Capitolo: 1

Prefazione

Lo scopo della venuta, l’invito e la posizione storica

Il volume «Muhammad, il Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui» è essenzialmente la traduzione bengalese di «Muhsin-e-Insaniyat», scritto in lingua urdu da Naim Siddiqi, uno dei più eminenti ricercatori e pensatori islamici del subcontinente. Il volume è stato tradotto anche in inglese con il titolo Human Benefactor.

Questo volume non è una biografia del Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui, scritta secondo il metodo tradizionale. In esso viene presentato soprattutto un magnifico quadro analitico e istruttivo dell’incomparabile rivoluzione sociale realizzata dal Santo Messaggero, pace e benedizioni su di lui, e dell’eccezionale gruppo umano e società umana da lui edificati con la precisione di un abile artigiano. È dunque al tempo stesso una sīra del Santo Messaggero e il resoconto della realizzazione della rivoluzione sociale islamica. È un libro molto utile per coloro che aspirano a edificare una società islamica.

Lo scopo della venuta, l’invito e la posizione storica

Prima di studiare la vita del Grande Profeta, pace e benedizioni su di lui, è necessario acquisire una concezione chiara dello scopo della sua venuta. Dobbiamo identificare con precisione quale fosse la grande opera per portare a compimento la quale questo grande benefattore dell’umanità apparve sulla terra, consacrando l’intera vita al vittorioso compimento di una lotta mirata a un obiettivo finale. In realtà, la storia della vita del Messaggero, pace e benedizioni su di lui, è la storia dell’incessante lotta per attuare un programma umano universale. La vita del Messaggero è l’analisi concreta e operativa dell’insegnamento e dell’ideale coranici. La vita del Messaggero è il completamento di quel messaggio sacro la cui fiaccola fu accesa, nelle rispettive epoche, da Adamo, pace su di lui, Abramo, pace su di lui, Mosè, pace su di lui, Gesù, pace su di lui, e dagli altri profeti. Senza tenere presenti il modo e la natura dell’opera del Grande Profeta, le sue caratteristiche e l’ampiezza del suo contesto, non possiamo ordinare in modo sistematico la vita del Profeta, né valutare e analizzare gli eventi che vi ebbero luogo, né determinare il vero scopo dello studio della sua biografia, né conseguire dalla sua vita tutto ciò che dovremmo ricavarne.

Il salvatore dell’umanità

Se esaminiamo la storia dell’intera umanità, vi incontriamo riformatori di ogni genere. Vediamo molti oratori dalla parola dolce o infuocata, filosofi e pensatori, architetti di vasti imperi, re, sovrani e imperatori, eroi conquistatori, fondatori di grandi partiti e organizzazioni, grandi condottieri capaci di scuotere la civiltà umana, rivoluzionari dalla potenza formidabile che hanno sconvolto ripetutamente la struttura della società, promotori di nuove religioni apparsi sul palcoscenico della civiltà, nonché riformatori morali e legislatori. Ma quando consideriamo i loro insegnamenti, le opere e i contributi che hanno lasciato, nonché il risultato complessivo dei loro sforzi, delle loro aspirazioni e delle loro attività, non troviamo da nessuna parte un bene e un beneficio completi. Quel poco di bene e di beneficio che si può scorgere è del tutto parziale, unilaterale e transitorio. Tali benefici diventano visibili in una parte della vita, per poi mescolarsi a diversi effetti nocivi. Nella storia, al di fuori delle personalità dei profeti, non si trova alcun altro elemento o fattore capace di trasformare l’intera società umana dall’interno. Colorare con il medesimo colore di Allah l’intera società e la civiltà, dalla moschea al mercato, dalla scuola al tribunale e dalla casa al campo di battaglia, e operare una trasformazione radicale dall’interno dell’intera società umana: questo fu il successo della predicazione di Muhammad, il Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui. Ed è questo il vero merito della sua vita. Grazie alla sua predicazione cambiarono le menti e i cuori delle persone, mutarono il modo di pensare e la visione del mondo, cambiarono usi, costumi e abitudini, si trasformò il sistema di distribuzione dei diritti e dei doveri, mutarono i criteri del giusto e dell’ingiusto, del lecito e dell’illecito, si trasformarono i valori morali, cambiarono le leggi e le costituzioni, furono modificati i regolamenti della guerra e della pace, e mutarono il matrimonio e l’organizzazione sociale. In breve, si realizzò una trasformazione radicale di ogni componente e di ogni istituzione della civiltà. Da un estremo all’altro di questa trasformazione totale, non si scorgeva altro che bene e prosperità. In nessuna sua parte vi era male, in nessun ambito malvagità, né si trovava alcuna deformazione. Ovunque vi era soltanto bene, in ogni direzione soltanto attività costruttive, sviluppo e progresso. In realtà, per mano del Profeta si compirono la completa rinascita e il pieno risveglio dell’umanità. Facendo sorgere una luminosa alba d’oro della verità e della giustizia, egli rese limpido il cielo della civiltà. Egli inaugurò un’epoca storica. Nella storia del mondo, questa è un’opera e una conquista così grandi che non se ne trova un esempio in alcun altro luogo.

Il Profeta universale, salvezza dell’umanità, apparve in una situazione in cui l’intera umanità era immersa in una profonda oscurità. In alcuni luoghi imperversava l’epoca della barbarie e della ferocia. Altrove la maledizione del politeismo e dell’idolatria stava devastando la vita civile. In Egitto, India, Babilonia, Ninive, Grecia e Cina, la civiltà era stata completamente distrutta e sconvolta. Soltanto a Roma e in Persia sventolava ancora la bandiera della civiltà. Lo splendore esteriore delle civiltà romana e iranica abbagliava gli occhi. Eppure, all’interno di quei palazzi magnifici, si consumavano oppressioni e persecuzioni agghiaccianti. Dalle ferite della vita esalava un fetore nauseabondo. I re e gli imperatori non erano soltanto considerati incarnazioni di Dio: si erano insediati come dèi stessi. Alleandosi con loro, la classe dei proprietari terrieri e dei religiosi esercitava il dominio sul popolo. Sotto questa terribile oppressione e questo sfruttamento dei due imperi, romano e iranico, la gente comune stava morendo soffocata. Esigevano dal popolo pesanti imposte, tributi, tangenti e doni, e inoltre lo costringevano a lavorare come bestie. Eppure non avevano alcuna preoccupazione né compassione per le sue privazioni, lamentele, sofferenze e calamità, né offrivano alcuna soluzione o rimedio. Il lusso e l’edonismo di queste classi dominanti, insieme al loro culto della natura, avevano completamente distrutto la loro coscienza morale. I temporanei cambiamenti provocati dall’alternarsi del potere dei re e degli imperatori, dall’ascesa e dalla caduta dei sovrani, dall’apparizione di nuovi conquistatori e dalle guerre sanguinose non aprivano alcuna via di liberazione alla gente comune. Dopo ogni cambiamento, il popolo veniva schiacciato ancora più duramente sotto la macina dello sfruttamento. Qualunque potere apparisse sul palcoscenico del potere, trasformava la gente comune in uno strumento di sfruttamento, consolidava il proprio potere usando il loro sangue come capitale e il loro lavoro, e, dopo aver conquistato il dominio e l’autorità, diventava ancora più oppressivo e sfruttatore dei suoi predecessori. Anche tra gli stessi imperi romano e iranico vi erano continui conflitti e scontri. Diverse regioni passavano ora sotto il controllo di un impero, ora venivano inghiottite dall’altro. Ma ogni volta la potenza vincitrice sottometteva crudelmente qualche gruppo dei sudditi. Per esempio, quando una località appartenente all’impero iranico cadeva sotto il dominio romano, i suoi focolari sacri venivano spenti e al loro posto venivano costruite chiese; quando invece una località appartenente all’impero romano cadeva nelle mani degli iraniani, tutte le sue chiese venivano trasformate in focolari di fuoco. La maggior parte delle regioni del mondo era preda dell’anarchia. Continuavano senza sosta guerre, conflitti, scontri e ribellioni. Le fazioni religiose si versavano reciprocamente il sangue. E in queste rivolte e agitazioni veniva calpestata la dignità umana; la sua stessa umanità veniva umiliata e gettata nella polvere. Non riusciva a soddisfare nemmeno i bisogni minimi della vita, pur sottoponendosi a fatiche disumane. Anche di fronte a cento soprusi e persecuzioni non poteva esprimere neppure la più lieve protesta. Doveva inghiottire in silenzio anche i sentimenti più amari. La coscienza e l’animo erano avvinti da catene di una schiavitù così dura che non aveva nemmeno la libertà di pronunciare una sola parola. In quale terribile gabbia di ferro viveva prigioniero, e quanto il cielo e la terra erano appesantiti dai suoi sospiri di disperazione e fallimento: chi se ne prendeva cura? In quella gabbia di ferro non era aperta una sola finestra in alcuna direzione, e non brillava neppure una lucciola di dottrina o filosofia capace di portare agli uomini il più tenue raggio di speranza. La sua anima gridava. Ma da nessuna parte vi era qualcuno che rispondesse anche solo a quel grido. Nessuna religione si faceva avanti per salvarlo, perché gli insegnamenti dei profeti erano sprofondati e scomparsi nell’abisso della deformazione e dell’abuso. Ciò che era rimasto in nome della religione era stato trasformato dagli ambienti religiosi in una merce commerciale. Essi avevano stretto un’alleanza con i tiranni e gli sfruttatori del loro tempo. Che si parli della filosofia greca, di Confucio e del Manusmṛti, dei Veda e del Vedānta, del buddhismo, oppure delle leggi di Giustiniano e di Solone: tutto era diventato privo di vita e d’inerzia. Da nessuna parte si scorgeva un raggio di luce. Ogni volta che in qualche luogo della Terra si verifica una situazione in cui gli uomini vengono rinchiusi in una gabbia di ferro e da nessuna direzione appare una luce di speranza, nell’organizzazione sociale sorgono crisi e paralisi. [Il Corano ha esaminato in modo estremamente conciso questa condizione storica dell’umanità, senza che se ne possa trovare un paragone: «La corruzione è apparsa sulla terraferma e sul mare a causa di ciò che le mani degli uomini hanno commesso. Così Allah vuole far loro gustare parte di ciò che hanno compiuto, affinché forse ritornino sulla retta via». (ar-Rūm, 41)] Quando dunque in tutto il mondo apparve l’anarchia più terribile e spaventosa della storia, nell’oscurità fitta di quella devastazione si accese improvvisamente la fiaccola del Profeta universale, il più grande amico dell’umanità. Quella fiaccola squarciò il buio della catastrofe sociale del tempo e illuminò ogni direzione.

La regione più vicina all’Arabia fu il primo campo d’azione del Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui. Basta pensare alla terribile situazione che vi regnava perché un brivido percorra il corpo. Durante l’epoca di ʿĀd e Thamūd, oppure sotto l’influenza imperialistica di Saba e dello Yemen, un tempo si era forse intravista qualche scintilla di civiltà, ma anche quella si era spenta da molto tempo. Le restanti regioni dell’Arabia erano ancora immerse nella profonda oscurità della pre-civiltà. Il sole della civiltà non era ancora sorto e l’umanità non si era ancora risvegliata dal sonno dell’ignoranza primordiale. Ovunque regnava una forte tensione. Tra gli uomini infuriavano conflitti e scontri, guerre e saccheggi. La cultura dell’ignoranza aveva raggiunto il culmine, alimentata dall’unione di vino, adulterio e gioco d’azzardo. I Quraysh, professando una religione di politeismo e idolatria, continuavano a trarre ingenti profitti dalla gestione della sacra Kaʿba. Anche gli ebrei, gareggiando con loro, avevano aperto botteghe di commercio religioso deviato. Il resto degli arabi era sprofondato nell’anarchia del pensiero. I grandi usurai della Mecca e di Ṭāʾif avevano steso le loro reti di commercio basato sull’interesse. Le maledette istituzioni della tratta degli schiavi prosperavano con grande sfarzo. In breve, gli uomini erano scesi al livello più basso della schiavitù delle passioni e vivevano come iene feroci e animali quadrupedi. [Nel sūra al-Furqān del Corano si dice: «Sono come bestie, anzi, ancora più traviati». (Versetto 42)] I potenti trascinavano i deboli con una corda al naso, come greggi di capre e pecore. I deboli giacevano prostrati ai piedi dei potenti.

In una situazione simile, Muhammad, pace e benedizioni su di lui, scese da solo in campo con l’appello a un cambiamento radicale e totale. In un ambiente così disperante, chiunque altro forse sarebbe fuggito lontano dalla società. In passato non erano mancati nel mondo uomini integri e sensibili, capaci di odiare l’ingiustizia; ve n’erano stati in gran numero. Tuttavia non erano riusciti ad affrontarla e a porvi rimedio. Per salvaguardare la propria vita, lasciavano la società e gli insediamenti, cercavano rifugio nelle foreste, nelle giungle e nelle grotte delle montagne, e diventavano asceti e monaci. Il Messaggero, pace e benedizioni su di lui, invece, non pensò a salvare la propria vita lasciando l’umanità sofferente in una condizione di impotenza. Al contrario, combatté l’ingiustizia e la malvagità e aprì una via di salvezza per tutta l’umanità. Afferrò il timone della nave della civiltà e la guidò verso la destinazione corretta. Per spezzare la paralisi creata all’epoca dalle due superpotenze belligeranti, Roma e Iran, egli apparve come una terza forza. Quando, gradualmente, questa terza forza si reggersi in piedi da sola, sfidò entrambe le potenze, romana e iraniana. Rovesciò i loro potenti dirigenti e liberò le popolazioni dalla gabbia di una civiltà terrificante, offrendo loro la possibilità di muoversi in un ambiente libero [a questo proposito meritano di essere menzionati alcuni ḥadīth: «Sono stato inviato nella migliore delle epoche tra le varie epoche dei figli di Adamo» (Bukhārī); «Allah ha scelto Kināna tra i discendenti di Ismāʿīl, Quraysh tra i discendenti di Kināna, Banū Hāshim tra Quraysh e me tra Banū Hāshim» (Muslim); «Quando Allah creò il mondo, mi incluse nella migliore delle categorie, poi nella migliore delle tribù e poi nella migliore delle famiglie. Perciò sono il migliore come individuo e il migliore anche come membro della famiglia» (Tirmidhī)]. Si aprì davanti ai figli di Adamo una via di liberazione e la carovana degli uomini, circondata dai predoni, si mise in cammino verso la meta del progresso e della prosperità.

In sintesi, il Messaggero, pace e benedizioni su di lui, apparve come liberatore e salvatore per tutti gli abitanti del mondo.

Il luogo e l’epoca dell’avvento, e l’elemento umano

Per riportare l’umanità sulla retta via, Allah l’Altissimo scelse, da un lato, la personalità più eccellente del Messaggero, pace e benedizioni su di lui; dall’altro, nonostante le condizioni estremamente degradate dell’epoca, scelse per lui il tempo più propizio, il luogo più adatto alla daʿwa e la migliore nazione alla quale rivolgere per prima il suo appello.

Considerando il quadro generale, quel periodo può essere ritenuto il più propizio perché l’epoca della società tribale stava giungendo al termine e si avvicinava l’epoca dell’internazionalità. La storia stava per entrare nell’era della scienza dopo aver superato soltanto alcune svolte. L’epoca dell’avvento del Messaggero, pace e benedizioni su di lui, segnava in realtà il confine tra le due epoche sopra menzionate. Per inaugurare un’epoca futura più ampia e luminosa, era diventato necessario riaffermare la daʿwa dei profeti precedenti, risollevarne la forza vitale, stabilire saldamente le basi di una civiltà fondata sull’obbedienza ad Allah e presentare pienamente un ordinamento sociale islamico basato sull’uguaglianza e sulla giustizia, affinché le epoche successive potessero essere illuminate dai raggi della luce emanata dall’opera del Messaggero, pace e benedizioni su di lui. Quell’epoca era la più propizia anche per un altro motivo: davanti agli uomini non era rimasto alcun altro sostegno o motivo di speranza, e perciò sarebbe stato più facile indurli ad abbracciare l’Islam.

Se rivolgiamo lo sguardo al luogo della daʿwa, vediamo che l’Arabia, pur essendo un paese arido e desertico, si trovava al centro del mondo civilizzato dell’epoca. Tutte le vie commerciali provenienti da Oriente, Occidente e Settentrione convergevano nel territorio arabo. Gran parte del commercio estero tra i diversi paesi si svolgeva attraverso i mercanti arabi. Vi era un continuo passaggio di carovane commerciali tra ʿAmmān e lo Yemen, Ṣanʿāʾ e Mecca, Gedda e Yanbuʿ, e Medina e Dūmat al-Jandal. Queste carovane non potevano viaggiare sicure senza il permesso dei capi arabi, cioè dei Quraysh, e i lasciapassare delle tribù importanti. In questo modo il territorio arabo, e in particolare Mecca, Ṭāʾif, Medina, Yanbuʿ e Dūmat al-Jandal, era collegato con tutte le regioni dell’India, della Cina, dell’Iran, dell’Iraq, dell’Egitto, di Roma e dell’Etiopia. In quel luogo, un centro per un appello e una predicazione collettivi avrebbe potuto ottenere più successo che in qualunque altra regione. Inoltre, nel mondo arabo, Mecca e Medina avevano la massima importanza. Dal punto di vista religioso, commerciale e culturale, la loro leadership e la loro autorità erano incontrastate.

Sebbene l’arretratezza della civiltà e della cultura araba, la sfrenatezza, l’anarchia e la difficoltà economica avessero creato diversi problemi, presentavano anche un enorme vantaggio. L’Arabia era in larga misura libera dal dominio straniero. Inoltre, sul piano interno, nessuno disponeva di un potere tale da poter instaurare un’autorità politica sistematica sull’intero paese e poi, servendosi del potere, dell’autorità, delle leggi e dell’istruzione, modellare la società secondo una struttura particolare. Se fosse esistita una persona o un gruppo così potente, avrebbe potuto porre fine al movimento islamico, come in passato vari re tirannici fermavano la daʿwa dei profeti prima che giungesse a compimento. I Quraysh possedevano una considerevole influenza e prestigio, e in effetti opposero ogni possibile resistenza. Tuttavia non esercitavano alcuna autorità politica sistematica sull’intera Arabia. Per quanto profonda fosse la loro influenza religiosa e commerciale, non furono mai in grado di sostituire un governo organizzato.

Dal punto di vista religioso, si vede che tutt’intorno a questa regione il ricordo della predicazione dei profeti precedenti era rimasto indelebile. Anche i segni della sorte toccata ai popoli di quell’epoca erano davanti agli occhi di tutti. A nord si trovava Ur, luogo di nascita del profeta Ibrahim. Nelle sue vicinanze si trovavano le regioni di Nuh, Lut e Salih, pace su di loro. Anche la Palestina e Gerusalemme, luoghi dell’ascesa e della caduta dei Banu Isra’il e della predicazione di Isa, pace su di lui, erano situate lì accanto. A sud si trovavano le dimore di ‘Ad e Thamud, la zona della diga di Ma’rib e il regno di Saba. Oltre il mare si trovava l’Egitto. Lì Ibrahim e Isma’il rafforzarono e consolidarono il centro del tawhid. Lì offrirono esempi luminosi di adorazione e obbedienza. Per l’obbedienza ad Allah, il tawhid e la riforma e lo sviluppo dell’umanità, quale regione avrebbe potuto essere migliore di questa? Se qui fosse stata levata la voce della predicazione dell’Islam, esistevano condizioni tali che i segni lasciati dai profeti precedenti avrebbero potuto facilmente rivivere nella mente delle persone.

Anche il materiale umano presente in Arabia era il migliore possibile. La caratteristica più notevole di questo materiale era che la fonte delle sue capacità e delle sue competenze era ancora inutilizzata e intatta. Gli Arabi erano ancora immuni dalle malattie distruttive generate dalla civiltà brutale di Roma e dell’Iran. Sebbene tra loro fossero presenti i difetti derivanti da uno stile di vita violento, le loro buone qualità non erano affatto poche. Essendo beduini, avevano nel carattere una naturale semplicità. Erano completamente liberi dall’artificiosità. Avevano l’opportunità di osservare da vicino i segni della natura. Perciò erano in grado di cogliere i segni della grande Verità nell’universo. Il clima caldo, le raffiche delle tempeste del deserto, i faticosi viaggi di giorno e di notte, l’esperienza della fame e della sete, nonché gli omicidi e i saccheggi quotidiani, facevano nascere in loro audacia e temerarietà, contribuendo così a risvegliare l’ispirazione all’eroismo. Erano proprio il gruppo di valorosi coraggiosi necessario per guidare un movimento esteso in tutto il mondo. In loro era presente la generosità. Per compiere un’opera così grande, persone avare non sarebbero state adatte. Gli Arabi avevano una memoria straordinaria. Non solo ricordavano la genealogia della propria stirpe, ma persino quella dei propri cavalli. Proprio persone di questo tipo erano in grado di diventare i migliori operatori per adottare i principi di un sistema di vita e trasmetterli agli altri. In loro era pienamente presente il senso dell’onore. Per questo, erano loro ad avere la capacità di salvaguardare la propria dignità. Anche la loro lingua era elevata, vasta e in sviluppo. La sua grazia e i suoi ornamenti si esprimevano in modo estremamente bello. Perciò avrebbero potuto avanzare facilmente nell’opera di diffusione del sapere e delle scienze. Sarebbero inoltre riusciti più di altri a ispirare le persone con un discorso rivoluzionario.

Gli Arabi erano saldi e inflessibili nella loro determinazione. Anche quando percorrevano una via ingiusta, lo facevano con piena serenità d’animo e incrollabile convinzione della propria coscienza. Affrontando ogni sorta di ostacolo e opposizione, avanzavano verso il loro obiettivo. Tuttavia, se fossero stati guidati sulla via della giustizia e della verità, anche in quel caso sarebbero stati saldi e impavidi. Possedevano molte altre caratteristiche di questo genere. Sulla base di esse non si può fare a meno di riconoscere che, proprio come il Messaggero, pace e benedizioni su di lui, era personalmente il più grande leader e convocatore nel conseguimento dell’obiettivo, così gli era stata messa a disposizione anche la migliore forza umana possibile.

Non solo: questa risorsa umana era ansiosa di conseguire progresso e avanzamento sotto ogni aspetto. Anche tra le persone intelligenti e riflessive della società araba jahilita avevano cominciato a maturare inquietudine e insoddisfazione sul piano religioso. Alcuni individui particolari erano diventati impazienti e desiderosi di cercare la grande Verità e di ricevere la guida del Signore dell’universo. Anche sul piano politico si era risvegliata in loro una nuova coscienza. In città come Mecca e Medina si erano sviluppate istituzioni e infrastrutture politiche. Si stava delineando, seppure in modo alquanto disordinato, una sorta di città-stato dotata di un certo carattere democratico. Inoltre, a causa della scarsità delle risorse economiche dell’Arabia, la popolazione era costretta a espandersi al di fuori delle aree desertiche. Quando nella civiltà esistente si crea una situazione di stallo e la leadership diventa inattiva, è una norma consuetudinaria, evidente e immutabile di Allah porre un nuovo gruppo nomade sul trono che guida la civiltà. Fu proprio secondo questa norma che Allah fece cadere il potere faraonico e mise al suo posto i Banu Isra’il al potere.

Considerando tutti questi aspetti, gli Arabi erano la più grande forza umana del mondo di allora. Questa forza umana era la più adatta a realizzare una rivoluzione fondamentale e totale nella società umana.

La kalima rivoluzionaria

Non c’è alcun motivo di pensare che il Profeta dell’universo, pace e benedizioni su di lui, avesse iniziato l’opera di riforma e ricostruzione senza alcun credo, ideologia o piano. Non aveva intrapreso quest’opera spinto da una vaga consapevolezza, da un’emozione priva di obiettivo o da un’immatura esaltazione. Al contrario, era sceso in campo con in mano la fiaccola della più grande Verità dell’universo. Per anni aveva riflettuto sui problemi della vita con una mente estremamente sensibile. Nella camera solitaria della grotta di Hira aveva meditato a lungo sul proprio mondo interiore e su quello esteriore. Si era molto adoperato per comprendere i principi attraverso i quali si realizzano il bene e il male della civiltà. Tuttavia non aveva intrapreso alcun passo concreto finché Allah l’Altissimo non aveva illuminato il suo cuore con la luce della verità e la Verità suprema non gli era stata rivelata. Questa Verità suprema è che esiste un Creatore e Signore dell’universo e che l’essere umano è soltanto un suo servo e schiavo. Questa verità, contenuta nella kalima, era il seme della rivoluzione avviata dal Profeta dell’universo. Da questo seme nacque il sacro albero della vita retta e della civiltà pura, le cui radici sono piantate in profondità nella terra e i cui rami si estendono nell’alto cielo.

La kalima proclamata dal Profeta dell’universo era una kalima rivoluzionaria al massimo grado. Tutti sappiamo che questa kalima è «La ilaha illallah». Dal punto di vista letterale è estremamente breve, ma quanto al significato è profondissima: «Non esiste alcun ilah all’infuori dell’unico Allah. Egli è l’unico ilah». Si chiama ilah quella forza o entità che può essere servita, per la quale l’essere umano può sacrificare senza esitazione se stesso e tutto ciò che possiede, alla cui supremazia si sottomette adorandola, lodandola e glorificandola pienamente, proclamandone la purezza e rendendole culto; per la quale fa voti, dalla quale spera ogni genere di bene, della cui presa teme, dalla quale spera la ricompensa per le opere buone e teme la punizione per quelle cattive; che considera il proprio assoluto padrone e signore, che riconosce come governante e legislatore, secondo i cui ordini agisce e dai cui divieti si astiene; i cui principi assume come fondamento della propria vita, applicando senza obiezioni le norme di ciò che essa dichiara halal e haram; che considera fonte della propria guida, secondo la cui volontà e il cui desiderio costruisce il proprio sistema di vita; i cui cari onora e i cui oppositori respinge; e il cui compiacimento diventa il fine e l’obiettivo principale della sua vita. In una sola parola, ilah, era racchiuso questo significato così vasto.

La società umana aveva sottratto a un unico Allah questi diritti propri delle divinità e li aveva frammentati e distribuiti tra molti. Di conseguenza, in ogni livello della società e della civiltà si erano insediate innumerevoli divinità. La natura stessa dell’uomo e i suoi desideri, le usanze delle famiglie e delle tribù, le tradizioni delle distinzioni di casta, di stirpe e di appartenenza etnica, il dominio dei proprietari terrieri e dei sacerdoti, l’arroganza delle famiglie reali e dei membri dei consigli, e così via, erano diventati loro divinità. In nome di queste divinità, una classe della società governava, opprimeva e sfruttava le altre, depredandole e divorandone le ricchezze. L’espressione «la ilaha illallah» («Non vi è alcuna divinità all’infuori di Allah») sferrava contemporaneamente un colpo possente alla divinità di tutti questi falsi dèi. Chi pronunciava questa formula dichiarava, in sostanza, quanto segue: non riconosco alcuna sovranità all’infuori di quella di Allah; non riconosco l’autorità né il dominio di nessuno; nessuna legge o norma elaborata da altri è accettabile per me; nessun diritto sovrumano acquisito da qualcuno è legittimo; non mi inchinerò davanti a nessuno; non terrò conto della soddisfazione o dell’ira di nessuno; la mia vita non sarà guidata dal gesto del dito di qualcuno; e ogni pretesa di divinità all’infuori di Allah sarà distrutta completamente. In verità, questa formula era la proclamazione della vera libertà dell’essere umano.

La seconda parte di questa formula contiene l’impegno che l’unica via per guidare l’umanità, indicandole il cammino della salvezza e del benessere, e per correggere la civiltà e riformare la società è quella indicata dai profeti e dai messaggeri inviati da Allah. L’unica fonte della conoscenza autentica e certa necessaria alla vita è la rivelazione. Da essa la coscienza umana può apprendere i principi fondamentali del pensiero. Muhammad, pace e benedizioni di Allah su di lui, è l’ultimo profeta e messaggero, colui che completa questa successione della messaggeria. È da lui che bisogna apprendere la retta via della vita, e sotto la sua guida l’umanità intera può avanzare sulla strada del benessere e del progresso.

Proprio per l’importanza di questa formula, riconoscerla è diventato il primo requisito per abbracciare l’Islam. I muezzin la recitano ad alta voce durante la chiamata alla preghiera, ed essa è stata definita il migliore dei ricordi di Allah e inclusa nella preghiera. In breve, sotto ogni aspetto, questa formula è diventata lo slogan del movimento islamico.

La formula rivoluzionaria del Messaggero, pace e benedizioni di Allah su di lui, quando penetrava nel cuore di qualcuno, vi produceva un cambiamento radicale. Quando entrava nella vita di una persona, ne trasformava completamente l’aspetto. Da questo seme nasceva un uomo nuovo, che veniva allevato, educato e sviluppato.

L’obiettivo del Messaggero, pace e benedizioni di Allah su di lui, nella riforma della società

Per trarre un autentico beneficio dalla biografia del Messaggero, pace e benedizioni di Allah su di lui, è necessario conoscere la risposta a una domanda importante: quali erano i limiti del cambiamento auspicato dal Messaggero e quale criterio guidava la sua opera? Nel sistema sociale desiderava forse un cambiamento parziale o un cambiamento totale? La sua predicazione si limitava a una semplice riforma religiosa e morale oppure aveva anche un’importanza politica? In altre parole, quale obiettivo si proponeva nell’ambito sociale?

La risposta a questa domanda è stata fornita con grande chiarezza nel Corano stesso. Gli scopi della predicazione islamica sono stati esposti più volte e in forme diverse. Qui citerò soltanto due versetti. In un passo viene descritto così lo scopo per cui furono inviati tutti i profeti e i messaggeri:

﴿لَقَدْأَرْسَلْنَارُسُلَنَابِالْبَيِّنَاتِوَأَنزَلْنَامَعَهُمُالْكِتَابَوَالْمِيزَانَلِيَقُومَالنَّاسُبِالْقِسْطِۖوَأَنزَلْنَاالْحَدِيدَفِيهِبَأْسٌشَدِيدٌوَمَنَافِعُلِلنَّاسِوَلِيَعْلَمَاللَّهُمَنيَنصُرُهُوَرُسُلَهُبِالْغَيْبِۚإِنَّاللَّهَقَوِيٌّعَزِيزٌ﴾

«Ho inviato i Miei messaggeri unicamente con questo scopo e ho fatto scendere su di loro il Libro e la Bilancia, affinché l’umanità si mantenga saldamente nella giustizia. (Sura al-Hadid: 25)

La questione è stata espressa in termini assolutamente inequivocabili. L’unico scopo della predicazione dell’Islam è edificare la vita umana sulle basi dell’equità e della giustizia e stabilire efficacemente equilibrio e giustizia nell’ordinamento sociale. Nella parte successiva del versetto si fa riferimento anche all’uso delle armi di ferro per il medesimo scopo. In altre parole, la forza militare è anch’essa indispensabile per l’attuazione, la salvaguardia e lo sviluppo dell’ordinamento islamico.

Lo scopo della venuta dello stesso Muhammad (pace e benedizioni su di lui) come profeta è stato enunciato più volte in termini ancora più chiari. Per esempio:

﴿هُوَالَّذِيأَرْسَلَرَسُولَهُبِالْهُدَىٰوَدِينِالْحَقِّلِيُظْهِرَهُعَلَىالدِّينِكُلِّهِوَلَوْكَرِهَالْمُشْرِكُونَ﴾

«È Lui Allah, Colui che ha inviato il Suo Messaggero con la guida e la vera religione, affinché la faccia prevalere su ogni altra religione e sistema di vita, per quanto ciò possa essere sgradito agli idolatri.» (Sura as-Saff: 9)

In altre parole, i Quraysh e gli altri idolatri d’Arabia avrebbero certamente fatto ogni sforzo per mantenere in vita il proprio sistema di vita jahilita. Qualunque voce si levasse contro la jahiliyya sarebbe stata per loro sgradita. Tuttavia, senza curarsi di tali simpatie e antipatie e ignorando la loro opposizione, il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) doveva portare a compimento il compito di stabilire e attuare l’Islam. Se questo non fosse stato lo scopo della predicazione dell’Islam, da dove sarebbero sorte le occasioni di conflitto, scontro, jihad e hijra? Perché sarebbe stato lanciato l’appello al sacrificio della vita e dei beni? Per quale scopo sarebbe stato rivolto il vigoroso appello: «Diventate ausiliari di Allah»? Per quale scopo sarebbe stato costituito il «partito di Allah»? In vista di quale obiettivo sarebbero stati scelti i martiri? In realtà, senza imprimere saldamente nel cuore lo scopo della predicazione dell’Islam, non si possono comprendere né il Corano né la Sira.

Ora esaminiamo i diversi capitoli della vita del Messaggero (pace e benedizioni su di lui) e cerchiamo di comprendere quale fosse il suo obiettivo perseguito.

Già nella fase iniziale, il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) convocò una riunione dei membri più autorevoli della tribù dei Banu Hashim per esporre loro la sua predicazione. In quella sede disse brevemente che tale predicazione avrebbe assicurato il bene sia in questo mondo sia nell’Aldilà. Molto tempo dopo, durante una discussione con una delegazione dei Quraysh, ripeté quella stessa affermazione e disse:

(Arabo*****************************)

«Se accettate l’invito che vi sto rivolgendo, in esso è racchiuso il bene per voi, tanto in questo mondo quanto nell’aldilà.» (Sīrat Ibn Hishām, primo volume, p. 316)

È del tutto irragionevole intendere le due semplici parole «il bene di questo mondo» nel senso di un bene parziale. Un bene parziale è presente in ogni invito. Anche in ogni cattivo sistema si trova qualcosa di buono. In realtà, il bene di questo mondo significa che la vita terrena diventi pienamente bella; che l’organizzazione sociale sia pura e perfetta; che venga istituito un sistema stabile di giustizia e che si possa condurre una vita pura e incontaminata.

Nella fase iniziale, quando era già iniziato il conflitto con i Quraysh, si tenne ancora una volta un colloquio con il Messaggero ﷺ. Anche questa volta egli disse:

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«Se mi concedeste una sola parola, per mezzo di essa otterreste il dominio sull’intera nazione araba, e tutte le nazioni non arabe presenti sulla terra si sottometterebbero a voi.» (Sīrat Ibn Hishām, vol. 1, p. 316)

Durante ogni fiera e nel periodo del pellegrinaggio, egli si recava di accampamento in accampamento, presso le tribù giunte dalle diverse regioni dell’Arabia, e rivolgeva questo discorso a ciascun capo tribù. Diceva loro: «Venite con me. Datemi l’opportunità di agire e collaborare con me, affinché possa presentare chiaramente alla gente quel messaggio per il quale sono stato inviato nel mondo.» [Coloro della tribù dei Banū ʿĀmir che si erano recati al pellegrinaggio tornarono e riferirono: «Muhammad (pace e benedizioni su di lui) ci aveva chiesto di proteggerlo, di assumerci la responsabilità nei suoi confronti e di condurlo nel nostro territorio.» (Sīrat Ibn Hishām, vol. 2, p. 34)] Dopo aver ascoltato questo discorso e aver visto l’entusiasmo e l’ardore del Messaggero (pace e benedizioni su di lui), il capo della tribù dei Banū ʿĀmir, Bukhayra ibn Firās, ne fu talmente colpito che disse ai suoi familiari: «Se riuscissi a impadronirmi di questo giovane, potrei inghiottire l’intera Arabia.» Questo perspicace capo arabo aveva compreso lo scopo dell’invito del Messaggero (pace e benedizioni su di lui) e le possibili conseguenze della sua attività. Perciò volle trattare con lui. Informò il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) di essere pronto a collaborare a una condizione: «Quando avrai riportato la vittoria sui tuoi avversari e sarai salito al potere, dopo di te saremo noi a governare.» Non si può negare che Bukhayra fosse estremamente lungimirante. Se il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) fosse stato, in senso restrittivo, soltanto un predicatore religioso e un esortatore morale, senza alcun obiettivo politico, avrebbe risposto chiaramente: «Fratello, io sono semplicemente un uomo devoto ad Allah. Che me ne faccio di una parte del potere? Che rapporto ho con lo Stato e con il governo?» Ma il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) non rispose in questo modo. Disse:

«Il potere e l’autorità sono nelle mani di Allah. Egli li conferirà a chiunque vorrà.»

Detto ciò, respinse la condizione di Bukhayra e la proposta di condivisione del potere. (Sīrat Ibn Hishām, vol. 2, p. 23)

Durante il movimento guidato dal Messaggero di Allah ﷺ, l’idea di «ottenere autorità sugli Arabi e sui non Arabi» divenne così famosa da trasformarsi quasi nello slogan del movimento islamico. Persino i bambini la ripetevano. Gli oppositori la consideravano motivo di scherno. Ogni volta che vedevano giovani appartenenti alla classe degli schiavi e dei poveri, che avevano abbracciato l’Islam e venivano schiacciati dalle persecuzioni e dai maltrattamenti dei Quraysh, questi ultimi li indicavano dicendo: «Che altro dire di questi signori? A quanto pare diventeranno i governanti degli Arabi e degli Ajam!»

Per quanto aumentassero il sarcasmo, lo scherno, l’opposizione e la resistenza, gli uomini più saggi della tribù dei Quraysh comprendevano certamente, nel profondo del cuore, che questo movimento non era affatto qualcosa di ordinario, ma che avrebbe necessariamente prodotto conseguenze di portata estremamente vasta. Una volta, i principali capi qurayshiti della Mecca inviarono ʿUtba a discutere con il Messaggero di Allah ﷺ. ʿUtba lo lusingò prospettandogli ogni possibile vantaggio, tra cui una carica ufficiale, ricchezze e benefici legati agli interessi mondani, affinché accettasse in qualche modo di abbandonare quella rivoluzionaria attività. Tuttavia, il Messaggero di Allah ﷺ recitò a ʿUtba i primi versetti della Sura Hā-Mīm. Di conseguenza, il volto di ʿUtba impallidì. Al suo ritorno disse: «Questo invito indica un enorme cambiamento. Sta per arrivare una rivoluzione e ogni cosa nella vita sociale sarà sconvolta. Perciò vi consiglio di non dire nulla a Muhammad ﷺ. Lasciatelo fare ciò che sta facendo. Non ostacolatelo. Se il popolo arabo lo ucciderà, sarete liberati da lui senza dover fare nulla. Ma se sarà vittorioso, il suo regno sarà il vostro regno, il suo prestigio sarà il vostro prestigio e voi diventerete i più ricchi del mondo». In altre parole, persino un uomo come ʿUtba aveva capito che dietro questo movimento si celava un impero e che il suo esito non poteva essere altro che il potere statale. Se egli se ne era accorto, come avrebbero potuto non accorgersene il Messaggero di Allah ﷺ e i suoi compagni? (Sīrat Ibn Hishām, vol. 1, p. 314)

Una volta, quando i musulmani erano schiacciati sotto il peso di una violenza e di persecuzioni terribili, i compagni del Messaggero di Allah ﷺ gli raccontarono le loro sofferenze e gli chiesero di pregare affinché fossero liberati da quella situazione. Anzitutto, il Messaggero di Allah ﷺ spiegò loro che nella lotta per instaurare concretamente la religione di Allah si incontrano ostacoli difficili a ogni passo. In passato, coloro che avevano assunto questo compito avevano dovuto sopportare sofferenze e avversità indescrivibili. Poi, con piena certezza, annunciò loro la buona novella: «Giuro per Allah: un giorno Allah concederà certamente il successo definitivo a questa causa». Quindi, descrivendo questo successo, disse:

«Un uomo viaggerà completamente solo da Sanʿāʾ fino a Ḥaḍramawt, senza temere nessuno all’infuori di Allah». [Sīrat Ibn Hishām, vol. 1, p. 314 (testo originale arabo)] In altre parole, sulla Terra sarà instaurata una società giusta e un’epoca prospera, e sarà introdotto un sistema così pacifico che, là dove oggi rapine, brigantaggio e omicidi sono diventati eventi quotidiani, dove i figli degli uomini vengono rapiti in pieno giorno e persino la castità delle donne viene violata pubblicamente, un viaggiatore potrà spostarsi ovunque completamente solo, tranquillo e senza paura. Nessuno oserà attentare alla sua vita, ai suoi beni, al suo onore o alla sua dignità. Il Messaggero di Allah ﷺ disse inoltre una volta che si avvicinava un’epoca in cui le persone si sarebbero recate alla Mecca senza guardie del corpo. [Shiblī Nuʿmānī, Sīrat al-Nabī, vol. 2, p. 3]

La chiarezza e la luminosità con cui vengono qui esposti lo scopo e l’obiettivo sono davvero incomparabili.

Una volta, il Messaggero di Allah ﷺ chiese a ʿUthmān ibn Ṭalḥa, custode delle chiavi della Kaʿba, di aprire la porta della Kaʿba, ma ʿUthmān rifiutò la richiesta. In quel momento, a quanto appariva, prevaleva una situazione di estrema anarchia e avversità. Ciononostante, il Messaggero di Allah ﷺ disse: «Non è lontano il giorno in cui questa chiave sarà nelle nostre mani e la daremo a chi vorremo». [Al-Mawāhib al-Ladunniyya, Qasṭallānī, vol. 1, p. 158]

Se si studia lo storico giuramento, o bayʿa, prestato dagli Anṣār di Medina nel luogo chiamato al-ʿAqaba, si comprende chiaramente che anch’essi avevano percepito quanto sarebbero state vaste e di ampio respiro le opposizioni e i conflitti provocati dalla predicazione dell’Islam. Avevano inoltre compreso che la decisione finale di questo conflitto sarebbe stata presa in seguito sul campo di battaglia. Attraverso questo giuramento, da un lato gli Anṣār promisero di combattere, se necessario, contro il mondo intero in sostegno del Messaggero di Allah ﷺ, e accolsero persino la distruzione dei loro capi e la perdita delle loro vite e dei loro beni. Dall’altro lato, fecero promettere al Messaggero di Allah ﷺ che, quando Allah gli avesse concesso la vittoria, non li avrebbe abbandonati per andarsene. In questa promessa di guerra, in questa determinazione al sacrificio e all’offerta di sé, e in questo sogno di vittoria, non emerge forse chiaramente lo scopo e l’obiettivo del Messaggero? [Sīrat Ibn Hishām (arabo), vol. 2, pp. 50-51; Zād al-Maʿād (arabo), vol. 1, pp. 50-51]

L’ultima parte della supplica che gli fu insegnata prima di partire per l’Egira è: «E concedimi, da parte Tua, un’autorità che mi sostenga» [Sura Banī Isrā’īl, versetto 80].

In questo versetto gli viene consigliato di chiedere una «forza di sostegno». In altre parole, poiché per patrocinare questa sacra missione e realizzare questo nobile obiettivo era necessario il potere di governo, gli viene insegnato a chiedere tale potere.

Quando fu esercitata pressione sullo zio Abū Ṭālib affinché abbandonasse il sostegno e l’appoggio al Messaggero, pace e benedizioni su di lui, egli gli disse: «Non crearmi problemi». La risposta che il Messaggero, pace e benedizioni su di lui, diede in quell’occasione è scritta a lettere d’oro nella storia. Disse: «Anche se mettessero il sole nella mia mano destra e la luna nella mia mano sinistra, non abbandonerei mai questo mio obiettivo». Le ultime parole della sua risposta furono: «O Allah farà trionfare questo mio obiettivo, oppure morirò mentre compio quest’opera» [Sīrat Ibn Hishām, vol. 1, p. 278].

Qui egli disse «farà trionfare», non disse «porterà a compimento». La stessa parola «trionfare» racchiude l’idea di conflitto e di scontro. Inoltre, dalle sue ultime parole si comprende che l’intensità di questo conflitto e di questo scontro era tale da mettere in pericolo la vita.

Dopo l’Egira, ʿAdī ibn Ḥātim si recò dal Messaggero, pace e benedizioni su di lui, e cominciò a esaminare la sua personalità. Cercò di comprendere la sua concezione della daʿwa e osservò il suo comportamento e il suo modo di agire con lo sguardo di un critico. Proprio svolgendo questo compito, il suo cuore rimase sopraffatto e affascinato. In accordo con il modo di pensare del visitatore, egli gli annunciò che in futuro i bianchi palazzi di Babilonia sarebbero passati sotto il dominio dell’Islam, che vi sarebbero state immense ricchezze e che i musulmani avrebbero posseduto straordinario potere e prestigio. Inoltre lo informò di questa caratteristica della società islamica fondata sulla giustizia: «Presto vedrai una donna partire da Qādisiyya, a grande distanza, cavalcando da sola una cavalcatura, dirigendosi verso questa moschea, e arrivare qui completamente al sicuro». Come si può dire che il Profeta, che durante il viaggio dell’Egira, apparentemente in condizioni di assoluta indigenza, aveva visto con la sua lungimiranza i bracciali dell’imperatore persiano adornare Suraqa, non fosse consapevole dell’esito finale del proprio movimento e dell’obiettivo ultimo della nuova società da lui avviata? Come si può immaginare che non avesse tra i suoi obiettivi l’istituzione di uno Stato islamico, che non si fosse preparato e impegnato per esso e che tale Stato fosse stato dato all’organizzazione del Messaggero, pace e benedizioni su di lui, all’improvviso e come semplice ricompensa? Al massimo si può dire che egli non voleva istituire uno Stato e un governo al solo scopo di perseguire interessi terreni e affermare il prestigio e la potenza personali. Ma come si può sostenere che uno Stato islamico non fosse auspicabile per affermare concretamente la religione di Allah, instaurare giustizia ed equità, garantire la liberazione dell’umanità e costruire la società?

In realtà, l’obiettivo del Messaggero, pace e benedizioni su di lui, non era soltanto realizzare una rivoluzione dottrinale e morale; egli mirava anche, con piena determinazione, a realizzare una rivoluzione politica. Oltre alla riforma dell’individuo, auspicava anche la riforma della società. In altre parole, il Messaggero, pace e benedizioni su di lui, considerava l’essere umano un’entità collettiva, un essere inserito nella società, e voleva riformarlo insieme a tutte le sue relazioni sociali. Non considerava l’essere umano come un semplice individuo separato dalla società, né limitava la sua daʿwa alla vita personale degli uomini. Se si tiene presente questo punto e si imprime nel cuore l’obiettivo e la finalità della venuta del Messaggero, pace e benedizioni su di lui, in tutta la loro ampiezza, negli eventi della Sīra si vedrà una completa continuità e si troverà la spiegazione di ogni evento, di ogni passo e di ogni iniziativa. Altrimenti, non si svelerà il mistero della Sīra e neppure il significato delle parole del Sacro Corano diverrà chiaro.

Una religione, un movimento

I confini della filosofia coincidono con quelli del pensiero. Il filosofo non ha alcun rapporto diretto con il campo concreto dell’azione nella vita e con gli alti e bassi della storia. È vero che il filosofo trae le proprie conclusioni alla luce degli eventi, delle circostanze e dell’ambiente; tuttavia non partecipa ad alcuno sforzo efficace, né a una lotta concreta, per cambiare il corso degli eventi e delle circostanze. Ciò che comunemente si intende con il termine religione in senso ristretto ha confini un po’ più ampi e una portata un po’ più estesa. Oltre a trasmettere alcune credenze e convinzioni, essa impartisce all’individuo anche un insegnamento morale, separandolo dalla società. Tuttavia, il cammino della religione passa al di fuori dell’ordinamento sociale. Essa non si interessa della struttura politica del Paese, non desidera cambiamenti profondi nelle istituzioni sociali e non sfida il sistema di governo vigente. La daʿwa religiosa si svolge sempre attraverso ammonimenti, esortazioni e consigli. Un predicatore si congeda dopo aver impartito alcuni consigli dolci e amabili. Non si preoccupa che i suoi ascoltatori possano essere intrappolati in una situazione critica, che gruppi cospiratori ostili all’Islam possano deformare e confondere la loro mentalità e il loro carattere attraverso attività riprovevoli, che gli eventi e le circostanze quotidiane possano aver esercitato un’influenza negativa sul loro carattere, né di quali ideologie e correnti di pensiero, da quali direzioni e in quale misura, influenzino a favore o contro i suoi buoni consigli. Non si preoccupa neppure del fatto che persone profondamente religiose e timorate di Dio, formate dai suoi insegnamenti religiosi, siano integrate in sistemi statali e sociali non islamici. In lui non vi è alcun obiettivo collettivo, né alcun piano di cambiamento. Non avverte alcun bisogno di saggezza e lungimiranza politica e di leadership. Fa tutto ciò che è possibile per creare una parziale onestà e rettitudine in un piccolo settore della vita. Poi non si preoccupa più che, nel vasto campo rimanente, il falso e le forze del male continuino con gioia a sventolare le proprie bandiere.

Il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) non era un filosofo, la cui responsabilità si sarebbe esaurita nel proporre alcune riflessioni astratte di alto livello, senza dover dedicare alcuna attenzione alla situazione reale. Né era semplicemente un predicatore che, chiudendo completamente gli occhi davanti all’anarchia e all’indisciplina dilaganti, si sarebbe rivolto alle persone soltanto sul piano individuale, dispensando dolci e gradevoli esortazioni senza riflettere minimamente sulle possibili conseguenze. Questo grande uomo, salvatore dell’umanità, assunse come propria missione la trasformazione radicale della vita umana, con una piena consapevolezza sociale. Per questo si familiarizzò con ogni forza capace di influenzare e controllare la vita collettiva. Osservò i capi che guidavano la società e la civiltà della jāhiliyya. Arrivò persino a sfidarli con argomentazioni e prove. Ten­ne conto del corso della storia. Prestò attenzione a ogni onda del flusso degli eventi e delle circostanze. Esaminò e valutò ogni avvenimento con l’intuizione propria di un leader e con saggezza politica, per stabilire sotto quale aspetto contribuisse al raggiungimento dell’obiettivo della riforma e sotto quale fosse dannoso. Cercò di conoscere le capacità e le qualità di ogni tipo di persona nella società e, alla luce di ciò, cercò di comprendere da chi e in quale momento si potesse sperare di ricevere quale aiuto nell’opera della da‘wa. Confrontava la propria forza e il proprio slancio con quelli degli avversari. Attendeva pazientemente, contando le ore, il momento più opportuno per compiere ogni passo. Non appena giungeva il momento adatto, agiva con coraggio. Comprendeva correttamente come oscillasse l’opinione pubblica e, contrastando ogni propaganda diffamatoria degli oppositori, ne riduceva l’influenza. Quando vide che si era formato un circolo di poesie e discorsi contro l’Islam, ne istituì uno contrapposto attraverso poeti musulmani e oratori popolari. Seguiva rigorosamente i princìpi islamici, ma non alla cieca. Al contrario, osservava le circostanze e l’ambiente, comprendeva le esigenze del tempo e adottava un approccio scientifico. Ovunque si presentasse l’opportunità di avanzare, avanzava. Quando non riteneva opportuno procedere, si asteneva dall’intraprendere l’offensiva. Se si trovava davanti a due pericoli contemporaneamente, si proteggeva da uno e affrontava l’altro. Quando si rendeva necessario adottare misure militari, le adottava senza esitazione. Quando si presentava l’opportunità di una tregua, tendeva senza riserve la mano della pace. Soprattutto, in tutti questi sforzi e attività non si limitava a preservare la devozione e l’obbedienza ad Allah e i valori morali, ma ne promuoveva e sviluppava continuamente il miglioramento. Se si riunisce e si presenta nel suo insieme, traendo dalle pagine del Corano e della sīra (la storia della vita di Muhammad, pace e benedizioni di Allah su di lui), l’intero complesso di queste attività e metodi d’azione, diventa evidente la differenza tra la “religione” nel senso convenzionale, limitata al culto personale, alle pratiche ascetiche e al progresso spirituale, e ad-dīn, cioè il senso di obbedienza alle prescrizioni di Allah in ogni ambito della vita. Si comprenderà quale enorme distanza esista tra le esortazioni e i consigli da un lato e l’appello rivoluzionario dall’altro, così come tra la purificazione individuale dell’anima e il movimento sociale!

Poiché il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) guidò un movimento per attuare un sistema di vita completo e universale, cercò, una dopo l’altra, le persone che per natura erano rette. Poi inserì nell’organizzazione chiunque avesse avuto nel cuore la luce della verità; lo formò e lo rese partecipe, insieme a sé, della prova del fuoco. In seguito, man mano che si acquisiva una certa forza organizzata, la coinvolse, sotto la propria guida, nella lotta contro l’ordine corrotto. Questa lotta si svolse tanto sul campo delle idee quanto su quello politico e, infine, anche sul campo di battaglia. Coloro che si riunirono accanto al Messaggero (pace e benedizioni su di lui) egli non li trasformò in sufi o dervisci. Non li plasmò come yogi o asceti, né instillò in loro l’atteggiamento di chi si limita a proteggere se stesso dalla corruzione, teme la forza corrotta vittoriosa o si lascia intimidire dai potenti e dai ricchi. Non erano semplici fino al punto della stupidità, né rinunciavano al mondo fino al punto dell’inattività. Erano intrepidi e coraggiosi, consapevoli e saggi, dotati di dignità e orgoglio personale, astuti e avveduti, operosi e instancabili, intraprendenti e rapidi nell’agire. Non erano inerti come sacerdoti e santi; al contrario, erano sempre dinamici e possedevano ogni sorta di virtù e capacità. Così, gli uomini dai migliori caratteri, dopo aver ricevuto la migliore formazione, essersi legati dai più eccellenti vincoli organizzativi ed essersi riuniti sotto la migliore guida, si trasformarono in una forza invincibile. Per questo, pur essendo una piccola minoranza, riuscirono a organizzare sotto la propria guida la grande maggioranza del popolo di tutta l’Arabia. Quando alla Mecca i membri dell’organizzazione islamica erano appena quaranta, crearono in tutta la città e nelle zone circostanti un’ondata permanente di agitazione ed entusiasmo. Negli anni successivi, se vi fu un argomento più discusso di ogni altro, casa per casa e vicolo per vicolo, fu l’attività di dawah del Messaggero (pace e benedizioni su di lui) e dei suoi compagni. Quando giunsero a Medina e i portatori della bandiera del movimento islamico non erano ancora più di alcune centinaia, mentre i non musulmani erano la maggioranza, furono poste le fondamenta dello Stato islamico. Il principio del Messaggero (pace e benedizioni su di lui) e della sua organizzazione islamica non era che si dovesse aspettare che l’intera società araba accettasse l’Islam o che fosse completata la riforma del carattere della maggior parte delle persone, per poi iniziare a fondare la società islamica. La loro concezione non era che prima si dovesse continuare l’opera di dawah e riformare e correggere le idee e le credenze, finché un giorno, spontaneamente, sarebbero sorti lo Stato islamico e l’ordinamento sociale, oppure che Allah avrebbe concesso la vittoria all’Islam come ricompensa. Essi seguivano invece questa verità eterna della storia: la grande maggioranza del popolo rimane sempre ignorante e inattiva, mentre solo una piccola parte della società è attiva. Una parte di questa componente attiva scende in campo con l’appello alla riforma e alla rivoluzione, mentre l’altra vi si oppone. È proprio tra queste due parti della componente attiva della società che si svolgono il vero conflitto e lo scontro. Quando questo conflitto viene deciso, il popolo diventa spontaneamente attivo. Essi sapevano che, finché una guida traviata si fosse posta sulla strada del popolo, avesse tentato di deformarne la vita o almeno lo avesse lasciato nell’oscurità dell’ignoranza e dell’inattività, il popolo non avrebbe potuto accogliere in massa alcun appello né sarebbe stato capace di introdurre cambiamenti nella propria vita reale. Perfino coloro che accoglievano l’appello non potevano rendere pienamente bella la propria vita nell’ambiente corrotto creato da capi e governanti degenerati. Anzi, se il cambiamento fosse stato ritardato troppo, spesso sarebbe diventato difficile persino mantenere il livello al quale gli annunciatori della verità erano giunti dopo lunghi anni di impegno, disciplina e fatica. Infatti, l’ambiente sfavorevole esercita continuamente una forza che spinge le persone all’indietro. Perciò il normale metodo d’azione di un movimento sociale consiste nel selezionare, dalla componente attiva della società, le persone di buona indole, accumulare quanta più forza possibile e impiegare tale forza nello scontro per spezzare il potere della leadership avversaria. La storia testimonia che ogni rivoluzione finora realizzata è stata compiuta da minoranze attive. Poiché ogni appello alla riforma e alla costruzione attrae, tra la componente attiva della società, soltanto le persone di buona indole, suscita in loro emozioni e motivazioni positive, e attraverso la formazione rafforza la loro forza morale, l’avversario, pur disponendo di grande forza, influenza, prestigio e talvolta anche di una superiorità numerica, viene sconfitto nel confronto. Una prova significativa e inconfutabile di ciò è la battaglia di Badr. Quando dunque attorno al Messaggero (pace e benedizioni su di lui) si riunì un numero così grande di persone rette e attive della società araba da essere moralmente animate e capaci di combattere contro la leadership della jahiliyya e i suoi sostenitori, egli non esitò minimamente ad adottare i passi necessari verso il proprio obiettivo politico. Il significato della conquista della Mecca è che, attraverso di essa, la leadership della jahiliyya fu completamente rovesciata e cancellata. Eliminati così tutti gli ostacoli dal cammino del popolo, la gente accorse a entrare nell’Islam a gruppi. Non esiste nella storia un solo esempio di un sistema statale e sociale benefico che sia riuscito ad adattarsi a una guida allontanatasi dalla verità, né di una rivoluzione realizzata, senza conflitto politico, mediante semplici sermoni, attività di tabligh e opere di riforma individuale. Altrimenti, nei tredici secoli trascorsi dopo il califfato ben guidato, sotto la copertura di moschee, madrase e khanqah, si sarebbero compiuti enormi sforzi attraverso sermoni, tabligh, ta’lim e purificazione spirituale; e ancora oggi sapienti, sufi, pir e maestri spirituali, insegnanti di madrasa e scrittori svolgono con la parola e con la penna un’attività di predicazione tanto vasta e imponente da essere quasi inconcepibile. Eppure, nonostante ciò, non si è realizzata la purificazione spirituale del numero desiderato di persone. Neppure l’opera di riforma sociale è avanzata al punto da trasformare l’ordinamento della società e ripetere la rivoluzione del Messaggero (pace e benedizioni su di lui). È chiaro che nel pensiero, nel metodo d’azione e nell’ideologia rivoluzionaria finora adottati vi era un grave difetto. Il difetto consisteva nel tentare di cambiare la leadership evitando il conflitto politico, separando alcuni individui dall’ordinamento sociale complessivo e cercando di guidarli e riformarli a livello personale. Alcuni sostengono che fondare la religione e instaurare lo Stato islamico non fosse l’obiettivo principale, ma che ciò fosse accaduto improvvisamente come ricompensa di Allah. Quando lo affermano, però, non si limitano a sminuire il contributo meritorio e la lotta estrema del Messaggero (pace e benedizioni su di lui): li infangano. Riflettete per un momento su quanta fatica fece questa grande personalità per ricondurre, in pochi mesi, gli appartenenti alle diverse comunità di Medina sotto un accordo costituzionale; su quanto si adoperò per stabilire rapporti di alleanza e amicizia con le tribù vicine a Medina; con quanta abilità formò, con pochi musulmani, un esercito impenetrabile e organizzò pattugliamenti militari regolari; con quanto impegno bloccò le vie commerciali dei Quraysh; con quanta fermezza respinse le loro aggressioni; con quale astuzia sventò le cospirazioni degli ebrei e dei munafiq; con quanta saggezza e lungimiranza concluse il trattato di Hudaybiyya; con quale audacia sradicò, una dopo l’altra, tutte le roccaforti sorte dalla collusione degli ebrei; e con quale mente vigile pose fine alle rivolte regionali di innumerevoli tribù bellicose. È difficile comprendere come possa sfuggire a costoro la stupefacente testimonianza di intuito e saggezza da statista, abilità e accortezza politica, nonché impeccabile efficienza operativa, presente in tutte queste iniziative. È pienamente vero chiamare tutto ciò una ricompensa di Allah, poiché ogni cosa buona è una ricompensa di Allah. Ma l’uomo riceve una ricompensa solo quando si impegna per ottenerla con il massimo sforzo, intelligenza e intuito. Se, chiamando la fondazione della religione una ricompensa di Allah, qualcuno vuole negare la lotta, la dura fatica, l’abilità, l’efficienza, la saggezza e l’accortezza politica del Messaggero (pace e benedizioni su di lui), commette una gravissima ingiustizia. Purtroppo, l’aspetto politico del Messaggero (pace e benedizioni su di lui) è rimasto così oscuro che oggi è diventato difficile avere una concezione corretta della sua dawah e del suo obiettivo. Eppure, se questo aspetto non viene tenuto presente nello studio complessivo della vita del Profeta, non è possibile comprendere l’enorme differenza tra la concezione ristretta e tradizionale della religione e la concezione universale della religione. Il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) venne con un sistema di vita completo, ossia con la religione; volle fondare, sulla base di quella religione vera e autentica, le norme e i codici di comportamento dell’intera vita, e venne per attuare e rendere effettiva la legge di Allah. Dobbiamo dunque comprendere che il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) venne per guidare un movimento di riforma e ricostruzione sociale e culturale completo e universale. Per guidare questo movimento possedeva la massima saggezza da statista, prudenza, erudizione, intuito e il più alto livello di consapevolezza e intelligenza politica. Come nessuno gli è pari sotto qualsiasi altro aspetto, così nessuno gli è pari nel campo della leadership politica. Come la sua vita è un modello da imitare in ogni ambito, così essa è l’unico modello anche nella lotta e nell’impegno politico. Il merito e il contributo del Messaggero (pace e benedizioni su di lui) consistono nell’aver predicato l’integrità, nell’aver combattuto per la vittoria della verità e della giustizia e nell’aver fondato una società e uno Stato completi. Un’opera così grande e vasta non può rientrare nei limiti di una concezione ristretta e limitata della religione. Dunque, si trattava della religione, vale a dire di un sistema di vita completo, non di una semplice religione. Si trattava di un movimento universale, non di una semplice pratica di ascesi spirituale.

L’integrità indivisibile della vita

Il grande movimento di Muhammad (pace e benedizioni su di lui), il Liberatore dell’umanità, attraverso il quale, realizzando una rivoluzione senza precedenti, furono istituiti un ordinamento sociale e un ordinamento statale, si distingueva per il fatto che la coscienza e l’ispirazione della sua formula fondamentale della fede si diffondevano allo stesso modo in ogni ambito e in ogni settore della vita. Nell’intero sistema sociale regnavano una piena unità e un completo coordinamento. Tutte le istituzioni erano tinte dello stesso colore e animate dalla medesima visione. Lo stesso Allah che veniva adorato tra le quattro mura della moschea veniva obbedito anche nei mercati e nei campi. La stessa legge del Corano che veniva recitato nella preghiera veniva applicata dai tribunali per pronunciare le sentenze. Gli stessi principi morali che erano in vigore nell’ambiente familiare ristretto venivano seguiti anche nelle attività internazionali. La stessa verità proclamata dal minbar della moschea guidava l’amministrazione pubblica. La stessa fede dottrinale radicata nel cuore di ogni individuo era operante nell’intera struttura sociale. Le attività culturali nel loro complesso venivano plasmate secondo la visione attiva nel sistema educativo. Come la soddisfazione di Allah era ricercata nella preghiera e nel digiuno, così anche sul campo di battaglia, nel brandire la spada e nell’essere colpiti dalle frecce, restavano attivi lo stesso scopo e la stessa meta. Era un ordinamento integrato, nell’ambito del quale l’intera vita umana veniva guidata dalla medesima direttiva divina. Nei diversi ambiti della vita non vigevano valori e direttive differenti. In questo ordinamento non vi era alcuna contraddizione interna. Nessuna sua parte era in conflitto con un’altra. Nelle sue diverse componenti non vi erano complicazioni, oscurità, rattoppi o confusione. Per questo, sotto la sua guida, il rapido progresso e la prosperità raggiunti dall’umanità furono senza precedenti nella storia.

La forza vitale della rivoluzione

La più grande disgrazia dell’umanità consiste forse nel fatto che, ogni volta che nella storia una persona ha avuto l’opportunità di sedere sul trono del potere — fosse ciò per mezzo della spada, attraverso una cospirazione, mediante elezioni democratiche o per qualche fortuita circostanza, in qualunque modo accadesse — ha cominciato a ritenere di essere non soltanto il governante degli uomini, ma anche il loro maestro e il riformatore della società. Quando il potere di governo viene affidato a simili maestri e riformatori autoproclamati, essi si insediano come padroni assoluti e arbitri supremi del destino. Si considerano i più grandi pensatori del mondo. Disprezzano ogni fonte del sapere e, tenendo lontane le persone più consapevoli e sagge della società, adottano arbitrariamente provvedimenti tali che ciascuno di essi si rivela una terribile catastrofe. Vogliono rendere gli uomini veramente umani con metodi violenti e raffreddare ogni cosa a colpi di bastone. Questi autoproclamati promotori della rivoluzione e della riforma spesso non conoscono affatto la natura innata dell’essere umano. Non possiedono neppure una conoscenza elementare delle ragioni per cui le trasformazioni e le distruzioni della vita diventano inevitabili. Non cercano mai di sapere quale sia il modo corretto di insegnare l’umanità agli uomini, dove si trovi la fonte della corruzione e dello smarrimento, da dove debba iniziare il lavoro di correzione e rimedio e dove debba concludersi. Invece di servirsi delle esperienze precedenti, cominciano ad accumulare esperienze in modo completamente nuovo. Chiudono le porte al consiglio e alla critica, affinché nessun benefattore o amante dell’umanità possa ostacolarli nel loro cammino verso esperienze distruttive. Conoscono una sola medicina miracolosa per tutte le malattie: la coercizione e la violenza. Vale a dire, promulgare leggi sempre più severe e imporre continuamente nuove norme rigorose, collocare spie intorno alle persone e sfogare ripetutamente su di esse la propria rabbia mediante dure punizioni. La forza vitale della rivoluzione realizzata dal Profeta dell’universo, Muhammad, il Liberatore dell’umanità (pace e benedizioni su di lui), non era la ferocia né la coercizione; al contrario, erano il desiderio del bene e l’amore a costituirne la forza motrice. Egli era infinitamente compassionevole verso gli uomini. Nutriva autentica sollecitudine e amore per i figli di Adamo. Cercava di spiegare la propria daʿwa con questo esempio: “Vi state dirigendo come falene verso la caverna del fuoco, mentre io cerco di salvarvi da essa, prendendovi uno per uno”. Per questo il Corano lo ha definito una misericordia per tutti i mondi. Riflettete: egli realizzò una rivoluzione di proporzioni così grandi, eppure in essa non si trova neppure un esempio di coercizione o violenza. I dieci anni trascorsi dal Messaggero (pace e benedizioni su di lui) a Medina furono interamente vissuti in condizioni di emergenza estremamente grave. In ogni momento incombeva il timore di un attacco. I Quraysh lanciarono tre grandi offensive. Piccole guerre qua e là e scontri di frontiera stavano diventando eventi quotidiani. Le diverse tribù residenti fuori Medina si sollevavano di tanto in tanto, da direzioni diverse, per attaccare Medina. Da Medina venivano inviati piccoli contingenti per effettuare pattugliamenti o eliminare le minacce. Di notte venivano predisposti posti di guardia militari. In una parola, si viveva come in un campo militare. Inoltre, le continue nuove cospirazioni degli ebrei e degli ipocriti rendevano insopportabile la vita pubblica. A volte si tramava per provocare una guerra; a volte per frammentare la società musulmana e suscitare conflitti tra i musulmani; a volte per far fallire e vanificare la guida del Messaggero; e talvolta si ordivano persino complotti per assassinare lo stesso Messaggero (pace e benedizioni su di lui). Quale situazione di emergenza avrebbe potuto essere più grave di questa? Eppure il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) non assunse mai un atteggiamento dittatoriale. Non proclamò alcuno stato d’emergenza. Non introdusse alcuna norma arbitraria. Non mandò nessuno in prigione in base a leggi di sicurezza. Non istituì tribunali sommari durante lo stato d’emergenza. Non scuoiò la pelle delle persone a colpi di frusta. Non impose multe a nessuno. Non caricò alcun cittadino di un peso superiore a quello previsto dalla legge di Allah. Non privò nessuno del diritto di criticare o di esprimere opinioni dissenzienti, né impose divieti a chicchessia. Non adottò provvedimenti neppure contro un pericoloso nemico interno e intrigante come Abdullah ibn Ubayy. Si affidava pienamente alla sincerità e all’autenticità della propria daʿwa e alla purezza del proprio carattere. Non incuteva paura a nessuno, non mostrava disprezzo per l’umanità di alcuno e non manifestava né arroganza né superbia. Al contrario, sopportava con pazienza l’arroganza e la superbia di persone che, pur ostentando esteriormente tracotanza, erano in realtà deboli e indifese. Per questo conquistava facilmente anche il cuore dei nemici; i suoi compagni erano sempre pronti ad accogliere qualsiasi legge, nuova o antica, mentre gli oppositori si sentivano estremamente umili e inferiori davanti a lui. Poi, quando si sottomettevano alla sua veridicità e sincerità e accettavano l’Islam, in loro si avviava una trasformazione completa e radicale.

L’amore per Dio che animava il cuore del Messaggero (pace e benedizioni su di lui) era un’altra forma del suo profondo amore per l’umanità. Per comprendere appieno questo suo amore per gli esseri umani, bastano questi pochi episodi. Gli abitanti della Mecca non gli permisero di vivere in pace neppure dopo il suo trasferimento a Medina. Quando furono colpiti dalla carestia, egli li aiutò inviando loro derrate alimentari e cinquecento monete d’oro in contanti. Anche l’episodio in cui perse il sonno non appena udì i gemiti dei prigionieri di guerra di Badr e fece allentare i loro legami rivela la sua natura compassionevole. Il fatto che, per ordine del Messaggero (pace e benedizioni su di lui), seimila prigionieri di guerra della tribù di Hawazin fossero stati liberati dopo una sola richiesta fu anch’esso un esempio lampante della sua magnanimità. Se si desidera conoscere un’ulteriore manifestazione della compassione umana del Messaggero (pace e benedizioni su di lui), si osservi la sua straordinaria condotta al momento della conquista della Mecca. Questo liberatore dell’umanità entrò alla Mecca come un conquistatore assoluto. Coloro che avevano combattuto contro di lui per vent’anni si trovavano davanti a lui completamente impotenti. Chiunque altro avrebbe vendicato ogni attacco, avrebbe ordinato un massacro su vasta scala e non si sarebbe fermato prima di aver fatto scorrere fiumi di sangue. Non se ne sarebbe andato senza lasciare cumuli di cadaveri. Sotto ogni profilo — secondo i costumi universalmente riconosciuti della società araba, secondo la morale e secondo le leggi — gli abitanti della Mecca erano criminali incalliti. Sia dal punto di vista religioso sia da quello politico, la pena di morte era diventata per loro la giusta punizione. Ma nel momento della vittoria, il cuore del Messaggero (pace e benedizioni su di lui) si sciolse per amore dell’umanità, ed egli incluse nella sua misericordia l’intera storia delle persecuzioni e delle sofferenze inflitte dai Quraysh, proclamando:

«Oggi non c’è più alcuna accusa contro di voi. Potete andare. Siete liberi e indipendenti»

Inoltre, per conquistare i loro cuori, donò loro ricchezze e, invece di umiliarli e respingerli, affidò loro diversi incarichi e li accolse con affetto. Per il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) era chiaro come la luce del giorno che una rivoluzione iniziata con la vendetta finisce da sé, mentre una rivoluzione che applica il perdono e la magnanimità sottomette persino i nemici e trasforma gli oppositori in servitori.

Fu soltanto a causa degli eccessi dei Quraysh che il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) fu costretto ad adottare misure così severe da rendere spuntato il filo delle loro spade assetate di sangue. Dopo che essi gli imposero la guerra, egli adottò tutte le misure necessarie per proteggere lo Stato e la società islamici. Tuttavia, il Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui), ispirato dall’amore per l’umanità, elaborò una strategia militare e tattiche difensive tali da ridurre al minimo le perdite di vite umane e lo spargimento di sangue, mantenendo intatta la dignità dell’essere umano persino sul campo di battaglia.

In nessun’altra rivoluzione si trovano esempi così luminosi e vasti di amore per l’umanità. La rivoluzione del Messaggero (pace e benedizioni su di lui) fu una rivoluzione autenticamente educativa, fondata sul desiderio del bene dell’umanità.

 

L’uomo nuovo

Abbiamo davanti a noi innumerevoli esempi di movimenti riformatori, costruttivi e rivoluzionari. Ma nessuno di questi movimenti ha trasformato l’essere umano. Ogni movimento ha cercato soltanto di cambiare l’ambiente esterno, lasciando l’uomo così com’era. Tuttavia, ogni cambiamento di questo genere è fallito completamente nel risolvere i problemi della vita umana, perché non è riuscito a produrre una trasformazione interiore nell’essere umano. L’aspetto più sorprendente dell’opera del Profeta dell’universo (pace e benedizioni su di lui) è che l’essere umano cambiò dall’interno. Non si limitò a cambiare: nella sua vita si verificò una trasformazione radicale. Le bestie adoratrici degli istinti che vagavano sotto forma umana scomparvero sotto l’influsso di una sola professione di fede. E subito dalle loro rovine emerse un gruppo di uomini virtuosi devoti a Dio. Lo splendore del carattere di questi uomini nuovi abbaglia gli occhi. Pensate a ciò che accadde nella vita di ʿUmar, che era un giovane meccano sregolato e dedito al vino, quando fu trasformato. E quando Fudala cambiò, quale trasformazione straordinaria fu mai quella! Guardate Dhu al-Bijadayn: come calpestò la propria vita lussuosa e cominciò a vivere la vita di un derviscio. Guardate Abu Dharr: animato da quale spirito rivoluzionario, si alzò davanti alla Kaʿba, sfidò l’ignoranza preislamica e fu picchiato dalla folla. Osservate la condizione di Kaʿb ibn Malik e di Abu Khaythama. Guardate l’eroismo rivoluzionario e il coraggio di schiave come Lubayna e Sumayya. Considerate Māʿiz ibn Mālik al-Aslamī e la donna della tribù di Ghamid. Imparate il coraggio di Jaʿfar al-Tayyār alla corte del Negus. Traete ispirazione dal dialogo audace di Rabiʿ ibn ʿAmir alla corte del comandante iraniano. In questa costellazione di stelle, c’è forse qualcuno che non brilli della luce della fede?

Fu proprio dall’unione di persone di questo genere che si formò l’intera società, e fu con leader e collaboratori di questo genere che venne instaurato quel sistema statale giusto e veritiero, nel quale ogni disposizione veniva attuata non appena emanata. Da una parte fu emanato il divieto di bere alcolici; dall’altra, furono immediatamente gettati lontano persino i bicchieri già accostati alle labbra, e le giare di vino pregiato vennero infrante, facendo scorrere il loro contenuto sulle strade. Da una parte fu emanata l’ingiunzione alle donne di coprire il capo e il petto; dall’altra, esse cominciarono immediatamente a confezionare e indossare veli. Da una parte giunse l’appello al jihad; dall’altra, persino adolescenti molto giovani iniziarono subito a cercare di dimostrare la propria idoneità a parteciparvi, sollevandosi sulle punte dei piedi. Da una parte fu chiesto aiuto per il jihad; dall’altra, ricchi mercanti come Uthman si presentarono portando intere carovane di cammelli carichi di merci, mentre persone dedite al sacrificio, come il venerabile Abu Bakr, ammucchiarono davanti al leader del movimento tutte le risorse e i beni delle loro case; persino i semplici lavoratori portarono e versarono i datteri ricevuti come salario per una giornata intera di lavoro. Da una parte agli Ansar fu chiesto di aiutare a reinsediare i Muhajirun; dall’altra, gli Ansar divisero immediatamente a metà le proprie case, i campi e i frutteti, dando un esempio senza precedenti di fratellanza. Quando gli amministratori e i funzionari furono invitati a svolgere il proprio lavoro andando oltre una mentalità meramente impiegatizia, i governatori provinciali che svolgevano il loro incarico in cambio di un’indennità giornaliera di un dirham lasciarono il mondo stupefatto. Quando fu ordinato di consegnare al comandante il bottino di guerra, ciò venne fatto con tale perfezione che ogni soldato consegnò al proprio comandante persino un ago. La storia scriverà a lettere d’oro questo episodio: quando una gemma inestimabile del bottino della battaglia di Madā’in entrò in possesso di un soldato chiamato Amir, egli, senza lasciar trapelare a nessuno neppure la minima notizia, percorse di notte una lunga distanza e la consegnò segretamente al proprio comandante. Furono queste persone a creare quell’ambiente puro e immacolato nel quale il crimine era un evento estremamente raro. Nell’intero decennio della vita meccana del Messaggero, solo poche denunce, numerabili sulle dita di una mano, giunsero in tribunale. Era una società così limpida e incontaminata che non vi era stata istituita alcuna polizia investigativa; piuttosto, la coscienza delle persone era stata incaricata di vigilare e sorvegliare su di loro. Questa fu la rivoluzione di Muhammad, pace e benedizioni su di lui. Questa rivoluzione non cambiò soltanto l’ambiente esterno, ma trasformò anche la mente e lo spirito dall’interno, formando un nuovo carattere. Perciò essa riuscì a risolvere tutti i problemi fondamentali e reali della vita individuale e collettiva, creando così una via d’uscita dalla crisi della civiltà contemporanea.

Lo straordinario sacrificio di sé del Profeta dell’umanità

Questa rivoluzione fu senza precedenti anche sotto un altro aspetto. Colui che l’aveva realizzata, infatti, pur avendola portata a compimento al prezzo di sacrifici e rinunce indescrivibili, non accettò alcun premio o ricompensa per essa. Dispensò generosamente tutti i propri mezzi e risorse per il bene dell’umanità, eppure non accettò neppure quella parte di compenso che, sotto il profilo della ragione, della legge, della morale e delle consuetudini sociali, non sarebbe stata ingiusta né illegittima. Dopo aver compiuto un’opera e dato un contributo così grandi, se avesse accettato una modesta ricompensa, neppure la minima macchia di egoismo lo avrebbe sfiorato. Eppure non accettò nemmeno quella. Esiste forse, da qualche parte, un paragone per un simile sacrificio? Consideriamo anzitutto l’aspetto economico. Il Messaggero, pace e benedizioni su di lui, sacrificò i propri redditizi affari commerciali e dedicò a questa nobile causa tutto il capitale che ne aveva ricavato. Quando poi giunse l’epoca del successo, distribuì personalmente immense ricchezze e beni, scegliendo per sé una vita di fame, povertà e semplicità. Non lasciò neppure un piccolo risparmio alla propria famiglia, non lasciò loro nemmeno un appezzamento di terra, non assicurò loro alcun diritto economico, non lasciò loro alcun trono di potere permanente da ereditare e non riempì la casa di servi, attendenti, cavalcature dai colori sgargianti e oggetti lussuosi.

Dal punto di vista politico, si vede che non stabilì alcun privilegio per sé, non esercitò contro nessuno un potere oltre i limiti stabiliti da Allah e non promulgò leggi dittatoriali per elevare la propria immagine politica. A Medina regnava sempre una situazione di forte tensione. Bisognava affrontare le nuove e continue cospirazioni degli ebrei e degli ipocriti. Tuttavia, egli non arrestò nessuno. Non impose restrizioni alla libertà di movimento di alcuno. Non emanò alcun ordine che privasse le persone della libertà individuale. Non istituì tribunali sommari e non scorticò nessuno con la frusta. Al contrario, concesse alle persone la libertà di criticarlo e di esprimere le proprie opinioni, la libertà di adottare posizioni diverse e persino il diritto di non accettare i suoi nobili consigli. Questi diritti non erano soltanto diritti sulla carta. Le persone li esercitavano concretamente. Molte volte il Messaggero, pace e benedizioni su di lui, abbandonò la propria preziosa opinione e adottò quella diversa. Quando desiderava concedere a qualcuno un trattamento o un vantaggio particolare, chiedeva il permesso ai suoi compagni. Per esempio, quando suo genero Abū al-ʿĀṣ fu fatto prigioniero, Zaynab inviò come riscatto una collana che era un ricordo della venerabile Khadīja. Il Messaggero, pace e benedizioni su di lui, chiese ai Compagni l’autorizzazione a restituire quella collana. Analogamente, quando gli oggetti di Abū al-ʿĀṣ furono presentati come bottino, li rimandò indietro dopo aver ottenuto il permesso dei Compagni. A Jiʿrāna giunse una delegazione per chiedere la liberazione dei prigionieri di guerra di Ḥunayn, appellandosi alla lontana parentela con il Messaggero. Nel frattempo, la spartizione dei prigionieri di guerra era già stata completata. Il Messaggero acconsentì a liberare i prigionieri appartenenti alla quota del suo clan, Banū Hāshim. Quanto agli altri, disse loro di presentare la richiesta in un’assemblea pubblica dei Compagni. Quando i Compagni seppero che il Messaggero aveva liberato i prigionieri appartenenti alla quota del suo clan, liberarono tutti i prigionieri. In simili circostanze, egli non ricorreva mai a pressioni né portava a termine le cose con la coercizione.

Dal punto di vista sociale e della vita nelle assemblee, si vede che egli preferiva per sé la piena parità. Non desiderava alcuno status particolare. Nel cibo e nelle bevande, nell’abbigliamento e nell’abitazione, non si attribuì alcuna distinzione straordinaria o aristocratica. Non si riservò neppure un posto speciale per sedere nelle assemblee. Non gradiva che le persone si alzassero devotamente davanti a lui o che lo chiamassero «signore», «sire» o con appellativi simili. Durante le guerre e negli esili, per scavare trincee e costruire moschee, lavorava personalmente fianco a fianco con i suoi compagni, scavando e trasportando terra, rompendo pietre e segando legname. Permetteva ai creditori di rivolgersi a lui con parole dure per esigere il pagamento dei loro crediti, affinché non esitassero a farlo. Si presentò persino in un’assemblea pubblica per offrire a chiunque la possibilità di vendicarsi di lui, dicendo: «Se ho commesso un’ingiustizia contro qualcuno, venga a esercitare su di me la propria rivalsa».

Qual è la nostra posizione?

Questa fu la grande rivoluzione avviata dal Messaggero (s.a.). Noi siamo stati incaricati di esserne le sentinelle e i custodi. Questo era il grande messaggio per il quale siamo stati resi «testimoni» presso l’«umanità» e «ummah moderata». Questo incarico è il più nobile e il più elevato dell’ummah musulmana. Questa era la vera parola della fede, la cui responsabilità è stata posta sulle nostre spalle. Lo scopo di tale investitura era che, in qualità di rappresentanti del Messaggero (s.a.), diventassimo guide verso la salvezza dell’umanità fino al Giorno del Giudizio. Ogni volta che la vita umana fosse caduta nei problemi e nelle crisi e la civiltà umana fosse stata gettata in una profonda anarchia, avremmo dovuto sostenerla. Ma, nei fatti, non siamo riusciti a esserlo. Abbiamo mostrato negligenza nel mantenere accesa la fiaccola di questa vera parola e, con le nostre stesse mani, abbiamo provocato la rovina di questa vera legge. Il risultato è stato che, quando gli ambienti pensanti della nostra epoca hanno cominciato a smarrirsi, noi non siamo più stati capaci di adempiere al nostro dovere. E oggi, proprio a causa della nostra incapacità e inadeguatezza, l’intera vita umana è vittima di crisi e anarchia. I conflitti generati dalle contrapposte dottrine materialistiche continuano a distruggere la pace mentale degli abitanti del mondo. La leadership mondiale è nelle mani di potenze lontane da Allah e noi siamo ormai divenuti dipendenti proprio da tali potenze. Non abbiamo recuperato la consapevolezza, pur urtando continuamente contro circostanze avverse. Sebbene siamo stati costantemente oggetto di umiliazioni e mortificazioni, in noi non sono nati né rimorso né pentimento. Pur vedendo le discordie, i contrasti e le controversie del mondo musulmano, nonché le terribili calamità e le disgrazie dell’umanità, non siamo riusciti a prestare attenzione a questo compito essenziale che ci spettava.

Esaminiamo con giudizio e riflessione quale fase della storia stia attraversando oggi l’umanità e quale sia la nostra posizione.

Nel corso della mia breve vita ho visto me stesso, le persone del mio ambiente più vicino e gli abitanti dell’intero mondo essere incessantemente vittime di una situazione caratterizzata da ansia, inquietudine, instabilità, crisi e paura. Dalle case fino alle organizzazioni internazionali, ovunque ho visto regnare un clima di cattiva opinione verso gli altri, tensione, discordia, contrasti e conflitti. Durante tutto questo periodo mi è sembrato che la storia ribollisse continuamente come una pentola d’acqua posta su un focolare ardente. In questa pentola, anch’io, come i miliardi di persone del mondo, vengo sballottato come un minuscolo chicco di riso o di lenticchia. La nostra Terra non è ancora riuscita a riprendersi, schiacciata da due guerre mondiali consecutive e triturata da innumerevoli guerre regionali. Eppure la spada di un’altra guerra devastante pende sul suo capo. In questo breve arco di tempo, non si contano gli episodi di distruzione e saccheggio che ho visto, né le volte in cui ho assistito al completo sconvolgimento di ogni cosa sotto i violenti scossoni delle insurrezioni; ho visto cadere e sorgere innumerevoli imperi, ho visto conflitti, cospirazioni e complotti tra dottrine di ogni genere, ho visto molti Paesi e regioni frantumarsi e milioni e milioni di persone essere sradicate dalle proprie case: è impossibile contarli. Proprio in questo subcontinente, all’alba dell’indipendenza, ho visto fiumi di sangue scorrere sopra le nostre teste, e ho visto in quella piena trascinare via le vite e i beni delle persone, il loro onore, nonché preziose tradizioni e valori.

Se si sbircia dietro la splendida cortina della civiltà materialistica oggi diffusa nel mondo, appare un quadro dell’umanità così miserabile che l’anima di ogni essere umano trema. L’intera umanità è prigioniera dei tentacoli di una manciata di desideri e passioni. Ovunque infuria la guerra per la ricchezza e il potere. La fiaccola della coscienza morale dell’umanità si è spenta. Insieme allo sviluppo della civiltà urbana, la criminalità cresce a ritmo vertiginoso. L’instabilità psicologica si è intensificata e la pace mentale è completamente scomparsa. Nella mente e nel carattere dell’uomo sono nate deformazioni così profonde che nessun aspetto della vita è riuscito a sottrarsi ai loro effetti nocivi. Dalla filosofia è uscita la forza vitale della verità. Le credenze dell’Aqida e le ideologie hanno perso il loro equilibrio. I valori spirituali sono scomparsi. Nelle leggi dello Stato non esiste giustizia. In politica, al posto dello spirito di servizio sono penetrati l’egoismo e l’egocentrismo. In campo economico sono nate due classi, quella degli sfruttatori e quella degli sfruttati. Tutte le varie espressioni della bellezza nelle belle arti sono state riempite di stimoli sessuali e di atteggiamenti volgari. Nel mondo della civiltà regnano ovunque opposizione e conflitto, e l’intera storia si è trasformata in un terribile dramma. L’intelletto ha compiuto enormi progressi. Ma la stupidità degli intelligenti continua ancora a infliggerci una sofferenza atroce. Vengono scoperte sempre nuove branche del sapere e della scienza. Ma l’ignoranza e la stupidità da essa coltivate hanno esasperato i figli di Adamo. Ricchezze smisurate sono sparse ovunque. Eppure l’uomo continua a patire il tormento della fame e della privazione. Nonostante l’esistenza di migliaia di organizzazioni, organismi politici, unioni ideologiche e legami fondati su trattati, tra gli uomini non esiste un rapporto di fratellanza: esiste soltanto un rapporto simile a quello delle bestie feroci. Si pronunciano molte frasi altisonanti a favore del progresso della coscienza intellettuale, politica, morale e culturale. Eppure, contro l’umanità vengono ancora applicate le più estreme, sconsiderate e spregevoli tecniche di oppressione e persecuzione. Oggi il mondo intero si è trasformato in un’arena di lotta. In alcuni luoghi infuria una guerra sanguinosa tra l’imperialismo e gli amanti della libertà, in altri tra comunismo e capitalismo, in altri ancora tra democrazia e dittatura, tra individuo e collettività, nonché tra orientalismo e occidentalismo.

È in un mondo simile che viviamo. Nell’epoca dei satelliti artificiali e dei missili, la scienza continua a fornire incessantemente nuove riserve di potere materiale a ogni cenno dell’uomo, come un jinn al servizio della lampada meravigliosa di Aladino. I segreti della natura, rimasti sbarrati fin dai tempi immemorabili, vengono dischiusi con la chiave della scienza e della tecnologia. Veicoli e strumenti di comunicazione dotati di una velocità stupefacente stanno dando all’uomo un ampio potere di controllo sullo spazio e sul tempo. L’energia atomica ha sottomesso e schierato davanti all’uomo un’immensa schiera di demoni distruttivi. Essi attendono soltanto un cenno dei suoi occhi. D’altra parte, la condizione dell’uomo è giunta al punto che egli si trova più indifeso che mai nella morsa delle forze sataniche e delle forze distruttive. Queste forze lo spingono ripetutamente a combattere contro se stesso. Nel corso dei secoli, hanno fatto sì che egli distruggesse con le proprie mani le sue grandi opere e le sue civiltà stupefacenti.

Immaginate una carovana che abbia piantato il proprio accampamento sulla cima di una montagna. Sotto una magnifica tenda, i suoi membri sono immersi nei festeggiamenti, nei canti, nelle danze e nel bere. Inoltre possiedono ingenti quantità di merci commerciali, denaro contante, mezzi di trasporto e bestiame. Eppure, a soli pochi piedi sotto il pavimento del loro accampamento, un terribile vulcano si prepara a eruttare lava. Di lì a poco l’intera montagna esploderà e, tra fiamme furiose, ridurrà ogni cosa in cenere. La condizione della carovana della nostra civiltà attuale è molto simile. All’interno della montagna sulla quale essa si trova nell’attuale fase della storia, è imminente l’eruzione della lava delle crisi e delle calamità più terribili.

Il destino ci ha posto di fronte alla sfida di una gigantesca crisi mondiale. Non c’è possibilità di aggirare questa crisi e fuggire all’indietro. Né la civiltà attuale, né gli esseri umani da essa plasmati possiedono la capacità di rispondere a questa sfida. Non sta emergendo neppure una nuova filosofia che possa offrire almeno un sollievo temporaneo. In nessuna direzione si intravede la possibilità che si apra una via.

Quando, in questo momento culminante dell’inquietudine, guardo intorno a me, vedo un oceano sconfinato di tenebre che mi circonda da ogni parte. In questo immenso oceano, molto lontano, a una distanza di quattordici secoli, vedo brillare un punto di luce radiosa.

Non è altro che la fiaccola del messaggio di Muhammad, pace e benedizioni su di lui, il più grande amico dell’umanità, il suo più grande benefattore e il suo più grande salvatore. È quella lampada la cui luce, pur essendo la sua comunità, abbiamo perduto tra i detriti dei nostri pensieri smarriti e delle nostre azioni sfrenate.

Prospettiva nello studio della sīra

A mio parere, lo scopo dello studio della vita del Messaggero è uno solo: che la fiaccola del suo messaggio illumini ancora una volta noi e tutti gli abitanti del mondo. Che la società umana trovi, nell’oscurità di quest’epoca, la via della liberazione, così come trovò la via per superare la crisi del VI secolo dell’era cristiana.

Purtroppo, riusciamo ben poco a studiare la vita del Messaggero con questa prospettiva e questa ispirazione desiderate. Non siamo animati dall’atteggiamento secondo cui dobbiamo ricavare dalla sua biografia un metodo di vita e plasmare la nostra esistenza di conseguenza; al contrario, al suo interno si sono infiltrati altri atteggiamenti, che continuano a diffondersi.

Non sono affatto pochi i musulmani interessati a studiare la sīra, cioè la vita del Messaggero, unicamente per ottenere ricompense spirituali. (Non si può negare, naturalmente, che ogni tentativo di avvicinarsi al Messaggero sia caro ad Allah e che si debba sperare di ricevere una ricompensa per esso. Ma come si può negare che lo scopo di ogni simile tentativo dovrebbe essere anche quello di rendere la propria vita più bella?) Le assemblee del Mawlid si svolgono con grande sfarzo e, in molti casi, vengono organizzate sulla base della convinzione che in tali riunioni sia presente l’anima luminosa del Messaggero e che essa si compiaccia vedendo le manifestazioni di devozione e d’amore dei fedeli. In alcuni luoghi si distribuiscono dolci, in altri si spargono fiori in abbondanza; altrove si fa un uso eccessivo di incenso, profumi e resine aromatiche, e in altri ancora questa stessa convinzione viene espressa attraverso elaborate decorazioni luminose. L’immagine che si riflette in questo eccesso di devozione verso il Mawlid al-Nabī o la sīrat al-Nabī non è quella di un essere umano fatto di carne e ossa, bensì quella di un’entità luminosa e sovrumana. Il suo corpo non proietta alcuna ombra, tutte le sue azioni sono miracoli, soprannaturali e prodigiose, gli angeli compiono ogni suo lavoro e ogni cosa che lo riguarda è avvolta nel mistero. È innegabile che la statura morale e spirituale del Messaggero sia di gran lunga superiore a quella dell’intera umanità. Nella sua vita vi furono molti eventi soprannaturali e numerosi miracoli. Talvolta anche gli angeli partecipavano alle sue diverse attività. Tuttavia, bisogna riconoscere che questa sua vita benedetta fu pur sempre la vita di un essere umano. La ragione della sua eccellenza sta proprio nel fatto che, pur essendo un uomo, offrì l’esempio di una vita incomparabile. Tutte le sue attività si svolgevano entro i limiti delle leggi naturali e delle consuetudini della società e della civiltà. E a ogni centimetro del cammino verso il successo venivano offerti esempi di sacrificio e abnegazione. Proprio perché quella fu la vita di un essere umano, essa è diventata per noi degna di essere imitata; ed è per questo che in lui troviamo un modello istruttivo per noi. Poiché era un uomo come noi, da lui possiamo imparare la fermezza e il coraggio, l’adesione ai principi e agli ideali e il senso di responsabilità; possiamo trarre l’ispirazione a servire l’umanità e sviluppare un forte impulso a costruire una resistenza contro le forze malvagie. Se la biografia del Messaggero viene trasformata interamente in un insieme di miracoli e convertita in un’impresa sovrumana, quale modello vi rimarrà per la gente comune? Di fronte a una simile personalità, le persone possono restare sbalordite e sopraffatte, ma non possono rifletterne l’influenza dentro di sé. Possono nutrire per lui una profonda devozione e venerazione, ma non possono imitarlo né seguirlo. Per questo si osserva che, ovunque sia nata questa particolare forma di devozione e quanto più essa si approfondisce, tanto più la vita concreta si allontana dal seguire il Profeta. La situazione giunge persino al punto che coloro i quali sono coinvolti nei più abietti crimini sociali si concedono una certa consolazione interiore mettendo in scena questo genere di devozione a buon mercato e dicendo:

«Qualunque cosa noi siamo, apparteniamo comunque alla comunità del tuo amato Profeta.»

D’altra parte, nella nostra società si è insinuata un’altra tendenza proveniente dall’Occidente, chiamata culto della personalità. Questa tendenza scaturisce fondamentalmente da sentimenti e impulsi nazionalistici. È l’espressione di una sorta di orgoglio nazionale, che porta a esibire davanti agli altri le personalità più eminenti della propria comunità. Il messaggio di questa tendenza è: «Guardate quante grandi personalità possediamo, quanti eminenti e onorati leader sono passati nella nostra storia e quante memorabili imprese hanno lasciato, che costituiscono la nostra gloriosa eredità». Il segno distintivo di questa tendenza è che tutto ciò rimane sempre privo di sostanza. Nell’ambito di essa, le diverse nazioni celebrano con grande sfarzo i compleanni, gli anniversari della morte e gli altri giorni commemorativi di varie personalità. Eppure, in nessuno di questi giorni viene offerta alla nazione l’occasione di trarre insegnamento dalla vita di tali grandi personalità. Nella vita di coloro che celebrano le personalità presentate con tanto orgoglio come modelli dell’umanità non si vede alcuna traccia dei loro principi e ideali, né si rileva alcun interesse ad adottare una simile impronta. Anche nelle celebrazioni organizzate, nell’ambito di questa tendenza, per risvegliare il ricordo del Messaggero (pace e benedizioni su di lui), si ripetono sempre discorsi dello stesso genere. Tuttavia, nessuna influenza di tutto ciò è visibile nella vita degli oratori e degli organizzatori.

La terza concezione errata consiste nel considerare il messaggio del Messaggero (pace e benedizioni su di lui) una religione come le altre, invece di un sistema di vita completo. Secondo coloro che sono influenzati da questa concezione, il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) sarebbe venuto soltanto per trasmettere o insegnare alcune credenze di fede, alcuni tipi di atti rituali, alcune suppliche, alcuni precetti morali e alcune disposizioni giuridiche. Il suo scopo sarebbe stato creare persone che, nella vita privata, adottassero l’abbigliamento e l’aspetto dei musulmani, ma che, indipendentemente da quanto fosse sporco il sistema sociale vigente, risultassero i suoi migliori funzionari. Questo genere di persone apprende dal Messaggero (pace e benedizioni su di lui) soltanto la preghiera, il digiuno, le opere volontarie, il ricordo di Dio e l’educazione del carattere e del comportamento individuali. Ma, nelle attività più ampie della vita collettiva, diventano senza alcuna esitazione sostenitori di ogni forza del falso e collaborano a ogni genere di misfatto. Dimenticano gli innumerevoli capitoli aurei del sacro libro della biografia del Messaggero (pace e benedizioni su di lui) e si concentrano in modo tale su un solo capitolo da perdersi completamente al suo interno. Osservando il modello di emulazione del Messaggero (pace e benedizioni su di lui) presentato finora da questo gruppo, non soltanto un non musulmano, ma persino un giovane musulmano istruito non riesce a immaginare che il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) possa essere la sua guida e che da lui si possa ottenere una soluzione soddisfacente ai problemi più difficili e attuali. Anche questa concezione errata è divenuta un ostacolo sulla via della corretta comprensione della persona del Messaggero (pace e benedizioni su di lui) e dell’adesione al suo modello.

L’unica ragione per cui queste concezioni errate riescono a sopravvivere è che l’ambiente è interamente favorevole ad esse. I sistemi statale, sociale ed economico in cui trascorriamo la nostra vita hanno bisogno di un certo tipo di persona. È una fabbrica che richiede un certo tipo di macchinari. Questo sistema sociale vuole vedere nei suoi membri un carattere completamente diverso. Tali attività possono essere svolte soltanto da persone dotate di una mentalità e di un carattere completamente diversi. In altre parole, nelle attività concrete del presente non c’è affatto bisogno di quel modello di umanità che si riflette nella vita di Muhammad (pace e benedizioni su di lui). Nell’organizzazione complessiva odierna non vi è alcuna richiesta di quel pensiero e di quelle azioni che si traggono dalla vita del Messaggero (pace e benedizioni su di lui). Nel sistema collettivo del mondo attuale, il valore umano dei ministri, funzionari, giudici, avvocati, leader, giornalisti, comandanti, soldati, funzionari di polizia, uscieri, esattori, amministratori, proprietari terrieri, contadini, scrittori, letterati e operai richiesti è completamente opposto al valore umano delle persone che il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) aveva formato e presentato sulla scena della storia. I genitori di oggi allevano e fanno crescere in ogni casa i propri figli con affetto e tenerezza, ma li formano secondo le esigenze del sistema sociale vigente. Le istituzioni educative, nel corso di quindici o vent’anni, formano milioni di persone proprio in base alle necessità della società in cui viviamo. Secondo le esigenze della società vigente, ogni persona consapevole dedica tutta la propria vita a dare al proprio carattere e alla propria mentalità una forma particolare. Tutto ciò che questo sistema sociale ama, la società continua automaticamente a produrlo nei suoi membri. E tutto ciò che essa disapprova e odia, tutti gli strumenti dell’ambiente si impegnano con ogni forza a sradicarlo e annientarlo. Il tipo di slogan amato dall’attuale sistema sociale e statale si diffonde spontaneamente sulla bocca di tutti. L’abbigliamento che esso ama comincia spontaneamente a ornare il corpo di tutti. Con un solo suo cenno, persino il niqab scompare dal volto delle donne delle famiglie antiche e pudiche. Ciò che la società vigente vuole far passare per comportamento rispettabile viene considerato rispettabile. E ciò che la società vigente disapprova viene considerato indesiderato e disonorevole. L’arte che essa apprezza acquista popolarità, mentre le attività che respinge diventano oggetto del disprezzo di tutti. Questa società crea da sé i propri valori e costringe tutti ad accettarli. Tutti gli altri valori e le tradizioni diventano deboli e privi di vita. Alcune persone e famiglie orgogliose costruiscono, usando la forza, una resistenza contro le costrizioni dell’ambiente. Tuttavia, la pressione della privazione economica, dell’arretratezza culturale e del senso d’inferiorità è così forte che, col tempo, esse si indeboliscono e cominciano ad arrendersi all’ambiente. E anche quando non si arrendono, le generazioni successive si scoraggiano. Così, consapevolmente o inconsapevolmente, quando il mondo intero è impegnato a modellare la propria vita e il proprio carattere secondo le richieste dell’ambiente, da dove potrebbe nascere nel popolo l’impulso a seguire il sublime modello del Messaggero, anche se quel mondo scrivesse migliaia di libri sulla sua biografia e predisponesse ampi programmi di predicazione e ammonimento?

La realtà è che per coloro che scendono a compromessi con un sistema non islamico e i cui interessi sono giunti a un accordo con le forze della falsità, la biografia del Messaggero non contiene alcun insegnamento. Forse, leggendo i libri sulla biografia del Messaggero, annuiranno con la testa e proveranno piacere e soddisfazione mentale. Forse aumenteranno anche le loro conoscenze, ma da dove trarranno l’ispirazione per plasmare la propria vita alla luce della biografia o della vita del Messaggero? In nessun modo sarà possibile rimuovere la loro inerzia e immobilità. Ma ciò che sostengo è che la vita di Muhammad, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, non è la storia di Sohrab e Rostam, né un racconto da romanzo arabo, né una fantasia sull’eroe di una leggenda. La sua posizione non è mai così bassa da permetterci di ridurlo a un semplice oggetto di studio della letteratura d’intrattenimento o del sapere. Il suo valore e la sua dignità sono così elevati da non permetterci di usare la biografia del Messaggero per ottenere una mera soddisfazione mentale. La nostra profonda devozione e il nostro rispetto per lui ci impediscono anche di trasformare la storia della sua vita in un semplice mezzo per appagare il desiderio di un sentimento di orgoglio nazionale.

Tutte queste diverse concezioni errate sono attive congiuntamente nella nostra società e ostacolano il raggiungimento del vero obiettivo. Chi tiene il conto delle centinaia di riunioni e assemblee di Mawlid al-Nabi e di sira che si tengono ogni anno nel nostro Paese? Soltanto nel mese di Rabi‘ al-Awwal, quante prediche, esortazioni e conferenze risuonano nell’aria, quanti libri e articoli vengono scritti, quanti numeri speciali vengono pubblicati da giornali e riviste su questo argomento, quanti poeti compongono un’enorme quantità di poesie, na‘t e ghazal, quanti cantanti si esibiscono in tante riunioni e assemblee cantando na‘t, ghazal e qawwali, quanti messaggi e dichiarazioni vengono diffusi da leader e capi di Stato, quanti dolci vengono distribuiti e quanti banchetti sontuosi vengono organizzati, e quanti soldi vengono spesi per costruire archi trionfali e organizzare cortei e raduni sfarzosi: chi ne tiene il conto? [In alcune regioni, il livello di divertimento, svago e festeggiamenti nelle manifestazioni organizzate in occasione del Mawlid e della sira del Messaggero (pace e benedizioni su di lui) è in continuo aumento. Si arriva persino a commettere apertamente peccati e a provocare disordini e schiamazzi. Ciò significa che la società ha iniziato a muoversi esattamente nella direzione opposta agli insegnamenti e all’esempio della vita del Profeta.]

D’altra parte, bisogna anche esaminare quale sia il risultato effettivo e quale l’utilità di questa enorme spesa di energie e di denaro per un nobile obiettivo. Ponete su un piatto della bilancia tutte queste attività annuali e sull’altro i risultati ottenuti, e verificate se si stia conseguendo il risultato corretto. Quante persone, ispirate da tutte queste nobili attività, si dedicano ogni anno a modellare la propria vita sull’esempio della vita del Profeta e a trasformarla e correggerla? Se ogni riunione, ogni assemblea, ogni articolo e ogni na‘t o ghazal avesse prodotto un cambiamento anche in una sola persona, immaginate quali benefici avremmo potuto ottenere negli ultimi due o duecentocinquanta anni. Se quel successo auspicato non è stato raggiunto, dobbiamo capire che nei nostri sforzi vi è certamente un difetto, e che tale difetto è di natura estremamente fondamentale. Il motivo di dolore non è soltanto che non siano stati ottenuti i benefici auspicati. Nella nostra società, infatti, è comparsa una tendenza malvagia del tutto contraria all’esempio e all’opera del Messaggero (pace e benedizioni su di lui), e ciò induce al lamento. Oggi nella nostra società stanno nascendo persone che definiscono il suo esempio superato e inadatto ai tempi presenti. Deridono i suoi insegnamenti e invitano ad abbandonare l’intero patrimonio della sira, della Sunna e degli hadith. Sono persone che vogliono separare il Corano dal movimento e dalla lotta indimenticabili, durati ventitré anni, di colui che lo ha presentato, e vogliono far scomparire dalla nostra vista la persona del Messaggero (pace e benedizioni su di lui) quale esempio concreto dell’uomo ideale e completo. È ancora più deplorevole il fatto che, in nome dell’interpretazione, dell’analisi, della libertà di parola e dell’esercizio del libero pensiero, una categoria di intellettuali mercenari, privi di conoscenza diretta del Corano e degli hadith, stia tentando di dimostrare che la personalità, l’esempio e il contributo del Messaggero (pace e benedizioni su di lui) sono compatibili con la struttura ideologica della civiltà contemporanea degenerata, arrivando persino all’audacia di costruire una sua immagine completamente nuova secondo i gusti delle potenze mondiali dominanti. Dallo studio e dalla riflessione che ho svolto ho maturato la convinzione che abbiamo perduto la corretta prospettiva fondamentale per lo studio della sira e che tra noi siano attive proprio le concezioni errate sopra menzionate. Per questo, nonostante le innumerevoli prove e manifestazioni della profonda devozione e dell’amore per il Messaggero (pace e benedizioni su di lui), e nonostante le numerose ricerche e riflessioni sulla sua vita, dall’orizzonte orientale del mondo musulmano non è ancora emerso quel tipo di uomo nuovo il cui modello perfetto il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) aveva mostrato all’umanità.

La biografia del Messaggero (pace e benedizioni su di lui) può riflettersi autenticamente in noi soltanto quando saremo capaci di consacrare la nostra vita allo stesso obiettivo e alla stessa lotta cui fu consacrata l’intera sua vita: portare a compimento una grande opera e realizzare un determinato obiettivo. Soltanto un movimento e una lotta islamici del tipo di quelli condotti dal Messaggero (pace e benedizioni su di lui) costituiscono il solo mezzo per formare una vita da autentici seguaci del Messaggero (pace e benedizioni su di lui). Ed è soltanto attraverso personalità di questo tipo, a loro volta seguaci, che sarà possibile fondare e guidare nuovamente un movimento islamico vittorioso.

La biografia di Muhammad (pace e benedizioni su di lui) non è semplicemente la biografia di un individuo, bensì il racconto della vita di una forza storica apparsa sotto forma di essere umano. Non è la storia di un asceta separato dalla vita collettiva, che, seduto ai margini di un centro abitato, si dedica soltanto alla propria correzione e formazione spirituale. È invece la storia di un uomo che fu la forza motrice di un movimento collettivo. Non è soltanto la storia di un uomo, ma quella di un artefice di uomini. In questa storia di vita è contenuto il resoconto dettagliato del contributo glorioso del costruttore di un mondo nuovo. In realtà, la storia di vita del Profeta universale si estende in ogni direzione: dalla grotta di Hira alla grotta di Thawr, dal recinto della sacra Ka‘ba ai mercati di Ta’if, e dalle stanze delle Madri dei Credenti ai campi di battaglia. La sua biografia non rimase limitata alla sua stessa persona, ma adornò la vita di innumerevoli individui. Abu Bakr, Umar, Uthman, Ali, Ammar, Yasir, Khalid, Khuyailid, Bilal e Suhayb sono tutti diversi capitoli di questo stesso libro della sira. Sono tutti alberi e piante dello stesso giardino; su ogni foglia e ramo è registrata la storia di vita del giardiniere di quel giardino.

Se questa personalità, la più nobile e la più eccelsa della terra, viene presentata nella scrittura biografica come un semplice individuo, e secondo il metodo consueto della biografia si offre una descrizione ampia, minuziosa e cronologica delle principali imprese della sua vita, delle sue spedizioni più significative, del suo carattere, della sua indole e delle sue abitudini, allora una sira di questo genere non potrà mai raggiungere il vero scopo della sira. La vita del Messaggero (pace e benedizioni su di lui) non è come l’acqua immobile di uno stagno, osservabile con un solo sguardo stando su una delle sue rive. È piuttosto un fiume in piena, con correnti impetuose, movimento e conflitto, onde e schiuma, conchiglie e perle; grazie alle sue acque, la terra morta torna in vita, e per comprendere i misteri di questo fiume bisogna procedere seguendo la sua corrente. Per questo, benché la lettura dei numerosi libri sulla sira permetta di apprendere informazioni rare, non suscita nei lettori ispirazione ed entusiasmo, non risveglia le emozioni, non fa sorgere una nuova ondata di slancio nel coraggio e nella determinazione, non accende nuovo calore e nuova ispirazione nel desiderio di agire e non rimuove la stagnazione della nostra vita. Leggendo libri sulla sira, forse per un momento si leva nel cuore un’ondata di devozione e forse gli occhi si riempiono di lacrime, ma non ci impadroniamo di quella scintilla di aspirazione il cui calore aveva spinto un uomo solo, privo di mezzi e senza sostegno, a combattere contro un sistema sociale corrotto accumulatosi per centinaia di anni; né riusciamo ad acquisire quell’ardore e quell’intensità della fede che trasformarono un orfano indigente nel fautore del destino dell’intero mondo arabo e non arabo.

La verità è che il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) non fu semplicemente una persona «straordinaria» e «illustre» nel senso limitato dell’accezione corrente, e la sua sira, cioè la sua biografia, non è soltanto la storia di vita di una persona «straordinaria» e «illustre» del tipo di quelle per cui vengono scritte biografie di personaggi celebri. La persona e la personalità del Profeta supremo si elevano molto al di sopra di quelle di tali persone straordinarie e illustri.

Nel mondo sono nate, e continuano a nascere, molte persone straordinarie che presentano alla società qualche valido insegnamento o qualche pensiero costruttivo. Vengono chiamate persone straordinarie. Sono considerate grandi e straordinarie anche quelle che riflettono e svolgono ricerche sulla moralità e sulle norme della legge. Lo stesso vale per coloro che si sono dedicati alla riforma della società. Il titolo di «straordinario» viene attribuito anche a quanti hanno conquistato paesi, lasciato in eredità imprese eroiche, governato e amministrato imperi, dato sorprendenti esempi di povertà e privazione e stabilito davanti all’umanità standard elevatissimi di carattere personale. Tuttavia, quando studiamo le biografie di persone così straordinarie e famose, generalmente constatiamo che tutte le loro forze e capacità sembrano essere state consumate da un solo aspetto della vita, mentre tutti gli altri rami sembrano essersi seccati. Se un lato della loro vita appare molto luminoso, l’altro sembra completamente oscuro: da una parte un’estrema esagerazione, dall’altra un’estrema indifferenza. Invece, ogni aspetto della vita del Messaggero, pace e benedizioni su di lui, è perfettamente equilibrato con gli altri e ogni lato è ugualmente adornato di completezza ed eccellenza. Là dove regna la maestà della serietà vi è anche lo splendore della bellezza. Accanto alla spiritualità vi è il contributo armonioso della dimensione materiale. Al fianco della cura dell’Aldilà procede di pari passo il pensiero economico. Insieme alla religione vi è anche il mondo terreno. Sebbene vi sia un atteggiamento di totale dedizione, vi rimane intatto anche il senso della dignità personale. Accanto all’adorazione e al culto di Allah vi sono l’affetto e la compassione verso i servi di Allah e il rispetto per i loro diritti. Insieme alla rigorosa disciplina collettiva vi è anche il rispetto dei diritti dell’individuo. Accanto alla profonda coscienza e al fervore religioso si trova una politica a tutto campo. Pur essendo occupato giorno e notte nella guida della nazione, egli svolgeva con grande cura anche i compiti della vita coniugale. Oltre all’aiuto agli oppressi, vi era anche il contrasto agli oppressori.

Da questa scuola rappresentata dalla biografia del Messaggero possono apprendere allo stesso modo un amministratore, un governante, un ministro, un funzionario, un padrone, un dipendente, un commerciante, un lavoratore, un giudice, un insegnante, un soldato, un oratore, un leader, un riformatore, un filosofo e persino uno scrittore. Vi si trova un modello ugualmente esemplare per un padre, un compagno di viaggio e un vicino. Una volta giunto a questa scuola, nessuno ha più bisogno di frequentarne un’altra. In questa singola personalità è pienamente presente il massimo e il più nobile grado di perfezione che l’umanità possa raggiungere. Per questo sono stato costretto a definire quest’uomo «il migliore degli uomini» o «il Grande Uomo». Nell’intera storia dell’umanità, il «migliore degli uomini» è soltanto lui. Possiamo fare di lui una fiaccola e illuminare la nostra vita. Miliardi di persone nel mondo hanno ricevuto luce da lui. Molti continuano ad attingere da lui tesori di conoscenza. Oggi il suo messaggio risuona in ogni angolo della terra. Gli insegnamenti da lui impartiti hanno esercitato una profonda influenza sulla civiltà e sulla cultura di diversi paesi. Non esiste persona al mondo che non abbia tratto, in qualche misura, beneficio da quest’uomo eccellente. Eppure coloro che hanno beneficiato di lui non lo conoscono e non conoscono la sua identità.

La responsabilità di far conoscere la personalità del Messaggero e di diffondere in tutto il mondo il suo messaggio spettava proprio al gruppo da lui fondato, ossia alla nazione musulmana. Ma questa nazione stessa è rimasta molto lontana da lui e dal suo messaggio. Nelle pagine della Scrittura custodita dai musulmani vi sono indicazioni riguardanti ogni aspetto della vita; tuttavia, nella loro vita non sembra esserci alcuna influenza della biografia di questo Grande Uomo. Nella vita religiosa, nella politica, nella vita sociale, nella moralità, nel sistema giuridico e nella cultura di questa nazione è rimasta ben poca impronta dell’ideale della vita del Profeta. E ciò che rimane si sta deformando, mescolandosi con molte nuove impronte. In nessuna parte, neppure nella più piccola, dell’ambiente sociale di questa nazione si trova una situazione tale da far comprendere che essa rappresenti i principi, gli ideali, la tradizione e i valori di Muhammad, pace e benedizioni su di lui. Al contrario, questa nazione va mendicando di porta in porta presso i vari sistemi fuorvianti e falsi del mondo e, per paura di ogni potere costituito, sembra vergognarsi della propria gloriosa tradizione. Hanno avvolto il Corano in un involucro e hanno trasformato la sīra del Messaggero, pace e benedizioni su di lui, in un mazzo di fiori, per poi riporli entrambi su uno scaffale.

Inoltre, hanno ridotto Muhammad, pace e benedizioni su di lui, nel senso ristretto di un leader religioso e nazionale, trasformando se stessi in una comunità religiosa e nazionale. In questo modo hanno fatto del messaggio e dell’ideale di vita di questa personalità universale una proprietà esclusiva di gruppo e settaria. Eppure egli venne come guida dell’intera umanità e portando un messaggio e un modello per tutta l’umanità. La sua storia di vita avrebbe dovuto essere presentata come un esempio e un modello di umanità. Se una persona venisse plasmata secondo quel modello, potrebbe diventare uno strumento per il bene proprio e dell’intera umanità, liberarsi dalla rete dei problemi di ogni genere e raggiungere una vita pura, incontaminata e priva di ostacoli. Il messaggio e l’ideale di vita del Messaggero, pace e benedizioni su di lui, sono in realtà fonti di bene universale, come i raggi del sole, l’acqua della pioggia e l’aria. Eppure, a causa della nostra ignoranza, lo abbiamo confinato entro un cerchio settario. Oggi vediamo persone di ogni paese e di ogni religione trarre, in misura maggiore o minore, beneficio e insegnamento anche da Platone, Socrate, Darwin, Machiavelli, Marx, Freud ed Einstein. Contro di loro non esiste un cieco odio da parte di alcuna nazione o gruppo. Ma quanto alle obiezioni e all’odio verso l’apprendimento dalla conoscenza, dall’ideale e dalla guida di Muhammad, pace e benedizioni su di lui, non vi è limite. La gente pensa: «Muhammad è la guida dei musulmani. Noi siamo diversi dai musulmani e i musulmani sono una nazione diversa da noi. Dunque, quale rapporto abbiamo con la guida e il maestro dei musulmani?». È doloroso constatare che anche le nostre stesse azioni hanno contribuito notevolmente alla nascita di questa concezione e al suo raggiungimento di proporzioni tanto anormali. Sebbene siamo la comunità di Muhammad, pace e benedizioni su di lui, amico di tutta l’umanità, abbiamo dato un esempio pessimo nel seguirlo; proprio per questo una simile mentalità ha potuto nascere tra le popolazioni non musulmane.

 

Rivolto al mondo occidentale

La vita del Profeta universale si colloca tra due grandi epoche della storia dell’umanità. Se, dal giorno in cui egli fu investito della missione profetica, guardiamo indietro, incontriamo il tribalismo, il feudalesimo, la monarchia, il culto degli antenati e la civiltà pagana. Guardando invece in avanti, vediamo l’epoca della civiltà internazionale, democratica e fondata sulle scoperte e sulle invenzioni scientifiche. Fu proprio per opera del Messaggero (pace e benedizioni su di lui) che ebbe inizio questo progresso scientifico e intellettuale. Nello stesso tempo, attraverso di lui furono date all’umanità principi destinati a rimanere validi fino al Giorno della Resurrezione. Insieme a questi principi, egli mostrò anche la formazione di un essere umano capace di assumersi le responsabilità future. Attraverso di lui fu stabilito, alla luce delle esigenze dell’epoca a venire, un equilibrio inaudito e miracoloso tra anima e corpo, moralità e materialismo, sentimento e ragione, fede e azione, aspirazioni dell’individuo e del gruppo, nonché tra le condizioni esistenti e le esigenze del momento. Per mezzo suo fu plasmato un gruppo umano imparziale nei confronti del mondo, ma capace di governarlo. Da una parte, questo gruppo era impareggiabile nell’obbedienza ad Allah; dall’altra, era all’avanguardia nell’agire sul mondo materiale. Da un lato si inchinava con assoluta umiltà davanti alla verità; dall’altro era pronto a sacrificare completamente la vita e i beni per indebolire le forze della falsità. Da una parte si affidava interamente alla soddisfazione di Allah; dall’altra era abilissimo nel sottomettere le forze della natura e nell’utilizzarle. Non appena entrò nei palazzi regali della storia, questo gruppo accese la luce della conoscenza e della scienza, aprì le porte alle scoperte e alle invenzioni e avviò rapidamente nuovi esperimenti per la riorganizzazione istituzionale. Il merito autentico di tutte le sue attività, dei suoi progressi, della diffusione della conoscenza e della scienza, delle scoperte e delle invenzioni, nonché di tutte le opere della civiltà e della cultura, spetta proprio a Muhammad (pace e benedizioni su di lui).

È motivo di rammarico che i popoli occidentali, dominatori di questa civiltà intellettuale e democratica, non siano riusciti a comprendere Muhammad (pace e benedizioni su di lui), il suo messaggio e il sistema di vita da lui portato. Non riuscirono né a vedere né a comprendere quella grande personalità il cui contributo, ricco di meriti, aveva avuto un ruolo luminoso dietro la nuova ascesa dell’Occidente, colui che fu il principale iniziatore della democrazia e dell’internazionalismo e che diede avvio alla riforma e al movimento religioso. Le ragioni erano molte. Mi sembra opportuno discuterne brevemente qui:

1. Quando Muhammad (pace e benedizioni su di lui) apparve con il suo messaggio, dovette confrontarsi sia con l’ebraismo sia con il cristianesimo. Entrambe queste religioni stavano allora attraversando un’epoca di estrema deformazione e decadenza. Entrambi i popoli portavano avanti, con sacralità e solennità religiosa, una struttura fatta soltanto di riti e priva di fede e moralità. Tra entrambi i popoli erano sorte classi e fazioni religiose, e avevano aperto vere e proprie botteghe del commercio della religione. Il contenuto autentico del pensiero sano e dell’azione virtuosa era stato saccheggiato. All’esterno erano rimaste soltanto insegne appariscenti. Tutte le loro forze venivano impiegate per conservare l’esistenza delle proprie fazioni e classi, e l’unico compito di ogni gruppo era trattenere i propri appartenenti. Nessuno si occupava di elevare l’umanità o di riformare la società. In una simile situazione, la mentalità degli ebrei e dei cristiani nel suo complesso si era corrotta a tal punto che, invece di riconoscere il valore dell’inestimabile personalità di Muhammad e di esaminare il suo messaggio e il sistema di vita da lui presentato, essi giunsero al culmine dell’invidia, dell’ostilità e dell’ostinazione contro di lui. Continuarono a opporsi alla sua predicazione e a crearle ostacoli. Ruppero i patti con lui e lo tradirono, cercando di distruggere l’opera costruttiva da lui compiuta. Arrivarono persino a tramare per ucciderlo. In seguito macchiarono la vita propria e quella dei loro discendenti con le naturali conseguenze nefaste di tutte queste loro malefatte. Con la loro mentalità sordida e le loro idee odiose contaminarono il corso ininterrotto della storia, e quest’acqua avvelenata giunse, scorrendo, fino alle generazioni successive. Lasciarono in eredità agli ebrei e ai cristiani delle generazioni posteriori un immenso patrimonio di odio e ostilità. Ancora oggi la reazione contaminata e intrisa di emozioni degli ebrei e dei cristiani contemporanei di Muhammad si riflette nella mente e nel cuore dei loro discendenti.

2. Nel mondo umano precedente all’avvento dell’Islam, i cristiani godevano di una netta supremazia e di un’autorità incontrastata sia in ambito religioso sia in quello politico. Non mancava neppure il desiderio di estendere tale supremazia e dominio, e le condizioni erano favorevoli alla sua realizzazione. Tuttavia, agli occhi dei cristiani, l’avvento dell’Islam apparve come l’emergere di una potenza rivale. Quando questa potenza si sviluppò progressivamente fino ad affermarsi come una forza mondiale efficace, tra loro cominciò a maturare un’intensa sete di vendetta, che andò rafforzandosi sempre più. In seguito, quando la potenza islamica iniziò, in diverse parti del mondo, a sottrarre di fatto ai cristiani il potere e il controllo dei territori, la loro reazione divenne ancora più aspra. Invece di giudicare con spirito sportivo la rivalità manifesta tra due potenze equivalenti sulla scena aperta della storia, i cristiani cominciarono a nutrire un intenso desiderio di vendetta contro i musulmani; indirettamente, tale vendetta era rivolta contro lo stesso Messaggero (pace e benedizioni su di lui) e contro l’Islam. Questa vendetta e questo odio raggiunsero il culmine durante le Crociate. Poiché, nel frattempo, i semi della decadenza erano già stati piantati all’interno degli stessi musulmani, essi cominciarono ad attribuire all’Islam e al Messaggero di Allah le loro particolari debolezze e deviazioni. Attraverso il carattere e le azioni dei musulmani, iniziarono a tentare di deformare l’immagine del Messaggero (pace e benedizioni su di lui).

3. Nella prima parte di questo lungo periodo di conflitti e scontri tra Islam e cristianesimo, poiché i sacerdoti cristiani tenevano completamente il popolo cristiano sotto il proprio controllo e l’Islam aveva colpito proprio gli interessi corporativi di questa classe sacerdotale, essa creò una falsa idea riguardo al Messaggero (pace e benedizioni su di lui) e al suo messaggio, diffondendola ovunque. Questa propaganda calunniosa, protrattasi per centinaia di anni, sconvolse completamente la mente e la coscienza degli occidentali. Per questo oggi si vede che persino gli intellettuali che non professano affatto alcuna religione e riflettono al di fuori dell’influenza del cristianesimo, quando esprimono opinioni sull’Islam e su Muhammad (pace e benedizioni su di lui), non riescono a elevarsi neppure di un poco al di sopra della mentalità meschina dei preti ottusi e superstiziosi di seicento anni fa. Basta sfogliare alcune pagine dei libri scritti dagli orientalisti per vedere quante informazioni errate e imprecise vi siano state inserite in modo vergognoso e con quanta stoltezza sia stata rappresentata la vita del più grande degli uomini. Se si trovano uno o due esempi eccezionali, questo è un altro discorso. Qui, tuttavia, si parla della prassi generale degli occidentali.

4. Gli ultimi duecento anni sono stati l’epoca satanica dell’imperialismo occidentale. In quest’epoca, le nazioni musulmane, come punizione per essersi allontanate dall’Islam, aver disobbedito ad Allah ed essere state infedeli all’ideale di Muhammad (pace e benedizioni su di lui), sono cadute una dopo l’altra vittime dell’avidità imperialistica dell’Occidente capitalista. Ovunque, questa brama imperialistica occidentale ha incontrato una strenua resistenza da parte dei musulmani. Alla base di tale resistenza vi era sempre una motivazione religiosa. La dottrina del tawḥīd, cioè la sottomissione a un solo Allah, insegnata dall’Islam, trasmette una concezione della libertà e dell’uguaglianza umana che non permette ai seguaci dell’Islam di accettare la sottomissione a chiunque altro all’infuori di Allah. Per questo si vede che, dietro tutti i movimenti sorti tra i musulmani contro l’imperialismo occidentale, erano attive la coscienza e l’ispirazione islamiche. Ovunque si vedeva alla guida qualche personalità religiosa e ovunque si notava il fervore per ristabilire il sistema di governo e l’organizzazione sociale islamici. In questo modo, in tutti i movimenti d’indipendenza dei paesi musulmani, la motivazione religiosa rimase fortemente attiva. Per questa ragione, nei cuori degli imperialisti occidentali nacquero nuovo odio e nuovo rancore contro questa forza. Essa, infatti, intralciava il loro cammino a ogni passo e suscitava un entusiasmo invincibile. Spinti da questo rancore, essi definirono la devozione religiosa dei musulmani una follia e rappresentarono la “mullahcrazia” come una terribile calamità. Al tempo stesso, la motivazione religiosa dei musulmani si dimostrò così potente che non solo non era disposta ad arrendersi alla cultura e al pensiero occidentali, ma li affrontò in ogni paese. Pur facendo ricorso per molti anni a tutte le forze dell’istruzione, della letteratura, dell’influenza e del prestigio, l’imperialismo occidentale riuscì a trasformare in propri servitori, tra le nazioni musulmane, soltanto un numero esiguo di persone. In seguito, insediò al potere gruppi di questo genere, fornendo loro aiuto e sostegno, e li utilizzò ampiamente nella guerra intellettuale, culturale e politica contro la coscienza islamica dei musulmani. Di conseguenza, il conflitto dell’Occidente con l’Islam e con il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) si è progressivamente intensificato.

5. Quando le nazioni occidentali riuscirono nel tentativo di trasformare i musulmani in schiavi, divenne per loro difficile ricevere da questi musulmani, politicamente, economicamente e organizzativamente inferiori a loro, insegnamenti riguardanti il modo di vivere e la filosofia della vita. Altrettanto difficile divenne rispettare il Messaggero (pace e benedizioni su di lui), rappresentante e predicatore dell’Islam. Non solo: quando videro nei musulmani tutti i segni di una sottomissione mentale e del terrore di fronte all’Occidente, questa situazione costituì un ostacolo ancora maggiore. Quando si accorsero che i musulmani modernisti da loro stessi creati avevano cominciato a modificare e alterare l’Islam secondo il punto di vista occidentale, non vi fu più nulla da fare. Ai loro occhi, la dignità dell’Islam e del Messaggero (pace e benedizioni su di lui) diminuì ulteriormente. L’atteggiamento difensivo dei musulmani arrecò un enorme danno all’immagine dell’Islam e alla dignità di Muhammad (pace e benedizioni su di lui).

Per queste cinque ragioni si è innalzata una gigantesca muraglia di ferro tra Muhammad (pace e benedizioni su di lui) e gli uomini dell’Occidente.

Perciò oggi il mondo occidentale accetta il liberatore dell’intera umanità, Muhammad (pace e benedizioni su di lui), soltanto come un leader settario dei musulmani, e studia la sua biografia con un atteggiamento di opposizione e di ricerca di obiezioni, invece di adottare un approccio volto a comprenderla e a farla comprendere. L’immagine di questa grande personalità che l’Occidente ha tracciato nella propria letteratura presenta la figura di un uomo privo di equilibrio mentale e di sanità di mente, le cui attività sarebbero il frutto delle aberrazioni di una mente inconscia e che, avanzando con una spada assetata di sangue in mano, procederebbe compiendo massacri su vasta scala ovunque vada. Colui che il mondo intero conosce come la misericordia dalla testa ai piedi, è stato da loro elevato al rango di adoratore del mondo e di invasore aggressivo e ambizioso, mentre i suoi contributi sinceri sono stati definiti inganno e astuzia. Hanno anche cercato di dimostrare che tutto ciò che vi è di buono nel movimento islamico è stato preso in prestito dagli ebrei e dai cristiani. Altrimenti, sostengono, Muhammad (pace e benedizioni su di lui) non possedeva alcuna particolare qualità morale. È stato inoltre affermato che tutte le attività spirituali e religiose erano mera ostentazione e che, attraverso soltanto artifici teatrali, si sottomettevano le masse per perseguire interessi personali. Possono definire adoratore del mondo e impostore chiunque vogliano; ma la domanda è: come è possibile conciliare il carattere nobile, innocente e irreprensibile che si trova nell’intera biografia del Messaggero con quello dei cosiddetti impostori e adoratori del mondo?

Inoltre, un’altra grave ingiustizia commessa nei suoi confronti consiste nel fatto che il messaggio fondamentale della predicazione del Messaggero (s.a.s.) non viene studiato con una visione d’insieme, dalle sue radici fino ai rami, alle fronde e alle foglie, in ogni sua dimensione. Al contrario, senza comprendere i suoi principi fondamentali né cogliere il significato profondo della filosofia alla base del suo pensiero, secondo il metodo dei polemici sacerdoti ci si mette a discutere su alcune questioni di dettaglio. Si dice, per esempio, che il venerabile Muhammad (s.a.s.) abbia legalizzato la poligamia, abbia impugnato le armi per la religione, abbia reso schiavi e schiave i prigionieri di guerra, e così via. Questo metodo unilaterale di studio e di analisi è sempre portatore di una mentalità ostile e prevenuta. Con una simile mentalità non è possibile comprendere alcun sistema di vita né alcuna religione. Anzi, essa sbarra la strada alla comprensione di ogni cosa. L’oggetto principale da considerare, e ciò che occorre veramente conoscere e comprendere, è la filosofia fondamentale o ideologia. La questione essenziale è stabilire fino a che punto la filosofia e l’ideologia fondamentali siano vere e corrette, quanto beneficio rechino alla vita e quanto riescano a prevenire e compensare i danni della vita. In seguito, è necessario esaminare e valutare i principi che derivano da questa dottrina e ideologia fondamentali, sulla cui base vengono istituiti e governati i diversi aspetti e settori della vita. Poi bisogna verificare se le norme secondarie e le disposizioni particolari derivate da tali principi siano coerenti con l’ideale fondamentale. Una persona vi porta una filosofia di vita. Voi, invece di esaminare quella filosofia di vita, vi mettete a discutere su alcune norme secondarie riguardo alle quali nella vostra società esiste una particolare convinzione radicata, al di fuori della quale non siete capaci di formulare alcun pensiero. Il risultato è che voi stessi cadete nella confusione e gettate migliaia di persone nella confusione e nella ristrettezza mentale. Una persona crea dentro di sé un nuovo modello completo dell’umanità e lo presenta davanti a voi. Prima di comprendere quel modello nel suo insieme, cominciate a discutere su una o due sue piccole parti e ne mettete in dubbio la validità e la legittimità. Se invece ne aveste compreso l’intero modello nella sua globalità, quelle parti vi sarebbero diventate comprensibili da sole. Per comprendere le diverse ideologie e i sistemi di vita e per esaminare le figure storiche, l’Occidente adotta generalmente il metodo più scientifico possibile; ma, nel caso dell’Islam e di Muhammad (s.a.s.), mette completamente da parte proprio quel metodo scientifico. Per formarsi un’opinione o prendere una decisione riguardo a un giardino, è necessario visitarlo e osservarlo nella sua interezza. Non è possibile staccare un ramo, una foglia, un frutto o un fiore da un albero di quel giardino e osservarlo separatamente, isolandolo dall’intero giardino. Allo stesso modo, osservate il vasto giardino costituito dalla vita e dall’esempio di Muhammad (s.a.s.) e comprendene la struttura complessiva. Allora riuscirete spontaneamente a comprendere ogni suo ramo, ogni suo frutto, ogni suo fiore, ogni suo bocciolo e ogni suo petalo. Se in una dottrina, in un’ideologia, in un movimento o nella personalità di un leader alcune cose sono contrarie ai vostri gusti, alle vostre amate tradizioni e alle vostre consuetudini, ciò non può significare che lì non vi sia più nulla di buono o che l’intero complesso debba essere totalmente respinto. I vostri gusti e le vostre preferenze o avversioni non sono criteri universali né storici. È possibile, anzi è naturale, che una particolare ideologia, un movimento o una figura di spicco porti con sé i propri criteri del bene e del male, completamente diversi dai vostri. Pertanto, la prima cosa necessaria è mettere a confronto e verificare i diversi criteri e parametri; insieme a tale verifica, bisogna valutare la qualità e la validità della dottrina e dell’ideologia fondamentali.

La letteratura prodotta finora dal mondo cristiano e dagli orientalisti sul Corano, sull’Islam e su Muhammad (s.a.s.) è, da un lato, piena di ignoranza e incomprensioni e, dall’altro, attraversata in ogni sua vena dal veleno di una testarda ostinazione avventata. Persino coloro che hanno riconosciuto la verità mostrando apertura mentale e che, facendo un ulteriore passo avanti, hanno usato anche un linguaggio in parte elogiativo, hanno inserito qua e là, dietro parole abilmente scelte, coltelli ricoperti di zucchero, al punto che il lettore non può fare a meno di rimanere sbalordito davanti alla loro abilità nell’ingannare. Si possono certamente trovare alcuni esempi luminosi in cui è stato espresso un sincero riconoscimento delle parole e delle imprese del Messaggero (s.a.s.). Tuttavia, tali autori hanno ricevuto pochissima considerazione dagli occidentali. Recentemente, quando è stato pubblicato un libro di questo genere e di elevata qualità, si è tentato di sminuirne il prestigio agli occhi degli occidentali definendolo “filomusulmano” (Pro-Muhammaden). È sorprendente che, oggi, con il pretesto degli interessi diplomatici dell’Occidente legati ai Paesi musulmani, non vi sia misura agli sforzi e alle pressioni esercitati per compiacere i Paesi occidentali. Eppure, finora, nessuno ha pensato a porre rimedio all’ingiustizia commessa nei confronti del Messaggero (s.a.s.).

Non vi si chiede di sostenere l’ideologia e il sistema di vita presentati dal Messaggero (s.a.s.) contro il verdetto della vostra coscienza. Se il giudizio della vostra coscienza non ve lo consente, dissentite pure, e fatelo con fermezza. Ciò che vi si chiede è di non falsificare i fatti violando i principi e i criteri da voi stessi elaborati e sostenuti per la redazione della storia e delle biografie. Non accettate testimonianze da fonti che, da un lato, sono unanimemente considerate inaffidabili e inaccettabili dai musulmani e che, dall’altro, non superano i criteri universalmente riconosciuti della ricerca storica. Non omettete deliberatamente le buone cause di un avvenimento per sostituirle con cause indesiderabili. Parlate con argomenti razionali; non adottate un atteggiamento motivato da cattive intenzioni, offensivo, maleducato, sarcastico o derisorio.

Lo scopo di questa discussione non è creare una situazione emotiva spiacevole; al contrario, è porre fine alla situazione indesiderabile che è prevalsa finora. La prima condizione per il successo di questo obiettivo è che l’Occidente chiarisca il proprio punto di vista sull’Islam, sul Corano e su Muhammad (s.a.s.), e crei un nuovo ambiente psicologico costruttivo, possibile soltanto riconoscendo il consenso esistente tra occidentali e musulmani. Le questioni sulle quali concordiamo sono le seguenti:

Cristiani, ebrei e musulmani adorano tutti Allah e credono nell’aldilà. Le loro modalità di culto presentano somiglianze e i loro valori morali fondamentali sono gli stessi.

Per tutti e tre questi popoli, la fonte dell’insegnamento religioso è la rivelazione, e i musulmani credono che tutti i profeti e i messaggeri siano portatori della stessa religione e della stessa grande verità.

D’altra parte, sul piano sociale e culturale, tra occidentali e musulmani esiste consenso sui seguenti punti:

Le iniziative con cui la civiltà occidentale ha promosso il progresso delle conoscenze e delle scienze sono sostenute dalla pura visione religiosa dei musulmani. L’ideologia islamica può accogliere nella propria società e civiltà, accanto alla spiritualità, anche il materialismo (entro limiti circoscritti), sebbene sotto questo aspetto l’Occidente sia salito al vertice più elevato del progresso. Mentre le altre religioni sono limitate al solo ambito personale, l’Islam è relativamente più liberale perché costituisce un sistema sociale e statale completo.

– I principi fondamentali della democrazia sui quali la civiltà occidentale ha edificato le proprie istituzioni statali erano già presenti nel pensiero e nella coscienza dei musulmani. Non solo erano presenti: fu proprio la civiltà islamica a dar loro per prima una forma compiuta. Le Bon e Bréfauld hanno ammesso, seppure con riluttanza, che lo spirito e la forza vitale della democrazia giunsero in Occidente proprio dai musulmani. La rappresentanza popolare e le elezioni, la consultazione delle categorie specifiche e della popolazione in generale sulle questioni statali e amministrative, il governo della legge, i diritti civili, nonché la pari dignità e l’uguaglianza dei diritti di tutti i cittadini in tali ambiti: i musulmani li avevano attuati molto prima dell’Occidente, pur mantenendoli in armonia con l’ambiente sociale e culturale dell’epoca. Se si considera la questione alla luce delle tensioni e delle instabilità internazionali, anche per risolverla la collaborazione dei musulmani sarebbe più preziosa per i riformatori occidentali. Le ragioni sono due. Primo: se l’Occidente riflettesse con sincerità e dedizione, riconoscerebbe che nessuno è in grado di contribuire alla pace mondiale quanto i musulmani. In nessun altro popolo le radici dell’amore per l’umanità sono così profondamente radicate nella fede e nella dottrina, né le basi morali dell’unità e della solidarietà internazionale sono così saldamente stabilite nel suo intimo. Se questa rara e singolare caratteristica di tale popolo venisse pienamente tradotta in pratica, sarebbe possibile porre fine ai conflitti e agli scontri internazionali. In una parola, soltanto l’Islam può fornire in misura sufficiente i valori e gli elementi morali necessari alla costruzione dello Stato mondiale del futuro.

Secondo: per contrastare entrambe le forme estreme del materialismo — il capitalismo e il socialismo — e condurre l’umanità su una via intermedia fondata sulla giustizia, è dall’Islam e dai suoi seguaci che ci si può aspettare il ruolo più efficace.

Dopo aver esposto questi punti generalmente riconosciuti affinché vi si rifletta, alla loro luce vogliamo dire questo: che male ci sarebbe se oggi gli occidentali cambiassero il proprio punto di vista su Muhammad, pace e benedizioni su di lui? Perché dovrebbero esitare a spingere via e lacerare il velo dell’odio eretto dai sacerdoti e dagli orientalisti? Finora le dottrine materialistiche sono state sottoposte ampiamente a esperimenti e verifiche. Non è possibile continuare allo stesso modo tali esperimenti, né questa saggia popolazione occidentale sta generando una nuova generazione sulla quale poter fondare la speranza e attendere ancora qualche tempo. D’altra parte, tutte le religioni del mondo diverse dall’Islam sono tali da preferire rannicchiarsi in un piccolo angolo della vita individuale. Non sono pronte ad avanzare e ad assumere nelle proprie mani le redini dell’intera civiltà. In una parola, dal punto di vista ideologico l’umanità ha perduto tutto il proprio capitale e si trova completamente in bancarotta. Rimane una sola fonte, dalla quale si sprigiona un debole raggio di speranza. Se, chiudendo le porte della mente, ci privassimo anche di quella luce, non ci giungerebbe alcuna indicazione della via dal pianeta Marte.

C’è dunque ancora tempo per riconoscere Muhammad, pace e benedizioni su di lui, come creatore della storia, salvatore dell’umanità sofferente, guida di una civiltà e uomo eccellente. Apriamo le finestre della mente e del cuore alla luce che proviene da lui. Cerchiamo di comprenderlo con metodo scientifico. Non sarebbe appropriato per noi considerare l’Islam semplicemente una religione rivale del cristianesimo; dobbiamo piuttosto accoglierlo come un movimento, al pari della democrazia, del socialismo e di altri analoghi movimenti ideologici, e come un sistema di vita che porta sotto il proprio dominio e controllo l’intera società e la civiltà. Dobbiamo inoltre riconoscere Muhammad, pace e benedizioni su di lui, come leader di questo movimento e fondatore di questo sistema sociale, ammettendo il suo merito di aver inaugurato un’epoca della storia unica e luminosa. Dobbiamo valutare gli ideali e i principi da lui presentati in base a quanto essi siano utili e indispensabili alla gestione di uno Stato mondiale ultramoderno. Dobbiamo esaminare il modello di umanità da lui elaborato per stabilire quanto sia adatto a diventare strumento e apparato di una civiltà ideale e perfetta.

Oggi, mentre davanti a noi regna un’oscurità fitta e impenetrabile e in lontananza non si vede brillare nemmeno una scintilla, voltandoci indietro vediamo una fiaccola accesa nelle mani del Messaggero, pace e benedizioni su di lui, che da quattordici secoli continua a brillare nello stesso modo attraverso migliaia di tempeste e bufere. Può forse portare buoni risultati rifiutarsi di ricevere la luce di questa fiaccola e bendarsi gli occhi soltanto a causa delle confusioni e dell’odio da noi stessi creati? Sarebbe forse giusto lasciare che l’umanità e la civiltà umana periscano in questa terribile oscurità? È necessario comprendere molto bene quale terribile sfida la situazione attuale ci abbia lanciato e se possediamo la forza per rispondere a tale sfida.

Ma la realtà è che i veri colpevoli siamo proprio noi. Siamo stati noi a impedire che il mondo conoscesse la personalità, il messaggio e i meriti del Messaggero, pace e benedizioni su di lui, e non abbiamo nemmeno cercato di conoscerli noi stessi. Perciò oggi è necessario far conoscere nuovamente il Messaggero, pace e benedizioni su di lui. Quest’opera sarà probabilmente un’impresa più grande della scoperta dell’energia atomica.

Due parole su questo libro

Nonostante esistano opere di alto livello sulla sacra sīra, o biografia, del Messaggero, pace e benedizioni su di lui, ho avuto il coraggio di intraprendere questo difficile lavoro malgrado la mia incapacità, unicamente perché la nobile persona del Messaggero, pace e benedizioni su di lui, potesse essere riconosciuta ancora una volta come l’unica fonte per comprendere lo scopo della vita. Le migliori opere biografiche sul Messaggero raccolgono ogni informazione relativa agli eventi. Tuttavia, in alcuni punti il lettore rimane impigliato nelle divergenze riguardanti le narrazioni e, in altri, nelle profonde discussioni teoriche. Talvolta il filo di collegamento della successione degli eventi gli sfugge; altrove gli vengono presentati dettagli minuziosi dei quali non riesce a cogliere un significato chiaro né a trovare una spiegazione soddisfacente. In altri punti è intimorito dall’abbondanza di dati teorici e frutto della ricerca, nonché delle fonti. Eppure, anche dopo aver letto volumi su volumi, non riesce a vedere davanti a sé un movimento impetuoso. Non riesce a scorgere la scena dell’ambiente conflittuale creatosi in seguito alla predicazione del Messaggero. Non riesce a vedersi nell’epoca del Messaggero. Leggendo i libri della sīra, non prova la sensazione che anche a lui sia stata affidata la responsabilità di essere un’onda tumultuosa del movimento guidato dal Messaggero e di lottare contro la corruzione dell’ambiente che lo circonda. È anche sua responsabilità tenere alta la fiaccola ardente della grande verità portata dal Messaggero e svilupparne la luce al punto che, nel mondo della civiltà e della cultura, quella fiaccola si trasformi in un sole splendente. È per colmare questa lacuna che ho intrapreso la stesura di questo modesto scritto.

Per studiare la storia ho adottato la prospettiva del Corano. Ai miei occhi, il mondo che si estende tutt’intorno è un mondo inquieto e dinamico. È un mondo vario e mutevole. Soprattutto, è un mondo di competizione, conflitti, scontri, jihad e lotte. Qui esistono tanto attrazione quanto repulsione. Qui, insieme all’azione, vi è la reazione; insieme alla distruzione, la costruzione; insieme alla luce, l’oscurità. Qui la notte e il giorno si inseguono a vicenda. La vita e la morte, il fuoco e l’acqua, l’inverno e la primavera sono in guerra tra loro. In breve, qualunque angolo di questo mondo e qualunque ambito si osservi, si vedranno cose contrapposte impegnate in uno scontro frontale. In uno spazio insignificante e minuscolo di questo universo, ossia sul pianeta chiamato Terra, si trova il campo di battaglia più terribile della vita umana. L’intero sistema sociale e statale è un immenso oceano agitato dalle onde. In esso, onda contro onda, bolla contro bolla e goccia contro goccia si urtano in ogni momento. Qui, tra il bene e il male, la verità e la falsità, la giustizia e l’ingiustizia, il buono e il cattivo, lo zulm e l’insaf, il peccato e la virtù, si combatte una lunga lotta che ha avuto inizio nei tempi antichi e continua fino a oggi. Le redini di questa lotta sono legate nelle mani del rūḥ, cioè lo spirito, e del nafs, cioè le inclinazioni malvagie. Da queste due fonti scaturiscono, una dopo l’altra, svariate idee, credenze e dottrine, e nascono sistemi collettivi con caratteri diversi e nature contrapposte. Ogni concezione, ogni aqida e credenza, ogni dottrina e ideologia, ogni carattere e ogni sistema nasce accompagnato dal proprio gemello esattamente opposto. Qualunque forza nasca, nasce insieme alla forza che le è avversa e contraria. Da questa opposizione e da questa contrapposizione scaturisce un conflitto totalizzante, che ha trasformato l’intera storia dell’umanità nella storia di una lotta. La storia di questa lotta è oggi davanti a noi come una storia scritta nel nostro stesso sangue.

Fin dall’alba della civiltà umana, epoca dopo epoca e paese dopo paese, si è combattuta una lotta incessante e totale. In alcuni luoghi essa si svolge con le armi della ragione, in altri con armi letali. In questa lotta, gli esseri umani si sono divisi in due schieramenti e hanno svolto due ruoli. Da una parte, sono portatori della bandiera dell’anarchia, dell’ingiustizia e della falsità. Dall’altra, sono alfieri della giustizia, della verità, dell’onestà e del bene. Talvolta diventano attivi galoppini dei malvagi protagonisti della distruzione e della corruzione. Altre volte avanzano come vigorosi sostenitori degli organizzatori e promotori delle opere costruttive. Un certo tipo di diavoli in forma umana si dedica anima e corpo al tentativo di affliggere la vita degli uomini con dolore, miseria e sventure. D’altra parte, una categoria di persone spende generosamente tutte le proprie risorse e ricchezze per trasformare la Terra in un paradiso colmo di felicità, pace e gioia. Tra i soldati della guerra della vita ve ne sono alcuni che combattono fino alla morte e dalle cui mani si riversano menzogna, zulm e ingiustizia. Al contrario, una schiera di mujahidin irriducibili lascia questo mondo facendo risuonare il tamburo della vittoria della verità, della giustizia e dell’insaf.

Sono proprio questi combattenti della verità, della giustizia e dell’insaf ad aver reso il mondo in parte abitabile e la vita umana in qualche misura godibile. Tutto ciò che oggi nella società è ritenuto degno di una certa considerazione è frutto del contributo di quelle persone nobili. Esse hanno presentato agli uomini un modello di vita ideale. Hanno posto davanti a noi un criterio e un modello di civiltà e cultura. Ci hanno donato grandi scopi di vita e splendidi principi. Hanno fatto scorrere nelle vene della storia il sangue di tradizioni immortali ed eterne. Nel cielo della civiltà hanno collocato una splendente costellazione di valori morali. Hanno dato agli uomini entusiasmo, ardore, coraggio e ambizione. Per gli scopi e i principi hanno impartito la lezione del sacrificio, della qurbani e della lotta. È grazie alle gloriose imprese e ai contributi di queste persone nobili che la storia è diventata tanto preziosa da meritare che le sue testimonianze siano conservate, e continuerà a essere apprezzata fino al Giorno della Resurrezione come fonte inesauribile di sempre nuove motivazioni all’azione per l’umanità.

Inoltre, ogni volta che le forze malvagie degli oppressori e dei menzogneri hanno legato gli esseri umani con i tentacoli del governo fascista e autocratico, rendendoli impotenti, e gli uomini, perduto il coraggio, sono stati gettati nel profondo abisso della disperazione, proprio allora questi grandi eroi della storia sono avanzati come salvatori dell’umanità. Hanno risvegliato gli uomini addormentati, hanno rialzato quelli caduti, hanno fatto bere ai codardi il nettare vivificante dell’eroismo e hanno ricondotto quelli che avevano deposto le armi nelle prime file del campo di battaglia, impegnandoli nuovamente nella guerra contro le forze anarchiche e corrotte del male. In altre parole, questi grandi eroi hanno posto fine all’impasse della storia, hanno sciolto il ghiaccio del mare congelato della civiltà, hanno creato un nuovo corso nel fiume stagnante del pensiero e dell’azione e, rovesciando la dittatura dura come l’acciaio, hanno ripristinato la libertà e i diritti umani. Così la carovana dell’umanità ha potuto avanzare senza ostacoli sulla via semplice e corretta dell’autorealizzazione.

Nella prima fila della classe virtuosa della società umana, che ha partecipato alla nobile opera di stabilire sulla Terra la verità, la giustizia e il bene, nonché di costruire e promuovere il progresso, vi sono i profeti e i messaggeri, detentori di una dignità incomparabile. Inoltre, i siddiqin — coloro che, non appena ricevono l’invito dell’Islam, lo accolgono con tutto il cuore —, i martiri e i salihin, cioè le persone rette, seguono il merito di questa prima fila e operano sotto la sua guida. E nella sacra schiera dei profeti e dei messaggeri, la nobile persona sulla quale si posa per prima e senza ostacoli lo sguardo è Muhammad, pace e benedizioni di Allah su di lui. Egli è il più grande amico dell’umanità e il più grande benefattore dell’umanità nella storia. Da qualunque lato si osservi questo grande uomo, la varietà delle sue eccellenze e la sua grandezza appariranno luminose. Non si contano le persone che, nel corso degli ultimi quattordici secoli, hanno lasciato questo mondo descrivendo la sua grandezza e le sue eccellenze. Ma il fatto è che, ancora oggi, la descrizione della sua grandezza e delle sue eccellenze non ha raggiunto la completezza. Nessuno sa chi, in futuro, potrà portare a compimento quest’opera. Il desiderio irresistibile di partecipare almeno a questa nobile impresa è stato coltivato dagli uomini del passato e sarà coltivato da molti anche in futuro. Un tempo, questo desiderio irresistibile conquistò anche me. Sentii il bisogno di presentare brevemente e in modo particolare questo aspetto della vita del Messaggero, pace e benedizioni di Allah su di lui: quando scese in campo per il bene e la ricostruzione dell’umanità, quali persecuzioni e sofferenze dovette subire; come per tutta la vita il servizio di un servitore incomparabile dell’umanità fu ripagato con una cieca opposizione e con una condotta estremamente vile. E, d’altra parte, quale carattere il Messaggero, pace e benedizioni di Allah su di lui, continuò a manifestare mentre avanzava attraverso quella tempesta di zulm, persecuzioni, opposizione e cattiva condotta. Questa straziante storia della vita del Profeta amato contiene insegnamenti tanto per coloro che desiderano stabilire il governo dei giusti quanto per coloro che si oppongono alla lotta per instaurarlo.

Questo è il posto di Muhammad, pace e benedizioni di Allah su di lui, nella storia dell’umanità. La storia testimonia che egli fu il più grande artefice della storia.

Quando il Messaggero (s.a.) apparve per compiere la più grande opera a beneficio dell’umanità, Satana riunì tutte le persecuzioni e tutte le sofferenze inflitte ai profeti e ai messaggeri nelle diverse epoche, costringendo questo giovane orfano e indifeso a condurre una lotta su ogni fronte. La scena della vita del Messaggero (s.a.) era più o meno questa: in una notte di oscurità impenetrabile, un nuotatore privo di imbarcazione lottava incessantemente contro onde alte come montagne, in un mare sconvolto dalla tempesta. Una furiosa tempesta infuriava, mentre, nel cielo coperto da nubi nere e dense, i lampi improvvisi accecavano gli occhi. Il fragore dei tuoni sembrava sul punto di spaccare le orecchie. Eppure, attraverso tutto ciò, quel nuotatore inflessibile continuava ad avanzare lungo il proprio cammino. Esiste forse, nella storia, un esempio di persecuzione e oppressione così straziante e di una lotta così inflessibile e indomita?

Ogni volta che va in scena il dramma della lotta tra verità e falsità, tra giustizia e ingiustizia, il suo carattere fondamentale rimane sempre lo stesso. Cambiano i tempi, mutano gli ambienti geografici e cambiano anche i nomi dei protagonisti. Ma i loro ruoli specifici non cambiano mai. Uno dei ruoli è quello del predicatore della da‘wa.

I protagonisti del secondo ruolo sono quelle persone pure, sinceramente devote e incontaminate della società, che, non appena ascoltano l’invito alla verità, alla giustizia e alla rettitudine, riescono a riconoscerlo grazie alla loro disposizione naturale. Quell’invito li entusiasma e li affascina; lo accolgono senza esitazione e con tutto il cuore, assumendo il ruolo dei suoi primi seguaci.

Il terzo ruolo è assunto da coloro che dissentono con educazione. Ascoltano il messaggio e vi riflettono. Tuttavia, a causa della mancanza di conoscenza e consapevolezza e di alcuni ostacoli psicologici, tardano a comprendere la verità.

I protagonisti del quarto ruolo sono gruppi di nemici estremamente intransigenti e rumorosi, che, per i propri interessi, per la posizione sociale e per le proprie abitudini corrotte, iniziano fin dal primo giorno a opporsi nel modo più impulsivo. La loro opposizione continua soltanto ad aumentare. Il quinto ruolo è assunto dalle masse deboli, così indifese di fronte alla schiacciante autorità delle classi superiori della società da non riuscire a svolgere alcun ruolo coraggioso e attivo. Inoltre, sul piano mentale, non possiedono la capacità di cogliere il significato più profondo di alcuna da‘wa. Perciò, nel corso dei secoli, generalmente rimangono spettatrici silenziose del conflitto tra gli invitatori alla verità e i suoi nemici, aspettando di vedere quale sarà la sorte dell’una o dell’altra parte. Quando una delle parti vince, questa marea popolare confluisce dalla parte della forza vittoriosa. Pertanto, il dramma della guerra tra verità e falsità dipende interamente dagli attori di due ruoli: quello degli invitatori alla verità e dei loro seguaci, e quello degli oppositori attivi e intransigenti. È assolutamente impossibile che vada in scena il dramma della da‘wa alla verità senza che gli attori di questi due ruoli si trovino l’uno di fronte all’altro. Voi innalzerete la voce della verità e della giustizia, e le forze schierate dalla parte della falsità e dell’ingiustizia non si leveranno compatte per opporvisi? Questo non può accadere. Voi inizierete a operare per il bene e il servizio dell’umanità, e tutte le forze malvagie della società non si uniranno per precipitarsi contro di voi con i terribili strumenti degli insulti, delle calunnie, della propaganda diffamatoria, delle maldicenze, delle cospirazioni e della violenza? È inconcepibile.

Lo stesso accadde anche al Messaggero (s.a.). Se si fosse limitato a pronunciare alcune belle parole, a riflettere sul bene della società, a trascorrere la vita adorando Allah con inchini, prosternazioni e altri atti di culto secondo modalità di sua scelta, a dedicarsi in solitudine al ricordo e alla glorificazione di Allah, e se avesse continuato persino a impartire buoni sermoni e ammonimenti, fondando anche una corrente di maestro e discepoli e formando con i suoi seguaci un’associazione innocua, la società lo avrebbe tollerato. Ma egli voleva cambiare l’intero sistema di vita. Voleva ricostruire da capo l’intero edificio della società e della civiltà. Gli era stato ordinato di abbattere l’intero sistema collettivo e di ricostruirlo secondo il migliore progetto. Si apprestava a far crollare l’accordo ingiusto ma indissolubile che allora era stato instaurato nella società tra interessi costituiti e diritti acquisiti. Era stato inviato per formare le persone secondo una nuova struttura di fede e di morale. Fin dal primo giorno invitò proprio a quest’opera, e fin dal primo giorno il popolo comprese il significato della sua da‘wa. Proprio perché ne comprese il significato, come reazione naturale apparvero le attività di opposizione della società jahilita.

In qualunque epoca si esaminino gli oppositori del movimento universale per la verità e la giustizia, si constaterà che le tattiche e la successione delle loro attività negative sono sempre state le stesse. Dapprima si ricorreva a semplici scherni e derisioni. In seguito si scatenava una campagna di insulti, false accuse, calunnie e propaganda diffamatoria, accompagnata dall’assegnazione di epiteti infamanti. Poi iniziava una precisa propaganda menzognera per creare confusione e incomprensioni tra il popolo. Quando la situazione si aggravava ulteriormente, da un lato si sosteneva che fossero in pericolo gli interessi e l’unità nazionale, mentre dall’altro si tentava di fomentare le masse ignoranti con pretesti religiosi. Nel frattempo proseguiva anche la disputa argomentativa e si conduceva una campagna per mettere in difficoltà il predicatore della da‘wa attraverso domande e risposte. Quando si comprese che un movimento pericoloso si stava rafforzando sempre più, si tentò di raggiungere un accordo mediante lusinghe e offerte allettanti. Quando tutti gli stratagemmi fallirono, si adottò il metodo estremamente odioso della violenza. Il Messaggero (s.a.) e i suoi compagni furono sottoposti a un boicottaggio sociale ed economico. Furono attuati anche piani di oppressione e persecuzione. Infine si arrivò persino a complottare per assassinare il Messaggero (s.a.). Poiché neppure così si riuscì a fermare il movimento per l’instaurazione della verità e della giustizia, fu dichiarata guerra e lanciato l’appello allo scontro frontale. Nella vita del Messaggero (s.a.) tutte queste fasi si susseguirono una dopo l’altra. Ma Allah l’Altissimo gli concesse una gloriosa vittoria in ogni fase. Alla fine, tutta l’Arabia venne ai suoi piedi.

In questo libro gli eventi della vita del Messaggero (s.a.) sono presentati mediante fonti estremamente affidabili e con la debita sequenza, in modo tale che davanti agli occhi si delinei chiaramente la terribile lotta tra verità e falsità, tra bene e male, che il Messaggero (s.a.) condusse, infrangendo l’immobilità della storia. In questa lotta egli trascorse tutta la sua vita. Spero che, durante la lettura di questo libro, il lettore senta di trovarsi molto vicino al Messaggero (s.a.). Potrà vedere il corso degli eventi svolgersi proprio davanti ai suoi occhi e, nel mondo della propria immaginazione, le impetuose onde del movimento islamico danzare. Di conseguenza, non potrà più restare seduto come spettatore impassibile e neutrale di questo conflitto tra verità e falsità. In lui nascerà invece una consapevolezza positiva e sarà costretto a riflettere su quale sia oggi la propria posizione nella storia dell’umanità e quale dovrebbe essere.

La mia ferma speranza è che da questo libro si possano apprendere coraggio e valore, e che si possa ricevere l’ispirazione a compiere le proprie responsabilità e i propri doveri anche nelle situazioni più difficili. Nel cuore nasceranno devozione e amore per quella grande personalità che fu il più grande servitore dell’umanità e colui che maggiormente le recò beneficio. Il cuore si colmerà di gratitudine verso di lui e la mente si riempirà di profondo amore per lui. È proprio questo che l’Islam desidera. Leggendo questo libro si comprenderà attraverso quali durissime prove di fuoco, affrontando opposizioni così violente, respingendo attacchi di ogni genere e attraversando immensi mari di sangue e di lacrime, colui che portò fino a noi la luce della verità nella quale oggi risplende la nostra anima riuscì a farla giungere sino a noi. Da ciò nascerà anche la consapevolezza che il cammino dei portatori dello stendardo della verità e della giustizia è estremamente irto di spine. Se questo cammino non fu reso privo di spine e cosparso di fiori neppure per una personalità virtuosa come Muhammad (pbsl), per chi mai lo sarà? Per chi mai verrà preparata una via breve e confortevole, tale che possa uscire dalla propria stanza sicura e giungere direttamente in Paradiso senza neppure sporcarsi i piedi di polvere? La lettura delle dolorose vicende della vita del Messaggero (pbsl) elimina questo equivoco. Altrimenti l’uomo, ritenendo l’obbedienza ad Allah un’attività estremamente comoda, rimane inattivo e indifferente. Alla luce della vita del Messaggero (pbsl), dobbiamo riflettere sul fatto che, se nella nostra vita non si verificano le prove di fuoco, le calamità, le avversità, gli ostacoli, i colpi e gli attacchi che nei libri del Corano, degli hadith e della sīra sono indicati come inevitabili nella vita di un vero credente, allora dobbiamo riesaminare se il cammino che percorriamo e la nostra destinazione siano corretti. Dobbiamo verificare se quello che consideriamo il cammino dell’Islam non sia invece il cammino del kufr e della jāhiliyya. Studiando questo libro, ogni musulmano potrà sapere in anticipo che, quando una persona o un gruppo della umma musulmana scenderà in campo con la daʿwa e il movimento del Messaggero (pbsl), seguendo esattamente il metodo d’azione da lui seguito, contro di esso non potranno che essere rivolti scherno e derisione, calunnie, propaganda diffamatoria, maldicenza, complotti, oppressione, persecuzione e attacchi violenti. Queste sono infatti le inevitabili ricompense terrene di quest’opera. In un ambiente interamente colmo di tali calamità e sciagure, non è facile riconoscere, in ogni epoca, chi chiama alla verità, comprendere le sue parole e accettarle. Ciò è possibile soltanto ai fortunati che, studiando il Corano, gli hadith e la sīra del Messaggero, abbiano già acquisito una corretta comprensione dell’eterna lotta tra la verità e la falsità. Ogni musulmano dovrebbe sapere che le forze della falsità non risparmiarono neppure l’essere puro e innocente del Messaggero (pbsl), e che coloro che in seguito non risparmiarono dalle persecuzioni e dalle sofferenze nemmeno grandi personalità come l’Imam Husayn, l’Imam Malik, l’Imam Ahmad ibn Hanbal, l’Imam Abu Hanifa, Hazrat Mujaddid Alf-e Sani e Shah Waliullah, seguaci del Messaggero (pbsl), non risparmieranno nessun altro. Lo studio della sīra del Messaggero (pbsl) ci insegna a distinguere, in ogni epoca, tra il carattere di coloro che chiamano alla verità e quello dei nemici della verità. In questo libro ho presentato con chiarezza l’identità di coloro che sono attivi nel conflitto tra l’Islam e il kufr.

Spero che, studiando questo libro, diventiamo consapevoli della terribile contraddizione e dell’incoerenza che si sono create tra la fede nella Risāla e la nostra vita reale. Oggi non è rimasto nel mondo neppure un Paese in cui il sistema di vita portato dal Messaggero (pbsl) sia pienamente vittorioso e applicato. In tutto il mondo musulmano trionfano la monarchia e la dittatura, che ci tengono immersi nell’oscurità tanto della jāhiliyya antica quanto di quella moderna. Mentalmente siamo immersi nella jāhiliyya dalla testa ai piedi. Anche economicamente siamo prostrati. Sul piano culturale siamo conosciuti in tutto il mondo come una nazione di mendicanti e, a livello internazionale, siamo vittime dello sfruttamento degli imperialisti. È proprio il velenoso risultato della contraddizione tra la nostra fede e il nostro carattere quello di cui continuiamo a subire le conseguenze.

In quest’opera ho rivolto principalmente un appello a rinnovare la daʿwa del Profeta universale. Il mio obiettivo principale è che possiamo introdurre un cambiamento nella nostra vita seguendo esattamente il metodo d’azione mostrato dal Messaggero (pbsl), e che possiamo instaurare quel sistema sociale fondato sulla magnanimità e sulla giustizia che questo grande leader dell’umanità aveva istituito alla luce dei principi del Corano e degli hadith. È giunto il momento di scrollarci di dosso il peso della schiavitù mentale alla civiltà occidentale, che grava sul capo nostro e della nostra gioventù, e di innalzare la bandiera della rivolta intellettuale contro quest’epoca materialista. La biografia di Muhammad (pbsl) deve essere tolta dalle pagine del libro e riscritta, in modo nuovo, sulle pagine della vita reale. Il suo ideale deve essere raccolto nella forma di un sistema collettivo e portato a occupare il posto della terza forza che indica la via della liberazione, il cui spazio nella storia è ancora vuoto.

Che Allah, il Misericordioso, accetti questo mio modesto sforzo e ne realizzi il nobile obiettivo.

Amen.

Naim Siddiqi, 1º dicembre 1959.

 

Capitolo: 2

La personalità a colpo d’occhio

Quando poso entrambi gli occhi sul suo volto,

sembra il lampo di un fulmine tra le nuvole cariche di pioggia. [Questo celebre poeta arabo dell’epoca preislamica compose questi versi pensando a una persona a lui cara. In seguito, in una certa occasione, Aisha li applicò appropriatamente al Messaggero (pace e benedizioni su di lui).]

— Abu Kabir al-Hudhali

Questo volto non può appartenere a un bugiardo.

— Abdullah ibn Salam

Uno sguardo

[Composto principalmente sulla base degli Shamā’il di al-Tirmidhi.]

Coloro che nel mondo apportano contributi di grande rilievo, in particolare i profeti, sono sempre dotati di una personalità straordinaria. La vera fonte della forza di coloro che guidano i movimenti e la ricostruzione delle civiltà è la loro personalità, formata dalla combinazione di un particolare modo di pensare e di un carattere ben definito. Comprendere adeguatamente la personalità del Messaggero è uno degli obiettivi fondamentali dello studio della sua sīra.

La bellezza fisica aiuta molto a comprendere una persona. Dalla conformazione del corpo umano, dalla testa ai piedi, e dalla proporzione delle sue membra si può capire a quale livello si trovi una persona sotto il profilo intellettuale, morale e della consapevolezza. In particolare, sul volto o sul viso è scritta tutta la storia del carattere e delle azioni di una persona. Basta uno sguardo per intuire di che tipo di persona si tratti.

Noi, che siamo venuti al mondo in epoche successive, siamo sfortunati sotto questo aspetto: l’incomparabile volto del migliore degli uomini non è davanti ai nostri occhi, né avremo l’opportunità di contemplarlo in questo mondo con i nostri occhi. Il poco che riusciamo a scorgere della bellezza fisica del Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) lo vediamo soltanto nello specchio delle sue parole e delle sue opere.

Non esiste alcun ritratto autentico né alcuna statua del Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui). Il Messaggero stesso ha vietato di realizzarli o conservarli. Infatti, un ritratto è una cosa talmente pericolosa da non poter in alcun modo impedire il rischio di cadere nello shirk. Se fosse esistito un ritratto del Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui), non ci sarebbe limite a quante attività miracolose sarebbero state attribuitegli come origine, né a quanti nuovi miracoli gli sarebbero stati accreditati. È difficile persino immaginare quante cerimonie variopinte si sarebbero tenute in suo onore. Non sarebbe stato affatto strano che si fosse giunti persino a venerarlo. In Europa sono stati realizzati molti ritratti immaginari del Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui). Ma quale artista possiede una conoscenza tanto sottile, ampia e completa di ogni aspetto dei suoi pensieri e delle sue opere da poterla rappresentare perfettamente con colori e pennelli? Un ritratto immaginario, chiunque altro possa raffigurare, non raffigura Muhammad (pace e benedizioni su di lui). Si realizza il ritratto di una persona fondata interamente su supposizioni e lo si spaccia per un ritratto del Messaggero. Nel realizzare tali immagini non si dimostra neppure un briciolo di onestà. Deliberatamente si producono immagini che suscitano l’idea di una personalità debole e incompleta. Per realizzare tutti questi ritratti, l’idea della personalità viene tratta proprio da quei testi occidentali pieni di ostilità, frutto di ostinazione, impulsività, pensieri distorti e concezioni irreali. Il danno della realizzazione di immagini o film sui profeti e sulle persone pie consiste nel fatto che il loro vero carattere può perdersi dietro lo schermo.

Tuttavia, i Compagni del Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) ne hanno tracciato un ritratto perfetto con il minor numero possibile di parole, e i narratori ci hanno trasmesso quelle descrizioni in condizioni di estrema accuratezza e inalterate. Qui presentiamo quei ritratti verbali, affinché i lettori possano cogliere uno scorcio della sua persona prima di studiare il carattere di questo grande uomo. Si potrebbe anche definire una sorta di incontro, o semplicemente una presentazione.

L’immagine del volto benedetto del Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui), della sua conformazione fisica, del suo modo di camminare e della sua bellezza, giunta fino a noi dopo aver attraversato la distanza di quattordici secoli, riflette il profilo di un uomo che era al tempo stesso straordinariamente intelligente e perspicace, un coraggioso eroe, paziente, incrollabile nei suoi ideali, sincero e giusto, generoso e magnanimo, caritatevole, coscienzioso, umile e solenne, amabile nel parlare e corretto nell’esprimersi. Più precisamente, si deve dire che nella sua struttura fisica era chiaramente visibile il segno della profezia. La sua bella e armoniosa figura era il simbolo della sua elevata dignità. A questo proposito è significativa una frase del Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui). Egli disse:

«Il timore di Dio rende il volto dell’uomo luminoso e bello.»

Poiché la profezia rappresenta il livello più alto della fede e del timore di Dio, il volto del profeta non può che essere luminoso.

Ora, osserviamo uno scorcio del suo volto splendente e abbagliante come il sole.

Bellezza fisica

«Riconobbi il Messaggero di Allah non appena lo vidi. Il suo volto non poteva essere quello di un bugiardo.» (ʿAbd Allah ibn Salam) [Era uno dei più grandi sapienti ebrei. Il suo nome era Husayn. Quando il Messaggero di Allah giunse a Medina, egli andò a incontrarlo e qui descrive l’impressione che ne ebbe. Abbracciò la fede e il suo nome islamico divenne ʿAbd Allah. (Sīrat al-Mustafā, Mawlānā Idrīs Kandhlawī, vol. 1, pp. 341-350)]

«Mi presentai accompagnato da mio figlio. La gente mi indicò: “Ecco il Messaggero di Allah”. Non appena mi avvicinai e mi sedetti, dissi tra me e me: “In verità, egli è il Profeta di Allah”.» — Abū Ramthah al-Tamīmī

«Siate certi: ho visto il volto luminoso di quest’uomo, simile alla luna piena. Egli non potrebbe mai comportarsi disonestamente nei vostri affari. Se una persona simile non pagasse [il prezzo del cammello], lo pagherei io di tasca mia.» — Una gentildonna. [Una carovana commerciale aveva fatto una sosta alla periferia di Medina. Per caso, il Messaggero di Allah vi si recò. Scelse un cammello e ne concordò il prezzo. Poi lo portò via dicendo: «Vi farò mandare il denaro». In seguito, i venditori di cammelli cominciarono a dubitare: «Che cosa abbiamo fatto, dando a credito un cammello a uno sconosciuto?». In quel momento, la moglie del capo della carovana pronunciò le parole sopra riportate per rassicurarli. L’episodio fu narrato da Tāriq ibn ʿAbd Allah, membro di quella carovana. Poco dopo, il Messaggero di Allah inviò una quantità di datteri superiore al prezzo concordato. (Sīrat al-Nabī, Shiblī Nuʿmānī, vol. 2, p. 380; al-Mawāhib al-Ladunniyya, vol. 1, p. 244.)]

«Non abbiamo mai visto un uomo così bello. Abbiamo visto la luce emanare dal suo volto.» — La madre e la zia di Abū Qaysānah. [Queste due donne erano andate con Abū Qaysānah dal Messaggero di Allah per prestargli il giuramento di fedeltà. Sulla via del ritorno espressero questa reazione. (Al-Mawāhib al-Ladunniyya, vol. 1, p. 255)]

«Non ho mai visto nessuno più bello del Messaggero di Allah. Sembrava che il sole scintillasse.» — Abū Hurayra

«Se avessi visto il Messaggero di Allah, ti sarebbe sembrato che fosse sorto il sole.» — Rubayyiʿ, figlia di Muʿawwidh

«Chiunque vedeva il Messaggero di Allah rimaneva sbalordito fin dal primo sguardo.» — ʿAlī

«Una volta, in una notte di luna, stavo guardando il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui). In quel momento era avvolto in un abito rosso. Guardavo ora la luna, ora lui. Alla fine giunsi alla conclusione che il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) era più bello della luna.» — Jābir ibn Samura

«Quando era felice, il volto del Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) brillava come la luna. Solo guardandolo ci accorgevamo della sua gioia.» — Kaʿb ibn Mālik

«Sul suo volto c’era uno splendore simile a quello della luna.» — Hind ibn Abī Hāla

Volto

«Rotondo come la luna piena.» — Barāʾ ibn ʿĀzib

«Il suo volto non era completamente rotondo, ma quasi.» — ʿAlī

«Aveva una fronte ampia, sopracciglia arcuate, sottili e folte; le due sopracciglia erano separate e tra esse c’era una vena prominente, che diventava evidente quando si adirava.» — Hind ibn Abī Hāla

«Sulla sua fronte appariva il segno della gioia.» — Kaʿb ibn Mālik

Carnagione

«Non era bianco come la calce, né scuro di carnagione. Aveva un colore simile al grano, ma un po’ più chiaro.» — Hazrat Anas

«Bianco rossastro.» — Hazrat Ali

«Bianco, ma radioso.» — Abu Tufayl

«Bianco e splendente.» — Hind ibn Abi Hala

«Il corpo era come d’argento.» — Hazrat Abu Hurayra

Occhi

«Occhi neri, ciglia lunghe.» — Hazrat Ali

«Le pupille erano nere, lo sguardo abbassato, con una pudica tendenza a guardare dall’angolo degli occhi.» – Hind ibn Abi Hala

«Nella parte bianca degli occhi vi erano venature rosse; le orbite erano allungate e sembravano naturalmente delineate dal kohl.» – Jabir ibn Samura

Naso

«Leggermente prominente, con una luminosità radiosa sulla sommità; per questo, a prima vista, sembrava grande.» – Hind ibn Abi Hala

Guance

«Leggere e piatte, leggermente carnose verso il basso.» – Hind ibn Abi Hala

Volto

«Ampio.» – Jabir ibn Samura

«Ampia». – Hind ibn Abi Hala

Denti

«Sottili, lucenti. Nei denti anteriori c’era un affascinante splendore». – Hazrat Ibn Abbas

«Quando parlava, dai suoi denti emanava un lampo». – Hazrat Abbas

Barba

«Una barba folta che gli ricopriva interamente il volto». – Hind ibn Abi Hala

Collo

«Sottile e lungo, bello come se fosse stato scolpito con cura, come una statua»

«Il colore del collo era luminoso e piacevole come la luna.» — Hind ibn Abi Hala

Testa

«Grande, ma di forma proporzionata e di media statura.» — Hind ibn Abi Hala

Capelli

«Leggermente ricci.» — Abu Hurayra

«Non completamente lisci né molto ricci.» — Qatada

«Leggermente ricci.» — Anas

«Folti; a volte arrivavano fino ai lobi delle orecchie, altre volte fino al collo.» — Bara ibn Azib

«Aveva la scriminatura al centro» – Hind ibn Abi Hala

«Non aveva molti peli sul corpo. Una sottile striscia di peli dal petto all’ombelico» – Hazrat ʿAlī e Hind ibn Abi Hala

«Aveva pochi peli sul collo, sulle braccia e sulla parte superiore del petto» – Hind ibn Abi Hala

Struttura fisica complessiva

«Aveva una corporatura robusta. Le ossa delle articolazioni degli arti erano grandi e forti» – Hind ibn Abi Hala

«Non era corpulento» – Hazrat ʿAlī

«Non era né molto alto né basso: era di statura media» – Hazrat Anas

«Era piuttosto alto. Quando stava in mezzo a molte persone, sembrava ancora più alto» – Barāʾ ibn ʿĀzib

«Non aveva il ventre prominente.» — Umm Maʿbad

«Nonostante avesse sofferto la fame e la povertà, era più vigoroso e forte di coloro che erano cresciuti nell’abbondanza dei beni terreni.» (È celebre il fatto che, recandosi a compiere la ʿUmra, il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) condusse da solo cento cammelli e ne macellò personalmente sessantatré. Affidò i rimanenti ad ʿAlī. Al-Mawāhib, vol. 1, p. 310.)

«Non ho mai visto nessuno più forte del Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui).» — Ibn ʿUmar. A Mecca vi era un lottatore professionista di nome Rukāna. Una volta, quando il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) lo incontrò e lo invitò all’Islam, egli chiese una prova della profezia. Il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) espresse il desiderio di lottare con lui, secondo il suo gusto. Lottarono tre volte, ed egli lo sconfisse tutte e tre le volte. Inoltre, sconfisse nella lotta anche diverse altre persone, tra cui Abū al-Aswad al-Juhamī. (Al-Ḥākim, Abū Dāwūd, al-Tirmidhī e al-Bayhaqī, al-Mawāhib al-Ladunniyya, primo volume, p. 303.)

Le spalle e il petto

«Aveva il petto ampio, e il petto e il ventre erano piatti.» — Hind ibn Abī Hāla

«Aveva il petto ampio.» — Barāʾ ibn ʿĀzib

«La distanza tra le due spalle era maggiore del normale.» — Hind ibn Abī Hāla, Barāʾ ibn ʿĀzib

«La parte tra le due spalle era muscolosa.» — ʿAlī

Mani e braccia

«Braccia lunghe, palmi ampi, dita proporzionatamente lunghe.» – Hind ibn Abi Hala

«Non ho mai visto seta, né sottile né spessa, né alcun’altra cosa più morbida delle mani del Messaggero (pace e benedizioni su di lui).» – Abbas

I piedi

«Le gambe non erano carnose, ma snelle e affusolate.» – Jabir ibn Samura

«I palmi delle mani e dei piedi erano carnosi. Le piante dei piedi erano leggermente incavate. Le piante erano così sottili che l’acqua non vi ristagnava.» – Hind ibn Abi Hala

«C’era pochissima carne alle caviglie.» – Jabir ibn Samura

Un quadro complessivo

Sebbene numerosi Compagni del Messaggero (pace e benedizioni su di lui) abbiano fornito molte descrizioni sorprendenti del Messaggero (pace e benedizioni su di lui), nulla è paragonabile alla descrizione di Umm Ma‘bad. Quando il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) partì dalla grotta del monte Thawr per emigrare a Medina, il primo giorno fece una sosta presso la casa di questa nobile anziana della tribù di Khuzāʿa. Il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) e i suoi compagni erano tormentati da una sete terribile. Per speciale misericordia di Allah, la decrepita e affamata capra dell’anziana diede in quel momento così tanto latte che, dopo che il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) e i suoi compagni ne ebbero bevuto a sazietà, ne rimase ancora un po’. Il marito di Umm Ma‘bad tornò a casa e, vedendo il latte, rimase stupito. Chiese da dove venisse quel latte. Umm Ma‘bad gli raccontò tutto l’accaduto. Allora suo marito disse: «Descrivimi l’aspetto di quel giovane coreiscita, per vedere se è proprio quell’uomo tanto atteso». Umm Ma‘bad allora ne diede una descrizione in un linguaggio meraviglioso. A quel tempo Umm Ma‘bad non conosceva il Messaggero (pace e benedizioni su di lui), né nutriva nei suoi confronti invidia o odio. Descrisse esattamente ciò che aveva visto. È preferibile esaminare questa descrizione nell’originale arabo. [Vedi Zād al-Maʿād, vol. 1, p. 307]. Ne riportiamo qui la traduzione:

«Volto luminoso e ampio, carattere amabile, ventre non prominente, nessuna calvizie, bello e avvenente, occhi neri, grandi e meravigliosi, capelli lunghi e folti, voce profonda e autorevole. Collo alto, occhi delineati con il kohl, sopracciglia sottili e unite, capelli neri e ricci. Dignità silenziosa, sincerità; visto da lontano, bello e affascinante. Visto da vicino, straordinariamente dolce e avvenente. Dolce nel parlare, eloquente, con discorsi privi di parole superflue. Ogni sua parola era collegata all’altra come le perle di una collana. Di statura media e armoniosa, così che nessuno lo detestava né lo disprezzava. Bello, giovane, amato da coloro che lo accompagnavano costantemente. Quando parlava, tutti ascoltavano in silenzio; quando impartiva un ordine, tutti si affrettavano immediatamente a eseguirlo. Servito da tutti e obbedito da tutti; non parlava meno del necessario, né era prolisso.» [Zād al-Maʿād, vol. 1, p. 307].

Abbigliamento

Anche l’abbigliamento rivela la personalità di una persona. La taglia, la lunghezza, la larghezza, il colore, la qualità, la pulizia e altre caratteristiche analoghe degli abiti indicano quale carattere e quale mentalità possieda chi li indossa. Dalle informazioni fornite dai suoi Compagni riguardo all’abbigliamento del Messaggero (pace e benedizioni su di lui) emergono in larga misura il suo gusto e la sua mentalità.

In realtà, il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) ha offerto un’interpretazione pratica del seguente versetto riguardo all’abbigliamento:

﴿يَابَنِيآدَمَقَدْأَنزَلْنَاعَلَيْكُمْلِبَاسًايُوَارِيسَوْآتِكُمْوَرِيشًاۖوَلِبَاسُالتَّقْوَىٰذَٰلِكَخَيْرٌۚذَٰلِكَمِنْآيَاتِاللَّهِلَعَلَّهُمْيَذَّكَّرُونَ﴾

«O figli di Adamo, abbiamo fatto scendere per voi un abito che copre le vostre parti intime e che accresce la vostra bellezza. Ma l’abito della devozione è migliore.» (Sura al-Aʿrāf: 26)

Le altre caratteristiche dell’abbigliamento sono descritte nella Sura an-Naḥl come segue:

سَرَابِيلَتَقِيكُمُالْحَرَّوَسَرَابِيلَتَقِيكُمبَأْسَكُمْ

«Egli vi ha fornito abiti per proteggervi dal caldo e armature per tenervi al sicuro in guerra.» (Sura an-Nahl)

Pertanto, la caratteristica principale dell’abbigliamento del Messaggero (s.a.s.) era che serviva a coprire le parti intime, conferiva bellezza ed era l’abbigliamento della taqwā, cioè del timore di Dio e della rettitudine. Esso provvedeva alle necessità, garantiva l’osservanza dei principi morali e rifletteva il gusto degno delle persone rispettabili. Il Messaggero (s.a.s.) evitava rigorosamente l’arroganza, lo sfarzo, il lusso e il desiderio di mettersi in mostra. Egli disse:

«Sono soltanto un servo di Allah e indosso gli abiti adatti ai servi.» [Al-Mawāhib al-ladunniyya, vol. 1, p. 328.] Egli dichiarò proibiti agli uomini gli abiti di seta. Una volta indossò una veste di seta ricevuta in dono, ma la tolse immediatamente, con evidente inquietudine. Considerava che la lunghezza eccessiva delle vesti, dei lungi e dei turbanti fosse un segno di superbia, e poiché tale modo di vestirsi era diffuso tra le persone arroganti, lo detestava profondamente. [Abū Dāwūd, an-Nasāʾī, Ibn Mājah, at-Tirmidhī, Musnad Aḥmad].

Egli proibì anche di imitare l’abbigliamento degli altri popoli, soprattutto i tipi specifici di vestiario propri delle loro classi sacerdotali. [Musnad Aḥmad, Abū Dāwūd]. Impose tale divieto affinché l’identità e il senso della dignità della comunità rimanessero intatti e affinché, imitando gli abiti e la moda, non si finisse per iniziare a imitare anche il carattere e gli ideali. Per questo introdusse un gusto completamente nuovo per l’abbigliamento, la moda e i costumi nell’ambito della cultura islamica. Il Messaggero (s.a.s.) prestava particolare attenzione a come preservare, nell’abbigliamento, la protezione dalle condizioni atmosferiche, la copertura delle parti intime, la semplicità, la pulizia e la dignità. Se osserviamo l’abbigliamento del Messaggero (s.a.s.) nel contesto delle tendenze culturali contemporanee, delle esigenze geografiche, culturali e climatiche dell’Arabia e delle usanze allora diffuse, risulterà evidente che esso era simbolo di un gusto estremamente raffinato. Vediamo ora com’era l’abbigliamento del Messaggero (s.a.s.). [Si vedano Shamāʾil at-Tirmidhī, Zād al-Maʿād e Al-Mawāhib al-ladunniyya].

Gli piacevano molto le vesti. Le maniche non erano né troppo aderenti né troppo larghe: erano di ampiezza media. Talvolta arrivavano fino ai gomiti e talvolta fino ai polsi. La veste che indossava durante i viaggi, soprattutto durante le spedizioni militari, aveva una lunghezza complessiva e maniche relativamente più corte. La parte della veste che copriva il petto sul davanti la lasciava talvolta aperta per esigenze climatiche, e in quello stato pregava persino. Quando indossava una veste, infilava prima il braccio destro e poi quello sinistro. Insegnava la stessa cosa anche ai Compagni. La precedenza accordata alla mano destra e il suo uso nelle buone azioni costituivano una parte importante della cultura insegnata dal Messaggero (s.a.s.).

Indossò il lungi per tutta la vita. Lo portava appena sotto l’ombelico e fino a poco sopra le caviglie. La parte anteriore scendeva leggermente.

Apprezzò il pigiama fin dal primo momento in cui lo vide. Anche i Compagni lo indossavano. Una volta ne acquistò personalmente uno. (Vi è divergenza di opinioni sul fatto che lo abbia indossato o meno.) Fu trovato tra i beni da lui lasciati. L’episodio dell’acquisto del pigiama è piuttosto curioso. Il Messaggero (s.a.s.), accompagnato da Abū Hurayra (r.a.), andò al mercato e si recò presso i negozi dei venditori di abiti. Comprò il pigiama per quattro dirham. Nel mercato c’era un pesatore rinomato, incaricato di pesare le merci. Gli portò il pigiama perché lo pesasse e gli disse: «Pesalo inclinando la bilancia.» (Cioè: pesalo in modo che risulti più pesante del peso effettivo.) Il pesatore disse: «Non ho mai sentito nessun altro dire una cosa simile.» Abū Hurayra (r.a.) richiamò la sua attenzione dicendo: «Non riconosci il tuo Profeta?» L’uomo si mosse immediatamente per baciargli la mano, ma egli glielo impedì e disse: «Questo è un comportamento non islamico.» In ogni caso, fece pesare il pigiama e lo comprò. Abū Hurayra gli chiese con stupore: «Lo indosserete davvero?» La ragione del suo stupore era probabilmente duplice: da un lato, era sorpreso da un cambiamento così significativo rispetto a un’antica abitudine; dall’altro, il pigiama era un indumento persiano, mentre il Messaggero (s.a.s.) evitava tutto ciò che apparteneva ai popoli stranieri. (Naturalmente, accettava gli elementi positivi della cultura degli altri popoli.) Il Messaggero (s.a.s.) disse: «Sì, lo indosserò. Lo indosserò in patria e all’estero, di giorno e di notte, in ogni circostanza. Mi è stato infatti ordinato di coprire le parti intime, e non esiste indumento migliore del pigiama per coprirle.» [Al-Mawāhib al-ladunniyya, vol. 1, pp. 336-337].

Amava molto indossare un turbante sul capo. Il turbante non era né troppo grande né troppo piccolo. Secondo una tradizione, era lungo sette iarde. Ne lasciava pendere la coda dietro, per la lunghezza di un palmo. Talvolta, per proteggersi dall’intensità del sole, allargava il turbante e la coda, distendendoli sopra la testa. A seconda delle necessità del clima, talvolta scioglieva l’ultimo giro del turbante e lo avvolgeva intorno al collo. Quando non aveva un turbante, si legava in testa un grande fazzoletto. [Secondo alcuni, lo faceva soltanto quando era malato, soprattutto in caso di mal di testa]. Per proteggere il turbante dall’untuosità dei capelli e mantenerlo pulito, usava sotto il turbante, sopra i capelli, un tessuto speciale chiamato in arabo “kanna”. Ancora oggi molti usano sotto il copricapo un pezzo di carta o di celluloide. Quel pezzo si ungeva, naturalmente. Tuttavia era così attento alla pulizia che, secondo varie tradizioni, nessuno lo vide mai sporco. Oltre al bianco, talvolta indossava turbanti gialli (molto probabilmente color beige o grigio cenere). Durante la conquista della Mecca indossò anche un turbante nero. Usava e apprezzava inoltre un copricapo di stoffa sotto il turbante. Secondo alcune tradizioni, l’uso del turbante insieme al copricapo era diventato uno stile particolare della cultura islamica, e il Messaggero di Allah dichiarò questo stile una moda distintiva in opposizione ai politeisti.

Talvolta, senza turbante, indossava soltanto un copricapo bianco. Il copricapo usato in casa aderiva alla testa. Quello che indossava durante i viaggi era invece relativamente alto. Indossava anche copricapi appuntiti, realizzati con stoffa fittamente cucita.

Indossava uno scialle lungo quattro iarde e largo due iarde e un quarto. Talvolta lo avvolgeva intorno al corpo; altre volte faceva passare un’estremità direttamente sotto l’ascella e la portava sulla spalla opposta. Talvolta, da seduto, avvolgeva le gambe con quello scialle; altre volte lo ripiegava e lo usava come un cuscino sotto la testa. Talvolta stendeva lo scialle anche per accogliere visitatori illustri. Apprezzava molto lo scialle yemenita chiamato Jabara, che aveva strisce rosse o verdi. Una volta fu confezionato per il Messaggero di Allah uno scialle nero, probabilmente di lana. Quando lo indossò, cominciò a emanare cattivo odore a causa del sudore. Per questo non lo indossò più, per motivi di pulizia.

Di solito indossava gli abiti nuovi il venerdì, lodando e ringraziando Allah. Non faceva preparare abiti di ricambio. Rammendava e riparava i propri vestiti. Per precauzione, talvolta ispezionava la casa per verificare che, a causa della frequentazione della gente comune, non vi fossero entrati pidocchi o cimici. (Alle preghiere congregazionali e agli incontri talvolta partecipavano anche persone poco pulite. Egli riuscì a migliorare in parte il livello generale di quella scarsa igiene soltanto dopo molti anni di sforzi continui.)

Da un lato, la povertà e la semplicità erano tra le caratteristiche principali della sua vita. Dall’altro, era sua responsabilità opporsi all’ascetismo. Una volta, vedendo una persona agiata condurre una vita eccessivamente simile a quella dei poveri, disse: “Allah ama vedere riflesso nella vita del Suo servo l’effetto delle benedizioni che gli ha concesso.” [Tirmidhi e Nasa’i].

In base a questo principio, il Messaggero di Allah talvolta indossava personalmente anche abiti eleganti. La moderazione e l’equilibrio erano la sua regola, ed egli desiderava preservare la sua comunità dagli eccessi e dagli estremismi. Una volta indossò anche una jubbah romana con maniche strette. Indossò inoltre un vistoso completo con strisce rosse. Talvolta indossava anche una regale jubbah taylasani persiana. [Al-Mawahib al-Ladunniyya]. Una volta acquistò e indossò, in cambio di ventisette cammelle, un completo di abiti preziosi, e in quella veste pregò anche. Ciò costituiva in realtà un’interpretazione del versetto coranico: “Di’: chi ha proibito gli ornamenti che Allah ha concesso?” (Sura al-A‘raf). Tuttavia, la regola generale era che preferisse soprattutto abiti semplici e privi di sfarzo.

Tra i colori degli abiti, il bianco era quello che preferiva maggiormente. Disse: “Per voi, l’abito migliore per presentarvi davanti ad Allah è l’abito bianco.” [Abu Dawud, Ibn Majah]. Disse inoltre: “Indossate abiti bianchi e avvolgete i morti nei sudari bianchi, poiché sono più puri e più graditi.” [Ahmad, Tirmidhi, Nasa’i, Ibn Majah].

Dopo il bianco, il colore che preferiva era il verde. Tuttavia, gli piacevano le strisce verde chiaro. Detestava molto gli abiti di un rosso completamente uniforme. (Non solo negli abiti, ma anche in altri oggetti vietò il colore rosso in determinati casi. Indossava però stoffe a strisce rosso chiaro. Allo stesso modo, indossò anche abiti giallo chiaro, color beige.)

Le calzature del Messaggero (pace e benedizioni su di lui), secondo la consuetudine araba dell’epoca, avevano la forma di sandali o di zoccoli. Avevano due cinghie: una passava tra l’alluce e il dito adiacente, mentre l’altra passava tra le due dita successive. Le calzature non avevano pelo. Come quelle della gente comune, erano lunghe circa una spanna e due dita. A volte indossava le calzature in piedi e a volte da seduto. Quando le indossava, infilava prima il piede destro e poi il sinistro; quando le toglieva, estraeva prima il sinistro e poi il destro. Portava calze di qualità ordinaria, media e pregiata. Il re Negus gli aveva donato delle calze nere. Le indossò e praticava il masḥ su di esse. Anche Diḥya al-Kalbī gli donò delle calze, che indossò fino a quando si strapparono.

Usava un anello d’argento, dotato anche di una placchetta d’argento. Talvolta la placchetta era di pietra abissina. Secondo alcune narrazioni, l’anello era di ferro lucidato d’argento. D’altra parte, è noto che non gradiva gli anelli di ferro come ornamento. Portava generalmente l’anello alla mano destra, ma talvolta lo portava anche alla sinistra. Non lo portava al dito medio né all’indice; preferiva il dito adiacente al medio, cioè l’anulare. Teneva la placchetta rivolta non verso l’alto, ma verso il palmo della mano. Su di essa era incisa la frase «Muḥammad, Messaggero di Dio». Con quell’anello apponeva il sigillo alle lettere. Secondo gli storici, l’anello era stato realizzato proprio per essere usato come sigillo. La sua necessità era imprescindibile a causa della sua posizione politica.

Abbigliamento e ornamento

Il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) teneva i capelli ben pettinati e ordinati. Usava molto olio, li pettinava, faceva la scriminatura e spuntava i peli superflui del labbro; pareggiava anche la barba, sia in lunghezza sia in larghezza, con le forbici. Istruiva i suoi Compagni anche in questo. Una volta, vedendo un Compagno con i capelli spettinati, lo rimproverò severamente. A un altro Compagno tagliò personalmente i peli in eccesso della barba. Disse: «Chi tiene i capelli o la barba, deve averne cura e tenerli in ordine». Disse a Qatādah: «Tieni bene in ordine la barba». [Abū Dāwūd].

Il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) insisteva su questo perché spesso le persone appartenenti agli ambienti religiosi diventano negligenti riguardo alla pulizia. In particolare, i sostenitori del taṣawwuf ascetico considerano il trascurare l’igiene un segno di elevato rango. Egli provvide a eliminare questo equivoco. Ovunque si trovasse, in viaggio o a casa, teneva sempre vicino a sé e accanto al letto sette oggetti: una boccetta d’olio, un pettine, un contenitore per il kohl (kohl nero), delle forbici, un siwāk, uno specchio e un pezzo di legno leggero.

Al momento di coricarsi, applicava il kohl tre volte in ciascun occhio. Nell’ultima parte della notte, dopo aver espletato i bisogni naturali, faceva il wuḍūʾ, cambiava i vestiti e applicava il profumo. Apprezzava particolarmente il profumo chiamato rayḥān. Amava anche il profumo dei fiori di henné. I profumi che preferiva più di tutti erano il muschio e il sandalo.

In casa diffondeva il fumo di sostanze profumate. In un bruciaprofumi vi era una fragranza di alta qualità, che veniva utilizzata. (Talvolta ʿĀʾishah gli applicava personalmente il profumo). È celeberrimo il fatto che il vicolo per il quale camminava rimaneva profumato a lungo. Era il vento a rivelare che poco prima era passato di lì quel messaggero dell’eterna primavera. Se qualcuno gli offriva in dono una sostanza profumata, la accettava senz’altro. Se qualcuno rifiutava di accettare il profumo da lui offerto, si adirava. Secondo il particolare gusto della cultura islamica, preferiva per gli uomini un profumo dal colore invisibile e dall’aroma diffuso tutt’intorno, mentre per le donne preferiva un profumo dal colore visibile e il cui aroma non si diffondesse.

Andatura

Nel modo di camminare del Messaggero (pace e benedizioni su di lui) si riflettevano dignità, rispetto di sé, cortesia e senso del dovere. Camminava poggiando i piedi con fermezza, senza trascinarli svogliatamente. Mentre camminava, teneva il corpo raccolto. Procedeva senza guardare né a destra né a sinistra. Sollevava i piedi con energia davanti a sé. Durante il cammino il corpo era leggermente inclinato in avanti, tanto che sembrava scendere dall’alto verso il basso. Secondo le parole di Hind ibn Abi Hala: «Guardandolo camminare, sembrava che la terra si raccogliesse insieme al suo passo». Quando camminava rapidamente, allungava il passo; tuttavia, di solito procedeva a velocità moderata. Ma, secondo le parole del venerabile Abu Hurayra, «per noi era difficile camminare al suo fianco». Il suo modo di camminare era la realizzazione concreta dell’ingiunzione della sura Luqman: «Non camminare sulla terra con arroganza».

Il modo di parlare

Il modo di parlare di una persona svela completamente la sua fede, il suo carattere e la sua dignità. L’argomento della conversazione e la scelta delle parole, la struttura delle frasi, l’intonazione della voce, il modo di esprimersi e la forza dell’esposizione rivelano tutti il livello della personalità di chi parla.

La responsabilità e il rango del Messaggero (pace e benedizioni su di lui) erano tali che, se quel pesante fardello fosse stato posto sulle spalle di qualcun altro, questi sarebbe stato assorbito da profonde riflessioni e avrebbe preferito vivere in solitudine. Una delle caratteristiche del Messaggero (pace e benedizioni su di lui), invece, era che da un lato portava il peso di responsabilità e preoccupazioni grandi come montagne e trascorreva il suo tempo tra ogni sorta di ansie e inquietudini; dall’altro, intratteneva rapporti profondi con la gente e conversava con essa giorno e notte. Aveva un’indole seria, ma anche incline al gioco, all’allegria e all’umorismo. Possedeva un equilibrio straordinario tra qualità apparentemente contraddittorie. Un movimento di portata mondiale, i problemi di un intero impero, le numerose complessità di una società e di un’organizzazione e la responsabilità di una grande famiglia erano per lui un fardello grande come una montagna. Quel fardello gravava sulle sue sole spalle. L’Imam Hasan, riferendosi alle parole del suo zio materno Hind ibn Abi Hala, disse: «Il Messaggero di Allah era sempre occupato da impegni di varia natura. Rifletteva e rifletteva continuamente su problemi di ogni genere. Non riusciva mai a trascorrere neppure un momento libero da preoccupazioni. Rimaneva in silenzio per lunghi periodi. Non parlava senza necessità». [Shamā’il al-Tirmidhī, capitolo sul modo di parlare del Messaggero (pace e benedizioni su di lui)].

Ma egli era un predicatore e un chiamante, nonché il leader di un movimento. Perciò era indispensabile mantenere i contatti con il popolo al fine di svolgere le attività di predicazione, insegnamento, riforma e correzione, nonché di amministrazione politica. Il mezzo più importante di questi contatti era la parola. Per questo era sua abitudine partecipare a ogni genere di conversazione e discussione. Il venerabile Zayd ibn Thabit disse: «Quando discutevamo di questioni mondane, anche il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) partecipava. Quando parlavamo dell’Aldilà, anch’egli interveniva sull’argomento. Quando parlavamo di cibo e bevande, anch’egli si univa alla conversazione. Eppure, nonostante tutto ciò, il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) ha giurato che dalla mia bocca non è mai uscita altra cosa se non la verità e la giustizia. Anche il Corano ha testimoniato che egli non diceva nulla di sua invenzione».

Quando parlava, pronunciava ogni parola lentamente e distintamente, così che l’ascoltatore poteva facilmente impararla a memoria; anzi, si potevano persino contare le parole man mano che le pronunciava. Umm Ma‘bad, elogiandolo, disse: «Le sue parole erano come una collana di perle». Non parlava più del necessario né meno del necessario. Non si esprimeva in modo eccessivamente conciso, né prolungava troppo il discorso. Per dare enfasi alle parole, spiegarle e facilitarne la memorizzazione, pronunciava tre volte alcune espressioni e parole particolari. Su certi argomenti, ritenendo inopportuno parlare apertamente, si esprimeva per allusioni e संकेत. Detestava i discorsi sconvenienti, osceni e impudenti. Di solito accompagnava le sue parole con un sorriso lieve. Abd Allah ibn al-Harith disse: «Non ho mai visto nessuno sorridere più spesso del Messaggero (pace e benedizioni su di lui)». Quel sorriso impediva alla sua serietà di trasformarsi in durezza e accresceva il suo fascino agli occhi dei compagni. Mentre parlava, guardava spesso verso il cielo. Nel corso di un discorso, per sottolineare l’importanza di un argomento, si raddrizzava improvvisamente passando dalla posizione reclinata a quella seduta eretta e ripeteva più volte una frase particolare. Quando voleva mettere in guardia gli ascoltatori su qualcosa, batteva la mano a terra mentre parlava. Per spiegare un concetto, si serviva anche dei gesti delle mani e delle dita. Per esempio, per indicare l’unione di due cose, mostrava l’indice e il medio uniti. Talvolta intrecciava le dita delle due mani per rendere evidente l’idea di solidità e unità. Quando doveva indicare un oggetto o una direzione, muoveva l’intera mano. A volte, seduto appoggiato mentre discuteva di una questione importante, posava la mano destra sul dorso della sinistra e intrecciava le dita. Per esprimere meraviglia, talvolta rivolgeva verso l’alto il palmo della mano. A volte colpiva con il palmo della mano destra la parte centrale del pollice della mano sinistra. Talvolta scuoteva la testa e si stringeva le labbra tra i denti. Altre volte si batteva la coscia con la mano.

Questo illustre personaggio apparteneva a una raffinata e rispettabile famiglia della tribù dei Quraysh della Mecca. Cresciuto nell’ambiente della tribù dei Banū Saʿd, non solo apprese la lingua araba più pura, ma la lingua eloquente della Rivelazione rese ancora più raffinata la dolcezza del suo conversare. In verità, era l’uomo più eloquente degli Arabi. Il livello letterario della lingua del Messaggero, pace e benedizioni su di lui, era elevato ed eccellente, ma al tempo stesso essa era comprensibile e semplice. Pur usando un linguaggio chiaro, non impiegava mai parole volgari o sconvenienti, né amava un linguaggio artificioso. A dire il vero, per le esigenze della sua predicazione e del suo obiettivo, il Messaggero, pace e benedizioni su di lui, aveva elaborato un linguaggio proprio e anche uno stile espressivo particolare. Spiegando una sua espressione, «la strategia collegata», Thaʿlab ha detto che si trattava del linguaggio speciale del Messaggero, pace e benedizioni su di lui. Egli coniò numerosi termini, inventò molte nuove locuzioni, similitudini ed esempi, introdusse un nuovo metodo oratorio e abbandonò molte parole e molti metodi in uso. Una volta vennero alcuni membri della tribù dei Banū Nahd e conversarono a lungo con lui. Durante quella conversazione, i visitatori dissero con grande stupore: «O Messaggero di Allah, tu e noi siamo figli degli stessi genitori e siamo stati allevati nello stesso luogo. Eppure parli un arabo il cui significato la maggior parte della nostra gente non riesce a comprendere. Qual è il segreto?». Egli rispose: «Allah stesso mi ha insegnato la lingua e la letteratura, e perciò mi ha insegnato la lingua migliore. Inoltre, sono stato allevato presso la tribù dei Banū Saʿd. Questo è il segreto». Una volta stava parlando con un visitatore, mentre Abū Bakr lo ascoltava con profonda attenzione. Abū Bakr chiese: «Che cosa ti ha detto quest’uomo e che cosa gli hai risposto?». Il Messaggero, pace e benedizioni su di lui, glielo spiegò. Allora Abū Bakr disse: «Ho percorso ogni angolo dell’Arabia e ho ascoltato i discorsi puri e fluenti dei migliori oratori arabi. Ma non ho mai udito dalla bocca di nessuno parole più dolci delle tue». Anche in quell’occasione il Messaggero, pace e benedizioni su di lui, ripeté che Allah gli aveva insegnato la lingua e che era stato allevato presso la tribù dei Banū Saʿd. Analogamente, una volta ʿUmar disse: «O Messaggero, non sei mai stato lontano da noi; come mai, allora, parli una lingua più bella e più pura di tutti noi?». Egli rispose: «La mia lingua è la lingua di Ismaele. L’ho appresa in modo speciale. Jibrīl me l’ha portata e l’ha radicata nel mio cuore». In altre parole, la lingua del Messaggero, pace e benedizioni su di lui, non era l’arabo comune, bensì una lingua speciale, profetica, simile a quella di Ismaele. Anche la lingua nella quale Jibrīl faceva discendere il Corano era quella stessa lingua profetica.

Qui è necessario ricordare che le grandi personalità storiche, in particolare i profeti, i quali giungono con una missione e un obiettivo specifici e si impegnano in conflitti e scontri con l’ambiente circostante, e nei cui cuori dimorano sempre l’anelito alla verità e alla giustizia, quando parlano fanno emergere nelle loro parole la profonda importanza della grandezza della loro missione e del loro obiettivo; la sincerità e la devozione ne elevano il valore letterario, mentre la loro eccellenza morale le rende più pure.

Una delle caratteristiche più insigni del Messaggero, pace e benedizioni su di lui, era il fatto di essere stato dotato dei «jawāmiʿ al-kalim». Egli stesso ha detto: [Muslim: Abū Hurayra] («Mi sono stati concessi i jawāmiʿ al-kalim»). Le sue frasi più brevi, che racchiudevano significati vastissimi, erano chiamate «jawāmiʿ al-kalim». Nel comunicare il significato più ampio con il minor numero di parole, nessuno era pari al Messaggero, pace e benedizioni su di lui, ed egli considerava ciò un dono speciale di Allah.

Ecco alcuni esempi dei suoi jawāmiʿ al-kalim:

1. (*******) Nel Giorno della Risurrezione, una persona sarà insieme a colui che ama.

2. (*******) Diventa musulmano e vivrai in pace. [Parte della lettera di invito alla fede inviata all’imperatore romano Eraclio.]

3. (******) Le azioni saranno giudicate in base alle intenzioni.

4. (******) Chi compie un’azione ne riceve il risultato esclusivamente in base alla propria intenzione.

5. (******) Il figlio appartiene al letto; per l’adultero, le pietre.

6. (******) La guerra è uno stratagemma.

7. (******) Vedere e sentire non sono la stessa cosa.

8. (******) Per un’assemblea è essenziale la fiducia.

9. (******) Anche astenersi dal compiere il male è una buona azione.

10. (******) Chi serve il popolo è il suo leader.

11. (******) Ogni persona fortunata è oggetto d’invidia.

12. (******) Anche dire parole buone rientra tra le buone azioni.

13. (******) Chi non mostra misericordia non riceve misericordia.

In genere, le parole del Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) si riconoscono dal linguaggio, dallo stile e dal contenuto. Nelle raccolte di hadith e di sīra, le sue parole brillano come perle. Poche parole, una splendida armonia tra esse, profondità di significato e una sincerità capace di toccare il cuore sono caratteristiche notevoli dei discorsi del Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui). Riporto, a titolo d’esempio, alcune parole ricche di tali caratteristiche:

Vi raccomando di temere sempre Allah. Vi esorto con forza ad ascoltare e seguire l’ordine del capo per il buon funzionamento della comunità, anche se quel capo fosse uno schiavo africano. Infatti, coloro tra voi che vivranno dopo di me saranno coinvolti in numerosissime divergenze. In tale situazione, è vostro dovere seguire la mia via e quella dei miei califfi ben guidati, i Rāshidūn, aggrapparvi saldamente ad essa e stringerla tra i molari. Guardatevi dall’introdurre nell’Islam nuove regole, perché ogni innovazione è una bidʿa e ogni bidʿa è traviamento. 24 [24. Mishkāt – capitolo sull’aderenza al Libro e alla Sunna].

ʿAmr ibn ʿAbasa pose alcune domande al Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui), che gli diede risposte molto brevi e concise. Osservate questo breve dialogo!

– Chi era con voi all’inizio di quest’opera (nella daʿwa e nel movimento islamico)?

– Un uomo libero (Hazrat Abū Bakr) e uno schiavo (Hazrat Zayd).

– Che cos’è l’Islam?

– Dire parole buone e nutrire gli affamati.

– Che cos’è la fede?

– La pazienza e la generosità.

– Di chi è l’Islam migliore?

– Colui dalle cui eccessive parole e azioni, cioè dalle cattive azioni e dalle cattive parole, le persone sono al sicuro.

– Di chi è la fede migliore?

– Di colui che ha un buon carattere.

– Quale preghiera è migliore?

– Quella durante la quale si rimane a lungo in piedi, con umiltà.

– Quale emigrazione è la migliore?

– Abbandonare per sempre ciò che è sgradito al tuo Signore.

– Quale jihad è il migliore?

– Il jihad di colui il cui cavallo muore sul campo di battaglia e che egli stesso diventa martire.

– Qual è il momento migliore per l’adorazione?

– L’ultima parte della notte. [Mishkat – Libro della fede.]

Una volta gli fu chiesto quale fosse soprattutto la cosa che rende inevitabile per gli esseri umani l’Inferno. Egli rispose: «La bocca e le parti intime». [Tirmidhi – narrato da Abu Hurayra.] Con la bocca si intendono le parole e il cibo. Con le parti intime si intendono invece i rapporti sessuali illeciti. In altre parole, le parole malvagie, i mezzi di sostentamento haram e la deviazione sessuale sono i principali strumenti della rovina degli esseri umani nell’Aldilà. La maggior parte delle ingiustizie, delle persecuzioni, delle discordie e dei conflitti nasce anch’essa da queste cose.

Una volta Hazrat Ali gli chiese di spiegare i propri principi. In risposta, egli delineò, con un linguaggio estremamente conciso e tuttavia così ornato, un quadro tanto ampio del proprio pensiero, del proprio carattere e della propria spiritualità da costituire un prodigioso esempio nella storia del linguaggio umano. Disse:

«La conoscenza di Allah è il mio capitale, l’intelletto è il fondamento della mia religione, l’amore è la mia base. Il desiderio è la mia cavalcatura, il ricordo di Allah è il mio amico, la fiducia e la fede sono i miei compagni, la conoscenza è il mio ornamento, la pazienza è il mio abito, il compiacimento di Allah è per me una grandissima benedizione, l’umiltà è il mio onore, lo zuhd, cioè il distacco dai beni mondani, è la mia professione, la certezza è la mia forza (secondo una diversa pronuncia, il significato è “il mio nutrimento”), la veridicità è il mio intercessore. L’obbedienza è il mio baluardo, il jihad è il mio carattere e la preghiera è la delizia dei miei occhi.» [Qadi Iyad: Ash-Shifa.]

Nelle parole del Messaggero (pace e benedizioni su di lui) si trovano molti rari esempi e similitudini. Con il loro aiuto spiegava ai beduini cose di grande importanza. Ne presentiamo qui uno:

«L’esempio della guida e della conoscenza che Allah l’Altissimo mi ha concesso è quello di una pioggia torrenziale caduta sulla terra. La parte più fertile della terra assorbì avidamente l’acqua; così le piante appassite tornarono rigogliose e spuntarono nuove vegetazioni. Vi erano inoltre zone dure del terreno che conservarono l’acqua al loro interno, e Allah vi aveva posto molti benefici per gli uomini. Egli fece irrigare i campi con quell’acqua. Poi questa pioggia cadde su un’altra regione, piena di pietre. Quel terreno non trattenne l’acqua né la assorbì al proprio interno, e non mostrò alcun segno di fertilità. Il primo esempio è quello di coloro che acquisiscono la conoscenza dell’Islam e traggono beneficio dalle direttive che Allah mi ha dato. Essi acquisiscono la conoscenza dell’Islam e la insegnano anche agli altri. Il secondo esempio è quello di coloro che non hanno accettato il mio invito e la guida inviata da Allah per mezzo mio.»

Se si dovesse dare un titolo al modo di parlare del Messaggero (pace e benedizioni su di lui), lo si potrebbe fare con le parole del Corano: «Invita gli uomini con un linguaggio attraente». Nel suo stile di espressione affascinante era insita la semplicità, ed egli rimaneva ben lontano dall’artificiosità. Dice:

«Tra voi, nel Giorno della Resurrezione, i più lontani da me saranno coloro che parlano in modo esagerato, che parlano troppo e che mostrano arroganza nelle loro parole.»

