Prefazione

L’Islam è fondamentalmente un sistema statale autosufficiente. Il grande compito di dare forma concreta a questo sistema statale fu assolto dallo stesso Nobile Profeta dell’Islam, Hazrat Muhammad (s). Nei lunghi ventitré anni della profezia, egli attuò pienamente, nell’ambito di una vera e propria struttura statale, tutte le leggi e le disposizioni rivelate riguardo alla vita collettiva degli esseri umani. Governo e amministrazione, promulgazione delle leggi, mantenimento dell’ordine sociale, amministrazione della giustizia, difesa dello Stato e ogni altra importante attività furono da lui svolti alla luce delle medesime leggi e disposizioni. In tal modo, proprio nei ventitré anni della profezia, egli pose le fondamenta durature del sistema statale islamico.

Dopo la dipartita del Nobile Profeta (s), sulle stesse fondamenta durature sorse il sistema statale ideale dell’Islam: il Califfato dei Rashidun. Hazrat Abu Bakr, Hazrat Umar, Hazrat Uthman e Hazrat Ali (ra), questi quattro stretti compagni del Nobile Profeta (s), organizzarono e svilupparono con la massima cura e affetto questo sistema statale della tradizione profetica. Non solo: ne estesero i confini oltre la Penisola Arabica, fino a comprendere l’intero Iran e vaste regioni dell’Impero Romano. In effetti, è stato dimostrato in modo inconfutabile che, nella storia dell’umanità, soltanto questo sistema statale è riuscito a scrivere un capitolo d’oro. Per quanto sorprendenti possano essere i sistemi escogitati dai moderni studiosi della scienza politica, nessun metodo ha più conseguito un successo così grande, nel promuovere il bene dell’umanità, quanto questo califfato della tradizione profetica: è una verità storica.

Purtroppo, questo califfato della tradizione profetica rimase sulla terra per appena trent’anni. Subito dopo, la maledizione della monarchia e dell’autocrazia si abbatté sull’intera nazione musulmana. Il sipario oscuro dell’ignoranza preislamica, la jahiliyya, avvolse il loro futuro dorato. Oggi, nei vari Paesi del mondo musulmano, se ne vedono ancora le conseguenze. Inoltre, in tempi recenti, a tutto ciò si è aggiunta una nuova jahiliyya chiamata democrazia, inventata dagli ebrei e dai cristiani dell’Occidente. Le sue conseguenze velenose hanno oggi gettato l’intero mondo musulmano nel vortice della crisi politica. I sistemi moderni, lungi dal risolvere anche solo uno dei loro problemi, generano invece problemi sempre nuovi e stanno rendendo malata l’intera società musulmana.

In questa situazione, oggi è diventata estremamente urgente, nella società musulmana, un’ampia discussione sul sistema statale ideale dell’Islam, il Califfato dei Rashidun. È diventato assolutamente necessario rendere chiara alla società musulmana la verità che l’unica cura per tutte le malattie politiche dei musulmani è il califfato della tradizione profetica, e non un altro sistema. Proprio per rispondere a questa necessità, il grande pensatore e filosofo islamico Hazrat Mawlana Muhammad Abdur Rahim (rh) ha scritto il presente libro intitolato «Il Califfato dei Rashidun». In quest’opera egli non ha dedicato, secondo l’impostazione consueta, un’attenzione eccessiva alle biografie dei quattro califfi dell’Islam; ha invece cercato di esporre nel modo più ampio possibile le caratteristiche del loro governo e della loro amministrazione, nonché gli aspetti degni di essere emulati. Sotto questo aspetto, è un’opera originale in lingua bengalese sul Califfato dei Rashidun.

Dopo la pubblicazione di due edizioni dell’opera dal 1975 al 1980, l’autore stesso ne ha ampiamente riveduto varie parti. Nell’edizione attuale, oltre alla correzione degli errori tipografici, sono state aggiunte molte informazioni pertinenti. Ciò ha accresciuto ulteriormente il pregio dell’opera. Siamo fermamente convinti che l’edizione attuale del libro sarà accolta con maggiore favore dai lettori di lingua bengalese e contribuirà immensamente a indicare la retta via alle popolazioni smarrite di questo Paese.

La nostra umile preghiera è che il grande Allah accetti questo servizio religioso dell’autore e, in ricompensa, gli conceda un posto nel Jannatul Firdaus.

Muhammad Habibur Rahman

Presidente

Fondazione Maulana Abdur Rahim

Dhaka, luglio 1995

Inizio

Nel corso di un ampio studio, riflessione, ricerca, esame e redazione di opere riguardanti il completo sistema di vita dell’Islam, nacque naturalmente nel mio animo l’ispirazione a dedicarmi all’opera di conferirgli una forma concreta. In particolare, la norma ideale presentata dal Nobile Messaggero (s) in quanto ultimo Profeta e Messaggero di Allah Ta‘ala non era una mera questione di idealismo; era invece, in piena misura, un programma efficace per la costruzione di un sistema concreto di vita e di una società. Egli realizzò tutto ciò che aveva ricevuto da Allah Ta‘ala. Questa era la sua naturale condotta d’azione. Quando lasciò per sempre questo mondo, da un lato lasciò la Parola di Allah, il Sacro Corano, raccolta con la massima cura di propria mano, e dall’altro una società e uno Stato, frutto della lotta e dell’ascesi di tutta la sua vita. Il Corano e la Sunnah risplendono eternamente davanti a noi in forma di libri, e così rimarranno per sempre. Anche una rappresentazione autentica dello Stato e della società da lui fondati si trova nelle pagine della storia. Tuttavia, si può quasi dire che oggi la loro esistenza concreta non sussista più. Ciononostante, per le persone dotate di sana coscienza e di acuta capacità di riflessione in tutto il mondo in generale, e in particolare per coloro che credono nell’Islam e nel Messaggero, il sistema statale e sociale fondato dal Nobile Messaggero (s) è tuttora una delle principali fonti d’ispirazione. Esso è ancora divenuto per loro un obiettivo ideale, e così rimarrà per sempre: è una verità indiscutibile.

Lo Stato fondato dal Nobile Profeta (s), dopo la sua morte, secondo una sua stessa dichiarazione, ricevette il nuovo nome di «Califfato ben guidato». Il Califfato ben guidato è, in realtà, proprio ciò che è delineato idealmente dal Corano e dalla Sunnah: lo Stato e la società che il Nobile Messaggero (s) stesso, nel corso dei suoi ventitré anni di vita profetica, aveva costruito e governato attraverso una dedizione e una lotta instancabili; il Califfato ben guidato ne è la continuazione, il suo secondo capitolo. Se il Corano e la Sunnah sono il seme, allora il «Califfato ben guidato» è l’albero completo, adornato di rami, foglie, fiori e frutti. E l’epoca del Nobile Messaggero (s) costituisce il tronco particolare di quest’albero. A questo punto decisi di intraprendere un ampio studio, una riflessione e una ricerca, e di far risplendere nella lingua bengalese il suo quadro autentico: questo avvenne vent’anni fa. In seguito, ogni volta che determinati temi e aspetti mi si sono chiariti, ne ho scritto e pubblicato quella parte sotto forma di articoli. Anche dopo aver disposto la pubblicazione dell’opera in forma di libro, ho dovuto impugnare la penna su alcuni aspetti per completarla. Di conseguenza, «Il Califfato ben guidato» non è diventato un’opera scritta consecutivamente in un’unica volta; è piuttosto una raccolta di scritti redatti e pubblicati o non pubblicati in tempi e fasi diverse. Ciononostante, vedendo che alla fine è possibile presentarla ai lettori in forma di libro, rendo ad Allah Ta‘ala milioni di ringraziamenti.

Quest’opera fu pubblicata per la prima volta nel gennaio del 1975. Dopo che si esaurì in breve tempo, la seconda edizione fu pubblicata nel luglio del 1980. Ciò è dovuto all’infinita benevolenza di Allah.

Spero che, come le mie altre opere, anche questa venga apprezzata negli ambienti colti e dia inizio a una nuova fonte d’ispirazione nel campo dell’idealismo.

-Muhammad Abdur Rahim

 

(a)

Ha detto il Nobile Messaggero (pace e benedizioni su di lui):

********** (arabo)

Chiunque di voi rimarrà in vita dopo di me vedrà numerosi dissensi. In tale situazione, vostro dovere sarà seguire il mio esempio e quello dei Califfi ben guidati. Vi atterrete saldamente ad esso e non lo abbandonerete in alcun modo. (Musnad Ahmad, Tirmidhi, Ibn Majah)

(b)

Dopo aver menzionato, in un lungo hadith qudsi, l’identità e le lodi del Nobile Messaggero (pace e benedizioni su di lui), vengono citate queste parole di Allah l’Altissimo come descrizione dei suoi Compagni:

******* (arabo)

La comunità di Muhammad, dopo la sua scomparsa, chiamerà alla grande Verità e amministrerà giustizia ed equità in conformità con la vera religione. Onorerò coloro che li aiuteranno. Soccorrerò coloro che pregheranno per loro. Circonderò della più estrema rovina coloro che si opporranno a loro, si ribelleranno contro di loro o vorranno sottrarre loro qualcosa. Farò dei primi di costoro gli eredi dei loro profeti e li renderò chiamatori verso Allah. Essi ordineranno la verità e la giustizia e proibiranno l’ingiustizia e la menzogna. Stabiliran­­no la preghiera, verseranno la zakat e manterranno le promesse. Per mezzo di loro porterò a compimento il bene che ho iniziato per mezzo degli uomini della prima generazione. Ciò è esclusivamente una manifestazione della Mia grazia. Concedo questa grazia a chi voglio. In verità, sono il Magnifico Donatore di grazia. (Ibn Abi Hatim, da Wahb ibn Munabbih, citato da Ibn Kathir nel suo tafsir.)

L’istituzione delle fondamenta dello Stato islamico

Il Profeta dell’universo, Hazrat Muhammad (s), fu inviato nel mondo in qualità di ultimo profeta e messaggero di Allah Ta‘ala. Il compito che gli era stato affidato nel mondo può essere definito, in termini islamici, con una sola espressione: «iqamat al-din». Istituire pienamente la religione di Allah era il compito fondamentale dell’ultimo profeta. Da questa frase risulta evidente che egli non elaborò personalmente il «din», ma lo ricevette da Allah. Questo «din» gli fu rivelato da Allah proprio attraverso la wahy. Per questo egli è il Messaggero di Allah. In qualità di profeta e messaggero, rientrava inoltre nei suoi compiti spiegare correttamente la «wahy» ricevuta da Allah insieme alla sua predicazione fondamentale e renderla luminosa attraverso la sua applicazione concreta nella propria vita. Tuttavia, per l’«iqamat al-din» non era sufficiente fare soltanto questo: era altresì suo dovere, in quanto profeta e messaggero, attuare pienamente le leggi e le norme rivelate da Allah nella vita individuale e in ogni ambito della società. Per questo, lo sforzo di predicazione religiosa da lui intrapreso si trasformò in realtà e si manifestò come uno Stato pienamente costituito. In questo senso, egli fu il primo fondatore dello Stato islamico, nonché l’unico leader e capo di Stato del suo popolo.

Alla luce della moderna scienza politica, nella conseguenza delle opere e delle lotte del Nobile Profeta (s) si riscontra pienamente proprio ciò che si intende con il termine «Stato». Lo «Stato» è un’organizzazione politica. Essa viene costituita allo scopo di soddisfare le necessità della vita umana e la sua esistenza viene preservata e resa stabile affinché la vita divenga prospera e migliore. Lo «Stato» è il prodotto più evoluto delle capacità umane. Lo Stato esiste là dove una grande collettività della razza umana detiene generalmente il controllo di una determinata regione geografica e, grazie alla forza congiunta di un certo numero di persone appartenenti a determinate classi, la volontà di queste può essere attuata con lo scopo di reprimere i suoi oppositori. In breve, si chiama Stato, o State, l’entità nazionale sorta come organizzazione politica di un particolare territorio.

Dalle definizioni fornite dalla scienza politica risultano dimostrati i seguenti quattro elementi fondamentali dello Stato: (1) il popolo (population), (2) un territorio determinato (Territory), (3) la sovranità (Sovereignty) e (4) l’apparato amministrativo o governo (Government).

Fino all’arrivo del Nobile Messaggero (s) a Medina, il frutto dei suoi sforzi per adempiere al proprio compito possedeva pienamente questi quattro elementi fondamentali, anche secondo l’analisi più minuziosa della scienza politica, sebbene, dal punto di vista della prospettiva e dell’ideologia fondamentale, la sua natura fosse completamente diversa da quella di tutti gli altri Stati.

La prima fondazione dello Stato

Dopo che il nobile Profeta (s) fu scelto come Messaggero e Profeta di Allah, iniziò a predicare l’ideale rivoluzionario della religione islamica, dapprima segretamente e poi pubblicamente; ciò provocò una forte reazione nella concezione religiosa, nella moralità, nel sistema economico e nella vita sociale e politica dei Quraysh dell’epoca. La verità è che, per questo motivo, tutti i loro interessi, speranze e aspirazioni si trovarono di fronte a una dura sfida. Per tale ragione i Quraysh sottoposero la vita del nobile Profeta (s) e dei musulmani fedeli a lui a intollerabili persecuzioni e oppressioni. Infine, seguendo l’ordine di Allah l’Altissimo, egli decise di lasciare Mecca e recarsi a Medina. In quel periodo il nobile Profeta (s) ricevette per due volte dai musulmani di Medina giunti per celebrare il pellegrinaggio la «baiʿa» di fedeltà1 {Il significato pratico e terminologico della parola è «giuramento di fedeltà».} Nella storia queste due «baiʿa» sono note come la «prima baiʿa di al-ʿAqaba» e la «seconda baiʿa di al-ʿAqaba»2{Il resoconto completo della baiʿa di al-ʿAqaba è il seguente: gli abitanti di Medina si riunirono nella località chiamata al-ʿAqaba, durante la terza parte della notte, in trepidante attesa dell’arrivo del Messaggero nobile (s). Poco dopo il nobile Profeta (s) giunse là accompagnato da suo zio ʿAbbas (che allora non aveva ancora abbracciato l’Islam). Anzitutto ʿAbbas disse: «O gente della tribù dei Khazraj! Sapete bene che Muhammad (s) è una persona sommamente onorata e stimata tra noi. Siamo noi a proteggerlo dai suoi nemici. Ora, però, egli stesso ha deciso di lasciare questa città (Mecca) e unirsi a voi, poiché lo state invitando nella vostra città. Se siete abbastanza forti da garantirgli piena protezione e avete il coraggio di difenderlo dalle mani dei suoi nemici, allora fatelo. Altrimenti dovreste dirci subito di no. Muhammad è infatti ancora sotto la nostra protezione. Non accada che lo portiate con voi e poi lo consegniate ai nemici». Essi risposero: «Abbiamo ascoltato le vostre parole. Ora egli è il Messaggero: esponete il vostro discorso. Se desiderate ricevere da noi qualche promessa riguardo alla legge di Allah o riguardo a voi stesso, accettatela». Dopo di ciò il nobile Profeta (s) recitò dapprima una parte del Nobile Corano. Propose loro di accettare il culto di Allah e di non associargli alcuno. Poi disse: «Vi chiedo l’impegno che mi aiutiate, sosteniate e appoggiate così come avete fatto con le vostre donne e i vostri figli». Subito essi afferrarono la mano del nobile Messaggero (s) ed esclamarono: «Sì, per giuramento di quell’Essere sublime che vi ha inviato con la vera e autentica religione, vi aiuteremo e proteggeremo proprio come facciamo con le nostre famiglie». Poi tutti dissero insieme: «Ci impegniamo ad ascoltarvi sempre, a obbedirvi in ogni circostanza, sia nella difficoltà e nel dolore sia nell’agiatezza e nella prosperità, qualunque siano le condizioni di bisogno e di abbondanza; e, ovunque ci troviamo, diremo sempre e in ogni situazione la verità, non temeremo nessuno e non ci cureremo di alcuna persecuzione».

Poi gli dissero: «Nella nostra mente è sorta una domanda. Non accadrà forse che, quando Allah l’Altissimo vi concederà la vittoria, ci abbandonerete per unirvi alla gente della vostra stessa stirpe?». Udendo ciò, il Profeta (s) sorrise dolcemente e disse:

*******(arabo)

No, su questo potete stare tranquilli. Con coloro contro i quali combatterete combatterò anch’io. Con coloro con i quali concluderete una pace concluderò la pace anch’io. La vostra responsabilità è la mia responsabilità. Il vostro onore e la vostra dignità saranno considerati il mio onore e la mia dignità. E la mia vita e la mia morte saranno insieme a voi.

In realtà, attraverso questo dialogo svoltosi ad al-ʿAqaba, fu concluso indirettamente un vero e proprio contratto sociale e collettivo. Per suo tramite gli abitanti di Medina riconobbero contemporaneamente il nobile Messaggero (s) come loro guida religiosa e politica e come autorità dello Stato, ed egli si recò a Medina su loro invito. Il nobile Profeta (s) divenne il loro leader assoluto.} È scritto a lettere d’oro sotto questo nome. In quel momento, circa 75 musulmani, comprese due donne, appartenenti alle due principali tribù rivali di Medina, Aws e Khazraj, si unirono e prestarono la baiʿa nelle mani del nobile Messaggero (s). In questa baiʿa si impegnarono ad accettare e seguire pienamente la religione dell’Islam, a riconoscere la guida generale del nobile Profeta (s), ad adottare per lui misure di completa sicurezza e a prepararsi a combattere fino alla morte contro la parte avversaria sotto la sua guida. Non solo: invitarono il nobile Profeta (s) a recarsi a Medina con i suoi compagni e rinnovarono anche la promessa di offrire loro un luogo in cui stabilirsi. Gli abitanti di Medina non invitarono il nobile Profeta (s) in qualità di «rifugiato» (Settler-Asylum), bensì in quanto Messaggero e rappresentante di Allah, loro guida suprema e amministratore. Il nobile Profeta (s), accettando questo invito, annunciò in quel luogo la decisione di trasferirsi a Medina insieme ai suoi compagni. In realtà, il primo requisito alla base della nascita di uno Stato è l’esistenza di un contratto sociale e collettivo; la baiʿa di al-ʿAqaba ricevuta dal nobile Profeta (s) dagli abitanti rappresentativi di Medina costituiva la realizzazione concreta di tale contratto. Fu precisamente attraverso questa baiʿa che venne posta la prima fondazione dello Stato islamico. Sebbene questa baiʿa si fosse svolta in una grotta montana appartata nei pressi della Mecca, il territorio a essa destinato era Medina. Da quel momento Medina iniziò a essere chiamata «Madinat al-Rasul», la Medina del Messaggero, oppure «Madinat al-Islam», Medina, il centro dell’Islam. Tutte le condizioni essenziali menzionate nella definizione più recente di Stato nella scienza politica occidentale erano qui pienamente presenti. Dalla baiʿa prestata dai musulmani di Medina e dal dialogo svoltosi in tale occasione risulta chiaramente che, invitando il nobile Profeta (s) a recarsi a Medina, essi avevano assunto il rischio di un grave pericolo. Erano completamente pronti a sopportarlo senza esitazione. In altre parole, una piccola città periferica sembrava spingersi da sola di fronte all’ostilità estrema dell’intero Paese e a un boicottaggio economico e sociale. Naturalmente, proprio questo fu l’esito.

D’altra parte, anche per gli abitanti della Mecca questa bayʿa si era rivelata particolarmente significativa e pericolosa. Infatti, sebbene i musulmani si fossero riuniti in un altro luogo al di fuori della Mecca, proprio attraverso di essa erano diventati una forza, un’entità statale e una grave sfida al kufr, allo shirk, all’anarchia e alla sfrenatezza degli abitanti della Mecca. In altre parole, per gli abitanti della Mecca essa non costituiva soltanto un pericolo religioso, ma si era manifestata come un evidente «pericolo politico». Poiché Medina si trovava su un’importante via commerciale che, passando per lo Yemen, conduceva in Siria, con l’insediamento dei musulmani come Stato in quel luogo sorse il timore che tale via potesse essere chiusa per sempre per loro o, almeno, diventare colma di pericoli. Eppure questa via costituiva il principale legame della vita economica dei Quraysh e degli abitanti delle altre grandi tribù. I Quraysh avevano potuto comprendere fino in fondo le conseguenze di ciò. Per questa ragione avevano deciso in anticipo e all’unanimità di spegnere per sempre la lampada della vita del Profeta dell’universo.

In una parola, questa «bayʿa» fu, da un lato, la pietra angolare della prima organizzazione statale islamica e, dall’altro, attraverso di essa vennero poste anche le fondamenta di un’organizzazione sociale ideale. In effetti, nella storia conosciuta (Known History), per Stato pienamente fondato su un ideale si intende proprio questo.

Lo Stato islamico a Medina

Con l’Egira del nobile Messaggero ﷺ, conformemente alla bayʿa di al-ʿAqaba, l’Islam fu trasferito a Medina. Ciò che inizialmente era stato un seme divenne allora un albero. Ciò che era stato teoria (Theory) divenne allora realtà (Practical). Ciò che all’inizio era stato limitato alla mera obbedienza verbale venne allora seguito nelle attività quotidiane e nelle questioni sociali e collettive, assumendo una forma concreta. Ciò che alla Mecca era stato un inizio, a Medina cominciò ad avanzare gradualmente verso il perfezionamento, attraversando passo dopo passo le varie fasi del progresso.

Giunto a Medina, il nobile Profeta ﷺ portò a compimento, già nella prima fase, due importanti opere. La prima fu la fondazione di una moschea. Questa moschea non era soltanto il luogo in cui si compivano le cinque preghiere quotidiane; divenne anche il centro d’incontro della comunità musulmana. Proprio attorno a questo luogo il nobile Profeta ﷺ cominciò a impegnarsi nello sviluppo e nella formazione di una forza sociale e collettiva fondata su un ideale, composta da persone dedite al sacrificio di sé per l’Islam. Attorno a questa moschea egli si dedicò con ogni mezzo alla formazione di cittadini capaci di governare uno Stato pienamente fondato sui grandi ideali dell’Islam, nonché di una guida di operatori e dirigenti. Questa moschea era l’edificio del capo dello Stato, il quartier generale del comandante supremo (Supreme Commander) e l’ufficio centrale dell’amministratore supremo.

La seconda opera fu l’instaurazione di un rapporto di fratellanza reciproca tra i Muhājirūn e gli Anṣār. Ciò costituiva l’attuazione concreta di un chiaro comando coranico. Il comando è il seguente:

*******(in arabo)

I credenti sono fratelli gli uni degli altri; perciò ristabilite la pace e il bene reciproco tra questi fratelli. E temete tutti insieme Allah; così potrete sperare di ricevere la Sua grazia.

L’Islam è una grande e dinamica legge, adeguata ai tempi, recante il messaggio dell’unica fraternità dell’intera umanità. Stabilendo la fraternità sopra descritta, il Nobile Messaggero (s) pose le fondamenta e diede inizio al percorso operativo di quella vasta umanità universale. Attraverso di essa egli eliminò completamente i limiti dello spazio, del tempo e della geografia, le differenze linguistiche e le divisioni di stirpe, sangue e tribù. Grazie a questo vincolo fraterno furono altresì frantumate le distinzioni tra locali e non locali. Eliminando tutte le differenze e le divisioni materiali e mondane, il Nobile Profeta (s) cominciò a edificare una società della fraternità universale (Society of Universal Brotherhood).

Lo spirito di questa società fraterna era il seguente: qui nessuno è piccolo e nessuno è grande. Nessuno è spregevole e nessuno è onorato. Nessuno è ashraf e nessuno è atraaf. Nessuno è nobile di stirpe e nessuno è privo di nobiltà. Ogni persona di questa società è soltanto un fratello dotato di pari dignità e diritti secondo il grande ideale dell’Islam. «Musulmano» è l’unica identità di costoro. Al di fuori di questa, essi non hanno alcun’altra identità.

In una seconda fase, il Nobile Profeta (s) trasformò questo senso di fraternità in uno strumento efficace per la ricostruzione e il reinsediamento della società. Ogni fratello della società da lui edificata era pienamente pronto a compiere ogni sacrificio necessario per il proprio fratello. Chi possedeva qualcosa avrebbe dato tutto ciò a colui che non possedeva nulla. Ma ciò non sarebbe stato una «donazione», né una «benevolenza». Chi riceveva non sarebbe divenuto debitore del donatore, né sarebbe stato umiliato e disonorato come oggetto di compassione. Era un suo dovere. Uno avrebbe dato qualcosa al proprio fratello, considerando il dare un suo dovere. Il fratello avrebbe ricevuto con l’intenzione di cooperare all’adempimento del dovere del proprio fratello. Come conseguenza, in un tempo incredibilmente breve fu risolto senza difficoltà il problema arduo e complesso del reinsediamento di un gran numero di persone giunte dalla Mecca povere e completamente prive di mezzi. Non solo: nel suo insieme, la società e lo Stato islamici appena fondati divennero prosperi e si rafforzarono di nuova energia. Ogni cittadino ricevette l’impulso e l’opportunità di guadagnarsi da vivere. Di conseguenza, nessuno rimase un «peso» o dipendente (Dependent) da qualcun altro.

In una terza fase, davanti al Nobile Messaggero (s) si presentò il difficile compito di edificare unità, coesione e disciplina dal seno della disgregazione e del disordine. In realtà, si trattava di un problema enorme, grande come una montagna. Anche i profeti e i messaggeri del passato non erano riusciti a risolverlo. Ma il Nobile Messaggero (s) dovette farlo, e lo fece con straordinario successo e capacità. Edificare, squarciando il petto della debolezza, dell’incapacità e dell’impotenza, il grande albero della forza e della capacità: questa era la sua aspirazione. Eliminare i conflitti reciproci e le disuguaglianze, creando un’unità perfetta e una coesione indissolubile: questo era il suo obiettivo. Rimuovere il gelo mortale della morte e costruire un mondo nuovo con il calore, la vitalità e l’operosità della vita: questo era il suo dovere. È proprio in riferimento a ciò che Allah l’Altissimo ha detto:

********(arabo)

E abbiamo rimosso da te il tuo gravoso fardello, che ti aveva piegato la schiena.

In una quarta fase, il suo dovere era «occuparsi dell’esterno». Tutto ciò che aveva fatto fino ad allora può essere definito il lavoro di occuparsi dell’interno. Ma occuparsi soltanto dell’interno non completa l’adempimento del dovere. Dopo aver garantito l’unità interna e la sicurezza della società islamica, gli si presentarono due compiti per preservarla stabilmente. Il primo consisteva nel garantire la sicurezza della società islamica dagli attacchi quotidiani, abituali e anzi incessanti della società ebraica non musulmana situata nell’ambiente adiacente alla casa. Il secondo consisteva nell’adottare misure adeguate e affidabili per il completo consolidamento di questo palazzo dello Stato islamico appena edificato, contro l’attacco totale dei nemici esterni, e al contempo nell’aprire la grande via alla vasta diffusione dell’Islam nel mondo intero.

Nella città di Medina di allora regnavano una sorta di anarchia e di disordine. I due grandi e principali clan locali, Aws e Khazraj, erano divisi in circa quattro fazioni. I dieci clan ebraici, d’altra parte, erano indipendenti da loro. Secoli di inimicizia li avevano trasformati in acerrimi nemici l’uno dell’altro. Di norma, alcuni clan arabi ottenevano l’aiuto degli ebrei allo scopo di combattere contro i propri nemici. Altri clan arabi ricevevano invece l’aiuto di alcuni clan rivali. Dopodiché, la guerra sanguinosa che aveva inizio continuava per generazioni e per secoli. Di conseguenza, una sofferenza e una miseria estreme si abbattevano sulla vita della gente comune dell’Arabia. Essi si adoperavano con ogni mezzo per liberarsi da questa situazione insopportabile. Per questo, alla vigilia dell’arrivo del Nobile Profeta (s) a Medina, una parte considerevole degli abitanti di Medina aveva deciso di nominare Abdullah ibn Ubayy ibn Salul proprio re e governante. Il Nobile Profeta (s) era consapevole della situazione della popolazione di Medina. Per cambiarla, subito dopo aver ricevuto il giuramento di Aqaba, nominò dodici membri delle diverse tribù di Medina come «naqib» e in tal modo si adoperò per creare concordia e unità tra le tribù in conflitto e reciprocamente ostili. Tuttavia, ogni tribù di questa società tribale era completamente indipendente, dotata del diritto all’autogoverno (Self-administration) e pienamente autonoma nei propri affari interni. Inoltre, non esisteva alcun sistema amministrativo né alcuna istituzione esecutiva (Executive Institution) efficace che mantenesse tali tribù in rapporto reciproco e unite. Nonostante ciò, grazie agli sforzi dei predicatori dell’Islam inviati dal Nobile Profeta (s), numerosi abitanti di Medina accettarono l’Islam e furono inclusi nella società musulmana, sebbene fino ad allora l’Islam non avesse ancora ottenuto a Medina lo status di potenza politica.

Il nobile Profeta, giunto a Medina, preparò una proclamazione allo scopo di porre fine a questa situazione anarchica.1 Nella storia, questa proclamazione è nota come “Carta di Medina”. Con essa, Medina ottenne lo status di “città-stato”. Sulla sua base furono compiuti grandissimi sforzi per creare, in particolare, unità e coesione tra tutte le tribù separate e disperse.

È universalmente noto che queste genti, in passato, non avevano mai chinato il capo davanti ad alcun potere statale (potere statale/potere coercitivo). Non erano mai state vincolate alle regole, alla disciplina e al dominio di un potere centrale. Con l’aiuto di questa proclamazione, il nobile Profeta le riunì e le consolidò attorno a un’unica legge, a un unico Allah, a un’unica guida e a una medesima qibla. Dal punto di vista dei diritti individuali, la Dichiarazione di Medina fu un passo rivoluzionario. I diritti di cui in precedenza godevano una persona, una famiglia o una tribù, dopo l’entrata in vigore di questa dichiarazione furono riconosciuti come diritti di tutti. In tal modo, da un lato ebbe fine l’anarchia tribale e, dall’altro, furono poste le basi dello Stato islamico nel vero senso della parola.

Secondo le disposizioni della Carta di Medina, tutti i poteri amministrativi (Amministrativi), legislativi (Legali) e penali o giudiziari (Giudiziari) erano stati affidati a Muhammad (pace su di lui). Tuttavia, sotto questo aspetto, esiste una grande differenza tra il Profeta dell’umanità e gli altri governanti del mondo. Egli non assunse questi poteri ampi e assoluti come un governante arbitrario e insolente. Non si poteva in alcun modo attribuirgli neppure la minima idea di interesse personale, sovranità individuale o dominio personale; al contrario, la sua politica statale si fondava su elevati ideali morali e umani. Egli non si considerò mai, neppure per un istante, un sovrano (Sovrano), né si presentò pubblicamente come tale. La legge che applicava agli altri la riteneva applicabile anche a se stesso, come agli altri. In effetti, nella storia politica del mondo non è possibile indicare un esempio simile.

La Carta di Medina è divisa in due parti. La prima parte comprende 23 articoli ed è interamente relativa ai Muhājirūn e agli Anṣār. La seconda parte riguarda i diritti, i doveri e le responsabilità degli ebrei di Medina.

Secondo questa carta, in tutte le questioni riguardanti la società e lo Stato, la decisione e il giudizio del nobile Profeta (pace su di lui) erano definitivi. Anche la massima autorità giudiziaria apparteneva a lui. I Muhājirūn e gli Anṣār, accettando la religione dell’Islam, avevano riconosciuto il nobile Messaggero (pace su di lui) non solo come guida religiosa, ma anche come autorità suprema della società e dello Stato. Pertanto, non poteva sorgere alcuna questione di opposizione da parte loro a una carta di questo genere. La comunità ebraica, tuttavia, rivendicava il proprio predominio culturale sull’intera Arabia. Nonostante ciò, il fatto che abbia accettato una carta contenente disposizioni di questo tipo fu un grande miracolo della politica statale del Profeta dell’umanità.

Disposizioni notevoli della Carta di Medina

Non è possibile citare qui in dettaglio le disposizioni della Carta di Medina. In breve, vengono qui presentate alcune delle sue disposizioni più importanti, insieme a una loro generale valutazione.

L’entità statale che prese forma dalla prima parte della proclamazione era composta dai Muhājirūn, dagli Anṣār, dalle altre tribù legate da patti e da altre persone. Tutte queste persone si erano impegnate esplicitamente a seguire la guida del nobile Profeta (pace su di lui) e a unirsi a lui per combattere contro i nemici. Nonostante le divisioni e le divergenze che le separavano in centinaia di fazioni, esse avevano costituito un’unità distinta dall’intera comunità mondiale. L’intero popolo musulmano aveva assunto una condizione pienamente uguale quanto a diritti e doveri. La guerra e la pace furono considerate questioni statali e collettive. Il dovere militare divenne obbligatorio per tutti. Il diritto di concedere garanzie di sicurezza fu riconosciuto a ogni individuo. A ciascuno fu riconosciuto il diritto di stipulare patti, e il patto di una sola persona divenne vincolante per tutti. In conseguenza di ciò, nelle istituzioni statali ebbe inizio un’epoca d’oro di piena fratellanza, uguaglianza e libertà individuale.

Secondo questo trattato, nessuno aveva il diritto di schierarsi dalla parte dei Quraysh della Mecca, né di fornire loro qualsiasi aiuto o rifugio. Inoltre, nessuno poteva creare alcun ostacolo o opporsi all’avanzata dei musulmani contro i Quraysh.

In ogni questione, lo stesso Hazrat Muhammad (s) ottenne lo status di tribunale supremo e definitivo.

Da allora, l’amministrazione della giustizia non rimase più una questione riguardante una singola persona o una singola tribù, ma acquisì una dignità collettiva e sociale. L’intero potere giudiziario assunse una dignità centrale. Anche questa fu una decisione rivoluzionaria. Grazie a tale decisione, l’assoluta imparzialità e la giustizia pura prevalsero ovunque. Non rimase aperto il minimo spazio a favoritismi, nepotismi o preferenze per i propri parenti. Tutti i musulmani divennero collettivamente responsabili affinché nessuno potesse opprimere un altro o privarlo dei suoi diritti.

La seconda parte del Patto di Medina riguardava interamente gli ebrei. L’intera comunità ebraica, in quanto collettività, si unì allo Stato-città di Medina secondo un sistema federale. La prima clausola stabiliva che, qualora ebrei e musulmani avessero combattuto insieme in una guerra, ciascuno avrebbe sostenuto le proprie spese. Entrambi avrebbero goduto della piena libertà di praticare la propria religione. In tal modo, nelle questioni sociali e culturali, gli ebrei ottennero gli stessi diritti dei musulmani. Divennero reciprocamente alleati nella responsabilità della difesa del paese. In altre parole, contro coloro che i musulmani avessero combattuto, anche gli ebrei sarebbero stati obbligati a combattere; con coloro con cui i musulmani avessero stipulato una tregua, anche gli ebrei sarebbero stati obbligati a stipularla. In quel periodo, nella difesa del paese, cioè nella difesa dello Stato-città di Medina, era dovere di entrambe le parti prestarsi reciprocamente un aiuto efficace. Grazie a un simile trattato, anche la difesa divenne una questione centrale. In seguito, il Messaggero di Dio (s) divenne il capo supremo dell’esercito comune formato da musulmani ed ebrei. Questa fu un’altra grande vittoria politica del Messaggero di Dio (s).

Il Messaggero di Dio (s) non interferiva minimamente negli affari esclusivamente interni degli ebrei. Di conseguenza, le nubi nere di odio e apprensione che si erano addensate nei loro cuori si dissolsero con grande facilità. Essi stessi, con entusiasmo, riconobbero il Messaggero di Dio (s) come giudice supremo in tutte le loro questioni. Divenne completamente proibito esercitare su di lui qualsiasi influenza sulla base dei legami di parentela. In questo modo furono cancellate senza lasciare traccia tutte le manifestazioni dei principi corrotti dell’epoca dell’ignoranza. Si giunse al punto che gli ebrei non si limitarono ad accettare il Profeta (s) come loro amministratore, ma trasformarono tutta Medina in un haram, cioè in un’area protetta e inviolabile. Anche questo fu un esempio straordinario della saggezza politica e dell’intelligenza del Messaggero di Dio (s). In seguito, tuttavia, poiché gli ebrei furono coinvolti apertamente in cospirazioni contro lo Stato, furono infine costretti a essere esiliati da Medina.

Per la difesa e la salvaguardia dello Stato-città di Medina, oltre a garantire la solidità interna, era indispensabile instaurare rapporti di alleanza con le tribù residenti alla periferia della città. A questo scopo, il Profeta (s) percorse e ispezionò le regioni occidentali e i distretti di confine, firmando diversi trattati con le tribù locali. Di conseguenza, queste tribù divennero forze alleate dei musulmani nelle questioni di difesa. In seguito, le tribù circostanti Medina, invece di osteggiare i musulmani, divennero per loro particolarmente collaboratrici.

Il passo decisivo

Dopo aver conseguito piena sicurezza e tranquillità sia all’interno di Medina sia nei suoi dintorni, il Profeta (s) firmò con i Quraysh della Mecca un trattato di pace della durata di dieci anni. Poiché questo trattato fu concluso nel luogo chiamato Hudaybiyya, nella storia è noto come la “Tregua di Hudaybiyya”. In realtà, questo trattato è definito nel Nobile Corano, la Parola di Allah, come “Fath al-Mubin”, cioè una vittoria chiara e luminosa, per i musulmani. Dopo la firma di questa tregua, il Profeta (s) ottenne un’opportunità libera e indisturbata di predicare l’Islam in modo ampio e totale in tutta l’Arabia. Allo stesso tempo, si aprì la possibilità di estirpare per sempre e dalle radici gli ebrei dal loro centro di potere, Khaybar. Dopo aver conquistato le inespugnabili fortezze di Khaybar, il Profeta (s) riuscì a conquistare la Mecca in modo completamente pacifico e senza spargimento di sangue. Dopo la conquista della Mecca, nell’ottavo anno dell’Egira, il Profeta (s) riuscì a unificare l’intera penisola arabica sotto il dominio unico e assoluto dell’Islam. In questo modo, durante la sua stessa vita, egli pose lo Stato islamico su fondamenta solide.

È superfluo dire che lo Stato fondato dal nobile Messaggero di Allah (s) non era semplicemente uno Stato fra gli altri. Esso era la piena realizzazione concreta di un’ideologia che, nella realtà, non aveva ancora trovato esistenza. Il seme che, ventuno anni prima, era stato piantato in assoluta segretezza in un luogo isolato della penisola arabica, col tempo si trasformò in un enorme albero, portando l’intera Arabia sotto la sua fresca ombra e stabilendo per l’umanità un eterno faro di luce (Light House). Per tutta l’eternità, dalla luce di questo faro continueranno a irradiarsi innumerevoli raggi nella vita degli uomini del mondo, e gli esseri umani disorientati, martoriati dall’oppressione e dalla persecuzione, continueranno a trovare in esso la guida sicura verso la liberazione e il benessere.

Caratteristiche dello Stato fondato dal Profeta

È necessario menzionare qui le peculiarità e le caratteristiche dell’ordinamento statale fondato dal nobile Profeta (s). Esse vengono presentate qui di seguito in forma concisa.

(1) Lo Stato fondato dal Profeta fu il primo ordinamento statale al mondo costruito sulla base di un patto e di un impegno sociale e collettivo (Social Contract). Nella storia dell’umanità non si trova alcun esempio della fondazione di uno Stato di questo tipo. Nel tredicesimo anno della profezia, gli abitanti di Medina prestarono volontariamente e con entusiasmo la bayʿa al nobile Profeta (s), riconoscendolo, oltre che come propria guida religiosa, anche come guida politica e governante; in seguito, ciò giunse a piena maturazione trasformandosi in un ordinamento statale completo e onnicomprensivo.

(2) La fonte della sovranità (Sovereignty) di questo ordinamento statale era esclusivamente l’Essenza del Dio Altissimo. In ciò che si intende per sovranità non vi era alcuna parte spettante ad altri, neppure al nobile Profeta (s) in persona. Muḥammad (s), in quanto Messaggero di Allah, promulgava le leggi e amministrava lo Stato sulla base delle disposizioni coraniche. Proprio la questione della sovranità costituisce il fondamento della differenza abissale tra lo Stato islamico e le altre filosofie dello Stato nel mondo. Il nobile Messaggero (s) riceveva la rivelazione da Allah. Quella rivelazione era la fonte originaria della legge. Tuttavia, egli non si presentò mai, in alcun momento, come titolare della sovranità. Era lui a spiegare la rivelazione, ma non si esentò mai dalla sua attuazione. Al contrario, attraverso la rivelazione furono rese pubbliche persino le ‘colpe’ delle sue stesse azioni. Egli stesso si sottopose ripetutamente al giudizio del popolo affinché i propri ‘reati’ fossero giudicati. Di conseguenza, risultarono completamente false tutte le concezioni e le dottrine che elevavano il ‘re’ o il ‘supremo amministratore’ al posto di Allah (‘il re non può mai sbagliare’, ‘il re non può mai essere accusato’, e così via). Fu così stabilita anche questa verità: in uno Stato fondato sulla sovranità assoluta di Allah, nessun individuo può diventare ‘re’ o despota. Né ciò è possibile per alcun partito o gruppo. Nessuno può avere il diritto di rendere schiavi gli esseri umani.

(3) Esso era uno Stato ideologico pienamente compiuto (Ideological State). Il nobile Profeta (s) fu il primo nella storia a iniziare a governare uno Stato sulla base di una costituzione scritta (Written Constitution). Non era uno Stato fondato sulla stirpe, sulla patria, sulla razza, sulla lingua o sulla mera solidarietà economica. Era il primo Stato portatore e promotore dell’ideale di vita islamico, che invitava all’Islam l’intera umanità, senza distinzione di razza o religione. La piena attuazione dell’ideale islamico, il conseguimento della sua vittoria totale e, attraverso di essi, la realizzazione del benessere complessivo del popolo costituivano l’unico scopo di questo Stato.

Va osservato che lo Stato islamico, a differenza degli Stati fascisti o dei cosiddetti Stati democratici dell’Occidente, non è di per sé un fine — non è, cioè, uno Stato per lo Stato —; il suo scopo è piuttosto il conseguimento di un obiettivo più elevato e nobile attraverso la realizzazione di un ideale. E tale obiettivo consiste nella perfetta obbedienza ad Allah e al Suo Messaggero e nel conseguimento della suprema soddisfazione di Allah. Uno Stato democratico o nazionale secolare (Secular), privo di religione, non è sottoposto ad alcuna norma morale superiore. Lo Stato islamico, invece, è l’esatto opposto. In esso tutte le questioni religiose e scientifiche vengono regolate sulla base delle disposizioni di Allah.

(4) Nell’Islam, religione e Stato sono soltanto due aspetti indistinguibili di una medesima realtà. La differenza è solo nelle parole; quanto alla sostanza o alla concezione, non vi è alcuna differenza. Qui ciò che è religione è politica, e nella politica è contenuta la religione. L’Islam è per sua natura una dīn completa. Non esiste alcun aspetto della vita umana o della natura dell’universo riguardo al quale manchi una disposizione dell’Islam. Il nobile Messaggero (s), in quanto rappresentante di Allah, era simultaneamente la guida indiscussa in ogni aspetto e ambito della vita. La frammentazione e la duplicità della vita sono contrarie all’Islam. In realtà, l’assenza della religione nello Stato, o secolarismo, è il prodotto della reazione al papato del XIX secolo. Dal punto di vista storico, oggi essa appartiene completamente al passato. Nel presente, è impossibile l’esistenza di uno Stato fondato su di essa. Infatti, oltre allo scetticismo, all’instabilità mentale e all’utilitarismo (Utilitarianism), essa non ha potuto offrire alcun altro contributo all’umanità intera.

(5) Lo Stato islamico è, nel vero senso del termine, un efficace ordinamento statale fondato sui diritti popolari e sull’opinione pubblica. Poiché tutte le questioni statali vengono portate a compimento sulla base del sostegno e dell’approvazione del popolo, l’attuazione dei principi fondamentali dello Stato non può essere efficace senza la consultazione dei responsabili competenti. Questo principio fu pienamente seguito dal Nobile Messaggero (pace e benedizioni su di lui).

La libertà individuale, l’uguaglianza e la giustizia costituiscono le basi essenziali di un ordinamento statale fondato sui diritti popolari. Senza la loro corretta attuazione, le aspirazioni del popolo non possono diventare realtà. Fu proprio nel primo ordinamento statale islamico istituito dal Nobile Messaggero (pace e benedizioni su di lui) che la vera libertà dell’essere umano venne resa effettiva per la prima volta. Nella proclamazione della professione di fede islamica, «Non vi è dio all’infuori di Allah, Muhammad è il Messaggero di Allah», è racchiusa, in una coscienza straordinaria, la concezione rivoluzionaria della libertà individuale. Essa non è altro che una dichiarazione rivoluzionaria di non essere disposti a sottomettersi, neppure in minima parte, a chiunque o a qualunque cosa all’infuori dell’unico Allah.

Entro i limiti stabiliti da Allah, l’essere umano è completamente libero e indipendente nello Stato islamico. Qui i diritti di ciascuno sono chiaramente definiti. In nessuna circostanza nessuno ha il diritto di privare altri dei loro diritti. Nell’epoca d’oro dell’Islam, nessuna persona veniva privata dei propri diritti fondamentali in alcuna circostanza. Senza una ragione fondata sulla Sharia, non veniva mai imposta alcuna forma di ostacolo o costrizione all’espressione e alla diffusione delle opinioni personali, alla scelta di una professione, all’organizzazione di assemblee e conferenze o alla libera circolazione di chicchessia. Infatti, dal punto di vista dell’Islam, agire in tal modo non è altro che una palese ingiustizia. Per questo motivo, ogni individuo aveva persino il diritto di esprimere un’opinione diversa, dissentendo dal capo dello Stato, il Nobile Messaggero (pace e benedizioni su di lui).

L’uguaglianza e l’equità di questo Stato poggiano su due fondamenti. Il primo è l’appartenenza alla discendenza di Adamo: per questo motivo, tutti gli esseri umani sono fondamentalmente uguali. Il secondo fondamento è la fratellanza. Tutti i musulmani sono fratelli gli uni degli altri e, sotto ogni aspetto, uguali.

La giustizia è la principale caratteristica di questo Stato. L’imparzialità e l’equità di giudizio sono i suoi principi permanenti. Il Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) pronunciava sempre le sue decisioni basandosi sul principio della giustizia. Nello Stato da lui istituito, la legge veniva applicata senza eccezioni. Anzi, durante un processo, dichiarando: «Se Fatima commettesse un furto, anche la sua mano verrebbe amputata come punizione», egli estirpò ogni corruzione e favoritismo dall’amministrazione della giustizia e dall’applicazione della legge.

(6) Lo Stato islamico era, nel vero senso del termine, uno Stato al servizio del popolo e dedito al suo benessere, uno Stato sociale. Nello Stato istituito dal Nobile Messaggero (pace e benedizioni su di lui) non ci si limitava a fornire sostegno economico al popolo: si lavorava anche concretamente per garantire i diritti popolari ed eliminare la povertà. In questo Stato non era affatto possibile abbandonare nella completa impotenza coloro che erano stati «sconfitti nella competizione per guadagnarsi da vivere», come avviene negli Stati capitalistici. Dopo aver aperto in egual misura a tutti le porte delle opportunità e dei vantaggi economici, assumersi la piena responsabilità della sicurezza economica di coloro che erano rimasti indietro era una caratteristica esclusiva di questo Stato. Non si provvedeva soltanto alla sicurezza economica: si lavorava incessantemente e con grande impegno anche per elevare il livello morale del popolo, suscitare nei suoi cuori il timore di Allah e istruirlo adeguatamente nella religione e nella Sharia.

(7) La caratteristica più importante di questo Stato era la più intensa consapevolezza della responsabilità davanti ad Allah. Qualunque cosa si facesse, che si trattasse di un’azione personale o dell’adempimento di un incarico nazionale o statale, in qualunque forma venisse svolta, in segreto nella propria casa o pubblicamente, alla base di tutto prevaleva questa consapevolezza. Proprio per questo, in nessun ambito di questo Stato potevano verificarsi atti di disobbedienza ad Allah, violazioni dei diritti popolari o episodi di ingiustizia e persecuzione. A questo aspetto veniva attribuita un’importanza tale che, dalla nomina del capo dello Stato fino a quella del più modesto funzionario ausiliario, venivano sempre preferite le persone più timorate di Allah. «Tra voi, il più timorato di Allah è anche il più degno di onore presso Allah»: questo principio costituiva la base di tale prassi. Infatti, se i capi dello Stato o i responsabili governativi non sono timorati di Allah, l’intera nazione diventerà irrimediabilmente disobbediente; se non sono virtuosi, è naturale che l’intera nazione diventi corrotta. Se i capi dello Stato, gli altri dirigenti e i funzionari pubblici non sono corrotti, per la gente comune è del tutto impossibile diventare corrotta; non è nemmeno concepibile. Questa affermazione è vera, così come è vera anche la sua contraria. Queste caratteristiche dello Stato ideale istituito dal Nobile Profeta hanno un valore storico. Nella storia non si trova il nome di nessun altro Stato dotato di caratteristiche simili.

Tenendo presenti queste caratteristiche dell’ordinamento statale istituito dal Nobile Profeta e procedendo a un’analisi comparativa, risulterà evidente che esso non è paragonabile ad alcuno degli altri Stati del mondo, siano essi politici o cosiddetti democratici e privi di religione, capitalistici oppure socialisti o comunisti. Nessun tipo di Stato contemporaneo può essere pari a quello istituito dal Nobile Profeta sotto il profilo del benessere umano complessivo. L’infondatezza scientifica, l’irrazionalità, la disumanità e il vuoto sostanziale dei principi sui quali sono fondati questi ordinamenti statali del mondo e delle loro grandi pretese di promuovere il benessere umano sono state dimostrate già da molto tempo. Il loro fallimento è riconosciuto da tutti. I principi fondamentali dello Stato islamico istituito dal Nobile Profeta, invece, sono tanto conformi alla natura quanto eterni e imperituri. Il vero benessere dell’individuo e dell’insieme dell’umanità può essere conseguito soltanto mediante un ordinamento statale di questo genere. Nessun altro tipo di Stato può renderlo possibile.

