Prima edizione dell’editore: parole
Il problema attuale del mondo musulmano è che esso non viene governato adeguatamente. Il mondo musulmano non è dinamico. La ragione principale è che la leadership del mondo musulmano non è stata in grado di comprendere i problemi fondamentali dell’umma. Essa non è riuscita a elaborare una strategia efficace e ad adottare un programma capaci di portarla fuori dall’attuale situazione di instabilità. Questa è la situazione nel suo complesso.
Coloro che in Bangladesh operano in nome della riforma e del rinascimento hanno fallito nel soddisfare le aspirazioni del popolo perché non sono stati in grado di stabilire le priorità del loro lavoro. La storia recente ne è un esempio lampante. Per quanto sia deplorevole, è un fatto che coloro che oggi guidano il Bangladesh non siano riusciti a costruire una base teorica per le priorità del loro lavoro: quale compito deve essere svolto per primo e perché?
Il Bureau islamico d’informazione del Bangladesh è un’istituzione privata, autonoma e senza scopo di lucro. L’obiettivo del Bureau è costruire una base intellettuale per la riforma della società. A tale scopo, il Bureau pubblica per i lettori la traduzione bengalese dell’opera scritta dal professor Dott.. Yusuf al Qaradawi, intitolata «Priorità del movimento islamico nella fase a venire »; riteniamo che quest’opera sarà in grado di scuotere dal loro sonno profondo coloro che in Bangladesh lavorano per la riforma della società e contribuirà a infondere dinamismo nelle loro file. Si auspica che il libro incoraggi gli operatori sociali e, dando loro nuova vitalità, riesca a svolgere il ruolo di catalizzatore attivo per realizzare l’auspicato cambiamento sociale.
Questo importante libro del dott. Qaradawi è stato tradotto dalla prima edizione, pubblicata dal Dar al-Nasr del Cairo, dal rinomato giornalista Muhammad Sanaullah Akhunji. Quando il lavoro di traduzione era ormai giunto alla fase finale, siamo venuti in possesso di un’edizione riveduta e corretta del libro, pubblicata da Awakening Publications, nel Regno Unito. Si è quindi resa necessaria una riorganizzazione della traduzione bengalese. Poiché il signor Sanaullah Akhunji, a causa dei suoi molteplici impegni, non era in grado di dedicare tempo alla riorganizzazione, alla revisione e alla correzione del testo, l’editore ha dovuto assumersi il difficile compito di riorganizzare e curare l’edizione. In questo lavoro sono stato assistito dal rinomato giornalista Shafik Chowdhury e dal poeta Omar Biswas. È opportuno precisare che, qualora nella traduzione bengalese siano rimasti errori o imprecisioni, la piena responsabilità ricade sull’editore e sul curatore del libro. Infatti, la traduzione bengalese è stata predisposta mantenendo la conformità con la traduzione inglese riveduta, che il signor Sanaullah non ha potuto controllare a causa delle sue condizioni di salute. Per la traduzione dei versetti del Sacro Corano qui riportati, non ci siamo avvalsi di alcuna traduzione bengalese del Corano già pubblicata. La traduzione bengalese dei versetti è stata invece realizzata sulla base del libro contenente la traduzione inglese riveduta del dott. Qaradawi. Per questo motivo non abbiamo utilizzato i segni di apertura e chiusura delle virgolette. Lo stesso vale per la traduzione degli hadith. Il signor Shafik Chowdhury ha tradotto la prefazione del libro, la nota del curatore dell’edizione inglese e l’introduzione dell’autore. Il poeta Omar Biswas ha tradotto la presentazione dell’autore e la nota dell’editore.
Il rinomato ricercatore Mohammad Abdul Mannan ci ha procurato il libro pubblicato al Cairo, consentendoci così di intraprendere il lavoro di traduzione. Il signor Shah Abdul Hannan ci ha fornito l’edizione riveduta del libro pubblicata nel Regno Unito. Ciò ha reso più agevoli la revisione, la correzione e la riorganizzazione del libro. Siamo grati a entrambi. Su nostra richiesta, [email protected] ci ha inviato una breve biografia del dott. Qaradawi. Per questo siamo grati anche a www.islamonline.net. Ringraziamo il signor Shafik Chowdhury e il poeta Omar Biswas per il loro aiuto volontario nella riorganizzazione e nella cura del libro. Il poeta Omar Biswas, come testimonianza del suo affetto, ha affrontato il gravoso compito di correggere le bozze del libro. Va ricordato che, salvo una o due eccezioni, per l’ortografia del libro è stato seguito per quanto possibile il Bangla Banān-Abhidhān dell’Accademia bengalese. Il caro Ahmad Hossain Manik ha dedicato tempo prezioso al libro. Soprattutto, il signor Sanaullah Akhunji ci ha offerto una splendida traduzione del libro. Sono debitore a tutti loro.
Nel maggio 1995, l’Islamic Information Bureau Bangladesh dott.. Ismail Raji al- Faruqi pubblicò l’opera scritta da Islām: la formulazione della conoscenza. Il mio illustre amico Mahbubul Haq, su mia richiesta, organizzò la traduzione di questo libro. Il suo importante contributo alla traduzione del libro è innegabile. Sono particolarmente debitore al signor Mahbubul Haq per avermi dato l’opportunità di pubblicare questo prezioso libro del dott. Ismail Raji al-Faruqi. Il caro Ata Sarkar ne accrebbe il pregio attraverso la supervisione generale della pubblicazione. Anche se in ritardo, riconosco loro il mio debito.
Shah Abdul Halim
Presidente
Ufficio islamico d’informazione del Bangladesh
Parole introduttive
Il giovane e promettente Hasan al-Banna ha compiuto un’opera importante realizzando una traduzione riveduta in inglese, la sua lingua madre, del libro «Le priorità del movimento islamico nella fase a venire». L’importanza della traduzione inglese di questo libro risiede nei seguenti motivi:
1. Fiqh contemporaneo
I giovani musulmani istruiti hanno bisogno di un fiqh contemporaneo, soprattutto quelli che vivono in Occidente. Molti di loro stanno seguendo diverse linee di orientamento, tra cui l’estremismo, la fitna o dottrine fuorvianti, la tendenza a dichiarare miscredenti gli altri e un atteggiamento inflessibile. Trattano duramente gli altri musulmani e mostrano ostilità verso gli abitanti del Paese in cui vivono, sebbene vi costituiscano una minoranza debole. Sono stati abbandonati dalla loro patria; molti di loro sono stati espulsi dal proprio Paese. Anzi, i governi dei loro Paesi d’origine incitano i governi occidentali ad agire contro di loro. Eppure i governi occidentali, oltre ad aver concesso loro asilo, hanno fornito numerosi servizi e agevolazioni sociali. Là hanno avuto l’opportunità di studiare, fare affari e costruire moschee, centri sociali e scuole.
Queste persone dovrebbero essere grate a coloro che le hanno accolte. Nel Corano è detto: «Quale può essere la ricompensa del bene se non la migliore ricompensa (Sura Ar Rahman: 60)». Un’espressione simile è riportata anche in un hadith: «Chi non è grato alle persone non è grato neppure ad Allah». Invece, queste persone si lasciano influenzare dalla letteratura prodotta nei Paesi musulmani, dove l’Islam è affermato da diversi secoli. Quando emergono deviazione e confusione, gli studiosi e i predicatori dell’Islam si oppongono loro con aspre critiche e parole di condanna, invitandoli a tornare alle radici pure.
Appelli e libri di questo genere vengono importati da quei Paesi musulmani in cui gli studiosi e i predicatori della religione avevano maturato una dolorosa esperienza schierandosi contro i governanti autoritari e dittatoriali. Ciò aveva dato origine a un pensiero islamico squilibrato, fondato sull’isolamento dalla società e sul dichiarare qualcuno kafir, arrivando persino a creare un conflitto tra il governante e la società e a guardare con sospetto qualsiasi invito al dialogo o alla libertà. Questa letteratura viene importata in Occidente dal suo ambiente d’origine. In questo caso non si è tenuto in alcun modo conto del principio fondamentale del fiqh, secondo cui le fatwa cambiano in base al luogo, al tempo e alle circostanze. Non si è neppure tenuto conto dell’attuale condizione di debolezza dei musulmani.
Quando il mondo intero li respingeva, quale saggezza e quale scopo potevano esserci nel creare ostilità nei confronti dei governi che consentivano lo svolgimento dell’attività di da‘wa e offrivano ai predicatori della religione varie opportunità, libertà e prestigio? Quando i governi musulmani hanno fallito nel ristabilire lo Stato islamico, quale logica poteva esserci nel far ricadere tale responsabilità sulle minoranze residenti in Occidente, esposte alla minaccia del razzismo? Quale beneficio si sarebbe ottenuto coinvolgendo queste minoranze nelle divisioni tra i vari gruppi musulmani, quando tali divergenze non hanno alcun rapporto con l’Islam? Tra gli studiosi dell’umma non vi è mai stato consenso nel dichiarare kafir uno specifico gruppo musulmano.
Non vi è alcuna spiegazione per le questioni generate dall’ignoranza sopra menzionata. Il dottor al-Qaradawi ne ha fornito un’ampia trattazione nel suo libro, delineando il fiqh delle priorità, il fiqh dell’equilibrio e il fiqh della realtà.
2.Fiqh dell’azione fiqh
Questo libro rappresenta un nuovo orizzonte nel campo del pensiero islamico, sebbene il dottor al-Qaradawi abbia attinto i suoi materiali dal Nobile Corano, dalla Sunna, dalla tradizione dei califfi ben guidati, dagli studiosi del fiqh e dai riformatori religiosi e spirituali.
Tuttavia, è vero che prima del dottor al-Qaradawi nessuno era riuscito a collegare efficacemente alla realtà, organizzandoli, tutti gli elementi raccolti. Egli ha analizzato i nostri problemi attuali da diverse prospettive e ne ha individuato anche le soluzioni. Lo ha fatto attraverso spiegazioni precise e un’analisi logica e dotta.
Accanto all’opera dello Shaykh Muhammad al-Ghazali, questo libro è il frutto di un intenso impegno del dottor al-Qaradawi. In esso ha valutato e analizzato il movimento islamico dell’epoca contemporanea. Ha individuato le cause profonde delle patologie del movimento e indicato la via per risolverle. Ha discusso questi temi anche in diverse sue opere, tra cui «Il fenomeno dell’estremismo nel takfir», «Il risveglio islamico tra rifiuto ed estremismo» e «Dov’è l’errore?».
Inoltre, questo libro delinea prospettive e metodi islamici alternativi. Nei libri precedenti, invece, l’attenzione era rivolta ad analisi, critiche e valutazioni approfondite. È degno di apprezzamento il suo contributo allo sviluppo e all’introduzione di nuovi usul, o principi fondamentali, dell’attivismo nell’Islam, del fiqh, del fiqh dell’esperienza concreta, nonché alla definizione della necessità del fiqh religioso e dei metodi per attuarlo.
In realtà, la carenza di letteratura islamica è una delle cause principali della situazione attuale dell’Islam. Sono state scritte numerose opere sulla da’wa islamica, ricche di argomentazioni irrealistiche e prive di rapporto con la natura dei problemi e dei contesti contemporanei. Ciò che i predecessori ci hanno lasciato viene considerato l’ultima parola, senza alcuna possibilità di sviluppo, innovazione o rinnovamento. Idee e comportamenti provenienti da diversi ambienti islamici hanno generato dibattiti dello stesso tipo anche nei circoli islamici dell’Occidente. Di conseguenza, è sorta confusione su ciò che è determinato e immutabile e ciò che è indeterminato e mutevole. Queste discussioni inutili non hanno portato alcun beneficio. Lo scopo di questo libro è correggere tali confusioni, mostrando che l’Islam e la sua tradizione affrontano, comprendono e trasformano la realtà in modo razionale, attraverso un approccio orientato alla realtà.
3. Dell’autore erudizione
Non sarebbe esagerato definire il dottor Yusuf al-Qaradawi una delle figure principali del pensiero islamico intellettuale contemporaneo e della da’wa. Le ragioni sono le seguenti:
a. Il suo approccio moderato e il suo appello moderno ed equilibrato. Ha adottato una posizione intermedia tra l’imitazione cieca di una particolare madhhab e il rifiuto di tutte le altre madhhab, da un lato, e il non seguirne alcuna, dall’altro. Allo stesso modo, ha adottato una posizione intermedia tra il sufismo deviato e di nuova invenzione, orientato al tasawwuf, e coloro che si oppongono al sufismo orientato al tasawwuf e guidato sulla retta via; tra coloro che, pur opponendosi alla rivelazione, si lasciano guidare dalla ragione e coloro che si oppongono al ruolo della ragione nella comprensione della rivelazione. Così la madhhab del moderatismo autentico prevale sulla ummah, mentre ogni forma di estremismo perde importanza.
b. Possiede una conoscenza ampia e approfondita dell’Islam. Non ha limitato il proprio contributo intellettuale a un solo campo. Ha scritto sull’aqida così come sul fiqh dell’ibada o sul fiqh della realtà. E continua a scrivere non solo in questi ambiti, ma anche in altri. Ha composto numerose opere sul fiqh del Corano e della Sunna e sul fiqh della realtà e della sua applicazione.
Non si è discostato dal cammino dei più grandi studiosi menzionati nella storia dell’Islam. Valuta e analizza secondo i criteri del Corano e della Sunna e, se qualcosa li contraddice, lo respinge. Non appartiene a coloro che seguono ciecamente una madhhab, ma non sostiene nemmeno l’abolizione della ricca tradizione islamica. Le sue affermazioni e i suoi consigli sono estremamente chiari. Il suo cuore è colmo del timore e dell’amore di Allah. È salafita come Ibn al-Qayyim, un grande scrittore e poeta come lo studioso sufi Imam al-Shafi’i, e un sapiente esperto delle questioni contemporanee come l’Imam Ibn Taymiyya.
c. La sua profonda convinzione che l’Islam non sia soltanto una fede religiosa, ma anche una struttura, un’organizzazione, un movimento e una lotta indispensabili, lo portò, da giovane, ad affiliarsi al più grande e antico movimento islamico dell’epoca contemporanea, i Fratelli Musulmani. A causa del movimento fu portato davanti a un tribunale e imprigionato. Per grazia di Allah, mostrò una pazienza estrema fino al termine della sua detenzione.
Ciononostante, ha viaggiato dall’Oriente all’Occidente portando con sé il vessillo della sua missione islamica, sebbene abbia ormai più di settant’anni. Che Allah riversi su di lui la Sua misericordia e gli conceda una lunga vita. Sono stati proprio questi suoi viaggi in tutto il mondo a renderlo noto e vicino ai pensatori musulmani contemporanei, ai popoli musulmani, ai movimenti giovanili musulmani e ai loro compagni e sostenitori.
È a capo di numerosi consigli per le fatwa in Europa e in America. Al contempo, è fondatore di numerosi consigli di fiqh, università e istituti di ricerca contemporanei, nelle cui attività è attivamente coinvolto. Egli stesso crede nel libero pensiero e invita a praticarlo nel campo del pensiero islamico contemporaneo. Ha acquisito grande notorietà partecipando a dibattiti e dialoghi inter madhhab in diversi forum — islamici e secolari, musulmani e cristiani, arabi nazionalisti e istituti islamici.
In verità, è encomiabile l’impegno del giovane Hasan al-Banna nella traduzione. Egli ha presentato il dottor al-Qaradawi ai lettori di lingua inglese.
A riconoscimento di questo grande contributo all’Islam e ai musulmani in Occidente, che Allah ricompensi il professor dottor Yusuf al-Qaradawi e S. M. Hasan al-Banna per la traduzione in inglese. Amin.
Sceicco Rachid Ghannouchi
Presidente
Partito Ennahda, Tunisia
Aprile 2000
Nota dell’editore dell’edizione inglese
Purtroppo, il XX secolo non ha visto la restaurazione del sistema del califfato islamico. Ciononostante, si può senza dubbio affermare che si sono create le condizioni per un risveglio e una rinascita islamici. Tra molti, soprattutto tra gli istruiti e i giovani, si è risvegliata la consapevolezza che l’Islam è un sistema di vita completo, capace di guidare l’essere umano verso la vera felicità in questa vita e nell’Aldilà.
La situazione attuale della Ummah musulmana è tale da costringerla ad affrontare numerose sfide interne ed esterne. Oggi la civiltà islamica e gli altri aspetti ad essa strettamente connessi sono soggetti a un processo di declino. Di conseguenza sono emerse numerose malattie e problematiche.
L’Islam è un sistema di vita completo; tuttavia, l’incapacità di comprenderlo è oggi diventata un fenomeno comune nel pensiero musulmano. Chi ragiona in questo modo ritiene che l’Islam possa conciliarsi pienamente con il secolarismo. D’altra parte, vi sono persone sinceramente impegnate nell’attività della da‘wa islamica, ma estremiste oppure superficiali nella comprensione e nell’applicazione dell’Islam. Molti non comprendono neppure che problemi vasti richiedono soluzioni vaste. Altri nutrono grandi speranze e aspirazioni elevatissime, ma non possiedono l’intelligenza necessaria per realizzare tali speranze e sogni.
Inoltre, sono sorti numerosi movimenti islamici con l’obiettivo di correggere i difetti e le carenze della situazione attuale e di restaurare quella società desiderata, attesa da lungo tempo, nella quale Allah solo potesse essere adorato in ogni ambito. Si osserva che movimenti di questo tipo si sviluppano inizialmente e conquistano la vasta fiducia del popolo. Ma in breve tempo cadono in una condizione di stasi. È proprio il periodo che stiamo attraversando. Purtroppo, però, è un fatto che il movimento islamico è stato contagiato dagli stessi difetti e problemi che affliggono la Ummah musulmana.
La domanda allora è: da dove cominceremo? In cosa consistono le nostre carenze? Che cosa dovremmo fare? Come dovremmo farlo? Abbiamo compreso chiaramente la natura della da‘wa, del movimento (haraka) e della riforma (islah)? Quale metodo dovremmo applicare? Come dovremmo comportarci con i diversi settori della società? Quali sono le priorità del movimento islamico? È alla luce di queste domande che il professor dott. Yusuf al-Qaradawi ha scritto questo libro.
Tra i pochi eminenti studiosi di fiqh ancora in vita, il dott. Qaradawi è, per grazia di Allah, uno di loro. È riuscito a presentare decisioni e opinioni moderne ed equilibrate attraverso una sintesi tra i nuovi rappresentanti della modernità e gli antichi rappresentanti della tradizione. La sua vasta esperienza e la sua ricca conoscenza hanno portato beneficio alla Ummah.
Il dott. Qaradawi riflette costantemente sui problemi, sulle possibilità e sul progresso del movimento islamico. Quando ritiene di essere in grado di offrire un consiglio o una direttiva su una questione del movimento, lo fa senza esitazione.
Questo libro nasce dalla sua vasta esperienza nel campo della dawa islamica e del movimento islamico. Da quest’opera si dovrebbero trarre non soltanto consigli, ma anche direttive. Viviamo infatti in un’epoca in cui ognuno ha qualcosa da dire e un punto di vista, ma solo pochi sono qualificati per fornire una guida.
L’opera originale è stata scritta in arabo. Ne sono già state pubblicate dieci edizioni. Pochi mesi dopo la pubblicazione del libro apparve una prima edizione inglese, ma era incompleta. Si avvertì quindi la necessità di una traduzione inglese riveduta, più vicina al contenuto intrinseco dell’opera araba originale.
Esprimo la mia profonda gratitudine al rispettato maestro Shaykh Rashid Ghannushi per aver accettato di scrivere l’introduzione a questa nuova edizione inglese. Il dottor Kamal Hilbawi mi ha offerto preziosi consigli e suggerimenti, e gliene sono grato. Yusra Ghannushi ha fornito il suo aiuto in vari modi, compresa la traduzione dell’introduzione. Che Allah la ricompensi per questa collaborazione. Inoltre, la pubblicazione del libro è stata possibile grazie alla collaborazione di Wali, Umar, Nadim, Bara, Sahera e di molte altre persone. Che Allah ricompensi tutti loro.
Infine, ricordo con gratitudine il mio stimato padre, Hafiz Abd al-Qadir, e gli altri maestri che mi hanno insegnato la lingua del Corano. Ho potuto comprendere che la vera bellezza dell’Islam può essere assaporata soltanto attraverso la lingua araba.
Che Allah ci mantenga tutti saldi in questo mondo sulla via indicata da Allah e dal Suo Messaggero, pace e benedizioni su di lui, e nell’obiettivo di ristabilire la sovranità di Allah.
S M Hasan al Banna
Londra, Regno Unito.
Aprile 2000
dell’autore Prefazione
Ogni lode appartiene all’Onnipotente Allah, per la cui misericordia ogni opera buona porta frutto; e la pace sia sul Suo Profeta inviato, sulla sua famiglia e sui suoi seguaci.
È stata una mia fortuna incontrare lo scrittore Muhammad al-Hashimi al-Hamidi, quando partecipai al congresso annuale dell’Associazione della Gioventù Musulmana Araba del Nord America, nell’inverno del dicembre 1989. In quell’occasione egli mi parlò del «Center for Studies on Islamic Future», fondato per iniziativa di un gruppo di pensatori musulmani. Mi chiese di offrire collaborazione e sostegno al Centro.
Egli parlò con me dell’organizzazione, da parte del Centro, di un simposio su questioni legate al bene e al male futuri dell’Islam, indicandomi anche gli argomenti da trattare e i nomi dei relatori. Quando mi chiese la mia opinione al riguardo, accolsi con favore l’iniziativa del Centro e l’organizzazione del simposio, offrendo i consigli che erano alla mia portata. Nonostante ciò, desiderava da me un chiaro impegno a partecipare attivamente all’iniziativa. Per rendere la sua proposta ancora più attraente ai miei occhi, mi disse: «Terremo il simposio in un Paese che lei ama; e quel Paese è l’Algeria». Mi chiese di concentrarmi sulla stesura di un articolo riguardante le priorità del movimento islamico nei prossimi tre decenni, in vista del simposio. Avendo notato il mio interesse per le riflessioni sulle priorità del movimento islamico, stabilì per me questo argomento. Ho concentrato le mie riflessioni su questo ramo del fiqh e ne ho discusso ampiamente. Si tratta di un tema che mi interessa, con l’obiettivo di guidare il movimento islamico sulla retta via e dimostrare la fondatezza della rinascita islamica. È un tema così importante che ho chiesto l’aiuto di Allah, affinché, dopo una profonda riflessione, potessi esporlo in modo adeguato. La situazione era tale che non avevo altra scelta se non accettare l’invito degli organizzatori del simposio. L’argomento, la persona che mi aveva invitato, i partecipanti e il luogo dell’evento: tutti questi elementi non solo mi ispirarono, ma mi obbligarono ad accettare l’invito.
In quel periodo fui costretto a viaggiare ripetutamente, il che ostacolò il mio lavoro di riflessione e di ricerca. Chiedendo l’aiuto di Allah, mi concentrai sulla stesura dell’articolo.
Questo libro è il frutto di quel lavoro di ricerca. Spero che la luce che contiene possa essere fioca, ma che ci mostri comunque la retta via. È già sufficiente, tuttavia, essere riusciti a portare l’argomento al livello della ricerca e della discussione. Se anche ciò non avvenisse, almeno servirà da ispirazione. Quanto ho scritto qui è un’aggiunta e una continuazione delle mie precedenti opere — libri, articoli e saggi — sul movimento islamico in particolare e sulla rinascita islamica in generale.
La differenza tra movimento e rinascita è che un movimento rappresenta un gruppo organizzato o più gruppi organizzati, con obiettivi e finalità determinati e una chiara linea d’azione. La rinascita, invece, è una corrente universale che abbraccia gli individui e le collettività, tanto quelle organizzate quanto quelle non organizzate. La rinascita è una marea che rafforza e affila il movimento. D’altra parte, il movimento è una provvista che indica alla rinascita la direzione per seguire la retta via. Tra i due esiste un rapporto di azione e reazione. Come affermano i razionalisti, tale rapporto sussiste tra l’universalità assoluta, «absolute generality», e la particolarità assoluta, «absolute particularity». Ogni movimento è una rinascita, ma non ogni rinascita è un movimento. Pertanto, rispetto al movimento, la rinascita è più ampia e vasta quanto ai suoi obiettivi.
A questo proposito desidero richiamare l’attenzione su una questione importante. Ogni volta che parlo del movimento islamico, intendo il movimento islamico onnicomprensivo, non una particolare forma di organizzazione o di movimento. Naturalmente, nella maggior parte dei casi citerò come esempio proprio gli Ikhwan al-Muslimun, perché è all’interno di questo movimento che ho avuto l’opportunità di formare me stesso. Attraverso le sue diverse vicissitudini ho acquisito esperienza e ho assistito al corso degli eventi per quasi mezzo secolo.
Ho scelto per questo libro il titolo «Le priorità del movimento islamico nella fase a venire». Come richiesto, non ho limitato l’argomento della discussione a tre decenni. In quest’epoca in rapido mutamento, non trovo alcuna ragione per una discussione basata su un periodo così limitato.
Professore Dott.. Yusuf R. Qaradawi
Doha, Qatar.
Aprile 1990
Primocapitolo
Movimento islamico: Introduzione
Islamico movimento Definizione
Per movimento islamico si intende lo sforzo collettivo organizzato dal popolo, che mira a ristabilire l’Islam come forza motrice nella guida della società e in ogni ambito della vita.
Prima di tutto, il movimento islamico è un’attività, un incessante e arduo impegno operativo. Quest’opera non consiste soltanto in parole fiorite, discorsi e dichiarazioni o nella scrittura di libri. Tutto ciò è certamente necessario, ma costituisce soltanto una parte del movimento: non è il movimento in sé. L’Onnipotente Allah ha detto: E di’: «Agite; Allah, il Suo Messaggero e i credenti vedranno le vostre opere». (Sura At-Tawba: 105)
Il movimento è lo sforzo del popolo operativo
Il movimento islamico è l’impegno operativo compiuto dalle grandi masse, in particolare per iniziativa spontanea delle persone, e fondato su una fede profonda. La fede è la base di questo impegno operativo, che viene compiuto per la soddisfazione di Allah, nella speranza di ricevere la ricompensa non dagli esseri umani, ma soltanto da Allah. Quando un musulmano diventa consapevole del risveglio islamico, avverte dentro di sé motivazione, fervore ed eccitazione. Quando un musulmano vede da un lato la propria fede e dall’altro la realtà che lo circonda, e nota una discordanza tra esse, nel profondo del suo cuore nasce un tumulto. Ed è proprio da una simile inquietudine interiore che scaturisce in lui l’iniziativa personale.
Alla luce di questa consapevolezza, spinto dall’amore per la religione, dalla fede in Allah, nel Suo Messaggero e nel Corano, dalla sua sollecitudine per la umma musulmana e dal dolore per la propria indifferenza e quella dei suoi connazionali nell’adempimento del dovere, egli si getta spontaneamente nel movimento. Così, con profondo entusiasmo, è indotto ad adempiere il dovere, a estirpare le debolezze, a contribuire allo sforzo di ristabilire gli obblighi prescritti trascurati, con l’obiettivo di attuare la sharia concessa da Allah, a riunire la umma musulmana sotto l’ombra del Corano, a sostenere gli amici di Allah, a combattere i nemici di Allah, a recuperare i territori musulmani da ogni aggressione o controllo non musulmano, a ristabilire nuovamente il sistema del califfato secondo le esigenze della sharia, a rinnovare il proprio impegno nell’adempimento del dovere essenziale di diffondere l’invito all’Islam, a ordinare il bene e proibire il male, e a continuare il jihad sulla via di Allah con le parole, con le azioni o almeno nel proprio cuore. Egli si dedica a queste lotte affinché la parola di Allah sia elevata al di sopra di tutto in ogni ambito della vita.
Governativo del lavoro inadeguatezza
In effetti, il movimento islamico si afferma soltanto attraverso attività orientate esclusivamente al conseguimento della soddisfazione di Allah. La costituzione, sotto la supervisione del Ministero del Waqf, di consigli, consigli superiori, associazioni o sindacati per lo svolgimento di attività governative o semigovernative, cioè di attività islamiche, oppure la creazione di qualsiasi ente governativo per operare con vigore nell’interesse dell’Islam, dipende dall’interesse e dall’entusiasmo delle persone incaricate di tali attività negli enti governativi. I risultati del lavoro islamico dipendono anche dal grado di devozione alla din di costoro e di coloro che li nominano a tali incarichi, rispetto alla loro attrazione per la vita terrena.
Tuttavia, le attività di queste istituzioni governative e semigovernative sono sempre, sotto vari aspetti, inadeguate e carenti. Per esempio:
1. Queste attività vengono svolte entro i limiti della politica statale. Infatti, sono il governo a istituirle e a finanziarle. Poiché è tenuto ad attenersi alla politica in questione, tale ente non può operare secondo la propria volontà e i propri piani. Pertanto, per quanto rappresenti gli interessi di quello specifico Stato, non rappresenta in egual misura gli interessi dell’Islam e della più ampia ummah musulmana.
2. Nella maggior parte dei casi, queste istituzioni non sono gestite da persone collaudate, che abbiano acquisito competenza nel settore pertinente attraverso la lotta e l’impegno del movimento e siano state messe alla prova direttamente sul campo. Al contrario, sono gestite da persone che sostengono il finanziamento statale. E persone di questo tipo, per soddisfare le proprie brame o per paura, si dedicano all’adulazione dell’apparato statale. La maggior parte di costoro è fatta in modo tale da non poter disobbedire agli ordini dello Stato, né avere la capacità di dire «perché?» o «no» riguardo a qualsiasi questione. D’altra parte, tra i dipendenti governativi, ve ne sono anche alcuni che lavorano meglio dei membri del movimento islamico non governativo. Infatti, si dedicano spontaneamente al servizio dell’Islam per obbedienza ad Allah, per il loro attaccamento alla din e come parte del loro strenuo impegno volto a instaurare la din nel modo corretto.
3. In molti casi manca anche una sincera dedizione alla tutela degli interessi dell’Islam. Anzi, queste attività possono essere intraprese interamente per conseguire obiettivi politici. Nella maggior parte dei casi, tali attività sono simili alla «moschea della fitna» menzionata nel Corano, il cui scopo esteriore è l’adorazione e la pratica della taqwa. Ma il suo intento segreto è creare divisione tra i credenti e ostacolare le attività dei membri del movimento islamico.
4. Per queste ragioni, i programmi governativi riguardanti l’Islam sono oggetto di critiche da parte del popolo. Di conseguenza, tali programmi vengono privati della simpatia e del sostegno popolare. Persino gli ulema governativi che si impegnano nell’attuazione della politica statale sono privati del sostegno del popolo. Parlano secondo le esigenze dello Stato e tacciono su ordine dello Stato. Perciò perdono la fiducia del popolo. Il popolo li definisce «ulema governativi» o «agenti della polizia».
Per queste ragioni, in assenza di un governo islamico, i programmi islamici governativi e semigovernativi non possono dar vita a un autentico movimento islamico. Tuttavia, se utilizzati adeguatamente, tali programmi possono fornire un certo contributo in campo intellettuale e pratico e offrire sostegno finanziario e morale al movimento islamico e alle sue istituzioni. Soprattutto se i programmi islamici governativi e semigovernativi sono guidati da persone credenti e coraggiose.
Il movimento è uno sforzo collettivo
Sebbene il movimento islamico sia esclusivamente per Allah, esso è uno sforzo organizzato e collettivo. Non è sufficiente continuare ad agire separatamente e in modo disperso in luoghi diversi, per iniziativa volontaria dei singoli, nell’interesse dell’Islam. Tuttavia, le loro azioni e i loro sforzi saranno conteggiati nel rendiconto del Giorno del Giudizio. Infatti, Allah non vanificherà il compenso delle opere di nessun uomo o donna. Ognuno sarà ricompensato dopo aver valutato la sua intenzione e la correttezza della sua azione. Nel Sacro Corano è detto: «E chiunque compia un’opera buona del peso di un atomo la vedrà.» ((Sura Az-Zilzāl: 7)
Nella situazione attuale della Ummah musulmana, gli sforzi individuali non saranno sufficienti per porre fine alle divisioni e ottenere il risultato auspicato; a tal fine si dovrà necessariamente intraprendere uno sforzo collettivo. E questo è un obbligo religioso e un’esigenza della situazione reale.
L’Islam incoraggia lo spirito dello sforzo organizzato e collettivo ed è contrario all’isolamento. L’aiuto di Allah accompagna lo sforzo collettivo. Chi invece rimane isolato sarà gettato nella Jahannam. È la pecora allontanatasi dal gregge e rimasta isolata a cadere nelle fauci del lupo. Pertanto, se qualcuno prega da solo, abbandonando la jama’ah, oppure prega violando la disciplina della jama’ah, la sua preghiera non è completa. Un credente è per un altro credente come una solida muraglia di mattoni uniti fra loro. Collaborare nelle opere buone e pie è uno dei principali obblighi religiosi, e esortarsi reciprocamente alla verità e alla pazienza è una delle condizioni essenziali per salvarsi dalle perdite terrene e ultraterrene.
In questa difficile realtà, è naturale che si debba agire collettivamente per ottenere il risultato desiderato. L’applauso nasce dall’unione delle due mani; la debolezza risiede nella solitudine, mentre la forza sta nell’avanzare insieme a molti. I grandi successi si ottengono attraverso lo sforzo collettivo. Certamente, solo restando uniti si può conseguire la vittoria nella battaglia finale. Nel Sacro Corano è detto: «In verità, Allah ama coloro che combattono sulla Sua via schierati in file, come se fossero una struttura compatta e solidamente connessa.» ((Sura Ṣāf’: 4)
Lo sforzo collettivo deve essere organizzato in modo efficace. Esso deve essere portato avanti alla luce di una leadership responsabile, di fondamenta solide e di una visione chiara. È proprio la chiarezza della visione a determinare il rapporto tra la leadership e la base, secondo i principi della consultazione obbligatoria (shūrā) e dell’obbedienza.
L’Islam non riconosce alcuno sforzo collettivo che non segua regole e procedure. Persino la preghiera celebrata insieme in congregazione si fonda su un’organizzazione efficace e sulla disciplina. Allah non rivolgerà il Suo sguardo verso una fila che non sia ordinata. Non solo: le file devono anche essere serrate. Non deve esserci alcuno spazio tra i fedeli nelle file, poiché Satana prende posizione in tali spazi. Perciò bisogna stare spalla contro spalla e piede contro piede. L’inchino, la prosternazione e l’aspetto esteriore della preghiera sono segni dell’unanimità nel pensiero. «Non lasciatevi dividere, affinché anche i vostri cuori non siano colpiti dalla divisione.»
Per questo, prima dell’inizio della preghiera, l’imam deve verificare che le file dietro di lui siano dritte e deve esortare i fedeli a «sostenere il proprio fratello». Infatti, nell’interesse della disciplina complessiva, durante la preghiera in congregazione sono indispensabili uno spirito di solidarietà e di reciproca collaborazione.
Viene poi la questione dell’obbedienza all’imam. L’imam viene nominato proprio perché sia seguito. Quando pronuncia «Allāhu akbar», bisogna pronunciarlo a propria volta; quando si inchina, bisogna inchinarsi; quando si prosterna, bisogna prosternarsi. E quando recita, bisogna ascoltare.
Nessuno può violare la disciplina, né inchinarsi o prosternarsi prima dell’imam, affinché nessuno abbia l’opportunità di creare disordine e irregolarità in questa struttura ben organizzata e armoniosamente coordinata, diffondendo confusione. Chi agisse in tal modo dovrebbe temere le conseguenze.
Ma se l’imam commette un errore, correggerlo non è soltanto lecito per i fedeli schierati dietro di lui, bensì anche un loro dovere. Qualunque sia l’errore dell’imam — che riguardi un’azione sconveniente, una dimenticanza, la recitazione del Corano o qualsiasi altro aspetto fondamentale della preghiera — i fedeli possono segnalarglielo. Persino le donne nella fila posteriore possono battere le mani per richiamare l’attenzione dell’imam sul suo errore.
La preghiera in congregazione è una rappresentazione in miniatura dell’intero sistema comunitario dell’Islam e del tipo di rapporto reciproco che dovrebbe esistere tra comandante e soldati. In altre parole, la leadership non può mai essere infallibile, né vi è spazio per un’obbedienza assoluta e cieca.
L’obiettivo è dell’Islam la rinascita
Qual è l’obiettivo del movimento islamico? Il movimento islamico è nato con l’obiettivo di far rivivere e ristabilire l’Islam in ogni ambito della vita, rimuovendo tutti gli ostacoli e le difficoltà. L’espressione «rinascita dell’Islam» non è nuova. È una parola dello stesso Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui), riportata da Abu Hurayra (che Allah sia soddisfatto di lui) in un hadith autentico. L’hadith recita: «All’inizio di ogni secolo, Allah Onnipotente invierà qualcuno che farà rivivere questa religione» (Abu Dawud e al-Hakim).
La maggior parte dei commentatori di questo hadith ha inteso dire che con «colui che» si indica una persona particolare attraverso la quale avverrà la rinascita della religione. A questo proposito hanno anche menzionato i nomi di alcuni celebri giuristi e imam morti verso la fine dei secoli dell’Egira, che avevano fatto rivivere la religione. Tra questi, il venerabile Umar ibn Abd al-Aziz (che Allah abbia misericordia di lui) (morto nel 101 dell’Egira), al-Shafi‘i (che Allah abbia misericordia di lui) (morto nel 204 dell’Egira) e altri. Tuttavia, sono in disaccordo su chi possa essere stato il riformatore del terzo secolo dell’Egira.
Alcuni commentatori dell’hadith hanno espresso l’opinione che la parola «colui che» in questo hadith possa essere intesa, pur essendo al singolare, anche in senso plurale. In altre parole, con «colui che fa rivivere» non si deve intendere necessariamente una singola persona: può trattarsi anche di un gruppo. Ibn al-Athir ha affermato nella sua opera «al-Jami‘ li-usul» che ciò è del tutto possibile. Anche al-Hafiz al-Dhahabi e altri sostengono questa opinione.
Va inoltre detto che non è necessario che una persona o un gruppo specifico sia coinvolto nel gruppo che opera per la rinascita dell’Islam. Chiunque rappresenti una corrente di pensiero e di metodo d’azione e sia disposto a lavorare insieme per la rinascita della religione può unirsi a questo gruppo.
Questa può essere la spiegazione più plausibile per comprendere e applicare l’hadith menzionato nel momento in cui un secolo giunge al termine e ne inizia un altro. Preghiamo Allah affinché i giorni del nuovo secolo siano migliori di quelli passati e affinché renda i nostri giorni futuri ancora più luminosi.
Le strategie della rinascita
Il movimento islamico può portare la rinascita attraverso tre metodi.
Primo mezzo è, necessario formare un gruppo d’avanguardia del movimento islamico. Questo gruppo d’avanguardia, costituito con uno spirito di solidarietà e collaborazione, sarà in grado di guidare abilmente la società contemporanea verso l’Islam. Nel farlo, non si isolerà né incoraggerà l’indifferenza. Soltanto attraverso le direttive stabilite dall’Islam sarà in grado di porre rimedio alla decadenza della società musulmana. Questo gruppo d’avanguardia deve essere formato da persone unite da un legame del cuore, fondato su una fede salda, una profonda conoscenza, discernimento e rapporti stretti.
Secondo mezzo è, necessario creare un’opinione pubblica tra i musulmani. In essa si rifletterà l’opinione della maggioranza della popolazione; un’opinione pubblica che, conoscendo pienamente gli obiettivi del movimento islamico e avendo fiducia nella fede e nella competenza dei suoi militanti, continuerà ad amarli e sostenerli. Allo stesso tempo, questa popolazione si manterrà libera dagli effetti deleteri della propaganda diffamatoria contro l’Islam, il movimento islamico e la sua leadership.
Terzo mezzo è, creare in tutto il mondo un’atmosfera tale che gli abitanti del mondo, comprendendo il vero volto del messaggio dell’Islam e della sua civiltà e cultura, riconoscano l’esistenza dell’umma musulmana. Allo stesso tempo, resteranno liberi dall’influenza deleteria del fanatismo sorto nel Medioevo e delle menzogne, delle calunnie inventate e della propaganda distorta e diffamatoria degli ambienti contrari all’Islam. Questa opinione pubblica sarà tollerante verso l’ascesa della potenza musulmana, accanto alle altre potenze mondiali. Potrà infatti comprendere che, poiché i musulmani sono maggioranza nei rispettivi Paesi, hanno il diritto di instaurare un sistema di governo conforme alle loro convinzioni religiose. Questa è una rivendicazione propria delle tanto lodate e propagandate pratiche democratiche e, secondo tali pratiche, essi hanno anche il diritto di diffondere l’ideale universale e umanistico dell’Islam, uno dei più nobili ideali del mondo. Questo ideale ha un passato, un presente e un futuro e, cosa importante, nel mondo attuale conta più di un miliardo di seguaci.
Islamico del movimento priorità
I settori in cui il movimento islamico dovrà operare in futuro sono numerosi e ampi. I leader attivi e gli studiosi teorici del movimento dovrebbero esaminare attentamente tali settori. Un esame di questo tipo deve necessariamente basarsi su fatti dimostrati, dati corretti e statistiche.
Settore dell’istruzione
Il lavoro in questo settore è importante per formare una generazione desiderosa della vittoria, membri dotati di qualità umane e un gruppo d’avanguardia islamico. I membri di questo gruppo comprenderanno e crederanno pienamente nell’Islam, nella conoscenza, nell’azione, nella daʿwa e nella lotta. Il primo compito di questa generazione sarà portare la daʿwa dell’Islam al proprio popolo, per poi diffondere quel messaggio in tutto il mondo. Ciò sarà possibile per loro soltanto quando saranno impegnati nei confronti dell’Islam, custodiranno nel cuore una concezione chiara di esso, avranno radicato l’ideale nel profondo del cuore e faranno dell’etica islamica la forza guida della condotta in ogni ambito della vita. Adoreranno Allah e tratteranno le persone secondo la sharia, comprendendo che l’Islam possiede un metodo e una civiltà capaci di migliorare l’attuale condizione della umma musulmana, unire l’umanità sulla base della parola di Allah e indicare alla società umana disorientata la direzione migliore e corretta.
Politico settore
L’obiettivo dell’attività politica sarà sottrarre il potere dalle mani di tutti i deboli di spirito e dei traditori e affidarlo a persone coraggiose e oneste, che non vogliono né occupare alte cariche per ostentare la propria autorità, né corrompere il Paese. Al contrario, se Allah affiderà loro il potere, essi istituiranno la preghiera, organizzeranno la riscossione della zakat, ordineranno il bene e proibiranno il male.
Sociale settore
L’obiettivo del programma sociale sarà eliminare la povertà, l’analfabetismo, le malattie e la depravazione, e contrastare quelle istituzioni sospette che si dedicano ad attività sociali e umanitarie come strumento per indebolire i legami con l’identità e la religione della umma musulmana.
economico settore
I programmi nel settore economico libereranno la società dalle difficoltà finanziarie e dal peso dei prestiti basati sull’interesse, e contribuiranno allo sviluppo della società creando le condizioni per l’instaurazione di un sistema economico islamico.
del jihad settore
L’obiettivo del jihad sarà recuperare i territori musulmani, combattere le forze ostili alla daʿwa islamica e all’umma musulmana, preservare la libertà di scelta dei musulmani e il diritto dei musulmani di prendere decisioni liberamente.
Settore dei media e della propaganda
L’obiettivo di questo programma è diffondere l’ideale dell’Islam e spiegare i suoi insegnamenti in modo tale che risultino chiaramente le caratteristiche di moderazione e l’ampiezza di questo ideale. Di conseguenza, saranno eliminate ogni forma di ambiguità e tutte le falsità che possono compromettere la trasparenza della verità. A tal fine, si dovranno utilizzare tutti i tipi di media, dalle pubblicazioni ai mezzi audiovisivi.
Settore intellettuale
Lo scopo di questo lavoro sarà correggere le idee errate sull’Islam, diffuse nella mentalità dei musulmani e dei non musulmani riguardo al movimento islamico, per creare una corretta comprensione, nonché correggere tali idee errate e le fatwa difettose (pareri giuridici). Tra alcuni gruppi islamici sono ampiamente diffuse dottrine errate. Pertanto, è necessario porre fine a tutto ciò per giungere a una corretta comprensione del movimento islamico. Questa comprensione dovrà fondarsi su una base valida, derivata dai principi fondamentali del Corano, della Sunna e della sharia, e questa consapevolezza e comprensione dovranno essere create soprattutto tra i musulmani istruiti. Infatti, questa categoria non ha praticamente alcuna possibilità di conoscere l’Islam in modo corretto e adeguato.
Distribuzione delle responsabilità
È urgente lavorare in tutti i campi e non si dovrebbe trascurarne o lasciarne indietro nessuno. A questo proposito, ciò che si deve assolutamente fare è distribuire il personale e le capacità tra ciascun campo, tenendo conto, da un lato, delle necessità di ciascun campo e, dall’altro, del personale e delle capacità di cui disponiamo.
Al tempo del Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui, nel Sacro Corano fu vietato a tutti i musulmani di recarsi al jihad. Qual era quel campo sacro al quale si riferiva tale divieto? Esso non era in alcun modo meno sacro e importante del campo del jihad. Anzi, talvolta questo campo era più importante. Ciò perché esso, ricordando ai musulmani il jihad, ne spiana la via e mette in guardia dal trascurarlo. E tale campo è lo studio delle scienze e del sapere allo scopo di comprendere la religione.
Nella sura at-Tawba biasimando coloro che rifuggono dal jihad, si parla di una dura punizione. Nel versetto 122 di questa sura l’Altissimo Allah dice: Non è giusto che tutti i credenti vadano insieme al jihad. Pertanto, da ciascun gruppo, una parte vada al jihad, affinché i rimanenti possano dedicarsi allo studio e alla ricerca della conoscenza religiosa e, quando coloro che hanno partecipato al jihad tornano dal loro popolo, possano metterlo in guardia dalle cattive azioni.
Questo è un forte appello alla distribuzione delle responsabilità del personale interessato e alla specializzazione.
importanza e delle priorità base
Alla luce del pensiero sulle priorità esposto in precedenza, il movimento islamico dovrà in futuro prestare attenzione ad alcune questioni di particolare rilevanza. Le questioni sono:
1. Nel campo intellettuale occorre concentrarsi sulla chiara spiegazione di alcune correnti di pensiero e sulla presentazione di tali spiegazioni in modo comprensibile a tutti e approfondito. Possiamo denominarlo «nuovo fiqh».
2. Concentrare l’attenzione su quali classi della società sia possibile raggiungere con il movimento e quali classi possano essere incluse nel corso principale della rinascita islamica nell’ambito della diffusione e della propagazione dell’Islam.
3. Nel campo dell’istruzione, soprattutto là dove è coinvolta la questione del perfezionamento dell’iman e dell’aqida, prestare attenzione a determinati standard qualitativi nella preparazione della futura leadership e nella formazione delle sue qualità.
4. Prestare attenzione allo sviluppo del pensiero e della coscienza nel campo degli eventi politici locali e mondiali e delle relazioni internazionali, così da garantire l’universalità e il dinamismo del movimento sul piano politico, spezzando l’isolamento e il blocco del mondo musulmano.
In seguito, ciascuno di questi quattro ambiti d’azione sarà esaminato separatamente.
Secondocapitolo
Movimento islamico: nel campo intellettuale e della conoscenza
nel campo intellettuale e della conoscenza
Il campo intellettuale è il primo e il più importante di tutti. Esso costituisce infatti la base dell’istruzione islamica e della diffusione della daʿwa. In realtà, la crisi intellettuale è il problema principale. Molte persone non hanno una concezione chiara dell’Islam e, allo stesso tempo, mostrano una grave carenza di conoscenze riguardo agli insegnamenti dell’Islam e alla loro importanza gerarchica: quali siano i più importanti, quali abbiano un’importanza ordinaria e quali non abbiano affatto importanza.
Si riscontra inoltre una grave carenza di conoscenze anche riguardo alla realtà circostante dell’epoca in cui viviamo attualmente. La nostra ignoranza nei confronti degli altri è tale che o attribuiamo loro un’importanza eccessiva oppure li guardiamo dall’alto in basso. Gli altri, invece, conoscono ogni aspetto della nostra situazione e sono profondamente informati su di noi.
Siamo ignoranti persino riguardo a noi stessi. Fino a oggi non abbiamo esaminato a fondo i nostri punti di forza e di debolezza. Al contrario, spesso ingigantiamo questioni insignificanti oppure facciamo una tempesta in un bicchier d’acqua. Che si tratti delle nostre forze e capacità o dei nostri difetti e delle nostre mancanze, la situazione è la stessa in entrambi i casi. Questa ignoranza non è limitata ai musulmani comuni. Essa è evidente sia nel gruppo dirigente, dal quale dipende la responsabilità di promuovere gli interessi dell’Islam, sia nelle persone coinvolte nel lavoro fondamentale sul quale verrà edificato il movimento islamico.
Nuovo fiqh
In realtà abbiamo bisogno di un nuovo fiqh, affinché possiamo acquisire l’idoneità a essere annoverati tra coloro che Allah ha descritto come persone dotate di discernimento. Qui, con fiqh, non si intende il fiqh usato nella terminologia islamica, cioè quella scienza giuridica che stabilisce dettagliate disposizioni specifiche, come le condizioni dell’abluzione, della purità rituale, degli atti di culto e di devozione, delle transazioni, del matrimonio, del divorzio e dell’educazione dei figli. Per quanto tali disposizioni siano importanti, non è questo ciò che intendiamo qui. Né intendiamo il termine fiqh nel senso in cui è stato usato in questo contesto nel Corano e negli hadith, poiché esso è stato pronunciato all’interno di parole e concezioni che, dopo un determinato periodo, sono cambiate. Anche l’Imam al-Ghazali ha fornito questa spiegazione nel capitolo sulla conoscenza della sua celeberrima opera «Ihya’ ‘ulum al-din».
Nelle sure meccane del Corano compare già il riferimento alla parola originaria fiqh, ancor prima che, nell’ambito della Sharia, fossero introdotte le disposizioni dettagliate riguardanti gli ordini e i divieti, e persino tutte le prescrizioni obbligatorie, gli hudud (diritto penale) e le leggi giudiziarie.
Rivelata alla Mecca, la sura al- An’‘am, nel versetto 65, l’Onnipotente Allah dice: «Di’: Egli è tanto potente da inviare su di voi un castigo dal cielo e dalla terra, oppure da confondervi dividendovi in gruppi e fazioni e da farvi assaporare la violenza gli uni degli altri; osservate! Noi esponiamo le prove in modi diversi, affinché possano comprendere.»
Nella stessa sura, nel 98° versetto si legge inoltre:Ed Egli è Colui che vi ha creati da un’unica persona; vi ha assegnato un luogo di dimora (sulla terra o nel grembo materno) e un luogo di deposito. In verità abbiamo illustrato dettagliatamente i segni per coloro che comprendono.
In questi due versetti, il termine fiqh significa comprendere profondamente, alla luce dello spirito, del cuore e dell’esperienza, le leggi immutabili di Allah, la Sua creazione e la punizione che Egli riserva a coloro che si allontanano dalla retta via da Lui stabilita.
Nella sura meccana al- A’ʿrāf, versetto 179°, si parla dicoloro che Allah l’Altissimo ha destinato all’Inferno. Egli dice di loro: Hanno cuori, ma non comprendono con essi. Poi si dice di loro: Sono come bestiame, anzi sono ancora più traviati. Queste persone sono incuranti.
