musulmana si riunisce, radunandosi perché segue gli ordini di un unico Allah ed è l’ummah di un unico Messaggero. Anche Allah l’Altissimo ama moltissimo simili scene:

اِنَّ اللهَ يُحِبُّ الَّذِيْنَ يقاتلون فى سبيله صَفُّا كانَّهُم بُنْيَانٌ مَّرْصُوْصٌ – (الصَّف : 4)

«Allah ama coloro che combattono per la Sua causa, schierati in file salde come una solida muraglia di piombo.» — Sura as-Saff: 4

L’amore di Allah non si limita al fatto di schierarsi in ranghi per la guerra; si può ottenere l’amore di Allah anche schierandosi in ranghi per adorarlo nella salat. Per questo Allah l’Altissimo ha impartito con parole chiare il seguente comando:

اذا نُودى للصَّلوة من يَّومِ الجُمُعَةِ فاسعَوا الى ذِكْرِ اللهِ وَذَرُوا البَيْعَ ط – (الجمعة: 9)

«Non appena viene annunciata la salat nel giorno del venerdì, abbandonate le vostre attività, gli acquisti e le vendite, e affrettatevi al ricordo di Allah e alla salat.» — Sura al-Jumuʿa: 9

E non è tutto: non vi è dubbio che anche l’unità indivisa esistente tra i musulmani, dall’Estremo Oriente fino ai confini dell’Occidente, sia una chiara manifestazione dell’immensa grazia di Allah.

Allah l’Altissimo stesso ha detto:وَاذكُرُوا نِعمِةَ اللهِ عليكم اِذ كنتم اعداءً فَالَّفَ بَيْنَ قُلُبِكم فَاصْبحتُم بِنِِعمته اِخْوَانَا ج وَكنتم على شَفَا حُفْرَةٍ مِّنَ النَّارِ فَانْقَذَكم مِنْهَا ط – (ال عِمران: 103)

«Ricordate l’immensa grazia di Allah su di voi: quando eravate immersi nell’inimicizia reciproca, Allah aveva suscitato nei vostri cuori amore gli uni per gli altri. Così siete diventati fratelli gli uni degli altri. In verità, eravate sull’orlo di una voragine di fuoco, ed Egli vi ha salvati da essa.» — Sura Āl ʿImrān: 103

È particolarmente importante riflettere su come si possano formare i musulmani come un’entità indivisa, simile a un muro solido e possente. L’essere di ogni singolo musulmano è del tutto distinto. Ciascuno ha un corpo distinto e una vita propria. Anche per indole e natura, nessuno è uguale a un altro. I loro pensieri e la loro mentalità sono diversi gli uni dagli altri. Eppure, nonostante questa diversità, un unico legame ha avvicinato i singoli musulmani e li ha uniti in una profonda relazione. Questo legame li riunisce talvolta nella moschea, dove piccoli e grandi, ricchi e poveri, stanno tutti ordinatamente nella stessa fila. Questo stesso legame riunisce talvolta i musulmani sul campo di battaglia, dove si incontrano, si impegnano e lottano per conseguire un unico obiettivo fondamentale e uno scopo centrale. Grazie a questo legame possono instaurarsi relazioni matrimoniali tra loro. Per sua causa i musulmani diventano premurosi e compassionevoli gli uni verso gli altri, ed esso conferisce loro una dignità del tutto distinta da quella delle altre nazioni. Ma non è una cosa materiale e percepibile dai sensi; in realtà, è soltanto una «parola» (kalima). Poiché questa parola unisce in un unico filo innumerevoli persone, l’ho chiamata parola di unione.

È superfluo dire che qui «parola» non indica semplicemente alcune parole. Ciò che conta sono il significato e il pensiero intrinseco. Quando una dottrina o una corrente di pensiero si manifesta indossando l’abito delle parole, anch’essa viene chiamata «parola». Perciò, ogni pensiero o dottrina che riunisca in un unico filo innumerevoli persone e le trasformi in una nazione può essere definito parola di unione. Anche l’idea sulla cui base le persone di origine turca sono state costituite in un’unica nazione è una parola di unione; e lo è anche il pensiero o l’ideologia che opera per unire gli abitanti dell’Austria e della Germania. Tutti i pensieri e le dottrine che trasformano in «un’unica nazione» persone che parlano la stessa lingua, oppure persone discendenti dalla stessa stirpe o tribù, oppure abitanti di uno stesso Paese, sono certamente parole di unione. Tuttavia, queste parole di unione sono estremamente limitate: fiumi, mari, montagne, lingue, tribù e altri ostacoli hanno racchiuso ciascuna di esse entro confini angusti. Poiché nessuna di esse è capace di creare l’unione dell’intera umanità, nessuna può essere la parola di unione del mondo intero.

In realtà, nessuno dei suddetti messaggi di unione può riunire i musulmani. I musulmani non si uniscono semplicemente perché abitano nello stesso Paese. Né diventano fratelli solo perché parlano una determinata lingua. La mera comunanza di sangue non li trasforma in una solida muraglia. Neppure la comunanza di interessi politici o economici li ha trasformati in un’unica nazione. Un arabo di lingua araba e un afghano di lingua pashtu appartengono entrambi alla stessa comunità musulmana, non a comunità separate. Se un nero d’Abissinia e un europeo della Polonia appartengono alla comunità islamica, nessuno può espellerli da essa. Ciò dimostra chiaramente che ciò che i musulmani considerano il «messaggio di unione» non può essere circoscritto in alcun luogo da montagne, fiumi e mari, discendenza, tribù, lingua o interessi economici; e che, per i musulmani, soltanto quel «messaggio» capace di riunire tutta l’umanità del mondo in un unico «centro di unione» può essere considerato il «messaggio di unione». Nessun elemento terreno o materiale può ostacolare l’espansione e la portata universale di questo «messaggio di unione». Dinanzi ad esso, tutti gli esseri umani — neri, bianchi, gialli o bruni, orientali od occidentali — possiedono esattamente la stessa dignità. L’ampiezza insita nel messaggio dei musulmani non ha limiti né confini; poiché può riunire tutti gli abitanti del mondo in un unico centro di unione, esso è in realtà il vero messaggio di unione. Esaminando la questione dal punto di vista idealistico dell’Islam, si dimostrerà senza dubbio che sulla Terra non esiste altro messaggio dotato di un’ampiezza e di una vastità illimitate pari a quelle del messaggio di unione dei musulmani.

Per chiarire con precisione la questione, si può ora ricorrere all’esempio di un grande palazzo, i cui solidi muri e le cui colonne erette possiedono ciascuno un’identità distinta. Anche il tetto e il pavimento, d’altra parte, sono completamente diversi. Innumerevoli oggetti e materiali hanno creato tra loro differenze e disuguaglianze. Eppure una cosa li ha pienamente armonizzati tutti: ciascuno degli elementi menzionati è soltanto una parte dello stesso palazzo. Sono stati realizzati per conseguire il medesimo scopo e il palazzo è stato costruito secondo il progetto ben concepito di un unico ingegnere. Pertanto, quest’unico elemento può riunire, collegare e coordinare questi innumerevoli oggetti diversi. Ogni altra cosa, invece, costituisce la base per creare separazione e disuguaglianza. Allo stesso modo, se le innumerevoli nazioni del mondo, diverse per colore, lingua, tribù e patria, desiderano trasformarsi in «un’unica nazione», vi è una sola via: devono tutte credere con assoluta certezza e avere fede nell’unico Allah, Creatore dell’universo, nei Suoi angeli, nei Suoi Libri, nei Suoi venerabili profeti da Lui inviati e nell’obbligo di rendere conto davanti a quell’Allah.

Analizziamo ancora un po’ l’esempio di quella parete. In realtà è bianca; una persona affetta da ittero potrebbe dirla verde, oppure, indossando occhiali di qualsiasi altro colore, potrebbe definirla di quel colore. Oppure qualcuno, per ostinazione, potrebbe persino dirla nera o blu. In questo modo si potrebbe ignorare il suo colore reale e proclamare al mondo che è di qualsiasi altro colore. Ma tutte queste affermazioni e dichiarazioni sarebbero completamente false: gli osservatori di tutto il mondo, unanimemente, non le accetterebbero né le approverebbero in alcun modo. Ciò perché l’unità non può mai essere fondata sulla menzogna; unità e coesione possono fondarsi soltanto sulla verità e sull’onestà. Pertanto, tutti gli abitanti del mondo riconosceranno unanimemente il colore bianco di quella parete. Allo stesso modo, possono esistere — e sono esistite — diverse concezioni riguardo al Creatore e Signore dell’universo. Si è creduto che vi fossero due o tre divinità, oppure che la divinità fosse divisa in milioni e miliardi di esseri. Sebbene nella società umana circolino molte concezioni di questo genere, tutti testimoniano unanimemente che il Creatore dell’universo è uno solo. Pertanto, secondo l’esempio sopra citato, l’unione e l’unità dell’umanità possono fondarsi soltanto su questa verità, su questo messaggio. Tutti gli altri discorsi, concezioni, dottrine e messaggi sono separatori e generatori di discordia: nessuno di essi è capace di creare unione, unità e coesione. Esistono inoltre diverse concezioni riguardo agli angeli. Alcuni li hanno considerati divinità, altri intercessori, e altri ancora hanno sostenuto che partecipino alle opere divine. Tra tutte queste affermazioni e concezioni, l’unica concezione vera è considerarli servi di Allah, una comunità interamente obbediente e sottomessa ai Suoi comandi. L’unità nel mondo è possibile soltanto sulla base di questa fede vera. Non vi è dubbio che tutte le altre concezioni e credenze generino divisione.

Lo stesso vale nel mondo per i venerabili profeti inviati da Allah e per i Libri. Ogni nazione può proclamare la propria autonomia con il proprio «capo» nazionale e il proprio libro religioso nazionale, e può sostenere la verità del proprio capo e la falsità degli altri. Ma affermazioni così diverse non possono riunire le nazioni del mondo in un unico centro. Il messaggio fondativo per unire tutte le nazioni e formare un’unica nazione può essere soltanto questo: tutti i profeti e messaggeri che Allah l’Altissimo ha inviato in tempi diversi a popoli diversi sono veritieri; e tutti i Libri che Allah ha fatto discendere per gli esseri umani sono veri e insegnano la verità.

Si possono avere concezioni diverse anche riguardo alla dissoluzione del creato e alla fine dell’umanità. Ma una mente fedele alla verità può accettare soltanto questo: un giorno tutta l’umanità dovrà comparire davanti al Creatore per il «giudizio finale» e presentare il resoconto dettagliato delle proprie azioni compiute nell’arco della vita.

Pertanto, l’unità e la coesione universali possono essere stabilite soltanto sulla base della parola e della fede definitive. Tutte le altre opinioni e vie sono errate; tutte generano separazione e discordia, senza alcun dubbio. In realtà, credere senza la minima traccia di dubbio in queste cinque verità è ciò che si chiama «messaggio di unione»:

امَنَ الرَّسُزْلُ بِمَا اُنْزِلَ اليه من رَّبِّهِ والمؤمِنُونَ ط كُلٌّ اَمَنَ بالله والملائكــتِهِ وَكتبهِ وَرُسُولهِ قف لاَ نُفَرِّقُ بَيْنَ اَحَدٍ مِّن رُّسُلِهِ ط وَقَالُوا سمعنا وِاطَعنا غُفرانَكَ رَبَّنَا وَاِلَيْكَ المَصِيْرُ – (البقرة: 285)

«Il Messaggero ha creduto in ciò che gli è stato fatto discendere dal suo Signore, e anche i credenti hanno creduto in lui. Tutti hanno creduto in Allah, nei Suoi angeli, nei Suoi Libri e nei Suoi profeti, e hanno detto: “Non facciamo alcuna distinzione tra i Suoi profeti. Abbiamo ascoltato e obbediamo. O Allah, chiediamo il Tuo perdono; a Te dobbiamo ritornare tutti.”» — Sura al-Baqara: 285

Queste cinque verità fondamentali sono state rivelate da Allah l’Altissimo. Il Messaggero di Allah le ha annunciate agli uomini del mondo. Per questo ha riunito l’esposizione dettagliata di tali questioni in un’unica Kalima: «La ilaha illa Allah, Muhammad è il Messaggero di Allah». Riconoscere, insieme all’unicità di Allah, la profezia di Hazrat Muhammad (pace e benedizioni su di lui) significa che chi pronuncia questa Kalima ha creduto in tutta la verità predicata da Hazrat.…… Questa Kalima è stata definita una cosa assai pesante e grandiosa:

اِنَّا سَنُلقِىْ عَلَيْكَ قَوْلاً ثَقِيْلاَ – (المزمل : 5)

«Faremo scendere su di te una parola gravosa». – Sura al-Muzzammil: 5

Questo messaggio non è insignificante come un foglio strappato o un pezzo di carta, che una raffica di vento potrebbe portare via; qualcosa privo di una collocazione stabile, capace di mutare sotto l’urto violento di ogni nuova scoperta e prospettiva. In verità, la Kalima Tayyiba non è un messaggio di questo genere. È, piuttosto, grande, solenne e salda come una montagna. Nessun colpo di tempesta o di bufera, neppure un diluvio universale, può scuoterla minimamente. Nel Nobile Corano è detto riguardo a questa «parola d’unione» rivoluzionaria, salda e incrollabile:

الم تر كيف ضرب الله مثلاً كلمة طَّيِّبَةً كَشَجَرَةٍ طَّيِّبَةٍ اَصلهَا ثابِتٌ وَّفرها فى السَّماء – تُؤتِىَ اُكْلُهَا كُلَّ حِيْنٍ بِاِذنِ رَبِّهَا ط وَيَضرِبُ اللهُ الامثال للنَّاس لعلَّهُم يَتَذَكَّرُونَ – وَمَثَلُ الكلمة خَبِيْثَةٍ كَشَجَرَةٍ خَبِيْثَةٍ نِ اجتُثَّتْ من فَوقِ الارضِ ما لَهَا مِنْ قَرَارٍ – يُثَبِّتُ اللهُ الَّذِيْنَ اَمَنُوا بالقَوْلِ الثَّابِتِ فِىْ الحيَوة الدُّنيا وفى الاخرة ج وَيُضِلُّ اللهُ الظَّلِمِيْنَ لا وَيَفْعَلُ اللهُ مَا يَشَــاءُ – (27-24)

«Hai riflettuto sull’esempio che Allah l’Altissimo ha dato della buona Kalima? Essa è simile a un albero di buona specie, le cui radici sono ben salde nelle profondità della terra e i cui rami si estendono verso il cielo. Esso dà continuamente i suoi frutti, con il permesso e secondo il comando di Allah. Allah l’Altissimo presenta questi esempi agli uomini affinché possano trarne insegnamento. Al contrario, la Kalima impura è stata paragonata a un albero di specie cattiva, sradicato fin dalla superficie della terra e gettato via: in realtà non possiede alcuna stabilità. Allah l’Altissimo darà stabilità ai credenti, grazie a questa parola di verità comprovata, in ogni luogo, in questo mondo e nell’Aldilà. Quanto agli ingiusti che rinnegheranno questa «parola di verità», essi si smarriranno. In verità, Allah l’Altissimo fa ciò che vuole». – Sura Ibrahim: 24-27

L’esempio menzionato nel Corano rende estremamente chiaro il tema in questione. Soltanto la «parola pura, santa e onnicomprensiva» può mettere radici, ottenere sicurezza ed estendersi sulla terra. Per tutte le altre parole false, malvagie e ripugnanti, invece, non è possibile raggiungere stabilità ed espansione. Esse sono simili a parassiti privi di valore: da un lato si diffondono in innumerevoli terreni, dall’altro fanno germogliare in molti modi nuove pianticelle, sradicando tutte quelle precedenti. Queste pianticelle non possiedono né la forza né la capacità di adornarsi di fiori e frutti; e se qualcuna dovesse mai produrre frutti, non potrebbe che essere estremamente amara e aspra. In verità, è a causa delle conseguenze devastanti di simili erbacce e piante parassite che l’attuale società umana è tormentata. Per questo oggi, in ogni paese, si sta formando una violenta tempesta di propaganda menzognera. In un luogo si producono gas velenosi, in un altro si formano vulcani catastrofici. Altrove, a causa di ciò, sono stati seminati i semi dell’odio, dell’inimicizia, dell’ostilità e della vendetta.

Qui non si tratta delle altre nazioni del mondo: il loro caso è del tutto diverso, poiché nel loro destino è stata scritta la severa punizione di Allah. Possono anche trovare soddisfazione e compiacimento in questi loro «parassiti» velenosi e letali. Ma è opportuno che i musulmani se ne tengano molto lontani. Presso di loro è presente il grandioso «albero» della santità e delle buone opere, che dal tempo dell’arrivo di Adamo fino a oggi non è mai stato sradicato e non ha mai mancato di adornarsi di fiori e frutti; le sue radici sono saldamente affondate nel profondo della terra e i suoi rami si estendono nell’infinita luce delle altezze. Da questo «albero» sono stati sempre e ovunque raccolti soltanto i «frutti» della pace e della sicurezza senza timore. Esso non ha mai impedito a nessuno di rifugiarsi nel grembo pacifico della sua ombra fresca e di beneficiare dei suoi «frutti». Non si interessa di alcuna distinzione tra stirpe, discendenza, lingua e patria degli uomini, né nutre curiosità al riguardo. Anzi, chiunque abbia cercato rifugio presso di esso ha dimenticato per sempre l’orgoglio della discendenza, le differenze linguistiche, le distinzioni di razza e i contrasti legati alla patria: ai suoi occhi, il mondo intero è diventato completamente uguale e unificato. In verità, questa è la caratteristica incomparabile di questo «albero». Il seguente insegnamento ne esprime il pensiero fondamentale:

مُحَمَّدُ الرَّسُولُ اللهِ ط وَالَّذِيْن َمَعَهُ اَشِدَّءُ على الكُفَّارِ رُحُمَاءُ بَيْنَهُم تَرَاهُم رُكَّعَا سُجَّدَّا يَبتغُوْنَ فَضْلاً مِنَ اللهِ وَرِضْوَانَا ز – (الفتح : 29)

«Il Messaggero di Allah, Muhammad (pace e benedizioni su di lui), e i suoi compagni sono severi con i miscredenti e misericordiosi e umili gli uni verso gli altri. Li vedrai inchinarsi e prosternarsi, cercando il favore e il compiacimento di Allah.» — Sura al-Fath: 29

In verità, questo «messaggio» fu presentato agli uomini per riunire l’intera umanità attorno al vasto centro di una grande verità e per unire tutti gli uomini, senza distinzione, su una questione condivisa da tutti, nonostante le innumerevoli divergenze economiche o intellettuali; in altre parole, per legare tutti i figli di Adamo con lo stretto vincolo della fratellanza. Per questo, nelle questioni della fede nell’Islam, è stato lasciato uno spazio così ampio e vasto. Esso è capace di offrire eterno rifugio all’intera umanità nel proprio grembo. Per questo è stato ordinato al propagatore di questo «messaggio» di proclamarlo a gran voce:

يَاَيُّهَا النَّاسُ اِنِّىْ رَسُلُ اللهِ اِلِيْكُم جَمِيْعًا – (الاعراف : 158)

«O uomini! Io sono il Messaggero di Allah inviato a tutti voi.»

Per questo è stato detto: chi accetterà questo «messaggio», il suo sangue e il suo onore saranno completamente inviolabili. Chi lo ucciderà sarà immerso nel castigo eterno dell’Inferno, e chi violerà il suo onore sarà un «fasiq». Ciononostante, abbiamo fatto a pezzi questo grande e incomparabile «messaggio di unione». Secondo il comando di Allah, sono musulmani coloro che credono in Allah, negli angeli, nei Libri, nei Messaggeri e nell’Aldilà. Ma noi, trascurando queste cose, abbiamo assunto come fondamento della fede e della miscredenza molte inutili invenzioni della nostra fantasia. Anzi, persino tra coloro che credono in queste cinque questioni è stata distribuita senza esitazione la maledizione della «miscredenza». Nonostante la presenza di questo universale «messaggio di unione», ci siamo frantumati a tal punto che la nostra stessa «din» originaria sembra essersi moltiplicata. Abbiamo separato e distinto ogni cosa: nazionalità, moschea e salat; abbiamo persino reciso i rapporti matrimoniali tra noi e distrutto il vincolo indissolubile di fratellanza che era stato stabilito tra noi con le parole: «Tutti i credenti sono fratelli». In seguito ci siamo trovati di fronte a un grave pericolo. Abbandonando i veri principi della nostra nazionalità e della nostra fratellanza, abbiamo appreso da altre nazioni nuove concezioni di nazionalità regionale e genealogica, sebbene ciò sia fondamentalmente del tutto contrario all’Islam. Tutti, uno dopo l’altro, i sentimenti di odio e rancore, cecità, favoritismo verso i propri cari e reciproca ostilità che l’Islam era venuto a estirpare nella società dell’epoca dell’ignoranza sono rinati in noi. Alcuni hanno iniziato il movimento «pan-turanico», altri hanno innalzato la bandiera del «panarabismo»; alcuni si dedicano a dimostrare la superiorità della stirpe ariana, altri invitano ad annientarsi nella nazionalità regionale e fondata sulla patria. In una parola, diversi partiti religiosi e politici impiegano tutte le proprie forze per fare a pezzi questo incomparabile «grande messaggio di unione» dell’Islam. Eppure il «messaggio di unione» era stato proclamato proprio per cancellare queste diverse fazioni e divisioni.

Non sto dicendo che questo «messaggio di unione» eliminerà ogni genere di divergenza e differenza, grande o piccola: le divergenze e le differenze sono fondamentalmente naturali ed è del tutto impossibile eliminarle. La varietà della razza, della tribù, della lingua e della patria non può scomparire completamente in nessuno dei suoi aspetti. Né è possibile eliminare le differenze nella capacità di pensiero e nella natura innata. È quindi indubbio che queste divergenze e differenze rimarranno evidenti nelle opinioni e nelle convinzioni, negli interessi e negli obiettivi dei diversi gruppi umani. Tuttavia, lo scopo fondamentale dell’invio del «messaggio di unione» dell’Islam era realizzare, tra queste divergenze materiali e percettibili, un’armonizzazione e un coordinamento scientifici, morali e civili, affinché tutti gli uomini, senza distinzione e con cuore aperto, potessero accettarlo e, accogliendolo, potessero diventare un’unica nazione sulla sua sola base, pur conservando le proprie differenze geografiche, tribali, economiche, razziali e linguistiche. Per questo, insieme alla presentazione di un unico «messaggio di unione», è stato ordinato a coloro che lo accettano di compiere la salat in congregazione. È stata stabilita un’unica «qibla» per tutta la terra. Anche il digiuno, il pellegrinaggio e simili pratiche hanno eliminato ogni altro genere di divergenza e differenza sociale e nazionale. A tutti i musulmani del mondo è stata conferita la medesima dignità giuridica, e tutti sono stati inclusi nella stessa civiltà universale e onnicomprensiva. Eliminare, sulla base dell’unità della din dell’Islam, tutte le altre piccole divergenze e distanze, e includere l’intera umanità in una nuova forma di nazionalità: questo era il suo obiettivo principale. Ma invece di diffondere tra tutta l’umanità questa grande grazia di Allah verso di loro, i musulmani stessi hanno adottato concezioni del tutto anti-islamiche di nazionalità regionale, linguistica, tribale ed economica. Eppure gli eventi dell’epoca moderna testimoniano senza dubbio che l’imperialismo, il dittatorismo, l’autocrazia e le guerre e i conflitti del mondo attuale, insieme alle altre catastrofi distruttrici dell’umanità che stanno devastando la pace e la civiltà del mondo e facendo scorrere sulla terra fiumi di sangue fresco degli oppressi, sono il prodotto proprio di queste idee e di questa visione moderne.

Se nei pressi di una città o di un abitato vi è una diga che impedisce lo straripamento di un fiume, non può esservi alcun dubbio che la sicurezza di quell’insediamento dipenda dalla solidità e dall’impermeabilità della diga. Ma se gli abitanti venissero a sapere che essa presenta una profonda crepa, si può certamente affermare che impiegherebbero tutte le proprie forze per chiuderla. Ebbene, la diga che si erge a sbarrare il corso della piena travolgente delle estreme fratture e catastrofi, dell’odio e del rancore, dell’inimicizia reciproca nella società umana — dalla cui solidità e robustezza dipende la sicurezza del mondo intero — oggi presenta una grave crepa. Ma la cosa sorprendente è che gli uomini, soprattutto i musulmani, non vi prestano la minima attenzione: non se ne preoccupano e non mostrano neppure il minimo mal di testa per questo motivo. Eppure la verità è che, per preservare questa grande e sublime diga, non si dovrebbe esitare nemmeno se fosse necessario sacrificare la propria mente. — Tarjuman al-Qur’an: luglio 1934.