Fino all’ultimo giorno della sua vita, il Profeta dell’universo, Hazrat Muhammad (s), amministrò questo Stato ideale. «Califfato dei Ben Guidati» è il nome successivo di questo Stato, del quale costituisce il legittimo erede.

 

Il Califfato dei Ben Guidati

Dopo la morte del Profeta dell’universo, Hazrat Muhammad (s), i quattro principali Compagni che assunsero la responsabilità di governare lo Stato islamico sono chiamati nella storia «Califfi dei Ben Guidati», e il sistema statale da loro amministrato è chiamato «Califfato dei Ben Guidati». Sebbene il governo dei «Califfi dei Ben Guidati» non sia durato a lungo, è riuscito a ottenere il massimo onore nella storia del mondo. Non soltanto gli storici musulmani, ma anche gli storici non musulmani, persino quelli ostili ai musulmani, sono stati costretti a rendere omaggio al periodo del governo dei Califfi dei Ben Guidati, definendolo l’«età dell’oro» della storia dell’umanità. In questa fase discuteremo il significato scientifico e le caratteristiche del «Califfato dei Ben Guidati».

Califfato

Il significato letterale della parola «califfato» è «rappresentanza». Il suo significato pratico è «insediarsi al posto di qualcun altro dopo che questi si è ritirato». Questa parola dimostra di per sé che esso non è l’originale, ma soltanto il simbolo dell’originale; non il corpo, ma l’ombra, il riflesso nello specchio. In altre parole, succedere alla carica originaria è ciò che si chiama califfato. Anche la parola «imam» viene usata in questo senso, e le parole «califfo» e «imam» esprimono due aspetti distinti della stessa persona. In quanto rappresentante e successore del responsabile precedente, egli è califfo; poiché, nell’epoca contemporanea, è colui che il popolo deve seguire e la persona più stimata, è imam e guida. In realtà, succedere al profeta e guidare l’intera comunità dopo la sua scomparsa è ciò che viene chiamato «califfato» e «imamato». Il Profeta nobile (s) disse: «Prima di voi erano i profeti e gli inviati della tribù dei Figli d’Israele a guidare e governare lo Stato; dopo la scomparsa di un profeta, ne veniva un altro a succedergli. Ma ora, dopo di me, la successione della profezia è giunta al termine (ora nessuno sarà più profeta o inviato). D’ora in poi, tra voi saranno i califfi ad avanzare».

Da questo hadith emerge chiaramente che rappresentare la profezia è ciò che si chiama califfato e che, nell’Islam, dopo la profezia, esso è la carica più onorata, venerata e sacra. Per questo, le disposizioni e le direttive che i califfi dell’Islam emanano, fondandosi sui principi del Corano e della Sunna per governare lo Stato e risolvere i problemi umani, devono necessariamente essere accettate da tutti. Il Nobile Messaggero (s) aveva già dichiarato: «Dopo di me, seguite i miei califfi ben guidati». Per questa ragione, nella scelta del califfo, per quanto si debba prestare attenzione alla saggezza politica e alla competenza amministrativa dell’interessato, si deve attribuire un’attenzione ancora maggiore a quanto egli sia riuscito a purificare se stesso attraverso la vicinanza al Profeta (o, in sua assenza, seguendo il suo esempio), nonché alla misura delle sue conoscenze spirituali e delle sue qualità morali. L’elezione, in successione, di Hazrat Abu Bakr al-Siddiq, Hazrat Umar al-Faruq, Hazrat Uthman al-Ghani e Hazrat Ali al-Murtada (ra) alla carica di califfo ha reso pienamente evidente il profondo significato e la correttezza del principio sopra esposto.

In realtà, nell’Islam le responsabilità e i doveri del califfato sono estremamente ampi e onnicomprensivi. Tutti gli obiettivi materiali, religiosi e civili vengono raggiunti per suo tramite. Mantenere attive e stabilire le opere avviate dal Profeta, preservandole da ogni forma di commistione e promuovendone il perfezionamento: è con questa breve frase che si può spiegare, in termini generali, la responsabilità del califfato. Se si dovesse esprimerla con un’unica parola composta, si potrebbe dire: «istituzione della religione». Anche questa espressione ha un significato così ampio da comprendere ogni genere di attività religiosa e mondana. La celebrazione della preghiera e del digiuno, il pellegrinaggio e l’elemosina obbligatoria, l’istituzione e l’applicazione delle leggi, dell’ordine amministrativo e del sistema giudiziario—in una parola, l’adempimento di tutte le attività civili e spirituali rientra nella responsabilità del califfato. La vita sacra del Nobile Profeta (s) trascorse nell’adempimento di tutte queste grandi responsabilità. Dopo di lui, coloro che ne furono i rappresentanti e i successori dedicarono interamente tutta la loro vita alla realizzazione di questo obiettivo. Già durante la vita del Profeta (s), diverse persone erano state incaricate di queste attività. Erano state nominate persone specifiche per guidare la preghiera e per raccogliere la sadaqa e la zakat. La prevenzione delle azioni ingiuste, la diffusione e la promozione delle azioni giuste, nonché il giudizio imparziale e la risoluzione delle controversie tra i cittadini erano affidati a persone competenti. Anche il confronto con il nemico e la guida delle truppe, così come l’insegnamento del Nobile Corano, erano affidati a persone specifiche. Ma poiché tutte queste attività rientravano nelle responsabilità fondamentali del califfato, era assolutamente necessario che un unico califfo possedesse tutte le capacità e le qualità necessarie per assolvere individualmente tali responsabilità. Non solo: dal punto di vista delle qualità spirituali, era necessario che nel califfo fossero fortemente presenti l’educazione e la saggezza proprie dei profeti; e il Profeta, già durante la sua vita, indicava con segni e allusioni che avrebbe nominato come propri successori proprio coloro nei quali vedeva questo tipo di competenza spirituale. È tuttavia indubbio che disordini indesiderati, spargimenti di sangue e cambiamenti delle circostanze abbiano fatto fallire, dopo soli quarant’anni, l’obiettivo fondamentale del califfato, affidandone l’autorità a persone che sotto nessun aspetto erano degne di questa importante carica. Ma non vi è dubbio che, se i califfi e i governanti successivi fossero stati scelti secondo la guida del Profeta dell’universo, il volto della società umana sarebbe stato del tutto diverso.

Esaminando alla luce di quanto si apprende dal Corano e dagli hadith riguardo alle qualifiche e alle caratteristiche richieste a un califfo, si dimostra senza alcun dubbio che i «Califfi dei Ben Guidati» erano i più adatti a diventare califfi del mondo musulmano. Possedevano pienamente le qualità descritte nel Corano e negli hadith e, per questo, il popolo nutriva piena fiducia nel fatto che avrebbero potuto governare il califfato secondo principi corretti. Dal punto di vista coranico, le seguenti qualità sono state ritenute indispensabili per adempiere alle responsabilità del Califfato dei Ben Guidati. Pertanto, dopo il Nobile Profeta (s), saranno considerati i migliori coloro nei quali queste qualità si manifesteranno.

(1) Il califfo dovrà essere un Muhājir della prima generazione e dovrà essere stato presente al trattato di Hudaybiyya, alle battaglie di Badr e Tabūk e al momento della rivelazione della sura al-Nūr;

(2) Dovrà appartenere a coloro ai quali è stata annunciata la buona novella del Paradiso;

(3) Dovrà appartenere agli uomini di alto rango della comunità islamica, come i Siddīq e i martiri.

(4) Dovrà essere dimostrato, attraverso qualche comportamento, atto o parola del Nobile Profeta (pace su di lui), che, qualora egli stesso avesse nominato qualcuno come califfo, avrebbe nominato proprio lui.

(5) Dovrà essere possibile che le promesse che Allah l’Altissimo fece al Messaggero vengano realizzate per mezzo della sua persona.

(6) Le sue parole dovranno essere comprovate dalla sharīʿa islamica.

Queste qualità erano presenti separatamente in numerosi Compagni, ma la loro piena combinazione si verificò soltanto in quattro Compagni. Essi erano Muhājirūn della prima generazione; erano presenti quando fu firmato il trattato di Hudaybiyya; a Badr, Uhud, Tabūk e nelle altre importanti campagne di jihād erano in prima linea. In tal modo, non erano privi di nessuna delle qualità indispensabili per essere idonei al califfato. Inoltre, riguardo a ciascuno di loro, furono trasmesse da fonti affidabili esplicite e onorevoli profezie del Nobile Messaggero (pace su di lui). Il Nobile Profeta (pace su di lui) disse riguardo ad Abū Bakr al-Siddīq (che Allah sia soddisfatto di lui): «Tu sarai il primo della mia umma a entrare in Paradiso. Presso la Vasca di al-Kawthar sarai tu il mio compagno, poiché tu eri il mio compagno nella caverna della montagna». Riguardo a ʿUmar (che Allah sia soddisfatto di lui) è stata tramandata questa affermazione del Nobile Profeta (pace su di lui): «Numerosi versetti furono rivelati in accordo con i desideri di ʿUmar». Riguardo a ʿUthmān (che Allah sia soddisfatto di lui), il Messaggero (pace su di lui) disse: «Potrei forse non onorare colui che persino gli angeli onorano e rispettano?». Disse inoltre: «Ogni profeta ha un amico; in Paradiso, ʿUthmān sarà il mio amico». Riguardo a ʿAlī (che Allah sia soddisfatto di lui), il Nobile Profeta (pace su di lui) dichiarò: «Non desideri forse che il tuo rapporto con me sia come quello di Aronne con Mosè? Domani consegnerò lo stendardo nelle mani di colui che è amato da Allah e dal Suo Messaggero». Oltre a ciò, il Nobile Profeta (pace su di lui) pronunciò molte altre parole preziose riguardo alle loro qualità e caratteristiche. Tali parole dimostrano senza alcun dubbio che, agli occhi del Profeta, dopo la sua scomparsa essi erano i più idonei e i più qualificati a essere scelti per la carica di califfo.

L’ideale fondamentale del califfato

Per comprendere in modo profondo e ampio la questione del califfato, è estremamente necessario esaminarne la forma statale. A questo riguardo, la promessa è stata annunciata innanzitutto a favore delle persone di buon carattere. Pertanto, ogni cittadino (musulmano) dello Stato possiede la dignità di un califfo e ha diritto a pari opportunità e vantaggi nell’assolvimento delle responsabilità del califfato. In questo ambito, le differenze tra gli uomini potranno essere stabilite unicamente sulla base del carattere personale, delle qualità e delle virtù umane, nonché della taqwā e della devozione religiosa.

In terzo luogo, ogni volta che, nella storia dell’umanità, è stato istituito un califfato fondato sulla sovranità di Allah, soltanto le persone più virtuose e devote, dotate di un carattere elevato e ideale, hanno avuto l’opportunità di diventare califfi e di governare lo Stato. E il popolo comune ha potuto godere dei diritti fondamentali conferiti da Allah con piena giustizia e imparzialità. A nessuno è stato sottratto o limitato neppure un briciolo di tali diritti; a nessuno è stato creato il minimo ostacolo nel normale percorso della propria attività. Al contrario, a ciascuno è stata offerta l’opportunità di sviluppare e perfezionare le proprie capacità e i propri talenti naturali secondo modalità conformi alla legge di Allah.

Secondo i precetti dell’Islam, ogni persona è obbligata a rendere conto ad Allah. A questo riguardo, nessuno può essere elevato al rango di un essere sovrumano e associato ad Allah. Ogni cittadino musulmano ha lo stesso diritto di essere eletto alla carica di capo dello Stato islamico, califfo o «Amīr al-Mu’minīn». In questo ambito, nessuno ha il diritto di candidarsi o di cercare di ottenere la carica; tuttavia, se viene eletto con il libero consenso dei cittadini, chiunque è obbligato ad assumersi la responsabilità. Dopo l’elezione del califfo, l’unica differenza nella sua posizione consiste nel fatto che il popolo gli ha semplicemente affidato la dignità e i diritti del proprio califfato. Dal punto di vista dell’ideale islamico, non è affatto vero che soltanto lui sia califfo e nessun altro lo sia. Il potere del califfato è interamente destinato a preservare l’ordine sociale e generale dei cittadini e ad assolvere il compito di promulgare le leggi e le norme necessarie. Per consolidare tale potere e mantenerlo sotto un controllo rigoroso, è indispensabile che esso si concentri nella persona eletta dal popolo e maggiormente qualificata.

Al momento di eleggere il califfo o il capo dello Stato islamico, non è sufficiente considerare soltanto il sapere e l’intelligenza della persona, la sua istruzione, la sua disposizione d’animo, la sua sagacia e le sue capacità organizzative; occorre prestare particolare attenzione anche a quanto il suo carattere sia puro, affidabile e degno di fiducia.

L’ordinamento di vita islamico non ha dichiarato il califfo «maʿṣūm», cioè impeccabile o senza peccato. Non vi è neppure alcuna ragione per considerare il califfo infallibile e privo di errori. Ogni musulmano può criticare non soltanto l’adempimento dei suoi doveri ufficiali e lo svolgimento delle sue funzioni, ma anche il suo modo di vivere familiare e personale. Agli occhi della legge, la sua posizione sarà uguale a quella di un cittadino comune. Si può intentare una causa contro di lui presso il tribunale ed egli è obbligato a comparire davanti al giudice proprio come un cittadino comune. Là non gli sarà accordato alcun trattamento speciale.

Al califfo non viene rivelata alcuna wahy da parte di Allah; pertanto, non può rivendicare alcuna posizione speciale nell’interpretazione e nell’attuazione del Corano e della Sunna.

Il califfo non può agire semplicemente secondo il proprio parere; deve svolgere tutti i suoi compiti consultandosi con la Majlis al-Shūrā (Parlamento), composta da persone sostenute dal popolo, competenti e capaci. È vero che le decisioni devono essere prese secondo il parere della maggioranza della Majlis al-Shūrā; tuttavia, nella forma di governo califfale, la maggioranza non costituisce un criterio permanente per stabilire ciò che è bene o male, né ciò che deve essere fatto o evitato. Perciò il califfo può dissentire persino dalla decisione della maggioranza sulla base del Corano e della Sunna, e può agire in conformità a ciò che, sulla base del Corano e della Sunna, riconosce come vero. In ogni caso, il popolo musulmano osserverà con la massima attenzione se il califfo agisce complessivamente secondo il Corano e la Sunna oppure se esercita il potere dello Stato secondo i propri desideri e capricci. Il califfo che si trova nella seconda situazione non ha alcun diritto di ricevere neppure un briciolo di obbedienza dal popolo islamico; al contrario, diventa loro dovere provvedere alla sua destituzione. Anche sotto questo aspetto, è evidente la differenza enorme, come tra il cielo e la terra, tra la filosofia politica e il sistema di governo occidentali, da un lato, e la filosofia politica islamica e il sistema dei diritti popolari del califfato, dall’altro.

I Califfi ben guidati

Il periodo storico che inizia con il califfato di Abū Bakr al-Ṣiddīq (ra) e si estende fino ad ʿAlī (ra) è noto nella storia come l’epoca del «Califfato ben guidato». Coloro che furono i governanti del mondo musulmano dal 632 d.C. (11 dell’Egira) al 661 d.C. (40 dell’Egira) sono chiamati «Califfi ben guidati». Erano complessivamente quattro e la durata totale del loro califfato fu di appena trent’anni. (Naturalmente, anche ʿUmar ibn ʿAbd al-ʿAzīz (r), essendo stato eletto secondo le norme del califfato islamico e avendo adempiuto efficacemente alle proprie responsabilità, è considerato uno dei «Califfi ben guidati».)

Finché il Nobile Profeta (s) rimase in vita, la profezia, la legislazione, la guida in ogni ambito, l’amministrazione della giustizia e dell’esercito, nonché tutte le cariche di responsabilità del governo civile, erano concentrate nella sua unica persona; egli solo ne deteneva l’autorità e la direzione. Dopo la sua morte, la questione di chi sarebbe stato il suo successore si impose con estrema urgenza davanti alla comunità islamica. Poiché la profezia era giunta al termine e dopo di allora nessuno sarebbe più diventato profeta, colui che fosse succeduto al Messaggero avrebbe dovuto svolgere, come prima, tutte le altre responsabilità, ad eccezione della profezia e senza la profezia; anche per questa ragione la questione suscitò grande preoccupazione e imbarazzo tra i dirigenti. Nessuno poteva essere erede della profezia del Nobile Profeta (s) né della sua naturale funzione di guida. D’altra parte, nessun figlio maschio era ancora in vita. E anche se lo fosse stato, ciò non avrebbe risolto in alcun modo il problema dell’elezione del califfo. Pertanto emersero in modo intricato queste due domande:

1—Da quale famiglia o tribù doveva provenire il califfo?

2—Quale doveva essere il metodo di nomina del califfo?

Nel Nobile Corano il califfato non è stato assegnato in modo particolare ad alcuna dinastia o tribù. Anche nel hadith in cui si trova l’indicazione «il capo o califfo deve essere nominato tra i Quraysh», è riportata un’istruzione esplicita:

«Anche se su di voi fosse nominato governante uno schiavo abissino, dovrete certamente obbedirgli». È dunque necessario ricercare il modo di conciliare queste due affermazioni. Riflettendo con uno sguardo un po’ più profondo e penetrante, si può comprendere che, in realtà, entrambi questi hadith sono dichiarazioni fondate su una verità autentica e concreta. È una verità eterna che nell’Islam il califfato non è stato assegnato in modo particolare ad alcuna dinastia, tribù, famiglia, persona o classe. Non vi è dubbio che nel sistema statale islamico si debba sempre e in ogni circostanza agire secondo questo principio; tuttavia è anche una verità storica innegabile che, immediatamente dopo la fondazione dello Stato da parte del Nobile Profeta (s), nessun appartenente a un’altra dinastia fosse minimamente pari in idoneità o competenza agli uomini dei Quraysh per assumersene la responsabilità. La storia del Califfato ben guidato e dei periodi successivi dimostra senza alcun dubbio la verità di ciò. Fu dunque del tutto ragionevole che tutti e quattro i califfi del Califfato ben guidato fossero eletti tra gli uomini dei Quraysh. Altrimenti, infatti, nessun altro avrebbe potuto, nella società araba di allora, adempiere alle responsabilità del califfato con particolare idoneità e competenza. Ma questa non è una regola eterna e immutabile; neppure dopo il «Califfato ben guidato» il sistema statale islamico riconosce alcuna condizione secondo cui il califfo debba essere di discendenza qurayshita.1 {È superfluo dire che neppure gli studiosi islamici di scienza politica hanno menzionato una condizione di questo genere.}

Nel Corano e negli hadith non è menzionato alcun metodo pratico e preciso per l’elezione del califfo. Sembra che l’obiettivo della legge eterna dell’Islam non sia accettare stabilmente un metodo particolare e imporne l’osservanza all’intera umma in ogni tempo, epoca e luogo, senza distinzione. Per questo, invece di un metodo particolare di elezione (Forma o processo), è stato enunciato un principio eterno. È stato detto: *****(arabo) «Coloro che aderiscono agli ideali islamici conducono a termine le proprie questioni importanti mediante la consultazione reciproca». Nessuno può dissentire dal fatto che l’elezione del capo dello Stato o del califfo sia la questione nazionale e collettiva più importante della società musulmana e che debba essere portata a compimento sulla base del libero giudizio e della consultazione della comunità musulmana. Pertanto, il califfo deve essere eletto sulla base dell’opinione pubblica: questo è l’unico principio fondamentale dell’elezione islamica. Ora dobbiamo esaminare in che modo l’umma musulmana abbia applicato questo principio in tempi e circostanze diversi, risolvendo il problema dell’elezione.

L’elezione dei Califfi ben guidati

I principi sopra menzionati per l’elezione del califfo furono applicati nel modo seguente all’elezione dei Khulafa-e Rashidun:

(1) Dopo la morte del Nobile Profeta (s), i cittadini responsabili della comunità musulmana si riunirono in un luogo chiamato “Saqifa Banu Sa’ida” (equivalente, per dignità, a un municipio o a una sede consiliare) e, dopo una discussione pubblica, lunga e dettagliata, elessero all’unanimità Hazrat Abu Bakr (ra) come califfo. I presenti prestarono immediatamente e senza esitazione il giuramento di obbedienza (bay’a) e, appena eletto califfo, egli pronunciò formalmente il discorso sui compiti, i doveri e gli indirizzi politici del capo dello Stato.

(2) Per l’elezione di Hazrat Umar Faruq (ra) fu adottato un metodo distinto. Il primo califfo, Hazrat Abu Bakr Siddiq (ra), attraverso l’intera sua vita islamica, gli eventi importanti del suo periodo come califfo e la sua esperienza concreta, aveva compreso che, nell’intera nazione, non vi era nessuno più qualificato di Hazrat Umar (ra) a succedergli come califfo. Hazrat Umar (ra) aveva partecipato strettamente a tutti gli eventi del suo califfato e alle importanti attività governative e private; anche la raccolta e la compilazione del Nobile Corano erano state portate a termine unicamente grazie al suo intenso interesse, ai suoi sforzi e ai suoi consigli. Dopo aver fatto tesoro della propria esperienza e aver consultato i Compagni più autorevoli, Hazrat Abu Bakr (ra) raccomandò alla comunità musulmana Hazrat Umar Faruq (ra) come candidato all’elezione del califfo successivo. Il popolo musulmano, sulla base della raccomandazione del primo califfo e del proprio giudizio imparziale e libero, elesse proprio Hazrat Umar (ra) come califfo e prestò giuramento di fedeltà nelle sue mani. Non appena eletto califfo, Umar (ra), come il suo predecessore, si rivolse al popolo musulmano pronunciando un discorso programmatico.

(3) Quando il secondo califfo, Hazrat Umar (ra), comprese che il calice della sua vita stava per colmarsi e che non avrebbe potuto vivere ancora a lungo, sentì la necessità di scegliere il proprio successore e il califfo seguente. A tal fine adottò un metodo del tutto particolare. Nominò un “consiglio elettorale”, nella terminologia moderna una “commissione elettorale”, composto da sei Compagni eminenti e autorevoli. Tra gli altri, di questo consiglio facevano parte anche Hazrat Uthman e Hazrat Ali (ra). A suo giudizio, tutti e sei erano persone idonee al califfato. Ordinò che, dopo la sua scomparsa, il consiglio eleggesse entro tre giorni, al proprio interno, la persona più qualificata come califfo. Il consiglio cercò di adempiere scrupolosamente al proprio compito e raccolse, a tale scopo, i pareri dei cittadini musulmani vicini e lontani. Furono visitate tutte le case di Medina e fu chiesto il parere non solo agli uomini, ma anche alle donne. Non si trascurò neppure di chiedere il parere dei mercanti e dei viaggiatori giunti da lontano. Così, dopo aver raccolto il maggior numero possibile di pareri dei cittadini musulmani e dopo le consultazioni, Hazrat Uthman (ra) fu eletto alla carica di terzo califfo.

(4) Dopo il martirio del terzo califfo, Hazrat Uthman (ra), l’atmosfera di Medina sprofondò nell’oscurità a causa dell’intensificarsi della discordia e del disordine. I ribelli provenienti dall’Egitto, da Kufa e da Bassora provocarono a Medina un violento tumulto. In quel momento, la maggior parte dei Compagni più autorevoli si trovava fuori dalla capitale, impegnata in responsabilità militari e organizzative. In questa situazione, dopo il martirio di Hazrat Uthman (ra), la carica di califfo rimase vacante per tre giorni consecutivi. Alla fine, dopo lunghe discussioni, Hazrat Ali (ra) fu eletto califfo.

Da questa analisi risulta evidente che, sebbene per la nomina e l’elezione dei Khulafa-e Rashidun non sia stato seguito un unico metodo esteriore (Form of Election), in ogni metodo l’opinione pubblica è stata riconosciuta come fondamento dell’elezione e in nessun caso è stata ignorata. In realtà, questo è il principio fondamentale del vero califfato, ed è assolutamente necessario applicarlo in ogni epoca e situazione per tutelare i diritti del popolo e instaurare l’ordine dello Stato. Inoltre, purché tale principio fondamentale sia salvaguardato con il dovuto rispetto e la dovuta importanza, si può adottare qualsiasi metodo esteriore per eleggere il capo dello Stato. Nell’Islam, infatti, l’aspetto esteriore e la forma non hanno un’importanza particolare; nelle questioni nazionali e civili, l’unico elemento da considerare è piuttosto il loro principio fondamentale.

Caratteristiche del califfato dei Rashidun

Se, dal punto di vista della filosofia della storia, si esamina il sistema di governo del califfato dei Rashidun durante i suoi trent’anni, le sue seguenti caratteristiche attraggono e affascinano l’intera umanità:

(1) Durante l’epoca dei califfi ben guidati, il sacro esempio del Profeta dell’universo si era trasformato in una lampada luminosa e inestinguibile, mantenendo tutto l’ambiente irradiato dai suoi puri raggi di luce. La sua profonda influenza era presente in ogni azione e pensiero dei califfi. Tutti e quattro i califfi erano prediletti, amici e illustri collaboratori del Profeta dell’universo. Rispetto agli altri Compagni, furono loro a godere maggiormente della compagnia dell’Inviato. Erano uomini fedeli e collaudati del Venerabile, con la vita consacrata al suo servizio. Fatta eccezione per ʿAlī, gli altri tre califfi governarono l’amministrazione del califfato mantenendo la capitale a Medina, secondo centro operativo e ultima dimora del Nobile Profeta.

(2) Nel califfato dei Rashidun non vi era alcuno spazio per diritti, successione o preminenza fondati sulla stirpe, sul clan o sulla famiglia di alcun califfo. I quattro califfi provenivano da tre famiglie distinte. In realtà, essi erano le persone che godevano della maggiore fiducia dell’intera comunità islamica. Nella loro elezione, avvenuta in successione, il principio fondamentale della vera rappresentanza popolare non fu minimamente leso; al contrario, fu pienamente preservato. Anche se allora si fossero tenute elezioni generali imparziali secondo i metodi moderni, non vi sarebbe potuto essere alcun dubbio che soltanto loro sarebbero stati eletti con il maggior numero di voti.

(3) Nell’epoca del califfato dei Rashidun, la base della legislazione erano il Corano e la Sunna. Quando su una questione non si trovava in essi alcuna indicazione esplicita, la soluzione veniva ricercata mediante l’ijtihad, tenendo conto della concordanza con gli esempi pratici dell’epoca dell’Inviato e con gli avvenimenti analoghi; a questo proposito, ogni cittadino esperto del Corano e degli hadith godeva dello stesso diritto di esprimere il proprio parere. Non appena si raggiungeva l’accordo di tutti su una questione, veniva adottata una decisione unanime al riguardo. Nella terminologia della giurisprudenza islamica ciò è chiamato ijma. Nella sharia islamica esso costituisce un principio universalmente riconosciuto. Se invece su una questione sorgeva una divergenza di opinioni, il califfo esprimeva senza esitazione il proprio parere sulla base del Corano e della Sunna e agiva di conseguenza.

(4) Nella maggior parte delle questioni, i califfi ben guidati si consultavano con i Compagni autorevoli. Per le questioni ordinarie, essi venivano nominati membri del Majlis al-Shura secondo la designazione stabilita. Tuttavia, il diritto di esprimere un parere non era riservato esclusivamente ai membri nominati.

(5) Nell’epoca dei califfi ben guidati non vi era posto per lo splendore e il fasto regale. La vita quotidiana dei califfi era estremamente semplice, come quella dei cittadini comuni. Essi percorrevano da soli le strade pubbliche; non avevano guardie del corpo e nemmeno una semplice guardia, se non di nome. Ogni persona poteva recarsi liberamente dal califfo. Le loro abitazioni e i loro arredi erano di livello ordinario.

(6) I califfi ben guidati consideravano il Bayt al-Mal, cioè il tesoro finanziario dello Stato, un patrimonio nazionale e un deposito affidato. Nessuno poteva spendere per sé neppure un centesimo senza un’autorizzazione a livello statale. Inoltre, essi non spendevano nulla dal Bayt al-Mal per le proprie famiglie e i propri parenti in virtù del loro potere e della loro carica.

(7) Essi si consideravano servitori del popolo. In nessun ambito si ritenevano superiori alla gente comune. Non erano guide del popolo soltanto sul piano statale: guidavano regolarmente anche nelle questioni religiose, come la preghiera e il pellegrinaggio.

Nell’epoca del califfato dei Rashidun, la guida delle attività religiose e l’autorità sulle questioni statali non erano separate né divise; al contrario, entrambi questi tipi di guida e autorità erano concentrati e coordinati nella persona di un unico califfo. In realtà, come la separazione tra religione e politica e il dualismo tra attività religiose e attività statali costituivano caratteristiche della moderna democrazia occidentale, allo stesso modo l’unificazione di entrambe e il loro completo orientamento in un’unica direzione costituivano la caratteristica del califfato dei Rashidun.

 

La forma statale del califfato dei Rashidun dei Rashidun

Dopo che Hazrat Abu Bakr al-Siddiq (ra) fu eletto califfo, quando un uomo gli si rivolse ****** dicendo: «O califfo di Allah», egli esclamò immediatamente: «Io non sono il califfo di Allah, sono il califfo del Messaggero di Allah».

Gli storici hanno considerato questa dichiarazione del califfo una prova inconfutabile della sua incomparabile umiltà, propria della sua indole, e del suo senso della propria insignificanza. Ma, analizzando le sue parole dal punto di vista della scienza politica, da esse emerge chiaramente il profondo significato del «califfato». In realtà, questa dichiarazione di Hazrat Abu Bakr esprimeva proprio la forma statale del califfato che, nei cuori dei musulmani dell’epoca primitiva, si era manifestata.

Sono trascorsi centinaia di anni nel corso del tempo, prima e dopo il Profeta universale Hazrat Muhammad (s). In questo lunghissimo arco di tempo, centinaia di migliaia di re, sovrani e governanti sono comparsi e hanno poi lasciato il palcoscenico del mondo. I loro contemporanei e i sudditi sostenevano che essi fossero i luogotenenti di Allah sulla terra. Per questo motivo, ritenevano che l’onore, la dignità e la sacralità di cui essi godevano non potessero appartenere a nessun altro sulla faccia della terra. L’orgoglio e l’arroganza dei faraoni, re e sovrani d’Egitto sono rimasti un fatto storico. Anche nel Nobile Corano è menzionata la pretesa di un faraone ***** (in arabo): «Io sono il vostro signore supremo e più eccelso». Dai tempi più remoti fino all’epoca presente, la maggior parte dei governanti ha manifestato una mentalità di questo genere. Anche ai giorni nostri, i suoi esempi non sono affatto rari. In questa materia, ciò che rimaneva incompleto, i sacerdoti e i religiosi adulatori di ogni epoca non hanno mancato, neppure per un istante, di portarlo a compimento. Essi hanno trasformato re, sovrani e governanti in «oggetti di venerazione» e «divinità da adorare», epoca dopo epoca e paese dopo paese. Tale era la situazione in Egitto, Babilonia, Persia, India e in molti altri paesi. La maggior parte dei re e sovrani di questi paesi, così come le persone più potenti, considerava se stessa sulla terra il «rappresentante di Dio» o l’«ombra di Dio». Anche le loro suddite, impotenti e povere, non mancavano minimamente di attribuire loro una dignità analoga.

Anche nell’Europa medievale, i sacerdoti, su cenno e ordine dei re e dei sovrani, non provavano il minimo imbarazzo nel conferire loro il più alto onore, proclamandoli grandi, degni di rispetto e santi. I sacerdoti diffondevano l’idea che essi avessero ricevuto tale dignità da Allah. Di conseguenza, il loro potere diventava incontrastato, al di sopra di ogni domanda, obiezione e critica, fuori dalla portata del popolo; essi erano considerati i «rappresentanti diretti di Dio». Ogni parola uscita dalle loro labbra era ritenuta una «rivelazione discesa da Dio». I loro ordini e divieti erano considerati equivalenti agli ordini e divieti diretti di Allah e obbligatoriamente vincolanti. Perciò disobbedire a essi, respingerli o mostrare nei loro confronti anche il minimo disprezzo diveniva un peccato gravissimo ed era, di fatto, impossibile. Questa situazione prevalse fino al quindicesimo secolo — e presso alcuni popoli fino al diciassettesimo secolo. Sebbene l’Europa di quel tempo avesse compiuto notevoli progressi nelle scienze, nella civiltà, nella cultura e nelle arti, il paraocchi della fede cieca che era stato posto sui suoi occhi non era ancora stato rimosso. In seguito, i pionieri della libertà individuale e mentale e dell’egualitarismo levarono una veemente protesta contro questi costumi e queste consuetudini che distruggevano l’essere umano e ne sottraevano la dignità, scuotendo cielo e terra, e furono costretti a ribellarsi apertamente contro di essi. Naturalmente, in questa lotta migliaia di persone dovettero sacrificare anche le loro preziose vite.

Questa concezione della sacralità della carica e del grande onore dei re e dei sovrani rimase vigente tra i popoli del mondo per centinaia di anni. Non è passato molto tempo da quando l’Europa odierna si è liberata da questa concezione. In tale contesto, va esaminata l’umiltà e l’assenza di egoismo contenute nella suddetta breve dichiarazione del primo califfo, Hazrat Abu Bakr al-Siddiq (ra). Quando un uomo gli si rivolse chiamandolo «Khalifatullah», il califfo di Allah o rappresentante di Allah, egli rifiutò esplicitamente di accettare tale appellativo e disse: «Io non sono il califfo di Allah. Potete chiamarmi califfo del Messaggero».

Anche l’espressione «califfo del Messaggero» non esprime alcuna forma di potere personale, pompa, splendore, superiorità, grandezza o autorità assoluta. Il suo significato fondamentale è semplicemente essere il successore o rappresentante del Nobile Messaggero (s) nella guida dei musulmani e nell’amministrazione dello Stato, rimanendo entro i limiti stabiliti sulla base della legge di Allah. Tuttavia, per le questioni riservate esclusivamente al Messaggero, non si pone affatto la questione di esserne il «successore»; in essa non trova posto neppure il pensiero o l’idea di una simile successione. La verità di queste sue parole emerge chiaramente da un passo del primo discorso programmatico pronunciato dopo la sua elezione a primo califfo. Quel passo del discorso è il seguente:

«È vero che mi è stata affidata questa responsabilità del califfato; tuttavia non mi considero affatto degno di assolvere un compito così gravoso. Per Allah, il mio desiderio più sincero era che un’altra persona tra voi assumesse questa responsabilità. Ora, se qualcuno di voi pensa che io debba compiere anche tutte le azioni che compì il Nobile Messaggero (s), sappia che una simile idea o speranza non ha alcun fondamento. Non vi è dubbio che il Nobile Messaggero (s) fosse un servitore di Allah. Ma, insieme a ciò, Allah l’Altissimo lo aveva onorato con il dono della grande profezia e della messaggeria, e lo aveva dichiarato libero e puro da ogni sorta di peccato e colpa».

«Anch’io sono servo di Allah. Ma non sono una persona migliore di nessuno di voi. Tenetemi sotto attenta osservazione. Se vedete che seguo la via indicata da Allah e dal Suo Messaggero, continuate a seguirmi anche voi. Ma se mi vedete deviare e smarrirmi dalla “Sirāt al-mustaqīm”, indicatemi il mio errore e guidatemi sulla retta, vera e diritta via».

Non occorre dirlo: dopo la morte del venerabile Messaggero di Allah, Abu Bakr al-Siddiq non assunse di propria iniziativa la guida della comunità musulmana né la responsabilità di dirigere l’organizzazione dello Stato islamico. Si dedicò a questo compito solo dopo un’elezione pubblica, svoltasi in un ambiente libero e aperto, e dopo aver ottenuto il consenso e il sostegno della comunità. Come Allah l’Altissimo aveva fatto di Muhammad un profeta e messaggero attraverso la propria scelta e nomina, così Abu Bakr al-Siddiq e i tre califfi successivi non furono nominati da Allah. Non erano neppure inviati da Allah. La loro superiorità ideale e la loro distinzione rispetto agli altri uomini erano universalmente note e dovevano essere riconosciute; tuttavia, tale superiorità e distinzione non erano state proclamate da Allah. In secondo luogo, esse erano soltanto il risultato inevitabile della loro taqwā, della loro pietà e delle loro virtù. Essi non acquisirono questa distinzione a causa del califfato, come il Messaggero si era distinto grazie alla profezia e alla missione apostolica. In realtà, la carica di califfo è puramente mondana, non divina. Ad essa non erano connessi poteri soprannaturali né il diritto di emanare ordini e direttive divini; questi dovevano fondarsi sulla legge rivelata da Allah ed essere conformi agli insegnamenti e alle interpretazioni presentati dal Messaggero. Come essi non avevano alcun diritto di impartire ordini contrari alla legge di Allah o incompatibili con gli insegnamenti e le interpretazioni del Messaggero, così il popolo musulmano non era affatto tenuto a obbedire a ordini di quel genere. Il primo califfo stesso chiarì questo punto nel suo primo discorso, dicendo: ******** (in arabo)

Obbeditemi finché continuerò a obbedire ad Allah e al Suo Messaggero. Ma se io stesso disobbedirò ad Allah e al Suo Messaggero, allora non è vostro dovere obbedirmi.

I titoli dei califfi successivi

Dopo Abu Bakr, fu nominato califfo Umar al-Faruq. Tuttavia, egli non accettò di essere chiamato “Khalīfat Rasūl”, “il califfo del Messaggero”. La questione fu discussa con i membri della comunità. Alla fine, accettò il titolo di “Amīr al-Mu’minīn”, “capo e guida politica della popolazione musulmana”. Anche i due califfi successivi furono insigniti di questo titolo. Essi non accettarono di essere chiamati con il termine “califfo” perché, accettandolo, avrebbero dovuto essere chiamati “Khalīfat Rasūl”, “il califfo del Messaggero”. Di conseguenza, nel titolo dei califfi successivi, questa parola si sarebbe ripetuta tre o più volte, rendendolo estremamente bizzarro, sgradevole all’udito, inelegante e del tutto sconveniente.

Alla base della decisione di Umar di essere chiamato “Amīr al-Mu’minīn” invece di ricevere il titolo di “Khalīfat Rasūl” vi era anche un’altra ragione. Quando Abu Bakr al-Siddiq aveva detto: “Io non sono il califfo di Allah, ma il califfo del Messaggero di Allah”, il termine era stato usato nel suo significato letterale (successore) ed era stato chiaramente spiegato alla gente che la sua unica dignità consisteva nell’essere il successore del venerabile Messaggero nell’adempimento delle responsabilità dello Stato. Se allora quel termine fosse stato usato in un senso diverso da quello letterale, non vi sarebbe stata alcuna ragione perché Umar accettasse di usare l’espressione “Amīr al-Mu’minīn” al suo posto.

Vi era un’ulteriore ragione dietro l’adozione del termine “Amīr al-Mu’minīn”. A quel tempo, il sistema statale islamico aveva prodotto una vasta rivoluzione in tutta la penisola arabica e in altre regioni molto estese. Il ritmo di questa rivoluzione era tanto intenso quanto ampio e totale. Gli abitanti del mondo intero erano rimasti stupiti, affascinati e attoniti dinanzi all’aspetto di quella rivoluzione. Tuttavia, nel Libro di Allah e nella Sunna del Messaggero, a questo riguardo erano stati forniti soltanto alcuni principi fondamentali, senza disposizioni dettagliate e minuziose. Nel Corano, naturalmente, la shūrā — l’adozione della consultazione reciproca — era stata proclamata fondamento essenziale del sistema statale e metodo pratico di governo. Allah l’Altissimo aveva detto rivolgendosi al venerabile Messaggero: *******(in arabo) “O Profeta, consulta la gente su tutti gli affari nazionali e statali”. In un altro passo, spiegando il metodo di comportamento dei musulmani, è detto: ****** (in arabo) “Tutti i loro affari nazionali e statali vengono condotti sulla base della consultazione reciproca”.

In quest’ottica, ogni califfo del Califfato ben guidato doveva svolgere tutti gli affari importanti, nazionali e statali, sulla luce e sulla base del Corano e della Sunna, attraverso la consultazione reciproca. Per questo, la loro posizione non differiva da quella di un comandante militare. Un comandante riceve dal detentore del potere supremo le direttive e le istruzioni fondamentali riguardo a tutte le questioni relative alla guerra. Tuttavia, durante la guerra, la conduzione delle truppe (operazioni), le attività sul campo di battaglia e tutto il resto devono essere svolti dal comandante stesso e sotto la sua esclusiva responsabilità. Anche nel Califfato ben guidato, tutte le questioni relative allo Stato e al paese dovevano essere gestite personalmente, secondo le circostanze del momento, entro i limiti della Sharīʿa, mantenendo davanti agli occhi l’esempio del venerabile Messaggero e seguendo la consultazione dei leader ideologici della comunità. Se il primo califfo aveva adottato, alla luce delle circostanze esistenti, una particolare linea d’azione in una determinata questione, non vi era certamente alcun obbligo per il secondo, il terzo o il quarto califfo di adottare esattamente la stessa linea d’azione, per quanto potessero cambiare le condizioni, l’ambiente e le circostanze. Per questo il secondo califfo ritenne più opportuno adottare, invece di titoli come “Khalīfat Rasūl”, un titolo del tutto nuovo e pienamente adeguato alle sue responsabilità e alla sua posizione: “Amīr al-Mu’minīn”.

A un esame attento della rivoluzione che Hazrat Abu Bakr (ra) aveva suscitato in tutta l’Arabia in brevissimo tempo durante il suo califfato, risulta chiaramente che i campi in cui sono richieste mitezza, dolcezza e capacità di perdonare sono diversi da quelli in cui sono necessarie severità e inflessibilità; e, se non si ricorre alla severità nei casi che richiedono severità e alla mitezza e flessibilità nei casi che richiedono mitezza e flessibilità, nessuna questione di rilevanza statale o nazionale può essere condotta a buon fine in modo adeguato e corretto. Non fu soltanto Hazrat Abu Bakr (ra): anche dietro il successo e la straordinaria forza dei tre califfi successivi si celava questa profonda verità, cioè che essi erano pienamente capaci di adottare, in base alle circostanze, misure giuste e impeccabili.

L’ordinamento politico dell’Arabia contemporanea

Ai tempi del Nobile Messaggero (s), l’Arabia era diventata il teatro di innumerevoli forme di credo religioso. Le sue regioni settentrionali e meridionali erano completamente separate l’una dall’altra. Gli abitanti di una parte non avevano alcun rapporto con quelli dell’altra, né le condizioni generali delle popolazioni delle due parti erano minimamente uguali. Lo Yemen era sotto il dominio degli iraniani. Il cristianesimo e l’idolatria vi coesistevano. La loro lingua himyarita era del tutto diversa da quella dei Quraysh. Inoltre, lo Yemen era stato per secoli una culla della civiltà e della cultura. Al contrario, gli abitanti dell’Hijaz erano il simbolo della barbarie e della vita nomade. In questa regione, soltanto tre località — Mecca, Yathrib (Medina) e Ta’if — meritavano di essere chiamate «città». A parte il fatto di trovarsi nella vasta regione dell’Hijaz, fra queste tre città non esistevano rapporti reciproci né somiglianze. Naturalmente, fra gli abitanti delle tre città esistevano legami di parentela. Tuttavia, il sistema amministrativo delle tre città era interamente fondato sul tribalismo, e ciascuna era separata dalle altre. A Mecca, insieme alla diffusione e alla predominanza dell’idolatria, godeva di favore anche il cristianesimo. A Medina, sebbene le tribù ebraiche fossero esteriormente potenti, la maggioranza era costituita dagli idolatri. Quando, in questa vasta penisola arabica, risuonò il messaggio del tawhid e Allah l’Altissimo volle diffondere il din dell’Islam in ogni parte dell’Arabia, predispose anche tutti i mezzi necessari a tale scopo. Lo Yemen si liberò dalla schiavitù dei persiani e, con ciò, fu completamente liberato anche da ogni influenza e dominio stranieri. Dopo la conquista di Mecca, l’Islam cominciò a diffondersi con grande impeto in tutta l’Arabia. Dopo l’Hijaz, si estese come un’inondazione anche nelle altre regioni arabe. Così, in brevissimo tempo, l’intera penisola arabica fu onorata di trovare rifugio sotto l’ombra rinfrescante dell’Islam. Tutti gli abitanti di questa vasta regione furono formati secondo un unico ideale. Sebbene tutta l’Arabia fosse divenuta unita e concorde nella fede nel Nobile Messaggero (s) e nell’accettazione del din dell’Islam da lui predicato come sistema completo di vita, ogni tribù conservava nella propria sede piena indipendenza e sovranità. Tuttavia, riguardo all’importante «pilastro» dell’Islam, la zakat, gli abitanti di tutte le regioni erano ugualmente obbligati a inviarla nella capitale, Medina.

L’unità e l’unicità del din e della religione agirono da fattore di rivoluzione nell’ordinamento statale degli arabi. Le tribù che vivevano nei dintorni di Medina avevano concluso trattati di alleanza con il Nobile Messaggero (s). Quando egli partì per la spedizione di conquista di Mecca, queste tribù si unirono alla carovana in conformità ai trattati. Dopo la conquista di Mecca, le tribù di quella città abbracciarono con entusiasmo l’Islam. In seguito anch’esse espressero il desiderio di partecipare alle spedizioni vittoriose dell’Islam. Presero regolarmente parte alle battaglie di Hunayn e Ta’if. Quando l’Islam si fu così diffuso in ogni direzione, il Nobile Profeta (s) nominò delle persone e le inviò in ogni parte per insegnare agli appartenenti alle tribù arabe il Nobile Corano e le questioni religiose. Insieme all’insegnamento del Corano e del din dell’Islam, agli incaricati fu affidata anche la responsabilità di riscuotere la zakat. Era del tutto naturale che questa rivoluzione religiosa, sorta in brevissimo tempo, producesse una rivoluzione politica in tutta la regione. Dopo che l’intera Arabia divenne una e indivisa sul piano religioso, era del tutto naturale che si trasformasse anche sul piano politico e amministrativo in un’unica entità e organizzazione. Ma i beduini arabi non avevano alcuna familiarità con una simile rivoluzione politica. Per loro era inconcepibile dover prestare obbedienza, dopo la scomparsa del Nobile Messaggero (s), anche al suo successore nello stesso modo. Pensavano che gli insegnamenti, il din e l’ideale presentati dal Nobile Messaggero (s) fossero ormai saldamente radicati nella loro mente, nel loro cuore e nella loro vita. Avrebbero certamente continuato a osservare il sistema completo dell’Islam. Ciononostante, sul piano politico sarebbero rimasti completamente indipendenti. Ogni tribù, come in passato, sarebbe rimasta del tutto libera e svincolata da ogni influenza dello Stato e del governo esterni.

In realtà, alla base delle bandiere della rivolta innalzate in ogni parte della penisola arabica dopo la scomparsa del Nobile Messaggero (s) vi era soprattutto questa inflessibile aspirazione all’autonomia e all’indipendenza. Tale era la condizione della maggior parte delle tribù arabe. Ma il primo califfo, Hazrat Abu Bakr as-Siddiq (ra), voleva che non fosse consentito il minimo cambiamento nella condizione in cui le tribù arabe erano state poste sotto l’autorità dello Stato islamico durante la vita del Nobile Messaggero (s). Le tribù arabe, invece, speravano con tutto il cuore di recuperare la libertà politica perduta. Rafforzato dalla sua autentica forza di fede, Hazrat Abu Bakr (ra) rimase fermo nella sua decisione. Il suo sincero desiderio era che ogni musulmano adempisse ai propri doveri e che tutti osservassero pienamente l’ideale di unità e coesione presentato dall’Islam. Egli dichiarò chiaramente che i beni che durante la vita del Messaggero venivano inviati a Medina a titolo di zakat, ‘ushr e kharaj dovevano essere versati senza eccezione. Ma le tribù arabe non riuscivano a prepararsi a ciò. Cominciarono a dire apertamente che il caso del Nobile Messaggero (s) era completamente diverso: egli era il Messaggero di Allah, riceveva la rivelazione, e la completa obbedienza a lui era un dovere per ogni musulmano. Ora, però, la situazione era cambiata; di conseguenza, doveva cambiare anche l’ordinamento statale. Ma questo pensiero e questa mentalità non erano in alcun modo favorevoli alla formazione di un’organizzazione statale islamica. Hazrat Abu Bakr (ra) estirpò con grande forza questa mentalità anarchica. Il metodo profondamente saggio e razionale da lui adottato in questa fase fece sì che l’intera Arabia si organizzasse e si consolidasse sotto un’unica organizzazione statale. Egli unì tutte le tribù nella gestione del paese, nell’amministrazione dello Stato e nelle questioni di guerra e di pace. Mise in atto il principio di consultare persone di ogni livello sulle questioni importanti. Di conseguenza, tutte le tribù cominciarono a considerarsi partecipi in egual misura dell’amministrazione dello Stato islamico. Ogni individuo e ogni tribù, ottenendo in ogni campo uguale importanza, dignità e diritti, si affidò con grande entusiasmo e fervore all’obbedienza all’organizzazione statale. Il califfo era il centro personale di questa obbedienza. Quanto al dovere di obbedire a ogni suo ordine e divieto, non rimase più tra loro alcuna divergenza d’opinione.

La forma statale del califfato

Qual è l’identità ideologica del sistema statale islamico? Di quale tipo di sistema statale si tratta? È forse una teocrazia pura (Theocracy), nella quale una persona devota ad Allah governa personalmente, oppure il governo è amministrato da una classe sacerdotale? Oppure, secondo la terminologia moderna, è una democrazia (Democrative) o un regime autocratico (Autocracy)? Oppure è una forma di monarchia? Questa domanda ha confuso persino molti pensatori del nostro tempo. Ma coloro che possiedono anche solo una conoscenza basilare della storia e della scienza politica non possono lasciarsi minimamente turbare da domande di questo genere. Infatti, per comprendere che il califfato non è in alcun modo un sistema di governo papista o teocratico, non occorre una particolare erudizione. Non è possibile trovare neppure il più remoto legame o la minima somiglianza tra il sistema di governo del califfato e i sistemi amministrati in passato e tuttora dai faraoni dell’antichità o dai re e sovrani del resto del mondo, compresa l’Europa moderna. Né si può definire il califfato un sistema statale democratico di tipo moderno, benché in esso fossero pienamente effettivi i valori universali, i diritti del popolo e le opportunità e garanzie della libertà individuale, che non si riscontrano nelle democrazie irreligiose dell’Occidente.