In diverse sure è stata descritta la posizione dei politeisti nei confronti del Corano. A questo proposito Allah l’Altissimo dice: «Abbiamo posto un velo sui loro cuori, affinché non comprendano il Corano, e abbiamo messo dei sigilli sulle loro orecchie (al- An’ʿām: 25, Banī Isrāʾīl: 46, al- Kahf: 57)।
In diverse sure medinesi del Corano, il termine fiqh è stato usato per indicare la mancanza di comprensione da parte dei politeisti e degli ipocriti. Nel versetto della sura al -Anfāl 65 ° , Allah l’Altissimo si rivolge al Suo Messaggero e ai credenti dicendo: «Se vi saranno venti uomini saldi tra voi, essi prevarranno su duecento; e se vi saranno cento uomini tra voi, essi prevarranno su mille miscredenti, poiché essi sono gente che non comprende».
Qui, l’ammonimento riguardo alla mancanza di conoscenza dei miscredenti significa che essi ignorano le immutabili leggi di Allah e il modo in cui Egli concede, a turno, a tutti gli uomini giorni diversi di misericordia e prosperità.
Nel versetto della sura 87 ° , Allah ha condannato gli ipocriti dicendo: «Essi furono soddisfatti di rimanere con le donne appartate nelle loro stanze, e i loro cuori furono sigillati, affinché non comprendessero».
Qui, comprendere significa riconoscere la necessità del jihād; e comprendere la necessità di difendere il dīn significa riconoscere la necessità di impegnarsi a proteggere la vita, l’onore, i beni e, in senso generale, la società. Queste attività avranno la precedenza su qualsiasi interesse personale, per quanto urgente possa essere.
Nella stessa sura, 127 ° versetto, l’Onnipotente Allah, parlando di persone di questo tipo (che sono prive di discernimento), dice: E quando viene fatta scendere una sura, si guardano l’un l’altro; (e dicono:) «Nessuno vi vede?» Poi si allontanano. Allah ha distolto i loro cuori, perché sono soltanto una società di stolti.
Questi stolti dimenticano che Allah li vede prima che qualsiasi essere umano li veda. In realtà, hanno perduto il loro fiqh e il loro discernimento.
Nella sura al- Hashr, 13 ° versetto, il Grande Allah, rivolgendosi ai credenti, ha detto riguardo agli ipocriti: «Certamente, nei loro cuori, il timore di voi è maggiore di quello di Allah; ciò è dovuto al fatto che non comprendono.»
Sura al -Munāfiqūn, 3 ° versetto, Allah l’Altissimo dice: «Ciò è perché hanno creduto, poi sono diventati miscredenti. Perciò è stato apposto un sigillo sui loro cuori, e quindi non comprendono».
Nel versetto 7 della stessa sura, Allah l’Onnipotente dice inoltre: «Sono loro a dire: “Non spendete nulla per coloro che sono con il Messaggero di Allah, finché non lo abbandonino”. Eppure ad Allah appartengono i tesori dei cieli e della terra, ma gli ipocriti non comprendono».
Da ciò si vede che una parte considerevole del Corano è dedicata a descrivere proprio gli ipocriti, definiti «coloro che non comprendono». Gli ipocriti, infatti, si ritengono intelligenti. Perciò, senza schierarsi, assumono una posizione opportunistica e cercano di ingannare Allah e i credenti adottando una politica ambigua. Quando si riuniscono con i credenti, dicono: «Noi crediamo». Ma quando si riuniscono con i malvagi tra loro, dicono: «Noi siamo con voi».
Tuttavia, Allah l’Onnipotente ha svelato in numerosi versetti i loro segreti, le loro esitazioni e i loro inganni. Sura al -Baqara, 9 ° versetto, Allah l’Altissimo dice: «Credono di ingannare Allah e i credenti, ma in realtà ingannano soltanto se stessi, senza rendersene conto».
In realtà, la loro ipocrisia è stata smascherata davanti ad Allah e agli uomini. Hanno perduto la vita terrena e quella ultraterrena e certamente saranno gettati nel livello più basso dell’Inferno. Quale esito potrebbe essere più doloroso di questo?
Dunque, secondo questa descrizione, se in qualcuno si manifestano i segni dell’ipocrisia, si deve comprendere senza alcun dubbio che egli non possiede neppure il minimo discernimento.
Conclusione
Secondo il modo di esprimersi del Corano, la parola fiqh non indica, nel linguaggio odierno, il significato tecnico di scienza del diritto. Indica piuttosto la comprensione e l’acquisizione della conoscenza della Parola di Allah e delle Sue disposizioni riguardanti il mondo della creazione, la vita e la società.
Persino la sura at-Tawba, 122° versetto, afferma: un gruppo di ciascuna schiera dovrebbe recarsi al jihad, affinché coloro che rimangono possano dedicarsi allo studio e alla ricerca della conoscenza religiosa e, quando quelli che hanno partecipato al jihad ritornano presso il loro popolo, possano metterlo in guardia dalle azioni malvagie.
In questo versetto, la parola fiqh non è stata usata nel senso comune. Se le si attribuisse un significato relativo alla scienza del diritto, non vi sarebbe l’ammonimento che mette in guardia la persona interessata dal distorcere il significato, dal trascurare la propria salvaguardia e dall’essere negligente nell’adempimento del dovere fondamentale dell’attività di da‘wa.
Vi è una corrispondenza tra l’uso della parola «fiqh» nel suddetto versetto del Corano e il suo uso in un hadith del Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui. L’hadith recita: Se Allah vuole il bene per una persona, le concede competenza nella conoscenza religiosa. In altre parole, Allah illumina la sua visione, affinché, invece di accontentarsi soltanto delle parole e di significati superficiali, possa impegnarsi profondamente per comprendere meglio la verità, le profondità e gli obiettivi della religione.
Il fiqh di cui abbiamo bisogno
Tra i diversi tipi di fiqh di cui abbiamo bisogno, alcuni sono stati trattati nel mio libro «Islamic Awakening Between Rejection and Extremism». In esso si è prestata attenzione al fiqh delle azioni e al fiqh della sequenza delle attività.
Un’altra parte della trattazione è stata inclusa nel mio libro «Islamic Awakening Between Permitted Differences and Blameworthy Disunity». In esso si discute uno dei nostri principali bisogni: il «fiqh del disaccordo». Vi si afferma che abbiamo bisogno di cinque tipi di fiqh. Qui vengono discussi soltanto due di questi tipi di fiqh:
1. Fiqh dell’equilibrio (fiqh al-muwāzanāt)
2. Fiqh delle priorità (fiqh al-awlawiyyāt)
È necessario spiegare ciascuno di questi tipi di fiqh.
Fiqh dell’ equilibrio
Con fiqh dell’equilibrio intendiamo alcune questioni:
1. Mantenere un equilibrio nel determinare quale sia più importante dell’altro alla luce delle dimensioni e delle capacità, del valore e dei risultati, nonché della capacità di sopportazione, così da stabilire a quale dare priorità e quale rinviare.
2. Così come si mantiene l’equilibrio tra le cose buone, mantenerlo anche tra quelle cattive, per determinare quale accettare e quale evitare.
3. Se le cose buone e cattive entrano in conflitto, dare la precedenza all’evitare il male piuttosto che al conseguire il bene, e stabilire in quali casi e quando il male possa essere ignorato nell’interesse del bene.
due’tipi di fiqh
In questo contesto abbiamo bisogno di un fiqh articolato in due livelli:
della Sharia fiqh
Il primo è il fiqh della Sharia. La sua base sarà una profonda comprensione dell’essenza autentica della Sharia. Il suo obiettivo è dimostrare l’inoppugnabilità del «principio dell’equilibrio» sopra menzionato e stabilirne l’autorevolezza. Ciò deve essere chiaro a coloro che si impegnano a comprendere le fonti fondamentali della Sharia e le sue norme, e a svelarne le profonde verità.
La Sharia è stata rivelata tenendo presenti alcune esigenze naturali dell’essere umano, per il suo benessere terreno e ultraterreno. I suoi livelli di beneficio sono: indispensabili (al-daruriyyat), necessari (al-hajiyyat) e perfezionativi (al-tahsiniyyat).
della realtà fiqh
Questo fiqh del secondo livello è in realtà di natura positiva e si fonda sulla ricerca della realtà contemporanea. Occorre condurre con cautela, su vasta scala, una ricerca basata su dati e informazioni estremamente accurati. A questo proposito, bisogna guardarsi dai dati propagandistici e dalle statistiche fuorvianti e irreali basate su questionari. Perché dietro tutto ciò opera un intento preciso. Non vi è, nel complesso, l’obiettivo di rivelare la verità.
del fiqh integrazione
È necessario armonizzare il fiqh della Shariah e il fiqh della realtà, così da poter giungere a un appropriato processo di equilibrio teorico, libero al tempo stesso sia dall’estremismo sia dall’indifferenza. In linea di principio, qui la questione del fiqh della Shariah è chiara. Essa è stata trattata nelle opere di usul al-fiqh, da «Al-Mustasfa» (Imam al-Ghazali) fino ad «Al-Muwafaqat» (Imam al-Shatibi), nonché nei libri riguardanti le norme, le analogie e le differenze.
Quando entrano in conflitto interessi diversi, è necessario sacrificare l’interesse inferiore a quello superiore e l’interesse individuale a quello generale. Tuttavia, in tal caso, il titolare dell’interesse individuale dovrebbe essere risarcito del danno subito. In caso di interessi contrapposti, è indispensabile dare la precedenza all’interesse di lungo periodo o permanente rispetto a quello di breve periodo, all’interesse reale rispetto a quello insignificante e all’interesse certo rispetto a quello incerto.
Abbiamo visto che il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui), nel trattato di Hudaybiyyah, in alcuni casi diede la precedenza a interessi reali, fondamentali e futuri, ai quali chiunque altro non avrebbe mai voluto rinunciare. Accettò condizioni che, a prima vista, sembravano ingiuste e umilianti per i musulmani. Acconsentì a eliminare la frase «Nel nome di Allah, il Misericordioso, il Clemente». Al suo posto fu scritto: «Nel tuo nome, o Signore». Accettò anche che nel trattato non fosse menzionata l’espressione «Messaggero di Allah» e che vi fosse scritto soltanto il suo nome, «Muhammad ibn Abd Allah». Esistono molti esempi di questo genere.
Quando questioni dannose sono in conflitto tra loro e una di esse è inevitabile, si dovrebbe scegliere il minore dei due mali, ossia il male relativamente meno dannoso. I sapienti musulmani hanno consigliato di eliminare, per quanto possibile, le questioni dannose. Tuttavia, non si dovrebbe eliminare una questione relativamente meno dannosa al posto di una questione altamente dannosa. Si dovrebbe tollerare un danno minore se ciò consente di evitare un danno maggiore. Allo stesso modo, per evitare il danno generale, si dovrebbe accettare il danno individuale. Numerosi esempi sono riportati nelle opere intitolate «Al-Qawa’id al-Fiqhiyyah» e «Al-Ashbah wa al-Naza’ir».
Se emerge un conflitto tra beneficio e danno, occorre valutarlo in base all’entità, alle conseguenze e alla durata. Si può trascurare un danno lieve per conseguire un interesse maggiore. Per un interesse a lungo termine o permanente, si dovrebbe accettare un danno temporaneo. Si può persino accettare un danno grave se vi è la possibilità di eliminare un danno ancora più grave. In condizioni normali, prima di perseguire un interesse, si dovrebbe cercare di evitare ciò che è dannoso.
Questa linea di pensiero non va considerata soltanto una teoria; dobbiamo invece applicarla nella realtà. Infatti, tra i gruppi islamici attivi esistono molte divergenze proprio riguardo a questi equilibri.
Stringere un’alleanza con le forze ostili
Si può accettare di raggiungere un’intesa o stipulare una tregua con governi che non sono fedeli all’Islam?
È opportuno partecipare a un governo al potere che non sia di autentico carattere islamico, che sia governato da una costituzione imperfetta o che non goda del nostro pieno sostegno?
È opportuno che ci uniamo a un fronte di opposizione formato da vari partiti politici per rovesciare un governo empio, autoritario, oppressivo e corrotto?
Possiamo istituire istituzioni economiche islamiche in un ambiente influenzato da un sistema economico fondato sull’interesse e creato dall’uomo?
È opportuno consentire in generale ai musulmani di lavorare in banche e istituzioni fondate sull’interesse, oppure impedire alle persone devote che seguono gli insegnamenti dell’Islam di lavorare in istituzioni di questo tipo?
Applicazione nella vita reale
Formulare i principi è facile, ma attenervisi è difficile. Per la gente comune e per coloro che fanno chiasso per motivi futili, non è facile comprendere il fiqh dell’equilibrio.
Poiché la Maulana Sayyid Abul A’la Mawdudi e il suo partito, la Jamaat-e-Islami Pakistan, negli anni Sessanta ritennero, alla luce del fiqh dell’equilibrio, meno dannoso sostenere Fatima Jinnah alle elezioni presidenziali pakistane invece di Ayub Khan, egli e i suoi seguaci furono sottoposti a una dura opposizione e a persecuzioni. Contro di loro fu condotta una campagna aggressiva basata sull’hadith secondo cui una nazione non potrà mai prosperare se nomina una donna come propria leader. E allora, che ne sarà di una nazione che accoglie un dittatore come proprio leader? Farà forse un lavoro molto migliore? Mai. È proprio qui che opera il fiqh dell’equilibrio: scegliere il male minore tra due mali per evitare il danno maggiore.
Poiché il leader del movimento islamico sudanese, il dottor Hasan al-Turabi, e i suoi collaboratori decisero di aderire all’Unione Socialista e accettarono incarichi nel governo di Jaafar Nimeiry persino prima dell’annuncio dell’introduzione della sharia islamica in Sudan, alcuni islamisti li criticarono duramente.
I nostri fratelli alleati in Siria avevano dovuto affrontare una simile opposizione perché avevano deciso di allearsi con alcune forze non islamiche per resistere al regime dittatoriale intenzionato a distruggerli dalle fondamenta. Eppure il nobile Profeta Muhammad (pace e benedizioni su di lui) strinse personalmente un’alleanza con la tribù politeista dei Khuzāʿah e talvolta sostenne un gruppo di politeisti contro un altro gruppo.
Naturalmente, qui non sto prendendo le parti di nessuno. Sto semplicemente esponendo un principio: il fiqh dell’equilibrio, sul quale dovrebbe essere costruita la struttura della «politica della Sharia». Nelle nostre vaste norme della Sharia vi sono numerose prove a sostegno dell’affermazione secondo cui è ammissibile partecipare a un governo non islamico o stringere alleanze con forze non musulmane, sulla base delle posizioni assunte dal Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) e dai suoi Compagni.
Prova del’fiqh dell’equilibrio
Se studiamo attentamente le sure meccane e medinesi del Sacro Corano, vi troveremo molte prove del fiqh dell’equilibrio e modi per valutare l’importanza di una questione rispetto a un’altra.
Vediamo un esempio del bilanciamento degli interessi nella risposta del venerabile Aronne alla domanda del venerabile Mosè, tra interessi diversi: «O figlio di mia madre, non prendermi per la barba e non afferrarmi per la testa. Temevo che avresti detto: “Hai creato divisione tra i Figli d’Israele e non hai rispettato la mia parola”» (Sura Ṭā-Hā: 94)।
Un altro esempio di equilibrio tra le questioni dannose si trova nella spiegazione di al-Khidr (pace su di lui) del motivo per cui perforò la nave: «Quanto alla nave, apparteneva ad alcuni poveri che lavoravano in mare; volli danneggiarla perché alle loro spalle c’era un re che si impadroniva con la forza di ogni nave integra» (Sura (Sura al Kahf: 79)।
Per il proprietario, conservare la nave danneggiata è meno dannoso che perderla completamente. In altre parole, salvare qualcosa è certamente molto meglio che perdere tutto.
Anche nella Parola di Allah il principio dell’equilibrio è chiaramente presente: «Ti chiedono di combattere nel mese sacro. Di’: combattere intenzionalmente in questo periodo è un grave peccato agli occhi di Allah. Ma impedire alle persone di seguire la via di Allah, rinnegarLo, impedire l’accesso alla Moschea Sacra ed espellere da essa i suoi abitanti è un peccato ancora più grave agli occhi di Allah. E la fitna è peggiore dell’uccisione» (Sura (Sura al Baqarah: 217)।
L’Onnipotente Allah ci dice che combattere durante i mesi sacri è un grave peccato, ma si può combattere per impedire un peccato ancora più grave.
Per confrontare gli interessi tangibili e intangibili, leggiamo il versetto in cui Allah l’Altissimo rimproverò i musulmani dopo la battaglia di Badr: Non è conveniente per il Profeta avere prigionieri di guerra presso di sé e liberarli in cambio di un riscatto, senza aver prima versato molto sangue dei miscredenti sulla terra; voi desiderate i beni della vita terrena, mentre Allah desidera l’Aldilà; Allah è potente e saggio (Sura al An-fal: 67)।
In merito alla questione di mantenere l’equilibrio tra il bene e il male, vediamo cosa dice Allah l’Altissimo: Ti interrogano sul vino e sul gioco d’azzardo. Di’: in entrambi vi è un grave peccato e qualche beneficio per gli uomini. Ma il peccato che contengono è più grave del beneficio (Sura al Baqarah: 219)।
Nel confrontare tra loro diversi gruppi e fazioni non musulmani, Allah l’Altissimo ha predetto, nei primi versetti della sura ar-Rum, la vittoria dei Romani sui Persiani. In questa sura si menziona che quel giorno i credenti gioiranno. Sebbene entrambe le parti siano non musulmane, i Romani sono tuttavia più vicini ai musulmani rispetto ai Persiani adoratori del fuoco. Essendo gente della Scrittura, sono più vicini ai musulmani.
Ibn Taymiyya : il parere
Lo Shaykh al-Islam Ibn Taymiyya ha espresso con fermezza il parere che, in uno Stato non islamico, sia lecito per un musulmano assumere una carica governativa, qualora il titolare della carica sia disposto a porre rimedio ad alcune ingiustizie o a reprimere le azioni malvagie e la corruzione (Appendice–1)।
Ha inoltre redatto un paragrafo dettagliato sulla possibilità di accettare o rifiutare temporaneamente il bene e il male, quando essi si presentano insieme e non è possibile né conciliarli né separarli (Appendice–2)।
In un simposio sull’economia islamica organizzato [in Algeria, nell’anno 1990, dal –al marzo, la sesta Barakat conferenza si è tenuta. । In essa, inoltre, con alcuni altri faqih, ho avuto l’opportunità di partecipare anch’io. । Essi sono: , shaykh Abdul Hamid al- Sayeh, , shaykh Mukhtar al- Salami, , dott. . Abdus Sattar Abu Guddah, , dott. . Sayyed Darsh, e dott. . Talal Bafaqih. ।]Diversi faqih ed economisti partecipanti espressero l’opinione che, nei Paesi musulmani, sia lecito secondo la Sharia comprare e vendere azioni di società e istituzioni operanti in settori consentiti. Sebbene in tali transazioni sussista un qualche sospetto di coinvolgimento nell’interesse. Esaminando la questione alla luce del fiqh dell’equilibrio, al simposio si espresse l’opinione che settori così importanti e produttivi non debbano essere lasciati nelle mani dei non musulmani o dei musulmani irreligiosi. Infatti, tale scelta provocherebbe, soprattutto in alcuni Paesi, gravi pericoli. Piuttosto, gli azionisti possono donare in sadaqah o per opere di pubblica utilità la quota proporzionale dei dividendi che ritengono derivare da transazioni legate all’interesse.
Secondo questo fiqh, si consiglia ai giovani musulmani dotati di coscienza di non lasciare il lavoro in aziende come le banche e le compagnie di assicurazione. Sebbene vi sia certamente il timore di incorrere in qualche peccato, essi possono utilizzare l’esperienza acquisita in quei luoghi per contribuire allo sviluppo dell’economia islamica. In questo modo, pur rifiutando interiormente l’aspetto dannoso, partecipano anche agli sforzi di coloro che si dedicano all’islamizzazione dell’intero sistema.
Assenza del fiqh dell’ equilibrio
Se non applichiamo il fiqh dell’equilibrio, saremo noi stessi a chiudere molte porte al bene e ai benefici. Di conseguenza, la filosofia del rifiuto di ogni cosa diventerà uno strumento; con il pretesto di evitare i problemi, ci isoleremo e sceglieremo di non entrare in conflitto con l’avversario secondo la sua stessa logica. A quel punto ci sarà facile dire «no» o «questo è haram» riguardo a ogni questione che richieda l’ijtihad.
Se invece applichiamo il fiqh dell’equilibrio, troveremo il modo di confrontare una situazione con un’altra e di valutare i benefici invece dei danni nel breve e nel lungo periodo, tanto a livello individuale quanto collettivo. In questo modo potremo scegliere la via per ottenere il bene ed evitare il male nel miglior modo possibile.
Nel 1980 mi fu chiesto di scrivere per la rivista «Doha», pubblicata in Qatar. Si tratta di una pubblicazione letteraria e culturale, e la maggior parte dei suoi redattori è di orientamento secolare. La sua linea editoriale non è contraria all’Islam, ma non è neppure islamista o favorevole all’Islam. Dopo aver esitato a lungo, valutai la proposta alla luce del principio dell’equilibrio e decisi che fosse meglio scrivere per la rivista anziché boicottarla. I suoi lettori rappresentano infatti un ampio ambiente culturale che generalmente non legge riviste islamiche. Poiché i lettori di questa rivista non appartengono alla stessa categoria dei lettori di periodici come «Al-Ummah», dobbiamo cogliere l’opportunità di far giungere loro il nostro messaggio. E questo è un dovere che Allah ci ha affidato.
Per questo dovremmo accettare di concedere interviste o scrivere per tali giornali e riviste, anche se la loro linea editoriale non è conforme alle nostre opinioni. Ancora oggi molti criticano chi scrive su quotidiani che non seguono chiaramente un orientamento islamico. Alcuni mi hanno persino criticato per aver pubblicato a puntate il mio libro «Islamic Awakening Between Permitted Differences and Blameworthy Disunity» sul quotidiano saudita «Asharq Al-Awsat», perché non condividono alcuni degli orientamenti di quel giornale. Io, tuttavia, ho dato maggiore rilievo ai benefici della pubblicazione del libro su questo giornale, ampiamente letto.
Vi sono molte persone convinte che, a causa delle idee e delle concezioni fuorvianti, si debbano boicottare tutti i mezzi di comunicazione, compresi quelli audio e video. Dimenticano che boicottare i mezzi di comunicazione significa permettere che assumano una forma ancora più deteriore e offrire a persone secolari e di mentalità corrotta l’opportunità di penetrarvi ampiamente e svolgervi attività sovversive. Noi, invece, verremmo privati di un’opportunità che non ha alcuna alternativa.
Se esaminiamo la questione alla luce del fiqh dell’equilibrio, vedremo che operare in questo settore di fondamentale importanza non è soltanto lecito e raccomandabile, ma addirittura indispensabile. Esso può infatti costituire uno strumento legittimo per proseguire il nostro lavoro di da‘wa e contrastare, per quanto possibile, le attività malvagie.
delle priorità fiqh
Con fiqh delle priorità intendiamo considerare ogni questione nel suo autentico contesto. Nessuna questione importante deve essere rimandata, nessuna questione secondaria deve essere considerata importante e nessuna questione importante dovrebbe essere sminuita. Allo stesso modo, non è corretto attribuire un’importanza eccessiva a una questione minore. Sia le leggi naturali sia le norme della Sharia indicano questa direzione. Ritengo che Allah abbia reso inevitabile conformarsi all’autentico contesto della Sua creazione e delle Sue norme. Sura al- A’raf nel versetto numero 54 è detto: «In verità, a Lui spettano la creazione e il comando».
Il fiqh nella vita delle priorità del Profeta
Nella fase meccana, la missione del Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) era limitata a un unico ambito. Il programma di questa missione consisteva esclusivamente nell’invitare le persone sulla via di Allah e nel formare un gruppo di credenti che in seguito avrebbe diffuso quell’invito tra gli Arabi e poi in tutto il mondo. In questa fase, il lavoro del Messaggero (pace e benedizioni su di lui) era incentrato sull’instaurazione del credo religioso, sulla pratica del tawhid, sull’eliminazione del politeismo e dell’idolatria e sulla pratica delle opere buone e virtuose.
Il sostegno del Corano all’operato di questa fase era la seguente disposizione: il Corano non ordinò ai musulmani di concentrarsi su specifiche norme secondarie, bensì li esortò a concentrare tutti gli sforzi sulla formazione della concezione islamica illustrata nella sura al-ʿAṣr. Nel versetto di questa sura numero 3 è detto: «Ma coloro che credono, compiono opere buone e si esortano a vicenda alla verità e alla pazienza.»
Durante il periodo meccano dell’attività di invito, il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) non permise ai musulmani di prendere asce in mano per distruggere gli idoli che vedevano ogni giorno nella Kaaba, né di impugnare le spade per combattere contro di essi e contro i nemici di Allah, sebbene i miscredenti li perseguitassero. In quel periodo, quando essi si recavano dal Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) dopo essere stati percossi e feriti, egli diceva loro, secondo le parole del Corano: «Trattenete le vostre mani e osservate la preghiera» ((Sura an- Nisāʾ, 77))।
Ogni cosa ha il suo momento opportuno. Se si spera di ottenere qualcosa prima del momento stabilito, ciò può comportare il rischio di un danno invece che di un beneficio.
Il fiqh delle priorità e il fiqh dell’equilibrio la relazione reciproca
Il fiqh delle priorità è strettamente legato al fiqh dell’equilibrio. In alcuni casi, entrambi si intrecciano e si presentano come paralleli l’uno all’altro; in altri, il processo di equilibrio tende verso le priorità. In tal modo rientra allora nell’ambito del fiqh delle priorità.
La necessità di mantenere le proporzioni
Secondo il fiqh delle priorità, è obbligatorio mantenere le proporzioni nelle disposizioni e prescrizioni della Sharīʿa (taklīf) e nelle opere. Se si devia dalle proporzioni stabilite dalla Sharīʿa islamica, ne deriverà un grave danno sia nella vita religiosa sia in quella mondana.
Nell’Islam, la fede viene prima delle opere, poiché la fede è la fondazione e le opere sono l’edificio. Senza fondamenta non vi è edificio. La fede precede le opere. Le opere sono molteplici. Il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) ha detto in un hadith autentico: «La fede è divisa in 77 rami; il grado più alto è: non vi è alcun dio degno di adorazione all’infuori di Allah; mentre il grado più basso consiste nel rimuovere dalla strada ciò che è nocivo.»
Nel Corano è stato narrato che le opere agli occhi di Allah non appartengono a un unico livello, ma sono divise in livelli superiori e inferiori. L’Onnipotente Allah dice: «Avete forse equiparato l’atto di dare da bere ai pellegrini e di occuparvi della manutenzione della Moschea Sacra all’atto di colui che ha creduto in Allah e nel Giorno del Giudizio e ha combattuto sulla via di Allah? Essi non sono uguali agli occhi di Allah. E Allah non guida sulla retta via gli ingiusti. Coloro che hanno creduto, sono emigrati e hanno combattuto sulla via di Allah con i loro beni e le loro persone sono di gran lunga superiori per rango presso Allah. Sono loro i vittoriosi» (Sura At-Tawba: 19–20)।
Per questo lo Shaykh al-Islam Ibn Taymiyya ha detto che partecipare al jihad è più meritorio che compiere il pellegrinaggio. I giuristi hanbaliti e gli altri giuristi hanno definito spontaneamente il jihad come la migliore delle opere fisiche da compiere. Numerosi hadith elogiano il jihad. Tra questi vi è anche l’hadith narrato da Abu Hurayra, che Allah sia soddisfatto di lui. Egli disse: un Compagno del Messaggero di Allah, pace e benedizioni di Allah su di lui, stava attraversando una valle stretta nella quale vi era una sorgente d’acqua dolce. La valle gli piacque e disse: “Come posso isolarmi dagli altri per dedicarmi all’adorazione di Allah? Non lo farò senza chiedere il permesso al Messaggero di Allah, pace e benedizioni di Allah su di lui”. Quell’uomo manifestò il suo desiderio al Messaggero di Allah, pace e benedizioni di Allah su di lui, ed egli disse: “Non farlo. Combattere sulla via di Allah è molto più meritorio che adorare nella tua casa per settant’anni” (at-Tirmidhi e al- Hakim)।
In un hadith narrato da Salman, che Allah sia soddisfatto di lui, viene illustrata l’importanza del presidio (ribat) dei musulmani contro i miscredenti: un giorno e una notte di ribat sono migliori di un mese di digiuno e di adorazione notturna. Se qualcuno muore mentre è impegnato nel ribat, il computo delle opere pie continuerà a suo favore come se fosse vivo; e, se rimane vivo, sarà al sicuro dalle tentazioni di Satana (Muslim)।
Un imam come Abdullah ibn al-Mubarak scrisse, durante il jihad, da un accampamento militare, una poesia a un suo amico di nome al-Fudayl ibn Iyad, che viaggiava sempre tra le due città sacre, Mecca e Medina. I versi erano i seguenti:
O tu che adori nei due luoghi sacri,
Se tu ci vedessi,
allora sapresti che la tua adorazione non è altro che un gioco.
Alcuni bagnano le guance con le proprie lacrime;
e noi bagniamo il petto con il nostro stesso sangue…..
[sura Al Imran: nell’esegesi dell’ultimo versetto, Ibn Kathir ha narrato questa storia .। Anche altri storici hanno narrato la stessa storia .।]
Secondo il fiqh tradizionale, gli atti di culto supererogatori (azioni facoltative che non sono obbligatorie come gli atti di culto obbligatori) non devono essere anteposti agli obblighi; l’obbligo collettivo (fard kifāya) è meno importante dell’obbligo individuale (fard ʿayn); un obbligo collettivo che non viene assolto da nessuno deve avere la precedenza su un dovere per il cui adempimento vi sono persone sufficienti. Inoltre, il dovere relativo a un gruppo o a una nazione avrà la precedenza sul diritto dell’individuo, e un’azione il cui termine di adempimento è limitato deve essere compiuta prima di un’azione per la quale vi è tempo sufficiente.
A proposito dell’importanza degli interessi stabiliti dalla sharīʿa, il fiqh ha indicato quale questione debba avere maggiore priorità. Gli interessi indispensabili (al-maṣāliḥ al-ḍarūriyya) hanno infatti la precedenza sugli interessi necessari (al-maṣāliḥ al-ḥājiyya) e su quelli estetici (al-maṣāliḥ al-taḥsīniyya). A loro volta, gli interessi necessari hanno ricevuto una priorità maggiore rispetto a quelli taḥsīniyya. Quando invece sorge un conflitto tra gli interessi della nazione e quelli dell’individuo, avranno la precedenza gli interessi nazionali. Qui il fiqh dell’equilibrio e il fiqh delle priorità convergono in un unico punto.
Delle priorità del fiqh la trascuratezza
Il problema di molti gruppi legati al risveglio islamico è che per loro il fiqh delle priorità non esiste, poiché spesso danno importanza alle questioni secondarie prima di quelle principali. Si dedicano a studiare un aspetto particolare invece di comprendere l’interesse generale. E, anziché impegnarsi nelle questioni consolidate, si aggrappano a quelle controverse. Purtroppo, discutiamo dello spargimento del sangue delle formiche, ma non ci preoccupiamo dello spargimento del sangue dell’Imam Husayn, che Allah ne sia soddisfatto. Oppure diventiamo aggressivi per difendere gli atti supererogatori mentre la gente trascura gli obblighi. Litighiamo per l’involucro senza preoccuparci della sostanza.
Nel complesso, questa è la condizione dei musulmani di oggi. Vedo che ogni anno, durante il Ramadan o negli altri mesi, milioni di persone compiono lʿumra e alcune compiono lʿhajj dieci, persino venti volte. Se risparmiassero il denaro speso per queste pratiche volontarie, potrebbero accumulare decine di milioni di taka. Ci affanniamo per anni a raccogliere un fondo di mille milioni di dollari per le istituzioni di servizio islamico. Eppure non riusciamo a raccogliere nemmeno un decimo di tale somma, né un ventesimo o un trentesimo. Se chiedeste a coloro che compiono questi hajj e ʿumra supplementari di destinare il costo dei loro viaggi facoltativi alla prevenzione delle conversioni al cristianesimo in Asia e Africa o ad aiutare le vittime della carestia, non darebbero nulla. È una malattia così antica che nessun cardiologo potrà mai curarla. [Bashar al Hafi’— a questo proposito, un episodio ‘del libro Al-Ihya’ nel terzo volume a pagina 409 è stato descritto.।]
Applicando il fiqh delle priorità, possiamo comprendere a quale questione prestare maggiore attenzione rispetto alle altre, così da dedicarle più impegno e tempo. Nell’ambito del fiqh delle priorità si comprende inoltre contro quale nemico impiegare maggiormente le nostre forze, concentrando su di esso il nostro attacco, e quale battaglia valga relativamente la pena di combattere. Infatti, dal punto di vista dell’Islam, gli esseri umani si dividono in diverse categorie: musulmani, miscredenti e ipocriti.
Tra i miscredenti vi sono persone pacifiche e persone dall’atteggiamento militante. Tra loro non vi sono soltanto miscredenti, ma anche miscredenti che ostacolano la via di Allah. Tra gli ipocriti vi sono persone che praticano poca ipocrisia e altre profondamente immerse nell’ipocrisia. Da dove cominceremo, dunque? Quale ambito è più adatto al lavoro? A quale questione dobbiamo prestare maggiore attenzione?
Il fiqh delle priorità ci rende consapevoli della necessità di agire secondo quanto richiede il tempo, affinché il compito specifico sia portato a termine adeguatamente, senza rimandarlo. Infatti, se un’opportunità viene perduta, può darsi che ritorni, ma può anche darsi che non ritorni. E, anche qualora ritorni, potrebbe volerci molto tempo. Un poeta ha detto riguardo al valore del tempo:
Cogli l’opportunità, perché un’opportunità
se la lasci sfuggire, tornerà sotto forma di rimpianto.
Un proverbio arabo dice: Non rimandare a domani il lavoro di oggi.
Quando consigliarono a ʿUmar ibn ʿAbd al-ʿAzīz (che Allah sia soddisfatto di lui) di rimandare alcuni lavori al giorno seguente, egli rispose: Sono già stanco per aver svolto il lavoro di un solo giorno; come starò domani, se dovrò svolgere il lavoro di due giorni?
Una delle sagge parole di Ibn ʿAtāʾ (che Allah sia soddisfatto di lui) è: Vi sono molti lavori per i quali si dispone di tempo a sufficienza e che si possono portare a termine entro quel lasso di tempo. Ma vi sono anche lavori che, se non vengono svolti entro il periodo stabilito, non si riesce più a svolgerli. Infatti, ogni nuovo periodo porta con sé nuove responsabilità e nuovi compiti stabiliti da Allah.
Ghazali e del fiqh delle priorità
L’imam Ghazali, che Dio abbia misericordia di lui, ha criticato nell’opera «Al-Ihya’» coloro che, senza prestare attenzione alle opere virtuose, si accontentano esclusivamente degli atti di culto e di devozione. Egli dice: Vi è un altro gruppo che è tanto interessato agli atti supererogatori quanto poco lo è agli obblighi. Li vediamo molto felici di compiere le preghiere supererogatorie del mattino, il tahajjud notturno e le altre preghiere, ma non provano gioia nel compiere gli atti obbligatori. Oppure non si affrettano a compiere le preghiere obbligatorie nel loro tempo stabilito. Dimenticano il hadith narrato dal Messaggero di Dio, che Dio lo benedica e gli conceda la pace: Nessun atto del Mio servo è più eccellente per avvicinarsi a Me di quelli che gli ho ordinato di compiere come obbligatori((Bukhari)). Trascurare l’ordine di priorità basato sull’importanza delle opere virtuose rientra nella cattiva condotta. Se una persona si trova nella situazione di poter compiere soltanto uno di due atti obbligatori, oppure deve compiere un atto in breve tempo mentre dispone di molto tempo per l’altro, e in tal caso non rispetta l’ordine di priorità, allora è certamente sviata.
Vi sono numerosi esempi di questo genere, nei quali risultano chiaramente sia l’obbligatorietà del comando di Dio sia la disobbedienza. Ciò che è realmente ambiguo è dare maggiore importanza ad alcuni atti obbligatori rispetto ad altri. Per esempio, dare la priorità agli atti obbligatori rispetto a quelli supererogatori, dare maggiore importanza all’obbligo individuale rispetto all’obbligo collettivo, dare priorità agli atti che non possono essere rinviati rispetto a quelli meno necessari che possono essere rinviati, e dare la precedenza al soddisfacimento delle esigenze della madre rispetto a quelle del padre.
Fu chiesto al Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui): «Chi ha maggior diritto a ricevere le mie cure e le mie attenzioni?». Egli rispose: «Tua madre». L’uomo chiese: «E poi chi?». Il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) disse: «Tua madre». L’uomo domandò nuovamente: «E dopo chi?», e il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) rispose: «Tua madre». L’uomo chiese per la quarta volta: «E poi chi?». Il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) disse: «Tuo padre». L’uomo chiese ancora: «E dopo chi?». Il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) rispose: «Tra i tuoi parenti, colui che ti è più vicino, e poi quello che gli è più vicino». Ciascuno deve adempiere ai diritti dei propri parenti in base al grado di vicinanza della parentela. Se due suoi parenti sono di pari grado, bisogna aiutare quello che ha maggiore bisogno di aiuto. Se invece i bisogni di entrambi sono uguali, si dovrebbe aiutare quello più devoto.
Allo stesso modo, se qualcuno desidera compiere il pellegrinaggio, pur non riuscendo a provvedere alle spese del padre, non dovrebbe recarsi al pellegrinaggio. Se lo facesse, agirebbe da stolto. Dovrebbe infatti dare la precedenza alla tutela degli interessi del padre. In questo modo darebbe maggiore importanza a un’altra obbligazione religiosa rispetto a un dovere religioso di rango inferiore.
Inoltre, se per qualcuno sopraggiunge l’ora della preghiera del venerdì mentre è giunto il momento di svolgere un’attività precedentemente fissata, deve partecipare alla preghiera congregazionale. Se si recasse a svolgere l’attività precedentemente fissata, disobbedirebbe ad Allah, sebbene anche portare a termine l’attività promessa sia una questione obbligatoria. Se qualcuno notasse una qualche impurità sui propri abiti e trattasse male i genitori, l’impurità è certamente inaccettabile, ma non è accettabile neppure ferire i genitori. È più importante preoccuparsi di evitare di ferire i genitori che di fare attenzione a evitare l’impurità.
Esistono innumerevoli esempi del rapporto reciproco tra azioni proibite e doveri obbligatori. Chi ignora la gerarchia delle priorità anche in una sola di queste questioni è certamente traviato. [Vedi ‘al Ihya’, terzo volume, pagina 400–404, il mio libro vedi anche: ‘Imam al Ghazali: Tra i suoi elogiatori e i suoi critici’, pagine 87–93]
Ibn Qayyim parere
Quale atto di culto è migliore: quelli molto difficili da praticare o quelli molto benefici? Su queste questioni, l’Imam Ibn al-Qayyim ha espresso opinioni diverse.
Ha affermato che non esiste un’unica forma di culto da preferire. Tuttavia, in certi momenti, alcune forme di culto possono essere preferibili. [Madārij al Sālikīn, primo volume, pagina 85–90, il mio libro ‘ʿIbādah nell’ Islam’।] Durante una carestia, fornire generi alimentari è l’azione migliore; attraverso di essa, un musulmano si avvicina maggiormente ad Allah. Quando le forze kufr attaccano un paese musulmano, il jihad è l’azione migliore. Il grado successivo consiste nel fornire armi e denaro ai mujahidin. Quando uno studioso muore senza lasciare eredi, acquisire conoscenza religiosa è l’azione migliore. Per questo, un musulmano può sperare nella ricompensa di Allah e ottenere anche la lode di Allah e dei credenti. In questo modo si può mantenere un equilibrio tra le diverse buone azioni, secondo le loro caratteristiche.
Terzocapitolo
islamico movimento: propaganda campagna e della conoscenza campo
Campagna di propaganda
Il movimento islamico dovrebbe impegnarsi strenuamente nelle attività di daʿwa tra tutti i gruppi e le classi della società e nel diffondere in ogni angolo del mondo tra la gente lo spirito del risveglio islamico. Operando in questo modo, nessun livello della società resterà privo della presenza e delle attività del movimento islamico. L’appello del movimento raggiungerà ogni luogo. Anche la sua schiera di operatori devoti parteciperà a questo sforzo. In tal modo aumenterà molte volte il numero dei seguaci, dei sostenitori e dei portavoce del movimento.
È possibile giungere a questo stadio lavorando nel campo dell’informazione e dei mass media. A tal fine, è necessario utilizzare in modo organizzato e ben pianificato le più recenti innovazioni della scienza, nonché le tecnologie dell’informazione e della comunicazione. Per questo tipo di lavoro, occorre impiegare, nella misura più ampia possibile e ovunque siano disponibili, tutte le tecniche e le risorse dell’Occidente e dell’Oriente. Si dovrà continuare a utilizzare questo metodo finché sarà utile per raggiungere il nostro obiettivo desiderato. Un credente sincero dovrebbe sempre cercare parole colme di saggezza. Ogni volta che le trova, esse gli appartengono di diritto.
Il movimento dovrebbe avvalersi dell’aiuto di esperti che abbiano esperienza nel parlare davanti alle assemblee generali e a ciascun gruppo specifico. Questi esperti sono studiosi di psicologia, sociologia, politica e scienze delle relazioni pubbliche e sanno come impiegare tali conoscenze ed esperienze al meglio degli interessi del movimento e dell’Islam.
Il movimento deve già da oggi elaborare un piano per creare un gruppo di da‘wa capace di parlare il linguaggio della nostra epoca e di affrontare con pari competenza le situazioni contemporanee. Esso conosce la grandezza, l’ampiezza, l’universalità e l’equilibrio della da‘wa islamica. Occorre formare, mediante una preparazione di alto livello, un gruppo di operatori dei mezzi di comunicazione capaci di trasmettere la da‘wa alla gente, ricorrendo ad argomentazioni espresse nel linguaggio odierno.
Ora discuteremo di come estendere il risveglio e l’attività del movimento tra le componenti più importanti della società: persone istruite, lavoratori, commercianti e altri ceti.
Gruppo culturale
Innanzitutto bisogna diffondere il movimento islamico tra i gruppi culturali, affinché il loro modo di pensare riguardo all’Islam e al suo messaggio essenziale, alla sua legge, cultura e storia possa essere indirizzato nella giusta direzione e affinché siano informati del movimento islamico, dei suoi scopi, obiettivi e risultati.
Idee errate
Sebbene il risveglio islamico si sia diffuso tra molti giovani colti, alcuni sono ancora ignoranti riguardo all’Islam, oppure la loro conoscenza dell’Islam è incompleta, distorta o confusa. Ciò è dovuto alla conseguenza del secolare arretramento o dei nuovi effetti deformanti dell’aggressione ideologica straniera.
Molti di loro, nonostante abbiano ricevuto un’istruzione universitaria, credono ancora nelle superstizioni e nelle leggende. Nelle loro convinzioni indulgono al politeismo, mescolano consuetudini e rituali nell’adorazione e nei loro comportamenti regna il disordine. Eppure sono proprio loro a considerarsi veramente devoti. Molte persone colte visitano ancora le tombe e i mausolei dei santi e dei dervisci, come se tali mausolei e santuari fossero simili alla Kaaba. Chiedono aiuto ai morti, indossano amuleti, credono nell’evocazione degli spiriti, giurano nel nome di altri oltre ad Allah e sacrificano animali in onore dei defunti.
Sebbene, a causa della vasta ondata materialista e dell’aggressione ideologica occidentale, il numero di queste persone sia relativamente esiguo, esse continuano a esistere sotto l’influenza del sufismo deviato. In molti Paesi musulmani esercitano ancora il potere e le autorità governative le sostengono pubblicamente e segretamente. Una persona intelligente non ha motivo di non comprendere il significato di tutto ciò. Queste persone colte dovrebbero comprendere i fondamenti della vera fede e dell’ʿaqīda, nonché apprendere il modo di adorare e servire Dio approvato da Allah. Molte persone istruite sono ancora ignare dei vari aspetti della natura eterna, della forza e della gloria dell’Islam. Si può quasi dire che non conoscano affatto i principi e le caratteristiche dell’Islam. Acquisiscono la loro conoscenza dell’Islam dagli orientalisti, dai missionari e dalla situazione attuale dei musulmani. Pensano che, visto lo stato dei musulmani che li circondano, l’Islam debba essere proprio così. Pertanto, ritengono l’Islam responsabile dell’arretratezza, della corruzione e dell’ignoranza dei musulmani. Eppure, tutto ciò non ha alcun rapporto con l’Islam.
Le persone colte dovrebbero sapere dove acquisire la conoscenza dell’Islam e quali fonti possano insegnare loro i suoi autentici insegnamenti. Dovrebbero sapere che non si deve giudicare l’Islam osservando i musulmani; al contrario, i musulmani devono essere giudicati alla luce dell’Islam. I musulmani sviati non sono il criterio dell’Islam: lo sono invece i veri musulmani.
Alcune persone colte ritengono ancora di poter essere veri musulmani devoti. Eppure sono proprio loro ad accettare il dominio di leggi diverse dalla sharīʿa islamica e a vivere in Paesi le cui leggi e il cui governo al potere non sono islamici.
Dovrebbero comprendere che l’Islam è un sistema di vita e un ordinamento giuridico, e che Allah non ha fatto scendere il Suo Corano perché fosse recitato ai morti. Esso è stato invece rivelato per guidare i vivi. L’Onnipotente Allah ha detto: «In verità, abbiamo fatto scendere su di te questo Libro veritiero, il Corano, affinché tu giudichi tra gli uomini secondo ciò che Allah ti ha rivelato (Sura An Nisāʾ: 105.)». Dovrebbero anche comprendere che coloro che non giudicano secondo ciò che Allah ha rivelato rientrano, secondo la descrizione del Libro, nella miscredenza, nell’ingiustizia o nella malvagità, oppure sono gravati da tutte queste colpe insieme.
Alcune persone colte ritengono ancora che l’Islam sia una forma di cristianesimo e che il cristianesimo accetti la divisione in classi degli esseri umani e la separazione della vita tra Dio e Cesare. Matteo 22:21dice: «Date dunque a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio». In questo modo limitano l’Islam al rapporto tra l’uomo e Allah. E l’unico luogo di questo particolare rapporto sarebbe la coscienza umana. Se tale rapporto oltrepassa la coscienza, il suo unico luogo sarebbe la moschea, e nessun altro. Che ruolo avrebbe l’Islam per quanto riguarda la vita e il suo sistema, la cultura e il suo corso, l’istruzione e i programmi scolastici, l’economia e la sua applicazione, il diritto e il codice penale?
Ancora più sconcertante è il fatto che alcuni di loro non si limitino a dichiararsi musulmani, ma se ne vantino anche. Pregano, compiono lʿumra o il pellegrinaggio dellḥajj. Allo stesso tempo esaltano il secolarismo, preferiscono i legami nazionalistici a quelli islamici e adottano completamente il pensiero occidentale, senza alcuna selezione o verifica di ciò che stanno inseguendo.
Accettano la teoria dell’evoluzione di Darwin, la teoria della psicoanalisi di Freud, l’interpretazione materialistica della storia di Marx e la teoria di Durkheim sull’origine della religione. Eppure non si chiedono quale ruolo abbia l’Islam tra queste teorie. Uno di loro arrivò una volta a dire: «Sono un marxista musulmano». È incomprensibile: come possono coesistere queste due cose in una sola persona? Da dove ha tratto questa ispirazione: dal Corano, oppure da Il Capitale o dal Manifesto comunista? Se sorge un conflitto, chi sarà il suo modello e arbitro: Muhammad, pace e benedizioni su di lui, oppure Marx?
Se qualcuno dicesse: «Sono un musulmano buddhista» oppure «un musulmano cristiano», sarebbe accettabile? Se la risposta è «no», come può allora dire: «Sono un marxista musulmano»? È forse perché il marxismo non è una religione, bensì combatte tutte le religioni e considera la religione «l’oppio dei popoli»? Se è così, sarebbe più opportuno respingere il marxismo. Infatti l’Islam non può fondersi con un’altra religione, anche se questa fosse una religione del Libro. Come può dunque l’Islam unirsi a una dottrina contraria a tutte le religioni?
In realtà, sebbene il marxismo neghi tutte le religioni, possiede un carattere religioso. Esso esige dai propri seguaci un’obbedienza assoluta; per questo non è stato possibile fondere il marxismo con un’altra religione o dottrina.
Il marxismo è una filosofia assolutista e autoritaria. In esso non è stato lasciato spazio all’Islam né ad alcun’altra religione. Anzi, salvo che in caso di necessità, alla religione non viene riconosciuto alcun ruolo, e nella società marxista essa è considerata secondaria, non fondamentale.
Alcune persone colte credono che la debolezza politica dei musulmani, le sconfitte militari, l’arretratezza culturale e la loro inferiorità nei campi della scienza e della tecnologia siano causate dall’Islam. Ritengono inoltre che la vittoria e il progresso dell’Occidente siano stati possibili grazie alla liberazione dal controllo della religione e all’adozione dell’ideale secolare che separa la religione dallo Stato.
Questo gruppo colto deve essere istruito sulla vera natura della religione alla luce delle due fonti fondamentali: il Sacro Corano e la Sunna del Messaggero, pace e benedizioni su di lui, così come acquisirono la conoscenza i Compagni e i loro seguaci, la migliore generazione dell’ummah. Allora vedranno che, quando si conoscono correttamente i veri insegnamenti dell’Islam e li si segue con tutto il cuore, si ottengono i risultati migliori.
Il vero insegnamento dell’Islam non è altro che questo. Esso libera la mente, purifica il nafs, rafforza la volontà e costruisce il corpo, rendendolo forte e saldo su fondamenta solide. Attraverso la scienza, la fede, l’interdipendenza reciproca e la moralità, conduce la società verso il progresso. Istituisce un governo fondato sulla giustizia e sulla consultazione, governa secondo la legge di Allah e indica all’intera umanità la via migliore.
Studiando la storia dell’Islam, dovranno inoltre conoscere le cause dell’ascesa e del declino dell’Islam, delle vittorie e delle sconfitte, dello sviluppo e delle catastrofi, della forza e della debolezza. Esaminando la storia, si vedrà certamente che i musulmani hanno conseguito vittorie, progresso e forza quando hanno aderito all’Islam, ai suoi valori e ai suoi insegnamenti nell’ambito di un movimento guidato da un califfo, da un comandante militare o da un pensatore. Così avvenne durante l’epoca dei Califfi ben guidati, di Umar ibn Abd al-Aziz, Abu Ja‘far al-Mansur, Harun al-Rashid, Nur al-Din Mahmud al-Shahid, Salah al-Din al-Ayyubi e altri.
D’altra parte, il periodo delle sconfitte, delle calamità, della debolezza e del declino è giunto proprio quando i musulmani si sono allontanati dalla verità dell’Islam. Quanto più si sono allontanati, tanto più le calamità li hanno travolti.