 

Un’unica nazionalità e l’Islam

Il preside del Darul Uloom Deoband, il signor Maulana Husain Ahmad Madani, ha scritto un opuscolo intitolato «Un’unica nazionalità e l’Islam». In questo opuscolo, scritto da un celeberrimo sapiente e dal preside del più importante istituto di istruzione religiosa dell’India britannica, era naturalmente lecito aspettarsi un’analisi semplice della complessa “teoria della nazionalità” e una piena espressione dell’autentica prospettiva islamica. Tuttavia, dopo averlo letto, siamo rimasti crudelmente delusi e il libro ci è sembrato lesivo della posizione dell’autore. Nell’epoca attuale, innumerevoli dottrine ostili all’Islam si accingono a lanciare un feroce attacco contro i fondamenti dell’Islam: oggi l’Islam è indifeso persino nella propria casa. Gli stessi musulmani non esaminano gli avvenimenti e i problemi del mondo dal punto di vista del puro Islam; va da sé che non riescono a farlo per la loro mera ignoranza dell’Islam. Inoltre, la questione della “nazionalità” è così complessa che la vita o la morte di ciascuna nazione dipende dalla sua chiara comprensione. Se una nazione mescola alle basi della propria nazionalità principi completamente diversi, non può sopravvivere nel mondo in quanto “nazione”. Nell’accingersi a scrivere su una questione così complessa, era indispensabile che una persona come Maulana Husain Ahmad fosse pienamente consapevole della propria responsabilità. Poiché gli è stata affidata l’“amanat” del Profeta. Se mai sulla vera dottrina e sui fondamenti dell’Islam si accumulassero scorie e impurità, spetta proprio a persone come lui rimuoverle e rendere chiari a tutti gli insegnamenti dell’Islam.

Nell’odierna epoca oscura, era loro dovere comprendere pienamente che la loro responsabilità è molto più grande e gravosa di quella dei musulmani comuni. Se i musulmani comuni sono sprofondati nell’errore, saranno anzitutto le persone di questa categoria a esserne ritenute responsabili. Perciò devo ripetere che, nell’opuscolo di Maulana Madani, non si trova alcuna prova della sua consapevolezza della responsabilità né del suo senso di responsabilità.

Una prospettiva antiscientifica

In un’opera scritta da un autore, si cerca anzitutto di individuare la sua prospettiva. Infatti, l’esame e l’analisi del contenuto principale, nonché il giungere infine a una conclusione corretta o errata, dipendono esclusivamente da questa prospettiva. Una prospettiva può consistere nel distogliere lo sguardo da ogni altro aspetto e cercare di conoscere soltanto la verità dei fatti, vedere e giudicare il problema fondamentale nella sua forma reale e autentica, e accettare direttamente la conclusione cui conduce l’esame e l’analisi imparziali di tale verità, senza considerare se essa sia contraria a qualcuno o favorevole a qualcun altro. In realtà, questa è la prospettiva del tutto naturale e scientifica nella discussione e nell’analisi; ed è anche la prospettiva islamica. Infatti, a questo riguardo, الحُبُّ فِى اللهِ واللَغْضُ فِىْ اللهِ— «Amare per Allah e odiare per Allah» è il principio fondamentale dell’Islam.

Oltre a questa prospettiva semplice e lineare, ne esistono molte altre tortuose e complesse. Lasciarsi incantare dall’amore cieco per una determinata persona e prendere, in ogni azione e questione, decisioni esclusivamente a suo favore è anch’esso un tipo di prospettiva. Allo stesso modo, lasciarsi prendere dall’opposizione cieca a qualcuno, cercando soltanto le cose detestabili e dannose e adottandole, è un altro tipo di prospettiva. Tuttavia, per quanto possano essere queste prospettive distorte, tortuose e complesse, non vi è il minimo dubbio che siano tutte contrarie alla verità reale. Pertanto, adottandole e servendosene, non si può nutrire alcuna speranza di giungere a una conclusione corretta in una discussione. Di conseguenza, non si addice affatto, soprattutto a una persona sapiente, impegnarsi nella discussione di un problema adottando questa prospettiva. Essa è infatti una prospettiva totalmente antislamica.

Ora verificheremo quale delle prospettive sopra menzionate Maulana Madani abbia adottato nell’opuscolo in esame.

Proprio all’inizio dell’opuscolo egli afferma:

«Ora sembra necessario mostrare gli errori e le imperfezioni di tutto ciò che è stato pubblicato in merito all’opposizione all’uninazionalità e alla dimostrazione della sua contrarietà alla giustizia e ai principi morali. Dal 1885 il Congresso si sta impegnando con grande perseveranza per ottenere dagli abitanti dell’India l’unità nazionale sulla base del patriottismo. Le forze che gli si oppongono si sforzano con tutte le loro forze di dimostrare che essa non è semplicemente inaccettabile, bensì illecita e proibita. In realtà, per l’imperialismo britannico non vi è nulla di più pericoloso di questo. Queste cose non sono state espresse soltanto oggi, ma già dal 1886 o persino prima. E non ci si può aspettare che gli abitanti dell’India ammettano che, sotto l’influsso della magia dei diplomatici britannici, le loro menti e i loro cervelli siano stati paralizzati dalla “rivelazione” di ciò, in tutte le sue varie forme.» — (pagine 5-6)

A questo proposito, il dottor Iqbal ha detto: «La sua personalità non è quella di una persona comune. Eppure, nonostante tutte queste qualità, è caduto sotto l’influsso magico dei “maghi” britannici.»

Dopo una lunga discussione, egli ha poi esposto con chiarezza il proprio punto di vista nelle parole seguenti:

«Dall’estratto dell’articolo del professor Seeley si può comprendere senza dubbio quanto sia pericoloso per l’Inghilterra che gli abitanti dell’India si trasformino in un’unica nazione sulla base del patriottismo. Se questo sentimento si risveglierà tra gli abitanti dell’India, anche solo in forma molto debole e fioca, benché non abbia la forza di espellere gli inglesi dall’India, poiché in loro si sarà radicata l’idea che sia vergognoso collaborare con una “nazione straniera”, l’imperialismo inglese sarà sepolto.» — (pagina 38)

In seguito ha espresso un’opinione talmente sorprendente che, leggendola, ci si vergogna persino di pensare come un celeberrimo ʿālim timorato di Allah abbia potuto scriverla!

«Anche se l’uninazionalità fosse davvero una cosa maledetta e spregevole, tuttavia, poiché gli europei hanno sradicato i sovrani islamici e il Califfato ottomano (?) proprio impiegando quest’arma, oggi è dovere dei musulmani utilizzare quest’arma allo scopo di sradicare gli inglesi.» — (pagina 38)

Nel corso di questa discussione, Maulana Madani ha anzitutto riconosciuto quanto segue: «Per quanto gli Stati musulmani abbiano subito danni negli ultimi due secoli, ciò è avvenuto proprio a causa della dura e micidiale propaganda degli europei contro l’unità e la solidarietà islamiche.» «Gli europei hanno creato tra i musulmani differenze e divisioni basate sulla discendenza, sul patriottismo e sulla lingua»; hanno inoltre risvegliato in loro l’idea che non si debba intraprendere alcun jihād per la salvaguardia della religione e della spiritualità, ma che si debba combattere per la discendenza, la tribù e la patria. «Pertanto, è opportuno abbandonare il sentimento religioso.» — (pagine 35-36)

Ma, in realtà, essendosi avvicinato così tanto alla verità profonda, egli si è smarrito nel labirinto dell’odio per gli inglesi. Ha scritto:

«È deplorevole che allora nessuno si sia levato a predicare contro l’unità dei musulmani in un’unica nazione, contro il patriottismo e contro le appartenenze di stirpe e tribù. Non fu neppure opposta resistenza alla marea travolgente dei giornali europei e dei discorsi degli oratori. Di conseguenza, il panislamismo è diventato una storia del passato e si è concluso, mentre gli Stati islamici, caduti nelle grinfie delle nazioni europee, sono stati completamente depredati. Ora che i musulmani sono stati frammentati e distrutti in regioni quali l’Africa, l’Europa e l’Asia, ci si dice che chi attribuisce importanza soltanto all’unità e alla solidarietà degli appartenenti alla stessa millat non può unirsi e associarsi con alcun non musulmano, né può formare una “nazione unica” insieme ad alcun non musulmano». — (pp. 36-37)

Basta leggere il brano citato per comprendere con assoluta chiarezza che, secondo Maulana Madani, il criterio ultimo per distinguere il vero dal falso, il giusto dal vano, è la Gran Bretagna. Egli non vuole esaminare ogni questione con imparziale rigore scientifico, per vedere quale sia la realtà della verità autentica e intrinseca! E non giudica neppure dal punto di vista del bene dei musulmani, per stabilire che cosa sia realmente veleno per loro! Ha abbandonato entrambi questi punti di vista. Su di lui ha esercitato un’influenza totale soltanto il punto di vista dell’“ostilità alla Gran Bretagna”. Ora, ciò che è veleno per la Gran Bretagna, Maulana Madani lo considera precisamente un elisir vivificante. In tale situazione, se qualcuno considera quella stessa cosa velenosa anche per i musulmani e per questo vi si oppone, agli occhi del Maulana non può essere altro che un “amico degli inglesi”. Infatti egli è tanto entusiasta della morte della Gran Bretagna quanto non lo è della sopravvivenza dei musulmani. Per questo ha compreso che l’“unità nazionale” degli abitanti dell’India è letale per la Gran Bretagna; dunque, agli occhi di Maulana Madani, che altro può essere ogni oppositore di tale unità nazionale se non un amico degli inglesi? Se qualcuno avesse indicato al Maulana un altro metodo infallibile per distruggere la Gran Bretagna; se gli avesse detto che il suicidio collettivo simultaneo dei 350 milioni di abitanti dell’India avrebbe assicurato la sepoltura definitiva dell’Impero britannico; e se il Maulana avesse compreso l’infallibilità di tale rimedio, non avrebbe esitato minimamente ad accusare di essere amici degli inglesi tutti coloro che vi si fossero opposti. Sebbene il suicidio sia un atto estremamente vile e maledetto, poiché con esso sarebbe stato possibile sradicare la Gran Bretagna, dal punto di vista del Maulana anche il compimento di questo peccato sarebbe diventato un dovere.

In effetti, alla luce di parole e dottrine di questo genere si possono comprendere la logica e il profondo mistero del fare dell’“amore per Allah e dell’ira per Allah” il criterio della verità islamica. Se il rapporto con Allah viene reciso nel mezzo e qualcosa d’altro diventa direttamente amato o odiato, è proprio da lì che iniziano l’odio e l’ostilità barbarici. Allora diventano leciti e appropriati tutti i mezzi e le vie favorevoli al soddisfacimento di ogni impulso umano di amore e di non-amore. A quel punto non si giudica affatto se ciò sia conforme o meno alla legge di Allah. Per questo è stato detto che non è auspicabile neppure che l’inimicizia personale sia rivolta contro Satana: anche in quel caso è indispensabile che il rapporto con Allah rimanga presente. Altrimenti questa inimicizia verso Satana potrebbe trasformarsi in una legge e, nell’odio cieco contro Satana, si potrebbero oltrepassare i limiti stabiliti da Allah. Di conseguenza si finirebbe per agire come Satana.

Il fanatismo cieco per dimostrare la propria tesi

È proprio per effetto di una simile mentalità che Maulana Madani, nel fanatismo cieco con cui cercava di dimostrare la propria tesi, non ha esitato a ignorare persino gli eventi più celebri e luminosi della storia. Quando l’Europa propagava tra i musulmani il nazionalismo fondato sulla stirpe e sulla tribù, sul patriottismo e sulla lingua, davvero nessuno tra i musulmani si levò per opporvisi? ………. Non ha mai sentito i nomi di Tipu Sultan, Jamaluddin Afghani, Mufti Muhammad Abduh, Mustafa Kamel l’Egiziano, Amir Shakib Arslan, Anwar Pasha, Jalal Nuri, Shibli Nomani, Sayyid Sulaiman Nadwi, Mahmudul Hasan, Muhammad Ali, Shaukat Ali, Iqbal, Abul Kalam (defunto) e altri? Nessuno tra le persone sopra citate mise in guardia i musulmani dicendo che una simile divisione jahilita, assunta come principio nazionale, li avrebbe fatti a pezzi e dispersi? Alla domanda Maulana Madani forse non potrà rispondere “no”. E tuttavia, distogliendo lo sguardo da questi fatti concreti, egli si rammarica dicendo che “nessuno si è levato a predicare l’unità dei musulmani in un’unica nazione”. …… Che necessità c’era di avanzare una simile falsa affermazione? ……… Il suo unico scopo era dimostrare che l’unità e la solidarietà nazionale dei musulmani erano contrarie agli interessi britannici; per questo tutti i musulmani si erano dedicati alla diffusione delle discriminazioni e delle divisioni fondate sulla stirpe e sulla tribù, sul patriottismo e sulla lingua. E ora, poiché l’unità e la solidarietà islamiche sarebbero diventate conformi agli interessi britannici (?), si è cominciato a predicare l’unità nazionale dei musulmani. Dunque è dimostrato che ogni oppositore del patriottismo è un amico degli inglesi: è la magia britannica a far pronunciare loro queste parole. In realtà, non vi è dubbio che ciò sia il risultato del metodo dell’ostilità jahilita. Poiché la “Gran Bretagna” è diventata il criterio per distinguere il vero dal falso, il giusto dal vano, anche diffondere parole contrarie alla verità autentica e alla realtà può essere considerato lecito, purché possa colpire gli interessi britannici.

In tutta la sua opera Maulana Madani ha manifestato spontaneamente una simile mentalità. Ha cercato di dimostrare la propria tesi smembrando e ricomponendo a suo piacimento dizionari, versetti coranici, hadith ed eventi storici, e ha negato e ignorato senza esitazione ogni verità contraria alla sua tesi, per quanto grande essa fosse sotto ogni aspetto, dentro e fuori. Non ha esitato minimamente neppure a creare false impressioni sul piano linguistico, a proporre esempi privi di analogia e a costruire un’opinione errata su un’altra opinione errata. In verità, di fronte a simili comportamenti da parte di un dotto timorato di Allah, viene da chinare il capo per la vergogna.

Dove si forma una nazione sulla base della regionalità??

 

Il Maulana Madani sostiene che «ai giorni nostri le nazioni si formano sulla base della regionalità». Ma in realtà ciò è completamente errato, ingannevole e privo di fondamento dall’inizio alla fine. Non si può presentare, nella storia dell’umanità, neppure un esempio di una nazione formatasi semplicemente perché i suoi membri erano abitanti di una stessa regione. Le nazioni del mondo contemporaneo sono inoltre sotto gli occhi di tutti. Quale di esse si è formata sulla sola base della regionalità? I neri, i nativi americani e i bianchi d’America appartengono forse alla stessa nazione? Gli ebrei e i tedeschi della Germania sono forse una sola nazione? In Polonia, Russia, Turchia, Bulgaria, Grecia, Jugoslavia, Cecoslovacchia, Lettonia e Finlandia: esiste forse ovunque una «sola nazione» soltanto perché la patria è la stessa? È forse la sola unità della patria ad averla creata? Questi fatti concreti non possono essere negati. Se volete dire che d’ora in poi le nazioni dovrebbero formarsi sulla base del patriottismo, potete dirlo. Ma, senza argomenti e prove, quale diritto avete di affermare che le nazioni si formano sulla base del patriottismo e dell’unità della patria?

Gli stranieri considerano e chiamano tutti gli abitanti di un Paese abitanti di quel Paese. Con «americano» si intende ogni abitante del Paese chiamato America, nero o bianco che sia; agli occhi degli stranieri sarà comunque chiamato «americano». Ma ciò non rende falsa la verità che, in realtà, essi appartengono a due nazioni diverse. Non vi è dubbio che, nelle relazioni internazionali, ogni individuo sia conosciuto come «cittadino nazionale» del proprio Stato. Se il Maulana Hosain Ahmad Madani si recasse fuori dall’India, verrebbe definito di «nazionalità britannica». Ma una nazionalità così meramente terminologica diventerebbe forse la vera nazionalità del Maulana? Allora, quale ragionamento scientifico può esserci nell’affermazione secondo cui «in quanto abitanti dell’India, indù, musulmani, sikh, cristiani e parsi sono tutti conosciuti come un’unica nazione»? Tra essere considerati tali e appartenere realmente a un’unica nazione vi è una differenza enorme. Pertanto, non si può presentare l’uno come argomento per dimostrare l’altro.

False prove tratte dai dizionari e dal Corano

In seguito, il Maulana Madani ha cercato di dimostrare, sulla base dei dizionari arabi, che la parola «qawm» significa «un gruppo di uomini», oppure «un insieme di molti uomini e donne», o «i parenti stretti di una persona», oppure «un gruppo di nemici». Ha cercato di dimostrarlo anche presentando versetti coranici, citando quelli in cui i miscredenti vengono chiamati il «qawm» (nazione) del profeta o dei musulmani. Eppure, in quei versetti la parola «nazione» è usata nel terzo o nel quarto dei quattro significati sopra menzionati. Ha citato anche i versetti in cui la parola «qawm» (nazione) esprime il primo o il secondo significato. Ma qui non vi è alcuna controversia sul significato lessicale o antico della parola «nazione»; la controversia riguarda la terminologia dell’epoca moderna. Jawaharlal e Sayyid Mahmud non parlano il linguaggio dei dizionari arabi e del Corano, né questo antico linguaggio viene usato nel programma del Congresso. Le parole da loro utilizzate hanno il significato che oggi viene generalmente attribuito a tali termini. Ai giorni nostri, le parole «qawm» e «qawmiyyat» vengono usate come equivalenti inglesi di Nation e Nationality. Lord Bryce ne dà una spiegazione nel suo libro “Intertational Relations”, affermando:

«Una nazionalità è un insieme di innumerevoli persone che alcuni particolari sentimenti di attrazione hanno unito e consolidato. Tra questi, due attrazioni sono di gran lunga le più forti: una è l’attrazione della discendenza o della tribù, l’altra è quella della religione o del sistema di vita. Tuttavia, anche l’uso di una lingua comune, una letteratura dello stesso genere, le attività nazionali comuni del passato, il ricordo di sofferenze condivise, celebrazioni comuni, idee e dottrine condivise e la percezione di obiettivi comuni possono essere tra le cause della formazione di questo stesso insieme. Talvolta, quando tali legami si combinano in un unico luogo, essi intrecciano strettamente la collettività umana. Altre volte, la “nazionalità” nasce persino in assenza di una qualsiasi attrazione tra di essi». (p. 117)

La spiegazione della nazione o della nazionalità è stata esposta nell’“Encyclopedia of Religon and Ethics”:

La nazionalità nasce da una qualità comune o da molteplici qualità comuni, presenti in modo analogo in tutti i membri di un gruppo, ed è ciò che li riunisce e li trasforma in un’unica nazione. …In ogni società vi sono persone unite tra loro dalla somiglianza della discendenza e della tribù, delle tradizioni condivise, delle abitudini e della lingua. Esse riescono a comprendersi molto bene a vicenda. In realtà, questo è il principale legame che le tiene strettamente unite. Sono connesse le une alle altre anche contro la propria volontà. Tra loro nascono, sotto vari aspetti, amicizia e affetto. Le persone di nazionalità diverse percepiscono spontaneamente gli uni come «diversi» ed estranei, perché i loro gusti, i modi di esprimersi e le abitudini sembrano straordinariamente strani, mentre la loro natura, le loro idee e i sentimenti esaltati racchiusi nel loro cuore risultano molto difficili e problematici da comprendere. Per questo gli uomini delle nazioni antiche guardavano quelli di nazionalità diverse con sospetto. Anche le persone civili dell’epoca moderna, vedendo nelle abitudini, nei costumi e nello stile di vita delle persone di nazionalità diversa qualcosa di contrario ai propri gusti, finiscono per nutrire verso di loro odio.»

In questo senso, il Nobile Corano ha forse concesso anche solo in minima parte che miscredenti, politeisti e musulmani appartenessero alla stessa nazione? È forse venuto al mondo qualche profeta proprio per trasformare credenti e non credenti in un’unica nazione? Se non è così, perché è stata introdotta questa discussione inutile? Con il corso della storia, le parole hanno cambiato innumerevoli volte il proprio significato. Ieri una parola aveva un significato, oggi viene usata con un altro. Ignorando il contesto interno, se si afferma che «dal punto di vista coranico è possibile che musulmani e miscredenti siano un’unica nazione», che cos’altro può essere se non una confusione terminologica? Infatti, il significato che un tempo aveva la parola «nazionalità» nel linguaggio coranico non ha alcun rapporto con quello attuale. I precedenti giuristi non facevano, sul piano terminologico, una particolare distinzione tra le parole «makruh» e «haram». Per questo, in molti luoghi, la parola «makruh» è stata usata nel senso di «haram». Ma oggi sono stati coniati termini distinti per indicare il grado di queste due forme di proibizione. Oggi, usare «haram» nel senso di «makruh» e presentare come prova un passo scritto da autori precedenti può forse essere qualcosa di diverso da un inganno? Anche la parola «nazionalità» ai giorni nostri è diventata un termine tecnico di questo tipo. Applicare la parola «nazionalità» tanto ai musulmani quanto ai miscredenti e presentare come prova l’uso antico per mettere a tacere gli obiettori non può produrre altro che una confusione terminologica.

Confusione terminologica

Proseguendo, il Maulana sostiene che il Nobile Profeta aveva costituito a Medina una nazionalità comune agli ebrei e ai musulmani. A sostegno di questa tesi, egli ha citato il trattato di pace concluso tra il Nobile Profeta e gli ebrei dopo l’Egira. In un punto di questo trattato il Maulana ha trovato la seguente espressione:وَاَنْ يَّهُود بنى عَوفٍ امَّةُ مع المؤمنين– «Gli ebrei dei Banū ʿAwf saranno considerati un’unica umma con i credenti».

Si è ritenuto che questa espressione fosse sufficiente a dimostrare che anche ai nostri giorni può essere costituita una nazionalità comune tra musulmani e non musulmani. Ma questa non è altro che una semplice trappola terminologica. In arabo, umma indica un gruppo riunito da qualcosa, sia esso il luogo, il tempo, la religione o altro; in questo senso, se due comunità diverse raggiungono temporaneamente un accordo su un interesse comune, anch’esse possono essere chiamate un’unica umma. Per questo l’autore del rinomato dizionario arabo Lisān al-ʿArab ha scritto:وقوله فى الحديث ان يهود بنى عوف امة من المؤمنين يريد انهم بالصلح الذى وقع بينهم وبين المؤمنين كجماعة منهم كلمتهم وايديهم واحدة– «Quando nel hadith il Messaggero di Allah dice che gli ebrei dei Banū ʿAwf sono un’umma tra i credenti, intende dire che, in virtù della pace conclusa tra loro e i credenti, essi sono diventati come un gruppo di questi ultimi, uniti nella parola e nell’azione».

Come può il suddetto termine lessicale, “umma”, essere sinonimo dell’espressione moderna “un’unica nazionalità”? Al massimo, nel linguaggio moderno, lo si potrebbe definire un’“alleanza militare” (Military alliance). In realtà, non era altro che un accordo reciproco. Gli ebrei avrebbero seguito la propria religione e i musulmani il proprio ordinamento; i loro ruoli culturali e politici sarebbero rimasti distinti. Tuttavia, se uno dei due gruppi fosse stato attaccato dall’esterno, entrambe le parti si sarebbero unite per respingere l’aggressione e avrebbero sostenuto ciascuna le proprie spese in quella guerra: questo era il punto essenziale del suddetto accordo. L’accordo si concluse nel giro di due o tre anni. I musulmani esiliarono alcuni ebrei e ne condannarono a morte altri. Si può mai chiamare una simile intesa “un’unica nazionalità”? Si può trovare nel suddetto accordo anche la minima somiglianza con ciò che oggi si intende per “un’unica nazionalità”? Fu forse istituito a Medina uno Stato con una nazionalità comune? Fu forse costituito un parlamento comune? Fu forse firmato un accordo secondo il quale “ebrei e musulmani” si sarebbero trasformati in un’unica collettività, che la maggioranza avrebbe governato Medina e le cui leggi approvate sarebbero state promulgate a Medina? Fu forse istituito anche un tribunale comune, nel quale le controversie tra ebrei e musulmani venivano giudicate insieme e secondo un’unica legge nazionale? In realtà, là non fu costituito alcun congresso nazionale, né un alto comando eletto dalla maggioranza ebraica faceva ballare ebrei e musulmani al cenno del dito. In secondo luogo, il trattato di pace fu stipulato tra il Messaggero di Allah e i capi ebrei; Kaʿb ibn al-Ashraf e ʿAbd Allah ibn Ubayy non tentarono direttamente di realizzare un “mass contact” (contatto con il pubblico) con i singoli musulmani. Là non fu elaborato neppure un piano educativo, simile allo Wardha Scheme, per educare i ragazzi musulmani ed ebrei secondo un’istruzione adatta a una società comune. In breve, tra quel trattato di pace e l’attuale idea di un’unica nazionalità non esiste la benché minima relazione o somiglianza. Quale degli elementi costitutivi dell’“unica nazione” moderna si trova nella “nazionalità comune” che il Maulana Madani ha oggi attribuito al Nobile Messaggero? Posso affermare con certezza che non ve n’è presente neppure uno. Pertanto, limitandosi a vedere nel trattato del Nobile Profeta la frase “un’umma con i musulmani”, il Maulana Madani vuole instillare nei musulmani la convinzione che ciò che oggi il Congresso cerca di realizzare, cioè un’“unica nazione”, sia stato fatto un giorno proprio dal Nobile Profeta a Medina. Dunque, mentre il Maulana Madani propaganda: “Entrate con piena certezza e tranquillità nell’attuale unica nazione”, non gli è mai sorto il minimo timore che Allah possa chiedergli conto di questa falsa propaganda? Non è forse questa un’affermazione completamente falsa riguardo al Nobile Profeta?