Inoltre, detestava profondamente i discorsi prolissi e osceni. La sua compagnia era sempre gioiosa e il suo volto era il più sorridente di tutti, sebbene fosse quasi sempre circondato da pesanti responsabilità e calamità.

Discorsi

Il discorso è una parte importante della conversazione. Il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) aveva portato all’umanità un messaggio grande e prezioso, e per questo il discorso era indispensabile. Gli arabi erano naturalmente eloquenti; in particolare, i Quraysh possedevano una straordinaria capacità oratoria. Il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) si elevava molto al di sopra dell’ambiente oratorio degli arabi e dei Quraysh. Quando, per il dovere derivante dal suo ruolo di guida, era necessario che tenesse un discorso, pronunciava senza indugio un’allocuzione adeguata alla circostanza. Allora la sua lingua diventava a volte attiva come la brezza fresca dell’alba, a volte come una corrente impetuosa e a volte come una spada affilata.

Tuttavia evitava di tenere discorsi e prediche troppo frequentemente. Pronunciava discorsi equilibrati, in accordo con le necessità della società e con il suo contesto generale. Quando predicava nella moschea, stava in piedi appoggiandosi al proprio bastone; quando pronunciava un discorso sul campo di battaglia, stava in piedi appoggiandosi a un cannone. Talvolta teneva il discorso seduto sul dorso della cavalcatura. Durante il discorso il suo corpo si inclinava leggermente a destra e a sinistra. Muoveva le mani secondo necessità. Nel corso dei discorsi, a volte giurava dicendo: «Per Colui nelle cui mani è la mia vita» oppure «Per Colui nelle cui mani è la vita di Muhammad». Le emozioni del suo animo si riflettevano allo stesso modo nella voce e sul volto, esercitando un’influenza anche sugli ascoltatori. I discorsi di questo grande uomo scuotevano profondamente i cuori delle persone. Qui ne darò soltanto due esempi. Dopo le battaglie di Hunayn e di Ta’if, quando il Messaggero di Allah distribuì il bottino di guerra, assegnò, in conformità alle chiare prescrizioni del Corano, quote molto consistenti ai capi meccani recentemente convertiti all’Islam, affinché i loro cuori si intenerissero ulteriormente e fossero legati più strettamente allo Stato islamico dai vincoli della generosità. Alcuni Ansar reagirono con forza. Dissero:

«Il Messaggero ha dato molte ricompense ai Quraysh, mentre ha privato noi. Eppure dalle nostre spade gocciola ancora il sangue». Qualcuno disse:

«Ci si ricorda di noi nelle avversità, ma il bottino di guerra va agli altri».

Queste parole giunsero anche alle orecchie del Messaggero. Fu allora montata una tenda di cuoio, e gli Ansar vi furono riuniti. Il Messaggero chiese loro: «Avete detto tutte queste cose?». Gli fu risposto: «Ciò che avete udito è vero. Tuttavia non sono state le persone responsabili tra noi a dirlo. Sono stati alcuni giovani a pronunciare queste parole». Dopo aver indagato sull’intero episodio, il Messaggero pronunciò il seguente discorso:

«Non è forse vero che all’inizio eravate smarriti, e poi Allah vi ha guidati sulla retta via per mezzo mio? Non eravate forse divisi, e Allah vi ha uniti per mezzo mio? Non eravate poveri, e Allah vi ha resi agiati per mezzo mio? (A ogni domanda gli Ansar rispondevano: “Indubbiamente, Allah e il Suo Messaggero ci hanno elargito grandi doni”)».

«No, avreste potuto rispondere anche così: “O Muhammad, quando tutti ti respinsero, noi abbiamo creduto in te. Quando la gente ti scacciò, noi ti offrimmo rifugio. Quando arrivasti privo di sostegno, noi ti aiutammo”. Se rispondeste con queste parole, direi certamente che dite il vero. Ma, o Ansar, non vi piace forse che tutti gli altri se ne vadano con cammelli, capre e quant’altro, mentre voi torniate a casa portando con voi Muhammad? (Bukhari)»

Osservate le variazioni e le modulazioni delle parole, la forza del discorso affinata da emozioni delicate, la sua chiarezza; poi riflettete su come l’oratore riuscì a suscitare negli ascoltatori l’ispirazione desiderata. Gli Ansar gridarono spontaneamente: «Vogliamo soltanto Muhammad, non vogliamo nient’altro!»

Oltre al discorso pronunciato sul monte Safa all’inizio della predicazione, egli parlò più volte davanti ai Quraysh. È degno di nota un brano di un discorso di quel periodo:

«La guida di una carovana non fornisce mai alla carovana informazioni false. Per Allah, anche se fossi stato disposto a mentire a tutti gli altri, non avrei mentito a voi. Anche se avessi ingannato tutti gli altri, non avrei ingannato voi. Giuro per Allah, all’infuori del quale nessuno è degno di essere adorato: io sono il Messaggero di Allah per voi in particolare e per tutta l’umanità in generale. Per Allah, proprio come dormite e vi svegliate dal sonno, così la vostra morte e la vostra resurrezione dopo la morte sono certe. Vi sarà certamente chiesto conto delle vostre azioni e dovrete ricevere la ricompensa del bene per le buone azioni e subire la conseguenza del male per le cattive azioni. Dopo di ciò, o il Paradiso eterno oppure l’Inferno eterno.»

Quanto è semplice e fluido lo stile dell’esposizione, e quanto è logico e toccante l’appello! La benevolenza dell’invitante traspare da ogni parola. Ogni frase è colma di fede e convinzione. Anche un esempio è stato offerto in questo breve discorso. In esso sono compresi pienamente i fondamentali appelli al tawḥīd, alla profezia e all’Aldilà.

Il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) pronunciò altri due discorsi storici: uno dopo la conquista della Mecca e l’altro durante il Pellegrinaggio d’Addio. Questi due discorsi furono di natura assolutamente rivoluzionaria, e in entrambi si può udire l’eco della fede, della moralità e del potere. Il discorso del Pellegrinaggio d’Addio fu, a tutti gli effetti, l’annuncio dell’inizio di una nuova era.

 

I rapporti sociali ordinari

Di solito, coloro che compiono grandi opere non hanno il tempo di mantenere i contatti con persone di ogni ceto, né riescono a prestare attenzione a tutto. In molti individui di alto rango si sviluppano la predilezione per la solitudine e la durezza del carattere. Alcuni, abbandonandosi all’arroganza, si costruiscono un mondo separato per se stessi. Il Messaggero (pace e benedizioni su di lui), invece, costituiva un’eccezione sotto questo aspetto. Pur occupando la posizione più elevata e avendo compiuto imprese capaci di cambiare il corso della storia, manteneva costantemente i contatti con persone di ogni livello. Conservava rapporti personali con i membri della società. In lui non vi era la minima traccia di isolamento dalla gente, arroganza o durezza. In realtà, il sistema fondato sulla fratellanza da lui istituito esigeva necessariamente che le persone fossero legate tra loro da profondi vincoli reciproci, si aiutassero a vicenda e conoscessero i rispettivi diritti. Il tipo di civiltà e cultura che sta nascendo oggi nel mondo occidentale è l’esatto contrario. In questa cultura non esiste alcun rapporto tra una persona e l’altra. Questa mancanza di relazioni si è ormai trasformata in uno strumento distruttivo per l’umanità. Oggi, dunque, è diventato necessario cambiare questo ambiente sotto la guida di Muḥammad (pace e benedizioni su di lui). Osserviamo il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) nel contesto dei comuni rapporti sociali.

La sua abitudine era salutare per primo chiunque incontrasse per strada. Quando doveva comunicare una notizia a qualcuno, non dimenticava di inviargli anche il saluto. Se qualcuno gli trasmetteva il saluto di un’altra persona, salutava separatamente sia colui che aveva inviato il saluto sia colui che lo aveva recapitato. Una volta, passando accanto a un gruppo di bambini e ragazzi, li salutò. Salutava anche le donne quando si recava da loro. Salutava i familiari entrando in casa e uscendo da casa. Stringeva la mano agli amici e li abbracciava. Dopo aver stretto la mano, non ritraeva la propria finché l’altra persona non ritraeva la sua.

Quando si recava alle riunioni, non amava che i Compagni si alzassero in suo onore. Si sedeva semplicemente in un angolo della riunione. Non entrava facendosi largo tra la gente. Diceva: «Mi siedo e mi alzo proprio come si siede e si alza un comune servo di Allah». — Narrato da ʿĀʾisha.

Non sedeva con le ginocchia più avanti di quelle dei suoi compagni. Quando qualcuno veniva da lui, stendeva il proprio mantello affinché si sedesse. Non si alzava e non lasciava la riunione finché il visitatore non si fosse alzato.

Non sollevava in nessuna riunione argomenti estranei alla questione in discussione; partecipava invece proprio alla conversazione in corso. La riunione si teneva dopo la preghiera congregazionale dell’alba, e parlava a lungo con i Compagni. Talvolta, quando venivano raccontate storie dell’epoca dell’ignoranza preislamica, si rideva molto. [Narrato da Jābir ibn Samura (ra).] I Compagni recitavano anche poesie. Se sui volti dei partecipanti comparivano segni di irritazione e di noia per un certo argomento, egli lo cambiava. Prestava attenzione a ogni persona presente, affinché nessuno avvertisse che egli preferiva qualcun altro a lui. Se nel corso della conversazione qualcuno poneva una domanda fuori tema, continuava a discutere senza prestargli attenzione e, una volta terminata la discussione, si rivolgeva a quella persona. Non distoglieva il volto dall’interlocutore finché questi non lo distoglieva da sé. Se qualcuno gli parlava sottovoce, teneva continuamente il capo inclinato verso di lui finché non avesse finito di parlare e non si fosse allontanato. Non interrompeva nessuno mentre parlava, a meno che non pronunciasse parole assolutamente ingiuste. In tal caso, o gli correggeva l’errore, oppure sul suo volto comparivano segni di disapprovazione, o ancora si alzava e se ne andava. Non amava discutere in piedi di questioni importanti. Evitava le questioni spiacevoli; altrimenti, il suo modo abituale di manifestare un’obiezione consisteva nel non menzionare direttamente il nome della persona interessata, ma nell’alludere in modo generale o nel dare un consiglio in forma socialmente appropriata. Quando si creava una situazione estremamente imbarazzante, cosa che accadeva soltanto in questioni islamiche, adottava diversi metodi per mettere in guardia gli amici. Se la persona interessata veniva da lui, o non ricambiava il suo saluto, oppure non le prestava attenzione. Anche quando arrivava una persona indesiderata, la accoglieva con il sorriso. Una volta venne da lui un uomo che egli considerava il peggiore della tribù a cui apparteneva; tuttavia gli parlò con cordialità. Quando ʿĀʾisha espresse la propria meraviglia, egli disse: «Per Allah, nel Giorno della Risurrezione sarà considerata la peggiore delle persone presso Allah quella dalla cui cattiva condotta la gente, per timore, arriva a interrompere ogni rapporto con lei». [Al-Mawāhib al-Ladunniyya, p. 291]

Quando andava a far visita a qualcuno, si fermava a destra o a sinistra della porta, annunciava la propria presenza e pronunciava il saluto tre volte per chiedere il permesso di entrare. Se non riceveva risposta al saluto, tornava indietro senza mostrare alcun fastidio. Quando andava a trovare qualcuno di notte, pronunciava il saluto con una voce tale che l’altro potesse udirlo se fosse stato sveglio, ma che non disturbasse il suo sonno se si fosse addormentato.

Se qualcuno rimuoveva dal suo corpo o dai suoi abiti polvere o pagliuzze, lo ringraziava dicendo: «Possa Allah allontanare da te ogni cosa spiacevole». Accettava i doni e si ricordava di ricambiare con un dono. Se qualcuno veniva ferito da lui, anche involontariamente, gli concedeva il diritto di vendicarsi e talvolta gli offriva in cambio un dono. Quando qualcuno si presentava davanti a lui con un abito nuovo, diceva: ****** «Bene, bene! Usalo per tutto il tempo che puoi e indossalo finché non diventa vecchio». Non ricambiava il cattivo comportamento con un cattivo comportamento: perdonava. Quando perdonava le colpe altrui, talvolta mandava il proprio turbante come segno per farlo sapere. Ogni volta che qualcuno lo chiamava, rispondeva sempre «Labbayk» e ascoltava la chiamata, che si trattasse di un membro della sua famiglia o di uno dei suoi Compagni.

Andava a visitare i malati attribuendo grande importanza alla visita. Si sedeva accanto al loro capo e chiedeva: «Come stai?». Posava la mano sulla fronte e sulle tempie del malato. Talvolta gli accarezzava con affetto il petto, il ventre e il volto. Chiedeva che cosa avesse mangiato il malato. Se questi manifestava il desiderio di qualcosa, gliela faceva portare, purché non fosse dannosa. Per confortarlo diceva: «Non c’è motivo di preoccuparsi; se Allah vuole, presto guarirai». Pregava per la guarigione del malato. Pregò tre volte per Saʿd. Andava a visitare anche i suoi zii politeisti quando si ammalavano. Una volta andò a visitare persino un bambino ebreo malato (in seguito il bambino abbracciò la fede). Non aveva stabilito alcun giorno o orario preciso per questo. Ogni volta che riceveva la notizia e ne aveva il tempo, andava a visitare il malato.

Una volta Jābir si ammalò. Il Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui, si recò a piedi molto lontano insieme ad Abū Bakr (ra). (Gli insediamenti di Medina erano sparsi e distanti gli uni dagli altri.) Jābir era privo di sensi. Dopo averlo visto, egli fece l’abluzione, gli spruzzò addosso dell’acqua e pregò per lui. Le condizioni del malato cominciarono a migliorare. Jābir arrivò persino a parlare e a porre domande giuridiche riguardo ai propri beni.

Era così compassionevole verso gli esseri umani che andò a visitare persino ʿAbd Allāh ibn Ubayy, il capo degli ipocriti, quando questi si ammalò.

Quando qualcuno moriva, si recava sul posto. Se veniva informato che una persona era in agonia o veniva chiamato, andava da lei e la esortava riguardo al tawḥīd e a rivolgere l’attenzione verso Allah. Esprimeva le proprie condoglianze ai parenti del defunto, li esortava alla pazienza e vietava loro di piangere gridando. Raccomandava di avvolgere il defunto in un sudario bianco e ordinava di completare rapidamente il lavaggio funebre, la vestizione e la sepoltura. Accompagnava il feretro mentre veniva portato alla sepoltura. Celebrava personalmente la preghiera funebre per i musulmani e pregava per il perdono dei loro peccati. Non appena vedeva passare un feretro, si alzava immediatamente, anche se il defunto era non musulmano. (In alcune narrazioni si dice che il Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui, rimanesse seduto.) Altri affermano invece che la consuetudine di alzarsi fosse stata abrogata. (Zād al-Maʿād, p. 145). Esortava i vicini a mandare del cibo alla famiglia del defunto. (Al giorno d’oggi, al contrario, si organizzano banchetti per gli altri nella casa del defunto.) Detestava profondamente che le riunioni formali di lutto proseguissero per diversi giorni.

Quando qualcuno rientrava da un paese lontano e desiderava incontrarlo, lo abbracciava e talvolta lo baciava sulla fronte. Quando andava a salutare qualcuno in partenza per un paese lontano, gli chiedeva: «Ricordati di noi quando preghi».

Per l’eccesso di affetto e amore, con alcune persone diventava così affabile e disinvolto da chiamare i propri cari abbreviandone il nome. Per esempio, chiamava Abu Hurayra semplicemente «Abu Hur» e talvolta Hazrat Aisha «Aish».

Il Profeta (pace su di lui) era molto affettuoso con i bambini. Non appena vedeva un bambino, gli accarezzava la testa, lo coccolava e pregava per lui; quando gli capitava vicino un bambino molto piccolo, lo prendeva in braccio. Per distrarre i bambini diceva cose sorprendenti. Per esempio, diceva: «Fratello lucertola, di notte colpisce gli occhi delle zanzare con i denti». Una volta, mentre baciava un bambino innocente, disse: «I bambini sono i fiori del giardino di Allah». Dava un nome ai bambini. Talvolta li metteva in fila e organizzava gare di corsa con un premio, dicendo: «Vediamo chi riesce a toccarmi per primo». I bambini correvano verso di lui; alcuni gli cadevano addosso sul ventre, altri sul petto. Scherzava e rideva con loro. Per esempio, talvolta diceva affettuosamente ad Anas: «Ehi, tu dalle due orecchie». Quando morì il piccolo uccello allevato da Abu Umayr, fratello di Hazrat Anas, egli se ne stava seduto con aria triste. Il Profeta (pace su di lui) venne a casa loro e lo chiamò: «O Abu Umayr, dov’è il tuo Nugayr, il tuo uccellino?» La madre di un altro bambino, Abdullah ibn Bashir, mandò dell’uva al Profeta (pace su di lui) tramite Abdullah. Abdullah mangiò tutta l’uva lungo la strada. Quando in seguito si venne a sapere, il Profeta (pace su di lui) gli prese affettuosamente l’orecchio e gli disse: «ياغدرياغدرO imbroglione, o imbroglione». Quando, tornando da un viaggio, incontrava per strada un bambino, lo faceva salire dietro di sé sulla cavalcatura. Se il bambino era piccolo lo faceva sedere davanti, se era più grande dietro. Quando arrivavano i primi frutti del raccolto stagionale, faceva mangiare per primo un bambino, accompagnando il gesto con una preghiera per la benedizione. Riteneva che quel bambino sarebbe diventato in futuro un leader del movimento islamico.

Aveva un grande rispetto per gli anziani. Al momento della conquista della Mecca, quando Hazrat Abu Bakr Siddiq condusse dal Profeta (pace su di lui) il proprio anziano padre cieco affinché abbracciasse l’Islam, egli disse: «Perché lo hai fatto affaticare? Sarei andato io stesso da lui».

Dimostrava una tale estrema magnanimità che, quando una donna di Medina, alquanto svitata, venne a dirgli: «Ho alcune cose da dirti in privato», egli rispose: «Va bene, vieni; aspettami in quella strada, io verrò». Poi si recò da lei, ascoltò le sue lamentele e le sue necessità e provvide anche a risolverle. [Al-Mawahib al-Ladunniyya, volume primo, p. 295.] Anche Adi ibn Hatim assistette a un episodio di questo genere e riconobbe la magnanimità del Profeta (pace su di lui) come un segno della profezia.

Hazrat Anas ha tracciato un quadro magnifico di quanto fosse affabile il Profeta (pace su di lui) e di quanto fosse dolce il suo carattere nei rapporti con gli altri. Egli dice:

«Sono rimasto al servizio del Profeta (pace su di lui) per dieci anni. Egli non mostrò mai il minimo fastidio o la minima collera. Qualunque cosa facessi e in qualunque modo la facessi, non mi disse mai: “Perché l’hai fatta così?”. E se non la facevo, non mi disse mai: “Perché non l’hai fatta?”. Si comportava allo stesso modo anche con i suoi servi e le sue serve. Non colpì mai nessuno».

Hazrat Aisha dice: «Non colpì mai una moglie, né un servo o una serva. Non si vendicò mai personalmente di nessuno. Naturalmente, se prendeva un provvedimento mentre combatteva sulla via di Allah o mentre applicava la punizione prevista dalla legge di Allah per un crimine, si trattava di una questione completamente diversa».

La vita personale

Generalmente vengono chiamate guide quelle persone che indossano una veste artificiale nella vita collettiva, ma la tolgono non appena rientrano nella vita privata. All’esterno ostentano grande nobiltà e generosità, ma appena entrano nella vita domestica scendono al livello più basso della meschinità. In mezzo alla gente mostrano il massimo della semplicità e dell’umiltà, mentre appena tornano a casa si abbandonano al lusso e alle comodità. Quanto maggiore è la distanza tra la vita collettiva e quella privata di una persona, tanto più sembra aumentare la sua dignità. Eppure, la vita privata e quella pubblica del Messaggero erano identiche.

Una volta un uomo chiese ad Aisha: «Che cosa faceva il Messaggero nella vita domestica?». Ella rispose: «Era come la gente comune. Si occupava personalmente dei propri abiti (cioè controllava che non vi fossero insetti). Mungeva personalmente le capre e svolgeva da sé i propri lavori necessari. Se occorreva rattoppare un vestito, lo faceva da solo; riparava le scarpe. Portava i pesi e dava da mangiare agli animali. Se aveva un servitore, partecipava al suo lavoro: per esempio, macinava la farina insieme a lui; talvolta lavorava da solo. Non provava imbarazzo ad andare al mercato e faceva personalmente la spesa. Di solito portava a casa le cose necessarie legandole in un pezzo di stoffa». Alcuni chiesero anche come si comportasse il Messaggero nella vita domestica. Aisha rispose: «Aveva un carattere estremamente umile e si comportava con allegria e con il sorriso. Quanto fosse umile si comprende da queste parole: “Non rimproverò mai neppure un servitore”». [Al-Mawahib al-Ladunniyya, vol. I, p. 293] Nel trattare con benevolenza i propri familiari, nessuno era pari al Messaggero di Allah. (Sahih Muslim)

Una volta, rispondendo a una domanda dell’Imam Husayn, Ali disse: «Quando il Messaggero si trovava in casa, divideva il suo tempo tra tre tipi di attività. Trascorreva una parte del tempo nell’adorazione di Allah, una parte con la famiglia e una parte nel riposo. Da ciascuno di questi tre periodi riservava una parte a coloro che desideravano incontrarlo. Oltre alle riunioni ordinarie nella moschea, se un amico voleva incontrarlo in privato, se arrivava un ospite o se qualcuno veniva a esporre una necessità o una lamentela, egli concedeva loro una parte del proprio tempo di riposo. Così, per il suo riposo rimaneva ben poco tempo». [Shama’il al-Tirmidhi, capitolo sull’umiltà e la semplicità del Messaggero]

Doveva provvedere anche al mantenimento delle mogli e alle loro varie necessità. Inoltre, sulle sue spalle gravava la responsabilità della loro educazione e istruzione. In seguito, attraverso di loro, veniva portato avanti il lavoro di educazione e correzione delle donne. Le donne venivano a esporre i loro diversi problemi e chiedevano che fossero risolti tramite le Madri dei Credenti. Tuttavia, da un lato egli non lasciava che l’atmosfera domestica diventasse monotona e priva di vivacità, e dall’altro non permetteva che vi si introducesse alcuna artificiosità. La sua famiglia era come quella di qualunque essere umano e nel suo ambiente vi erano i normali alti e bassi delle emozioni. Vi scorrevano lacrime e brillavano sorrisi. Talvolta si creava persino una certa agitazione dovuta alla gelosia. Vi erano preoccupazione e inquietudine, ma arrivavano anche momenti di gioia. Quando il Messaggero rientrava in casa, era come la brezza fresca dell’alba, e portava con sé onde meravigliose di serenità e felicità. Si conversava; talvolta ci si raccontavano storie. Si scherzava e si facevano battute divertenti. Aisha raccontò, per esempio, un episodio personale: «Una volta preparai il khamira (un tipo di cibo cucinato con farina insieme a carne macinata). Sawda era presente. Il Messaggero sedeva tra noi due e regnava un’atmosfera di sincera cordialità. Dissi a Sawda: “Mangia”. Ella rifiutò. Insistetti, ma continuò a dire: “Non mangerò”. Le dissi con ancora maggiore fermezza: “Devi mangiare”. Anche questa volta non accettò. Allora dissi: “Se non mangi, ti spalmerò quel khamira sul viso”. Sawda rimase ferma nel suo rifiuto. Io infilai davvero la mano nel khamira, ne presi una manciata e gliela spalmai sul viso. Il Messaggero rise molto vedendo la scena. Disse a Sawda: “Spalmane un po’ anche sul viso di Aisha, così sarete pari”. Sawda glielo spalmò immediatamente sul viso. A quel punto il Messaggero rise di nuovo». [Al-Mawahib al-Ladunniyya, vol. I, pp. 296-297]

Una volta Abu Bakr arrivò e vide Aisha parlare ad alta voce con il Messaggero. Abu Bakr si adirò e si accinse a colpirla. Il Messaggero lo calmò e disse: «Tra noi non c’è stato alcun litigio». Tuttavia, Abu Bakr se ne andò ancora adirato. Dopo la sua partenza, il Messaggero disse ad Aisha con tono ironico: «Hai visto come ti ho protetta?»

Alcuni considerano questi normali alti e bassi della vita domestica inferiori all’ideale islamico. In particolare, custodiscono dentro di sé un’immagine della vita familiare del Messaggero come se vi abitassero alcuni esseri sovrumani, privi di emozioni, desideri e passioni. Eppure quella era anch’essa una famiglia umana. In essa erano presenti tutte le emozioni umane. Tuttavia, in quella famiglia non esistevano disobbedienza ad Allah né peccato. Da questo punto di vista, era una famiglia esemplare. Di notte, quando il Messaggero andava a dormire, conversava normalmente con i familiari: talvolta di questioni domestiche, talvolta dei problemi dei musulmani comuni. A volte raccontava anche delle storie. Una volta raccontò ad Aisha la storia di Umm Zar’. In questo racconto, undici donne descrivono reciprocamente il carattere e il comportamento dei propri mariti. Una di loro era Umm Zar’. Ella descrive il carattere affascinante di suo marito Abu Zar’. Dal punto di vista letterario, è una storia molto interessante. Alla fine, il Messaggero disse ad Aisha: «Per Umm Zar’, Abu Zar’ era come io sono per te». Analogamente, un’altra volta, durante un’assemblea, raccontò una storia. Una donna tra gli ascoltatori esclamò: «È come una storia di Khurafa». Khurafa era un personaggio storico arabo del quale, secondo la tradizione, si narrava che avesse scritto numerosi racconti sorprendenti. Il Messaggero chiese a quella donna: «Sai chi era Khurafa?». Poi raccontò anche la storia di questo celebre personaggio chiamato Khurafa. Quest’uomo della tribù dei Banu Udhra era stato rapito dai jinn e in seguito era stato restituito. [Shama’il al-Tirmidhi]

Per tutta la vita il Messaggero ebbe l’abitudine di svegliarsi nella prima parte dell’ultima metà della notte, eseguire l’abluzione e usare il siwak, quindi pregare la tahajjud. [Zad al-Ma’ad]. Durante la preghiera, recitando il Corano molto lentamente, talvolta rimaneva in una stazione eretta così a lungo che gli si gonfiavano i piedi. [Tirmidhi: narrato da Ibn al-Musayyab]. Vedendo questa sua sofferenza, i Compagni dicevano: «Allah ha già perdonato tutti i tuoi peccati, quelli precedenti e quelli successivi. Perché dunque ti sottoponi a una simile fatica?». Il Messaggero rispose: «Per questo non dovrei forse essere un servo riconoscente di Allah?». [Zad al-Ma’ad]

La concezione del Messaggero di Allah riguardo alla casa e ai suoi arredi era questa: la vita terrena dovrebbe essere vissuta come quella di un viandante. Egli diceva: «Io sono come un viandante che si riposa per un breve periodo all’ombra di un albero e poi riparte verso la propria destinazione». In altre parole, coloro che considerano l’Aldilà la loro destinazione, trascorrono la vita terrena dedicandola soltanto all’adempimento dei propri doveri o come un periodo di prova, e devono operare qui per raggiungere l’obiettivo più elevato, il Paradiso: come potrebbero costruire case grandi e altissime, riempirle di mobili e godere pienamente di agi e comodità? Per questo né lui né i suoi Compagni costruirono case lussuose. Non accumularono mobili al loro interno, né ne aumentarono le decorazioni e lo splendore. Si può dire che le loro case fossero eccellenti alloggi per viandanti. [Zad al-Ma‘ad] In quelle case vi erano buone disposizioni per proteggersi dal freddo e dal caldo, per difendersi dagli animali e per preservare la riservatezza. Vi erano inoltre disposizioni per tutelare la salute. Il Messaggero di Allah fece costruire per le sue mogli alcune piccole stanze adiacenti alla Moschea del Profeta. In esse non vi erano altre decorazioni oltre alla pulizia e all’ordine. Il gusto del Messaggero di Allah per la pulizia era così intenso che ordinò severamente ai Compagni di mantenere puliti i cortili delle proprie case. [Tirmidhi]

Tra gli utensili, alcuni erano del tutto semplici. Per esempio, vi era una coppa di vetro rinforzata con una lamina di ferro. Veniva usata ampiamente per bere e mangiare. Non solo non vi erano scorte di cibo, ma spesso non c’era neppure abbastanza cibo per soddisfare il fabbisogno quotidiano. Il suo letto era un materasso di pelle riempito di fibre di palma da dattero. Usava anche una branda di foglie di palma e un giaciglio di stuoia. Questo giaciglio veniva preparato piegandolo in due. Una volta fu piegato in quattro e steso; al mattino egli chiese a tutti: «Che cosa c’era oggi nel letto di così confortevole da farmi dormire profondamente e farmi perdere la preghiera del tahajjud?». Quando venne a conoscenza del motivo, disse: «Lasciate il letto piegato in due, come prima». Aveva anche l’abitudine di dormire su una stuoia stesa sul pavimento. Una volta, vedendo sul suo corpo i segni lasciati dal legno della branda, alcuni Compagni del Messaggero di Allah (Umar e Abdullah ibn Mas‘ud) scoppiarono a piangere. [Shama’il al-Tirmidhi]

Un’altra volta, vedendo i segni lasciati sul suo corpo dal dormire su una branda nuda, gli occhi di Umar si riempirono di lacrime. Quando il Messaggero di Allah gli chiese il motivo delle sue lacrime, Umar disse: «Gli imperatori di Roma e dell’Iran sono immersi nel lusso, mentre questa è la tua condizione!». Il Messaggero di Allah disse: «O Umar! Non sei forse contento che loro prendano la vita terrena e noi otteniamo l’Aldilà?»

Cibo e bevande

Il modo in cui il Messaggero di Allah mangiava e beveva era estremamente semplice e dignitoso. Amava particolarmente la carne. Preferiva soprattutto la carne della schiena, della coscia e del collo. Gli piacevano in modo speciale anche le ossa vicine. Amava molto anche lo tharid, una gustosa pietanza araba preparata immergendo pezzetti di pane nel brodo di carne. Tra gli altri cibi preferiti vi erano il miele, l’aceto e il burro. Amava mangiare i datteri con il latte. (È anche un alimento straordinariamente nutriente.) Gli piacevano inoltre i datteri spalmati di burro. Come alimento per i malati preferiva cibi calorici e consigliava anche agli altri di mangiarli. Mangiava spesso farina d’orzo tostata. Una volta, quando gli offrirono farina tostata di mandorle, la rifiutò dicendo: «Questo è il cibo dei ricchi». Quando in casa si cucinava una pietanza, chiedeva di prepararne una porzione un po’ più abbondante per il vicino.

Tra le bevande, la cosa che preferiva maggiormente era l’acqua dolce, che veniva fatta portare con particolare cura da una distanza di due giorni di viaggio. Beveva volentieri anche latte diluito con acqua e sciroppo di miele. Gli piaceva inoltre l’infuso di datteri non inebriante. I datteri venivano immersi nell’acqua in un otre o in un recipiente di pietra, e questa bevanda veniva utilizzata per tutto il giorno consecutivamente. Tuttavia, temendo che potesse fermentare e diventare inebriante se conservata troppo a lungo in quel modo, la gettava via. Secondo la narrazione di Abu Malik al-Ash‘ari, egli disse anche: «Alcuni membri della mia comunità berranno vino, ma gli cambieranno nome». La storia testimonia che, in epoche successive, i governanti bevevano vino chiamandolo estratto di frutta.

Non amava che le persone mangiassero separatamente, una per una. Raccomandava di sedersi insieme a mangiare. Considerava contrario alla propria indole umile mangiare seduti a tavola su sedie. Allo stesso modo, riteneva contrario ai propri gusti disporre il cibo in piccole scodelle e piattini sulla tovaglia da pasto. Dichiarò assolutamente haram i recipienti d’oro e d’argento. Usava recipienti di vetro, terracotta, rame e legno. Dopo essersi lavato le mani sulla tovaglia, si sedeva togliendosi le scarpe. Prendeva il cibo con la mano destra dalla parte davanti a sé. Non metteva la mano al centro del recipiente. Non aveva l’abitudine di mangiare o bere appoggiandosi all’indietro. A volte sedeva con entrambe le ginocchia sollevate e a volte accovacciato. Recitava la Bismillah ogni volta che portava un boccone alla bocca. Se un cibo non gli piaceva, lo lasciava senza muovere alcuna critica. Non mangiava cibi troppo caldi. Talvolta tagliava con un coltello il cibo cotto prima di mangiarlo. Tuttavia, lo considerava artificioso e ostentato e non lo amava particolarmente. [Bukhari e Muslim (riportato da Amr ibn Umayya); Abu Dawud e Bayhaqi (riportato da Aisha).] Prendeva sempre il pane e simili con le dita, facendo attenzione a non sporcarle di salsa o altro. Talvolta mangiava la frutta stando in piedi o mentre camminava. Mangiava anche due frutti insieme, per esempio datteri in una mano e melone nell’altra. Gettava il nocciolo del dattero con la mano sinistra. Non rifiutava mai un invito. Se per caso qualcuno si trovava con lui, per esempio perché stava conversando con lui o per un altro motivo, lo portava con sé, ma chiedeva il permesso al padrone di casa per farlo partecipare. Quando offriva da mangiare a un ospite, gli diceva ripetutamente di mangiare a sazietà, senza imbarazzo né vergogna. Per educazione, si alzava per ultimo dalla mensa. Se gli altri finivano prima di mangiare, terminava rapidamente anche lui e si alzava insieme a loro. Alla fine del pasto si lavava sempre le mani, ringraziava Allah e pregava chiedendo benedizioni per il sostentamento e per il padrone di casa. Quando riceveva in dono qualcosa da mangiare, non mancava di condividerla con gli amici presenti e conservava la parte degli amici assenti. Insegnava a tutti a mangiare con tanta attenzione da non sprecare neppure un chicco durante il pasto. Quando beveva, non faceva rumore e generalmente beveva in tre riprese, allontanando ogni volta la bocca per respirare. Iniziava ogni volta dicendo Bismillah e terminava dicendo alhamdulillah. Di norma beveva seduto, ma talvolta beveva anche in piedi. Quando durante una riunione arrivava una bevanda, generalmente iniziava a servirla da destra. Da dove terminava il servizio di una bevanda iniziava il servizio della successiva. Dava la precedenza alle persone più anziane, ma interrompeva la sequenza da destra solo dopo aver chiesto il permesso a coloro che, secondo quell’ordine, avrebbero dovuto ricevere per primi. Quando offriva da bere agli amici, beveva per ultimo e diceva: «Chi fa bere gli altri beve per ultimo». Non amava soffiare sulle bevande o sugli alimenti né annusarli. Poiché non gradiva l’alito cattivo, non amava mangiare cipolla e aglio crudi. Ordinò di tenere sempre coperti gli alimenti e le bevande. Quando arrivava un cibo nuovo, prima di mangiarlo ne chiedeva il nome. Dopo l’episodio dell’avvelenamento, prese l’abitudine, quando uno sconosciuto gli offriva del cibo, di fargli mangiare per primo uno o due bocconi.

Nonostante un gusto così raffinato, per la maggior parte del tempo soffriva i colpi della fame e della povertà. Questo argomento sarà trattato dettagliatamente a tempo debito. Egli disse: «Il mio modo di mangiare e bere è quello di un semplice servo di Allah».

Sedersi, alzarsi e dormire

A volte si sedeva con le gambe incrociate; talvolta sedeva cingendo con entrambe le mani le due cosce, e altre volte le teneva avvolte con un indumento, come uno scialle, invece che con le mani. Quando, da seduto, si appoggiava all’indietro, generalmente si sosteneva sulla mano sinistra. Quando rifletteva e meditava su una questione, continuava a tracciare solchi nel terreno con un pezzo di legno. Di solito dormiva sdraiato sul fianco destro, con la guancia destra appoggiata sul palmo della mano destra. Talvolta dormiva supino, tenendo una gamba sopra l’altra. Prestava però scrupolosa attenzione alla copertura delle parti intime. Detestava profondamente dormire prono e lo proibiva a tutti. Non amava dormire in una stanza buia nella quale non fosse stata accesa una lampada. Non riteneva opportuno dormire su un tetto scoperto. Aveva l’abitudine di eseguire l’abluzione prima di dormire e, oltre a varie suppliche, recitava la sura al-Ikhlāṣ, la sura an-Nās e la sura al-Falaq, poi soffiava sul proprio corpo. Nel sonno emetteva un lieve russare. Quando di notte si alzava per soddisfare i bisogni naturali, dopo essersi purificato si lavava immancabilmente le mani e il viso. Aveva un lungi apposito per dormire. Si toglieva la veste e la appendeva.

 

Bisogni umani

Poiché a quei tempi non esistevano latrine, per soddisfare i bisogni naturali si recava nei campi o nella boscaglia. Di solito si allontanava tanto da non essere più visibile. Talvolta percorreva persino due miglia. Per questo cercava un terreno morbido, in modo che non vi fossero schizzi. Nel luogo in cui soddisfaceva i propri bisogni, posava prima il piede sinistro e poi quello destro. Quando si accovacciava, si toglieva gli abiti solo dopo essersi avvicinato molto al suolo. Si sedeva al riparo di una collinetta, di un albero o di qualcosa di simile. In queste occasioni usciva indossando le scarpe e con il capo coperto. Non si sedeva rivolto con il viso o con la schiena verso la qibla. Mentre soddisfaceva i bisogni naturali, si toglieva l’anello dalla mano (perché vi erano incisi il nome di Allah e quello del Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui). Si puliva sempre con la mano sinistra. Quando usciva dal luogo in cui aveva soddisfatto i propri bisogni, muoveva prima il piede destro e poi quello sinistro.

Considerava indispensabile la privacy per il bagno. Quando faceva il bagno in casa, stendeva una tenda di stoffa. Quando faceva il bagno sotto la pioggia, si legava un lungi sulla testa. Quando starnutiva, lo faceva con un suono sommesso e si copriva la bocca con la mano o con un panno.

In viaggio

Preferiva partire per un viaggio o per recarsi lontano da casa il giovedì. Faceva procedere rapidamente la cavalcatura. Aveva l’abitudine di riprendere il viaggio al mattino dal luogo di sosta. Durante i viaggi partecipava immancabilmente a tutti i lavori collettivi. Una volta si stava preparando un pasto. Quando i compagni si divisero i compiti, anch’egli si assunse l’incarico di raccogliere la legna da ardere. Tutti dissero: «Non c’è bisogno che si affatichi; siamo sufficienti noi». Egli rispose: «Non mi piace stare seduto tra voi con una posizione privilegiata». [Al-Mawāhib al-Ladunniyya, vol. 1, p. 294] Durante i viaggi faceva salire a turno sulla propria cavalcatura alcuni compagni di viaggio che procedevano a piedi. Non amava rientrare da un viaggio durante la notte. Quando rientrava, invece di recarsi direttamente a casa, andava prima in moschea e vi eseguiva una preghiera volontaria. Si recava a casa solo dopo che era stata data notizia del suo arrivo.

Emozioni e sentimenti

Non possiamo pensare all’umanità prescindendo dalle emozioni e dai sentimenti. Anche nel Messaggero, pace e benedizioni su di lui, i sentimenti umani erano presenti al massimo grado. Era un uomo di sentimenti profondi. Gioiva nella gioia e soffriva per il dolore e la tristezza.

Egli non apparteneva alla schiera di quei cosiddetti grandi uomini che si affliggono per i dolori del mondo intero, ma rimangono impassibili e indifferenti davanti alle sofferenze della propria famiglia. Nutriva un sincero amore per le sue nobili consorti. Beveva acqua dallo stesso recipiente di Aisha, che Allah sia soddisfatto di lei. Faceva venire delle ragazze degli Ansar perché giocassero con le sue mogli. Un giorno Aisha, che Allah sia soddisfatto di lei, si era stancata a tal punto di guardare le esibizioni degli atleti etiopi da appoggiarsi alla spalla del Messaggero, pace e benedizioni su di lui, mentre continuava a guardare. Egli le chiese comunque: «Adesso sei soddisfatta?». Aisha rispose: «No, voglio guardare ancora». E così godette dello spettacolo per molto tempo. [Al-Mawāhib al-Ladunniyya, vol. 1, p. 296.] Per aiutare Safiyya, che Allah sia soddisfatto di lei, a salire sul cammello, porse il proprio ginocchio; Safiyya vi salì sopra e montò sul cammello. Una volta, quando la cammella scivolò e cadde, il Messaggero, pace e benedizioni su di lui, e Safiyya caddero a terra. Con loro c’era Abu Talha. Quando questi accorse dal Messaggero, egli disse: «Prima soccorri la donna». Un’altra volta, quando il responsabile della carovana fece procedere rapidamente i cammelli, il Messaggero disse: «Attenzione: ci sono contenitori di vetro, contenitori di vetro. Più piano, attenzione». [Bukhari e Muslim; con «contenitori di vetro» si riferiva alle donne.] Fu proprio per questo amore che una volta giurò di non mangiare miele. Per questo fu rimproverato nel Corano con le parole: «Non rendere illecito ciò che è lecito». [Gli autori occidentali hanno attaccato la sua santa e pura vita coniugale. Eppure, nella loro civiltà, alcuni degli uomini più responsabili e di più alto rango non solo hanno raggiunto un livello di corruzione nella vita domestica, ma hanno condotto una vita profondamente disonorevole anche al di fuori di tale ambito. La caratteristica del Messaggero, pace e benedizioni su di lui, era che tutti i suoi sentimenti, le sue emozioni e i suoi desideri erano limitati alle sue mogli, e anche ciò era contraddistinto da purezza e integrità. Soddisfaceva le esigenze naturali entro i limiti della decenza, nel modo più equilibrato, e inaugurò una forma raffinata di amore coniugale.]

Anche verso i propri figli il Messaggero, pace e benedizioni su di lui, nutriva un affetto e una tenerezza profondissimi. Aveva affidato Ibrahim a una nutrice appartenente alla famiglia di un fabbro, nei dintorni di Medina, perché lo allattasse. Camminava per lunghi tratti per andare a vederlo. Si sedeva nella stanza piena di fumo e prendeva il bambino in braccio, colmandolo di affetto. Quando Fatima, che Allah sia soddisfatto di lei, arrivava, si alzava per accoglierla. Talvolta andava lui stesso da lei. Le raccontava la propria situazione e ascoltava la sua. Amava moltissimo i suoi due figli, l’Imam Hasan e l’Imam Husayn, che Allah sia soddisfatto di loro. Li prendeva in braccio, li faceva salire sulle spalle e si metteva a fare il cavallo, lasciandoli cavalcare sulla sua schiena. Permetteva loro di salire sulle sue spalle persino durante la preghiera. Una volta, Akra ibn Habis, vedendolo baciare Hasan, rimase stupito e disse: «Io ho dieci figli, ma non ho mai mostrato affetto a nessuno di loro in questo modo; eppure tu lo baci». Il Messaggero, pace e benedizioni su di lui, rispose: «Chi non mostra misericordia e tenerezza non riceverà misericordia e tenerezza».

Quando morì suo figlio Ibrahim, gli occhi gli si riempirono di lacrime per il dolore. Anche un’altra figlia morì davanti a lui. La domestica Umm Ayman cominciò a piangere e a gridare. Il Messaggero, pace e benedizioni su di lui, glielo proibì. Ella disse: «Ma anche tu stai piangendo». Il Messaggero rispose: «Non è proibito piangere in questo modo, in silenzio o con voce sommessa. La tenerezza e l’affetto del cuore da cui nasce questo pianto sommesso sono una forma della misericordia di Allah». Quando si fermò presso la tomba di sua figlia Umm Kulthum, le lacrime gli scorrevano ancora dagli occhi. Anche davanti al corpo di Uthman ibn Maz’un aveva gli occhi colmi di lacrime. Gli baciò la fronte. [Al-Mawāhib al-Ladunniyya, vol. 1, p. 297.] Descrivendo la natura del proprio pianto, disse: «Gli occhi sono pieni di lacrime e il cuore è addolorato, ma non pronunceremo con la bocca alcuna parola che Allah non gradisca». Nei momenti di dolore e di lutto recitava spessoحسبنااللهونعمالوكيلNon piangeva mai a gran voce; emetteva soltanto profondi sospiri e dal suo petto usciva un suono simile a quello di una pentola in ebollizione.

Quando quel cuore così compassionevole rivolgeva una supplica ad Allah, anche allora le lacrime brillavano sulle sue palpebre come perle. Una volta chiese ad Abdullah ibn Mas’ud di recitare il Corano. Quando questi giunse al versetto della sura An-Nisa’: «Come sarà, dunque, quando porteremo un testimone da ogni comunità e faremo di te un testimone contro di loro?», dagli occhi del Messaggero, pace e benedizioni su di lui, scorse un fiume di lacrime. [La maggior parte degli episodi è tratta dagli Shama’il di Tirmidhi.]

La profonda tenerezza, l’affetto e la compassione che il Messaggero, pace e benedizioni su di lui, nutriva verso tutta l’umanità e, in particolare, verso i membri della comunità musulmana scaturivano proprio dalla mitezza del suo cuore. È davvero sorprendente che, pur avendo un cuore così tenero e un animo così colmo di emozioni, il Messaggero, pace e benedizioni su di lui, abbia dimostrato tanta pazienza e fermezza nelle prove e nelle calamità più dure.

Umorismo

Ho già detto che il Messaggero (s.a.) era sempre sorridente. Egli disse: «Anche guardare tuo fratello con un sorriso è una buona azione». È stato inoltre riferito a proposito del Messaggero (s.a.): «Aveva un volto estremamente sorridente ed era sempre lieto».

Una delle caratteristiche principali delle persone che compiono grandi imprese nel mondo è che rendono sopportabile il peso delle difficili responsabilità della vita con l’aiuto del proprio sorriso, e si conquistano un posto nel profondo del cuore dei loro compagni. Egli scherzava con tale genuinità che nei cuori dei suoi compagni si radicava un profondo amore per lui». Attraverso l’umorismo e gli scherzi, creava un’atmosfera gioiosa nelle riunioni. Tuttavia, manteneva sempre l’equilibrio. Nelle conversazioni, la quantità di umorismo era pari alla quantità di sale nel cibo. Non vi si trovavano parole ingiuste o false, nessuno ne usciva ferito e nessuno scoppiava in una fragorosa risata. Suscitava soltanto un lieve sorriso, nel quale si vedevano appena i denti, senza che si vedessero la cavità orale o la gola.

Una volta Hazrat Abu Hurayra disse con stupore: «A quanto pare scherzate anche con noi!». Il Messaggero (s.a.) rispose: «Sì, lo faccio. Tuttavia, non dico mai parole ingiuste o false».

Qui riportiamo alcuni esempi degli scherzi del Messaggero (s.a.), conservati nelle raccolte di hadith: [la maggior parte degli episodi è tratta dallo Shama’il al-Tirmidhi].

Un mendicante gli chiese un cammello da cavalcare. Il Messaggero (s.a.) disse: «Ti darò il piccolo di una cammella». Il mendicante chiese stupito: «Che cosa dovrei farne?». Il Messaggero (s.a.) rispose: «Ogni cammello è il piccolo di una cammella».

Una vecchia venne e disse: «Pregate per me, affinché Allah mi conceda il Paradiso». Il Messaggero (s.a.), scherzando, disse: «Nessuna vecchia potrà entrare in Paradiso». La vecchia, piangendo, si accinse ad andarsene. Il Messaggero (s.a.) disse ai presenti: «Ditele che Allah la farà entrare in Paradiso non come vecchia, bensì rendendola giovane. Allah ha detto: “Creerò nuovamente le donne del Paradiso e le renderò vergini e coetanee, giovani”». In altre parole, Allah donerà una nuova giovinezza a coloro che entreranno in Paradiso.

Il Messaggero (s.a.) era amico di un beduino di nome Zaher o Zohayer. Aiutava questo suo amico beduino nelle questioni riguardanti la città, mentre il beduino aiutava il Messaggero (s.a.) nelle questioni riguardanti la campagna. Talvolta gli faceva dei regali con sincero affetto. Il Messaggero (s.a.), dopo averglielo spiegato a lungo, gli pagava il valore di quei regali. Diceva: «Zaher è il nostro rappresentante in campagna e noi siamo i suoi rappresentanti in città». Un giorno Zaher vendeva alcune delle sue merci al mercato. Il Messaggero (s.a.) gli si avvicinò furtivamente da dietro, gli coprì gli occhi con le mani e disse: «Dimmi chi sono». Dapprima il beduino rimase completamente sconcertato. Ma subito dopo comprese e, sopraffatto dalla gioia, cominciò a strofinare la testa contro il petto del Messaggero (s.a.). Allora il Messaggero (s.a.), scherzando, disse: «Chi comprerà questo schiavo?». Zaher rispose: «O Messaggero di Allah, chi comprerà uno schiavo incapace come me sarà certamente ingannato». Il Messaggero (s.a.) disse: «Agli occhi di Allah tu non sei incapace».

Una volta, durante una riunione, furono mangiati dei datteri. Il Messaggero (s.a.), scherzando, estraeva i noccioli dei datteri e li metteva davanti a Hazrat Ali. Alla fine, indicando il mucchio di noccioli, disse: «A quanto vedo, hai mangiato moltissimi datteri». Hazrat Ali rispose: «Io non ho mangiato i datteri insieme ai noccioli».

Durante la battaglia del Fossato, in un’occasione il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) rise così tanto che si videro persino i denti dei suoi molari. Saʿīd, il padre di ʿĀmir, scagliò una freccia. Un guerriero dello schieramento nemico era il bersaglio dell’attacco. Egli si copriva il volto con lo scudo con grande rapidità, perciò le frecce di Saʿd non riuscivano in alcun modo a colpirlo. Infine Saʿd si preparò di nuovo con arco e freccia e rimase in attesa dell’occasione. Non appena il soldato nemico sporse la testa oltre lo scudo, la freccia di Saʿd gli si conficcò dritta nella fronte. Egli cadde ruotando violentemente la testa, tanto che le gambe gli si sollevarono verso l’alto.

Le persone delle generazioni successive rimanevano stupite quando udivano parlare di questo genere di scherzi da parte sua. Infatti, alla religione era sempre associata l’idea di una vita austera, e tutti sapevano che le persone timorate di Dio dovevano avere un volto quasi piangente e un carattere severo e rigoroso. Inoltre, considerando la sua costante dedizione al culto, il suo timore di Dio e la sua straordinaria consapevolezza delle proprie responsabilità, era difficile comprendere come una persona tanto eccezionale avesse potuto creare, nella struttura della propria vita, spazio per gli scherzi e l’umorismo. A Ibn ʿUmar fu chiesto se i compagni del Messaggero (pace e benedizioni su di lui) ridevano. Egli rispose: «Sì, ridevano. Eppure nei loro cuori c’era una fede più grande e più salda delle montagne». Vale a dire che lo scherzo e l’umorismo non sono incompatibili con la fede e il timore di Dio. Durante l’addestramento al tiro con l’arco correvano qua e là e ridevano fino a rotolarsi a terra. Narrazione di Qatāda.

Ho già menzionato che, dopo la preghiera dell’alba, si teneva regolarmente una riunione nella quale si parlava dell’epoca dell’ignoranza preislamica, e il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) rideva molto insieme ai compagni. Ho già parlato anche degli scherzi e dell’umorismo che egli faceva con i bambini e con le sue mogli.

Svago

Una parte inseparabile di una vita equilibrata è lo svago, entro i limiti consentiti dalla legge religiosa. Se anche questo aspetto scomparisse, come gli scherzi, la vita diventerebbe un peso. Nessuna società può sopportare a lungo un sistema di vita in cui non vi sia posto per lo svago. Il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) amava alcuni svaghi e provvedeva a praticarli entro i limiti consentiti.

Personalmente, gli piaceva passeggiare nei giardini. A volte vi andava da solo, altre volte insieme ai compagni, e lì teneva anche delle riunioni.

Anche il nuoto rientrava tra i suoi passatempi. Di tanto in tanto nuotava in uno stagno insieme agli amici. A questo scopo formavano coppie di due persone. Ogni coppia nuotava da lontano verso l’altra. Una volta il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) scelse Abu Bakr come compagno di nuoto.

Dopo alcuni giorni di pausa, quando pioveva, si faceva il bagno nelle fontane con il lungi avvolto intorno alla vita. Talvolta, per svago, sedeva sul bordo di un pozzo lasciandovi penzolare le gambe. Shamāʾil di Tirmidhī

Organizzava gare di corsa e di tiro con l’arco e vi partecipava personalmente con grande entusiasmo. In tali occasioni si rideva molto.

Amava che durante le feste si suonassero tamburi e che le bambine cantassero. Una volta, il giorno dell’Eid, due bambine cantavano presso Hazrat Aisha. Il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) era disteso lì accanto. Hazrat Abu Bakr, vedendo la scena, le rimproverò dicendo: «Perché nella casa del Messaggero di Allah si svolgono queste cose sataniche?». Udendo ciò, il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) disse: «Lasciatele cantare». [Muslim, narrato da Hazrat Aisha]

Durante i matrimoni incoraggiava anche a suonare i tamburi. (Narrazione di Hazrat Aisha e Muhammad ibn Hatib al-Jumahi) Hazrat Aisha racconta: «Presso di me c’era una ragazza degli Ansar. Le organizzai il matrimonio. Al momento delle nozze, il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) disse: “Aisha, non hai organizzato dei canti? Agli Ansar piace cantare”». In un’altra narrazione (probabilmente riferita proprio a questo episodio) si legge che il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) disse: «Avreste fatto bene ad accompagnare la sposa con una cantante. Ella avrebbe cantato: “Siamo venuti da voi, dunque siate felici e anche noi saremo felici”». Durante una cerimonia nuziale di questo tipo, alcune bambine stavano cantando. Hazrat Amir ibn Sa‘d, rivolgendosi ad alcuni ascoltatori, espresse la sua disapprovazione dicendo: «O compagni del Messaggero di Allah, o combattenti di Badr! Queste cose avvengono davanti a voi?». I compagni presenti risposero: «Se vuoi, siediti e ascolta; altrimenti vattene. Il Messaggero di Allah ce lo ha permesso».

Come forma di svago, il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) mostrava interesse anche per la poesia. Tuttavia evitava il culto della poesia che prevaleva tra gli Arabi. La forte attrazione esercitata dalla dolce melodia della rivelazione non gli lasciava molte occasioni per interessarsi alla poesia. Ma non era del tutto privo di gusto poetico. Apprezzava molto le belle poesie per il loro contenuto. Anzi, si può dire che in questo campo il Messaggero di Allah abbia dato alla società un gusto nuovo e stabilito un nuovo criterio di discernimento. Hazrat Jabir ibn Samura racconta: «Ho partecipato a più di cento assemblee alla presenza del Messaggero di Allah. In queste assemblee si narravano storie dell’epoca dell’ignoranza e i compagni recitavano anche poesie. Una volta egli lodò i seguenti due versi del poeta arabo Labid: (Arabo***********)»

«Sappiate che tutto perirà eccetto Allah; tutte le benedizioni del mondo un giorno svaniranno».

Una volta, mentre si trovava in viaggio, chiese a Hazrat Shurayd di recitargli cento poesie del poeta Umayya ibn Abi al-Salt. In seguito commentò: «Quest’uomo era giunto vicino ad accettare l’Islam». Talvolta anch’egli parlava spontaneamente e senza intenzione in modo poetico, soprattutto sul campo di battaglia. Faceva comporre a Hazrat Hassan e a Ka‘b ibn Malik poesie in risposta a quelle denigratorie che i nemici dell’Islam recitavano contro l’Islam. A volte faceva sedere Hazrat Hassan sul proprio minbar perché recitasse poesie e diceva: «Questa poesia è più dura contro il nemico di una freccia». Disse anche: «Il credente combatte con la spada così come combatte con la parola». Desidero mostrare in dettaglio, attraverso un articolo separato sulla poesia, sulla letteratura e su altre questioni culturali, come il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) utilizzasse i gusti delle persone per scopi costruttivi.

 

Alcuni gusti raffinati

A questo punto desidero menzionare alcune abitudini e preferenze personali del Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) che non sono state incluse sotto nessun altro titolo.

Completava l’atto di dare e ricevere qualsiasi cosa esclusivamente con la mano destra. Quando doveva scrivere una lettera, faceva scrivere innanzitutto la basmala. Poi vi era il nome del mittente e, sotto di esso, il nome del destinatario.

Era libero da ogni superstizione e non credeva in alcun “buon auspicio” o “cattivo presagio”. Tuttavia, amava i nomi di persone e luoghi dal significato positivo e dal suono gradevole. Non amava i nomi negativi. In particolare, durante i viaggi sceglieva come luoghi di sosta quelli il cui nome evocava gioia, benedizione o successo. Analogamente, non affidava alcun incarico a una persona il cui nome significasse lite, combattimento o perdita. Affidava invece le responsabilità a coloro i cui nomi esprimevano gioia, successo e simili. Cambiò molti nomi.

– Tra gli animali da cavalcatura, amava soprattutto i cavalli. Diceva che nei cavalli sono racchiuse bontà e benedizione fino al Giorno della Resurrezione. Si prendeva particolare cura dei loro occhi, del muso e del naso, e li puliva personalmente.

– Non amava il chiasso e la confusione. Amava la calma, l’ordine, la disciplina e la puntualità in ogni cosa. Persino riguardo alla preghiera disse: “Non venite correndo; venite con calma e tranquillità”. Un giorno di Arafah, quando vi fu molto chiasso, alzò il suo bastone e ordinò di mantenere la calma e rispettare l’ordine, dicendo: “Nella fretta non vi è alcuna ricompensa”. [Bukhari e Muslim]

Indole e carattere

Non è possibile descrivere l’akhlaq, cioè l’indole, il carattere e la moralità del Messaggero, pace e benedizioni su di lui, sotto un unico sottotitolo. La sua intera vita, infatti, era l’incarnazione del buon carattere. Hazrat Aisha disse: “Il Corano era il suo carattere”. Hazrat Anas ibn Malik disse: “Era il più giusto, generoso e coraggioso di tutti”.

Era il più giusto di tutti, nel senso che durante tutta la sua vita non fece del male a nessuno, eccetto ciò che infliggeva secondo il comando di Allah, e non si vendicò mai delle ingiustizie subite dagli altri. Perdonò tutti, persino gli oppressori senza precedenti della Mecca e di Taif, nonché tutti gli ipocriti e i malvagi. Era il più generoso di tutti: Hazrat Jabir riferisce che chiunque chiedesse qualcosa al Messaggero di Allah, egli non rifiutava mai di dargliela. Se ne disponeva, la dava immediatamente; talvolta la prendeva in prestito da altri per darla, e se non ne disponeva, chiedeva di tornare più tardi oppure rimaneva in silenzio. Era il più coraggioso di tutti. Come prova è per ora sufficiente dire che si era fatto avanti completamente solo, con il vero ideale, e che era rimasto saldo di fronte all’opposizione e alle persecuzioni dell’intera popolazione del Paese. Non mostrò mai paura o debolezza, neppure di fronte alle battaglie più dure. Che fosse nella grotta del monte Thawr oppure sui campi di battaglia di Uhud e Hunayn, ovunque diede prova di incrollabile determinazione e fede.

 

Capitolo: 3

L’Amico dell’umanità, pace e benedizioni su di lui, nell’epoca meccana: di fronte a una feroce opposizione

Questa è una verità eterna.

Accogliete questa verità e

diventate miei compagni. Vedrete:

grazie alla sua forza, tutta l’Arabia sarà vostra,

si stringerà in un pugno e, sotto la sua influenza,

il mondo intero sarà sottomesso a voi.

— L’Amico dell’umanità, pace e benedizioni su di lui

Ora esaminiamo il contesto dell’evento. Osserviamo la crescita di quell’albero fiorito sbocciato nel deserto arido, accolto con spine disseminate tutt’intorno.

Ecco quel giovane

In una famiglia illustre, nobile e ricca di tradizione dell’Arabia, nella casa di una coppia fortunata e di indole pura, nacque, orfano di padre, un bambino straordinario. Nutrito dal latte di una povera e virtuosa nutrice, fu allevato e crebbe in seno alla natura, nell’ambiente sano e genuino del villaggio. Correndo nel deserto secondo uno speciale programma educativo, si preparava ad affrontare le estreme difficoltà, le calamità e le sofferenze della vita, e, pascolando capre e pecore, riceveva l’addestramento necessario per guidare una nazione destinata a estendersi in tutto il mondo. Prima ancora di aver completato l’intera infanzia, questo bambino straordinario fu privato anche dell’ombra affettuosa della madre. La personalità del nonno riuscì in parte a colmare quel vuoto lasciato dai genitori, ma dopo poco tempo anche quel rifugio gli venne sottratto. Alla fine, lo zio divenne il suo tutore. Era come una fase di preparazione ad assumere le importanti responsabilità della vita affidandosi non a un sostegno terreno, ma esclusivamente alla protezione dell’unico vero Signore.

Fino all’ingresso nella giovinezza, questo ragazzo straordinario non si manifestò come un monello dissoluto, al pari degli altri ragazzi, bensì con la gravità e la dignità degli anziani. Quando entrò nella giovinezza, pur essendo cresciuto in un ambiente estremamente corrotto, riuscì a mantenere incontaminata la propria giovinezza. In una società in cui l’amore, gli sguardi impuri e la fornicazione erano motivo d’orgoglio per i giovani, questo giovane eccezionale non permise neppure al proprio sguardo di corrompersi. In una società in cui a ogni angolo di strada sorgevano distillerie e in ogni casa c’erano taverne, in cui in ogni riunione si tenevano vivaci raduni per dichiarare pubblicamente il proprio amore alle donne altrui e recitare poesie sul bere, questo giovane non si portò alle labbra neppure una goccia di vino. Là dove il gioco d’azzardo aveva assunto la forma di una manifestazione sociale, questo giovane, puro dalla testa ai piedi, non lo sfiorò nemmeno. Là dove raccontare fiabe, cantare e suonare erano parti inseparabili della cultura, questo abitante di un mondo diverso non si avvicinò neppure a tali forme di cattiva cultura. Sebbene una o due volte gli fosse capitato di recarsi a simili spettacoli d’intrattenimento, non appena vi arrivava veniva colto da una tale sonnolenza che non ebbe mai l’occasione di vedere o ascoltare alcun programma. In una società in cui prosternarsi davanti agli idoli era diventato una pratica religiosa, questo giovane dal temperamento puro, discendente di Abramo, non chinò il capo davanti a nessuno se non ad Allah e non nutrì alcuna concezione simile a quelle dei politeisti. Una volta, quando gli fu offerta della carne cotta di un animale sacrificato davanti a un idolo, si rifiutò di mangiarla. Là dove i Quraysh completavano il pellegrinaggio durante la stagione dell’Hajj senza recarsi nella pianura di Arafat, questo straordinario giovane qurayshita respinse apertamente quella regola inventata. Là dove i discendenti di Abramo, deformando l’ideale abramitico, avevano introdotto, oltre a molte altre trasgressioni, la spregevole innovazione di compiere il tawaf intorno alla Kaaba in stato di nudità, questo giovane pudico non accettò tale innovazione neppure per un istante. In un paese in cui la guerra era diventata un gioco e lo spargimento di sangue uno spettacolo, questo giovane, portatore della bandiera della dignità umana, non versò neppure una goccia di sangue. In gioventù fu costretto a partecipare alla grande guerra chiamata Harb al-Fijar. Poiché la partecipazione della tribù dei Quraysh a quella guerra era ritenuta legittima, vi prese parte, ma non colpì personalmente nessuno.

E non è tutto: osservate anche quali fossero gli interessi di questo giovane virtuoso e amante della verità. Proprio nell’età in cui i ragazzi generalmente si smarriscono, egli aderì a un’associazione riformatrice chiamata Hilf al-Fudul, con l’obiettivo di aiutare i poveri e gli oppressi e porre fine alle ingiustizie dei tiranni. Coloro che vi aderivano si impegnavano a realizzare tali obiettivi.

Dopo aver ricevuto la profezia, il Messaggero (pace e benedizioni su di lui), ricordando quell’associazione, diceva:

Anche se in cambio di quell’impegno mi avessero dato cammelli dal manto rosso, non me ne sarei mai tirato indietro. Ancora oggi, se qualcuno mi invitasse a stipulare un patto del genere, sarei pronto a farlo.

Quanto fossero grandi le qualità e le capacità di questo giovane si comprende proprio da questo episodio: durante la ricostruzione della Kaaba sorse un aspro conflitto interno tra i Quraysh riguardo alla ricollocazione della Pietra Nera. La situazione arrivò a tal punto che furono sguainate persino le spade e si levò un grande clamore. Ma, fortunatamente, fu proprio questo giovane ad avere l’opportunità di risolvere la contesa. Nel culmine della tensione, questo giudice, portatore della bandiera della pace, stese un mantello e vi depose la pietra chiamata Pietra Nera. Poi invitò i rappresentanti di tutti i rami della tribù dei Quraysh a sollevare il mantello.

Quando la coperta sollevata insieme alla pietra giunse al posto giusto, il giovane prese la pietra e la collocò al suo posto. Il tumulto cessò e i volti di tutti si illuminarono di gioia e felicità.

Quando questo giovane entrò nel campo del guadagno, scelse una professione pura e rispettabile come il commercio. I grandi capitalisti del Paese lo scelsero per affidargli i loro capitali e svolgere attività commerciali. Doveva certamente possedere qualità tali da essere scelto proprio da loro. Sa’ib, Qays ibn Sa’ib, Khadija e diverse altre persone, una dopo l’altra, ebbero esperienza concreta dell’incomparabile onestà di questo giovane e tutti, unanimemente, gli conferirono il titolo di «Tajir al-Amin», cioè «commerciante onesto». È ancora conservata la testimonianza di Abdullah ibn Abi al-Hamsa, secondo cui, prima della profezia, una volta egli disse a questo giovane commerciante onesto: «Aspetta qui, torno subito». In seguito però se ne dimenticò. Tre giorni dopo, passando per caso da quel luogo, Abdullah vide che quel commerciante onesto era ancora lì, immobile, vincolato alla sua promessa. Gli disse: «Mi hai fatto soffrire. Sono qui da tre giorni». — Abu Dawud

Poi osservate questo giovane: quando dovette scegliere la compagna della sua vita, senza degnare della minima attenzione le giovani, vivaci e frivole ragazze di belle speranze della Mecca, sposò una donna la cui caratteristica principale era quella di essere casta, virtuosa e di nobile carattere, appartenente a una famiglia molto illustre. Questa scelta rifletteva in profondità la sua mentalità, la sua indole e il suo carattere. Fu Khadija a mandare la proposta di matrimonio, conquistata dall’incomparabile onestà e dal carattere immacolato di questo giovane. E il giovane accettò la proposta con tutto il cuore.

Inoltre, se per valutare il carattere e la mentalità di una persona bisogna osservare i suoi amici e compagni, vediamo allora che tipo di persone erano amiche di questo giovane.

Probabilmente la sua amicizia più profonda e il suo rapporto più sincero erano quelli con Abu Bakr. Erano coetanei e, per di più, affini nello spirito. Un altro suo amico era Hakim ibn Hizam, cugino di Khadija. Quest’uomo era un servitore della Sacra Moschea. Fino all’ottavo anno dell’Egira non aveva ancora abbracciato la fede; tuttavia manteneva una profonda amicizia e un grande affetto per il Messaggero. Proprio per questa amicizia, una volta acquistò per cinquanta ashrafi un abito prezioso, venne a Medina e lo donò al Messaggero. Ma il Messaggero, dopo molte insistenze, gli pagò il prezzo dell’abito. Tra i suoi amici vi era anche un medico di nome Dimmad ibn Tha’laba al-Azdi. Ebbene, nella cerchia degli amici di questo giovane non si vede neppure una persona vile, spregevole, viziosa, tirannica o peccatrice!

Ogni volta che questo giovane, libero dagli impegni familiari, commerciali e dagli altri affari mondani, aveva un po’ di tempo libero, non lo trascorreva nei divertimenti e negli svaghi. Non lo passava vagando qua e là, conversando oziosamente o dormendo pigramente. Al contrario, allontanandosi da ogni frastuono e rinunciando a tutte le occupazioni, seguendo le indicazioni della sua coscienza innata, pura e incontaminata, si recava nella cella appartata della grotta di Hira per adorare l’unico Dio, Allah. Meditava e conduceva ricerche nel profondo del proprio essere e negli abissi della natura universale, per comprendere la grande verità nascosta dell’universo e conoscere i misteri invisibili della vita umana. Si chiedeva come sollevare i suoi concittadini e l’intera umanità dall’immoralità e dalla bassezza, elevandoli al livello degli angeli. Può forse la coscienza, la ragione e l’intuizione umana trarre una conclusione sulla natura elevata e santa di un giovane che trascorse il tempo libero della sua giovinezza in una ricerca e in una riflessione così intense?

Attraverso episodi di questo genere della vita quotidiana, il futuro Profeta universale veniva allevato e cresciuto sotto gli occhi dei Quraysh, nel grembo della società meccana; con il tempo entrò nella giovinezza e raggiunse la maturità. Questo quadro della sua vita non dimostrava forse che quel giovane era un uomo straordinario? Si può mai pensare che una personalità cresciuta in questo modo potesse essere un bugiardo e un impostore? O forse un ambizioso desideroso di cariche, un egoista o un mercante di religione che avesse trasformato la religione in un affare? Mai. Gli stessi Quraysh riconobbero, e lo fecero più volte, che egli era un uomo veritiero, affidabile, saggio, di animo puro e di nobile carattere. Anche i suoi nemici testimoniarono la superiorità della sua intelligenza e della sua moralità, persino nel mezzo dei più aspri conflitti e scontri. Il Corano stesso presenta come testimonianza il quadro della vita di questo grande annunciatore della verità e gli ordina di dire: in arabo:

«Ho già trascorso una parte della mia vita in mezzo a voi; non comprendete dunque?» (Yunus, 16)

Ma quando questa gemma splendente della nazione assunse l’incarico della profezia e proclamò il messaggio della verità, il loro atteggiamento cambiò all’improvviso. Tutto il valore della sua onestà, sincerità, cortesia, nobiltà e superiorità genealogica venne meno. Fino al giorno prima era la pupilla degli occhi della nazione; oggi fu bollato come nemico, ribelle e vergogna della nazione. Fino al giorno prima persino ogni bambino lo rispettava; oggi era oggetto dell’ira di tutti. L’uomo che per oltre quarant’anni aveva dimostrato la propria incorruttibilità divenne improvvisamente malvisto agli occhi dei Quraysh non appena iniziò a proclamare il messaggio dell’unicità di Allah, della verità e della giustizia! In realtà non era diventato cattivo. Erano invece distorti gli occhi di coloro che lo giudicavano tra i Quraysh, e falsi erano i loro criteri.

Ma gli occhi dei Quraysh erano davvero così ciechi da non riuscire a vedere una luna tanto luminosa in un ambiente immerso nelle tenebre più profonde? In mezzo a una folla di persone prive di carattere, non riuscirono forse a riconoscere un uomo integro e dotato di buon carattere? Non riuscì forse ad attirare la loro attenzione una collana di perle abbandonata in una discarica? In una società di uomini rozzi e incivili, non riuscì forse quest’uomo, rivestito dalla testa ai piedi di cortesia e buone maniere, a ottenere il dovuto rispetto e la dovuta considerazione? No, non era così. I Quraysh sapevano benissimo che tipo d’uomo fosse Muhammad. Eppure, pur sapendolo, si erano bendati gli occhi. L’egoismo e l’odio li avevano resi ciechi, benché avessero gli occhi. Come è detto nel Corano: «Hanno occhi, ma con essi non vedono». Da coloro che sono ciechi pur avendo gli occhi ci si può aspettare ogni genere di pericolo e non esiste calamità che non possa manifestarsi.

Le ragioni dell’opposizione dei Quraysh

Se oggi potessimo in qualche modo parlare con i Quraysh della Mecca, chiederemmo certamente: quale cattiva azione vi esortava mai a compiere questo figlio prediletto della vostra tribù, con il messaggio che vi aveva portato? Vi aveva forse invitati a rubare e a compiere razzie? Vi aveva forse chiamati a uccidere e saccheggiare? Aveva forse presentato un piano per opprimere, maltrattare e sfruttare gli orfani, le vedove e i deboli? Vi aveva forse incitati a continuare a combattervi tra voi e a suscitare conflitti tra le tribù? Aveva forse cercato di costituire un’associazione per accumulare ricchezze e costruire proprietà terriere? Quale difficoltà vedevate nel suo invito? Quale rovina percepivate nel suo programma? Per quale ragione vi accaniste contro di lui con tutte le vostre forze?

Ciò che aveva reso furiosi i Quraysh, spingendoli a mantenere il sistema corrotto della jahiliyya e a opporsi al cambiamento, non era alcun difetto nel pensiero o nel carattere del Messaggero, né alcun aspetto gravemente dannoso del suo messaggio. Né ciò dipendeva dal fatto che il suo movimento sembrasse condurre la società jahilita dell’epoca verso l’arretratezza. Al contrario, quella cosa era semplicemente l’egoismo dei Quraysh. Nella struttura sociale araba formatasi nel corso di centinaia di anni, i Quraysh erano riusciti a conquistare per sé una posizione di suprema leadership. Tutti gli incarichi politici e religiosi erano nelle loro mani. Sul piano economico e commerciale, il loro dominio era incontrastato. In una parola, erano loro i padroni e i governanti dell’intera nazione araba. La loro leadership indiscussa e il loro dominio potevano sussistere soltanto all’interno di quella struttura religiosa, culturale e sociale ereditata dall’epoca della jahiliyya. Poiché erano costretti, consapevolmente o inconsapevolmente, a preservare la propria leadership e autorità assolute, erano ugualmente costretti a proteggere il loro sistema sociale jahilita da ogni forma di attacco e di decadimento.

Se la tribù dei Quraysh era, sul piano sociale e politico, la guida e l’amministratrice degli Arabi, era anche il sacerdozio della loro religione idolatrica, la custode e servitrice dei luoghi sacri e l’unica amministratrice di tutte le attività religiose. Questa gestione esclusiva della religione e questa autorità assoluta sostenevano anche la loro autorità politica e sociale, costituendo di per sé un sistema di grande portata. Per questo, da ogni regione della Penisola Arabica giungevano loro offerte e doni votivi. Per questo erano oggetto di profonda venerazione e rispetto. La gente baciava loro i piedi. Quando la religione si trasforma nell’attività commerciale di una classe o di un gruppo, perde la sua ispirazione, la sua coscienza e la sua forza vitale originarie, assumendo l’aspetto di uno spettacolo puramente esibizionistico, colmo di rituali di ogni genere. Nessuno ricorda più quali siano le esigenze essenziali della religione. Tradizioni e cerimonie inventate dall’uomo assumono allora un’importanza fondamentale. La conoscenza e le leggi fondate sulla rivelazione concessa da Allah scompaiono, mentre si sviluppa una nuova sharia elaborata dai mercanti della religione. La razionalità svanisce. Ovunque si diffondono la fede cieca e le fantasie illusorie. Scompare l’uso di presentare argomentazioni corredate da prove e testimonianze. L’emozione e l’eccitazione soffocano la ragione. Il carattere popolare e democratico della religione viene cancellato, e la dittatura dei mercanti della religione si abbatte sulla società. La conoscenza autentica scompare, mentre acquistano popolarità discorsi privi di fondamento. Al posto delle semplici e limpide credenze e norme, vengono imposte a ogni passo regole complicate e contorte. Il diritto di dissentire viene completamente sottratto, e l’autorità dispotica di un gruppo si instaura senza limiti. Non rimane più neppure traccia di verità, onestà, cortesia e timor di Allah, e la religione assume la forma di un’attività fraudolenta e camaleontica. Ogni volta che una religione è stata corrotta, ciò è avvenuto attraverso questo stesso processo. Nella società jahilita araba, questa corruzione aveva raggiunto il livello più abietto. Su tale corruzione si fondava il seggio del sacerdozio religioso della tribù dei Quraysh. Per conservare questo seggio di potere, immensamente redditizio, era necessario mantenere quell’atmosfera e quell’infrastruttura religiose corrotte. Era indispensabile impedire che si sollevassero proteste o voci dissenzienti contro di essa e che venisse avanzato qualsiasi appello alla riforma e alla correzione. Era dunque del tutto naturale che la tribù dei Quraysh si infuriasse contro il messaggio dell’Islam.

Inoltre, la cultura dei Quraysh era una cultura di estrema corruzione morale. Il consumo di alcol, la fornicazione, il gioco d’azzardo, l’usura, la violenza contro le donne, il seppellimento vivo delle bambine, la riduzione in schiavitù degli uomini liberi e l’oppressione dei deboli: tutte queste erano caratteristiche della cultura qurayshita. Questa cultura era costituita dall’unione di cattive abitudini accumulate nel corso di centinaia di anni e di pratiche sociali degradanti, trasformatesi in un glorioso patrimonio nazionale. Per i Quraysh non era facile spezzare la gabbia culturale di ferro che avevano costruito con le proprie mani e prepararsi a vivere in un ambiente nuovo. Capirono immediatamente che il messaggio di Muhammad era nemico dei loro costumi e delle loro tradizioni consolidate, delle loro abitudini, dei loro desideri e passioni, delle loro arti e, in generale, della cultura che amavano. Perciò, travolti da una violenta agitazione emotiva, si risolsero a opporsi con fermezza a quel messaggio.

In realtà, proprio per tutte queste ragioni, i custodi dell’ordine sociale corrotto esistente, gli appaltatori della religione e gli adoratori delle proprie passioni si sono sempre uniti per ergersi contro il messaggio della verità.

Alcune scintille di fuoco nell’oscurità più profonda

Prima che il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) ricevesse la profezia, nei cuori di alcune persone dotate dell’Arabia era già sorta un’inquietudine. Sulla base dei cenni e dei segni divini riflessi nelle manifestazioni naturali presenti nell’universo, in loro nacquero sfiducia e avversione verso la società, l’ambiente e la religione idolatrica del tempo. Questa condizione rese i loro cuori inquieti e li spinse a esprimere spontaneamente la loro protesta. Anche dalle anime dei pochi uomini sensibili di cui abbiamo appena menzionato i nomi emergeva un indistinto desiderio di cambiamento.

Un giorno la gente dei Quraysh si era radunata intorno a un idolo per celebrare una festa. Cantava inni a quella divinità di pietra, le offriva devozione, le presentava voti e compiva il tawaf intorno a essa. Proprio in quel momento, quattro uomini — Waraqa ibn Nawfal, Abd Allah ibn Jahsh, Uthman ibn al-Huwayrith e Zayd ibn Amr — disgustati da quella festa priva di senso, sedevano in un luogo appartato poco distante e tenevano una riunione segreta. Dopo essersi impegnati a mantenere riservate le opinioni l’uno dell’altro, iniziarono a discutere. La loro opinione unanime era questa: «La nostra gente segue un’ideologia del tutto priva di fondamento. Ha abbandonato la religione del proprio antenato Ibrahim. La statua di pietra che viene adorata non vede né ode, non può arrecare beneficio a nessuno né nuocere a nessuno. Compagni, interrogate la vostra coscienza e, per Allah, capirete che non avete alcun fondamento. Viaggiate nei vari paesi del mondo e cercate di scoprire se esiste da qualche parte un vero seguace della religione di Ibrahim». [Sira di Ibn Hisham, vol. I, p. 242] In seguito, Waraqa ibn Nawfal divenne cristiano. Abd Allah ibn Jahsh dapprima divenne musulmano spinto dalla sua inquietudine, poi, ancora a causa della stessa inquietudine, divenne cristiano. Uthman si recò dall’imperatore di Roma e abbracciò il cristianesimo. Zayd, invece, non divenne né ebreo né cristiano, ma abbandonò anche l’idolatria. Smise di mangiare la carne degli animali morti, il sangue e la carne degli animali sacrificati sugli altari, e cominciò a proibire alla gente di uccidere le neonate. Diceva: «Adoro il Signore di Ibrahim». [Sira di Ibn Hisham, vol. I, p. 242] Asma, figlia di Abu Bakr, disse: «Vidi il vecchio capo della tribù Zayd seduto appoggiato alla Kaaba. Diceva: “O gente dei Quraysh, per Allah, nessuno di voi segue la religione di Ibrahim, eccetto me”». Poi diceva: «O Allah, se sapessi quale pratica Ti è gradita, Ti adorerei secondo quella pratica. Ma non lo so». Quindi poneva i palmi delle mani a terra e si prostrava. [Sira di Ibn Hisham, vol. I, p. 242] Quando qualcuno andava a fargli visita, spesso recitava questa poesia, il cui significato era: «Un Signore solo, o migliaia? Quando i problemi della vita vengono suddivisi tra più signori, quale di essi dovrei obbedire?»

«Ho abbandonato tutti Lat e Uzza. È così che agiscono le persone risolute e pazienti».

«Tuttavia continuerò certamente ad adorare il mio Misericordioso, affinché quel Signore Perdonatore perdoni i miei peccati».

«Perciò continuate a mantenere il principio di temere unicamente Allah; finché lo manterrete, non sarete distrutti».

La povera moglie di Zayd, Safiyya bint al-Hadrami, continuava a sorvegliarlo. Talvolta Zayd desiderava lasciare Mecca per cercare la vera religione di Ibrahim. Ma sua moglie lo riferiva in anticipo a Khattab ibn Nufayl. E Khattab lo rimproverava aspramente per aver abbandonato la religione dei suoi antenati. Zayd era così devoto alle proprie convinzioni che, non appena entrava nel recinto della Kaaba, esclamava:

«O vero Signore! Sono venuto a Te per adorarti con sincerità e con spirito di sottomissione». Poi aggiungeva: «Rivolto verso la Kaaba, cerco rifugio presso Colui presso il quale Ibrahim cercava rifugio». [Sira di Ibn Hisham, p. 248]

Khattab ibn Nufayl tormentava Zayd. A un certo punto lo esiliò fuori dalla Mecca. Zayd si stabilì nei pressi di Hira, alla periferia della Mecca. In seguito Khattab nominò come sue guardie alcuni giovani e uomini malvagi della tribù dei Quraysh, ordinando loro di impedirgli l’ingresso alla Mecca. Talvolta Zayd veniva di nascosto alla Mecca. Quando Khattab e i suoi compagni se ne accorgevano, lo cacciavano nuovamente. Lo perseguitavano con grande odio, accusandolo di aver corrotto la religione. Alla fine, esasperato, lasciò il paese e si mise a viaggiare in luoghi come Mosul e la Siria, alla ricerca della religione di Ibrahim. Infine, nella zona di Rulqa, a Damasco, trovò un dotto asceta e si recò da lui per chiedergli informazioni sulla religione di Ibrahim. L’asceta disse: «Oggi non troverai più neppure una persona che segua questa religione. Tuttavia, presto apparirà un profeta portatore della bandiera di questa religione, e apparirà proprio nel luogo da cui sei venuto. Va’ e incontralo». Zayd aveva esaminato attentamente le religioni ebraica e cristiana. Nessuna delle due lo aveva attratto. Seguendo il consiglio dell’asceta, si mise in cammino verso la Mecca. Ma lungo la strada, nel luogo chiamato Bilad Lakham, fu ucciso dalla gente. (Sira di Ibn Hisham, vol. I, pp. 249-250)

Dopo l’avvento dell’Islam, Sa’id, figlio di questo Zayd, e Umar chiesero al Messaggero di Allah se potessero pregare per il perdono dei peccati di Zayd. Il Messaggero di Allah disse: «Sì, perché nel Giorno della Resurrezione egli sorgerà come una comunità distinta». In altre parole, Zayd aveva accolto con piena sincerità tutta la guida che era possibile ricevere dalla sua natura pura; poi si era affannato a lungo nella ricerca della guida della rivelazione. Infine si era messo in viaggio per raggiungere il Messaggero di Allah, ma fu martirizzato proprio sul cammino della ricerca della verità.

Da questo lungo racconto si comprende che la storia era diventata inquieta, in attesa di prendere una nuova direzione, e che la coscienza umana era turbata. Tuttavia, a parte gli indistinti segnali della natura, non si riusciva a trovare alcuna indicazione verso la luce. L’ambiente della pratica religiosa corrotta e dei rituali irrazionali aveva stretto la gola all’individualità dell’essere umano. Gli uomini erano prigionieri tra le quattro mura dell’immobilità. Le persone sensibili o si erano fermate alla soglia del cristianesimo, poiché l’ambiente era favorevole, oppure erano state costrette a lasciare il paese. Ma combattere contro la corruzione dilagante era estremamente difficile. Tra i quattro uomini menzionati era sorta una ribellione. Tra loro, soltanto Zayd aveva mostrato abbastanza coraggio da invocare l’unico Dio mentre sedeva nel Santuario Sacro e condannare il politeismo davanti ai Quraysh. Tuttavia, neppure lui era riuscito a fare più che manifestare inquietudine e protestare, poiché davanti a lui non vi era alcun modello chiaro e completo che potesse adottare come base della predicazione e del movimento. Ciononostante, la Mecca rifiutò di tollerare la sua esistenza.

Nella società dell’epoca dell’ignoranza i poeti godevano di un prestigio particolare. Essi esercitavano anche una guida psicologica sulle persone. La loro poesia era la filosofia della mentalità e del modo di pensare della società di allora. Le poesie dei poeti dell’epoca dell’ignoranza immediatamente precedente al Messaggero di Allah riflettevano l’inquietudine della coscienza sociale. In queste poesie, spesso, la coscienza umana si levava con forza in difesa delle verità fondamentali.

Tra questi poeti vi era Umayya ibn Abi al-Salt, eminente capo di Ta’if. Egli presentò concezioni profonde riguardo al tawhid, al Giorno della Resurrezione e alla ricompensa delle opere. Inoltre, nelle sue poesie si trovano numerosi insegnamenti morali. Anch’egli era ribelle al pensiero politeista. Tuttavia, non ebbe la fortuna di accettare la predicazione del Messaggero di Allah. Il Messaggero di Allah apprezzava la sua poesia e diceva: «Quest’uomo era giunto alle soglie dell’Islam».

Osservando il turbamento interiore di persone consapevoli di questo genere, sembra che l’ambiente fosse diventato impaziente di ricevere un messaggio nuovo e vivificante.

La forza rivoluzionaria che la storia attendeva si manifestò, al momento opportuno, attraverso Muhammad, pace e benedizioni su di lui. Egli non si presentò soltanto dando voce a una protesta negativa e mostrando la propria disposizione personale e il proprio nobile carattere; apparve invece con una dottrina e un’ideologia positive e universali, per realizzare una trasformazione radicale dell’intera nazione e dell’intero ambiente. Come avrebbe potuto l’allora potente forza del falso in Arabia tollerare un simile crimine (?)?

La prima epoca della predicazione: la predicazione segreta

All’alba dell’epoca dell’inizio della profezia, mentre era immerso nella meditazione solitaria come preparazione, al Messaggero (pace e benedizioni su di lui) venivano mostrati vari sogni veritieri. Talvolta udiva voci invisibili. Talvolta vedeva un angelo. Infine giunse il primo messaggio dal Trono di Allah. Gabriele venne e gli rivolse queste parole: (Arabo********)

Questa fu la sua prima esperienza di ricezione della rivelazione. Sentì come se un enorme e terrificante peso gli gravasse sul collo. Tornato a casa, informò sua moglie dell’accaduto. Ella lo consolò dicendo: «Il tuo Signore non ti abbandonerà mai». Waraqa ibn Nawfal disse: «Questi sono i messaggeri di Allah che furono inviati a Mosè (pace su di lui)». Aggiunse: «La gente del paese ti considererà un bugiardo, ti tormenterà, ti espellerà dal paese e combatterà contro di te. Se quel giorno sarò ancora vivo, ti sosterrò nella causa di Allah». In seguito fu ufficialmente incaricato di svolgere, da parte di Allah, il compito di invitare alla verità. Su di lui fu posto il peso di una responsabilità immensa. Questo invito fu presentato per primo a Hazrat Khadija, che ebbe l’onore di essere la prima persona a credere in esso. In seguito quest’opera proseguì lentamente e in segreto. Hazrat Abu Bakr al-Siddiq era suo amico d’infanzia. Entrambi avevano un’indole, un temperamento e dei gusti simili. Quando ricevette l’invito alla verità, lo accettò immediatamente, come se la sua anima avesse già atteso proprio questo. Anche Zayd, il figlio adottivo del Messaggero (pace e benedizioni su di lui), divenne suo compagno. Era già stato influenzato dalla sua vita e dal suo carattere.

La fede di queste persone a lui più vicine costituisce una prova della sua sincerità, della sua integrità e della sua veridicità. Per diversi anni esse erano state pienamente informate della sua vita privata e sociale, nonché di ciò che vi era dentro e fuori di lui. Nessuno poteva conoscere meglio di loro la vita, il carattere, i pensieri e la mentalità del Messaggero (pace e benedizioni su di lui). Rispondendo al suo invito fin dall’inizio, queste persone a lui più vicine testimoniarono che la veridicità e la sincerità di colui che invitava erano indiscutibili.

Non appena Hazrat Abu Bakr (che Allah sia soddisfatto di lui) divenne un combattente del movimento del Messaggero (pace e benedizioni su di lui), iniziò con grande energia a operare tra le persone sottoposte alla sua influenza. Riuscì a fare entrare in questo movimento rivoluzionario numerose personalità importanti, tra cui Hazrat Umar, Uthman, al-Zubayr, Abd al-Rahman ibn Awf, Sa’d ibn Abi Waqqas e Talha (che Allah sia soddisfatto di loro). Con estrema cautela, segretezza e discrezione, essi iniziarono a diffondere quest’opera. Tra gli altri che, durante questa fase segreta e iniziale del movimento islamico, entrarono a far parte della schiera dei primi musulmani vi erano Hazrat Ammar, Khabbab, al-Arqam, Sa’id ibn Zayd (figlio di Zayd ibn Amr, già menzionato, che era stato profondamente influenzato dal padre), Abd Allah ibn Mas’ud, Uthman ibn Maz’un, Abu Ubayda, Suhayb al-Rumi e altri.

Quando giungeva l’ora della preghiera, il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) si recava su una montagna e pregava in segreto insieme ai suoi compagni. Pregava nel cortile della Kaaba soltanto la preghiera di Duha, poiché anche i Quraysh erano soliti compiere quella preghiera. Una volta il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) pregò in un passo montano insieme a Hazrat Ali. In quel momento suo zio Abu Talib li vide. Rimase sbalordito nel vedere quella nuova forma di preghiera e continuò a osservarla con profonda attenzione. Al termine della preghiera domandò: «Quale religione avete scelto?» Il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) rispose: «Questa era la religione del nostro antenato Abramo».

Udite queste parole, Abu Talib disse: «Per me non è possibile adottare questa religione. Tuttavia vi do il permesso di praticarla. Nessuno potrà impedirvelo. [Sirat-un-Nabi, Shibli Numani, (volume primo, p. 192).]»

Anche Hazrat Abu Dharr abbracciò la fede durante questa fase segreta del movimento islamico. Secondo l’Allama Shibli Numani, era il sesto o il settimo in ordine cronologico. Anch’egli apparteneva a quel gruppo di persone che soffrivano di inquietudine e che, dopo aver abbandonato l’idolatria, adoravano Allah e Lo ricordavano semplicemente rispondendo al richiamo della propria natura pura e della propria coscienza. In qualche modo venne a conoscenza dell’invito del Messaggero (pace e benedizioni su di lui). Mandò quindi suo fratello per ottenere informazioni precise. Suo fratello incontrò il Messaggero (pace e benedizioni su di lui), ascoltò la sua recitazione del Corano e, tornato indietro, disse al fratello: «Sono andato a vedere colui che invita a questa fede. La gente lo definisce apostata [Ecco una delle strane manifestazioni di una società corrotta. Colui che era venuto a insegnare la fede agli abitanti di tutto il mondo sarebbe stato addirittura un apostata! In ogni epoca, i trafficanti della religione hanno emesso sentenze di questo genere]. Ma egli insegna nobili qualità morali e recita un messaggio meraviglioso, completamente diverso dalla poesia umana. Il suo modo di comportarsi è simile al tuo». Dopodiché egli stesso venne e abbracciò l’Islam.

Da questo episodio risulta evidente che, nonostante fosse mantenuta la segretezza, il profumo della verità, trasportato dal vento, correva da un orizzonte all’altro. In quel periodo avevano già cominciato ad attribuire al Messaggero (pace e benedizioni su di lui) ogni sorta di appellativi ingiuriosi. Ciononostante, l’atmosfera era ancora relativamente pacifica e normale, perché i capi dei Quraysh non avevano ancora compreso l’importanza del pericolo imminente.

Notate anche un altro fatto importante: tra i leader di prima fila del movimento islamico non ve n’era nemmeno uno che ricoprisse un’alta carica nazionale o religiosa. Per questo erano liberi da ogni vincolo di interesse personale. Nella storia, sono proprio giovani di questo spirito indipendente ad assumere un posto nelle prime file per avviare grandi cambiamenti. Nessun leader né alcun personaggio influente diede il proprio contributo a questa causa.

I leader dei Quraysh non ritennero affatto degno di attenzione questo movimento islamico nella sua fase segreta. Pensavano che si trattasse soltanto della follia di alcuni giovani. Dicevano cose sconclusionate. Dopo qualche giorno sarebbero tornati spontaneamente in sé. Chi mai avrebbe avuto il coraggio di ribellarsi contro di noi? Così, quegli uomini assisi sul trono del potere, accecati dall’orgoglio per la propria autorità, non si accorsero che, all’ombra di quel trono, i germogli della verità crescevano gradualmente fino a diventare alberi giganteschi della storia. I Quraysh pensavano inoltre che, poiché veneravano e adoravano con tanta devozione divinità come Lat, Manat e Uzza, sarebbero state proprio queste a difendere il loro onore e la religione politeista. La loro maledizione spirituale avrebbe posto fine all’empietà di quel piccolo gruppo di monoteisti.

La predicazione pubblica

Trascorsero così tre anni. Ma non è consuetudine di Allah permettere che una situazione rimanga immutata per sempre. La Sua consuetudine è portare la verità in campo per contrastare la falsità e provocare uno scontro tra le due. Come dice Allah: «Noi, piuttosto, scagliamo la verità contro la falsità, ed essa la colpisce; e così la falsità viene annientata». — Sura al-Anbiya

In conformità a questa consuetudine di Allah, fu impartito l’ordine: «Rendi pubblico ciò che ti viene ordinato».

Il Messaggero, pace e benedizioni su di lui, raccolse tutto il suo coraggio e la sua determinazione, si preparò alla nuova e possibile situazione di conflitto e un giorno si recò sulla montagna di Safa. Poi chiamò la gente dei Quraysh secondo l’usanza particolare degli Arabi. Nei momenti di pericolo era consuetudine chiamare il popolo in aiuto con uno speciale segnale sonoro. Egli adottò quel metodo. La gente accorse. Si radunò una folla enorme. Tutti rimasero con il fiato sospeso, in ascolto, per sapere che cosa fosse accaduto.

Il Messaggero, pace e benedizioni su di lui, chiese anzitutto: «Se vi dicessi che, dall’altra parte di questa montagna, un esercito invasore sta accorrendo per attaccarvi, mi credereste?»

Tutti esclamarono all’unisono: «Sì, perché non dovremmo? Ti abbiamo sempre visto dire la verità».

— Dunque, o discendenti di ʿAbd al-Muṭṭalib, o discendenti di ʿAbd Manāf, o discendenti di Zuhra, o figli di Tamīm, o figli di Makhzūm, o discendenti di Asad, ascoltate: io vi dico di riconoscere l’unico Allah come Signore e Dio da adorare; altrimenti su di voi scenderà un castigo terribile. Con queste parole egli presentò, per la prima volta, l’invito pubblico, in forma estremamente concisa.

Non appena udì quelle parole, suo zio Abū Lahab, infuriato, disse: «Disgraziato, possa tu andare in rovina proprio oggi! È per dire questo che ci hai convocati qui?». Abū Lahab e gli altri notabili se ne andarono molto irritati e furiosi.

È significativo che, da parte di Abū Lahab, la predicazione del Messaggero sia stata respinta come una cosa del tutto insignificante e indegna di essere presa in considerazione. Allora non si manifestò nessun’altra reazione. L’unica lamentela era: «Ci hai infastiditi senza motivo e ci hai fatto perdere tempo».

Il secondo passo della predicazione pubblica fu che il Messaggero ﷺ organizzò un banchetto per i membri della famiglia di ʿAbd al-Muṭṭalib. Al banchetto parteciparono anche personaggi importanti come i suoi zii Ḥamza, Abū Ṭālib e al-ʿAbbās. Dopo il pasto tenne un breve discorso. Disse: «La legge che ho portato è fonte di bene sia per la vita terrena sia per l’Aldilà. Chi è pronto a diventare mio compagno in questa missione?». Da ciò si comprende che, fin dall’inizio della predicazione, egli era consapevole di non essere venuto con una religione separata dalla vita terrena, bensì con una religione capace di renderla prospera e bella.

Tra le persone riunite in risposta al suo appello calò il silenzio. All’improvviso, un ragazzo di tredici anni ruppe il silenzio e si alzò. Disse: «Sebbene io soffra di un disturbo agli occhi, abbia le gambe deboli e sia soltanto un ragazzo, sarò comunque tuo compagno». Era ʿAlī, che Allah sia compiaciuto di lui. In seguito dimostrò di essere uno dei pilastri di questo movimento.

Nessuno rispose, tranne un ragazzo; alla vista di quella scena, la gente riunita scoppiò in una fragorosa risata. Attraverso quella risata, i discendenti di ʿAbd al-Muṭṭalib dissero implicitamente: «Che grande rivoluzione potranno mai realizzare insieme questa predicazione, colui che la proclama e il ragazzo che vi ha risposto? Non è altro che uno scherzo e una follia. Per rispondere a questo appello basta una risata beffarda».

Anche dopo questo secondo episodio la calma dell’ambiente non venne meno. Ma quando fu compiuto il terzo passo, nella società sorse un’agitazione che andò gradualmente intensificandosi.

Prima di parlare di questo terzo passo, sembra necessario raccontare un altro episodio. Ho già detto che, a causa delle condizioni ostili, la preghiera veniva compiuta in segreto; il Messaggero ﷺ e i suoi compagni si recavano fuori città, pregando ora in luoghi montuosi elevati o depressi, ora in pianura. Un giorno, mentre ʿAbd Allāh ibn Abī Waqqāṣ pregava insieme ad altri Compagni in un rifugio montuoso, i politeisti li scoprirono. Durante la preghiera, i politeisti cominciarono a pronunciare parole oscene e a deridere ogni suo gesto. Quando dall’altra parte non giunse alcuna risposta, irritati, avviarono un’aggressione terroristica. Nello scontro, ʿAbd Allāh ibn Abī Waqqāṣ, che Allah sia compiaciuto di lui, fu ferito dal colpo di spada di un politeista. Questo fu il primo episodio di spargimento di sangue sulla terra della Mecca per la causa di Allah. Fu la prima reazione violenta e delirante della società dell’Ignoranza. Da quella reazione si poteva intuire che l’opposizione aveva cominciato a muovere i primi passi sulla via della violenza.

Creazione di un clima di provocazione e agitazione

Nel movimento islamico si unirono gradualmente quaranta collaboratori. In questo modo l’organizzazione islamica si trasformò in una forza concreta. Era già stato impartito l’ordine di proclamare pubblicamente la parola della verità. Per adempiere a questo ordine, un giorno il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) si fermò nel recinto della Kaʿba e proclamò l’unicità di Allah. Ma quando la coscienza religiosa viene deformata, i valori religiosi vengono calpestati. Perciò, parlare dell’unicità di Allah nel recinto di quella casa sacra, che un tempo era stata istituita come centro per la diffusione del messaggio del tawḥīd, fu considerato un oltraggio a quel centro. È davvero sorprendente: l’installazione di tante statue non profanava la Kaʿba, né la profanava strofinarvi la fronte davanti agli idoli; neppure compiere il ṭawāf nudi, emettere ululati o battere le mani ne violava la sacralità. La Kaʿba non veniva insultata nemmeno sacrificando animali in nome delle divinità o riscuotendo tasse per le attività dei sacerdoti e dei custodi. L’offesa si verificava soltanto pronunciando il nome del vero Proprietario di quella Casa.

Si levò un grido: «La Kaʿba è stata profanata, il rispetto dovuto al Sacro Santuario è stato violato». Che fatto terribile! Un atto provocatorio, capace di far ribollire il sangue! I politeisti, sconvolti dalla violenta agitazione e accecati dall’emozione, accorsero da ogni parte dopo aver udito la parola del tawḥīd. Cominciò il tumulto. Il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) fu circondato. Hārith ibn Abī si precipitò a soccorrerlo, avendo udito il clamore. Ma fu ucciso come martire da un colpo di spada. Nel conflitto tra l’Islam e la jāhiliyya in Arabia, questo fu il primo martirio compiuto per difendere l’Islam.

Invece di esaminare e valutare il messaggio, trasmesso in modo estremamente pacifico e razionale, e di rispondere agli argomenti con argomenti, gli si rispose con cieca emotività e folle ferocia. Il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) non costrinse nessuno ad accettare la parola della verità con la forza della spada. Ma le forze avversarie si opposero impugnando le spade. La caratteristica principale dei sostenitori egoisti di un sistema falso è proprio questa: in risposta agli argomenti suscitano provocazione e agitazione, e in risposta alle prove generano ferocia e terrorismo. Tra gli oppositori non vi era neppure tanta tolleranza da permettere loro di riflettere, almeno per qualche settimana, qualche giorno o qualche minuto, sulla proclamazione pronunciata nel recinto della Kaʿba. Avrebbero potuto ammettere che, proprio come loro, anche Muḥammad (pace e benedizioni su di lui) aveva il diritto di professare una religione, una dottrina, una filosofia o una ʿaqīda qualsiasi, di parlare in conformità con essa e di opporsi alla religione, alla dottrina o alla ʿaqīda di altri. Avrebbero potuto almeno riconoscere la possibilità che vi fossero alcuni errori e difetti tra noi e che l’ideologia predicata da Muḥammad (pace e benedizioni su di lui) potesse contenere un modo per correggerli. In realtà, nei dirigenti di ogni sistema falso la tolleranza verso le opinioni altrui finisce completamente, e si deteriorano la capacità di pensare, di riflettere e di giudicare.

Provate a immaginare per un momento quale fosse l’ambiente nel quale il nostro amato Profeta Muḥammad (pace e benedizioni su di lui) svolgeva il proprio dovere, mettendo a rischio la vita, completamente disarmato e privo di qualsiasi mezzo, per il bene terreno e ultraterreno di tutti noi.

 

Propaganda diffamatoria

Sebbene l’uccisione di un innocente da parte degli abitanti della Mecca, all’interno del Sacro Santuario — simbolo delle sacre emozioni, aspirazioni e speranze del profeta Ibrāhīm e del profeta Ismāʿīl — desse un’idea di ciò che sarebbe avvenuto in futuro, essa non segnò l’inizio dell’epoca della vera ferocia.

La prima fase dell’opposizione trascorre sempre tra scherno, derisione, sarcasmo e sofismi; gradualmente, però, assume la forma del terrorismo e della teppaglia.

Per sminuire l’importanza dell’invito del Messaggero (pace e benedizioni su di lui), gli esperti della propaganda iniziarono, oltre alle spregevoli volgarità degli insulti, a inventare ogni sorta di appellativo.

Qualcuno diceva, per esempio: «Non ascoltate ciò che dice quest’uomo, perché è un “apostata”. Ha abbandonato la religione tradizionale dei nostri antenati e si è inventato una religione assurda e immaginaria». Non si curavano affatto delle argomentazioni: chiunque ne avesse voglia emetteva una sentenza di empietà. A volte si diceva che fosse diventato un «sabi» (adoratore delle stelle o della natura). Poiché, nella società politeista di allora, essere un sabi era considerato qualcosa di indesiderato e vergognoso, definire qualcuno «sabi» era considerato un insulto, proprio come oggi chiamare un musulmano ebreo, kharigita o ateo. L’unica risorsa di chi è incapace di esporre argomentazioni e prove contro la verità è la propaganda negativa. E uno degli strumenti di tale propaganda consiste nell’assegnare nomi e appellativi offensivi. In ogni vicolo e in ogni assemblea, i propagandisti della Mecca proclamavano a gran voce: «Sono diventati sabi, hanno abbandonato la religione, hanno rinnegato la religione dei loro padri e dei loro nonni, e vengono a raccontare nuove credenze»; e così via. Quando si scatenava una simile tempesta propagandistica, rabbrividisco al solo pensare quanto l’atmosfera dovesse diventare opprimente e soffocante per la gente comune, e quanto dovesse essere difficile trovare la retta via. Né è forse facile immaginare la crisi cui era sottoposto quel piccolo gruppo della verità in un ambiente simile. Tuttavia, per quanto pericolose possano essere le circostanze e l’ambiente, non possono sbarrare la strada a persone risolute e determinate. Allah dice:

«Nessuno può trattenere la grazia che Allah concede agli uomini.» (Sura Fāṭir)

Quando, per contrastare le argomentazioni e le prove, si cominciano a lanciare insulti, da sempre accade che le argomentazioni e le prove rimangano al loro posto, mentre l’insulto, pur riuscendo a durare qualche giorno grazie alla forza delle emozioni, ben presto perde vigore e si affievolisce, e finisce per suscitare irritazione e disgusto nell’animo delle persone. Perciò il principio di coloro che sono esperti in quest’arte è che bisogna inventare continuamente nuovi insulti.

Seguendo questo principio, fu inventato per il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) un altro nuovo insulto: «Ibn Abī Kabsha». «Abū Kabsha» era il nome di un famigerato personaggio arabo. Egli adorava la stella chiamata «Shaʿrā», contro l’orientamento religioso di tutta l’Arabia. Fu proprio dal nome di quell’Abū Kabsha che nacque l’appellativo «Ibn Abī Kabsha». Significa «figlio o seguace di Abū Kabsha». Che Allah ci protegga! Per placare il proprio rancore, quante cose non arrivarono a inventare gli abitanti della Mecca accecati dall’emotività!

Quando la figura centrale e principale di un invito o di un movimento viene trasformata nel bersaglio di attacchi così spregevoli, l’obiettivo non è soltanto infliggere sofferenza a quella persona; il vero obiettivo è denigrare quella dottrina e quell’ideologia, nonché quel movimento la cui crescente diffusione terrorizza gli oppositori, e danneggiarne l’immagine. Ma come si può fermare una corrente impetuosa con una diga di sabbia? I sarcastici della Mecca vedevano chiaramente che, per quante dighe costruissero con sporcizia e rifiuti, esse venivano trascinate via come pagliuzze dalla forza di questo invito e che, mattina e sera, esso avanzava gradualmente sempre più. Perciò adottarono una nuova tattica di propaganda negativa. Inventarono per il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) un nuovo appellativo e cominciarono a dire: «Quest’uomo è ormai impazzito. Che Allah ci protegga! La sua mente è stata sconvolta dalla maledizione degli dèi. Le cose che dice non sono degne di una persona cosciente, né sono parole frutto di un giudizio sottile e di una riflessione profonda. È un uomo affetto da una sorta di malattia mentale o di isteria. Quando la malattia si aggrava, talvolta vede gli angeli. Talvolta sogna il Paradiso e l’Inferno; talvolta gli sembra che dal mondo invisibile gli giungano una rivelazione o qualche parola straordinaria. È in realtà un uomo mentalmente disturbato. Non bisogna prestare attenzione alle sue parole. Ognuno dovrebbe rimanere fermo nella propria fede religiosa tradizionale». Definire pazzi e folli, oppure idioti e sciocchi, coloro che chiamano alla verità, per spuntare la lama delle loro argomentazioni, è una pratica consueta degli adepti della falsità. Si considerano intelligenti e sagge proprio le persone abituate a lasciarsi trascinare dalla corrente delle consuetudini sociali, per accrescere il benessere mondano e soddisfare la propria avidità, cupidigia e brama. Al contrario, nel vocabolario degli adoratori del mondo non esiste alcuna parola più appropriata di «idioti» e «folli» per coloro che, intraprendendo un programma di riforma e correzione della società, mettono a rischio la propria vita.

Tutti questi insulti non venivano pronunciati soltanto alle spalle, ma anche direttamente in faccia:

ياايهاالذىنزلعليهالذكرانكلمجنون

«O tu che pretendi di aver ricevuto la rivelazione, non sei altro che un pazzo». (Sura al-Ḥijr, 6)

In realtà, se non si insulta qualcuno in faccia, non si può assaporare il vero gusto dell’insulto.

Ma c’è una questione su cui vale la pena riflettere: esiste forse qualche esempio di persone di una società che si siano mai unite per un movimento sotto la guida di un pazzo? Una società di giovani sani di mente, di carattere onesto e consapevoli ha mai accettato la guida di persone stolte? Persone sane e intelligenti hanno mai risposto all’appello di un folle dalla mente sconvolta? Per rispondere a questa domanda, i politeisti della Mecca prepararono un’altra scusa. [Gli occidentali hanno coniato il termine Fanatics, ossia fanatici religiosi, proprio nel senso di persone emotive e mentalmente squilibrate. Quando gli individui irreligiosi della nostra società definiscono «mullah» le persone affezionate all’Islam, lo fanno proprio nel senso che queste sarebbero ingenue, ignoranti delle esigenze dei tempi e cieche devote alle idee del passato. Scendendo ancora di un gradino, gli avversari definiscono le persone religiose ignoranti e stupide in materia di politica.] Dicevano: «Quest’uomo che pretende di essere un profeta è anche esperto di magia. Ogni volta che qualcuno va a incontrarlo, egli lo ipnotizza dicendogli due o quattro parole e dà prova del massimo della sua abilità incantatrice. Per questo persino persone molto intelligenti stanno gradualmente cadendo nella sua trappola».

Ma non si può fare a meno di porsi questa domanda: finora, quale mago ha mai guidato un movimento religioso e culturale? Quale mago o indovino ha mai usato la magia per insegnare il culto di Allah, il tawḥīd, l’onestà e la giustizia? Esiste nella storia un esempio di una persona dalla mentalità di un mago che abbia mai fondato, con i propri poteri magici, un movimento rivoluzionario per cambiare l’ordinamento sociale e statale vigente? Esiste forse da qualche parte un esempio di qualcuno che abbia trasformato la mente, il carattere e l’anima con il potere della magia? E che razza di mago era mai costui, se invece di mostrare giochi di prestigio per guadagnare pochi spiccioli, sopportava la tirannia e l’oppressione degli abitanti dell’intero paese, selezionava i suoi uomini migliori e si preparava a guidare una grande impresa collettiva? Era forse un gioco di prestigio? In realtà, si trattava di un’accusa stereotipata. In ogni epoca questa accusa è stata rivolta alle persone impegnate nell’opera della daʿwa e del tablīgh. Con essa si è cercato di far credere alla gente che questa daʿwa non avesse alcun legame con la verità e che, pertanto, non contenesse nulla capace di suscitare un’attrazione spontanea. Si è cercato di sostenere che negli argomenti del predicatore non vi fosse alcuna forza in grado di conquistare il cuore degli uomini; al contrario, l’intera faccenda sarebbe fondata soltanto sulla frode e sugli artifici della magia. Per questo persino persone molto intelligenti vengono influenzate dalla daʿwa e perdono il loro equilibrio.

Forse alcune persone avevano presentato ai capi dei Quraysh i messaggi ricevuti per rivelazione dal Messaggero (pace e benedizioni su di lui), in particolare i versetti del Corano, sottolineando che contenevano un linguaggio altamente ornato ed eloquente. È possibile che gli esperti di letteratura dell’epoca avessero discusso e riflettuto su quel linguaggio, arrivando a percepire che proprio quel messaggio della rivelazione era un discorso miracoloso e straordinariamente efficace. Per confutare dunque l’idea della sua natura miracolosa, cominciarono a dire: «Che cosa c’è mai di miracoloso in questo? Non è altro che una sorta di poesia, un esercizio artistico del linguaggio e una forza espressiva letteraria. Muḥammad (pace e benedizioni su di lui) è un oratore di grande talento. Grazie alla forza della sua eloquenza, alcuni giovani dalla mente immatura si stanno smarrendo».

Ma la domanda è: di poeti ne sono comparsi moltissimi nel mondo. È mai apparso sulla terra un poeta dotato di un carattere così esemplare e irreprensibile, senza precedenti, come quello posseduto da Muḥammad (pace e benedizioni su di lui) e dai suoi compagni? Le persone che si limitavano ad animare assemblee poetiche sono mai riuscite a compiere azioni religiose del genere di quelle che si svolgevano sotto gli occhi dei Quraysh?

Questa domanda metteva in difficoltà anche i Quraysh. Per rispondere, diffusero contro il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) un’altra calunnia: quella di praticare l’astrologia. Gli indovini seguivano alcuni atteggiamenti esteriormente religiosi. Creavano un’atmosfera misteriosa. Trascorrevano la vita in meditazione, isolamento, pratiche ascetiche e formule magiche per quaranta giorni. Raccoglievano informazioni disparate attraverso vari metodi anomali e le esprimevano con un linguaggio misterioso e artificioso. Tra la gente comune si aggiravano come persone straordinarie. Questi individui, alquanto squilibrati, venivano chiamati «kahin». Chiamando con questo nome il Messaggero (pace e benedizioni su di lui), volevano insinuare che anche lui avesse aperto lo stesso commercio d’inganni, affinché la gente venisse a diventare sua discepola e si risolvesse così anche il problema del suo sostentamento. (Che Allah ce ne scampi.)

Ma il Corano ha dato una risposta schiacciante a tutte queste calunnie, dicendo:

(arabo*********)

«Non è un poeta. Ma siete voi stessi ad aver sbarrato la porta alla vostra fede e al vostro credo. Non è un indovino. Ma voi non riflettete affatto.» (Sura al-Haqqa)

Ecco, in forma estremamente concisa, come il Corano analizza il tumulto della loro sfrenatezza:

(arabo********)

«Guarda quali proverbi, esempi, termini ed epiteti applicano a tuo riguardo.» Dopo aver fatto tutto questo, riguardo al modo in cui improvvisamente si smarriscono, il Corano dice: (arabo*****) «Hanno ingannato soltanto se stessi.»

Ora osservate un altro tentativo di diffondere la confusione. Coloro che affermavano di essere seguaci della religione di Hazrat Ibrahim dicevano che un jinn veniva da Muhammad (pace e benedizioni su di lui) e gli insegnava discorsi strani e sorprendenti. Talvolta veniva fatto il nome di uno schiavo cristiano romano della Mecca (Jaber, Jabra o Jarab), dicendo che quello schiavo andava di nascosto da Muhammad e gli scriveva tutti quei discorsi. In realtà, vi si recava soltanto di tanto in tanto per ascoltare ciò che diceva il Messaggero (pace e benedizioni su di lui). Una volta, un gruppo di capi dei Quraysh disse al Messaggero (pace e benedizioni su di lui): «Abbiamo sentito che un uomo chiamato al-Rahman di Yamama ti insegna tutte queste cose. Per Allah, non crederemo mai in quel Rahman.» [Sīra di Ibn Hisham, (arabo), primo volume, p. 317] Lo scopo di tutte queste calunnie infondate era far credere alla gente che tutto ciò fosse opera di una potenza straniera malvagia o di una persona. Muhammad (pace e benedizioni su di lui), divenuto uno strumento di quelle potenze malvagie, avrebbe ordito insieme a loro un complotto per distruggere la nostra religione e il nostro ordinamento sociale. D’altra parte, si cercava anche di far credere che quelle parole affascinanti e ricche di ornamenti non fossero il frutto del genio di Muhammad (pace e benedizioni su di lui), né un dono di Allah. Al contrario, attraverso di esse, una terza potenza esterna avrebbe cercato di esercitare la propria influenza su di loro. Inoltre, con ciò si accusava il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) di aver attribuito falsamente ad Allah quelle parole. Il Corano fornì una risposta molto dettagliata, vanificando queste perverse macchinazioni. Tuttavia, la sua sfida che si dimostrò più inconfutabile e decisiva fu questa: «Se potete, anche con lo sforzo congiunto dei jinn e degli uomini, componete e portate una sura o alcuni versetti simili al Corano.»

In modo collaterale, con ciò si affermava anche che Muhammad (pace e benedizioni su di lui) non stesse dicendo nulla di nuovo né mostrasse alcuna rara capacità. In realtà, raccoglieva vari elementi di vecchie storie e leggende e li ripresentava in forma nuova, con un linguaggio vigoroso. Questa sarebbe una sorta di arte del racconto. Come i narratori animano un’assemblea raccontando storie, così Muhammad conquistava il cuore degli ascoltatori narrando storie divertenti. Nel definire sprezzantemente la predicazione dell’Islam come antiche storie e leggende era implicita l’allusione sarcastica: come potrebbero quelle storie antiquate risolvere i problemi dell’epoca attuale? I tempi sono molto cambiati. Le antiche fiabe non hanno alcuna utilità per la gente di oggi.

La cosa curiosa è che, da un lato, il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) veniva accusato di predicare una nuova religione completamente contraria a quella dei loro padri e antenati. Dall’altro, proprio il messaggio presentato da quel Messaggero (pace e benedizioni su di lui) veniva condannato come antiche storie e leggende. È un’abitudine tipica degli intriganti e dei cospiratori interessati: senza riflettere su ciò che viene prima o dopo, a volte individuano un difetto da un lato e altre volte attaccano dall’altro, sollevando un’obiezione esattamente opposta. Eppure non si rendono nemmeno conto che, in questo modo, si comportano in maniera contraddittoria.

A questo punto fu aperto un fronte servendosi dei poeti. Abū Sufyān ibn al-Ḥārith, ʿAmr ibn al-ʿĀṣ e ʿAbd Allāh ibn Zabāri furono incaricati di comporre e diffondere poesie duramente denigratorie contro il Messaggero, pace e benedizioni su di lui. È opportuno ricordare che nella società araba dell’epoca dell’ignoranza i poeti esercitavano un’enorme influenza. Si può dire che svolgessero il ruolo di formatori psicologici e guide delle persone. Ogni parola pronunciata dalle loro labbra lasciava un’impronta profonda nei cuori della gente, che la imparava a memoria e la diffondeva. Si può ritenere che, a quei tempi, i poeti occupassero in larga misura una posizione analoga a quella dei giornalisti di oggi. Come oggi un giornalista esperto, avvalendosi della propria penna e della forza del giornale, può perseguitare qualcuno e arrecargli molto danno, e può creare una montagna di problemi a una daʿwa, a un movimento o a un’organizzazione con commenti astuti e pungenti, sarcasmo volgare e offensivo, lettere sconvenienti, omettendo di pubblicare una notizia o pubblicandola in forma distorta e usando titoli fuorvianti, così agivano i poeti arabi. Molti poeti erano incaricati di diffondere in ogni vicolo la cattiva fama e le calunnie contro Muḥammad, pace e benedizioni su di lui, e il suo movimento, avvelenando l’atmosfera con insulti ritmati e slogan denigratori. Intorno a Muḥammad, pace e benedizioni su di lui, era stata creata una scena proprio simile a quella che si presenta quando si aizzano dei cani contro un rispettabile passante. Tuttavia, il messaggio e il carattere del Profeta Muḥammad, l’amico dell’umanità, pace e benedizioni su di lui, rendevano completamente inefficace e vana la magica influenza della propaganda calunniosa dei poeti.

È opportuno sottolineare che l’intera campagna di propaganda calunniosa non veniva condotta a causa di un malinteso, bensì nell’ambito di una cospirazione ben ponderata e meticolosamente pianificata. Essi avevano deciso all’unanimità e in modo compatto quanto segue:

«Non ascoltate questo Corano; al contrario, fate chiasso durante la recitazione del Corano: forse così riuscirete a prevalere.» (Sūra Fuṣṣilat, versetto 26)

In altre parole: non prestate alcuna attenzione alle parole di chi invita alla verità e non cercate neppure di comprenderle. Altrimenti il vostro modo di pensare potrebbe cambiare e le vostre convinzioni esistenti potrebbero andare perdute. Ostacolatene la diffusione facendo chiasso e trasformatela in oggetto di scherzi e derisione. In questo modo la forza del Corano sarà spezzata e la vittoria finale sarà vostra. Da questo versetto si può comprendere quale sia la psicologia delle forze ostili all’Islam. Esse non vogliono ascoltare né comprendere, e non vogliono neppure permettere agli altri di ascoltare e comprendere. Perciò vogliono creare ostacoli suscitando confusione e clamore. Il nostro amato leader si trovò proprio a dover affrontare gente di questo genere!

Così ʿĀṣ ibn Wāʾil al-Sahmī denigrava il Messaggero, pace e benedizioni su di lui, nel tentativo di danneggiare l’immagine della sua daʿwa e del suo movimento: «Lasciate che Muḥammad faccia ciò che sta facendo. È senza discendenza: non ha figli maschi. Quando morirà, nessuno ricorderà neppure più di lui e voi sarete liberati per sempre dalla sua presa». Questo commento subdolo fu fatto perché i figli maschi del Messaggero, pace e benedizioni su di lui, non erano rimasti in vita. In Arabia non era neppure un commento privo di significato. Tuttavia, come gli uomini di un tempo, essi non erano capaci di capire che i veri figli delle personalità che fanno la storia, come i profeti, sono le loro straordinarie imprese storiche. Dalle loro menti sorgono nuove civiltà. I loro compagni e seguaci avanzano a schiere per raccogliere l’eredità della loro daʿwa e dei loro insegnamenti e per ravvivarne la memoria. Il grande bene che ne scaturisce ha una forza e un valore di gran lunga superiori a quelli di schiere e schiere di figli maschi. Fu in risposta a questo commento pungente che venne rivelata la Sūra al-Kawthar. In quella sūra fu detto a ʿĀṣ e ai suoi compagni: «Ho concesso al Mio Profeta al-Kawthar, ho fatto di al-Kawthar per lui una fonte di immenso bene, gli ho donato il più eccellente dei favori, il Corano, gli ho dato una grande schiera di credenti obbedienti ad Allah e al Messaggero, impegnati ad attuare e diffondere l’Islam, e nell’Aldilà ho preparato per lui il bacino chiamato al-Kawthar. Chiunque riceva il permesso di bere una sola volta da quel bacino non avrà più sete per l’eternità». Poi Allah disse: «O Profeta, in realtà sono i tuoi nemici a essere senza discendenza. Di fatto, nessuno li ricorderà. Nessuno penserà neppure per errore a chi mai fossero. Non avranno alcun posto nella storia».

Non sarà forse fuori luogo riportare qui un elenco dei miserabili meccani che eccellevano maggiormente nella derisione e nel sarcasmo. Erano al-Aswad ibn al-Muṭṭalib della tribù dei Banū Asad, al-Aswad ibn ʿAbd Yaghūth della tribù dei Banū Zuhra, al-Walīd ibn al-Mughīra dei Banū Makhzūm, ʿĀṣ ibn Wāʾil dei Banū Sahm e al-Ḥārith ibn Ṭalāṭila della tribù dei Banū Khuzāʿa.

Sofismi

Insieme alla derisione, agli scherzi, agli scherni, agli insulti e all’attribuzione di epiteti osceni, ebbe inizio anche la serie dei sofismi. Coloro che non volevano accettare una verità evidente cercavano, suscitando ogni sorta di sofismi tra loro e colui che invitava alla verità, di creare ostacoli. Quando uno di questi tentativi falliva, ne iniziavano un altro con rinnovato vigore. Le persone dedite a simili tentativi sprecano in essi tutta la loro vita, senza riuscire né a recare alcun beneficio a se stesse né a rendere un servizio costruttivo agli altri. Le domande e le obiezioni sollevate con sincerità hanno una certa natura, mentre quelle sollevate con intento cospiratorio per sbarrare la strada a chi invita alla verità sono di natura completamente diversa. Sollevare domande e obiezioni di quest’ultima categoria viene chiamato sofisma. I sofismi sono sempre un simbolo di infedeltà, malafede e cospirazione. La caratteristica dei sofisti è che non vogliono imparare nulla dalla daʿwa; al contrario, cercano artificialmente in essa qualche forma di deviazione. Nel Corano questa condizione è descritta così: «Essi cercano la sua deviazione». (Sūra Hūd, 19)

Da un lato, questi sostenitori fanatici e intransigenti della religione degli antenati chiedevano ripetutamente al Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui): «Se sei davvero un profeta, perché non hai con te un segno o una prova inconfutabile della tua profezia, tale che nessuno possa fare a meno di riconoscerla dopo averla vista?»

Talvolta, fingendo una semplicità assoluta, dicevano: «Perché non è stata fatta scendere direttamente su di noi qualche manifestazione, oppure perché non è accaduto che potessimo vedere direttamente il nostro Signore?» (Sura al-Furqan, versetto 31)

In altre parole, a cosa servono tante discussioni o dispute? Sarebbe bastato che schiere di angeli scendessero direttamente dal cielo e camminassero davanti a noi. E invece di mandare, tramite te, notizie su di Sé e di instaurare il Suo dominio, Allah potrebbe presentarsi Egli stesso davanti a noi. Potremmo vedere: «Ecco il nostro Allah». Allora non ci sarebbe più alcuna disputa.

Talvolta dicevano anche: «Se tutto ciò che dici proviene davvero da Allah, sarebbe meglio che un Libro scritto arrivasse davanti ai nostri occhi, direttamente fino a noi. Anzi, sarebbe ancora meglio se tu stesso scendessi dal cielo per una scala, tenendo il Libro in mano. Allora accetteremmo a capo chino che sei davvero un profeta». Veniva inoltre posta la domanda: perché il Corano è stato rivelato parte dopo parte? Perché l’intero Libro non è stato rivelato in una sola volta? Eppure, nel Corano, è stata data ripetutamente una risposta dettagliata a ciascuna di queste domande. Erano adirati proprio perché venivano date tali risposte, poiché così la maschera delle loro cospirazioni sarebbe stata smascherata e queste sarebbero fallite.

Un altro dei loro sofismi era questo: «Tu sei un essere umano fatto di carne e sangue proprio come noi. Anche tu hai fame, sei costretto a guadagnarti da vivere, vai al mercato e conduci una vita difficile; subisci tante ingiustizie e nessuno ti presta aiuto. In queste condizioni, come possiamo credere che tu sia un servo prediletto di Allah e che ti sia stato affidato il compito di riformare e correggere gli abitanti del mondo? Se fossi una persona così eminente e straordinaria, davanti a te dovrebbe marciare un gruppo di angeli come guardie, gridando alla gente di sgombrare la strada. E se qualcuno, non diciamo ti facesse un torto, ma si comportasse anche solo con un minimo di insolenza, quegli angeli dovrebbero colpirlo con i bastoni fino a spaccargli la testa. In tal caso tutti accetterebbero senza discutere che tu sei il servo prediletto di Allah e un profeta. Dal cielo dovrebbero scendere tesori per te. Dovresti vivere nel fasto regale, avere un palazzo d’oro come dimora, un canale costruito appositamente per te e un grande frutteto, dal quale ricavare sufficienti entrate per vivere agiatamente. Se avessi rivendicato la profezia circondato da un simile fasto e splendore, certamente ti avremmo creduto. Eppure noi siamo molto superiori a te in ricchezza e prestigio. Tu e i tuoi compagni appartenete alle classi più povere e inferiori della società. Rispetto a noi non avete alcuna superiorità. Dunque, Muhammad, dicci tu: con quale argomento dovremmo riconoscerti come profeta?»

Per questo, ogni volta che il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) passava per una strada, la gente esclamava subito: «È forse costui l’uomo che Allah ha inviato come Suo Messaggero?» Agitando le dita e facendo cenni, i teppisti e i terroristi della Mecca dicevano: «Guardate, Allah non ha trovato nessun altro da trasformare in profeta e messaggero, se non questo miserabile senza mezzi. Che scelta meravigliosa!» Analogamente, indicando i leader e gli attivisti del movimento islamico, dicevano: «Sono forse questi i personaggi illustri che Allah ha scelto, preferendoli a noi?»

Dicevano anche: «Perché non porti dunque quel castigo con cui cerchi di diventare il nostro capo? Avanti, fa’ crollare su di noi, miscredenti come siamo, una parte del cielo!» Pregavano perfino Allah stesso: «O Allah, se questo invito è vero, distruggici con un castigo!»

Talvolta questi rivendicatori del monopolio sulla religione degli antenati dicevano anche: «O Muhammad! Tu affermi che Allah è onnipotente; allora perché non usa la Sua potenza per guidarci sulla via dell’Islam? Se vuole vederci seguaci del tawhid e persone rette, perché non ci rende seguaci del tawhid e persone rette? Può impedirci di adorare gli idoli. Può trattenerci dal sostenere credenze errate. Se però non lo fa, certamente approva il nostro comportamento attuale. In queste condizioni, perché critichi e condanni il nostro comportamento e le nostre usanze? Chi credi di essere?»

Si burlavano anche del Giorno della Resurrezione. Con tono molto teatrale chiedevano: «Diteci, quando avverrà questo evento? Non è stata forse stabilita una data precisa per il Giorno della Resurrezione?»

Questi esempi sono stati raccolti dai libri del Corano, degli hadith e della storia. Da essi si può comprendere a quale ambiente degradante dovette far fronte il più grande benefattore della terra e il più grande amico dell’umanità. Persone dai gusti estremamente volgari lo circondavano da ogni parte, intonando calunnie e denigrazioni contro di lui. Inventavano e ponevano domande di ogni genere, con tono polemico. E il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) esponeva le argomentazioni a sostegno della propria predicazione con estrema calma e serenità, e con grande cortesia e dignità. Nelle sue risposte non ricorreva né alla denigrazione né al rimprovero. Non mostrava interesse per le polemiche. Non si adirava. Tuttavia non si tirava indietro neppure per un istante dalla predicazione e dall’esposizione delle argomentazioni a suo sostegno.

Nel Corano si trova un quadro completo delle sofferenze e delle torture psicologiche patite dal Messaggero (pace e benedizioni su di lui) mentre avanzava attraverso quel turbine di sarcasmo, derisione e sofismi.

Allah l’Altissimo stesso consolò e confortò il Messaggero (pace e benedizioni su di lui), ordinandogli di superare con pazienza quella fase. Disse: «Adotta la via del perdono, ordina il bene ed evita gli ignoranti». (Sura al-A‘raf, 199)

In altre parole, in quell’epoca di oppressione e persecuzione, al Messaggero (pace e benedizioni su di lui) furono ordinati tre comportamenti: non curarsi della propaganda diffamatoria e degli insulti, continuare a dire la verità in ogni circostanza e non inseguire le persone dal carattere malvagio e gli stolti.

Sia il Corano sia la storia testimoniano che il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) attraversò l’intera epoca di oppressione e persecuzione osservando alla lettera quelle tre direttive. Nonostante le sofferenze più atroci, non permise che cambiasse minimamente il suo modo di parlare, non lasciò che il suo nobile carattere di predicatore subisse alcuna alterazione e non consentì che la forza delle sue argomentazioni si offuscasse neppure un poco.

Che Allah faccia discendere misericordia e benedizioni sulla sua anima pura e sui suoi compagni. Ogni volta che quei sofisti presentavano un’argomentazione tagliente, egli la confutava immediatamente e completamente, per ordine della Rivelazione, per quanto essa potesse essere di infimo livello.

Argomentazione

Tra sarcasmo, scherno, calunnie e sofismi, i capi dei Coreisciti talvolta presentavano anche uno o due argomenti incisivi, ma erano davvero molto pochi. Eccone alcuni esempi:

Di tanto in tanto presentavano un argomento di questo tipo: noi non riteniamo mai gli idoli più grandi di Allah. Ci limitiamo a dire che le grandi personalità di cui questi idoli rappresentano le anime possono intercedere per noi presso Allah. Prostrandoci davanti a questi idoli e offrendo loro sacrifici, possiamo avvicinarci ad Allah.

Dicevano inoltre: secondo noi, la vita terrena è l’unica vita; non ne avremo un’altra e, dopo la nostra morte, non dovremo essere resuscitati. Come potremmo dunque accettare una religione che, con l’idea di un altro mondo, vuole privarci degli interessi e della serenità della vita terrena?

Adducevano anche questo argomento: se accettiamo l’invito di Muhammad, lasciamo scomparire l’attuale sistema religioso e sociale e permettiamo che il nostro predominio su di esso venga ridimensionato, saremo espulsi dal paese.

Da questi due o tre esempi si comprende che, in mezzo ai sofismi e agli imbrogli, presentavano anche alcuni argomenti. Tuttavia, il Corano forniva a quegli argomenti risposte schiaccianti.

Terrorismo e teppismo

Insieme al sarcasmo, agli insulti e alla campagna di disinformazione, la folle opposizione dei Coreisciti assumeva gradualmente la forma del teppismo, del terrorismo e della violenza. Quando i capi delle cospirazioni ostili vedevano fallire il loro sarcasmo e le loro calunnie, il teppismo e il terrorismo diventavano il loro passo successivo. Gli abitanti della Mecca si comportarono in modo così vile nel molestare il Messaggero, pace e benedizioni su di lui, che, se fosse stato un altro predicatore al suo posto, per quanto coraggioso e intraprendente, avrebbe perso ogni entusiasmo e, preso dalla disperazione, si sarebbe ritirato. Ma la cortesia e la dignità del Messaggero, pace e benedizioni su di lui, avanzavano ignorando ogni violenza e teppismo.

Un comportamento divenuto ormai del tutto abituale consisteva nel fatto che i notabili e i capi tribali più influenti del suo quartiere spargevano regolarmente spine sul suo cammino, lo deridevano e facevano chiasso mentre pregava, durante la prosternazione gettavano sulla sua schiena le interiora di animali macellati, gli avvolgevano un mantello intorno al collo e lo strangolavano, incitavano i ragazzi e le ragazze del quartiere a battere le mani e a fare baccano, e, quando recitava il Corano, insultavano lui, il Corano e Allah.

In questa opera malvagia, i più accaniti erano Abu Lahab e sua moglie. Per diversi anni, quella donna continuò a gettare immondizia e spine sul suo cammino. Il Messaggero (s.a.s.) puliva ogni giorno la strada con grande sofferenza. Quella sciagurata lo tormentò a tal punto che, per consolarlo, Allah l’Altissimo fece scendere appositamente la sura al-Lahab e gli fece sapere che la dimora di quella coppia malvagia sarebbe stata l’Inferno.

Una volta il Messaggero (s.a.s.) stava pregando nel recinto della sacra Kaaba. In quel momento, Uqba ibn Abi Muayt gli avvolse un mantello intorno al collo e lo strinse così forte che egli svenne e cadde. Fu quello stesso malvagio, un’altra volta, a gettargli addosso le viscere durante la preghiera.

Una volta, mentre camminava per strada, un malvagio gli gettò della terra sulla testa. In quello stato, egli tornò silenziosamente a casa. La giovane Fatima (r.a.) cominciò a piangere per il dolore e la rabbia mentre gli lavava la testa. Egli consolò la figlioletta dicendole: «Figlia mia, non piangere. Allah proteggerà tuo padre».

Un’altra volta, mentre pregava nel recinto sacro, Abu Jahl e alcuni altri capi dei Quraysh lo videro. Per ordine di Abu Jahl, Uqba ibn Abi Muayt andò a prendere delle viscere e gliele gettò addosso; tutti scoppiarono in una fragorosa risata. Anche quel giorno la giovane Fatima gli lavò e ripulì il corpo, e maledisse Uqba.

«Obbedite all’unico Allah, seguite la sincerità e la giustizia e aiutate gli orfani e i viandanti»: a questo nobile insegnamento si oppose il tentativo di sbarrare la strada al movimento islamico cospargendola di spine. Gettando immondizia e rifiuti, si cercò vanamente di estirpare dalle radici il puro invito al tawhid e alla buona condotta. Caricando sulla schiena del Messaggero (s.a.s.) un peso di viscere, si pensò che ormai la verità non avrebbe più potuto sollevare il capo. Stringendogli una corda al collo, gli ignoranti credevano che questa volta la voce della rivelazione sarebbe stata messa a tacere. Colui che fu accolto con spine continuò sempre a spargere fiori. Colui sul cui corpo furono gettati immondizia e rifiuti continuò incessantemente a distribuire alla nazione profumo e rose. Colui sulle cui spalle fu posto un carico di viscere liberò l’umanità dal fantasma della falsità che gravava sulle sue spalle. Colui al quale fu stretta una corda intorno al collo sciolse dalla gola della civiltà le catene delle false usanze e delle consuetudini corrotte. La prepotenza non riuscì nemmeno per un istante a sbarrare la strada alla civiltà. Se i portatori delle insegne della civiltà e della decenza sono davvero risoluti, allora il terrorismo e la prepotenza, contrari alla legge eterna della storia umana, devono essere eliminati per sempre in questo modo, infliggendo loro la punizione più severa.

 

Il vano tentativo di privare il movimento islamico di ogni sostegno

Quando gli oppositori dell’invito islamico vedono che la situazione è arrivata al limite, perdono il controllo e cercano di privare il movimento, i suoi dirigenti e i suoi attivisti di ogni forma di sostegno e patrocinio efficace da parte della società. Anche quando non vi riescono direttamente, vogliono rendere inattivi i soldati della rivoluzione esercitando pressioni indirette.

Gli abitanti della Mecca volevano eliminare completamente il Messaggero (s.a.s.). Ma temevano che il fuoco dell’odio tribale e della sete di vendetta divampasse a tal punto che nessuno sarebbe più stato in grado di fermare la catena degli spargimenti di sangue. Poco tempo prima, una guerra disastrosa li aveva lasciati così martoriati che non erano affatto pronti ad affrontare subito il rischio di un’altra guerra simile. C’era inoltre un’altra complicazione. Tra i Banu Hashim e i Banu Umayya esistevano antichi contrasti e rivalità. I capi dei Banu Umayya, soprattutto Abu Lahab, non riuscivano in alcun modo a tollerare che un profeta sorgesse in una famiglia della tribù dei Banu Hashim e che, per questo motivo, quella famiglia ottenesse il riconoscimento della società. I Banu Hashim arrivarono persino, una o due volte, a convincersi di questo: «Che male c’è a sostenere apertamente Muhammad? È uno dei nostri. Se egli diventerà grande e la sua religione si diffonderà, ciò porterà beneficio e prosperità proprio a noi». Ma i capi dei Banu Umayya non permisero mai loro di mettere in pratica quella decisione. Sebbene i Banu Hashim non potessero fare nulla di concreto, non era facile aggredire uno dei loro membri finché non lo avessero espulso dalla tribù. Intanto il Messaggero (s.a.s.) era sotto la protezione di suo zio Abu Talib. Finché quella protezione rimase in vigore, si può dire che l’intera tribù dei Banu Hashim fosse il suo baluardo. I suoi nemici si impegnarono quindi con tutte le loro forze per privare il Messaggero (s.a.s.) del suo sostegno. Per questo continuarono per lungo tempo a esercitare pressioni su Abu Talib, ma ogni volta fallirono.

Una volta, una potente delegazione composta da personaggi di primo piano come ʿUtba e Shayba, i due figli di Rabīʿa, Abū Sufyān ibn Ḥarb, Abū al-Bukhtarī, al-Aswad ibn ʿAbd al-Muṭṭalib, Abū Jahl, al-Walīd ibn al-Mughīra, Nabīh e Munabbih, i due figli di Ḥajjāj ibn ʿĀmir, e ʿĀṣ ibn Wāʾil, si presentò da Abū Ṭālib e disse:

«O Abū Ṭālib, tuo nipote insulta i nostri dèi e idoli, critica la nostra religione, considera stolti i nostri antenati e li definisce traviati. Ora ti chiediamo: o lo trattieni dall’eccedere contro di noi, oppure ce lo consegni. Infatti, quanto a credo e convinzioni, anche tu appartieni al nostro stesso gruppo e sei suo oppositore. Se tu non riesci a tenerlo a bada, noi certamente ci riusciremo.»

Abū Ṭālib ascoltò tranquillamente tutto il discorso e congedò la delegazione dopo averla persuasa e rassicurata. Il Messaggero, pace e benedizioni su di lui, continuò il suo compito come sempre, mentre i Quraysh cominciarono a infuriarsi sempre più. Leggete attentamente il discorso della delegazione. Noterete quanta profonda emozione vi fosse all’opera. Vi era stata avanzata una richiesta estremamente pressante. Da questo discorso si comprende che i nemici dell’Islam avevano predisposto un piano speciale per fomentare la gente. Avevano sollevato slogan e accuse tali che, non appena udite, la folla sarebbe esplosa d’ira e si sarebbe infuriata e agitata terribilmente contro il Messaggero, pace e benedizioni su di lui. La storia è testimone del fatto che ogni volta che è stata organizzata una guerra contro l’Islam, sono sempre state diffuse alcune informazioni fuorvianti allo scopo di istigare il popolo.

Una di queste informazioni fuorvianti era che si stavano ferendo i sentimenti religiosi della gente e insultando i suoi dèi.

La seconda era che si stavano criticando i difetti della religione tradizionale e ancestrale.

La terza era che si stavano umiliando gli antenati.

I politeisti della Mecca avevano raccolto tutti questi elementi capaci di suscitare agitazione. Sebbene nella rivelazione discesa sul Messaggero, pace e benedizioni su di lui, non si insultassero gli dèi dei Quraysh, anzi si proibisse ai musulmani di insultarli, essi cercarono comunque di esasperare la gente definendo insulti le prove e gli argomenti presentati contro quegli dèi. Egli non aveva umiliato i loro antenati; aveva soltanto detto che non è affatto saggio conservare qualcosa semplicemente con il pretesto che è stata tramandata di generazione in generazione. Ma anche questa affermazione fu considerata un’umiliazione degli antenati. Allo stesso modo, tutto ciò che il Messaggero, pace e benedizioni su di lui, aveva detto per dimostrare la ragionevolezza del tawḥīd e l’irragionevolezza dello shirk, nonché l’analisi della religione tradizionale da lui compiuta in risposta alle domande degli stessi politeisti, fu presentato come una ricerca dei difetti della religione tradizionale.

Un’altra volta arrivò un’altra delegazione. Anch’essi ripeterono le stesse vecchie accuse e dissero:

«O Abu Talib, tu sei il più anziano tra noi e anche il più eminente e onorato per rango e dignità. Ti avevamo chiesto di salvarci dalle angherie di tuo nipote, ma non hai fatto nulla. Per Dio, non possiamo più sopportare che i nostri padri e antenati vengano insultati, che i nostri progenitori siano definiti stolti e che le nostre divinità vengano criticate in questo modo. Se non lo fermerai, ci occuperemo sia di lui sia di te. O resteremo noi in vita, oppure resteranno in vita Muhammad e i suoi sostenitori. [Sīrat Ibn Hisham, vol. I, p. 108]»

Abu Talib chiamò allora il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) e gli riferì ogni cosa. Poi gli disse, supplicandolo con grande insistenza: «Nipote mio, non impormi un peso che non posso portare». A quel punto si trovò ad affrontare una situazione in cui persino il suo unico rifugio sembrava vacillare. Apparentemente era giunto il momento più pericoloso per il movimento islamico. Ma osservate con quale profonda sincerità e incrollabile determinazione, egli disse:

«Caro zio, per Dio, anche se mi offrissero il sole nella mano destra e la luna nella sinistra per convincermi ad abbandonare questa missione, non la abbandonerei. La mia missione terminerà soltanto il giorno in cui Dio mi concederà la vittoria in essa; altrimenti perirò continuando a impegnarmi e a lottare per questa causa».

Attraverso queste parole del Messaggero (pace e benedizioni su di lui) possiamo ascoltare la voce vigorosa di quella forza autentica che sconvolge la storia, frantuma ogni resistenza e cospirazione e raggiunge il proprio obiettivo. È deplorevole che i Quraysh non abbiano percepito la presenza di questa forza. Abu Talib, influenzato dal suo irresistibile effetto, disse: «Va’, nipote mio, invita la gente a ciò che ritieni giusto. Non ti lascerò mai senza sostegno, in nessuna circostanza».

Dopo qualche tempo giunse un’altra delegazione, accompagnata da ʿAmara ibn al-Walid. Questa volta vennero con un piano insolito. Dissero ad Abu Talib: «Ecco il giovane più robusto e avvenente della tribù dei Quraysh. Prendilo con te: la sua intelligenza e la sua forza ti saranno molto utili. Adottalo come tuo figlio e, in cambio, consegnaci Muhammad. Egli si è ribellato alla religione tua e dei tuoi quattordici antenati, ha seminato discordia e disordine tra gli abitanti del tuo paese e ha definito stolti i loro antenati. Noi vogliamo ucciderlo. Ti offriamo un uomo in cambio di un altro uomo. [Ibn Hisham, vol. I, p. 279]»

Osservate il modo in cui ragionavano quelle persone. Una personalità sublime come Muhammad (pace e benedizioni su di lui) era trattata come una merce commerciale, e Abu Talib come se non fosse suo zio, ma un commerciante! Le parole dei delegati ferirono profondamente i sentimenti di Abu Talib. Egli disse: «Volete che io allevi e accudisca con affetto vostro figlio, mentre voi prendete mio nipote e lo sgozzate. Una cosa simile non potrà mai accadere». Alla fine, l’episodio si concluse con uno scambio di parole concitate. Persino all’interno della delegazione sorse un disaccordo.

A quel punto i Quraysh cominciarono a incitare tutte le tribù in cui viveva qualche musulmano a perseguitare i compagni del Messaggero (pace e benedizioni su di lui). Iniziňiarono a sottoporli a dure persecuzioni per farli rinunciare all’Islam. Soltanto il Messaggero fu protetto da Dio sotto la tutela di Abu Talib. Vedendo l’atteggiamento dei Quraysh, Abu Talib si agitò e chiese ai Banu Hashim e ai Banu Abd al-Muttalib di garantire la sicurezza della vita del Messaggero (pace e benedizioni su di lui). La gente si radunò e si preparò a proteggere Muhammad (pace e benedizioni su di lui). Tuttavia, a causa della forte opposizione di Abu Lahab, non fu possibile giungere ad alcuna decisione definitiva.

In seguito, quando due personalità influenti tra i nemici, come Hamza e ʿUmar, aderirono al movimento islamico, nel campo avversario si riaccese una furiosa irritazione. Divenne evidente che il movimento guidato da Muhammad (pace e benedizioni su di lui) aveva cominciato a entrare in ogni casa. Bisognava dunque fare qualcosa. Abu Talib era allora malato a letto. Essi si recarono da lui. Questa volta il loro piano consisteva nel concludere con il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) un accordo secondo cui egli non avrebbe interferito nei loro affari, e loro non avrebbero interferito nei suoi; egli non avrebbe avuto alcun rapporto con la loro religione, e loro non ne avrebbero avuto alcuno con la sua. Fu convocato il Messaggero. Dopo aver ascoltato le richieste dei Quraysh, egli disse:

(Arabo: *********)

«O capi dei Quraysh, accettate quest’unica parola da parte mia e vedrete che tutta l’umanità, arabi e non arabi senza distinzione, si sarà sottomessa a voi.»

Immaginate per un momento quale ambiente mortale fosse quello. Quale situazione terribile, lacerata dal veleno delle cospirazioni e dell’opposizione. Eppure, quanto profonda e incrollabile era, nel cuore del Messaggero (pace e benedizioni su di lui), la fiducia nella forza intrinseca e nelle potenzialità della sua missione. Come se, stando nel buio più fitto della notte, dicesse con assoluta certezza: il sole sorgerà proprio ora. Non solo: osservate anche quanto apparissero luminose davanti a lui non soltanto le dimensioni religiose del suo ideale, ma anche quelle sociali e politiche.

Abu Jahl esclamò bruscamente: «Sì, per la vita di tuo padre, non una sola, ma dieci parole andranno bene.»

Un altro disse: «Per Allah, quest’uomo non sembra disposto ad accettare alcuna proposta secondo i vostri desideri.»

Poi se ne andarono, delusi. Tuttavia, dalle parole della delegazione emersero chiaramente alcune cose. Primo: erano stati costretti ad accettare il movimento islamico come una forza, e risultava molto meglio trovare un modo per il compromesso e la coesistenza, piuttosto che tentare invano di abbatterlo. Secondo: i Quraysh, nonostante tutte le loro persecuzioni, oppressioni e cospirazioni, avevano cominciato a rendersi conto della propria impotenza.

Questa era la situazione dello stesso Messaggero (pace e benedizioni su di lui). D’altra parte, si cercava di privare della protezione anche quei suoi compagni che vivevano sotto la tutela dell’uno o dell’altro protettore.

Per esempio, anche Hazrat Abu Salama si trovava sotto la protezione di Abu Talib. Arrivarono alcuni membri della sua tribù, i Banu Makhzum. Dissero: «Abu Talib, non hai consegnato tuo nipote nelle nostre mani. Ma quale diritto hai di impedire che venga toccato un membro della nostra tribù?» Abu Talib rispose: «È mio nipote e mi ha chiesto protezione. Voi lo stavate opprimendo. Per Allah, o smetterete di opprimerlo, oppure farò tutto ciò che è necessario per proteggerlo.»

Analogamente, una volta, dopo l’inizio dell’egira in Abissinia, Hazrat Abu Bakr, esasperato dalla soffocante situazione della Mecca, si mise in viaggio per lasciare la città. Dopo aver percorso una certa distanza, incontrò un uomo di nome Ibn ad-Dughunna. Quando questi gli chiese e seppe che anche lui stava emigrando, disse: «Una persona come te non dovrebbe lasciare la propria patria in questo modo. Tu aiuti i tuoi parenti nelle avversità, nutri gli affamati e vesti gli ignudi. Compi opere buone tu stesso e incoraggi anche gli altri a compierle». Ibn ad-Dughunna riportò così Hazrat Abu Bakr alla Mecca, garantendogli la protezione sotto la propria responsabilità, e dichiarò davanti ai Quraysh che Abu Bakr era sotto la sua tutela. A casa, egli sedeva nel luogo in cui pregava e recitava il Corano con una voce melodiosa. Nel frattempo, le lacrime gli scorrevano dagli occhi. Di conseguenza, chiunque ascoltasse la sua recitazione ne rimaneva colpito. A poco a poco, la cosa giunse alle orecchie dei Quraysh. Essi si recarono da Ibn ad-Dughunna e dissero: «Accogliendo Abu Bakr sotto la tua protezione, ci hai rovinati. Egli recita il Corano con una voce melodiosa e, ascoltandolo, le nostre donne e i nostri bambini ne rimangono influenzati. Non è necessario che tu continui a proteggerlo. Rimanda Abu Bakr a casa sua. Là faccia ciò che vuole. Noi non interferiremo». Ibn ad-Dughunna fu costretto a rimandare Abu Bakr, che Allah sia compiaciuto di lui, a casa sua. (Ibn Hisham)

Fronte negativo

I nemici dell’Islam erano impegnati in ogni sorta di cospirazioni per far fallire il più grande servizio all’umanità al quale era dedito il migliore degli uomini, Muhammad (pace e benedizioni su di lui). Nonostante tutto ciò, tuttavia, la sua opera di predicazione proseguiva e se ne raccoglievano comunque alcuni frutti. In queste circostanze fu costituita una cellula attiva di propaganda ostile. Nell’ambito di questa cellula, alcuni dei principali capi della Mecca iniziarono a rimanere vicino al Messaggero (pace e benedizioni su di lui). Il loro problema principale era che la Mecca costituiva il centro di tutta l’Arabia. Carovane provenienti da ogni luogo vi transitavano e si creavano continuamente nuove occasioni per la predicazione della verità. Le menzogne con cui i capi della Mecca ingannavano gli stessi abitanti della città non funzionavano con gli stranieri. Inoltre, tra i nuovi arrivati vi erano anche molte persone intelligenti e dotate di coscienza pura. Esse potevano valutare un messaggio esclusivamente secondo la ragione e il predicatore soltanto alla luce del suo comportamento, dei suoi modi e del suo carattere, giungendo a una decisione completamente indipendente, senza essere influenzate da alcun odio o da alcun evento storico. Non nutrivano alcuna ostilità o rancore nel cuore contro la predicazione e il movimento di Muhammad (pace e benedizioni su di lui), né vi era alcun motivo perché li nutrissero. In questa situazione, non sarebbe servito a nulla proteggere soltanto la Mecca dall’influenza della predicazione di Muhammad (pace e benedizioni su di lui), se la società araba al di fuori della Mecca avesse continuato a esserne influenzata. Nel Corano la questione è stata preannunciata così:

(In arabo*******)

«Non vedono forse che restringo da ogni lato il territorio sotto il loro dominio?» Da questo punto di vista, il periodo più preoccupante per loro era la stagione del pellegrinaggio. Le persone delle diverse tribù d’Arabia si riunivano alla Mecca a gruppi, sotto la guida dei loro capi. In quel periodo, il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) andava di tenda in tenda, incontrando i membri e i capi di quei gruppi e invitandoli alla fede. I capi del movimento reazionario e negativo, vedendo ciò, si consumavano dalla rabbia. Quando una volta si avvicinò la stagione del pellegrinaggio, i capi dei Quraysh si riunirono nella casa di al-Walid ibn al-Mughira e iniziarono a riflettere profondamente. Al-Walid pose il problema in questi termini:

«O gente dei Quraysh, la stagione del pellegrinaggio si avvicina. Dall’intera Arabia verranno qui da voi persone a frotte. Tutti hanno ormai saputo della questione di quest’uomo tra noi, Muhammad. Verranno quindi spinti dalla curiosità di conoscere bene la faccenda. Perciò prendete ora una decisione su questo argomento. Non mettetevi in disaccordo tra voi. Non deve accadere che uno continui a dichiarare falsa e a confutare la parola dell’altro».

I presenti dissero: «Parlate voi. Stabilite voi un programma d’azione. Noi agiremo di conseguenza».

Ma al-Walid insistette: «Discutete voi, io ascolterò».

Alla fine, la discussione ebbe inizio.

Un gruppo disse: «Noi pensiamo che Muhammad sia un indovino. È questo ciò che dobbiamo far credere alla gente venuta per il pellegrinaggio».

Walid: «No, per Allah, Muhammad non è un indovino. Abbiamo visto molti indovini. Muhammad non parla come gli indovini, con versi ritmati e in metro rimato».

La gente disse: «Allora diremo che è posseduto dai jinn».

Walid: «No, non è nemmeno posseduto dai jinn. Quando una persona è posseduta dai jinn, la gola le si contrae, le membra tremano e i pensieri sono confusi; in Muhammad non vi è nessuno di questi segni».

La gente disse: «Allora diremo che è un poeta».

Walid: «No, non mi sembra nemmeno che sia un poeta. Conosciamo poesie di ogni genere e di ogni metro. Di conseguenza, non è neppure un poeta».

La gente disse: «Allora diremo che è un mago».

Walīd: No, non è neppure un mago. Abbiamo visto molti maghi e la loro magia. Egli non pratica affatto i metodi della magia, come soffiare sugli incantesimi e usare amuleti.

La folla: Allora, o Abū ʿAbd al-Shams, dite voi che cosa dovremmo dire per condurre una campagna contro Muḥammad?

Walīd: Per Allah! Le sue parole sono davvero dolci. Le radici delle sue parole si estendono molto lontano e sui loro rami maturano molti frutti. Questa predicazione trionferà certamente. Non può essere sconfitta. Questa predicazione sopraffarà ogni altra cosa. Qualunque cosa diciate risulterà insignificante e vana. Tuttavia, tra tutte le cose che avete detto, l’ultima è quella che appare in qualche modo più appropriata. Direte che è un mago. Nelle sue parole c’è magia. Con le sue parole semina discordia e separazione tra padri e figli, tra mariti e mogli, tra fratelli, tra individui e tribù e tra tribù e tribù. (Queste parole alludevano alla predicazione dell’Islam. Infatti, sulla base di questa predicazione, nella società si erano formati due gruppi. La vera causa, tuttavia, era la cospirazione dei nemici dell’Islam.) Direte che proprio a causa della sua magia la gente lo tiene sotto boicottaggio. (Sīrat Ibn Hishām e Sīrat al-Muṣṭafā, Idrīs Kāndhalwī)

Osservate come si ordiscono complotti per condurre una falsa propaganda contro un uomo. Si trama per imporre con la forza proprio ciò che non è accettabile alla coscienza. In quella stessa assemblea si decise che, all’imbocco di ciascuna strada diretta verso Mecca, sarebbe rimasto seduto un gruppo. Avrebbero messo in guardia ogni delegazione riguardo a Muḥammad, pace e benedizioni su di lui, e alla sua predicazione. Il piano fu attuato. Ma il risultato fu l’opposto. Ogni informazione riguardante il Messaggero, pace e benedizioni su di lui, raggiunse ogni angolo dell’Arabia. Anche coloro che non ne sapevano nulla vennero a sapere che in Arabia era iniziata la predicazione di una nuova religione e che Muḥammad, pace e benedizioni su di lui, ne era il portabandiera.

Ora osserviamo, sul palcoscenico della storia, le attività dell’invitante all’Islam e dei propagandisti del movimento negativo che operavano contro di lui.

Rabīʿa ibn ʿUbāda racconta: «Allora ero giovane. Soggiornavo a Minā con mio padre. Vedevo il Messaggero, pace e benedizioni su di lui, recarsi presso le tende delle varie tribù arabe e dire: “O gente della tale tribù, io sono il Messaggero inviato da Allah a voi. Il mio invito per voi è: adorate soltanto Allah e non associateGli nessuno. Abbandonate tutti gli idoli che adorate. Credete in me, sostenetemi e garantite la mia protezione. Allora vi esporrò dettagliatamente tutto ciò per cui Allah mi ha inviato.”»

Il narratore dell’episodio riferisce: «Un uomo, vestito in abito ateniese, seguiva passo dopo passo il Messaggero, pace e benedizioni su di lui. Ogni volta che il Messaggero terminava di parlare, quell’uomo gridava immediatamente: “O ospiti della tale tribù, quest’uomo vuole allontanarvi da Lāt e ʿUzzā e condurvi verso una nuova religione e verso l’errore. Non ascoltatelo e non obbeditegli.

Vedendo questa scena, quel giovane chiese a suo padre: “Chi è l’uomo che corre dietro all’invitante? Egli confuta ogni sua parola.”»

Il padre risponde: «È lo zio di quell’uomo, Abu Lahab».

Il Messaggero, pace e benedizioni su di lui, partecipava anche a varie fiere, come quella del pellegrinaggio, per trarre qualche beneficio dagli incontri sociali. Una volta, recatosi alla fiera chiamata Dhul-Majaz, invitò la gente ad accettare la Kalima Tayyiba. Abu Jahl lo seguiva. Si era abbassato a tal punto nell’insolenza da prendere polvere e terra con le mani e gettarle sul volto del Messaggero, dicendo: «Non ascoltatelo. Vuole impedirvi di adorare al-Lat e al-‘Uzza». (Sīrat al-Nabī, Shibli Nu‘mani)

Udendo le notizie di questa vigorosa campagna di propaganda ostile, Abu Talib temette che la popolazione araba potesse iniziare a opporsi in modo organizzato. Perciò compose una lunga poesia e la appese alla porta della Kaaba. In essa, da un lato, dichiarava: «Io stesso non ho accettato la predicazione di Muhammad». Dall’altro proclamava: «In nessuna circostanza potrò abbandonare Muhammad. Se necessario, sacrificherò perfino la mia vita per lui». La maggior parte delle poesie di questo genere, raccolte sotto il nome di Abu Talib, è storicamente debole. Tuttavia non vi è motivo di dubitare che alcune loro parti siano autentiche. (Sīrat Ibn Hisham)

Reazioni avverse

Ogni volta che una persona importante arrivava alla Mecca, i nemici dell’Islam le si stringevano subito attorno e facevano tutto il possibile per proteggerla dall’influenza del Messaggero, pace e benedizioni su di lui. Ma nella maggior parte dei casi il risultato era l’opposto. Ritengo necessario menzionare alcuni episodi di questo genere.

Tufayl ibn Amr al-Dawsi era un uomo nobile e un poeta rinomato. Una volta, quando si recò alla Mecca per una visita, alcuni importanti capi dei Quraysh andarono a incontrarlo. Gli dissero: «Signor Tufayl, siamo lieti che sia venuto nella nostra città. Tuttavia, durante i pochi giorni che resterà qui, faccia un po’ di attenzione. Le attività di Muhammad, pace e benedizioni su di lui, sono diventate per noi insopportabili. Quest’uomo ha distrutto la nostra unità e rovinato i nostri interessi. Le sue parole sono come magia. Causa separazione tra padri e figli, tra fratelli e tra mariti e mogli. Siamo preoccupati per lei e per la sua tribù: temiamo che possiate cadere vittime dei suoi inganni. Pertanto, la cosa migliore è che lei non gli rivolga assolutamente la parola e non ascolti nulla di ciò che dice».

Tufayl racconta: «Poiché non avevo promesso loro che non avrei parlato con Muhammad e non avrei ascoltato nulla di ciò che diceva, non mi lasciarono in pace. Perciò, quando andavo alla Moschea Sacra, mi mettevo del cotone nelle orecchie. Un giorno, all’improvviso, vidi il Messaggero, pace e benedizioni su di lui, in piedi presso la Kaaba, intento a pregare. Mi avvicinai molto e mi fermai accanto a lui. Udii le parole dolcissime che recitava. Dissi tra me e me: “Sono forse un bambino ancora attaccato al seno di sua madre? Per Dio, sono un uomo dotato di ragione e intelligenza. Sono un poeta e possiedo la capacità di distinguere il bene dal male. Allora, chi può impedirmi di ascoltare le parole di Muhammad? Se ciò a cui invita è buono, lo accetterò; se invece è cattivo, lo rifiuterò”».

Trascorse un po’ di tempo in queste riflessioni. Al termine della preghiera, il Messaggero, pace e benedizioni su di lui, si avviò verso casa. Tufayl lo seguì. Lungo la strada gli raccontò tutto: quale cattiva propaganda era stata diffusa su di lui e come avessero cercato di tenerlo lontano dal Messaggero, pace e benedizioni su di lui. Giunti a casa, chiese di conoscere in dettaglio quale fosse l’invito del Messaggero. Il Messaggero gli spiegò il significato dell’Islam e gli recitò il Corano. Tufayl racconta: «Per Dio, non avevo mai ascoltato parole tanto belle, né avevo mai ricevuto un invito tanto autentico e veritiero. Ho abbracciato l’Islam». In seguito si recò presso la sua tribù e predicò l’Islam. Così tutta la sua tribù abbracciò l’Islam.

Tufayl divenne un predicatore così appassionato che, appena tornato a casa e incontrato il padre anziano, gli disse: «Anche tu non sei più mio padre, né io sono più tuo figlio». Il padre disse: «Che cosa dici? Che ti è successo, figlio mio!». Tufayl rispose: «Ora ho abbracciato la religione di Muhammad (pace e benedizioni su di lui) e ho intrapreso la via della sua obbedienza». Il padre disse: «Figlio mio, qualunque sia la tua religione, sarà anche la mia». Si lavò immediatamente e abbracciò l’Islam. Tufayl invitò all’Islam anche sua moglie, con lo stesso metodo. Anch’ella abbracciò l’Islam. In seguito, l’intera tribù ne fu coinvolta. Più tardi Tufayl si recò dal Messaggero (pace e benedizioni su di lui), gli raccontò l’intera vicenda e, menzionando i vari difetti morali della sua tribù, gli chiese di invocare su di loro il castigo. Ma il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) pregò per la loro guida e correzione, e ordinò severamente a Tufayl di continuare con pazienza a lavorare per correggere la propria tribù e di trattarla con gentilezza. (La sua tendenza a usare la coercizione nella predicazione dell’Islam non era conforme ai principi dell’azione islamica.) [Sīrat Ibn Hishām, vol. 1, pp. 407-409]

Considerate anche un altro episodio. Anche al-Aʿshā ibn Qays era un poeta illustre. Dopo aver sentito parlare molto del Messaggero (pace e benedizioni su di lui), si mise in viaggio verso Mecca con l’intenzione di abbracciare l’Islam. Aveva persino composto una poesia in lode del Messaggero (pace e benedizioni su di lui). Non appena al-Aʿshā entrò nei dintorni di Mecca, un politeista dei Quraysh (secondo Ibn Hishām, si trattava di Abū Jahl) lo avvicinò e lo interrogò sulle sue intenzioni. Al-Aʿshā disse: «Voglio recarmi da Muhammad (pace e benedizioni su di lui) e abbracciare l’Islam». Tra i due seguì una lunga conversazione. Per sondare l’atteggiamento di al-Aʿshā, il subdolo politeista disse: «Sappi che Muhammad vieta l’adulterio». Poiché neppure questo lo fece desistere, aggiunse: «Muhammad (pace e benedizioni su di lui) vieta anche di bere vino». Continuando a parlare di questo e di quello, indebolì la determinazione di al-Aʿshā. Alla fine riuscì a persuaderlo dicendogli: «Per questa volta, torna indietro. Vieni l’anno prossimo e abbraccia l’Islam». Al-Aʿshā tornò indietro, ma morì prima di poter rientrare a Mecca l’anno seguente.

L’episodio più divertente fu quello di ʿUrwa al-ʿArāshī. Quel pover’uomo era venuto a Mecca con un cammello. Aveva concluso con Abū Jahl l’accordo per la vendita del cammello, ma Abū Jahl continuava a tergiversare sul pagamento. Costretto dalle circostanze, egli si recò dai vari capi dei Quraysh, supplicandoli di fargli ottenere il prezzo del cammello. Nel cortile della Kaʿba Sacra era in corso un’assemblea dei Quraysh. Al-ʿArāshī si rivolse ai capi presenti e disse: «Qualcuno di voi vada da Abū Jahl e mi faccia avere ciò che mi deve. Sono uno straniero e sto subendo un’ingiustizia». Tra i partecipanti all’assemblea non c’era nessuno che osasse recarsi da Abū Jahl per far valere il diritto dello straniero. Perciò indicarono con il dito una persona e dissero: «Ecco, laggiù è seduto un uomo (Muhammad, pace e benedizioni su di lui); va’ da lui. Lui te lo farà ottenere». In realtà era soltanto uno scherzo, perché tutti sapevano quanto fosse feroce l’inimicizia tra Muhammad (pace e benedizioni su di lui) e Abū Jahl. Al-ʿArāshī si recò dal Messaggero (pace e benedizioni su di lui) e gli raccontò ogni cosa. Il Messaggero si alzò immediatamente e disse: «Vieni con me». Tutti rimasero in attesa per vedere che cosa sarebbe accaduto. Il Messaggero uscì dal Santuario Sacro, si diresse direttamente alla casa di Abū Jahl e bussò alla porta. Dall’interno giunse una voce: «Chi è?». Egli rispose: «Sono Muhammad. Esci. Devo parlarti urgentemente».

Abū Jahl uscì, con il volto impallidito dalla paura. Il Messaggero disse: «Dagli ciò che gli devi». Abū Jahl pagò immediatamente il debito, senza proferire parola. Al-ʿArāshī, felicissimo, tornò dagli uomini riuniti nel Santuario Sacro e raccontò loro l’intera vicenda.

Questo episodio si verificò grazie all’influsso del carattere immacolato di Muhammad (pace e benedizioni su di lui). Persino Abū Jahl lo riconobbe e lo dichiarò ai capi dei Quraysh riuniti. Disse: «Muhammad venne e bussò alla porta. Non appena udii la sua voce, per qualche ragione ebbi paura». (Ibn Hishām)

È facile immaginare quale effetto questo episodio dovette avere sullo stesso al-ʿArāshī e sugli abitanti di Mecca.

Grazie ai nuovi musulmani che erano emigrati in Abissinia, la predicazione dell’Islam aveva raggiunto quella regione. Da lì giunsero a Mecca venti cristiani. Incontrarono il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) nel Santuario Sacro. Egli parlò con loro, rispose alle loro domande, recitò loro il Corano e li invitò all’Islam. I loro occhi si riempirono di lacrime ed essi credettero senza esitazione. Quando si alzarono per uscire, fuori dalla moschea i Quraysh erano riuniti in capannelli. Abū Jahl disse alla delegazione abissina: «Quanto siete stolti! Avete abbandonato la vostra religione!». I membri della delegazione risposero: «Vi salutiamo. Non vogliamo entrare in disputa o conflitto con voi. La nostra via è diversa dalla vostra, e la vostra è diversa dalla nostra. Non vogliamo essere privati di un bene».

Temendo che i complottatori di Mecca organizzassero una resistenza violenta, l’intero episodio della seconda bayʿa di al-ʿAqaba fu compiuto nel cuore della notte, nella massima segretezza. Quando la delegazione giunta da Medina ebbe concluso la bayʿa e raggiunse il luogo in cui alloggiava, i capi dei Quraysh vi si recarono subito e li incontrarono. Il sistema di spionaggio dei Quraysh era così efficiente che essi erano venuti a conoscenza dell’intero episodio della bayʿa e dissero loro: «Volete portare via da qui Muhammad (pace e benedizioni su di lui) e, stringendogli la mano, avete giurato di combattere contro di noi. Ascoltate bene: se ci farete entrare in guerra con gli Arabi, ai nostri occhi non ci sarà nessuno più spregevole di voi». Gli Anṣār cercarono di mantenere la questione segreta. Così, per il momento, la faccenda non ebbe ulteriori sviluppi e gli Anṣār partirono per Medina. Ma i Quraysh continuarono a spiare e scoprirono tutte le informazioni. Inseguirono la carovana degli Anṣār e catturarono Saʿd ibn ʿUbāda e al-Mundhir ibn ʿAmr, conducendoli via con sé. Entrambi avevano promesso di diffondere l’Islam nelle rispettive tribù. I Quraysh legarono loro le mani dietro la schiena e li picchiarono duramente.

Saʿd ibn ʿUbāda raccontò: «In quella nostra situazione così dolorosa giunse un uomo dei Quraysh, alto e di bell’aspetto. Pensai tra me e me: “Se in questa tribù c’è una brava persona, probabilmente è lui; forse possiamo sperare di ricevere da lui un po’ di benevolenza”. Ma appena si avvicinò, mi diede un violento schiaffo. A quel punto capii che da quella gente non ci si poteva aspettare alcuna benevolenza. Alla fine, uno di loro mi chiese: “Tra i Quraysh non c’è nessuno con cui abbiate avuto in passato rapporti, amicizia o un accordo?”. Menzionai i nomi di al-Zubayr ibn Muṭʿim e al-Ḥārith ibn Ḥarb. Mi consigliò di chiamarli pronunciando i loro nomi. Così feci. Allora entrambi vennero e ci liberarono».

Da questi episodi si comprende quanto fossero attivi gli oppositori della predicazione islamica.

Il fronte della letteratura e della musica

Naḍr ibn al-Ḥārith era un altro dei principali artefici della campagna contro l’Islam. Per motivi commerciali si recava spesso in Persia. Da lì portava racconti storici e letterari sui sovrani non arabi. Poi, alla Mecca, organizzava incontri dedicati alla letteratura d’intrattenimento importata dal mondo non arabo, contrapponendola alla letteratura rivoluzionaria del Corano. In quegli incontri invitava la gente dicendo: “Che ve ne fate di ascoltare da Muhammad (pace e benedizioni su di lui) le vecchie storie ammuffite di ʿĀd e Thamūd? Venite da me: vi racconterò le divertenti storie del paese di Rustam e d’Isfandiyār”. Identificando Naḍr ibn al-Ḥārith come un personaggio umano ben definito, il Corano dice:

«Tra la gente vi è anche chi compra racconti frivoli e fuorvianti, per sviare gli uomini dalla retta via senza cognizione di causa e per deriderli». (Sura Luqmān: 6)

Una volta, in un’assemblea e alla presenza di Abū Jahl, questo Naḍr ibn al-Ḥārith pronunciò il seguente discorso sulla predicazione e sul movimento del Messaggero (pace e benedizioni su di lui):

«O assemblea dei Quraysh, oggi vi trovate di fronte a qualcosa contro cui nessuna delle vostre future strategie avrà successo. Un tempo Muhammad (pace e benedizioni su di lui) era un giovane amatissimo da tutti voi. Era più veritiero di tutti voi e più degno di fiducia e leale di tutti voi. Ma non appena raggiunse la maturità e presentò la sua predicazione, cominciaste subito a dire: “È un mago…”; cominciaste a dire: “È un indovino”; cominciaste a dire: “È pazzo”… In realtà, nulla di tutto ciò è vero. O assemblea dei Quraysh, riflettete ancora un po’ sulla vostra politica. Perché, per Dio, davanti a voi si è presentata una questione importante». (Sīrat Ibn Hishām)

Dal discorso di Naḍr ibn al-Ḥārith si comprende che considerava la predicazione del Messaggero (pace e benedizioni su di lui) qualcosa di straordinario ed era consapevole della grandezza del suo carattere. Tuttavia, calpestando la propria coscienza consapevole, tramava astuti complotti diabolici per opporsi alla predicazione del Messaggero. Capiva perfettamente che, per la gente comune, la letteratura d’intrattenimento e le attività culturali potevano contenere elementi più attraenti rispetto all’appello sincero di un movimento positivo e nobile, animato da uno scopo elevato. Per questo organizzava incontri dedicati alla letteratura d’intrattenimento e all’estetica. Naḍr ibn al-Ḥārith diceva: “Posso raccontare storie più avvincenti e divertenti di quelle di Muhammad”. Poi, quando narrava racconti stranieri, diceva: “In che cosa le storie di Muhammad (pace e benedizioni su di lui) sono migliori delle mie?”. Al contrario, derideva i racconti del Corano definendoli storie dei tempi antichi.

Non si fermò qui: comprò anche una schiava esperta nel canto e nella musica. Invitava la gente a mangiare e, dopo il pasto, faceva ascoltare loro il canto e la musica della schiava. Quando veniva a sapere che un giovane aveva iniziato a interessarsi all’Islam, conduceva da lui quella cantante e ordinava alla schiava: «Dagli da mangiare e da bere, intrattienilo con il canto e la musica e soddisfalo». Dopo aver organizzato simili spettacoli di arte e cultura, diceva con orgoglio: «È più piacevole ciò a cui invita Muhammad — pace e benedizioni su di lui — oppure ciò che organizzo io?». (Sirat al-Mustafa, Maulana Idris Kandhalvi, vol. I, p. 188)

In realtà, la forza vitale dell’Islam consiste nell’obbedienza ad Allah e nella moralità. In un ambiente di libera promiscuità tra uomini e donne e di oscenità, quella forza vitale muore. Un ambiente in cui tutta l’attenzione è concentrata sul mangiare e bere, sulla musica, sull’intrattenimento, sulle belle arti e sulla sessualità non può essere adatto alla da‘wa islamica. Per questo Nadr ibn al-Harith, da un lato, iniziò a raccontare storie d’intrattenimento e, dall’altro, riunì musica, mescolanza tra uomini e donne e oscenità.

Tuttavia, la letteratura d’intrattenimento non riesce a contrastare una da‘wa costruttiva e un movimento animato da buone intenzioni, né le belle arti, come la musica e simili, servono a qualcosa. Per qualche giorno ci furono un po’ di clamore e agitazione. Poi tutto tacque.

Dopo il fallimento della cospirazione di Nadr ibn al-Harith, su consiglio dei capi dei Quraysh egli andò dai sacerdoti ebrei di Medina. Disse loro: «Voi siete persone istruite e sapienti, mentre noi siamo ignoranti e analfabeti. Diteci come possiamo fermare il movimento islamico e come possiamo contrastare Muhammad — pace e benedizioni su di lui». Gli studiosi ebrei insegnarono loro di chiedere a Muhammad — pace e benedizioni su di lui — informazioni su Dhu al-Qarnayn e sui Compagni della Caverna, e di domandargli che cosa fosse lo spirito. Essi rivolsero al Messaggero — pace e benedizioni su di lui — quelle tre domande al momento opportuno, ed egli diede loro risposte soddisfacenti con l’aiuto della Rivelazione. Ma come si può contrastare l’ostinazione dei miscredenti? (Sira di Ibn Hisham)

Tentativi di compromesso

Dopo aver superato la fase iniziale della segretezza, quando il movimento islamico cominciò a diffondersi rapidamente e, in seguito, i vari tentativi di propaganda calunniosa e di violenza fallirono e si rivelarono inutili, gli oppositori iniziarono a rendersi conto che il movimento islamico era una forza invincibile e che presto avrebbe prodotto un grande cambiamento nel Paese. Perciò ricominciarono le iniziative, le organizzazioni e gli sforzi per vedere se fosse possibile trovare una via di conciliazione e di accordo, e porre fine a quel conflitto sulla base di concessioni reciproche tra le due parti. Tuttavia, in un movimento ideologico non vi è un margine di cedimento così ampio da consentire di trovare una via intermedia attraverso scambi e compromessi. Ciononostante, i capi del forum esaminarono accuratamente anche questa strategia, nella speranza di ottenere qualche vantaggio o concessione da qualche parte.

Per esempio, una delle loro proposte di compromesso era che il Messaggero — pace e benedizioni su di lui — non criticasse né condannasse le loro divinità e i loro idoli, e non interferisse nella loro religione. Avrebbe potuto inoltre impartire tutti i sermoni, gli ammonimenti e gli insegnamenti morali che desiderava, senza che vi fosse alcuna obiezione. In altre parole, avrebbe dovuto ritirare dal messaggio fondamentale della da‘wa l’affermazione che respinge la falsità. Il significato era che si sarebbe potuto pronunciare il nome di Allah, ma non si sarebbe potuto dire: «Non vi è altra divinità all’infuori di Allah» (la ilaha illa Allah). Non si sarebbe potuto sfidare la falsità delle idee su cui poggia la civiltà vigente. Si sarebbe dovuto lasciare intatto, così com’era, tutto ciò che di cattivo vi era nell’ambiente e negli elementi della società. La verità e la giustizia avrebbero dovuto essere presentate in una forma tale da non aprire la via alla rivoluzione e da eliminare ogni impulso rivoluzionario che potesse derivarne. Si sarebbe dovuto rendere inoffensivo il dialogo politico dell’Islam. Si sarebbe dovuto mantenere intatto l’ordinamento sociale e, sotto di esso, continuare il lavoro di riforma spirituale della società. L’idea era che dovessero essere conservati il predominio e la nobiltà di classe dei Quraysh, la loro supremazia e leadership politica ed economica, la leadership e il prestigio religioso, gli interessi acquisiti, nonché le posizioni e i privilegi ottenuti. Dopodiché, avresti potuto fare ciò che volevi. Ma se il movimento islamico avesse accettato queste condizioni, sarebbe scomparso da sé.

Da parte loro fu imposta anche la condizione di portare un altro Corano al posto di questo, oppure di modificarlo in modo tale da soddisfare le nostre richieste e le nostre pretese.

ائْتِبِقُرْآنٍغَيْرِهَٰذَاأَوْ

‘Porta un Corano diverso da questo, oppure apporta delle modifiche a questo.’ (Sura Yunus: 15)

La risposta che fu data dal Messaggero, pace e benedizioni su di lui, nel linguaggio della Rivelazione, fu: «Non ho il diritto di cambiare questo Corano secondo i miei desideri personali. Non posso seguire nulla se non ciò che mi viene rivelato. Se disobbedissi al mio Signore, potrei dover subire il castigo del terribile Giorno della Resurrezione. E chi è più ingiusto di colui che cerca di far passare per parola di Allah ciò che ha inventato di propria fantasia?»

Per trovare una via di compromesso, gli oppositori del movimento islamico avanzarono anche la richiesta che tu allontanassi da te le persone appartenenti agli strati inferiori della società. Se avessi allontanato coloro che fino al giorno prima erano nostri schiavi, allora avremmo potuto venire a sederci con te e ascoltare i tuoi consigli. Altrimenti, nella situazione attuale, non possiamo venire da te né ascoltare i tuoi discorsi. Le persone di basso rango ci sbarrano la strada, mentre presso di te si sono insediate come grandi capi. Riguardo a costoro, dicevano con scherno che sarebbero diventati gli eredi dei troni degli imperi romano e persiano! Non è che i politeisti fossero diventati impazienti di servire il movimento islamico. Il loro scopo era piuttosto spezzare l’entusiasmo di quei giovani pieni di vita che, innalzando lo stendardo della verità e della giustizia, correvano come folli, sacrificavano tutti i propri interessi, affrontavano con il sorriso ogni sorta di pericolo e calamità e dedicavano ogni respiro al conseguimento di questo nobile obiettivo; volevano inoltre privare il movimento islamico del loro servizio sincero.

Prima che questa proposta di compromesso ingannevole potesse avere alcun effetto sull’animo del Messaggero, pace e benedizioni su di lui, il Corano lo mise in guardia, spiegandogli che si trattava di un inganno consueto dei nemici dell’Islam. Si era fatto ricorso a questo stesso inganno con tutti i profeti precedenti. Nel versetto 27 della Sura Hūd si dice che una proposta esattamente dello stesso tipo fu fatta anche al profeta Noè, pace su di lui. Nel versetto 52 della Sura al-An’am il Messaggero, pace e benedizioni su di lui, viene esortato a non allontanare dalla propria compagnia, per compiacere i nemici dell’Islam, i compagni devoti che mattina e sera invocano il nome di Allah. Nel versetto 215 della Sura al-Shu’ara si dice di continuare a prendersi cura con affetto di questi tuoi seguaci sinceri. Persino nei primi dieci versetti della Sura Abasa il Messaggero, pace e benedizioni su di lui, viene rimproverato soltanto perché, mentre parlava con un miscredente influente, aveva mostrato disappunto per la domanda di un suo compagno cieco.

Una volta, in una riunione dei capi estremisti dei Quraysh, si stava riflettendo su questo argomento. In quel momento, dall’altra parte, il Messaggero, pace e benedizioni su di lui, era seduto da solo. Utba ibn Rabi’a disse ai capi dei Quraysh presenti alla riunione: «Se siete d’accordo, andrò a parlare con Muhammad. Gli presenterò alcune formule alternative, una delle quali forse accetterà. Se noi accettassimo quella proposta, forse non vorrebbe più scontrarsi e combattersi con noi». Si trattava chiaramente di un’iniziativa di compromesso. Probabilmente i Quraysh erano giunti a questo punto proprio a causa della conversione all’Islam di Hamza e della rapida espansione del movimento islamico. Con il consenso unanime dei presenti, Utba andò a parlare con il Messaggero, pace e benedizioni su di lui, nel modo seguente:

«O nipote, sai bene quanto ti stimiamo. In tutta la tribù occupi una posizione elevata. Anche per lignaggio hai diritto a essere considerato una persona eminente». Dopo aver pronunciato per qualche tempo queste parole lusinghiere, ma prive di un reale significato, Utba disse con tono di rimprovero: «Hai gettato la gente in una grande inquietudine. Hai fatto a pezzi la loro unità. Definisci sciocchi e idioti i loro capi. Hai trovato difetti nella loro religione e nelle loro divinità. Hai dichiarato miscredenti i loro antenati. Ora ascoltami. Rifletti sulle proposte che ti presento. Forse una di esse potrebbe risultarti accettabile». Il Messaggero, pace e benedizioni su di lui, disse: «Va bene. Parla. Ti ascolterò». Utba presentò quindi, una dopo l’altra, le seguenti proposte alternative:

«Se il tuo obiettivo è acquisire ricchezze, raccoglieremo per te una quantità tale di beni che diventerai più ricco di tutti noi.

E se con ciò desideri ottenere leadership e potere, siamo pronti a nominarti nostro capo e signore. Non prenderemo alcuna decisione su nessuna questione senza consultarti.

Se desideri diventare re del paese, siamo pronti anche a farti re.

E se il motivo fosse che sei sotto l’influsso di qualche jinn o di un altro essere simile, e che tali esseri invisibili hanno preso il sopravvento su di te, raccoglieremo delle contribuzioni per provvedere alle tue cure. Se poi guarirai, tanto meglio; altrimenti sarà dimostrata la nostra incapacità.»

Queste proposte conciliatorie riflettevano diversi atteggiamenti e concezioni. Gli oppositori del movimento islamico erano soliti nutrire concezioni di questo tipo. Da tali proposte emerge chiaramente che, secondo loro, vi erano due possibilità. Primo: il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) forse non intraprendeva consapevolmente e lucidamente un conflitto così grande con l’ordinamento sociale dell’epoca dell’ignoranza, ma lo faceva sotto l’influsso di qualche spirito o in stato d’incoscienza. Secondo: se invece intraprendeva consapevolmente e lucidamente tutte queste iniziative, allora il suo obiettivo doveva essere certamente ottenere un regno o il potere. Comunque, dopo aver ascoltato tutte le proposte, il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) disse: «O padre di Walid, hai finito di parlare?» Quello rispose: «Sì». Il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) disse: «Ora ascolta ciò che ho da dire». Utba disse: «Va bene, parla, ti ascolto». Il Messaggero (pace e benedizioni su di lui), lasciando da parte tutte le proposte, cominciò a recitare dall’inizio la sura Hā Mīm as-Sajda:

«Hā Mīm. Questa è una rivelazione inviata dal Misericordioso, il Compassionevole. È un Libro ben composto, i cui versetti sono tutti chiari. È un Corano in lingua araba, per le persone intelligenti. Questo Libro annuncia buone notizie ai credenti e cattive notizie ai miscredenti. Ma la maggior parte di loro si è allontanata e non presta ascolto. Dicono: “I nostri cuori sono contrari a queste verità verso cui ci inviti. Abbiamo pesanti tappi nelle orecchie e tra noi e voi vi è una barriera. Fa’ dunque ciò che devi fare, e anche noi faremo ciò che dobbiamo fare”. (Versetti 1-5)»

Finché il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) continuò a recitare, Utba rimase in silenzio, attento e concentrato, appoggiandosi sulle mani portate dietro la schiena. Quando giunse al versetto della prosternazione, smise di recitare e si prosternò. Poi disse: «O padre di Walid, hai ascoltato? Ora fai ciò che ritieni opportuno».

Dopodiché Utba si alzò e tornò dai suoi compagni. Non appena videro il volto di Utba, dissero: «Il volto di Utba è cambiato. Non è più quello che aveva quando è andato via». Con voce preoccupata gli chiesero: «Che cosa è successo?»

Utba disse:

‘Il fatto è che ho udito parole quali non avevo mai sentito in vita mia. Per Dio, non sono poesia, né magia, né parole di un indovino. O gente dei Quraysh, ascoltatemi. Parlo assumendomi pienamente la responsabilità: lasciate Muhammad nella sua condizione attuale e non perseguitatelo. Per Dio, dalle parole che ho udito scaturiranno certamente grandi conseguenze. Se gli Arabi uccideranno Muhammad, sarete liberati dalla sua minaccia per mano di altri. E se egli diventerà re degli Arabi, allora il suo regno sarà il vostro regno e la sua forza sarà la vostra forza. Grazie a lui, allora, diventerete la nazione più fortunata. (Sīrat Ibn Hishām, primo volume, pp. 313-314)

Da queste parole di ʿUtba si apprendono diverse questioni importanti. Primo: i grandi oratori e poeti letterati dell’Arabia di quell’epoca erano costretti a inchinarsi davanti alla superiorità e alla meravigliosa eloquenza della lingua del Corano. Secondo: finché gli oppositori non ascoltavano direttamente dalla bocca del predicatore il messaggio fondamentale dell’Islam, rimanevano influenzati da ogni sorta di velenosa propaganda e restavano saldi nella loro opposizione. Ma non appena qualcuno aveva l’opportunità di ascoltare direttamente una parte del messaggio autentico, il suo cuore lo accoglieva immediatamente. Terzo: ogni persona intelligente della società politeista riteneva che, sulla base delle parole della rivelazione, si sarebbe certamente compiuta una grande rivoluzione. Dietro di esse riuscivano a scorgere lo scenario di una rivoluzione completa e supponevano che, sulla base di questa parola, sarebbero stati fondati un impero e un sistema sociale, politico ed economico.

Ma, dopo aver ascoltato le parole di ʿUtba, nell’assemblea dei Quraysh cominciarono gli scherni e le beffe, e molti dissero: «Padre di Walīd, a quanto pare Muhammad ha fatto la magia anche a te». ʿUtba disse: «Vi ho già detto quale sia la mia opinione su di lui. Ora fate ciò che ritenete opportuno».

Qualche tempo dopo fu fatto un altro tentativo al riguardo. Un giorno, dopo il tramonto, tutti i grandi capi dei Quraysh si riunirono nel recinto della Kaʿba. Tra loro vi erano ʿUtba ibn Rabīʿa, Shayba ibn Rabīʿa, Abū Sufyān ibn Ḥarb, al-Naḍr ibn al-Ḥārith, Qanda, Abū al-Bukhtarī, al-Aswad ibn al-Muṭṭalib, Zumʿa ibn al-Aswad, al-Walīd ibn al-Mughīra, Abū Jahl ibn Hishām, ʿAbdullah ibn Umayya, ʿĀṣ ibn Wāʾil, Nabīh e Munabbih ibn al-Ḥajjāj (Banū Sahm), e Umayya ibn Khalaf. Mandarono a chiamare il Messaggero (s.a.). Egli venne da loro con il cuore colmo di una nuova speranza. Ma essi non dissero nulla di nuovo: ripeterono la proposta che era già stata avanzata tramite ʿUtba ibn Rabīʿa. Dopo averli ascoltati, il Messaggero (s.a.) rispose così: «La questione che mi riguarda è completamente diversa da ciò che state dicendo. Lo scopo del messaggio che vi ho portato non è ottenere ricchezze, assumere la leadership e il comando, né instaurare un regno. Dio mi ha inviato a voi come profeta e messaggero. Egli ha fatto scendere su di me il Libro e mi ha ordinato di essere per voi un ammonitore e un portatore di buone notizie. In conformità a ciò, vi ho trasmesso i comandamenti di Dio e ho adempiuto al dovere di consigliarvi sinceramente. Se accetterete ciò che vi ho portato, questo garantirà il bene per voi in questo mondo e nell’Aldilà. Ma se lo rifiuterete, avrò pazienza aspettando il successivo ordine di Dio, finché Dio non pronuncerà il Suo giudizio tra me e voi. (Sīrat Ibn Hishām, primo volume, p. 315)

Quando, dopo aver ascoltato questa risposta, videro che non vi era alcuna via per andare avanti, cominciarono a ricorrere a ogni sorta di sofismi. Per esempio, dissero: «Tu sai che il nostro paese è molto angusto. Qui l’acqua è scarsa e la vita è estremamente difficile. Chiedi a Dio di spostare quelle montagne, di ampliare il nostro territorio e di farvi sorgere fiumi come quelli dell’Iraq e della Siria. Chiedigli di riportare in vita i nostri antenati, in particolare Quṣayy ibn Kilāb. Egli infatti era molto veritiero e gli chiederemo se il tuo messaggio è vero o falso. Se in questo modo i nostri antenati tornassero in vita uno dopo l’altro e testimoniassero la verità del tuo messaggio, e tu facessi tutto ciò che stiamo chiedendo, allora ammetteremo che sei il Messaggero di Dio. Ma se non lo farai, allora fai scendere su di noi il castigo». In risposta a tutte queste richieste impossibili, il Messaggero (s.a.) ripeté più volte: «Non sono stato inviato per questo». Alla fine, quando il Messaggero (s.a.) si incamminò verso casa, anche suo cugino ʿAbdullah ibn Umayya andò con lui. Gli disse: «La gente della tua tribù ha voluto offrirti alcuni vantaggi, ma tu non ne hai accettato nemmeno uno. Ora, per Dio, non crederò più in te, nemmeno se ti vedessi salire al cielo per una scala applicata al firmamento. E anche se ti vedessi con i miei occhi scendere dal cielo e venissero con te quattro angeli a testimoniare la tua veridicità, non crederei comunque. Per Dio, anche se dovessi credere, non penso affatto che finirei davvero per diventare tuo sostenitore». (Sīrat Ibn Hishām)

Dopodiché il Messaggero (s.a.) tornò a casa profondamente addolorato.

Un altro episodio di questo genere ebbe luogo dopo il viaggio a Ṭāʾif. In quel periodo il Messaggero (s.a.) uscì dalla Mecca e iniziò a predicare e a trasmettere il messaggio presso le tribù vicine, tra cui Banū Qanda, Banū Ḥanīfa e altre. Quando si recò a predicare presso la tribù dei Banū ʿĀmir, incontrò il loro capo, Buḥayra ibn Firās. Buḥayra ascoltò il messaggio del Messaggero (s.a.). Poi disse ai suoi sostenitori: «Per Dio, se riuscissi a conquistare questo giovane della tribù dei Quraysh, per mezzo suo conquisterei tutta l’Arabia». Poi chiese al Messaggero (s.a.): «Se noi accettassimo questo messaggio e tu prevalessi sui tuoi oppositori, dopo di te tutta l’autorità dell’Islam passerebbe nelle mie mani?»

È significativo che, non appena ebbe ricevuto il breve messaggio iniziale, quell’uomo si fosse convinto che si trattava di un messaggio capace di creare una rivoluzione. Esisteva anche la possibilità che trionfasse e, in caso di vittoria, che contribuisse a realizzare i suoi interessi. Fu per queste considerazioni che nella mente di Buḥayra si sviluppò un atteggiamento tipico dell’uomo d’affari. Ma il Messaggero (s.a.) era semplicemente un predicatore. Non aveva certo aperto un’attività politica. Perciò rispose:

«Ciò dipende dalla volontà di Allah. Dopo di me, Egli nominerà chi vorrà.»

Bukhayra disse:

«Benissimo! Oggi combatteremo contro tutti gli abitanti dell’Arabia. Poi, non appena la tua causa sarà vittoriosa, saranno altri ad accaparrarsi vantaggi e opportunità. Vattene. Noi non abbiamo alcun interesse in questa faccenda.» (Rahmatullil-‘Alamin, primo volume, p. 89)

Se il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) fosse stato un predicatore non politico, oppure si fosse dedicato alla purificazione morale della società secondo il metodo sufi o quello dei pir e dei murid, avrebbe risposto molto semplicemente: «Ehi, amico, che razza di sogni stai facendo? Questo è un lavoro di riforma compiuto dagli uomini di Allah. Da dove nasce la questione dell’interesse personale e dei vantaggi? Come si può mai parlare di successione, di leadership o di comando?». Il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) sapeva quanto fosse vasta la portata del suo movimento e quanto grandi fossero le sue possibilità politiche. Allo stesso modo, chiunque parlasse con lui si rendeva conto della destinazione finale di questa da‘wa.

Il vantaggio che le forze avversarie cercavano di ottenere attraverso tutti questi diversi tentativi di compromesso era il seguente: se il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) avesse accettato un compromesso per trovare un modo di portare avanti il movimento in sicurezza o per salvare i suoi compagni dalle persecuzioni, la forza della sua da‘wa, in quanto movimento idealistico, sarebbe stata distrutta. Se invece avesse mostrato intransigenza, si sarebbe potuta diffondere la propaganda: «Popolo, guardate! Abbiamo offerto ogni sorta di vantaggi e trovato ogni mezzo per porre fine ai conflitti e alle discordie, ma quest’uomo è così ostinato da non accettare alcuna soluzione». In realtà, la posizione del Messaggero (pace e benedizioni su di lui) era estremamente delicata. Perciò il Corano, in risposta a tutte queste formule di compromesso,

continuava a rivolgere al Messaggero (pace e benedizioni su di lui) avvertimenti affinché mostrasse fermezza. In un passo, gli viene persino ordinato, con parole estremamente dure, di proteggersi dall’inganno degli avversari, e gli viene data anche la garanzia della protezione da parte di Allah in questa materia.

Nei versetti 74 e 75 della Sura Banī Isrā’īl, Allah dice:

«Se non ti avessi dato fermezza, non sarebbe stato improbabile che tu mostrassi loro una certa inclinazione. Se ciò fosse accaduto, ti avrei fatto assaporare una doppia punizione nella vita terrena e nell’Aldilà. Allora non avresti trovato nessuno che ti aiutasse contro di Me.»

In sintesi, grazie a un’estrema saggezza, abilità e pazienza, il Messaggero (s.a.s.) ha protetto il movimento da simili mercanteggiamenti.

La forma estrema della violenza

I nemici dell’Islam sono sempre stati disonesti quanto agli obiettivi e inconsistenti e privi di argomenti quanto alla logica. Il loro vero problema è l’egoismo e l’ossessione per il potere. Non appena qualcuno scende in campo con l’invito dell’Islam, essi gli si oppongono con tutte le loro forze e rispondono agli argomenti e alle prove con la violenza, il terrore e la prepotenza. Il movimento islamico opera attraverso la coscienza, l’intelligenza e la capacità di pensiero umane. Gli oppositori dell’Islam, invece, cercano di ostacolarne il cammino con l’ira, la vendetta, l’emozione e l’agitazione. Se una forza intraprende anche la minima attività per apportare un cambiamento all’ordinamento sociale e statale vigente, deve subire i colpi dei custodi e dei sostenitori di tale ordinamento. Ma, poiché l’invito dell’Islam chiama a una trasformazione ampia e totale, i dirigenti dello Stato e della società esistenti vengono presi da una sorta di intensa frenesia. Alla Mecca si manifestò proprio questa situazione. Sebbene la violenza fosse iniziata già con l’avvio dell’invito pubblico, col tempo aumentarono la ferocia dell’ignoranza preislamica e il livello delle persecuzioni contro i musulmani. Nel giro di cinque o sei anni, la Mecca si trasformò, per coloro che avevano accettato l’Islam, in una fornace ardente. Dopo la morte di Khadija e del signor Abu Talib, il potere consumante di quella fornace assunse una forma ancora più intensa e terribile. In misura maggiore o minore, nessuno sfuggì alle sue fiamme. Bruciati, arsi e lentamente fusi in quella fornace, essi si trasformarono in oro puro. Sebbene la parte più grande del calore di quella fornace fosse sopportata dallo stesso Muhammad (s.a.s.), il leader del movimento, anche i suoi compagni non ne soffrirono poco. Dalle fonti storiche apprendiamo ben poco delle terribili persecuzioni inflitte ai nobili Compagni. Tuttavia, anche ciò che si apprende dalla storia è raccapricciante. Qui riferisco brevemente alcune delle persecuzioni perpetrate dai nemici dell’Islam.

Il Messaggero (s.a.s.) era sottoposto direttamente, in ogni momento, a svariate forme di oppressione. Ma anche le sofferenze inflitte ai suoi compagni ferivano indirettamente, colpo dopo colpo, il suo cuore sensibile. Ora osservate chi fu sottoposto a quali persecuzioni.

Khabbab ibn al-Aratt al-Tamimi fu venduto come schiavo nell’epoca dell’ignoranza preislamica. Una donna di nome Umm Numar lo acquistò. Quando la casa di Arqam era il centro del movimento islamico e da lì il Messaggero (s.a.s.) dirigeva tutte le attività organizzative, Hazrat Khabbab abbracciò l’Islam. I coreisciti stendevano braci ardenti e lo facevano sdraiare su quel letto di fuoco. Subito dopo un uomo gli si metteva in piedi sul petto, affinché Khabbab non potesse girarsi su un fianco. Alla fine le braci si spegnevano proprio sotto la sua schiena. In seguito, quando Khabbab (r.a.) mostrò una volta la schiena a Hazrat Umar (r.a.), questi vi vide macchie bianche simili a quelle della lebbra. Di professione era fabbro. Dopo aver abbracciato l’Islam, quando chiedeva a diverse persone di saldare i propri debiti, esse rispondevano: finché non romperai i rapporti con Muhammad (s.a.s.), non riceverai neppure un soldo. In questo modo veniva sottoposto a una persecuzione economica. Ma quel soldato della verità rispose: «Per me è assolutamente impossibile».

Bilal, di stirpe africana, era schiavo di Umayya ibn Khalaf. Quando il sole arrivava esattamente allo zenit, lo facevano sdraiare sulla sabbia rovente del deserto arabico e gli ponevano una pesante pietra sul petto, così che non potesse girarsi su un fianco. Umayya gli diceva: «Rinuncia all’Islam, altrimenti finirai così». In risposta, Hazrat Bilal (r.a.) gridava soltanto: «Ahad, Ahad» («Dio è Uno, Dio è Uno»). Questo faceva aumentare ancora di più la collera di Umayya. Gli legava una corda al collo e aizzava contro di lui i ragazzi sregolati della città. Essi lo trascinavano per le strade e i vicoli. Ma quell’uomo devoto, innamorato di Allah, continuava anche in quelle condizioni a proclamare ad alta voce: «Ahad, Ahad». A volte lo avvolgevano in una pelle di bue, altre volte gli facevano indossare un’armatura di ferro e lo lasciavano seduto sotto il sole cocente. Hazrat Abu Bakr (r.a.) lo acquistò in cambio di un altro schiavo e lo liberò.

Ammar ibn Yassir discendeva dalla tribù di Qahtan. Suo padre Yassir era giunto dall’Yemen nell’Hijaz insieme ai suoi due fratelli, alla ricerca di un altro fratello scomparso. In seguito i due fratelli tornarono nello Yemen. Yassir, invece, rimase alla Mecca dopo aver stretto un’alleanza con Abu Hudhayfa al-Makhzumi e qui si sposò. In seguito Yassir e tutta la sua famiglia abbracciarono l’Islam. Poiché alla Mecca Ammar ibn Yassir non aveva alcun parente o sostenitore, veniva sottoposto a terribili persecuzioni. Come punizione per aver abbracciato l’Islam, anche lui veniva fatto sdraiare sulla sabbia rovente. I coreisciti lo picchiavano fino a farlo svenire. Anche i suoi genitori venivano sottoposti allo stesso tipo di torture fisiche. Lo immergevano nell’acqua. Lo facevano sdraiare persino sulle braci ardenti. Il Messaggero (s.a.s.) gli accarezzava teneramente la testa, pregava per lui e gli annunciava la buona novella del Paradiso. Secondo la narrazione di Hazrat Ali (r.a.), il Messaggero (s.a.s.) diceva: «Ammar è pieno di fede dalla testa ai piedi». La madre di Hazrat Ammar, Hazrat Sumayya (r.a.), fu uccisa per aver abbracciato l’Islam.

Abu Jahl la uccise personalmente colpendola con una lancia, in modo estremamente barbaro. Questo fu il primo martirio nella storia dell’Islam. Anche il padre di Hazrat Ammar, Hazrat Yassir, morì martire a causa delle torture subite.

Aveva abbracciato l’Islam insieme a Suhayb e ʿAmmār. Veniva picchiato così brutalmente da perdere l’equilibrio mentale. Al momento dell’Egira, i Quraysh gli permisero di emigrare a condizione che lasciasse loro tutti i suoi averi e i suoi mezzi di sostentamento. Suhayb (ra.) accettò di buon grado questa condizione e si recò a Medina a mani vuote.

Abu Fukayha Suhali era lo schiavo di Safwan ibn Umayya. Fu contemporaneo di Hazrat Bilal nell’abbracciare l’Islam. Una volta gli fu posta sul petto una pietra così pesante che la lingua gli sporgeva dalla bocca. Talvolta gli mettevano ai piedi catene di ferro e lo lasciavano disteso prono sulla sabbia rovente. Hazrat Abu Bakr (ra.) lo acquistò e lo rese libero.

Prima che Hazrat Umar (ra.) abbracciasse l’Islam, nella sua famiglia c’era una schiava di nome Lubayna. Umar (ra.) si stancava di picchiarla con estrema crudeltà. Poi diceva: «Non ti ho lasciata andare per compassione, ma perché mi sono stancato».

Nella famiglia di Hazrat Umar c’era un’altra schiava, di nome Zunaira. Per aver abbracciato l’Islam, Hazrat Umar (ra.) la picchiava anch’egli con estrema crudeltà. Una volta Abu Jahl la picchiò così tanto da farle perdere la vista. Tuttavia, secondo una narrazione, per la benedizione della fede Allah l’Altissimo le restituì presto la vista. Hazrat Abu Bakr al-Siddiq la acquistò anch’egli e la rese libera.

Due schiave, di nome Nahdiyya e Umm ʿUbayس, subirono anch’esse torture terribili per aver abbracciato l’Islam.

Hazrat ʿUthmān era una persona rispettabile per età e onore, ed era inoltre dotato di immense ricchezze e di una posizione prestigiosa. Tuttavia, quando abbracciò l’Islam, suo zio paterno lo legò con una corda e lo picchiò.

Non appena abbracciò l’Islam, Hazrat Abū Dharr si recò alla Kaʿba e lo proclamò pubblicamente. Immediatamente, i terroristi coreisciti si avventarono su di lui e lo picchiarono fino a farlo cadere a terra privo di sensi.

Suo zio avvolgeva Hazrat al-Zubayr ibn al-ʿAwwām in una stuoia e gli soffiava fumo nel naso come punizione per aver abbracciato l’Islam. Ma egli diceva con piena fermezza: «In nessuna circostanza tornerò alla miscredenza».

Quando suo cugino Saʿīd ibn Zayd abbracciò l’Islam, Hazrat ʿUmar lo legò con una corda.

Anche Saʿd ibn Abī Waqqāṣ subì torture insopportabili.

Dopo aver abbracciato l’Islam, ʿAbdullah ibn Masʿūd fu il primo a recitare ad alta voce il Corano nel recinto della Kaʿba. Non appena iniziò a recitare la sura ar-Raḥmān, i miscredenti gli si avventarono contro e cominciarono a colpirlo ripetutamente sul volto. Ciononostante, egli continuò la recitazione e tornò a casa con il volto ferito.

In un primo momento, ʿUthmān ibn Maẓʿūn era al sicuro perché si trovava sotto la protezione di al-Walīd ibn al-Mughīra. Ma, vedendo le terribili persecuzioni inflitte ai Compagni del Messaggero, pace e benedizioni su di lui, si disse: «Quando i miei compagni subiscono tante persecuzioni, perché mai dovrei vivere al sicuro sotto la protezione di un idolatra?». Disse ad al-Walīd ibn al-Mughīra: «Rinuncio alla tua protezione». Al-Walīd cercò di dissuaderlo: «Nipote, temo che qualcuno possa trattarti male». Egli rispose: «No, io resterò sotto la protezione di Allah. Non desidero la protezione di nessun altro oltre a Lui». Si recò alla Kaʿba e annunciò pubblicamente di restituire la protezione di al-Walīd ibn al-Mughīra. Poi andò a sedersi nell’assemblea dei Quraysh. Là il poeta Labīd stava recitando poesie composte da lui. Quando recitò: «Tutto tranne Allah è vano», ʿUthmān disse: «Hai detto il vero». Ma quando Labīd recitò il verso successivo: «Ogni benedizione è destinata a perire», ʿUthmān disse: «Questo lo hai detto erroneamente. Le benedizioni del Paradiso non periranno mai». Labīd si infuriò. Si guardò intorno cercando chi avesse osato rilevare il suo errore. Disse: «O Quraysh, chi ha mancato di rispetto al vostro poeta alleato in questo modo?». Uno di loro rispose: «È un certo sciocco apostata. Non badare alle sue parole». ʿUthmān non riuscì a rimanere in silenzio e gli diede una risposta appropriata. Allora quell’uomo si alzò e colpì ʿUthmān con un ceffone così violento da fargli perdere un occhio». Vedendo la scena, al-Walīd ibn al-Mughīra disse: «Se fossi rimasto sotto la mia protezione, oggi non avresti perso l’occhio in questo modo». ʿUthmān rispose: «Sono disposto a perdere anche l’occhio che mi è rimasto intatto. Colui sotto la cui protezione mi trovo è più possente e più forte di te».

Dopo aver abbracciato l’Islam, Hazrat Abū Dharr al-Ghifārī, animato da uno spirito rivoluzionario, si recò direttamente al Santuario Sacro e lì proclamò ad alta voce il suo nuovo credo e la sua nuova fede. I Quraysh, furiosi, dissero: «Picchiate questo rinnegato!». Subito cominciarono a picchiarlo. Volevano ucciderlo. Ma lo zio del Messaggero, pace e benedizioni su di lui, al-ʿAbbās, passava per caso da quelle parti. Disse: «Ehi, quest’uomo appartiene alla tribù dei Ghifār. Per i vostri commerci dovete passare proprio attraverso il loro territorio. Agite con un po’ di prudenza». A malincuore, i Quraysh si trattennero. Il giorno seguente egli proclamò nuovamente il proprio credo islamico e fu ancora una volta malmenato dalla folla.

Quando Hazrat Umm Shurayk abbracciò l’Islam, i suoi parenti la costrinsero a stare sotto il sole cocente. In quel periodo le davano pane con miele da mangiare, ma non le davano acqua, affinché sentisse maggiormente il caldo e subisse una punizione doppia. Trascorsero così tre giorni consecutivi. Nel colmo della sofferenza, quando le dissero di rinunciare all’Islam, le sue facoltà mentali erano ormai intorpidite. Non riusciva nemmeno a capire che cosa le stessero chiedendo. Alla fine, i persecutori indicarono il cielo e dissero: «Rinnega l’unicità di Allah». A quel punto comprese la loro richiesta e disse: «Sono salda e resterò salda nel mio credo e nella mia fede».

Dopo che Khālid ibn al-ʿĀṣ abbracciò l’Islam, suo padre lo picchiò fino a spaccargli la testa. Inoltre lo sottopose anche alla fame.

In breve, non ci fu nessuno che non dovesse affrontare una dura prova del fuoco. Come Hazrat ʿUthmān, anche Hazrat Abū Bakr e Ṭalḥa furono legati con una corda. Al-Walīd ibn al-Walīd, ʿAyyāsh ibn Abī Rabīʿa e Salama ibn Hishām furono sottoposti a severe persecuzioni e fu loro impedito persino di compiere l’egira. Anche le persecuzioni inflitte da Hazrat ʿUmar a sua sorella e a suo cognato furono disumane. I dettagli saranno esposti più avanti.

Da una parte osservate questa terribile persecuzione e, dall’altra, la fermezza dei portabandiera del movimento islamico. Chiunque — uomo o donna, schiavo o schiava — abbia accettato una volta questo invito, non è mai tornato indietro. Nessuna forma di oppressione o persecuzione ha potuto costringere una sola persona ad abbandonare l’Islam. Vediamo che, nel senso più autentico del termine, un impulso rivoluzionario si era diffuso nel loro midollo. La loro incomparabile pazienza aveva completamente vanificato il dispotismo oppressivo dei Quraysh. Chiunque rispondesse una volta all’appello dell’Islam vedeva nascere dentro di sé una persona completamente nuova e sentiva sorgere nel proprio cuore una nuova forza.

L’emigrazione in Abissinia

Ogni calamità e ogni sventura ha un limite oltre il quale non può essere sopportata. I portabandiera del movimento islamico stavano affrontando una dura prova del fuoco, e l’esempio di pazienza che avevano dato in quella prova sarebbe rimasto certamente memorabile per sempre. Ma non si vedeva alcun segno di tregua nella persecuzione e nell’oppressione; al contrario, esse si intensificavano continuamente. Il Messaggero, pace e benedizioni su di lui, soffriva nel vedere la difficile condizione dei suoi compagni, ma non aveva la possibilità di fare nulla. Il loro unico sostegno era la fiducia in Allah, una fede incrollabile nell’Aldilà, la ferma speranza nella vittoria finale della verità e una supplica colma di sentimento. Il Messaggero, pace e benedizioni su di lui, consolava i suoi compagni dicendo che Allah avrebbe certamente aperto una via, in un modo o nell’altro. All’apparenza, l’ambiente della Mecca stava diventando disperante e non si vedeva alcun segno che lasciasse sperare nella nascita di frutti sull’albero sacro del movimento islamico in quella terra sterile. Alla luce della situazione, appariva chiaramente che non vi era alcuna possibilità di porre a Mecca le fondamenta dello Stato islamico; forse quella fortuna era riservata a un’altra terra. Nella storia del movimento islamico era già presente il capitolo dell’emigrazione. Si poteva quindi supporre che anche il Messaggero, pace e benedizioni su di lui, e i suoi Compagni avrebbero forse dovuto lasciare la patria. Sebbene un’ideologia volta al bene dell’intera umanità nasca in un determinato Paese e presso un determinato popolo, essa si colloca al di sopra delle ristrettezze del nazionalismo e del regionalismo e non rimane confinata ad alcun Paese o popolo. Se gli abitanti di una determinata regione si dimostrano indegni, essa sceglie un’altra comunità per questo scopo. Tuttavia, non è nella prassi dei profeti abbandonare il centro dell’invito finché non ricevano da Allah un’autorizzazione o un ordine chiaro. Nonostante ciò, il Messaggero, pace e benedizioni su di lui, vedeva il conflitto tra oppressione e pazienza dirigersi verso una fase in cui la capacità umana di sopportazione avrebbe potuto esaurirsi. I musulmani attendevano con ansia l’arrivo dell’aiuto di Allah. In una situazione simile, egli consigliò ai Compagni: «Andatevene in qualche terra del mondo. Allah presto vi riunirà da qualche parte». Essi chiesero: «In quale terra andremo?». Il Messaggero, pace e benedizioni su di lui, indicò la direzione dell’Abissinia. Sapeva che il re di quel Paese era relativamente giusto e seguiva gli insegnamenti di Gesù, pace su di lui. Riteneva che proprio quel Paese fosse adatto all’emigrazione. Dell’Abissinia disse: «È una terra di sincerità e giustizia». (Sīrat Ibn Hishām)

Nel quinto anno della missione profetica, una carovana composta da undici uomini e quattro donne del gruppo rivoluzionario del Messaggero, pace e benedizioni su di lui, partì nel buio della notte alla volta dell’Abissinia, sotto la guida di Uthman ibn Affan. Anche Ruqayya, la nobile moglie di Uthman e figlia del Messaggero, pace e benedizioni su di lui, lo accompagnò in questo primo viaggio dell’emigrazione. Riguardo a questa nobile coppia, il Messaggero, pace e benedizioni su di lui, disse: «Dopo Lot e Abramo, questa è la prima coppia ad aver lasciato la patria per la causa di Allah». (Al-Mawāhib al-Ladunniyya, Raḥmat li-l-ʿĀlamīn)

Quando i Quraysh vennero a sapere della partenza di questa carovana, inviarono immediatamente degli uomini a inseguirla. Ma, giunti al porto di Gedda, scoprirono che, avendo trovato subito una nave, i suoi membri erano ormai fuori dalla loro portata. Questi emigranti rimasero in Abissinia per un periodo molto breve (da Rajab a Shawwal). Sentirono una voce secondo cui i Quraysh avevano accettato l’Islam, e perciò tornarono alla Mecca. Ma, non appena giunsero nei pressi della città, scoprirono che quella voce era falsa. Si presentò allora un grave problema. Alcuni entrarono in città di nascosto, altri con l’aiuto di diverse persone. Come inevitabile conseguenza del loro ritorno, la persecuzione riprese con una violenza ancora maggiore di prima.

In seguito, un’altra grande carovana emigrò in Abissinia. Essa comprendeva 85 uomini e 17 donne. In Abissinia trovarono un ambiente sicuro e iniziarono a vivere serenamente secondo l’Islam.