Alcune persone colte sono ancora ignoranti riguardo a molte questioni diffuse in nome dell’Islam. Per esempio, abbiamo visto uno scrittore scegliere come tema la crocifissione, ritenendola un fatto vero. Eppure l’Islam ha respinto in modo inequivocabile il presunto episodio della crocifissione di Gesù, pace su di lui. Alcuni raccontano inoltre la storia di come Eva, pace su di lei, abbia indotto Adamo, pace su di lui, a mangiare il frutto dell’albero proibito e di come, per conseguenza, entrambi siano stati espulsi dal Paradiso, portando dolore e sofferenza all’umanità sulla terra.
Questa teoria è stata tratta dalla Torah e dall’Antico Testamento, ma nell’Islam non ha alcun fondamento. Infatti, fu Adamo, pace su di lui, a mangiare il frutto dell’albero proibito, e fu Adamo, pace su di lui, a disobbedire al comando di Allah. Nella sura Taha’’s 115 n. versetto Allah, l’Altissimo, dice: «In precedenza avevamo fatto ad Adamo una promessa, ma egli l’aveva dimenticata e non trovammo in lui fermezza.» Nella stessa sura, nei versetti–121 e 122, dice: «Adamo disobbedì al suo Signore e così si smarrì. Ma il suo Signore lo scelse per la Sua misericordia, poi si volse verso di lui e lo guidò sulla retta via.»
È evidente che la responsabilità principale ricadeva su Adamo, e sua moglie si limitò a seguirlo nel mangiare il frutto proibito.
Molte persone colte giudicano ancora la cultura secondo i parametri occidentali. Per loro, l’elemento principale della cultura è la danza. Pertanto, chi non danza non è una persona colta. La nostra danza si esegue con la spada. Dite loro inoltre che abbiamo la danza popolare libanese dabke e, come ogni altro Paese, molte altre danze popolari, organizzate in occasione di matrimoni e di altre celebrazioni. Se dite loro queste cose, diventerete oggetto delle loro beffe. Perché non avete compreso l’unico significato che attribuiscono alla danza. E questo significa che la danza è quella della donna con un uomo estraneo e dell’uomo con una donna estranea. Nel danzare, essi sentono il contatto dei rispettivi corpi e si muovono al ritmo della musica. Ma attenzione: non nutrite cattivi pregiudizi nei loro confronti, perché non sono persone comuni come voi e me, dotate di istinti e desideri. Sono al di sopra del sospetto e degli impulsi animaleschi, quasi fossero angeli che camminano sulla terra.
E halal e haram stabiliscono per il musulmano che egli non può fare ciò che vuole. Deve invece agire entro i limiti inviolabili stabiliti da Allah. Allah l’Altissimo dice, nel primo versetto ’della sura at-Talāq: «Chi oltrepassa i limiti stabiliti da Allah, fa torto a se stesso». Per le persone colte, questa è una teoria strana, che non sono disposte ad accettare.
Comportamento verso le persone colte
Per attirare il gruppo culturale verso la rinascita islamica, si dovrebbero adottare due metodi: correttivo e preventivo.
Il metodo correttivo consiste nell’eliminare le idee erronee coltivate dalle persone colte. Bisogna presentare loro le proprie argomentazioni attraverso una discussione calma, obiettiva e teorica, non insultandole, parlando a sproposito o colpendole con un torrente di parole infuocate. Al contrario, bisogna indicare loro fonti autorevoli dalle quali possano acquisire una conoscenza corretta dell’Islam, del Libro, del Messaggero, della teologia, della sharia, della storia e della cultura.
Questo metodo è particolarmente adatto ai giovani che non sono caduti nella trappola dell’estremismo, adottandolo come principio o cercando di costruire la propria vita alla sua luce. Può essere efficace anche per i giovani che si sforzano di cercare la verità per amore della verità. È inutile discutere con coloro che si aggrappano all’estremismo, al progressismo, al liberalismo, alla destra, alla sinistra e simili. Tuttavia, può forse essere utile per spiegare o confutare una questione specifica.
Il secondo metodo è quello preventivo. L’obiettivo di questo sforzo sarà presentare la forma della cultura islamica pura e autentica, mediante una teoria corretta e un’espressione chiara: fornire indicazioni per comprendere l’Islam, eliminare le varie idee errate sviluppatesi tra le persone colte e, al contempo, affrontare i pensieri e le convinzioni falsi e frutto dell’immaginazione.
Uno degli obiettivi principali del metodo preventivo è proteggere i giovani dal morso velenoso delle ideologie aggressive. Grazie al lavoro condotto con questo metodo, la conoscenza acquisita dai giovani fungerà da vaccino contro l’epidemia ideologica che si diffonde, segretamente o apertamente, nella nostra terra.
Bisogna tenere i comuni predicatori e propagatori religiosi lontani dagli ambienti culturali. Questi predicatori e oratori religiosi non sanno parlare il linguaggio dei tempi, né sono in grado di esporre il loro messaggio attraverso argomentazioni comprensibili e accettabili per le persone colte. Questi propagatori religiosi riescono a suscitare entusiasmo tra i fedeli soltanto con la loro eloquenza emotiva. Ma non riescono a toccare il cuore delle persone dalla mentalità liberale. Queste persone liberali raramente dicono «sì»; piuttosto, la loro domanda è sempre: «Perché? Come?»
I predicatori popolari sono come gli scrittori popolari. I primi suscitano entusiasmo attraverso i loro sermoni di ammonimento melodiosi, mentre i secondi suscitano emozioni e sentimenti mediante una prosa fluida. Secondo un antico proverbio arabo, la penna è una delle due lingue. La lingua è molto più efficace nell’eccitare e affascinare l’ascoltatore con il tono e il suono della voce. E se a ciò si aggiunge l’immaginazione, allora non c’è altro da dire. Il ruolo e l’utilità di questi oratori religiosi e scrittori sono proporzionati alla conoscenza che possiedono. Tuttavia, il danno che arrecano negli ambienti colti è generalmente maggiore del bene che riescono a fare.
Il popolo
Prestare attenzione agli ambienti culturali non significa trascurare la gente comune. Il lavoro nei due ambiti non è contraddittorio. La caratteristica fondamentale del movimento islamico è la sua popolarità. Il movimento è popolare nel senso che non è un movimento governativo o elitario. È un movimento che scaturisce dal cuore del popolo ed esprime i suoi sentimenti. Attraverso l’interazione reciproca, il movimento riflette l’opinione del popolo, parla a suo nome e lo aiuta a ottenere i propri diritti e ad adempiere ai propri doveri.
I nemici stranieri del movimento e i loro agenti all’interno del Paese cercano di separare il movimento islamico dal popolo. A volte attraverso la propaganda e la distorsione, a volte ricorrendo all’intimidazione o alla pressione. Altri continuano questo tentativo con vari tipi di metodi.
Ancora più pericoloso è che il movimento stesso si separi dal popolo con il pretesto dell’arroganza, delle accuse, della mancanza di rispetto, dell’avventatezza o degli impegni. Il vero pericolo sorge quando il movimento dimentica il rapporto reciproco con il popolo, ignora i suoi problemi, le sue sofferenze e le sue difficoltà, e si occupa soltanto di sé, intento ad ascoltare esclusivamente la propria voce. In questo modo il movimento si separa dal popolo e si rifugia in una camera appartata.
Il movimento islamico avrà successo soltanto quando sarà capace di procedere insieme al popolo. Il popolo si identificherà con gli interessi del movimento e considererà i suoi problemi o le sue crisi come propri pericoli e proprie difficoltà. La gioia del movimento diventerà motivo della loro gioia; essi apprezzeranno tutti i suoi ruoli, le sue posizioni e i suoi sforzi, e malediranno il nemico. Il movimento islamico avrà successo soltanto quando concentrerà i propri sforzi sul fondersi con il popolo come il sangue che scorre attraverso vene e arterie. Il rapporto del movimento sarà come quello dell’anima con il corpo e della vista con l’occhio. Allora la corrente delle masse e il movimento islamico si fonderanno in un’unica cosa, così che non sarà possibile separarli.
Ciò sarà possibile soltanto quando il movimento islamico farà propri gli interessi del popolo, mostrerà empatia per i suoi sentimenti e le sue espressioni, condividerà il suo dolore e la sua sofferenza, gli starà accanto nelle avversità e nelle difficoltà e si unirà completamente ad esso.
Illusori sogni
Proprio perché abbiamo fiducia nel popolo e confidiamo nella sua forza, non dobbiamo allontanarlo dal confronto con la dura realtà né farlo sprofondare in sogni illusori. I portavoce e i teorici del movimento islamico devono esporre alla nazione la sua vera malattia. Non si deve nascondere la malattia, come si fa con un paziente affetto da una patologia incurabile. Per quanto amara possa essere, alla nazione deve essere detta la verità. Non si devono offrire sogni irrealizzabili, se non è possibile realizzarli.
I saggi sufi musulmani hanno distinto tra speranza e desiderio, dicendo che la speranza è accompagnata dall’impegno nell’agire; altrimenti è soltanto un desiderio. La speranza è l’obiettivo dei credenti, mentre per coloro che non vogliono fare nulla il desiderio è un inganno. Il Sacro Corano si rivolge a coloro che sostengono che il Paradiso appartenga esclusivamente a loro, sebbene non credano né compiano opere. Nella sura al Baqara’, nel 111 ° versetto si legge: «Questi sono i loro desideri interiori. Di’: “Portate la vostra prova, se siete sinceri”».
Ali ibn Abi Talib, che Dio sia soddisfatto di lui, disse a suo figlio Hasan, che Dio sia soddisfatto di lui: «Bada bene: non fare assolutamente affidamento sui desideri. Il desiderio è il sostegno degli sciocchi». Un poeta arabo disse: «Non essere schiavo dei desideri, poiché il desiderio è il sostegno di chi non possiede nulla».
Per un movimento che vuole illuminare con una luce splendente l’oscurità della notte più buia, la speranza, l’aspirazione e il desiderio di un futuro migliore sono la forza motrice. La speranza e l’aspirazione sono diverse dal desiderio. Il desiderio, infatti, quando non si ottiene ciò che si desidera, conduce alla frustrazione; nella speranza e nell’aspirazione, invece, non c’è posto per la disperazione né per la perdita della speranza.
Dobbiamo necessariamente presentare al popolo la dura realtà. Dobbiamo metterlo in guardia dai pericoli del futuro, affinché possa prepararsi ad affrontare quelle difficoltà. Esso non deve illudersi che la strada del futuro sia cosparsa di fiori, priva di spine o tale da permettere di raccogliere i frutti senza fatica.
Il movimento islamico deve correggere l’errore che commette nel diffondere presso il popolo musulmano slogan islamici e dichiarazioni contenenti soluzioni ai problemi. Quando gli slogan affermano: «L’Islam è la soluzione», «Non c’è speranza al di fuori dell’Islam» oppure «L’Islam è l’unica soluzione ai nostri problemi socioeconomici e politici», la gente comune pensa che, facendo risuonare cielo e terra di quegli slogan, sostenendo alle elezioni i loro candidati e mandandoli in Parlamento con una maggioranza di voti, tutti i suoi problemi saranno risolti come per magia o miracolosamente.
Gli attivisti del movimento islamico e gli intellettuali del movimento devono spiegare al popolo in modo diretto e semplice che l’Islam vuole risolvere i problemi del popolo attraverso il popolo stesso. Dio non manderà angeli sulla terra affinché svolgano per loro i compiti di arare la terra, allevare il bestiame, promuovere l’industrializzazione, ampliare il commercio, costruire infrastrutture, mobilitare la forza lavoro musulmana per attività produttive o salvaguardare la nazione dall’ozio e dallo spreco delle sue energie.
Per vivere una vita dignitosa è necessaria una società giusta. È il popolo stesso che deve lavorare per instaurare tale società. A Omar ibn al-Khattab, che Dio sia soddisfatto di lui, alcuni uomini che si trattenevano nella moschea aspettando che Allah inviasse il Suo aiuto dissero: «Non dovete restare seduti oziosamente e non dovete cercare di ottenere subito ciò che Allah ha decretato per il vostro destino». Poi disse: «O Allah, inviami tutto ciò che è nel mio destino». Eppure sapeva che dal cielo non sarebbero piovuti oro e argento. Allah dice: «E quando sarà terminata la preghiera del venerdì, disperdetevi sulla terra e cercate, attraverso il lavoro, il sostentamento che Allah vi ha concesso» (Sura al-Jumu’ʿa: 10)». Il Sacro Corano enuncia chiaramente questa norma inviolabile: «In verità, Allah non cambia la condizione di un popolo finché esso non cambia ciò che è in se stesso» (Sura ar-Ra’ʿd: 11)।
Questo è il punto di partenza. Dobbiamo trasformare le nostre idee errate, i cattivi orientamenti di pensiero, i tratti caratteriali spregevoli e i principi etici inaccettabili in idee corrette, pensieri limpidi e sinceri, carattere lodevole e una morale elevata. Lo stile di vita a cui le persone sono oggi abituate deve necessariamente cambiare. La vita deve essere orientata al lavoro e alla produzione. Non si può essere oziosi e vagabondi. Bisogna considerare la vita una cosa seria, non uno scherzo. La vita è austerità, non lusso. È giustizia, non ingiustizia. La vita è fatica, non ozio.
Correzione delle idee errate
È responsabilità del movimento islamico e dei suoi sostenitori correggere le idee errate sull’Islam che si sono diffuse tra i musulmani. Poiché il pensiero e la consapevolezza islamici possono essere lo strumento per costruire la società e promuoverne il progresso.
Molte persone religiose nutrono idee errate riguardo ad alcuni dei principali valori dell’Islam. Tra questi vi sono l’īmān, la taqwā, l’onestà e la franchezza.
Nel Sacro Corano è detto: E se gli abitanti di queste città avessero creduto e fossero stati timorati di Dio, avremmo aperto per loro le benedizioni dei cieli e della terra (Sura al- A’raf: 96)。 È inoltre detto: E chi teme Allah e adempie il proprio dovere verso di Lui, Allah gli apre una via d’uscita da ogni difficoltà. Gli farà giungere il sostentamento da dove non lo immagina (Sura Talaq: 2-–3)。 Oppure è detto: E in verità abbiamo scritto nei Salmi, dopo il Libro della Tavola Preservata, il monito secondo cui i Miei servi retti erediteranno la terra (Sura al-Anbiya: 105)。 In un’altra sura è detto: E se essi (i non musulmani) avessero creduto in Allah e avessero seguito la retta via dell’Islam, certamente li avrei dissetati con abbondante acqua (Sura al-Jinn: 16)।
Quando la gente comune recita questi versetti, pensa che in essi si parli di alcuni riti e dell’adempimento degli obblighi religiosi. Come la preghiera, il digiuno, il tasbih, il tahlil, il takbir e altri zikr e adhkar, nonché il tenersi lontani da tutte le azioni proibite, come l’alcol, il gioco d’azzardo e così via. Senza dubbio, questi sono parte integrante della religione, su questo non vi è alcun dubbio. Tuttavia, la din, l’iman e la taqwa non si limitano soltanto a questo.Sura Jaria’r 56 N. Nel versetto Allah l’Altissimo ha detto: «Ho creato i jinn e gli esseri umani soltanto affinché adorino Me». Quando Allah l’Onnipotente ha creato gli esseri umani affinché Lo adorassero, ha fatto intendere con ciò anche che l’essere umano sarebbe stato Suo rappresentante, o khalīfa, sulla terra, e che su di essa essi avrebbero coltivato e costruito con la conoscenza e il lavoro. Allah dice: «Certamente invierò sulla superficie della terra un rappresentante»(Sura Argine Al-Baqara: 30). Egli vi ha creati dalla terra e vi ha insediati affinché la coltivaste(Sura Hud: 61). Qui il termine ābād significa che Egli vuole che voi la rendiate prospera e la sviluppiate. Anche questo lavoro di rendere prospera e sviluppare è considerato parte della ʿibāda.
La fede, il timore di Dio, l’onestà e la franchezza esigono che si stabilisca un equilibrio tra la nostra vita materiale e la nostra vita religiosa, che si adori Dio seguendo le norme universali dell’Islam, che si sia sempre pronti con tutte le proprie forze ad affrontare i nostri nemici, che si coltivi la terra e si lavori nelle fabbriche. Occorre utilizzare tutti gli ambiti della scienza e dell’industria necessari alla vita religiosa e materiale della nazione. Infatti, i giuristi musulmani hanno considerato questo compito una responsabilità collettiva dell’intera nazione (farḍ kifāya). Se tutti insieme non adempiono a questo dovere, ciò costituisce un grave peccato.
La devozione religiosa auspicata non consiste nel rosario nelle mani dell’asceta, né nel turbante sulla testa dello shaykh autoproclamato, né in un luogo appartato o in una khānqāh scelti dal fedele per il culto e l’adorazione. La devozione religiosa significa acquisire conoscenza e impegnarsi nell’azione, conciliare la religione e la vita mondana, il corpo e lo spirito, la pianificazione e l’organizzazione, la produzione e lo sviluppo, raggiungendo completezza ed eccellenza. È stato riportato in un hadith: Dio si compiace quando una persona porta a compimento un’azione esattamente nel modo migliore in cui dovrebbe essere compiuta((al-Bayhaqī)). Certamente, Dio ha posto l’eccellenza in ogni cosa((Muslim).)।
Il Messaggero di Dio, pace e benedizioni su di lui, esortava i musulmani a essere competenti in ogni attività, persino nell’uccidere un piccolo rettile. In un hadith del Messaggero, pace e benedizioni su di lui, è riportato: chi uccide un geco con un solo colpo è come se avesse ottenuto cento ricompense; chi lo uccide con due colpi ottiene anch’egli una ricompensa, sebbene inferiore a quella del primo, e chi riesce a ucciderlo con tre colpi ottiene anch’egli una ricompensa, sebbene inferiore a quella del secondo((Muslim)). Bisogna impegnarsi a fare bene ogni cosa, anche se si tratta di un’attività insignificante.
I Compagni del Messaggero di Dio, pace e benedizioni su di lui, non consideravano l’Islam la religione dei poveri e degli asceti, né separavano la fede e la devozione religiosa dalla vita, né si dedicavano esclusivamente agli obblighi religiosi rinunciando a costruire una vita migliore. Quando Saʿd ibn al-Rabī, che Dio si compiaccia di lui, gli propose di accettare una generosa donazione, ʿAbd al-Raḥmān ibn ʿAwf, che Dio si compiaccia di lui, rifiutò educatamente dicendo: «Sono un commerciante; dov’è il mercato? Indicamelo». Grazie ai suoi affari ottenne enormi profitti. E tuttavia il commercio non diminuì minimamente la sua fede e la sua devozione religiosa; al contrario, era così credente e devoto da essere uno dei dieci ai quali fu annunciata la buona novella del Paradiso. Il Messaggero di Dio, pace e benedizioni su di lui, gli aveva preannunciato l’ingresso in Paradiso e, al momento della sua morte, aveva espresso la propria soddisfazione nei suoi confronti. ʿAbd al-Raḥmān ibn ʿAwf, che Dio si compiaccia di lui, era inoltre membro del consiglio della shūrā composto da sei membri e istituito da ʿUmar, che Dio si compiaccia di lui. ʿUmar aveva formato questo consiglio affinché, in sua assenza, scegliesse tra loro un califfo.
Sono davvero timorati di Dio e credenti coloro che, grazie alla fede in Dio e alla rettitudine, oltre a impegnarsi duramente per il benessere terreno, si sforzano sempre anche di compiere opere buone. Perciò Dio Onnipotente concederà loro la misericordia nei loro sforzi terreni e non sarà avaro nel ricompensarli nell’Aldilà.
Lavoratori operosi
Con l’espressione «lavoratori operosi» intendo gli operai industriali e gli artigiani di diversi settori. Oggi costituiscono una vasta parte della popolazione attiva nelle grandi città. Questa classe operaia organizzata e unita può, proclamando uno sciopero per rivendicare i propri diritti e protestare contro le ingiustizie e le oppressioni, paralizzare la vita quotidiana.
Osservando la situazione, si comprende che finora il movimento islamico è riuscito a esercitare soltanto una modesta influenza sulla classe operaia. In questo strato della nostra società, i movimenti di sinistra sono ancora più influenti e hanno una voce più forte. I movimenti di sinistra sfruttano ampiamente le rivendicazioni e le aspirazioni degli operai a vantaggio dei propri interessi. In Egitto, l’organizzazione principale del movimento islamico, i Fratelli Musulmani guidati dall’Imam Ḥasan al-Bannā, aveva cominciato a lavorare con un gruppo di operai egiziani. Impegnandosi a sostenere l’obiettivo per il quale l’Imam operava, questi operai prestarono giuramento di fedeltà a Ismailia.
Sebbene nella maggior parte dei Paesi musulmani (Egitto, Sudan, Giordania, Tunisia, Algeria, Pakistan ecc.) sia stato possibile radicare profondamente il movimento islamico tra gli studenti e gli allievi, la presenza del movimento tra la classe operaia è trascurabile. Nonostante il movimento islamico sia estremamente influente nella società sudanese, il dott. Hasan al-Turabi, leader del Fronte Islamico Nazionale Sudanese, ha menzionato questo aspetto nel suo libro intitolato «Il movimento islamico in Sudan». In alcuni ambiti il movimento esercita un’influenza esclusiva e anche negli altri è in grado di esercitare una notevole influenza.
Non conosco le ragioni del fallimento nell’espansione del movimento islamico tra la classe operaia. È forse dovuto alla debolezza della coscienza religiosa tra gli operai? Ma, poiché gli operai fanno parte della più ampia collettività per la quale la religione è una componente inseparabile, perché il loro senso religioso si è indebolito? È forse dovuto alla mancanza di conoscenza dell’Islam autentico e del ruolo dell’Islam nella vita, nonché all’influenza di concezioni estranee importate? È necessario esaminare attentamente la questione.
Oppure la causa risiede nel fallimento del movimento islamico nel riconoscere gli interessi degli operai, nell’adottare iniziative per tutelarli e nel sostenere le loro legittime rivendicazioni, oppure nelle attività dei capitalisti avidi e dei governanti oppressori? Oppure è dovuto al successo dei movimenti di sinistra, che esercitano sistematicamente la propria influenza sugli operai e li sostengono con l’obiettivo di utilizzarli per diffondere le loro politiche distruttive e la loro filosofia materialista. I movimenti di sinistra sono esperti in queste attività. Conoscono anche le tecniche per sedurre e sono abili nel diffondere la propaganda secondo cui il movimento islamico non sarà mai di alcun beneficio per gli operai.
Qualunque sia la ragione, è necessario riesaminare la strategia d’azione del movimento islamico in questo ambito. La classe operaia costituisce infatti una parte importante della società musulmana. L’Islam è ancora una solida forza propulsiva nella vita dei lavoratori, i quali credono che l’Islam sia l’unica religione a riconoscere, più di ogni altra cosa, la dignità del lavoro e a non transigere sulla giustizia nei confronti degli operai. Le norme economiche, sociali e giuridiche dell’Islam tutelano i lavoratori e i loro diritti; inoltre, l’Islam si schiera al fianco degli operai contro coloro che commettono ingiustizie nei loro confronti e cercano di sfruttarli per i propri interessi. L’Islam esorta ad adottare misure sociali per garantire un’occupazione a ogni lavoratore disoccupato e il sostentamento di tutte le persone abili al lavoro nella società.
Un nuovo elemento sta ora contribuendo a creare un atteggiamento favorevole al movimento islamico tra la classe operaia. Si tratta del crollo della filosofia e dei metodi comunisti. Di conseguenza, per i governi dittatoriali dell’Europa orientale è suonata la campana dell’addio. La classe operaia si è ribellata contro le dittature istituite in nome della tutela dei suoi stessi interessi. Persino l’Unione Sovietica, culla del socialismo, ha intrapreso un nuovo cammino verso la ristrutturazione sociale alla luce della filosofia della perestrojka. I governi marxisti e socialisti, istituiti per i lavoratori e dai lavoratori, non sono riusciti a portare ai lavoratori la felicità e la pace da essi desiderate: quella felicità per la quale i lavoratori si erano ribellati contro i governi feudali e capitalisti. È ormai dimostrato che i lavoratori vivono molto meglio sotto il governo libero che sotto il giogo del regime comunista.
Le due parti della Germania prima della riunificazione costituiscono un esempio eccellente per comprendere in dettaglio questa questione. Come vivevano i lavoratori nelle due parti e quali erano i loro sentimenti? Gli abitanti della Germania orientale pensavano di vivere in un’immensa prigione. Non appena ne avevano la minima possibilità, fuggivano in massa nella Germania occidentale. Quale prova migliore di questa potrebbe esserci?
Commerciante e investitore di capitali
Tra i settori in cui il movimento islamico deve estendere la propria influenza, sono importanti anche i gruppi di mercanti, commercianti e investitori finanziari. Gli appartenenti a questa comunità vivono nel mondo del denaro e del capitale, dei profitti e delle perdite, degli affari monopolistici e della concorrenza. Le persone di questa comunità generalmente dimenticano le prescrizioni dell’halal e dell’haram, trascurano il ricordo di Allah, la salat e il pagamento della zakat. Per questo il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) era vigile nel fornire ai commercianti guida e ammonimenti riguardo agli aspetti nefasti e rischiosi presenti nelle attività commerciali.
Egli li mise in guardia contro la frode, dicendo: «Chi inganna non appartiene a noi». Mise in guardia contro il monopolio, dicendo: «Chi monopolizza una merce commette un’ingiustizia», cioè è peccatore. Mise in guardia i commercianti dal giurare troppo spesso nel nome di Allah. Criticando quei commercianti che fanno di Allah una merce, disse che sembrano incapaci di comprare o vendere senza giurare per Allah. Mise inoltre in guardia contro i giuramenti falsi, a causa dei quali forse aumenteranno le transazioni, ma il venditore sarà privato della misericordia di Allah. Mise in guardia contro l’usura, dicendo: «Allah maledice chi prende l’usura, chi la paga, chi ne redige il contratto e chi ne è testimone». Mise anche in guardia dalla vendita di una merce non disponibile (gharar), poiché l’acquirente viene lasciato all’oscuro riguardo alla merce e, quando essa viene presentata, sorge inevitabilmente una controversia.
Nel Sacro Corano è stata inoltre pronunciata una severa condanna contro la frode nelle quantità e nei pesi: «Guai a coloro che frodano nelle misure e nei pesi (privando gli altri dei loro diritti): quando ricevono dagli uomini una misura, la prendono per intero; ma quando misurano o pesano per loro, danno meno. Non pensano forse che saranno resuscitati e che, nel Giorno immenso, quando tutti gli uomini staranno in piedi davanti al Signore dei mondi, (Sura Mutaffifin: 1–6)।
D’altra parte, il Corano ha elogiato quei commercianti che non sono negligenti nell’adempiere ai loro doveri verso Allah e agli obblighi religiosi. Descrivendo la loro assidua frequentazione delle moschee per compiere la preghiera, il Sacro Corano dice: «(Essi si trovano) in case, o moschee, che Allah ha ordinato di elevare in santità e dignità; in esse, al mattino e alla sera, uomini glorificano Allah, uomini che né il commercio né la vendita possono distrarre dal ricordo di Allah, dal compiere la preghiera e dal versare la zakat; essi temono il Giorno in cui molti cuori e occhi saranno sconvolti», (Sura an-Nur: 36–37)।
I commercianti controllano la maggior parte delle ricchezze della nazione. Controllano la fornitura delle merci alla popolazione e stabiliscono i prezzi dei beni di consumo. In questo modo esercitano la loro influenza sull’economia nazionale e sulla politica finanziaria. Pertanto bisogna mettere in guardia i commercianti affinché non facciano mai ciò che non dovrebbero fare e affinché paghino la zakat sulle loro ricchezze, oltre a elargire altre elemosine e beneficenze.
La comunità dei commercianti non rientra nel movimento del risveglio islamico ed è occupata soltanto degli affari mondani; non si deve quindi ritenere inutile operare al suo interno. Anche i suoi membri sono esseri umani come gli altri. I consigli e gli avvertimenti possono scuoterli, e anch’essi possono lasciarsi conquistare da parole sagge, da un’esposizione paziente e corretta.
Nei primi giorni della predicazione del Messaggero di Allah, molti commercianti credettero in Allah e nel Suo Messaggero. Risposero all’invito al tawḥīd persino quando rischiavano di vedere distrutti o danneggiati i loro affari e i loro capitali. Tra coloro che abbracciarono l’Islam per primi vi furono Abū Bakr, ʿUthmān e ʿAbd al-Raḥmān ibn ʿAwf. Essi erano tra i dieci ai quali fu annunciato il Paradiso. Nella speranza di ottenere il compiacimento e la misericordia di Allah, e per sostenere e assistere Allah e il Suo Messaggero, furono costretti a emigrare a Medina, abbandonando le loro case e i loro beni. Accettarono con animo sereno questo cambiamento del destino per amore di Allah.
Ai nostri giorni vediamo molti commercianti integri spendere volontariamente denaro per le opere religiose, dando più importanza alla vita futura che a quella terrena. Non si aggrappano alle ricchezze ricevute come segni della misericordia di Allah, poiché considerano la propria vita e i propri beni patrimonio della daʿwa e del movimento islamico.
I capitalisti cristiani dell’Occidente elargiscono miliardi di dollari alle istituzioni cristiane di tutto il mondo per propagare la loro religione. Lo stesso vale per i capitalisti ebrei. Nonostante la loro avarizia e la loro propensione al culto del denaro, continuano a spendere generosamente per gli interessi ebraici, sia prima sia dopo la fondazione dello Stato d’Israele. Non è dunque possibile che i musulmani facoltosi facciano meno. Essi sanno che il proprietario delle ricchezze è Allah. Devono quindi spendere questi beni sulla via di Allah, e per questo Allah l’Altissimo li ricompenserà.
Vorrei mettere in luce un aspetto importante riguardo alla beneficenza materiale. Tra i musulmani vi sono molti individui ricchi, onesti e sinceri, desiderosi di spendere le proprie ricchezze per ottenere il compiacimento di Allah. Essi fanno elemosine con mano generosa. Tuttavia, devono sapere come e per quale scopo spendere il loro denaro.
Il campo più appropriato per spendere questo denaro è costituito dalle attività islamiche. Perciò coloro che sono in grado di fare beneficenza devono comprendere che non è importante soltanto spendere denaro: la cosa importante è spenderlo nel modo giusto. A questo proposito è indispensabile stabilire un ordine di priorità, determinando quale settore sia più importante ora e quale campo diventi urgente nella fase successiva, e organizzando di conseguenza i settori di spesa. È davvero deplorevole che la maggior parte dei musulmani ricchi, soprattutto coloro che spendono denaro per opere di pubblica utilità, mostri generalmente interesse a fare beneficenza soltanto per la costruzione di moschee o di istituzioni religiose di questo genere. Per questa ragione, tra gli operatori del movimento islamico vi sono grande risentimento e molte lamentele.
L’Organizzazione islamica della daʿwa in Africa ha sollevato questa lamentela. Anche il dottor Muḥammad Nāṣir e i suoi collaboratori, associati al Consiglio supremo per la daʿwa islamica dell’Indonesia, hanno espresso la stessa lamentela. Lamentele dello stesso genere provengono anche da coloro che lavorano alla diffusione e alla promozione degli ideali e degli insegnamenti islamici per contrastare il secolarismo, il marxismo e le altre ideologie.
Gli esperti e i sostenitori devoti legati al movimento islamico e alla daʿwa hanno concordato che esistono alcuni ambiti di lavoro più importanti della costruzione di moschee. Uno di questi è la formazione delle persone: persone che costruiscono la civiltà, portano il successo nell’attività di daʿwa, avanzano sospinte dalla speranza, costruiscono moschee e procedono passo dopo passo nello sforzo di edificare varie istituzioni secondo il modello islamico.
La creazione di un centro per ampliare le attività di daʿwa dell’Islam e suscitare consapevolezza tra i musulmani costituisce uno dei primi programmi per avvicinarsi ad Allah e servire adeguatamente l’Islam. Spendere denaro per questa causa merita la priorità, e un musulmano può certamente ottenere il compiacimento di Allah attraverso opere nobili. Un centro di questo tipo contribuirà a far giungere ai giovani musulmani la daʿwa dell’autentico ideale islamico, a purificare le loro concezioni e a riformare la loro condotta. Attraverso campi educativi, seminari, incontri di discussione e vari altri mezzi e metodi, questo centro potrà contribuire a suscitare nei giovani attrazione ed entusiasmo per l’Islam.
Un corpo di operatori del movimento islamico adeguatamente formati, altamente competenti, colti, raffinati e dotati di conoscenze religiose e mondane, con mezzi di sostentamento sufficienti, sarà in grado di svolgere i propri doveri con piena dedizione e nel modo appropriato. Considereranno peccato trascurare questo dovere e riterranno che il compimento di questa nobile opera meriti una ricompensa da parte di Allah e la lode della gente. In realtà, per questo programma, oltre al denaro e al tempo, sono necessari sforzi incessanti per attuarlo.
Attività delle donne
Fin dall’inizio del lavoro di daʿwa, il movimento islamico si è concentrato sulle donne. L’Imam Hasan al-Banna fondò un’organizzazione femminile chiamata «Al-Akhawat al-Muslimat» e affidò loro il compito di diffondere la daʿwa tra le donne musulmane e di formare un gruppo di donne che, partecipando agli sforzi dell’Ikhwan al-Muslimin impegnati a stabilire la religione di Allah sulla terra, ne fosse di sostegno. Le donne di questa organizzazione svolsero un ruolo significativo. Sopportando molte sofferenze, svolsero un ruolo efficace nell’assistere le famiglie dei membri dell’Ikhwan al-Muslimin detenuti e nel fornire loro aiuti alimentari e finanziari, un contributo degno di nota. Adempiِrono a questo incarico rischioso ignorando il pericolo di essere molestate dagli uomini dei servizi segreti. Diverse di loro dovettero affrontare sofferenze estreme. Una di esse fu Zaynab al-Ghazali.
Mancanza di attività islamiche tra le donne
Tuttavia, dobbiamo ammettere che il lavoro islamico tra le donne non ha ancora raggiunto il livello desiderato, sebbene la daʿwa sia già giunta alle donne, in particolare alle studentesse universitarie e delle scuole secondarie.
Sebbene siano trascorsi sessanta o settant’anni dall’inizio del movimento, non si è formata nessuna vera leader donna capace di affrontare da sola e con competenza il secolarismo e il marxismo. Questa situazione è il risultato dei continui tentativi degli uomini di controllare il movimento delle donne. Gli uomini non hanno mai dato alle donne l’opportunità di manifestare le proprie qualità e caratteristiche né di dimostrare il proprio talento e la propria capacità di leadership. Se ne avessero avuto l’opportunità, le donne avrebbero potuto dimostrare di essere capaci di assumersi la responsabilità del proprio lavoro senza il dominio degli uomini.
Condizioni del successo
Credo che il lavoro islamico delle donne avrà successo se il movimento islamico riuscirà a creare una leadership islamica femminile nei campi della daʿwa, del pensiero, della scienza, della letteratura e dell’istruzione.
Non ritengo che sia un compito impossibile o difficile. Come esistono uomini dotati, esistono anche donne talentuose. L’eccellenza non è monopolio degli uomini. Il Sacro Corano non ci ha narrato senza motivo la storia in cui un popolo giunse sulla soglia del successo sotto la guida saggia e coraggiosa di una donna. Ella era la regina di Saba. Questa storia, riguardante la regina e il profeta Salomone, pace su di lui, è narrata nella sura an-Naml.
All’Università del Qatar ho constatato che, negli studi, le ragazze sono molto migliori dei ragazzi. Anche i miei colleghi universitari la pensano allo stesso modo. Ciò è particolarmente vero perché le ragazze hanno più tempo dei ragazzi da dedicare allo studio. I ragazzi, invece, sono occupati in attività inutili.
Diffusione dell’ atteggiamento intransigente
Desidero dire francamente che nel movimento islamico prevale un atteggiamento intransigente riguardo ai rapporti tra uomini e donne. Su questo tema sono state adottate prospettive così rigide quali non si erano mai viste prima. Ho osservato esattamente questo tipo di impostazione in numerose conferenze e simposi, persino in Europa e in America. A metà degli anni Settanta partecipai per diversi anni consecutivi alle conferenze annuali dell’Associazione degli studenti musulmani degli Stati Uniti e del Canada. Qui sia le donne sia gli uomini partecipavano a discorsi e dibattiti. Prendevano parte a commenti, domande e risposte e discussioni su ogni importante questione islamica. Tra queste rientravano questioni teoriche, sociali, educative e politiche. Nelle sessioni riservate esclusivamente alle donne si discuteva soltanto di questioni femminili.
Negli anni Ottanta partecipai ad alcune conferenze negli Stati Uniti e in Europa e constatai che le donne venivano tenute lontane da gran parte dei temi centrali degli interventi e dei dibattiti importanti. Diverse donne si lamentavano di provare monotonia nell’ascoltare continuamente discorsi incentrati sul ruolo, sui diritti, sui doveri e sulla dignità delle donne nell’Islam. La ripetizione di questi discorsi sembrava loro una sorta di punizione imposta. In diverse conferenze criticai aspramente questa prospettiva e dissi che, nel culto e nell’acquisizione della conoscenza religiosa, la regola è che tutti partecipino. Nell’Islam non è mai esistita una moschea riservata esclusivamente alle donne, alla quale gli uomini non partecipassero. Quando il Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui, impartiva ammonimenti in un’assemblea, erano presenti anche le donne. Partecipavano insieme agli uomini alle preghiere congregazionali del venerdì, delle due feste e alle altre preghiere, oppure erano almeno presenti. Le donne ponevano domande sulle questioni che le riguardavano intimamente. Non si astenevano dal conoscere le norme religiose adducendo come scusa la loro naturale timidezza. La stessa ʿAʾisha, che Allah sia soddisfatto di lei, lo ha affermato.
Nei libri di hadith si trovano numerosi esempi di donne che ponevano domande al Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui. Tra queste vi sono domande che le donne ponevano esclusivamente su questioni femminili, mentre alcune donne ponevano domande anche a nome di tutte le donne. Per esempio, una donna disse: «O Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui, le donne mi hanno mandato da te.»
Le donne chiesero anche al Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui, di riservare loro un giorno e un momento separati, affinché potessero parlare apertamente e in privato di qualsiasi questione senza la presenza degli uomini. In questo modo, oltre all’istruzione generale impartita insieme agli uomini, alle donne fu accordato un ulteriore privilegio speciale.
Nelle attività problema
Il problema delle attività islamiche delle donne è che sono guidate dagli uomini, non dalle donne. E gli uomini si adoperano per mantenere la propria autorità in questo campo, perché non vogliono vedere l’ascesa della leadership femminile. Nel lavoro islamico delle donne, gli uomini impongono la propria autorità persino nelle riunioni e nelle assemblee femminili. Approfittando della timidezza delle donne, non permettono mai loro di assumere la guida delle proprie attività. Di conseguenza, nel processo del movimento islamico, le donne non hanno alcuna possibilità di dimostrare il proprio talento e le proprie capacità, né di completare la propria esperienza e il proprio impegno. Non hanno neppure l’opportunità di apprendere qualcosa dall’ampio campo educativo della vita attraverso la conoscenza, la perseveranza e le esperienze che ne derivano.
Naturalmente, anche le nostre sorelle musulmane non sono del tutto esenti da colpe. Anche loro hanno lasciato nelle mani degli uomini le proprie preferenze e avversioni e, soddisfatte degli agi e delle comodità, si sono sottomesse a questa situazione dolorosa. È giunto il momento di aprire la porta all’impegno, di adottare misure per ampliare il lavoro di da‘wa e di mettere a tacere quelle voci femminili autoproclamatesi esperte dei principi, degli ideali, delle norme e dei valori della umma musulmana. Per quanto alte possano essere queste voci, esse rappresentano soltanto un gruppo minoritario sconfitto e calpestato. Non hanno alcun valore in nessun campo della religione o della vita mondana.
Nel 1989 fui invitato a tenere una conferenza alle studentesse dell’università in Algeria. Dopo la conferenza, come di consueto, rispondevo alle domande scritte e orali delle studentesse. Erano presenti anche alcuni giovani. Un giovane, di propria iniziativa, raccoglieva le domande, sceglieva da solo a quali rispondere e quali escludere, e me le sottoponeva. Obiettai a questo suo ruolo e dissi: perché non è una studentessa a svolgere questo compito a nome delle sue compagne?
Dissi: perché voi ragazzi vi intromettete nelle questioni delle ragazze? Fatevi da parte. Lasciate che siano loro a svolgere il compito a modo loro. Siano loro a selezionare le domande e a decidere a quali si debba rispondere, e sia una di loro a leggerle ad alta voce.
Fu come se avessi tolto un enorme peso dal cuore delle ragazze. Una studentessa si fece subito avanti e assunse il ruolo che fino a quel momento aveva svolto il giovane che mi aveva accompagnato.
Un episodio analogo si verificò durante un congresso studentesco musulmano tenutosi a Manchester, in Gran Bretagna, nell’inverno del 1990. Dopo la mia conferenza rivolta alle donne musulmane, era prevista una sessione di domande e risposte. Anche lì un giovane zelante si assunse il compito di raccogliere e selezionare le domande. Gli dissi chiaramente: non hai alcun motivo di restare qui. È sufficiente che questo compito venga svolto da una delle ragazze. Le ragazze hanno infatti il diritto di gestire autonomamente le proprie attività. Ma quel giovane gentiluomo mi disse che, secondo il regolamento del luogo, quel compito era stato affidato a lui e che quindi non poteva rinunciarvi. Diede la sua spiegazione, e io dovetti accettarla.
Le sorelle d’Egitto e d’Algeria presentano un’altra lamentela. Quando una donna attiva nel movimento islamico, diventata nota attraverso il movimento, sposa un uomo attivo nel movimento, accade che egli non si limiti a vietarle di partecipare al movimento, ma la costringa anche a restare in casa. In questo modo spegne una fiaccola che un tempo indicava a un’altra donna musulmana la via della luce.
Sono diventati eventi così comuni che una ragazza algerina impegnata nel movimento islamico una volta mi scrisse per chiedermi se fosse haram per lei rifiutare il matrimonio per evitare situazioni del genere. Infatti, molte sorelle hanno scelto di allontanarsi dal movimento e dalle attività di da‘wa e di condurre una vita oziosa, proprio in un momento in cui le donne comuniste, secolariste e liberali lavorano per i propri interessi.
Obiezione e confutazione
Gli estremisti potrebbero chiedere: come possiamo affidare alle donne musulmane responsabilità di leadership, affinché svolgano un ruolo attivo nel movimento islamico e dimostrino la loro presenza nelle attività islamiche, quando il Sacro Corano ha ordinato loro di rimanere nelle loro case: e rimanete nelle vostre case e non mettetevi in mostra come ai tempi dell’ignoranza (Sura Ahzab: 33)।
In risposta alle domande di questi fratelli eccessivamente zelanti, vorrei dire che questo versetto si rivolge alle consorti del Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui. Esse godevano di uno status speciale che le altre donne non avevano. Per loro esistevano restrizioni che non si applicavano alle altre donne. L’Onnipotente Allah dice loro nel Nobile Corano: O consorti del Profeta! Voi non siete come le altre donne (Sura Ahzab: 32)।
Tuttavia, questo versetto non poté impedire ad Aisha, che Allah sia soddisfatto di lei, di recarsi alla Battaglia del Cammello. Secondo la sua convinzione, partecipò a quella battaglia per adempiere al dovere di integrità in politica. Due anziani compagni del Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, le offrirono il loro sostegno. Questi due compagni erano stati designati per il califfato ed erano tra coloro ai quali era stata annunciata la buona novella dell’ingresso in Paradiso. Secondo quanto narrano gli storici, il successivo rammarico di Aisha, che Allah sia soddisfatto di lei, per quella situazione non derivava dal fatto che fosse illecito uscire di casa, bensì dal fatto che la sua posizione politica non fosse corretta. Che Allah la perdoni e conceda pace alla sua anima.
Ma, esaminando l’opinione di coloro che sostengono che tutte le donne siano destinatarie di questo versetto, vediamo che esso non significa che le donne debbano rimanere in casa e che sia loro vietato uscire. Infatti, il Corano prescrisse in questo modo la reclusione domestica come punizione per quelle donne il cui adulterio fosse stato provato da quattro testimoni. Questa norma rimase in vigore prima dell’introduzione della severa pena prescritta nel Corano e negli hadith, la pena hudud (pena capitale). L’Onnipotente Allah dice: «E prendete quattro testimoni tra voi contro quelle delle vostre donne che commettono adulterio. Se rendono testimonianza, tenetele confinate nelle case finché non sopraggiunga loro la morte o Allah stabilisca per loro un’altra via(Sura an- Nisāʾ: 15)।
E inoltre il comando di Allah: «Non mettetevi in mostra come nell’epoca dell’ignoranza(Ahzab: 33). Qui si indica che è lecito alle donne uscire vestite con abiti decorosi, senza ostentare il proprio splendore. Non è vietato a una donna adornarsi in casa, poiché le è consentito abbellirsi come desidera tra le mura domestiche. Le viene soltanto ordinato di evitare ornamenti appariscenti quando esce di casa per recarsi sulle strade, nei mercati o in qualsiasi altro luogo.
Quartocapitolo
Islamico movimento: nell’istruzione e nella formazione
Formazione alla luce della fede
Per qualsiasi movimento islamico, l’istruzione e la formazione costituiscono la strategia fondamentale e indispensabile per realizzare un cambiamento della situazione attraverso un cambiamento tra la popolazione. L’obiettivo fondamentale del programma educativo dovrebbe essere la formazione di un gruppo d’avanguardia musulmano, che contribuisca a portare avanti l’opera dell’Islam. Come erano i Compagni del Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui, nella sua epoca, così è per noi, in quest’epoca, l’importanza del gruppo d’avanguardia.
La prima qualità richiesta ai membri di questo gruppo d’avanguardia sarà la fede. Intendo la fede descritta nel Corano e nella Sunna, la fede che comprende più di settanta rami e diramazioni relativi ai valori e all’etica; la fede sulla quale sono state compilate numerose opere. La fede, infatti, non nasce da un capriccio o dall’immaginazione. La fede scaturisce dal cuore ed è dimostrata dalle azioni o dalle opere.
Pertanto, la fede non significa soltanto una conoscenza intellettuale che non fa giungere la luce al cuore né scuote la forza di volontà. Né significa assimilare termini come Allah, il Signore, la religione e il culto; il tawḥīd, il ṭāghūt e la jāhiliyya. Non significa sentirsi orgogliosi di aver acquisito, semplicemente imprimendo tali concetti nella mente, le caratteristiche che devono possedere i veri credenti. In realtà, queste sono la fede suprema e assoluta. La fede non significa cimentarsi con gli altri in dispute argomentative e polemiche verbali sulle parole e sulla terminologia.
Né le argomentazioni né le dispute verbali risveglieranno una fede come quella con cui i maghi del Faraone credettero nel Signore di Mosè e di Aronne, o come quella con cui i Compagni del Messaggero di Allah credettero nella Parola di Allah. La fede necessaria è quella fede di primo rango descritta nel Corano e nella Sunna. A questo proposito sarà sufficiente citare il versetto del Sublime Corano in cui Allah l’Altissimo, rispondendo agli arabi beduini che dicevano «Crediamo», afferma che la fede non era entrata nei loro cuori. Allah l’Altissimo nella sura al-Hujurat 15 ° versetto dice: «Sono credenti soltanto coloro che hanno creduto in Allah e nel Suo Messaggero, poi non hanno nutrito dubbi e hanno combattuto con i loro beni e le loro vite sulla via di Allah; essi sono i sinceri.»
È stato narrato da Anas, che Allah sia compiaciuto di lui, che il Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui, disse: «Chi possiede queste tre qualità potrà gustare la dolcezza della fede: amare Allah e il Suo Messaggero più di ogni altra cosa, amare qualcuno soltanto per Allah e odiare il ritorno alla miscredenza dalla quale Allah lo ha salvato, così come si odia essere gettati nel Fuoco dell’Inferno» ((al-Bukhari e Muslim)।
Per la gente comune che segue un leader, una mezza obbedienza o persino un quarto di obbedienza può essere sufficiente; tuttavia, il gruppo d’avanguardia del movimento islamico deve possedere una fede autentica. La loro fede non può mai essere diminuita o carente.
L’Imam Hasan al-Banna diceva ai suoi discepoli: «Datemi dodicimila credenti, e attraverserò le montagne, solcherò i mari e conquisterò i paesi.» [Imam Banna r.. sembra aver tratto, questo significato, da, un hadith, inserito nelle raccolte di al-Hakim un hadith inserito nelle raccolte di cui ha tratto questo significato। In questi hadith Ibn Abbas è citato e si narra che, un gruppo di dodicimila credenti è imbattibile anche se, questo numero sembra piuttosto esiguo। Il Messaggero di Allah s.. è l’autorità attraverso cui questo hadith è stato narrato .।] È sufficiente questo numero per realizzare le aspirazioni della Ummah islamica? Io dico: sì, è possibile. Con dodicimila veri credenti potremo raggiungere l’obiettivo desiderato. Ma dirò anche che non sarà possibile riuscire nell’impresa con ventiquattromila credenti a metà o quarantottomila persone che credono per un quarto. Né sarà utile un gruppo di credenti il cui numero imponente potrebbe lasciare chiunque sbalordito, ma che, al momento del bisogno, non servirebbe a nulla.
Vogliamo credenti come gli Anṣār di Medina, che si univano in gran numero in tempo di guerra, ma al momento della spartizione del bottino se ne vedevano ben pochi.
Coloro che sono numerosi ma praticamente inutili sono come la schiuma prodotta da una violenta corrente d’acqua[Thawban narrato da il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui). in un hadith è menzionato: è stato riportato: Verrà un tempo in cui verrà quando da ogni direzione da diverse nazioni vi circonderanno e vi sconfiggeranno e vi sottometteranno .। Proprio come la gente affamata si precipita sul cibo nel piatto gettandovisi avidamente sopra.। Al Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui). fu chiesto e fu domandato:, rispetto ai nemici in confronto a i musulmani per numero sono pochi a causa del fatto di essere proprio perché forse accadrà così sarà così?? Egli rispose:, No,; i musulmani in quel tempo saranno come la violenta corrente d’acqua che produce schiuma e saranno come deboli schiuma.। I vostri cuori diventeranno deboli e si indeboliranno, e i vostri nemici non avranno più paura di voi né saranno terrorizzati da voi .। La ragione è che avrete in voi l’attaccamento al mondo e verso di esso e l’odio per la morte e verso di essa।]e non varranno più di essa. Anche se fossero milioni e milioni, non saranno mai degni di appartenere all’avanguardia del movimento. L’educazione e la formazione fondate sulla fede o ispirate alla parola di Allah sono il prerequisito per formare una generazione che difenda gli interessi dell’Islam. È di questo gruppo che l’Altissimo Allah ha parlato nel Sacro Corano: «O credenti! Chiunque tra voi rinunci alla propria religione, l’Islam, Allah farà sorgere presto una comunità che Egli amerà e che Lo amerà. Saranno umili e miti verso i credenti, severi verso i miscredenti; combatteranno sulla via di Allah e non temeranno il biasimo di alcun censore. Questo è il favore di Allah, che Egli concede a chi vuole; in verità Allah è Colui che non ha bisogno di nulla, l’Onnisciente».(Sura al-Māʾida: 54)।
Autentica educazione sufi religiosa
È necessaria un’autentica educazione sufi basata sul Corano e sulla Sunnah. Un’educazione di questo tipo contribuisce alla formazione di un carattere sufi, che antepone Allah alle Sue creature, l’Aldilà alla vita terrena e il conseguimento degli obiettivi religiosi alla soddisfazione dei propri desideri.
