Due parole

L’Islam è l’unico sistema di vita completo. Non esiste alcun ambito della vita umana riguardo al quale l’Islam non abbia fornito una guida corretta e chiara. L’Islam è giunto proprio per sottoporre l’intera vita umana alla guida divina. Pertanto, l’Islam è un movimento completo, una rivoluzione totale. Invitare la società umana verso il sistema di vita islamico è la principale attività di questo movimento e di questa rivoluzione. Allah l’Altissimo affidò anche al Suo Messaggero il compito di dāʿī ilā Allāh, affinché trasmettesse nel mondo l’invito alla religione. La vera identità di un operatore del movimento islamico consiste nell’essere un dāʿī ilā Allāh.

Quest’opera è stata compilata a partire da Sīrat-e Sarwar-e Ālam e Khutbāt-e Yūrūp del mujaddid del secolo e pioniere del movimento islamico mondiale, Mawlānā Sayyid Abul Aʿlā Mawdūdī (m. 1979 d.C.). Alla luce del Corano e degli hadith, quest’opera presenta il quadro completo delle qualità che deve possedere un dāʿī ilā Allāh e del corretto metodo operativo per la daʿwa della religione.

Abdus Shahid Nasim

1. Le qualità di chi invita verso Allah

(L’8 aprile 1979, il signor Anis Ahmad, rappresentante della Muslim Students Association of America and Canada, intervistò Mawlānā Sayyid Abul Aʿlā Mawdūdī (che Allah abbia misericordia di lui), pensatore del movimento islamico mondiale e fondatore della Jamaat-e-Islami. In origine, il messaggio era stato registrato come saluto per la conferenza annuale della M.S., sebbene sia stato realizzato sotto forma di domande e risposte.)

M, S, rappresentante

Mawlānā! Desidero esprimerLe, a nome dei musulmani del Sud America e del Canada e della M.S., la mia sincera gratitudine per aver accolto il nostro invito nonostante la Sua grave malattia e per aver accettato di concederci questa speciale intervista per la nostra conferenza annuale del 1979. È una pura misericordia e una grazia di Allah il fatto che, in Sud America, i Suoi scritti e quelli dei dirigenti dell’Ikhwān al-Muslimūn continuino a diffondere rapidamente il pensiero del movimento islamico. Oggi, in America, innumerevoli persone attendono di poterLa vedere almeno una volta e di ascoltare da parte Sua alcune parole di consiglio. È in risposta al loro intenso desiderio e alla loro insistente richiesta che mi sono presentato al Suo cospetto.

Domanda: Stimato Maulana, il Nobile Corano definisce il Messaggero di Dio (pace e benedizioni su di lui) «Da‘ī ilā Allāh». Alla luce del Corano e della pura Sīra, quali qualità considera più importanti per un dā‘ī della verità?

Risposta: Porti i miei saluti a tutti i servi di Allah che in America e in Canada stanno lavorando per il movimento islamico. (A causa della malattia) non posso parlare a lungo. Pertanto risponderò brevemente alla vostra domanda:

Sarà in arabo————-

«Chi può avere parola migliore di colui che invita verso Allah, compie opere buone e proclama: “Io sono musulmano”» (Ḥāmīm as-Sajda, 33).

Per comprendere appieno l’importanza di questo versetto, bisogna ricordare che esso fu rivelato in un contesto di aspra opposizione alla Mecca. Era quel doloroso periodo in cui il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) e i suoi seguaci erano sottoposti a spietate persecuzioni. In una simile situazione e in un simile ambiente non era affatto facile dire e proclamare: «Io sono musulmano». In tali circostanze, la prima cosa dichiarata fu che la parola migliore è quella di colui che invita gli uomini verso Allah. In altre parole, la caratteristica di chi invita sulla retta via è proprio che il suo invito sia rivolto verso Allah. Egli non deve avere davanti a sé alcun obiettivo terreno. Nessun altro scopo può trovare posto, neppure nell’angolo più remoto del suo cuore. Secondo l’insegnamento del Nobile Corano, la prima caratteristica di chi invita sinceramente verso Allah deve essere dunque quella di invitare all’unicità di Allah (tawḥīd). Egli deve invitare in questo modo: «O uomini, non servite, obbedite o adorate nessuno all’infuori di Allah. Non temete nessuno all’infuori di Allah. Non desiderate né bramate ottenere nulla da nessuno all’infuori di Lui. Obbedite soltanto agli ordini e ai comandi di Allah. Seguite soltanto la Sua legge».

Qualunque cosa l’uomo faccia sulla terra, la fa chiedendosi: «A chi sto servendo e obbedendo, e davanti a chi dovrò rendere conto?». L’obiettivo e lo scopo di tutte le attività e di tutti gli sforzi dell’uomo devono essere il conseguimento del compiacimento di Allah, attraverso la costruzione della vita individuale e sociale secondo la legge indicata da Allah e dal Suo Messaggero (pace e benedizioni su di lui).

In secondo luogo, è stato detto che chi invita sulla via della verità deve essere adornato dalla bellezza delle opere pie. Deve compiere buone azioni. Riflettendo un poco, il significato di questa affermazione diventerà chiaro. Il punto è che, se la pratica personale di chi invita non è salda, il suo invito non ha più alcun effetto. Diventa del tutto vano. Colui che invita la gente a una certa cosa deve essere egli stesso, per primo, l’incarnazione di quella cosa. Nella sua vita non deve trovarsi la minima deviazione dalla disobbedienza ad Allah. Il suo carattere morale deve essere tale che nessuno possa trovarvi neppure una macchia. L’ambiente che lo circonda, la sua società, i suoi amici, i suoi cari e i suoi parenti devono pensare: «Tra noi vive una persona di carattere elevato e puro».