Ora osservate quanto lontano possa spingersi l’ostilità dei nemici dell’Islam. Si riunirono in assemblea e discussero l’intera questione. Decisero di inviare come emissari presso il re d’Abissinia Abdullah ibn Rabia e Amr ibn al-As. I due emissari avrebbero discusso con il re e riportato indietro gli emigranti. A questo scopo furono preparati doni preziosi per il Negus e i suoi cortigiani, e i due emissari partirono con grande sfarzo. Giunti in Abissinia, cospirarono con i cortigiani e i sacerdoti e li corruppero. Cercarono di convincerli dicendo: «Nel nostro Paese alcuni individui insolenti hanno provocato disordini religiosi. Sono pericolosi per la nostra religione ancestrale esattamente quanto lo sono per la vostra. Dopo che li abbiamo espulsi dal Paese, sono venuti a rifugiarsi qui da voi. Non si dovrebbe permettere loro di rimanere qui. A questo scopo, vi preghiamo di aiutarci». Cercarono di fare in modo che a corte non si discutesse dell’intera vicenda, che agli emigranti non fosse concesso neppure di parlare e che il re li consegnasse nelle mani dei Quraysh dopo aver ascoltato soltanto la versione unilaterale dei due emissari. A tale scopo ricorsero a tangenti e accordi segreti. Dopo aver assoggettato i cortigiani dietro le quinte, si presentarono davanti al Negus con i loro doni. Spiegarono così lo scopo della loro venuta: «I notabili della Mecca ci hanno inviati alla vostra corte per presentarvi questa richiesta: mandate con noi la nostra gente». I cortigiani e i sacerdoti appoggiarono immediatamente la loro richiesta. Ma il Negus rifiutò di agire sulla base di una pretesa unilaterale. Dichiarò senza ambiguità: «Non posso consegnarveli senza aver ascoltato la versione degli emigranti».

Il giorno seguente entrambe le parti furono convocate a corte. Quando l’invito del Negus giunse ai musulmani, essi si riunirono per consultarsi. Dissero: «Il re è cristiano, mentre noi differiamo da lui nelle nostre convinzioni, nella fede e nelle pratiche. In queste circostanze, che cosa gli diremo?». Dopo aver discusso, decisero: «Diremo esattamente ciò che il Messaggero, pace e benedizioni su di lui, ci ha insegnato; non ci discosteremo da ciò neppure della misura di un capello, qualunque sia la conseguenza». Riflettete su quanto fosse salda la loro fede. Anche nelle circostanze più difficili, rimanere saldi nella verità e nella sincerità è il comandamento di Allah. Quando poi gli emigranti giunsero a corte, non si prosternarono davanti al Negus, come prescriveva la consuetudine. I cortigiani protestarono e chiesero: «Perché non vi siete prosternati?». Ja’far, portavoce degli emigranti, rispose: «Noi non ci prosterniamo davanti a nessuno all’infuori di Allah. Persino al Messaggero, pace e benedizioni su di lui, rendiamo semplicemente il saluto, con semplicità». Osservate in quale situazione delicata veniva espressa questa audace manifestazione del puro monoteismo. Proprio davanti alla potenza dinanzi alla quale gli avversari ricorrevano all’astuzia, nascondendo la propria vera identità, essi dimostrarono senza timore una fedeltà idealistica e incrollabile ai propri principi.

A questo punto i due emissari della Mecca presentarono le loro accuse, sostenendo che questi emigrati erano fuggiaschi ricercati nel loro Paese. Avevano inventato una nuova religione e, sulla sua base, avevano provocato un tumulto distruttivo. Pertanto, dovevano essere consegnati nelle loro mani. Il Negus chiese ai musulmani: «Qual è la vostra situazione? Avete forse adottato una terza religione, oltre al cristianesimo e al paganesimo?»

Hazrat Jaʿfar si alzò come portavoce dei musulmani e chiese al Negus il permesso di rivolgere innanzitutto alcune domande ai due emissari della Mecca. Chiese che gli fosse consentito di porre loro tali domande. Ottenuto il permesso del Negus, procedette all’interrogatorio come segue:

Hazrat Jaʿfar: Eravamo forse schiavi di qualcuno alla Mecca, fuggiti dai nostri padroni? Se così fosse, dovremmo certamente essere riconsegnati a loro.

ʿAmr ibn al-ʿĀṣ: No, non siete schiavi, bensì uomini liberi e nobili.

Hazrat Jaʿfar: Abbiamo forse ucciso ingiustamente qualcuno? Se così fosse, dovremmo certamente essere riconsegnati agli eredi o ai tutori della vittima.

ʿAmr ibn al-ʿĀṣ: No, non avete versato neppure una goccia di sangue.

Hazrat Jaʿfar: Abbiamo forse rubato i beni di qualcuno? Se così fosse, siamo pronti a restituire quanto dovuto.

ʿAmr ibn al-ʿĀṣ: No, nessuno vanta nei vostri confronti neppure un centesimo.

Quando, attraverso questo interrogatorio, furono chiaramente rivelati lo stato morale e il livello dei musulmani, Jaʿfar pronunciò il seguente discorso:

«O re, eravamo un popolo ignorante e privo di saggezza. Adoravamo gli idoli, mangiavamo la carne degli animali morti, commettevamo adulterio, molestavamo i vicini, ci opprimevamo e ci perseguitavamo gli uni con gli altri, e i più forti tra noi sfruttavano e maltrattavano i più deboli. In tale situazione nacque tra noi un uomo della cui onestà, rettitudine, sincerità e nobiltà d’animo eravamo già certi. Egli ci invitò all’Islam e ci insegnò ad abbandonare l’adorazione delle pietre, a dire la verità, a porre fine allo spargimento di sangue, a non usurpare i beni degli orfani, a servire e aiutare i vicini, a non calunniare le donne virtuose, a pregare, a digiunare e a fare elemosine. Credemmo in lui, abbandonammo il politeismo e rinunciammo a ogni cattiva azione. Per questo nostro “delitto”, tutta la nostra gente divenne nostra nemica. Cercarono con la forza di ricondurci a quella precedente perdizione. In questa situazione siamo fuggiti nel vostro regno per salvare la nostra fede e la nostra vita. Se la nostra gente ci avesse permesso di restare nella nostra patria, non saremmo venuti. Questa è la nostra reale condizione.»

Quando una parola è vera e chi la pronuncia lo fa con sincerità e devozione, non può non influire sul cuore di chi ascolta. Il cuore del re timorato di Dio, come il Negus, si intenerì. Egli disse: «Fatemi ascoltare una parte del Libro che è stato fatto scendere su di voi». Jaʿfar recitò alcuni versetti dell’inizio della sura Maryam. Ascoltando quei versetti di Dio, il cuore del re si intenerì ancora di più e i suoi occhi si riempirono di lacrime. Esclamò spontaneamente: «Per Dio, questo messaggio e il Vangelo provengono dalla stessa fonte». Disse inoltre: «Muhammad è proprio il Messaggero di cui il profeta Gesù aveva annunciato la venuta. Sia lodato Dio, che mi ha permesso di vivere nell’epoca di quel Messaggero». Subito stabilì anche che non era possibile rimandare indietro gli emigrati. A quel punto l’udienza si concluse e i due emissari tornarono sconfitti. In seguito decisero entrambi di tentare ancora una volta. Il Negus era cristiano. Se fosse stata portata davanti alla corte la concezione dei musulmani riguardo a Gesù, non sarebbe stato strano che nel cuore del re si accendesse il fuoco dell’ostilità religiosa.

Il giorno seguente ʿAmr ibn al-ʿĀṣ si presentò nuovamente a corte. Per istigare il Negus, mosse ai musulmani l’accusa calunniosa di nutrire concezioni assai negative riguardo a Gesù. Il Negus convocò di nuovo i musulmani. Quando seppero quale fosse la situazione, furono presi dal dubbio e dall’esitazione: chissà quale sarebbe stata la reazione del Negus se avessero negato che Gesù fosse «il figlio di Dio»?

Ma anche questa volta la fermezza dei credenti impose loro di dire senza ambiguità ciò che era vero. Jaʿfar disse nel suo discorso:

«Il nostro Profeta ha detto: Gesù è servo di Dio, segno di Dio e Messaggero di Dio».

Dopo averlo ascoltato, il Negus prese da terra un filo d’erba e disse: «Gesù non è più di ciò che hai detto, neppure della quantità rappresentata da questo filo d’erba». I sacerdoti, vittime della congiura e asserviti da tangenti e doni, fremettero interiormente. A un certo punto dalle loro narici uscì uno strano rumore. Ma il Negus non se ne curò affatto. Ordinò chiaramente che tutti i doni fossero restituiti. I due rappresentanti della Mecca tornarono completamente sconfitti.

 

La conversione di ʿUmar all’Islam

Uno degli episodi più toccanti e importanti di questo capitolo sulla violenza è la storia dell’ira furiosa di ʿUmar. Quando il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) ricevette la missione profetica, ʿUmar aveva ventisette anni. L’Islam si diffuse molto rapidamente nella sua famiglia. Suo cognato Saʿīd fu il primo ad accettare l’Islam. Influenzata da lui, anche sua sorella Fāṭima divenne musulmana. Un’altra persona influente nella famiglia di ʿUmar, Nuʿaym ibn ʿAbd Allāh, trovò anch’egli rifugio sotto l’ombra dell’Islam. All’inizio ʿUmar non sapeva che l’Islam si stesse diffondendo in quel modo nella sua famiglia. Quando lo venne a sapere, divenne impaziente per la collera e si infuriò contro coloro che avevano abbracciato l’Islam. Picchiava la schiava della sua famiglia, Lubayna, per aver accettato l’Islam, fino a stancarsi; poi si riposava e ricominciava a picchiarla con rinnovato vigore.

Alla fine, un giorno prese la decisione più terribile: bisognava uccidere proprio il principale promotore di questo movimento. Secondo diverse fonti, in quel periodo Abū Jahl aveva promesso duecento cammelli a chi fosse riuscito a uccidere il Messaggero (pace e benedizioni su di lui), e ottenere quella ricompensa era uno degli obiettivi di tale decisione. Tuttavia, lasciarsi attirare da una simile avidità non era conforme al carattere di ʿUmar. Sembra piuttosto che volesse compiere quell’atto ritenendolo un servizio alla religione dei suoi antenati. Comunque sia, partì con la spada. Lungo il cammino incontrò Nuʿaym ibn ʿAbd Allāh, che riuscì a fermarlo. Nuʿaym gli disse: «Prima occupati di tua sorella e di tuo cognato, poi va’ dove vuoi». ʿUmar tornò immediatamente indietro e si diresse verso la casa della sorella. Quando arrivò, Fāṭima stava leggendo il Corano. Non appena udì i passi, smise di parlare e nascose le pagine del Corano. Appena entrato, ʿUmar le chiese: «Che cosa stavi leggendo?». La sorella rimase in silenzio. ʿUmar disse: «Ho scoperto che entrambi avete rinnegato la religione. Ora vi mostrerò io il divertimento». Detto questo, si scagliò contro il cognato. Quando la sorella accorse per proteggerlo, picchiò anche lei. Il corpo della sorella si ricoprì di sangue. Ma Fāṭima, guardando il fratello con gli occhi pieni di lacrime, gli disse con voce fiera:

«ʿUmar! Fa’ pure ciò che vuoi. Ma noi non possiamo abbandonare l’Islam».

Davanti a lui stava una donna con il corpo ferito, gli abiti insanguinati, gli occhi colmi di lacrime e il cuore pieno di emozione. Non soltanto una donna: sua sorella. E dalla sua bocca uscivano parole così ardenti! Riflettete: quale nuova ispirazione aveva infuso l’Islam persino in una donna indifesa. Di fronte a una scena tanto toccante, anche la formidabile forza di ʿUmar dovette arrendersi. La ferrea stretta della sua risolutezza d’acciaio si trasformò a metà strada in un nodo allentato. Disse: «Va bene, fammi ascoltare un po’ ciò che stavate leggendo». Fāṭima andò a prendere le pagine del Corano che aveva nascosto. Mentre leggeva, quando giunse a questo punto, “************”, egli esclamò spontaneamente: «Attesto che non c’è altra divinità all’infuori di Allah e attesto che Muḥammad è il Suo servo e il Suo Messaggero». Dopo aver abbracciato la fede, si diresse verso la casa di al-Arqam, centro del movimento islamico. Lì prestò giuramento di fedeltà al Messaggero (pace e benedizioni su di lui). I musulmani presenti, sopraffatti dalla gioia per l’accaduto, gridarono «Allāhu akbar» con tale forza che l’intera atmosfera della Mecca ne risuonò. I portatori della bandiera del movimento islamico uscirono da quel luogo e si dispersero per tutta la città della Mecca. Sentirono che la loro forza era aumentata. Subito dopo la conversione alla fede di ʿUmar, nella Kaʿba iniziò per la prima volta la preghiera comunitaria in pubblico.

ʿUmar godeva di una particolare considerazione tra i giovani della Mecca per la sua intelligenza e il suo temperamento appassionato. Il suo comportamento era colmo di sincerità e devozione. Anche l’ostilità che nutriva verso l’Islam nell’epoca dell’ignoranza non era motivata da interessi personali: la manifestava sinceramente, ritenendola giusta. Poi, quando la verità gli fu rivelata e il velo cadde dalla sua coscienza, innalzò la bandiera dell’Islam con piena devozione e sincerità. Sebbene, quando si opponeva, il suo atteggiamento fosse estremamente aggressivo e impetuoso, la sua acuta intelligenza e la sua coscienza limpida continuavano ad accogliere a poco a poco la luce della verità. Ogni evento che si verificava nell’ambiente della Mecca influenzava la sua anima, la scuoteva e la preparava ad accettare l’Islam. Da un lato, continuavano a giungergli notizie sull’invito all’Islam; dall’altro, la mentalità vile e abietta dei suoi oppositori diventava sempre più evidente ai suoi occhi. Inoltre, osservava da una parte il carattere puro e virtuoso del Messaggero (pace e benedizioni su di lui) e dei suoi compagni e dall’altra gli aspetti corrotti e oscuri del carattere degli oppositori dell’Islam. Questa osservazione comparativa, ripetuta continuamente, influenzava e scuoteva sempre più quel giovane meccano, dotato di una coscienza vigile e consapevole. Oltre a queste due scene generali e contrapposte della situazione, anche alcuni eventi particolari provocarono in lui una forte reazione.

Per esempio, Umm ʿAbd Allāh bint Abī Ḥathma si stava preparando a emigrare in Abissinia. Un giorno, in quel periodo, ʿUmar si presentò da loro e disse: «Umm ʿAbd Allāh, sembra che vi stiate preparando a lasciare la Mecca e ad andare altrove». Umm ʿAbd Allāh rispose: «Sì, è proprio così. Ci avete fatto molto soffrire e ci avete perseguitato duramente. Ora Allah ci ha aperto una via per salvarci». ʿUmar disse: «Che Allah sia con voi». Umm ʿAbd Allāh racconta: «Non ho mai più visto ʿUmar così profondamente addolorato come in quel momento. Provava una grande sofferenza nel vederci preparare all’esilio». Quando Umm ʿAbd Allāh riferì al marito, ʿĀmir ibn Rabīʿa, il profondo dolore di ʿUmar, ʿĀmir le chiese: «Vedendo questo cambiamento in ʿUmar, speri forse che accetti l’Islam?». Umm ʿAbd Allāh rispose: «Sì». ʿĀmir disse: «Colui che hai visto accetterà l’Islam quando anche l’asino di Khaṭṭāb accetterà l’Islam» (Khaṭṭāb era il nome del padre di ʿUmar). Umm ʿAbd Allāh racconta che una simile disperazione era nata a causa della crudeltà e della ferocia di ʿUmar nei confronti dell’Islam. (Sīrat Ibn Hishām, primo volume)

Ma chi può dire che questo episodio non abbia inferto un colpo poderoso alla coscienza di ʿUmar? Analogamente, da un altro racconto risulta che il suo cuore fosse stato influenzato dall’ascolto della recitazione del Corano da parte del Messaggero (pace e benedizioni su di lui). A questo proposito, egli stesso dichiarò quanto segue:

«Ero molto lontano dall’Islam. Nell’epoca dell’ignoranza ero dipendente dal vino e ne bevevo in quantità davvero eccessive. Ad al-Hazwara [all’epoca era un mercato della Mecca; oggi questa porzione di terreno fa parte della Moschea Sacra] tenevamo le nostre riunioni per bere, e lì si radunavano gli amici qurayshiti. Una notte, attirato dai miei compagni, mi recai a quella riunione. Cercai a lungo i miei compagni, ma non trovai nessuno. Poi mi ricordai di un venditore di vino e pensai di andare da lui a bere; ma non trovai neppure lui. Allora pensai di recarmi alla Kaʿba e di compiere lì sessanta o settanta circumambulazioni. Quando arrivai, vidi il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) che pregava. Era in piedi tra il Rukn al-Aswad e il Rukn al-Yamani, rivolto verso Bayt al-Maqdis. Improvvisamente desiderai ascoltare un po’ ciò che quell’uomo stava recitando. Entrai sotto il drappo della Kaʿba, mi avvicinai lentamente e cominciai ad ascoltare. Tra me e il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) non c’era altro che il drappo della Kaʿba. Quando ascoltai il Corano, il mio cuore si sciolse e i miei occhi si riempirono di lacrime. Proprio in quell’istante l’Islam entrò nel mio cuore. [Sīrat Ibn Hishām, vol. I, pp. 368-369]»

Nella parte restante di questo racconto si dice che Omar si recò immediatamente dal Messaggero (pace e benedizioni su di lui) e abbracciò l’Islam. In realtà, però, riguardo alla sua conversione, è corretta la narrazione citata in precedenza. Fu vedendo la fede, la pazienza e la fermezza di sua sorella che la sua mente e il suo cuore furono definitivamente orientati verso l’Islam. È molto significativo questo passaggio del racconto dello stesso Omar: egli andò ad ascoltare il Corano direttamente dal Messaggero (pace e benedizioni su di lui). E i versetti coranici ascoltati con le proprie orecchie piantarono nel suo cuore il seme della fede. Nel contesto di un conflitto e di uno scontro protrattisi ininterrottamente per anni, era del tutto naturale che accadesse un fatto simile. Come avrebbe potuto una personalità come Omar prendere una decisione senza ascoltare con le proprie orecchie l’invito dell’Islam?

Molti altri oppositori del Corano, persino grandi capi, spinti dalla curiosità, accorrevano di nascosto ad ascoltare questa dolce melodia discesa dal cielo. Eppure, nelle assemblee pubbliche, erano proprio loro a dire: «Le nostre orecchie sono sorde». Una volta, nel cuore della notte, mentre il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) recitava il Corano nella propria casa, Abu Sufyan, Abu Jahl e al-Akhnas ibn Shurayq si radunarono di nascosto nei pressi della sua abitazione e ascoltarono. Più tardi, mentre tornavano a casa, per caso si trovarono l’uno di fronte all’altro. Cominciarono allora a rimproverarsi a vicenda, dicendo che non era giusto comportarsi in quel modo. Altrimenti, se la gente comune, di scarsa intelligenza, li avesse visti, ciò avrebbe prodotto un effetto negativo nei loro cuori. Detto questo, se ne andarono. Il giorno seguente tornarono di nuovo e, come la volta precedente, si scambiarono rimproveri e ammonimenti. La terza notte accadde ancora la stessa cosa e alla fine giurarono solennemente che in futuro non avrebbero mai più fatto una cosa simile. Tuttavia, a proposito di ciò, si chiesero reciprocamente quale fosse la loro opinione sul messaggio ascoltato da Muhammad (pace e benedizioni su di lui). Ognuno disse qualcosa. Infine Abu Jahl, con voce concitata, disse: «La nostra rivalità con i Banu Abd Manaf è sempre esistita. Quando loro offrivano ospitalità, lo facevamo anche noi; quando pagavano il prezzo del sangue, lo pagavamo anche noi; quando erano generosi, lo eravamo anche noi. In questo modo eravamo diventati loro pari e non eravamo rimasti indietro in nulla. Ora, all’improvviso, hanno cominciato a dire che tra loro è comparso un profeta. Come possiamo accettarlo? In questo caso non possiamo certo pretendere di essere loro pari. Perciò, lo giuro su Allah, non possiamo credere in lui né sostenerlo. [Sīrat Ibn Hishām, vol. I, pp. 337-338]»

In quel periodo nell’animo della gente comune era sorta una grande curiosità e un forte desiderio di ricerca riguardo all’Islam, e ciò attirava talvolta anche Omar dal Messaggero (pace e benedizioni su di lui), per ascoltare direttamente la parola di Allah. Ho menzionato questo episodio proprio per far comprendere tale fenomeno.

Un altro passo avanti

In sintesi, la conversione all’Islam di Omar fu un evento straordinario. Alle sue spalle agirono numerose cause e circostanze. Un altro motivo per cui questo evento assunse maggiore importanza fu che quell’uomo in cerca della verità si fece avanti proprio quando la violenza unilaterale contro l’Islam aveva raggiunto il culmine. Le forze ostili perseguitavano la gente per impedirle di avvicinarsi all’Islam. Ma, contrariamente ai loro scopi, quelle persecuzioni stavano sciogliendo i cuori della gente e rendendola solidale con i perseguitati. Una delle prove inconfutabili della verità dell’Islam è proprio questa: quanto più aumentava la resistenza violenta e aggressiva, tanto più persone dotate delle menti e degli animi migliori continuavano ad abbracciare l’Islam. Nel periodo successivo all’Egira in Abissinia, i gioielli più preziosi della Mecca cominciarono a raccogliersi nell’Islam.

Come sarebbe mai possibile che una personalità come Omar abbracciasse l’Islam senza provocare un nuovo grande turbamento? Egli decise che avrebbe sfidato una volta per tutte l’intera società. ʿAbdullah ibn ʿUmar era allora ancora un bambino. Racconta: «Dopo che mio padre Omar ebbe abbracciato la fede, si informò su quale membro della tribù dei Quraysh fosse esperto nel diffondere le notizie. Trovò un uomo di nome Jamil ibn Muʿammar al-Jumahi. Di buon mattino si recò da lui, e anch’io lo accompagnai per vedere che cosa avrebbe fatto. Quando arrivò, gli disse: “Jamil, sai che ho abbracciato l’Islam e mi sono unito al gruppo di Muhammad (pace e benedizioni su di lui)?”. Jamil non disse una parola, si mise il mantello sulle spalle e si diresse dritto verso la porta della Moschea Sacra. Poi cominciò ad annunciare con voce tonante: “O gente dei Quraysh, ascoltate! Omar, figlio di al-Khattab, è diventato un sābiʾ, un apostata!”. Anche Omar arrivò subito dietro di lui e gridò: “Jamil mente. Non sono diventato un sābiʾ: sono diventato musulmano. Ho dichiarato che non c’è altra divinità all’infuori di Allah e che Muhammad è il Suo servo e Messaggero”. I Quraysh gli si scagliarono contro. Egli lottò furiosamente persino con suo padre. Mentre si azzuffavano, il sole arrivò allo zenit. In quel momento giunse un anziano capo dei Quraysh e chiese che cosa fosse accaduto. Dopo aver ascoltato l’intera vicenda, disse: “Quest’uomo ha scelto per sé una dottrina e una via. Che cosa volete fare adesso? Riflettete: forse i Banu ʿAdi, la tribù di Omar, lasceranno il loro uomo inerme nelle vostre mani? Lasciatelo andare”. Il nome di quel capo era al-ʿAs ibn Waʾil al-Sahmi. Egli prese Omar sotto la propria protezione. (Sīrat Ibn Hishām, vol. I, pp. 370-371)»

A quel punto Omar trovò anche un altro modo per esprimere il proprio entusiasmo e il proprio fervore per la fede. La prima notte dopo aver abbracciato la fede pensò: chi è il più accanito e violento oppositore del Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui)? Capì che non esisteva nessuno più accanito e violento di Abu Jahl. Si alzò all’alba e si recò a casa di Abu Jahl. Non appena bussò alla porta, Abu Jahl uscì. Lo accolse e gli chiese il motivo della visita. Omar disse: “Sono venuto a informarti che ho creduto in Muhammad (pace e benedizioni su di lui) e ho riconosciuto come vera ogni cosa che egli dice”. Abu Jahl disse soltanto: “Che la maledizione di Allah ricada su di te e su questa tua notizia!”, e chiuse bruscamente la porta.

D’altra parte, Umar (ra.) fece avanzare di un ulteriore passo il movimento islamico. Nonostante fosse stato picchiato, diede inizio alla preghiera pubblica nel recinto della Kaʿba. Hazrat ʿAbd Allah ibn Masʿud racconta: «Prima della conversione di Hazrat Umar all’Islam, non potevamo pregare pubblicamente davanti alla Kaʿba. Quando Umar (ra.) abbracciò l’Islam, combatté contro i Quraysh e pregò nella Kaʿba; anche noi pregammo insieme a lui».

In questo modo, nonostante l’estrema violenza, i migliori tra i nemici continuavano a entrare a far parte dell’Islam.

La conversione di Hazrat Hamza all’Islam

Anche l’episodio di Hazrat Hamza fu pressoché dello stesso tipo. Questo giovane della Mecca era al tempo stesso intelligente, coraggioso e influente. Tra gli zii del Messaggero (s.a.), dopo Abu Talib, egli era l’unico che, pur dissentendo da lui, amava il Messaggero (s.a.). Era più grande di lui soltanto di due o tre anni. Poiché avevano quasi la stessa età, durante l’infanzia zio e nipote erano molto affettuosi l’uno con l’altro.

L’episodio fu il seguente. Presso il monte Safa, Abu Jahl umiliò il Messaggero (s.a.) e lo insultò con parole indicibili. Il Messaggero (s.a.) mantenne la pazienza e non si vendicò in alcun modo di quell’umiliazione. Per caso, una schiava assistette all’accaduto. Hazrat Hamza era andato a caccia. Non appena tornò con l’arco in mano, la schiava gli raccontò l’accaduto e gli disse: «Ah, se tu avessi potuto vedere con i tuoi occhi in quale stato si trovava tuo nipote». Dopo aver ascoltato il racconto, in Hamza si risvegliò un intenso senso dell’onore. Si recò direttamente all’assemblea dei Quraysh e si fermò davanti ad Abu Jahl. Lo colpì alla testa con l’arco e gli chiese: «Hai insultato Muhammad? Se lo hai fatto, sappi che anch’io sono entrato a far parte della sua religione e anch’io affermo tutto ciò che egli dice. Se hai coraggio, vieni ad affrontarmi». Un uomo dei Banu Makhzum si alzò per sostenere Abu Jahl. Ma Abu Jahl lo fermò dicendo: «Lascia stare, ho insultato molto volgarmente il nipote di Hamza». In seguito, Hazrat Hamza rimase fermamente saldo nell’Islam. I Quraysh capirono che la forza del Messaggero era ulteriormente aumentata. (Sīrat Ibn Hisham, primo volume)

Il boicottaggio e la detenzione

I nemici dell’Islam, vedendo il fallimento di tutti i loro complotti e stratagemmi, l’avanzata dell’Islam e la conversione di importanti personaggi influenti, rimasero disorientati. Nel mese di Muharram del settimo anno della profezia, tutte le tribù della Mecca si unirono e stipularono un patto per boicottare i Banu Hashim. Il patto stabiliva che, finché i Banu Hashim non avessero consegnato Muhammad (s.a.) nelle nostre mani e non ci avessero concesso il diritto di ucciderlo, nessuno avrebbe mantenuto rapporti di parentela con loro, contratto matrimoni, intrattenuto rapporti commerciali o sociali, né permesso che giungessero loro cibo o bevande. Nonostante avessero parlato più volte con Abu Talib, Abu Talib non fu disposto a rinunciare alla propria tutela del Messaggero (s.a.). Per questo motivo, neppure i Banu Hashim poterono rompere i rapporti con lui. Delusi da ciò, stipularono quel patto. Nel sistema tribale, questa decisione costituiva una misura estremamente grave e definitiva. L’intera tribù dei Banu Hashim fu confinata, inerme, nella valle chiamata «Shiʿb Abi Talib». Questo confinamento durò quasi tre anni. Leggere le sofferenze che dovettero attraversare in quel periodo farebbe sciogliere persino una pietra. Gli uomini dei Banu Hashim arrivarono a masticare persino le foglie degli alberi e a mangiare pelli secche, facendole bollire e arrostendole sul fuoco. La situazione giunse a tal punto che, quando i bambini innocenti dei Banu Hashim piangevano per i morsi della fame, le loro strazianti grida si udivano a grande distanza. I Quraysh, udendo quei pianti, ne erano incontenibilmente felici. L’intera tribù dei Banu Hashim fu gettata in una simile prigionia soltanto a causa del leader del movimento islamico. Il boicottaggio era così rigoroso che, una volta, Hakim ibn Hizam, nipote di Hazrat Khadija, stava mandando del grano tramite il suo servitore. Lungo la strada, Abu Jahl lo vide e tentò di confiscare il grano. Proprio allora arrivò anche Abul Bukhtari, nel quale si risvegliò un barlume di compassione umana. Disse ad Abu Jahl: «Ehi, lascialo andare». Inoltre, anche Hisham ibn Amr mandava di nascosto un po’ di grano.

Fu proprio Hisham ibn Amr a diventare il primo promotore dell’abrogazione di quel patto oppressivo. Andò da Zuhayr ibn Umayya e gli disse: «Sei forse contento di mangiare, bere, vestirti e sposarti, mentre i tuoi zii si trovano in una condizione tale da non poter né commerciare né sposarsi? Se la questione riguardasse gli zii materni di Abul Hakam ibn Hisham (Abu Jahl) e tu lo invitassi a stipulare un patto del genere, egli non accetterebbe mai il tuo invito». Dopo aver ascoltato queste parole, Zuhayr disse: «Che cosa posso fare? Sono solo. Per Allah, se ci fosse qualcun altro con me, mi impegnerei ad annullare questo patto e non mi fermerei finché non fosse stato annullato». Hisham disse: «Il secondo uomo lo hai già trovato». Zuhayr chiese: «Chi è?». Hisham rispose: «Io stesso». Poi Hisham andò da Mutʿim ibn ʿAdi e gli parlò nello stesso modo. Anche lui rispose, come Zuhayr: «Che cosa posso fare da solo?». Hisham gli disse a sua volta: «Io sono con te». Mutʿim disse: «Allora trova una terza persona». Hisham rispose: «La terza persona l’ho già trovata». L’altro chiese: «Chi è?». Hisham disse: «Zuhayr ibn Abi Umayya». Mutʿim disse: «Ora bisogna trovare una quarta persona». In seguito Hisham raggiunse Abul Bukhtari e Zamra ibn al-Aswad e parlò con loro.

Quando il movimento per l’annullamento dell’accordo di boicottaggio avanzò efficacemente e in segreto, tutti si riunirono per stabilire le iniziative successive. Fu deciso che sarebbe stato Hisham a sollevare pubblicamente la questione. Di conseguenza, Hisham fece sette giri attorno alla Kaʿba. Poi si rivolse alla gente e disse: «O abitanti della Mecca, è forse giusto che noi mangiamo e ci vestiamo, mentre i Banu Hashim continuano a contorcersi per la fame e non possono comprare nulla?». Poi espresse così la propria intenzione:

«Per Allah, non mi darò pace finché non avrò fatto a pezzi questo accordo oppressivo che spezza i legami di parentela».

Abu Jahl gridò: «Sei un bugiardo. Non riuscirai mai a strapparlo».

Yamya ibn al-Aswad rispose ad Abu Jahl: «Per Allah, il più grande bugiardo sei tu. Non approviamo questo accordo così come è stato scritto». Anche Abul Bukhtari esclamò: «Yamya ha ragione. Questo accordo non ci piace e non lo riconosciamo». Mutʿim lo sostenne dicendo: «Voi due avete ragione. Chi sostiene il contrario sbaglia». Poiché la maggior parte della gente continuava a parlare in quel modo, Abu Jahl rimase seduto con il volto imbronciato e l’accordo fu fatto a pezzi. Quando la gente lo staccò dalla parete della Kaʿba, vide con stupore che le termiti avevano divorato l’intero documento. Era rimasta soltanto la frase «Bismika Allahumma». (Sīrat Ibn Hisham)

L’anno della tristezza

Terminato il periodo di reclusione, il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) tornò ancora una volta, insieme alla sua famiglia, in un ambiente libero. Ma questa volta ebbe inizio un’epoca ancora più dura. Era il decimo anno della missione profetica. Il primo evento luttuoso di quell’anno fu la morte di Abu Talib, padre di Ali. In questo modo venne meno l’ultimo rifugio che fino ad allora aveva protetto con grande affetto il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) dagli attacchi dei nemici e che, senza cedere ad alcuna pressione o provocazione, aveva respinto fino all’ultimo momento tutte le loro cospirazioni.

Nello stesso anno il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) subì il secondo colpo: la morte di Khadija (che Allah sia soddisfatto di lei). Khadija non era soltanto la moglie del Messaggero, ma anche una delle fortunate persone che per prime avevano abbracciato la fede. Anche prima dell’inizio della missione profetica, non aveva mai mancato di mostrargli simpatia e solidarietà. Dalla discesa della prima rivelazione fino agli ultimi istanti della sua vita, aveva svolto sulla via della verità il ruolo di autentica compagna di vita del Messaggero (pace e benedizioni su di lui). Aveva inoltre speso ingenti somme a sostegno del movimento islamico. Gli aveva dato consigli in ogni circostanza e lo aveva aiutato con sincera dedizione. Per questo alcuni hanno affermato che fosse il ministro del Messaggero (pace e benedizioni su di lui). In effetti, questa affermazione è corretta e appropriata.

Da una parte, il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) dovette sopportare questi due colpi uno dopo l’altro. Dall’altra, con la perdita di questi due sostegni esterni, l’opposizione assunse proporzioni ancora più violente. Da allora l’opposizione, la persecuzione e l’oppressione sembrarono superare ogni precedente record. Ma forse era volontà di Allah che l’Islam imparasse a proteggersi da solo, a tracciare da sé il proprio cammino e a reggersi sulle proprie gambe. Se i sostegni terreni non fossero stati rimossi in questo modo, forse la forza vitale della verità non avrebbe potuto manifestarsi pienamente. Proprio perché si era venuta a creare questa situazione dolorosa e insopportabile, quell’anno fu chiamato l’Anno della tristezza.

Ora i Quraysh cominciarono a comportarsi in modo estremamente incivile. Cominciarono a scagliargli contro dei giovani teppisti. Questi facevano chiasso. Quando il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) pregava, battevano le mani. Mentre camminava per strada, gli venivano lanciate addosso immondizie. Davanti alla sua porta venivano sparse spine. A volte tentavano di strangolarlo. Talvolta arrivavano persino a mettergli le mani addosso e lo insultavano pubblicamente. Gli gettavano terra sul volto. Alcuni di quegli esseri disumani arrivarono perfino a commettere una tale vergognosa insolenza da sputare sul suo volto luminoso. Una volta Umm Jamīl, la moglie di Abū Lahab, venne fino al Santuario sacro, cercando il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) con una pietra in mano. Intendeva ucciderlo con un solo colpo. Il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) era proprio davanti a lei nel Santuario sacro. Ma Allah lo tenne fuori dalla sua vista in modo tale che ella non riuscì affatto a vederlo. Alla fine tornò, sfogando la propria collera davanti a Hazrat Abū Bakr, e recitò i seguenti versi: «Abbiamo rifiutato di obbedire all’uomo biasimato, abbiamo disobbedito ai suoi ordini e nutriamo ostilità verso la sua religione». In realtà, storpiare i nomi e usare parole offensive sono segni di bassezza morale e di degradazione. Quando un nemico sprofonda al livello più infimo della volgarità, ricorre a queste armi sporche.

Udendo queste parole, il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) diceva: «Allah mi ha protetto dai loro insulti. Essi insultano Muzammam (l’uomo biasimato), ma io sono Muhammad. Perciò i loro insulti non mi toccano».

Analogamente, una volta Abū Jahl si avvicinò a lui con l’intento di ucciderlo colpendolo con una pietra. Ma Allah fece sì che Abū Jahl fosse improvvisamente preso da una tale paura e da un tale terrore che non poté fare nulla.

Una volta i nemici si avventarono tutti insieme sul Messaggero (pace e benedizioni su di lui) e lo sottoposero a torture disumane. Il contesto di questo tragico episodio era il seguente: i nemici dell’Islam erano seduti in una loro riunione e dicevano: «Siamo stati fin troppo tolleranti verso quest’uomo (Muhammad, pace e benedizioni su di lui). Non c’è esempio di una tolleranza simile». Proprio in quel momento, per caso, arrivò lì il Messaggero (pace e benedizioni su di lui). I nemici gli chiesero: «Sei tu che dici tutte queste cose?». Il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) rispose con piena fermezza morale: «Sì, sono proprio io a dire tutte queste cose». A quel punto si scatenò l’inferno. Lo attaccarono da ogni parte. ʿAbdullāh ibn ʿAmr ibn al-ʿĀṣ racconta: «Non ho mai visto da parte dei Quraysh un accanimento simile contro il Messaggero (pace e benedizioni su di lui)».

Quando gli aggressori si fermarono dopo qualche tempo, il Messaggero (pace e benedizioni su di lui), con quel coraggio sovrumano, li avvertì nuovamente: «Vi ho portato un messaggio: sarete sgozzati». In altre parole, il coltello dell’oppressione e della persecuzione con cui state tagliando la mia gola, alla fine la legge eterna della storia, la legge di Allah, lo userà proprio per sgozzare voi. Il regno della vostra oppressione sarà completamente distrutto.

È difficile stabilire l’epoca esatta di questi avvenimenti. Si può tuttavia supporre che siano accaduti nel periodo in cui la violenza aveva raggiunto il suo culmine. È certo che questi fatti avvennero subito dopo la morte di Abū Ṭālib.

Hazrat ʿUthmān ibn ʿAffān racconta che, una volta, il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) stava compiendo il tawāf della sacra Kaʿba. In quel momento i capi dei Quraysh, ʿUqba ibn Abū Muʿayṭ, Abū Jahl e Umayya ibn Khalaf, erano seduti nell’Ḥaṭīm della Kaʿba. Ogni volta che il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) passava davanti a loro, gli rivolgevano insulti osceni. Accadde così per tre volte. Alla fine, il Messaggero (pace e benedizioni su di lui), con il volto alterato, disse: «Per Allah, se il castigo di Allah non si abbatterà immediatamente su di voi, non smetterete in alcun modo». Hazrat ʿUthmān dice che, non appena ebbe pronunciato queste parole, furono presi da un tale terrore che ciascuno cominciò a tremare dalla paura. Dopo aver detto ciò, il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) si avviò verso casa. Hazrat ʿUthmān e gli altri si misero in cammino con lui. In quel momento il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) si rivolse ai suoi compagni dicendo:

«Accogliete la buona novella: Allah renderà certamente vittoriosa la Sua religione, porterà a compimento la Sua parola e sosterrà la Sua religione. E presto Allah farà sì che questi uomini siano sgozzati per mano vostra».

Notate che questa buona novella fu annunciata in una situazione apparentemente caotica. Eppure, con quanta rapidità e con quale splendore si dimostrò vera! Fu come se il movimento islamico avesse reso possibile l’impossibile.

La predicazione dell’Islam a Ta’if

È difficile dire con certezza in quale momento si verificò esattamente questo episodio. Alcuni lo hanno indicato come il contesto della rivelazione della sura al-Muddaththir. Se si accetta questa interpretazione, bisogna collocare l’episodio nel periodo iniziale. Tuttavia, considerando la natura dell’accaduto, sembra che si tratti di un episodio della fase finale del periodo meccano.

Un giorno il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) uscì di casa di buon mattino. Girò per i vari vicoli della Mecca, invitando all’Islam. Ma, anche dopo che l’intera giornata fu trascorsa, quel giorno non trovò neppure una persona disposta ad ascoltare il suo messaggio. In quel periodo, gli oppositori dell’Islam avevano adottato una nuova strategia: non appena vedevano arrivare il Messaggero (pace e benedizioni su di lui), tutti si dileguavano. Infatti, ascoltare le sue parole dava origine a complicazioni. Se gli si opponevano o discutevano con lui, la questione si diffondeva ancora di più. Questa strategia si rivelò piuttosto efficace. Anche quando incontravano una o due persone, esse rispondevano con derisione o con la violenza. Poiché l’intera giornata era trascorsa invano, egli tornò a casa con il cuore colmo di delusione e abbattimento. Quando qualcuno si fa avanti per beneficare una persona e augurarle ogni bene, e quella stessa persona tenta di uccidere il benefattore e benevolo, il suo cuore rimane oppresso da un dolore insopportabile; così era esattamente lo stato d’animo del Messaggero (pace e benedizioni su di lui).

Dall’esperienza di quella giornata particolare, nella mente del Messaggero (pace e benedizioni su di lui) cominciò a maturare l’idea che il terreno della Mecca stesse diventando ormai sterile per la predicazione dell’Islam e che tutto ciò che poteva dare frutto fosse già maturato. Il progressivo deterioramento della situazione dimostrò in seguito che questa sua idea era corretta. Le ultime persone dotate di potenzialità si erano ormai riunite intorno al Messaggero (pace e benedizioni su di lui). Probabilmente proprio da quel giorno si rafforzò nella sua mente il pensiero che fosse ormai necessario operare fuori dalla Mecca. In effetti, è naturale che un predicatore accorto e saggio giunga a una simile conclusione. Quando ha svolto un’attività di predicazione così ampia nel proprio centro iniziale che tutte le persone capaci di operare in quel luogo hanno accettato la predicazione e non è rimasto nessuno, se non gli ostinati e i caparbi, allora non continua a sprecare le proprie energie rimanendo lì, ma cerca un nuovo campo e, cambiando ambiente, acquisisce nuove esperienze.

Fu proprio trovandosi di fronte a una situazione di questo genere che il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) decise di operare nei dintorni della Mecca. Scelse Ta’if come nuovo campo per la predicazione. Prese con sé Zayd ibn Haritha. Scelse Ta’if come nuovo campo per la predicazione. Un giorno partì dalla Mecca a piedi insieme a Zayd ibn Haritha. Lungo il cammino invitò alla religione di Allah tutti gli abitanti degli insediamenti tribali che incontrò. Tra il viaggio di andata e quello di ritorno trascorse quasi un mese.

Ta’if era una località dal clima relativamente fresco, ombreggiata, ricca d’acqua e fertile, piena di coltivazioni, giardini e campi. I suoi abitanti erano molto agiati e felici, completamente immersi nel lusso, nei piaceri e nelle comodità. Chi possiede ricchezza e abbondanza materiale generalmente dimentica Allah e si dedica a soddisfare i desideri della propria natura istintiva. Questa era la condizione degli abitanti di Ta’if. Tra gli abitanti della Mecca, tuttavia, era naturale che vi fosse ancora una certa parvenza di moralità, a causa delle responsabilità del sacerdozio religioso e del governo del paese. Ma gli abitanti di Ta’if erano assolutamente sregolati. Inoltre, a causa dell’usura, il loro senso di umanità era stato completamente cancellato. Recarsi in un luogo simile significava che il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) si stava dirigendo verso un posto peggiore della Mecca.

Muhammad (pace e benedizioni su di lui), il più grande amico dell’umanità, giunto a Ta’if incontrò innanzitutto i capi della tribù dei Thaqif. Erano tre fratelli: ‘Abd Yalil, Mas‘ud e Habib. Ognuno di loro aveva in casa una moglie appartenente al clan Banu Jumah, di discendenza qurayshita. Per questo aveva sperato che potessero trattarlo con una certa cortesia. Il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) andò da loro e si sedette; li invitò ad Allah con le parole migliori, parlò loro spiegando dettagliatamente la predicazione e chiese il loro aiuto e la loro collaborazione per instaurare la vera religione di Allah. Ma guardate quale fu la risposta di questi tre uomini:

Un fratello disse: «Se davvero è stato Allah a mandarti, allora bisogna capire che Egli vuole profanare il rivestimento della Kaaba».

Il secondo fratello disse: «Che meraviglia! Allah non ha trovato nessun altro uomo adatto, oltre a te, da fare Suo Messaggero!»

Il terzo fratello disse: «Per Allah, non parlerò affatto con te. Infatti, se sei davvero il Messaggero di Allah, come sostieni, sarebbe una gravissima mancanza di rispetto rispondere a uno come te. E se hai attribuito falsamente qualcosa ad Allah, allora non sei degno che si parli con te».

Ogni sua parola cominciò a conficcarsi nel petto del Messaggero come una freccia avvelenata. Egli ascoltò con la massima pazienza quelle parole dolorose e li pregò in ogni modo di mantenere tali discorsi confinati tra loro e di non istigare la gente raccontandoglieli.

Ma essi fecero esattamente il contrario. Misero alle calcagna del Messaggero i giovani più spregevoli e teppisti della loro città, insieme a servi, seguaci e schiavi, ordinando loro: «Andate, cacciate quest’uomo dall’abitato». Una grande folla di giovani teppisti avanzò insultandolo davanti e alle spalle, facendo baccano e lanciandogli pietre. Continuarono a colpirlo alle ginocchia, affinché soffrisse ancora di più. Sotto i colpi delle pietre, di tanto in tanto egli cadeva esausto e si sedeva, incapace di muoversi. Ma i teppisti di Ta’if lo tiravano per le braccia e lo costringevano a rialzarsi; poi gli colpivano di nuovo le ginocchia con le pietre, applaudendo e scoppiando in fragorose risate. Il sangue sgorgava copiosamente dalle ferite. Così le sue calzature si tinsero di sangue, dentro e fuori. E una folla si radunò per assistere a quello spettacolo straordinario. In tal modo i teppisti lo condussero fuori dalla città, fino a una vigna. La vigna apparteneva a Utba e Shayba, figli di Rabia. Il Messaggero, completamente sfinito, si sedette appoggiandosi a una vite. I proprietari della vigna lo stavano osservando e avevano anche visto in parte i maltrattamenti che aveva subito poco prima.

Lì recitò la preghiera di due rakʿa e pronunciò la seguente toccante supplica:

«O Allah! A Te soltanto espongo la mia debolezza, la mia mancanza di mezzi e la mia impotenza davanti alla gente. Tu sei il Signore dei poveri e degli incapaci. Tu sei il mio Padrone. A chi vuoi affidarmi? A un rivale ostile nei miei confronti o a un nemico? Tuttavia, se non sei adirato con me, non mi importa di nulla. Ma ricevere pace e sicurezza da parte Tua sarebbe per me la cosa più ampia e confortante. Cerco rifugio nella Tua luce e nella Tua bellezza dal timore di cadere nella Tua ira o nel Tuo castigo; quella luce grazie alla quale ogni oscurità viene dissipata e vengono risolti tutti i problemi di questo mondo e dell’Aldilà. Non desidero altro che il Tuo compiacimento. Da nessun luogo, se non presso di Te, è possibile ottenere forza».

Nel frattempo arrivò il proprietario della vigna. Il suo cuore si era colmato di compassione. Chiamò il suo schiavo cristiano Addas e gli ordinò di portare dell’uva su un vassoio. Addas si sedette davanti al Messaggero con l’uva. Quando il Messaggero disse «Bismillah» e allungò la mano verso l’uva, Addas esclamò: «Per Allah, la gente di questa città non dice mai parole simili». Il Messaggero gli chiese: «Di quale città sei abitante e qual è la tua religione?». Egli rispose: «Sono cristiano e sono di Ninive». Il Messaggero disse: «A quanto vedo, sei concittadino del giusto servo di Allah, Giona figlio di Mattà». Addas, stupito, domandò: «Come conosci Giona figlio di Mattà?». Il Messaggero rispose: «È mio fratello. Anche lui era un profeta, e anch’io sono un profeta». Non appena udì queste parole, Addas cominciò a baciare le mani e i piedi del Messaggero. Un figlio di Rabia si irritò interiormente vedendo quella scena. Quando Addas tornò, cominciò a rimproverarlo: «Che cosa stavi facendo? Stavi per perdere la tua religione». Addas rispose con profonda emozione: «O mio padrone, sulla terra non c’è nulla di migliore di quest’uomo. Mi ha detto una cosa che nessuno, se non un profeta, avrebbe potuto conoscere».

In realtà, dopo la morte dello zio Abu Talib, il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) era rimasto apparentemente del tutto privo di sostegno e di protezione alla Mecca. La forza e il potere dei suoi nemici erano cresciuti enormemente. Perciò aveva pensato che forse a Ta’if avrebbe trovato alcuni servitori di Allah disposti ad affiancarlo. Eppure proprio lì si verificò una situazione simile. Da lì si recò a Nakhla, dove si fermò. In seguito, tornando da quel luogo, giunse alla grotta di Hira. Da lì inviò un messaggio a Mut‘im ibn ‘Adi, uno dei principali promotori dell’annullamento del patto di boicottaggio: «Può offrirmi protezione?». Una caratteristica tradizionale del carattere nazionale degli Arabi era che, quando qualcuno chiedeva protezione, gli veniva concessa, anche se si trattava di un nemico. Mut‘im accettò la richiesta del Messaggero (pace e benedizioni su di lui). Ordinò ai suoi figli di aggirarsi armati nel recinto della Ka‘ba e di garantire la sicurezza di Muhammad (pace e benedizioni su di lui). Egli stesso andò a prendere il Messaggero (pace e benedizioni su di lui), lo condusse alla Mecca e, seduto sul cammello, proclamò: «Ho concesso protezione a Muhammad (pace e benedizioni su di lui)». I figli di Mut‘im, sorvegliandolo con le spade sguainate, condussero il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) al Sacro Santuario e poi lo accompagnarono fino a casa.

La storia non ha potuto offrirci un resoconto completo delle terribili condizioni in cui si trovò il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) a Ta’if. Una volta, la venerabile ‘A’isha (che Allah sia soddisfatto di lei) gli chiese: «O Messaggero di Allah, ti sei mai trovato ad affrontare un giorno più difficile di quello di Uhud?». Egli rispose: «Per quanto la tua gente mi abbia fatto soffrire, il giorno più penoso per me fu quello in cui, a Ta’if, rivolsi l’invito alla fede ad ‘Abd Yalil. Egli lo respinse e mi fece soffrire a tal punto che, con estrema difficoltà, riuscii a raggiungere un luogo chiamato Qarn al-Tha‘alib e a mettermi in salvo». (Al-Mawahib al-Ladunniyya, vol. I, p. 56)

Zayd ibn Haritha, colui che, dopo che il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) era sfinito e privo di sensi per le persecuzioni subite, lo aveva portato sulle spalle fuori dalla città, disse con il cuore addolorato: «Invoca Allah contro di loro». Il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) disse: «Perché dovrei invocare Allah contro di loro? Anche se non credessero in Allah, si può sperare che i loro discendenti adorino certamente l’Unico Allah».

Durante questo viaggio, Jibril venne e disse: «Gli angeli incaricati delle montagne sono qui al tuo cospetto. Non appena darai un segnale, uniranno quelle due montagne, tra le quali si trovano la Mecca e Ta’if. In tal modo entrambe le città saranno schiacciate e distrutte». Ma il grande Profeta, amico dell’umanità, non acconsentì.

Proprio in una situazione così disperata, i jinn vennero ad ascoltare la recitazione del Corano del Messaggero (pace e benedizioni su di lui) e credettero davanti a lui. Attraverso ciò, Allah l’Altissimo fece sapere al Messaggero (pace e benedizioni su di lui): «Anche se tutti gli uomini del mondo rifiutassero l’invito all’Islam, nel mondo da Me creato esistono numerosi esseri pronti ad aiutarti».

Un presagio per il giorno fausto

L’esperienza di Ta’if fu così straziante che, nel superarla, il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) giunse all’estremo limite del dolore e della sofferenza. Solo dopo aver raggiunto quel limite, Allah apre agli uomini la porta del successo. La società contemporanea aveva apparentemente ridotto il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) al livello più infimo. Come conseguenza inevitabile, però, il suo rango fu elevato al livello più alto presso Allah.

Ogni volta che Allah l’Altissimo inviava i Suoi profeti e faceva sorgere il conflitto tra la verità e la falsità, sottoponeva quel conflitto a una norma precisa. La norma era questa: quando la falsità giunge all’estremo limite dell’ingiustizia, della persecuzione e dell’uso della forza contro i soldati della verità, e i combattenti oppressi attraversano, una dopo l’altra, tutte le fasi dell’ingiustizia e della persecuzione con la massima pazienza e sopportazione, superando infine anche il momento più straziante, solo allora giunge il tempo dell’aiuto invisibile di Allah. Le vie che conducono al Paradiso sono piene di spine. In quale momento giunge la buona novella del successo a coloro che le percorrono? Il Corano lo dice così:

«Su di loro si abbatterono calamità, avversità e ogni sorta di sventura, ed essi rimasero completamente smarriti. Al punto che il Messaggero e i credenti suoi compagni esclamarono: “Quando giungerà l’aiuto di Allah?”. (Quando giunsero a questo punto, fu loro annunciata la buona novella:) “Sappiate che l’aiuto di Allah è vicino”» (al-Baqara, 214).

Dopo l’esperienza di Ta’if, il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) sembrò aver superato quest’ultima prova. Secondo il decreto di Allah, era ormai inevitabile l’inizio di una nuova era, e si avvicinava anche il momento di annunciarne la buona novella. Proprio allo scopo di annunciare questa buona novella, il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) fu onorato con il Mi‘raj.

In realtà, il significato del Mi‘raj è che il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) fu elevato al più alto grado di vicinanza e prossimità ad Allah l’Altissimo. Il Sovrano dell’universo, del quale il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) rappresentava l’autorità e per il quale aveva sopportato per diversi anni ogni sorta di sofferenze, afflizioni e calamità, affrontando una guerra ideologica e intellettuale contro diverse forze del male, convocò il Suo messaggero alla propria corte per conferirgli il più nobile dei titoli. A quel valoroso combattente, che nella lotta per spronare il proprio popolo ad accettare le verità fondamentali riguardanti la vita e l’universo aveva subito colpi incessanti da ogni parte, attraverso il Mi‘raj fu concessa l’opportunità di contemplare da vicino quelle verità. All’ultimo Profeta, impegnato nel massimo sforzo per realizzare il bene universale dell’umanità, fu accordato il raro privilegio di recarsi in uno dei grandi e antichissimi centri di questo movimento, Bayt al-Maqdis, e di ascendere poi da lì ai mondi celesti per incontrare i precedenti capi di questo movimento.

Ai profeti precedenti veniva concessa l’opportunità di ricevere una grazia speciale contemplando le realtà invisibili e giungendo alla vicinanza intima di Allah. Nel Corano, da un lato, riguardo al profeta Abramo, che Allah gli conceda la pace, si dice che gli fu mostrato il regno dei cieli e della terra. Dall’altro, il profeta Mosè, che Allah gli conceda la pace, fu convocato sul monte Ṭūr. Lì Allah l’Altissimo gli parlò da dietro un albero luminoso, proclamando: “Io sono Allah”. In un’altra occasione, proprio in un ambiente di tale intimità, gli furono impartite le prescrizioni della Sharia. In breve, tutti i grandi profeti ebbero in qualche modo l’opportunità del Mi‘raj. Tuttavia, il Mi‘raj del Messaggero (pace e benedizioni su di lui) fu completo.

Tra l’episodio di Ta’if e l’Egira non accadde alcun evento più importante e significativo del Mi‘raj. Quando egli ne diede notizia, alla Mecca scoppiò un grande clamore. Descrisse apertamente tutto ciò che aveva visto quella notte e in quali luoghi. Tracciò un’immagine completa dell’aspetto di Bayt al-Maqdis. Descrisse anche segni certi lungo il cammino, che in seguito si dimostrarono esatti.

La rivelazione speciale discesa in quel momento fortunato di intima prossimità è quella che ci è pervenuta nella forma della sura Bani Isra’il. La sura stessa comincia con l’episodio del Mi‘raj, e l’intera sura è permeata dall’ispirazione del Mi‘raj. I seguenti insegnamenti di quella sura meritano particolare attenzione:

1- Alla luce della storia istruttiva dei Figli d’Israele, viene spiegato che la legge di Allah chiama perfino i potenti individui e gruppi a rispondere delle proprie azioni e, quando deviano dalla retta via, fa sì che siano sconfitti per mano di altri individui o gruppi obbedienti. D’altra parte, viene insegnato loro anche che, quando raggiungeranno l’epoca della vittoria e del successo, non dovranno cominciare a comportarsi come i Figli d’Israele.

2- In un ambiente estremamente avverso, viene proclamato con voce inequivocabile: “La verità è giunta e la falsità è stata sconfitta” (versetto 89); in altre parole, allora l’oscurità sarà dissipata e sorgerà l’alba.

3- Allah Onnipotente gli fece inoltre sapere che gli abitanti della Mecca avrebbero questa volta cercato di scacciarlo dalla Mecca. Ma, dopo averlo espulso, non avrebbero potuto vivere in pace ancora a lungo (versetto 76). La supplica che Allah gli insegnò per l’Egira era formulata così: «O mio Signore, fammi entrare per la porta della verità e fammi uscire per la porta della verità (dall’ambiente attuale), e concedimi, da parte Tua, un’autorità che mi assista». (Versetto 80) Includendo nella supplica la richiesta dell’autorità, fu annunciata indirettamente la buona novella che il periodo successivo all’Egira sarebbe stato l’epoca del dominio e del governo.

4- Nei versetti dal 22 al 29 sono illustrati in successione i principi fondamentali dell’ordinamento della vita islamica, affinché sulla base di tali principi possano essere costruite una nuova società e una nuova civiltà.

Quando il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) guardava al futuro, portando nel cuore queste parole della rivelazione precedente all’Ascensione celeste, probabilmente vedeva scendere dal cielo un immenso flusso di luce. Se, al suo posto, in quell’atmosfera terrificante della Mecca ci fosse stato un altro leader materialista, forse, preso dalla disperazione, avrebbe interrotto tutti i suoi programmi e le sue attività. Ma il Messaggero (pace e benedizioni su di lui), pur avvolto dall’oscurità di un ambiente estremamente ostile e scoraggiante, conservava la certezza che l’alba stesse arrivando. Come se una folata di quella brezza dell’alba fosse giunta a sussurrargli all’orecchio che il sole della nuova alba sarebbe sorto non altrove, ma proprio a Medina. Infatti, i giovani di quella città avevano cominciato ad aderire al movimento islamico con profonda soddisfazione e sincerità.

Verso la fine del periodo meccano, il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) si recò a chiedere a Ta’if: «Puoi portare la fiaccola della verità?». Ta’if rispose: «In questo campo sono ancora più indegna della Mecca». Dopo aver udito questa risposta scoraggiante, mentre il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) era immerso nei pensieri per stabilire il programma delle attività successive, Yathrib disse: «Sono pronta a diventare Madīnat an-Nabī (la città del Profeta). Innalzerò la fiaccola della verità e illuminerò il mondo intero. Sul mio petto sarà custodita la legge della verità e della giustizia. Nel mio grembo si svilupperà una nuova storia». Ta’if, pur essendo vicina, si allontanò. Yathrib, pur essendo lontana, si avvicinò.

Nell’undicesimo anno della missione profetica, il giorno in cui sei rivoluzionari giunti da Yathrib strinsero un patto con il Messaggero (pace e benedizioni su di lui), Yathrib si era avvicinata ancora di più. Dopo ampie discussioni, il giuramento con cui si impegnarono a rispettare il tawḥīd e le norme morali dell’Islam fu chiamato Primo Patto di al-ʿAqaba. In seguito, durante il pellegrinaggio, giunse da Medina un gruppo ancora più numeroso. Anch’essi celebrarono, nell’oscurità della notte e in un incontro segreto, il Secondo Patto di al-ʿAqaba. Si trattava di un accordo animato da una piena consapevolezza politica. Esso stabilì che il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) avrebbe compiuto l’Egira e si sarebbe trasferito a Medina, e rifletteva uno spirito di sacrificio totale: gli Anṣār di Medina dichiararono di essere pronti a combattere contro il mondo intero per il Messaggero (pace e benedizioni su di lui).

Probabilmente la sura Yūsuf fu rivelata proprio nel periodo compreso tra il viaggio a Ta’if e l’Egira. In questa sura, narrando la vita di un altro profeta, il profeta Yūsuf, fu data una buona novella al Messaggero (pace e benedizioni su di lui), mentre i suoi nemici furono avvertiti delle loro disumane persecuzioni e informati della loro deplorevole sorte.

 

Addio, Mecca!

L’ultima arma di un ordinamento sociale instabile e in declino è la violenza, il terrore, la persecuzione e l’oppressione. Se neppure con questi mezzi è possibile sottomettere l’avversario, gli oppositori delle riforme si risolvono a uccidere il principale protagonista del movimento rivoluzionario. Gli abitanti della Mecca erano già esasperati dall’odio e desideravano ardentemente eliminarlo. Ma non ci erano riusciti. Ora era giunto il momento decisivo. Il conflitto stava attraversando una fase critica. Si avvicinava il momento della resa dei conti. La situazione era giunta a tal punto che le due forze rivali, ormai nettamente distinte e completamente separate l’una dall’altra, si erano schierate su fronti contrapposti. Sul piano delle convinzioni dottrinali e della mentalità, era stata tracciata una linea di demarcazione ben definita. Una parte era rimasta al di là di quella linea e l’altra al di qua. Nessuna delle due parti aveva più la possibilità di oltrepassarla. Il movimento islamico era ormai una forza ben organizzata e compatta. La sua disciplina interna era salda e il suo livello morale estremamente elevato. I suoi argomenti erano molto taglienti e il suo appello straordinariamente affascinante. Le persecuzioni e le oppressioni inflitte ai suoi leader e ai suoi membri avevano la capacità di conquistare il cuore della gente. Il piccolo germoglio della verità si era trasformato in un’enorme quercia. Ciò che fino al giorno precedente era, agli occhi dei capi della società jāhilita, soltanto una vaga supposizione, oggi era diventato realtà. La realtà emergente li incalzava: se avete la capacità di respingere questa minaccia, respingetela. Altrimenti, nell’ondata di luce della nuova era che sta arrivando, saranno travolti la vostra religione, i vostri titoli e le vostre cariche, e tutta la vostra tradizione jāhilita. Poi dovrete inchinare le vostre teste altere davanti a Muhammad e al suo ideale. I capi della jāhiliyya udivano questa sfida della storia e diventavano sempre più angosciati. Giunti dunque a questo punto, i nemici assetati di sangue del Messaggero (pace e benedizioni su di lui) si prepararono mentalmente a ordire contro di lui una terribile cospirazione.

La Mecca, che per i compagni del movimento islamico aveva assunto l’aspetto di una fornace ardente, aveva ormai raggiunto da sé il massimo grado di calore. La persecuzione e l’oppressione erano diventate insopportabili. I barbari Quraysh avevano fatto passare il rullo compressore della loro tirannia sui portatori dello stendardo della verità, rendendo la loro vita insopportabile e spezzando la diga della loro pazienza. Ciò significava chiaramente che, in quella situazione, era imminente un cambiamento importante, che sarebbe stata inevitabile l’apertura di una via di liberazione e che era diventato necessario aggiungere un nuovo capitolo alla storia. I Quraysh avevano tenuto chiusa davanti a loro una grande porta di fortuna. Avevano dimostrato di essere indegni di diventare i pionieri del movimento islamico. In un simile clima psicologico, dopo l’evento del Mi‘raj, quando il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) annunciò la buona novella di un futuro luminoso e, con allusioni e accenni, diede la rassicurazione che la via dell’Egira sarebbe stata aperta e che poi sarebbe iniziata l’epoca del potere, tra i musulmani si accesero nuove speranze e un nuovo entusiasmo. Coloro che erano stati vittime della violenza trovarono conforto e il loro coraggio aumentò. Poi, quando il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) vide avvicinarsi quel momento promesso, le sue emozioni e i suoi sentimenti raggiunsero il culmine. Da una fonte invisibile comprese che Medina sarebbe stata la destinazione di quella futura Egira. Da un lato lo attestavano chiaramente le circostanze, in particolare i due episodi del Patto di al-‘Aqaba; dall’altro lo confermavano le informazioni provenienti da Allah l’Altissimo. In tale situazione, il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) autorizzò i suoi compagni a trasferirsi a Medina, e i Compagni cominciarono a partire uno dopo l’altro. A poco a poco, molti se ne andarono. Quartiere dopo quartiere rimase vuoto. Una volta, Abu Jahl, vedendo le case vuote della tribù dei Banu Jahsh insieme ad altri capi di spicco dei Quraysh, commentò:

«Questa è l’opera di nostro nipote (Muhammad, che Allah lo benedica e gli conceda la pace). Ha spezzato la nostra unità, ha fatto a pezzi la nostra società e ha provocato divisioni tra di noi.» (Sīrat Ibn Hisham, vol. 2, p. 114) Nonostante avesse mandato i suoi compagni a Medina, il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) non aveva abbandonato il centro della sua missione. Attendeva il permesso di Allah. A parte un piccolo numero di persone che i Quraysh tenevano prigioniere o alle quali impedivano di partire con minacce e intimidazioni, nessun musulmano era ormai rimasto alla Mecca. Tuttavia, tra i compagni più stretti, Hazrat Abu Bakr e Hazrat ‘Ali erano ancora alla Mecca. In una simile situazione, i Quraysh compresero che, poiché i musulmani avevano ormai trovato una destinazione ed erano partiti tutti uno dopo l’altro, Muhammad (pace e benedizioni su di lui) sarebbe presto sfuggito alle loro mani. In seguito avrebbe acquistato forza al di fuori della loro sfera d’influenza e si sarebbe vendicato di tutto ciò che era accaduto in passato. Allora si riunirono tutti nel luogo di adunanza pubblico della Mecca, Dar al-Nadwa, e iniziarono a consultarsi su quale provvedimento adottare contro Muhammad. Fu avanzata la proposta di rinchiuderlo in una prigione di ferro e tenerne chiusa la porta. Si obiettò che egli era un uomo le cui parole sarebbero uscite persino da una stanza di ferro chiusa a chiave: bisognava trovare un altro mezzo. Un membro dell’assemblea propose di espellerlo dalla Mecca, dicendo che, qualunque fosse stata la sua sorte in seguito, non sarebbe più stata affar loro. Ma anche questa proposta suscitò obiezioni. Molti dissero: «Non conoscete forse il suo modo di parlare, così affascinante? Non sapete con quale dolcezza parla? È proprio questo che gli ha procurato una così vasta accettazione tra la gente. Se adottaste questa misura, non vi liberereste della sua presa. Egli eserciterebbe un’influenza totale sugli Arabi e, grazie alla sua eloquenza, li convertirebbe alla propria causa. Poi, guidando l’intero popolo arabo, vi attaccherebbe, vi strapperebbe dalle mani le redini del potere e quindi vi tratterebbe come meglio gli piacerebbe». A quel punto l’astuto Abu Jahl escogitò una strategia molto ingegnosa. Disse: «Bisogna scegliere da ogni tribù della Mecca un giovane forte e potente, dare a ciascuno di loro una spada e farli attaccare tutti insieme per uccidere Muhammad (pace e benedizioni su di lui). Solo così potremo liberarci dalla sua morsa. La responsabilità del suo assassinio e il prezzo del sangue saranno ripartiti tra tutte le tribù. La tribù dei Banu Hashim non potrà vendicarsi da sola contro tutte queste tribù, né ne avrà il coraggio». Ecco, questa strategia piacque a tutti e la riunione cospiratoria si concluse con una decisione unanime. Riguardo a questa riunione, il Corano riferisce quanto segue:

«E ricorda quando i miscredenti tramavano contro di te per imprigionarti, ucciderti o espellerti. Essi tramano secondo i loro piani, mentre Allah prepara il Suo piano. Allah è il migliore degli strateghi.» (Sura al-Anfal, 30)

Davanti si profilava quella notte nera, avvolta nel mistero. A mezzogiorno il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) si recò alla casa del suo amatissimo e più intimo compagno, Hazrat Abu Bakr al-Siddiq (che Allah sia soddisfatto di lui). Là gli comunicò in segreto: «Ho ricevuto il permesso di compiere l’Egira». Hazrat Abu Bakr (che Allah sia soddisfatto di lui) chiese il permesso di accompagnarlo. Quel permesso lo aveva già ricevuto prima ancora di chiederlo. Per l’eccesso di gioia di aver ottenuto tale fortuna, gli occhi di Abu Bakr si riempirono di lacrime. In vista dell’Egira, aveva già nutrito e ingrassato bene due cammelle. Mostrandole al Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui), gli disse: «Scelga quella che preferisce e la accetti come dono». Ma il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui), dopo aver insistito a lungo, acquistò pagando la cammella chiamata Zayda. Quando giunse la notte, il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui), seguendo l’indicazione di Allah, non dormì nella propria casa. Ordinò al suo altro amatissimo compagno, Hazrat ‘Ali, di dormire senza timore nel suo letto. Allo stesso tempo gli affidò i beni depositati presso di lui dalla gente e gli ordinò di restituirli il mattino seguente ai rispettivi proprietari. Quanti esempi di un’etica così elevata esistono nella storia, in cui una persona contro la quale una parte sta cospirando per assassinarla è invece preoccupata di restituire personalmente i depositi agli stessi assassini? Dopo di ciò, il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) si recò alla casa di Hazrat Abu Bakr al-Siddiq. Hazrat Asma’ bint Abu Bakr tagliò rapidamente la propria cintura in due parti: con una legò il sacchetto del cibo e con l’altra chiuse l’imboccatura dell’otre dell’acqua. Questi due viaggiatori sulla via della verità partirono nell’oscurità della notte.

Oggi è il giorno in cui il più grande benefattore e amico dell’umanità intera, il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui), viene espulso dalla propria casa senza aver commesso alcuna colpa. Oggi è partito salutando quei vicoli nei quali era cresciuto camminando, lungo i quali aveva compiuto migliaia di viaggi per la sua missione, elevando la parola della verità, e dove aveva ricevuto innumerevoli insulti e subito persecuzioni. Oggi è giunto il momento di congedarsi dal centro spirituale sacro del suo Haram, dove si era prosternato molte volte, aveva pregato molte volte per il bene, la felicità e la pace del suo popolo, aveva recitato il Corano molte volte, ed era stato perseguitato dagli avversari e aveva ascoltato parole strazianti molte volte, proprio in quella piazza e in quell’unico rifugio garantito dalla sicurezza. Oggi sta per rivolgere il suo ultimo saluto alla città che custodisce i ricordi e le opere sacre di Hazrat Ibrahim e Isma‘il (su entrambi la pace), e il cui cielo e la cui aria risuonano ancora delle sue preghiere.

Che, nel compiere ciò, il suo cuore si sia spezzato, che il suo animo sia stato fatto a pezzi e che i suoi occhi siano stati travolti da un fiume di lacrime è del tutto naturale. Ma poiché quel sacrificio era necessario per ottenere il compiacimento di Allah e raggiungere lo scopo della vita, il migliore degli uomini non esitò a compiere anche questo sacrificio.

Oggi sembra che l’anima sia uscita dal corpo della Mecca. Sembra che i fiori dei suoi giardini abbiano perso il profumo. Sembra che le sue sorgenti si siano prosciugate. Perché le persone integre e virtuose sono uscite dall’interno della sua società.

La pianticella dell’invito alla verità era nata proprio nel suolo della Mecca. Ma agli abitanti della Mecca non fu concessa la fortuna di raccoglierne i frutti. Questa fortuna fu invece ottenuta dagli abitanti di Medina e dagli abitanti di tutto il mondo. Oggi gli abitanti della Mecca furono spinti indietro e allontanati, mentre agli abitanti di Medina fu fatto posto nelle prime file. Coloro che si consideravano grandi, nobili e appartenenti a famiglie illustri furono abbassati a un livello inferiore. E proprio a coloro che erano considerati relativamente umili fu assegnato oggi un posto più elevato e più eccellente.

Il Messaggero (pace e benedizioni su di lui), dopo aver rivolto un ultimo sguardo, disse alla Mecca:

«Per Allah, tu sei la migliore terra di Allah e, agli occhi di Allah, la terra più amata. Se non fossi stato costretto con la forza ad andarmene da qui, non ti avrei mai lasciata.» (Tirmidhi)

Poco dopo giunse alla grotta del monte Thawr.

Fu proprio il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) a stabilire quale strada avrebbero dovuto percorrere. Fu lui ad assumere Abdullah ibn Urayqit come guida, sulla base di un compenso concordato. Rimase tre giorni nella grotta. Abdullah, figlio di Abu Bakr, portava di notte tutte le notizie della Mecca. Amir ibn Fuhayra, lo schiavo di Abu Bakr, durante il giorno faceva pascolare nei dintorni della grotta il gregge di pecore e, quando calava l’oscurità, lo conduceva vicino alla grotta, affinché Abu Bakr e il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) potessero prendere il latte necessario.

Nel frattempo i Quraysh circondarono per tutta la notte la casa del Messaggero (pace e benedizioni su di lui). Inoltre furono chiusi tutti gli accessi della città. Ma quando improvvisamente vennero a sapere che proprio l’uomo tanto desiderato era sfuggito loro, sembrò che la terra fosse venuta a mancare sotto i loro piedi. Vedendo Ali nel letto del Messaggero (pace e benedizioni su di lui), sprofondarono in una profonda disperazione; dopo averlo rimproverato aspramente, se ne andarono sfogando su di lui la propria rabbia. Furono mandati uomini a cercare in ogni direzione, ma non si trovò alcuna traccia. Un gruppo, dopo aver corso e cercato a lungo, arrivò proprio davanti all’ingresso della grotta del monte Thawr. Dall’interno si potevano persino vedere i loro piedi. È difficile descrivere a parole quanto fosse terribilmente delicato quel momento. Abu Bakr si allarmò, pensando che, se quegli uomini fossero entrati nella grotta, l’intero movimento islamico avrebbe corso un grave pericolo. In una simile situazione, dentro Abu Bakr nacque esattamente il sentimento che sarebbe sorto in qualunque essere umano dotato di una normale natura umana. Tuttavia, poiché Allah aveva fatto alcune promesse al Messaggero (pace e benedizioni su di lui) e gli aveva assicurato il Suo aiuto e la Sua protezione, egli sapeva con certezza che Allah ci avrebbe mantenuti al sicuro. E proprio come era giunta al profeta Mosè, attraverso la rivelazione, la parola rassicurante «Non aver paura», così giunse anche al Messaggero (pace e benedizioni su di lui). Egli disse al suo compagno Abu Bakr: «Non preoccuparti, Allah è con noi». E così accadde che coloro che erano arrivati vicino all’ingresso della grotta tornarono indietro da quel punto stesso.

Dopo essere rimasto tre giorni nella grotta, il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) ne uscì insieme ad Abu Bakr e alla guida Amir ibn Fuhayra. Affinché gli agenti dei Quraysh non potessero seguirli, fu scelto il lungo percorso lungo la costa, abbandonando le vie normalmente percorse. Nel frattempo, alla Mecca fu annunciato che chiunque fosse riuscito a uccidere o catturare anche solo uno dei due, Muhammad (pace e benedizioni su di lui) e Abu Bakr, avrebbe ricevuto in premio centinaia di cammelli. Molti si misero a cercarli. Suraqa ibn Jusham venne a sapere che due uomini di quel tipo erano stati avvistati sulla strada costiera. Partì spronando il suo cavallo e tenendo una lancia in mano. Quando Suraqa, avvicinatosi, lo inseguì a grande velocità, all’improvviso le due zampe anteriori del suo cavallo sprofondarono nel terreno. Dopo aver tentato senza successo due o tre volte, Suraqa chiese perdono e domandò anche un documento scritto di salvaguardia. Ciò significa che si rese conto che, attraverso quelle persone, stava per avere inizio una nuova epoca. Il documento di salvaguardia fu redatto e consegnato. Quel documento si rivelò utile il giorno della conquista della Mecca. In quell’occasione il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) diede inoltre a Suraqa la lieta novella, dicendogli: «O Suraqa, guarda quale sarà la tua posizione il giorno in cui indosserai i bracciali dell’imperatore d’Iran». Questa profezia si compì durante la conquista dell’Iran, nell’epoca del califfato di Umar. In quel periodo Zubayr stava arrivando dalla Siria insieme a una carovana di mercanti. Lungo il cammino incontrò il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) e Abu Bakr, e donò a entrambi abiti bianchi.

Durante questo viaggio, anche Buraida al-Aslami li incontrò insieme a settanta compagni. In realtà, erano partiti allettati dalla ricompensa. Ma non appena si fece avanti, Buraida cambiò. Proprio durante lo scambio delle presentazioni, il Messaggero (s.a.s.) gli diede la lieta novella: «La tua parte è stata stabilita» (cioè era stato stabilito che anche tu avresti contribuito all’affermazione dell’Islam). Allora Buraida abbracciò l’Islam insieme ai suoi settanta compagni. Dopodiché Buraida disse: «Quando il Messaggero (s.a.s.) entrerà a Medina, dovrebbe avere davanti a sé una bandiera». Il Messaggero (s.a.s.) acconsentì, legò il proprio turbante alla punta di una lancia e lo consegnò a Buraida. Sventolando quella bandiera, la carovana entrò a Medina.

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«Sarete certamente messi alla prova con perdite di vite e di beni. E dovrete ascoltare molte parole dolorose da entrambi i gruppi: la Gente della Scrittura e i politeisti. Se riuscirete a rimanere saldi in tutte queste prove e a trattenervi dall’oscenità, indubbiamente ciò sarà un’impresa valorosa». (Āl ʿImrān, 186)

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«Siete stati tanto insolenti verso di me quanto è possibile che lo siano i parenti di un profeta nei suoi confronti. Voi mi avete smentito, mentre altri hanno testimoniato la mia veridicità. Mi avete espulso dalla mia patria, mentre altri mi hanno dato rifugio presso di loro. Avete combattuto contro di me, mentre altri mi hanno sostenuto».

– Il discorso del Messaggero (s.a.s.) rivolto ai cadaveri dei politeisti sul campo di Badr.

 

Capitolo: 4

L’Amico dell’umanità (s.a.s.) nel periodo medinese: la svolta nella storia

«All’alba Umm Ahmad mi vide uscire sotto la protezione di Colui che temo pur senza averlo visto, e allora cominciò a dire: “Se devi proprio partire, non andare a Yathrib; portaci da qualche altra parte.”

Le risposi: “Ora Yathrib è la nostra destinazione. Ovunque il Misericordioso Allah voglia condurre il Suo servo, è proprio in quella direzione che il servo si mette in cammino.”

Non si possono contare i cari compagni e i beneauguranti che abbiamo lasciato alle nostre spalle, né le donne oppresse dal dolore che abbiamo visto versare lacrime prima di partire.

Tu pensi che stiamo lasciando la patria per acquisire la capacità di vendicarci di coloro che ci hanno espulso. Invece abbiamo un altro scopo.

Da una parte ci siamo noi, dall’altra ci sono quei nostri amici che si sono allontanati dalla retta via, hanno usato contro di noi le armi della persecuzione e hanno provocato disordini.

Una delle due parti in conflitto ha avuto la fortuna di innalzare il vessillo della verità ed è stata guidata sulla retta via. L’altra parte sta per affrontare il castigo di Allah.

Sebbene dal punto di vista del legame di sangue siano nostri stretti parenti, là dove manca un rapporto sincero fondato sull’unità degli ideali e degli obiettivi, il solo legame di sangue non ha valore.

Verrà un giorno in cui la vostra unità andrà completamente in frantumi. La vostra esistenza collettiva sarà dispersa e smembrata. Allora saprai molto bene quale dei nostri due gruppi si trova sulla via della verità.»

(Sintesi del contenuto della poesia sull’Egira di Abu Ahmad ibn Jahsh)

Il periodo meccano della vita storica di Hazrat Muhammad, il Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui, il più grande amico dell’umanità e autore della più grande storia del mondo, fu il periodo della chiamata e della diffusione dell’ideale. Il periodo medinese fu invece quello dell’insediamento al potere e del governo. Alla Mecca furono formate le persone, mentre a Medina fu istituito l’ordinamento collettivo. Alla Mecca furono preparati i materiali, mentre a Medina fu costruito l’edificio.

A causa di questa differenza, la convinzione della gente comune che studia in modo superficiale il Corano, la vita del Profeta e la storia dell’Islam è che il presunto periodo delle prove per il movimento islamico e il suo predicatore si sia svolto soltanto alla Mecca. A Medina non vi sarebbe stata un’opposizione altrettanto intensa e accanita, né un ambiente così insopportabile di persecuzioni continue come quello della Mecca. Si ritiene almeno che, nel periodo medinese, l’opposizione e l’ostilità avessero assunto la forma di spade sguainate ed fossero passate sul campo di battaglia. Il periodo dei comportamenti meschini e ignobili da parte dei nemici sarebbe ormai trascorso. Ma i fatti reali sono l’opposto. È vero che, nel periodo medinese, il principale gruppo oppositore, i Quraysh, lanciava una sfida diretta sul campo di battaglia aperto. Ma non si può negare che, con il rafforzamento del movimento islamico rispetto al passato, fossero sorti nuovi nemici. Questi nemici non erano in alcun modo inferiori agli abitanti della Mecca nelle loro azioni malvagie. Le loro continue nuove cospirazioni molestarono e misero in difficoltà il Messaggero, pace e benedizioni su di lui, e i suoi Compagni dall’inizio alla fine, e non lasciarono intentato alcuno sforzo per ostacolare l’opera di rinascita.

È una regola costante della storia che, quanto più avanzano le opere di riforma, correzione e rinascita, tanto più i gruppi contrari alla riforma e dediti all’inerzia, spinti dall’ostilità, si accaniscono nel tentativo di rovinarle e distruggerle. Alla fine, quando, salvato dal patibolo della persecuzione, si insedia con un balzo sul trono del potere, l’odio e il desiderio di vendetta del falso raggiungono ogni limite. Poiché a Medina era stata istituita una nuova società islamica e uno Stato pacifico e benefico, si era sviluppata proprio una situazione di questo tipo.

Il diverso ambiente di Medina

Dal punto di vista storico, è una realtà estremamente importante che l’ambiente politico e religioso di Medina fosse completamente diverso da quello della Mecca. Per questo, la piantina dell’Islam che alla Mecca non riusciva a crescere in un ambiente estremamente ostile, non appena fu trapiantata a Medina si sviluppò rapidamente, mettendo foglie e rami, e cominciò a dare frutti.

La prima differenza consisteva nel fatto che l’intera popolazione della Mecca e dei suoi dintorni era profondamente legata da rapporti reciproci. Erano tribù della stessa religione, vincolate da patti reciproci, e i Quraysh esercitavano su di loro pieno controllo e dominio. A Medina e nei suoi dintorni, invece, vivevano due popolazioni di natura completamente diversa, tra le quali regnavano conflitti, dissidi e tensioni.

Medina era l’antica città chiamata «Yathrib», fondata dagli ebrei. Poiché qui la loro discendenza continuava gradualmente a moltiplicarsi, nei dintorni di Medina sorsero nuovi insediamenti ebraici. Furono inoltre costruite anche piccole fortezze militari. In questo modo, l’intera regione si trovava sotto l’influenza religiosa e politica degli ebrei.

Il secondo gruppo era quello degli Ansar. La loro vera patria d’origine era lo Yemen. Erano discendenti di Qahtan. Quando si verificò la devastante inondazione, famosa nella storia dello Yemen, i sopravvissuti si dispersero in varie direzioni. A quel tempo, due fratelli della tribù di Qahtan, Aws e Khazraj, vennero a stabilirsi a Medina. In seguito potrebbero essere giunte anche altre persone. Tuttavia, fu attraverso questi nuovi arrivati che in questa regione si concentrarono nuovi abitanti. Poi la popolazione cominciò a moltiplicarsi e, gradualmente, emerse una nuova forza. Inizialmente essi desideravano vivere separati dalla società e dalla cultura ebraiche. Ma, sotto la pressione dell’influenza e della forza della comunità ebraica, già saldamente insediata, furono costretti a stipulare con essa un patto di alleanza. Questa alleanza basata sul patto proseguì a lungo in modo ordinato. Ma quando gli Ebrei si resero conto che la crescente forza degli Ansar costituiva una minaccia per la loro influenza e il loro prestigio, ruppero i rapporti di alleanza.

Tra gli Ebrei emerse un capo dissoluto di nome Fityun. Forte del proprio potere, emanò un ordine secondo cui ogni ragazza che si fosse sposata nel suo territorio avrebbe dovuto prima diventare sua compagna di letto durante la sua notte di piacere, e solo dopo avrebbe potuto entrare nella vita coniugale. Il fatto stesso che essi avessero accettato docilmente quest’ordine dimostra fino a che punto fossero giunti il degrado morale e la perversione degli Ebrei. Ma un giorno, a causa di questo ordine satanico, il senso dell’onore degli Ansar si risvegliò. La sorella di Malik ibn Ajlan stava per sposarsi. Proprio il giorno in cui arrivò lo sposo, Fityun passò davanti a Malik completamente nudo. Quando Malik lo rimproverò, egli disse che il giorno seguente lo avrebbe sottoposto a una situazione ancora più umiliante. Preso dall’ira, Malik uccise Fityun e fuggì in Siria. Là governava il re ghassanide Abu Jabala. Quando venne a conoscenza dell’accaduto, attaccò Medina, uccise i principali capi ebrei e ricompensò Aws e Khazraj. Questi eventi indebolirono la potenza degli Ebrei e accrebbero quella degli Ansar.

In sostanza, i rapporti tra gli Ebrei e gli Ansar furono sempre pieni di conflitti e scontri; tuttavia, non avendo alcun ideale o obiettivo, l’unità interna degli Ansar non poté fondarsi su basi solide. I conflitti e le discordie reciproche divorarono e distrussero la loro forza come la tignola. Di conseguenza, a un certo punto scoppiò persino una guerra chiamata Buʿāth tra le tribù di Aws e Khazraj, nella quale furono uccise molte personalità importanti di entrambe le parti. In questo modo essi tornarono a essere impotenti di fronte agli Ebrei. In tale situazione, furono costretti a chiedere, qualche tempo prima, un’alleanza ai Quraysh. Ma, per varie ragioni, l’iniziativa fallì.

D’altra parte, una delle ragioni del predominio e del prestigio degli Ebrei era la loro autorità religiosa. Possedevano la Torah. In virtù di ciò, erano portatori di un ordinamento religioso distinto; avevano una propria ʿaqīda e un patrimonio ideale, alcuni principi morali, alcune leggi e norme religiose, alcune tradizioni e norme specifiche per l’adorazione. Sotto questo aspetto, gli Ansar, a dire il vero, non possedevano nulla. Dipendevano dagli Ebrei in tutte queste questioni. Ricevevano da loro l’istruzione presso la loro Bayt al-Maqdis (all’epoca centro dell’insegnamento religioso ebraico). Persino quando un figlio di un Ansari non sopravviveva, egli faceva voto, dicendo che, se il figlio fosse vissuto, lo avrebbe reso ebreo. Tra gli Ansar esisteva, sotto questo aspetto, un senso d’inferiorità. Poiché il loro senso dell’onore e del prestigio era stato ferito, si sentivano continuamente a disagio nel loro intimo. Tutti questi elementi mostrano che nell’ambiente di Medina regnavano conflitti e discordie tra gli Ebrei e gli Ansar e che i loro rapporti reciproci erano caratterizzati da una profonda rivalità.

È opportuno ricordare che gli Ebrei spesso si vantavano davanti agli Ansar dicendo: «Presto verrà l’ultimo Profeta. Quando arriverà, ci uniremo a lui e vi sistemeremo una volta per tutte». A causa di questa minaccia e di questa profezia degli Ebrei, anche gli Ansar cominciarono a contare i giorni in attesa del Profeta atteso. Decisero segretamente che, quando egli sarebbe apparso, sarebbero stati i primi a unirsi al suo gruppo. E così avvenne. Coloro che avevano fatto la profezia rimasero privati di tale onore. Gli Ebrei furono sconfitti proprio da coloro che volevano sottomettere. (Sīrat al-Nabī: Shiblī Nuʿmānī)

Considerando questo ambiente e questo contesto di Medina, si comprenderà perché l’ambiente attuale fosse più favorevole al movimento islamico rispetto a quello della Mecca.

Il movimento islamico a Medina

La Mecca aveva ascoltato l’invito all’Islam per tredici lunghi anni. Aveva inoltre conosciuto quali fossero gli argomenti a suo sostegno. Per di più, davanti ai suoi occhi risplendevano il carattere e l’operato di una personalità incomparabile, illuminata dalla luce dell’Islam. I portatori della bandiera dell’Islam, pur essendo schiacciati sotto le ruote dell’oppressione e della persecuzione, innalzavano il grido: «Ahad, Ahad» (Dio è uno, Dio è uno). E tuttavia, dall’inizio alla fine, l’ambiente complessivo della Mecca continuò a rifiutare questo invito.

Ma non appena l’appello raggiunse Medina, da lì si levò il grido «Labbaika» («Accetto»). Il primo giovane di Medina ad abbracciare l’Islam fu Suwaid ibn Samit. Era al tempo stesso un poeta dotato, un abile cavaliere e un valoroso guerriero. Giovani di questo genere sono generalmente soldati dei movimenti rivoluzionari: partecipano a qualunque programma di sviluppo e di costruzione e vi consacrano ogni loro avere. Quando questo giovane giunse alla Mecca, il Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui, lo incontrò come di consueto e lo invitò all’Islam. Suwaid disse: «Possiedo qualcosa di simile, che si chiama “Sahifa di Luqman”». E gliene recitò una parte. Poi il Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui, gli recitò il Corano. Osservate che cosa sia una coscienza libera da impulsività e da odio. Suwaid esclamò immediatamente: «Queste parole sono ancora più belle!». Da quel momento l’appello del Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui, si radicò profondamente nel suo cuore. Ma, cosa dolorosa, subito dopo essere tornato dalla Mecca fu ucciso per mano dei Khazrajiti. Molti hanno detto di lui che, al momento della sua uccisione, era musulmano e pronunciava con le labbra il grido «Allahu Akbar». (La biografia di Ibn Hisham, vol. 2, pp. 67-68)

Il secondo giovane di Medina a essere influenzato dall’appello all’Islam si chiamava Iyas ibn Mu‘adh. Era membro di una delegazione di Medina. Questa delegazione era venuta alla Mecca nella speranza di concludere un patto di alleanza con i Coreisciti contro i Khazraj e di ottenere il loro aiuto. Il Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui, rivolse l’appello all’Islam ai membri della delegazione e recitò loro il Corano. Iyas ibn Mu‘adh era allora appena un adolescente. Disse: «Compagni miei, ciò per cui siete venuti non è forse meno buono di questo?». Il capo della delegazione, Abu al-Husayr, gli gettò immediatamente della terra sul volto. Voleva dire: «Perché intrometterti di nuovo e creare questo problema?». Poi aggiunse: «Non siamo venuti per questo». Abu al-Husayr era ansioso di ottenere l’aiuto dei Coreisciti. Sapeva che, se avessero accettato l’appello di Muhammad, pace e benedizioni su di lui, la possibilità di ottenere l’aiuto dei Coreisciti sarebbe stata completamente preclusa. Iyas tacque, è vero, ma l’appello all’Islam penetrò nel suo cuore. La delegazione tornò a Medina. Purtroppo anche questo giovane consapevole morì poco dopo, vittima della battaglia di Bu‘ath.

Nell’undicesimo anno della profezia si tenne un incontro approfondito tra il Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui, e la delegazione giunta da Medina. Dopo aver ascoltato l’appello del Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui, cominciarono a dirsi l’un l’altro: «Sappiate con certezza che quest’uomo è proprio il Profeta di cui gli Ebrei vi parlano da tempo. Non permettiamo che gli Ebrei diventino alleati di questo Profeta prima di noi». In seguito Allah aprì i loro cuori ed essi tutti radicarono l’Islam nei loro cuori. Poi dissero:

«Abbiamo reciso i rapporti con il nostro popolo. Tra noi non esiste forse un’ostilità, una discordia e un conflitto maggiori che presso qualsiasi altra nazione. Può darsi che, per mezzo del Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui, Allah riunisca nuovamente il nostro popolo. Quando torneremo da loro, li inviteremo alla religione del Messaggero di Allah e manifesteremo davanti a loro lo stesso atteggiamento nei confronti di questa religione che abbiamo manifestato davanti a lui. Se poi Allah li farà concordare su questa religione, allora egli diventerà l’uomo più potente». (La biografia di Ibn Hisham)

L’appello che gli abitanti della Mecca avevano considerato causa di divisione, gli abitanti di Medina lo riconobbero fin dal primo sguardo come fondamento della loro unità. I membri del primo gruppo di abitanti di Medina, organizzatosi alla Mecca per innalzare il vessillo del movimento islamico, erano sei:

(1) Abu al-Haytham ibn Tayhan (2) As‘ad ibn Zurara (3) Awf ibn Harith (4) Rafi‘ ibn Malik al-Ajlani (5) Qutba ibn Amir (6) Jabir ibn Abd Allah.

Dopo che questi uomini tornarono a Medina, vi suscitarono un nuovo entusiasmo e un nuovo risveglio. L’appello all’Islam acquistò popolarità e cominciò a diffondersi ampiamente. Tra le famiglie degli Ansar non ve n’era neppure una in cui non si parlasse di Muhammad, pace e benedizioni su di lui.

Il primo giuramento di al-‘Aqaba

L’anno seguente, cioè nel dodicesimo anno della missione profetica, dodici persone giunsero da Medina e prestarono il giuramento di fedeltà. Questo è noto come «Giuramento delle donne». Il motivo di tale denominazione è che in questo giuramento si assunsero impegni soltanto riguardo alle questioni fondamentali e non vi fu incluso alcun tema di guerra o combattimento. Il testo di questo impegno di fede era il seguente:

«Non assoceremo nessuno ad Allah, non ruberemo, non commetteremo adulterio, non uccideremo i nostri figli, non diffonderemo consapevolmente false calunnie contro nessuno e non disobbediremo a Muhammad (s.a.) in alcuna buona azione.»

Quando quel gruppo partì per Medina, il Messaggero (s.a.) incaricò Mus‘ab ibn ‘Umayr di svolgere a Medina l’attività di predicazione dell’Islam. Gli affidò il compito di insegnare il Corano ai musulmani, impartire loro gli insegnamenti dell’Islam e fornire loro una conoscenza dettagliata e corretta dell’Islam. Egli guidava anche la preghiera e insegnava gli ideali islamici e i principi morali islamici. (Sīrat Ibn Hishām)

La conversione all’Islam di due capi

As‘ad ibn Zurāra, il proprietario della casa in cui soggiornava Mus‘ab, il predicatore dell’Islam incaricato dal Messaggero (s.a.), un giorno partì insieme a Mus‘ab per una missione di predicazione verso gli insediamenti delle tribù dei Banū ‘Abd al-Ashhal e dei Banū Zafar. Giunsero nei pressi del territorio delle abitazioni dei Banū Zafar, vicino a un pozzo chiamato Marāq. In quel momento, alcune persone che avevano abbracciato l’Islam si riunirono intorno a loro. I due capi dei Banū ‘Abd al-Ashhal, Sa‘d ibn Mu‘ādh e Usayd ibn Hudayr, erano ancora seguaci della religione della loro tribù, cioè pagani. Sa‘d ibn Mu‘ādh era già furioso per l’attività di predicazione condotta da As‘ad ibn Zurāra e Mus‘ab. Quando seppe dell’arrivo di quei due uomini, disse sottovoce a Usayd: «Questi due vengono per ingannare e sviare i deboli tra noi. Va’ e impedisci loro di venire alle nostre abitazioni. Se As‘ad ibn Zurāra non fosse mio cugino materno, non te lo direi: li affronterei io stesso». Quando poi iniziò l’incontro di predicazione, Usayd, secondo le istruzioni di Sa‘d ibn Mu‘ādh, si avvicinò a entrambi con una lancia sollevata. Dopo essersi fermato per alcuni istanti, disse con parole dure: «Per quale motivo siete venuti qui? Voi sviare i nostri deboli. Se volete salvarvi la vita, lasciate subito il nostro territorio». Mus‘ab disse con tono rispettoso: «Perché non si siede un momento e ascolta attentamente ciò che abbiamo da dire? Se, dopo aver ascoltato, le piacerà, lo accetterà; altrimenti lo rifiuterà». Udendo queste parole, Usayd si calmò un poco. Posò la lancia e si sedette tranquillamente accanto ad As‘ad e Mus‘ab. Mus‘ab iniziò la conversazione e gli recitò il Corano. Prima ancora che Usayd pronunciasse una parola, essi avevano compreso, osservando l’espressione del suo volto, che era propenso ad accettare l’Islam. Infine Usayd esclamò: «Che parole belle e affascinanti!». Poi chiese: «Che cosa fate quando abbracciate l’Islam?». I due risposero: «Va’, fai il bagno, purificati, lava i tuoi abiti, poi rendi testimonianza alla verità e prega». Usayd, che poco prima stava davanti a loro puntando la lancia, aveva ormai il petto trafitto dalla lancia vivificante dell’Islam. Si alzò, andò a fare il bagno, tornò purificato e pregò due rak‘āt. Al termine della preghiera disse: «C’è un’altra persona con me. Se anch’egli si unisse al vostro gruppo, nessun altro della tribù si opporrebbe. Vado subito a chiamarlo. È Sa‘d ibn Mu‘ādh». Immediatamente si recò da Sa‘d con la lancia in mano. Lì si riunì un’assemblea. Non appena Mu‘ādh vide Usayd da lontano, disse ai suoi compagni: «Giuro su Allah, il volto che Usayd aveva quando è partito non è più lo stesso che ha adesso». Poi disse a Usayd: «Dimmi, da dove vieni?». Usayd rispose semplicemente: «Ho parlato con entrambi. Giuro su Allah, non ho percepito alcun pericolo da parte loro. Ho proibito loro di venire, e faremo ciò che tu dirai». Subito dopo, per istigare Sa‘d, aggiunse: «I Banū Hāritha vogliono uccidere As‘ad ibn Zurāra. Pur sapendo che As‘ad è tuo parente, vogliono farlo per umiliarti». Temendo un’azione da parte dei Banū Hāritha, Sa‘d si adirò. Strappò la lancia dalle mani di Usayd e si recò da As‘ad e Mus‘ab. Ma quando arrivò, li vide seduti tranquillamente. Mu‘ādh raccontò: «Capì immediatamente che Usayd mi aveva mandato lì con astuzia, affinché ascoltassi direttamente la conversazione dei due uomini. Lo rimproverai mentalmente e mi fermai davanti a entrambi. Dissi ad As‘ad ibn Zurāra: “Siete venuti da noi a dirci cose che detestiamo”». Mus‘ab disse con tono rispettoso: «Si calmi un momento e ascolti ciò che abbiamo da dire. Se le piacerà, lo accetti; altrimenti non le presenteremo ciò che detesta». Sa‘d si calmò e disse: «Hai parlato con giustizia». Quando Sa‘d si fu seduto, Mus‘ab gli parlò del messaggio dell’Islam e gli recitò il Corano. Anche qui si ripeté quanto era accaduto con Usayd. Prima ancora che Sa‘d dicesse qualcosa, i segni dell’accettazione dell’Islam apparvero sul suo volto. Dopo pochi istanti, il secondo capo abbracciò l’Islam.

Quando Sa‘d ibn Mu‘ādh tornò con una «nuova vita», i membri dell’assemblea tribale lo videro da lontano e dissero che il volto di Sa‘d era cambiato. Appena arrivato, Sa‘d disse: «O gente della tribù dei Banū ‘Abd al-Ashhal, che opinione avete di me?». Tutti risposero: «Tu sei il nostro capo. Il tuo giudizio è più maturo del nostro. Sei il più virtuoso e benefico di tutti noi». Sa‘d disse: «Allora sappiate questo: finché non crederete in Allah e nel Suo Messaggero, mi sarà proibito parlare con i vostri uomini e le vostre donne». Dopo ciò, che altro poteva accadere? Gli uomini e le donne dell’intera tribù abbracciarono l’Islam tutti insieme.

Quando, grazie a questi due capi, la forza del movimento islamico crebbe enormemente, anche l’attività di predicazione si intensificò e l’Islam si diffuse di casa in casa e di tribù in tribù.

Il secondo giuramento di ‘Aqaba

Nel frattempo giunse la stagione del pellegrinaggio. Questa volta un gran numero di musulmani si recò da Medina alla Mecca, poiché l’Islam si stava diffondendo ampiamente nella terra di Medina. Questi nuovi musulmani medinesi, animati dal nuovo fervore religioso, giunsero per il pellegrinaggio e, evitando lo sguardo dei Quraysh, si incontrarono nell’oscurità della notte con il loro amato leader, il Messaggero. Questa volta fu rinnovato il giuramento di fedeltà. Tuttavia, il giuramento di questa volta era molto più avanzato della «bayʿa materna». Nel primo giuramento, un contenuto politico si ravvisava soltanto in una clausola: «Non disobbediremo agli ordini giusti di Muhammad». Questa volta, invece, il contenuto politico fu incluso assumendosi ogni rischio. Alla luce di questa bayʿa, aiutare Muhammad significava entrare in guerra con i Quraysh e con l’intera nazione araba. In realtà, il secondo giuramento fu prestato proprio tenendo presente questo significato. Durante i colloqui, questi combattenti medinesi del movimento islamico, comprendendo pienamente le possibilità future, dissero: «Dovremo annullare tutti i patti che abbiamo con gli abitanti di Yathrib, cioè gli ebrei. Dopo averli annullati, non accada che, quando Allah ti concederà la vittoria, tu torni dal tuo popolo e ci abbandoni». In risposta a questo timore, il Messaggero sorrise lievemente e disse: «Il vostro sangue è il mio sangue, i vostri nemici sono i miei nemici; io appartengo a voi e voi appartenete a me. Combatterò coloro contro i quali combatterete voi e farò pace con coloro con i quali farete pace voi». ʿAbbas ibn ʿUbada disse: «O discendenti dei Khazraj! Sapete a cosa state promettendo di impegnarvi con Muhammad? È la promessa di combattere contro gli abitanti del mondo intero». I membri della delegazione risposero con piena consapevolezza della responsabilità: «Promettiamo di continuare ad aiutarvi e sostenervi, anche a costo di vedere distrutte tutte le nostre ricchezze e uccisi i nostri capi tribali». Proprio per la natura particolare di questa bayʿa, essa fu chiamata «Bayʿat al-Harb», ossia «il giuramento militare». Una sua condizione fondamentale era questa: «Che ci troviamo nella povertà o nell’abbondanza, nella felicità o nel dolore, in qualunque condizione ci troviamo, ascolteremo ogni ordine del Messaggero e gli obbediremo; daremo ai suoi ordini la precedenza su noi stessi e non entreremo in conflitto con i capi e i responsabili. Se qualcuno ci biasimerà o ci rimprovererà a causa della religione di Allah, non ce ne cureremo».

Questa bayʿa può essere definita, in realtà, la pietra angolare dello Stato islamico. Allo stesso tempo, può essere considerata il preludio dell’Egira. Attraverso questa bayʿa, i futuri cittadini del futuro Stato islamico accettarono volontariamente e con gioia la guida politica di Muhammad. Inoltre, mediante essa fu istituito anche il sistema dell’obbedienza.

Attraverso di essa non fu assunto soltanto un giuramento, ma furono gettate anche le basi dell’ordine e della disciplina collettivi. Il leader del movimento islamico, secondo il parere dell’organizzazione cittadina, nominò dodici responsabili regionali (naqīb). Nove di loro furono scelti tra i Khazraj e tre tra gli Aws. A questi naqīb fu ordinato: «Siate responsabili di tutti gli affari delle vostre rispettive tribù, come lo furono gli ausiliari di Gesù e come io stesso sono responsabile del mio gruppo». Essi erano i rappresentanti personali del Messaggero. Con la loro nomina iniziò in modo sistematico la costruzione di una società organizzata.

Quando la notizia giunse alle orecchie dei Quraysh, essi cominciarono a battersi il petto. Nel frattempo la delegazione aveva già lasciato la Mecca. Furono mandate persone a cercarla. Saʿd ibn ʿUbada e Mundhir ibn ʿAmr furono catturati e condotti davanti a loro. Essi sfogarono su di loro la propria rabbia. Ma a che cosa serviva ormai? (Sīrat Ibn Hishām, vol. 2)

Una nuova ondata del movimento a Medina

Quando questa delegazione tornò a Medina con rinnovato vigore ed entusiasmo, l’attività di predicazione iniziò apertamente e su vasta scala. Quando i giovani scendono in campo facendosi promotori di un cambiamento, la vecchia generazione non riesce a resistere a lungo. Per comprendere quale sarà il futuro di un movimento, bisogna sapere se esso dipende dalla generazione anziana o se nelle sue vene scorre il sangue dei giovani. A Mecca, e soprattutto a Medina, quasi tutti coloro che marciavano in prima fila sotto la bandiera del movimento islamico erano ancora giovani. Per farsi un’idea di quanto questa giovane generazione abbia fatto per portare avanti il movimento islamico, ritengo necessario raccontare un episodio curioso.

Nella tribù dei Banu Salama viveva un anziano di nome ʿAmr ibn al-Jamuh. Aveva portato e custodito nella propria casa una statua di legno chiamata Manāt. Il vecchio la adorava e trascorreva tutto il giorno a pulirla e spolverarla. Due giovani dei Banu Salama, Muʿadh ibn Jabal e Muʿadh ibn ʿAmr, avevano abbracciato l’Islam ed erano diventati attivisti del movimento islamico. Quest’ultimo era proprio il figlio del vecchio in questione. Ogni notte si alzavano nell’oscurità, facevano prima rotolare la statua del vecchio nel fango e poi la lasciavano a testa in giù nella fossa dove gli abitanti dei Banu Salama gettavano ogni sorta di rifiuti. Al mattino, alzatosi, il vecchio gridava: «Chi ha infierito sul mio dio durante la notte?». Poi usciva a cercare il dio che aveva perduto. Dopo averlo trovato, lo lavava, lo puliva e lo rimetteva al suo posto. La notte seguente la stessa scena si ripeteva. Il vecchio tornava a urlare. Un giorno, esasperato, il vecchio ʿAmr appese la propria spada al collo della statua. Le disse: «Per Allah, non so chi ti tratti in questo modo. Se possiedi anche solo un briciolo di forza, cerca di difenderti: ti lascio qui questa spada». Venne la notte e ʿAmr si addormentò. I due protagonisti di questa messinscena arrivarono durante la notte. Tolsero la spada dal collo della statua. Poi trovarono un cane morto, lo legarono con una corda al collo della statua e la gettarono in un pozzo chiuso che era pieno di escrementi e urina umani. Al mattino ʿAmr si alzò e vide che il suo dio era nuovamente scomparso. Quando, dopo averlo cercato, vide in quale miserevole condizione si trovava, nel suo animo si produsse un profondo cambiamento e ʿAmr abbracciò l’Islam. Questo mostra quale trasformazione radicale fosse avvenuta a Medina.

Il nuovo centro del movimento

Il leader del movimento islamico si chiedeva continuamente: se il movimento non fosse riuscito a consolidarsi alla Mecca e la spietata leadership meccana non fosse stata disposta a permettere la costruzione di un «nuovo mondo», in quale altra regione della terra si sarebbe potuto concentrare ogni sforzo per avviare questo lavoro costruttivo? Il suo primo sguardo si era rivolto all’Abissinia, ed è per questo che vi aveva inviato i suoi compagni. Sebbene il re Negus avesse fatto tutto il possibile per aiutare gli oppressi della Mecca, il ruolo vergognoso dei sacerdoti cristiani in quel paese non era sfuggito ai musulmani. Sotto l’influenza pervasiva di costoro, lo sviluppo dell’Islam non sarebbe stato facile. Inoltre, tra gli abitanti del luogo sarebbe stato necessario iniziare da capo l’attività di predicazione. E, nel compiere tale opera su terra straniera, si sarebbero dovuti affrontare ostacoli di vario genere, difficili da superare. Per questo si cercava un altro territorio. Quando Medina rispose con apertura all’invito alla fede, il Messaggero vide una luce di speranza. Il primo patto di al-‘Aqaba rafforzò ulteriormente questa speranza. In seguito, dopo che Hazrat Mus‘ab ibn ‘Umayr ebbe soggiornato lì e lavorato per qualche tempo, nel rapporto da lui presentato durante il pellegrinaggio, alla vigilia del secondo patto di al-‘Aqaba, fornì una descrizione dettagliata dei musulmani di Medina, riferì informazioni sulla loro forza e sulle loro capacità e diede la lieta notizia che quell’anno un gran numero di musulmani sarebbe venuto al pellegrinaggio. Questo rapporto spinse il Messaggero a una profonda riflessione. La rapida crescita della forza e del numero dei musulmani a Medina era assai incoraggiante. Lì non dovevano affrontare ostacoli altrettanto gravi da parte degli ebrei quanto quelli che subivano alla Mecca da parte dei Quraysh. Gli abitanti di Yathrib erano molto preoccupati per i compagni della Mecca. Gli abitanti di Yathrib disponevano di molti vantaggi: possedevano campi coltivati e giardini. Il Messaggero pensava: non sarebbe forse stato meglio che i musulmani della Mecca si trasferissero a Medina, liberandosi dall’oppressione dei Quraysh e adempiendo così agli obblighi dell’Islam? Perciò espresse questa sua idea a coloro che, tra la delegazione giunta, erano venuti per compiere il pellegrinaggio; e il patto che fu concluso in seguito venne concluso proprio sulla base di questo contesto. (Hayat-e Muhammad, Muhammad Husayn Haykal)

Fin dal ritorno dall’Abissinia, uno o due musulmani alla volta si recavano a Medina con il permesso del Messaggero. Dopo il secondo patto di al-‘Aqaba, tuttavia, il movimento accelerò e si stabilì quasi definitivamente che Medina sarebbe stata la destinazione della seconda egira.

I capi della Mecca vedevano che il movimento islamico aveva ormai creato una nuova e solida base. Ai loro occhi, il futuro appariva estremamente minaccioso. Comprendevano molto bene che, se l’Islam avesse messo radici a Medina, sarebbe diventato una forza invincibile, fuori dalla loro portata. Un giorno, poi, si sarebbe scagliato contro di loro e avrebbe chiesto un risarcimento completo per tutte le loro azioni passate. Temevano inoltre che, poiché la strada commerciale per la Siria passava attraverso Medina, il nuovo centro islamico di Medina potesse bloccare quella via. In tal modo, i Quraysh della Mecca sarebbero andati incontro alla rovina economica e commerciale. Interiormente erano sempre più smarriti, presi da profondo terrore e angoscia. Non riuscivano a capire che cosa fare. Giorno e notte erano assorbiti dal timore che Muhammad e tutto il suo gruppo sfuggissero loro. Proprio a causa di questa preoccupazione, alla fine elaborarono un piano per uccidere il Messaggero. Una forza storica era sorta dalla loro stessa casa ed era più propriamente loro che di chiunque altro al mondo. Con le loro stesse malefatte trasformarono quella forza in qualcosa di «estraneo» e divennero essi stessi suoi nemici. Perciò, quanto più essa si rafforzava, tanto più diventava per loro una calamità letale.

Per questo, quando il primo emigrante partì per recarsi a Medina, gli abitanti della Mecca lo perseguitarono. Quest’uomo era Abu Salama ‘Abdullah ibn ‘Abd al-Asad al-Makhzumi. Stava partendo con la moglie e i figli sul cammello, quando gli uomini della tribù paterna di sua moglie, i Banu Mughira, accorsero trafelati e strapparono ad Abu Salama la corda del cammello su cui si trovava sua moglie Umm Salama. Dissero: «Non possiamo permettere che nostra figlia Umm Salama diventi una vagabonda insieme a te». A causa di questo episodio carico di emozione, gli uomini della tribù di Abu Salama si infuriarono. Dissero ai Banu Mughira: «Se ci portate via la moglie del nostro uomo, noi non permetteremo che il nostro bambino resti tra le sue braccia». Così marito, moglie e figlio furono separati l’uno dall’altra. Abu Salama partì per Medina in quelle condizioni. Ogni mattina Umm Salama si recava in quel luogo alla periferia della città e piangeva disperatamente. Dopo che trascorse quasi un anno, un uomo fu mosso a compassione e, dopo aver persuaso i Banu Mughira, mandò Umm Salama a Medina sul cammello insieme al bambino. La donna partì da sola. Per grazia di Allah, per caso incontrò lungo il cammino ‘Uthman ibn Talha, che la accompagnò fino alla periferia di Medina.

In altre parole, dopo la dolorosa esperienza dell’egira in Abissinia, la politica degli abitanti della Mecca divenne questa: non si doveva permettere ai musulmani di sfuggire. Se qualcuno voleva assolutamente emigrare, la sua tribù e i suoi familiari sarebbero rimasti ostaggi nelle mani degli abitanti della Mecca. All’inizio questa politica era alquanto indulgente, ma gradualmente divenne più severa. Persino gli emigranti tardivi, Hazrat ‘Umar, ‘Ayyash ibn Abi Rabi‘a e Hisham ibn ‘As ibn Wa’il, dovettero partire in modo talmente clandestino da vivere nel timore di essere arrestati da un momento all’altro. Hazrat ‘Umar e ‘Ayyash riuscirono a fuggire rapidamente, in qualche modo. Hisham, invece, fu catturato e sottoposto a torture. Hazrat ‘Umar e ‘Ayyash giunsero sani e salvi a Medina. Ma dalla Mecca partì al loro inseguimento un gruppo di cospiratori. Ne facevano parte Abu Jahl ibn Hisham e al-Harith ibn Hisham. I due andarono da ‘Ayyash e gli dissero: «Tua madre è in punto di morte. Ha giurato che non si pettinerà i capelli e non resterà sotto il sole cocente finché non avrà visto il tuo volto». I compagni cercarono molto di convincere ‘Ayyash che si trattava soltanto di un inganno: «Se cadrai nella rete dell’astuzia degli abitanti della Mecca, ti costringeranno ad abbandonare l’Islam». Il ricco ‘Ayyash era inoltre caduto nella tentazione di tornare a prendere una parte dei suoi beni. Quando Hazrat ‘Umar lo seppe, gli disse: «Sono più ricco di te e ti darò metà dei miei beni. Non andare con loro». Ma ‘Ayyash non volle ascoltarlo. Hazrat ‘Umar disse: «Se vuoi comunque andare, prendi la mia cammella veloce; ovunque avvertirai un pericolo, montala e fuggi». Ma i cospiratori della Mecca escogitarono un tale complotto che ‘Ayyash non riuscì neppure a fuggire conducendo la cammella per un’altra strada. Lo legarono strettamente. Quando giunsero alla Mecca, dissero agli altri: «Fate a quelli tra voi che vogliono emigrare lo stesso trattamento che abbiamo riservato a lui».

In seguito, Hazrat Umar (r.a.) scrisse di propria mano una lettera a Hisham ibn al-As. In quella lettera citò il celebre versetto: «O Miei servi che avete trasgredito contro voi stessi, non disperate della misericordia di Allah». Hisham lesse la lettera in un luogo chiamato Mituwa, vicino alla Mecca, e vi rifletté più volte. Quando comprese che essa alludeva proprio a lui, partì senza indugio a dorso di cammello. Tuttavia, una versione ancora più attendibile riferisce che, un giorno, dopo che il Messaggero (s.a.w.) era emigrato a Medina, nella sua assemblea si iniziò a parlare di quei due prigionieri. Il Messaggero (s.a.w.) disse: «Chi mi aiuterà a liberare Ayyash ibn Abi Rabi’a e Hisham ibn As?». Walid ibn al-Mughira dichiarò di essere pronto. Per ordine del Messaggero (s.a.w.), Walid partì alla volta della Mecca. Avvicinandosi furtivamente all’abitato, vide una donna che portava del cibo. Le chiese: «Dove stai andando?». Ella rispose: «Qui ci sono due prigionieri. Sto andando a portare loro del cibo». Walid la seguì. Quei due erano rinchiusi in una stanza senza tetto. Quando scese la sera, scavalcò il muro e raggiunse i prigionieri. Poi pose una pietra sotto la catena e la recise con la spada. Quindi portò entrambi fuori, li fece montare sui cammelli e tutti fuggirono insieme.

La maggior parte dei Muhajirun che erano riusciti a raggiungere Medina aveva dovuto lasciare agli abitanti della Mecca tutti i propri beni e averi.

Eppure, nonostante la sofferenza della Hijra, uomini e donne senza distinzione continuavano ad abbandonare senza esitazione la patria per adempiere al loro dovere religioso. Non esiste paragone per questo miracoloso risultato del movimento islamico: esso aveva infiammato con forza dell’ispirazione islamica persino le donne analfabete della società araba barbara di centinaia di anni fa.

Impedendo la partenza dei Muhajirun, i Quraysh manifestavano un atteggiamento di estrema intolleranza. Al contrario, colui con cui erano in contrasto si mostrava alto come una montagna e generoso e magnanimo come il mare. Era l’incarnazione della pazienza, della tolleranza, della gravità e della fermezza d’animo. Per questo rimase saldo al centro della da’wa. Era suo dovere dimostrare di essersi impegnato ad adempiere in ogni modo al proprio compito fino all’ultimo momento. Continuava ad assolvere pazientemente la sua responsabilità finché la volontà di Allah nei confronti degli abitanti della Mecca non si fosse compiuta. Era come l’audace capitano di una nave che affonda, il quale deve abbandonare la nave per ultimo, solo dopo aver trasferito al sicuro su un’altra nave tutti i membri dell’equipaggio e i passeggeri.

Soltanto quando non rimase più nessuno, eccetto coloro che i Quraysh avevano trattenuto con la forza o quelli che non avevano potuto partire per qualche interesse o vantaggio particolare, egli ricevette dal Sommo Allah il permesso di compiere la Hijra. Lasciò la Mecca soltanto quando gli abitanti della Mecca non erano più disposti a lasciarlo vivere. Quando si avvicinò il momento della sua partenza, uscì senza paura e in sicurezza attraverso un accerchiamento di spade assetate di sangue.

Medina: i momenti dell’attesa

Con l’aumento del numero dei Muhajirun, Medina diventava sempre più animata. Lo splendore della da’wa islamica si diffondeva in ogni direzione. Con la diffusione dell’Islam crescevano continuamente anche l’amore e l’attrazione della gente verso il messaggero dell’Islam. In particolare, dalla Seconda Bay’a di Aqaba, gli abitanti di Medina guardavano in ogni momento verso la strada della Mecca. Era come un campo colmo di messi che attende l’arrivo delle nuvole e della pioggia. Era come se tutti i materiali da costruzione fossero già ammucchiati, in attesa che giungesse il costruttore dell’edificio dell’umanità per iniziarne la costruzione.

Anche la notizia che Muhammad (s.a.w.) aveva lasciato la Mecca e stava procedendo lungo la via della Hijra si diffuse a Medina, trasportata dal vento. Nell’udire la notizia, la curiosità a Medina raggiunse naturalmente il culmine e i momenti dell’attesa divennero insopportabili.

Persino sulle labbra dei piccoli bambini risuonava continuamente questa frase: «Il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) sta arrivando, il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) sta arrivando». Ogni mattina la gente usciva dalle proprie case, si radunava fuori dalla città e aspettava. Quando il sole estivo saliva sopra le loro teste e il caldo diventava insopportabile, tornavano a casa lamentandosi. Anche il giorno in cui il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) arrivò davvero, dopo essersi radunata come al solito, la gente stava tornando a casa. All’improvviso, un ebreo, affacciatosi dalla sommità di una fortezza, annunciò la buona notizia: «O abitanti di Yathrib, guardate! È arrivato il grande uomo che state aspettando». E allora l’intera città esplose in grida di Allahu Akbar. La gente si precipitò fuori. La maggior parte degli Ansar uscì armata.

Egli stabilì la sua prima residenza a Quba, un insediamento suburbano situato a tre miglia da Medina. La famiglia di Amr ibn Awf lo accolse con gioia e ebbe l’onore di ospitarlo. Quella casa era in realtà una base centrale del movimento islamico. Per la maggior parte degli emigranti divenne la prima tappa. Alcuni Compagni emigranti si trovavano ancora lì. Anche Ali, dopo aver consegnato gli oggetti affidatigli, si riunì lì al suo amato capo e alla carovana. Vi rimase per quattordici giorni. La gente continuava a venire a fargli visita a gruppi. Il loro desiderio di vedere con i propri occhi colui la cui parola avevano già accolto con tutto il cuore non aveva fine. Tutti si radunavano nella speranza di contemplare il suo volto, ascoltare le sue dolci parole e ricevere la sua supplica. Nulla veniva tralasciato: i saluti, le visite, le conversazioni, le suppliche e le riunioni.

A Quba il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) pose con le proprie mani le fondamenta di una moschea. Ogni musulmano partecipò alla sua costruzione. La più grande personalità della storia del mondo cominciò a trasportare grandi pietre come un semplice operaio. Durante il lavoro si cantava anche:

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«Chi costruisce moschee, recita il Corano e veglia la notte per l’adorazione è davvero riuscito».

Questa moschea non era semplicemente un insieme di mattoni, pietre e altri materiali; piuttosto, dal Profeta (pace e benedizioni su di lui) fino al musulmano comune, tutti diedero prova del massimo entusiasmo. Per questo il Corano, parlando di questa moschea, dice:

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«È una moschea le cui fondamenta sono state poste sulla taqwa».

Il Messaggero ﷺ arrivò a Quba giovedì 8 Rabīʿ al-awwal dell’undicesimo anno della profezia. Quattordici giorni dopo partì alla volta di Medina, accompagnato dalla sua gente. Da Quba a Medina, gli Ansar si erano disposti in fila lungo entrambi i lati della strada per porgergli il benvenuto. I parenti materni del Messaggero si erano schierati in modo particolare, armati. Le donne si erano radunate sui tetti e continuavano a intonare canti di benvenuto:

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I bambini piccoli andavano in giro a gruppi, cantando mentre suonavano i tamburi:

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In risposta all’amore di quei bambini, il Messaggero ﷺ mostrò loro un affetto particolare. Parlò con loro. Chiese: «Mi volete?» Essi risposero: «Sì, certamente!» Il Messaggero ﷺ disse: «Anch’io vi voglio bene». (Sīrat an-Nabī)

Quando a Medina toccò in sorte di vivere quel momento storico, immaginate per un attimo quale fermento dovette crearsi! Pensate alle scene che si svolgevano nei suoi vicoli e all’emozione e all’eco che si diffusero nell’aria!

La casa di Abū Ayyūb al-Anṣārī ebbe la fortuna di diventare la residenza temporanea. Il Messaggero ﷺ vi rimase per sette mesi.

 

Opere di sviluppo e costruzione

Dopo aver trovato un po’ di sollievo e aver recuperato dalla stanchezza del viaggio, il Messaggero (pace e benedizioni di Allah su di lui) iniziò i lavori di sviluppo e costruzione. Il primo lavoro avviato fu la costruzione della moschea. Fu acquistato un terreno incolto appartenente a due bambini orfani, e fu il venerabile Abu Ayyub a pagarne il prezzo. Su questo terreno furono poste le fondamenta della Moschea del Profeta. La moschea non aveva importanza soltanto come luogo di preghiera; era stata concepita come centro e fonte dello Stato e della civiltà islamici. La Moschea del Profeta veniva edificata allo stesso tempo come sede del governo, sala di consultazione, residenza per gli ospiti ufficiali, biblioteca pubblica e centro congressi nazionale. Anche per questa costruzione si diffuse lo stesso entusiasmo suscitato a Quba. Poteva esserci un musulmano che non partecipasse a quest’opera con tutto il cuore e tutta l’anima? Lo stesso Messaggero (pace e benedizioni di Allah su di lui) trasportava pietre e fango. Vedendo questa scena, un Compagno, sopraffatto dall’emozione, esclamò: «Se il Profeta di Allah si dedica a quest’opera in questo modo e noi restiamo seduti a guardare, tutte le nostre buone azioni saranno annullate».

Nel bel mezzo dell’intenso lavoro non c’era spazio per discorsi vani. Al contrario, tutti, compreso il Messaggero (pace e benedizioni di Allah su di lui), intonavano insieme:

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«La felicità dell’Aldilà è la vera felicità. Altrimenti, la vita è priva di senso. O Allah, concedi la Tua grazia agli Ansar e ai Muhajirun». (Sira di Ibn Hisham, vol. II)

Questa motivazione e questa supplica furono i veri strumenti con cui venne costruita la Moschea del Profeta. Accanto alla moschea fu inoltre preparata per il Messaggero (pace e benedizioni di Allah su di lui) una hujra, realizzata con rami e fango. Egli cominciò a vivere proprio in quella hujra.

Con l’arrivo del Messaggero (pace e benedizioni di Allah su di lui) a Medina, la da‘wa cominciò ad ampliarsi spontaneamente. In quei sette mesi, il movimento islamico aveva già raccolto compagni sinceramente devoti da ogni casa e da ogni tribù. Soltanto nelle famiglie di Khatma, Waqif, Wa’il e Umayya della tribù degli Aws rimaneva ancora l’oscurità dello shirk. (Sira di Ibn Hisham, vol. II)

L’ampliamento dell’opera di da‘wa era il più importante lavoro costruttivo. Il Messaggero (pace e benedizioni di Allah su di lui) svolgeva certamente anche la da‘wa individuale. Tuttavia, il sermone con cui diede inizio alla da‘wa collettiva fu il seguente:

«O gente, procuratevi per tempo qualcosa per voi stessi. Sappiate che un giorno tutti voi dovrete morire. Ognuno lascerà i propri familiari in una condizione tale che essi non avranno motivo di lamentarsi. Poi il suo Signore gli parlerà in modo che non vi sarà alcun interprete tra loro. Gli sarà chiesto: “Non ti è forse giunto il Mio Messaggero? E il Messaggero non ti ha forse trasmesso il Mio messaggio? Non ti ho forse dato ricchezze e favori? Che cosa hai dunque accumulato per te?”. Allora guarderà a destra e a sinistra, ma non vedrà nulla. Poi guarderà davanti a sé, ma non scorgerà altro che l’Inferno. Perciò chi ne ha la possibilità cerchi di proteggersi dal fuoco dell’Inferno, anche offrendo in elemosina una sola dattero. Chi non può fare neppure questo, si protegga almeno pronunciando una buona parola. In verità, la ricompensa di una buona azione va da dieci fino a settecento volte tanto. Che la sicurezza, la misericordia e le benedizioni di Allah scendano su di voi».

(Sīrat Ibn Hishām, vol. 2)

Un altro discorso collettivo è il seguente

«Ogni lode appartiene ad Allah. Io Lo lodo e chiedo aiuto a Lui. Tutti noi cerchiamo rifugio presso Allah dal male delle nostre passioni e dalle cattive conseguenze delle nostre azioni. Colui che Allah guida, nessuno può traviarlo; e colui che Egli priva della guida non avrà alcuna guida. Attesto che nessuno è degno di adorazione e obbedienza se non Allah, l’Unico, senza associati. In verità, il Libro di Allah è la migliore delle parole. Avrà successo colui nel cui cuore Allah ha reso amato il Corano, colui che Egli ha fatto entrare nell’Islam dopo l’incredulità e colui che preferisce il Corano a tutte le altre parole composte dagli esseri umani. Questa è la parola migliore e più influente. Amate soltanto ciò che Allah ama e amate Allah sinceramente. Non mostrate negligenza nell’opera di Allah e non lasciate che, per questo, i vostri cuori si induriscano. Poiché Allah sceglie il meglio tra le Sue creature, ha indicato le opere migliori, i servi migliori e le parole più pure. Di tutto ciò che Egli ha concesso agli uomini, una parte è lecita e una parte è illecita. Adottate dunque la servitù ad Allah e non associate a Lui nessuno. Proteggetevi dalla Sua ira come è doveroso fare. Trasformate in azioni davanti ad Allah tutte le buone parole che pronunciate con la vostra bocca. Instaurate tra voi rapporti d’amore per mezzo della misericordia di Allah. In verità, Allah si adira quando viene infranta una promessa fatta a Lui. La pace sia su di voi». (Sīrat Ibn Hishām, vol. 2)

La descrizione del suo discorso che si ricava dalle diverse narrazioni è molto concisa. I discorsi del Messaggero erano generalmente brevi. Tuttavia, osservate quante dichiarazioni di così ampia portata vi sono state incluse. Vi si parla, per così dire, di tutti i problemi. Vi è l’invito all’Islam, si sottolinea l’importanza degli insegnamenti del Corano, si esorta a distinguere tra ciò che è lecito e ciò che è illecito e si insegna a fondare una fraternità basata sugli ideali.

Esaminando questi due discorsi, si comprende come venisse rivolto l’invito collettivo. Da un lato, si invitava ai principi fondamentali; dall’altro, alla luce di quegli stessi ideali, si indicava alla società la via per risolvere i diversi problemi.

La fondazione dello Stato islamico

Il terzo passo, e probabilmente l’opera politicamente più importante, fu quello di raggiungere un’intesa tra gli ebrei, i politeisti e i musulmani di Medina per l’amministrazione dello Stato. Allo scopo di istituire una società di carattere politico, fu redatto un accordo scritto, simile a una costituzione scritta. Esso è giustamente definito la prima costituzione scritta del mondo. Non intendo qui discutere le clausole di questa costituzione; ne presenterò tuttavia una sintesi di alcune parti importanti. Attraverso questo accordo costituzionale scritto, il Messaggero conseguì quanto segue:

– Nella società di Medina, appena costituita, la sovranità di Allah e l’importanza fondamentale della Sua legge acquisirono il primato.

– Il potere e l’autorità supremi in ambito politico, legislativo e giudiziario passarono nelle mani di Muhammad (pace e benedizioni di Allah su di lui).

– Attraverso questo patto costituzionale, lo Stato islamico fu costituito legalmente e formalmente e venne avviato il processo di attuazione dell’ordinamento di vita islamico. [Chiunque scenda in campo con un obiettivo preciso pensa sempre, innanzitutto, a costituire un proprio Stato. Si consideri quanto fosse priva di mezzi, risorse materiali e sostegno l’organizzazione islamica in Arabia. Si consideri inoltre la situazione travagliata di alcune persone giunte a Medina, in un ambiente sconosciuto e privo di riferimenti, dopo aver abbandonato case e terre. Si osservi poi con quale rapidità fu istituito lo Stato islamico e come, nel giro di pochi mesi, entrò in vigore anche la sua costituzione. Riuscire a unire così rapidamente, sotto un’unica organizzazione, popolazioni divise da contrasti religiosi ed etnici è davvero uno dei grandi eventi meravigliosi della storia.]

Considerando la complessità della situazione di quell’epoca, si può supporre che si sia trattato di un’impresa straordinaria. Dietro di essa si può vedere all’opera un’incomparabile saggezza politica e una grande abilità nel dialogo e nella negoziazione. Da questo patto costituzionale, così come dagli altri accordi e dalle transazioni, apprendiamo che il Messaggero (pace e benedizioni di Allah su di lui) non era affatto soltanto un sufi derviscio; possedeva invece una competenza specialistica e una grande saggezza nel gestire e portare a compimento con efficacia gli affari collettivi, ed era pienamente qualificato per svolgere tutte queste responsabilità.

Il sistema della fratellanza

A quel tempo, uno dei problemi più gravi della società di Medina era il reinserimento dei muhājirūn. Le persone lasciavano le proprie case una dopo l’altra e arrivavano. Era necessario dare loro un posto in questa cittadina di medie dimensioni, abitata da appena alcune migliaia di persone. In realtà, si tratta di un problema che, ogni volta che si presenta nella storia, risulta sempre imbarazzante. Non esiste alcun precedente nella storia del mondo della competenza, della saggezza e dell’intelligenza con cui la società di Medina e il suo capo di Stato risolsero questo problema. Non fu emanata alcuna ordinanza, non fu imposta alcuna legge, non fu necessario assegnare ufficialmente terre o altre risorse, non furono imposte restrizioni fissando un numero di rifugiati e non si ricorse alla forza. Un problema così complesso fu risolto in pochi giorni attraverso un semplice appello morale. Il Profeta dell’umanità (pace e benedizioni di Allah su di lui) istituì concretamente una nuova fratellanza fondata sulla fede, sugli ideali e sugli obiettivi, e creò un rapporto fraterno tra ciascun ansārī e ciascun muhājir. Ogni ansārī divideva in parti uguali le proprie risorse, le case, i giardini e i terreni agricoli, e le donava al proprio compagno di ideali. Alcuni erano persino pronti a divorziare da una delle proprie mogli, qualora ne avessero avute più di una, per darla in sposa al proprio fratello nella fede. I muhājirūn, d’altra parte, dimostrarono una tale dignità e amor proprio da dire: «Mostrateci i terreni agricoli o il mercato; potremo guadagnarci da vivere commerciando o lavorando».

I muhājirūn non sposati, soprattutto quelli ancora giovani, che desideravano dedicarsi all’apprendimento degli insegnamenti islamici invece di mettere su famiglia, vivevano nella «Suffa», cioè in un’area della Moschea del Profeta. Essa divenne un’istituzione importante per l’opera di edificazione. La società islamica era responsabile dei Compagni che vivevano nella Suffa. Il Messaggero (pace e benedizioni di Allah su di lui) si occupava personalmente delle loro necessità e si impegnava attivamente per soddisfarle.

Ancora una volta, il conflitto e lo scontro

Qui non intendo menzionare tutti gli eventi della storia dell’Islam e della vita del Profeta (sīra) in successione. Ho voluto soltanto mostrare brevemente come la generazione del movimento islamico, giunta dalla Mecca a Medina, cominciò a dare vita a una nuova generazione. Qual era l’ambiente e quali nuove attività iniziarono a svilupparsi in esso con l’arrivo di una forza efficace. Come i soldati della verità avanzarono per risvegliare una società addormentata e svolsero un ruolo efficace e positivo nella formazione del suo carattere. Secondo la legge della storia, era inevitabile che, non appena fosse emerso un ruolo positivo, comparisse anche un ruolo negativo di qualche tipo. Accanto all’attività costruttiva, l’attivazione di una forza sovversiva era una conseguenza inevitabile delle leggi della natura. Quando la verità si attiva sul campo, è inevitabile che inizino le attività anche nel campo della falsità. Insieme all’eroe, inevitabilmente compare il malvagio. Vedendo la nuova società che si stava istituendo a Medina, Satana provava una terribile agitazione e inquietudine. Voleva far scendere in campo alcuni suoi fedeli collaboratori. E trovò effettivamente dei malvagi, che portò sulla scena e presentò al pubblico. Alla Mecca il movimento islamico era caduto nelle mani dei cosiddetti seguaci di Abramo, mentre a Medina si trovò di fronte a intriganti che indossavano il sacro mantello di Mosè. I seguaci di Bayt al-Maqdis cominciarono a comportarsi con il movimento islamico nello stesso modo in cui i custodi della sacra Kaʿba si erano comportati con esso.

 

La posizione e il ruolo storico degli ebrei

È un fatto doloroso nella storia dell’Islam e della jāhiliyya che, da sempre, siano stati proprio gli ambienti religiosi a opporsi agli sforzi per instaurare l’Islam, con il massimo fervore e zelo religioso. Là dove gli ambienti religiosi avrebbero dovuto rispondere al primo appello alla vera religione e schierarsi in prima fila, salvo alcune eccezioni, sono stati invece proprio loro a respingerla per primi. In principio, gli ambienti religiosi sono servitori e portatori della bandiera della religione. Ma, gradualmente, quando si crea per loro una posizione di prestigio e alcuni interessi si legano alla religione, essi rendono la religione sottomessa a sé stessi e, poco a poco, si arrogano alcuni diritti permanenti in nome della religione. Costringono il popolo devoto ad accettare alcune loro rivendicazioni di classe e, alla fine, si assicurano speciali ricompense onorifiche. Nella fase di declino morale dei suoi seguaci, la religione attraversa sempre tutti questi stadi. A questo punto, la religione si trasforma in un’attività estremamente redditizia e assume la forma di un bene immobile trasferibile per eredità. In questa fase, la predicazione e l’esortazione diventano merci commerciali, il sapere religioso diventa un mezzo di sostentamento, e la fatwā si trasforma in una merce vendibile, creando un proprio valore di mercato. La carica religiosa diventa una scala verso la guida spirituale e il potere. Una volta raggiunto questo stadio, la mentalità commerciale dei leader religiosi li costringe a chiedersi, in ogni situazione, se i nostri interessi siano preservati e se qualcun altro stia forse sottraendoci la nostra posizione. Quando una mentalità mercantile entra nei confini della religione con tutte queste caratteristiche, cominciano a manifestarsi in loro i seguenti tratti:

– Non tollerano che qualcuno esprima un’opinione diversa e non riescono a collaborare con gli altri per uno scopo più grande.

– Non ammettono alcun errore, difetto o debolezza al proprio interno e non sono disposti nemmeno a correggerli.

– Non riescono ad abbandonare la posizione di leadership e il seggio da cui esercitano la propria influenza per svolgere, sotto la guida, le direttive o l’appello di qualcun altro, il compito loro affidato.

La nazione ebraica era giunta all’estremo di tutti questi tratti. Non aveva mai potuto accettare che la verità potesse esistere anche al di fuori dei confini della propria classe. Non ammetteva che qualcuno potesse essere guidato sulla retta via senza prestarle obbedienza, né che la posizione di leadership potesse spettare a qualcun altro all’infuori di loro.

Si opposero sia i Quraysh della Mecca sia gli ebrei di Medina. Nessuno dei due gruppi si risparmiò nell’opposizione. Tuttavia, vi è una grande differenza tra i loro ruoli oppositori. Esaminando comparativamente il ruolo di entrambi, vediamo che la forza motrice principale dell’opposizione dei Quraysh era la superbia e l’arroganza. Il cuore degli ebrei, invece, era avvolto dalla vendetta, dall’odio e dall’invidia. I Quraysh erano affetti dalla malattia dell’orgoglio aristocratico e del senso di superiorità, mentre gli ebrei soffrivano del morbo del complesso d’inferiorità. Per questo, tra i Quraysh prevalevano un rifiuto aperto e un atteggiamento conflittuale; nell’opposizione degli ebrei, invece, predominavano le cospirazioni subdole e l’inganno. Tra i Quraysh vi era un’arroganza eroica, mentre nel carattere degli ebrei prevaleva una bassezza codarda. Là dove l’opposizione dei Quraysh era direttamente aggressiva, gli ebrei eccellevano nelle segrete collusioni, negli intrighi, nell’ipocrisia e nella falsità. Alla Mecca vi erano soltanto due comunità: i musulmani e i kāfir. A Medina, invece, tra queste due forze — musulmani e kāfir — emerse anche una terza forza: gli ipocriti. Da questo esame è emerso chiaramente quanto la falsa religiosità e la religiosità distorta possano essere più basse e spregevoli per natura persino dell’aperta e aggressiva empietà, dello shirk e della jāhiliyya, e quanto più abietta possa essere la loro opposizione alla verità e alla giustizia.

Vediamo inoltre che, in questo conflitto tra l’empietà e la religiosità, la religiosità distorta e interessata degli ebrei fornì, contro l’Islam, un sostegno e una collaborazione totali alle forze dei kāfir e dei mushrikūn della Mecca. Eppure, per quanto profonde fossero le divergenze, avrebbe dovuto mostrare maggiore simpatia verso i portatori della bandiera dell’adorazione dell’unico Allah e della moralità. Avrebbe potuto almeno mantenere, nella sua opposizione all’Islam, una posizione completamente distinta da quella dei kāfir e dei mushrikūn. Ma, anche dopo aver ascoltato il solenne appello: «Venite, concordiamo su una parola comune tra noi e voi», essi decisero di sostenere uomini spregevoli come Abū Jahl e Abū Lahab, abbandonando il pensiero e l’azione religiosa pura del più nobile degli uomini, Muhammad, e dei suoi compagni. Un altro ruolo storico ed eterno della falsa religiosità e della religiosità distorta è che essa non è mai pronta, in nessuna circostanza, a sostenere la parte religiosa, nemmeno sul campo di battaglia. Al contrario, si schiera inevitabilmente dalla parte dei nemici della religione. Diventa alleata degli empi, degli atei e dei peccatori. Non sto parlando dei pochi individui eccezionali. Anche nel periodo di massima degenerazione, in ogni gruppo si possono trovare alcune eccezioni di questo genere. Stiamo discutendo soltanto la questione generale e di principio.

Questa era la vergognosa posizione degli ebrei. Uscivano dalle loro basi segrete brandendo tutte le armi della conoscenza e della pratica religiosa; si appostavano sul fronte eversivo e negativo, puntando le armi contro l’Islam, e di fatto offrivano il massimo sostegno agli infedeli e ai politeisti. Scagliavano insulti osceni e parole offensive contro il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) e contro i Compagni, dirigenti e militanti del movimento islamico; lo schernivano e lo deridevano, lo molestavano ponendo continuamente nuove domande. Scatenavano una tempesta di calunnie e propaganda diffamatoria e conducevano attività di spionaggio. Talvolta cercavano di provocare conflitti e scontri reciproci tra i musulmani, emettevano verdetti che li dichiaravano infedeli e fāsiq, complottavano per assassinare il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) e commettevano terribili tradimenti durante le guerre e nei momenti di emergenza. Non lasciarono nulla di intentato per danneggiare l’Islam. Eppure, dall’inizio alla fine, rimasero vittime di una concezione profondamente errata. Le persone di indole negativa, dedite ad attività eversive, sono sempre cadute in questo genere di errore. (Ma le generazioni successive non ne traggono comunque insegnamento.) Il loro errore consisteva nel credere che coloro i quali non osservano alcun principio o ideale, non hanno alcun programma costruttivo e sprofondano al livello più basso della degradazione morale possano ostacolare qualsiasi movimento idealista e costruttivo. In realtà, il loro ruolo è simile a quello dei pipistrelli che, mossi dall’odio verso i raggi del sole nascente, spiegano le ali nel vuoto nel vano tentativo di creare un’oscurità artificiale; oppure a quello di alcune zanzare e mosche che ronzano nel tentativo di fermare l’avanzata di un esercito armato; o ancora a quello di un ostinato che, vedendo la luna piena, le sputa contro.

Coloro che non possiedono alcun valore proprio, che non hanno alcun ideale vitale, il cui carattere non offre alcun modello alla società umana contemporanea e dai quali non si può sperare alcun servizio costruttivo per l’umanità, limitandosi a ostacolare il progresso altrui, non possono conseguire alcun successo duraturo per sé. Coloro che non dispongono di altro strumento se non l’immobilismo, l’inerzia, il fanatismo, la perversione e la distruzione, creando ostacoli sul cammino di un gruppo dinamico impegnato in attività riformatrici e costruttive, non riescono in alcun modo a conquistare valore o dignità per sé. Alla fine, a persone di questo genere non toccano in sorte altro che fallimento e umiliazione. Ma quando una comunità degenerata, trascinata dalla corrente gregaria di reazioni emotive, perde la capacità di giudizio, non pensa più alle conseguenze. Continua soltanto ad avanzare. Anche la comunità ebraica degenerata, accecata dal complesso d’inferiorità e dall’invidia, entrò in conflitto con l’Islam.

Da un’analisi comparativa del carattere dei musulmani di Medina e di quello degli ebrei si comprende anche che, quanto più elevato è il carattere di coloro che rispondono all’appello dei portatori della bandiera della verità e della giustizia, tanto più si degrada il carattere dei loro oppositori. Quanto il movimento positivo adorna l’umanità di equilibrio, tanto la reazione negativa si adopera per deformarla e distruggerla.

Da una parte, il dirigente della società islamica aveva davanti a sé un piano costruttivo estremamente ampio e lungimirante. Dall’altra, doveva affrontare il problema del reinsediamento dei rifugiati che continuavano ad arrivare e del loro sostegno economico. Inoltre, vi era il timore di attacchi da parte dei Quraysh della Mecca in ogni momento, e assicurare un sistema di difesa duraturo per prevenirli era indispensabile. A tutti questi problemi se ne aggiungeva uno ancora più grave: all’interno dello Stato di Medina appena costituito e della società in sviluppo, un grande gruppo di nemici interni, intriganti e traditori, conduceva attività di vario genere volte a diffondere confusione e divisione. Bisogna riflettere su quanto dovessero essere delicate e complesse le responsabilità del Profeta dell’umanità in una situazione simile. È probabilmente difficile per noi persino immaginare a quanti problemi pensasse giorno e notte quell’unica mente. Forse, anche riflettendoci, non riusciremmo a comprendere fino in fondo in quale situazione così terribile fosse precipitata una piccola organizzazione islamica e un movimento ancora nelle sue primissime fasi. E la storia ha addossato unicamente agli ebrei la responsabilità di aver creato tutte queste complicazioni. Tale responsabilità ricade davvero sulla comunità ebraica, che si proclama obbediente ad Allah, devota a Ibrahim e Musa, in pace su di loro, fedele alla Torah e autoproclamatasi titolare della purezza, della spiritualità, della conoscenza di Allah e del timore di Dio.

All’inizio gli ebrei riponevano grandi speranze nel Messaggero (pace e benedizioni su di lui) e nell’Islam. Vedevano che i seguaci di questa religione appena sorta erano in conflitto con i discendenti di Ismaele (cioè con i Quraysh — nota del traduttore); inoltre, essi onoravano i profeti venerati dagli ebrei, rispettavano i loro Libri e avevano adottato come propria qibla, cioè come direzione della preghiera, Bayt al-Maqdis. Per questo avevano cominciato a pensare che, gradualmente, sarebbe stato possibile includere Muhammad (pace e benedizioni su di lui) e i suoi Compagni nella comunità ebraica. Gli ebrei non pensavano a ciò dal punto di vista della giustizia e della verità; era piuttosto una considerazione puramente pragmatica e commerciale. Credevano di poter rendere presto sottomessi quei miserabili esuli, privati della loro patria e di ogni bene. Animati da questa speranza, stipularono un accordo con i musulmani senza particolari discussioni e accettarono l’organizzazione politica che si stava costituendo a Medina. Pensavano che quella forza politica in via di sviluppo fosse già nelle loro tasche e che il loro prestigio religioso e spirituale la circondasse da ogni lato. Gli ebrei non avevano alcun interesse, sforzo o pensiero volto a comprendere la verità e la giustizia, correggere il pensiero e il carattere o assicurarsi la salvezza nell’Aldilà. Nella mente di quei disgraziati dominava unicamente l’interesse di gruppo. Credevano che a Medina la preda si stesse radunando proprio davanti alla loro porta. Perciò si appostavano, preparando trappole e reti per catturarla. Ai loro occhi i musulmani erano come un banco di pesci sospinto dal mare verso la riva. E i pescatori ebrei erano giunti sulla spiaggia con tutti gli strumenti necessari, pronti a intrappolarli nella rete dell’ipocrisia religiosa. Tuttavia, già dopo pochi giorni di esperienza, le loro fantasticherie cominciarono a svanire. I musulmani fecero loro capire di non essere una preda così facile. Erano una forza tanto solida che il cacciatore stesso finiva per diventare la preda nelle loro mani. Videro che stava gradualmente sorgendo uno Stato islamico dallo spirito rivoluzionario. Questo Stato diveniva sempre più forte, come una fortezza. In pochi giorni gli ebrei compresero che lo Stato alla cui fondazione avevano partecipato mediante il patto costituzionale, lungi dall’essere un fantoccio nelle loro mani, non offriva loro nemmeno la possibilità di inserirvi un dito. Fallirono ben presto e completamente nel sogno di ottenere in quello Stato una posizione da capi. I loro tentativi di esercitare influenza sulle sue diverse istituzioni e attività fallirono ripetutamente. Tutte le cospirazioni ordite per sottomettere il capo dello Stato, gli altri funzionari e i cittadini che avevano fiducia nei suoi principi furono vanificate. Anzi, già nella fase iniziale si verificò un tale rovescio che furono proprio alcuni dei loro uomini ad arrendersi ai principi presentati dal Messaggero (pace e benedizioni su di lui). Questa «pericolosa» corrente rivoluzionaria travolse non solo gli ebrei comuni e illetterati, ma persino diverse personalità di rilievo. Solo allora tornarono in sé. Capirono che il fiorente commercio della loro spiritualità stava andando in rovina e che le prede tanto desiderate stavano sfuggendo loro una dopo l’altra. Gli ebrei furono terrorizzati dalle rovinose conseguenze del patto da loro stipulato. In base a quell’accordo, da un lato erano obbligati a obbedire alle leggi dello Stato musulmano; dall’altro, avevano stipulato con i musulmani un patto di alleanza difensiva. Inoltre, si rendevano conto che tutte le speranze per cui avevano agito si stavano trasformando in un miraggio.

Per questo, dentro di loro cominciò ad accumularsi una lava di odio estremo, che di tanto in tanto eruttava dal corpo della loro società. In particolare, l’episodio del cambiamento della qibla mise a nudo l’atteggiamento vendicativo della comunità ebraica. Dapprima esso assunse la forma della propaganda calunniosa. Poi si trasformò in attività sovversive. Infine si manifestò sotto forma di tradimento. Esaminiamo dunque le attività ostili all’Islam scaturite dalla reazione a questo atteggiamento durante il periodo medinese, attività che furono subite dal più grande benefattore dell’umanità e dai suoi Compagni e dalle quali lo Stato islamico dovette difendere con grande difficoltà la propria esistenza.

Comportamento intollerante

Alla luce delle grandi responsabilità che il neocostituito Stato islamico di Medina doveva assumersi, il ruolo dei cittadini di quello Stato era di fondamentale importanza. In particolare, per il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) e per i suoi Compagni era una perdita dolorosa l’assenza anche di uno solo degli uomini della prima fila. Abū Umāma Asʿad ibn Zurāra, incaricato di diffondere l’Islam presso la tribù dei Banū Najjār, era proprio uno di questi uomini. Tuttavia, morì proprio agli inizi. Venne così a mancare un valoroso soldato dell’Islam. L’evento era già di per sé doloroso per il Messaggero (pace e benedizioni su di lui). Inoltre, i gruppi ostili all’Islam presenti a Medina raddoppiarono il suo dolore attraverso una propaganda fuorviante. Gli ebrei e gli ipocriti loro seguaci cominciarono a dire in giro: «Avete visto? Se Muhammad (pace e benedizioni su di lui) fosse davvero un profeta, un collaboratore così attivo sarebbe forse morto in un momento tanto inopportuno?». In altre parole, non riuscivano a contenere la loro esultanza per la sua morte. Il cuore sensibile dello stesso Messaggero (pace e benedizioni su di lui), già continuamente ferito dai colpi delle sventure provenienti da ogni parte, non poté restare in silenzio di fronte a questa propaganda calunniosa. Egli disse: «La morte di Abū Umāma è una morte amarissima per gli ebrei e per gli ipocriti arabi! Essi vanno dicendo che, se Muhammad (pace e benedizioni su di lui) fosse stato un profeta, il suo Compagno non sarebbe morto. Eppure io stesso non posso sottrarmi alla volontà di Allah, né posso proteggere dalla morte alcuno dei miei Compagni». (Sīrat Ibn Hishām, volume II)

Da questo piccolo episodio si può comprendere quanto rancore si fosse accumulato nei cuori dei nemici. Gli uomini della tribù dei Banū Najjār vennero dal Messaggero (pace e benedizioni su di lui) e gli dissero: «Ora nomina per noi un altro responsabile». Poiché i Banū Najjār erano parenti del Messaggero (pace e benedizioni su di lui), per consolarli egli disse: «Voi siete i miei zii materni; io sono con voi in ogni cosa e sono io il vostro responsabile».

Le condizioni in base alle quali gli ebrei avevano firmato il patto impedivano loro di ostacolare lo sviluppo e la diffusione del movimento islamico. Sotto i loro occhi, la gente comune e le personalità più eminenti si radunavano sotto la bandiera dell’Islam. I loro capi spirituali, i loro pii asceti e i loro mufti assistevano però a tutto ciò come spettatori silenziosi. Alla fine, l’Islam cominciò persino a entrare nelle loro stesse case. Poiché i loro stessi appartenenti, soprattutto le persone di rilievo, continuavano ad abbracciare l’Islam, la pazienza di questa comunità, animata da una mentalità di commercio della religione, non poteva fare altro che esaurirsi. Inoltre, la capacità di ogni movimento rivoluzionario di diffondere la propria influenza è talmente inarrestabile che, per contrastare coloro che cercano di opporvisi con un atteggiamento negativo, sono spesso proprio i giovani delle loro famiglie ad abbracciare quell’ideale rivoluzionario. Di conseguenza, i figli entrano in conflitto con i padri, le nuore con le suocere, le figlie con le madri, i nipoti con i nonni e le nonne e gli schiavi con i padroni.

Quando le pratiche religiose degli anziani subiscono questo attacco interno da parte del nuovo movimento, gli anziani perdono il controllo per la collera. A questo punto la loro pazienza e tolleranza si esauriscono completamente. Anche a Medina la storia ripeté questo suo consueto rituale. Ho già detto con quale forza a Medina si innalzava la bandiera della vittoria dell’Islam e con quale rapidità i nuovi ideali facevano risuonare in ogni casa il loro tamburo della vittoria. Vedendo verificarsi questo cambiamento inaudito, gli Ebrei divenivano impazienti per il rancore. Soprattutto quando i capi delle diverse tribù e le personalità illustri e influenti rispondevano al vero invito dell’Islam, l’intera società ebraica tremava sotto l’effetto dell’invidia e del complesso d’inferiorità. Per esempio, soltanto Dio sa quale tumulto e quale agitazione sconvolsero i cuori degli Ebrei il giorno in cui, proprio davanti ai loro occhi, Abu Qays Abi Anas abbracciò l’Islam; probabilmente nessuno avrebbe avuto la capacità di esprimerlo a parole. Era un anziano molto famoso. Già nell’epoca dell’ignoranza aveva cominciato a seguire una direzione opposta a quella abituale della società. Spinto soltanto dalla saggezza e dalla coscienza proprie della sua natura, aveva abbandonato l’idolatria, aveva stabilito l’obbligo del bagno rituale dopo i rapporti coniugali e si teneva lontano dalle mogli mestruate. In un primo momento fu attratto dal cristianesimo, ma si fermò quasi subito. Costruì una moschea nella propria casa e si asteneva dall’entrarvi in stato d’impurità. Diceva pubblicamente: «Io adoro il Dio di Ibrahim». Quest’uomo, ormai provato dalla vecchiaia, era molto coraggioso nel dire la verità. Già nell’epoca dell’ignoranza proclamava la supremazia di Allah. Esprimeva il proprio pensiero attraverso la poesia. Alcune sue poesie sono state raccolte nei libri di storia e di sira. Era del tutto naturale che una persona così acuta d’ingegno, retta e rispettabile fosse riconosciuta come una personalità eminente e illustre nella società.

Non sorprende che gli Ebrei discutessero con lui e cercassero di portarlo dalla loro parte. Ma la sua natura limpida e libera da ogni alterazione aveva suscitato in lui un desiderio e un’inclinazione verso la vera religione che nessuno, all’infuori dello stesso Messaggero di Allah, avrebbe potuto soddisfare. Quando il Messaggero di Allah giunse a Medina, il momento della sua fortuna si avvicinò. Entrò a far parte del movimento islamico e divenne un autentico seguace dell’Islam. Si può in parte immaginare, esercitando la fantasia, quale reazione questo evento dovette provocare tra gli Ebrei.

Tuttavia, fino a quel momento, tutto ciò che era accaduto si era svolto al di fuori della loro cerchia sociale. Il vero evento sconvolgente si verificò quando l’Islam penetrò proprio all’interno della società ebraica. Tra questi eventi, quello che distrusse completamente l’equilibrio mentale della comunità ebraica fu la rivoluzione interiore di uno dei suoi più eminenti teologi. La storia testimonia che, tra le personalità di vertice, siano esse dedite alle cose mondane o alla religione, la percentuale di coloro che accettano la verità è generalmente molto bassa. Tuttavia, le persone di buona indole sono presenti in ogni ambiente. Quando il sole della verità diffonde la sua luce, esse non chiudono gli occhi per nascondersi nella prigione dell’ostinazione e dell’odio; al contrario, aprono le finestre della mente e del cuore affinché vi penetrino i luminosi raggi della luce. Sebbene dal gruppo delle personalità illustri e degli eruditi siano pochi coloro che aderiscono al movimento rivoluzionario islamico, quelli che vi entrano costituiscono un patrimonio di grandissimo valore. Devono infatti spezzare le grandi catene degli interessi personali e della posizione sociale. Nella società ebraica una persona straordinaria di questo tipo era Abdullah ibn Salam. Il suo nome prima dell’Islam era Husayn. Era un eminente sapiente e un capo religioso timorato di Allah. Apparteneva alla tribù dei Banu Qaynuqa. Dopo aver incontrato il Messaggero di Allah, abbracciò l’Islam, invitò i propri familiari all’Islam e li incoraggiò ad accettarlo. Alla fine, tutta la famiglia abbracciò l’Islam. Ascoltate il racconto della sua conversione all’Islam, riferito da un suo parente sulla base di ciò che egli stesso gli aveva narrato: «Quando udii per la prima volta la notizia dell’arrivo del Messaggero di Allah, venni a conoscenza del suo nome, delle sue qualità e del momento del suo arrivo, perché eravamo in attesa di lui. Perciò, quando udii questa notizia, ne fui interiormente felice, ma non dissi nulla a parole. Rimasi in silenzio fino a quando egli giunse a Medina. Quando arrivò nell’insediamento dei Banu Amr ibn Awf a Quba, un uomo venne a comunicarmi la notizia del suo arrivo. In quel momento stavo lavorando in cima a una palma da datteri. Mia zia Khalida bint al-Harith era seduta sotto di essa. Appena udii la notizia del suo arrivo, gridai ad alta voce: “Allahu Akbar!”. Udendo il mio grido, mia zia disse: “Che Allah ti distrugga! Anche se avessi sentito la notizia dell’arrivo di Musa ibn Imran, non avresti manifestato una gioia simile”. Io risposi: “Cara zia! Per Allah, egli è il fratello di Musa ibn Imran e segue la sua stessa religione. Ha portato lo stesso ordinamento che aveva portato Musa ibn Imran”. Mia zia disse: “Nipote mio, è forse questo il profeta del quale ci è stato detto che sarebbe venuto prima del Giorno della Risurrezione?”. Risposi: “Sì, è proprio lui”. Poi mi recai alla presenza del Profeta di Allah e abbracciai l’Islam. In seguito tornai dalla mia famiglia e la invitai anch’essa all’Islam. Così tutti abbracciarono l’Islam. (Sira di Ibn Hisham, vol. II)»

Poiché questo studioso recentemente convertito all’Islam conosceva le debolezze degli ebrei ed era al corrente della loro mentalità ostile e del loro carattere spregevole, sapeva anche quale reazione avrebbe suscitato la sua conversione all’Islam. Quando gruppi e fazioni si formano sulla base dell’egoismo, il carattere si degrada a tal punto che, invece di chiamare il bene bene e il male male, si definisce il proprio male come bene e il bene degli avversari come male. Si dice bianca la propria mucca anche se è nera, e nera quella degli altri anche se è bianca. Anzi, non appena la mucca bianca del proprio recinto fugge rompendo la staccionata, viene persino definita nera. In ogni epoca il carattere di questi uomini di religione è stato lo stesso. Finché una persona rimane con loro, o almeno finché non nasce il sospetto che la sua attività possa danneggiare i loro interessi commerciali, le sue qualità vengono riconosciute apertamente. Talvolta, persino, si esaltano senza misura il suo sapere e la nobiltà del suo carattere. Ma, non appena un cambiamento delle circostanze rende l’azione di una personalità del genere dannosa per il commercio della religione di qualcuno, l’opinione su di lei cambia immediatamente. Colui che prima era uno studioso viene ora definito ignorante. Colui che prima era un credente viene ora chiamato miscredente, peccatore e con molti altri appellativi. Colui che prima era considerato un servitore della nazione viene ora definito traviato. Colui che prima era oggetto di venerazione e rispetto diventa ora bersaglio di insulti. ʿAbdullah ibn Salam conosceva bene tutte queste bassezze e meschinità del popolo ebraico, corrotto nella sua natura. Egli sollevò il velo che le ricopriva. Aveva ideato in segreto una sorta di scena teatrale e aveva nascosto la propria conversione all’Islam. Al momento opportuno si presentò dal Messaggero di Allah ﷺ e disse: «Gli ebrei sono una comunità seguace della falsità. Per smascherare la loro natura perversa, fatemi sedere nascosto dietro una tenda nella vostra casa. Poi, tenendomi fuori dalla loro vista, chiedete loro quale opinione hanno di me. Allora vedrete che cosa pensano di me senza sapere della mia conversione all’Islam. Se verranno a sapere che ho abbracciato l’Islam, mi calunnieranno e diffameranno». Il Messaggero di Allah ﷺ fece esattamente così. Fece sedere ʿAbdullah ibn Salam dietro una tenda nella sua casa. Nel frattempo arrivarono i capi ebrei e iniziò la conversazione. Essi fecero diverse domande e ricevettero le relative risposte. Infine il Messaggero di Allah ﷺ chiese: «Che tipo di persona è Ḥusayn ibn Salam, uno dei vostri?». Essi risposero: «È il nostro capo e il figlio del nostro capo. È un uomo nobile tra noi e un grande studioso». Dopo che ebbero così tessuto le sue lodi, ʿAbdullah ibn Salam uscì da dietro la tenda e rivolgendosi loro disse: «O comunità degli ebrei, temete Allah e accettate la religione che Muḥammad ﷺ ha portato. Per Allah, sapete benissimo che egli è il Messaggero inviato da Allah. Avete visto scritti nella Torah il nome benedetto e le qualità di Muḥammad ﷺ. Perciò attesto che egli è il Messaggero di Allah. Credo in lui, lo riconosco come veritiero e lo confesso». Gli ebrei furono estremamente imbarazzati da quella scena e dissero immediatamente: «Sei un bugiardo». Poi cominciarono a denigrare e calunniare ʿAbdullah ibn Salam. Colui che pochi secondi prima avevano definito un uomo eminente e uno studioso, ora cominciavano a chiamarlo bugiardo. ʿAbdullah disse al Messaggero di Allah ﷺ: «Non ve l’avevo detto che costoro sono una comunità seguace della falsità? Sono afflitti da arroganza, menzogna e cattiva condotta». In questo modo teatrale ʿAbdullah ibn Salam annunciò la conversione all’Islam di tutta la sua famiglia. Riflettete su quale terribile reazione questo episodio dovette suscitare nelle menti e nei cuori degli ebrei. (Sīrat Ibn Hishām, vol. 2, pp. 138-139)

Pochi giorni dopo, nel giorno della battaglia di Uḥud, accadde qualcosa di simile anche nel caso del celebre studioso e uomo rispettato Mukhayriq. Era un uomo ricco tra gli ebrei e possedeva numerosi palmeti. Alla luce del proprio sapere, aveva riconosciuto il Messaggero di Allah ﷺ osservandone le qualità. Giunse infine il giorno di Uḥud, che era un sabato. Durante un’assemblea disse: «O comunità degli ebrei, per Allah, sapete che aiutare Muḥammad ﷺ è per voi un dovere imprescindibile». Voleva dire che, per principio, era obbligo per voi aiutare i musulmani contro i politeisti della Mecca. La risposta degli ebrei mostrò l’odiosa immagine della loro ingannevolezza e della loro malvagità. Dissero: «Ma oggi è sabato». A quella risposta Mukhayriq replicò con voce ardente: «Per voi non esiste alcun sabato». Poi prese le armi, si recò sul campo di Uḥud e si unì al Messaggero di Allah ﷺ. Prima di partire andò a salutare la sua famiglia e disse: «Se oggi verrò ucciso, consegnerò tutti i miei beni al Messaggero di Allah ﷺ. Egli li spenderà come riterrà opportuno, secondo il comando di Allah». In verità, quel soldato devoto cadde quel giorno. Il Messaggero di Allah ﷺ prese possesso di tutti i suoi beni e li utilizzò. Tuttavia, esiste una certa divergenza di opinioni sul fatto che Mukhayriq avesse abbracciato l’Islam oppure no.

La reazione nascosta dell’ipocrisia degli ebrei durante questa marcia vittoriosa del movimento islamico emerge chiaramente da un episodio curioso. Umm al-Muʾminīn Ṣafiyya bint Ḥuyayy ibn Akhṭab racconta: «Ero più cara di tutti gli altri figli a mio padre (Ḥuyayy, il capo degli ebrei) e a mio zio. Entrambi mi tenevano sempre con sé. Quando il Messaggero di Allah ﷺ giunse a Medina e si stabilì a Qubāʾ, mio padre Ḥuyayy ibn Akhṭab e mio zio Yāsir ibn Akhṭab andarono a incontrarlo di buon mattino. Tornarono al tramonto. Sembravano molto stanchi e spossati e camminavano lentamente. Come d’abitudine, andai loro incontro sorridendo appena. Ma, a causa della stanchezza, non mi prestarono affatto attenzione. Mio zio Abū Yāsir chiese a mio padre: “Ebbene, è proprio lui quell’uomo (il Profeta promesso)?”. Mio padre rispose: “Sì, per Allah”. Mio zio domandò ancora: “Lo hai riconosciuto? Sei sicuro?”. Mio padre rispose: “Sì”. Mio zio chiese: “Qual è ora il tuo atteggiamento nei suoi confronti?”. Mio padre rispose: “Solo inimicizia. Per Dio, finché vivrò, continuerò a essergli ostile”».

Questa era la vera mentalità degli ebrei. Essi sapevano molto bene che colui che era venuto da loro era un proclamatorе della verità e un profeta. Ogni sua parola recava testimonianza della sua veridicità. Il suo carattere nel suo insieme rendeva evidente la sua dignità. Il suo volto rifletteva i segni della sua profezia. Non solo lo sapevano e lo comprendevano, ma lo ammettevano anche apertamente nelle loro riunioni segrete. Tuttavia, invece di seguire la via della fede e dell’obbedienza, si risolsero all’opposizione e all’inimicizia. Questa era l’antica consuetudine degli ebrei. Chi non sa che, quando sorge il sole, un’ondata di luce si riversa ovunque? Gli uomini e gli animali hanno occhi, perciò possono vedere questo spettacolo. Ma anche i fili d’erba, che non hanno occhi, percepiscono che si è verificato l’evento che accade ogni giorno alla fine di ogni notte oscura. Persino il calore, il tepore, le particelle inanimate della terra, le gocce d’acqua e le raffiche di vento si accorgono che è apparso il messaggero della luce. L’alba è un evento così rivoluzionario che persino i pipistrelli e i muti ne vengono a conoscenza. Ma la stortura della loro natura è tale che, dopo il sorgere del sole, gli occhi di tutti gli altri esseri viventi si aprono, mentre quelli dei gufi e dei pipistrelli si chiudono. Inoltre, per loro, il segno dell’alba consiste proprio nel fatto che i raggi del sole abbagliano i loro occhi e li costringono a chiudersi. Un uomo non può essere così cieco da vedere comparire davanti a sé i profeti di Allah con una conoscenza e un carattere di livello miracoloso, senza percepire che è apparsa una personalità straordinariamente importante e magnifica. Questa gente vede, sa, comprende e, nonostante tutto ciò, tiene gli occhi chiusi. E se comunque la luce penetra nei loro occhi, si benda gli occhi; li copre con le mani, nasconde il volto nella sabbia, chiude porte e finestre della stanza e cala su di sé una cortina nera. Si dice che si può svegliare chi dorme, ma non si può svegliare chi è già sveglio. Allo stesso modo, si può impartire conoscenza all’ignorante. Ma chi finge di non sapere pur sapendo non può essere fatto uscire dal mondo dell’ignoranza. Questa era la condizione della maggior parte degli ebrei e dei loro più eminenti dotti. Anche il Corano ha menzionato questa loro distorsione, dicendo che: ********

«In altre parole, essi conoscono e riconoscono il Messaggero con la stessa certezza con cui conoscono e riconoscono i propri figli.»

I capi ebrei bruciavano d’invidia vedendo l’elevata dignità del Messaggero e la gente comune accorrere verso il suo nuovo invito; nel loro mondo interiore crescevano sempre più l’intolleranza e la ristrettezza d’animo.

Le frecce dei sofismi e delle domande insensate

Quando nei cuori dei religiosi ipocriti e corrotti nasce l’odio contro un invito attivo, un movimento in espansione o un grande predicatore, e tale odio si rafforza gradualmente, essi chiudono la porta al dialogo capace di generare comprensione e aprono quella della disputa. Le domande, i dubbi e le perplessità suscitati attraverso la disputa non vengono mai formulati per comprendere qualcosa, bensì proprio per non comprendere. In altre parole, «Io non accetterò» diventa la fonte d’ispirazione delle loro dispute. Ma lo scopo della disputa non si limita a questo: consiste anche nell’allontanare la gente semplice dalla via naturale della ricerca della verità e nel gettarla in balia dei dubbi, affinché si allontani dalla logica semplice e chiara, cada nella trappola di complesse questioni teoriche e, invece di verificare il valore razionale e l’impatto morale dell’invito, continui a girare nei vicoli ciechi di problemi contorti. I falsi dotti sono completamente fiduciosi riguardo a sé stessi: sono convinti che il movimento islamico non potrà mai annientarli. Temono invece di perdere la gente comune. Perciò, per mantenerla saldamente nel loro sostegno, costruiscono catene di domande tortuose. Anche i falsi dotti ebrei erano impegnati in questo stesso intrigo.

Dopo che Abdullah ibn Salam si unì al movimento islamico, gli ebrei si dedicarono con ogni mezzo a fomentare dispute. Cominciarono a scagliare contro il movimento islamico frecce di discussioni tortuose e complicate. Ma anche le attività di questa vergognosa guerra non furono avviate da una base aperta, bensì dalla base segreta degli ipocriti. Individui camaleontici, avvolti in uno sfarzoso abito di devozione a Dio, partecipavano alle assemblee del movimento islamico e, nel corso delle conversazioni, assumevano un’aria estremamente semplice, innocente e ingenua, facendo il broncio e ponendo ogni genere di domanda.

Durante una riunione gli posero questa domanda: «Se Allah ha creato l’intero universo, chi ha creato Allah?» Vedete la stortura delle loro menti? Gli ebrei dichiaravano di credere in Allah. Credevano nei Suoi profeti ed erano portatori dei segni dei Suoi Libri. Conoscevano già Allah e i Suoi attributi. Eppure, quando l’Islam li invitò proprio verso quel Dio, nella loro mente sorse una domanda estremamente complessa riguardo ad Allah. Dalla loro domanda sembrava, in apparenza, che ottenere una risposta avrebbe aperto loro la via per procedere. Ma la tortuosità della domanda mostrava che il loro scopo non era ottenere la guida; il vero scopo era indicare agli uomini una via di fuga per privarli della guida. Il Messaggero rispose a questa domanda tortuosa in modo semplicissimo. Recitò loro, con grande semplicità, la sura al-Ikhlas: «Di’: Egli è Allah, l’Unico. Allah è Colui che non ha bisogno di nulla. Non ha generato e non è stato generato. E nessuno è uguale a Lui.» (Vita di Muhammad: Muhammad Husayn Misri)

Venite, vi condurrò a un’altra assemblea curiosa. Un giorno alcuni illustri dotti ebrei si recarono all’assemblea del Messaggero e dissero: «Rispondi a quattro nostre domande. Allora accetteremo il tuo invito e ti obbediremo». Il Messaggero disse: «La responsabilità delle vostre promesse ricade su di voi; ponete pure le domande che volete». Prima che venissero poste le domande, il lettore rifletta un momento su quali domande ci si dovrebbe aspettare da persone intelligenti per comprendere la vera natura del movimento islamico. Avrebbero dovuto porre domande sui principi fondamentali, informarsi sui valori morali dell’Islam, chiedere del sistema politico ed economico e dei metodi della sua attuazione. Avrebbero dovuto chiedere che cosa si deve fare per diventare musulmani. Ma non nutrivano alcun interesse per queste cose. Per ostentare la propria erudizione e intelligenza, presentarono una dopo l’altra le domande seguenti:

1- Perché i bambini, pur essendo formati dal seme del padre, assomigliano nell’aspetto alla madre?

2- Com’è il sonno del Messaggero ﷺ?

3- Quali cose Israele (Ya‘qub, pace su di lui) aveva proibito a sé stesso, e perché?

Si dice che queste domande fossero state poste proprio per verificare se il movimento islamico fosse corretto. Soltanto la quarta domanda aveva un qualche rapporto diretto con l’invito e il movimento islamici. Ma anche la sua natura era la stessa. La quarta domanda era: che cos’è lo spirito?

Il Messaggero ﷺ rispose con calma a ogni domanda. In risposta all’ultima disse: «Sapete molto bene che lo Spirito è Gabriele, ed è lui che viene da me».

Il lettore forse si aspettava che, dopo aver ricevuto queste risposte, essi avessero aperto i loro cuori all’Islam. No, mai. Dopo aver ascoltato le ultime parole del Messaggero ﷺ, dissero: «Ma, o Muhammad ﷺ, Gabriele è nostro nemico. Ogni volta che viene, porta per noi un messaggio di grande male». Ciò significa che ogni volta che Gabriele viene da parte di Allah, avanzando la pretesa di essere il portatore dello stendardo della religione di Allah, diventa inevitabile uno scontro e un conflitto, si verificano vari danni e perdite, e la situazione arriva perfino alla guerra. Non andiamo d’accordo con lui. Se l’ostilità di questo angelo non fosse stata d’ostacolo, certamente saremmo diventati vostri sostenitori e avremmo imitato e seguito voi. In altre parole, l’invito, il movimento e il messaggio sono tutti corretti. Ma il fatto che Allah abbia coinvolto, in questo contesto, quell’angelo ha distrutto la nostra sicurezza. Perciò, finché c’è Gabriele, noi non possiamo venire da voi».

Il Messaggero ﷺ rispose a ciò con le parole del Corano, in modo tale che coloro che le udirono non poterono mai dimenticarle. Disse: «Di’: “Chiunque sia nemico di Gabriele sappia che egli ha fatto scendere il Corano nel tuo cuore, per ordine di Allah. Questo Corano conferma le Scritture celesti precedenti ed è guida e lieto annuncio per i credenti (non un messaggio di inimicizia, calamità o spargimento di sangue)”». (Sīrat Ibn Hishām, volume II)

Ebbero inizio anche altre discussioni. In un’occasione, parlando dei profeti, il Messaggero ﷺ menzionò il profeta Salomone, pace su di lui. Nella comunità ebraica se ne parlò molto. Si cominciò a dire: «Avete sentito questa cosa straordinaria di Muhammad ﷺ? Dice che anche Salomone, figlio di Davide, era un profeta. Ebbene, per Allah, era soltanto un mago — che Allah ci protegga». Il Corano confutò queste loro farneticazioni dicendo che la magia è miscredenza. Il profeta Salomone non si dedicò alla miscredenza. La storia diffusa riguardo al pozzo di Babilonia non è altro che un’intrigo di Satana. (Sīrat Ibn Hishām)

 

Il cambiamento della qibla

Nella fase iniziale del movimento islamico, gli ebrei avevano scorto molti segni sulla cui base era nata in loro la speranza che, gradualmente, questa forza storica sarebbe passata nelle loro mani. Nel Corano viene menzionata la dignità universale dei Figli d’Israele. Per esempio: «Vi ho dato eccellenza su tutti i mondi». Inoltre, il Corano esprimeva il sostegno alla profezia dei loro profeti e ai loro libri sacri. Rivolgendo loro l’invito: «Venite a una parola comune tra noi e voi», veniva esaltato il principio centrale della religione.

Inoltre, nel confronto con le usanze dei politeisti, il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) apprezzava alcune usanze degli ebrei; per esempio, i politeisti lasciavano crescere una ciocca di capelli, mentre gli ebrei non lo facevano. A questo riguardo egli si oppose ai politeisti e adottò la posizione degli ebrei. In quelle questioni sulle quali non giungeva alcun comando da parte di Allah nel Corano, il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) seguiva le consuetudini degli ebrei e dei cristiani. (Bukhari, capitolo sull’abbigliamento.) Gli ebrei di Medina digiunavano nel giorno di Ashura. Anche il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) digiunava quel giorno e apprezzava che anche i musulmani digiunassero. Quando veniva portato a seppellire il corpo di un ebreo, egli si alzava in piedi. Soprattutto, la qibla della preghiera dei musulmani era Bayt al-Maqdis. Tutti questi elementi dimostravano chiaramente che l’Islam era più vicino alla Gente del Libro che ai politeisti. La realtà era che la struttura originaria della religione ebraica era stata completamente deformata dai leader religiosi e spirituali egoisti degli ebrei. E quella struttura deformata era diventata anche priva di vita. Eppure, la religione portata dal profeta Mosè (pace su di lui) era esattamente l’Islam. Anche tutti gli altri profeti furono portatori, invitatori e predicatori dell’Islam. Soltanto, nell’epoca di ciascun profeta vi erano alcune lievi differenze nelle norme della legge religiosa. Muhammad (pace e benedizioni su di lui) presentò lo stesso Islam al mondo intero. Non lo presentava soltanto come teoria, ma lo attuava anche sotto forma di leggi e norme concrete. Proprio per questo legame teorico, anche il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) era fiducioso che gli ebrei avrebbero compreso gradualmente l’attività islamica, che l’avrebbero accolta non appena l’avessero compresa e che avrebbero considerato questo compito come un loro stesso dovere. Un giorno si sarebbero rallegrati vedendo che veniva innalzata la bandiera nel nome di Allah, che la vita collettiva della società e dello Stato veniva edificata sulla base dei principi morali insegnati dai profeti e che i valori fondamentali della legge della Torah venivano nuovamente ravvivati. Sulla base di questa speranza, il Corano presentò il proprio invito in modo tale da non attribuire alcuna importanza all’identità di partito o di gruppo; l’importanza essenziale risiede invece nei principi e nelle azioni, cioè nell’ideale e nel carattere, nella fede e nella pratica. Chiunque sia una persona — ebrea, cristiana, adoratrice delle stelle o musulmana — se crede correttamente in Allah, nella legge di Allah, nell’invito dei Suoi profeti e nel rendiconto e nella responsabilità del Giorno della Resurrezione, e poi dimostra trasformando tutta la propria vita in una vita di buone opere, questa è la cosa veramente desiderata e auspicata. Non il nome, ma l’azione è la sostanza. Non l’insegna, ma il cammino incontaminato è ciò che si desidera davvero. Con chi una persona intrattenga rapporti, a quale partito o gruppo appartenga, non è affatto ciò che conta. Ciò che conta davvero è quale sia il suo carattere e come si possa garantire il bene comune dell’umanità. Tuttavia, così come le speranze del movimento islamico non furono realizzate da parte degli ebrei, allo stesso modo gli obiettivi degli ebrei non furono raggiunti da parte del movimento islamico.

Nel mezzo di questa tensione, improvvisamente nel movimento islamico si verificò un cambiamento rivoluzionario. Questo cambiamento fu l’evento della modifica della qibla. In ogni epoca, la natura fondamentale del movimento islamico è stata quella di voler preservare i tratti distintivi della propria esistenza e di essere fermamente deciso a mantenere viva, in ogni musulmano, la propria specificità ideale e di fede. Durante il soggiorno alla Mecca, Bayt al-Maqdis era stato scelto come qibla proprio a questo scopo, affinché il gruppo portatore della bandiera dell’ideale islamico fosse consapevole della propria dignità e posizione distintive. Di conseguenza, fino all’Egira, per un lungo periodo i musulmani percepirono pienamente la propria diversità e specificità nel confronto con i politeisti. Anche i politeisti compresero che loro e i musulmani erano portatori e sostenitori di due ideali completamente diversi. Questa coscienza e questa percezione sono state espresse nella breve frase: «A voi la vostra religione e a me la mia religione»; in essa viene detto chiaramente: la vostra via è distinta dalla nostra e la nostra dalla vostra. Tra noi e voi non vi è alcuna somiglianza.

Dopo il trasferimento a Medina, se vi era un pericolo che la specificità dei musulmani fosse minacciata da qualche parte, esso proveniva dai gruppi ebraici e cristiani presenti in quel luogo. Qui si era resa necessaria la protezione dell’originalità e della specificità del movimento islamico dalla mescolanza con la religione priva di vita degli ebrei e dei cristiani, nonché la salvaguardia della società musulmana dal rischio di dissolversi psicologicamente nella società ebraica. A Medina era venuta meno la necessità che, nell’epoca meccana, aveva portato a scegliere temporaneamente Bayt al-Maqdis come qibla. Il legame dei cuori dei musulmani era più vicino alla qibla fondata dal profeta Abramo (pace su di lui). Il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) era egli stesso discendente di Abramo, e anche i primi combattenti del movimento islamico appartenevano a quella stirpe. Quella misura temporanea per preservare la specificità era ormai diventata superflua. Per questo l’animo sincero del Messaggero (pace e benedizioni su di lui) attendeva e desiderava ardentemente questo cambiamento.

In realtà, emanando l’ordine di cambiare la qibla, Allah l’Altissimo destituì definitivamente i Figli d’Israele dalla leadership mondiale. Al loro posto nominò la comunità di Muhammad. Il centro dell’attività volta al bene e al successo dell’intera umanità, che fino ad allora si trovava a Bayt al-Maqdis, fu trasferito alla Kaaba Nobile. I musulmani furono designati come comunità mediana, cioè la comunità centrale del movimento islamico mondiale. Furono affidati loro il grave compito di testimoniare la verità davanti all’umanità e la leadership dell’intero genere umano.

Per sedici mesi dopo l’Egira a Medina, la preghiera continuò a essere compiuta rivolti verso Bayt al-Maqdis. L’evento ebbe luogo nel secondo anno dell’Egira, nel mese di Rajab o di Sha‘ban. Ibn Sa‘d riferisce che il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) era andato a un invito nella casa di Bishr ibn Bara ibn Ma‘rur (che Allah sia soddisfatto di lui). Quando giunse l’ora della preghiera di mezzogiorno, si alzò per guidare la preghiera comunitaria. Furono compiute due rak‘at. Durante la terza rak‘a, quando giunse la rivelazione, fu rivelato il seguente versetto:

«Ti vediamo volgere il volto verso il cielo. Ebbene, ti orienteremo verso una qibla che ti soddisfi. Volgi dunque il volto verso la Moschea Sacra. Ovunque voi siate, volgete il volto in quella direzione durante la preghiera». (Sura al-Baqara, 144)

Non appena udirono questo ordine, il più obbediente servo di Allah volse il volto verso la Kaaba mentre era ancora in preghiera. E immediatamente tutti i fedeli che pregavano insieme a lui volsero il volto verso la nuova qibla. Bayt al-Maqdis si trova esattamente a nord di Medina, mentre Mecca si trova a sud. Il cambiamento della qibla durante la preghiera significava che l’imam doveva spostarsi direttamente dalla parte anteriore dei fedeli verso quella posteriore, e che le file degli oranti dovevano voltarsi direttamente all’indietro. In seguito, la notizia fu diffusa ampiamente anche a Medina e nei villaggi circostanti. Bara ibn Azib riferisce che, mentre in una moschea la gente era prosternata nell’inchino, giunse questa notizia. Non appena la udirono, volsero il volto verso la Kaaba rimanendo nella stessa posizione. Secondo la narrazione di Anas ibn Malik, nel giorno seguente la notizia giunse alla tribù dei Banu Salama durante la preghiera dell’alba: avevano compiuto una rakʿa ed erano nella seconda. Quando udirono l’annuncio del muezzin, tutti volsero immediatamente il volto verso la nuova qibla. (Tafhim al-Qur’an, Sura al-Baqara, nota 146)

Riguardo al clamore che questo cambiamento avrebbe inevitabilmente suscitato, il Corano mise in guardia in anticipo i musulmani: «Presto gli ignoranti scateneranno una campagna di calunnie, chiedendo: “Per quale motivo i musulmani hanno cambiato la qibla?”». Sarebbero state sollevate domande di ogni genere, si sarebbero manifestate reazioni psicologiche singolari e ciò avrebbe avuto effetti negativi sui rapporti tra le diverse comunità. Affinché i musulmani potessero assumere una posizione salda di fronte all’imminente tempesta di propaganda, il Corano spiegò loro in anticipo il significato del cambiamento della qibla. Fece sapere che, in un primo momento, lo scopo di stabilire Bayt al-Maqdis come qibla era stato quello di frantumare l’idolo del nazionalismo arabo, poiché gli arabi non erano disposti a riconoscere alcuna importanza a ciò che si trovava al di fuori della propria cerchia etnica. Ora, invece, lo scopo di volgere il volto da Bayt al-Maqdis verso la Kaaba era quello di abbattere anche l’idolo dell’aristocrazia israelita. Un’opera era stata compiuta prima; la seconda veniva compiuta ora. Gli adoratori del nazionalismo arabo erano già stati eliminati; ora toccava agli adoratori del nazionalismo israelita. In questo modo la società sarebbe stata purificata dal tarlo chiamato ipocrisia. In seguito, nella società islamica sarebbero rimasti soltanto coloro ai cui occhi l’ordine di Allah e la Sunna del Messaggero avessero la massima importanza. Il cambiamento attraverso il quale il movimento islamico stava procedendo avrebbe liberato i seguaci sinceramente obbedienti al Messaggero da ogni mescolanza con persone prive di ideali. E avrebbe separato queste ultime dai credenti sinceri, che credono che l’Oriente e l’Occidente appartengano entrambi ad Allah e che Allah sia il vero centro dell’obbedienza; coloro che comprendono questa profonda verità: che il bene autentico non consiste semplicemente nel volgere il volto verso oriente o verso occidente, bensì nella forza vitale autentica che opera all’interno di queste formalità esteriori della Sharia. Questa forza vitale consiste nel credere in Allah, nell’Aldilà, negli angeli, nel Libro di Allah e nei Suoi profeti, nonché nello spendere i propri beni sulla via di Allah. Pertanto, nell’osservanza della formalità esteriore della vostra qibla, ciò a cui dovete attribuire la massima importanza è:

avanzare verso le opere buone e le azioni benefiche; nell’adempiere ai grandi ordini rivoluzionari e trasformatori di Allah, non temere alcuna forza avversa, ma temere soltanto Allah.

Nel momento stesso in cui proclamava l’ordine del Signore dell’universo, il Corano aveva già dichiarato che questo evento sarebbe apparso duro e penoso a tutti, eccetto ai credenti saldi nella loro certezza. Quando sarebbe scoppiato il disordine al riguardo, molti sarebbero stati presi dal panico. Quando il dibattito si sarebbe diffuso in ogni strada e vicolo, le persone deboli sarebbero rimaste stordite e le loro emozioni sarebbero state sconvolte. Ascoltate ora alcuni esempi dei commenti fatti sul cambiamento della qibla.

Gli idolatri dissero: «Ecco, questa volta Muhammad e i suoi seguaci hanno riacquistato un po’ di buon senso. Ora che hanno adottato la nostra Kaaba come qibla, torneranno gradualmente anche alla nostra religione.»

Gli ebrei dissero: «Il capo dell’Islam, nel tentativo di opporsi a noi, è diventato così accecato dall’ira da aver abbandonato perfino la qibla dei profeti. Se fosse stato un profeta, non avrebbe abbandonato questa qibla.»

Gli ipocriti cominciarono a dire: «Non si capisce proprio quale sia la vera qibla di Muhammad. Sembra che sia iniziato un gioco con la qibla. Si volge il volto nella direzione che si vuole. A quanto pare, l’intera religione islamica è diventata un gioco della volontà!»

Coloro che possedevano una fede salda dissero: «Abbiamo ascoltato l’ordine, gli abbiamo obbedito e abbiamo creduto in esso. Tutto questo proviene dal nostro Signore». (Zad al-Maʿad, vol. 2)

Fu proprio questo gruppo di credenti menzionato per ultimo a cadere nella tempesta della propaganda. Da ogni parte cominciarono a essere scagliate raffiche di domande, sofismi, sarcasmo e derisione. In ogni assemblea si discuteva dello stesso argomento; in ogni vicolo e strada si formavano capannelli, sussurrando sempre le stesse cose, mentre di momento in momento si sviluppavano accese discussioni. È un fenomeno normale nel caso di qualunque movimento rivoluzionario. Ogni cambiamento importante e ogni passo contrario alle convinzioni tradizionali del popolo provocano agitazioni di questo genere. In simili circostanze, gli attivisti, spaventati e disorientati, spesso arrivano persino al culmine dell’agitazione. Proprio tenendo conto di questo rischio fu impartito il consiglio che, per superare tali situazioni critiche, la pazienza e la preghiera costituiscono il metodo migliore. A proposito dei propagandisti fu detto che la ricerca della verità non è mai il loro obiettivo. Le prove e gli argomenti non li soddisferanno né li tranquillizzeranno mai. Il loro scopo nel porre domande è soltanto quello di mettere in difficoltà. Non saranno mai soddisfatti finché non abbandonerete i vostri ideali e i vostri principi fondamentali per seguirli.

La responsabilità di presentare prove e argomenti decisivi in risposta ai sofismi privi di senso era stata affidata al movimento islamico. Per assolvere tale responsabilità furono presentati argomenti estremamente incisivi e inconfutabili, e davanti al popolo furono spiegate, in un passo della sura Āl ʿImrān, la grandezza e l’eccellenza della sacra Kaʿba. Fu proclamato:

«La prima Casa di culto istituita per l’umanità è quella situata a Mecca, benedetta e colma di bene, e resa guida per tutti gli abitanti del mondo. Vi sono segni evidenti; vi è anche il luogo in cui Ibrāhīm compiva la sua adorazione. Chiunque vi entri è al sicuro. È dovere di chiunque abbia la possibilità di raggiungere questa Casa recarvisi per compiere il pellegrinaggio. E chi rifiuta di osservare questo comando sappia che Allah non ha bisogno di nessuno degli abitanti del mondo». (Versetti 96-97)

Dalla Bibbia si era appreso che Bayt al-Maqdis era stato costruito da Sulaymān quattrocentocinquant’anni circa dopo Mūsā. Fu proprio durante il regno di Sulaymān che esso venne stabilito come qibla. D’altra parte, da testimonianze concordi, sia storiche sia religiose, si apprende che la Kaʿba Sharīfa fu costruita da Ibrāhīm, otto o novecento anni prima ancora di Mūsā. La Kaʿba non è soltanto più antica dal punto di vista cronologico; nel suo sacro ambiente vi sono anche segni di grande importanza. Ad essa è legata una preziosissima eredità dell’Islam. In ogni sua parte è incisa la storia dell’innalzamento dello stendardo della verità e della giustizia. Inoltre, vi sono conservati anche i luoghi e gli strumenti dell’adorazione di Ibrāhīm. Ancora oggi questo luogo è una fonte d’ispirazione per il tawḥīd. La prova inconfutabile che questo centro di culto è accettato e scelto anche da Allah è che, intorno a questa Casa costruita nel cuore di un deserto arido, si è sviluppato un immenso insediamento umano e la gente vi giunge da luoghi molto lontani. Un’altra luminosa prova del suo alto rango è che ogni tipo di sostentamento giunge spontaneamente agli abitanti di questo deserto arido e privo di vegetazione. La cosa più importante è che, nella società dei beduini bellicosi d’Arabia, questa sacra Casa è rimasta per quattromila anni come un’isola di pace e sicurezza. Chiunque entri nella sua zona protetta vede salvaguardati e messi al sicuro la propria vita, i propri beni e il proprio onore. Persino gli assetati di sangue, entrando all’ombra di questa Casa, rinfoderano le spade e spengono il fuoco del rancore. Assassini e briganti, appena entrano nel suo recinto, diventano cittadini amanti della pace. Perciò è proprio questa Casa ad avere il legittimo diritto di essere il centro spirituale di ogni movimento che scenda in campo con l’invito di Ibrāhīm. Che cosa vi è mai in tutto ciò contrario alla religione o alla ragione, tanto da suscitare così tanti sussurri nei vicoli?

Se da questo ragionamento fu tratta una conclusione corretta, essa fu tratta dalla gente comune. Gli ebrei considerarono il cambiamento della qibla un atto di aperta ostilità da parte dei musulmani, poiché a causa di esso tutte le loro speranze e aspettative erano svanite. Il sogno che avevano coltivato, di poter sottomettere i musulmani, era andato in frantumi. Compresero che non era facile soggiogare i musulmani. D’altra parte, anche i musulmani poterono vedere chiaramente tutta la lordura presente nel cuore degli ebrei. Ogni aspetto oscuro della loro mentalità divenne evidente davanti ai loro occhi. Con persone dotate di una mentalità tanto spregevole non era più possibile mantenere quella buona opinione sulla quale erano stati fondati i rapporti con loro. I musulmani compresero chiaramente che anche a Medina il movimento islamico avrebbe dovuto sopravvivere contando sulle proprie forze. Era vano sperare di ricevere aiuto e cooperazione dai mercanti della religione e della devozione a Dio. Al contrario, di giorno in giorno si consolidava il timore che gli ebrei avrebbero sbarrato la strada al movimento islamico con una mentalità ancora peggiore di quella dei miscredenti e degli associatori di Mecca. Nonostante questo timore, però, nel comportamento del Messaggero e dei suoi Compagni rimase sempre intatto il livello morale proprio di chi invita all’Islam. Non trattarono gli ebrei, gli ipocriti e gli appartenenti alle altre categorie ostili come essi trattavano gli altri. Di fronte ai sofismi, al sarcasmo, alla derisione e ai comportamenti volgari, i musulmani non si lasciavano trascinare. Quando dovevano parlare, si limitavano a esporre soltanto argomenti ragionevoli, in modo educato e intelligente. Accoglievano le loro provocazioni con pazienza e magnanimità, mantenendo un atteggiamento generoso.

Eppure, nonostante tutto ciò, l’agitazione rimasta fino ad allora imprigionata nei cuori finiva per fuoriuscire come una piena che rompe gli argini.

Inciviltà e volgarità

Coloro che non hanno alcun obiettivo costruttivo né un programma d’azione, generalmente non permettono neppure agli altri di compiere opere costruttive. L’unica ragione è che ciò dimostrerebbe davanti al mondo la loro inconsistenza. Questa era anche la condizione degli ebrei di Medina. Risiedevano a Medina da molto tempo, ma non avevano mostrato alcuna capacità di fare qualcosa per elevare il livello morale delle persone più umili. Non avevano intrapreso alcuna iniziativa per migliorare la mentalità degli uomini, correggerne il carattere, insegnare loro l’educazione e la disciplina, o formarli a una vita fondata sulla pace e sulla sicurezza. Lungi dal riuscire a risollevare l’umanità decaduta, non erano stati nemmeno capaci di proteggere se stessi dalla degenerazione. Tutte le malattie sociali e morali del mondo erano penetrate nel loro midollo, ed essi non avevano saputo predisporre la cura per nessuna di esse. In tale situazione, quando davanti a loro apparve una nuova forza e questa forza cominciò ad accendere nella mente e nel cuore degli uomini la luce di principi, ideali e credenze ispiratori, iniziò a curare tutte le malattie sociali e a costruire una nuova nazione con rinnovato slancio, e cominciò a formare il carattere degli individui secondo un obiettivo e uno scopo sacri, cercando con l’aiuto di quelle persone di costruire una società pacifica e fondata sulla giustizia, allora gli ebrei si infuriarono. Cominciarono a escogitare ogni sorta di meschini tentativi e intrighi per far fallire questo movimento costruttivo. Quando una forza di questo genere, negativa e distruttiva, si accanisce contro qualcuno, mette da parte civiltà, decoro e buone maniere. Impara a comportarsi in modo estremamente riprovevole, incivile e maleducato. Anche gli ebrei cominciarono a manifestare una simile estrema inciviltà.

La comunità ebraica, nota come erede dei profeti, seguace del Libro di Allah e insegnante e interprete della legge divina, cominciò, spinta dall’ostilità e dall’odio, a compiere ogni sorta di misfatti e scorrettezze. Qui vengono ricordati due o tre esempi indimenticabili. Questa comunità ebraica non considerava religiose e timorate di Dio altre persone all’infuori di sé. Eppure il loro livello morale era ormai tale che, quando incontravano il Messaggero, invece di dire «as-salāmu ʿalaykum», dicevano «as-sāmu ʿalaykum», che significa: «Che la morte sia su di te». Riservavano questo comportamento a quell’uomo illustre che si adoperava per ravvivare la religione portata da Abramo, Mosè, Giacobbe, Giuseppe, Isacco e Ismaele, pace su di loro; che si dedicava a rinnovare la vera forza vitale della Torah; che lottava per ristabilire la legge e le prescrizioni di Allah. Anzi, la verità è che egli stava svolgendo proprio il compito che gli ebrei avevano dimenticato e portando a compimento la loro opera incompleta. Una volta, alcuni di loro si recarono a casa del Messaggero e si comportarono come dei teppisti, usando le espressioni sopra riferite. Contro questa maleducazione persino Aisha manifestò una dura reazione da dietro la tenda. Era così adirata che non riuscì a trattenersi dal rispondere. Disse: «Disgraziati, che la morte sia su di voi!». Il Messaggero la sentì e disse: «Aisha, sii un po’ più mite». Aisha disse: «Non hai sentito ciò che hanno detto?». Il Messaggero rispose: «L’ho sentito, ma ho risposto soltanto: “E anche su di voi”, cioè “wa ʿalaykum”. È sufficiente.»

Altri due vergognosi esempi di comportamento incivile sono stati conservati per sempre nel Corano. Osservate:

Primo: si presentavano al cospetto del Messaggero e, durante le conversazioni, ogni volta che volevano dire: «Aspettate un momento, dateci la possibilità di comprendere ciò che viene detto», usavano la parola ambigua «Rāʿinā». In arabo, il significato apparente di questa parola è: «Dateci un po’ di tempo, ascoltate ciò che abbiamo da dire, oppure prestateci un po’ di attenzione». Nella lingua religiosa originaria degli ebrei, l’ebraico, però, esisteva una parola simile e quasi identica nella pronuncia, usata nel senso di: «Ascolta, diventa sordo». Inoltre, anche in arabo esistevano parole derivate da una radice quasi simile e con una pronuncia pressoché identica, dalle quali si ricavava un significato pessimo. Per esempio, da «rāʿayā» derivava la parola «ar-rāʿiyā», che significava «persona spregevole». Non era affatto difficile trasformare questa parola nella forma «rāʿayaynā», che avrebbe significato «la nostra persona spregevole». Allo stesso modo, la parola «rāʿiyānā» veniva usata nel senso di diventare ignorante e stupido. Persino la parola «Rāʿinā», pronunciata con una lieve torsione della lingua, poteva essere trasformata in «rāʿiyānā», con il significato di «o nostro pastore». In questo modo, i più importanti religiosi ebrei, avvolti nelle loro vesti e nei loro turbanti, scagliavano con astuzia frecce di parole offensive. La gente comune, come avrebbe potuto possedere una conoscenza così approfondita della letteratura e della lingua? Era tutta un’astuzia dei grandi dotti esperti. Si preparavano accuratamente a casa, riflettendo e studiando quali modi usare quel giorno per comportarsi da incivili. La storia ha conservato una chiara testimonianza riguardo a uno di questi dotti imbroglioni, chiamato Zayd ibn Thābit. Anche questo falso rabbino ebreo diede un enorme contributo alla deplorevole pratica di scagliare frasi immorali e offensive. In apparenza si erano coperti dell’etichetta di persone estremamente educate e raffinate. Ma, guardando nel profondo dei loro cuori, si vedeva all’opera una mentalità da teppisti. Tra loro sapevano bene di stare deridendo e schernendo il migliore uomo della loro epoca. Se qualcuno muoveva un’obiezione, però, dicevano: «Fratello, ci hai forse presi per persone maleducate? Stiamo parlando con il dovuto rispetto e cortesia; vi chiediamo soltanto di darci la possibilità di comprendere e di farci comprendere.»

Secondo: nel corso delle conversazioni, talvolta i dotti ebrei, eredi dei profeti, si rivolgevano al Messaggero dicendo: «Ismaʿ ghayra musmaʿin». Il significato apparente di queste parole era: «Ascoltate un momento; siete una persona così rispettabile che non si può dirvi nulla senza la vostra volontà o il vostro permesso». Ma la loro mentalità maliziosa intendeva un altro significato: «Tu non sei affatto degno di ascoltare ciò che viene detto. Che Allah ti renda sordo e ti privi dell’udito.»

Riflettete: quali persone dalla mentalità tanto lurida e spregevole si erano schierate contro Muhammad, che Allah lo benedica e gli conceda la pace!

Terzo: quando i credenti sedevano all’assemblea del Messaggero, ascoltavano e comprendevano qualcosa, per ordine di Allah dicevano con sincerità e devozione: «Samiʿnā wa aṭaʿnā», cioè «Abbiamo ascoltato e obbediamo». I detentori della Torah, invece, in simili circostanze recitavano una vera e propria sceneggiata. Dapprima dicevano a gran voce «Samiʿnā», cioè «Sì, abbiamo ascoltato». Subito dopo, invece di «aṭaʿnā» («abbiamo obbedito»), torcevano leggermente la lingua e dicevano «ʿaṣaynā», cioè: «Abbiamo respinto il tuo ordine e abbiamo deciso di disobbedire». Anche qui ricorreva la medesima astuzia: se qualcuno sollevava un’obiezione, si irritavano e dicevano: «Ci avete forse preso per persone tanto spregevoli? Per la vostra eccessiva opposizione ci rivolgete accuse simili? Non avete forse l’abitudine di rispettare gli studiosi e i sapienti esterni al vostro gruppo? Siete forse incapaci di considerare educato e benevolo chiunque non appartenga a voi?»

C’è da chiedersi: con comportamenti così meschini, riuscirono forse a danneggiare il movimento del Messaggero? Grazie a questa bassezza e a questa vile disposizione d’animo, riuscirono forse a cancellare l’esistenza del gruppo islamico? In realtà, con insulti e parole offensive non si può neppure scalfire una forza costruttiva. L’avversario ne ricava soltanto il piacere di liberare il vapore accumulato nella propria mente negativa, distruttiva e fanatica. Quando questi personaggi religiosi, dopo aver compiuto simili bravate nell’assemblea del Profeta, se ne andavano, certamente tornavano alle loro riunioni vantandosi: «Oggi siamo andati a rivolgere parole dure al signor Profeta». Seduti tra i propri discepoli, certamente dimostravano la propria abilità dicendo: «Abbiamo capovolto una parola e ne abbiamo ricavato e attribuito ogni sorta di significato. Grazie alla nostra conoscenza della lingua, della grammatica e della retorica, abbiamo condotto battaglie di ogni genere!»

La lezione che si ricava da tutte queste malefatte dei capi religiosi ebrei è che, quando i capi religiosi cadono nella degradazione, innanzitutto in loro si sviluppa la sordida malattia della distorsione delle parole. In secondo luogo, perdono la capacità di considerare le esigenze e le richieste dell’umanità, della cortesia, della decenza e delle buone maniere. In terzo luogo, nasce in loro una vergognosa contraddizione tra le loro azioni esteriori e interiori. In quarto luogo, si manifesta in loro una sorta di codardia, a causa della quale non riescono neppure a esprimere apertamente i sentimenti sordidi del loro animo. Al contrario, applicano l’etichetta della decenza e della cortesia alla loro mentalità vile e spregevole. Questi segni costituiscono una prova inconfutabile dell’inettitudine di qualunque pensiero e mentalità. In particolare, ovunque si trovino parole aspre e volgari, non può esservi alcun rapporto con la verità e la giustizia. Come il profumo che esce da una pentola di cibo appena cucinato rivela chiaramente la natura del cibo e la qualità delle spezie, così ogni parola dell’essere umano e il modo in cui parla diventano una misura della sua indole e del suo carattere. Se dalla pentola della mente di qualcuno emanano il fetore delle parole volgari e dei comportamenti maleducati, non si può in alcun modo sperare che in lui si stia formando un carattere nobile, composto da concezioni pure e atteggiamenti degni delle persone educate. Quando vedrete qualcuno rivolgersi con parole volgari e comportarsi male con chi ha un’opinione diversa, sappiate che è stato sconfitto dal suo avversario anche nella lotta degli argomenti ed è stato sopraffatto anche nella lotta morale. Ora quest’uomo sconfitto sta soltanto vomitando il veleno del proprio animo attraverso gli insulti. E coloro che vomitano il veleno del proprio animo non hanno alcuna importanza nella storia. Continuano soltanto a lanciare invettive, mentre la carovana impegnata nel lavoro costruttivo della daʿwa continua semplicemente ad avanzare.

Non è tutto. Quando a Medina fu introdotto l’adhān, poiché anch’esso era un’innovazione religiosa contraria alle norme religiose tradizionali degli ebrei, essi soffrirono molte inquietudini anche a causa dell’adhān. Soprattutto quando vedevano che le parole e le frasi dell’adhān esprimevano pienamente l’intera daʿwa rivoluzionaria dell’Islam e la sua ideologia fondamentale, e che la sua recitazione ad alta voce e con tono melodioso cinque volte al giorno costituiva un mezzo di diffusione estremamente efficace e influente. Questa voce entrava ogni giorno, cinque volte, nelle orecchie delle loro donne, dei loro bambini e dei loro schiavi. Immaginate per un momento quale silenzio dovesse regnare nell’aria e nei cieli di Medina quando questo suono senza precedenti veniva pronunciato dalla voce melodiosa di Bilāl. Forse i cuori di tutti, musulmani e non musulmani indistintamente, ne rimanevano attratti. In particolare, dovevano certamente percepire la differenza tra il suono dell’adhān e quello delle campane e dei tamburi. Forse anche nei cuori della loro gente nasceva qualche sentimento al riguardo. Il suono dei tamburi e delle campane era soltanto un suono: non conteneva né parole né significato. Il suono dell’adhān, invece, era un insieme di frasi risuonanti dal significato facilmente comprensibile. Nel suono dei tamburi e delle campane non si esprimeva alcun sentimento umano, mentre nell’appello dell’adhān si riflettevano le emozioni e i sentimenti umani. Dopo aver compreso questa differenza, gli ebrei avrebbero dovuto riconoscere che l’adhān era il mezzo relativamente più efficace e migliore per invitare alla vera adorazione. Ma, invece di ammetterlo, si infuriarono. Diedero alla voce di colui che pronunciava l’adhān paragoni di ogni genere, la imitavano e, deformando le parole, assumevano atteggiamenti ridicoli. L’invidia e la gelosia li avevano ridotti al livello dei buffoni. Ma come si poteva impedire, con scherni, derisioni e buffonate, ciò che l’adhān stava realizzando?

La maleducazione degli ebrei arrivò a tal punto che fecero persino di Allah l’oggetto delle loro offese. Per esempio, invece di accettare il significato letterale del versetto coranico «Chi è disposto a concedere un prestito ad Allah?», cominciarono a deriderlo dicendo: «Adesso anche Allah è diventato povero. Anche Lui ha cominciato a chiedere prestiti ai Suoi servi». È difficile trovare un esempio altrettanto spregevole di sfrontatezza e insolenza nei confronti di Allah. Analogamente, ogni volta che nel Corano venivano presentati come esempi zanzare, mosche e altre creature simili, e la loro esistenza veniva proposta come argomento, gli ebrei coglievano l’occasione per scatenare una tempesta di scherni e derisioni. Dicevano: «Anche l’Allah dei musulmani è davvero singolare. Persino quando deve portare un esempio, non trova altro che creature insignificanti come zanzare e mosche. E come può essere il Libro di Allah un Corano che menziona tutte queste cose insignificanti?» Guardate quale risposta schiacciante ricevettero, nelle parole di Allah:

«Allah non si vergogna di proporre come esempio una zanzara o qualcosa di ancora più piccolo. Coloro che sono pronti ad accettare la verità comprendono, osservando tali esempi, che questa è la verità e che proviene dal loro Signore. Quanto a coloro che non sono pronti ad accettarla, continuano a dire, ascoltandoli: “Che rapporto ha Allah con esempi di questo genere?”» (Sūra al-Baqara, 26)

Una pretesa ridicola

La sfrontatezza degli ebrei assunse la forma di una richiesta di prove e si trasformò in una situazione assurda e ridicola. Cominciarono a dire al Messaggero (pace e benedizioni su di lui): «Perché Allah non ci parla?» (al-Baqara, 117). In altre parole: perché Allah manda in segreto gli angeli a te e ti trasmette in segreto il Suo messaggio? Che Allah scenda sulla terra, si mostri davanti ai nostri occhi e ci dica faccia a faccia: “Questo è il Mio ordine, obbedite a queste disposizioni; ed ecco il Mio profeta, obbeditegli”. Se non vuole fare neppure questo, che mandi almeno un segno chiaro e inconfutabile, dopo aver visto il quale nessuno possa più negare che tu sei il Suo profeta e che il Corano è la Sua parola.

Dissero anche con precisione quale avrebbe dovuto essere questo segno inconfutabile, affinché potessero sentirsi appagati e soddisfatti. Dai libri di storia e di sīra si apprende che questa pretesa divenne molto importante negli ambienti ebraici. Se ne discusse per lungo tempo e fu ripetutamente sottoposta al Messaggero (pace e benedizioni su di lui).

Ascoltate innanzitutto come nacque questa pretesa. La questione era questa: prima dell’arrivo del Messaggero, pace e benedizioni su di lui, gli ebrei di Medina pregavano deliberatamente per l’imminente apparizione del profeta promesso, allo scopo di incutere timore negli Aws e nei Khazraj. Ma non appena il Messaggero, pace e benedizioni su di lui, apparve come profeta, cambiarono immediatamente atteggiamento e si risolsero a rinnegarlo e disobbedirgli. Questo loro repentino cambiamento suscitò interrogativi tra la gente. Le persone si recavano da loro e chiedevano: «Che cosa è successo? Prima eravate voi stessi a pregare e a profetizzare che sarebbe venuto un profeta. E ora siete proprio voi a esservi scagliati contro il profeta che è apparso!». In particolare, durante un’assemblea, importanti capi come Mu’adh ibn Jabal e Bishr ibn Bara ibn Ma’rur dissero apertamente ai capi ebrei: «O comunità degli ebrei! Temete Allah e inchinatevi. Eravate voi stessi a chiedere ad Allah l’apparizione di Muhammad, pace e benedizioni su di lui, affinché poteste acquisire forza contro di noi. Noi eravamo politeisti; eravate voi a informarci che quel profeta era apparso e a descriverci le sue qualità». È facile immaginare come discorsi di questo genere smascherassero gli ebrei. Essi certamente comprendevano quale fosse l’opinione della gente sul loro conto. Per salvaguardare il prestigio della loro religiosità e della loro devozione, era diventato indispensabile ricorrere a un qualche scudo. E quale fu questo scudo? Per saperlo, ascoltate la risposta alla domanda precedente dalle labbra di Salam ibn Mishkam, un capo ebreo dei Banu Nadir. Egli disse: «Muhammad, pace e benedizioni su di lui, non ha portato con sé alcuna prova grazie alla quale possiamo riconoscerlo come profeta. Pertanto Muhammad, pace e benedizioni su di lui, non è la persona di cui vi parlavamo». (La biografia di Ibn Hisham, volume II)

Anche Ibn Silvya Fatayuni disse direttamente al Messaggero, pace e benedizioni su di lui, proprio questo. In altre parole, serviva un segno decisivo. E spettava proprio agli ebrei stabilire quale dovesse essere quel segno: avrebbero chiesto il segno che desideravano. Allo stesso modo, la gente poneva loro domande anche riguardo al patto stipulato con i profeti precedenti per riconoscere l’ultimo profeta. Ma essi eludevano la domanda con questo o quel pretesto. Una volta l’ebreo Malik ibn al-Qatid disse chiaramente: «Per Allah, da parte nostra non è stato stipulato alcun patto riguardo a Muhammad». (La biografia di Ibn Hisham, volume II)

Per loro non c’era alcun segno nelle sacre parole del Corano né nelle prove inconfutabili; non c’era alcun segno nel carattere del Messaggero, pace e benedizioni su di lui. Non c’era alcun segno nel movimento che apportava un cambiamento radicale nella vita, né nella schiera crescente dei combattenti per la verità. Neppure nei sacrifici, nelle rinunce e nelle vite che quel piccolo numero di musulmani offriva nello scontro con le potenti forze persecutrici e oppressive vi era qualcosa capace di risvegliare la loro coscienza. Volevano soltanto eventi stupefacenti o divertenti.

Ora ascoltate quali segni o miracoli pretendevano.

Rafi’ ibn Huraymala e Wahb ibn Zayd vennero dal Messaggero, pace e benedizioni su di lui, e nel corso della conversazione gli dissero:

«O Muhammad, pace e benedizioni su di lui, facci scendere dal cielo un intero libro scritto; noi lo leggeremo. E fai sgorgare davanti a noi una sorgente. Solo allora ti seguiremo e testimonieremo la tua veridicità». (La biografia di Ibn Hisham, volume II)

Questo stesso Rafi’ ibn Huraymala avanzò anche la seguente pretesa: «O Muhammad, pace e benedizioni su di lui, se sei il Messaggero di Allah, come affermi, chiedi ad Allah di parlare con noi in modo che possiamo udirlo». (La biografia di Ibn Hisham, volume II)

In un’altra assemblea, alcuni capi ebrei, tra cui Fakhkhas e ‘Abdullah ibn Sabur, stavano parlando con il Messaggero, pace e benedizioni su di lui. Dissero: «O Muhammad, è davvero vero che questo Corano non ti è stato insegnato da alcun jinn né da alcun essere umano?». Il Messaggero, pace e benedizioni su di lui, rispose: «Sapete bene che questo Corano proviene da Allah e che io sono il Messaggero di Allah. Questa verità la trovate scritta anche nella vostra Torah». Essi dissero: «O Muhammad, pace e benedizioni su di lui, qualunque cosa tu dica, è pur sempre vero che, quando Allah invia un messaggero, gli concede tutto ciò che quel messaggero chiede, e il messaggero riceve da Allah il potere di compiere tutto ciò che desidera. Dunque fai scendere dal cielo un libro scritto, che noi potremo leggere e conoscere». (La biografia di Ibn Hisham, volume II)

Gli ebrei trovarono uno scudo. Da quel momento, per loro non ebbero più alcuna importanza domande come: qual è l’invito del Messaggero, pace e benedizioni su di lui? Che cosa dice? Quali sono le sue prove e argomentazioni? In che modo si forma la vita attraverso il suo invito? Che tipo di carattere si sviluppa attraverso i suoi insegnamenti? Quale sistema culturale viene costruito grazie a questo sforzo costruttivo? Tutte queste domande divennero irrilevanti per loro. La loro richiesta principale divenne allora: «Fate scendere un Libro dal cielo e mostratecelo». Ora avevano trovato una scusa per zittire tutti. Ogni volta che qualcuno diceva qualcosa al riguardo, rispondevano chiaramente: «Noi siamo pronti a credere. Ma andate da Muhammad, pace e benedizioni su di lui, e ditegli di mostrarci qualche segno. I servi prediletti di Allah ottengono da Lui tutto ciò che chiedono. Che razza di Messaggero è, se Allah non esaudisce le sue richieste? Gente, lasciate perdere questi discorsi divisivi. Andate da qualche servo prediletto di Allah». Non era altro che un puro pretesto.