Nessun califfo ha mai affermato di essere stato scelto da Allah, di godere di un rapporto speciale con Allah o di ricevere direttamente da Allah una norma o una rivelazione. Essi ritenevano del tutto haram avanzare una simile pretesa, poiché in realtà essa era completamente priva di fondamento. Con la morte del Nobile Messaggero (s) si è chiusa per sempre la successione della rivelazione. Da allora, per guidare la vita, la società e lo Stato degli uomini nel mondo, sono rimaste soltanto due basi: la prima è il Libro di Allah e la seconda è la Sunna del Messaggero. Allah l’Altissimo ha fatto scendere il Nobile Corano, tramite l’ultimo Profeta, come norma universale e completa per tutta l’umanità. E il Nobile Messaggero (s) ha attuato quella norma di Allah attraverso le attività quotidiane. Secondo il Corano, l’operato del Nobile Messaggero (s) è l’interpretazione pratica del Corano stesso. Questa interpretazione è eterna e deve essere seguita per sempre, proprio come il Corano. Il califfo o governante dello Stato è obbligato ad attenersi a queste due norme. Nessuno ha il diritto di oltrepassare anche solo di un punto i limiti da esse stabiliti. La gente comune è obbligata a obbedire al governante soltanto perché tale obbedienza non è dovuta alle qualità o ai diritti personali del governante. Nessuno è obbligato a obbedire a qualcuno per le sue qualità, il suo prestigio o i suoi diritti personali. Se egli governa lo Stato secondo la norma di Allah e la Sunna del Messaggero, emanando e applicando le leggi, tutti sono obbligati a obbedirgli esclusivamente per questo motivo. Infatti, questa obbedienza è in sostanza obbedienza ad Allah, attraverso l’osservanza della norma di Allah. Va ricordato a questo proposito che nessuno possiede il diritto esclusivo di interpretare la norma di Allah e la Sunna del Messaggero, nemmeno il califfo. Chiunque sia esperto del Corano e della Sunna ha il diritto di interpretarli. Non si può accettare un’interpretazione del califfo che finora non sia stata riconosciuta da nessun altro esperto. Pertanto, per il governante dello Stato islamico è in alcun modo possibile imporre norme inventate da lui stesso in nome del Corano e della Sunna, poiché nessuno è in grado di nasconderne l’infondatezza e la mancanza di basi. Nessuno è obbligato a eseguire un ordine del califfo contrario al Corano e alla Sunna. Questo è stato proclamato a gran voce nei discorsi sopra citati di Hazrat Abu Bakr Siddiq (ra). Anche i califfi successivi hanno ripetutamente riecheggiato questo principio con parole proprie.

Questo principio operativo e metodo di governo dello Stato stabilito dall’Islam non è né papismo, né democrazia, né monarchia, né autocrazia. Infatti, nel papismo i preti e i sacerdoti governano arbitrariamente in nome di Allah, e nessun altro ha il diritto di esprimere un’opinione al riguardo. Nelle monarchie e nelle autocrazie, invece, il popolo è costretto a rimanere completamente privato di ogni diritto umano e fondamentale. Nella cosiddetta democrazia, poi, grazie alla forza della maggioranza prevale l’estremo arbitrio dei capi di partito, degli uomini influenti del partito o di una ristretta cricca che si è impadronita del potere. Nel califfato islamico, governanti e governati, califfo e popolo, sono tutti ugualmente obbligati a seguire la norma di Allah e la Sunna del Messaggero; anzi, il califfo di questo Stato è colui che, nell’obbedienza a esse, è più avanti degli altri. Una volta nominato alla carica di califfo, nessuno può emanare nemmeno le norme del Corano e della Sunna secondo la propria volontà. Per questo è obbligato a consultare gli esperti del Corano e della Sunna. Nel papismo, invece, i religiosi sono i proprietari di un potere assoluto. Non sono obbligati a consultarsi con nessuno su alcuna questione. Nessuno può mettere in discussione una loro decisione; anzi, criticare negativamente le loro attività comporta soltanto la morte violenta. La gente comune è costretta a vivere lì come il peggiore degli schiavi. Nel califfato islamico, al contrario, ogni persona è libera. Non solo le è stato concesso il diritto di criticare, ma ciò è stato dichiarato anche un dovere religioso di ogni cittadino.

Va ricordato che il Corano e la Sunna sono certamente le basi del califfato islamico; tuttavia, in essi sono stati esposti soltanto i principi fondamentali. Si è deliberatamente evitato di menzionare gli aspetti dettagliati e minuziosi. Anche quando qualcosa di simile è stato menzionato in qualche punto, ciò è avvenuto perché era indispensabile. Se non fosse stato menzionato, l’attuazione del Corano e della Sunna non sarebbe stata possibile. Tutte le attività del califfato islamico vengono svolte correttamente sulla base di quei principi fondamentali. Stabilire gli aspetti dettagliati e minuziosi sulla base di tali principi è responsabilità della collettività, e nessuno possiede al riguardo un diritto esclusivo. È proprio per questa ragione che l’ordinamento della vita e dello Stato islamico ha potuto acquisire un valore eterno e imperituro.

I principi fondamentali forniti dal Corano e dalla Sunna sono senza tempo. In ogni epoca, in ogni condizione e in ogni Paese, non solo è possibile costruire sulla loro base una società umana ideale, ma è anche un dovere imprescindibile farlo. Senza quei principi, il sogno di costruire una società ideale non potrà mai realizzarsi. Finché i musulmani hanno costruito l’individuo e la società sulla base di tali principi e li hanno seguiti concretamente, la storia fornisce la prova irrefutabile che essi sono avanzati gradualmente, passo dopo passo, verso il progresso. Ma ogni volta che quei principi sono stati abbandonati a livello individuale e nazionale e si è cominciato a seguire principi e ideali contrari a essi, è iniziato il loro declino. La condizione concreta dei musulmani nel mondo attuale ne è una testimonianza vivente.

Se il diritto esclusivo di interpretare il Libro di Allah e la Sunna del Messaggero fosse stato attribuito a una classe particolare, anche il sistema statale islamico sarebbe diventato «teocratico o sacerdotale»; ma è universalmente noto che nell’Islam non esiste il clericalismo e che in esso non è riconosciuta alcuna autorità esclusiva di una classe particolare. Qui ogni individuo, secondo le proprie capacità, ha il diritto di studiare il Corano e la Sunna, riflettere e svolgere ricerche, valutare e giudicare, nonché trarne risultati e decisioni. Sotto questo aspetto, tutti godono degli stessi diritti senza distinzione. Non solo: a tutti è stato dato anche un ordine esplicito di esercitare questo diritto. È quindi evidente che il suo rapporto o la sua somiglianza con il papismo (Papacy) è assolutamente inesistente, persino nel senso più remoto.

Nel califfato islamico a ogni cittadino è stato riconosciuto il diritto di criticare apertamente le autorità di governo. È stato dichiarato dovere di ogni cittadino mantenere una vigilanza acuta sulle loro attività e, qualora alla luce del Corano e della Sunna emergesse qualsiasi errore o deviazione, protestare immediatamente contro di esso e adottare misure concrete per porvi rimedio. In questo sistema di governo, i dirigenti dello Stato non possono emanare leggi speciali per se stessi né usufruire di privilegi particolari. Durante l’epoca del Califfato ben guidato, grazie alla rigorosa osservanza delle prescrizioni del Corano e della Sunna, la società islamica rimase completamente libera e pura da ogni genere di comportamento indesiderabile e vergognoso. La guida e l’autorità nazionali e statali, così come tutte le ricchezze e i beni, erano allora un grande deposito affidato alla custodia, un’amāna. La convinzione che anche il minimo tradimento di tale amāna avrebbe comportato una dura punizione nel Giorno del Giudizio si era radicata nel cuore di ciascuno con la solidità dell’acciaio.

Tutti e quattro i califfi del Califfato ben guidato custodirono con la massima cura i depositi loro affidati dalla nazione e dallo Stato, ne assicurarono la corretta destinazione, distribuzione e impiego, e offrirono esempi concreti di impeccabile devozione, sincerità, altruismo e di un alto livello di taqwā e scrupolosa pietà. Sebbene agli occhi della gente di oggi ciò possa sembrare bizzarro, anormale e inconcepibile, nel Califfato ben guidato questa era la realtà. In effetti, il califfato e la leadership non riuscirono minimamente a corrompere il loro animo e il loro carattere; al contrario, aumentarono ulteriormente il livello e il grado della loro taqwā. L’idea di trarre ingiusto profitto dai beni del popolo, abusare del potere o accordare privilegi e vantaggi speciali alla propria stirpe e ai propri parenti non trovò neppure per un istante posto nella loro mente. Dal momento in cui fu loro affidata la difficile responsabilità del califfato, dimenticarono completamente la propria individualità e le proprie famiglie e dedicarono tutte le loro energie alla difesa della dignità della religione di Allah e al diligente svolgimento degli affari statali e nazionali. In ogni campo e in ogni questione, il loro obiettivo supremo era instaurare la giustizia e l’equità perfetta. Nulla era loro più caro dell’occuparsi di aiutare i deboli e i bisognosi.

In un sistema statale di questa natura non possono esistere neppure le tracce della tirannia, dell’oppressione e dell’ingiustizia. Uno Stato i cui dirigenti e funzionari responsabili non si considerano superiori alla gente comune, ma si ritengono servitori dell’intera popolazione, non può essere definito né papale né autocratico. Né si può trovare alcuna somiglianza tra esso e il carattere dei cosiddetti Stati democratici dell’epoca moderna. È vero che allora, diversamente da oggi, i quattro califfi non furono eletti sulla base del suffragio generale degli adulti (Adult suffrage). Nelle circostanze instabili e turbolente in cui ciascuno di loro fu elevato alla carica di califfo, non si poteva neppure immaginare un’elezione di questo tipo. Tuttavia, non vi è il minimo dubbio che nella società di allora essi fossero le persone che godevano della massima fiducia e che, se si fosse tenuta un’elezione di quel genere, sarebbero stati proprio loro a essere eletti. In genere, all’elezione del califfo partecipavano i membri delle tribù dei Muhājirūn e degli Anṣār. Nelle condizioni allora esistenti in Arabia, non si riteneva necessario consultare a questo proposito i membri delle altre tribù; tuttavia, quell’elezione non fu il risultato di accordi segreti tribali. Gli Anṣār e i Muhājirūn erano di fatto rappresentanti della popolazione musulmana di quasi tutte le tribù dell’Arabia di allora. La loro opinione era, in generale, il verdetto dell’intera popolazione musulmana araba. Dopo la scomparsa improvvisa del Messaggero di Allah o di ciascuno dei califfi successivi, si era creata una vacanza: attraverso l’elezione di ogni califfo, colmare immediatamente quella vacanza nelle urgenti circostanze dell’epoca era divenuto il compito indispensabile e più urgente posto dinanzi alla nazione musulmana.

Ciononostante, ogni califfo governò lo Stato dopo essersi consultato con le persone generalmente riconosciute e stimate dalla società. Nessuno adottò, nelle questioni importanti per la nazione e lo Stato, alcun provvedimento fondato esclusivamente sulla propria opinione irrazionale. Nelle elezioni dei califfi, né la parentela né il prestigio genealogico poterono costituire un fattore (Factor). Nessuno di loro si candidò a questa carica. Nessuno si impegnò in campagne per orientare a proprio favore l’opinione pubblica allo scopo di essere nominato; al contrario, ciascuno si adoperò affinché fosse eletto, al posto suo, qualcun altro più qualificato. A questo proposito, i dialoghi del periodo dell’elezione del primo califfo meritano di rimanere per sempre luminosi nelle pagine della storia. Sebbene all’inizio delle elezioni di alcuni califfi fossero emerse divergenze di opinione, in seguito non rimase alcuna traccia di tali divergenze o opposizioni; anzi, tutti accettarono sinceramente quelle elezioni e collaborarono con lealtà con il califfo eletto. Questa caratteristica del principio islamico delle elezioni è incomparabile. In quella società non esistevano né una maggioranza governativa permanente né un’opposizione permanente (Opposition). Tutti erano uniti nel sostenere e aiutare la giustizia e la verità, e tutti si opponevano e protestavano contro l’ingiustizia e le politiche errate. Quanto i califfi riconoscessero l’importanza della consultazione reciproca per i diritti del popolo e il bene dello Stato emerge chiaramente dalle parole riportate qui di seguito, tratte dal discorso inaugurale del primo califfo:

Sono stato nominato vostro governante, ma non sono migliore di voi. Se seguirò la via della giustizia, allora obbeditemi e seguitemi. Ma se devierò dalla via della giustizia e comincerò a percorrere quella dell’ingiustizia, allora correggetemi e guidatemi sulla retta via. Finché obbedirò ad Allah e al Suo Messaggero, anche voi mi obbedirete; ma se io disobbedirò ad Allah e al Suo Messaggero, non è vostro dovere obbedirmi.

Si può trovare, in qualche parte dei cosiddetti Stati dell’epoca democratica odierna, un esempio di un riconoscimento così liberale e nobile del profondo e stretto rapporto tra il governante e il popolo, nonché del diritto di guidare il governante sulla retta via e di criticarlo? L’intero periodo di governo del Califfato ben guidato fu, per usare il linguaggio moderno, un’epoca di stato d’emergenza (Emergency Period). Eppure, durante questo lungo periodo, i diritti fondamentali del popolo non furono mai soppressi. Il sistema della shūrā e della consultazione rimase sempre pienamente operativo. La base del califfato — il Corano e la Sunna — non conferì a nessuno, in nessuna circostanza, il diritto di sciogliere la shūrā, cioè il parlamento, e assumere personalmente poteri speciali (Special power).

Agli occhi dei califfi, tutti i musulmani godevano degli stessi diritti e della stessa dignità; nessuno poteva ottenere superiorità o precedenza sugli altri in ragione della propria posizione o del proprio prestigio materiale. Riguardo agli ex apostati, il primo califfo aveva inizialmente emanato l’ordine di non permettere loro di partecipare alle spedizioni militari, poiché non era ancora stata acquisita nei loro confronti piena fiducia e certezza. Ma non appena ogni sospetto e dubbio nei loro confronti venne dissipato, fu loro consentito di unirsi alle forze dei mujāhidīn islamici. A ʿUmar al-Fārūq fu ordinato di impiegarli nella spedizione contro l’Iran. Ciò non è altro che un luminoso esempio della prospettiva liberale, fondata sui principi e priva di odio propria del Califfato ben guidato.

L’unità politica dell’Arabia

Il primo califfo, Hazrat Abu Bakr Siddiq (che Allah sia soddisfatto di lui), con la sua saggezza e lungimiranza consolidò le fondamenta dello Stato islamico. Di conseguenza, per i califfi successivi divenne molto facile costruire su quelle fondamenta un vasto edificio statale e trasformare l’intera penisola arabica in un’unica unità politica (Unit). Grazie alla politica di perdono, tolleranza, sacrificio e sopportazione di Hazrat Abu Bakr (che Allah sia soddisfatto di lui), fu spianata la strada all’unificazione dell’intera penisola arabica. Dopo che i disordini iniziali e temporanei furono sedati, i ribelli e i colpevoli ottennero il suo perdono e riconobbero sinceramente l’autorità del Califfato. Il sistema della shura rese ancora più solida e forte l’unità e la coesione politica dell’intero Paese. Proprio per questo la conquista dell’Iraq e della Siria divenne più agevole.

La mentalità, la coscienza e la capacità di riflessione del popolo arabo di quell’epoca erano favorevoli a un sistema statale fondato sulla shura e sui diritti popolari. L’Islam era sorto e si era manifestato in Arabia. La Sharia islamica — il Corano e la Sunna — era stata codificata in lingua araba. L’ultimo Messaggero era stato inviato in Arabia. Che fossero beduine o cittadine, le tribù arabe erano ardentemente desiderose di libertà e autogoverno. Nulla era per loro più caro e attraente di questo. Tra gli abitanti del deserto si era pienamente diffuso lo spirito di uguaglianza e parità. L’educazione e la formazione islamiche conferirono a tale spirito maggiore chiarezza e maturità, poiché l’Islam aveva presentato l’ideale completo della vera uguaglianza e parità. Il Nobile Corano proclamò a gran voce questo messaggio di uguaglianza e parità. Secondo la dichiarazione coranica, il criterio di dignità e onore non è la nobiltà di stirpe né l’abbondanza e la ricchezza dei beni, bensì il timore di Allah (taqwa) e l’osservanza della religione di Allah. Nell’epoca attuale, ovunque risuonano gli inni di vittoria della democrazia. Ma i veri valori e ideali umani si sono manifestati nel loro massimo splendore proprio durante l’epoca del Califfato dei Rashidun. Umanità, fraternità, amore, affetto, libertà e uguaglianza vengono proclamati a gran voce dalla democrazia contemporanea. La loro autentica realizzazione, tuttavia, è riscontrabile in ogni ambito soltanto nell’epoca del Califfato dei Rashidun. I sacri insegnamenti dell’Islam avevano trasformato ogni credente in un sincero “fratello” dell’altro credente e in un autentico fautore del suo bene. La dichiarazione del Nobile Messaggero (pace e benedizioni su di lui) — secondo cui nessuno può essere credente finché non desidera per il proprio fratello ciò che desidera per se stesso — non era una voce comune e priva di valore. Era una dichiarazione storica a difesa dei diritti umani. Se questa profonda e razionale dichiarazione non viene attuata, nessuno Stato può assumere un autentico carattere orientato al benessere pubblico; e finché, prendendo tale dichiarazione come una fiaccola, non si formano cittadini desiderosi del bene reciproco e compassionevoli, è impossibile per qualunque Stato volto al bene collettivo conseguire anche il minimo successo. In realtà, alla base del fallimento estremamente ridicolo degli odierni Stati democratici e del pieno successo del Califfato dei Rashidun si trova proprio questo principio. Non occorre dire che fu proprio fondandosi su tali preziosi detti del Nobile Messaggero (pace e benedizioni su di lui) che Hazrat Abu Bakr (che Allah sia soddisfatto di lui) poté edificare il grande palazzo dello Stato islamico. E fu governando lo Stato attraverso la piena osservanza di tali detti, e dirigendo il grandioso sistema del Califfato dei Rashidun — del tutto opposto alla concezione dello Stato allora dominante nel mondo — che i tre califfi successivi poterono stupire e incantare il mondo intero.

La forza intrinseca della politica statale islamica

Il sistema statale del Califfato dei Rashidun non rimase confinato al territorio chiamato penisola arabica. Oltrepassati i confini di quella terra, in brevissimo tempo si estese e si espanse in ogni direzione, fino a regioni lontanissime, come una piena che abbia rotto gli argini. Ma l’espansione di uno Stato arabo in vasti territori non arabi fu semplicemente il risultato di alcune campagne militari? Questa è una questione complessa della storia. È assolutamente necessario analizzare la risposta a tale domanda.

In realtà, l’Islam si è manifestato nel mondo portando un messaggio rivoluzionario universale. La sua ampia diffusione e propagazione, insieme alla formazione di una silenziosa opinione pubblica favorevole, crearono la stupefacente storia dei trionfi dell’Islam e dell’accorrere, paese dopo paese, sotto la bandiera dell’Islam. Queste vittorie possono essere paragonate alla raccolta, con un solo colpo, di un frutto maturo ancora attaccato al ramo, oppure al taglio del cordone ombelicale di un neonato appena venuto alla luce. L’ideologia islamica preparò dapprima il terreno, spianò la strada e, infine, rimosse tutti gli ostacoli alla nascita della rivoluzione islamica. Fu così che i musulmani poterono edificare lo Stato islamico su solide fondamenta in vaste regioni del mondo.

A nessuno che conosca la fase iniziale della storia islamica può essere ignoto che il successo dei mujahidin dell’Islam non fu né un fatto temporaneo né accidentale. Questa vittoria era parte inseparabile di una lunga e continua sequenza di eventi. In sostanza, la rivoluzione che l’Islam aveva creato nel mondo era inevitabile, poiché l’essenza stessa dell’ideale islamico racchiude il vapore ardente della rivoluzione. Era del tutto naturale che questa forza invincibile esplodesse.

Il credo fondamentale dell’Islam — non riconosciamo né temiamo nessuno all’infuori dell’unico Allah, non ci inchiniamo neppure minimamente davanti a chiunque altro, e il Nobile Messaggero (pace e benedizioni su di lui) è il Messaggero inviato da Allah e la nostra unica guida — questa salda convinzione ha conferito all’Islam la forza di conquistare il mondo. Fu proprio questa fermezza del credo a trasformare la gente comune in rivoluzionari. In realtà, questa libertà dello spirito e della mente è uno dei grandi contributi dell’Islam. Allo stesso tempo, qualunque forma di coercizione in materia di religione e ideologia era del tutto contraria alla politica del Califfato dei Rashidun. È vero che tutti gli abitanti del mondo furono invitati ad accettare l’Islam; ma l’Islam non costringe nessuno a cambiare la propria fede. Esso auspica tuttavia con forza che le persone riflettano seriamente sull’ideale islamico, lo confrontino e lo studino rispetto alle altre religioni e ideologie del mondo, e ne riconoscano imparzialmente le caratteristiche. L’Islam è infatti certo che, dopo averlo fatto, nessuno potrà evitare di accettarlo. In realtà, l’Islam è un sistema di vita completo, pienamente conforme alla natura umana. L’Islam non ha alcun dubbio che una sana ragione e un sano intelletto possano accettare soltanto l’Islam come ideale di vita completo.

Questo messaggio rivoluzionario di liberazione e libertà dell’Islam è apparso come una grave sfida per le altre religioni e ideologie del mondo. Infatti, se viene concessa la libertà di adottare una determinata aqida, una fede e una linea di condotta, è una verità comprovata della da‘wa e del movimento islamico che l’ideale impeccabile e completo dell’Islam attirerà intensamente persone di ogni ceto e che gli uomini abbandoneranno spontaneamente la propria religione e ideologia errate. E che, dopo ciò, le altre religioni e ideologie del mondo subiranno una morte ignominiosa è fuori di ogni dubbio. Alla radice degli ostacoli creati in vari Paesi del mondo alla diffusione dell’ideale completo dell’Islam si trova unicamente questa ragione.

L’ideale rivoluzionario della libertà della mente che l’Islam ha presentato al mondo fu pienamente applicato e attuato durante il califfato dei Rashidun. In quell’epoca furono conquistati molti Paesi e numerose popolazioni accettarono la sottomissione all’Islam; tuttavia, nessuno fu costretto con la forza ad abbandonare la propria religione. Nessuno fu adescato a tale scopo. Chi abbracciava volontariamente e con entusiasmo l’Islam otteneva la stessa dignità e gli stessi diritti di tutti gli altri musulmani. D’altra parte, a chi desiderava rimanere fermo nella propria religione e ideologia precedente veniva accordato il pieno diritto di farlo. Il califfato islamico si assumeva la piena responsabilità affinché potesse vivere praticando la propria religione e godendo della sicurezza dei propri beni, del proprio onore e della propria vita. In cambio, veniva riscosso un tributo speciale, commisurato alle loro possibilità. Questo tributo non era in alcun modo una multa. Era una particolare forma di contribuzione per le misure speciali che lo Stato doveva adottare per garantire la loro sicurezza generale. In terminologia araba è chiamato jizya. Il significato di questa parola è: compenso o corrispettivo. In realtà, non era altro che il corrispettivo delle misure adottate dal califfato per garantire la sicurezza della loro religione, dei loro beni, del loro onore e della loro vita. Là dove il califfato si dimostrava incapace di adempiere al compito di garantire tale sicurezza, non solo la riscossione veniva sospesa, ma veniva restituito anche il tributo già riscosso. Questo fatto è scritto con assoluta chiarezza e a lettere d’oro nelle pagine della storia islamica.

Il fondamento di questo sistema statale, istituito da persone credenti nel Profeta dell’universo, Muhammad, e a lui devote con la propria vita, poggiava sui nobili principi e ideali della libertà individuale, dei diritti umani fondamentali, dell’uguaglianza senza distinzione e dell’amore fraterno e dell’affetto reciproco. Era un sistema statale completamente opposto alla monarchia romana. D’altra parte, anche il più moderno dei cosiddetti sistemi statali democratici è estremamente povero e inferiore rispetto ad esso dal punto di vista del benessere umano generale. In realtà, rendere i non arabi subordinati e sottomessi agli arabi non era tra gli obiettivi del califfato dei Rashidun. Liberare i romani e i persiani dalla peggiore schiavitù dell’epoca e poi imprigionarli nei ceppi della schiavitù araba non era il suo scopo; al contrario, il suo obiettivo supremo era liberare completamente l’uomo da ogni forma di servitù umana e materiale, offrirgli un’opportunità ampia, generosa e aperta di vivere, svilupparsi e progredire in un ambiente pienamente libero, secondo le grandi norme della religione dell’Islam, riconoscendo la servitù all’unico Creatore e la guida del Messaggero. L’unico mezzo per raggiungere tale scopo consisteva nella fede sincera nel sublime ideale dell’Islam e nel legame di profonda fraternità, amore e affetto disinteressati tra gli uomini. Durante il califfato dei Rashidun non esisteva alcuna distinzione di classe tra vincitori e vinti. Persone di ogni classe, livello e condizione godevano pienamente di uguali diritti e dignità. Tra loro non esisteva alcuna differenza o disparità basata sulla lingua, sulla tribù o sulla regione. Non fu permessa alcuna distinzione neppure tra i non musulmani dell’Iraq e della Siria e i cristiani di Najran e delle altre regioni dell’Arabia. I musulmani si dedicavano certamente alla predicazione dell’Islam tra loro; tuttavia, a coloro che desideravano rimanere fedeli alla religione ereditata dai loro antenati veniva concessa piena libertà di farlo. Durante il califfato dei Rashidun, riguardo all’adozione della religione, furono pienamente applicate le due dichiarazioni del Corano riportate di seguito:

******(arabo)

Nella religione e nella fede non vi è spazio per alcuna costrizione o coercizione.

Chi accetta la guida ne trarrà beneficio per sé. E chi desidera rimanere sulla via dell’errore dovrà sopportarne personalmente il danno e la disgrazia. O Messaggero, dì loro: il mio compito è soltanto far giungere a voi il messaggio della verità; accettarlo o rifiutarlo è responsabilità vostra. Io non sono responsabile né della vostra guida né del vostro smarrimento.

 

L’amministrazione interna del califfato dei Rashidun

Nel sistema statale del califfato dei Rashidun fu pienamente attuata la società, la civiltà e la cultura islamiche. Esso era al tempo stesso lo Stato che regolava esclusivamente la vita religiosa e lo sviluppo materiale. Il suo fondamento poggiava sulla religione dell’Islam, e il suo unico obiettivo, in conformità con i principi inconfutabili del Corano e con la Sunna del nobile Messaggero, era il conseguimento del bene integrale dell’umanità attraverso tutti i suoi sforzi e le sue attività.

Durante il Califfato dei Rashidun, tutte le leggi e le norme venivano emanate in conformità con il Nobile Corano e la Sunna del Messaggero. Quando i Califfi ben guidati si trovavano di fronte a un problema o a una questione la cui soluzione diretta non potevano ricavare dal Corano e dagli hadith, la risolvevano nel modo migliore, tenendo dinanzi a sé i luminosi esempi delle azioni del Profeta — che Allah lo benedica e gli conceda la pace — senza permettere in alcun modo che fossero violati i principi fondamentali del Corano e della Sunna del Messaggero.

Secondo i principi fondamentali dell’Islam, l’intera Umma musulmana era tenuta a riconoscere l’obbedienza ai califfi e ad attenervisi. Al tempo stesso, però, era fermamente riconosciuto il principio secondo cui non si poteva obbedire a nessun califfo o autorità dello Stato qualora ciò comportasse la disobbedienza agli ordini e alle norme di Allah e del Messaggero. Nell’ambito del potere di elaborare, a partire dalle fonti fondamentali del Corano e degli hadith, le norme dettagliate della vita pratica e concreta, al califfo non erano riconosciuti né preminenza, né prerogative speciali, né priorità. In molti casi, anzi, il califfo chiedeva agli altri Compagni un parere o un consiglio fondato sul Corano e sugli hadith. Essi avevano inoltre pieno diritto di dissentire dai califfi su tali questioni. Non solo: a tutti era pienamente riconosciuto il diritto di segnalare gli errori e le inesattezze nei giudizi dei califfi e di criticarli pubblicamente.

Il califfo veniva eletto secondo il voto spontaneo o il consenso del popolo. Impadronirsi della carica di califfo con la forza o secondo una linea dinastica non era soltanto contrario all’ordinamento dello Stato islamico, ma costituiva anche un grave crimine secondo la legge islamica. Tra i Califfi ben guidati non esistevano né lo splendore e la pompa monarchici, né alcuna forma di dispotismo dittatoriale. Essi si consideravano sullo stesso piano dei cittadini. A parte la carica di califfo, non vi era sotto alcun altro aspetto la minima differenza tra loro e il popolo comune. Alla corte del califfo, funzionari statali e cittadini potevano entrare e uscire liberamente, senza che vi fosse spazio per alcun ostacolo. Per questo era loro estremamente facile conoscere direttamente la condizione generale del popolo, nonché le sue necessità e lamentele, e porvi rimedio senza alcun ritardo. Per questa ragione si può proclamare a gran voce che il Califfato dei Rashidun è stato l’unico e il primo Stato nella storia del mondo in cui i veri diritti popolari siano stati pienamente tutelati.

Il sistema giudiziario

Al tempo dei Califfi ben guidati, garantire l’equità e la giustizia tra le due parti in conflitto era considerato uno dei principali doveri del califfo. Per questo, all’inizio essi svolgevano personalmente quasi tutte le funzioni giudiziarie. Nominavano tuttavia propri rappresentanti per le località lontane. Durante il califfato del primo califfo, erano i governatori nominati per ciascuna città a svolgere le funzioni giudiziarie. Il secondo califfo, invece, durante il suo califfato rese il sistema giudiziario completamente indipendente e separato. Per questo, in ogni città furono nominati giudici o qadi dotati di uno status autonomo. Il sistema giudiziario godeva di uno status pienamente separato e indipendente dall’autorità dell’amministrazione. I giudici erano completamente liberi nel pronunciare le sentenze. Da parte del califfo ricevevano l’ordine che ogni sentenza da loro emessa fosse fondata in tutto e per tutto sul Corano e sulla Sunna del Messaggero, senza che questa fosse violata sotto alcun aspetto. Il governatore della zona interessata non poteva esercitare alcuna influenza sul giudice né imporgli la propria autorità. Il qadi o giudice veniva nominato direttamente dal califfo. Talvolta anche al governatore della città interessata veniva concessa la facoltà di nominare il giudice; tuttavia, per il resto, nella nomina dei giudici si osservava particolare cautela. Una prova concreta di ciò si trova nel seguente estratto di una lettera di nomina emanata dal quarto califfo: «Nomina, per dirimere le cause e le controversie della gente, persone onorevoli le cui sentenze il popolo accetterà di buon grado e contro le quali nessuno sentirà il coraggio o la necessità di protestare. Siano libere da ogni forma di avidità, brama e invidia. Non si lascino intimorire né influenzare dall’elevata posizione di alcuno. In ogni questione dovranno possedere una profonda e sottile capacità d’intuizione e prontezza d’ingegno. Siano estremamente cauti nelle questioni dubbie e incerte. Nell’esaminare le prove ragionate e le testimonianze presentate dalle due parti, non si lascino minimamente sconcertare; lavorino con la massima attenzione e riflessione, per giungere al fondo di ogni questione. Quando saranno giunti a una decisione definitiva, non esitino minimamente ad applicarla con piena fermezza. Non permettano che alcuna raccomandazione o alcuna posizione e dignità costituisca un ostacolo all’esecuzione della sentenza. Sebbene persone di questo genere non siano mai numerose, il giudice deve comunque essere dotato delle qualità sopra indicate. Quando nominerete qualcuno giudice, stabilite per lui uno stipendio sufficientemente elevato; così, la necessità di provvedere al proprio sostentamento non lo costringerà ad accettare tangenti. Inoltre, è auspicabile che la sua reputazione sia elevata nella vostra considerazione e nella società, affinché nessuno osi condurre campagne contro di lui».

Oltre ai giudici, in ogni città era sempre presente un gruppo di persone particolarmente esperte nel diritto islamico. Quando i giudici incontravano difficoltà o problemi in una determinata questione, chiedevano aiuto a queste persone.

A quell’epoca gli hadith del Nobile Profeta — che Allah lo benedica e gli conceda la pace — non erano ancora stati raccolti in libri, ma erano custoditi nella memoria delle persone. Una persona conosceva un hadith, mentre un’altra ne ricordava uno diverso. Nessuno, in particolare, ricordava da solo tutti gli hadith, e questo costituiva una grave difficoltà di quei tempi. Quando, per decidere una questione sottoposta ai giudici, era necessario un determinato hadith, essi interrogavano diverse persone e cercavano di conoscere, riguardo alla questione in esame, le indicazioni o la prassi del Nobile Messaggero — che Allah lo benedica e gli conceda la pace. Di conseguenza, pronunciavano la sentenza secondo l’hadith del Messaggero che riuscivano a trovare; ma, qualora non fosse stato reperito alcun hadith specifico, ricorrevano all’ijtihad, tenendo presenti l’ordinamento complessivo dell’Islam e il suo orientamento. Per questo, spesso, riguardo a una determinata questione, le sentenze dei giudici differivano tra loro. A quell’epoca non era ancora iniziato il lavoro di mettere per iscritto le sentenze dei giudici. Di conseguenza, le generazioni successive non avevano alcuna possibilità di trarne beneficio.

Poiché tutte le attività giudiziarie di quell’epoca si basavano soltanto sull’ijtihad, alcuni potrebbero chiedersi se non fosse così; ma la realtà non era questa. Il principio dell’ijtihad veniva applicato esclusivamente per conoscere i dettagli della legge della Sharia e per applicarla alle particolari condizioni e agli eventi dell’epoca. Va ricordato che le leggi islamiche consistevano in un insieme di principi fondamentali; le loro disposizioni dettagliate non erano ancora state elaborate. In realtà, è naturale che le norme e le leggi destinate a tutti i tempi e all’intera umanità siano concepite in questo modo. Soltanto così la loro applicazione concreta può essere possibile e agevole in ogni epoca e in ogni regione della terra.

Anche dopo la nomina dei giudici, nulla impediva ai califfi di partecipare direttamente alla composizione delle controversie e delle liti del popolo; anzi, in molti casi erano essi stessi a dirimere numerose controversie. In tali casi, i giudici nominati agivano soltanto in qualità di rappresentanti dei califfi.

Dipartimento della difesa nazionale

Durante il periodo del califfato, il potere supremo di condurre le guerre o di dirigere l’esercito era concentrato nelle mani del califfo. Ciò perché anche all’epoca del Nobile Profeta (s) vigeva la stessa consuetudine: egli stesso guidava l’esercito. In seguito, tuttavia, quando l’estensione del governo cominciò ad ampliarsi enormemente, pur essendo i califfi i più grandi eroi e guerrieri, si iniziò a nominare separatamente i comandanti militari. Obbedire loro era considerato un dovere altrettanto vincolante quanto obbedire direttamente al califfo. Una volta terminata la guerra, l’unico compito dei comandanti militari consisteva nel sorvegliare gli affari militari e nell’addestrare i soldati per il futuro.

Durante il califfato di Hazrat Abū Bakr al-Siddīq (ra), l’intero esercito era composto da volontari e non riceveva alcuna paga. I loro nomi non erano registrati in alcun registro. Fu durante il califfato di Hazrat ʿUmar al-Fārūq (ra) che il dipartimento militare venne organizzato in modo ordinato e sistematico e il nome di ogni soldato fu inserito nei registri. In tal modo fu instaurata la disciplina nell’esercito. Se un soldato disertava o rimaneva indietro, era molto facile individuarlo. Per i soldati fuggitivi era allora prevista una particolare forma di punizione. Nella moschea del quartiere del disertore si rendeva pubblico e si proclamava il suo nome, annunciando: «Quest’uomo è fuggito dal campo del jihād; ha mostrato esitazione di fronte al sacrificio di sé sulla via di Allah». In realtà, per un arabo una simile riprovazione era più terribile persino della pena di morte. Infatti, nella storia di tutte le nazioni del mondo, gli Arabi avevano dato un esempio incomparabile di valore e di straordinario coraggio; accusare qualcuno di mancanza di virilità e codardia e proclamarlo pubblicamente in tal modo era una prova molto più dura della morte. Dopo di ciò, alla persona interessata non rimaneva più alcun luogo nella società in cui potesse mostrarsi a viso aperto.

Hazrat ʿUmar (ra) stabilì uno stipendio per tutti i soldati, prelevandolo dal Bayt al-Māl. Questo stipendio non aveva una misura fissa. L’unico criterio per determinare la paga dei mujāhidīn era il grado di eccellenza e di preminenza nel seguire gli ideali islamici. Alla fine, tuttavia, Hazrat ʿAlī (ra) eliminò anche questa differenza e introdusse per tutti uno stipendio di pari entità.

Nell’esercito islamico veniva nominato un «capo» ogni dieci soldati. Nella terminologia militare araba era chiamato «ʿarīf». A questi ʿurafāʾ venivano affidati gli stipendi di tutti i soldati; essi li distribuivano tra i soldati loro subordinati.

Durante l’epoca dei Khulafāʾ al-Rāshidūn furono compiuti notevoli progressi nell’organizzazione dell’esercito. Nell’epoca preislamica, gli Arabi avanzavano per affrontare il nemico talvolta in ranghi serrati e talvolta in ordine sparso. Dapprima uno o due valorosi guerrieri di ciascuna delle due parti si impegnavano in un combattimento singolare; poi veniva condotto l’attacco generale e infine si combatteva e si usavano le armi in modo disordinato. Anche i musulmani, nella prima fase del jihād islamico, seguivano questo metodo. In seguito, però, quando cominciarono ad affrontare gli eserciti ben organizzati dei Persiani e dei Romani, compresero chiaramente che, per fronteggiare con metodi moderni quegli eserciti organizzati e la loro arte militare, era assolutamente necessario abbandonare l’antico sistema. In seguito ricostruirono il proprio esercito secondo nuovi criteri e iniziarono a utilizzare armi completamente moderne. Sul campo di battaglia l’esercito veniva schierato ordinatamente in ranghi, senza che nessuno rimanesse avanti o indietro. L’intero esercito veniva suddiviso all’incirca in cinque reparti. Il reparto più avanzato era chiamato «muqaddima» e aveva il compito di dare inizio alla battaglia. Il reparto centrale era chiamato «qalb»; il comandante supremo era circondato da esso. Il reparto collocato sul fianco destro era chiamato «maymana», mentre quello sul fianco sinistro «maysara». Infine, il reparto situato all’estremità posteriore era chiamato «sāqa».

L’esercito suddiviso in questi cinque reparti era chiamato «khamīs». Ciascuno dei suoi reparti aveva un proprio «amīr», che lo comandava secondo gli ordini del comandante supremo. Il comandante della cavalleria era distinto. Per proteggere le retrovie, i soldati musulmani adottavano misure speciali, affinché le truppe nemiche non potessero in alcun modo attaccarli alle spalle. Per proteggere l’intero esercito dagli attacchi notturni, adottavano disposizioni e procedure speciali. Il servizio di intelligence militare dei musulmani era il più organizzato, strutturato ed efficiente. Per questo riuscivano a conoscere in anticipo la maggior parte delle intenzioni o dei piani segreti dei nemici.

Dipartimento delle entrate fiscali

A partire dal califfato di Hazrat Umar (ra), per la riscossione delle entrate venivano nominati funzionari appositi, scelti localmente. Generalmente, ai governatori provinciali non veniva affidata la responsabilità della riscossione delle entrate. Le entrate riscosse venivano impiegate, secondo le direttive del califfo, per gli stipendi e le indennità dei soldati e per altre opere pubbliche destinate al bene della collettività. Tali somme venivano inviate alla capitale centrale.

Durante il califfato venivano stabiliti due tipi di entrate: (1) permanenti e (2) temporanee. Tra le entrate permanenti erano degne di nota la zakat, l’ushr e la jizya. D’altra parte, i beni di guerra costituivano entrate temporanee, ossia entrate dello Stato.

Kharaj

Generalmente, in seguito alla conquista militare, tutti i terreni coltivabili del paese conquistato venivano lasciati ai loro precedenti proprietari. Tuttavia, una parte determinata del raccolto prodotto veniva riscossa come imposta. Nella terminologia islamica, ciò è detto «kharaj». Esso può essere considerato un’imposta sui terreni coltivati. In alcuni casi, inoltre, veniva stabilita, in base all’estensione del terreno, un’imposta fissa in denaro.

Ushr

I terreni i cui proprietari accettavano l’Islam, oppure i cui proprietari non erano sottoposti alla riscossione della jizya da parte dei musulmani vittoriosi, erano chiamati terreni ushr e, sotto la gestione dello Stato, veniva riscosso un decimo o un ventesimo del loro raccolto. I terreni che i musulmani conquistavano con la forza o in seguito a una guerra venivano denominati terreni «ushr» e venivano distribuiti esclusivamente tra i musulmani. Di conseguenza, rimanevano in possesso dei musulmani.

Quando, durante il califfato di Hazrat Umar (ra), la Siria e l’Iraq furono conquistati, egli chiese ai suoi consiglieri in che modo dovessero essere distribuiti i terreni conquistati. La maggior parte delle persone consigliò di distribuire i terreni tra i musulmani.

Hazrat Umar (ra) disse: «In tal caso si lederebbero i diritti delle generazioni future. Infatti, se oggi si distribuissero le terre, per gli uomini che verranno non rimarrebbe nulla». A ciò Hazrat Abd al-Rahman ibn Awf (ra) obiettò: «Le terre e gli schiavi appartengono di diritto a coloro che hanno conquistato il paese con la forza delle proprie braccia; quale diritto potrebbero mai avervi gli altri?». In risposta, il califfo Umar Faruq (ra) disse: «È vero, ma ricordate che, poiché dopo di me non vi sarà probabilmente molta possibilità di ulteriori conquiste, i musulmani non potranno allora ottenere grandi quantità di ricchezze e di terre. In futuro, anzi, molte conquiste serviranno più da insopportabile fardello che da beneficio. Se si sottraessero le terre dell’Iraq e della Siria ai loro proprietari, si rendessero schiavi gli abitanti conquistati e si distribuisse tutto tra i musulmani vincitori, come potrebbe funzionare la difesa delle frontiere? I musulmani, infatti, finirebbero per dedicarsi all’agricoltura. Inoltre, resterebbe incompiuto anche il compito di provvedere al sostentamento degli orfani e delle vedove indifese».

Dopo aver ascoltato questo discorso del califfo Umar Faruq (ra), tutti esclamarono all’unisono: «La vostra opinione è davvero corretta e impeccabile, non vi è alcun dubbio. Se nelle frontiere e nelle città non fossero stanziate truppe, non vi sarebbe alcun mezzo per proteggere queste regioni e i nemici dell’Islam tornerebbero a impadronirsi di queste città». Hazrat Umar disse: «Questa questione è ormai chiarita. Ora ho bisogno di un uomo che si assuma l’incarico di eseguire il censimento dell’intero Iraq per stabilire il kharaj». In seguito, Umran ibn Hanif fu incaricato di questo compito. Egli lo portò a termine con grandissimo impegno e, già un anno prima del martirio di Hazrat Umar (ra), l’ammontare del kharaj riscosso dal Sawad di Kufa era arrivato a dieci milioni di monete.

Anche dopo la conquista della Siria, i soldati avanzarono la richiesta che le terre conquistate fossero distribuite tra loro. Ma anche allora Hazrat al-Faruq al-Azam (ra) li dissuase tutti dando la medesima risposta. Di conseguenza, come in Iraq, anche dalle terre della Siria continuò ad affluire una grande quantità di kharaj, che veniva accumulata nel tesoro dello Stato.

In verità, l’opinione di Hazrat Umar Faruq (ra)—lasciare le terre dei territori conquistati agli abitanti originari, invece di distribuirle tra i conquistatori, consentire loro di coltivarle e riscuotere da essi il kharaj—era una dimostrazione di grande lungimiranza. Se allora non fosse stata presa una simile decisione, la nazione musulmana avrebbe dimenticato il proprio compito principale, si sarebbe occupata dei campi e delle fattorie e avrebbe perso la propria abilità militare. In secondo luogo, non sarebbe stato possibile provvedere alle spese necessarie per i soldati islamici incaricati della difesa di quella regione e impegnati nelle guerre in altri paesi e territori. E questa sarebbe stata la perdita più grave e irreparabile. Infatti, approfittando di tale situazione, i capi persiani e romani che, dopo l’instaurazione del dominio musulmano sui loro paesi, avevano abbandonato la patria e trovato rifugio altrove, avrebbero potuto riprendere il controllo dei propri paesi e lanciare potenti attacchi contro i musulmani.

Jizya

Nel califfato islamico, il denaro riscosso dai dhimmi (cittadini non musulmani leali) in cambio della protezione della loro vita, dei loro beni, del loro onore e della loro sicurezza era chiamato, nella terminologia islamica, «jizya». Essa veniva riscossa esclusivamente dagli uomini adulti, sani e robusti. Non veniva imposta alle donne, ai bambini, ai poveri e agli invalidi. Hazrat Umar (ra) aveva assegnato dal Bayt al-Mal un sussidio a numerosi dhimmi poveri. La «jizya» veniva stabilita in base alla condizione economica della persona e il suo importo non era inferiore a 12 dirham né superiore a 28 dirham. Hazrat Umar (ra) raccomandò vivamente ai califfi che gli sarebbero succeduti di mostrare benevolenza verso i dhimmi, trattarli con gentilezza, rispettare gli impegni, combattere per proteggere la loro vita e i loro beni e non imporre loro oneri superiori alle loro possibilità.

Zakat

Durante il califfato, la zakat veniva imposta, secondo il Corano e la Sunna, su ogni tipo di ricchezza accumulata dai musulmani, sul bestiame domestico, sui beni liquidi e sui raccolti agricoli. Questa zakat veniva regolarmente riscossa e distribuita tra le otto categorie di destinatari.

Dazio

Quando i mercanti musulmani esportavano le proprie merci all’estero, il paese destinatario riscuoteva da loro un dazio pari a un decimo. Quando Hazrat Umar (ra) ne venne a conoscenza, ordinò a sua volta di imporre un dazio di pari entità sulle merci importate nello Stato islamico. Inoltre, dai mercanti dhimmi si riscuoteva un ventesimo, mentre dai mercanti musulmani un quarantesimo dell’intero patrimonio. Tuttavia, sui patrimoni di valore inferiore a duecento dirham non veniva imposto alcun tributo.

Moneta

Prima dell’Islam, nei paesi arabi erano in circolazione monete persiane e romane d’oro e d’argento. Anche durante il periodo del califfato del Nobile Profeta (s) e di Hazrat Abu Bakr (ra) erano in uso queste stesse monete. Dopo la conquista dell’Iran, Hazrat Umar (ra) espresse l’intenzione di stabilire il peso del dirham, poiché le monete iraniane avevano pesi differenti. In breve, durante il califfato dei Rashidun era presente e operante una forma completa di moderno ordinamento statale, che non era arretrata sotto alcun aspetto.

 

Hazrat Abu Bakr Siddiq (ra)

Il primo califfo dello Stato popolare islamico fu Hazrat Abu Bakr Siddiq (ra). Nella storia dell’Islam, dopo il Nobile Messaggero di Dio, Hazrat Muhammad (s), viene Hazrat Abu Bakr (ra). Anche dal punto di vista della tradizione islamica, dopo il Messaggero egli fu la prima personalità di rilievo. Il Nobile Profeta (s), attraverso i suoi ventitré anni di impegno, presentò il completo modello islamico di vita e, dopo aver abbattuto il palazzo della dura jāhiliyya araba, fondò sulle sue rovine il luminoso Stato ideale dell’Islam; immediatamente dopo la sua morte, Hazrat Abu Bakr Siddiq (ra) schiacciò la testa sollevata delle forze controrivoluzionarie della jāhiliyya e salvaguardò l’esistenza dello Stato islamico. Per questo, insieme allo studio e all’analisi della vita del Profeta, è necessario esaminare con particolare attenzione la biografia del primo califfo, Hazrat Abu Bakr Siddiq (ra). Nel presente articolo non discuterò la biografia completa di Hazrat Abu Bakr Siddiq (ra). L’unico scopo di questo articolo è presentare una breve trattazione delle sue qualità e delle sue caratteristiche.

Nel corso del tempo, passato, presente e futuro sono intrecciati in modo così inscindibile che non è possibile considerare una qualsiasi di queste fasi separata dalle altre neppure in minima misura. Per orientare il cammino futuro di qualunque nazione, il metodo migliore consiste nell’esaminare il suo passato con uno sguardo profondo e penetrante. Anche per liberare una nazione dagli errori e dalle deviazioni che si manifestano nella sua vita nazionale, è necessario porre davanti agli occhi della gente il suo luminoso passato. Come, per diagnosticare e determinare la malattia di una persona malata e stabilirne la cura, è indispensabile esaminare interamente la sua condizione precedente alla malattia, allo stesso modo, per diagnosticare e curare le malattie di una nazione, è indiscutibile l’importanza di studiarne la storia passata e di esaminare la vita delle personalità storiche. Nel tempo presente, la comunità musulmana mondiale è giunta al limite estremo del declino. In questo momento, il modello di vita di Hazrat Abu Bakr (ra) sarà senza dubbio riconosciuto come guida del cammino della comunità musulmana.

Hazrat Abu Bakr Siddiq (ra) fu il primo tra gli uomini a credere veramente che Hazrat Muhammad (s) fosse un autentico profeta. Fu proprio questa sua fede a procurargli in seguito l’onore di ricevere il titolo di “Siddiq”, ossia “colui che riconosce la verità”. Nei lunghi ventitré anni della profezia, nel suo sforzo di stabilire il dīn al-Islam, non esitò minimamente a sacrificare la vita, i beni e persino l’onore; anzi, in questo campo fu più avanzato degli altri Compagni e di tutti i musulmani. Dal momento in cui accettò l’Islam fino alla morte del Nobile Messaggero (s), rimase costantemente impegnato nell’aiutare e sostenere il Messaggero, nel diffondere il dīn al-Islam e nel proteggere i musulmani dalla persecuzione e dall’oppressione dei kâfir. Dava a ogni ordine del Messaggero la precedenza su tutte le proprie attività. Per il Messaggero non ebbe riguardo neppure per la propria vita. In ogni scontro diretto con i kâfir combatté al fianco del Messaggero, spalla a spalla. Accanto a una fermezza di fede straordinaria e a un’inesorabilità simile all’acciaio, il suo nobile carattere costituisce per l’intero mondo musulmano un modello incomparabile. Per questo era una persona estremamente popolare; l’amore di tutti i musulmani per lui era straordinario.