Insieme al Nobile Corano, troviamo esattamente lo stesso insegnamento anche nella pura Sīra. La vita benedetta del Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) testimonia che, quando egli iniziò a invitare alla religione della verità da parte di Allah, nella società in cui aveva trascorso quarant’anni della sua vita non vi era neppure una persona che non attestasse e lodasse il suo nobile carattere morale. Quanto più una persona gli era vicina, tanto più gli era devota. Furono proprio coloro ai quali nessun aspetto della sua vita era nascosto a riconoscere per primi la sua profezia.

Hazrat Khadija (R.A.)

Hazrat Khadija (R.A.) fu per quindici anni la compagna più intima della vita coniugale del Santo Profeta (pace e benedizioni su di lui). Non era una donna giovane; al contrario, era molto più anziana del Santo Profeta (pace e benedizioni su di lui). Quando egli ricevette la missione profetica, lei aveva cinquantacinque anni. Una donna anziana, esperta e dotata d’intelligenza come lei, che per quindici anni lo aveva osservato da vicino e senza veli in qualità di marito, non poteva ignorare alcun suo difetto. Una moglie può anche partecipare a un’azione illecita del marito per conseguire un fine terreno, ma in nessun caso può accettare che egli sia un profeta o che debba diventarlo. Hazrat Khadija (R.A.), invece, nutriva una fede e una convinzione così profonde nel Santo Profeta (pace e benedizioni su di lui) che, quando egli le raccontò l’evento della sua investitura profetica, ella credette immediatamente in lui e riconobbe la sua profezia, senza riflettere neppure per un istante e senza alcuna esitazione.

Hazrat Zayd (R.A.)

Tra coloro che lo conoscevano nel modo più intimo, il secondo era Hazrat Zayd ibn Haritha (R.A.). Egli giunse nella casa del Santo Profeta (pace e benedizioni su di lui) come schiavo. Entrò in quella casa all’età di quindici anni. Quando il Santo Profeta (pace e benedizioni su di lui) ricevette la missione profetica, Zayd aveva trent’anni; vale a dire che, avendo trascorso complessivamente quindici anni nella casa del Santo Profeta (pace e benedizioni su di lui), aveva avuto l’opportunità di osservarlo e comprenderlo in ogni aspetto della sua vita. La sua opinione sul Santo Profeta (pace e benedizioni su di lui) divenne ancora più chiara attraverso un episodio. Da bambino, infatti, era scomparso dai suoi genitori. Il destino lo condusse fino al Santo Profeta (pace e benedizioni su di lui). Quando suo padre e suo zio seppero che il loro figlio viveva come schiavo in un certo luogo, vennero alla Mecca. Questo accadde prima che il Santo Profeta (pace e benedizioni su di lui) ricevesse la missione profetica. Arrivati, dissero al Santo Profeta (pace e benedizioni su di lui):

«Se liberaste nostro figlio, ci fareste una grande gentilezza».

Egli disse: «Chiamerò il ragazzo. Se desidera venire con voi, lo manderò con voi. Ma se desidera rimanere con me, non sono certo il tipo d’uomo che, se qualcuno vuole restare presso di me, lo allontanerebbe con la forza».

A questa risposta dissero: «Parlate con grande giustizia. Chiamate Zayd e chiedetegli come stanno le cose». Egli mandò a chiamare Zayd. Quando Zayd si presentò, il Santo Profeta (pace e benedizioni su di lui) gli chiese:

«Conosci queste persone?»

Zayd disse: «Sì, proprio così! Questi sono mio padre e mio zio».

Il Profeta disse: «Sono venuti per riportarti a casa. Se desideri andare, puoi farlo con gioia».

Anche suo padre e suo zio dissero: «Vogliamo portarti con noi». Hazrat Zayd ibn Haritha rispose: «Ho visto in quest’uomo qualità così nobili che, dopo averle viste, non desidero lasciarlo per tornare da mio padre, mio zio e dai miei parenti».

Questa fu la testimonianza del suo servitore riguardo al Profeta. Un servitore è grato al proprio padrone, ma non può giungere a essere tanto devoto e affezionato da credere in lui. Affinché creda, nel padrone devono manifestarsi una natura così elevata, una condotta così buona, una tale purezza e una moralità così nobile che il servitore possa riconoscere senza esitazione: «Il mio padrone è davvero un profeta». Bisogna inoltre ricordare che Hazrat Zayd non era un uomo di capacità ordinarie. Dopo l’istituzione dello Stato a Medina, gli fu affidato il comando in numerose battaglie. Questa testimonianza sul carattere del Profeta è dunque quella di una persona tanto qualificata.

Hazrat ʿAlī (che Allah sia compiaciuto di lui)

Hazrat Abu Bakr (che Allah sia compiaciuto di lui) ebbe l’opportunità di osservare e conoscere il Profeta come suo intimo amico già dai vent’anni precedenti alla sua investitura profetica. Erano amici: uno era Muhammad e l’altro Abu Bakr. Un amico può apprezzare molto un altro amico e confidargli i propri pensieri, ma non può mai diventare tanto devoto da riconoscerlo come profeta. Il fatto che Hazrat Abu Bakr riconobbe senza esitazione la sua profezia dimostra che, durante quei lunghi vent’anni, aveva trovato nel Profeta il riflesso di un carattere puro, di una natura elevatissima e di una condotta nobile. Per questo riconobbe senza esitazione la sua profezia e dichiarò: «Una persona dotata di una natura e di un carattere così elevati può certamente essere un profeta, e dovrebbe esserlo».

Hazrat ʿAlī (che Allah sia compiaciuto di lui)

Non ho menzionato per primo il nome di Hazrat ʿAlī (che Allah sia compiaciuto di lui) perché allora aveva dieci anni. Era stato allevato proprio nella casa del Messaggero di Allah. Tuttavia, anche un bambino di dieci anni è consapevole della vita privata di colui nella cui casa vive e presso il quale dimora. A maggior ragione, una persona dotata di un’intelligenza come Hazrat ʿAlī, pur essendo giovane, riconobbe la sua profezia; ciò significa che conosceva la sua benevolenza, la sua purezza senza limiti, la sua natura elevatissima e la sua nobile dignità.