Sebbene alcuni lo ritengano, non tutto il tasawwuf (sufismo) è cattivo. Neppure tutti i sufi sono traviati, benché molti lo sostengano per ignoranza o per mancanza di una corretta comprensione. I sufi sono un gruppo al pari degli altri gruppi. A questo proposito, Shaykh al-Islam Ibn Taymiyyah scrisse in un suo trattato intitolato «Al-Fuqarāʾ»: tra i sufi troverete persone rette e persone traviate. Alcuni di loro corrompono il proprio nafs, altri seguono una via mediana, e ve ne sono anche di estremamente virtuosi per grazia di Allah.
Respingiamo certamente tutte le teorie errate del tasawwuf filosofico, come l’hulūl (la dottrina dell’incarnazione divina) e l’ittiḥād (nel senso di un’unione spirituale con Allah), le varie affermazioni dei sufi traviati riguardo ai presunti conseguimenti spirituali e il sufismo opportunistico finalizzato al guadagno. Desideriamo un sufismo puro di questo genere, i cui esempi migliori sono i venerabili sufi, come al-Hasan al-Basri, al-Fudayl ibn Iyad, Ibrahim ibn Adham, Abu Sulayman al-Darani, Abul-Qasim, al-Junayd e altri.
Desideriamo un sufismo che segua la via mediana del Corano e della Sunnah, un sufismo che attribuisca importanza alla purificazione del cuore e nel quale non vi sia spazio per i vari esercizi degli arti del corpo. Il tasawwuf guarda alla realtà interiore prima che all’aspetto esteriore. In un hadith autentico è detto chiaramente: Allah non guarderà i vostri corpi né i vostri volti, ma guarderà i vostri cuori ((Muslim)।
Desideriamo quel sufismo che elimini le malattie dell’animo, chiuda le vie d’ingresso di Satana nel cuore e impedisca la tendenza del cuore umano a soddisfare le proprie brame, affinché l’uomo abbandoni i peccati e acquisisca autentici valori morali e la virtù.
Un sapiente ha descritto il sufismo così: il sufismo consiste nell’essere sinceri verso Allah e benefici per gli uomini. L’Onnipotente Allah dice: «In verità Allah è con coloro che Lo temono e con coloro che sono virtuosi (Sura al-Nahl: 128)।
L’Allama Ibn al-Qayyim, citando i sufi dei primi tempi, ha detto: «Il sufismo consiste nella buona condotta; se qualcuno ti supera nella buona condotta, allora è migliore di te». Commentando ciò, Ibn al-Qayyim ha detto: «No, la religione consiste nella buona condotta; se qualcuno ti supera nella taqwa e nella pietà, allora, dal punto di vista della religione, è più virtuoso di te». A questo proposito basta ricordare un hadith del Messaggero (pace e benedizioni su di lui): «Sono stato inviato come portatore del messaggio per perfezionare la moralità(Bukhari)।
Importanti quattro questioni
Nell’ambito dell’educazione, dobbiamo concentrare l’attenzione su quattro questioni:
a.. Sincera intenzione
La prima questione importante consiste nel purificare la propria intenzione. Si deve agire esclusivamente per ottenere il compiacimento di Allah, non per acquisire ricchezza, potere, il favore della gente o per conseguire qualche altro scopo nascosto nel profondo del cuore.
L’opera dell’Islam consiste nell’adorazione e nel jihad. L’adorazione è benefica solo quando viene compiuta esclusivamente per Allah, con un’intenzione sincera. Allah l’Altissimo dice: «Non è stato loro ordinato se non di adorare Allah e di non adorare nessun altro che Lui» ((Sura al-Bayyinah: 5)।
Il jihad sulla via di Allah è autentico solo quando viene compiuto con un’intenzione sincera, mirando esclusivamente a elevare la parola di Allah. Egli non accetta un’opera compiuta per uno scopo diverso da Allah, né un’opera nella quale sia presente, nella fede, la partecipazione di qualcun altro. Per questo l’Imam Hasan al-Banna scelse come primo slogan: «Allah è il nostro obiettivo», per sottolineare che il compiacimento e la ricompensa di Allah sono il nostro obiettivo supremo e più desiderato.
Possiamo dire che vogliamo instaurare una società islamica. Vogliamo uno Stato islamico o un sistema di governo islamico, oppure lavoriamo per restaurare un sistema di vita islamico integrato o per raggiungere qualche altro obiettivo a breve o a lungo termine. Tuttavia, il nostro obiettivo generale sarà ottenere il compiacimento di Allah, affinché Egli ci annoveri tra i Suoi servi virtuosi. Ogni operatore islamico dovrebbe ricordare questi due versetti: «Di’: in verità, la mia preghiera, il mio sacrificio, la mia vita e la mia morte appartengono ad Allah, Signore dei mondi. Egli non ha associati. Così mi è stato ordinato e sono il primo tra coloro che si sottomettono» (Sura al-’Anʿām: 162–-163)।
Gli sforzi di coloro che aspirano alla fama e alla notorietà non riescono a raggiungere alcun obiettivo. Secondo la narrazione di un hadith, la vittoria viene ottenuta grazie agli sforzi di coloro che sono benevoli, sinceri e cortesi; quando sono presenti non si nota la loro presenza, mentre quando sono assenti se ne avverte la mancanza, e i cui cuori sono lampade che illuminano il cammino di Allah (al- Hakim)।
b. Percepire la presenza di Allah
Il secondo tema su cui concentrare l’attenzione consiste nel percepire la presenza di Allah in qualsiasi attività, affinché in essa si rifletta adeguatamente l’eccellenza. Per questo, quando Jibril chiese al Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui, dell’eccellenza, egli rispose: «Il livello supremo dell’eccellenza consiste nell’adorare Allah come se Lo vedessi. E anche se tu non Lo vedi, Egli vede te».
Questo è il prerequisito di qualsiasi attività religiosa o mondana. L’eccellenza nell’operato è infatti un obbligo che ogni musulmano dovrebbe impegnarsi a conseguire. Allah ha esortato all’eccellenza in ogni cosa. Quando una persona si impegna a raggiungere l’eccellenza, non dovrebbe avere altra consapevolezza se non quella che Allah la osserva, ascolta ciò che dice e conosce tutto ciò che fa.
L’eccellenza è ancora più necessaria quando l’attività riguarda la religione, soprattutto quando è finalizzata alla da‘wa islamica e al movimento islamico, sia essa un obbligo individuale (fard ‘ayn) o un obbligo collettivo (fard kifaya). Nella da‘wa islamica e nel movimento islamico, gli operatori svolgono il proprio dovere al posto degli altri musulmani, che si limitano a trascorrere il tempo oziosamente e a osservare. Anzi, quando ne hanno l’opportunità, questi ultimi arrivano persino ad attaccare gli operatori islamici e a incitarli ad abbandonare questo lavoro religioso.
Non vi è alcuna carenza nella supervisione degli operatori islamici. Non è necessaria neppure un’ispezione amministrativa del loro lavoro, perché sono sottoposti all’autosupervisione e sono essi stessi i primi ispettori del proprio operato. Nei loro cuori rimane sempre viva questa parola di Allah: «Egli è con voi ovunque voi siate, e Allah vede tutto ciò che fate ((Sura al-Hadid: 4).)।
C.. Autocritica
Il terzo tema centrale consiste nell’autocritica (ihtisab). Se prima di iniziare un’attività la nostra intenzione è chiara e durante il lavoro nasce in noi la consapevolezza della presenza di Allah, questa è autocritica. Ed è proprio questa la responsabilità. È stato narrato in un hadith: «È intelligente chi rende conto a se stesso e si prepara a ciò che verrà dopo la morte; è invece impotente chi agisce secondo i desideri della propria nafs e poi fa affidamento su Allah» ((Tirmidhi).)।
È stato anche riferito che ʿUmar, che Allah si compiaccia di lui, disse: «Chiedi conto a te stesso prima che ti venga chiesto conto; pesa le tue azioni prima che siano pesate contro di te». Una frase di Maymūn ibn Mihrān recita: «È veramente consapevole di Allah colui che esamina il proprio nafs con maggiore severità di quanto un tiranno e un avaro esaminino i propri beni». La fonte di ciò è la parola dell’Altissimo: «Giuro per l’anima che si rimprovera» ((Sura al-Qiyāma: 2)।
L’iḥtisāb intensifica costantemente lo sforzo di correggere gli errori e rimuovere le debolezze. Di conseguenza, una persona si impegna sempre a raggiungere l’eccellenza ed evita l’abitudine all’autoelogio, all’arroganza e alla critica degli altri.
Nell’Islam, questo principio dell’autoesame è uno dei principi fondamentali in ambito morale ed educativo. Per questo, tutti i sufi e gli studiosi lo hanno considerato indispensabile.
Oggi le persone pronunciano spesso l’espressione «autocritica». Non c’è nulla di male nell’usare questa espressione. Il vero errore, tuttavia, consiste nell’accettarla nel suo significato corrente e nel considerarla presa in prestito da altri. Infatti, l’autocritica non è altro che l’esame di se stessi. Ed essa è fondamentalmente indicata dal Corano, dalla Sunna e dalla nostra cultura.
d.. tawakkul su Allah
Il quarto tema centrale consiste nell’avere fiducia in Allah (tawakkul). È un’arma spirituale che trasforma la debolezza in forza. È l’arma con cui il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) ha affrontato i tiranni di varie nazioni. La loro tirannia non lo ha mai spaventato, né i loro complotti sono riusciti a indebolirlo. L’Altissimo dice: «E perché mai non dovremmo confidare in Allah, quando Egli ci ha guidati sulla via che seguiamo? Sopporteremo con pazienza le sofferenze che ci avete inflitto; e in Allah devono riporre la loro fiducia coloro che sono pazienti» (Sura Ibrāhīm: 12)।
Affidarsi ad Allah significa accettarLo come guida, obbedire ai Suoi comandi e fare affidamento esclusivamente su di Lui. A questo proposito Allah l’Altissimo dice: Egli è il Signore dell’Oriente e dell’Occidente. Non vi è divinità all’infuori di Lui. Prendete dunque Lui come garante dei vostri affari (Sura (Sura al-Muzzammil: 9)।
Tuttavia, si dovrebbe accettare Allah come garante dei propri affari solo dopo essersi preparati e aver adottato ogni misura precauzionale; quindi bisogna andare avanti confidando che Allah non ci abbandonerà. Affidarsi ad Allah non deve in alcun modo significare che una persona trascuri il proprio lavoro, abbandoni le strategie stabilite per raggiungere il proprio obiettivo, mostri indifferenza verso le norme e le regole consentite, oppure attenda di raccogliere il raccolto senza aver seminato né essersi presa cura del campo. Il tawakkul significa ciò che fecero il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) e i profeti e messaggeri precedenti. Significa fare tutto il possibile, confidando in Allah, credendo fermamente nella Sua promessa e sperando nel Suo sostegno, e poi affidare il risultato ad Allah.
Il Profeta (pace e benedizioni su di lui) adottò le migliori precauzioni in vista dell’Egira. Tuttavia, i miscredenti raggiunsero la grotta in cui si era nascosto. Quando Abu Bakr (che Allah sia soddisfatto di lui) disse: «Se uno di loro guardasse sotto i propri piedi, certamente ci vedrebbe», il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) disse: «O Abu Bakr, cosa pensi di due persone con cui è un terzo? Egli è Allah.» Nella Sura at-Tawba, versetto 40, è detto: Non essere triste né impaurito; in verità Allah è con noi.
Questo disse anche il profeta Mosè (pace su di lui) al suo popolo quando il Faraone lo inseguiva con il suo esercito. Il popolo di Mosè rimase intrappolato tra il mare davanti a sé e l’esercito del Faraone alle sue spalle. Allah dice: «Quando i due gruppi si videro l’un l’altro, i compagni di Mosè dissero: “Siamo certamente raggiunti da loro”. Mosè disse: “No, mai! In verità, il mio Signore è con me. Egli ci guiderà»(Sura ash Shu’ʿarā: 61–-62)।
Ciò di cui abbiamo veramente bisogno è una fede di questo genere, salda. Dobbiamo affrontare i discendenti del Faraone e di Abu Jahl, fortificati dalla convinzione che Allah è con noi. Coloro con i quali Allah è non possono fallire. Nel Sacro Corano è detto: «Se Allah vi aiuta, nessuno potrà prevalere su di voi. Ma se Egli non vi aiuta, chi mai, dopo di Lui, potrà soccorrervi? È in Allah soltanto che i credenti devono confidare»(Sura Āl ʿImrān: 160)।
Appropriato dell’azione L’importanza
Nel costituire il necessario gruppo d’avanguardia, dobbiamo garantire il coordinamento di due elementi: la sincerità dell’intenzione e la correttezza dell’azione.
In ogni attività islamica sono indispensabili un’intenzione pura e una buona volontà. Infatti, ogni attività islamica equivale a un atto di culto e al jihad. Abbiamo già detto che nessun atto di culto o jihad sarà accettato se non è compiuto secondo modalità corrette. Per questo i nostri ulema hanno attribuito grandissima importanza all’hadith del Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui): «Il valore, o la misura, delle azioni viene determinato esclusivamente in base alle intenzioni». Nel complesso, gli ulema ritengono che l’intenzione costituisca un quarto dell’Islam, un terzo dell’Islam o persino la metà dell’Islam.
Tuttavia, per portare avanti il movimento islamico attraverso tempeste e bufere, la sola intenzione non è sufficiente. Oltre a una sincera intenzione, si dovrebbe avere la capacità di distinguere tra ciò che è corretto e ciò che è scorretto, persino di stabilire quale, tra due opinioni, sia la più corretta, e di scegliere il meno cattivo tra due mali o il migliore tra due beni. Si dice che è intelligente colui che sa riconoscere il bene dal male, e saggio è colui che sa riconoscere’quale sia il meno cattivo tra due mali.।
In effetti, un musulmano deve cercare di sapere quale sia la cosa giusta. Se, dopo essersi impegnato, qualcuno commette un errore, sarà perdonato e persino ricompensato. A questo proposito, in un hadith si narra che, se qualcuno, dopo aver cercato di conoscere la verità, giunge comunque a una decisione errata, riceverà una ricompensa; mentre chi, dopo essersi impegnato, trova la retta via, riceverà una ricompensa doppia: una per il suo impegno e l’altra per la decisione corretta. La promessa di una ricompensa doppia per la decisione corretta è dovuta al fatto che lo scopo costante di coloro che si impegnano deve essere conoscere la «verità autentica», affinché tutti i credenti saggi possano concentrare il loro impegno proprio sulla conoscenza della verità autentica. A questo punto desidero soffermarmi su due questioni.
Innanzitutto, coloro che saranno ricompensati per il loro impegno devono essere anzitutto qualificati a intraprendere tale sforzo; in altre parole, devono possedere almeno i requisiti minimi per esercitare il proprio discernimento intellettuale (ijtihad). Con il termine ijtihad non intendo qui il significato giuridico e tecnico attribuito nei libri di fiqh a questo tipo di sforzo, bensì lo sforzo intellettuale compiuto in un determinato ambito, che richiede conoscenze specialistiche. L’ijtihad in materia politica è certamente di natura diversa dall’ijtihad in ambito militare, economico o educativo, poiché ogni ambito richiede conoscenze specifiche.
Ma se qualcuno avvia una ricerca su una questione della quale non possiede una buona conoscenza, e formula un giudizio senza una conoscenza adeguata, commette un’ingiustizia contro se stesso, tratta ingiustamente la propria ricerca e danneggia la propria nazione. Non solo non riceverà alcuna ricompensa, ma meriterà una punizione per un peccato incontestabile. Infatti emette un giudizio pur essendo ignorante, come chi, pur non sapendo nuotare, si getta in acqua fingendo di nuotare. Per questo il Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui, ha detto: «I giudici sono di tre tipi: uno andrà in Paradiso, mentre gli altri due andranno all’Inferno. Il primo è il giudice che conosce la verità e giudica alla sua luce; perciò andrà in Paradiso. Il secondo giudice è ignorante, eppure emette un giudizio: andrà all’Inferno. Il terzo giudice conosce la verità, ma giudica ingiustamente: anch’egli sarà tra gli abitanti dell’Inferno» ((Abu Dawud, Tirmidhi, Ibn Majah, Nasa’i e al Hakim)।
In questo hadith, il giudice che emette un giudizio pur essendo ignorante e quello che emette un giudizio ingiusto pur conoscendo la verità sono posti sullo stesso piano. Infatti, egli si è coinvolto in un ambito nel quale non è esperto. In tal caso, sarebbe meglio ritirarsi da tale incarico e affidarlo a una persona qualificata per quella posizione.
Anche se un giudice di questo tipo compie l’azione corretta, non sarà ricompensato. Perché la cosa giusta è stata detta partendo da una posizione errata. Poiché tali azioni non si basano su un metodo appropriato, non hanno alcun valore. È stato narrato in un hadith: chi esprime un’opinione sul Corano senza conoscenza, anche se essa sembra corretta, sbaglia. [Abu Dawud e Tirmidhi hanno definito questo hadith «gharīb» perché è stato ‘narrato’ da un solo narratore, al- Nasa’i e altri lo hanno definito debole o «da’īf» .।] È come sparare con una mano inesperta.
Anche se il parere di un simile giudice fosse corretto, sarebbe considerato errato. Questo perché il suo ijtihad è stato formulato arbitrariamente, senza seguire rigorosamente alcun metodo o norma appropriata. Pertanto, non ci si può affidare a una decisione presa attraverso tentativi così casuali.
In secondo luogo, saranno ricompensati, e riceveranno persino una sola ricompensa, soltanto coloro che si impegnano strenuamente nella ricerca della verità e concentrano pienamente la propria attenzione sulla comprensione autentica e certa della questione. A tal fine, devono comprendere e utilizzare tutti i mezzi e gli strumenti disponibili per scoprire la verità, nonché tutti i dati e le informazioni ottenuti nel corso di tale ricerca. Devono inoltre consultarsi con le persone dotte, arricchendosi di opinioni corrette e di preziose esperienze. Tutto ciò li aiuterà a prendere decisioni corrette.
Futura leadership
Il problema del movimento islamico in molti Paesi è che le sue basi sono così ampie da mancare di una leadership capace di gestirle. Non c’è motivo di esitare ad ammetterlo.
La ragione di questa situazione è che il movimento islamico contemporaneo si è diffuso in tutto il mondo. In tutti i Paesi le sue radici si sono profondamente consolidate. Di conseguenza, la sua espansione procede gradualmente. Tuttavia, parallelamente a questa crescita, non si stanno formando leader adeguati sul piano ideologico, educativo e politico. L’attuale leadership deve prepararsi per la fase futura tenendo presente questa situazione.
La prima questione da considerare qui è la fedeltà al programma della da’wa. Pertanto, il sacrificio o il fatto di essere annoverati tra i primi partecipanti al movimento non costituiscono da soli le qualità richieste per la leadership del movimento islamico, sebbene tali qualità abbiano un valore proprio agli occhi di Dio e degli uomini. Il tipo di leadership necessario richiede che coloro ai quali sono affidate responsabilità direttive possiedano particolari capacità intellettuali, psicologiche e pratiche. Queste caratteristiche devono aggiungersi ai consueti prerequisiti morali, comportamentali e di fede.
Con il termine leadership non intendo riferirmi alle posizioni di vertice del movimento. Intendo piuttosto quel gruppo che ha la responsabilità di pianificare, attuare, dirigere e controllare il lavoro, ottenendo dai propri subordinati il massimo impegno possibile. Esso orienta il personale interessato da attività dannose verso processi costruttivi, dalle controversie alla piena operosità e dall’ozio al duro lavoro.
La leadership non è un diritto che dura per tutta la vita, né coloro che hanno assunto responsabilità direttive fin dall’inizio dovrebbero ostacolare il cammino dei nuovi leader pensando che soltanto la morte possa privarli di tale diritto. In tal modo si impedirebbe a persone giovani, talentuose e capaci di accedere alla leadership. Ci è stato sollecitato seguire come modello i califfi ben guidati, che erano stati nominati per un periodo indefinito. Nella situazione attuale dobbiamo abbandonare l’atteggiamento di scegliere qualcuno come leader per tutta la vita.
In realtà, questi precedenti storici non costituiscono una legge che l’umma debba osservare fino al Giorno della Resurrezione. Abbiamo discusso altrove questo argomento. Qui dobbiamo sottolineare soprattutto la necessità di preparare una leadership per la prossima fase, affinché leader saldi, onesti, affidabili e intelligenti possano assumere con certezza la guida del movimento. Dobbiamo formare una leadership in ambito ideologico, educativo e politico.
Dobbiamo riflettere seriamente su questa questione, adottare misure concrete ed efficaci e trasformare la teoria in pratica.
Istituto speciale per la formazione della leadership
Con questo obiettivo, propongo di fondare un istituto per formare una leadership islamica. Come studenti dell’istituto dovranno essere selezionati giovani di talento, dotati di convinzione e delle necessarie qualità intellettuali, psicologiche, comportamentali e spirituali. Questi studenti dovrebbero essere scelti sulla base delle raccomandazioni di persone competenti, capaci di valutare le qualità e le caratteristiche degli individui. Prima di reclutarli per la formazione presso l’istituto, si dovranno sottoporre anche a esami scritti e di base. Sarebbe preferibile che l’istituto fosse di tipo residenziale, affinché gli studenti vi vivano come una comunità. Gli elementi fondamentali della vita al suo interno saranno la religione, la conoscenza, le attività di daʿwa, la fratellanza e il jihad.
Il curriculum di questo istituto dovrebbe essere ampio, approfondito e multidisciplinare. Dovrà integrare la tradizione con le conoscenze e le scienze contemporanee, nonché unire, nel contesto islamico, la religione e le scienze umane. Al contempo, si dovrà attribuire la dovuta importanza alle questioni locali, arabe, islamiche e internazionali. A questo proposito, il curriculum dovrà dare rilievo allo studio e all’analisi dei circoli contrapposti alla nostra religione, all’umma e alla nostra avanzata. L’istituto realizzerà l’integrazione della conoscenza con l’azione e della teoria con la pratica.
Per impartire questo curriculum dovranno essere scelti docenti affidabili, altamente istruiti e dotati di maturità di pensiero e di fede. Questi docenti dovrebbero essere ben lontani sia dalla mollezza sia dalla severità. Dovranno possedere una mentalità coerente e integrata. Nessuno di loro dovrà considerare prive di valore le opinioni degli altri, né dovrà essere un esperto dell’Occidente o dell’Oriente, oppure appartenere alla sinistra o alla destra. Se lo fossero, introdurrebbero contraddizioni e confusione nel pensiero, ostacolando così il processo di formazione del carattere degli studenti.
Con ciò non intendo dire che questi eruditi docenti debbano essere copie identiche gli uni degli altri. Voglio soltanto dire che, sulle questioni principali, deve esserci un accordo tra il loro orientamento generale e la filosofia fondamentale adottata dall’istituto.
Ora discuterò alcune caratteristiche dell’ideale che intendiamo instaurare attraverso questa ambiziosa iniziativa.
Caratteristiche dell’ideale auspicato
Senza alcun dubbio o ambiguità, desidero affermare con forza una cosa: per i futuri leader del movimento islamico, oltre all’educazione basata sulla fede, è necessario predisporre anche una solida formazione ideologica, che costituisce la chiave fondamentale dello sviluppo morale. Si tratterà dell’educazione e della formazione fondate sul fiqh descritte in precedenza, necessarie per il movimento dei giorni a venire.
Per noi, la fede non è contraria alla ragione o all’intelletto. Al contrario, la fede si fonda sulla ragione ed è guidata da essa; nel Corano, i credenti sono descritti come persone intelligenti. Il Corano è una guida proprio per coloro che sono dotati d’intelletto e riflettono profondamente. Per gli eminenti intellettuali della umma, il fondamento della ragione è la conoscenza di tutte le rivelazioni ricevute per eredità. Infatti, senza la conoscenza della rivelazione non è possibile dimostrare l’esistenza di Allah né la validità della risāla.
Le direttive enunciate nel Corano costruiscono una mentalità razionale, che costituisce il fondamento dell’adorazione e respinge ogni superstizione e l’imitazione degli antenati o delle persone eminenti. [il mio libro ‘Il Profeta e la Conoscenza ’, pp. 38–40)]
Ideale scientifico
L’ideale sulla base del quale desideriamo predisporre l’istruzione e la formazione auspicate presenta alcune caratteristiche. Spetterà agli insegnanti comprenderle e attuarle. Tali caratteristiche dovranno inoltre essere esposte nel curriculum didattico.
In senso pienamente letterale, questa istruzione sarà basata sulla scienza. Con «basata sulla scienza» non intendevo riferirmi alla scienza teorica e applicata. Sebbene i musulmani debbano studiare tali discipline scientifiche. Ma si tratta di un ideale nel quale nessuna affermazione sarà accettabile senza prove, nessuna conclusione senza una premessa, nessuna testimonianza senza documentazione, né alcuna proposta se non completamente esente da dubbi.
Vogliamo, in ogni ambito della vita, un modo di pensare orientato alla scienza e una coscienza scientifica che ci guidino a valutare qualsiasi questione, problema, situazione e persona secondo un approccio scientifico e, liberi dall’influenza delle emozioni, dell’impulsività, dell’egocentrismo, degli interessi di gruppo e delle varie scuse quotidiane, ci consentano di prendere decisioni sagge e strategiche, con una mentalità scientifica, in economia, politica, istruzione e in tutti gli altri ambiti. I suddetti fattori avversi controllano in larga misura il nostro comportamento. Se una persona che prende decisioni si lascia guidare dai propri capricci o da quelli del suo gruppo, cercherà di compiacere il popolo facendo ciò che esso gradisce, invece di concentrarsi su ciò che è benefico per il popolo, la patria e il futuro della nazione nel suo complesso.
Nel mio ‘La soluzione islamica: un obbligo e un dovere’ ho messo in luce alcune caratteristiche fondamentali della coscienza scientifica, discutendo dell’autocritica nel movimento islamico. Ritengo necessario riproporre qui queste caratteristiche, non per il secolarismo importato, ma ponendo l’accento sulle necessità dell’umma.
È necessaria una coscienza scientifica
Le caratteristiche più importanti della coscienza scientifica sono:
1. Adottare una prospettiva obiettiva su questioni, situazioni e contesti diversi, senza prestare attenzione alla fonte da cui provengono. Hazrat ʿAlī, che Allah sia soddisfatto di lui, ha detto: non cercare di conoscere la verità attraverso gli uomini; conosci prima quale sia la verità, e allora riconoscerai facilmente le persone ad essa associate.
2. Dare importanza alla specializzazione. Nel Sacro Corano è detto: «Chiedete dunque alla gente esperta della Scrittura (Sura an-Nahl: 43), chiedete a colui che ne è informato (Sura al-Furqan: 59), e nessuno potrà informarti come Allah, l’Onnisciente (Sura Fatir: 14)।
La religione ha i propri specialisti, così come li hanno l’economia, la difesa e gli altri rami del sapere, soprattutto nella nostra epoca. Chi conosce la religione, la politica, l’economia e la difesa e dà la propria opinione su ogni questione, in realtà non sa nulla.
3. Bisogna avere interesse per l’autocritica, per il riconoscimento degli errori, per imparare da essi e per esaminare chiaramente le esperienze del passato. Bisogna tenersi lontani da una prospettiva compiaciuta di sé, poiché essa vede il passato soltanto come colmo di gloria e vittorie.
4. Applicare le strategie più moderne e migliori per garantire il successo e imparare dall’esperienza di tutti gli altri, compresi i nemici. La conoscenza è un bene perduto dei credenti: ovunque la si trovi, il credente ne ha più diritto di chiunque altro.
Esaminare e verificare ogni questione, fatta eccezione soltanto per le teorie religiose e ideologiche incontrovertibili, e accettarne i risultati senza considerare se siano a favore o contro qualcuno.
Non affrettarsi nel formulare decisioni e opinioni. Solo adottando il processo di elaborazione di una posizione dopo un’attenta valutazione alla luce dell’esame, della verifica e dell’analisi, nonché dopo un dialogo costruttivo con l’altra parte, emergeranno tutti gli aspetti positivi e negativi della questione in esame.
Valutare con la dovuta attenzione le opinioni di coloro che sostengono concezioni opposte nelle diverse questioni del fiqh e in tutti i rami del sapere. Finché esistono argomenti e prove pertinenti a ciascuna questione nel proprio ambito, essa dovrebbe essere risolta alla luce del Corano e della Sunna in modo da evitare le controversie. I nostri dotti hanno stabilito che non vi sono restrizioni riguardo alle opinioni fondate sull’ijtihad. Pertanto, chi esprime un’opinione fondata sull’ijtihad non dovrebbe essere considerato migliore degli altri. Tuttavia, attraverso l’ijtihad non si dovrebbe porre fine al dialogo costruttivo né alla verifica teorica e imparziale in un ambiente tollerante e sincero.
Metodo contrario alle teorie scientifiche
Semplificare eccessivamente questioni complesse, sminuire questioni gravi, prendere alla leggera problemi difficili o affrontare le questioni principali come persone ignoranti, con atteggiamenti e comportamenti da dervisci, è contrario al pensiero scientifico.
Mani invisibili e potenze straniere malvagie elaborano perfidi complotti e attendono pazientemente di spingerci verso la sofferenza, finché non siamo noi stessi a cadere nella trappola. In questa situazione cerchiamo il sentore di una cospirazione in ogni cosa e pensiamo di non avere la forza per affrontare queste cerchie malvagie. Pertanto, è meglio restare con le mani in mano. Questo atteggiamento mentale è dannoso per noi. In alcuni casi può essere vero, ma è sbagliato considerarlo una spiegazione universale. Una simile interpretazione del corso degli eventi storici è in realtà il risultato stesso di complotti e piani segreti. Che tali eventi siano politici, economici, sociali o culturali, giudicarli secondo la suddetta prospettiva ha due conseguenze negative:
Primo, se questo atteggiamento si rafforza, darà origine a una forma di fatalismo, come se non potessimo fare nulla contro queste diaboliche cospirazioni. Infatti, di fronte all’enorme potere finanziario e intellettuale di queste cerchie malvagie, siamo estremamente deboli e poco intelligenti. In questo modo diventiamo pedine degli scacchi. Un simile modo di pensare produrrà soltanto un atteggiamento mentale distruttivo, fatto di disperazione e sconfitta.
In secondo luogo, questa mentalità ci distoglie dall’autocritica e non suscita alcun interesse per un sincero tentativo di comprendere i difetti, porre rimedio ai problemi o esaminare a fondo fallimenti e colpe. Di conseguenza, ostacola anche il tentativo di individuare le cause della malattia e di curarla. Questa situazione persisterà finché riterremo che la causa della nostra debolezza, della nostra negligenza, della corruzione o della rovina sia una malvagia cospirazione straniera, e non il risultato delle nostre stesse azioni.
Spesso nutriamo una mentalità di questo tipo, mentre il Corano ci insegna che, quando ci troviamo di fronte a sventure, calamità e sconfitte, dobbiamo ritenere responsabili soltanto noi stessi. L’Onnipotente Allah dice: «Qualunque disgrazia vi colpisca, è conseguenza di ciò che le vostre mani si sono procurate; ed Egli perdona molte cose» ((Sura ash-Shūrā: 30)।
Nella battaglia di Uhud, i musulmani subirono una grave calamità, perdendo settanta dei loro valorosi combattenti. Eppure era stata proprio questa armata musulmana a conseguire una splendida vittoria nella battaglia di Badr. Quando si interrogarono sulle cause di ciò, Allah l’Onnipotente inviò loro questa risposta: «Come mai, quando vi ha colpito una disgrazia, nonostante voi ne aveste inflitta una doppia ai vostri nemici, avete detto: “Da dove viene questo?”. Di’: “Questa disgrazia viene da voi stessi”» ((Sura Āl ʿImrān: 165)।
Ideale realistico
In futuro, le caratteristiche dell’ideale scientifico che desideriamo per il movimento islamico saranno fondate sulla realtà, non illusorie né basate sui sogni.
Dell’ambizione e delle capacità equilibrio
Dobbiamo imprimere nella nostra mente una verità concreta: il nostro programma ambizioso dovrebbe essere proporzionato alle nostre capacità. Dobbiamo inoltre verificare che cosa vogliamo ottenere e quanto possiamo realmente ottenere. Non dovremmo aspettarci di conseguire qualcosa per cui non siamo preparati o per cui non disponiamo dei mezzi e degli strumenti necessari. Il Corano ha autorizzato un combattente a ritirarsi nel tentativo di attuare una strategia militare o con l’obiettivo di ricongiungersi al proprio esercito.
A un mujahid è consentito ritirarsi dal campo di battaglia soltanto quando la situazione non gli è favorevole a causa della presenza di un numero di soldati nemici superiore al doppio di quello dell’esercito musulmano. L’Onnipotente Allah dice: «Ora Allah ha alleggerito il vostro fardello e sa che vi è debolezza tra voi. Se dunque tra voi vi saranno cento uomini saldi, essi prevarranno su duecento; e se tra voi vi saranno mille uomini, per volontà di Allah prevarranno su duemila. Allah è con i pazienti» ((Sura al-Anfal: 66)।
Nella battaglia di Mu’ta, l’esercito romano era numericamente molte volte superiore a quello musulmano. Contro centocinquantamila soldati romani, i musulmani erano appena tremila. A causa di questa sproporzione tra il numero dei soldati dei due schieramenti, il brillante stratega Khalid ibn al-Walid decise di trasferire l’esercito musulmano in un luogo sicuro, invece di spingerlo ad affrontare una battaglia che avrebbe potuto essere suicida.
Quando egli tornò a Medina con il suo esercito, i giovani infuriati di Medina li accolsero lanciando pietre contro di loro e definendoli fuggiaschi. Ma il Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui, li sostenne dicendo: «No, saranno loro gli attaccanti, se Allah vuole».
È un comandante saggio colui che si prende cura dei propri soldati. Per questo, all’inizio del suo regno, Umar ibn al-Khattab, che Allah si compiaccia di lui, non era favorevole a una spedizione contro i Bizantini. A coloro che lo esortavano a intraprenderla disse: «Giuro su Allah, un solo musulmano mi è più caro dell’Impero bizantino e di tutti i suoi tesori».
Il musulmano saggio non si impegna in ciò che non è in grado di fare. A questo proposito l’Onnipotente Allah dice: Obbedite dunque ad Allah e temeteLo per quanto potete (Sura At-Taghābun: 16)।
È stato narrato in un hadith: a un musulmano non è stato concesso di umiliarsi. Fu chiesto al Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui): «Come può una persona umiliarsi, o Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui)?». Il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) rispose: «Caricandosi sulle spalle un peso che non può portare».
Il movimento islamico può facilmente commettere un errore: prendere decisioni importanti sotto l’impulso delle emozioni della gente comune. In alcuni Paesi, le masse musulmane spingono alcuni leader del movimento a scendere nella lotta politica. Essi vi si lanciano senza aver acquisito pienamente le capacità psicologiche, politiche e specialistiche necessarie a tale compito. Così facendo, si caricano sulle spalle un peso superiore alle proprie capacità. Il fallimento di questa iniziativa è certo.
È a causa della fretta, delle idee errate, della sopravvalutazione delle capacità di qualcuno e della sottovalutazione delle capacità altrui che si va incontro a fallimenti di questo tipo. Abbiamo davanti a noi l’esempio del Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui), che non permise ai suoi Compagni di intraprendere una lotta armata contro i politeisti, neppure quando erano perseguitati e subivano danni. Diceva: «Ritirate le vostre mani dal combattimento e compite la ṣalāt».
Il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) seguì questa prassi finché non ebbe trovato, per iniziare il jihād e condurre spedizioni militari secondo l’ordine di Allah, un territorio libero e una solida base. A questo proposito l’Onnipotente Allah ha detto: «È stato dato il permesso di combattere a coloro che vengono combattuti, perché hanno subito un’ingiustizia; e in verità Allah ha pieno potere di dare loro la vittoria» (Sura al-Ḥajj: 39)।
Vecchi problemi risolvere definitivamente
Vogliamo risolvere, adottando un nuovo ideale, quei vecchi problemi che hanno appesantito le nostre menti e che da molto tempo vanificano numerosi sforzi dei musulmani. Tra tali problemi vi sono l’esistenza e gli attributi di Allah. Gli attributi di Allah sono parte della Sua natura essenziale o qualcos’altro? Oppure queste qualità non sono né parte della Sua natura essenziale né qualcos’altro?
Tra questi problemi vi era anche la questione se il Corano fosse creato o increato, il che in seguito portò la spada a pendere minacciosamente sul capo di alcuni eminenti imam dell’Islam. Nel tentativo di interpretare i versetti coranici relativi a tali questioni, si cercarono significati reconditi (ta’wil), si alimentarono inutilmente dispute esagerate tra le generazioni precedenti e successive e si tentò di confutare le dottrine degli ash‘ariti, dei maturiditi e dei loro sostenitori tra gli studiosi delle università del mondo musulmano, come al-Azhar, al-Zaytuna, al-Qarawiyyin e Deoband.
Non dovremmo lasciarci assorbire da nessuno di questi problemi. Dobbiamo preparare le nostre menti ad affrontare, nella fase successiva, il giudaismo, i crociati, il marxismo e i sostenitori delle filosofie distruttive dell’Oriente e dell’Occidente.
Inutile dibattito
L’ideale realistico di cui abbiamo bisogno consiste nel concentrare l’attenzione non sulla contrattazione e sul dibattito, ma sulle attività costruttive. Infatti, quando Allah vuole punire un popolo, lo sommerge nelle dispute e nell’inazione. Con dibattito intendo le controversie su questioni storiche, interamente basate su supposizioni o naturalmente controverse.
Viene spesso sollevata una controversia che non è necessaria o dalla quale oggi non ricaviamo alcun beneficio: quella sulla natura del jihad armato nell’Islam. Si tratta di un jihad difensivo per proteggere il credo islamico, i luoghi santi e il territorio, oppure di un jihad offensivo per la diffusione dell’Islam nel mondo intero?
Molti studiosi contemporanei hanno scritto su questo argomento e si sono divisi in due gruppi. A favore dell’opinione secondo cui il jihad debba essere difensivo vi sono Sayyid Muhammad Rashid Rida, lo Shaykh Mahmud Shaltut, lo Shaykh Muhammad Abu Zahra, lo Shaykh Muhammad al-Ghazali, lo Shaykh Abdullah ibn Zayd Al Mahmoud e altri.
La base della loro argomentazione è costituita da numerosi versetti del Corano: Combattete sulla via di Allah contro coloro che vi combattono, ma non trasgredite i limiti. In verità, Allah non ama i trasgressori (Sura al Baqara: 190). Altrove è detto: Se dunque si astengono da voi, non vi combattono e vi offrono la pace, Allah non vi ha dato alcuna via contro di loro (Sura an- Nisa: 90)।
Tra i sostenitori dell’opinione contraria vi sono il Maulana Sayyid Abul A’la Mawdudi, il martire Sayyid Qutb e altri.
Il fondamento della loro argomentazione è il versetto della spada (Ayat as-Sayf). Secondo la loro tesi, questo versetto ha abrogato tutti i versetti precedenti e la situazione nella quale essi erano stati rivelati è giunta al termine. Tuttavia, essi sono stati in disaccordo persino riguardo al versetto della spada, poiché non sono riusciti a stabilire unanimemente quale versetto del Corano potesse essere applicato in questo caso.
Attualmente, per tre motivi, non è più necessario dibattere su questa questione:
In primo luogo, noi musulmani non abbiamo adempiuto al dovere del jihad, che è obbligatorio per ciascuno dei Paesi islamici, soprattutto il recupero dei territori musulmani dalle mani degli occupanti e degli aggressori. E questi territori musulmani sono la Palestina, l’Eritrea, le Filippine, l’Afghanistan, Tashkent, Bukhara, Samarcanda, l’Uzbekistan, l’Azerbaigian, l’Unione Sovietica [1991 dell’anno dell’Unione Sovietica dopo la caduta precedente situazione। ora sei musulmane repubbliche indipendenti in Stati sono diventate sono diventate। esse sono: Azerbaigian, Uzbekistan, Tagikistan, Kirghizistan, Kazakistan e Turkmenistan।] e le altre repubbliche musulmane, nonché altri luoghi in Paesi come la Cina, l’Etiopia e la Thailandia. Nessun musulmano può addurre argomenti contro la necessità di liberare questi Paesi dalle forze ostili all’Islam. E il decreto di Allah applicabile al loro caso è questo versetto del Corano: «E che cosa vi accade, perché non combattete sulla via di Allah e per quegli uomini, donne e bambini deboli, perseguitati e oppressi che invocano: “O nostro Signore! Liberaci da questa città i cui abitanti sono oppressori, concedici da parte Tua un protettore che ci difenda e mandaci da parte Tua qualcuno che ci aiuti”» (Sura an- Nisā’: 75)।
Se l’ummah musulmana non ha adempiuto a questo dovere obbligatorio di autodifesa, come si può ora parlare di jihad offensivo?
In secondo luogo,, il jihad offensivo consiste, secondo i suoi sostenitori, nel rimuovere le forze che ostacolano il cammino dei servi di Allah e tentano di impedire ai musulmani di trasmettere il messaggio di Allah agli uomini. Oggi, tuttavia, nessuno può ostacolare il nostro cammino, se ci impegniamo a diffondere la nostra da‘wa in tutto il mondo con dedizione e sincerità. La da‘wa può essere diffusa ovunque nel mondo, in tutte le lingue, attraverso mezzi fondamentali, scritti e audiovisivi. Attualmente, il messaggio della da‘wa può essere trasmesso per mezzo della radio, della televisione, dei libri, dei giornali e delle comunità musulmane di tutti i Paesi del mondo.
Ma a questo riguardo l’indifferenza della nostra gente è senza limiti. Se confrontiamo le nostre attività con quelle dei missionari cristiani, vedremo che essi traducono la Bibbia in almeno mille lingue e dialetti per propagare la loro religione e inviano migliaia di missionari, uomini e donne, in ogni angolo della Terra. La loro campagna di proselitismo ha raggiunto un livello tale che ora desiderano convertire anche noi al cristianesimo, affinché li seguiamo.
In terzo luogo,, dipendiamo da altri per quanto riguarda la potenza militare. Sono proprio coloro contro i quali vogliamo iniziare il jihad offensivo a produrre ogni tipo di arma e a vendercela. Se non lo facessero, saremmo disarmati, privi di difese e incapaci di fare alcunché contro di loro. Se questa è la situazione, come possiamo parlare di jihad offensivo per portare tutto il mondo nell’ambito della nostra da‘wa? Possiamo procurarci soltanto le armi che essi ci forniscono, e nelle nostre mani possono giungere soltanto quelle armi che essi sono disposti a venderci.
Ideale tradizionalista
Una delle caratteristiche principali di questo ideale è che si tratta di un ideale tradizionalista (salafita). Con il termine tradizionalista intendiamo qui un metodo intellettuale fondato sui principi del Corano e della Sunna, la cui corretta applicazione fu realizzata dapprima dai Compagni dell’ummah della prima generazione e, in seguito, da coloro che seguirono correttamente il loro cammino.
Metodo salafita: principi fondamentali
In generale, le basi di questo metodo sono:
1. Analizzare non alla luce delle parole di una persona, ma alla luce del testo fondamentale infallibile.
2. Per determinare il significato delle affermazioni oscure (mutashabihat) del testo fondamentale, ricorrere alle affermazioni espresse in modo eloquente o chiaro (muhkamat), e, per le questioni indeterminate (zanniyyat), alle affermazioni precise e definitive (qat‘iyyat).
3. Comprendere i concetti secondari (furu‘) e le conclusioni complementari (juz’iyyat) alla luce dei principi fondamentali e delle regole generali.
4. Incoraggiare la ricerca (ijtihad) e il rinnovamento (tajdid) a livello individuale, scoraggiando l’intransigenza e l’imitazione (taqlid).
5. Nel campo della moralità, incoraggiare a rimanere saldi nelle pratiche appropriate, non alla permissività.
6. Promuovere la semplicità, non la complessità, nel fiqh.
7. Nel guidare e dirigere, incoraggiare l’applicazione del principio di essere benevoli verso le persone e di presentare loro un esempio bello e ordinato (tabshir), invece di intimidirle e terrorizzarle con un comportamento duro (tanfir).
8. Non concentrarsi sul dibattito riguardo all’iman, ma sulla costruzione di un iman puro e saldo.
9. Nell’adorazione, prestare attenzione all’appagamento, non al metodo.
10. Prestare attenzione all’osservanza delle norme religiose e impegnarsi a elaborare consuetudini per le questioni mondane.
Questo è il nucleo del metodo seguito dai credenti delle prime generazioni, e tale metodo fu applicato nell’insegnamento teorico e pratico dei sapienti di quella generazione dell’umma. Allah l’Onnipotente e il Messaggero di Allah hanno elogiato coloro che seguono questo metodo. Anche la storia ci dimostra che tale metodo è davvero degno di lode.
Infatti, i sapienti delle prime generazioni lasciarono ai loro eredi gli insegnamenti del Sacro Corano e, plasmando la loro vita alla luce di esso, preservarono la condotta di vita autorizzata, conseguirono vittorie, diffusero la giustizia e la benevolenza e consolidarono la trasmissione del sapere e della fede. In questo modo posero le fondamenta di una civiltà universale, etica, umanistica e religiosa, la cui memoria imperitura è ancora viva nelle pagine della storia.
Salafiyya dell’ideale errata interpretazione
Sia i seguaci sia gli oppositori hanno interpretato erroneamente il termine tradizionalista (salafiyya).
Molti sostenitori dell’ideale salafita e dei suoi fautori hanno confinato la teologia razionale (ʿilm al-kalām, fiqh) o le questioni dei sufi entro una struttura formale e argomentativa. Coloro che si oppongono alla visione salafita su tali questioni o la confutano nei dettagli si dedicano giorno e notte a critiche aspre contro i salafiti.
La loro prospettiva è talmente irragionevole che alcuni considerano l’ideale salafita un metodo di dialettica, non costruttivo né orientato all’azione, oppure ritengono che tale metodo attribuisca maggiore importanza alle interpretazioni particolari anziché a quelle universali, alle concezioni controverse anziché a quelle ammesse e all’apparenza anziché al significato profondo.
Gli oppositori del metodo salafita lo considerano un pensiero arretrato. Questo metodo guarda sempre al passato, non avanza verso il futuro e non si preoccupa mai del presente o del futuro. Essi definiscono i salafiti fanatici, persone che non solo non tengono conto delle opinioni altrui, ma si rifiutano persino di ascoltarle. Gli oppositori ritengono che questa mentalità dei salafiti sia contraria al rinnovamento (tajdid), all’innovazione (ibda) e all’ijtihad, e che non mostri alcuna traccia di flessibilità. In realtà, ciò costituisce un’ingiustizia nei confronti del vero ideale salafita e dei suoi autentici sostenitori.
Forse i più celebri sostenitori dell’ideale salafita nelle epoche precedenti furono lo Shaykh al-Islam Ibn Taymiyya e il suo discepolo Ibn al-Qayyim. Essi furono, in senso autentico, i più qualificati rappresentanti del movimento di rinascita islamica del loro tempo. Si opposero all’imitazione cieca (taqlid), che da diversi secoli dominava il pensiero islamico, nonché al fanatismo ideologico, teologico e incentrato sul fiqh. La loro intera attività mirava a ravvivare le scienze e il sapere islamici.
Sebbene si opponessero al metodo rigido del taqlid, riconobbero agli imam delle scuole giuridiche il dovuto rispetto. Ne è prova l’opera di Ibn Taymiyya intitolata «Liberare dalle accuse gli imam eminenti».
Inoltre, pur conducendo una campagna contro le deviazioni ideologiche e teoriche, in particolare contro la corruzione dottrinale dei sostenitori dell’hulul e dell’ijtihad e contro le deviazioni comportamentali infiltratesi nel sufismo per opera di ignoranti, ipocriti e mercenari, Ibn Taymiyya e Ibn al-Qayyim hanno reso giustizia al vero sufismo e ai suoi sostenitori, tributando loro rispetto. Su questo argomento hanno scritto numerose opere. Tra queste figurano i due volumi contenenti le fatwa di Ibn Taymiyya, intitolati «Majmu‘ Fatawa», e, tra le diverse opere di Ibn al-Qayyim, «Madarij al-Salikin» e «Sharh Manazil al-Sa’irin», in tre volumi.
metodo adottare
Desidero sottolineare con forza che, riguardo a una questione specifica, dobbiamo adottare non soltanto le conclusioni dei musulmani delle prime generazioni, ma anche il metodo da loro seguito. Infatti, qualcuno può applicare le loro conclusioni a una determinata questione, senza però comprendere nulla del loro metodo equilibrato e coerente.
Si può cercare di applicare il significato di questo metodo e di comprenderne gli obiettivi, e al contempo dissentire da alcune conclusioni dei musulmani delle prime generazioni.
Questa è la mia posizione riguardo all’Imam Ibn Taymiyya e all’Imam Ibn al-Qayyim. Rispetto il loro metodo nel suo complesso e lo valuto correttamente. Ciò, tuttavia, non significa che accetti tutte le loro opinioni. Se accettassi ogni loro affermazione, finirei per imitarli. E così violerei proprio il metodo di cui furono sostenitori. Per aver seguito questo metodo, essi dovettero affrontare una forte opposizione e molte sofferenze. Il loro metodo, infatti, non consiste nell’affidarsi a persone che formulano decisioni basate su riflessioni profonde e giudizi fondati sulle prove. Ogni conclusione deve essere esaminata alla luce degli argomenti a suo sostegno e della sua importanza intrinseca.
Come può chi imita ciecamente Ibn Taymiyya e Ibn al-Qayyim criticare gli imitatori dell’Imam Abu Hanifa e dell’Imam Malik?
Sarebbe ingiusto concentrarsi soltanto sugli aspetti teorici e intellettuali della vita di questi due imam, trascurando gli altri aspetti luminosi delle loro vite. Non dovremmo ignorare quella nobile qualità morale di Ibn Taymiyya, riflessa nella seguente sua affermazione: «Dico spesso che, se gli abitanti del Paradiso hanno vissuto come me, allora hanno davvero condotto una vita meravigliosa». Anche nei periodi di difficoltà e di prigionia riuscì a dire: «Che danno possono arrecarmi i miei nemici? La mia prigionia è un’occasione per adorare Dio in solitudine. Il mio esilio è un viaggio religioso, essenzialmente alla ricerca della conoscenza. E la mia morte è il martirio».
Era un uomo di indole spirituale, e lo stesso valeva per il suo discepolo Ibn al-Qayyim. Chi studierà le loro opere con attenzione e con retta intenzione potrà certamente rendersene conto. Inoltre, non dovremmo trascurare il ruolo svolto nella vita di questi due imam a sostegno della daʿwa e del jihad. Ibn Taymiyya partecipò personalmente a diverse battaglie. Oltre a combattere in prima persona, accendeva la fiamma dell’ispirazione nei cuori degli altri mujahidin attraverso le sue parole. Questi due imam proseguirono instancabilmente la loro lotta per la rinascita dell’Islam. A causa del loro impegno sincero furono imprigionati più volte. Shaykh al-Islam Ibn Taymiyya morì in carcere nell’anno 728 dell’Egira. Questo è l’esempio eccezionale del vero tradizionalismo.