Il Maulana Madani è egli stesso un eminente sapiente e muḥaddith. Vorrei porgli una domanda riguardo a un hadith narrato da ʿĀʾisha. Nell’hadith si dice:كان النَبِىُّ صلى الله عليه وسلَّمَ يَقْبَلُ ومباشر وهو صائم«Il Nobile Profeta baciava e praticava la “mubāshara” anche mentre digiunava. Se si attribuisce alla parola “mubāshara” il suo significato comunemente diffuso, si dimostrerebbe lecita anche la “relazione sessuale” durante il digiuno. Ma è forse corretto ricavare dall’hadith una simile opinione contraria alla Sharīʿa semplicemente adottandone il significato letterale?»

Questi due argomenti sono esattamente dello stesso tipo. Pertanto, in entrambi i casi non si può fare alcuna distinzione quanto a tale principio. La questione diventa ancora più grave soprattutto quando colui che propone l’argomento gode della fiducia del popolo e il popolo desidera ricevere da lui la guida. Se dal dipartimento della sanità venisse distribuito del veleno, dove si potrebbe trovare l’antidoto?

Fondare un’opinione errata su una prova errata

Per dimostrare la validità dell’“unica nazionalità” di tutti gli abitanti dell’India, il Maulana Madani ha presentato un’altra prova. Egli ha detto:

«Ogni giorno costituiamo associazioni o comitati per interessi comuni e non ci limitiamo a parteciparvi, ma ci adoperiamo con tutte le nostre forze per diventarne membri. …Esistono centinaia di associazioni di questo tipo — aree urbane, aree notificate, consigli municipali, consigli distrettuali, assemblee legislative, associazioni educative e altre — costituite secondo regole e norme determinate per scopi specifici. Nessuno vieta di partecipare a tali associazioni e di adoperarsi a tal fine, interamente o in parte. Ma è sorprendente che, se una qualsiasi “associazione” di questo tipo viene istituita per lavorare all’indipendenza del Paese e contro il dominio britannico, parteciparvi diventi haram, contrario alla giustizia, contrario agli insegnamenti dell’Islam e persino contrario alla ragione e all’intelletto». — (p. 41) In verità, questo è proprio prendere una decisione errata sulla base di un errore. Maulana Madani sta cercando di dimostrare lecita un’altra azione peccaminosa, considerando obbligatoria una prima azione peccaminosa e innamorandosene ciecamente. Eppure, in entrambi i casi è presente la medesima ragione fondamentale per cui sono haram. Voglio dirlo con chiarezza: il fatto che gli Ulema dell’India abbiano dichiarato un giorno haram e il giorno seguente halal la partecipazione ai consigli e alle assemblee è divenuto una vera e propria farsa. Infatti, non è loro norma dichiarare haram qualcosa dopo averne esaminato la realtà. Basta una sola parola di Gandhi perché il loro potere di emettere fatwa si attivi. Ma, fondandomi sui principi e sugli ideali eterni e immutabili dell’Islam, affermo che è senza dubbio un crimine perpetuo per i musulmani sostenere quelle istituzioni complessive che conferiscono agli uomini il diritto assoluto di emettere nuove decisioni su questioni riguardo alle quali Allah e il Suo Messaggero hanno già pronunciato un verdetto chiaro. Tuttavia, quando nelle istituzioni complessive dotate di un simile diritto e autorità assoluti gli appartenenti non musulmani diventano la maggioranza e tutte le decisioni vengono prese proprio sulla base della maggioranza numerica, ciò viene considerato un crimine doppio. Pertanto, il primo dovere dei musulmani è separare l’ambito operativo di queste istituzioni complessive dai limiti stabiliti dalla sharia di Allah; per loro, questa è la vera lotta per la libertà. Se i limiti dell’esercizio dell’autorità sono distinti per entrambe le parti, allora sarà lecito per i musulmani cooperare con gruppi costituiti per un interesse comune delle due comunità, musulmana e non musulmana. Che si tratti di respingere l’attacco di un nemico oppure di svolgere attività economiche o artistiche, non vi è alcuna differenza.»

«Ma finché i limiti delle attività e dei poteri delle due comunità resteranno collegati tra loro, non solo l’unione e la cooperazione, ma persino vivere sotto un simile sistema di governo congiunto sarà del tutto sconveniente per i musulmani. A questo riguardo, tutti i musulmani indistintamente saranno considerati colpevoli, finché non distruggeranno insieme tale sistema di governo con l’aiuto delle loro forze unite. E coloro che accetteranno con entusiasmo questo sistema e si adopereranno per attuarlo saranno ancora più colpevoli. Ma chiunque — chiunque egli sia — presenterà argomenti tratti dal Corano e dagli hadith a favore dell’attuazione di tale sistema di governo, avrà la colpa più grande di tutti.»

«Quando, in una determinata questione, da un lato si trova contemporaneamente la ragione per cui essa è haram e dall’altro si vede anche una ragione per considerarla lecita, isolare soltanto la ragione della liceità, decidere in suo favore e non prestare la minima attenzione alla ragione del divieto non è, a mio parere, una prova di devozione o di timore di Allah; né dimostra alcuna conoscenza della Legge religiosa. Maulana Madani dichiara indispensabile adoperarsi per l’indipendenza del Paese e per l’abolizione dell’imperialismo britannico; tuttavia non tiene affatto presente che il gruppo che si adopera per la libertà con una simile concezione è proprio quello che crea, dirige e porta al pieno compimento questo sistema di governo. Eppure, in tale sistema di governo all’assemblea legislativa umana è stato conferito il potere assoluto di modificare le disposizioni di Allah. In questo modo la legge di Allah non potrà mai essere applicata; e, se talvolta lo sarà, accadrà solo dopo aver ottenuto l’approvazione dell’assemblea legislativa. Di conseguenza, la maggioranza non musulmana otterrà la piena autorità di stabilire le norme della vita sociale e collettiva dei musulmani, e ciò potrà esercitare una forte influenza sul loro carattere morale, sulla loro socialità e sulle generazioni future. È dietro l’indipendenza del Paese ottenuta con un simile sistema di governo che voi correte, perché il vostro unico obiettivo è la fine dell’imperialismo britannico, quale che sia il modo in cui esso giunga al termine. Per questo viene presentata soltanto la ragione favorevole all’adesione a un simile gruppo; ma non si presta la minima attenzione al fatto che in essa vi è anche una grande e ragionevole causa del suo essere vietata. Noi, invece, siamo costretti a decidere sulla questione tenendo presenti entrambe le ragioni di entrambi i lati, e non possiamo essere disposti ad accettare la ragione della liceità senza rimuovere la ragione del divieto. Poiché entrambi sono nostri obiettivi: la fine dell’imperialismo britannico e la piena affermazione dell’Islam. Se qualcuno definisce questo punto di vista “adorazione degli inglesi”, non ci importa affatto del suo scherno.»

Ignoranza deplorevole

Maulana Madani ha scritto altrove: «Si emette una fatwa contro il nazionalismo patriottico comune soltanto perché, secondo la terminologia occidentale, per nazionalismo patriottico si intende una forma complessiva totalmente contraria alla religione e legata esclusivamente a quel significato terminologico. Ma questo significato non è generalmente radicato nella mente di tutti, e nessun musulmano giusto può sostenerlo. Anche il movimento attuale non si svolge sulla base di questo significato; il Congresso e i suoi esponenti non conducono tale movimento, né lo presentiamo al Paese in questi termini». — (p. 41)

A sostegno di questa tesi sono state citate molte vecchie argomentazioni, sebbene il loro principio fondamentale sia già stato svelato diverse volte: vale a dire la dichiarazione del Congresso con cui proclama la concessione dei diritti fondamentali. Da ciò si trae la seguente conclusione:

«Anche nel nazionalismo comune che il Congresso vuole instaurare in India, esso non intende compiere alcuna azione che possa produrre un effetto dannoso sulla religione, sulla cultura, sulla civiltà o sul diritto personale degli abitanti dell’India. Il suo unico desiderio è organizzare in modo corretto e ordinato le questioni connesse agli interessi comuni e alle necessità del Paese. Infatti, i governanti stranieri si sono impadroniti di tali questioni e, tenendole sotto il proprio controllo, hanno spinto gli abitanti dell’India sull’orlo della rovina. Nelle aree notificate, nei consigli municipali, nei consigli distrettuali, nei consigli, nelle assemblee e simili, si prendono decisioni su questioni interne ed estere. In tali ambiti non si tratta affatto di unire una nazione o una religione all’altra». — (p. 57)

Il modo in cui, in un momento di grave e difficile crisi per i musulmani, viene indicata loro la via con una visione così grossolana e tanta imprudenza è chiaramente dimostrato dalla citazione sopra riportata. Si considera un «gioco da ragazzi» prendere una decisione definitiva su questioni dalle quali dipende interamente il benessere o il malessere di ottanta milioni di musulmani, benché anche il minimo errore al riguardo possa provocare una grande catastrofe nella loro futura vita sociale e morale; perciò non si avverte alcuna necessità di riflettere, ricercare, studiare o esercitarsi. Eppure, per pronunciare sentenze nei casi riguardanti il divorzio, la legge ereditaria e simili, ogni singola persona deve dedicarsi a tanta riflessione e ricerca. Da ogni parola della citazione sopra riportata si comprende chiaramente che il Maulana Madani non conosce il significato tecnico della nazionalità ed è del tutto ignaro degli scopi e degli obiettivi del Congresso. Non ha riflettuto neppure minimamente sul significato dei «diritti fondamentali». Anzi, non sa affatto in quale modo, secondo l’attuale costituzione, le competenze e i limiti delle organizzazioni collettive che cita ripetutamente penetrino nell’ambito della civiltà, delle credenze religiose e del carattere morale. Dal modo in cui ha usato termini quali cultura, civiltà, legge personale e simili risulta chiaramente che, pur essendo una persona tanto grande, un «alim e venerabile», non ha compreso affatto il significato e la natura di tali parole: lo affermo con piena responsabilità e dopo averci riflettuto attentamente. Mi sono reso conto che il mio linguaggio così esplicito sarà insopportabile per coloro che sono abituati a giudicare la verità secondo il criterio delle persone, invece di giudicare le persone secondo il criterio della verità. Perciò mi sono preparato a sentire, in risposta a queste parole, ancora qualche insulto. Ma quando vedo chiaramente che, sotto il sacro certificato della leadership religiosa, i musulmani vengono guidati su una strada errata, condotti verso concezioni false e infondate invece che verso la verità autentica e la dottrina corretta, e spinti verso una via enorme, con un abisso profondo e senza fondo, come se fosse una semplice, diritta e aperta strada maestra, mi è diventato impossibile assistervi con pazienza. Pertanto, se le mie parole chiaramente veritiere suscitano l’ira di qualcuno, è mio dovere essere pienamente preparato ad affrontarne le conseguenze.

Obiettivo fondamentale della nazionalità regionale

Rileggete ciò che è stato citato in precedenza, nello spiegare la nazionalità, dalle opere di Lord Bryce «Relazioni internazionali» e «Enciclopedia del carattere morale e delle religioni». Secondo questo significato, gli individui possono trasformarsi in una nazione per una sola ragione fondamentale: deve esistere una forza attrattiva che sia presente in tutti loro come la vita e li mantenga uniti gli uni agli altri. Ma la semplice presenza di tale attrazione non è affatto sufficiente a formare una «nazione». Essa deve essere estremamente potente, così da poter frantumare quelle correnti di pensiero che tengono separati gli individui o i piccoli gruppi di individui. Infatti, se gli elementi di separazione sono troppo forti per essere contrastati dalle correnti di pensiero unificatrici, queste non possono riuscire a creare l’unione; in altre parole, non possono formare una «nazione». Inoltre, per una nazionalità sono necessarie la lingua, la letteratura, la tradizione storica, gli usi e i costumi, la socialità e lo stile di vita, le correnti di pensiero e le dottrine, gli interessi economici e gli obiettivi materiali. Tutti questi elementi devono essere compatibili con la natura delle correnti di pensiero che creano l’unione. In altre parole, non deve esservi nulla che possa risvegliare correnti di pensiero separatrici. Tutto ciò, infatti, esercita un’influenza sull’unificazione degli individui. Solo se la loro inclinazione e la loro tendenza sono favorevoli all’obiettivo principale del «messaggio dell’unione», essi possono svolgere il compito di creare l’unione. Altrimenti formeranno gruppi secondo un metodo completamente diverso e il compito di creare una «nazione» diventerà estremamente debole.

Ora bisogna riflettere su quali possano essere i mezzi per riunire e unire le diverse nazionalità che vivono in un paese in questo senso. Per quanto si rifletta sull’argomento, sembrano possibili soltanto due mezzi. Il primo consiste nel lasciare tali nazionalità stabilmente nella loro individualità nazionale e stipulare tra loro un accordo «federale» a condizioni chiare e precise, in virtù del quale esse collaborino soltanto per gli interessi comuni, rimanendo invece completamente libere e sovrane in ogni altro ambito. Ma il Congresso ha adottato questa via? Non resta che rispondere: «No». Il secondo mezzo è il seguente: come si possono trasformare ora queste nazionalità in una «sola nazione»? … A tal fine, deve essere necessariamente riconosciuta anzitutto una forza attrattiva comune e un messaggio centrale dell’unione. Una simile forza attrattiva e un simile messaggio centrale dell’unione possono essere costituiti soltanto dalla combinazione dei seguenti elementi: primo: il nazionalismo patriottico,

secondo: l’odio verso i nemici stranieri e

terzo: l’incoraggiamento degli interessi economici comuni.

Inoltre, come ho detto sopra, questa forza attrattiva deve essere così potente che le correnti di pensiero e i fattori che hanno mantenuto separate queste nazionalità impallidiscano completamente davanti ad essa. Infatti, se il musulmano prova una fortissima attrazione per l’Islam, l’induista per la religione indù e il sikh per la religione sikh, e ogni volta che si presenti la questione della religione e della nazionalità i musulmani si uniscano ai musulmani, gli induisti agli induisti e i sikh ai sikh, mentre ciascuno si faccia avanti con un gruppo distinto a sostegno della propria posizione, ciò significa che l’«amore per la patria» non è riuscito a trasformare molte nazionalità in una «sola nazione». Che il musulmano riconosca l’Islam, che l’induista rimanga fedele alla dottrina indù e che vada talvolta al tempio: tutto questo è una questione completamente separata. Ma, per diventare una «sola nazione», ciascuno deve attribuire un’importanza preponderante al patriottismo, così che ogni seguace di una religione sia capace di sacrificare per la patria la propria religione e le proprie convinzioni. Senza una simile corrente di pensiero, caratterizzata da devozione assoluta e sincera, non può formarsi alcuna nazionalità «patriottica».

Questo è appunto il seme fondamentale del nazionalismo patriottico o regionale. Questo seme non può mai produrre un albero, finché non si creino un clima e un ambiente adatti. Sono dunque indispensabili un terreno e una stagione favorevoli. Ho già detto che, per creare l’attrazione della nazionalità, sono assolutamente indispensabili la lingua, la letteratura, le tradizioni, gli usi e i costumi, la socialità e lo stile di vita, le correnti di pensiero e le dottrine, nonché gli interessi economici e gli obiettivi materiali. Sono proprio queste cose a organizzare in modo strutturato i gruppi umani e la società. Tutto ciò deve essere spontaneamente presente nella natura della forza attrattiva della nazionalità. Infatti, se la tendenza di queste diverse forze, che creano la comunicazione tra individui differenti, fosse certamente orientata alla separazione, esse si opporrebbero con estrema forza alla creazione dell’unione e della coesione, e non permetterebbero in alcun modo la formazione di una “nazione unica”. Pertanto, per costituire una nazione unita, è assolutamente necessario annientare, all’interno di ciascun popolo, le forze che generano le correnti di pensiero delle nazionalità distinte; al loro posto diventa indispensabile tingere l’intero popolo dello stesso colore e, gradualmente, plasmarne tutti i membri secondo lo stesso ideale nazionale, creando in loro un carattere comune e una comune concezione morale. Bisogna diffondere tra loro lo stesso tipo di pensiero, dottrina e ideale, rendendoli tali che, d’ora in poi, tutti possano essere conosciuti e considerati come appartenenti alla stessa società. I loro sentimenti, il loro punto di vista e la loro prospettiva dovranno essere del tutto identici; dalla stessa fonte della storia dovrà scaturire in loro il sentimento dell’antica gloria e, alla fine, non dovrà rimanere assolutamente alcuna ragione capace di generare opposizione e disparità tra loro. È proprio a questo scopo che è stato elaborato il “Piano Wardha”. Anche il “Piano Vidyamandir” aveva questo stesso scopo. Tale obiettivo era stato indicato con parole chiare in entrambi i piani. Ma Maulana Madani non ha affatto esaminato questi piani né i loro programmi di studio. Pandit Nehru da diversi anni continua a suonare proprio la tromba di questa nazionalità. Eppure nessuno dei suoi discorsi o scritti è giunto all’attenzione di Maulana Madani. Ogni persona investita di responsabilità nel Congresso ha proclamato e scritto la stessa cosa, e continua anche a diffonderla con forza, con l’aiuto del potere statale ottenuto dal nuovo ordinamento costituzionale. Ma Maulana Madani non riesce ad ascoltare, vedere né percepire nulla di tutto ciò. Eppure ciascuna delle istituzioni generali da lui menzionate sta portando a compimento proprio queste opere, poiché l’ambito d’azione di tali istituzioni si estende fino a comprendere ogni cosa: la tahdhīb-tamaddun, la cultura, il diritto personale e così via. Tuttavia, benché ogni giorno tali opere vengano realizzate da un’estremità all’altra dell’India, neppure il più flebile rumore giunge alle orecchie di Maulana Madani. Tra tutte queste cose, egli ha ottenuto una sola cosa: quella chiamata “diritti fondamentali”. Facendo affidamento unicamente su di essa, egli osa propagandare il principio della “nazionalità unica” come se fosse l’ideale del Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui). In realtà, questi “diritti fondamentali” non sono sotto alcun aspetto migliori della celebre proclamazione della regina Vittoria. Noi peccatori non siamo in grado di osare paragonare una simile astuta manovra della diplomazia occidentale all’opera del Nobile Messaggero (pace e benedizioni su di lui). Naturalmente, il caso di coloro che possiedono tanta taqwā e tanta scrupolosità religiosa da poter sperare nel perdono anche dopo aver avuto l’ardire di commettere una simile ingiustizia è un’altra questione.

Sfruttare l’opportunità offerta dalle parole ambigue

Maulana Madani si è fissato nella mente un significato particolare di “nazionalità unica”. Egli stesso ne ha stabilito i limiti, tenendo conto di ogni sorta di condizione diabolica e chiudendo ogni possibile via d’uscita. Lo presenta con cautela, affinché nessuno possa muovergli obiezioni dal punto di vista delle norme della sharīʿa. Ma il suo errore principale consiste proprio nell’aver dato per certo che anche il Congresso condivida ciò che egli ha concepito personalmente. Il Congresso, invece, è lontanissimo da tutto questo. Se Maulana Madani si fosse limitato a dire: “Con ‘nazionalità unica’ intendo questo”, non avremmo avuto alcuna controversia con lui. Ma egli non si è fermato qui; è andato oltre e afferma anche che questo è l’obiettivo del Congresso e che il Congresso agisce interamente secondo l’ideale del Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui). Secondo lui, è dovere dei musulmani consacrarsi con animo completamente intrepido e senza timore al movimento della nazionalità unica. È proprio da qui che comincia il nostro dissenso nei suoi confronti. Facciamo un esempio. Con l’espressione “versare acqua”, una persona intende far piovere acqua, mentre un’altra ha chiamato “versare acqua” l’appiccare un incendio. È facile comprendere quale grande ingiustizia si commetterebbe ignorando questa differenza verbale e consigliando di affidare a quest’ultima persona le case e i beni di tutti. Proprio per casi di questo genere, nel Sacro Corano è stato impartito il comando che, quando una parola può ricevere sia un significato errato sia uno corretto e si vede che il suo uso provoca una situazione perturbatrice per i miscredenti, i musulmani non devono usare parole di questo tipo.»يايُّها اللَّذِينَ اَمَنُوا لا تقولوا راعنا وقولوا انظرنا واسمعوا ط وللكافرينَ عذابٌ اَليْمٌ – (البقرة: 104)

“O voi che avete creduto, non dite ‘rāʿinā’, ma dite ‘unẓurnā’ e ascoltate. Per i miscredenti vi è un castigo doloroso.” — Sūra al-Baqara: 104

Pertanto, sarebbe stato meglio se Maulana Madani, per esprimere il proprio atteggiamento, avesse usato qualche termine come “amicizia reciproca” e simili, presentandolo non come politica e azione del Congresso, ma come una proposta e una raccomandazione da parte sua. Se almeno adesso facesse alla comunità una simile concessione, anche minima, sarebbe davvero una grande benevolenza. Altrimenti, nei suoi scritti vi è il serio rischio che si produca una grande calamità. Di conseguenza, potrebbe ripetersi anche in epoca moderna ciò che si diceva un tempo: “I re e i sovrani tiranni, così come i governanti corrotti, facevano tutto ciò che volevano, mentre gli ʿulamāʾ lo dimostravano vero ricorrendo alle prove del Corano e degli ḥadīth; usarono la religione come strumento di oppressione e sfruttamento.”رَبَّنَا لاَ تجعلنَأ فتنةً لِّقَومٍ الظَّلِمِيْنَ – (يونس: 85)

“O nostro Signore, non farci diventare una causa di tentazione per gli ingiusti.” — Sūra Yūnus: 85

Dopo la pubblicazione dell’opuscolo menzionato di Maulana Madani, è diventato estremamente urgente analizzare la “nazionalità” da una prospettiva puramente scientifica e mettere in luce la differenza fondamentale tra le dottrine islamiche e quelle non islamiche su questo tema. Se ciò verrà fatto, ogni falsa concezione al riguardo sarà rimossa dalle menti delle persone, che potranno così scegliere consapevolmente e con cognizione di causa una delle due vie. Questo era il dovere degli ʿulamāʾ; ma quando il principale esponente della comunità degli ʿulamāʾ ha innalzato la bandiera della “nazionalità unica” e nessun ʿālim si mostra disposto ad adempiere al proprio autentico dovere, allora anche la gente comune come noi dovrà occuparsene. — Tarjumān al-Qurʾān: febbraio 1939

 

Può mai il nazionalismo garantire la liberazione?

Quando Maulana Ubaidullah Sindhi tornò in India dopo aver vissuto a lungo in esilio, fu invitato, da parte della Jamiat degli Ulama del Bengala, a presiedere la sua sessione di Calcutta. Leggendo il discorso da lui pronunciato in quell’occasione, gli abitanti dell’India ebbero per la prima volta l’opportunità di conoscere la sua particolare dottrina. Qui riportiamo le parti del suo discorso che hanno suscitato particolare indignazione tra i musulmani: Uno: “Se il mio Paese vuole salvarsi dagli effetti nocivi e dai danni della rivoluzione che ora ha inghiottito il mondo intero e continua a inghiottirlo ogni giorno di più, deve promuovere e sviluppare il nazionalismo secondo l’ideale europeo. Il mondo intero è ben consapevole di quanto il nostro Paese fosse rinomato in epoche passate. Ma, se attualmente non riusciamo a stabilire la nostra dignità tra le nazioni, non potremo trarre alcun beneficio dalla nostra fama passata.”