Attraverso i migliori esempi riguardanti le opere pie è diventato chiaro che chiunque inviti le persone verso qualcosa deve conformare la propria vita esattamente ai criteri di quell’invito; la sua vita personale deve essere la testimonianza concreta e il riflesso del suo invito. Deve possedere un carattere puro e nobili qualità morali e comportamentali, affinché, quando scende in campo con il richiamo al dāʿī ilā Allāh, le persone siano influenzate dalle sue parole, le sue opere rechino testimonianza del suo invito e la gente sia costretta a riconoscere che ciò che quest’uomo dice non può che essere vero. Che accettino o meno il suo invito, devono tuttavia essere costrette a riconoscere che tutto ciò che quest’uomo dice, lo dice con sincerità, e che questa dottrina, questo principio e questo invito costituiscono il suo codice di vita. Per questo persino Abū Jahl, il più acerrimo nemico del Nobile Messaggero ﷺ, una volta disse:

«O Muḥammad ﷺ! Noi non ti stiamo accusando di mentire. Stiamo accusando di menzogna l’invito che hai portato». In altre parole, persino il peggiore dei nemici era testimone della sua veridicità. Questa è la purezza del carattere morale e l’elevatezza dell’indole e del comportamento.

La terza caratteristica viene descritta così:

«…e dichiara: “Sono musulmano”».

Per comprendere il significato di queste parole, bisogna tenere presente l’ambiente della Mecca che ho menzionato all’inizio. In quella fase della profezia, per una persona dichiarare «sono musulmano» non era affatto una cosa semplice e ordinaria. Era piuttosto come invitare le belve feroci ad assalirla. Ecco dunque chiarita questa caratteristica di chi invita alla vera religione: egli non è soltanto colui che invita verso Allah, né soltanto colui che possiede opere pie; davanti ai peggiori nemici e persino in un ambiente di estrema ostilità, non rinnega né nasconde il fatto di essere musulmano. Non prova né vergogna, né esitazione, né paura nel riconoscere e dichiarare di essere musulmano. Lo proclama apertamente: «Sì, sono musulmano; faccia ciascuno ciò che vuole». In altre parole, una qualità importante di chi invita alla religione della verità deve essere quella di essere una persona estremamente risoluta e coraggiosa. Invitare sulla via di Allah non è il compito di un codardo o di un vigliacco. Chi crolla al minimo colpo non può mai invitare le persone sulla via di Allah. È degno di invitare le persone sulla via di Dio colui che, anche negli ambienti di più aspra inimicizia, di opposizione e di gravissimo pericolo, ha il coraggio di restare in piedi con la bandiera dell’Islam e non si preoccupa minimamente delle conseguenze. Il Messaggero ﷺ fu egli stesso un esempio concreto e perfetto di tale coraggio. Nella durissima situazione della Mecca presentò pubblicamente l’invito, assolse il dovere di testimoniare la verità e mantenne vivo questo movimento proprio tra quelle persone assetate del suo sangue, che non risparmiavano né lui né i suoi Compagni da crudeltà e persecuzioni estreme. Anche in quell’ambiente di intensa opposizione, persecuzione e calamità, continuò a presentare l’invito per tredici anni consecutivi. In seguito, dopo il suo arrivo a Medina, neppure l’ambiente che si venne a creare e le terribili battaglie che dovette affrontare fecero mai arretrare i suoi passi. Nella battaglia di Ḥunayn, quando i musulmani si trovarono quasi di fronte alla sconfitta, il Messaggero ﷺ non rimase soltanto saldo nella sua posizione sul campo di battaglia, ma avanzava verso le file dei nemici e non nascose neppure chi fosse. Diceva:

Sarà in arabo——————

«Non c’è traccia di menzogna: io sono il Profeta veritiero; sappiate che sono il nipote di ʿAbd al-Muṭṭalib».

Pronunciava questa dichiarazione sul campo di battaglia, in una situazione in cui si trovava esposto agli attacchi dei nemici e gli erano rimasti soltanto due o tre compagni. Anche allora, dalla sua dichiarazione «sono il Profeta», si comprende chiaramente che il dāʿī ilā Allāh deve essere così coraggioso e valoroso. Se chi invita non è adornato di qualità come il coraggio, la fermezza e l’audacia, non è affatto degno di intraprendere questo cammino. E anche se lo intraprende, a causa della sua paura e della sua debolezza finisce per diventare, al contrario, causa di danno per l’intero movimento.

È questo ciò che ho esposto davanti a voi. Se si riflette su queste parole, si comprenderà chiaramente che esse costituiscono, di per sé, un intero programma per invitare alla via di Allah. In base a esse è possibile operare in qualsiasi luogo e in qualsiasi ambiente.

2. Daʿwat ilā Allāh

Breve discussione sulla fase iniziale della Daʿwa:

Allah l’Altissimo incaricò questo Suo servo, Muhammad ﷺ, nella celebre città centrale araba della Mecca, della missione profetica e gli ordinò di avviare quest’opera di Daʿwa nella sua stessa città e presso la sua stessa tribù, i Quraysh. All’inizio di quest’opera gli furono fornite tutte le indicazioni necessarie, articolate principalmente in tre tipi di contenuti:

Primo: gli fu insegnato come il Profeta avrebbe dovuto preparare se stesso per assolvere questo enorme dovere e con quali principi e metodi avrebbe dovuto operare.

Secondo: furono fornite informazioni fondamentali sulla realtà e sui suoi segreti, e furono confutate le concezioni errate comunemente diffuse nella società riguardo alle verità profonde, concezioni a causa delle quali il loro modo di vivere era stato indirizzato su una via profondamente fuorviata.