 

Le attività da Shylock degli ebrei

È noto a tutti che, quando la pressione dei muhājirūn sulle risorse e sui mezzi limitati di Medina cominciò ad aumentare e le persone prive di mezzi e di un riparo si dedicarono alla ricostruzione della propria vita economica, la povertà e la fame si diffusero ampiamente tra la maggior parte degli attivisti del movimento islamico. In questa prova della povertà e della fame, il capo del movimento islamico, insieme alla sua famiglia, fu partecipe quanto i compagni comuni; anzi, la parte principale della prova ricadde proprio sulle sue spalle. Le calamità non arrivano mai da sole. Oltre alle sofferenze della povertà e della fame, anche le malattie si diffusero tra i muhājirūn. Il nuovo clima non si adattò ai forestieri. Cominciarono ad ammalarsi uno dopo l’altro. Insieme alla scarsità di cibo, una febbre dolorosa, diffusasi in forma epidemica, ridusse i muhājirūn a pelle e ossa e li rese incapaci di impegnarsi negli sforzi economici. Da un lato, il movimento islamico si trovava continuamente di fronte a problemi e opposizioni sempre nuovi. Il neonato Stato islamico necessitava di una ricostruzione in ogni suo aspetto. Giungevano minacce di ogni genere da parte dei nemici esterni e interni. Le persone capaci di lavorare venivano progressivamente costrette a letto. Non vi erano sufficienti scorte di cibo né di vestiti. La forza con cui quel piccolo gruppo rivoluzionario superò una situazione simile fu la fede in Allah, l’amore per il proprio obiettivo e il senso di fratellanza reciproca. In realtà, la forza centrale degli individui e delle organizzazioni che compiono grandi imprese storiche è proprio la fede e la fratellanza. Questa forza mantenne vigorose anche le persone fisicamente deboli e attenuò notevolmente gli effetti della scarsità di risorse e mezzi. Anche se la lotta contro l’ambiente avverso proseguiva, l’epidemia diffusa la indebolì considerevolmente. In quel periodo si diffuse anche la voce che gli ebrei di Medina avessero praticato la magia e che i musulmani non sarebbero più riusciti a rimanervi. Per comprendere quanto fosse critica la situazione in quel momento, ascoltate le parole di alcuni Compagni del Messaggero, pace e benedizioni su di lui.

Il venerabile Abū Bakr si contorce sul letto di malattia per il dolore ed esprime la sua ansia recitando una poesia:

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«Ognuno rimane nella propria famiglia. Eppure la morte è più vicina dei lacci delle sue scarpe».

Nel frattempo, il venerabile Bilāl si rigira sul letto di malattia e, pur soffrendo per i terribili dolori, continua a recitare una poesia, il cui significato è:

«Ora si ricordano le pianure, le montagne e le sorgenti della Mecca. Potrò mai trascorrere una notte in quella pianura dove crescono le erbe adhkhar e julayl? Potrò mai più immergermi nell’acqua della sorgente di Majanna e vedere ancora il panorama dei monti Shāmā e Tufayl?»

ʿĀmir recitava: «Ho incontrato la morte prima ancora di assaporarne il gusto. La morte del codardo gli giunge dall’alto». Soffriva di dolori fisici così intensi che, prima ancora che arrivasse la morte, sembrava averne udito i passi.

Anche Hazrat Shaddād era malato. Il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) venne a visitare questo suo compagno. Il malato, tormentato dal dolore, disse: «Forse bere l’acqua di Bathān mi farebbe bene». Il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) disse: «Parti. Chi te lo impedisce?». Il malato chiese: «Che ne sarà dell’Egira?». Il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) lo rassicurò: «Parti. Ovunque tu vada, resterai un muhājir».

Dopo il trattato di Hudaybiyya, quando i musulmani si recarono alla Mecca, i loro corpi erano estremamente indeboliti a causa delle continue malattie. Vedendo quella condizione, gli abitanti della Mecca li deridevano dicendo: «Non tornate più a Medina». Per questa derisione, seguendo l’ordine del Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui), i musulmani camminavano con fierezza e coraggio.

Per questi motivi il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) diceva:

«In altre parole, l’Egira non è un gioco da ragazzi, bensì un’impresa estremamente difficile. Una volta un beduino si recò dal Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) e abbracciò l’Islam. Ma appena giunto a Medina, fu colpito dalla febbre. Ritenendo l’Islam un cattivo presagio, lo abbandonò e se ne andò. A questo proposito il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) disse: “Medina è come la fornace dell’orafo: espelle le scorie e separa l’oro puro”» (Bukhārī). In altre parole, coloro che si impegnano nella grande opera del movimento devono affrontare prove a ogni passo. Solo i veri credenti superano queste prove. Coloro che falsamente e ipocritamente si proclamano credenti si separano a un certo punto o a un altro. Perciò la fase della prova ardente di Medina svolgeva il ruolo della fornace dell’orafo. (Uswa-ye Sahāba, Mawlānā ʿAbd al-Salām Nadwī)

Fu proprio in quel periodo che il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) rivolse ad Allah una supplica con voce accorata: «O Allah! Rendi Medina per noi altrettanto attraente quanto hai reso la Mecca, o ancora di più. Benedici per noi i suoi raccolti e i suoi alimenti. E allontana verso Mahiyā l’epidemia che è giunta a Medina» (Sīrat Ibn Hishām, vol. 2).

D’altra parte, la povertà e la fame avevano creato una situazione estremamente preoccupante. Giungere in un luogo nuovo, gettare le basi della propria vita economica e procurarsi un sostentamento lecito — per di più in una situazione in cui, a ogni momento, si presentavano al movimento nuove voci di spesa — era una difficoltà indescrivibile. I libri di storia e di sīra sono pieni dei dolorosi resoconti della situazione disastrosa che i soldati della verità dovettero attraversare in quel periodo.

Hazrat Abū Talha descrisse così quel periodo di calamità:

Un giorno, agitati dai tormenti della fame, ci recammo dal Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui, per chiedere aiuto. Gli spiegammo tutta la situazione e gli mostrammo il ventre, dicendo che, dopo aver digiunato per diversi giorni consecutivi, ci eravamo legati una pietra allo stomaco (allo scopo di prevenire una particolare forma di infiammazione sviluppatasi nello stomaco). Dopo aver visto ciò, anche quella persona, la più nobile dell’intera storia dell’umanità, scoprì il ventre e ci mostrò che vi erano legate non una, ma due pietre. Vedendo questa scena, noi che stavamo raccontando le nostre sofferenze trovammo conforto nei nostri cuori. (Shamā’il al-Tirmidhī, capitolo sulla vita del Profeta)

Una volta, in una situazione simile, arrivò Abū Bakr, che Allah sia soddisfatto di lui, e volle raccontare la propria miseria per ricevere conforto. Tuttavia, pensando che ciò avrebbe inutilmente accresciuto l’afflizione del Messaggero di Allah, rimase in silenzio. Poco dopo arrivò ʿUmar, che Allah sia soddisfatto di lui. Anche lui era stato colpito dalla stessa disgrazia. Quando gli fu chiesto il motivo della sua visita, lo disse apertamente: «Sono diventato incapace di orientarmi per i morsi della fame». Udendo ciò, il Messaggero di Allah disse: «Anch’io mi trovo nella stessa condizione». Si decise allora di recarsi tutti insieme da Abū al-Haytham, un Compagno relativamente agiato, proprietario di un giardino. Quando i tre giunsero da lui, videro che quel pover’uomo, non avendo un servo, era andato personalmente a prendere l’acqua. Al suo ritorno, vedendo gli ospiti, li abbracciò con grande gioia. Poi li condusse nel giardino e offrì loro dei datteri. Essi mangiarono i datteri, bevvero l’acqua e tornarono dopo aver pregato per Abū al-Haytham. (Shamā’il al-Tirmidhī)

Saʿd ibn Abī Waqqāṣ raccontò una volta: «Sono stato il primo membro del movimento islamico dalle cui mani fu versato il sangue di un nemico dell’Islam, e sono stato anche il primo a scagliare una freccia sul campo del jihād. Combatt evamo in condizioni tali che, mangiando foglie degli alberi e frutti di acacia, ci si formavano ferite in bocca e defecavamo come cammelli e capre». [Anche questo episodio è tratto dagli Shamā’il al-Tirmidhī. Sebbene si tratti di un avvenimento di un periodo alquanto successivo, esso offre un’idea generale della crisi economica di Medina.]

Il Compagno più vicino al Messaggero di Allah, Abū Hurayra, riferì: «Una volta caddi privo di sensi tra il pulpito della Moschea del Profeta e la stanza di ʿĀ’isha, a causa dei tormenti della fame. La gente, pensando che fossi posseduto dai jinn, mi premeva il collo con i piedi (come trattamento). In realtà non ero posseduto dai jinn: mi riducevo in quello stato soltanto per i morsi della fame. (Vedi Shamā’il al-Tirmidhī, capitolo sulla vita del Profeta). Abū Hurayra riferì inoltre: Una volta stavo andando da qualche parte con ʿUmar. Camminavamo discutendo dell’interpretazione di un versetto. All’improvviso caddi privo di sensi. Era accaduto a causa della fame».

In una situazione simile, sebbene il Messaggero di Allah spendesse immediatamente i beni che giungevano al Bayt al-Māl per alleviare la fame dei Compagni, la crisi era così vasta che né le entrate del Bayt al-Māl né le generose donazioni degli Anṣār e dei Muhājirūn agiati erano sufficienti. Oltre ai comuni Muhājirūn affamati, anche la residenza permanente degli Aṣḥāb al-Ṣuffa (i Compagni indigenti che vivevano stabilmente nella Moschea del Profeta) aveva bisogno di ingenti aiuti. Arrivavano continuamente ospiti. I beduini giungevano in qualsiasi momento per accettare l’Islam, fare visita e chiedere informazioni sulle norme della Sharīʿa; arrivavano anche persone che chiedevano aiuto. Inoltre, continuava senza sosta l’arrivo di nuovi Muhājirūn. In una situazione simile, fino a che punto poteva far fronte alle necessità il Bayt al-Māl? Quando aumentava la pressione delle richieste dei Compagni e dei bisognosi, il Messaggero di Allah lanciava un appello per ottenere aiuto, e ciascuno dava sinceramente ciò che poteva. Talvolta si ricorreva anche a prestiti. Non era possibile ottenere prestiti consistenti dai musulmani; perciò bisognava rivolgersi ai ricchi ebrei. Gli ebrei erano esperti usurai e prestatori di denaro. La loro rete d’interessi si estendeva in tutta la regione. Tuttavia, lo scopo per cui concedevano prestiti a Muḥammad, pace e benedizioni su di lui, e ai suoi Compagni era più terribile dello stesso interesse: volevano assoggettarli con la forza del denaro e degli aiuti. Con questa mentalità, quando andavano a riscuotere i prestiti assumevano completamente l’aspetto di Shylock e si comportavano in modo umiliante. Anche i politeisti si comportavano allo stesso modo. Il Messaggero di Allah e i suoi Compagni dovettero sperimentare personalmente queste amare esperienze. Numerosi episodi di questo genere sono registrati nelle opere storiche e nelle raccolte di sīra. Coloro che avevano consacrato la propria vita al bene dell’umanità dovettero sopportare sofferenze tanto grandi. Eppure, anche in condizioni così estreme e disperate, la fede dei soldati dell’Islam e la loro lotta per raggiungere il proprio obiettivo non subirono la minima debolezza.

Il Messaggero di Allah aveva dato istruzioni al suo Compagno più vicino e assistente personale, Bilāl, affinché spendesse con generosità i beni ricevuti nel Bayt al-Māl per le necessità del movimento islamico e dei suoi combattenti. Bilāl faceva proprio così. Una volta arrivarono novantamila dirham, che furono ammucchiati su una stuoia. Seduto lì, il Messaggero di Allah distribuì quella somma tra i bisognosi. Non rimase neppure un dirham. Terminata la distribuzione, arrivò una persona in cerca di aiuto; egli ordinò di contrarre un prestito per lei. Abū Hurayra raccontò: «Una volta davanti a Bilāl erano ammucchiati dei datteri. Il Messaggero di Allah gli chiese: “Che cos’è questa ricchezza?”. Bilāl rispose: “L’ho conservata per necessità future impreviste”. Il Messaggero di Allah disse: “Sai che, per aver trattenuto questa ricchezza in questo modo, nel Giorno della Resurrezione potrebbe giungerti il fumo dell’Inferno? Distribuiscila anche tu. O Bilāl, non temere nulla da parte del Signore dell’onnipotenza”». Bilāl raccontò: «Una volta venne da me un politeista di Medina e disse: “Possiedo molte ricchezze. Prendine ogni volta che ne hai bisogno”. Cominciai a prendere prestiti da lui. Un giorno, mentre Bilāl stava facendo le abluzioni e si preparava a recitare l’adhān, all’improvviso quel prestatore arrivò accompagnato da alcuni uomini d’affari e cominciò a urlare: “Ehi, abissino!”. Bilāl gli andò incontro. Quello si agitò molto e cominciò a rimproverarlo. Lo avvertì che il mese stava quasi per finire e che, se non avesse restituito il prestito in tempo, secondo l’usanza dell’epoca dell’ignoranza degli Arabi, lo avrebbe reso schiavo. Allora sarebbe tornato alla sua condizione precedente. Bilāl disse: “Per quel comportamento umiliante mi sentii in imbarazzo proprio come qualsiasi altra persona rispettabile”. Dopo la preghiera della sera, Bilāl si recò dal Messaggero di Allah per informarlo di quel triste episodio. Non vedendo alcun modo di restituire il prestito, espresse l’intenzione di scomparire e disse: “Tornerò quando sarà stato possibile predisporre il pagamento del debito”. Tuttavia, prima che Bilāl potesse attuare il suo proposito, il Messaggero di Allah lo fece chiamare la mattina seguente. Quando arrivò, vide quattro cammelli carichi di merci, inviati dal governatore di Fadak. Il creditore fu convocato e il debito venne restituito; il resto delle merci fu distribuito come di consueto.

Abū Ḥudhayfa al-Aslamī, un combattente del movimento islamico, si era indebitato con un ebreo. Per restituire il debito non possedeva altro che gli abiti che indossava. Abū Ḥudhayfa chiese all’ebreo una proroga. Ma quel prestatore simile a Shylock non era disposto a concedergli neppure un giorno in più. Afferrò Abū Ḥudhayfa, lo condusse dal Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui, e disse: «Fate in modo che mi venga restituito ciò che mi spetta». Il Messaggero di Allah disse ad Abū Ḥudhayfa: «Restituisci il debito». Abū Ḥudhayfa presentò le proprie scuse. Ma, vedendo l’atteggiamento inflessibile del prestatore, il Messaggero di Allah disse: «Restituiscilo come puoi». Il Compagno ribatté: «La battaglia di Khaybar è imminente. Spero di poterlo restituire al ritorno da lì». Il Messaggero di Allah ordinò nuovamente, con fermezza, di liberarsi da quella difficoltà. Alla fine l’ebreo se ne andò portando via gli abiti che Abū Ḥudhayfa indossava. Abū Ḥudhayfa si tolse il turbante e se lo avvolse intorno alla vita. Guardate fino a che punto arrivava l’oppressione del prestatore ebreo per un debito così esiguo: non si accontentò finché non ebbe tolto al debitore gli abiti che indossava.

Hazrat Jaber ibn Abdullah era un’altra figura eminente del movimento islamico. Era residente a Medina e godeva di una discreta agiatezza. Tuttavia, talvolta, per necessità, era costretto a contrarre un prestito da un usuraio ebreo. Una volta, poiché il raccolto dei datteri era stato scarso, non riuscì a restituire il prestito nei tempi stabiliti e ottenne una proroga fino al raccolto successivo. Anche il raccolto seguente fu cattivo. L’usuraio non fu più disposto a concedere altro tempo. Alla fine anch’egli si recò al cospetto del Messaggero (pbsl) per esporre la propria difficile situazione. Il Messaggero (pbsl) si recò a casa dell’ebreo insieme ad alcuni Compagni. Lo pregò di concedere a Jaber ancora un po’ di tempo. Ma l’ebreo rifiutò. Il Messaggero (pbsl) rimase per qualche tempo a girare qua e là, poi tornò a discutere con l’ebreo. Ma il cuore di pietra dell’usuraio non si intenerì. In seguito il Messaggero (pbsl) dormì per qualche tempo. Al suo risveglio formulò nuovamente la stessa richiesta. Anche questa volta l’uomo rimase irremovibile. Infine il Messaggero (pbsl) si recò nel palmeto di Jaber e gli disse: «Raccogli i datteri». Quando furono raccolti, se ne trovò una quantità insperata. Il debito fu saldato e ne rimase persino una parte (Sīrat an-Nabī, Shiblī Nuʿmānī).

La corazza personale del Messaggero (pbsl) era stata data in pegno a un ebreo. Fino alla sua morte non riuscì ad accumulare una somma sufficiente per riscattarla. (Sīrat an-Nabī, Shiblī)

Una volta un beduino si recò dal Messaggero (pbsl) e cominciò a sollecitarlo con insistenza affinché saldasse il debito. Secondo il suo modo abituale, parlò in maniera estremamente concitata. I Compagni gli fecero notare con quale grande personalità stesse parlando. Egli rispose: «Io chiedo soltanto la restituzione di ciò che mi spetta». Il Messaggero (pbsl) disse ai Compagni: «Dovreste sostenerlo, perché questo è un suo diritto». Poi ordinò che gli fosse restituito ciò che gli spettava e gli diede qualcosa in più. (Sīrat an-Nabī, Shiblī)

L’episodio di Zayd ibn Sahnā offre un’ulteriore idea di questa crisi. Era un sapiente ebreo e stava verificando, alla luce di diversi segni, la veridicità della pretesa profetica del Messaggero (pbsl). Egli racconta che un beduino venne a incontrare il Messaggero (pbsl). Disse: «La mia tribù è diventata musulmana. Quando li invitavo all’Islam, dicevo loro: “Se abbraccerete l’Islam, Allah vi concederà grandi ricchezze”. Ma, sfortunatamente, è sopraggiunta una carestia del tutto contraria a ciò. Ora, se non li aiutate, temo che abbandonino l’Islam». Il Messaggero (pbsl) rivolse uno sguardo interrogativo ad Hazrat Ali. Hazrat Ali (ra) disse: «In questo momento non abbiamo nulla». Zayd ibn Sahnā disse: «Prendete da me ottanta mithqāl d’oro; in cambio, nella stagione, mi darete dei datteri». L’accordo fu concluso. Il Messaggero (pbsl) prese l’oro e lo consegnò al beduino. Un giorno, quando mancavano ancora due o tre giorni alla scadenza stabilita, il Messaggero (pbsl), dopo aver partecipato insieme ad alcuni Compagni alla preghiera funebre per una persona, stava in piedi presso un muro. Zayd afferrò la sua veste e il suo mantello e disse con estrema asprezza: «O Muhammad! Perché non saldi il mio debito? Giuro su Allah, conosco molto bene che razza di gente siete, voi discendenti di Abd al-Muttalib. Siete abituati a non saldare i debiti».

Hazrat Umar guardò Zayd con uno sguardo tagliente. Poi disse: «O nemico di Allah! Giuro su Allah, se non temessi il rimprovero del Messaggero, ti avrei fatto volare la testa dal collo». Il Messaggero (pbsl) disse ad Hazrat Umar: «O Umar! In questa circostanza avresti dovuto, da un lato, consigliarmi di saldare il debito nel modo corretto e, dall’altro, esortare quest’uomo a reclamare il proprio debito con educazione». Poi disse: «Va’ e dagli ciò che gli spetta. E, invece di rimproverarlo, dagli venti sāʿ aggiuntivi di datteri».

In realtà, questo episodio costituiva l’ultima prova della profezia del Messaggero (pbsl) da parte di Zayd ibn Sahnā. Egli rivelò la propria identità ad Hazrat Umar e, prendendolo come testimone, abbracciò l’Islam. In seguito donò metà dei propri beni alla comunità musulmana. Questo Zayd ibn Sahnā godeva di una posizione particolarmente eminente tra gli usurai ebrei. Tuttavia, anche dal suo episodio si apprende in quale grave crisi finanziaria si trovassero il movimento islamico e i suoi membri, quanti debiti fossero costretti a contrarre a causa della crisi e quanto duro fosse il comportamento che dovevano sopportare da parte dei creditori.

Da un lato, gli ebrei e i ricchi politeisti impiegavano l’arma dell’usura contro il movimento islamico. Dall’altro, cercavano di dissuadere anche i musulmani dal spendere denaro sulla via di Allah, affinché il movimento si indebolisse a causa della penuria finanziaria. A questo scopo, da una parte deridevano i versetti che esortavano a donare sulla via di Allah. Dicevano: «Guardate: anche il Dio dei musulmani è diventato insolvente e chiede l’elemosina per ottenere un prestito». Talvolta dicevano anche: «La mano di Allah è incatenata». Queste parole passavano dalle bocche degli ebrei a quelle degli ipocriti, contaminando l’intero ambiente. D’altra parte, incontravano i musulmani abituati a donare e dicevano loro: «Ehi, perché sprecate i vostri beni? Che vantaggio avete nel nutrire e mantenere alcuni mendicanti della Mecca? Prendetevi cura dei vostri figli. Investite i vostri beni nel commercio e negli affari. Dove avete trovato un settore d’investimento così insensato?». Riguardo agli ebrei e agli ipocriti che conducevano queste campagne di propaganda, nel Corano è detto che: ******** «In altre parole, insegnano alle persone a essere avare». Costoro andavano dagli Ansar e si sedevano con loro, assumendo l’atteggiamento di benevolenti, e dicevano: «Non sperperate in questo modo il vostro denaro. Finirete nella povertà e nell’indigenza. Perciò non spendete tanto denaro a sostegno del movimento islamico. Cercate di capire che cosa accadrà alla situazione». (Sīrat Ibn Hishām)

Nel frattempo, tra i membri della quinta colonna, burattini degli ebrei, si bisbigliava: «Smettete di spendere denaro per i Compagni del Messaggero (pbsl), così si disperderanno qua e là». (Sura al-Munāfiqūn, versetto 7)

Quale piano astuto e lungimirante era! Da una parte, si mirava a soffocare la fonte della disposizione d’animo e dell’entusiasmo per donare sulla via di Allah. Dall’altra, assumendo il ruolo di usurai, si tentava di schiacciare il movimento islamico con la loro oppressione da Shylock. Se questo piano fosse riuscito, la rivoluzione islamica avrebbe potuto essere sconfitta senza affrontarla sul terreno della fede, della ragione, delle opere e del carattere. Ma poiché la questione era legata ad Allah, l’Onnisciente e l’Onnipotente, grazie al Suo sottile decreto la cospirazione dei nemici dell’Islam fu vanificata.

Il punto centrale di questa vicenda è il carattere e il comportamento paziente e nobile del Messaggero e dei nobili Compagni, che si manifestarono in risposta alla vile persecuzione degli avversari. Essi non permisero che il loro elevato livello morale si abbassasse neppure minimamente, nemmeno in circostanze estremamente caotiche e dolorose. È impossibile comprenderne appieno la grandezza e lo splendore come esempi di umanità.

Il quinto contingente creato dagli ebrei

Le migliaia di testimonianze della storia umana dimostrano che, ogni volta che un movimento è stato condotto con sincerità e dedizione allo scopo dell’onestà e del bene dell’umanità, avanzando verso la vittoria, tra le forze reazionarie che gli si oppongono ve n’è una che entra apertamente in conflitto e continua a combattere fino all’ultimo momento, usando le armi del proprio tempo. L’altra è composta da persone anarchiche e sovversive che, a causa della loro bassezza e depravazione morale, sprofondano ai livelli più infimi della codardia e dell’inganno e si dedicano a tessere trame dalla roccaforte segreta dell’ipocrisia. Il comportamento reazionario dei politeisti della Mecca apparteneva alla prima categoria, mentre gli ebrei di Medina e i loro seguaci appartenevano alla seconda.

Poiché il movimento islamico aveva assunto la forma di uno Stato, e questo Stato cresceva sotto gli occhi di tutti, mentre persone coscienziose, attive e operose vi aderivano da ogni parte, le forze avversarie erano vittime di una terribile reazione di inferiorità e spirito vendicativo. Tuttavia, non avevano alcun mezzo per manifestare l’agitazione che regnava dentro di loro e influenzare la situazione. Di fronte alla fede e all’ideologia islamiche, gli ebrei non possedevano alcuna dottrina costruttiva, razionale, semplice, capace di attrarre le masse e di suscitare entusiasmo. Avevano soltanto alcune credenze prive di vita e inconsistenti, capaci di ostacolare il corso della storia e di produrre paralisi e immobilità nella natura umana. Il movimento islamico aveva riunito una forza umana dotata di un elevato carattere morale; gli ebrei non disponevano di una forza umana dotata di un carattere morale equivalente, capace di tenerle testa. La forza umana di cui disponevano era, moralmente, persino inferiore al livello minimo desiderabile dell’umanità. Non restava loro alcuna ispirazione o forza motrice capace di risollevarli da quella condizione degradata. Gli uomini di stampo antico, plasmati dall’ebraismo, non erano neppure degni di stare di fronte agli uomini nuovi creati dall’invito coranico alla ricostruzione dell’umanità. Per quanto potessero creare incomprensioni e ostilità attraverso la propaganda, sul terreno della ragione la forza ebraica era costretta a ritirarsi sempre più. Qualunque fosse l’opinione che avevano di sé, la forza della storia era dalla parte del movimento islamico. Sul campo della realtà, gli ebrei erano continuamente colpiti da attacchi impetuosi. La società umana del tempo li lasciava indietro e avanzava innalzando la bandiera dell’ordinamento di vita islamico. Sul piano politico, gli ebrei desideravano distruggere la rivoluzione islamica, ma il patto di alleanza teneva loro le mani legate. In questa situazione concreta, erano diventati completamente incapaci e impotenti. Questa sensazione di incapacità e impotenza, unendosi ai tratti fondamentali del loro carattere, assunse la forma della codardia. La mentalità competitiva che si attiva nell’animo umano in un ambiente di impotenza e codardia conduce sempre, attraverso l’invidia e l’odio, alla roccaforte segreta dell’ipocrisia. Di conseguenza, invece di attaccare l’avversario frontalmente, colpisce di nascosto alle spalle. Invece della rapina aperta, ordisce il complotto del furto con scasso. Fu proprio questo ruolo codardo che la comunità ebraica assunse.

La situazione concreta creò due condizioni favorevoli alla comparsa dell’odiosa cricca degli ipocriti. Primo: lo spirito vendicativo della cricca ebraica e dei suoi seguaci. Poiché questo atteggiamento non aveva la capacità di sferrare un attacco diretto, la roccaforte segreta dell’ipocrisia si attivò. Secondo: vedendo la crescente potenza dell’Islam, molti cominciarono a entrare dall’interno attraverso questa via clandestina, per costruirsi il proprio futuro.

Fu proprio l’ingegno ebraico ad aprire questa via clandestina. I loro capi più illustri, nascondendo la propria mentalità ostile, cominciarono a entrare nell’organizzazione islamica indossando il mantello dell’Islam. Le seguenti personalità di spicco dei Banu Qaynuqa entrarono nell’Islam come “quinto contingente”:

(1) Sa’d ibn Hanif (2) Zayd ibn Lusait (3) Nu’man ibn Awfa ibn Amr (4) Rafi ibn Huraymala (5) Rifa ibn Yazid ibn Tabut (6) Salsala ibn Barham (7) Kinana ibn Suriya.

Tra costoro, Zayd ibn Lusait era colui che aveva provocato una rissa con Hazrat Umar nel mercato dei Banu Qaynuqa. Inoltre, quando la cammella del Messaggero si era smarrita, quest’uomo lo aveva deriso dicendo: «Eppure egli ci informa delle notizie del cielo, ma non sa dove si trovi ora la sua cammella!». In risposta, il Messaggero aveva detto: «Io non so altro se non ciò che Allah mi fa sapere. Ora Allah mi ha informato riguardo alla cammella: si trova in quel determinato campo e la corda della sua cavezza è rimasta impigliata in un albero». Quando i Compagni si precipitarono a cercarla, videro con i propri occhi esattamente quella situazione.

Rafi ibn Huraymala era un ipocrita di così alto rango che, il giorno della sua morte, il Messaggero disse: «Oggi è morto uno dei capi più eminenti degli ipocriti». Anche Rifa ibn Zayd ibn Tabut era un uomo dello stesso genere. Quando, tornando dalla spedizione dei Banu al-Mustaliq, si levò una tempesta, la gente ebbe paura. Il Messaggero li rassicurò dicendo: «Questa tempesta è giunta per punire un capo degli ipocriti». Dopo essere arrivati a Medina, tutti seppero che Rifa aveva tirato le cuoia proprio in quella tempesta. (Sira di Ibn Hisham, vol. II)

È interessante notare che tutti coloro che si erano schierati tra le file degli ipocriti erano anziani e agiati. Erano egoisti e dal cuore di pietra. I giovani, in genere, erano compagni del movimento islamico. Si trova un solo giovane, Qays ibn Amr ibn Sahl, tra i membri della quinta colonna.

Questo gruppo non era affatto così limitato. In realtà, quei pochi uomini erano i capi e i comandanti della quinta colonna. Reclutavano nuovi ipocriti tra le persone della loro cerchia di conoscenze. Inoltre, cercavano tra i musulmani le persone deboli, le influenzavano e le utilizzavano; diffondendo tra loro dubbi e sospetti, peggioravano l’atmosfera delle riunioni dei musulmani, aggiungendo derisione e scherno alle questioni importanti. Si recavano nella moschea, ascoltavano tutte le discussioni importanti e poi ne riferivano nelle proprie riunioni. Di notte si tenevano riunioni cospirative, si elaboravano nuovi piani dannosi e li si attuava con metodi sempre nuovi. Il comportamento bizzarro creato dagli ipocriti era ben noto al Messaggero e ai musulmani, proprio per la sua anormalità. Nel frattempo, attraverso la rivelazione, venivano individuati a ogni livello i loro pensieri, le loro attività e cospirazioni, persino i segni specifici della loro coscienza incline al crimine. Una volta, il comportamento di questi capi ipocriti nella Moschea del Profeta divenne addirittura insopportabile. Durante un’assemblea generale, quel gruppo sedeva completamente separato dagli altri e confabulava in disparte. Vedendo la scena, il Messaggero ordinò loro di uscire dalla moschea. Alcuni erano così legati gli uni agli altri che furono espulsi mentre si tenevano per mano e si abbracciavano.

La leadership centrale di questo gruppo di ipocriti era concentrata nella persona di Abd Allah ibn Ubayy. Quest’uomo era il principale malvagio protagonista della messinscena della calunnia contro Hazrat Aisha. L’odio, l’avversione e il desiderio di vendetta contro la rivoluzione islamica erano penetrati nel suo midollo. Ascoltate dalla bocca di Hazrat Usaid ibn Hudayr la causa di questo odio e di questa avversione incurabili. Durante la spedizione dei Banu al-Mustaliq, egli disse al Messaggero a proposito di Abd Allah ibn Ubayy:

«O Messaggero di Allah! Sii un po’ indulgente verso il dolore e l’emozione di quest’uomo. Quando arrivasti a Medina, avevamo già completato tutti i preparativi per porlo sul trono regale. Gli stavamo preparando una corona. Con il tuo arrivo, tutti quei preparativi sono stati ridotti in cenere. Quel poveretto sta sfogando il proprio rancore». (Tafhim al-Qur’an, introduzione alla sura An-Nur)

Coloro i cui piani vengono vanificati da una predicazione o da un movimento, e i cui interessi falliscono proprio quando stanno per raggiungere la soglia del successo, trascorrono tutta la vita agitandosi, con il petto colmo di veleno. Un rivale sconfitto di questo genere non riesce mai a perdonare il suo avversario. Questa era anche la situazione dell’Islam. Abd Allah ibn Ubayy portava dentro di sé, fin dal primo giorno, il ricordo amaro della propria sconfitta, e lo portò per tutta la vita. All’inizio accettò l’Islam per potersi creare un posto all’interno di questa nuova forza e, avanzando gradualmente al suo interno, raggiungere il culmine del potere e della leadership. Ma, per chiunque voglia avanzare attraverso questo sistema, l’unica via è quella della fede e delle opere. Perciò Abd Allah ibn Ubayy non aveva altra scelta se non quella di rimanere un ipocrita. Fin dall’inizio la sua ipocrisia rimase nascosta. Ma un giorno questa sordida malattia del suo cuore venne casualmente alla luce davanti a tutti.

Un giorno il Messaggero andò a visitare il Compagno malato Sa‘d ibn Ubada. Vi si recò cavalcando un asino. Dietro di lui sedeva Usama ibn Zayd. Fu proprio Usama a raccontare che, lungo il cammino, Abd Allah ibn Ubayy era seduto in un luogo, riunito in assemblea. Intorno a lui erano seduti soltanto membri della sua stessa tribù. Vedendo passare da lì il Messaggero, si infastidì e voltò il viso dall’altra parte. Il Messaggero gli si avvicinò e lo salutò. Poi si fermò per un momento, recitò una parte del Corano, lo invitò all’Islam, gli ricordò Allah e lo ammonì riguardo alla sua collera. Abd Allah ibn Ubayy rimase seduto in silenzio e col fiato sospeso. Ma quando il Messaggero ebbe terminato di parlare e si fu rimesso in cammino, egli gridò con un linguaggio estremamente scortese e volgare: «Ehi, tu! Questo modo di parlare non è corretto. Resta a casa tua. A chi viene da te, di’ pure ciò che vuoi dire. Ma non molestare chi non viene da te. Non andare a casa della gente, offrendoti di tua iniziativa per rivolgere loro una predicazione che non gradiscono». Guardate quanto veleno contiene ogni parola! Che linguaggio sporco e offensivo, e quale tono provocatorio e carico di emozione!

In realtà, queste parole non appartenevano alla persona di ʿAbdullah ibn Ubayy. Erano l’invettiva della jahiliyya ormai prossima al tramonto contro l’epoca di prosperità e felicità che si stava avvicinando.

Il Messaggero ﷺ ascoltò, dalla sua posizione di grande dignità, queste deliranti parole da persona spregevole. Dopo averle udite, nel suo nobile cuore potrebbe essersi destata, forse, la compassione anziché l’ira.

Era presente all’assemblea anche ʿAbdullah ibn Rawaha, membro del gruppo musulmano. Il suo senso dell’onore lo spinse ad adempiere al proprio dovere. Rispose con voce severa al capo degli ipocriti: «Perché il Messaggero ﷺ non dovrebbe venire? Noi lo desideriamo. Egli verrà nelle nostre case e alle nostre assemblee. Noi lo amiamo, ed è per mezzo suo che Allah ci ha onorati».

Dopo aver fatto questa esperienza lungo il cammino, il Leader dell’umanità andò a trovare Saʿd ibn ʿUbadah. Vedendo un segno insolito sul volto del Messaggero ﷺ, Saʿd ne chiese la causa. Il Messaggero ﷺ gli raccontò l’accaduto. Anche Saʿd descrisse il medesimo contesto, dicendo: «Quando Allah ti condusse a Medina, noi stavamo preparando per lui una corona. Ma il tuo arrivo ha mandato in frantumi il sogno del suo regno». Voleva spiegare che quella reazione era naturale e che sarebbe stato meglio non darle importanza.

Quest’uomo continuò a recitare sulla scena della storia il ruolo del principale malvagio dell’intero dramma dell’ipocrisia. Era il suo principale artefice. Dietro di lui vi era la benevolenza dei grandi capi; dietro di loro, gruppi di ipocriti consapevoli e di musulmani immaturi; e dietro tutti loro, beduini ignoranti e ottusi. Dietro ogni iniziativa reazionaria condotta contro il movimento islamico vi era, in successione, il contributo di queste diverse categorie. Dietro tutte le opposizioni e le resistenze che i musulmani dovettero affrontare a Medina, e dietro tutte le cospirazioni cui dovette far fronte il Messaggero ﷺ, vi fu un ruolo enorme di questa forza distorta e distruttiva degli ipocriti influenzati dagli ebrei. Sebbene la leadership di tutte le attività ostili fosse saldamente nelle mani degli ebrei, in realtà il ruolo principale dietro tutti gli eventi negativi organizzati per sbarrare il cammino al Messaggero ﷺ era svolto da quegli ipocriti che agivano come marionette degli ebrei.

Attività di propaganda diffamatoria

Quando un ambiente anarchico e refrattario al lavoro si trova coinvolto in un movimento riformatore e costruttivo, si accanisce con tutte le proprie forze contro i suoi dirigenti e attivisti. Queste persone non vogliono fare nulla e non sentono alcuna responsabilità né verso Allah né verso il popolo. Perciò impiegano con estrema facilità tutte le proprie energie e capacità in attività negative. Circondano da ogni lato, come fantasmi, i dirigenti e gli attivisti dei movimenti riformatori e costruttivi, cercando con una lente d’ingrandimento i loro difetti. Analizzano minuziosamente ogni loro parola, azione e avvenimento. Poi, non appena trovano anche la minima stortura o mancanza, cominciano a diffondere la notizia a gran voce: «O gente! Guardate, costoro sono coinvolti nello sviamento, nella deviazione e nella miscredenza. Questa o quella azione è contraria agli antichi sapienti; è un’offesa ai grandi imam e una critica dei grandi pii». Quando, spinti dall’emozione di un’opposizione cieca, si desidera danneggiare una persona perbene e le sue opere benefiche per il popolo, da un lato si mettono in evidenza i difetti di ogni buona azione; dall’altro, anche il minimo errore di chi agisce viene ingigantito e reso pubblico per esasperare l’opinione pubblica. La più grande opportunità per i sabotatori si presenta quando un evento si verifica contro le idee errate, le superstizioni e le cattive consuetudini della gente comune, anche se tale evento è corretto e giusto. È risaputo che i movimenti riformatori, costruttivi e rivoluzionari devono opporsi a molte pratiche popolari. Perciò, per la propaganda ostile, si trova sempre un argomento o un altro. Il Messaggero ﷺ e i nobili Compagni si trovarono ad affrontare proprio questa situazione da parte degli ebrei. Ogni mattina e ogni sera scoppiava un qualche tumulto e veniva lanciata una qualche propaganda diffamatoria.

L’accusa di ambizione al potere

In ogni epoca gli oppositori hanno sempre calunniato ogni portatore della verità, cercando di macchiare con qualche interesse personale la sua sincerità e la sua dedizione, accusandolo di essere un uomo desideroso di potere e di voler diventare qualcuno di importante. La stessa accusa fu rivolta contro Hazrat Mosè e Aronne: si disse che volessero impadronirsi del trono dello Stato. Contro Hazrat Gesù furono diffuse calunnie: si disse che volesse diventare il re degli Ebrei. Quando giunse la delegazione di Najran, gli Ebrei calunniarono il Messaggero (pace e benedizioni su di lui), sostenendo che stesse mettendo in gioco la vita di tante persone soltanto per appropriarsi della dignità che aveva avuto Gesù (pace su di lui). Voleva, secondo loro, che i cristiani e gli altri cominciassero ad adorarlo. Si noti che il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) non avanzò mai nessuna simile pretesa, né diede il minimo segno di desiderare un trono o una carica. Eppure, dalle menti fertili degli oppositori furono costruite e inventate accuse fantasiose: lo scopo di Muhammad (pace e benedizioni su di lui) sarebbe stato quello di farsi adorare come Gesù (pace su di lui). Che importa se non lo aveva dichiarato apertamente? Nel suo cuore, certamente, nutriva questa pretesa; e già si intravedevano i segni che, se non oggi, un giorno o l’altro l’avrebbe avanzata. Proprio perché tali deliri erano stati messi nelle orecchie della delegazione di Najran, un suo membro, Abu Nafiʿ al-Qarzi, chiese apertamente al Messaggero (pace e benedizioni su di lui): «Volete che i cristiani vi adorino come adorano Gesù (pace su di lui), e che allo stesso modo vi adorino anche i musulmani?». Un altro membro domandò: «Volete che vi prestiamo culto e adorazione, ed è per questo che ci invitate?». Egli rispose: «Cerco rifugio presso Allah dal fatto che io adori qualcuno oltre ad Allah o inviti altri ad adorare qualcuno oltre a Lui. Allah non mi ha inviato né ordinato per questo scopo». (La biografia di Ibn Hisham, vol. 2). A questo punto anche il Corano dichiarò con assoluta chiarezza: «Non è lecito che Allah conceda a un essere umano il Libro, la saggezza e la profezia, e poi egli dica alla gente: “Diventate miei servi invece che servi di Allah”».

Accusa di oltraggio ai simboli religiosi universalmente riconosciuti

Dopo che il leader dell’umanità (pace e benedizioni su di lui) emigrò a Medina, alla Mecca cominciò a riaccendersi il desiderio di vendetta e si continuò a riflettere su come attaccare Medina. Le loro spie si aggiravano nei dintorni di Medina. Avevano iniziato a scambiarsi lettere con gli Ebrei di Medina e i loro reparti militari arrivavano, in qualsiasi momento, fino ai confini dello Stato islamico. In risposta, anche lo Stato islamico istituì un sistema di pattugliamento. Reparti militari e civili effettuavano pattugliamenti e sorvegliavano i movimenti delle spie e dei reparti militari dei Quraysh. Medina voleva far capire ai Quraysh, attraverso tutte queste attività, che non dormiva. Allo stesso tempo li si avvertiva che, se avessero turbato l’ambiente di pace, sarebbero state chiuse le vie di transito delle loro carovane commerciali.

Nell’ambito di questo sistema di pattugliamento, nel mese di Rajab del secondo anno dell’Egira il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) inviò un reparto di otto uomini per raccogliere informazioni sui movimenti e sui piani futuri dei Quraysh. A questo reparto non era stato autorizzato alcun intervento militare. Tuttavia, esso si imbatté in una piccola carovana commerciale dei Quraysh. Durante l’incontro la tensione raggiunse un punto tale che il reparto dello Stato islamico attaccò e uccise uno degli uomini. Gli altri furono arrestati e condotti a Medina insieme alle merci. Poiché l’episodio era avvenuto di notte, tra la fine del mese di Rajab e l’inizio di Shaʿban, da una parte i Quraysh della Mecca e dall’altra gli Ebrei e gli ipocriti di Medina approfittarono dell’occasione per scatenare una campagna di propaganda. Collegarono con certezza l’accaduto al sacro mese di Rajab e iniziarono a incitare la popolazione dicendo: «Costoro vogliono essere i servi prediletti di Allah, eppure non esitano a versare sangue anche durante i mesi sacri». (Tafhīm al-Qurʾān)

Le conseguenze di questa propaganda furono molto dannose per i musulmani. Questa piccola e giovane forza era già circondata da ogni parte da nemici e pericoli. Per essa era prezioso il sostegno di qualsiasi persona e di qualsiasi ambiente. Era estremamente pericoloso che in Arabia si diffondesse l’idea che essi stessero profanando la sacralità dei mesi sacri, poiché la stabilità dell’ordinamento religioso ed economico dell’Arabia dipendeva proprio dal mantenimento di tale sacralità. Vi era il rischio che anche i sostenitori dei musulmani diventassero loro avversari. Inoltre, poiché la questione toccava i delicati sentimenti religiosi della popolazione, poteva diventare una causa di incitamento. Soprattutto, questa propaganda era capace di distruggere la fiducia nei musulmani riguardo al loro timore di Allah, alla loro religiosità e al loro senso di responsabilità morale. L’episodio di Nakhla fu giudicato sgradito persino dal punto di vista dello stesso Stato islamico anche per un’altra ragione: il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) non aveva autorizzato quel reparto a impegnarsi in alcun conflitto. Pur non avendo ricevuto, come prescritto, l’ordine di farlo, quel reparto aveva intrapreso un’azione che avrebbe potuto vanificare lo scopo del sistema di pattugliamento dello Stato islamico e danneggiare il piano elaborato proprio in vista di tale obiettivo. Per attuare quel piano si procedeva con estrema cautela. Poiché l’incidente di Nakhla era dunque un’azione completamente illegale e contraria alle regole, il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) sottopose i responsabili a un severo interrogatorio, li punì e rifiutò di considerare i prigionieri catturati come prigionieri di guerra e di depositare le loro merci nel Bayt al-Mal.

Lo Stato islamico adottò, conformemente alle proprie regole e alla propria disciplina, i provvedimenti appropriati riguardo a questa azione contraria alle norme. Ma alla propaganda avviata dagli oppositori rispose con argomenti ancora più razionali, moralmente incisivi e limpidi, dando una risposta schiacciante. Allah stesso fece giungere la risposta, attraverso la rivelazione e per bocca del Messaggero (pace e benedizioni su di lui), dicendo:

«Ti chiedono del combattimento nel mese sacro. Di’: “Combattere in esso è una cosa grave. Ma ostacolare il cammino di Allah, essere ingrati verso di Lui, impedire ai Suoi servi di recarsi alla Moschea Sacra e scacciarne gli abitanti è, agli occhi di Allah, ancora più grave. E la persecuzione è più grave dell’uccisione”». (Al-Baqara, 217)

Da ciò si comprende chiaramente che, influenzati e turbati dalla vigorosa campagna propagandistica degli oppositori dell’Islam, i musulmani chiesero quale fosse, dal punto di vista islamico, la situazione riguardo al combattimento durante i mesi sacri. Coloro che nutrivano una concezione squilibrata dell’onestà e dell’amore per la pace, e che si lasciavano prendere dal panico alla minima opposizione, si preoccuparono particolarmente: non stiamo forse perdendo il vero spirito dell’Islam e il timore di Dio? Non ci stiamo forse allontanando dal nostro obiettivo originario, sottomessi a un eccessivo amore per la politica, e non stiamo forse allontanando noi stessi la gente? Il turbamento di queste persone era fuori dal comune e la loro pace interiore veniva meno. Questa mentalità era particolarmente attiva alla base della domanda. In questa circostanza fu data anche una risposta schiacciante agli oppositori dell’Islam. Allah disse che i politeisti della Mecca, colpevoli di crimini gravissimi quali impedire alla gente di seguire la via di Allah, disobbedire ad Allah, impedire a coloro che giungevano al Santuario Sacro di entrarvi, molestare gli abitanti del Santuario e costringerli ad abbandonarlo, con quale faccia si presentavano ora in campo fingendosi custodi dell’onore dei mesi sacri? Indirettamente fu detto anche agli ebrei e agli ipocriti: durante tutte quelle persecuzioni e oppressioni degli abitanti della Mecca e le loro azioni che violavano la sacralità dei simboli religiosi, voi eravate rimasti in silenzio, e ancora oggi tacete al riguardo. E oggi, prendendo spunto da un episodio isolato di Nakhla, vi siete messi a fare i custodi di una tale sacralità religiosa? Eppure le autorità dello Stato islamico non avevano autorizzato quell’azione. L’episodio era invece avvenuto a causa dell’errore di alcune persone. Il governante dello Stato aveva rifiutato di trarre vantaggio dall’accaduto e aveva punito i responsabili.

L’analisi storica di questo episodio mostra come i nemici dell’Islam restino in agguato, aspettando che cada una sola briciola dal pane per lanciarsi all’attacco. Non appena qualcuno commette il minimo errore, lo diffondono immediatamente in tutto il mondo, rivestendolo dei colori della propria interpretazione.

In un luogo dove a ogni istante si tenta di diffondere confusione, cattivi sospetti e provocazioni su ogni questione, è facile immaginare in quale ansia e apprensione vivessero il piccolo Stato islamico circondato dai nemici, il movimento rivoluzionario fondato da esso e il suo dirigente. L’intero ambiente era colmo di dubbi, sospetti, interrogativi confusi e obiezioni. Tuttavia, ostacoli di questo genere non hanno mai potuto impedire la vittoria di un’organizzazione idealista e moralmente integra.

L’accusa di perseguire interessi personali dietro il pretesto della religione

Ho già detto che, a ogni riforma realizzata dall’Islam, gli studiosi ebrei scatenavano tumulti del tutto irragionevoli. Una riforma significativa riguardava la condizione e i diritti del figlio adottivo, o considerato tale. Anche su questo tema fu condotta una vigorosa propaganda ostile.

Secondo le precedenti concezioni religiose e sociali, in Arabia vigeva un’importante consuetudine tradizionale: sposare la moglie divorziata di un figlio adottivo, cioè considerato tale, era assolutamente illecito, proprio come sposare la nuora di un figlio naturale. Per abolire questa consuetudine, Allah l’Altissimo, secondo il Suo piano, fece evolvere gli eventi in modo straordinariamente sorprendente, conducendoli a un esito rivoluzionario. L’episodio fu il seguente: all’età di appena dieci anni, Zayd ibn Haritha divenne schiavo. Il Messaggero lo allevò con tale affetto e cura che, nella sua casa, egli acquisì la condizione di figlio adottivo. In seguito, il padre e il fratello di Zayd vennero a riprenderlo, e il Messaggero gli permise di partire. Nel frattempo, però, Zayd si era affezionato così profondamente al Messaggero da non riuscire ad accettare la separazione e si rifiutò di andare con suo padre. Sebbene Zayd fosse diventato schiavo per circostanze fortuite, era in realtà figlio di una nobile famiglia araba; per questo alcuni notabili della Mecca proposero di farlo sposare con Zaynab, cugina del Messaggero di Allah. Il fratello di Zaynab, però, non accettò questo matrimonio, poiché esso non soddisfaceva i criteri e gli standard allora vigenti in Arabia per il matrimonio. Secondo la mentalità dell’ignoranza preislamica, sulla fronte di Zayd restava ancora il marchio della schiavitù. Inoltre, il fatto che fosse privo di sostegno e di mezzi costituiva un ulteriore difetto. L’Islam ritenne necessario cambiare anche questa mentalità. Il Messaggero, amico dell’umanità, cercò di rimuovere dalla via del matrimonio l’ostacolo della discriminazione genealogica e di trasformare l’intera società islamica in un’unica famiglia. Grazie al suo impegno, il muro della discriminazione crollò completamente e il concetto di «kufu’», o parità familiare, assunse un nuovo significato. Egli cambiò con grande fermezza il modo di vedere dei musulmani. Insegnò loro che, nel matrimonio, bisogna considerare anzitutto il carattere e la devozione religiosa della sposa. Gli altri elementi devono essere presi in considerazione in un secondo momento. Una volta disse anche che, se si stabilisce un criterio diverso dalla devozione religiosa e dalla moralità, nella società si produrranno grande anarchia e disordine. In questo modo si diffuse una nuova concezione del «kufu’»: la scelta del compagno o della compagna di vita deve avvenire considerando chi possa essere il miglior coniuge in rapporto agli scopi e agli obiettivi autentici della vita, e con chi si possano sviluppare la maggiore affinità e comunanza di gusti e mentalità. Numerosi matrimoni, anzi la maggior parte di essi, cominciarono di fatto a essere celebrati secondo questa nuova prospettiva. Fino a quale punto giunse questo cambiamento mentale e sociale lo si può comprendere dall’episodio del matrimonio di Abu Talha. Abu Talha, mentre era ancora miscredente, chiese in matrimonio Umm Sulaym. Umm Sulaym, invece, aveva già abbracciato l’Islam. Ella rispose: «Tu sei ancora miscredente, mentre io ho abbracciato l’Islam. Come possono unirsi due vite reciprocamente contraddittorie? Se abbraccerai l’Islam, non prenderò da te altra dote se non il tuo abbraccio dell’Islam». Da questa risposta si comprende che la proposta di matrimonio era gradita anche a Umm Sulaym. Tuttavia, l’Islam aveva creato una mentalità così rivoluzionaria che ella, imponendosi una rinuncia, la respinse. Allo stesso tempo, lo incoraggiò ad abbracciare l’Islam. Alla fine Abu Talha abbracciò l’Islam. Il matrimonio fu celebrato e, in verità, l’Islam fu stabilito come loro dote. (Muwatta’ dell’Imam Malik e Uswa-yi Sahabiyyat, Mawlana Abdus Salam Nadwi)

In sintesi, stavano cambiando i gusti e i criteri riguardo al matrimonio. Tuttavia, rimanevano ancora alcuni ostacoli. Per questo il fratello di Zaynab non acconsentì al matrimonio proposto. Anche il Messaggero, pace e benedizioni su di lui, desiderava che il matrimonio si celebrasse. Ma quando un semplice atteggiamento di jahiliyya si oppose, esso fu considerato indesiderabile agli occhi di Allah e del Messaggero. Nella sura al-Ahzab ciò fu criticato allusivamente. Nel versetto 35 si dice: «Per le donne musulmane e gli uomini musulmani, per le donne credenti e gli uomini credenti……………….. Allah ha preparato perdono e una ricompensa immensa». Il messaggio fondamentale di questo versetto è che le donne e gli uomini musulmani che possiedono l’ideologia islamica, la mentalità islamica e il carattere islamico sono completamente uguali e affini tra loro. Tra loro vi sono vicinanza e affetto, ed essi meritano di essere stimati reciprocamente. Pertanto, non è auspicabile che le differenze e le discriminazioni di stirpe, così come le concezioni di jahiliyya riguardo alla nobiltà e all’aristocrazia, diventino un ostacolo tra loro. Ma l’allusione non si limitava a questo. Il versetto successivo è ancora più severo. Vi si afferma che, quando Allah e il Suo Messaggero, pace e benedizioni su di lui, prendono una decisione su una questione, nessun uomo o donna credente ha il diritto di dare importanza, contro tale decisione, alle proprie preferenze e avversioni o ai propri criteri personali. «Coloro che disobbediscono ad Allah e ai Suoi messaggeri si sono smarriti e si sono allontanati molto dalla retta via» (sura al-Ahzab, 36). In altre parole, quando viene agevolata la possibilità di stabilire un rapporto matrimoniale tra un uomo musulmano e una donna musulmana, creare ostacoli dando importanza alle vecchie concezioni della jahiliyya costituisce una forma di arbitrio contro la guida e le decisioni di Allah e del Messaggero. Un simile arbitrio finisce per trasformarsi in traviamento. In questo modo, il versetto sferrò un colpo molto deciso, che colpì proprio il bersaglio. Il fratello di Zaynab, ascoltati questi versetti, comprese l’allusione e acconsentì al matrimonio. Ciò significò che si spezzarono le catene dei criteri jahiliti che distinguevano, per nascita, tra nobili e non nobili, tra persone di lignaggio e persone prive di lignaggio.

Con questo stesso episodio Allah decise di abolire anche l’errata concezione corrente riguardo al figlio adottivo. In seguito, la situazione giunse a questo punto: marito e moglie non riuscivano ad andare d’accordo. La reale differenza esistente tra loro influì sul rapporto. Al Messaggero, pace e benedizioni su di lui, giunsero una lamentela dopo l’altra. Ma, invece di migliorare, il rapporto continuò a deteriorarsi. Alla fine Zayd cominciò a manifestare al Messaggero, pace e benedizioni su di lui, l’intenzione di divorziare. Il Messaggero ne fu profondamente turbato, perché stava andando in frantumi un matrimonio celebrato con l’obiettivo di offrire alla società un esempio rivoluzionario. Inoltre, in quel matrimonio avevano avuto un ruolo significativo proprio l’incoraggiamento e i consigli del Messaggero. Egli era il tutore di Zayd. Perciò su di lui gravava una grande responsabilità in quella vicenda. Cercò ripetutamente di mantenere in piedi il matrimonio e di dissuadere Zayd dal divorziare. Ma alla fine tutti questi tentativi fallirono. Zayd divorziò da lei. Infine si rese necessario che il Messaggero stesso sposasse Zaynab. La legge islamica non poneva alcun ostacolo in proposito. Tuttavia, a causa delle precedenti concezioni della jahiliyya, si temeva che la gente potesse rimanere sbalordita e che gli oppositori avrebbero trovato un ulteriore strumento di propaganda. Ma il piano di Allah era proprio che l’eliminazione, in modo estremamente chiaro e trasparente, dell’errata concezione sul figlio adottivo ereditata dall’epoca della jahiliyya dovesse essere compiuta per mano dello stesso Messaggero, affinché questa cattiva usanza fosse estirpata dalle radici. Nel Corano Allah rivelò la sua preoccupazione nascosta. Disse: «Allah renderà certamente manifesto ciò che nascondi nel tuo animo. Tu temi gli uomini, mentre dovresti temere maggiormente Allah» (al-Ahzab, 37). Con tono di lieve critica, si dice che nascondi nel tuo animo qualcosa che Allah è deciso a rendere manifesto. Tu temi la gente: in altre parole, Allah non approva che ciò che è lecito secondo la legge divina venga tenuto nascosto per timore delle concezioni jahilite della società. È necessario che ciò venga reso manifesto, «affinché, quando i figli adottivi ripudiano le loro mogli, non vi sia alcuna restrizione per i credenti nei loro confronti» (al-Ahzab, 37). In altre parole, lo scopo era rimuovere per sempre dai musulmani le rigide consuetudini sociali riguardanti i figli adottivi. Per spezzare questa catena della jahiliyya, fu inferto in questo modo il colpo definitivo: Allah stesso, con una speciale disposizione, fece sposare il Messaggero, pace e benedizioni su di lui, con Zaynab.

Non appena accadde questo episodio, negli ambienti di Medina ostili all’Islam scoppiò un grande clamore. Cominciarono a propagandare: «Avete visto la messinscena di religiosità e purezza? Proprio lui ha sposato la moglie del figlio adottivo!». Allo stesso tempo furono inventate ogni sorta di storie per rendere la vicenda più sensazionale e appetitosa. Gli ebrei maldicenti e gli ipocriti diffusero allora anche la voce che, Dio ce ne guardi, «in realtà si era innamorato della moglie del figlio; per questo lo aveva costretto a divorziare e poi l’aveva sposata lui stesso». Va osservato che alcuni orientalisti ostili dei tempi moderni hanno ripreso alla lettera dalla storia tutte le ignobili calunnie attribuite dagli accaniti nemici dell’epoca al movimento islamico. Anche questo episodio è diventato, agli occhi di quegli studiosi e ricercatori, un fatto ampiamente accreditato, ed è stato reso ancora più appetitoso e confezionato nei loro libri. Secondo loro, il Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui, avrebbe visto Zaynab all’improvviso e se ne sarebbe innamorato. Bisogna riflettere: un uomo che aveva trascorso tutta la vita in uno sforzo continuo e in un’attività instancabile, con una giovinezza completamente incontaminata, e che non aveva potuto trascorrere neppure un momento in tranquillità, dopo aver raggiunto il culmine della maturità morale sarebbe diventato così fragile da perdere la testa per amore al solo sguardo? Una simile offesa si accorda davvero con il suo carattere nel suo insieme? Inoltre, Zaynab era la cugina paterna del Messaggero, pace e benedizioni su di lui, ed era cresciuta davanti a lui, giocando e sorridendo, fin dall’infanzia. La sua esistenza non era certo una novità per il Messaggero. È anche un fatto concreto che egli stesso, dopo molti sforzi, l’aveva fatta sposare a Zayd e che proprio lui era stato il tutore di Zayd in quel matrimonio. Di fronte a questi dati incontestabili, si può davvero trovare qualche fondamento per questa storia inventata, creata dagli ebrei e dagli ipocriti di Medina e nuovamente utilizzata dagli orientalisti contro l’Islam? Questa storia immaginaria supera forse, secondo i criteri propri di coloro che si proclamano sostenitori del razionalismo (Rationalism) e della ricerca (Research), il loro stesso esame?

E non si trattava di un matrimonio qualunque: era stato celebrato addirittura in cielo. Si diceva che avesse fatto discendere rivelazioni a suo piacimento per creare le condizioni di quel matrimonio. In precedenza era stata condotta molta propaganda ostile su questioni riguardanti l’aqida e il fiqh. Ma in relazione a questo episodio fu davvero condotta una propaganda ignobile e fu sferrato un attacco contro la grandezza morale del Messaggero, pace e benedizioni su di lui. È ben noto che contro qualsiasi movimento riformatore e costruttivo l’attacco più grave può essere sferrato proprio sul piano morale. Se gli oppositori di una da‘wa si impegnano a propagandare che il suo leader è un libertino, che non esita ad adottare qualsiasi mezzo per soddisfare la brama dei propri desideri, e che non rispetta alcun principio morale, non può esservi colpo più dannoso di questo. È facile immaginare quanta propaganda ignobile i nemici abbiano diffuso a Medina intorno a questo episodio e in quale tormento psicologico siano trascorsi alcuni giorni della vita di questo supremo benefattore dell’umanità.

Sembra che questa campagna diffamatoria degli ebrei fosse estremamente imbarazzante anche per i musulmani innocenti e semplici. Forse, lungo il cammino, venivano molestati con ogni sorta di parole sconvenienti e si cercava di suscitare nei loro cuori dubbi e perplessità di vario genere. Alcuni musulmani immaturi forse ne rimanevano turbati. Gli ipocriti infiltrati tra loro, fingendosi amici, forse diffondevano molte voci assurde. In questa situazione, Allah l’Altissimo impresse saldamente nella mente dei musulmani alcune verità, per consolarli e istruirli. Fece loro sapere che, riguardo a ciò che Allah aveva reso lecito al Profeta (pace e benedizioni di Allah su di lui), non vi era alcuna restrizione a suo carico. (Sura al-Ahzab, 38) Fece inoltre conoscere lo scopo stesso di questo provvedimento: che i musulmani non avessero alcun impedimento a sposare le donne ripudiate dai loro figli adottivi. (Sura al-Ahzab, 37) Dichiarò anche che Muhammad (pace e benedizioni di Allah su di lui) non era il padre di nessuno dei vostri uomini. (Sura al-Ahzab, 40) Infine, rivolgendosi direttamente al Messaggero, disse: non seguire gli increduli e gli ipocriti e non lasciarti affliggere dalla loro campagna diffamatoria. Confida in Allah. Allah è sufficiente. (Sura al-Ahzab, 40) In questo modo si diede una risposta estremamente calma e dignitosa a quella vile e spregevole campagna diffamatoria, condotta dagli ebrei con intenti abietti.

Un’altra vile campagna diffamatoria

Dall’episodio sopra riportato si comprende che, quando Satana non trova alcun modo per danneggiare l’ideale e lo scopo del movimento islamico attaccandoli frontalmente, lo spinge a colpirlo alle spalle. E, agli occhi di Satana, il modo migliore per colpire alle spalle consiste nel gettare discredito sulla personalità e sulla leadership del suo capo. Per questo, in una fase, contro il Messaggero (pace e benedizioni di Allah su di lui) furono lanciate infami accuse di brama di potere e, in un’altra, di spregevole egoismo. In seguito, questa campagna diffamatoria avanzò ulteriormente e la famiglia del massimo leader del movimento islamico divenne il suo bersaglio. Eppure questa famiglia era stata istituita come modello centrale, sul piano sociale e morale, per tutta l’umanità e per l’intera umma musulmana. Proprio intorno a questa famiglia si stava costruendo la struttura della società islamica. Colpire il centro di questa famiglia era dunque il mezzo più efficace per distruggere quella struttura. Alla fine, le forze sovversive non esitarono neppure a sferrare quest’ultimo colpo. La tragica storia di questo attacco ostile è stata conservata nei libri del Corano, degli hadith, della storia e della sira, affinché se ne traesse insegnamento, con il nome di «episodio dell’Ifk», ossia «la storia della calunnia contro Aisha».

Prima di esporre i fatti dell’episodio originale, ritengo necessario analizzare come sia stato possibile che una terribile esplosione di una calunnia tanto infame sorgesse nella società virtuosa e pia costruita dal movimento islamico e all’interno di un gruppo ben organizzato e adeguatamente istruito. Da quale breccia questa terribile tempesta riuscì a penetrare nella fortezza protetta dell’organizzazione islamica, avendo l’opportunità di provocare, per qualche tempo, il massimo terrore?

Un ambiente favorevole alla creazione della confusione

Per creare sovversione e disordine all’interno dell’ordinamento sociale islamico, Satana ha certamente bisogno di un particolare tipo di ambiente favorevole. Che questo ambiente sorga a causa di qualche difetto nella disciplina e nella moralità della società, oppure nasca da vincoli imposti dalle circostanze e dall’ambiente, non appena si crea l’opportunità di generare confusione, la cospirazione di Satana può avere un certo successo. Nel corso dell’ordine naturale stabilito da Allah, rimangono necessariamente alcune brecce attraverso le quali Satana può agire, per quanto ideale possa essere una società. In realtà, nella natura umana esistono alcune debolezze che offrono alla confusione e al disordine l’opportunità di penetrare. Neppure riguardo alla società fondata dal Messaggero (pace e benedizioni di Allah su di lui) è possibile garantire che al suo interno le forze anarchiche non trovino alcuna occasione per agire. Proprio come un uomo, per quanto sano, può talvolta essere colpito da febbre, tosse e raffreddore, così anche una società purissima può essere colpita dalle malattie. Da una società sana e vivace ci si può aspettare che sia sempre impegnata a prevenire le malattie e a distruggerne i germi. Non ci si può però aspettare che in essa non si manifesti mai alcuna malattia. L’ambiente più favorevole a Satana in una società è quello delle consultazioni segrete e dei sussurri. Questo ambiente si crea quando, in un sistema collettivo, invece di esprimere apertamente opinioni, consigli, critiche e domande davanti a tutta la comunità, varie persone si riuniscono separatamente per consultarsi in segreto. Nel Corano questa pratica è chiamata «najwa». In realtà, la najwa consiste nell’intraprendere un cammino pericoloso nella vita collettiva. Quando le persone provano imbarazzo ad agire pubblicamente, si deve comprendere che dietro ciò vi è certamente qualcosa. Questa tendenza alle consultazioni segrete e ai sussurri, a scapito della trasparenza, alla fine si trasforma in cospirazione e collusione.

Sfortunatamente, all’interno del movimento guidato sotto la supervisione del Messaggero (pace e benedizioni di Allah su di lui), gli ipocriti, sotto la guida degli ebrei, crearono questo ambiente di sussurri e continuarono a mettere incessantemente in difficoltà i dirigenti e gli operatori del movimento. Il Corano continuò a correggere anche coloro che creavano questo ambiente e a mettere in guardia i dirigenti dell’organizzazione islamica. Il Corano dice:

«Non vedete che coloro ai quali era stato proibito di tenere consultazioni segrete ripetono nuovamente quell’atto proibito? Si consultano segretamente tra loro riguardo al peccato, all’ostilità e alla disobbedienza al Messaggero. (Sura al-Mujadala, 8)»

«O credenti! Quando vi consultate privatamente gli uni con gli altri, non pianificate peccati, ostilità e disobbedienza al Messaggero. Consultatevi invece per la rettitudine e il timore di Dio.» (Sura al-Mujādala-1)

«Le conversazioni segrete sono un’opera satanica volta a tormentare i credenti. Tuttavia, senza il permesso di Allah, nulla può nuocere loro.» (Sura al-Mujādala-10)

«Questi cospiratori segreti possono sottrarsi agli occhi degli uomini, ma non possono nascondersi allo sguardo di Allah. Quando, nell’oscurità della notte e in solitudine, pronunciano parole sgradite ad Allah, Egli è con loro.» (Sura an-Nisāʾ-108)

«Ogni volta che tre persone si riuniscono per una consultazione segreta, Allah è il quarto tra loro; e quando cinque si riuniscono, Allah è certamente con loro, ovunque vadano.» (Sura al-Mujādala-7)

«A parole dicono: “Obbediremo alle decisioni collettive e agli ordini del capo”. Ma quando escono da te, un gruppo di loro, durante la notte, si dedica a consultazioni contro le tue parole. E Allah mette per iscritto i loro piani.» (Sura an-Nisāʾ-8)

In questi versetti viene affermato senza ambiguità che le persone possono discutere liberamente tra loro, separatamente, in segreto o pubblicamente, allo scopo di garantire il sostegno, l’obbedienza, l’attuazione e la stabilità dei principi stabiliti sulla cui base operano collettivamente la società, lo Stato e l’organizzazione islamici, nonché delle decisioni sociali e delle tradizioni del gruppo che sono in vigore. Ma disobbedire a tali principi, dissentire, vanificarli, organizzare una ribellione contro di essi, sollevare obiezioni e consultarsi segretamente o bisbigliare appartandosi gli uni dagli altri per farli fallire è un peccato così abominevole da distruggere il carattere e il destino di tali persone e da gettare l’intero sistema sociale nell’imbarazzo e nei problemi. Il vero istigatore della ribellione segreta e dei bisbigli è Satana. Il Corano ha messo in guardia l’organizzazione islamica da questa istigazione.

Uno degli argomenti delle consultazioni segrete e dei bisbigli era «disobbedire all’ordine del Messaggero». In realtà, questo era il punto centrale. Nell’ambiente sottoposto al movimento islamico di Medina non vi era alcuna possibilità che il movimento stesso, i suoi ideali e i suoi obiettivi diventassero bersaglio di propaganda diffamatoria, né che venisse intrapresa un’azione di ribellione contro la disobbedienza ad Allah e contro il Suo Libro. Al massimo, gli ipocriti avevano la possibilità di creare una certa confusione, entrando in disputa con la leadership del movimento islamico e fomentando l’agitazione contro il suo massimo leader. Il modo più efficace e semplice per distruggere un movimento morale può essere proprio quello di diffamare il suo uomo migliore.

A questo proposito ho già detto che erano già state mosse accuse di egoismo e di brama del seggio del potere. Ma in realtà la questione non si limitava alla formulazione di accuse specifiche; piuttosto, una campagna di diffusione di voci (Whispering campaign) e una «guerra fredda» avevano assunto una forma permanente.

Per esempio, quando in seguito furono istituiti formalmente il sistema della zakat e quello della distribuzione, contro il Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui, fu lanciata la vile accusa che egli si appropriasse a proprio piacimento del denaro accumulato nel Bayt al-Mal. Il fatto era che, quando si cominciò a riscuotere regolarmente la zakat e l’ushr da tutti i beni accumulati, dai capitali commerciali, dal bestiame e dai prodotti agricoli, enormi ricchezze iniziarono ad affluire in un unico centro e a essere distribuite dalle mani del Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui. Alla vista di quella vasta accumulazione di ricchezze, gli avidi diventavano bramosi. Volevano che, come nell’epoca della jahiliyyah, tali ricchezze rimanessero ancora concentrate nelle mani dei ricchi come loro. Ma il sistema economico instaurato dal movimento islamico orientava le ricchezze verso i poveri. I facoltosi erano profondamente scontenti di questo cambiamento rivoluzionario. Non potevano attaccare direttamente il sistema economico islamico, che invece di riempire le loro tasche riscuoteva da loro, per forza di legge, la “zakat”, da essi definita una “multa”. Per sfogare il proprio risentimento, trasformavano il Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui, nel bersaglio dei loro attacchi. Dicevano che egli spendeva le ricchezze per i propri sostenitori e parenti e che, in particolare, elargiva generosamente ai muhajirun. In altre parole, lo accusavano di favorire familiari e congiunti con il denaro dell’erario dello Stato islamico. Dicevano che sottraeva, in nome di Allah, le ricchezze guadagnate con fatica dalla gente comune e che impiegava quel denaro per estendere la propria influenza, il proprio prestigio e il proprio dominio. In qualsiasi sistema di governo, quando ai governanti viene rivolta un’accusa riguardo al denaro dell’erario, essa assume una gravità considerevole. Ma soprattutto in un sistema sociale religioso e morale, nel quale l’erario è considerato la ricchezza di Allah e ogni sua entrata e uscita è amministrata nel nome di Allah e secondo la legge di Allah, accuse di questo genere possono suscitare una terribile agitazione.

È significativo che questa calunnia venga rivolta contro quell’uomo esemplare che aveva dichiarato legalmente proibito il denaro della zakat e della sadaqa non soltanto per sé e per la propria famiglia, ma per l’intero clan dei Banu Hashim. Forse in tutta la storia dell’umanità non si trova da nessuna parte un simile esempio di altruismo. Eppure, persino sulla fronte di quella luminosa personalità, piccoli uomini di carattere spregevole ebbero l’audacia di spalmare la macchia della calunnia.

Il Corano ha descritto queste persone dicendo che feriscono il cuore del Messaggero, pace e benedizioni su di lui, con le loro parole abiette (Sura al-Tawbah). Invece di discutere apertamente, in un ambiente libero e con animo sincero, i problemi collettivi del movimento, continuavano ad attaccare la persona del suo più grande leader. Il Corano stesso ha riportato un esempio di questo attacco. Il fatto era che, all’interno della società islamica, le attività e i comportamenti degli ipocriti erano talmente fuori posto da risultare estremamente irritanti per i credenti. I credenti si sentivano molto a disagio nel vedere quei comportamenti. Inoltre, era difficile adottare provvedimenti legali, ma era altrettanto arduo tollerarli silenziosamente. Che altro potevano fare quei poveri musulmani? In base alle esigenze della comunità, erano costretti a informare il Messaggero, pace e benedizioni su di lui, delle attività sconvenienti degli ipocriti. Così ogni ipocrita veniva gradualmente identificato nella società, e il Messaggero reagiva nei suoi confronti in un modo particolare. Inizialmente questa reazione era estremamente mite, ma poi diventava gradualmente più severa. In tale situazione, coloro che erano affetti dalla malattia dell’ipocrisia, sentendosi trascurati e messi alle strette, cominciarono a dire: — Dio non voglia! Il Messaggero di Allah non ha alcun discernimento: crede a tutto ciò che sente da chiunque. Persone comuni, che rispetto a noi non possiedono alcuna personalità, vanno dal Messaggero di Allah, gli raccontano ciò che vogliono su qualcuno, ed egli crede immediatamente a ogni loro parola. A causa di questa debolezza del massimo leader, noi ne stiamo pagando le conseguenze. Oggi siamo chiamati ipocriti e intriganti. E quei giovani schiavi che un tempo digiunavano sono diventati i suoi compagni più vicini.

Probabilmente, proprio come reazione a una situazione di questo genere, un gruppo di ipocriti una volta si riunì con il Messaggero, pace e benedizioni su di lui, per una conversazione privata. Nel corso dell’incontro, uno dopo l’altro, alcuni ipocriti esclamavano improvvisamente: «Ho qualcosa da dirvi in privato». Per cortesia, il Messaggero lasciava aperta a tutti questa possibilità. Ma quella teatrale consuetudine di chiedere colloqui privati aveva uno scopo diverso. Con essa gli ipocriti volevano affermare il proprio prestigio sugli altri musulmani e dare l’impressione di essere persone eccezionalmente importanti, una sorta di VIP. Volevano far credere: «Noi parliamo personalmente con il massimo leader, al livello più alto». Il secondo scopo era ottenere artificialmente la vicinanza del Messaggero, pace e benedizioni su di lui, e, creando per quanto possibile una cattiva opinione dei credenti sinceri, alleggerire in parte la condizione di trascuratezza e di isolamento in cui essi stessi erano venuti a trovarsi a causa delle loro malefatte. Ma la cortesia del Messaggero aveva concesso agli ipocriti ampie opportunità di perdere tempo; Allah l’Altissimo le abrogò con il seguente ordine:

«O credenti, quando desiderate incontrare il Messaggero, pace e benedizioni su di lui, per un colloquio privato (dedicandogli un tempo speciale), allora offrite una sadaqa prima del colloquio». — (al-Mujadalah, 12)

Con questo ordine furono spezzate le reni degli ipocriti estremamente avari e cessò la pratica di chiedere ripetutamente colloqui privati. Tuttavia, questa pratica era iniziata sulla base dell’idea che il leader del movimento fosse molto ingenuo. Pensavano quindi: «Di fronte ai sinceri, anche noi gli metteremo in testa ogni sorta di cose e cercheremo di portarlo dalla nostra parte». Ma non avevano mai immaginato che, sebbene fosse fiducioso verso i credenti sinceri, nei confronti degli intriganti egli fosse estremamente prudente. In ogni caso, è facile comprendere che coloro che, stando all’interno dell’organizzazione islamica, diffondevano parole così sprezzanti contro il suo massimo leader non potevano nutrire un adeguato amore e una sincera obbedienza verso la disciplina. Eppure sono proprio tale obbedienza e tale amore a rendere attivi e operosi i membri del gruppo. In un’organizzazione religiosa e morale, coloro che si dedicano alla propaganda diffamatoria e alle insinuazioni contro la leadership sono in realtà impegnati nel tentativo di distruggere quella stessa organizzazione.

Quando il movimento islamico stava compiendo una svolta rivoluzionaria dal livello dell’invito e della predicazione a quello del jihad, emerse un gran numero di ipocriti. Nel momento in cui si compie una svolta di questo genere, in ogni movimento alcune persone rimangono sconcertate e perdono l’equilibrio. In tali circostanze riescono a mantenere l’equilibrio soltanto quei militanti che hanno già sentito in quale direzione stanno procedendo e quali tappe dovranno attraversare lungo il cammino. Altrimenti, in tutti i movimenti del mondo accade che, quando si presenta una grande svolta e bisogna passare con un salto da un livello a un altro, coloro che non hanno compreso in anticipo questo cambiamento diventano incapaci e inattivi. In simili eventi storici, spesso anche validi militanti cadono in difficoltà e si scoraggiano. Nel movimento islamico accadde proprio questo. Quando il movimento passò dal livello della predicazione a quello della lotta, alcune persone persero l’equilibrio mentale. In particolare, coloro che non erano preparati a portare il gravoso fardello del jihad divennero ipocriti per sempre. Dovettero subire questo destino perché non avevano preparato in anticipo la propria mente e il proprio cuore ad affrontare tale situazione.

Nel Corano si dice che, agli inizi, a una certa categoria di persone fu ordinato: «Trattenete le vostre mani». In altre parole, mentre diffondete l’invito all’Islam, sopportate l’oppressione e gli eccessi e non entrate in conflitto. Dedicatevi soltanto ad attività come stabilire la preghiera e versare la zakat (Nisa, 77). Ma in quella fase quest’ordine non era di loro gradimento. In una fase successiva, quando proprio a quelle persone fu ordinato di combattere, ebbero improvvisamente tanta paura degli uomini che la loro attività si arrestò del tutto. La loro reazione psicologica fu tale che dissero ad Allah: «O Allah, perché ci hai imposto la guerra? Avremmo continuato ancora per qualche tempo a diffondere l’invito, a purificare il carattere attraverso la preghiera e la zakat, a raccogliere contributi e a svolgere attività costruttive. Non hai soddisfatto le richieste di un solo livello e, prima che fosse giunto il momento, ci hai imposto il lavoro di un altro livello!»

Ma erano impotenti. Non potevano discutere né disputare con Allah, né impedire l’applicazione del Suo ordine. Davanti a loro restava soltanto la persona del Messaggero (s.a.s.). Perciò non riuscirono mai a perdonargli. Fuggirono da ogni combattimento e, in ogni situazione delicata, ricorsero a vari pretesti. Si vendicarono pienamente sul capo del movimento islamico delle responsabilità imposte da Allah.

Quando un movimento è coinvolto in un conflitto, i suoi portabandiera colpiscono il nemico, ma a loro volta ricevono colpi. Alcuni colpi hanno successo, altri falliscono. Talvolta il risultato è conforme alle aspettative, talvolta è deludente. Nella storia del mondo non si è mai trovato un campo di battaglia in cui una sola parte riportasse sempre la vittoria. Anche la parte vittoriosa paga il prezzo della vittoria con il sacrificio di molte vite; molti rimangono feriti e ingenti beni vengono distrutti. I منافق che operavano nel movimento islamico di Medina (……………।) non credevano nella filosofia secondo cui «a ogni difficoltà segue certamente una facilità». A ogni perdita e a ogni colpo gridavano che ciò era accaduto a causa della mancanza di saggezza e lungimiranza del capo del movimento. (Che Allah ce ne preservi!) Nel Corano, l’origine della loro propaganda filosofica contraria all’azione è presentata così:

«Se conseguono un successo, dicono: “Questo viene da Allah”; ma se subiscono un danno, dicono: “Questo è dovuto a te [o Messaggero (s.a.s.)]”». (Sura an-Nisa, 78)

In altre parole, attribuivano al Messaggero (s.a.s.) ogni colpo ricevuto nei vari conflitti, ogni perdita e danno subito, ogni sacrificio resosi necessario e ogni tentativo o strategia che non desse i risultati sperati. Il loro atteggiamento era questo: l’Islam, il movimento islamico e le regole e la disciplina dell’organizzazione islamica sono tutti eccellenti, ma colui che li guida è incompetente. Mostravano anche una certa parvenza di timore di Dio dicendo che il successo ottenuto era dono di Allah, come se la loro propaganda non fosse soltanto filosofica, ma anche ispirata al timore di Dio. Tuttavia, questo timore di Dio ipocrita non riuscì a manifestare neppure la minima obbedienza o benevolenza verso un capo come il Messaggero (s.a.s.), mentre l’Islam ha ordinato di mostrare tali sentimenti persino verso la leadership di uno schiavo africano. Che cosa può esserci di più grande autoinganno di questo vano tentativo di avvicinarsi ad Allah mostrando disobbedienza verso il Messaggero di Allah e il più grande capo del movimento islamico? E quale strumento più terribile di questo può mai raccogliere l’uomo per la propria rovina?

È opportuno ricordare che il successo che riconoscevano come dono di Allah non veniva riconosciuto per gratitudine o per ammettere una benedizione; con ciò intendevano piuttosto dire che i risvolti positivi che di tanto in tanto emergevano a causa delle circostanze e i benefici occasionalmente ottenuti dalle guerre e dai conflitti non avevano alcun legame con l’intuizione e la saggezza del Messaggero (s.a.s.), ma erano soltanto eventi casuali creati da Allah. [Anche il Tafsir Muzihul Qur’an afferma la stessa cosa nel commento al relativo versetto della sura an-Nisa. Quando la strategia di guerra si dimostrava corretta e si otteneva la vittoria, gli ipocriti dicevano che ciò era avvenuto casualmente per opera di Allah. Non riconoscevano l’abilità militare del Messaggero (s.a.s.). Se invece si verificava una sconfitta, ne attribuivano la colpa all’incompetenza del Messaggero (s.a.s.).]

È facile comprendere quale sofferenza dovesse patire il più alto capo del movimento islamico, poiché, in ogni momento di difficoltà, all’interno del movimento erano presenti cosiddetti compagni che esprimevano critiche, derisione e disprezzo. A ogni parola dicevano: «È a causa di questo capo che ora è sopraggiunta questa disgrazia, che abbiamo dovuto subire questo colpo e che da quella parte è calata questa calamità», e così via. Dopo aver conosciuto l’esito di ogni evento importante, si sedevano come uomini saggi e commentavano: «Non si sarebbe dovuta compiere quella certa azione; sarebbe stato meglio fare quest’altra», e così via.

Oltre a questa mentalità vile, alla vigilia di ogni guerra e conflitto pronunciavano ogni sorta di assurdità, per esempio: «Temiamo che anche noi, chissà, possiamo cadere vittime di una calamità» (al-Ma’ida, 52). In altre parole, il movimento viene guidato con tale incompetenza che potrebbe trovarsi di fronte a una catastrofe in qualsiasi momento. Perché dovremmo mettere inutilmente a rischio la nostra vita?

Durante la battaglia di Uhud, proprio a causa di questa mentalità, gli ipocriti si lamentarono dicendo: «Se avessimo avuto una qualche voce in capitolo nella leadership, non saremmo morti qui» (Corano, Āl ʿImrān, versetto 154; si veda Tafhīm al-Qurʾān). Coloro che nutrivano questa mentalità mostravano una chiara sfiducia nella leadership e nella saggezza del Messaggero (pace e benedizioni su di lui). Si consideravano i più intelligenti di tutti. Quanto all’uomo che da tanti anni guidava il movimento secondo la direzione della rivelazione, ai loro occhi non era nulla, sebbene fosse un profeta. Se provavano un disagio tanto grande persino dinanzi alla leadership diretta del Profeta, solo Dio sa quale sorte avrebbero riservato a un gruppo che si riteneva esclusivamente dotato di abilità e saggezza se a guidarlo fosse stato un Compagno.

Da tutti questi esempi si comprende che, invece di opporsi direttamente al movimento islamico, si ritenne più efficace fare della personalità del Messaggero (pace e benedizioni su di lui) il bersaglio degli attacchi e adottare proprio questa forma di aggressione indiretta. Nelle riunioni di consultazione segrete venivano elaborate tutte le obiezioni e le calunnie contro il massimo dirigente del movimento, e si prendevano continuamente in esame nuove iniziative finalizzate alla sua disobbedienza e alla sua ribellione.

 

Le complessità del sistema morale all’interno dell’organizzazione islamica

L’assetto organizzativo del movimento islamico era interamente un sistema morale. Questo ambiente costituisce il campo più ampio e favorevole all’azione di Satana. In particolare, due suoi aspetti favoriscono gli artefici della deviazione. Una particolare complessità del sistema morale consiste nel fatto che, finché gli eventi chiaramente riprovevoli non emergono sotto forma di informazioni comprovate, l’organizzazione non può adottare alcun provvedimento contro di essi; inoltre, coloro che si sentono a disagio non possono rendere pubblico il contesto confuso della situazione prima che ne emerga l’esito finale. La norma morale dell’Islam proibisce ai membri della società islamica di nutrire cattivi pensieri gli uni verso gli altri. Un uomo giusto è tenuto, per quanto possibile, a dare una buona interpretazione a ogni comportamento sospetto dei suoi compagni. E anche se, dopo aver esaminato tutti i fatti di un evento indesiderabile, finisse per nutrire nel profondo del cuore un cattivo sospetto, dovrebbe comunque attendere a lungo, per vedere se emergesse qualche informazione contraria capace di confutare quel sospetto.

Sulla base di una semplice supposizione, per quanto forte essa possa essere, non si può intentare un procedimento ufficiale contro qualcuno né mettere la persona interessata sul banco degli imputati. Per tutte queste ragioni, i musulmani devoti di Medina, pur osservando le prime attività, come segnali indesiderabili, degli agitatori e degli anarchici impegnati in consultazioni segrete, erano costretti a rimanere spettatori silenziosi. Soltanto quando la fitna cominciava a produrre regolarmente i suoi frutti, il sistema morale della società consentiva loro di parlarne e offriva l’opportunità di attivare l’organizzazione collettiva.

La seconda complessità del sistema morale consisteva nel fatto che, quando qualcuno muoveva accuse contro il massimo dirigente dell’organizzazione e contro gli altri responsabili, la loro posizione diventava estremamente delicata. Da una parte, l’autorità amministrativa del gruppo era nelle loro mani, ed erano proprio loro ad avere il potere di eliminare ogni fitna, cioè ogni anarchia e deviazione. Dall’altra, essi stessi cadevano vittime della fitna, sicché, se i dirigenti avessero adottato provvedimenti punitivi contro gli agitatori prima che questi sobillatori e fomentatori di disordini fossero smascherati davanti alla popolazione musulmana, sarebbero stati invece accusati di reprimere le critiche e il dissenso. Sarebbero stati dichiarati colpevoli di aver sconfitto con metodi dispotici coloro che elevavano la voce della verità. Come nel caso dell’individuo si può dire che la cortesia, pur essendo la più grande forza, è anche la più grande debolezza, così nel caso del gruppo si può dire che il sistema morale costituisce anche la sua più grande complessità. L’unica soluzione a questa complessità consiste nel rendere la coscienza collettiva del gruppo così vigile e consapevole, e il suo carattere collettivo così forte e saldo, da non permettere che nulla contrario alla propria indole o natura rimanga in vigore al suo interno. Nell’ambito del gruppo, nessuno deve essere disposto a prestare ascolto a mormorii, sussurri, voci o consultazioni segrete contrarie alla disciplina collettiva, né alcuno deve osare diffondere qua e là simili questioni giunte alle sue orecchie. Tuttavia, è difficile che un gruppo superi integralmente e perfettamente questo criterio ultimo e supremo, e che, dopo averlo superato, vi rimanga costantemente fedele. Nessuna società umana può essere completamente libera e pura da persone dedite a concepire cattivi pensieri nella mente, a incitare al male con la bocca, a istigare riguardo a questioni malvagie e ad ascoltare con le orecchie tutte queste cose indesiderabili. In ciò che l’uomo pensa, dice e ascolta, Satana finisce sempre per avere una qualche parte.

Gli ipocriti hanno tratto pieno vantaggio dalla flessibilità e dalla liberalità del sistema morale e ne hanno sfruttato le opportunità. Alla fine, però, non sono riusciti a sfuggire alla presa della sua formidabile forza. Nelle parole del Corano, il riassunto dell’intera loro attività era questo: «Non ottennero ciò che desideravano». Tuttavia, avevano certamente messo in difficoltà l’organizzazione islamica e l’avevano certamente gettata nel disordine.

In questo ambiente di consultazioni segrete, diffusione di voci, mormorii e sussurri, la personalità del principale dirigente del movimento islamico era diventata fin dall’inizio un bersaglio degli attacchi, che venivano sferrati uno dopo l’altro. In un simile ambiente, se la fortuna avesse arriso agli agitatori, ai cospiratori e ai sobillatori dediti al sabotaggio, per loro non sarebbe stato affatto impossibile provocare una catastrofe diffondendo calunnie sempre più astute e sempre più infamanti. Per sfruttare questo ambiente flessibile e utilizzare con abilità gli ipocriti, la seconda cosa di cui Satana aveva bisogno era un consumato malvagio, il cui cervello fosse estremamente creativo e abile nell’inventare complotti tortuosi e che avesse il coraggio di gettare una brace ardente sul cumulo di polvere da sparo creato dai cospiratori nelle loro consultazioni segrete. Un simile consumato malvagio era già pronto nella persona di ʿAbd Allāh ibn Ubayy. Il cuore di quest’uomo era colmo fino all’orlo del senso della propria personalità e della propria dignità. E come avrebbe potuto essere altrimenti? Alla vigilia dell’Egira, ci si preparava infatti a porre sul suo capo la corona del regno di Medina. Fu soltanto la presenza di Muhammad (pace e benedizioni su di lui) a mandare in rovina le sue speranze. Lasciando da parte il regno, a causa del suo carattere non ottenne nell’organizzazione islamica neppure la posizione nelle prime file, né tantomeno quella nelle seconde o nelle terze. Questo incidente produsse nella sua mente e nel suo animo una reazione estremamente amara e velenosa, e da tale reazione cominciarono a nascere, momento dopo momento, nuove fitna e nuovi complotti. Satana non opera direttamente nell’essere umano in misura molto grande. Ha bisogno dei suoi uomini-diavolo obbedienti. E per mantenere attivi questi uomini-diavolo contro la religione di Dio, ha bisogno di un capo adatto, di un capo esperto di complotti. Satana trovò già pronto un simile capo esperto di cospirazioni. Era per di più una persona interna alla cerchia del movimento islamico. Da una parte, quest’uomo aveva dichiarato di accettare il movimento guidato dal Profeta; dall’altra, era continuamente impegnato nello scontro contro quel movimento.

Questo arrogante e intrigante malvagio, esperto nel colpire al momento opportuno, in un momento storico estrasse dal braciere ardente dell’odio che divampava nel suo petto una brace incandescente e la scagliò nel sacro ambito familiare del Profeta (pace e benedizioni su di lui). Non appena fu scagliata, l’intera società cominciò a bruciare psicologicamente.

La testimonianza personale di Hazrat Aisha

Nei più importanti libri di hadith, di storia e di biografia del Profeta sono stati registrati resoconti dettagliati e autorevoli della tempesta che attraversò l’animo di Hazrat Aisha durante quella terribile calamità. Tutti questi resoconti provengono dalla stessa Hazrat Aisha e da altri narratori. Attualmente dispongo di opere autorevoli come Zad al-Ma‘ad (vol. 2, pp. 113-115) e la Sira di Ibn Hisham (vol. 2, pp. 342-347). Tuttavia, poiché l’autore di Tafhim al-Qur’an ha presentato nel modo più bello questa dolorosa vicenda di Hazrat Aisha, è proprio quella versione che citerò qui:

«Dopo essere arrivata a Medina, mi ammalai e rimasi a letto per quasi un mese. In città si diffondeva una voce contenente quella calunnia. Era giunta persino alle orecchie del Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui). Io, però, non sapevo nulla. L’unica cosa che mi lasciava perplessa era che, questa volta, il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) non mi prestava la particolare attenzione che mi riservava quando ero malata: veniva in casa e mi chiedeva soltanto: “Come stai?”. Non diceva neppure una parola in più. Vedendo ciò, sospettavo che fosse certamente accaduto qualcosa. Alla fine, ottenni il suo permesso e andai da mia madre, affinché potesse assistermi meglio. Una notte uscii per rispondere a un bisogno naturale. A quel tempo non avevamo ancora una latrina in casa, perciò andavamo nella boscaglia. Con me c’era anche la madre di Mistah. Era la cugina materna di mia madre (da altri resoconti risulta che Hazrat Abu Bakr al-Siddiq si era assunto la tutela di tutti i membri di questa famiglia. Nonostante un favore tanto grande, Mistah era tuttavia tra coloro che diffusero la calunnia contro Hazrat Aisha). Mentre ci dirigevamo verso la boscaglia, la madre di Mistah inciampò. Dalle sue labbra uscì involontariamente: “Che Mistah perisca!”. Io dissi: “Che razza di madre sei, per maledire tuo figlio? E poi è uno che ha partecipato alla battaglia di Badr”. Lei rispose: “Non hai sentito parlare di lui?”. Poi mi raccontò tutta la vicenda. Mi spiegò apertamente quali voci i calunniatori stavano diffondendo sul mio conto. Tra i musulmani, esclusi gli ipocriti, che erano rimasti coinvolti in questa fitna, i più rilevanti erano Mistah, il famoso poeta Hassan ibn Thabit e Hasna bint Jahsh (sorella di Umm al-Mu’minin Hazrat Zaynab bint Jahsh). Quando ascoltai questo racconto, il sangue mi si gelò nelle vene e dimenticai persino il bisogno naturale per il quale ero uscita. Tornai direttamente a casa e trascorsi tutta la notte piangendo». (Nel resoconto di Ibn Hisham è stato aggiunto anche: «Piangendo, sentivo quasi che il cuore mi si spezzasse!»)

Da una parte, Hazrat Aisha si dibatteva in una sofferenza psicologica lancinante. Dall’altra, in tutta la città continuavano, come al solito, i mormorii. Soltanto suo padre e suo marito avrebbero potuto offrirle la difesa più energica. Ma quando persone malvagie diffondono una simile calunnia, quanto più si è vicini alla persona coinvolta, tanto più ci si trova in difficoltà. Così il padre e il marito rimasero senza parole e cominciarono a essere trafitti dalle frecce della maldicenza scagliate da ogni parte.

Per Muhammad (pace e benedizioni su di lui), il più grande amico benefico dell’umanità, quei momenti erano diventati insopportabili, sia sul piano personale sia dal punto di vista degli interessi dell’organizzazione. Qualsiasi persona nobile, consapevole e responsabile avrebbe potuto comprendere la condizione del Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui). Egli mostrò grande pazienza e trascorse molto tempo in silenzio. Tuttavia, non era possibile lasciare in sospeso una questione tanto delicata nella situazione presente. Era diventato inevitabile prendere una decisione. Perciò il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) avviò un’indagine imparziale. Convocò due suoi compagni intimi, Hazrat Ali e Hazrat Usama ibn Zayd, e chiese loro la propria opinione. Hazrat Usama disse: “O Messaggero! Ella è la tua nobile sposa. Noi non vediamo in lei altro che bene. Tutto ciò che viene diffuso è propaganda falsa e infondata”. (Sira di Ibn Hisham) Hazrat Ali espresse il suo parere da un’altra prospettiva. Disse: “O Messaggero! Non mancano le donne. Puoi prendere un’altra moglie al posto di Aisha. Tuttavia, convoca la serva e interrogala”. In realtà, l’intento di Hazrat Ali era che, piuttosto che sopportare l’angoscia del Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui), fosse meglio prendere un’altra moglie e che fosse preferibile divorziare dalla moglie attorno alla quale si era scatenato un simile tumulto. Di fatto, a causa dello speciale vincolo di parentela, Hazrat Ali aveva dato maggiore importanza all’angoscia personale del Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) che agli aspetti di quella questione riguardanti il movimento. Per questo gli consigliò di liberarsi dall’agitazione psicologica.

Ciononostante, il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) accolse la seconda parte del consiglio di Hazrat Ali. Convocò la serva. Hazrat Ali le diede uno schiaffo e la ammonì severamente, dicendo: “Dirai la verità davanti al Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui)”. Ella disse: “Per Allah, non so di lei nulla se non il bene. In Aisha ho notato un solo difetto: quando uscivo per impastare la farina, le dicevo di sorvegliarla per un momento. Ma lei si addormentava e le capre venivano a mangiare la farina”. (Sira di Ibn Hisham) Con questa dichiarazione spontanea, la serva aveva scagionato Hazrat Aisha in modo così perfetto che nessun’altra testimonianza avrebbe potuto aggiungere qualcosa. Aveva ritratto la vera immagine di una ragazza semplice e ingenua, nella quale la coscienza e la ragione umana non potevano concepire nulla di cattivo. Il secondo passo compiuto dal Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) fu convocare un’assemblea generale e pronunciare un discorso. Dopo averlo iniziato con la lode ad Allah, disse con voce profondamente addolorata:

«Qual è lo scopo di coloro che mi fanno soffrire riguardo alla mia famiglia e diffondono su di essa parole irreali? Per Allah, non conosco nulla dei membri della mia famiglia se non il bene. Anche la persona che hanno coinvolto nella diffusione di questa calunnia la conosco come una persona buona. Non è mai entrata in casa mia durante la mia assenza». (Sira di Ibn Hisham, vol. 3)

Secondo un’altra narrazione, all’inizio il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) disse: «C’è qualcuno che possa liberarmi dalla presa di chi mi sta causando sofferenza riguardo alla mia famiglia?» (Zad al-Ma‘ad, vol. 2)

Dopo aver udito ciò, Usayd ibn Hudayr, capo della tribù degli Aws, si alzò e disse: «O Messaggero di Allah! Se queste persone appartengono alla nostra tribù, daremo loro la lezione che meritano. Se invece sono della tribù dei Khazraj, impartisci il tuo ordine. Per Allah, la giusta punizione per gente simile è la decapitazione».

Subito dopo, dall’altra parte, Sa‘d ibn ‘Ubada, capo dei Khazraj, protestò dicendo: «Stai mentendo, per Allah! Noi non li decapiteremo. Ah, ho capito: hai detto questo perché li consideri appartenenti ai Khazraj». Usayd ibn Hudayr si adirò molto per questa risposta di Sa‘d. Forse aveva compreso che un gruppo nel quale criminali, anarchici e intriganti ricevono l’aiuto e il sostegno di una figura autorevole non può liberare la società dalla criminalità. Persone come ‘Abdullah ibn Ubayy sorgono continuamente in ogni movimento. Ma un gruppo forte e consapevole non permette a gente simile di rimanere al suo interno; al contrario, la espelle. Se però gli intriganti ottengono protezione e incoraggiamento da persone influenti di un’organizzazione, i traditori interni continuano a essere allevati e protetti, e la società ne subisce i danni. Comprendendo questa amara verità, Usayd disse: «Non sono io a mentire, sei tu. Per Allah, difendi gli ipocriti proprio perché sei un ipocrita». (La biografia di Ibn Hisham)

La ragione per cui si era creato quell’amaro clima era che si tramavano continuamente complotti per provocare tensioni tra gli Aws e i Khazraj. Per questo, a causa di una parola da poco, nacque una tensione e si arrivò quasi a uno scontro. Il grande leader che aveva instaurato buoni rapporti tra le due tribù non voleva che, proprio a causa sua, l’unità costruita tra loro in molti anni di sforzi andasse nuovamente distrutta. Scese dal pulpito, riportò alla calma entrambi i gruppi e l’assemblea si concluse. (La biografia di Ibn Hisham)

L’esperienza di questo punto debole del gruppo accrebbe ulteriormente l’angoscia del Messaggero (pace e benedizioni su di lui). In realtà, ciò era la conseguenza del fuoco dell’antica discordia e dell’odio che ‘Abdullah ibn Ubayy aveva acceso durante la spedizione contro i Banu Mustaliq.

Ascoltate dalla stessa ‘A’isha la parte finale della vicenda, che aveva trasformato la tragedia in commedia!

«Le voci di questa calunnia continuarono a circolare per tutta la città, più o meno per un mese. Il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) continuava a soffrire terribilmente. Io continuavo a piangere tutto il tempo. I miei genitori erano sopraffatti dalla più grande preoccupazione, ansia e agitazione. Infine, un giorno, il Messaggero venne e si sedette accanto a me. Durante tutto quel periodo non si era mai seduto accanto a me neppure una volta. Abu Bakr e Umm Ruman (la madre di ‘A’isha) pensarono che quel giorno sarebbe stata pronunciata una decisione definitiva. Così vennero a sedersi anch’essi vicino a noi. Il Messaggero disse: “O ‘A’isha, mi sono giunte queste notizie su di te. Se sei innocente, spero che Allah ti farà sapere che sei innocente. Se invece hai commesso un peccato, allora pentiti davanti ad Allah e chiedigli perdono. Quando il servo riconosce il proprio peccato e si pente, Allah lo perdona”. Dopo aver udito queste parole, le mie lacrime si asciugarono. (Da una persona innocente ci si può aspettare proprio una simile reazione. – Nota del curatore)

Dissi a mio padre: «Rispondete alle parole del Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui)». Egli disse: «Figlia mia, non riesco proprio a capire che cosa dire». Dissi a mia madre: «Dite qualcosa voi». Anche lei disse: «Neppure io riesco a capire che cosa dire». Dissi: «Una parola è giunta alle vostre orecchie e subito si è radicata nei vostri cuori. Ora, se dicessi di essere innocente, mentre Allah è testimone che sono del tutto innocente, voi non mi credereste. Se invece confessassi inutilmente qualcosa che non ho fatto, mentre Allah è testimone che non l’ho fatto, voi mi credereste. In quel momento cercai di ricordare il nome del profeta Giacobbe, ma non ci riuscii. (Quando una persona innocente, vittima di una grave calunnia, è completamente smarrita, è naturale che nel suo mondo interiore accadano simili incidenti. – Nota del curatore) Alla fine dissi: “Che cos’altro posso dire in questa situazione? Dirò soltanto ciò che disse il padre di Giuseppe: ‘Pazienza magnifica’”. (Quando i figli di Giacobbe gli raccontarono falsamente che Giuseppe era stato divorato da una tigre, egli pronunciò queste parole. – Nota del traduttore) Detto questo, mi voltai dall’altra parte e mi sdraiai. (Quando una persona innocente viene calunniata, in lei, oltre all’impotenza, nasce anche un atteggiamento di esasperata indifferenza: è questo che qui viene messo in luce. – Nota del curatore) In quel momento pensavo tra me e me: Allah è consapevole della mia innocenza. Certamente farà emergere la verità. Tuttavia, fino ad allora, non avrei mai potuto immaginare che sarebbe stata rivelata una rivelazione in mio favore, che sarebbe stata recitata fino al Giorno della Resurrezione. Non mi ero mai considerata una persona di rango tanto elevato da indurre Allah stesso a parlare in mia difesa. Pensavo però che il Messaggero avrebbe fatto un sogno e che, attraverso di esso, Allah avrebbe fatto sapere che ero innocente. Improvvisamente il Messaggero fu colto da quella trasformazione che di solito si manifestava al momento della rivelazione, e persino nella stagione del freddo intenso il sudore gli colava dal volto, goccia dopo goccia, come perle. Tutti tacemmo. Io ero completamente tranquilla. I miei genitori, invece, erano così irrigiditi dalla paura che, se in quel momento fosse stato praticato un taglio in qualsiasi parte del loro corpo, probabilmente non ne sarebbe uscito neppure sangue. Temevano che Allah potesse comunicare una notizia terribile. Quando il Messaggero tornò alla normalità, apparve felicissimo. La prima cosa che disse, con il volto sorridente, fu: “‘A’isha, congratulazioni! Allah ha dichiarato la tua innocenza”. Poi il Messaggero recitò dieci versetti. Mia madre disse: “Alzati e mostra la tua gratitudine al Messaggero di Allah”. Io risposi: “Non mostrerò gratitudine né a lui né a voi. Sono grata soltanto ad Allah, che ha dichiarato la mia innocenza. Voi non avete neppure negato questa calunnia”.» (Tafhim al-Qur’an, sura An-Nur) Nelle parole di ‘A’isha si manifesta soltanto un rimprovero accompagnato da un intenso senso di dignità: osservate. Potrebbe forse essere la dichiarazione di una coscienza colpevole? Ogni parola di questo racconto dice che si tratta della testimonianza autentica, spontanea e perfetta del dolore di una persona innocente.

La discolpa rivelata

Subito scese la Rivelazione per allontanare questa tempesta di calunnie e la crisi da essa scaturita. La sura rivelata per allontanare questa crisi si chiama «An-Nur» (La Luce). Questo nome si adatta splendidamente alla situazione reale. Infatti, questa sura è stata rivelata proprio per dissipare l’oscurità prodotta da una grave crisi sociale e illuminare l’ambiente. In questa sura vengono esaminate l’organizzazione e la società dei musulmani, ne vengono individuate le debolezze e vengono fornite indicazioni morali e giuridiche affinché siano liberati definitivamente da tutte queste debolezze.

L’inizio del messaggio di questa straordinaria sura è davvero sorprendente. Vi si afferma:

«Questa è una sura che Io ho fatto scendere, che ho reso obbligatoria come dovere (per la società islamica) e nella quale ho esposto disposizioni chiare. Forse potrete trarne beneficio.» (Versetto 1)

Ora ecco il proclama vibrante della sura An-Nur rivolto alla società:

«Coloro che hanno inventato questa calunnia sono un gruppo tra voi stessi. … Ognuno ha raccolto tanto peccato quanto è stata la parte da lui presa in questa calunnia. E colui che ne ha portato la parte principale della responsabilità avrà un terribile castigo.» (Versetto 11)

Quale terribile rimprovero sferzante e sarcastico! Un’accusa priva di prove e senza alcun indizio fondato si è diffusa con la rapidità di una tempesta, e non è sorta da parte di un nemico o di un rivale esterno, bensì dall’interno stesso di un gruppo musulmano addestrato per molti anni. Non si trattava nemmeno dello scivolone improvviso di una o due persone. Per un intero mese, un gruppo continuò a provocare un estremo sconvolgimento psicologico. Nella sura An-Nur si afferma che nell’ambito della vostra comunità esiste una debolezza tale che gli stessi suoi artefici possono mettersi all’opera per distruggerla. In questo ambiente vi sono delle brecce attraverso le quali la menzogna e la falsità possono penetrare nella società e nell’organizzazione dei soldati della verità. Si afferma che non si trattava soltanto di un episodio isolato di calunnia, bensì di una corrente ininterrotta di peccato. Da questa corrente qualcuno ha attinto riempiendo un barile, qualcun altro riempiendo una brocca, mentre altri ne hanno preso soltanto quanto poteva stare nel palmo della mano. Così, ciascuno ha accumulato per sé tanto peccato quanto è stata la parte da lui presa. Poi si allude al principale artefice di questa malefatta, cioè ʿAbdullah ibn Ubayy, che ha acceso per primo il fuoco e poi, soffiandovi continuamente, lo ha trasformato in un incendio devastante.

Nella sura An-Nur viene posta la domanda:

«Quando lo avete udito per la prima volta, perché le donne e gli uomini credenti non hanno nutrito un buon pensiero gli uni degli altri e perché non hanno detto immediatamente: “Questa è una calunnia terribile”?» (versetto 12)

È degno di nota quanto sia forte l’appello morale contenuto in queste parole e quanto sia severo il rimprovero rivolto al senso di decoro e alla sensibilità propria dei credenti. In altre parole, una donna eminente della società islamica si era separata accidentalmente dalla carovana e un membro rispettato di quella stessa società l’aveva incontrata lungo la strada e l’aveva condotta con sé: come avete potuto fondare, su un fatto così esiguo, anche il più lieve sospetto? Se un’altra donna o un altro uomo tra voi si fosse trovato, a causa di un incidente, in una situazione simile, si sarebbe necessariamente dedicato a un’azione tanto vile? È questa l’idea che avete del vostro carattere? La vostra società è forse così degradata che, non appena due suoi membri si separano per caso, non perdono la minima occasione di commettere adulterio? Se non potevate concepire una simile bassezza riguardo a voi stessi, quale diritto avevate di nutrire una supposizione tanto ignobile nei confronti di una delle donne più eminenti del vostro gruppo e di uno dei suoi membri più illustri?

In realtà, la grande maggioranza dei membri di questa società mantenne la propria superiorità morale anche durante quella crisi. Altrimenti, se quel veleno avesse avuto la possibilità di infettare l’intero corpo sociale e la società, nel suo complesso, fosse stata incapace di opporvi una resistenza psicologica, quel colpo avrebbe fatto a pezzi tutta la sua esistenza. In questa circostanza, Abu Ayyub al-Ansari mostrò la reazione più corretta. Quando sua moglie gli riferì quella sporca diceria, egli disse: «O madre di Ayyub, se al posto di Aisha ci fossi stata tu, avresti fatto una cosa simile?». Lei rispose: «Per Allah, mai». Abu Ayyub al-Ansari disse: «Allora Aisha è molto migliore di te. Anch’io dico che, se fossi stato al posto di Safwan, non mi sarebbe neppure venuto in mente un pensiero simile. E Safwan è un musulmano migliore di me». (La biografia di Ibn Hisham, vol. III)

Nella sura an-Nur, a coloro che diffusero questa sporca calunnia è stato chiesto: perché non avete reagito come Abu Ayyub al-Ansari?

In seguito, la sura an-Nur ha posto la questione dal punto di vista giuridico:

«Perché non hanno portato quattro testimoni a prova della loro accusa? Agli occhi di Allah, sono loro i bugiardi». (versetto 13)

In altre parole, infangare la reputazione di un uomo o di una donna non è affatto uno scherzo, bensì un grave crimine, e in una società viva è estremamente necessario adottare nei suoi confronti i provvedimenti previsti dalla legge. Dire, a proprio piacimento, che un cittadino onesto e innocente ha commesso un omicidio, un furto o un adulterio non è una cosa da poco che si possa ignorare dicendo che ormai è successo. Esige il massimo senso di responsabilità. Dopo aver formulato un’accusa di questo genere, diventa indispensabile provarla e presentare i testimoni previsti dalla legge. Coloro che accusano due uomini rispettabili e perbene della società islamica, senza aver visto con i propri occhi, hanno il dovere di portare le prove e i testimoni della calunnia pronunciata. Altrimenti, secondo la legge, sono loro i bugiardi e i colpevoli.

In seguito, osservate come la sura an-Nur ha individuato le colpe dei membri più deboli della società islamica:

«Riflettete su quale gravissimo errore stavate commettendo, facendo passare questa menzogna dalla bocca di una persona a quella di un’altra e pronunciando con le vostre labbra parole delle quali non avevate alcuna conoscenza. Avete considerato la cosa di poca importanza, mentre presso Allah essa è grave. Perché, non appena avete udito quelle parole, non avete detto: “È ingiusto da parte nostra pronunciare una simile cosa”? Gloria ad Allah! Questa è davvero una calunnia mostruosa!» (versetti 15-16)

È una grandissima debolezza di qualunque società e organizzazione che al suo interno si diffondano facilmente voci infondate e irresponsabili. Ciò costituisce una debolezza ancora maggiore per un’organizzazione fondata per la riforma morale del mondo intero e sotto la cui guida si svolge un movimento sociale e politico. Una persona ascolta con le proprie orecchie qualcosa, vi crede immediatamente e lo diffonde con la bocca; poi la voce passa da una bocca all’altra, senza che nessuno ne verifichi la veridicità, faccia alcuna distinzione o ponga fine alla catena. Ognuno può dire liberamente ciò che vuole contro chiunque e diffondere calunnie contro chiunque senza incontrare ostacoli: in una società simile nessuno può avere al sicuro il proprio onore e la propria reputazione. Se in una società persino il Messaggero di Allah, Aisha as-Siddiqah, Abu Bakr as-Siddiq e Safwan non sono al riparo dalla calunnia diffusa da un ipocrita, di chi mai potranno essere al sicuro l’onore e la reputazione?

Per questo, nella sura an-Nur, si afferma con tono di severissimo rimprovero:

«Coloro che calunniano donne innocenti saranno maledetti in questo mondo e nell’Aldilà, e per loro vi sarà un castigo terribile.» (versetto 23)

In questo versetto viene delineato il carattere di Aisha. Una donna credente e virtuosa, che non ha neppure idea di cosa sia l’adulterio né di come si commetta, e alla quale non potrebbe mai venire in mente che qualcuno possa calunniarla a tale riguardo. Questo ritratto di una donna innocente e oppressa ha commosso moralmente il cuore di ogni persona.

È sfortunato che, tra quei credenti sinceri, obbedienti ad Allah e al Suo Messaggero e fedeli al movimento islamico, che furono travolti da questa impetuosa e contagiosa corrente, vi fosse anche una personalità che aveva reso preziosi servizi al movimento islamico e ne aveva accresciuto il patrimonio letterario e spirituale. Era Hassan ibn Thabit. Hassan finì anch’egli tra coloro che furono colpiti dal rimprovero e dalla censura della sura an-Nur. Eppure godeva di una posizione assai elevata nell’organizzazione islamica e alla corte del Messaggero di Allah. In varie occasioni il Messaggero di Allah gli raccomandava espressamente di rispondere, con la poesia e la letteratura, agli attacchi dei poeti e degli uomini di lettere dell’epoca dell’ignoranza, e di svolgere il compito di spiegare e interpretare l’Islam. A un certo punto Hassan ebbe anche la rara fortuna che il Messaggero di Allah lo facesse sedere sul proprio minbar e gli chiedesse di intonare l’inno nazionale del movimento islamico. Aisha stessa comprendeva talmente bene questa sua posizione che, trascorso quel periodo di tensione, continuò sempre a rispettarlo. Talvolta le veniva ricordato che quell’uomo aveva partecipato alla diffusione di calunnie contro di lei. Allora Aisha, elevandosi al più alto livello di generosità e magnanimità, diceva: “Lasciate stare. Egli ha sempre dato, a nome del Messaggero di Allah e del movimento islamico, risposte schiaccianti ai poeti avversari dell’Islam e ha fornito un prezioso contributo nel campo della poesia.”

Comunque sia, il fatto è che questa straordinaria personalità del movimento islamico era caduta nella rete dell’errore tesa dagli ipocriti. Sebbene avesse agito in quella circostanza con sincerità e ritenendo giusto il proprio comportamento, il ruolo da lui svolto fu estremamente dannoso per il movimento. Chiunque, osservando il suo comportamento, può trarne questo insegnamento: per quanto saldo nel carattere, nessuno può essere certo, riguardo a se stesso, che non cadrà mai in errore in alcuna circostanza. Allo stesso modo, per quanto una persona occupi una posizione elevata, nessuno può garantire che non sarà vittima di un travisamento o di un errore di giudizio. Ogni essere umano, grande o piccolo, è in ogni momento un bersaglio delle trame di Satana. Anzi, egli è ancora più ansioso di tendere le sue reti cospirative attorno a ogni persona importante e di rilievo. Per questo il principio fondamentale seguito in ogni tempo dal movimento islamico è che la vera lealtà del gruppo debba essere rivolta non alla persona, ma ai principi e agli ideali.

Intrappolare una personalità di primo piano del movimento islamico fu un grandissimo successo per Abd Allah ibn Ubayy e i suoi compagni. Spinti dalla perfidia tipica degli ipocriti, essi tramavano e agivano maliziosamente, mentre Hassan ibn Thabit si adoperava sinceramente per portare a compimento la loro cospirazione. Non sarebbe improprio dire che, per il movimento, l’ipocrisia di Abd Allah ibn Ubayy fu dannosa, ma la sincerità e l’ingenuità di Hassan furono ancora più devastanti. Infatti, un’iniziativa intrapresa con sincerità e buone intenzioni riesce a provocare danni molto più efficacemente di un’iniziativa compiuta volontariamente con cattive intenzioni.

Hassan ibn Thabit non si rendeva affatto conto per conto di chi stesse agendo e quale visione stesse diffondendo. Non si accorgeva di quali idee e propositi stesse contribuendo a realizzare, a favore di quale classe della società andassero le sue azioni e quale gruppo dell’organizzazione stesse rafforzando. Il fatto che in questa circostanza non fosse riuscito a dimostrare l’intuito e la saggezza propri di un credente fu probabilmente il risultato della volontà di Allah.

Il rapporto di ʿAbdullah ibn Ubayy con la società islamica era debole e distante. Le sue attività ostili potevano essere tollerate. Hassan ibn Thabit, invece, era uno dei membri più vicini dell’organizzazione islamica. Per questo il suo atteggiamento ostile appariva insopportabile. Sembrava infatti a tutti che fosse una delle nostre stesse spade a ferirci. Quando una simile situazione si manifesta in un movimento o in un’organizzazione, la pazienza è sul punto di esaurirsi. Probabilmente era accaduto proprio questo. Tuttavia, la severa disciplina morale dell’organizzazione islamica aveva trattenuto le emozioni. Una sola persona non riuscì a dominarsi: Safwan ibn al-Muʿattal. Fu sconvolto per due ragioni. Anzitutto, venivano rivolte accuse contro colei che egli considerava come sua madre, la signora ʿAisha. In secondo luogo, quelle accuse erano rivolte coinvolgendo proprio lui. Safwan era un combattente di Badr, un devoto servitore del movimento islamico ed era noto per la sua franchezza. Inoltre, fino ad allora non era mai comparsa nella sua condotta alcuna traccia di peccato; come un ragazzo timido, senza rivolgere neppure uno sguardo alla signora ʿAisha e senza pronunciare una parola lungo il cammino, l’aveva condotta con la massima prudenza dall’accampamento arretrato alla successiva posizione dell’esercito islamico. Per questo la collera gli era salita alla testa.

Safwan aveva ascoltato alcuni versi della poesia che Hassan aveva scritto descrivendo le accuse lanciate dagli ipocriti. Le parole erano di Hassan, ma il contenuto e la mentalità erano quelli degli ipocriti.

Safwan ebbe una lite con Hassan. A un certo punto lo colpì con la spada. Thabit ibn Qays intervenne per fermarlo, legò Safwan e lo condusse alla casa dei Banu Harith. Alla fine la questione giunse davanti al Messaggero di Allah. Egli convocò sia Hassan sia Safwan. Safwan disse: «O Messaggero, quest’uomo mi ha offeso e ha pronunciato contro di me parole estremamente oscene. Per questo, non riuscendo a controllare la rabbia, l’ho colpito». Il Messaggero di Allah calmò Hassan con parole gentili e concilianti, e fece pagare a Safwan il risarcimento per la ferita di spada, cioè la diya (indennizzo). (Sīrat Ibn Hisham, vol. 3)

Era naturale che Safwan si fosse agitato. Perciò Hassan si mostrò indulgente. Allah lo salvò dal coltivare desideri di vendetta e dal pensare in seguito di compiere qualcosa di ancora più dannoso per il movimento.

In seguito, il signor Hassan fu colto da un profondo rimorso, che espresse in una sua poesia. Con quella poesia cercò di lavare via la macchia infamante gettata sulla signora ʿAisha. Disse:

«È una donna casta e pudica, al di sopra di ogni sospetto. È immune da qualsiasi attentato all’onore delle donne ingenue. È una donna virtuosa e di nobile carattere. Allah ha purificato la sua natura e l’ha preservata dal peccato. Nulla di ciò che è stato detto finora può essere attribuito a lei. Io dissi quelle cose soltanto perché ero stato ingannato dalle menzogne ordite da un calunniatore.» (Sīrat Ibn Hisham, vol. 3)

In questo contesto, la sura An-Nur presenta ai musulmani una teoria sociale sotto forma di principio argomentato:

«Le donne immorali sono per gli uomini immorali, e gli uomini immorali sono per le donne immorali; le donne pure sono per gli uomini puri, e gli uomini puri sono per le donne pure. Essi sono innocenti dalle calunnie che vengono loro attribuite.» (Versetto 26)

In altre parole, per il matrimonio si cerca generalmente un partner equivalente sotto il profilo morale e psicologico. Ognuno sceglie la persona nella quale vede un carattere simile al proprio. In particolare, coloro che dedicano tutta la loro vita al perseguimento di uno scopo e di un obiettivo ben definiti, cercano per la vita coniugale un partner che possa essere di sostegno e di aiuto nel raggiungimento di quello scopo e di quell’obiettivo. Come si può ignorare questa verità, acquisita dall’esperienza di tutto il mondo: solo l’affinità dei caratteri e delle mentalità, insieme alla comunanza delle idee e dei punti di vista, può assicurare l’armonia e l’intesa tra i coniugi? In caso contrario, dall’inizio alla fine non cesserebbero mai i contrasti, le liti e i dissapori. Questo versetto invita i calunniatori a comprendere la verità: non avete visto forse che la nobile donna scelta dal grande leader del movimento islamico come compagna di vita, con la quale egli aveva un profondo legame affettivo e con la quale condivideva idee e punti di vista in una sintonia esemplare, era forse soltanto una bambola agghindata, dalla quale in un attimo caddero gli ornamenti, lasciando soltanto una bambola inerte?

Era la figlia prediletta di una famiglia pura e irreprensibile, i cui genitori appartenevano ai primi portabandiera del movimento islamico. La sua infanzia era trascorsa nell’atmosfera tempestosa di quel movimento; nessuno aveva avuto più di lei l’opportunità di beneficiare del carattere luminoso del Messaggero di Allah, diventandone la compagna di vita; nessuno aveva avuto più di lei l’opportunità di ricevere la formazione del Messaggero di Allah, e la sua stanza era stata molte volte illuminata dalla luce della rivelazione. Era possibile che il carattere di una donna cresciuta e formatasi in un ambiente tanto puro fosse tale da rendere applicabile nei suoi confronti una calunnia così infame? Eppure, prima che la calunnia fosse diffusa, né i suoi genitori, né il Messaggero di Allah, né la gente musulmana in generale avevano mai anche solo immaginato un’idea del genere su di lei! Come sarebbe stato possibile che un carattere limpido, allevato e sviluppatosi per molti anni in un ambiente familiare pervaso dall’inizio alla fine dallo splendore della purezza, della rettitudine e dell’onestà, commettesse all’improvviso un’azione tanto abominevole, della quale nessun segno preliminare si era mai manifestato davanti a qualcuno? Come si può immaginare che un magnifico albero da frutto, dopo aver prodotto per lungo tempo frutti dolci, cominci improvvisamente un giorno a produrre frutti aspri?

La legge entra in vigore

La città dei cuori dei musulmani brillò nella marea di luce della Sura an-Nur, l’opinione pubblica si diresse con mente concentrata verso un obiettivo preciso, e la società islamica tirò un sospiro di sollievo dopo essere uscita da una lunga situazione d’inquietudine. La Sura an-Nur portò con sé la legge relativa all’hadd al-qadhf (la punizione per la calunnia). Oltre al loro sincero pentimento e alla confessione del reato, contro i calunniatori esistevano anche prove e testimonianze. Essi si sottoposero alla legge islamica e, ricevendo ottanta frustate ciascuno, ristabilirono la purezza della propria coscienza. Mistah, Hassan ibn Thabit e Hamna bint Jahsh subirono questa punizione. Il vero colpevole, invece, sfuggì alla presa della legge. Tuttavia, la sua indole spregevole e la sua infame macchinazione furono completamente smascherate agli occhi dell’opinione pubblica, e la società islamica lo relegò in disparte, privandolo di ogni importanza.

Tutti commettono errori. Ad eccezione dei profeti, nessun essere umano è senza peccato. Tuttavia, esaminando i due caratteri contrapposti manifestatisi nell’episodio di Adamo, si vede che, dopo aver commesso un peccato, davanti al peccatore si aprono due strade: una è quella scelta da Satana, la via avventata di aggrapparsi al peccato con ancora maggiore fermezza; l’altra è quella scelta da Adamo, conforme a una natura sana e retta, cioè pentirsi dopo aver commesso il peccato e correggere se stessi. Abdullah ibn Ubayy e i suoi compagni seguirono la via satanica. Hassan, Mistah e Hamna, invece, seguirono la via della purificazione interiore.

 

Una benedizione nella disgrazia

Ravvivate per un momento, con gli occhi dell’immaginazione, il corso degli eventi e trasportatevi per un istante nell’atmosfera sconvolta dalla calunnia che per un mese aveva imperversato a Medina. Davanti a voi emergerà una situazione terribile e dolorosa. Quel movimento, che aveva raccolto i suoi membri uno a uno trasformandosi in una piccola carovana rivoluzionaria; quel movimento, che dopo aver percorso una lunga e impervia strada aveva creato a Medina un piccolo nido di pace chiamato Stato islamico; quel movimento, che aveva voluto offrire rifugio in quel nido di pace all’umanità afflitta e bruciata dal fuoco di anni d’inquietudine e anarchia: se proprio dall’interno di quel movimento fosse nato un tumulto distruttivo, non ci sarebbe stato nulla di più allarmante. Soprattutto in una situazione in cui quello Stato islamico era esposto da ogni lato agli attacchi dei nemici, rischiava in qualunque momento di subire un’aggressione militare da una direzione o dall’altra, ed era circondato dalle attività dannose di una parte considerevole dei propri abitanti non musulmani.

Ma il Corano lo confortò dicendogli che non c’era motivo di spaventarsi e di preoccuparsi. «Non considerare questo evento dannoso per voi: in realtà è uno strumento del vostro bene». (An-Nur – 11)

In effetti, quando i movimenti idealistici e rivoluzionari vengono colpiti da calamità e disordini che generano instabilità e inquietudine psicologica, alla fine essi diventano causa di maggiore bene e progresso, riforma e costruzione, forza e capacità di reazione, sia che tali calamità emergano dall’interno sia che provengano dall’esterno. Come per le persone ambiziose e capaci, i diversi alti e bassi, gli incidenti e le avversità possono favorire il progresso, così, per i movimenti dotati di capacità di pensiero e d’azione, l’opposizione e le situazioni di anarchia spianano la strada al progresso e alla stabilità. Un’organizzazione che rimane vigile e consapevole dei propri scopi e obiettivi, che sviluppa una mentalità collettiva, il cui carattere morale e intellettuale raggiunge la maturità, le cui redini della leadership sono sempre nelle mani di persone dinamiche, vigili, assennate e sagge, i cui membri tengono sotto attenta osservazione tutte le forze ostili e anarchiche, sono pronti a combattere con tutte le proprie forze contro ogni possibile conflitto e avversità e la cui opinione pubblica non permette l’introduzione di alcuna ideologia contraria all’Islam all’interno dell’organizzazione, trae sempre qualche beneficio da ogni attacco e opposizione ostile.

Anche da questa sordida campagna di calunnie e propaganda menzognera, il grande Stato e la grande organizzazione islamica di Medina hanno tratto beneficio sotto diversi aspetti e, come conseguenza, sono diventati più forti e consapevoli di prima.

I dirigenti e i membri di questo luminoso movimento fondato sull’onestà e sulla giustizia hanno acquisito, attraverso una diretta e amara esperienza, la conoscenza di tutte queste pericolose e profonde debolezze dell’umanità. Non solo è impossibile acquisirne la conoscenza, ma persino una minima idea, stando seduti in una khanqah dedita al rapporto pir-murid; né è possibile preparare le persone ad affrontarle. Attraverso questo evento divennero evidenti molte falle nella vita collettiva, attraverso le quali tutti i difetti distruttivi potevano infiltrarsi dall’interno. Il Messaggero di Allah e i suoi Compagni riconobbero così, tra il personale dei diversi livelli dell’organizzazione, chi era affetto dalla malattia dell’ipocrisia, chi possedeva una fede debole, chi era rozzo nelle conoscenze e dominato dall’emotività, chi, pur animato da buone intenzioni, finiva per smarrirsi e chi, a causa della propria ingenuità, cadeva vittima degli inganni dei nemici. In particolare, divenne perfettamente chiaro fin dove avrebbe potuto arrivare il piccolo gruppo che il capo ipocrita e intrigante aveva creato all’interno dell’organizzazione islamica.

Dopo aver conosciuto, attraverso l’esperienza concreta, questi punti deboli dei cambiamenti interni della società islamica, si creò un clima psicologico che fu utilizzato, da un lato, per organizzare una formazione fondata su nuove direttive morali e, dall’altro, per introdurre norme sociali capaci di proteggere i musulmani dai diversi difetti caratteriali. In terzo luogo, fu emanato un rigoroso decreto contenente nuove leggi e norme penali, che garantì il bene collettivo permanente dell’umanità.

Questo evento scosse e risvegliò la coscienza collettiva della società islamica di Medina. Risvegliò la sua moralità e attivò il suo senso collettivo dell’onore, colpendola con il flagello delle emozioni. Dopo essere stata liberata da questa imbarazzante aggressione delle forze ipocrite, ogni membro di quella società divenne più vigile e più forte di prima.

Durante questo evento, colui che, insieme alla venerabile Aisha, subì le maggiori ingiustizie fu proprio il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace. Tuttavia, la generosità, la magnanimità, la pazienza e la tolleranza che egli manifestò con il suo comportamento dignitoso, calmo e privo di emotività lasciano le persone sbalordite. In questo evento si trova un esempio istruttivo per coloro che, dopo il Messaggero di Allah, avrebbero guidato il movimento e l’organizzazione islamici. Egli sopportò una persecuzione psicologica estrema per offrire all’umanità intera una società fondata sull’affetto. Colui che era apparso per proteggere l’onore e la dignità di tutti gli esseri umani ricevette dalla società contemporanea questo contraccambio: essa macchiò il suo onore e la sua dignità con la calunnia. Se qualcun altro fosse stato vittima di una situazione simile, avrebbe o schiacciato gli avversari oppure si sarebbe ritirato in un angolo della propria casa, preda della più estrema disperazione, della più estrema disperazione. Ma egli, incarnazione della pazienza e della sopportazione, continuò ad adempiere al proprio dovere.

Attività provocatorie

Gli ebrei di Medina, da un lato per l’orgoglio della propria forza ben consolidata e dall’altro per necessità politiche, avevano stipulato un patto costituzionale con il Messaggero (pace e benedizioni su di lui), entrando così sotto l’amministrazione dello Stato islamico. Probabilmente non avevano compreso adeguatamente, al momento opportuno, questa nuova forza politica. Non avevano nemmeno intuito le possibilità del suo brillante futuro. Non potevano immaginare che questa forza si sarebbe sviluppata tanto rapidamente e che, grazie alla collaborazione di alcuni profughi privi di mezzi e degli Ansar di Medina, si sarebbe trasformata, per la sola forza della fede e del carattere, in una potenza capace di orientare il corso della storia. Pensavano che quei musulmani, espulsi dalla patria come foglie secche cadute dagli alberi, sarebbero stati spazzati via al primo colpo delle calamità e delle disgrazie previste. E, anche se fossero riusciti in qualche modo a sopravvivere, non avrebbero comunque potuto costruire una società forte. Tuttavia, sotto l’influsso del potere miracoloso dell’energia rivoluzionaria della Kalima Tayyiba, quelle poche persone costruirono una solida infrastruttura politica persino in un ambiente estremamente ostile. Non solo: nel giro di pochi mesi gli ebrei compresero che lo Stato islamico era un sole nascente, davanti al quale la lampada della loro influenza e del loro prestigio sarebbe diventata fioca. In particolare, vedendo i musulmani tornare a Medina dalla battaglia di Badr non soltanto sani e salvi, ma sventolando la bandiera della vittoria, gli ebrei rimasero talmente sbalorditi da essere certamente costretti a riconsiderare l’intera questione.

Il trattato di pace stipulato con il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) aveva trasformato gli ebrei in alleati e cittadini legittimi dello Stato islamico. Ma nei loro cuori ardevano furiosamente la ribellione e l’invidia.

Questa posizione contraddittoria li condusse infine sulla via delle cospirazioni e dell’anarchia. Ogni volta che se ne presentava l’occasione, e quando non si presentava cercando di crearla, tentavano in ogni modo di distruggere l’unità sociale dei musulmani, di incitarli, di paralizzare l’amministrazione e l’ordine pubblico con qualunque mezzo, di creare situazioni critiche e di indebolire la leadership del Messaggero (pace e benedizioni su di lui). I seguaci degli ebrei si nascondevano all’interno della società islamica sotto le spoglie degli ipocriti. Insieme a persone dagli iman deboli tra gli Ansar, attuavano i piani degli ebrei. Questi nemici intriganti e inclini alla malvagità escogitarono infine un piano perfido. Componevano poesie oscene sulle donne musulmane, le recitavano ad alta voce e le diffondevano, cercando di danneggiarne la reputazione. A causa di questa pratica poetica immonda, la loro mentalità si formò in modo tale che non nutrivano alcun rispetto per un valore sociale fondamentale come la castità. Un giorno questa mentalità spudorata degli ebrei si manifestò così: alcuni giovani ebrei si comportarono in tutto e per tutto come dei teppisti. A Medina viveva una tribù ebraica chiamata Banu Qaynuqa. Una donna araba musulmana si recò al loro mercato per fare acquisti. Il negoziante prima la molestò e poi la denudò pubblicamente nel mercato. Dopo aver commesso questa vergognosa azione, lui e i suoi compagni, invece di vergognarsi, cominciarono a deriderla e a schernirla ancora di più. La donna gridò e chiese aiuto secondo l’uso degli arabi. Udendo le sue grida, il senso dell’onore di un giovane arabo si risvegliò; in preda a una forte agitazione, perse il controllo e uccise immediatamente quell’ebreo malvagio. Gli intriganti ottennero proprio ciò che volevano. Sembrava che stesse per scoppiare uno scontro tra gli arabi musulmani e gli ebrei. Appena ne fu informato, il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) raggiunse senza indugio il luogo dell’accaduto. Rimproverò la tribù dei Banu Qaynuqa per la sua vile azione e la ammonì dicendo: “O comunità degli ebrei, ravvedetevi prima di subire la stessa sorte toccata ai Quraysh (nella battaglia di Badr).”

Secondo il racconto di Ibn Saʿd, poiché la tribù dei Banu Qaynuqa nutriva un atteggiamento di intenso odio e ostinazione, rispose con tono concitato: “O Muhammad! Non credere di aver conquistato il mondo solo perché hai ucciso alcuni uomini dei Quraysh. Erano deboli e inesperti nell’arte della guerra. Per Dio, se alzerai la spada contro di noi, capirai che siamo noi i veri combattenti. Non hai mai avuto a che fare con gente come noi.” (Sīrat Ibn Hisham, vol. 2)

Fino ad allora, sotto il profilo politico, economico e intellettuale, gli abitanti delle tribù Aws e Khazraj di Medina erano stati molto arretrati rispetto agli ebrei. Eppure il movimento islamico aveva fatto nascere in loro il palpito di una nuova vita, e il loro impegno e il loro sforzo costante per raggiungere un obiettivo sacro li avevano legati gli uni agli altri e ai Muhajirun con vincoli di unità. Vedendo il felice cambiamento nella loro sorte, gli ebrei si infuriarono interiormente. Un vecchio ebreo, famoso intrigante, di nome Shas ibn Qays, osservava con grande preoccupazione questo cambiamento della situazione. Il suo cuore era colmo di invidia e odio verso i leader e gli attivisti del movimento islamico. Un giorno vide con i propri occhi una riunione dei Compagni del Messaggero (pace e benedizioni su di lui). In quella riunione alcuni uomini degli Aws e dei Khazraj conversavano tra loro. Vedendo la loro reciproca simpatia, la cordialità e l’unità create dall’Islam, ebbe l’impressione che le sue viscere bruciassero fino a ridursi in cenere. Da una parte, il tumulto e gli scontri dell’epoca dell’ignoranza; dall’altra, quella dolce scena di unità. Il vecchio ebreo cominciò a pensare: “Ah, ho capito. Dunque ora gli abitanti di questa città, i discendenti di Qayla (Qayla era il nome della nonna delle tribù Aws e Khazraj), si sono fusi gli uni con gli altri! Se si uniranno in questo modo, per noi sarà impossibile vivere tranquillamente.” Alla fine, la sua tribù tramò una cospirazione e trasformò un giovane ebreo in uno strumento incaricato di attuarla. Gli insegnarono: “Vai a sederti alle riunioni dei musulmani e, mescolandoti strettamente con loro, ricorda la battaglia di Buʿath e tutte le guerre precedenti combattute tra gli Aws e i Khazraj.” L’agente ebreo assolse molto bene il compito affidatogli. Un giorno gli uomini degli Aws e dei Khazraj erano seduti insieme in un’assemblea. Nel corso della conversazione si cominciò a discutere del periodo oscuro dell’epoca dell’ignoranza. A poco a poco nacquero tra loro dispute, litigi e reciproche provocazioni; iniziò una gara a umiliarsi a vicenda, che si trasformò in agitazione. Alla fine i combattenti esaltati delle due parti si schierarono l’uno di fronte all’altro, come se volessero ricominciare la guerra per dimostrare chi fosse il più forte. Si levò il grido: “Portate le armi, le armi!” In entrambe le tribù, Aws e Khazraj, fu dato l’allarme. Furono stabiliti persino il luogo e il momento dello scontro. Gli uomini agitati stavano uscendo tutti armati. In quel momento il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) arrivò sul posto accompagnato da alcuni Muhajirun. Quindi pronunciò il seguente discorso:

“O musulmani, ricordatevi di Dio. Dio vi ha guidati sulla via dell’Islam; attraverso di essa ha accresciuto il vostro onore, ha gettato via dai vostri colli le catene dell’ignoranza, vi ha liberati dalla miscredenza e ha fatto di voi persone unite dai vincoli dell’affetto e dell’amore reciproco. E nonostante ciò, proprio in mia presenza avete cominciato a pronunciare gli slogan dell’epoca dell’ignoranza: che razza di comportamento è questo?”

Non appena udirono questo breve discorso, gli uomini compresero che tutto ciò era in realtà una discordia e una perfida cospirazione create da Satana. Erano i nemici dell’Islam ad aver provocato tutta quella confusione. Si pentirono, abbassarono il capo e tornarono obbedienti insieme al Messaggero (pace e benedizioni su di lui).

Un episodio dello stesso genere si verificò durante il viaggio verso la battaglia di Banū al-Muṣṭaliq. Gli ipocriti asserviti agli ebrei, sotto la guida di ʿAbd Allāh ibn Ubayy, riuscirono a creare una tensione di livello pericoloso tra gli Anṣār e i Muhājirūn. Abbiamo già menzionato questo episodio. Anche in quella circostanza, il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) riportò la situazione sotto controllo con grande rapidità e saggezza.

Tra tutte queste cospirazioni, quella più organizzata e perfida fu l’episodio della Moschea di Dirār. Il vero artefice della cospirazione era un falso santone di nome Abū ʿĀmir, della tribù dei Khazraj. Prima che il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) giungesse a Medina, egli godeva di una notevole influenza grazie alla sua erudizione sulle precedenti Scritture celesti e al suo stile di vita da asceta. Quando il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) arrivò a Medina e divenne il rifugio di persone di ogni ceto, l’influenza e il prestigio di Abū ʿĀmir precipitarono a zero. Per questo covava dentro di sé un’enorme rabbia. Inoltre, il risultato della battaglia di Badr gli prospettò un quadro del futuro tale da renderlo febbricitante dall’agitazione. Da un lato iniziò a incitare i capi dei Quraysh della Mecca alla battaglia di Uḥud; dall’altro si accordò con altri capi politeisti dell’Arabia, incitò gli stessi Anṣār a ribellarsi contro il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) e invitò persino l’imperatore romano Eraclio ad attaccare Medina. (Tafsīr di Ibn Kathīr, vol. IV)

Egli incitò gli ipocriti a fondare un centro alternativo per opporsi al Messaggero (pace e benedizioni su di lui). Fu sulla base di questo piano che venne costruita la Moschea di Dirār. Gli artefici di questo covo di attività ostili all’Islam presentarono al Messaggero (pace e benedizioni su di lui), in modo teatrale, la richiesta secondo cui avevano costruito quella moschea per le persone deboli e incapaci che non potevano recarsi troppo lontano per pregare. Inoltre, nelle notti buie e durante tempeste e piogge, gli abitanti dei dintorni avrebbero potuto riunirvisi facilmente. Gli chiesero quindi di recarsi lì per inaugurarla e benedirla. In quel momento il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) stava partendo per Tabūk. Rimandò la questione fino al suo ritorno da Tabūk. Al ritorno, fu messo in guardia mediante la rivelazione:

«Coloro che hanno costruito una moschea per danneggiare (i musulmani), per la miscredenza, per seminare divisione tra i musulmani e per farne un luogo d’appostamento per coloro che in precedenza avevano combattuto contro Allah e il Suo Messaggero, e che giurano: “Non abbiamo voluto altro che il bene”, Allah attesta che sono certamente bugiardi. Tu non pregare mai nella moschea che hanno costruito. La moschea le cui fondamenta sono state poste sulla devozione fin dal primo giorno è invece più degna che tu vi preghi. In essa vi sono uomini che amano purificarsi. Allah ama coloro che si purificano». (Sūra al-Tawba, 107-108)

Da ciò si può comprendere come un piccolo seme di vendetta possa dare origine a un enorme albero velenoso e come persino le forze della miscredenza possano usare una moschea come base per opporsi al movimento islamico. Osservate come le fitne create per danneggiare l’Islam si manifestino applicandosi l’etichetta della religione e del timore di Dio. Non si contano i gruppi e sottogruppi, le khānqāh, le moschee, le madrase, le case editrici e le pubblicazioni periodiche che ancora oggi vengono costituiti e alimentati davanti ai nostri occhi, con intenzioni malvagie proprio come la Moschea di Dirār. Anche i loro artefici sostengono: «Stiamo agendo esclusivamente con buone intenzioni».

Se questa moschea fosse stata costruita allo scopo di adorare Allah e se il suo obiettivo fosse stato semplicemente rendere più agevole la preghiera congregazionale ai musulmani incapaci e deboli, allora tale necessità sarebbe stata sottoposta alla valutazione del Messaggero (pace e benedizioni su di lui). A quel punto sarebbe stato il leader della società islamica a decidere la costruzione della moschea. Come le altre moschee, anche questa sarebbe stata costruita con la partecipazione collettiva dei musulmani; invece, alcune persone si consultarono in segreto, elaborarono un piano clandestino all’insaputa dell’organizzazione islamica e del suo leader e costruirono per sé una moschea separata, lontano dagli occhi di tutti. Eppure, nelle vicinanze esisteva già la Moschea di Qubāʾ. Ciò significa chiaramente che dietro quest’opera, compiuta sotto il velo del timore di Dio, doveva esserci necessariamente qualche intrigo. La rivelazione mise a nudo quell’intrigo e lo portò davanti alla società. Se, all’interno di un’organizzazione impegnata per un obiettivo preciso, alcune persone pensano di creare una fazione separata e, al di fuori dei metodi e dei programmi collettivi di lavoro, elaborano e attuano piani propri, allora, per quanto possano dilungarsi nel rendere credibile il loro timore di Dio e per quanto possano adottare un’apparenza piacevole e accattivante, il risultato non può essere altro che danneggiare la società islamica, incitare alla miscredenza e creare divisione.

Alla fine, questo covo impuro costruito sotto il sacro nome della moschea fu bruciato e ridotto in cenere per ordine del Messaggero (pace e benedizioni su di lui), affinché insieme a esso fosse cancellata anche la sua odiosa storia. (Sīra di Ibn Hishām, vol. IV)

In sintesi, il gruppo ebraico, che rivendicava per sé il monopolio della guida di Allah e l’eredità dei profeti e dei messaggeri, non lasciò sfuggire alcuna occasione per provocare disordini. Ma ancora più distruttive di queste imbarazzanti attività sovversive furono le loro attività cospiratorie, che conducevano durante ogni guerra per danneggiare il sistema di difesa islamico. In seguito forniremo i dettagli di tutte queste attività sovversive.

Creare ostacoli al sistema giudiziario

Il buon funzionamento di qualsiasi sistema di governo dipende dal corretto svolgimento di due compiti. Innanzitutto, il suo sistema di difesa deve essere solido. In secondo luogo, il suo sistema giudiziario deve operare in modo efficiente e le sue leggi devono essere applicate. Il primo compito serve a proteggere il Paese dalle aggressioni esterne, il secondo a garantirne la sicurezza dai problemi interni. Tuttavia, il governo del Messaggero (s.a.) dovette affrontare, da parte degli ebrei e degli ipocriti, una resistenza nello svolgimento di entrambi questi compiti. Qui desidero riferire in che modo queste due forze oppositrici ostacolarono il sistema giudiziario dello Stato islamico e quali intrighi misero in atto per indebolire l’amministrazione civile. Se a un nuovo Stato non viene data nemmeno la possibilità di consolidare la propria amministrazione civile, esso non riesce né a controllare i propri problemi interni né ad affrontare le potenze esterne. In tali circostanze sorge il rischio che la sua esistenza venga distrutta sul nascere. La storia offre innumerevoli esempi del fatto che, ovunque conquistatori o rivoluzionari abbiano instaurato un nuovo governo, all’inizio siano dovuti ricorrere a una severità e a un uso della forza eccezionali per consolidare l’amministrazione civile. Ma il governo del Messaggero (s.a.), fondato su un’ideologia morale e su un sistema giudiziario, non lasciava spazio a una severità eccezionale o al di fuori della legge. Per questo la quinta colonna di Medina ebbe l’opportunità di ricorrere in parte alla slealtà e all’ipocrisia.

Nel patto costituzionale dello Stato islamico di Medina, nell’ambito del quale i musulmani Muhājirūn, gli Anṣār e le tribù ebraiche erano state unite in un’unica entità politica, era stato riconosciuto che l’autorità suprema (Final Authority), sotto il profilo politico e giudiziario, sarebbe rimasta nelle mani di Muhammad (s.a.). Quel documento è ancora conservato e contiene le seguenti due clausole esplicite:

(Arabo *******)

Dopo la conclusione di questo patto costituzionale, divenne obbligo giuridico, morale e politico delle tribù ebraiche contraenti offrire ogni possibile collaborazione per far funzionare con successo il sistema legislativo e giudiziario dello Stato islamico e manifestare piena obbedienza all’amministrazione guidata dal Messaggero (s.a.). Condurre una società disorganizzata e caotica nell’ambito di una disciplina civile ordinata, fondata sullo stato di diritto, fu una straordinaria e inestimabile impresa del Messaggero (s.a.); inoltre, l’applicazione senza discriminazioni dei principi naturali ed eterni della giustizia per estirpare il crimine e la malvagità fu una misura estremamente benefica. Grazie a tale misura, un ambiente di pace, purezza e sicurezza era vantaggioso anche per gli ebrei, come per gli altri. Del resto, l’applicazione della legge di Allah era anch’essa un obiettivo nazionale degli ebrei. Apparentemente, gli ebrei avevano accettato volontariamente e con gioia gli obblighi derivanti da questo patto costituzionale. Tuttavia, ogni volta che si rendevano conto che la legge dello Stato islamico avrebbe ostacolato qualche loro interesse o danneggiato qualcuno dei loro individui, negavano completamente, sul piano politico, giuridico e morale, nonché alla luce degli obblighi loro affidati dal patto, ogni responsabilità assunta e ignoravano del tutto gli interessi generali della società e dell’umanità. Una volta, un uomo ebreo sposato commise adulterio con un’altra donna ebrea sposata. La notizia giunse alle orecchie dei capi ebrei. Essi si riunirono per consultarsi e mandarono qualcuno dal Messaggero (s.a.) a chiedere quale punizione si potesse infliggere per una simile cattiva azione. Avevano già deciso che, se Muhammad (s.a.) avesse ordinato la «tahmiyya» praticata nella loro società (imbrattare il volto di nero e far sfilare il colpevole sul dorso di un asino per la zona), avrebbero riconosciuto Muhammad (s.a.) come un re e obbedito ai suoi ordini. Ma se avesse ordinato la «rajm» secondo la disposizione del Libro di Allah, avrebbero dovuto comprendere che, quanto a corretta conoscenza, coraggio sincero e obbedienza al comando di Allah, egli era un profeta; in tal caso, però, non avrebbero potuto obbedire agli ordini di Muhammad (s.a.), poiché sarebbe rimasta distrutta anche quel poco di influenza e prestigio da capi che ancora conservavano. Comunque, il messaggero arrivò e trasmise il messaggio dei capi ebrei. Da parte dei massimi capi ebrei fu anche avanzata la proposta: «Ti accettiamo come giudice». Tale proposta era contraria al patto costituzionale, poiché, secondo quel patto, il Messaggero (s.a.) era permanentemente il giudice supremo di Medina. Probabilmente fu per questo che il Messaggero (s.a.) si alzò e si recò direttamente al centro religioso degli ebrei. Giunto là, disse: «Chiamate i vostri sapienti». Immediatamente fu condotto da lui Abdullah ibn Suriya. Secondo alcune narrazioni, con Abdullah facevano parte di quel gruppo anche Abu Yasar ibn Akhta e Wahb ibn Yahuda. Durante la discussione, tutti definirono concordemente Abdullah ibn Suriya la persona più esperta della Torah. Il Messaggero (s.a.) chiamò Abdullah ibn Suriya in disparte, dapprima lo ammonì ricordandogli il timore di Allah e l’età d’oro della storia dei Figli d’Israele, poi gli chiese: «Sai che nella Torah è prescritto che, se una persona sposata commette adulterio, venga sottoposta alla rajm (lapidazione)?». Egli rispose: «Per Allah, sì». L’informazione che il Messaggero (s.a.) conosceva per mezzo della rivelazione ricevette così conferma persino dagli oppositori. Ma nell’assemblea generale i capi e i sapienti ebrei cominciarono a intavolare discussioni confuse e contraddittorie. Insistevano nel dire che, secondo la nostra legge religiosa, la tahmiyya è la punizione per l’adulterio. In base al significato di questo termine, gli adulteri ebrei venivano imbrattati in volto con il nero, fatti salire sul dorso di un asino e condotti in giro per l’abitato. Avevano accantonato la disposizione della Torah sulla rajm (lapidazione). Quando il vizio dell’adulterio si diffuse tra loro e persino persone di alto rango ne furono coinvolte, la società, invece di sostenere la legge religiosa, cominciò ad aiutare i criminali e ad attenuare la pena. I capi ebrei di Medina temettero che, se la disposizione della Torah sulla rajm fosse stata nuovamente applicata, nessuno sarebbe più stato al sicuro: oggi sarebbe stato punito uno, domani un altro. Per questo volevano abrogare la disposizione della rajm. Così, costretto dalle circostanze, il Messaggero (s.a.) mandò a chiedere loro la Torah in un’assemblea pubblica. La Torah fu portata e un sapiente ebreo cominciò a leggere il passo pertinente. Nella copia della Torah il versetto relativo alla rajm era presente intatto. Perciò quel sapiente malvagio coprì con la mano il versetto in questione e lesse quello precedente e quello successivo. Abdullah ibn Salam (un celebre sapiente ebreo che aveva abbracciato l’Islam) si fece avanti con un balzo, gli tolse la mano e, indicandolo al Messaggero (s.a.), disse: «O Messaggero, ecco il versetto relativo alla disposizione della rajm!». [Nel Vangelo scritto da Giovanni esiste una prova evidente del fatto che nella Torah originale era prescritta la rajm per l’adultera sposata. Si veda questa dichiarazione del versetto 8:5 di Giovanni:

«Nella Torah Mosè ci ha ordinato di lapidare donne come questa». Nonostante la mescolanza di interpretazioni, giurisprudenza e alterazioni operate dagli esegeti e dai giuristi ebrei nelle versioni correnti della Torah, in alcuni casi vi si trova menzionata, per l’adulterio, la pena di morte mediante uccisione o lapidazione. Per esempio: «Se un uomo viene sorpreso a commettere adulterio con una donna sposata, entrambi dovranno essere messi a morte». (Deuteronomio, capitolo, versetti 21-22)

«Se una ragazza vergine si fidanza con qualcuno e un altro uomo la incontra in città e giace con lei, condurrete entrambi fuori dai confini della città e li lapiderete a morte». (Deuteronomio, capitolo 22, versetto 23) Anche nel versetto 26 è stabilita la pena di morte per lo stupratore che abbia agito con la forza. Il Messaggero ﷺ rimproverò severamente quell’erudito ebreo per questa falsificazione e inflisse al colpevole la pena del rajm, prescritta nella Torah, dicendo: «Sono io il primo a ristabilire l’applicazione della legge di Allah e delle disposizioni del Suo Libro». (Sīrat Ibn Hishām, vol. 2; Ṣaḥīḥ Muslim, capitolo sull’applicazione del rajm agli ebrei protetti; Zād al-Maʿād, vol. 3)

Questi erano gli intrighi degli eruditi ebrei di quell’epoca. Tenendo nascosta sotto il braccio la legge di Allah, introducevano leggi false inventate da loro. Con una simile condotta, volevano ostacolare il Messaggero ﷺ, deciso ad applicare la legge di Allah nella sua forma autentica e inalterata. È a loro proposito che il Corano dice: «Finché non applicherete la Torah, il Vangelo e ciò che è stato fatto scendere da parte di Allah, non avrete alcun fondamento». In altre parole, finché nella vostra fede e nelle vostre azioni persisterà una contraddizione così grave, sarete una comunità priva di senso e d’importanza. Uno dei principali segni della corruzione diffusa tra gli ebrei era che la loro società si era divisa stabilmente in classi superiori e inferiori, mentre l’uguaglianza davanti alla legge era completamente scomparsa. Esistevano leggi diverse per le persone influenti e per i deboli. Per esempio, tra i Banū Naḍīr e i Banū Qurayẓa era in vigore un sistema discriminatorio di diyya, cioè una somma di denaro dovuta come risarcimento per un omicidio, basato sulla differenza tra i deboli e i forti. Se un membro dei Banū Naḍīr uccideva un membro dei Banū Qurayẓa, veniva riscossa una diyya di cento wasq; viceversa, se un membro dei Banū Qurayẓa uccideva un membro dei Banū Naḍīr, se ne riscuotevano cinquanta. Dopo l’arrivo del Messaggero ﷺ a Medina e l’istituzione del sistema islamico di giustizia, quando un membro dei Banū Naḍīr uccise un membro dei Banū Qurayẓa, la parte dell’assassino rifiutò di pagare il doppio della diyya e insistette perché fosse accettata l’uguaglianza. Ora, con il sostegno della legge islamica, la loro forza era aumentata. La disputa si fece sempre più accesa, fino ad arrivare quasi allo scoppio di una guerra tra le due tribù. Alla fine, entrambe le tribù accettarono di sottoporre la loro controversia al Messaggero ﷺ e di attenersi alla sua decisione.

Il Messaggero ﷺ abolì definitivamente questa discriminazione nella diyya e la rese uguale per tutti, secondo le indicazioni del Corano. (Tafsīr Ibn Kathīr, vol. 2; Sīrat Ibn Hishām, vol. 2) Nello stesso tempo, il Corano ammonisce così coloro che alterano il sistema di giustizia perfetta di Allah:

«Coloro che non giudicano secondo ciò che Allah ha fatto scendere sono miscredenti». (al-Māʾida)

Se nell’attuazione del sistema di giustizia islamico e del codice penale islamico (ḥudūd) fossero stati un ostacolo soltanto gli ebrei di Medina, sarebbe stato comunque possibile affrontare la situazione. In realtà, il problema era che la discriminazione regnava nell’intera società araba. Per la classe influente vigeva una legge, mentre per i deboli e la gente comune ne vigeva un’altra.

Al tempo della conquista della Mecca, una donna di nome Fāṭima, della tribù dei Banū Makhzūm, fu arrestata per furto. Poiché apparteneva a una tribù influente, i Qurayshiti furono turbati dal suo arresto. Non riuscivano nemmeno a immaginare che su una donna di nobile famiglia sarebbe stata applicata la stessa pena prevista dalla legge per tutti. Dopo essersi consultati, decisero che bisognava supplicare il Messaggero ﷺ di liberarla. Ma sorse un problema: chi avrebbe presentato la supplica? Dopo molte riflessioni, mandarono Usāma ibn Zayd a intercedere. Non appena Usāma ebbe esposto la sua richiesta, il volto del Messaggero ﷺ impallidì. Egli disse: «Sei venuto a intercedere riguardo a una pena stabilita da Allah, chiedendo che venga revocata?». Bastarono queste parole perché Usāma comprendesse. Chiese perdono. Infine, il Messaggero ﷺ si rivolse alla folla riunita e disse:

«Una delle ragioni per cui furono distrutte le comunità precedenti fu che, quando una persona potente commetteva un crimine, fingevano di non vederlo pur avendolo visto. Giuro su Allah che, se anche mia figlia Fāṭima rubasse, le taglierei anch’io la mano». (Ṣaḥīḥ Muslim, capitolo sul divieto di intercedere contro l’applicazione del codice penale islamico)

Un atteggiamento analogo si manifestò nel caso di un’altra donna, di nome Umm Ḥāritha. Questa donna aveva rotto il dente di un’altra persona. Quando il caso fu portato davanti al tribunale del Messaggero ﷺ, egli ordinò l’applicazione del qiṣāṣ, cioè dente per dente. Umm Rabīʿ — probabilmente la sorella della colpevole, anche se le narrazioni non sono chiare al riguardo — rimase stupita udendo l’ordine e chiese al Messaggero ﷺ: «Sarà applicato il qiṣāṣ anche a lei? Giuro su Allah, questo non è possibile». Il Messaggero ﷺ disse: «O Umm Rabīʿ! Il qiṣāṣ è una prescrizione di Allah». Ma la donna continuò a dire: «Giuro su Allah, non è possibile applicare il qiṣāṣ a lei». Non riusciva proprio a capire come si potesse rompere il dente di una colpevole di quel rango.

Nel frattempo, di fatto, entrambe le parti raggiunsero un accordo riguardo al prezzo del sangue. In questo modo fu applicata anche la norma del qiṣāṣ (per la quale era prevista la possibilità di ricorrere al prezzo del sangue), e fu rispettata anche la parola di Umm Rabīʿ. Per questo il Messaggero disse scherzosamente: «Tra i servi di Allah ve ne sono alcuni che, quando giurano, Allah stesso fa sì che il loro giuramento si compia». (Ṣaḥīḥ Muslim, capitolo sul qiṣāṣ)

Gli ebrei non ostacolavano soltanto il lavoro dell’apparato giudiziario islamico. Ovunque, nell’intera amministrazione civile, ne avessero l’opportunità, cercavano piuttosto di provocare disordine. Un esempio significativo è il seguente: dopo la conquista di Khaybar, su richiesta degli ebrei di Khaybar, fu loro permesso di coltivare la loro terra come mezzadri, in cambio della metà del raccolto. Quando il funzionario dell’amministrazione islamica incaricato della riscossione si recò per la prima volta a riscuotere da loro la quota spettante al governo, essi tentarono di corromperlo. Affetti dalla terribile malattia della corruzione, cercavano di coinvolgervi anche i funzionari della nuova amministrazione. Quel funzionario era ʿAbdullah ibn Rawāḥa. Il fidato esattore inviato dal Messaggero era molto al di sopra dell’opinione che gli ebrei di Khaybar si erano fatti di lui. Disse loro con parole chiare: «O nemici di Allah, volete forse farmi mangiare cibo illecito?». (Sīrat al-Nabī, Shiblī Nuʿmānī)

Egli disse: «Il Messaggero non mi ha mandato da voi affinché io mi appropri dei vostri beni. Al contrario, sono stato mandato per distribuirli equamente tra voi e i musulmani. Se siete d’accordo, stimerò il raccolto e vi lascerò metà; se invece lo desiderate, sarete voi stessi a stimare il raccolto e a darci metà».»

In seguito, Ibn Rawāḥa stimò il totale in quarantamila wasaq e prese, come quota spettante ai musulmani, ventimila wasaq. Alcuni ebrei malvagi, irritati da questa giusta ripartizione, dissero: «Questa è un’ingiustizia». La gente amante della giustizia, tuttavia, riconobbe che quella era la ripartizione equa. ʿAbdullah ibn Rawāḥa continuò a svolgere questo incarico per tutta la vita. (Bukhārī, capitoli sulla muzāraʿa e sulla shirkah)

In definitiva, nel trasformare una società semiorganizzata in uno Stato regolato e nell’attuare i principi di giustizia donati da Allah, la nazione ebraica, che rivendicava per prima e in via esclusiva la religione e la civiltà, invece di collaborare con il Messaggero gli poneva ostacoli a ogni passo e compiva l’imperdonabile tentativo di estirpare fin dall’inizio le radici dell’ordinamento islamico.

Il tentativo di provocare discordia nella famiglia del Messaggero

I nemici dell’Islam residenti a Medina tentarono di creare confusione anche nella famiglia del Messaggero. Dal loro punto di vista, questo era il mezzo più efficace per suscitare conflitti e discordia tra la famiglia del Messaggero e i suoi compagni più vicini. Se il complotto per coinvolgere il capo del movimento islamico in dispute domestiche fosse riuscito, le conseguenze avrebbero potuto essere estremamente distruttive. Le donne comuni di Medina, infatti, frequentavano già la casa del Messaggero. Poi raccontavano a tutti ciò che vedevano, secondo la psicologia tipica del genere femminile. In questo modo gli ipocriti e le persone di cattiva condotta potevano sapere molto bene quale povertà e quale fame regnassero nella famiglia del Messaggero. Le mogli del Messaggero erano donne appartenenti a famiglie nobili e i loro gusti non erano inferiori a quelli di nessun’altra. D’altra parte, pur essendo il Messaggero sinceramente soddisfatto della situazione economica della famiglia, essa era molto al di sotto del precedente tenore di vita al quale erano abituate. Anche le sue mogli sopportavano con pazienza quella situazione insieme a lui. Comprendevano perfettamente che, nelle condizioni di estrema difficoltà attraverso le quali procedeva l’artefice di un mondo nuovo, non ci si poteva aspettare una felicità e una pace complete. E tuttavia l’essere umano rimane pur sempre umano. È sempre circondato dalle proprie emozioni, dai propri sentimenti e dalle proprie speranze naturali. È vero che le mogli del Messaggero occupavano un rango elevato per fede e carattere e avevano offerto al mondo esempi straordinari di pazienza, sopportazione e solidarietà. Tuttavia, poiché erano membri della stessa famiglia, non era innaturale che talvolta fossero influenzate, anche solo in minima parte, da una mentalità di reciproca rivalità. Inoltre, tra le donne della stirpe dei Quraysh la tradizione di devozione e obbedienza al marito era stata osservata con maggiore rigore che tra le donne di Medina. Le donne di Medina, invece, mostravano una certa vivacità e risolutezza nei confronti dei mariti. Per esempio, una volta, mentre si trovava a Medina, un uomo potente e temibile come ʿUmar rimproverò sua moglie, ma anche lei gli rispose prontamente. Sorpreso, ʿUmar disse: «Mi hai risposto in faccia?»

In quel momento egli poté rendersi conto che l’ambiente di Medina aveva già esercitato un’influenza considerevole sulle tradizioni e sulla mentalità della Mecca nella vita coniugale dei musulmani.

Questa situazione era chiara agli ipocriti e alle persone dalla cattiva condotta, che proprio per questo ebbero l’opportunità di tramare. Utilizzarono alcune donne come spie per accendere all’interno della famiglia del Messaggero, pace e benedizioni su di lui, il fuoco della discordia e della confusione. Una di queste donne si chiamava Umm Jaldah. Il suo compito era incitare le mogli del Messaggero, pace e benedizioni su di lui. Fu proprio grazie alle cospirazioni di questo tipo di spie che fu possibile diffondere calunnie contro Aisha, che Allah sia soddisfatto di lei.

A causa di simili complotti orditi da persone dalla cattiva condotta, si verificarono in successione diversi episodi che avrebbero potuto essere estremamente dannosi. Tuttavia, grazie all’aiuto di Allah, al carattere del Messaggero, pace e benedizioni su di lui, al sostegno dei Compagni eminenti e alla cortesia delle sue mogli, i problemi furono risolti al momento opportuno.

Tra tutti questi episodi, il più pericoloso fu la richiesta delle mogli di aumentare la somma destinata al loro mantenimento. Fu proprio in seguito a questa richiesta che si verificò l’īlāʾ (il temporaneo allontanamento del Messaggero dalle proprie mogli). Fu una particolare grazia di Allah il fatto che Abu Bakr, che Allah sia soddisfatto di lui, e Umar, che Allah sia soddisfatto di lui, si schierassero con estrema sincerità dalla parte del Messaggero, pace e benedizioni su di lui, e, invece di incoraggiare le loro figlie, le rimproverassero severamente. Nel frattempo giunse da parte di Allah l’Onnipotente una sfida:

«O Profeta, dì alle tue mogli: “Se desiderate la vita terrena e i suoi ornamenti, venite: vi concederò i beni necessari per il congedo e vi congederò con benevolenza. Ma se desiderate Allah, il Suo Messaggero e la Dimora dell’Aldilà, sappiate che Allah ha preparato una grande ricompensa per le donne virtuose”». (Sura al-Ahzab)

In effetti, alle mogli del Messaggero, pace e benedizioni su di lui, erano state offerte due strade. Potevano scegliere una delle due. Grazie alla loro nobiltà d’animo, le mogli si resero immediatamente conto della situazione. Il Messaggero comunicò per prima questa decisione di Allah proprio ad Aisha, che Allah sia soddisfatto di lei, la quale, grazie alla sua influenza e al suo prestigio, nonché alle sue straordinarie doti intellettuali e talenti, guidava quella richiesta. E fu proprio Aisha a dichiarare per prima: «Non desidero nulla se non Allah e il Suo Messaggero». Poi, una dopo l’altra, anche tutte le altre mogli rinunciarono di tutto cuore alle loro richieste.

Se, in una famiglia circondata dai nemici, a causa dei continui complotti delle persone malvagie e delle azioni nefaste di spie femminili della peggior specie, a un certo punto sorgono conflitti e dissensi, non c’è da stupirsene. Al contrario, il fatto stesso che questa famiglia sia rimasta salda e al sicuro nonostante tanti complotti è un segno della fermezza, dell’unità e della nobiltà dei suoi membri.

Ora comprendete quante e quali reti di complotti venivano tese intorno al Messaggero, pace e benedizioni su di lui.

Il complotto per assassinarlo

Quando l’appello alla verità si trasforma in un movimento, le forze ostili ad esso, opponendovisi ingiustamente, sprofondano sempre più nell’umiliazione e nella bassezza. Alla fine, quando vengono sconfitte anche sul piano degli argomenti contro l’appello fondamentale e falliscono pur conducendo campagne di disinformazione e violenza, l’odio, l’avversione, l’ostinazione e la volgarità coltivati in loro da tutta la vita generano una mentalità criminale, omicida e simile a quella di assassini e banditi. Giunte a questo punto, si accingono a uccidere il leader del movimento islamico. Se tali nemici intriganti arrivano a occupare il seggio del potere e dell’autorità, esercitano persecuzioni politiche contro gli avversari e, brandendo la spada della legge, mettono in scena processi giudiziari per uccidere i servitori dell’umanità. Quanto a coloro che sono esclusi dal potere, scelgono direttamente la via cospiratoria dell’assassinio. La leadership dell’ignoranza della Mecca aveva scelto proprio quest’ultima via. E ora anche i falsi capi religiosi di Medina hanno scelto questa sporca strada.

Si era nel quarto anno dell’Egira. ʿAmr ibn Umayya al-Damrī uccise due uomini della tribù di ʿĀmir. Il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) si recò dagli uomini della tribù dei Banū Naḍīr per versare il prezzo del sangue relativo a quell’uccisione e ricordare loro gli obblighi derivanti dal trattato di pace. Quelli del luogo fecero sedere il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) all’ombra di un muro. Poi cominciarono a consultarsi segretamente, dicendo che uno di loro sarebbe salito sopra e lo avrebbe ucciso facendogli cadere sulla testa una enorme pietra. ʿAmr ibn Jahaš ibn Kaʿb si assunse questo incarico. Il Messaggero (pace e benedizioni su di lui), avendo intuito il loro proposito malvagio, si alzò e si allontanò in anticipo. (Sīrat Ibn Hišām, vol. 2; Raḥmatul lil-ʿĀlamīn: Qāḍī Sulaymān Manṣūrpūrī; Rasūle Akram kī Siyāsī Zindegī: dott. Muḥammad Ḥamīdullāh)

Il padre del famigerato leader ebreo Kaʿb ibn al-Ashraf apparteneva alla tribù dei Ṭayy, mentre sua madre era figlia del facoltoso leader ebreo Abū Rāfiʿ ibn Abī al-Ḥuqayq. Grazie a questo duplice legame, Kaʿb ibn al-Ashraf esercitava un’influenza eguale sugli arabi e sugli ebrei. Da una parte era ricco e dall’altra un poeta rinomato. Il suo petto era colmo di veleno contro l’Islam. (Fatḥ al-Bārī) Un’altra narrazione riferisce che Kaʿb, da un lato, aveva invitato il Messaggero (pace e benedizioni su di lui), mentre dall’altro aveva ordinato ad alcune persone di ucciderlo non appena fosse arrivato. Sebbene questa narrazione sia alquanto debole dal punto di vista della catena di trasmissione, alla luce dell’ostilità di Kaʿb e delle sue effettive attività appare credibile.

Quando il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) rinnovò il trattato con i Banū Qurayẓa, i Banū Naḍīr gli mandarono a dire: «Venga con tre uomini. Anche noi presenteremo tre dotti. Esponga la sua posizione davanti a questa assemblea. Se i nostri dotti sosterranno ciò che lei dice, tutti noi crederemo in lei». Il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) si mise in viaggio. Ma lungo la strada venne a sapere che gli ebrei si stavano preparando a ucciderlo. Perciò tornò indietro.

La conquista di Khaybar

Durante la battaglia di Khaybar, una donna ebrea di nome Zaynab bint al-Ḥārith, moglie di Salām ibn Miškam, arrostì e cucinò una capra e vi mescolò del veleno. Poi chiese quale parte della capra il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) preferisse. Quando seppe che gli piaceva di più la carne della zampa anteriore, vi mise una quantità ancora maggiore di veleno molto potente. Poi mandò quella carne in dono al Messaggero (pace e benedizioni su di lui) e ai suoi compagni. Il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) ne prese un boccone (forse ne aveva anche inghiottito una parte) e lo sputò immediatamente. Poi disse: «Questa carne mi sta dicendo che è avvelenata». Non ne mangiò più e non permise neppure ai Compagni di mangiarne. In seguito convocò quella donna ebrea e la interrogò; ella confessò. In realtà, dietro questo episodio vi era una cospirazione collettiva di molti ebrei. Quando il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) li convocò tutti e parlò loro in un’assemblea pubblica, tutti confessarono. Tuttavia dissero astutamente: «Volevamo metterti alla prova: se sei davvero un profeta, avresti scoperto la verità; altrimenti saremmo sfuggiti alla tua presa». (Sīrat al-Nabī: Šiblī Nuʿmānī, vol. 1, fonte: Fatḥ al-Bārī)

Tra i Compagni presenti a quel banchetto vi era anche al-Barāʾ ibn Maʿrūr. Sebbene, portando il boccone alla bocca, avesse avvertito la potenza del veleno, non lo sputò per timore di mancare di rispetto. Morì a causa di quell’unico boccone. (Zād al-Maʿād, vol. 2; Šamāʾil al-Tirmiḏī; Aṣaḥḥ al-Siyar)

Dopo il ritorno da Tabūk, il cuore degli ipocriti, di fronte alla vittoria dei musulmani, bruciava di rabbia. Tutti questi nemici segreti speravano che i musulmani venissero sconfitti. Ma, poiché la loro speranza non si realizzò, cospirarono per uccidere il Messaggero (pace e benedizioni su di lui). Dodici persone presero parte a questa cospirazione. I loro nomi erano: ʿAbd Allāh ibn Ubayy, Saʿd ibn Abī Sarḥ, Abū Fātir al-ʿArabī, ʿĀmir, Abū ʿĀmir al-Rāhib, Jallās ibn Suwayd, Mujammiʿ ibn Jāriya, Maliḥ al-Taymī, Ḥasan ibn Numayr, Tuʿayma ibn Ubayriq, ʿAbd Allāh ibn ʿUyayna e Murra ibn Rabīʿ.

Durante la riunione della cospirazione, Jallās disse: «Questa notte non ce ne andremo senza aver gettato Muḥammad (pace e benedizioni su di lui) giù dalla montagna, per quanto Muḥammad (pace e benedizioni su di lui) e i suoi compagni possano essere migliori di noi. Ma noi siamo diventati come capre e loro i nostri pastori; noi siamo diventati degli sciocchi e loro degli intelligenti».

Aggiunse: «Se Muḥammad (pace e benedizioni su di lui) è veritiero, allora noi siamo peggiori persino degli asini». (Sīrat Ibn Hishām, vol. II)

ʿAbd Allāh disse: «Se restate svegli questa notte, vivrete tranquilli per tutta la vita. Uccidere quest’uomo è il vostro unico compito di oggi».

Murra disse: «Se uccidiamo una sola persona, tutti saranno al sicuro».

Tra questi dodici, il grande “merito” di Ḥasan ibn Numayr era di aver saccheggiato i beni destinati all’elemosina.

Un altro, Abū ʿĀmir al-Rāhib, aveva l’aspetto di un sufi, di un derviscio e di un asceta distaccato dal mondo. Eppure era stato l’ideatore della Moschea di Dirār. Cospirava contro il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) con i governanti di Roma e di Ghassān. La sua ipocrisia e la sua malvagità si riflettevano nel suo abbigliamento da devoto.

Fu deciso che, quando il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) fosse passato sulla montagna, lo avrebbero gettato giù. Secondo questo piano, quei dodici cospiratori iniziarono a camminare insieme al Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui). Quando egli giunse nei pressi della montagna, disse a tutti che chi desiderava percorrere l’ampia strada della pianura poteva passare di là. Egli proseguì invece per il proprio sentiero montano. Molti Compagni presero la via della pianura, ma i cospiratori rimasero con il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui). Il suo sguardo era naturalmente così penetrante da arrivare fino alle profondità del cuore e da percepire persino i sentimenti più segreti. I munāfiqūn erano cresciuti proprio davanti al Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui). Chi avrebbe potuto conoscerli meglio di lui? Inoltre, Allah lo aveva messo in guardia da questa cospirazione anche attraverso segni dell’invisibile. Egli proseguì per il sentiero montano insieme a due uomini, Ḥudhayfa ibn al-Yamān e ʿAmmār ibn Yāsir. Ordinò ad ʿAmmār di precederlo tenendo le redini del cammello del Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui), e a Ḥudhayfa di seguirlo. Quando giunsero nel punto stabilito, il gruppo dei cospiratori arrivò saltellando. Era una notte buia e, per di più, i malfattori erano mascherati. Non appena udì i loro passi, il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) ordinò ai due compagni di allontanare quelli che venivano da dietro. Ḥudhayfa balzò in avanti e, vedendo i loro cammelli, scagliò una freccia contro il loro muso. Quando lo videro, pensarono che la cospirazione fosse stata scoperta. Così fuggirono indietro e si mescolarono ai musulmani comuni.

Quando Ḥudhayfa tornò, il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) ordinò: «Da qui in poi conduci rapidamente il cammello». Poi chiese a Ḥudhayfa: «Li hai riconosciuti?». Ḥudhayfa rispose: «Ho riconosciuto le cavalcature di alcuni tali, ma non ho riconosciuto gli uomini». Il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) domandò: «Hai compreso le loro intenzioni?». Egli rispose negativamente. Dopodiché fu lo stesso Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) a informarlo: «Volevano gettarmi giù dalla montagna».

La mattina seguente il Messaggero, pace e benedizioni su di lui, convocò per nome quei dodici cospiratori. Esponendo davanti a ciascuno di loro ciò che aveva detto riguardo al proprio atteggiamento e durante l’assemblea in cui avevano ordito la cospirazione, chiese a ciascuno di spiegare il motivo delle proprie parole.

Le risposte di tutti furono esilaranti. Hasan bin Numayr, per esempio, disse: «Non credevo fermamente che Lei sarebbe venuto a sapere tutto questo. Ma oggi ho capito che Lei è davvero il Messaggero di Allah. Fino a oggi non ero un vero musulmano. Oggi abbraccio l’Islam con assoluta sincerità».

Ognuno presentò scuse e pretesti di questo genere. Alcuni chiesero perdono. Il Messaggero, pace e benedizioni su di lui, perdonò tutti. (Asahhus-Siyar — Maulana Abdur Rauf Danapuri)

Da numerose narrazioni estremamente affidabili si apprende che il Messaggero, pace e benedizioni su di lui, comunicò in segreto i nomi dei colpevoli coinvolti in questo episodio soltanto a Hazrat Hudhayfa. Non li rivelò ai musulmani comuni. Inoltre, riguardo ad alcuni di questi dodici uomini esistono determinate divergenze di opinione. Di due o tre di loro molti affermano anche che, in seguito, non si manifestò più in essi alcun segno di ipocrisia.

Tuttavia, il fatto essenziale è storicamente attestato nel suo giusto contesto. Nel Corano viene detto proprio a questo proposito: «Non riuscirono a fare ciò che avevano intenzione di fare».

Nella storia non si trova altrove un esempio della magnanimità del Messaggero, pace e benedizioni su di lui. Egli organizzò una rivoluzione al servizio dell’umanità, lavorando fino a versare il sudore della fronte sui piedi. Eppure, nel momento più delicato del conflitto e dello scontro, alcuni malfattori pianificarono di assassinarlo per sradicare tutta la sua opera e intrapresero passi per attuare il piano. Tutti i segreti delle loro malefatte vennero scoperti ed essi fecero anche una confessione. Eppure questo grande uomo perdonò senza esitazione persino un crimine tanto grave. Fu anche detto al Messaggero, pace e benedizioni su di lui: «Ordini alle tribù di ciascuno di questi colpevoli di tagliare loro la testa e portarla a Lei». Ma il Messaggero, pace e benedizioni su di lui, rispose: «Non mi piace che gli arabi dicano tra loro che Muhammad, pace e benedizioni su di lui, abbia combattuto contro il nemico insieme ad alcuni uomini e, dopo aver riportato la vittoria, abbia cominciato egli stesso a uccidere i propri compagni». (Tafsir di Ibn Kathir, vol. 2) Con queste parole il Messaggero, pace e benedizioni su di lui, voleva spiegare che, adottando una simile vendetta, la forza autentica del movimento islamico non avrebbe potuto conservare le proprie caratteristiche. Per questo sopportava persino i rischi per la propria vita e la necessità di affrontare complotti e sabotaggi sempre nuovi. Ma non voleva che, per mantenere la situazione sotto controllo, si ricorresse alla forza e che, non appena apparisse il disordine, esso venisse eliminato con il potere e la coercizione della legge. Nel dirigere il governo e l’amministrazione della società umana occorre dimostrare grande saggezza, discernimento e lungimiranza; occorre tenere conto di molti interessi e vantaggi e applicare, sotto diversi aspetti, numerosi metodi per correggere le avversità e le deviazioni. Il fatto che la rivoluzione islamica sia più difficile delle altre rivoluzioni materiali ha tra le sue ragioni che la sua essenza morale, estremamente delicata e sensibile, deve essere preservata in ogni momento, affinché la sua purezza non venga macchiata da un semplice malinteso o da una propaganda ostile.

Tra gli episodi di attacco personale contro il Messaggero, pace e benedizioni su di lui, è significativo anche l’attacco magico da parte degli ebrei. Sebbene gli aggressori pubblici siano nemici, sono coraggiosi. Anche se si desidera uccidere qualcuno, la condotta giusta consiste nell’attaccarlo dopo averlo sfidato apertamente. Ma tra gli ebrei mancavano quel coraggio e quell’audacia leale. Perciò adottarono la via vile e diabolica delle cospirazioni segrete e perfide. Scendere ancora più in basso e attaccare qualcuno ricorrendo alla magia, agli incantesimi e agli scongiuri è opera di coloro che precipitano al livello più basso della codardia e della bestialità. Gli ebrei disumani, accecati dall’eccesso di invidia e di collera, non esitarono a compiere contro il Messaggero, pace e benedizioni su di lui, persino questo atto abominevole.

Un uomo di nome Labid bin Asim, della tribù dei Banu Ruzayq, era alleato degli ebrei e un musulmano ipocrita. Fu proprio per mezzo suo che venne sferrato l’attacco magico. Un giovane ebreo, attratto dal Messaggero, pace e benedizioni su di lui, grazie alla bontà innata del suo carattere, lo serviva. Alcuni ebrei lo costrinsero a procurarsi i capelli del capo del Messaggero, pace e benedizioni su di lui, e i denti del suo pettine. Recitarono incantesimi su quei capelli, vi fecero dodici nodi e li deposero in un pozzo chiamato Zarwan.

Da diversi hadith si apprende che, a causa di questa magia, nel Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) si verificò uno strano cambiamento psicologico. Pensava di aver compiuto un’azione anche quando non l’aveva compiuta. I suoi naturali sentimenti di attrazione verso le mogli ne furono anch’essi influenzati. Attraverso la rivelazione fu informato di questa magia. I capelli furono estratti ed egli tornò alla normalità. (Tafhim al-Qur’an, vol. 2, nota 114)

A proposito di questo episodio è sorta una disputa: può la magia avere effetto su un profeta? Secondo una certa opinione, ciò è assolutamente impossibile. Applicando questa opinione, il gruppo che nega gli hadith ha dichiarato inaffidabile l’intera scienza degli hadith. Eppure, proprio come il corpo umano di un profeta può essere influenzato da malattie, ferite, veleno e simili, anche le sue facoltà mentali possono essere favorite o danneggiate da attività occulte o manifeste di ogni genere. Per esempio, vedendo la magia dei maghi del Faraone, il profeta Mosè ebbe una reazione psicologica: quando vide le loro corde assumere la forma di serpenti, ne fu spaventato: (arabo********)

«Mosè provò paura dentro di sé.» (Sura Ta-Ha: 67) Tuttavia, quando si dice che la magia non ha l’effetto di danneggiare i profeti, si intende che essa non può compromettere la loro attività profetica. Nessun altro può assumere il controllo della loro mente e del loro intelletto, né essi possono perdere il controllo della propria volontà.

Senza prestare attenzione a questa disputa, non vi è alcun ostacolo ad ammettere che gli ebrei abbiano realmente compiuto un attacco magico contro il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui). Il loro crimine è un fatto dimostrato in modo incontrovertibile.

Quando questi episodi giungono davanti a noi, comprendiamo per quale motivo, durante il periodo medinese, i musulmani vivessero preoccupati e in apprensione per la vita del Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui). Se talvolta egli doveva uscire di casa durante la notte, i suoi compagni erano assaliti da una grandissima preoccupazione. Proprio a causa di questa situazione, durante la malattia che precedette la sua morte, il nobile Talha bin Bara’ lasciò questa disposizione: «Se morirò durante la notte, non informate il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui), perché la sua vita è minacciata dagli ebrei. Che Allah non lo permetta: non vorrei che, venendo al mio funerale, subisse qualche danno per mano dei nemici». Talvolta, se per caso il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) scompariva alla vista dei Compagni, essi si allarmavano e uscivano a cercarlo.

Un celebre hadith di Abu Hurayra, nel quale si afferma che la testimonianza dell’unicità di Allah garantisce l’ingresso in Paradiso, riflette in parte questa situazione. Abu Hurayra racconta:

«Eravamo seduti intorno al Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui). A quella riunione erano presenti anche Abu Bakr e Umar. Il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) si alzò e si allontanò da qualche parte, ma tardò molto a tornare. Fummo presi da una profonda preoccupazione, temendo che, poiché nessuno di noi era con lui, potesse accadergli qualcosa. Uscimmo tutti agitati alla sua ricerca. Io fui il primo a spaventarmi; perciò uscii subito a cercarlo». (Mishkat, Kitab al-Iman, capitolo 3)

Durante le sue ricerche, Abu Hurayra giunse al giardino di un certo Ansarita dei Banu Najjar. Girò intorno al muro per vedere se vi fosse una porta. Ma il muro era forse lungo e, a causa della paura e della fretta, non riuscì a trovare un passaggio più vicino. Alla fine vide un piccolo canale d’acqua che usciva da sotto il muro. Rannicchiandosi completamente (secondo il suo stesso racconto, rannicchiato come una volpe), entrò nel giardino attraverso il canale. Vedendo lì il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui), si rassicurò. Poi Abu Hurayra parlò con lui. Fu allora che il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) pronunciò quella celebre buona novella.

Leggendo il resoconto di un illustre Compagno, si può comprendere quale fosse l’atmosfera di Medina a causa dei continui complotti degli ebrei e degli ipocriti per assassinare il Messaggero (pace e benedizioni su di lui), e quanto fosse rischiosa la sua vita. Tuttavia, la fiducia in Allah era così grande che, una volta, per timore e apprensione, i nobili Compagni predisposero una sorveglianza intorno al Messaggero (pace e benedizioni su di lui). Ma poiché Allah aveva promesso al Messaggero (pace e benedizioni su di lui) che (arabo********)

«Allah ti proteggerà dagli uomini.» (Sura al-Māʾida: 67) Perciò egli stesso sporse la testa fuori dalla tenda e disse alle guardie:

«Andatevene. Allah stesso si è assunto la responsabilità della mia protezione.» (Tafsīr Ibn Kathīr, vol. 2)

Questa stessa fede lo spinse a liberare anche un altro criminale, che era venuto con l’intenzione di uccidere il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) ed era stato arrestato. Egli disse: «Lasciatelo andare, perché, anche se avesse voluto uccidermi, non avrebbe potuto farlo.» (Tafsīr Ibn Kathīr)

Riflettete un momento: quanto doveva essere generoso l’animo di questo grande architetto del palazzo dell’umanità, che, nonostante i continui complotti per assassinarlo tramati tutt’intorno a lui, rimaneva saldo e incrollabile come una montagna. A Medina, alcuni ragni sembravano continuare a tessere le loro ragnatele per catturare questo audace leone.

Nel frattempo, anche il vulcano della Mecca diventava sempre più pronto a eruttare. Nel cuore della Mecca, la lava della brutalità e della ferocia si faceva sempre più intensa. Alla vigilia dell’Egira era stato ordito un grande complotto collettivo per assassinare il Messaggero (pace e benedizioni su di lui); dopo l’Egira, esso si trasformò in grandi guerre aggressive. Ma il fallimento di tutte quelle aggressioni aperte li spingeva a tramare complotti segreti per assassinarlo.

Nella battaglia di Badr, il piccolo gruppo musulmano del Messaggero (pace e benedizioni su di lui) aveva impartito ai figli dell’ignoranza una lezione così dura che per lungo tempo essi non riuscirono a dimenticarne il dolore. Non vi era famiglia della Mecca che non avesse perso in quella battaglia qualche giovane scelto o qualche capo. Tuttavia, essere stati sconfitti da una manciata di musulmani rivoluzionari, privi di mezzi e di sostegno, era allora motivo di una vergogna ancora maggiore. Perciò i capi dei Coreisciti fecero emanare un ordine secondo cui non si sarebbe dovuto celebrare alcun lutto per i caduti di Badr. In quella battaglia erano morti tre figli di al-Aswad. Sebbene il suo cuore fosse sul punto di spezzarsi dal dolore, non riusciva nemmeno a emettere un gemito. Un giorno udì il pianto provenire da una casa vicina e mandò il servo a dire: «Va’ e informati se è stato dato il permesso di piangere». Il servo tornò dopo essersi informato e riferì che una donna piangeva perché aveva perso il suo cammello. Udendo questa notizia, al-Aswad non riuscì più a trattenere le proprie emozioni. Recitò spontaneamente una poesia. Questa poesia ha ottenuto una particolare considerazione nella letteratura araba. Eccone la traduzione di tre versi:

«Quella donna piange perché ha perso un cammello e non riesce più a dormire? Non piangere per il cammello. Se devi piangere, piangi per la sfortunata vicenda di Badr. Se devi piangere, piangi per ʿAqīl. Se devi piangere, piangi per il leonino al-Ḥārith.»

In quell’atmosfera così lugubre della Mecca, ʿUmayr ibn Wahb e Safwān ibn Umayya sedevano insieme piangendo i loro caduti di Badr. Safwān disse: «Ormai non c’è più alcun piacere nel vivere». ʿUmayr disse: «Se non fossi indebitato e non avessi la responsabilità dei miei figli, andrei subito a uccidere Muḥammad, pace e benedizioni su di lui. Anche mio figlio è ancora prigioniero a Medina». Safwān si assunse la responsabilità dei suoi figli e dei suoi debiti. ʿUmayr tornò immediatamente a casa, cosparse di veleno la sua spada e si mise in viaggio verso Medina. Quando arrivò a Medina, ʿUmar comprese le sue intenzioni dall’espressione del suo volto e, afferrandolo per il collo, lo condusse dal Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui. Il Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui, disse a ʿUmar: «Lascialo». Poi lo fece avvicinare e gli chiese: «Con quale intenzione sei venuto?». Egli rispose: «Sono venuto per liberare mio figlio». Gli chiese: «Perché porti una spada appesa al fianco?». ʿUmayr disse: «Che importanza ha? A che cosa è servita la spada a Badr?»

Allora il Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui, portò alla luce il segreto che ʿUmayr custodiva nel cuore e glielo mise davanti. Disse: «Tu e Safwān, seduti in una stanza, avete complottato per uccidermi. Ma Allah non ha permesso che il vostro complotto avesse successo».

Udite quelle parole, ʿUmayr rimase sbalordito. Disse: «Giuro su Allah che tu sei davvero un profeta. Nessuno, oltre a me e Safwān, era a conoscenza di questa faccenda».

ʿUmayr tornò alla Mecca dopo essersi convertito all’Islam. Predicò con coraggio l’Islam e portò numerose persone ad abbracciarlo. (Sīrat Ibn Hishām, vol. 2)

Al momento della conquista della Mecca, anche Fuḍāla ibn ʿUmayr, spinto dal desiderio di vendetta, decise segretamente di uccidere il Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui. Il Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui, stava compiendo il ṭawāf intorno alla Kaʿba. All’improvviso apparve Fuḍāla. Quando si avvicinò, il Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui, lo chiamò: «Chi è? Fuḍāla, forse?». Egli rispose: «Sì, Fuḍāla». Il Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui, disse: «Che cosa stai tramando nel tuo cuore?». Fuḍāla, turbato, rispose: «Niente; sto soltanto ricordando Allah».

Dopo aver ascoltato la sua risposta, il Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui, sorrise e disse: «Chiedi perdono ad Allah». Mentre pronunciava queste parole, posò la mano sul petto di Fuḍāla. Immediatamente il suo animo tornò sereno. Fuḍāla racconta: «Dopo che il Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui, ebbe tolto la mano dal mio petto, tra tutte le creature di Allah non c’era per me nessuno più caro di lui». Dopo questa rivoluzione psicologica, Fuḍāla tornò a casa. (Sīrat Ibn Hishām, vol. 2)

Colui che era venuto con l’intenzione di uccidere il conquistatore non solo della Mecca, ma dell’intera Arabia, tornò indietro con una vita nuova. Era venuto per colpire, ma se ne andò invece con il balsamo per guarire le proprie ferite.

I Quraysh, gli ebrei e gli ipocriti avevano tutti tramato secondo le proprie possibilità. Ma Allah mantenne la Sua promessa e alla fine protesse il Suo servo e Messaggero.

Lo scopo di tutte queste cospirazioni non era soltanto uccidere una persona; tutti costoro volevano piuttosto distruggere l’intero movimento islamico. Volevano gettare nella fossa della morte quell’alba luminosa della verità e della giustizia, il cui sorgere aveva annunciato la campana a morto per le tenebre. Volevano strangolare e uccidere quell’ineguagliabile e meraviglioso sistema sociale nuovo che intendeva, per la prima volta, conferire vitalità, uguaglianza, libertà, onore e dignità alle persone oppresse e perseguitate da centinaia di anni.

 

Il tradimento rovinoso

Le attività sovversive delle forze ostili all’Islam a Medina, che ho menzionato sopra, rientravano, sotto il profilo morale e giuridico, nella categoria dei crimini più abietti. Se per tali colpe fossero state adottate le più severe misure punitive, alla luce della religione e della politica ciò sarebbe stata la forma più alta di giustizia. Tuttavia, il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) mantenne un atteggiamento estremamente calmo e paziente. Un movimento il cui vero obiettivo è la correzione morale e la ricostruzione dell’umanità non può dipendere interamente dalle armi del potere e della legge. Per quanto gli uomini possano manifestare bassezza e brutalità, il movimento islamico non dispera mai della natura umana; al contrario, procede fondandosi su un ottimismo di lungo periodo. La sua vera forza risiede nell’insegnare, spiegare e istruire, non nel punire e minacciare. Nessun sistema statale può preservare la propria esistenza senza applicare, in una certa misura, la forza dell’autorità governativa e della legge. Ma il cambiamento del carattere e della mentalità umana non si realizza con la spada e il bastone, bensì attraverso l’appello morale e la ragione. In questo campo, l’autocontrollo è più efficace dell’ira, e la pazienza e la tolleranza sono più efficaci della vendetta e del rancore. Il Messaggero (pace e benedizioni su di lui), il più grande amico dell’umanità, voleva illuminare la scena della storia con la luce della buona condotta morale e sconfiggere gli eccessi e le astute cospirazioni dei nemici con la massima pazienza. Nella storia non si trova esempio di un perdono più grande di quello da lui dimostrato in questa circostanza. Dopo che il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) aveva conseguito, con anni di sforzi e di impegno, un certo successo, pochi individui vollero distruggerlo provocando tumulti e disordini. Vollero paralizzare l’ordine pubblico e l’amministrazione. Tramarono una cospirazione per assassinarlo e lo molestarono nei modi più vili. Eppure, nel mezzo della furia delle calamità e delle cospirazioni, il capo di Stato di questo primo giovane Stato islamico, modello unico al mondo, condusse con estrema serenità la propria nave verso un luogo sicuro, offrendo alle onde tumultuose un lieve sorriso.

Nonostante tutto ciò, le forze ostili non si fermarono prima di aver raggiunto i limiti estremi della propensione al crimine e della depravazione. Non si ribellarono e tradirono una sola volta, ma ripetutamente, e lo fecero apertamente, con la massima arroganza. Non ebbero alcun riguardo per lo Stato di cui erano diventati cittadini mediante un patto costituzionale e al quale, tanto sul piano religioso quanto su quello politico, avevano il dovere assoluto di essere leali. Il tradimento e la ribellione sono azioni la cui pena, in ogni epoca, non è mai stata inferiore alla privazione della cittadinanza e alla pena di morte, e non lo è neppure oggi. Ma colui che era venuto a cambiare il destino della civiltà mostrò una pazienza estrema anche di fronte a crimini tanto grandi e gravi. Continuò i suoi sforzi fino all’ultimo momento, affinché tra le forze ostili nascesse un senso di civiltà, si risvegliasse la loro capacità di pensare, tornassero alla ragione e, se non si fossero corretti la prima volta né la seconda, lo facessero almeno la terza. Ma coloro che erano stati condotti su una via tortuosa non aprirono gli occhi, salvo poche eccezioni, finché non caddero nell’abisso del fallimento.

Presento qui alcuni esempi significativi di tradimento distruttivo, dai quali si comprenderà quanto arduo e irto di ostacoli sia il cammino che devono percorrere coloro che instaurano l’ordine della verità e della giustizia.

È ben noto che quei devoti credenti che, nell’assemblea della seconda bayʿa di al-ʿAqaba, avevano stretto la mano del Messaggero (pace e benedizioni su di lui) e gli avevano prestato giuramento lo avevano fatto con piena consapevolezza: la venuta del Messaggero (pace e benedizioni su di lui) a Medina e l’istituzione lì del centro del movimento islamico non significavano altro che guerra. Questo evento sarebbe diventato, per varie ragioni, una grande sfida per i Quraysh, che, sconvolti da intense emozioni e agitazione, avrebbero imbracciato le armi. Perciò era chiaro che la vita del Messaggero (pace e benedizioni su di lui), l’esistenza del gruppo da lui fondato e la protezione degli altri centri del movimento islamico dipendevano interamente, sotto l’aiuto di Allah, dalla collaborazione degli abitanti di Medina. Fu per questo scopo che il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) raccolse il giuramento dai rappresentanti degli Anṣār e dai giovani operosi, e fu per questo stesso scopo che, già nel primo anno dell’Egira, concluse accordi con tutte le tribù ebraiche. Gli Anṣār, nel loro insieme, mantennero il proprio giuramento fino all’ultimo momento della vita. Ma i custodi dell’affidamento del Libro di Allah, gli eredi dei profeti e i loro seguaci violarono ripetutamente gli accordi da loro stessi stipulati.

Il primo e più significativo episodio di tradimento fu il seguente: i Quraysh della Mecca, ritenendo il munāfiq ʿAbd Allāh ibn Ubayy la persona più adatta, gli inviarono una lettera segreta. Attraverso questa lettera lanciarono un appello generale per assoggettare alla propria influenza tutti gli individui di Medina inclini ai misfatti, turbolenti e deboli nella fede. Nella lettera scrivevano:

«Avete dato rifugio al nostro uomo (cioè a Muḥammad, pace e benedizioni su di lui). Giuriamo su Allah che o lo ucciderete, oppure lo espellerete da Medina. Altrimenti vi attaccheremo tutti insieme, vi uccideremo e faremo delle vostre mogli delle compagne di piacere. (Sunan Abū Dāwūd)»

Se ʿAbdullah ibn Ubay fosse stato un uomo onesto e credente, questa lettera sarebbe stata immediatamente recapitata al Messaggero, pace e benedizioni su di lui, ed egli avrebbe sinceramente desiderato che il senso dell’onore di tutti gli abitanti di Medina fosse mobilitato per fronteggiare la minaccia dei Quraysh. Ma il tradimento era insito nella sua natura. Decise fermamente di realizzare le aspirazioni dei Quraysh, per vendicarsi della perdita del suo potere. Sapeva che tra gli abitanti di Medina vi erano numerosi malfattori ostili al movimento islamico. Tuttavia, il mistero di questa lettera venne presto svelato e lo stesso Messaggero, pace e benedizioni su di lui, venne a conoscenza della faccenda. Egli si recò personalmente da ʿAbdullah ibn Ubay e gli spiegò: sono proprio i vostri figli, nipoti e pronipoti a portare la bandiera dell’Islam con tutte le forze della giovinezza. Se dovesse verificarsi una situazione indesiderabile, vedrete che saranno proprio i vostri figli a schierarsi contro di voi. Sarete costretti a combattere contro i vostri stessi figli. ʿAbdullah ibn Ubay comprese quelle parole e abbandonò il suo piano. Va ricordato che, dopo la battaglia di Badr, i Quraysh inviarono nuovamente una lettera di questo genere a ʿAbdullah ibn Ubay.

In un momento estremamente delicato, questo capo intrigante commise un atto di vile tradimento. Quando, a causa delle ripetute violazioni dei patti e delle attività sovversive della tribù ebraica dei Banū Naḍīr, fu intimato loro di lasciare Medina entro dieci giorni, e i Banū Naḍīr cominciarono a prepararsi, ʿAbdullah ibn Ubay inviò loro questo messaggio: «Badate! Non obbedite a quest’ordine e non abbandonate le vostre case.»

«Vi aiuterò con duemila uomini. Da una parte, la tribù ebraica dei Banū Qurayẓa vi sosterrà; dall’altra, la tribù araba politeista dei Ghatafān è già vostra alleata.» Il risultato di questa promessa fu che i Banū Naḍīr comunicarono al Messaggero, pace e benedizioni su di lui: «Non possiamo andarcene da qui. Fate ciò che volete.» Alla fine, il governo islamico fu costretto ad adottare misure militari per far rispettare il proprio ordine.

In seguito, quest’uomo commise un tradimento palese nel momento estremamente delicato e decisivo della battaglia di Uḥud. Non appena l’esercito musulmano uscì da Medina e raggiunse il luogo chiamato Shuṭṭa, egli tornò a Medina portando con sé trecento ipocriti. Questo atto equivaleva a pugnalare alle spalle l’esercito musulmano. Disse: «Perché dovremmo sacrificare inutilmente la nostra vita, quando non si agisce secondo il nostro parere e il potere è concentrato nelle mani di altri?» ʿAbdullah ibn Ubay era favorevole a combattere rimanendo dentro Medina, invece di uscire dalla città. (Aṣaḥḥus-Siyar, ʿAbdur-Raʾūf Dānpūrī)

Il secondo individuo coinvolto in una cospirazione traditrice fu Abū ʿĀmir. Ho già presentato la sua figura parlando della moschea di Ḍirār. Furioso alla notizia della vittoria del Messaggero, pace e benedizioni su di lui, nella battaglia di Badr, questo intrigante si recò alla Mecca, incontrò Abū Sufyān e lo incitò a vendicarsi. In tal modo contribuì anch’egli ad appiccare il fuoco della battaglia di Uḥud. Partecipò personalmente alla guerra al fianco dell’esercito qurayshita. Riteneva che, grazie alle sue parole, la tribù degli Aws avrebbe abbandonato il sostegno all’Islam e si sarebbe schierata dalla parte dei Quraysh. Chiamò gli Aws sul campo di battaglia, ma la risposta che ricevette dissipò il suo errore. A prescindere dagli altri, persino suo figlio Ḥanẓala era pronto a sacrificare la vita con assoluta devozione, obbedendo agli ordini del Messaggero, pace e benedizioni su di lui. Dopo Uḥud, si recò dall’imperatore romano Eraclio per indurlo ad attaccare Medina. Nel frattempo promise segretamente agli ipocriti: «Rimanete pronti, sto arrivando con una forza di sostegno.» Quest’uomo fece scavare delle fosse nei pressi di Ḥunayn per far del male al Messaggero, pace e benedizioni su di lui. Il Messaggero, pace e benedizioni su di lui, cadde in una di esse e si ferì gravemente. (Aṣaḥḥus-Siyar e Sīratun-Nabī: Shiblī)

Il terzo traditore fu Kaʿb ibn al-Ashraf. Anche di lui si è già parlato in precedenza. Da una parte, pagando delle persone, aveva creato a Medina una forza di agenti mercenari; dall’altra, incitava gli abitanti della Mecca ad attaccare Medina. A questo scopo sfruttava ampiamente la propria influenza, le proprie ricchezze e il proprio talento poetico. Spinti da lui, Abū Sufyān e altri afferrarono il drappo della Kaʿba e giurarono di vendicarsi.

In questo ambiente pieno di complotti, i musulmani furono costretti ad adottare speciali misure difensive. Anche il Messaggero, pace e benedizioni su di lui, restava sveglio durante la notte e ordinava ai suoi Compagni di montare la guardia a turno. Un episodio di quel periodo racconta che una volta disse durante un’assemblea: «Oggi, che una persona capace monti la guardia.» Udendo ciò, Saʿd ibn Abī Waqqāṣ si armò e montò la guardia per tutta la notte. In quel periodo i Compagni dormivano con le armi accanto, dal tramonto fino al mattino. Probabilmente fu in quel periodo che egli disse:

«Montare la guardia per un giorno sulla via di Allah è migliore dell’intero mondo e di tutte le risorse che contiene.» (Mishkāt)

Egli disse inoltre: «Montare la guardia per un giorno e una notte sulla via di Allah è meglio che digiunare per un mese e trascorrere un mese in preghiera durante la notte». (Ibid.)

Riguardo a questo servizio di guardia, egli disse inoltre che la sua ricompensa continua ad aumentare fino al Giorno della Resurrezione e che essa protegge anche dal tormento della tomba. (Riyāḍ al-Ṣāliḥīn)

Questi membri della quinta colonna di Medina, che agivano di nascosto, trovavano durante il jihād l’occasione più propizia per pugnalare alle spalle il movimento islamico. Dei dieci anni trascorsi dal Messaggero ﷺ a Medina, la maggior parte fu occupata da guerre e combattimenti. Ma ogni volta che lo scontro tra la verità e la falsità assumeva la forma di una guerra vera e propria — cosa che accadde ripetutamente, con brevi intervalli — gli ebrei e gli ipocriti iniziavano a tramare. Oltre alla crisi economica, tutte queste guerre e le attività sovversive dei nemici interni si univano, creando una dura prova del fuoco per i difensori dello Stato islamico.

Abbiamo già raccontato poco fa l’episodio di Uḥud: mentre l’esercito islamico si dirigeva verso il campo di battaglia, il fomentatore della cospirazione ʿAbdullah ibn Ubayy tornò a Medina con trecento combattenti. Se, al posto dei Compagni del Messaggero ﷺ, una qualsiasi altra forza materialista si fosse trovata in una simile situazione, avrebbe perso il coraggio e si sarebbe immediatamente ritirata dal combattimento. Infatti, mentre l’esercito nemico contava tremila uomini, l’esercito musulmano che avanzava per affrontarlo ne contava complessivamente soltanto mille. Di questi, altri trecento tornarono indietro. Tra i settecento rimasti vi erano inoltre ipocriti che agivano di nascosto. In quella situazione, i mujāhidūn dei Banū Salima e dei Banū Ḥāritha cominciarono a pensare di tornare indietro. Ma, incoraggiati dai consigli dei Compagni, recuperarono il coraggio e rimasero sul campo. La fede in Allah, la convinzione della superiorità dell’Islam, la fiducia nel successo della forza morale e la dipendenza dall’aiuto invisibile: tutto ciò costituiva il vero patrimonio dell’esercito islamico. Di conseguenza, nei loro cuori non rimase più alcuna debolezza. Con incrollabile determinazione partirono verso il campo di Uḥud. Poi, quando sul campo di Uḥud la situazione divenne critica e si diffuse la voce del martirio del Messaggero ﷺ, gli ipocriti proposero di riportare indietro ʿAbdullah ibn Ubayy, supplicandolo e afferrandolo per mani e piedi, e di chiedere ad Abū Sufyān di concedere loro protezione. Per correggere alcuni errori commessi dai musulmani su quel campo, Allah concesse loro una sorta di sconfitta; a proposito di essa gli ipocriti cominciarono a dire: «Se fosse stato un profeta, non sarebbe stato sconfitto». È proprio come per gli altri re e sovrani del mondo: talvolta vittoria e talvolta sconfitta. A causa di questa propaganda, in alcuni musulmani sorsero dubbi e perplessità. Alcuni cominciarono a pensare: «Com’è possibile essere sconfitti pur essendo andati a combattere sulla via di Allah sotto la guida del Profeta di Allah?». In risposta, nel Corano è stato detto: «Questa calamità è opera vostra», cioè è il risultato dei vostri stessi errori.

In seguito, all’inizio, nel mezzo o alla fine di ogni guerra, i nemici nascosti continuavano a tradire. Laddove non era possibile fare nulla concretamente, si cercava di indebolire il movimento islamico attraverso la propaganda calunniosa.

La quinta colonna mise in mostra le proprie macchinazioni soprattutto durante la battaglia del Fossato. Nella battaglia di Badr, la potenza dei Quraysh era stata gravemente indebolita. Per vendicarsi, essi attaccarono dopo essersi preparati ampiamente, dando luogo alla battaglia di Uḥud. Tuttavia, furono costretti a tornare indietro senza portare a compimento la loro vittoria. Nel quinto anno dell’Egira, circondarono Medina con un enorme esercito composto dai loro uomini, dai cospiratori di Medina e da forze mobilitate istigando diverse tribù. Fu la battaglia decisiva. Dopo di essa, la potenza dei Quraysh e degli altri nemici fu completamente distrutta. In seguito, i musulmani abbandonarono la politica dell’autodifesa e adottarono una politica offensiva per neutralizzare i nemici dell’Islam. In realtà, proprio il giorno della conclusione della battaglia del Fossato si aprì la strada alla conquista della Mecca.

Tra i gruppi intriganti che diedero il maggior contributo allo scatenamento di questa battaglia decisiva vi erano gli ebrei dei Banū Naḍīr. Quelli di loro che si erano stabiliti a Khaybar tenevano d’occhio la situazione e stavano in agguato, aspettando un’opportunità. Quando seppero che, nella battaglia di Uḥud, i musulmani avevano subito una grave calamità e che i Quraysh, pur non avendo riportato una vittoria completa, erano tornati dopo aver dato una dimostrazione della loro forza, decisero di entrare in azione e di accelerare il corso della storia. I noti capi dei Banū Naḍīr — Salām ibn Abī al-Ḥuqayq, Salām ibn Mishkam, Ḥuyayy ibn Akhṭab, Kināna ibn al-Rabīʿ e altri — partirono e presero con sé Ḥawdha ibn Qays, Abū ʿUmāra e altri membri dei Banū Wāʾil. Recatatisi alla Mecca, incoraggiarono i Quraysh ad attaccare Medina e promisero il loro pieno sostegno. Poi si recarono dai Banū Ghaṭafān e incoraggiarono anche loro. In seguito si aggirarono presso le altre tribù. I Quraysh organizzarono le altre tribù. Così, diecimila soldati posero Medina sotto assedio. (Aṣaḥḥ al-Siyar, Sīrat Ibn Hishām)

Prima dell’inizio della guerra, Ḥuyayy ibn Akhṭab, cospirando con Kaʿb ibn Asad, indusse i Banū Qurayẓa a rompere il patto stipulato con il Messaggero ﷺ. (Sīrat Ibn Hishām) Quando i musulmani appresero la notizia, furono profondamente turbati. Temevano che i Banū Qurayẓa potessero attaccare da un momento all’altro. Per proteggere i bambini e le donne, il Messaggero ﷺ assegnò trecento soldati. Nel frattempo, gli ipocriti cominciarono a diffondere voci che generavano incertezza e paura, e molti di loro iniziarono ad abbandonare la postazione con il pretesto di proteggere le proprie famiglie. Cominciarono così a fare propaganda, dicendo: «Da una parte Muḥammad ﷺ ci fa sognare di conquistare gli imperi di Roma e della Persia; dall’altra, la nostra situazione è tale che non possiamo nemmeno allontanarci per espletare in sicurezza i nostri bisogni naturali». (Sīrat Ibn Hishām)

Una volta accadde che, durante una battaglia, quando non erano state predisposte misure soddisfacenti per proteggere l’alloggio delle donne, fu visto un ebreo aggirarsi sospettosamente nei suoi pressi. Hazrat Safiyya bint Abd al-Muttalib prese un pezzo di legno, lo raggiunse e lo uccise. (Sira di Ibn Hisham)

Questa era la situazione più preoccupante per i soldati del movimento islamico. Tuttavia, essi ricevettero l’aiuto speciale di Allah l’Altissimo. Primo: la nuova strategia difensiva del Khandaq; secondo: la straordinaria abilità di Nu‘aym ibn Mas‘ud nel rompere l’alleanza tra i Quraysh e i Banu Qurayza; terzo: il vigoroso ruolo, degno dei mujahidin, del Messaggero, dei suoi comandanti perfettamente addestrati e dell’intera comunità musulmana; quarto: l’improvvisa tempesta inviata da Allah, che cacciò a colpi di vento le forze nemiche dal campo di battaglia.

Un altro episodio di questo genere fu la spedizione di Tabuk. In quell’occasione la quinta colonna sovversiva di Medina diede prova di alcuni esempi particolarmente raffinati delle sue astute macchinazioni. L’imperatore romano Eraclio era furioso fin da quando aveva ricevuto, da parte del Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui, una lettera contenente l’invito all’Islam. Nel frattempo, anche i capi della cospirazione raggiunsero la corte dell’imperatore e cercarono di istigarlo. Improvvisamente si diffuse la notizia che Eraclio aveva inviato una grande armata di quarantamila soldati per attaccare Medina.

A Medina regnava allora una situazione insolita. Era un periodo di carestia. Tuttavia, sugli alberi i frutti erano maturi. Faceva un caldo tremendo. Bisognava inviare molto lontano un gran numero di soldati. Eppure la situazione finanziaria dello Stato era debole. Mancavano gravemente l’equipaggiamento necessario, i cammelli, i cavalli e le provviste. Per questo la forza diretta a Tabuk fu chiamata “Jaish al-‘Usrah”, cioè “l’esercito della difficoltà”. Vedendo questa situazione e ritenendo scarse le possibilità di ottenere bottino (beni conquistati in guerra), gli ipocriti adottarono una politica di non collaborazione. Restarono a casa, avanzando ogni sorta di false scuse. Da questo punto di vista, la spedizione è stata chiamata anche “Ghazwat al-Fadihah”, cioè “la spedizione che smaschera gli ipocriti”. Un esempio sorprendente del genere di scuse ridicole e obiezioni che gli ipocriti presentavano si trova nelle parole di Jadd ibn Qays. Egli venne dal Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui, e gli disse: “La gente sa che sono un po’ troppo incline alle donne. Temo che, vedendo le belle donne romane, ne rimarrò sedotto. Permettetemi dunque di restare a casa”. Questi ipocriti non si limitavano a rinunciare essi stessi alla partenza per il jihad, ma dicevano anche agli altri: “Su, restate a casa e invocate Allah. Siete forse impazziti, per voler andare a combattere il jihad con un caldo così torrido?”. Nella casa di un ebreo chiamato Suwaylim si tenevano le loro riunioni di consultazione. A chi vi si recava veniva impedito di partire per il jihad. Alla fine, quel luogo di ritrovo fu completamente soppresso.

Nel frattempo, l’infaticabile Abdullah ibn Ubayy radunò in un luogo chiamato Thaniyyat al-Wada‘ una forza separata, composta da ebrei e ipocriti, con l’intento di perseguire scopi malvagi. Anche questa forza era numerosa. Tuttavia, non poté mettersi in marcia insieme al Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui.

Dopo la partenza dell’esercito, essi provocarono un’altra perturbazione. Il Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui, aveva lasciato Hazrat Ali a Medina come suo rappresentante personale, affidandogli la tutela della propria famiglia. Vedendo ciò, gli ipocriti iniziarono a diffondere la calunnia: “Oggi Muhammad, pace e benedizioni su di lui, non è ben disposto verso Ali. È per questo che non lo ha portato con sé”. L’orgoglio di Hazrat Ali ne fu profondamente colpito; egli si armò immediatamente, raggiunse il Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui, e gli riferì le attività provocatorie degli ipocriti. Il Messaggero lo convinse con parole rassicuranti a tornare a Medina, dicendogli: “A Medina c’è il timore che quegli uomini provochino dei disordini”.