Hazrat Abu Bakr (ra), proprio per il suo prestigio religioso e per l’immensa devozione e il rispetto che il popolo nutriva nei suoi confronti, fu incaricato dallo stesso Messaggero di guidare la preghiera quando il Messaggero era malato a letto. Fu un avvenimento di grandissima importanza. Dopo la morte del Messaggero, fu lui a essere scelto come primo califfo dello Stato islamico. Dopo ampie discussioni nell’assemblea generale dei musulmani, fu eletto califfo all’unanimità. Il prezioso discorso che pronunciò subito dopo essere stato eletto califfo è, per il mondo musulmano, un evento storico e, nel campo della concezione islamica dello Stato, una guida eterna. Qui viene riportato il testo completo del suo discorso. Rivolgendosi alla folla riunita, disse con voce solenne:

0O gente! Il desiderio di diventare capo dello Stato non è mai sorto nel mio cuore; io stesso non ho mai aspirato a questa carica. Per ottenerla, non ho mai pregato Allah, né in segreto né pubblicamente.

0Ho assunto questa responsabilità soltanto affinché nel Paese non si verificasse alcun disordine.

0Nell’esercizio del potere dello Stato non provo nel mio cuore neppure il minimo senso di pace e serenità.

0Mi è stata affidata una responsabilità così grande che, senza l’aiuto di Allah, non potrò assolverla adeguatamente.

0Sono stato nominato vostro governante, sebbene non sia il migliore tra voi.

0Se seguirò la via retta e corretta, sostenetemi e collaboriate con me. Ma se abbandonerò la via della giustizia, guidatemi sulla retta via.

0La veridicità è un deposito affidato, mentre la menzogna è un tradimento.

۰Tra voi, colui che è privo d’influenza sarà ai miei occhi influente; farò valere tutti i suoi diritti.

۰E colui che è molto influente non avrà alcuna influenza ai miei occhi; se il debole avrà un qualche diritto nei suoi confronti, non mi fermerò finché non glielo avrò fatto ottenere interamente.

۰Quando l’ingiustizia, il peccato e l’impudenza si diffondono tra un popolo, su di esso discende il castigo di Allah.

۰Finché obbedirò ad Allah e al Suo Messaggero, anche voi mi obbedirete.

۰Ma se disobbedirò ad Allah e al Suo Messaggero, allora non sarà vostro dovere obbedirmi.

Hazrat Abu Bakr Siddiq (ra), durante il suo breve califfato, intraprese uno sforzo tanto audace per affermare la superiorità dell’Islam che non ha eguali nella storia del mondo musulmano. In realtà, durante il suo califfato furono poste solide fondamenta dello Stato islamico, che si estese su una vasta parte del mondo. Questo grande Stato si estendeva in Asia fino all’India e alla Cina, e in Africa fino all’Egitto, alla Tunisia e al Marocco. In breve, proprio questo Stato compì opere di estrema importanza per il progresso della civiltà e della cultura umane, il cui effetto diretto continuerà fino all’ultimo momento del mondo.

Hazrat Abu Bakr Siddiq (ra) fu l’eterno compagno del Nobile Messaggero (s), un amico pronto a sacrificare la vita e un seguace sincero e devoto. Il suo cuore era estremamente compassionevole. Era adornato da qualità e caratteristiche incomparabili.

Dopo essere stato eletto primo califfo, l’Islam subì il colpo estremo delle attività controrivoluzionarie dei murtadd, cioè di coloro che avevano abbandonato l’Islam. In effetti, in quel periodo lo Stato islamico si trovò di fronte a una situazione delicata. Tuttavia, fu soltanto l’incomparabile personalità di Abu Bakr (ra) a proteggere il germoglio dello Stato islamico dai colpi delle attività controrivoluzionarie e a salvare la popolazione musulmana dalla distruzione e dalla rovina. Egli condusse le truppe contro gli Stati persiano e romano e stroncò sul nascere ogni ostilità contro l’Islam; e l’influenza dello Stato che sorse in seguito non è ancora scomparsa dalla coscienza dei popoli del mondo, né potrà mai scomparire.

La storia dell’epoca del califfato di Hazrat Abu Bakr (ra) è davvero sorprendente e affascinante. È proprio da questa storia che gli aspetti straordinari della sua immensa personalità risplendono davanti ai nostri occhi. Questo grande campione della verità era costantemente impegnato nell’aiutare i poveri e i bisognosi. Osservando gli esempi del suo servizio ai poveri, si comprende che sulla terra non esisteva nessuno più compassionevole verso i poveri di lui. D’altra parte, le sue coraggiose iniziative per diffondere l’Islam e affermarne la superiorità infondevano un fremito di nuova vita nel cuore di una nazione decaduta. Di fronte al coraggio, all’audacia, alla fermezza e al valore di Hazrat Abu Bakr (ra), persino la forza combinata del mondo di allora era vile e insignificante come un filo d’erba. Questo eminente simbolo della determinazione e della fermezza non conosceva affatto esitazione, riserbo o titubanza. La sua capacità e lungimiranza nel formarsi una conoscenza esatta dei talenti, della forza e delle abilità latenti nelle persone, nell’assegnare individui diversi a compiti diversi secondo le loro capacità e i loro talenti, e nell’ottenere da loro il lavoro di conseguenza, erano senza dubbio ineguagliabili.

Durante la vita del Nobile Messaggero, Hazrat Abu Bakr Siddiq (ra) visse come un devoto amante del Messaggero. Quando i temibili Quraysh infliggevano al Nobile Messaggero ogni sorta di disumane persecuzioni e tormenti, era Hazrat Abu Bakr (ra) a offrirsi loro apertamente come scudo. Fu lui il primo ad accettare l’invito islamico del Messaggero di Allah e, nella difficile e delicata situazione dell’Egira, rimase il fedele compagno del Messaggero di Allah, dedicandosi completamente a lui lungo il cammino impervio, disseminato di deserti e montagne, dalla grotta del monte Thawr fino a Medina. A Medina il Nobile Messaggero dovette affrontare le cospirazioni degli ebrei e le astuzie degli ipocriti; inoltre, a causa delle incessanti attività ostili dei Quraysh della Mecca e degli ebrei di Medina, l’intera Arabia era divenuta avversaria del Messaggero. In quel periodo complesso, Hazrat Abu Bakr (ra), in qualità di compagno speciale e consigliere del Nobile Profeta (s), svolse compiti importanti. In realtà, il ruolo assunto da Abu Bakr (ra) per affermare la superiorità dell’Islam e l’immenso servizio da lui reso a tale scopo durante la vita del Messaggero non sono soltanto degni di essere scritti colle lettere d’oro nel loro insieme: ciascuno di essi sarebbe sufficiente, preso singolarmente, a mantenere viva per sempre la sua memoria. In verità, descrivere a parole la superiorità e la dignità di Hazrat Abu Bakr (ra) è un compito estremamente difficile. Infatti, i sacrifici e le rinunce da lui compiuti per la diffusione e l’affermazione dell’Islam riguardano essenzialmente il cuore e la fede. Solo Allah l’Altissimo conosce pienamente l’amore profondo che abitava il suo cuore per l’Islam e per il Nobile Messaggero (s). Gli eventi verificatisi durante il califfato di Hazrat Abu Bakr (ra) dopo la morte del Messaggero, e le politiche e le iniziative da lui adottate in tali circostanze, rivelano l’acutissima saggezza, la lungimiranza e la profonda e sottile conoscenza del primo califfo. Subito dopo la sua elezione a califfo, quando gli apostati alzarono la testa, egli li affrontò con estrema fermezza e schiacciò con mano dura le teste dei ribelli. In seguito rivolse la sua attenzione agli imperi persiano e romano. Contro l’arma dell’uguaglianza da lui impiegata nei confronti di questi due Stati, essi non possedevano alcuna arma con cui potersi difendere. Le popolazioni degli imperi persiano e romano erano oppresse dal crudele peso del potere monarchico. I sudditi di entrambi gli imperi erano divisi in diverse classi. La maledizione della discriminazione e delle differenze di stirpe e di tribù gravava su entrambi i popoli come una montagna. I governanti consideravano il popolo spregevole e ritenevano loro dovere privarlo di ogni onore, dignità e diritto. Fu proprio allora che Hazrat Abu Bakr (ra) innalzò la bandiera della giustizia, dell’equità e dell’uguaglianza dell’Islam. Egli impartì ai comandanti che invadevano la Persia e Roma precise istruzioni affinché non abbandonassero neppure per un istante il criterio della giustizia, dell’equità e dell’uguaglianza, e ordinò loro esplicitamente di trattare con uguaglianza tutti gli abitanti dei territori conquistati, senza distinzione di nazione, religione o stirpe. Di conseguenza, le popolazioni tormentate per secoli da oppressione, persecuzione, tirannia e ingiustizia furono incantate dalla luce dei principi islamici di generosa uguaglianza e giustizia, e si sollevarono come una piena che rompe gli argini; così, nonostante la presenza dell’immensa potenza militare e delle invincibili forze armate di quei due Stati, essi furono costretti a subire la sconfitta per mano dei pochi valorosi mujahidin musulmani, scarsamente armati e privi di una forza militare significativa.

Tra l’epoca della vita del Nobile Messaggero e la seconda fase del califfato, ossia l’epoca del califfato di Hazrat Umar (ra), il califfato di Hazrat Abu Bakr (ra) possiede una grande autonomia e una dignità del tutto particolare. L’epoca del Messaggero fu essenzialmente una fase di guida, correzione e riforma. In quel periodo furono rivelate le sacre disposizioni della Sharia. Da parte di Allah, attraverso il Messaggero, venivano continuamente rivelate norme e leggi per la guida eterna dell’umanità. Al contrario, l’epoca di Hazrat Umar Faruq (ra) fu una fase organizzativa. In quel periodo venivano formulate norme e regolamenti per l’amministrazione del nuovo Stato e per lo svolgimento di tutte le sue attività; inoltre, venivano istituiti diversi dipartimenti per disciplinare l’amministrazione del califfato. Sebbene il califfato del primo califfo, Hazrat Abu Bakr (ra), si collochi tra le due fasi sopra menzionate, le circostanze straordinarie e anomale emerse in quel periodo gli conferirono un carattere distintivo e singolare.

Durante il califfato di Hazrat Abu Bakr (ra), le calamità e le disgrazie che si abbatterono fecero sì che l’intero Islam si trovasse di fronte a un grave pericolo. La nazione unita, formata grazie ai ventitré anni di impegno e di lotta del Nobile Profeta (s), rischiò di essere completamente dilaniata dall’impatto di un terribile disordine. In realtà, i primi segni dell’anarchia politica erano comparsi già nell’ultima parte della vita del Messaggero. Un certo Musaylima ibn Habib, un impostore, proclamandosi profeta nello Yamama, inviò tramite un messaggero la richiesta di lasciargli metà dell’Arabia. In seguito, anche un altro impostore, Aswad Anasi, cercò di attirare a sé gli abitanti dello Yemen mostrando loro giochi di magia. Dopo aver persino raccolto delle forze, espulse dalla parte meridionale dello Yemen gli ufficiali nominati dal Nobile Messaggero (s) e la pose sotto il proprio dominio. In quel momento il Nobile Messaggero (s) fu costretto a inviare un esercito nello Yemen per provvedere a schiacciargli la testa. In realtà, sebbene gli Arabi avessero creduto nel tawhid e abbandonato l’idolatria, molti di loro non comprendevano pienamente il rapporto inscindibile tra l’unità religiosa dell’Islam e l’ordinamento politico dello Stato. Gli Arabi erano per natura amanti della libertà; non era nella loro indole sottomettersi a un governo statale organizzato di qualsiasi tipo e continuare a obbedirgli con anima e corpo. Per questo, subito dopo la morte del Messaggero, le diverse tribù arabe cominciarono a ribellarsi contro il governo di Medina. Il fuoco della ribellione si propagò rapidamente da un’estremità all’altra dell’Arabia. Accanto agli apostati, molti altri si rifiutarono di versare la zakat al Bayt al-Mal. Quando questa notizia giunse a Medina, tra la gente sorsero terribile preoccupazione e agitazione. In quella situazione delicata non riuscivano a capire che cosa si dovesse fare. Alcuni Compagni — persino Hazrat Umar Faruq (ra) — sostenevano che, in quel momento difficile, non si dovesse intraprendere alcuna azione armata contro coloro che rifiutavano la zakat; finché avessero recitato la kalima tayyiba «lā ilāha illā Allāh», sarebbe stato invece opportuno non dichiarare loro guerra. Ritenevano che, tentando di reprimere anche coloro che rifiutavano la zakat insieme ai ribelli, il teatro della guerra sarebbe diventato più vasto e ampio, con conseguenze che non si potevano ritenere positive. Ma il valoroso califfo Hazrat Abu Bakr Siddiq (ra), ignorando ogni sorta di pericolo e timore, dichiarò la propria intenzione di proclamare apertamente la guerra contro i ribelli che rifiutavano la zakat, proprio come contro i ribelli apostati, e nessuna forza poté distoglierlo da questa decisione.

Nella storia dell’Islam, l’importanza di questa guerra condotta contro gli apostati è davvero immensa. Non sarebbe affatto un’esagerazione dire che essa salvò l’Islam e lo Stato islamico dalla distruzione eterna. È infatti evidente che, se Hazrat Abu Bakr Siddiq (ra) non avesse condotto questo jihad contro gli apostati, conformemente al parere della maggioranza degli abitanti di Medina, il disordine e la sedizione non si sarebbero minimamente attenuati. E se l’esercito islamico non avesse riportato la vittoria in questa guerra, la situazione sarebbe peggiorata in modo indescrivibile e, di conseguenza, tanto l’Islam quanto i musulmani si sarebbero trovati di fronte alla completa distruzione.

Alla luce di questa situazione, si può senza dubbio affermare che Hazrat Abu Bakr (ra), costruendo una forte resistenza contro gli apostati, diede prova di una straordinaria saggezza. In realtà, con ciò egli cambiò il corso stesso della storia mondiale e pose nuovamente le fondamenta della civiltà e della cultura umane.

Se Hazrat Abu Bakr (ra) non avesse trionfato in questo jihad contro gli apostati, il successo dei musulmani contro i due imperi persiano e romano sarebbe stato fuori questione; essi non avrebbero neppure potuto avanzare verso l’Iraq e la Siria. In tal caso, sulle rovine di quei due grandi Stati ostili all’Islam, sarebbe stato assolutamente impossibile instaurare la civiltà e la cultura islamiche al posto di quelle cristiane.

Se non fosse stato organizzato questo grande jihad, probabilmente Hazrat Umar Faruq (ra) non avrebbe neppure sentito il bisogno di consigliare a Hazrat Abu Bakr Siddiq (ra) di raccogliere il Sacro Corano in forma di libro.

Inoltre, se non fosse stato possibile soffocare sul nascere la ribellione degli apostati, Hazrat Abu Bakr (ra) non avrebbe potuto governare a Medina alcuno Stato o governo solido; e Hazrat Umar (ra) non avrebbe mai potuto edificare un palazzo elevato fino al cielo sulle salde fondamenta dello Stato islamico governato da lui.

In realtà, questi grandi eventi rivoluzionari si svolsero nell’arco di appena ventisette mesi, un periodo assai breve. Alcune persone non vogliono attribuire particolare importanza a questo califfato di breve durata; anzi, con l’espressione califfato dei Rashidun, e persino con quella di Stato islamico, intendono soltanto il califfato del secondo califfo, Hazrat Umar Faruq (ra), e lo presentano pubblicamente come tale. Ritengono che Hazrat Abu Bakr (ra) non abbia potuto compiere, in questo periodo ristretto, alcuna grande opera rivoluzionaria e che la brevità del suo mandato non fosse sufficiente a realizzarne una. Ma in realtà ciò non è affatto vero. La maggior parte delle rivoluzioni della storia mondiale che hanno aperto all’umanità le porte di un progresso sempre maggiore si è compiuta in periodi assai brevi. Nella storia non mancano esempi al riguardo. La prima fondazione della rivoluzione statale islamica sorta nella storia mondiale fu posta dal Nobile Messaggero (s). Hazrat Abu Bakr Siddiq (ra) la protesse dai colpi dell’attacco controrivoluzionario, mentre Hazrat Umar (ra) la elevò al più alto livello di progresso. Pertanto, per comprendere adeguatamente lo Stato califfale evoluto di Umar Faruq (ra), è assolutamente necessario esaminare dettagliatamente il periodo del califfato di Hazrat Abu Bakr (ra), suo predecessore e successore del Nobile Profeta (s). Richiameremo l’attenzione dei lettori su questo aspetto.

 

Le caratteristiche di Hazrat Abu Bakr Siddiq (ra)

La società islamica che si era formata grazie alla da‘wa e al movimento islamico del Profeta dell’universo, Muhammad (s), ebbe, dopo Muhammad (s), come suo uomo migliore in assoluto Hazrat Abū Bakr al-Siddīq (r.a.). La sua superiorità non era riconosciuta all’unanimità dall’intera comunità musulmana soltanto durante la vita del Profeta dell’universo: anche dopo la sua scomparsa, in tutto il mondo musulmano egli rimase incontrastabilmente il migliore degli uomini. In verità, su questo punto, in nessun centro della società islamica dei tempi passati e in nessuna epoca si manifestò mai la minima divergenza d’opinione. Non vi era neppure alcuno spazio per una divergenza su tale questione.

Tuttavia, non si può fare a meno di riconoscere che ben poche persone sono consapevoli della ragione fondamentale di questa incontrastata superiorità di Hazrat Abū Bakr al-Siddīq (r.a.), nonché delle sue particolari virtù e qualità. Qual era la vera ragione per cui, durante la vita del Nobile Profeta (s), l’attenzione di tutti i musulmani era attratta verso di lui? Questa è una domanda estremamente importante per la coscienza musulmana. Eppure è risaputo da tutti che, tra le qualità generalmente riconosciute nell’Arabia preislamica come criteri di superiorità, Hazrat Abū Bakr (r.a.) non possedeva una particolare eccellenza in nessun ambito. Era nato nell’illustre e altamente rispettata tribù dei Taym, appartenente ai Quraysh. Tuttavia, nell’epoca della jāhiliyya, la sua tribù godeva di una considerazione analoga a quella raggiunta dagli altri rami del clan dei Quraysh nell’intera società araba; inoltre, in quanto commerciante esperto, disponeva di una notevole agiatezza finanziaria, ma nel clan dei Quraysh vivevano ancora persone più ricche di lui. Era stimato e godeva della fiducia degli appartenenti alla sua famiglia e alla sua tribù. Nella struttura sociale jahilita dei Quraysh, Hazrat Abū Bakr (r.a.) e la sua famiglia e tribù non poterono mai ottenere una superiorità e una preminenza pari a quelle degli altri gruppi. Poiché, nell’epoca preislamica, Hazrat Abū Bakr (r.a.) non eccelleva particolarmente nell’eloquenza, nella poesia, nella divinazione, nella competizione per la leadership e in altri ambiti simili, non poté ottenere nella società di allora un onore pari a quello degli altri uomini. Eppure, grazie a quali virtù, qualità e opere benefiche la società migliore e più pura della storia dell’umanità accolse Hazrat Abū Bakr (r.a.) come propria guida e primo califfo, riponendo in lui una fiducia illimitata in tutti gli affari della religione e del mondo? Senza dubbio, questa domanda è estremamente importante per ogni studioso di storia e per ogni musulmano; ma per coloro che oggi desiderano far conoscere ai musulmani e al mondo moderno le caratteristiche della società islamica, e che si adoperano per educare e rendere consapevole il popolo musulmano riguardo al carattere ideale della leadership, l’importanza di questa domanda è incomparabile. In realtà, fu proprio perché l’ideale e il criterio perfetti per la formazione della società e dell’individuo, presentati dall’Islam, furono un tempo messi in pratica e realizzati, che ai musulmani fu concesso di avere grandi guide come Hazrat Abū Bakr (r.a.) e Hazrat ʿUmar (r.a.).

Nel presente saggio si è tentato di rispondere alla domanda in esame. In esso vengono illustrate le caratteristiche del carattere di Hazrat Abū Bakr (r.a.) e le sue incomparabili opere a beneficio del popolo. Osservando l’eccellenza e l’altissimo rango nella leadership che Hazrat Abū Bakr al-Siddīq (r.a.) aveva raggiunto nella società islamica pienamente realizzata, Hazrat ʿUmar al-Fārūq (r.a.) disse con voce profondamente sconfortata:

Se questo è il vero criterio della superiorità e del califfato, allora i califfi che verranno dopo di voi si troveranno in gravi difficoltà, poiché nessuno sarà in grado di eguagliarvi.

Natura pura

Esaminando la vita di Hazrat Abū Bakr (r.a.), ciò che per prima cosa risplende davanti ai nostri occhi è la purezza, la purificazione e la limpidezza del suo cuore e della sua mente. Per questo non ebbe particolare difficoltà né indugio nel riconoscere correttamente l’Islam e il Nobile Profeta (s). Non appena gli furono presentate la da‘wa dell’Islam e la profezia dell’Inviato, egli le accettò con cuore risoluto. Nessun dubbio, nessuna esitazione né alcun residuo di quell’orgoglio della jāhiliyya che deriva dal senso di superiorità poté creare il minimo ostacolo sul suo cammino. Hazrat Abū Bakr (r.a.) era un uomo onorato e rispettato nella società del suo tempo, e il fatto che per una persona onorata e autorevole accettare la leadership di qualcun altro comporti ostacoli grandi come montagne è una verità psicologica. Ma Hazrat Abū Bakr (r.a.) non dovette affrontare alcun ostacolo di questo genere. Da ciò risulta chiaramente che, nonostante fosse un uomo onorato e autorevole, il suo cuore e la sua mente erano estremamente puri da ogni arroganza della leadership e da ogni sentimento di vanità legato all’onore.

Per natura era un uomo sapiente, dotato di acuta perspicacia e di uno sguardo critico. La sua vita nell’epoca della jāhiliyya testimonia che non era mai disposto ad accettare una questione senza averla prima esaminata e verificata sulla pietra di paragone della critica. Pertanto, per lui era assolutamente impossibile credere ciecamente all’Islam e alla profezia dell’Inviato. Ciononostante, l’unica ragione per cui accettò l’Islam senza indugio fu che, grazie alla sua straordinaria purezza interiore e alla limpidezza della sua natura, la sua mente era luminosa e radiosa come la luce del giorno quanto alla veridicità dell’Inviato e alla correttezza delle sue parole. Per questo egli accolse l’Islam come l’eco del proprio cuore. Ibn al-Daghina, uomo influente della società jahilita, dichiarò spontaneamente riguardo a Hazrat Abū Bakr (r.a.): «Tu assolvi i diritti dei parenti prossimi, dici sempre la verità, provvedi ai bisogni dei bisognosi e aiuti i feriti, gli oppressi e gli afflitti». È evidente che nel cuore limpido di una persona simile non può accumularsi alcuna macchia e che essa non può tardare neppure di un istante a riconoscere la veridicità dell’Inviato e ad accettare l’Islam. Per chi possiede un’anima così pura e una mente così limpida, la da‘wa del Profeta e il suo volto radioso equivalgono quasi a un miracolo. Non appena ode la voce della verità, la sua coscienza si risveglia e il suo cuore si umilia. Lo stesso Profeta dell’universo, testimoniando con parole chiare questa qualità di Hazrat Abū Bakr (r.a.), disse:

Chiunque io abbia invitato all’Islam ha provato qualche esitazione, dubbio e timore nell’accettarlo. Abū Bakr ibn Abī Quhāfa, invece, fu l’eccezione. Quando gli esposi questa questione, non incontrò alcun ostacolo nell’accettarla e non provò la minima esitazione al riguardo.

Grazie alla sua straordinaria purezza d’animo e di carattere, Hazrat Abu Bakr aveva raccolto intorno a sé innumerevoli persone di indole pura e dedite alle opere buone. Esse erano particolarmente attratte da lui per le qualità del suo carattere e per la sua grande virtù. In tutte le questioni importanti della vita accettavano di buon grado le sue decisioni. Quando videro che Hazrat Abu Bakr aveva abbracciato l’Islam, non poterono fare a meno di lasciarsi ispirare dalla decisione di questo compagno sagace e guida degna di fiducia. Di conseguenza, anch’esse non tardarono ad accettare l’Islam. Personalità eminenti come Hazrat Uthman ibn Affan, Abdur Rahman ibn Awf, Talha ibn Ubaydullah, Sa’d ibn Abi Waqqas, Zubayr ibn al-Awwam e Abu Ubayda ibn al-Jarrah abbracciarono l’Islam proprio grazie alla predicazione di Hazrat Abu Bakr; e grazie a queste grandi persone il movimento islamico divenne estremamente forte già nella sua prima fase. Ciascuno di loro era, per capacità e operosità personali, una risorsa straordinaria dell’Islam; e la grandezza e l’eccellenza di colui che condusse all’Islam persone di tale levatura non possono essere descritte fino in fondo con le parole.

Forza morale e coraggio incomparabile

La forza morale e l’incomparabile coraggio di Hazrat Abu Bakr, necessari per diffondere nel mondo la parola di Allah e innalzare la bandiera della religione dell’Islam, costituiscono un esempio senza pari. È universalmente noto che egli era un personaggio di primo piano e un commerciante. Per un capo è estremamente difficile riconoscere la leadership di un altro e, così facendo, mettere in pericolo la propria posizione di guida. Inoltre, accettare un movimento in seguito alla cui adesione si viene disprezzati e biasimati dalla gente e che può portare alla rovina dei propri affari richiede un coraggio e una risolutezza straordinari. Ciò perché gli interessi materiali, cioè i mezzi di sostentamento e il reddito, rischiano di essere gravemente danneggiati. Persone comuni e commercianti di mentalità ristretta non possono in alcun modo compiere un simile atto. Anche qualora un commerciante mostrasse un grande ardimento in questa materia, ci si potrebbe aspettare da lui al massimo che sostenesse con il cuore un movimento di sua scelta e gli offrisse, per quanto possibile, un aiuto finanziario; ma accettare un movimento con tutta la mente e il cuore in base a un principio, impegnarsi concretamente in una lotta totale contro le forze potentemente ostili per affermarne gli ideali e, per di più, esporre i propri affari e i propri mezzi di sostentamento a un grave pericolo: un’audacia simile è alla portata di ben pochi. Hazrat Abu Bakr as-Siddiq, invece, dimostrò pienamente un simile coraggio. In seguito, per tutti gli audaci avventurieri che intrapresero questo cammino pieno di pericoli, l’unico modello davanti agli occhi fu lo straordinario ruolo rivoluzionario di Hazrat Abu Bakr.1 {Un esempio incomparabile di sacrificio finanziario: Hazrat Abu Bakr era estremamente generoso nello spendere denaro sia per l’affermazione sia per la difesa dell’Islam. In questo ambito, il suo ruolo nell’intera comunità dei Compagni del Profeta era incomparabile e degno di emulazione. Ogni volta che il Nobile Messaggero invitava i Compagni a compiere un sacrificio finanziario per una determinata causa, Hazrat Abu Bakr si faceva avanti con l’intenzione del massimo sacrificio. Durante la spedizione di Tabuk, quando il Nobile Messaggero invitò i Compagni a compiere il massimo sacrificio, soltanto Abu Bakr dichiarò di voler donare per la causa di Allah tutti i suoi beni. Gli fu chiesto come avrebbe provveduto al sostentamento della sua famiglia dopo aver donato tutto ciò che possedeva. Egli rispose: «Per loro sono sufficienti Allah e il Suo Messaggero». Da questo esempio incomparabile del sacrificio finanziario di Hazrat Abu Bakr si può comprendere profondamente quanto fosse devoto alla causa di Allah. — Il redattore}

Aiuto e sostegno agli oppressi

Nella rigorosa prova del fuoco affrontata dal movimento islamico durante la sua prima fase, il ruolo svolto dalla ricchezza di Hazrat Abu Bakr nel proteggere gli oppressi della via della verità dalle persecuzioni dei nemici dell’Islam è un esempio raro nella storia. Persone della classe degli schiavi, come Bilal al-Habashi e Ibn Fuhayra, venivano sottoposte, come del tutto indifese, alle torture e alla vessazione dei propri padroni per il «crimine» di aver abbracciato l’Islam. Grazie all’affetto e alla generosità di Hazrat Abu Bakr, esse furono liberate da questo insopportabile tormento. Per questo egli dovette spendere una somma ingente. Si può avere un’idea della quantità di denaro che dovette spendere a tale scopo da un solo fatto. Quando Hazrat Abu Bakr as-Siddiq abbracciò l’Islam, possedeva quarantamila dirham in contanti; ma dodici o tredici anni dopo, quando emigrò a Medina, gli restavano soltanto cinquemila dirham. Eppure, durante tutto questo lungo periodo, i suoi affari avevano prosperato grandemente e gli avevano procurato ingenti profitti.2 {La sua scrupolosa custodia del tesoro pubblico: Hazrat Abu Bakr considerava le risorse finanziarie dello Stato un enorme deposito affidato alla sua custodia, proprio come considerava il potere amministrativo del califfato. Poiché all’inizio esercitava il commercio per provvedere al proprio sostentamento, non prendeva alcuno stipendio o indennità dal tesoro pubblico. In seguito, però, poiché gli affari si erano arrestati a causa della sua occupazione a tempo pieno nelle attività del califfato, cominciò a ricevere dal tesoro pubblico una modesta indennità, come un cittadino comune. Con ciò riusciva in qualche modo a provvedere al mantenimento della sua famiglia. In questa situazione, un giorno sua moglie preparò un dolce risparmiando piccole quantità di alcuni alimenti. Quando il califfo, stupito, le chiese spiegazioni, ella gli rivelò di aver risparmiato parte degli alimenti della razione regolare. Il califfo allora disse: «La quantità di cibo risparmiata per preparare questo dolce non è indispensabile per noi. D’ora in poi, quindi, dal Bayt al-Mal verrà portata una quantità di cibo inferiore di quella stessa misura». Questo episodio dimostra quanto fosse scrupoloso nella custodia del tesoro pubblico. — Il redattore}

Sacrificio di sé per il Nobile Profeta

Dai primi tempi della predicazione e del movimento islamico del Profeta dell’umanità fino all’ultima fase delle dure prove e calamità, Hazrat Abu Bakr Siddiq (ra) rimase interamente dedito a lui e pronto a sacrificarsi per lui. Ogni volta che i Quraysh tentavano di arrecare al Profeta dell’umanità qualche forma di tormento o sofferenza, Hazrat Abu Bakr Siddiq (ra) accorreva immediatamente in suo aiuto, mettendo a rischio la propria vita e il proprio onore, e avanzava per affrontare il pericolo imminente. I capi la cui autorità e leadership erano state minacciate dal diretto impatto della crescente popolarità e del progresso della predicazione islamica, un giorno si riunirono in un luogo e si consultarono reciprocamente, affannandosi a stabilire i mezzi per adottare le misure necessarie a proteggersi dal pericolo incombente. Erano tutti terribilmente adirati, furiosi e accecati dal rancore. Proprio in quel momento il Nobile Profeta (s) giunse sul posto. Quei nemici dell’Islam lo assalirono all’improvviso. Dissero: «Sei tu che insulti e vilipendi la nostra religione e le divinità che adoriamo?». Il Nobile Profeta (s) rispose: «Sì, sono io a farlo». Improvvisamente un uomo afferrò il mantello del Profeta e alzò la mano per colpirlo duramente. In quell’istante Hazrat Abu Bakr Siddiq (ra) giunse sul posto. Comprese le loro malvagie intenzioni, avanzò assumendo su di sé ogni rischio e gridò con voce adirata: «Volete forse uccidere un uomo soltanto perché proclama come suo Signore l’unico Allah?»

Nel difficile momento dell’Egira, il Nobile Profeta (s) scelse proprio Hazrat Abu Bakr Siddiq (ra) come compagno di viaggio. Quel viaggio del Profeta era estremamente pericoloso e la sua vita poteva essere messa in pericolo in qualsiasi momento; Hazrat Abu Bakr (ra) lo sapeva molto bene. Sapeva anche che, in quel viaggio, il pericolo che incombeva sul Profeta non sarebbe probabilmente stato minore per il suo compagno di viaggio. Eppure, dopo aver compreso chiaramente tutto ciò, considerò per sé una straordinaria fortuna poter accompagnare il Profeta e ringraziò Allah per l’opportunità di affrontare con lui ogni sorta di pericolo durante quel viaggio.

Sulla strada da Mecca a Medina, questa piccola carovana trovò dapprima rifugio nella grotta del monte chiamato «Thawr». Al momento di entrare nella grotta, Hazrat Abu Bakr Siddiq (ra) diede una prova concreta del suo amore per il Profeta. In quella grotta montana deserta, infestata da animali feroci e priva di presenza umana, Hazrat Abu Bakr (ra) entrò per primo e la ripulì. Chiuse le innumerevoli aperture presenti al suo interno. Il Nobile Profeta (s) si era riposato nella grotta con il capo appoggiato sul ginocchio di Abu Bakr Siddiq (ra). In quel momento un serpente velenoso uscì da un’apertura rimasta scoperta e morse al piede Hazrat Abu Bakr (ra). Abu Bakr (ra) fu tormentato dal veleno, ma per timore di svegliare il Profeta e disturbare il suo riposo non si mosse neppure di un dito. Tuttavia il dolore insopportabile del veleno lo fece soffrire a tal punto che due lacrime gli sgorgarono dagli occhi e caddero sulle guance del Messaggero. È difficile per noi concepire quale amore infinito e quale sincera devozione e venerazione per il Messaggero (s) abbiano permesso a Hazrat Abu Bakr Siddiq (ra) di comportarsi in tal modo.

La straordinaria armonia tra severità e dolcezza

Nel carattere di Hazrat Abu Bakr Siddiq (ra) si realizzava una straordinaria armonia tra severità e dolcezza. Questa era una delle sue principali caratteristiche e, per tale ragione, era profondamente conforme alla natura del Profeta. Quando era necessario mostrarsi severo, egli diventava inflessibile come l’acciaio nella misura esattamente richiesta. Al contrario, quando era necessario mostrarsi mite, non dava affatto spazio alla collera immotivata né a un vuoto senso dell’onore personale. In tali momenti diventava simile a un metallo fuso e liquefatto. Un ebreo chiamato Fakhach una volta si burlava pronunciando il nome di Allah; ciò fece divampare nel corpo di Hazrat Abu Bakr (ra) un’intensa collera. Egli colpì quell’uomo con tutta la sua forza e disse: «Se tra voi e noi non fosse stato firmato un patto di “non guerra”, ti avrei tagliato la testa proprio ora». Quando fu firmato il trattato di Hudaybiyya, i rappresentanti dei Quraysh dissero per scherno e derisione al Nobile Profeta (s) che, nel momento del grave pericolo, i suoi compagni lo avrebbero abbandonato. Hazrat Abu Bakr (ra) allora si adirò moltissimo e rispose con parole così dure che normalmente non si sarebbe potuto immaginare una simile espressione da una persona paziente come lui. Ma il suo senso dell’onore e della dignità era così acuto che quella risposta sgorgò spontaneamente dalle sue labbra. Inoltre, colui al quale erano state rivolte quelle parole tanto dure era stato, nell’epoca della jāhiliyya, un protetto di Hazrat Abu Bakr (ra). Per questo fu costretto a sopportarle e a inghiottirle.

D’altra parte, quando, al tempo della battaglia di Badr, Allah incoronò i musulmani con la vittoria e numerosi capi miscredenti furono fatti prigionieri, egli si mostrò come un oceano insondabile di affetto e benevolenza verso di loro; eppure non poté mai dimenticare, neppure per un istante, che proprio quei capi dei Quraysh avevano tormentato e oppresso gli umili e indifesi musulmani, avevano fatto passare il rullo compressore di una persecuzione disumana sul Profeta dell’umanità, Hazrat Muhammad (s), e sui suoi compagni, costringendoli ad abbandonare la loro patria. Anche Hazrat Abu Bakr (ra) era stato perseguitato e oppresso da loro in molti modi. Tuttavia sopportò serenamente tutto ciò per amore dell’Islam. Ciononostante, non riuscì neppure a concepire l’idea di vendicarsi minimamente di quegli uomini ormai in suo potere. Per questo, come gli altri Compagni, invece di consigliare al Profeta dell’umanità di uccidere i prigionieri, gli consigliò di liberarli in cambio di un riscatto. Hazrat Abu Bakr (ra) confidava e sperava che, ricevendo dai musulmani questa benevolenza inattesa, quei capi miscredenti forse si sarebbero avvicinati all’Islam e si sarebbero impegnati a ottenere il compiacimento di Allah.

Lungimiranza e discernimento

Il trattato di Hudaybiyya è un capitolo importante della storia islamica. Le circostanze e le condizioni in base alle quali fu concluso erano, a prima vista, estremamente scoraggianti e dolorose per i musulmani. Ma alla fine l’esito che ne derivò non fu soltanto fonte di grande incoraggiamento per l’Islam e i musulmani: in realtà fu per loro la «fath al-mubin», la vittoria manifesta. Il ruolo di Hazrat Abu Bakr Siddiq (ra) al momento della firma di questo trattato costituisce una prova inconfutabile della sua sottile lungimiranza, della sua acuta capacità di giudizio e della sua straordinaria prontezza di spirito. Nessun sahabi era disposto ad accettare le condizioni di questo trattato. Hazrat Umar Faruq (ra) era talmente contrario alle condizioni in questione che si presentò davanti al Messaggero e gli parlò con parole estremamente dure (per questo, naturalmente, si pentì per tutta la vita). Soltanto Hazrat Abu Bakr Siddiq (ra) fu, dall’inizio alla fine, sostenitore del Messaggero in questa questione. Non si limitò a sostenere con tutte le sue forze questo trattato di pace, ma, esercitando la propria influenza, rassicurò anche gli altri musulmani. Fu grazie a tutti questi sforzi che, alla fine, il malcontento di Hazrat Umar Faruq (ra) si placò.

In realtà, quel trattato di pace che, pubblicamente e in apparenza, era dannoso per i musulmani, lesivo del loro prestigio e indicativo di un futuro oscuro, e riguardo al quale nessuno, in tutta la comunità musulmana, era suo sostenitore né ne era privo di dubbi, Hazrat Abu Bakr Siddiq (ra) ne aveva già scorto con gli occhi della conoscenza, diversi anni prima che i suoi benefici si manifestassero, la vantaggiosità e il bene di vasta portata. Il Profeta stesso era pienamente consapevole, grazie alla rivelazione e all’ispirazione divina, del bene intrinseco e degli enormi benefici del trattato di Hudaybiyya; per questo era fermamente convinto, incrollabile e risoluto. Ma il sostegno e la fermezza dimostrati da Hazrat Abu Bakr Siddiq (ra) a questo riguardo, senza un simile aiuto, furono davvero stupefacenti. Se ciò fu l’effetto della luce spontanea della fede, bisogna dire che una fede di questo genere, il grado più elevato della fede, era stato raggiunto soltanto da Abu Bakr Siddiq (ra). E, grazie alla sua intuizione politica e alla sua saggezza, non si troverà davvero alcun paragone per questo nella storia intima del trattato.

Ugualmente amato da Allah, dal Messaggero e dai musulmani

Grazie al suo servizio sincero e devoto, Hazrat Abu Bakr (ra) era ugualmente amato da Allah, dal Messaggero e dal popolo musulmano. In realtà, il livello di questa popolarità era così elevato che, dopo il Profeta dell’universo, è dubbio che chiunque altro gli fosse pari sotto questo aspetto. Nella storia dell’Islam non si trova alcun esempio simile. Qui se ne possono menzionare alcune ragioni.

Quando il Profeta era disteso sul letto di morte, affidò a Hazrat Abu Bakr Siddiq (ra) la responsabilità di guidare la preghiera della gente. A questo proposito, respinse con estrema fermezza tutti i suggerimenti che gli furono dati riguardo ad altri. Di conseguenza, affidò l’incarico a Hazrat Abu Bakr Siddiq (ra). A questo proposito, respinse con estrema fermezza tutti i suggerimenti che gli furono dati riguardo ad altri. Di conseguenza, Hazrat Abu Bakr Siddiq (ra) continuò regolarmente a guidare la preghiera. Un giorno, poiché non era riuscito a presentarsi in moschea all’ora stabilita, Hazrat Bilal (ra) chiese a Hazrat Umar Faruq (ra) di guidare la preghiera. Temendo che la preghiera subisse un ritardo, Hazrat Umar Faruq (ra) iniziò a guidarla. La sua voce era estremamente forte e si udiva a grande distanza. Non appena il suo takbir giunse alle orecchie del Profeta dell’universo, che giaceva nella sacra stanza adiacente alla moschea, egli si destò all’improvviso e domandò: «Dov’è Abu Bakr oggi?…». Questa cosa non sarà gradita né ad Allah né al popolo musulmano.

Non solo questo: anche l’eccezionale prestigio e la fiducia di cui Hazrat Abu Bakr (ra) godeva agli occhi del Profeta erano incomparabili. Il Profeta stesso lo espresse chiaramente in una sua parola:

Tra tutti i Compagni, nessuno è più benevolo di lui. Se avessi scelto qualcuno della società umana come amico, avrei scelto Abu Bakr (ra) come mio amico. Naturalmente, tra noi esistono e continueranno a esistere amicizia, compagnia, fratellanza e il saldo legame della fede, finché Allah non ci riunirà nuovamente. (Bukhari)

Quanto fosse grande il prestigio di Hazrat Abu Bakr (ra) presso il Profeta dell’universo si può comprendere chiaramente dall’insieme delle azioni del Messaggero durante tutta la sua vita. Alla Mecca, il Profeta si recava spesso a casa di Hazrat Abu Bakr (ra). Anche a Medina, la sua presenza era indispensabile nella maggior parte delle questioni importanti. Un giorno aveva invitato a mangiare in casa sua tre Compagni poveri; tuttavia, poiché rimase trattenuto fino a tarda notte presso il Messaggero per un affare particolarmente urgente, non poté rientrare a casa in tempo per occuparsi degli ospiti. Hazrat Umar Faruq (ra) stesso ha detto che Hazrat Abu Bakr (ra) era il compagno inseparabile del Profeta dell’universo. Il suo aiuto e i suoi consigli erano estremamente necessari in tutte le questioni generali e civili dei musulmani. Egli era informato di molte questioni segrete. Prima della morte del Profeta, tra tutte le porte che si trovavano entro il perimetro della moschea, furono chiuse tutte tranne quella di Abu Bakr (ra). Quando i nobili Compagni vedevano il Profeta adirato in modo insolito, venivano a conoscenza della situazione reale per mezzo di Hazrat Abu Bakr (ra) e, se necessario, chiedevano perdono.

Tratti del carattere

Hazrat Abū Bakr al-Ṣiddīq (ra) era per natura dotato di un carattere elevato e nobile. Anche nell’epoca della jāhiliyya era ricco delle virtù della purezza, dell’onestà, della compassione, della benevolenza, della giustizia e della fedeltà. Nella società di allora era una persona degna di fiducia. Sebbene quella società, nella quale il consumo di vino, la dissolutezza e la perversione avessero assunto proporzioni devastanti, lo annoverasse tra i suoi uomini ragguardevoli, Abū Bakr al-Ṣiddīq (ra) rimase completamente puro da ogni sua corruzione e impurità. In realtà, queste qualità erano presenti in lui per natura. In seguito, grazie all’insegnamento morale del Corano e alla stretta compagnia del Profeta, tali qualità risplendettero ancora più intensamente nel suo carattere.

La taqwā giunge in una persona alla sua piena maturità quando, da un lato, la sua mente e il suo cuore sono liberi da ogni pensiero e ideologia falsi e, dall’altro, tutte le sue membra si astengono da ogni ingiustizia e peccato. Dopo il Profeta dell’universo, in nessun altro la taqwā fu osservabile nel carattere in modo tanto evidente quanto in Hazrat Abū Bakr (ra).

Hazrat Abū Bakr (ra) provava per natura avversione verso la leadership, l’autorità, il predominio, l’amore per il mondo e il desiderio di onori. Spese senza risparmio e con grande generosità i propri beni sulla via di Allah. Tanto che, durante il periodo del califfato, si ritrovò indebitato di seimila dirham. E tuttavia non era disposto a spendere per sé neppure la più piccola somma del denaro del popolo. Perciò, prima della sua morte, dispose per testamento che il suo giardino personale fosse venduto per estinguere il debito verso il Bayt al-Māl e raccomandò che qualsiasi eccedenza fosse inviata al califfo successivo.

Ferm ezza e stabilità

La prova più dura e il più terribile cimento nella vita di Hazrat Abū Bakr (ra) si presentarono al momento della morte del Profeta dell’universo. L’affetto e l’attrazione che provava verso il Profeta potevano essere definiti amore. Eppure, dopo aver appreso la notizia della morte del Profeta dell’universo, mostrò una pazienza e una serenità incomparabili, rare nella storia. Non solo: se, in quel difficile momento dell’Islam, la fermezza incrollabile e la straordinaria risolutezza di Hazrat Abū Bakr (ra) non avessero indicato ai musulmani la retta via, non vi è il minimo dubbio che l’intera Umma musulmana sarebbe andata incontro a una calamità totale e terribile. In realtà, alla notizia della morte del Profeta, tutti i musulmani furono sopraffatti dal dolore e molti persero ogni lucidità. Persino Hazrat ʿUmar (ra), uomo vigoroso e dotato di mente e cuore limpidi, rimase talmente sconvolto che, stando in piedi nella Moschea del Profeta, cominciò a parlare alla gente musulmana dicendo che il Profeta (s) non era morto; proprio come il Profeta Mūsā si era recato presso Allah per quaranta giorni ed era poi ritornato, così anche Muḥammad (s) si era recato presso di Lui e sarebbe tornato. Anzi, se qualcuno avesse detto che il Profeta era morto, lo avrebbe minacciato apertamente di ucciderlo, affermando che, dopo il ritorno del Nobile Profeta (s), simili dichiarazioni sarebbero state severamente punite.

In verità, è impossibile concepire quanto fosse stata insopportabile per gli altri Compagni la dura tragedia che aveva provocato una reazione tanto violenta nella mente e nel cuore di Hazrat ʿUmar al-Fārūq (ra). Inoltre, si può appena immaginare quale terribile effetto potesse produrre la notizia della morte del Profeta sul suo compagno inseparabile, Hazrat Abū Bakr al-Ṣiddīq (ra). Soprattutto, poiché è noto di Hazrat Abū Bakr (ra) che si agitava persino dinanzi alla minima sofferenza del Nobile Profeta (s), il solo pensiero di quanto dovesse essere straziante per lui la notizia della sua morte fa rabbrividire il corpo. E tuttavia, il modo in cui Hazrat Abū Bakr al-Ṣiddīq (ra) seppe conservare la pazienza dopo aver appreso la morte del Profeta dell’universo, affrontare questo evento lacerante e salvare il popolo musulmano dalle tenebre più profonde alla luce del Corano è davvero stupefacente. Al momento della morte del Profeta, Abū Bakr al-Ṣiddīq (ra) non si trovava nella città di Medina. Era in un luogo chiamato Sunāḥ, nei pressi di Medina. Ricevuta la notizia della morte, si recò rapidamente in città. Vide tutta la gente oppressa dal dolore e tormentata dall’angoscia. Vide anche Hazrat ʿUmar al-Fārūq (ra) parlare in piedi nella Moschea del Profeta. Non si fermò neppure per un istante: si diresse subito alla casa di Hazrat ʿĀʾisha (ra), raggiunse il Profeta, sollevò il velo dal suo volto benedetto e lo baciò. Rivolgendosi a lui, disse: «Quanto eri nobile e puro in vita, e quanto sei puro oggi, dopo la morte!». Poi si presentò davanti alla folla riunita e disse:

Coloro che adoravano Hazrat Muḥammad (s) devono sapere che Muḥammad (s) è morto. E coloro che adoravano e veneravano Allah devono ricordare che Allah è vivo ed eterno per sempre: Egli non muore.

Dopodiché recitò questo versetto del Nobile Corano:

******* (in arabo)

Muhammad era un Messaggero, nient’altro. Prima di lui sono già passati molti altri messaggeri. Se dunque anch’egli morisse o fosse ucciso, voltereste forse le spalle?

Udendo questo versetto, Hazrat Umar comprese che la morte del Messaggero era certa. Non appena questa consapevolezza si risvegliò con forza nella sua mente, egli, sopraffatto dal dolore, crollò a terra in preda alla più profonda afflizione. In seguito, lui e gli altri musulmani cominciarono a riflettere profondamente sulla gravità e sull’ampiezza della questione, nonché sulle sue conseguenze di vasta portata. In verità, il colpo inferto all’animo della gente dalla morte del Profeta aveva privato quasi tutti della capacità di pensare e giudicare. Sotto i colpi del discorso di Hazrat Abu Bakr, l’oscurità addensata svanì presto nel nulla. Solo chi possiede anche la minima conoscenza della sociologia può comprendere da quale grande e terribile calamità la comunità musulmana fu salvata grazie a ciò.

Lungimiranza e saggezza politica

Per dimostrare la superiorità di Hazrat Abu Bakr nella lungimiranza e nella saggezza politica, è sufficiente un episodio avvenuto subito dopo la morte del Profeta. Il Profeta era morto e le esequie e la sepoltura non erano ancora state completate. Nel frattempo, gli Ansar di Medina si erano riuniti nella Saqifa dei Banu Sa’ida e avevano già cominciato a esaminare e discutere l’assetto dello Stato e il califfato dopo il Messaggero. Nel corso di questa discussione sorse anche la questione: chi avrebbe avuto diritto al califfato, gli Ansar o i Muhajirun? Gli Ansar erano pienamente consapevoli dei propri diritti, ma neppure i Muhajirun erano in alcun modo disposti a cedere. Si giunse così a un punto in cui alcuni esclamarono: «Un emiro sarà scelto tra noi e un altro sarà scelto tra voi». La situazione divenne talmente confusa e tesa che, da un momento all’altro, innumerevoli spade affilate avrebbero potuto uscire dai foderi.