Se esaminiamo la nostra storia contemporanea, vedremo che la personalità più eminente, Sayyid Muhammad Rashid Rida, svolse un ruolo pionieristico nella diffusione del tradizionalismo moderno e del metodo salafita attraverso le sue opere, i suoi libri e la sua rivista. Fu il direttore fondatore della rivista «Al-Manar». Proprio su questa rivista pubblicò il «Tafsir al-Manar», che fu accolto con grande favore in tutto il mondo musulmano.
L’Imam Muhammad Rashid Rida fu, ai suoi tempi, un autentico rinnovazionista dell’Islam. Chiunque legga il suo tafsir, le sue fatwa o libri come «L’ispirazione di Muhammad», «La facilità dell’Islam», «Un appello al sesso debole», «Il califfo», «Gli argomenti del riformatore e dell’imitatore», oltre alle sue numerose altre opere e ai suoi scritti, comprenderà certamente che il suo pensiero era davvero un faro (manar). Questo «manar» ha guidato i seguaci dell’Islam sulla via della luce; anche la sua vita fu un esempio concreto dell’ideale salafita.
L’Imam Rida fu l’ideatore di una formula d’oro, seguita in seguito dall’Imam Hasan al-Banna. La formula è questa: dovremmo collaborare in tutto ciò su cui siamo d’accordo; quanto alle questioni sulle quali esistono divergenze, è meglio lasciarle da parte e non occuparsene reciprocamente.
Quale principio meraviglioso. [Ho dimostrato la validità di questo principio e ho , a suo sostegno, le prove della Sharia che ho menzionato nel ‘ libro «Fatwa contemporanee»’ .।] Se solo i fautori del tradizionalismo avessero compreso e seguito correttamente questo principio, quanto sarebbe stato meglio.
Ideale rinnovazionista
Un’altra caratteristica dell’ideale che desideriamo è il suo carattere rinnovazionista. Esso non è limitato all’antica tradizione, né è semplicemente ereditato, né è vincolato ai costumi o alle pratiche consolidate. È un ideale che crede nell’ijtihad e si fonda sulla creatività, poiché rifiuta l’imitazione cieca (taqlid) e l’obbedienza indiscriminata, considerando la stagnazione equivalente alla morte. Esso crede nel rinnovamento nel fiqh, nell’istruzione, nella politica e in tutti gli altri ambiti.
Il rinnovazionismo non è contrario al tradizionalismo .
Nel mio libro «The Islamic Awakening and the Arab Muslim World» ho spiegato questo tema. Non vi è alcuna incompatibilità o contraddizione tra gli ideali rinnovazionista e tradizionalista. Al contrario, sono due facce della stessa medaglia. Un autentico rinnovamento è possibile soltanto quando è orientato verso la tradizione, e la tradizione può essere preservata soltanto quando crede nell’ideale del rinnovamento.
Approvazione del rinnovazionismo
Non dovremmo mai dire che, quanto a fonti, orientamento, obiettivi e principi, il movimento islamico sia una realtà rigida e che in esso non vi sia spazio per il rinnovamento.
L’Islam stesso riconosce la legittimità del rinnovamento. In un hadith autentico si dice: «All’inizio di ogni secolo Allah invierà qualcuno che rinnoverà questa religione» ( (Abu Dawud e al- Hakim)।
Il rinnovamento (tajdid) è legittimo ed è comprovato dagli hadith. Che cosa potrebbe esserci di migliore di ciò che ha detto il Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui? Pertanto, non abbiamo motivo di allarmarci sentendo parlare del rinnovamento della religione, comprovato da hadith autentici. Ciò che dobbiamo fare è comprendere il significato del rinnovamento, affinché qualche gruppo interessato ai propri fini non possa servirsi della religione nel nome del suo cosiddetto rinnovamento. Queste persone, infatti, sono ben lontane dal rinnovamento.
In un articolo scritto dopo aver studiato questo hadith ho spiegato il significato del rinnovamento, i suoi diversi aspetti e chi può farsene promotore. In breve, rinnovare non significa portare qualcosa al suo culmine e sostituirla a qualcos’altro. Significa piuttosto restaurarla, per quanto possibile, nella forma che aveva al momento della sua origine, preservandone con la massima precisione la natura essenziale, le caratteristiche e l’aspetto, senza la minima alterazione. Ciò vale sia in senso teorico sia pratico. Ricostruire un edificio antico, come un palazzo, un monumento o una moschea, non significa abbatterlo e costruirne un altro al suo posto secondo lo stile architettonico più moderno; significa invece dedicare ogni cura al suo restauro, per quanto possibile, nella forma originaria. Questo è dunque il vero rinnovamento.
Il rinnovamento della religione significa rinnovarne il fiqh, ossia la comprensione. Questo è dunque un rinnovamento ideologico. Il risveglio della fede nella religione è un sentimento spirituale. Avanzare al servizio della religione e impegnarsi con rinnovato slancio per diffondere la daʿwa costituisce il vero rinnovamento. In ogni epoca è necessario un rinnovamento adeguato ai tempi, che elimini le manchevolezze contemporanee e curi le malattie di quell’epoca.
Ma esiste un ambito in cui il rinnovamento non può intervenire in alcun caso. Si tratta di quell’ambito specifico riguardo al quale l’Islam ha fornito una decisione definitiva. Esso comprende i vari aspetti dell’ʿaqīda, dell’adorazione e delle norme giuridiche (aḥkām), attraverso i quali si riflette l’unità spirituale, intellettuale e comportamentale della umma musulmana. Ho discusso ampiamente questo argomento in altre opere. [il mio ‘ijtihad nella sharia islamica libro’ nel ‘paragrafo intitolato «Linee guida e controlli per un ijtihad’ contemporaneo appropriato»। Ustadh Umar Abed Hasana scritto l’opera ‘«La fiqh della da‘wa: le sue caratteristiche e i suoi orizzonti»’ nel ‘paragrafo «Ijtihad e rinnovamento tra controlli giuridici e necessità contemporanee»’ intitolato paragrafo, pagine 147–188।]
Strategia riorganizzazione
Sebbene il movimento sia islamico per origine, contesto, principi e obiettivi, è necessario adottare strategie e metodi che, in relazione al tempo, al luogo e alle circostanze, siano di sostegno nell’osservanza del dīn e idonei a stabilirlo nel mondo.
Le strategie, i metodi e le strutture non sono imperituri come l’Islam. Né sono immutabili come i principi fondamentali e le dottrine dell’Islam. Infatti, strategie e metodi vengono elaborati come risultato degli sforzi umani volti a ravvivare e ristabilire l’Islam nei cuori e nella vita concreta.
L’Imam Hasan al-Banna elaborò norme per il lavoro organizzato del movimento islamico, con l’obiettivo della rinascita islamica. Non sostenne che la strategia da lui elaborata, né per propria iniziativa né per grazia di Allah, fosse infallibile. Eppure la sua strategia era talmente efficace che Sayyid Qutb, martire, la definì una strategia di organizzazione illuminata. Omar al-Tilmisani, Guida generale degli Ikhwan, lo descrisse come un leader ispirato e geniale. Lo shaykh Muhammad al-Ghazali disse inoltre che l’Imam Hasan al-Banna era il mujaddid del quattordicesimo secolo dell’Egira. Questi metodi e strategie devono essere riesaminati di tanto in tanto, proprio come gli studiosi rivedono ogni anno i programmi di studio e i libri di riferimento, aggiungendo, eliminando o correggendo elementi. Ciò è necessario in ogni attività umana, che tale sforzo si avvicini o meno alla precisione o all’eccellenza.
Hasan al Banna flessibile era
L’Imam Hasan al-Banna era personalmente flessibile. Rivalutava e migliorava costantemente la struttura, le istituzioni e le tecniche operative del movimento. Non si irritava se un suo seguace devoto esprimeva un’opinione contraria riguardo a una questione sulla quale in precedenza aveva espresso una determinata posizione. In un mio scritto sul sistema multipartitico nello Stato islamico, avevo espresso il mio disaccordo con la sua opinione.
Egli non aveva nulla da obiettare anche se qualcuno aggiungeva qualcosa di complementare ai suoi principi fondamentali. Così fece, per esempio, lo shaykh Muhammad al-Ghazali nel suo libro «La Costituzione dell’unità culturale dei musulmani», spiegando i venti principi fondamentali di Hasan al-Banna. Nel riesame delle strategie e dei metodi di formazione delle usra e delle [katiba è degli Ikhwan un metodo spirituale di formazione .। I tirocinanti membri ogni settimana oppure ogni due’settimane, compiono atti di culto volontari trascorrendo la notte in preghiera.।] Non vi era alcun ostacolo normativo, tradizionale o psicologico al riesame delle strategie e dei metodi di formazione, così da poter aggiungere qualcosa di nuovo alla strategia operativa.
Non vi è nulla di male nel riesaminare la strategia politica alla luce dei cambiamenti e degli sviluppi locali, regionali e internazionali. Alla luce delle circostanze in corso, si può partecipare a un fronte o a un’alleanza, oppure aderire a un accordo o a una coalizione, nell’interesse superiore dell’Islam, dell’umma e del movimento. Ogni Paese ha un ambiente particolare, ogni epoca ha regole specifiche e ogni gruppo possiede capacità, motivazioni e posizioni proprie, che il gruppo interessato conosce meglio di qualsiasi altro gruppo.
Il movimento islamico non può esistere, prosperare e svilupparsi senza una riflessione perseverante e creativa, come avviene nel fiqh e nelle altre discipline riguardanti la Sharia. Se invece cade nella morsa della mentalità degli imitatori ciechi, il movimento rischia soltanto di diventare stagnante, ristretto e privo di forza. Infatti, nelle idee e nella consapevolezza generate dalle menti fertili degli imitatori ciechi non si alimenta il pensiero creativo.
L’inflessibilità è una malattia
L’inflessibilità è una malattia che danneggia il metodo organico del movimento islamico e diventa anche, dall’interno, uno dei principali ostacoli sul cammino del movimento. Ne ho fornito una spiegazione dettagliata nel mio libro «La soluzione islamica: un obbligo e una necessità».
L’inflessibilità consiste, nell’organizzazione, in una tendenza ostinata; nell’educazione, in un processo stagnante; nell’attività di da‘wa, in una strategia unilaterale; nel conseguimento degli obiettivi, in un metodo rigido. E quando qualcuno cerca di cambiare o correggere la strategia, il suo tentativo non viene soltanto respinto con invidia, ma egli si trova anche ad affrontare varie accuse e calunnie.
Desidero ribadire ancora una volta che il rinnovamento (tajdid) che auspichiamo non significa l’eliminazione dei vecchi percorsi, bensì la modernizzazione, lo sviluppo, il miglioramento della qualità e l’aggiunta di elementi nuovi alle pratiche tradizionali, soprattutto per quanto riguarda le tecniche e i metodi, che saranno naturalmente flessibili e mutevoli. Dobbiamo poter utilizzare, come gli altri, queste tecniche contemporanee che padroneggiamo.
Ciò di cui ho paura
Ciò che temo maggiormente riguardo al movimento islamico è che esso si opponga al libero pensiero, chiuda le porte del tajdid e dell’ijtihad e si confini in un unico modello di pensiero, che non riconosce alcun altro punto di vista o opinione. Tali opinioni raccomandano di definire per il movimento obiettivi, strategie e fasi differenti. Presentano valutazioni diverse sugli sviluppi degli eventi, sulle circostanze e sulle persone, oppure dissentono dal pensiero unilaterale su questioni che rientrano nell’ambito dell’ijtihad umano. Infatti, l’ijtihad umano è sempre soggetto a cambiamento alla luce delle circostanze mutevoli. I nostri fuqaha lo hanno affermato molto tempo fa: la fatwa deve necessariamente cambiare con il mutare del luogo, del tempo, delle consuetudini e delle circostanze.
Se il mio timore dovesse diventare realtà, le persone riflessive capaci di concepire idee e innovazioni sempre nuove verrebbero espulse dalla struttura del movimento, come l’acqua che scivola tra le dita. Resterebbero indietro quei conservatori esperti soltanto nell’imitazione cieca, i quali vogliono mantenere ogni cosa, per quanto antica possa essere. Essi credono che ciò che sappiamo sia migliore di ciò che non sappiamo e che tutto ciò che abbiamo fatto sia ancora migliore di ciò che non siamo riusciti a fare.
La conseguenza sarebbe che il movimento perderebbe, dalla propria struttura organizzativa, le persone dotate di talento creativo e cadrebbe inevitabilmente in una condizione di stagnazione o di inerzia, proprio come accadde al fiqh e alla letteratura durante l’epoca del taqlīd. Gli altri membri del movimento, non vedendo alcuna speranza di uno sforzo proficuo con l’aiuto dell’Islam, si ritirerebbero silenziosamente, oppure agirebbero individualmente, o ancora si unirebbero ad altre iniziative coordinate, il cui esito nessuno conosce.
Nel corso dei secoli, il proverbio che ha arrecato il danno più grave alla mentalità musulmana è stato questo: i predecessori non hanno lasciato nulla ai loro successori perché vi aggiungessero qualcosa di nuovo. In altre parole, non può esserci nulla di migliore.
Attualmente, per la mentalità musulmana, nulla può essere più utile che adottare questo detto, cioè: gli antenati hanno lasciato molte opere incompiute ai successori affinché le completassero oppure può sempre esserci qualcosa di migliore. L’Onnipotente Allah dice: Ed Egli crea anche molte cose che non conoscete (Sura an-Naḥl: 8)।
Equilibrato ideale
Un’altra caratteristica dell’ideale che cerchiamo è che sia equilibrato in relazione agli obiettivi e alle circostanze. Esso è infatti un ideale armonioso che riflette una visione moderata, integrata e ampia dell’uomo e della vita. È la visione equilibrata di una umma integrata e armoniosa, libera dall’estremismo e dall’indifferenza.
Principali principali questioni equilibrato ideale
L’equilibrio della visione di questo ideale nelle diverse questioni principali è evidente:
1. Questo ideale mantiene una posizione equilibrata tra coloro che, in ambiti quali la teologia e il fiqh, sostengono la rigorosa adesione a un madhhab specifico e coloro che sono la-madhhabisti.
2. Questo ideale adotta una visione equilibrata tra coloro che sostengono il sufismo nel culto, considerandolo fuorviante o fraudolento, quale che sia, e coloro che vi si oppongono per quanto corretto e conforme alla Sharia possa essere il sufismo.
3. Questo ideale mantiene una posizione equilibrata tra i sostenitori di una politica della porta aperta senza controllo e quelli di una politica della porta chiusa irragionevole.
4. Questo ideale adotta una visione equilibrata tra coloro che ricorrono alla ragione quando una questione è in contrasto con il Corano e la Sunna e coloro che non ricorrono mai alla ragione per comprendere il Corano e la Sunna.
5. Questo ideale mantiene un equilibrio tra coloro che considerano la tradizione sacra nonostante le debolezze umane e coloro che la ignorano, sebbene in essa sia insita un’ispirazione divina.
6. Questo ideale è equilibrato tra coloro che si dedicano alla politica trascurando l’istruzione e coloro che, con il pretesto di dedicarsi all’istruzione, trascurano completamente la politica.
7. Questo ideale mantiene un equilibrio tra coloro che vogliono ottenere i frutti prima che siano maturi e coloro che non riescono a vedere alcun frutto finché non è maturo e non è caduto nelle mani di altri.
8. Questo ideale mantiene un equilibrio tra coloro che sono occupati soltanto del presente e non pensano al futuro e coloro che eccedono eccessivamente nelle loro preoccupazioni per il futuro.
9. Questo ideale è equilibrato tra coloro che considerano il lavoro all’interno di una struttura organizzativa un atto di devozione e coloro che preferiscono lavorare al di fuori di qualsiasi struttura organizzativa.
10. Questo ideale mantiene l’equilibrio tra i due gruppi: coloro che, obbedendo al leader dell’organizzazione, arrivano a un’eccessiva devozione, e coloro che agiscono indipendentemente e arbitrariamente, come se non fossero affatto membri dell’organizzazione.
11. Questo ideale mantiene un equilibrio tra coloro che sostengono attività globali senza considerare le condizioni locali e coloro che credono in attività regionali ristrette, senza alcun rapporto con il movimento mondiale.
12. Questo ideale mantiene un equilibrio tra gli eccessivamente ottimisti, che non tengono conto degli ostacoli, e gli eccessivamente pessimisti, che non vedono altro che oscurità.
13. Questo ideale mantiene l’equilibrio tra coloro che, nel vietare, giungono all’estremo di ritenere che al mondo non esista nulla di halal e coloro che, nel concedere indulgenza, eccedono al punto da comportarsi come se non esistesse nulla di haram.
È proprio questo ideale equilibrato che desideriamo. Sebbene la regola della nostra società odierna sia aggrapparsi a una posizione estrema, che si tratti di un eccessivo rigorismo o di una totale indifferenza. Le eccezioni sono davvero poche.
Il declino della prospettiva equilibrata
Alcuni islamisti vedono soltanto due colori: il bianco e il nero. Non riconoscono né vedono alcun altro colore, né distinguono quale sia un colore puro e quale uno misto, colori che invece gli altri riescono a vedere. Alcuni di loro, escludendo tutti gli altri colori, limitano la propria visione e persino la propria vita a un unico colore nero. Guardano le persone e le cose attraverso occhi ricoperti da una pellicola nera.
Con questa visione nera e pessimistica tengono pronta una risposta per ogni domanda e la lanciano come un missile, senza preoccuparsi di chi colpirà o di dove andrà a finire. Ai loro occhi, l’intera società è ignorante come nell’epoca preislamica. Ogni cosa nella vita è peccato. Tutte le persone sono o infedeli o ipocrite. Il mondo è pieno di forze del male e l’intero universo è colmo di malvagità.
Ai loro occhi, tutto ciò che le persone fanno nell’epoca contemporanea non è altro che haram. Tutta la musica, la recitazione, il teatro e le arti sono haram.
I pessimisti proclamano con audacia la suddetta sentenza. I nostri predecessori, invece, erano estremamente cauti nell’usare la parola haram, finché non erano certi, senza ombra di dubbio, che qualcosa fosse haram. In due versetti del Sacro Corano, condannando il vino, si dice: «Ti chiedono del vino e del gioco d’azzardo. Di’: in entrambi vi è un grave peccato e vi sono anche alcuni benefici per gli uomini. Ma il loro peccato è più grave del loro beneficio» ((Sura Al Baqara: 219)।
Altrove è stato detto: «Non avvicinatevi alla preghiera quando siete ebbri» ((sura an- Nisāʾ, 43)). Tuttavia, alcuni Compagni del Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui, continuarono a bere vino, e alcuni dissero: «O Allah, mandaci una decisione definitiva riguardo al vino». La decisione definitiva fu poi rivelata nel versetto 90 della sura al- Māʾida, 90 ° versetto: «Astenetevene completamente, affinché possiate prosperare».
Dobbiamo ammettere che negli anni Cinquanta emersero numerose correnti di pensiero jāhilita. Queste correnti si diffusero nella società islamica a tal punto che il rifiuto di ogni cosa, la disperazione, il dubbio e la tendenza ad accusare gli altri, compresi i musulmani, divennero la corrente principale del pensiero.
In quel periodo si crearono le condizioni per la tendenza a dichiarare gli altri peccatori, miscredenti e persino kāfir, e un simile ambiente oppressivo favorì lo sviluppo di questo pensiero. Fu proprio in un ambiente del genere che il movimento islamico e i suoi seguaci dovettero affrontare quell’epoca. In quel periodo i seguaci del movimento islamico venivano impiccati pubblicamente. Venivano torturati segretamente e spinti sull’orlo della morte. Venivano inflitte anche tutte le altre forme di persecuzione. Al contrario, tutte le porte venivano spalancate ai comunisti, ai laicisti e ai nemici dell’Islam.
Fu in quel periodo che vennero pubblicati i libri del martire Sayyid Qutb, nei quali si riflette il suo pensiero più maturo. Queste opere, definendo la società come una comunità miscredente, esortavano a sospendere l’attività della daʿwa islamica. Ridicolizzavano il nuovo slancio per la rinascita e lo sviluppo del fiqh islamico e per la rinascita dell’ijtihād. Invitavano ad avviare un jihād offensivo, separandosi dalla società e contro tutti gli uomini in generale. I sostenitori della tolleranza e della flessibilità venivano descritti come sprovveduti e mentalmente sconfitti dalla civiltà occidentale.
Un chiaro riflesso di questo pensiero del martire Sayyid Qutb si trova nel suo celeberrimo tafsīr «Fī Ẓilāl al-Qurʾān», in «Il corso della rivoluzione sociale islamica», «L’Islam e i problemi della civiltà» e in altre opere. Sebbene questi scritti abbiano avuto un ampio impatto positivo, è evidente anche il loro impatto negativo.
Inoltre, lo shaykh Sayyid Hawwa, che Allah abbia misericordia di lui, ha sostenuto con forza argomentazioni analoghe nei suoi libri.
Nel frattempo, davanti a noi emerse un nuovo tipo di fiqh elaborato dai neo-zahiriti, che interpretano il Corano alla luce del suo significato letterale. Sebbene sostengano di essere seguaci del pensiero dell’imam Ibn Taymiyya, non si può trovare neppure il più lontano legame tra l’interpretazione letterale del Sublime Corano e Ibn Taymiyya o i suoi seguaci. Essi non si sono mai limitati alle strutture e all’assetto esteriori, ai quali i neo-zahiriti attribuiscono un’importanza eccessiva.
In questo modo, nella corrente di pensiero islamica, il rigore e l’ostinazione presero il sopravvento e, per qualche tempo, la coscienza tollerante del pensiero corretto ed equilibrato rimase repressa. Ritengo che il movimento islamico debba allontanarsi da questo genere di metodo di pensiero anormale, affinché possa avanzare sulla via di un ideale flessibile ed equilibrato, così da esprimere una umma musulmana equilibrata e un pensiero pienamente armonioso. Un ideale attraverso il quale Allah l’Altissimo vuole rendere agevole la vita ai Suoi servi, non imporre difficoltà.
La moderazione e la facilità
Per garantire l’agevolezza, a mio avviso, la moderazione o il metodo dell’equilibrio procedono di pari passo. Nell’ambito della religione, questo metodo costituisce una visione equilibrata tra, da un lato, l’intransigenza e gli eccessi ingiustificati e, dall’altro, il lassismo e la sfrenatezza.
La più semplice via
Il movimento islamico deve necessariamente avanzare seguendo la via più semplice, non quella delle complicazioni. Questo principio di facilità deve essere adottato nelle opinioni dei giuristi islamici riguardo alla società, nonché in materia di economia, diritto, condotta e diritto internazionale. Lo dico per diverse ragioni.
Innanzitutto, la nostra sharia poggia sulle basi della facilità, del perdono e della tolleranza. Essa mira a eliminare la durezza e la sofferenza. Questa consapevolezza si riflette nei testi fondamentali della sharia.
Allah l’Onnipotente dice: Allah vuole facilitarvi le cose e non desidera per voi la difficoltà (Sura al- Baqara: 185). Altrove, Allah l’Altissimo dice: Allah non vuole imporvi alcuna difficoltà (Sura al-Mā’ida: 6). Il Dio Altissimo dice: Allah desidera alleggerire il vostro peso, poiché l’essere umano è stato creato debole (Sura an- Nisāʾ: 28). Allah l’Altissimo dice: questa è una disposizione agevole e una grazia da parte del vostro Signore (Sura al- Baqara: 178)।
Il Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) disse: Rendete facili le questioni, non difficili (Bukhari e Muslim). Un altro hadith dice: Siete stati inviati per rendere facili le questioni, non per renderle difficili (Tirmidhi)।
ʿAmr ibn al-ʿĀṣ (che Allah sia soddisfatto di lui), in una fredda notte, pur essendo in stato di impurità rituale, eseguì la preghiera senza compiere il ghusl obbligatorio. Quando i suoi compagni si lamentarono presso il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui), ʿAmr, a propria difesa, disse: Ho ricordato quel versetto del Corano in cui Allah l’Altissimo dice: Non uccidete voi stessi; certamente Allah è misericordioso verso di voi (Sura an- Nisa: 29) e il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) sorrise lievemente.
Anche il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) condannò severamente una simile mentalità in alcune persone. Costoro insistevano che un ferito dovesse necessariamente fare il bagno rituale a causa dell’impurità, e l’uomo morì dopo aver fatto il bagno, a causa della loro crudele decisione. A questo proposito, il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) disse: «Lo hanno ucciso. Perché, quando non sapevano, non hanno chiesto? Il rimedio all’ignoranza è fare domande. Sarebbe stato sufficiente che fasciasse la ferita e facesse il tayammum (Ahmad, Abu Dawud e al Hakim e Sahih al Jami al Saghir questo hadith è stato narrato)।
In secondo luogo, nella nostra epoca il bisogno di rendere le cose agevoli nell’interesse del benessere delle persone è molto maggiore che in qualsiasi altro periodo. Infatti, ai giorni nostri la forza di volontà degli esseri umani si è talmente deteriorata che il loro interesse per le opere virtuose e benefiche è diminuito, mentre è aumentata l’attrazione per le azioni malvagie.
Pertanto, invece di esortare all’osservanza delle norme più rigorose nell’adempimento delle disposizioni religiose, è preferibile incoraggiare le persone verso ciò che è agevole. Il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) si comportava in questo modo con coloro che abbracciavano l’Islam nei primi tempi e con i beduini del deserto. Costoro non si impegnavano a compiere altri atti volontari di culto oltre all’adempimento degli obblighi religiosi. Il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) accettava anche loro e, riguardo ad alcuni di essi, diceva: «Se compirà buone azioni conformemente alle sue parole, sarà un uomo virtuoso; oppure, se manterrà la sua promessa, entrerà in Paradiso. E se qualcuno di voi desidera vedere una persona del Paradiso, guardi quest’uomo».
Il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) mostrava tale benevolenza unicamente per la compassione che provava per loro e considerando la loro difficile condizione.
In terzo luogo, chiunque può personalmente imporsi delle restrizioni per mettere alla prova i limiti della propria forza di volontà. Tuttavia, la moderazione è il modo migliore e più appropriato. Infatti, il Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui, ha detto: «Allah ama coloro che accettano le agevolazioni da Lui concesse, poiché detesta che commettano peccati (Ahmad, Ibn Hibban e Bayhaqi e anche in Sahih al Jami al Saghir questo hadith è stato inserito »)।
Pertanto, nel caso della grandissima maggioranza della popolazione musulmana, un faqih non dovrebbe imporre condizioni troppo rigide. Deve tenere presente che tra la gente comune vi sono persone deboli e anziane, oltre ad altre nei cui confronti vi sono validi motivi per essere indulgenti. A proposito della guida della preghiera congregazionale, un hadith riferisce: chi guida la preghiera dovrebbe renderla breve, poiché dietro l’imam possono esserci anziani, malati e viaggiatori impegnati. La salat è un simbolo nel quale si riflettono i vari aspetti della vita.
Pertanto, i faqih del movimento islamico non possono adottare decisioni che innalzino muri di restrizioni, non indichino la via della facilità, si limitino a proibire e non concedano permessi. Soprattutto nelle questioni riguardanti le donne, la famiglia, le arti, l’intrattenimento e simili.
Anche altre questioni di questo genere si applicano al campo delle transazioni, dove concedere dovrebbe essere la regola normale e imporre divieti dovrebbe essere considerato un’eccezione. Ciò vale anche per il diritto penale. Dovrebbe essere inflitta la pena minima. Qui dovrebbe essere presa in considerazione l’opinione secondo cui il pentimento annulla la pena prevista dal diritto penale. Per esempio, la pena per il consumo di alcol rientra nel taʿzīr [mio articolo ‘I fattori della flessibilità nella sharia islamica sharia’।] la cui entità non è stata specificata nel Corano e nella Sunna, ma viene stabilita dai tribunali o dagli organi legislativi, ecc.
A questo punto desidero presentare il nostro obiettivo alla luce dell’affermazione dell’Imam Sufyan al-Sawri: solo i faqih affidabili possono esprimersi riguardo alle facilitazioni; come imporre divieti, questo lo sanno tutti.
Proiettato verso il futuro ideale
L’ideale che desideriamo per il movimento islamico ha tra le sue caratteristiche principali quella di essere un ideale proiettato verso il futuro; in altre parole, non si limita al presente, ma mantiene sempre lo sguardo rivolto al futuro. Non c’è da meravigliarsene. Il movimento islamico si preoccupa del futuro, poiché ciò è conforme alla logica stessa dell’Islam, e questa logica si riflette chiaramente nel Corano e nella Sunna.
Il–Corano e il futuro
Uno studio attento del Sacro Corano mostra che, fin dall’epoca meccana, il Corano ha indirizzato i musulmani verso un futuro promettente, affermando che nel mondo si verificano cambiamenti e che le situazioni sono mutevoli. I vincitori del momento vengono sconfitti e i deboli diventano forti. Tanto a livello regionale quanto internazionale, ciascuno ha il proprio turno per assumere il potere.
Anche i musulmani devono mettere ordine nella propria casa e prepararsi ad accogliere il turno del cambiamento, che arriverà certamente, oggi o domani; arriverà inevitabilmente, inshallah.
Nella sura meccana al- Qamar, 45––46 ° versetti, Allah l’Altissimo dice riguardo ai politeisti, potenti, armati e numerosi: «Presto fuggiranno in massa e volgeranno le spalle. Anzi, l’Ora è il momento loro promesso per la piena ricompensa, e l’Ora è terribile e amarissima.»
Ibn Kathīr, nel suo celebre tafsīr, riferisce da ʿIkrima: «Presto saranno messi in fuga e volgeranno le spalle in gran numero». Quando fu rivelato questo versetto, ʿUmar ibn al-Khaṭṭāb, che Allah si compiaccia di lui, domandò: «Quale grande esercito sarà messo in fuga?». Nel giorno di Badr vidi il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, avanzare rivestito della sua armatura. Egli disse: «Presto saranno messi in fuga e volgeranno le spalle in gran numero». In quel momento compresi il significato di questo versetto.
Riferendosi a ʿĀʾisha, che Allah sia soddisfatto di lei, l’Imam al-Bukhārī dice: ʿĀʾisha, che Allah sia soddisfatto di lei, disse: «Quando il Profeta Muhammad, pace e benedizioni di Allah su di lui, si trovava alla Mecca, questo versetto fu rivelato; a quel tempo ero ancora una bambina». Il versetto recita: «Piuttosto, l’Ora è il tempo promesso loro per la piena ricompensa, e l’Ora è assai più terribile e assai più amara».
Lo scopo di versetti di questo genere è preparare l’animo musulmano al cambiamento inevitabile e al futuro imminente.
A livello internazionale, nel Sacro Corano troviamo il riferimento allo storico conflitto tra le due superpotenze contemporanee — Romani e Persiani — mentre alla Mecca entrambi i gruppi, musulmani e miscredenti, erano preoccupati per lo scontro. In questo contesto, il Sacro Corano promise ai musulmani che si avvicinava il giorno in cui il dominio sarebbe appartenuto ai Romani, gente della Scrittura, e i Persiani idolatri del fuoco sarebbero stati sconfitti. Sebbene oggi siano vittoriosi, nel giro di pochi anni saranno sconfitti. A questo proposito, nella sura ar-Rum, nei versetti–1– 5 sidice: Alif Lam Mim. I Romani sono stati sconfitti in una terra vicina. Ma, dopo questa loro sconfitta, saranno presto vittoriosi. Il comando, prima e dopo, appartiene ad Allah. E in quel giorno i credenti gioiranno per l’aiuto di Allah l’Altissimo. Egli aiuta chi vuole. Egli è l’Onnipotente, il Misericordiosissimo.
I versetti sopra citati ci indicano due aspetti:
1. Sebbene fossero pochi per numero e disponessero di risorse e mezzi limitati, i musulmani erano pienamente consapevoli degli eventi mondiali, dei conflitti tra le grandi potenze circostanti e delle conseguenze che tali conflitti avrebbero avuto su di loro.
2. Menzionando questi eventi, il Sacro Corano ha richiamato l’attenzione dei musulmani sui fattori del cambiamento e sul passaggio dal presente al futuro.
Nella suraal-Muzzammil, nell’ultimo versetto,Allah l’Altissimo ha detto di aver alleggerito per il Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui, e per i musulmani l’obbligo della preghiera tahajjud e della recitazione del Corano. Infatti, essi dovevano affrontare il nemico. Questi nemici combattevano contro i musulmani, ostacolando il loro avanzamento sulla via di Allah. Pertanto, era necessario che conservassero le proprie forze per affrontare questo conflitto imposto ai musulmani.
L’Onnipotente Allah dice: Il tuo Signore sa che tu e alcuni dei tuoi compagni rimanete in piedi per l’adorazione per quasi due terzi della notte, talvolta per metà della notte e talvolta per un terzo della notte. Allah solo può calcolare la durata completa della notte e del giorno. Egli sa che non siete in grado di trascorrere tutta la notte nell’adorazione. Perciò è stato benevolo con voi. Recitate dunque del Corano quanto vi è facile recitare. Egli sa che tra voi vi saranno alcuni malati, altri viaggeranno per paesi lontani in cerca di sostentamento e altri combatteranno sulla via di Allah. Recitate dunque quanto del Corano vi è facile recitare (Sura Muzzammil: 20)।
Visione lungimirante
Studiando attentamente la sīra del Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui), si vede che il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) non era incurante del futuro della sua daʿwa. Al contrario, alla luce di tutte le opportunità, le agevolazioni e i mezzi concessigli da Allah, rifletteva e pianificava sempre per il futuro.
Basta studiare gli sforzi e le attività del Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) durante la stagione dell’Hajj per comprenderlo: al tempo dell’Hajj si riunivano tutte le tribù arabe e il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) presentava loro la sua daʿwa, chiedendo il loro aiuto con la promessa di ottenere le ricchezze degli imperi romano e persiano. Da ciò si comprende quanto fosse ampia la sua visione del futuro.
Il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) credeva in due principi fondamentali:
Primo, il cambiamento della situazione era inevitabile, poiché le cause del cambiamento erano già presenti. L’Islam era l’alternativa alla situazione esistente. La luce dell’alba sarebbe certamente sorta squarciando l’oscurità dell’ignoranza. Pertanto, i musulmani dovevano rimanere saldi e pazienti e non era giusto aspettarsi i risultati prima del momento opportuno.
A Mecca, la persecuzione dei miscredenti contro i compagni del Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui), soprattutto contro i più deboli, aumentò a tal punto che Khabbab ibn al-Aratt (che Allah sia soddisfatto di lui) si recò dal Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui), si lamentò e chiese aiuto. In quel momento il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) dormiva all’ombra della Kaaba. Khabbab disse: «O Messaggero di Allah, non chiederai forse ad Allah di aiutarci? Non pregherai forse Allah per noi?». Il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) disse: «Tra coloro che vi hanno preceduti, alcuni venivano presi, sepolti in una fossa scavata nella terra e poi il loro cranio veniva segato in due; ad altri la carne veniva separata dalle ossa con un pettine di ferro. Eppure, nonostante ciò, non potevano essere distolti dalla religione. Giuro su Allah, Egli renderà l’Islam predominante al punto che una carovana, viaggiando da Sana’a fino a Hadramawt (Yemen), non temerà altri che Allah. Naturalmente, la carovana sarà anche sorvegliata, affinché i lupi non attacchino il suo gregge di pecore. Ma voi non avete la pazienza di attendere per vedere questa verità diventare realtà».(Bukhari)।
In secondo luogo, il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) credeva che questo futuro auspicato si sarebbe realizzato soltanto quando gli uomini avessero adempiuto ai propri doveri secondo le norme approvate da Allah e si fossero preparati al meglio delle loro possibilità, si fossero impegnati a rimuovere dal cammino tutti gli ostacoli e avessero affidato al Creatore tutto il resto. Infatti, ciò che l’uomo è in grado di fare non è affatto difficile per Allah.
Questa verità si è affermata attraverso l’egira del Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) a Medina. Egli scelse come luogo dell’egira una località appropriata all’interno della Penisola Arabica, non un luogo come l’Abissinia. Considerava gli Ansar autentici arabi. Essi si erano impegnati a proteggerlo proprio come avrebbero protetto i membri della propria famiglia. Diede priorità all’egira dei suoi compagni affinché per loro fosse più facile lasciare Mecca. In effetti, il fatto che il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) arrivasse a Medina dopo di loro avrebbe assunto un’importanza ancora maggiore.
Dopo aver ricevuto il permesso di Allah, il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) procurò gli animali per il viaggio. Stabilì anche chi sarebbe stato il suo compagno e chi la guida lungo il cammino. Stabilì in anticipo persino in quale grotta si sarebbe nascosto, finché i miscredenti non avessero smesso di cercarlo.
Egli adottò tutte le precauzioni possibili e completò ogni preparativo mantenendo il massimo segreto possibile per gli uomini, affidando ad Allah ciò su cui non aveva controllo. Non aveva alcun dubbio che Allah lo avrebbe aiutato. Quando Abu Bakr (che Allah sia soddisfatto di lui) gli disse nella grotta: «O Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui), se uno di loro guardasse sotto i propri piedi, certamente ci vedrebbe», il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) disse: «Abu Bakr, che cosa pensi di due persone insieme alle quali vi è un terzo, che è Allah?». Nel Corano è narrato: «Se non lo aiutate (Muhammad), ciò non importa. In verità, Allah lo aiutò quando i miscredenti lo avevano costretto all’esilio, quando egli era uno dei due e quando entrambi (Muhammad e Abu Bakr) si trovavano nella grotta, quando disse al suo compagno: “Non essere triste né impaurito: certamente Allah è con noi”. Allora Allah fece scendere su di lui la Sua tranquillità e lo rafforzò con schiere di angeli che voi non vedevate, e rese infima la parola dei miscredenti; mentre la parola di Allah rimase suprema. Allah è Onnipotente e Saggio».(Sura at-Tawba: 40)।
Quintocapitolo
Il movimento islamico: sul piano politico e a livello internazionale
ragionevole politico fiqh
avversa ideologica situazione
Nel caso del movimento islamico, soprattutto nell’ambito politico, sussiste una situazione ideologica avversa che non può sfuggire all’attenzione di alcun osservatore vigile.
Nel campo dell’ideologia esistono numerose correnti di pensiero nocive che ancora oggi, in un modo o nell’altro, esercitano la loro influenza sul movimento intellettuale politico, attraverso i dirigenti e gli scrittori del movimento islamico, nonché attraverso i libri scritti per le attività di dawah o educative. Il movimento deve liberarsi dall’influenza di tali correnti e condurre le proprie attività, nella luce di un’ideologia benefica, riguardo alla collettività, alla vita e al mondo nel loro insieme.
L’ideologia zahirita si limita ad accettare il significato letterale dei testi fondamentali e, al di fuori di ciò, non si occupa dei veri obiettivi della sharia. Di conseguenza, non presta alcuna attenzione agli interessi delle persone. Eminenti studiosi hanno sottolineato che l’obiettivo della sharia è realizzare il bene degli esseri umani in questo mondo e nell’Aldilà. Nelle parole dell’Imam Ibn al-Qayyim: qualsiasi norma che abbandoni il bene a favore del male, eviti la saggezza e favorisca la stoltezza non ha alcun rapporto con la sharia, anche qualora, per errore, la si consideri parte della sharia.
Una simile ideologia può essere accettabile nel caso di usanze o norme applicabili a singoli individui, ma questo metodo non può mai essere accettabile nell’ambito della politica fondata sulla sharia. Infatti, la base della politica fondata sulla sharia dovrebbe essere la flessibilità, la tolleranza e la considerazione dei cambiamenti relativi al luogo, al tempo, alle circostanze e alle persone.
Sebbene i sostenitori dell’ideologia kharigita siano considerati caratterizzati da onestà e coraggio, sono di mentalità ristretta e la loro visione della religione e del mondo è miope. Inoltre, nei rapporti con gli altri sono violenti e sono ossessionati dal respingere, accusare e sospettare sempre tutti, compresi gli attivisti del movimento islamico. Non fanno che esaltare le proprie opinioni. E questa autocompiacenza è estremamente pericolosa.
Vi è poi l’ideologia taqlidita, che altro non è se non imitazione cieca. I seguaci di questo metodo cercano le risposte alle loro questioni ideologiche, politiche e giuridiche nei libri scritti dai precedenti imam e faqih del proprio madhhab. Non vogliono mai oltrepassare i confini del proprio ambito. I seguaci dei madhhab non considerano la sharia con una visione ampia. Giudicano e valutano alla luce del proprio metodo e della propria tariqa, ma non mostrano alcun interesse né per l’epoca attuale e gli eventi contemporanei, né per la soluzione dei problemi emergenti. Questo tipo di visione restringe ciò che Allah ha reso ampio e rende difficile ciò che l’Islam ha reso agevole.
Se il movimento islamico non riuscirà a liberare i propri seguaci da queste ideologie anomale e dai loro effetti negativi, e se non coltiverà e non praticherà quel nuovo orientamento del fiqh sul quale desideriamo concentrare la nostra attenzione, comprendente il fiqh delle pratiche autorizzate, ossia il fiqh delle sunan, il fiqh degli obiettivi della sharia, il fiqh dell’equilibrio e il fiqh delle priorità, il movimento islamico non potrà elaborare un’ideologia politica razionale.
Incompletezza del fiqh politico
È necessario correggere le concezioni e le decisioni difettose e anomale del movimento islamico, nonché i suoi anomali metodi di esclusione.
Nel campo del fiqh politico, queste idee, regole e procedure bizzarre sono in larga misura evidenti. In passato non avevano ricevuto un’importanza così grande neppure negli ambiti del culto, delle transazioni, del matrimonio e così via.
Nel fiqh politico odierno si sono infiltrate concezioni errate e decisioni deboli di vario genere. Esse hanno messo radici nella mentalità degli islamisti in forme così diverse che, quando qualcuno applica una norma, questa crea una distanza tra le sue disposizioni e quelle degli altri pari a quella tra Oriente e Occidente.
Alcuni considerano la consultazione, o shura, non un dovere obbligatorio, ma una semplice questione di scambio d’informazioni. Altri conferiscono al capo dello Stato il potere di dichiarare guerra e concludere trattati senza consultarsi con i rappresentanti della nazione. Un altro gruppo, invece, considera la democrazia una dottrina miscredente.
Vi sono poi persone che credono che nella politica islamica non vi sia posto per le donne e che il loro unico posto sia la casa paterna. Da lì possono raggiungere due destinazioni: la casa del marito oppure la tomba. Secondo questo gruppo, non si pone neppure la questione della candidatura delle donne alle elezioni delle amministrazioni locali o del parlamento; esse non hanno nemmeno il diritto di votare alle elezioni.
Vi è anche un’altra categoria di persone che ritiene che l’Islam abbia respinto il sistema democratico multipartitico. Secondo la loro convinzione, in uno Stato musulmano non può esistere alcun partito o gruppo che segua una qualsiasi opinione o corrente politica.
Quando alcuni fratelli religiosi mi mostrarono l’articolo di un certo autore entusiasta, intitolato «Entrare in Parlamento è contro il tawhid», rimasi sbalordito. Nell’articolo, infatti, diventare membri del parlamento veniva definito contrario al tawhid. Vi notai una strana confusione tra gli atti e la dottrina. Gli atti riguardano il giusto e l’ingiusto, non la fede e l’incredulità. Queste questioni fanno parte della politica della sharia, nell’ambito della quale la ricompensa per l’ijtihad è stabilita in misura doppia quando la conclusione è corretta e in una sola ricompensa anche quando è errata.
Anche i kharigiti di quell’epoca commisero lo stesso errore, emettendo una fatwa che dichiarava miscredente l’Imam ʿAlī per una questione terrena attinente alla politica. La questione che essi avevano incorporato nel nucleo della fede era la seguente: egli aveva instaurato il controllo degli uomini sulla religione di Allah, mentre nessuno, all’infuori di Allah, ha il diritto di giudicare. L’Imam rispose alle loro accuse con parole estremamente eloquenti, dicendo: «Una parola vera è stata usata per affermare un errore».
Applicazione del fiqh politico
Gli ulema dell’Afghanistan hanno guidato il jihad con eroismo e coraggio. Tuttavia, sono rimasto sorpreso dal fatto che alcuni di loro considerino haram l’istruzione delle donne e sostengano la stessa opinione anche riguardo alla questione dell’utilizzo delle elezioni come metodo per scegliere i rappresentanti del popolo o il presidente dello Stato. Essi ritengono haram stabilire la durata del mandato presidenziale e rendere obbligatoria la shūrā.
Alcuni fratelli religiosi che credono in queste idee, parlando con me di tali questioni, dissero che la causa del fallimento del movimento islamico nell’epoca odierna è il fatto che si crede in concezioni da loro ritenute non islamiche, e che noi musulmani non potremo avere successo finché non useremo strategie islamiche per conseguire gli obiettivi dell’Islam.
Chiesi loro: se i musulmani stabilissero la durata del mandato del presidente proprio nel loro interesse, quale motivo potrebbe esserci perché ciò fosse haram?
Risposero: ciò contraddice la tradizione musulmana in vigore dai tempi del primo califfo, il venerabile Abū Bakr al-Ṣiddīq (ra). Nessun califfo è mai stato eletto per un periodo determinato. In particolare, i Califfi ben guidati conservarono il potere di governo per tutta la vita, e il Messaggero di Allah (saws) ci ordinò di seguire rigorosamente ogni loro consuetudine. È stato narrato in un hadith che il Messaggero di Allah (saws), mettendoci in guardia dalle innovazioni e dalle bidʿa, disse: ogni innovazione o bidʿa introdotta nella religione è una deviazione dalla retta via. Ed è una novità inventata dagli uomini (Abū Dāwūd e al-Tirmidhī)।
In risposta dissi: prima di ordinarci di seguire la consuetudine dei Califfi ben guidati, ci è stato ordinato di seguire la Sunnah del Messaggero (saws). Poiché la Sunnah è la seconda fonte della legge islamica, in caso di divergenza su qualunque questione bisogna ricorrere, insieme al Corano, anche alla Sunnah. Nell’hadith narrato da al-ʿIrbāḍ è detto: seguite la mia Sunnah e la consuetudine dei Califfi ben guidati. Dunque, anzitutto, dovete ricorrere alla Sunnah del Messaggero (saws).
Tutti sanno che la Sunnah del Messaggero (saws) consiste nelle sue parole, nelle sue azioni o nella sua approvazione di un’azione. In alcuni casi, un’azione da lui compiuta potrebbe non essere obbligatoria, ma indicare soltanto consenso o approvazione, a meno che non sia accompagnata da prove tali da elevare tale consenso al grado dell’obbligatorietà.
Per questo, quando i califfi ben guidati videro che, date le mutate circostanze, l’azione o il provvedimento adottato dal Messaggero di Allah — pace e benedizioni su di lui — per un determinato scopo non sarebbe stato conforme agli interessi dei musulmani, decisero diversamente da lui.
Un esempio è che, dopo la conquista di Khaybar, il Messaggero di Allah — pace e benedizioni su di lui — distribuì il bottino di guerra tra i soldati. Tuttavia, dopo la conquista delle campagne irachene, ʿUmar — che Allah si compiaccia di lui — non lo fece, perché, nel contesto di quel tempo, non lo ritenne opportuno. Molti Compagni del Messaggero — pace e benedizioni su di lui — presentarono argomentazioni contro questa opinione di ʿUmar, soprattutto perché la sua decisione, secondo il significato letterale, contraddiceva le norme generali enunciate nellasura al-Anfal, nel versetto 41, come si legge: «E sappiate che, di tutto ciò che avete conquistato come bottino di guerra, un quinto appartiene ad Allah».
ʿUmar — che Allah si compiaccia di lui — osservò: «Ritengo che queste ricchezze siano sufficienti per la gente del presente e del futuro. Volete forse che le generazioni future si trovino in una situazione in cui non sia stato lasciato nulla per loro?»
Ciò significa che ʿUmar — che Allah si compiaccia di lui — formulò la considerazione suddetta pensando alle generazioni future: un’iniziativa straordinaria, volta a garantire la reciproca dipendenza della comunità musulmana da una generazione all’altra. In tal modo, la generazione presente non avrebbe potuto condurre una vita agiata trascurando gli interessi di quelle future. La base razionale del provvedimento di ʿUmar si fondava sullasura al- Hashr, versetto numero 10. In esso, dopo aver menzionato la norma relativa alla distribuzione del bottino tra i Muhajirun e gli Ansar, si afferma: «E coloro che sono venuti dopo di loro». L’Imam Ibn Qudama, spiegando la differenza tra il provvedimento del Messaggero di Allah — pace e benedizioni su di lui — e quello di ʿUmar, ha detto: «Entrambi fecero ciò che ritenevano più appropriato per il loro tempo».
Sebbene alcune azioni del Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui, siano parte inseparabile della Sunna, esse non sono obbligatorie per le generazioni successive. I suoi Compagni talvolta, tenendo conto di determinate considerazioni, agirono in modo contrario. Perché dunque le decisioni dei musulmani delle generazioni successive dovrebbero essere obbligatorie per coloro che verranno dopo di loro?
Nessun precedente può costituire una valida ragione di obbligatorietà giuridica. Un precedente è adeguato soltanto al luogo, al tempo e alle circostanze cui si riferisce. Se questi elementi cambiano, bisogna agire sulla base di tale cambiamento.
La questione fondamentale è che, tra le misure e le norme precedenti, dobbiamo scegliere quelle adatte al nostro tempo, al nostro ambiente e alle nostre circostanze, rimanendo nell’ambito del Testo fondamentale e degli obiettivi della nostra generosa Sharia.
È piuttosto fuorviante il dibattito sul presunto consenso unanime degli studiosi musulmani contro la limitazione della durata del mandato dei governanti. Non vi è alcuna questione da discutere riguardo al consenso secondo cui un governante può regnare per tutta la vita. Tuttavia, la limitazione della durata del mandato non è mai stata discussa né studiata. È rimasta una questione del tutto silenziosa. Si dice che non si dovrebbe esprimere alcun giudizio su chi tace. Allo stesso modo, non si dovrebbero coinvolgere gli studiosi in una questione sulla quale non hanno espresso una decisione né negativa né positiva.
D’altra parte, si sostiene che stabilire la durata del mandato del capo dello Stato sia una novità introdotta nell’Islam, ossia una bidʿa, e che il verdetto unanimemente accettato in proposito sia che ogni bidʿa costituisca uno sviamento. Noi riconosciamo la seconda parte di questa affermazione, cioè che ogni bidʿa comporta uno sviamento; tuttavia, non esiste alcuna prova della prima parte, vale a dire che una decisione di questo tipo rientri, dal punto di vista della Sharia, nella categoria della bidʿa.
È errato ritenere che l’Islam assuma una posizione contraria a ogni cosa nuova o invenzione, qualificandola come bidʿa. In realtà, la bidʿa può consistere soltanto nell’introdurre qualcosa in questioni puramente religiose, come la fede, gli atti di culto e i loro rami. Quanto invece agli aspetti mutevoli della vita, quali usanze, tradizioni, consuetudini e sistemi amministrativi, sociali, culturali e politici, questi rientrano, nel linguaggio degli studiosi, nell’ambito delle questioni del popolo; la loro spiegazione si trova nell’opera dell’Imam al-Shatibi, «Al-Iʿtisam». Per questo i Compagni del Messaggero, pace e benedizioni su di lui, fecero molte cose che il Messaggero stesso non aveva fatto, come mettere per iscritto copie del Corano, usare registri e documenti, imporre la tassa fondiaria e costruire prigioni. I tabiʿun, i musulmani venuti dopo i Compagni del Messaggero, fecero a loro volta, ai loro tempi, cose che i Compagni precedenti non avevano fatto, come coniare monete e introdurre il servizio postale, tra le altre.