Due: “Raccomando ai nostri leader religiosi e nazionali di cercare di trarre il massimo possibile dei vantaggi dai duecento anni di governo del Governo britannico. Ora dobbiamo abbandonare il modo in cui abbiamo limitato il nostro progresso nutrendo odio verso l’Europa. A questo proposito ho studiato e osservato pienamente la rivoluzione della nazione turca, da Sultan Mahmud fino alla democrazia istituita da Mustafa Kemal. Desidero che il nostro Paese sia considerato un membro onorato nelle conferenze internazionali dell’Europa. Ma, a tal fine, dobbiamo necessariamente sentire la necessità di creare una rivoluzione nel campo sociale.”

Spiegando questa rivoluzione sociale, Maulana Sindhi presentò un programma rivoluzionario per la provincia del Sindh. Disse: “Gli abitanti del Sindh indosseranno abiti prodotti nel loro stesso Paese; tuttavia, questi avranno la forma di cappotti e pantaloni, oppure di camicie con colletto e ‘pantaloncini’. I musulmani possono indossare pantaloncini lunghi fino sotto il ginocchio. In entrambi i casi si userà il cappello. Nella moschea, i musulmani si toglieranno il cappello e pregheranno la salat a capo scoperto.”

Maulana Sindhi è una persona esperta e di ampie vedute. Il grande sacrificio che ha compiuto per diversi anni per i propri ideali e obiettivi dimostra la sua sincera dedizione ai suoi ideali. In tali circostanze, qualora egli proponesse una soluzione a uno qualsiasi dei nostri diversi problemi sociali, per quanto essa possa apparire esteriormente come il frutto dell’esperienza, della riflessione e della ricerca, è nostro dovere esaminare le sue dottrine secondo criteri scientifici, liberando la nostra mente da ogni dubbio e perplessità.

È nostra convinzione che, quando a una persona esperta e intelligente diventino chiaramente evidenti gli errori insiti in ciò che ha detto con buone intenzioni, essa non esiterà ad abbandonarlo. E se non fosse assolutamente disposta ad abbandonarlo, allora sarebbe assolutamente necessario sradicare questa dottrina errata sotto i duri colpi della critica scientifica.

Il nazionalismo sulla base dell’opportunismo

Le ragioni, gli argomenti e i consigli forniti dall’oratore per elevare il nazionalismo sulla base dei principi europei sono i seguenti: Uno: se il nostro Paese vuole salvarsi dalla corrente rivoluzionaria che ha avvolto il mondo intero e continua a inghiottirlo sempre più, …..” si dovrà fare in quel modo.

Secondo: «Il mondo conosce le nostre glorie e i nostri fasti passati; ma non potremo trarne alcun beneficio se non riusciremo a conquistare il posto e la dignità che ci spettano tra le nazioni contemporanee».

Ed è evidente che questo posto e questa dignità si possono ottenere soltanto imitando le nazioni occidentali. Terzo: i due capitoli della nostra civiltà indiana — quello antico, noto come civiltà indù, e quello moderno, conosciuto come civiltà islamica — sono entrambi fondati su concezioni religiose. La moderna dottrina europea, invece, è completamente separata dal pensiero religioso. Essa si fonda esclusivamente sulla scienza e sulla filosofia. Pertanto, se nel nostro Paese non si svilupperà la capacità di comprendere questa rivoluzione, ne usciremo inevitabilmente danneggiati».

Qui, con l’espressione «capacità di comprendere», molto probabilmente intendeva dire «capacità di accettare». Lo dimostrano infatti le premesse da lui esposte in precedenza.

È necessario verificare e analizzare queste tre affermazioni. Innanzitutto, non ci è stato chiesto di accettare qualcosa perché vero o accettabile sul piano dei principi; ci è stato chiesto di accettarlo perché necessario secondo l’evolversi delle circostanze e una politica di opportunità (Expediency). In questa situazione, quale valore può avere il subcontinente agli occhi di una persona musulmana idealista? Un simile modo di vedere — occorre fare questo per evitare un certo danno, facendo questo si otterrà un certo vantaggio; oppure una certa cosa non è più praticabile nel mondo d’oggi e al suo posto bisogna introdurre «quest’altra» — non può essere adottato da una persona idealista, morale e fedele a una concezione ideologica. Non è altro che una prospettiva puramente opportunistica (Opportunism). Non può avere alcun rapporto con la conoscenza, la ragione e la filosofia morale. Un uomo di principi e fedele a un ideale, dopo aver riflettuto, studiato, verificato e analizzato, accetterà l’idea e l’ideale che ritiene veri e agirà fermamente secondo essi: questa è l’unica linea d’azione corretta. Se in altri Paesi del mondo si opera secondo una politica erronea, è suo dovere non seguirne le orme, ma cercare di condurre l’intera società umana verso il proprio ideale. Se il rifiuto di seguire il mondo ci costringerà a subire sofferenze e difficoltà, sarà opportuno sopportarle con grande pazienza e perseveranza. Se proprio perché non seguiamo il mondo esso rifiuta di riconoscere il nostro valore, dovremmo calpestare un mondo simile. La misura e la dignità terrene non sono il nostro mabūd, non sono il nostro Signore; non possiamo correre qua e là per compiacerle. Anche se l’«epoca» della verità che riteniamo tale fosse ormai trascorsa, è auspicabile che possediamo ancora la personalità e la consapevolezza di sé necessarie ad afferrare l’«orecchio» dell’epoca e ricondurla alla verità. Cambiare se stessi insieme ai mutamenti del tempo può essere la regola dei codardi, non quella di una persona idealista.

A questo proposito, i musulmani dovrebbero dimostrare almeno il massimo della fermezza e dell’idealismo, nella misura in cui lo dimostrarono i seguaci di Karl Marx durante la Prima guerra mondiale. Nel 1914, quando risuonavano i tamburi della guerra mondiale, tra i membri della «Seconda Internazionale» sorsero terribili divergenze riguardo a questo nazionalismo. I socialisti che operavano nel fronte internazionale dei socialisti, vedendo le rispettive nazioni gettarsi nella fornace della guerra, furono ispirati dalla mentalità ristretta del nazionalismo cieco e desiderarono sostenere, nella guerra in corso, le proprie nazioni. I marxisti, tuttavia, proclamarono: secondo l’ideale (?) per il quale abbiamo iniziato a combattere, i capitalisti di tutte le nazioni del mondo sono nostri nemici e tutti i lavoratori e operai sono nostri amici; in tali circostanze, come possiamo sostenere il nazionalismo? Esso infatti divide e separa i lavoratori gli uni dagli altri, li induce a combattere gli uni contro gli altri insieme ai capitalisti; e proprio sulla base di questo principio i marxisti ruppero i rapporti con molti dei loro compagni di lunga data. Inoltre, i comunisti autentici frantumarono con le proprie mani l’idolo di questo nazionalismo ristretto. I comunisti tedeschi combatterono contro la Germania per il proprio ideale, i comunisti russi contro la Russia per il proprio ideale e, allo stesso modo, i comunisti di ogni Paese combatterono contro il governo del proprio Paese per il proprio ideale. Come i comunisti hanno una dottrina e un ideale, così anche un musulmano ha una dottrina e un ideale. In tali circostanze, perché mai un musulmano dovrebbe allontanarsi dal proprio ideale per salvarsi da perdite e danni o per ottenere da qualcuno una briciola di dignità? Se tuttavia se ne allontanasse, sarebbe suo dovere comprendere anzitutto bene che cosa sta abbandonando e che cosa sta per adottare. Abbandonare un principio, infatti, non è altro che una semplice debolezza; ma continuare a considerarsi seguace di un principio dopo essersene allontanati è, oltre che una debolezza, anche un segno di incoscienza. Finché agirò in ogni aspetto della vita secondo la dottrina e le prescrizioni islamiche, resterò «musulmano». Se mai abbandonassi questa dottrina per adottarne un’altra, continuare allora a considerarmi «musulmano» non sarebbe altro che una grave ignoranza. Accettare una dottrina non islamica pur essendo musulmano è chiaramente privo di senso. «Musulmano nazionalista», «musulmano comunista» e simili sono espressioni contraddittorie; è un errore esattamente come dire «comunista fascista», «macellaio giainista», «proprietario terriero comunista» o «politeista monoteista».

Nazionalismo e Islam

Coloro che rifletteranno sul significato del nazionalismo e sulla sua profonda essenza riconosceranno senza dubbio che, per spirito intrinseco, obiettivi e finalità, l’Islam e il nazionalismo sono due ideali contrapposti. L’Islam invita tutta l’umanità, senza distinzione, in quanto esseri umani. Esso presenta all’intera umanità un ordinamento morale fondato su un ideale e sulla fede, istituisce un sistema sociale basato sulla giustizia e sul timore di Dio e invita tutti gli esseri umani, senza distinzione, ad accettarlo. In seguito, accoglie entro i suoi confini tutti coloro che lo accettano, garantendo loro uguali diritti e dignità. In nessun ambito dell’adorazione, dell’economia, della società, dei diritti e dei doveri giuridici dell’Islam, né in alcun altro campo, esso crea discriminazioni tra i musulmani su base etnica, genealogica, geografica o di classe. Il fine supremo dell’Islam è costituire uno Stato mondiale (World state) nel quale, spezzando tutti i vincoli dell’odio e dell’ostilità genealogica ed etnica tra gli esseri umani, si istituisca un ordinamento civile e politico che garantisca a tutta l’umanità pari diritti e pari opportunità. Al posto della competizione ostile tra i membri della società, si instaurerà una cooperazione fondata sull’amicizia reciproca. Di conseguenza, tutti gli esseri umani si aiuteranno reciprocamente a conseguire prosperità e progresso materiale e a realizzare elevazione spirituale. Il principio e il sistema di vita che l’Islam propone per il bene dell’umanità possono essere accettati dalla gente comune solo quando in essa non siano presenti alcuno spirito jahilita né odio e ostilità. Liberandosi dall’incanto della tradizione nazionale, dall’ebbrezza dell’aristocrazia e dell’orgoglio genealogici e dal cieco attaccamento ai legami del sangue e della terra, l’essere umano deve valutare la verità, la giustizia, l’equità e l’onestà semplicemente in quanto uomo, non in quanto membro di una classe, di una nazione o di un paese; deve cercare la via del bene dell’intera umanità nel suo complesso.

Al contrario, il nazionalismo crea tra gli esseri umani una distinzione fondata sulla nazionalità. Come inevitabile conseguenza del nazionalismo, il nazionalista di ogni nazione considererà la propria nazione superiore a tutte le altre. Anche se non sarà un nazionalista estremamente aggressivo (Aggressive Nationalist), per il semplice fatto di essere nazionalista sarà costretto a distinguere, sotto il profilo sociale, economico, politico e giuridico, tra la propria nazione e le altre. Cercherà di riservare alla propria nazione, per quanto possibile, maggiori interessi, vantaggi e opportunità. Sarà costretto a erigere barriere di disuguaglianza economica in nome dell’interesse nazionale. Inoltre, per preservare le tradizioni e gli antichi sentimenti di ostilità sui quali si fonda il suo nazionalismo e per mantenere vivo in sé il senso della superiorità nazionale, dovrà impegnarsi costantemente. Non sarà disposto a condividere con gli appartenenti alle altre nazioni, sulla base del principio di uguaglianza, alcun settore della vita. Ovunque la sua nazione continui a ottenere, o possa ottenere, maggiori interessi, vantaggi e opportunità rispetto alle altre nazioni, dalla sua mente e dalla sua coscienza non uscirà una sola parola di giustizia. Il suo obiettivo supremo sarà istituire uno Stato nazionale (National state) invece dello Stato mondiale (World State). Anche se adotterà un’ideologia universale, questa si trasformerà inevitabilmente in imperialismo, perché nel suo Stato non si potrà mai accordare agli appartenenti alle altre nazioni un posto in qualità di partner alla pari. Essi potranno essere accolti soltanto come schiavi e servi degli schiavi.

Qui è stata esposta soltanto una trattazione generale dei principi, degli obiettivi e dello spirito intrinseco di queste due dottrine. Da questa breve discussione risulta con assoluta chiarezza che esse sono completamente contrapposte. Dove prevarrà il nazionalismo, l’Islam non potrà mai affermarsi. Analogamente, dove sarà instaurato l’Islam, questo nazionalismo non potrà sopravvivere nemmeno per un istante. Se il nazionalismo si sviluppa e prospera, vi sarà sbarrata la via alla predicazione e all’affermazione dell’Islam. E se l’Islam si afferma, le radici del nazionalismo saranno necessariamente estirpate. In tali circostanze, una persona può adottare nello stesso momento una sola delle due dottrine. Una persona può adottare nello stesso momento una sola dottrina. Nessuno può salire contemporaneamente su queste due barche dirette in direzioni opposte. Pretendere di seguire una dottrina e, nello stesso tempo, sostenere, aiutare e favorire l’ideale esattamente opposto è segno di aberrazione mentale. Di coloro che agiscono in questo modo dobbiamo necessariamente dire che o non hanno compreso l’Islam, o non hanno compreso il nazionalismo, oppure non sono stati capaci di comprendere correttamente nessuna delle due.

La vera natura del nazionalismo europeo

Sopra è stato menzionato soltanto ciò che si può comprendere riflettendo sulle origini fondamentali del nazionalismo. Dobbiamo però procedere oltre e sottoporre a esame anche il nazionalismo europeo.

Nell’antica epoca della jahiliyya, la concezione del nazionalismo non aveva ancora raggiunto una grande maturità. Poiché gli esseri umani non avevano ancora abbracciato pienamente il nazionalismo, erano maggiormente immersi nello spirito genealogico o tribale. Di conseguenza, in quell’epoca persino grandi filosofi e scienziati erano stati accecati dall’ebbrezza del nazionalismo. Un pensatore di alto livello come Aristotele, nella sua opera Politics, sostenne che le nazioni incivili e barbariche sono state create per essere schiave. Secondo lui, combattere per ridurre in schiavitù queste persone è uno dei mezzi per produrre ricchezza. Ma quando vediamo che i Greci consideravano barbari tutti i non Greci, possiamo comprendere immediatamente la gravità dell’opinione espressa da Aristotele. Essi infatti erano fermamente convinti che il carattere morale e i diritti umani degli abitanti della Grecia fossero completamente distinti da quelli degli altri popoli del mondo.

Questo seme originario del nazionalismo si affermò in seguito in Europa. La dottrina cristiana, tuttavia, ne aveva a lungo ostacolato il progresso. L’insegnamento di un profeta, per quanto possa essere stato deformato, può naturalmente adottare una visione umana ampia invece della prospettiva ristretta del tribalismo e del nazionalismo. Inoltre, poiché la politica statale totalizzante dell’imperialismo romano aveva posto molte piccole nazioni sotto il dominio e l’influenza di un’unica forza centrale, aveva ridotto considerevolmente l’intensità dell’odio e dell’ostilità nazionali e tribali. In questo modo, per diversi secoli, la supremazia e l’autorità spirituale del papa e il dominio e l’autorità politici dell’imperatore, agendo insieme, mantennero strettamente unito il mondo cristiano. Tuttavia, entrambe queste forze si aiutavano reciprocamente nell’oppressione, nella repressione e nell’opposizione al sapere e alla scienza. Erano invece impegnate in una reciproca ostilità per quanto riguardava il potere e l’autorità terreni e la ripartizione degli interessi materiali. Da un lato, i loro conflitti reciproci; dall’altro, le loro attività malvagie, la tirannia e l’oppressione; e, in terzo luogo, la moderna rinascita scientifica diedero origine, nel sesto secolo, a un movimento religioso e politico. Questo movimento fu chiamato «movimento della Riforma».

Come risultato di questo movimento, ebbe fine il potere oppositore del papa e dell’imperatore contro il progresso e le riforme. D’altra parte, però, si verificò anche un danno: a causa di ciò, le varie nazioni unite da un medesimo vincolo si separarono. Il movimento della Riforma (Reformation) non riuscì a offrire alcuna alternativa al rapporto spirituale esistente tra le diverse nazioni cristiane. Dopo che l’unità e la coesione religiosa e politica furono spezzate e le nazioni si separarono l’una dall’altra, esse cominciarono a costituire, in ordine sparso, i propri distinti Stati nazionali. La lingua e la letteratura di ciascuna nazione cominciarono a svilupparsi separatamente. Gli interessi economici di ogni nazione iniziarono a differenziarsi da quelli delle altre nazioni vicine. In tal modo cominciò ad affermarsi una nuova nazionalità su basi etniche, politiche, economiche e culturali. Essa cominciò a prendere il posto del senso di superiorità genealogica e dell’odio e dell’inimicizia. In seguito, tra le diverse nazioni cominciarono a emergere conflitti e competizioni (Competition). Ebbero inizio guerre e lotte. Una nazione cominciò a colpire senza esitazione gli interessi di un’altra. Continuò a manifestare il culmine della tirannia e dell’oppressione. Di conseguenza, l’amarezza all’interno della concezione della nazionalità cominciò a intensificarsi. In questo modo il senso di nazionalità (sence of Nationality) si trasformò in «nazionalismo» (Nationlism).

Il nazionalismo in Europa raggiunse questo grado di affermazione e sviluppo soltanto dopo aver generato una feroce competizione e conflitti con le nazioni vicine; perciò esso incluse inevitabilmente le seguenti quattro concezioni: Primo: l’orgoglio della nobiltà nazionale. Per questo motivo una persona diventa cieca adoratrice della propria tradizione e delle proprie caratteristiche nazionali. Comincia a considerare la propria nazione, sotto ogni aspetto, superiore, più evoluta e migliore di tutte le altre. Secondo: la superbia nazionale. Per questo motivo l’uomo è costretto a sostenere la propria nazione in ogni circostanza, al di sopra del giusto e dell’ingiusto. Terzo: la concezione della difesa nazionale. Essa costringe la nazione a compiere molte azioni per preservare i suoi interessi reali e immaginari, dalla difesa del proprio paese fino all’attacco di territori stranieri. Per proteggere gli interessi economici diventa assolutamente necessario aumentare o ridurre i dazi sulle importazioni e sulle esportazioni, controllare l’ingresso di persone appartenenti ad altre nazioni, impedire agli stranieri, entro i confini del proprio paese, di trovare mezzi di sostentamento e di ottenere diritti civili, cercare di acquisire una forza militare eccessiva per difendere il paese e recarsi in altri Stati per proteggere il proprio paese e la propria nazione. Quarto: l’orgoglio nazionale e il senso di superiorità (National Aggrandisment). Esso risveglia in ogni nazione in sviluppo e dotata di potere la concezione della superiorità e del predominio sulle altre nazioni del mondo. La induce a perseguire la propria prosperità spendendo le risorse delle altre nazioni. Una nazione potente, ritenendosi responsabile della diffusione della civiltà e della cultura tra i popoli arretrati e considerando un proprio diritto naturale godere delle risorse naturali degli altri paesi, sfrutta le nazioni deboli.

Inebriati da questo nazionalismo europeo, alcuni proclamano: «La Germania al di sopra di tutti»; altri rivendicano: «L’America è il paese di Dio». Alcuni dicono: «Essere italiani è il nucleo della religione». Dalle labbra di altri si ode questa proclamazione: «Il diritto naturale di governare appartiene esclusivamente agli inglesi». Così ogni nazionalista sostiene, come fosse un principio religioso, questa opinione: «Il mio paese, abbia ragione o torto» (My country Wrong or right). In realtà, questa follia del nazionalismo ha maledetto crudelmente l’umanità del mondo contemporaneo. È estremamente pericolosa per la civiltà umana. Trasforma l’uomo in una bestia feroce nei confronti di tutti coloro che non appartengono alla sua stessa nazione.

Non si definisce nazionalismo il semplice amore per la propria nazione e il desiderio di vederla libera, prospera e sviluppata. In sé, infatti, questa è senza dubbio una concezione nobile e pura. In realtà, non è l’amore per la propria nazione, bensì l’ostilità, l’odio, l’invidia, il rancore e il desiderio di vendetta contro le nazioni straniere a creare questo nazionalismo e a nutrirlo. L’atteggiamento ferito dall’aggressione del nazionalismo e il fanatismo nazionale oppresso accendono nel cuore dell’uomo una sorta di fuoco; e questo, in realtà, diventa la fonte della vita del nazionalismo. Questo fuoco trasforma perfino la grande e sacra concezione dell’amor di patria, contaminata dall’ego della nostra epoca barbara, in qualcosa di impuro. In ogni nazione, questa concezione si risveglia inizialmente per vendicarsi di qualche oppressione reale o immaginaria subita da una nazione straniera. Ma poiché nessuna norma morale, nessun insegnamento spirituale e nessuna legge della Sharia di Allah ne dirige il cammino, essa oltrepassa i limiti e dà origine all’imperialismo (Imperialism), al nazionalismo economico (Economic Nationalism), all’odio etnico, alle guerre e alle calamità internazionali. Uno scrittore famoso dell’epoca moderna, Francis W-Cocker, ha scritto:

«Alcuni scrittori nazionalisti sostengono che il diritto di vivere indipendentemente appartenga soltanto alle nazioni progredite……, dotate di una cultura e di una ricchezza spirituale superiori. Il loro ragionamento è che il diritto e il dovere di una nazione civile di alto livello non consistano soltanto nel difendere la propria libertà e nel gestire i propri affari interni senza l’intervento altrui, ma anche nell’estendere la propria influenza e il proprio dominio sulle nazioni relativamente arretrate; a tal fine, non vi è ostacolo nemmeno all’uso della forza. Essi affermano che ogni nazione progredita possieda una dignità di portata mondiale e che non abbia il diritto di seppellire le proprie capacità e i propri talenti interiori soltanto nel suolo del proprio paese, né di impiegarli esclusivamente per il proprio sviluppo, lasciandosi guidare dall’egoismo. ….. In realtà, furono proprio tali opinioni e argomentazioni a essere utilizzate, nell’ultima parte del XIX secolo, a sostegno dell’imperialismo, per sottoporre l’Europa e l’America alla politica imperialista: si ricorse esattamente a questo tipo di argomentazioni.»

Ha inoltre scritto: «Ancora oggi si afferma che, quando una grande nazione viene attaccata, essa non ha soltanto il diritto di difendersi, ma anche quello di opporsi a qualsiasi azione dannosa per il suo modo di vivere indipendente e per la sua prosperità. La semplice difesa dei propri confini, l’assoggettamento delle proprie risorse al proprio controllo e la salvaguardia del proprio onore non sono sufficienti per la vita di una nazione. Per sopravvivere, essa deve fare molto di più. Deve avanzare, espandersi, accrescere la propria forza militare e mantenere le proprie caratteristiche e il proprio splendore nazionale. Altrimenti, quella nazione scenderà gradualmente verso il declino e, alla fine, la sua esistenza sarà annientata nella competizione internazionale. Quanto maggiore sarà il successo di una nazione nel proteggere i propri interessi e nell’ampliare la propria sfera d’influenza e di dominio politico ed economico, tanto maggiore sarà il suo diritto di sopravvivere. La vittoria in guerra è la prova più evidente che una nazione è la più idonea (Fittest). Nelle parole del dottor Beejhat: “La guerra costruisce le nazioni.”»

Egli scrisse poi: «Anche la teoria darwiniana dell’evoluzione è stata utilizzata in modo completamente erroneo a sostegno di queste dottrine. Ernst Haeckel (Ernist Haekel) fu in Germania il primo e il più autorevole “portavoce” del darwinismo! Egli applicò con grande cautela le sue teorie biologiche alla filosofia e alla sociologia (Sociology). Considerava l’egoismo e l’autoadorazione una legge biologica universale e affermava che tale legge opera nella società umana come un sistema di distruzione ereditaria dell’umanità. Secondo lui, sulla terra non esistono mezzi di sussistenza sufficienti per tutti gli esseri viventi che vi nascono. Di conseguenza, la stirpe degli esseri più deboli si estingue. E ciò non soltanto perché, nella violenta lotta e competizione per procurarsi le limitate risorse della terra, essi non sono in grado di competere con successo con gli altri, ma anche perché non possiedono la forza necessaria per opporsi all’avanzata vittoriosa degli esseri più forti. In questo modo Karl Pearson (Karl Pearson) definì il conflitto e la lotta internazionali “un capitolo della storia naturale dell’umanità”. La sua tesi è che, dal punto di vista della concezione scientifica della vita (Scientific View of Life), l’evoluzione della civiltà e della cultura umana avvenga fondamentalmente grazie a quella lotta e a quel conflitto che esistono eternamente non solo tra gli individui, ma anche tra le nazioni. Quando una nazione di classe superiore distrugge i discendenti deboli e accresce le proprie capacità interne creando soltanto una stirpe forte, comincia a sviluppare la propria capacità esterna (Fitness) confrontandosi con le altre nazioni. In questo conflitto le nazioni deboli (inadatte) vengono annientate. Rimangono soltanto le nazioni forti. In tal modo, nel complesso, l’intera umanità procede verso il progresso. Una nazione può dimostrare di essere all’altezza delle altre nazioni più progredite proprio quando continua a impegnarsi e a competere con esse nel commercio e negli affari, per procurarsi materie prime e alimenti. Se comincia a vivere in armonia con le nazioni inferiori, bisogna ritenere che abbia ritirato la propria pretesa di superiorità. E la superiorità di una nazione può essere dimostrata e consolidata soltanto se essa espelle tali nazioni e occupa il loro paese, oppure concede loro il diritto di stabilirvisi e lo utilizza a proprio vantaggio. —Recent political Thought, New York, 1934, pp. 443-48.»