Da una parte vi era questa situazione difficile. Dall’altra, i principali Muhajirun, tra cui Hazrat Umar e Hazrat Abu Ubayda, erano immersi nella moschea del Profeta in una profonda discussione sulla situazione successiva alla morte del Profeta. In quel momento Hazrat Abu Bakr, insieme a Hazrat Ali, era impegnato nell’organizzazione del lavaggio rituale, della sepoltura e delle esequie del Profeta. Nel frattempo, qualcuno riferì a Hazrat Umar al-Faruq la notizia dell’assemblea convocata nella Saqifa dei Banu Sa’ida. Gli riferirono anche le parole pronunciate dai capi degli Ansar. Ricevuta la notizia, egli mandò a chiamare Hazrat Abu Bakr. Hazrat Abu Bakr fece sapere di essere occupato. Ma quando fu informato della gravità della situazione, comprese chiaramente che, se non fosse stata immediatamente tenuta sotto controllo, vi era il serio rischio che la comunità musulmana si dividesse in frammenti. Pensando al futuro dell’Islam e della comunità musulmana, rinviò un compito importante come le esequie e la sepoltura del Messaggero. Poi si recò alla Saqifa dei Banu Sa’ida insieme a Hazrat Umar e ad Abu Ubayda, allo scopo di cercare di salvare la nazione musulmana dalla distruzione imminente.

Giunto alla Saqifa dei Banu Sa’ida, dapprima cercò di valutare l’intera situazione e di comprenderne la reale natura. Percepì chiaramente che la durezza dei discorsi di alcuni aveva ferito profondamente l’animo dei presenti. Molti erano diventati estremamente irritati. Tuttavia, neppure dinanzi a quella situazione si lasciò minimamente scoraggiare. Cominciò a riportare la situazione sotto controllo e a eliminare i reciproci malintesi tra la gente. Quando Hazrat Umar al-Faruq volle parlare per primo, Abu Bakr al-Siddiq lo trattenne, poiché comprese che, in quella situazione carica di tensione, il discorso di Hazrat Umar al-Faruq avrebbe potuto rendere la situazione ancora più confusa. Dopodiché si alzò egli stesso e iniziò a parlare. Il suo discorso era estremamente solenne, toccante, commovente e ricco di ornamenti espressivi di alto livello. Le sue parole erano, sotto ogni aspetto, fondate sulla giustizia, sulla ragione e sulla logica. Esse toccarono il cuore dell’assemblea e ne sciolsero gli animi. Alcuni Ansar vollero rispondere a quel discorso, ma, per mantenere la calma, ciò non era affatto possibile. Tutto ciò che si poteva dire in termini elogiativi sugli Ansar, egli lo disse nel modo migliore; al contempo, espose il proprio punto di vista sulla situazione esistente con argomenti estremamente inoppugnabili. Di conseguenza, in un istante svanirono tutte le nubi, tutte le paure e il labirinto di ogni dubbio e incertezza. Quando vide che la situazione si era calmata e che ogni tumulto di discordia e conflitto era scomparso nel nulla, propose, da autentico e degno uomo di Stato: «Hazrat Umar e Hazrat Abu Ubayda ibn al-Jarrah sono tra i migliori fra voi; date dunque il bay’a a chiunque dei due desideriate».

Hazrat ʿUmar, che Allah sia soddisfatto di lui, non appena udì questa proposta, stabilì il proprio dovere. Prima ancora che il nome di qualcun altro fosse preso in esame, con straordinaria prontezza di spirito tese la mano verso Hazrat Abū Bakr, che Allah sia soddisfatto di lui, e disse:

«Tendete la mano; noi presteremo il giuramento di fedeltà proprio a voi. Il Nobile Messaggero, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, aveva designato proprio voi come suo sostituto nella preghiera. Per questo, siete voi la persona più adatta a diventare il califfo della comunità musulmana. Prestando giuramento di fedeltà a voi, avremo in realtà l’opportunità di prestarlo al migliore tra gli uomini prediletti dal Messaggero.»

Hazrat Abū ʿUbayda, che Allah sia soddisfatto di lui, avanzò e rivolgendosi a Hazrat Abū Bakr al-Ṣiddīq, che Allah sia soddisfatto di lui, disse:

«Tra tutti i combattenti per la fede, voi siete il migliore. Nella grotta di Thawr foste l’unico compagno del Nobile Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace. La preghiera è il più importante obbligo dei musulmani, e in essa voi foste il rappresentante e il sostituto del Nobile Messaggero. Pertanto, finché siete presente, nessuno all’infuori di voi può ricoprire la carica di califfo.»

In verità, poiché i due principali leader dei combattenti per la fede espressero in quei termini ciò che avevano nel cuore, fu rappresentata l’intera comunità musulmana. Essi proposero e sostennero l’elezione a califfo di una persona che, nella società di allora, era davvero la più degna di fiducia, la più qualificata e la migliore. Alla fine Hazrat Abū Bakr, che Allah sia soddisfatto di lui, accettò di assumere l’importante responsabilità della nazione. Non appena i presenti compresero il suo consenso, furono presi dall’entusiasmo di prestargli il giuramento di fedeltà. In verità, nella storia dell’Islam, questa assemblea della Saqīfa dei Banū Sāʿida fu estremamente importante. Se in quel momento Hazrat Abū Bakr al-Ṣiddīq, che Allah sia soddisfatto di lui, non avesse dimostrato straordinaria intelligenza, prontezza di spirito, discernimento, fermezza incrollabile e inflessibilità dura come l’acciaio, la comunità islamica sarebbe stata allora fatta a pezzi: non vi è il minimo dubbio al riguardo.

Le qualità necessarie per succedere al Profeta dell’universo

Colui al quale Hazrat Abū Bakr, che Allah sia soddisfatto di lui, succedette non era una persona comune: era l’ultimo Profeta, insignito dal Dio Altissimo del massimo onore. Allah stesso lo guidava direttamente inviandogli la rivelazione. Lo assisteva in ogni momento tramite gli angeli. Consolidava la sua autorità mediante i miracoli. Il suo carattere e tutte le sue qualità si erano sviluppati direttamente sotto l’influsso dell’istruzione e dell’educazione impartite da Allah. Per questo, sotto nessun aspetto vi era in lui la minima incompletezza o mancanza; al contrario, era un uomo giunto, sotto ogni profilo, al più alto grado della perfezione pienamente sviluppata. Assumere adeguatamente la responsabilità di succedere a una guida tanto grande e di così elevata dignità non è affatto un compito facile. Per quanto poco esigente possa essere il criterio con cui si valuti la persona responsabile in epoche successive, davanti alla bellezza e alla maestà complessive del Profeta, tale criterio sarà comunque così elevato e nobile che pochissime persone potrebbero avere il coraggio di sottoporsi alla sua valutazione, e superarlo pienamente sarebbe estremamente difficile. Soprattutto quando coloro che valutano sono essi stessi degni di essere misurati secondo criteri sempre più elevati, il compito diventa ancora più arduo. Hazrat Abū Bakr, che Allah sia soddisfatto di lui, aveva superato proprio un criterio così difficile e aveva assunto la successione alla guida suprema dell’umanità e al più nobile e grande degli uomini; nel suo primo discorso programmatico lo dichiarò chiaramente. Qui riportiamo la parte principale del discorso pronunciato subito dopo essere stato scelto come califfo:

«O gente, sono stato nominato vostro califfo, sebbene non sia migliore di voi. Perciò, se agirò correttamente, aiutatemi e sostenetemi. Se invece commetterò un errore, correggetemi e riportatemi sulla retta via. … Tra voi, il debole sarà presso di me forte. Gli farò ottenere ciò che gli spetta da coloro che gli hanno usurpato i suoi diritti. Al contrario, il potente sarà presso di me debole. Gli farò restituire ciò che appartiene agli altri e che egli ha usurpato. … Finché obbedirò ad Allah e al Suo Messaggero, anche voi mi obbedirete. Ma se disobbedirò ad Allah e al Suo Messaggero, allora non sarà vostro dovere obbedirmi.»

In questo discorso, Hazrat Abu Bakr (ra) descrisse con parole chiare gli scopi e gli obiettivi del suo governo. Stabilì inoltre i limiti dell’esercizio del potere e indicò come si sarebbe dovuto agire nei suoi confronti qualora avesse oltrepassato anche minimamente tali limiti. Al tempo stesso mise in luce questa grande verità: in quanto capo di uno Stato islamico, egli era pienamente responsabile di seguire il cammino indicato dal Nobile Messaggero (s), mentre il popolo musulmano era tenuto a obbedirgli soltanto finché egli stesso avesse continuato a obbedire al Messaggero di Allah; ma, qualora si fosse discostato anche di un solo punto da ciò, il popolo islamico non solo avrebbe potuto rifiutare di obbedirgli, bensì avrebbe avuto anche il diritto di dichiarare apertamente la ribellione contro di lui. In realtà, adempiere adeguatamente alla responsabilità di succedere al migliore dei profeti, Hazrat Muhammad (s), e invitare pubblicamente tutti, in quell’epoca, a confrontare le proprie parole e azioni con quelle del Profeta era tutt’altro che una cosa ordinaria. Soprattutto davanti a coloro che conoscevano direttamente e pienamente le parole e le azioni del Nobile Messaggero (s), e che possedevano in piena misura il coraggio e la capacità di criticare persino una personalità eminente, presentare una simile sfida era certamente un atto di straordinaria audacia. Ma Hazrat Abu Bakr Siddiq (ra) dimostrò davvero tale audacia, e la storia è testimone inconfutabile del fatto che egli adempì, nella misura del possibile, alla responsabilità di succedere al Profeta dell’universo. A conferma di questa verità, è degna di nota una frase di Hazrat Umar (ra), il più eminente degli uomini dopo Hazrat Abu Bakr (ra). Ammirato e profondamente turbato alla vista delle sue straordinarie opere, disse con voce colma di rimpianto:

Se questo è il modello concreto e il criterio per servire l’Islam e i musulmani, quello che voi avete stabilito, allora nessuno tra coloro che verranno dopo di voi avrà il coraggio di raggiungere una dignità pari alla vostra.

Quando Hazrat Abu Bakr Siddiq (ra) fu nominato califfo, non assunse la responsabilità di governare uno Stato organizzato e ben strutturato. La verità è che, dopo l’epoca della profezia, fu proprio lui a dover gettare nuovamente le fondamenta del governo islamico. Per questo, tutti i problemi, le complicazioni e gli ostacoli che possono sorgere davanti a uno Stato appena fondato si ergevano davanti a lui come montagne. Non tutti i governanti sono capaci di risolvere adeguatamente simili complessità. Soltanto coloro ai quali Allah ha concesso una particolare capacità di governare uno Stato possono affrontarle nel modo giusto. Il primo califfo, Hazrat Abu Bakr Siddiq (ra), possedeva per natura una simile capacità. Per questa ragione, subito dopo la morte del Profeta dell’universo, quando la comunità musulmana si trovò di fronte a difficoltà gravissime, Hazrat Abu Bakr (ra), grazie alla sua immensa competenza e abilità, riuscì a risolverle tutte in modo adeguato. In un tempo brevissimo egli seppe affrontare ogni minaccia e ogni sfida, interna ed esterna, dello Stato islamico, e dimostrò un’eccezionale abilità nelle questioni amministrative: nella storia del governo degli Stati, un simile esempio è senza dubbio raro. Non è possibile fornire qui una descrizione dettagliata di questo argomento; si possono tuttavia indicare brevemente alcuni aspetti.

(1) Abbiamo già discusso in precedenza della reazione che la morte del Profeta dell’universo aveva suscitato tra gli Ansar e del modo in cui Hazrat Abu Bakr (ra), con profonda saggezza e prontezza di spirito, aveva riportato sotto controllo l’intera situazione avversa e caotica. Dopo che, nella Saqifa dei Banu Sa’ida, gli Ansar ebbero prestato il giuramento di fedeltà per il califfato a Hazrat Abu Bakr (ra), non vi era il timore di un’azione ribelle da parte loro; tuttavia si riteneva che il rifiuto del loro capo, Sa’d ibn ‘Ubada, di prestare il giuramento potesse avere conseguenze gravi. Alcune persone avevano persino consigliato di adottare immediatamente una politica repressiva nei suoi confronti. Hazrat Abu Bakr (ra), invece, ritenendo che si trattasse di un’emozione e di un entusiasmo temporanei, adottò la politica di ignorare la questione. Egli aveva subito compreso che, se fosse stata adottata una misura di opposizione contro Sa’d, vi sarebbe stato il rischio che l’intera tribù degli Ansar si agitasse; mentre, se non si fosse fatto nulla, egli sarebbe rimasto con nessun compagno se non la sua ombra. All’epoca il pensiero di Hazrat Abu Bakr (ra) era sembrato, in apparenza, errato; ma il corso degli eventi successivi dimostrò che il suo punto di vista era infallibile e corretto. Inoltre, in quella situazione, qualsiasi iniziativa contraria alla sua decisione avrebbe avuto conseguenze estremamente gravi.

(2) Dopo la morte del Nobile Profeta (s), nella famiglia del Profeta erano sorte molte idee errate riguardo a Hazrat Abu Bakr (ra) e al suo governo. Di conseguenza erano emerse anche numerose complicazioni politiche. Il rapporto tra i membri della famiglia del Messaggero e il popolo musulmano era estremamente delicato, emotivo e sensibile. Neppure Hazrat Abu Bakr (ra) era affatto insensibile a questo aspetto. Al di sopra di tutti questi rapporti, però, vi era il suo grande senso del dovere, della cui tutela egli era responsabile sia davanti ad Allah sia davanti al popolo. Il turbamento interiore che si era intensificato in Hazrat Abu Bakr (ra) a causa del conflitto tra queste due correnti di sentimenti si può comprendere chiaramente da alcuni dei suoi discorsi di quel periodo. Egli non poteva adottare, nei confronti di Hazrat Fatima (ra), Hazrat Ali (ra) e Hazrat Abbas (ra), i comuni espedienti della politica. Ciò sarebbe stato infatti completamente contrario all’emozione del popolo musulmano e avrebbe assunto, anche dal punto di vista politico, proporzioni estremamente gravi. Inoltre, come uomo prudente e lungimirante, egli stesso non avrebbe potuto desiderarlo. D’altra parte, non gli era possibile sostenere il loro punto di vista riguardo al califfato e ad altre questioni, poiché era convinto che così facendo avrebbe agito contro la Sharia. Soprattutto, il fatto che alcuni membri della famiglia del Messaggero non avessero ancora prestato giuramento di fedeltà nelle mani di Hazrat Abu Bakr Siddiq (ra) comprometteva notevolmente la dignità del califfato. Inoltre, in una simile situazione, non era affatto improbabile che i nemici dell’Islam potessero provocare in qualsiasi momento una grave calamità. Tutto ciò era chiaro come la luce del giorno; tuttavia, Hazrat Abu Bakr Siddiq (ra) non fece nulla contro l’emozione popolare e adottò al tempo stesso la linea d’azione che, secondo la Sharia, era necessario seguire. Sotto questo aspetto, la cosa più consolante era che, in quella controversia, il capo della tribù dei Banu Hashim era Hazrat Ali (ra): egli poteva certamente dissentire su una questione, ma era indubbio che da parte sua non sarebbe stato possibile provocare alcun disastro. Proprio per questo Hazrat Abu Bakr (ra) adottò una politica di immensa generosità. E la storia è testimone del fatto che la politica da lui adottata era pienamente fondata sulla ragione e sulla verità.

(3) Quando Hazrat Abu Bakr (ra) fu nominato califfo, la situazione complessiva del Paese era quanto mai grave. Da un lato, vi era in ogni momento il timore di un attacco da parte dei Romani; dall’altro, sul fronte interno, fatta eccezione per Mecca, Medina e Ta’if, in quasi tutta l’Arabia si era diffusa una vera ondata di apostasia dall’Islam e di rifiuto del pagamento della zakat. Inoltre, in varie località rialzarono la testa i falsi pretendenti alla profezia e gli individui avidi di ricchezze e proprietà. Ben presto anche il numero dei loro sostenitori cominciò ad aumentare. D’altra parte, le battaglie di Tabuk e Mu’ta avevano dato inizio a un conflitto interminabile tra i musulmani e i Romani. I Romani erano pronti ad attaccare i musulmani in ogni momento; il loro coraggio era ulteriormente cresciuto a causa della ritirata dei musulmani nella battaglia di Mu’ta. In una situazione simile, quando si diffusero le notizie del disordine interno al califfato e dello scoppio di rivolte nelle principali regioni del Paese, era evidente che essi avrebbero potuto attaccare Medina da un momento all’altro. In realtà, questi due pericoli erano già presenti, e con la nomina di Hazrat Abu Bakr (ra) a califfo egli dovette affrontarli entrambi. È facile comprendere con quale straordinario coraggio e quale mirabile saggezza e discernimento egli affrontò i due pericoli in quella situazione, riportando una schiacciante vittoria.

Non appena fu nominato califfo, fece partire per prima cosa l’esercito che era stato preparato per attaccare i Romani. In realtà, già durante la vita del Nobile Profeta (s), era stata presa la decisione di inviare quell’esercito sotto il comando di Hazrat Usama ibn Zayd; tuttavia, a causa dell’improvvisa malattia del Profeta, la partenza era stata temporaneamente rinviata. Dopo la sua morte, un gran numero di Compagni cominciò a esprimere un parere contrario all’invio dell’esercito. Alcuni sostenevano che, in una situazione estremamente rischiosa sia sul piano interno sia su quello esterno, inviare un simile esercito fuori dalla capitale sarebbe stato un atto di imprudenza. Da parte di alcuni fu sollevata anche un’obiezione riguardo al comando di Hazrat Usama, di origine servile. Ma Hazrat Abu Bakr al-Siddiq (ra), nonostante tutti questi ostacoli e le circostanze avverse, rimase fermamente saldo nella propria linea. Proclamò con parole chiare: «Non posso abbassare lo stendardo che il Nobile Messaggero stesso aveva innalzato». In risposta alle proposte di coloro che dissentivano, disse: «Anche se cani e sciacalli mi facessero a pezzi, non potrei comunque annullare il piano e la decisione del Messaggero. Come potrei destituire colui che il Messaggero ha nominato?»

In breve, nonostante tutti quegli ostacoli e quelle circostanze avverse, Hazrat Abu Bakr (ra) fece comunque partire l’esercito sotto la guida di Hazrat Usama. Fu proprio grazie all’immensa fermezza e al coraggio del Khalifat al-Mu’minin che discese l’infinita misericordia di Allah. L’esercito inviato sotto il comando di Usama tornò a Medina dopo aver riportato una grande e gloriosa vittoria. Di conseguenza, i nemici interni rimasero profondamente sorpresi e sgomenti, mentre anche i nemici esterni furono colti da grande timore e apprensione. Quando le tribù ribelli d’Arabia vennero a sapere dell’invio di quell’esercito contro i Romani, non poterono fare a meno di tremare davanti alla grande forza insita nello Stato incentrato su Medina. D’altra parte, Eraclio fu preso da estrema agitazione per la necessità di proteggere i confini del proprio Stato. In una parola, Hazrat Abu Bakr (ra) colpì due bersagli con una sola pietra, e non si può negare che il suo piano ebbe pieno successo.

Dopo aver eliminato il pericolo dell’aggressione esterna, Hazrat Abu Bakr al-Siddiq (ra), impiegando tutte le forze rimaste, schiacciò con estrema fermezza la rivolta e la controrivoluzione interne, benché alcuni membri di un influente gruppo di Compagni sostenessero una politica di clemenza e fossero contrari all’adozione di misure severe. Dicevano: «Coloro che si dichiarano musulmani non dovrebbero essere combattuti né privati della protezione delle loro vite e dei loro beni soltanto perché rifiutano di pagare la zakat». Ma Hazrat Abu Bakr (ra) non poté in alcun modo approvare questo loro punto di vista. Disse chiaramente: «Nell’Islam la preghiera e la zakat sono atti di culto posti sullo stesso piano; dunque, se si può combattere per stabilire la preghiera, perché non si dovrebbe combattere contro coloro che non versano la zakat?». Proclamò: «Per Allah, combatterò contro chiunque faccia distinzione tra la preghiera e la zakat — preghi ma non paghi la zakat — e contro coloro che oggi rifiutino di versare anche solo una corda tra le cose per le quali si pagava la zakat all’epoca del Messaggero». Poi disse ancora: «Anche se nessuno mi accompagnasse in questo jihad, combatterei da solo».

Fu proprio grazie a questo atteggiamento inflessibile e irremovibile di Hazrat Abu Bakr (ra) che nei cuori di tutti i musulmani nacquero nuovo slancio operativo ed entusiasmo, e in brevissimo tempo ogni forma di rivolta e controrivoluzione fu estirpata dal regno del califfato. L’aspetto più memorabile a questo proposito è che, nonostante l’ampiezza straordinaria assunta dalla rivolta, i numerosi problemi complessi che circondavano il governo di Medina e, soprattutto, il fatto che un gran numero dei suoi stessi compatrioti fosse favorevole ad adottare una politica di clemenza verso i ribelli, Hazrat Abu Bakr (ra) non cedette neppure di un poco; al contrario, respinse ogni proposta di compromesso e di clemenza. Soltanto i saggi possono comprendere quanta fiducia in se stesso e quale incrollabile affidamento in Allah siano necessari per intraprendere un passo tanto terribile. In realtà, se in quel momento di crisi Hazrat Abu Bakr (ra) non avesse mostrato un simile atteggiamento incrollabile, ma, intimorito dalla rivolta e dalla controrivoluzione in continua espansione, avesse deposto le armi davanti ai ribelli e agli apostati, non vi sarebbe il minimo dubbio che persino il nome dell’ordinamento statale islamico sarebbe stato cancellato dalle pagine della storia. E se ciò fosse accaduto, la storia della civiltà mondiale sarebbe stata scritta oggi in modo del tutto diverso; anzi, il corso stesso della civiltà mondiale sarebbe stato necessariamente arrestato: è una cosa fuori da ogni dubbio. Grazie al ruolo severo e all’azione idealistica e inflessibile di Hazrat Abu Bakr (ra), la potente marea che si era sollevata nella civiltà islamica, durante i suoi appena due anni e un quarto di governo, sommerse tutta l’Arabia, irrigò il vicino regno dell’Iraq e cominciò a defluire anche verso altri Paesi. Nella storia del mondo non si trova alcun esempio di una nuova civiltà che abbia raggiunto una simile ampiezza, espansione e progresso in modo tanto improvviso e in un periodo così breve.

In verità, soltanto quando a dirigere uno Stato è una persona dotata di un carattere grande come quello di Hazrat Abu Bakr (ra), è possibile conseguire non solo il progresso e il benessere complessivo dei milioni di abitanti di quello Stato, ma anche la prosperità e il prestigio dell’Islam.

 

Il califfato di Hazrat Abu Bakr al-Siddiq (ra)

La gloriosa vita del primo califfo, Hazrat Abu Bakr Siddiq (ra), è colma di numerose opere luminose. In particolare, la piramide, alta fino al cielo, degli sforzi e delle imprese compiuti durante il breve periodo di poco più di due anni del suo califfato rimarrà imperitura e intatta fino al Giorno della Resurrezione. Subito dopo la morte del Profeta dell’universo, l’intero paese arabo, e con esso il mondo islamico, rischiò di essere avvolto nelle tenebre impenetrabili della jāhiliyya. Numerose tribù importanti e influenti si ribellarono contro il governo islamico. I falsi pretendenti alla profezia innalzarono in varie regioni le bandiere della rivolta. Coloro che rifiutavano di pagare la zakat non si limitarono ad astenersi dal versarla, ma minacciarono persino di saccheggiare Medina Munawwara, la sede del califfato. In una parola, proprio mentre il possente sole dell’Islam tramontava, la sua fiamma splendente si avviò improvvisamente a spegnersi, come una lampada priva d’olio alla fine della notte. Ma grazie alla lungimiranza, al coraggio, alla fine intelligenza politica e alla straordinaria pazienza e fermezza del grande califfo, successore del Messaggero, la luce dell’Islam non fu soltanto salvata dallo spegnimento eterno: con quella luminosa fiaccola della guida illuminò l’intera Arabia. Per questo bisogna dire che, dopo la scomparsa del Profeta dell’universo, la grande persona che salvò l’istituzione dell’ordinamento di vita islamico dalla distruzione e verso la quale il mondo musulmano ha un debito incalcolabile fu il primo califfo, Hazrat Abu Bakr Siddiq (ra).

Durante il califfato del secondo califfo, Hazrat Umar Faruq (ra), furono compiute molte grandi imprese e furono risolte in modo soddisfacente numerose questioni difficili e complesse. Persino i vasti imperi romano e persiano furono ridotti in frantumi sotto i colpi dell’ondata islamica. È una verità storica assoluta, che nessuno può negare. Ma a chi fu possibile preservare le fondamenta del califfato islamico, risvegliare nei cuori e nelle menti dell’intera umma islamica l’irresistibile rivoluzione e l’impetuosa corrente dello spirito di sacrificio, organizzare e disciplinare il califfato divino? Soprattutto, chi salvò la società e lo Stato islamici dalla tempesta della distruzione? In risposta a tutte queste domande si può pronunciare soltanto il nome di Abu Bakr Siddiq (ra). Nel presente articolo cercheremo di esporre l’esame e la valutazione delle attività svolte durante il califfato di Abu Bakr Siddiq (ra) e dell’espansione dell’Islam fino ai cieli.

Il carattere consultivo del califfato

È indiscutibile che Hazrat Abu Bakr Siddiq (ra) pose, sul modello della profezia, le prime fondamenta del califfato islamico. Innanzitutto, la sua elezione ebbe luogo sulla base dell’opinione pubblica espressa apertamente. Inoltre, dietro ciascuna delle numerose opere importanti da lui compiute vi era il consenso spontaneo dei migliori Compagni, degni della fiducia del popolo islamico e dotati della dignità di suoi rappresentanti naturali. Per questo egli non permise mai ai Compagni appartenenti a questa categoria di allontanarsi dalla sede del califfato. Il Nobile Messaggero (s) aveva incluso Hazrat Umar Faruq (ra) nell’elenco di coloro che dovevano accompagnare l’esercito di Usama. Tuttavia, il primo califfo non gli permise di uscire da Medina per un incarico ancora più importante; egli stesso ottenne tale permesso da Usama.

Quando si rese necessaria l’invasione della Siria, egli sottopose dapprima la questione alla consultazione dell’assemblea dei Compagni più eminenti. Dopo un’ampia discussione, una proposta di Hazrat Ali (ra) fu accettata all’unanimità. Allo stesso modo fu richiesta la consultazione riguardo alla proclamazione del jihad contro coloro che rifiutavano la zakat. È vero, naturalmente, che allora il consiglio della shura non era costituito in modo regolare come durante il califfato di Umar Faruq (ra); tuttavia, in nessuna questione nazionale, statale o religiosa di rilievo si trascurò mai di raccogliere l’opinione e il parere dei Compagni eminenti.

L’organizzazione della disciplina interna

Dopo aver determinato la natura e la forma dello Stato, era estremamente urgente migliorare l’amministrazione e la disciplina interna del paese, distribuire gli incarichi importanti e scegliere adeguatamente i titolari delle cariche. Durante il califfato di Hazrat Abu Bakr (ra), la conquista dei territori e l’espansione dello Stato erano appena iniziate; pertanto, il suo califfato deve essere considerato limitato alla sola Penisola Arabica. Egli divise la Penisola Arabica in diverse province e distretti. Medina, Mecca, Ta’if, San’a, Najran, Hadramawt, Bahrein e Dumat al-Jandal, tra gli altri, erano province autonome. In ciascuna provincia veniva nominato un amministratore, cioè, nel linguaggio odierno, un governatore. Tra i suoi doveri rientrava l’adempimento di ogni responsabilità statale. Anche nella sede del califfato veniva nominato un capo per ciascun dipartimento. A titolo di esempio, Hazrat Abu Ubayda (ra), prima di essere nominato comandante dell’esercito in Siria, aveva ricoperto la carica di ministro delle Finanze; Hazrat Umar (ra) era giudice, mentre Hazrat Uthman e Hazrat Zayd ibn Thabit (ra) erano funzionari con incarichi equivalenti a quelli di segretari della corte califfale.

Nella scelta dei governanti e degli ufficiali, Hazrat Abu Bakr (ra) dava sempre la precedenza a persone che, come nel periodo del Nobile Profeta (s), avevano già ricoperto incarichi analoghi, e cercava di affidare ciascun compito a chi lo aveva svolto in precedenza. Di conseguenza, in quasi nessun dipartimento dovette affrontare difficoltà dovute alla nomina di persone incompetenti e inesperte.

Quando Hazrat Abu Bakr (ra) nominava qualcuno a un incarico di responsabilità, generalmente lo convocava, gli spiegava dettagliatamente le sue responsabilità e i suoi doveri e, con parole estremamente efficaci e toccanti, lo esortava ad adottare il timore di Allah, la giustizia e l’equità in ogni circostanza. Qui riportiamo una parte dell’esortazione impartita ad Amr ibn al-As e ad al-Walid ibn Uqba (ra) al momento della loro nomina come esattori della zakat:

Temi Allah apertamente e in solitudine. A chi teme Allah, Allah apre una via e gli procura mezzi di sostentamento che nessuno potrebbe immaginare. A chi teme Allah, Allah perdona i peccati e concede una ricompensa per le sue buone opere doppia e persino maggiore. Desiderare il bene del popolo e servirlo è senza dubbio una delle forme migliori di taqwa.

State avanzando su una via così importante che, per l’affermazione della religione e il consolidamento del califfato, non vi è il minimo spazio per negligenza, eccessi o trascuratezza. Abbandonate dunque la detestabile abitudine dell’inerzia e dell’indifferenza.

Al momento di nominare Yazid ibn Abi Sufyan governatore della Siria, gli rivolse queste parole:

O Yazid! Hai molti parenti stretti e, grazie al tuo potere politico, puoi offrire loro numerose opportunità di perseguire i propri interessi. Sappi però che questa è proprio la mia più grande paura. Il Nobile Profeta (s) ha detto:

Se il governante dei musulmani nomina qualcuno, senza che ne abbia il diritto, a un incarico di autorità sui musulmani, mosso soltanto dalla propria predilezione, su di lui ricade la maledizione di Allah. Allah non accetta da lui alcuna giustificazione né alcuna espiazione; anzi, alla fine lo getterà nell’Inferno.

Vigilanza rigorosa sui governanti

Per quanto le leggi e i regolamenti dello Stato siano ben concepiti e codificati, se non si esercita una vigilanza rigorosa sui governanti responsabili e non esiste un sistema adeguato e libero per consentire al popolo di esprimere critiche incisive, l’intero sistema di governo è destinato a crollare e le naturali speranze e aspirazioni del popolo nei confronti delle autorità sono destinate a fallire. Per questo motivo, nonostante le grandi virtù naturali del primo califfo — modestia, mitezza, clemenza, pazienza e simili — in determinate circostanze egli dovette svolgere, attraverso particolare severità, esami accurati e critiche aspre, il difficile compito di distinguere il genuino dal contraffatto e il bene dal male. Nelle questioni personali, estrema mitezza e cordialità erano i suoi tratti naturali; tuttavia, nelle questioni religiose, amministrative e relative al califfato, non tollerava la minima colpa o negligenza. Perciò, ogni volta che riscontrava nei governanti qualche difetto indesiderabile, ne disponeva la punizione con la massima severità.

Mitezza nell’applicazione delle pene

Hazrat Abū Bakr (che Allah si compiaccia di lui) trattava personalmente i colpevoli con grande mitezza e compassione. Durante la vita del Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui), un uomo gli confessò di aver commesso adulterio. Egli, mosso a compassione, gli consigliò di pentirsi e di non divulgare questo peccato; ma, poiché il colpevole non era disposto a sottrarsi alla pena prescritta dalla sharīʿa, si presentò al cospetto del Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui), confessò spontaneamente il proprio peccato e subì quella pena.

Anche durante il califfato questa caratteristica di Hazrat Abū Bakr (che Allah si compiaccia di lui) rimase immutata. Ashʿath ibn Qays, che falsamente rivendicava la profezia, fu arrestato e condotto al suo cospetto. Alla fine si pentì e implorò che gli fosse risparmiata la vita. Hazrat Abū Bakr (che Allah si compiaccia di lui) non si limitò a liberarlo, ma lo fece anche sposare con la propria sorella. In realtà, dal punto di vista politico, il principale dovere del califfo consiste nel preservare la moralità e la vita e i beni del popolo. Sebbene fino ad allora non fosse stato istituito in modo permanente alcun dipartimento di polizia, questo settore continuava tuttavia a essere amministrato secondo il sistema fondato dal Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui). Hazrat ʿAbd Allāh ibn Masʿūd (che Allah si compiaccia di lui) fu nominato responsabile del servizio di vigilanza e sicurezza, e furono stabilite anche le pene per alcuni reati specifici. A questo proposito egli dovette consultarsi e praticare l’ijtihād, sulla base del Corano e degli ḥadīth, nell’assemblea dei Compagni, degna di una sorta di parlamento islamico.

In sintesi, il primo califfo prestava particolare attenzione a garantire la pace e la sicurezza della vita pubblica e a mantenere le strade libere e sicure da ogni sorta di pericolo. Chiunque avesse creato anche il minimo ostacolo o impedimento a questo compito veniva punito severamente, a titolo esemplare. Tuttavia, non oltrepassava mai i limiti delle pene stabilite dalla sharīʿa.

Il dipartimento delle finanze del califfato

All’epoca del Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) non esisteva alcun sistema ben definito e organizzato per amministrare il dipartimento delle finanze. Non appena riceveva ricchezze da varie fonti, egli ne disponeva la distribuzione tra la popolazione bisognosa. Durante il califfato di Hazrat Abū Bakr (che Allah si compiaccia di lui) questo sistema non subì alcun cambiamento. Già nel primo anno del suo califfato egli assegnò venti dirham a testa a schiavi liberati, donne e uomini, e persone di ogni ceto, elevato o umile. Quando un Compagno obiettò contro tale uguaglianza nella distribuzione della ricchezza, egli rispose: «La differenza tra il rango e i meriti delle persone è innegabile; ma quale rapporto può avere ciò con l’assegnare di più o di meno nella distribuzione della ricchezza?». Verso la fine del suo califfato fu istituito formalmente un Bayt al-māl; tuttavia, in esso non si accumulò mai una grande quantità di beni o denaro. Di conseguenza, non si presentò neppure la necessità di predisporre un sistema per la custodia e la sorveglianza del Bayt al-māl. Una volta, quando un Compagno gli chiese informazioni al riguardo, egli rispose: «Per custodirlo è sufficiente una sola serratura». Dopo la sua morte, il Bayt al-māl situato nel luogo chiamato Sanai fu esaminato sotto la guida di Hazrat ʿUmar al-Fārūq (che Allah si compiaccia di lui), e si constatò che vi era rimasto soltanto un dirham. Vedendo ciò, la gente esclamò: «Che Allah abbia misericordia di Abū Bakr».

L’organizzazione militare

All’epoca del Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) non esisteva un esercito organizzato e disciplinato. Non appena si udiva il grido di guerra, l’intera popolazione musulmana si radunava davanti al Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui), animata da un intenso desiderio di partecipare. Anche durante il califfato di Hazrat Abū Bakr (che Allah si compiaccia di lui) vigeva in linea di massima la stessa consuetudine. Egli introdusse tuttavia un nuovo sistema: quando inviava un esercito in una particolare spedizione, divideva tutti i soldati in numerose unità e nominava un comandante per ciascuna di esse. Fu così che proprio durante il califfato del primo califfo ebbe inizio anche la consuetudine di nominare un Amīr al-Umarāʾ, ossia un «comandante in capo»; e Hazrat Khālid ibn al-Walīd fu il primo a essere nominato a questa importante e altamente onorata carica.

In effetti, grazie a questa organizzazione e disposizione ordinata dell’esercito, per i mujahidin musulmani fu estremamente facile affrontare l’esercito romano, anch’esso ben organizzato.

Formazione morale e addestramento dei soldati

Ogni guerra e ogni conflitto combattuti durante la vita del Nobile Profeta (s) e nell’epoca del Califfato ben guidato furono intrapresi esclusivamente per ottenere il compiacimento di Allah e per difendere lo Stato islamico. Per questo motivo, allora si prestava particolare attenzione al miglioramento del carattere morale delle persone dedite al sacrificio di sé per tale scopo. Di conseguenza, l’esercito islamico divenne superiore a quello di tutto il mondo sotto il profilo del carattere morale. Dopo il Nobile Profeta (s), anche Hazrat Abu Bakr (ra) prestò particolare attenzione a questo aspetto nell’addestramento militare. Quando inviava l’esercito in spedizioni specifiche, avanzava per un lungo tratto insieme al comandante e lo congedava impartendogli preziosi consigli. Al momento di inviare il comandante nella spedizione in Siria, gli impartì i seguenti consigli:

Incontrerai persone che si sono dedicate al culto di Allah. Non attaccarle. Oltre a ciò, vi do altri dieci consigli: non uccidete donne, bambini né anziani; non abbattete alberi da frutto; non spopolate alcun villaggio o luogo abitato. Non macellate mai capre e cammelli, salvo che per necessità alimentari. Non date fuoco ai palmeti. Non sottraete in alcun modo i beni del bottino e non siate codardi né privi di coraggio.

Approvvigionamento dell’equipaggiamento bellico

Hazrat Abu Bakr (ra) attuò un piano preciso per procurare l’equipaggiamento bellico. Di tutto ciò che veniva versato nel fondo statale da varie fonti, destinava una parte considerevole al trasporto e all’acquisto delle armi. Tutta la quota del bottino stabilita nel Nobile Corano per Allah, il Messaggero e i parenti prossimi veniva spesa per soddisfare queste necessità militari. Dopo aver provveduto alle altre necessità urgenti, anche il Nobile Profeta (s) destinava a questo settore le risorse rimanenti.

Il primo califfo destinò un particolare pascolo, nel luogo chiamato ‘Baqi’, all’allevamento di cammelli e cavalli. Qui fu predisposto l’allevamento di migliaia di animali dello Stato. Gli animali statali raccolti come sadaqa e zakat venivano custoditi proprio in quel luogo.

Supervisione dei centri militari

Sebbene gravato da molte preoccupazioni e sofferenze interiori a causa della debolezza dovuta alla vecchiaia, Hazrat Abu Bakr Siddiq (ra) visitava e ispezionava personalmente gli accampamenti militari e, qualora riscontrasse tra i soldati qualche mancanza o deviazione sul piano pratico o spirituale, provvedeva immediatamente a correggerla. In occasione di una particolare spedizione, un gran numero di soldati fu radunato in un luogo chiamato Jurf. Hazrat Abu Bakr Siddiq (ra) vi si recò per ispezionarlo. Quando giunse alla tenda situata nel luogo chiamato Banufzarah, i mujahidin si alzarono per rendergli omaggio. Lì osservò tra i soldati provenienti dalle diverse tribù un reciproco senso di orgoglio per la nobiltà e la superiorità. Attraverso i suoi consigli, cercò di reprimere l’orgoglio legato alla discendenza e alla tribù, nonché l’invidia e l’ostilità reciproche, e di risvegliare in tutti la tolleranza islamica e lo spirito fraterno.

La lotta contro le pratiche non islamiche

La causa principale della successiva deformazione delle dottrine religiose e dei sistemi di vita predicati dai profeti fu il progressivo diffondersi e il crescente favore accordato tra la gente alle bidʿa. Di conseguenza, i sistemi fondati sulle bidʿa presero il posto della religione originaria e la vera religione scomparve. Durante il governo di Hazrat Abu Bakr (ra), nella società islamica non si osservò alcuna particolare comparsa delle bidʿa. Tuttavia, ogni volta e in ogni luogo in cui egli notava qualcosa di simile, si adoperava per eliminarla senza indugio.

Il ruolo di Hazrat Abu Bakr (ra) riguardo al Corano e agli hadith

In molte delle battaglie combattute contro i falsi pretendenti alla profezia, numerosi mujahidin hafiz del Corano morirono martiri. In particolare, nella sanguinosa battaglia di Yamama, un numero così elevato di hafiz del Corano subì il martirio che nei Compagni incaricati delle responsabilità sorse il timore che il Sacro Corano potesse andare perduto. Per questo emerse con urgenza la necessità di raccogliere, redigere e riunire immediatamente il Sacro Corano.

In realtà, i versetti e le sure del Sacro Corano furono rivelati in momenti diversi e in relazione a eventi particolari e, per ordine del nobile Profeta (s), furono subito messi per iscritto da determinati Compagni. Erano scritti chiaramente su foglie di palma, pelli di cammello, ossa, pietre e legno. Per ordine di Hazrat Abu Bakr (ra), furono raccolti e riuniti in un unico insieme, al quale fu data la forma di un libro ordinato. Dal punto di vista islamico, è facile comprendere quanto grande fosse quest’opera.

Il ruolo di Hazrat Abu Bakr (ra) riguardo agli hadith fu estremamente prudente. Egli dichiarò con chiarezza che non era corretto trasmettere un hadith senza avere una ferma convinzione della sua autenticità ed essere liberi da ogni sorta di dubbio. Egli stesso non accettava mai un hadith se non trovava per esso più sostenitori e testimoni.

Istituzione del dipartimento di diritto islamico

Per assolvere l’importante compito di studiare, esaminare e analizzare criticamente il diritto islamico, Hazrat Abu Bakr (ra) istituì un dipartimento speciale. A questo incarico furono assegnati eminenti sapienti e pensatori quali Hazrat Umar, Hazrat Uthman, Hazrat Ali, Hazrat Abd al-Rahman ibn Awf, Hazrat Muadh ibn Jabal, Hazrat Ubayy ibn Ka’b e Hazrat Zayd ibn Thabit (ra). Era inoltre loro responsabilità rispondere ai quesiti giuridici sottoposti dal popolo.

La predicazione dell’Islam

Il compito sommamente importante del califfo, rappresentante del Messaggero, era diffondere gli ideali islamici. Hazrat Abu Bakr (ra) aveva rivolto fin dall’inizio particolare attenzione a questo aspetto. In realtà, le luminose stelle del cielo islamico erano il frutto degli instancabili sforzi di Hazrat Abu Bakr (ra), consacrato anima e corpo alla verità. Tuttavia, dopo che gli fu affidato il gravoso incarico del califfato, naturalmente la sua inclinazione e la sua attività in questo campo aumentarono. Di conseguenza, tutta l’Arabia risuonò della potente voce della predicazione dell’Islam. Hazrat Abu Bakr (ra) ordinò ai mujahidin inviati in ogni direzione di diffondere l’Islam. Mandò speciali delegazioni presso le tribù arabe disperse nelle varie regioni, affinché portassero loro il messaggio dell’Islam. Essi svolgevano questo compito con totale concentrazione e sincera dedizione. Di conseguenza, tutti gli idolatri e i cristiani, vicini e lontani, abbracciarono l’Islam. Le tribù arabe dell’Iraq, dell’Arabia e delle regioni confinanti con la Siria risposero all’appello islamico di Hazrat Khalid (ra).

Adempimento delle promesse del Nobile Profeta (s)

Tra i compiti del califfato vi era anche saldare i debiti contratti durante l’epoca del Nobile Profeta (s) e adempiere correttamente alle promesse e agli impegni da lui assunti. Hazrat Abu Bakr (ra) assolse questi compiti non appena ne ebbe l’opportunità. In particolare, dopo aver acquisito immense ricchezze in seguito alla conquista del Bahrein, proclamò pubblicamente che, se qualcuno vantava un credito nei confronti del Nobile Profeta (s), oppure se una sua promessa era rimasta inadempiuta, avrebbe potuto riceverne l’adempimento da parte sua.

Il trattamento riservato alla famiglia e ai parenti del Nobile Profeta (s)

Sebbene inizialmente fosse sorto un certo malinteso tra lui e la famiglia e i parenti stretti del Nobile Profeta (s) riguardo al giardino di Fadak, egli li trattò sempre con grande cordialità, benevolenza e rispetto. Rivolse particolare attenzione al benessere e alla tranquillità delle Madri dei Credenti e all’adempimento di ogni loro necessità. Inoltre, adempié con pieno rispetto e devozione a tutte le disposizioni che il Nobile Messaggero (s) aveva lasciato riguardo ad altre persone.

Tutela dei diritti dei sudditi dhimmi

Durante l’epoca della profezia, Hazrat Abu Bakr (ra) garantì pienamente tutti i diritti dei non musulmani che erano stati accolti nello Stato islamico e con i quali erano stati conclusi speciali trattati mediante accordi scritti. Analogamente, durante il suo califfato, nei paesi conquistati concesse ai sudditi non musulmani dhimmi diritti quasi pari a quelli dei sudditi musulmani. Il trattato sottoscritto con gli abitanti cristiani di Hira era il seguente:

I loro monasteri e le loro chiese non saranno distrutti, né sarà demolito alcun palazzo costruito per offrire rifugio in caso di necessità. Non sarà loro impedito di suonare le campane e di soffiare nei corni. Durante le loro festività speciali non sarà loro vietato portare in processione la croce.

Qui sono state menzionate soltanto alcune clausole del lungo trattato. Da esso si può cogliere un luminoso esempio della tolleranza verso le altre religioni nell’ordinamento dello Stato islamico.

Durante l’epoca del primo califfo, l’ammontare della jizya e delle imposte ordinarie era estremamente modesto. Inoltre, esse venivano riscosse soltanto dai più abbienti. Dei settemila abitanti della regione di Hira, mille erano stati esentati da ogni forma di jizya, mentre sugli altri era stata imposta una tassa annuale di appena dieci dirham pro capite. Nel trattato citato era inoltre stabilito che, qualora un dhimmi fosse divenuto anziano, invalido o povero, non gli sarebbe stata riscossa alcuna imposta; al contrario, il suo mantenimento sarebbe stato garantito dal Bayt al-Mal. Si può trovare, nella storia del mondo, un altro esempio di un’amministrazione dei sudditi così imparziale e di un comportamento tanto generoso?

 

I tratti caratteristici del carattere di Umar Faruq (ra)

Il Profeta dell’umanità, Hazrat Muhammad (s), grazie all’autentica dedizione della propria vita, aveva formato una società pienamente idealista e dotata di un carattere elevato. Ogni individuo della società da lui formata era, sotto il profilo ideale e morale, elevato come una vetta montana, incrollabile di fronte all’ingiustizia e alla falsità, e, agli occhi degli avversari, assolutamente invincibile e inespugnabile. Ciò era pienamente vero e applicabile riguardo a quasi tutti i Compagni. Tuttavia, è innegabile che tra loro esistessero notevoli differenze quanto a dolcezza, severità, umiltà, modestia e pazienza. Questa differenza è riconosciuta come una realtà, dovuta alla diversità delle nature individuali. In tale prospettiva, quando esaminiamo il carattere personale di Hazrat Umar Faruq (ra), davanti a noi si manifesta l’immagine stupefacente di un uomo d’acciaio fuori dal comune. In verità, Hazrat Umar (ra) ha stabilito nella società islamica un modello luminosissimo di personalità incomparabilmente vigorosa, ardente, impavida e inflessibile. Nel vasto cielo del califfato islamico egli è simile a una luna splendente. Nel campo del califfato, il suo ruolo è estremamente forte ed elevato.

Questa fermezza del carattere di Umar era evidente fin dai primi anni della sua vita. Nella società dell’epoca preislamica era conosciuto come un guerriero straordinario. Quando era un giovane eroe emergente di ventisette anni, proprio allora il sole dell’Islam sorse sul deserto d’Arabia. Dalle vette delle montagne della Mecca risuonò una voce del tawhid capace di scuotere ogni direzione. Per Umar Faruq quella voce era del tutto nuova e sconosciuta. Udendola, si adirò e si agitò profondamente. Così, ogni volta che veniva a sapere che qualcuno aveva abbracciato l’Islam, diventava il suo acerrimo nemico. Quando una schiava appartenente alla sua stessa stirpe abbracciò l’Islam, la picchiò in modo incredibilmente violento. Inoltre, ogni volta che apprendeva che qualcun altro aveva abbracciato l’Islam, avanzava a grandi passi per annientarlo. Ma è davvero sorprendente che, nonostante tutte quelle percosse, non riuscì a indurre neppure una sola persona ad abbandonare l’Islam. Alla fine decise di uccidere personalmente il Profeta dell’umanità. Un giorno, con una spada affilata e ben temprata appesa alla spalla, partì a passo fiero proprio con quell’intento. Ma, lungo il cammino, quando seppe che sua sorella e suo cognato avevano abbracciato l’Islam, fu come se un fulmine lo avesse colpito. Corse immediatamente da loro e li picchiò così duramente che dal loro corpo cominciò a scorrere un copioso rivolo di sangue. Eppure, nonostante tutto ciò, nei loro cuori non apparve neppure la minima debolezza nella fede verso l’Islam. Anzi, rivolgendosi a Umar Faruq, dissero: «Fa’ ciò che vuoi. Ma spegnere nei nostri cuori la fiaccola luminosa della fede nell’Islam è oltre le tue possibilità».