Terzo: l’invito ad adottare il modo autentico di vivere e l’analisi dei principi fondamentali del carattere indicati dalla guida divina, nel cui rispetto risiedono il bene e la felicità eterni dell’intera umanità.

All’inizio della Daʿwa, queste indicazioni furono raccolte in alcune brevi e concise esortazioni: limpide e fluenti, dolcissime, estremamente efficaci e ornate di una raffinata veste letteraria, conforme al gusto di coloro ai quali erano rivolte. Perciò trafiggevano il cuore e la mente degli ascoltatori come frecce; grazie alla dolce armonia delle loro immagini e dei loro significati, la gente cominciò a pronunciarle e recitarle, rapita.

Soprattutto, vi era una particolare influenza della mentalità locale. Sebbene si parlasse della verità eterna, per dimostrarne la veridicità si traevano argomenti, prove, testimonianze ed esempi dalla società circostante più vicina, con la quale gli ascoltatori avevano una profonda familiarità. Si parlava della loro storia, delle loro tradizioni nazionali, dei fenomeni che osservavano quotidianamente, nonché delle loro credenze, del loro carattere morale e dei loro difetti sociali, affinché ne fossero profondamente influenzati.

Questo capitolo iniziale della da‘wa si protrasse per circa tre o quattro anni. (Di questi, tre anni costituirono la fase della da‘wa segreta.) In questo periodo, la reazione alla da‘wa del nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) si manifestò in tre modi:

1) Alcune persone rette e fedeli alla verità accettarono questa da‘wa e si prepararono a unirsi alla Umma musulmana.

2) Un numero enorme di persone, assorbite dall’ignoranza, dall’egoismo o dall’amore cieco per le consuetudini ereditate dagli antenati, si risolse fermamente a opporvisi.

3) Superando i confini dei Quraysh e della Mecca, la voce di questa nuova da‘wa entrò in un campo relativamente più vasto.

Da quel momento ebbe inizio il secondo capitolo di questa da‘wa. In questo capitolo cominciò un violento e mortale conflitto tra il movimento islamico e l’antica jahiliyya, le cui conseguenze si protrassero per otto o nove anni. Non soltanto a Mecca, né soltanto tra la tribù dei Quraysh, ma nella maggior parte delle regioni dell’Arabia, i sostenitori dell’antica jahiliyya impiegarono tutte le loro forze per annientare questo movimento. Cominciarono a fare ogni sforzo per indebolirlo e distruggerlo completamente. Lanciarono violenti attacchi di falsa propaganda, calunnie, accuse, dubbi e ogni sorta di domande capziose. Continuarono a suscitare nel cuore della gente ogni genere di propaganda e di incitamento. Cercarono di impedire agli stranieri di ascoltare le parole del nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui). Sottoposero coloro che accettavano l’Islam a persecuzioni e torture della più estrema brutalità. Recisero con loro ogni rapporto sul piano economico e sociale. Inflissero loro persecuzioni e oppressioni così indicibili che molti di essi furono costretti ad abbandonare le proprie case e a compiere per ben due volte la hijra in Abissinia; infine, per la terza volta, tutti dovettero emigrare a Medina. Tuttavia, nonostante questa aspra opposizione e gli ostacoli sempre crescenti, il movimento continuò ad ampliarsi in modo considerevole. A Mecca non vi era tribù né famiglia dalla quale almeno una persona non avesse abbracciato l’Islam. La ragione dell’accanita ostilità della maggior parte dei nemici dell’Islam era che i loro stessi fratelli, nipoti, figli, generi, figlie, sorelle e cognati non solo avevano accettato la da‘wa islamica, ma erano divenuti devoti dell’Islam e suoi sostenitori. I figli prediletti del loro stesso cuore erano diventati combattenti contro di loro. La cosa più sorprendente, inoltre, era che quanti recidevano i rapporti con l’antica jahiliyya e aderivano a questo nuovo movimento erano riconosciuti come le persone migliori persino nella società jahilita. Grazie alla loro adesione a questo movimento, divennero così retti, fedeli alla verità e dotati di un carattere morale così puro che proprio quest’opera rivoluzionaria rese evidente agli occhi del mondo l’eccellenza e la peculiarità del movimento. Durante questo lungo e difficile conflitto, Allah l’Altissimo continuò a rivelare al Suo Profeta, secondo il tempo, le circostanze e le necessità, discorsi così appassionati da contenere il tumultuoso impeto dei fiumi, l’irresistibile forza delle inondazioni e l’ardente asprezza del fuoco. In questi discorsi, da una parte, ai credenti venivano indicate le loro responsabilità e i loro doveri iniziali. In loro veniva risvegliata la coscienza della vita comunitaria e venivano educati alla taqwa, alla nobiltà del carattere, alla purezza della natura e a una vita pura. Veniva loro insegnato il metodo per diffondere la vera religione. Venivano incoraggiati con la promessa del successo e la buona novella del Paradiso. Erano esortati a impegnarsi e a lottare sulla via di Allah con pazienza, fermezza e grande coraggio. In loro veniva suscitato un impulso irresistibile al sacrificio, alla dedizione e all’immolazione di sé, così che fossero pronti ad affrontare tutte le avversità, le calamità e le onde imponenti dell’opposizione. D’altra parte, gli oppositori, coloro che rifuggivano dalla verità e quelli immersi nel sonno dell’incoscienza venivano avvertiti ricordando loro la terribile sorte dei popoli la cui storia conoscevano bene. Venivano ammoniti attraverso il richiamo alle rovine sulle quali passavano giorno e notte durante i loro viaggi. Le prove evidenti dei cieli e della terra, che apparivano davanti ai loro occhi giorno e notte e che osservavano e percepivano in ogni momento della loro vita, venivano presentate come prove del tawhid e dell’Akhira. Attraverso prove e argomenti chiari, capaci di influenzare profondamente le menti e i cuori, venivano dimostrati l’errore dello shirk, dell’arbitrio, della negazione dell’Aldilà e dell’imitazione cieca degli antenati. In seguito, venivano dissipati tutti i loro dubbi e le loro incertezze. A ogni loro domanda veniva data una risposta razionale. Venivano offerte soluzioni chiare ai problemi complessi che tormentavano le loro menti o suscitavano dubbi nelle menti altrui. L’antica jahiliyya veniva accerchiata da ogni lato in modo tale da non lasciarle il minimo spazio nel mondo della ragione e della coscienza. Inoltre, venivano messi in guardia dal castigo e dalla maledizione di Allah, dall’orrore del Giorno della Resurrezione e dal severo tormento dell’Inferno. Venivano rimproverati e redarguiti per il loro cattivo carattere, il loro modo di vivere erroneo, le usanze jahilite, l’opposizione alla verità e le persecuzioni inflitte ai credenti. Venivano esposti dettagliatamente davanti a loro i grandi principi del carattere morale e dell’organizzazione sociale che costituiscono le fondamenta della civiltà fondata sulla verità e scelta da Allah.