Un altro autore, di nome Joseph Lighten (Joseph Lighten), ha scritto: «A partire dal XV secolo, la storia del mondo è in larga misura la storia dei conflitti e delle lotte economiche reciproche tra gli Stati nazionali. Il nazionalismo economico è divenuto continuamente causa di conflitti tra le nazioni. In un primo momento, la competizione e gli ostacoli sorgono nel campo del commercio e degli affari. Subito dopo scoppia la guerra. L’espansione del dominio sull’America, sull’Africa, sulle isole dei sette mari e su vaste regioni dell’Asia, la fondazione di colonie e lo sfruttamento (Exploitation) delle risorse economiche di questi paesi: tutto ciò non è che un capitolo della storia del saccheggio. Sebbene tutto questo si fosse verificato, in forma assai ridotta, anche quando, dopo la caduta dei Romani, le tribù barbare si dispersero qua e là continuando a saccheggiare. La differenza, tuttavia, è che dalle rovine dell’Impero romano fu istituita, su basi religiose, morali e culturali, un’organizzazione internazionale, mentre nel nuovo mondo ciò non fu possibile». —Social Philosophies in Conflict, New York, 1937, p. 439»

Questo autore ha scritto altrove: «Quando una nazione dotata di unità culturale è politicamente indipendente ed economicamente portatrice di interessi comuni, e in tale nazionalità culturale, politica ed economica si risveglia il senso della propria superiorità, il nazionalismo economico si manifesta inevitabilmente con grande intensità. Infatti, questo nazionalismo è la conseguenza inevitabile della lotta e del conflitto che prevalgono tra le diverse nazioni del mondo. E questo stesso nazionalismo si trasforma ben presto in imperialismo economico. Le nazioni lottano tra loro per ottenere vantaggi e opportunità nel commercio e negli affari, e si scontrano per impadronirsi dei mercati esteri e delle risorse economiche dei paesi arretrati».»

«Il problema del nazionalismo politico ed economico — per il quale non è stata trovata alcuna soluzione — consiste nel fatto che, da un lato, l’esistenza di uno Stato nazionale è indispensabile per assicurare il benessere e la prosperità di una nazione, e non soltanto il suo agio economico, ma anche il suo sviluppo culturale, la sua istruzione, la scienza e le arti — il progresso di ogni suo ambito — dipendono interamente dallo sviluppo e dal rafforzamento dello Stato nazionale. D’altro canto, nell’attuale clima di competizione, il nazionalismo economico nasce spontaneamente. Ogni nazione cerca di progredire a danno delle altre. Di conseguenza, tra le nazioni vengono alimentati sentimenti di vendetta, sospetto, paura e odio. Dalla competizione internazionale in campo economico fino allo scontro militare sul campo aperto, il passaggio è libero e la distanza è brevissima». —Ibidem, pp. 4-5.

La differenza tra il nazionalismo occidentale e l’ideale islamico

Ho ritenuto molto più opportuno presentare qui il nazionalismo occidentale, il suo modo di pensare e la sua politica d’azione con le parole degli stessi pensatori occidentali, invece di esprimerli con parole mie. In tal modo, proprio grazie agli scritti degli studiosi occidentali, il vero quadro del nazionalismo europeo è apparso chiaramente e correttamente ai lettori. Dalle citazioni riportate sopra è stato dimostrato in modo incontrovertibile che tutte le concezioni e le idee, nonché i principi e gli ideali sui quali il nazionalismo è stato fondato e sviluppato in Europa, sono senza dubbio estremamente nocivi per l’umanità. Questi principi e queste idee hanno portato l’uomo al livello della barbarie e della ferocia più estrema. Essi ricoprono la terra di Allah di oppressione, persecuzione e spargimento di sangue e ostacolano il progresso della civiltà umana. Il principio del nazionalismo occidentale cancella e annienta tutto ciò per cui, fin dai tempi più antichi, i profeti inviati da Allah si sono adoperati nel mondo. Esso si oppone allo scopo per cui la Legge di Allah è venuta nel mondo e agli insegnamenti e agli ideali morali e spirituali con cui furono rivelati i Libri celesti. Questo principio satanico rende l’uomo gretto, dalla visione angusta e invidioso. Trasforma le nazioni e le stirpi in nemiche mortali le une delle altre e le rende completamente cieche di fronte alla verità, alla giustizia e all’umanità. Sostituendo la forza materiale e la potenza animalesca alla verità morale, esso infligge un duro colpo al cuore stesso della Legge divina.

Lo scopo eterno della Sharia divina è stabilire tra gli esseri umani rapporti morali e spirituali, rendendoli reciprocamente solidali e compassionevoli in un vasto e ampio campo d’azione. Il nazionalismo, invece, recide tali rapporti con la spada affilata delle discriminazioni etniche, tribali e geografiche, suscita odio e rancore nazionali e trasforma gli esseri umani in nemici e rivali gli uni degli altri.

L’obiettivo della Sharia divina è creare la più ampia possibilità di stabilire tra gli esseri umani rapporti e relazioni liberi quanto possibile. Poiché lo sviluppo e il consolidamento della civiltà e della cultura umane dipendono da ciò. Di conseguenza, un nazionalismo crea un forte ostacolo alla costruzione di tali rapporti e relazioni. Così diventa assolutamente impossibile per un’altra nazione vivere in un’area influenzata da una determinata nazione.

L’obiettivo della Sharia divina è che ogni individuo, ogni nazione e ogni generazione riceva piena opportunità e possibilità di coltivare le proprie caratteristiche naturali e capacità innate, così da poter svolgere il proprio ruolo nel progresso complessivo dell’umanità. Il nazionalismo, invece, suscita in ogni nazione e in ogni generazione una motivazione tale da spingerla ad acquisire potere, disprezzare, svalutare e umiliare le altre nazioni e generazioni, trasformandole in schiave e impedendo loro di sviluppare le proprie capacità innate e di avere l’opportunità di operare; anzi, finisce per privarle persino del diritto di vivere.

Il principio supremo della Sharia divina è che i diritti umani siano fondati sulla moralità, anziché sulla forza; persino una persona o un gruppo potente deve far ottenere i propri diritti a una persona o a un gruppo debole quando la legge morale lo sostiene. Il nazionalismo, al contrario, stabilisce il principio secondo cui la forza è la verità, (Might is right), e che il debole non possiede alcun diritto, perché non ha la capacità di farlo valere.

Come la Sharia divina non si oppone allo sviluppo della personalità entro i limiti della moralità, così non si oppone neppure alla coltivazione dell’identità nazionale. Al contrario, la Sharia divina la sostiene e la promuove proprio a questo scopo. Essa vuole infatti coltivare ogni nazione favorendone il progresso nella propria sede, in modo che avanzi con compassione, sostegno e benevolenza verso l’umanità nel suo complesso (Humanity at Large), svolgendo un ruolo simile a quello che il fiume svolge per il mare. Il nazionalismo, invece, crea nell’essere umano una mentalità per cui egli dedica tutte le proprie forze, capacità, talenti e competenze esclusivamente alla supremazia della propria nazione; non solo non sarà di aiuto all’umanità nel suo complesso, ma non esiterà neppure a sacrificare gli interessi dell’umanità sull’altare degli interessi della propria nazione. Nella vita individuale, il posto dell’«interesse personale» è occupato, nella vita sociale, dal «culto della nazione». Un nazionalista è per natura di mente ristretta. Vede tutta la bellezza, l’eleganza e le qualità del mondo soltanto nella propria nazione e nella propria tribù; tra le altre nazioni, stirpi e tribù non vede nulla di valore che abbia il diritto di sopravvivere. La manifestazione estrema di tale mentalità la vediamo nel nazionalsocialismo tedesco. Secondo le parole di Hitler, la definizione di nazionalsocialismo è: «Colui che è pronto a elevare gli obiettivi e gli scopi nazionali a un livello tale che, ai suoi occhi, nulla possa trovarsi al di sopra del bene e del benessere della propria nazione. E colui che è riuscito a comprendere pienamente il significato del nostro inno nazionale, Germany above all — Germania al di sopra di tutti — vale a dire che, ai suoi occhi, in questo mondo vasto e sconfinato, non può esserci nulla di più elevato, amabile e degno di rispetto del paese e della nazione tedeschi. Tale persona sarà un nazionalsocialista.»

Nella sua autobiografia «La mia battaglia», Hitler scrive: «Tutto ciò che nell’universo è prezioso — la scienza, le arti, l’eccellenza tecnica e le invenzioni e innovazioni — è il risultato del genio creativo di un piccolo numero di nazioni. E queste nazioni sono sostanzialmente legate alla stessa stirpe. Se dividiamo l’umanità in tre categorie — coloro che creano la cultura, coloro che la conservano e coloro che la distruggono — soltanto la stirpe ariana apparterrà alla prima categoria.»

Proprio sulla base di questo orgoglio di stirpe, in Germania fu resa difficile la sopravvivenza dei non ariani. E su questa base fu costruita la visione tedesca della conquista del mondo. Secondo un socialista tedesco, la missione della nazione tedesca nel mondo consiste nel trasformare le razze inferiori in strumenti, dopo averle condotte alla distruzione, per espandere la civiltà. E ciò non è una caratteristica esclusivamente tedesca: anche negli Stati Uniti d’America, amanti della democrazia, la discriminazione razziale viene praticata sulla stessa base. I bianchi americani non sono disposti a considerare esseri umani i neri africani. Anche il punto di vista di ogni nazione europea è questo, che si tratti della Gran Bretagna, della Francia, dell’Italia o dell’Olanda.

Di conseguenza, una caratteristica inevitabile del culto della nazione è che esso trasforma l’essere umano in un adoratore del proprio interesse. La legge della Sharia è giunta nel mondo per trasformare l’essere umano in una persona guidata dai principi. La Sharia divina vuole rendere l’agire umano conforme a principi indipendenti, che non cambino insieme agli interessi e ai desideri personali; al contrario, il culto della nazione rende l’essere umano privo di principi. Per chi pratica il culto della nazione, nel mondo non esiste altro principio al di fuori dell’augurare il bene della propria nazione. Se la scienza morale, le prescrizioni religiose e la filosofia della civiltà lo aiutano a raggiungere questo scopo, egli dichiarerà volentieri di credere e di aderire a tali principi. Se invece ostacolano questo cammino, li abbandonerà e adotterà un’altra dottrina filosofica.

Nella vita di Mussolini troviamo un esempio completo del carattere di un nazionalista. Prima della guerra mondiale era un socialista. Durante la guerra mondiale si separò dai socialisti soltanto perché vide che l’interesse nazionale dell’Italia risiedeva nella partecipazione alla guerra. Ma, non avendo l’Italia ottenuto il bene che desiderava tra i frutti della guerra, egli issò la bandiera del movimento fascista. Anche in questo nuovo movimento continuò a cambiare ripetutamente i propri principi. Nel 1919 era un socialista liberale; nel 1920 divenne anarchico, cioè dittatore. Nel 1921, per alcuni mesi, fu avversario delle correnti socialiste e democratiche; per alcuni mesi cercò di stringere un’alleanza con esse. Infine si separò da loro e formulò una nuova politica. Questo continuo cambiare colore, questa mancanza di principi e questo opportunismo non sono caratteristiche esclusivamente personali di Mussolini. Sono invece le caratteristiche naturali della natura nazionalista. Ciò che un individuo egoista può fare nella vita privata, un nazionalista può farlo esattamente nella vita nazionale. Per lui è impossibile credere autonomamente in una qualsiasi dottrina politica.

Tuttavia, il conflitto tra il nazionalismo e la Sharia divina si manifesta in modo ancora più evidente anche sotto un altro aspetto. È chiaro che qualunque profeta inviato da Allah nascerà in una determinata località. Allo stesso modo, il Libro che sarà dato a quel profeta sarà necessariamente nella lingua della località in cui egli è stato inviato. Inoltre, i luoghi legati alla missione di quella profezia e assurti a sedi di onore e dignità si troveranno per la maggior parte proprio in quella località.

Nonostante queste limitazioni, il messaggio di verità e l’insegnamento della guida che un profeta porta da parte di Allah non rimangono circoscritti a un paese o a una nazione. Al contrario, sono destinati a tutti gli esseri umani e si ordina all’intera umanità di credere in quel profeta e nel Libro da lui presentato. Che la missione di un profeta sia limitata, come quella di Hud e Salih, pace su di loro, e di molti altri, oppure sia universale, come quella di Abramo e di Muhammad, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, in ogni caso a tutti gli uomini era stato ordinato di credere in tutti i profeti e di onorarli. Quando la missione di un profeta è universale, è naturale che il Libro da lui presentato acquisti un prestigio internazionale, che la sua influenza culturale diventi internazionale e che i suoi luoghi sacri, pur trovandosi in un determinato paese, acquisiscano un prestigio internazionale. Non soltanto quel profeta, ma anche i suoi compagni e i primi uomini che parteciparono in modo eminente alla diffusione e alla promozione della sua missione saranno chiamati eroi fra tutti i popoli, pur essendo legati a una singola nazione. Tutto ciò è contrario alla natura, alle inclinazioni, alle emozioni, alla filosofia e alla visione di un nazionalista. Il sentimento nazionale di un nazionalista non può in alcun modo accettare di riconoscere come eroi persone che non appartengono alla sua stessa nazione, né di adottare come centro sacro un luogo che non fa parte della sua patria. Non può accettare l’influenza culturale di una lingua che non è la propria. Non può trarre ispirazione spirituale da tradizioni provenienti dall’estero. Non si limiterà a definire straniere tutte queste cose, ma le guarderà con lo stesso odio e la stessa intolleranza con cui si guarda a tutto ciò che appartiene agli invasori stranieri. Cercherà di eliminare dalla vita della propria nazione ogni influenza esterna. È una naturale esigenza dell’impulso nazionalista legare tutti i sentimenti di onore e dignità soltanto alla terra della patria, e intonare canti di lode ai fiumi, ai corsi d’acqua e alle montagne della patria. Darà vita alla storia e alle antiche tradizioni della propria nazione — tradizioni che la religione venuta dall’esterno definisce appartenenti all’epoca dell’ignoranza — e se ne sentirà orgoglioso. Stabilità un rapporto tra il proprio presente e il passato, e tra la propria cultura e quella dei suoi predecessori; riconoscerà come eroi i grandi personaggi storici o leggendari della propria nazione e trarrà ispirazione spirituale dalle loro imprese reali o leggendarie.

In sintesi, è parte integrante della natura stessa del nazionalismo che, distogliendosi da qualunque cosa provenga dall’esterno, esso si rivolga verso ciò che appartiene alla propria casa. La strada conduce alla meta finale: respingere definitivamente anche la religione venuta dall’esterno e riportare in vita quelle tradizioni religiose che il nazionalista ha ereditato dall’epoca dell’ignoranza della propria nazione. Può darsi che molti nazionalisti non riescano a raggiungere la meta finale e rimangano a una tappa intermedia; ma la strada che percorrono conduce proprio in quella direzione.

Ciò che oggi sta accadendo in Germania è una spiegazione e un’illustrazione completa di questa caratteristica naturale del nazionalismo. Un gruppo di nazisti manifesta apertamente il proprio disappunto nei confronti di Gesù Cristo, pace su di lui, perché era di origine ebraica. E il fatto che una persona sia ebrea è sufficiente perché un adoratore della razza ariana neghi ogni suo valore e significato culturale, morale e spirituale. Perciò i membri di questo gruppo dicono senza esitazione: «Il Messia era un ebreo proletario. Era un precursore di Marx. Per questo diceva che i poveri e i diseredati sarebbero stati gli eredi della terra». D’altra parte, quei nazisti che conservano ancora nel cuore un posto per il Messia cercano di dimostrare che egli era di origine nordica. È come se un nazionalista tedesco non potesse riconoscere il Messia perché era ebreo; oppure, pur riconoscendolo, non riconoscesse il Messia israelita, ma soltanto un Messia di origine nordica. In ogni caso, la sua religione è subordinata al culto della razza. Nessun tedesco adoratore della nazione è disposto a riconoscere un non ariano come guida della civiltà spirituale e morale. La verità più radicale è che, per il nazionalista tedesco, non è accettabile neppure quel Dio la cui concezione è stata importata dall’estero. Alcuni ambienti nazisti stanno cercando di riportare in vita le divinità che un tempo erano venerate dalla tribù dei Teutoni. Per questo, dopo aver indagato minuziosamente nella storia antica, è stata preparata una narrazione completa degli dèi e delle dee. E la divinità chiamata Wotan, che nella remota epoca dell’ignoranza i membri della tribù dei Teutoni riconoscevano come dio del diluvio, viene da loro riconosciuta come la divinità suprema. Questo movimento religioso è appena agli inizi. Ma anche nell’istruzione impartita oggi ufficialmente ai giovani nazisti, Dio non viene riconosciuto come il Signore dei mondi, bensì soltanto come il Signore dei tedeschi. Le parole di questa professione di fede sono le seguenti: «Noi crediamo in Dio in quanto origine prima della forza e della vita, nel mondo e nella creazione… Per l’uomo tedesco l’idea di Dio è innata. La nostra concezione di Dio e dell’eternità non coincide in alcun modo con quella di un’altra fede religiosa. Crediamo che la nazione tedesca e la Germania siano eterne, perché crediamo che la forza e la vita siano eterne. Crediamo nella concezione nazionalsocialista della vita. Crediamo che il nostro obiettivo nazionale sia vero. Crediamo nel nostro capo Adolf».

In altre parole, Dio è il nome di una forza e di una vita che sono penetrate nella nazione tedesca, e la nazione tedesca è la manifestazione di quel Dio sulla terra. Hitler è il messaggero di quel Dio. E l’obiettivo nazionale è la religione presentata da quel messaggero. Se esiste una qualche somiglianza tra la concezione religiosa e la mentalità di un nazionalista, è soltanto questa.

Le conseguenze del nazionalismo occidentale

Se nella politica europea il nazionalismo continuerà a svilupparsi, alla fine esso finirà per approdare proprio a questo punto. Queste persone, che si trovano ancora a una tappa intermedia e non sono ancora riuscite a raggiungerne il limite, non vi sono arrivate unicamente perché l’impeto del loro nazionalismo non ha ancora subito un colpo pari a quello che, a causa della guerra mondiale, si abbatté sulla Germania. Ma siate certi che, una volta intrapresa la via del nazionalismo, la loro meta finale sarà inevitabilmente la jāhiliyya più estrema, che non si placherà finché non avrà reso nazionali persino Dio e la religione. Questa è la conseguenza richiesta dalla natura stessa del nazionalismo. Chi può sfuggire alle sue pretese naturali adottando il nazionalismo? Riflettete: che cos’è che, non appena un nazionalista egiziano adotta il pensiero nazionalista, orienta automaticamente il suo cammino verso i faraoni d’Egitto? Che cos’è che spinge l’iraniano a entusiasmarsi per gli eroi delle storie dello Shāhnāmeh? Che cos’è che trascina l’indiano verso i «tempi antichi» e gli fa intonare sulle labbra canti sulla sacralità del Gange e della Yamuna? Che cos’è che costringe il turco a eliminare l’influenza araba da ogni settore della sua lingua, della sua letteratura e della sua vita culturale, e lo sprona e lo ispira a far ritornare in ogni ambito le tradizioni turche dell’epoca della jāhiliyya? Quale altra caratterizzazione psicologica si può dare di una mente nella quale è stato piantato il seme del nazionalismo, se non che tutti i suoi interessi vengono confinati entro i limiti della nazionalità e che essa distoglie lo sguardo da tutto ciò che si trova al di fuori di quei limiti?

Mentre scrivo questo articolo, ho davanti a me un articolo redatto dal Direttore generale della stampa di Ankara, intitolato «La donna turca nella storia». Le frasi iniziali dell’articolo sono le seguenti: «Prima di discutere della posizione elevata e onorevole che la nostra democrazia appena sorta desidera assegnare alle donne turche, dovremmo dare uno sguardo al modo in cui vivevano le donne turche nelle diverse epoche, nel corso della storia. Questa breve rassegna rende evidente che i tratti oggi osservabili nell’uomo turco non costituiscono nulla di nuovo nella nostra storia nazionale. Da essa si apprenderà anche che, quando la famiglia turca e l’organizzazione culturale turca erano libere da influenze esterne, le donne turche partecipavano a ogni movimento culturale. Il nostro celebre sociologo Ziya Gökalp ha svolto approfondite ricerche su questo argomento. Grazie alle sue ricerche, veniamo a conoscenza di molti diritti che le donne turche avevano conquistato nell’antica civiltà (nell’epoca della jāhiliyya turca). Queste testimonianze rendono evidente la profonda somiglianza, sotto il profilo della libertà culturale e politica, tra la donna turca di quell’epoca e quella dei nostri giorni.»

Prestate attenzione alle frasi sopra riportate. Osservate come un turco nazionalista volga le spalle a quel capitolo della sua storia nel quale la sua nazione cadde sotto l’influenza straniera, e come, per il proprio presente, accetti come «modello migliore» il passato in cui la sua nazione era libera da tale influenza straniera. In questo modo il nazionalismo conduce la mente umana dall’Islam alla jāhiliyya. Ziya Gökalp è colui che, essenzialmente, ha dato i natali alla Turchia moderna sotto il profilo della civiltà e della cultura; la nazione turca odierna segue la via da lui indicata. Nelle parole di Halide Edib Hanım, egli è: «Colui che desidera costruire una Turchia capace di colmare il vuoto tra i Turchi ottomani e i loro predecessori turanici. ………. Egli desidera attuare riforme culturali sulla base delle informazioni da lui fornite sull’organizzazione politica e culturale della Turchia nell’epoca preislamica. Era fermamente convinto che l’Islam instaurato dagli Arabi non fosse compatibile con le nostre condizioni. Se non vogliamo tornare all’epoca della jāhiliyya, dobbiamo realizzare una riforma religiosa conforme alla nostra natura.»

Queste parole non appartengono a qualche propagandista occidentale che voglia diffamare i Turchi; sono invece le parole di una donna turca nazionalista. In esse potete vedere chiaramente come, quando da un lato l’adorazione della nazione comincia a penetrare nella mente dei musulmani, dall’altro l’Islam cominci a uscirne. La questione non riguarda soltanto i Turchi: qualunque musulmano scenda a compromessi con il demonio del nazionalismo dovrà necessariamente congedarsi, stringendogli la mano, dall’angelo dell’Islam. Recentemente, un poeta «musulmano» dell’India ha composto un inno patriottico. Rivolgendosi in esso a Madre India, dice: N.B.: qui vi sono alcuni versi in urdu.

Senso: Tu sei il serbatoio di colei la cui acqua è nettare,

Tu sei il serbatoio di ciò i cui chicchi sono elettricità,

Tu sei la miniera le cui pietre sono diamanti,

Tu sei il giardino grazie al quale il mondo è un paradiso,

Tu sei la dimora degli dèi e delle dee,

Con le nostre prosternazioni faremo di te una Kaʿba.

Dopo aver recitato l’ultima strofa, può esserci qualche dubbio sul fatto che l’Islam e il nazionalismo siano due realtà completamente opposte? È del tutto impossibile che queste due realtà, fondate su mentalità opposte, si incontrino in un unico luogo. In realtà, il nazionalismo stesso è una dottrina che si oppone alla legge divina. Anzi, il nazionalismo rivendica di fatto il dominio su quegli aspetti della vita umana che la legge divina vuole sottoporre alla propria autorità. A una persona intelligente resta una sola possibilità: scegliere uno dei due pretendenti, quello della mente e dell’anima o quello del corpo e della vita, e affidarsi interamente a esso; e, quando si sarà rifugiata nel grembo dell’uno, non pronunciare neppure il nome dell’altro.

 

Sotto la maledizione di quale nazionalismo è caduto il mondo??