Dopo l’arrivo a Tabuk, gli ipocriti che accompagnavano la spedizione (in ogni spedizione militare vi erano sempre alcuni ipocriti, allo scopo di provocare qualche disordine) cominciarono a intimidire i mujahidin musulmani dicendo: “Avete scambiato i temibili guerrieri dell’esercito romano per degli Arabi. Domani, quando sarete tutti catturati come schiavi, capirete quanto fosse errata la vostra idea”. Quando furono chiamati a rispondere di questa propaganda ingannevole, dissero: “Stavamo solo scherzando; non era una cosa importante”. (Si veda Asahh al-Siyar, pp. 361-385)

L’esercito romano, in realtà, non giunse neppure sul campo di battaglia. Tuttavia, da questa spedizione i Romani compresero, da un lato, che Medina era pienamente vigile e capace di affrontarli; dall’altro, poiché grazie a essa le regioni chiamate Ayla, Jabriya e Dumat al-Jandal passarono sotto l’influenza della potenza musulmana, si ridusse il timore di un’aggressione esterna.

Durante questa spedizione, in due luoghi il Messaggero, pace e benedizioni su di lui, proibì all’esercito musulmano di bere l’acqua dagli stagni lungo la strada. Tuttavia, alcuni ipocriti violarono il divieto, rivelando così la malattia dei loro cuori.

Proprio durante questa spedizione fu ordita, in un passo montano, una cospirazione fallita per assassinare il Messaggero, pace e benedizioni su di lui. Ho già riferito in precedenza i dettagli di questo episodio.

Nonostante tutti quei tradimenti e quelle cospirazioni degli ipocriti, il Messaggero, pace e benedizioni su di lui, tornò vittorioso da questa spedizione e continuò a perdonare senza esitazione gli ipocriti. Tre suoi Compagni devoti, Ka‘b ibn Malik, Hilal ibn Umayya e Murara ibn Rabi‘, rimasero a Medina per negligenza. Essi riconobbero la propria colpa. Tuttavia, in attesa dell’ordine di Allah, dovettero rimanere esclusi dalla società per cinquanta giorni. Superarono pienamente questa prova e il loro pentimento fu accettato. Ma gli ipocriti dicevano: «Che sciocchi! Sarebbe bastato presentare una qualsiasi scusa come la nostra e la faccenda sarebbe stata chiusa. Si sono messi inutilmente nei guai. Adesso si godano le conseguenze.»

Da ciò si comprende quanto fossero difficili le situazioni che lo Stato islamico e il movimento islamico dovettero affrontare. Colui che aveva indicato all’umanità la via del bene dovette sopportare ogni sorta di tradimenti e complotti da parte degli ipocriti creati dai seguaci ipocriti di Mosè.

Ma l’espansione dello Stato islamico non si arrestò per questo; al contrario, continuò a crescere. La fede sincera fiorì rigogliosa, mentre il tradimento e l’ipocrisia furono estirpati alla radice.

Le odiose attività di rappresaglia dei Quraysh

Nei primi tempi a Medina, prima dell’inizio delle guerre, Sa‘d ibn Mu‘adh, importante capo della tribù degli Aws, si recò alla Mecca per compiere la ‘umra. Poiché Sa‘d aveva da molti anni un’antica amicizia con Umayya ibn Khalaf, soggiornò nella sua casa. Insieme a Umayya iniziò a compiere il tawaf intorno alla Ka‘ba. Per caso, Abu Jahl si trovava lì. Chiamò Umayya e gli domandò: «Chi è quell’uomo con te?». Umayya rispose: «Sa‘d». Con voce adirata, Abu Jahl disse a Sa‘d: «Avete dato rifugio a quei rinnegati, non è così? È insopportabile per me che gente come te metta piede nel recinto della Ka‘ba. Se non fossi sotto la protezione di Umayya, oggi non saresti tornato vivo». (Sira del Profeta; Shibli Nu‘mani, primo volume, con riferimenti a Sahih Muslim e al Bukhari)

Si noti che il risentimento politico aveva accresciuto a tal punto l’arroganza del capo dei Quraysh, da indurlo a voler vietare ai servi di Allah l’ingresso nella Sua Casa. Voleva privarli di atti di culto come il pellegrinaggio! Come se anche la Ka‘ba fosse una loro proprietà. In realtà, avevano trasformato la gestione della Moschea Sacra in uno strumento del loro potere politico. Per il Messaggero, pace e benedizioni su di lui, e per tutti i suoi compagni che erano stati costretti a emigrare, le porte del Recinto Sacro erano già chiuse. Ma, definendo apertamente Sa‘d ibn Mu‘adh indegno di entrare nel Recinto Sacro, Abu Jahl aveva messo a nudo nel modo più ripugnante l’ingiustizia della propria posizione. D’altra parte, Sa‘d ibn Mu‘adh non era certo un derviscio privo di dignità personale. In lui il senso dell’onore islamico era pienamente vivo, ed egli conosceva il significato della sovranità politica di Medina. Diede una risposta concisa, al punto che davanti agli occhi di Abu Jahl e della comunità dei Quraysh apparve un terribile pericolo. Sa‘d disse: «Se ci impedite di compiere il pellegrinaggio, noi bloccheremo la vostra via commerciale verso Medina». In altre parole, era una minaccia di embargo economico contro i Quraysh. Questa minaccia mise in allarme tutti gli abitanti della Mecca. In seguito, la politica di Medina fu definita proprio in conformità con questa dichiarazione di Sa‘d. Di conseguenza, i Quraysh, ormai completamente privi di alternative, si prepararono ad affrontare la prova di forza definitiva.»

Abu Jahl, preso dall’agitazione, aveva certamente pronunciato quelle parole, ma questa minaccia indesiderata assestò un colpo durissimo alla loro influenza e al loro prestigio. Il Sacro Corano criticò severamente il loro monopolio sul Santuario Sacro, poiché proprio sfruttando tale autorità impedivano ai servi di Allah di entrare nella Casa di Allah. Allah dice:

«Chi è più ingiusto di colui che impedisce che il nome di Allah sia menzionato nelle moschee di Allah e cerca di renderle deserte?» (Al-Baqara, 114)

«Ti chiedono che cosa si pensi della guerra durante il mese sacro. Di’: “Combattere durante il mese sacro è un’ingiustizia”. Ma impedire agli uomini di seguire la via di Allah, rinnegare Allah, impedire ai servi di Allah di recarsi alla Moschea Sacra ed espellere da essa i suoi abitanti è un’ingiustizia ancora più grande.» (Al-Baqara, 217)

«Per quale motivo, dunque, Allah non dovrebbe punirli, dal momento che impediscono l’accesso alla Moschea Sacra? Eppure non ne sono i legittimi custodi.»

Queste affermazioni del Corano si diffusero gradualmente in tutta l’Arabia e l’immagine religiosa dei Quraysh cominciò a deteriorarsi sempre più.

Al tempo del trattato di Hudaybiyya, nel mese di Dhu al-Qi‘da del sesto anno dell’Egira, i Quraysh intensificarono ulteriormente l’impedimento alle persone che volevano recarsi alla Moschea Sacra. Dopo aver ricevuto un’indicazione da parte di Allah l’Altissimo, il Messaggero ﷺ partì verso Mecca con il solo scopo di compiere l’Umrah. Non fu dichiarata alcuna guerra. I Compagni partirono spontaneamente per compiere l’Umrah. Portarono con sé anche gli animali destinati al sacrificio. La carovana si mise in viaggio senza armarsi per esigenze militari, portando soltanto le normali armi per l’autodifesa. Nel luogo chiamato Dhu al-Hulayfa, secondo il rito ben noto, furono contrassegnati i cammelli destinati al sacrificio e furono appese ghirlande al loro collo. Già a prima vista chiunque avrebbe potuto capire che quei cammelli venivano condotti al Santuario Sacro per il sacrificio e non erano mezzi di trasporto militari. Lungo il cammino, tramite il messaggero Bishr ibn Sufyan al-Ka‘bi, si seppe che i Quraysh si stavano preparando per una guerra totale e che non avrebbero permesso in alcun modo l’ingresso al Santuario Sacro. Quando il Messaggero ﷺ giunse a Hudaybiyya, fece sapere: “Non siamo venuti per combattere, bensì per compiere l’Umrah”. Budayl ibn Warqa della tribù dei Banu Khuza‘a tentò di mediare. Poi ‘Urwa ibn Mas‘ud fece avanzare alquanto le trattative. In seguito giunse di corsa, per tentare una mediazione, Hulays, un uomo dei Banu Kinana. Quando vide con i propri occhi un’enorme carovana di cammelli inghirlandati pascolare nella pianura, ne rimase profondamente colpito. Quando andò dai Quraysh e manifestò loro la propria reazione, essi lo scoraggiarono duramente dicendo: “Tu sei un uomo di campagna; che cosa puoi capire di queste cose?”. Hulays rimase profondamente addolorato. Disse:

«O Quraysh, questo non è il patto tra noi e voi. Su questa base non abbiamo neppure stretto un’alleanza. Con quale argomento si può impedire di entrare nella Casa di Allah a persone venute per accrescerne il prestigio? Per Allah, lasciate che Muhammad ﷺ faccia ciò che desidera; altrimenti porteremo via con noi tutta la nostra gente.»

La politica semplice e trasparente del Messaggero ﷺ era piaciuta a quell’uomo. La sua capacità di distinguere il bene dal male aveva cominciato ad agire e la sua coscienza si era mobilitata contro le ingiuste azioni dei Quraysh. Alla fine, per tranquillizzarlo e salvaguardare i suoi sentimenti, gli dissero: “Il nostro intento è far accettare alcune condizioni ragionevoli. Tu, per favore, resta un po’ in silenzio”. Poi furono imposte condizioni tali che, se non altro, l’Umrah del sesto anno dell’Egira del Messaggero ﷺ e dei suoi Compagni fu di fatto rinviata di un anno. (Tafsir di Ibn Kathir, vol. 4; Sira di Ibn Hisham, vol. 3; Asahhus-Siyar)

A questo punto, osservate come il Corano abbia smascherato la meschinità degli arroganti custodi della Kaʿba:

«Sono proprio costoro che hanno adottato la politica di negare la vera religione, hanno impedito a voi di recarvi alla Moschea Sacra e non hanno permesso agli animali destinati al sacrificio di raggiungere il luogo del sacrificio.» (Al-Fath, 25)

L’ingerenza e le modifiche apportate dai Quraysh ai riti e alle pratiche religiose che, fin dall’epoca del profeta Abramo (su di lui la pace), erano osservati all’unanimità, danneggiarono gravemente la loro reputazione. Con la loro pura stupidità e ostinazione crearono in tutta l’Arabia un’opinione pubblica sfavorevole nei propri confronti. La gente comprese che tra i Quraysh non vi era neppure traccia di onestà, devozione religiosa o cortesia, e che tutto ciò che facevano era dettato dalla semplice ostinazione.

La prova più evidente che il desiderio di vendetta dei Quraysh era sprofondato al livello più basso della brutalità è che, per placare il rancore dei loro cuori, costrinsero due figlie del Messaggero (pace e benedizioni su di lui) a divorziare dai propri mariti. Fu un colpo terribilmente velenoso inferto proprio al cuore del liberatore dell’umanità.

Hadrat Ruqayya e Umm Kulthum erano sposate con ʿUtba e ʿUtayba, i due figli di Abū Lahab. Secondo l’usanza vigente, il loro rapporto con la famiglia dei parenti più prossimi risaliva a prima della missione profetica. L’iracondo Abū Lahab non possedeva neppure quel minimo di cortesia che gli avrebbe permesso di porre il dissenso ideologico al di sopra dei rapporti personali e di non coinvolgere i diritti della parentela nel conflitto. La sua invidia e il suo odio erano sempre estremamente intensi, e le sue azioni erano assolutamente meschine e spregevoli. Quando, a causa delle sue azioni abominevoli, fu rivelata la sura Al-Masad, nella quale si pronunciava la maledizione: «Periscano le due mani di Abū Lahab», egli andò su tutte le furie. Il significato della rovina delle due mani era che, nonostante tutti gli atti di opposizione e di danno che avrebbe compiuto, non sarebbe riuscito a nuocere minimamente al movimento islamico e che la forza della verità avrebbe spezzato e distrutto entrambe le sue mani. Comprendendo questo significato, egli si infuriò terribilmente. Cominciò a fare pressione sui suoi due figli, dicendo loro che ormai non poteva più essere lecito per loro tenere in casa le figlie di Muhammad (pace e benedizioni su di lui). Dovevano assolutamente divorziare da loro. Hadrat Ruqayya trascorreva il tempo nella propria casa in uno stato di estrema agitazione. ʿUtba divorziò da lei su ordine del padre. In seguito ella sposò Hadrat ʿUthmān. Anche gli altri capi dei Quraysh si impegnarono molto per istigare Abū Lahab e indurre i suoi due figli a compiere questa azione abominevole. Si dicevano tra loro che ultimamente le iniziative per tormentare Muhammad (pace e benedizioni su di lui) erano diminuite molto. Bisognava quindi escogitare qualcosa di nuovo. Decisero di far divorziare le sue figlie dai loro mariti. In questo modo, almeno, avrebbero creato qualche difficoltà a Muhammad (pace e benedizioni su di lui). Dissero a ʿUtba, figlio di Abū Lahab, che gli avrebbero procurato qualunque ragazza dei Quraysh desiderasse, a una sola condizione: che ripudiasse la figlia di Muhammad (pace e benedizioni su di lui). ʿUtba divorziò senza indugio. ʿUtayba mostrò ancora maggiore arroganza. Dopo aver divorziato da Hadrat Umm Kulthum, si presentò dal Messaggero (pace e benedizioni su di lui) con il comportamento di un teppista. Poi disse con estrema insolenza: «Ho rinnegato la tua religione, ho divorziato da tua figlia; tu non mi ami e io non ti apprezzo». In seguito, con la massima maleducazione, allungò la mano, afferrò una parte della veste del Messaggero (pace e benedizioni su di lui) e la strappò. Il giovane genero, dopo aver obbedito al padre invidioso e aver divorziato dalla ragazza innocente e virtuosa, si comportò inoltre come un bruto; così, sopraffatto dal dolore, il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) pronunciò spontaneamente questa invocazione: «O Allah, scagliagli contro una delle Tue fiere». Quando Abū Tālib venne a sapere dell’accaduto, disse: «Ormai nessuno potrà salvarti dall’invocazione di mio nipote». In seguito, mentre ʿUtayba pernottava in Siria con una carovana commerciale, nel buio della notte arrivò da chissà dove una tigre, lo scelse tra tutti i membri della carovana e gli divorò la testa. (Al-Mawāhib al-Ladunniyya, vol. 1, p. 197)

Dopo la morte di Hadrat Ruqayya, il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) diede in matrimonio anche questa sua seconda figlia, Umm Kulthum, a Hadrat ʿUthmān. Per questo egli fu chiamato «Dhu al-Nurayn», il possessore delle due luci.

I cospiratori dei Quraysh fecero pressione sul marito di Zaynab, la terza figlia del Messaggero (pace e benedizioni su di lui), Abū al-ʿĀṣ, proprio come avevano fatto con ʿUtba, figlio di Abū Lahab, e cercarono di sedurlo dicendogli: «Se divorzi dalla figlia di Muhammad (pace e benedizioni su di lui), ti daremo in moglie qualunque ragazza bella tu desideri». In Abū al-ʿĀṣ vi erano splendide prove di nobiltà d’animo. Egli disse: «Che vergogna! Non può accadere che io abbandoni mia moglie. Non desidero che un’altra donna entri nella mia casa al posto di Zaynab». In seguito, il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) lodava questa fermezza del carattere di Abū al-ʿĀṣ. In ricompensa della sua condotta cortese, gli mostrò grande benevolenza in due occasioni. La prima volta, quando Abū al-ʿĀṣ giunse tra i prigionieri di guerra di Badr, il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) restituì la collana inviata da Hadrat Zaynab come riscatto e lo liberò senza chiedere alcun riscatto. La seconda volta, quando i suoi beni commerciali erano stati distribuiti tra i musulmani come bottino di guerra, per indicazione del Messaggero (pace e benedizioni su di lui) gli furono restituiti intatti tutti i suoi averi. (Sīrat Ibn Hishām, vol. 2, p. 296)

Dopo la battaglia di Badr, quando il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) liberò Abū al-ʿĀṣ senza riscatto, come particolare gesto di benevolenza, nel corso della conversazione gli fece promettere che avrebbe dato a Hadrat Zaynab la possibilità di recarsi a Medina. Questa promessa fu tenuta segreta alla gente. Quando giunse il momento stabilito per la partenza di Hadrat Zaynab verso Medina, furono inviati due Compagni: Hadrat Zayd ibn Hāritha e un altro degli Anṣār. Il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) ordinò loro di fermarsi nel luogo chiamato Yājij, situato a otto miglia dalla Mecca. Quando Zaynab fosse arrivata lì, avrebbero dovuto condurla via con sé. Nel frattempo, Abū al-ʿĀṣ preparò Zaynab e raccolse i suoi effetti personali. Quando suo cognato Kināna ibn al-Rabīʿ la fece salire molto presto su un cammello e partì, i Quraysh vennero a sapere della vicenda. Quei mostri pensarono che sarebbe stato vergognoso lasciare che la figlia di Muhammad (pace e benedizioni su di lui) uscisse così tranquillamente dal loro territorio. Alcuni uomini la inseguirono e la raggiunsero a Dhū Tuwa. Un certo Habbār ibn al-Aswad scagliò una freccia contro la portantina di Zaynab. Hadrat Zaynab era allora incinta. Colpita dalla freccia, rimase gravemente ferita e abortì. Subito dopo, quando suo cognato si levò brandendo arco e frecce e lanciando un grido, quel vigliacco teppista della Mecca fuggì rapidamente.

Poco dopo arrivò anche Abu Sufyan. Da lontano chiamò gli aggressori e disse: «Ascoltatemi». Disse a Kinana ibn al-Rabi: «Perché hai intrapreso un’azione simile, mettendoti in viaggio pubblicamente con questa donna? Sai bene quale atmosfera di ostilità prevale. È a causa di Muhammad (s.a.) che questa situazione indesiderata incombe sulle nostre teste. Un’azione del genere, compiuta in pieno giorno, fa sentire umiliati gli abitanti della Mecca. Giuro sulla mia vita: non abbiamo alcuna intenzione di fermare il viaggio della figlia di Muhammad. Ora riportala indietro con te. Portala via di nascosto in un altro momento».

Da ciò si comprende a quali forme di indegnità estreme ricorressero gli abitanti della Mecca per tormentare e molestare il Messaggero (s.a.). Nei loro cuori non vi era alcun valore attribuito ai legami di parentela. Non provavano la minima vergogna nel opprimere una donna. Non possedevano neppure la capacità di riconoscere l’oppressione come tale. Ai loro occhi non restava alcun valore né alcun diritto dell’umanità. (Sira di Ibn Hisham, volume II, Asahhus-Siyar)

Ascoltate ora un altro episodio. Questo episodio manifesta la sete di sangue estrema dei nemici dell’Islam. Nell’ambito del programma avviato dal Messaggero (s.a.) per inviare gruppi di insegnanti a diffondere l’insegnamento dell’Islam nelle zone vicine a Medina, subito dopo la battaglia di Uhud, nel mese di Safar, egli inviò un gruppo di sei uomini su richiesta delle tribù di Adal e Qara (Banu Hudhayl). Dietro quella richiesta si celava una terribile cospirazione. Dei sei uomini inviati dal Messaggero (s.a.), quattro furono martirizzati al loro arrivo in un luogo chiamato Raji. Gli altri due, Hazrat Khubayb e Zayd ibn Dathina, furono catturati e inviati alla Mecca. (Gli ulteriori dettagli dell’episodio di Raji e quelli degli altri gruppi di insegnanti verranno narrati più avanti.) I Quraysh avevano presso di sé due prigionieri di Banu Hudhayl. Quei due furono liberati in cambio degli altri due. Huzayr ibn Ihab al-Tamimi prese Hazrat Khubayb per conto di Utba ibn al-Harith ibn Amir, affinché questi potesse vendicare al-Harith. Khubayb aveva ucciso al-Harith nella battaglia di Badr. Safwan ibn Umayya acquistò invece Zayd ibn Dathina per vendicare suo padre, Umayya ibn Khalaf.

Coloro che ostentavano con arroganza il proprio coraggio e la propria virilità, dopo aver subito sul campo di battaglia una vergognosa sconfitta per mano di un piccolo gruppo di musulmani privi di aiuti e di mezzi, ora volevano soddisfare la propria sete di vendetta uccidendo quei due prigionieri indifesi. Sebbene queste due preziose personalità della società islamica siano state martirizzate, il confronto tra i caratteri delle due parti, compiutosi attraverso questo episodio, si diffuse nelle vene della storia.

Safwan affidò Zayd ibn Dathina al proprio schiavo Fustas e gli ordinò di portarlo a Tan‘im, fuori dal Sacro Santuario, e di ucciderlo. Sul luogo era stata radunata una folla di Quraysh affinché potesse divertirsi assistendo a questo spettacolo divertente. Tra loro vi era anche Abu Sufyan in persona. Abu Sufyan si avvicinò e chiese a Zayd: «Se ora ti lasciassimo libero e tu potessi andare a vivere felicemente con i tuoi figli, mentre al posto tuo noi uccidessimo Muhammad (s.a.), come ti sentiresti?». La morte sorrideva allora davanti a Zayd, eppure egli rispose dalla straordinaria altezza della fede:

«Giuro su Allah che non vorremmo affatto che, nel luogo in cui si trova Muhammad (s.a.), anche soltanto una spina gli trafiggesse il corpo, mentre noi, in cambio, fossimo liberati e avessimo l’opportunità di tornare a vivere presso le nostre famiglie».

Udendo questa risposta, Abu Sufyan rimase sbalordito. Disse: «Non ho mai visto da nessuna parte un amore simile a quello che i compagni di Muhammad (s.a.) nutrono per lui». Poi questo simbolo vivente di devozione e sincerità fu consegnato alla spada. Sebbene Zayd sia stato martirizzato, chi può dire nella memoria di quante persone il suo carattere sia rimasto luminoso e quante coscienze abbiano elevato un grido contro l’oppressione e la ferocia bestiale dei Quraysh? (Sira di Ibn Hisham, Asahhus-Siyar)

Hazrat Khubayb rimase prigioniero ancora per alcuni giorni. L’esempio di fede e di carattere morale che offrì durante la prigionia ebbe, tra gli altri, questo risultato: Ma‘wiya, la schiava di Huzayr ibn Ihab, in seguito entrò a far parte della società islamica. Fu proprio da lei che si apprese il resoconto della prigionia di Khubayb. Ma‘wiya raccontò che, quando si avvicinò il momento dell’esecuzione di Khubayb, un giorno egli chiese un rasoio per radersi. Gli fu dato un rasoio. Ma poi, vedendo una scena, sentii come se la terra mi fosse mancata sotto i piedi. Vidi Khubayb con il rasoio in mano e il mio bambino seduto sulle sue ginocchia. Non c’è bisogno di spiegare quale timore possa sorgere quando un bambino della parte nemica capita alla portata di un prigioniero che si prepara a essere ucciso così ingiustamente, mentre egli ha anche in mano un’arma adatta. Khubayb comprese la mia apprensione e mi rassicurò dicendo: «In nessuna circostanza ucciderò questo bambino innocente». Poi fece scendere il bambino dalle sue ginocchia. Un carattere tanto nobile non si accese forse come una fiaccola nell’ambiente tenebroso della Mecca?

Poi fu condotto a Tanʿīm per essere crocifisso. Giunto là, chiese il permesso e recitò con profonda concentrazione l’ultima preghiera volontaria della sua vita. In questo modo offrì a coloro che si recano al luogo del martirio un esempio splendido e grandioso, che ancora oggi viene seguito.

Poi terminò rapidamente la preghiera e disse: «Non pensate che la stia prolungando per paura della morte». Quindi pregò così:

«O Allah! Abbiamo trasmesso il messaggio del Tuo Messaggero. Fa’ sapere anche al Messaggero ﷺ quale persecuzione ci viene inflitta. O Allah! Riduci il numero di questi nemici, distruggili gettandoli nelle discordie e nei conflitti e non lasciare in vita nessuno di queste belve feroci dalla natura umana!»

Khubayb fu crocifisso. Infine Abu Mughirah gli trafisse il corpo con una lancia, spegnendo la fiamma della sua vita. Poco prima di morire, pronunciò alcune poesie. Tra esse, il verso più celebre è questo:

(Arabo********)

«Poiché vengo ucciso per essere musulmano, non mi importa quali sofferenze io debba patire al momento della morte». (Sīrat Ibn Hishām, volume 3)

Uccidendo questi due uomini, i Quraysh forse pensavano di aver indebolito notevolmente la forza dell’Islam. Ma non avrebbero mai potuto immaginare quanto ogni goccia del sangue del martirio di questi oppressi avrebbe accresciuto i frutti della fede. Oltre a tutte queste infami azioni di vendetta, riportiamo anche il tradimento politico dei Quraysh, commesso attraverso la violazione del trattato di Hudaybiyyah. In questo accordo storico era stato stabilito che, tra le tribù arabe, chiunque avesse voluto diventare alleato dei Quraysh avrebbe potuto farlo, così come chiunque avesse voluto diventare alleato dei musulmani. Le tribù sarebbero rimaste completamente libere a questo riguardo. Nessuno avrebbe potuto esercitare alcuna coercizione sugli altri. In base a questa disposizione, Banu Bakr si alleò immediatamente con i Quraysh e Banu Khuzaʿah con i musulmani.

Fin dall’epoca preislamica, tra queste due tribù si perpetuava un malvagio ciclo di vendette successive, nato da un omicidio. Nel frattempo, tra entrambe le tribù si erano verificati numerosi omicidi. L’ultima vendetta spettava a Banu Bakr, che si stava preparando a compierla. In quel periodo, il movimento islamico, provocando gli scontri e le reazioni più violenti della storia, attirò su di sé l’attenzione di tutte le tribù. Di conseguenza, quelle tribù sospesero temporaneamente i propri conflitti interni e si schierarono unite contro questo nuovo invito all’Islam. L’unità esteriore nata tra loro dall’opposizione e dall’odio verso il movimento islamico cominciò ad affievolirsi dopo il trattato di Hudaybiyyah. I vecchi rancori tornarono alla loro memoria. Una delle branche di Banu Bakr era Banu Wa’il. Alcuni figli di Aswad ibn Razan, un uomo di Banu Wa’il, erano stati uccisi per mano della tribù di Banu Khuzaʿah. Per vendicare quell’omicidio, il capo di Banu Wa’il, Nawfal ibn Muʿāwiyah, riunì l’intera tribù. Approfittando della tregua in vigore grazie al trattato di Hudaybiyyah, attaccarono Banu Khuzaʿah. La prima vittima di questo attacco fu un innocente appartenente a Khuzaʿah, che si trovava presso una pozza d’acqua chiamata al-Watīr. Gli altri membri di Khuzaʿah, sconvolti da questa inattesa violazione del trattato, fuggirono in preda alla confusione. Gli aggressori li inseguirono e li uccisero a loro volta.

I Quraysh, ignorando gli obblighi derivanti dal trattato di al-Hudaybiyya, fornirono armi ai Banu Bakr e, al riparo dell’oscurità della notte, continuarono anche a intrattenere segretamente rapporti di pace con i Khuzāʿa. I Banu Khuzāʿa si rifugiarono nel Santuario Sacro (nel recinto della Kaʿba), chiamarono il capo dei Banu Bakr e gli dissero: «Ehi, Nawfal! Guarda, ora siamo entrati nel Santuario Sacro. Per Allah, cessate l’attacco». Ma essi erano ormai accecati dall’ebbrezza della vittoria. Nawfal disse: «Oggi non c’è alcun dio! O Banu Bakr, vendicatevi pienamente. Per il rispetto dovuto al Santuario Sacro, forse dimenticherete di vendicare l’umiliazione subita?». Alla fine, i Banu Bakr versarono sangue persino dopo essere entrati nel Santuario Sacro. Alcuni Khuzāʿiti, riusciti a salvarsi a stento, si rifugiarono nella casa di Budayl ibn Warqā e del suo schiavo Rāfiʿ.

I Quraysh agirono sotto l’impeto di una violenta eccitazione nata dalla rivalità tribale. Ma fu una tale stoltezza che ne raccolsero immediatamente le conseguenze negative. Questo episodio provocò la conquista della Mecca. I Quraysh non avevano affatto riflettuto sul fatto che, di fronte alla crescente forza del movimento islamico, la loro stessa forza stava precipitando verso il declino più estremo, sia sul piano morale sia su quello politico. Avrebbero dunque dovuto procedere con la massima cautela. A causa di questo episodio, nella società araba governata dalle tribù, la violazione delle promesse da parte dei Quraysh non poté non suscitare una condanna generale. La loro reputazione fu gravemente compromessa. Inoltre, gli atti di estrema oppressione compiuti dai Banu Bakr con l’incoraggiamento dei Quraysh e le atrocità agghiaccianti subite dai Banu Khuzāʿa misero in allarme tutte le tribù arabe, mostrando che la leadership dei Quraysh era incapace di garantire pace e giustizia. Inoltre, il modo vergognoso in cui, con questo episodio, furono calpestati la maestà del nome di Allah e la sacralità del Santuario Sacro, macchiando il volto di tradizioni vecchie di secoli, suscitò nella gente una vasta agitazione e inquietudine. In questa sommossa, i Quraysh, sostenendo la parte degli oppressori, gettarono nella polvere il proprio onore e prestigio. Forse i Quraysh pensavano che, distruggendo i Banu Khuzāʿa, alleati dello Stato islamico, avrebbero potuto almeno in parte soddisfare il proprio desiderio di vendetta contro Muhammad (pace e benedizioni su di lui). Ma non rifletterono sul fatto che, così facendo, stavano distruggendo con le proprie mani l’unità delle tribù protettrici dell’ordinamento sociale jāhilita, e perfino spingendo alcune tribù vicine a cercare rifugio a Medina.

In realtà, questo è generalmente il destino di ogni ordinamento sociale antiquato e di ogni vecchia leadership che non possiedano né ideali e obiettivi elevati, né valori morali e una cultura costruttiva, e il cui unico sostegno sia l’obiettivo negativo di reprimere e distruggere ogni forza costruttiva e riformatrice: la loro stessa intelligenza li conduce sulla via della stoltezza, la loro stessa forza li getta nel profondo abisso della debolezza, il loro stesso senso di nobiltà li trasforma in vittime della più estrema umiliazione e vergogna, e il loro stesso progresso rende inevitabili la loro arretratezza e il loro sviluppo il loro declino.

ʿAmr ibn Sālim, della tribù dei Banu Khuzāʿa, partì per Medina e, giunto dal Messaggero (pace e benedizioni su di lui), gli narrò la tragica storia delle violenze e delle persecuzioni inflitte dai Banu Bakr e dai Quraysh. Il Messaggero era seduto in riunione nella moschea. Lì, secondo l’antica consuetudine araba, ʿAmr ibn Sālim espresse la propria dolorosa vicenda attraverso una poesia straziante:

(arabo********)

«O Allah! Ricorderò a Muhammad il patto che era stato concluso tra le nostre antiche famiglie e la sua. O Profeta, aiutateci e chiamate i servi di Allah a radunarsi in nostro aiuto. Scendete in campo con un esercito immenso, simile alle onde del mare che sollevano masse di schiuma. Poiché i Quraysh hanno violato il vostro patto. Ci hanno attaccati presso Watīr nel buio della notte. Ci hanno assaliti mentre dormivamo. Ci hanno colpiti mentre eravamo in prosternazione e inchino.»

Gli fu risposto: «O ʿAmr ibn Sālim, sarai aiutato».

A quel punto i Quraysh compresero quale atto rovinoso avessero commesso. Abū Sufyān si precipitò a Medina con l’intento di rinnovare il trattato. Ma l’atmosfera era tale che, quando Abū Sufyān andò nella casa di sua figlia e si accinse a sedersi sul letto, la figlia lo ripiegò e disse: «Questo è il letto del Messaggero di Allah. Lei, essendo un politeista impuro, non può sedervisi». Abū Sufyān tornò sconfitto e, pochi giorni dopo, vide un enorme esercito giungere alla Mecca. (Sīrat Ibn Hishām, volume IV; Aṣaḥḥ al-Siyar; Sīrat al-Nabī di Shiblī Nuʿmānī, volume I)

Da questi avvenimenti è divenuto evidente che, in questo storico conflitto, la forza negativa della leadership della Jāhiliyya è stata resa progressivamente sempre più debole da ogni suo passo, ogni sua cospirazione, ogni sua attività di rappresaglia e ogni sua azione ritorsiva. Al contrario, la forza positiva e costruttiva — il movimento islamico — ha continuato ad acquisire forza e ad avanzare.

D’altra parte, osservate il comportamento del Messaggero: la guerra era in corso tra le due parti. In quel periodo, il governatore dello Yemen, dopo aver abbracciato l’Islam, aveva interrotto definitivamente le forniture di cereali dirette alla Mecca. Proprio allora la Mecca era colpita dalla carestia. Muhammad, il soccorritore dell’umanità, pensando alla gente povera, intervenne personalmente e chiese che le forniture di cereali dalla Yamama fossero ripristinate; inoltre inviò, di tasca propria, cinquecento monete d’oro ai poveri della Mecca. Questa magnanimità impressionò profondamente gli abitanti della Mecca. Secondo una narrazione, gli abitanti della Mecca scrissero personalmente al Messaggero: «Tu ordini di non recidere i legami con i parenti, eppure hai reciso questo legame con noi». Alcuni scrissero anche: «Uccidi i padri con la spada e i figli con la fame». (Sīrat Ibn Hishām, vol. 4; Aṣaḥḥ al-Siyar; La vita politica dell’Eccellentissimo Messaggero, dott. Hamidullah)

 

Capitolo 5

Le attività militari dell’Amico dell’umanità: principi, strategie, avvenimenti e insegnamenti

Che il movimento islamico emerga dalla valle del Sinai o dalla base di Fārān, il suo cammino passa necessariamente attraverso la lotta armata.

Il movimento rivoluzionario dell’Islam conquistava i cuori degli uomini con la forza della ragione, costruiva una società fraterna in opposizione all’indisciplina tribale, organizzava le comunità umane disgregate e, al posto di una società anarchica e refrattaria alla legge, edificava uno Stato democratico e costituzionale. Il movimento islamico infondeva nuovo slancio alle latenti facoltà conoscitive dell’essere umano.

Accendeva la fiaccola della conoscenza nelle tenebre della Jāhiliyya, rianimava l’energia vitale perduta della devozione ad Allah e riaccendeva la lampada ormai spenta dei valori morali. Indicava al mondo, disgustato dall’antico sistema sociale della Jāhiliyya, e alle classi sfruttate e oppresse sul piano sociale ed economico, la via paradisiaca della giustizia sociale; e nel suo grembo cresceva il modello più eccellente dell’umanità.

Di fronte ad essa stava quella Jāhiliyya che non possedeva alcun ideale ispiratore, che preservava l’anarchia e il disordine, che governava la società sulla base dell’egoismo, che aveva reso ridicola la religione e sulla cui base prosperavano attività commerciali sacralizzate. Anche i pochi valori morali antichi ancora rimasti nella società venivano distrutti per mano di questa Jāhiliyya. In breve, essa era diventata un ostacolo sulla via della libertà, della sicurezza, della giustizia e del progresso. Proprio a causa di questa sua debolezza, arretrando continuamente, stava smarrendo la direzione. Le sue argomentazioni e prove si erano ormai esaurite. Le armi della sua ferocia si erano spuntate. Le sue cospirazioni stavano fallendo e i suoi uomini si stavano trasformando nei peggiori esseri umani.

I principali capi della jahiliyya avevano certamente inferto un colpo gravissimo espellendo, da parte loro, Muhammad (pace e benedizioni su di lui) e i suoi compagni dalla Mecca. Tuttavia, ben presto avevano compreso che il sostegno ricevuto dal Messaggero (pace e benedizioni su di lui) dagli Ansar attraverso il giuramento di al-ʿAqaba significava che Medina si sarebbe ormai trasformata in una solida base del movimento islamico, che vi sarebbe stato istituito un governo e che la società islamica sarebbe diventata una forza il cui cammino non sarebbe stato più possibile sbarrare.

Inoltre, quando il Messaggero (pace e benedizioni su di lui), giunto a Medina, stipulò accordi politici con gli ebrei e le altre tribù di Medina, i timori dei Quraysh aumentarono ulteriormente. Subito dopo, il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) cominciò a organizzare le forze di difesa. Allo stesso tempo iniziò a inviare reparti militari in pattugliamento, per sorvegliare i confini dello Stato di Medina e controllare i movimenti del nemico nelle zone circostanti. Agli occhi dei Quraysh emersero così numerosi altri motivi di apprensione. La loro via commerciale diretta verso la Siria passava proprio nei pressi di Medina. Si profilò quindi il rischio che l’intero sistema commerciale venisse paralizzato. Anzi, quando Abu Jahl impedì a Saʿd ibn Muʿadh di compiere la ʿumra, questi minacciò chiaramente che, se lo avesse fatto, la loro via commerciale sarebbe stata bloccata. In passato il Messaggero e i suoi compagni erano rimasti intrappolati nella rete dei Quraysh. Ora, invece, egli era libero dalla loro presa. Prima si limitava a predicare; ora sedeva anche sul trono del potere. Prima era oppresso e aveva fatto dell sopportare in silenzio ogni ingiustizia un’abitudine; ora era diventato capace di porre rimedio all’ingiustizia e di opporvisi. In effetti, dopo aver attraversato i vari livelli dell’opposizione alla predicazione dell’Islam, i Quraysh erano giunti a uno stadio il cui passo successivo non poteva essere altro che la guerra e il conflitto armato. Dopo aver sottoposto i dirigenti del movimento islamico alle torture più crudeli e aver progettato l’uccisione del Messaggero (pace e benedizioni su di lui), dentro di loro si era inevitabilmente sviluppata una mentalità assassina e assetata di sangue. D’altra parte, se il modesto capitale che il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) aveva accumulato a Medina con l’intento di inaugurare una nuova epoca fosse stato saccheggiato, ciò avrebbe significato vanificare tutti i successi conseguiti fino ad allora e annientare completamente la speranza che lo Stato islamico si sviluppasse, prosperasse e si adornasse di frutti e fiori. Per lo sviluppo e la difesa di questo Stato era estremamente importante tenere conto del corso del tempo. Se ogni pericolo non viene percepito al momento giusto e non si provvede tempestivamente a porvi rimedio, non si può immaginare incapacità e incompetenza più grandi da parte di una leadership. Allo stesso modo, è essenziale che ogni iniziativa venga intrapresa nel momento migliore per essa e, all’interno di quel momento ottimale, nella sua prima occasione possibile. Altrimenti, il tempo, che scorre alla velocità del fulmine, non aspetta mai nessuno. Ogni predicazione e ogni movimento non può guardare soltanto a se stesso; deve piuttosto confrontarsi con la forza dell’avversario, per valutare chi, in quale momento e in quale misura, si trovi più avanti o più indietro. Il Nobile Profeta, il più grande amico dell’intera umanità (pace e benedizioni su di lui), e i suoi saggi compagni sapevano molto bene che, dopo l’Egira, il jihad era ormai il passo successivo inevitabile. Avevano compreso che, per sopravvivere, avrebbero dovuto ormai vivere combattendo contro i Quraysh. Perciò, subito dopo il reinsediamento degli emigrati e il ristabilimento dell’equilibrio della nuova forza di Medina, il Messaggero (pace e benedizioni su di lui), in qualità di capo di uno Stato, dedicò tutta la sua attenzione al sistema di difesa.

La prospettiva islamica sulla guerra e sul jihad

Qui ritengo necessario esporre brevemente un principio fondamentale. Il principio è questo: così come l’istituzione della polizia e dei tribunali per reprimere i crimini è un procedimento naturale per ogni Stato, allo stesso modo il jihad è una sua funzione naturale. Tuttavia, per uno Stato appena nato, una società appena costituita e un governo destinato a inaugurare un’epoca nuova e distinta, attraversare una dura fase di jihad non è soltanto naturale, ma anche inevitabile. In particolare, quando un nuovo ordinamento sociale viene edificato sulla base di un’ideologia rivoluzionaria, è inevitabile che le antiche forze contrarie alla rivoluzione si uniscano e si sollevino contro di esso. Contro le forze ostili a una rivoluzione di questo tipo, la sola difesa non è sufficiente; senza distruggerle, nessuna rivoluzione può conservare i propri confini e il proprio livello raggiunti. Pertanto, la concezione islamica del jihad non è un semplice sistema di autodifesa, per cui si debba affrontare qualcuno soltanto quando questi attacca. Al contrario, l’Islam ordina anche che i promotori della rivoluzione islamica siano pronti, da un lato, a sacrificare completamente, se necessario, la propria vita e i propri beni per proteggere ogni centimetro del territorio del loro Stato, tutte le sue risorse e la vita e l’onore dei cittadini. Dall’altro lato, essi devono rovesciare le forze contrarie alla rivoluzione, così da portare a compimento la rivoluzione liberando i miliardi di servi di Allah dall’oppressione, dallo sfruttamento, dall’ignoranza, dalla miseria economica e dal degrado morale. Uno Stato fondato su un ideale rivoluzionario non ha altra scelta se non compiere quest’opera. (A questo proposito ritengo molto importante osservare che, qualunque sia il livello al quale si svolgano opere di riforma e di costruzione, diventa inevitabile ricorrere in qualche modo alla forza. Come i genitori ricorrono, per il bene dei figli, e il governo, per il bene dei cittadini, oltre che alla ragione, ai buoni consigli, all’istruzione e alla formazione, anche alla forza, così anche i portatori della bandiera della rivoluzione costruttiva e riformatrice sono costretti a ricorrere in qualche misura alla forza. Si potrebbe chiedere: nell’epoca dell’ignoranza dell’Arabia, qualunque fossero la struttura e il metodo dell’ordinamento tribale vigente, e qualunque fosse la condizione in cui il popolo viveva sotto di esso, quale diritto avevano gli altri di cambiarlo? Si può davvero considerare legittimo organizzare una rivoluzione con finalità riformatrici e costruttive, portarla poi a compimento e ricorrere alla forza a tale scopo? Se si prendesse anche solo minimamente in considerazione questa domanda, su quale base si potrebbe concedere a un padre o a una madre il diritto di imprimere nella mente dei propri figli determinate idee, di insegnare loro con la forza un certo tipo di educazione, comportamento e consuetudini, o di imporre loro una particolare coscienza morale? E come si potrebbe concedere a un governo il diritto di ricorrere alla forza per impedire ai cittadini determinate azioni e costringerli a compierne altre? In virtù di quale diritto esso applicherebbe metodi correttivi contro l’ignoranza, le cattive azioni, l’incuria e la disonestà morale, rimuovendo gli ostacoli posti da coloro che impediscono l’applicazione di tali metodi? Non si può immaginare, in nessun campo, che le opere di riforma e di costruzione non incontrino alcun ostacolo e che non sia necessario ricorrere alla forza per rimuoverlo. Se si concede alle forze ostacolatrici piena libertà d’azione, non sarà possibile realizzare alcuna opera riformatrice o costruttiva. A favore di ogni opera di riforma e di costruzione è presente, con tutta la sua forza, la stessa natura umana. Quando viene organizzata una rivoluzione costruttiva per risollevare un Paese o una nazione dalla sua condizione decaduta e guidarla sulla via del bene, la natura umana, cioè le inclinazioni innate, la buona volontà e la coscienza, offre la testimonianza più grande a suo favore. È questa testimonianza a formare l’opinione pubblica favorevole alla rivoluzione. A quel punto, la domanda alla quale è indispensabile rispondere è la seguente: poiché le esigenze della natura umana sono ambigue, qual è il metodo inconfutabile per stabilire se una rivoluzione sia costruttiva e riformatrice oppure fuorviante e distruttiva? La risposta è questa: il metodo inconfutabile è l’ideale trasmesso dal Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui), cioè la legge di Allah. Tra le innumerevoli parole altisonanti degli uomini, per distinguere ciò che è benefico da ciò che è dannoso, la via infallibile è quella indicata dalla rivelazione. Portare la nazione araba dall’anarchia al livello di un ordinato sistema statale, unire una nazione divisa in tribù e trasformarla in un’unica entità nazionale, adornare milioni di persone con gli ornamenti della conoscenza e della buona moralità e offrire loro una nuova epoca di forza, sicurezza e giustizia è un’opera tanto grande e sacra che, se non fosse legittimo ricorrere alla forza per compierla, nella storia dell’umanità non resterebbe alcun altro ambito giusto e legittimo per il ricorso alla forza.) Se Allah concederà il tawfīq, discuteremo dettagliatamente questo argomento nel volume dell’opera dedicato all’analisi approfondita delle spedizioni militari dell’epoca del Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui).

A questo proposito, da parte dell’Occidente è stata sollevata, con una mentalità estremamente subdola, una controversia fuorviante. Per questo motivo, anche la parte dei musulmani smemorati e occidentalizzati è caduta in un grave errore. Gli obiettori hanno interpretato le spedizioni militari come se gli attacchi fossero stati utilizzati per imporre con la forza una religione agli uomini. Eppure non si trattava semplicemente della questione di una religione. Era un movimento rivoluzionario totale. Questa rivoluzione aveva iniziato l’opera di ricostruzione dell’umanità al prezzo di numerosi preziosi sacrifici della vita e dei beni, mentre gli oppositori egoisti della rivoluzione volevano annientarla prima che potesse raggiungere il pieno successo. L’obiettivo era fondare uno Stato. Per fondare questo Stato, i suoi costruttori avevano sopportato per tredici anni persecuzioni estreme; poi avevano abbandonato case, terre e possedimenti, e, diventati completamente privi di tutto, si erano confinati in un piccolo territorio dove avrebbero potuto vivere secondo il sistema di vita da loro scelto e indicare a tutta l’umanità la via della pace e della sicurezza.

Si stava preparando, con grande solennità, l’inaugurazione di questo nuovo capitolo aureo della storia. Ma gli ebrei di Medina, gli ipocriti, i Quraysh della Mecca, le loro tribù subordinate e alcuni grandi governanti stranieri, tutti insieme, volevano stroncare sul nascere questa iniziativa. Non volevano concedere ai rivoluzionari musulmani l’opportunità di portare questa rivoluzione alla vetta dorata del successo. È vero che l’Islam era una parte importante del movimento islamico (naturalmente in un senso diverso da quello deformato della religione oggi diffuso), ma il movimento si era formato dall’unione di molte altre componenti importanti. Per questo si vede che lo Stato islamico di Medina garantiva ai non musulmani piena libertà religiosa entro i limiti della religione. Non aveva impugnato la spada per imporre la religione, bensì per il movimento, per l’ordinamento complessivo della vita e per gli interessi dello Stato islamico. Il suo vero problema era garantire la stabilità e il sano sviluppo della propria sacra struttura politica, poiché da ciò dipendeva il bene dell’intera nazione araba e dell’intera umanità. L’ambito della lotta e del conflitto complessivi dei musulmani era politico. Essi avevano cominciato ad acquisire la nuova e straordinaria esperienza di praticare la politica su basi morali di onestà e timor di Dio. Ed erano proprio i Quraysh, gli ebrei e le tribù beduine a voler mandare a monte questa nobile opera. In una simile situazione, come si può persino discutere di questa questione insignificante: se il Messaggero, pace su di lui, e i suoi compagni avessero usato la spada per predicare la religione? E come può sorgere la domanda se le spedizioni militari del Messaggero, pace su di lui, fossero difensive o offensive? Eppure i nostri musulmani sensibili hanno accettato di discuterne. Accogliendo gli ingiusti e insensati argomenti degli occidentali, hanno pensato che in tal modo avrebbero potuto cancellare dalle pagine della propria storia alcune cosiddette macchie d’infamia. Avendo perso ogni fiducia in se stessi, hanno cominciato a presentare umili scuse, a mani giunte, alla corte degli orientalisti. Hanno radicato nel profondo del cuore una concezione del tutto errata e limitata dell’Islam e hanno deformato anche la dottrina del jihad. La situazione dei loro maestri occidentali è questa: le guerre infami condotte dai loro capi religiosi per soddisfare meri interessi personali e dai loro re per la semplice espansione dei regni continuano ancora oggi a essere considerate motivo di gloria nella loro poesia e nella loro letteratura. Considerano sempre motivo d’orgoglio le ingiuste misure adottate per ridurre in schiavitù diversi paesi indipendenti. Se i loro crimini di pirateria navale sono stati utili alla costruzione degli imperi coloniali, ne hanno trasformato gli autori in eroi. Ma se lo Stato islamico di Medina, circondato da minacce provenienti da ogni direzione, si impegnava con assoluto disinteresse nella lotta per preservare il proprio nuovo sistema di governo e di società, resistere ad alcune forze distruttive e dotarsi di beni rari quali unità, disciplina, pace, sicurezza, giustizia, libertà e democrazia, allora i massimi talenti dell’Occidente continuavano instancabilmente a lavorare per redigere contro di esso un atto d’accusa e dimostrarne la colpevolezza. È ormai vicino il momento di intentare un processo storico contro tutti questi pretendenti e i loro sostenitori. È giunto il momento di preparare l’atto d’accusa per smascherare le loro frodi e le loro falsificazioni. Per soddisfare questa esigenza nazionale, i giovani studenti di storia e della scienza della sīra devono farsi avanti e assumersi questo compito.

La dottrina del jihad nell’Islam non è stata affatto elaborata sulla base del concetto corrente di difesa. Tuttavia è difensiva nel senso che mira a preservare lo Stato islamico e la società islamica; il suo scopo è preservare l’ideale sul cui fondamento è stato istituito l’ordinamento islamico. Mira a contrastare qualsiasi forza sovversiva efficace che voglia distruggere i successi ottenuti dalla rivoluzione islamica e ostacolarne il compimento, e mira a rovesciare dalle fondamenta qualsiasi sistema di governo tirannico che si ponga come ostacolo allo sviluppo e al progresso della civiltà e alla realizzazione del bene dell’umanità.

La concezione coranica della guerra

Non c’è qui spazio per una discussione dettagliata. È tuttavia necessario prestare attenzione ad alcuni passaggi estremamente importanti del Corano:

«È stato dato il permesso di impugnare le armi a coloro contro i quali viene condotta la guerra, poiché hanno subito un’ingiustizia. Allah ha pieno potere di aiutarli. Sono stati cacciati dalle loro case senza alcuna ragione, soltanto perché dicevano: “Allah è il nostro unico Signore”. Se Allah non avesse respinto alcuni uomini per mezzo di altri (concedendo in tal modo il permesso di combattere), cioè se non avesse rimosso dal potere alcuni uomini, capi della perversione e dello sviamento, per mezzo di altri uomini, portatori della bandiera dell’opera costruttiva e riformatrice, sarebbero stati distrutti, a causa dell’accresciuta arroganza delle forze del male, i monasteri degli asceti, le chiese dei cristiani, i luoghi di culto degli ebrei e le moschee dei musulmani, nei quali il nome di Allah viene menzionato moltissimo. Allah aiuterà soltanto coloro che collaborano all’opera di Allah. Certamente Allah è onnipotente e vittorioso, capace in ogni modo di aiutarli. Essi sono coloro che, se li rendessimo potenti sulla terra, stabilirebbero la preghiera, pagherebbero la zakat, ordinerebbero il bene e impedirebbero il male, invece di praticare l’adorazione di sé e compiere opere distruttive; e ad Allah appartiene l’esito finale di tutte le cose». (Corano, al-Hajj 39-41)

«Combattete sulla via di Allah (per attuare e preservare il Suo giusto ordinamento) coloro che combattono contro di voi. Ma non trasgredite. [Non c’è qui spazio per una discussione dettagliata del tafsīr. È tuttavia necessario fornire almeno questa indicazione: il divieto di trasgredire significa che, nel reprimere coloro che cercano disordini e gli anarchici, non si deve usare la forza anche contro chi ama la pace. In secondo luogo, le attività militari non dovrebbero proseguire oltre i limiti della necessità assoluta. In terzo luogo, durante la guerra si devono rispettare le norme morali dell’Islam e le leggi di guerra]».

«Allah non ama coloro che trasgrediscono. Uccideteli dovunque li incontriate e scacciateli da dove vi hanno scacciati, poiché la fitna (la resistenza e l’ostacolo all’instaurazione della verità e della giustizia) è peggiore dell’uccisione. Non combattete contro di loro presso la Moschea Sacra. Ma se essi combattono contro di voi, allora combattete contro di loro. E se poi combattono realmente contro di voi (entro i confini del Santuario Sacro), allora combattete contro di loro senza esitazione né scrupolo. Questa è la giusta punizione per questi miscredenti (i nemici della rivoluzione islamica). Se poi desistono, Allah è certamente perdonatore e misericordioso. Altrimenti continuate a combattere contro di loro finché ogni ostacolo alla stabilizzazione dell’ordinamento islamico non sia stato rimosso e l’intero sistema di vita non sia diventato conforme all’ordinamento di Allah. Se poi cessano di ostacolare, non si intraprenderà più alcuna azione contro di loro. Quanto agli ingiusti, la questione è diversa». (Corano, al-Baqara 190-193)

«Che cosa vi accade? Perché non combattete sulla via di Allah e, in particolare, per salvare dall’oppressione quegli uomini, quelle donne e quei bambini indifesi che pregano: “O nostro Signore, liberaci da questa città, i cui abitanti sono oppressori. Mandaci da parte Tua qualcuno che ci protegga e mandaci da parte Tua qualcuno che ci aiuti”» (Sura an-Nisāʾ, 75).

«Se poi violano il patto dopo averlo concluso e deridono la vostra religione, dimostrando così di essere determinati a tramare, allora combattete i capi di quelle forze ostili all’Islam. Ai loro occhi, i loro patti e i loro impegni non hanno alcun valore. Forse desisteranno. Non combatterete forse contro coloro che violano i loro patti, complottano per espellere il Messaggero (da Medina) e vi hanno attaccato per primi?» (Sura at-Tawba, 12).

«Se non uscite (per il jihad), Allah vi infliggerà un castigo doloroso e sostituirà voi con un altro popolo al potere; voi non potrete recargli alcun danno. Allah è capace di ogni cosa» (Sura at-Tawba, 39).

Nel Corano vi sono molti altri versetti importanti e degni di studio riguardo alla concezione islamica del jihad e alla politica militare seguita dal Messaggero (pace e benedizioni su di lui). Tuttavia, tra questi ho citato soltanto i versetti estremamente chiari, dai quali si possono ricavare esclusivamente i principi fondamentali. Gli argomenti illustrati in questi versetti sono i seguenti:

1. Nel complesso, i musulmani avevano subito persecuzioni per anni, e l’espulsione del Messaggero (pace e benedizioni su di lui) e dei suoi Compagni dalla Mecca aveva rappresentato l’ultimo colpo dell’oppressione collettiva. Gli avversari avevano adottato un atteggiamento persecutorio fin dall’inizio, poiché non permettevano in alcun modo alla società musulmana di esistere. Non volevano concedere ai sinceri la possibilità di riconoscere Allah come Signore e Protettore e di costruire la propria vita secondo i Suoi comandi. Avevano privato le persone della libertà e del diritto di professare la propria fede e le proprie opinioni, esprimere liberamente il proprio pensiero, invitare gli altri alla verità e creare un’organizzazione. Per diversi anni consecutivi, colpendo con selvaggia brutalità i musulmani rivoluzionari, innocenti, civili, pacifici e pazienti, avevano reso insopportabile la loro vita nella loro stessa patria.

2. L’Islam concede ai suoi oppositori la massima opportunità di comprendere il messaggio e di modificare il proprio comportamento; proprio per offrire loro questa opportunità, fa trascorrere ai suoi seguaci una lunga epoca di pazienza e sopportazione. Tuttavia, non può mai tollerare che questi suoi pazienti seguaci rimangano per sempre soltanto oppressi e perseguitati, mentre accrescono la superbia e l’arroganza degli oppressori. L’obiettivo dell’Islam non è procurare vittime a buon mercato per allevare nella società umana alcuni feroci uomini-bestia. Esso forma i pazienti proprio affinché abbattano gli oppressori e aprano all’umanità la via della liberazione.

3. Sradicare le forze distruttive che perseguitano, opprimono e sfruttano è un compito di estrema importanza e necessità sul piano sociale e culturale. Infatti, se questi gruppi anarchici non vengono rimossi dal potere e dall’autorità mediante la forza e ricevono la libertà di agire stabilmente, tutti i valori della sincerità, della giustizia, dell’amore per la pace e dell’adorazione di Allah sono destinati a essere distrutti.

4. L’ideologia rivoluzionaria dell’Islam vuole, quando necessario, usare la forza delle armi per strappare il potere dalle mani di coloro che sostengono il disordine, l’ignoranza, le cattive azioni, la corruzione, l’ingiustizia e l’oppressione. In seguito, vuole affidare il potere a persone che stabiliscano l’obbedienza ad Allah, la preghiera e il sistema della zakat, promuovano e sviluppino la sincerità e la giustizia e contrastino l’ingiustizia e la falsità.

5. «Combattete contro coloro che combattono contro di voi»: ciò non significa che dobbiate adottare misure difensive soltanto dopo che i nemici vi hanno attaccato. Qui si allude al fatto che non è necessario intraprendere azioni contro quei nemici dell’Islam che non sono attivi nell’opposizione e nella resistenza. Ma contro coloro che ostacolano continuamente le vostre attività e che, attaccandovi, si adoperano per distruggere voi, il vostro ordinamento sociale e il vostro ordinamento statale, non vi è altra scelta se non imbracciare le armi. Non è necessario restare in attesa del momento in cui essi attaccheranno effettivamente lo Stato islamico. Al contrario, ovunque li si possa sopraffare, li si può eliminare. A sostegno di ciò è stata addotta anche una motivazione chiara e inconfutabile: l’uccisione e lo spargimento di sangue non sono in sé opere buone. Tuttavia, condurre attività distruttive contro il movimento, l’organizzazione, la società e lo Stato islamici, provocare disordini e tumulti, nonché creare blocchi e resistenze, è un’ingiustizia di gran lunga maggiore. Se si permettesse ai nemici dell’Islam di continuare tali attività, essi finirebbero per sradicare l’Islam stesso. Per questo, al fine di proteggersi da un’ingiustizia maggiore, è indispensabile intraprendere il jihad armato e adottare misure attive. Questa lotta armata deve essere portata avanti con ogni forza finché coloro che creano resistenza e blocchi sul cammino della verità e della giustizia non saranno completamente eliminati e finché la religione completa di Allah non sarà applicata in ogni ambito della vita.

6. Da un lato è stato impartito l’ordine rigoroso di mostrare il dovuto rispetto per i luoghi, i tempi e i riti sacri della religione; dall’altro, i musulmani sono stati protetti anche dalla falsa concezione della devozione religiosa secondo cui, persino se i nemici calpestassero l’onore e la dignità di tutte queste cose sacre e continuassero a massacrare i musulmani, essi non dovrebbero emettere neppure un suono e, dando importanza all’obbligo di rispettare l’onore dei luoghi e dei mesi proibiti e sacri, dovrebbero continuare a farsi massacrare docilmente e senza opporre resistenza. È stato detto che, se essi attaccano violando la dignità di un luogo o di un tempo, tale attacco deve essere respinto con tutte le proprie forze.

7. Il dovere religioso e morale dei musulmani non è stato limitato alla sola tutela della propria vita, dei propri beni e del proprio onore; al contrario, se in un’altra regione persone deboli e indifese sono oppresse dalla persecuzione e desiderano ardentemente essere liberate dalla morsa degli oppressori, è dovere del governo islamico rispondere al loro grido d’aiuto. In altre parole, alla forza islamica è stato affidato il compito di liberatrice e salvatrice dell’intera umanità. Il suo dovere più ampio e fondamentale è preservare i migliori valori della religione e della civiltà.

8. Anche stipulare un accordo per eliminare l’oppressione e l’ingiustizia è un mezzo pacifico. Il Messaggero, pace e benedizioni su di lui, ha fatto pieno ricorso anche a questo mezzo. Tuttavia, riguardo a coloro che violano gli accordi e le promesse, il Corano ha impartito l’ordine rigoroso di sottometterli con l’uso della forza. In particolare, coloro che, violando le promesse, cospirano per distruggere il centro islamico, rovesciare l’ordine o l’amministrazione costituiti e distruggere l’ordine esistente per creare l’anarchia, e che provocano per primi, devono considerare ciascuna di tali attività come una dichiarazione di guerra, anche se non hanno dichiarato apertamente guerra; non si può permettere che essa prosegua senza opporre resistenza.

9. A questo proposito è stato chiesto al governo musulmano di prestare particolare attenzione al fatto che il vero obiettivo delle attività militari non è uccidere o ferire la popolazione civile, innocente e disarmata, bensì eliminare i principali artefici delle forze contrarie alla rivoluzione islamica e delle forze kufr.

10. Si è messo in guardia sulle terribili conseguenze della negligenza e dell’indifferenza nell’adempimento dell’obbligo del jihad, affermando che, se sarete indifferenti al jihad, tutto questo vostro Stato, governo e potere andrà distrutto. Se non avanzerete con coraggio, gli oppositori si scaglieranno contro di voi, vi scacceranno e vi calpesteranno, instaurando il proprio dominio. Allora resterete a guardare a occhi spalancati, senza poter pronunciare neppure una parola. Riflettete su quale dolorosa punizione dovrete subire in una situazione del genere.

La natura dei conflitti bellici islamici

Alla luce della discussione precedente, non è possibile comprendere la forma e la natura delle guerre e dei conflitti tra gli organizzatori della rivoluzione islamica e i suoi nemici senza comprendere bene la teoria islamica del jihad. Il punto fondamentale da capire è che due forze storiche dell’Arabia erano impegnate in guerra l’una contro l’altra. Una forza voleva liberare il popolo dal terrore del governo jahilita, falso e oppressivo, e creare una nuova era di pace, sicurezza e giustizia. L’altra forza, invece, si era accanita nell’intento di annientare il movimento islamico, per mantenere immutato l’ordinamento sociale jahilita tradizionale. Tra i loro ideali e i loro obiettivi non era possibile alcuna intesa o compromesso duraturo; allo stesso modo, neppure attraverso accordi e trattative vi era spazio per una convivenza tra le due parti. La situazione era tale che: «O rimarrete voi, o rimarremo noi». Oppure, secondo il noto proverbio inglese, si potrebbe dire così: «Uccidilo prima tu, altrimenti sarà lui a uccidere te». La questione era in gran parte simile a quella di un agricoltore laborioso che, dopo aver coltivato con grande fatica un terreno incolto, vi crea un frutteto. Accanto a quella zona c’era una foresta, dalla quale gli animali selvatici venivano a devastare il frutteto. In una simile situazione, se egli non prendesse provvedimenti contro gli animali selvatici, il suo frutteto andrebbe distrutto. E se volesse proteggerlo, dovrebbe necessariamente essere spietato con gli animali selvatici. Ogni volta che nella storia si è verificata una rivoluzione totale, è diventato inevitabile il sorgere di una situazione di questo tipo, senza possibilità di compromesso. Comprendendo bene questo punto, non è più necessario entrare nella disputa se le guerre islamiche fossero o non fossero difensive. Viene così meno anche la base della propaganda insensata secondo cui i musulmani avrebbero costretto le persone ad accettare l’Islam con la spada. Non è neppure necessario analizzare separatamente ogni battaglia per individuarne le cause immediate e rassicurare coloro che si dedicano consapevolmente alla propaganda, dicendo loro che il governo islamico fu costretto a combattere quella guerra perché non aveva altra scelta. Questa responsabilità fondamentale ricade proprio sulla parte avversaria.

Oggi, quando vediamo che alcuni dei nostri precedenti studiosi hanno profuso grandi sforzi per esaminare le cause delle varie guerre, soprattutto della battaglia di Badr, e per delineare un quadro particolare della situazione, non riusciamo a capacitarci del motivo per cui questi analisti così minuziosi non abbiano compreso una verità tanto semplice e chiara, che, una volta enunciata, avrebbe risolto ogni questione senza bisogno di ulteriori spiegazioni o analisi. Dalla lettura delle loro preziose opere biografiche sul Profeta si ricava l’impressione che il diritto di emettere il giudizio definitivo su quale fosse o non fosse la vera causa spettasse agli occidentali. Come se noi avessimo soltanto il diritto di presentare la nostra difesa davanti a loro, e nulla di più. Vogliamo cambiare questo modo di giudicare. La massima e definitiva autorità per comprendere e spiegare la nostra religione, la nostra storia e la vita del nostro Profeta appartiene a noi, non ad altri. I criteri e le misure che la nostra religione e il nostro Messaggero ci hanno dato per la riflessione, la ricerca e il giudizio costituiscono il migliore criterio per comprendere ogni cosa. Siamo noi ad avere il maggiore diritto di valutare la nostra condizione. Che provengano dall’Occidente, dal Nord o dal Sud, essi non sono autorizzati a insegnarci la nostra religione e la nostra storia. Al contrario, dovrebbero apprendere da noi il significato delle cose della nostra religione e della nostra storia. È nostro compito, e non di altri, analizzare il significato delle azioni del nostro passato e spiegare il senso della nostra terminologia. Per valutare la nostra religione, la nostra storia e la vita storica del nostro Profeta, non accettiamo i criteri elaborati dall’antica Chiesa cristiana o dalla moderna civiltà materialista. Non siamo disposti a sottoporre la nostra storia e la nostra tradizione alla verifica di quei criteri invalidi.

 

Natura delle attività militari di Medina

Le attività militari dello Stato islamico non possono essere considerate uno scontro reciproco tra due imperi o un conflitto tra due fazioni religiose. Qui non vi era alcun progetto di conquista del mondo come quello di Alessandro e Napoleone, né alcuna ambizione di sottrarre l’indipendenza a paesi indipendenti come l’Olanda, la Francia e l’Inghilterra per fondare colonie. Qui il conflitto si svolgeva tra persone della stessa terra e della stessa nazione: una parte si adoperava disinteressatamente, con ogni sforzo, per attuare un programma determinato volto alla ricostruzione della nazione, mentre l’altra si impegnava a distruggerne l’esistenza con l’intento di far fallire quel progetto. Contro questa rivoluzione, la più pura, incontaminata e giusta della storia, le tribù dei Quraysh, gli ebrei e le tribù beduine, trascinate dalla cieca corrente dell’emotività negativa, avevano ordito le peggiori malefatte, crimini, complotti e congiure omicide. Dopo anni di ostinata attività, restava loro un solo passo da compiere: scendere in campo con un’aggressione armata aperta e, se possibile, porre fine per sempre a questa controversia. I Quraysh avanzarono per primi e gli altri li seguirono. Ma alla fine furono proprio loro a essere annientati. Queste guerre, sebbene non siano del tutto identiche, presentano in larga misura somiglianze con gli scontri avvenuti in Russia dalla Rivoluzione di febbraio fino a prima della Rivoluzione d’ottobre, oppure con quelli combattuti, nel nome della Rivoluzione francese, tra monarchici e rivoluzionari. Si possono anche paragonare alla guerra civile americana. Le guerre della Mecca e di Medina furono essenzialmente una forma di guerra civile. La causa prima di questa guerra civile fu che, da una parte, il Messaggero di Allah aveva abbandonato l’imitazione cieca dell’ordinamento jahilita ereditato dagli antenati e aveva adottato, per comando di Allah, una linea d’azione corretta. Dall’altra, i Quraysh non volevano permettergli di agire esercitando liberamente la propria coscienza e le proprie opinioni. I capi della jahiliyya volevano privare i giovani, con la forza e attraverso metodi violenti, della libertà di pensiero e di fede della loro coscienza consapevole. E questa coscienza consapevole era fermamente decisa a conquistare il proprio diritto naturale e a riconoscerlo anche agli altri.

La natura dell’attività militare dello Stato islamico primitivo di Medina nei suoi dieci anni risulta chiaramente dalle statistiche delle perdite umane. Non si può fare a meno di riconoscere che il Messaggero di Allah seguì una politica di minimo spargimento di sangue. Con perdite esigue riuscì a fondare uno Stato su un territorio di un milione di miglia quadrate. Fino al raggiungimento del successo definitivo della rivoluzione, morirono complessivamente 255 musulmani come martiri e furono uccisi 759 miscredenti. (Rahmatul lil-Alamin, Qadi Sulayman Mansur Puri, vol. 2, p. 265.) Per aprire la via al bene di centinaia di milioni di persone, fu necessario uccidere soltanto 750 oppositori. Gli autori delle calunnie dovrebbero collocare le proprie concezioni nel contesto della storia alla luce di queste statistiche. Se queste guerre fossero state combattute allo scopo di propagare una religione, non vi si sarebbero soltanto commesse atrocità della peggiore ferocia, come quelle perpetrate da ebrei e cristiani; in ogni singola guerra sarebbe stato ucciso un numero di persone molto maggiore. Se il Messaggero di Allah fosse sceso in guerra animato dall’ambizione di conquistare il mondo, avrebbe potuto far scorrere nei deserti dell’Arabia fiumi di sangue, proprio come fecero i grandi condottieri con assoluta disinvoltura. Anche se si fosse trattato dello scontro tra due Stati rivali, le perdite sarebbero state molto più ingenti. Analogamente, su 6.564 prigionieri di guerra, soltanto due furono condannati a morte per i loro crimini provati. In tutto, 6.347 prigionieri furono liberati. L’autore dell’opera Rahmatul lil-Alamin, dopo molte ricerche, ha affermato che non si conosce con certezza il destino di appena 215 prigionieri. Forse lo si saprà in seguito. È assai probabile che abbiano abbracciato l’Islam e si siano integrati nella società musulmana. In realtà, a Medina una società e uno Stato islamici in pieno sviluppo dovettero affrontare ostacoli interni, e scoppiò un conflitto tra abitanti legati tra loro, appartenenti allo stesso territorio. In un periodo assai breve, la questione fu risolta attraverso tre o quattro grandi battaglie, con perdite umane minime. In realtà, questa soluzione si stava realizzando soprattutto nell’ambito più vasto dell’opinione pubblica.

È motivo di riflessione pensare che, se al posto del Messaggero di Allah ci fosse stato un altro comandante, sarebbe mai stato possibile che egli ordinasse ai propri soldati, sul campo di Badr, di non uccidere i combattenti dei Banu Hashim, perché non erano venuti volontariamente ma vi erano stati costretti; di non uccidere al-‘Abbas ibn ‘Abd al-Muttalib e di non uccidere Abu al-Bukhtari ibn Hisham? (Per errore, Abu al-Bukhtari fu ucciso.) Si può forse immaginare che il sovrano vittorioso di Medina, sconvolto dai lamenti dei prigionieri di Badr, non riuscisse a dormire e andasse, nel cuore della notte, ad allentare i loro legacci? Non è sorprendente che, proprio mentre la guerra era in corso, egli abbia accolto la richiesta degli abitanti della Mecca, fatto uscire da al-Yamama un carico di cereali sottoposto a blocco e inviato alla Mecca, oltre a mandare a proprie spese cinquecento monete d’oro agli abitanti della Mecca colpiti dalla carestia? Inoltre, se l’uomo il cui vessillo della vittoria sventolava nel cielo il giorno della conquista della Mecca fosse stato chiunque altro al di fuori di Muhammad, e se il suo obiettivo fosse stato qualcosa di diverso dalla vittoria dell’Islam, avrebbe mai potuto dimenticare la tragica e oscura storia di quindici o vent’anni di persecuzioni bestiali e proclamare: «Oggi non vi sarà alcun rimprovero contro di voi; andate, siete liberi»? Mai. Se fosse stato un altro, i vicoli della Mecca sarebbero stati sommersi dal sangue dei Quraysh.

In realtà, sebbene fosse riluttante, il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) dovette scendere sul campo di battaglia. Perché questa strada passava proprio attraverso il campo del martirio. Tuttavia, invece di conquistare territori, desiderava conquistare i cuori degli uomini. Invece di rendere obbedienti i loro corpi con la spada, voleva sottomettere le loro menti con la ragione e i loro cuori con un carattere bello e naturale. La sua vera battaglia si svolgeva nell’arena dell’opinione pubblica. In quell’arena i suoi nemici venivano continuamente sconfitti. In realtà, il conflitto in cui il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) dovette impegnarsi contro i nemici della rivoluzione islamica, la guerra armata ne costituiva soltanto una parte molto piccola.

Le strategie militari del Messaggero (pace e benedizioni su di lui)

Il principio fondamentale della strategia militare del Messaggero (pace e benedizioni su di lui) era dare la priorità al rendere impotente il nemico, anziché versarne il sangue, finché questi non avesse offerto la propria collaborazione o rinunciato alla resistenza. Il dott. Hamidullah Siddiqi, eminente studioso del subcontinente che ha analizzato diversi aspetti della biografia sacra del Messaggero (pace e benedizioni su di lui), ha descritto così la sua strategia militare:

«In realtà, il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) preferiva costringere il nemico piuttosto che distruggerlo.» (Ahd-e Nabawi ke Maydan-ha-ye Jang, p. 44)

Altrove ha scritto:

«L’obiettivo della politica del Messaggero (pace e benedizioni su di lui) non era distruggere i Quraysh; il suo obiettivo era renderli impotenti e sconfiggerli, lasciandoli completamente intatti.» (Ahd-e Nabawi Mein Nizam-e Hukmaran, p. 249)

L’autore ha dimostrato in modo impeccabile questa sua tesi, fornendo una descrizione dettagliata delle tattiche adottate dal Messaggero (pace e benedizioni su di lui) e analizzando lo svolgersi degli eventi. Nell’ambito di questa strategia, il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) adottò le seguenti misure concrete:

«Egli sviluppò rapidamente le proprie forze di difesa sotto il profilo numerico, dell’organizzazione, dell’impegno, della preparazione militare e dell’addestramento morale; in seguito le mantenne costantemente attive come una macchina e, per mezzo di esse, tenne gli avversari intimoriti e terrorizzati.

Ha bloccato le rotte commerciali degli abitanti della Mecca, rendendoli incapaci di agire.

Attraverso intese e trattati, separò gradualmente diverse tribù dai nemici e le portò dalla propria parte.

Per le spedizioni militari adottò strategie diverse. Talvolta ricorse all’attacco a sorpresa, senza dare al nemico l’opportunità di prepararsi, come nella conquista della Mecca. Talvolta confuse gli avversari scegliendo un percorso inatteso e mantenendo segreta la destinazione della spedizione, come nella battaglia dei Banū al-Muṣṭaliq. Talvolta predispose in anticipo il piano della battaglia a proprio vantaggio, come nella battaglia di Badr; altre volte adottò una nuova strategia difensiva, di cui il nemico non aveva alcuna esperienza precedente, come nella battaglia del Fossato.

L’intero sistema difensivo dello Stato di Medina durante i dieci anni sopra menzionati è un chiaro esempio di questo principio fondamentale. Inoltre, quando vi uniamo quella visione magnanima e generosa del Messaggero, che non era animata dallo spirito di un conquistatore, bensì dall’ispirazione di un missionario, e che rappresentava, invece della collera e dell’ostilità di un comandante invasore, la profonda benevolenza e compassione di una guida spirituale, le obiezioni e le accuse sollevate da vari ambienti appaiono del tutto infondate. Eppure, nel tentativo di confutarle, gli occidentalisti hanno finito per distorcere l’intero corso degli eventi. Per esprimere l’atteggiamento di riforma e correzione dell’umanità che era vivo nel cuore del Messaggero, richiamiamo alcuni episodi.

Quando a Mecca l’oppressione e la persecuzione raggiunsero il culmine e l’ostilità dei Quraysh assunse una forma estremamente aggressiva, i principali artefici di quel terrorismo e di quella violenza infernali erano due: Abū Jahl e ʿUmar ibn al-Khaṭṭāb. Nei confronti di nemici così accaniti, nessun politico mondano avrebbe potuto fare a meno di nutrire un’estrema indignazione e di desiderarne segretamente la distruzione. Eppure, pur bruciando incessantemente nel fuoco della ferocia, il Messaggero pregava con voce supplichevole: «Che Allah conceda ad almeno uno di questi due la grazia di accettare l’Islam». Questa preghiera dimostra che questa guida dell’umanità anteponeva la loro riforma alla distruzione dei propri nemici e nutriva buone speranze per loro fino all’ultimo momento. La sua preghiera fu esaudita con la conversione all’Islam di ʿUmar.

Il secondo episodio riguarda il fatto che gli abitanti di Ṭāʾif umiliarono e ferirono il Messaggero, nonostante egli desiderasse il loro bene. Da un portabandiera della politica mondana, in una simile situazione, non ci si sarebbe potuti aspettare altro se non che il suo cuore si chiudesse per sempre nei loro confronti e che, se possibile, rovesciasse immediatamente l’intera città. Altrimenti sarebbe rimasto adirato e furioso contro di loro per tutta la vita e, alla prima occasione, una volta ottenuto il potere, avrebbe distrutto una città così barbara. Dopo quella persecuzione a Ṭāʾif, un compagno del Messaggero, profondamente addolorato, ragionò proprio in questo modo e disse: «Invoca una maledizione contro questi mostri umani». Persino Jibrīl, per mettere alla prova il suo atteggiamento interiore, gli fece sapere che, al suo cenno, gli angeli delle montagne erano pronti a schiacciare Mecca e Ṭāʾif tra le montagne. Ma il Messaggero disse: «No, si sono smarriti a causa della loro ignoranza. Anche se non crederanno, i loro discendenti accetteranno l’invito alla verità e diventeranno obbedienti all’Unico Dio».

Il terzo episodio è quello del campo di Uḥud. Quando, a causa di alcuni errori, ai musulmani fu inflitta una sconfitta da parte di Allah come segnale d’ammonimento, e lo stesso Messaggero rimase gravemente ferito, si creò un’atmosfera di estrema amarezza. In quella situazione, alcuni Compagni, comprensibilmente affranti, chiesero al Messaggero: «Invoca Allah contro i politeisti, affinché su di loro discenda la maledizione di Allah». Egli rispose: «Non sono stato inviato per maledire. Sono stato inviato come messaggero e portatore di buone notizie». Detto questo, pregò per i nemici: «O Allah, guida sulla retta via la mia gente, perché non sa». In altre parole, nonostante avesse ricevuto colpo dopo colpo dai Quraysh, era nato in lui il desiderio che essi non fossero distrutti. Al contrario, anche in tempo di guerra manifestava apertamente il desiderio che ottenessero la retta guida.

Durante la spedizione di Khaybar, per la conquista della fortezza di Qamūs, il Messaggero consegnò una bandiera speciale a ʿAlī e gli disse:

«O Ali, se per mezzo tuo anche una sola persona riceverà la guida, ciò sarà per te una grandissima benedizione.»

In altre parole, lo scopo principale non è infliggere danni fisici ai nemici né versare sangue; piuttosto, la cosa più importante è che nella mente e nel cuore del maggior numero possibile di persone avvenga un cambiamento e che esse accettino il nuovo sistema di vita.

Abbiamo preso in esame questi pochi episodi soltanto come esempi; altrimenti non mancano prove che chiariscono la visione fondamentale del Messaggero (pace e benedizioni su di lui). Gli uomini inclini alla guerra sono estremamente impazienti e irascibili. Al contrario, vediamo il Messaggero, amico dell’umanità (pace e benedizioni su di lui), molto pacifico, risoluto e ambizioso. Nella sua politica erano attive la strategia e la benevolenza, invece dell’uso della forza. Quale prova miracolosa più grande della sua abilità e saggezza politica si potrebbe trovare del fatto che, subito dopo essere giunto a Medina, attraverso colloqui e discussioni con persone di diversi livelli, egli pose le fondamenta dello Stato islamico? Probabilmente nell’intera storia dell’umanità non si trova un esempio di fondazione di uno Stato in questo modo, senza versare una sola goccia di sangue per una dottrina rivoluzionaria. Questa fu l’unica vera rivoluzione incruenta (Bloodless), alle cui origini non fu versata neppure una goccia di sangue umano e non cadde nemmeno un cadavere. Un evento così stupefacente riflette una caratteristica straordinaria della stessa profezia.

Non bisogna inoltre dimenticare che tutte le attività militari dello Stato islamico furono dirette esclusivamente contro i Quraysh e le tribù ebraiche, che lo avevano trascinato con la forza sul campo di battaglia. Tutti gli altri Arabi, ad eccezione dei Quraysh e degli Ebrei, erano impegnati nella loro vita normale. Fatta eccezione per alcune piccole zone, in nessun luogo dell’Arabia si combatté. Al contrario, la popolazione araba osservava da spettatrice silenziosa gli obiettivi, il carattere e la forza politica delle due potenze. Quando la potenza musulmana ebbe dimostrato la propria superiorità sotto ogni aspetto, delegazioni di diverse regioni e tribù avanzarono e accettarono l’Islam. Nessuna persona riflessiva poté fare a meno di notare anche questa verità: tutte le grandi battaglie, come Badr, Uhud e al-Khandaq, furono combattute nei dintorni di Medina perché furono gli stessi avversari ad arrivarvi come aggressori. Furono dunque loro a costringere il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) a sottomettere le fonti della potenza nemica. Per questo, per ridurre la forza dei Quraysh e dei loro alleati sottomessi, da Medina fu condotta una sola spedizione decisiva; e, dopo la conquista della Mecca, le battaglie di Hunayn e Ta’if eliminarono completamente la forza degli avversari. D’altra parte, anche i centri di potere degli Ebrei furono estirpati con il minimo spargimento di sangue.

Un enorme malinteso

A causa del lungo elenco delle spedizioni militari chiamate “ghazwa” e “sariyya” che si trova nei libri di hadith, di sira e di storia, non solo i non musulmani, ma persino molti musulmani stessi sono caduti in un grave malinteso. In realtà, “ghazwa” e “sariyya” sono termini tecnici specifici delle opere di hadith e di maghazi (la storia militare dell’Islam). Ciascuno di questi due termini ha un significato distinto. Ogni volta che veniva inviato un reparto militare — anche se composto da appena due uomini — per varie necessità, come una spedizione militare difensiva, una pattuglia o una guardia, la repressione di ribelli e criminali, la diffusione dell’istruzione e della predicazione, oppure la stipula di un accordo, esso veniva chiamato “sariyya”. Il reparto militare al quale partecipava personalmente il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) veniva invece chiamato “ghazwa”. Che tali reparti fossero effettivamente coinvolti in uno scontro o in un’altra attività, oppure no, in entrambi i casi venivano chiamati sariyya o ghazwa. Escludendo le operazioni minori, rimangono soltanto poche spedizioni militari importanti: Badr, Uhud, Ahzab o al-Khandaq, Khaybar e la Mecca, compresa Hunayn. Va ricordato che l’invio del “Jaysh al-Usra” (“la spedizione difficile”) a Tabuk e nelle regioni adiacenti ebbe come unica causa il timore di un attacco da parte del governo straniero della Siria, e la sua natura era completamente diversa. Ora discuterò brevemente queste spedizioni militari.

La prima questione che si presenta è: come ebbe inizio il conflitto? Per rispondere, esaminerò prima la posizione e il ruolo di entrambe le parti.

La mentalità aggressiva dei Quraysh

La mentalità dei Quraysh si rivela spontaneamente attraverso un episodio. Quando cospirarono per uccidere collettivamente il Messaggero (pace e benedizioni su di lui), i capi della Mecca espressero apertamente la propria mentalità durante la discussione. Fu avanzata la proposta di rinchiudere il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) in una prigione di ferro, con la porta sprangata, affinché morisse dibattendosi al suo interno. Udito ciò, un anziano proveniente dal Najd, lo Shaykh del Najd, disse: «Se lo imprigionate, il suo invito si diffonderà fino ai remoti orizzonti, oltrepassando le porte chiuse della prigione di ferro, e influenzerà i suoi compagni. Non sarebbe neppure strano che essi lo liberassero. Poi, diventando più numerosi di voi, vi sconfiggerebbero». Un’altra proposta fu: «Espelleremo Muhammad (pace e benedizioni su di lui) dal Paese. Che cosa ci importa dove andrà o dove vivrà dopo essere stato espulso? Basterà che scompaia dalla nostra vista, che ristabiliamo normali rapporti tra noi e che conserviamo la reciproca cordialità». (Sīrat Ibn Hishām, vol. 2, p. 94) La valutazione dello Shaykh del Najd, con cui respinse questa proposta, fu estremamente importante e venne accolta dall’assemblea. Lo Shaykh del Najd disse:

«No, per Allah, questo non è affatto conveniente per voi. Non vedete forse la dolcezza e l’eleganza del suo linguaggio, con cui radica la propria influenza nei cuori della gente? Per Allah, se farete questo, non riuscirete in alcun modo a liberarvi dalla sua presa. Potrà trovare rifugio presso una qualunque tribù araba, poi influenzare la gente con le sue parole; le persone potrebbero diventare suoi seguaci, ed egli potrebbe assalirvi insieme a loro, entrare nei vostri insediamenti, strapparvi il potere dalle mani e trattarvi come meglio crede. Adottate dunque un’altra strategia». (Sīrat Ibn Hishām, vol. 2, p. 94)

Leggendo queste parole dello Shaykh del Najd, si può intuire quanto fosse astuto e scaltro. Non si sbagliò affatto nel comprendere la personalità del Messaggero (pace e benedizioni su di lui). Allo stesso tempo, da tutta questa discussione risulta chiaro che, alla luce di tredici anni di esperienza, i notabili della Mecca avevano cominciato a considerare la personalità, l’indole, il messaggio e la dolcezza del carattere del Messaggero (pace e benedizioni su di lui) come un pericolo politico autonomo e una grave minaccia. La loro arroganza era giunta a tal punto che non erano disposti a tollerare che questo liberatore dell’umanità rimanesse vivo in qualunque parte della terra e potesse proseguire ovunque la sua opera di invito. Altrimenti sapevano che un giorno avrebbero dovuto rendere conto delle persecuzioni da loro inflitte e del crimine di aver espulso i giovani musulmani dalle loro case. Inoltre, il modo in cui si accordarono per uccidere il Messaggero (pace e benedizioni su di lui), le frenetiche ricerche per catturarlo dopo che era riuscito a fuggire e l’annuncio di una ricompensa ingente dimostrano inequivocabilmente che, se ne avessero avuto la possibilità, non avrebbero voluto concedergli neppure un istante di vita. La sua stessa esistenza era diventata una minaccia per loro e la sua vita una sfida. Non c’era alcuna ragione per cui il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) non dovesse venire immediatamente a conoscenza di questo atteggiamento dei Quraysh.

Retrocediamo ancora un po’ nella storia di questo episodio. Al momento del secondo patto di al-ʿAqaba, ʿAbbās aveva messo in guardia gli Anṣār dicendo: «Se riuscirete a realizzare lo scopo per cui invitate il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) e a fronteggiare l’opposizione che gli verrà mossa, allora sarà giusto che accettiate il difficile incarico che avete assunto». Inoltre, erano molto significative anche queste parole introduttive del patto: «Mi proteggerete come proteggete i vostri figli, le vostre famiglie e i vostri parenti». Degna di nota fu poi la risposta degli Anṣār: «Siate certo che siamo gente di guerra». In seguito, essi posero questa domanda: «A causa vostra molti dei nostri patti saranno annullati; non accadrà forse che, dopo che avremo sofferto tanto per voi, voi vincerete e poi ci lascerete per tornare dalla vostra famiglia?». Fu quindi molto significativo che il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) li rassicurasse dicendo: «Io sono vostro e voi siete miei». Altrettanto profondo fu l’avvertimento con cui ʿAbbās ibn ʿUbāda al-Anṣārī mise in guardia i propri compagni: «Vi state assumendo il rischio di combattere contro tutti gli uomini, bianchi e neri, del mondo intero. Badate che, vedendo andare perdute molte delle vostre ricchezze e uccisi i capi delle vostre tribù, non consegniate il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) nelle mani del nemico. Riflettete bene su tutto e decidete fin da ora».

Il significato di queste conversazioni è che, alla luce della situazione creata dai Quraysh, non solo il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) e ʿAbbās, ma anche gli Anṣār giunti da luoghi lontani, avevano compreso senza ambiguità che il patto che stavano per concludere equivaleva a una dichiarazione di guerra.

Un diavolo ascoltò di nascosto la conversazione dell’incontro per il patto e ne informò i Quraysh. In seguito, i principali capi dei Quraysh andarono uno dopo l’altro presso gli alloggi degli Anṣār e dissero: «Abbiamo saputo che avete incontrato Muhammad (pace e benedizioni su di lui) e che volete portarlo via da qui. Abbiamo anche saputo che gli avete stretto la mano e concluso un patto con lui per combattere contro di noi. Eppure, rispetto a qualsiasi altra tribù araba, è proprio contro di voi che ci dispiacerebbe maggiormente combattere». In altre parole, se gli Anṣār avessero portato il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) fuori dalla Mecca e gli avessero offerto un rifugio sicuro presso di loro, gli abitanti della Mecca lo avrebbero considerato una dichiarazione di guerra. Se gli abitanti di Medina lo avessero davvero fatto, ciò sarebbe stato del tutto evidente da parte della leadership dei Quraysh. In questo modo fu annunciata in anticipo la dichiarazione di guerra. Tuttavia, alcune persone non erano a conoscenza dell’accaduto. Quelle che lo sapevano mantennero la questione segreta.

Quando poi gli Anṣār che avevano stretto il patto partirono dalla Mecca, i Quraysh si consultarono sulla questione. Alla fine decisero che bisognava inseguirli. La carovana dei pellegrini di Medina riuscì a partire senza incidenti. Tuttavia, gli abitanti della Mecca catturarono Saʿd ibn ʿUbāda e Mundhir ibn ʿAmr e li picchiarono. Anche questo episodio mostra quanto fosse intollerabile per loro che il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) uscisse illeso dalla Mecca e quanto fosse grande la loro collera contro coloro che si erano impegnati a offrirgli un rifugio sicuro.

Lo dimostra anche il tentativo dei Quraysh di far tornare gli emigrati in Abissinia e, all’inizio, di impedire l’emigrazione a coloro che si dirigevano verso Medina: non gradivano affatto che il movimento islamico mettesse radici in un altro territorio. Erano fermamente decisi a impedire qualsiasi simile possibilità.

Da tutti questi eventi diventa chiaro come la luce del giorno che, già prima dell’Egira, i Quraysh avevano lanciato una sfida alla guerra contro qualunque potenza avesse dato rifugio al Messaggero, pace e benedizioni su di lui, e gli avesse permesso di piantare i semi del movimento islamico nel proprio territorio. Gli organizzatori della rivoluzione islamica non erano tanto ingenui da ignorare questa sfida.

Alla fine, la notizia della dichiarazione di questa guerra non dichiarata giunse per iscritto dalla Mecca a Medina attraverso una lettera cospiratoria. La lettera, recapitata ad ʿAbd Allāh ibn Ubayy, capo dei traditori di Medina, minacciava tutti gli Anṣār e gli ebrei di Medina con queste parole: «O espellete volontariamente Muḥammad, pace e benedizioni su di lui, da Medina, oppure attaccheremo Medina, vi uccideremo e faremo delle vostre mogli delle concubine».

In seguito, alleatisi con gli ebrei, i Quraysh dissero direttamente ai musulmani: «Non rallegratevi di essere riusciti a lasciare sani e salvi la Mecca. Verremo a Medina e vi faremo vedere chi siamo».

Fu proprio in quel periodo che Abū Jahl impedì a Saʿd ibn Muʿādh di compiere il ṭawāf attorno alla Kaʿba e disse apertamente: «Non mi piace che voi mettiate piede nel recinto della Kaʿba».

Ciononostante, in quel periodo dalla Mecca continuavano a partire piccoli reparti per compiere scorrerie e saccheggi. Non appena ne veniva informato, il Messaggero, pace e benedizioni su di lui, inviava gruppi di pattuglia come contromisura. In diverse occasioni, queste pattuglie di Medina avvistarono quei reparti meccani. Ma non appena si accorsero della presenza delle forze musulmane, essi fuggirono.

Nel tredicesimo mese dopo l’Egira accadde un fatto clamoroso. Kirz ibn Jābir al-Fihrī giunse a Medina, compì una razzia e portò via dai pascoli di Medina gli animali del Messaggero, pace e benedizioni su di lui, i cammelli dello Stato e il bestiame di altre persone. Lo scopo evidente di questo episodio era dimostrare: «Possiamo venire da trecento miglia di distanza e saccheggiare in questo modo i beni del vostro Stato». (Sīrat Ibn Hishām, vol. 2, p. 238; Aṣḥaḥ al-Siyar, p. 125; Raḥmat li-l-ʿĀlamīn, vol. 1, p. 140)

Il Messaggero, pace e benedizioni su di lui, inseguì personalmente i predoni alla testa di un piccolo reparto e nominò Zayd ibn Ḥāritha governatore provvisorio di Medina. Giunse fino alla valle di Ṣafwān, nei pressi di Badr, ma non riuscì a raggiungerli. Questo episodio fu un atto di tale insolenza da parte del nemico che non poteva in alcun modo essere tollerato. I funzionari di un governo dotati anche solo di un minimo di coraggio e valore, e che nutrano anche solo un briciolo di rispetto e amore per la propria libertà e la propria patria, non possono tollerare una simile sfrontatezza. Sebbene si trattasse di una razzia, dal punto di vista politico equivaleva a un attacco. A quel punto, davanti a Medina si profilavano l’epoca di una guerra inevitabile e un futuro intriso di sangue.

C’era una ragione importante per cui l’attacco della Mecca contro Medina fu rimandato fino al secondo anno dell’Egira. Se non avessero incontrato alcun ostacolo, i Quraysh avrebbero attaccato anche prima e non avrebbero dato al nuovo Stato islamico di Medina il tempo di prepararsi alla difesa. Tra la Mecca e Medina si trovava il territorio della tribù di Banū Kināna, con la quale i Quraysh erano da lungo tempo in inimicizia. Si temeva innanzitutto che Banū Kināna non avrebbe permesso ai Quraysh di attraversare il proprio territorio. E, anche se glielo avesse permesso, si temeva inoltre che Banū Kināna potesse attaccare la Mecca, vedendola indifesa. Esisteva almeno il timore che, in un momento delicato, potessero interrompere le comunicazioni tra la Mecca e le forze dei Quraysh impegnate nell’attacco a Medina. Surāqa ibn Mālik al-Madlājī al-Kinānī era il capo di quella zona intermedia. Quando seppe che, a causa di questi timori, i Quraysh non riuscivano ad attaccare Medina, si recò spontaneamente alla Mecca e assicurò loro la propria collaborazione. Fu come conseguenza di questa alleanza che ebbe luogo la battaglia di Badr.

Pertanto è chiaro che i Quraysh non attendevano alcun attacco da parte dei musulmani, né erano alla ricerca di qualche pretesto per lanciare un’aggressione militare. In loro, l’atteggiamento e la determinazione all’aggressione erano pienamente attivi. (Bahmatul lil-‘Ālamīn)

Il sistema di difesa di Medina

Esaminiamo ora la situazione della seconda parte.

Quando esaminiamo la situazione del Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) e della sua organizzazione rivoluzionaria, troviamo sotto ogni aspetto prove e testimonianze del fatto che la guerra era la cosa più indesiderata per loro. Innanzitutto erano un gruppo giunto in una terra sconosciuta, privo di casa, mezzi e sostegno; inoltre, metà di quel gruppo era stata economicamente devastata e si stava adoperando autonomamente per il proprio reinsediamento. Per di più, davanti agli organizzatori della rivoluzione islamica si erano presentati contemporaneamente i compiti di rendere un nuovo ambiente adatto alla rivoluzione islamica, stabilire legami di fratellanza tra le diverse tribù, impartire loro una formazione morale e psicologica e, soprattutto, fondare un nuovo Stato islamico e sviluppare l’amministrazione di tutti i suoi apparati. Ciascuno di questi programmi richiedeva una lunga attenzione ininterrotta e un grande impegno. Un piccolo gruppo circondato da problemi tanto difficili non avrebbe mai potuto desiderare la guerra. D’altra parte, però, essi avevano una grande missione per tutta l’umanità. Il loro obiettivo sacro era garantire il bene di tutti gli esseri umani del mondo. Per illuminare l’intera civiltà accendendo la fiaccola della più grande verità della vita — cioè il dominio e la sovranità dell’unico Allah — avevano sacrificato tutte le gioie e le comodità della propria vita. Avanzavano dopo aver acquisito le qualità rischiose e difficili della pazienza e del dare la precedenza agli altri. La grande verità dell’Islam era l’unico patrimonio della loro vita. Erano pochissimi di numero e anche lo Stato di Medina era del tutto nuovo. Tutto il loro futuro era legato a quel piccolo patrimonio. Il naturale ardore che nutrivano per preservare quello Stato era simile all’ansia e al desiderio impetuoso di una gallina che, vedendo un falco volare nel cielo, dimentica ogni cosa e copre i propri pulcini con le ali e le piume. Erano pronti ad affrontare persino le montagne con i loro corpi ormai esauriti e logorati. Dimenticando ogni gusto, piacere e interesse personale, nutrivano una forte passione ed energia per spezzare le ali di ogni forza che guardasse con ostilità agli obiettivi e allo scopo della loro vita. Anche dopo essere giunti nell’aria vivace, nei giardini e nell’incomparabile ambiente fraterno di Medina, non dormirono mai spensierati, nemmeno per un istante, dimenticando il dolore e l’angoscia della Mecca e tirando un sospiro di sollievo. Il loro sguardo non si distolse neppure per un momento dalle spade dei potenti signori della Mecca, senza alcuna certezza su quando sarebbero caduti vittime del loro attacco improvviso. Né il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) mostrò alcuna negligenza nell’adottare misure difensive, né i suoi compagni mancarono al proprio dovere. Non erano asceti né monaci; erano invece persone estremamente sagge e operose, desiderose di costruire un mondo nuovo. Tra persone capaci di fare la storia non mancavano né l’intelligenza né l’acume necessari per rispondere alla forza degli avversari mediante il ricorso a una forza contrapposta.

La strategia difensiva del Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui)

Vediamo ora quali strategie difensive adottò il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui).

I Muhājirūn giunti a Medina insieme al Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) non erano persone che cercassero soltanto un luogo di pace e sicurezza per sé. Il motivo per cui avevano abbandonato la patria non era neppure il perseguimento di ambizioni economiche. Al contrario, erano giunti per un obiettivo più elevato e nobile. Non avevano dimenticato quell’obiettivo per dedicarsi alla sistemazione dei propri interessi mondani e al soddisfacimento delle proprie ambizioni economiche. Il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) li aveva reinsediati in modo organizzato e aveva istituito con gli Anṣār una fratellanza sociale ed economica. Poi li aveva inseriti in una disciplina organizzativa attraverso il centro culturale basato sulla moschea. Aveva iniziato immediatamente la loro formazione psicologica, pratica e morale mediante il culto, la predicazione, l’insegnamento del Corano e altri mezzi, ampliando e sviluppando questo lavoro con grande rapidità e sollecitudine. Al tempo stesso li aveva uniti attraverso l’amministrazione statale. Così quei Muhājirūn privi di mezzi, unendosi agli Anṣār, si trasformarono in una forza invincibile, che diventava continuamente più salda. In altre parole, essa fu preparata dando priorità alla forza umana.

A questo proposito è assolutamente necessario riferire qui un’informazione importante. Anche Medina, come la Mecca, era un luogo estremamente adatto dal punto di vista difensivo. Inoltre, la posizione geografica di Medina era talmente eccellente che si trovava proprio di fronte ai luoghi strategici della Siria e dell’Iraq. Era situata accanto alla più importante strada commerciale dell’Arabia e a soli 70-75 miglia dal mare. La città costituiva una solida fortezza di difesa naturale. Un po’ di vigilanza, l’organizzazione degli abitanti e una strategia difensiva adeguata avrebbero potuto renderla ancora più forte. La città di Medina si estendeva su una pianura lunga circa dieci miglia e larga dieci miglia, nella quale erano disseminati, a una certa distanza gli uni dagli altri, piccoli insediamenti appartenenti alle diverse tribù. Questa zona era chiamata il ‘ventre di Medina’ e ‘Ḥaram’, cioè area inviolabile. Al centro di questa pianura irregolare si trovava il monte chiamato Salaʿ, insieme ad altre piccole montagne. I due monti Īr e Thawr la circondavano. Negli insediamenti tribali si trovavano solide fortificazioni naturali chiamate Āṭām e Aʿjām. Un tempo queste fortificazioni arrivavano a essere un centinaio.

La parte di Medina conosciuta come «Madinat al-Nabī» si trovava nel centro della città. In questa zona erano situati la Moschea del Profeta, le abitazioni della famiglia del Profeta e la capitale. A sud vi erano fitti giardini; a sud-est si trovavano gli insediamenti di Qubāʾ e di Awālī, insieme ai loro giardini e frutteti. A est, da Qubāʾ fino a Uḥud, si estendevano da est a ovest i quartieri ebraici. Anche a sud-ovest vi erano numerosi insediamenti e giardini. Proprio vicino a una porta delle antiche mura di Medina, chiamata Bāb al-Shāmī, risiedeva la tribù dei Banū Sāʿida (nel cui cortile coperto venne completata la nomina del primo califfo). Di fronte a essa, sul monte Salʿā, risiedeva la tribù dei Banū Ḥarām. A nord-ovest, lungo il Wādī al-ʿAqīq fino al pozzo di Rūma, vi erano numerosi giardini; a sud si ergevano alte montagne e, tra alture e pianure, si snodavano sentieri impervi. A est e a sud di Medina vi erano terreni rocciosi. Questi terreni non erano adatti né all’allestimento di un accampamento militare né a fungere da campo di battaglia. Soltanto a nord la strada che conduceva alla città era aperta dal punto di vista militare. Per questo i Quraysh scelsero quella direzione per combattere le battaglie di Badr e di Uḥud. Tuttavia, per le truppe meccane attaccare da nord era militarmente complicato, e ciò era vantaggioso per Medina.

Tuttavia, per sfruttare la posizione di Medina e i vantaggi del suo ambiente, era indispensabile sottoporre l’intera popolazione a una disciplina comune. A questo scopo, il secondo più grande merito del Messaggero, pace e benedizioni su di lui, fu quello di riunire, mediante la stipulazione di un patto, gli Ebrei, gli Aws, i Khazraj e le altre tribù sotto una disciplina comune, nonostante le loro differenze religiose, culturali ed economiche. Trasformare, in pochi mesi e in un ambiente del tutto sconosciuto, persone reciprocamente ostili in cittadini della stessa unità politica, cioè dello stesso Stato, fu una brillante dimostrazione della sua lungimiranza e abilità politica. Una prova ancora più grande della sua competenza fu che, nella costituzione scritta di questa unità politica, o Stato, tutti i poteri relativi alla giustizia, alla legislazione, alla conduzione della guerra e alla critica furono chiaramente affidati al Messaggero, pace e benedizioni su di lui, e in essa si rifletteva il principio fondamentale della sovranità di Allah. A tutti i partecipanti a quel documento politico fu fatto promettere che i politeisti e gli Ebrei che si fossero uniti alle tribù arabe sarebbero stati seguaci dei musulmani e loro alleati in guerra. Essi non avrebbero protetto né le vite né i beni dei Quraysh della Mecca, e non avrebbero ostacolato i musulmani quando questi avessero attaccato i Quraysh. Fu inoltre stabilito che la guerra e la pace sarebbero state questioni collettive. Qualunque guerra sarebbe stata una guerra di tutti, e partecipare alle operazioni militari sarebbe stato indispensabile e obbligatorio per tutti. Tuttavia, ciascun alleato avrebbe sostenuto personalmente le spese della guerra nella propria parte. Con gli Ebrei fu stabilito in modo inequivocabile che, con coloro con i quali i musulmani avessero concluso accordi e tregue, anche gli Ebrei avrebbero concluso accordi e tregue. Essi avrebbero partecipato in egual misura alla difesa di Medina. Se qualcuno avesse attaccato i musulmani, gli Ebrei li avrebbero aiutati; e, in risposta, se qualcuno avesse attaccato gli Ebrei, i musulmani li avrebbero aiutati. (Il sistema di governo nell’epoca del Profeta: dott. Hamidullah Siddiqi)

Dalle clausole pertinenti del documento costituzionale di Medina risulta che il Messaggero, pace e benedizioni su di lui, avvertiva una chiara minaccia di aggressione militare da parte dei Quraysh e stava predisponendo politicamente adeguate misure preventive per affrontarla.

Dichiarare Medina un ḥaram, cioè una città sicura, o una «City of peace», fu un provvedimento di grande importanza. Anche questa decisione fu registrata nel suddetto documento costituzionale. Dal punto di vista religioso, il suo significato era che l’intero ambiente era sacro e che rispettarlo costituiva un dovere imprescindibile dei suoi abitanti. Dal punto di vista politico, significava che, proprio come i Quraysh erano protetti in una città sicura, il Messaggero, pace e benedizioni su di lui, aveva garantito ai cittadini dello Stato di Medina un luogo di abitazione sicuro. Sotto questo aspetto, dunque, la condizione della Mecca e quella di Medina erano equivalenti. In tal modo veniva rivolta agli abitanti della Mecca una sfida implicita: se avessero violato la sacralità di Medina e aggredito i suoi abitanti, non avrebbero potuto rimanere indenni entro il recinto della sicurezza e della sacralità della Mecca.

Il perimetro di sicurezza di Medina definiva anche i confini della sede centrale, o capitale, del governo islamico. Il Messaggero, pace e benedizioni su di lui, dedicò particolare attenzione alla definizione permanente di tali confini. Ordinò ad Abū Kaʿb ibn Mālik di costruire alte torri di avvistamento lungo tutto il perimetro di Medina. In ottemperanza a questo ordine, egli eresse colonne simboliche in vari punti: sulla collina di Dhāt al-Jaysh (che si trova, a quanto pare, presso il monte Ḥufayra, situato nel mezzo di Bayḍāʾ, sulla strada tra la Mecca e Medina), su Ḥushayrib (collegato a Dhāt al-Jaysh), sul monte Makhīz (sulla via della Siria), a Ḥufayā (nella giungla a nord di Medina), nel luogo chiamato Dhū al-ʿUshayr (situato ai margini di Ḥufayā) e sul monte Tīm (a est di Medina); i resti di queste colonne sono ancora visibili. Questo perimetro delimitato era lungo circa una manzil e largo una manzil. (Il documento del Profeta sul campo di battaglia: dott. Hamidullah Siddiqi, pp. 11-12)

Dopo aver consolidato l’ordine interno di Medina, il Messaggero, pace e benedizioni su di lui, rivolse immediatamente la sua attenzione alle tribù vicine. Si recò più volte nella zona sud-occidentale di Medina e nelle regioni costiere del Mar Rosso. Il primo luogo che visitò fu Dūʿān, situato a sette miglia da al-Abwāʾ, sulla strada per la Mecca. Lì strinse un’alleanza con i Banū Ḥamza. Allo stesso modo, concluse rapidamente accordi con le tribù che vivevano nei dintorni di Yanbuʿ. In questa importante area politica ottenne l’appoggio della tribù dei Juhayna durante il primo anno dell’Egira; all’inizio del secondo anno dell’Egira, quello dei Banū Ḍamra, dei Banū Zurʿa e dei Banū Rābiʿa; e verso la fine del secondo anno dell’Egira, anche quello dei Banū Mudlij. Con alcune tribù furono persino conclusi accordi di difesa comune, in base ai quali, se esse fossero state attaccate, i musulmani le avrebbero aiutate e, se fossero stati attaccati i musulmani, esse avrebbero aiutato i musulmani. In alcuni accordi fu imposta soltanto l’obbligazione di non mantenere rapporti di amicizia con i nemici del Messaggero, pace e benedizioni su di lui. In altri si ottenne soltanto il riconoscimento della neutralità: se un nemico fosse entrato in guerra contro lo Stato islamico, la tribù vincolata dal patto sarebbe rimasta neutrale. Ciò dimostra che la saggezza politica del Messaggero, pace e benedizioni su di lui, era caratterizzata da grande flessibilità. (Il documento del Profeta sul campo di battaglia)

Questo clima di amicizia aprì la strada alla diffusione dell’Islam tra tutte queste tribù; e non occorre spiegare ulteriormente che, grazie a ciò, in quelle tribù si formarono numerosi sostenitori e attivisti del movimento islamico.

In seguito, questa strategia politica del Messaggero, pace e benedizioni su di lui, si trasformò in un principio autonomo, ed egli si recò a questo scopo in ogni regione. Ogni volta che lasciava Medina, sia per una spedizione militare sia per un’operazione di pattugliamento, l’estensione dei rapporti di amicizia rientrava sempre tra i suoi obiettivi. Non ne fornisco qui una descrizione dettagliata; se ne presenterà l’occasione più avanti. In breve, stabilire rapporti di amicizia era un mezzo estremamente efficace per indebolire il nemico, portare avanti il movimento islamico, rafforzare la propria politica di difesa ed estendere i confini dello Stato.

Parallelamente a tutte queste strategie, il Messaggero di Allah (s.a.) e i suoi compagni, promotori della rivoluzione islamica, avevano compreso pienamente questa realtà: l’esistenza della piccola isola che avevano trovato in mezzo a un mare sconvolto dalle tempeste, dove riuscivano a malapena a tenere la testa fuori dall’acqua, era costantemente minacciata. Dovevano dunque invertire il corso della tempesta e calmare il mare; altrimenti anche quell’isola sarebbe scomparsa per sempre nel mare come una bolla. Con estrema rapidità si trasformarono in una forza militare. Comprendevano con tale precisione le esigenze sempre nuove del movimento islamico nelle mutate circostanze, da sviluppare immediatamente in sé le capacità necessarie per passare alle nuove fasi. Quando a Medina fu lanciato l’appello al jihad, non esitarono né indugiarono neppure per un secondo nel passare dalla loro condizione precedente al nuovo ruolo. Nessuno di loro pensò mai: «Noi siamo predicatori e oratori; che rapporto abbiamo con la guerra? Quello è il campo dei politici mondani e dei conquistatori di regni. È forse appropriato per riformatori come noi? La politica e il governo, o la guerra, non possono essere compiti dei predicatori della religione!»

Il compito dei predicatori sarebbe dunque restare a subire colpi e dare il massimo esempio di pazienza. Se il gruppo islamico di Medina avesse ragionato in questo modo, il movimento islamico sarebbe stato sconfitto proprio lì. Non sarebbe stata necessaria alcuna forza esterna per porvi fine.

Questi pochi Compagni erano esperti nella predicazione della propria religione ed erano anche i soldati più devoti e dediti alla difesa dello Stato islamico fondato su questa religione. Presero provvedimenti immediati per trasformarsi in soldati ben organizzati. Medina, che era una città sicura, una scuola e il centro della civiltà islamica, si trasformò anche in una solida base militare.

Da parte di Allah, al Messaggero (s.a.) fu affidato il compito di comandante militare. Egli assolse questo compito con tale perfezione che si potrebbero scrivere innumerevoli grandi libri dedicandosi soltanto alla sua trattazione.

L’organizzazione delle pattuglie e i suoi obiettivi

Il grande capo dello Stato di Medina iniziò a inviare reparti militari per pattugliare le zone circostanti già dopo appena quattro o sei mesi dall’Egira. Prima della battaglia di Badr furono inviati i seguenti reparti:

1. Un reparto di 30 soldati, al comando del comandante Hamza ibn Abd al-Muttalib, fu inviato verso un luogo chiamato Sayf al-Bahr. Lo scopo era osservare i movimenti del nemico. Abu Jahl era uscito da Medina con trecento uomini, ma, avendo visto i musulmani di guardia, tornò indietro. (Era Ramadan dell’anno 1 dell’Egira.)

2. Un reparto di 60 uomini, al comando di Abu Ubayda ibn al-Harith, fu inviato per conoscere la situazione militare degli abitanti della Mecca. In un luogo chiamato Thaniyyat al-Murra furono avvistati 200 uomini del nemico, al comando di Ikrima oppure di Abu Sufyan. Questo reparto effettuò la pattuglia e rientrò sano e salvo. (Era Shawwal dell’anno 1 dell’Egira.)

3. Un contingente di 80 uomini, al comando di Saʿd ibn Abī Waqqāṣ, fu inviato fino a Juhfa per effettuare una ricognizione. Ritornarono senza sferrare alcun attacco. (Dhul-Qaʿda, 1º anno dell’Egira)

4. Il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) si recò personalmente nella regione di Abwāʾ con 70 uomini. La via commerciale dei Quraysh passava proprio attraverso Abwāʾ. Il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) concluse un accordo con ʿAmr ibn Fahdhasha Ḍamrī e ritornò senza alcuno scontro. (Ṣafar, 2º anno dell’Egira)

5. Il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) si diresse personalmente verso Buʿāth con 200 soldati, nella zona del monte Rajwā, vicino a Yanbuʿ. Lungo il cammino incontrò una carovana dei Quraysh composta da cento uomini e guidata da Umayya ibn Khalaf. Tuttavia, non venne lanciata alcuna sfida. (Era Rabīʿ al-Awwal, 2º anno dell’Egira)

6. Quando Kirz ibn Jābir al-Fihrī razziò e portò via il bestiame di Medina, il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) lo inseguì con 70 soldati. Kirz riuscì a fuggire salvando la vita. Tuttavia, quell’inseguimento dimostrò che Medina era una potenza sempre vigile e sempre pronta all’azione. (Rabīʿ al-Awwal, 2º anno dell’Egira)

7. Il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) si recò a Dhū al-ʿUshayra con una forza di 150 uomini, vicino a Yanbuʿ, tra Mecca e Medina, e lì concluse accordi con i Banū Madlaj e i Banū Ḍamra. (Jumādā al-Thāniya, 2º anno dell’Egira).

8. Un contingente di 125 uomini, al comando di ʿAbd Allāh ibn Jaḥsh, fu inviato in ricognizione verso Nakhlah. Questa forza entrò in scontro con un contingente dei Quraysh. (Rajab, 2º anno dell’Egira)

Tutte queste spedizioni militari non venivano inviate con l’obiettivo di provocare scontri. Al contrario, riguardo allo scontro avvenuto a Nakhlah, in violazione della politica stabilita da Medina sotto l’influenza della situazione contingente, il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) espresse il proprio disappunto, liberò i prigionieri e pagò il prezzo del sangue per l’uomo ucciso. Queste spedizioni avevano anche altri obiettivi più importanti. Tra questi:

Sorvegliare i confini dello Stato di Medina, controllare i movimenti del nemico e far sapere ai Quraysh e alle altre tribù che a Medina era ormai stato istituito un governo regolare e che Medina ne era la capitale. Permettere ai volontari del gruppo rivoluzionario musulmano di conoscere le regioni circostanti, gli insediamenti e la situazione al loro interno, le strade e le riserve d’acqua. Addestrarli al comando delle truppe, all’adempimento dei propri doveri in qualità di comandanti, alla distribuzione reciproca delle responsabilità, alla suddivisione del tempo, all’elaborazione di strategie e alla rapida presa di decisioni. Senza tutto ciò, infatti, nessun sistema difensivo può funzionare. Inoltre, si intendeva far sapere ai Quraysh che la loro economia era ormai passata sotto il controllo di Medina. I musulmani potevano, quando lo desideravano, bloccare le loro vie commerciali e impedire il passaggio delle loro carovane. Va ricordato che il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) aveva viaggiato a Busra e a Medina durante la sua infanzia, e nuovamente in Siria nella sua giovinezza. In quelle occasioni aveva compreso l’importanza geografica e politica di Medina e aveva acquisito familiarità con le vie commerciali dei Quraysh. Grazie a questa esperienza acquisita in precedenza, non incontrò alcuna difficoltà nell’elaborare una politica di intimidazione e pressione. D’altra parte, essendo uno dei Quraysh e, in particolare, un commerciante, il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) conosceva il principale mezzo di guadagno dei Quraysh. Anche escludendo i commerci con Ṭāʾif, lo Yemen e Najrān, dai soli commerci con la Siria e l’Iraq i Quraysh ricavavano ogni anno duecentocinquantamila ashrafi. (Tafhīm al-Qurʾān)

Queste spedizioni venivano inviate nell’ambito di un programma di addestramento volto a insegnare ai soldati a condurre la guerra, affinché potessero muoversi e agire come una macchina sotto un comando centrale, ricevessero l’addestramento al combattimento in formazione, imparassero a usare le bandiere e i vari simboli militari e sviluppassero la capacità di osservare, anche in situazioni difficili, la preghiera, il digiuno e le altre prescrizioni della sharia. Egli istituì inoltre un sistema efficiente per la raccolta delle informazioni. Grazie a ciò, poteva tenersi al corrente della situazione della Mecca, delle tribù circostanti e delle zone di confine. Allo stesso tempo, predispose la custodia e la sorveglianza della capitale e degli uffici centrali del governo.

Questa era la situazione su entrambi i fronti, a causa della quale i Quraysh decisero di dare inizio alla battaglia di Badr.

Due cause concrete

Non vi è alcun dubbio che la situazione fosse completamente pronta per una guerra. Il saccheggio compiuto da Kirz ibn Jabir al-Fihri costituiva indubbiamente una sfida bellica per Medina. Nessun governo vigile e vivo potrebbe infatti interpretare in altro modo, se non come un’aggressione, una simile intrusione criminale di estranei all’interno dei propri confini. Inoltre, si verificò l’incidente di Nakhla. Sebbene quell’episodio fosse simile a uno scontro di frontiera, come quelli che talvolta avvengono tra soldati di due Paesi senza l’autorizzazione dei governi e dei comandanti militari, gli abitanti della Mecca ebbero grazie a esso una straordinaria occasione per diffondere propaganda calunniosa. Sollevarono un enorme clamore: «Ecco, i portatori del vessillo della nuova religione hanno calpestato persino la sacralità dei mesi proibiti!». Nel frattempo, il Messaggero ﷺ liberò i prigionieri catturati in quell’episodio, pagò il prezzo del sangue per l’uomo ucciso e, in qualità di capo del governo dello Stato islamico, si dichiarò estraneo alla responsabilità dell’accaduto. Allo stesso tempo, però, il Corano confutò la propaganda degli abitanti della Mecca affermando che combattere durante i mesi proibiti è certamente un male, ma che impedire alle persone di accettare la religione di Allah, espellerle dal Sacro Santuario e ostacolare l’opera di riforma dell’umanità è un male ancora peggiore della guerra e dell’uccisione. Se i musulmani avessero impugnato le armi per estirpare queste vostre malefatte, ciò sarebbe stato un atto benefico da parte loro. Un aspetto positivo dell’incidente di Nakhla fu che i Quraysh tornarono in sé. Capirono che coloro che avevano ridotto in miseria ed espulso, e che consideravano una preda facile, erano capaci di rispondere al sasso con la pietra. Ciononostante, i propagandisti della Mecca attinsero all’incidente di Nakhla il combustibile con cui alimentare il fuoco dell’ira.

Le tre necessità dei Quraysh

I Quraysh dovevano affrontare tre grandi problemi per attaccare Medina. Primo: ottenere la collaborazione dei Banu Kinana. Secondo: procurarsi combattenti esperti per la guerra. Terzo: sostenere le spese belliche. Ho già menzionato in precedenza come fu risolto il primo problema. Il secondo fu risolto nel modo seguente: i Quraysh conclusero un accordo con gli Ahābīsh. Nei pressi della Mecca si trova una montagna chiamata Hubshī. Le tribù dei Banu Nadir, dei Banu Malik, dei Mutayirīn e altre, che abitavano nei pressi di quella montagna, stabilirono tra loro rapporti di alleanza. Furono chiamate Ahābīsh. Gli Ahābīsh possedevano capacità combattive molto superiori a quelle degli abitanti della Mecca. Non prestavano servizio soltanto in virtù dell’alleanza, ma anche come mercenari. Tuttavia, a causa della fretta, non fu possibile portarli con sé alla battaglia di Badr. Dopo aver visto l’esito della battaglia di Badr, i capi dei Quraysh dovettero pentirsi di questo errore. D’altra parte, i Quraysh avevano raggiunto un’intesa con la tribù ebraica dei Banu al-Mustaliq (composta da dodici rami). (Rahmatul lil-ʿĀlamīn)

Il terzo problema fu risolto nel modo seguente: gli abitanti della Mecca fornirono ingenti capitali alla carovana commerciale dei Quraysh che si recava in Siria per commerciare. Persino le donne sposate portarono i propri gioielli e gli altri risparmi. Secondo la testimonianza di Abu Sufyan, alla Mecca non vi era uomo o donna che non avesse partecipato a questa iniziativa. (Sīrat an-Nabī, Shibli, vol. 1, p. 292) L’obiettivo era investire il capitale massimo per ottenere il massimo profitto e utilizzare quei guadagni per finanziare la guerra e distruggere lo Stato islamico di Medina.

 

La carovana commerciale era l’avanguardia dell’esercito

È superfluo dire che, oltre agli altri preparativi bellici (dei quali il Messaggero di Allah, s.a., veniva immediatamente informato), l’adozione di questa strategia significava che questa carovana commerciale dei Coreisciti costituiva l’avanguardia stessa della spedizione militare. In altre parole, questa carovana era partita per procurare spade d’oro con cui tagliare la gola al movimento islamico. Quando la situazione è questa, anche oggi nessun governo civile del mondo permetterebbe all’avversario di muoversi indisturbato via terra, via mare o via aria lungo i propri confini. Gli aerei vengono abbattuti, le navi fermate o distrutte con i siluri, i beni confiscati, il servizio postale ostacolato e le transazioni commerciali interrotte. Perché soltanto allo Stato islamico di Medina viene rivolta la richiesta senza precedenti che avrebbe dovuto concedere al suo avversario la libertà di piantargli un coltello nel cuore? E perché, per non avergliela concessa, le sue attività difensive vengono definite saccheggio? Poiché tutti sanno che, in assenza di un’alleanza basata su un trattato, le vie commerciali passavano proprio attraverso i territori sottoposti all’autorità di Medina, per quale ragione sarebbe stato ragionevole, da parte del governo islamico, permettere al nemico di attraversare il proprio territorio?

Non c’è alcun bisogno di giustificare l’interesse manifestato a Medina per attaccare questa carovana. Non vi è alcuna ragionevole giustificazione per considerarlo, sotto qualunque aspetto, un peccato politico o difensivo. Se i musulmani nutrivano l’intenzione di attaccare questa carovana, tale intenzione era del tutto legittima. Se nell’animo di Abu Sufyan era sorta una simile apprensione, era del tutto naturale. In quell’atmosfera di timore, a causa di una qualche iniziativa di Medina, si diffuse in anticipo la voce che si stesse preparando un attacco contro la carovana. D’altra parte, Abu Sufyan aveva già verificato la situazione di Medina quando si era recato in Siria e, sulla via del ritorno, procedeva con estrema cautela. Dopo aver osservato la situazione, quando si rese conto che erano in corso attività misteriose e che il pericolo era imminente, inviò a Mecca un messaggero per chiedere aiuto militare e cambiò il percorso della carovana. Giunto alla Mecca, il messaggero, secondo l’usanza particolare degli Arabi, tagliò le orecchie del cammello, gli lacerò il naso, rovesciò la sella sul dorso dell’animale, si strappò la veste e, secondo la tradizione, cominciò a gridare nudo: «O abitanti della Mecca, uscite a salvare la vostra carovana dalla presa di Muhammad, s.a.; non tardate tanto che la carovana venga distrutta prima del vostro arrivo». Quel familiare richiamo teatrale suscitò in tutta la Mecca un’enorme agitazione. In breve tempo fu approntato un grande esercito. In esso erano presenti di persona tutti i capi anziani, ad eccezione di Abu Lahab, e tutti erano armati. Lo scopo dei comandanti dell’esercito non era soltanto salvare la carovana e ricondurla indietro; dal loro atteggiamento sembrava piuttosto che volessero annientare la potenza musulmana alla prima occasione e liberarsi per sempre di quel disturbo.

Se in quel momento la potenza musulmana avesse mostrato anche il minimo segno di debolezza, fosse rimasta inattiva e non avesse intrapreso alcuna attività militare, non solo la carovana avrebbe avuto l’opportunità di raggiungere in sicurezza la Mecca, ma anche l’esercito coreiscita sarebbe entrato nel territorio di Medina, avrebbe ostentato il proprio valore e sarebbe tornato indietro sano e salvo. Il risultato sarebbe stato la completa scomparsa dell’influenza e del prestigio di questo giovane Stato islamico. La superbia e l’arroganza delle forze ipocrite ed ebraiche di Medina sarebbero ulteriormente aumentate; agli occhi delle tribù circostanti lo Stato islamico non avrebbe avuto più alcuna importanza e, ancor prima di poter estendere le alleanze, sarebbe diventato difficile persino proteggere la vita, i beni e l’onore dei suoi pochi cittadini. Una potenza coinvolta in conflitti e scontri deve attraversare molte fasi: nonostante la scarsità della propria popolazione e delle proprie risorse e la gravità dei problemi, deve affrontare con estremo coraggio le sfide della situazione. Opportunità di questo genere si presentano assai raramente. Quando si presentano, se non se ne fa un uso adeguato e non si assolve con coraggio il dovere del momento, si è costretti a una ritirata così ignominiosa che, anche dopo molti anni, non è più possibile porvi rimedio. Anzi, talvolta accade che, rimanendo indietro rispetto ai tempi, l’intera opera vada perduta per sempre. Quando giunge il momento di un conflitto storico di questo tipo, non si prendono decisioni né si pianificano spedizioni guardando soltanto al numero dei soldati e alla quantità di armi, munizioni e rifornimenti. Si considera invece se, rimanendo indietro rispetto ai tempi, il corso della storia non finirà per travolgerci. È proprio in situazioni simili che si verifica la qualità della leadership e si misura anche la capacità dei seguaci. A Medina era giunto un momento storico di questo genere. Se il piccolo Stato islamico fosse stato dotato di forze sufficienti, non avrebbe dovuto permettere neppure alla carovana di proseguire indisturbata, né avrebbe dovuto risparmiarsi dal impartire una lezione all’esercito coreiscita. Ma portare a termine entrambe le operazioni contemporaneamente era oltre le sue possibilità. Perciò il decreto di Allah stabilì che una delle due parti dovesse essere sconfitta. Allah volle che, qualora si fosse combattuto, la guerra si svolgesse in modo da dimostrare che la verità è verità e la falsità è falsità, e da sradicare le fondamenta della miscredenza.

Il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) veniva informato, attraverso il proprio servizio d’informazione, dei movimenti sia della carovana sia dell’esercito. Alla fine convocò un consiglio nella valle di Safrān. Illustrò davanti all’assemblea l’intera situazione e chiese se l’esercito musulmano avesse la forza e il coraggio di assumersi un rischio considerevole. Tra gli autori di sīra dei nostri tempi vi è stato un acceso dissenso su questo punto: se il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) avesse convocato a Medina una riunione speciale dei Muhājirūn e degli Anṣār e fosse partito per combattere l’esercito dei Quraysh, ignorando la carovana, oppure se, al momento di lasciare Medina, fosse partito con l’intenzione di attaccare la carovana e, giunto poi nella valle di Safrān, avendo saputo che essa aveva preso un’altra strada, avesse convocato lì una riunione d’emergenza e deciso di combattere l’esercito dei Quraysh. La ragione di questa controversia è una vile accusa avanzata dagli orientalisti, secondo cui il governo di Medina — Dio ce ne scampi — avrebbe cercato di risolvere la crisi economica attraverso il saccheggio. Per questo si è tentato, contro ogni opera di tafsīr, di ḥadīth e di storia, di dimostrare che il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) non era partito con l’esercito per attaccare la carovana, ma aveva deciso, dopo essersi consultato a Medina, di combattere l’esercito dei Quraysh. Il principale sostenitore di questa posizione fu il Mawlānā Shiblī Nuʿmānī. Egli ritiene che anche il Corano sostenga la sua opinione. Eppure né il Corano, né le narrazioni attendibili, né lo svolgimento degli eventi sostengono la sua tesi, e anche l’accusa da cui ebbe origine questa controversia è infondata. Tratteremo diffusamente questo argomento al momento opportuno, in shāʾ Allāh. In realtà, è corretta la seconda interpretazione. Egli stesso aveva il coraggio e la determinazione di impegnare tutte le forze disponibili in una lotta per la vita o per la morte. Presentò al consiglio entrambe le possibilità: da una parte c’era l’esercito dei Quraysh, dall’altra la carovana commerciale. Si sarebbe potuto attaccare una delle due. Un gran numero di Compagni sostenne la proposta di attaccare la carovana. Secondo l’indicazione del Corano, tra costoro vi erano alcuni che preferivano seguire la via relativamente più facile e per i quali l’interesse economico rivestiva grande importanza. Il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) ripeté la domanda. Ciò significava che non era favorevole ad attaccare la carovana. Comprendendo questa allusione, tra i Muhājirūn, Abū Bakr, ʿUmar e Miqdād ibn ʿAmr assicurarono la loro collaborazione incondizionata e dissero: «Ovunque tu decida di procedere, secondo il comando di Allah, noi saremo con te. Non resteremo seduti come i Figli d’Israele dicendo: “Va’ a combattere, tu e il tuo Signore; noi resteremo qui seduti”». Il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) ripeté nuovamente la domanda. Voleva sapere quale fosse il punto di vista degli Anṣār. Nel patto di ʿAqaba era stato loro chiesto di impegnarsi soltanto a respingere un attacco contro Medina. Essi erano partiti con il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) esclusivamente per attaccare la carovana. Ma gli eventi successivi resero inevitabile una guerra in piena regola. Perciò era necessario conoscere il loro atteggiamento. Comprendendo il suo intento, Saʿd ibn Muʿādh parlò a nome degli Anṣār con pieno fervore di fede: «Agisci secondo la tua volontà. Siamo pronti a gettarci in mare insieme a te».

Infine, il 12 Ramaḍān del secondo anno dell’Egira, il governante dello Stato di Medina (pace e benedizioni su di lui) uscì dalla città di persona, accompagnato da oltre trecento combattenti: 86 Muhājirūn, 170 Khazrajiti e 61 Awsiti, per un totale di 317 uomini, sebbene il numero comunemente tramandato sia 313. Il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) partì con tale prudenza da dare l’impressione di voler attaccare da entrambe le direzioni. Da un lato teneva d’occhio la carovana, affinché Abū Sufyān comprendesse che la strada era pericolosa; dall’altro guardava verso l’esercito dei Quraysh. Tuttavia era necessario sapere in quale direzione si trovassero la carovana e l’esercito, e quale fosse la distanza tra loro. Non si sapeva neppure se vi fosse la possibilità che si riunissero, né se la carovana fosse rimasta indietro o si fosse diretta verso la costa. Giunto infine in un luogo chiamato Ṣafrāʾ, mandò Bishbīsh ibn ʿAmr al-Juhanī e ʿAdī ibn al-Rāghib verso Badr per cercare la carovana, mentre egli raggiunse la valle di Safrān. Si seppe che la carovana aveva abbandonato la strada di Badr, aveva preso il lungo percorso lungo la costa ed era ormai molto lontana. Il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) fu quindi costretto a dirigersi verso Badr.

Nel frattempo, dopo aver raggiunto la zona costiera e sentendosi al sicuro, Abū Sufyān mandò un messaggio all’esercito dei Quraysh: «Io e la mia carovana siamo ormai fuori pericolo. Tornate dunque indietro». Ma Abū Jahl era allora assorto in tutt’altro sogno. Era deciso a recarsi a Badr e ad attaccare i musulmani. I capi delle tribù di Muhārib e di ʿAdī erano stati portati con loro per proteggere la carovana da un possibile attacco musulmano. Perciò cominciarono a premere per il ritorno. Quando non furono ascoltati, tornarono indietro con i propri uomini. Ḥakīm ibn Ḥizām e ʿUtba cercarono di dissuadere Abū Jahl dall’andare in guerra. Ma Abū Jahl, udendo la loro richiesta, si infuriò. Insultò pesantemente coloro che sostenevano la pace e, al tempo stesso, eccitò i sentimenti di ʿĀmir, fratello di al-Ḥaḍramī, ucciso nell’episodio di Nakhlah. ʿĀmir scatenò un tumulto e provocò un enorme caos. Alla fine l’esercito dei Quraysh, equipaggiato con un’imponente armatura da guerra, giunse sul campo di Badr.

Dopo essersi consultato con i Compagni, il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) occupò una posizione relativamente più vantaggiosa e, elaborato un adeguato piano di battaglia, stabilì come schierare l’esercito. Raccolse informazioni segrete sul numero dei nemici e sulle personalità più importanti. Quando ebbe appreso l’identità di ogni combattente dell’esercito dei Quraysh, con il suo nome e la sua genealogia, disse ai suoi compagni: «La Mecca ha portato davanti a voi il meglio delle proprie viscere e dei propri reni». I combattenti dell’esercito nemico erano mille. Tra loro, seicento indossavano armature e cento erano cavalieri. Avevano con sé innumerevoli cammelli, una grande quantità di armi e provviste. Per intrattenere i combattenti vi erano numerose giare di vino e gruppi di cantanti. Schierare sul campo, per affrontarli, poco più di trecento uomini privi di mezzi e di risorse era un’audacia quasi inconcepibile. Un esercito, infatti, è costituito da molti altri elementi oltre che da soldati e armi. Il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) sapeva bene che, tra i soldati che stava schierando sul campo in un rapporto di «uno contro tre», erano attivi il fervore e il coraggio propri degli oppressi; essi possedevano una fede incrollabile nella verità e nella purezza della propria ideologia ed erano superiori per solidità organizzativa e morale. In loro si era diffusa la consapevolezza che non era in gioco soltanto la vittoria o la sconfitta in una battaglia, ma la sopravvivenza o la distruzione dell’intero movimento. Il loro passato, il loro presente e il loro futuro si erano concentrati tutti sul campo di Badr. Soprattutto, avevano una fede assoluta nell’aiuto di Allah. Ai loro occhi, proprio questo aiuto di Allah era la forza decisiva. Poi l’aiuto di Allah parve diventare del tutto imminente quando il Messaggero (pace e benedizioni su di lui), con gli occhi pieni di lacrime, la voce supplichevole e parole colme di dolore, recitò questa preghiera:

«O Allah, questi sono i Quraysh, che accorrono ebbri dell’orgoglio della propria nobiltà, con il solo scopo di impedire ai Tuoi servi di obbedirTi e di dichiarare menzognero il Tuo Messaggero. O Allah, inviami ora l’aiuto che mi avevi promesso. O Allah, distruggili già domani». Poi disse anche: «O Allah, se oggi queste poche vite venissero annientate, fino al Giorno della Resurrezione non ci sarebbe più nessuno a adorarti». Quando una personalità come il Messaggero di Allah presenta sul campo tutte le risorse del proprio movimento e bussa all’Arsh di Allah con una supplica tanto toccante, come potrebbe non scendere un esercito di angeli? Perciò, a questo punto, giunse davvero la lieta notizia della vittoria.

Le conseguenze della battaglia di Badr

Probabilmente l’intera storia dei tempi si era concentrata nel piccolo campo di Badr. Le due forze che muovevano questa storia, completamente animate dalla propria coscienza e dalle proprie motivazioni, si erano schierate l’una di fronte all’altra. Da una parte, per difendere la religione degli antenati, gli antichi usi e costumi, la leadership e gli interessi economici, il sangue era salito alla testa. Dall’altra c’era un diluvio di luce che si estendeva fino all’orizzonte, desideroso di diffondere in ogni ambito della vita dell’umanità la nuova alba sorta dal cielo di Medina; ai suoi occhi, squarciare il petto delle tenebre dell’ignoranza era un sacro dovere. In questa battaglia padri e figli, zii e nipoti, fratelli, suoceri e generi—tutti, dimenticando i legami di sangue, si schierarono gli uni di fronte agli altri per difendere il proprio ideale di vita. In tale circostanza gli Ansar, pur sapendo che sarebbero potuti diventare bersaglio delle frecce e delle spade di tutta l’Arabia, offrirono con tutto il cuore e con tutta l’anima il loro pieno sostegno al Messaggero. Fu una prova durissima. Gli amati compagni del Messaggero superarono questa prova e dimostrarono di essere i sinceri e disinteressati portabandiera del movimento islamico. Per l’inimmaginabile portata dei suoi risultati, questa battaglia non ha eguali nella storia dell’umanità. Si può dire che, nella storia, fu un’altra dimostrazione della distruzione dell’esercito degli elefanti per mano dello stormo di uccelli Ababil. La battaglia ebbe luogo il 17 di Ramadan. Ventidue valorosi combattenti dell’esercito islamico sacrificarono la vita per il proprio ideale, dimostrando di essere testimoni fedeli della verità suprema. D’altra parte, uccisero settanta combattenti nemici e, senza permettere che alcuno dei loro fosse catturato, presero altri settanta uomini come prigionieri di guerra. Inoltre, si impossessarono di un’enorme quantità di bottino. Utba, Shayba, Abu Jahl, Abul-Bukhtari, Zam‘a ibn al-Aswad, As ibn Hisham, Umayya ibn Khalaf, Munabbih ibn al-Hajjaj e numerosi altri notabili dei Quraysh caddero sotto le spade dei combattenti musulmani. Le file dei soldati nemici che combattevano sotto la loro guida furono completamente sconvolte. In realtà, proprio in questa prima battaglia la schiena dei Quraysh fu spezzata e l’orgoglio della loro potenza fu frantumato. Grazie a questa battaglia, il movimento islamico poté improvvisamente ergersi a testa alta e rivolgere lo sguardo verso il nuovo mondo del futuro. Per questo il Corano ha definito il giorno della battaglia di Badr ‘Yawm al-Furqan’, cioè la pietra di paragone che distingue e separa la verità dalla falsità. In realtà, fu proprio questa battaglia a decidere se sarebbe sopravvissuto e sarebbe stato degno di sopravvivere l’amato sistema jahilita dei Quraysh, oppure l’Islam presentato da Muhammad, pace e benedizioni su di lui. Per questo il Corano, nella sua analisi, ha detto che tra questi due ideali ha ora il diritto di sopravvivere soltanto quello che possiede una prova inconfutabile della legittimità della propria sopravvivenza. Anche il popolo, qualunque dei due ideali desideri adottare, lo adotterà sulla base delle prove. Poi, se vorrà, sarà gettato nel profondo abisso della distruzione; e se vorrà, salirà agli elevati sentieri dell’Islam.

I prigionieri furono liberati dietro il pagamento di un riscatto di quattromila dirham a testa. (Da alcuni capi fu richiesto un riscatto ancora maggiore.)

In questo modo i Quraysh dovettero pagare una multa superiore a duecentocinquantamila dirham. Questo colpo economico indebolì ulteriormente la loro potenza. Sul piano politico, la conseguenza dell’inaspettato risultato di Badr—inaspettato dal punto di vista dei Quraysh—fu che, agli occhi delle tribù arabe, l’importanza e il prestigio del movimento islamico e dello Stato islamico di Medina crebbero enormemente. Questa potenza divenne degna di essere considerata il centro delle speranze per il futuro. (Secondo una narrazione) alcune tribù ebraiche di Medina aderirono al patto costituzionale di Medina soltanto dopo la battaglia di Badr, e non prima. Un gran numero di abitanti di Medina abbracciò l’Islam dopo questa battaglia. Fu proprio dopo Badr che l’Islam si trasformò, nel vero senso della parola, in uno Stato islamico riconosciuto da tutti e amato dal popolo. L’Altissimo Allah dice: «Ricordate il tempo in cui eravate pochissimi. Sulla terra eravate considerati deboli e temevate che la gente potesse sterminarvi. Poi Allah vi procurò un rifugio, vi rafforzò con il Suo aiuto e vi concesse una buona provvista, affinché foste riconoscenti». (Sura al-Anfal, 26)

Questo versetto chiarisce in realtà le due principali fasi del movimento islamico in ogni epoca. La prima è l’epoca della scarsità numerica, della debolezza e della paura. L’altra è l’epoca della forza, del potere, della vittoria, del successo e della prosperità economica. Nell’Islam, così come la prima fase è naturale e inevitabile, anche la seconda è naturale e inevitabile. Questo è il risultato logico di un simile inizio. Ma quella concezione dell’Islam che lascia permanentemente l’individuo e la nazione nella prima condizione, li rende soddisfatti e appagati di essa e non apre alcuna via per avanzare verso l’epoca luminosa del futuro, non è l’Islam insegnato dal Messaggero, pace e benedizioni su di lui; tale concezione nasce invece dall’allontanamento da esso e dalla sua deformazione.

A questo punto i miscredenti sono stati sfidati con un ammonimento: «Se desideravate una decisione chiara, eccola: la decisione è giunta davanti a voi. Ora ritiratevi; questo è meglio per voi. Ma se ripeterete quella stoltezza, anch’io vi impartirò nuovamente la lezione che meritate…» (Sura al-Anfal, 19). Poi, rivolgendosi alla comunità musulmana, è stato detto: «Vedete, non si tratta affatto di sciogliere la cintura del nemico. Piuttosto, non fermatevi finché non avrete reso inerti e incapaci le mani di coloro che hanno iniziato a combattere contro di voi: “Combatteteli finché non vi siano più sedizione, disordine e anarchia e finché tutti non siano sottomessi al solo Allah”». (Al-Anfal, 39) In altre parole, finché non si fosse completamente spento il fuoco della guerra acceso dai Quraysh, il compito di instaurare la religione non avrebbe potuto giungere a compimento.

La differenza tra due forze

Il motivo per cui Allah l’Altissimo definisce la battaglia di Badr “Yawm al-Furqān”, cioè “il giorno della distinzione e della separazione tra la verità e la falsità”, il motivo per cui è stato detto: “Ecco, la decisione è giunta”, e per cui nella sura Āl ʿImrān è stato detto che nello scontro tra i due eserciti vi è una lezione per voi, nonché che in ciò vi è un insegnamento per le persone dotate di discernimento, è in realtà che, attraverso lo scontro tra questi due eserciti, è diventata evidente una grande differenza ideologica e morale. Un esercito, dimenticando gli interessi e gli obiettivi terreni, nonché le distinzioni tribali e genealogiche, scendeva in campo impegnandosi con tutte le proprie forze esclusivamente sulla via di Allah, per il vero bene dell’umanità; l’altro avanzava invece spinto dalla propria leadership, dal desiderio di dominio, dall’orgoglio genealogico, dagli interessi politici e da cieche passioni. Il primo esercito scendeva in campo con umiltà davanti ad Allah, assorto nella preghiera, nell’inchino e nella prosternazione, con l’obiettivo di ottenere il compiacimento di Allah. Un esercito avanzava godendo di grandi banchetti, riunioni in cui si consumava vino, feste con musica e canti e danze di ballerine; l’altro giungeva sul campo, pur disponendo di pochi uomini e di armi insufficienti, in una condizione di maggiore solidità e forza quanto a fede, unità, disciplina e carattere. Un esercito era numericamente grande e potente per equipaggiamento, ma del tutto debole e inefficace sul piano della forza morale. Poi Allah pronunciò tra i due una sentenza di vittoria e sconfitta tanto chiara che persino i ciechi poterono vedere quale parte meritasse di essere annientata e quale meritasse di sopravvivere, rigogliosa e adornata di frutti e fiori. Esaminando alcuni episodi, questa differenza diventa ancora più evidente.

In quel periodo, due giovani musulmani chiamati Abū Hudhayfa ibn al-Yamān e Abū Ḥayyāl stavano recandosi dalla Mecca a Medina. Lungo il cammino, i miscredenti sbarrarono loro la strada e dissero: “Non vi permetteremo di andare ad aiutare Muḥammad, pace e benedizioni su di lui”. Furono lasciati andare dopo essersi impegnati a non partecipare alla battaglia. Giunti dal Messaggero di Allah, gli raccontarono l’intera vicenda. A quel tempo la situazione dei musulmani era così delicata a causa della loro esiguità numerica che persino l’aiuto di una formica sarebbe stato considerato prezioso. Tuttavia il Messaggero di Allah decise: “Dovete assolutamente mantenere la promessa con cui siete venuti. Allah l’Altissimo ci aiuterà personalmente”. Quanti esempi così gloriosi si possono trovare nella storia?

Il Messaggero di Allah scavò una fossa e vi seppellì i cadaveri dei capi qurayshiti uccisi nella battaglia di Badr. Non permise che fosse profanato alcun cadavere.

Per quanto riguardava il bottino, cioè i beni conquistati in guerra, la consuetudine era che ciò che finiva nelle mani di una persona diventasse suo. Per questa ragione, non appena apparivano i segni della vittoria, si verificavano disordini, saccheggi e risse. Ma il Corano introdusse una nuova norma riguardo ai beni del bottino. Il principio fondamentale di questa norma era che tutto il bottino appartenesse ad Allah e al Suo Messaggero. Pertanto, la sua distribuzione spettava al governo islamico. Alla luce di questa nuova norma, tutto il bottino veniva ammucchiato davanti al comandante. Poi un quinto veniva accantonato per soddisfare le necessità collettive dello Stato islamico, mentre il resto veniva distribuito tra i soldati.

Nel sistema dell’epoca dell’ignoranza, i prigionieri di guerra erano affidati alla misericordia della parte vincitrice. Generalmente venivano sottoposti a soprusi, torture e maltrattamenti, e ridotti in schiavitù. Persino nell’odierna epoca civile, i prigionieri di guerra vengono trattati in modo brutale. Ma il Messaggero di Allah conferì ai prigionieri di guerra una nuova dignità. Ordinò che fossero trattati con comodità. Alcuni Compagni, nell’adempiere a quest’ordine, mangiavano datteri loro stessi e davano ai prigionieri cibo di buona qualità fino a saziarli. Abū ʿUmayr, prigioniero di guerra a Badr e fratello di Muṣʿab ibn ʿUmayr, raccontò che gli Anṣār presso i quali era stato affidato mangiavano datteri loro stessi e gli davano cibi eccellenti. Questo comportamento lo faceva sentire molto imbarazzato. Ai prigionieri che avevano pochi vestiti venivano forniti degli abiti. ʿAbbās era un uomo di statura relativamente alta e nessuna camicia gli andava bene. Per questo il capo degli ipocriti, ʿAbd Allāh ibn Ubayy, gli mandò la propria camicia. In ricompensa di questa benevolenza, il Messaggero di Allah diede in seguito la propria camicia per avvolgere il sudario di ʿAbd Allāh. Tra i prigionieri vi era anche Suhayl ibn ʿAmr. Egli teneva discorsi veementi contro il Messaggero di Allah. ʿUmar suggerì: “Bisognerebbe spezzargli i denti anteriori, così in futuro non avrebbe più la forza di tenere discorsi”. Chiunque altro avrebbe esitato a maltrattare il più possibile un prigioniero indifeso affidato alla propria custodia. Ma il Messaggero di Allah disse: “Se mutilassi una parte del corpo di qualcuno, Allah, nonostante io sia un profeta, mi punirebbe mutilando quella stessa parte del mio corpo”.

Di solito la forza vincitrice, inebriata dall’orgoglio, diventa estremamente indecente e maleducata. Ma nel Messaggero di Allah e nei suoi Compagni non si trova traccia di alcun comportamento riprovevole. Persino quando il Messaggero di Allah ricevette la notizia della morte di Abū Jahl e la sua testa fu portata davanti a lui, lodò Allah.

Quando la forza vincitrice marciò verso Medina, non furono organizzati né canti né musiche, e al loro arrivo a Medina non si tennero celebrazioni gioiose. Semplicemente, il cuore di tutti si riempì di gratitudine. Tutti espressero la propria gratitudine fondandosi sulla consapevolezza che quella vittoria era un dono di Allah.

Affinché i soldati musulmani, invece di lasciarsi inebriare dalla forza, si impegnassero a rimuovere le proprie debolezze mentali e morali, il loro comandante, il Messaggero di Allah, richiamò la loro attenzione alla luce dei versetti coranici. Sottopose le loro attività militari a una revisione di carattere critico, mettendone in evidenza gli aspetti indesiderabili. In questo modo fu suscitato in loro l’entusiasmo per attività sempre più costruttive e riformatrici.

Pur sapendo che qui non è possibile discutere dettagliatamente tutte le operazioni militari, ho dedicato un po’ più di attenzione alla prima battaglia. Lo scopo è consentire al lettore di acquisire, attraverso di essa, la prospettiva senza la quale non sarebbe possibile comprendere le battaglie successive. (Fonti: Tafhim al-Qur’an di Sayyid Abu’l-A‘la Maududi, introduzione e note alla sura al-Anfal; Sirat al-Nabi di Shibli Nomani; Asahhus-Siyar; Ahde Nabawi ke Maydanha-ye Jang; Hadith-e Difa).

Dopo la battaglia di Badr

Sebbene nella battaglia di Badr una piccola forza dello Stato islamico, sotto la guida del Messaggero di Allah (pace su di lui), avesse sconfitto i Quraysh impartendo loro una lezione adeguata, al tempo stesso divenne inevitabile una serie continuativa di conflitti e scontri futuri. Una volta estratta dal fodero la spada della Mecca, rimaneva ormai un solo modo per instaurare la pace: bisognava spezzare quella spada e paralizzare la mano che l’aveva sollevata. Un nemico ferito diventa vendicativo come un serpente a cui sia stata tagliata la coda. Era ormai chiaro come la luce del giorno che la leadership dei Quraysh era rapidamente sprofondata quasi a zero per la perdita di capi sempre pronti, intelligenti e accorti; il loro futuro economico era minacciato e la loro influenza e il loro prestigio, acquisiti nel corso di molti anni, avevano cominciato per la prima volta a essere rovesciati. Ma è anche un principio evidente della storia che chiunque detenga il potere e il dominio religioso, politico o economico combatta con tutte le proprie forze fino all’ultimo momento per difenderli. In particolare, gli individui o le classi che hanno acquisito per generazioni il dominio sulla società non vogliono, finché hanno vita, permettere a una forza di affermarsi nella società se la sua crescita renderebbe inevitabile la fine della loro leadership. Per sopravvivere, combattono con ogni mezzo fino all’ultimo momento della loro vita. Perciò il Messaggero di Allah (pace su di lui) comprese molto bene quale enorme responsabilità la vittoria di Badr avesse imposto alla difesa dello Stato islamico. Sapeva che i Quraysh avrebbero cercato di mantenere alta la propria bandiera militare facendo ricorso a tutta la loro influenza e al loro prestigio religiosi e politici, ai vecchi legami di alleanza e all’intero potere economico. Non potevano tornare alla Mecca e sedersi tranquillamente lasciando a terra la bandiera con cui erano usciti per la prima volta oltre i confini della città. In questa situazione, colui che invitava all’opera costruttiva e riformatrice e portava la bandiera della verità e della giustizia fu costretto, oltre a svolgere il lavoro costruttivo, a mantenere il suo piccolo gruppo costantemente vigile e pronto a nuove guerre. Per questo, dopo la battaglia di Badr, il Messaggero di Allah (pace su di lui) dovette condurre continuamente operazioni militari. Appena sette giorni dopo il ritorno da Badr, dovette recarsi in una spedizione militare in un luogo chiamato Ma’ul Kabar. Era giunta infatti la notizia che alcuni uomini delle tribù dei Banu Sulaym e dei Banu Ghatafan avevano radunato delle forze con l’intenzione di combattere. Ma l’avversario non si presentò. Dopo aver mantenuto l’assedio per tre giorni, egli fece ritorno. In seguito giunse nuovamente la notizia che quegli uomini si stavano radunando. Per reprimerli, Ghalib ibn Abdullah partì con un reparto militare. Ci furono alcuni scontri di lieve entità e gli anarchici fuggirono. Mentre il Messaggero di Allah (pace su di lui) si trovava fuori Medina in occasione della battaglia di Badr, i Banu Qaynuqa violarono il patto e provocarono un grande tumulto. Non era tuttavia possibile ignorare un fatto tanto grave. Ignorarlo avrebbe significato esporre Medina alla distruzione in futuro. Perciò, nel mese di Shawwal del secondo anno dell’Egira, il Messaggero di Allah (pace su di lui) condusse contro di loro una sorta di operazione di polizia con la forza militare e fu accettato l’arbitrato da loro richiesto. In base a tale arbitrato, questo gruppo fu allontanato da Medina.

Due mesi dopo la battaglia di Badr, nel mese di Dhu al-Hijjah, Abu Sufyan giunse nella regione di Medina con duecento uomini. Cercò segretamente di incontrare Sallam ibn Mishkam per complottare l’inizio di una guerra. Non vedendo però alcuna possibilità di successo, distrusse alcune piante in un luogo chiamato Arid e uccise un Ansari, poi fuggì. Il Messaggero di Allah (pace su di lui) lo inseguì fino a Qarqarat al-Kudr. Tuttavia, la banda di razziatori riuscì a fuggire. Durante la fuga, per alleggerire il proprio carico, abbandonò alcuni sacchi di farina d’orzo, che caddero nelle mani dell’esercito musulmano. Per questo motivo la spedizione divenne nota come Ghazwat al-Sawiq. I restanti giorni di Dhu al-Hijjah trascorsero a Medina. Ma nel mese di Muharram del terzo anno dell’Egira si seppe che i Banu Tha‘labah e i Banu Muharib si stavano radunando per attaccare. Alla fine del mese il Messaggero di Allah (pace su di lui) si recò nel Najd e rimase in quella zona per quasi tutto il mese di Safar. I nemici non vennero ad affrontarlo ed egli fece ritorno senza alcuno scontro. Lo scopo di quella permanenza prolungata era ampliare i rapporti di alleanza nella regione, affinché i Quraysh non potessero utilizzare quella via per il commercio. Questa spedizione è nota anche come Ghazwat Dhu Amar e Ghazwat Anmar.

Nel mese di Rabi‘ al-Thani sorse il timore di un attacco da parte dei Quraysh. Perciò il Messaggero di Allah (pace su di lui), lasciando a Medina Ibn Umm Maktum (che Allah sia soddisfatto di lui) come suo sostituto, arrivò fino a Buhran per respingere un eventuale attacco e vi stabilì un campo militare per proteggere il confine fino a Jumada al-Awwal. Anche da lì fece ritorno senza alcuno scontro. Nel terzo anno dell’Egira uscì nuovamente una carovana commerciale dei Quraysh. Lungo il possibile itinerario della carovana furono intraprese attività militari preventive. Zayd ibn Harithah raggiunse il luogo nel mese di Jumada al-Thani con cento soldati. La guida della carovana, Qurat ibn Hayyan, fu catturata e si unì al gruppo musulmano. Dalla carovana fu confiscato argento del valore di centomila dirham.

In tal modo la situazione andò gradualmente verso la battaglia di Uhud.

La seconda grande battaglia: Uhud

Ogni volta che, nella storia dell’umanità, si verifica uno scontro tra due forze ideologiche, una positiva e l’altra negativa, delle quali una vuole condurre l’umanità sulla via del bene e del progresso mentre l’altra desidera mantenere in vigore l’ordinamento seguito dagli antenati, in conflitti di questo genere si osservano da entrambe le parti grande entusiasmo e intensa eccitazione. Anche nello scontro tra l’Islam e l’ignoranza pagana verificatosi nella battaglia di Uhud si manifestò un entusiasmo di questo tipo. Tra le perdite irreparabili subite dai Quraysh nella battaglia di Badr, quella economica fu particolarmente grave. Dovettero pagare più di duecentocinquantamila dirham soltanto per il riscatto dei prigionieri. Inoltre, il costo del viaggio della carovana lungo un percorso più lungo era aumentato e i profitti si erano ridotti rispetto al passato. Per di più, il commercio rimase permanentemente minacciato per il futuro. I musulmani avevano confiscato argento del valore di centomila dirham dalla carovana commerciale dei Quraysh. Tutto il commercio internazionale e il trasporto delle merci tra l’India e l’Europa passavano per le vie dello Yemen e della Mecca, e precisamente attraverso le vie controllate dai Quraysh della Mecca. I Quraysh meccani, poi, imponevano tasse di protezione attraverso il loro sistema di accordi e comportamenti contrattuali, ricavandone enormi somme di denaro. Anche escludendo i proventi commerciali di Ta’if e di altre regioni, i Quraysh guadagnavano ogni anno duecentocinquantamila ashrafi soltanto sulla via della Siria. Ora, nel cielo della Mecca cominciarono ad addensarsi le nubi di una terribile paralisi economica. In una situazione simile, il desiderio di vendicare Badr iniziò a maturare nel profondo.

I preparativi per la nuova guerra iniziarono molto rapidamente. Il profitto ottenuto dalla carovana siriana fu interamente riscosso da lui e versato nel tesoro militare. Poeti famosi come ʿAmr Jamhī e Musāfiʿ sfruttarono appieno il loro talento poetico, alimentando il fuoco della guerra. Le donne della Mecca, sconvolte dal dolore per i fratelli e i figli perduti, cominciarono a fare promesse stravaganti. Alcune promisero, per esempio, che nella guerra successiva avrebbero bevuto il sangue dei martiri musulmani, e così via. Di fatto, insieme all’esercito dei Quraysh iniziarono a marciare verso il campo di battaglia le donne più illustri delle grandi famiglie nobili. Tra le più note vi erano Hind (figlia di ʿUtba, moglie di Abū Sufyān e madre dell’emiro Muʿāwiya), Umm Ḥakīm (moglie di ʿIkrima, figlio di Abū Jahl), Fāṭima (sorella di Ḥālid), Barza (figlia del capo di Ṭāʾif, Masʿūd al-Thaqafī), Rīṭa (moglie di ʿAmr ibn al-ʿĀṣ), Ḥannās (madre di Ḥazrat Muṣʿab ibn ʿUmayr) e altre.

Oltre a preparare i propri volontari, i Quraysh non dimenticarono questa volta di portare con sé anche gli Aḥābīsh. Inoltre inviarono ʿAmr ibn al-ʿĀṣ, ʿAbd Allāh ibn Zabāriyya, Ḥīra ibn Abī Wahb, Musayf ibn ʿAbd Manāf e ʿAmr ibn ʿAbd Allāh al-Jumahī per incoraggiare e stimolare varie tribù arabe a combattere contro Medina. In tal modo riuscirono a raccogliere una forza immensa. Un esercito di tremila uomini, tra cui settecento soldati corazzati e duecento cavalieri, era di per sé una forza terrificante. Dopo un intero anno di preparativi, questa imponente forza militare partì dalla Mecca. Giunta ai pascoli di Medina, fece ingrassare senza alcun ritegno i propri animali nutrendoli con l’erba e il fogliame; dopo aver trascorso alcuni giorni lungo la strada, il mercoledì si accampò a Uḥud. Ḥazrat ʿAbbās, zio del Messaggero, era sinceramente fedele e devoto a lui, nonché sostenitore del movimento islamico. Per tenere sotto osservazione la situazione interna dei nemici, risiedeva alla Mecca con un permesso speciale. Inviò rapidamente dei messaggeri per informare il Messaggero di questi preparativi dei Quraysh. Inoltre, attraverso la propria rete segreta d’informatori, il Messaggero seppe il 5 di Shawwāl che l’esercito dei Quraysh era giunto nei pressi di Medina. Seppe anche che avevano divorato completamente il pascolo di ʿArīḍ insieme agli animali. Ricevette inoltre rapporti precisi sul numero dei soldati dell’esercito dei Quraysh e sulla sua forza e capacità. A Medina fu immediatamente organizzato il servizio di guardia notturna. Al mattino egli chiese consiglio ai Compagni. La maggior parte dei capi dei Muhājirūn e degli Anṣār propose di affrontare il nemico rimanendo in città. Ma i giovani che non avevano potuto partecipare alla battaglia di Badr, animati da un entusiasmo incontenibile, manifestarono maggiore interesse per combattere fuori dalla città. Dopo aver ascoltato entrambe le opinioni, il Messaggero tornò a casa e rientrò indossando l’armatura. Ciò fece capire che aveva accettato la proposta di combattere fuori Medina. Anche ʿAbd Allāh ibn Ubayy era favorevole a combattere all’interno di Medina. Tutti sapevano inoltre che aveva accordi segreti con i Quraysh. Già prima di questa seconda grande battaglia di Uḥud, i Quraysh avevano stretto con lui rapporti molto amichevoli. Poiché il Messaggero era a conoscenza di questo fatto, accettò silenziosamente la seconda opinione senza discuterne. Dopo la preghiera del venerdì, mille soldati musulmani partirono sotto la sua guida. Partì con loro anche ʿAbd Allāh ibn Ubayy. Dopo il rifiuto della sua prima proposta, egli avanzò un piano subdolo: aprire un fronte di guerra separato. Quando anche questa proposta fu respinta dal Messaggero, quell’intrigante rimase deluso. Dal luogo chiamato Shawṭ guidò via trecento soldati e tornò indietro. La sua lamentela era: «Se le nostre parole non vengono mai ascoltate e noi non abbiamo alcuna parte nel potere di governare lo Stato, perché dovremmo combattere?». Questo atto di tradimento influenzò anche altri. Per esempio, le tribù dei Banū Salima e dei Banū Ḥāritha, abbattute, furono sul punto di tornare indietro. Ma i saggi capi musulmani riuscirono a convincerle e a calmarle, rafforzandone il morale.

Prima di uscire da Medina e scendere sul campo, il Messaggero esaminò le condizioni dei soldati. Anche diversi adolescenti, animati dall’ispirazione del jihād, partirono per la guerra. Il Messaggero ordinò loro di tornare indietro. Tuttavia fecero tutto il possibile per partecipare a questa battaglia. Il giovane Rāfiʿ ibn Khadīj si mise in punta di piedi, cercando di sembrare più alto, per dimostrare di essere idoneo a combattere. L’altro giovane, Samura, sconfisse Rāfiʿ nella lotta, dimostrando così la propria forza. Poiché la nuova generazione era stata allevata in un ambiente limpido e sincero, in essa avevano potuto svilupparsi una tale fermezza di carattere e una tale disposizione al sacrificio della vita. Sebbene il jihād non fosse obbligatorio per le donne musulmane, vedendo la situazione estremamente delicata del movimento, anche tra loro si sollevò spontaneamente un’ondata di entusiasmo. Infine, Ḥazrat ʿĀʾisha, Umm Salīṭ (madre di Ḥazrat Abū Saʿīd al-Khudrī), Umm Sulaym (madre di Ḥazrat Anas) e Umm ʿUmāra, insieme a diverse altre donne, partirono con l’esercito musulmano. Esse diedero un contributo significativo sul campo di battaglia. Il numero complessivo dei soldati dell’esercito musulmano era di settecento, dei quali cento erano corazzati. Stavano per affrontare un esercito ben equipaggiato e dodici volte più numeroso, forti unicamente della fede.

Lasciando il monte Uḥud alle spalle, il Messaggero predispose un piano di battaglia eccellente. Affidò lo stendardo islamico a Muṣʿab ibn ʿUmayr. Zubayr ibn al-ʿAwwām fu nominato comandante di un reparto, mentre Ḥazrat Ḥamza fu nominato comandante dei soldati privi di armatura. Nella parte posteriore, nel passaggio del monte ʿAynayn (Jabal al-Rumāt), furono collocati cinquanta arcieri. A capo di questi soldati fu posto ʿAbd Allāh ibn Jubayr. Anche i Quraysh, alla luce dell’esperienza di Badr, adottarono la strategia di guerra ordinata seguita dai musulmani. Il reparto dei combattenti di destra (maymana), quello dei combattenti di sinistra (maysara), il reparto della cavalleria e quello degli arcieri furono tutti organizzati sotto il comando di comandanti distinti.

Come preludio alla battaglia, quattordici donne qurayshite, guidate da Hind, iniziarono a suonare i tamburi e a cantare canti di guerra. Quanto fosse potente il ritmo di questi canti nel suscitare l’entusiasmo per la guerra lo si può intuire dalla poesia riportata di seguito:

(Arabo******)

(Arabo******)

«Siamo figlie delle stelle, dal passo aggraziato; se avanzate, vi stringeremo al petto, ma se vi ritirate, ci separeremo per sempre.» Da una parte si svolgevano simili poetiche, amorose, sensuali e provocanti lusinghe; dall’altra non vi era nient’altro che il desiderio del compiacimento di Allāh.

All’improvviso scese in campo un falso santone chiamato Abu Amir. Gli Ansar erano al corrente della sua ipocrisia. Egli era affine alla cultura ignorante, idolatra e profondamente corrotta dei Quraysh. Appena lo videro, i musulmani esclamarono: «O malvagio, noi ti conosciamo!». È assai raro nella storia dell’umanità trovare un esempio come questo: Hanzala, figlio di Abu Amir, chiese al Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui, il permesso di attaccare suo padre. Ma la misericordia e la compassione del Messaggero di Allah non glielo permisero. Egli non ritenne appropriato che un padre fosse ucciso per mano del proprio figlio. Poi Talha cominciò a lanciare grida di sfida. Hadrat Ali avanzò immediatamente e spense la sua vita. In seguito suo figlio Uthman si fece avanti recitando poesie sul proprio valore. Dietro di lui cantava un gruppo di cantanti. La spada di Hadrat Ali pose fine anche a lui in un istante. Poi ebbe inizio una battaglia furiosa.

L’intero esercito musulmano aveva compensato la propria inferiorità numerica e la carenza di equipaggiamento con lo zelo e l’entusiasmo della fede. I portatori del messaggio di un futuro luminoso continuavano così a combattere contro le tenebre dell’ignoranza. Tra tutti, la lotta disperata di Hadrat Hamza, Hadrat Ali e Hadrat Abu Dujana era la più spettacolare. Alla fine gli idolatri dell’ignoranza furono sconfitti e le loro cantanti fuggirono. L’esercito musulmano comprese di aver vinto. Perciò cominciò a impadronirsi delle armi, delle provviste e degli altri beni dei nemici, con l’intento di lasciarli senza risorse per il futuro. La disciplina sul campo di battaglia venne meno e si diffuse il caos. I soldati cominciarono a disattendere le istruzioni del comando centrale. La cosa più pericolosa fu che anche gli arcieri abbandonarono il passo montano più vulnerabile. Eppure avevano ricevuto l’ordine tassativo di non allontanarsi da quel luogo in nessuna circostanza, sia in caso di vittoria sia in caso di sconfitta. Le parole del Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui, erano queste: «Anche se vedeste i peccatori strappare e divorare la carne dei nostri corpi, non vi muoverete da qui».

Ma i musulmani dimenticarono tutte queste istruzioni e si affrettarono a raccogliere i frutti della vittoria. Dovettero subirne conseguenze terribili. La vittoria che avevano ottenuto si trasformò in sconfitta. Nell’esercito dei Quraysh vi era ancora un guerriero astuto e intrepido come Khalid ibn al-Walid. Vedendo da lontano il disordine sul campo di battaglia, egli, insieme ad alcuni cavalieri, lanciò un attacco a sorpresa da dietro la montagna, passando attraverso quel passo montano rimasto senza sorveglianza. Poi altri guerrieri dell’esercito dei Quraysh si unirono all’attacco. Nel pieno della gioia della vittoria, alla vista improvvisa delle spade sopra le loro teste, i musulmani si resero conto di ciò che stava accadendo. Nel frattempo i nemici radunarono le truppe per attaccare personalmente il Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui. Egli cominciò a chiamare i musulmani correndo avanti e indietro: «O servi di Allah! Venite da me». Ma i soldati musulmani non riuscivano a sentire nulla. A un certo punto rimasero intorno a lui soltanto undici Compagni. Approfittando dell’occasione, Abdullah ibn Qumay’a lo colpì con la spada sul volto benedetto. Il suo elmo si spezzò e alcuni frammenti gli penetrarono nella mascella. In un altro attacco dei nemici, egli cadde in una fossa e riportò anche alcune ferite. È raro trovare nella storia un esempio della furia con cui quei pochi compagni combatterono per salvare la vita del leader centrale del movimento islamico. In quello scontro devastante, il fatto che il Messaggero di Allah fosse rimasto saldamente in piedi, che si fosse difeso con grande abilità e che avesse ferito con una lancia il collo di Ubayy ibn Khalaf, fu una prova di straordinario coraggio. Tuttavia, poiché in quel momento il Messaggero di Allah era stato ferito, era scomparso alla vista dopo essere caduto in una fossa e il Compagno Jumayr ibn Umayr, che gli somigliava nel volto, era stato martirizzato, gli avversari ebbero l’opportunità di diffondere la voce della sua morte. Ciò accrebbe tra i musulmani l’agitazione e lo sconforto. Questa voce ebbe due conseguenze. Hadrat Umar, che Allah sia soddisfatto di lui, gettò via le armi e disse: «Se il Messaggero di Allah è stato martirizzato, a che serve continuare a combattere?». L’amore per il Messaggero di Allah era così intenso in lui che, ai suoi occhi, dopo la perdita di un tesoro inestimabile come lui, per quanto grande fosse stata la vittoria ottenuta, essa non sembrava più una vittoria. Il padre di Hadrat Anas al-Ansari, Ibn al-Nadr, udendo le sue parole, disse: «Che cosa faremo della nostra vita dopo il Messaggero di Allah?». Poi combatté con tale impeto da essere martirizzato dopo aver ricevuto circa ottanta ferite. A causa di questa situazione caotica, alcuni musulmani furono feriti o uccisi persino per mano dei propri compagni. Il padre di Hudhayfa fu ucciso proprio dai musulmani.

In seguito la situazione cominciò a cambiare. Ogni soldato musulmano era circondato dalle spade al proprio posto e desiderava ardentemente vedere il Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui. Il primo a scorgere il Messaggero di Allah fu Hadrat Ka’b ibn Malik. Egli chiamò tutti e annunciò che il Messaggero di Allah era vivo. Quando la buona notizia giunse a tutti, cominciarono ad accorrere verso il centro. Quando la folla dei nemici si diradò, il Messaggero di Allah salì sulla cima della montagna. Quando Abu Sufyan avanzò in quella direzione, i Compagni lo respinsero lanciandogli pietre. A quel punto i nemici temettero che la vittoria ottenuta all’improvviso potesse nuovamente sfuggire loro. Perciò l’esercito della Mecca cominciò a ritirarsi rapidamente.

Abu Sufyan salì su una montagna vicina e cercò di raccogliere informazioni certe sul Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui. A gran voce chiamò per nome il Messaggero di Allah, Abu Bakr e Umar, chiedendo se qualcuno di loro fosse ancora vivo.

Da quella parte non giunse alcuna risposta, per ragioni strategiche. Allora egli esclamò: «Sono morti tutti».

Hadrat Umar, che Allah sia soddisfatto di lui, non riuscì più a rimanere in silenzio. Disse: «O nemico di Allah, siamo tutti vivi». Abu Sufyan lanciò allora uno slogan:

«O Hubal, mantieni alta la testa».

Da questa parte fu lanciato uno slogan di risposta:

«Allah è l’Onnipotente, il Sommo!»

Abu Sufyan gridò nuovamente:

«Noi abbiamo con noi al-ʿUzzā; voi non avete al-ʿUzzā.»

Da questa parte giunse la risposta:

«Allah è il nostro Signore; voi non avete alcun signore.»

In realtà, attraverso questi piccoli slogan erano emerse con forza le due dottrine il cui scontro aveva provocato una così grande devastazione nella storia. In questa guerra furono martirizzati 70 musulmani e 40 rimasero feriti. D’altra parte, fu possibile uccidere soltanto 30 uomini dell’esercito nemico. Valorosi combattenti come lo zio del Messaggero, Hazrat Hamza, suo cugino ʿAbdullah ibn Jahsh, e tra i celebri Compagni Musʿab ibn ʿUmayr, Hanzala ibn Abi ʿAmir, Rafiʿ ibn Malik ibn ʿAjlan (gli ultimi tre avevano partecipato a entrambi i giuramenti di al-ʿAqaba), ʿAbdullah ibn ʿAmr al-Khazraji, ʿAmr ibn al-Jamuh e numerosi Compagni veterani di Badr irrigarono con il proprio sangue l’albero della più sublime verità del mondo.

Infine, non appena l’esercito musulmano riprese il controllo di sé e ristabilì saldamente i collegamenti con l’alto comando, i soldati nemici si ritirarono rapidamente e abbandonarono il campo di battaglia. Così si smascherò la debolezza nascosta dietro la vittoria improvvisa e l’esercito musulmano riacquistò fiducia.

I musulmani avevano subito un danno a causa di un loro passo falso, ma non erano stati sconfitti e la loro forza non era crollata. Perciò, agli ordini del Messaggero di Allah, un contingente di settanta mujahidin inseguì l’esercito dei Quraysh. Nel frattempo, quando Abu Sufyan giunse a Rawha e osservò la situazione, si pentì amaramente. Capì che, nella fretta, aveva lasciato sul campo i frutti della vittoria conseguita a Uhud. Il loro obiettivo di distruggere la potenza di Medina era rimasto incompiuto. Cominciò allora a pensare di recuperare l’obiettivo perduto. Ma ormai era troppo tardi! L’occasione gli era sfuggita di mano. Era la situazione di chi ritrova l’ingegno dopo che il ladro è già fuggito! Il Messaggero di Allah aveva già nutrito questo timore. Invece di tornare a Medina, avanzò con tutto il suo esercito fino a Hamra al-Asad, a otto miglia da Medina. Nel frattempo, Ma’bad, capo della tribù dei Khuzāʿa (che, pur non avendo abbracciato l’Islam, era una fedele sostenitrice del governo islamico), si recò personalmente da Abu Sufyan e lo spaventò dicendogli: «Muhammad, pace e benedizioni su di lui, sta arrivando con un enorme esercito». Udendo questa notizia, Abu Sufyan fu preso dal panico e si ritirò rapidamente.

Alcuni aspetti significativi della battaglia di Uhud

Ora rivolgeremo la nostra attenzione ai particolari più degni di nota di questa guerra:

(1) La disciplina è la vera forza di ogni movimento. In ogni tipo di guerra e di conflitto, la sua importanza è massima e fondamentale. La qualità morale sulla quale si fonda la disciplina si chiama pazienza: significa rimanere saldi e irremovibili, senza preoccuparsi della paura né dei guadagni e delle perdite. In quel periodo l’organizzazione islamica era ancora in fase di addestramento e non aveva ancora acquisito un’esperienza sufficiente per rafforzare, in particolare, il carattere islamico sul campo di battaglia. Prima di Uhud, infatti, si era svolta una sola battaglia. Nessuna organizzazione umana, mentre costruisce una nuova società sulla base di un ideale, può raggiungere pieno successo e maturità restando completamente immune dai passi falsi. Tuttavia, attraverso questo piccolo passo falso, Allah diede ai musulmani una lezione pratica che non può essere radicata soltanto mediante ammonimenti. Grazie a questa lezione divenne inoltre chiaro che la legge naturale di Allah opera in modo del tutto imparziale e senza riguardi. Chi viola questa legge, anche se è una persona sinceramente retta, non sfugge alla punizione.

Nel riesaminare questa guerra, il Corano critica severamente gli errori e le debolezze ancora presenti tra i musulmani e ordina loro di avere pazienza. (Āl ʿImrān, 125) Ordina loro di abbandonare l’avidità sfrenata per le ricchezze, che incita alle transazioni usurarie e provoca agitazione sul campo di battaglia per ottenere il bottino. Fa loro comprendere indirettamente che, con una mentalità usuraia e avida, non è possibile perseverare, mantenere la disciplina e condurre una lotta storica per il conseguimento di un obiettivo superiore. In questo contesto mentale l’usura viene dichiarata completamente haram. (Āl ʿImrān, 130) Viene detto loro che possono portare lo stendardo della rivoluzione islamica soltanto coloro che, invece di essere accecati dal fascino dell’usura e delle ricchezze, spendono i propri beni per nobili fini e, invece di lasciarsi trascinare dalle emozioni, le controllano. (Āl ʿImrān, 134) Viene inoltre chiarito che chi agisce per conseguire interessi mondani riceverà in questo mondo tutto ciò che vi otterrà: questa sarà la sua ricompensa definitiva. Nell’Aldilà non avrà nulla. Chi invece desidera procurarsi il bene dell’Aldilà a costo di danneggiare i propri interessi terreni riceverà il giusto compenso per le sue opere. (Āl ʿImrān, 145) Viene anche spiegato loro di non restare afflitti e preoccupati dopo aver subito un solo colpo. Se oggi avete subito un colpo, ieri anche i vostri nemici ne hanno subito uno per mano vostra. In ogni conflitto e scontro vi saranno sempre alti e bassi, vittorie e sconfitte. Ma siate certi che la vittoria finale sarà vostra. (Āl ʿImrān, 139-140) In seguito vengono ammoniti con parole inequivocabili: il compiacimento di Allah e il Paradiso non sono merci a buon mercato. Questa fortuna può essere ottenuta soltanto da coloro che sono capaci di sacrificare la vita e i beni sulla via di Allah e di dimostrare pazienza e fermezza. Solo attraverso queste dure prove è possibile selezionare i veri credenti e individuare coloro che sono degni di testimoniare la verità. (Āl ʿImrān, 140-142) Criticando la reazione di estrema disperazione provocata dalla voce della morte del Messaggero di Allah sul campo di Uhud, viene dichiarato con chiarezza che Muhammad, pace e benedizioni su di lui, non è Allah, ma soltanto un Messaggero. Come morirono i profeti e i messaggeri del passato, così anche Muhammad, pace e benedizioni su di lui, un giorno dovrà inevitabilmente congedarsi da voi. Come potrebbe dunque essere lecito che, dopo la sua scomparsa, mettiate da parte tutti i programmi della lotta e dell’impegno del movimento islamico e restiate seduti con mani e piedi inerti? (Āl ʿImrān, 144) In realtà, quella disperazione era sorta proprio a causa dell’amore esclusivo per il Messaggero di Allah. Viene inoltre detto che dovreste formarvi seguendo l’esempio di coloro che, combattendo insieme ai profeti precedenti, sacrificarono la vita e non furono disposti a piegare il capo davanti alla falsità. Allah ama infatti proprio coloro che sono pazienti in questo modo. (Āl ʿImrān, 146) Dopo aver impartito questi insegnamenti fondamentali, il Corano descrive la situazione straziante che l’esercito musulmano dovette subire a causa della violazione della disciplina:

«Allah ha mantenuto la promessa di aiuto che vi aveva fatto. All’inizio, per ordine di Allah, eravate voi a ucciderli. Ma poi, quando avete mostrato debolezza e siete entrati in disaccordo tra voi, non appena vi mostrò ciò che desideravate, disobbediste all’ordine del vostro comandante. Ciò accadde perché alcuni di voi desideravano il mondo e altri aspiravano all’Aldilà. Allora vi fece volgere le spalle davanti agli infedeli, per mettervi alla prova. Nonostante ciò, Allah vi perdonò, poiché Allah è davvero benevolo verso i credenti.»

Ricordate quando fuggivate senza avere neppure la lucidità di voltarvi verso qualcuno, mentre il Messaggero di Allah vi chiamava da dietro. Allora Allah vi fece subire dolore dopo dolore come conseguenza di ciò che avevate fatto, affinché traeste una lezione per il futuro e non vi angustiaste per ciò che avevate perduto o per le calamità che vi colpivano. Allah è informato di tutto ciò che fate». (Āl ʿImrān, 152-153)

Osservate questa critica e questa analisi, pronunciate dalla bocca del Messaggero di Allah, riguardo all’azione e al ruolo dell’esercito musulmano nella battaglia di Uhud, e riflettete su quanto la natura e il tono di tale critica siano diversi da quelli dei comandanti e governanti bellicosi avidi degli imperi del mondo. Qui non viene data ai soldati la libertà illimitata di fare ciò che vogliono, né si tenta di gettarli nell’autoinganno, né si fa alcuno sforzo per fornire un’interpretazione errata degli eventi. È stata una critica spietatamente severa. Il timore di Allah ne era il motivo conduttore e l’educazione morale il suo obiettivo.

(2) In questa battaglia, il modo in cui i pochi compagni del Messaggero (pace e benedizioni su di lui) manifestarono il loro amore, mettendo a rischio la vita, e il loro sincero spirito di sacrificio continuerà fino al Giorno del Giudizio a ispirare la Ummah musulmana a sacrificare la vita e i beni sulla via di Allah. In realtà, qualunque sia il movimento, la personalità del suo primo promotore e del suo supremo leader costituisce la sua principale forza. Tuttavia, nel movimento islamico si esige un profondo amore per il promotore e il leader. Soprattutto quando a ricoprire tale posizione è la personalità di un profeta e messaggero, è indispensabile nutrire nei suoi confronti il massimo spirito di sacrificio. Il movimento islamico non può in alcun modo avanzare ignorando il proprio promotore e leader. La forza, il potere e l’influenza del movimento e del suo promotore diventano completamente una cosa sola e inseparabile. Il gruppo che, ignorando il proprio promotore e leader, rendendolo privo d’influenza o definendolo semplicemente «uno di noi», vuole portare alla vittoria soltanto i principi del movimento, è un gruppo del tutto cieco e sconsiderato. Per un movimento, sia i principi sia la leadership sono elementi inseparabili e indispensabili. La fede salda e la convinzione incrollabile nei principi e negli ideali, insieme al profondo amore e allo spirito di sacrificio per il leader, dipendono l’uno dall’altro e si completano a vicenda. I Compagni del Messaggero (pace e benedizioni su di lui) erano pronti a sacrificare per la sua persona e personalità la vita, i beni e tutto quanto potevano. La prima ragione era che egli era il Messaggero (pace e benedizioni su di lui). La seconda era che sapevano e comprendevano che la sua esistenza era l’anima dell’intero movimento. Per questo sacrificavano la vita per proteggerlo, accrescere il suo onore e la sua dignità e diffondere la sua influenza. Sul campo di Uhud diedero una prova inconfutabile del loro amore puro e sincero per il Messaggero (pace e benedizioni su di lui).

Quando i nemici cominciarono ad attaccare a ondate, il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) gridò ad alta voce: «Chi è pronto a sacrificare la vita per me?». Ziyad ibn Sakan, udito quel grido, avanzò portando con sé alcuni Ansar, e uno dopo l’altro sette amanti del Messaggero offrirono la vita. Quando Ziyad fu portato dal Messaggero (pace e benedizioni su di lui) in fin di vita, con grande sforzo allungò la testa e toccò i piedi del Messaggero. Quando Abdullah ibn Qumay’ah colpì il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) con la spada, la Compagna Ummu ‘Amarah si precipitò davanti al Messaggero e gli fece da scudo, riportando una profonda ferita al collo. Fu proprio perché si frappose che quel colpo non riuscì a uccidere il Messaggero (pace e benedizioni su di lui). Abu Dujanah coprì il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) con il proprio corpo come uno scudo. Il suo corpo fu trafitto da innumerevoli frecce. Talhah parò con la mano la spada del nemico, e una delle sue mani fu recisa e cadde a terra. Abu Talhah si pose davanti al Messaggero (pace e benedizioni su di lui) con uno scudo e colpì con tale forza che ruppe due o tre archi. Un musulmano semplice e ingenuo capitò lì per caso mentre mangiava datteri. Vedendo quella situazione, anche in lui si accese l’impeto della lotta. Chiese al Messaggero (pace e benedizioni su di lui): «Quale sarà la mia sorte se morirò combattendo?». Il Messaggero rispose: «Il Paradiso». Egli disse: «Allora mangiare questi datteri mi farà perdere molto tempo». Detto questo, gettò via i datteri, iniziò a combattere furiosamente e poco dopo si unì alla carovana dei martiri. Nessuna forza può fermare un movimento nel quale è attivo un amore così intenso per il leader. Anche Sa’d ibn ar-Rabi’ diede un esempio raro. Poiché il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) nutriva a sua volta profondo affetto per i suoi compagni e prestava attenzione e cura a ciascuno di loro, dopo la battaglia volle informarsi, uno per uno, sulle loro condizioni. Chiese: «Dov’è Sa’d ibn ar-Rabi’?». Dopo averlo cercato, lo trovarono disteso in un luogo, agonizzante. Nell’ultimo momento offrì al Messaggero (pace e benedizioni su di lui) il dono del saluto, dell’amore e della preghiera, e raccomandò ai suoi compagni: «Se, mentre siete ancora tutti vivi, i nemici riuscissero anche soltanto a toccare il Messaggero (pace e benedizioni su di lui), Allah non accetterebbe da voi alcuna scusa o giustificazione». Non pensava al proprio dolore, né ai suoi cari, né al futuro dei propri beni: tutti i suoi pensieri erano rivolti unicamente al movimento islamico e al suo promotore.

(3) L’esercito della Mecca contrario all’Islam, per manifestare la propria mentalità vile, profanò i corpi dei martiri musulmani. In particolare, le loro donne, per adempiere ai propri voti, squarciarono i ventri dei cadaveri, tagliarono loro nasi e orecchie, ne fecero collane e le indossarono al collo. Hind, moglie di Abu Sufyan e comandante delle donne dell’esercito, diede il peggiore esempio di ferocia. Mutilò il volto di Hamzah, gli squarciò il petto, ne estrasse il fegato e lo masticò. Anche il volto di Abdullah ibn Jahsh fu mutilato. Lo stesso Abu Sufyan continuò a colpire con l’arco il volto di Hamzah, dicendo: «Ecco, ora divertiti». D’altra parte, il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) ammonì severamente l’esercito musulmano di non profanare i cadaveri dei nemici e di non mutilarne i volti. Nell’insegnamento del movimento islamico, la lezione di mantenere alta la dignità dell’umanità riveste un’importanza particolare. L’Islam non permette ai suoi seguaci di comportarsi allo stesso modo in risposta al comportamento vile di qualcun altro.

Quando Abu Sufyan venne a sapere delle azioni dei suoi uomini, le accolse con gioia e le applaudì. Ma quando uno dei suoi compagni le criticò, cominciò a rendersi conto della gravità della situazione. Pensò che, compiendo tali azioni, avrebbero potuto ricevere pietre in cambio dei mattoni e perdere influenza e prestigio agli occhi dell’opinione pubblica. Quando Abu Sufyan giunse sulla montagna alla fine della battaglia, proprio per questo sentimento disse: «Questi fatti non sono avvenuti con il mio permesso. Tuttavia, non ne sono nemmeno addolorato».

Oggi non è facile stabilire se questo comportamento bestiale delle forze contrarie all’Islam abbia danneggiato o meno la loro immagine agli occhi della gente. Tuttavia, si conosce un episodio: vedendo Abu Sufyan colpire con l’arco il volto del corpo del martire Hamzah, un politeista di nome Jalīs ibn Yūbān al-Kinānī disse agli uomini della propria tribù: «O Banū Kinānah, vedete come il grande capo dei Quraysh tratta suo cugino?». Udendo ciò, Abu Sufyan si rese conto della situazione.

(4) Nell’episodio di Abu Dujanah si scorge uno sprazzo del comportamento educato e civile sul campo di battaglia che il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) insegnava ai musulmani. Mentre Abu Dujanah avanzava sbaragliando una dopo l’altra le file dell’esercito nemico, Hind, colei che aveva masticato il fegato di Hamzah, gli capitò davanti. Hind partecipava alla battaglia e nutriva sentimenti estremamente velenosi contro i musulmani. Pertanto, ucciderla non sarebbe stato un atto colpevole. Anche Abu Dujanah aveva sollevato la spada, puntandola alla sua testa. Ma subito dopo, allarmato dal pensiero che non fosse appropriato togliere la vita a una donna con la spada donatagli dal Messaggero (pace e benedizioni su di lui), abbassò la spada.

(5) Il modo in cui le donne musulmane manifestarono fede, coraggio, pazienza e lealtà verso il movimento islamico durante la battaglia di Uhud dimostra che il movimento guidato dal Messaggero (pace e benedizioni su di lui) non rese le donne inattive; al contrario, le rese attive, le formò e si avvalse del loro contributo. Vediamo alcuni esempi.

Abbiamo già parlato poco fa di Ummu ‘Amarah: pur essendo una donna, si erse come uno scudo per proteggere il Messaggero (pace e benedizioni su di lui).

Quando Safiyya, sorella di Hazrat Hamza, giunse da Medina sul campo di battaglia di Uhud dopo aver appreso quei fatti strazianti, il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) disse a Zubayr, figlio di Hamza: «Non lasciarla avvicinare al corpo di tuo padre, perché non riuscirà a sopportare quella vista». Safiyya disse: «Ho saputo tutto. Questo sacrificio non è grande sulla via della verità e della giustizia». Le fu dato il permesso. Safiyya guardò il corpo con grande pazienza, recitò una preghiera per il perdono e se ne andò.

Per Hind, moglie di Amr ibn Jamuh e madre di Khallad al-Badri, un’ansarita, questa fu una prova di fuoco. Suo padre e suo marito morirono entrambi da martiri. Tuttavia, riuscendo a dominare con enorme difficoltà tutti quei colpi, continuava a chiedere soltanto: «Il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) è al sicuro?». Quando ebbe la certezza che stava bene, esclamò involontariamente: «O Messaggero, finché tu sei sano e al sicuro, nessuna calamità è insopportabile».

Anche nobili donne velate, come Hazrat Aisha, Umm Sulaym e Umm Sulayt, durante la calamità correvano avanti e indietro, portando acqua nelle borracce di pelle per dissetare i soldati feriti. Anche Hazrat Fatima giunse a Uhud dopo aver udito la falsa notizia della disfatta dei musulmani e del martirio del Messaggero (pace e benedizioni su di lui). Lavò le sue ferite e gli applicò delle fasciature.

(6) Quando il Messaggero, amico dell’umanità (pace e benedizioni su di lui), diede la propria spada ad Abu Dujana, questi si legò un fazzoletto rosso intorno alla testa e avanzò verso le file nemiche, dondolando la spada e procedendo con passo ondeggiante. Vedendolo, il Messaggero disse: «Un modo di camminare del genere è assai inviso ad Allah. Tuttavia, in una simile circostanza, Egli lo apprezza». In questo modo spiegò una cosa importante. Nelle attività ordinarie della vita, mostrare arroganza è assolutamente indesiderabile dal punto di vista dell’Islam. Ma durante lo scontro con i nemici, manifestare fierezza e orgoglio è altamente auspicabile. L’umiltà è una qualità eccellente. Tuttavia, anche sul campo di battaglia, mostrare umiltà davanti al nemico applicando in modo improprio una nobile norma morale è un atto estremamente sciocco. È una mentalità religiosa insensata che, in nome dell’amore per la sincerità, utilizza in modo inappropriato alcuni valori morali per fini opposti. Con questa sola frase il Messaggero eliminò tale mentalità. Non soltanto il campo di battaglia, ma anche la poesia e l’oratoria erano considerate tra i principali mezzi di propaganda politica dell’epoca. Egli faceva esprimere fierezza e orgoglio ai poeti e agli oratori musulmani. Analogamente, durante l’Umrat al-Qada, il Messaggero ordinò ai Compagni di mostrare la propria forza camminando distanziati gli uni dagli altri; inoltre, durante la corsa tra Safa e Marwa, ordinò loro di sollevare le gambe tenendo il petto in fuori e di correre dopo aver camminato. In seguito ciò divenne una Sunna, cioè una tradizione. In quell’occasione pregò dicendo: «Che Allah mostri misericordia verso chi oggi manifesta la propria forza davanti agli infedeli». In realtà, mostrare umiltà in qualunque fase di un conflitto o di uno scontro può condurre a conseguenze distruttive. Chi non sa applicare correttamente i valori e i principi morali comprendendo la differenza di luogo, tempo e circostanza è affetto da una forma di follia. Con una simile follia si può forse portare avanti qualunque altra cosa, ma non il movimento islamico.

(7) L’onestà e la sincerità sono una forza che attrae profondamente le persone. A Medina viveva un giovane sincero di nome Umar ibn Thabit. Il suo atteggiamento verso i musulmani era di sostegno e simpatia. Tuttavia, non aveva ancora abbracciato l’Islam. La battaglia di Uhud risvegliò la sua coscienza assopita. Egli credette, prese la spada e si unì alla battaglia senza dirlo a nessuno, ottenendo il martirio. Poco prima della sua morte, gli uomini della tribù dei Banu Abd al-Ashhal lo riconobbero. Quando gli chiesero notizie su di lui, rispose: «Combatto a favore della verità e della giustizia, per amore di Allah e del Suo Messaggero». Il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) annunciò la buona novella che sarebbe entrato in Paradiso pur non avendo compiuto neppure una preghiera nella sua vita. Un altro esempio è quello di Mukhayriq, membro della tribù ebraica dei Banu Tha‘laba. Nel seguire la vera religione ebraica, decise di combattere a fianco del Messaggero (pace e benedizioni su di lui). Non si limitò a decidere di combattere personalmente, ma invitò anche gli altri ebrei a partecipare alla battaglia. Gli ebrei della sua stessa tribù presentarono la scusa religiosa che quel giorno, essendo sabato, era illecito andare in guerra. Ma Mukhayriq disse: «Oggi non c’è alcun sabato». Alla fine raggiunse da solo il campo di battaglia, combatté e offrì la propria vita. Un esempio completamente diverso è quello di Qazman. Il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) aveva annunciato in anticipo che sarebbe stato destinato all’Inferno. Egli si unì ai musulmani e combatté accanitamente contro l’esercito dei Quraysh. Dopo la battaglia fu trovato ferito e la gente lo elogiò: «Hai mostrato uno straordinario valore». Egli rispose: «Ho combattuto soltanto per difendere l’onore della nostra nazione». Quel soldato sventurato, non riuscendo a sopportare il dolore della ferita, si suicidò. Allah lo fece combattere contro gli infedeli, poi egli fu ucciso e la sua destinazione fu l’Inferno. Che Allah protegga i credenti da una sorte così miserevole.

(8) Abbiamo già accennato al fatto che, in quel periodo, la forza negativa dell’ignoranza preislamica era immersa in un’enorme arroganza e animata da un entusiasmo eccessivo nel mantenere in vita il sistema dell’empietà. Sebbene i portatori dello stendardo dei Quraysh cadessero uno dopo l’altro e nessuno riuscisse a rimanere fermo al suo posto, nuovi uomini avanzavano per prendere il loro posto. Infine, quando un uomo di nome Sawar sollevò lo stendardo, ricevette un colpo di spada così violento che gli furono recise entrambe le mani. Non appena lo stendardo cadde, egli si gettò bocconi sopra di esso e, dicendo: «Ho compiuto il mio dovere», esalò l’ultimo respiro. Per qualche tempo lo stendardo rimase a terra. Alla fine, una donna di nome Umra bint Alqama avanzò eroicamente e lo raccolse. Da ciò si comprende che, con l’apparizione di una forza rivoluzionaria positiva, anche nel campo conservatore permane per qualche tempo un certo entusiasmo. È ciò che accadde a Uhud. Là, la forza conservatrice e radicata dell’empietà della Mecca mostrò la sua ultima manifestazione di potenza e prestigio.

(9) In questa battaglia si videro molte scene strazianti della povertà materiale e della totale indigenza del campo musulmano. Erano rimasti a terra i corpi di settanta martiri. Ma era persino difficile procurare loro dei sudari. Sul corpo di Musab ibn Umayr si riusciva a stendere un panno soltanto dalla parte della testa; i piedi, invece, furono coperti con erba di adhkhar. In seguito, ogni volta che ricordavano quella situazione, gli occhi dei musulmani si riempivano di lacrime. Da questa condizione si può comprendere quanto fosse difficile, involontaria e tuttavia inevitabile la decisione di combattere per lo Stato islamico di Medina, e come fosse assolutamente impossibile per loro partecipare a questa guerra se non costretti dalla pressione delle circostanze. Ma, una volta costretti a compiere quell’azione, colmarono ogni mancanza con la ferma convinzione nella propria visione della vita, l’amore profondo per il proprio grande obiettivo e la compagnia sincera del Messaggero (pace e benedizioni su di lui).

(10) Il Corano, oltre a mettere in guardia i musulmani e a renderli consapevoli di tutti i loro difetti e delle loro debolezze, esortandoli a concentrarsi sulla loro correzione, sviluppa in loro anche qualità proprie dei soldati. Insegna loro che sul campo di battaglia è la forza morale a essere il vero fattore decisivo. La componente più importante di questa forza morale è la pazienza. Insegna loro inoltre che, nella lotta tra la verità e la falsità, devono mettere completamente da parte i sentimenti legati alla discendenza, alla tribù e all’appartenenza etnica, nonché gli interessi terreni, dando invece priorità esclusivamente al compiacimento di Allah, alla vittoria della verità e della giustizia e al successo nell’Aldilà. Il Corano imprime inoltre nei loro cuori la consapevolezza che la decisione sulla vittoria e sulla sconfitta è sempre, senza alcuna eccezione, nelle mani di Allah. Solo il Suo aiuto può rendere vittoriosa una forza. Pertanto, bisogna sempre attribuire la massima importanza alla Sua legge e al Suo compiacimento. Proprio questo insegnamento è stato trasmesso sotto forma di una supplica nei versetti 27 e 28 della sura Āl ʿImrān:

«Di’: “O Allah, Sovrano del regno, Tu dai il regno a chi vuoi e lo togli a chi vuoi; innalzi chi vuoi e umili chi vuoi. Il bene è nelle Tue mani. In verità, Tu sei onnipotente. Tu fai entrare la notte nel giorno e il giorno nella notte; fai uscire il vivo dal morto e il morto dal vivo, e provvedi senza misura a chi vuoi”».

La paura della morte è stata rimossa dai loro cuori con l’insegnamento che la morte giungerà certamente al momento stabilito, con il permesso di Allah. Perciò, commettere una mancanza nell’adempimento del proprio dovere per salvare la propria vita non la prolungherà. Bisogna dunque continuare ad agire guardando la morte negli occhi. Accanto a questi preziosi insegnamenti, ne è stato impartito un altro: la morte di coloro che sacrificano la vita sulla via di Allah per rendere testimonianza alla verità non è come la morte della gente comune. La loro morte è estremamente onorevole. Pertanto, non considerateli morti come gli altri defunti e non chiamateli morti. Essi ricevono una nuova vita presso il loro Signore; le loro anime ricevono un sostentamento luminoso; gioiscono dei preziosissimi doni e delle ricompense di Allah e sono certe e soddisfatte riguardo ai loro compagni affini. In questo modo si è manifestato il significato sublime del martirio. Di conseguenza, il significato della morte sulla via di Allah è cambiato a tal punto che, invece di temere la morte, si è iniziato a pregare per essa. A questo proposito, il Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui, ha vietato di piangere la morte dei martiri intonando lamenti, urlando o percuotendosi il petto. Quando nasce un movimento rivoluzionario fondato sulla verità, esso introduce una terminologia particolare, adeguata alla natura stessa del movimento rivoluzionario, vi inserisce significati specifici e modifica il senso delle concezioni comuni. Da tutti questi insegnamenti si comprende che, nell’Islam, la guerra non è un’attività terrena o materiale. È invece pura adorazione di Allah e un’autentica esigenza religiosa.

(11) Alcuni ipocriti erano rimasti sul campo. Prima della battaglia, in un momento estremamente delicato, avevano avuto una parte considerevole nel creare disordine tra i musulmani e nel provocare una frattura nell’unità dell’organizzazione; anche dopo la battaglia avevano alimentato molte dicerie, sostenendo che, se fossero state compiute determinate azioni, una simile catastrofe non si sarebbe verificata. Dicevano inoltre che, se avessero avuto una certa voce nella leadership, la battaglia di Uhud non avrebbe avuto un simile esito. Anche gli arcieri che si trovavano nel passaggio posteriore non erano animati da intenzioni limpide. Quando, a Medina, fu chiesto loro perché avessero abbandonato le loro posizioni, presentarono varie deboli scuse. Dopo averle ascoltate, il Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui, disse: “Non è nulla di tutto questo. In realtà, nutrivate nei miei confronti l’errata convinzione che vi avrei traditi e non vi avrei dato ciò che vi spettava”. Per eliminare questa falsa convinzione, il Corano ha detto: “Non è concepibile che un profeta possa tradire”. (Āl ʿImrān, 161)

(12) Quando i nemici ferirono il Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui, un Compagno gli consigliò di invocare una maledizione contro quegli empi, affinché Allah li distruggesse. In risposta, il Messaggero di Allah disse: “Sono stato inviato come misericordia per gli abitanti del mondo, non come maledizione per loro”. Poi pregò: “O Allah, guida il mio popolo sulla retta via. Essi non sanno” (non conoscono me, il mio scopo e il mio obiettivo, né le realtà della vita e del mondo). Abbiamo già detto che questa risposta e questa supplica rivelano la prospettiva con cui il Messaggero di Allah considerava i suoi oppositori. È evidente che non nutriva alcun desiderio di vendetta personale. Voleva correggerli, non distruggerli. Se aveva impugnato le armi in risposta alle loro azioni militari, lo aveva fatto soltanto perché costretto, poiché non aveva altra scelta.

Dopo Uhud

Sebbene i musulmani fossero stati inizialmente vittoriosi nella battaglia di Uhud e poi avessero subito una temporanea disfatta, alla fine la bilancia aveva cominciato a pendere dalla loro parte. In particolare, il fatto che i Quraysh si fossero ritirati lasciando incompleta la vittoria, che l’esercito musulmano li avesse inseguiti e che, nonostante il desiderio di Abū Sufyān di tornare ancora una volta, egli fosse rientrato alla Mecca, aveva contribuito a rafforzare il coraggio dell’esercito musulmano. In realtà, l’esercito dei Quraysh si era ritirato sospendendo la battaglia senza giungere a una decisione definitiva. Nessuna delle due parti era riuscita a sconfiggere chiaramente l’altra. Il significato di una situazione simile è: “Il resto si vedrà in seguito”. Da parte dei Quraysh, Abū Sufyān aveva lanciato apertamente la sfida: “L’anno prossimo torneremo sul campo di Badr per affrontarvi di nuovo”. Mentre la battaglia di Badr aveva avuto un esito definitivo, la battaglia di Uhud non ne aveva avuto alcuno. La decisione finale era stata rinviata a un momento successivo.

Sebbene l’esercito musulmano non fosse risultato vittorioso, non era neppure stato sconfitto. Tuttavia, l’influenza esercitata dalla battaglia di Badr sulle regioni circostanti aveva subito qualche indebolimento e le speranze e le aspirazioni delle tribù politeiste conservatrici avevano ricominciato a ruotare attorno alle forze dell’ignoranza preislamica. Il comportamento ribelle di alcune forze malvagie e inclini alla criminalità aveva ricominciato a sollevare la testa. Le tribù disordinate attorno a Medina avevano ripreso con arroganza le loro attività sediziose. Ma l’organizzazione dei musulmani era così coesa e vigile, e la leadership così solida, che ogni attività sovversiva veniva immediatamente respinta e la situazione veniva gradualmente ricondotta sulla retta via. In questo modo si fece sapere alla popolazione che il governo islamico era pienamente vitale e che non avrebbe mancato di proteggere la legge e l’ordine, la vita e i beni dei cittadini e l’integrità dello Stato. Ciononostante, per ristabilire l’autorità dello Stato islamico fu necessario del tempo.

Tra le forze ribelli che, dopo la battaglia di Uhud, avevano cominciato a rialzare la testa, furono Talha bin Khuwailid e Salma bin Khuwailid di Qutun a dare inizio alle attività sovversive. Essi incitarono la tribù dei Banu Asad a intraprendere attività ribelli contro Medina. L’opinione probabilmente più corretta è che fosse stato pianificato un qualche tipo di rapina armata. La notizia del piano fu scoperta proprio con il sorgere della luna di Muharram del quarto anno dell’Egira. Fu immediatamente inviata una forza di centocinquanta combattenti, al comando di Abu Salama al-Makhzumi, per sventare questo pericolo. Non appena raggiunsero Qutun, la banda di predoni si disperse. Il governo islamico confiscò le mandrie di bestiame da essi abbandonate e le distribuì tra i volontari. Il 5 di Muharram giunse da un’altra direzione la notizia che Khalid bin Sufyan della tribù dei Banu Khuzayl aveva costituito una forza per attaccare Medina. Fu inviato contro di loro Abdullah bin Anis al-Juhani al-Ansari. Abdullah pose fine alla ribellione e tornò portando la testa di Khalid. Come ricompensa per questa eroica impresa compiuta completamente da solo, il Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui, gli donò il proprio bastone.

Dopo due o tre settimane si verificò nuovamente un incidente. All’inizio del mese di Safar, alcuni membri delle tribù di Adal e Qara giunsero a Medina dopo aver ordito una cospirazione. Si rivolsero al Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui, dicendo: «Alcuni membri del nostro popolo sono diventati musulmani. Mandaci alcune persone affinché li istruiscano e li educhino». Il Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui, mandò dieci uomini sapienti e virtuosi (questo è il numero riportato secondo la narrazione di Sahih al-Bukhari; secondo le narrazioni degli storici e degli autori di biografie, erano sette). Il loro comandante era Murs had ibn Abi Murs had. Non appena giunsero a Rajī, il territorio dei Banu Hudhayl, tutti furono uccisi, tranne Khubayb e Zayd. Khubayb e Zayd furono venduti ai Quraysh della Mecca, che li uccisero dopo averli crocifissi. Abbiamo già discusso in precedenza di questo episodio. Da esso si comprende chiaramente quanto fossero cresciute, dopo la battaglia di Uhud, l’insolenza e l’audacia degli avversari. Diverse persone preziose di un piccolo gruppo si erano messe in viaggio come insegnanti e furono barbaramente martirizzate lungo il cammino. È difficile descrivere a parole quanto profondamente il Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui, ne fosse rimasto colpito. Quei selvaggi, ai quali essi si erano recati per impartire la conoscenza dell’Islam, non solo non appresero nulla da loro, ma li uccisero crudelmente senza alcuna colpa. Ma non era ancora finita. Nello stesso mese si verificò il più grave incidente a Bi’r Ma‘una. Abu Bara Amir bin Malik giunse dalla regione di Najd e incontrò il Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui. Il Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui, lo invitò all’Islam. Egli non accettò l’invito, ma neppure lo rifiutò. Tuttavia, con grande sincerità, consigliò: «Manda un gruppo dei tuoi compagni a Najd. È probabile che la gente accetti l’Islam». Il Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui, espresse timori riguardo a Najd. L’episodio di Rajī era avvenuto solo pochi giorni prima. Abu Bara si assunse la responsabilità di proteggerli. Poiché l’estensione dell’influenza e dell’autorità del governo islamico nella regione di Najd era divenuta necessaria per più ampi interessi politici, il Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui, fidandosi delle parole di Abu Bara, mandò un gruppo di settanta uomini (questo è il numero riportato in al-Bukhari; secondo Ibn Ishaq erano quaranta). Tra loro vi erano hafiz di primo livello, recitatori del Corano e predicatori. Il loro capo era Mundhir bin Amr. Quando questa delegazione incaricata della da‘wa giunse in un luogo chiamato Bi’r Ma‘una, Haram ibn Milhan si recò da Amir bin al-Tufayl, capo della tribù dei Banu Amir, portando una lettera del Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui. Prima ancora che Amir bin al-Tufayl leggesse la lettera, fece cenno ai suoi uomini di uccidere Haram. Poi proclamò alla tribù dei Banu Amir: «Ovunque vi troviate, venite ad attaccare la delegazione giunta da Medina». Ma i Banu Amir non accettarono di infrangere la promessa fatta ad Abu Bara. Allora egli invitò le branche anarchiche della tribù dei Banu Sulaym: Ra‘yan, Dhakwan, Usayya e i Banu Lihyan. Essi si prepararono e circondarono la delegazione incaricata della da‘wa proveniente da Medina. I membri della delegazione dissero: «Non siamo venuti per combattere. Non vogliamo neppure rimanere qui. Desideriamo proseguire oltre. Perciò non attaccateci». Ma gli assassini non ascoltarono nulla di ciò che dicevano. Ne uccisero sessantanove. Il settantesimo membro, Ka‘b bin Zayd, si nascose tra i cadaveri con il corpo insanguinato e, sopravvissuto a stento, raggiunse Medina e riferì al Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui, l’intero episodio. Riflettete su quanto fu dolorosa la prova affrontata da questo giovane gruppo circondato dai nemici. Sessantanove suoi membri, istruiti e capaci, ricevettero il martirio nello stesso momento e con estrema crudeltà. Dopo questo episodio così doloroso, il Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui, fu profondamente afflitto e addolorato. Per un mese, durante la preghiera dell’alba, invocò la maledizione contro gli assassini dei suoi amati compagni, a causa di questo evento straziante. Il termine tecnico per questa invocazione è Qunut al-Nazila.

Osservate anche il comportamento del grande Profeta, pace e benedizioni su di lui, salvatore dell’intera umanità, di fronte alle azioni bestiali di questi selvaggi. Amr bin Umayya, l’unico sopravvissuto tra i settanta membri della delegazione, mentre tornava a Medina vide in un luogo due uomini addormentati all’ombra di un albero. Poiché gli sembrò che quei due fossero complici degli assassini, li uccise. La sua supposizione era errata: entrambi appartenevano a una tribù alleata. Il Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui, pagò il prezzo del sangue per l’uccisione dei due uomini. Infatti, il Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui, aveva compiuto tanti sacrifici proprio per porre fine al regno dell’oppressione allora vigente e instaurare il regno della giustizia.

Se Medina non fosse rimasta internamente stabile, sarebbe stato impossibile risolvere tutte queste complicazioni esterne. Tuttavia, qui erano presenti alcune forze malvagie e intriganti, molto influenti grazie alle loro terre, alle loro ricchezze e alle grandi fortezze che possedevano. Dall’interno dello Stato islamico tramavano con estrema slealtà e ostacolavano ogni iniziativa dei musulmani. In particolare, le tribù ebraiche, nonostante avessero firmato il patto sull’unità di Medina, svolgevano ogni giorno attività ribelli. Tra loro, la tribù di Banu Nadir possedeva la roccaforte più potente. Accecate dalla temerarietà e dall’ostinazione, avanzavano sconsideratamente. Dopo gli avvenimenti di Uhud, Raji‘ e Bi’r Ma‘una, la loro insolenza era cresciuta al punto che, in quel momento così delicato, arrivarono persino a tentare apertamente di assassinare il Messaggero, pace e benedizioni su di lui (ho già menzionato questo episodio). Quando, dopo le loro passate malefatte, gli ebrei non ebbero scrupoli a compiere nuovamente questo aperto attentato, divenne inevitabile adottare una misura definitiva nei loro confronti. Il Messaggero, pace e benedizioni su di lui, fece tutto il possibile per evitare di dichiarare loro guerra e di provocare spargimenti di sangue. [Da un lato, infatti, il movimento islamico non è per sua natura violento né estremista. Inoltre, la questione riguardava persone appartenenti a un gruppo distinto del mondo. Il movimento islamico doveva operare proprio nell’area sottoposta all’influenza di questo gruppo. Altrimenti, i loro crimini erano così abominevoli che non avrebbero avuto neppure il diritto di vivere.] Per questo si limitò a notificare la revoca della loro cittadinanza e intimò loro di lasciare Medina entro dieci giorni. Li informò inoltre che, se non fossero partiti, sarebbero stati trattati come nemici. Il capo degli ipocriti, ‘Abdullah ibn Ubayy, li incitò a combattere contro il Messaggero, pace e benedizioni su di lui, promettendo loro un aiuto sufficiente. Istigata da lui, Banu Nadir sfidò lo Stato islamico dichiarando: «Non ci importa del vostro ultimatum. Fate ciò che volete». Di conseguenza, nel mese di Rabi‘ al-Awwal del quarto anno dell’Egira, il Messaggero, pace e benedizioni su di lui, partì in spedizione con l’esercito musulmano e pose sotto assedio Banu Nadir. ‘Abdullah ibn Ubayy non mantenne la promessa e nessuno accorse in loro aiuto. Ridotti all’impotenza, abbandonarono il loro insediamento. Per grazia del Messaggero, pace e benedizioni su di lui, non solo ebbero salva la vita, ma poterono anche portare con sé, sui dorsi dei cammelli, i loro beni preziosi. Persino in quell’atmosfera di estrema tensione emersero dall’interno di Banu Nadir due uomini fortunati, che, oltre a comprendere l’assurdità e l’ingiustizia del comportamento della loro tribù, riconobbero la verità e la validità della chiamata del Messaggero, pace e benedizioni su di lui, e abbracciarono l’Islam. Erano Yamin ibn ‘Umayr e Abu Sa‘d ibn Wahb.

In quel periodo l’esercito musulmano fu costretto a tagliare alcuni alberi e cespugli. Non si trattava di una questione particolarmente grave. Tuttavia, i propagandisti occidentali hanno tratto anche da questo materiale per la loro propaganda diffamatoria. Si trattava di un’attività militare inevitabile. Ancora oggi alcuni eserciti devono, in determinate circostanze, compiere operazioni di questo genere per costruire strade, distruggere le basi segrete del nemico e far fronte ad altre necessità. Anche la polizia, spesso, deve ricorrere ad attività simili per catturare i criminali. È necessario demolire edifici e intervenire, quando occorre, nei campi, nelle fattorie e nei giardini.

Sottomettendo i malfattori anche in condizioni estremamente pericolose, il Messaggero, pace e benedizioni su di lui, non si limitò a ridurre i propri problemi, ma preservò intatta la propria autorità e la propria immagine agli occhi delle popolazioni circostanti. Esse compresero che il potere e l’autorità del governo islamico erano pienamente saldi.

Abu Sufyan partì per lanciare un attacco con un esercito potente, coerentemente con le minacce ostentate sul campo di Uhud. Questa volta il suo esercito comprendeva duemila fanti e cinquanta cavalieri. Non appena ricevette la notizia, anche il Messaggero, pace e benedizioni su di lui, giunse sul campo di Badr con millecinquecento fanti e dieci cavalieri. Vi stabilì l’accampamento e attese per otto giorni consecutivi l’esercito dei Quraysh. Abu Sufyan, invece, arrivato in un luogo chiamato Dahran o Usfan, a una sola tappa dalla Mecca, tornò indietro. Poiché quell’anno non era piovuto, non gli sembrava adatto alla guerra. Alla fine, appresa la notizia del ritorno di Abu Sufyan, il Messaggero, pace e benedizioni su di lui, rientrò a Medina.

Nel mese di Muharram del quarto anno dell’Egira (secondo un’altra opinione, nel mese di Jumada al-Ula), non appena seppe che due rami della tribù di Ghatafan, Banu Muharib e Banu Tha‘laba, stavano preparando un attacco contro Medina, il Messaggero, pace e benedizioni su di lui, partì con un esercito di quattrocento volontari combattenti (secondo un’altra opinione, settecento). Era vero che era stato preparato un esercito per affrontare quello musulmano, ma di fatto non fu in grado di combattere. In quel periodo accadde anche questo episodio. Un politeista di nome Ghawrath uscì di casa, dichiarando alla propria tribù: «Non tornerò a casa finché non avrò ucciso Muhammad, pace e benedizioni su di lui». Quando arrivò, il Messaggero, pace e benedizioni su di lui, si stava riposando da solo sotto un albero. La sua spada era appesa a un ramo. Ghawrath prese proprio quella spada, la sollevò e disse: «Dimmi: chi può salvarti adesso?». Il Messaggero, pace e benedizioni su di lui, rispose con assoluta serenità: «Allah può salvarmi».