I musulmani introdussero inoltre molte cose di cui non si era mai sentito parlare ai tempi del Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui, né dei suoi Compagni, come l’elaborazione di diverse discipline scientifiche, quali le scienze religiose, la linguistica e le scienze umane.
Uso scorretto della sīra
Una delle principali cause degli errori e delle decisioni sbagliate nel fiqh politico è la confusione tra la Sunnah e la sira del Messaggero. Nell’Islam, oltre al Sacro Corano, la Sunnah è una fonte della legge. Il Sacro Corano è la base e l’origine della legge, mentre la Sunnah ne costituisce la spiegazione e l’applicazione.
Tuttavia, alcuni sbagliano sostituendo la sira alla Sunnah e citando gli episodi della sira come se fossero vincolanti allo stesso modo del Corano e della Sunnah.
La sira non è sinonimo di Sunnah. Nella sira, infatti, sono riportati molti dettagli che non hanno alcuna rilevanza in ambito giuridico. Per questo i faqih non hanno incluso la sira nella definizione della Sunnah. Hanno detto soltanto: la Sunnah è ciò che il Messaggero di Allah ha detto, fatto o approvato. Non hanno incluso la sira in questa definizione.
I muhaddith, invece, oltre alle azioni, alle parole e alle approvazioni del Messaggero, hanno aggiunto descrizioni del suo aspetto, del suo comportamento e del suo stile di vita. Di norma raccolgono ogni dettaglio riguardante il Messaggero di Allah senza preoccuparsi che sia connesso o meno alle norme giuridiche. Hanno descritto ampiamente ogni aspetto della vita del Messaggero, compresi la nascita, la cura, l’educazione, il matrimonio, il comportamento, le caratteristiche fisiche e tutti gli altri dettagli relativi alla nascita e alla morte.
Ciò che ci preoccupa è che alcuni gruppi islamici considerano la sira una prova definitiva a sostegno di determinate decisioni. Essi credono che tali decisioni siano vincolanti per tutti i musulmani. Vorrei menzionare qui due questioni.
Primo: nella sira sono stati inclusi episodi tramandati da un narratore all’altro senza prove inconfutabili. Ciò è dovuto al fatto che questi narratori hanno trattato le narrazioni della sira con tanta leggerezza da non citare alcun hadith quando riportavano le norme della Shariah e le questioni relative a ciò che è halal e haram.
Secondo: la sira è una rappresentazione della dimensione pratica della vita del Messaggero. Nessuna azione del Messaggero impone di per sé un obbligo; indica soltanto un’approvazione. Per rendere effettivo un obbligo è necessaria un’ulteriore prova.
È vero che per noi è obbligatorio seguire l’esempio del Messaggero di Allah. Nel Sacro Corano è stato dichiarato: «Nel Messaggero di Allah vi è certamente un modello eccellente da seguire per voi (sura al-Ahzab: 21)». È obbligatorio seguire l’esempio del Messaggero di Allah nel comportamento morale, nei valori e nelle questioni generali, ma non nei dettagli.
Se è possibile e autorizzato diffondere pubblicamente la daʿwa, non è necessario agire clandestinamente per imitare l’esempio del Messaggero (pace e benedizioni su di lui). Se non ve n’è bisogno, non è necessario lasciare la nostra patria per emigrare in un luogo sicuro allo scopo di diffondere la chiamata alla religione, semplicemente per seguire l’esempio del Messaggero (pace e benedizioni su di lui).
Per questo, dopo la conquista della Mecca, l’emigrazione a Medina non è più obbligatoria per ogni musulmano. Infatti, il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) ha detto: dopo la conquista della Mecca non vi è più emigrazione, se non il jihad e l’ardente aspirazione al jihad; quando sarete chiamati, dovrete partire (Bukhari e Muslim). Ciò significa che non è più necessario emigrare a Medina. Tuttavia, se i musulmani non riescono a stabilire la religione in un paese, è loro consentito emigrare da quel paese.
Il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) aveva chiesto aiuto alle tribù potenti, e le tribù degli Aws e dei Khazraj avevano risposto al suo appello. Oggi non abbiamo più bisogno di fare lo stesso, poiché nell’epoca attuale questo metodo non è più sufficiente.
Il fatto che il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) abbia svolto per tredici anni l’attività di daʿwa alla Mecca non significa che anche noi dobbiamo dedicarci per tredici anni alla pratica della fede e all’attività di daʿwa. Infatti, oggi viviamo tra una comunità musulmana che crede che non vi sia altra divinità all’infuori di Allah e che Muhammad (pace e benedizioni su di lui) sia il Messaggero di Allah. Pertanto, non abbiamo bisogno di un periodo così lungo per apprendere la nostra fede e la nostra ʿaqīda.
Se oggi prestiamo attenzione a questioni come la giustizia sociale, la shūrā, la libertà, l’insurrezione palestinese e il jihad afghano, ciò non sarà contrario alla guida del Messaggero (pace e benedizioni su di lui). A Medina egli era impegnato proprio in attività di questo tipo. Prima dell’Egira, infatti, il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) viveva alla Mecca in una società ignorante e politeista che aveva respinto con arroganza la daʿwa. Pertanto, la sua prima lotta con quella società era incentrata sul tawḥīd e sulla daʿwa. La nostra società non è analoga. Essa crede in Allah, nella Sua religione e nel Suo Messaggero (pace e benedizioni su di lui), anche se può contenere difetti e deviazioni dalla via di Allah.
Riconquista dei territori musulmani
Fin dall’inizio, il movimento islamico ha adottato la riconquista di tutti i territori musulmani e la garanzia della liberazione e dell’indipendenza come uno dei suoi programmi più importanti. Nessuna persona assennata può negarlo.
L’Imam Hasan al-Banna ha detto in uno dei suoi discorsi: i nostri sforzi e il nostro jihad sono concentrati su due obiettivi principali: l’ideale islamico e i territori musulmani.
Egli aveva coordinato questi due obiettivi perché l’ideale può essere attuato soltanto in una terra libera e indipendente, dove sia possibile preservarne i valori e applicare le disposizioni della legge. In ciò risiede il significato dello Stato islamico, o Dar al-Islam. È in un territorio simile che l’Islam sopravvive; da qui vengono dirette le sue attività e viene indicata la via alla nazione.
Per questo i giuristi dell’Islam hanno concordato che sia dovere recuperare e difendere tutti i territori musulmani occupati dagli infedeli, e hanno dichiarato che per i musulmani di quei territori il jihad è un obbligo individuale, così come tutti i musulmani, collettivamente, devono necessariamente sostenerlo con le proprie vite, i propri beni e le proprie armi, finché i loro territori non siano liberati dagli aggressori.
Pertanto, se anche una sola parte del territorio musulmano cade sotto il dominio di aggressori stranieri, il movimento islamico non può assistere alla situazione come uno spettatore silenzioso. Non c’è nulla di sorprendente in questo. La sede centrale dell’Ikhwan al Cairo era anche un centro operativo per i mujahidin e i rivoluzionari che partecipavano alla lotta contro gli occupanti in tutte le regioni del mondo arabo e musulmano, dall’Indonesia al Marocco.
Hasan al-Banna una volta presentò le rivendicazioni nazionali dell’Ikhwan a un congresso nazionale. Parlò della costruzione di una patria musulmana: una piccola patria comprendente l’Egitto e il Sudan; una grande patria araba, estesa dal Golfo all’Oceano Atlantico; e una patria musulmana più vasta, i cui confini si sarebbero estesi dall’Oceano Atlantico all’Oceano Indiano. Sottolineò che liberare la più grande patria musulmana da ogni forma di influenza straniera imposta ai musulmani è un obbligo religioso per ogni musulmano e uno dei principali obiettivi dell’Ikhwan.
Hasan al-Banna pose la Palestina in cima alla lista, come una delle questioni principali. Le attribuì un’importanza particolare e esortò le masse musulmane a rivolgere la loro attenzione alla terra sacra dei profeti e dei messaggeri, dell’Isra e del Mi’raj, e a rimanere vigili di fronte alla minaccia ebraica. Gli ebrei, infatti, sono in agguato per piantare i loro artigli feroci in questa terra. I dirigenti arabi e musulmani sono inconsapevoli della rete di complotti intessuta contro la moschea di al-Aqsa, la prima delle due qibla, sebbene al-Aqsa sia avvolta dalla misericordia di Allah.
Hasan al-Banna scrisse numerosi articoli per difendere gli interessi palestinesi, guidò molte marce, organizzò numerose riunioni, reclutò innumerevoli persone e raccolse ingenti somme di denaro e armi. Per dare un’idea dei suoi meriti in questo ambito, basti ricordare che la valorosa lotta combattuta nel 1948 sul territorio palestinese dai suoi seguaci spirituali e dai suoi combattenti è iscritta a lettere d’oro nella storia. La sua autenticità è stata riconosciuta dal maggiore generale al-Mawabi dell’esercito egiziano e da altri comandanti, perfino dagli stessi ebrei. Il libro di Kamal al-Sharif, «Al-Ikhwan al-Muslimun and the Palestine War», presenta numerose informazioni su questo glorioso jihad.
Il movimento islamico ha svolto il proprio ruolo nella difesa di ogni interesse di tutte le nazioni musulmane e nel contrasto all’imperialismo di ogni colore.
Per questo il movimento islamico è intervenuto a difesa degli interessi dell’Afghanistan, simbolo della prima linea di difesa contro l’aggressione comunista. Questo interesse era così profondo che alcuni pensavano che il movimento islamico avesse forse dimenticato la causa palestinese. In realtà, il movimento islamico non ha mai dimenticato la Palestina e non la dimenticherà mai. La Palestina è infatti il primo e supremo interesse islamico; la sua liberazione è il primo e supremo dovere, una convinzione condivisa con tutto il cuore anche dai mujahidin afghani.
Ora, nella lotta palestinese, occorre una bandiera islamica che raccolga intorno a sé le persone e le unisca come un’unica entità. Ciò è avvenuto attraverso la diffusione della rivoluzione nelle moschee e mediante l’insurrezione popolare, o Intifada, il cui slogan principale è: «Non vi è altra divinità all’infuori di Allah» (La ilaha illa Allah) e «Allah è il più grande» (Allahu Akbar). Il movimento islamico di resistenza Hamas, incrollabile, coraggioso e vigile, ha trasformato questa insurrezione in una forza organizzata.
Hamas è un’istituzione simbolica della fede del popolo palestinese, nutrito delle antiche tradizioni musulmane e arabe. Questo popolo è ancora vitale. Con l’aiuto di Allah, non si spegnerà mai finché non avrà conseguito la vittoria. Un popolo dotato di corpo e animo puri porterà avanti lo stendardo del jihad.
Il movimento deve assumere un ruolo centrale in ogni attività connessa agli interessi islamici. Da qualunque parte provenga la richiesta, bisogna rispondere a ogni appello d’aiuto. Il movimento islamico deve unirsi al jihad contro il malgoverno dei cristiani marxisti in Eritrea. La giunta del luogo vuole inghiottire l’Eritrea e mantenerla sotto il proprio controllo come colonia, trasformando il popolo in una classe di schiavi sottoposta al sistema feudale.
Il movimento islamico deve stare al fianco del Sudan contro la ribellione cristiana razzista e traditrice. I cristiani vogliono imporre il loro fanatismo religioso razzista in tutti i territori del Sudan e separare il Paese dalla umma musulmana e dal mondo arabo.
Nelle Filippine bisogna sostenere i musulmani contro i governanti cristiani faziosi. Infatti, la giunta cristiana vuole sterminare i musulmani del luogo e lasciare spazio soltanto a coloro che accetteranno una vita di schiavitù, persone che non saranno utili né a se stesse né agli altri.
Bisogna tendere una mano d’aiuto ai musulmani del Kashmir nella loro lotta per il diritto all’autodeterminazione, finché il Kashmir non diventi parte del Pakistan o non ottenga l’indipendenza, così da vanificare tutti i complotti degli imperialisti indiani. Per fare del Kashmir una base di complotti contro il Pakistan e, più in generale, contro il mondo musulmano, l’imperialismo indiano cerca di cancellare l’identità musulmana della regione diffondendovi un’istruzione priva di fede, la dissolutezza e la tossicodipendenza.
Il movimento islamico dovrebbe sostenere i musulmani contro il dittatore della Somalia. La giunta dittatoriale del Paese uccide gli studiosi musulmani e perseguita e opprime chiunque possieda un carattere religioso o intellettuale.
Il movimento islamico deve disporre di informazioni corrette su questi movimenti di liberazione. È auspicabile che il movimento islamico sia presente, a un livello o all’altro, nella leadership e nella struttura organizzativa di questi movimenti di liberazione. Bisogna lavorare incessantemente per l’unità, colmando le distanze tra i diversi livelli dell’organizzazione, e impegnarsi a eliminare le divergenze minori nell’interesse del conseguimento dell’obiettivo più ampio. Il sintomo più grave che possa danneggiare il jihad è la discordia tra i gruppi. L’Onnipotente Allah dice: «In verità, Allah ama coloro che combattono sulla Sua via schierati in file, come se fossero una struttura compatta»(Sura Ṣā’f.: 4)।
Il movimento islamico deve assumersi anche la responsabilità di organizzare i musulmani di tutto il mondo a sostegno degli interessi palestinesi. Infatti, il movimento sionista ha organizzato gli ebrei di tutto il mondo a sostegno degli interessi di Israele. Il movimento islamico deve adoperarsi per ottenere il sostegno delle persone coscienziose di tutto il mondo alla nostra giusta causa.
Attualmente è assolutamente necessario portare avanti simili iniziative dalla piattaforma del movimento islamico. La lotta palestinese è infatti giunta a una fase critica. Calpestando gli interessi palestinesi, è stato ordito un complotto per insediare ebrei sovietici nei territori occupati. L’obiettivo di questo complotto è realizzare il sogno della Grande Israele, i cui confini si estenderebbero dal Nilo all’Eufrate; in seguito, il loro desiderio è espandersi fino all’Hegiaz, Medina e Khaybar.
Movimento di liberazione
Il movimento islamico non deve limitare la propria attenzione esclusivamente ai territori musulmani. Certamente, secondo i principi dell’Islam, i territori musulmani possono ricevere particolare importanza nell’interesse dell’interdipendenza e della solidarietà reciproche. Tuttavia, il movimento islamico deve tendere la mano a tutti coloro che, in ogni parte del mondo, musulmani o non musulmani, lottano per liberarsi dall’occupazione delle terre, dall’imperialismo, dall’oppressione e dall’ingiustizia.
L’Islam è apparso portando un appello universale alla liberazione dell’essere umano. Allah ha onorato l’uomo inviandolo sulla terra come Suo vicario e, per questo, ha posto sotto il suo dominio tutto ciò che è nei cieli e sulla terra.
L’Islam è venuto per liberare l’uomo dalla schiavitù di qualunque potere taghut ribelle a Dio e per formarlo in modo adeguato, affinché si opponga al taghut.
Il punto centrale della predicazione del profeta Mosè, la pace sia su di lui, era liberare i Figli d’Israele dall’oppressione del Faraone, di Qarun e di Haman. Lo scopo della predicazione del profeta Muhammad, la pace e le benedizioni di Allah siano su di lui, era liberare tutta l’umanità dalla presa di tutti i faraoni, Qarun e Haman, i quali incatenano gli uomini alla schiavitù e si impongono come governanti onnipotenti, senza averne alcun diritto. Questi governanti trattano i servi di Allah con tale arroganza, come se condividessero la grandezza e la supremazia di Allah. Si presentano come divinità e trasformano gli uomini in loro schiavi.
Attraverso il Messaggero, la pace e le benedizioni di Allah siano su di lui, il Corano, rivolgendosi ai governanti e ai re, ha proclamato con voce chiara e solenne il messaggio della libertà: «Venite a una parola comune tra noi e voi: non adoreremo altri che Allah, non assoceremo a Lui alcun associato e nessuno di noi prenderà altri, all’infuori di Allah, come signore» ((Sura Āl ʿImrān: 64)।
Rabi ibn Amir dichiarò davanti a Rustam, comandante dell’esercito persiano: «Allah ci ha inviati per liberare l’umanità dalla schiavitù degli uomini, affinché essa serva soltanto Lui, e per ricondurla dall’ingiustizia e dall’iniquità delle varie religioni alla giustizia dell’Islam.»
L’onnipotente Allah ha inviato il Suo Libro e i Suoi messaggeri sulla terra con il solo compito di instaurare la giustizia. A questo proposito, nel Sacro Corano è detto: «In verità, abbiamo inviato i Nostri messaggeri con prove evidenti e abbiamo fatto scendere con loro il Libro e la bilancia, affinché gli uomini si attengano alla giustizia» ((Sura al-Hadid: 25)।
Pertanto, ogni oppressione e ingiustizia di un individuo contro un altro individuo, di un gruppo contro un altro gruppo o di un popolo contro un altro popolo, e in particolare l’oppressione e l’ingiustizia esercitate da uomini tirannici e potenti contro persone deboli e oppresse, costituisce in sostanza una violazione di tutti i messaggi divini. Per questo motivo, nel Sacro Corano vengono rivolte aspre critiche ai tiranni e pronunciati severi ammonimenti: «Ma essi [i messaggeri] chiesero la vittoria e l’aiuto, e ogni tiranno ribelle e ostinato fu completamente sconfitto e distrutto. Davanti a lui [a ogni tiranno ribelle e ostinato] vi è l’Inferno, e gli sarà fatta bere acqua bollente, mescolata a pus e sangue» ((Sura Ibrahim: 15–-16)।
In questo modo Allah pone un sigillo sul cuore di ogni tiranno superbo (Sura al-Mu’’min: 35)।
Entrate dunque dalle porte dell’Inferno e rimanetevi in eterno; in verità, quanto è miserabile la dimora dei superbi (Sura an-Naḥl: 29)।
Nelle sure meccane e medinesi del Corano, i malfattori sono severamente condannati: certamente Allah non guida coloro che sono oppressori (Sura al-Mā’idah: 51)।
Certamente, coloro che sono ingiusti non conseguiranno mai alcun successo (Sura Yusuf: 23)।
E queste città le distruggemmo quando commisero ingiustizia (al- Kahf: 59)।
Queste sono le loro abitazioni, completamente devastate a causa della loro ingiustizia (Sura An- Naml : 52)।
La presa del tuo Signore è proprio così: Egli afferra gli abitanti delle città quando commettono ingiustizia; senza dubbio, la Sua presa è dolorosa e terribilmente severa (Sura Hūd: 102)।
Poi la radice degli ingiusti fu recisa. E a Dio appartengono tutte le lodi e i ringraziamenti, il Signore dei mondi (Sura al-’Anʿām: 45)।
E non inclinatevi verso coloro che commettono ingiustizia, affinché il fuoco non vi tocchi. E non avete alcun protettore all’infuori di Dio. Pertanto non riceverete aiuto da nessuna parte (Sura Hūd: 113)।
L’Islam non si è limitato a dichiarare severamente l’ingiustizia illecita e proibita, ma ha emanato l’ordine di combatterla con ogni mezzo. E coloro che non faranno nulla per sradicare l’ingiustizia saranno considerati complici dei peccatori sulla terra e, nell’aldilà, dovranno subire la punizione.
Persino una comunità che continua a commettere apertamente e senza esitazione ingiustizie e misfatti, senza che nessuno protesti o si opponga alle sue malefatte, è considerata dall’Islam meritevole di una punizione divina, e la sua distruzione è inevitabile. Quando il castigo di Allah si abbatte su una simile comunità, nessuno potrà sfuggirvi. I peccatori saranno puniti per i loro peccati e gli spettatori silenziosi per il loro silenzio. Allah l’Altissimo dice: Temete la fitna che non colpirà soltanto gli ingiusti, e sappiate che Allah è severo nel castigo (Sura al An-fal: 25)।
Il Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui, disse: Se le persone vedono un trasgressore commettere un’ingiustizia e tuttavia non lo fermano, si avvicinano alla punizione da parte di Allah, e quella punizione ricade su tutti loro (Abu Dawud, Tirmidhi, Ibn Majah, Ibn Hibban e Sahih al Jami al Saghir). In un altro hadith è narrato: Quando vedrai che la mia umma è diventata timorosa e spaventata e non dice a nessun trasgressore: «Stai commettendo un’ingiustizia», allora puoi rinunciare alla speranza in loro (al Hakim)।
Tutti i peccatori rientrano nell’ambito della dichiarazione sopra menzionata. La loro ingiustizia e le loro violazioni siano commesse contro i musulmani o contro altri, poiché ogni ingiustizia e ogni azione malvagia sono peccato.
Non c’è nulla di sorprendente in questo: l’Islam incoraggia ogni iniziativa positiva volta a contrastare gli ingiusti e a proteggere gli oppressi e i deboli. Considera persino la resistenza e la difesa come un atto di culto e come jihād sulla via di Allah. Nel Sacro Corano, esortando a combattere contro i malvagi e a proteggere gli oppressi, è detto: «E che cosa vi accade, che non combattete sulla via di Allah e per quegli uomini, donne e bambini deboli, maltrattati e oppressi che pregano: “Nostro Signore, liberaci da questa città i cui abitanti sono ingiusti; concedici da parte Tua un protettore che ci protegga e mandaci da parte Tua qualcuno che ci aiuti”? »(Sura an- Nisāʾ: 75)।
Qui, con l’espressione «classe dei deboli», si fa principalmente riferimento ai credenti. Per questo, in questo versetto, viene menzionata soltanto la loro supplica. Tuttavia, l’Islam non sostiene l’ingiustizia e la violazione dei diritti contro nessuno, anche se è un miscredente. In un hadith è riportato: «Guardati dalla supplica e dal lamento dell’oppresso, anche se è un miscredente, perché nulla ostacola il loro arrivo ad Allah» ((Ahmad e Sahih al- Jami al- Saghir)।
Il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, una volta, dopo aver udito il racconto dell’oppressione subita da una donna debole per mano di un uomo potente e crudele dell’Abissinia, commentò: «Come potrà Allah l’Altissimo considerare pura quella nazione nella quale i diritti dei deboli non vengono strappati dalle mani dei potenti (Ibn Majah, Ibn Hibban e Sahih al- Jami al- Saghir)». Va osservato che, a quel tempo, in Abissinia regnava il cristianesimo.
In realtà, l’obiettivo delle campagne di conquista dell’Islam era salvare le persone oppresse e perseguitate dalla tirannia degli autocrati e dall’oppressione degli oppressori, liberando queste popolazioni dal dominio degli imperatori persiani e romani. Per questo motivo, queste persone accolsero l’Islam e lo abbracciarono volontariamente.
In verità, è dovere di coloro che possiedono la fede e il coraggio morale incoraggiarsi a vicenda a contrastare l’oppressione dei deboli e aiutarli finché i loro diritti non siano stati completamente restituiti dall’oppressore. Il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, ci ha raccontato un’esperienza del genere. Da adolescente, durante i giorni dell’Ignoranza, fu testimone di un fatto simile e vi partecipò attraverso l’istituzione sociale Hilf al-Fudul. Questa organizzazione era stata costituita da un gruppo di persone oneste, benevole e sincere, con l’obiettivo di schierarsi al fianco dei deboli contro i potenti, affinché i diritti e la dignità dei deboli fossero ristabiliti.
Se l’Islam si fa sentire per difendere gli interessi degli animali innocenti e privi di parola, perché mai non dovrebbe schierarsi al fianco degli esseri umani oppressi, perseguitati e maltrattati per rivendicare i loro diritti?
Minoranze musulmane
Il movimento islamico deve prestare vigile attenzione agli interessi delle minoranze musulmane sparse in tutto il mondo.
Informazioni importanti
A questo proposito, dobbiamo prendere in considerazione diversi elementi, tra cui i seguenti aspetti:
1. Le minoranze costituiscono circa un quarto, o forse più, della popolazione musulmana complessiva del mondo. Questo dato è emerso da uno studio condotto circa ventisette anni fa dall’Università islamica Imam Muhammad ibn Saud di Riyadh.
2. Tra queste minoranze musulmane, la comunità musulmana dell’India è la seconda più grande comunità musulmana del mondo per numero. In India vivono più di duecento milioni di musulmani. Questa comunità musulmana ha esercitato un’influenza storica, scientifica e culturale sul subcontinente indiano e, più in generale, sulla cultura islamica.
3. Alcune comunità cosiddette minoritarie sono popolazioni di autentici paesi musulmani. Questi paesi sono stati annessi con la forza ad alcuni grandi paesi vicini, affinché le comunità musulmane si dissolvessero al loro interno e diventassero minoranze oppresse tra popolazioni maggioritarie più vaste. Ne sono esempi le repubbliche musulmane dell’ex Unione Sovietica: Uzbekistan, Turkmenistan e Azerbaigian. Studi condotti hanno dimostrato che questi paesi sono parti inseparabili del mondo musulmano.
4. Alcune comunità musulmane sono state indicate come minoranze nelle statistiche mondiali distorte. La realtà è completamente opposta. Le statistiche autentiche mostrano che, nei paesi interessati, i musulmani sono ampiamente maggioritari, sebbene le statistiche false riportino deliberatamente una popolazione musulmana inferiore; in particolare, i nemici dell’Islam presentano i musulmani di alcune regioni come minoranze per conseguire obiettivi politici. I musulmani dell’Etiopia ne sono uno degli esempi più evidenti. Nonostante i musulmani di quel paese siano maggioritari, sono stati privati della maggior parte dei diritti umani fondamentali e tenuti sotto oppressione.
Ciò di cui le minoranze hanno bisogno
Queste minoranze hanno molto da ricevere dal più ampio mondo musulmano:
1. È necessario fornire aiuti alle loro istituzioni religiose, in particolare agli istituti di istruzione, affinché ne sia preservato il carattere musulmano. Alla luce della terribile campagna avviata dai sostenitori e dalle istituzioni della cristianizzazione con l’obiettivo di sradicare l’Islam, tali aiuti sono estremamente urgenti.
2. È necessario fornire loro libri islamici fondamentali, come fonte corretta di conoscenza, per presentare nella lingua di queste minoranze musulmane i principi fondamentali della fede islamica, il culto e la devozione, i valori morali e le norme religiose. Per loro sono particolarmente necessari un’interpretazione del Sacro Corano e diverse raccolte di hadith autentici e affidabili.
3. È urgente offrire ad alcuni studenti della comunità delle minoranze musulmane l’opportunità di studiare nelle università islamiche dei Paesi arabi, affinché acquisiscano conoscenze e, tornando nei propri Paesi, si dedichino alla diffusione e allo sviluppo degli insegnamenti dell’Islam. Come si dice nel Corano: affinché, una volta tornati al loro popolo, possano metterlo in guardia dalle azioni malvagie (Sura At-Tawba: 122)।
È tuttavia deplorevole che queste università abbiano recentemente chiuso le loro porte agli studenti delle minoranze musulmane di vari Paesi. Eppure questa decisione è pericolosa per le minoranze musulmane, per la predicazione islamica nei Paesi interessati e persino per la stessa umma musulmana.
4. È urgente fornire, nei Paesi delle minoranze, l’insegnamento della lingua araba e sostegno finanziario alle scuole arabe, oltre ad altri aiuti e forme di collaborazione; tuttavia, in questo campo, il fallimento degli arabi non ha limiti. I Paesi sviluppati spendono miliardi di dollari per insegnare le proprie lingue e, attraverso di esse, promuovono anche la propria civiltà e cultura. Gli arabi, invece, sono inattivi in questo campo. Quando si parla della diffusione e della promozione della lingua araba, essi si aggrappano ai propri tesori. Se le minoranze musulmane, spinte dall’amore per la loro religione, per il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) e per il loro Libro, e considerando la lingua araba il fondamento del Corano, degli hadith, del culto e della devozione, della cultura islamica e della cordialità e comprensione tra i membri dell’umma musulmana, non avessero fondato di propria iniziativa scuole e istituti, non vedremmo una sola persona conoscere l’arabo al di fuori del mondo arabo.
Sotto la guida del principe Muhammad al-Faisal Al Saud e con la direzione del dottor Tawfiq al-Sha‘bi, l’«Associazione delle Scuole Arabe» organizza corsi utili per l’insegnamento e la diffusione della lingua araba in numerosi Paesi dell’Africa e dell’Asia e fornisce inoltre aiuti e sostegno alle istituzioni educative a tale scopo. Questa iniziativa è degna di lode.
5. Per le minoranze musulmane sono necessari predicatori o muballigh e insegnanti esperti nella lingua delle minoranze. Vivendo in mezzo a loro, istruiranno gli ignoranti, ammoniranno gli sviati, risponderanno alle diverse domande ed emetteranno fatwa, unendo le persone nel vincolo dell’unità sulla base della devozione religiosa, del timore di Dio, dell’armonia e della buona volontà.
Dobbiamo naturalmente guardarci dai muballigh disastrosi. Essi non si limitano a danneggiare la società, ma accendono il fuoco di discussioni e polemiche inutili, generando odio e ostilità. Alcuni di questi muballigh possono avere buone intenzioni, ma se a tali intenzioni si accompagna l’ignoranza, esse finiscono per causare più danni che benefici. Un antico proverbio dice: un nemico istruito è meno pericoloso di un amico ignorante.
6. È necessario organizzare incontri, visite e discussioni tra le minoranze e intellettuali, educatori e muballigh eminenti. In questo modo si apriranno davanti a loro nuovi orizzonti di pensiero e il loro morale sarà rinvigorito. Bisognerebbe organizzare il più frequentemente possibile incontri, riunioni e simposi di questo tipo, affinché i fratelli delle minoranze che vivono in diversi Paesi, lontani dal cuore pulsante dell’ummah, non si sentano trascurati dalla corrente principale dell’ummah, né separati dal centro del pensiero del movimento islamico e dalla solidarietà dei suoi dirigenti.
7. Forse, più di ogni altra cosa, hanno bisogno di unirsi in un fronte comune, così da poter preservare la propria esistenza e identità religiosa. È sfortunato che, mentre le minoranze di tutto il mondo si stanno unendo, abbandonando ogni divisione per rafforzare la propria esistenza di fronte alle maggioranze, le minoranze musulmane siano sempre impegnate l’una contro l’altra e sprechino tempo e energie in dispute inutili e prive di senso, soprattutto in polemiche religiose su questioni riguardanti il fiqh e l’aqida.
È dovere di tutti i musulmani sostenersi a vicenda secondo il comando di Allah l’Altissimo. Per i musulmani questo è sufficiente: possiedono infatti un senso di unità dal quale possono partire. Sono uniti nella fede in Allah, nel Messaggero, pace e benedizioni su di lui, e nel Sacro Corano. Lo affermo pur sapendo che anche i musulmani che vivono nel cuore del mondo musulmano soffrono molte pene e difficoltà. Com’è dunque possibile che le minoranze musulmane che vivono al di fuori del mondo musulmano non abbiano lamentele e bisogni? Se persino i musulmani dei Paesi musulmani subiscono oppressione e ingiustizia per mano di governanti che si definiscono musulmani, come possiamo aspettarci che i musulmani dei Paesi non musulmani, sotto governanti non musulmani — cristiani, comunisti o idolatri che siano — non abbiano alcuna lamentela?
Senza leadership nazione
Il problema più grave dei musulmani e delle minoranze musulmane disseminati in tutto il mondo è che questa vasta e crescente popolazione non ha una leadership capace di guidarla in ogni ambito.
Un tempo avevamo il sistema del califfato, che univa la nazione musulmana sotto un’unica bandiera. Avevamo un califfo, rappresentante della leadership centrale dell’ummah unita. I nemici del sistema del califfato cospirarono contro di esso e fecero a pezzi questa gloriosa istituzione, simbolo dell’unità della nazione musulmana. Non avevamo più un’esistenza comune, né una bandiera sotto la quale poterci riunire.
Abbiamo perso il sistema del califfato. Ma non siamo riusciti a elaborare alcun sistema alternativo. Pertanto siamo costretti ad andare avanti senza alcuna forma di leadership.
Il cristianesimo ha una propria leadership, riconosciuta dai suoi seguaci. È una leadership religiosa ben organizzata, dotata di istituzioni, tradizioni e personale propri. Quanto alle risorse finanziarie, si colloca al terzo posto dopo gli Stati Uniti e la Russia. I missionari cristiani sono diffusi in tutto il mondo, compresi i paesi musulmani. Noi musulmani, invece, non abbiamo né un venerabile califfo né un papa. Siamo come quell’orfano al quale, a qualunque porta bussi, questa viene chiusa in faccia.
Un tempo esisteva una carica conosciuta come Shaykh al-Islam. Sebbene nell’Islam non esistesse alcuna carica ufficiale con questo nome, alcuni studiosi erano così sapienti, virtuosi, rispettati e pii che il popolo musulmano li chiamava con riverenza usando questo titolo. Oggi gli ulema, nel tentativo di assecondare i governanti, non si astengono soltanto dal dire ciò che è giusto, ma pronunciano anche dichiarazioni fuorvianti. Di conseguenza, il popolo ha perso la fiducia in molti grandi shaykh. Perciò nessun alim viene più chiamato Shaykh al-Islam. Questi ulema, seguendo gli ordini dei loro padroni e appropriandosi di ingenti risorse e mezzi, si impegnano a isolare o screditare gli ulema autentici, che mostrano disprezzo per le tentazioni, finché la resistenza di questi ulema autentici non viene spezzata e non vengono isolati dal popolo.
La missione del movimento
Il movimento islamico deve assumere la guida di questa leadership perduta della nazione musulmana, con tutte le sue correnti di pensiero e i suoi gruppi. Fino all’emergere, al suo interno, di un autentico Shaykh al-Islam degno della lealtà e del sostegno della comunità, il movimento continuerà a svolgere il ruolo di guida con l’aiuto di veri studiosi. Inoltre, il futuro Shaykh al-Islam dovrà avere la capacità, nel momento del bisogno, di rivolgere un appello alla più ampia Umma musulmana e dovrà ottenere una risposta a tale appello.
Musulmani emigrati
Oltre alle minoranze musulmane che vivono in Europa, America, Australia e nell’Estremo Oriente, il movimento islamico deve rivolgere particolare attenzione anche agli emigranti provenienti dai paesi musulmani.
Motivi dell’importanza
Gli immigrati musulmani non sono più pochi. Ora sono a milioni. In particolare, in Francia vi è un gran numero di nordafricani. In Gran Bretagna vi sono bengalesi, indiani e pakistani. In Germania è notevole la presenza dei turchi. Negli Stati Uniti, il numero dei musulmani è significativo grazie alla presenza di americani di origine musulmana, i cui antenati furono rapiti dall’Africa e condotti via molto tempo fa. Inoltre, il loro numero è aumentato anche a causa dell’immigrazione su larga scala. Non esiste un Paese occidentale privo di immigrati temporanei recativisi per studiare o lavorare. Molti altri vi si trasferiscono per stabilirvisi permanentemente.
Da parte dell’Organizzazione della Conferenza Islamica sono state formulate numerose raccomandazioni per concedere borse di studio, destinate esclusivamente allo studio delle materie scientifiche e tecnologiche che non possono essere studiate nei Paesi musulmani. Inoltre, ogni giorno molti studenti si recano all’estero per studiare, a proprie spese o a spese del proprio Paese. Altri ancora lasciano i Paesi musulmani e si dirigono verso i Paesi occidentali in cerca di lavoro, sicurezza o libertà. Nella sura al-ʿAnkabūt, versetto 56 , l’Onnipotente Allah dice: O Miei servi credenti! In verità, la Mia terra è vasta; adorate dunque soltanto Me. Nei Paesi occidentali, il movimento islamico ha avuto inizio dapprima sotto la guida di Allah, non secondo il piano di un’organizzazione islamica. Giovani uomini e donne si recano nel mondo occidentale per preservare la propria religione dai conflitti e dalle discordie della patria e nella speranza di acquisire conoscenza, libertà e sicurezza. Là trovano eccellenti opportunità di lavorare e di diffondere le attività di daʿwa tra gli immigrati, gli studiosi e gli altri provenienti dall’Oriente.
Presenza dell’Islam in Occidente
Nell’epoca odierna è necessaria la presenza di gruppi islamici nelle società che esercitano un’influenza sulla politica mondiale. È indispensabile la presenza di gruppi islamici in Europa, nell’America meridionale e settentrionale e in Australia. Perché:
1. La presenza di gruppi islamici è necessaria per diffondere il messaggio dell’Islam tra i non musulmani mediante parole gentili, dialoghi ragionevoli e comportamenti esemplari.
2. L’esistenza di una comunità islamica è indispensabile per vigilare sul comportamento dei neomusulmani e nutrire la loro fede in un ambiente islamico favorevole a una sana vita islamica.
3. È necessario accogliere nei Paesi occidentali i nuovi arrivati, in particolare gli studiosi e gli immigrati, perché questi nuovi musulmani entreranno in contatto con gli Anṣār, i quali li accoglieranno nei loro Paesi e si impegneranno ad aiutare i nuovi muhājirūn a creare un’atmosfera islamica.
4. La presenza di gruppi islamici è indispensabile per difendere gli interessi della ummah musulmana e dei territori musulmani contro l’opposizione attiva e la propaganda delle forze ostili all’Islam.
Non è affatto detto che il cristianesimo continuerà a esercitare indisturbato un dominio esclusivo in questi paesi, o che soltanto il giudaismo si unirà a loro come avversario per opporsi ai musulmani. Ho esposto questa posizione diversi anni fa ai nostri fratelli musulmani in America, Canada, Australia e in altri paesi. Naturalmente, questo compito deve essere portato a termine mediante un piano ben elaborato, un’organizzazione adeguata e alla luce del fiqh delle priorità. Dovremmo quindi adoperarci per adottare i luoghi più appropriati, i migliori programmi e le strategie più efficaci. Nei paesi e nelle città più conosciuti, i musulmani dovrebbero avere proprie istituzioni sociali e organizzazioni religiose, educative e ricreative. È inoltre indispensabile che tra i musulmani residenti all’estero vi siano degli ʿulamāʾ e delle guide religiose, affinché possano porre domande su varie questioni e ricevere risposte, e affinché, qualora sorgano divergenze o controversie, gli ʿulamāʾ possano fornire una guida corretta.
Conservatorismo e liberalità
Dico ai fratelli che vivono all’estero: cercate di preservare la vostra piccola comunità all’interno della società più ampia. Altrimenti non riuscirete a salvaguardare la vostra esistenza e finirete per scomparire. Gli ebrei hanno preservato la propria identità distintiva per diversi secoli attraverso il loro pensiero e i loro riti. Anche i musulmani devono preservare la propria identità.
Non sto dicendo di chiudere le nostre porte alle persone che ci circondano. Sarebbe come morire. Ciò che occorre è mantenere i contatti con le persone con mente aperta, per trasmettere il messaggio di un ideale unificante. Questa liberalità non significa imitare gli altri né seguire ogni loro passo.
Da molto tempo sentiamo ripetere una lamentela: a causa dell’emigrazione di numerosi scienziati e specialisti, dovuta alla mancanza di opportunità adeguate nei loro paesi d’origine, il mondo arabo e musulmano sta subendo una fuga di cervelli.
Se questa lamentela è fondata, essi non devono in alcun modo perdere la lealtà verso la propria religione, nazione, cultura e patria. Dobbiamo continuare a compiere ogni sforzo per garantire la loro lealtà e i loro sentimenti verso il popolo e il paese in cui risiedono. Ciò è possibile soltanto quando sono leali verso Allah, il Messaggero e gli interessi dei musulmani. Questa lealtà può essere auspicata anche se, oltre ai propri interessi, nutrono compassione per le sofferenze e le difficoltà della nazione.
È dovere del movimento islamico vigilare affinché gli emigrati non si assimilino alla vita materialistica dell’Occidente. Bisogna inoltre rendere i musulmani residenti all’estero consapevoli del luogo da cui provengono.
Negli ultimi tre decenni, diverse organizzazioni studentesche islamiche hanno svolto un ruolo encomiabile in questo ambito. Prima di allora, queste organizzazioni erano state occupate da esponenti della sinistra, nazionalisti e secolaristi, e le loro attività venivano condotte sotto la loro direzione. Per chi conosce l’attività islamica nell’emisfero occidentale, è impossibile negare il contributo della Muslim Student Association (MSA) negli Stati Uniti e in Canada. Essa ha aperto filiali in diversi luoghi e ha organizzato anche numerose conferenze. Dall’organizzazione madre, la MSA, ebbero origine la Union of Islamic Sociologists, la Society of Muslim Scientists and Engineers, la Islamic Medical Society, la Islamic Society of North America e altre organizzazioni. Si decise di mantenere il centro del movimento proprio negli Stati Uniti, per poter operare più agevolmente dalla posizione normale all’interno della società.
Doveri degli espatriati
Ho partecipato per diversi anni alle conferenze organizzate dalla Union of Muslim Students. In queste occasioni trovo una fonte di gioia. Lo stesso vale per la Muslim Student Society della Gran Bretagna, la Federation of Student Islamic Societies e le altre organizzazioni d’Europa.
Nei miei colloqui con gli espatriati, ho sempre ricordato loro i cinque doveri:
1. Il dovere dell’espatriato verso se stesso : proteggere se stesso e accrescere le proprie competenze.
2. Il dovere verso la famiglia: proteggerla dalla disgregazione e guidarla sulla base dell’Islam.
3. propria musulmana comunità verso dovere: unirli su un’unica piattaforma.
4.. Dovere verso la comunità non musulmana vicina : Invitarla alla via di Allah mediante saggezza e buon consiglio.
5.. per la tutela degli interessi dell’Umma musulmana, è il dovere dell’espatriato:avere cura dei loro interessi e tendere loro una mano d’aiuto.
Aspetto cautelativo
Vi sono due aspetti sui quali desidero mettere in guardia: la mentalità razzista e nazionalista, e l’estremismo e il dissenso. È triste constatare che vediamo manifestazioni di mentalità razzista e nazionalista tra alcuni gruppi musulmani. Ciascuno di tali gruppi tiene i propri membri separati gli uni dagli altri. Fanno eccezione soltanto coloro che, per misericordia di Allah, vengono preservati da questa ingiustizia.
Persino le moschee vengono identificate come appartenenti a gruppi diversi. Non c’è da meravigliarsene. Visitando una città, può esservi detto che questa è la moschea dei turchi, quella è degli abitanti del Marocco, la terza degli jugoslavi, la quarta degli indiani, la quinta dei pakistani, la sesta degli arabi o di un altro gruppo arabo. E negli Stati Uniti esistono persino moschee speciali per i musulmani neri.
L’Islam è venuto per eliminare le diverse divergenze tra gli esseri umani e porli sul piano dell’uguaglianza. La moschea è il mezzo indicato da Allah per raggiungere questo obiettivo. Come potrebbe dunque diventare uno strumento di divisione?
È vero che, all’inizio, questa separazione era necessaria perché la prima generazione di espatriati non conosceva la lingua locale. Tuttavia, finché tra le diverse comunità musulmane di ogni paese o città non si fosse diffusa una lingua comune comprensibile, si sarebbe potuto rimediare alla situazione organizzando nella stessa moschea sermoni separati per ciascun gruppo. Sebbene nella maggior parte dei casi questa organizzazione separata sia ormai divenuta superflua, alcune moschee continuano a essere intitolate a determinati gruppi o comunità etniche. Una moschea dovrebbe essere soltanto per tutti i musulmani. E la bandiera sotto la quale tutti gli espatriati dovrebbero riunirsi deve essere, naturalmente, la bandiera dell’Islam.
I musulmani espatriati saranno forti soltanto quando si uniranno e si sosterranno a vicenda. Infatti, l’unione è forza e la disunione è debolezza. Sebbene la solidarietà sia sempre auspicabile, è ancora più necessaria in terra straniera, dove per superare la solitudine ciascuno ha bisogno della compagnia di qualcuno simile a lui.
In secondo luogo, desidero mettere in guardia contro l’estremismo e l’attenzione a dettagli insignificanti. Sebbene questo fenomeno anomalo sia osservabile da qualche tempo nei paesi occidentali, si trova ancora nella sua fase iniziale.
I fratelli musulmani d’Oriente dovrebbero evitare di importare in Occidente le loro divergenze e i loro problemi. Ciò farebbe riemergere questi aspetti negativi nella loro nuova terra d’insediamento, poiché sono cambiati il luogo, il tempo e le circostanze. Gli espatriati hanno appreso dai loro insegnanti religiosi che, con il mutare del luogo, del tempo e delle circostanze, cambiano anche le fatwa. Perché dunque non agire secondo ciò che hanno imparato?
Circa dieci anni fa visitai il Centro islamico di Los Angeles. Lì alcuni, con un atteggiamento negativo, mi chiesero: «Si dovrebbero proiettare film nella moschea, anche se educativi?». Risposi: «Che male c’è? Se questi film insegnano le buone azioni, guardarli è un atto di culto. E la moschea è un luogo di culto, un forum per acquisire conoscenza e istruzione».
Aggiunsi che il Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui, aveva permesso agli Abissini di danzare con le lance nella sua moschea e aveva incoraggiato sua moglie, ʿĀʾisha, che Allah si compiaccia di lei, a guardare la loro danza e a incitarli a continuare.
Altri chiesero: «Si dovrebbe permettere alle donne che non indossano l’abbigliamento islamico di entrare nella moschea per ascoltare prediche e ammonimenti?». Risposi: «Sì. Se proibiamo loro di venire in moschea, dove potranno ascoltare il messaggio dell’Islam e la parola di Allah? Se vietiamo loro di entrare nella moschea e impediamo loro di ascoltare prediche e ammonimenti, le perderemo per sempre. L’invito alla religione non giungerà loro. Ma se avranno l’opportunità di venire in moschea, si può sperare che Allah le guidi a seguire la via dell’Islam».
Mentre preparavo questo manoscritto per inviarlo in tipografia, ricevetti una lettera dal mio stimato fratello, lo scienziato, poeta e predicatore dell’Islam, dottor Hasan. Nella lettera egli descriveva diverse attività del Centro islamico di Los Angeles e il lavoro svolto dal Centro per aiutare tutti, musulmani e non musulmani indistintamente. Qualsiasi musulmano leggerebbe questa lettera con gioia, poiché essa dimostra chiaramente che, se l’uomo persevera nei propri sforzi unendo la corretta comprensione alla retta intenzione, l’Islam non scomparirà mai.
Politica libertà e democrazia
Nella prossima fase, il dovere del movimento islamico è opporsi al governo autoritario e dittatoriale, all’arbitrio politico e alla privazione dei diritti del popolo. Il movimento deve far sentire la propria voce per la libertà politica che rappresenta una democrazia autentica, non fittizia. Deve dichiarare chiaramente di non riconoscere i governanti tiranni e di non avere alcun rapporto con i dittatori, anche se un governante tiranno dovesse mostrare temporaneamente, per conseguire qualche interesse, una benevolenza apparentemente rivolta al movimento.
Il Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui, ha detto: «Quando vedrai che la mia comunità è diventata timorosa e intimidita e non dice a chi commette un’ingiustizia: “Stai commettendo un’ingiustizia”, allora puoi rinunciare a ogni speranza in essa (al Hakim)». Che cosa si deve dunque fare con i governanti tiranni e arroganti che costringono il popolo a dire loro: «Quanto siete giusto, quanto siete grande, o nostro eroe, nostro salvatore, nostro liberatore!»?
Il Sacro Corano non ha condannato soltanto Nimrod, il faraone, Haman e gli altri governanti tirannici, ma ha anche rimproverato quelle persone che li seguono e obbediscono ai loro ordini. L’Onnipotente Allah, condannando il popolo di Nuh, ha detto: «Ed essi seguirono persone i cui beni e figli furono causa non della loro prosperità, bensì della loro rovina» (Sura Nuh: 21)।
Il Grande Allah dice anche riguardo al popolo di Hud: «Ed essi seguirono il comando di ogni tiranno arrogante» (Sura Hud: 59)।
Riguardo alla gente del Faraone è stato narrato: essi continuarono a seguire gli ordini del Faraone, e l’ordine del Faraone non era affatto giusto (Sura Hud: 97). Altrove, nel Corano, è stato narrato: ed essi gli obbedirono. In verità, erano profondamente ribelli ad Allah (Sura Az-Zukhruf: 54)।
Se si esamina attentamente la storia della Ummah musulmana e del movimento islamico in epoca moderna, diventa evidente che il pensiero islamico, il movimento islamico e il risveglio islamico non si sono sviluppati né hanno prodotto risultati in assenza di un ambiente democratico e libero. Poiché il desiderio del popolo di aderire all’Islam è stato represso proprio sotto il governo di sovrani tirannici e oppressori, il movimento e il risveglio sono stati ostacolati. I governanti dittatoriali hanno imposto con la forza al popolo il socialismo, il comunismo e il secolarismo, ricorrendo alla tortura segreta, alle uccisioni pubbliche e ad altri metodi crudeli.
Abbiamo osservato in diverse epoche questo comportamento crudele in numerosi Stati musulmani, tra cui la Turchia, l’Egitto, la Siria, l’Iraq, lo Yemen del Sud, la Somalia e i Paesi del Nord Africa, durante i regimi dittatoriali.
D’altra parte, durante i periodi di libertà e di governo democratico, il movimento islamico diventa efficace e si sviluppa. Dopo la caduta dei governi che avevano instaurato sulla popolazione un regno di terrore e oppressione, si è visto il movimento islamico rinvigorirsi. Pertanto, non riesco nemmeno a immaginare che il movimento islamico possa sostenere qualcosa di diverso dalla libertà politica e dalla democrazia, né che i dittatori possano permettere che si levino tutte le voci tranne quella dell’Islam e che si esprimano, in forma politica o in qualsiasi altra forma, tutti i pensieri e le dottrine tranne il pensiero islamico. Eppure è proprio il pensiero islamico a esprimere l’anima di questa Ummah e a manifestarne la fede, i valori, la coscienza e l’identità.
Tuttavia, alcuni islamisti dissentono riguardo alla democrazia. Non sono tolleranti nemmeno nei confronti della parola «democrazia». Qui voglio affermare con forza che l’Islam non è democrazia e la democrazia non è Islam. Anzi, dirò che l’Islam non ha alcun rapporto con nessun altro principio o sistema. Sotto ogni aspetto — negli obiettivi, nei mezzi e nei metodi — l’Islam è incomparabile. Non voglio che la democrazia occidentale, con i suoi aspetti negativi, trovi posto nell’Islam. Possiamo integrare la democrazia occidentale nella nostra ampia struttura soltanto aggiungendovi i nostri valori e ideali propri.
Tuttavia, per tenere a freno i desideri e i capricci dei governanti, i principi politici che l’Islam attua nel mondo sono molto vicini ai metodi e alle garanzie create dalla democrazia. Questi principi sono: il consiglio consultivo, o shura; il buon consiglio; l’ingiunzione del bene e il divieto del male; la disobbedienza agli ordini ingiusti; la resistenza alla miscredenza; e il contrasto all’ingiustizia e all’oppressione ricorrendo, per quanto possibile, alla forza. È soltanto nella democrazia che, nell’ambito della libertà politica, si manifesta chiaramente il potere del Parlamento. Se viene violata la Costituzione, i rappresentanti del popolo possono votare la sfiducia a qualunque governo. Soltanto in un simile ambiente si avverte al massimo la presenza della stampa libera, del Parlamento libero, dei partiti di opposizione e della forza popolare.
A questo proposito, molti temono che la democrazia consideri il popolo la fonte del potere, persino nel campo della legislazione, sebbene la legge appartenga soltanto ad Allah. Questo timore è infondato, perché il popolo di cui parliamo è musulmano nella sua maggioranza e ha accettato Allah come Signore, Muhammad, pace e benedizioni su di lui, come Messaggero e l’Islam come religione. Non ci si può certo aspettare che questo popolo approvi una legge contraria all’Islam, ai suoi principi inviolabili e alle sue prescrizioni definitive.