Non c’è dubbio che, nell’epoca attuale, il mondo conosca un solo mezzo comprovato per ottenere libertà, progresso e onore e prestigio. E questo è il rimedio del nazionalismo. Perciò ogni nazione che aspira al progresso corre proprio in questa direzione. Prima di correre anche noi nella direzione in cui vediamo correre gli altri, dovremmo riflettere sul perché oggi il mondo si trovi in questa condizione. Il mondo è precipitato oggi in questa situazione soltanto perché non dispone di alcuna forza capace di controllare le speranze e le aspirazioni dell’individuo e della collettività; di alcuna autorità capace di mantenere speranze, aspirazioni, entusiasmo e slancio entro limiti leciti; di alcuna forza capace di guidare sulla retta via l’impegno e lo sforzo; di un’istruzione razionale e intellettuale capace di indicare il percorso corretto e infallibile per conseguire libertà, progresso, onore e dignità; né di alcuna conoscenza morale. È per la mancanza di questa forza e di questi principi che oggi le diverse nazioni del mondo si sono smarrite. È proprio per la mancanza di questi principi morali che oggi molte nazioni sono state spinte verso l’ignoranza, la ristrettezza mentale, la tirannia e l’ingiustizia. Il motivo per cui oggi gli indù, i sikh, i parsi e le altre comunità del nostro Paese stanno adottando le concezioni nazionalistiche dell’Occidente è che anch’essi sono privati di una guida corretta in questa materia. Se da qualche parte può trovarsi la cura per questo pericolo e la correzione di questo traviamento, essa consiste soltanto nella legge di Allah. E nel mondo i soli musulmani sono il gruppo che rappresenta la legge di Allah. Pertanto, è loro dovere avanzare e recidere le radici di quelle concezioni nate dall’ignoranza, che si stanno dirigendo come un incendio devastatore a inghiottire il mondo intero. Devono proclamare a gran voce a ogni nazione e comunità del mondo: per voi, il cammino non soltanto verso la libertà, il progresso, l’onore e la dignità, ma anche verso la pace, la sicurezza, la vera prosperità e il vero progresso, è esclusivamente quello portato dal Suo Messaggero da parte di Allah. La via che l’imam della distruzione e della rovina, inviato da Satana, vi indica non è la via della vera liberazione e prosperità.

Ma la più grande tragedia, cioè il fatto più doloroso, dell’epoca attuale è che il gruppo musulmano che può salvare il mondo dalla distruzione, dalla confusione e dallo smarrimento, quello che Allah ha inviato affidandogli il compito di stabilire e diffondere nel mondo la missione dei profeti, pace su di loro, oggi è seduto avendo dimenticato quella responsabilità. Invece di illuminare il mondo che brancola nelle tenebre, portando la fiaccola della guida, oggi esso stesso si prepara a correre dietro alle comunità smarrite. È doloroso constatare che in questo ospedale c’era un solo medico; ora anche quel medico sta per entrare a far parte dei malati!

Che parole meravigliose ha detto il poeta: «Buone notizie per la morte: Gesù stesso è sofferente.»

Nazionalismo e India

Nella precedente discussione di principio abbiamo dimostrato che, dal punto di vista delle scienze sociali, la nazionalità regionale è in conflitto con l’idealismo islamico e gli è completamente contraria. Pertanto, se con il termine musulmano si intende una persona che considera ogni aspetto della propria vita dal punto di vista islamico, e se con musulmano non si intende nient’altro che questo, allora naturalmente diventa dovere del musulmano opporsi alla nazionalità regionale, ovunque e in qualunque condizione si trovi: opporvisi è il suo inderogabile dovere. Non può quindi esserci alcun motivo per una particolare controversia riguardo a quale sia o possa essere il ruolo del musulmano nei confronti del nazionalismo fondato su un determinato paese o regionale, in un paese o regione specifici. Tuttavia, poiché nonostante ciò ci viene ripetutamente chiesto di sostenere il nazionalismo indiano (o il nazionalismo bengalese), è diventato necessario esaminare e valutare, alla luce della situazione dell’India (indivisa), quali potrebbero essere qui le conseguenze del nazionalismo e se attraverso di esso esista qualche possibilità di liberazione per l’India, e cioè per i musulmani indiani.

Gli elementi fondamentali del nazionalismo

Perché in un paese si sviluppi un nazionalismo, è assolutamente necessario che vi sia già una nazionalità, oppure, in sua assenza, che esista la possibilità che essa venga all’esistenza. Infatti, dove originariamente non esiste alcuna nazionalità, non è possibile creare tra il popolo una corrente di pensiero fondata sul culto della nazione. Il nazionalismo non è altro che una corrente di pensiero fondata sul culto della nazione. Quando manca la scintilla originaria, come può da essa divampare il fuoco? Ma quale tipo di nazionalità è necessario che esista affinché divampi il fuoco della corrente nazionalista?

Esiste un tipo di nazionalità dal punto di vista politico: la nazionalità politica (nazionalismo politico). In altre parole, coloro che vivono sotto un unico ordinamento statale possono essere considerati una «sola nazione» soltanto dal punto di vista dell’unità politica. Per questo tipo di nazionalità non è affatto necessario che siano identici i sentimenti, le emozioni, i pensieri e le convinzioni, le ideologie, i valori morali e i punti di vista, le tradizioni e la storia, la lingua, la letteratura, il modo e lo stile di vita di tutte le persone che ne fanno parte. Nonostante le loro differenze sotto questi aspetti, si può ritenere che tra tali persone esista una nazionalità politica. E finché resteranno unite dal punto di vista politico e amministrativo, durerà anche la vita di questa nazionalità. Ma anche se le loro diverse società diventassero differenti e reciprocamente antagoniste, anche se i loro scopi, obiettivi e impulsi nazionali diventassero reciprocamente conflittuali e per questo intraprendessero azioni concrete le une contro le altre, la loro nazionalità politica rimarrebbe comunque una. Sebbene si possa chiamare questo tipo di nazionalità una nazionalità, bisogna considerare che qui è del tutto assente quella corrente di pensiero e quell’insieme di caratteristiche necessari alla creazione di una vera unità nazionale.

Un altro tipo di nazionalità è la nazionalità culturale (nazionalismo culturale). Questa nazionalità può trovarsi soltanto tra persone che professano la stessa religione, hanno gli stessi pensieri e la stessa ideologia, le stesse emozioni e gli stessi sentimenti, gli stessi valori, tra le quali si riscontrano qualità morali dello stesso genere, che nelle questioni importanti della vita nutrono lo stesso tipo di partecipazione e di visione, e sotto la cui influenza si manifesta lo stesso orientamento negli ambiti culturale e collettivo della vita. I criteri per stabilire il bene e il male, il giusto e l’ingiusto, ciò che è haram e halal, il puro e l’impuro, e così via, sono gli stessi. Costoro comprendono profondamente i sentimenti gli uni degli altri e conoscono bene le abitudini, il carattere, gli interessi e le inclinazioni reciproche. La gioia di uno diventa la gioia degli altri, e nel dolore e nella sventura di uno gli altri avvertono un dolore e una sventura uguali. Nella loro società si sviluppano legami di sangue e di spirito ampi e profondi. Sono ispirati e animati dallo stesso tipo di eredità storica. In breve, sotto il profilo mentale, spirituale, morale, sociale e collettivo, diventano un unico gruppo, un’unica società, una società una e indivisibile. Soltanto attraverso una simile corrente di pensiero può sorgere tra le persone l’impulso e il risveglio nazionale, e questa può essere la base della nazionalità. Soltanto in questa società possono essere coltivati, sviluppati e fatti progredire una forma nazionale, un carattere nazionale e un’ideologia nazionale comune. È questa che in seguito crea l’unità nazionale e risveglia l’autocoscienza nazionale. Un’unità nazionale regionale o fondata sul paese porta con sé un mandato di morte per una simile corrente di pensiero.

Come può arrivare la liberazione attraverso il nazionalismo indiano??

Esaminando la situazione dell’India alla luce dell’analisi sopra esposta, si potrà comprendere con certezza se qui siano presenti o meno le basi del nazionalismo già menzionate. In India esiste certamente una nazionalità politica, poiché gli abitanti di questo Paese vivono sotto il medesimo sistema di governo. Sulla loro vita sociale ed economica vigono leggi dello stesso tipo, e tutti sono tenuti prigionieri da un’unica potenza di ferro in rigide catene. Ma, come ho già detto, la mera nazionalità politica non è sufficiente a creare il nazionalismo. Una nazionalità di questo genere esisteva anche in Australia, Ungheria, Gran Bretagna, Irlanda e in molti altri imperi. Esiste ancora oggi in molti Paesi. Tuttavia, non ha creato il “nazionalismo” in nessun Paese. Neppure il fatto di unirsi allo scopo di ottenere l’indipendenza, o di condividere sofferenze, difficoltà e pericoli, può creare il nazionalismo. E ogni persona dotata di vista può comprendere a colpo d’occhio che tra gli abitanti dell’India non esiste affatto alcuna nazionalità culturale.

Se questo è il vero stato delle cose, quale vantaggio vi è dunque nel parlare di nazionalismo? Dove non esiste la madre, che cos’altro può essere, se non un’assurdità, parlare del figlio? E tuttavia, coloro che sognano di instaurare il nazionalismo in questo Paese devono sapere bene che questo “figlio” può nascere soltanto dal grembo della nazionalità culturale. E prima della sua nascita è assolutamente necessario che nasca sua madre. Una volta compresa questa verità, diventa inevitabile modificare le loro rivendicazioni; prima ancora di pronunciare il nome di questa nazionalità in India, dovranno dedicarsi alla creazione di una nazionalità culturale. Altrimenti, la nascita di una nazionalità indiana sarà assolutamente impossibile.

Come può nascere il nazionalismo indiano??

È dunque estremamente necessario discutere della creazione di un nazionalismo culturale in India e dei suoi possibili risultati.

In realtà, in un Paese dove esistono diverse nazionalità culturali, vi sono soltanto due modi per creare un unico nazionalismo: primo, la civiltà e la cultura di una nazione assorbiranno quelle di tutte le altre nazioni; oppure, secondo, attraverso la stretta unione e fusione reciproca di tutti, si creerà una civiltà comune a tutte le nazioni.

Non è necessario discutere qui del primo metodo, perché i dirigenti del nazionalismo indiano non lo hanno assunto come loro obiettivo. Tuttavia, coloro che desiderano creare una “nazionalità indù” o un “nazionalismo musulmano”¹ possono adottare questo metodo. I nazionalisti panindiani possono adottare soltanto il secondo metodo. Per questo discutono spesso della creazione di una nuova nazionalità mediante la fusione delle diverse nazioni di questo Paese. Ma, ascoltando i loro discorsi infantili, sembra che non abbiano compreso affatto il vero significato della nazionalità culturale. Non sono neppure minimamente informati sulle regole e sui principi secondo i quali può avvenire la fusione di tali nazionalità. Né hanno alcuna idea del tipo di nazionalità che potrebbe prendere forma come risultato di una simile fusione. Considerano questo compito un “gioco da ragazzi” e, proprio come dei bambini, vogliono cimentarsi in questo gioco.

In realtà, la nazionalità culturale è il nome dato all’intelligenza, alla natura e all’ordinamento morale di una nazione. E una nazionalità di questo genere non può mai prendere forma in uno o due giorni. Si sviluppa continuamente nel corso di diversi secoli. Quando, per diversi secoli, un certo numero di persone vive in modo ereditario secondo idee, credenze, usanze e costumi dello stesso tipo, allora nasce tra loro una corrente di pensiero comune e condivisa da tutti, si consolidano le qualità morali collettive e si forma una particolare natura intellettuale. Le tradizioni alle quali sono legati i sentimenti e gli slanci del loro animo si radicano allora profondamente. La corrente spontanea dei loro pensieri e delle loro menti si manifesta nella loro letteratura. Tra loro si forma un’unità spirituale e mentale. Di conseguenza nasce tra loro una comprensione reciproca (Mutual Intelligibility). Quando, sotto l’influsso di tali effetti profondi e solidi, in un gruppo si è formata una nazionalità distinta — o, in altre parole, quando la sua natura morale e intellettuale si è consolidata — diventa quasi impossibile per esso fondersi con un altro gruppo e trasformarsi in un’altra nazionalità. Talvolta questi gruppi vivono fianco a fianco per centinaia di anni, nella stessa atmosfera, nello stesso ambiente e sullo stesso territorio; e tuttavia tra loro non si produce alcuna fusione. In Europa, Tedeschi, Magiari, Polacchi, Cechi, Ebrei, Salafiti e molte altre nazioni di questo genere vivono da lungo tempo nello stesso luogo, ma fino a oggi tra loro non si è prodotta alcuna fusione. Inglesi e Irlandesi vivono insieme da epoche remote, ma tra loro non si è prodotta alcuna fusione. In alcuni Paesi, anche quando la lingua di tali nazioni è la stessa, nei loro animi e nei loro cuori non si è formata alcuna somiglianza sotto nessun aspetto. Le parole possono essere identiche, ma suscitano nel cuore e nella mente di ciascuna nazione il fluire di correnti di pensiero e di concezioni distinte, completamente contrapposte tra loro.

Se tra gli ordinamenti morali e la natura intellettuale dei diversi gruppi culturali non vi è una grande differenza, ma essi possiedono invece nature reciprocamente compatibili, allora, vivendo insieme e fondendosi reciprocamente per un lungo periodo, è possibile creare una nazionalità autentica, completa e unitaria, risultante dalla loro reciproca fusione. In questa situazione, le loro caratteristiche distintive e le loro identità nazionali separate si fondono completamente. Si forma allora un ordinamento morale comune a tutti i gruppi. Ma questo processo non può assolutamente compiersi in un istante. Solo dopo un lungo periodo, attraverso molte fasi di trasformazione e numerosi scontri e contrasti, dalla fusione reciproca delle diverse parti emerge una natura distinta. In Inghilterra sono trascorsi centinaia di anni perché i Britanni, i Sassoni e i Normanni si trasformassero in un’unica nazione. In Francia questo processo prosegue da dieci secoli. Tuttavia, non si è ancora riusciti a individuare l’origine della nazionalità. Anche i diversi gruppi dalla cui fusione ha preso forma la nazionalità italiana, pur non essendo reciprocamente contrapposti sotto il profilo del carattere morale, non sono riusciti fino a oggi a creare una corrente di pensiero nazionale. Negli Stati Uniti d’America è stato possibile creare una “nazione unica” soltanto con coloro che erano compatibili sotto quasi ogni aspetto e che, rinunciando ai lievi conflitti d’interesse, furono costretti a diventare senza indugio una “nazione unica”. Ma per portare a compimento questo processo sono trascorsi due o tre secoli.

La creazione di una nazionalità distinta e superiore attraverso la fusione di popoli dotati dello stesso tipo di carattere è possibile proprio perché, nel corso di tale fusione, non è affatto necessario che essi abbandonino le proprie dottrine, credenze e norme morali, né che estirpino le proprie qualità morali elevate e nobili. Al contrario, tutte queste cose sono già presenti in loro da molto tempo. La loro nuovissima nazionalità può consolidarsi soltanto mediante una trasformazione della tradizione e della storia e un riassetto delle emozioni, degli slanci, degli scopi e delle mete (Readjustment). Al contrario, quando la fusione tra popoli dotati di caratteri morali diversi viene realizzata attraverso una qualche pressione artificiale, uno sforzo anormale o un motivo comune, si forma la nazionalità più vile e spregevole. In tale situazione, infatti, le fondamenta delle loro dottrine si indeboliscono. Il loro elevato carattere morale, che proprio per le sue caratteristiche distintive aveva finora impedito la fusione, scompare completamente. Si estingue il sentimento della loro identità nazionale, sul quale si era fondata la loro nazionalità. Ciascun popolo è costretto a modificare i propri criteri di superiorità e distinzione. Di conseguenza, la loro nuova nazionalità si trasforma in un insieme dell’impurità morale di ciascuno di essi. Una fusione di questo tipo spezza completamente la spina dorsale del carattere morale dei popoli coinvolti. In seguito, occorre molto tempo per formare un carattere morale nuovo. Ogni loro rapporto con l’antica tradizione propria viene reciso, e bisogna attendere a lungo perché nasca una nuova tradizione. Essi mandano in frantumi con le proprie mani il proprio modello nazionale, ma per crearne uno nuovo è necessario disporre di moltissimo tempo.

Coloro che sprofonderanno in una situazione così disastrosa non potranno mai avere una natura salda: saranno di carattere vile, di mentalità ristretta, privi di entusiasmo e senza principi. Come un fiore reciso dal suo stelo e caduto a terra non ha alcuna stabilità e, a ogni soffio di vento, rotola da un luogo all’altro, così sarà la condizione reale di quei popoli. Chiunque abbia osservato in Brasile, nell’America meridionale, il risultato della fusione reciproca di popoli con caratteristiche morali diverse testimonia concordemente che, per effetto di ciò, la bellezza morale dei popoli interessati è stata completamente annientata e che, di conseguenza, le generazioni successive di quel paese nascono assolutamente inferiori quanto a intelligenza, carattere morale e costituzione fisica.

Nessuna persona esperta di scienze sociali e capace di esprimere un’opinione indipendente sui fatti, al di sopra dell’egoismo degli interessi politici, può ritenere che i diversi popoli culturali del Pak-India abbiano caratteri armoniosi. Infatti, mentre tra le diverse nazionalità culturali d’Europa esiste una certa differenza, tra gli attuali popoli del Pak-India, sul piano delle credenze, vi è una distanza pari a quella tra l’oriente e l’occidente, tra l’alba e il tramonto. I principi fondamentali della civiltà e della cultura di questo paese sono reciprocamente contraddittori, e le radici delle loro tradizioni sono completamente diverse. I sentimenti interiori del cuore e le correnti di pensiero sono opposti. Non vi è la minima armonia tra il modello nazionale di un popolo e quello di un altro. Sopprimere queste diverse nazionalità e creare una nazionalità unificata per meri interessi politici ed economici avrà, per le ragioni esposte in precedenza, conseguenze disastrose. Sfortunatamente, il dominio britannico durato un secolo e mezzo ha già sprofondato i popoli dell’India nel fango più profondo dell’assenza di carattere morale. Il sangue della schiavitù ha svuotato del suo contenuto il loro senso dell’umanità. Il loro carattere morale è precipitato terribilmente. Nelle generazioni successive, questo disastroso declino ha prodotto conseguenze perniciose e pervasive. Se, in questo momento di crisi, per iniziare l’opera di formazione di una nuova nazione si colpissero le fondamenta della cultura sopravvissuta alla loro distruzione, i legami morali dell’intero paese si spezzerebbero improvvisamente e le conseguenze sarebbero terribili!

Può una persona del Pak-India che desideri il bene del paese sostenere una nazionalità unica??

I leader politici di questo paese ritengono che, per liberarsi dal cappio della schiavitù delle potenze straniere, sia indispensabile creare qui il nazionalismo. E per creare il nazionalismo è necessaria una nazionalità unica. Pertanto, sarebbe necessario eliminare tutte le nazionalità attuali e costituire una nazionalità onnicomprensiva. In realtà, però, questo loro pensiero è del tutto infondato. Se avessero posseduto una visione interiore impeccabile e, liberatisi dalla schiavitù mentale dell’Occidente, avessero cercato di riflettere, avrebbero certamente compreso che sulla via della nazionalità unica il Pak-India non troverà la minima liberazione, bensì una distruzione e un’annientamento disastrosi.

In primo luogo, su questa via occorrerà molto tempo per conseguire una nazionalità. Non è affatto facile eliminare la nazionalità culturale formatasi sulla base di tradizioni secolari e millenarie, sostituirla con una nazionalità nuova e portare poi questa nuova nazionalità, una volta divenuta salda e attiva, fino a una nazionalità unica. Ci vorrà molto tempo. In secondo luogo, anche qualora su questa via si raggiungesse una nazionalità, alla fine vi sarebbe il concreto timore che l’intero paese sprofondasse nel fango più basso della completa degradazione morale. In terzo luogo, i popoli favorevoli a conservare le proprie caratteristiche peculiari e la propria esistenza distinta si opporrebbero con tutte le loro forze alla creazione di una nazionalità unica di questo tipo e, a causa dei conflitti interni, non sarebbe possibile organizzare alcuno sforzo unitario per la guerra d’indipendenza. Di conseguenza, anche la liberazione dalle catene del dominio straniero rimarrebbe lontanissima. Anzi, se si tentasse di seguire questa via, è persino possibile che il sogno dell’indipendenza politica svanisca per sempre.

Pertanto, a mio avviso, coloro che, imitando i popoli occidentali, considerano il nazionalismo l’unica arma per ottenere la libertà sono sciocchi e ignoranti. L’ho già detto e lo ripeto ancora: per ottenere l’indipendenza dell’India e il progresso politico ed economico, non vi è assolutamente alcuna necessità né dell’unità né del nazionalismo tra le diverse stirpi. In un paese in cui esistono diverse nazionalità culturali, tentare di creare una nazionalità unica non è soltanto superfluo, ma costituisce anche un grave errore di principio. Inoltre, quanto alle conseguenze, non produrrà il minimo bene, bensì certamente un enorme danno.

Abiti europei

Maulana Sindhi, alla fine del suo discorso, ha consigliato ai musulmani di indossare pantaloncini, giacca e pantaloni e cappello. Nella parte conclusiva di questa discussione desidero parlare anch’io di questo argomento.

Questi nazionalisti dell’Oriente sono creature davvero singolari. Da un lato conducono un’intensa propaganda a favore del nazionalismo; dall’altro non provano la minima vergogna nell’adottare l’abbigliamento e le usanze culturali di altre nazioni e di altri paesi. Non solo: cercano persino di fare dell’introduzione, tra il proprio popolo, dell’abbigliamento e delle usanze culturali di altre nazioni un programma inevitabile del movimento nazionalista. Persino là dove è possibile usare la forza, cercano di imporlo con la coercizione sulla testa degli abitanti del paese. India, Iran, Egitto, Turchia: ovunque i nazionalisti si trovano nella stessa situazione. Eppure, se nella parola «nazionalismo» è presente anche solo un minimo senso di onore nazionale, allora è dovere di ogni nazione rimanere saldamente ancorata al proprio abbigliamento nazionale e alla propria civiltà e cultura, sentire in essi la propria dignità e gloriarsene. E là dove non è presente il minimo sentimento dell’identità nazionale, il nazionalismo è chiaramente contraddittorio. Tuttavia, i nostri nazionalisti orientali sono maestri nel fondere queste correnti di pensiero contraddittorie. La realtà è che, per sfuggire alla divergenza e alla contraddizione tra pensiero e azione, sono indispensabili una mentalità limpida e sana e una visione ampia, elevata e libera dai pregiudizi. E se qualcuno riesce a conseguirle, non avrà alcun bisogno di abbandonare la via semplice e naturale della natura per rifugiarsi nel cosiddetto nazionalismo.

Soprattutto, l’Islam non offre il minimo sostegno a questo loro principio. In ogni ambito della vita, Islam significa un metodo semplice, diretto, privo di ostentazione e autentico. Così come l’Islam non approva gli eccessi che oltrepassano i limiti della nazionalità, allo stesso modo non può tollerare alcunché che violi i limiti ragionevoli e naturali della nazionalità, cancelli l’individualità e le caratteristiche proprie delle nazioni e generi tra esse un carattere corrotto e contaminato.

Il Sacro Corano ha dichiarato: sebbene gli esseri umani provengano da un’unica origine, Allah ha tuttavia lasciato spazio alla creazione fra loro di soltanto due tipi di differenza. La prima è la differenza tra la donna e l’uomo, la seconda quella di discendenza, tribù e nazionalità.يَايُّهَا النَّاسُ اِنَّا خَلَقنَاكُمْ من ذَكَرٍ وَّاُنْثَى وَجَعَلناكُم شُعُوْبًا وَّقَابَائــــلَ لِتَعَارِفُوا ط – (الحجرات: 13) «O uomini! Vi abbiamo creati da un unico uomo e una donna e vi abbiamo divisi in popoli e tribù, affinché possiate riconoscervi gli uni con gli altri». — Sura al-Hujurat: 13وَاِنَّهً خَلَقَ الزَّوْجَيْنِ الذَّكَرَ وَالاُنْثَى – (النجم: 45) «Ed Egli, Allah, ha creato gli esseri umani dei due sessi, maschile e femminile». — Sura an-Najm: 45

In realtà, la creazione di entrambi questi tipi di differenza costituisce il fondamento della civiltà umana e della vita sociale. Pertanto, mantenerli adeguatamente è un’esigenza naturale dell’ordine universale creato da Allah. La differenza sessuale è stata creata tra la donna e l’uomo proprio per risvegliare la reciproca inclinazione del cuore e la forza dell’attrazione. È quindi assolutamente indispensabile che, nella società e nella vasta civiltà, le qualità e le caratteristiche naturali di entrambi siano preservate spontaneamente. D’altra parte, poiché è estremamente necessario creare per gli esseri umani distinti ambiti e contesti sociali al fine di generare tra loro armonia e cooperazione culturale, occorre preservare le differenze reciproche tra le nazioni. Per questo è indispensabile che ogni gruppo umano, società e ambiente culturale possieda alcune caratteristiche e qualità distintive. In tal modo potrà nascere un amore comune, potranno comprendersi reciprocamente e potranno preservare la propria individualità rispetto agli abitanti degli altri ambienti. Non può dunque esserci alcun dubbio che la lingua, l’abbigliamento, lo stile di vita e le caratteristiche culturali siano elementi necessari di questa differenza. La loro corretta conservazione è un’esigenza della vera natura umana.