Questo capitolo era a sua volta composto da diverse tappe, e in ciascuna di esse l’opera della da‘wa diventava sempre più ampia e vasta. Gli sforzi e l’opposizione si intensificavano. Il movimento si trovò di fronte a innumerevoli gruppi e fazioni, aderenti a idee diverse e impegnati in attività contrapposte. Di conseguenza, aumentava anche la varietà dei temi contenuti nei messaggi provenienti da Allah. Se si osservano le dettagliate direttive impartite al Profeta (pace e benedizioni su di lui) per assolvere questa grande responsabilità della da‘wa islamica, si comprende facilmente quale grande forza morale aprisse la strada per avanzare nell’epoca della feroce opposizione meccana e quale influenza spingesse i partecipanti al movimento ad affrontare tutte le forze e a sopportare senza esitazione ogni calamità. Di seguito descriviamo una per una tali direttive:

Il metodo della saggezza e del buon ammonimento nel rivolgere l’invito

Sarà in arabo————————–

«O Profeta, invita la gente verso la via del tuo Signore con la “saggezza” e il buon ammonimento». (An-Nahl 125)

Qui si afferma che, nel rivolgere l’invito alla religione, si devono osservare scrupolosamente due metodi: primo, la hikmat; secondo, il buon ammonimento.

«Applicare la hikmat nell’invito significa non rivolgere l’invito con la stupidità propria degli stolti. Al contrario, si deve parlare con intelligenza, comprendendo la mentalità, le capacità e la facoltà di comprensione dell’ascoltatore, e scegliendo le parole secondo il luogo, il momento e l’opportunità appropriati. Non è giusto cercare di raddrizzare ogni genere di persona con lo stesso bastone. Della persona o delle persone alle quali si porterà l’invito, occorre innanzitutto diagnosticare la malattia. Poi bisogna curarla con argomenti e prove tali da riuscire a estirpare, dalle profondità della sua mente e della sua disposizione interiore, la radice di tutte le malattie.»

Il “buon ammonimento”, o consiglio eccellente, ha due significati. Primo: non si deve ritenere sufficiente cercare di convincere e soddisfare l’ascoltatore soltanto mediante argomenti e prove; al contrario, bisogna risvegliare i suoi sentimenti. Non basta confutare l’ingiustizia e l’errore soltanto con la ragione; bisogna invece risvegliare l’odio e l’avversione innati nell’essere umano verso l’ingiustizia e metterlo in guardia dalle loro conseguenze nefaste. Per far comprendere la bellezza e la purezza della retta guida e delle buone azioni, non sono sufficienti le prove logiche e razionali: occorre anche suscitare nell’ascoltatore attrazione e amore per esse. Secondo: si deve consigliare con compassione, sincerità e profonda sollecitudine. L’ascoltatore non deve mai avere l’impressione che chi lo consiglia lo consideri ignorante e, ritenendosi una persona straordinaria, lo derida. Bisogna piuttosto creare un’atmosfera tale che l’ascoltatore possa sentire che, per la sua correzione, nel cuore di chi lo consiglia vi sono davvero sollecitudine e una supplica piena di compassione, e che egli desidera sinceramente il suo bene.»

Nel modo di parlare e discutere non è necessario ostentare il predominio della disputa, del dibattito e dell’intelligenza. In questo compito bisogna evitare discussioni aggressive, calunnie e parole offensive. Lo scopo della discussione o del parlare non deve essere mettere a tacere l’avversario né esibire la propria loquacità. Al contrario, nell’opera d’invito, la discussione e il dialogo devono essere dolci e gradevoli. Il carattere di chi rivolge l’invito deve distinguersi per grande cortesia e decoro. Le proprie parole devono essere sostenute da prove e argomenti logici e convincenti. In nessuna circostanza si deve permettere che nel cuore degli ascoltatori sorgano ostinazione, ira o aggressività. Si deve cercare di far comprendere il proprio messaggio in modo estremamente semplice e diretto. Quando si avverte che l’ascoltatore sta procedendo verso una disputa capziosa, bisogna interrompere subito la discussione con lui, affinché non avanzi ulteriormente sulla via dell’errore.