Di fronte all’inflessibilità dei nuovi musulmani, Umar Faruq (ra) rimase sopraffatto dallo stupore. Si smarrì chiedendosi per quale ragione essi fossero così perdutamente devoti e votati all’Islam, e grazie a quale tocco della pietra filosofale un uomo barbaro e ribelle potesse diventare degno del nome di essere umano. Alla fine, anche lui fu costretto a chinare il capo davanti ai saldi principi e alla visione dell’Islam. La conversione all’Islam di un uomo straordinariamente valoroso come lui suscitò un’enorme agitazione nelle due società contrapposte dell’Arabia di allora. La società dei miscredenti rimase tanto stupefatta quanto scoraggiata; al contrario, nella piccola società islamica si manifestò una giovanile ondata di entusiasmo e fervore. A quel tempo i musulmani erano estremamente deboli, privi di potere e indifesi. Non solo vivere apertamente secondo l’Islam e celebrare i suoi riti necessari, ma persino dichiararsi musulmani era diventato per loro fonte di grave pericolo. In particolare, per loro era assolutamente impossibile adorare Allah nella Casa di Allah. La conversione all’Islam di un uomo impavido e valoroso come Hazrat Umar (ra) cambiò improvvisamente la situazione. Quando egli dichiarò pubblicamente di essere diventato musulmano, la società dei miscredenti divenne estremamente ostile e furiosa nei suoi confronti. Quando suo zio materno, il potente capo miscredente As ibn Wa’il, volle offrirgli protezione, egli, per il suo consueto ardore e valore, rifiutò di accettarla. Infatti, dopo aver creduto nella parola rivoluzionaria dell’Islam, «lā ilāha illā Allāh», accettare la protezione di un miscredente o di una potenza miscredente non è affatto decoroso per una persona dotata di senso dell’onore. Inoltre, si recò alla Ka‘ba insieme ai musulmani e vi compì la preghiera. In realtà, ciò fu possibile soltanto grazie al coraggio del valoroso Umar. Per questo, alla corte della profezia, fu insignito del titolo di Faruq, cioè colui che distingue tra la verità e la falsità.

Dopo aver abbracciato l’Islam, Hazrat Umar rimase alla Mecca per circa sei o sette anni, fino all’Egira. Durante quel periodo, insieme agli altri, sopportò senza esitazione le disumane persecuzioni, le violenze e le oppressioni inflitte ai musulmani dai miscredenti. In verità, se i musulmani di allora non avessero posseduto un’incomparabile abnegazione per l’Islam, una straordinaria fermezza morale e un carattere inflessibile, sarebbe stato assai difficile preservare la fede pur essendo schiacciati dalla macina delle diaboliche torture dei miscredenti.

La prima battaglia dell’Islam ebbe luogo nella piana di Badr. La sottile capacità di giudizio, lo spirito di abnegazione e l’inflessibile fermezza dimostrati da Hazrat Umar in quella battaglia sono iscritti a lettere luminose nella storia dell’Islam. Per l’Islam egli non fu disposto a perdonare neppure di una briciola i parenti più stretti. Sul campo di battaglia, suo zio materno ʿĀṣ fu ucciso proprio dal colpo della sua spada. Egli non provò la minima esitazione nemmeno nel conficcare l’arma nel petto di quel suo strettissimo parente. Questo sacrificio per l’Islam fu davvero incomparabile.

Nella battaglia di Badr i musulmani ottennero una gloriosa vittoria e circa settanta capi dei miscredenti furono fatti prigionieri dai musulmani. Quando iniziò la discussione su come trattarli, Hazrat Umar Faruq espresse chiaramente il suo parere e disse: «È preferibile ucciderli, e ciascuno di noi ha il dovere di sgozzare con le proprie mani il proprio parente».

Nel sesto anno dell’Egira, il Nobile Profeta partì alla volta della Mecca, diretto al pellegrinaggio, accompagnato da millequattrocento musulmani. Giunto in un luogo chiamato Zulhulayfa, venne a sapere che i Quraysh della Mecca quell’anno non avrebbero permesso in alcun modo ai musulmani di entrare in città. In quella situazione si diffuse la notizia che Hazrat Uthman fosse stato ucciso come martire. In quel momento il Nobile Profeta ricevette dai Compagni il giuramento di abnegazione; Hazrat Umar vi fu tra i primi. Infine, quando fu firmato il trattato di pace con i Quraysh, una delle sue condizioni apparve chiaramente inaccettabile a Umar Faruq e colpì duramente il suo fiero senso dell’onore e il suo spirito valoroso. Egli si recò immediatamente alla presenza del Messaggero e disse: «Se siamo davvero fondati sulla verità, quale necessità c’è di stipulare una pace con la falsità con tanta mitezza e sottomissione?»

Nello stesso anno della conquista della Mecca ebbe luogo la battaglia di Hunayn. Hazrat Umar combatté in quella battaglia con estrema fermezza. Nel nono anno dell’Egira, quando si diffuse la notizia che l’imperatore romano avrebbe attaccato Medina, su richiesta del Nobile Profeta Hazrat Umar Faruq portò metà di tutti i suoi beni e li presentò al servizio del Messaggero.

Alla notizia della morte del Profeta, l’intera comunità musulmana fu sul punto di crollare, spezzata da un dolore straziante. D’altra parte, ritenendo che gli ipocriti dalla natura subdola potessero approfittare dell’occasione per tentare di provocare una grave calamità, Hazrat Umar Faruq iniziò a parlare con voce vigorosa nella Moschea del Profeta: «A chiunque dica che il Profeta è morto sarà mozzata la testa». In realtà, ciò non fu altro che la concreta manifestazione del naturale ardore e del coraggio impetuoso di Hazrat Umar.

La natura ardente e inflessibile costantemente osservabile nel carattere di Hazrat Umar ebbe un effetto alquanto sfavorevole su alcuni Compagni. Per esempio, quando Hazrat Abu Bakr Siddiq giunse all’ultima fase della sua vita e divenne inquieto pensando alla nomina del califfo successivo, espresse personalmente il proprio parere a favore della designazione di Hazrat Umar a quella carica. Grazie alla lunga esperienza della sua vita, aveva senza dubbio compreso che, dopo la sua scomparsa, Umar Faruq era la persona più adatta al califfato. Quando manifestò questo parere a Hazrat Abd al-Rahman ibn Awf, questi disse: «Per quanto riguarda Umar Faruq, per Dio, egli è migliore di quanto voi pensiate. Ma ciò che desta preoccupazione è che la sua natura è estremamente impetuosa e severa» (Tabari). In risposta, Hazrat Abu Bakr disse: «La ragione è che in me vi erano eccessiva mitezza e umiltà. Ma quando la responsabilità sarà posta sulle sue spalle, egli abbandonerà molte delle sue abitudini e dei suoi tratti caratteriali. O Abu Muhammad! La mia esperienza è questa: quando mi adiravo con qualcuno, era proprio Umar a cercare di spegnere il fuoco della mia collera e a consigliarmi di adottare un atteggiamento mite» (Al-Islam wa al-Hadarah al-Arabiyyah).

Riguardo alla natura severa di Hazrat Umar Faruq, Hazrat Abu Bakr dovette rendere conto anche al popolo. Quando il suo parere sul califfo successivo si diffuse tra la gente, alcune persone vennero a chiedergli: «Quando giungerai davanti ad Allah, quale risposta darai per aver nominato come tuo successore una persona dalla natura severa come Umar?» Hazrat Abu Bakr confutò con estrema sottigliezza la loro opinione errata e disse: «Starò davanti ad Allah e dirò che ho scelto come califfo il migliore e il più eccellente tra gli uomini della comunità successiva».

In verità, il rango che Hazrat Abu Bakr (ra) occupava alla corte del nobile Profeta (s) era quello stesso che Hazrat Umar Faruq (ra) occupava alla corte di Hazrat Abu Bakr (ra). (Muqaddima di Ibn Khaldun, p. 206) Per questo, la suddetta affermazione di Hazrat Abu Bakr (ra) è pienamente veritiera.

Dopo l’investitura di Hazrat Umar (ra) alla carica di califfo, il primo messaggio uscito dalle sue labbra e giunto alle orecchie del popolo musulmano fu questo: «O arabi, la vostra religione consiste nel seguire il conducente, come un cammello legato con una corda segue il suo guidatore. Ma bisogna osservare dove e come il guidatore vi conduce. Quanto a me, posso dire questo: per Dio, il Signore della Kaaba, vi condurrò senz’altro sulla retta via».

Subito dopo la conclusione della sepoltura di Hazrat Abu Bakr Siddiq (ra), egli si spolverò le mani dalla terra e si alzò per pronunciare un discorso. Rivolgendosi alla comunità musulmana riunita, disse:

Popolo musulmano! Allah ha riunito voi e me insieme. E, dopo i miei due predecessori, mi ha lasciato in vita e mi ha risparmiato. Per Allah, risolverò tutte le questioni che saranno sottoposte alla mia attenzione. E per tutto ciò che rimarrà al di fuori della mia conoscenza, mi adopererò con pieno senso di responsabilità e devozione verso Allah. In verità, se le persone mi tratteranno con benevolenza e bontà, anch’io le tratterò allo stesso modo. Ma se qualcuno adotterà un comportamento cattivo e sconveniente, anch’io gli infliggerò una severa punizione».

Questo discorso programmatico di Hazrat Umar (ra) fu la guida per l’esercizio delle funzioni del suo califfato. Il giudizio unanime degli uomini esperti è che egli agì dall’inizio alla fine conformemente a queste sue parole. Non ne fece né un minimo di meno né un minimo di più.

Hazrat Umar (ra) stesso pregava Allah dicendo:

******** (in arabo)

O Allah, per natura sono un uomo dal carattere duro: rendimi mite e sensibile. Sono debole: dammi forza. Sono avaro: rendimi generoso. (Al-Islam wa al-Hadaratu al-Arabiyya)

Dopo la nomina di Hazrat Umar (ra) a califfo, egli si adoperò per inviare un gran numero di soldati al fine di rafforzare la spedizione in Iraq. Dopo aver rivolto per diversi giorni consecutivi appelli a tale scopo nelle assemblee pubbliche, pronunciò un discorso commovente e stimolante. In seguito a ciò, il popolo musulmano si preparò, a gruppi, a unirsi al jihad. Nella fase finale di questa incessante serie di combattimenti ebbe luogo uno scontro aperto tra i musulmani e l’Iran. Tuttavia, i musulmani furono sconfitti e, dei novemila soldati, ne rimasero soltanto tremila. Ricevuta la notizia di questa sconfitta, Hazrat Umar Faruq ne fu estremamente contrariato e adirato. Allora pronunciò un discorso infuocato, invitando al sacrificio di sé per l’Islam, e tra le tribù arabe ciò provocò un’eruzione di fervore. Persino innumerevoli cittadini cristiani si prepararono a gettarsi sul campo di battaglia per combattere al fianco dei musulmani.

Durante il califfato di Hazrat Umar Faruq (ra) furono ottenute straordinarie vittorie per l’Islam. In quel periodo la bandiera dell’Islam sventolò in Egitto, Siria, Iraq, Armenia, Iran, Palestina, Azerbaigian, Algeria e Tripoli. In verità, prima di allora non si era mai visto un simile esempio di conquista di paesi, né se ne vide uno dopo. Nessuna delle sue frecce fallì il bersaglio. Nessuno degli stendardi da lui innalzati fu mai abbassato.

La vita dei musulmani era per lui la cosa più preziosa. Nominava comandanti dell’esercito uomini che, nella società contemporanea, godevano di particolare prestigio per conoscenza, intelligenza e discernimento. Durante la battaglia di Nehawand scrisse a Nu’man ibn Muqarrin:

Ho saputo che nella città di Nehawand i nemici non musulmani si stanno radunando a gruppi per ingaggiare battaglia con voi. Non appena riceverai questa mia lettera, partirai con i musulmani che si trovano nelle tue vicinanze, sotto l’ordine, l’aiuto e la misericordia di Allah. Non condurli per strade aspre e impervie, poiché ciò causerebbe loro grandi difficoltà. Non violare alcuno dei loro legittimi diritti; altrimenti si scontenteranno e si ribelleranno. Non addentrarti con loro neppure nelle vie delle foreste fitte. Sappi che, per me, un solo musulmano è più caro e prezioso di centomila monete d’oro.

Per portare al successo questa spedizione di conquista di paesi senza precedenti, egli inviò innumerevoli soldati a diverse battaglie; tuttavia, quando riceveva la notizia del martirio di un soldato o di un comandante, dai suoi due occhi sgorgavano incessantemente, in torrenti impetuosi, lacrime ardenti di dolore, e nemmeno l’ascolto della lieta notizia della conquista di un grande paese riusciva a fermarle.

Hazrat Umar (ra), come i due grandi uomini che lo avevano preceduto (il Rasule Karim e Abu Bakr Siddiq), era un vessillifero di giustizia e integrità. Anche le parole che uscivano dalle sue labbra erano simili alle loro. Quando inviò Muslimah al-Ashja’i con l’obiettivo di reprimere i curdi ribelli, gli disse:

Parti nel nome di Allah e combatti con tutte le tue forze, sulla via di Allah, contro coloro che si ribellano ad Allah. Quando ingaggerai una battaglia frontale con i tuoi fratelli politeisti, presenta loro innanzitutto tre proposte. Invitali ad accettare l’Islam. Se accetteranno l’Islam e saranno pronti a deporre le armi e a restare nelle loro case, sarà vostro dovere riscuotere la zakat sui loro beni. Se saranno pronti a unirsi a voi e a combattere contro i miscredenti, i loro diritti e la loro dignità saranno pari ai vostri. Ma se rifiuteranno di accettare l’Islam, chiedi loro sottomissione e il pagamento del kharaj. Tuttavia, non imporre loro alcun onere superiore alle loro forze e capacità. Se non saranno disposti a pagare il kharaj, combatti contro di loro. Allah vi aiuterà contro di loro.

Hazrat Umar Faruq (ra) non era disposto a tollerare la minima inclinazione alle comodità, il lusso o lo sfarzo tra i governatori provinciali e i funzionari dei vari dipartimenti governativi. Si adoperava con tutte le sue forze per mantenere piena unità e uguaglianza tra governanti e governati. Non vi fu limite ai suoi sforzi di protezione, affinché la civiltà lussuosa e il carattere sfrenato dei non arabi non potessero contagiarli. Al governatore Hazrat Utba ibn Farqad (ra) scrisse esplicitamente: «Astieniti dal lusso, dallo sfarzo, dalle comodità, dalle usanze e dai costumi politeistici e dagli abiti di seta».

Egli esigeva dai governatori appena nominati la promessa che non avrebbero cavalcato cavalli turchi (poiché a quei tempi erano considerati il massimo del lusso), che non avrebbero nominato portieri e che avrebbero mantenuto le loro porte sempre aperte e accessibili ai poveri e ai bisognosi. Se qualcuno contravveniva a ciò, lo destituiva immediatamente.

Hazrat Sa’d fece costruire nella città di Kufa un enorme palazzo. Hazrat Umar (ra) lo fece incendiare e ridurre in cenere. In Egitto, Hazrat Kharija ibn Hudhafa fece costruire un edificio a più piani. Quando ne fu informato, Hazrat Umar (ra) ordinò che fosse demolito, poiché, oltre ad altre irregolarità, si temeva che esso compromettesse la privacy dei vicini. (Kitab al-Kharaj)

Durante il pellegrinaggio, recatosi alla Mecca Sharif, Umar al-Faruq (ra) faceva un pubblico annuncio invitando chiunque avesse qualche lamentela contro i governatori a presentarla direttamente a lui. Un uomo accusò un governatore di averlo colpito senza motivo con cento frustate. Egli rispose: «Tu infliggerai cento frustate al governatore interessato». Si può facilmente comprendere quanto fosse severa questa decisione. Il governatore interessato ne fu sconvolto. Si alzò e disse: «Se si facesse ciò, la dignità del governatore verrebbe compromessa e l’amministrazione cesserebbe di funzionare». Hazrat Umar (ra) disse: «Nonostante ciò, è indispensabile stabilire un precedente di tale giustizia, poiché lo stesso Nobile Profeta (s) fece proprio così».

Avendo saputo che Hazrat Khalid ibn al-Walid (ra) aveva speso una grande somma di denaro senza che ve ne fosse una necessità nazionale e generale, Hazrat Umar (ra) gli inviò l’ordine di destituzione. Disse: «Se Khalid ha speso questo denaro di tasca propria, lo ha certamente sperperato; ma se ha speso il denaro del Bayt al-Mal, ha oltrepassato i propri diritti e tradito il deposito affidatogli».

Hazrat Umar (ra) svolse i compiti del califfato seguendo le orme dei grandi uomini che lo avevano preceduto. Disse: «I miei due compagni sono già passati all’altra vita. Essi seguirono la stessa via e lo stesso metodo. Se io agissi diversamente da loro, per me ciò significherebbe adottare una via completamente diversa». In effetti, queste parole sembrano riecheggiare quelle del Profeta dell’universo: «Se dopo di me vi fosse stato un profeta, sarebbe stato Umar».

La fermezza e l’irremovibilità osservate nel carattere di Umar al-Faruq (ra) furono spiegate correttamente dallo stesso Nobile Profeta (s). Egli disse: «Nelle questioni di Allah, nessuno tra la mia comunità è forte e severo quanto Umar».

Un altro disse: «Umar è generoso nei confronti della verità, ma nei confronti dell’ingiustizia e della falsità è avaro fino al midollo».

In realtà, Hazrat Umar (ra) non era schiavo cieco della propria natura; non è affatto vero che adottasse la severità in una questione semplicemente per una disposizione naturale alla durezza. Al contrario, la sua concezione della severità e della mitezza era estremamente chiara, e in questa materia la sua mente e il suo intelletto erano sempre vigili. Perciò egli stesso dichiarò con parole esplicite:

Gli affari del califfato non possono essere svolti correttamente finché non si adotta una fermezza che non giunga al livello dell’oppressione. Anche in una questione del genere non si dovrebbe ricorrere alla mitezza, se essa si fonda sulla debolezza. (Kitab al-Kharaj)

E questa fermezza era limitata interamente alle questioni della Sharia: ai diritti di Allah e ai diritti dei servi. Tuttavia, nelle questioni personali, Hazrat Umar (ra) non mostrò mai neppure un briciolo di durezza. Al contrario, in tali circostanze era più sciolto e mite della cera. È proprio questo che si apprende da uno dei discorsi dello stesso Umar Faruq (ra). In quell’occasione disse:

******(arabo)

Giuro per Allah: quando il mio cuore si fa tenero nei confronti di Allah, diventa più tenero e delicato della schiuma sull’acqua. E quando, riguardo alla religione di Allah e alla Sharia, diventa — secondo necessità — fermo e severo, allora diviene più duro e impenetrabile della pietra.

In effetti, la severa politica adottata da Hazrat Umar Faruq (ra) nell’adempimento delle responsabilità del califfato era assolutamente indispensabile dal punto di vista dell’amministrazione dello Stato. La destituzione di Hazrat Khalid ibn al-Walid, la severità nei confronti dei governatori, il rigore estremo nell’applicazione delle norme islamiche e altre misure simili rientravano tra le immense responsabilità proprie del califfato di Hazrat Umar (ra). Tutto ciò che fece, lo fece per assolvere le gravose responsabilità della carica di califfo. Infatti, senza tali misure, una responsabilità così delicata e importante come quella del califfato non avrebbe potuto essere adempiuta neppure in minima parte. E, Dio non voglia, se anche Hazrat Umar, nell’adempiere alle responsabilità del califfato, non avesse istituito un esempio concreto dell’ordinamento statale islamico, la scomparsa dell’ordinamento della vita islamica sarebbe stata inevitabile.

Tuttavia, la severità, l’inflessibilità e l’assenza di indulgenza di Umar nell’adempimento delle responsabilità del califfato erano soltanto un aspetto del suo carattere. L’altro aspetto era il suo incomparabile contributo nell’esercizio della misericordia, della compassione e del perdono. Nella società di allora, tra tutte le creature dotate di coscienza di Allah, nessuno aveva più diritto degli schiavi alla misericordia e alla compassione. Subito dopo aver assunto la responsabilità del califfato, Hazrat Umar Faruq (ra) liberò completamente tutti gli schiavi arabi. Inoltre promulgò una norma costituzionale secondo cui: «Un arabo non potrà mai diventare schiavo o servitore di nessuno». In base all’ordinamento sociale ed economico dell’epoca, liberare tutti gli schiavi non arabi era un’impresa estremamente difficile. Ciononostante, egli mise in vigore numerose leggi e disposizioni benefiche per loro. Arrivò persino a istituire per loro, al pari dei padroni e dei proprietari, assegni o stipendi governativi.

Hazrat Umar (ra) adottò nei confronti dei dhimmi e dei non musulmani un comportamento così cordiale e rispettoso che neppure i musulmani di oggi riservano ai musulmani. Rimase particolarmente vigile su questo punto fino all’ultimo momento della sua vita. Al tempo stesso, non lesinava affatto nel mostrare generalmente perdono e benevolenza.

Il secondo califfo non si limitava a svolgere attività di pubblica utilità soltanto a livello governativo. Anche personalmente si dedicava in ogni momento al bene dell’umanità. Si recava di casa in casa dai mujahidin partiti per il campo del jihad e si informava sulle loro famiglie. Se emergeva una necessità di qualcuno, provvedeva immediatamente a soddisfarla. Ovunque incontrasse persone affamate, si affrettava a predisporre per loro del cibo. Durante il califfato di Umar Faruq (ra) furono stabilite piena uguaglianza e completa parità tra ricchi e poveri, indigenti e benestanti. Aveva impartito severe istruzioni ai funzionari responsabili affinché non mostrassero neppure la minima disparità di trattamento tra i cittadini. Egli stesso non gradiva alcuna forma di adulazione, né elogi o lodi. Quando comparve come parte convenuta davanti al tribunale di Medina, il giudice si alzò in piedi in segno di rispetto per il califfo dei musulmani. Vedendo ciò, egli disse immediatamente: «Con questo, in questa causa hai commesso la tua prima ingiustizia». Allora il mondo intero tremava davanti all’autorità e alla potenza del califfo; tuttavia, grazie alla politica di uguaglianza da lui adottata, gli ambasciatori stranieri spesso non riuscivano a riconoscere a prima vista l’Amir al-Mu’minin. Era un uomo dotato di un senso del rispetto estremamente intenso. Prima della rivelazione dei versetti riguardanti il velo, non osservavano il velo non soltanto le comuni donne musulmane, ma neppure le mogli del Nobile Profeta (s). Eppure, già allora egli non poteva approvare l’assenza del velo e la libera circolazione delle donne.

La base fondamentale del carattere faruqiano

Le sublimi qualità morali di Hazrat Umar Faruq (ra) erano fondate su basi estremamente solide. Egli aveva acquisito queste basi grazie alla compagnia stretta e intima di Hazrat Muhammad (s), colui che aveva stabilito i più elevati standard morali. Personalmente, era adorno di nobili qualità, una personificazione vivente del carattere profetico. Nello specchio del suo carattere si riflettevano in misura suprema la sincerità assoluta, la sottomissione ad Allah, il distacco dai piaceri mondani, il controllo della lingua e del cuore, la giustizia, la veridicità, l’umiltà e una vita semplice e priva di ostentazione. Queste nobili qualità erano così saldamente radicate nel suo carattere che chiunque entrasse in contatto con lui ne rimaneva profondamente influenzato. Molti Sahaba cercavano con grande entusiasmo la sua compagnia per apprendere da lui la vera taqwa e la devozione. Lo stesso Rasul-e-Karim (s) disse riguardo a lui:

*******(in arabo)

Allah Ta’ala ha stabilito la verità sul volto e nel cuore di Umar. Egli è colui che distingue chiaramente tra il haqq e il batil.

La sua influenza si rifletteva pienamente anche nel carattere dei funzionari pubblici dell’epoca del califfato faruqiano.

L’intensità del timore di Allah

La fonte principale della fermezza morale di Umar (ra) era la salda convinzione nella potenza e nella forza di Allah. Con profonda umiltà e il cuore pieno di timore, rimaneva dedito alla preghiera fino a tarda notte. Quando recitava i versetti del Corano in cui sono descritte la grandezza e la maestà di Allah, veniva sopraffatto dall’emozione e scoppiava in un pianto incontenibile. Il suo cuore era così tenero e sensibile che, una volta, quando cominciò a recitare la sura Yusuf durante la preghiera dell’alba, il suo cuore fu travolto dall’emozione e, continuando a piangere, fu costretto a completare l’intero Corano prima di andare in ruku.

Temeva moltissimo il giudizio del Giorno della Resurrezione. Diceva spesso: «Se nel Giorno della Resurrezione riuscissi in qualche modo a salvarmi dal tormento della Jahannam, mi riterrei immensamente fortunato anche se le mie buone e cattive azioni risultassero pari». Una volta prese in mano un filo d’erba e cominciò a dire con voce carica di dolore: «Ahimè, se fossi libero da ogni responsabilità come questo filo d’erba! Ahimè, se non fossi mai venuto al mondo!». Per il timore di Allah, il suo cuore e la sua mente rimanevano sempre pieni di apprensione. Per questo diceva spesso: «Anche se dall’alto venisse annunciato che tutti gli uomini del mondo, tranne uno, sarebbero destinati al Paradiso, il mio cuore rimarrebbe angosciato e preoccupato dal timore che, chissà, quel disgraziato potrei essere proprio io».

Amore e obbedienza al Messaggero

Per conseguire la purezza e la rettitudine della mente e dell’animo, nonché le migliori e sincere qualità morali, è assolutamente indispensabile acquisire un amore sincero per la fonte fondamentale del nobile carattere, il Profeta dell’intera umanità, Hazrat Muhammad (s), e una devozione autentica nel seguire la sua Sunna. In verità, il cuore che non è colmo d’amore per il Messaggero e il passo che non segue il nobile esempio del Messaggero di Allah (s) non possono essere benedetti con le grazie di questo mondo e dell’Aldilà. Hazrat Umar Faruq (ra) era un autentico e devoto innamorato del Messaggero. Amava il nobile Messaggero (s) più della propria vita, dei propri beni, dei figli e dei parenti. Per questo non fu capace di accettare prontamente e facilmente la morte del nobile Profeta (s).

L’aspetto più luminoso del carattere di Hazrat Umar (ra) era la sua letterale imitazione del nobile Messaggero (ra) in ogni circostanza. Nel mangiare e nel bere, nel vestirsi, nel sedersi e nell’alzarsi, nel camminare e nel muoversi, nel parlare e in ogni altra attività, egli seguiva con devozione il modello del Profeta. Il nobile Messaggero (s) trascorse la vita tra privazioni, digiuno e povertà. Per questo, benché fosse sovrano dei vasti imperi di Roma e della Persia, Hazrat Umar (ra) viveva come un uomo estremamente povero. Una volta sua figlia, la Madre dei Credenti Hazrat Hafsa (ra), gli disse: «Ora Allah l’Altissimo vi ha concesso agiatezza e abbondanza. Non dovreste dunque più astenervi dall’indossare abiti migliori e dal consumare cibi prelibati». Egli rispose: «Hai forse dimenticato la vita del nobile Messaggero, segnata dal dolore e dalla povertà? Per Allah, continuerò a seguire il mio “capo” … continuerò nella speranza che nell’Aldilà Allah mi conceda felicità e agiatezza».

Ogni volta che vedeva il nobile Messaggero (s) compiere un’azione in un certo modo, si sforzava sempre di compierla esattamente nello stesso modo. Quando, osservando il suo modo di agire, gli chiedevano il motivo, rispondeva senza esitazione: «Ho compiuto quest’azione in questo modo proprio perché ho visto il nobile Messaggero (s) compierla esattamente così».

Il forte senso del dovere

Hazrat Umar (ra) aveva un senso estremamente forte delle proprie responsabilità e dei propri doveri. Si riteneva responsabile di tutto ciò che riguardava il popolo e, per quanto grande fosse la difficoltà nel compiere tale dovere, la sopportava senza esitazione. Per i beni della popolazione musulmana o dello Stato, la cui custodia gli veniva affidata, sopportava al massimo grado fatiche e sforzi. Se il Bayt al-Mal subiva un danno di qualsiasi natura, lo risarciva; e se si smarriva qualcosa, non si tirava indietro neppure per un istante dall’assumersi personalmente tutta la fatica necessaria per ritrovarla.

Hazrat Ali (ra) racconta: Un giorno vidi Hazrat Umar (ra) cavalcare un cammello e procedere rapidamente, e gli chiesi: «Comandante dei Credenti, dove state andando?». Egli rispose: «Si è smarrito un cammello riscosso come zakat e sono uscito a cercarlo». Io dissi: «In questo modo state rendendo estremamente difficile ai califfi che verranno dopo di voi adempiere alle loro responsabilità; in altre parole, se voi sopportate tante difficoltà nell’adempiere ai doveri del califfato, anche coloro che diventeranno califfi dopo di voi dovranno affrontare difficoltà analoghe». Udito ciò, egli disse:

*******(arabo)

O padre di Hasan, non rimproverarmi. Per Colui che ha inviato Muhammad (s) conferendogli la profezia, se anche un solo cammello morisse sulle rive dell’Eufrate, nel Giorno della Resurrezione proprio Umar ne sarebbe chiamato a rispondere.

In verità, soltanto chi possiede un senso sconfinato della responsabilità e una sincera e incrollabile fede nel rendiconto del Giorno della Resurrezione può parlare in questo modo; non vi è alcun dubbio che sia possibile compiere simili sforzi e sopportare tali fatiche per proteggere i beni dello Stato.

Hazrat Umar (ra) si aggirava di notte nelle zone abitate per conoscere la reale condizione della popolazione. Per tre notti consecutive aveva udito il pianto provenire dalla stessa casa. In seguito fece chiamare gli abitanti della casa e volle conoscere la ragione del pianto del bambino. La madre del bambino disse: «Poiché al bambino non viene assegnato un sussidio dal Bayt al-Mal finché non viene svezzato, stiamo cercando di interrompere immediatamente l’allattamento del bambino ancora lattante. Questa è la ragione principale del suo pianto».

Non appena venne a sapere ciò, fece immediatamente proclamare:

******** (in arabo)

Non affrettatevi a svezzare i bambini. D’ora in poi assegneremo alimenti a ogni bambino musulmano.

Allo stesso tempo inviò istruzioni chiare affinché questa disposizione fosse immediatamente applicata in tutto lo Stato islamico.1 {Un esempio incomparabile di senso della responsabilità: a questo proposito è degno di nota un altro episodio storico. Una volta, nel cuore della notte, il califfo Umar (ra), accompagnato da Ibn Abbas (ra), si recò a visitare una zona rurale lontana da Medina. Mentre attraversavano un quartiere, udirono il pianto dei bambini provenire dall’interno di una capanna fatiscente lì accanto. Guardando dentro la capanna, videro un’anziana donna che aveva posto sul focolare una pentola piena d’acqua e vi aveva acceso il fuoco; intorno a essa, i bambini piangevano per i morsi della fame. La donna, fermandosi di tanto in tanto, cercava di consolare i bambini: «Abbiate ancora un po’ di pazienza, il cibo sarà pronto tra un momento». Ma alla fine il cibo non fu pronto. Dopo aver pianto a lungo, stanchi, i bambini si addormentarono. Anche la donna sospirò profondamente e disse tra sé: «Ebbene, almeno per questa notte siamo riusciti a sopravvivere». Vedendo quella situazione straziante, il califfo Umar (ra) e il suo compagno si presentarono alla donna. In risposta alle loro domande, ella disse: «Nella mia famiglia non vi è alcun uomo in grado di guadagnare; io stessa non riesco a guadagnare abbastanza per procurare il pane ai bambini. Perciò, da alcuni giorni, metto sul focolare soltanto una pentola piena d’acqua e in questo modo cerco di consolare i bambini affamati». Interrogandola, seppero inoltre che fino a quel momento nessun aiuto alimentare era giunto loro dal Bayt al-Mal dello Stato. Dopo aver ascoltato quella storia straziante, il califfo e il suo compagno tornarono rapidamente a Medina e aprirono la porta del magazzino del Bayt al-Mal. Poi egli stesso si mise sulle spalle un sacco di farina e uno di zucchero e si avviò verso la povera donna. In quel momento Ibn Abbas (ra) chiese al califfo di permettergli di caricarsi almeno uno dei sacchi sulle spalle. Il califfo respinse categoricamente la richiesta e disse: «Ibn Abbas! Oggi sei venuto avanti per alleggerire il mio peso; ma nel Giorno della Resurrezione, quando sarò accusato di aver fallito nell’adempiere alle mie responsabilità, non verrai certo ad alleggerire il peso dei miei peccati». Questo episodio è una prova lampante di quanto fosse acuto il senso della responsabilità del secondo califfo. – Il curatore }

È auspicabile che questa umanità, compassione e sensibilità verso le sofferenze altrui siano fortemente presenti nel carattere dei governanti degli Stati fondati sugli ideali islamici.

Hazrat Umar (ra) era in verità come un padre affettuoso e premuroso per ogni persona debole e ogni orfano della società. La giustizia e l’equità erano le sue principali caratteristiche. Egli riconosceva pari importanza alla libertà e all’uguaglianza. 1 {Inflessibilità nella questione della libertà: riguardo alla libertà dell’essere umano, ossia ai diritti umani fondamentali, l’atteggiamento di Hazrat Umar (ra) era inflessibile. Egli non era favorevole a ledere neppure minimamente la libertà di qualcuno senza una ragione ragionevole e legale. A questo proposito impartiva inoltre ai governanti ordini rigorosi. Ciononostante, una volta giunse al califfo una denuncia contro il governatore dell’Egitto, secondo cui questi aveva tenuto in carcere alcune persone per puro sospetto, senza alcuna ragione ragionevole e legalmente valida. Il califfo fece immediatamente convocare il governatore e gli chiese il motivo. Il governatore non fu in grado di dare alcuna risposta soddisfacente. Allora il califfo lo rimproverò dicendo: «Queste persone erano state partorite libere dalle loro madri. Da dove hai ottenuto il diritto di tenerle asservite?». In verità, fino all’ultimo momento della sua vita, il califfo Umar (ra) rimase saldo su questo vigoroso principio. Nessuno poté farlo deviare da esso neppure di un punto. – Redattore}

Stando tra i deboli e i poveri della società, egli lavorava per il bene generale dell’umanità. Questo principio non si applicava soltanto ai musulmani. Egli non faceva la minima distinzione nemmeno nei confronti dei cittadini non musulmani fedeli allo Stato islamico. Aveva impartito istruzioni agli amministratori di ogni livello affinché li trattassero con giustizia e seguissero i principi dell’equità. Li esortava a evitare ogni forma di ingiustizia e di oppressione nei loro confronti. A questo proposito è particolarmente degna di menzione una sua stessa storica dichiarazione. Egli disse:

********(arabo)

Il bene dell’incarico che Allah l’Altissimo mi ha affidato dipende principalmente da tre cose. Esse sono: custodire adeguatamente l’affidamento, sostenerlo con forza e amministrare e giudicare secondo le norme rivelate da Allah.

Riguardo al patrimonio dello Stato, egli disse:

*******(arabo)

Sappiate che il bene di questo patrimonio statale risiede soltanto in tre modi di utilizzarlo: esso deve essere ricevuto in modo legittimo, secondo il diritto; deve essere distribuito in modo legittimo, cioè per adempiere il diritto; e deve essere impedita la sua acquisizione o distribuzione in modo illecito. Per un credente di fede debole, è sufficiente realizzare la giustizia nell’amministrazione e nel giudizio.

Nel giudicare, egli si preparava con tutto il cuore, con tutta la parola e con tutte le sue forze a stabilire la giustizia. Quando due parti in disputa si presentavano davanti a lui per ottenere giustizia, egli stendeva entrambe le ginocchia e pregava il Dio Altissimo dicendo:

O Allah, aiutami in questa faccenda, poiché ciascuna delle due parti può sviare dalla mia religione. (Se non giudicassi con giustizia).

Disinteresse per il lusso e appagamento con poco

In realtà, l’avidità e il desiderio dei piaceri materiali sono la causa principale dell’immoralità, della mancanza di carattere e della corruzione. Per questo Hazrat Umar Faruq (ra) li detestava per natura. I suoi contemporanei riconoscevano unanimemente che, quanto al disinteresse per il lusso e alla capacità di accontentarsi di poco, egli aveva superato tutti. Quando il Nobile Messaggero (s) talvolta voleva donargli qualcosa, egli diceva: «O Messaggero! Vi sono molte persone più bisognose di me; sono loro più degne di riceverla». Il corpo di Hazrat Umar (ra) non aveva mai indossato abiti morbidi e raffinati. Una kurta rattoppata in più punti, un turbante logoro e consunto e scarpe lacere e sdrucite: questi erano i suoi unici ornamenti per tutta la vita. Con quegli abiti incontrava gli ambasciatori di Cesare e di Kisra e le delegazioni provenienti da ogni paese. La gente rimaneva sbalordita e ammutolita vedendo la modestia del suo cibo. Egli diceva: «Credete forse che io sia incapace o riluttante a mangiare cibi buoni e gustosi? Per Allah, se non temessi il Giorno della Resurrezione, anch’io mi abbandonerei, come voi, al lusso e ai piaceri del palato». Dava inoltre severi ordini ai funzionari incaricati degli affari pubblici affinché si astenessero allo stesso modo dal lusso e dai piaceri materiali.

Accontentarsi di poco era una qualità insita nella sua natura. Dopo essere stato nominato califfo, per diversi anni consecutivi non prese neppure una moneta dal Bayt al-Mal. Eppure l’intera sua famiglia era ormai stremata dai colpi della privazione, delle difficoltà e della povertà. Vedendo la sua situazione, i Compagni organizzarono per lui, dal Bayt al-Mal, un’indennità sufficiente ad acquistare cibo e abiti del tutto semplici. Hazrat Umar (ra) accettò di riceverla a condizione che: «Continuerò a prendere l’indennità soltanto per il tempo strettamente necessario. Non appena la mia situazione economica personale migliorerà, smetterò di riceverla». Allora Rubay ibn Ziyad al-Harimi disse: «Amir al-Mu’minin! Poiché Allah l’Altissimo ti ha conferito una posizione così elevata, hai più diritto di chiunque altro al mondo a vivere nel lusso, nel comfort e nella gioia». Hazrat Umar (ra) rispose con tono adirato: «Io sono soltanto il depositario del popolo. Può forse essere mai lecito tradire un deposito affidato?». Un giorno, vedendolo mangiare cibo di modesta qualità, Hazrat Utba (ra) gli disse: «Amir al-Mu’minin! Se spendessi qualcosa in più per il cibo e per gli abiti, i beni dei musulmani non diminuirebbero per questo». Hazrat Umar (ra) rispose: «È davvero doloroso che tu mi stia tentando con il benessere materiale e il lusso».

In effetti, dopo che gli fu affidata la responsabilità del califfato, Hazrat Umar (ra) adottò la massima cautela riguardo al proprio stile di vita. Infatti, in quel periodo, anche il minimo errore o difetto da parte sua, se fosse divenuto manifesto, avrebbe potuto diventare causa di corruzione nel carattere dell’intera comunità musulmana.

 

Il califfato di Hazrat Umar Faruq (ra)

Durante i dieci anni di governo di Hazrat Umar Faruq (ra), il califfato islamico raggiunse il massimo splendore e conseguì progressi senza precedenti. Fu proprio allora che i due potenti Stati di Roma e della Persia passarono sotto il dominio dei musulmani. In verità, la rivoluzione realizzata in un periodo brevissimo da un pugno di abitanti del deserto è tale che la storia non riesce a presentarne un esempio analogo. Alessandro Magno, Gengis Khan e Timur Lang si erano accinti a conquistare il mondo intero e avevano devastato la superficie della terra; tuttavia, le conquiste territoriali e l’espansione del dominio durante il governo del secondo califfo non sono in alcun modo paragonabili alle loro. I primi, come una tempesta distruttrice, sorsero da una parte, provocarono un diluvio di oppressione, tirannia e spargimento di sangue, poi proseguirono altrove. Dopo aver conquistato la città di Tiro, nel regno siriano, Alessandro fece spietatamente uccidere mille cittadini. Inoltre, non esitò a trasformare trentamila cittadini in schiavi e schiave e a venderli.

Ma durante il governo di Hazrat Umar Faruq (ra), nei paesi e nelle città sui quali veniva innalzata la bandiera del califfato islamico non si può trovare neppure un esempio di oppressione, tirannia o persecuzione. Le truppe islamiche avevano ricevuto ordini specifici di non molestare in alcun modo bambini, anziani e donne. Non solo erano vietati i massacri su larga scala e indiscriminati: ai soldati islamici era severamente proibito persino abbattere gli alberi verdi e rigogliosi. Tutti rimanevano incantati e attratti osservando gli incomparabili esempi di equità, giustizia e cortesia che i governanti musulmani davano nei territori conquistati. Di conseguenza, consideravano il governo del califfato islamico una straordinaria misericordia e pregavano sinceramente affinché tale misericordia si riversasse al più presto sui loro paesi e sui loro popoli. Anzi, per l’eccesso della loro gratitudine, non esitavano neppure a offrire particolare aiuto e collaborazione ai musulmani vittoriosi. Durante la conquista della Siria, furono gli stessi abitanti non musulmani della Siria a fornire spontaneamente ai musulmani notizie e informazioni. Al tempo della conquista dell’Iraq, la popolazione non araba del luogo costruì spontaneamente ponti per i soldati islamici e raccolse informazioni segrete sul nemico, dando loro l’opportunità di prepararsi ad affrontare la situazione. Alla luce di tutte queste circostanze, è superfluo dire che non è possibile fare alcun paragone tra Hazrat Umar Faruq (ra) e spargitori di sangue come Alessandro Magno e Gengis Khan.

Lo spargimento di sangue di Alessandro e di Gengis potrebbe forse aver prodotto temporaneamente qualche risultato nella società di allora; ma è indubbio che uno Stato le cui fondamenta siano state poste sulla tirannia, sull’oppressione e sulle lotte sanguinose non possa recare alcun beneficio duraturo alla società umana in generale. Questo principio è pienamente applicabile, in particolare, alla luce degli avvenimenti menzionati. Oggi non si scorge ormai da nessuna parte neppure una traccia dei nomi di questi eroi conquistatori del mondo. Invece, nello sterminato Stato islamico fondato da Umar Faruq (ra), le nobili qualità della giustizia, dell’equità, della tolleranza, dell’uguaglianza, della fratellanza, della generosità e della compassione si svilupparono pienamente. Per questo, nella storia mondiale, il califfato faruqiano viene giustamente definito un’età dell’oro e l’epoca del vero benessere dell’umanità.

La forma statale del califfato

Sebbene il sistema di governo califfale dell’Islam fosse iniziato già al tempo di Hazrat Abu Bakr Siddiq (ra), e durante il suo breve governo ne fossero state poste le fondamenta, in realtà fu durante il periodo del secondo califfo, Hazrat Umar Faruq (ra), che ebbe inizio un sistema statale ordinato e ben strutturato. Fu allora che la forma sviluppata del califfato affascinò e attrasse il mondo intero. Durante il suo governo, non soltanto i due vasti imperi di Cesare e Cosroe passarono sotto il dominio dei musulmani, ma lo Stato e il governo del califfato islamico ebbero anche l’opportunità di adempiere pienamente alle proprie funzioni, con la propria dignità e responsabilità. In effetti, nel califfato faruqiano erano presenti, in modo appropriato, quasi tutti gli aspetti e i settori che possono appartenere a uno Stato moderno e avanzato.

Durante il califfato di Hazrat Umar (ra), la bandiera islamica sventolava sull’intera regione, dai confini del subcontinente indo-pakistano fino all’Egitto e alla Siria. In questa vasta area vivevano persone di diverse etnie e di diverse lingue. Lo sforzo instancabile di Hazrat Umar (ra) era volto a formare in ogni modo i musulmani arabi e non arabi come un’unica nazione e un unico popolo. La visione islamica della vita e la corrente della fede avevano certamente unito gli abitanti di questa immensa regione in un unico vincolo, ma il corso della loro vita tribale continuava ancora a scorrere con la sua consueta irruenza. In alcuni casi, la mentalità jahilita dell’odio e dell’inimicizia cercava persino di rialzare la testa. Tuttavia, la rigorosa adesione agli ideali e il moralismo di Umar Faruq (ra) si adoperavano in ogni momento per rimuovere i cumuli di immondizia ammassati dalla jahiliyya. Hazrat Umar (ra) desiderava formare gli abitanti dell’intero Stato islamico come una nazione unita nel cuore, nella mente e nell’obiettivo, e renderli organizzati e pronti alla lotta contro i nemici dell’Islam. Inoltre, prestava la sua acuta attenzione affinché quei musulmani che, per varie ragioni operative, si recavano a vivere tra gli altri Paesi e popoli del mondo non perdessero le proprie peculiarità e la propria identità, fondendosi completamente con nazioni diverse. Egli purificò interamente l’Arabia dalla contaminazione delle persone ostili all’Islam. Grazie alla sua particolare lungimiranza, attuò riforme e sviluppi nel sistema agricolo per consolidare le fondamenta dell’ordinamento statale islamico e promuovere il progresso economico dei musulmani. Per questo vietò, all’interno dello Stato islamico, la compravendita e la distribuzione delle terre agricole. Inoltre, mise in guardia i musulmani dall’adottare i comportamenti, le consuetudini, le norme e la civiltà e cultura di popoli diversi. In generale, esortava e ordinava a tutti di modellare la propria vita secondo quella del Nobile Messaggero (s).

La struttura del califfato faruqiano

Il califfato di Hazrat Umar Faruq (ra) era pienamente uno Stato fondato sui diritti popolari. Durante il suo governo, tutti i problemi del Paese venivano sottoposti al Majlis-e Shura. Ogni questione veniva decisa definitivamente alla luce del Corano, della Sunna e delle pratiche seguite dal primo califfo. Nel Majlis-e Shura le decisioni venivano talvolta adottate all’unanimità e talvolta sulla base dell’opinione della maggioranza. I seguenti Compagni erano i principali membri del suo Majlis-e Shura: Hazrat Uthman (ra), Hazrat Ali (ra), Hazrat Abd al-Rahman ibn Awf (ra), Hazrat Muadh ibn Jabal (ra), Hazrat Ubay ibn Ka‘b (ra) e Hazrat Zayd ibn Thabit (ra).

Oltre a questo Majlis-e Shura, esisteva anche un’assemblea generale incaricata di consigliarlo e di deliberare sulle questioni importanti dello Stato. Vi partecipavano, oltre a tutti i Compagni Muhajir e Ansar, anche i capi tribali. Le sessioni di questa assemblea generale venivano convocate nei momenti di particolare importanza e crisi. Altrimenti, per lo svolgimento degli affari quotidiani, egli doveva fare affidamento soltanto sulle decisioni del Majlis-e Shura, e tali decisioni erano considerate definitive. Oltre a queste due assemblee, allora era in funzione un’altra assemblea, che si può definire «Majlis-e Khas». Vi partecipavano esclusivamente i Compagni Muhajir.

Per Stato fondato sui diritti popolari si intende quello Stato-governo in cui ogni cittadino ha la possibilità di godere di tutti i propri diritti e in cui ciascuno può esprimere la propria opinione e comunicarla agli altri. Nel califfato di Hazrat Umar (ra), tutte queste caratteristiche erano pienamente operative. Ogni individuo poteva rivendicare i propri diritti con assoluta libertà.

Dopo essere stato eletto califfo, Hazrat Umar Faruq (ra) pronunciò un importante discorso in cui annunciò i principi fondamentali del suo califfato; in esso dichiarò con parole chiare:

*********(arabo)

Il mio diritto sui vostri beni è pari al diritto riconosciuto al tutore sui beni dell’orfano. Se mi troverò in condizioni agiate e benestanti, non ne prenderò nulla; se invece sarò povero, ne prenderò soltanto la quantità necessaria secondo l’uso consueto. 1 {Un’altra versione recita così: ****(arabo) «Prenderò ciò che è il minimo necessario per me».}

O gente, avete alcuni diritti nei miei confronti ed è vostro dovere esigerli da me. Primo: è mio dovere fare in modo che le entrate dello Stato e il bottino di guerra non vengano spesi inutilmente; secondo: è mio dovere migliorare il livello dei vostri mezzi di sussistenza e proteggere i confini. Avete inoltre il diritto che io non vi esponga mai al pericolo.

In un altro discorso disse: «Chiunque tra voi vedrà in me una deviazione dai principi, cerchi di ricondurmi sulla retta via». Uno degli ascoltatori presenti si alzò e disse: «Per Allah, se vedrò in te una deviazione dai principi, la correggerò con questa spada dalla lama affilata».

Dopo aver udito questa risposta, Hazrat Umar (ra) rese grazie e disse: «Allah ha fatto sorgere in questa comunità persone capaci di correggere le sue deviazioni dai principi. Per questo rendo grazie ad Allah».

Questo discorso non è soltanto un insieme di slogan attraenti e di parole vigorose; in realtà, esso è il manifesto, ossia il programma, del califfato islamico. Il califfo Faruq al-A’zam (ra) applicava questi principi con grande fermezza. Così, quando Amir al-mu’minin si ammalò, non volle prendere neppure una piccola quantità di miele dal Bayt al-mal per usarla come medicina, unicamente perché prima non ne aveva chiesto il permesso al popolo. Accettò di prenderlo soltanto dopo essersi recato nella Moschea del Profeta e aver chiesto pubblicamente il permesso alla folla riunita. La storia dei grandi governanti del mondo può forse offrire un esempio analogo?

Hazrat Umar Faruq (ra) aveva concesso al popolo il pieno diritto di critica. Di conseguenza, anche un comune cittadino non esitava minimamente a criticare il califfo. Non erano soltanto i cittadini uomini a godere di questa opportunità: anche le donne non erano affatto arretrate sotto questo aspetto. Quando, contestando l’opinione del califfo riguardo alla determinazione del mahr della moglie, una donna esclamò: «O Umar! Temi Allah», anche Umar Faruq (ra), comprendendo il proprio errore, vi rinunciò e accettò senza esitazione l’opinione di quella donna, conformemente al Corano e alla Sunna. In realtà, alla base dello straordinario successo del califfato di Hazrat Umar (ra) vi furono proprio questa forma di equità e questi principi di giustizia.

L’organizzazione interna del califfato di Faruq

Hazrat Umar (che Allah sia soddisfatto di lui) aveva suddiviso l’intero Stato islamico in otto province. La Mecca, Medina, Siria, Bassora, Kufa, Egitto e Palestina. Queste regioni erano allora considerate territori autonomi e province distinte. Inoltre, anche le tre province del Khorasan, dell’Azerbaigian e della Persia erano state incluse nel suo califfato. Per ciascuna provincia venivano nominati separatamente un governatore, i segretari capo dei dipartimenti civile e militare, il principale esattore, il direttore della polizia, il tesoriere capo, il giudice supremo e altri funzionari di alto rango.