Dumat al-Jandal era un luogo d’incontro per le carovane commerciali; vi erano inoltre attivi predicatori cristiani ed ebrei e agenti d’intelligence politica. D’altra parte, poiché Banu Nadir e altri avevano trovato rifugio in luoghi come Khaybar, questi erano diventati centri per diverse cospirazioni contro Medina. In particolare, è politicamente molto significativo che Ukaydir, un capo cristiano legato all’intesa tra i Quraysh della Mecca e gli ebrei di Khaybar, avesse iniziato a molestare le carovane che trasportavano cereali per Medina. Il Messaggero, pace e benedizioni su di lui, venne a sapere che a Dumat al-Jandal i nemici volevano radunare le proprie forze e attaccare Medina. Nel mese di Rabi‘ al-Awwal del quinto anno dell’Egira, il Messaggero, pace e benedizioni su di lui, partì immediatamente verso quel luogo con mille soldati. Non appena giunse ai nemici la notizia della partenza dell’esercito musulmano verso Dumat al-Jandal, essi si dispersero. Il Messaggero, pace e benedizioni su di lui, non ritenne necessario avanzare ulteriormente. Lungo il cammino si adoperò per procurarsi alleati. In questa fase fu concluso un accordo con ‘Uyayna ibn Hisn. Più tardi, nel settimo anno dell’Egira, Hadrat ‘Abd al-Rahman ibn ‘Awf vi condusse una spedizione politica di carattere missionario, suscitando nella tribù dei Kalb un atteggiamento positivo verso lo Stato islamico di Medina. In seguito, durante la spedizione di Tabuk, nel nono anno dell’Egira, la bandiera della vittoria dello Stato islamico fu innalzata su quella regione.

Questa volta giunse la notizia che Banu al-Mustaliq si stava preparando ad attaccare. Sebbene fosse stata inviata Burayda al-Aslami per svolgere un’indagine, l’informazione risultò vera. Di conseguenza, il Messaggero, pace e benedizioni su di lui, intraprese un’azione militare il 3 di Sha‘ban. Con grande rapidità raggiunse Muraysi‘, dove si trovava una fonte d’acqua. Il capo di Banu al-Mustaliq, Harith ibn Dirar, era desideroso di combattere. Tuttavia, poiché il Messaggero, pace e benedizioni su di lui, arrivò lì all’improvviso, i suoi soldati si dispersero. Rimasero soltanto gli uomini della sua stessa tribù. Al primo assalto, l’esercito di Harith fu completamente sconfitto. Un gran numero di animali fu catturato come bottino, e tutti gli uomini e le donne della tribù furono fatti prigionieri di guerra. Tra questi prigionieri vi era una donna di nome Juwayriya. Ella recitò davanti al Messaggero, pace e benedizioni su di lui, la professione di fede e disse: «Mi presento come musulmana». Con il suo consenso, il Messaggero, pace e benedizioni su di lui, la sposò. Di conseguenza, l’esercito musulmano liberò tutti i prigionieri di Banu al-Mustaliq, dicendo: «Non possiamo tenere prigionieri i parenti del Messaggero, pace e benedizioni su di lui».

Proprio in questa guerra, vedendo lo spettacolo della vittoria dell’Islam, gli ipocriti si infuriarono. Dapprima provocarono una lite per l’acqua e cercarono di creare disordini tra i Muhājirūn e gli Anṣār. Durante il ritorno, continuavano a istigare gli Anṣār affinché espellessero i Muhājirūn da Medina. Durante questa spedizione, ʿĀʾisha dovette subire una campagna di calunnie perché si era separata dalla carovana. Ho già narrato in precedenza tutte queste vicende.

Dopo la battaglia di Uḥud e prima della battaglia del Fossato si verificarono tutti questi piccoli episodi. Tali misure dovettero essere adottate per permettere allo Stato islamico di difendere la propria esistenza, mantenere l’ordine pubblico e proseguire il processo costituzionale. Tra questi eventi, fatta eccezione soltanto per quelli riguardanti le delegazioni degli insegnanti, in tutti gli altri casi talvolta venivano inviati soltanto soldati alla frontiera, mentre altre volte venivano adottate semplici misure di polizia. Gli scontri militari veri e propri furono molto pochi e di entità assai ridotta. Attribuire loro un’importanza eccessiva e descriverli dettagliatamente potrebbe generare nel lettore un’idea errata. La realtà era che la società araba era divisa in numerose tribù, grandi e piccole. Ogni tribù, e persino i rami delle tribù, costituiva nel proprio ambito un’unità amministrativa e politica indipendente. Talvolta una tribù si ribellava, mentre un’altra si preparava ad attaccare o a compiere razzie. Quando si poneva fine ai misfatti di una, un’altra rialzava la testa. In una simile situazione, ogni volta che si tentava di istituire un’amministrazione centrale, non vi era alcuna possibilità di successo senza correre il rischio di scontri e conflitti con le numerose tribù, grandi e piccole, sparse qua e là.

La terza grande guerra – il Fossato

Sebbene nella battaglia di Uḥud i Quraysh avessero avuto, per circostanze fortuite, l’occasione di dare una lezione ai musulmani e, apparentemente, avessero così vendicato la sconfitta di Badr, comprendevano perfettamente che in realtà non erano tornati a casa dal campo di Uḥud da vincitori. Avevano anche capito che, con la loro potenza attuale, non erano in grado di sconfiggere lo Stato islamico di Medina. Perciò avevano lasciato Uḥud con l’intenzione di combattere dopo un anno di intervallo, una volta effettuati preparativi più ampi e raccolte nuove truppe. Abū Sufyān aveva persino espresso questa intenzione. Tuttavia, trascorso un anno, dopo essere usciti dalla Mecca con soldati e armamenti, tornarono indietro a causa delle circostanze sfavorevoli. Esisteva una grande differenza tra i Quraysh e lo Stato islamico. Il campo jāhilita dei Quraysh era stagnante e debole quanto a vitalità; non possedeva alcuna capacità di sviluppo e crescita. Anzi, alcune delle sue forze si separavano continuamente da esso e passavano dalla parte dello Stato islamico. La forza islamica di Medina era una forza idealista, dedita alla daʿwa e orientata verso il popolo. Perciò era sempre attiva, operosa, in sviluppo e in espansione. A causa di questa differenza fondamentale, il trascorrere del tempo si stava dimostrando vantaggioso per Medina. Sotto ogni aspetto — formazione morale e purificazione del carattere, rapporti di alleanza fondati su patti, capacità difensiva, aumento della popolazione ed espansione dei diritti territoriali — Medina cresceva continuamente, si espandeva e diventava più forte. Lo Stato islamico era riuscito di fatto a chiudere le vie commerciali dei Quraysh. Di conseguenza, la Mecca veniva gettata in una crisi economica. Nonostante avesse affrontato molte difficoltà nei due anni successivi alla battaglia di Uḥud, lo Stato islamico aveva compiuto progressi considerevoli. I Quraysh, invece, avevano rinviato la guerra di un anno; poiché essa era stata posticipata, ora richiedeva loro l’accumulo di una forza aggressiva ancora maggiore. Per i soli Quraysh non era facile fornire una forza così ingente. Tuttavia, i vari nemici dello Stato islamico, costretti dalle circostanze, avevano trovato la via dell’unione reciproca. Gli ebrei espulsi da Medina, che si erano stabiliti a Khaybar e a Wādī al-Qurā, si adoperavano con grande impegno per spingere i Quraysh ad attaccare Medina. Iniziarono le loro attività ostili creando in vari modi ostacoli lungo le vie delle carovane che trasportavano viveri per Medina. Quando questi ebrei esiliati vennero a conoscenza dell’esito della battaglia di Uḥud e udirono dell’intenzione di Abū Sufyān di lanciare un nuovo attacco, il loro entusiasmo e il loro slancio non conobbero limiti. Promisero ai Banū Ghatafān, dotati di grande forza numerica, l’intero raccolto annuale di datteri di Khaybar e, anche per il futuro, una quota determinata, e li incitarono ad attaccare Medina. Dopo aver portato a termine questo compito, inviarono una delegazione alla Mecca. Facevano parte di questa delegazione importanti capi ebrei, tra cui Salām ibn Abī al-Ḥuqayq, Salām ibn Mishkam, Ḥuyayy ibn Akhṭab, Kināna ibn al-Rabīʿ (dei Banū Naḍīr), Ḥawdha ibn Qays e Abū ʿAmmāra (dei Banū Wāʾil). Essi assicurarono ai Quraysh: «Se lancerete l’attacco, continueremo a offrirvi pieno aiuto e sostegno finché Muḥammad ﷺ non sarà completamente annientato». La delegazione tornò dalla Mecca dopo aver conseguito pienamente il proprio obiettivo e, lungo il percorso di ritorno, incontrò anche i Banū Ghatafān e altre tribù. Anche i Quraysh consultarono i loro alleati e sostenitori e invitarono gli Aḥābīsh a fornire il loro aiuto. In breve, questa volta le forze jāhilite radunarono sostenitori da tutta l’Arabia.

Quattromila soldati partirono dalla Mecca sotto il comando di Abū Sufyān. Tra loro vi erano tremila cavalieri e mille cammelli. Quando questo esercito giunse a Marr al-Ẓahrān, alcune delle principali tribù alleate dei Quraysh — Banū Sulaym, Banū Asad, Fazāra, Ashjaʿ e Banū Murra, tra le altre — uscirono dai rispettivi territori e si unirono all’esercito dei Quraysh. I Banū Ghatafān partirono sotto la guida di ʿUyayna ibn Ḥiṣn. Esistono divergenze riguardo al numero complessivo raggiunto dall’esercito qurayshita. Secondo alcuni era compreso tra seimila e settemila, secondo altri ammontava a diecimila e secondo altri ancora a ventiquattromila. Tuttavia, la maggioranza ritiene che il numero fosse di diecimila, ed è questa l’opinione prevalente.

Quando il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) si trovava in viaggio verso Dumat al-Jandal, venne a conoscenza di questi preparativi e per questo fece subito ritorno. Si riunì il consiglio consultivo e si decise di respingere l’attacco rimanendo a Medina. Per la difesa della città fu accettato il consiglio di Salman al-Farisi di scavare un fossato, o trincea, secondo il metodo iraniano. Uno dei vantaggi era che questa innovativa strategia difensiva poteva mettere in difficoltà gli invasori arabi. Inoltre, il lavoro che avrebbe potuto essere svolto mediante un muro alto e solido poteva essere compiuto con il solo lavoro fisico. Con questo metodo era possibile fermare un esercito nemico numeroso con un numero limitato di soldati. Il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui), cavalcando personalmente, uscì per stabilire il tracciato del fossato. La città di Medina era circondata su tre lati da abitazioni e giardini cinti da mura. Non era quindi affatto necessario scavare il fossato su quei tre lati; esso era necessario soltanto sul lato settentrionale, aperto. Si decise di realizzare un fossato semicircolare, collegando Harrat al-Sharqiyya e Harrat al-Gharbiyya (la pianura pietrosa orientale e la pianura pietrosa occidentale), fino a raggiungere il margine occidentale del monte Sala‘. Lo scavo di questo tratto fu organizzato sotto la direzione militare. Tuttavia, alcune tribù, per proteggere le proprie abitazioni, estesero il fossato di propria iniziativa. Di conseguenza, il fossato fu prolungato verso sud, passando a occidente dell’area di preghiera dell’Eid (la moschea di al-Ghamama), e fu esteso per una lunga distanza in direzione di Quba. I tremila muǧāhidīn musulmani ai quali in seguito sarebbe stato affidato il compito di combattere direttamente svolsero volontariamente il ruolo di operai nello scavo. Furono formati gruppi di dieci persone e a ciascun gruppo fu assegnato lo scavo di dieci iarde di fossato. Il fossato fu scavato con una larghezza approssimativa di dieci iarde, poiché alcuni cavalieri nemici, tentando di far saltare i cavalli oltre il fossato, vi caddero dentro e morirono. Anche la sua profondità probabilmente non era inferiore a cinque iarde, mentre la lunghezza era di tre miglia e mezzo. È stupefacente pensare a come i volontari musulmani riuscirono a completare un’opera così grande in appena tre settimane. Fu necessario scavare e spostare quasi trecentottomila iarde quadrate di terra. Quanto agli strumenti, alcuni attrezzi per tagliare e scavare la terra furono presi in prestito dai Banu Qurayza in base a un accordo. Per mancanza di ceste, non solo i musulmani comuni, ma persino uomini come Abu Bakr e Umar (che Allah sia soddisfatto di loro) trasportavano la terra riempiendo i propri mantelli e lembi di stoffa. Lungo il fossato furono costruite, in vari punti, alte piattaforme di osservazione. Da quelle piattaforme era possibile sorvegliare contemporaneamente ogni parte del fossato.

Non appena lo scavo del fossato fu terminato, nel mese di Shawwal del quinto anno dell’Egira, l’esercito nemico coalizzato arrivò alla periferia di Medina. I soldati dei Quraysh, di Kinana e degli Ahābīsh posero il campo presso il pozzo di Rūma, nei pressi della valle di al-‘Aqīq. I Ghatafan e i Banu Asad si accamparono a est, estendendosi dalla località chiamata Yanbu‘ Naqama, presso Wadi al-Nu‘man, fino al monte Uhud. L’esercito musulmano, invece, stabilì il campo centrale lasciandosi il monte Sala‘ alle spalle. Nel luogo in cui era stata eretta la tenda del Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) esiste ancora oggi la moschea al-Fath, a ricordo di quell’evento.

Sebbene i nemici dell’Islam fossero schierati in gran numero, quel fossato, o trincea, si rivelò per loro un problema del tutto nuovo. Non avevano mai visto una linea difensiva di quel genere ed erano completamente ignari di questa strategia. I loro cavalli e cammelli potevano essere utilizzati soltanto fino al margine esterno del fossato. Uno o due cavalieri, tentando con eccessivo ardore di saltare oltre la trincea, vi caddero dentro e morirono. Essi avanzavano da diverse direzioni, ma i soldati dell’esercito musulmano si presentavano immediatamente davanti a loro senza mostrare alcuna debolezza e costringevano a ritirarsi i nemici che tiravano con l’arco. Spade e lance erano del tutto inutili. Ogni giorno entrambe le parti si scambiavano alcune frecce. Dopo essersi irritato per l’assedio durato diversi giorni, un giorno l’esercito nemico sferrò un attacco in grande stile. Attaccò ora da un punto, ora da un altro, ma senza ottenere alcun risultato. Alla fine, il celebre e anziano cavaliere dei Quraysh, ‘Amr ibn ‘Abd Wudd, si lanciò all’attacco in preda all’entusiasmo. Incitò ‘Ikrima, figlio di Abu Jahl, Hubayra ibn Abu Wahb e Dirar ibn al-Khattab, e portò con sé alcuni uomini di Banu Kinana. Infine, individuato un punto favorevole, fece saltare il cavallo oltre il fossato. Due o tre dei suoi compagni lo seguirono e superarono anch’essi la trincea, mentre tutti gli altri rimasero sul bordo. Una volta entrato, sfidò i musulmani a combattere. ‘Ali avanzò per affrontarlo e, dopo avergli inflitto una lieve ferita, lo mandò all’Inferno. Quel giorno fu così difficile per l’esercito musulmano che, mentre respingeva i nemici giunti da varie direzioni, furono perse quattro preghiere obbligatorie.

La lunga durata dell’assedio era motivo di preoccupazione per i musulmani, ma anche i nemici erano inquieti. Dopo molte consultazioni, per sferrare un attacco definitivo si decise di indurre la tribù ebraica dei Banu Qurayza a rompere il patto stipulato con il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui), così che potessero attaccare dall’interno. Su richiesta di Abu Sufyan, Huyayy ibn Akhtab assunse questo incarico. Incontrò Ka‘b ibn Asad, capo dei Banu Qurayza, e gli espose la propria posizione. In un primo momento Ka‘b rifiutò. Disse: «Ho sempre visto Muhammad (pace e benedizioni su di lui) mantenere le sue promesse. Perciò rompere il patto con lui sarebbe un atto estremamente disumano». Ma Huyayy ibn Akhtab insistette con ogni mezzo e ripeté la sua richiesta, dicendo: «Siamo venuti con un esercito innumerevole. Tutta la nazione araba si è unita a noi. L’intero esercito è accecato dalla brama del sangue di Muhammad (pace e benedizioni su di lui). Non bisogna lasciarsi sfuggire questa opportunità. Ora è giunto il momento finale dell’Islam». In breve, la strategia dell’istigazione ebbe successo e la notizia giunse immediatamente ai musulmani. Il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) verificò la verità dei fatti, che fu confermata dall’indagine. Quando un gruppo dei Compagni testimoniò che la notizia era vera, dalle labbra del Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) furono pronunciate soltanto queste parole: «Allahu akbar! Hasbunallahu wa ni‘mal-wakil». («Allah è il più grande. Allah ci basta; Egli è il migliore dei protettori».)

L’ampiezza del campo di battaglia, la lunga durata dell’assedio, la scarsità di soldati, la mancanza di equipaggiamento, la terribile fame, insieme alla privazione del sonno, la fuga dal fronte degli ipocriti con ogni sorta di deboli scuse e persino la perdita delle preghiere a causa dell’eccesso di impegni: nulla di tutto ciò costituiva una prova ordinaria. Inoltre, quando il timore di un tradimento si diffuse all’interno di Medina e si creò una situazione in cui i Banu Qurayza, capaci di fornire più di millecinquecento uomini combattenti, assunsero all’improvviso il ruolo di un nemico interno, simile a una calamità domestica, oggi è difficile immaginare quale fosse lo stato d’animo dei tremila muǧāhidīn pronti a sacrificare la vita. Abu Bakr al-Siddiq (che Allah sia soddisfatto di lui) riferì: «Dopo aver appreso la notizia, tra noi si diffuse il timore che le nostre case potessero essere attaccate e che donne e bambini potessero essere aggrediti. Per questo salivamo ripetutamente sulla montagna per vedere se fosse accaduto qualcosa. Quando vedevamo che le nostre case erano tranquille, rendevamo grazie ad Allah». Il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) inviò un contingente di trecento muǧāhidīn per garantire la sicurezza di Medina. Ecco come il Corano descrive la situazione di quel momento:

«Ricordate quando i nemici avanzarono contro di voi dall’alto e dal basso, quando i vostri occhi rimasero immobili e i vostri cuori giunsero alle gole, mentre nella vostra mente si agitavano ogni sorta di pensieri su Allah».

(al-Ahzab-10)

In effetti, la dura prova affrontata dai musulmani in questa occasione non ebbe eguali in nessuna delle due grandi battaglie precedenti. È vero che nella battaglia di Uhud si patirono sofferenze indescrivibili, ma tutto si concluse nell’arco di una sola giornata. Questa volta, invece, le sofferenze durarono a lungo, e gli invasori non erano soltanto i Quraysh: ve n’erano molti altri. Vedendo le sofferenze dei musulmani, il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) escogitò la strategia di allontanare dal campo di battaglia una parte dell’esercito nemico attraverso tentativi e trattative conciliatorie. Fece venire due capi dei Banu Ghatafan, estremamente avidi di ricchezze, e parlò con loro. Propose di raggiungere un accordo concedendo loro un terzo del raccolto complessivo di Medina, e fu raggiunta un’intesa; venne persino preparata una bozza di trattato. Prima di apporvi la firma, però, ritenne necessario consultare Saʿd ibn Muʿadh e Saʿd ibn ʿUbadah, capi degli Aws e dei Khazraj. Spiegò a entrambi: «Siete circondati da un numero così grande di nemici che non è facile respingerli. Perciò, per indebolire la forza del nemico, non vi è altra via alternativa». Il loro orgoglio si risvegliò. Dissero: «O Messaggero, quando eravamo ancora miscredenti, queste tribù non potevano prendere in questo modo i nostri beni. E oggi, dopo aver abbracciato l’Islam e divenuti più forti di prima, dovremmo consegnare così le nostre ricchezze nelle loro mani? Giuriamo su Allah, questo non potrà mai accadere. Non abbiamo bisogno di un simile trattato». Il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) fu estremamente felice di questa risposta. Quando consegnò la bozza del trattato a Saʿd, questi la strappò.

Tuttavia, la complessità della situazione rimaneva intatta. Allah Onnipotente fece improvvisamente emergere una soluzione. Fu un evento straordinario e la più luminosa testimonianza della verità morale e intellettuale del movimento islamico. In quel momento catastrofico, Nuʿaym ibn Masʿud avanzò improvvisamente. Si recò dal Messaggero (pace e benedizioni su di lui) e disse: «O Messaggero, ho abbracciato l’Islam». Detto questo, recitò pubblicamente la professione di fede, dichiarando la purezza della propria fede. Poi disse: «Poiché i nemici non sanno ancora che ho abbracciato l’Islam, se mi date il permesso posso fare qualcosa per spezzare l’unità dei Quraysh e dei Banu Qurayza». Il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) gli diede il permesso. Nuʿaym si recò dai Banu Qurayza. Dopo i primi scambi, disse loro: «Se otterrete la vittoria, tanto meglio. Ma pensate a cosa accadrà se vi toccherà la sconfitta. In caso di sconfitta, i Quraysh e i Ghatafan se ne andranno tutti, mentre voi rimarrete soli come bersaglio dell’attacco di Muhammad (pace e benedizioni su di lui). Dunque dite ai Quraysh e ai Ghatafan di lasciarvi alcuni dei loro uomini come ostaggi. Se accetteranno questa condizione, cooperate con loro; altrimenti separatevi da loro». Poi Nuʿaym si recò dai capi dei Quraysh. Disse loro: «Sono in possesso di alcune informazioni che ritengo necessario comunicarvi. I Banu Qurayza hanno ora cambiato posizione. Ne avrete presto la prova: vi chiederanno alcuni uomini come ostaggi». Così i Quraysh fecero sapere ai Banu Qurayza: «Non possiamo più sopportare questo lungo assedio. Se ora collaborate con noi, lanceremo un attacco decisivo». I Banu Qurayza chiesero che alcuni dei loro uomini fossero lasciati come ostaggi. A quel punto i Quraysh credettero alle parole di Nuʿaym e persero ogni fiducia nei Banu Qurayza. Grazie a questa strategia, il quadro della guerra cambiò completamente.

A causa della frattura nell’unità dei nemici dell’Islam, essi cominciarono a provare una stanchezza estrema. Era ormai trascorso quasi un mese da quando avevano lasciato le loro case. Le loro attività avevano subito gravi danni e avevano già speso molto denaro, senza ottenere alcun vantaggio. Nel frattempo, il problema dei rifornimenti per un esercito così vasto e per i suoi animali divenne sempre più grave. Una parte considerevole dei rifornimenti dei Quraysh cadde nelle mani di un contingente musulmano durante il tragitto. Inoltre, il tempo divenne sfavorevole e il freddo superò ogni limite di sopportazione. In eventi storici di questo genere, l’influenza degli elementi naturali è spesso estremamente significativa. Un semplice segno della volontà di Allah porta alla soluzione definitiva del problema. La testimonianza della storia mostra che gli elementi naturali, unendosi alle circostanze, spesso fanno pendere la bilancia della verità a favore di quest’ultima nei momenti più delicati. Una notte si levò improvvisamente una tempesta così violenta che le tende degli invasori furono sradicate, i focolari si spensero, pentole e utensili furono sparpagliati ovunque e gli animali si terrorizzarono. In una parola, il loro entusiasmo e il loro ardore si congelarono completamente. Presi dal panico, cominciarono a pensare di abbandonare la guerra e fuggire. Riguardo a questo aiuto invisibile, Allah dice:

«Ricorda il favore di Allah, quando contro di voi si radunarono gli eserciti: Noi mandammo contro di loro un vento e schiere che non potevate vedere». (Sura al-Ahzab-9)

Vedendo il terrore e la disperazione diffusi tra i soldati, Abu Sufyan comprese che non avrebbero più potuto resistere a lungo. Così, all’improvviso, lasciarono Medina e se ne andarono. Il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) disse: «Ora è finita l’epoca degli attacchi dei Quraysh». In altre parole, avevano messo alla prova la forza esclusiva dei propri eserciti a Badr e a Uhud. A Khandaq avevano invece lanciato un attacco organizzato con alleati provenienti da tutta l’Arabia, ma anche quell’attacco era fallito. Poiché in futuro non sarebbe più stato possibile per loro riunire una forza così grande, come avrebbero potuto i Quraysh essere ancora capaci di combattere? Le guerre successive avrebbero richiesto una forza ancora maggiore.

In questa guerra le perdite umane furono molto esigue da entrambe le parti, e nell’esercito musulmano furono ancora più ridotte. In tutto, sei persone morirono da martiri. Tra loro vi era anche una personalità straordinaria come Hazrat Saʿd ibn Muʿadh. Fu ferito da una freccia e morì alcuni giorni dopo.

Alcuni importanti insegnamenti della battaglia di Khandaq

Gli insegnamenti di questa guerra sono i seguenti:

1- L’elemento che più accresceva la fede era l’entusiasmo ardente e senza riserve dei volontari musulmani. Essi non solo dimostrarono, nel complesso, estrema pazienza e incrollabile fermezza d’animo in quella situazione terribile, ma portarono a termine lo scavo del fossato in modo tale che sembrava che un esercito di jinn avesse afferrato la terra e l’avesse capovolta. Compirono quest’opera cantando inni islamici.

(Arabo********)

«Siamo coloro che hanno stretto la mano a Muhammad, promettendo di continuare il jihad per tutta la vita.»

Un altro gruppo intona:

(Arabo********)

«I nemici ci hanno attaccati per allontanarci dalla via della verità. Ma noi non lo accettiamo». In particolare, «non lo accettiamo, non lo accettiamo». Quando questa espressione veniva cantata all’unisono con voce energica, l’aria e la terra risuonavano di una ferma determinazione.»

Una delle ragioni del loro entusiasmo e del loro ardore era che tutto ciò che avevano ottenuto fino ad allora, dopo aver lottato per tutta la vita, era ormai minacciato. Il movimento islamico e lo Stato islamico di Medina erano per loro i beni più cari. Consideravano una fortuna poter sacrificare per essi tutto ciò che possedevano, persino la vita e i beni. La sacra lotta e l’impegno per conseguire il bene supremo dell’umanità in questo mondo e nell’Aldilà erano le attività più amate della loro vita. La seconda ragione principale era che il loro amatissimo capo non era soltanto fisicamente presente con loro sul campo di lavoro, ma partecipava attivamente a ogni attività. Non appena iniziarono i lavori di scavo, il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) lasciò la propria casa e si recò sul luogo dei lavori; su una montagna vicina fu montata una tenda per il suo soggiorno. Attualmente in quel luogo sorge la «Moschea di Zubab». Erano stati formati gruppi di dieci persone ciascuno, e il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) era membro di uno di essi. È risaputo che Hazrat Salman al-Farisi era capace di lavorare dieci volte più di qualsiasi altra persona. Per questo ogni gruppo cercava di annoverarlo tra i propri membri. Il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) risolse questa contesa dicendo: «Salman è membro del gruppo della nostra famiglia». In tal modo Hazrat Salman fu onorato e fu anche eliminato il rischio di conflitti tra i diversi gruppi. Il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) svolse sia il lavoro di scavare sia quello di trasportare la terra. Persino quando una dura pietra si incastrava nel piccone, accorreva personalmente per frantumarla. Si tramanda che abbia spezzato con le proprie mani due pietre di questo tipo.

2- Ho già detto quanto fossero gravi le privazioni e la miseria dei musulmani durante questa guerra. Gli strumenti per lo scavo erano stati presi in prestito dai Banū Qurayẓa. Non c’erano neppure ceste per trasportare la terra; perciò ciascuno usava i propri abiti. Anche il cibo scarseggiava terribilmente. Poiché tremila uomini furono impegnati senza sosta per due o tre settimane nello scavo e per altre due o tre settimane nella guerra, mentre ogni attività agricola e commerciale era sospesa, la crisi economica era inevitabile. I combattenti musulmani, pur lavorando duramente fino a sudare sangue, rimasero a digiuno per tre giorni consecutivi. Tutti sopportarono anche questo con il sorriso, perché il Messaggero di Allah, la pace e le benedizioni su di lui, guida dei musulmani, partecipava anch’egli a quel digiuno. Anzi, sopportò la fame più degli altri. Quando qualcuno venne a mostrare di essersi legato una pietra sul ventre per il dolore della fame, il Messaggero si sollevò la veste e mostrò di averne legate due. La virtù del sacrificio e della rinuncia rimane viva finché tutti i membri del gruppo vi partecipano. Ma se alcuni si considerano al di sopra del sacrificio e cercano di addossare soltanto agli altri la responsabilità della rinuncia e del sacrificio, questa virtù comincia a scomparire dall’intero gruppo. In particolare, i leader e i responsabili di un movimento islamico dovrebbero cercare di essere, in questa qualità, più avanzati di chiunque altro.

3- In generale, il mantenimento della disciplina nella società è già una necessità imprescindibile del movimento islamico. Ma sul campo di battaglia è impossibile affrontare efficacemente il nemico senza una disciplina assoluta. Fin dalla prima guerra il Messaggero aveva insegnato la disciplina militare. Al tempo della battaglia del Fossato, l’esperienza si era molto ampliata. Perciò, nella battaglia del Fossato, l’aspetto disciplinare era assai solido. Lo scavo del fossato fu completato con piena disciplina e mediante una distribuzione dei compiti. Inoltre, per sorvegliare i lavori e mantenere il controllo sul campo di battaglia, furono costruite piattaforme di osservazione in vari punti e venne organizzato un servizio di guardia a turni. Furono persino stabiliti segnali per permettere ai combattenti musulmani di riconoscersi reciprocamente. Quando il gruppo incaricato di indagare sul tradimento dei Banū Qurayẓa tornò e presentò un rapporto a sostegno dell’accusa, anch’esso lo comunicò mediante un segnale. I membri del gruppo d’indagine dissero soltanto: «ʿUẓal e Qāra». Cioè: come la gente di ʿUẓal e Qāra aveva tradito il gruppo degli insegnanti, così avevano fatto anche i Banū Qurayẓa. Nonostante ciò, in un’occasione, nell’oscurità della notte, due gruppi di combattenti musulmani si scontrarono per errore e un uomo ottenne il martirio. Dall’inizio dello scavo fino alla sua conclusione, nessuno dei musulmani devoti lasciò il luogo di lavoro senza chiedere il permesso al Messaggero.

4- Dal percorso che il Messaggero aveva individuato per stipulare un accordo conciliatorio con i Banū Ghatafān si apprende che, per proteggere il movimento islamico da un’opposizione pericolosa e indebolire la forza del nemico, se talvolta è necessario fare un passo indietro o mostrarsi un po’ flessibili, ciò non è affatto inconcepibile. Dopo essere stati coinvolti in lunghi conflitti e scontri, può rendersi necessario, di tanto in tanto, effettuare transazioni conciliatorie con le diverse persone conosciute. Il movimento islamico può trovarsi di fronte a molte esigenze complesse e, per soddisfarle, deve necessariamente dimostrare saggezza e prudenza. La capacità di comprendere la situazione e di individuare la via migliore a partire da essa dovrebbe essere una qualità indispensabile di ogni leadership competente e lungimirante. Principi e ideali sono una cosa; i metodi d’azione, un’altra. Nei principi e negli ideali non c’è alcuno spazio per la flessibilità o il compromesso. Nei metodi d’azione, invece, tale spazio esiste. Coloro che vogliono applicare la stessa formula in ogni circostanza ai metodi d’azione, così come ai principi, spesso non riescono a compiere alcuna impresa significativa nella storia.

È indubbio che il Messaggero avesse cercato in anticipo una soluzione al problema degli Anṣār di Medina, temendo che potessero farsi prendere dal panico pensando che una calamità insopportabile fosse piombata sulle loro spalle; per questo aveva voluto raggiungere un’intesa con i Ghatafān. Ma, quando i due capi degli Aws e dei Khazraj dimostrarono fermezza, egli si sentì rassicurato.

5- Prima di dare forma definitiva alla proposta di accordo, il Messaggero consolidò il principio della consultazione consultando i capi degli Anṣār. Anche sul campo di battaglia non prese da solo alcuna decisione importante.

6- Il ruolo svolto da Nuʿaym ibn Masʿūd per creare discordia tra i nemici fu svolto con il permesso del Messaggero. Egli gli aveva dato tale permesso sulla base del principio: «La guerra è una forma di inganno». Da ciò si apprende che, all’interno dei limiti morali inviolabili, nei conflitti e nelle guerre si possono adottare strategie diverse. Anzi, in determinate circostanze esse possono diventare inevitabili. In situazioni estremamente pericolose e rischiose, se ci si limita a guardare con semplicità, in silenzio e passivamente, senza ricorrere a una strategia, può verificarsi una catastrofe. Se non si considera debole una narrazione di Ibn Isḥāq, Nuʿaym ibn Masʿūd portò a termine con grande successo un’impresa straordinaria senza dire neppure una menzogna e senza oltrepassare alcun limite morale.

7- Il Compagno Salmān al-Fārisī, appartenente al gruppo del Messaggero, racconta: «Durante lo scavo incontrammo un’enorme roccia che non riuscivo in alcun modo a spezzare. Il Messaggero era lì vicino. Prese da me il piccone e cominciò a colpirla ripetutamente. Dopo il primo colpo disse: “Lo Yemen è stato conquistato per me”. Dopo il secondo colpo disse: “La Siria e il Marocco si sono inchinati davanti a me”. Al terzo disse: “La regione orientale (l’Iran) è entrata in mio possesso”». Questa profezia è molto importante sotto due aspetti. Primo: mostra che il Messaggero aveva, dall’inizio alla fine, una chiara consapevolezza delle fasi del successo del movimento islamico. A sostegno di questa consapevolezza gli giungeva anche la rivelazione da parte di Allah. Secondo: persino in un ambiente estremamente avverso, quando le forze erano al livello più basso e le calamità avevano raggiunto la massima gravità, egli conservava la certezza che la vittoria dell’Islam fosse inevitabile.

Anzi, non possiamo fare a meno di affermare anche questo: dall’epoca meccana fino a quella medinese, dalle labbra del Messaggero si udiva così spesso che il mondo arabo e quello non arabo sarebbero stati miseramente sconfitti per mano dell’Islam, e ciò veniva ripetuto così tanto ovunque, da assumere la forma di uno slogan permanente del movimento islamico. Tratterò dettagliatamente questo argomento altrove. In momenti di varie calamità, per deridere e schernire questa profezia, un ipocrita di nome Muʿattab ibn Qushayr disse: “Da una parte, Muḥammad ci consegna le chiavi degli imperi romano e persiano; dall’altra, la nostra realtà è tale che nessuno di noi può uscire di casa neppure per andare al bagno, tanta è la paura”.

8—Sebbene, a causa delle circostanze particolari di questa guerra, le donne e i bambini fossero stati mandati all’interno della fortezza, anche in quell’occasione le donne musulmane svolsero un ruolo eminente. Una donna di nome Rashida si recò sul campo di battaglia portando alcuni medicinali e materiale per le fasciature, e prestò grandi cure ai feriti. Fasciò anche la ferita di Hazrat Sa’d ibn Mu’adh. Nei pressi di un accampamento delle donne fu visto aggirarsi un giovane ebreo. Proprio lì si trovava Safiyya, zia del Messaggero. Hassan ibn Thabit era stato lasciato lì a causa della sua malattia. Safiyya gli disse di catturare quell’uomo e picchiarlo. Quando il malato Hassan dichiarò di non essere in grado di farlo, la coraggiosa Safiyya prese personalmente un pezzo di legno, lo colpì e lo uccise. Poi gli tagliò anche la testa e la gettò fuori dalla fortezza, affinché gli altri malintenzionati stessero in guardia. Dopo questo episodio, nessun altro nemico osò più avvicinarsi da quella parte. Nella stessa fortezza in cui si trovava Hazrat Aisha si trovava anche la madre di Hazrat Sa’d ibn Mu’adh. Hazrat Aisha, uscendo dalla fortezza, udì il rumore dei passi e vide Sa’d ibn Mu’adh avanzare fieramente verso il campo di battaglia con una lancia in mano. Mentre camminava, recitava assorto una poesia:

«Fermati un momento, lascia che un altro giovane si unisca alla battaglia,

quando la morte è inevitabile, che bisogno c’è

di temere la morte?»

Quando la madre di Sa’d udì la poesia del figlio, disse ad alta voce: «Vattene presto, Sa’d. Sei già molto in ritardo». Poco dopo, quando Sa’d fu colpito da una freccia e morì martire proprio a causa di quella ferita, il significato della poesia di Sa’d si realizzò concretamente.

Avete visto l’emozione di una madre musulmana!

9—I musulmani devoti, precipitati nella terrificante situazione della battaglia del Fossato, vedendo quella devastazione di pericoli e calamità, invece di lasciarsi minimamente prendere dal panico, esclamarono spontaneamente: «Questa è esattamente la situazione che Allah e il Suo Messaggero ci avevano già annunciato come quella che avremmo dovuto affrontare». In verità, senza attraversare situazioni così colme di pericoli, non è possibile conseguire la vittoria della verità né in questo mondo, né raggiungere il Paradiso nell’Aldilà. Nella sura al-Ahzab sono stati elogiati credenti così devoti. Essi sono la vera forza vitale e il vero capitale del movimento.

10—È noto a tutti, riguardo al Messaggero, che, per stabilire i musulmani in una civiltà distinta, aveva profondamente radicato nei loro cuori questo principio: l’imitazione degli stranieri negli ambiti sociale e culturale è indesiderabile. Al suo posto, i nuovi valori culturali devono essere elaborati alla luce dei propri ideali. Ogni corrente culturale deve essere riorganizzata secondo la propria sensibilità islamica. Tuttavia, quando vediamo il Messaggero accogliere apertamente la strategia difensiva iraniana della costruzione del fossato, comprendiamo che lo scambio di mezzi materiali, tecnologie, conoscenze ingegneristiche e informazioni tecniche è stato lasciato aperto a tutta l’umanità. Non è necessario ritenere che i mezzi, le tecnologie, le conoscenze ingegneristiche, le informazioni tecniche e le pratiche efficaci in una determinata epoca debbano essere applicati esattamente allo stesso modo in ogni epoca, cultura e circostanza. Non è neppure necessario chiamare queste cose sharia o sunna. In tali questioni, è opportuno acquisire dagli altri popoli e dalle altre culture gli elementi necessari. Per uno Stato islamico e la sua leadership è, secondo la prospettiva dell’Islam, un dovere indispensabile utilizzare i mezzi più efficaci del proprio tempo, far progredire il proprio popolo nelle competenze tecniche e nella tecnologia, imparare dagli altri le tecnologie di maggior successo e sviluppare anche innovazioni proprie.

 

Dalla battaglia del Fossato alla conquista della Mecca

Nei due anni compresi tra la battaglia del Fossato e la conquista della Mecca ebbero luogo alcune importanti iniziative politiche e diverse piccole spedizioni militari. È molto importante prestarvi attenzione per seguire la continuità degli eventi.

La tribù dei Banu Qurayza rappresentava il peggiore esempio della degenerazione morale e psicologica del popolo ebraico. Cattive usanze e cattive azioni erano parte integrante della loro natura e del loro carattere diffuso. Sebbene fossero vincolati dal patto costituzionale dello Stato islamico e ne fossero cittadini, continuavano a tramare in ogni modo e a provocare disordini. Tuttavia, la loro azione più estrema e traditrice fu quella di violare apertamente il patto durante la battaglia del Fossato, alleandosi con i nemici invasori. In qualsiasi epoca e in qualsiasi paese, l’esecuzione dei responsabili di questo crimine non può essere considerata ingiustizia né oppressione. Essi non avevano lasciato intentato alcun tentativo di distruggere il Messaggero (s.a.w.), il gruppo islamico, il movimento islamico e lo Stato islamico di Medina. Non vi era quindi alcuna ragione per non infliggere loro una punizione adeguata. Dopo la partenza degli eserciti degli invasori Quraysh e dei loro alleati, il Messaggero (s.a.w.) e i volontari musulmani abbandonarono al mattino le postazioni del Fossato e tornarono alle proprie case. Il Messaggero (s.a.w.) depose le armi e fece il bagno. Proprio in quel momento ricevette la rivelazione: «Parti verso i Banu Qurayza». I combattenti non si erano ancora tolti nemmeno gli abiti da guerra, e in quelle condizioni furono chiamati a una nuova spedizione. L’esercito musulmano pose sotto assedio quella tribù traditrice. L’assedio durò ininterrottamente per venticinque giorni. Persino in quel momento delicato essi insultarono il Messaggero (s.a.w.) dalle mura della fortezza. Alla fine i Banu Qurayza si agitarono e si trovarono in difficoltà. Il loro capo, Ka‘b ibn Asad, presentò ai musulmani alcune proposte per liberarsi dall’angoscia. Ma l’esercito musulmano non ne accettò nessuna. Alla fine, costretti dagli eventi, si arresero senza condizioni allo Stato islamico. Dopo aver discusso con loro, il Messaggero (s.a.w.), con il loro consenso, nominò Sa‘d ibn Mu‘adh come arbitro. Entrambe le parti conferirono a Sa‘d il potere di prendere una decisione. Sa‘d emise il suo giudizio secondo le disposizioni della Torah, il libro degli ebrei: tutti i giovani maschi dei Banu Qurayza dovevano essere uccisi. In questo modo furono ridotte la forza militare e quella politica di un gruppo cospiratore. È degno di nota che, persino in un momento di tale estrema amarezza, un membro dei Banu Qurayza, ‘Umar ibn Sa‘d, abbracciò l’Islam. Quest’uomo virtuoso aveva ripetutamente vietato ai Banu Qurayza di violare il patto, ma essi non prestarono ascolto alle sue parole.

Dopo questo episodio, Abu Rafi‘ ‘Abdullah ibn Abu al-Huqayq, uno dei più accaniti e subdoli nemici dell’Islam, chiamato anche Sallam, fu ucciso per mano di alcuni giovani Khazrajiti della Siria. Durante la battaglia del Fossato si era impegnato molto nel raccogliere truppe a favore degli infedeli.

Mentre Muhammad ibn Muslimah al-Ansari era impegnato in una pattuglia di frontiera con trenta giovani cavalieri, ebbe uno scontro con Thumamah ibn Uthal, capo della regione di Najd. Vedendo Thumamah dirigersi verso Medina, quel comandante lo arrestò e lo condusse dal Messaggero (s.a.w.). Egli disse al Messaggero (s.a.w.): «O Muhammad, se mi uccidi, sappi che avrai ucciso una persona che meritava di essere uccisa. Se invece mi lasci andare, sappi che avrai risparmiato una persona capace di apprezzare la benevolenza. E se desideri denaro e beni, dimmi quanto e ti sarà dato». Il Messaggero (s.a.w.) lo lasciò andare con onore. Colpito da quella benevolenza, egli abbracciò l’Islam. Dopo aver abbracciato l’Islam, confessò candidamente: «Prima di oggi, per me non c’era volto più detestabile di quello di Muhammad (s.a.w.); oggi, invece, non c’è volto per me più amato del suo». In questo modo si aprì la strada all’Islam in una regione politicamente importante come Najd. Fu proprio questo Thumamah ad andare alla Mecca e a sfidare i Quraysh dicendo: «D’ora in poi non riceverete nemmeno un chicco di grano».

Per punire i membri della tribù Rajī‘, responsabili dell’uccisione del gruppo di sette insegnanti, tra cui Khubayb, il Messaggero (s.a.w.) giunse con duecento giovani cavalieri. Tuttavia, essi fuggirono ed egli tornò senza che si verificasse alcuno scontro. Come strategia politica, il Messaggero (s.a.w.) inviò dieci uomini fino a Qurawn Na‘im per una ricognizione, affinché i Quraysh comprendessero che Medina era estremamente vigile.

A una distanza di una manzil da Medina, verso la regione dei Banu Ghatafan, si trova uno specchio d’acqua chiamato Dhu Qarad. Nei suoi pressi vi erano i pascoli dei cammelli e del bestiame appartenenti allo Stato di Medina. Un uomo di ‘Usfan era stato incaricato di occuparsi della pastorizia. Il Messaggero (s.a.w.) inviò un servo di nome Rabah a raccogliere informazioni. Salamah ibn al-Akwa‘ era il responsabile della supervisione militare. Anche lui si stava dirigendo verso il centro. Al mattino, mentre si trovavano ancora per strada, ‘Uyaynah ibn Hisn al-Fazari — o ‘Abd al-Rahman ibn ‘Uyaynah — e un gruppo di predoni suoi compagni saccheggiarono i cammelli e cominciarono a portarli via. I predoni uccisero il pastore incaricato dallo Stato e rapirono anche sua moglie, conducendola via con sé. Vedendo quella scena di omicidio brutale e di saccheggio, Salamah ibn al-Akwa‘ si voltò verso Medina e gridò a gran voce «Yā sahābah!», quindi mandò Rabah a chiedere aiuto. Nel frattempo egli stesso si lanciò da solo all’inseguimento dei predoni. Avanzava incalzandoli da dietro e abbattendoli uno dopo l’altro con le sue frecce. Ogni volta che un predone veniva abbattuto da una freccia, gridava: «Io sono Ibn al-Akwa‘! Oggi è il momento della prova: vedremo chi ha bevuto più latte dal seno di sua madre». La strada era montuosa e circondata da alberi e vegetazione. Ogni volta che i predoni si voltavano, egli si nascondeva e scagliava frecce. In altre parole, applicava la tattica della guerriglia. A un certo punto li mise talmente in difficoltà lanciando pietre che, completamente disorientati, prima abbandonarono i cammelli rapiti e poi cominciarono a gettare via coperte e armi per alleggerire il peso che portavano. Da Medina, nel frattempo, fu inviato immediatamente Miqdad ibn ‘Amr in aiuto di Salamah; poi il Messaggero (s.a.w.) partì personalmente con un reparto. Quando alcuni soldati musulmani riuscirono ad avvicinarsi molto ai predoni, questi cominciarono a correre ancora più velocemente. Tra quei soldati musulmani, forse Mihraj ibn Nadhla, soprannominato Akhram, era stato preso dal desiderio del martirio. Quando si allontanò molto inseguendo da solo i predoni, essi iniziarono a combattere contro di lui. Akhram fu martirizzato. In seguito Abu Qatadah uccise uno dei predoni più importanti. Il venerabile Salamah ibn al-Akwa‘ continuò l’inseguimento, si impadronì dei cavalli e tornò indietro. Quando incontrò il Messaggero (s.a.w.), gli disse: «Se mi avessi dato cento soldati, sarei tornato dopo averli sterminati tutti». Il Messaggero (s.a.w.) rispose: «Poiché Allah ti ha già concesso la vittoria, ora sii indulgente». Guardate il valore e il coraggio di questi Compagni. È come se in ciascuno di loro scorresse elettricità. Il loro ruolo e il loro carattere erano completamente diversi da quelli dei comuni facinorosi. Combattevano con tutte le loro forze per un obiettivo chiaro. Amavano quell’obiettivo a tal punto che erano capaci di rischiare la vita senza la promessa di alcuna ricompensa; e, qualunque fosse la battaglia in cui entravano, non lasciavano l’avversario senza avergli fatto sentire la loro forza.

Un reparto di pattuglia partì sotto la guida di ‘Ukkashah ibn Hisn al-Asadi per sorvegliare la frontiera. Si era diffusa la voce che la tribù dei Banu Asad si stesse radunando per attaccare Medina. Quando l’esercito musulmano giunse nella regione interessata, i cospiratori abbandonarono le proprie case e scomparvero. Dal pascolo, i soldati musulmani portarono via come bottino duecento dei loro cammelli.

Nel mese di Rabīʿ al-awwal del sesto anno dell’Egira fu inviato presso la tribù dei Banū Thaʿlaba un gruppo dedito all’istruzione e alla predicazione, sotto la guida di Muhammad ibn Maslama. Quando raggiunsero il luogo chiamato Dhū Qissaʿ, furono massacrati durante la notte mentre dormivano. Soltanto il comandante del gruppo, Muhammad ibn Maslama, sopravvisse, gravemente ferito. Un musulmano lo trasportò sulle spalle fino a Medina. Nel mese di Rabīʿ al-thānī, Abū ʿUbayda, che Allah sia soddisfatto di lui, partì durante la notte con ventiquattro soldati per punire i colpevoli e lanciò l’attacco alle prime luci dell’alba. Gli anarchici fuggirono e tutti i loro beni furono confiscati.

Zayd ibn Hāritha si diresse verso Jamūh con una pattuglia (situata nei pressi di Batn Nakhlah). Qui si trovava l’insediamento dei Banū Sulaym. Erano due fazioni in guerra tra loro e non lasciavano sfuggire alcuna occasione per danneggiarsi reciprocamente. Inoltre, una donna di nome Halīma aveva svolto attività d’intelligence su di loro. La pattuglia condusse un attacco di modesta entità, catturò alcuni di loro e si impossessò di parte del bestiame. In seguito, il Messaggero, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, liberò tutti i prigionieri, poiché Halīma aveva fornito informazioni errate.

Zayd ibn Hāritha, con un piccolo reparto di quattordici uomini oltre a lui, si diresse verso lo stagno di Banū Salama per punire i colpevoli di Dhū Qissaʿ. I colpevoli fuggirono e furono confiscati venti dei loro cammelli. Abbiamo già discusso dell’importanza politica, economica e militare di Dūmat al-Jandal. Questo luogo di straordinaria importanza strategica era ancora esposto al pericolo. In precedenza il Messaggero, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, vi aveva rivolto la propria attenzione, ma era tornato senza raggiungere l’obiettivo desiderato. Questa volta Hazrat ʿAbd al-Rahmān ibn ʿAwf fu inviato a Dūmat al-Jandal per svolgere attività di predicazione. Grazie ai suoi sinceri sforzi, per primo si convertì all’Islam il capo cristiano del principale clan locale, Asm ibn ʿAmr al-Kalbī, e insieme a lui si convertì l’intera tribù cristiana. Il capo della tribù diede in sposa sua figlia Tamādur a Hazrat ʿAbd al-Rahmān ibn ʿAwf. In questo modo consolidò i propri rapporti politici con lo Stato islamico.

Da Fadak giunse a Medina la notizia che la tribù dei Banū Saʿd ibn Bakr aveva raccolto una forza militare per aiutare gli ebrei di Khaybar a danneggiare il governo islamico. Hazrat ʿAlī partì con duecento soldati, procedendo con estrema cautela. Viaggiavano di notte e si nascondevano durante il giorno. Lungo il cammino fu catturato un messaggero dei Banū Saʿd, mentre era diretto verso Khaybar. Portava agli ebrei di Khaybar il messaggio che avrebbero ricevuto aiuto soltanto se avessero consegnato tutti i datteri di Khaybar ai Banū Saʿd. Hazrat ʿAlī lanciò un attacco a sorpresa e mise in rotta il nemico. Essi fuggirono. Le forze musulmane non subirono alcuna perdita; inoltre portarono via il bestiame dei Banū Saʿd. Accadde anche un incidente: Zayd ibn Hāritha si recò in Siria per un viaggio commerciale, portando il proprio capitale e quello degli altri Compagni. Durante il viaggio di ritorno, i Banū Badr assalirono la loro carovana a Wādī al-Qurā. La carovana era poco numerosa; perciò i briganti uccisero nove persone, ne ferirono una e si impadronirono di tutte le merci. Infine, dopo due mesi, fu inviato un reparto sotto la guida di Hazrat Abū Bakr per punire i colpevoli. Alcuni dei briganti furono uccisi e gli altri fuggirono.

Alcune persone appartenenti alle due tribù chiamate ʿUkl e ʿUrayna giunsero a Medina e abbracciarono l’Islam. Tuttavia si ammalarono a causa del nuovo clima. Furono curati, per disposizione del governo, fuori Medina. Quando guarirono, assalirono il pastore del governo, gli conficcarono negli occhi verghe di ferro roventi, poi lo uccisero brutalmente e fuggirono portando con sé gli animali. Il Messaggero, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, inviò un reparto di venti cavalieri, sotto la guida di Kर्ज ibn Khālid al-Fihrī, per catturarli e riportarli indietro. Furono arrestati e ricevettero una punizione esemplare per aver abbandonato l’Islam, per brigantaggio, omicidio, guerra e atti di crudeltà. Fu fatta loro giustizia in modo conforme alla legge. Altrimenti, se chiunque potesse mostrare una simile insolenza contro un governo ben organizzato e sostenuto dal popolo, tutto sarebbe inevitabilmente trasformato in una farsa e nessuna amministrazione potrebbe essere gestita nemmeno per un solo giorno.

Il più grande evento di quel periodo, e quello che ebbe l’influenza più ampia e duratura sulla situazione politica e difensiva, fu il trattato di Hudaybiyya. Nel mese di Dhū al-Qaʿda del sesto anno dell’Egira, il Messaggero, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, si stabilì nel luogo chiamato Hudaybiyya. Concluse lì un trattato di pace con i Quraysh, mettendosi al sicuro dalla minaccia del più grande nemico e creando ampie opportunità per svolgere attività di predicazione e di edificazione. Inoltre, divenne più facile eliminare gli anarchici dalle regioni vicine a Medina.

Il Messaggero ﷺ tornò a Medina da al-Hudaybiyya nel mese di Dhu al-Hijja e, pochi giorni dopo, il 7 di Muharram partì per Khaybar. Khaybar era una base politica estremamente attiva contro lo Stato islamico e anche un centro di complotti militari. Gli ebrei di Khaybar non si erano limitati ad assumere un atteggiamento ostile contro lo Stato islamico durante la battaglia di Uhud, ma avevano svolto un ruolo di opposizione molto attivo anche nella battaglia del Fossato. La battaglia di Khaybar fu una guerra straordinaria e di grandi proporzioni. Tuttavia, l’ho considerata una semplice spedizione, perché non fu una guerra dello stesso livello di Badr, Uhud e del Fossato, né costituì la continuazione di quelle battaglie. Fu un’operazione militare di tipo diverso. Poiché il movimento islamico non era ancora entrato nella fase internazionale della predicazione e, nella sua prima fase, non si era rivolto agli altri popoli e agli appartenenti ad altre religioni, come i Quraysh e le popolazioni arabe, il conflitto con gli ebrei di Khaybar non scoppiò perché essi non avevano accettato questo messaggio, bensì a causa dei loro crimini politici. Per questo furono trattati come avversari in una guerra politica. Quando furono sconfitti in guerra, il loro territorio fu dichiarato territorio conquistato ed essi ottennero lo status di sudditi. Il Messaggero ﷺ adottò questo tipo di trattamento soltanto a Khaybar e in nessun altro luogo. Comunque, una volta cessato il pericolo proveniente dai Quraysh, non rimase più alcun ostacolo all’attacco contro Khaybar. Fu permesso di partecipare soltanto a coloro che avrebbero agito animati dall’entusiasmo per il jihad, esclusivamente per ottenere la soddisfazione di Allah. È degno di nota che anche alcune donne musulmane parteciparono alla spedizione senza informare il Messaggero ﷺ. Quando in seguito egli lo venne a sapere, manifestò il suo disappunto e chiese loro: «Perché siete venute?». Quando esse risposero di essere venute per servire i combattenti musulmani, egli diede il suo consenso. In seguito concesse loro persino una parte del bottino di guerra. Il Messaggero ﷺ nominò Siba ibn Arfata governatore temporaneo di Medina e partì con millequattrocento soldati. Giunto in un luogo chiamato al-Rajiʿ, vi stabilì l’accampamento. Quando i soldati musulmani apparvero all’improvviso davanti agli ebrei di Khaybar, questi fuggirono e si rifugiarono nelle fortezze. Poi ebbe inizio la battaglia. I combattimenti proseguirono con il lancio di frecce da entrambe le parti. Alla fine i musulmani riportarono la vittoria. La battaglia ebbe inizio con l’attacco alla fortezza di Naṭāt. Poi fu posta sotto assedio la fortezza di Saʿb. Un ebreo di nome Marḥab sfidò i musulmani. ʿĀmir ibn al-Aqwāʿ cadde martire nel combattimento corpo a corpo con lui. Ciononostante, l’assedio ebbe successo. La fortezza più solida era quella di Qamūs. A causa di un forte mal di testa, il Messaggero ﷺ si astenne dal partecipare alla battaglia. Con un annuncio speciale inviò a questa spedizione Ḥaḍrat ʿAlī, che Allah sia soddisfatto di lui. L’eroe ebreo Marḥab avanzò cantando canti di guerra. Muḥammad ibn Maslama avanzò desideroso di vendicare l’uccisione del proprio fratello e recise la gamba di Marḥab. Poi la spada di Ḥaḍrat ʿAlī, che Allah sia soddisfatto di lui, lo mandò all’Inferno. Dopo Marḥab arrivò suo fratello Yāsir. Zubayr ibn al-ʿAwwām gli andò incontro e lo uccise. Dopo venti giorni di assedio, questa fortezza, la più importante, cadde nelle mani dei musulmani. Poiché la fortezza fu conquistata sotto la guida di Ḥaḍrat ʿAlī, egli è chiamato «il conquistatore di Khaybar». Quando gli ebrei fuggirono dalla fortezza, Safiyya, figlia del famigerato nemico dell’Islam e capo ebreo Ḥuyayy ibn Akhṭab, fu catturata insieme a due sue cugine. Poiché era figlia di un rispettabile capo tribale, dopo essersi consultato con i Compagni, il Messaggero ﷺ la accolse sotto la propria protezione familiare. In seguito gli ebrei si radunarono nella fortezza di al-Zubayr. Dopo essere rimasti assediati per tre giorni, uscirono e ingaggiarono una violenta battaglia. Dieci ebrei furono uccisi e alcuni musulmani caddero martiri. Alla fine anche questa fortezza fu conquistata. Restavano ormai tre fortezze: al-Qutayba, al-Waṭīḥ e al-Sulālim. Tutta la forza umana e finanziaria degli ebrei si concentrò in quelle tre fortezze. L’esercito musulmano proseguì l’assedio per quattordici giorni. Alla fine si decise di bombardarle con pietre. Quando gli assediati lo seppero, non ebbero più alcuna alternativa. Avviarono negoziati. Al termine delle trattative fu deciso che avrebbero potuto andarsene portando con sé soltanto la vita. Tuttavia, quando chiesero di essere impiegati nei campi e nei giardini e di poter rimanere, il Messaggero ﷺ mostrò magnanimità e diede il suo consenso. Fu raggiunto un accordo in base al quale avrebbero ricevuto la metà del raccolto. Quando gli abitanti di Fadak vennero a conoscenza di questo accordo, presentarono anch’essi la stessa richiesta. Anche a loro fu concesso un accordo analogo. Durante questi eventi, due giovani ebrei, Ḥuwaysa e Muḥaysa, abbracciarono l’Islam.

Durante l’assedio della fortezza di Naṭāt, un pastore nero di nome Aswad, appartenente agli abitanti di Khaybar, subì un cambiamento interiore. Chiese agli ebrei: «Contro chi si combatte?». Essi risposero: «Contro colui che sostiene di essere un profeta». Quelle parole suscitarono la sua curiosità, così andò dal Messaggero ﷺ e gli chiese: «In che cosa consiste il tuo messaggio?». Il Messaggero ﷺ gli spiegò dettagliatamente il tawḥīd dell’Islam. Il cuore e la mente di Aswad si aprirono all’Islam. Egli chiese: «Sono responsabile di un gregge di capre e pecore degli ebrei. Che cosa devo farne?». Il Messaggero ﷺ avrebbe potuto requisire le capre e le pecore degli ebrei e destinarle ai rifornimenti dei soldati musulmani. Tuttavia, in quella situazione ordinò al pastore Aswad di mantenere l’integrità del suo incarico fiduciario. Seguendo le istruzioni del Messaggero, condusse le capre e le pecore vicino alla fortezza e le fece entrare colpendole con delle pietre. Poi tornò dal Messaggero ﷺ e chiese: «Se morissi combattendo, che cosa mi accadrebbe nell’Aldilà?». Il Messaggero ﷺ gli disse: «Otterrai il Paradiso». Egli combatté con sincerità e ottenne il martirio.

Un beduino da poco convertito all’Islam partecipò alla battaglia di Khaybar. Quando gli fu assegnata una parte del bottino, disse: «O Messaggero, non ti ho seguito per brama di queste cose; sono venuto affinché possa dare la vita sulla via della verità e ottenere il Paradiso». Il Messaggero ﷺ gli annunciò lietamente che anche questo suo obiettivo si sarebbe realizzato. In seguito anch’egli scese in battaglia e ottenne il martirio.

Poco dopo la conquista di Khaybar, quando Ḥaḍrat Jaʿfar ibn Abī Ṭālib, fratello di Ḥaḍrat ʿAlī, tornò improvvisamente dall’Abissinia insieme a numerosi compagni e si riunì al Messaggero ﷺ e agli altri fratelli musulmani, la gioia per la conquista di Khaybar aumentò molte volte.

Ḥujjāj ibn ʿAlāṭ al-Sulamī, proprietario delle miniere nella regione abitata dai Banū Sulaym, aveva abbracciato l’Islam proprio durante l’assedio di Khaybar. Prima che la conquista di Khaybar fosse completamente portata a termine, chiese il permesso al Messaggero ﷺ, si recò rapidamente alla Mecca e annunciò in anticipo la lieta notizia della conquista di Khaybar a Ḥaḍrat ʿAbbās, che si trovava lì.

Dopo la conclusione della questione di Khaybar, l’esercito musulmano partì in direzione di Wādī al-Qurā. Anche quella era una vile roccaforte dei nemici dell’Islam. Vi abitavano alcuni arabi oltre agli ebrei. Non appena i musulmani arrivarono, furono lanciate pietre dalla parte anteriore e uno schiavo di nome Mudāʿim rimase ferito. Da parte del Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) si continuò a rivolgere ripetutamente l’invito all’Islam. Ma dall’altra parte, uno dopo l’altro, gli uomini uscivano sfidando a combattere e cadevano in combattimento diretto contro i musulmani. In questo modo ne arrivarono undici consecutivamente. La serie continuò fino a notte. Il mattino seguente fu ottenuta la vittoria decisiva. In seguito, secondo i precedenti esempi, anche gli abitanti di Wādī al-Qurā furono impiegati nei campi e nei lavori agricoli, e tra loro fu nominato un governatore. Quando gli ebrei di Taymāʾ seppero dell’accordo raggiunto in quel luogo, manifestarono spontaneamente il desiderio di stipulare un trattato; anche loro furono quindi impiegati nei lavori agricoli sulle proprie terre.

Come risultato di questa campagna vittoriosa, tra le vaste e fertili terre cadute sotto il controllo dei musulmani, quelle di Fadak e Khaybar furono trasformate in terre demaniali dello Stato (State Land). I proventi ricavati da queste terre venivano utilizzati dai governanti dello Stato per il mantenimento delle persone a loro carico e dei poveri della società. Dopo la morte del Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) sorsero alcune divergenze riguardo a queste terre demaniali. Tuttavia, Abū Bakr al-Ṣiddīq (che Allah sia soddisfatto di lui) e i Compagni lungimiranti le mantennero, come di consueto, quali terre demaniali dello Stato. Le altre terre furono assegnate alla proprietà dei musulmani e i loro raccolti furono distribuiti tra loro.

Un reparto di pattuglia, sotto il comando di ʿUmar, partì per mettere in guardia i Banū Hawāzin. Di conseguenza, i Banū Hawāzin si dispersero.

Si era ricevuta la notizia che un ebreo di nome Bashīr ibn Wāriq (o Usayr ibn Razām) stava incitando i Banū Ghatafān a combattere. ʿAbd Allāh ibn Rawāḥa vi si recò con un reparto e riuscì, con ogni mezzo, a convincere Bashīr ad accettare di andare a Medina per discutere con il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui). Poiché i musulmani erano trenta, anch’egli, per precauzione, portò con sé trenta uomini; su ciascun cammello cavalcarono insieme un ebreo e un musulmano. Non appena Bashīr, nell’oscurità della notte, mise la mano sulla spada di ʿAbd Allāh, questi balzò giù dal cammello, sguainò la spada e gli si fece incontro. Vedendo i due capi in quella situazione, anche i loro compagni iniziarono a combattere; alla fine, tutti e trentuno gli ebrei furono uccisi, uno dopo l’altro.

Era il mese di Muḥarram del settimo anno dell’Egira. Si venne a sapere che quattro tribù — i Banū Ghatafān, i Banū Muḥārib, i Banū Thaʿlaba e i Banū Anmār — si stavano preparando ad attaccare Medina. Il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) partì per la spedizione con quattrocento musulmani combattenti. I nemici coinvolti nella cospirazione d’attacco si dispersero. Questa spedizione è chiamata «spedizione di Dhāt al-Riqāʿ».

Dopo il trattato di al-Ḥudaybiyya, ai musulmani si aprì la via commerciale. Tuttavia, quando Abū Jandal fuggì dalla Mecca dopo essersi liberato dalla detenzione presso i Quraysh, a causa di una clausola rigorosa di quel trattato non poté recarsi a Medina e rimase su una montagna della costa siriana. In seguito, anche Abū Baṣīr e altri musulmani si unirono a lui. In questo modo, in territorio siriano, si formò di fatto un reparto militare musulmano. Essi attaccarono una carovana dei Quraysh e si impadronirono delle sue merci. Ma quando il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) ordinò loro di restituire le merci, obbedirono immediatamente all’ordine. A quel punto i Quraysh compresero e si pentirono di essersi danneggiati inserendo una clausola tanto rigorosa nel trattato. In seguito, il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) convocò Abū Jandal a Medina.

Quando i Banū Malūḥ uccisero i compagni di Bashīr ibn Suwayd, ʿAbd Allāh al-Laythī partì con un reparto per metterli in guardia. Ci fu un breve scontro e furono confiscati alcuni beni dei nemici.

Dihya al-Kalbī, l’inviato del Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui), stava tornando a Medina dalla corte dell’imperatore romano Eraclio con vari doni. HUnayd ibn ʿIyāḍ al-Jaʿfarī lo derubò e gli sottrasse tutti i doni. Fu inviato un reparto, guidato da Zayd ibn Ḥāritha, per punire Hunayd, che aveva condotto un vile attacco contro lo Stato islamico. Hunayd fu ucciso nello scontro. I suoi compagni, tuttavia, si pentirono e abbracciarono l’Islam.

I Banū Kilāb si stavano preparando alla ribellione. Hazrat Abū Bakr al-Ṣiddīq (ra) partì con le sue truppe per reprimere la rivolta. Dopo lo scontro, le forze nemiche furono sconfitte e fuggirono.

Quando nella regione di Juḥayna emerse il timore di una rivolta, Usāma ibn Zayd fu inviato con un contingente militare per riportare la situazione sotto controllo. Dapprima cercò di persuaderli. Alla fine, però, ebbe luogo uno scontro. In quell’occasione, quando Hazrat Usāma inseguì Suhayk ibn Mirdās, questi recitò la kalima ṭayyiba. Usāma pensò tuttavia che, sconfitto, stesse escogitando un espediente per salvarsi la vita. Perciò lo uccise. In seguito, quando il Messaggero (s.a.s.) venne a conoscenza dell’accaduto, ne fu profondamente addolorato, poiché il suo vero intento era correggere le persone, non ucciderle.

Bashīr ibn Saʿd al-Khazrajī fu inviato con un piccolo contingente per punire gli abitanti di Fāzāra e ʿAḏrā, che avevano aiutato gli ebrei di Khaybar. L’avversario fu sconfitto dopo un breve scontro.

Dopo essere stato informato che i Banū Sulaym si stavano preparando ad attaccare Medina, Ibn Abī al-ʿAwjāʾ fu inviato con cinquanta soldati. Anche in quel luogo il numero dei nemici era superiore.

Essi attaccarono e massacrarono l’intero contingente musulmano. Soltanto il comandante riuscì a raggiungere Medina ferito. Anche per reprimere la rivolta dei Banū Quḍāʿa fu inviato Kaʿb ibn ʿUmayr al-Anṣārī con un contingente estremamente esiguo, ma essi massacrarono l’intero gruppo musulmano. Nessun Compagno riuscì a tornare vivo.

I Banū Hawāzin avevano aiutato diverse forze ostili all’Islam. Si venne a sapere che si stavano preparando ad attaccare a cinque manzil da Medina. Fu inviato un piccolo gruppo sotto il comando di Shujāʿ ibn Wahb al-Asadī. Tuttavia, non fu necessario che affrontassero alcuno scontro.

La grande battaglia che ebbe luogo in quel periodo fu la battaglia di Muʾta. Essa si svolse nel mese di Jumādā al-Awwal dell’ottavo anno dell’Egira. Tuttavia, poiché questa battaglia fu combattuta interamente contro una potenza straniera, ne parlerò separatamente insieme a Tabūk.

Si venne a sapere che Qays ibn Rifāʿa stava radunando soldati per un attacco. Per osservare la situazione, Abū Ḥudhayfa al-Aslamī fu inviato con un gruppo di appena due uomini. Con una semplice ma accorta strategia, egli terrorizzò e disperse le truppe nemiche, portando con sé anche il loro bestiame confiscato. Non ebbe luogo alcuno scontro.

Si venne a sapere che i Banū Quḍāma si stavano preparando ad attaccare Medina dopo essersi alleati con altri. ʿAmr ibn al-ʿĀṣ marciò contro di loro con trecento soldati. Questo luogo, chiamato Dhāt al-Salāsil, si trova subito dopo Wādī al-Qurā. Per molti anni era stato pericoloso per lo Stato islamico. Giunto sul posto, si constatò che le forze nemiche erano molto numerose. ʿAmr ibn al-ʿĀṣ chiese quindi l’invio di altri soldati tramite un messaggero. Altri duecento soldati, sotto il comando di Abū ʿUbayda ibn al-Jarrāḥ, arrivarono immediatamente. Non appena fu sferrato l’attacco, le truppe nemiche fuggirono. Furono catturati alcuni capi di bestiame che avevano abbandonato.

Una volta, mentre pattugliavano la zona, Abū Qatāda e Muḥallim ibn Juthāma incontrarono casualmente ʿĀmir ibn al-Aḍbaṭ al-Ashjaʿī, che era con alcune persone. Essi li salutarono come fanno i musulmani. Ma Muḥallim ritenne che il loro saluto fosse una tattica di autodifesa e, credendoli nemici, li uccise tutti. A proposito di questo episodio, il Corano li rimprovera come segue:

È stato detto: «Quando uscite in pattuglia, riconoscete le persone e, se qualcuno vi porge il saluto, non consideratelo ingiustamente non musulmano». Il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) mise severamente in guardia. In seguito, i capi della tribù dei Nihte vennero a chiedere il prezzo del sangue per l’uccisione. Il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) diede immediatamente cinquanta cammelli e, dopo molte spiegazioni e rassicurazioni, li convinse ad accettare gli altri cinquanta in seguito.

Nel mese di Rajab dell’ottavo anno dell’Egira, per ordine del Messaggero (pace e benedizioni su di lui), Abū ʿUbayda ibn al-Jarrāḥ si recò a Sayf al-Baḥr con tre soldati; pattugliò soltanto fino alla costa, trascorse alcuni giorni nella zona costiera e poi fece ritorno. Probabilmente lo scopo era sorvegliare le strade e far comprendere ai Quraysh che, ultimamente, Medina aveva concentrato la propria attenzione proprio in quella direzione. Va ricordato che, dopo la violazione del trattato di al-Ḥudaybiyya da parte dei Quraysh, queste attività dei musulmani aprirono la strada alla conquista della Mecca.

La quarta grande spedizione: la conquista della Mecca

Finora ho descritto i grandi attacchi dei Quraysh e delle altre forze ostili all’Islam. Da questo resoconto è diventato chiaro che, nelle battaglie di Badr, Uḥud e al-Khandaq, furono proprio le forze dell’ignoranza preislamica a venire a Medina e a lanciarvi l’aggressione, e che tutti gli scontri si svolsero nei dintorni dello Stato islamico di Medina. In questi scontri, il governo di Medina assunse un ruolo puramente difensivo. Dopo la battaglia di al-Khandaq, il Messaggero (pace e benedizioni su di lui), alla luce della propria lungimiranza politica e saggezza, predisse con estrema precisione che le campagne aggressive dei Quraysh erano ormai terminate. Lasciò anche intendere che, da quel momento in poi, se Dio avesse voluto, sarebbero stati loro ad attaccare i Quraysh. Nel periodo intermedio, quando fu concluso il trattato di al-Ḥudaybiyya e i Quraysh si astennero dall’attaccare i musulmani, il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) sfruttò l’occasione: da un lato represse con fermezza i ribelli e i traditori di Medina; dall’altro sradicò i solidi centri di potere che gli ebrei avevano stabilito a nord e trasformato in basi per ordire complotti militari. Inoltre, contrastò con tale rapidità e severità ogni piccola rivolta, preparazione militare e cospirazione delle varie tribù, che l’ambiente di Medina divenne in gran parte sicuro e libero da minacce. Durante questa pausa, dalla battaglia di al-Khandaq fino alla conquista della Mecca, la straordinaria potenza dello Stato islamico si diffuse ovunque e l’Islam costrinse tutti a riconoscere la propria esistenza politica. Tutti cominciarono a comprendere che nessuno aveva la capacità di sradicare o contrastare questa forza emergente della verità, della giustizia e dell’equità. Persone di ogni ceto si resero conto che la leadership e l’autorità del futuro non erano più nelle mani dei Quraysh, bensì erano passate nelle mani di Muḥammad (pace e benedizioni su di lui).

Ora rimaneva un solo modo per liberarsi completamente e stabilmente dalle mani del nemico: sradicare il vero covo del nemico e spegnere la fiaccola della leadership dell’ignoranza preislamica proprio nella sua casa. Per portare a compimento la lotta difensiva, prima o poi era dunque inevitabile e necessario intraprendere una campagna offensiva. Era il risultato delle azioni dei Quraysh stessi: furono loro a violare il trattato di al-Ḥudaybiyya e a demolire il muro di pace e sicurezza che separava le due parti.

Abbiamo già ricordato che tra i Banū Bakr e i Banū Khuzāʿa esisteva da tempo un’inimicizia e che continuava una catena ininterrotta di vendette e controvendette. Nel frattempo, però, il movimento islamico si manifestò improvvisamente come un problema preoccupante. I Quraysh e le altre tribù politeiste furono costretti a unirsi al solo scopo di opporsi al movimento islamico. Il fuoco della loro inimicizia reciproca rimase temporaneamente sopito. Infine, quando fu concluso il trattato di al-Ḥudaybiyya, i Banū Khuzāʿa, approfittando di una delle sue clausole, stabilirono un’alleanza con il Messaggero (pace e benedizioni su di lui). I Banū Bakr, invece, strinsero un’alleanza con i Quraysh. Passarono alcuni giorni in silenzio. Ma alla fine la polvere da sparo della vecchia inimicizia esplose. I Banū Bakr considerarono quel periodo di tregua un’occasione d’oro, poiché in quel momento non vi era il timore di un conflitto proveniente da altre direzioni. Uccisero un membro della tribù dei Banū Khuzāʿa. Poi lanciarono un violento attacco e inflissero loro pesanti torture e persecuzioni. Non risparmiarono neppure i Khuzāʿa che avevano cercato rifugio nel Sacro Santuario, né li perdonarono mentre erano intenti a compiere il culto. I Quraysh sostenevano pienamente i Banū Bakr in questo spargimento di sangue. Con questa iniziativa insensata calpestarono il trattato di al-Ḥudaybiyya. ʿAmr ibn Sālim si recò dal Messaggero (pace e benedizioni su di lui) a nome dei Banū Khuzāʿa e implorò aiuto contro le angherie dei Banū Bakr. In seguito Budayl ibn Warqāʾ si recò con una delegazione e riferì i dettagli delle persecuzioni. In base al trattato di alleanza, divenne indispensabile per il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) aiutare i Banū Khuzāʿa. Il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) presentò ai Quraysh tre richieste per ristabilire la situazione: primo, versare ai Banū Khuzāʿa un risarcimento per l’uomo ucciso; secondo, cessare di sostenere i Banū Bakr; terzo, in alternativa alle prime due richieste, dichiarare annullato il trattato di al-Ḥudaybiyya. I Quraysh avevano già perso ogni equilibrio. Perciò dichiararono accettabile annullare il trattato di al-Ḥudaybiyya. In seguito, però, se ne pentirono.

A questo punto i capi dei Quraysh furono presi dall’angoscia. Avevano già perso la capacità di combattere. In alcune battaglie erano morti i loro preziosi guerrieri e la loro potenza militare aveva subito danni irreparabili. Anche la loro economia era stata completamente messa in ginocchio. Gli ebrei che li sostenevano erano ormai sull’orlo della rovina. Al contrario, lo Stato islamico di Medina aveva esteso così ampiamente la propria influenza attraverso le attività di da‘wa che persino nei dintorni della Mecca si era formato un insieme di tribù sostenitrici dello Stato islamico. Anche l’estensione delle alleanze era stata ampliata. Inoltre, reprimendo con fermezza le forze anarchiche e ribelli, si stava instaurando un nuovo sistema amministrativo per stabilire pace e ordine su un vasto territorio. Da quel momento, per i Quraysh non solo era difficile intraprendere un’azione offensiva, ma persino difendersi. La tregua di Hudaybiyya era il loro unico scudo protettivo. Ma essi stessi avevano annullato anche quella protezione, come se avessero invitato Medina dicendo: «Venite, puniteci per le nostre azioni».

Alla fine Abu Sufyan, il più grande capo degli infedeli della Mecca, partì disperato alla volta di Medina con l’intenzione di rinnovare la tregua. Lì si trovò di fronte a una situazione così sfavorevole che probabilmente non l’aveva mai nemmeno immaginata. Quando andò nella casa di sua figlia, Umm al-Mu’minin Hazrat Umm Habiba, e stava per sedersi sul letto, sua figlia accorse, lo spostò e disse: «Non puoi sederti sul letto sacro del Messaggero (s.a.s.) mentre sei ancora politeista». Poi andò a incontrare, uno dopo l’altro, i principali capi musulmani, come Hazrat Abu Bakr, Umar e Ali, chiedendo aiuto a ciascuno di loro. Chiese perfino a Hazrat Fatima di intercedere presso il Messaggero (s.a.s.). Quando anche questo tentativo fallì, pregò Fatima (che Allah sia soddisfatto di lei) di permettergli di chiedere al piccolo Hasan di intercedere. Quando nulla ebbe effetto, non avendo altra scelta, seguendo il consiglio di Hazrat Ali annunciò unilateralmente, durante un’assemblea generale dei musulmani, una dichiarazione di coesistenza a proprio nome e tornò alla Mecca senza attendere alcuna risposta da parte del Messaggero (s.a.s.). Quando gli abitanti della Mecca, volendo conoscere i particolari del suo viaggio, udirono parlare della dichiarazione unilaterale di coesistenza, dissero tutti: «Ali (che Allah sia soddisfatto di lui) si è preso gioco di te». Si noti come anche l’intelligenza e la coscienza delle persone negative, ormai avviate alla rovina, finiscano per deteriorarsi.

Senza perdere tempo, il Messaggero (s.a.s.) annunciò che doveva essere formato un corpo di volontari musulmani. Ordinò anche che si fabbricassero armi nella sua stessa casa. Tuttavia non permise a nessuno di sapere dove e in quale direzione si sarebbe mosso l’esercito questa volta. Nemmeno Hazrat Aisha riuscì a scoprirlo, sebbene avesse fabbricato con le proprie mani le armi per il Messaggero (s.a.s.). La maggior parte delle persone, tuttavia, probabilmente pensava che questa volta sarebbe stata attaccata la Mecca, poiché non vi era alcun motivo per portare altrove un esercito così numeroso.

La famiglia del combattente di Badr Hatib ibn Abi Balta‘a era ancora circondata dagli infedeli alla Mecca e nessuna tribù si era assunta la responsabilità della sua protezione. Per questo, allo scopo di provvedere al loro sostentamento e alla loro tutela, inviò ai Quraysh una lettera segreta contenente tutti i dettagli dei preparativi di Medina, affinché, in cambio di questo favore, si astenessero dal fare qualsiasi male alla sua famiglia al momento della conquista della Mecca. Egli era inoltre certo che, nonostante la trasmissione di queste informazioni segrete, la vittoria dell’esercito musulmano fosse assicurata e che la sua lettera non avrebbe arrecato alcun grave danno all’Islam. Da questo episodio si comprende che, sotto la pressione delle circostanze esterne e dello stato d’animo, talvolta anche una persona estremamente onesta può commettere un grave passo falso. Il Messaggero (s.a.s.) venne a conoscenza della lettera tramite la rivelazione. Le spie da lui inviate raggiunsero, nel luogo chiamato Rawḍat Khākh, una donna diretta alla Mecca, la catturarono e recuperarono la lettera che aveva con sé. Il Messaggero (s.a.s.) perdonò un errore tanto grave soltanto perché Hatib era un Compagno sincero, credente e onesto, nonché un combattente di Badr, e quel passo falso era scaturito dalla sua debolezza umana.

Il Messaggero (s.a.s.) partì da Medina il 10 di Ramadan alla testa di un enorme esercito di diecimila soldati. Da comandante straordinariamente abile, avanzò lungo un percorso così tortuoso che il gruppo di pattuglia dei Quraysh, uscito per sorvegliare la zona, non riuscì minimamente a trovare traccia dell’esercito musulmano. Mentre quelli vagavano qua e là, l’esercito musulmano giunse alla periferia della Mecca, lasciando tutti sbalorditi.

Quando il Messaggero (s.a.s.) raggiunse Juhfa, suo zio Abbas venne con tutta la famiglia e si unì a lui. Poi, quando arrivò ad Abwa, Abu Sufyan ibn al-Harith ibn Abd al-Muttalib — suo cugino paterno e fratello di latte attraverso la nutrice Halima — e Abdullah ibn Umayya — suo cugino materno e fratellastro di Umm al-Mu’minin Hazrat Umm Salama — si presentarono e chiesero il permesso di incontrarlo. Poiché, pur essendo un parente stretto, lo aveva tormentato molto opponendosi all’Islam, il Messaggero (s.a.s.) rifiutò di incontrarlo. Abu Sufyan, disperato, disse: «Se non riceverò il perdono, porterò i miei figli nel deserto ardente dell’Arabia e moriremo tutti di fame e di sete». Hazrat Umm Salama (che Allah sia soddisfatto di lei) intercedette per suo fratello. Hazrat Ali consigliò a entrambi di chiedere perdono con le parole del fratello di Hazrat Yusuf. Così andarono e dissero:

«Per Allah, Allah ti ha certamente preferito a noi, e noi eravamo colpevoli». Udendo queste parole, il cuore del Messaggero (s.a.s.) si intenerì. Anch’egli ripeté la risposta di Hazrat Yusuf:

«Oggi non vi sarà alcun rimprovero contro di voi. Che Allah vi perdoni. Egli è il più misericordioso dei misericordiosi».

Quando fu raggiunto ‘Mar az-Zahran’ e venne allestito l’accampamento militare, il Messaggero ﷺ, per il bene superiore, ordinò che ogni soldato accendesse durante la notte un fuoco separato per sé. Quando alcuni importanti capi, come Abu Sufyan ibn Harb, Hakim ibn Hizam e Budayl ibn Warqa, uscirono per osservare la situazione, rimasero sbalorditi vedendo, dall’alto della montagna, diecimila fuochi ardere. Pensarono: «Che disgrazia! Un esercito così grande è arrivato alle porte della Mecca». Hazrat Abbas stava passando vicino a loro. Riconoscendo la voce, chiamò Abu Sufyan vicino a sé e parlò con lui. Hazrat Abbas disse: «Hazrat Muhammad ﷺ è arrivato oggi con tutto il suo esercito. Oggi i Quraysh non hanno più scampo». Abu Sufyan chiese: «Qual è ora il modo di salvarsi?». Abbas, che Allah sia soddisfatto di lui, disse: «Siediti con me sul mio mulo. Andrai dal Messaggero ﷺ e parlerai con lui». Mentre il mulo avanzava, a ogni passo i soldati continuavano a chiedere: «Chi passa?». Non appena Hazrat Abbas si identificava, gli veniva lasciato libero il passaggio. Quando si avvicinarono, Hazrat Umar, che Allah sia soddisfatto di lui, li vide e, riconoscendo Abu Sufyan, esclamò ad alta voce: «Ehi, Abu Sufyan, oggi sei caduto nelle nostre mani!». Detto ciò, si affrettò verso il Messaggero ﷺ per chiedere il permesso di ucciderlo. Anche Hazrat Abbas spronò il mulo a correre. Hazrat Umar arrivò per primo ed espose la propria richiesta, mentre Hazrat Abbas disse: «Ho portato Abu Sufyan sotto la mia protezione».

A questo punto si svolse il seguente dialogo tra il Messaggero ﷺ e Abu Sufyan:

Il Messaggero ﷺ: «Ebbene, Abu Sufyan, non sei ancora convinto che non vi sia alcuna divinità all’infuori di Allah?»

Abu Sufyan: «Se ci fosse un’altra divinità, oggi ci avrebbe salvati».

Il Messaggero ﷺ: «Hai forse qualche dubbio sul fatto che io sia il Messaggero di Allah?»

Abu Sufyan: «Su questo ho ancora qualche dubbio».

Comprendendo la debolezza psicologica di Abu Sufyan, Hazrat Abbas gli disse: «Lascia perdere tutto questo e abbraccia direttamente l’Islam». Entro il mattino, il principale capo della Mecca fu costretto dalle circostanze a diventare musulmano. Nel frattempo, prima che l’esercito islamico raggiungesse la Mecca, l’accampamento militare islamico aveva trattenuto Abu Sufyan con tale astuzia che egli non si era nemmeno accorto che, al mattino, l’esercito musulmano era entrato in città marciando lungo la via di Qada. Per ordine del Messaggero ﷺ, Hazrat Abbas condusse Abu Sufyan sulla cima di una montagna, affinché potesse osservare con un solo sguardo l’esercito musulmano. Per primi avanzarono i Banu Ghifar, poi, uno dopo l’altro, i Juhayna, i Buzayma e i Sulaym; infine avanzarono le forze degli Ansar, ciascuna portando la propria bandiera. Abu Sufyan chiedeva l’identità di ogni contingente. Quando Sa‘d ibn ‘Ubada passò davanti a lui, preso dall’entusiasmo del soldato, gridò: «Oggi è il giorno della battaglia furiosa! È il giorno in cui il recinto della Ka‘ba sarà aperto!». Dietro questa sua particolare emozione e questo particolare slogan vi era la storia di un lungo conflitto. Infine avanzò con estrema semplicità e naturalezza l’animale che trasportava il Messaggero ﷺ. Davanti a lui portava la bandiera Zubayr ibn al-‘Awwam. Quando il Messaggero ﷺ venne a sapere dello slogan di Sa‘d ibn ‘Ubada, senza perdere un solo istante gli tolse la bandiera e la affidò a suo figlio. Poi disse: «Oggi è il giorno della gloria della Ka‘ba, il giorno della benevolenza e del rispetto delle promesse». Con queste sole parole il Messaggero ﷺ rese chiaro il principio che avrebbe guidato la sua celebrazione della vittoria. Fece sapere che la sua vittoria sarebbe stata interamente illuminata dalla magnificenza della misericordia e del perdono. Poi fu proclamato: «Chiunque entri nella Moschea Sacra, chiunque trovi rifugio nella casa di Abu Sufyan e chiunque non porti armi avrà salva la vita. Tuttavia, chiunque commetta un reato punibile riceverà la sua punizione». Abu Sufyan stesso continuò ad avanzare per la Mecca proclamando ad alta voce questo annuncio. Udendo dalla sua bocca la proclamazione del Messaggero ﷺ, sua moglie Hind bint ‘Utba gli afferrò i baffi e cominciò a gridare: «O Banu Kinana, uccidete questo miserabile! Ma che cosa sta dicendo?». Hind cominciò a insultare Abu Sufyan.

Udendo ciò, la gente si radunò. Abu Sufyan le spiegò che ormai non serviva a nulla parlare in quel modo: nessuno aveva più il potere di fermare l’avanzata di Muhammad ﷺ. Poi, quando il Messaggero ﷺ entrò in città, vi entrò con il capo umilmente chino, esattamente al contrario dei conquistatori di tutto il mondo. La sua fronte sembrava sfiorare il dorso dell’animale che lo trasportava. In quel momento recitava a bassa voce la sura al-Fath.

Nel frattempo, Ikrima ibn Abi Jahl, Safwan ibn Umayya e Suhayl ibn Amr radunarono sulla montagna chiamata Khindama alcuni stupidi teppisti dei Quraysh e li incitarono a compiere ogni sorta di misfatti. Anche Himas ibn Qays ibn Khalid si unì a loro. Due Compagni, Qarz ibn Jabir al-Fihri e Khunays ibn Khalid ibn Rabi, si erano separati dall’esercito e procedevano per una strada diversa. Quei teppisti li uccisero entrambi, facendoli morire da martiri. Quando Khalid venne a sapere dell’accaduto, li scacciò immediatamente. In tutto furono uccisi dodici uomini. Alcuni, tra cui Himas, riuscirono a fuggire. In città comparve un altro piccolo gruppo intenzionato alla resistenza. Quando il Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui, lo seppe, convocò tramite Abu Hurayra le truppe degli Ansar. Mostrando loro quella scena, disse: «Vedete la loro follia?». Da una parte scorrevano fiumi di misericordia e perdono, e la forza vittoriosa non voleva versare neppure una goccia di sangue; dall’altra, quegli uomini dalla natura malvagia costringevano l’esercito vittorioso a imbracciare le armi. Alla fine, non avendo altra scelta, il Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui, ordinò: «Se tentano di opporsi, siano completamente annientati». Quando Abu Sufyan venne a sapere di quest’ordine del Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui, accorse e disse con voce supplichevole: «O Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui! La potenza dei Quraysh è già stata distrutta. Fa’ che non accada che del loro nome e della loro memoria non rimanga più alcuna traccia sulla terra». In seguito fu sferrato un attacco limitato, e i malfattori, sconfitti, si dispersero.

Vedendo questa clemenza del Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui, alcuni tra gli Ansar cominciarono a sussurrare: «Ecco, alla fine l’amore per la propria tribù ha prevalso su di lui!». In realtà, proprio per l’eccessivo amore che nutrivano per il Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui, vivevano sempre nell’angoscia che, dopo la conquista della Mecca, egli li abbandonasse per rimanere con gli abitanti della Mecca e che così essi venissero privati della compagnia della persona più amata. Venuto a conoscenza di questa loro preoccupazione, il Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui, disse loro: «Per Allah, ciò che temete non è vero. Sono il servo e il Messaggero di Allah. Sono emigrato presso Allah e presso di voi. Ora siete voi i miei compagni nella vita e nella morte». Udite queste parole, i cuori degli Ansar si colmarono di emozione. Si rammaricarono della loro supposizione, e il Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui, accettò le loro scuse.

La gente chiese: «Dove soggiornerete in città? Nella casa paterna?». Il Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui, rispose con voce profondamente addolorata: «Dove mai Aqil ci avrebbe lasciato una casa in cui poter soggiornare?». Lo stendardo del Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui, fu piantato a Hujun (Jannat al-Mualla), e si stabilì che egli avrebbe soggiornato là. Dapprima si recò in quel luogo storico chiamato Khayf, dove aveva trascorso, insieme a tutta la sua tribù, i giorni dell’assedio. Poi raggiunse la Moschea Sacra. Era accompagnato da alcuni dei Compagni più vicini. Baciò la Pietra Nera. Con l’arco in mano, si avvicinò a ogni idolo collocato nella Moschea Sacra e cominciò a proclamare ad alta voce: «È giunta la verità e la falsità è scomparsa. In verità, la falsità è destinata a scomparire». Al gesto del suo arco, gli idoli cadevano uno dopo l’altro. Poi fece portare la chiave della Kaʿba e ne fece aprire la porta. All’interno erano raffigurati il profeta Ibrahim e il profeta Ismail, pace su di loro. Entrambi tenevano in mano frecce divinatorie usate per il gioco d’azzardo. Ordinò di cancellare quelle immagini e disse: «Che Allah distrugga i miscredenti! Entrambi erano profeti di Allah. Non giocarono mai d’azzardo». In seguito, per ordine del Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui, furono abbattuti anche gli altri idoli eretti da lungo tempo nei dintorni. Dopodiché egli si dedicò per qualche tempo alla preghiera e al ricordo di Allah. Davanti alla Moschea Sacra si era allora radunata una folla immensa. La gente era ansiosa di ascoltare il verdetto sul proprio destino. Il Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui, si rivolse a loro con un discorso:

«Non vi è altra divinità all’infuori dell’unico Allah. Egli non ha alcun associato. Ha dimostrato la verità della Sua promessa. Ha aiutato il Suo servo. Da solo ha sconfitto tutti gli eserciti dei miscredenti. Oggi ogni arroganza, ogni pretesa di nobiltà, ogni rivendicazione di sangue e ogni pretesa finanziaria sono sotto i miei piedi. Tuttavia, gli incarichi di custodia della Kaʿba e di distribuzione dell’acqua ai pellegrini rimarranno in vigore».

«O Quraysh! Oggi Allah ha infranto ogni vostro orgoglio dell’epoca dell’ignoranza e ogni vostra vanità per la nobiltà di stirpe. Infatti, tutti gli esseri umani sono discendenti di Adamo, e Adamo è stato creato dalla terra». Poi recitò il versetto del Corano:

«O umanità, vi abbiamo creati da un uomo e da una donna e vi abbiamo divisi in popoli e tribù affinché vi riconosceste gli uni con gli altri. Ma presso Allah è più nobile soltanto chi è più giusto e più timorato. In verità, Allah è Onnisciente e perfettamente informato di ogni cosa».

Poi pronunciò un proclama giuridico:

«Allah ha proibito la compravendita del vino».

Poi il Messaggero ﷺ chiese:

«Sapete come mi comporterò oggi con voi?»

Non appena udirono queste parole, probabilmente davanti agli occhi dei Coreisciti riemerse, come in un film, la nera storia di due decenni di ingiustizie, persecuzioni, ferocia e barbarie da loro perpetrate. Forse la loro coscienza era sul punto di spezzarsi per il rimorso. Forse, con un sentimento di estrema impotenza e pentimento, esclamarono:

«Come un fratello nobile e il figlio di uno zio paterno nobile». In risposta, il Messaggero ﷺ proclamò:

«Oggi non c’è alcun rimprovero contro di voi. Andate, siete liberi».

Tenendo presente la storia delle ingiustizie, delle persecuzioni e delle guerre d’aggressione dei Coreisciti, chi avrebbe potuto aspettarsi una risposta simile? Tuttavia, chi conosceva la misericordia e la compassione del Messaggero ﷺ si sarebbe aspettato proprio una risposta del genere da parte sua. Chiunque altro sarebbe entrato alla Mecca con arroganza, avrebbe vendicato ogni singolo episodio, avrebbe ucciso selettivamente tra gli avversari coloro che in passato si erano resi colpevoli anche della minima trasgressione, avrebbe compiuto un massacro nella città conquistata e avrebbe saccheggiato senza distinzione i beni della gente e l’onore delle donne. Ma poiché il conquistatore era il più grande benefattore e salvatore dell’umanità, cercò di conquistare, insieme alla terra, anche i cuori degli uomini. Giunse persino a chiedere agli Emigrati di rinunciare alla proprietà delle proprie case e dei propri beni. Dopo la conquista della Mecca, affidò fino al Giorno della Resurrezione la chiave della Kaʿba proprio a ʿUthmān ibn Ṭalḥa, che all’inizio del movimento islamico aveva rifiutato categoricamente la sua richiesta di aprire la porta della Kaʿba. Poi il Messaggero ﷺ, volgendo lo sguardo al passato, ricordò a ʿUthmān una conversazione di un tempo: «Un giorno questa chiave sarà sotto il mio controllo. La darò a chi vorrò». Come avrebbe potuto ʿUthmān avere tanta lungimiranza da comprenderne il significato? Perciò disse: «Probabilmente, prima di quel giorno, tutti i Coreisciti saranno morti». Il Messaggero ﷺ rispose: «No, quel giorno sarà per i Coreisciti un vero giorno d’onore». Riflettendo su questa conversazione, si ha l’impressione che, se al posto del Messaggero ﷺ ci fosse stato qualcun altro, questi avrebbe certamente tolto la chiave della Kaʿba a ʿUthmān e l’avrebbe affidata a qualcun altro per ostentare la propria autorità. Il Messaggero ﷺ, invece, respinse persino la richiesta di una persona vicinissima, come il venerabile ʿAlī, avanzata a nome dei Banū Hāshim per ottenere la chiave della Kaʿba, e permise che essa rimanesse per sempre nelle mani degli antichi custodi. Quando, nel consegnare la chiave, il Messaggero ﷺ ricordò scherzosamente a ʿUthmān ibn Ṭalḥa quella conversazione di molti anni prima, egli disse: «Senza dubbio, tu sei il Messaggero di Allah». Il Messaggero ﷺ rispose: «Oggi è il giorno della benevolenza e del mantenimento delle promesse».

In seguito, per ordine del Messaggero ﷺ, il venerabile Bilāl salì sulla Kaʿba e recitò l’adhān. Questo adhān fu una proclamazione del successo della rivoluzione islamica. Dalla terrazza della stessa Kaʿba, dove era stato considerato un crimine pronunciare il nome di Allah per i servi di Allah, e mentre il Messaggero ﷺ e i suoi compagni avevano sopportato persecuzioni e ingiustizie senza limiti nel tentativo di opporsi a quella ingiustizia, quel giorno risuonava l’adhān. E nessuna potenza della terra poteva impedirlo. In quel momento, alcuni dei principali capi, come Abū Sufyān ibn Ḥarb, ʿItāb ibn Usayd e al-Ḥārith ibn Hishām, sedevano in un angolo vicino alla Kaʿba meditando sulla propria sconfitta. ʿItāb disse con rabbia: «È stato un bene che mio padre Usayd non sia vissuto abbastanza da udire il suono di questo adhān». Subito dopo, il Messaggero ﷺ si recò da loro e riferì loro, parola per parola, tutto ciò che avevano detto. I principali capi dei Coreisciti ne furono messi in imbarazzo.

Poi, per rendere grazie per la conquista della Mecca, il Messaggero ﷺ si recò a casa di Umm Hāniʾ, fece il bagno e pregò otto rakʿāt.

Il giorno dopo la vittoria, il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) pronunciò un altro discorso dalla cima del monte Safa. Innanzitutto lodò Allah. Poi descrisse brevemente la dignità del Santuario Sacro, la confermò per sempre e ne illustrò le norme. È opportuno ricordare che, nonostante una vittoria rivoluzionaria di tale portata, a Mecca l’antica norma della sicurezza delle vite e dei beni fu violata soltanto per un giorno, e anche allora per assoluta necessità. Infatti, alcuni facinorosi sconsiderati della Mecca, senza il consenso del Messaggero (pace e benedizioni su di lui), uccisero due soldati musulmani, costringendo le autorità a eliminarli. Terminata questa necessità, durata solo per un tempo brevissimo, dal secondo giorno il Messaggero annunciò il ripristino della dignità e della sacralità del Santuario Sacro.

Era già stata proclamata un’amnistia generale. Tale proclamazione aveva colpito e affascinato a tal punto la popolazione che nessuno conservava più alcun desiderio di resistenza. Tuttavia, riguardo a determinati crimini, egli annunciò indicando i nomi che i colpevoli dovevano essere uccisi ovunque fossero trovati. Va ricordato che, per conquistare Mecca e ristabilirvi l’ordine e la legge, per alcuni giorni fu applicata la legge marziale. In altre parole, tutti i poteri erano concentrati nelle mani delle autorità militari. [Nelle zone in cui era in corso la guerra, prima che l’ordinaria disciplina civile fosse pienamente ripristinata, secondo la legge islamica veniva instaurata nelle mani delle autorità militari una forma di amministrazione temporanea alquanto rigorosa. In tale amministrazione alcune leggi e norme differivano in parte da quelle dell’amministrazione civile ordinaria. A mio parere, è proprio questo tipo di amministrazione che nella terminologia moderna viene chiamato legge marziale. In generale, e in particolare secondo la prospettiva islamica nelle zone di guerra, la legge marziale viene applicata sotto ogni governo civile civilizzato solo per il breve periodo reso indispensabile dalla necessità, e comunque nei confronti dei nemici non musulmani sconfitti. Oggi, governare per un periodo lungo e indefinito, in nome della legge marziale, l’esercito di un Paese privando dei diritti civili la popolazione dello stesso Paese, costituisce un sistema di governo completamente diverso. L’assetto che abbiamo definito “legge marziale” durante la conquista di Mecca non ha nulla in comune con la legge marziale dei nostri giorni. La legge marziale e il governo militare oggi praticati sono, dal punto di vista islamico, del tutto indesiderabili.] E il Messaggero, in qualità di comandante, aveva ordinato che determinati criminali fossero uccisi ovunque venissero trovati. Nella terminologia moderna, ciò equivale a un ordine di “sparare a vista”. Nell’elenco dei criminali figuravano i nomi di alcuni uomini e donne. Tuttavia, l’amnistia generale del Messaggero salvò la vita alla maggior parte di loro. Al massimo quattro criminali furono condannati a morte. Secondo un’opinione ben ponderata, fu giustiziato un solo criminale. Si chiamava Abd al-Uzza ibn Hanzal. Costui era dapprima musulmano. Fu mandato, insieme a un altro compagno musulmano, a riscuotere la zakat e la sadaqa. Lungo il cammino litigò con il compagno, lo uccise e fuggì con gli animali destinati alla sadaqa. Inoltre, era coinvolto in numerosi reati penali.

Safwan ibn Umayya era un altro criminale di questo genere, responsabile di gravi colpe. Era un accanito nemico del movimento islamico. Dapprima fuggì e raggiunse Gedda mentre era diretto nello Yemen. Umayr ibn Wahb al-Jumahi ottenne dal Messaggero (pace e benedizioni su di lui) il perdono per lui e lo riportò indietro da Gedda. In seguito egli abbracciò l’Islam.

Anche Ikrima ibn Abu Jahl era fuggito nello Yemen. Sua moglie, Umm Hakim bint al-Harith (figlia del fratello di Abu Jahl), abbracciò personalmente l’Islam e ottenne dal Messaggero (pace e benedizioni su di lui) il perdono per suo marito. Poi si recò personalmente nello Yemen e lo riportò con sé. Quando Ikrima seppe di aver ricevuto il perdono, rimase stupito nel vedere che il Messaggero aveva perdonato persino un nemico accanito come lui! Si presentò e abbracciò l’Islam.

Abdullah ibn Sa’d ibn Abi Sarh un tempo era musulmano e aveva avuto anche l’opportunità di essere uno scriba della Rivelazione. In seguito apostatò e cominciò a collaborare con i nemici. Arrivò persino a diffondere la voce che la Rivelazione giungesse in realtà a lui: Muhammad (pace e benedizioni su di lui) la ascoltava da lui e poi la faceva mettere per iscritto. Il crimine era gravissimo. Tuttavia, grazie alle ripetute intercessioni di Uthman, il Messaggero (pace e benedizioni su di lui), in qualità di suprema autorità, lo perdonò. Dopo il perdono, egli rimase musulmano.

Muqays ibn Sababa si infiltrò nella comunità islamica fingendosi un convertito. In seguito uccise con l’inganno un Compagno e fuggì. Il motivo dell’omicidio era che il fratello di Muqays era stato ucciso accidentalmente per mano di quel Compagno ansarita. Per questo il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) pagò la diya, cioè un risarcimento economico. Nonostante ciò, egli uccise il Compagno ansarita. Oltre all’apostasia e all’inganno, anche soltanto per questo omicidio avrebbe potuto essere condannato a morte.

Habbar ibn al-Aswad era l’uomo che, oltre ad altre attività ostili all’Islam, il giorno dell’Egira aveva aggredito Zaynab, la figlia del Messaggero (pace e benedizioni su di lui), provocandole una sofferenza tale da causarle un aborto. Dapprima rimase latitante. In seguito si presentò spontaneamente, riconobbe umilmente la propria colpa ed espresse un profondo rimorso al Messaggero (pace e benedizioni su di lui). Allo stesso tempo abbracciò l’Islam. Il Messaggero proclamò: “Ho perdonato Habbar”.

Wahshi, l’uccisore di Hamza, si recò dal Messaggero (pace e benedizioni su di lui) e abbracciò l’Islam. Egli ascoltò da lui il racconto dell’uccisione di Hamza e lo perdonò. Tuttavia gli consigliò: “Non venire davanti a me, perché questo riaccende il ricordo”. Anche dopo aver abbracciato l’Islam, quest’uomo non riuscì a liberarsi da varie forme di peccato, soprattutto dal consumo di vino.

Il celebre poeta dell’epoca dell’ignoranza preislamica, ʿAbdullah ibn az-Zibaʿrā, un tempo si opponeva all’Islam usando la poesia come arma e incitava la gente contro di esso. Quando incontrò il Messaggero ﷺ e abbracciò l’Islam, fu perdonato.

Anche il poeta Kaʿb ibn Zuhayr aveva scritto molte poesie denigratorie contro l’Islam e il Messaggero ﷺ. Nel nono anno dell’Egira venne a incontrare il Messaggero ﷺ insieme a suo fratello. In seguito abbracciò l’Islam e, come risarcimento, compose in favore dell’Islam lo storico e straordinario poema intitolato «Banat Suʿād». Il Messaggero ﷺ non solo lo perdonò, ma gli donò anche il proprio mantello come ricompensa.

Una volta, durante la sua permanenza alla Mecca, il Messaggero ﷺ stava compiendo il tawaf attorno alla Kaʿba. In quel momento Fudala ibn Umayr si avvicinò furtivamente con l’intenzione di ucciderlo. Il Messaggero ﷺ gli andò incontro personalmente e gli rivelò ciò che aveva nel cuore. Colto in quel modo, Fudala provò una vergogna profonda. Gli disse di chiedere perdono e gli passò la mano sul petto. In un istante, il suo mondo cambiò. Non si trova altrove un esempio simile di perdono concesso a un criminale che nutriva l’intenzione di uccidere.

Tra le donne, la più grande criminale era Hind bint ʿUtba. Non solo si era opposta attivamente all’Islam, ma aveva persino mutilato il corpo del nobile Hamza e ne aveva masticato il fegato. Si presentò davanti al Messaggero ﷺ indossando il niqab per nascondere il volto. Costretta dalle circostanze, era venuta per abbracciare l’Islam. Tuttavia, anche in quella situazione, rivolse al Messaggero ﷺ domande davvero insolite, con grande sfrontatezza. Il dialogo tra lei e il Messaggero ﷺ fu il seguente:

Hind: O Messaggero di Allah, quali impegni ci chiedi di assumere?

Il Messaggero ﷺ: Non associare nessuno ad Allah.

Hind: Questo impegno non lo hai chiesto agli uomini. Tuttavia, lo accetto.

Il Messaggero ﷺ: Non rubare.

Hind: Talvolta prendo due o quattro dirham dai beni di mio marito Abu Sufyan. Non so se anche questo sia lecito o illecito.

Il Messaggero (s.a.) disse: «Non ucciderete i vostri figli».

Hind: Noi li abbiamo allevati fin dalla loro infanzia. Quando sono cresciuti, siete stati voi a ucciderli sul campo di Badr. Quanto a ciò che ne sarà ora, lo sapete voi.

Non c’è più nulla da dire su che tipo di conversione all’Islam fosse questa. Se qualcun altro avesse parlato con una simile arroganza e mancanza di rispetto, non lo avrebbe tollerato. Lei si era limitata ad abusare dell’infinita pazienza del Messaggero (s.a.).

Qartana era la schiava di Ibn Hanzal. Andava in giro cantando canzoni denigratorie contro il Messaggero (s.a.). Fuggì al momento della conquista della Mecca. In seguito si pentì e abbracciò l’Islam.

Nelle narrazioni degli hadith e della sira si riscontrano notevoli divergenze riguardo ad alcune donne e uomini. Tuttavia, non esiste alcuna informazione certa che qualcuno di loro sia stato condannato a morte.

Eppure, nella storia della vita di qualsiasi altro conquistatore, non si trova un esempio di proclamazione di un’amnistia generale, in un momento di vittoria così completa, per nemici tanto accaniti.

Una vittoria ancora più grande della conquista del territorio della Mecca fu il fatto che il Messaggero (s.a.) sedeva in un luogo elevato sul monte Safa, mentre la gente abbracciava l’Islam a gruppi. Oltre ad accettare da loro i principi fondamentali del tawhid e della risalat, si otteneva da essi l’impegno ad astenersi in modo particolare da alcune pratiche malvagie e consuetudini dannose allora diffuse. Gli impegni specifici della bay’a erano i seguenti:

* Non assocerò nessuno ad Allah, né nella Sua essenza, né nei Suoi attributi, né nell’adorazione, né nei Suoi diritti.

* Non ruberò, non commetterò adulterio, non ucciderò ingiustamente nessuno, non ucciderò bambine e non accuserò falsamente nessuno.

* Obbedirò, per quanto possibile, agli ordini del Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui, nelle opere buone.

Dopo essere rimasto alla Mecca per quindici giorni, o per uno o due giorni in meno o in più, quando il Messaggero, pace e benedizioni su di lui, partì, lasciò Hadrat Mu‘adh ibn Jabal incaricato di insegnare alla gente il sistema di vita islamico, la dottrina e le convinzioni islamiche, il carattere islamico, la legge islamica e la cultura islamica. In quel breve periodo completò l’istituzione del sistema giudiziario islamico applicando personalmente le pene islamiche. Quando fu dimostrato che una donna di nome Fatimah bint Abu al-Asad aveva commesso un furto, respinse le raccomandazioni di molti e portò a compimento quell’atto storico, facendole amputare la mano. Dopo la vittoria nelle battaglie di Hunayn e Ta’if, il Messaggero, pace e benedizioni su di lui, tornò alla Mecca, nominò ‘Itab ibn Usayd governatore vicario e stabilì per lui un’indennità giornaliera di un dirham.

 

Le importanti lezioni della conquista della Mecca

1. La conquista della Mecca è l’evento più importante nella storia del movimento islamico. Dopo questa vittoria furono rimossi tutti gli ostacoli all’instaurazione dell’Islam. La Mecca era il centro dell’antica leadership jahilita dell’Arabia. Finché questo centro non fosse caduto, non vi era alcun modo per la rivoluzione islamica di avanzare. Quando la bandiera della leadership jahilita fu abbassata, il sistema sociale jahilita non ebbe più la forza di sopravvivere, né rimase alcuna possibilità per la gente di raccogliersi attorno alla jahiliyya.

La conquista della Mecca eliminò molte difficoltà per la gente comune. Molte tribù non avevano potuto avvicinarsi all’Islam proprio perché erano legate ai Quraysh da rapporti di alleanza, oppure dipendevano economicamente da loro o erano loro debitrici. Alcune erano impotenti di fronte al loro predominio sociale e alla loro autorità sacerdotale religiosa. Quando il dominio dei Quraysh venne meno, chi avrebbe potuto ancora ostacolare il loro cammino? La strada si aprì davanti a loro.

In alcuni strati della società jahilita si era diffusa l’idea che alla Mecca potesse rimanere vittorioso soltanto colui che Allah aiutava. Chi non era saldo sulla via della verità non riceveva l’aiuto di Allah, né a Mecca risuonava la sua fanfara della vittoria. Questa convinzione si rafforzò ulteriormente, soprattutto dopo l’attacco di Abraha. La gente cominciò a pensare che i Quraysh fossero il popolo prediletto di Allah. Senza intervenire nel conflitto tra il Messaggero, pace e benedizioni su di lui, e i Quraysh, diceva:

«Lasciate Muhammad (pace e benedizioni su di lui) e la sua tribù nella loro condizione. Se egli prevarrà su di loro, allora bisognerà riconoscere che è veramente un profeta». Sulla base di questa convinzione, dopo la conquista della Mecca, il flusso della gente cominciò a dirigersi verso l’Islam come una marea impetuosa che rompe gli argini. Non soltanto gli abitanti della Mecca, ma anche persone provenienti dalle tribù delle regioni circostanti accorrevano a gruppi e abbracciavano l’Islam con gioia. Cominciarono a considerare la possibilità di essere servitori del movimento islamico e seguaci di Muhammad (pace e benedizioni su di lui) come la più grande delle loro fortune.

Dopo di ciò, il campo divenne completamente libero e privo di ostacoli per la diffusione dell’invito e dell’insegnamento dell’Islam. Ogni musulmano poté allora dedicarsi all’opera di propagazione dell’Islam. Non rimase più nessuno a porre ostacoli.

2- Quando il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) partì per la spedizione contro la Mecca, fin dall’inizio adottò una strategia tale da evitare completamente ogni spargimento di sangue. Proseguì il viaggio senza rivelare a nessuno il proprio obiettivo. Giunse all’improvviso nei pressi della Mecca, senza lasciare ai Quraysh alcuna possibilità di prepararsi o di ricevere aiuto da qualsiasi direzione. In tal modo, la forza avversaria, già indebolita in precedenza, rimase completamente attonita per quell’improvvisa apparizione. La sconfitta psicologica di Abu Sufyan era iniziata già prima. Attraverso una strategia appropriata, fu proprio lui a essere intimorito per primo. Poiché Abu Sufyan si era sottomesso, nessun altro ebbe più la possibilità di opporre resistenza. Anche il fatto che il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) avesse destituito un comandante soltanto perché aveva pronunciato uno slogan leggermente provocatorio e incitante mirava allo stesso scopo. Voleva convincere gli abitanti della Mecca che quel giorno era il giorno del ripristino della dignità della Kaaba, vale a dire un giorno di completa pace e sicurezza.

3. Il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) dimenticò completamente tutti i crimini barbarici dei più accaniti nemici dell’Islam, che per oltre due decenni avevano inflitto le peggiori persecuzioni a lui, ai suoi cari compagni e ai suoi familiari: coloro che lo deridevano e lo schernivano, gettavano rifiuti immondi, disseminavano spine sul cammino, lo imprigionavano, complottavano per ucciderlo, lo espellevano dal Paese e lo attaccavano senza provocazione; e proclamò un’amnistia generale. Non è difficile comprendere il motivo del suo comportamento flessibile e indulgente, anziché severo. Egli non era un conquistatore mondano per il quale sarebbe stato sufficiente sottomettere alcune persone con la forza e la coercizione e renderle schiave dei propri ordini mediante minacce e intimidazioni. Era il portatore di un invito, di una missione, di un movimento morale e di un sistema di governo e di società puro e sacro. Se avesse reso le persone sue seguaci semplicemente catturandole, legandole e costringendole, il suo obiettivo non sarebbe stato raggiunto. Aveva bisogno di un gruppo di persone la cui mente e il cui cuore fossero cambiati. E un cambiamento della mente e del cuore è possibile soltanto attraverso il perdono, la misericordia, la benevolenza e la dolcezza. Il suo obiettivo avrebbe potuto avere successo soltanto se gli abitanti della Mecca, vergognandosi e pentendosi del loro passato, fossero stati disposti a cominciare una nuova vita. Per colui il cui obiettivo e motto erano la realizzazione di un vero ideale e di una rivoluzione costruttiva, nessun’altra politica da conquistatore sarebbe stata appropriata.

Il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) attribuiva importanza anche a un’altra realtà. Qualunque cosa avessero fatto in passato, i Quraysh erano il gruppo più esperto e più adatto a guidare la nazione araba. Tra le tribù sparse qua e là per tutta l’Arabia, essi costituivano una sorta di solido legame; se fossero stati distrutti, sarebbe stato difficile trovare facilmente un’alternativa. In linea di principio, è una verità incontrovertibile dell’Islam, ed è indispensabile accettarla, che chi è più avanzato nella fede e nella rettitudine è anche più meritevole di guidare. Tuttavia, insieme alla fede e alla rettitudine, sono chiaramente necessarie anche le capacità psicologiche e pratiche per la leadership. Per questo compito occorrono influenza e prestigio, esperienza nella gestione del governo e nel comando militare, conoscenza della strategia, senso del bene e saggezza; sono necessarie abilità nell’utilizzare la lingua e le altre capacità, nonché consapevolezza della psicologia comune delle persone. Soprattutto, i leader possono avere successo soltanto quando la loro superiorità è già riconosciuta dal popolo e le loro radici affondano profondamente nell’opinione pubblica. Nessuna leadership può stare sospesa nel vuoto. La capacità dei Quraysh di guidare era stata respinta dal punto di vista islamico perché essi seguivano la jahiliyya. Ma, una volta diventata quella leadership seguace dell’Islam e acquisiti i valori della fede e della rettitudine, essa si trasformava in una risorsa di inestimabile valore. La politica che il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) stabilì nel trattare con i Quraysh dopo la vittoria fu definita proprio sulla base di questo obiettivo: fare in modo che lo Stato islamico e il movimento islamico potessero ricevere dai Quraysh leader e amministratori competenti ed esperti. Se fossero stati sottomessi e schiacciati con la forza e con un trattamento umiliante, non avrebbero potuto soddisfare questa necessità.

4. Quando entrò nella Mecca nelle vesti del vincitore, il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) diede un esempio di timore di Dio che non ci si potrebbe aspettare da nessun uomo di Stato mondano. Entrò come un vincitore, ma non risuonarono tamburi né strumenti musicali, non vi furono manifestazioni di orgoglio e arroganza, né discorsi vanagloriosi sulle grandi imprese compiute; al contrario, la gente vide una scena del tutto opposta. Obbedendo all’ordine di entrare «in stato di prosternazione», egli chinò il capo davanti ad Allah. Furono intonati canti accompagnati dalla lode ad Allah. E se sulle labbra venne pronunciato qualche slogan, anch’esso celebrava la grandezza e la supremazia di Allah. La chiamata alla preghiera, la preghiera e le suppliche inondarono di luce l’atmosfera della Mecca. Non fu perseguito alcun interesse mondano personale; al contrario, perfino tutti i beni degli emigrati che i Quraysh avevano acquisito con la forza e attraverso l’oppressione e le persecuzioni furono lasciati in possesso dei Quraysh. È triste che alcuni critici privi di coscienza abbiano definito i caratteri improntati al timore di Dio del movimento islamico del Messaggero (pace e benedizioni su di lui) come semplice egoismo e calcolo interessato. Alcuni hanno persino cercato apertamente di dimostrare che si trattava di una messinscena ostentata. (Allah ce ne scampi!) Non rifletterono sul fatto che, quando coloro che inscenano una messinscena per apparire davanti alla gente ottengono il successo completo, la loro maschera cade e viene alla luce la loro vera natura. Dio non voglia: se fosse stato un inganno politico, la conquista della Mecca aveva creato un’occasione tale che il loro segreto sarebbe venuto alla luce e si sarebbe visto immediatamente che coloro che si sgolavano gridando «Allah è grande, Allah è grande» avevano cominciato a ostentare la propria grandezza. Eppure qui la situazione era del tutto diversa: nel suo primo discorso dopo la vittoria, il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) dichiarò che tutto il merito del successo apparteneva ad Allah. Disse che Allah aveva aiutato e reso vittorioso il Suo servo.

5. Al momento della conquista della Mecca, il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) non perdonò soltanto i crimini politici, ma condonò anche, nel caso di alcune persone, crimini penali tali da rendere necessaria la pena di morte. Alla luce di questi esempi, dal punto di vista giuridico bisogna riflettere sulla situazione dell’epoca moderna e stabilire in quale misura al capo dello Stato islamico possa essere conferito il potere di ridurre le pene o concedere il perdono.

Il compimento della conquista della Mecca

Se le tribù che vivevano nei dintorni della Mecca, antiche sostenitrici e alleate dei Quraysh, dotate quasi dello stesso influsso, prestigio e potere, non fossero state domate insieme alla conquista della Mecca, questa non sarebbe stata considerata una vera conquista, oppure, anche se lo fosse stata, non sarebbe durata. Banu Hawazin, gli abitanti di Ta’if e Banu Thaqif avevano contribuito enormemente a rafforzare il potere e il prestigio propri della leadership pagana della Mecca. Erano, per così dire, diversi rami dello stesso albero. Nel confronto con gli arabi comuni, anche queste tribù vicine alla Mecca godevano del prestigio della leadership. Tuttavia, davanti ai Quraysh occupavano una posizione di secondo livello. I loro rapporti politici di alleanza con la Mecca erano molto antichi, mentre i rapporti economici erano stretti e profondi. Erano inoltre alleati nelle necessità militari e, sul piano culturale, appartenevano anch’essi a un livello elevato. Il fatto che la conquista della Mecca fosse stata portata a termine senza spargimento di sangue era avvenuto per puro miracolo. Altrimenti Banu Hawazin, Banu Thaqif e gli abitanti di Ta’if sarebbero dovuti accorrere insieme in difesa dei Quraysh. Se ciò fosse realmente accaduto, nella storia della Mecca si sarebbe combattuta una guerra estremamente sanguinosa. Ma il piano del Messaggero (pace e benedizioni su di lui) fu così raffinato ed efficace che gli abitanti della Mecca non ricevettero alcun aiuto dai dintorni. Si trovarono completamente soli e all’improvviso di fronte all’esercito musulmano.

I capi della tribù di Hawazin avevano già previsto ciò che stava per accadere. Avevano compreso che il conflitto iniziato a Badr non aveva ancora raggiunto la sua conclusione finale. La violazione, da parte dei Quraysh, del trattato di Hudaybiyya, le nuove condizioni inviate dal Messaggero (pace e benedizioni su di lui), il rimpatrio dell’inviato che sosteneva la proposta e, in seguito, il fallimento del tentativo di Abu Sufyan di rinnovare il trattato: la successione di questi eventi non era certo di buon auspicio. Per questo i capi di Hawazin trascorsero l’intero anno impegnati a raccogliere forze. Contattarono varie tribù e crearono un clima di agitazione contro l’Islam. Ma quando giunse il momento, interpretarono erroneamente le attività misteriose del Messaggero (pace e benedizioni su di lui). Banu Hawazin pensò che il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) stesse preparando ogni cosa in vista di uno scontro proprio con loro. Così radunò l’esercito nella propria regione e iniziò i preparativi con grande clamore.

Ma il corso degli eventi prese una piega del tutto diversa da quella che avevano previsto. Completarono i preparativi di guerra e rimasero nelle loro posizioni. Intanto, un evento storico grandioso come la caduta della Mecca si compì con estrema facilità. La reazione delle altre tribù alla conquista della Mecca fu che i loro membri cominciarono ad accorrere in gruppi dal Messaggero (pace e benedizioni su di lui) per abbracciare l’Islam. La reazione di Banu Hawazin e Banu Thaqif, invece, fu diversa. Da un lato, erano organizzati e disponevano di un’enorme forza numerica, di potere economico e di abilità militare. Dall’altro, il loro continuo atteggiamento ostile verso il movimento islamico aveva sviluppato in loro una mentalità così avventata da costringerli a portare a compimento il proprio programma. Radunarono le truppe ad Awtas, o Hunayn, tra Ta’if e la Mecca, per combattere la loro battaglia finale. Soltanto Banu Ka’b e Banu Kilab mantennero una posizione completamente neutrale.

Dopo aver appreso dei preparativi di Banu Hawazin, il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) inviò come spia Abdullah ibn Abi Hadrad e ottenne informazioni precise. Venne allora il momento di prepararsi alla guerra. Per soddisfare le necessità militari, il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) prese in prestito tremila dirham da Abdullah ibn Rabi’a e armi, in particolare cento corazze, da Safwan ibn Umayya, un eminente leader della Mecca. Da ciò si può dedurre che il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) non partì dopo aver approntato preparativi militari straordinari. In precedenza non aveva pensato ad alcuno spargimento di sangue; fu soltanto sul luogo degli eventi che dovette organizzare nuovi preparativi. Che evento senza precedenti! Il conquistatore che aveva completamente sconfitto i Quraysh avrebbe potuto requisire con la forza denaro e armi da loro. Eppure, pur occupando una posizione così elevata, prestava tanta attenzione alla moralità che tutto ciò che prese lo prese soltanto in prestito. Questa coscienza morale è proprio una caratteristica del movimento islamico.

Nell’ottavo anno dell’Egira, nel mese di Shawwal, dodicimila soldati musulmani partirono dalla Mecca. Questa volta tra quei soldati musulmani sorse il sentimento seguente: «Ora siamo l’esercito conquistatore della Mecca. Le nostre forze sono immense e il nostro armamento è più potente che in qualsiasi momento precedente». Non occorre dire che una simile mentalità vanagloriosa può rendere deboli le persone. Era una debolezza umana. Non tenevano presente di essere i soldati di quel Sovrano dell’universo che non tollera neppure un atomo di arroganza. L’orgoglio e la vanagloria sono come un muro di ferro tra l’uomo e Allah. A causa loro viene meno la possibilità di ricevere l’aiuto di Allah, sebbene tale aiuto sia l’anima di ogni battaglia islamica. Per un breve periodo, questa vanagloria ricevette una punizione così severa da trasformarsi in un ricordo storico. Il Corano ha trasformato questo evento in una fonte permanente di insegnamento.

La situazione era la seguente: questa volta nell’esercito musulmano si era unito dalla Mecca un gruppo di soldati di nuovo tipo. Anche nell’avanguardia guidata da Khalid ibn al-Walid erano stati arruolati giovani neomusulmani. Erano così esaltati dall’entusiasmo che non si erano nemmeno equipaggiati con le armi necessarie. Inoltre vi erano duemila «liberati della Mecca», fedeli al governo islamico, ma il cui carattere islamico non si era ancora adeguatamente formato. Gli uomini dell’avversario, invece, erano estremamente esperti nell’arte della guerra; soprattutto nel tiro con l’arco, nessuno in tutta l’Arabia era loro pari. Avevano già occupato le posizioni migliori del campo di battaglia e avevano nascosto arcieri su ogni montagna, nelle cavità delle montagne e nei passi.

Quando, all’inizio dell’attacco, cominciarono a piovere frecce da ogni direzione, l’avanguardia fu dispersa. Insieme a essa, i soldati musulmani si spaventarono e si sbandarono. A un certo punto la situazione divenne tale che nessuno si trovava accanto al Messaggero (pace e benedizioni su di lui), il quale rimase completamente solo. Fu uno dei pochi momenti rari e delicati della vita militare del Messaggero (pace e benedizioni su di lui), quando la fermezza della sua determinazione, il suo coraggio, la fiducia in sé e l’affidamento ad Allah si manifestarono ancora una volta. Con enorme coraggio chiamò i suoi compagni e, scendendo dal dorso della sua cavalcatura, cominciò a dire con voce solenne:

«Io sono davvero un profeta; non c’è in me neppure una traccia di menzogna.»

Sono il nipote di ʿAbd al-Muṭṭalib, sappilo bene.»

Al-ʿAbbās chiamò a gran voce da vicino: «O Ansar! O voi che avete prestato giuramento seduti sotto l’albero!» Udendo quella voce, i musulmani dispersi accorsero da ogni direzione e si riunirono intorno al valorosissimo condottiero, il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui). Poi combatterono con tale eroismo che, in pochi istanti, l’andamento della battaglia cambiò. Settanta uomini del nemico furono uccisi. Quando morì il loro portastendardo, il morale dell’intero esercito crollò. Una parte dell’esercito miscredente sconfitto si rifugiò nella fortezza di Awṭās. Abū ʿĀmir al-Ashʿarī vi si recò con un piccolo gruppo. I nemici erano diverse migliaia. Abū ʿĀmir al-Ashʿarī stesso cadde martire; tuttavia, il suo gruppo riportò la vittoria.

Ṭāʾif era un luogo estremamente fortificato, poiché era circondato da mura. Queste mura erano state riparate e vi erano state accumulate in anticipo le provviste necessarie per tutto l’anno. Vi si trovava inoltre una grande quantità di armi. Il vero obiettivo del Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) era conquistare questo luogo strategico. Tuttavia, adottò una strategia che privò innanzitutto gli abitanti di Ṭāʾif dell’aiuto dei Banū Hawāzin. Ma i vinti si erano radunati proprio lì. L’attacco a Ṭāʾif fu sferrato da una direzione dalla quale i suoi abitanti non avrebbero mai immaginato che potesse arrivare. Per primo partì il comandante Khālid con un contingente; in seguito, il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) arrivò personalmente con l’intero esercito. Questo fu il primo episodio in cui furono impiegati cannoni e carri armati per abbattere una fortezza. (Va ricordato che il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) aveva inviato alcuni altri combattenti musulmani a Jurash per addestrarsi all’uso delle pesanti armi necessarie a demolire le fortezze. Jurash era un centro per la produzione di armi di questo tipo. Probabilmente questo centro era sotto il controllo degli ebrei.) Ma, mentre dall’interno veniva scagliata una pioggia di frecce contro i soldati, cominciarono anche a essere lanciate barre di ferro roventi per danneggiare le armi impiegate contro la fortezza. Molti combattenti musulmani rimasero feriti e furono costretti a ritirarsi.

In questa situazione, il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) chiese il parere di Nawfal ibn Muʿāwiya. Egli diede una risposta spiritosa: «La volpe è entrata nella tana. Se si continua a insistere, finirà per essere catturata; se invece la si lascia nella sua tana, non c’è neppure da temere un danno particolare.» Sulla base di questo saggio consiglio, il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) ritenne che, poiché tutta l’Arabia era ormai passata sotto l’autorità dell’Islam, gli abitanti di Ṭāʾif non potessero rimanere dissidenti. Se fossero stati costretti proprio allora a sottomettersi, ne sarebbero derivati due danni. Se invece fossero stati lasciati liberi, la situazione avrebbe suscitato tra gli abitanti di Ṭāʾif l’impulso a obbedire spontaneamente. Le porte dei loro cuori si sarebbero aperte all’ideologia rivoluzionaria dell’Islam. Perciò ritirò l’assedio, nell’interesse supremo sia dell’Islam sia degli abitanti di Ṭāʾif. Questa è una prova evidente di quanto il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) fosse attento a evitare lo spargimento di sangue. I compagni dissero: «O Messaggero di Allah, invoca una maledizione sugli abitanti di Ṭāʾif.» Il Messaggero pregò: «O Allah, guida i Thaqīf sulla retta via e uniscili a noi.» Rivolse questa preghiera proprio per quegli abitanti di Ṭāʾif che un giorno lo avevano lapidato fino a farlo sanguinare. Anche questa preghiera è un segno del suo cuore misericordioso, un cuore che non era incline a ricorrere alla forza in alcun luogo, se non quando ciò fosse assolutamente necessario. Quel cuore, tuttavia, non fu mai avaro nel distribuire perdono e misericordia.

A Jirana furono catturati come bottino 24.000 cammelli, 40.000 capre e 4.000 uqiyya d’argento. Di tutto ciò, secondo le disposizioni del Corano, un quinto fu depositato nel Bayt al-Māl per le classi bisognose della società e per le necessità collettive. Il resto fu distribuito tra tutti i soldati. In tal modo, l’acquisizione del bottino era da un lato un eccellente mezzo per ridurre la forza economica e militare del nemico; dall’altro, offrì per la prima volta l’opportunità di distribuire liberamente ricchezze accumulate per centinaia di anni e creò la possibilità di eliminare l’antica disuguaglianza economica tra le tribù ricche e quelle povere.

Il Corano ha previsto, per la distribuzione dei fondi della zakāt, una categoria denominata «conquista dei cuori», o «taʾlīf al-qulūb». (Tecnicamente, ciò significa conseguire lo scopo fornendo i mezzi necessari alle persone che, per il bene superiore dell’Islam e dei musulmani, devono essere rese tolleranti o benevole verso l’Islam e i musulmani — nota del traduttore.) Nell’ambito di questa categoria, il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) donò con grande generosità ingenti ricchezze agli abitanti della Mecca e ai loro capi. Lo scopo era placare l’angoscia dei loro cuori. Erano stati precipitati dal cielo del potere politico nel più profondo abisso, e l’intero ambiente sociale era completamente cambiato ai loro occhi. In quelle circostanze, non c’era al mondo nessuno più indigente e indifeso di loro. Pur essendo persone vicine al Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui), quando rimanevano nelle file posteriori, mentre gli Anṣār e i Muhājirūn stavano alla sua destra e alla sua sinistra, è facile capire come dovessero sentirsi. Il tribunale di Allah pronunciò la sentenza in una causa istituita da due lunghi decenni. In quella causa i Quraysh, pur avendo fatto ogni sforzo, furono sconfitti. Quel giorno, dunque, non c’era nessuno più sventurato di loro. Se non si fosse provveduto ad alleviare l’umiliazione della sconfitta e la loro disperazione, da quella disperazione sarebbe emerso ripetutamente un desiderio represso di vendetta, ed essi, loro malgrado, avrebbero continuato a sabotare dall’interno gli obiettivi e le finalità dello Stato islamico, nascondendosi dietro un’obbedienza ostentata. Capi qurayshiti di primo piano come Abū Sufyān, Ḥakīm ibn Ḥizām, Naḍr ibn al-Ḥārith, Ṣafwān ibn Umayya, Aqra ibn Umayya e Akara ibn al-Ḥārith ricevevano ora doni proprio dalla persona che per molti anni avevano insultato, accusato di mentire, deriso e schernito, sottoposto a sofferenze fisiche, assediato, tentato di uccidere, costretto ad abbandonare la casa e la patria e contro la quale, anche dopo la sua emigrazione, avevano condotto attacchi aggressivi, non permettendogli di vivere neppure un momento in pace e sicurezza. Dove e quando si è mai visto uno spettacolo tanto straordinario? Quanti esempi di un simile servizio all’umanità si possono trovare nella storia?

Vedendo questo mare impetuoso di generosità e magnanimità abbattersi sui capi dei Quraysh, alcuni Anṣār reagirono con una certa ostilità. In alcuni di loro cominciarono a emergere sentimenti meschini. Pensarono che forse il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) li onorasse e li colmasse di attenzioni per favoritismo verso i consanguinei e per attaccamento alla patria, trascurando invece noi. Alcuni lo dissero apertamente: «Quando si tratta di lottare mettendo a repentaglio la vita per difendere l’Islam, ci siamo noi, e dalle nostre spade ancora gocciola il sangue. Ma, quando si tratta di doni e ricompense, i Quraysh hanno avuto la precedenza su di noi.

Coloro nelle cui menti brulicavano simili pensieri non ritennero necessario riflettere sul fatto che il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) non stava dando quei doni e quelle ricompense ai membri della propria famiglia. Non li dava neppure ai Muhājirūn suoi parenti più prossimi, e non ne prendeva per sé. In tali circostanze, se era stato riservato ai Quraysh un trattamento un po’ speciale, certamente dietro di esso vi era un bene più grande.

Quando la notizia giunse alle orecchie del Messaggero di Allah, fu eretta una tenda e lì furono convocati gli Ansar. Il Messaggero di Allah pronunciò davanti a loro un breve discorso toccante. (Questo discorso è stato citato in precedenza.) L’ultima frase del discorso fu questa: «O Ansar! Non vi è forse gradito che gli altri portino via cammelli e capre, mentre voi portate con voi Muhammad, pace e benedizioni su di lui?». Mentre ascoltavano il discorso, le barbe degli Ansar si bagnavano delle loro lacrime. Udendo l’ultima frase, gridarono: «Per noi è sufficiente soltanto Muhammad, pace e benedizioni su di lui». Poi egli spiegò loro con parole dolci per quali ragioni fosse diventato necessario conquistare il favore dei Quraysh.

Nel frattempo, seimila prigionieri di guerra attendevano che fosse deciso il loro destino. Il Messaggero di Allah aspettò per due intere settimane, nel caso in cui qualcuno venisse a presentare una richiesta a loro riguardo. Per questo aveva anche rinviato la spartizione del bottino. Ma, quando non venne nessuno, il bottino fu diviso. Dopo la spartizione, venne a fargli visita una delegazione di persone eminenti della tribù della sua nutrice, Halima Saʿdiyya. Il capo della delegazione, Zuhayr, parlò con parole estremamente toccanti dei prigionieri di guerra appartenenti alla loro tribù:

«Tra le donne prigioniere rinchiuse qui nelle capanne ci sono le vostre zie paterne e materne. Giuro su Allah che, se perfino un re d’Arabia avesse preso il latte da una donna della nostra tribù, avremmo sperato molto da lui. Da voi, tuttavia, speriamo ancora di più».

Il Messaggero di Allah spiegò loro: «Ho aspettato a lungo io stesso, per vedere se sarebbe venuto qualcuno a presentare una richiesta. Alla fine, poiché non venne nessuno, fui costretto a procedere alla distribuzione. Ora ti affido immediatamente i prigionieri che sono stati assegnati agli uomini dei Banu Hashim. Per gli altri, parlerai dopo la preghiera davanti alla più grande assemblea dei musulmani». Dopo la preghiera, Zuhayr pronunciò il suo discorso. Il Messaggero di Allah disse: «Posso assumermi la responsabilità soltanto per la mia tribù, i Banu Hashim. Tuttavia, raccomando la liberazione di tutti i musulmani». Immediatamente, tutti gli Ansar e i Muhajirun esclamarono: «Liberiamo anche la nostra parte». Soltanto ai Banu Sulaym e ai Banu Fazara sembrò insolita l’idea di liberare gratuitamente i prigionieri di guerra catturati tra i nemici sconfitti, e cominciarono a esitare. Alla fine, il Messaggero di Allah fece liberare anche i rimanenti prigionieri, offrendo sei cammelli per ciascun prigioniero. Così furono liberati tutti i seimila prigionieri di guerra. Il Messaggero di Allah diede anche degli abiti a molti prigionieri. Qui accadde ciò che va oltre ogni immaginazione dei conquistatori comuni. I prigionieri furono liberati senza riscatto, perché il suo vero obiettivo non era uccidere le persone né ridurle in schiavitù. Il vero obiettivo era instaurare la vera religione e preparare i cuori degli uomini ad accoglierla.

Compiuta questa missione, egli eseguì la ʿUmra, nominò ʿAttab ibn Usayd governatore della Mecca e partì per Medina.

Dopo la conquista della Mecca

A mio parere, nella successiva battaglia di Hunayn, le forze sovversive ostili all’Islam furono completamente eliminate dall’interno. Dopo questa battaglia, il destino dell’Arabia fu definitivamente stabilito secondo la legge islamica. Non rimase ad altri alcuna possibilità di avanzare. Ciononostante, fu necessario adottare alcune piccole misure militari per reprimere i malfattori dispersi e ristabilire l’ordine pubblico. Tuttavia, non si tratta di avvenimenti particolarmente importanti.

La tribù dei Banu Tamim istigò alcune altre tribù a interrompere la riscossione delle imposte da parte del governo islamico. Si trattava di un atto contro lo Stato. Fu inviato ʿUyayna ibn Hisn con cinquanta cavalieri. Non appena ebbe luogo l’attacco, i Banu Tamim fuggirono. Alcuni furono catturati e condotti a Medina, ma in seguito furono liberati.

La tribù dei Khath’am, abitante della regione di Tabāla, si preparò alla ribellione. Fu inviato contro di loro un distaccamento di venti soldati, comandato da Qataba ibn ʿĀmir, per reprimere la rivolta. I ribelli fuggirono. Alcune persone furono catturate, ma in seguito il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) le liberò. Hadrat Dahhāk fu inviato presso i Banū Kilāb. Con lui vi era anche ʿAsīd ibn Salama, della stessa tribù. Questo gruppo era principalmente dedito alla predicazione e all’insegnamento. Gli uomini della tribù presero le armi contro di loro. Il padre di ʿAsīd fu ucciso. Non sono noti ulteriori dettagli su questo episodio.

Una volta si venne a sapere che alcuni pirati abissini si erano radunati a Gedda. Non appena ʿAbd Allāh ibn Hudhāfa al-Qurashī (o ʿAlqama ibn Mujazziz) partì con una forza di trecento soldati, i pirati fuggirono.

Nel mese di Rabīʿ ath-Thānī del nono anno dell’Egira, Hadrat ʿAlī (che Allah sia soddisfatto di lui) fu inviato presso la tribù dei Banū Tāyy con centocinquanta cavalieri, con l’ordine di distruggere il grande tempio che si trovava là. È necessaria qui una breve analisi della questione. Lo Stato islamico di Medina era uno Stato fondato su un ideale. Esso poteva tollerare che, a livello individuale, qualcuno professasse una dottrina contraria ai principi fondamentali della fede sui quali era stato fondato. Ma come avrebbe potuto permettere l’esistenza di un’istituzione sociale contraria a quei principi fondamentali, cioè alla fede nell’unicità di Allah, nella missione profetica e nell’Aldilà? Va inoltre ricordato che, nel sistema religioso e culturale dell’Arabia preislamica, gli idoli di quella regione erano fonti di ispirazione viva. La semplice idea della loro esistenza suscitava una tale partecipazione emotiva e un tale entusiasmo da spingere gli abitanti della società dell’Ignoranza a incitare continuamente alla guerra contro il governo islamico. In nome di quegli idoli erano state combattute grandi guerre. In questo particolare contesto, mantenere i templi dell’epoca dell’Ignoranza come istituzioni collettive e offrire ripetutamente al pensiero pagano l’occasione di creare disordini e tensioni non sarebbe stato in alcun modo ragionevole. In realtà, quegli idoli erano simboli di una particolare mentalità e rappresentavano un sistema di vita falso. Pertanto, la distruzione del tempio della tribù dei Banū Tāyy non può essere considerata un’ingerenza nella libertà religiosa di una minoranza religiosa riconosciuta; fu piuttosto una misura inevitabile per liberare l’ambiente dalle tendenze che minacciavano l’esistenza dello Stato islamico. Del resto, la questione non era limitata al solo livello ideologico. Spinta dalle proprie convinzioni pagane, la tribù aveva infatti cominciato a nutrire anche atteggiamenti ribelli. L’idea di misurarsi con Medina era maturata considerevolmente al suo interno. La prova decisiva è che ʿAdī ibn Hātim, figlio di Hātim Tāʾī e membro di quella celebre famiglia, aveva personalmente raccolto numerosi animali da trasporto e armi proprio a questo scopo. Non sorprende che molti altri membri della tribù, come ʿAdī, avessero fatto preparativi dello stesso genere.

Comunque, quando Hadrat ʿAlī (che Allah sia soddisfatto di lui) raggiunse il luogo chiamato Kuls, lanciò un attacco già al mattino. ʿAdī ibn Hātim fuggì in Siria per radunare delle forze e portarle in aiuto. Gli uomini della tribù opposero una debole resistenza. Il loro tempio fu distrutto. La sorella di ʿAdī e alcune altre persone furono catturate e portate a Medina, insieme ad alcuni animali e armi che furono presi come bottino. La sorella di ʿAdī raccontò al Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) la storia delle sue sofferenze strazianti. Disse: «Mio padre è morto. La mia guardia mi ha abbandonata ed è fuggita. Sono anziana e debole. Non ho la capacità di fare alcun lavoro. Siate benevolo con me: Allah sarà benevolo con voi». Il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui), secondo il desiderio della donna, le procurò un animale da trasporto e la rimandò libera. Tornata a casa, la donna riferì a suo fratello la dolcezza del carattere e del comportamento del Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui). Disse: «Ho visto un comportamento identico a quello di nostro padre: quando arrivava una certa persona, le veniva mostrata tale benevolenza; quando ne arrivava un’altra, le veniva mostrata tale generosità, e così via. Abbandona l’idea di combattere contro il Messaggero di Allah. Va’ tu stesso e vedrai quanti benefici ne ricaverai». Poco tempo dopo, ʿAdī ibn Hātim si recò a Medina e abbracciò l’Islam.

Due guerre internazionali

Durante la vita del Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui), il compito principale portato a compimento fu quello di consolidare l’unità interna del Paese e completare la rivoluzione islamica; tuttavia, invitando i governanti dei Paesi circostanti ad abbracciare l’Islam, egli diede inizio alla fase internazionale del movimento. Inviò emissari in diversi Paesi. Uno di questi emissari si chiamava Hārith ibn ʿUmayr al-Azdī. Fu mandato presso il governatore cristiano della Siria. Ma il governatore cristiano, Shurahbīl ibn ʿAmr al-Ghassānī, uccise l’emissario del Messaggero di Allah lungo il cammino. Questo atto costituiva una violazione così infame dei principi fondamentali dell’umanità e del diritto internazionale allora vigente che, se un governo l’avesse tollerato in silenzio, non avrebbe più conservato alcun onore o prestigio. Per questo, nell’ottavo anno dell’Egira, il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) inviò verso la Siria un esercito di tremila soldati, guidato dal suo liberto Zayd ibn Hāritha. Questo episodio mostra come un uomo potesse elevarsi dalla condizione di schiavo fino a diventare comandante e come nella rivoluzione islamica fosse stato stabilito un esempio. Anche Usāma, figlio di questo Zayd ibn Hāritha, fu nominato comandante dal Messaggero di Allah nella sua ultima spedizione. Per congedare questo esercito, il Messaggero di Allah in persona si recò fino a Thaniyyat al-Wadāʿ. Quando l’esercito giunse in un luogo chiamato Muʾta, si seppe che l’imperatore romano Eraclio era arrivato in Siria e che con lui vi erano circa centomila soldati cristiani della regione. In precedenza era stata presa in considerazione la proposta che l’esercito musulmano tornasse a Medina; dopo aver esaminato la situazione più recente, tale proposta fu respinta e si decise di combattere confidando in Allah. Non appena avanzarono, incontrarono a Mashārif un enorme esercito nemico e ne seguì una battaglia furiosa. Zayd ibn Hāritha fu martirizzato. Dopo di lui portò la bandiera Hadrat Jaʿfar. Quando gli fu recisa la mano destra, afferrò la bandiera con la sinistra; quando gli fu recisa anche la sinistra, la strinse al petto. Infine ottenne il martirio dopo aver ricevuto novanta ferite. In seguito, secondo la successione indicata dal Messaggero di Allah, il portatore della bandiera fu ʿAbd Allāh ibn Rawāha. Quando anche lui fu martirizzato, per decisione unanime il comando passò a Khālid ibn al-Walīd. Egli combatté con tale audacia che, una dopo l’altra, nove spade si spezzarono nella sua mano. Alla fine i soldati nemici furono costretti a ritirarsi. Hadrat Khālid riuscì a riportare in salvo l’esercito. In questa battaglia furono martirizzate complessivamente dodici persone. Tra i martiri vi erano anche personalità di grande valore.

I musulmani considerarono provvisoriamente sufficiente questa vittoria, poiché i soldati nemici erano molto più numerosi, il luogo era straniero e la situazione del tutto sconosciuta. Era difficile procurarsi i rifornimenti e non vi era alcuna speranza di ricevere truppe aggiuntive. Per questo l’esercito tornò a Medina. Il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) e i musulmani uscirono da Medina per accoglierlo. Quando alcuni, scherzando, chiamarono quell’esercito «fuggiasco», il Messaggero di Allah disse: «No, non sono fuggiaschi; sono “ritornanti”, cioè torneranno nuovamente a combattere». In base al valore dimostrato da Hadrat Khālid (che Allah sia soddisfatto di lui) in questa battaglia, gli fu conferito il titolo di Sayf Allāh, cioè «Spada di Allah».

La seconda spedizione di questa fase fu la spedizione di Tabūk.

Dopo la conquista della Mecca, era il mese di Rajab del nono anno dell’Egira. Una carovana proveniente dalla Siria riferì che le truppe dell’imperatore di Roma si stavano preparando ad attaccare Medina. L’Impero Romano si estendeva allora su quasi metà del mondo. Poco tempo prima, quell’impero aveva anche sconfitto l’Iran. Il Messaggero di Allah (s.a.s.) e i musulmani avevano edificato lo Stato islamico di Medina come un faro di luce, per diffondere in tutto il mondo la luce della fede e della rettitudine. Non potevano permettere che quello Stato islamico, costruito con tanta fatica, venisse distrutto. Esso rappresentava infatti tutta la loro religione e la loro vita terrena, i loro beni e i loro parenti: tutto. Furono quindi presi immediatamente i necessari provvedimenti. Si stabilì che, prima che le truppe di Cesare entrassero in territorio arabo, sarebbe stato lanciato un attacco a sorpresa, affinché non potessero compiere devastazioni in quella terra. Era un periodo di caldo intenso, di terribile carestia e di estrema povertà. Il Messaggero di Allah (s.a.s.) lanciò un appello per raccogliere fondi destinati alla guerra. I musulmani diedero a quell’appello una risposta così memorabile che continuerà per sempre a offrire una preziosa ispirazione all’umanità intera. Uthman (r.a.) donò 900 cammelli, 100 cavalli e mille dinari. Abd al-Rahman ibn Awf (r.a.) diede 40.000 dirham. Umar (r.a.) mise a disposizione più della metà dei propri beni. Abu Bakr al-Siddiq (r.a.) svuotò completamente la propria casa e portò tutto ciò che possedeva, consegnandolo per la causa. Nella gara delle donazioni, la sua bilancia risultò più pesante di quella di tutti gli altri. Tuttavia, probabilmente il sacrificio più grande fu compiuto da un povero lavoratore giornaliero ansarita, che divise in due il salario guadagnato trasportando acqua per tutta la giornata: ne tenne metà per la propria famiglia e consegnò l’altra metà al Messaggero di Allah (s.a.s.). Il Messaggero di Allah (s.a.s.) ordinò che ciò che egli aveva donato fosse distribuito insieme a tutti gli altri oggetti di valore offerti. Le donne musulmane donarono persino i propri gioielli al fondo per il jihad.

Trentamila soldati, con diecimila cavalli, partirono per la spedizione di Tabuk. Presso la periferia di Medina, nel luogo chiamato Thaniyyat al-Wadaʿ, furono completati i lavori di organizzazione delle truppe, nomina dei comandanti e distribuzione delle bandiere. Quando giunsero a Tabuk, si seppe che i nemici avevano rinunciato all’intenzione di attaccare l’Arabia. In realtà, qualcuno aveva fornito loro la falsa notizia che il Profeta di Medina (s.a.s.) fosse morto. (Dio ce ne scampi!) Per questo avevano pensato che fosse giunta una magnifica occasione per attaccare. In seguito, quando seppero che il Profeta era ancora vivo e che anche Medina era viva, le loro ambizioni aggressive si spensero. Comunque, il risultato politico di questa spedizione militare fu assai soddisfacente. Il Messaggero di Allah (s.a.s.) mantenne il campo militare a Tabuk e vi rimase per un mese. Durante quel periodo, l’opera volta ad ampliare con successo l’influenza politica in ogni direzione proseguì. Il governatore di Ayla venne a incontrarlo e, accettando di pagare la jizya, diede inizio a rapporti conciliatori. Anche gli abitanti di Jaraba e di Adhraʿ vennero, pagarono la jizya e riconobbero la sottomissione. Il problema di Dumat al-Jandal era stato importante per il Messaggero di Allah (s.a.s.) per molti anni. Hazrat Khalid ibn al-Walid fu inviato con più di quattrocento soldati da Ukaidar, il governatore di Dumat al-Jandal. Egli stava cacciando insieme al fratello. Suo fratello fu ucciso e Ukaidar venne catturato. Con lui fu concluso un trattato sulla base del pagamento della jizya. Il Messaggero di Allah (s.a.s.) lo nominò governatore, da parte del governo di Medina, di Dumat al-Jandal, Ayla, Tayma e Tabuk, e gli consegnò un documento scritto attestante ciò. Secondo alcune narrazioni, Hazrat Khalid conquistò abilmente, senza combattere, la fortezza di Dumat al-Jandal e ottenne un prezioso bottino. Quando il Messaggero di Allah (s.a.s.) tornò da Tabuk, a Medina gli fu riservata un’accoglienza solenne. Ho già menzionato in un capitolo precedente le cospirazioni organizzate dagli ipocriti riguardo a questa spedizione. A Medina erano rimasti numerosi ipocriti, circa ottanta. Quando fu chiesto loro il motivo per cui non erano andati a Tabuk, inventarono ogni sorta di scuse. Il Messaggero di Allah (s.a.s.) li perdonò. Tuttavia, erano rimasti indietro anche alcuni credenti sinceri. Abu Khaythama fu annoverato tra questi. Sebbene fosse rimasto a Medina, poco dopo tornò in sé. Alcuni giorni dopo la partenza del Messaggero di Allah (s.a.s.), un giorno, durante un caldo intenso, venne a riposarsi con la moglie all’ombra fresca degli alberi. Lì aveva fatto predisporre l’acqua per rinfrescarsi e aveva preparato il cibo. All’improvviso si rese conto della situazione e disse alla moglie: «Ahimè! Il Messaggero di Allah (s.a.s.) soffre sotto il sole, nella polvere e nel caldo, mentre io, Abu Khaythama, mangio cibi prelibati con una bella moglie all’ombra fresca! Questo non è affatto giusto». Per Allah, non entrerò nelle stanze delle mie mogli. Si prepari il viaggio per me». Fece portare un cammello, vi montò sopra e partì; dopo aver percorso una lunga distanza, raggiunse l’esercito. Ma tre credenti, Kaʿb ibn Malik, Hilal ibn Umayya e Murara ibn al-Rabiʿ, non riuscirono ad andare, nonostante ogni loro sforzo. Quando il Messaggero di Allah (s.a.s.) chiese loro il motivo della loro assenza, essi dissero chiaramente: «Abbiamo commesso un errore». Il Messaggero di Allah (s.a.s.) ordinò loro di separarsi dalla comunità e di stare lontani dalle proprie mogli finché non fosse giunta una successiva disposizione di Allah. Questa fu una punizione simile alla reclusione solitaria. Non furono messi in catene alle mani e ai piedi, né furono rinchiusi in celle separate. Essere improvvisamente esclusi dalla vita collettiva e rimanere soli è una punizione estremamente dura; tanto più quando tutte le restrizioni devono essere applicate dall’accusato stesso su di sé. Tuttavia, essi diedero un esempio di obbedienza così raro che sarebbe rimasto scritto a lettere d’oro nella storia. Quando persino il sovrano cristiano dei Ghassanidi venne a sapere della vicenda, la considerò una straordinaria opportunità psicologica e scrisse una lettera a Kaʿb ibn Malik: «Il vostro profeta vi ha fatto un torto, benché voi siate persone di grande valore. Se venite da noi, accresceremo il vostro prestigio». Fu una prova difficile. Ma Kaʿb gettò quella lettera nel focolare. Infine, dopo cinquanta giorni interi, fu rivelata la Rivelazione, che annunciò l’accettazione del loro pentimento grazie alla loro sincerità e devozione. A Medina si diffuse una grande gioia. Da ogni parte la gente accorse per portare ai tre la buona notizia, congratulandosi con loro. Hazrat Kaʿb, nella gioia che il suo pentimento fosse stato accettato, donò in elemosina la maggior parte dei suoi beni. Tale era il carattere delle persone formate dal movimento islamico.

Durante il viaggio verso Tabuk morì ʿAbdullah Dhu al-Bijadayn. Questo giovane era molto caro al Messaggero di Allah (s.a.s.). Aveva abbracciato l’Islam con grandissimo fervore. La chiamata all’Islam lo aveva raggiunto già in giovane età e il suo cuore ne era stato conquistato. Tuttavia, per timore dello zio, aveva tenuto nascosti i propri sentimenti. Infine, quando il Messaggero di Allah (s.a.s.) tornò dopo la conquista della Mecca, egli disse allo zio: «Caro zio, ho aspettato per molti anni che nel tuo cuore si risvegliasse la coscienza islamica. Ma tu sei rimasto tale e quale. Ora permettimi di diventare musulmano».

Lo zio dal cuore di pietra rispose: «Se accetti l’invito di Muhammad, pace e benedizioni su di lui, ti priverò di tutti i tuoi beni e delle tue proprietà. Ti toglierò perfino gli abiti che indossi». Abdullah disse: «Zio, puoi fare ciò che vuoi. Ormai l’adorazione degli idoli non mi piace più. Perciò diventerò certamente musulmano. Prendi pure tutti i tuoi beni e le tue proprietà». Detto questo, si tolse persino gli abiti che indossava. Sua madre gli diede una coperta per coprirgli il corpo. Egli la divise in due: con una metà si fece un indumento per coprire la parte inferiore del corpo e con l’altra coprì la parte superiore. In queste condizioni si presentò a Medina dal Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui, e si unì agli Aṣḥāb al-Ṣuffa. Questo giovane rivoluzionario, animato dall’entusiasmo per il jihād, partì con il Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui, per Tabuk. Là si ammalò di febbre e morì. La sua sepoltura e la preparazione del sudario furono completate nell’oscurità della notte. Bilāl, che Allah sia soddisfatto di lui, tenne alta una lanterna. Il Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui, scese personalmente nella tomba insieme ad Abū Bakr e ʿUmar, che Allah sia soddisfatto di entrambi. Il Messaggero di Allah disse loro: «Abbiate riguardo per l’onore di vostro fratello». Con le proprie mani depose un mattone sulla sua tomba. Poi pregò: «O Allah, fino a questa sera sono stato soddisfatto di lui; sii soddisfatto anche Tu di lui».

Vedendo quanto onore era stato tributato ad Abdullah, Ibn Masʿūd, che Allah sia soddisfatto di lui, disse con rammarico: «Ahimè, se solo potessi essere io in quella tomba!»

Valutazione

In questo capitolo ho descritto tutte le operazioni militari intraprese dal governo islamico di Medina. Tenendo a mente queste guerre e rivolte, nonché le circostanze che le resero inevitabili, non si può negare che, sebbene il Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui, fosse determinato a evitare gli scontri e a dedicarsi a opere costruttive, i nemici dell’Islam lo trascinarono con la forza sul campo di battaglia. Quell’uomo che, invece di aspirare al trono del potere, desiderava soltanto stabilire la verità e la giustizia; che, invece di creare influenza e prestigio con la forza della spada, voleva conquistare il mondo intero mediante la ragione e il carattere; che aveva scelto la via del perdono invece della vendetta, e quella della giustizia e della benevolenza invece dell’odio e della coercizione; e che, invece della spada grondante sangue, aveva inaugurato il principio della conciliazione con la penna che redige i trattati: a quell’uomo straordinario essi non permisero di vivere neppure un istante in pace durante quegli otto o nove anni. Anche in una simile situazione, non si può fare a meno di restare stupefatti pensando a come il Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui, riuscì a portare a compimento quell’opera costruttiva straordinaria capace di cambiare il corso della storia. InshāʾAllāh, presenterò in un capitolo separato di questo libro una descrizione dettagliata dell’opera costruttiva del Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui.

In realtà, sotto questo aspetto il Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui, fu il più grande amico benefico dell’umanità: per portare il messaggio di pace e sicurezza dapprima in tutta l’Arabia e poi in tutto il mondo, seppe trovare una via autonoma persino attraverso la spada. Spezzò le difese dei nemici più violenti e ribelli, stabilendo e portando a compimento l’ordine della giustizia e della verità. Se fosse stato qualcun altro, ascoltando la sfida alla guerra lanciata dal nemico, si sarebbe allontanato dalla propria via diritta. In tal caso, anche se il ricordo del sistema di vita islamico non fosse stato cancellato dalla storia, al massimo lo avremmo visto presente nella vita privata degli uomini; non avremmo potuto concepirlo come un sistema sociale e statale. L’Islam sarebbe allora sopravvissuto, come le altre religioni del mondo, soltanto come una religione spirituale e morale confinata alla vita privata. Non avrebbe avuto alcun rapporto con la società e lo Stato. Per quanto numerosi fossero i santi e i virtuosi di alto livello formatisi sotto un Islam di questo tipo, ciascuno di loro sarebbe diventato un collaboratore estremamente obbediente e sottomesso di ogni sistema statale miscredente, vano, tirannico e sfruttatore. In tal caso, la società umana non avrebbe ricevuto dal Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui, alcuna ispirazione per eliminare l’oppressione sociale, lo sfruttamento e la corruzione.

È degno di nota quanto il Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui, abbia sopportato sofferenze, ingiustizie e persecuzioni per assicurare il bene e il benessere degli abitanti del mondo e della Umma musulmana; con quanto coraggio e valore abbia affrontato le sfide dei nemici e sottomesso le forze oppressive e corrotte; abbia unito le tribù disgregate, liberandole dalla guida dell’ignoranza, educandole e purificandole. Ha creato un ambiente di pace, ha stabilito il governo della legge, ha edificato la società sulle basi della fratellanza e della giustizia e ha inaugurato l’epoca democratica, rendendo il sistema statale fondato sulla consultazione.

È anche una dimostrazione della massima saggezza e abilità operativa del Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui, il fatto che, pur avendo combattuto tante guerre e inviato tanti eserciti, ciò abbia comportato il minimo spargimento di sangue e il minor numero possibile di vittime. Stabilire per la prima volta uno Stato unitario e ideologico in un territorio vasto come l’Arabia, con così poco spargimento di sangue, è un evento straordinario nella storia dell’umanità.

La realtà è che oggi ogni essere umano, lo sappia o no, è debitore della sua benevolenza. Se non si fosse opposto all’oppressione insieme a un piccolo gruppo di compagni, non avremmo mai ottenuto quei preziosi beni che abbiamo ricevuto da lui: i principi per il successo nella vita, i valori culturali e l’eredità morale; l’esempio di umanità che è stato posto davanti a noi attraverso di lui; e la migliore struttura equilibrata della civiltà e della cultura che egli ha costruito e mostrato. L’alba di una nuova era è sorta nel mondo al prezzo del sangue dei suoi compagni migliori e più amati, che il Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui, ha sacrificato per il conseguimento del nobile obiettivo. Che Allah riversi la Sua misericordia su Muhammad, pace e benedizioni su di lui, e sui suoi seguaci!

 

Capitolo 6

La luce si diffuse ovunque

La forza propulsiva dell’avanzata del movimento islamico

In questo mondo molti hanno conquistato il dominio su vaste terre con la forza della spada. Molte monarchie e dittature sono state instaurate semplicemente con la forza delle armi e dei muscoli. Molte controversie legate agli interessi sono state risolte anche sul campo di battaglia. Tuttavia, ogni movimento rivoluzionario del mondo deve sempre decidere il proprio destino rimanendo nell’ambito dell’opinione pubblica. Finché il cuore delle persone non è spontaneamente pronto, dall’interno, a sostenere un invito e finché esse non sono disposte a plasmare il proprio carattere e la propria mentalità alla sua luce, ottenere sostegno con la sola coercizione non può essere vantaggioso. Al contrario, ciò diventa causa della sua rovina definitiva. Perciò la vera natura e l’indole di ogni movimento idealistico sono persuasiva ed educativa. E tra i suoi dirigenti sono attivi affetto, benevolenza e incoraggiamento propri di un educatore e di un anziano. Dal punto di vista del movimento idealistico, la vita è come un’istituzione educativa e tutti i membri della società sono come studenti di tale istituzione. Per garantire il benessere complessivo di questi studenti, correggere i malvagi e proteggere dall’influenza perniciosa le persone rispettabili e moderate della società, è talvolta necessario adottare anche misure punitive. Tuttavia, l’atmosfera generale rimane sempre un’atmosfera di affetto, benevolenza e compassione verso gli studenti, e persino nelle misure punitive dell’insegnante prevale un atteggiamento benevolo, simile a quello di un educatore. I puri servitori di Allah che sono apparsi sulla terra nelle diverse epoche della storia portando il messaggio della verità e l’invito alla rettitudine, sebbene contro la loro volontà, sono scesi sul campo di battaglia per eliminare la malvagità, la corruzione e la disonestà, e hanno usato in parte la spada anche come strumento educativo. Ma nel complesso la loro opera è sempre proseguita esattamente con lo stile dell’insegnamento, animata dall’atteggiamento di educatori benevoli e amorevoli. La vera battaglia che hanno combattuto l’hanno combattuta con l’arma della ragione, nell’immenso e vasto campo di battaglia dell’opinione pubblica. Il loro principio è sempre stato questo: se qualcuno desidera ottenere una nuova vita, che la ottenga attraverso la ragione; e se qualcuno, privato della vita, sceglie per sé la morte, che vada incontro alla morte alla luce della ragione.

Esaminando le campagne militari del Messaggero (sa), si vede che, da Badr fino alla conquista della Mecca, compresa la conquista di Khaybar, vi furono complessivamente cinque grandi guerre. In realtà, tutte queste guerre furono difensive. Le prime tre ebbero luogo perché i nemici, passando all’aggressione, attaccarono Medina. Partendo da Medina con le truppe e prendendo l’iniziativa personalmente, il Messaggero (sa) condusse al massimo due spedizioni: una per la conquista della Mecca, inclusa la battaglia di Hunayn, e l’altra per la conquista di Khaybar.

E in queste due spedizioni si giunse alla decisione definitiva. Considerando il tempo trascorso, tra la battaglia di Badr e la conquista della Mecca vi furono complessivamente sei anni. Il Messaggero (sa) dedicò in totale ventitré anni alla sua grande opera educativa, di predicazione, costruttiva e riformatrice. Soltanto sei di questi anni furono tali da richiedere, oltre all’attività educativa, anche il confronto con l’atteggiamento e il comportamento bellicoso degli oppositori. Anche facendo la stima più esagerata possibile, sembra tuttavia che, in tutte le guerre messe insieme, non più di quindicimila persone abbiano affrontato il Messaggero (sa), e che, con la rimozione dal cammino di appena 759 vite tra loro, diverse centinaia di migliaia di arabi siano stati completamente riformati. Dieci anni sono un periodo estremamente breve nella storia. Trasformare in un’istituzione educativa, in così poco tempo, il deserto dell’Arabia, con l’obiettivo del vero benessere della vita umana; ricondurre sotto la sua disciplina tribù e individui dispersi qua e là, estremamente sfrenati, feroci e litigiosi; riuscire poi a impartire loro una sublime educazione morale e non soltanto educarli, ma trasformarli in insegnanti e maestri per tutta l’umanità: ciò è probabilmente la più grande prova concreta, tangibile e miracolosa della profezia del Messaggero (sa).

È dunque al di là di ogni dubbio e controversia che, qualunque sia stato il contributo della guerra e del combattimento alla risoluzione dello scontro tra il movimento rivoluzionario dell’Islam e l’ignoranza preislamica, il contributo dell’opinione pubblica fu il più grande e il campo dell’opinione pubblica fu il vero campo della decisione. Se vogliamo esprimerci in termini alquanto spirituali, possiamo dire che conquistare i cuori delle persone fu la vera vittoria e il vero successo del Messaggero (sa). Se egli conquistò milioni di uomini e donne arabi, conquistò i loro cuori, e lo fece con le armi della ragione e del carattere. Come fu possibile che, in breve tempo e nonostante ostacoli sempre nuovi provenienti da ogni direzione, un numero enorme di figli di Adamo, dispersi in un’area di dieci o dodici lakh di miglia quadrate, diventasse seguace dell’Islam? La realtà è che, se l’invito è vero e corretto, se il movimento è guidato con l’obiettivo del bene dell’umanità e se i suoi portabandiera sono dediti e sinceri, allora l’opposizione e la resistenza diventano un aiuto ancora maggiore per la carovana rivoluzionaria. Ogni ostacolo si presenta come una guida sul cammino.

Per questo, sebbene la verità abbia inizio da una minoranza, essa conquista la maggioranza. Vediamo ora quali forze il movimento islamico utilizzò per ottenere rapidamente accettazione e popolarità presso l’opinione pubblica.

La forza delle prove e degli argomenti

La più grande forza del movimento islamico era la forza delle prove e degli argomenti. Se il Messaggero ﷺ avesse istituito, al posto del movimento islamico, un sistema di pir-muridi, avrebbe paralizzato la coscienza e l’intelletto degli ascoltatori. Se avesse introdotto, come le altre religioni prevalenti, una religione limitata esclusivamente alla vita individuale, avrebbe accresciuto negli uomini l’inclinazione e l’interesse verso fantasie irreali e concezioni prive di fondamento; e se avesse istituito un sistema d’insegnamento di una spiritualità ascetica, avrebbe completamente chiuso loro occhi, orecchie e bocca. Ma il movimento islamico avviato dal Messaggero ﷺ aveva bisogno di persone consapevoli, capaci di costruire e governare in modo ordinato un’intera civiltà sulla base dell’obbedienza ad Allah. Per questo, quando il movimento islamico si trovava ancora soltanto nella fase della da‘wa, risvegliò la coscienza e l’intelletto latenti degli uomini. Li esortò ad aprire gli occhi per vedere e le orecchie per ascoltare. Li incoraggiò a riflettere e a studiare il mondo naturale. Insegnò loro a esaminare attentamente le condizioni interiori dell’essere umano e quelle del mondo circostante. Affilò e rese dinamico il loro pensiero ponendo continuamente nuove domande. Spezzò i vincoli dell’imitazione cieca. Fece scomparire usanze e costumi privi di significato. Liberò dalla cieca devozione al culto del passato e alle tradizioni ereditate dagli antenati. Elaborò il metodo per far emergere, dall’interno di uomini insensati come animali, persone dotate di coscienza e riflessive. Risvegliò, scuotendole, le categorie di persone cieche, mute e sorde, e rimosse la ruggine dalla loro coscienza e dal loro intelletto. In una parola, il principale merito del movimento islamico consiste nel porre fine alla paralisi intellettuale imposta agli uomini dall’ignoranza. Di conseguenza, a coloro la cui coscienza e il cui intelletto si sono risvegliati e sono divenuti consapevoli, esso presenta le verità fondamentali della vita, li influenza con i suoi argomenti affilati e le sue prove decisive, e consolida in loro una fede incrollabile in tali verità.

Quando il movimento islamico presentò Allah come l’unico Creatore, Padrone, Datore del sostentamento, Legislatore e Guida sulla retta via, lo fece con argomenti così vigorosi che le armi delle fantasie infondate e irreali contrarie a ciò divennero spuntate e inefficaci. Esso rivolse agli uomini un invito, stimolando la loro facoltà di discernimento: osservate le meravigliose creature dei cieli e della terra, il movimento dei pianeti e delle stelle, l’alternarsi delle stagioni e dei fenomeni atmosferici, le leggi della pioggia e del vento, lo spettacolo della nascita, della crescita e dello sviluppo delle piante, la riproduzione e l’allevamento degli animali e degli uccelli, la varietà dei popoli umani, l’ascesa e il declino delle civiltà, e le profondità del vostro stesso essere, traendone insegnamento. Vedrete che ovunque operano leggi immutabili. In ogni parte del creato è in vigore un governo ordinato e ben regolato. Ogni evento, piccolo o grande, ha un fine, uno scopo e un esito determinati. Le cose più diverse e apparentemente contraddittorie operano insieme come elementi cooperanti e complementari. Nell’intera officina della creazione regnano armonia e unità. Molte cose sono legate insieme in una sola. Ogni cosa è dinamica e in sviluppo. Non vi sono immobilità né inerzia. Ogni cosa tende verso la perfezione. Ogni mezzo e ogni rapporto di causa ed effetto produce importanti risultati. Poi ogni risultato diventa a sua volta un mezzo per un altro risultato. Le leggi, l’ordine, l’armonia, la cooperazione, l’unisono e il processo di sviluppo ed evoluzione del mondo naturale non sono sorti spontaneamente sotto forma di un incidente casuale. Le cose non progettano da sé il proprio piano, non creano se stesse e non si aiutano reciprocamente consultandosi tra loro. Al contrario, Allah, il Creatore Supremo, sempre attivo, autosufficiente, sovrano, onnisciente e sapientissimo, continua a operare come unico direttore, amministratore, governante e legislatore di tutto ciò. Tutte le forze e tutte le materie dell’universo sono impegnate a glorificarLo. Ogni cosa è prostrata davanti a Lui. Ogni creatura obbedisce alle Sue leggi naturali. Dal gigantesco sole fino alle particelle e agli atomi infinitesimali, ogni cosa tiene il capo chino davanti a Lui. L’Islam ha anche affermato che, se in questa immensa officina di una creazione così vasta vi fossero stati più padroni e amministratori, sarebbe scoppiato un conflitto tra loro, e la cooperazione reciproca, l’unità e l’armonia che vedete presenti ovunque nell’universo non avrebbero potuto in alcun modo conservarsi. Sulle pagine di questo vasto libro della natura universale sono registrate, non soltanto le prove inconfutabili della Sua esistenza, ma anche quelle della Sua unicità e dei Suoi attributi.

Il movimento islamico ha inoltre chiarito, mediante prove e argomenti, che questo universo è interamente vincolato all’obbedienza alle leggi e ai comandamenti di Allah, e che ogni sua particella è davanti a Lui «musulmana», cioè una serva sottomessa. Nessuna creatura può assumere, davanti ad Allah, un ruolo diverso da quello dell’obbedienza, della servitù e della sottomissione. Se l’essere umano obbedisce ad Allah, si unirà all’intero universo. La sua società e la sua civiltà diventeranno così simboli di sicurezza e cooperazione, come già accade nel mondo della materia. Se invece disobbedisce ad Allah, diventando dunque un miscredente, la sua società e la sua civiltà saranno discordanti, incongrue e sconnesse rispetto alla natura dell’universo, e nella società umana non vi saranno l’equilibrio, l’armonia e la cooperazione che regnano nei cieli e sulla terra. Eppure è proprio grazie a ciò che tutte le creature del mondo hanno raggiunto progresso, perfezionamento e sviluppo nella pace e nella sicurezza. Anche per l’essere umano, in questo mondo, la via della pace e della sicurezza consiste nell’obbedire alla religione di Allah e alla legge di Allah. L’uomo è creato da Allah, è nutrito e allevato con il sostentamento da Lui fornito; ogni parte del suo corpo, e ogni particella di ciascuna parte, è musulmana e legata da un vincolo indissolubile all’obbedienza alle leggi naturali di Allah. Dunque, se esiste per l’uomo una via semplice e retta per vivere, essa è la via della servitù e dell’obbedienza ad Allah. L’uomo è servo e schiavo di Allah fin dalla nascita, e il sentimento e la consapevolezza della servitù sono coltivati nella sua mente e nel suo cuore per tutta la vita.

Con la stessa forza e vigore, e con prove e argomenti inconfutabili, il movimento islamico ha inoltre stabilito che ogni creatura ha bisogno di ricevere da Allah la guida e l’orientamento. Egli è infatti Colui che determina il destino di ogni cosa e stabilisce l’orbita e il movimento di ogni oggetto che percorre il cosmo. È Lui a conferire caratteristiche diverse alle diverse cose. Assegna a ogni forza il compito che le è adatto. Stabilisce la condotta da seguire per ogni creatura. Come le altre creature, anche l’essere umano dipende dalla guida di Allah proprio come dipende dalla luce, dall’aria e dall’acqua. Allah ha istituito la rivelazione per comunicare alle Sue creature la propria guida. Questa rivelazione è, per la materia inanimata, la costrizione naturale; per le piante, la capacità di crescita spontanea; e per la vita, il processo istintivo. Ma poiché l’essere umano è una creatura dotata di coscienza, discernimento e intelletto, per lui è stata stabilita quella forma completa della rivelazione che si rivolge alla sua coscienza e al suo intelletto.

Il movimento islamico ha reso accettabile, con la forza della ragione, anche questa parte del suo messaggio ideale: poiché in questo universo vige la legge di causa ed effetto, è inevitabile che anche le azioni morali dell’uomo abbiano una conseguenza e un risultato nell’ambito di questa legge universale. Mostrando la legge della retribuzione operante nella storia, ha dimostrato che anche le attività sociali degli uomini devono necessariamente essere soggette a tale legge. Ha inoltre mostrato che, nella limitata vita terrena dell’uomo, il pieno risultato delle sue azioni non si manifesta sotto la limitata legge della retribuzione. Anzi, spesso nemmeno una singola linea d’azione giunge a compimento. Inoltre, molte volte l’uomo deve subire risultati del tutto opposti. Pertanto, è ragionevole aspettarsi da questo sistema giusto di Allah che, dopo la vita terrena, sorga una nuova vita e che allora l’uomo debba ricevere il pieno risultato delle proprie azioni. La richiesta logica della giustizia di Allah, operante ovunque, è che ciascuno riceva un risultato conforme a ciò che ha fatto. In questo modo ha presentato la concezione della vita dopo la morte, del giudizio nell’Aldilà e della punizione e della ricompensa.

Per dimostrare in modo incontrovertibile queste verità fondamentali, l’Islam ha esposto l’intera storia passata dell’umanità. Ha narrato la storia di ogni popolo e ha mostrato che i popoli e i gruppi che hanno accettato tali verità e hanno costruito la propria vita sulla loro base hanno avuto successo. Coloro invece che le hanno respinte hanno lasciato la terra dopo essere stati umiliati e disonorati. Le menti e i cuori di coloro che hanno accettato queste verità si sono illuminati e il loro carattere ha risplenduto. Quanto a coloro che si sono opposti a queste verità, sono decaduti. Ha mostrato che coloro che, in ogni epoca, hanno presentato l’invito a questa grande verità davanti a ogni popolo erano, in sostanza, persone dotate dello stesso tipo di natura e carattere. Non si sono limitati a presentarlo, ma hanno lavorato per renderlo vittorioso e stabilirlo con piena dedizione e sincerità, offrendo il massimo sacrificio dei propri beni e delle proprie vite.

Questo messaggio fondamentale del movimento islamico è stato esposto ampiamente nel Corano, con tutte le sue prove e argomentazioni incontrovertibili. È stato presentato più volte con uno stile espositivo straordinario. Al tempo stesso, alle obiezioni, alle sarcasmo e alle derisioni degli oppositori è stata data risposta con un linguaggio pacato e naturale. Poi, in alcuni punti sono stati impartiti consigli, in altri sono stati lanciati avvertimenti, altrove minacce, altrove ancora rimproveri; in certi passaggi è stata lanciata una sfida, mentre in altri i cuori delle persone sono stati inteneriti mediante dolcezza e mitezza. In breve, le menti e i cuori degli uomini sono stati circondati in modi così diversi che per le persone intelligenti e consapevoli non è stata lasciata alcuna via di fuga.

In realtà, se la vittoria dovesse essere ottenuta soltanto con la forza della spada, che bisogno ci sarebbe stato di dare tanta importanza alla presentazione di prove e argomentazioni, occupando più di due terzi del Corano?

La verità è che, di fronte alle argomentazioni taglienti del movimento islamico, per gli ascoltatori era diventato difficile persino resistere. I fortunati lo hanno accettato con cuore aperto. Coloro invece che non lo hanno accettato a causa della perversione del loro intelletto, dopo essere stati sconfitti nella gara delle argomentazioni, sono passati a una resistenza violenta. Un movimento che porta i suoi ascoltatori a questo punto non può fare a meno di conseguire infine la vittoria.

La forza dell’appello benevolo e premuroso

Le argomentazioni del Corano non sono soltanto argomentazioni: ad esse si è unito anche un appello capace di intenerire i cuori, attirare e avvicinare coloro che fuggono e aprire i cuori chiusi. Appelli di questo genere del movimento islamico facevano sciogliere come cera persino le persone dal cuore di pietra. Basta aprire il Corano per vedere come in ogni sua frase il calore dell’emozione si mescoli alla luce della ragione. È proprio per questo che persino i più grandi nemici dell’Islam, dal cuore di pietra, si sono trasformati in servitori della verità. Inoltre, il suo livello letterario è così elevato e dotato di una forza così magica da aver lasciato stupefatti persino i più grandi poeti e letterati arabi dell’epoca. Qui riportiamo alcuni degli appelli del Corano, limpidi, facilmente comprensibili e capaci di conquistare i cuori:

«(O Profeta, di’ loro da parte mia:) O Miei servi, che avete trasgredito contro voi stessi, non disperate della misericordia di Allah. Certamente Allah perdona tutti i peccati. Egli è davvero Perdonatore e Misericordioso. Ritornate al vostro Signore e sottomettetevi a Lui prima che vi giunga il castigo e non troviate alcun aiuto. E seguite la migliore guida che vi è stata inviata dal vostro Signore, prima che vi giunga improvvisamente il castigo senza che ve ne accorgiate. Allora qualcuno dirà con rammarico: “Ahimè per la mia negligenza verso Allah, mentre ero tra coloro che deridevano!” Oppure dirà, disperato: “Se Allah mi avesse guidato, sarei stato tra i timorati.” Oppure, quando vedrà il castigo, dirà: “Se solo mi fosse concessa un’altra possibilità, diventerei una persona virtuosa.”» (Sura Az-Zumar, 50-58)

In questi pochi versetti sono state esposte brevemente quelle verità fondamentali che rientravano nell’invito del Messaggero (pace e benedizioni su di lui). Vi è stata presentata anche un’argomentazione, accompagnata da un appello capace di intenerire i cuori. Vi sono buone notizie e ammonimenti. Nel Corano si trovano molti appelli di questo genere, in forme diverse. L’uomo fatto d’argilla non avrebbe potuto resistere alla forza di un linguaggio così rivoluzionario, soprattutto quando appelli di questo tipo giungevano ogni giorno, al mattino, a mezzogiorno e alla sera. Per ventitré anni continuò ad arrivare in questo modo il diluvio della rivelazione. Considerate ora alcuni altri di questi appelli:

«O figli di Adamo! Non vi avevo forse avvertito di non adorare Satana? Egli è certamente il vostro nemico dichiarato. Non vi avevo forse detto di adorare Me soltanto? Questa è infatti la retta via. Eppure egli ha sviato molti di voi. Non userete dunque la vostra ragione?» (Sura Ya-Sin: 60-62)

«(O Profeta,) di’: “O uomini, la verità è giunta a voi dal vostro Signore. Chiunque sarà guidato sulla retta via, lo sarà a proprio vantaggio; e chiunque si svierà, aprirà soltanto la via alla propria perdizione. Io non sono responsabile delle vostre azioni buone o cattive”» (Sura Yunus: 108)

È stato rivolto un appello anche ai sentimenti migliori di coloro che avevano aperto un fronte di opposizione. Che fossero politeisti o gente della Scrittura, gli uomini migliori di ogni gruppo venivano invitati nel modo più nobile e si cercava di risvegliare le loro emozioni migliori. Persino gli ipocriti venivano invitati a riformarsi. Gli esempi di questa fase vengono presentati separatamente.

Discorso rivolto ai politeisti della Mecca

«Allah propone l’esempio di una città. I suoi abitanti vivevano nella prosperità e nella tranquillità, e il loro sostentamento giungeva da ogni parte in abbondanza. Poi i suoi abitanti furono ingrati per i benefici di Allah. Così Allah fece loro assaporare la fame e l’insicurezza come conseguenza delle loro azioni. Era giunto a loro un profeta scelto tra loro, ma essi lo dichiararono bugiardo. Allora il castigo li colpì. In verità erano ingiusti.» (Sura an-Nahl: 112-113)

Discorso rivolto alla gente della Scrittura

«O gente della Scrittura! Il Mio Messaggero è giunto a voi. Vi rende manifeste molte delle cose che nascondete e vi dispensa da molte altre. Sono giunti a voi, da parte di Allah, una luce e un Libro chiaro. Per mezzo di esso Allah guida verso le vie della pace coloro che seguono ciò che compiace Lui, li fa uscire dalle tenebre e li conduce alla luce, secondo il Suo speciale permesso, e li guida sulla retta via.» (Sura al-Ma’ida: 16)

«O Profeta! Di’: O gente del Libro, non eccedete ingiustamente nella vostra religione. Non seguite i desideri di coloro che si sono smarriti, che hanno traviato gli altri e si sono allontanati dalla retta via.» (Sura al-Mā’ida: 77)

«O gente del Libro! Dopo una lunga interruzione nella successione dell’invio dei profeti e dei messaggeri, il Mio Messaggero è giunto a voi. Egli espone chiaramente la vera realtà, affinché non possiate dire: “Non è venuto da noi né un ammonitore né un annunciatore di buone novelle”. Ora sono giunti a voi un ammonitore e un annunciatore di buone novelle.» (Sura al-Mā’ida: 19)

«Nel Libro ho decretato riguardo ai Figli d’Israele che avreste diffuso due volte la corruzione sulla terra e che vi sareste insuperbiti con grande arroganza. Pertanto, o Figli d’Israele, quando giunse il momento della prima promessa, mandammo contro di voi i Nostri servi bellicosi. Essi si diffusero nelle città. In verità, la promessa doveva compiersi. Poi vi concedemmo un’altra occasione contro di loro, vi rafforzammo con ricchezze e figli e accrescemmo il vostro numero. (Vi concedemmo nuovamente un’occasione affinché) se farete il bene, lo farete a vostro vantaggio, e se farete il male, lo farete a vostro danno. Poi, quando giunse il momento della seconda promessa, affinché potessero sfigurare i vostri volti (con il marchio del dolore e dell’umiliazione), entrare nella moschea (di Bayt al-Maqdis) come vi erano entrati la prima volta e distruggere tutto ciò su cui avessero esteso il loro dominio, (allora ne gustaste pienamente le conseguenze). (Ora, con l’avvento del movimento della predicazione di Muhammad, sallallahu ‘alayhi wa sallam, vi è stata presentata un’ultima opportunità; perciò) il vostro Signore desidera mostrarvi misericordia. Ma se ritornerete a fare ciò che facevate prima, anch’Io ritornerò a punirvi come prima. E (nell’Aldilà) ho destinato l’Inferno a dimora dei disobbedienti.» (Sura Banī Isrā’īl: 4-8)

«(O Profeta,) di’: O gente del Libro, venite ad aderire a una parola comune e incontestabile tra noi e voi: che non adoriamo nessuno all’infuori di Allah, che non Gli associamo alcunché e che non ci prendiamo gli uni gli altri come signori al posto di Allah.» (Āl ‘Imrān: 64)

Discorso rivolto ai cristiani

«E troverai che coloro che dicono: “Siamo cristiani”, sono più vicini dei giudei ai musulmani nell’affetto. Ciò perché tra loro vi sono molti sapienti e asceti, che non sono superbi. Quando ascoltano ciò che è stato fatto scendere sul Messaggero, vedrai i loro occhi colmi di lacrime per ciò che riconoscono della verità. Dicono: “O nostro Signore, abbiamo creduto; annoveraci dunque tra i testimoni della verità”.» (Al-Mā’ida)

Discorso rivolto agli ipocriti

«Non vedono forse che ogni anno vengono messi alla prova una o due volte? Eppure non si pentono né traggono una lezione. E ogni volta che viene fatta scendere una sura, si guardano l’un l’altro e chiedono: “C’è qualcuno che ti sta osservando?”. Poi si allontana. Allah ha deviato i loro cuori, perché non usano la ragione. Sappiate che vi è giunto un Messaggero scelto tra voi. Qualunque sofferenza vi colpisca è per lui motivo di afflizione; egli è profondamente sollecito per voi ed è benevolo e misericordioso verso i credenti.» (Sura al-Tawba: 126-128)

Il Corano è colmo di molte altre affermazioni altrettanto toccanti. È difficile dire fino in fondo quante parole sorprendenti, capaci di imprimersi profondamente nel cuore, di risvegliare la coscienza e di stimolare e affinare la consapevolezza, siano disseminate pagina dopo pagina nel Corano. In verità, già dai versetti citati si può intuire quanto sia potente il Corano come Libro e quanto sia autorevole l’invito alla verità. Quando questi intensi raggi di luce della verità furono rivelati uno dopo l’altro, per le persone equilibrate divenne assolutamente impossibile continuare ad aggrapparsi all’oscurità del pensiero e dell’azione. Quando l’argomentazione si unisce all’appello emotivo, dalla combinazione di queste forze si forgia una spada a doppio taglio, capace perfino di tagliare la pietra. Inoltre, accanto al Corano, anche le parole del Messaggero (s.a.s.) suscitarono incessantemente fermento, sotto forma di vari sermoni e discorsi pronunciati in riunioni. Tutte queste parole sono state conservate nelle raccolte di hadith. Nessun’altra persona al mondo ha mai pronunciato, in frasi così brevi, discorsi di tale ampiezza di significato, efficacia e capacità di suscitare un risveglio. Anche i discorsi rivoluzionari dei poeti, degli scrittori e degli oratori del movimento islamico suscitarono un intenso fermento nell’animo del popolo. Ancora oggi, leggendo le poesie islamiche di Ḥassān ibn Thābit e Ka‘b ibn Mālik di quell’epoca, si può comprendere quali onde terribili esse sollevarono nel mare delle emozioni popolari! In breve, la parola della verità era la vera forza irresistibile, davanti alla quale la falsità non aveva alcuna possibilità di resistere. È proprio qui che risiede il vero significato dell’eterna parola coranica: «L’eliminazione della falsità è inevitabile».

La forza della critica

L’invito del movimento islamico non si limitò a unire l’argomentazione all’appello, ma, insieme all’appello, esercitò anche una critica vigorosa. Nell’ideologia sufi esiste un solo metodo per l’invito: il metodo della richiesta, dell’appello, dell’adulazione e della supplica. Quando l’invito è limitato alla purificazione della ristretta vita personale dell’individuo e non si pone neppure la questione della riforma e della ricostruzione della vita collettiva, quale altro metodo dovrebbe mai essere necessario oltre alla rispettosa supplica? Nelle ideologie sufi e nelle religioni incentrate sull’individuo ci si preoccupa soltanto di insegnare ai discepoli alcune credenze di fede e alcune qualità personali, e di esortarli a proteggersi dalle forze malvagie. In loro, però, non nasce alcuna motivazione a combattere contro le forze malvagie e la criminalità organizzata e collettiva, né a confrontarsi con l’ambiente corrotto. Che gli oppressori, assisi sul trono della leadership e dell’autorità, continuino pure a esercitare con arroganza sfruttamento e terrore, e che l’umanità continui pure a essere sacrificata sui loro altari. Che cosa hanno da fare i dervisci sufi, folli d’amore per Allah, in tutte queste complicazioni terrene? In un sistema spirituale così ristretto, la più grande virtù dell’uomo consiste nel tenersi lontano dagli affari mondani e dalle complicazioni della politica. Deve comportarsi con uguale umiltà e adulazione verso tutti. Deve continuare a recitare «Allah, Allah» con i musulmani e «Ram Ram» con i bramini. Deve trattare tutti con gentilezza e non usare durezza con nessuno. Poiché in una simile ideologia non esiste alcun progetto per coinvolgere l’uomo nel conflitto e nello scontro, ma si mira piuttosto a sottrarlo alle attività sociali e civili per condurlo in luoghi appartati e farlo stabilire nella khanqah, non si pone affatto la questione della critica. La critica, infatti, crea conflitto e tensione nel mondo mentale. Perciò, dal punto di vista di una spiritualità ristretta e di una religiosità limitata alla sfera personale, criticare qualcuno viene considerato un atto relativamente riprovevole, quasi contrario alla taqwā, poiché turba la pace dell’anima.

Ma nell’officina del pensiero dei portatori di un’ideologia e di un invito che si propongono di dar vita a una rivoluzione della civiltà, la critica è importante quanto l’argomentazione e l’appello. Non basta affermare la verità: è necessario anche eliminare la falsità. Infatti, senza l’eliminazione della falsità, l’affermazione della verità non può realizzarsi pienamente. Qui la fede in Allah e il rifiuto del Taghut sono reciprocamente interdipendenti. Non si può fare l’una senza fare l’altro. Allo stesso modo, finché non si impedisce il male, l’ingiunzione del bene non produce risultati. Qui, prima di dire «illā Allāh», bisogna dire «lā ilāha».

Ogni volta che il movimento islamico emerge, per trasformare il modo di pensare del popolo sottopone a una severa critica la civiltà e la cultura vigenti, l’ambiente sociale, i sistemi politico ed economico e, soprattutto, le idee, le credenze e i valori dominanti. Non può fare a meno di smascherare le classi dominanti sul piano religioso, politico ed economico, che tengono il popolo avvolto nella rete della propria schiavitù e conducono una vita agiata. Non ha altra scelta che rivelare alla gente comune la vera identità di coloro nelle cui mani sono concentrate la leadership e l’autorità della vita collettiva. Finché non si definiscono l’ingiustizia ingiustizia, la falsità falsità e l’errore errore, non nasce né l’esigenza della verità e della giustizia né il desiderio di cambiamento. Esaminate l’invito e l’operato di qualunque profeta. Vedrete che non vi si critica soltanto la mentalità e la situazione malsane della società: ogni profeta, recandosi di persona alla corte dei potenti governanti del suo tempo, li ha dichiarati sviati. Nel movimento islamico si è detto, riguardo alla struttura vigente dell’ordinamento sociale, che in ogni paese e in ogni nazione esistono alcuni «grossi pesci criminali» che, attraverso la politica dell’inganno, perseguono i propri interessi. (Sura al-An‘ām, 124) Non è possibile riformarli lasciandoli nei loro incarichi.

Quando in Arabia sorse l’Islam con l’obiettivo di abbattere l’ordinamento sociale jāhilita e inaugurare nella storia un nuovo capitolo aureo, esso sottopose a una critica spietata ogni forma di menzogna, ingiustizia e disonestà. Allora, tutte le categorie di persone che, divenute custodi, sostenitori e collaboratori dell’ordinamento sociale jāhilita e dell’ambiente taghutico, si erano imposte sulla società, e coloro che, per proteggere il proprio prestigio e i propri interessi consolidati, si erano accaniti nel tentativo di soffocare la voce di questo invito volto al bene dell’umanità, l’Islam ne smascherò le vere sembianze con un coraggio straordinario e mise completamente a nudo le loro malefatte, celate sotto abiti sfarzosi. Così, la vera identità delle forze kufr ostili all’umanità cominciò a diventare chiara alla società e la consapevolezza si diffuse nell’opinione pubblica. Al tempo stesso, il desiderio di cambiamento divenne sempre più intenso. La critica del movimento islamico crea e sviluppa nel popolo mobilitato la capacità di pensare correttamente, comprendere, esaminare e valutare, compiere analisi comparative e osservare. È proprio questo aspetto dell’invito a distinguere tra verità e falsità, bene e male, giustizia e ingiustizia. È attraverso di esso che si manifesta la differenza tra la retta via e lo sviamento. I membri del movimento islamico continuavano a sopportare in silenzio l’oppressione e la persecuzione delle forze della falsità. Tuttavia, non mancavano mai di strappare il bel rivestimento che ricopriva il carattere abietto degli oppressori. Le loro attività non si svolgevano al di fuori dell’azione sociale e politica. Essi non avevano mai promesso ai dirigenti sociali e religiosi del sistema jāhilita: «Rimanete tranquilli nei vostri incarichi e continuate a operare secondo i vostri piani. Noi siamo persone devote ad Allah. Non interferiremo nei vostri affari né ostacoleremo i vostri interessi. Ci limiteremo a recitare il nome di Allah e a insegnare alla gente la Sua parola». Se avessero prima pronunciato con umiltà, davanti alla leadership contraria all’Islam, alcune parole adulatorie per assicurarsi di sfuggire alla sua oppressione, non avrebbero mai potuto pronunciare questa parola rivoluzionaria, orientata all’instaurazione della giustizia sociale.

Il movimento islamico ha assolto per primo questo amaro compito proprio attraverso la bocca pura del suo principale predicatore. Con l’arma del linguaggio della rivelazione ha operato sui membri malati della società. Questa critica non è rimasta limitata soltanto agli ideali e ai principi fondamentali; ha incluso anche tutte le forze influenti che opponevano resistenza e tutte le parti avversarie. La critica veniva formulata nel contesto degli avvenimenti quotidiani e, nello stesso momento, venivano esaminate le azioni compiute dalla parte nemica. È così che è stata creata la coscienza collettiva. Se questo lavoro non fosse stato compiuto, forse sarebbe stato possibile formare alcune persone virtuose, affascinanti e rette; il mondo contemporaneo forse le avrebbe lodate incessantemente e anche le generazioni future forse sarebbero rimaste ammirate dal loro ricordo. Ma l’ambiente sociale sarebbe rimasto avvolto, come prima, nelle tenebre della jahiliyya. Tra le masse musulmane non sarebbero mai sorti uno spirito rivoluzionario e una disposizione alla lotta. L’Islam sarebbe rimasto confinato nella grotta di Hira. E non gli sarebbe mai stato possibile conquistare l’Arabia e rientrare poi alla Mecca.

Il Messaggero, liberatore dell’umanità, Muhammad (pace e benedizioni su di lui), criticando nella lingua del Corano i notabili della società contemporanea, non si è limitato a dimostrare che erano bancarottieri sul piano delle argomentazioni e delle prove; ha anche rivelato al mondo intero che personaggi potenti, seduti su grandi posizioni di prestigio e di leadership, continuavano a esercitare il proprio dominio sulla società pur avendo caratteri estremamente spregevoli e abietti. Grazie a questa critica, il popolo ha compreso che nella vita pubblica non vi era alcuna possibilità di recuperare bellezza, ordine e armonia finché, con la collaborazione del movimento islamico, queste forze malvagie e spregevoli non fossero state rimosse dalla leadership attiva e dall’autorità.

Quando l’Islam ha criticato i Quraysh e i politeisti, ha smascherato ogni aspetto della loro cultura idolatrica, delle loro superstizioni e concezioni illusorie, dei loro ridicoli riti religiosi, del loro carattere vile e abietto e dell’arroganza e della vanteria della loro leadership. Per mostrare l’impotenza delle divinità che essi amavano tanto, ha detto, facendo un esempio, che tutte queste divinità, anche se si riunissero, non potrebbero creare neppure una mosca. Anzi, se una mosca portasse via loro qualcosa, non sarebbero neppure capaci di riprendersela. Il Corano ha infranto l’orgoglio e l’arroganza che nutrivano per essere eredi di Abramo, esponendo ripetutamente davanti a loro l’intera storia della vita di Abramo e rivelandone la vera identità. Il Corano ha detto che era del tutto sconveniente per i Quraysh avanzare la pretenziosa rivendicazione di essere gli eredi di colui che aveva dedicato tutta la propria vita al compimento di una grande opera, aveva abbandonato la casa e la patria, aveva dato un calcio al seggio sacerdotale riservato per lui, era stato accusato di ribellione davanti a Nimrod e aveva ricevuto la terrificante sentenza di morte mediante il rogo; poi, per l’immensa grazia di Allah, era scampato al fuoco e si era recato in esilio come emigrante per la causa di Allah; infine aveva stabilito, in una regione desertica deserta, il centro della propria missione e dell’adorazione di Allah, che voi avete trasformato in uno strumento per guadagnare denaro e per esercitare il sacerdozio religioso, senza però avvicinarvi minimamente a quella grande opera. Inabissati dalla testa ai piedi nello shirk e nella jahiliyya, con quale diritto si atteggiano a eredi di quel grande predicatore del tawhid e pronunciano il suo nome? Il Corano ha mostrato come abbiano inventato una propria shariʿa per dichiarare lecite o illecite le cose; come abbiano stabilito regole sorprendenti per offrire diversi oggetti sugli altari degli idoli; come abbiano conferito persino ai giochi d’azzardo e ai dadi il valore della sacralità religiosa; come fuggano pieni di vergogna quando nasce una figlia; come, con crudeltà senza limiti, seppelliscano vive le figlie; e come non provino la minima vergogna nel definire gli angeli figlie di Allah. Esponendo così davanti a loro ogni loro azione insensata e ridicola, il Corano ha detto: siete orgogliosi di essere i custodi della Moschea Sacra e della Casa della Kaʿba, eppure, a causa della vostra miscredenza e del vostro shirk, non ne siete degni. Distogliete la gente dal sentiero di Allah e dalla Nobile Kaʿba, cacciate i vostri fratelli dalla loro patria e create ostacoli sulla via dell’Islam.

Quando il Corano ha criticato la Gente del Libro, ha elencato secoli e secoli delle loro azioni e ha detto: avete tormentato Mosè, pace su di lui, a ogni passo; gli avete ripetutamente disobbedito; avete più volte imboccato la via dello sviamento e della deformazione; siete rimasti coinvolti in dispute e conflitti; avete provocato tumulti e disordini; avete adorato il vitello; siete fuggiti dal jihad; avete versato il sangue gli uni degli altri; avete esiliato i vostri parenti; avete commesso contro di loro ingiustizie e aggressioni; avete alterato il Libro di Allah; avete nascosto la verità; avete posto dervisci e sapienti sul trono di Dio; avete persino scritto di vostra mano parole inventate, sostenendo che fossero la parola di Allah; avete ingannato la gente per ottenere guadagni illeciti; voi stessi non seguite la via di Allah e non permettete agli altri di seguirla; e quando qualcuno vuole lavorare per il bene dell’umanità, invece di aiutarlo, gli ponete ostacoli. Prima dell’avvento di Muhammad, pace e benedizioni su di lui, sulla base della promessa scritta nel Libro di Allah, annunciavate a tutti la buona novella che si avvicinava il tempo della venuta dell’ultimo Profeta. Ma quando quel Profeta è veramente arrivato, vi siete tutti schierati contro di lui. I musulmani vi sono più vicini sotto molti aspetti: riconoscono i vostri profeti e tutti i Libri precedenti. Eppure voi vi mostrate intimi con i politeisti. Pur avendo presso di voi il Libro di Allah, siete rimasti coinvolti in tutte queste azioni malvagie.

Vi comportate come un asino che porta sulla schiena un carico di libri di Allah e non se ne cura affatto. Se foste sinceri nelle vostre pretese, applichereste nella vostra vita il Libro di Allah, la Torah. Finché continuerete a disprezzare il Libro di Allah, non ha alcun valore la vostra pretesa di essere i prediletti servi di Allah. Il vostro carattere è caduto così in basso che, se vi venisse affidata anche una sola moneta, sarebbe assai difficile riuscire a riaverla indietro. A causa di questo comportamento siete stati colpiti dall’ira di Allah e vi sono state destinate umiliazione e miseria.

Quando poi venivano criticati gli ipocriti, se ne conduceva un’analisi psicologica completa. Mostrando loro i loro difetti, si diceva: guardate ogni cosa con occhio distorto; quando vi riunite in privato, criticate aspramente la situazione e gli avvenimenti del movimento islamico; quando comparite in pubblico, cambiate atteggiamento; vi parlate con cenni e allusioni, talvolta ammutolite e talvolta, alle notizie di guerre e battaglie, i vostri occhi si spalancano per la paura. A volte sgattaiolate via di nascosto. Quando siete con i musulmani parlate in un modo, e quando siete con i miscredenti in un altro. In ogni questione, il vostro comportamento è diverso da quello collettivo dei musulmani. Se altri traggono dalla rivelazione insegnamenti e conforto per la loro vita, voi ne siete profondamente infastiditi. Per gli altri, la persona del Messaggero (pace e benedizioni su di lui) è oggetto della massima devozione, riverenza e amore; voi invece preferite stare lontani da lui. Gli altri pregano con entusiasmo, mentre voi venite alla preghiera con tale insofferenza da sembrare trascinati lì a forza. Gli altri musulmani sono ansiosi di sacrificare tutto ciò che possiedono per l’Islam; voi invece non spendete sulla via di Allah e impedite anche agli altri di farlo. Gli altri vanno al jihad spinti spontaneamente dall’emozione della fede; voi volete sempre soltanto salvare la vita e cercate di fuggire accampando ogni sorta di scuse ridicole. Ciò che rallegra gli altri vi scontenta, e ciò che affligge gli altri vi rallegra. Non avete assolutamente nulla in comune con i musulmani comuni. In questo modo il movimento islamico ha identificato gli ipocriti.

Di quei poeti dell’ignoranza preislamica che scrivevano poesie contenenti propaganda e calunnie contro l’Islam e diffondevano perfino ingiurie sul Messaggero (pace e benedizioni su di lui), fu fornita in estrema sintesi una descrizione del tutto veritiera e realistica; vedendola, anche un arabo comune poteva comprendere immediatamente il grado del loro declino morale. Dei poeti dell’ignoranza preislamica si disse che soltanto gli sviati li seguono. A causa della loro mancanza di principi vagano qua e là e non agiscono secondo le buone parole che pronunciano.

Il movimento islamico ha identificato anche persone dai caratteri particolarmente spregevoli del suo tempo attraverso descrizioni letterarie di altissimo livello, cercando con esse di creare consapevolezza nella società, affinché chiunque potesse osservarle, comprenderle e riconoscerle da sé nel mondo reale. In alcuni casi ha mostrato una persona che, con la sua eccessiva loquacità, lascia gli altri sbalorditi, ma che, nel campo dell’azione, dimentica completamente le sue belle parole e diffonde continuamente nuovi disordini nella società umana, provocando devastazione. In altri casi ha mostrato una persona inebriata dall’orgoglio della nobiltà tribale e della posizione di capo, e oltremodo attenta al proprio prestigio. Nel Giorno del Giudizio riceverà un severo castigo. Altrove è stato raffigurato quel carattere umano che, per l’eccesso della sua avidità, è diventato simile a un cane: sia che lo scacci, sia che lo lasci stare, tira fuori la lingua. Tutti questi caratteri erano ampiamente presenti nella società. Grazie a questa critica, per il popolo non fu affatto difficile farsi un’idea della loro meschinità e bassezza.

Questa critica non era puramente teorica, ma era legata ai conflitti e agli scontri reali. Dal palco del movimento islamico ci si rivolgeva alle forze avversarie. Chi parlava sapeva a chi si rivolgeva, e anche gli ascoltatori sapevano di chi si parlava. Questa critica non veniva pronunciata da un microfono calato dal cielo, ma veniva proclamata dalla bocca del Messaggero (pace e benedizioni su di lui). I musulmani la diffondevano in ogni angolo della società. Perciò anche le loro emozioni e i loro sentimenti vi erano inclusi, e la loro anima si fondeva completamente con essa. La critica veniva formulata in piena sintonia con il corso degli eventi reali, e gli ascoltatori la rapportavano alla storia che si stava svolgendo. Il popolo comprendeva che quello era il messaggio del movimento rivoluzionario e costruttivo appena sorto tra loro. Questa critica sfidava l’antico ordinamento sociale e colpiva proprio gli avversari della rivoluzione. Il popolo aveva l’opportunità di ascoltare le parole di entrambe le parti e di esaminarle comparativamente. Così si è formata la sua coscienza.

Gli argomenti e le prove possono aiutare a comprendere, ma non suscitano l’emozione. L’appello, scuotendo l’emozione, infonde calore alla chiamata. Tuttavia, l’appello non crea una lotta efficace nella storia. Soltanto la critica possiede una forza tale che, quando agisce unendosi agli argomenti e all’appello, attiva simultaneamente tutti gli elementi della civiltà. Soltanto la critica crea un turbamento nella vita sociale.

In sintesi, il movimento islamico, attraverso Muhammad (pace e benedizioni su di lui), ha impiegato questi tre strumenti — argomenti, appello e critica — e li ha impiegati incessantemente per ventitré anni. Queste tre forze hanno dimostrato agli avversari che erano deboli sul piano degli argomenti, arretrati nel suscitare entusiasmo per gli obiettivi e assai inferiori sul piano del carattere. Per questo, tra gli avversari sono cresciute inconsciamente sia il riconoscimento della superiorità dei musulmani sia la consapevolezza della propria inferiorità. D’altra parte, anche il popolo, esaminando attentamente entrambe le parti sotto ogni aspetto, ha potuto comprenderne la differenza. Questa era la vera forza del movimento islamico, ed è questa che conquistò il cuore di milioni di abitanti dell’Arabia. Se la chiamata e il movimento islamici non fossero stati incentrati sulla verità, se non avessero saputo attrarre il cuore del popolo, se non avessero spinto i capi e gli attivisti del movimento a scendere in campo nella lotta tra verità e falsità, e se non avessero ottenuto, mediante argomenti, appello e critica, il riconoscimento della propria forza e potenza, i musulmani non avrebbero potuto vincere né sul piano della strategia politica né sul campo di battaglia. Le vittorie conseguite anche in questi campi sono state possibili proprio perché, nella vasta arena dell’opinione pubblica, l’avanzata dell’Islam era decisamente orientata alla vittoria.

La forza morale dei musulmani

Qualunque chiamata, se è soltanto una chiamata verbale e non possiede forza morale, per quanto affascinante possa essere e per quanto effetto magico possa produrre temporaneamente, alla fine svanisce nell’aria come un vortice di fumo. Non si può influire sulla storia con le sole parole. Con le sole parole non si è mai compiuta alcuna rivoluzione. Le parole producono un certo effetto soltanto quando le azioni ne determinano un significato concreto. La magia del linguaggio può creare, come il sapone, una bella schiuma e bolle dai colori vivaci, ma nessuna di queste bolle è capace di spostare anche solo un granello di terra dal suo posto. Al contrario, svanisce immediatamente.

Quando l’argomentazione giunge senza comportamento coerente, l’appello è privo di sincerità e la critica è moralmente vuota, essa non riesce a influenzare le persone. È la forza morale a rendere un movimento influente ed efficace. La testimonianza delle parole, senza quella delle opere, rimane vana. In verità, «quando una persona dice ciò che non fa, ciò provoca presso Allah una grandissima avversione».

L’appello del movimento islamico non era un appello meramente teorico o fondato sulla ragione. L’appello dell’Islam era interamente un invito all’azione. Era giunto per creare un nuovo tipo di essere umano. Fin dal primo giorno aveva iniziato a formare questo essere umano desiderato. Il modo di pensare, le qualità morali e il comportamento affascinante di queste persone rendevano la sua argomentazione veramente significativa, il suo appello realmente attraente e la sua critica efficace. Queste nuove persone create dal movimento islamico erano esse stesse un’argomentazione inconfutabile. Erano il più potente degli appelli. La loro intera esistenza era una critica concreta e totale contro il vecchio sistema sociale, gli uomini di natura bestiale, l’ambiente jahilita corrotto, la società stagnante e la sua leadership incapace. La jahiliyyah non aveva alcuna risposta a questa argomentazione vivente, a questo appello vivente e a questa critica vivente. Di fronte a tali argomentazioni viventi, la jahiliyyah era del tutto impotente. Quell’essere umano nuovo, il cui esempio più completo era lo stesso Messaggero, pace e benedizioni su di lui, e sotto la cui ispirazione venivano formate molte altre persone, era una verità concreta e inconfutabile. Anche chiudere gli occhi davanti a quella verità testimoniava l’intensità della sua luce. Coloro che negavano e respingevano questa verità e si scontravano con essa, con il loro stesso comportamento ne proclamavano la superiorità. Alla Mecca quest’essere umano nuovo aveva sviluppato la sua dimensione individuale, mentre giunto a Medina aveva mostrato la propria dimensione collettiva.

Il movimento islamico e il Messaggero, pace e benedizioni su di lui, non furono mai negligenti riguardo al compito fondamentale di creare questo nuovo essere umano; l’Islam non dimenticò questo compito nell’entusiasmo di correggere gli altri. Qui l’autopurificazione aveva maggiore importanza della correzione altrui. L’autocritica era più importante della critica degli altri. Prima di apportare cambiamenti all’esterno, per lui era assai più urgente cambiare il proprio interno.

In una società nella cui prospettiva non esisteva alcun obiettivo più elevato e nobile del guadagnare e del mangiare e bere, dove ogni assemblea era una taverna, una bisca e un club di danza, dove il coraggio veniva impiegato soltanto per risse, omicidi, saccheggi e vendette, dove la società si era trasformata in una giungla — in quella giungla in cui belve dall’aspetto umano vagavano ruggendo e le persone educate e deboli diventavano le loro facili prede — il Messaggero, pace e benedizioni su di lui, apparve accompagnato da un gruppo di uomini virtuosi, puri e civili. Fin dal primo giorno questo gruppo divenne molto visibile nella società e attirò l’attenzione di tutti. La gente osservava con stupore questi nuovi esempi di umanità e li percepiva, sotto ogni aspetto, diversi e distinti da tutti gli altri membri della società. La comparsa, la crescita e lo sviluppo di questo gruppo avvennero interamente sotto i loro occhi. Il popolo osservò molto bene la loro formazione, dall’inizio alla fine.

Persone di ogni ceto vedevano ogni giorno, mattina e sera, che la professione di fede dell’Islam continuava ad attrarre, una dopo l’altra, persone perbene. All’improvviso, ciascuno era costretto dalla propria coscienza ad arrendersi a questo movimento rivoluzionario. L’uomo che solo pochi giorni prima aveva combattuto con tutte le sue forze contro Muhammad, pace e benedizioni su di lui, improvvisamente chinava il capo, come se qualcuno lo avesse stregato. E chiunque abbracciasse l’Islam cominciava immediatamente a cambiare in meglio. Le sue amicizie e inimicizie cambiavano. Le sue abitudini e i suoi gusti subivano una rivoluzione. Le sue occupazioni assumevano una forma diversa. Gli interessi che aveva avuto in precedenza lasciavano il posto a nuovi interessi. E subito si trasformava in una persona estremamente attiva. In lui nasceva una nuova forza. Le sue capacità e i suoi talenti latenti si risvegliavano. La sua coscienza si animava di una nuova ispirazione. In lui cominciava a svilupparsi un carattere eccellente. Colui che da miscredente diventava musulmano sembrava far emergere dal proprio intimo un essere umano completamente nuovo. Egli stesso sentiva di essere del tutto diverso e nuovo rispetto all’ambiente circostante. Anche l’ambiente, guardandolo, percepiva che era cambiato. L’assassino terrorista, dopo aver abbracciato l’Islam, diventava un protettore della vita. Il ladro, dopo aver abbracciato l’Islam, diventava un custode affidabile dei depositi; il fornicatore diventava un protettore dell’onore delle donne. Il brigante, dopo aver abbracciato l’Islam, diventava l’incarnazione della pace e della conciliazione. L’uomo irascibile e di indole aspra, entrando all’ombra dell’Islam, diventava paziente, umile e affabile. L’usuraio diventava generoso. L’ignorante e l’uomo privo d’ingegno davano prova di grande talento e capacità. Provenendo dai livelli sociali più bassi, ascendevano ai vertici della nobiltà, come se fossero creature di un altro mondo. Sembrava che non fossero fatti di terra, ma composti di un’altra materia.

Devotamente dediti all’adorazione di Allah, folli d’amore per il Messaggero, servitori sinceri della verità, promotori delle opere buone, invitatori al bene, nemici dell’ingiustizia e della falsità, strenui oppositori dell’oppressione, umili nell’inchinarsi e nel prosternarsi, intenti a recitare il Corano con concentrazione, impegnati nella lotta durante il giorno, dediti durante la notte a un colloquio sincero con Allah, offerenti cibo ai poveri, ospitali con i viandanti, al servizio degli orfani e delle vedove, astinenti dalle riunioni oziose e dai giochi illeciti, capaci di proteggersi dal lusso e dai divertimenti, moderati nelle dispute inutili, simboli di una vita ordinata e pulita, animati da gravità e dignità, solitari tra la folla e stranieri nella propria terra: come avrebbero potuto i possessori di qualità e caratteristiche tanto straordinarie non diventare il centro dell’attenzione di tutto il popolo arabo?