Tuttavia, questo timore può essere dissipato aggiungendo una clausola secondo cui qualsiasi legge contraria alle disposizioni inviolabili dell’Islam sarà considerata nulla. Poiché l’Islam è la religione dello Stato e lo Stato è la fonte della legittimità di tutte le istituzioni e consuetudini, tali disposizioni non possono essere violate.
È necessario sapere che la legge appartiene ad Allah; accettare questo principio non priva la nazione del diritto di elaborare le leggi necessarie per una vita in continuo mutamento e per le questioni mondane.
Vogliamo elaborare leggi e norme entro i limiti del testo fondamentale, degli obiettivi generali della Sharia e del messaggio essenziale dell’Islam. I comandamenti e i divieti obbligatori sono pochissimi; al contrario, l’ambito delle questioni facoltative e della legislazione è assai vasto. Le disposizioni coraniche sono così flessibili e ampie da lasciare spazio a molteplici comprensioni e da consentire l’accettazione di più interpretazioni. Di conseguenza, nell’ampia struttura dell’Islam hanno avuto origine diverse scuole giuridiche e correnti di pensiero.
Esaminando alcune leggi recentemente introdotte in Qatar, abbiamo constatato che esse comprendono numerose clausole fondate sul conseguimento del bene e sul rifiuto del male. Tuttavia, nel Corano questi temi sono menzionati direttamente soltanto in uno o due casi.
La minaccia più grave per la Ummah musulmana e per il movimento islamico è la legislazione faraonica. I faraoni ritenevano che le loro opinioni fossero infallibili e corrette e che non potessero mai essere errate. Tali governanti adottano il ragionamento del Faraone: «Io vi mostro soltanto la via che ritengo corretta e vi indico soltanto la via del bene » (Sura Mu’’min: 29)।
Questi governanti ignorano e perfino condannano qualsiasi opinione dissenziente, proprio come il Faraone disse riguardo a Mosè (pace su di lui): «Temo che egli cambi la vostra religione oppure provochi disordini nel regno » (Sura Mu’’min: 26)।
Minoranze etniche e religiose
Il movimento islamico deve adottare una posizione definitiva nei confronti delle minoranze antropologiche o etniche e religiose del mondo musulmano e arabo.
Soluzione del problema delle minoranze etniche
Nel sistema islamico, le minoranze antropologiche o etniche non costituiscono alcun problema. Poiché l’Islam riunisce tutti i gruppi razziali su un’unica piattaforma, sulla base di un’unica fede, un’unica qibla e una stretta fratellanza.
Dal punto di vista dell’Islam, tutti i musulmani costituiscono un’unica nazione, indipendentemente da razza, lingua e patria. L’Islam considera allo stesso modo tutti i musulmani, siano essi arabi, persiani, berberi, curdi, turchi, indiani o appartenenti a qualsiasi altro gruppo etnico. Anche il più umile tra loro ha il diritto di parlare, in virtù della propria identità, proprio come l’uomo di rango più elevato; ed essi si ergono come un solo corpo e un’unica anima contro il nemico. L’Onnipotente Allah dice di loro: «I credenti sono tutti fratelli gli uni degli altri» (Sura al-Hujurat: 10)।
Nessun arabo è superiore a un non arabo, nessun non arabo è superiore a un arabo, nessun bianco è superiore a un nero e nessun nero è superiore a un bianco, se non per la taqwa. L’Altissimo Allah ha detto: «In verità, il più nobile tra voi agli occhi di Allah è colui che possiede la maggiore taqwa (Sura al-Hujurat: 13)।
È noto a tutti quale fosse, agli occhi dei musulmani di ogni epoca, la posizione eminente di Sulayman il persiano, Bilal l’abissino e Suhayb il romano, che Allah sia soddisfatto di loro.
Nessuno studioso dell’Islam può negare il contributo dato dagli eruditi non arabi all’Islam e alla lingua araba. La storia dell’Islam è ricca di esempi di illustri studiosi e personalità geniali, come al-Hasan al-Basri, Ibn Sirin, Ata, Sa’id ibn Jubayr, Abu Hanifa, al-Bukhari, Muslim, Abu Dawud, al-Tirmidhi, al-Nasa’i, Ibn Majah e altri.
Sebbene fossero tutti originariamente non arabi, grazie all’Islam furono conosciuti come arabi. L’arabo divenne la loro lingua, affinché potessero parlare, scrivere e condurre ricerche nella lingua del Corano. In un hadith narrato da Ibn Asakir si afferma: per essere arabi non sono necessari genitori arabi, è sufficiente la lingua. Chi parla arabo è arabo.
Coloro che, come i curdi, i berberi, i persiani, i malesi e gli altri non arabi, al momento di accettare l’Islam non adottarono l’arabo come lingua madre, divennero arabi nel cuore e nella mente sotto l’influsso della cultura islamica, cioè dell’Islam. Infatti, ispirati da Allah, furono proprio gli arabi, molti secoli fa, a portare il messaggio dell’Islam nelle loro terre per guidarli sulla retta via.
Ogni musulmano ama la lingua araba perché è la lingua del Corano, della Sunna e dell’adorazione. Ogni musulmano ama le terre arabe perché lì si trovano la Kaaba, la Moschea del Profeta e il mausoleo benedetto del Messaggero, che Allah lo benedica e gli conceda la pace. Ogni musulmano ama gli arabi perché sono i custodi instancabili del Messaggero e dell’Islam e hanno diffuso l’Islam in tutto il mondo. Un antico proverbio recita: quando gli arabi sono forti, anche l’Islam è forte; quando sono deboli, anche l’Islam è debole.
Dal punto di vista dell’Islam non esiste alcun problema etnico o razziale; al contrario, è proprio la prospettiva islamica a poter offrire una soluzione infallibile ai problemi etnici o razziali. Ma se gli arabi invocano il nazionalismo arabo, che non ha alcun rapporto con l’Islam, allora i curdi rivendicheranno il nazionalismo curdo, i berberi innalzeranno lo slogan del nazionalismo berbero e, se ciò continuerà, un’unica Umma sarà inevitabilmente fatta a pezzi. Persino nei singoli paesi riemergeranno sentimenti etnici simili a quelli dell’epoca della jahiliyya, quella mentalità ristretta che era stata sconfitta soltanto dall’Islam e dalla fratellanza islamica. Il nostro nobile Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, ha rinnegato chiunque invochi il nazionalismo cieco o il tribalismo, combatta o muoia per esso.
La minoranza del problema soluzione
È opportuno prestare la dovuta attenzione alla soluzione del problema delle minoranze religiose. In un articolo le ho definite comunità non musulmane all’interno della società musulmana. Il problema delle comunità non musulmane dovrebbe essere affrontato apertamente e con mente aperta, non attraverso secondi fini politici e ipocrisia.
Ho illustrato la prospettiva islamica nei confronti di queste minoranze nel mio studio intitolato «L’inevitabilità della soluzione islamica». Senza ripetermi, ne espongo brevemente alcuni aspetti:
Primo, generalmente i laici, che non sono fedeli né all’Islam né al cristianesimo, sostengono che la soluzione islamica e la legge islamica siano contrarie alla libertà dei non musulmani. Queste accuse non hanno alcun fondamento. Infatti, essi o dimenticano o ignorano un altro aspetto importante, anzi più significativo. Esso consiste nel fatto che abbandonare la legge islamica e la soluzione islamica nell’interesse delle minoranze non musulmane è contrario al principio della libertà della maggioranza musulmana di osservare i precetti della propria religione. Quando i diritti della minoranza sono in contrasto con quelli della maggioranza, quali diritti devono avere maggiore importanza?
La democrazia, per la quale i laici fanno sentire con forza la propria voce, si fonda sull’idea che i diritti della maggioranza debbano avere la precedenza su quelli della minoranza. Questa è la regola che vige in tutti i Paesi del mondo. Non è stato ancora inventato alcun metodo capace di ottenere il consenso di tutti, perché gli esseri umani sono stati creati con inclinazioni diverse. Non tutti possono mai accettare la stessa cosa. Perché un sistema possa essere considerato consolidato, è sufficiente che venga accettato dalla maggioranza e che non comporti ingiustizie o soprusi contro le minoranze, né violi i precetti religiosi della minoranza. Se le comunità cristiane e le altre comunità religiose rinunciano ai propri diritti affinché i musulmani possano governare secondo la loro religione e applicare la legge di Allah, sperando nella Sua misericordia, ciò non arrecherà loro alcun danno.
Se le minoranze religiose non agiscono in questo modo e fanno pressione affinché la maggioranza rinunci ai propri diritti, ciò equivarrebbe a imporre la dittatura delle minoranze sulla maggioranza: per esempio, il governo di tre milioni di appartenenti alla minoranza su quaranta milioni di appartenenti alla maggioranza. Una situazione di questo tipo non è accettabile secondo alcun criterio, né religioso né laico. Inoltre, non si pone neppure la questione che la maggioranza musulmana rinunci ai propri diritti, poiché ciò equivarrebbe all’apostasia, la cui punizione stabilita da Allah è l’Inferno.
Secondo, l’accusa sopra menzionata dei laici si basa sull’idea che vi sia un conflitto tra i diritti della maggioranza musulmana e quelli della minoranza non musulmana. In realtà, tra i due non vi è alcun conflitto. Se un cristiano può essere cittadino sotto un governo laico, anziché religioso, non ha motivo di opporsi a vivere sotto un governo islamico.
Inoltre, un cristiano che comprenda correttamente la propria religione dovrebbe accogliere con favore il governo islamico. Infatti, le fondamenta di tale governo sono Allah l’Altissimo, la Sua rivelazione e la ricompensa dell’Aldilà. Questo governo mira a instaurare quei valori della fede e della morale ai quali hanno invitato tutti i profeti e messaggeri. L’Islam considera con rispetto Gesù, Maria e il Vangelo, e attribuisce uno status particolare alla Gente del Libro. Dunque, come potrebbero i seguaci di una religione che riconosce Allah, i Suoi profeti e l’Aldilà temere un governo animato dalla legge divina e da valori morali e umani? Eppure i credenti cristiani non hanno paura né sono inquieti sotto un governo laico privo di religione, un governo che odia tutte le religioni e che, anche quando talvolta ne permette la pratica, la confina in una piccola sfera della vita?
Per i cristiani credenti è dunque meglio accettare il sistema di governo islamico, considerandolo alla stregua di tutti gli altri sistemi di governo. I musulmani, invece, considerano questo sistema il loro ordinamento religioso, attraverso il quale sperano di conseguire il compiacimento di Allah e di ottenere la Sua vicinanza.
Ciò è certamente meglio per i cristiani. Perché, nelle parole di Hasan al-Hudaybi, grazie a questa fede i musulmani resteranno vigili affinché, nell’applicazione della legge islamica, non si verifichino errori o sbagli. Sentiranno di trovarsi sotto lo sguardo vigile di Allah l’Altissimo, e nel loro cuore non troverà posto il timore di alcun governante, timore che generalmente può essere superato. [degli Ikhwan al- Muslimin, ex Guida generale Hasan al- Hudaybi, ‘ «La nostra Costituzione»’ libro dal quale proviene।]
Pertanto, le persone sagge e dalla mentalità aperta hanno accolto il governo islamico come un ostacolo insormontabile all’avanzata del materialismo. Infatti, il materialismo, sotto la protezione del comunismo mondiale, ha esposto tutte le religioni a una minaccia. È quanto ha affermato il celebre pensatore Faris al-Khuri.
Vorrei correggere qui un’idea errata. Molti ritengono che le leggi create dall’uomo e importate dall’Occidente cristiano abbiano un rapporto con il cristianesimo. Questa è senza dubbio un’idea errata. Coloro che studiano l’origine delle leggi e le loro fonti storiche lo sanno molto bene. È invece vero che il cristianesimo e i seguaci della religione cristiana sono più vicini al fiqh islamico di quanto lo siano queste leggi occidentali: da un lato per ragioni religiose e dall’altro per l’influenza dell’ambiente circostante.
In terzo luogo, è falsa anche l’accusa secondo cui, nella pratica, il governo musulmano costringerebbe i non musulmani a compiere atti contrari alle loro convinzioni religiose. L’Islam ha quattro rami: la fede, il culto, i valori morali e la sharia. L’Islam non impone in alcun modo ai non musulmani né le proprie convinzioni religiose né il proprio culto.
A questo proposito, nel Sacro Corano vi sono due versetti espliciti: uno meccano e l’altro medinese. Nel primo versetto, Allah l’Altissimo si rivolge al Suo Messaggero, pace e benedizioni su di lui, dicendo: «Forse costringerai le persone finché non crederanno» ((Sura Yunus: 99)?
Nel secondo versetto, Allah l’Altissimo ha dichiarato ancora più chiaramente: «Non c’è costrizione nella religione» ((Sura al Baqara: 256)।
I Compagni del Messaggero, pace e benedizioni su di lui, parlavano degli ahl al-dhimma [ahl al-dhimma sono sudditi che vivono in uno Stato musulmano, cioè non musulmani .।] A loro proposito dicevano: «Lasciateli vivere secondo la loro religione».
Fin dall’epoca dei califfi ben guidati, ebrei e cristiani hanno goduto dei loro diritti, compreso quello di adorare senza impedimenti. Ne sono prova gli accordi stipulati tra i musulmani e loro durante il governo di Hazrat Abu Bakr e di Hazrat Umar, che Allah si compiaccia di entrambi. Tra questi, uno dei più importanti è l’accordo stipulato tra Hazrat Umar e gli abitanti di Gerusalemme.
Le norme dell’Islam sono talmente ponderate che ai non musulmani non viene riscossa la zakat, né viene richiesto di partecipare al jihad, poiché entrambi sono tra i principali atti di culto dell’Islam. La zakat è una forma di imposta finanziaria, mentre il jihad è un servizio militare. In loro sostituzione, l’Islam impone ai non musulmani un altro tipo di imposta, chiamata nella terminologia islamica jizya. Ne sono tuttavia esenti le donne, i bambini, i poveri e gli invalidi.
Se qualcuno non è disposto ad accettare il termine jizya, gli si permetta di chiamarla come preferisce. Gli appartenenti alla tribù araba cristiana dei Banu Taghlib chiesero a Umar ibn al-Khattab il permesso di pagare, al posto della jizya, una zakat doppia. Hazrat Umar acconsentì e stipulò con loro un accordo in tal senso. In proposito commentò: «Questa gente è sciocca: accetta il significato, ma rifiuta il nome».
Per quanto riguarda i valori morali dell’Islam, si può dire che non differiscono da quelli delle altre religioni, poiché agli occhi di tutte le religioni la moralità è la stessa.
Nell’Islam, ahkam o sharia ha un significato particolare: indica le leggi che regolano i rapporti reciproci tra gli esseri umani. Queste leggi stabiliscono i rapporti dell’individuo con la nazione, con la propria comunità e con il proprio Stato, nonché i rapporti dello Stato con i suoi cittadini e con gli altri Stati.
Per quanto riguarda i rapporti familiari e le questioni coniugali, come il matrimonio, il divorzio e simili, i non musulmani possono scegliere tra la propria religione e la nostra. Non sono obbligati ad accettare le norme della sharia. Per esempio, in materia di divisione dei beni, possono scegliere di seguire la legge islamica, come hanno fatto volontariamente i cristiani in alcuni Paesi arabi. Se non desiderano applicare la legge islamica nella loro vita, essa non sarà applicata nei loro confronti.
Per questo è auspicabile che gli ahl al-dhimma dispongano di tribunali propri, ai quali possano rivolgersi per ottenere giustizia. Possono anche ricorrere ai tribunali islamici. La storia offre esempi in tal senso.
Negli altri ambiti, come quello del diritto civile, commerciale o amministrativo, i non musulmani, al pari degli altri, sono soggetti a qualsiasi legge di origine orientale o occidentale riconosciuta dalla maggioranza.
Pertanto, vediamo che l’Islam non ha costretto i non musulmani ad abbandonare alcun aspetto essenziale della loro religione. Né ha ordinato loro di fare qualcosa che la loro fede vieta. Inoltre, non li ha costretti a credere in nulla contrario alla loro religione.
Vi sono soltanto alcune cose che nell’Islam sono vietate, ma che i non musulmani considerano lecite, come il vino e la carne di maiale. Anche le cose lecite possono essere evitate da una persona o da più persone secondo la propria libera volontà. Pertanto, se i cristiani rinunciano a bere vino, non saranno colpevoli secondo la loro religione. Non riesco nemmeno a immaginare che una religione incoraggi il consumo di vino e consideri favorevolmente l’ubriachezza causata dalla dipendenza. Ciò che la Bibbia dice sul vino è che berne una piccola quantità fa bene allo stomaco. Per questa ragione, persino i cristiani stessi sono divisi riguardo al consumo di vino.
Un cristiano può trascorrere tutta la vita senza dare nemmeno un morso alla carne di maiale. Questo perché mangiarla non è una pratica religiosa, né una consuetudine tramandata per secoli e fatta risalire ai profeti e agli apostoli. La carne di maiale era vietata anche nell’ebraismo dell’epoca preislamica.
Tuttavia, molti ulema hanno sostenuto che i cristiani possano mangiare carne di maiale e bere alcolici nei propri territori e persino commerciare tra loro entrambi questi prodotti. Essi però non devono essere diffusi tra la comunità musulmana, né si devono offendere i sentimenti dei musulmani attraverso di essi. Questa è una tolleranza incomparabile. [nel mio libro ‘«Le evidenze della soluzione islamica e le ambiguità dei secolaristi e degli occidentalisti»’ contiene il capitolo intitolato ‘«Minoranze religiose e la soluzione islamica»’ » .।]
Movimento e dialogo
Nella fase successiva, il movimento islamico non può limitarsi esclusivamente alla soluzione dei propri problemi. La portata del movimento deve necessariamente essere ampliata, affinché si possa prestare attenzione anche ai problemi degli altri.
Molti scrittori e pensatori islamici scrivono soltanto per se stessi. In altre parole, scrivono per coloro che seguono i loro passi e si dedicano a diffondere le loro opinioni. Non riescono a oltrepassare questo confine del parlare soltanto tra loro, come se al mondo non esistesse nessuno oltre a loro. Quando escono da questo ambito, scrivono soltanto per altri gruppi islamici che condividono le loro opinioni sulle questioni dell’Islam e della daʿwa, ma applicano strategie e orientamenti diversi.
Quando abbandonano il secondo ambito, scrivono soltanto per le persone religiose in generale, siano esse membri o meno di un gruppo o di un movimento.
Ora che il movimento islamico ha raggiunto una fase auspicabile e le sue basi si sono ampliate, è giusto rivolgere l’attenzione a coloro che hanno opinioni diverse sotto il profilo degli ideali e del pensiero. Non bisogna abbandonarli all’ignoranza ereditata dall’antichità, all’incredulità nei confronti dell’Islam e nelle mani dei propagandisti, senza cercare di indicare loro la direzione corretta o di mostrare loro la via della luce.
Pertanto, questo è il momento opportuno per porre fine all’isolamento autoimposto del movimento islamico, affinché il movimento possa considerare tutti i musulmani parte di esso e inizi anzitutto il dialogo con loro. In seguito, è necessario avviare un dialogo tra, da una parte, il movimento e questi musulmani affini e, dall’altra, i loro oppositori e persino i loro concorrenti. In un dialogo ragionevole, pacato e teorico, coloro che disprezzano la religione si interesseranno, gli inquieti ritroveranno la serenità, e coloro che si dibattono nell’incertezza riacquisteranno fiducia. Persino la mentalità di coloro che nutrono un’ostilità carica di odio potrebbe scomparire. L’Onnipotente Allah dice: «È possibile che Allah instauri amicizia tra voi e coloro con i quali siete in inimicizia; Allah è onnipotente, molto indulgente e misericordioso(Sura al-Mumtahana: 7)।
Vorrei menzionare un simposio tenutosi ad Amman, in Giordania, al quale ero stato invitato. L’argomento della discussione era «Il risveglio islamico e gli usi del mondo arabo».
Al simposio parteciparono musulmani, cristiani, comunisti e nazionalisti di ogni orientamento. Quando consultai alcuni fratelli religiosi riguardo a questo simposio, essi ritennero che non avrei dovuto andarci, perché la mia presenza a simposi organizzati senza seguire il genuino orientamento islamico avrebbe potuto conferire loro legittimità. Tuttavia, non prestai ascolto a timori di questo genere né a questioni puramente immaginarie, poiché una simile fantasia equivale a vedere fantasmi dove non ce ne sono. Accettai l’invito e inviai un articolo al simposio. In seguito, esso fu pubblicato come libro separato.
Lì, alla presenza mia e di diversi pensatori islamici, tra cui il dott. Hasan al-Turabi, Fahmi Huwaydi e Kamal al-Sharif, le opinioni degli islamisti, espresse attraverso la corrente islamica moderata, esercitarono un’influenza estremamente significativa. È opportuno ricordare che io credo nella corrente islamica moderata e ne sono un fervente sostenitore. Sebbene al simposio gli islamisti fossero pochi, furono loro a esercitare la maggiore influenza e furono i loro interventi ad attirare maggiormente l’attenzione.
Non dimenticherò mai le parole di un oratore cristiano nazionalista. A tavola mi disse: «La nostra opinione su di lei è completamente cambiata». Gli chiesi: «Quale opinione avevate?». Rispose: «Pensavamo che fosse un estremista, un fanatico religioso». Gli domandai: «Da dove avevate ricavato questa idea?». Rispose: «Non lo so, ma, a essere sinceri, questa era la nostra opinione su di lei». Gli chiesi: «E adesso?». Disse: «Ora, dopo averla osservata, aver discusso con lei e aver avuto un contatto diretto, ciò che abbiamo appreso ha cambiato completamente la nostra infondata opinione su di lei. Ora vediamo che lei rispetta la ragione. Il suo pensiero è razionale. Sa come ascoltare le opinioni altrui. Questo perché non è una persona ostinata o testarda, bensì estremamente flessibile e tollerante».
Nel raccontare questo episodio, voglio dire proprio che il contatto diretto e un dialogo ragionevole e pacato, condotto su un piano di parità, sono necessari nell’interesse del movimento islamico. Il movimento ne trarrà beneficio e non ha assolutamente nulla da perdere.
Sulla base della mia esperienza in tutte le riunioni e i raduni cui hanno partecipato sia islamisti sia persone non islamiste, sono io stesso a renderne testimonianza. L’ultimo simposio di questo tipo si è tenuto in Algeria. Il tema era «Issues of the Islamic Future».
Pertanto possiamo dire che, nella prossima fase, lo slogan del movimento islamico dovrebbe essere: «Il dialogo con gli altri è benvenuto». Con «gli altri» intendo coloro che dissentono dagli obiettivi, dai metodi d’azione, dalla visione, dagli ideali e persino dalle convinzioni religiose del movimento islamico. Il movimento dovrebbe accogliere il dialogo con tutti coloro che hanno opinioni diverse. E bisogna proseguire il dialogo già iniziato con quanti lo hanno intrapreso.
Dovremmo inoltre adoperarci per ottenere il sostegno di tutte le forze islamiche che condividono le posizioni del movimento. Il movimento deve conquistare anche il sostegno dei gruppi e degli individui dotati di influenza intellettuale e teorica. Il Corano ci ordina di dialogare con coloro che dissentono da noi. Ci esorta inoltre a non considerarli privi di ogni speranza e a non ritenerci separati da loro. Nel Corano è detto: «Invita alla via del tuo Signore con saggezza e buona esortazione e disputa con loro nel modo migliore»(Sura an-Nahl: 125)।
Ciò che il Corano ordina è condurre il ragionamento e il dialogo nel modo migliore e con la migliore strategia, così da assicurare la fede nella mente e il risveglio nel cuore. In questo versetto si riflette un mirabile esempio del modo in cui il Corano esprime il proprio messaggio. Dal punto di vista del Corano, l’attività di daʿwa deve essere svolta nel modo migliore, ma sono accettabili soltanto gli argomenti e le discussioni presentati nella maniera migliore. Infatti, generalmente la daʿwa viene rivolta a chi ha già aderito, mentre l’argomentazione deve essere rivolta a chi non concorda. Pertanto, in ogni circostanza, è giusto presentare la daʿwa o l’argomentazione nel modo migliore.
secolaristi con dialogo
Il dialogo necessario comprende anche il dialogo con i laici: quei laici che sono razionali, persone abbastanza buone, disposte ad ascoltare gli islamisti e a cercare di comprendere i loro obiettivi e il loro programma.
Questi laici sono fondamentalmente musulmani. Molti di loro sono persino orgogliosi di dichiararsi musulmani. Alcuni osservano i riti islamici, pregano, digiunano e forse compiono anche il hajj e l’umra. Il loro problema, tuttavia, è che, come molte persone colte, non hanno mai cercato di comprendere correttamente l’Islam. Ciò è dovuto al fatto che non hanno mai avuto l’opportunità di apprendere gli insegnamenti dell’Islam da fonti originarie o autentiche, né di incontrare uno studioso affidabile o una persona dotata di spirito riflessivo. Al contrario, hanno acquisito la loro concezione della religione dagli orientalisti o dai missionari cristiani, dai loro discepoli e seguaci. Oppure si sono formati un’idea dell’Islam ascoltando o leggendo della miseria estrema in cui versano attualmente i musulmani, o attraverso persone estremiste e fuorviate che si proclamano seguaci dell’Islam.
Comunque sia, la loro educazione, istruzione e stile di vita non hanno mai dato loro l’opportunità di conoscere l’Islam autentico e incontaminato. Questo passato e presente dolorosi, con le loro concezioni errate, le applicazioni sbagliate e gli abusi, hanno danneggiato l’Islam.
Accanto allo splendore della civiltà occidentale, giunta al suo apice, la situazione oscura prevalente nel mondo musulmano è diventata per i laici una giustificazione per fraintendere l’Islam, la sharia islamica e il modo di vivere islamico. Di conseguenza, essi credono che il modo per uscire dall’attuale duplice crisi consista nel seguire la via dell’Occidente per conseguire il progresso. Infatti, liberatosi dalla religione, dai rituali religiosi e dal clero, l’Occidente ha intrapreso, guidato unicamente dalla scienza, il cammino delle scoperte, delle invenzioni, della produzione e della costruzione creativa, riuscendo a dominare le forze della natura per la felicità e la prosperità dell’umanità.
Nell’estate del 1985 iniziammo al Dar al-Hikma del Cairo, su invito dell’Associazione dei medici, uno storico dialogo con i laici. In quell’incontro rappresentavamo gli islamisti io e lo shaykh Muhammad al-Ghazali. Il loro unico rappresentante era il dottor Fuad Zakaria.
Gli ambienti giornalistici e intellettuali accolsero calorosamente il simposio. Ciò perché esso rifletteva l’importanza del dialogo tra le diverse parti della stessa patria.
Molti scrittori, tra cui Fahmi Huwaydi, misero in luce alcuni aspetti positivi di quell’incontro. L’aspetto più significativo fu che ciascuna parte ascoltò direttamente le argomentazioni dell’altra. Tuttavia, notai un difetto in quella riunione: invece di essere un dialogo tra l’Islam e i laici, il simposio si trasformò in un dibattito.
Il dibattito genera tensione, soprattutto quando vi è un pubblico numeroso. Inoltre, in quel dialogo il rappresentante dei laici era una persona ostinata, priva della minima flessibilità, tolleranza e educazione. Di conseguenza, non aveva la disposizione mentale per ascoltare le argomentazioni dell’altra parte, dalle quali avrebbe potuto apprendere qualcosa sull’Islam. Devo dire con rammarico che la sua ignoranza dell’Islam era abissale.
In realtà, avendo compreso la debolezza delle sue dichiarazioni e l’inconsistenza delle sue argomentazioni, cominciò a pubblicare sui giornali a lui favorevoli articoli di critica ferocemente astiosa, rivolti in generale a tutti gli ascoltatori e in particolare agli islamisti, menzionando anche il mio nome. In risposta a tali critiche, ho spiegato la questione nel suo complesso nel mio libro «Islam e secolarismo: faccia a faccia».
Chiedo ancora una volta di organizzare un dialogo, non un dibattito. La stessa parola «dibattito» contiene un tono di sfida e una mentalità orientata alla vittoria. Di conseguenza, ciascuna parte cerca di mettere duramente alle strette l’altra.
Non credo che da un dibattito di questo tipo si possa trarre un grande beneficio. Infatti, probabilmente nessuna delle parti vorrà fare concessioni o abbandonare la propria posizione; al contrario, potrebbe diventare ancora più ostinata e intollerante.
Il dibattito può diventare accettabile per la parte islamica solo se essa si sente a disagio di fronte alla sfida dell’avversario. In tal caso, per liberarsi dall’accusa che gli islamisti fuggano per paura dello scontro e abbandonino il campo di battaglia, non resta loro altra scelta che accettare la sfida. Il principio del dialogo, invece, consiste nell’osservare la dovuta cortesia, ciò che il Sacro Corano ha definito così: argomentate nel modo migliore.
I governanti con dialogo
È necessario un altro tipo di dialogo: il dialogo con governanti saggi e razionali, governanti che, pur sostenendo posizioni dissenzienti, non assumono un ruolo aggressivo contro l’Islam. Il dialogo con i governanti che adottano posizioni dissenzienti e si schierano contro l’Islam è inutile. Infatti, essi non desiderano nulla di buono se non l’estinzione e la completa distruzione dell’Islam. Ma Allah dice: Vogliono spegnere la luce di Allah con il soffio delle loro bocche, ma Allah non lo permetterà e porterà a compimento la Sua luce, anche se ciò è detestato dai miscredenti (Sura at-Tawba: 32)।
Vi è tuttavia un altro tipo di governanti: non odiano l’Islam, ma ne hanno paura. Nella maggior parte dei casi, questa paura deriva dalla loro ignoranza della realtà dell’Islam e delle caratteristiche della legge islamica e della daʿwa. Molti di loro possono essere considerati con indulgenza, perché non hanno avuto l’opportunità di sapere che cosa sia veramente l’Islam né di acquisire conoscenza da fonti pure e da studiosi affidabili. In base a questa ignoranza, possono essere annoverati tra le persone colte e illustri da noi menzionate in precedenza. Varie concezioni hanno aggrovigliato le loro menti, e ai loro occhi gli eventi reali e i racconti immaginari sembrano la stessa cosa.
Se, per volontà dell’Onnipotente Allah, si riuscirà a presentare a questi governanti i benefici dell’autentico Islam, spiegandolo nella sua interezza senza divisioni, come una dottrina pura senza deformazioni e come una realtà semplice senza complicazioni, essi comprenderanno che l’Islam è benefico per la vita dell’individuo, della famiglia e della società, e che vuole eliminare ogni attività malvagia per preservare la forza morale e la prosperità materiale della nazione. Se accoglieranno questa spiegazione con mente aperta, in loro avverrà certamente un cambiamento e assumeranno, in parte o nel complesso, una prospettiva diversa nei confronti dell’Islam e della daʿwa. Dopotutto, i governanti sono esseri umani come noi. Perciò anche in loro possono verificarsi cambiamenti, influenze e comprensioni, in modo tale da modificare infine persino i loro ideali e il loro comportamento.
La storia è piena di esempi di governanti la cui mentalità è cambiata sotto l’influenza di veri ulema e studiosi. Molti governanti nutrono un atteggiamento apprensivo verso l’Islam sotto l’influsso dei falsi avvertimenti dei loro consiglieri intriganti, oppure cadono vittime delle trame di un «Satana» straniero.
Bisogna avvicinarsi a questi governanti facendo leva sul residuo buon senso che ancora alberga nei loro cuori e risvegliando il sangue musulmano che ancora scorre nelle loro vene. Bisogna assicurare loro che, almeno temporaneamente, saranno mantenuti sul trono o al potere qualora concedano la libertà di svolgere le attività di daʿwa islamica, la cui missione consiste nel formare i giovani alla luce dei valori morali, della consapevolezza e della purezza del carattere, proteggerli dagli stupefacenti, dalle droghe e dalle prostitute, e contrastare le politiche distruttive dannose sia per i governanti sia per i governati.
Non vi è nulla di male in un simile patto o accordo con i governanti, anche se il movimento non approva il loro comportamento né il fatto di mantenere rapporti con altri. Infatti, il movimento guidato dal fiqh dell’equilibrio ritiene che questa politica sia migliore che disprezzare i governanti o nutrire nei loro confronti un’ostilità costante.
A questo proposito vorrei lanciare un avvertimento. Un simile atteggiamento nei confronti di questi governanti non deve in alcun modo trasformarsi in adulazione o in semplici «parole di circostanza» prive di sincerità. Esiste una grande differenza tra il compromesso e l’ipocrisia.
Dialogo con i filo-occidentali
Il dialogo dell movimento islamico con l’Occidente è necessario, sebbene sul suo cammino vi siano molti ostacoli e difficoltà.
Tra noi e l’Occidente vi sono diverse differenze. Vi è una differenza religiosa: l’Occidente è principalmente cristiano, mentre noi siamo musulmani. Vi è una differenza nel modo di pensare: l’Occidente è materialista e pragmatico, mentre noi siamo spiritualisti e idealisti. Vi è una differenza anche in campo politico: l’Occidente è generalmente a favore di Israele e contro di noi, sebbene questo atteggiamento possa variare da un Paese occidentale all’altro in base alle rispettive capacità e posizioni.
Nonostante ciò, non possiamo evitare il dialogo con l’Occidente. Che ci piaccia o no, è un fatto che l’Occidente governa il mondo da secoli. Nel mondo attuale prevale la sua civiltà. Esso governa diversi nostri Paesi e ha occupato i nostri territori per periodi più o meno lunghi. In seguito ha lasciato i Paesi occupati, volontariamente o contro la propria volontà, ma continua ancora oggi a esercitare su di noi un’influenza diretta o indiretta. In un modo o nell’altro esercita la propria influenza sui nostri decisori. Non si può negare neppure la sua influenza sulla mentalità e sulle volontà dei nostri governanti.
Inoltre, nessun popolo può vivere in un mondo immaginario, isolato dal mondo circostante e basato esclusivamente sulle proprie credenze religiose e sui propri principi. I continui cambiamenti tecnologici nel campo delle comunicazioni hanno trasformato, come ha detto uno scrittore, la Terra in un villaggio globale.
Pertanto, il dialogo con l’Occidente è per noi un dovere imprescindibile, affinché possiamo spiegare agli occidentali ciò che desideriamo per noi stessi e per gli altri. Poiché siamo sostenitori di un ideale, non predatori. Portatori di bene, non di male. Propugnatori della pace, non guerrafondai. Sostenitori della giustizia e dell’equità, non fautori dell’ingiustizia e dell’iniquità.
Il nostro obiettivo è guidare l’umanità disorientata sulla via di Allah e collegare la vita terrena a quella ultraterrena, la terra al cielo e gli esseri umani gli uni agli altri, affinché ciascuno desideri per gli altri ciò che desidera per se stesso e faccia agli altri ciò che odia per se stesso, così che l’umanità possa liberarsi dalla malattia comune a tutte le nazioni: l’invidia e l’odio. Questa malattia priva l’umanità della religione.
Sappiamo che l’Occidente ci guarda ancora attraverso un’oscura lente, una lente che ha contaminato il suo atteggiamento nei nostri confronti fin dai tempi delle Crociate e che ancora oggi dimora nel cuore della maggior parte degli occidentali.
Molti pensatori imparziali dell’Occidente, tra cui il filosofo e sociologo francese Gustave Le Bon, lo hanno riconosciuto. Egli lo ha affermato apertamente in alcune note a piè di pagina del suo libro «La civiltà degli Arabi». Quando uno studioso occidentale si occupa di questioni islamiche, perde il suo naturale atteggiamento imparziale e diventa prevenuto e ostile all’Islam. Spesso non se ne rende nemmeno conto, mentre giudica altre questioni con animo naturale e imparziale. Recentemente, anche l’orientalista Montgomery Watt ha espresso la stessa idea nel suo libro «Che cos’è l’Islam?».
Vediamo inoltre che, in diversi periodi e in vari ambiti, questo spirito crociato torna a manifestarsi. La sua influenza è evidente anche nell’atteggiamento dell’Occidente nei confronti dell’aggressivo Israele e del popolo palestinese vittima dell’aggressione. La stessa influenza si riscontra nell’atteggiamento dell’Occidente verso la Lituania cristiana e l’Azerbaigian musulmano dell’Unione Sovietica.
Questi segnali si riscontrano anche nelle attività dei funzionari francesi, spagnoli e italiani. Temendo il diffondersi della coscienza islamica in Algeria, essi intraprendono azioni deliberate. Questo atteggiamento dell’Occidente si osserva anche nelle questioni politiche del Sudan meridionale, dell’Eritrea, del Kashmir, delle Filippine e in altre questioni politiche.
Abbiamo osservato questa influenza anche in alcune questioni sociali. La più importante tra queste è Salman Rushdie, il quale, cambiando pelle, ha tradito la propria fede religiosa e il proprio popolo. Questa influenza è evidente anche nella questione del hijab in Francia. Come può un Paese definirsi «la culla della libertà» quando non ha tollerato che alcune studentesse musulmane osservassero le norme religiose sull’abbigliamento, per modestia, per ottenere il compiacimento di Allah e per salvarsi dall’Inferno? Il Paese definito terra della libertà e dei diritti umani non ha concesso alle ragazze il diritto di ottenere il compiacimento di Allah neppure in una questione del tutto personale.
È sfortunato che lo spirito, la visione e le circostanze delle Crociate siano ancora presenti in una forma la cui portata è difficile da misurare. Persino la Turchia, il paese che per quasi un secolo ha imitato con grande entusiasmo l’Occidente, imponendo ai musulmani il secolarismo importato dall’Occidente attraverso spargimenti di sangue compiuti con la spada ed espellendo ovunque la sharia islamica, non ha ricevuto il sostegno dell’Occidente quando ha presentato domanda di adesione al Mercato comune europeo. Il cancelliere della Germania occidentale, spiegando il motivo del rigetto della domanda della Turchia, disse: «La Turchia possiede una cultura diversa da quella occidentale. Loro sono portatori della cultura musulmana, mentre noi lo siamo della cultura ebraica e cristiana».
Nonostante tutto ciò, non possiamo essere delusi o scoraggiati dall’Occidente. Non possiamo nemmeno abbandonarlo pensando che forse non sarà mai possibile condurlo al dialogo. Sebbene la loro civiltà sia diversa dalla nostra, può esistere un dialogo senza due parti? Pertanto, il dialogo può vertere proprio sulla civiltà. Il celebre pensatore Roger Garaudy ha indicato la questione proprio in questi termini: non uno scontro di civiltà, ma un dialogo tra civiltà.
Perché, dunque, non dovremmo dialogare con l’Occidente, quando il Sacro Corano ci esorta a dialogare con coloro che dissentono? In questo modo, il dialogo è stato trasformato in un mezzo per invitare sulla via di Allah.
Inoltre, nel Sacro Corano viene menzionato il dialogo tra Allah l’Onnipotente e la peggiore delle Sue creature, Iblis. Allah l’Onnipotente non ha chiuso la porta del dialogo neppure davanti al volto di Satana maledetto.Nella sura Ṣād,–ai versetti 71–-85 , si legge:«E quando il tuo Signore disse agli angeli: “In verità, creerò un essere umano dalla terra. Quando avrò completato la sua creazione e vi avrò insufflato il ruh da parte Mia, allora prostratevi tutti davanti a lui”. E tutti gli angeli si prostrarono davanti ad Adamo, eccetto Iblis. Egli si insuperbì e divenne uno dei miscredenti. Allah disse: “O Iblis! Che cosa ti ha impedito di prostrarti davanti a colui che ho plasmato con le Mie mani? Ti sei forse insuperbito, oppure sei tra gli esseri di alto rango?”. Iblis disse: “Io sono migliore di lui: Tu mi hai creato dal fuoco, mentre lui lo hai creato dalla terra”. Allah disse: “Esci dunque di qui, poiché sei certamente reietto. E su di te ricadrà certamente la Mia maledizione fino al Giorno della Resurrezione”. Egli disse: “Mio Signore, concedimi una dilazione fino al giorno in cui i morti saranno resuscitati”. Allah disse: “Tu sei certamente tra coloro ai quali è stata concessa una dilazione fino al Giorno del tempo stabilito”. Egli disse: “Per la Tua gloria, certamente li travierò tutti, eccetto i Tuoi servi eletti”. Allah disse: “La verità è questa, e Io dico soltanto la verità: riempirò l’Inferno di te e di tutti coloro tra loro che ti seguiranno”».
Il dialogo con l’Occidente dovrebbe svolgersi a più livelli. Esso può avere luogo sul piano religioso, intellettuale e politico.
Dialogo religioso
Il dialogo religioso tra l’Islam e il Cristianesimo può svolgersi perseguendo vari obiettivi. Tra i più importanti:
1. Contrastare le correnti di pensiero ateistiche e materialistiche. Correnti che si oppongono radicalmente alla rivelazione divina, deridono la fede nell’invisibile e negano Allah, i Suoi profeti e messaggeri, il Suo castigo e i valori morali. Questo dialogo affronterà inoltre la promiscuità e la degenerazione morale, che hanno quasi completamente distrutto le nobili qualità umane conferite dalla rivelazione.
2. Individuare i punti di convergenza tra le due religioni. Illustrando come si debba parlare con la Gente del Libro, il Corano ordina: Noi crediamo anche nel Libro che è stato fatto scendere su di noi e in quello che è stato fatto scendere su di voi; il nostro Dio e il vostro Dio sono uno solo, e noi siamo a Lui sottomessi in quanto musulmani (Sura al-‘Ankabut: 46)।
3. Avviare un nuovo capitolo di rapporti più belli e limpidi, normalizzando le relazioni ostili create dalle crociate del passato e dall’imperialismo contemporaneo, e promuovendo fraternità, umanità e atteggiamenti benevoli. Ciò include la cessazione del sostegno della Chiesa alla parte cristiana nei conflitti tra musulmani e cristiani. Conflitti di questo tipo si verificano nel Sudan meridionale, nelle Filippine e in altre regioni. La Chiesa sostiene persino comunisti e pagani contro i musulmani.
So che molti islamisti guardano con sospetto a questo tipo di dialogo. Ritengono che una mano invisibile, attiva dietro le quinte e spinta da particolari obiettivi, lo utilizzi per i propri fini. Poiché credono che, nel dialogo, i musulmani siano senza dubbio la parte debole, pensano che un avversario potente li utilizzi a loro insaputa. Pertanto, chiunque partecipi a un dialogo simile viene accusato di essere uno sciocco o un agente.
Ritengo infondato questo tipo di sospetto. In alcuni casi i loro sospetti possono essere fondati, ma non sempre e in ogni circostanza. Perché dovremmo perdere così tanta fiducia in noi stessi? Perché dovremmo considerarci la parte debole? Con tutto ciò che possediamo, siamo invece forti. Perché dovremmo pensare che chiunque partecipi a un dialogo abbia perso il diritto alla propria fede e si sia arreso all’altra parte? Ciò che conta davvero è partecipare al dialogo dopo essersi accertati che coloro che ci rappresenteranno lo facciano da una posizione solida, e con la convinzione che il dialogo sia preferibile al conflitto o a una mentalità di fuga.
In effetti, il dialogo è una delle strategie della campagna di predicazione, inaugurata dal Messaggero di Allah ﷺ attraverso le sue storiche lettere inviate a Eraclio, al principale cristiano d’Egitto al-Muqawqis, al Negus d’Abissinia e agli altri sovrani della Gente del Libro. Egli concluse queste lettere con il seguente versetto: O Gente del Libro! Venite a una parola comune tra noi e voi: adoriamo soltanto Allah, non associamo a Lui alcunché e nessuno di noi prenderà altri come signori all’infuori di Allah. Se poi volgeranno le spalle, dite: Siate testimoni che noi siamo musulmani (Sura Āl ‘Imrān: 64)।
Recentemente si è tenuto un dialogo di questo tipo, il cui esito è stato positivo. Ustadh Muhammad al-Mubarak, che Allah abbia misericordia di lui, ce lo ha riferito. Il dialogo si è svolto a Roma, tra la Lega del mondo islamico e una delegazione del Vaticano. La delegazione della Lega era guidata dal segretario generale, Shaykh Muhammad al-Harkan. Con lui vi erano Ma‘ruf al-Dawalibi e Muhammad al-Mubarak.
Come risultato di questo dialogo, l’immagine di ciascuna delle due parti agli occhi dell’altra ne è uscita valorizzata. In particolare, l’immagine dell’Islam, nei confronti del quale venivano nutrite opinioni ingiuste e ostili. Talvolta ciò si è riflesso anche nelle relazioni tra musulmani e cristiani.
Un altro dialogo si è svolto in Libia tra alcuni intellettuali musulmani e membri di alto rango della Chiesa. Anche questo ha prodotto buoni risultati, ha riferito il dott. Izz al-Din Ibrahim, che vi aveva partecipato. Ho letto il saggio da lui presentato al dialogo. Il contenuto del saggio era molto argomentato ed equilibrato. Non vi era alcuna traccia di estremismo o di arroganza.
Dialogo intellettuale
Accanto al dialogo religioso con l’Occidente, è necessario un altro dialogo complementare: quello tra occidentalisti e orientalisti interessati a studiare l’Islam, il Corano, il Messaggero, le credenze religiose, la storia, la cultura, il sapere, i popoli, il presente e il futuro. È particolarmente urgente dialogare con gli studiosi interessati alle correnti intellettuali, ai moderni movimenti di rinascita e ai contemporanei risvegli.
Questo dialogo è necessario per purificare il pensiero, conoscere più da vicino tutti i punti di vista e aprire la strada a un ulteriore miglioramento dell’ambiente e delle relazioni tra le due parti. Se è possibile dialogare con il clero e i rappresentanti della Chiesa, che sono portatori delle loro posizioni e delle profonde convinzioni coltivate per secoli, allora il dialogo con gli orientalisti dovrebbe essere ancora più facile e proficuo. Sebbene molti ritengano che non vi sia alcuna differenza tra il clero occidentale e gli intellettuali occidentali, né tra i missionari e gli orientalisti. Secondo loro, la differenza sta soltanto nell’abbigliamento: i sacerdoti indossano l’abito del prete, mentre gli occidentalisti e gli orientalisti indossano quello dello studioso; in realtà, sono due facce della stessa medaglia.
Tuttavia, se vi sono una ferma volontà, consapevolezza degli obiettivi e una strada sgombra, il dialogo non dovrebbe essere impossibile. Le università e i forum intellettuali possono riunire i rappresentanti delle due parti e promuovere il dialogo, avviando ricerche su alcune questioni determinate, libere da parzialità e provocazioni.
Dobbiamo essere consapevoli del fatto che l’atteggiamento degli orientalisti nei confronti dell’Islam, della Umma musulmana e della rinascita islamica non è uniforme. Sono stati scritti molti testi sugli studiosi orientali, come il libro di al-Aqiqi. Sono inoltre stati scritti numerosi testi in risposta alle loro accuse o a sostegno della loro posizione. Sono stati pubblicati anche saggi e articoli che classificano tali opere. È il caso, per esempio, del saggio del dott. Muhammad al-Bahai, che ha intitolato l’argomento trattato «Gli orientalisti e i loro atteggiamenti nei confronti dell’Islam».
Devo dire che la maggior parte degli orientalisti presenta alcune debolezze comuni.
In primo luogo, gli orientalisti, non essendo padroni della lingua araba, non riescono a coglierne pienamente le varie sfumature. Di conseguenza, è naturale che incontrino difficoltà nella comprensione delle fonti fondamentali dell’Islam, in particolare del Corano e della Sunna. Pertanto, la loro comprensione dell’Islam e del suo messaggio risulta vaga e incompleta.
In secondo luogo, gli orientalisti nutrono una certa arroganza nei confronti della mentalità, degli uomini e della civiltà occidentali. Considerano l’Occidente il signore del mondo e l’Europa la madre di tutti i Paesi. Ritengono che la storia abbia avuto inizio in Occidente e che proprio lì avrà fine.
In terzo luogo, iniziano a studiare questioni che non sono suscettibili di verifica. Infatti, ritengono che il Corano non sia stato rivelato da Dio e che Maometto, pace e benedizioni su di lui, non sia il Suo Messaggero. In questo modo, elaborano un’idea prima ancora di iniziare la ricerca, conducono lo studio sulla sua base e cercano, con ogni mezzo, di dimostrare proprio le loro idee. A tal fine, accettano resoconti fondati su fonti deboli, credono alle menzogne, fanno di una pagliuzza una trave, trasformano un cumulo di termiti in una montagna, accettano il dubbio come prova e respingono tutto ciò che contraddice le loro idee, anche quando le loro concezioni da essi stessi inventate li colpiscono con un pugno in faccia.
In quarto luogo, spesso gli orientalisti conducono le loro ricerche, su commissione di determinati ambienti, allo scopo di conseguire obiettivi politici. Nella maggior parte dei casi, per tali attività di ricerca vengono spese ingenti somme di denaro. Di conseguenza, queste ricerche non sono del tutto imparziali né prive di secondi fini.
Ciononostante, in molti casi il dialogo è ancora necessario. Esso può svolgersi con persone dotate di spirito libero, il cui numero cresce di giorno in giorno. Infatti, molte persone abbandonano la vecchia mentalità e vengono influenzate da idee nuove.
Quando intraprenderemo l’iniziativa di avviare questo dialogo, dovremo scegliere quegli orientalisti che sono relativamente imparziali e flessibili nei confronti di tutte le nazioni. Tra questi spicca il professor Jacques Berque. Fu invitato più volte all’Università del Qatar.
Tuttavia, dalle opere tradotte degli orientalisti contemporanei sembra che gli orientalisti di oggi siano molto più vicini all’imparzialità rispetto a quelli di un tempo e assumano posizioni più lontane dall’esagerazione e dall’estremismo. In particolare, oggi i musulmani leggono i loro libri, discutono le loro tesi oppure le confutano quando le ritengono inaccettabili. Gli orientalisti del passato, invece, scrivevano per se stessi, cioè gli uni per gli altri. Per questo, nella maggior parte dei casi, i loro scritti sembravano più rapporti specialistici che opere su temi di discussione generale.
Politico dialogo
Dopo aver completato il dialogo religioso e intellettuale, il movimento islamico dovrà avviare un altro dialogo con l’Occidente, questa volta con i decisori politici, cioè con quei politici che svolgono un ruolo sulla scena politica, apertamente o dietro le quinte.
Ritengo che i due dialoghi menzionati in precedenza apriranno la strada a questo importante dialogo. Sebbene la Chiesa si tenga ufficialmente lontana dalla politica, esercita ancora una notevole influenza sui timonieri dello Stato e, in materia di politica estera, soprattutto per quanto riguarda l’Islam e i musulmani, muove i fili dietro le quinte.
Sebbene gli orientalisti siano apparentemente conosciuti come teorici, i loro legami con i servizi segreti, le agenzie per la sicurezza nazionale e i ministeri degli Esteri sono innegabili.
Molti cercano di seminare dubbi riguardo a qualunque iniziativa di dialogo politico con l’Occidente. Altri citano le parole di un antico poeta occidentale: «East is East, West is West, they never meet» (l’Oriente è Oriente, l’Occidente è Occidente, non si incontrano mai). Ma abbiamo visto che l’Occidente si è incontrato con l’India, il Giappone e, più recentemente, anche con la Cina.