Generalmente, le persone venivano nominate a questi incarichi di responsabilità sulla base del parere della Majlis al-Shura. Il compito principale del califfo era mantenere uno sguardo vigile e attento sui governatori delle province e formare il loro carattere, la loro condotta e le loro abitudini secondo gli ideali islamici. Il califfo Umar (che Allah sia soddisfatto di lui) portò a termine questo compito con particolare abilità. Era un guardiano instancabile dello Stato islamico. Non era affatto disposto a tollerare il minimo allontanamento dagli ideali islamici nell’amministrazione. Al momento di nominare i governatori e i titolari degli incarichi di responsabilità, esigeva da loro l’impegno a seguire rigorosamente gli ideali islamici e a non accettare alcuna influenza della lussuria o della civiltà jahilita. Inoltre, faceva redigere un inventario completo di tutti i loro beni; se in seguito si osservava una crescita anomala delle ricchezze di qualcuno, la confrontava e la verificava con l’inventario redatto in precedenza. Se constatava che il patrimonio di qualcuno era aumentato senza motivo, ne confiscava la metà a favore del Bayt al-Mal.

Il califfo Umar (che Allah sia soddisfatto di lui) prestava particolare attenzione affinché i governanti e gli alti funzionari non oltrepassassero in alcun luogo i propri limiti. Per questo, durante ogni hajj, annunciava pubblicamente che qualsiasi lamentela contro un funzionario governativo doveva essere portata senza indugio all’attenzione del califfo. Allo stesso tempo, aveva predisposto un sistema efficace per un’adeguata riparazione di tutte le lamentele, affinché nessuna rimanesse allo stadio di semplice denuncia, ma per ciascuna venisse adottato un rimedio immediato.

Il Califfo dei musulmani insisteva particolarmente affinché le porte dei governanti rimanessero sempre aperte al popolo. Non appena notava il sorgere del minimo ostacolo al passaggio delle lamentele del popolo fino alle orecchie dei governanti, lo rimuoveva immediatamente. Esortava continuamente i responsabili degli uffici governativi a rimanere sempre solleciti nell’adempimento dei loro doveri quotidiani. A questo proposito, il consiglio che inviò a Hazrat Abu Musa al-Ashari (che Allah sia soddisfatto di lui) sarà considerato una preziosa guida per i funzionari governativi di ogni epoca e di ogni paese. Scrisse:

*******(in arabo)

Sappi dunque che il modo corretto di agire consiste nel non rimandare al giorno successivo il lavoro di oggi. Se farai così, molti compiti si accumuleranno presso di te. Di conseguenza, sotto il peso del lavoro perderai l’orientamento. Non saprai che cosa fare, che cosa svolgere e che cosa non svolgere; non riuscirai a trovare la direzione. Alla fine rovinerai ogni cosa.

La salvaguardia del livello morale del popolo

Oltre che dei governanti, il califfo si adoperava incessantemente e con particolare senso di responsabilità per preservare il carattere morale e la dignità religiosa della popolazione comune dello Stato islamico. In verità, poiché egli stesso era il modello vivente della moralità islamica, si impegnava con tutte le sue forze a formare l’intera comunità musulmana nel suo insieme e ogni singolo musulmano individualmente secondo quel medesimo modello. A quel tempo l’orgoglio ereditario dell’aristocrazia di stirpe e la superbia personale erano penetrati fin nelle ossa e nel midollo degli Arabi; tra il padrone e il servitore vigeva una distinzione tra l’essere umano e il non umano. Ma il secondo califfo aveva lavato via e completamente eliminato queste macchie e questi cumuli di lordura mediante il flusso dell’insegnamento islamico e della moralità. Durante i pasti faceva sedere con sé e nutriva poveri, indigenti e schiavi. Egli disse: «Su coloro che considerano vergognoso e lesivo della dignità mangiare insieme agli schiavi, ai poveri e agli indigenti ricada la maledizione di Allah». In verità, nella storia del mondo, fino a oggi non si può trovare alcun altro esempio di un governante così egualitario.

Nella società di quell’epoca, i poeti e la poesia esercitavano una grande influenza sulla gente. Il califfo Umar (ra), mediante la promulgazione di un decreto statale, pose fine alle poesie oscene e ingiuriose che alcuni poeti componevano contro le persone. Egli vigilava con particolare attenzione affinché il fuoco dell’invidia e dell’odio tra la gente non divampasse fino a ridurre in cenere il solido edificio della fratellanza musulmana e affinché il popolo, dimenticando gli obiettivi e gli ideali nazionali, non si abbandonasse alle comodità, allo sfarzo, al lusso e ai piaceri.

In breve, egli si era preso particolare cura di proteggere i musulmani da ogni forma di declino morale e di adornarli di un elevato carattere morale. Non risparmiò mai alcuno sforzo per instaurare tra i membri della società una piena uguaglianza e fratellanza e per risvegliare in loro il senso della dignità personale e della responsabilità. Cercava inoltre di mantenere costantemente vigili al riguardo anche i governatori delle province.

Sistema di amministrazione e disciplina interna

Dopo la conquista della Siria e dell’Iran, quando sorse la richiesta di distribuire le terre agricole delle regioni conquistate tra i soldati vittoriosi, il califfo la respinse. Dopo un’ampia discussione nella seduta del Majlis al-Shura, fu adottata una decisione conforme all’opinione di Umar Faruq (ra).

Durante il califfato di Faruq fu effettuato il catasto di una vasta area dell’Iraq e tutte le terre coltivabili di quella regione furono distribuite tra il popolo. Fu adottato un sistema per riscuotere da loro l’ushr e il kharaj. In Siria e in Egitto ebbe inizio la riscossione delle imposte. La riscossione di un dazio commerciale (duty tax) fu una decisione di ijtihad del califfo Umar Faruq (ra), e fu introdotta per la prima volta nell’ordinamento dello Stato islamico proprio durante il suo governo. È superfluo dire che ciò è pienamente conforme alla scienza economica dell’Islam.

Il secondo califfo fece svolgere un censimento dell’intero mondo musulmano. Durante il suo governo furono regolarmente istituiti nei distretti tribunali e corti penali. Furono stabilite le norme necessarie per il sistema giudiziario. Ai giudici furono assegnati stipendi elevati, affinché non vi fosse neppure il minimo motivo per incoraggiare tangenti e corruzione. Inoltre, fu allora istituito anche un dipartimento delle fatwa per dirimere varie questioni complesse.

Per garantire la pace e la sicurezza interna del Paese, egli istituì il corpo di polizia. Quando nominò e inviò Hazrat Abu Bakr (ra) quale massimo funzionario di polizia del Bahrain, gli impartì istruzioni speciali affinché, oltre a provvedere alla pace e alla sicurezza, vigilasse attentamente sul carattere morale del popolo. Alla polizia fu ordinato di prestare particolare attenzione affinché i negozianti non ingannassero minimamente gli acquirenti nelle misure e nei pesi, affinché nessuno costruisse abitazioni sulle strade maestre, affinché non si imponessero carichi insostenibili agli animali da soma e affinché non si producessero né si comprassero o vendessero bevande alcoliche. In verità, il compito fondamentale della polizia era vigilare attentamente affinché l’interesse pubblico e le prescrizioni della Sharia non fossero in alcun modo ostacolati e affinché, al contrario, la dignità di entrambi fosse pienamente tutelata.

Prima di Fārūq al-Aʿẓam (che Dio si compiaccia di lui), nel mondo arabo non esistevano prigioni. Fu egli a istituire per la prima volta una prigione nella Mecca Sharīf. In seguito furono istituite prigioni analoghe anche nei centri dei distretti.

Istituzione del Bayt al-Māl

Prima del califfato faruqide non esisteva alcuna istituzione permanente per conservare i beni e le ricchezze dello Stato. Tutto ciò che veniva raccolto veniva immediatamente speso per le necessità oppure per aiutare i bisognosi. Sebbene Ḥazrat Abū Bakr (che Dio si compiaccia di lui) avesse destinato una casa all’istituzione del Bayt al-Māl, essa rimaneva quasi sempre chiusa; all’epoca non vi erano beni tali da poter essere conservati al suo interno. Quando egli morì, perquisendo il Bayt al-Māl vi fu trovata soltanto una moneta. Probabilmente nell’anno 15 dell’Egira Ḥazrat ʿUmar (che Dio si compiaccia di lui) avvertì per la prima volta la necessità di istituire il Bayt al-Māl e, con l’approvazione del Majlis al-Shūrā, fece costruire in grande stile nella Medina Sharīf un palazzo del Bayt al-Māl. Dopo l’istituzione del Bayt al-Māl nella capitale, analoghi Bayt al-Māl furono istituiti anche nei centri dei distretti. In ogni luogo venne nominato un funzionario distinto per questo dipartimento. Dopo aver sostenuto le spese locali con le entrate annuali dei Bayt al-Māl periferici, tutto ciò che rimaneva veniva inviato al Bayt al-Māl centrale, nella Medina Ṭayyiba. Per comprendere adeguatamente le responsabilità e gli oneri finanziari del Bayt al-Māl, basti dire che soltanto l’ammontare degli stipendi e dei sussidi stabiliti per gli abitanti della capitale era di trenta milioni di dirham. Per la contabilità del Bayt al-Māl furono istituiti regolarmente un dipartimento separato e i vari registri contabili necessari. A quel tempo in Arabia non era ancora in uso un sistema ordinato di computo degli anni; Ḥazrat ʿUmar Fārūq (che Dio si compiaccia di lui) colmò questa lacuna introducendo, nell’anno 16 dell’Egira, il computo secondo il calendario dell’Egira.

Costruzione di edifici e opere pubbliche

Man mano che l’estensione dello Stato islamico diventava sempre più vasta, aumentava anche il lavoro di costruzione dei vari edifici. Durante il governo di Ḥazrat ʿUmar (che Dio si compiaccia di lui) non esisteva un dipartimento separato incaricato di svolgere tali attività. Ciononostante, sotto la responsabilità dei governatori provinciali e degli alti funzionari, questi lavori proseguirono in modo ordinato. In ogni luogo furono costruiti edifici governativi per l’alloggio degli ufficiali, nonché ponti, strade e moschee per il benessere e la comodità della popolazione. Analogamente, per le esigenze militari furono costruite fortezze, campi e baracche, mentre per custodire il tesoro dello Stato furono edificati il Bayt al-Māl, ossia gli edifici del tesoro. La politica di Ḥazrat ʿUmar (che Dio si compiaccia di lui) volta a contenere le spese nelle attività statali è particolarmente degna di nota. Ciononostante, i palazzi del Bayt al-Māl venivano generalmente costruiti in modo più solido e imponente.

A causa del rapporto speciale tra la Mecca e Medina, era necessario che le comunicazioni e i viaggi tra le due città fossero estremamente agevoli e sicuri. Ḥazrat ʿUmar (che Dio si compiaccia di lui) fece costruire lungo il lungo percorso da Medina alla Mecca numerosi posti di sorveglianza della polizia, locande e fontane.

Per migliorare l’agricoltura e aumentare la produzione, il califfo fece scavare pozzi e canali in tutto il Paese, predisponendo un sistema ben organizzato per l’irrigazione. A Baṣra fu scavato un canale dal fiume Tigri allo scopo di fornire acqua dolce. La lunghezza di questo canale era di circa nove miglia. A questo proposito meritano particolare menzione il Nahr Maʿqal, il Nahr Mayād e il Nahr Amīr al-Muʾminīn.

Costruzione delle città

Quando i musulmani, uscendo dal cuore dei deserti aridi e desolati dell’Arabia, entrarono nel mondo esterno come potenza conquistatrice del mondo, rimasero affascinati dai paesaggi verdi, lussureggianti e incantevoli degli altri Paesi. Per assolvere il compito di propagare e affermare gli ideali islamici, furono costretti, per svolgere le varie funzioni ufficiali per conto dello Stato islamico, a stabilirsi in regioni lontanissime dalla capitale Medina. Di conseguenza, essi fondarono diverse città e centri urbani nei Paesi vicini. Durante il califfato di Hazrat Umar Faruq (ra) furono fondate città famose nella storia, come Basra, Kufa, Fustat e Mosul. Inizialmente solo ottocento persone cominciarono ad abitare a Basra; ma in breve tempo il numero degli abitanti raggiunse circa centoventimila. Come centro del sapere e della scienza islamici, questa città rimase per un secolo motivo d’orgoglio per i musulmani. La città di Kufa sorse quando un certo governatore arabo dell’Iraq ricostruì la capitale. Vi furono costruite abitazioni capaci di ospitare quarantamila persone. Per ordine di Hazrat Umar (ra), le sue strade furono realizzate con una larghezza di quaranta cubiti. La moschea congregazionale costruita qui poteva accogliere contemporaneamente quarantamila musulmani per la preghiera. Il prestigio storico di questa città come centro del sapere e della scienza è universalmente riconosciuto.

La storia della costruzione della città di Fustat è estremamente toccante. Hazrat Amr ibn al-As (ra), conquistatore dell’Egitto, stabilì una base militare tra il Nilo e il monte Muqattam. In quel periodo, per caso, una colomba costruì un nido nella sua tenda. Quando Hazrat Amr (ra) stava per lasciare quel luogo, lasciò la tenda opportunamente montata, preoccupato che la vita del tranquillo nido di quell’ospite celeste non fosse in alcun modo turbata. In seguito, proprio attorno a quella tenda sorse la città di Fustat. Un certo viaggiatore del quarto secolo scrisse della città:

Questa città è il centro dell’Occidente rivale di Baghdad e l’orgoglio dell’Islam. In nessun’altra moschea del mondo musulmano si tengono tante riunioni per la discussione del sapere e della scienza quante nella sua moschea congregazionale. Nel suo porto marittimo sono ancorate navi in numero maggiore che in qualsiasi altro luogo del mondo.

La città di Mosul si trova al punto d’incontro tra Oriente e Occidente; proprio per questa ragione fu dato questo nome alla città, costruita in un ambiente completamente rurale. Essa è un esempio concreto della trasformazione di un remoto villaggio in una grande città. Per ordine di Hazrat Umar (ra), qui fu costruita una grandissima moschea congregazionale. Dopo la conquista di Alessandria, Hazrat Amr ibn al-As (ra) lasciò alcuni soldati sulla costa del mare, poiché vi era il timore di attacchi dei nemici romani via mare. In seguito, qui sorse una grande colonia.

Amministrazione militare

Quando l’Islam divenne padrone di un regno ancora più vasto dell’Impero romano e i grandi e immensi regni di Cesare e Cosroe passarono sotto il suo dominio, un’amministrazione militare organizzata divenne indispensabile. Nell’anno 15 dell’Egira, Hazrat Umar (ra) adottò una politica efficace al riguardo e iniziò a cercare di trasformare l’intero mondo musulmano in una nazione militare. In una prima fase si cominciò dagli Ansar e dai Muhajir musulmani. A ciascuno di loro fu stabilito uno stipendio proporzionato al suo rango. È particolarmente significativo che agli schiavi di coloro ai quali era assegnato un determinato stipendio fosse stabilita una sovvenzione dello stesso importo.

Dopo qualche tempo, questa politica assunse una portata ancora più ampia. Furono inclusi anche gli appartenenti a tutte le tribù e ai clan dell’Arabia. Alla fine fu stabilita una sovvenzione persino per i bambini ancora allattati. Ciò significava che ogni bambino del mondo arabo veniva considerato, fin dal giorno della nascita, un soldato dell’esercito islamico.

Hazrat Umar (ra) prestava particolare attenzione all’addestramento dei soldati; furono persino emanati ordini rigorosi affinché nessuno degli abitanti delle regioni conquistate abbandonasse la vita militare per dedicarsi all’agricoltura, agli affari e al commercio. Se ciò fosse avvenuto, vi sarebbe stato il grave rischio che le competenze militari, il talento, il valore e il coraggio dei mujahidin musulmani scomparissero.

Durante il periodo del secondo califfo si prestava particolare attenzione alla salvaguardia della salute dei soldati; nella scelta dei luoghi per i loro accampamenti si teneva in grande considerazione il clima. In primavera i soldati venivano inviati nelle regioni verdeggianti e rigogliose. Presso quasi tutte le grandi città erano stati istituiti centri militari. Il servizio d’intelligence militare era stato reso particolarmente attivo per raccogliere informazioni segrete dagli accampamenti nemici. In effetti, i principi e i metodi militari stabiliti da Hazrat Umar Faruq (ra) milletrecento anni fa non solo non subirono il minimo cambiamento nei loro principi fondamentali neppure dopo quasi millecinquecento anni, ma ancora oggi non è stato possibile apportarvi alcuna aggiunta. Le affilate spade degli Arabi non erano mai state disposte a dipendere dal favore di altri per conseguire la vittoria; tuttavia, Hazrat Umar (ra), riconoscendo come importante principio della strategia militare quello di spingere il nemico a combattere contro popoli della propria stessa stirpe, riuscì con particolare abilità ad applicare questa tattica. Di conseguenza, innumerevoli valorosi guerrieri non arabi, romani e greci si unirono all’esercito islamico e combatterono contro i propri connazionali; ciò rimarrà per sempre memorabile nella storia.

L’opera di diffusione dell’Islam

Hazrat Umar Faruq (ra) svolgeva con particolare attenzione l’opera di predicazione e di consolidamento della religione. Nel guidare le persone ad abbracciare l’Islam, non ricorse mai né alla spada né al potere dello Stato; cercava invece di renderle musulmane affascinandole e attirandole con le caratteristiche dell’ideale di vita islamico, la sua incomparabile bellezza e la sua toccante profondità interiore. Quando invitò il suo schiavo ad accettare l’Islam, questi rifiutò esplicitamente di farlo. Allora egli disse: «Lā ikrāha fī d-dīn» — «Non vi può essere alcuna costrizione nell’accettare la religione dell’Islam».

Schierato sul campo di battaglia contro i miscredenti, egli offriva loro, per l’ultima volta e come occasione estrema, l’invito ad accettare l’Islam. Infatti, se qualcuno avesse accettato l’Islam proprio in quel momento, sarebbe diventato illecito combattere contro di lui. Questo era l’ultimo sforzo dei musulmani per evitare la guerra e lo spargimento di sangue. Hazrat Umar (ra) aveva plasmato tutti i musulmani come viventi simboli dell’etica islamica. Perciò, ovunque passassero, lungo le strade e attraverso gli abitati che percorrevano, si riflettevano l’integrità del loro carattere e la dolcezza dei loro modi, e le persone in cerca della verità, colpite e affascinate, abbracciavano l’Islam. Quando l’ambasciatore dell’imperatore romano giunse al campo dell’esercito islamico e vide la vita semplice del comandante, la sua schiettezza e la sua generosità, abbracciò spontaneamente l’Islam. Un influente personaggio egiziano, avendo udito dalla gente parlare delle qualità dei musulmani, ne rimase talmente affascinato che accettò immediatamente l’Islam insieme a duemila persone.

Dopo la diffusione dell’Islam, il compito più urgente era educare gli stessi musulmani agli insegnamenti islamici e realizzare concretamente la civiltà e la cultura islamiche. In questa fase, gli sforzi di Hazrat Umar (ra) erano iniziati in modo particolare già durante il periodo del primo califfo. È universalmente noto che l’iniziativa di Umar Faruq (ra) fu alla base della pubblicazione in forma di libro del Nobile Corano, fonte dell’Islam e suo unico fondamento originario. Divenuto califfo, egli organizzò con ogni energia un’ampia istruzione su di esso. Per gli insegnanti incaricati di questo compito furono stabiliti stipendi dignitosi. Alcuni illustri sahaba della Siria furono inviati con lo scopo di insegnare il Corano. In ogni luogo si avviarono ampiamente lo studio e l’insegnamento del Corano, affinché il Nobile Corano fosse studiato in modo pienamente autentico e senza errori.

Nell’ordinamento della vita islamica, dopo il Corano viene la posizione dell’Hadith. Anche nel servire l’Hadith, gli sforzi sinceri di Hazrat Umar Faruq (ra) furono instancabili. Egli mise per iscritto numerosi hadith del Nobile Profeta (s) e li inviò ai governatori delle province, ordinando che fossero diffusi tra la popolazione. Inoltre inviò diversi sahaba in regioni quali Kufa, Basra e Siria per insegnare gli hadith.

Hazrat Umar Faruq (ra), tuttavia, osservava una particolare cautela nell’accettare gli hadith. Sapeva molto bene che, sebbene dal punto di vista dei muhaddith tutti i sahaba fossero veritieri e degni di fiducia, nessuno di loro era al di sopra delle caratteristiche e delle qualità umane. Per questo mise in guardia con particolare fermezza la gente dal narrare hadith in quantità eccessiva e ammonì tutti gli interessati affinché le persone si rivolgessero anzitutto al Corano e solo dopo accettassero gli hadith.

Dopo l’Hadith viene la posizione del fiqh. Il califfo Umar (ra) esponeva personalmente le questioni e le norme del fiqh in occasione di vari sermoni e, di tanto in tanto, inviava per iscritto ai governatori delle regioni lontane le questioni di fiqh più urgenti. Quando sorgevano divergenze d’opinione, sottoponeva tali questioni all’assemblea pubblica dei sahaba e le risolveva, per quanto possibile, con il consenso generale. Nella nomina degli alti funzionari delle province prestava particolare attenzione alla conoscenza e all’esperienza delle persone in materia di precetti e leggi islamiche, e nominava giuristi con stipendi elevati per diffondere ampiamente la legge islamica in tutto il mondo musulmano. In breve, durante il governo del secondo califfo fu istituito un sistema efficace per l’ampio insegnamento e la diffusione delle scienze e del sapere islamici. Durante il periodo del secondo califfo furono costruite moschee in tutto il territorio e vi furono nominati imam e muezzin. Per comodità della popolazione, il Masjid al-Haram fu ampliato considerevolmente. Anche la Moschea del Profeta fu notevolmente ingrandita. Ogni anno egli si recava personalmente al pellegrinaggio e si occupava direttamente di provvedere a ogni comodità e necessità dei pellegrini.

Opere di pubblica utilità generale

Quando, nell’anno 18 dell’Egira, una carestia devastante colpì l’Arabia, Hazrat Umar (ra) divenne profondamente preoccupato, atterrito e sconvolto. In quel periodo rinunciò personalmente a ogni sorta di piacere, comodità, agio e cibo prelibato. Vedendo suo figlio mangiare della frutta, il califfo gli disse adirato: «L’intera popolazione è affamata e si contorce per i tormenti della fame, mentre tu assapori frutti dolci e nutrienti?». Gli sforzi disperati che egli compì in quel periodo per alleviare le sofferenze del popolo sono rimasti per sempre memorabili nella storia. In quel frangente spese senza esitazione tutte le ricchezze del Bayt al-Mal e importò cibo da ogni parte, distribuendolo tra coloro che erano colpiti dalla carestia. Organizzò adeguatamente l’allattamento e il mantenimento dei bambini privi di genitori e provvide ai mezzi di sostentamento dei poveri e dei bisognosi. Tuttavia, queste disposizioni non erano destinate indistintamente a tutti i poveri e i bisognosi, bensì in particolare a coloro che erano incapaci di guadagnarsi da vivere.

La sorprendente politica amministrativa di Hazrat Umar (ra) consisteva nell’imporre una tassa più elevata sui raccolti d’uva, poiché a quell’epoca l’uva era un alimento riservato esclusivamente ai ricchi, e una tassa relativamente più bassa sui datteri, poiché costituivano l’alimento dei ceti relativamente più poveri e della gente comune.

Hazrat Umar (ra) era particolarmente informato anche sui dettagli della situazione interna delle zone più remote del Paese, e nulla poteva rimanere a sua insaputa o fuori dalla sua vista. Persino se, nell’ambiente chiuso della vita familiare della gente, si verificava qualche abuso contrario alla Sharia, oppure qualcuno era oppresso dai crudeli colpi della necessità e della povertà, anche questo non rimaneva ignoto al califfo Umar Faruq (ra). Per questo nominò in tutto il Paese persone incaricate di riferire e redigere rapporti. Lo storico Tabari ha scritto:

******(arabo)

Umar Faruq (ra) non rimaneva ignaro di alcuna questione. Gli venivano inviati per iscritto resoconti dettagliati su tutto ciò che riguardava coloro che si erano ribellati in Iraq e coloro che erano stati premiati in Siria.

Il servizio d’intelligence di Hazrat Umar (ra) venne a conoscenza, attraverso una lettera, dei dettagli della vita segretamente lussuosa di un governatore. Informato della questione, il califfo lo destituì e gli scrisse: «Non posso tollerare il tuo attuale modo di vivere».

Giustizia e imparzialità

L’aspetto più rilevante del califfato di Faruq era la sua imparzialità, la sua giustizia e la sua equità priva di favoritismi. Durante il suo governo non poteva verificarsi neppure la minima ingiustizia.

La storica giustizia di Faruq al-A‘zam (ra) non era limitata ai soli musulmani: le porte della sua equità erano aperte e sempre accessibili anche ai cittadini non musulmani, come ebrei, cristiani e magi. Un giorno Hazrat Umar (ra) vide un anziano non musulmano mendicare e gli chiese il motivo. Questi rispose: «Mi è stata imposta la jizya, mentre sono un uomo povero». Hazrat Umar (ra) lo condusse nella propria casa, gli offrì un aiuto in denaro e scrisse al responsabile del Bayt al-Mal: «Stabilisci un sussidio per tutti i poveri dhimmi di questo genere. Per Allah, non è affatto giustizia servirsi di loro durante la giovinezza e poi, nella vecchiaia, non provvedere alla loro sicurezza». In verità, il califfato di Umar Faruq (ra) rimane per sempre un luminoso modello per alleviare le sofferenze degli uomini nel mondo.

 

Le caratteristiche morali di Hazrat Uthman (ra)

Hazrat Uthman (ra) fu il terzo califfo del califfato dei Rashidun. Nel suo carattere personale erano pienamente presenti tutte le qualità proprie di un califfo ben guidato. Era naturalmente puro di carattere, fedele, veritiero, giusto, paziente e soccorrevole verso i poveri. Sebbene vivesse nella società dell’epoca della Jāhiliyya, profondamente dedita al consumo di vino, egli non aveva mai assaggiato bevande alcoliche. La santa compagnia del Nobile Messaggero (s) aveva reso il suo carattere morale ancora più puro, limpido e splendente.

In verità, il timore di Allah è la fonte fondamentale del carattere morale. Di colui il cui cuore non trema, intimorito dal timore di Allah, non si può dire che vi sia un peccato che non possa commettere. Hazrat Uthman (r) viveva sempre tremante e con gli occhi pieni di lacrime per il timore di Allah. Quando vedeva una tomba, si agitava profondamente. Citando spesso il Nobile Messaggero (s), diceva: «La tomba è la prima tappa della vita nell’Aldilà. Se questa tappa viene superata facilmente e in sicurezza, si può sperare che anche tutte le tappe successive vengano superate con facilità. Al contrario, se il pericolo si manifesta proprio in essa, tutte le tappe successive diventeranno difficili».

Hazrat Uthman (ra) accompagnò il Nobile Messaggero (s) in quasi tutte le guerre dell’Islam e in ogni circostanza si consacrò al suo servizio. Anche nella vita quotidiana era sempre attento, vigile e attivo nell’alleviare le sofferenze e le difficoltà del Nobile Messaggero (s). Era estremamente scrupoloso nel manifestargli rispetto, devozione e onore personali. La mano con cui aveva toccato quella del Nobile Messaggero (s) e con cui aveva prestato il bay‘a all’Islam non permise mai, in tutta la sua vita, che fosse macchiata neppure minimamente. Durante il suo califfato predispose quanto era necessario per soddisfare i bisogni della famiglia del Nobile Messaggero (s), affinché essa non dovesse affrontare alcuna privazione o difficoltà.

La conseguenza inevitabile della sua devozione e del suo profondo rispetto, del suo amore sincero e della sua lealtà verso il Nobile Messaggero (s) era che egli si sforzava con tutte le sue forze di seguirlo in ogni questione, grande o piccola. Non trascurava alcuno sforzo per imitare esattamente il Nobile Messaggero (s) persino nelle parole, nelle azioni e nei movimenti ordinari. Come aveva visto il Nobile Profeta (s) compiere l’abluzione, pregare e comportarsi nei confronti dei defunti, così egli svolgeva quelle azioni esattamente nello stesso modo. Se vedeva qualcuno compiere un’azione contraria alla sunna del Nobile Messaggero (ra) o secondo una modalità diversa, lo contestava immediatamente e chiedeva alla persona interessata: «Non hai visto con i tuoi stessi occhi il Nobile Messaggero (s) compiere quest’azione?». In verità, questa sua imitazione letterale del Nobile Messaggero (s) era una delle sue principali caratteristiche in quanto Compagno idealista.

Il senso del pudore, l’umiltà e la modestia erano qualità particolarmente distintive di Hazrat Uthman (ra). Gli storici e gli autori di biografie hanno menzionato il suo senso del pudore attribuendogli un’importanza speciale. È stato riferito che anche lo stesso Nobile Messaggero (s) attribuiva un particolare valore a questa sua modestia.

Hazrat Uthman (ra), per la sua naturale timidezza, la debolezza dovuta all’età avanzata e l’educazione ricevuta in un ambiente familiare di incomparabile agiatezza e benessere, era abituato a indossare abiti raffinati e a consumare cibi eccellenti. Non possedeva la resistenza alle privazioni e la durezza naturale di Hazrat Umar Faruq (ra). Ma ciò non significa affatto che conducesse una vita sfarzosa e dedita al lusso. La verità è che, pur essendo personalmente proprietario di immense ricchezze, non adottò mai, neppure minimamente, lo stile di vita dei ricchi. Per questo motivo, la vita lussuosa e sfarzosa gli era estremamente sgradita.

Era per natura estremamente umile e privo di superbia. Sebbene per le attività della sua famiglia fossero impiegate numerose persone, svolgeva personalmente tutte le proprie faccende e non provava per questo né vergogna né umiliazione. Nella vita privata non conosceva affatto il significato dell’avarizia. Era l’uomo più ricco dell’Arabia di allora. Per questo la generosità era il principale ornamento del suo carattere. Continuava a spendere le proprie ricchezze non per procurarsi agi e comodità, bensì esclusivamente per il bene della gente comune. Quanto alle ricchezze da lui spese per la causa dell’Islam, nessun altro nella società di allora poteva essergli pari sotto questo aspetto.

A Medina tutti i pozzi d’acqua erano salmastri. Soltanto dal pozzo chiamato “Ruma” si poteva ottenere acqua dolce; il suo proprietario, però, era un ebreo. Hazrat Uthman (ra), per soddisfare le necessità della popolazione, acquistò quel pozzo per ventimila dirham e lo destinò in waqf alla collettività. Quando, a causa del rapido aumento del numero dei musulmani in città, divenne indispensabile ampliare la Moschea del Profeta, egli portò a termine quest’opera necessaria spendendo ingenti somme. Analogamente, durante la battaglia di Tabuk, utilizzando denaro del proprio tesoro, equipaggiò e organizzò mille mujahidin. E ciò avveniva in un momento in cui la miseria e la povertà affliggevano e angosciavano crudelmente i musulmani. In una parola, Uthman (ra) era un uomo di incomparabile generosità. Sebbene si trattasse di ricchezze di sua proprietà personale, nelle sue mani esse furono ampiamente spese per il bene della popolazione. Né il lusso capitalistico né la macchia dello sfruttamento e dell’oppressione poterono contaminare minimamente la sua proprietà privata.1{Il leggendario campione della generosità: quanto a magnanimità e generosità, Hazrat Uthman (ra) era incredibilmente prodigo. Ogni episodio della sua carità sembrava una fiaba. Un giorno, un uomo bisognoso si rivolse a Hazrat Uthman (ra) nella speranza di ricevere aiuto. Quando l’uomo giunse nei pressi della casa di Hazrat Uthman (ra), lo vide (Uthman) intento a raccogliere, uno a uno, i semi di senape dal terreno. Alla vista di quella scena, il visitatore cadde in una profonda disperazione. Ritenendo Uthman (ra) un avaro spregevole, si accinse a tornare indietro. All’improvviso Uthman (ra) scorse il visitatore. Lo chiamò vicino e gli chiese il motivo per cui se ne andasse in quel modo. L’uomo gli raccontò l’intera vicenda dall’inizio alla fine. Uthman (ra), ascoltandolo, sorrise lievemente. Proprio in quel momento, per una coincidenza, giunsero e si fermarono lì sette cammelli carichi di mercanzie. Uthman (ra) donò al visitatore i cammelli insieme a tutte le mercanzie. L’uomo rimase completamente sbalordito e continuò a esprimere il proprio rammarico per la sua opinione ingiusta su Uthman (ra).—Editore}

Hazrat Uthman (ra) era l’incarnazione concreta della pazienza e della sopportazione. Per quanto grandi e terribili fossero dolore, sofferenza, pericoli e calamità, egli li annientava tutti con le armi affilate della pazienza, del sabr e della tolleranza, e di fronte a ogni avversità rimaneva saldo come una montagna.

Il suo stile di vita era estremamente disciplinato, misurato e austero. Sebbene durante il giorno fosse profondamente occupato nell’adempimento delle responsabilità del califfato, trascorreva gran parte della notte immerso nella preghiera e nella disciplina spirituale. Spesso rimaneva sveglio per tutta la notte e recitava l’intero Sacro Corano in una sola rak‘a. Episodi di questo genere si verificarono numerose volte nella sua vita. Hazrat Uthman (ra) era uno dei pochi Compagni che, prima dell’Islam, avevano imparato a leggere e scrivere nell’epoca della jahiliyya. La sua competenza e abilità in questo campo furono riconosciute e lodate dallo stesso Nobile Profeta (s). Per questo, insieme ad altri, fu incaricato di trascrivere la rivelazione. Ogni volta che una rivelazione veniva fatta scendere sul Nobile Messaggero di Allah (s), veniva immediatamente predisposto un sistema adeguato e affidabile per metterla per iscritto. Hazrat Uthman (ra) era particolarmente esperto in questo compito.

Benché fosse esperto nella scrittura, non era altrettanto capace nell’oratoria e nei discorsi. Dopo essere stato eletto califfo, salì per la prima volta sul minbar e, senza pronunciare alcun discorso formale, disse soltanto:

I miei due predecessori, Abu Bakr e Umar (ra), venivano già preparati in anticipo. Anch’io, in futuro, verrò preparato prima di presentarmi. Ma ritengo che voi abbiate bisogno di un imam capace nell’azione più che di un imam (leader) abile nei discorsi e nell’oratoria.

Dopo aver detto queste poche parole, scese dal minbar. In seguito, naturalmente, pronunciò discorsi e orazioni in diverse occasioni, secondo necessità, e in essi diede ampia prova delle proprie capacità. I suoi discorsi erano molto brevi, colmi di sapere e di alto livello.

In un hadith narrato da Hazrat Uthman (ra) si dice: «Leggere e insegnare il Nobile Corano è un atto di ricompensa eccellente». Egli stesso mise in pratica questo hadith fino agli ultimi istanti della sua vita. Probabilmente proprio per questo trascorreva la maggior parte del tempo recitando il Nobile Corano. Era inoltre un hafiz dell’intero Corano. Nel suo cuore esisteva un profondo legame con il Corano. Anche negli ultimi istanti della sua vita, quando i ribelli armati lo avevano circondato da ogni parte, egli si ritirò da tutto il resto e si immerse nella recitazione del Corano con profonda concentrazione.

Poiché era uno scriba della rivelazione, possedeva una competenza incomparabile nella conoscenza del Corano. Nel presentare prove tratte dal Corano su diverse questioni complesse e nel ricavare dal Corano le norme della Sharia, dimostrò particolare abilità e prontezza d’ingegno. Anche il suo contributo alla salvaguardia del Nobile Corano dalle cospirazioni dei suoi oppositori rimarrà per sempre indelebile. Nel riferire gli hadith adottava una cautela maggiore rispetto agli altri Compagni. Per questo narrò dal Nobile Messaggero (s) soltanto 146 hadith. Naturalmente, questa cautela era in larga misura una questione personale. Scaturiva dai gusti e dal punto di vista individuali. Perciò, benché fossero tutti Compagni dello stesso Profeta, tra i Compagni vi fu una grande differenza nel numero degli hadith narrati, e ciò era del tutto naturale.

Sebbene Hazrat Uthman (ra) non fosse annoverato tra i grandi mujtahid come Hazrat Abu Bakr (ra), Hazrat Umar Faruq (ra) e Hazrat Ali (ra), esercitò l’ijtihad in molte questioni della Sharia. Tali esercizi di ijtihad, così come diverse conciliazioni e sentenze, sono menzionati nelle opere islamiche. La sua conoscenza in vari ambiti era incomparabile. Ogni anno compiva personalmente il hajj e svolgeva l’incarico di «Amir del Hajj». Anche dopo aver assunto la responsabilità del califfato, non si astenne neppure una volta dal compiere il hajj. I pareri e le sentenze che espresse in varie occasioni riguardo alla Sharia rimarranno per sempre un patrimonio di grandissimo valore per l’interpretazione concreta della Sharia islamica. In diverse questioni di ijtihad ebbe divergenze di opinione con altri Compagni. Tuttavia, rimaneva fermo nei pareri che formulava sulla base del Corano, degli hadith e della ragione, grazie alla sua salda fiducia nelle proprie convinzioni. Poiché Hazrat Uthman (ra) era un commerciante di successo e di grande esperienza, possedeva una particolare competenza nel calcolo. Per questo la sua padronanza dell’‘ilm al-fara’id, cioè la scienza della distribuzione dell’eredità, era universalmente riconosciuta. Il suo contributo, insieme a quello di Hazrat Zayd ibn Thabit (ra), alla formulazione dei principi fondamentali di questa scienza deve essere certamente riconosciuto. I Compagni ritenevano che, se la corretta sistematizzazione di questa scienza non fosse stata completata prima della scomparsa di questi due esperti di fara’id, la scienza stessa sarebbe andata perduta.

 

Il califfato di Hazrat Uthman (ra)

Quando Hazrat Uthman (ra) aveva trentaquattro anni, nella città della Mecca ebbe inizio la predicazione della religione islamica. Alla luce delle norme e consuetudini sociali, dei costumi e delle concezioni religiose degli Arabi di allora, la predicazione del tawhid era inizialmente del tutto estranea a Hazrat Uthman (ra). Ciononostante, grazie alla sua purezza personale, alla ricerca della verità e al senso di giustizia, era pronto ad accettare la predicazione della religione islamica.

L’accettazione dell’Islam

Hazrat Abu Bakr (ra) accettò l’Islam già nella prima fase della missione profetica. Subito dopo si dedicò alla predicazione dell’Islam. Dapprima cominciò a diffondere il messaggio islamico tra i suoi amici e conoscenti. Aveva con Hazrat Uthman (ra) un rapporto profondo e lo conosceva bene. Un giorno gli espose il messaggio islamico. Dopo aver ascoltato ogni cosa, Hazrat Uthman (ra) provò una fortissima attrazione verso questa grande verità e si preparò a recarsi dal Nobile Profeta (s) per accettare l’Islam. Quando lungo il cammino incontrò il Nobile Profeta (s), anche questi invitò Uthman ad accettare l’Islam con parole toccanti. A proposito di questo episodio, Hazrat Uthman (ra) disse: «Non appena ascoltai quelle poche parole pronunciate dalla bocca del Nobile Messaggero (s), nel mio cuore si produsse una profonda agitazione. Allora, spontaneamente, cominciai a recitare la professione di fede e accettai l’Islam dando la mano al Nobile Messaggero (s)».

Hazrat Uthman (ra) apparteneva agli Omayyadi, una delle famiglie più potenti della Mecca. L’intera famiglia era acerrima rivale e avversaria del clan Banu Hashim, la famiglia del Nobile Messaggero (s). Gli Omayyadi erano particolarmente intimoriti dai successi e dalle vittorie sempre crescenti del Nobile Messaggero (s). Temevano infatti fortemente che, di conseguenza, tutta la leadership e la preminenza sarebbero passate dalle mani degli Omayyadi a quelle dei Banu Hashim. Quanto fosse grave questa situazione nella società tribale di allora, possono comprenderlo facilmente soltanto coloro che conoscono la religione e il carattere del tribalismo. Ma poiché lo specchio del cuore di Hazrat Uthman (ra) era puro e libero dalla contaminazione dell’invidia e dell’ostilità familiare e tribale, non gli fu impossibile accettare l’Islam nonostante tutti gli ostacoli e le avversità. Quando accettò l’Islam, il numero complessivo dei musulmani era appena di trentacinque o trentasei.

Dopo la sua conversione all’Islam, il nobile Profeta (s) stesso, desiderandolo vivamente, celebrò il matrimonio di Hazrat Uthman (ra) con sua figlia Hazrat Ruqayya (ra).

L’Egira

Vedendo la continua diffusione e il crescente potere dell’Islam nella città della Mecca, la società dei politeisti divenne molto preoccupata e turbata. La loro ira e il loro malcontento divennero sempre più intensi. Di conseguenza, nonostante le sue virtù personali e il prestigio della sua discendenza, Hazrat Uthman (ra) fu costretto a subire torture disumane per l’Islam. Per costringerlo ad abbandonare l’Islam, suo zio lo legava personalmente e lo percuoteva senza pietà. Nessuno tra i suoi parenti era disposto a farsi avanti per liberarlo da quella situazione. Le persecuzioni contro di lui continuarono ad aggravarsi. Alla fine divennero insopportabili per Hazrat Uthman (ra). Infine, seguendo l’indicazione del nobile Profeta (s), emigrò in Abissinia (Etiopia) con tutta la famiglia, insieme a una carovana. Unicamente per la vera religione e il vero ideale, quella carovana abbandonò i propri connazionali e si mise in cammino verso una destinazione sconosciuta.

Dopo la partenza diretta in Abissinia, per lungo tempo il nobile Profeta (s) non riuscì ad avere alcuna notizia di loro. Per questo era molto preoccupato e ansioso. Quando, dopo qualche tempo, apprese la notizia che erano giunti a destinazione, esclamò spontaneamente:

*******

«Tra questa comunità, Uthman è stato il primo a compiere l’Egira con tutta la famiglia».

Hazrat Uthman (ra) rimase in Abissinia per alcuni anni. Poco dopo il suo ritorno da là, furono completati i preparativi per l’Egira a Medina. Allora anche Uthman (ra) si trasferì a Medina con tutta la famiglia. Hazrat Uthman (ra), per una circostanza fortuita, fu costretto ad astenersi dalla partecipazione alla prima battaglia tra l’Islam e la miscredenza, cioè la battaglia di Badr. Durante quella battaglia, sua moglie, Ruqayya (ra), figlia del Profeta, fu colpita da una grave malattia. Per questo il nobile Profeta (s), invece di autorizzarlo ad andare in guerra, gli ordinò di occuparsi della cura e dell’assistenza della malata. Egli, tuttavia, trascorse tutta la vita oppresso da questo dolore. Non poté mai dimenticare, neppure per un istante della sua vita, la sofferenza di non aver potuto partecipare alla prima battaglia dell’Islam.

Tuttavia, in tutte le battaglie che ebbero luogo in seguito, egli accompagnò il Nobile Messaggero (s) con pieno coraggio e valore. Nel sesto anno dell’Egira, il nobile Profeta (s) partì con i suoi uomini verso la Mecca, con l’intenzione di visitare la Kaaba. Quando, durante il viaggio, la carovana fu fermata nel luogo chiamato Hudaybiyya, il nobile Profeta (s) inviò Uthman (ra) alla Mecca, affidandogli il compito di trattare con i politeisti miscredenti in qualità di ambasciatore. Alla Mecca, i politeisti miscredenti lo tennero prigioniero. Non ricevendo per alcuni giorni alcuna notizia su di lui, il nobile Profeta (s) e i musulmani divennero particolarmente preoccupati. In quel periodo si diffuse ovunque la voce che Hazrat Uthman (ra) fosse stato martirizzato. Appena udì questa notizia, il nobile Profeta (s) raccolse il giuramento di fedeltà dei millequattrocento Compagni che erano con lui, per vendicare ciò che era accaduto. Nella storia dell’Islam, questo episodio è ricordato e scritto a lettere d’oro con il nome di «Bayʿat al-Ridwan», cioè la promessa del massimo sacrificio di sé per ottenere il compiacimento di Allah.

L’elezione a califfo

Dopo Hazrat Abu Bakr Siddiq (ra), Hazrat Umar Faruq (ra) assunse per ben dieci anni la responsabilità del califfato islamico. Quando fu ferito dalle pugnalate di un attentatore sconosciuto, ormai al tramonto della vita costituì un consiglio composto da sei membri per eleggere il califfo successivo. Hazrat Ali, Hazrat Uthman, Hazrat Zubayr, Hazrat Talha, Hazrat Sa’d, Hazrat Sa’d ibn Abi Waqqas e Hazrat Abd al-Rahman ibn Awf (ra) furono gli illustri membri di questo consiglio. Al consiglio fu inoltre ordinato di portare a termine l’elezione del califfo entro tre giorni. Dopo il completamento della sepoltura di Hazrat Umar Faruq (ra), si prestò attenzione alla questione dell’elezione del califfo. Per due giorni si susseguirono discussioni, scambi di opinioni, consultazioni dell’opinione pubblica e altre attività relative alla questione. Il terzo giorno, su proposta di Hazrat Abd al-Rahman ibn Awf (ra), Hazrat Uthman (ra) fu eletto califfo. Tra i Compagni illustri riuniti, Hazrat Ali (ra) fu il primo a prestargli la bay’a. In seguito, la folla presente si accalcò per prestare la bay’a. Così, il 4 di Muharram dell’anno 24 dell’Egira, Hazrat Uthman (ra) fu eletto califfo all’unanimità e assunse il governo del califfato dei Rashidun.

L’adempimento delle responsabilità del califfato

Durante il suo califfato, Hazrat Umar Faruq (ra) conquistò la Siria, l’Egitto e la Persia, incorporandoli nello Stato islamico ben organizzato. Inoltre, introdusse un codice amministrativo per l’ordine di governo e il sistema amministrativo. Per questo motivo, per Hazrat Uthman (ra) fu relativamente facile assolvere le responsabilità del califfato. In quest’opera seguì contemporaneamente la flessibilità, la mitezza e la misericordia di Hazrat Siddiq, nonché l’efficienza amministrativa, la lungimiranza e la fermezza di Hazrat Umar Faruq (ra). Per un anno mantenne invariato il precedente sistema amministrativo. In conformità con la decisione del califfo precedente, nominò Hazrat Sa’d ibn Abi Waqqas (ra) governatore di Kufa. Questa fu la prima nomina effettuata dal califfo Hazrat Uthman (ra). In seguito, tuttavia, nell’anno 26 dell’Egira, lo destituì.

Già nel primo anno del califfato di Uthman furono conquistate Tripoli, l’Algeria e il Marocco. Di conseguenza, si aprì ai musulmani la via dell’avanzata verso la Spagna. Durante il califfato di Hazrat Umar Faruq (ra) erano già state condotte più volte spedizioni militari contro Cipro. Nell’anno 28 dell’Egira, sotto la guida di Hazrat Amir Muawiya, fu issata la bandiera della vittoria musulmana su questa importante isola situata nel Mar Mediterraneo. Così, durante il califfato di Hazrat Uthman (ra), i confini dello Stato islamico furono ampiamente estesi e ampliati. Proprio in quel periodo fu stabilito il governo del califfato islamico a Kabul, Hira, Sistan e Nishapur.

I primi sei anni dei dodici del califfato di Hazrat Uthman (ra) trascorsero in completa pace, ordine e regolarità. Un vasto territorio formato da numerosi paesi fu incluso nel califfato islamico. Le entrate del Bayt al-Mal aumentarono enormemente. Gli straordinari progressi nei settori dell’agricoltura, del commercio e dell’amministrazione portarono una prosperità senza precedenti nella vita della popolazione. Il contributo più significativo del califfato di Hazrat Uthman (ra) fu il continuo rafforzamento dell’amministrazione del vasto impero islamico e l’instaurazione di una vita pacifica, ottenuta reprimendo le tendenze e le attività ribelli dei popoli conquistati mediante acume, gestione impeccabile e una politica efficace.

In qualità di califfo, Hazrat Uthman (ra) dovette reprimere numerose rivolte. Durante il suo governo fu issata in Egitto la bandiera della ribellione; gli abitanti delle regioni dell’Armenia e dell’Azerbaigian smisero di pagare il kharaj, e anche gli abitanti del Khurasan sollevarono il capo della ribellione. Queste rivolte furono il risultato dell’esplosione dei vapori velenosi dell’odio covato e del desiderio di vendetta nei cuori dei popoli conquistati. Tuttavia, Hazrat Uthman (ra) riuscì a reprimerle con particolare cautela e lungimiranza. Grazie a una politica che combinava fermezza e mitezza, gli abitanti di tutte queste regioni accettarono l’obbedienza al califfato islamico.

Le campagne di conquista marittima furono un contributo particolare del califfato di Hazrat Uthman (ra). A causa della politica prudenziale di Hazrat Umar (ra), durante il suo governo non fu possibile iniziare a inviare i musulmani in spedizioni attraverso le pericolose vie marittime. Ma l’audacia di Hazrat Uthman (ra) rese facilmente possibile superare il timore dei pericoli. Grazie alla sua impeccabile strategia militare, la poderosa flotta dell’imperatore romano, composta da cinquecento navi da guerra, fu costretta a subire una schiacciante sconfitta.

Metodo di governo nel Califfato

Il metodo di governo del Califfato dei Rashidun ebbe inizio come sistema statale fondato sulla consultazione. Hazrat Umar Faruq (ra) rese questo sistema ancora più saldo e organizzato. Anche Hazrat Uthman (ra), nei primi anni del suo califfato, mantenne in vigore tale sistema. Tuttavia, nella fase finale, a causa della rivolta dei Banu Umayya, in esso ebbero inizio molte gravi perturbazioni. Hazrat Uthman continuò a sforzarsi con tutte le sue forze per impedirle e, a tale scopo, accettò senza esitazione ogni consiglio benefico offertogli dalle persone responsabili.

A questo proposito va ricordato che, nel sistema statale del Califfato, ogni individuo gode del diritto assoluto di proteggere i propri diritti fondamentali e di criticare pubblicamente la politica e le attività dei governanti. Neppure al califfo stesso era stata concessa l’autorità di privare qualcuno, anche solo in minima parte, di tale diritto. È innegabile che, nell’ultima fase del califfato di Hazrat Uthman (ra), il sistema fondato sulla consultazione avesse cominciato a incrinarsi in certa misura. Ciononostante, non fu permesso che i diritti del popolo fossero minimamente lesi.