Proprio per questo, nell’Islam è vietato il «tashabbuh» (تَشَبُّهvale a dire assimilarsi completamente agli altri o adornarsi dell’aspetto esteriore altrui). Negli hadith è riportato che il Profeta nobile (pace e benedizioni su di lui) ha maledetto le donne che indossano abiti da uomo e gli uomini che indossano abiti da donna. In un altro hadith è riportato che il Profeta nobile (pace e benedizioni su di lui) dichiarò maledetti gli uomini che assumono l’aspetto delle donne e le donne che assumono quello degli uomini. L’unica ragione è che l’inclinazione del cuore e l’attrazione che Allah ha creato tra la donna e l’uomo inevitabilmente si spengono quando essi si scambiano l’aspetto esteriore. L’Islam desidera invece conservarle proprio per preservare l’umanità. Analogamente, cancellare l’abbigliamento, la cultura, gli obiettivi principali e le caratteristiche reciproche delle nazioni, oppure scambiarli tra loro per creare una cultura mista, è del tutto contrario alla pace, alla stabilità, agli interessi e al benessere sociale. Per questo anche l’Islam vi si oppone. Quando l’identità propria di una nazione oltrepassa i suoi limiti naturali e si trasforma in nazionalismo o culto della nazione, l’Islam le dichiarerà guerra. Da ciò nascono infatti l’orgoglio ignorante dell’età preislamica, l’odio e l’invidia oppressivi e l’imperialismo. Occorre però ricordare che l’ostilità dell’Islam è diretta contro il nazionalismo (Nationalism), o culto della nazione, non contro la nazionalità (Nationality). L’Islam vuole proteggere la nazionalità invece del nazionalismo e si oppone alla sua distruzione nella stessa misura in cui si oppone al suo oltrepassare i limiti naturali. Per comprendere il metodo equilibrato e moderato adottato dall’Islam, si presti attenzione alle seguenti indicazioni:

Primo: un Compagno domandò: che cosa si intende per culto della propria nazione o ostilità verso le altre nazioni? Anche amare la propria nazione è ostilità verso le altre? Il Profeta nobile (pace e benedizioni su di lui) rispose: «No; aiutare la propria gente anche in un atto di oppressione è culto della propria nazione». — Ibn Majah

Secondo: il Nobile Messaggero (pace e benedizioni su di lui) ha detto: «Chi assume l’aspetto di una certa nazione sarà considerato uno di loro». — Abu Dawud.

Tre: Hazrat Umar al-Faruq (che Allah sia soddisfatto di lui) scrisse a Utba ibn Farqad, governatore dell’Azerbaigian: «Non indosserete gli abiti dei politeisti comuni (cioè degli abitanti dell’Azerbaigian).» — Kitab al-Libas wa’z-Zina

Quattro: Hazrat Umar (che Allah sia soddisfatto di lui) ordinò a tutti i suoi governatori di impedire agli abitanti non musulmani dello Stato di adottare l’abbigliamento e l’aspetto degli Arabi. Persino, quando si stipulava una tregua con gli abitanti di alcune regioni, nel documento dell’accordo veniva regolarmente inserita come condizione distinta la clausola: «Non indosserete i nostri abiti.» — Kitab al-Kharaj, Imam Abu Yusuf.

Cinque: Hazrat Umar (che Allah sia soddisfatto di lui) e Hazrat Ali (che Allah sia soddisfatto di lui) inviavano ripetutamente istruzioni agli Arabi che erano stati dislocati in Iraq, Iran e in altri paesi per incarichi militari o statali, esortandoli a conservare la propria lingua e il proprio modo di parlare e a non adottare la lingua e il modo di parlare dei non Arabi. — Bayhaqi

Da questa istruzione risulta con assoluta chiarezza che l’Islam, in quanto sistema internazionale, non è favorevole a cancellare le caratteristiche distintive proprie dei diversi popoli e a creare un miscuglio informe. Al contrario, vuole lasciare stabilmente i popoli nella loro nazionalità e nelle loro caratteristiche proprie, creando tra loro un solido legame di civiltà, cultura, cortesia, carattere morale e orientamenti ideologici e intellettuali, grazie al quale scompariranno i conflitti e le lotte internazionali, le tensioni, la guerra fredda, gli ostacoli, l’oppressione, l’odio e l’inimicizia, e tra loro si manifesterà la pura corrente della reciproca cooperazione e fraternità. Il «tashabbuh», ossia l’imitazione degli altri, presenta anche un altro aspetto, per il quale l’Islam vi si oppone con forza. Un popolo può abbandonare le proprie caratteristiche nazionali soltanto quando in esso compaiono debolezza psicologica e rilassatezza morale. Chi, sotto l’influenza altrui, abbandona le proprie caratteristiche e si tinge dei colori degli altri, avrà inevitabilmente in sé la grave malattia dell’abiezione e dell’inferiorità, dell’atteggiamento camaleontico, della debolezza che lo rende facilmente influenzabile e dell’agire irresponsabile; e, se non si cura immediatamente, questa malattia crescerà e si diffonderà. Quando essa contagia un gran numero di persone, l’intero popolo sprofonda nella debolezza psicologica. Nel suo carattere morale non rimarrà nulla della fermezza e del coraggio virile. Nella sua mente non potrà essere posta alcuna solida base del carattere morale. Perciò l’Islam non ha permesso a nessun popolo di sviluppare in sé una simile debolezza psicologica. Esso cerca di proteggere da questa grave malattia non soltanto i musulmani, ma, quando ne ha la possibilità, anche i non musulmani. L’Islam, infatti, non è disposto a tollerare la debolezza morale in alcun essere umano.

Questa malattia si manifesta in modo particolarmente intenso tra i popoli conquistati e soggiogati. In essi non compare soltanto una debolezza morale, ma anche un atteggiamento così grave da indurli a considerarsi umiliati e disonorati, a ritenersi inferiori sotto ogni aspetto e a desiderare di ottenere onore, dignità e prestigio soltanto imitando ciecamente il gruppo dominante. Infatti vedono nei loro governanti il modello ideale di dignità, prestigio, superiorità, nobiltà, civiltà e cultura, di ogni cosa. La schiavitù distrugge la loro stessa umanità; in seguito, essi non provano neppure il minimo imbarazzo di fronte alla manifestazione visibile del disonore, dell’umiliazione, dell’inferiorità e dell’abiezione; al contrario, invece della vergogna, ne traggono orgoglio. L’Islam vuole liberare l’essere umano dal pantano profondo di ogni forma di abiezione e inferiorità e condurlo alla vetta più alta dell’umanità; perciò non è disposto a tollerare che alcun gruppo umano venga trascinato verso la decadenza. Quando, durante il califfato di Hazrat Umar al-Faruq (che Allah sia soddisfatto di lui), numerosi popoli non arabi cominciarono a passare sotto il governo islamico, egli proibì loro severamente di imitare gli Arabi. Se in quei popoli si fosse risvegliata una mentalità servile, lo scopo fondamentale del jihad islamico sarebbe stato vanificato. Hazrat Muhammad (che Allah lo benedica e gli conceda la pace) non innalzò nelle mani degli Arabi la bandiera vittoriosa dell’Islam affinché essi diventassero padroni e signori dei popoli.

Per tutte queste ragioni, l’Islam non ha mai sostenuto il tentativo di un popolo di copiare alla perfezione un altro popolo e di imitarne l’abbigliamento e il modo di vivere. Tuttavia, non è affatto contrario a ciò che inevitabilmente avviene tra i diversi popoli grazie agli scambi reciproci della civiltà e della cultura e al mantenimento di rapporti e contatti reciproci; al contrario, mira proprio al loro perfezionamento. L’Islam non intende erigere un enorme muro tra i popoli alimentando ostilità e odio tali da rifiutare qualsiasi elemento di altri popoli nella propria civiltà. Il Nobile Profeta (che Allah lo benedica e gli conceda la pace) indossò una «jubba» siriana (soprabito), benché fosse parte dell’abbigliamento degli Ebrei. È menzionato in un hadith: فَتَوَضَّأَ وَعَلَيْهِ جُبُّةٌ شِامِيَةٌ«Il Nobile Profeta (che Allah lo benedica e gli conceda la pace) fece l’abluzione e indossava una jubba siriana.» Egli usò anche una jubba romana dalle maniche strette, indossata esclusivamente dai cristiani cattolici romani. Usò anche il «qaba» naushirvani. Nell’hadith è menzionato con il nome جُبُّةٌ طَيَا لَسَةٍ كِسْرَوانِيَةٌdi jubba tayalisani kisrawani. Hazrat Umar (che Allah sia soddisfatto di lui) indossò un tipo di alto copricapo chiamato «barburunus», che faceva parte dell’abbigliamento dei monaci cristiani. Da ciò risulta in modo inconfutabile che l’uso di diversi capi d’abbigliamento di origine straniera non costituisce tashabbuh. Il tashabbuh si verifica, in sostanza, solo quando l’intero abbigliamento di una persona diventa simile a quello di un altro popolo e, guardandola, è difficile farsi un’idea precisa della sua nazionalità; ed è questo ciò che l’Islam vieta. Gli scambi reciproci, invece, sono una cosa del tutto diversa. Se un popolo prende da un altro popolo qualche «cosa» buona o adatta alle circostanze e la integra nel proprio abbigliamento, non può esservi alcuna obiezione. Infatti, in tal modo il suo abbigliamento nazionale rimane presente nel suo insieme. — Tarjuman al-Qur’an, 1939

 

Il significato della nazionalità islamica

Nell’epoca attuale, per indicare l’intera comunità musulmana si usa molto il termine «qawm», o popolo/nazione. Generalmente si usa proprio questa terminologia per descrivere la nostra collettività nel suo insieme. Ma il fatto è che nel Corano e negli hadith il termine «qawm» (nel senso di popolo o Nazione, né alcun altro termine) non è stato usato come terminologia tecnica. Oggi, tuttavia, alcuni ambienti traggono notevoli vantaggi sfruttando questa opinione errata. Qui desidero discutere brevemente perché l’Islam non abbia usato il termine «qawm», o nazione, per indicare i musulmani e quale termine, invece, sia stato usato più frequentemente nel Corano e negli hadith. In realtà, non si tratta soltanto di una discussione scientifica: quasi tutte le idee, le convinzioni e le dottrine che hanno trasformato in errore completo il nostro comportamento e la nostra condotta nei diversi ambiti della vita sono sorte dall’uso errato di questo termine, «qawm» o «nazione».

Le parole «qawm»-nazione e «nation» in inglese, tra le altre, sono in realtà termini dell’epoca della jāhiliyya. Gli uomini dell’epoca della jāhiliyya non hanno mai fondato la nazionalità su una base meramente culturale (Cultural Basis), né nell’antica epoca barbarica né nell’epoca della jāhiliyya ultramoderna: l’amore per i legami genealogici e storici è stato radicato così profondamente nelle loro menti e nei loro cuori che non sono mai riusciti a liberare il concetto di nazionalità dalle sue implicazioni. Nell’antica Arabia, la parola «qawm» (قوم) veniva generalmente usata per indicare persone appartenenti a una stessa discendenza o tribù; analogamente, nell’epoca attuale, nella parola «nazione» è inevitabilmente presente il concetto di «discendenza comune» (Common Descent). Poiché tale concezione è completamente opposta alla filosofia sociale islamica, nel Nobile Corano «qawm» e altre parole arabe di significato analogo, come شـــــعب e così via, non sono state usate come termini per indicare la comunità dei musulmani. Infatti, come si potrebbero usare simili termini per una comunità la cui filosofia sociale non lascia il minimo spazio al sangue, alla terra, alla carne, alla razza, alla tribù o a qualunque altra cosa di questo genere come fondamento? È universalmente noto che la società islamica è stata edificata esclusivamente su principi, ideali, dottrina e fede; e questa comunità ha avuto origine proprio attraverso l’egira, l’abbandono della patria e il reciso distacco dai legami genealogici e materiali.

Nel Nobile Corano, parlando dei musulmani, è stata usata la parola «hizb» (حــزب), che significa partito o gruppo. Una nazione nasce sulla base della discendenza e della tribù, mentre un partito si forma sulla base di ideali, dottrina e principi. Perciò i «musulmani» non sono propriamente una nazione, ma soltanto un partito. Proprio perché credono in un determinato principio e ideale e ne sono seguaci, i musulmani sono completamente distinti da tutti gli altri abitanti del mondo e, proprio per questo, sono strettamente uniti gli uni agli altri. Per quanto coloro che sono vicini a loro sotto il profilo dei principi, degli ideali e della dottrina possano sembrare affini, con essi non può esistere alcun rapporto. Il Nobile Corano riconosce, tra questa immensa moltitudine sulla terra, l’esistenza soltanto di due partiti: uno è il partito di Allah (حـــزب الله) e l’altro è il partito di Satana (حـــزب الشيطان). Per quanto tra i membri del partito di Satana possano esservi differenze e contrasti nei principi e negli ideali, dal punto di vista coranico essi sono tutti una cosa sola. Infatti, sotto nessun aspetto il loro pensiero, il loro metodo e la loro condotta sono islamici. Nonostante le divergenze su questioni secondarie e minori, tutti concordano pienamente nel seguire le orme di un unico Satana. Il Corano diceاِسْتَحَوَذ عَلَيْهِم الشَّيطَانُ فَاَنْسَاهُمْ ذِكْرَ الله ط اُوْلَــــئِكَ حـــزب الشيطان ط الا اِنَّ حـــزب الشيطانِ هُمُ الخسِرُوْنَ – (المجادلة : 19) «Satana li ha sopraffatti e ha fatto loro dimenticare il ricordo di Allah. Essi sono il partito di Satana. In verità, il partito di Satana è quello perdente.» Sebbene differiscano quanto alla lingua e alle tradizioni storiche, e sebbene tra i loro antenati vi siano state inimicizie di sangue, quando si sono riuniti attorno al metodo di pensiero e all’ordinamento della vita donati da Allah, questi li ha strettamente uniti e intrecciati quanto alla Sua autorità. Non appena sono entrati in questo nuovo partito, ogni rapporto con i membri del partito di Satana è stato reciso.

Questa distinzione tra i partiti, talvolta, spezza persino il rapporto tra padre e figlio. Il figlio viene addirittura privato dell’eredità del padre! In un hadith è dettoلا يتَوَارثُ اهل ملتين : «Gli appartenenti a due millat contrapposte non possono ereditare gli uni dagli altri.»

Questa distinzione tra i partiti provoca una separazione anche tra marito e moglie. Non appena emerge questa «opposizione tra i partiti», la loro unione diventa addirittura haram. L’unica ragione è che il cammino della vita di entrambi ha preso direzioni opposte.

Nel Nobile Corano è dettoلأهُنَّ حِلٌّ لَّهُم وَلاَهُم يَهِلُّوْنَ لَهُنَّ ط – (الممتحنة : 10) «Esse (le mogli) non sono lecite per loro (gli uomini), né essi (gli uomini) sono leciti per loro (le mogli).»

Questa distinzione tra i partiti crea un completo «boicottaggio» sociale e una rottura dei rapporti tra persone della stessa discendenza e della stessa tribù. Inoltre, è assolutamente vietato agli appartenenti al partito di Allah sposare coloro della propria discendenza e tribù che appartengono al «partito di Satana». Il Corano dice: «Non sposate donne associatrici finché non avranno abbracciato l’Islam. E non date in sposa le vostre figlie a uomini associatori, finché non avranno accettato l’Islam. Anche se è schiava, una credente è molto migliore di una donna libera associatrice, per quanto possiate preferirle.»

Questa distinzione tra i partiti non si limita a recidere il rapporto della nazionalità fondata su basi genealogiche e regionali, ma crea anche tra le due parti un conflitto immenso e permanente. Finché la seconda parte non adotterà i principi del partito di Allah, resterà eretto tra esse un muro invalicabile di conflitto e distinzione.

Nel Corano è dettoقَد كَانَتْ لَكُم اُسوَةٌ حَسَنَةٌ فِى ابراهِيْمَ وَالَّذِيْنَ مَعَه ج اِذْ قَالُوا لِقَوْمِهِمْ اِنَّا بُرَاءَؤُا مِنْكُم وَمِمِّا تَعبدونَ من دون اللهِ ز كفرنَا بِكُمْ وَبَدَا بَيْنَنَا وَبَيْنَكُمْ العَدَاوَةَ وَالبَغَضَاءُ اَبَدًا حَتَّى تُؤْمِنُوا بِاللهِ وَحْدَهُ اِلاَّ قَوْلَ اِبْرِاهِيْمَ لِاَبِيْهِ لاَ تَسْتَغْفِرَنَّ لَكَ – (الممتحنة : 4) «Nella vita di Abramo e dei suoi compagni avete un modello eccellente. Essi dissero chiaramente alla loro gente (legata a loro per discendenza): “Noi non abbiamo nulla a che fare né con voi né con quelle divinità che adorate all’infuori di Allah. Ci dissociamo completamente da voi e ci siamo separati da voi. Tra noi e voi è sorta un’inimicizia e un odio eterni, finché non crederete nell’unico Allah.” Tuttavia, non vi è per voi alcun modello nella promessa di Abramo di chiedere perdono per suo padre miscredente.» – Sura al-Mumtahana: 4وَمَا كَانَ اِسْتَغفَارُ اِبْرِاهِيْمَ لِاَبِيْهِ اِلاَّ عَنْ مَّوْعِدَّةٍ وَّعَدَهََا اِيِّاهُ ج فَلَمَّا تَبَيَّنَ لَهُ اَنَّهُ عَدُوٌّلِّلهِ تَبَرَّامِنْهُ – (التوبة : 114) Il rapporto d’amore tra i membri di una famiglia e tra i parenti stretti viene spezzato a causa di questa distinzione tra i partiti. Inoltre, se il padre, il fratello o il figlio appartiene al partito di Satana e, nonostante ciò, un appartenente al partito di Allah nutre amore per lui, non vi è dubbio che ciò costituisca un tradimento verso il proprio partito. A questo proposito il Nobile Corano dice chiaramenteلا تجد قومًا يُّؤمنونَ بِاللهِ واليومِ الاخِرِ يُوَادُّونَ من حَادَّ اللهَ وَرَسُلَهُ وَلو كَانوا اباءَ هًُمْ اَوْ اَبنَاءَهُمْ اَوْ اِخْوَانَهُمْ اَوْ عشيرتَهُمْ ط …….. اُولـــئِكَ حزبَ اللهِ ط الا اِنَّ حزبَ اللهِ هُمُ المفلحونَ – (المجادلة : 22) «Non troverai persone che credono in Allah e nell’Ultimo Giorno stringere amicizia con coloro che si oppongono ad Allah e al Suo Messaggero, anche se questi fossero i loro padri, i loro figli, i loro fratelli o i loro parenti più prossimi. …… Ebbene, costoro sono il partito di Allah. In verità, il partito di Allah è quello che avrà successo.» – Sura al-Mujādala: 22

L’altro termine usato nel Nobile Corano nel senso di partito o gruppo è umma. Anche negli hadith questo termine è usato frequentemente. Un’entità organizzativa speciale, che riunisce le persone—quelle tra le quali esiste un legame di unità unanimemente riconosciuto—viene definita «un’unica umma» proprio in riferimento a tale legame. Per questo anche le persone appartenenti a una determinata epoca e periodo vengono chiamate «umma». Gli abitanti di una stessa stirpe o di uno stesso paese vengono designati come «umma». Ma il legame di unità unanimemente riconosciuto che ha trasformato i musulmani in un’unica umma non è l’unità della stirpe e della tribù, della patria o degli interessi economici; è invece la loro autentica «missione» di vita e l’ideale e i principi del loro partito. Nel Nobile Corano, infatti, è detto:كُنتم خَيرَ اُمَّةٍ اُخرِجَت للنَّاس تاْمُرُونَ بالمَعرُوف وَتنهونَ عَنِ المنكرِ وَنؤمنون باللهِ– (110) «Voi siete la migliore comunità suscitata per l’umanità. Ordinate la verità e le opere buone, trattenete le persone dall’ingiustizia e dal peccato e possedete una fede salda e incrollabile in Allah». — Sura Āl ʿImrān, 110

وكذالك جعلناكم اُمَّةً وَّسَطَا لِّتكونوا شهــداءَ على النَّاسِ وَيَكونَ الرَّسُولُ عليكم شَهِيْدًَا ط-(البقرة: 143) «Così abbiamo fatto di voi una umma equilibrata, affinché siate guide dell’umanità e affinché il Messaggero sia la vostra guida». — Sura al-Baqara, 143

Riflettendo su questi versetti, si comprende chiaramente che qui «umma» significa che i musulmani sono un partito di statura internazionale (International Party). Persone provenienti da ogni parte del mondo, unite in questo partito, sono state preparate a operare secondo determinati principi e ideali, a seguire uno specifico programma d’azione e a portare a compimento una particolare «missione». Poiché provengono da tutte le nazioni, entrando a far parte di questo unico partito non conservano il minimo legame con una nazione particolare; per questo possono essere chiamate il partito «mediano». Dopo aver reciso i rapporti con tutte le nazioni, si stabilisce con esse un rapporto nuovo. Esso consiste nel fatto che questo partito mediano svolgerà nel mondo il compito dell’esercito di Allah. L’espressione «sarete guide dell’umanità» dimostra che i musulmani sono stati incaricati da Allah di svolgere nel mondo il compito di soldati. E l’espressione «siete stati creati per l’umanità» fa comprendere chiaramente che i musulmani sono venuti con una «missione» internazionale. Vale a dire: il sistema completo di pensiero e d’azione che Allah l’Altissimo ha dato al capo assoluto del partito di Allah, Hazrat Muhammad (pbuh), deve essere instaurato nella realtà con l’aiuto di tutte le forze intellettuali, morali e materiali, e tutte le altre concezioni e vie devono essere sconfitte. Poiché questo compito è stato affidato a tutti i musulmani, essi sono divenuti un’unica umma.

Per spiegare la forma collettiva dei musulmani, il Nobile Profeta (pbuh) usò come terzo termine «jamāʿa». Anche questo termine, come «hizb» (حزب), significa «partito» o «gruppo». عليكم بالجماعة—«È vostro dovere rimanere uniti in un partito»— eيَدُ اللهِ على الجماعة «La mano della misericordia di Allah è sulla jamāʿa»—riflettendo su hadith come questi, si comprende facilmente che il Nobile Profeta (pbuh) non usò deliberatamente i termini qawm (قوم) o «shaʿb» (شعـــب) né altri termini equivalenti, ma usò invece il termine «jamāʿa». Non disse: «Sostieni sempre la tua nazione» oppure «La mano di Allah è sulla nazione». In ogni circostanza usò soltanto il termine «jamāʿa». L’unica ragione possibile è che, per esprimere la natura e le caratteristiche della forma sociale dei musulmani, termini come jamāʿa, hizb e partito, invece di qawm, siano particolarmente appropriati ed esprimano correttamente il concetto. Dal punto di vista del significato in cui vengono generalmente usati i termini nazione o «qawm», una persona può appartenere a una nazione pur credendo in e seguendo qualsiasi principio o ideale, perché è nata proprio all’interno di quella nazione. È legata a essa per il nome, il modo di vivere e i rapporti sociali. Ma, nel significato dei termini partito, gruppo, jamāʿa e «hizb», l’unica base per appartenere o non appartenere al partito o al gruppo è seguire o non seguire i suoi principi e ideali. Di conseguenza, una persona che abbandoni i principi e gli ideali di un partito non può mai essere considerata parte di esso, né può persino usare un nome associato al suo. Non può avere alcuna forma di collaborazione con gli altri membri del partito. Se qualcuno dicesse: «Io stesso non sostengo i principi e gli ideali di questo partito; ma, poiché i miei genitori ne erano membri e il mio nome è simile a quello dei suoi appartenenti, ho gli stessi diritti di tutti i membri del partito e devo necessariamente beneficiarne», ciò sarebbe considerato talmente ridicolo che, ascoltandolo, si sarebbe certamente portati a pensare che quella persona abbia perso la ragione. Ma abbandonando questa concezione intrinseca al partito e accettando la concezione di «nazione», si lascia ampio spazio a simili comportamenti ridicoli.