Altri ancora sostengono che l’Occidente possa incontrarsi con l’India, il Giappone, la Cina o con gli indù, i buddhisti e i comunisti, ma non con i musulmani. A questo proposito citano anche dichiarazioni fortemente ostili all’Islam pronunciate da missionari, orientalisti e politici occidentali.
Ci sono poi persone che guardano con sospetto chiunque cerchi di stabilire un contatto con l’Occidente o di organizzare un dialogo. Per infangare tali promotori, tengono sempre pronte contro di loro accuse di ribellione, collaborazione con il nemico, tradimento e simili. Nessuno può dimenticare quali sofferenze dovette patire, per aver avuto contatti con il signor Evans, il nostro fidato fratello Hasan al-Hudaybi, il secondo murshid al-amm degli Ikhwan al-Muslimin. I leader della rivoluzione egiziana erano a conoscenza di questo contatto e lo avevano persino sostenuto. Alla fine, però, usarono tale contatto come un’arma contro Hudaybi. Servendosi dei suoi rapporti con Evans, infangarono la reputazione di Hudaybi, del movimento islamico, dei suoi membri e dei suoi principi.
Dobbiamo essere vigili su questi temi, affinché i nemici del movimento non possano sfruttare tali contatti per danneggiarlo. Devo dire qui che una paura e un’avversione anormali nei confronti dell’Islam continuano generalmente a influenzare il comportamento dei politici occidentali. Le battaglie di Yarmuk e Ajnadayn, le Crociate e le conquiste arabe e ottomane sono ancora per loro degli incubi. Nomi come Khalid ibn al-Walid, Tariq ibn Ziyad, Salah al-Din al-Ayyubi e Muhammad al-Fatih, il conquistatore di Costantinopoli, continuano a turbare il loro sonno.
Tuttavia, non dovremmo cadere vittime delle paure scaturite da una simile mentalità anomala. Dobbiamo spezzare tutte le nostre barriere psicologiche e liberarci di ogni complicazione mentale, vecchia o nuova.
Sebbene l’Europa sia stata devastata da guerre, conflitti e spargimenti di sangue per diversi secoli, i Paesi di questo continente si stanno unendo e, in un futuro non lontano, si trasformeranno in un unico Paese.
Americani e sovietici hanno posto fine alle loro guerre calde e fredde, colmando il divario che li separava. Perché allora non dovrebbe essere possibile raggiungere un’intesa con i musulmani?
La logica dell’Occidente al riguardo è ben nota. Non esistono amicizie permanenti né inimicizie permanenti. Esistono soltanto interessi permanenti.
Non abbiamo obiezioni a iniziare un dialogo alla luce del principio della tutela dei reciproci interessi. Ritengo che l’interesse dell’Occidente risieda nell’evitare l’ostilità di centinaia di milioni di musulmani e nel conquistare la loro fiducia, amicizia e rispetto. In cambio, vorremmo migliorare la nostra immagine agli occhi dell’Occidente, così da poter modificare le idee accumulate nel corso dei secoli attraverso aspri conflitti, idee che non erano prive di esagerazioni e racconti fantasiosi.
Non neghiamo che tra noi vi siano persone che, attraverso il loro modo di pensare o il loro comportamento, non presentano la migliore immagine dell’Islam. Essi presentano l’Islam come se incoraggiasse la violenza, il fanatismo, il conflitto con gli altri e il disprezzo per la libertà e i diritti umani, in particolare per i diritti delle minoranze e delle donne. Le condizioni reali presenti in molti Paesi musulmani hanno contribuito a creare un’immagine di questo tipo, considerata una conseguenza dell’Islam e della legge islamica.
Un simile grave fraintendimento non può svanire da solo né essere rimosso dall’oggi al domani. Può invece essere eliminato soltanto attraverso la buona volontà e un dialogo duraturo. Un dialogo fondato sull’apertura mentale e sulla franchezza, non sugli intrighi e sull’inganno. Naturalmente, in politica non ci si può aspettare un dialogo simile, ma non è impossibile. Perché nella politica odierna non esiste nulla di impossibile.
Se riuscissimo a convincere i leader occidentali e coloro che esercitano influenza nella politica che abbiamo il diritto di vivere secondo l’Aqida, la fede, la Sharia, i valori e i criteri morali dell’Islam, senza nutrire alcuna intenzione ostile verso l’Occidente né alcun desiderio di danneggiarlo, avanzeremmo notevolmente verso il raggiungimento dell’obiettivo di instaurare, nei nostri Paesi di residenza, la società musulmana che desideriamo.
Non vi è dubbio che il primo ostacolo al raggiungimento di questo obiettivo siano i nostri governanti, che ci tengono sotto stretta sorveglianza, controllano ogni nostro passo e ostacolano qualsiasi tentativo di instaurare l’Islam come sistema regolatore della vita sociale, politica e culturale.
Non vi è dubbio che, a questo riguardo, il potente Occidente e i suoi leader esercitino la loro influenza sui nostri governanti, mettendoli in guardia contro l’Islam. Instillano nei loro cuori il timore degli islamisti. Attraverso strategie dirette e indirette, dichiarazioni pubbliche e private, li rendono diffidenti nei confronti del movimento islamico.
Pertanto, se riuscissimo a spiegare all’Occidente la necessità dell’ascesa dell’Islam come forza guida e grande potenza, forse sarebbe possibile convincerne anche i leader arabi e musulmani. E questo costituirebbe un grande successo.
Istituzioni religiose statali
Il movimento islamico deve compiere sforzi rigorosi per ottenere il sostegno delle istituzioni religiose. Tra le istituzioni più importanti vi sono al-Azhar in Egitto, al-Zaytuna in Tunisia, al-Qarawiyyin in Marocco e Deoband nel subcontinente.
Nel suo piano indispensabile, il movimento deve concentrarsi sul raggiungimento di un grande obiettivo: penetrare nelle istituzioni religiose statali con i propri ideali e il proprio personale, ed esercitare la propria influenza su di esse. Se il movimento riuscirà in questo tentativo, otterrà risultati significativi, tra cui i seguenti:
1. Il movimento potrà evitare lo scontro con i membri di quelle istituzioni che godono ancora del sostegno delle masse musulmane. Questi membri, in particolare i servi dei governanti, hanno ancora la capacità di danneggiare l’immagine del movimento agli occhi delle persone analfabete o semianalfabete, avanzando accuse di ogni genere, vere o false.
Le loro accuse ostacolano l’avanzata del movimento, costringendolo a dedicare molto tempo a difendersi e a confutare accuse infondate. Pertanto, se sarà possibile evitare lo scontro con costoro, il movimento potrà proseguire senza impedimenti i propri sforzi contro quei veri nemici dell’Islam che vogliono spegnere, con il loro soffio, la luce della religione di Allah.
2. Si creeranno opportunità di riforma in queste importanti istituzioni, affinché, attraverso la riforma, esse possano assolvere al fondamentale e indispensabile compito di diffondere i veri insegnamenti dell’Islam. Queste istituzioni presenteranno l’Islam nella sua forma completa, autentica e incontaminata, così che le istituzioni interessate siano liberate dalla morsa dei governanti ingiusti, del comunismo e dei cristiani. Di conseguenza, l’istituzione diventerà una fortezza inespugnabile della daʿwa islamica contro le cospirazioni dei nemici dell’Islam. Se queste istituzioni religiose statali potranno essere riformate, formeranno persone che si dedicheranno non solo all’adempimento dei compiti statali, ma anche alla daʿwa e al servizio del dīn.
3. Sarà possibile utilizzare i mezzi e gli strumenti di queste istituzioni religiose statali per diffondere tra il popolo la consapevolezza dei principali interessi dell’Islam e influenzarlo. Tra i principali interessi dell’Islam vi sono i problemi dei musulmani di tutto il mondo, il dovere del popolo musulmano nei confronti dell’ideologia islamica e dei territori musulmani, nonché le attività del movimento volte a realizzare una rinascita culturale islamica nei campi della conoscenza, dell’azione, dell’educazione e della formazione della personalità musulmana.
Sarà inoltre possibile utilizzare i mezzi e gli strumenti delle istituzioni statali per contrastare la corrente malefica che, sostenuta dalle cospirazioni dei nemici dell’Islam e dagli ipocriti interni, cerca di infiltrarsi segretamente e apertamente nella Umma.
Grazie a una simile cooperazione e solidarietà tra il movimento islamico popolare e le istituzioni statali, il sostegno popolare alla daʿwa islamica e al suo nobile sforzo culturale si amplierà ulteriormente.
4. Sarà possibile confutare le scuse che alcuni governi cercano di addurre per evitare le leggi islamiche quali forza trainante della vita e della società. Il governo assume come base della propria visione alcune fatwā deboli e fuorvianti dei funzionari di queste istituzioni religiose statali.
Un altro obiettivo consiste nell’affermare la legittimità delle rivendicazioni e degli sforzi del movimento volti a istituire uno Stato islamico, governato dalla legge rivelata da Allah e che adotti l’Islam come credo fondamentale, sistema di vita e messaggio, allo scopo di guidare e promuovere il progresso di tutti gli esseri umani.
L’Imam Hasan al-Banna desiderava sempre continuare a dialogare con gli studiosi di al-Azhar. Molti di loro erano suoi amici. Una volta, a una conferenza tenutasi a Tanta, erano presenti molti eminenti studiosi dell’Università di al-Azhar; lì sentii l’Imam Hasan al-Banna dire: «Voi, gli ʿulamāʾ, siete l’esercito regolare dell’Islam, mentre noi siamo dietro di voi come forza di riserva».
Naturalmente, ciò non vale per quelle istituzioni che hanno venduto il dīn in cambio dei piaceri di questo mondo, sono diventate portavoce dei governanti dittatoriali e si sono trasformate nella spada nelle mani dei governanti tirannici, una spada usata per colpire i veri islamisti. Non si possono ignorare né risparmiare queste istituzioni; al contrario, bisogna smascherarle davanti al popolo, affinché esso possa stare in guardia contro le loro attività malefiche e sapere chi sono.
Dobbiamo distinguere tra coloro che sono diventati strumenti nelle mani dei governanti dispotici e coloro che odiano i governanti dispotici, ma non hanno il coraggio di opporsi a loro a causa della debolezza e della paura. Infatti, i deboli sono così intimoriti da ritenere preferibile rimanere in silenzio e temono persino di pronunciare parole giuste. Tuttavia, non si rendono complici neppure di discorsi ingiusti. Pertanto, considerando questa situazione anomala, si dovrebbe aiutarli a superare la debolezza e la paura.
Nella rivoluzione contro lo Shah in Iran, le istituzioni religiose agirono da forza propulsiva. La rivoluzione ricevette un’enorme risposta e collaborazione in conformità con la richiesta di assoluta obbedienza del popolo, secondo le direttive dell’ideologia giafarita. Inoltre, il popolo era sempre pronto a sacrificare vita e beni per la rivoluzione, in risposta agli appelli degli shaykh e degli ayatollah.
Anche i fondi volontariamente offerti dal popolo contribuirono a quella rivoluzione. Secondo la giurisprudenza giafarita, l’importo della donazione è il khums, cioè un quinto, calcolato sul reddito complessivo. Tali donazioni venivano consegnate agli ulema che rappresentavano l’«imam assente».
In questo modo, i leader religiosi dell’Iran non erano alla mercé del governo. Se lo fossero stati, sarebbe stato il governo a corrispondere loro stipendi e indennità e a controllare il destino loro e delle loro famiglie. Sarebbe stato inoltre il governo ad avere il potere di nominarli e destituirli a propria discrezione.
Pertanto, uno dei principi indispensabili della riforma delle istituzioni religiose è che esse godano di indipendenza teorica, amministrativa e finanziaria, nonché della libertà di recuperare i beni waqf confiscati e di utilizzarli nei settori appropriati, affinché le istituzioni religiose recuperino i poteri loro propri. A proposito del segreto di tale potere dell’imam Hasan al-Basri, un governante disse: «La sua religione è il nostro governo, ma egli non ha bisogno del nostro denaro».
Questo è il vero problema: quando i leader religiosi diventano funzionari dello Stato, mentre lo Stato non ha alcun bisogno della religione, ma loro hanno bisogno del denaro dello Stato.
Islamica rinascita
Per instaurare l’Islam nel mondo e opporsi a tutte le forze aggressive ostili alla predicazione islamica, il movimento islamico deve compiere ogni sforzo possibile per unire su un’unica piattaforma tutti i gruppi islamici e tutti i gruppi della rinascita islamica. Questo fronte dovrà svolgere necessariamente un ruolo attivo nel determinare il metodo appropriato per il dialogo e nell’affrontare correttamente il punto di vista della parte avversa, così da porre le basi per la cooperazione su ciò su cui concordiamo e per la tolleranza su ciò su cui dissentiamo.
L’Imam Hasan al-Banna si adoperò al massimo per porre fine alle divergenze tra i gruppi islamici egiziani e formulò i celebri Venti Punti come programma minimo sul quale fosse possibile raggiungere un accordo.
È questo che il movimento islamico dovrebbe sempre fare per conseguire i suoi obiettivi principali. Infatti, solo la forza congiunta di tutti i gruppi attivi nel campo islamico può rafforzare il movimento islamico. Mi riferisco qui ai gruppi che operano con serietà e dedizione, non ai gruppi insignificanti o deviati, né a quelli che ingannano la gente in nome dell’Islam.
Qualsiasi gruppo islamico commetterebbe un grave errore se ritenesse di essere da solo capace, in questo momento, di instaurare il governo islamico e di affrontare i problemi interni e le cospirazioni straniere.
Ciò che tutti i gruppi e movimenti islamici dovrebbero realmente fare è concentrare tutti i loro sforzi allo scopo di formare una forte alleanza islamica e porre fine alle divergenze, affinché questa alleanza possa sostenere gli alleati dell’Islam e opporsi ai suoi nemici.
Ciò che temo maggiormente è che l’egoismo indebolisca lo spirito della fratellanza islamica. Ogni gruppo esalta se stesso e si affanna a dimostrare l’incompetenza degli altri, fino al punto di concentrare tutte le proprie attività sulla distruzione altrui, invece di cercare di rendere il proprio gruppo una componente forte dell’intera alleanza.
Temo anche quella ristrettezza mentale che divora i gruppi islamici e controlla il loro modo di pensare. Essa ingigantisce i loro conflitti e contrasti, fa montagne di cumuli di terra sollevati dalle termiti, trasforma questioni secondarie in principi fondamentali e include le questioni dell’ijtihad tra i principi fondamentali della sharia, come fece l’autore dell’articolo intitolato «La giusta opinione sulla contraddizione tra l’appartenenza al Parlamento e il tawhid».
Per instaurare quel forte governo islamico capace di realizzare la rinascita religiosa della umma e di migliorare la nostra vita terrena, è necessaria l’iniziativa congiunta di tutti i gruppi e di tutte le forze islamiche, indipendentemente dalla diversità delle loro opinioni, dei loro orientamenti e dei loro principi. Occorre inoltre coinvolgere in questo sforzo anche le persone pie ed entusiaste che non appartengono ad alcun gruppo o organizzazione.
Credo che il successo del movimento sarà assicurato se il movimento islamico riuscirà, per conseguire questo obiettivo, a coordinare su un’unica piattaforma gli sforzi di tutte le forze islamiche, affinché tutti considerino questo Stato come il loro Stato, questo governo come il loro governo, la sua vittoria come la loro vittoria e la sua sconfitta come la loro sconfitta.
Sestocapitolo
Conclusione
Ciò che non si può fare a meno di dire
Giunto alla fine del libro, desidero sottolineare con particolare enfasi che il movimento islamico deve adottare una visione chiara, a livello regionale e internazionale, riguardo al futuro. Alla luce di tale visione, il movimento dovrà elaborare piani chiari e dettagliati per conseguire obiettivi specifici con mezzi legittimi. Un piano di questo tipo deve essere formulato sulla base di concezioni moderne, di una suddivisione in fasi precise e di un processo teorico. Il piano deve essere flessibile, facilmente modificabile e attuabile. Tutte le responsabilità devono essere equamente distribuite tra istituzioni e organismi competenti, e non si dovrebbe dipendere da una singola persona. Infatti, se l’attuazione del piano dipende da una persona o da poche persone, il piano durerà soltanto finché esse resteranno attive.
Il piano deve essere elaborato sulla base di un’ampia ricerca, senza sottovalutare né esagerare i dati autentici, le statistiche reali, le revisioni approfondite, le analisi scientifiche, una prospettiva obiettiva, tutte le risorse materiali e umane disponibili e potenziali, nonché tutti gli ostacoli psicologici e materiali, interni ed esterni. [oggetto del piano le caratteristiche riguardanti per conoscere se desiderate leggete il mio libro ‘La soluzione islamica: soluzione: una fard e una necessità’। teorico contesto questa discussione è stata presentata।]
Un piano di questo genere deve essere elaborato da un’équipe composta da esperti qualificati nei diversi campi del sapere. Ogni esperto metterà al servizio dell’équipe le proprie competenze e il proprio talento. L’équipe potrà inoltre raccogliere, a sua discrezione, opinioni o informazioni da qualunque altra persona qualificata.
Prima e dopo l’elaborazione del piano è indispensabile prestare attenzione a tre aspetti: il lavoro a tempo pieno, la competenza degli esperti e le informazioni e la ricerca. Nella conclusione discuteremo ampiamente questi tre aspetti.
A tempo pieno lavoro
Nel piano futuro del movimento, in tutti i settori strategici e negli altri settori importanti, in particolare nel sapere e nelle scienze, nell’istruzione, nell’informazione, nei mezzi di comunicazione, nella politica e nella pianificazione, si dovrebbe necessariamente assegnare a diverse persone qualificate un incarico a tempo pieno.
Il movimento non dovrebbe dipendere esclusivamente dal lavoro di volontari a tempo parziale. Poiché queste persone devono dedicare la maggior parte del loro tempo alle proprie attività personali, dal poco tempo che dedicano al movimento non ci si può aspettare che svolgano responsabilità di grande rilievo. Naturalmente, non si può sminuire chi, tra i volontari, dedica anche solo una piccola parte del proprio tempo per amore di Allah. Al contrario, il loro contributo è estremamente importante e ampiamente proficuo. Sono infatti i volontari a creare la base in espansione del movimento. Fatta eccezione per alcune persone impegnate a tempo pieno nell’interesse delle attività di da‘wa, tutti i membri del movimento lavorano come volontari senza stipendio.
L’Imam Hasan al-Banna lavorò per diversi anni come insegnante pur rimanendo nel movimento, finché la pressione del lavoro di da‘wa e dello slancio del movimento non lo costrinse a dedicare tutto il suo tempo e i suoi sforzi alle attività del movimento.
In diversi Paesi, molti membri e dirigenti del movimento furono un tempo professori universitari, alti funzionari governativi oppure imprenditori o commercianti indipendenti. Tuttavia, lo sforzo migliore possibile è quello di dedicarsi a tempo pieno al servizio del movimento e al conseguimento dei suoi obiettivi.
Naturalmente, al momento di assumere personale a tempo pieno bisogna assicurarsi che gli incarichi siano affidati a specialisti nei diversi settori. Essi saranno complementari gli uni agli altri. In questo modo, le competenze degli specialisti dovranno essere utilizzate in tutti i settori del lavoro. Si impedirà così di trascurare alcuni settori e di specializzarsi soltanto in pochi ambiti. Di conseguenza, non si sosterranno spese al di fuori dei settori appropriati.
In questo caso, il denaro non dovrebbe costituire alcun problema. Poiché spendere denaro per questo scopo è uno dei migliori mezzi per ottenere il compiacimento di Allah. I fondi necessari possono essere raccolti tramite la zakat, la sadaqa, il waqf e altre fonti analoghe.
Anche gli interessi maturati sul capitale depositato presso banche locali e straniere possono essere spesi per questo scopo. Poiché tali interessi provengono da una fonte haram, non dovremmo esitare a utilizzare questo denaro. Infatti, esso è haram solo per chi deposita il capitale. Ma spenderlo per il bene dell’Islam è halal. E soprattutto, questo denaro può essere speso per i membri a tempo pieno del movimento islamico.
I lavoratori devoti non dovrebbero essere riluttanti ad accettare uno stipendio adeguato, pari a quello corrisposto altrove per lavori dello stesso livello, affinché possano proseguire con soddisfazione il lavoro del movimento. E affinché non siano scontenti a causa di uno stipendio basso. Una retribuzione né eccessiva né insufficiente può essere considerata uno stipendio equo.
Tuttavia, è necessario assegnare la persona giusta al posto giusto, verificandone le qualità e le caratteristiche appropriate, senza alcuna forma di favoritismo. La competenza e l’onestà dovrebbero essere gli unici criteri per la selezione delle persone. A questo proposito, nel Corano è detto: «In verità, il migliore da assumere come tuo dipendente è colui che è forte e fidato (Sura al-Qasas: 26)।
degli esperti competenza
Dovremmo intensificare gli sforzi per formare esperti dotati delle competenze necessarie in tutti gli ambiti della vita. Viviamo ora nell’era della specializzazione, i cui esperti sono autenticamente tali. Non viviamo nell’epoca in cui persone geniali, erudite e dotate di talento esprimevano opinioni in tutti i rami del sapere e della scienza. La sola intelligenza non è sufficiente, né lo sono il suo fulgore o il talento.
È necessaria una preparazione educativa specialistica, capace di stare al passo con i tempi, di soddisfare le esigenze e di dimostrare eccellenza nello svolgimento di compiti specifici. In un hadith autentico è narrato: Certamente Allah Allah ha posto l’eccellenza in ogni cosa. [An- Nawwās ibn Samān secondo l’autorità di Muslim– in è narrato।] E Allah si compiace quando uno di voi porta a termine perfettamente un compito. [Hazrat Aisha r.. secondo l’autorità di al- Bayhaqī è narrato।]
Nella nostra epoca, l’eccellenza è possibile soltanto attraverso la specializzazione. Anche il provvedimento adottato per perfezionare un obbligo religioso diventa a sua volta obbligatorio.
Prendiamo, per esempio, le relazioni pubbliche e le molteplici specializzazioni a esse collegate. La preparazione di un manoscritto è una scienza, così come trasformarlo in una sceneggiatura e dirigerlo. Allo stesso modo, anche recitarvi e curarne la commercializzazione sono scienze. In questo modo è possibile stilare un lungo elenco di conoscenze specialistiche, fino ai livelli più elementari.
La regia di un programma radiofonico è un tipo di attività. La regia di un programma televisivo è un altro tipo di attività. Allo stesso modo, la regia teatrale e la direzione cinematografica sono due cose completamente diverse. Oggi il lavoro nei mezzi di comunicazione è un campo in cui confluiscono tutte le arti. Per apprendere queste discipline con competenza esistono numerosi istituti e college, presso i quali gli studenti ricevono una formazione a livello superiore e postuniversitario.
L’islamizzazione di questi rami del sapere non sarà mai possibile se non ricorreremo all’aiuto degli specialisti. Soltanto loro possono offrire un’alternativa islamica in questo campo.
Il movimento islamico è ricco di talenti. Tuttavia, il suo personale dotato non viene adeguatamente assegnato ai campi e alle posizioni più appropriate. Spesso vediamo assembramenti di specialisti in alcuni settori, come la medicina, la farmacologia o l’ingegneria. Ma il numero degli specialisti legati al movimento islamico nei rari rami della scienza è molto esiguo.
Questa situazione vale anche per i settori delle scienze umane e sociali, come la psicologia, la sociologia, l’economia, le scienze politiche e le relazioni pubbliche. Generalmente i giovani disprezzano queste discipline e si orientano verso le scienze applicate. Eppure queste scienze sono più necessarie per la società e la influenzano. Per questo gli ebrei negli Stati Uniti e in altri Paesi hanno instaurato un monopolio in questo campo e occupato la maggior parte dei posti importanti, così da poterlo dirigere secondo i propri desideri e nel proprio interesse.
Sebbene molti giovani brillanti siano portati e interessati allo studio delle scienze umane e della letteratura, a causa della pressione sociale sono costretti a studiare le scienze applicate; tuttavia, se il loro talento potesse essere impiegato nel campo verso cui sono orientati per capacità e interesse, si potrebbero ottenere risultati maggiori nel settore pertinente.
In realtà, nonostante l’importanza delle scienze umane e la loro profonda influenza, la carenza di musulmani in questo settore è assai evidente. Anche in ambito letterario, vale a dire nella narrativa breve, nella critica letteraria e così via, la carenza è considerevole. Si può dire che non esista quasi nessun giovane brillante in questo campo. Sebbene alcuni di loro si dedichino alla letteratura, non ricevono le necessarie opportunità di promozione come gli altri, mentre i membri della sinistra e altri gruppi si aiutano e si sostengono a vicenda in questo ambito.
Informazioni e ricerca
Nel periodo contemporaneo, una necessità estremamente importante del movimento islamico è istituire una banca dati o un centro di informazione e ricerca capace di soddisfare le esigenze della rivoluzione dell’informazione della nostra epoca. In questo centro devono essere nominati specialisti qualificati e adeguatamente formati. A questo proposito, la guida di Allah l’Onnipotente è la seguente: «Nessuno potrà informarti come Colui che è Onnisciente» (Sura Fatir: 14)Inoltre, il centro deve essere dotato di apparecchiature e personale all’avanguardia, conformemente alle esigenze del XXI secolo.
Le fonti e i metodi di raccolta delle informazioni, così come i metodi di conservazione, classificazione e recupero dei dati, sono diventati anch’essi molteplici. Abbiamo intrapreso qualche iniziativa per utilizzare questi metodi e strumenti?
Anche senza occuparci degli altri, amici o nemici che siano, non conosciamo nemmeno la metà delle informazioni che ci riguardano. Eppure i nemici conoscono ogni cosa sul nostro conto.
Mi recai a Istanbul con alcuni fratelli arabi che lavoravano nel settore bancario islamico. Incontrammo alcuni fratelli provenienti dalla Repubblica turkmena dell’ex Unione Sovietica. Ci chiesero: «Dov’è ora il vostro aiuto per i vostri fratelli del Turkmenistan e delle altre repubbliche, intrappolati dietro la cortina di ferro, che sono in grado di operare liberamente? Ora hanno bisogno di ogni tipo di aiuto e di conoscenze specialistiche nei settori religioso, culturale, educativo ed economico. Dov’è questo aiuto e dove sono gli specialisti? Chi li aiuterà?»
Non appena si manifestarono gli effetti della glasnost e della perestrojka, le autorità religiose cristiane si attivarono. Avevano già raccolto tutte le informazioni, i dati, le statistiche e le mappe con i relativi simboli. Di conseguenza, iniziarono immediatamente a distribuire la Bibbia e altri libri e a inviare missionari ovunque. Da allora, in questo breve lasso di tempo, sono state costruite o ricostruite circa 2.000 chiese in nuovi luoghi, oppure sono state restaurate chiese ormai fatiscenti. Le chiese e la loro gente continuano ancora oggi quest’opera in quei luoghi. Dov’è allora l’attività islamica nei territori musulmani?
Chiesi loro: «Che cosa sapete dei nostri fratelli laggiù? Qual è il loro numero, quali sono i loro Paesi, la loro storia, il loro contesto materiale e culturale e quali sono le loro esigenze?». Scoprii che possedevamo soltanto una conoscenza minima su di loro e che non conoscevamo nemmeno un’istituzione islamica in possesso di informazioni sufficienti e attendibili su di loro, che potessero essere utilizzate.
Il movimento islamico deve essere sviluppato, a livello regionale e internazionale, secondo una linea adeguata ai tempi. A tal fine dobbiamo compiere ogni sforzo e, per raggiungere l’obiettivo, mobilitare tutte le forze dei musulmani che circondano il movimento. Tenendo presente questo obiettivo, recitiamo questa preghiera:
O Allah, rendi il nostro giorno di oggi migliore di quello di ieri e rendi il domani migliore del giorno di oggi. Effondi la Tua misericordia su tutte le nostre opere. Amen!
Appendice: Ibn Taymiyya fatwa
1.. Accettare una carica governativa per contrastare le ingiustizie e i soprusi e reprimere i malvagi .
Allo Shaykh al-Islam Ibn Taymiyya, che Allah abbia misericordia di lui, fu chiesto il parere riguardo a un uomo che aveva assunto un incarico pubblico e aveva ricevuto la responsabilità di diversi feudi, i cui sudditi erano obbligati a pagare le imposte stabilite secondo le norme del governo. Quell’uomo si dedicò con ogni sforzo ad alleviare dalle spalle della popolazione tutto il peso dell’ingiustizia e dell’oppressione, considerando che, anche se si fosse dimesso, l’ingiustizia sarebbe rimasta, se non fosse addirittura peggiorata. Se quell’uomo può dimezzare il tributo, alleggerendo il peso dei sudditi, e riscuotere l’altra metà per spenderla interamente a beneficio della popolazione, dovrebbe rimanere nel suo incarico pubblico con l’intenzione di ridurre l’ingiustizia quanto più possibile, oppure dovrebbe dimettersi, affidando il feudo a qualcun altro, pur sapendo che l’ingiustizia non sarebbe eliminata, ma potrebbe anzi aumentare a causa delle sue dimissioni? Se si aggrappa al suo incarico pubblico, commetterà peccato? Se non lo commette, sarebbe corretto dirgli di rimanere al suo posto? Che cosa sarebbe meglio per lui: restare in carica nel tentativo di eliminare l’ingiustizia, oppure dimettersi, lasciando che l’ingiustizia continui e aumenti? Se i sudditi desiderano che quell’uomo rimanga al potere, traendo beneficio dalla cessazione dell’oppressione esercitata su di loro, egli dovrebbe restare?
L’Imam Ibn Taymiyya rispose: «Ogni lode appartiene ad Allah l’Altissimo. Sì, egli dovrebbe rimanere al potere se è un uomo retto e continua a cercare di rimuovere, per quanto possibile, il peso dell’ingiustizia; se la sua permanenza è migliore di quella di qualsiasi altra persona e se si ritiene che sia più vantaggioso che il feudo rimanga sotto il suo controllo piuttosto che essere affidato a qualcun altro. Può rimanere nel suo incarico pubblico e, così facendo, non commetterà peccato. Se non ha un dovere migliore di questo, rimanere al suo posto è preferibile a lasciarlo».
Se non c’è nessun altro, per una persona di questo genere è doveroso rimanere in tale incarico. Infatti, instaurare la giustizia con tutti i mezzi possibili e sradicare questa ingiustizia è un dovere collettivo. Chiunque si ritenga capace di assolverlo, e non vi sia nessun altro, deve adempiere a questo dovere. Tuttavia, a chi assume la responsabilità non si deve chiedere di eliminare un’ingiustizia che non è in suo potere rimuovere.
Non si dovrebbe chiedere a quell’uomo di revocare le imposte che i governanti impongono sui sudditi del feudo, poiché ciò potrebbe non rientrare nei suoi poteri. Inoltre, se non vengono riscossi i tributi, non sarà possibile pagare i fondi richiesti dai governanti e dai loro rappresentanti. Se quell’uomo non soddisfa tali richieste, essi affideranno la responsabilità del feudo a qualcun altro. Costui allora continuerà a commettere ingiustizie e oppressioni, oppure ne aumenterà la misura. Pertanto, è molto meglio versare ai governanti alcuni tributi, invece di permettere loro di riscuoterli tutti. Infatti, se quell’uomo si sforza di essere il più giusto possibile, è migliore degli altri, anche se soddisfa alcune delle richieste degli uomini malvagi per proteggerli dalle loro ingiustizie. Se riscuote le imposte dai musulmani senza commettere personalmente oppressione, sarà ricompensato; e, nella situazione sopra descritta, anche se riscuote le imposte, non sarà punito. Se fa tutto il possibile per garantire la giustizia, non sarà punito né in questo mondo né nell’Aldilà.
Quell’uomo è come il tutore degli orfani, il custode di un waqf, il socio in un’attività commerciale o colui che assume una responsabilità per conto di altri o al loro posto. È come colui che, per conto dei clienti, consegna una parte del loro capitale a un governante oppressore, se questo è l’unico modo per tutelare gli interessi dei clienti. In tal caso egli compie la cosa giusta, non quella sbagliata. Ciò che consegna ai governanti è infatti simile alle imposte immobiliari e alle imposte sulle vendite che devono essere versate agli esattori dei tributi. Chiunque, in questi paesi, effettui tali transazioni per sé o per conto di altri deve riscuotere queste imposte e versarle alle autorità. Se non riscuotesse le imposte, non potrebbe tutelare, senza pagarle, gli interessi di coloro che dipendono da lui. Di conseguenza, ne risulterebbero danneggiati gli interessi dei suoi sottoposti e persino i suoi stessi interessi.
Molti ritengono che non si dovrebbe permettere il verificarsi di situazioni di questo genere, per non considerare trascurabile anche una lieve ingiustizia subita dai sudditi. Se la popolazione accettasse questa opinione, l’ingiustizia e la corruzione aumenterebbero certamente. La sua situazione sarebbe infatti simile a quella dei viandanti assaliti dai briganti. Se i viandanti non placassero i briganti dando loro del denaro, i briganti li ucciderebbero e deprederebbero tutti i loro averi. Se qualcuno dicesse ai viandanti: «È ingiusto dare il vostro denaro ai briganti», ciò equivarrebbe a consigliar loro di non consegnare ai predoni quella piccola somma. Ma, se seguissero questo consiglio, perderebbero non soltanto quella piccola somma, bensì tutto il loro denaro e i loro beni. Nessuna persona dotata di buon senso potrebbe dare un simile consiglio, per non parlare della religione. Allah l’Onnipotente ha inviato il Suo Messaggero, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, per procurare agli uomini il massimo beneficio possibile, reprimere i malvagi e sradicare il male.
Se un uomo retto che ha assunto un incarico pubblico sotto un governante oppressore riesce, riscuotendo il minor tributo possibile, a salvare la popolazione da un danno grave, mentre, qualora lasciasse l’incarico pubblico, non potrebbe fare nient’altro e al suo posto subentrerebbe un altro uomo che riscuoterebbe dalla popolazione tutti i tributi senza poterla proteggere da alcun danno, allora colui che ha assunto l’incarico pubblico con una buona intenzione sarà ricompensato per il suo operato e non sarà punito per questo né in questo mondo né nell’Aldilà.
Queste persone sono come il tutore dell’orfano e il custode del waqf, che adempiono ai propri doveri pur pagando le imposte ingiustamente imposte dal governo. Se invece abbandonassero il loro incarico, e al loro posto subentrasse qualcuno che aumentasse il livello dell’ingiustizia, allora sarebbe preferibile che le persone rette rimanessero nei loro incarichi pubblici; e, se pagano tali imposte a un governante oppressore, non commetteranno alcun peccato. Anzi, rimanere nei loro incarichi è un dovere che devono adempiere.
Questo principio si applica anche al soldato incaricato di riscuotere le imposte da un iqṭāʿ. Sebbene riscuota dal popolo un’imposta ridotta, non versa tutto al governo, poiché gli è stato ordinato di acquistare con questo denaro armi, cavalli e altri equipaggiamenti. Un soldato ben equipaggiato ha anche una buona possibilità di servire i musulmani in guerra. Se qualcuno gli dicesse che non ha alcun diritto di riscuotere le imposte e che dovrebbe abbandonare il suo iqṭāʿ, lo direbbe per ignoranza della religione. Infatti, dopo la rinuncia al suo incarico di assegnatario dell’iqṭāʿ, potrebbe subentrargli una persona che aumenterebbe l’oppressione e non farebbe nulla per il bene dei musulmani. Persino la presenza di un turco è preferibile a quella di soldati arabi, poiché essi sono migliori degli altri soldati: hanno a cuore la giustizia verso il popolo e si adoperano, per quanto possibile, a eliminare l’ingiustizia e la corruzione. Questo soldato è un bene per i musulmani. Pertanto, affidare l’iqṭāʿ a un altro al suo posto potrebbe essere meno utile e più ingiusto.
Qualsiasi funzionario o dipendente di questo tipo, giusto e interessato al bene pubblico, sarà ricompensato per le sue buone azioni e non sarà punito per non aver potuto compiere un’opera buona al di là delle proprie capacità. Pertanto, non sarà chiamato a rendere conto di ciò che raccoglie e spende, se non può fare altro. Infatti, se non riscuotesse le imposte e non le spendesse per il bene pubblico, ciò potrebbe causare un danno maggiore. [Shaykh dell’Islam Ibn Taymiyya ‘Fatwa’, 3° volume, pagine 356–360।]
2.. Nella stessa situazione, il bene e il male: il conflitto
In un capitolo riguardante il conflitto tra il bene e il male, Shaykh al-Islam Ibn Taymiyya afferma: poiché è dimostrato che il bene porta beneficio, non compiere una buona azione è considerato un’ingiustizia, e l’ingiustizia è dannosa. Anche una cosa indesiderabile può contenere qualche beneficio. Se non è possibile compiere insieme due buone azioni, si deve dare la precedenza a quella migliore. Se non è possibile evitare due mali, si può accettare quello minore. Analogamente, quando ci si trova di fronte a un bene e a un male, dei quali è necessario accettare entrambi oppure rifiutarli entrambi, si deve decidere di accettare o rifiutare in considerazione del beneficio maggiore. In altre parole, si deve accettare il bene se comporta un beneficio maggiore, oppure si deve accettare il male se in tal modo è possibile evitare un danno più grave.
Il primo tipo di conflitto è quello tra un’azione obbligatoria (wajib) e una raccomandata (mustahabb), come dare la precedenza al pagamento di un debito rispetto alla sadaqa. Oppure si tratta di stabilire quale meriti la precedenza tra un dovere fard obbligatorio per tutti i musulmani e un dovere fard che spetta a ciascun musulmano, cioè tra l’adempimento di un obbligo fard a carico di tutti i musulmani e l’adempimento di un obbligo fard che ciascun musulmano deve assolvere.
Il conflitto della seconda categoria è quello che si verifica quando si dà la precedenza alla spesa per la moglie e la famiglia di qualcuno rispetto alla spesa dei fondi per il jihad. In questo caso il jihad non costituisce un obbligo individuale. Analogamente, si dovrebbe dare la precedenza all’aiuto finanziario ai genitori rispetto al jihad. A questo proposito, un hadith autentico afferma che al Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui, fu chiesto quale fosse l’azione migliore. Egli rispose: compiere la preghiera al suo tempo, poi trattare bene i genitori, quindi il jihad sulla via di Allah.
Il jihad avrà invece la precedenza sull’hajj quando rientra nella categoria dell’obbligo individuale, sebbene l’hajj sia un’azione fard. Allo stesso modo, anche tra due azioni lecite si deve stabilire la precedenza alla luce del Corano e della Sunna.
La recitazione del Corano merita la precedenza sul dhikr di Allah se, in entrambi i casi, vengono utilizzati in egual misura il cuore e la lingua. La preghiera avrà poi la precedenza su entrambi se in essa è presente la partecipazione del cuore. Altrimenti, si deve dare la precedenza al dhikr rispetto alla recitazione del Corano se durante tale recitazione manca la partecipazione del cuore. Naturalmente, questo è un argomento che richiede un’ampia trattazione nella giurisprudenza islamica.
Il terzo tipo di conflitto è quello tra un viaggio di una donna senza un mahram e il soggiorno nella dar al-harb, come nel caso di Umm Kulthum, che rimase nella dar al-harb. A questo proposito fu rivelato: «O credenti! Quando le donne musulmane emigrano e giungono da voi, mettetele alla prova» (Sura al-Mumtahana: 10)।
Nella giurisprudenza del jihad, sebbene sia haram uccidere donne e bambini non combattenti, qualora siano coinvolti in una qualche forma di combattimento, può essere necessario ucciderli, per esempio mediante l’uso di armi del tipo missilistico o durante operazioni notturne. Nella Sunna, a questo proposito, si parla di colpire durante l’assedio di Ta’if e di lanciare pietre con armi del tipo missilistico. È inoltre attestato lo svolgimento di operazioni notturne contro i miscredenti residenti nei paesi musulmani. Lo scopo di questa disposizione è uccidere, per evitare la fitna, coloro che vi sono coinvolti; altrimenti, non sarebbe lecito ucciderli.
del tatarrus descritto dai giuristi [tatarrus quella situazione in cui i nemici i loro stessi donne e bambini oppure i musulmani prigionieri di guerra scudi umani come utilizzano Il suo। scopo è quello di costringere le forze musulmane a un attacco a desistere dal continuare a combattere।] anche la questione è analoga. Il jihad è la lotta contro il seme della ribellione che gli infedeli piantano. Questa guerra deve essere combattuta anche accettando il male minore. Pertanto, i giuristi concordano sul fatto che, qualora si possa evitare il danno ai musulmani soltanto uccidendo coloro che sono usati come scudi, è lecito ucciderli. Tuttavia, su questa questione esiste anche un dissenso.
Un altro tipo di conflitto si verifica quando un musulmano, trovandosi in condizioni di estrema fame, è costretto a mangiare la carne di un animale morto. In questo caso, soltanto attraverso questa azione negativa può realizzarsi il bene di salvare una vita. Analogamente, si pone la questione se sia lecito assumere un farmaco proibito quando i suoi danni sono maggiori dei benefici della cura della malattia, soprattutto se, pur esistendo un altro farmaco alternativo, la guarigione con esso rimane incerta. Lo stesso vale per il consumo di alcol come medicinale.
Un danno può essere tollerato in due casi: se in tal modo si può evitare un danno più grave, che non è possibile scongiurare in altro modo, e se da ciò deriva un bene indispensabile, che non può essere tralasciato né conseguito in altro modo. Un interesse o un bene può essere abbandonato in due casi: se ciò può compromettere un interesse maggiore oppure se comporta il rischio di un danno più esteso. Questa questione è legata all’equilibrio religioso.
L’esenzione da un obbligo a causa di un danno nella vita terrena, oppure l’accettazione di qualcosa di illecito nella speranza di ottenere un beneficio nella vita mondana — come l’esenzione dal digiuno durante il viaggio, il permesso di compiere durante il hajj alcune azioni vietate a causa della malattia e l’esenzione, per motivi di salute, dall’osservanza di alcune condizioni fondamentali della preghiera — rientrano nell’ambito delle agevolazioni religiose e della riduzione della severità. Su questo possono esistere divergenze tra le diverse scuole giuridiche. Ma nei casi precedentemente menzionati non vi può essere motivo di divergenza, almeno nei dettagli secondo il giudizio comune. Anche questo deve essere stabilito alla luce della ragione. A questo proposito si può ricordare un proverbio: non è saggio colui che sa dire quale sia il bene contrapposto al male; è saggio, piuttosto, colui che sa dire quale sia il migliore tra due cose buone e quale il meno cattivo tra due cose cattive.
Per esempio, per la gente è una verità certa che la pioggia durante una siccità è una misericordia, anche se è il sovrano tiranno a ottenere il raccolto maggiore. Ma, se non piovesse, tutti subirebbero un danno. La gente preferisce avere un governante tirannico piuttosto che non avere affatto un governante. Un saggio ha detto: è meglio vivere sessant’anni sotto un governante tirannico che trascorrere una sola notte senza governo.
Inoltre, si può ritenere un governante responsabile delle ingiustizie e delle oppressioni da lui commesse, nonché della violazione dei diritti delle persone. Tuttavia, se un governante o un funzionario è incapace di adempiere al proprio dovere, pur tenendosi lontano da ogni atto illecito e cercando di evitare qualsiasi azione sbagliata, mentre altri compiono deliberatamente tali azioni, allora gli si dovrebbe affidare un incarico governativo. Infatti, se tra i compiti di una carica pubblica vi sono obblighi da assolvere, come il jihad contro il nemico, la distribuzione del fay (i beni ottenuti senza guerra), l’applicazione degli hudud (pene capitali) e la garanzia della sicurezza, quella carica deve essere ricoperta. Altrimenti sarà affidata a qualcuno che non ne è degno, e quel funzionario non potrà impedirlo. In tal caso, la sua azione per adempiere al dovere sarà considerata inevitabile. Pertanto, il danno che ne deriva sarà accettabile se è minore del beneficio connesso all’adempimento di quel dovere. Inoltre, se una carica pubblica è stata usurpata da una persona malvagia e qualcun altro la assume per ridurre l’ingiustizia e l’oppressione, alleviando la maggior parte del peso e accettandone una piccola parte, allora, grazie alla sua intenzione, la sua azione sarà considerata buona; e, anche se nel portare a termine il proprio compito dovesse compiere alcune azioni negative per evitare un danno maggiore, ciò sarà considerato un’azione buona.
Questo è un caso in cui l’intenzione costituisce il fattore determinante. Se un governante tirannico ordina a una persona di versare una determinata somma di denaro e un intermediario, per salvarla dall’ingiustizia, le riscuote una parte della somma e la consegna al sovrano crudele, salvandola così dalla sua collera, allora questo intermediario ha compiuto una buona azione. Ma se fa qualcosa per sostenere il tiranno, commetterà una cattiva azione.
Tuttavia, nella maggior parte dei casi si osserva una discordanza tra l’intenzione e l’azione. Se si agisce deliberatamente con l’intento di commettere un’ingiustizia oppure si abbandona un dovere, si deve ritenere che vi sia un difetto nell’intenzione.
Inoltre, anche se l’assunzione di una carica pubblica è ammissibile, raccomandabile o necessaria, per colui che sarà nominato a tale incarico possono esistere altre considerazioni ancora più necessarie o preferibili. Egli dovrà talvolta, per necessità, e talvolta per scelta, dare la precedenza alla cosa migliore tra due cose buone.
Il fatto che il profeta Yusuf, pace su di lui, abbia chiesto al re d’Egitto di affidargli la responsabilità dei granai del Paese rientra in questa classificazione. Eppure il re e il suo popolo erano miscredenti. Nel Sacro Corano è narrato: «In verità, Yusuf era già venuto da voi prima di questo, recando prove evidenti, ma voi continuaste sempre a dubitare di ciò che vi aveva portato (Sura al Mu’’min: 34)». Riguardo al ruolo del profeta Yusuf, pace su di lui, durante la sua prigionia, nel Sacro Corano è narrato: «O miei due compagni di prigione! Sono forse migliori molte divinità diverse o Allah, l’Unico, l’Onnipotente? Voi adorate, all’infuori di Allah, soltanto nomi irreali che voi e i vostri antenati avete inventato (Sura Yusuf: 39–40)।
Poiché erano miscredenti, esistevano un metodo e una tradizione consolidati per riscuotere il denaro e spenderlo per la corte reale, i soldati e i sudditi. Tale metodo e tale tradizione non erano in alcun modo conciliabili con le regole e la giustizia dei profeti e dei messaggeri. Pertanto Yusuf (a.s.) non poté fare tutto ciò che desiderava conformemente alla legge di Allah. Tuttavia, ciò che poté fare fu instaurare la giustizia e le opere rette, nonché procurare, attraverso il suo potere, benefici ai credenti della sua famiglia, cosa che non avrebbe potuto fare in altro modo. Tutto ciò rientra nelle parole di Allah l’Altissimo: «Obbedite dunque ad Allah e temetelo per quanto potete(Sura Taghabun: 16)।
Se due doveri si presentano contemporaneamente, ma se ne può adempiere soltanto uno e si deve scegliere quello più importante, in tal caso l’altro non rimane più un dovere. Colui che abbandona quest’ultimo per adempiere a quello più importante non può essere definito negligente nell’adempimento del proprio dovere.
Allo stesso modo, se si presentano due azioni proibite, per evitare quella più grave si deve compiere quella meno grave. In tal caso, quest’ultima non sarà più considerata effettivamente proibita.
Tuttavia, se in entrambi i casi non si compie l’azione, nel primo caso ciò sarà considerato negligenza nell’adempimento del dovere, mentre nel secondo si riterrà che sia stata compiuta un’azione proibita. A questo proposito si dice che esiste una giustificazione per trascurare un dovere, mentre un’azione malvagia viene compiuta nell’interesse di un bene maggiore, per necessità o per evitare un altro danno grave.
Il campo dei conflitti d’interesse è estremamente vasto, soprattutto nei casi in cui gli esempi risalenti ai tempi della Sunnah e del califfato sono rari. Di conseguenza, le questioni conflittuali assumono proporzioni considerevoli. Quanto più rari sono gli esempi tradizionali, tanto più il conflitto si amplia e diventa causa di dissenso all’interno dell’ummah. Quando il bene e il male si trovano coinvolti in un enigma, si crea una tale oscurità che alcune persone scelgono, ritenendola buona, una cosa estremamente malvagia. Altri considerano dannosa una cosa e ne scelgono un’altra dalla quale non vi è speranza di ottenere il bene desiderato. Naturalmente, vi sono anche molte persone che riflettono profondamente su entrambe.
Una persona saggia dovrebbe esaminare attentamente queste questioni. Come ho già detto, infatti, potrebbe dover essere flessibile nel decidere su alcune questioni, invece di autorizzare o vietare categoricamente qualcosa. Per esempio, potrebbe dover ordinare un’azione che comporta il rischio di un grave danno; tuttavia, non è lecito ordinare tale azione allo scopo di evitare un danno minore. Per esempio, nessuno può consegnare una persona colpevole nelle mani di un tiranno che le infliggerebbe una punizione più severa del suo crimine, né vietare un atto malvagio che comprende anche un aspetto positivo, quando il bene prevale sul male. In tal caso, nessuno dovrebbe imporre un divieto che richieda di abbandonare ciò che Allah l’Altissimo e il Suo Messaggero, pace e benedizioni su di lui, hanno ordinato. Ciò che Allah e il Suo Messaggero hanno ordinato è più benefico che evitare questi mali. [Shaykh al- Islam Ibn Taymiyya ‘Fatwa’, 20 º volume, pagine 48––61।]
Terminologia
Ahl al- dhimma: letteralmente, il gruppo di persone posto sotto un patto di protezione. Cittadini non musulmani, come ebrei, cristiani e sabei, sottoposti a un governo musulmano, che godono della protezione della vita e dei beni in un Paese musulmano pagando la tassa della jizya.
Ahl al- Kitāb: letteralmente, il gruppo di persone seguaci delle Scritture: ebrei e cristiani.
Awqāf: trust religiosi o istituzioni di servizio pubblico.
Dār al- ḥarb: territorio in guerra. Un Paese in cui non è stata stabilita la pace tra musulmani e infedeli.
Dār al- Islām: Stato islamico. Un territorio in cui sono stabiliti l’Islam e la legge islamica.
Farḍ: dovere assoluto. Atti di culto obbligatori.
Fatwā:parere giuridico islamico.
Fiqh: in senso letterale, schema della conoscenza. In senso terminologico, disposizioni della legge islamica.
Halal e haram: rispettivamente, le cose lecite e illecite nell’Islam.
Hijra:migrazione dei musulmani a Medina.
Jahiliyya:l’epoca preislamica e i riti idolatrici di quell’epoca.
Janaba:impurità che rende obbligatorio il bagno rituale.
Jihad: lotta sulla via di Allah.
Masale Mussala:interesse pubblico.
Nafila: nafl, culto facoltativo.
Ribāt: proteggere i musulmani dalle mani dei kāfir.
Sadaqa: elemosina oltre la zakāt.
Tahlīl: pronuncia della formula «lā ilāha illā Allāh». Vale a dire: pronunciare che non vi è alcuna divinità all’infuori di Allāh.
Takbīr: pronuncia dell’espressione «Allāhu akbar». Vale a dire: Allāh è il più grande.
Takfīr: dichiarare qualcuno kāfir.
Tasbīḥ: pronuncia dell’espressione «subḥān Allāh». Vale a dire: Allāh è il detentore di ogni gloria.
Uṣūl al- fiqh: principi della giurisprudenza.
………. Fine ……….