In materia di amministrazione interna, le persone responsabili investite del potere di governo sono generalmente più capaci di esprimere opinioni migliori e più corrette rispetto a quelle prive di responsabilità. Per questo motivo, ancora oggi, in vari Paesi civili e progrediti vengono istituite organizzazioni consultive di questo tipo. Hazrat Uthman (ra), avendo avvertito questa necessità quattordici secoli fa, aveva istituito un majlis consultivo composto da funzionari governativi responsabili. Ai membri di questo organismo venivano generalmente richieste proposte scritte. Quando per la prima volta nella regione di Kufa emersero disordine e turbamento nell’amministrazione e nella disciplina, furono richieste ai membri del majlis proposte scritte allo scopo di eliminarli. Anche nella capitale principale venivano occasionalmente convocate sedute di questo genere. Nell’anno 24 dell’Egira si tenne nella capitale una seduta di questo majlis per riformare e migliorare la situazione generale dell’intero Paese; vi partecipò la maggior parte dei funzionari responsabili capaci di fornire pareri a questo livello.

Ai fini di rendere l’amministrazione più attiva e solida, era assolutamente necessario dividere e riorganizzare l’intero Paese in province e distretti. Hazrat Umar Faruq (ra) aveva diviso l’intera regione della Siria in tre province distinte: Damasco, Giordania e Palestina. Hazrat Uthman (ra) pose tutte queste regioni sotto un unico governatore, trasformandole in un’unica provincia vasta ed estesa. Questa riorganizzazione delle province si rivelò assai proficua dal punto di vista dell’ordine e della disciplina amministrativa. Alla fine, quando l’intero Paese si era trasformato in un teatro di disordine e anarchia, i distretti collegati alla Siria rimasero completamente immuni da tale calamità.

Hazrat Uthman (ra) istituì una nuova carica di comandante militare. Fino ad allora era il governatore provinciale a svolgere anche il compito di comandante dell’esercito stanziato nella regione interessata. Era inevitabile che ciò causasse notevoli difficoltà nello svolgimento delle attività.

Nel metodo di governo del Califfato dei Rashidun, il califfo è il capo dello Stato. Egli detiene la massima autorità nel settore amministrativo. Una delle principali e più importanti funzioni del califfo è mantenere una vigilanza rigorosa su tutti i governanti e funzionari amministrativi subordinati. Hazrat Uthman (ra) era per natura una persona dal cuore misericordioso e dal carattere mite. Sul piano personale, era l’incarnazione concreta della pazienza, della tolleranza, del perdono e della sopportazione. Tuttavia, nel governare il Paese e nel portare a compimento gli affari dello Stato, era estremamente rigoroso e inflessibile. Interrogare i funzionari, informarsi sul loro operato e, quando rilevava errori o mancanze, correggerli con mano ferma: questa era la sua politica costante. In tale ambito, se veniva riscontrata una colpa anche in un funzionario rispettato, non esitava neppure per un istante a destituirlo. Ai suoi occhi, lo spreco e l’appropriazione indebita delle ricchezze del Bayt al-mal, così come la vita lussuosa condotta dai governanti, erano colpe imperdonabili.

Hazrat Uthman (ra) istituì un “comitato centrale d’inchiesta” allo scopo di controllare l’apparato amministrativo del Paese e correggerne le carenze, inviandolo in ogni luogo al di fuori della capitale. Il comitato percorreva l’intera regione, osservando direttamente l’operato dei funzionari amministrativi e le condizioni della popolazione. Inoltre, per ottenere informazioni dirette sulla situazione generale del Paese, ogni venerdì, prima di salire sul minbar e iniziare la khutba, Hazrat Uthman (ra) interrogava la folla presente sulla situazione delle diverse regioni del Paese. Ascoltava con grande attenzione ciò che dicevano i presenti. Era stata inoltre rivolta a tutta la popolazione del Paese una dichiarazione generale: chiunque avesse avuto una qualsiasi lamentela contro un amministratore avrebbe dovuto presentarla al califfo durante l’Hajj. In quel periodo, infatti, tutti i funzionari responsabili del Califfato islamico erano obbligati a recarsi alla Mecca. In questo modo, durante il califfato di Hazrat Uthman (ra), era operativo un sistema efficace per ascoltare direttamente le lamentele della popolazione e porvi rimedio.

È degno di nota che Hazrat Umar Faruq (ra) non introdusse alcun cambiamento nell’amministrazione generale, nel sistema di governo e disciplina, né nelle istituzioni istituite da lui nei vari dipartimenti governativi. Hazrat Uthman (ra), invece, rese tali strutture ancora più ordinate e solide. Di conseguenza si ottennero notevoli miglioramenti nella riscossione delle entrate fiscali. Inoltre, il livello delle entrate riscosse dai territori recentemente conquistati aumentò molte volte. Pertanto, le risorse destinate alle spese del Bayt al-Mal divennero molto più consistenti rispetto al passato e ingenti somme furono distribuite alla popolazione sotto forma di borse e indennità. Quanto più si estese il territorio del califfato durante l’epoca di Hazrat Uthman (ra), tanto più ampie divennero le opere di sviluppo e ricostruzione. In quel periodo furono costruiti numerosi edifici per i vari uffici dei governi provinciali. Parallelamente, proseguirono su vasta scala anche i lavori di costruzione di strade, ponti e moschee. Furono inoltre istituiti numerosi alloggi pubblici per i viaggiatori diretti verso località lontane.

Rendere più accessibili e confortevoli tutte le vie di comunicazione con la capitale era assolutamente indispensabile per garantire il buon funzionamento dell’amministrazione e agevolare gli spostamenti della popolazione. Hazrat Uthman (ra) adottò a tal fine le misure necessarie. Inoltre, per sua iniziativa furono istituiti posti di polizia lungo le vie verso Medina e Najd e furono scavati pozzi per procurare acqua dolce. Di tanto in tanto, le acque delle alluvioni provenienti dalla zona di Khaybar giungevano a Medina, inondandola e sommergendola. Di conseguenza, gli abitanti della città subivano gravi danni. Si temette persino che, per tale causa, la Moschea del Profeta potesse crollare. Per questo motivo Hazrat Uthman (ra) fece costruire una grande diga nei pressi di Medina. Dal punto di vista del benessere generale, questa diga di “Mahzur”, costruita da Hazrat Uthman (ra), fu un suo importante contributo.

Hazrat Uthman (ra) svolse un ruolo molto ampio e competente nell’ampliamento e nella ricostruzione della Moschea del Profeta. Già ai tempi del Nobile Profeta (s), egli acquistò i terreni adiacenti a tale scopo e li destinò come waqf alla moschea; inoltre, durante il suo stesso califfato, l’opera fu nuovamente realizzata. In quel periodo si manifestò una particolare necessità di ampliare la moschea; tuttavia, i proprietari e gli abitanti delle case vicine alla moschea non erano in alcun modo disposti ad accettare la proposta, temendo di essere privati della vicinanza alla moschea. Hazrat Uthman (ra) continuò a impegnarsi per convincerli e ottenere il loro consenso. In questo modo trascorsero ben cinque anni. Egli non era disposto ad acquisire i terreni ricorrendo alla forza o agli strumenti dell’amministrazione. Nell’anno 29 dell’Egira, la questione fu sottoposta a una consultazione speciale con i Compagni. In seguito, di venerdì, Hazrat Uthman (ra) pronunciò davanti alla gente un discorso con voce profondamente commossa. Nel discorso spiegò in modo particolare i problemi derivanti dall’aumento del numero dei fedeli e dalla ristrettezza della moschea. Dopo aver ascoltato il discorso, le persone furono liete e spontaneamente si dichiararono pronte a lasciare le proprie case.

Hazrat Uthman (ra) perfezionò e ampliò l’organizzazione che Hazrat Umar Faruq (ra) aveva predisposto per il dipartimento militare. Fu lui il primo a separare il dipartimento militare da quello amministrativo, costituendolo come struttura autonoma. Per sua iniziativa, in ogni centro principale le forze armate furono poste sotto l’autorità di uno speciale ufficiale militare. Fu così predisposto un sistema efficiente per soddisfare con estrema rapidità la necessità di inviare truppe in qualsiasi località lontana. In quel periodo furono inoltre istituiti basi militari nelle regioni di Tripoli, Cipro, Tabaristan e Armenia.

Durante il califfato di Hazrat Uthman (ra) fu attribuita particolare importanza all’allevamento e alla conservazione dei cavalli e dei cammelli. A tale scopo furono create vaste aree di pascolo in tutti i territori sottoposti al governo. Anche nei dintorni della capitale furono predisposti numerosi pascoli, con disponibilità d’acqua nelle loro vicinanze.

La diffusione del dīn

Il califfo è essenzialmente l’erede e il successore del Nobile Profeta (s), nonché colui che è responsabile dell’adempimento di tutti i doveri collettivi. Il suo principale compito consiste nel servire adeguatamente il dīn e diffonderlo ampiamente. Hazrat Uthman (ra) rimase sempre vigile e particolarmente scrupoloso nell’adempiere a questa responsabilità. Ai non musulmani che venivano catturati durante il jihād diretto, egli stesso spiegava il dīn, ne illustrava la bellezza e li invitava ad accettare il dīn dell’Islam. Di conseguenza, centinaia di persone ebbero la grande opportunità di abbracciare l’Islam e di entrare a far parte della comunità musulmana.

Oltre a diffondere l’Islam presso i non credenti, egli adottò ampie misure anche per l’istruzione e la formazione religiosa della popolazione musulmana. Egli stesso comunicava alla gente le questioni urgenti e le disposizioni riguardanti il dīn. Quando una norma del dīn su una determinata questione non gli era chiara, si informava presso gli altri Compagni esperti, agiva di conseguenza e ordinava anche alla gente di seguirla. In questa materia non permetteva che trovassero spazio esitazioni o riserve di alcun genere.

Quando la necessità lo richiedeva, Hazrat Uthman (ra) non esitava neppure a introdurre nuove disposizioni facendo affidamento sui principi fondamentali dell’Islam. Quando la popolazione di Medina aumentò enormemente, una sola chiamata alla preghiera del venerdì, effettuata all’interno della moschea davanti all’imam, non fu più ritenuta sufficiente. Per questo istituì una seconda chiamata alla preghiera del venerdì, da effettuarsi prima di quella consueta, stando in un luogo elevato.

In questo ambito, il grande contributo di Hazrat Uthman (ra) consistette in un’opera incomparabile volta a proteggere per sempre il Sacro Corano da ogni controversia e alterazione. Nelle campagne d’Armenia e dell’Azerbaigian si erano riuniti combattenti musulmani provenienti dall’Egitto, dalla Siria, dall’Iraq e da altre regioni. La maggior parte di loro era costituita da nuovi musulmani, di origine non araba e inesperti nella lingua araba. Anche Hazrat Hudhayfa ibn al-Yaman (ra) partecipò a questo jihad. Egli stesso osservò differenze e divergenze estremamente gravi nel modo e nella forma in cui i combattenti musulmani partecipanti a queste due guerre recitavano il Corano. Si constatò che gli abitanti di ogni regione recitavano il Corano secondo la propria preferenza, ritenendo quello il solo modo corretto di recitarlo. Al termine della guerra, egli giunse a Medina e riferì dettagliatamente l’intera questione al califfo Hazrat Uthman (ra). Espresse profonda apprensione e disse che, se non si fosse provveduto immediatamente a eliminare completamente tali controversie e differenze, stabilendo una recitazione del Corano uniforme nel modo e nella forma, anche la società musulmana avrebbe finito per creare, riguardo al Libro di Allah, divisioni e discordie analoghe a quelle dei Romani cristiani. Richiamata l’attenzione da Hazrat Hudhayfa (ra), Hazrat Uthman (ra) comprese con grande urgenza la necessità di intervenire. Fece portare il manoscritto originale del Sacro Corano da Hazrat Hafsa, Madre dei Credenti (ra), ne fece preparare numerose copie da Hazrat Zayd ibn Thabit (ra), Hazrat Abdullah ibn al-Zubayr (ra) e Hazrat Sa’d ibn al-‘As (ra), e le inviò nelle diverse regioni musulmane, ordinando a tutti di adottare e seguire quella redazione come versione definitiva del Sacro Corano. Allo stesso tempo fece distruggere tutte le copie del Corano che le persone avevano trascritto privatamente.

In verità, se Hazrat Uthman (ra) non avesse adottato questo provvedimento, gli appartenenti alla comunità dell’Ultimo Profeta sarebbero precipitati in controversie e divergenze analoghe a quelle nelle quali sono sprofondati i seguaci della Torah, del Vangelo e degli altri Libri celesti, e il Sacro Corano avrebbe subito una sorte simile: non vi è il minimo dubbio al riguardo. Perciò, nella storia dell’Islam, questa grande impresa di Hazrat Uthman (ra) sarà scritta per sempre a lettere d’oro.

 

La vita e le caratteristiche del carattere di Hazrat Ali (ra)

La vita iniziale

Hazrat Ali (ra) era cugino paterno del Profeta dell’universo, Hazrat Muhammad (s). Nell’anno in cui il Profeta Nobile (s) ricevette la profezia, Hazrat Ali aveva appena dieci anni. Suo padre, Abu Talib, era padre di numerosi figli. A causa delle difficoltà economiche e della situazione provocata dalla carestia, era curvo sotto il peso insopportabile della povertà. Vedendo questa situazione, il Profeta Nobile (s) si consultò con l’altro zio, Hazrat Abbas (ra), sul modo di alleviare il peso della miseria di Abu Talib. Il Profeta Nobile (s) gli disse: «Dovremmo condividere equamente la povertà e le sofferenze di nostro zio». Seguendo questo consiglio, Hazrat Abbas (ra) si assunse l’intera responsabilità dell’allevamento e dell’educazione di Ja‘far, figlio di Abu Talib, mentre il Profeta Nobile (s) prese personalmente sulle proprie spalle tutta la responsabilità dell’allevamento e dell’educazione di Hazrat Ali.

In verità, il contributo di Abu Talib al Profeta Nobile (s) fu incomparabile. Egli era il capo dei Banu Hashim, e la supremazia, l’influenza e il prestigio dei Banu Hashim su tutte le tribù dei Quraysh erano straordinari. Ai Banu Hashim erano affidati il servizio e la custodia della Ka‘ba, nonché tutte le responsabilità connesse ad essa. Per questo, nella società araba di allora, la supremazia e la leadership di Abu Talib si erano affermate come un’istituzione stabile. La guida religiosa dell’intera Arabia era legata a questa famiglia. Il Profeta Nobile (s) era rimasto orfano prima ancora della nascita. Di conseguenza, fin da pochissimo tempo dopo la nascita, fu allevato nel grembo affettuoso dello zio Abu Talib e giunse alla giovinezza sotto la sua protezione. Dopo aver ricevuto la profezia, si dedicò alla diffusione dell’invito al tawhid grazie al suo vigoroso sostegno e sotto la sua protezione. In seguito, Abu Talib oppose il proprio petto a ogni colpo di persecuzione e oppressione proveniente dalle forze del kufr, e così protesse il nipote dagli attacchi degli infedeli. A causa di questo sostegno e patrocinio, i Quraysh politeisti si abbandonarono a un’estrema ostilità contro l’intero clan di Abu Talib e lo sottoposero, con ogni mezzo possibile, a ingiustizie, torture e persecuzioni. Una forma estrema delle loro angherie si manifestò quando tutti i politeisti della Mecca decisero collettivamente di interrompere ogni rapporto con questa famiglia e, infine, essa fu costretta a rifugiarsi in una grotta sulle montagne. Ma Abu Talib, capo e guida di questa famiglia sostenitrice della verità, senza lasciarsi minimamente intimidire, sopportò in silenzio ogni forma di opposizione e persecuzione.

L’accettazione dell’Islam

Questo figlio di Abu Talib, Hazrat Ali (ra), fin dall’infanzia divenne noto come compagno e intimo associato del Profeta (s). Per questo, dopo l’inizio della sua missione profetica, ebbe l’opportunità di assistere con i propri occhi alle scene straordinarie dei cambiamenti che si verificarono nella vita del Profeta (s). Quando, in risposta alle domande poste proprio da Hazrat Ali (ra) su tali cambiamenti, il Profeta (s) gli spiegò la religione monoteistica e lo invitò ad avere fede in essa, egli allora credette senza esitazione e con il cuore colmo di entusiasmo nella religione dell’Islam.

A proposito di chi fu il primo a credere nel Profeta (s), nei libri degli hadith sono riportati i nomi di molte persone. La conclusione definitiva degli eruditi musulmani è che, tra coloro che abbracciarono per primi la fede durante l’infanzia, Hazrat Ali (ra) fu il primo.

Dopo aver abbracciato l’Islam, i tredici anni della vita di Hazrat Ali (ra) trascorsero alla Mecca, nella stretta compagnia del Profeta (s). Poiché egli stava continuamente con il Profeta (s), ebbe ampie opportunità di partecipare con lui a ogni cosa: alle assemblee consultive, alle riunioni di istruzione e formazione, agli incontri di dibattito con i miscredenti politeisti e alle pratiche di adorazione dell’Unico Dio; in una parola, a ogni attività del Profeta (s). Nella fase iniziale della missione profetica, quando il Profeta (s) si dedicava all’adorazione dell’Unico Dio in assoluta segretezza e lontano dagli occhi della gente, anche Hazrat Ali (ra) aveva l’opportunità di essere presente. Nonostante tale segretezza, una volta Abu Talib vide suo figlio e suo nipote intenti in una particolare forma di adorazione e chiese loro: «Che cosa state facendo voi due?». Allora il Profeta (s) spiegò il significato della religione monoteistica e dell’adorazione di Dio. Dopo aver ascoltato ogni cosa, Abu Talib disse: «Va bene, non c’è nulla di male in questo. Potete farlo; ma io non ne sarò capace».

Per tre anni consecutivi dopo l’inizio della sua missione profetica, il Profeta (s) si astenne dal presentare pubblicamente l’invito alla religione dell’Islam. Durante quel periodo, svolse ogni attività di propagazione della religione mantenendo una particolare segretezza. Oltre a rivolgere l’invito alla religione a persone selezionate, si occupava anche di formare, secondo gli ideali religiosi, la mentalità e il carattere delle persone. Nel quarto anno gli giunse da Allah l’Altissimo il seguente comando:

******(arabo)

Ammonisci e metti in guardia tutti i membri più prossimi della tua famiglia riguardo al castigo ultraterreno dell’incredulità e del politeismo.

Dopo aver ricevuto questo comando da Allah l’Altissimo, il Profeta (s) salì sulla cima del vicino monte Safa e, davanti a una grande folla appartenente alla sua stirpe, proclamò per la prima volta a gran voce l’invito alla religione monoteistica. Anche in seguito il Profeta (s) si adoperò in vari modi per invitare i membri della propria famiglia e della propria stirpe ad avere fede nella vera religione. In un’occasione arrivò persino a ordinare a Hazrat Ali (ra) di organizzare un banchetto proprio a questo scopo.

Collaborazione nella propagazione della religione

L’età di Hazrat Ali (ra) allora non doveva superare i quattordici o quindici anni. Nonostante la giovane età, organizzò con grande abilità un sontuoso banchetto per i membri della propria tribù e della propria famiglia. Tutte le persone interessate presero parte al banchetto. Vi parteciparono circa quaranta persone. Vi si riunirono quasi tutti i capi più influenti della tribù dei Quraysh. Terminato il pasto, il Nobile Profeta (s) si alzò e, con un breve discorso, invitò i presenti ad abbracciare la religione dell’Islam. In tale occasione cercò di esortarli tutti a collaborare con lui nel grande compito della diffusione della religione che Allah Ta’ala gli aveva affidato. Al termine del discorso del Nobile Profeta (s), per prima risuonò nella sala la voce di Hazrat Ali (ra). Egli dichiarò con voce impavida: «Sono giovane d’età. Anche la mia debolezza fisica è indescrivibile. Nonostante ciò, in questa grande missione sarò vostro compagno, compagno inseparabile e aiutante pronto a sacrificare la vita». Udite queste parole, il Nobile Profeta (s) disse: «Tu sei mio fratello e il mio erede».

Dopo che erano trascorsi circa tredici anni dall’inizio della profezia alla Mecca, Allah Ta’ala ordinò al Nobile Profeta (s) di emigrare a Medina insieme a tutti i musulmani. Di conseguenza, il Nobile Profeta (s) ordinò ai musulmani della Mecca di recarsi a Medina uno dopo l’altro. Si profilò così il rischio che la città della Mecca rimanesse priva di musulmani. Vedendo questa situazione, i miscredenti e gli idolatri furono particolarmente preoccupati e spaventati, pensando che i musulmani potessero riunirsi altrove, diventare una forza numerosa e attaccarli. Per questo timore decisero in anticipo di annientare il «nemico». Allah Ta’ala informò tempestivamente il Nobile Profeta (s) di questa situazione attraverso la rivelazione e gli ordinò di emigrare senza indugio. Egli uscì di casa lasciando Hazrat Ali (ra) sdraiato sul proprio giaciglio e partì in direzione di Medina insieme a Hazrat Abu Bakr Siddiq (ra).

I miscredenti e gli idolatri circondarono e assediarono per tutta la notte la casa del Nobile Profeta (s), con l’intento di ucciderlo e provocare così il tramonto eterno del sole splendente dell’Islam. Hazrat Ali (ra) era allora soltanto un giovane di ventidue o ventitré anni. Pur essendo a conoscenza della micidiale cospirazione dei miscredenti, dormì tranquillamente sul giaciglio del Messaggero, con infinito coraggio. Al mattino, quando le forze nemiche entrarono nella casa, trovarono che il Nobile Messaggero (s) era assente e che sul suo stesso giaciglio dormiva privo di sensi un giovane pronto a sacrificare la vita per lui, fermamente deciso a offrirsi in sacrificio. Comprendendo il completo fallimento della loro spedizione congiunta e il successo inevitabile del Nobile Messaggero (s), rimasero affranti, vergognosi e disperati.

La vita operosa a Medina

Dopo ciò, Hazrat Ali (ra) rimase alla Mecca per due o tre giorni. Dopo aver restituito debitamente i depositi affidatigli dalla gente, in conformità con le istruzioni del Nobile Messaggero (s), anch’egli lasciò la Mecca e si mise in viaggio verso Medina.

Dopo essere giunto a Medina, Hazrat Ali (ra) partecipò innanzitutto direttamente alla costruzione della Moschea del Profeta. Secondo le istruzioni del Nobile Messaggero (s), ne pose le fondamenta e, insieme agli altri compagni, portò a compimento i lavori di costruzione.

Quando ebbe inizio la dura e operosa vita del Profeta universale, Hazrat Muhammad (s), Hazrat Ali (ra) gli rimase accanto come un’ombra, con devozione assoluta e coraggio indomabile. Partecipò assumendosi pienamente la responsabilità a quasi tutte le guerre e spedizioni militari del Nobile Profeta (s). L’eroismo che dimostrò in tali occasioni non ebbe pari. Nella battaglia di Badr, il Nobile Profeta (s) partì da Medina accompagnato da trecentotredici Compagni pronti a sacrificare la vita. Davanti alla carovana sventolavano due bandiere nere, simbolo dell’avanzata dell’esercito musulmano. Una di esse era innalzata dalle mani di Hazrat Ali (ra). Giunto nel luogo chiamato Badr, il Nobile Profeta (s) inviò, sotto la guida di Hazrat Ali (ra), un audace reparto d’assalto per osservare i movimenti del nemico. Nella battaglia di Uhud, quando il Nobile Profeta (s), ferito, cadde in una fossa, gli uomini dell’esercito nemico avanzarono rapidamente verso di lui. In quel momento, Hazrat Mus’ab ibn ‘Umair (ra) fu il primo a cadere martire combattendo contro di loro. Subito dopo, Hazrat Ali (ra) avanzò, prese la bandiera e, dando prova del massimo eroismo nella battaglia difensiva, capovolse le sorti dello scontro.

Anche nella spedizione contro Banu Qurayza la bandiera sventolava nelle mani di Hazrat Ali (ra). Dopo aver conquistato la fortezza degli ebrei secondo le istruzioni del Nobile Messaggero (s), egli pregò la preghiera dell’asr nel suo cortile. Dopo aver ricevuto a Hudaybiyya la notizia del martirio di Hazrat Uthman (ra), Hazrat Ali (ra) partecipò anch’egli al giuramento di sacrificio che fu raccolto dai Compagni. In seguito, quando fu redatto e sottoscritto il trattato di pace con gli idolatri della Mecca, il Nobile Profeta (s) ordinò proprio a lui di scriverlo. Nella battaglia di Khaybar, le prime due spedizioni furono guidate da Hazrat Abu Bakr (ra) e Hazrat Umar (ra). Tuttavia, nessuna delle due riuscì a ottenere la vittoria. Infine, il Nobile Profeta (s) affidò a Hazrat Ali (ra) il compito di conquistare le inespugnabili fortezze di Khaybar. Egli combatté con straordinario valore e issò la bandiera della vittoria dell’Islam sulle fortezze di Khaybar. Anche nella spedizione per la conquista della Mecca entrò in città da vincitore, portando la bandiera delle truppe avanzate. Dopo il ritorno dalla battaglia di Tabuk, il Nobile Profeta (s) nominò Hazrat Abu Bakr Siddiq (ra) «Comandante del pellegrinaggio» e lo inviò alla Mecca per l’Hajj di quell’anno. Dopo la sua partenza fu rivelata la sura «Bara’at» (al-Tawba). I Compagni presenti a Medina, dopo aver ascoltato la sura dall’inizio alla fine, espressero l’opinione che sarebbe stato molto opportuno recitarla ai musulmani riuniti durante l’Hajj. Anche il Nobile Profeta (s), comprendendone l’importanza, inviò Hazrat Ali (ra) alla Mecca affidandogli questo compito.

Tra le numerose delegazioni che il Nobile Profeta (s) inviò in diverse regioni allo scopo di diffondere l’Islam, quella inviata nello Yemen rivestì un’importanza particolare. Hazrat Khalid ibn al-Walid (ra), pur avendo tentato per ben sei mesi in vari modi, non riuscì ad avere successo. Infine, nel decimo anno dell’Egira, il Nobile Profeta (s) decise di inviare Hazrat Ali (ra) con questo incarico. Non appena Hazrat Ali (ra) giunse nello Yemen, ebbe inizio un radicale cambiamento della situazione locale. Egli spiegò agli abitanti i principi, la grandezza e le caratteristiche dell’Islam, e di conseguenza migliaia di persone abbracciarono l’Islam.

Nel mese di Rabi al-Awwal dell’undicesimo anno dell’Egira, il Nobile Profeta (s) passò all’aldilà. Questo dolore straziante gettò l’intero mondo musulmano in una profonda sofferenza. I membri della famiglia del Profeta furono quelli che più di tutti rimasero afflitti e addolorati. Il cuore di ciascuno fu lacerato e i loro occhi si trasformarono per sempre in fonti di lacrime incessanti. Hazrat Ali (ra) era una figura importante nella famiglia del Profeta. Il dolore era per lui insopportabile tanto per la stretta relazione personale e l’intimità, quanto per i legami familiari e di parentela. Inoltre, l’orfanezza della figlia del Profeta, Hazrat Fatima (ra), inflisse al suo cuore un colpo penoso. Egli cadde in una terribile prostrazione e per lungo tempo recise ogni rapporto con la società e lo Stato, rimanendo completamente ritirato in casa. In quel periodo gli fu assolutamente impossibile mostrare anche il minimo interesse o curiosità per qualsiasi attività, oltre a dominare il proprio dolore, consolare Hazrat Fatima (ra) e mettere in ordine il Nobile Corano. Quando, dopo qualche tempo, anche Hazrat Fatima (ra) venne a mancare, egli si riscosse come da un torpore e si recò dal primo califfo, Abu Bakr al-Siddiq (ra), prestando nelle sue mani il giuramento di fedeltà al califfato.

Dopo Hazrat Abu Bakr (ra), durante il suo califfato, Hazrat Umar al-Faruq (ra) si consultava con Hazrat Ali (ra) su tutte le questioni complesse e importanti. Hazrat Ali (ra), a sua volta, gli offriva allora consiglio in ogni questione con grande devozione e sincerità. Durante la spedizione di Nihawand gli fu proposto di assumere il comando dell’esercito, ma egli rifiutò. In seguito, quando Umar (ra) si recò a Bayt al-Maqdis, lasciò Hazrat Ali (ra) come suo sostituto nella capitale, affidandogli tutte le responsabilità del califfato. Verso la fine del califfato di Hazrat Uthman (ra), quando in tutto il Paese sorsero disordini e anarchia, Hazrat Ali (ra) offrì consigli particolarmente efficaci per reprimerli, indicando le cause fondamentali dei disordini e mostrando i metodi per correggerle ed eliminarle.

Il califfato di Hazrat Ali (ra)

Elezione del califfo

Dopo il martirio di Hazrat Uthman (ra), il seggio del califfato rimase vacante per tre giorni. In quel periodo, l’attenzione del popolo si rivolse a Hazrat Ali (ra) come possibile califfo successivo. Molte persone lo pregarono di assumere questo incarico. Sebbene all’inizio egli avesse espresso chiaramente il proprio rifiuto, alla fine, in seguito alle ripetute richieste dei Compagni Muhajir e Ansar, accettò di assumere tale responsabilità.

Il resoconto dell’elezione di Hazrat Ali (ra) a califfo è riportato dettagliatamente nella storia della scienza politica islamica. Il popolo si recò da Hazrat Ali (ra) e disse:

*******(Arabo)

Presteremo il giuramento di fedeltà nelle vostre mani; vi preghiamo di porgerci la mano. Ora è assolutamente indispensabile nominare per noi un emiro, un capo dello Stato. E voi siete più qualificato e più degno di questo incarico.

Ḥaḍrat ʿAlī rispose:

*******(in arabo)

Non avete alcun diritto di dire o fare qualcosa in questa materia. Si tratta di una decisione che spetta collettivamente ai primi musulmani, qualificati a prestare consiglio e partecipanti alla battaglia di Badr. Colui che essi accetteranno come califfo sarà il califfo. Venite dunque, riuniamoci tutti e valutiamo la questione.

Udito ciò, la gente si allontanò da lui. Dopo poco, tuttavia, tornarono da lui e cominciarono a insistere affinché prestasse il giuramento di fedeltà. Allora Ḥaḍrat ʿAlī (ra) disse:

******(arabo)

Se volete davvero che io divenga califfo e riceva da voi il giuramento di fedeltà all’obbedienza, allora venite alla Moschea del Profeta; lì si prenderà la decisione definitiva in merito.

È certo che la mia elezione a califfo e il giuramento di fedeltà all’obbedienza a tale scopo non possono avvenire in segreto. Devono necessariamente basarsi sul consenso spontaneo e sull’approvazione del popolo musulmano.

In seguito, dopo la proposta, il sostegno spontaneo e l’approvazione della popolazione musulmana riunita nella Moschea del Profeta, proprio Hazrat Ali (ra) fu eletto quale califfo successivo e, lunedì 21 Dhu al-Hijjah, alla presenza di una grande folla islamica riunita nella Moschea del Profeta, nelle sue mani fu prestata la bayʿa generale al califfato. Egli fu proclamato quarto califfo del Califfato ben guidato.

Quando Hazrat Ali (ra) assunse sulle proprie spalle la responsabilità del califfato, l’intero mondo musulmano si era trasformato in un teatro di estrema anarchia, rivolte e ribellioni. Anche il primo califfo, Hazrat Abu Bakr Siddiq (ra), aveva dovuto affrontare una situazione analoga di disordini, rivolte e ribellioni; tuttavia, tra le due situazioni vi era una grande differenza. Il pericolo che Hazrat Abu Bakr Siddiq (ra) aveva dovuto affrontare consisteva nello scontro tra l’incredulità, l’apostasia e l’Islam. Tutta la comunità islamica sosteneva e appoggiava il califfo in questo conflitto. Gli oppositori seguivano la falsità, le passioni e le cattive inclinazioni; le loro convinzioni non avevano né stabilità né solidità. Al contrario, coloro la cui opposizione Hazrat Ali (ra) dovette affrontare non erano soltanto musulmani: tra loro vi erano anche numerosi Sahaba e persino Hazrat Aisha Siddiqah (ra), consorte del Nobile Messaggero (s). Che altro si può definire ciò, se non l’estrema ironia del destino?

Ma, nonostante tutti questi pericoli, disordini, calamità, rivolte e ribellioni, Hazrat Ali (ra) tenne saldamente le redini del califfato con grande fermezza e coraggio. In quel periodo diede prova del culmine di una pazienza e di una sopportazione illimitate, nonché di sano discernimento e ponderazione; e, sebbene constatasse segni di fallimento in vari ambiti, non fu disposto a tollerare la minima deviazione dalla fedeltà assoluta, dall’incrollabile idealismo e dai principi fondamentali della Sharia islamica e dell’arte di governare dello Stato. Se fosse stato disposto a tollerare anche il minimo allontanamento dai principi e dall’idealismo, forse, dal punto di vista della politica di governo, sarebbe stato considerato un uomo di successo; ma non vi è alcun dubbio che il grande ideale della religione islamica sarebbe stato danneggiato, abbandonato e respinto. Eppure, proteggerlo costituisce il primo e più importante dovere del califfo ben guidato e del successore del Nobile Messaggero (s).

Hazrat Ali (ra) in qualità di califfo

Nel dirigere l’amministrazione del califfato, Hazrat Ali (ra) era fermamente deciso a seguire le orme di Hazrat Umar Faruq (ra) e non era minimamente disposto ad apportare alcun cambiamento fondamentale all’ordinamento allora vigente. Alcuni ebrei che Hazrat Umar Faruq (ra) aveva esiliato da tutto l’Hijaz e reinsediato in un luogo chiamato Najran si presentarono da Hazrat Ali (ra) e, con voce estremamente supplichevole e umile, chiesero il permesso di tornare nei loro precedenti insediamenti. Ma Hazrat Ali (ra) rifiutò esplicitamente, dicendo: «Chi potrebbe essere più ponderato, perspicace e capace di prendere decisioni corrette di Hazrat Umar (ra)?»

Il compito più importante nell’amministrazione interna del Paese consiste nel controllare i funzionari responsabili e nell’osservare con attenzione le loro attività, il loro carattere e il loro comportamento. Hazrat Ali (ra) teneva sempre lo sguardo rivolto a questo particolare aspetto. Ogni volta che nominava qualcuno a una carica di responsabilità, gli impartiva consigli estremamente preziosi e benefici. Inoltre, in diverse occasioni, faceva svolgere indagini specifiche sulle attività, sul carattere e sul comportamento di tali funzionari. Una volta affidò questo importante incarico a Hazrat Kayab ibn Malik (ra), impartendogli le seguenti istruzioni:

******** (in arabo)

Parti con un gruppo dei tuoi compagni e percorri ogni distretto dell’Iraq, osservando attentamente il lavoro dei funzionari, il loro carattere, la loro indole e il loro comportamento. Egli reprimeva con mano ferma gli sprechi e le spese eccessive dei funzionari statali, nonché le loro irregolarità nella gestione del denaro pubblico. Esigeva con particolare rigore che i funzionari restituissero puntualmente i prestiti ottenuti dal Bayt al-Mal. In questa materia non era disposto a mostrare la minima indulgenza o benevolenza neppure verso i propri parenti stretti.

Hazrat Ali (ra) introdusse particolari riforme e politiche di sviluppo nel dipartimento delle entrate. Nonostante la piena severità nella riscossione delle imposte, si adoperava costantemente per il benessere generale della popolazione e il miglioramento delle sue condizioni. Nei confronti degli incapaci e dei poveri adottava sempre una politica compassionevole.

In realtà, Hazrat Ali (ra) era per la gente una manifestazione concreta e un simbolo ardente dell’incommensurabile misericordia di Allah. Durante il suo califfato, le porte del Bayt al-Mal statale erano sempre aperte ai poveri, ai bisognosi e agli indigenti della società. Tutto ciò che veniva depositato e raccolto nel Bayt al-Mal, egli lo distribuiva immediatamente e con mano generosa tra i bisognosi e coloro che ne avevano diritto. Nei confronti dei cittadini non musulmani del paese adottava un comportamento estremamente cordiale e compassionevole. Persino le attività dei ribelli e dei cospiratori venivano tollerate con grandissima pazienza e sopportazione. Nella regione persiana si osservò una splendida reazione favorevole a questa politica liberale seguita dal califfo.

Hazrat Ali (ra) era personalmente un comandante militare molto abile ed esperto. La sua lungimiranza e il suo discernimento nelle questioni e negli affari militari erano incomparabili. Per questo gli fu possibile introdurre numerose nuove forme di organizzazione nell’amministrazione militare dello Stato islamico.

L’erudizione di Hazrat Ali (ra)

Fin dall’infanzia, Hazrat Ali (ra) ebbe l’opportunità di acquisire direttamente conoscenza e formazione nella scuola dell’insegnamento profetico. Grazie al rapporto profondo e alla stretta familiarità che lo legavano al Nobile Messaggero (s), egli godette di maggiori opportunità rispetto a tutti gli altri di quel rango. Poiché poteva rimanere intimamente vicino al Nobile Profeta (s) in casa, fuori casa e durante i viaggi all’estero, gli fu molto facile acquisire una conoscenza dettagliata dei vari aspetti della religione islamica. Anche il Nobile Profeta (s) attribuì grande importanza al conferirgli questa conoscenza speciale. Fu egli stesso a insegnargli il Nobile Corano e a spiegargli il corretto significato dei suoi diversi versetti. Per questo, rispetto agli altri nobili Compagni, la sua erudizione era straordinariamente ampia e profonda. Alludendo a questa sua erudizione, il Nobile Messaggero (s) disse:

******(ARABO)

«Io sono la città della conoscenza e Ali ne è la porta».

Sebbene, in quanto hadith, questa frase non sia accettabile dal punto di vista della catena di trasmissione e di altri criteri, la sua realtà deve certamente essere riconosciuta. Hazrat Ali (ra) aveva imparato a leggere e scrivere già nell’infanzia, e il suo nome figurava anche nell’elenco degli scribi della rivelazione. Secondo le istruzioni del Nobile Messaggero (s), numerosi decreti statali, così come il trattato di Hudaybiyya, furono redatti proprio dalla mano di Hazrat Ali (ra).

La fonte principale del sapere e della scienza islamici è il Sacro Corano. Hazrat Ali (ra) ebbe la fortuna di sondare questo oceano sconfinato del Corano. Tra i pochi Compagni che, durante la vita del Profeta Karim (s), avevano memorizzato per intero il Sacro Corano, Hazrat Ali (ra) era uno di loro. Possedeva una particolare competenza riguardo alla sura o al versetto del Corano rivelato, al contesto e al momento della sua rivelazione. Egli stesso lo affermò. Per questo è annoverato tra i massimi esegeti del Corano. Le sue spiegazioni sono state ampiamente citate nelle grandi opere di tafsir composte in epoche successive. Ordinare il Sacro Corano secondo la successione della sua rivelazione fu uno dei suoi contributi particolari. Inoltre, la sua straordinaria abilità e il suo talento nell’estrarre dal Sacro Corano le norme giuridiche necessarie alla vita pratica e nel compiere l’ijtihad per conoscere le direttive e le decisioni dell’Islam su varie questioni complesse sono universalmente riconosciuti. Quando gli appartenenti alla setta kharigita rifiutarono, in senso strettamente letterale, di accettare una persona come arbitro per risolvere le controversie reciproche, e presentarono come prova un versetto del Corano ****(in arabo), «Nessuno può essere arbitro se non Allah», egli dimostrò l’irragionevolezza e l’incongruenza di tale argomentazione e disse: «Chi potrebbe dubitare che Allah sia il Giudice supremo? Tuttavia, per risolvere la controversia tra marito e moglie, quando Allah l’Altissimo stesso ha ordinato di accettare come arbitri persone appartenenti alla comunità, dicendo:

*******(in arabo)

Quando temete che sorgano dissensi e contrasti tra marito e moglie, nominate un arbitro dalla parte del marito e un arbitro dalla parte della moglie.

Se dunque, per dirimere le controversie reciproche della nazione e della comunità musulmana, si nomina e si accetta qualcuno scelto dalla comunità stessa, perché ciò dovrebbe essere ingiusto o contrario al Corano? La sovranità di Allah e il Suo potere supremo su ogni cosa saranno necessariamente esercitati e attuati per mezzo di qualche essere umano. La questione delle controversie e dei dissensi reciproci dell’intera nazione musulmana è forse meno importante di quella tra un uomo e una donna? In realtà, sono state citate così tante preziose narrazioni di Hazrat Ali (ra) nell’interpretazione e nell’analisi del significato del tafsir e dei versetti del Corano, che, se fossero raccolte insieme, potrebbero assumere la forma di un’opera immensa.

Una certa categoria di propagandisti ingannatori appartenenti alla corrente del tasawwuf va diffondendo l’idea che Rasul Karim (s), oltre alle conoscenze e agli insegnamenti fondamentali relativi alla religione islamica, avesse trasmesso a Hazrat Ali (ra) anche un sapere oggi chiamato «tasawwuf». Essi arrivano persino a propagandare Hazrat Ali (ra) come il «padre originario» della disciplina del tasawwuf. Ma quanto sia falsa e calunniosa questa affermazione e quanto sia priva di fondamento è dimostrato in modo inconfutabile dalle sue stesse parole riportate in un hadith autentico. Gli chiesero: «Possiedi forse, oltre al Corano, qualche altra conoscenza?» Egli rispose: «Giuro per quell’Essere Sublime che fa germogliare gli alberi spaccando il seme e il nocciolo e che infonde la vita nei corpi: non possiedo nulla oltre al Corano. Tuttavia, Allah concede a chi vuole la capacità, la forza, la competenza e il talento per comprendere il Corano. Oltre a ciò, possiedo alcuni hadith». (Bukhari, Musnad di Ahmad)

Il giuramento pronunciato da Hazrat Ali (ra) all’inizio delle sue parole è particolarmente significativo. Dalle sue parole si comprende che i versetti del Corano sono come il nocciolo e il corpo. Il loro significato, la loro importanza e la loro essenza sono invece come un albero, che nasce da quel nocciolo e da quel seme. E sono anche come la vita, che rimane nascosta nel corpo. In altre parole, da un piccolo seme o nocciolo può germogliare un grande albero ricco di rami e ramificazioni, che in origine era nascosto proprio in quel seme e in quel nocciolo; e così come dall’energia vitale, nascosta nel corpo, si manifestano tutte le azioni e le attività umane, dalle parole del Corano, che sono come il corpo, possono scaturire significati e contenuti immensi.

In verità, il fatto che Hazrat Ali (ra) possedesse una particolare competenza nell’essenza e nella filosofia del Corano è dimostrato proprio da questa sua affermazione.

Anche nel campo degli hadith, la cultura e l’erudizione di Hazrat Ali (ra) erano straordinarie, vaste e profonde come un oceano sconfinato. Dall’infanzia trascorse ben trent’anni in compagnia e nella più stretta vicinanza del Profeta Karim (s). Per questo, dopo Hazrat Abu Bakr (ra), egli era il più grande esperto delle norme complete dell’Islam e delle parole del Profeta. Inoltre, dopo la morte del Profeta Karim (s), tra tutti i maggiori Compagni fu lui a vivere più a lungo. Per circa trent’anni dopo Rasul Karim (s), si dedicò incessantemente alla diffusione del Corano, degli hadith, della religione e della sharia. Anche durante il governo dei primi tre califfi questo compito gli era stato affidato. Persino durante il suo stesso califfato, nonostante le numerose fitna, i disordini e le guerre sanguinose, il flusso della diffusione del sapere non si interruppe mai; al contrario, continuò a scorrere senza sosta. Per questo, rispetto ai primi tre califfi, fu lui ad avere maggiori opportunità di trasmettere gli hadith. Ciononostante, nella trasmissione degli hadith era estremamente prudente e rigoroso. Per tale ragione, il numero degli hadith da lui trasmessi non fu molto elevato. Nei libri sono stati riportati attraverso la sua autorità soltanto 586 hadith. Hazrat Ali (ra) era inoltre uno dei Compagni abituati a mettere per iscritto gli hadith già nell’epoca della profezia. Egli chiamava il patrimonio di hadith da lui trascritto «Sahifa» e conservava questa «Sahifa» nel fodero della propria spada. Da questi hadith si possono ricavare le norme relative a numerose questioni importanti della vita pratica.

La competenza e il talento di Hazrat Ali (r.a.) nel fiqh e nell’ijtihad erano riconosciuti da tutti. I più eminenti Compagni — persino coloro che gli erano avversari — sentivano il bisogno di conoscere da lui le decisioni della Sharia su diverse questioni. Una ragione importante della sua particolare perizia in questo campo era che egli stesso si informava su molte questioni interrogando il Nobile Messaggero (s.a.s.).

Hazrat Ali (r.a.) in qualità di giudice

È vero che Hazrat Ali (r.a.) trascorse la maggior parte della sua vita a Medina, ma durante l’intero periodo del suo califfato risiedette a Kufa. Per questo motivo, le sue opinioni in materia di fiqh e il suo ijtihad si diffusero soprattutto in Iraq. Dopo quelle di Hazrat Abdullah ibn Mas‘ud (r.a.), le opinioni di Hazrat Ali (r.a.) e le decisioni da lui adottate costituirono la base della scuola hanafita. Grazie a questa competenza di Hazrat Ali (r.a.), era universalmente riconosciuta anche la sua abilità nel giudicare le cause e nel prendere decisioni secondo la Sharia. Hazrat Umar al-Faruq (r.a.) disse:

********(in arabo)

Tra noi, il più qualificato come giudice è Hazrat Ali, mentre il più esperto nel Qur’an è Hazrat Ubayy ibn Ka‘b.

Hazrat Abdullah ibn Mas‘ud (r.a.) disse: «Ci dicevamo l’un l’altro che, a Medina, la persona più capace nel giudicare era Hazrat Ali (r.a.).

Lo stesso Nobile Profeta (s.a.s.) affidava spesso a Hazrat Ali (r.a.) l’incarico di amministrare la giustizia. Quando il Nobile Profeta (s.a.s.) lo nominò giudice dello Yemen, egli cercò di essere sollevato dall’incarico, dichiarando la propria inadeguatezza e incapacità. Allora il Nobile Profeta (s.a.s.) disse:

Allah l’Altissimo manterrà la tua bocca sulla retta via e renderà il tuo cuore saldo e paziente.

Anche Hazrat Ali (ra) disse:

Da allora, non ho mai avuto alcun dubbio né esitazione nell’esercizio della funzione giudiziaria.

Riguardo all’amministrazione della giustizia, il Nobile Profeta (s) gli aveva insegnato molti principi fondamentali e procedure. Una volta gli disse:

O Ali! Quando ti siederai per dirimere la controversia tra due persone, non prendere una decisione dopo aver ascoltato soltanto uno di loro e sospendi la decisione finché non avrai ascoltato le argomentazioni del secondo.

Nel giudicare una causa, interrogare entrambe le parti e i testimoni, così come non interrogarli su questo punto, era stabilito come parte indispensabile del principio di equità di Hazrat Ali (ra), al fine di acquisire una convinzione salda e libera da dubbi. Se il reo confesso, dopo essere stato interrogato e sottoposto più volte a esame, non rimaneva fermo nella propria confessione, egli non lo puniva sulla base di tale confessione. Se, dopo aver terrorizzato i testimoni in vari modi, non li trovava saldi nelle loro dichiarazioni testimoniali, non emetteva alcuna sentenza sulla base di quella testimonianza. Nel giudicare i casi di omicidio, distingueva tra l’incidente e l’intenzione di uccidere (movente).1 {1. Vigilanza nell’instaurazione della giustizia: Hazrat Ali (ra) rimaneva sempre vigile allo scopo di assicurare l’instaurazione della giustizia nella società. Considerava un crimine abominevole l’abuso del potere statale per influenzare il sistema giudiziario. Nell’instaurazione della giustizia, non accordava alcun favore a una politica discriminatoria tra musulmani e non musulmani. A questo proposito, è degno di nota un episodio storico. Un giorno, un ebreo rubò la corazza di ferro di Hazrat Ali (ra), Amir al-Mu’minin. Sebbene ricoprisse la più alta carica del Paese, egli non intraprese direttamente alcuna azione di polizia al riguardo; si recò invece in tribunale e presentò una denuncia secondo la procedura vigente. Il giudice gli ordinò di presentare due testimoni a sostegno della denuncia. Hazrat Ali (ra) presentò come testimoni i suoi due figli, Imam Hasan e Imam Husayn (ra). Tuttavia, poiché erano parenti stretti dell’accusatore, il giudice non accettò la loro testimonianza e respinse invece l’intera causa. Colpito da questo episodio, l’ebreo accusato confessò spontaneamente il proprio crimine, recitò la sacra kalima e si unì alla schiera dell’Islam. – Redattore}

Le sentenze giudiziarie di Hazrat Ali (ra) erano considerate modelli di legge. Per questo motivo, i sapienti le misero per iscritto. In epoche successive, tuttavia, persone malvagie vi introdussero varie alterazioni. Di conseguenza, esse divennero completamente inutilizzabili nel mondo della legge e della giustizia.

L’austerità nella vita personale

Hazrat Ali (ra) trascorse la sua vita personale in una disciplina ascetica estremamente rigorosa. Sebbene fosse logorato dai crudeli colpi della povertà, non si lasciò mai turbare, neppure per un istante. Non provava il minimo imbarazzo nel procurarsi da vivere, lavorando e svolgendo lavori giornalieri quando il tempo e le occasioni lo permettevano. Anche dopo essere salito al trono del califfato, nella sua austerità non si verificò il minimo cambiamento. Alla vista del suo cibo estremamente misero, la gente rimaneva sbalordita e attonita. Diceva alla gente: «Il califfo dei musulmani ha diritto a ricevere soltanto due recipienti dal Bayt al-Mal dello Stato. In uno mangerà insieme alla propria famiglia. L’altro lo presenterà al popolo».

Non vi era alcun servitore aggiuntivo per occuparsi delle faccende domestiche. La figlia del Profeta e Sovrano svolgeva personalmente ogni lavoro. Quanto ai beni e alle ricchezze materiali, Hazrat Ali (ra) era un vaso vuoto. Ma quanto alla ricchezza spirituale, era il possessore di un tesoro immenso. Nessun supplicante poteva allontanarsi dalla sua porta a mani vuote. Anzi, egli non esitava neppure per un istante a mettere spontaneamente nelle mani di un mendicante affamato persino il cibo preparato per sé.

— Fine —