Per chiamare alla via della verità occorrono sangue freddo e il miglior metodo adeguato all’ambiente:

Sarà in arabo————

«Di’ ai Miei servi di parlare nel modo migliore. In realtà, Satana cerca di provocare tra loro dispute e discordie. In verità, Satana è un evidente nemico dell’uomo. Il vostro Signore conosce meglio di tutti la vostra condizione; se vuole, può concedervi la Sua misericordia. E se vuole, può infliggervi il castigo. E, o Profeta, non ti abbiamo mandato come garante degli uomini». (Banī Isrā’īl: 53-54)

Ciò significa che i credenti, quando discutono e parlano con i miscredenti, i politeisti e gli oppositori della loro religione, non devono parlare in modo falso, esagerato o precipitoso. Per quanto gli oppositori possano pronunciare parole ingiuste e sgradevoli, i musulmani non devono, in nessuna circostanza, lasciarsi sfuggire parole ingiuste o prive di fondamento, né rispondere a parole offensive con altre parole offensive, sotto l’impeto della collera. Devono parlare a mente fredda, misurando le parole secondo le circostanze. Ogni loro parola deve essere giusta e veritiera, e degna della nobiltà della loro grande da‘wa.

E se mai, mentre cercate di rispondere alle parole degli oppositori, sentite accendersi in voi il fuoco della collera e pensate che il vostro temperamento stia sfuggendo al controllo, comprendete subito che questa è opera di Satana. Egli vi sta provocando affinché il lavoro della da‘wa della religione venga vanificato. Vuole che anche voi, come i vostri oppositori, abbandoniate l’opera di riforma e correzione e vi lasciate coinvolgere in dispute e discordie del genere di quelle in cui vuole mantenere coinvolta l’intera umanità.

Dalla bocca dei credenti non potrà mai uscire una pretesa del genere: noi siamo destinati al Paradiso, mentre questa o quella persona, o queste o quelle persone, sono destinate all’Inferno. La decisione riguardo a ciò spetta ad Allah. Persino il compito del Profeta è limitato alla trasmissione della da‘wa. Non gli sono state affidate le chiavi del destino degli uomini, affinché possa decidere per alcuni la misericordia e per altri il castigo.

Il prestigio e le responsabilità di chi trasmette la da‘wa:

Sarà in arabo———-

«Guardate: vi è giunta dal vostro Signore la luce della perspicacia. Chi agirà con l’aiuto della propria capacità di vedere opererà per il proprio bene; chi invece sceglierà la cecità subirà egli stesso una perdita. Io non sono il vostro guardiano». (Al-An‘ām: 104)

«Non sono un sorvegliante su di voi» significa: il mio compito consiste soltanto nel presentarvi quella luce che proviene dal vostro Signore. Dopodiché, aprire gli occhi e vedere, oppure non vedere, è compito vostro. Non mi è stato affidato il compito di aprire con la forza gli occhi di coloro che li tengono chiusi, né di mostrare loro ciò che non vogliono vedere.

Sarà in arabo———

«O Profeta! Segui la rivelazione discesa dal tuo Signore. Non vi è alcuna divinità all’infuori di Lui. Non affannarti per i politeisti. Se Allah avesse voluto che non commettessero shirk, non lo avrebbero commesso. Non ti abbiamo nominato loro sorvegliante. E tu non sei il loro custode». (Al-Anʿām, 106-107.)

Il significato di queste parole è che sei stato designato come daʿī e predicatore, non come agente di polizia. Non hai alcun bisogno di stare alle loro calcagna. Il tuo compito è presentare questa luce alla gente e non trascurare, per quanto possibile, di adempiere al dovere di manifestare la verità. Dopodiché, se qualcuno non vuole accettare questa verità, che non la accetti. Non ti è stato affidato il compito di rendere tutta la gente seguace della verità. Inoltre, non rientra nel tuo compito né nella tua responsabilità che, entro i confini della tua profezia, non possa esistere alcun seguace della falsità. Perciò non tormentare il tuo cuore chiedendoti come si possa dare la vista ai ciechi che non vogliono aprire gli occhi e come si possa far vedere a coloro che non vogliono vedere. Se fosse stata volontà di Allah che sulla terra non potesse esistere alcun seguace della falsità, quale necessità ci sarebbe stata che quest’opera fosse compiuta attraverso di te? Un solo Suo cenno takwīnī () non avrebbe forse potuto rendere tutta l’umanità seguace della verità? Ma fin dall’inizio questo non era l’obiettivo. L’obiettivo è concedere agli esseri umani la libertà di scegliere tra la verità e la falsità. Poi, presentando loro la luce della verità, saranno messi alla prova per vedere quale delle due sceglieranno. Pertanto, la condotta corretta per te consiste nel continuare a percorrere la retta via alla luce della luce che ti è stata mostrata, nell’accogliere nel tuo cuore coloro che accetteranno questa daʿwa e nel non abbandonare mai la loro compagnia, per quanto possano essere insignificanti e privi di valore dal punto di vista mondano. Quanto a coloro che non accetteranno questa daʿwa, non stare alle loro calcagna. Lasciali andare verso l’esito nefasto al quale essi stessi vogliono dirigersi, adottando la più ostinata faziosità per potervi giungere.

Il metodo più semplice per diffondere il dīn

Sarà in arabo———

«E, o Profeta! Ti sto facilitando il metodo più semplice. Perciò continua a dare ammonimenti, se l’ammonimento porta beneficio».

In altre parole: o Profeta! Non voglio metterti in difficoltà nella diffusione del dīn. Non è tuo compito far udire i sordi né guidare i ciechi. Ti sto indicando un metodo semplice: continua a impartire ammonimenti finché avvertirai che nessuno è pronto a trarne beneficio. Resta da chiarire chi sia pronto a trarne beneficio e chi non lo sia. In realtà, la risposta a questa domanda emergerà proprio attraverso la daʿwa e il tablīgh generali. Perciò il tablīgh e la predicazione generale devono certamente proseguire. Tuttavia, il loro scopo sarà individuare, tra i servi di Allah, quelle persone che, traendo beneficio da questo consiglio, seguiranno la retta via. Sono proprio queste persone che meritano di diventare il tuo obiettivo sincero; la tua attenzione deve concentrarsi esclusivamente sulla loro educazione e formazione. Non è necessario trascurare queste persone per occuparti di coloro dei quali, alla luce dell’esperienza, avrai appreso che non desiderano accettare questo consiglio.