Questi soldati altruisti, portatori della bandiera dell’Islam e impegnati nello sforzo di realizzare il grande impegno di instaurare l’Islam, erano operatori volontari a tempo pieno del movimento. Erano abituati a ignorare completamente i propri interessi mondani, mirando al bene dell’Aldilà. Per il loro sacro obiettivo non esitavano a sacrificare tutte le capacità della mente, tutte le forze del corpo, ogni soldo delle loro tasche e, quando necessario, persino la vita propria e quella dei loro figli. Non si preoccupavano del sostentamento, né della sicurezza fisica, né del sonno notturno; non avevano tempo da dedicare alle mogli e ai figli, né possibilità di dedicarsi allo sport e allo svago. La loro unica professione, la loro unica occupazione, il loro unico svago e il loro unico divertimento consistevano nella lotta per rendere vittorioso e affermare l’Islam. Ascoltavano con il sorriso gli insulti dei nemici, sopportavano con coraggio gli attacchi fascisti, digiunavano con gioia e andavano in esilio sorridendo. Quando era necessaria la pazienza, perseveravano al massimo grado; quando si rendeva necessario lo scontro, vi prendevano parte con animo risoluto; si sdraiavano sulla sabbia ardente pronunciando «Ahad, Ahad»; salivano sul patibolo recitando poesie appassionate; e, pur cadendo feriti, la loro anima impetuosa pronunciava per l’ultima volta:

*****ARABO*****

«Per il Signore della Kaaba, ho avuto successo».

Con una simile indole morale e un simile comportamento, come potrebbe la loro marcia inarrestabile non progredire? Come potrebbe il mondo non inchinarsi davanti a loro?

Questa indole musulmana ha dato in ogni campo esempi così memorabili che resteranno scritti a caratteri d’oro nella storia della comunità musulmana fino al Giorno del Giudizio. Il maestro di questa indole, al momento di lasciare il luogo dell’esecuzione, fece in modo che i depositi affidatigli fossero restituiti ai suoi assassini. Coloro che avevano acquisito questa indole, dopo aver commesso il peccato di adulterio, si presentarono spontaneamente a confessarlo e ottennero dal tribunale islamico la condanna a morte, affinché potessero comparire davanti ad Allah in stato di purezza. Pochi minuti dopo aver abbracciato l’Islam, quando una bella giovane lo invitò a diventare il suo compagno di piaceri, egli rifiutò con disgusto, dicendo: «Non posso disobbedire ad Allah e al Suo Messaggero». Durante una spedizione di jihad, mentre l’esercito musulmano passava nei pressi degli insediamenti della tribù degli Uzd, un soldato musulmano, spinto da una necessità urgente, aveva preso da loro una brocca. Ma fu proprio l’indole musulmana a costringerlo a restituirla. In una società in cui ogni giorno si verificavano centinaia di esempi simili, ogni giorno si verificavano anche terremoti.

La gente comune di quella società non rimase forse sbalordita vedendo l’esempio di sacrificio dato dagli Ansar, che divisero in parti uguali le proprie case e i propri beni, tenendone metà per sé e dando l’altra metà ai loro fratelli muhajir? Un’uguaglianza così stupefacente non poteva forse attrarre l’opinione pubblica, quando uno schiavo insignificante si schierava allo stesso livello dei nobili, i poveri allo stesso livello dei ricchi e gli esuli allo stesso livello degli abitanti originari di Medina? Ognuno riceveva importanza, ognuno otteneva onore e dignità, l’opinione di ognuno veniva valorizzata e a ognuno veniva data l’opportunità di assumersi responsabilità e dimostrare le proprie capacità. Era come una famiglia in cui tutti i membri condividessero equamente gioie e dolori e partecipassero allo stesso modo nei pensieri, nella coscienza e nelle azioni. Quando arrivava la fame, il capo del gruppo era colui che vi prendeva parte più di tutti. Quando arrivava l’agiatezza, era il capo del gruppo a prendervi parte meno di tutti. La società rimase sopraffatta vedendo persone considerate alte e basse secondo il punto di vista jahilita contrarre matrimonio tra loro. La gente comune della società jahilita non poteva non sentirsi attratta dal modo semplice e spontaneo che l’Islam aveva escogitato per alleggerire il pesante fardello delle usanze e delle tradizioni. Com’era amorevole, leggera, semplice e pacifica quella vita! In verità, era una «hayatan tayyiba», una vita pura.

La società osservò anche il tipo di capacità e di talenti che stavano sbocciando tra i musulmani. Vide che, nelle menti e nell’intelletto di coloro che abbracciavano l’Islam, le facoltà si sviluppavano con sorprendente rapidità. Tutta l’Arabia osservò stupefatta che alcuni di loro diventavano esperti nel diritto, altri nell’agricoltura, altri nel commercio e negli affari, altri nell’arte della guerra, altri nell’amministrazione e altri ancora nella diplomazia; in breve, ciascuno, acquisendo padronanza in un campo o nell’altro, sviluppava una nuova personalità.

Tracciando il ritratto di questa indole, il Corano spiegò ripetutamente sia ai nemici dell’Islam sia alla gente: «Guardate: quanto è bello ed eccellente il modello di umanità che nasce dall’ideale della verità. È così che si possono ottenere pace e sicurezza». L’Islam presentò questa indole come prova della propria veridicità. In seguito la confrontò ripetutamente anche con l’indole jahilita e con quella della Gente del Libro e degli ipocriti. Ponendole l’una accanto all’altra, mostrò: «Siate voi stessi a dire quale sia la migliore». Il confronto avveniva così sul terreno della realtà. Inoltre, in ogni ambito della vita si svolgeva spontaneamente un’osservazione comparativa.

Le situazioni di conflitto e di scontro producono contemporaneamente due risultati significativi. Quando si trovano coinvolte nei conflitti, alcune persone sviluppano il proprio carattere, mentre quello di altre si spezza e sprofonda. Il movimento islamico si è impegnato con ogni mezzo affinché, attraverso i conflitti, il carattere dei musulmani diventasse ancora più bello, armonioso e purificato. Grazie al rigoroso sistema di formazione, purificazione e istruzione, il carattere musulmano migliorò progressivamente. Al contrario, il carattere jahilita, nel corso degli scontri e dei conflitti, fu spinto sempre più verso il declino e alla fine sprofondò e andò distrutto. Al carattere musulmano fu insegnata ripetutamente la pazienza. In esso furono sviluppate la forza della tolleranza e la capacità di rimanere saldi nei propri principi. Talvolta venivano impartiti ordini severi: «Non lasciatevi agitare dalle provocazioni». Talvolta venivano dati consigli: «Non lasciatevi coinvolgere dai portabandiera delle forze jahilite, non disperate, rispondete al cattivo comportamento con il buon comportamento, considerate con indulgenza l’ingiustizia e gli eccessi, non siate ingiusti verso nessuno per inimicizia, non sperate di riformare i mondani e non sprecate il vostro tempo dietro di loro, non lasciatevi intimorire dall’abbondanza e dallo splendore dei nemici, non prendete decisioni affrettate». Si prestava attenzione a ogni oscillazione psicologica e si spiegava immediatamente che cosa sarebbe stato meglio per loro. Il Messaggero, pace e benedizioni su di lui, prestò personalmente attenzione a ogni membro della sua comunità e, cogliendo il momento opportuno, favorì lo sviluppo del carattere musulmano talvolta con un consiglio, talvolta con un rimprovero, talvolta manifestando disapprovazione e talvolta approvazione. In base alle capacità che scorgeva in ciascuno e alla disposizione del suo carattere, gli dava consigli secondo le sue necessità. E, in base alle debolezze che scorgeva in ciascuno, gli presentava proprio quel particolare tipo di richieste dell’Islam. Inoltre, dopo ogni evento importante, criticò severamente il comportamento mostrato dalla comunità musulmana nelle attività collettive. Che si trattasse della battaglia di Badr o di Uhud, della tregua di Hudaybiyya, dell’evento del cambiamento della qibla o dell’episodio della calunnia, dopo ciascuno di questi importanti eventi storici, da un lato illustrava alla gente le attività dei nemici, mentre dall’altro criticava senza riserve la propria comunità, indicandone errori e mancanze e spiegando anche come porvi rimedio. Se i suoi Compagni commettevano qualche ingiustizia verso i loro nemici, egli non cercava di nascondere quell’ingiustizia né di dimostrarne la correttezza. Al contrario, riconosceva l’errore davanti al nemico e, qualora qualcuno fosse stato ucciso ingiustamente, ne versava il risarcimento. Rimproverò i Compagni per l’episodio di Nakhla. Quando Hazrat Khalid uccise per errore, durante una battaglia, un uomo che recitava ad alta voce la professione di fede, ritenendo che l’avesse pronunciata non sinceramente, ma per salvarsi la vita, il Messaggero, pace e benedizioni su di lui, disapprovò quell’atto e rifiutò di assumerne la responsabilità. L’Islam non ha definito infallibili e impeccabili tutti i Compagni eccetto il Messaggero, pace e benedizioni su di lui. Li ha definiti complessivamente puri, virtuosi e riformabili. Ha affermato che, nel suo insieme, il carattere musulmano era chiaramente superiore, più nobile e più progredito rispetto al carattere jahilita.

Lottare contro la leadership consolidata, l’autorità e l’ambiente esistente non è un gioco. È un lavoro che richiede molto tempo. Comporta molte perdite e danni e deve essere svolto con una mente molto lucida e priva di agitazione. Le forze dell’ambiente ostile continuano a trascinare indietro, afferrandoli alla vita, coloro che avanzano, e cercano di corrompere nuovamente coloro che aspirano alla riforma. Cercano continuamente di individuare spiragli per esercitare un’influenza nelle loro menti, così da potervi reintrodurre in qualche modo le proprie false credenze, usanze, costumi e abitudini, e trovare una via di schiavitù mentale e di compromesso per continuare ad avanzare. Quando, lottando anche in un ambiente ostile, la forza e il coraggio degli uomini più vigorosi vengono schiacciati e persino i sinceri cominciano a indietreggiare, l’uomo si prepara ad abbandonare le idee rivoluzionarie e ad adottare quelle vecchie. Anche se non nei princìpi e nelle credenze, si prepara ad accettare l’influenza straniera nelle consuetudini culturali, nei comportamenti e nell’abbigliamento. Non appena si apre anche solo questo piccolo varco, l’ambiente esistente continua ad ampliarlo gradualmente e alla fine fa penetrare in lui ogni cosa propria. Se non riesce a portare a termine l’opera nell’epoca di una generazione, la porta a termine in quella della generazione successiva. Tuttavia, nel formare il carattere musulmano, il movimento islamico ha tenuto pienamente conto di questo pericolo. Perciò ha dato a quel carattere una durezza d’acciaio e ha predisposto ogni misura per proteggerlo. Da una parte gli ha insegnato a sviluppare una forza invincibile nel confronto con gli oppositori dell’Islam — «ashiddāʾu ʿala l-kuffār», cioè duri contro i miscredenti — e dall’altra a essere compassionevole e misericordioso verso gli altri — «ruḥamāʾu baynahum». Ha severamente vietato l’imitazione degli stranieri, la schiavitù mentale nei loro confronti e il mantenimento di segrete relazioni affettuose con loro. Proprio per creare questa stabilità mentale e questa fermezza tra i musulmani, ai nuovi musulmani era stato chiesto di compiere l’egira e trasferirsi a Medina. E se in qualche luogo si fosse riunito un numero significativo di persone e da loro fosse stato ricevuto un giuramento di fedeltà «alla maniera beduina» — cioè un giuramento che non imponesse la condizione dell’egira — veniva loro ordinato di tenersi lontani dai politeisti e di non instaurare con loro rapporti di amicizia o matrimoniali. Dovevano costruire una società separata. Insieme all’ordine di obbedire ai genitori non musulmani, era stato detto anche che, se i genitori avessero ordinato di abbandonare l’Islam, non si sarebbe mai dovuto obbedire. Non si deve obbedienza a nessuno contro l’Islam. La fermezza di questo carattere era tale che non fu influenzata nemmeno dalla splendida civiltà dell’Iran, né fu colpita da alcun complesso d’inferiorità vedendo la vita lussuosa di Roma. I musulmani si presentavano nelle grandi corti reali con i propri modi beduini, calpestando tappeti preziosi senza chinare il capo, ed esponevano le proprie idee con pieno coraggio. Quando questo carattere fu reso completamente forte e stabile sul piano mentale e innalzato al di sopra di ogni complesso d’inferiorità, essi offrirono anche sul campo di battaglia esempi indimenticabili di eroismo e fermezza. Il mondo vide con stupore che, sebbene questo carattere fosse numericamente esiguo e scarsamente equipaggiato, non era possibile distruggerlo né arrestare la sua avanzata.

Nonostante le innumerevoli offese, derisioni, insulti, condanne e calunnie pronunciate apertamente dai nemici più accaniti, in cuor loro essi certamente invidiavano questo carattere musulmano e consideravano i musulmani migliori di se stessi. Rimpiangevano di non poter appartenere anch’essi a quel gruppo. Gli oppositori lo hanno riconosciuto in diverse occasioni. Dopo la battaglia di Uhud, quando Abu Sufyan, fermo sulla montagna, chiese a Umar: «Muhammad è stato ucciso?», Umar rispose: «Per Allah, è vivo e sta ascoltando ciò che dite». Allora Abu Sufyan disse: «Sebbene Abu Qayma abbia detto che Muhammad è stato ucciso, noi riteniamo voi più veritieri di lui». Analogamente, dopo il trattato di Hudaybiyya, ciò che l’inviato dei Quraysh, Urwa ibn Masud, vide tra i musulmani e il modo in cui lo riferì ai capi dei Quraysh dimostrano che i non musulmani riconoscevano sempre la superiorità morale dei musulmani. Anche la descrizione che Abu Sufyan, pur essendo un accanito oppositore dell’Islam, fece di Muhammad e del suo movimento davanti all’imperatore di Roma testimonia che, nonostante l’ostilità, i nemici riconoscevano apertamente la superiorità di Muhammad e dell’Islam. Quando il funzionario fiscale di Medina si recò dagli ebrei di Khaybar per riscuotere il tributo, vedendo l’esattezza della sua ripartizione, essi testimoniarono: «Questa è la vera giustizia, sulla quale poggiano il cielo e la terra».

In ogni angolo dell’Arabia si discuteva continuamente della straordinaria situazione della società musulmana appena costituita. Si parlava del leader del movimento e dei suoi membri. In sostanza, ogni volta che due persone si riunivano, le buone opere e la fama di Muhammad, della società islamica, del movimento islamico e del governo di Medina diventavano il primo e principale argomento di conversazione.

Era proprio questa forza morale del movimento islamico a rendere efficace e fecondo il suo ragionamento e il suo appello. Essa costituiva il riconoscimento generale della superiorità del carattere musulmano, e proprio questo riconoscimento popolare rendeva persone di ogni ceto fedeli all’Islam. Riporterò alcuni esempi di come l’irresistibile attrazione dell’Islam stesse attirando le persone da ogni parte.

Cominciamo dal periodo meccano. Quando il celebre poeta Tufayl al-Dawsī giunse alla Mecca, i Quraysh gli proibirono di incontrare il Messaggero (pace e benedizioni su di lui). Alla fine lo incontrò di sua iniziativa e abbracciò l’Islam dopo aver ascoltato soltanto alcuni versetti. ʿAmr ibn ʿAbasa venne per incontrare il Messaggero dopo averne sentito la fama e abbracciò l’Islam. Damād ibn Thaʿlaba, amico d’infanzia del Messaggero, venne come consigliere e abbracciò l’Islam dopo aver ascoltato alcune parole dalla sua bocca. Abū Dharr, un giovane appartenente a una tribù nomade di predoni, giunse alla Mecca dopo aver sentito parlare della fama dell’Islam e, proteggendosi come poteva dall’ambiente ostile, incontrò il Messaggero, ascoltò il suo messaggio e accettò la verità. In lui si accese improvvisamente un’emozione e andò davanti alla Kaʿba a proclamare la parola della verità. Poi subì la punizione per il crimine di questo amore per la verità. Così, tutti coloro che entravano a far parte del movimento islamico diventavano, ciascuno nella propria sfera d’influenza, predicatori dell’Islam. Grazie alla predicazione di alcuni, l’intera loro tribù abbracciò l’Islam. Suwayd ibn Ṣāmit incontrò il Messaggero e ne fu profondamente influenzato. Anche Iyās ibn Muʿādh venne da Medina, divenne sostenitore dell’invito del Messaggero e creò a Medina un’opinione pubblica favorevole all’Islam. Una delegazione di venti cristiani giunse da Najrān, apprese la conoscenza dell’Islam dal Messaggero e, nonostante i numerosi tentativi dei Quraysh, ripartì con la luce dell’Islam nel cuore. Alcuni abitanti dello Yemen abbracciarono l’Islam grazie a coloro che erano emigrati in Abissinia e, attraverso di loro, anche il cuore del re Negus si illuminò della luce della fede. A Medina, gli abitanti delle tribù Aws e Khazraj stavano già abbracciando rapidamente l’Islam prima dell’arrivo del Messaggero. Dopo l’Egira del Messaggero a Medina, non rimase una sola casa in cui non fosse giunta la luce dell’Islam. La cosa sorprendente è che il celebre sapiente ebreo ʿAbd Allāh ibn Salām rimase talmente colpito da un semplice, breve e ordinario sermone del Messaggero da abbracciare infine l’Islam. Quel sermone diceva: «O gente, diffondete la pace nella società, date da mangiare alle persone, mantenete buoni rapporti con i parenti di sangue e pregate nel cuore della notte, quando la gente dorme». Analogamente, il monaco cristiano Abū Qays Ṣarma ibn Abī Anas rispose all’appello del movimento islamico. Jubayr ibn Muṭʿim era venuto per liberare i prigionieri di guerra di Badr. In quell’occasione, dopo aver ascoltato alcuni versetti dalla bocca del Messaggero, ricevette la guida. Abū Rāfiʿ, schiavo dei Quraysh, venne a Medina come emissario e abbracciò l’Islam. Non voleva tornare indietro. Il Messaggero gli spiegò che non si poteva trattenere un emissario: «Prima torna alla Mecca. Poi, se lo desideri, vieni a Medina». Abū Rāfiʿ tornò alla Mecca e in seguito emigrò nuovamente a Medina. Quando fu condotto l’attacco contro i Banū Qurayẓa per i loro crimini, ʿAmr ibn Saʿd, uno di loro, abbracciò l’Islam.

Thumāma ibn Uthāl al-Ḥanafī, capo di Yamāma, fu condotto come prigioniero e abbracciò l’Islam, colpito dal comportamento del Messaggero. Era in corso la battaglia di Uḥud. Proprio in quel momento, ʿAmr ibn Thābit della tribù dei Banū ʿAbd al-Ashhal abbracciò l’Islam e subito si recò sul campo di battaglia, dove combatté e ottenne il martirio. Nella difficile situazione della battaglia del Fossato, Nuʿaym ibn Masʿūd entrò a far parte del movimento islamico. Abū al-ʿĀṣ giunse a Medina e, del tutto inaspettatamente, dichiarò di aver abbracciato l’Islam. Vedendo i preparativi bellici degli ebrei di Khaybar, il loro pastore Aswad chiese contro chi e dove si sarebbe combattuto. Quando seppe che ci si preparava a combattere contro Muḥammad, abbracciò l’Islam. Durante il periodo compreso tra il trattato di Ḥudaybiyya e la battaglia di Muʾta, Khālid e ʿAmr ibn al-ʿĀṣ abbandonarono il gruppo dei Quraysh e abbracciarono l’Islam. Si erano stancati di combattere dalle roccaforti dell’epoca dell’ignoranza. Perciò il movimento islamico li attirò improvvisamente. Fuḍāla venne con l’intenzione di uccidere il Messaggero al momento della conquista della Mecca, e Shayba durante la battaglia di Ḥunayn. Ma furono loro stessi a essere colpiti dalla spada della verità. Quando alcuni membri delle tribù Hawāzin e Banū Saʿd giunsero e abbracciarono l’Islam, il Messaggero ricordò Mālik ibn ʿAwf ed espresse la speranza che anch’egli abbracciasse l’Islam. Venuto a conoscenza dell’atteggiamento del Messaggero, Mālik ibn ʿAwf venne segretamente e abbracciò l’Islam. Quando l’esercito musulmano sconfisse la tribù di Ṭayy, la figlia di Ḥātim al-Ṭāʾī fu condotta prigioniera a Medina. Chiese al Messaggero di trattarla bene. Il Messaggero accolse la sua richiesta, le procurò una cavalcatura e la congedò. Ella raccontò ogni cosa al fratello ʿAdī ibn Ḥātim, che era furiosamente ostile all’Islam, e gli consigliò di recarsi a Medina. ʿAdī vi andò e, dopo aver esaminato personalmente la situazione, comprese che il Messaggero era davvero il Messaggero di Allah e abbracciò l’Islam. Il poeta Kaʿb ibn Zuhayr, che aveva combattuto con le sue poesie contro l’Islam e contro il Messaggero, venne spontaneamente a Medina e abbracciò l’Islam. In seguito compose e recitò la poesia storica «Bānat Suʿād». Consideriamo anche ʿAbd Allāh Dhū al-Bijādayn. Sebbene questo giovane fosse stato influenzato dall’Islam, per qualche tempo lo tenne nascosto per timore dello zio. Quando vide che non vi era speranza di ottenere il permesso dello zio, salutò lo zio, i suoi beni, gli abiti che questi gli aveva dato e l’ambiente familiare, indossò una coperta e venne a Medina, dove abbracciò l’Islam. Munqidh ibn Ḥabbān, un mercante della tribù ʿAbd al-Qays del Bahrein, durante un viaggio commerciale soggiornò per alcuni giorni a Medina. Il Messaggero aveva il progetto di estendere il movimento islamico all’estero. In conformità con questo progetto, si fece avanti personalmente per incontrare Munqidh e lo invitò all’Islam. Munqidh abbracciò l’Islam. Tornato a casa, invitò suo padre, che anch’egli abbracciò l’Islam. In seguito lo abbracciarono anche i membri comuni della sua tribù. Vi furono inoltre molte persone che rinunciarono al regno, alla leadership e alle alte cariche, scegliendo di sottomettersi ad Allah.

Da questi esempi si comprende come il terreno per l’Islam sia diventato gradualmente favorevole e fertile. Prima una persona, poi due o quattro, poi centinaia e infine migliaia di persone abbracciarono l’Islam, fino a dar vita a un mondo intero.

A un certo punto si diffuse rapidamente e universalmente una vera ondata di conversioni all’Islam, a gruppi. Qui menziono soltanto alcune personalità eminenti, che avevano assunto un ruolo guida nei propri ambienti. Quando una di queste persone abbracciava l’Islam, diventava a sua volta un predicatore anche presso la propria tribù e nella propria regione. Con le loro parole e le loro azioni attiravano molte altre persone, perfino intere tribù. Inoltre, l’attività del centro di predicazione di Medina e quella degli operatori internazionali inducevano molti ad abbracciare immediatamente l’Islam, oppure li rendevano suoi sostenitori e simpatizzanti. Anche una simile simpatia si rivelò estremamente utile per il movimento islamico. Questi sostenitori e simpatizzanti potevano parlare in favore dell’Islam persino mentre si trovavano tra i suoi oppositori, e nessun tipo di ostilità o ristrettezza mentale impediva agli altri di ascoltarli. Tali sostenitori e simpatizzanti si trovavano anche tra i Quraysh, gli ebrei e i beduini; furono soprattutto loro, al tempo della tregua di Hudaybiyya, a persuadere i Quraysh a firmare il trattato. Fu una persona di questo genere a impedire ad Abu Sufyan, dopo la battaglia di Uhud, di tornare ad attaccare nuovamente i musulmani. Fu ancora una persona di questo genere a opporsi al divieto di far giungere una provvista di cibo al Messaggero, s.a., mentre era prigioniero nella valle di Abu Talib (Shi‘b Abi Talib). Furono persone di questo genere a porre fine a quell’ingiusto patto di boicottaggio. Anche Mukhayriq, che pur essendo ebreo sacrificò la vita nell’interesse del movimento islamico, era una persona di questo genere. In breve, accanto a coloro che abbracciavano l’Islam cominciò a formarsi anche un gruppo di sostenitori e simpatizzanti di questo tipo. Questo gruppo contribuì in una certa misura a spianare la strada al successo della rivoluzione islamica. In seguito, la maggior parte di loro ebbe la fortuna di abbracciare l’Islam. In sostanza, il gruppo degli invitatori diretti e indiretti della rivoluzione islamica si era diffuso in tutta l’Arabia. Medina era la fonte d’ispirazione di tutti loro. Attingendo forza da essa, i ricercatori della verità sparsi ovunque diffondevano, ciascuno nel proprio ambito, la luce della parola dell’Islam. Medina era come il sole, mentre i diversi pianeti e satelliti disseminati tutt’intorno e fino a grande distanza ricevevano da essa la luce e rendevano luminoso l’ambiente.

Qui ho presentato brevemente alcuni esempi, dai quali si potrà comprendere come una o poche persone abbiano influenzato intere tribù o regioni. Un esempio, forse il più grande e luminoso, è quello del giovane medinese Suwayd ibn Samit, che si recò alla Mecca, ricevette dal Messaggero, s.a., la luce della kalima tayyiba e poi influenzò molti abitanti di Medina. Così, a un certo punto, Medina si trasformò nel centro del movimento islamico. Sebbene Tufayl al-Dawsi, a causa del proprio temperamento, non fosse riuscito a influenzare rapidamente l’intera tribù, grazie a lui il movimento islamico divenne noto nello Yemen. La tribù degli Ash‘ar, influenzata e incoraggiata dagli emigrati in Abissinia, abbracciò l’Islam senza l’ispirazione di nessun altro. Grazie alla predicazione di Damad ibn Tha‘laba, tutta la sua tribù abbracciò l’Islam. Quando Hazrat Abu Dharr al-Ghifari, dopo essere stato iniziato all’ideologia rivoluzionaria dell’Islam, tornò dalla Mecca, grazie alla sua predicazione metà della sua tribù abbracciò l’Islam. L’altra metà, dopo che il Messaggero, s.a., si recò a Medina,

divenne musulmana. Poi l’Islam penetrò anche nella tribù degli Aslam, provenendo da quella dei Ghifar, e gradualmente l’intera tribù fu iniziata all’Islam. Attraverso Munqidh ibn Habban, l’Islam si diffuse in Bahrein. Dopo qualche tempo, Munqidh giunse a Medina con quattordici compagni. In definitiva, la situazione appariva proprio come nella parola del Vangelo: «Il regno di Dio (l’invito alla verità) è simile al lievito. Se una donna mescola un po’ di lievito alla farina, tutta la farina si trasforma in lievito».

Ovunque giungesse l’Islam e alcune persone lo accettassero, lì inevitabilmente si formava una società. La moschea non era soltanto il luogo della preghiera, ma diventava il centro di tutte le attività culturali dell’Islam. Era allo stesso tempo un luogo d’istruzione, di consultazione, di riunione sociale e di ospitalità. La moschea era in realtà il simbolo del movimento islamico, e la sua presenza in una regione equivaleva a proclamare che quel luogo era ormai una «roccaforte dell’Islam». Per questo il Messaggero, s.a., ordinava alle tribù appena convertite di costruire una moschea. Ordinava inoltre ai soldati di cessare l’uso delle armi in ogni zona nella quale si udisse il richiamo alla preghiera. Questa disposizione equivaleva, in realtà, a incoraggiare la costruzione di altre moschee. Negli insediamenti musulmani, la gente costruiva moschee come mezzo idoneo a diffondere i propri nuovi ideali rivoluzionari. Da lì si proclamava la dottrina islamica attraverso il richiamo alla preghiera e si impartiva la formazione all’unità islamica mediante la preghiera in congregazione. Fu proprio grazie all’incoraggiamento del Messaggero, s.a., che le moschee continuarono a essere costruite già durante la sua vita. In Bahrein fu costruita una moschea fin dall’inizio. Dopo la Moschea del Profeta, il primo salat del venerdì fu celebrato proprio lì. Le moschee erano istituzioni della comunità e funzionavano sotto la tutela dello Stato. Coloro che da Medina venivano inviati come funzionari in una regione diventavano anche gli imam delle moschee locali. Le tribù che si trovavano al di fuori dell’amministrazione di Medina chiedevano al Messaggero, s.a., consiglio riguardo alla nomina dell’imam della propria moschea. In seguito nominavano l’imam secondo i criteri da lui stabiliti. In tutti i luoghi in cui il Messaggero, s.a., si era fermato durante una guerra o un viaggio, aveva pregato o nei quali si era verificato un evento importante, furono costruite numerose moschee.

La forza dei trattati e dell’intesa

Insieme all’ampia opera di predicazione e trasmissione del messaggio compiuta tra la popolazione con i metodi diretti sopra descritti, furono adottate anche alcune importanti misure di sostegno. Tra queste, una misura significativa fu l’ampliamento dell’influenza politica di Medina. Tale ampliamento fu realizzato in larga misura attraverso trattati e rapporti di alleanza. Dall’espansione della sfera d’influenza del governo da parte del Messaggero, s.a., mediante trattati e intese, e dalla straordinaria attenzione da lui dedicata a questo tema, risulta chiaramente che egli desiderava evitare, per quanto possibile, le guerre e creare tutt’intorno un ambiente di pace e sicurezza, così che l’opera di predicazione potesse svolgersi adeguatamente in tale ambiente pacifico e che la tensione militare non diventasse un ostacolo. Quando l’adozione di misure militari divenne inevitabile per proteggere l’Islam, lo Stato islamico e la pace, egli non ebbe alcuna esitazione. Tuttavia, se era possibile evitare la guerra e garantire, mediante la pace e l’intesa, la tutela politica dello Stato, la sua stabilità e un ambiente libero da ostacoli per la predicazione dell’Islam, egli non abbandonava mai la via dei trattati e dell’intesa. La fondazione stessa dello Stato islamico non fu compiuta con la forza della spada, ma grazie alla forza di un accordo costituzionale. In seguito, per la difesa dello Stato e l’espansione della sua influenza, egli ricorse ai rapporti di alleanza in misura così ampia che, al confronto, il ricorso ai mezzi militari fu del tutto marginale.

Non è facile costruire rapporti fondati su accordi e alleanze. Soprattutto quando esistono divergenze religiose e ostilità politiche, quando forze contrapposte intervengono nel mezzo e quando la questione riguarda, in generale, tribù e individui del tutto privi di precedenti rapporti reciproci, quest’opera richiede un’elevatissima abilità politica. Occorre conoscere la condizione, la mentalità e la forza degli interlocutori, comprendere l’equilibrio delle forze esistente in un determinato momento tra le diverse componenti della società, osservare l’influenza e il prestigio dei gruppi contrapposti, individuare condizioni accettabili per ciascuna delle parti e rendere psicologicamente efficaci i negoziati: bisogna soddisfare numerosi requisiti indispensabili di questo genere. In realtà, non si trova altrove un esempio paragonabile alla saggezza politica, alla capacità di leadership e all’abilità diplomatica dimostrate dal Messaggero (pace e benedizioni su di lui) in questo campo. Non se ne trova l’eguale perché, nel costruire rapporti tanto lungimiranti, il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) non permise che fosse arrecato il minimo danno agli ideali islamici, ai propri principi morali o alla propria dignità politica. Altrimenti, la grave morte della moralità provocata nell’ambito diplomatico ha fatto sì che la parola «diplomazia» acquisisse una cattiva reputazione. La politica stessa è ormai diventata qualcosa di indesiderabile. Si dice che la politica non abbia carattere né una parola definitiva. La politica sarebbe come un carro armato che, ovunque passi, avanza calpestando tutti i valori umani. Ma il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) ha completamente trasformato il significato della diplomazia e della politica. Non si è limitato a liberare e purificare queste due attività dalla corruzione; vi ha infuso anche la forza vitale dell’onestà e dell’adorazione. Oggi, leggendo i libri, sembra facile condurre attività politiche e diplomatiche secondo i principi islamici, ottenere in esse risultati straordinari e, attraverso di esse, unire le tribù disperse e radunarle intorno a sé. Ma colui che realizzava concretamente tutto ciò nei deserti dell’Arabia sapeva quanto fosse difficile.

Questo processo di alleanze basate su accordi non solo aveva spianato la strada a una più ampia diffusione dell’Islam, creando possibilità illimitate per gli invitatori musulmani di viaggiare e frequentare liberamente la popolazione, nonché per gli appartenenti alle tribù alleate di mantenere un contatto diretto con Medina; aveva inoltre contribuito ad ampliare l’influenza del movimento islamico, poiché la saggezza politica e la lungimiranza della leadership islamica avevano conquistato la fiducia della popolazione. Per quanto il popolo possa essere devoto e affezionato alle persone pie generate da concezioni religiose e spirituali limitate, e per quanto possa avere fiducia nella loro santità, non affida mai loro le chiavi della guida e dell’autorità nella vita collettiva. La guida e l’autorità nella vita collettiva sono sempre state affidate a coloro che, secondo l’opinione del popolo, possiedono l’idoneità e la competenza necessarie per assumersi responsabilità collettive. Talvolta accade anche che il popolo, lodando entusiasticamente un gruppo, dica: «Sono persone davvero buone, compiono molte opere buone, servono il popolo» e così via. Ma con queste lodi intende dire che tali brave persone sono del tutto incapaci di occuparsi degli affari del mondo. Ascoltando gli elogi della gente, le persone di questa categoria cadono spesso nell’erronea convinzione che l’opinione pubblica sia molto favorevole nei loro confronti. Se l’organizzazione musulmana di allora avesse formato persone che, dal punto di vista religioso, fossero estremamente pie e timorate di Dio, ma incapaci di dimostrare qualsiasi competenza nei problemi politici e sociali del mondo, la reazione del popolo sarebbe stata: «Sono brave persone, dicono cose buone e trattano bene gli altri». Tuttavia, il popolo non avrebbe mai potuto sperare che esse fossero capaci di instaurare un nuovo ordinamento, governare lo Stato e guidare la società. Il movimento islamico non era nato per creare persone «devote ad Allah» che, come individui, fossero soltanto devote ad Allah, buone e ingenue, ma prive della competenza politica necessaria per esercitare autorità nella vita collettiva; persone che il popolo non riconoscesse capaci di offrire una leadership alternativa e migliore e dalle quali non potesse aspettarsi la costruzione di un futuro più luminoso. Quanto più i leader e gli attivisti musulmani creati dal movimento islamico erano devoti e timorati di Allah, tanto più possedevano anche saggezza e competenza politiche. In questo ambito lasciarono testimonianza del proprio valore attraverso le loro stesse opere. In tal modo, la popolazione contemporanea venne gradualmente influenzata dalle capacità di leadership del Messaggero (pace e benedizioni su di lui) e delle forze musulmane operanti sotto la sua guida; Medina continuò a diventare il centro delle loro speranze e, di conseguenza, i loro cuori si aprirono sempre più all’Islam. In sostanza, l’invito alla religione e l’espansione dell’influenza politica erano due attività interdipendenti, e proprio la forza vitale risultante dalla loro unione aveva spinto il movimento islamico verso un’inarrestabile avanzata. Tenendo a mente questa verità fondamentale, esaminiamo ora i rapporti di vasta portata fondati su accordi che il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) aveva instaurato. Li stabilì con estrema rapidità, benché all’epoca i mezzi di comunicazione fossero estremamente difficili.

1. Il patto di Aqaba

Nel contesto dei rapporti fondati su patti, bisogna menzionare innanzitutto il Patto di al-ʿAqaba. Questo patto fu al tempo stesso un impegno religioso e una promessa politica. Nel primo incontro di al-ʿAqaba, un gruppo di giovani pieni di entusiasmo provenienti da Medina riconobbe, stringendo la mano al Messaggero, l’abbondante grazia e la pace di Allah su di lui, di credere nella sua missione profetica. Nel secondo incontro fu incluso anche l’impegno a obbedire alla leadership politica del Messaggero, pace e benedizioni su di lui. Lungo la strada da Mecca a Mina si trovano, ai due lati del percorso, alte pareti rocciose parallele alle montagne. A un furlong da Mina, sulla montagna a sinistra, si può vedere una piccola valle semicircolare. Era proprio quel luogo protetto dove, nel silenzio dell’oscurità notturna, fu concluso il Patto di al-ʿAqaba. A causa della presenza degli ebrei a Medina, gli Ansar conoscevano abbastanza bene la religione rivelata e la successione della profezia. Conoscevano le profezie riguardanti l’ultimo Profeta promesso. Ricordavano anche che gli ebrei li minacciavano dicendo: «Quando arriverà quell’ultimo Profeta promesso, con il suo aiuto vi sconfiggeremo». Così, da un lato, tra gli Ansar era già sorta l’esigenza della guida divina; dall’altro, era nato inconsciamente anche il desiderio di essere i primi a credere in quel Profeta quando sarebbe giunto. Inoltre, erano stanchi della lunga serie di conflitti reciproci tra Aws e Khazraj e aspettavano un’opportunità di pace e sicurezza. Il problema era però che, a causa del precedente ambiente di rivalità, le due tribù non erano disposte ad accettare la leadership l’una dell’altra. Per loro era indispensabile una terza forza. Per tutti questi motivi, quando gli abitanti saggi e amanti della pace di Medina conobbero direttamente il Messaggero, pace e benedizioni su di lui, e ebbero l’opportunità di ascoltare il suo invito, i loro cuori divennero immediatamente desiderosi e impazienti di accoglierlo. Le notizie sulla profezia erano già giunte loro in precedenza. Attraverso il dialogo diretto giunsero a una decisione definitiva. L’effetto del volto avvenente e della personalità del Messaggero, pace e benedizioni su di lui, unito alle sue parole di predicazione, diede forma compiuta a quella rivoluzione interiore. Fu un momento storico: alcuni Ansar, al tempo della prima bayʿa, erano partiti da Medina con l’intenzione di stabilire rapporti di amicizia con i Quraysh. Se tale intento fosse riuscito, la storia del movimento islamico sarebbe stata completamente diversa. Ma all’ultimo momento cambiarono idea. Decisero di allontanare i Quraysh dai loro pensieri e di stabilire un contatto con quel sole nascente di Mecca, che dall’orizzonte dell’alba della storia irradiava nuovi raggi di luce e illuminava l’orizzonte.

Nella prima bayʿa, il Messaggero, pace e benedizioni su di lui, fece loro assumere alcuni impegni riguardanti la fede e la morale. Si impegnarono a non associare nessuno ad Allah, a non rubare, a non commettere adulterio, a non uccidere i propri figli, a non calunniare nessuno e a non disobbedire agli ordini del Messaggero, pace e benedizioni su di lui, in materia di opere virtuose.

Nella seconda bayʿa, gli Ansar aggiunsero queste parole: «Ascolteremo e obbediremo sempre agli ordini del Messaggero, pace e benedizioni su di lui, sia che la situazione sia favorevole o piena di pericoli, sia che un ordine ci piaccia o non ci piaccia, o sia contrario alla nostra opinione. Non entreremo in conflitto con il nostro capo e non temeremo il biasimo di alcun censore».

Con questo breve impegno si stabilì il rapporto politico tra Muhammad, pace e benedizioni su di lui, e gli Ansar, e questo gruppo si trasformò apertamente in un partito politico. Essi accettarono la leadership del Messaggero, pace e benedizioni su di lui, come pienamente degna di essere seguita e imitata. Promisero inoltre che non sarebbero entrati in conflitto con i loro leader né avrebbero intrapreso alcuna iniziativa per usurparne il rango. Fu stabilito il principio della consultazione: in ogni questione sarebbe stato presentato ciò che era corretto e giusto. Quanto alla lotta per instaurare la religione di Allah, si impegnarono a realizzare ogni responsabilità e dovere loro assegnati, ignorando persino le critiche del mondo intero. Era un impegno tale che, qualunque territorio fosse poi passato sotto l’autorità di questo gruppo, se su di esso non vi fosse stata l’autorità di un altro potere politico e la leadership e il potere fossero stati completamente concentrati nelle sue mani, il gruppo si sarebbe immediatamente trasformato in uno Stato.

Insieme a questi punti, fu inoltre stabilito che, dopo l’emigrazione del Messaggero, pace e benedizioni su di lui, a Medina, gli Ansar contraenti lo avrebbero protetto esattamente come proteggevano le proprie mogli e i propri figli. In altre parole, si stabilì anche un patto di unità difensiva tra il Messaggero, pace e benedizioni su di lui, e il gruppo islamico di Medina. Sotto questo aspetto, il valore politico del Patto di al-ʿAqaba aumentò ulteriormente, assumendo un carattere «rivoluzionario».

In seguito, su ordine del Messaggero, pace e benedizioni su di lui, furono nominati dodici rappresentanti, o naqib, per conto dell’organizzazione islamica degli Ansar di Medina; essi sarebbero stati responsabili nei suoi confronti. Oltre alla diffusione e all’espansione dell’invito islamico, furono loro affidate anche responsabilità politiche. Secondo la narrazione di ʿAbdullah ibn Abi Bakr, il Messaggero, pace e benedizioni su di lui, disse a questi naqib: «Sarete responsabili del vostro popolo proprio come gli Hawariyyun, i compagni di Gesù, erano responsabili davanti a lui. E anch’io sono responsabile del mio popolo, cioè degli abitanti della Mecca». (Sira di Ibn Hisham, vol. 2, pp. 36-57; Ahad-e Nabawi ke Maydan-ha-ye Jang, dottor Hamidullah Siddiqi, pp. 7-10.)

Dopo la nomina dei naqib, la struttura amministrativa che si formò a Medina non fu soltanto religiosa, ma divenne anche politica e rivoluzionaria. Una struttura di questo tipo esigeva spontaneamente e naturalmente di trasformarsi in uno Stato quanto prima, anzi alla prima occasione. E così accadde: pochi mesi dopo l’emigrazione del Messaggero, pace e benedizioni su di lui, furono poste le fondamenta dello Stato islamico.

Da ciò si comprende che il movimento islamico, completata l’epoca della predicazione iniziale, entrò nell’epoca statale proprio attraverso un patto, non mediante l’uso della forza militare.

2. Il patto costituzionale

Il secondo patto più importante nella storia del movimento islamico guidato dal Messaggero ﷺ fu il patto che pose le basi dello Stato islamico di Medina. Probabilmente, nella storia del mondo, nessuno Stato è mai stato fondato senza un ricorso maggiore o minore alla forza; la fondazione di uno Stato ideologico è ancora più difficile. Infatti, il suo ideale fondamentale suscita una straordinaria tensione nell’intero ambiente e, quando si cerca di realizzarlo in un contesto sconosciuto e con la collaborazione di persone diverse, diventa inevitabile il sorgere di una situazione di intenso conflitto. Questo patto costituzionale di Medina offre un esempio della saggezza politica, della lungimiranza e delle capacità di leadership del Messaggero ﷺ che non ha eguali. Tra le parti di questo patto erano inclusi i Muhajirun, i musulmani, i mushrik e gli ebrei appartenenti alle due principali tribù degli Ansar, Aws e Khazraj, nonché le tribù ebraiche logorate da reciproci conflitti e scontri.

In realtà, il Messaggero ﷺ conosceva Medina fin dall’infanzia, poiché era la terra della famiglia materna di suo zio. Da bambino vi si era recato e vi aveva soggiornato. Poi, in qualità di chiamante all’Islam, negli ultimi due o tre anni della sua vita alla Mecca, dopo aver stabilito contatti con Medina, aveva studiato da un punto di vista politico la situazione particolare di quella città. Dopo essere emigrato a Medina, colmò anche la mancanza di informazioni dirette e aggiornate sui rapporti reciproci tra i suoi abitanti e su altre questioni. All’epoca la popolazione complessiva di Medina era di circa cinquemila persone, quasi la metà delle quali era ebrea. Tra tutti gli abitanti, il numero dei musulmani, compresi gli Ansar e i Muhajirun, non superava i cinquecento. Con l’appoggio di questa minoranza attiva, sempre vigile, consapevole e ben organizzata, il Messaggero ﷺ portò sotto la propria guida i cinquemila abitanti. Le due principali tribù degli Ansar erano divise in dodici clan e tra loro esisteva un lungo conflitto storico. Anche gli abitanti comuni erano tormentati da scontri e rivalità. Infatti, sia gli arabi sia gli ebrei erano divisi in due gruppi e continuamente nasceva qualche disputa tra le due parti. In questo modo, tutte le comunità erano esasperate da guerre, combattimenti, conflitti e discordie, e aspiravano ardentemente alla pace. Per soddisfare questa sete universale di pace, si fece urgente la necessità di una leadership costruttiva. Poco tempo prima, si stava preparando l’incoronazione di Abd Allah ibn Ubayy per colmare il vuoto di leadership. Ma, non appena udirono parlare del Messaggero ﷺ e della sua da‘wa, l’attenzione degli Ansar si rivolse improvvisamente verso di lui.

Anche la situazione degli ebrei era giunta a tal punto che i loro due grandi gruppi erano internamente divisi in dieci sottotribù e rivali tra loro.

Questi ebrei, lontani dalla terra dei loro antenati, erano tormentati dal timore di vedere annientata la propria esistenza. Poi, quando improvvisamente il Messaggero ﷺ unì a sé gli Ansar e i loro precedenti rapporti di alleanza con gli ebrei cominciarono a interrompersi, gli ebrei ebbero la sensazione che il terreno stesse scomparendo sotto i loro piedi. In questa situazione, il Messaggero ﷺ fece tutto il possibile, sotto la guida della rivelazione di Allah, per conquistare i cuori degli ebrei e attrarre i loro sentimenti migliori. Grazie a questo sforzo, l’ambiente divenne favorevole all’instaurazione di un consenso politico. Il fatto che il Messaggero ﷺ fosse riuscito in così poco tempo a conoscere gli abitanti di Medina di ogni classe, a comprendere i loro interessi, i loro problemi e la loro psicologia, e a guidarli tutti verso un unico obiettivo, lo elevò politicamente a una posizione talmente alta che, anche solo riflettendoci, restiamo smarriti. Il gruppo musulmano possedeva già, sotto la guida di Muhammad ﷺ, un’organizzazione estremamente salda e compatta dal punto di vista della fede e della morale. Inoltre, la bay‘a di al-‘Aqaba lo aveva trasformato in un gruppo politico rivoluzionario. Essendo poi un gruppo idealista, possedeva anche la capacità di svilupparsi e trasformarsi spontaneamente; perciò conquistò facilmente la massima importanza a Medina. Nelle tribù degli Ansar non esisteva alcun ideale alternativo, né una leadership alternativa, poiché la maggior parte dei loro capi era già entrata a far parte del movimento islamico. I mushrik e gli ebrei presenti all’interno di queste tribù, sebbene non fossero affatto pochi, non erano impegnati in attività di opposizione. Erano silenziosi e seguivano i musulmani di spicco. Una o due tribù arabe o ebraiche non avevano grande peso di fronte ai musulmani. Questa composizione della popolazione di Medina era pienamente conforme al piano d’azione del Messaggero ﷺ. Perciò, dopo aver risolto i problemi iniziali, egli edificò l’infrastruttura politica nel giro di pochi mesi. Secondo l’analisi degli orientalisti europei, il patto in questione comprendeva cinquantatré articoli. Alla luce delle testimonianze storiche, è sorta una divergenza su un punto riguardante questo patto. Alcuni sostengono che esso sia stato redatto integralmente nel primo anno dell’Egira. Secondo altri, una parte fu redatta nel primo anno e l’altra dopo la battaglia di Badr. In altre parole, secondo il punto di vista degli storici occidentali, esso consisteva di due parti distinte: gli articoli dall’1 al 23 e quelli dal 24 al 47. Se accettiamo questa seconda opinione, anche in ciò possiamo vedere una prova della saggezza e della lungimiranza politica del Messaggero ﷺ. Il Messaggero ﷺ costituì dapprima l’infrastruttura politica con i Muhajirun e tutti gli Ansar, compresi i non musulmani. In seguito, le tribù ebraiche, mantenendosi isolate, potrebbero essersi sentite deboli e vulnerabili. Politicamente, però, erano precipitate in una condizione di totale estraneità e isolamento. Quando poi videro i musulmani tornare vittoriosi dal campo di Badr, cosa che non avevano mai immaginato, forse pensarono che fosse ancora tempo di assicurarsi un posto adeguato nell’infrastruttura di Medina.

A proposito di questo patto costituzionale, il dottor Hamidullah Siddiqi osserva che nella storia non ne esiste alcun precedente. Esso fu redatto con una competenza politica di altissimo livello e in un linguaggio documentario estremamente prudente. Attraverso di esso, il Messaggero ﷺ ottenne da persone di ogni classe e di tutte le comunità il riconoscimento dei valori ideologici e politici che intendeva affermare. È opportuno discutere qui i punti più importanti di questo documento, affinché se ne possano valutare correttamente il valore e l’importanza politica.

Questo documento inizia con “Bismillahir-Rahmanir-Rahim”. Il suo titolo è: “Questo documento scritto è emanato dal profeta Muhammad, che Allah lo benedica e gli conceda la pace”.

In questo modo, già nel suo incipit furono poste le basi dell’ideologia politica fondamentale dell’Islam. Nell’infrastruttura politica costituita sulla base di questo documento, i musulmani furono posti come elemento centrale. Infatti, all’inizio si afferma:

«I Quraysh e Yathrib sono credenti e musulmani, così come coloro che li seguono, coloro che si uniscono a loro e coloro che partecipano al jihad insieme a loro (per determinare i rapporti tra tutti costoro)»

In essa, come elementi centrali dello Stato, sono menzionati i credenti provenienti dalla Mecca e quelli di Medina. Gli altri otterranno la cittadinanza in quanto loro seguaci. Le tribù ebraiche furono incluse politicamente nella stessa umma come parti contraenti dell’accordo, mediante l’espressione «insieme ai credenti» (articoli dal 25 al 35).

In essa si afferma inoltre che «i credenti sono fratelli gli uni degli altri» (articolo 15). A tutti i musulmani è riconosciuta un’eguale partecipazione alla guerra e alla pace (articolo 17). Ai musulmani è stato impartito l’ordine rigoroso di rimanere uniti nell’attuazione del qisas (l’esecuzione dell’assassino) e di non dare mai rifugio all’assassino. Ciò non deve però sfociare in eccessi, e chi commette un eccesso deve subirne la ritorsione (articoli 19, 21 e 32). Nessun credente può uccidere un credente per vendicare un miscredente. Nessun credente può aiutare un miscredente contro un credente (articolo 14). Anche il più umile dei musulmani può concedere protezione a chiunque, e tutti devono assumersene la responsabilità come di un impegno affidato da Allah (articolo 15). Quando sorge una controversia, bisogna rivolgersi ad Allah e a Muhammad (s.a.w.) per la decisione (articolo 23). È dovere dei credenti timorati di Allah unirsi per contrastare ogni immoralità, crimine e oppressione (articolo 13). Nella parte iniziale si ripete più volte, allo scopo di ravvivare l’ispirazione ideale della Costituzione, che questa o quella tribù musulmana deve osservare, nelle questioni relative al riscatto e simili, la «giustizia» e l’«equità». E ciò deve essere fatto «nel senso comunemente attribuito a tali termini tra i musulmani» (articoli dal 3 al 12). L’espressione islamica di grande importanza «fi sabilillah» è stata inclusa in questa Costituzione (articolo 19). Analogamente, vi sono stati inclusi anche i tre termini «oppressione», «peccato» e «buona azione» (articolo 36). Nella Costituzione è stato inoltre incluso il principio secondo cui i credenti timorati di Allah e moderati seguono la via più retta (articolo 20). Con l’affermazione «è diritto dell’oppresso ricevere aiuto» viene enunciato un autentico principio islamico, che è anche un principio universale dei rapporti umani. Tutte le parti hanno riconosciuto questo principio, ed è stato inoltre dichiarato che Allah assisterà chiunque osservi le disposizioni di questa Costituzione con la massima sincerità e lealtà (articoli 42, 46 e 47).

Si osservi anche con quanta chiarezza le questioni politiche siano state risolte in questo documento. L’area residenziale dei firmatari del documento, cioè la zona centrale della città di Medina, estesa per circa cento miglia quadrate (la descrizione geografica di Medina è stata fornita in precedenza), è stata indicata come il territorio iniziale dello Stato islamico ed è stata dichiarata anche area sacra (articolo 39). Era stato stabilito in anticipo che gli appartenenti alla comunità ebraica che avessero seguito noi avrebbero ricevuto aiuto e gli stessi diritti, con tutti i diritti civili. La clausola in cui ciò veniva dichiarato rifletteva saggezza e lungimiranza politica. Da un lato essa incoraggiava ad abbracciare l’Islam, dall’altro offriva una soluzione a qualsiasi crisi politica (articolo 16). Tutti i firmatari di questo accordo sono stati dichiarati un’unica entità politica: *********** (articolo 1). La più grande dimostrazione di saggezza e lungimiranza politica è rappresentata dal suo articolo 23, che attribuisce esclusivamente ad Allah e al Suo Messaggero Muhammad (s.a.w.) il diritto di dirimere ogni controversia; inoltre, qualora si verifichino conflitti, dispute o omicidi, anche questi devono essere sottoposti ad Allah e al Messaggero di Allah, Muhammad (s.a.w.) (articolo 42). Non si può impedire di vendicare una ferita o un omicidio (articolo 36). La responsabilità per l’oppressione dell’oppressore e per il crimine dell’assassino ricade esclusivamente sull’autore del reato o sulla sua famiglia (in precedenza ne era responsabile l’intera tribù dell’autore), e non su altri (articoli 25 e 26). Ogni tribù è stata considerata l’unità iniziale dell’infrastruttura politica e, riconoscendo tale realtà, su di essa è stata edificata la base del governo centrale.

In materia di difesa, si stabilì che, qualora Yathrib fosse stata attaccata, sarebbe stato necessario che le parti firmatarie si prestassero aiuto reciproco (articolo 44). Se qualcuno fosse entrato in guerra contro una delle parti firmatarie dell’accordo, sarebbe stato dovere di tutti i firmatari aiutare sinceramente la parte firmataria contro di lui (articolo 37). Attraverso una clausola, questo documento affidava inoltre al Messaggero (s.a.w.) l’autorità in materia di difesa. Vi si dichiarava che nessuno avrebbe intrapreso attività militari senza il permesso del Messaggero (s.a.w.) (articolo 36). I partecipanti non avrebbero avuto alcuna responsabilità per la lotta religiosa propria di una delle parti (articolo 45). Qualora i partecipanti fossero stati invitati a una tregua, anch’essi avrebbero concluso la tregua insieme a tutti gli altri (articolo 45). Per impedire definitivamente qualsiasi possibilità di alleanza con i Quraysh, fu fatto accettare a tutti anche il principio secondo cui nessun cittadino politeista non musulmano di Medina avrebbe garantito ai Quraysh la sicurezza delle loro persone e dei loro beni, né avrebbe ostacolato alcun credente in questa materia (articolo 20). Non si sarebbe concesso rifugio ai Quraysh né a chi avesse dato loro rifugio (articolo 43). Quanto al finanziamento delle spese militari, il Messaggero (s.a.w.) aggiunse con grande saggezza la clausola secondo cui ogni parte avrebbe sostenuto autonomamente le spese della propria guerra (articoli 37-44). Egli sapeva infatti che gli ebrei sarebbero stati restii a versare la propria quota e che, qualora un fondo comune fosse finito nelle loro mani, lo avrebbero sottratto.

In ambito economico, da un lato la responsabilità del pagamento del prezzo del sangue per un omicidio e del riscatto dei prigionieri di guerra fu attribuita, secondo la consuetudine araba, alla tribù della persona interessata. Analogamente, il peso del debito di chi aveva perso la capacità di ripagarlo fu reso collettivo.

Quanto alla libertà religiosa, si stabilì che i musulmani avrebbero mantenuto la religione dei musulmani e gli ebrei quella degli ebrei (articolo 25). In realtà, la nazione musulmana costituiva un’unica entità tanto sul piano religioso quanto su quello politico, e su di essa gravava una duplice responsabilità. Tuttavia, nell’ambito dei rapporti puramente politici, a tutte le parti partecipanti fu concessa la libertà di seguire la propria religione. (Sīrat Ibn Hisham, vol. 2, pp. 119-123; Ahde Nebevî Ka Nizâme Hukûmrânî, dott. Hamidullah Siddiqi, pp. 76-111).

Esaminate ora le disposizioni sopra citate come sintesi del documento e riflettete su ciascuna parte: con quanta abilità e saggezza il Messaggero (s.a.w.) stabilì il proprio ideale come fondamento della Costituzione dello Stato islamico multinazionale di Medina, affermando la propria leadership e autorità sotto ogni aspetto, militare e giudiziario. Stabilì che affrontare i Quraysh fosse una responsabilità collettiva di tutti e ottenne da tutti il consenso ad accettarlo. Inoltre, prevenne in anticipo numerose possibili minacce. Va ricordato che questo accordo aveva il valore di un documento costituzionale. Nessuno dei suoi firmatari aveva il diritto di separarsi dall’accordo o di violarlo a proprio piacimento. In tal caso, avrebbe perso proprio quei diritti civili che erano sorti, entro i confini di questo Stato islamico, come conseguenza dell’accordo. Per questo motivo, contro le tribù ebraiche che in seguito calpestarono completamente questo accordo furono adottate esattamente le misure spettanti ai ribelli e ai traditori.

A questo proposito, è necessario comprendere il significato dell’obbligatorietà dell’Egira alla luce di questa prova. Uno degli scopi principali per cui l’Egira fu resa obbligatoria era rafforzare ulteriormente la nazione musulmana sulla quale si fondava lo Stato islamico di Medina. È vero che, se nel sistema tribale arabo i musulmani fossero rimasti dispersi qua e là, uno o due per luogo, il loro destino avrebbe potuto essere tale che, dopo aver opposto qualche resistenza e aver sostenuto alcuni scontri, alla fine sarebbero stati assorbiti dalla società jāhilita oppure sarebbero morti sotto il peso dell’oppressione e della persecuzione. Anche per questo era indispensabile raccogliere ogni musulmano e riunirlo in un’organizzazione compatta. Inoltre, per la stabilità dello Stato islamico di Medina, era necessario che tutti i musulmani isolati giungessero a Medina da ogni luogo e vi si radunassero. In seguito, quando nessuna delle due necessità rimase più, fu annunciato: «Dopo il conseguimento della vittoria completa, non vi è più bisogno dell’Egira». In altre parole, quando l’intera Penisola Arabica divenne la “terra dell’Islam” (Dār al-Islām), passò sotto l’autorità di Medina e per coloro che avevano abbracciato l’Islam non rimasero più assedi od ostacoli in alcuna regione, fu revocato l’obbligo di emigrare a Medina.

Sulla base di questo patto furono istituiti lo Stato islamico di Medina e la leadership di Muhammad. Per la prima volta, i musulmani ebbero l’opportunità di diffondere liberamente l’invito all’Islam in un’area di cento miglia quadrate abitata da cinquemila persone. Il potere politico dell’Islam presente in quella zona favoriva spontaneamente l’attività di invito. Inoltre, la presenza del governo islamico aiutò i musulmani a estendere l’invito anche nei dintorni di Medina.

3. I patti con diverse tribù

Parallelamente al tentativo di trasformare Medina in un’unità politica e di porre le basi dello Stato islamico, il Messaggero di Allah si adoperò anche per riunire le tribù circostanti. Inviò per due o tre volte delegazioni composte dai nobili Compagni. Nel dodicesimo mese dell’Egira, cioè nel mese di Safar, il Messaggero di Allah si recò personalmente a Waddān (un luogo sulla strada da Medina alla Mecca). Qui concluse un patto con la tribù dei Banū Ḥamza, o Banū Ḍamra. Per conto di quella tribù, ʿAmr ibn Fahshī al-Ḍamrī firmò il patto. (Ibn Hishām, vol. II, pp. 4–223; Zād al-Maʿād, vol. I, p. 334; Raḥmat li-l-ʿĀlamīn, vol. I, p. 138).

In precedenza, un gruppo di Emigranti si era spinto fino alla vicina località di ʿĪs, creando così condizioni favorevoli all’instaurazione di rapporti d’amicizia. (Rasūl-e Akram ṣā. kī Siyāsī Zindagī, dott. Ḥamīdullāh Ṣiddīqī, p. 359). Poi, nel mese di Rabīʿ al-Awwal del secondo anno dell’Egira (il tredicesimo mese dell’Egira), il Messaggero di Allah si recò nuovamente nella zona di Buʿāṭ (una delle montagne di Juhayna nella regione di Yanbuʿ). Anche con gli abitanti di quella località si svolsero proficue trattative e furono instaurati rapporti d’amicizia. (Raḥmat li-l-ʿĀlamīn, vol. I, p. 139; Zād al-Maʿād, p. ivi). In seguito, nel mese di Jumādā al-Thāniya, si recò a Dhū al-ʿUshayra (nella regione di Yanbuʿ). Lì si protrassero a lungo le discussioni con i Banū Mudlij e i loro alleati, i Banū Ḍamra, e anche con loro fu concluso un patto. (Ibn Hishām, vol. II, p. 239; Raḥmat li-l-ʿĀlamīn, vol. I, p. 139).

Secondo alcuni storici antichi, in seguito a tutti questi patti, quelle tribù e quelle regioni erano divenute di fatto parte della struttura statale di Medina. Ne è prova il fatto che alcune disposizioni e alcuni termini di quei patti coincidono con quelli del patto costituzionale, cioè del patto di Medina. Tuttavia, anche qualora non si accetti questa opinione riguardo alla primissima epoca dell’Egira, non vi è dubbio che in seguito la tribù di Juhayna fu tra le prime ad abbracciare l’Islam. Una grande delegazione di mille uomini giunse a Medina, incontrò il Messaggero di Allah e promise la propria collaborazione. Essi parteciparono anche a diverse guerre. Il registro dei rapporti dello Stato islamico con i diversi rami di questa tribù ne costituisce una prova. Per esempio, il Messaggero di Allah concesse per iscritto ai Banū Jurmuz (un ramo dei Juhayna) un documento di pace e sicurezza. A un altro ramo dei Juhayna, i Banū Shamākh o Shāk, assegnò stabilmente l’intero loro territorio come concessione. Analogamente, concesse ad ʿAwjāʾa ibn Ḥarmal al-Juhanī una concessione nei pressi della sua residenza, Dhū al-Mirra. Quando, a causa del patto di Ḥudaybiyya, Abū Baṣīr e i suoi compagni non ebbero più la possibilità di recarsi a Medina, emigrarono dalla Mecca e si stabilirono in questa zona costiera. Non è improbabile che capi come ʿAjūzār li aiutassero e che, con l’aiuto della popolazione locale, ostacolassero le carovane dei Quraysh. (Siyāsī Zindagī, dott. Ḥamīdullāh Ṣiddīqī).

I rapporti progredirono ulteriormente e, grazie ai contatti reciproci, l’attività di invito continuò. Il risultato fu che le tribù divennero nel loro insieme portatrici del vessillo del movimento islamico. Conosciamo il racconto della conversione all’Islam di ʿUqba al-Juhanī. Verso la fine della vita del Messaggero di Allah fu firmato un nuovo patto di pace con i Banū Jurmuz, i Banū al-Ḥarqa e ʿAmr ibn Maʿbad. In esso furono stabilite, come per le altre tribù musulmane, condizioni secondo cui si dovevano compiere correttamente la preghiera e la zakāt, versare regolarmente un quinto del bottino, interrompere i rapporti con gli oppositori dell’Islam e rinunciare agli interessi sui prestiti. Già nell’epoca della profezia era stata costruita a Medina anche una moschea intitolata alla tribù di Juhayna. Ciò dimostra che un gran numero di membri della tribù di Juhayna aveva abbracciato l’Islam ed era giunto a Medina.

I Banū Ghifār erano una delle tribù nelle quali un gran numero di persone aveva abbracciato l’Islam già molto tempo prima. Questa tribù fu influenzata da uno dei suoi membri, il giovane esemplare Abū Dharr al-Ghifārī. Poco prima della battaglia di Badr firmarono un patto con il Messaggero di Allah. Il punto fondamentale del patto era: «Essi sono musulmani e i loro doveri e responsabilità sono uguali a quelli dei musulmani». Sebbene una parte del patto tenesse conto dei membri non musulmani di questa tribù, a mio parere essa era di fatto divenuta parte dell’infrastruttura sociale di Medina. Non vi è quindi motivo di non considerare il loro territorio sottoposto alla giurisdizione di Medina.

Un ramo dei Banu Damra era quello dei Banu Ghifar e un altro quello dei Banu ʿAbd ibn ʿAdi. Quest’ultima tribù viveva proprio entro i confini del Sacro Santuario. Sebbene questo ramo mantenesse, suo malgrado, rapporti di conciliazione con i Quraysh, instaurò rapporti di alleanza con il governo musulmano. Essi stabilirono rapporti di alleanza con il Messaggero, pace e benedizioni su di lui, in ogni questione tranne una: quella esclusa era combattere contro i Quraysh.

La tribù dei Banu Ashjaʿ era un ramo della tribù dei Banu Ghatafan. Anch’essi vivevano nelle regioni adiacenti alla grande via commerciale. Quando, a causa del blocco della grande via, il commercio dei Quraysh si arrestò, la loro economia ne risentì. Infatti, queste tribù si sostentavano prestando servizio alle carovane commerciali. Costretta dalla crisi economica, la loro delegazione giunse a Medina. In seguito, prima della battaglia del Fossato, abbracciarono l’Islam e firmarono un trattato. A firmare il trattato a loro nome fu Nuʿaym ibn Masʿud. Nuʿaym ibn Masʿud entrò a far parte del movimento islamico proprio durante la battaglia del Fossato. Per questo, al momento della stipula del trattato, l’intera tribù non aveva abbracciato l’Islam. Tuttavia, il contenuto del trattato si può comprendere già da una sola frase. La frase era:

*********** «Fu instaurato un rapporto ampio e fondato sull’aiuto e sul bene reciproco.» Un ramo di questa tribù, i Banu ʿAmir, ottenne dal Messaggero, pace e benedizioni su di lui, una licenza di monopolio per assistere le carovane durante le loro soste. Anche a uno dei capi dei Banu ʿAmir fu assegnato un feudo prima della battaglia del Fossato.

Ora parlerò delle alleanze instaurate dopo la battaglia del Fossato. La tribù dei Khuzaʿa discendeva dai Qahtaniti dello Yemen e aveva numerosi rami. Vivevano sparsi nei dintorni della Mecca. Ad eccezione dei Banu al-Mustaliq, la maggior parte dei rami di questa tribù intratteneva buoni rapporti con i musulmani. Una delle ragioni principali era che ʿAbd al-Muttalib manteneva con loro rapporti amichevoli. Approfittando del trattato di Hudaybiyya, questa tribù abbandonò apertamente i Quraysh e strinse un’alleanza con il governo islamico di Medina. Grazie a questa alleanza, da un lato la tribù informò il Messaggero, pace e benedizioni su di lui, dei preparativi dei Quraysh per la battaglia degli Ahzab, ossia la battaglia del Fossato. Dall’altro lato, prima della conquista della Mecca, il Messaggero, pace e benedizioni su di lui, mandò loro una lettera assicurando che non avrebbero subito alcun danno. Egli comunicò loro anche che i Banu Kilab e i Banu Hawazin avevano abbracciato l’Islam. Prima che giungesse il momento stabilito, tuttavia, queste due tribù furono vittime delle ingiustizie e delle persecuzioni dei Banu Bakr, e proprio tali ingiustizie e persecuzioni divennero la causa della conquista della Mecca.

I Banu Aslam erano un ramo della tribù dei Khuzaʿa. Dal salvacondotto concesso loro dal Messaggero, pace e benedizioni su di lui, si comprende che avevano abbracciato l’Islam relativamente presto e che erano divenuti fedeli allo Stato islamico. Una parte di loro emigrò a Medina e vi si stabilì. Il loro capo, al-Husayn ibn Aws, ricevette anch’egli dal Messaggero, pace e benedizioni su di lui, un feudo. Ciò costituisce una prova della solidità dei rapporti di alleanza e dimostra inoltre l’integrazione delle zone collegate a Medina.

A nord di Tabuk vivevano le tribù dei Judham, dei Qudaʿa e degli ʿAdhra; con le loro attività ostili avevano creato non pochi problemi al governo islamico. Avevano depredato ogni cosa appartenente all’inviato di Medina. In seguito furono adottate misure punitive contro di loro. Per errore, anche alcune persone innocenti furono coinvolte in tali misure. Esse giunsero a Medina per presentare una protesta e ricevettero un risarcimento. In questo modo si aprì anche la via ai rapporti. Tra le lettere del Messaggero, pace e benedizioni su di lui, che sono state rinvenute, ve n’è una indirizzata a Rifaʿa ibn Zayd al-Judhami. In essa viene intimato un ultimatum estremamente severo. Nella lettera, indirizzata a questo capo, si avvertiva l’intera sua tribù: o avrebbero accolto l’invito all’Islam e si sarebbero uniti al partito di Dio e del Suo Messaggero, oppure, se avessero rifiutato l’invito, avrebbero potuto vivere al sicuro per due mesi. Alla fine, gli eventi si svilupparono nel modo seguente: dopo il ritorno del Messaggero, pace e benedizioni su di lui, da Tabuk, nel nono anno dell’Egira, Malik ibn ʿAmir al-Judhami giunse a Medina, incontrò il Messaggero e ottenne un salvacondotto. Questo documento menzionava soltanto condizioni applicabili alle tribù musulmane; vale a dire che essi avevano abbracciato l’Islam. Analogamente, durante una spedizione, un capo dei Qudaʿa, Barida ibn al-Hasir, incontrò il Messaggero, pace e benedizioni su di lui, fuori Medina e ottenne un salvacondotto, promettendo al Messaggero che la sua tribù avrebbe abbracciato l’Islam.

Nel sesto anno dell’Egira, il Messaggero, pace e benedizioni su di lui, inviò ʿAbd al-Rahman ibn ʿAwf presso la tribù dei Kalb in una missione di invito all’Islam. Il risultato fu proprio quello che aveva sperato. Il capo di quella tribù, per manifestare la propria fedeltà e consolidare i rapporti, diede in sposa sua figlia a ʿAbd al-Rahman ibn ʿAwf. Allo stesso modo, il Messaggero, pace e benedizioni su di lui, emanò un salvacondotto anche a nome di Haritha ibn Butun, il capo neomusulmano della tribù dei Malb, nei dintorni di Dumat al-Jundal. Fu concluso anche un trattato di pace con Ukaidir, il governatore di Dumat al-Jundal. Esistono tuttavia divergenze di opinione sul fatto che egli avesse abbracciato l’Islam oppure fosse riuscito a mantenere il proprio incarico di capo accettando di pagare la jizya senza abbracciare l’Islam. In seguito, comunque, si ribellò e fu ucciso per mano di Khalid. Più tardi, la sua fortezza e le sue terre furono affidate all’autorità del suddetto capo dei Kalb, Haritha ibn Qutun.

Prima che gli abitanti di Ta’if abbracciassero l’Islam in massa, Sardar ibn ʿAbd Allah al-Yamani entrò a far parte del movimento islamico. Il Messaggero, pace e benedizioni su di lui, gli affidò il comando militare per condurre operazioni in quella regione. Con il permesso del Messaggero, egli pose l’assedio alla fortezza di Juras. In seguito a questo assedio fu concluso un trattato di pace e Abu Sufyan fu nominato governatore di Ta’if.

Nell’ottavo anno dell’Egira, ʿAmr ibn al-ʿĀṣ si recò presso la tribù dei Banū Iz​​d, residente nella città di Oman, portando la lettera di invito all’Islam del Messaggero (pace e benedizioni su di lui). Due uomini, chiamati ʿUbayd e Jaʿfar, erano i loro capi. I Banū Izd abbracciarono l’Islam.

Parleremo in seguito delle tribù che, nell’anno dell’arrivo in massa delle delegazioni, inviarono spontaneamente delegazioni per abbracciare l’Islam o, almeno, per sottomettersi all’autorità del governo di Medina.

Inoltre, ovunque, in seguito a una spedizione militare, un gruppo manifestasse il desiderio di sottomettersi o di stipulare un trattato, gli veniva immediatamente concessa tale opportunità. La politica permanente dello Stato di Medina era che, ogni volta che una persona impegnata in guerra esprimesse il desiderio di stipulare una tregua, la sua volontà sarebbe stata rispettata. Diverse tribù, dopo essere scese sul campo di battaglia, o accettarono la sottomissione e la subordinazione politica, oppure abbracciarono l’Islam. A questo proposito è significativo il caso degli ebrei di Khaybar e delle zone circostanti. Dopo essere stati sconfitti, quando desiderarono rimanere sul posto, fu loro permesso di restare a condizioni stabilite.

Esaminando tutti questi avvenimenti, non si può fare a meno di riconoscere che evitare gli scontri e instaurare rapporti di amicizia era il principio più importante dell’attività del governo di Medina. A questo scopo esisteva un apposito settore. Il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) e i suoi compagni si impegnarono molto e compirono numerosi viaggi per questo settore. Tali attività sono una vivida prova dell’atteggiamento pacifico dello Stato islamico. Inoltre, pur conoscendo le esigenze e le richieste di uno Stato ideologico in questa materia, il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) mostrò una tale liberalità nella definizione della politica da accettare, da parte delle tribù che non avevano abbracciato l’Islam, anche la sola amicizia politica. In diversi casi nominò personalmente governanti o capi non musulmani, oppure li mantenne nelle loro cariche. Anche questo aveva lo scopo di ridurre al minimo la possibilità di conflitti. In seguito, però, alla luce di molte amare esperienze, fu necessario giungere alla decisione che, almeno la porzione di territorio considerata il centro principale dell’Islam, dovesse essere liberata dagli elementi ostili, affinché i suoi dintorni rimanessero sacri e pacifici. Altrimenti, il loro tradimento avrebbe finito per provocare una catastrofe.

Esaminando i rapporti di amicizia sopra descritti, si constata che, ovunque sia giunto l’Islam, lo Stato di Medina ha ottenuto spontaneamente l’obbedienza politica. Analogamente, ovunque siano stati instaurati rapporti di amicizia politica, poco dopo vi è stata issata anche la bandiera dell’Islam. La ragione è evidente. Quando le tribù ebbero maggiori occasioni di frequentare i musulmani di Medina, rimasero affascinate dopo aver visto con i propri occhi le straordinarie caratteristiche dell’ordinamento di vita islamico; inoltre, gli operatori del movimento islamico trovarono presso di loro un ambiente pacifico per svolgere l’attività di invito all’Islam. Fu proprio grazie all’unità tra religione e politica che fu possibile, in pochi anni, tingere dei colori dell’Islam un’area di un milione-un milione e duecentomila miglia quadrate.

 

Il trattato di Hudaybiyyah

Nella storia del movimento islamico guidato dal Messaggero (pace e benedizioni su di lui), il trattato di Hudaybiyyah è un evento che ha prodotto il cambiamento più importante nel corso degli avvenimenti. Grazie a questo evento, il movimento islamico ebbe l’opportunità di espandersi d’un balzo fino a raggiungere una dimensione universale. Questo episodio dimostrò la massima lungimiranza e sagacia politica del Messaggero (pace e benedizioni su di lui): egli riuscì con tanta facilità a indurre il peggiore e più spietato nemico in guerra a venire a un’intesa, legandogli le mani per diversi anni.

Quando gli ebrei esiliati per i crimini di ribellione e tradimento si recarono a Khaybar, Tayma e Wadi al-Qura, dove crearono le proprie roccaforti, Medina si trovò ad affrontare contemporaneamente due nemici. L’alleanza tra i Quraysh e gli ebrei aveva portato un gran numero di truppe aggressive davanti a Medina. Dopo essere uscito indenne dalla battaglia del Fossato, il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) si trovò davanti a un problema complesso: come spezzare l’alleanza tra questi due nemici. Nella situazione attuale, se avesse attaccato in direzione della Mecca, gli ebrei di Khaybar e i Banū Ghatafān avrebbero potuto attaccare Medina. Il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) riuscì a prevedere con estrema precisione che, tra questi due nemici, la roccaforte degli ebrei di Khaybar poteva essere distrutta con un solo colpo. Allo stesso tempo, sarebbe stato possibile indurre facilmente i Quraysh della Mecca a stipulare una tregua. In realtà, la forza dei Quraysh era ormai vuota dall’interno. Per quanto si vantassero esteriormente, non disponevano di una grande capacità di resistenza. Inoltre, nella Mecca e nei suoi dintorni il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) aveva alcuni sostenitori. Alcune sue iniziative avevano ulteriormente rafforzato questi sostenitori. Durante i giorni della carestia, il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) aveva inviato alla Mecca derrate alimentari e denaro contante, conquistando un’immensa popolarità tra la popolazione povera del luogo. Per questo Abū Sufyān aveva detto: «Ora Muḥammad (pace e benedizioni su di lui) vuole sviare in questo modo la nostra gente». Il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) aveva intrapreso anche un’altra iniziativa: aveva sposato Umm Ḥabība (che Allah sia soddisfatto di lei), la figlia del più importante capo della Mecca, Abū Sufyān. Questo matrimonio portò risultati politici estremamente importanti. Comunque, ora era necessario intraprendere un’altra iniziativa, in qualunque modo, e il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) si stava impegnando al massimo per riuscirvi.

D’altra parte, vi era anche il grave problema che i musulmani avevano lasciato la Mecca da quasi sei anni. La questione non si limitava all’amore per la patria natale, ma era anche legata alla Kaʿba, il centro della predicazione del profeta Ibrāhīm, pace su di lui. I musulmani stavano rinnovando proprio questa predicazione abramitica. Pertanto, non era possibile per loro rimanere per sempre separati da questo centro ideologico. I Quraysh continuavano a non concedere il permesso di recarsi alla Mecca e, a quanto pareva, la soluzione di questo conflitto avrebbe richiesto molto tempo. Per questo motivo, l’emotività dei musulmani diventava sempre più inquieta e ardente. Era diventato necessario affermare il diritto della comunità islamica sul Sacro Santuario.

Nel frattempo, il Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui, ricevette in sogno l’indicazione di compiere il Hajj. Non appena ebbe ricevuto tale indicazione, con la sua incomparabile saggezza adottò il programma migliore nel momento migliore e lo attuò nel modo migliore. Decise di compiere la ʿUmra nel mese sacro del Hajj, portando con sé una grande carovana. Portò con sé soltanto coloro che desideravano partire spontaneamente. In tutto, lo accompagnarono millequattrocento musulmani. Nominò Numayla ibn ʿAbdullah al-Laythī governatore ad interim di Medina e lasciò una grande parte dei musulmani a protezione della città. Portò con sé settanta cammelli destinati al sacrificio. Non vennero portate armi. La partenza avvenne nel più assoluto silenzio. Giunti a Dhū al-Hulayfa, gli animali destinati al sacrificio furono contrassegnati.

Da un lato, questo viaggio era un viaggio religioso. Dall’altro, comprendeva spontaneamente anche un importante aspetto politico. Questa sintesi e compenetrazione tra religione e politica è presente nell’intera storia della vita del Messaggero, pace e benedizioni su di lui. Inoltre, è del tutto lecito includere attività terrene o iniziative politiche in un viaggio per il Hajj. Perciò, questo viaggio verso il Hajj si presentò ai Quraysh come una grande sfida. Se non si fosse impedito a questi viaggiatori diretti al Sacro Santuario di raggiungerlo, ciò avrebbe significato che la Mecca sarebbe stata aperta per sempre ai musulmani. Inoltre, l’arrivo del Messaggero, pace e benedizioni su di lui, e dei suoi compagni al Sacro Santuario avrebbe potuto produrre un effetto profondissimo sull’animo degli abitanti della città. L’arrivo di questi promotori della rivoluzione islamica avrebbe ravvivato il movimento islamico nei cuori degli abitanti della Mecca. La gente avrebbe anche cominciato a dire che la formidabile potenza dei Quraysh era ormai finita. Ciò risultò evidente in seguito anche dalle parole di Suhayl ibn ʿAmr, il rappresentante della Mecca, durante le discussioni relative al trattato di pace. Egli disse: «Se vi lasciassimo entrare nella Kaʿba, tutti gli Arabi direbbero che vi abbiamo aperto la strada per paura della vostra forza».

Il Messaggero, pace e benedizioni su di lui, aveva già appreso ogni cosa lungo il cammino. Una spia khuzāʿita di nome Bashīr ibn Sufyān giunse in un luogo chiamato ʿUsfān e riferì che i Quraysh stavano predisponendo la resistenza. Avevano giurato che non avrebbero mai permesso a Muḥammad, pace e benedizioni su di lui, di entrare alla Mecca. Per impedirglielo, Khālid era giunto fino a Qurā al-Ghamīm con un gruppo di cavalieri. Udito ciò, il Messaggero disse: «Questa è la sventura dei Quraysh. Combattendo continuamente, hanno esaurito le proprie forze. Che difficoltà avrebbero avuto se si fossero fatti da parte e mi avessero lasciato solo a trattare con tutti gli Arabi? Se gli Arabi mi avessero ucciso, avrebbero realizzato il loro desiderio. E se io avessi prevalso, avrebbero potuto, se avessero voluto, abbracciare tutti l’Islam. Altrimenti, avrebbero conservato la loro forza e avrebbero potuto combattere allora. Se non mi concederanno questa opportunità, giuro su Allah che combatterò fino all’ultimo istante con la Verità suprema con cui Egli mi ha inviato: o questa Verità suprema trionferà, oppure mi verrà recisa la testa». Con queste parole egli lasciò intravedere la possibilità di una tregua, lanciò anche un ultimatum e accennò alla situazione in declino dei Quraysh.

D’altra parte, anche se fossero riusciti a fermare la carovana dei pellegrini, la reputazione dei Quraysh ne sarebbe stata danneggiata. Si sarebbe diffusa la cattiva fama che avevano impedito l’esercizio di un diritto religioso. E, se avessero condotto il primo attacco, sarebbero stati accusati di aver violato le norme dei mesi sacri. Tutti sapevano che, da parte del Messaggero, pace e benedizioni su di lui, era stato mostrato pieno rispetto per la santità del Sacro Santuario e che essi viaggiavano disarmati esclusivamente per compiere la ʿUmra. Il fatto che non portassero armi e che gli animali destinati al sacrificio fossero stati contrassegnati testimoniava chiaramente la natura del loro viaggio. Si può dire che i Quraysh si erano trovati circondati da una situazione estremamente complessa. In quel momento delicato, il loro capo supremo, Abū Sufyān, si trovava lontano. Per quanto i Quraysh si vantassero e si mostrassero arroganti, soltanto il Messaggero, pace e benedizioni su di lui, possedeva la saggezza necessaria per capire che non avevano altra scelta se non stipulare una tregua. È proprio la saggezza di una valutazione accurata a poter cambiare una situazione. È così che si riconosce il vero valore della saggezza e dell’intuizione di un uomo d’azione.

I Quraysh, spinti dalla loro antica ostinazione e testardaggine, radunarono rapidamente le tribù alleate, in particolare gli Aḥābīsh, nel luogo chiamato Baldah.

Immediatamente ebbero inizio le attività diplomatiche. Per primo venne a incontrare il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) il capo della tribù dei Khuzāʿa, Budayl ibn Warqa (che era benevolmente disposto verso l’Islam), accompagnato da alcuni compagni importanti. Il Messaggero di Allah gli disse: «Siamo venuti soltanto per visitare la Sacra Kaʿba. Non abbiamo intenzione di combattere. I Quraysh sono accecati dalla brama di guerra, mentre dalla guerra non otterranno altro che danni. Che male ci sarebbe se i Quraysh stipulassero con noi una tregua per alcuni anni?». Così il Messaggero di Allah espose fin dall’inizio la sua posizione reale. Budayl andò a parlare con i Quraysh e disse loro: «Non agite precipitosamente. Muhammad (pace e benedizioni su di lui) non è venuto per combattere, ma semplicemente per compiere la visita». I giovani irascibili non erano disposti ad ascoltare alcuna ragione. Gli anziani, invece, ascoltarono tutto. Poi inviarono il capo degli Ahābīsh, Ulays ibn Alqama. Quando vide le mandrie degli animali destinati al sacrificio pascolare nei campi, il suo atteggiamento cambiò. Andò dai Quraysh e disse apertamente che non era giusto impedire a quei pellegrini di passare. «Anche noi non siamo venuti con questo scopo», aggiunse. Il capo degli Ahābīsh fu calmato con queste parole: «Concedici almeno l’opportunità di far accettare le nostre condizioni». In seguito i Quraysh inviarono come rappresentante ʿUrwa ibn Masʿūd al-Thaqafī. Giunto lì, ʿUrwa disse: «O Muhammad! Se distruggi la gente della tua stessa tribù, non sarà certo un’azione degna di lode. Hai radunato e portato con te una schiera di facinorosi; quando tra pochi giorni ti abbandoneranno, resterai solo». Udito ciò, Hazrat Abū Bakr al-Siddīq si adirò e rimproverò ʿUrwa con parole piuttosto dure. Secondo l’uso arabo, mentre parlava in tono confidenziale, ogni volta che ʿUrwa portava la mano verso la barba del Messaggero di Allah, Hazrat al-Mughīra ibn Shuʿba gliela allontanava, colpendola con la punta della spada. Il Messaggero di Allah espose la propria posizione anche davanti a ʿUrwa. Profondamente colpito dall’ambiente che aveva visto, ʿUrwa tornò indietro. Al suo ritorno disse: «Non ho mai visto nemmeno alla corte di un re una scena d’amore e obbedienza verso il capo come quella che ho visto qui. I compagni di Muhammad (pace e benedizioni su di lui) non esitano a dare la vita per lui. Sono pronti a morire al suo minimo cenno. Davanti a lui nessuno osa neppure parlare a voce alta». La reazione di ʿUrwa mostra che la vera fonte della forza del movimento islamico è il profondo amore e la lealtà che il gruppo nutre verso il proprio capo. Il vero fondamento della forza del movimento islamico è l’amore unito alla lealtà. Amore e lealtà, combinati, generano una forza invincibile. Quando in un gruppo esiste un simile ambiente, esso rende gli avversari deboli e terrorizzati. Qui non regna semplicemente l’atmosfera di un’istituzione democratica, nella quale tutti si impegnano a confutare gli argomenti altrui. Il presidente non nutre alcun rapporto sincero con i membri, né i membri avvertono alcun legame del cuore verso il presidente. Si considera sufficiente la sola obbedienza esteriore allo statuto e ai regolamenti. Nei gruppi in cui prosperano invettive contro il capo, maldicenze, denigrazione, sussurri e complotti sempre nuovi, regna un’atmosfera così sporca che solo a pensarci si prova disgusto. All’interno dell’organizzazione islamica regna un’atmosfera di benevolenza, obbedienza, devozione e amore. Qui la personalità di ogni membro ha la sua importanza. Tuttavia il capo rimane il centro dell’amore di tutti. Altrimenti, da un lato non si creerebbe tra loro un’atmosfera di misericordia e amore e, dall’altro, l’organizzazione islamica non si trasformerebbe in una parete d’acciaio. Sul campo di Hudaybiyya queste caratteristiche dell’organizzazione islamica risplendevano pienamente. Per questo la scena aveva profondamente colpito l’animo di ʿUrwa, che espresse tale reazione ai principali esponenti della Mecca.

Per portare avanti questo dialogo, il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) inviò Kharrāsh ibn Umayya dai Quraysh. L’ambiente anarchico e turbolento della Mecca era già di per sé presente. La gente turbolenta uccise il cammello sul quale Kharrāsh era giunto alla Mecca cavalcando per conto del Messaggero di Allah. Egli stesso riuscì a tornare indietro salvandosi la vita a stento. In seguito fu inviato Hazrat ʿUthmān (che Allah si compiaccia di lui). Un gruppo di facinorosi era uscito per osservare la situazione. Provocarono i musulmani in vari luoghi e lanciarono contro di loro frecce e pietre. Furono arrestati. Tuttavia il Messaggero di Allah, mirando al bene superiore, li lasciò liberi. In breve, i Quraysh desiderosi di combattere cercavano in un modo o nell’altro di provocare una guerra. Ma Allah «trattenne le mani di entrambe le parti». Di conseguenza l’atmosfera di pace rimase intatta e il tentativo di preservarla ebbe successo. I Quraysh trattennero Hazrat ʿUthmān e il suo ritorno tardò molto. A causa di una serie di eventi infausti e indesiderati, si diffuse la voce che Hazrat ʿUthmān fosse stato martirizzato. Il Messaggero di Allah radunò immediatamente i musulmani e raccolse da loro l’impegno a combattere fino alla morte, se necessario. Disse: «Se la notizia è vera, non torneremo a casa senza combattere contro di loro». La vita di Hazrat ʿUthmān quel giorno era diventata estremamente preziosa. Infatti, secondo le parole del Messaggero di Allah, la situazione era questa: «ʿUthmān è andato ad assolvere l’incarico affidatogli da Allah e dal Suo Messaggero». Egli chiamò una delle proprie mani «la mano di ʿUthmān», vi pose sopra l’altra mano in sua vece e disse: «Presta il giuramento». I suoi compagni erano già impazienti per l’emozione. Con assoluta sincerità si affrettarono, quasi saltando, a prestare il giuramento di fedeltà e l’impegno. Quel momento improvviso era un’occasione propizia per accrescere la fede e formare il carattere; in quel frangente i musulmani si elevarono a un livello tanto alto che il Messaggero di Allah disse: «Oggi siete i migliori tra tutti gli uomini del mondo». Grazie allo slancio della fede e alla sincerità di quel momento, ottennero il compiacimento di Allah. Soltanto un ipocrita, Jif ibn Qays, fu privato della fortuna di quel momento. Nella vita dei soldati della verità si presentano molti momenti simili, e le anime degli uomini devoti ne traggono forza. I millequattrocento musulmani ricevettero immediatamente, senza versare una sola goccia di sangue, la ricompensa del loro impegno a combattere fino alla morte. Informati della notizia, i Quraysh rimandarono subito Hazrat ʿUthmān. In realtà, anche loro desideravano evitare il combattimento.

Dalla Mecca giunse Miqrāz ibn Hafs. Guardate quanto il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) fosse abile nel riconoscere le persone. Appena lo vide da lontano, disse: «Ecco che arriva un imbroglione». In altre parole, fece capire che da quell’uomo non sarebbe stato possibile ottenere una soluzione corretta a nessuna questione.

Alla fine i Quraysh inviarono Suhayl ibn ʿAmr. Appena lo vide, egli comprese che erano ormai pronti a stipulare una tregua. Si svolsero importanti colloqui sulle condizioni. Infine fu convocato Hazrat ʿAlī (che Allah si compiaccia di lui) per redigere il trattato.

Il trattato veniva redatto in un momento così delicato che bastava una parola perché sorgesse il rischio di un’esplosione di tensione. All’inizio del trattato, quando il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) ordinò di scrivere «Bismillāh al-Raḥmān al-Raḥīm», Suhayl disse: «Che cosa significa “al-Raḥmān al-Raḥīm”? Secondo la nostra consuetudine, si scriva soltanto “Bismika Allāhumma” (Nel Tuo nome, o Allah)». Il Messaggero di Allah accettò anche questa richiesta. Poi disse: «Scrivi: “Il seguente trattato è stipulato tra Muhammad, il Messaggero di Allah, e Suhayl ibn ʿAmr”». Suhayl obiettò: «Se vi riconoscessi come Messaggero di Allah, forse combatterei contro di voi? Scrivete soltanto il vostro nome e il nome di vostro padre». Hazrat ʿAlī aveva già scritto «Muhammad, il Messaggero di Allah». Ora non riusciva a cancellare le parole «il Messaggero di Allah», ritenendo che farlo sarebbe stata una grave mancanza di rispetto. Il Messaggero di Allah prese il foglio, cancellò personalmente quelle parole e al loro posto scrisse «Muhammad ibn ʿAbdullāh».

Vedendo tutte queste insolenti provocazioni di Suhayl, i compagni del Messaggero ﷺ stavano diventando febbrilmente agitati. Tuttavia, per rispetto verso il Messaggero ﷺ, mantenevano la calma. A quel punto si cominciarono a mettere per iscritto le seguenti condizioni:

– Le due parti avrebbero rispettato una tregua e un accordo di pace per dieci anni.

– I musulmani sarebbero tornati indietro quell’anno e sarebbero venuti l’anno successivo per visitare la Kaʿba. In quell’occasione sarebbero rimasti nel Sacro Recinto soltanto tre giorni, portando spade nel fodero.

– Le tribù arabe avrebbero potuto stringere un’alleanza con la parte che preferivano, tra le due parti.

– Le carovane commerciali dei Quraysh avrebbero goduto di piena sicurezza nel passare attraverso i confini di Medina.

– Se qualcuno dei Quraysh fosse andato a Medina senza autorizzazione, sarebbe stato riconsegnato. Se invece un musulmano fosse venuto alla Mecca, non sarebbe stato riconsegnato.

Quest’ultima condizione provocò tra i musulmani una terribile agitazione. Se si considera l’intero contesto psicologico, si comprende che fosse naturale che tra i musulmani sorgessero un’agitazione e un’eccitazione di questo genere. Innanzitutto, in quella fase, un simile accordo compromissorio era un evento estremamente raro. I Quraysh avevano espulso così tante persone dalle loro case, avevano imposto la guerra ai musulmani, ancora allora impedivano loro di entrare nel Sacro Recinto e respingevano gli animali destinati al sacrificio: per i musulmani era davvero molto difficile stipulare così improvvisamente una tregua e un’intesa con quegli idolatri aggressori e persecutori. Fino ad allora avevano appreso, riguardo agli infedeli, questo principio fondamentale: «Tra noi e voi sono sorte inimicizia e odio perpetui, e continueranno finché non crederete nell’unico Allah»; e: «Combatteteli finché la sedizione e il disordine non siano stati eliminati e l’obbedienza non sia stata riservata interamente ad Allah». Conoscevano soltanto questa formula semplice e diretta: la parola, o il messaggio, di Allah deve stare in alto, mentre quella degli infedeli deve stare in basso. Non sapevano che potesse esserci spazio per un compromesso tra la verità e la falsità. In realtà, se si accetta un ideale in modo puramente teorico e filosofico, il discorso è diverso. Ma se lo si deve portare nel mondo reale e lottare per esso, allora bisogna adottare misure diverse alla luce del tempo, delle opportunità e della situazione delle forze proprie e avversarie. Non è possibile continuare a camminare a occhi chiusi, sempre alla stessa velocità e lungo una linea perfettamente diritta. In certi punti bisogna fermarsi, in altri bisogna cambiare direzione per due passi, e in altri ancora bisogna arretrare di due passi per cercare una nuova strada. Per sconfiggere progressivamente i diversi tipi di nemici, diventa inevitabile, di volta in volta, giungere a un compromesso temporaneo con alcuni di loro. Questa ampia realtà storica era visibile soltanto al Messaggero ﷺ; lo sguardo della comunità musulmana non era capace di spingersi così lontano. Inoltre, quando davanti a loro furono cancellate le parole «Nel nome di Allah, il Misericordioso, il Compassionevole» e «Messaggero di Allah», non poteva non scatenarsi una tempesta nelle loro emozioni. E quando furono imposte quelle condizioni inique e ingiuste, divenne difficile per loro conservare la pazienza e l’autocontrollo. Né i Quraysh né i musulmani comprendevano le vie che il Messaggero ﷺ stava cercando di aprire, attraverso questo accordo, per risolvere problemi di enorme importanza. Nel corso delle attività dei grandi movimenti, talvolta giungono momenti delicati in cui aumenta la distanza psicologica tra il gruppo e il leader quanto alla comprensione dei problemi futuri. Lo sguardo del leader si spinge molto lontano, mentre il gruppo si preoccupa soprattutto delle questioni più vicine. Sono proprio questi i momenti di crisi, e solo in tali rare circostanze una democrazia eccessivamente formalistica può rivelarsi pericolosa. In situazioni simili, soltanto una leadership che goda della massima fiducia e collaborazione dell’opinione pubblica e che non abbia alternative può adempiere correttamente alle proprie responsabilità e ai propri doveri. Una leadership sincera e stabile di questo tipo conduce il gruppo verso importanti successi grazie soltanto alla propria forza morale. Il gruppo può poi convincersi della logica delle decisioni e delle iniziative del leader osservando gli sviluppi successivi degli eventi e delle circostanze.

Il problema fu che, proprio in quella situazione complessa, Abu Jundul, figlio del rappresentante dei Quraysh Suhayl, arrivò dalla Mecca con le catene ai piedi. Era stato picchiato e torturato. Si presentò davanti al Messaggero ﷺ e ai Compagni. Suhayl ibn ʿAmr disse: «Secondo le condizioni proposte, Abu Jundul è il primo uomo che dovete rimandare indietro». Il Messaggero ﷺ disse: «Il trattato non è stato ancora firmato. Lasciate dunque che la questione di Abu Jundul rimanga fuori dal suo ambito». Suhayl rispose: «Allora non può esserci alcun accordo». In seguito il Messaggero ﷺ spiegò con parole gentili: «Va bene, lasciate che venga con me a Medina per amor mio». Suhayl non accettò. Costretto dalle circostanze, il Messaggero ﷺ accettò questa ingiusta richiesta nell’interesse superiore. A quel punto Abu Jundul si rivolse ai musulmani riuniti e disse: «Fratelli musulmani, mi state rimandando dagli idolatri, mentre essi mi tortureranno per farmi rinunciare alla fede». La supplica di Abu Jundul era, in quell’atmosfera, estremamente capace di suscitare agitazione. Ma il Messaggero ﷺ diede allora un esempio di incomparabile sangue freddo. Spiegò ad Abu Jundul con parole miti: «Abbiamo accettato una certa disposizione nel trattato. Ora non possiamo violare il trattato. Allah l’Altissimo aprirà una via di liberazione per te e per gli altri oppressi. Abbi ancora un po’ di pazienza». L’agitazione e l’eccitazione dei musulmani stavano crescendo sempre più, fino a raggiungere il culmine. Tutta l’opposizione ai Quraysh accumulata nei cuori dei musulmani sembrava essersi concentrata nella sola persona di ʿUmar, gettandolo nello smarrimento. Non si trattava di una questione legata a un interesse personale di ʿUmar. Erano l’amore appassionato per la verità e l’orgoglio islamico a renderlo inquieto. In questo stato di agitazione, dapprima discusse con Abu Bakr e poi con il Messaggero ﷺ come segue:

Omar, che Allah si compiaccia di lui: «O Messaggero di Allah, non sei forse il Messaggero di Allah?»

Il Messaggero di Allah, pace e benedizioni di Allah su di lui: «Certamente. Sono il Messaggero di Allah.»

Omar: «Allora non siamo forse musulmani?»

Il Messaggero, pace e benedizioni di Allah su di lui: «Perché non dovremmo esserlo?»

Omar: «Allora essi non sono forse politeisti?»

Il Messaggero di Allah, pace e benedizioni di Allah su di lui: «Perché non dovrebbero esserlo?»

Omar: «Allora perché dovremmo stipulare un trattato accettando una posizione subordinata riguardo all’Islam?»

Il Messaggero, pace e benedizioni di Allah su di lui: «Sono il servo di Allah e il Suo Messaggero. Non ho disobbedito ad alcun Suo ordine. E Allah non mi priverà del Suo aiuto.»

Hazrat Umar rimase effettivamente in silenzio a quel punto. Tuttavia, la sua agitazione emotiva non si placò per molto tempo. Il trattato fu redatto e Hazrat Umar vi appose la propria firma come testimone, dando così un indimenticabile esempio di obbedienza. Sebbene non fosse soddisfatto delle condizioni, attraverso la firma manifestò il suo atteggiamento: poiché il Messaggero di Allah (s.a.) aveva preso una decisione, non ci si poteva ribellare contro di essa.

Dopo la firma del trattato di Hudaybiyya, il Messaggero (s.a.) ordinò ai Compagni di compiere il sacrificio e di radersi i capelli. Ma, a causa dell’agitazione, della tristezza e del dolore, nessuno si mosse. Diede l’ordine una seconda volta, ma anche allora non accadde nulla. Lo impartì una terza volta, e ancora la situazione rimase invariata. Da ciò si può comprendere quale crisi psicologica e quale impasse si fossero create perfino nel gruppo addestrato direttamente dal Messaggero (s.a.). Questo episodio mostra anche quanto varie possano essere le situazioni che sorgono nell’ambito delle attività umane. Vedendo quella situazione, il Messaggero (s.a.), profondamente addolorato, si ritirò nella propria tenda. Si lamentò con Umm al-Mu’minin Hazrat Umm Salama: «Che cosa è successo alla gente, perché l’ordine che ho dato non è stato eseguito?». Hazrat Umm Salama (r.a.) lo consolò e disse: «Sono addolorati per le condizioni del trattato. Esci, compi il tuo sacrificio e raditi i capelli». Il Messaggero (s.a.) si alzò, uscì, compì il sacrificio e si rase i capelli. Questo gesto concreto ristabilì l’obbedienza tra tutti i membri della comunità. Eppure la situazione era ancora tale che sembrava volessero divorarsi a vicenda. Comunque, fu una questione temporanea e passeggera, che presto si risolse.

Da ciò si comprende quanto il Messaggero (s.a.) non abbia esitato ad affrontare situazioni estremamente difficili per portare avanti la guerra e creare un clima di intesa e conciliazione, arrivando persino a sacrificare a questo scopo i sentimenti profondi, puri e sinceri del suo amatissimo gruppo.

Con questo trattato egli ottenne diversi vantaggi molto importanti. Primo: si creò la possibilità di una libera frequentazione tra musulmani, politeisti e gli arabi comuni. La gente cominciò a recarsi da una parte all’altra. Parenti che da molti anni non avevano avuto occasione di incontrarsi poterono riunirsi e stare insieme. I musulmani ebbero l’opportunità di conoscere e confutare le false idee che i politeisti avevano diffuso alla Mecca riguardo al Messaggero (s.a.) e ai musulmani. Cominciarono a rispondere alle domande della gente. Ebbero l’occasione di informare la gente comune sui propri progressi spirituali, psicologici, morali, materiali e intellettuali. La predicazione dell’Islam cominciò a essere discussa apertamente casa per casa. Durante questo periodo di pace successivo alla tregua, l’Islam si diffuse così rapidamente che, nei soli due anni successivi alla tregua di Hudaybiyya, molte più persone abbracciarono volontariamente e con gioia l’Islam di quante lo avessero fatto complessivamente nei precedenti diciotto o diciannove anni. Persino giovani energici come Khalid ibn al-Walid e Amr ibn al-As entrarono nella comunità islamica proprio dopo questa tregua.

Il secondo vantaggio ottenuto fu che, liberatisi dalle guerre, i musulmani poterono concentrarsi sulla riforma psicologica e morale della comunità e sulla riorganizzazione amministrativa dello Stato. Dopo aver raggiunto la sicurezza sul fronte interno, ebbero anche l’opportunità di invitare all’Islam i governi stranieri.

Il terzo vantaggio fu che il governo di Medina poté sentirsi al sicuro rispetto ai Coreisciti mentre si preparava a eliminare la ribellione degli ebrei di Khaybar. Subito dopo la tregua di Hudaybiyya, il governo islamico riuscì a risolvere questo problema.

Il quarto vantaggio fu che tutte le tribù arabe divennero libere. Qualunque tribù lo desiderasse poteva offrire sostegno e collaborazione al governo di Medina. Si aprì così una nuova porta, attraverso la quale molte persone potevano entrare nell’Islam oppure aiutare e sostenere i musulmani. I Coreisciti, tuttavia, non erano in grado di opporsi. Proprio approfittando di questa opportunità, la tribù dei Banu Khuza’a stabilì rapporti con il governo islamico.

Rientra anch’esso nel quarto vantaggio il fatto che, appena un anno dopo, i musulmani si recarono alla Mecca con grande pompa per visitare la Kaaba; e, secondo la profezia del Corano, ciò avvenne in un clima di completa sicurezza e assenza di timore.

Pertanto si può affermare senza esitazione che indurre alla tregua nemici irriducibili come i Quraysh fu il più notevole miracolo della politica del Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui). Accettando apparentemente una certa concessione su una delle condizioni, il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) ottenne successi e vantaggi che i Quraysh non avrebbero potuto neppure immaginare in quel momento. Avrebbero mai potuto pensare che Khaybar, la base militare degli Ebrei loro alleati, sarebbe caduta di lì a poco e che i Quraysh sarebbero rimasti isolati? D’altra parte, chi avrebbe potuto prevedere che l’Islam avrebbe attirato un numero così enorme di persone, che avrebbe esteso la propria influenza persino nella stessa città della Mecca e che la forza dei Quraysh sarebbe scesa al di sotto del livello di allora? In realtà, questo trattato conferì all’Islam la forza rivoluzionaria necessaria per conquistare la Mecca nel giro di pochi anni.

Durante il viaggio di ritorno a Medina fu rivelata la sura al-Fath. In essa Allah annunciò ai musulmani la buona novella, ripercorrendo gli eventi passati e lasciando intravedere le opportunità future: presto avreste riportato la vittoria in una guerra (la battaglia di Khaybar), nella quale avreste ottenuto molte ricchezze come bottino; poi avreste conseguito successi e vittorie straordinari, che fino ad allora erano stati completamente fuori dalla vostra portata. Vi si affermava inoltre che, sebbene anche allora foste in grado di sconfiggere i politeisti della Mecca, i quali sarebbero certamente fuggiti, tra loro vi erano molti uomini e donne che avevano accettato l’Islam all’insaputa dei Quraysh ed erano interiormente vostri sostenitori. Se fosse scoppiata la guerra, sarebbero stati costretti a venire a combattervi e voi, non riconoscendoli, li avreste colpiti. Fu dunque una speciale benevolenza di Allah aver protetto entrambe le parti dallo scontro. Ciò fu tanto più significativo perché i miscredenti avevano dato una manifestazione estremamente sfacciata dell’orgoglio dell’ignoranza, non avevano tollerato neppure le parole “il Misericordioso, il Clemente” e “il Messaggero di Allah”, e avevano mostrato un’estrema ostinazione nella questione di Abu Jundul. Quando una delle parti segue una via così tortuosa, anche l’altra non riesce facilmente ad adottare un atteggiamento mite e pacato. Ma il fatto che Allah Onnipotente avesse fatto discendere fermezza sul Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) e sui musulmani, avesse dato loro controllo sulle emozioni e li avesse mantenuti nel timore di Dio e nella moderazione, era una grazia di Allah. Eravate degni di comportarvi in questo modo di fronte ai politeisti. Altrimenti, se anche voi vi foste agitati, sarebbe scoppiato lo scontro e avreste perso le opportunità e i successi che si stavano facilmente ottenendo.

La sura al-Fath inizia con le parole: “Innā fataḥnā laka fatḥan mubīnan”, cioè: “Ti abbiamo concesso una vittoria evidente”. Umar chiese stupito: “È davvero una vittoria evidente?”. Il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) rispose: “Sì, è una vittoria evidente”. In realtà, alla luce del corso degli eventi, la tranquillità e la soddisfazione della ragione e della coscienza arrivarono molto più tardi. In quel periodo Umar, per l’emozione che aveva manifestato a causa del suo sincero sostegno all’Islam, continuò per lungo tempo a chiedere perdono ad Allah compiendo atti di culto volontari. Questo è il segno della sincerità. Quanto ad Abu Bakr, anche nei momenti di agitazione generale egli rimaneva fermo e tranquillo. Questa varietà di temperamenti tra i membri di un’organizzazione umana conferisce all’organizzazione una particolare struttura ed equilibrio. A un’estremità vi è la solennità siddiqita, all’altra il vigore e la fermezza faruqita.

Ascoltate ora come la clausola che avevano aggiunto al trattato e che quasi li aveva spinti a suonare i tamburi per la gioia della vittoria finì per diventare la causa della loro rovina. Innanzitutto, a causa di essa aumentò il numero di coloro che nella Mecca abbracciavano segretamente l’Islam, poiché, secondo il trattato, era loro preclusa la via per recarsi a Medina. Di conseguenza, la forza dei Quraysh cominciò a svuotarsi dall’interno. D’altra parte, accadde un fatto grave. Abu Basir, che aveva accettato l’Islam, riuscì in qualche modo a fuggire dalla Mecca e a raggiungere Medina. I Quraysh inviarono due uomini per riportarlo indietro. Il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui), rimanendo fermo nel principio di rispettare il trattato, riconsegnò Abu Basir. Lo consolò dicendogli: “Allah troverà per voi una via d’uscita”. Ridotto all’estremo, Abu Basir tornò indietro. Durante il tragitto riuscì ad avere la meglio su uno dei due uomini inviati dai Quraysh, lo uccise con la sua stessa spada e tornò nuovamente a Medina. Anche il secondo uomo venne a Medina per protestare. Abu Basir spiegò al Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui): “Voi avete mantenuto la vostra promessa e mi avete consegnato al nemico. Ma non volevo gettarmi nelle mani dei politeisti e mettere in pericolo la mia fede. Perciò ho agito sotto la mia esclusiva responsabilità. Voi non avete alcuna colpa in merito. Allah mi ha salvato”. Il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) disse: “Se quest’uomo riuscirà a radunare alcune persone, farà scoppiare una guerra”. Abu Basir pensò che forse sarebbe stato nuovamente mandato alla Mecca. Perciò uscì segretamente da Medina, raggiunse un luogo chiamato Is e si stabilì lì, sulla costa. In seguito giunse là anche Abu Jundul. Poi altri cominciarono a lasciare la Mecca e a recarsi sulla costa. Gradualmente si formò lì un gruppo di settanta uomini. Essi avevano un contrasto ideologico con gli abitanti della Mecca e, poiché erano stati personalmente vittime di soprusi e persecuzioni, nutrivano anche desiderio di vendetta. Non erano cittadini dello Stato di Medina, perciò non erano tenuti a rispettare il trattato. Costituivano un “fronte islamico indipendente”. Cominciarono a sferrare attacchi di guerriglia contro le carovane commerciali dei Quraysh, mettendoli in grande difficoltà. Alla fine furono gli stessi Quraysh a chiedere che la loro clausola preferita fosse eliminata dal trattato. Dopo di ciò, il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) chiamò quei giovani a Medina. Nel frattempo si aprì anche la via alla migrazione dei nuovi musulmani dalla Mecca.

Un grave problema sorse quando Umm Kulthum, figlia del celebre capo della Mecca Uqba ibn Abi Muayt, emigrò a Medina. I suoi due fratelli, Ammara e Walid, si presentarono per riportarla indietro. La questione fu sottoposta al Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui), che, per ordine di Allah, rifiutò di rimandare Umm Kulthum. Consegnare una donna musulmana al nemico non equivale a consegnargli un uomo musulmano. Il rifiuto del Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) aveva un valore morale. Pertanto, quando i due fratelli tornarono dopo aver fallito, i Quraysh accettarono la questione. Poiché, insieme a questo rifiuto, il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui), in ottemperanza alle disposizioni della sura al-Mumtahana, aveva adottato anche altre decisioni — per esempio, che ogni musulmano dovesse divorziare dalla moglie miscredente rimasta alla Mecca e che la dote matrimoniale dovesse essere restituita da entrambe le parti — nel complesso questa decisione era piaciuta ai Quraysh.

Questa è la storica tregua di Hudaybiyya, che dal punto di vista dei risultati fu una grande vittoria. Indurre i Quraysh a stipulare questo trattato e superare tutti i suoi complessi livelli fu una dimostrazione della saggezza politica e dell’intelligenza da leader del Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui). Attraverso di essa, anche i musulmani delle generazioni successive continueranno ad apprendere fino al Giorno della Resurrezione. Questa tregua è un esempio incomparabile dell’abilità politica del Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) e una sua straordinaria impresa.

La Umrat al-Qada

Nel trattato di Hudaybiyya era stato stabilito che quell’anno i musulmani sarebbero tornati indietro e che l’anno seguente sarebbero venuti a compiere la visita. Di conseguenza, nel settimo anno dell’Egira, il Messaggero, pace e benedizioni su di lui, partì verso Mecca insieme ai suoi Compagni. Anche questo viaggio, nella sua fase iniziale, aveva carattere religioso, ma nella fase successiva assunse un carattere politico. Di conseguenza, l’ambiente ne fu profondamente influenzato e, per questo motivo, l’influenza dell’Islam non crebbe soltanto a Mecca: in tutta l’Arabia si diffuse un sorprendente effetto psicologico, poiché ai musulmani era stato concesso di entrare liberamente a Mecca.

Partirono duemila persone, con cento cavalli e sessanta cammelli (secondo un’altra versione, ottanta). Le armi furono portate riposte nei loro foderi. In base al trattato, i Quraysh furono costretti a lasciare completamente libero il Santuario Sacro per tre giorni. Alcuni oppositori irriducibili lasciarono la città e si rifugiarono sulle montagne lontane, per non dover assistere a quella scena. Ma gli abitanti comuni di Mecca, donne e bambini, stavano in file a osservare il compimento dell’umra da parte della forza islamica rivoluzionaria.

Al momento dell’ingresso, ʿAbd Allāh ibn Rawāha avanzava tenendo le redini della cavalcatura del Messaggero, pace e benedizioni su di lui, e cantando un canto rivoluzionario. Le parole del canto erano le seguenti:

«Entriamo nel nome di Colui all’infuori della cui religione non esiste altra religione. Entriamo nel nome di Colui del quale Muhammad, pace e benedizioni su di lui, è il Messaggero.»

«O figli degli infedeli, fatevi da parte dal suo cammino. Il Misericordioso Allah ha insegnato nel Suo Libro:

La lotta intrapresa sulla Sua via è la lotta migliore. O mio Signore, io credo nella Tua parola.»

Attraverso il canto veniva predicata la chiamata dell’Islam. Eppure, per molti anni, Mecca era stata privata del suono di quella chiamata. In esso si parlava anche del jihād. Vi veniva pronunciato anche quel nome amatissimo di Allah, «il Misericordioso», che i Quraysh non riuscivano affatto a sopportare. Vi veniva inoltre proclamata la missione profetica di Muhammad, pace e benedizioni su di lui. Alle forze avverse all’Islam veniva detto, con parole significative: «Fatevi da parte dal cammino del Messaggero e smettete di ostacolarlo». Quel giorno a Mecca non c’era nessuno che potesse opporsi. Il trattato di Hudaybiyya aveva chiuso loro mani e bocca.

Il Messaggero, pace e benedizioni su di lui, ordinò ai membri del suo gruppo di camminare con il petto in fuori e il collo eretto, e di compiere il tawāf procedendo a gruppi separati, affinché fosse smentita la calunnia secondo cui gli emigrati si erano indeboliti a causa della fame e della febbre. Era infatti necessario intimorire il nemico quel giorno. Il Messaggero, pace e benedizioni su di lui, disse: «Che Allah abbia misericordia di chi oggi mostra la propria forza davanti agli infedeli». Per questo motivo, dal rukn al-yamānī fino a prendere e baciare il rukn al-aswad, egli procedeva con passo umile e lento, a piedi, e mentre si trovava in quel tratto gli spettatori non riuscivano a vedere coloro che compivano il tawāf. Poi, nel tratto successivo, procedeva con una corsa leggera, ed era proprio in quel tratto che i compienti il tawāf potevano essere visti. Da ciò si comprende che, di fronte agli avversari, bisogna impegnarsi affinché non venga resa manifesta alcuna forma di debolezza dei combattenti dell’Islam, anche qualora si tratti di debolezza fisica; al contrario, si dovrebbe terrorizzare gli oppositori mostrando splendore e forza. Questa è un’importante tattica della politica islamica. È una tattica così importante che vi si prestava attenzione persino nel Santuario Sacro e durante il tawāf. Questa dimostrazione di forza non deve essere definita arroganza o superbia. Al contrario, è un’opera meritoria. In una situazione simile, se si mostra umiltà, il risultato sarà opposto. Queste piccole prove e testimonianze dimostrano quanto profondamente il Messaggero, pace e benedizioni su di lui, osservasse le esigenze politiche del suo tempo e quanta importanza attribuisse al loro soddisfacimento. Questa politica non era necessaria per la sua posizione personale, bensì per l’instaurazione dei principi islamici di giustizia. Per questo era un atto pienamente religioso, e ogni sua attività costituiva un atto di culto.

Riflettete su quali pensieri agitassero le menti degli uomini, delle donne e dei bambini della Mecca mentre osservavano questa assemblea degli invitatori alla vera religione. Certamente pensavano: ecco davanti a noi il frutto dell’Islam, la cui origine è stata la Mecca. Poi i luoghi storici come la grotta di Hira, la grotta di Thawr, la casa di Arqam, il passo di Abu Talib e an-Nadwa sembravano levarsi davanti a loro e dire: «Guardate quanto è grande e nobile questo gruppo di uomini pii. Quanto siete rimasti inferiori e spregevoli rispetto a loro!»

Ogni granello di polvere dei vicoli della Mecca diceva: «Ecco il gruppo dei pazienti, quelli che avete tormentato per anni senza alcuna colpa. Guardate dove sono arrivati oggi, da dove si trovavano!» Il primo annuncio pubblico della professione di fede di Hazrat Abu Dharr al-Ghifari nel recinto della Kaʿba e il suo pestaggio, il grido «Ahad, Ahad» di Hazrat Bilal nel deserto della Mecca e le atroci torture, nonché il ricordo della cospirazione di Dar an-Nadwa per assassinare il Messaggero (pace e benedizioni di Allah su di lui), sembravano emergere uno dopo l’altro e dire: «Guardate quanti cambiamenti ha portato oggi in ogni direzione la predicazione di quel grande uomo, vittima delle vostre persecuzioni e delle vostre cospirazioni!» Tredici anni di storia facevano affluire ricordi da ogni parte. Forse le anime dei familiari perduti a Badr e Uhud apparivano davanti a loro avvolte in mantelli vermigli e li supplicavano: «O abitanti della Mecca, svegliatevi anche voi, cambiate anche voi, andate avanti e lasciatevi trasportare da questa corrente incessante di santità!»

Da una parte, la gente era rimasta profondamente colpita vedendo il culto dei musulmani. Dall’altra, era rimasta ammirata anche dal loro livello morale. Infatti, un numero così grande di persone aveva soggiornato nella città della Mecca per tre giorni. Eppure, nonostante l’inimicizia più aspra, non era stato arrecato il minimo danno alla vita o ai beni di alcun abitante della Mecca. Le case che i politeisti avevano chiuso a chiave prima di allontanarsi erano rimaste intatte e sicure, proprio come le avevano lasciate.

Tra i sostenitori dell’Islam, coloro che si trovavano alla Mecca nascondendo la propria fede devono certamente aver provato grande sollievo alla vista di quella scena, mentre le loro emozioni si riempivano di nuova forza. In loro si era risvegliata una nuova speranza. Gli oppositori, invece, si erano sentiti completamente messi alle strette. Davanti ai loro occhi era apparso un futuro oscuro.

Questa assemblea di uomini pii rimase nella città della Mecca per tre giorni. Il quarto giorno, Suhayl ibn ʿAmr e Khuwaytib ibn ʿUzza andarono dal Messaggero (pace e benedizioni di Allah su di lui) e dissero: «Sono già trascorsi tre giorni. Ora lasciate il mio territorio». Il Messaggero (pace e benedizioni di Allah su di lui) stava conversando con alcuni Ansar. Saʿd ibn ʿUbada non riuscì a tollerare il modo in cui Suhayl parlava. Disse: «Maledetto, questa terra non è tua, né di tuo padre. Noi non ce ne andremo mai». Per riportare alla normalità l’atmosfera tesa, il Messaggero (pace e benedizioni di Allah su di lui) adottò un tono alquanto scherzoso. In quel periodo aveva sposato Umm al-Muʾminin Hazrat Maymuna. Richiamando quell’argomento, disse: «Guardate, qui ho celebrato un matrimonio. Che male c’è nell’organizzare un banchetto per l’occasione? Mangeremo anche noi e voi vi unirete a noi». Ma ciò non cambiò minimamente la durezza del loro atteggiamento. Dissero: «Non abbiamo bisogno di banchetti o cose simili. Andatevene». Cos’altro potevano dire? Si accorsero che l’intero ambiente si stava deteriorando. A causa della loro ostinazione, il Messaggero (pace e benedizioni di Allah su di lui) ordinò al suo gruppo di mettersi in viaggio. Al momento della partenza, all’improvviso la figlia bambina di Hazrat Hamza ibn ʿAbd al-Muttalib arrivò correndo e, gridando «Ya Amin, ya Amin» («Zio, zio»), si aggrappò al Messaggero (pace e benedizioni di Allah su di lui). Che scena straziante! Il Messaggero (pace e benedizioni di Allah su di lui) prese con sé la bambina e la affidò a sua zia. Questa zia era la moglie di Zayd ibn Haritha.

Si può ricordare che, durante il ritorno da Hudaybiyya, al Messaggero (pace e benedizioni di Allah su di lui) era stato chiesto: «Avevate detto che saremmo andati al Santuario Sacro e avremmo compiuto il tawaf. Ma ciò non è avvenuto». Il Messaggero (pace e benedizioni di Allah su di lui) aveva risposto: «Quando ho mai detto che avremmo compiuto il tawaf proprio quest’anno?» In realtà, nell’anno del trattato di Hudaybiyya, cioè nel sesto anno dell’Egira, sarebbe stato possibile recarsi al Santuario Sacro e compiere il tawaf, ma non con la solennità di quest’anno: sarebbe avvenuto in mezzo allo spargimento di sangue. Compiere lʿumra con grande solennità e in condizioni normali è un atto estremamente benedetto.

In seguito, quando questo avvenimento fu discusso tra le altre tribù arabe, si può affermare senza alcun dubbio che l’opinione pubblica era cambiata rispetto a prima. La gente aveva certamente capito che i musulmani erano entrati a testa alta proprio nella Mecca dalla quale erano stati scacciati. I Quraysh, che avevano cancellato i musulmani dalla faccia della terra, avevano dimostrato la propria incapacità stipulando un trattato con loro. Pertanto, la popolazione era certamente giunta alla conclusione che il futuro del paese sarebbe rimasto sotto il controllo dello Stato di Medina. In tal modo, l’accettazione dell’Islam da parte dell’opinione pubblica era ulteriormente aumentata. In una parola, si può dire che anche ʿUmrat al-Qaḍāʾ aveva contribuito allo sviluppo e alla crescita dell’Islam.

 

L’influenza del jihad sull’opinione pubblica

Abbiamo già dimostrato con grande vigore che il vero confronto tra il movimento islamico e la jāhiliyya non si è svolto sul campo di battaglia, bensì nell’arena più ampia dell’opinione pubblica. Questo confronto è durato diciotto o vent’anni, e proprio in questa arena più ampia si è pronunciato il verdetto finale. Ciò, tuttavia, non significa che il jihād armato non abbia avuto alcun ruolo nel determinare tale verdetto finale.

Un forte messaggio di da‘wa è senza dubbio un elemento importante e necessario per la riforma, la correzione e la ricostruzione. Tuttavia, nella vita collettiva, finora non si è verificata alcuna rivoluzione i cui promotori non siano stati capaci di dimostrarsi forti, superiori e vittoriosi anche sul piano concreto, e di ricorrere con successo alla forza nel momento necessario per rimuovere gli ostacoli dal cammino e annientare la resistenza ispirata da cattive intenzioni. La religione riguarda soltanto una piccola parte della vita umana. Se si desidera limitarsi esclusivamente a questa religione, non è necessaria un’attività maggiore della predicazione, dell’esortazione e dell’educazione spirituale. Qualunque sia il sistema statale e sociale vigente e in qualunque modo si svolgano le attività sociali ed economiche, può comunque esistere la possibilità di instillare nella mente delle persone alcune buone ‘aqīda e convinzioni. Si possono insegnare loro formule di invocazione, pratiche devozionali, mantra, amuleti, wazīfa, suppliche e simili, e si possono anche adornare in parte con virtù quali umiltà, mitezza, misericordia e compassione. Le religioni che costruiscono una piccola dimora di pace e sicurezza all’interno dei peggiori sistemi sociali sono in realtà il prodotto dell’istinto di fuga dell’essere umano. Dopo aver commesso grandi crimini nella vita collettiva e perpetrato torture raccapriccianti, l’individuo cerca di soddisfare il proprio dio e la propria coscienza turbata facendo leva sulla religione personale e sulla spiritualità. Le ferite che si producono nella coscienza quando si opera all’interno di un sistema sociale e statale fondato sull’errore e sull’oppressione, e quando si guadagna da vivere e si perseguono i propri interessi lungo i percorsi estremamente disumani creati da quel sistema, vengono ricoperte da vari strati di balsamo dai processi di riforma e correzione individuale del sufismo e dalle istituzioni da esso create del rapporto tra pīr e murīd. Ma la religione che non si accontenta di aggiungere il ricordo di Allah e la meditazione alle norme create dall’uomo, bensì vuole controllare e dirigere l’intera vita, non può esaurire il proprio compito in una semplice predicazione ed esortazione incentrata su appelli e suppliche, nella pratica spirituale svolta in un angolo appartato o in attività limitate di servizio alla gente. Per essa è invece necessario spezzare la gabbia dell’errore, opporsi all’oppressione e gettare le fondamenta di una nuova civiltà basata sulla pace e sulla giustizia. Introdurre un cambiamento nella vita collettiva senza incontrare ostacoli è impossibile. E per rimuovere tali ostacoli, la sola predicazione non è sufficiente. Coloro i cui interessi consolidati vengono rovesciati e il cui assetto sociale viene trasformato impiegano tutte le proprie forze in attività distruttive. Finché un movimento non li allontana dal cammino mediante l’uso della forza, il sogno della riforma sociale non può mai realizzarsi.

Quando apparve l’Islam e colpì alle fondamenta l’ideale di vita basilare sul quale si reggeva il sistema sociale jāhilita dell’Arabia, i custodi e sostenitori di quel sistema compresero fin dall’inizio che si trattava di un attacco totale. L’attacco era stato sferrato per demolire l’intero edificio e costruirne uno nuovo. Per questo il movimento islamico fu osteggiato con ogni mezzo e sul suo cammino furono create opposizioni. Ogni volta che emerge una da‘wa e un movimento volto a una rivoluzione fondamentale e a un cambiamento totale, la società generalmente si divide in tre parti. Una parte procede molto più rapidamente del proprio tempo e riesce a vedere un futuro molto lontano. È composta dalle persone più intelligenti e più dinamiche della società. È la parte meno numerosa e accetta gradualmente la da‘wa rivoluzionaria. Di fronte a essa si trova la classe che guida il vecchio sistema e rappresenta i grandi interessi. Questa classe si attiva senza indugio e, tra i gruppi sottoposti alla sua influenza, raccoglie un enorme numero di sostenitori. Tra queste due classi, la prima è una minoranza in espansione, mentre l’ultima è una maggioranza in contrazione e in fase di frammentazione. Tra entrambe si protrae un conflitto duraturo. Le due classi attive scendono nell’arena ideologica e politica e iniziano un combattimento corpo a corpo. La gente comune rimane fuori, spettatrice silenziosa, osservando chi vincerà e chi perderà e quale sarà l’esito finale della contesa. Anche le persone più intelligenti e attive della terza classe, a poco a poco, si uniscono alla lotta. La parte largamente maggioritaria, invece, attende il risultato finale. Molti di costoro sono adoratori ciechi del sistema antico. Non riescono neppure a immaginare che il vecchio sistema da loro amato possa mai essere sconfitto. Finché non vedono i segni della sua distruzione, non può verificarsi in loro alcun cambiamento mentale. All’interno di questa classe vi sono molti individui che vengono influenzati dagli argomenti e dalle qualità morali della nuova forza. Alcuni sperano persino che la nuova forza riporti la vittoria, ma hanno paura della vecchia forza ormai stabilita. Altri, influenzati dalla da‘wa rivoluzionaria, desiderano avanzare, ma la vecchia leadership li tiene legati mani e piedi in modo tale che non osano muoversi. Non sono pochi neppure coloro che ritengono valida l’ideologia che risulterà vincitrice e falsa quella che sarà sconfitta. Quando, in particolare, la da‘wa è quella dell’Islam, questo modo di pensare si diffonde ancora più ampiamente tra la popolazione. Proprio questo stato d’animo della gente diventa un ostacolo all’accettazione di una da‘wa riformatrice e organizzativa. A seconda dei cambiamenti che si verificano in questo stato mentale con l’intensificarsi o l’attenuarsi del conflitto, il cammino della da‘wa viene ostacolato oppure procede agevolmente. Perciò, la strada si apre ai portatori di qualunque nuova da‘wa solo quando essi dimostrano sufficiente fermezza nel conflitto e riescono a colpire con forza, decisione ed efficacia coloro che oppongono resistenza. Di conseguenza, da un lato la gente comprende che rimuovere la vecchia leadership e spezzare le vecchie catene non è un compito impossibile; dall’altro, può nutrire fiducia nella nuova forza, riconoscendo che essa possiede la capacità di colpire le forze oppressive e jāhilite. Quando una simile idea si diffonde nell’arena dell’opinione pubblica, la mente della gente si apre completamente alla da‘wa riformatrice e costruttiva.

Lo scopo con cui il governo islamico di Medina rispose con coraggio e fierezza alle minacce militari degli ebrei e dei Quraysh non era quello di convertire alcune persone all’Islam con la forza della spada sul campo di battaglia. Il suo scopo era piuttosto, oltre all’autodifesa contro la resistenza bellicosa, accrescere il coraggio della gente comune e far nascere in essa fiducia nella forza rivoluzionaria di Medina. Questo era il suo unico scopo. L’obiettivo era suscitare nella mente della gente la speranza di un futuro luminoso offerto dall’ideale islamico e la convinzione che il sistema jāhilita non fosse destinato a rimanere stabilmente invulnerabile.

Quando ebbe luogo per la prima volta la battaglia di Badr, l’attenzione di tutti si concentrò da ogni parte su quel piccolo lembo di terra del mondo: vediamo chi perde e chi vince. Quando tutti videro che quel pugno di soldati musulmani, privi persino dell’equipaggiamento militare minimo, aveva miseramente sconfitto un enorme esercito tre volte superiore al proprio numero e aveva annientato i principali capi della Mecca, tra cui Abu Jahl, in tutta l’Arabia non poteva non diffondersi agitazione per quell’evento sconcertante. Se ne parlò in ogni casa, e ciò ebbe una profonda influenza sull’opinione pubblica. Per la prima volta nacque la speranza che la forza islamica di Medina non fosse costituita soltanto da persone trasformatesi in santi e asceti, disposte a subire per tutta la vita per ottenere il compiacimento di Allah e la pace dell’anima; si comprese invece che, prima o poi, nelle mani di quella forza l’intero volto del Paese sarebbe cambiato.

In seguito, poiché la battaglia di Uhud rimase a un livello di sostanziale parità, come si dice, «nessuno riuscì a prevalere e furono alla pari», le reazioni a essa furono moderate. Poi ebbe luogo la battaglia della Trincea. La società araba vide enormi eserciti accorrere da ogni direzione come una devastante inondazione. Dopo aver tenuto Medina sotto assedio per circa un mese, essi si dispersero in modo tale da sembrare una massa di terra spazzata via da un soffio. Da questo episodio nacque nell’opinione pubblica la convinzione che le radici della potenza musulmana fossero così salde da non poter essere danneggiate nemmeno da un attacco congiunto dei nemici.

Parallelamente a tutte queste grandi battaglie, Medina prestò la dovuta attenzione anche ai piccoli capi tribali. Queste autorità locali erano appendici della leadership jahilita diffusa in tutto il Paese, e non era possibile liberare il popolo da quella leadership senza recidere una dopo l’altra tutte le appendici di questo genere. Alcune di esse furono travolte dallo slancio della predicazione; le altre furono isolate mediante rapporti fondati su trattati e alleanze. Ogni volta che le appendici rimanenti rialzavano la testa, il governo islamico rivolgeva immediatamente la propria attenzione verso quel punto e le schiacciava senza indugio. Contro i ribelli, i ladri, i briganti e gli intrighi dei sabotatori furono adottate misure così tempestive come quando si accoglie con frecce di fuoco il demonio che tenta di origliare alle porte del cielo. Intorno a Medina furono mantenuti in ogni modo l’ordine e la sicurezza, e fu creato un ambiente pacifico e impenetrabile. Altrimenti, se le tribù beduine disseminate tutt’intorno avessero trovato anche la minima breccia, l’esperienza del governo ben organizzato di Medina sarebbe stata distrutta sul nascere. Basta consultare i documenti storici per comprendere che l’intero periodo, dal primo anno dell’Egira fino alla conquista della Mecca, fu colmo di continue ribellioni, anarchia e sabotaggi. Ieri si radunavano forze militari laggiù, oggi una banda di predoni rialzava la testa qui. Un giorno una banda compiva saccheggi in una zona, il giorno seguente un gruppo di assalitori sconosciuti, in un’altra parte di Medina, danneggiava la vita e i beni di cittadini innocenti per poi dileguarsi. Da una parte si tramava per provocare una guerra, dall’altra si elaborava un piano di ribellione. Ma Medina era estremamente vigile. In un luogo pattugliavano le guardie, in un altro venivano inviate truppe, e altrove partivano gruppi di polizia per mantenere normale l’ordine pubblico.

Nel complesso, questa situazione aveva fatto nascere tra gli Arabi la convinzione che la potenza musulmana non fosse una forza muta, sorda e cieca, bensì un governo vivo, vigile e operoso. Quel governo combatteva su tutti i fronti, affrontando contemporaneamente numerosi nemici, e prima o poi avrebbe certamente riportato la vittoria.

In seguito, quando fu spezzata la preponderanza degli Ebrei a Medina e, al momento opportuno, furono distrutte anche le fortezze dei nemici a Khaybar, non è difficile immaginare come, attraverso tutti questi eventi, l’opinione pubblica sia avanzata gradualmente verso l’accettazione della predicazione islamica.

Poi l’evento clamoroso della conquista della Mecca scosse la nazione araba da un’estremità all’altra, destandola dal sonno della jahiliyya; il movimento islamico, proclamando l’alba del risveglio, chiamava: «Alzatevi, tutto intorno è ormai chiaro». A quel punto persino un cieco non poteva più ignorare che la jahiliyya era ormai prossima alla distruzione. In effetti, la jahiliyya crollò sotto gli occhi di tutti. Allo stesso tempo, tutti compresero che anche l’epoca dell’antica leadership jahilita dei Quraysh era giunta al termine. Persino un beduino ignorante capì che la legge portata da Muhammad era l’unica a garantire conoscenza, carattere, vitalità, forza, progresso, ricostruzione, pace, ordine e giustizia. La gente aprì le finestre della propria mente e del proprio cuore, affinché la luce del movimento islamico potesse entrarvi.

Queste attività militari non erano semplici attività militari; attraverso di esse veniva diffusa anche la predicazione dell’Islam. Le battaglie non erano soltanto scontri di frecce e spade, ma anche lotte per la fede, l’ideale e il carattere. In tutte queste battaglie i musulmani introdussero un nuovo slogan: «Allahu Akbar». Anche sul campo di battaglia si riunivano per inchinarsi e prosternarsi. Pur conducendo contro il nemico attacchi con tutte le proprie forze, non mancavano di chinare il capo davanti a esso come segno della loro sincera obbedienza ad Allah. Inoltre, le regole e la disciplina di quelle guerre erano di tipo completamente nuovo. Sul campo di battaglia portavano con sé la fede nel martirio, nel Paradiso, nel compiacimento di Allah e nella vita eterna. Spinto dal desiderio di queste ricompense, ogni soldato musulmano avanzava guardando la morte negli occhi e sacrificava la propria vita sorridendo per raggiungere il suo obiettivo. Avevano anche un carattere militare sorprendente. Gli altri combattevano al ritmo della musica e dei canti; i valorosi soldati del movimento islamico marciavano invece al suono dello slogan del tawhid. Gli altri mostravano il proprio coraggio dopo aver bevuto vino; i soldati musulmani erano invece ispirati alla lotta bevendo la pura bevanda del senso del dovere. Gli altri dimostravano il proprio eroismo per avidità del bottino di guerra; i seguaci del Messaggero combattevano e si rotolavano nei campi insanguinati soltanto nella speranza di ottenere il compiacimento di Allah. Gli altri attaccavano spinti dall’orgoglio della nazione, della tribù e della stirpe; i soldati di Allah combattevano soltanto per la verità, la giustizia e l’Islam. Durante i combattimenti, gli altri compivano distruzioni estreme, bestiali e crudeli. Bruciare i nemici nel fuoco, ucciderli dopo averli legati, profanare i cadaveri, bere vino nei teschi degli uccisi, masticarne il fegato, massacrare donne e bambini, squarciare il ventre delle donne incinte e altre simili barbarie erano le loro pratiche abituali. La potenza islamica, invece, aveva portato sul campo un esercito senza precedenti, che anche durante la battaglia rispettava i limiti morali dell’umanità. Non uccidevano mai nessuno in modo disumano. Non profanavano i cadaveri. Non ostentavano il proprio coraggio contro donne e bambini. Al contrario, di fronte alle ingiuste condotte dei nemici privi di moralità, sopportavano con pazienza e offrivano da parte loro l’esempio di un comportamento migliore. Gli altri trattavano i prigionieri come animali; l’esercito musulmano li teneva invece come fratelli insieme ai propri cittadini. Gli altri stipulavano trattati per poi violarli; la potenza musulmana rispettava i trattati anche nei momenti più delicati e persino a costo di subire gravi perdite. Quando concedeva protezione a qualcuno o assumeva la responsabilità di qualcuno, adempiva correttamente a tale responsabilità. Gli altri, entrando nelle città conquistate, opprimevano e maltrattavano la popolazione civile; la potenza musulmana aveva invece dichiarato illecito per i propri soldati entrare nelle case e uccidere i cittadini, saccheggiare o appropriarsi dei beni personali di qualcuno, e persino riscuotere con la forza tributi dai civili nemici. Per gli altri, la guerra era un’attività terrena; l’Islam dichiarò invece quest’attività una forma suprema di culto.

Per ordine del Messaggero, pace e benedizioni su di lui, anche sul campo di battaglia veniva presentato l’invito all’Islam davanti al nemico. Al nemico venivano lasciate aperte tre alternative: o accettare l’Islam e diventare fratelli, oppure riconoscere la sottomissione politica, oppure affrontare lo scontro sul campo di battaglia. Gli altri, invece, non presentavano alcun invito ideologico di questo genere. Da parte loro venivano lasciate aperte soltanto due strade: o arrendersi a noi, oppure scendere sul campo di battaglia.

Questa enorme differenza tra le due parti appariva con estrema chiarezza sul campo di battaglia. Comprendendola, l’intera nazione araba ne rimaneva affascinata e profondamente influenzata. In altre parole, attraverso le campagne militari si riflettevano sull’opinione pubblica araba due tipi di successo: da un lato, la rapida crescita dell’organizzazione islamica di Medina e, dall’altro, la dimostrazione della verità e della superiorità dei propri ideali attraverso il proprio carattere. Quanto più questi due tipi di successo spianavano la via all’invito alla verità, tanto più le persone continuavano ad abbracciare l’Islam. Questo successo si intensificò dopo il trattato di Hudaybiyya. Perciò, in quel periodo, la popolazione avanzò verso l’Islam con maggiore rapidità. Dopo la conquista della Mecca, questo successo assunse pienamente l’aspetto della vittoria. Così l’intera Arabia venne coinvolta in un’unica volta in questo movimento riformatore. La rapidità con cui la popolazione abbracciò l’Islam in queste due epoche mostra quanto grande fosse l’ostacolo rappresentato dalla leadership dei Quraysh sul cammino del popolo. Non appena tale ostacolo venne rimosso, si verificò una rivoluzione mentale. Ovunque una classe dominante, vittoriosa e portatrice di interessi consolidati, si ponga in questo modo come ostacolo, l’influenza dei sermoni e degli ammonimenti, dell’invito all’Islam e della sua diffusione, tra la popolazione non può assumere proporzioni altrettanto ampie. Per trasformare l’ambiente generale è necessario rimuovere ostacoli di questo tipo. A tal fine è necessario portare avanti una lotta politica a tutto campo. Il compimento dell’invito e della propaganda dell’Islam dipende proprio dalla lotta politica.

Il governo stesso impartiva l’insegnamento della rivoluzione

In seguito, alle regioni passate sotto l’autorità del governo islamico di Medina attraverso l’adesione all’Islam delle tribù interessate, la stipula di rapporti basati su trattati o il riconoscimento della sottomissione politica, non veniva permesso di rimanere semplicemente com’erano. Al contrario, vi venivano portati l’invito dettagliato all’Islam e il suo insegnamento, e venivano adottate misure efficaci per formare la popolazione. Non si trattava di conquistare una regione brandendo il bastone e mostrando la propria forza, per poi trascinare le persone qua e là come bestiame senza trasformarle e correggerle interiormente. Se tutto fosse stato realizzato pungolando con la spada e se ogni cambiamento fosse stato imposto con la forza del bastone, questa dittatura sarebbe durata soltanto pochi giorni. Poi la gente si sarebbe ribellata. E se l’insoddisfazione e la protesta popolare fossero esplose una volta per tutte, tutti i successi ottenuti sarebbero andati perduti. In realtà, nell’azione islamica l’uso della forza era minore rispetto a qualsiasi altro metodo, mentre la parte dedicata all’invito, all’educazione e alla formazione era la più ampia.

Ogni governo ideologico è incentrato sulla propaganda e, in tutte le sue attività, dà priorità all’obiettivo di fare in modo che il popolo comprenda con il cuore e accetti con il cuore la dottrina e l’ideale sui quali si fonda il suo sistema di vita. Tutti i dipartimenti di un simile governo, oltre ai loro compiti specifici, devono assolvere anche questa responsabilità centrale. Un governo di questo tipo rifiuterà ogni cosa che danneggi il suo ideale fondamentale. Accetterà persino ciò che non è redditizio, se questo imprime saldamente nelle menti e nei cuori del popolo la sua ideologia fondamentale. Il suo obiettivo più importante è che il popolo si identifichi con il nuovo ideale e vi rimanga sinceramente fedele: che compia ciò che deve essere compiuto e abolisca ciò che deve essere abolito.

Da un lato, il governo islamico di Medina continuò a inviare nelle regioni circostanti gruppi dediti all’invito e alla propaganda anche nelle più difficili situazioni di guerra. In almeno quattro occasioni, gli assassini uccisero come martiri coloro che erano partiti da Medina per svolgere l’attività di invito. Il numero dei Compagni martirizzati dopo aver subito terribili persecuzioni mentre svolgevano quest’attività non è affatto esiguo; anzi, è superiore al numero complessivo dei martiri musulmani nelle battaglie di Badr, Uhud e del Fossato. Anche nelle situazioni più delicate e conflittuali non si mostrò alcuna negligenza nell’adempimento di questo dovere fondamentale. Al contrario, esso venne mantenuto anche al prezzo di numerosi sacrifici e rinunce. Alcuni Compagni furono formati per qualche tempo a Medina e poi incaricati di svolgere l’attività di invito presso le loro stesse tribù. Tra questi Compagni vi erano: (1) Tufayl ibn ʿAmr al-Dawsī (tribù dei Daws), (2) ʿAmr ibn Masʿūd (tribù dei Thaqīf), (3) ʿĀmir ibn Shahr (Hamdān), (4) Dimām ibn Thaʿlaba (Banū Saʿd), (5) Munqidh ibn Ḥabbān (Bahrein), (6) Thumāma ibn Uthāl (Najd). Inoltre, venivano inviati specifici predicatori presso determinate tribù o persone. Per esempio, ʿAlī fu inviato presso Hamdān, Hudhayma e Madhhaj; al-Mughīra ibn Shuʿba a Najrān; Dabbār ibn Nāthnīs presso i Persiani residenti nello Yemen; Maḥīṣa ibn Masʿūd a Fadak; al-Aḥnaf presso la tribù dei Sulaym; Khālid ibn al-Walīd alla Mecca; ʿAmr ibn al-ʿĀṣ in Oman; e Muhājir ibn Abī Umayya presso il principe dello Yemen, al-Ḥārith ibn Filāl.

Tuttavia, il governo islamico ottenne dagli impiegati civili un’attività di invito e propaganda molto più ampia. I funzionari del governo islamico non si consideravano lavoratori professionisti e non accettavano l’incarico con l’obiettivo di guadagnare denaro. Il loro unico scopo era elevare la parola e le prescrizioni di Allah e guidare le persone sulla via del bene. Questo compito non poteva essere affidato a semplici individui avidi di stipendio. Era possibile soltanto per opera dei servitori altruisti della rivoluzione islamica. Non aspiravano né alle cariche né vivevano assorti nei pensieri relativi ai gradi e alle promozioni. Erano le cariche e le responsabilità a chiamarli, ed essi svolgevano incarichi superiori con il minimo stipendio. Basterà un solo esempio. ʿAttāb ibn Usayd fu nominato governatore della Mecca con uno stipendio di un dirham al giorno. Egli stesso disse in un discorso: «Allah lasci affamato chi, pur ricevendo un dirham al giorno, rimane affamato». (Ibn Hishām) Prima di ogni altra cosa, erano annunciatori del loro amato credo e ideale. Coloro che il governo di Medina nominava in qualche luogo governatori, giudici, esattori delle imposte o funzionari finanziari diventavano, nei rispettivi ambiti di lavoro, predicatori del tawḥīd, maestri dell’Islam e formatori morali. Quando venivano loro affidati i compiti del rispettivo dipartimento, il Messaggero, pace e benedizioni su di lui, ricordava loro anche questa responsabilità fondamentale. Quando Muʿādh ibn Jabal fu inviato nello Yemen con responsabilità finanziarie, amministrative e giudiziarie, gli fu detto anche: «Insegna al popolo il Corano e insegna le norme dell’Islam». Poi gli venne spiegato in modo specifico il metodo dell’invito in base alle esigenze della Gente del Libro. Gli fu detto: «Invitali innanzitutto al tawḥīd. Se lo accettano, insegna loro la preghiera. Poi insegna loro la zakāt». Nella maggior parte dei casi, tutti questi funzionari erano anche gli imam della preghiera presso le rispettive sedi. Tuttavia, nei grandi centri abitati, dove era impossibile non distribuire le responsabilità, oltre agli amministratori venivano nominati imam separati per la preghiera. Così, ʿAttāb ibn Usayd fu nominato imam alla Mecca, ʿUthmān ibn Abī al-ʿĀṣ a Tāʾif e Abū Zayd al-Anṣārī in Oman.

Il numero degli ufficiali civili era considerevole. Perciò non ne viene fornito l’elenco. Tuttavia, osservando questo numero e le regioni in cui furono assegnati, si può comprendere quanto importante fosse il ruolo svolto dal settore civile del governo islamico (il servizio civile) nella diffusione della predicazione dell’Islam. Inoltre, durante l’adempimento dei loro incarichi, questi predicatori non erano semplicemente ufficiali nel senso comune del termine. Erano lontanissimi dall’essere privi di timore di Allah, dall’ostentazione, dall’oppressione e dagli eccessi, dal tenersi lontani dal popolo, dall’indifferenza verso i bisogni della gente, dal cacciare via tutti gli altri a grida quando uscivano per strada, dal radunare una folla eccessiva di guardie e servitori, dal costruire grandi palazzi, dal saccheggio, dall’accettare tangenti, dal vivere circondati da adulatori, dallo sperperare il denaro pubblico distribuendo ricompense a proprio piacimento, dall’organizzare banchetti a base di vino e dall’allestire spettacoli di musica e danza. Questi ufficiali civili erano ufficiali del tutto diversi. Il loro governo costituiva per il popolo un’esperienza assolutamente nuova. Questi funzionari e impiegati, poco pagati, conducevano una vita semplice, svolgevano i propri doveri con onestà, erano benevoli verso i sudditi, rispettosi della giustizia e dell’equità e timorati di Dio; con il loro carattere conquistavano il cuore della gente. Quando invitavano le persone alla religione, tale invito penetrava nel profondo del cuore degli ascoltatori. Hazrat Abu Musa al-Ashʿari fu nominato amministratore delle regioni di Zubayd e Aden. Tutti gli abitanti di quelle zone divennero musulmani molto rapidamente grazie alla sua predicazione. Analogamente, Jarir ibn Abd Allah al-Bajali fu incaricato degli affari della dinastia regnante dello Yemen. Egli esercitò un’influenza tale che tutti aderirono al movimento islamico. E, per la gioia di ciò, liberò quattromila schiavi.

In sintesi, i settori civili del governo proseguivano instancabilmente, con grande dedizione e concentrazione, l’attività di predicazione e divulgazione. Il risultato di questo vasto lavoro di predicazione e istruzione fu che, anche tra le popolazioni delle regioni più remote dell’Arabia, si verificò non soltanto una rivoluzione politica, ma anche una rivoluzione mentale, accompagnata da un radicale cambiamento sul piano morale. Alla fine, l’intero sistema sociale dell’Arabia assunse una forma completamente nuova.

La prosperità economica del popolo

La grande maggioranza degli abitanti beduini dell’Arabia era generalmente povera. La maggior parte delle tribù desertiche era nomade. A parte quel poco che ricavavano dal bestiame allevato, il brigantaggio armato e il saccheggio costituivano il loro principale mezzo di sostentamento. Esistevano anche alcune tribù beduine stanziate stabilmente molto lontano dalle città. Tuttavia, anch’esse erano estremamente povere. Gli sceicchi e i capi di queste tribù monopolizzavano per sé la maggior parte dei benefici degli sforzi economici, privandone la gente comune. Con il termine città si indicavano Mecca, Medina, Ta’if, Sana’a, Hadramawt e altre località simili. Non erano grandi città e il numero dei loro abitanti era molto ridotto. Nel complesso, tuttavia, i loro abitanti erano agiati e prosperi. Anche tra loro esistevano classi elevate e inferiori. Le classi elevate sfruttavano quelle inferiori. A Medina, gli ebrei, oltre a dominare il commercio e la cultura, avevano steso una rete di attività usurarie. Analogamente, i grandi ricchi della Mecca e di Ta’if praticavano l’usura insieme agli altri metodi di arricchimento. Alcune famiglie di alto rango conducevano una vita di estrema lussuria. Musica e canti, consumo di vino, relazioni amorose e adulterio erano tra i tratti principali della loro cultura. Eppure, la miseria della gente comune dell’Arabia non conosceva alcun limite.

Spinti dalla necessità, arrivavano a mangiare persino la carne degli animali morti. Non facevano alcuna distinzione tra puro e impuro, né tra lecito e illecito. Là dove non si riusciva nemmeno a risolvere i problemi del cibo, dell’abbigliamento e dell’abitazione, parlare di istruzione, salute e altri problemi superiori era del tutto fuori luogo. Per curarsi, si pregavano le divinità, si ricorreva alla magia e alla stregoneria e ci si rivolgeva ad astrologi e fakir. L’istruzione era estremamente limitata. Le attività educative erano ristrette a una manciata di persone appartenenti alle famiglie cittadine più elevate. Un problema fondamentale e concreto di quella società era il problema del cibo. A una nazione la cui stragrande maggioranza vive costantemente angosciata dalla domanda «Che cosa mangeremo?» non si può impartire la conoscenza di questioni più alte e nobili, né essa può compiere opere memorabili per scopi più elevati. Senza porre rimedio alla privazione di coloro che soffrono di emarginazione economica, nessuno può renderli ampiamente partecipi di un movimento limitandosi a sermoni, ammonimenti e buoni consigli. Anche se un’ideologia conquista il potere con la forza delle armi, se non riesce a risolvere i problemi economici fondamentali della gente, il popolo comune non sarà mai disposto ad accettare semplici consigli di riforma e ricostruzione morale. Al contrario, considererà tali tentativi di riforma, correzione e ricostruzione come una calamità e si affannerà per liberarsene. Il sistema di vita islamico potrà conquistare l’umanità soltanto quando garantirà felicità e prosperità tanto nell’Aldilà quanto in questo mondo e, oltre alla riforma e alla correzione morale, saprà risolvere anche i problemi economici. Promuovere un movimento basato esclusivamente sui problemi economici equivale a spingere l’umanità verso la rovina morale; allo stesso modo, separare la riforma morale dalle esigenze e dai bisogni economici della vita equivale a condannare al fallimento ogni tentativo di riforma morale. L’Islam soddisfa entrambe le necessità contemporaneamente. Il movimento guidato dal Messaggero ﷺ illuminava da un lato i cuori con la luce della fede e arricchiva le anime di valori morali, mentre dall’altro provvedeva nel modo migliore a fornire il cibo necessario. Fin dall’inizio, la più breve formulazione delle norme morali dell’Islam includeva il precetto dell’«Itʿām al-masākīn», cioè nutrire i poveri. Inoltre, aiutare gli orfani, le vedove e i viandanti era obbligatorio per ogni musulmano.

L’Arabia era un paese dalla bassa produttività. Tutti i tipi di risorse — minerali, prodotti industriali e bestiame — erano limitati e concentrati nelle mani di determinate classi. Portare queste fonti di ricchezza alla portata della gente comune costituiva un problema estremamente complesso. Senza risolvere tale problema, non era possibile risolvere gli altri grandi problemi della vita. Le norme economiche dell’Islam, rivelate gradualmente, erano sufficienti, in condizioni normali, a mantenere la ricchezza in circolazione tra tutte le classi della società. Tuttavia, prima ancora di attuare tali norme, la questione di queste fonti di ricchezza rappresentava il problema più complesso. Soltanto attraverso le attività di jihad fu possibile risolverlo in modo così efficace; nessun altro mezzo alternativo avrebbe consentito una soluzione altrettanto soddisfacente.

Dall’antichità fino all’epoca moderna, è stato considerato un diritto universalmente riconosciuto per i nemici sconfitti impadronirsi delle armi e dell’equipaggiamento come bottino. Per fermare la guerra, privare l’avversario delle armi, dell’equipaggiamento e dei rifornimenti è una strategia più efficace e infallibile che uccidere le persone. Inoltre, indebolire l’economia militare dell’avversario è una delle conseguenze più positive di tale prassi. Anche l’Islam ha confermato il diritto al bottino, imponendo a tal fine particolari restrizioni morali. Qui non ci è possibile intraprendere una discussione teorica. Tuttavia, applicando concretamente questo impegno, gli eserciti islamici hanno liberato e rimesso in circolazione le ricchezze accumulate in diversi luoghi. Le ricchezze degli ebrei e degli usurai, estorte alla popolazione, sono state messe in movimento secondo le norme sul bottino. Le ricchezze accumulate dalla tribù dei Saqīf, sottratte alla loro proprietà, si sono diffuse in tutta l’Arabia. Analogamente, una parte considerevole delle ricchezze dei facoltosi capi e notabili delle tribù ribelli nei dintorni di Medina, che tramavano per creare il caos, è stata sottratta dall’esercito musulmano al loro possesso e rimessa in circolazione mediante un’equa distribuzione.

Riguardo ai beni conquistati in guerra (bottino), nell’epoca dell’ignoranza la consuetudine era che ciascuno prendesse ciò che trovava sul campo di battaglia e se ne andasse. Alcuni rubavano, altri si appropriavano dei beni con l’inganno; e quanto più una persona era grande e potente, tanto più si impadroniva, con la prepotenza del potere, delle prede più grandi e migliori. La strategia militare islamica fece nascere una moralità completamente nuova. Secondo questo principio, tutti i beni conquistati in guerra venivano dapprima raccolti meticolosamente, senza tralasciare neppure un ago. Poi venivano distribuiti secondo gli ordini del comandante. Il venti per cento di quei beni andava al tesoro islamico, cioè al Bayt al-Māl. La parte principale veniva destinata ai poveri e ai bisognosi. In questo modo ebbe inizio una libera circolazione delle ricchezze del Paese. In seguito, con l’introduzione graduale delle norme finanziarie, il loro flusso fu sottoposto a regolamentazione.

In seguito, lo Stato islamico riscosse dai proprietari di terreni, bestiame e capitali commerciali le entrate fiscali sotto forma di zakāt per i musulmani, e di kharāj e jizya per i non musulmani. Destinò una parte considerevole di queste entrate, soprattutto della zakāt, alle classi povere. Ogni anno una grande quantità di cereali, datteri e animali allevati veniva trasferita dai ricchi ai poveri.

Inoltre, la soluzione dei problemi economici non fu affidata soltanto alla forza della legge. Fu provveduto a risolverli anche con mezzi morali. Il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) presentò al mondo, nella società medinese, un’esperienza straordinariamente riuscita di fraternità economica (Economic Brotherhood), insieme all’uguaglianza sociale. Tutti gli arabi potevano vedere come, dopo aver abbracciato l’Islam, gli esiliati dalle proprie case, gli schiavi privati di ogni bene, i beduini tormentati dalla fame e un gruppo di giovani rapiti dall’amore per Allah subissero da un giorno all’altro una trasformazione meravigliosa. Da un lato, stavano fianco a fianco con i grandi capi delle società aristocratiche e sfidavano con un coraggio inconcepibile avversari estremamente arroganti e superbi. Dall’altro, tutte le loro sofferenze, difficoltà e privazioni venivano alleviate. Ricevevano un riparo, un lavoro, armi, animali da trasporto e si sposavano, mettendo su famiglia. L’influsso benefico di questa fraternità islamica non rimase limitato a Medina, ma si diffuse gradualmente in ogni direzione, finché un giorno tutti gli arabi ne raccolsero i frutti.

Il popolo arabo osservò e percepì da lontano questo nuovo sistema di incomparabile uguaglianza sociale e fraternità economica come il paradiso in terra. Sapeva anche che per entrare in quel paradiso era sufficiente la chiave del tawḥīd. In tali circostanze, se nel cuore di persone schiacciate per generazioni sotto il giogo della peggiore oppressione sociale ed economica nasceva il desiderio di entrare in quel paradiso, che cosa c’era di cui meravigliarsi?

Il Messaggero (pace e benedizioni su di lui), attento ai problemi della gente comune dell’Arabia, diede personalmente prova della massima generosità e liberalità. Anche come capo di Stato adottò una politica di assoluta generosità e magnanimità. Non permise mai che si accumulasse alcuna ricchezza di sua proprietà personale. Al contrario, la distribuiva al più presto tra i bisognosi del luogo e quelli giunti da fuori. Non lasciava mai denaro nel Bayt al-Māl; ogni volta che gli si presentava una persona bisognosa, le dava tutto ciò che poteva. Per il Messaggero (pace e benedizioni su di lui), l’importanza principale spettava alle persone. Egli considerava la ricchezza al servizio dell’umanità. Talvolta accadde persino che, non avendo nulla né nel Bayt al-Māl né presso di sé, prendesse denaro in prestito per darlo a chi chiedeva aiuto. (Shamā’il al-Tirmidhī)

Avendo udito parlare della sua generosità, gli abitanti indigenti dei villaggi e i beduini nomadi accorrevano a Medina da luoghi lontani e tornavano gratificati dalla sua munificenza inesauribile. È ben noto che una volta arrivò un beduino, afferrò con insolenza il mantello del Messaggero (pace e benedizioni su di lui) e disse: «O Muhammad (pace e benedizioni su di lui), tutte queste ricchezze appartengono ad Allah. Non devi dare nulla della proprietà dei tuoi genitori. Suvvia, carica il dorso del mio cammello». Il Messaggero (pace e benedizioni su di lui), oceano di misericordia, rimase in silenzio per un momento, poi disse con calma: «Hai ragione: tutte queste ricchezze appartengono ad Allah e io sono il Suo servo». Ordinò quindi di dare a quel beduino un cammello carico d’orzo e un cammello carico di datteri. Quello se ne andò molto felice. Un’altra volta giunse dal Bahrein una quantità così ingente di entrate fiscali, che mai prima a Medina ne era arrivata una simile, neppure in piccola parte. Il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) le ammucchiò nel cortile della Moschea del Profeta. Poi cominciò a distribuirle, una dopo l’altra, a quanti arrivavano. Infine si spolverò gli abiti, si alzò e tornò a casa. Episodi di questo genere si verificavano spesso a Medina e la gente giunta da varie regioni ne traeva beneficio. Tornate nelle loro terre, queste persone raccontavano la generosità del governo islamico; e, sopraffatte da quei racconti, quante persone abbracciassero l’Islam, nessuno può dirlo.

Ecco un altro esempio della generosità del nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui). Un uomo venne, raccontò piangendo le proprie difficoltà economiche e chiese aiuto. Il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) gli donò un gregge di capre che pascolava sulla montagna poco distante. Ricevuto questo dono straordinario, l’uomo, folle di gioia, tornò dalla sua tribù e disse: «Diventate musulmani! Muhammad (pace e benedizioni su di lui) fa doni tali che al povero non rimane più alcun motivo di dolore». (Al-Mawāhib al-Ladunniyya). Ṣafwān ibn Umayya racconta: «Il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) mi donò trecento pecore. Di conseguenza il mio stato d’animo cambiò al punto che prima non c’era nessuno che mi fosse più odioso di lui, mentre ora non c’è nessuno che ami più di lui». A questo proposito viene recitato il seguente verso:

«Egli è colui che, nel fare doni,

non teme di ritrovarsi egli stesso privo di tutto,

non importa quante persone vengano da lui

e continuino a venire.»

Il risultato di questa fama universale della sua generosità fu che, mentre tornava dopo aver distribuito il bottino di guerra di Hunayn, un beduino si avvicinò a lui, lo abbracciò e gli disse: «Dammene qualcosa anche a me». Il Messaggero (pace e benedizioni su di lui), turbato, si appoggiò a un albero e rimase in piedi. Poi dichiarò la propria impotenza dicendo: «Se possedessi tanti cammelli quanti sono gli alberi di questa foresta, ve li distribuirei tutti. Non mi vedreste mai essere avaro, né vedreste in me la tendenza a pronunciare parole prive di fondamento o la mancanza di coraggio». (Bukhari Sharif)

Le persone meschine possono definire questa generosità come un tentativo di conquistare i cuori con il denaro e di procurarsi sostenitori mediante tangenti. Ma la realtà non è affatto questa. Soccorrere coloro che sono caduti nella miseria economica e liberarli dal senso d’inferiorità è una delle esigenze fondamentali, sia sul piano dei principi sia su quello degli ideali, dell’Islam. Le classi della società umana che, a causa dell’oppressione e dello sfruttamento da parte delle classi superiori, sono tormentate da una privazione così terribile da non avere neppure l’opportunità di rivolgere l’attenzione alle esigenze ideali più elevate e nobili della vita: le persone precipitate in una crisi tanto dolorosa ottengono compassione persino da Allah. La maggior parte degli abitanti dell’Arabia era vittima proprio di una simile situazione. Avevano bisogno non solo della kalima tayyiba, ma anche di cibo e vestiario. Grazie alla fraternità economica dell’Islam, gli abitanti di Medina ebbero probabilmente per la prima volta la possibilità di elevarsi al di sopra dei bisogni fondamentali del corpo, riflettere sulle esigenze spirituali della vita e coltivare nobili valori morali. La riforma economica spianò la strada alla diffusione dell’Islam. Il pieno sviluppo del sistema economico islamico fu raggiunto in seguito, quando tutte le sue leggi, norme e direttive furono attuate. Tuttavia, già vedendone i primi segnali, la popolazione cominciò a guardare a Medina con speranza. Aveva compreso che da lì non avrebbe ricevuto soltanto la luce della verità, ma anche la soluzione ai problemi economici.

Le relazioni di ampio respiro dello statista

Qualunque siano lo scopo e l’obiettivo di una persona, e per quanto elevato possa essere il lavoro ideale che svolge, l’ampiezza delle sue relazioni personali può aiutarla notevolmente a raggiungere il successo. Dalle attività ordinarie fino alle rivoluzioni idealistiche, nelle varie opere collettive dei diversi ambiti, raramente può avere successo chi possiede una cerchia di relazioni umane comuni molto ristretta, chi è chiuso in casa e asociale. I legami di parentela e di sangue, i rapporti matrimoniali, l’amicizia e la concordia, la condivisione delle gioie e dei dolori, gli incontri reciproci, i saluti e le conversazioni aumentano la capacità dell’essere umano di esercitare influenza. Le relazioni personali modificano inconsapevolmente il corso di molte grandi opere idealistiche e, per questa ragione, arrivano persino a essere prese numerose decisioni politiche. In una parola, si può dire che, nel guidare generalmente le persone, ha successo colui la cui cerchia di relazioni è ampia, che amplia e allarga ulteriormente tali relazioni e soddisfa le esigenze di ciascuna di esse.

Da questa prospettiva, quando rivolgiamo lo sguardo alla sublime personalità del Messaggero ﷺ, vediamo che l’ampiezza di ogni genere di relazione da lui intrattenuta era straordinaria. Allo stesso tempo, vediamo che le sue amicizie e le sue normali relazioni personali si sviluppavano continuamente. Non si scorge in lui alcuna volontà di congedarsi, a un certo punto, da una di queste relazioni, né si nota in lui, come in una persona di elevata spiritualità, alcuna riluttanza o disprezzo nel mantenere rapporti con la gente comune. Al contrario, manteneva tutte le relazioni in modo eccellente, ne adempiva i diritti e le richieste e le rendeva stabili. Mostrava tanta considerazione persino per i rapporti di parentela più lontani che, quando l’esercito musulmano conquistò l’Egitto, gli ordinò di trattare bene i suoi abitanti. Disse: «Hājar, la madre di Ismāʿīl, era egiziana. Perciò vi è stato affidato il dovere di tutelare i legami di parentela di sangue». Queste amplissime relazioni personali del Messaggero ﷺ contribuirono allo sviluppo del movimento islamico e all’accrescimento dell’influenza della daʿwa islamica.

È necessario fornire una breve descrizione di queste relazioni. Ciò permetterà di comprendere come esse abbiano favorito il movimento islamico e come abbiano facilitato la rivoluzione islamica. Divideremo le sue relazioni in diverse categorie:

1. Relazioni genealogiche

La linea genealogica del Messaggero ﷺ è la seguente:

Muhammad ﷺ (1), figlio di ʿAbd Allāh (2), figlio di ʿAbd al-Muṭṭalib (3), figlio di Hāshim (4), figlio di ʿAbd Manāf (5), figlio di Quṣayy (6), figlio di Kilāb (7), figlio di Murrah (8), figlio di Kaʿb (9), figlio di Luʾayy (10), figlio di Ghālib (11), figlio di Fihr (12), figlio di Mālik (13), figlio di al-Naḍr (14), figlio di Kinānah (15), figlio di Khuzaymah (16), figlio di Mudrikah (17), figlio di Ilyās (18), figlio di Muḍar (19), figlio di Niẓār (20), figlio di Muʿadd (21), figlio di ʿAdnān (22), figlio di ʿUdd (23), figlio di Muqawwam (24), figlio di Nākhūr, figlio di Tayrah, figlio di Yaʿrub, figlio di Yashjub, figlio di Nābit, figlio di Ismāʿīl, figlio di Ibrāhīm.

Il Messaggero ﷺ ha riferito che i nomi da ʿAdnān fino a Ismāʿīl non sono molto attendibili. Gli storici hanno espresso opinioni diverse riguardo a quei nomi. Il rapporto genealogico del Messaggero ﷺ con ʿAdnān si trova al ventunesimo livello della genealogia. L’intervallo di tempo è di 1.158 anni. Il rapporto del Messaggero ﷺ con le tribù arabe converge a un livello o a un altro.

ʿUdd, figlio di ʿAdnān e fratello di Muʿadd, si recò nella regione di Ghassān, nello Yemen, vi stabilì un regno e sposò una donna della tribù degli Ashʿarī. In questa regione l’Islam si diffuse molto rapidamente. Numerose delegazioni provenienti da varie zone dello Yemen vennero dal Messaggero ﷺ e abbracciarono l’Islam. Tra queste vi era anche una delegazione degli Ashʿarī. Niẓār, il ventesimo antenato, aveva quattro figli. Tra loro, i discendenti di Anmār si stabilirono nel Najd e nell’Ḥijāz. I discendenti di Iyād vivevano in al-Thughūr e nei suoi dintorni. Muḍar, il diciannovesimo antenato, e Rabīʿah si stabilirono nella regione centrale dell’Arabia.

Passiamo ora a conoscere quelle celebri tribù che appartengono alla stessa linea tribale del Messaggero ﷺ e i cui nomi sono riportati nei libri di sīra, storia e ḥadīth:

Banu Tamim – discendenti di Tamim ibn Mard ibn Udd ibn Tanja ibn Ilyas (18).

Banu Ghatafan – discendenti di Ghatafan ibn Ghatafan ibn Sa’d ibn Ilyas (18).

Banu Yubyan – discendenti di Yubyan ibn Buwaydh ibn Rayish ibn Ghatafan, discendenti di Ilyas.

Banu Hawazin – discendenti di Hawazin ibn Mansur ibn Ikrimah ibn Khasafah ibn Qays Aylan ibn Ilyas.

Banu Sa’d – discendenti di Sa’d ibn Bakr ibn Hawazin…….. Ilyas.

Banu Thaqif – discendenti di Thaqif ibn Hawazin……… Ilyas.

Banu Sulaym – discendenti di Sulaym ibn Mansur…….. Ilyas.

Banu Hudhayl – Hudhayl ibn Mudrikah – (17).

Banu Haun — Haun bin Khuzaima (n. 16).

Waishi — Waish bin Karah bin Haun bin Khuzaima.

Azali — Azal bin Kara……………… fino a Khuzaima.

Banu Asad — Asad bin Khuzaima……………. fino a Khuzaima.

Banu Nadhar — Nadhar bin Kinana (n. 15).

Banu Kinana — lo stesso.

Banu Mustaliq — Mustaliq (Khuzaima) bin Abd Manat bin Kinana (n. 15).

Al-Ahabish — Ahabish bin Kinana.

Banu Malik – Malik (n. 13), figlio di Nadir, figlio di Kinana.

Quraysh – Fihr o Quraysh (n. 12), figlio di Malik.

Banu Muharib – Muharib, figlio di Fihr.

Banu Taym – Taym, figlio di Ghalib (n. 11), figlio di Fihr.

Banu Awf – Awf, figlio di Lu’ayy (n. 10), figlio di Ghalib.

Banu Amir – Amir, figlio di Lu’ayy.

Banu Harith – Harith, figlio di Lu’ayy.

Banu Hasīs – Hasīs, figlio di Ka’b (n. 9), figlio di Lu’ayy.

Banu Sahm – Sahm ibn Ka’b.

Banu Jumaḥ – Jumaḥ ibn Ka’b.

Banu ʿAdī – ʿAdī ibn Ka’b.

Banu Kilab – Kilab (n. 7) ibn Murra (n. 8).

Banu Taym – Taym ibn Murra (n. 8)

Banu Makhzum – Makhzum ibn Murra.

Banu Qusayy – Qusayy (n. 6) ibn Kilab.

Banu Zuhra – Zuhra ibn Kilab.

Asaditi: Asad ibn Abd al-Uzza ibn Qusayy (n. 6).

Muttalibiti: Muttalib ibn Abd Manaf (n. 5).

Banu Umayya: Umayya ibn Abd al-Shams ibn Abd Manaf.

Nawfiliti: Nawfil ibn Abd Manaf.

Banu Hashim: Hashim ibn Abd Manaf.

Questa lunga linea genealogica si estende a tal punto che molti Compagni intimi di alto rango del Messaggero, pace e benedizioni su di lui, vi sono collegati. Per esempio, la genealogia di Umar, che Allah si compiaccia di lui, risale a Jarrah ibn Adi ibn Ka’b (n. 9), mentre Abu Ubayda è collegato genealogicamente a Jarrah ibn Adi. La madre del Messaggero, Amina, che Allah si compiaccia di lei, discende da Wahb ibn Abd Manaf ibn Zuhra ibn Kilab (n. 7). Abu Bakr, che Allah si compiaccia di lui, discende da Taym, fratello dello stesso Kilab ibn Murra. Sa’d ibn Abi Waqqas, uno degli Ashara Mubashshara, cioè i dieci Compagni ai quali fu annunciato il Paradiso mentre erano ancora in vita, è collegato al Messaggero attraverso Malik ibn Uhayb ibn Manaf. Uthman ibn Talha, custode delle chiavi della Kaaba, discende da Abd al-Dar ibn Qusayy (n. 6). Un altro membro degli Ashara Mubashshara, Zubayr ibn al-Awwam, discende da Khuyaylid ibn Asad ibn Abd al-Uzza ibn Qusayy (n. 6). Allo stesso modo, Khadija al-Tahira era figlia di Khuyaylid ibn Asad ibn Abd al-Uzza ibn Qusayy. Waraqa ibn Nawfal ibn Khuyaylid era suo fratello. I tre figli di al-Harith ibn Muttalib ibn Abd Manaf (n. 5), Abu Ubayda, martire di Badr, Tufayl e Hadith, furono celebri Compagni. Anche la genealogia dell’imam al-Shafi’i è collegata a Muttalib. Uthman discende da Umayya ibn Abd al-Shams ibn Abd Manaf.

Esiste una divergenza di opinioni sul numero degli zii del Messaggero, pace e benedizioni su di lui. Di due di loro non si conoscono i particolari. Uno zio morì molto tempo prima. Tra i suoi zii, le persone elencate di seguito sono particolarmente importanti. Erano legate alla storia dell’Islam e i loro resoconti sono stati conservati.

Uno zio, al-Harith, morì prima dell’avvento dell’Islam. I suoi quattro figli, Nawfal, Abd Allah, Rabi’a e Abu Sufyan, abbracciarono l’Islam e svolsero un ruolo significativo nella storia dell’Islam. Rinunciando alla richiesta di vendetta o di risarcimento per l’uccisione di Rabi’a ibn al-Harith, il Messaggero, pace e benedizioni su di lui, proclamò per la prima volta, al momento della conquista della Mecca: «Da oggi sono abolite tutte le richieste di vendetta o di risarcimento per gli omicidi commessi nell’epoca dell’ignoranza».

Uno degli zii era Abū Ṭālib, che adempì pienamente al compito di tutelare il Messaggero (pace e benedizioni su di lui). Sebbene non facesse parte del movimento islamico, lo sostenne con tutto il cuore e con tutte le sue forze. Oggi non si trova nessuno che non conosca i nomi dei degni figli di Abū Ṭālib: il venerabile ʿAlī, Jaʿfar e ʿAqīl. Anche le due figlie di Abū Ṭālib, Umm Hānī e Jumāna, abbracciarono l’Islam. La venerabile Umm Hānī divenne particolarmente famosa in occasione dell’evento del Miʿrāj.

Uno degli zii era il venerabile Ḥamza, che ottenne il martirio nella battaglia di Uḥud. Hindā trattò il suo cadavere con estrema ferocia. Fu proprio questo zio a protestare con veemenza contro il comportamento malvagio di Abū Jahl nei confronti del Messaggero (pace e benedizioni su di lui) e ad abbracciare l’Islam correndo enormi rischi.

Uno degli zii era il venerabile ʿAbbās. Fin dall’inizio svolse un ruolo simile a quello di un tutore. In particolare, ebbe un ruolo importante nelle discussioni sul giuramento di al-ʿAqaba. Mise in guardia gli Anṣār riguardo alla loro grave responsabilità. Inoltre, rimanendo alla Mecca, teneva il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) informato della situazione. Quando passò il delicato periodo degli scontri e dei conflitti, dichiarò di aver abbracciato l’Islam e partì per Medina.

Uno degli zii, al-Zubayr, morì prima dell’avvento dell’Islam. Era un uomo estremamente benevolo e partecipò attivamente alla fondazione di Ḥilf al-Fuḍūl.

Uno degli zii era Abū Lahab. Questo zio non era soltanto un accanito oppositore dell’Islam, ma anche un comandante attivo dello schieramento avversario. Anche sua moglie era una fiera nemica dell’Islam e, nel recare personalmente sofferenza al Messaggero (pace e benedizioni su di lui), era sempre in prima fila. Abū Lahab subì una sorte estremamente esemplare. Morì di peste. Per tre giorni il suo cadavere rimase abbandonato a marcire. Nessuno si avvicinò. Alla fine, il cadavere fu ricoperto lanciandovi pietre da oltre un muro, e quel mucchio di pietre fu trasformato in una tomba. La moglie di Abū Lahab morì miseramente, con una corda stretta al collo. I due figli maschi di Abū Lahab morirono da miscredenti, mentre altri due, durante la battaglia di Ḥunayn, si sottomisero al Messaggero (pace e benedizioni su di lui). Sua figlia Durrā ebbe la fortuna di abbracciare l’Islam.

Tra le zie paterne del Messaggero (pace e benedizioni su di lui) vi era Umm Ḥakīm Rayṭa, moglie di Kuṣayy ibn Rabīʿa, discendente di ʿAbd Manāf. Suo figlio ʿĀmir abbracciò l’Islam il giorno della conquista della Mecca. Anche il figlio di ʿĀmir, ʿAbd Allāh ibn ʿĀmir, divenne Compagno e, durante il califfato del venerabile ʿUthmān, fu nominato governatore del Khurāsān. La figlia di questa Umm Ḥakīm, Arwā, era la madre del venerabile ʿUthmān. Un’altra zia paterna era Umayma. Sposò Jaḥsh ibn Riʾāb. Una sua figlia, Umm Ḥabība, fu la moglie di ʿAbd al-Raḥmān ibn ʿAwf. L’altra figlia, Ḥamna, sposò dapprima Muṣʿab ibn ʿUmayr e poi Ṭalḥa ibn ʿAbd Allāh. I due figli nati dal secondo matrimonio, Muḥammad e ʿImrān, divennero valorosi combattenti del movimento islamico. ʿAbd Allāh ibn Jaḥsh ottenne il martirio nella battaglia di Uḥud e fu sepolto insieme a suo zio materno, il venerabile Ḥamza. La terza zia paterna era ʿĀtika, che fece un sogno prima della battaglia di Badr. A causa di questo sogno, negli ambienti dei Quraysh si fecero molte beffe e derisioni, dicendo: «Ora anche le figlie dei Banū Hāshim hanno cominciato a pretendere la profezia». La quarta zia paterna era la venerabile Ṣafiyya. Il suo primo matrimonio fu con al-Ḥārith ibn Ḥarb ibn Umayya e il secondo con al-Zubayr ibn al-ʿAwwām. Da questo matrimonio nacque al-Zubayr, uno dei membri degli al-ʿAshara al-Mubashshara. Anche al-Sāʾib ibn al-ʿAwwām era suo figlio. Al-Sāʾib partecipò a numerose campagne di jihād. Vedendo il cadavere del venerabile Ḥamza abbandonato e osservando il trattamento disumano riservatogli, diede un raro esempio di pazienza. La quinta zia paterna, Barra, era la moglie di ʿAbd al-Asad ibn Hilāl. Abū Salama era suo figlio. Questo Abū Salama fu il primo marito della Madre dei Credenti Umm Salama. Un’altra zia paterna, Arwā, era sposata con ʿUmayr ibn Wahb. Quando suo figlio Ṭulayb le riferì di aver abbracciato l’Islam, ella, profondamente commossa, disse: «Tuo cugino materno è il più degno di ricevere da voi aiuto e sostegno. Per Dio, se noi donne fossimo potenti come gli uomini, lo proteggeremmo e risponderemmo adeguatamente ai suoi nemici».

Dietro queste parole agivano sia lo slancio della fede sia l’autentico affetto di una zia paterna. Esistono anche altri aspetti dei legami genealogici del Messaggero (pace e benedizioni su di lui). Qui, tuttavia, abbiamo illustrato soltanto quei rapporti di parentela che in un modo o nell’altro erano collegati al movimento islamico. È vero che, poiché il conflitto era fondamentale e ideologico, risultava estremamente duro e complesso. In questo campo i Quraysh avevano aperto un fronte di opposizione molto solido e duraturo. Ma questi legami di parentela cominciarono a esercitare la loro influenza dall’interno. Nel complesso, i Banū Hāshim mostrarono un atteggiamento più comprensivo degli altri. Proprio per il legame di parentela, vedendo le ingiustizie di Abū Jahl, il venerabile Ḥamza fu preso dall’ira e, abbandonata l’epoca dell’ignoranza, divenne compagno del Messaggero (pace e benedizioni su di lui). Durante il boicottaggio, quando Abū Jahl impedì che il cibo raggiungesse il rione di Abū Ṭālib, Abū al-Bukhturī protestò. Il venerabile ʿAbbās collaborava silenziosamente rimanendo alla Mecca. Anche nelle assemblee dei Quraysh, di tanto in tanto, alcuni mostravano simpatia per il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) a causa dei legami di parentela. Alcuni proponevano che il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) andasse fuori dalla Mecca a predicare tra gli Arabi e avesse successo, affermando che, in tal caso, il suo successo sarebbe stato anche il successo dei Quraysh. Poi, dopo molti anni di ostinazione, quando la Mecca fu conquistata, la gente definì il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) «un fratello nobile e il figlio di un fratello nobile». Questi legami di parentela esercitarono la loro influenza anche in un altro modo. Quando un suo parente, fatto prigioniero di guerra, cominciava durante la notte a lamentarsi per i legacci che lo stringevano, il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) perdeva il sonno. Quando alla Mecca vi fu una carestia, il suo cuore si intenerì e inviò viveri e aiuti in denaro. Dopo la conquista della Mecca, fece generose elargizioni ai suoi abitanti.

2. I rapporti di parentela materna a Medina

La madre del padre del Messaggero, il signor Abdullah, Fatima bint Umar, era originaria della celebre tribù medinese dei Banu Najjar. Già prima di lei, il suo bisnonno Hashim aveva sposato una donna della tribù dei Khazraj, Hind bint Amr ibn Tha’laba. Per questo motivo, Abdullah, padre del Messaggero, manteneva a Medina rapporti molto stretti. Durante un viaggio commerciale, suo padre morì proprio a Medina e lì fu sepolto. Quando Amina, la madre del Messaggero, si recò a Medina per incontrare i parenti e visitare la tomba del marito, lo portò con sé all’età di appena cinque anni. Vi rimase per un mese. Alloggiava a Darun Nabigha. Quando, dopo l’Egira, si recò a Medina, gli tornò alla mente quel ricordo di quarantasette anni prima. Durante le conversazioni talvolta diceva: «Nella casa dello zio materno c’era una bambina di nome Anisa che era la mia compagna di giochi. Un uccello si posava sulla fortezza e i bambini lo facevano fuggire. In quella stanza mia madre sedeva in un certo punto, e la tomba di mio padre si trovava in un altro». Il Messaggero aveva anche riferito di aver imparato a nuotare bene in uno stagno dei Banu Najjar. Durante il viaggio di ritorno verso la Mecca, sua madre morì in un luogo chiamato Abwa.

È superfluo dire che, in seguito, quando cominciarono a svilupparsi i rapporti tra Medina e il movimento islamico, questo legame dovette certamente influire su di essi. Gli abitanti di Medina, soprattutto quelli dei Banu Najjar, lo consideravano un parente stretto, e i Banu Najjar erano particolarmente entusiasti di accoglierlo. Le bambine di quella tribù gli davano il benvenuto cantando.

3. Il rapporto di allattamento

Dopo la nascita, il Messaggero bevve per alcuni giorni il latte di Sawbiyya, schiava di Abu Lahab. Ebbe la fortuna di avere come nutrice permanente Halima Sa’diyya dei Banu Hawazin. La figlia maggiore di Halima, Hadhafa, soprannominata Ash-Shamma, si prese cura del Messaggero durante l’infanzia. Quando Hadhafa fu portata prigioniera dopo la battaglia di Hunayn, disse alle guardie: «Io sono la sorella del vostro capo». Quando fu condotta dal Messaggero, egli la accolse con gioia. Stese davanti a lei il proprio mantello. Sopraffatto dall’emozione, disse: «Se vuoi, puoi rimanere qui con me; se vuoi, sarai ricondotta alla tua tribù». Quando ella espresse il desiderio di tornare dalla sua tribù, il Messaggero la congedò facendole numerosi doni. Anch’ella abbracciò l’Islam.

Fu proprio appellandosi al legame con quella nutrice che la tribù dei Banu Hawazin chiese, dopo la battaglia di Hunayn, la liberazione dei propri prigionieri. Egli liberò immediatamente tutti i prigionieri dei Banu Hashim e, seguendo il suo esempio, anche i Compagni liberarono i propri prigionieri.

4. Il matrimonio delle proprie figlie

Il matrimonio di Zaynab con Abu al-As fu celebrato alla Mecca. La madre di Abu al-As era sorellastra di Khadija. In altre parole, il Messaggero era suo zio materno acquisito. Zaynab abbracciò l’Islam e compì l’Egira verso Medina. In seguito anche suo marito Abu al-As abbracciò l’Islam e si recò a Medina. Il loro precedente rapporto rimase in vigore. Tra i coniugi esisteva un profondo legame sincero. Abu al-As non divorziò da Zaynab, nonostante gli abitanti della Mecca lo spingessero a farlo. Per questo, mentre era ancora miscredente, Abu al-As fu liberato senza riscatto con il permesso dei musulmani, e le merci commerciali confiscategli gli furono restituite.

Anche il matrimonio di Ruqayya con Uthman fu celebrato alla Mecca. Questa coppia fu la prima a compiere insieme l’Egira. Quando Ruqayya morì nel secondo anno dell’Egira, nel terzo anno il Messaggero, per ordine di Allah, diede in sposa anche Umm Kulthum a Uthman. Poiché aveva sposato consecutivamente due figlie, egli fu chiamato «Dhu an-Nurayn». Il Messaggero diede in sposa Fatima ad Ali. Ad eccezione di Abu al-As, questi due eminenti leader del movimento islamico erano stretti compagni del Messaggero e, oltre al legame di parentela, erano suoi stretti parenti anche per via matrimoniale. Questa parentela fu d’aiuto nella conduzione della grande opera del movimento islamico.

5. I rapporti matrimoniali del Messaggero (pace e benedizioni su di lui)

Poiché i filosofi occidentali accaniti e ostili all’Islam hanno sollevato molte obiezioni riguardo ai rapporti matrimoniali del Messaggero (pace e benedizioni su di lui), alcuni tra noi abbassano vergognosamente il capo davanti a questa realtà. Pensano: il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) contrasse così tanti matrimoni e l’Islam autorizzò la poligamia: dove possiamo nascondere questa vergogna? Per questo desidero fornire alcune spiegazioni sull’argomento attraverso una breve discussione.

La prima cosa da imprimere fermamente nella mente è che la prima epoca della storia umana fu l’epoca della crescita demografica. Vediamo che tale epoca si estese fino ai tempi del Messaggero (pace e benedizioni su di lui). Vaste regioni erano allora deserte e incolte. Anche le aree destinate alla produzione dei mezzi di sussistenza restavano disponibili. Di conseguenza, era del tutto naturale che l’impulso alla crescita della popolazione fosse molto forte tra gli esseri umani. Perciò, qualunque civiltà o religione di quell’epoca si consideri, la poligamia era ampiamente diffusa. Anche le norme della shariah rivelate da Allah ne autorizzavano la pratica. Molti profeti ebbero più di una moglie; solo pochissimi, a quanto risulta, abbandonarono la vita domestica per dedicarsi a tempo pieno alla predicazione della religione. La maggior parte dei profeti, invece, condusse una vita familiare, e vi si dedicò pienamente. Il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) si colloca proprio nella fase finale di quell’epoca di crescita demografica e poligamia. Fu durante la sua epoca che, per la prima volta, giunse da Allah l’ordine di limitare il numero dei matrimoni plurimi. [Con tale ordine di limitazione, il numero massimo di mogli fu fissato a quattro e, insieme, venne imposto il rigoroso requisito della giustizia, incoraggiando il matrimonio monogamico. Tuttavia, le ragioni della poligamia sono numerose e continueranno a esistere. Per esempio, la prima ragione è che l’Islam vuole impedire completamente la licenziosità sessuale e l’adulterio e, a tal fine, ha stabilito pene severe. In un sistema simile era necessario lasciare la possibilità di più matrimoni a coloro che possedevano una capacità sessuale maggiore. Il risultato dell’aver ignorato questa necessità concreta nei paesi occidentali è stato che si è creato lo spazio per avere numerose amanti oltre a una sola moglie. Inoltre, si è diffuso il sistema della prostituzione, e in misura così ampia che ormai è difficile liberarsene. Persino sotto il nome di “amore libero” si sta consumando una tale devastazione di adulterio consensuale che, a confronto, il sistema islamico della poligamia appare certamente di gran lunga migliore. La seconda ragione è che, in determinate circostanze, il desiderio di avere figli costringe a contrarre più di un matrimonio. La terza ragione può essere una malattia cronica della moglie. In una situazione simile, invece di divorziare dalla moglie malata e gettarla nella difficoltà, il marito può soddisfare le proprie esigenze naturali. La quarta ragione è che spesso le questioni politiche tribali e familiari, il rafforzamento del potere, la continuità della vendetta, le controversie ereditarie e il problema del reinserimento degli orfani e delle vedove possono essere risolti attraverso il matrimonio. Vi sono molti esempi del fatto che, nell’antichità come in epoca moderna, la poligamia si sia rivelata spesso efficace quale unico mezzo per conseguire la stabilità dello Stato.] I matrimoni contratti dal Messaggero (pace e benedizioni su di lui) furono contratti sulla base di una speciale autorizzazione da parte di Allah.

In secondo luogo, la maggior parte dei matrimoni del Messaggero (pace e benedizioni su di lui) non fu contratta allo scopo di appagare desideri sessuali, bensì per il bene del movimento islamico, del paese e della nazione. Questi matrimoni furono principalmente politici. Il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) disse egli stesso: «Non ho bisogno di donne» (Darimi), cioè il semplice impulso sessuale non lo spingeva a prendere una moglie. In realtà, in senso stretto, il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) contrasse soltanto due matrimoni: uno con Khadija e il secondo con Aisha. Dietro gli altri matrimoni vi erano alcune esigenze sociali imprescindibili. Per soddisfare tali esigenze, il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) si assunse, per il bene dell’umanità, un enorme sacrificio, imponendo un pesante fardello alla propria vita intensamente impegnata e alle proprie risorse economiche estremamente limitate.

Qui bisogna osservare che un giovane il quale, fino all’età di venticinque anni, diede un esempio incomparabile di autocontrollo, modestia e pudore, e ciò in una società nella quale il vino e l’adulterio erano diventati caratteristiche della cultura; un giovane che, giunto a venticinque anni, invece di scegliere, secondo i gusti comuni dei materialisti, una giovane donna all’inizio della sua fiorente giovinezza, scelse una vedova di quarant’anni soltanto perché ciò lo avrebbe aiutato maggiormente a raggiungere lo scopo della sua vita, e poi trascorse con la stessa donna i migliori venticinque anni della propria vita, compiendo cinquant’anni: si può nutrire nei suoi confronti quella bassa opinione che nutrono coloro i quali sollevano tali obiezioni? È inoltre degno di nota che il periodo in cui ebbe più matrimoni si colloca nella sua vita tra i cinquantacinque e i cinquantanove anni, e in un paese caldo come l’Arabia, a quell’età gli impulsi sessuali cominciano ad attenuarsi. D’altra parte, si consideri l’età delle mogli: al momento del matrimonio, tranne due, tutte avevano più di vent’anni. E cinque di loro avevano tra i trentasei e i cinquant’anni. La domanda è: mancavano forse al Messaggero (pace e benedizioni su di lui) ragazze giovani e belle?

Coloro che sollevano obiezioni di questo genere avrebbero dovuto riflettere sulla grande responsabilità che egli aveva posto sulle proprie spalle. Durante il giorno non aveva neppure un momento di tranquillità, né durante la notte un solo momento di riposo. Aveva dato agli uomini il grande e benefico precetto del velo — un precetto che anche gli europei deridono — e aveva insegnato loro a controllare lo sguardo e il cuore. La maggior parte del suo tempo trascorreva riflettendo sui problemi della società e dello Stato, e anche durante le ore notturne di solitudine, mentre pregava, gli si gonfiavano i piedi. Come si possono nutrire simili assurde opinioni su una persona del genere?

Inoltre, in lui non si scorge alcuna delle caratteristiche morali dei re, dei sovrani e dei conquistatori dediti ai piaceri. Non era né oppressore né tiranno. Non aveva alcun interesse per il vino, la musica o gli abiti costosi. Al contrario, purificò la società umana da tutti questi piaceri e divertimenti materialistici. Non fornì alle mogli i mezzi del lusso e delle comodità, né le adornò con seta e gioielli d’oro. Al contrario, trasmise anche a loro tutte le caratteristiche della propria vita ascetica. Non le colmò mai di attenzioni e affetto al punto che ottenere la loro soddisfazione avesse la precedenza sugli interessi del movimento o rendesse necessario abbandonare anche il più piccolo principio. Al contrario, in simili circostanze le ammoniva severamente. A un certo punto, quando esse chiesero un miglioramento del livello di mantenimento, disse loro apertamente: se potete restare con me in questa condizione di povertà, restate; altrimenti sono pronto a lasciarvi andare. Tutte queste circostanze, considerate insieme, non confutano forse questa obiezione priva di fondamento?

Le particolari necessità alla base dei molteplici matrimoni del Messaggero (pace e benedizioni su di lui) erano le seguenti: una caratteristica dell’organizzazione sociale tribale è che il cerchio del prestigio genealogico è molto ristretto e i suoi confini sono mantenuti molto saldi. La mentalità tribale distingue con estrema intensità tra i propri e gli estranei. In una situazione simile, quando per unire tra loro numerose tribù disperse è necessaria un’ideologia di portata universale, anche la personalità del leader deve essere amata e considerata una propria persona, se non da tutti, almeno dalla maggior parte delle tribù importanti. In Arabia era del tutto impossibile realizzare concretamente un’opera riformatrice e costruttiva per chi non appartenesse a una tribù prestigiosa. Tuttavia, per portare tale opera al successo erano necessarie relazioni intertribali e, in alcuni casi, i rapporti matrimoniali si rivelarono efficaci nel soddisfare questa necessità politica.

Prendiamo, ad esempio, il caso della Madre dei Credenti, Hazrat Juwayriya. Era una donna della tribù dei Banu al-Mustaliq. L’intera tribù era molto potente e famigerata per il brigantaggio e le razzie. Il padre della stessa Hazrat Juwayriya era un capo brigante che incuteva terrore. Fin dal primo giorno, questa tribù iniziò una feroce ostilità contro il governo islamico. Non era disposta a rispettare alcuna disciplina né ad accettare qualsiasi accordo di compromesso; era sempre pronta a opporsi strenuamente al governo islamico in ogni questione. Alla fine, questa forza fu sottomessa mediante un’azione militare. Hazrat Juwayriya giunse prigioniera. Quando poi sposò il Messaggero di Allah, tutti i prigionieri di quella tribù furono liberati. I soldati musulmani pensarono che ormai fossero parenti acquisiti del Messaggero di Allah e che non si potesse tenerli prigionieri. Guardate la benedizione di questo matrimonio: ogni membro della tribù abbandonò il brigantaggio e divenne pacifico e rispettoso della legge e dell’ordine. Infatti, il governatore di Medina era ormai un loro stretto parente. In tali circostanze, non era più possibile compiere quelle azioni.

Allo stesso modo, consideriamo il caso della Madre dei Credenti, Hazrat Maymuna. La regione del Najd era politicamente molto importante, poiché una rotta commerciale per gli spostamenti dei Quraysh verso l’Iraq attraversava la regione del Najd. Eppure, in quella zona, la predicazione dell’Islam si stava dimostrando del tutto inefficace. La gente del luogo aveva martirizzato una delegazione incaricata della predicazione, composta da settanta membri. Inoltre, gli abitanti del Najd avevano complottato più volte contro l’Islam. Hazrat Maymuna era la sorella della moglie del capo del Najd. Non appena sposò il Messaggero di Allah, l’ambiente cambiò e il Najd cominciò a passare sotto l’influenza di Medina. Inoltre, diverse sue sorelle sposarono capi estremamente rispettati.

Lo stesso vale per il caso della Madre dei Credenti, Umm Habiba. Era la figlia del principale capo dei Quraysh, Abu Sufyan. Dopo questo matrimonio, Abu Sufyan non scese più in campo per combattere contro i musulmani. Questo matrimonio non ridusse soltanto l’intensità dell’ostilità di Abu Sufyan, ma facilitò anche in larga misura la conquista della Mecca.

Consideriamo analogamente il caso di Hazrat Safiyya. Era la figlia di Huyayy ibn Akhtab, un importante capo ebreo. Dopo il suo matrimonio con il Messaggero di Allah, l’intensità dell’opposizione degli ebrei si attenuò a tal punto che essi non osarono più rialzare la testa. Con il permesso del Messaggero di Allah, Hazrat Safiyya forniva anche aiuti finanziari ai suoi parenti ebrei.

Tra le altre ragioni alla base del matrimonio di Hazrat Hafsa vi era anche questa: dei pochi compagni illustri che il Messaggero di Allah aveva scelto come suoi consiglieri più intimi per la costruzione della società islamica, quattro erano i principali. Il Messaggero di Allah sposò Hazrat Aisha, figlia di Abu Bakr; diede in matrimonio sua figlia Fatima a Hazrat Ali; diede in matrimonio due figlie, una dopo l’altra, a Hazrat Uthman; e sposò personalmente Hafsa, figlia di Hazrat Umar. Non si poteva lasciare Hazrat Umar al di fuori di questa cerchia di legami familiari. In questo modo, legò saldamente i futuri leader a sé.

Hazrat Sawda bint Zam’a era originaria dei Banu Najjar di Medina. Il suo primo matrimonio fu con Sakran ibn Amr. Il fratello di Sakran era Suhayl ibn Amr, il rappresentante dei Quraysh nel trattato di Hudaybiyya. Quando Sakran morì, il Messaggero di Allah sposò Sawda, la sua vedova e cognata, che aveva cinquant’anni, per stringere i rapporti con Suhayl. Dopo la morte di Hazrat Khadija, con questo matrimonio il Messaggero di Allah alleviò anche la propria solitudine.

Nel contrarre i matrimoni, il Messaggero di Allah mirava anche a soddisfare un’altra necessità imprescindibile: diffondere, parallelamente all’attività di predicazione tra gli uomini, un’attività di predicazione svolta dalle donne tra le donne e creare a questo scopo alcune guide e operatrici. Per soddisfare questa necessità mantenendo il sistema islamico del pudore e della separazione, era necessario che egli contraesse più matrimoni e indispensabile incaricare le proprie mogli di diffondere tra le donne l’invito all’Islam e il suo insegnamento. È proprio in considerazione di questa necessità che il Corano ha rivolto un’attenzione speciale alle mogli e alle figlie del Messaggero di Allah. Hazrat Aisha, Hazrat Hafsa e Hazrat Umm Salama acquisirono la capacità di guidare la diffusione dell’invito e dell’istruzione religiosa tra le donne. Le altre mogli si presentarono alla società femminile come modelli esemplari sotto il profilo morale.

Talvolta il Messaggero di Allah dovette sposarsi anche per salvaguardare i sentimenti dell’altra parte. Per esempio, dopo molte insistenze, diede in matrimonio sua cugina Hazrat Zaynab bint Jahsh a Zayd ibn Haritha. Con ciò si intendeva abbattere gli angusti confini dell’aristocrazia genealogica. Purtroppo, però, questo matrimonio fallì e si giunse al divorzio. Di conseguenza, il dolore provato da Hazrat Zaynab è evidente e il Messaggero di Allah sentì di avere una certa responsabilità nella vicenda. La soluzione migliore a questo problema era che il Messaggero di Allah sposasse Zaynab. In questo caso, tuttavia, l’ostacolo era una falsa superstizione dell’epoca preislamica. Nella società di allora, il figlio adottivo era considerato proprio come un figlio naturale. Il Messaggero di Allah aveva attribuito a Zayd ibn Haritha la dignità di un figlio proprio. Perciò sposare la moglie da lui ripudiata era considerato illecito e contrario alle consuetudini. Allah abolì questa consuetudine e fece sposare Zaynab al Messaggero di Allah.

Poco fa ho descritto l’importanza politica del matrimonio con Umm Habiba bint Abu Sufyan. Ma anche dietro quel matrimonio vi era il desiderio di consolare un cuore affranto. Era stata sposata con Ubaydullah e con lui emigrò in Abissinia. Là il marito divenne cristiano e morì dopo essere diventato dipendente dall’alcol. Umm Habiba rimase salda nell’Islam. Tuttavia, l’abbandono dell’Islam e la morte del marito durante l’esilio furono per lei un’esperienza dolorosissima. Perciò il Messaggero ﷺ inviò Amr ibn Umayya al-Damri dal Negus come inviato speciale e, tramite lui, gli fece pervenire una proposta di matrimonio. Umm Habiba fu così felice che ricompensò con i propri gioielli la schiava del palazzo che le aveva portato la buona notizia. Fu lo stesso re Negus a celebrare il matrimonio. Umm Habiba nominò suo procuratore il cugino Khalid ibn Sa’id. Il Negus offrì personalmente una dote di quattrocento dinari e organizzò un banchetto. Da alcune narrazioni risulta che il matrimonio fu celebrato nuovamente a Medina e che vi si tenne il banchetto nuziale.

Analogamente, Zaynab bint Khuzayma ibn al-Harith al-Hilaliyya (Banu Bakr), conosciuta come Umm al-Masakin, era la moglie di Abdullah ibn Jahsh, cugino del Messaggero ﷺ. Dopo che egli fu martirizzato nella battaglia di Uhud, il Messaggero ﷺ la sposò. Fu un fatto esclusivamente familiare: oltre a consolare un cuore affranto, si tenne conto anche dell’aspetto familiare.

Il Messaggero ﷺ contrasse in totale undici matrimoni. Le narrazioni secondo cui i matrimoni sarebbero stati più numerosi non sono attendibili. Tra queste mogli, Khadija morì prima dell’Emigrazione, nel decimo anno della missione profetica, mentre Zaynab bint Khuzayma morì nel terzo anno dell’Egira, appena tre mesi dopo il matrimonio. Verso la fine della vita del Messaggero ﷺ, nove mogli erano ancora in vita contemporaneamente. Tra loro, Sawda aveva ormai superato l’estrema vecchiaia ed era al di sopra dei desideri e delle pulsioni fisiche. In seguito, poiché giunse una proibizione da parte di Allah, il Messaggero ﷺ non contrasse più alcun matrimonio. Rispetto ai musulmani comuni, la legge prevedeva per lui un’eccezione su un punto. Ai musulmani comuni era stato ordinato che, qualora avessero avuto più di quattro mogli, dovessero divorziare da quelle in eccesso. Al Messaggero ﷺ, invece, fu permesso di tenere presso di sé le mogli aggiuntive. La ragione di questa eccezione era che, per necessità religiose, le mogli del Messaggero ﷺ erano state designate come Madri dei Credenti e incluse nella categoria delle mogli proibite. Se allora il Messaggero ﷺ avesse divorziato da una di loro, ella sarebbe rimasta completamente priva di sostegno.

Ora osservate l’importanza politica dei matrimoni del Messaggero ﷺ. Per mostrare l’ampiezza dei legami che, grazie a questi matrimoni, egli instaurò da un lato con le tribù della Mecca e con gli Emigrati e dall’altro con le tribù comuni, menzionerò i nomi delle tribù interessate:

(1) Banu Asad ibn Abd al-Uzza (2) Banu Amir (3) Banu Tamim (4) Banu Adi (5) Banu Makhzum (6) Banu Umayya (7) Banu Asad ibn Khuzayma (8) Banu Mustaliq (9) le comunità ebraiche arabe (10) Banu Kilab (11) Banu Kinda.

Se si osservano i territori di tutte queste tribù dal punto di vista della loro distribuzione geografica, si comprende che la personalità del Messaggero ﷺ era diventata, in realtà, una personalità intertribale. Egli assunse per le grandi tribù il ruolo di figura centrale e divenne capace di soddisfare l’esigenza di un’unità universale sorta per il movimento islamico. Questi legami matrimoniali distrussero sul nascere le tendenze alla ribellione. Persino molte inimicizie che duravano da generazioni furono eliminate grazie a essi. Ora si dovrebbe riflettere: se, nell’ambiente tribale arabo, la poligamia è stata utile a conseguire quel sistema di giustizia, quel sistema di sicurezza e quella fratellanza universale desiderati dall’intera umanità, perché non avrebbe dovuto essere praticata? E perché mai tanto clamore al riguardo?

In realtà, osservando attentamente, si vedrà che fu un enorme sacrificio e una grande rinuncia da parte del Messaggero ﷺ: negli ultimi anni della sua vita, accanto alle sue innumerevoli occupazioni e per il bene dell’umanità, si caricò sulle spalle un peso coniugale così grande e, pur nella sua povertà, provvide con tanta difficoltà al mantenimento della famiglia. Nessuna persona dotata di sano intelletto può anche solo immaginare che, nelle circostanze complessive sopra menzionate, dopo aver contratto quei matrimoni, un uomo potesse trascorrere il tempo nei divertimenti; anzi, gli sarebbe stato impossibile vivere anche un solo momento di riposo. Per questo ho detto che, contraendo tanti matrimoni per il suo nobile scopo e il suo grande obiettivo, il Messaggero ﷺ diede in realtà prova di un sacrificio e di una rinuncia straordinari.

In definitiva, i vasti legami personali che il Messaggero ﷺ riuscì così a instaurare facilitarono e accelerarono il successo politico e la vittoria del movimento islamico, rendendo inoltre più facile l’avanzata della popolazione verso l’Islam.

 

L’avanzata spontanea delle masse

Come ogni movimento rivoluzionario e idealista, anche il movimento guidato dal Messaggero (pace e benedizioni su di lui) può essere diviso in due grandi fasi. Nella prima fase, il movimento islamico stesso andava di porta in porta a chiamare la gente. Nella seconda, invece, le masse sono avanzate di propria iniziativa e spontaneamente, bussando alla porta dell’Islam e dicendo: «Vogliamo entrare». Quest’ultima è la fase dell’espansione. Quando giunge questa fase, ogni resistenza viene meno e ogni atteggiamento negativo fugge dal campo. Tuttavia, prima di arrivarvi, il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) e i suoi Compagni hanno sofferto molto e hanno profuso ogni loro sforzo. Da un lato, nel campo dell’invito teorico, hanno dimostrato che la forza degli argomenti e delle prove è dalla nostra parte. Dall’altro, nel campo della morale, hanno stabilito concretamente e in modo inconfutabile che il modello di umanità e di dignità umana plasmato dall’Islam è il modello migliore. In terzo luogo, anche sul piano dell’abilità, della saggezza e della competenza politica, hanno dimostrato di sapere come rapportarsi con la società contemporanea. In quarto luogo, persino sul campo di battaglia hanno dimostrato di sapere come infrangere le barriere della resistenza e come rovesciare gli oppressori. Il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) e i suoi compagni hanno colpito con forza il cuore della gente, scuotendola e facendola vibrare; hanno attirato dalla loro parte le emozioni degli uomini, accolto tra le proprie braccia le anime fortunate convertendole alla loro causa, incluso le tribù amanti della pace negli accordi di tregua e nei trattati di pace, e spianato la strada spezzando il potere dei nemici che desideravano la guerra. Solo dopo aver fatto tutto ciò giunse il momento in cui le masse accorsero da ogni direzione verso Medina, centro di una nuova speranza.

Questa fase, o quest’epoca, ebbe inizio con l’«Anno delle delegazioni», cioè con l’anno in cui giunsero delegazioni da varie regioni e tribù dell’Arabia per abbracciare l’Islam, giurare fedeltà politica oppure semplicemente svolgere un’indagine e comprendere la situazione. In quel periodo ovunque si avvertiva una sete d’Islam, e si erano diffusi fermento ed entusiasmo. Questo periodo si estese per tre anni a partire dalla conquista della Mecca, vale a dire per il nono e il decimo anno dell’Egira. Si può dire che fu la stagione del raccolto dei semi piantati dal Messaggero dell’umanità intera, il liberatore (pace e benedizioni su di lui). Sebbene desideriamo essere brevi, questo capitolo della vita del Profeta è così importante che non si può fare a meno di parlare delle delegazioni. Infatti, nel loro arrivo, nei colloqui e nelle reazioni vi erano insegnamenti assai importanti. Da questo resoconto si saprà anche come le masse giunsero in folla al cospetto del Messaggero (pace e benedizioni su di lui). In diversi libri di sīra, il numero delle delegazioni giunte a Medina è indicato da un minimo di quindici a un massimo di cent quattro. Tra tutte queste delegazioni descriveremo quelle più importanti, e anche tra queste ne esamineremo in dettaglio soltanto alcune. Va ricordato che, sebbene l’arrivo delle delegazioni fosse iniziato su larga scala nell’ottavo anno dell’Egira, dopo la conquista della Mecca, l’arrivo di una o due delegazioni era cominciato già dal quinto anno dell’Egira. Perciò inizieremo da quel periodo:

1. La delegazione della tribù dei Muzayna

È una tribù molto grande. Risalendo di poche generazioni, la sua genealogia si ricongiunge a quella dei Quraysh. Il celebre Compagno Nu‘mān ibn Muqarrin apparteneva proprio a questa tribù. Nel quinto anno dell’Egira, circa quattrocento membri di questa tribù si presentarono al cospetto del Messaggero (pace e benedizioni su di lui) e abbracciarono l’Islam. Probabilmente fu la prima delegazione a giungere a Medina. Al momento del ritorno da Medina furono provvisti di un’abbondante quantità di datteri come provviste per il viaggio.

2. La delegazione della tribù dei Banū Tamīm

Anche questa delegazione giunse, nei primi tempi, con grande sfarzo. Tra i suoi membri figuravano i maggiori capi della tribù: Aqra‘ ibn Ḥābis, Zabārqān, ‘Amr ibn al-Ahtam, Nu‘aym ibn Yazīd e ‘Uyayna ibn Ḥiṣn al-Fazārī. Il loro arrivo suscitò a Medina un’atmosfera festosa e grande agitazione. Quando entrarono nella moschea, si comportarono in modo piuttosto sgarbato: si recarono vicino agli appartamenti del Messaggero (pace e benedizioni su di lui) e gridarono: «O Muhammad, Muhammad! Esci fuori». In occasione di questo episodio fu rivelata la sūra al-Ḥujurāt, nella quale ai musulmani furono insegnati comportamenti cortesi e raffinati. Sebbene fossero partiti da casa con l’intenzione di abbracciare l’Islam, il loro carattere conservava ancora l’orgoglio aristocratico arabo. Espressero il desiderio che si tenesse una gara aperta tra gli oratori e i poeti delle due parti. In realtà, era proprio caratteristica delle tribù della classe aristocratica araba non accettare la leadership di qualcuno senza prima riconoscerlo superiore a sé per intelligenza, acume e talento. Perciò il Messaggero (pace e benedizioni su di lui), ritenendo che la proposta di una gara d’ingegno potesse essere benefica, la accettò.

Il celebre oratore della tribù dei Banū Tamīm era ‘Āṭārid ibn Ḥājib. Pronunciò un discorso eloquente lodando la superiorità, il prestigio, la ricchezza e la forza numerica della propria tribù. Alla fine del discorso disse: «Coloro che pretendono di essere nostri pari mostrino qualità e talenti di questo genere».

Al cenno del Messaggero (pace e benedizioni su di lui), un oratore del movimento islamico, Thabit ibn Qays, si alzò per pronunciare una replica. In un discorso entusiasmante mise in evidenza la superiorità qualitativa del movimento islamico, esponendone con forza l’aspetto della predicazione, e lo definì la principale fonte della gloria della società islamica.

Dopodiché il celebre poeta dei Banu Tamim, Zibarqan ibn Badr, recitò una poesia. Una delle sue frasi era:

«Siamo i migliori. Nessuno è nostro pari. Tra noi vi sono dei re. Costruiamo luoghi di culto.»

In quel momento non era presente il poeta rivoluzionario del movimento islamico, Hassan ibn Thabit. Fu chiamato. Il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) disse: «Alzati, Hassan, e rispondi alla poesia di questo poeta». La poesia recitata da Hassan in risposta è stata riportata da Ibn Hisham. La delegazione riconobbe che la poesia e l’oratore del Messaggero (pace e benedizioni su di lui) erano superiori al loro oratore e al loro poeta. Dopodiché l’intera delegazione abbracciò l’Islam.

3. La delegazione dei Banu Abd al-Qays

La predicazione dell’Islam in Bahrein era già iniziata per opera di Munqidh ibn Hayyan. L’Islam cominciò a diffondersi sempre più. Nel quinto anno dell’Egira giunse a Medina una delegazione di tredici persone. Quando, in risposta alla domanda del Messaggero (pace e benedizioni su di lui), dissero: «Siamo membri della tribù di Rabiʿa», egli li accolse con gioia. Essi dissero: «Abitiamo in una regione molto lontana. Lungo il percorso vivono i politeisti di Mudar. Per noi non è sicuro spostarci se non durante i quattro mesi sacri. Perciò indicaci alcune prescrizioni precise che noi e tutti i membri della nostra tribù possiamo osservare». Il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) ordinò loro di professare l’unicità di Dio, di pregare, di digiunare e di destinare alla causa di Dio un quinto del bottino; vietò loro di produrre bevande alcoliche e, menzionando i quattro tipi di recipienti utilizzati a tale scopo in Bahrein, ne proibì l’uso. La delegazione rimase stupefatta dalla conoscenza precisa che il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) aveva delle pratiche sociali non islamiche del Bahrein. Un leader di un movimento di trasformazione radicale non può svolgere il proprio compito se non possiede una conoscenza dettagliata dell’area interessata dalla predicazione. Il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) aveva acquisito queste conoscenze attraverso i suoi viaggi personali e dalle persone giunte a Mecca e Medina dalle regioni più remote.

In questa delegazione vi era anche un cristiano di nome Jarud ibn al-ʿAla. Disse: «Sono seguace di una religione diversa. Se la abbandonassi e adottassi la vostra religione, potreste garantirmi la salvezza? (Cioè, nell’Aldilà non mi accadrà alcuna disgrazia?)». Il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) disse: «Sì, ti garantisco la salvezza, poiché la religione alla quale vi invito è migliore della vostra». Jarud divenne immediatamente musulmano. Anche i suoi compagni della stessa fede abbracciarono l’Islam.

4. Il rappresentante della tribù dei Banu Saʿd

Questa tribù inviò a Medina Ḍimām ibn Thaʿlaba come suo rappresentante. Il rappresentante, giunto a dorso di cammello, entrò nella Moschea del Profeta con l’atteggiamento dei beduini e chiese ai Compagni: «Chi tra voi è il discendente di ʿAbd al-Muṭṭalib?». Tutti indicarono il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui). Avvicinandosi, disse: «O discendente di ʿAbd al-Muṭṭalib, ti farò apertamente alcune domande. Non te la prendere». Il Messaggero di Allah gli diede il permesso. Scongiurandolo ripetutamente, gli chiese riguardo al tawḥīd, alla profezia, alla preghiera, al digiuno e ad altro ancora: «Insegni tu tutte queste cose?». Il Messaggero di Allah rispose a ciascuna domanda una per una. Dopo aver ricevuto tutte le risposte, disse: «Mi chiamo Ḍimām ibn Thaʿlaba. La mia tribù mi ha mandato. Ora me ne vado. Accetto esattamente tutto ciò che mi hai detto, senza nulla togliere né aggiungere. E alla mia tribù riferirò soltanto queste cose». Poi partì a dorso di cammello. Dopo la sua partenza, il Messaggero di Allah disse: «Se quest’uomo ha detto la verità, entrerà in Paradiso».