L’Islam ha ordinato ai membri del suo partito di statura internazionale di contrarre matrimoni tra loro, affinché tra essi si realizzino unità, armonia sociale e assenza di discriminazione, trasformandoli in una società organizzata. Allo stesso tempo ha ordinato di predisporre per i loro figli un’educazione tale da renderli, fin dall’inizio, seguaci degli ideali e dei principi del partito; così, insieme alla predicazione e grazie alla crescita della discendenza, la forza del partito aumenterà continuamente. In realtà, è proprio da qui che questo partito comincia a trasformarsi in una nazione. In seguito, la socialità condivisa, i legami di stirpe e le relazioni genealogiche, nonché la tradizione storica, rafforzano la sua nazionalità.

Finora, tutto ciò che è avvenuto è avvenuto correttamente. Ma i musulmani hanno cominciato gradualmente a dimenticare di essere un partito e che la base della loro nazionalità era proprio il fatto di essere un partito. Questo errore è progressivamente cresciuto, provocando un degrado tale che al posto della concezione del partito si è affermata la concezione della nazione. Da allora il musulmano è rimasto soltanto una nazione, come i tedeschi, i giapponesi o gli inglesi sono nazioni. I musulmani hanno completamente dimenticato che l’unica cosa veramente preziosa e più importante sono i principi e gli ideali sui quali l’Islam li aveva formati come un’unica «umma». Hanno dimenticato del tutto la grande «missione» per la quale i seguaci dell’Islam erano stati organizzati in un partito. Dimenticando tutti i propri principi fondamentali, hanno adottato dai non musulmani la concezione pagana della nazionalità. Questo è un errore così grave e fondamentale, e i suoi effetti deleteri sono così vasti, che non è possibile iniziare alcun tentativo di restaurare l’Islam senza prima eliminarlo.

L’amore, la benevolenza, lo spirito fraterno e la cooperazione che si sviluppano tra i membri di un partito non nascono da rapporti personali o familiari; si manifestano inevitabilmente perché tutti credono nella stessa dottrina e nello stesso ideale e li seguono. Se un membro del partito compie un’azione dopo aver abbandonato i principi e l’ideale del partito, gli altri membri non hanno il dovere di aiutarlo. Anzi, è dovere di tutti cercare di impedirgli di proseguire in questa attività ribelle. Se tuttavia non desiste, occorre adottare contro di lui misure severe secondo le regole e la disciplina del partito. E, se anche ciò non produce risultati, bisogna espellerlo dal partito. Non sono affatto rari i casi in cui chi si oppone apertamente all’ideale del partito viene condannato a morte.

Ma riflettete un momento sulla condizione dei musulmani nel mondo attuale! Essi si considerano una nazione, anziché considerarsi un «partito»; per questo sono sprofondati in una grave illusione. Se uno di loro agisce, per il proprio interesse, secondo principi contrari all’Islam, continua a sperare che gli altri musulmani lo aiutino. E, se non lo aiutano, comincia a lamentarsi dicendo: «Un musulmano non aiuta un altro musulmano». Se qualcuno intercede per un altro, si dice che «è necessario aiutare un musulmano». Anche chi presta l’aiuto definisce questo gesto una benevolenza islamica. In tutta questa vicenda si sente parlare continuamente dell’Islam: aiuto islamico, fratellanza islamica e legame islamico; ma nessuno si sofferma neppure per un istante a pensare che appellarsi all’Islam mentre si agisce contro di esso, chiedere aiuto in nome dell’Islam e prestarlo, è del tutto privo di senso. In realtà, se l’Islam di cui parlano fosse davvero presente in loro, non appena avessero saputo che qualcuno della comunità islamica agiva contro l’Islam, avrebbero cominciato a opporvisi e lo avrebbero costretto a pentirsi di ciò. Altro che aiutarlo: nessuno dotato di vitalità e consapevolezza avrebbe il coraggio di agire contro le regole e i principi islamici. Eppure questo è ciò che accade giorno e notte nella società musulmana contemporanea. L’unica ragione, e nient’altro, è che tra i musulmani si è risvegliato il nazionalismo jahilita. Pertanto, ciò che oggi viene chiamato fratellanza islamica non è in realtà altro che un legame di nazionalismo jahilita preso in prestito dai non musulmani.

È sotto l’influsso di questa concezione jahilita che tra i musulmani si è formata una strana idea dell’«interesse nazionale». E i musulmani chiamano proprio questo interesse islamico. Il cosiddetto interesse islamico consiste nel fatto che le persone conosciute come musulmane traggano beneficio, acquisiscano ricchezze, accrescano il proprio onore e prestigio, ottengano forza e capacità e, in una forma o nell’altra, trasformino questo mondo in un mondo felice per loro. Ma non si presta la minima attenzione al fatto che tali interessi e benefici vengano conseguiti secondo la prospettiva e l’ideale islamici oppure proprio opponendosi ad essi. Di solito vengono chiamate «musulmane» le persone nate da musulmani e in famiglie musulmane. Si ritiene che non vi siano eccezioni. Ciò significa che si considera musulmano soltanto il corpo esteriore, non lo spirito interiore. Di conseguenza, una persona può essere musulmana anche senza i caratteri e le qualità islamiche. È per effetto di questa concezione errata che anche i governi di quei musulmani esteriori, chiamati musulmani, vengono definiti «governi islamici». Il loro progresso viene proclamato progresso islamico e i loro interessi interessi islamici. Non importa se questi governi e questi interessi seguono apertamente una direzione del tutto opposta ai principi dell’Islam. Essere tedesco, per esempio, non è un principio né un ideale, ma soltanto un attributo della nazionalità; e un nazionalista tedesco si adopera esclusivamente per il progresso dei tedeschi, qualunque sia il metodo con cui lo persegue. Allo stesso modo, l’essere musulmano è stato considerato una nazionalità, e i nazionalisti musulmani si adoperano soltanto per il prestigio e la supremazia della propria nazione. Anche se questo progresso e questo prestigio vengono ottenuti seguendo, nei principi e nella pratica, orientamenti completamente contrari all’Islam, per loro non vi è alcun motivo di obiezione: non è forse questa una concezione jahilita? Non è forse stato oggi, di fatto, dimenticato che il musulmano è un partito di rilevanza internazionale, considerato insieme a una particolare ideologia e a un programma pratico d’azione per il bene dell’umanità intera? Se un musulmano, individualmente o collettivamente, compie un’azione secondo un’ideologia diversa, abbandonando quella ideologia e quel programma d’azione, come si può chiamare islamica tale azione? Si può forse definire comunista un seguace del sistema capitalistico? Si può mai chiamare comunista un governo capitalista? Si definisce mai democratica un’istituzione fascista? Se qualcuno usasse così questi termini, tutti lo deriderebbero come ignorante e incompetente. Eppure oggi i due termini «Islam» e «musulmano» vengono usati in modo particolarmente improprio, senza che nessuno consideri ciò contrario all’Islam.

La stessa parola «musulmano» dimostra che non è un termine indicante una nazionalità, bensì un nome qualificativo, e che l’unico significato di musulmano è: seguace dell’Islam. Non può avere alcun altro significato. Essa esprime le particolari qualità mentali, morali e operative dell’Islam presenti nell’essere umano. Perciò la parola «musulmano» non può essere usata per una persona nello stesso modo in cui si usano i termini hindu, giapponese o cinese per indicare una persona hindu, giapponese o cinese. Non appena una persona chiamata musulmana si allontana dai principi dell’Islam, perde immediatamente e spontaneamente la dignità di musulmano. Da quel momento, qualunque cosa faccia, la fa a titolo personale. Non ha più alcun diritto di usare il nome dell’Islam. Analogamente, espressioni e termini come «interessi dei musulmani», «progresso dei musulmani», «Stato e governo dei musulmani», «organizzazione dei musulmani» e simili possono essere usati soltanto quando tutto ciò è conforme ai principi e all’ideale dell’Islam e viene realizzato in vista del compimento della vera missione dell’Islam. Altrimenti, la parola «musulmano» non può essere associata a nessuna delle realtà menzionate. Infatti, al di fuori delle qualità dell’Islam, nel mondo non esiste nulla che possa essere definito musulmano. Non si può neppure concepire di chiamare comunista una persona o una nazione prescindendo dal comunismo. Allo stesso modo, non si possono chiamare comunista un interesse, uno Stato o un’organizzazione. Ma, nonostante ciò, perché questa concezione sui musulmani si è radicata così profondamente nella mente umana? Come si può definire «musulmana» una persona o una nazione anche prescindendo dall’Islam?

È proprio questa falsa convinzione a fare sì, in linea di principio, che la civiltà, la cultura e la storia dei musulmani vengano interpretate in modo completamente errato. Le monarchie e i governi statali fondati su principi e ideali contrari all’Islam vengono chiamati “governi islamici”, solo perché sul loro trono siede una persona che porta il nome di musulmano. Oggi si celebra come civiltà e cultura islamica proprio quella che veniva coltivata nelle lussuose corti di Baghdad, Cordova, Delhi e Il Cairo. In realtà, però, essa non ha alcun rapporto con l’Islam. Non appena si chiede a un musulmano qualcosa sulla civiltà islamica, egli indica immediatamente il Taj Mahal di Agra. Sembra che, ai suoi occhi, questo sia il più luminoso esempio della civiltà islamica. Eppure, recintare permanentemente innumerevoli acri di terreno e spendervi milioni per costruire un palazzo destinato alla sepoltura di un cadavere non può in alcun modo essere considerato civiltà islamica.

Così, non appena si comincia a parlare dei capitoli gloriosi della storia islamica, vengono presentate le gesta degli imperatori abbasidi, selgiuchidi e moghul. Tuttavia, dal punto di vista della concezione autenticamente islamica della storia, la maggior parte di tali gesta risulterebbe degna non di essere iscritta nell’albo della gloria, bensì nell’elenco dei crimini. La storia dei re e degli imperatori musulmani viene chiamata “storia islamica”. In altre parole, si è fatto dei nomi dei re e degli imperatori la “missione” dell’Islam e, invece di esaminare la storia passata alla luce della sua dottrina e dei suoi principi, distinguendo, secondo l’affilato criterio della giustizia, tra le imprese islamiche e le attività contrarie all’Islam, si è finito per considerare servizio reso alla storia islamica il sostenere o contrastare i governanti che portavano il nome di musulmani. L’unica ragione di questa differenza fondamentale nella visione, nella prospettiva e nel metodo di giudizio è che nella mente di tutti si è radicata una persistente falsa convinzione: considerare “islamica” ogni cosa appartenente ai musulmani. Anche quando una persona conosciuta come musulmana agisce secondo principi e metodi contrari all’Islam, la sua azione viene considerata l’azione di un musulmano e, quindi, un’azione islamica.

Anche nel campo della politica nazionale i musulmani hanno adottato questa stessa errata prospettiva. Ignorando i principi, gli ideali, la dottrina e la missione dell’Islam, e distogliendo lo sguardo da essi, si chiama una nazione “nazione musulmana”. A nome di questa nazione, per suo conto o in suo favore, ogni individuo e ogni partito ha esercitato la più sfrenata arbitrarietà. Secondo loro, chiunque sia legato alla nazione musulmana è un rappresentante dei musulmani e può persino esserne il leader; non importa se quel poveretto sia completamente ignorante e stolto riguardo all’Islam. Non appena intravedono la possibilità di ottenere qualche vantaggio o interesse, i musulmani sono pronti a seguire ogni individuo e ogni partito; non considerano colpevole neppure chi abbia una missione del tutto opposta a quella dell’Islam. Si rallegrano fino all’estasi non appena vedono che si procura il pane ai musulmani e non provano alcun imbarazzo anche se, dal punto di vista dell’Islam, quel pane è illecito. Ovunque vedano un musulmano insediato al potere, il loro petto si gonfia di gioia. Anche se egli usa quel potere, come farebbe un non musulmano, per scopi contrari all’Islam, non sollevano alcuna obiezione. Qui si sono considerate islamiche innumerevoli cose non islamiche. I musulmani si schierano risolutamente a sostegno e in collaborazione con i partiti costituiti secondo regole e principi completamente contrari all’ideale e ai principi organizzativi dell’Islam, e spendono milioni per conseguire tali obiettivi. …..È proprio perché si è considerato il musulmano una semplice nazione e si è dimenticato di considerarlo un partito dotato di dignità internazionale che si è manifestato questo indesiderabile errore nelle concezioni riguardanti i musulmani e nelle attività a essi connesse. Finché non si eliminerà questa errata concezione dei musulmani e non li si considererà un partito idealista, non potrà esserci un comportamento corretto in alcuna attività della vita dei musulmani. —Tarjumān al-Qur’ān, aprile 1939

 

Appendice

Se si definisce la “Jamāʿat islamica” non come una nazione, alcuni potrebbero dubitare che essa resti libera di essere parte di una qualche nazionalità regionale. All’interno di una nazione esistono oggi diversi partiti politici e, sebbene ciascuno abbia un proprio ideale distinto, tutti rimangono inclusi nella vasta collettività chiamata “nazione”. Analogamente, se i “musulmani” fossero un partito, non sarebbe strano che nella mente di alcuni sorgesse il dubbio che anch’essi possano trasformarsi in una componente della nazionalità regionale del proprio paese.

Ma l’unica ragione per cui nasce questa errata concezione è che con il termine Jamāʿat o partito si intende proprio un comune partito politico. Questo, però, non è il suo vero significato. Poiché per lungo tempo è stato usato in tale accezione, quest’ultima si è strettamente legata al termine. In realtà, coloro che si riuniscono attorno a una particolare dottrina, credo e convinzione, a determinati principi, ideali e obiettivi, costituiscono una Jamāʿat, un partito. Nel Nobile Corano “hizb” e “ummah” sono usati esattamente in questo senso, ed è questo ciò che si intende anche con la parola partito.

D’altra parte, coloro che si organizzano attorno a particolari idee e programmi di intervento e amministrazione politica, in vista delle specifiche condizioni di una nazione o di un paese, costituiscono anch’essi un partito. Ma, poiché un partito di questo tipo è semplicemente un partito politico, non è affatto strano — anzi, è naturale — che diventi parte di una nazione……..

Ma anche coloro che si organizzano attorno a una visione onnicomprensiva e a un ideale corretto vengono chiamati una «jamāʿat». Essi si adoperano e si impegnano per il bene dell’intera umanità, senza distinzione di popoli o paesi. Il loro unico obiettivo è ricostruire la vita nel suo complesso secondo un nuovo ideale e un nuovo metodo. Sono determinati a rifondare ogni cosa, dai principi, dagli ideali, dalla dottrina, dal modo di pensare e dalle norme morali fino ai dettagli della condotta individuale e dell’organizzazione collettiva. Non risparmiano sforzi per creare una civiltà e una cultura del tutto autonome e originali. Anche questo «gruppo», sebbene in sostanza sia soltanto un gruppo, non è un gruppo destinato a operare come parte o semplice appendice di una grande nazione. La sua attività si eleva molto al di sopra del nazionalismo ristretto. Anzi, la sua missione principale è proprio spezzare le rivalità, gli odi e gli antagonismi etnici, tribali e tradizionali sui quali si sono formate le diverse nazionalità del mondo. Perciò una simile jamāʿat o partito non può legarsi a tali nazionalità; al contrario, è certo che spezzerà le nazionalità etniche, tribali e storiche e creerà al loro posto una nazionalità interamente fondata sulla ragione («Nazionalità razionale»), formando, invece di una nazionalità inerte, stagnante e sterile, una nazionalità in crescita («Nazionalità espansiva»). Essa stessa pone le basi di una nuova nazionalità, pronta a includere tutti gli abitanti dell’intero mondo sulla base dell’unità intellettuale e culturale. Ma anche dopo aver assunto la forma di una nazionalità, rimane fondamentalmente un «gruppo» o una «jamāʿat». Infatti nessuno può entrarvi per diritto di nascita: l’unico modo per farne parte è accettarne e seguirne i principi fondamentali, gli ideali e la dottrina.

«Musulmano» è in realtà il nome di un gruppo del secondo tipo. Non è uno dei vari tipi di «gruppi» che esistono all’interno di una nazione. È precisamente un gruppo di quel tipo che si presenta con la bandiera di una civiltà e di una cultura completamente autonome e che, spezzando i limiti più angusti delle piccole nazionalità, mira a formare, sulla sola base dei principi, una grande nazionalità mondiale («Nazionalità mondiale»). Poiché questo «gruppo» non è disposto a legarsi, sul piano dei sentimenti interiori, ad alcuna delle altre nazioni etniche o storiche del mondo, ma comincia invece a edificare una propria civiltà e cultura secondo la propria filosofia della vita e la propria filosofia sociale («Filosofia sociale»), sotto questo aspetto può certamente essere chiamato una nazione. Tuttavia, pur essendo una «nazione» da questo punto di vista, in sostanza è soltanto un «gruppo». Infatti una persona non può essere considerata membro di questa «nazione» per il semplice fatto di esservi nata involontariamente («Puro caso della nascita»), finché non ne segua gli ideali e i principi. Allo stesso modo, non le viene impedito di voler appartenere a un’altra nazione, poiché ha creduto nei principi, negli ideali e nella dottrina di quella nazione.

Il succo di tutta la discussione precedente è che la nazionalità della nazione musulmana è riconosciuta proprio perché essa è una jamāʿat o un gruppo distinto. In sostanza è un gruppo, e solo in una fase successiva assume la dignità di una nazionalità. La prima è la radice, la seconda è soltanto il suo ramo. Se in qualunque momento si trascura il suo carattere di jamāʿat e essa si trasforma in una semplice «nazione», bisogna senza dubbio ritenere che abbia subito la sua completa degenerazione («Degenerazione»).

In effetti, nella storia della società umana, la dignità e la natura del gruppo islamico sono qualcosa di originale e straordinario. Per questo risultano anche sorprendenti per la gente. Prima dell’Islam, il buddhismo e il cristianesimo avevano infranto i ristretti confini delle nazionalità, invitato l’intera umanità e cercato di formare, sulla base di un’ideologia, una fratellanza di portata universale. Ma nessuna delle due religioni possedeva una filosofia sociale adatta a stabilire un sistema complessivo di civiltà e cultura: c’erano soltanto alcuni precetti morali. Di conseguenza, nessuna delle due riuscì a porre le basi di una nazionalità universale. Si limitarono a creare una sorta di «fratellanza» («Fratellanza»). Dopo l’Islam sorse in Occidente la civiltà scientifica, che cercò di rivolgersi al mondo internazionale; ma fin dal giorno della sua nascita il «fantasma» della nazionalità le si posò sul collo. Perciò anch’essa fallì completamente nel formare una nazionalità internazionale. In seguito apparve il comunismo marxista e cercò di creare, sulla base di una concezione onnicomprensiva e oltre i ristretti confini della nazionalità, una nazionalità mondiale e una civiltà. Ma poiché quella civiltà non è stata ancora pienamente realizzata, neppure il marxismo ha potuto assumere la forma di una nazionalità di portata universale. E la verità è che il marxismo aveva già compromesso la propria dignità internazionale sprofondando nella ristrettezza del nazionalismo. Il nazionalismo russo esercita una grandissima influenza sulla politica di Stalin e del suo partito. Nella letteratura russa, e persino nella nuova costituzione adottata nel 1936, la Russia è stata chiamata «patria» («Terra dei padri»), mostrando l’estrema esaltazione del culto della nazionalità. L’Islam, invece, non chiama alcun paese «patria», bensì dār al-Islām, «la terra dell’Islam». Fino a oggi, in tutto il mondo, l’Islam è l’unico sistema di vita capace di spezzare tutti i legami delle nazionalità etniche, tribali e storiche e di formare, sulla base di una nuova civiltà e cultura, una nazionalità di dignità universale. Per questo coloro che non conoscono intimamente la corrente idealistica insita nell’Islam non riescono affatto a capire come la stessa comunità umana possa essere allo stesso tempo una «nazione» e un «gruppo». Essi osservano che, nel mondo, i membri di ogni nazione vi appartengono perché sono nati da persone appartenenti a quella nazione; nessuno vi entra per propria volontà o desiderio. Tutti sanno che chi è nato in Italia è membro della nazionalità italiana, mentre chi non è nato in Italia non ha alcun modo di diventare membro della nazione italiana. Ma la gente non conosce generalmente alcuna «nazione» nella quale si debba entrare credendo in un determinato ideale e in una determinata dottrina, e dalla quale si debba essere espulsi qualora si cambino quell’ideale e quella dottrina. Secondo loro, una simile caratteristica può appartenere soltanto a un gruppo, non a una nazione. Tuttavia rimangono stupiti nel vedere che questo gruppo non è disposto a legarsi e a limitarsi a una civiltà, a una cultura e a una nuova nazionalità particolari.

Poiché non si comprende la situazione reale, questo fatto non è vero soltanto nel caso dei non musulmani: anche i musulmani oggi vi sono sprofondati. A causa dell’istruzione e della formazione non islamiche ricevute per lungo tempo e della vita condotta in un ambiente contrario all’Islam, anche in loro si è risvegliata l’ignorante concezione del «nazionalismo storico». In realtà, erano stati formati proprio per creare una rivoluzione su scala mondiale; diffondere il loro ideale era lo scopo della loro vita; abbattere il sistema sociale corrotto del mondo e preparare una nuova società sulla base della propria concezione della vita era il loro dovere. Ma oggi i musulmani hanno completamente dimenticato tutto ciò. E, dimenticando queste cose, si sono trasformati in una semplice nazione, come le altre nazioni del mondo. Ora, nelle loro riunioni, assemblee, conferenze e congressi, così come nei loro giornali e opuscoli, non si sente da nessuna parte neppure una discussione o un accenno alla loro vera missione. Eppure proprio per questo erano stati scelti tra le nazioni del mondo e trasformati in una nuova nazione, in una nuova umma. Ora la sola occupazione dei musulmani è diventata la difesa degli interessi dei musulmani. E per «musulmani» si intendono coloro che sono nati da genitori appartenenti a famiglie che portano il nome di musulmane. E per «interessi» si intendono soltanto gli interessi materiali e politici di quei musulmani di stirpe, nonché l’ottenimento di vantaggi e agevolazioni. Talvolta vi si comprende anche la loro cultura. Per difendere questi interessi, i musulmani avanzeranno senza esitazione verso l’adozione di qualunque metodo o linea d’azione venga ritenuta indispensabile, proprio come Mussolini era pronto a intraprendere ogni azione volta a difendere gli interessi degli italiani. Non aveva alcun riguardo per alcun principio o ideale. Diceva: tutto ciò che è utile e benefico per la nazione italiana è vero e giusto. E io definisco proprio questo un segno dell’estrema degenerazione dei musulmani; per protestare contro tale degenerazione, cerco di ricordare ai musulmani che, in realtà, non siete una nazione simile alle nazioni di stirpe, tribù o storia. In realtà siete soltanto un gruppo, una Jamāʿat, e la vostra vita può essere salvaguardata soltanto se in voi permane lo spirito di appartenenza a questo gruppo (senso di partito), altrimenti no.

Per la mancata presenza di questo spirito di appartenenza a un gruppo — altrimenti, non si può immaginare quanto siano terribili le conseguenze del dimenticare se stessi — il musulmano comincia a seguire ogni opinione e ogni via, senza mai esaminare se siano conformi o contrarie all’ideale islamico. Così il musulmano diventa nazionalista, ma anche comunista. Si fa persino iniziato al fascismo e non prova alcun imbarazzo al riguardo. Ovunque si trovano musulmani seguaci delle varie filosofie sociali, delle concezioni metafisiche e delle teorie scientifiche dell’Occidente. Non esiste al mondo alcun movimento politico, sociale o culturale al quale i musulmani non abbiano partecipato. E la cosa più sorprendente è proprio questa: nonostante tutto ciò, essi continuano a considerarsi musulmani, lo rivendicano e vengono chiamati con il nome di musulmani. Ma il fatto che «musulmano» non sia un titolo ricevuto per nascita, bensì soltanto un nome qualificativo per coloro che seguono la via determinata dell’Islam, non viene affatto ricordato da chi percorre opinioni e vie diverse. In realtà, non vi è dubbio che sia un errore gravissimo chiamare «musulmani» coloro che, abbandonando il sistema di vita e la via determinata dell’Islam, seguono vie diverse. Espressioni come «nazionalista musulmano», «comunista musulmano» e altre simili sono altrettanto contraddittorie quanto lo sono «un usuraio comunista» e «un macellaio buddhista». — Tarjumān al-Qurʾān, giugno 1939.

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