Chi sono le persone importanti dal punto di vista della predicazione della religione?

Sarà in arabo:

«O Profeta! Non allontanare coloro che invocano il loro Signore mattina e sera e si dedicano alla ricerca del Suo compiacimento. Tu non sei responsabile del loro rendiconto, né essi sono responsabili del tuo. Eppure, se li allontanassi, saresti annoverato tra gli ingiusti». (Al-Anʿām, 52)

All’inizio, molti di coloro che credettero nel Profeta erano poveri e lavoratori. Tra le altre obiezioni mosse dai grandi capi dei Quraysh e dalle persone agiate contro il Profeta, vi era anche questa: intorno a lui si sono radunati soltanto gli schiavi, i liberti e le persone delle classi inferiori della nostra tribù. Con sarcasmo dicevano: «Che persone rispettabili ci sono tra i compagni e nel corteo di quest’uomo! Bilāl, ʿAmmār, Suhayb, Khabbāb: dunque Allah non ha trovato tra noi altri che questi, degni di essere scelti». Inoltre, non si limitavano a deridere la povertà dei credenti; se prima di abbracciare la fede qualcuno di loro aveva mostrato una debolezza morale, sollevavano un’ondata di scherno anche su questo, dicendo: «Fino a ieri aveva una condotta del genere e aveva commesso tali e tali azioni; e ora vedo che anche lui fa parte di questo gruppo eletto». Nella sura Al-Anʿām, versetto 53, viene riportata la loro affermazione: «Sono forse costoro quelli ai quali Allah, tra noi, ha concesso la Sua grazia e il Suo favore?». In questo versetto viene data risposta proprio a tali parole. Il significato del versetto è: non allontanare coloro che vengono da te in cerca della verità, per riguardo verso i personaggi importanti. Anche se qualcuno avesse commesso un peccato prima di accettare l’Islam, la responsabilità non ricadrebbe su di te.

La vicenda di Ibn Umm Maktūm

Una volta, nella مجلس del Profeta, erano seduti alcuni capi e notabili della Mecca. Il Profeta li incoraggiava ad accettare l’Islam.¹ Nel frattempo, un cieco di nome Ibn Umm Maktūm si presentò al cospetto del Profeta e volle chiedere alcune informazioni sull’Islam. Poiché il Profeta non gradiva che la conversazione venisse interrotta, non gli prestò attenzione. Fu in seguito a questo episodio che Allah l’Altissimo fece scendere la sura ʿAbasa:

Sarà in arabo:

«Aggrottò le ciglia e volse le spalle, perché il cieco si era presentato a lui». (ʿAbasa, 1-2)

A prima vista, osservando l’inizio del discorso, sembra che in questa sura il Profeta Nobile (pace e benedizioni su di lui) sia stato rimproverato e ammonito per il disinteresse mostrato verso il cieco e per l’interesse e l’attenzione rivolti ai grandi capi. Tuttavia, considerando la sura nel suo insieme, si comprende che in essa viene espressa soprattutto la più profonda disapprovazione nei confronti dei capi miscredenti dei Quraysh, i quali, a causa della loro arroganza, superbia e avversione alla verità, respingevano con disprezzo il vero invito del Profeta Nobile (pace e benedizioni su di lui). Inoltre, insieme all’insegnamento del corretto metodo per propagare la religione al Profeta (pace e benedizioni su di lui), gli venne fatta comprendere anche l’erroneità dei metodi che egli adottava nella fase iniziale dell’adempimento della missione profetica. Il fatto che egli avesse mostrato disinteresse verso un cieco e rivolto la propria attenzione ai capi dei Quraysh non significava che considerasse quei grandi uomini rispettabili e importanti, mentre ritenesse insignificante quel povero cieco. Non significava neppure — Dio non voglia — che in lui fosse presente una qualche deviazione morale, per la quale Allah l’Altissimo lo avrebbe qui ammonito e rimproverato. No, la questione non era affatto questa. La realtà era piuttosto che, quando un propagatore o un داعي di un ideale avvia la propria opera di invito, naturalmente desidera che le persone influenti della società accettino tale invito, rendendo così più agevole l’opera di propagazione. Altrimenti, anche se l’invito si diffondesse ampiamente tra le persone comuni, prive di influenza e prestigio, deboli e incapaci, sul piano fondamentale non si produrrebbe una differenza significativa. All’inizio dell’invito, il Profeta (pace e benedizioni su di lui) aveva adottato pressappoco questa linea d’azione. La causa principale era la sua sincera dedizione e il profondo zelo per il successo dell’invito religioso. Il suo obiettivo non era onorare i ricchi e disprezzare i poveri. Tuttavia, Allah l’Altissimo gli fece comprendere che questo non era il metodo corretto e infallibile dell’invito islamico. Dal punto di vista di tale invito, invece, sono importanti coloro che cercano la verità, per quanto deboli, privi d’influenza e incapaci possano essere. Al contrario, coloro che non amano la verità, per quanto elevata possa essere la loro posizione sociale, dal punto di vista di questo movimento sono del tutto privi d’importanza. Pertanto, l’appello dell’Islam deve certamente essere portato a tutti; tuttavia, l’obiettivo della vostra attenzione e del vostro interesse devono essere quelle persone nelle quali si trova la disponibilità ad accettare questa grande verità. Continuare a presentare l’invito esclusivamente a quei presuntuosi e arroganti che, per la loro superbia e arroganza, pensano di non aver bisogno di voi, bensì che siate voi ad aver bisogno di loro, è assolutamente umiliante per l’elevata dignità di questo sublime invito. A questo proposito Allah l’Altissimo afferma:

Sarà in arabo——–

«O Profeta! Come puoi sapere? Forse egli si sarebbe purificato, oppure avrebbe accolto l’ammonimento, e l’ammonimento gli sarebbe stato utile. Quanto a colui che si mostra incurante, tu ti occupi di lui. E se egli non si purifica, quale responsabilità hai tu per lui? Quanto a colui che viene correndo da te e teme, tu invece mostri disinteresse nei suoi confronti. No, mai! Questo è soltanto un ammonimento. Chi vuole, lo accoglierà».