Tornato alla sua tribù, proclamò con grande vigore la sua missione e disse: «O gente! Ho creduto in Allah e nel Suo Messaggero. Lāt e al-ʿUzzā non valgono nulla». La gente cercò di intimidirlo: «Bada che, per queste parole, le divinità non facciano ricadere su di te la loro maledizione e tu non diventi pazzo o non contragga la lebbra». Ḍimām disse: «Per Allah, esse non possono arrecare né beneficio né danno». Prima di sera, l’intera tribù abbracciò l’Islam.

5. La delegazione della tribù degli Ashʿarī (Yemen)

Gli Ashʿarī erano una nobile tribù dello Yemen. Abū Mūsā al-Ashʿarī, che Allah ne sia soddisfatto, apparteneva a questa tribù. Durante il periodo meccano, l’invito all’Islam era giunto loro tramite Ṭufayl ibn ʿAmr al-Dawsī e gli emigranti dall’Abissinia. Tre uomini, influenzati da questi inviti, partirono per Medina con l’intenzione di compiere l’Egira, apprendere la religione dal Messaggero di Allah e sostenere il movimento islamico.

Il viaggio avvenne per mare. Lungo il tragitto, colpita da venti contrari, la nave approdò sulle coste dell’Abissinia. Qui incontrarono il primo gruppo di emigranti. Dopo essersi fermati lì per alcuni giorni, partirono per Medina insieme a Jaʿfar e ad alcuni abissini recentemente convertiti all’Islam. Giunsero alla presenza del Messaggero di Allah al momento della conquista di Khaybar, nel settimo anno dell’Egira. Erano così sopraffatti dall’emozione che, appena arrivati ai confini di Medina, iniziarono a cantare:—

«Già domani ci riuniremo con il nostro amatissimo Muḥammad (pace e benedizioni su di lui) e con i suoi Compagni».

Quando il Messaggero di Allah ne ricevette la notizia, disse ai suoi Compagni: «Stanno venendo da voi alcune persone dello Yemen; (forse) sono persone dal cuore estremamente tenero. Gli yemeniti sono saldi nella fede e abili nella strategia».

In seguito li incontrò; ebbero conversazioni e si svolse un dialogo di domande e risposte. La loro conversione all’Islam suscitò una nuova, grande eco a Medina.

6. La delegazione della tribù dei Daws (Yemen)

Come abbiamo già detto, Tufayl al-Dawsī aveva abbracciato l’Islam già nei primi anni alla Mecca. Tornato dalla sua tribù, cominciò a dedicarsi con grande fervore all’invito all’Islam; suo padre e sua moglie abbracciarono immediatamente l’Islam. Anche gli altri membri della tribù ne furono in parte influenzati. Tuttavia, nella tribù si erano ampiamente diffusi il degrado morale e la fornicazione. A causa dell’eccessivo ardore e dell’emotività di Tufayl, il suo lavoro di predicazione non fece grandi progressi. Perciò incontrò il Messaggero (pace e benedizioni su di lui), gli espose varie lamentele contro la tribù e gli chiese di pregare per essa. Il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) gli ordinò di invitare all’Islam con dolcezza e mitezza e pregò Allah per la riforma della tribù dei Daws. Quando Tufayl tornò e riprese l’invito all’Islam, si aprì una nuova strada. Nel quinto anno dell’Egira, la luce dell’Islam entrò in molte case. Nel settimo anno dell’Egira, ottanta famiglie di questa tribù emigrarono a Medina. Tra gli emigranti vi era anche una personalità come Abu Hurayra.

7. La delegazione della tribù dei Suda

Zayd ibn Haritha al-Sudāʾī fu il primo di questa tribù ad abbracciare l’Islam e, tornato dalla sua tribù, svolse un’intensa attività di invito all’Islam. Nell’ottavo anno dell’Egira, una delegazione di quindici persone si recò dal Messaggero (pace e benedizioni su di lui) a nome dell’intera tribù. Saʿd ibn ʿUbāda si occupò della loro ospitalità. Non provvide soltanto al loro vitto, ma anche ai loro abiti. Essi promisero al Messaggero (pace e benedizioni su di lui) di unirsi al movimento islamico e dichiararono di essere pronti a offrire anche la collaborazione della loro tribù. Dopo il ritorno della delegazione, l’attività di invito all’Islam proseguì rapidamente. Durante il Pellegrinaggio d’Addio, circa cento membri di questa tribù giunsero alla Mecca.

Questa era la descrizione delle delegazioni giunte prima della conquista della Mecca. Dopo la conquista della Mecca, invece, la gente cominciò ad arrivare in massa da ogni direzione. Segue ora una breve descrizione delle delegazioni giunte alla Mecca nel nono e nel decimo anno dell’Egira:

8. La delegazione della tribù dei Thaqīf (Ṭāʾif)

Quando il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) tornò a Medina dal viaggio della conquista, ʿUrwa ibn Masʿūd al-Thaqafī si presentò, abbracciò l’Islam ed espresse la determinazione di diffonderlo nella tribù dei Banū Thaqīf. Il Messaggero (pace e benedizioni su di lui), considerando l’arroganza innata della tribù dei Thaqīf, gli consigliò di agire con cautela ed espresse il timore che potessero tentare di uccidere proprio lui. ʿUrwa aveva grande fiducia nella propria influenza e nel proprio prestigio personale. Perciò, dopo molte suppliche e insistenti richieste, ottenne dal Messaggero (pace e benedizioni su di lui) il permesso di svolgere l’attività di invito all’Islam. Appena tornato da Medina, si mise sul tetto della propria casa e annunciò di aver abbracciato l’Islam. Contrariamente alle sue aspettative, però, vide frecce scagliate contro di lui da ogni direzione. Fu colpito da una di esse e morì da martire. I Banū Thaqīf commisero certamente questo atto crudele, ma esso scosse profondamente anche la loro coscienza. Furono costretti a esaminare la situazione con mente lucida. Circa un mese dopo convocarono un’assemblea. Dopo un’analisi realistica della situazione, rifletterono su questo punto: saremmo in grado, da soli, di affrontare l’intera nazione araba ormai sottomessa all’Islam? Alla fine decisero di inviare un emissario a Medina. Tuttavia, invece di un solo emissario, fu inviata un’intera delegazione. Ne facevano parte ʿUthmān ibn Abī al-ʿĀṣ, ʿAs ibn ʿAwf, Bahāz ibn Khafsha (rappresentante dei Banū Mālik), al-Hakam ibn ʿUmar e Shurahbīl ibn Ghaylān (rappresentante delle tribù alleate). ʿAbd Yālīl, capo di Ṭāʾif, si recò a Medina come loro guida. Si ricorderà che proprio questo ʿAbd Yālīl era l’uomo che, dodici anni prima, non aveva voluto neppure ascoltare l’invito del Messaggero (pace e benedizioni su di lui) e aveva istigato contro di lui i giovani scapestrati della città, facendolo ferire gravemente.

Dopo che il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) tornò da Tabūk a Medina, questa delegazione giunse a Medina. Per loro fu allestito un accampamento vicino alla Moschea del Profeta. Khālid ibn Saʿīd fu nominato mediatore tra le due parti.

Questo interlocutore avanzò condizioni davvero singolari. Una di esse era che il loro idolo al-Lāt non venisse distrutto entro tre anni. Poi, riducendo gradualmente questo periodo, lo portarono a un mese. In quel momento i loro cuori non volevano accettare che si trattasse semplicemente di una pietra inerte. Espressero anche il timore che, se il loro idolo avesse saputo che sarebbe stato distrutto, avrebbe potuto uccidere tutti gli abitanti del paese. Hazrat Umar (che Allah sia soddisfatto di lui) era rimasto fino ad allora in silenzio ad ascoltare. Ma a quel punto non riuscì più a tacere. Disse ad Abd Yalil: «Che discorsi insensati state facendo? Le vostre divinità non sono altro che pietre». Abd Yalil rispose irritato: «Ehi, figlio di al-Khattab, non siamo venuti a parlare con te. Stiamo parlando con il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui)». Quando il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) non accettò nessuna di quelle condizioni, essi, loro malgrado, ne imposero un’altra: se l’idolo doveva proprio essere distrutto, non avrebbero dovuto essere loro a farlo. Il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) accettò questa condizione. In seguito furono incaricati Abu Sufyan ibn Harb e al-Mughira ibn Shu’ba di distruggere l’idolo. Poi imposero la condizione di essere esentati dalla preghiera. Il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) disse: «Non vi è alcun bene in una religione priva della preghiera».

Uno dei membri della delegazione chiese anche: «O Messaggero di Allah, permettici la fornicazione. Senza fornicare non abbiamo proprio modo di vivere». Poi dissero: «Lasciateci aperta la possibilità di praticare l’usura e concedeteci anche il permesso di bere vino».

Era come se il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) avesse aperto un negozio: ciascuno avrebbe comprato ciò che gli serviva e avrebbe lasciato il resto. In risposta a queste richieste, il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) continuò a recitare versetti del Corano, spiegando loro che tali norme erano stabilite da Allah l’Altissimo e non inventate da qualcuno. Quando quelle ingiuste condizioni furono respinte, la delegazione, dopo essersi consultata, giunse alla conclusione che, se non avesse osservato la legge islamica, un giorno avrebbe avuto la stessa sorte degli abitanti della Mecca. Così, costretti, si sottomisero e fu redatto un accordo. Il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) concesse loro una certa agevolazione soltanto in due questioni: innanzitutto, per un certo periodo non sarebbe stata riscossa la zakat da loro; inoltre, non sarebbero stati obbligati a partecipare al jihad. Tuttavia, quando l’Islam cominciò a radicarsi nei loro cuori, iniziarono spontaneamente ad adempiere, una dopo l’altra, a tutte le richieste. Del resto, era proprio ciò che il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) aveva sperato.

Uthman ibn Abi al-As, membro della delegazione, era un giovane devoto. Nel tempo libero studiava e acquisiva una conoscenza approfondita dell’Islam e delle norme islamiche. Fu lui a essere nominato amir. Tornati a Ta’if, dapprima cominciarono teatralmente a manifestare un atteggiamento estremamente ostile, dicendo: «Muhammad (pace e benedizioni su di lui) ci ha imposto condizioni assolutamente inaccettabili. Preparatevi dunque alla guerra». Per due giorni regnò un’atmosfera di terribile tensione. Alla fine, gli abitanti di Ta’if cominciarono spontaneamente a dire: «Come potremmo combattere contro Muhammad (pace e benedizioni su di lui)? Tutta l’Arabia ormai si muove secondo i suoi ordini. Andate e accettate tutto ciò che dice». Dopo aver creato questo clima, la delegazione rivelò la verità. Dissero: «In realtà abbiamo trovato Muhammad (pace e benedizioni su di lui) elevato a un livello altissimo per timore di Allah, onestà, veridicità e misericordia. Il nostro viaggio è stato estremamente proficuo».

Abu Sufyan e al-Mughira furono mandati a Ta’if insieme alla delegazione per distruggere l’idolo. Quando iniziarono a distruggerlo, uomini e donne, giovani e anziani, attesero col fiato sospeso per vedere che cosa sarebbe accaduto a coloro che erano impegnati nell’opera di demolizione. Alcune donne scoppiarono persino a piangere per la paura. Pensavano che forse il cielo sarebbe crollato sulla terra. Alcuni di loro recitarono poesie dicendo: «Piangete per quei codardi che hanno consegnato i propri idoli nelle mani dei nemici e non sono riusciti a opporre alcuna resistenza».

Proprio a Ta’if, che un giorno, come la Mecca, aveva fatto sanguinare il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) lapidandolo, oggi, al suo comando, il loro sistema jahilita veniva fatto a pezzi davanti ai loro stessi occhi.

È degno di nota che Ta’if, proprio come la Mecca, fosse un’antica roccaforte del sistema jahilita. Dopo aver posto l’assedio, il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) decise di revocarlo per il semplice motivo che i Banu Thaqif non avrebbero potuto sopravvivere creando un’isola separata per sé nel vasto contesto islamico che si estendeva per tutto il paese. A che sarebbe servuto, dunque, spargere sangue? Se la Mecca si era sottomessa davanti alla verità, per quanto tempo Ta’if, soggetta alla Mecca, avrebbe potuto rifiutarsi di sottomettersi? Se al posto del Messaggero (pace e benedizioni su di lui) ci fosse stato un altro conquistatore amante della guerra, dopo aver radunato l’esercito avrebbe portato a compimento la vittoria almeno per salvaguardare il proprio prestigio, facendo scorrere a Ta’if fiumi di sangue. Ma poiché il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) non amava lo spargimento di sangue se non in caso di inevitabile necessità, revocò l’assedio e lasciò incompiuta la spedizione. L’obiettivo era che, in seguito, quando i Thaqif avessero osservato la situazione a mente fredda, avrebbero scelto spontaneamente la via della sottomissione; e ciò avrebbe potuto rivelarsi più efficace per una rivoluzione costruttiva e riformatrice. In seguito accadde proprio così.

9. La delegazione dei Banu Hanifa

Erano abitanti della regione di Yamama. L’invito all’Islam era giunto loro per mezzo di Thumama ibn Uthal. In seguito vennero a Medina, incontrarono il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) e abbracciarono l’Islam.

Anche il famigerato falso profeta Musaylima al-Kadhdhab era venuto con quella delegazione. Cominciò a dire molte assurdità. A un certo punto disse: «Se Muhammad (pace e benedizioni su di lui) decidesse di nominarmi suo successore, allora abbraccerei l’Islam». In realtà, quell’uomo era diventato avido vedendo lo straordinario successo della profezia di Muhammad. Pensava che si potessero spacciare alcune dichiarazioni letterarie per rivelazioni e che poi, rivendicando la profezia, ciò sarebbe risultato credibile. Ma non aveva capito dove avrebbe trovato quella forza morale che, per vent’anni, aveva superato ogni montagna di opposizione. Proprio per questi pensieri gli era venuta in mente un’idea commerciale. La sua proposta era: «O raggiungete un accordo commerciale con me, oppure aprirò io stesso una bottega della profezia».

Il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) aveva compreso il suo atteggiamento. Aveva in mano una spiga di datteri. Indicandola, disse: «Non voglio accettare il giuramento di fedeltà di nessuno nemmeno a condizione di ricevere questa spiga». In altre parole, l’Islam non è una bottega attraverso la quale qualcuno possa procurarsi un guadagno personale. Chi viene, venga accettando la verità in quanto verità. Non si può imporre alcuna condizione.

La delegazione tornò sconfitta. Al suo ritorno, Musaylima rivendicò davvero la profezia. Nella sua religione la preghiera era dispensata, mentre il vino e la fornicazione erano leciti.

10. La delegazione della tribù dei Ṭayy

La delegazione della tribù dei Ṭayy giunse sotto la guida di Zayd al-Khayl. Il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) presentò loro l’invito all’Islam. L’intera delegazione, compreso il suo capo, accolse quell’invito con tutto il cuore. Zayd al-Khayl era al tempo stesso poeta e oratore. Inoltre era anche un valoroso guerriero. Parlando delle sue qualità, il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) disse: «Di tutti gli Arabi elogiati davanti a me, quando li ho conosciuti di persona li ho trovati inferiori agli elogi ricevuti. Zayd al-Khayl, invece, è un’eccezione. Infatti, in lui ho trovato qualità ancora maggiori di quelle che avevo sentito lodare».

Anche Adi ibn Hatim era un capo di questa tribù. Quanto alla religione, era cristiano. Nel suo cuore si erano accumulati un intenso rancore e un forte odio contro il Messaggero (pace e benedizioni su di lui). Si stava preparando alla guerra. Ma quando, all’improvviso, l’esercito musulmano raggiunse la regione dello Yemen, fuggì in Siria. Quando sua sorella fu catturata e condotta a Medina, rimase profondamente colpita dal comportamento del Messaggero (pace e benedizioni su di lui) e dall’integrità morale generale degli altri. Lo esortò insistentemente ad andare a Medina e incontrare il Messaggero (pace e benedizioni su di lui). Secondo alcuni, Adi era andato a Medina insieme alla delegazione della tribù dei Ṭayy. Giunto a Medina, cercava la risposta a una domanda: Muhammad (pace e benedizioni su di lui) era un re oppure un profeta? A Medina lo incontrò nella moschea; poi il Messaggero uscì dalla moschea e si avviò con Adi verso la propria casa. Lungo il cammino, un’anziana donna volle parlare con il Messaggero (pace e benedizioni su di lui). Egli le dedicò molto tempo e ascoltò attentamente ciò che aveva da dire. Giunto a casa, si sedette personalmente sul pavimento e fece sedere Adi sul divano. Vedendo queste due cose, Adi fu certo che egli era il Messaggero di Allah, non un semplice re terreno. In seguito, anche le parole del Messaggero (pace e benedizioni su di lui) lo confermarono ulteriormente.

Attraverso la conversazione, il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) comprese quali altre difficoltà vi fossero nella mente di Adi. Poi le chiarì una per una. Nel mondo esistono persone che comprendono rapidamente la verità, ma vogliono essere rassicurate sul fatto che vi siano concrete possibilità di successo e che si possano ottenere presto dei risultati. Adi era una persona di questo tipo. Comprendendo il suo stato d’animo, il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) disse: «Forse esiti ad abbracciare l’Islam perché oggi vedi i seguaci dell’Islam poveri. Giuro su Allah, non è lontano il giorno in cui tra i musulmani sgorgheranno fonti di ricchezza e si vedrà una tale abbondanza che non si troverà nessuno disposto a prendere i beni. E se sei indeciso perché vedi che i musulmani sono pochi e i loro nemici numerosi, sappi che, giuro su Allah, è vicino il giorno in cui una donna viaggerà da sola, a dorso di cammello, da Qadisiyya per visitare questa moschea e vi giungerà completamente al sicuro. Oppure forse non ti senti incoraggiato ad abbracciare l’Islam perché vedi maggiore potere e prestigio negli increduli. Ma giuro su Allah, tu stesso sentirai presto che i musulmani hanno conquistato i palazzi di Babilonia». Quando, sotto questo aspetto, i dubbi di Adi furono dissipati, egli si affidò immediatamente al movimento islamico. Dalla conversazione sopra riportata si ricavano alcune informazioni importanti:

– L’Islam non invita soltanto alla correzione e alla riforma morale, ma il suo programma comprende tanto la prosperità economica quanto la rivoluzione politica. Esso non considera la felicità dell’aldilà separatamente dalla felicità e dalla prosperità terrene.

– Il Messaggero ﷺ aveva una visione anticipata del futuro più remoto del movimento islamico. Fin dall’inizio aveva chiaramente davanti a sé quali tappe dovessero essere attraversate e verso quale meta si dovesse giungere.

– È estremamente importante che il movimento islamico rassicuri il popolo sul fatto che esistono ampie possibilità di successo concreto del movimento e che la desiderata rivoluzione islamica non è una fantasticheria irrealizzabile, bensì una realtà inevitabile, proprio come il sorgere del sole della futura religione. Se non si riuscirà a farlo, una parte considerevole del popolo, pur riconoscendo la verità assoluta dell’invito all’Islam, resterà fuori.

– Se il movimento islamico raggiungesse il culmine del successo e della perfezione, il suo risultato inevitabile sarebbe il seguente: (1) grazie all’enorme sviluppo dei mezzi e delle risorse economiche e alla garanzia di un’equa distribuzione dei loro benefici, non esisterebbe più alcuna persona bisognosa e dipendente dagli altri; (2) sul piano politico si costituirebbe un governo tanto forte, autorevole e stabile che i nemici non lo riterrebbero facilmente inghiottibile. Al contrario, questo governo sarebbe in grado di spezzare tutto l’orgoglio dei suoi oppositori; (3) la pace e la sicurezza interne raggiungerebbero un livello tale che, anche se una donna viaggiasse da sola da un’estremità all’altra del Paese e passasse vicino agli insediamenti umani, la sua vita, i suoi beni e il suo onore non sarebbero minacciati in alcun modo. Queste sono le caratteristiche fondamentali di un sistema statale islamico.

11. La delegazione dei Banū al-Ḥārith

Questa delegazione proveniva dalla regione di Najrān. In tutte queste zone, Ḥālid ibn al-Walīd si recò personalmente, nel decimo anno dell’Egira, per portare l’invito all’Islam. Disse loro: «Se accetterete l’Islam, avrete la sicurezza». Essi accettarono l’invito. Ḥālid rimase lì per qualche tempo, istruendoli nella dottrina, nelle credenze e nei precetti dell’Islam, e informò il Messaggero ﷺ del successo attraverso una lettera. Da Medina giunse la risposta: «Ora ritorna e porta con te alcuni notabili di quella tribù». Quest’ordine fu immediatamente eseguito. [Ibn Hishām ha riportato testualmente questa lettera di Ḥālid. In essa Ḥālid spiegava il motivo della sua permanenza e citava l’ordine del Messaggero ﷺ. A un certo punto dice: «Sto insegnando loro il Libro di Allah e la Sunnah del Messaggero ﷺ nell’Islam». Poi dice nuovamente: «Sto compiendo quest’opera secondo l’ordine del Messaggero ﷺ». In seguito scrive ancora: «Sto insegnando loro l’Islam, il Libro di Allah e la Sunnah del Messaggero ﷺ». Leggendo questa lettera, mi è sembrato che ciascuna delle prove di questo genere pervenuteci dall’epoca dei Compagni illustri stabilisca la Sunnah del Messaggero ﷺ come una fonte fondamentale dell’Islam e consideri obbligatorio accettarla.]

Questo gruppo osservava alcuni nobili valori morali persino nell’epoca dell’ignoranza. Quando la delegazione giunse, il Messaggero ﷺ chiese loro nel corso della conversazione: «Voi riportate sempre la vittoria nelle battaglie contro i nemici e non siete mai sconfitti. Qual è il motivo?». Essi risposero: «Non intraprendiamo volontariamente azioni aggressive contro nessuno e non iniziamo mai un’ingiustizia di nostra iniziativa. Quando prendiamo insieme la decisione di combattere, nessuno si tira indietro né crea discordia; al contrario, manteniamo l’unità». Il Messaggero ﷺ approvò questa loro strategia.

Qays ibn Ḥusayn, personalità eminente della delegazione, fu nominato comandante della tribù.

12. La delegazione di Najran

Il nobilissimo Profeta, grande benefattore dell’umanità (pace e benedizioni su di lui), svolse molte opere a favore della da‘wa islamica anche attraverso la penna. Invitò determinate persone o gruppi all’Islam mediante lettere, e una lettera di questo tipo la inviò anche ai cristiani di Najran. In essa rivolse loro, in forma concisa, il seguente invito:

«Comincio nel nome di Allah, Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe. Vi invito ad abbandonare la sottomissione ai servi di Allah e ad assumere la sottomissione ad Allah, e ad abbandonare il dominio dei servi di Allah per sottomettervi al dominio di Allah. Se non volete accettare questo invito, allora siete tenuti a pagare la jizya, cioè a prestare obbedienza politica. Se rifiutate anche questo, vi viene dichiarata guerra». Il vescovo cominciò a tremare di paura non appena ebbe letto la lettera. Dapprima si consultò con alcuni esponenti di rilievo. Poi convocò l’intera popolazione della regione. La regione comprendeva settantatré località e la popolazione era così numerosa che in qualsiasi momento potevano uscire in campo centomila combattenti. I principali capi cristiani ritenevano che egli potesse essere proprio il Profeta promesso, la cui venuta era stata annunciata tra i discendenti di Ismaele (pace su di lui). Dopo una consultazione generale fu deciso che una delegazione dei principali capi cristiani sarebbe andata a Medina per parlare con l’autore della lettera e valutare la situazione. Di questa delegazione furono nominati Shurahbil, Abd Allah e Habbār. Fu la prima delegazione a dichiarare la propria obbedienza politica, a promettere il pagamento del tributo e a tornare con un decreto o una dichiarazione riguardante la sicurezza e i diritti, ricevuto in cambio.

Quando la delegazione tornò con il documento di protezione, il vescovo e i principali capi le andarono incontro per un lungo tratto, per darle il benvenuto. Lungo il cammino consegnarono il documento al vescovo, che cominciò a leggerlo mentre procedeva. Anche suo cugino Bashir ibn Mu‘awiya si mise a leggere il documento con tanta attenzione che cadde dal cammello. Caduto a terra, involontariamente esclamò: «Che perisca colui a causa del quale siamo finiti in tante calamità!». Era evidente che con quelle parole alludesse al Messaggero (pace e benedizioni su di lui). Perciò il vescovo gli disse severamente: «Che cosa stai dicendo? Per Allah, egli è il Profeta inviato da Allah!». Che altro poteva accadere? Non appena udì quelle parole, Bashir subì una profonda trasformazione. Disse: «Allora, per Allah, mi presenterò subito alla sua presenza». Il vescovo gli andò dietro, spronando la sua cammella nel tentativo di raggiungerlo, e continuava a dirgli: «Ascoltami! Comprendi il significato delle mie parole. Le ho pronunciate per uno scopo preciso». Bashir non ascoltò nulla. Disse: «Tu sei un vescovo. Ciò che hai detto non può essere sbagliato». Incrollabile nella sua decisione, Bashir raggiunse il Messaggero (pace e benedizioni su di lui), abbracciò l’Islam e poi si stabilì a Medina. In seguito Allah gli concesse l’onore del martirio.

Anche riguardo a Karaz ibn Alqama viene narrato un episodio quasi analogo.

Quando la delegazione tornò a Najran insieme ai capi locali, un altro derviscio cristiano asceta, che aveva rinunciato al mondo, rimase profondamente colpito dopo aver ascoltato l’intera vicenda. Udendo della comparsa del nuovo Profeta, anch’egli, pieno di emozione, si recò a Medina. Gli offrì in dono una sua coppa, un mantello e un bastone, manifestando così la propria devozione, riverenza e amore verso il Messaggero (pace e benedizioni su di lui). Poi, dopo aver promesso di tornare con il permesso del Messaggero, fece ritorno a Najran. Tuttavia non riuscì più a tornare durante la vita del Messaggero (pace e benedizioni su di lui).

Il vescovo di Najran, Abu al-Harith Panuraya, stimato dal re di Costantinopoli e ampiamente rinomato tra la popolazione cristiana, si recò a Medina con una delegazione. Facevano parte della delegazione il muftì e giudice cristiano Ayham, Abd al-Masih Akir e ventiquattro personalità di rilievo. Va ricordato che questo vescovo era originariamente un arabo discendente dai Banu Bakr ibn Wa’il. Dopo essere diventato cristiano, però, progredì a tal punto nella conoscenza religiosa e nella devozione da diventare egli stesso il più autorevole tra i capi cristiani.

Trascorsero alcuni giorni a Medina. Poiché, secondo la religione cristiana, desideravano pregare nella Moschea del Profeta, alcuni Compagni cercarono di impedirglielo; tuttavia il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) diede loro il permesso.

Al loro arrivo, gli ebrei del luogo si attivarono intensamente e, intromettendosi inutilmente nella questione, sollevarono varie polemiche sofistiche. Si discusse della Trinità e della dignità del venerabile Gesù, pace su di lui. A ogni questione fu data risposta mediante i versetti del Corano. Allo stesso tempo alimentarono il dubbio tra gli ebrei, sostenendo che il Messaggero, pace e benedizioni su di lui, volesse sostituirsi al venerabile Gesù, pace su di lui, e farsi adorare. In risposta, e da parte di Allah, il Messaggero, pace e benedizioni su di lui, recitò loro i versetti del Corano, nei quali si afferma che a colui al quale Allah concede il Libro, il governo e la profezia non è mai stato permesso dire alla gente: «Diventate miei servi invece che servi di Allah». In seguito, tra i membri della delegazione ebraica sorse anche una disputa su quale religione seguisse il venerabile Abramo, pace su di lui. Gli ebrei sostenevano che fosse ebreo, mentre i cristiani sostenevano che fosse cristiano (Allah ce ne scampi). Il Corano risolse questa disputa con parole estremamente semplici e in modo incontrovertibile: «O gente del Libro, perché disputate inutilmente riguardo ad Abramo, pace su di lui, quando la Torah e il Vangelo furono rivelati solo dopo di lui? (Da questi due libri ebbero origine i due popoli, ebreo e cristiano.) Egli non era né ebreo né cristiano; era piuttosto un musulmano sincero e non fu mai associatore. I veri seguaci della via di Abramo sono soltanto il Messaggero, pace e benedizioni su di lui, e coloro che hanno creduto in lui!». La dignità dello stesso venerabile Gesù, pace su di lui, è stata esaltata nel Corano con queste parole: «In verità, presso Allah, l’esempio di Gesù è come quello di Adamo, pace su di lui».

Tra i membri della delegazione di Najran vi era forse una certa rigidità riguardo alle proprie convinzioni religiose. Spesso le persone rimangono fedeli alle vecchie concezioni anche con buone intenzioni. Tuttavia, la collusione malevola degli ebrei aveva reso la situazione ancora più complessa. Le polemiche sofistiche non necessarie e l’ostinazione da esse generata ostacolavano l’accettazione della verità. Per questo il Corano propose loro una via estrema per dirimere la questione: la mubahala. Al Messaggero, pace e benedizioni su di lui, fu ordinato di dire loro: «Venite, convochiamo le nostre mogli e i nostri figli e scendiamo noi stessi in campo; poi chiediamo ad Allah di giudicare tra noi e invochiamo la maledizione sui mentitori». In realtà, quando a una persona sincera viene rivolta l’accusa menzognera di mentire, per lei non può esservi nulla di più doloroso. In una situazione simile, Allah l’Altissimo stabilì questo metodo di soluzione: entrambe le parti avrebbero chiesto pubblicamente il giudizio di Allah davanti alla gente. Il giorno seguente il Messaggero, pace e benedizioni su di lui, uscì di casa portando con sé la sua amatissima figlia Fatima, suo genero Ali e i suoi innocenti nipoti. Per gli abitanti di Medina fu un’esperienza senza precedenti e un evento straordinario vedere un predicatore della verità condurre tutta la propria famiglia nel campo della mubahala. Quanto era salda la sua fede! I membri della delegazione cristiana furono presi dal panico: se egli fosse stato davvero un profeta, in quella mubahala di noi non sarebbe rimasta neppure la minima traccia. Non proseguirono oltre nella disputa, offrirono invece la loro sottomissione politica e lasciarono al Messaggero, pace e benedizioni su di lui, anche il compito di stabilire l’ammontare della jizya. Il giorno seguente fu redatto un documento ufficiale in cui si stabiliva che i cristiani avrebbero goduto della piena libertà religiosa e dell’autonomia sociale. Le loro persone e i loro beni sarebbero rimasti nello stato in cui si trovavano. I loro diritti esistenti non sarebbero stati modificati. Non sarebbe stato apportato alcun cambiamento tra i loro sacerdoti religiosi (vescovi e monaci). Nessuno sarebbe stato privato della proprietà o dei diritti sui beni religiosi. Non sarebbero più stati perseguiti per i reati commessi nell’epoca dell’ignoranza. L’esercito musulmano non sarebbe entrato nelle loro terre. Come i re e i sovrani terreni, non sarebbero stati costretti a imporre lavoro alla propria popolazione. Si sarebbe dovuto fare giustizia tra l’oppresso e l’oppressore. Nessuno si sarebbe assunto la responsabilità dei debiti derivanti dall’usura altrui. Nessuno avrebbe scontato il peccato di un altro. Su una popolazione tanto numerosa fu imposto annualmente un tributo di soli duemila uqiyya in vestiario.

Il resoconto relativo a queste due delegazioni di Najran si è in parte mescolato. Fu probabilmente l’arrivo della seconda delegazione a suscitare maggiore agitazione. Tuttavia, sembra che fosse stata la prima delegazione a ricevere il proclama di garanzia del Messaggero, pace e benedizioni su di lui. Infatti, nel secondo proclama gli aspetti religiosi sono più presenti di quelli politici. Esso si rivolgeva principalmente ai sacerdoti religiosi. In questo proclama agli abitanti di Najran venivano garantite la massima libertà religiosa e la totale assenza di interferenze nel sistema cristiano. Da questo proclama risulta che, nell’ambito politico, il Messaggero, pace e benedizioni su di lui, chiedeva soltanto la sottomissione all’autorità di governo e si dichiarava soddisfatto una volta ottenutala. Non impediva ad alcuna comunità di praticare la propria religione, né imponeva con la forza a nessuno la dottrina e la fede islamiche. Al contrario, concedeva alle minoranze la massima libertà religiosa. A livello individuale, il movimento islamico promuoveva il cambiamento della fede e delle opinioni soltanto con la forza degli argomenti; tuttavia applicava il proprio ordinamento collettivo mediante la forza politica. Si noti che nel primo proclama l’usura era esclusa dalla protezione, poiché costituiva un atto illegale e criminale. La religione non era affatto il suo oggetto principale, poiché si trattava di qualcosa di ancora più ampio della religione. Questo proclama emanato dal Messaggero, pace e benedizioni su di lui, conserva per sempre il valore di legge vincolante per la ummah. Da esso risulta inoltre quanto l’Islam sia indulgente verso le minoranze che professano altre religioni. Non è possibile presentare alcun esempio di un’altra legge, ordinamento o civiltà del mondo che abbia mostrato una simile benevolenza verso le minoranze.

Quando la seconda delegazione stava per lasciare Medina, chiese al Messaggero, pace e benedizioni su di lui, di inviare con loro un suo funzionario fidato per riscuotere la jizya. Il Messaggero, pace e benedizioni su di lui, inviò Ubayda ibn al-Jarrah e lo insignì del titolo di «Amin al-Ummah», cioè «il fiduciario della ummah». Il venerabile Abu Ubayda si impegnò al massimo non solo nella riscossione del tributo, ma anche nella diffusione dell’invito islamico in quella regione. Di conseguenza, molte persone abbracciarono l’Islam.

Va qui ricordato che gli abitanti di Najran erano divisi in due gruppi principali:

cristiani e ummi (analfabeti). I cristiani risolsero la questione impegnandosi alla sottomissione politica, mentre gli ummi abbracciarono l’Islam. Probabilmente la prima delegazione arrivò verso la fine del nono anno dell’Egira e la seconda nella prima parte del decimo anno dell’Egira.

13. La delegazione dei Banu Asad

La tribù chiamata Banu Asad era alleata dei Quraysh in tutte le attività militari. Nel nono anno dell’Egira, una delegazione di questa tribù si recò dal Messaggero ﷺ e gli annunciò di aver abbracciato l’Islam. Tuttavia, nel modo in cui lo comunicarono rimaneva qualcosa dell’arroganza tipica degli arabi. Con una certa ostentazione dei propri meriti, dissero al Messaggero ﷺ: «Voi non avete inviato alcun predicatore presso di noi. Abbiamo abbracciato l’Islam di nostra spontanea volontà». Per correggere questo atteggiamento, giunse al Messaggero ﷺ la rivelazione: «Non presentate il vostro abbracciare l’Islam come un favore che avete fatto a Me. Al contrario, è un favore di Allah avervi guidati sulla via dell’Islam». In seguito, la delegazione chiese il giudizio dell’Islam sui tentativi di conoscere il destino e predire il futuro attraverso gli uccelli, nonché sull’identificazione delle merci mediante il lancio di pietre (cioè, dopo averne stabilito il prezzo, il capo lancia da lontano una pietra verso una merce o un oggetto, e sceglie per sé quello sul quale cade la pietra). Il Messaggero ﷺ disapprovò tali pratiche. Infine chiesero se fosse lecito scrivere lettere. Il Messaggero ﷺ rispose: «Questo è qualcosa che fu introdotto da uno dei profeti. Quale sapere potrebbe essere migliore di questo?»

Durante il califfato di Abu Bakr al-Siddiq, un uomo di questa tribù, di nome Talha ibn Khuwaylid, avanzò la falsa pretesa di essere un profeta.

14. La delegazione dei Banu Fazara

I Banu Fazara erano una tribù potente e arrogante. Un loro membro, Uyayna ibn Hisn, si recò con una delegazione dal Messaggero ﷺ e abbracciò l’Islam mentre egli tornava da Tabuk. Il Messaggero ﷺ chiese loro informazioni sulla situazione generale della regione. Essi riferirono che nel paese imperversava una carestia. A causa della carestia, i raccolti, il bestiame e i giardini erano stati distrutti, mentre i bambini erano diventati emaciati e deperiti per la malnutrizione. Chiesero al Messaggero ﷺ di pregare. Egli pregò per la pioggia e la preghiera fu esaudita.

15. La delegazione dei Banu Amir

Era un ramo della celebre tribù araba di Qays Aylan. Aveva tre capi rinomati: Amir ibn Tufayl, Irbad ibn Qays e Jabbar ibn Salma. I primi due di questi tre capi erano avidi di potere. In particolare, Amir aveva già dato prova di varie malefatte. Anche questa volta erano venuti dopo aver ordito un terribile complotto per uccidere il Messaggero ﷺ. La delegazione si presentò al cospetto del Messaggero ﷺ e lo chiamò «Sayyiduna» (mio signore). Il Messaggero ﷺ disapprovò questo modo di rivolgersi a lui e disse: «Il signore è soltanto Allah, nessun altro». Dopo che ebbero pronunciato altre parole adulatorie, il Messaggero ﷺ li mise nuovamente in guardia, dicendo: «Quando parliamo, dobbiamo stare attenti affinché Satana non ci faccia deviare». Quale attenta cura nel proteggersi dall’adulazione! Amir ibn Tufayl considerava il movimento del Messaggero ﷺ nient’altro che una politica volta a conquistare il potere e un tentativo di costruire un impero. Perciò presentarono, come di consueto, alcune condizioni per la trattativa:

1. Voi governerete sui beduini e permetterete a me di governare sulla città.

2. Altrimenti, nominatemi governatore dopo di voi.

3. Oppure attaccherò Medina insieme ai Ghatafan.

Amer aveva già detto ad Arbad: «Io terrò occupato il Messaggero di Allah (s.a.) con le mie parole; tu, appena se ne presenterà l’occasione, porterai a termine l’incarico». Tuttavia, sotto l’influsso della solennità e della maestosità del Messaggero di Allah (s.a.), questi rimase sbalordito e immobile. I due tornarono indietro dopo aver fallito. Comprendendo le intenzioni di entrambi, il Messaggero di Allah (s.a.) pregò: «O Allah, proteggici dal loro male». Poco tempo dopo, Amer morì colpito dalla peste, mentre Arbad ibn Qays fu incenerito da un fulmine.

16. La delegazione della tribù dei Banu Udhra

Nel mese di Safar del nono anno dell’Egira, dodici uomini di questa tribù si presentarono alla corte del Messaggero di Allah (s.a.). Tra loro vi era Hamza ibn Nu‘man. Presentandosi, dissero: «Siamo discendenti di Udhra». Udhra era fratello di Qusay per parte di madre. Il Messaggero di Allah (s.a.) li accolse con grande gioia, dicendo: «Ahlan wa sahlan». Tutti abbracciarono sinceramente l’Islam. Il Messaggero di Allah (s.a.) diede loro la buona novella che il dominio dell’Impero romano in Siria sarebbe cessato e che Eraclio sarebbe fuggito. Proibì loro di chiedere agli astrologi notizie sul futuro e ordinò loro di abbandonare ogni sacrificio, eccetto quello insegnato dal profeta Abramo. Al momento della partenza, diede alla delegazione il consueto viatico.

17. La delegazione della tribù dei Balli

La zona abitata da questa tribù era molto importante. Nel mese di Rabi‘ al-awwal del nono anno dell’Egira, i rappresentanti della tribù giunsero dal Messaggero di Allah (s.a.) insieme al loro capo, Ruwayfi ibn Thabit, e abbracciarono l’Islam. Rimasero a Medina per tre giorni. Poi, al momento della partenza, il Messaggero di Allah (s.a.) diede loro datteri e denaro per il viaggio.

18. La delegazione della tribù dei Kinda

Era una tribù importante della regione dello Yemen. Sessanta o ottanta uomini di questa tribù giunsero a Medina, vestiti di preziosi abiti di seta, sotto la guida di Ash‘ath ibn Qays. Il Messaggero di Allah (s.a.) domandò loro: «Siete diventati musulmani?». Risposero: «Sì». Il Messaggero di Allah (s.a.) disse con tono meravigliato: «Allora perché siete venuti indossando questa seta?». La delegazione si tolse immediatamente gli abiti di seta, li strappò e li ridusse a brandelli, offrendo un raro esempio di fermezza nella fede.

19. La delegazione della tribù degli Azd

La tribù dei Banu Azd era originaria dello Yemen. La loro delegazione giunse al cospetto del Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui, sotto la guida di Sa’d ibn Abd Allah al-Azdi, e abbracciò l’Islam. Hazrat Sard fu nominato capo della tribù.

20. La delegazione di Jarash

A quel tempo, la maggior parte dello Yemen era già entrata a far parte dello Stato islamico. Tuttavia, vi erano ancora persone ribelli che tramavano nell’ombra. Anche la città di Jahash era sotto il controllo dei ribelli. Un gruppo di forze musulmane, guidato da Hazrat Sard al-Azdi, pose un lungo assedio e sconfisse i ribelli. Dopo che Jarash cadde nelle mani dell’esercito musulmano, la sua delegazione giunse a Medina.

21. La delegazione di Hamadan

Questa delegazione era composta da centoventi persone. Tra i suoi membri vi erano personalità di spicco della regione, quali Malik ibn Namit, Abu Sawr, Malik ibn Anfa al-Salmani, Umayr ibn Malik al-Khariki (o Amr ibn Malik) e Zimam ibn Malik. Malik ibn Namit lodò il Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui, recitando poesie al suo cospetto. Il Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui, lo nominò capo dei musulmani della tribù. Hazrat Khalid fu inviato dapprima nella regione di Hamadan per una missione di invito all’Islam. Tuttavia, per sei mesi non si ottenne alcun risultato. In seguito, il Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui, inviò Hazrat Ali, che portava una lettera. Giunto sul posto, Hazrat Ali lesse la lettera alla gente riunita. Essi abbracciarono immediatamente l’Islam. Quando Hazrat Ali informò il Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui, dei fatti con una lettera, egli si prostrò in preghiera per rendere grazie ad Allah; poi sollevò il capo e disse: «As-salāmu ʿalā Hamadān». (Che la pace sia su Hamadan.)

22. L’arrivo dell’inviato di Farwa al-Judhami

Farwa era il governatore della regione di Ma’an, nominato dall’Impero romano. Essa comprendeva territori sia della Siria sia dell’Arabia. Quando l’invito all’Islam lo raggiunse, egli mise a rischio tanto la propria posizione quanto la propria vita ed entrò nell’Islam. Inviò un messaggero per informare il Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui, della propria conversione all’Islam e gli mandò in dono un mulo bianco. Quando il governo romano venne a conoscenza della notizia, lo fece arrestare e uccidere per crocifissione in un luogo chiamato Afra. Allah aveva concesso a questo Suo servo una fede così salda che egli si alzò dal seggio del governatore e, ridendo, andò a stare presso il palo della crocifissione.

23. La delegazione della tribù di Tujīb

(Uno dei malfattori di questa stessa tribù, Kināna ibn Bishr, era l’assassino di ʿUthmān. Esiste un’altra tribù dal nome simile, Tājawāb, che discende dalla dinastia himyarita. Ibn Bilhām, l’assassino di ʿAlī, apparteneva a quest’ultima tribù.)

È un ramo della tribù di Kinda dello Yemen. Avevano già abbracciato l’Islam e avevano modellato la propria vita secondo le sue esigenze. Una delegazione di tredici persone giunse a Medina portando con sé i beni e il bestiame destinati alla zakāt. Dissero: «Abbiamo portato la parte dei nostri beni che appartiene ad Allah». Il Messaggero ﷺ disse: «Riportate questi beni e distribuiteli tra la gente della vostra zona». Essi risposero: «Abbiamo portato soltanto ciò che era rimasto dopo averlo distribuito alla popolazione locale». Udendo ciò, Abū Bakr disse spontaneamente: «O Messaggero di Allah, nessun’altra delegazione araba è mai giunta come la delegazione di Tujīb». Il Messaggero ﷺ disse: «La guida è nelle mani di Allah l’Altissimo. Egli colma di fede il cuore di colui per il quale desidera il bene».

Posero alcune domande al Messaggero ﷺ e tornarono dalla loro gente con le risposte scritte.

In questa delegazione vi era un giovane dei Banū ʿUbaydī. La delegazione lo aveva lasciato a occuparsi dei propri beni e del bestiame. Il Messaggero ﷺ lo chiamò in modo particolare. Egli disse: «Ho una sola richiesta: prega per il perdono dei miei peccati». Il Messaggero ﷺ pregò specialmente per lui. In seguito, quando nello Yemen si diffuse l’ondata di abbandono dell’Islam, questo giovane riuscì a mantenere tutta la sua tribù salda nell’Islam.

Il Messaggero ﷺ diede anche a questa delegazione il denaro per il viaggio di ritorno, come dono.

24. La delegazione dei Banū Saʿd Hudhaym (Quḍāʿa)

Alcuni membri di questa tribù si recarono dal Messaggero ﷺ come delegazione e abbracciarono l’Islam. Il Messaggero ﷺ.

Per suo ordine, Hazrat Bilal (r.a.) offrì a quel gruppo alcune monete d’argento per le spese di viaggio. Dopo il loro ritorno, l’intera tribù abbracciò l’Islam.

25. La conversione all’Islam della delegazione della tribù di Bahra

Anche questa era una tribù particolare della regione dello Yemen. Un gruppo di tredici persone giunse a Medina e abbracciò l’Islam. Dopo essersi trattenuti alcuni giorni per acquisire le conoscenze necessarie sulle norme islamiche, fecero ritorno. Anche a loro furono date, secondo consuetudine, le spese di viaggio.

26. La delegazione della tribù di Dhi Marra

Tredici uomini di questa tribù giunsero a Medina sotto la guida del capo Harith ibn Awf. Presentandosi, informarono il Messaggero (s.a.s.): «Siamo discendenti di Lu’ay ibn Ghalib e siamo legati a voi da vincoli di parentela». Il Messaggero (s.a.s.) chiese loro notizie della loro regione. Essi descrissero la terribile carestia che vi imperversava e gli chiesero di pregare per loro. Il Messaggero (s.a.s.) pregò immediatamente. Tornati alla loro tribù, seppero che proprio nel giorno in cui il Messaggero (s.a.s.) aveva pregato era piovuto e la terra si era ricoperta di rigogliosi raccolti. Rimasero alcuni giorni a Medina per acquisire le conoscenze necessarie sull’Islam, dopodiché partirono. Furono loro date le spese di viaggio.

27. La delegazione della tribù di Khawlan

Questa delegazione, composta da dieci persone, aveva già abbracciato la fede e si presentò al cospetto del Messaggero (s.a.s.) con grande devozione e sincerità. Nell’epoca dell’ignoranza adoravano una divinità chiamata «Amme Uns». Dichiararono che ormai soltanto gli anziani adoravano quella divinità e che sarebbero andati subito a distruggerne l’idolo. Raccontarono inoltre quali grandi sacrifici venivano offerti in passato in nome di quella divinità e quali cerimonie si celebravano. Durante la loro permanenza acquisirono le conoscenze necessarie per condurre una vita islamica. Al momento della partenza furono loro date le spese di viaggio.

28. La delegazione della tribù di Muharib

Prima di abbracciare l’Islam, questa tribù era estremamente irascibile e immorale. Nei primi tempi, quando il Messaggero, pace e benedizioni su di lui, si recava di tribù in tribù per invitare all’Islam, portò l’invito anche a questa tribù. Ma essi si comportarono in modo estremamente sconveniente. Un gruppo di dieci persone si pentì e si presentò al cospetto del Messaggero, pace e benedizioni su di lui. Una volta, durante un’assemblea, il Messaggero, pace e benedizioni su di lui, riconobbe un uomo e lo fissò attentamente. L’uomo lo capì e disse spontaneamente: «O Messaggero, probabilmente mi hai riconosciuto. Una volta ti incontrai al mercato di Ukaz. In quell’occasione ti trattai molto ingiustamente e respinsi il tuo invito in modo assai sconveniente. O Messaggero di Allah! Tra i miei compagni, nessuno era un nemico più accanito di te di quanto lo fossi io. Ma sia lodato Allah, che mi ha concesso la fede e l’obbedienza». Poi chiese al Messaggero, pace e benedizioni su di lui, di pregare Allah affinché perdonasse gli errori e le colpe della sua vita precedente. Il Messaggero, pace e benedizioni su di lui, gli disse: «Abbracciando l’Islam, tutti i peccati commessi durante la miscredenza vengono perdonati».

29. La delegazione della tribù di Ghassan

Sebbene i Ghassaniti fossero una tribù araba per origine, poiché avevano abbracciato il cristianesimo governavano le regioni arabe per conto dell’imperatore romano. Nel decimo anno dell’Egira, tre uomini di questa tribù giunsero a Medina e abbracciarono l’Islam per mano del Messaggero, pace e benedizioni su di lui. Essi riferirono che la loro gente non avrebbe abbandonato il rango e i privilegi di cui godeva allora per abbracciare l’Islam. Il Messaggero, pace e benedizioni su di lui, li congedò fornendo loro le spese di viaggio. Tornati indietro, ripresero a invitare all’Islam, ma anche questo tentativo fallì. Tutti e tre, sotto la pressione delle circostanze, tennero nascosto il fatto di aver abbracciato l’Islam. Uno di loro incontrò il venerabile Abu Ubayda durante la battaglia di Yarmuk e gli espresse la propria incrollabile fede nell’Islam. Gli altri due erano morti già prima.

30. La delegazione della tribù di Salman

Una delegazione composta da sette uomini di questa tribù, tra cui Habib ibn Umar, giunse a Medina. In risposta alle loro domande, il Messaggero, pace e benedizioni su di lui, disse che compiere la preghiera al momento stabilito è la migliore delle buone azioni. Anch’essi descrissero la situazione di carestia e chiesero una preghiera. Il Messaggero, pace e benedizioni su di lui, pregò. In seguito si seppe che proprio quel giorno aveva piovuto nella loro regione.

31. La delegazione della tribù dei Banu Isa

Anch’essi erano originari della regione dello Yemen. Anche la loro tribù giunse nel decimo anno dell’Egira. Chiesero: «Abbiamo sentito dai predicatori dell’Islam che l’Islam di chi non compie l’Egira non viene accettato. La nostra situazione è tale che il bestiame domestico costituisce l’unica fonte del nostro sostentamento. È difficile compiere l’Egira portandolo con noi. Se dunque dobbiamo necessariamente partire, venderemo il bestiame e verremo qui». Guardate lo slancio e l’entusiasmo della fede: al minimo cenno erano pronti ad abbandonare la patria e tutti i propri beni per partire. Il Messaggero, pace e benedizioni su di lui, disse: «Dove vi trovate, continuate a temere Allah e a comportarvi secondo il Suo comando». Nei primi tempi, quando era necessario rafforzare il centro dell’Islam e formare persone che svolgessero il lavoro dell’invito in tutto il Paese, era stato reso obbligatorio compiere l’Egira e trasferirsi al centro. Quella fase è ormai superata. Ora è auspicabile che la forza del movimento sia diffusa in tutto il Paese e che l’invito all’Islam si sviluppi in ciascuna regione; per questo l’Egira non è più necessaria. A questa seconda fase si riferisce anche l’ingiunzione secondo cui «dopo la vittoria non vi è più l’obbligo dell’Egira».

32. La delegazione della tribù di Ghamid

Nel decimo anno dell’Egira, una delegazione composta da dieci persone della tribù di Ghamid giunse a Medina. Tutti abbracciarono l’Islam. Il Messaggero di Allah ﷺ incaricò Ubayy ibn Kaʿb di insegnare loro il Corano. Poi li congedò fornendo loro le spese di viaggio.

33. La delegazione della tribù dei Banu al-Muntafiq

Da questa tribù giunsero a Medina due delegati, chiamati Nahik ibn Asim e Laqit ibn Amir. Quando arrivarono nella Moschea del Profeta, il Messaggero di Allah ﷺ stava pronunciando il sermone. Al termine del sermone, Laqit si alzò e pose alcune domande sulla Risurrezione, sul Paradiso e sull’Inferno. Il Messaggero di Allah ﷺ gli rispose ampiamente. Poi gli pose anche alcune domande sui profeti e sui popoli precedenti. Alla domanda se il Messaggero di Allah ﷺ possedesse la conoscenza dell’invisibile, egli rispose chiaramente che solo Allah possiede la conoscenza dell’invisibile.

34. La delegazione della tribù di Abd al-Qays

Ho già menzionato la delegazione della tribù di Abd al-Qays, che era giunta nel quinto anno dell’Egira. La seconda delegazione di questa tribù arrivò a Medina nel decimo anno dell’Egira. I suoi membri erano quaranta.

35. Tariq ibn Abd Allah e i suoi compagni

In precedenza, Tariq ibn Abd Allah aveva visto una volta il Messaggero di Allah ﷺ invitare la gente all’Islam al mercato di al-Majaz. In quell’occasione, suo zio paterno Abu Lahab lo seguiva di corsa e diceva alla gente: «Non ascoltatelo, è un bugiardo» (che Allah ci protegga). In seguito, questo stesso Tariq ibn Abd Allah venne a Medina da al-Rabdha con alcuni compagni per acquistare datteri. Il Messaggero di Allah ﷺ passò accanto al luogo in cui Tariq si era accampato. Gli chiese chi fosse e quale fosse lo scopo della sua venuta. Poi acquistò da lui un cammello in cambio di datteri. Promise di mandargli immediatamente i datteri come pagamento del cammello. In seguito, Tariq e i suoi compagni cominciarono a preoccuparsi: avevano ceduto il cammello a credito senza sapere nulla; chissà se avrebbero ricevuto il pagamento. Una nobildonna che viaggiava con la carovana di Tariq disse: «Ho visto il volto luminoso di quest’uomo. Non può mai essere un ingannatore. Se non pagherà il prezzo del cammello, lo pagherò io». Poco dopo, un uomo arrivò portando dei datteri. Separò la quantità stabilita di datteri come prezzo del cammello e ne diede un’altra quantità come regalo. In questo modo, il Messaggero di Allah ﷺ conquistò il cuore della carovana. Quando poi giunsero in città, il Messaggero di Allah ﷺ stava pronunciando un sermone nella moschea e raccomandava l’elemosina. Così si aprì la strada per invitarli all’Islam.

36. Amr ibn Maʿdikarib, delegato della tribù dei Banu Zubayd

Quando la tribù dei Banu Zuhayb ascoltò la predicazione riguardante l’Islam, si recò dal proprio capo, Amr ibn Maʿdīkarib, e gli disse: «Abbiamo sentito dire che nell’Higiaz è apparso un profeta di nome Muhammad, pace e benedizioni su di lui. Vai a informarti un po’. Scopri se la notizia è vera o falsa. Se, secondo il tuo giudizio, è davvero un profeta, allora crederemo tutti in lui». Amr ibn Maʿdīkarib andò e abbracciò l’Islam. Tuttavia, dopo la morte del Messaggero, pace e benedizioni su di lui, divenne apostata.

37. L’inviato della dinastia himyarita

Himyar era una famiglia reale. Da parte sua giunse un inviato con una lettera. In essa era riportata la notizia che Harith ibn Abd Kilal, Nuʿaym ibn Aban Kilal, Nuʿman Dhu Ruʿayn, Mayafir e Hamdan avevano abbracciato l’Islam. Il Messaggero, pace e benedizioni su di lui, scrisse una risposta dettagliata a quella lettera e ne inviò una alla famiglia reale di Himyar. In essa espose gli insegnamenti e le norme fondamentali dell’Islam. Vi mise per iscritto l’ordine di riscuotere la zakat dai musulmani e la jizya dai non musulmani. Inoltre, sostenendo la libertà religiosa della popolazione, scrisse che coloro i quali desideravano rimanere ebrei o cristiani non dovevano essere costretti a cambiare religione. Nella lettera scrisse anche: «Stiamo inviando presso Dhu Ruʿayn Dhu Yazān i nostri rappresentanti Muʿadh ibn Jabal, Abdullah ibn Zayd, Malik ibn ʿUbada, ʿUqba ibn Namr, Malik ibn Murra e alcuni altri. Il capo di questa delegazione è Muʿadh ibn Jabal. Questa delegazione trasmetterà i miei ordini e tornerà con la zakat e la jizya».

38. La delegazione della tribù dei Nakhaʿ

Anche i Nakhaʿ erano una tribù dello Yemen. Secondo la maggior parte delle narrazioni, questa fu l’ultima delegazione a giungere a Medina, nel mese di Muharram dell’undicesimo anno dell’Egira. Il numero dei membri della delegazione era di duecento. In realtà, tutti avevano abbracciato l’Islam per mano di Muʿadh ibn Jabal. Dopo aver abbracciato l’Islam, vennero a Medina spinti dall’irresistibile desiderio di incontrare il Messaggero, pace e benedizioni su di lui. Giunti lì, riferirono al Messaggero, pace e benedizioni su di lui, di aver abbracciato l’Islam. Un membro della delegazione gli chiese l’interpretazione di un proprio sogno e, dopo una breve permanenza, fece ritorno.

Le delegazioni menzionate continuarono ad arrivare con tale regolarità e in numero così elevato che divenne evidente il vero significato della parte del versetto della sura An-Nasr: «E vedrai le genti entrare a frotte nella religione di Allah». La realtà è che ogni essere umano prova per natura e spontaneamente un’inclinazione verso l’Islam. Inoltre, il Messaggero, pace e benedizioni su di lui, aveva presentato l’Islam mediante gli incomparabili e inconfutabili argomenti del Corano e con un eloquio capace di conquistare le menti e i cuori. Parallelamente, attraverso la sua vita pura e il suo carattere concreto, aveva offerto una rappresentazione così completa della verità dell’Islam che le persone non potevano fare a meno di accoglierlo e lasciarsene influenzare. Davanti alla gente comune rimaneva un solo ostacolo all’abbracciare l’Islam: la precedente leadership dell’ignoranza. Quando questo ostacolo fu rimosso e si seppe con certezza che la forza islamica di Medina era invincibile e che da essa non vi era alcun timore che potesse derivare un danno all’umanità, ma che, al contrario, da essa scaturiva continuamente un bene autentico, i loro petti si aprirono alla verità e alla giustizia. Avvertirono dentro di sé un’ardente sete di immergersi in questa luce della verità. E, resi inquieti da tale sete, si precipitarono verso Medina, dove la placarono.

Fu così che un’inondazione di luce si diffuse tutt’intorno e l’oscurità scomparve.

 

L’inizio della predicazione internazionale

Il gruppo che ebbe la fortuna di condurre il movimento islamico, formato dalle mani del Messaggero, non limitava il proprio campo d’azione al livello locale e nazionale; era piuttosto una «khayra ummah», cioè la comunità migliore, fatta sorgere per il «bene dell’umanità» di ogni parte del mondo e di ogni epoca. In altre parole, era stata inviata per guidare tutta l’umanità verso l’attuazione dei principi di verità, sincerità, rettitudine, giustizia ed fraternità. Il suo obiettivo ultimo e definitivo non era soltanto riformare gli Arabi, organizzarli e unirli sul piano statale; mirava invece a fondare uno Stato islamico e, utilizzando tutti i mezzi disponibili, invitare tutte le nazioni e tutti i Paesi del mondo ad attuare i precetti islamici. In quell’epoca monarchica, milioni e milioni di servi di Allah erano schiacciati sotto il giogo della schiavitù imposto da piccole classi e famiglie: non possedevano né libertà di giudizio, né benessere economico, né alcun diritto politico. Come avrebbe potuto un movimento riformatore ignorare la loro condizione di oppressione e sfruttamento? Nella lettera scritta all’imperatore persiano, il Messaggero stesso rese chiaro l’ambito internazionale della propria missione con queste parole: «Io sono l’inviato e il Messaggero di Allah presso gli uomini di tutto il mondo».

In realtà, Allah Altissimo fece inaugurare proprio per mano del Messaggero l’era internazionale per un’umanità divisa in innumerevoli identità nazionali regionali e soggetta ai monarchi e ai sacerdoti. Una sola parola di verità e giustizia, ignorando tutte le divisioni geografiche, genealogiche, linguistiche e politiche, si diffuse con estrema rapidità nei tre continenti del mondo allora organizzato. L’ultimo Profeta, Muhammad, fu incaricato di questa missione internazionale proprio in un’epoca in cui non era lontano il giorno in cui sarebbero apparsi la polvere da sparo, la stampa e la forza del vapore. Il mondo intero stava per trasformarsi in un’unica città grazie ai nuovi mezzi e strumenti. Cinque o settecento anni, nell’immenso scenario della storia mondiale, non rappresentano un periodo particolarmente lungo. Il Messaggero apparve in un’epoca che, appena pochi secoli più tardi, avrebbe visto i confini materiali del mondo congiungersi gli uni agli altri. Prima dell’avvento di quest’epoca, fu diffusa la missione internazionale volta a stabilire nel mondo la vera legge dell’Islam. Il suo scopo era che, quanto più l’umanità si sarebbe avvicinata materialmente, tanto più sarebbe rimasta unita da un medesimo legame anche sul piano mentale, ideologico e morale. Questo periodo intermedio non sarebbe stato sufficiente per ampliare la missione e preparare le nazioni del mondo alla nuova era. È vero che, a quel tempo, il corso dell’era internazionale sfuggì al controllo delle forze rivoluzionarie musulmane e cadde nelle mani delle forze materialiste. Infatti, benché la potenza islamica avesse mantenuto nella storia una propria immagine autorevole, non riuscì a conservare il vigore e l’entusiasmo della sua missione rivoluzionaria. Ciononostante, la nuova era ricevette dal movimento islamico il rispetto per l’umanità, l’uguaglianza umana, la coscienza democratica, il riconoscimento del giusto valore della conoscenza scientifica intellettuale e sperimentale, il desiderio di conquistare la natura, il rispetto per i trattati e i diritti internazionali, la libertà di esprimere opinioni e di parlare, la consapevolezza dei diritti delle minoranze, i principi fondamentali della giustizia e altri valori superiori. Questi elementi, entrando nell’ambito della mentalità materialista, hanno subito deformazioni e sono diventati privi di chiarezza. Tuttavia, tutto ciò che di buono e benefico si trova nella civiltà moderna è un dono del Messaggero all’umanità del mondo. Anche alcuni orientalisti sinceramente obiettivi lo hanno riconosciuto.

Pertanto, per sua stessa natura fondamentale, il movimento islamico rivendica che la sua missione non rimanga confinata entro i confini dell’Arabia, ma si diffonda in tutto il mondo. Al tempo stesso, era una necessità concreta che l’Islam si espandesse oltre l’Arabia. Altrimenti, sarebbe stato impossibile mantenere in Arabia un governo fondato sull’ideale islamico. In tal caso, uno Stato islamico sarebbe rimasto circondato da ogni parte da Stati non islamici. In particolare, gli imperi romano e persiano guardavano sempre con bramosia ai territori arabi. Alcuni territori arabi erano sotto il loro controllo ed essi compravano e utilizzavano anche alcune tribù arabe. Inoltre, il conflitto tra Medina e il governo romano era già iniziato.

La rapidità con cui il Messaggero fece avanzare il movimento islamico è per noi sorprendente. In soli tredici anni completò il compito di formare, attraverso la missione iniziale, il gruppo di operatori incaricato di guidare il movimento. Poi, in otto anni, portò a compimento la fondazione effettiva dello Stato islamico. Nei due anni restanti della sua vita, trasmise la missione agli Stati e agli imperi circostanti.

La tregua di Hudaybiyyah, conclusa nel sesto anno dell’Egira, gli offrì una pausa dai conflitti e dagli scontri interni al Paese e l’opportunità di estendere la missione oltre l’Arabia. Subito dopo aver compiuto l’Umrat al-qada il primo Muharram del settimo anno dell’Egira, il Messaggero invitò all’Islam, tramite emissari, i governanti degli Stati vicini. Nell’epoca odierna appare particolarmente degno di nota il fatto che il Messaggero abbia rivolto l’invito all’Islam ai governanti, anziché ai popoli degli altri Paesi. La ragione è evidente. In quell’epoca, i sudditi non avevano alcun diritto di fronte ai re e agli imperatori. Non possedevano alcuna libertà fondamentale che consentisse loro di prendere autonomamente decisioni riguardo a se stessi. Inoltre, quei re e imperatori non erano in alcun modo disposti a concedere l’opportunità a persone provenienti da Paesi stranieri di incontrare i loro sudditi e distoglierli dalla religione che professavano. Il fondamento stesso del loro potere politico poggiava sulla loro concezione religiosa. Governavano il Paese soltanto con la collaborazione dei capi religiosi. E là dove non si auspicava soltanto un cambiamento di religione, ma una trasformazione completa dell’essere umano — dove si prevedeva di mutare gusti, criteri e valori dell’uomo — e dove tra coloro che accettavano l’invito all’Islam si suscitava un atteggiamento ribelle contro l’ordine vigente e si risvegliava il desiderio rivoluzionario di instaurare un nuovo sistema, come sarebbe stato possibile che i re e gli imperatori permettessero la diffusione silenziosa dell’Islam tra i loro sudditi? I governanti monarchici di quell’epoca si erano insediati come signori dotati di autorità assoluta sulla terra, tanto che, senza il loro permesso, non poteva muoversi nemmeno una foglia. Per questo il Messaggero presentava direttamente ai governanti l’invito all’Islam e, nelle lettere di missione, li definiva rappresentanti dei loro popoli, affidando loro la responsabilità del bene e del male che ricadeva sui sudditi. Il Messaggero si rivolgeva ai vari re e grandi re chiamandoli «leader» delle rispettive nazioni. All’imperatore persiano e al Muqawqis disse con parole chiare: «Se non accetti l’Islam, dovrai sopportare tu stesso le conseguenze dei peccati di tutta la tua nazione».

Quando scriveva ai re e ai sovrani, da un lato seguiva le consuetudini vigenti: fece realizzare un anello per apporre il sigillo e vi fece incidere le parole «Muhammad, Messaggero di Allah». D’altro canto, introdusse una prassi e un metodo del tutto propri. Iniziava ogni lettera con «Nel nome di Allah, il Misericordioso, il Clemente». Scriveva il proprio nome in qualità di mittente e quello della persona cui indirizzava la lettera. Poi esponeva il messaggio con parole concise, estremamente misurate e prudenti. Il linguaggio diplomatico che adottava nelle sue lettere, nel contesto di quell’epoca, ci presenta in modo tale la superiorità intellettuale del Messaggero di Allah da lasciarci stupefatti. Per esempio, in tutte quelle lettere usava in forma assai concisa la frase: «Accetta l’Islam e avrai la pace». Essa significava anche: «Sottomettiti e avrai la pace». Il senso dell’espressione «avrai la pace» è che questa è l’unica via o mezzo per raggiungerla. Essa contiene inoltre un significato di minaccia implicita: se non accetti l’Islam o non ti sottometti, andrai incontro a una disgrazia. Sono appena due parole, eppure hanno un significato vastissimo. Analogamente, diceva: «Se non accetti l’Islam, dovrai sopportare le conseguenze dei peccati dell’intera nazione». Anche questa frase aveva un duplice significato. Uno era religioso: sarai tu a doverne rispondere davanti ad Allah. L’altro era politico: ne subirai le conseguenze politiche già in questa vita. Il Messaggero di Allah non usava frasi di questo genere, dal duplice significato, affinché il messaggio rimanesse oscuro e si lasciasse spazio a interpretazioni distorte — Dio non voglia. Al contrario, in una stessa frase intendeva comunicare simultaneamente entrambi i significati. Esprimere un significato così ampio con così poche parole è una manifestazione della balāgha, ossia dell’eccellenza retorica e linguistica, del Messaggero di Allah. Inoltre, quando scriveva a ciascun sovrano, impiegava un linguaggio adeguato alla sua religione e al particolare ambiente e alle circostanze in cui viveva; non usava quindi un linguaggio stereotipato in ogni situazione. Mandava poi a ciascun sovrano un inviato che conoscesse la lingua di quel paese. [Alcuni Compagni avevano appreso diverse lingue viaggiando in paesi stranieri per motivi commerciali. Ad alcuni altri, invece, il Messaggero di Allah aveva ordinato espressamente di imparare le lingue straniere.]

Lo scopo principale dell’invio di quelle lettere era trasmettere l’invito all’Islam. Ma attraverso di esse faceva anche comprendere ai governanti degli Stati vicini che l’Arabia non era più, come in passato, una terra indifesa e aperta alle incursioni. Era invece un paese governato da un governo ben organizzato, capace di affrontare e accettare ogni tipo di sfida. Quel governo non temeva le minacce né le intimidazioni di nessuno. Lì era attivo un governo potente, efficiente e costantemente vigile.

Descriverò ora brevemente come furono inviate le lettere d’invito ai vari sovrani stranieri e quali risultati ne conseguirono.

1- Il Messaggero di Allah inviò, tramite Amr ibn Umayya al-Damri, una lettera d’invito scritta al re dell’Abissinia, al-Najashi Asama — o Ashama — ibn Abjar. Nella lettera si faceva particolare menzione degli emigrati abissini giunti in precedenza, soprattutto del venerabile Ja‘far al-Tayyar. Si ordinava di proteggerli. Poi il re stesso, e attraverso di lui anche i membri della sua corte, venivano invitati all’Islam.

Al-Najashi era già stato influenzato dall’Islam. Accettò pubblicamente l’Islam per mano del venerabile Ja‘far e inviò inoltre al Messaggero di Allah una lettera contenente il resoconto dettagliato dell’accaduto. Mandò suo figlio Arha come emissario. Fece anche sapere che, se il Messaggero di Allah gli avesse ordinato di recarsi personalmente da lui, sarebbe stato pronto a presentarsi. [Probabilmente non si tratta dello stesso Najashi davanti al quale erano comparsi gli emigrati, che aveva accettato l’Islam e per il quale il Messaggero di Allah aveva celebrato a Medina la preghiera funebre in sua assenza. Asama salì al trono dopo di lui. In ogni caso, esistono divergenze riguardo all’identità di quest’uomo.]

2- Il Messaggero di Allah inviò, tramite Ala ibn al-Hadrami, una lettera d’invito a Mundhir ibn Sawa, tributario dell’imperatore persiano e governatore del Bahrein. Mundhir accettò l’Islam e, insieme a lui, lo accettò una parte considerevole dei suoi sudditi. Nella lettera di risposta comunicò di aver accettato l’Islam e dichiarò che una parte dei suoi sudditi era pronta ad abbracciarlo. Informò inoltre che alcuni sudditi non desideravano accettare l’Islam, ma volevano rimanere ebrei o cristiani. Da Medina fu inviata un’altra lettera, nella quale si stabiliva che coloro che desideravano rimanere ebrei o cristiani sarebbero stati lasciati nella loro religione, ma avrebbero dovuto pagare la jizya.

3- Jaifar e Abd erano entrambi figli di Jaifar, re di Oman. La lettera d’invito fu inviata tramite Amr ibn al-As. Amr ibn al-As incontrò dapprima Abd, il fratello minore. Abd discusse a lungo della questione. Da lui apprese che al-Najashi era diventato musulmano, e tuttavia il suo popolo non lo aveva deposto dal trono, né i vescovi e i sacerdoti erano riusciti a impedirglielo. Persino l’imperatore romano, dopo aver saputo dell’accaduto, non aveva intrapreso alcuna azione. Anzi, dopo aver accettato l’Islam, al-Najashi aveva persino smesso di pagare il tributo a Eraclio. Abd apprese da Amr ibn al-As anche i principali insegnamenti del Messaggero di Allah. Dopo quella conversazione nacque in lui il desiderio di accettare l’Islam. Tuttavia cominciò a lamentarsi, dicendo: «Sarebbe bello se anche mio fratello maggiore acconsentisse ad accettare l’Islam e noi due potessimo recarci insieme a Medina per abbracciarlo». In seguito si tenne un’udienza. Alla presenza dei due fratelli, l’inviato di Medina aprì la lettera sigillata. Entrambi i fratelli la aprirono e la lessero, dopodiché furono poste alcune domande. In risposta, Amr disse: «I Quraysh hanno accettato l’obbedienza al Messaggero di Allah perché costretti. Quanto al gruppo del Messaggero di Allah, è composto da persone che si sono riunite al suo fianco dopo aver riflettuto attentamente e compreso la questione». Nonostante ciò, il re Jaifar rimase esitante. I suoi due figli, invece, accettarono l’Islam, così come un numero enorme di sudditi di quel regno.

4- Mundhir ibn al-Harith ibn Abu Shimar era il sovrano cristiano di Damasco. Da Medina giunse Sulayt ibn Amr con una lettera d’invito. Anche lui considerava il movimento del Messaggero di Allah una questione di politica mondana e pose la condizione che metà del governo islamico fosse sua. In seguito, però, la sua vita si accorciò rapidamente. Quando il Messaggero di Allah ricevette informazioni su di lui, disse: «Anche se chiedesse un solo pollice di terra, o la superficie occupata da un dattero, non sarei disposto a concedergliela. Ogni centimetro della terra sulla quale è fondato lo Stato islamico è un deposito sacro.»

5- Jarih ibn Matta, al-Muqawqis, era il re cristiano di tutto l’Egitto, compresa Alessandria. Il Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui, inviò come ambasciatore alla sua corte Hatib ibn Abi Balta’a. Egli consegnò la lettera e parlò anche a voce. Il discorso che pronunciò oralmente fu così intrepido e audace da far comprendere quale personalità dal carattere forte e dalla mentalità vigorosa il Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui, avesse formato secondo il modello dell’Islam. Per mettere in guardia al-Muqawqis, Hatib disse: «In questa terra era nato in precedenza un uomo che proclamava con arroganza: “Io sono il vostro signore supremo”. Alla fine fu colpito dall’ira di Allah e andò distrutto. In quanto successori dei precedenti governanti di questa terra, dovreste trarre insegnamento dal destino di coloro che vi hanno preceduto. Non dovrebbe accadere che siano altri a trarre insegnamento dal vostro destino». Poi, dopo aver dimostrato con argomenti e prove la superiorità dell’Islam, disse: «Vi invito ad accettare la religione vera e autentica di Gesù, pace su di lui. Non è una religione nuova». Sebbene al-Muqawqis non fosse pronto ad accettare l’Islam, mostrò grande rispetto per la lettera del Profeta, pace e benedizioni su di lui, la ripose in una custodia d’avorio e la conservò nel tesoro. In seguito inviò al Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui, diversi doni, tra cui il famoso mulo chiamato Duldul. In risposta alla lettera scrisse: «So che l’avvento dell’ultimo Profeta è ancora da compiersi. Tuttavia, ritengo che nascerà in Siria».

6- Eraclio era l’imperatore della parte orientale dell’Impero romano. La sua capitale era Costantinopoli. Il Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui, gli inviò Dihya ibn Khalifa al-Kalbi con una lettera d’invito all’Islam. Dihya si recò a Bayt al-Maqdis e lo incontrò. Eraclio organizzò una cerimonia grandiosa e sfarzosa in onore dell’inviato di Medina e gli pose molte domande dettagliate sul Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui. Inoltre ordinò che gli fosse condotto chiunque, in quella regione, provenisse dalla Mecca. Per caso, in quel periodo Abu Sufyan, il capo dello schieramento avversario del Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui, si trovava lì per un viaggio commerciale. Fu convocato a corte insieme a tutti i suoi compagni di viaggio. Eraclio disse loro: «Farò alcune domande ad Abu Sufyan; se darà una risposta falsa a qualcuna di esse, fatemelo sapere». Abu Sufyan disse: «Se non avessi temuto che i miei compagni avrebbero smascherato le mie menzogne, avrei approfittato di questa occasione per inventare qualcosa». Tuttavia, Allah fece sì che, persino dalla bocca del suo più accanito nemico, uscisse la verità sul Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui. Eraclio gli chiese informazioni sulla nascita del Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui, sulla sua famiglia, sul suo carattere, sulla condizione dei suoi compagni più vicini, sulla rapidità della sua ascesa, sulla situazione dei musulmani in guerra, sugli insegnamenti dell’Islam e su diversi altri aspetti. Dopo aver ascoltato le informazioni fornite da Abu Sufyan in risposta a tutte le domande, Eraclio disse: «Abu Sufyan, se ciò che hai detto è vero, quest’uomo un giorno sarà padrone anche del luogo in cui io sono seduto. Ah, se solo potessi recarmi da quel Profeta e lavargli i piedi!». Poi fu letta la lettera del Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui. I membri della corte espressero grande irritazione, poiché, vedendo lo stato d’animo di Eraclio, erano già allarmati. Fecero uscire rapidamente i rappresentanti della Mecca.

In seguito alla conversazione con Eraclio, nel cuore dello stesso Abu Sufyan rimase impressa la superiorità dell’Islam.

7- Cosroe Parvez era l’imperatore dell’Iran e adorava il fuoco. Il Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui, inviò a lui con una lettera d’invito all’Islam Abd Allah ibn Rawaha, che Allah sia soddisfatto di lui. Cosroe Parvez, in preda alla sua arroganza, fece a pezzi la lettera del Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui, dicendo: «Come ha potuto un suddito dei nostri osare tanto?». Lo sventurato Cosroe non sapeva che il mondo arabo era ormai alle soglie di una grande rivoluzione e che vi si stava sviluppando una vigorosa forza ideologica. Cosroe Parvez ordinò al suo governatore nello Yemen, Badhan, di arrestare immediatamente l’autore della lettera e condurlo da lui. Badhan inviò un reparto per arrestare e portare il Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui. Quando il reparto arrivò a Ta’if, i principali capi del luogo ne furono molto felici. Pensarono che finalmente il nemico del loro amato sistema sociale dell’epoca dell’ignoranza, Muhammad, pace e benedizioni su di lui, sarebbe stato sradicato. Il reparto giunse a Medina e il suo comandante informò Muhammad, pace e benedizioni su di lui, che erano venuti, per ordine dell’imperatore persiano, ad arrestare il Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui. Il Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui, disse loro: «Tornate domani mattina per incontrarmi di nuovo». Quando tornarono la mattina seguente, il Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui, disse loro: «Questa notte Allah ha fatto uccidere il vostro imperatore per mano di suo figlio. Andate e verificate se la notizia è vera». Dopo aver constatato la veridicità della notizia e conosciuto la grandezza degli insegnamenti e del carattere del Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui, Badhan entrò nella fratellanza islamica. Seguendo il suo esempio, anche molti altri della corte e della regione abbracciarono la fede.

Quando il Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui, seppe che l’imperatore persiano aveva fatto a pezzi la sua lettera, disse: «In realtà, ha fatto a pezzi il proprio impero». Sembra che fosse il decreto di Allah l’Altissimo a essere stato pronunciato dalla bocca del Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui. Infatti, nel giro di appena dieci o quindici anni, un impero antico di quattro o cinquemila anni, solido, vastissimo e straordinariamente opulento, fu sconfitto dall’Islam. In realtà, furono i conflitti interni a portare alla rovina quell’impero.

Inoltre, tra i governanti di altri piccoli regni ai quali fu trasmesso l’invito all’Islam vi era Farwa ibn Amr, governatore dell’Impero romano, che, come conseguenza della sua conversione all’Islam, perse sia la carica sia la vita. Il secondo fu Thumama, governante del Najd, che abbracciò l’Islam nel sesto anno dell’Egira. Il terzo fu Jabala al-Ghassani, che abbracciò l’Islam nel settimo anno dell’Egira. Il quarto fu Ukaidir, governante di Dumat al-Jandal, che abbracciò l’Islam. Il quinto fu Dhu al-Kila al-Himyari, re della tribù di Himyar. Pretendeva di essere una divinità e ordinava ai suoi sudditi di prosternarsi davanti a lui. Alla fine anch’egli abbracciò l’Islam. Durante il governo di Umar al-Faruq, che Allah sia soddisfatto di lui, venne a Medina, dopo aver rinunciato al regno, per condurre una vita da asceta. Per la gioia di aver abbracciato l’Islam, liberò diciottomila schiavi e schiave.

Dagli eventi sopra menzionati si apprende che da questa lotta, condotta attraverso la scrittura, per la predicazione islamica si ottennero risultati di grandissima importanza, che furono molto utili alla diffusione e allo sviluppo dell’Islam. Innanzitutto, grazie ad essa, la predicazione dell’Islam divenne un argomento di discussione e di considerazione negli Stati vicini. In secondo luogo, un numero significativo di governanti al potere abbracciò l’Islam grazie a quelle lettere, in un momento in cui i musulmani erano culturalmente molto arretrati. Ciò dimostra che l’Islam è una religione vera e naturale. Insieme a questi governanti che avevano abbracciato l’Islam, anche i loro sudditi si volsero verso l’Islam. Persino coloro che non si convertirono dopo aver ricevuto le lettere del Messaggero (s.a.) ne furono profondamente influenzati. Inoltre, l’inizio di un’epoca internazionale attraverso l’invio delle lettere contribuì notevolmente a creare un ambiente favorevole anche all’interno del Paese. Il più grande beneficio di questa iniziativa fu che, fin dall’inizio, si aprì davanti ai musulmani un vasto campo d’azione e venne loro assegnato un obiettivo enorme e lungimirante, a livello nazionale e internazionale. Ne risultò che, anche dopo la fondazione dello Stato islamico in tutta l’Arabia, i combattenti musulmani non si fermarono, non si abbandonarono ai piaceri e al lusso e non pensarono di aver già fatto tutto ciò che dovevano fare. Al contrario, le loro aspirazioni e i loro desideri crebbero ulteriormente. Affidando ai propri compagni incarichi diplomatici, il Messaggero (s.a.) li aveva egregiamente preparati ad assumersi le responsabilità dei giorni futuri. Essi si recavano in ambienti sconosciuti, in contesti sociali e culturali sfarzosi e nelle solenni corti reali, acquisendo esperienza nel dialogare e nel pronunciare discorsi in assemblee pubbliche. Ebbero una preziosa opportunità di comprendere la psicologia dei governanti e degli amministratori del loro tempo. Inoltre, la lealtà, la fermezza, la forza di carattere, la comprensione della superiorità dell’ideale, la semplicità, nonché l’audacia e il coraggio con cui proclamarono la verità, affinarono ulteriormente le loro capacità e il loro talento e resero il loro carattere ancora più fresco e luminoso.

Ebbero l’onore di portare a compimento, a livello internazionale, questa incompiuta missione di predicazione avviata dal Messaggero (s.a.) i suoi compagni che gli succedettero e il gruppo da lui formato.

L’ultima reazione insurrezionale

Quando una rivoluzione attraversa tutti i livelli del conflitto e dello scontro, frantuma l’arroganza dell’antica leadership e giunge all’età d’oro del successo definitivo, alcuni individui meschini, divorati dall’invidia per tale successo, cominciano a covare rancore nel loro intimo. Poi, non appena se ne presenta l’occasione, manifestano la loro estrema sfrontatezza e tentano invano di opporre una diga di sabbia alla piena della rivoluzione. Anche la rivoluzione islamica dovette affrontare una situazione indesiderata di questo tipo. Quando la potenza dei Quraysh, degli ebrei e delle leadership locali fu annientata e il popolo cominciò ad avanzare verso l’Islam, apparve, in una forma del tutto nuova, un’ultima reazione insurrezionale. Alcuni pensarono: «Com’è possibile che un uomo sia apparso proclamando di essere un profeta, che una manciata di persone lo abbia sostenuto, che abbia combattuto e affrontato conflitti e che poi proprio quest’uomo sia diventato il sovrano di tutta l’Arabia? Che male ci sarebbe se anche noi provassimo questo metodo?». In particolare, quando quegli uomini vedevano dirigersi verso Medina le immense ricchezze della zakat, i loro cuori si riempivano di avidità. Conoscevano quei musulmani che non avevano abbracciato l’Islam sinceramente, ma vi erano stati costretti dalle circostanze, e nei cui cuori covavano sentimenti ostili. Decisero di unirli e di giocare la loro ultima partita. Sapevano bene che ormai non era possibile promuovere alcun movimento fondato sulle idee dell’epoca dell’ignoranza e sulle dottrine idolatriche. Infatti, le convinzioni riguardanti l’unicità di Allah, la rivelazione, la profezia e l’Aldilà avevano completamente permeato l’intero ambiente. Perciò anch’essi cercarono di ingannare la gente aprendo un negozio e adornando le loro merci contraffatte con tutte quelle etichette. Ma quegli sciocchi non sapevano che, per mettere in circolazione una nuova moneta, non basta stampare un disegno falso: occorre anche il metallo prezioso. E il metallo usato nella moneta dell’Islam, cioè la forza umana formata dall’Islam, era anch’esso autentico e puro per sua natura (il Messaggero (s.a.) disse: «I migliori tra voi nell’epoca dell’ignoranza sono i migliori anche nell’Islam»). Inoltre, per dieci o vent’anni era stato purificato dalla ruggine venendo ripetutamente forgiato nella fornace. Ma gli egoisti, generalmente, non sono lungimiranti. Guardano soltanto ai propri interessi prediletti e non prestano alcuna attenzione ai sacrifici offerti per conseguire qualcosa. In breve, anche nel caso del movimento islamico tornò a manifestarsi questa verità eterna della storia: per far fallire ogni movimento popolare e rivolto al bene della gente, nonché ogni grande personalità, sono proprio gli elementi peggiori della società a mantenersi attivi. È necessario dedicare una breve discussione a questi intriganti e cospiratori che si levarono contro il movimento islamico guidato dal Messaggero (s.a.).

1- Abbiamo già discusso del fatto che un certo Musaylima ibn Habib, detto Musaylima al-Kadhdhab, cioè Musaylima il Bugiardo, era giunto a Medina insieme a una delegazione. Alla vista dello splendore della capitale dello Stato islamico, fu preso da un intenso desiderio di potere. Scrisse una lettera al Messaggero (s.a.), chiedendo di condividere il potere del governo islamico e arrivando persino a minacciarlo. Il Messaggero (s.a.) respinse con fermezza la sua richiesta. Allora, esasperato, si proclamò profeta. Era già un letterato. Imitando lo stile espressivo dei versetti coranici, componeva frasi con parole in rima e le recitava agli ignoranti nomadi del deserto. Poiché alcune persone erano ancora legate all’epoca dell’ignoranza e non avevano ancora raggiunto una maturità sufficiente nell’educazione e nella formazione islamica, mentre persistevano ancora in parte i risentimenti regionali e tribali e il senso di superiorità, egli riuscì comunque a procurarsi alcuni seguaci. Inoltre, poiché nella sua rivelazione inventata erano stati aboliti la preghiera e illeciti come l’adulterio e il gioco d’azzardo erano stati resi leciti, gli appartenenti alla classe peccatrice si affollarono intorno a lui. La forza da lui creata contro il movimento islamico fu completamente distrutta durante il califfato di Abu Bakr.

2- Anche una donna vicina a Musaylima proclamò di essere profetessa. Musaylima incontrò questa donna, di nome Sajah, e attraverso colloqui segreti i due strinsero un accordo. A un certo punto, la sua esistenza finì per dissolversi completamente in quella di Musaylima. La letteratura oscena di Musaylima trascinò Sajah in un vortice di sessualità. In seguito, quando Musaylima fu ucciso combattendo contro i musulmani, Sajah si pentì e rimase fedele all’Islam per tutta la vita.

3- Dopo il Pellegrinaggio d’Addio, nella fertile e politicamente importante regione dello Yemen, Aswad Ansi si ribellò rivendicando la profezia. Il suo vero nome era Dhu al-Khimar Abhala ibn Ka‘b. Riuscì a ottenere alcuni seguaci dalla tribù di Madhhaj. La sua influenza si diffuse anche nella regione di Najran. La causa principale della crescita della sua influenza erano i suoi incantesimi e simili pratiche magiche. Fece uccidere alcuni funzionari non militari del governo islamico e alcuni operatori della da‘wa, ed espulse diverse persone dal proprio territorio. Il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) inviò agli ufficiali delle regioni vicine l’ordine di reprimere questa ribellione, raccogliendo le forze necessarie. Fece uccidere un musulmano di origine iraniana e si impadronì con la forza della sua bella moglie. Questa donna era una credente dalla fede salda. Con il suo aiuto, il governo islamico riuscì a sconfiggere Aswad. Questo intrigante fu eliminato appena uno o due giorni prima della morte del Messaggero (pace e benedizioni su di lui), e anche i suoi collaboratori furono annientati. Tuttavia, l’influenza della sua deviazione si diffuse da Hadramawt fino a Ta’if e fu possibile eliminarla completamente soltanto nella prima parte del califfato di Abu Bakr (che Allah sia soddisfatto di lui).

5- Anche nella mente di Laqit ibn Malik al-Azdi, succeduto al governatore di Oman, Hawdha ibn Ali, cominciarono a brulicare ogni sorta di germi della deviazione.

Tutte queste forze del male riuscirono a rialzare la testa in diverse regioni grazie esclusivamente all’incoraggiamento dei vecchi adoratori dell’ignoranza pagana delle zone circostanti, degli ipocriti, delle persone inclini al crimine, dei vecchi seguaci dell’adulterio, del vino, del gioco d’azzardo e dell’usura, di coloro che desideravano tornare al vecchio tribalismo invece di aderire alla forza unitaria dell’Islam, di coloro che erano riluttanti a pagare la zakat, di quanti provavano interiormente risentimento vedendo le risorse della zakat dirigersi verso Medina e di persone affascinate da piccole forme di leadership. Queste forze del male avevano organizzato quei vecchi peccatori egoisti, e la forza morente dell’ignoranza pagana aveva compiuto il suo ultimo tentativo di ristabilire il proprio dominio.

Ma la leadership formata dal Messaggero (pace e benedizioni su di lui), anche in una situazione estremamente pericolosa, represse con mano ferma tutte queste forze del male e vincolò tutti gli abitanti dell’Arabia con i legami di una disciplina incrollabile.

La più grande assemblea del movimento islamico

Il pellegrinaggio è un atto di culto di elevato valore nell’Islam. La Nobile Ka‘ba e il suo sacro recinto, che erano il centro dell’invito alla fede di Abramo; il Sacro Santuario, in ogni sua minima particella, nel quale sono incisi ricordi di immenso valore nella storia dell’Islam; nell’aria e nel vento del quale riecheggiano le suppliche di Abramo e Ismaele (pace su entrambi); e nel cui intero ambiente sono disseminati i ricordi della vita e delle opere dello stesso Messaggero (pace e benedizioni su di lui): quella Nobile Ka‘ba, attraverso il pellegrinaggio, divenne per sempre il centro mondiale dell’invito e del movimento islamico. Per ogni musulmano capace è obbligatorio, almeno una volta nella vita, recarsi in questo centro nei giorni stabiliti del pellegrinaggio, compiere i rituali prescritti, ravvivare la sunna del sacrificio di Abramo, discutere la storia della vita dei profeti precedenti e trarne insegnamento, stabilire legami con i fratelli e le sorelle islamici giunti da tutto il mondo e, volgendo le spalle a ogni altra cosa, affidarsi completamente ad Allah con la massima umiltà. L’ordine che rese obbligatorio il pellegrinaggio fu emanato nel nono anno dell’Egira.

Proprio quell’anno, il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) nominò Abu Bakr al-Siddiq (che Allah sia soddisfatto di lui) amir al-hajj, cioè capo della delegazione del pellegrinaggio, e lo mandò alla Mecca insieme a trecento Compagni, affinché guidasse personalmente il compimento del pellegrinaggio. A questo proposito, menzionerò alcuni aspetti importanti di quel pellegrinaggio, poiché questo evento è estremamente importante nella storia del movimento islamico, sia dal punto di vista religioso sia da quello politico.

Oltre a nominare Abu Bakr al-Siddiq (che Allah sia soddisfatto di lui) come amir, era stato affidato un altro incarico ad Ali (che Allah sia soddisfatto di lui). Doveva recitare ai partecipanti al pellegrinaggio i primi quaranta versetti della sura al-Tawba e comunicare alla gente gli importanti proclami rivelati da Allah. Il primo proclama era il seguente: a coloro che, mantenendo il precedente sistema dell’ignoranza pagana e del politeismo, avevano tutelato i propri interessi stipulando accordi con il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) o con lo Stato islamico, venivano concessi altri quattro mesi. Trascorsi questi quattro mesi, tutti gli accordi di questo tipo sarebbero stati annullati per ordine di Allah.

Entro questi quattro mesi dovranno decidere quale linea d’azione adottare: rinunceranno alla cittadinanza dello Stato islamico, combatteranno oppure vivranno nello Stato islamico come musulmani? In altre parole, era necessaria anche una proclamazione pubblica per annullare i trattati di quel tipo, poiché lo Stato islamico non era più in grado di soddisfare le proprie richieste e necessità mantenendo al suo interno entità indipendenti. Inoltre, i quattro mesi concessi agli avversari erano un periodo sufficiente. Era stata data anche l’opportunità a qualunque politeista che volesse comprendere l’Islam a Medina durante quel periodo di recarvisi e tornare in sicurezza. Inoltre, ai politeisti che avevano rispettato sinceramente i trattati era stato concesso l’ulteriore privilegio che i loro accordi non sarebbero stati annullati dopo quattro mesi, ma sarebbero rimasti in vigore fino alla scadenza stabilita. La pressione era rivolta contro quei politeisti che avevano condotto una feroce ostilità e guerra contro l’Islam, violando ogni norma morale durante i conflitti, infrangendo ripetutamente le promesse e trasgredendo ogni regola di umanità, civiltà e decoro. Erano quei politeisti che avevano impedito agli uomini di seguire la via della verità, avevano cercato di trovare difetti nella religione di Allah, si erano adoperati per espellere il Messaggero (s.a.s.) dalla sua casa e avevano sempre dato inizio agli attacchi, provocando guerre e conflitti.

La seconda proclamazione stabiliva che in futuro nessun politeista sarebbe stato nominato custode della Kaʿba. La terza stabiliva che in futuro nessun politeista avrebbe potuto entrare entro i confini del Territorio Sacro. A questo proposito, Hazrat Ali (r.a.) annunciò inoltre, a nome del Messaggero (s.a.s.), che da quel momento nessuno avrebbe potuto compiere il tawaf nudo attorno alla Kaʿba. La quarta proclamazione confermava i quattro mesi sacri stabiliti da Allah e nessuno aveva il diritto di apportare la benché minima modifica a quei mesi. In tale occasione fu inoltre dichiarato che, per quanto i politeisti lo detestassero, Allah aveva inviato il Suo Messaggero nel mondo proprio per stabilire pienamente e rendere vittoriosa questa Sua religione.

Alcuni, riferendosi a questo incarico aggiuntivo conferito a Hazrat Ali (r.a.), raccontano ogni sorta di storie stravaganti e assurde. In realtà, la questione era semplicemente questa: il Messaggero (s.a.s.) aveva designato Hazrat Abu Bakr (r.a.) come comandante, lasciandolo al proprio posto, mentre aveva inviato Hazrat Ali come rappresentante personale, segretario personale o emissario, per proclamare un importante annuncio religioso e politico. Chi ha una corretta conoscenza della gestione dello Stato sa che, in alcuni casi, non vi è altra soluzione se non adottare una simile procedura. Anche quando un governo dispone di un governatore, può essere necessario inviare un emissario separato per una particolare esigenza.

Ora descriveremo quel grandioso raduno del pellegrinaggio, al quale il Messaggero (s.a.s.) partecipò personalmente e dove un oceano di uomini del movimento islamico rimase a guardarlo in volto e ad ascoltare il suo discorso. Quando, nel decimo anno dell’Egira, il Messaggero (s.a.s.) decise di compiere il pellegrinaggio, la notizia fu diffusa in tutte le regioni. Da ogni direzione cominciarono ad affluire a Medina le carovane dei valorosi combattenti della rivoluzione islamica. In quel viaggio tutte le Madri dei Credenti accompagnarono il Messaggero (s.a.s.). Egli indossò l’ihram a Dhul-Hulayfa e proprio da lì pronunciò quella storica invocazione che sgorga dal profondo dell’anima di ogni pellegrino che si presenta al cospetto di Allah. L’invocazione era: “Labbayka Allahumma labbayk…”. Vale a dire: “Eccomi, o Allah, eccomi. A Te appartengono tutte le lodi, a Te appartengono tutte le grazie, a Te appartiene tutto il regno; Tu non hai alcun socio”.

Ovunque lungo il cammino fosse necessario salire o scendere da una montagna, tutti intonavano all’unisono: “Labbayka, labbayka”.

Quando si avvicinò alla Mecca, si fermò per un breve riposo a Dhu Tuwa. Poi entrò alla Mecca insieme a quella vasta folla di musulmani. Per prima cosa compì il tawaf. Poi si recò a Safa e Marwa. Da lì, rivolto verso la Kaʿba, proclamò l’unicità di Allah. Il 9 di Dhul-Hijja giunse a Wadi Namira. Nel pomeriggio arrivò nella pianura di Arafat. Salì sulla collina e, seduto sul dorso della cammella chiamata Qaswa, pronunciò il khutba. Intorno a lui stavano in piedi i ripetitori, che ripetevano ogni frase. Così ogni parola pronunciata dal Messaggero (s.a.s.) giungeva alle orecchie di ciascuna persona riunita.

Quel giorno nel cuore del Messaggero (s.a.s.) dimorava un sentimento straordinario. Davanti a lui erano presenti i frutti del lavoro di tutta la sua vita: centoventiquattromila musulmani, secondo un’altra versione centoquarantamila.

Il manifesto internazionale del movimento islamico

In quel periodo il Messaggero, pace e benedizioni su di lui, pronunciò due discorsi: il primo il 9 di Dhū al-Ḥijja, dalla montagna di ʿArafāt; il secondo il 10 di Dhū al-Ḥijja, a Minā. In alcune narrazioni, i contenuti dei due discorsi si sono fusi.

Questi due discorsi rivestono un’importanza straordinaria per molteplici ragioni. In primo luogo, il Messaggero, pace e benedizioni su di lui, parlò davanti alla più grande assemblea islamica, in un momento in cui l’alberello della parola della verità da lui piantato era diventato un enorme albero e aveva cominciato a dare frutti. Ottenere un successo così grande dopo aver attraversato un’epoca di opposizione accanita costituisce di per sé una prova grandissima della vita e del carattere. In una simile situazione, se al suo posto ci fosse stata una persona mondana, e se fosse stata una conquistatrice che avesse ottenuto soltanto un successo e una vittoria politica, si sarebbe abbandonata a ogni sorta di piaceri e, nella presunzione e nell’orgoglio, avrebbe finito per collocarsi sul trono di Dio. Qualsiasi persona egoista diversa dal Messaggero, pace e benedizioni su di lui, giunta a quel livello, avrebbe gettato via ogni manto di religiosità e si sarebbe presentata sotto un’altra forma. Ma il Messaggero, pace e benedizioni su di lui, si mostrava ancora più umile di prima e ancora più riconoscente verso Allah. In secondo luogo, poiché il Messaggero, pace e benedizioni su di lui, aveva compreso, grazie alla propria saggezza e alla propria intuizione, che quella era l’ultima occasione per poter parlare davanti a una così grande assemblea musulmana, in quell’occasione pronunciò un testamento contenente istruzioni d’addio, di cui ogni parola era preziosa. In terzo luogo, dopo che le attività dello Stato avevano raggiunto questo livello di compiutezza, quello era il momento appropriato perché il movimento islamico rivolgesse all’intera umanità un messaggio, ossia un manifesto internazionale. Egli assolse dunque questo compito nel modo più esemplare. In quarto luogo, questi due discorsi sono una testimonianza della suprema eloquenza del Messaggero, pace e benedizioni su di lui, e sono tra i suoi discorsi più ricchi di splendidi ornamenti retorici. Attraverso di essi diventa facile comprendere l’eccellenza e la grandezza di questa nobile e santa personalità.

Va osservato che una parte di questi due discorsi riguarda specifiche condizioni e problematiche interne, mentre un’altra parte contiene un manifesto internazionale. Il discorso stesso rende evidente questa distinzione.

Il discorso di ʿArafāt

-Ogni lode appartiene ad Allah. Noi lodiamo soltanto Lui. Chiediamo aiuto soltanto a Lui. A Lui chiediamo perdono per i nostri peccati. A Lui rivolgiamo il nostro pentimento. Cerchiamo rifugio presso di Lui dalle attività nocive delle nostre passioni e dalle nostre azioni ingiuste. Colui che Allah aiuta a seguire la retta via non può essere sviato da nessuno. E colui al quale Allah non concede l’opportunità di ricevere la guida, nessuno può condurlo sulla via retta e corretta.

-Dichiaro che non vi è alcuna divinità all’infuori di Allah. Egli è Uno e Unico. Non ha alcun associato. Muḥammad, pace e benedizioni su di lui, è il Suo servo e il Suo Messaggero.

-O servi di Allah, vi esorto e vi incoraggio a servire e obbedire esclusivamente ad Allah.

-Comincio il mio discorso con parole benefiche.

-O gente, ascoltate attentamente le mie parole. Vi spiego ogni cosa, perché non credo che dopo quest’anno ci incontreremo ancora in questo luogo.

-O gente, la vita e i beni di ciascuno di voi sono inviolabili per gli altri. Osservate questa disposizione finché non giungerete al vostro Signore. Il vostro mese, questa vostra città e questo vostro giorno sono sacri, così come lo sono.

-Sappiate che vi ho trasmesso il messaggio. O Allah, sii testimone.

-Chi ha ricevuto in custodia qualcosa appartenente a qualcun altro, la restituisca al suo proprietario.

-Sono abrogati tutti gli interessi dell’epoca della jahiliyya. Per primo abrogo gli interessi dovuti a mio zio Abbas.

-Sono abolite tutte le pretese di vendetta per gli omicidi dell’epoca della jahiliyya. Per primo abolisco la pretesa di vendetta per l’uccisione di Amer ibn Rabi’a. Sono aboliti tutti gli incarichi, i titoli e gli onori dell’epoca della jahiliyya. Rimarranno in vigore soltanto l’incarico di custode della Kaaba e quello di fornire acqua ai pellegrini: questi due incarichi.

-La pena per l’omicidio intenzionale è la pena di morte. Per l’omicidio involontario il risarcimento è di cento cammelli. Se in questo caso si pretende più di cento cammelli, ciò sarà una consuetudine jahili.

-O gente, dopo che l’Islam si è affermato, Satana non spera più che in questa terra gli si obbedisca. Tuttavia sarà contento anche se gli obbedirete nei peccati che considerate insignificanti.

-O gente, alterare l’ordine dei mesi sacri è un atto di empietà ancora più grave. Considerando un anno sacro e quello successivo profano, e invertendone l’ordine per completare in qualche modo il computo, i miscredenti sprofondano ancor più nell’errore.

-In verità, il tempo, seguendo il suo corso ciclico, è oggi ritornato al suo punto d’origine, quello in cui si trovava nel giorno in cui Allah creò i cieli e la terra. Presso Allah, infatti, i mesi sono certamente dodici. Quando Allah creò i cieli e la terra, il numero dei mesi era già così stabilito nella Sua scrittura del destino. Tra questi, quattro sono sacri: tre consecutivi — Dhu al-Qaʿda, Dhu al-Hijja e Muharram — e uno isolato, cioè Rajab, che si trova tra Jumada al-Thani e Shaʿban.

-Sappiate che vi ho trasmesso il messaggio. O Allah, sii testimone.

-O gente, alle vostre donne sono stati riconosciuti alcuni diritti nei vostri confronti.

Anche voi avete nei loro confronti determinati diritti. È vostro dovere non permettere a nessuno, oltre a voi, di entrare nelle camere da letto dei vostri mariti. Non è lecito alle vostre mogli permettere a una persona che non gradite di entrare in casa senza il vostro permesso. Le mogli non devono compiere atti svergognati e osceni. Se lo fanno, Allah vi ha autorizzati ad allontanarvi temporaneamente da loro per correggerle. Se poi obbediscono e si comportano correttamente, è vostro dovere provvedere al loro mantenimento secondo le norme stabilite. In verità, le donne sono sotto la vostra autorità e non possono provvedere da sole al proprio bene. Le avete prese come compagne, affidatevi da Allah, e godete dei loro corpi secondo la legge di Allah. Temete dunque Allah riguardo alle donne e istruitele ed educatele nel modo migliore.

-Sappiate che vi ho trasmesso il mio messaggio. O Allah, sii anche Tu testimone.

-O gente, i musulmani sono fratelli gli uni degli altri. Non è lecito che un fratello prenda i beni di un altro fratello senza il suo consenso.

-Fate attenzione: vi ho trasmesso il messaggio. O Allah, sii anche Tu testimone.

-Dopo di me, non abbandonate questa fratellanza islamica per adottare una vita da miscredenti e cominciare a sgozzarvi a vicenda.

-Vi lascio qualcosa alla quale, se vi atterrete, non vi smarrirete. Esso è il Libro di Allah.

-Attenzione, ho trasmesso il messaggio. O Allah, sii anche Tu testimone.

-Vi sarà chiesto di me. Dite: che cosa direte? La gente esclamò all’unisono: “Testimoniamo che hai trasmesso il messaggio e che hai fatto tutto ciò che dovevi fare per il bene della comunità. Hai sollevato ogni velo dalla verità e ci hai trasmesso l’affidamento di Allah.”

-O Allah, sii testimone. O Allah, sii testimone. O Allah, sii testimone.

-Coloro che sono presenti trasmettano queste parole agli assenti. Può darsi che alcuni assenti le ricordino e le conservino meglio di alcuni presenti.

-O gente, Allah l’Altissimo ha stabilito per ogni erede una quota fissa dell’eredità. Non è lecito disporre per testamento di più di un terzo del patrimonio.

-Il figlio appartiene a colui nel cui letto è nato. E per l’adultero ci sono le pietre.”

—Su colui che riconosce come padre qualcuno diverso dal proprio padre, o sullo schiavo che riconosce come padrone qualcuno diverso dal proprio padrone, ricada la maledizione di Allah, degli angeli e di tutti gli uomini! Nel Giorno della Resurrezione non sarà accettato da lui alcun riscatto.

—Che la misericordia e la pace di Allah discendano su di voi.

Il discorso di Mina

—O gente! Dopo di me non verrà alcun nuovo profeta, né dopo di voi nascerà alcuna nuova ummah. Ascoltate dunque con attenzione e adorate il vostro Signore. Recitate le cinque preghiere quotidiane. Osservate il digiuno del Ramadan. Pagate volentieri la zakat sui vostri beni. Compiere il hajj e obbedite ai vostri capi e a coloro che hanno responsabilità, affinché possiate entrare nel Paradiso di Allah.»

Ciò che il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) ha esposto in questi due discorsi, in quanto manifesto internazionale, va oltre il pensiero e l’immaginazione umani. Anzi, nessun altro manifesto è riuscito di fatto a formare persone di un livello così elevato come questo manifesto. Esso proclama il credo rivoluzionario dell’unicità di Allah. Presenta la servitù ad Allah e l’adorazione come le forze motrici fondamentali dell’ordinamento islamico della vita. Dichiara inviolabili, per i musulmani, la vita e i beni gli uni degli altri e rende inderogabile la pena di morte per l’omicidio. Proclama la decisione di abolire la consuetudine jahilita dell’usura. Abroga la continua spirale di vendette e controvendette dell’epoca preislamica. Pone fine ai ranghi e ai titoli dell’epoca jahilita. Stabilisce i diritti dei coniugi. Rafforza le fondamenta dell’ordinamento familiare. Definendo le donne come un deposito affidato da Allah, ordina di trattarle bene. Dichiara necessaria la relazione di fratellanza tra i seguaci dell’Islam. Definisce il Libro di Allah come fondamento dell’ordinamento islamico della vita. Offre una concezione dell’unità umana fondata sull’unicità di Allah e sull’unicità del padre dell’umanità. Identifica le differenze geografiche e genealogiche come prive di valore, e la sincerità e il timore di Dio come criteri di onore e nobiltà.

Ogni volta e in ogni luogo della terra in cui si svolgerà il movimento islamico e verrà instaurato l’ordinamento islamico, le sue fondamenta saranno poste proprio su queste ideologie salde e incrollabili. Questo manifesto è il manifesto fondamentale dell’Islam e l’umanità può essere chiamata ad aderirvi. Qualunque struttura di vita venga costruita in opposizione a questo manifesto sarà non islamica, e nessun musulmano autentico può accettarla. Possiamo fare di questo manifesto la pietra di paragone per verificare l’operato di qualsiasi nostra leadership e possiamo valutare alla sua luce ogni iniziativa di ciascuno dei nostri governi. Nello specchio di questo manifesto possiamo guardare anche il nostro volto e osservare gli altri ordinamenti sociali non islamici.

Questo è il discorso finale del nostro amato Profeta. Egli ha pronunciato questo discorso proprio per noi. Questo discorso è il testamento del Messaggero (pace e benedizioni su di lui). Dopo aver esposto ogni sua parte importante, il Messaggero ha detto con voce colma di commozione: «Ho trasmesso il messaggio di Allah». Dopo aver letto queste parole, dovremmo diventare prudenti e consapevoli. Dovremmo pentirci del nostro comportamento fino a oggi, gettare via le catene della servitù all’ordinamento non islamico e seguire il modello di vita del Messaggero. Dovremmo anche farci avanti per portare a compimento la missione per la quale il Messaggero ha sopportato tante sofferenze e persecuzioni e per la quale non si trova alcun esempio di pazienza e perseveranza pari alla sua.

Il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) compì il hajj in modo ordinato e sereno. Incontrò tutti i musulmani che stavano compiendo il hajj. La gente gli rivolse molte domande. Poi concluse questo viaggio sacro con il tawaf d’addio.

Questa era la scena del compimento dell’Islam. Quella grande assemblea, entusiasta e spontanea, di centocinquantamila persone testimoniava che il movimento islamico aveva ottenuto la vera vittoria nella battaglia dell’opinione pubblica e nella lotta per trasformare l’interiorità dei cuori. Ed era stata proprio questa trasformazione interiore a portare una rivoluzione nel mondo esterno nel suo complesso.

 

Dopo la dipartita del Messaggero (s.a.s.)

Fin qui abbiamo esposto i risultati del movimento guidato dal Messaggero (s.a.s.). Non molto tempo dopo, egli morì. Ma i musulmani da lui formati e allevati continuarono quest’opera, e nel giro di dieci o quindici anni il movimento islamico si diffuse in un territorio immenso.

Dal modo in cui il Messaggero (s.a.s.) partecipò al Pellegrinaggio d’addio, dal modo in cui si rivolse ai suoi compagni e dalle parole con cui fece le sue raccomandazioni e i suoi appelli, si comprendeva che aveva rivolto collettivamente a tutti un saluto d’addio. Durante il ritorno, durante una sosta presso lo stagno chiamato “Ghadir Khumm”, tenne un altro discorso rivolto ai compagni più eminenti. In quel discorso l’atteggiamento d’addio divenne ancora più evidente. Anche il suo linguaggio era tale da suscitare il pianto in chi lo ascoltava. Anzitutto lodò Allah secondo la consuetudine. Poi disse:

«O gente, sono un essere umano. Forse molto presto verrà da me il richiamo di Allah e io risponderò alla sua chiamata. Vi lascio due pesanti responsabilità. Una di esse è il Libro di Allah. In esso si trovano la guida verso la retta via, la luce e la saggezza». Dopo aver pronunciato diverse parole di incoraggiamento e di ammonimento riguardo al Corano, disse: «La seconda responsabilità è costituita dalla mia famiglia. Riguardo alla mia famiglia, vi esorto a ricordare Allah».

Per eliminare le deviazioni di coloro che, definendo i profeti esseri sovrumani o non umani, avevano aperto la strada a varie forme di traviamento, egli definì se stesso un essere umano. I profeti che avevano lottato per tutta la vita per estirpare lo shirk e affermare l’unicità di Allah: per la crudele ironia del destino, gli estremisti definirono proprio quei profeti figli di Allah, considerandoli parte di Allah ed esseri eterni. Poco prima che giungesse il momento della sua dipartita, il Messaggero (s.a.s.) avvertì i suoi compagni dicendo: «Sono un essere umano». Pertanto, come per gli altri esseri umani, anche su di lui si applicherà la legge di Allah. Poi ordinò loro con fermezza di seguire il Corano e lo definì una pesante responsabilità. Infatti, i parenti stretti del Messaggero (s.a.s.) erano testimoni diretti della sua vita e custodi dei suoi preziosi insegnamenti. Da questo punto di vista, erano per la ummah una fonte degli insegnamenti islamici. D’altra parte, egli non aveva lasciato loro alcuna ricchezza e aveva affidato il loro futuro alle mani di Allah. È dunque evidente che, dopo il Messaggero (s.a.s.), sui musulmani ricadeva una grandissima responsabilità nei loro confronti. Tuttavia, a causa del suo intenso senso dell’onore, egli non fece alcuna dichiarazione esplicita al riguardo, limitandosi a un’allusione.

In questo stesso discorso, oppure in un altro discorso successivo, il Messaggero (s.a.s.) disse ai musulmani comuni e ai nobili compagni un’altra cosa, in considerazione di una necessità straordinaria. Il fatto era che, tra alcuni compagni inviati nello Yemen con Hazrat Ali, era sorto un certo dissenso con lui su una questione. In realtà, durante lo svolgimento di grandi opere, a volte emergono situazioni così difficili che, insieme alle differenze di carattere, sorgono anche divergenze di opinione. Talvolta, a causa di uno scambio di parole aspre o accese, nel cuore può formarsi, anche se solo temporaneamente, risentimento o malcontento. È assolutamente impossibile che un’organizzazione creata dagli esseri umani, sia essa costituita per un’opera esclusivamente islamica o guidata da persone impeccabili come i profeti, sia libera da tutte le debolezze proprie della natura umana. Differenze di opinione e scontri emotivi possono manifestarsi persino in una società completamente onesta, sincera, pura e irreprensibile. Per questo, per portare a termine grandi opere, occorrono persone magnanime, tolleranti, pazienti e generose, capaci di adattarsi anche quando sorgono divergenze. Anche nell’organizzazione dei nobili compagni talvolta sorgevano contrasti. Ma proprio grazie alla loro straordinaria tolleranza, la collaborazione continuava nonostante tali contrasti. Anche quando nascevano amarezza e tensione, queste erano temporanee. Anche in questo caso si era creata una situazione di questo genere. In particolare, l’effetto del contrasto nel cuore di Hazrat Buraida era divenuto così intenso che egli presentò al Messaggero (s.a.s.) una lamentela contro Hazrat Ali. Tuttavia, il fatto che sorgesse una lamentela riguardo a una personalità di primo rango come Hazrat Ali, che essa si protraesse, si trasformasse in sofferenza personale e venisse poi presentata al Messaggero (s.a.s.) sotto forma di denuncia, era una questione alquanto complessa. Ascoltata la lamentela, il Messaggero (s.a.s.) si rattristò e il colore del suo volto cambiò. In tale contesto, secondo la sua consuetudine, senza menzionare il nome di nessuno, disse: «Colui di cui io sono amico, anche Ali è suo amico. O Allah, sii amico di chi è amico di Ali e sii nemico di chi è nemico di Ali».

È noto a tutti che, nel movimento al quale il Messaggero (s.a.s.) aveva consacrato tutto ciò che possedeva, anche Hazrat Ali aveva sacrificato tutto se stesso. Erano entrambi araldi della stessa da‘wah, portatori della bandiera della stessa missione, seguaci dello stesso pensiero e viandanti della stessa via; inoltre erano parenti così stretti che tra loro non era possibile creare la minima separazione. Come sarebbe stato possibile amare uno di questi due uomini e nutrire ostilità verso l’altro? Questo era il tipo di rapporto che esisteva tra il Messaggero (s.a.s.) e i suoi compagni più vicini. L’intera organizzazione era profondamente unita dai legami della fratellanza nella fede, negli ideali e negli obiettivi. In particolare, tra le personalità della prima fila, che il Messaggero (s.a.s.) aveva formato in modo speciale, non vi era alcuna possibilità di fare distinzioni, amando alcuni e serbando rancore verso altri. Il Messaggero (s.a.s.) si era rattristato perché, se nella comunità che aveva formato per anni il legame della fratellanza fosse stato così debole, se si fosse nutrito malcontento e risentimento verso le sue personalità di spicco e le divergenze di opinione avessero generato rancori personali duraturi, come avrebbero potuto i musulmani avanzare verso un obiettivo così grandioso?

In quel momento il Messaggero ﷺ vedeva avvicinarsi il tempo della propria partenza. Era immerso nel pensiero che ormai il peso di tutte le responsabilità stava per essere posto sulle spalle di questa organizzazione. In futuro i musulmani avrebbero dovuto seguire, invece del Messaggero ﷺ, questa linea di leadership, nella quale egli aveva incluso i suoi compagni più fidati, formandoli a lungo, e ciascuno dei quali amava profondamente. Per questo aveva pronunciato quelle parole con l’intento di mettere in guardia con estrema severità. È sorprendente che alcuni abbiano ricavato proprio da tale affermazione una teoria sulla nomina del califfo successivo al Messaggero ﷺ. Non riesco a capire come vi siano riusciti.

Questa discussione è emersa del tutto incidentalmente. In realtà, il nostro vero intento era mettere in luce che, durante l’intero viaggio del Pellegrinaggio d’Addio, il Messaggero ﷺ sentiva che il viaggio verso l’Aldilà era ormai vicino. Alla luce di questa consapevolezza, continuò a impartire diverse importanti direttive e raccomandazioni.

Fin dall’inizio del mese di Safar dell’undicesimo anno dell’Egira, l’anima pura del Messaggero ﷺ cominciò a prepararsi per il viaggio verso l’Aldilà. Un giorno si recò a Uhud e, prostrandosi, pregò per i martiri di Uhud. Al suo ritorno pronunciò nuovamente il seguente sermone:

«O gente, partirò prima di voi e testimonierò davanti ad Allah riguardo a voi. Per Allah, da qui, mentre sono seduto, vedo la Cisterna di al-Kawthar; mi sono state consegnate le chiavi della conquista di vari imperi. (Vale a dire che, grazie alla da‘wa, saranno conquistati diversi regni.) Non temo che dopo di me diventiate politeisti. Temo soltanto che cadiate in conflitti e scontri per interessi mondani.»

Poi, nel cuore della notte, si recò al cimitero di al-Baqi‘, chiese il perdono per gli abitanti delle tombe e disse: «Anch’io presto mi riunirò a voi». In seguito, un giorno, convocò appositamente i suoi compagni più illustri e pronunciò il seguente sermone:

«O musulmani, congratulazioni! Che Allah vi ricopra della Sua misericordia, liberi i vostri cuori dalle sofferenze, vi conceda il sostentamento, vi aiuti, vi faccia prosperare e vi doni pace e sicurezza. Vi ordino di temere Allah, vi affido alla protezione di Allah stesso e vi esorto a essere vigili riguardo a Lui, poiché io sono un ammonitore esplicito. Badate a non comportarvi con arroganza e superbia tra i servi di Allah nelle terre di Allah. Allah, l’Altissimo, ha detto a me e a voi: “Quella dimora dell’Aldilà l’ho destinata a coloro che non desiderano mostrare arroganza e diffondere disordine sulla terra. E il successo nell’Aldilà appartiene soltanto ai timorati.” Che la pace sia su tutti voi e su tutti coloro che, dopo aver accettato l’Islam, sono stati inclusi nella mia bay‘ah.»

Dopo il ritorno dal cimitero di al-Baqi‘, cominciò ad avvertire un lieve mal di testa. Il 29 di Safar, a causa del viaggio per partecipare alla preghiera funebre di un defunto, il mal di testa peggiorò. Durante la fase iniziale e lieve della malattia, continuò per undici giorni a recarsi alla Moschea del Profeta e a guidare personalmente la preghiera. Quando la malattia si aggravò, rimase per una settimana a letto nella sua stanza. In seguito, poiché la malattia peggiorava ulteriormente, chiese il permesso a tutte le altre mogli e si trasferì nella stanza di ‘A’ishah.

Anche mentre, a causa della malattia, avanzava lentamente verso la morte, non dimenticò la responsabilità del movimento islamico. Gli obiettivi delle campagne di Tabuk e Mu’tah non erano ancora stati pienamente raggiunti. Bastava mostrare la minima debolezza perché i nemici ne traessero coraggio. Perciò, proprio in quelle circostanze, il 26 di Safar ordinò ai musulmani di prepararsi per la spedizione contro Roma. Il giorno seguente nominò Hazrat Usamah ibn Zayd comandante di questa spedizione. Gli disse: «Va’, nel nome di Allah, raggiungi il luogo in cui tuo padre fu martirizzato e guida l’attacco contro coloro che disobbediscono ad Allah». Preparò personalmente uno stendardo e lo consegnò a Hazrat Baridah ibn Khusayb al-Aslami. Poiché Usamah era giovane e, inoltre, era figlio di Zayd, il liberto e figlio adottivo del Messaggero ﷺ, alcuni cominciarono a mormorare riguardo alla sua nomina: perché era stato nominato comandante quel ragazzo, quando vi erano tanti importanti Ansar e Muhajirun? Quando la questione giunse alle orecchie del Messaggero ﷺ, ne fu profondamente addolorato e, nonostante la forte sofferenza, si fasciò la testa e si recò alla moschea. Poi pronunciò un sermone simile a quello di Ghadir Khumm e disse:

«Ho saputo che avete detto diverse cose riguardo a Usama. In precedenza avevate anche obiettato alla nomina di suo padre a comandante. Eppure, per Allah, egli ne era degno. E anche suo figlio è degno di questo incarico. Zayd ibn Haritha ci era più caro di chiunque altro, e ora suo figlio Usama ci è più caro di chiunque altro.»

In precedenza (cinque giorni prima della sua morte) si era lavato versandosi sul capo l’acqua di sette otri. Quando, dopo quel bagno, il suo corpo si sentì un po’ più leggero, fu condotto alla moschea, sorretto da altri. Lì pronunciò il suo ultimo sermone davanti all’assemblea dei Compagni. Disse:

«I vostri predecessori veneravano le tombe dei profeti e dei pii. Non fate altrettanto. Dopo la mia morte, non trasformate la mia tomba in un luogo di culto. È inevitabile che su coloro che venerano le tombe dei profeti si abbatta la tremenda ira di Allah. Io vi proibisco di fare ciò. Vi ho trasmesso il messaggio della verità. O Allah, Tu stesso ne sei testimone.»

Poi guidò la preghiera e, dopo la preghiera, disse nuovamente:

«Vi raccomando di avere cura degli Ansar. Essi erano per me come una veste aderente al corpo e come la provvista per il mio cammino. Hanno assolto al loro dovere. Ora resta a voi adempiere i diritti che essi hanno su di voi. Altri progrediranno, ma gli Ansar rimarranno dove sono. Onorate tra gli Ansar coloro che sono retti e meritevoli, e perdonate coloro che commettono errori. Allah Onnipotente aveva dato al Suo servo la possibilità di scegliere: se avesse voluto, avrebbe potuto scegliere il mondo e i suoi splendori, oppure ciò che si trova presso Allah per lui. Ma il servo scelse ciò che era stato destinato per lui presso Allah.»

In tutto ciò che il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) diceva durante la sua malattia si manifestava generalmente un atteggiamento di commiato. Tuttavia, nelle ultime frasi del sermone sopra riportato vi era un’indicazione molto chiara. Abu Bakr (che Allah si compiaccia di lui) lo comprese immediatamente e iniziò a piangere inconsolabilmente.

A un certo punto divenne persino incapace di partecipare alla preghiera in congregazione. Allora ordinò ad Abu Bakr (che Allah si compiaccia di lui) di guidare la preghiera al suo posto. Poiché la malattia peggiorava sempre più, l’agitazione crebbe tra i musulmani. Mentre la gente, angosciata, continuava a girare intorno alla Moschea del Profeta, il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) giunse alla moschea appoggiandosi alle spalle di Ali (che Allah si compiaccia di lui) e di Fadl ibn Abbas, e sedette sul gradino più basso del pulpito, pronunciando così l’ultimo dei suoi sermoni:

«O gente, ho saputo che siete spaventati dalla mia morte. Fra tutti i profeti venuti sulla terra, ve n’è forse stato qualcuno che sia vissuto per sempre? Anch’io dovrò recarmi presso Allah, e anche voi dovrete recarvi presso di Lui. Vi raccomando di comportarvi bene con coloro che per primi emigrarono, e che anche gli emigrati si comportino bene gli uni con gli altri.» Poi recitò la sura al-ʿAsr e disse: «Ogni cosa procede secondo la volontà di Allah. Non affrettate ciò che richiede un rinvio. Allah non si affretta solo perché qualcuno ama la fretta. Vi raccomando di trattare bene gli Ansar. Prima di voi hanno trasformato Medina nella loro patria e hanno considerato l’aver creduto un loro dovere. Non vi hanno forse resi partecipi dei loro raccolti? Non hanno forse ampliato le loro case per darvi spazio? Non vi hanno forse dato la precedenza persino a scapito delle proprie necessità? Io partirò prima. Voi verrete dopo e vi ricongiungerete a me. Vi prometto di incontrarvi presso la Vasca di Kawthar.»

Questi discorsi sono stati associati a momenti diversi nelle varie narrazioni. Tuttavia, secondo un’opinione, tutte queste dichiarazioni fanno parte dello stesso discorso. Probabilmente questa opinione è quella corretta.

Lunedì [vi sono ampie divergenze riguardo alla data del trapasso. In alcune narrazioni è indicato il primo, in altre il secondo, in altre ancora il dodicesimo o il tredicesimo giorno di Rabīʿ al-awwal. Tuttavia, la data più nota è il dodicesimo giorno di Rabīʿ al-awwal], la salute del Messaggero (s.a.) migliorò un poco per l’ultima volta. Egli usò il siwāk. Sollevò la tenda, guardò per un attimo i Compagni riuniti e sorrise. Pochi istanti dopo disse per tre volte:

(**********)

E, con la testa appoggiata sul grembo della venerabile ʿĀʾisha, ritornò presso l’Onnipotente Allah. «In verità apparteniamo ad Allah e a Lui ritorneremo».

Oggi ha lasciato questo mondo quella grande personalità che aveva donato una nuova vita all’umanità e che aveva sopportato terribili sofferenze per liberare la carovana dell’umanità dalla presa dei banditi e mantenerla sulla retta via, senza tuttavia ricevere alcuna ricompensa in questa vita terrena.

È difficile persino immaginare quanto questo evento straziante fosse doloroso per i Compagni più vicini al Messaggero (s.a.) e suoi compagni per tutta la vita. Agli occhi di coloro che traevano nuova forza e ispirazione anche solo guardando il Messaggero (s.a.), il cielo e la terra dovevano certamente sembrare vorticare. Forse avevano l’impressione che l’intera storia dell’umanità fosse stata sconvolta. Il venerabile ʿUthmān (che Allah sia soddisfatto di lui) rimase senza parole e il venerabile ʿAlī ammutolì. Il venerabile ʿUmar perse l’equilibrio mentale. Quanto al venerabile ʿAbd Allāh ibn Unays, morì addirittura sopraffatto dal dolore.

Questo terribile evento luttuoso era già di per sé una montagna di dolore. Inoltre, si verificò in una situazione estremamente pericolosa. Da una parte incombeva la minaccia di un’aggressione da parte dell’Impero romano, ed era proprio per questo che l’esercito di Usāma stava partendo. Dall’altra, si diffondeva un’ondata di apostasia dall’Islam e di rifiuto del pagamento della zakāt. In terzo luogo, il movimento islamico aveva rivolto agli Stati vicini l’invito alla daʿwa, accompagnandolo anche con una certa minaccia. Sul piano interno esisteva inoltre il problema che la questione repressa dell’ipocrisia potesse rialzare la testa. Tuttavia, il Messaggero (s.a.) aveva addestrato i musulmani in modo così ordinato e perfetto che essi controllarono immediatamente le proprie emozioni e calmarono i loro cuori inquieti. Superarono e lasciarono alle spalle la disperazione e l’agitazione, concentrandosi sul compito di assolvere le proprie gravose responsabilità. Per i suoi seguaci, più che piangere la morte di una persona come il Messaggero (s.a.), il dovere ben più grande consisteva nell’assicurare la stabilità e la sicurezza di quel movimento e di quell’ordinamento statale, che in una situazione simile avrebbe potuto andare in frantumi al minimo cedimento. La scomparsa improvvisa di colui che per molti anni era divenuto la forza vitale dell’intero movimento ed era oggetto della piena fiducia e del profondo amore di tutti i Compagni avrebbe potuto creare all’improvviso un vuoto estremamente pericoloso. Se tale vuoto non fosse stato colmato al momento opportuno, ne sarebbero potute derivare conseguenze terribili. L’organizzazione musulmana plasmata dalle mani del Messaggero (s.a.) diede così una prova senza precedenti del proprio senso di responsabilità e della propria fermezza morale: colmò immediatamente quel vuoto e non permise affatto che i vincoli della disciplina si allentassero. Non vi furono conflitti né scontri su chi dovesse succedere al Messaggero (s.a.), né combattimenti con le spade, né tumulti. I principali esponenti della comunità musulmana si riunirono nel cortile della Saqīfa dei Banū Sāʿida per consultarsi e, dopo una breve discussione, il venerabile Abū Bakr al-Ṣiddīq fu eletto primo califfo nell’ambito della shūrā islamica, ossia della democrazia fondata sulla consultazione. In seguito, la decisione fu approvata all’unanimità dall’assemblea generale dei musulmani tenutasi nella Moschea del Profeta.

Dopo il trapasso del Messaggero (s.a.), nella storia dell’umanità si trovano ben pochi esempi della fermezza, della lungimiranza e dell’abilità dimostrate dal venerabile Abū Bakr nel diffondere la grande opera di daʿwa del Messaggero e nel portare a compimento il lavoro incompiuto da lui iniziato, così come della collaborazione offertagli dal venerabile ʿUmar, da ʿUthmān, da ʿAlī e dagli altri Compagni di primo piano. Quest’uomo plasmato dalle mani del Messaggero dimostrò di essere il modello più eccellente dell’umanità. Non aveva eguali quanto a altruismo, competenza e lungimiranza. Anche nelle situazioni più difficili non dimenticava le proprie responsabilità e i propri doveri.

La storia testimonia che il gruppo creato dal Messaggero, pace e benedizioni su di lui, e i suoi leader diffusero il movimento islamico in ogni angolo del mondo nel giro di pochi anni; durante la vita del Messaggero e dopo la sua morte non si notò alcuna differenza significativa nel ritmo di questa opera.

O Allah, invia benedizioni e pace su Muhammad!

Se oggi l’esistenza dei musulmani sulla terra è ancora preservata, ciò è il risultato dell’instancabile opera di questa grande personalità. Se il messaggio della verità e della giustizia è vivo nelle nostre menti e nei nostri cuori, ciò è il risultato dell’opera di questa nobile persona. Se egli ha lasciato un ideale e un programma d’azione per il bene e la prosperità dell’umanità, ciò è il frutto della dedizione e della lotta di Muhammad, pace e benedizioni su di lui. Se oggi nei nostri cuori germoglia il desiderio di far rivivere il movimento islamico, esso germoglierà grazie al ricordo sacro del sacrificio e della perseveranza di questo amato Profeta. È possibile conoscerlo attraverso il metodo del movimento islamico e la formazione pratica impartita da questa guida inviata dal grande Allah. Se oggi qualcuno vuole insegnare all’umanità i valori morali e gli eterni principi del successo, deve apprenderli direttamente da Muhammad, pace e benedizioni su di lui. Se nel mondo non fosse venuto un predicatore, un insegnante, un formatore e un leader come il Messaggero, pace e benedizioni su di lui, sarebbe stato impossibile liberare la terra dalle fitte tenebre dell’ignoranza e dell’insipienza. Perciò si può dire che il Messaggero, pace e benedizioni su di lui, fu la forza vitale principale dell’intera rivoluzione islamica.

Per l’immenso beneficio arrecato a noi e a tutta l’umanità, il Grande Profeta, pace e benedizioni su di lui, si espose a una terribile ostilità, sopportò sofferenze estreme nella lotta contro la falsità, sacrificò tutto ciò che possedeva su questa via senza accettare alcuna ricompensa, poi creò una nuova epoca della storia, una civiltà sacra e una vasta comunità internazionale, o ummah, e costruì nuovi mondi di scienza, conoscenza e pensiero. Per questa impareggiabile e straordinaria opera, tutta l’umanità del mondo è debitrice a questo suo grande amico e benefattore. Siamo incapaci di ricambiare anche solo in minima parte un beneficio tanto grande. Perciò, o Allah Onnipotente, Ti supplichiamo: accetta il nostro sentimento di gratitudine e, dai tesori infiniti della Tua misericordia, concedigli da parte nostra una ricompensa adeguata a questo incomparabile contributo. Fa’ discendere misericordia, benedizione e pace sull’anima del Messaggero, pace e benedizioni su di lui; eleva il suo rango e concedi nuovamente vittoria ed espansione alla sua da‘wah e al suo movimento, affinché un numero ancora maggiore dei Tuoi servi possa trarre beneficio e prosperare grazie ai benefici e ai frutti della legge islamica. Ti supplichiamo inoltre di concedere all’autore e a ogni servo musulmano la capacità di portare il sacro deposito della da‘wah del Messaggero e la fortuna di trasmetterlo a tutta l’umanità. Rendi ancora una volta vivo e concretamente reale il movimento islamico avviato dal Messaggero, pace e benedizioni su di lui. Concedi a tutti noi la fortuna di svolgere un ruolo adeguato nella lotta per completare l’opera intrapresa dal Messaggero, pace e benedizioni su di lui, applicando sulla terra il sistema di giustizia da lui presentato. Questa è infatti la maniera migliore di esprimere gratitudine per il suo beneficio.

(*******)

L’opera è ancora incompleta

È per grazia di Allah che Egli ha concesso a un servo insignificante come me l’opportunità di compiere questa grande opera, permettendomi di presentare uno scorcio della vita e delle imprese del Suo più eccelso servo. Per questo lavoro sono profondamente debitore ai miei degni predecessori, che hanno scritto opere di grande valore su questo argomento. Sono inoltre profondamente debitore a due ricercatori contemporanei: Maulana Sayyid Abul A‘la Mawdudi e il dottor Hamidullah Siddiqui, M.A., Ph.D. Da entrambi ho ricevuto una prospettiva orientata al movimento, che ha dischiuso davanti a me molti aspetti nuovi della biografia del Profeta. Spero che, leggendo questo libro, il lettore trovi spunti per nuovi pensieri. Sono grato anche al rispettabile editore per avermi fornito particolare ispirazione e incoraggiamento in questo lavoro. Che Allah ricompensi nel modo migliore tutti questi amici che hanno suscitato in me ispirazione ed entusiasmo.

Le circostanze attraverso cui quest’opera è giunta finora sono state davvero penose. Ho iniziato il lavoro molte volte, ma lunghe interruzioni hanno creato ostacoli sul cammino. Spesso per mesi e mesi non è stata scritta neppure una lettera. Eppure una forza invisibile mi ha continuamente donato forza e incoraggiamento. Un giorno mi venne improvvisamente questo pensiero: forse è volontà di Allah che io debba acquisire almeno una minima parte dell’esperienza di quella grande persona della cui vita desidero presentare il resoconto agli uomini del mondo; altrimenti, da dove verrebbe il palpito della vita nella scrittura? Dopo questo pensiero, la forza della mia volontà divenne così salda che, ogni volta che potevo e nella misura in cui potevo, portavo avanti il lavoro. La maggior parte della seconda metà del libro ho dovuto scriverla stando sdraiato a letto. Per questo spero che Allah accetti quest’opera e ne faccia un mezzo per la mia liberazione e il mio bene.

Rispetto a quanto desidero realizzare secondo il piano delineato, nel presente libro rimane ancora molto lavoro da svolgere. Probabilmente si arriverà a due o tre volumi. In realtà, per ora ho presentato una sola trattazione ampia. Essa è abbastanza dettagliata sotto questo aspetto, poiché contiene gran parte del resoconto della vita di lotta del Messaggero, pace e benedizioni su di lui. Tuttavia, sotto alcuni aspetti è sintetica, poiché vi sono stati forniti soltanto accenni ad alcuni temi importanti della vita del Profeta. Per questo temo anche che alcuni possano arrivare, a causa di quest’opera, a qualche fraintendimento. È necessario indicare il lavoro che resta da compiere.

Il lavoro restante è il seguente:

– Una descrizione dell’ambiente geografico e culturale nel quale nacque il Messaggero, pace e benedizioni su di lui.

– Un’analisi dell’invito del Messaggero, pace e benedizioni su di lui, e dei suoi obiettivi: quali cambiamenti fondamentali voleva apportare alla vita umana, nonché la natura del suo invito e l’ampiezza del suo campo d’azione.

– La saggezza del Messaggero, pace e benedizioni su di lui, in quanto guida, la sua intuizione e la sua lungimiranza politica.

– Che tipo di persone nacquero grazie all’invito del Messaggero, pace e benedizioni su di lui?

– In che modo le donne collaborarono alla lotta del Messaggero, pace e benedizioni su di lui?

– Desidero presentare in un volume separato una descrizione dell’intera opera riformatrice del Messaggero, pace e benedizioni su di lui, in modo che possa essere utile nell’epoca moderna. Occorrerà illustrare, attraverso vari articoli, i nuovi princìpi, i metodi operativi e la gradualità con cui il Messaggero, pace e benedizioni su di lui, edificò i diversi ambiti della vita. Tra questi: la manifestazione della strategia divina; la fondazione delle basi di un sistema educativo per i giovani e gli anziani della società; la formazione del carattere collettivo; lo sviluppo e la riforma economica; il sistema di difesa, la sua stabilità e solidità; la ricostruzione dell’infrastruttura politica; la riorganizzazione della società e della cultura; l’introduzione di un sistema islamico di giustizia; la formazione della leadership; l’instaurazione di relazioni internazionali; nonché l’analisi teorica e pratica delle altre iniziative riformatrici.

-Una descrizione dettagliata della difesa e delle attività militari del governo islamico del Messaggero, pace e benedizioni su di lui.

-È inoltre possibile che venga scritto un volume separato in risposta alle obiezioni di coloro che sollevano obiezioni. Uno sguardo da ricercatore per chiarire le divergenze riguardanti gli eventi, le personalità e le date importanti.

-Le fonti per la stesura della biografia del Profeta e una rassegna critica dei lavori finora realizzati in questo ambito.

-Inoltre, si intende preparare alcune mappe importanti, che renderebbero più facile comprendere gli eventi qualora fossero disponibili. In questo campo, nel Paese sono già stati realizzati diversi lavori preziosi. Si intende portarli ulteriormente avanti. È anche possibile che venga preparata una mappa separata sulla biografia del Messaggero, pace e benedizioni su di lui, e sul movimento islamico. Si intende riunire le varie informazioni riportate nel libro in una carta murale.

-Si intende far tradurre questo libro almeno in inglese, bengalese, arabo e hindi. In tal modo si può sperare che la sua utilità aumenti ulteriormente. Che Allah conceda la capacità di realizzare questo progetto e, con la Sua speciale misericordia, predisponga le risorse necessarie e un ambiente favorevole.

Na’im Siddiqi

marzo 1960

 

Appendice 1

Gli eventi della vita del Profeta: ordine cronologico

Negli argomenti trattati nel libro è stato seguito, in linea generale, un ordine cronologico. Tuttavia, nei dettagli, senza attenersi a tale ordine, sono stati riuniti eventi di periodi diversi sulla base degli argomenti. Nella storiografia e nella biografia, però, la successione cronologica degli eventi è di grande importanza. Per soddisfare questa esigenza, il seguente schema viene incluso nel libro come appendice, affinché tutti gli eventi importanti della vita del Profeta possano essere colti con un solo sguardo.

I motivi per cui sorgono divergenze riguardo ai giorni e alle date dei vari eventi importanti sono i seguenti:

Gli eventi anteriori all’inizio della missione profetica del Messaggero (s) vengono generalmente datati secondo l’“Āmul Fīl”, cioè l’“anno dell’attacco dell’esercito degli elefanti alla Kaʿba”, oppure secondo l’anno della nascita del Messaggero (s), e questi anni vengono coordinati con l’era cristiana. Sebbene l’anno 1 dell’Era dell’Elefante e l’anno 1 della nascita del Messaggero (s) siano, in linea generale, lo stesso anno, il primo giorno dell’Era dell’Elefante fu il giorno dell’attacco dell’esercito degli elefanti (cioè giovedì 17 Muharram). Al contrario, l’anno della nascita del Messaggero (s) iniziò 50 o 55 giorni, vale a dire quasi due mesi, dopo l’inizio dell’Era dell’Elefante. Gli storici e i trasmettitori hanno completamente ignorato questa differenza tra i due computi, oppure non hanno specificato a quale anno si riferissero. Di conseguenza, un computo dell’anno inizia con Rabīʿ al-Awwal, mentre l’anno lunare consueto inizia con Muharram. In questo modo la confusione nei calcoli aumenta. Per esempio, se si considera l’inizio dell’anno della nascita a partire dal mese di Muharram, l’Egira avvenne nel quattordicesimo anno dalla nascita. Se invece si considera l’inizio dell’anno da Rabīʿ al-Awwal, l’Egira avvenne nel tredicesimo anno dalla nascita. Gli storici hanno riportato entrambi i computi.

Durante il proprio califfato, il califfo ʿUmar (r) istituì formalmente il calendario islamico egiriano giovedì 20 Jumādā al-Thāniya dell’anno 17 dell’Egira. Prima di allora, il calendario egiriano non era stato adottato regolarmente, né era consuetudine determinare secondo esso la data degli eventi. Per questo, nelle raccolte di hadith autentici non si trova l’indicazione dell’anno egiriano in cui si verificò ciascun evento. Dopo l’adozione del calendario egiriano, si cominciò a disporre cronologicamente gli eventi precedenti secondo gli anni dell’Egira.

Anche il computo degli anni lunari iniziato con l’Egira può essere effettuato in due modi. Il primo consiste nel far iniziare il conteggio dell’anno dal mese dell’Egira, Rabīʿ al-Awwal. L’altro consiste nel calcolare gli anni dall’Egira, ma iniziando il conteggio dal primo mese dell’anno lunare consueto, Muharram. Ciò significa che il primo anno dell’Egira viene calcolato come un periodo di dieci mesi, da Rabīʿ al-Awwal a Dhū al-Hijja. Gli esperti di hadith, gli autori di biografie profetiche e gli storici hanno calcolato gli anni dell’Egira in entrambi questi modi. Tuttavia, molto raramente hanno specificato con chiarezza quale metodo di computo dell’anno avessero adottato.

Inoltre, nelle diverse trasmissioni, il giorno indicato insieme alla data spesso non concorda con essa. Si prende come base l’elemento tra i due che risulta più affidabile o per il quale si riscontra concordanza nelle trasmissioni, e si determina l’altro mediante il calcolo.

Il problema più complesso nasce nel coordinare i calendari e i diversi sistemi di computo degli anni. Infatti, nelle opere storiche non viene indicato alcun calendario o sistema di datazione specifico. Questa variazione dei calendari è resa ancora più complicata dal fatto che, oltre ai diversi anni solari, talvolta erano in vigore contemporaneamente anche più calendari cristiani: uno solare e l’altro lunare. Inoltre, le regole dei calendari cristiano e degli altri calendari continuavano a subire modifiche. Quando, dopo diversi secoli, si cerca di calcolare la corrispondenza tra giorni e date, si crea quindi spazio per divergenze sotto vari aspetti.

Alcuni eventi e attività non sono stati riportati neppure negli hadith importanti con il loro giorno e la loro data precisi. Alla luce del Corano e degli hadith, si sa con certezza soltanto che un determinato evento ebbe luogo prima o dopo un altro. Tuttavia, riguardo ad alcuni eventi — come l’autorizzazione del tayammum, la proclamazione del divieto del matrimonio a tempo determinato, cioè del matrimonio mutʿa, l’applicazione delle norme sul velo, nonché vari patti, guerre e invii di spedizioni militari — le narrazioni degli hadith sono contraddittorie persino nel tentativo di stabilire una semplice e approssimativa successione cronologica, senza determinarne le date.

Si può ritenere, in linea generale, che sia difficile presentare tutti gli eventi importanti della vita del Messaggero, pace e benedizioni su di lui, con una ricostruzione dettagliata e date certe. Anche tra i maggiori autori di sīra, esegeti, specialisti degli hadith e giuristi — abituati a ricercare informazioni autorevoli — si riscontrano ampie divergenze riguardo alle date, e a favore e contro il punto di vista di ciascuno esistono lunghe argomentazioni.

Nello scrivere questa opera di sīra, dopo aver studiato al meglio tali divergenze e i calcoli dei calendari, aver ricercato le informazioni e aver riflettuto e investigato, ho adottato una posizione determinata nella «cronologia degli eventi trattati» e ho menzionato brevemente le divergenze più importanti. Non sarebbe stato opportuno confondere il lettore elencando dettagliatamente tutte le opinioni divergenti, né qui vi era spazio per farlo. Qualora si volesse compiere tale lavoro, sarebbe necessario farlo separatamente. Nella nostra «cronologia degli eventi», quelli anteriori all’Egira sono indicati o secondo il computo dell’«Anno dell’Elefante» (l’anno dell’invasione dell’esercito degli elefanti), oppure secondo l’anno della nascita del Messaggero, pace e benedizioni su di lui; in alcuni casi, invece, nell’ambito degli anni della missione profetica, l’età del Messaggero, pace e benedizioni su di lui, è stata assunta come criterio per la determinazione del tempo.

(1) Giorno della nascita del Messaggero, pace e benedizioni su di lui —

(Lunedì della stagione primaverile (su questo giorno vi è consenso), 9 di Rabīʿ al-awwal, Anno dell’Elefante 1 (50 giorni dopo l’attacco dell’esercito degli elefanti), corrispondente al 22 aprile 571 d.C., al 1º Jyaiṣṭha 628 dell’era Vikrama, all’alba vera (dopo il sorgere del sole). Secondo l’opinione più celebre, il 12 di Rabīʿ al-awwal.)

(Ṭabarī e Ibn Khaldūn hanno indicato il 12 di Rabīʿ al-awwal, mentre Abū al-Miqdād ha indicato il 10 di Rabīʿ al-awwal. Tuttavia, poiché vi è consenso sul fatto che fosse lunedì, e il lunedì cade proprio il 9 di Rabīʿ al-awwal, Muḥammad Ṭalʿat Beg (storico arabo) e il qāḍī Sulaymān Manṣūr Pūrī, dopo aver esaminato minuziosamente i calcoli del calendario, hanno giudicato a favore del 9 di Rabīʿ al-awwal. Il celebre astronomo egiziano Maḥmūd Pāshā ha affermato, con prove e argomentazioni scientifiche, che la data della nascita del Messaggero, pace e benedizioni su di lui, fu il 9 di Rabīʿ al-awwal, corrispondente al 20 aprile 571 d.C. Anche l’allāma Shiblī Nuʿmānī ha sostenuto questa opinione. Tuttavia, secondo il calendario gregoriano, il giorno corrisponde al 22 aprile. In base a questo sistema, dal settembre 1752 è entrato in vigore il nuovo calendario cristiano. Secondo le regole dell’antico calendario, quel giorno è stato determinato come il 19 aprile dell’anno giuliano 5284. Esistono inoltre divergenze sul fatto che la nascita del Messaggero, pace e benedizioni su di lui, sia avvenuta 55 o 50 giorni dopo l’attacco dell’esercito degli elefanti; a quanto pare, sembra corretta l’opinione dei 50 giorni.)

L’autore dell’opera Aṣaḥḥ al-siyar, mawlānā ʿAbd al-Raʾūf Dānāpūrī, ha indicato l’8 o il 12 di Rabīʿ al-awwal, senza però menzionare le argomentazioni. Alcuni hanno indicato il 1º Muḥarram e, come data cristiana, il 12 o il 15 febbraio. Secondo Ibn Isḥāq, il Messaggero, pace e benedizioni su di lui, nacque dopo il trascorrere della notte del 12 di Rabīʿ al-awwal. A mio parere, l’opinione del 9 di Rabīʿ al-awwal è quella da ritenere preponderante.)

(2) Inizio del periodo dell’allattamento — all’età di 4 mesi (Due o tre giorni dopo la nascita bevve per alcuni giorni il latte di Thuwayba, schiava liberata di Abū Lahab. Trascorse il regolare periodo dell’allattamento presso la casa della nutrice Ḥalīma. Questa casa si trovava nel deserto.

(3) Morte della madre del Messaggero (pace e benedizioni su di lui) — all’età di 6 anni

(4) Morte del nonno del Messaggero (pace e benedizioni su di lui) — all’età di 8 anni, 2 mesi e 10 giorni

(5) Primo viaggio in Siria (con lo zio Abu Talib) — all’età di 12 anni e 2 mesi (durante questo viaggio incontrò il monaco cristiano Buhayra)

(6) Prima partecipazione alla guerra di Fujjar — all’età di 15 anni o poco più

(7) Seconda partecipazione alla guerra di Fujjar — qualche tempo dopo la prima; periodo sconosciuto

(8) Adesione all’organizzazione riformatrice Hilful Fuzul — all’età di 16 anni

(9) Secondo viaggio in Siria come mercante — all’età di 22 o 25 anni

(10) Matrimonio con Khadija — all’età di 25 anni, 2 mesi e 10 giorni

(11) Inizio degli eventi misteriosi – 7 anni prima della profezia

(12) Scelto come arbitro – all’età di 35 anni

(13) Ricevette la profezia – all’età di 40 anni e 11 giorni. Il 9 di Rabīʿ al-Awwal dell’anno 41 dalla nascita, corrispondente a lunedì 12 febbraio 610 d.C.

Durante il restauro della Kaʿba Sharīfa sorse una disputa sulla ricollocazione della Pietra Nera. Tutti lo riconobbero come uomo degno di fiducia e accettarono che fosse l’arbitro. Egli risolse magnificamente la controversia. Anche riguardo a questa data esistono ampie divergenze di opinione. Secondo una versione, aveva 40 anni, 6 mesi e 16 giorni secondo il calendario lunare, e 39 anni, 3 mesi e 16 giorni secondo il calendario solare. La dichiarazione divina della profezia fu rivelata nella grotta del monte Hirāʾ. Secondo alcuni, la data era il 25 di Ramaḍān; secondo altri, il 13 di Rabīʿ al-Awwal. Secondo il calendario cristiano, sono state indicate anche il 12 febbraio e il 6 agosto 610 d.C. Tuttavia, tutte queste divergenze derivano dalla complessità dei calcoli del calendario. Un’altra ragione dell’incertezza è che, nelle narrazioni degli ḥadīth, anche il momento della dichiarazione della profezia e quello della rivelazione del Corano sono riportati in due modi diversi. Nel Zād al-Maʿād è indicato l’8 del mese. Tuttavia, secondo i calcoli del calendario, il lunedì cade il 9. La dichiarazione della profezia avvenne così: Ḥaḍrat Jibrīl entrò nella grotta, si presentò davanti a lui e disse: «Ricevete la buona novella. Voi siete il Messaggero di Allah, e io sono Jibrīl». Vedendo Ḥaḍrat Jibrīl apertamente in quel modo, egli ne fu alquanto spaventato, e Ḥaḍrat Khadīja lo rassicurò.

(14) La preghiera rituale divenne obbligatoria (due rakʿāt ciascuna per il Fajr e lʿAṣr) – il 9 di Rabīʿ al-Awwal, giorno in cui ricevette la profezia.

(15) Inizio della rivelazione del Corano – il 18 di Ramaḍān, anno 1 della profezia, venerdì (di notte)

Corrispondente al 17 agosto 610 d.C.

(16) Inizio dell’attività di daʿwa segreta – dagli anni 1 a 3 della profezia.

In questa fase fu rivelata la sura al-ʿAlaq. Al-Ṭabarī ha riportato entrambe le date, il 17 e il 18. Tuttavia, secondo il calcolo del calendario, il 18 di Ramadan cadde di venerdì. La casa di Akram Makhzumi, situata sul monte Safa, si trasformò nel centro del movimento islamico. In quel periodo circa quaranta persone abbracciarono l’Islam. Si usciva fuori città per pregare in segreto.

(17) Proclamazione della profezia (primo sermone) — verso la fine del 3º anno della profezia

(18) Prima fase dell’opposizione (scherno, derisione, propaganda diffamatoria e sporadiche persecuzioni) — dal 1º al 5º anno della profezia.

Continuarono le discussioni della delegazione dei Quraysh per fare pressione su Abu Talib. Furono escogitate varie strategie per contrastare il movimento.

(19) Seconda fase dell’opposizione accanita (oppressione e persecuzione generalizzate) — dal 5º al 7º anno della profezia

(20) Egira in Abissinia — mese di Rajab del 45º anno dalla nascita, 5º e 6º anno della profezia

(21) Hazrat Hamza e Hazrat Umar abbracciano l’Islam — 6º anno della profezia

Hazrat Umar, che Dio sia soddisfatto di lui, abbracciò l’Islam tre giorni dopo Hamza. Secondo alcuni, Hazrat Hamza abbracciò l’Islam nel secondo anno della profezia.

(22) La detenzione e l’assedio del clan del Messaggero, Banu Hashim, nella valle montuosa chiamata Shi’b Abi Talib — 1º Muharram, 7º anno della missione profetica, 47º anno di vita, martedì.

(23) Fine della detenzione e dell’assedio — parte finale del 9º anno della missione profetica o parte iniziale del 10º anno della missione profetica.

(24) «L’anno del dolore»: la morte di Abu Talib e di Hazrat Khadija — 10º anno della missione profetica

(25) Viaggio a Ta’if — Jumada al-Thani, 50º anno di vita, 10º anno della missione profetica

(Abu Talib morì 3 o 5 giorni dopo; Hazrat Khadija morì nel mese di Ramadan.

Secondo un’altra opinione, il 26 o 27 Shawwal, 10º anno della missione profetica.)

(26) Mi’raj — 27 Rajab, 50º anno di vita, 10º anno della missione profetica, lunedì (notte)

(27) Le cinque preghiere quotidiane diventano obbligatorie — 27 Rajab, 50º anno di vita, 10º anno della missione profetica, lunedì (notte)

(28) Inizio dell’Islam a Medina – Dhu al-Hijjah, 50º anno di nascita, 10º anno della missione profetica

(ʿIyās ibn Muʿādh fu il primo ad accettare l’Islam.)

(29) L’accettazione dell’Islam da parte di 6 abitanti di Medina – Dhu al-Hijjah, 51º anno di nascita, 11º anno della missione profetica

(30) Il primo giuramento di ʿAqaba (12 persone) – Dhu al-Hijjah, 52º anno di nascita, 12º anno della missione profetica

(31) Il secondo giuramento di ʿAqaba (75 persone) – Dhu al-Hijjah, 53º anno di nascita, 13º anno della missione profetica

(32) L’Egira – la notte del 26 di Safar

(Al momento di questo evento, l’età del Messaggero ﷺ, dopo aver compiuto 53 anni, entrò nel suo 54º anno; e, dopo aver compiuto 13 anni di missione profetica, entrò nel suo 14º anno.)

a. Dalla Mecca alla grotta del monte Thawr – 53º anno di nascita, 13º anno della missione profetica

b. Inizio del viaggio dalla grotta del monte Thawr – lunedì 1º Rabi al-awwal, corrispondente al 15 settembre 621 d.C.

c. Arrivo a Quba – 8 Rabi al-awwal, anno di nascita 53, anno della profezia 13, corrispondente a lunedì 23 settembre 622 d.C.

d. Viaggio da Quba a Medina e ingresso a Medina – 12 Rabi al-awwal, anno dell’Egira 1, anno della profezia 14, venerdì

(Celebrò la preghiera del venerdì nella zona della tribù dei Banu Salim. Secondo alcuni, rimase a Quba per 14 giorni.)

(33) Fondazione della moschea del Profeta – Rabi al-awwal, anno dell’Egira 1

(34) Aumento del numero di rakʿat delle preghiere obbligatorie – Rabi al-awwal, anno dell’Egira 1

(Le preghiere di mezzogiorno, pomeriggio e notte, di quattro rakʿat, furono rese obbligatorie.

Nella casa di Anas si tenne l’incontro della fratellanza. Alla presenza del Messaggero, vi parteciparono 90 Ansar e Muhajirun.)

(35) Istituzione della fratellanza formale tra i Muhājirūn e gli Anṣār – primi tre mesi dell’anno 1 dell’Egira.

(36) Fondazione dello Stato islamico e stipula dell’accordo costituzionale reciproco tra gli abitanti di Medina – metà dell’anno 1 dell’Egira.

(37) Inizio dell’attuazione del sistema di difesa – all’inizio del settimo mese dell’Egira.

(Per le esercitazioni militari e il pattugliamento furono inviati, uno dopo l’altro, tre distaccamenti: (1) nel settimo mese, un distaccamento di 30 uomini, guidato da Ḥamza, giunse fino a Sayf al-Baḥr. (2) Nell’ottavo mese, Shawwāl, una forza di 60 o 80 uomini, guidata da ʿUbayda ibn al-Ḥārith, avanzò fino a Rābigh. (3) Nel nono mese, Dhū al-Qaʿda, un distaccamento di 20 uomini, guidato da Saʿd ibn Abī Waqqāṣ, arrivò fino a Khaybar. In seguito, il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) si recò personalmente fino a Waddān con un distaccamento. Non ho potuto concordare con l’affermazione secondo cui, a causa di questa situazione concreta, il famoso versetto che autorizzava il jihād sarebbe stato rivelato nel secondo anno dell’Egira. Nel secondo anno dell’Egira fu in realtà presa la decisione di intraprendere il jihād armato. Prima di allora ci si asteneva dal ricorrere allo scontro. Tuttavia, per attuare il sistema di difesa, doveva necessariamente essere stato rivelato un versetto o l’altro. Per questo motivo ritengo che il versetto che autorizzava il jihād sia stato rivelato prima dell’Egira. Il suo scopo era far passare l’animo della comunità musulmana dall’epoca della pazienza nella daʿwa a quella del jihād imminente, affinché, non appena giunta a Medina, iniziasse a organizzare e ad attuare il sistema di difesa.)

(38) Arrivo di ʿĀʾisha nel Ḥaram insieme al Messaggero – Shawwāl, primo anno dell’Egira.

(39) Conversione all’Islam di due personalità eminenti: l’ex erudito ebreo ʿAbd Allāh ibn Salām e il monaco cristiano Abū Qays Sarḥa – anno 1 dell’Egira.

(40) Autorizzazione del jihād (autorizzazione ad adottare misure militari attive) – 12 Ṣafar, anno 2 dell’Egira, ossia un anno, due mesi e un giorno dopo l’Egira.

(41) Prima spedizione militare e missione politica compiuta personalmente dal Messaggero (pace e benedizioni su di lui): la spedizione di Waddān – dodicesimo mese dell’Egira.

(42) Alleanze basate su trattati con le tribù esterne: Banū Ḍamra, gli abitanti di Buʿāth e Banū Mudlij, da Ṣafar a Jumādā al-thānī dell’anno 2 dell’Egira.

(Dalle testimonianze degli storici si apprende inoltre che il capo della tribù dei Juhayna, Majdī al-Juhaynī, manteneva già rapporti di alleanza con Medina prima della spedizione contro la tribù dei Banū Ḍamra.)

(43) L’incursione di Karz ibn Jābir al-Fihrī (la prima attività aggressiva del nemico), Rabīʿ al-awwal dell’anno 2 dell’Egira.

(44) L’episodio di Nakhlah (il primo scontro di frontiera con l’esercito musulmano), alla fine di Rajab dell’anno 2 dell’Egira.

(Un miscredente di nome ʿAmr ibn al-Ḥaḍramī fu ucciso. Due prigionieri, insieme a cammelli e beni, furono condotti a Medina. Il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) espresse il proprio disappunto per questo scontro.)

(45) La conversione all’Islam di Salmān al-Fārisī, anno 2 dell’Egira.

(46) L’introduzione dell’adhān, anno 2 dell’Egira.

(47) La zakāt divenne obbligatoria, anno 2 dell’Egira.

(48) Cambio della qibla – lunedì 15 Sha’ban, anno 2 dell’Egira.

(49) Il digiuno del mese di Ramadan diviene obbligatorio – mercoledì 1 Ramadan, anno 2 dell’Egira.

Poiché, secondo la maggior parte delle narrazioni, il giorno della battaglia di Badr, cioè il 17 Ramadan, era venerdì, secondo i calcoli il 1 Ramadan dovrebbe essere mercoledì.

Per questo abbiamo escluso la narrazione in cui il 1 Ramadan viene indicato come domenica.)

(50) Vengono istituiti la preghiera dell’Eid al-Fitr in congregazione e il versamento della fitra – 1 Shawwal, anno 2 dell’Egira

(51) Battaglia di Badr (la prima battaglia regolare) – mercoledì 8 Ramadan, anno 2 dell’Egira, oppure 12 Ramadan

– partenza per Medina

– battaglia

(Il problema complesso è che, sebbene vi sia un ampio accordo riguardo al giorno e alla data della battaglia, sulla data della partenza da Medina alcuni indicano il 12 di Ramadan e altri l’8 di Ramadan. Coloro che indicano l’8 affermano che quel giorno era lunedì. Tuttavia, se il 17 era venerdì, l’8 non poteva in alcun modo essere lunedì. Perciò, nel resoconto dell’8 di Ramadan abbiamo indicato mercoledì, e in quello del 12 di Ramadan sabato. Se però si accetta come corretta la narrazione secondo cui il 17 di Ramadan era martedì, allora il 1° e l’8 di Ramadan avrebbero dovuto essere domenica.)

-Ritorno a Medina in veste di vincitori

(52) Il matrimonio di Hazrat ʿAlī e Fāṭima – dopo la battaglia di Badr, 2° anno dell’Egira.

(53) L’assedio dei Banū Qaynuqāʿ – dalla metà di Shawwāl fino all’inizio di Dhū al-Qaʿda, 2° anno dell’Egira.

(54) Il matrimonio del Messaggero (pace e benedizioni di Allah su di lui) con Ḥafṣa, figlia di Hazrat ʿUmar – 3° anno dell’Egira.

(55) Il matrimonio di Hazrat ʿUthmān e Umm Kulthūm (figlia del Messaggero, pace e benedizioni di Allah su di lui) – 3° anno dell’Egira.

(56) Il primo divieto del vino – 3° anno dell’Egira.

(57) L’uccisione di Kaʿb ibn al-Ashraf – 3° anno dell’Egira.

(58) Nascita dell’Imam Hasan — anno 3 dell’Egira.

(59) Battaglia di Uhud: partenza da Medina — 5 Shawwal, anno 3 dell’Egira, dopo la preghiera del venerdì. 6 Shawwal — sabato.

— Battaglia

— Inseguimento dell’esercito di Abu Sufyan fino a Hamra al-Asad — 7 Shawwal — domenica.

(60) Prima direttiva sull’abbandono dell’usura — immediatamente dopo la battaglia di Uhud.

(Si veda la Sura Al Imran, versetto 130.)

(61) Direttive riguardanti i beni degli orfani — immediatamente dopo la battaglia di Uhud.

(62) Legge riguardante l’eredità — anno 3 dell’Egira, dopo la battaglia di Uhud.

(63) Leggi sul matrimonio, diritti del marito e della moglie, divieto di sposare donne politeiste — 3º anno dell’Egira.

(64) Matrimonio del Messaggero ﷺ con Zaynab bint Khuzaymah, che Allah sia compiaciuto di lei — parte finale del 3º anno dell’Egira.

(Rimase vedova nella battaglia di Uhud.)

(65) L’incidente di Raji‘ (il martirio di una delegazione missionaria composta da dieci membri) — Safar, 4º anno dell’Egira.

(66) La battaglia contro i Banu Nadir — Rabi‘ al-Awwal, 4º anno dell’Egira.

(67) La morte della Madre dei credenti Zaynab bint Khuzaymah — prima parte del 4º anno dell’Egira.

(Morì appena due o tre mesi dopo il matrimonio.)

(68) Entrata in vigore della norma sul velo — 1º Dhu al-Qa‘dah, 4º anno dell’Egira, venerdì.

(69) Entrata in vigore del divieto definitivo delle bevande alcoliche – 4º anno dell’Egira.

(70) Seconda spedizione di Badr – Dhu al-Qa‘da, 4º anno dell’Egira.

Abu Sufyan non venne a combattere, come aveva sfidato a fare; non ebbe luogo alcuna battaglia.

(71) Spedizione di Dumat al-Jandal – Rabi‘ al-awwal, 5º anno dell’Egira.

(72) Spedizione contro i Banu al-Mustaliq – 3 Sha‘ban, 5º anno dell’Egira.

(73) La norma sul tayammum – durante il viaggio presso i Banu al-Mustaliq.

(74) Il matrimonio del Messaggero ﷺ con Hazrat Juwayriya – Sha‘ban, 5º anno dell’Egira.

(75) L’episodio della calunnia contro Hazrat Aisha – Sha‘ban, 5º anno dell’Egira.

(76) Introduzione delle disposizioni relative all’adulterio, all’accusa calunniosa di adulterio e alle accuse reciproche di adulterio tra i coniugi, nonché delle disposizioni dettagliate sul velo islamico – anno 5 dell’Egira, (dopo l’episodio della calunnia contro ʿĀʾisha)

(77) Battaglia degli Aḥzāb o del Fossato – Shawwāl o Dhu al-Qaʿda, anno 5 dell’Egira.

(Era giunto a Medina un grande gruppo di 70/80 famiglie musulmane.)

(78) Arrivo a Medina di una delegazione della tribù di Daws – anno 5 dell’Egira.

(79) Espulsione dei Banū Qurayẓa – Dhu al-Ḥijja, anno 5 dell’Egira.

(80) Matrimonio del Messaggero (pace e benedizioni su di lui) con Zaynab bint Jaḥsh – anno 5 dell’Egira.

(81) Conversione all’Islam del capo del Najd, Thumāma ibn Uthāl al-Ḥanafī – anno 6 dell’Egira.

(82) Trattato di al-Ḥudaybiyya – Dhu al-Qaʿda, anno 6 dell’Egira.

(83) Ritorno da Hudaybiyya a Medina – Dhu al-Hijjah, 6º anno dell’Egira.

(84) La conversione all’Islam di Khalid ibn al-Walid e di Amr ibn al-As – Dhu al-Hijjah, 6º anno dell’Egira.

(85) Inizio dell’invito internazionale all’Islam (invio di lettere ai capi degli Stati e dei governi) – mercoledì 1º Muharram, 7º anno dell’Egira.

(86) La battaglia di Khaybar – Muharram, 7º anno dell’Egira.

(87) Il matrimonio del Messaggero, pace e benedizioni su di lui, con Safiyya – Muharram, 7º anno dell’Egira

(88) Il ritorno degli emigrati dall’Abissinia – al momento della conquista di Khaybar, 7º anno dell’Egira.

(89) Fondazione di un campo musulmano indipendente nel luogo chiamato Sayf al-Bahr – inizio del 7º anno dell’Egira.

(Secondo i termini del trattato di Hudaybiyya, il Messaggero, pace e benedizioni su di lui, non era in grado di offrire rifugio a Medina ai musulmani perseguitati della Mecca. Pertanto, alcuni musulmani perseguitati, tra cui Abu Jandal e Abu Basir, fuggirono dalla Mecca e si radunarono a Sayf al-Bahr.)

(90) Attacco di guerriglia alla carovana dei Quraysh dalla strada dei giovani di Saiful Bahar – Safar, anno 7 dell’Egira.

(91) L’Umrat al-Qada – Dhu al-Qa‘da, anno 7 dell’Egira.

(92) Vengono introdotte le disposizioni sul matrimonio e sul divorzio – anno 7 dell’Egira.

(93) Il matrimonio del Messaggero, pace e benedizioni su di lui, con Hazrat Maymuna (alla Mecca) – anno 7 dell’Egira.

(94) Jabala al-Ghassani abbraccia l’Islam – anno 7 dell’Egira.

(95) La battaglia di Mu’ta – Jumada al-Awwal, anno 7 dell’Egira.

(96) Violazione del trattato di Hudaybiyya da parte dei politeisti della Mecca – Rajab, anno 8 dell’Egira.

(97) La spedizione alla Mecca:

-Partenza da Medina- 10 Ramadan, mercoledì, 8º anno dell’Egira.

-Ingresso vittorioso alla Mecca- 20 Ramadan

(Da fonti attendibili si apprende anche che il Messaggero, pace e benedizioni su di lui, rimase a Medina fino al 18 Ramadan. In base a ciò, la data dell’ingresso alla Mecca dovrebbe essere il 29 o il 30 Ramadan.)

-Invio di una spedizione militare, sotto il comando di Khalid, per distruggere il tempio di al-ʿUzzā situato a Nakhla- 25 Ramadan, 8º anno dell’Egira.

-Invio di una spedizione militare, sotto il comando di ʿAmr ibn al-ʿĀṣ, per distruggere il tempio di Suwāʿ- Ramadan, 8º anno dell’Egira.

-Invio di una spedizione militare, sotto il comando di Saʿd al-Ashhalī, per distruggere il tempio di Manāt- Ramadan, 8º anno dell’Egira

-Permanenza alla Mecca- fino al 9 Shawwāl.

(Secondo un’altra narrazione, fino al 18 Shawwāl.)

-Battaglia di Hunayn -Shawwal, 8 AH.

-Assedio di Ta’if -da Shawwal a Dhu al-Qi’dah, 18-20 giorni.

(Secondo la narrazione di Makhlul, l’assedio durò 40 giorni.)

-La ʿUmrah di Jiʿranah dopo la distribuzione del bottino a Jiʿranah -Dhu al-Qi’dah, 8 AH.

(98) Legge sull’abolizione definitiva dell’usura -al momento della conquista della Mecca, 8 AH.

(Tutte le pretese derivanti dall’usura sono annullate -al-Baqara 2:278)

(99) Arrivo a Medina della delegazione di Sa’d -8 AH.

(100) Morte di Hazrat Zaynab, figlia del Messaggero (pace e benedizioni su di lui) -8 AH.

-La morte di Ibrāhīm, figlio del Messaggero (pace e benedizioni su di lui) -8º anno dell’Egira.

(101) Il sistema della zakat. Prima nomina degli esattori della zakat -Muharram, 9º anno dell’Egira.

(102) La spedizione di Tabuk -Rajab, 9º anno dell’Egira, corrispondente al novembre 635 d.C.

-Partenza da Medina -giovedì.

(103) La norma riguardante la jizya -durante la spedizione di Tabuk.

(Secondo una narrazione, fu istituita nell’8º anno dell’Egira, prima di Tabuk.)

(104) Incendio della Moschea di Dirar -dopo il ritorno dalla spedizione di Tabuk.

(105) Conversione all’Islam di Ukaydir, governatore di Dumat al-Jandal -9º anno dell’Egira.

(106) Il pentimento e la conversione all’Islam di Kaʿb ibn Zuhayr — anno 9 dell’Egira.

(Presentazione della poesia intitolata «Bānat Suʿād».)

(107) Alcune delegazioni giunte a Medina quell’anno:

— La delegazione di ʿAdhra — Safar, anno 9 dell’Egira.

— La delegazione di Ballī — Rabīʿ al-awwal, anno 9 dell’Egira.

— La delegazione di Khawlān — Shaʿbān, anno 9 dell’Egira.

— La delegazione di Thaqīf — anno 9 dell’Egira.

(108) Il pellegrinaggio divenne obbligatorio — 9 Dhū al-Ḥijja, anno 9 dell’Egira.

Il primo Hajj sotto la guida di Abu Bakr al-Siddiq.

(In diversi hadith si menziona che l’Hajj divenne obbligatorio negli anni 6, 7, 8, 9 o 10 dell’Egira. Tuttavia, a mio avviso, è più attendibile la versione relativa al nono anno dell’Egira. Alcuni sostengono che questo Hajj si sia svolto nel mese di Dhū al-Qaʿda, a causa dell’uso del calendario dei miscredenti. Ma questa opinione è debole.)

(109) Annuncio, per mezzo di ʿAlī, della rottura dei rapporti con i politeisti e dell’annullamento di tutti i trattati a tempo indeterminato — 10 Rabīʿ al-thānī. Dhū al-Ḥijja, anno 10 dell’Egira. (Vi è anche divergenza riguardo all’annuncio della rottura dei rapporti: alcuni dicono che avvenne il Giorno di ʿArafa, altri il Giorno del Sacrificio (il 9 o il 10 di Dhū al-Ḥijja). Alla luce del Corano e degli hadith, a mio avviso è più attendibile l’opinione del 10 di Dhū al-Ḥijja.)

(110) La delegazione dei Muhārib — anno 10 dell’Egira.

(Anche la maggior parte delle altre delegazioni giunse a Medina negli anni 9 e 10 dell’Egira. Tuttavia, è difficile determinare con precisione il momento del loro arrivo.)

La delegazione dei Muḥammad — Shaʿbān, anno 10 dell’Egira.

La delegazione di Khawlān — Shaʿbān, anno 10 dell’Egira.

La delegazione di Naysān — Ramaḍān, anno 10 dell’Egira.

Delegazione dei Banū Ḥārith ibn Kaʿb – Shawwāl, 10º anno dell’Egira.

Delegazione di Salama – Shawwāl, 10º anno dell’Egira.

(111) Il ritiro spirituale di venti giorni del Messaggero nell’ultimo Ramaḍān – Ramaḍān, 10º anno dell’Egira.

(112) Corrispondenza tra il Messaggero e Musaylima al-Kadhdhāb – 10º anno dell’Egira.

(113) Il Pellegrinaggio d’Addio:

– Partenza da Medina – 26 Dhū al-Qaʿda, 10º anno dell’Egira, sabato, tra la preghiera di mezzogiorno e quella del pomeriggio.

(Anche riguardo a questa questione vi sono divergenze sulla data. Tuttavia, quella da me adottata è più attendibile.)

– Permanenza a Dhū al-Ḥulayfa – la notte tra sabato e domenica.

-Indossare l’ihram –domenica (all’ora della preghiera di mezzogiorno).

-Soggiorno a Dhu Tuwa –la notte di domenica, 4 Dhū l-Ḥijja, anno 10 dell’Egira.

-Partenza da Dhu Tuwa verso Mecca –5 Dhū l-Ḥijja, dopo la preghiera dell’alba.

(Ingresso del Messaggero ﷺ a Mecca dalla direzione di Thaniyyat al-ʿUlaya.)

-Ingresso nella Moschea Sacra –5 Dhū l-Ḥijja, a mezzogiorno.

(Ingresso del Messaggero ﷺ dalla porta dei Banū ʿAbd Manāf.)

-Soggiorno fuori Mecca fino all’8 Dhū l-Ḥijja

(Tutti i Compagni soggiornarono con il Messaggero ﷺ e trascorsero la notte a Mina.)

-Partenza per Mina -giovedì 8 Dhul-Hijjah a mezzogiorno.

-Partenza da Mina verso Arafat -venerdì 9 Dhul-Hijjah, dopo l’alba.

(Ingresso dal lato orientale di Arafat, attraverso la strada di Namira.)

-Pronuncia del sermone o discorso dell’Hajj -venerdì 9 Dhul-Hijjah, dopo la preghiera di Zuhr.

(Pronuncia del discorso dal dorso della cammella chiamata Qaswa.)

-Permanenza ad Arafat -venerdì 9 Dhul-Hijjah, dopo le preghiere di Zuhr e Asr.

(Qui il Messaggero, pace e benedizioni su di lui, supplicò Allah piangendo fino al Maghrib.)

-Partenza da Arafat in direzione di Muzdalifa -9 Dhul-Hijjah, dopo il Maghrib.

(Ritorno lungo la strada di Mazbīn.)

-Da Muzdalifa

viaggio verso al-Mashʿar al-Harām – il 10 di Dhu l-Hijja, dopo la preghiera dell’alba.

(Qui il Messaggero, pace e benedizioni su di lui, compì il dhikr e fece suppliche piangendo.)

-Viaggio da al-Mashʿar al-Harām verso Mina – il 10 di Dhu l-Hijja, prima dell’alba.

-Lancio delle pietre – il 10 di Dhu l-Hijja, dopo l’alba fino a mezzogiorno.

(In quel momento il sole era diventato cocente.)

-Sermone a Mina (il giorno del sacrificio) – il 10 di Dhu l-Hijja, prima di mezzogiorno.

-Dopo il sermone, il sacrificio.

(Dei cento cammelli destinati al sacrificio, ne sgozzò personalmente sessantuno. Affidò i rimanenti ad ʿAlī. Poi si rasò la testa.)

-Partenza da Mina per La Mecca – dopo essersi rasato la testa, il 10 di Dhū al-Ḥijja.

(Giunto alla Mecca, compì il ṭawāf della Kaʿba prima della preghiera di mezzogiorno.)

-Ritorno dalla Mecca a Mina – ultimo giorno.

(Trascorse la notte a Mina.)

-Secondo sermone a Mina – l’11 di Dhū al-Ḥijja.

(Il contenuto di questo sermone è menzionato in Abū Dāwūd.)

-Partenza da Mina per Muhassab o Abtah -martedì 13 Dhu al-Hijjah.

(Di notte si recò dalla Mecca e compì il tawaf d’addio.)

-Ritorno dalla Mecca -la notte tra il 13 e il 14 Dhu al-Hijjah.

(114) Arrivo della delegazione di Nakha’ -a metà di Muharram, nell’11º anno dell’Egira.

(L’ultima delegazione giunta durante la vita del Messaggero, pace e benedizioni su di lui.)

(115) Ordine di partenza per l’esercito di Usama -26 Safar, anno 11 dell’Egira.

(L’ultima spedizione militare ordinata dal Messaggero, pace e benedizioni su di lui.)

(116) Inizio della malattia mortale del Messaggero, pace e benedizioni su di lui -alla fine di Safar, anno 11 dell’Egira. (Probabilmente il 29 Safar).

(Secondo l’opinione più affidabile, la durata della malattia fu di 13 giorni.)

(117) Aggravamento estremo della malattia (rimase per sette giorni nella stanza di Hazrat Aisha, fino al decesso).

(118) Ultima preghiera in congregazione e ultimo sermone nella Moschea del Profeta: la preghiera di zuhr del giovedì, cinque giorni prima del decesso.

(In diversi hadith si fa riferimento a più sermoni. Tuttavia, è probabile che tutte queste parole siano state pronunciate nello stesso sermone.)

(119) Decesso: il 12 di Rabīʿ al-awwal, lunedì, prima di mezzogiorno.

(Tutti concordano sul lunedì. Ma vi è divergenza riguardo alla data: alcuni hanno indicato il giorno 1, altri il giorno 2, e altri ancora il giorno 13.)

(120) Sepoltura (la tomba fu preparata nella stanza di Hazrat Aisha): nella notte tra il 13 e il 14 di Rabīʿ al-awwal.

(Il problema principale è che è dimostrato in modo incontrovertibile che il 9 di Dhū al-Ḥijja era venerdì. In base a questo calcolo, è assai improbabile che il 12 di Rabīʿ al-awwal potesse cadere in un giorno diverso dal lunedì. Ciò sarebbe possibile soltanto se tre mesi lunari consecutivi avessero avuto trenta giorni ciascuno. Tuttavia, alcuni sostengono che, sebbene raro, ciò sia possibile. Inoltre, per ragioni meteorologiche, è possibile che l’avvistamento della luna alla Mecca e a Medina avvenga con un giorno di differenza.)

 

Appendice 2

Gli eventi che si verificarono per primi e prima di tutti

– Inizio della profezia: 9 Rabi‘ al-awwal, anno di nascita o età: 41.

– Inizio della rivelazione del Corano: sura al-‘Alaq, 18 Ramadan, primo anno della profezia.

– La prima persona ad accettare l’Islam e a unirsi come collaboratore del Rasul (s.a.).

1. Tra uomini e donne insieme, e anche soltanto tra le donne, per prima fu Hazrat Khadija (r.a.).

2. Tra gli uomini adulti, dotati di discernimento e liberi, Hazrat Abu Bakr (r.a.).

3. Tra i giovani, Hazrat Ali (r.a.).

4. Tra gli schiavi: Hadrat Zayd ibn Haritha, che era lo schiavo del Messaggero (pace e benedizioni su di lui) e in seguito fu liberato.

— La prima donna ad abbracciare l’Islam dopo Hadrat Khadija fu Lubaba bint al-Harith. Era la moglie di Hadrat Abbas.

— Il primo ad abbracciare l’Islam durante la predicazione incentrata sulla casa di Hadrat Arqam fu Aqil ibn Bukayr.

— Il primo centro del movimento islamico: Dar al-Arqam, situata sul monte Safa (la casa di Hadrat Arqam).

— Il primo discorso pubblico: sul monte Safa, nel terzo anno della profezia.

Il primo versetto che fece infuriare i miscredenti—

(*******)

— Il primo Compagno, dopo il Messaggero (pace e benedizioni su di lui), a rendere pubblico il proprio Islam fu Hadrat Khabbab ibn al-Aratt al-Tamimi.

– La prima famiglia islamica a tutti gli effetti: la famiglia di Hazrat Abu Bakr al-Siddiq.

– La prima donna cresciuta fin dall’infanzia in seno a genitori musulmani: Hazrat Aisha.

– La prima uccisione involontaria avvenuta sotto l’impulso islamico: un miscredente fu ucciso per mano di Hazrat Sa‘d ibn Abi Waqqas. Il fatto fu il seguente: i musulmani si erano recati fuori dalla Mecca per pregare. Quando in quel momento i miscredenti li molestarono, Hazrat Sa‘d lanciò contro di loro un osso. L’osso colpì un miscredente, che morì all’istante.

– Secondo le parole del Messaggero, dopo Hazrat Ibrahim e Hazrat Lut, la prima coppia musulmana a emigrare sulla via di Allah fu quella di Ruqayya, figlia del Messaggero, e di Hazrat Uthman, suo genero, che emigrarono in Abissinia.

– La prima bandiera innalzata nella storia del movimento islamico: la bandiera innalzata da Hazrat Barida al-Aslami. In quel momento egli si stava recando in emigrazione.

– Il Compagno che per primo recitò pubblicamente e ad alta voce la kalima davanti alla Kaaba, accettò l’Islam e fu sottoposto a un pestaggio collettivo da parte dei miscredenti fu Hazrat Abu Dharr al-Ghifari.

– Colui che per primo dichiarò con fermezza la propria conversione all’Islam fu Hazrat Umar. – La persona grazie alla cui conversione all’Islam si cominciò per la prima volta a pregare nella Kaaba: Hazrat Umar.

– Dopo la cui conversione all’Islam i miscredenti percepirono per la prima volta che il movimento islamico si era rafforzato: Hazrat Hamza.

– Il primo leader musulmano di Medina a essere picchiato per mano dei miscredenti della Mecca: Hadrat Sa‘d ibn Mu‘adh, che Allah sia soddisfatto di lui.

– Il primo musulmano a ottenere il martirio nel Sacro Santuario: Hadrat Harith ibn Abi Hala.

– La prima donna musulmana a subire il martirio sotto torture estreme: Hadrat Sumayya, moglie di Hadrat Yasir e madre di Hadrat ‘Ammar, che Allah sia soddisfatto di lei.

– La prima persona a tentare di annullare il patto di boicottaggio dei miscredenti contro i Banu Hashim: Hisham ibn ‘Amr ibn Rabi‘a.

– Il primo musulmano il cui occhio fu sacrificato sulla via dell’Islam: Hadrat ‘Uthman ibn Maz‘un, che Allah sia soddisfatto di lui. Quando protestò contro una poesia anti-islamica di Labid nell’assemblea dei Quraysh, gli perforarono un occhio.

– Il primo musulmano a compiere l’Egira a Medina: Hadrat Abu Muslim, che Allah sia soddisfatto di lui.

– Il primo apostata, cioè il primo a rinunciare all’Islam: ‘Ubayd ibn Jahsh, che era emigrato in Abissinia. Una volta giunto là, divenne cristiano.

– Il primo a scagliare una freccia in difesa dell’Islam: Hadrat Sa‘d ibn Abi Waqqas, che Allah sia soddisfatto di lui. Nell’esercito guidato da ‘Abd al-Harith, scagliò una freccia contro il nemico. Tuttavia, nessuno fu ucciso o ferito.

– Il primo a impugnare la spada in difesa dell’Islam: Hazrat Zubayr ibn al-Awwam.

– Il primo muhajir della seconda migrazione in Abissinia: Hazrat Ja‘far ibn Abu Talib.

– Il primo giovane di Medina influenzato dalla predicazione del Messaggero: Suwayd ibn Samit.

– Il primo sahabi ansarita a morire a Medina dopo l’Egira: Kulthum ibn al-Hadam, nella cui casa a Quba il Messaggero soggiornò per alcuni giorni dopo l’Egira.

– La prima uccisione individuale, di una donna, compiuta sulla base dell’onore islamico: Asma bint Marwan al-Khatamiyya. Questa donna incitava continuamente i membri della sua tribù contro il Messaggero e diffondeva calunnie. A un certo punto, suo fratello Hazrat Umayr ibn Adi al-Khatami, che aveva abbracciato l’Islam, la uccise, accecato dall’ira. (Ramadan, anno 2 dell’Egira)

– La prima uccisione individuale, di un uomo, compiuta sulla base dell’onore islamico: l’ebreo Abu Gafla. Era continuamente dedito a una feroce propaganda menzognera contro il Messaggero e i musulmani. Hazrat Alim ibn Umayr al-Ansari, accecato dall’ira, lo uccise.

– La prima nomina di un insegnante islamico a Medina: il Messaggero mandò Hazrat Mus‘ab ibn Umayr (insieme a Ibn Umm Maktum) a Medina con la delegazione dei rappresentanti degli Ansar. (Anno 14 della profezia)

Il primo sahabi ansarita a prestare giuramento durante il Secondo Giuramento di Aqaba: Bara ibn Ma‘rur.

– Il primo incontro collettivo per l’insegnamento del Corano a Medina: si tenne nella moschea di Banu Rizi. (Probabilmente non era una moschea completa, ma soltanto un luogo per la preghiera.

– La costruzione della prima moschea completa: la moschea di Quba, costruita dall’8 all’11 di Rabi‘ al-awwal dell’anno 1 dell’Egira.

– La prima preghiera del venerdì guidata dal Messaggero, pace e benedizioni su di lui: si tenne il 12 di Rabi‘ al-awwal dell’anno 1 dell’Egira, nel territorio della tribù dei Banu Salim. I partecipanti alla preghiera erano cento.

– Il primo caso a Medina in cui un’intera tribù abbracciò l’Islam contemporaneamente: i Banu ‘Abd al-Ashhal. Soltanto una persona di questa tribù abbracciò l’Islam qualche tempo dopo.

– Il primo reparto militare inviato a pattugliare per conto dello Stato islamico: il reparto costituito sotto la guida di Hamza pattugliò fino a Saif al-Bahr nel settimo mese dopo l’Egira.

– Il primo portatore dello stendardo nell’ambito del sistema di difesa islamico: Abu Mursad al-Ghanawi.

– La prima iniziativa militare e politica diretta del Messaggero, pace e benedizioni su di lui: la spedizione di Waddan, o di Abwa. Ebbe luogo nel dodicesimo mese dopo l’Egira.

– Il primo governatore supplente nominato dal Messaggero, pace e benedizioni su di lui, a Medina: Sa‘d ibn ‘Ubada (durante la spedizione di Waddan).

– Il primo ad avere l’onore di far sventolare una bandiera sulla cavalcatura del Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui: Hamza, durante la spedizione di Waddan.

– Il primo a condurre, da parte dei Quraysh, un’attività aggressiva contro lo Stato islamico: la razzia di Qarz ibn Jabir al-Fihri (Rabīʿ al-awwal, anno 2 dell’Egira).

– Il primo scontro di frontiera in cui fu ucciso un nemico: un miscredente fu ucciso da una freccia scagliata da Waqid ibn Abd Allah al-Tamimi, membro del reparto in pattugliamento nella regione di Nakhla. (Rajab, anno 2 dell’Egira)

– Il primo episodio in cui bottino e prigionieri furono portati tutti a Medina: il suddetto episodio della regione di Nakhla.

– L’inizio dell’adhān: nell’anno 2 dell’Egira.

– Il primo adhān presso la Kaaba onorata: pronunciato da Bilal al momento della conquista della Mecca.

– Il primo pretendente alla falsa profezia: Musailama al-Kadhdhab.

– Il primo salvacondotto scritto concesso dal Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui: quello per Suraqa ibn Ja’sham (durante il viaggio dell’Egira).

– La prima costituzione federale scritta e ufficiale del mondo: redatta e promulgata dal Messaggero, pace e benedizioni su di lui, a Medina nell’anno 1 dell’Egira.

– Il primo trattato di alleanza dello Stato islamico al di fuori di Medina: con ʿAmr ibn Fahshī al-Ḍamrī, capo dei Banū Ḍamra, o con la tribù dei Banū Ḍamra.

– I primi a essere crocifissi e martirizzati per aver abbracciato l’Islam: Hazrat Khubayb ibn ʿAdī e Zayd ibn Dasina, a Tanʿīm (nei pressi della Mecca).

– La prima attività insurrezionale e traditrice degli ebrei a Medina: la sommossa tra ebrei e musulmani provocata dai Banū Qaynuqāʿ, che spogliarono pubblicamente una donna musulmana al mercato.

– Il primo campo islamico libero: il campo fondato da Hazrat Abū Baṣīr e Abū Jandal a Sayf al-Baḥr.

– La prima persona ad abbracciare l’Islam al momento della conquista della Mecca: Abū Sufyān ibn al-Ḥārith ibn ʿAbd al-Muṭṭalib.

– La prima guerra ufficiale: la battaglia di Badr (Ramaḍān, anno 2 dell’Egira).

– La prima guerra alla quale parteciparono insieme gli Anṣār e i Muhājirūn: la battaglia di Badr.

– I primi tre mujahidin combattenti dell’esercito musulmano sul campo di Badr: Hazrat Ali, Hazrat Hamza e Hazrat Ubayda ibn al-Harith ibn Abd al-Muttalib.

– Il primo nemico ucciso nella battaglia di Badr: Aswad ibn Abd al-Asad.

– Il primo martire nella battaglia di Badr: Mihja, schiavo affrancato di Hazrat Umar ibn al-Khattab.

– Il primo messaggero a portare a Medina la lieta notizia della vittoria di Badr: Zayd ibn Haritha, che Allah si compiaccia di lui.

– La prima preghiera dell’Eid al-Fitr: il primo di Shawwal dell’anno 2 dell’Egira.

– Il primo emissario dello Stato islamico a essere ucciso durante il viaggio: Harith ibn Umayr al-Azdi. Lo uccise Shurahbil ibn Amr al-Ghassani, governatore della Siria.

– Il primo titolo di valore conferito dal Messaggero, pace e benedizioni su di lui: il titolo “Saifullah” conferito a Hazrat Khalid ibn al-Walid (battaglia di Mu’ta, anno 8 dell’Egira).

– Il primo uso di un sigillo sulla corrispondenza e sui documenti ufficiali: il primo di Muharram dell’anno 7 dell’Egira.

– Il primo caso di arbitrato politico secondo la legge islamica: nell’anno 5 dell’Egira, tra lo Stato islamico e i Banū Qurayẓa.

– Il primo Compagno nominato arbitro nell’epoca islamica: Saʿd ibn Muʿādh.

– Il primo dono regale inviato al Messaggero: il dono inviato dal re Negus.

– Il primo dono accettato dal Messaggero da parte di un politeista arabo: quello di Abū Sufyān, all’epoca della tregua di Ḥudaybiyya.

– Il primo ex schiavo nominato comandante: Zayd ibn Ḥāritha, nella battaglia di Muʾta.

– La prima battaglia in cui fu prelevato un quinto per il Bayt al-Māl: la battaglia dei Banū Qaynuqāʿ o dei Banū Qurayẓa.

– Il primo caso di uccisione di un miscredente che aveva pronunciato la kalima ṭayyiba: durante la spedizione contro i Juhayna, Nahīk ibn Mardūs fu ucciso per mano di Usāma ibn Zayd. (Ramaḍān, anno 7 dell’Egira).

– La prima volta in cui la grande maggioranza dei musulmani fu temporaneamente colpita dall’indecisione: al tempo della tregua di Ḥudaybiyya.

– La prima persona uccisa per mano del Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui): Harith ibn az-Zamma (battaglia di Uhud).

– Il primo martire destinato al Paradiso che non ebbe neppure una volta l’opportunità di pregare e digiunare: Usayrim, che Allah ne sia compiaciuto. Quest’uomo della tribù dei Banu Abd al-Ashhal abbracciò l’Islam il giorno della battaglia di Uhud, partecipò immediatamente al jihad e conseguì il martirio.

– Il primo martire che, prima di morire, istituì la Sunna di eseguire la preghiera: Khubayb, che Allah ne sia compiaciuto.

– Il primo martire dell’incidente di Bi’r Ma’una: Haram ibn Milhan, che Allah ne sia compiaciuto (zio materno di Anas).

– La prima “Salat al-Khawf” (preghiera della paura) fu eseguita nella battaglia di Usfan o di Dhat ar-Riqa.

– Il primo fedele che, nonostante avesse tre frecce conficcate nel corpo, non abbandonò la preghiera: Abbad ibn Bishr (nella battaglia di Dhat ar-Riqa).

– Il primo apostata a Medina: Harith ibn Suwayd ibn Samit. Nonostante avesse partecipato alla battaglia di Uhud da musulmano, divenne apostata. Dopo aver ucciso Mujazzar ibn Ziyad al-Balawi, fuggì alla Mecca. In seguito, quando giunse a Medina, fu arrestato e ucciso.

– Il primo musulmano ucciso per errore dalla mano di un altro musulmano sul campo di battaglia: Hisham ibn Isaba (per mano di Ubada ibn Samit).

– La prima volta che una spia appartenente al campo nemico fu arrestata e uccisa: durante la battaglia dei Banū al-Muṣṭaliq.

– Il primo giovane musulmano a chiedere al Messaggero (pace e benedizioni su di lui) il permesso di uccidere il proprio padre ipocrita: Ṭalḥa ibn ʿAbd Allāh ibn Ubayy.

– La prima persona a informare dell’episodio della calunnia contro ʿĀʾisha: la madre di Mistah ibn Athātha.

– I primi testimoni a favore della castità di ʿĀʾisha: tra gli uomini, Usāma ibn Zayd; tra le donne, Barīra (che Allah sia soddisfatto di lei); e tra le mogli del Messaggero (pace e benedizioni su di lui), Zaynab bint Jaḥsh.

– La prima applicazione della punizione conforme alla sharīʿa per aver accusato qualcuno di adulterio: a Ḥassān ibn Thābit, Mistah ibn Athātha e Ḥimna bint Jaḥsh.

– La prima battaglia durante la quale ai musulmani furono rimandate consecutivamente più preghiere: la battaglia del Fossato.

– Il primo tentativo diplomatico riuscito per indebolire la forza del nemico: durante la battaglia del Fossato, tale tentativo fu condotto tramite Nuʿaym ibn Masʿūd.

– Il primo arciere musulmano a sconfiggere da solo una banda di briganti: Salama ibn al-Aqwāʿ.

– Il primo episodio in cui il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) recitò spontaneamente una poesia: quando, durante la battaglia di Hunayn, l’esercito musulmano si disperse e il Messaggero rimase solo, continuò a recitare ad alta voce cavalcando il suo mulo bianco:

(*************)

Vale a dire: «Sono certamente un profeta. Sono un discendente di Abd al-Muttalib».

– La prima nomina di funzionari per il dipartimento della zakat: Muharram del nono anno dell’Egira.

– La prima volta in cui l’esercito musulmano utilizzò cannoni per abbattere una fortezza: durante la spedizione di Ta’if.

– Il primo scambio di prigionieri di guerra tra il governo islamico di Medina e gli abitanti della Mecca: in cambio dei due prigionieri congiunti, Attab ibn Abd Allah e Hakam ibn Qays, catturati durante la spedizione di Nakhla, furono liberati Sa‘d ibn Abi Waqqas e Utba ibn Ghazwan.

– La prima battaglia in cui ai Muhajirun fu assegnata una parte dei cavalli: la battaglia di Banu Qurayza.

– Il primo ordine di riscuotere la jizya: fu rivelato poco prima della battaglia di Tabuk.

– Il primo accordo sulla jizya fu raggiunto con il governatore di Dumat al-Jandal (durante la spedizione di Tabuk).

– Il primo accordo per il pagamento di una grande quantità di jizya fu stipulato con i cristiani di Najran, che si impegnarono a consegnare ogni anno al governo islamico duemila vesti e a prestare equipaggiamento militare quando necessario.

– La prima e unica persona che non ebbe alcuna esitazione o dubbio al momento del trattato di Hudaybiyya fu Abu Bakr al-Siddiq, che Allah sia soddisfatto di lui.

– La prima persona a confortare il Messaggero, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, quando i musulmani esitavano riguardo al sacrificio e alla rasatura dei capelli dopo il trattato di Hudaybiyya fu la Madre dei Credenti, Umm Salama, che Allah sia soddisfatto di lei.

– Il primo poeta a ricevere un premio dal Messaggero, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, fu Kaʿb ibn Zuhayr: dopo la conquista della Mecca, si presentò e recitò, per chiedere perdono, una poesia intitolata «Banat Suʿad», e il Messaggero gli donò il proprio mantello come premio.

– La prima recitazione del «Qunut al-Nazila» da parte del Messaggero, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, avvenne dopo i dolorosi incidenti di al-Rajiʿ e Biʾr Maʿuna. In questi due incidenti, i nemici uccisero i membri più esperti delle delegazioni incaricate della predicazione e dell’istruzione. (4 dell’Egira)

– La prima partecipazione delle donne musulmane al campo di battaglia avvenne nella battaglia di Uhud (3 dell’Egira).

– Il primo sovrano ad accettare l’Islam fu Asham ibn Abjar, il re d’Abissinia.

– La prima persona che il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) lodò dicendo che era ancora più nobile della reputazione che aveva sentito su di lui fu Zayd al-Khayr, capo della tribù di Tayy, precedentemente chiamato Zayd al-Khayl.

– Il primo non arabo convertito all’Islam a essere ucciso per crocifissione fu Furwa al-Judhami, governatore romano dell’Arabia settentrionale, in servizio nella località chiamata Muzan.

– Il primo politeista a lanciare la sfida per un combattimento singolo nella battaglia di Uhud fu Talha.

– Il primo musulmano ad accettare la sfida per il combattimento singolo nella battaglia di Uhud fu Ali.

– Il primo nemico ucciso nella battaglia di Uhud fu Talha.

– La prima manifestazione d’orgoglio apprezzata dal Messaggero (pace e benedizioni su di lui) fu il modo fiero di camminare di Abu Dujana, con il petto in fuori, dopo aver ricevuto la spada del Messaggero (pace e benedizioni su di lui) nella battaglia di Uhud.

– Il primo hajj nell’Islam fu compiuto nel nono anno dell’Egira sotto la guida di Abu Bakr al-Siddiq.

– La prima spedizione militare all’estero fu la battaglia di Mu’ta (Jumada al-Thani, anno 8 dell’Egira).

– Il primo ad arrivare a Medina dalla tribù dei Thaqif di Ta’if per apprendere gli insegnamenti dell’Islam: Urwa ibn Mas’ud al-Thaqafi.

 

Appendice 3

La crescita progressiva della forza umana del movimento islamico

– I primi collaboratori del movimento islamico del Messaggero ﷺ: (1) Hazrat Khadija, (2) Hazrat Abu Bakr, (3) Hazrat Ali, (4) Hazrat Zayd ibn Haritha, che Allah si compiaccia di lui.

– I cinque che abbracciarono l’Islam nella prima fase grazie all’opera di da’wa di Hazrat Abu Bakr: (1) Hazrat al-Zubayr ibn al-Awwam, (2) Hazrat Uthman ibn Affan, (3) Hazrat Abd al-Rahman ibn Awf, (4) Hazrat Talha ibn Ubayd Allah, (5) Hazrat Sa’d ibn Abi Waqqas.

– Le prime 46 persone che abbracciarono l’Islam nei primi tre anni della da’wa: (1) Khabbab ibn al-Aratt al-Tamimi, (2) Sa’id ibn Zayd (abbracciò l’Islam ancor prima del movimento incentrato su Dar al-Arqam), (3) Fatima bint al-Khattab, (4) Lubaba bint al-Harith (la prima donna ad abbracciare l’Islam dopo Hazrat Khadija), moglie di Hazrat Abbas, (5) Abdullah ibn Mas’ud (secondo alcuni, fu la sesta persona ad abbracciare l’Islam), (6) Uthman ibn Maz’un (la quattordicesima persona ad abbracciare l’Islam), (7) al-Arqam ibn Abi al-Arqam al-Makhzumi (l’undicesima o dodicesima persona ad abbracciare l’Islam; secondo un’altra opinione, la settima) (secondo Ibn Hajar, abbracciò l’Islam a Dar al-Arqam insieme a Uthman ibn Maz’un, Ubayda ibn al-Harith, Abd al-Rahman ibn Awf e Abu Salama), (8) Abu Salama ibn Abd al-Asad al-Makhzumi, (9) Abu Ubayda ibn Amir al-Jarrah (abbracciò l’Islam prima di Hazrat Umar), (10) Qudama ibn Maz’un, (11) Ubayda ibn al-Harith ibn Abd al-Muttalib, (12) Ja’far ibn Abi Talib, (13) Asma bint Umays, (14) Abdullah ibn Jahsh, (15) Abu Ahmad ibn Jahsh, (16) Sa’ib ibn Uthman ibn Maz’un, (17) al-Muttalib ibn Azhar, (18) Ramla bint Abi Awf, moglie di al-Muttalib ibn Azhar, (19) Umayr ibn Abi Waqqas (fratello di Sa’d ibn Abi Waqqas), (20) Asma bint Abi Bakr, (21) Aisha bint Abi Bakr, (22) Hazrat Ayyash ibn Abi Rabi’a (fratello di Abu Jahl), (23) Asma (moglie di Ayyash), (24) Sulayt ibn Amr (secondo il racconto di Hazrat Abu Bakr, fu musulmano già prima dell’epoca di Dar al-Arqam), (25) Mas’ud ibn Rabi’a (abbracciò l’Islam prima dell’epoca di Dar al-Arqam), (26) Khunays ibn Hudhafa, (27) Amir ibn Rabi’a, (28) Hatib ibn al-Harith al-Jumahi, (29) Fatima bint Muhallal, moglie di Hatib, (30) Khattab ibn al-Harith, (31) Fukaika, moglie di Khattab, (32) Mu’ammar ibn al-Harith (abbracciò l’Islam prima di Hazrat Umar e fu lui a insegnare il Corano a sua sorella. Secondo al-Waqidi, occupava il decimo posto; secondo Ibn Khuzayma, il trentottesimo), (33) Nu’aym ibn Abdullah, membro dei Banu Adi (la quarta o quinta persona ad abbracciare l’Islam, ma tenne nascosta la propria fede per paura del padre), (34) Khalid ibn Sa’id ibn al-As (secondo l’Imam al-Zuhri, occupava il quarantaquattresimo posto), (35) Amina (o Hamina) bint Khalaf, moglie di Khalid ibn Sa’id, (36) Hatib ibn Amr, (37) Waqid ibn Abdullah, alleato dei Banu Adi, (39) Khalid ibn Hizam (nipote di Hazrat Khadija), (40) Amir ibn Malik (fu il primo a prestare il giuramento a Dar al-Arqam), (41) Aqil ibn Bukayr (occupava il trentacinquesimo o trentaseiesimo posto), (42) Khalid ibn Bukayr, (43) Amir ibn Bukayr, (44) Ammar ibn Yasir (abbracciò l’Islam insieme a suo padre Yasir), (45) Sumayya (madre di Ammar), (46) Suhayb ibn Sinan al-Rumi, liberto di Ibn Jad’an.

– Numero dei primi emigranti verso l’Abissinia: 12 uomini e 4 donne (16 persone in totale).

– Numero totale durante la seconda emigrazione verso l’Abissinia: 83 persone. In quel periodo, il numero di coloro che rimasero alla Mecca doveva essere almeno pari a quello di coloro che emigrarono in Abissinia. Pertanto, il numero complessivo doveva superare i 150.

– Il numero totale dei primi portabandiera della da‘wa islamica a Medina era di 8 persone. Furono i primi a prestare giuramento di fedeltà al Messaggero, pace e benedizioni su di lui: (1) al-Bara ibn Ma‘rur, (2) Ka‘b ibn Malik, (3) Abd al-Haytham Malik ibn al-Tayyihan, (4) As‘ad ibn Zurarah, (5) Rafi ibn Malik, (6) Qutbah ibn Amir, (7) Uqbah ibn Amir, (8) Jabir ibn Abdullah. (Secondo la narrazione più nota, furono 6 le persone che prestarono per prime il giuramento ad al-Aqabah. Secondo al-Waqidi, As‘ad ibn Zurarah e Dhakwan ibn Abd al-Qays avevano abbracciato l’Islam prima del primo giuramento di al-Aqabah.)

– Partecipanti al secondo giuramento di al-Aqabah: vi parteciparono complessivamente 12 persone. Gli Ansar menzionati sopra, ad eccezione di Jabir ibn Abdullah, tornarono portando con sé altri 5 uomini. I nuovi arrivati erano: (1) Muadh ibn al-Harith, (2) Awf ibn al-Harith, (3) Dhakwan ibn Abd al-Qays, (4) Yazid ibn Tha‘labah, (5) Uwaymir ibn Malik.

– Partecipanti al secondo giuramento di al-Aqabah: questa volta abbracciarono l’Islam complessivamente 73 persone, uomini e donne.

– (Al tempo del terzo giuramento di al-Aqabah) Numero totale dei musulmani alla fine del periodo meccano: oltre agli 83 emigrati dall’Abissinia e ai 73 Ansar che prestarono il giuramento di al-Aqabah, a Mecca vi erano alcuni musulmani. Analogamente, anche a Medina potevano esservi alcuni musulmani che forse non avevano partecipato al pellegrinaggio del tredicesimo anno della profezia. In questo modo, il numero totale stimato poteva ammontare a circa 250. Se si includono inoltre i nuovi musulmani di Najran, dei Ghifar (quasi metà della tribù dei Ghifar abbracciò l’Islam in breve tempo) e dello Yemen, il numero complessivo dei musulmani in Arabia non sarebbe stato inferiore a 300.

– Numero stimato dei musulmani a Medina subito dopo l’Egira: è noto che alla prima preghiera del venerdì celebrata nel territorio della tribù dei Banu Salim parteciparono cento musulmani. Se si considerano anche le donne e i malati che non poterono partecipare, la popolazione musulmana di Medina doveva ammontare ad almeno 300 persone. È altresì noto che all’assemblea convocata dal Messaggero, pace e benedizioni su di lui, proprio all’inizio, per instaurare la fratellanza tra gli Ansar e gli emigrati, parteciparono 90 persone. I membri delle due parti erano in numero uguale. In quell’assemblea furono probabilmente inclusi tra gli Ansar soltanto i più agiati, capaci di accogliere almeno un emigrato ciascuno entro i limiti delle proprie possibilità economiche. Le donne non vi parteciparono. Anche questa assemblea, pertanto, induce a ritenere corretta la stima sopra riportata.

– Numero stimato dei musulmani a Medina al tempo della battaglia di Badr: è noto a tutti che l’Islam si diffuse con estrema rapidità tra gli Ansar di Medina e che nelle tribù degli Aws e dei Khazraj non vi fu alcun ostacolo a tale riguardo. È altresì noto che, nel periodo compreso tra l’Egira e la battaglia di Badr, gli emigrati continuarono ad arrivare, uno o due alla volta, e il loro numero complessivo non era affatto trascurabile. Nella spedizione di Bu’at vi erano con il Messaggero, pace e benedizioni su di lui, 200 emigrati. Analogamente, nella spedizione di Dhu al-Ushayrah il loro numero era compreso tra 150 e 200. In tutte queste prime spedizioni il Messaggero, pace e benedizioni su di lui, impiegava soltanto gli emigrati.

Poiché, in base al giuramento di al-Aqabah, gli Ansar erano obbligati a partecipare soltanto alle attività difensive all’interno di Medina. Non occorre dire che, se il numero degli emigrati che parteciparono alla guerra era di 200, il numero totale doveva essere alquanto superiore. Si può stimare che fosse almeno di 250. (In generale, in qualunque insediamento la proporzione degli uomini in età militare dovrebbe essere di un quarto o di un quinto. Tuttavia, per due ragioni, la situazione degli emigrati a Medina era diversa. Innanzitutto, nella società tribale araba, di norma ogni uomo era un combattente e le eccezioni erano assai rare. Inoltre, poiché gli emigrati erano animati da una motivazione di fede e rivoluzionaria, vivevano costantemente in una situazione di confronto tra la vita e la morte. Si può quasi dire che non vi fossero eccezioni. Inoltre, non tutti gli emigrati erano venuti con l’intera famiglia. La presenza delle donne era esigua e la maggior parte degli anziani era rimasta a Mecca. È per queste due ragioni che abbiamo formulato questa stima.) Il numero degli Ansar doveva essere il doppio. In altre parole, il numero totale poteva essere compreso tra 700 e 800. (Da diverse narrazioni storiche si apprende che il Messaggero, pace e benedizioni su di lui, fece realizzare a Medina tre censimenti. Nel primo il numero degli abitanti era di 500, nel secondo di 700-800 e nel terzo di poco più di 1.000. Riteniamo che il primo censimento possa essere stato effettuato al momento del reinsediamento degli emigrati o dell’inizio dell’organizzazione della difesa. In seguito, in occasione dell’adozione di qualche misura importante, come l’intercettazione della carovana commerciale qurayshita di ritorno dalla Siria, si potrebbe aver verificato nuovamente la forza disponibile. Il terzo censimento fu probabilmente effettuato un anno dopo, quando si dovette affrontare la minaccia di vendetta lanciata da Abu Sufyan.)

Il numero dei combattenti musulmani nella battaglia di Badr può indurre molti a confondersi. Tuttavia, secondo la nostra ricerca, quando il Messaggero, pace e benedizioni su di lui, partì da Medina con 314 compagni, non prevedeva alcun confronto militare formale. Il suo vero obiettivo era intercettare la carovana commerciale. Inoltre, poiché fu necessario organizzare tutto in fretta, la disponibilità di cavalcature e armi era molto limitata. Gli abitanti musulmani di Medina, invece, avrebbero potuto procurarsi un numero di cavalcature e di armi diverse volte maggiore. Sarebbe stato anche possibile reclutare più combattenti di quanti ne furono effettivamente raccolti. Ne è prova il fatto che nella battaglia di Badr parteciparono complessivamente 86 emigrati, mentre in alcune precedenti spedizioni di pattugliamento il numero totale degli emigrati era arrivato a 200. Pertanto, stimiamo che, all’incirca al tempo della battaglia di Badr, la popolazione musulmana totale di Medina fosse vicina a 700-800 persone. Da essa si sarebbero potuti reclutare 400-500 combattenti. Tuttavia, nella battaglia di Badr non poté partecipare l’intera forza militare, perché non fu impartito l’ordine di mobilitarla completamente. Soltanto una forza fu inviata con il Messaggero, pace e benedizioni su di lui, per conseguire immediatamente un obiettivo limitato.

La veridicità della nostra ipotesi è dimostrata anche dalla spedizione contro i Banū Qaynuqāʿ. Subito dopo la battaglia di Badr, questa tribù ebraica fanatica e barbara fu assediata e, sconfitta, accettò di lasciare Medina. Si sa che la sua forza combattente era composta da 600 giovani. Si può presumere che, per assediarli per quindici giorni e sconfiggerli, l’esercito musulmano avesse bisogno di almeno 400-500 guerrieri.

– Popolazione complessiva dei musulmani in tutto il mondo al tempo della battaglia di Badr: (approssimativamente) se aggiungiamo ai sette-ottocento abitanti di Medina gli emigrati residenti in Abissinia e i musulmani dispersi presenti a Najrān, nello Yemen, presso la tribù dei Ghifār, in Bahrein e in altre regioni e tribù, probabilmente la forza complessiva ammontava a mille persone o poco più.

– Numero dei musulmani nelle varie battaglie e spedizioni: [Per calcolare la consistenza delle forze dei movimenti islamici delle epoche successive, essa si può conoscere alla luce del numero dei partecipanti alle guerre e alle spedizioni.]

– Battaglia di Uḥud: 650, secondo un’altra versione 700 [dopo che i trecento compagni ipocriti di ʿAbd Allāh ibn Ubayy se ne furono andati…].

– Seconda spedizione di Badr: (non ci fu battaglia) 1510.

– Spedizione di Dūmat al-Jandal (non ci fu battaglia): 1000.

– Battaglia del Fossato: 3000.

– Viaggio a al-Ḥudaybiyya: 1400.

– Battaglia di Khaybar – 1.420 (comprese 20 donne).

– Battaglia di Mu’ta – 3.000.

– Spedizione alla Mecca – 10.000.

– Battaglia di Hunayn e assedio di Ta’if – 12.000.

– Spedizione di Tabuk – 30.000.

– Compagni del Pellegrinaggio d’Addio – 124.000, secondo un’altra opinione 144.000. [In alcune narrazioni il numero è indicato come maggiore.]

– Nel valutare la crescente forza numerica del movimento islamico, bisogna ricordare anche che le donne furono incluse fin dall’inizio nella lotta rivoluzionaria del Messaggero, che Allah lo benedica e gli conceda la pace. Anch’esse adempirono ai propri doveri per cambiare il corso della storia. Furono coinvolte anche nella prova di fuoco della Mecca. Molte di loro furono compagne di viaggio durante l’Egira. Persino nel jihad potenziale prestarono la loro collaborazione. Anzi, è motivo di grande onore per le donne il fatto che la prima persona a credere nel Messaggero, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, a confortarlo e a offrirgli un sostegno completo sia stata una donna, cioè la venerabile Khadija. In realtà, il cambiamento fondamentale e totale che il Messaggero, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, aveva intrapreso non avrebbe potuto essere realizzato senza la collaborazione delle donne. Se l’ambito familiare rimane separato da una lotta, il ritmo dell’attività rallenta enormemente. Il movimento islamico guidato dal Messaggero, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, ha ricevuto dalle donne, così come dagli uomini, pienamente ispirazione, denaro, lavoro e sacrificio. In realtà, questo argomento richiederebbe un articolo autonomo. Per il momento, tuttavia, lo lascio da parte. Qui desidero soltanto mostrare brevemente quale fosse la proporzione delle donne nel movimento islamico. Tra le prime 56 persone ad accettare l’Islam nei primi tre anni, 12 erano donne. Durante la prima e la seconda emigrazione in Abissinia, il loro numero era rispettivamente di 5 e 17; alla riunione del giuramento della terza Aqaba erano presenti anche 2 donne ansar. Tra coloro che emigrarono a Medina prima del Messaggero, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, vi erano almeno dieci donne.

[Fine]