Qui viene menzionato il principio fondamentale che, in quel momento, il Profeta Nobile (pace e benedizioni su di lui) stava trascurando riguardo alla propagazione della religione. Proprio per far comprendere questo, Allah l’Altissimo dapprima lo rimproverò per il comportamento da lui tenuto nei confronti di Ibn Umm Maktum. Poi spiegò ai propagatori della vera religione quale debba essere considerato realmente importante e quale no. L’identità di una persona si manifesta chiaramente nel suo aspetto esteriore: essa è alla ricerca della verità ed è terrorizzata dal timore di incorrere nell’ira di Dio seguendo la falsità. Perciò si presenta spontaneamente dal Profeta per apprendere la conoscenza della retta via. Al contrario, l’identità di un’altra persona si rivela dal suo comportamento e dal suo modo di agire: in essa non vi è alcun interesse per la verità e si considera molto al di sopra della necessità di ricevere la guida verso la retta via. Nel distinguere tra questi due tipi di persone, l’aspetto da considerare non è quale di esse, accettando la fede, possa portare un grande beneficio alla religione e quale invece non possa apportarle un beneficio significativo. L’aspetto da considerare è piuttosto quale persona sia pronta ad accettare la guida e a correggere se stessa, e quale sia del tutto impreparata ad apprezzare questo tesoro inestimabile e completamente inconsapevole del suo valore. Anche se la prima persona fosse cieca, zoppa, debole, indigente e poverissima, e anche se, esteriormente, non fosse ritenuta capace di assumere una grande responsabilità per il progresso della religione, nondimeno sarebbe la persona importante per il propagatore della verità. È verso di lei che egli deve rivolgere la propria attenzione. Lo scopo fondamentale di questo invito, infatti, è proprio la riforma dei servi di Dio. Dalla condizione di questa persona si comprende chiaramente che, se ricevesse un ammonimento, correggerebbe e trasformerebbe se stessa. Quanto al secondo tipo di persona, per quanto influente e prestigiosa possa essere nella società, il propagatore della vera religione non ha alcun bisogno di correrle dietro. Dal suo comportamento esteriore si comprende chiaramente che non possiede alcun desiderio o interesse per la purificazione e la rettitudine. Cercare dunque di correggerla non è altro che una perdita di tempo. Se non vuole correggere se stessa, sarà lei stessa a subirne il danno; il propagatore della vera religione non ne porta alcuna responsabilità.

Il cieco menzionato qui era il celebre Compagno ʿAbdullah ibn Umm Maktum (che Allah sia soddisfatto di lui). Hafiz Ibn ʿAbd al-Barr ha scritto nell’opera «al-Istiʿab», e Hafiz Ibn Hajar nell’opera «al-Isaba», che egli era cugino materno di Khadija (che Allah sia soddisfatto di lei). Sua madre, Umm Maktum, e Khuwailid, padre di Khadija, erano fratello e sorella. Sapendo di questo rapporto di parentela con il Profeta (pace e benedizioni su di lui), non vi è alcun motivo per sospettare che egli abbia distolto infastidito il volto da quell’uomo, ritenendolo povero o di scarso rango, per rivolgere la propria attenzione ai grandi presenti davanti a lui. Infatti, per parentela, egli era fratello del Profeta Nobile (pace e benedizioni su di lui) e apparteneva alla sua stessa stirpe. Non era affatto una persona priva di prestigio. In realtà, il motivo per cui il Profeta Nobile (pace e benedizioni su di lui) si comportò in quel modo con lui si comprende chiaramente dalla parola coranica «il cieco». Allah l’Altissimo usò qui proprio questa parola per indicare la causa principale del disinteresse manifestato dal Profeta (pace e benedizioni su di lui). In altre parole, in quel momento l’atteggiamento del Profeta (pace e benedizioni su di lui) era il seguente: se anche una sola delle persone che stava cercando di condurre all’Islam avesse accettato la guida, ciò avrebbe potuto diventare una grande causa del rafforzamento dell’Islam. Ibn Umm Maktum, invece, era cieco. A causa della propria incapacità, non avrebbe potuto essere altrettanto utile all’Islam quanto ci si poteva aspettare se uno di quei capi avesse accettato l’Islam. Perciò non era opportuno che interrompesse la conversazione di quel momento. Avrebbe potuto apprendere in un altro momento ciò che desiderava sapere e comprendere.

La saggezza nella predicazione della religione

In arabo sarà:

«E non discutete con la Gente del Libro se non nel modo migliore». (Al-ʿAnkabūt, 46)

In altre parole, questa discussione deve basarsi su prove e argomentazioni razionali, su un linguaggio civile e cortese, e sul comprendere e far comprendere. Bisogna parlare in modo tale da poter correggere il modo di pensare della persona con cui si sta conversando. La preoccupazione principale di chi predica la religione deve essere aprire la porta del cuore dell’ascoltatore, farvi entrare la parola della verità e cercare di condurlo sulla retta via. Non deve combattere come un lottatore con l’obiettivo di sminuire l’avversario. Al contrario, deve agire come un medico esperto che, curando una malattia, rimane vigile in ogni momento affinché, a causa di un suo errore, la malattia del paziente non peggiori ulteriormente, e si impegna affinché il paziente guarisca soffrendo il meno possibile. Qui è stato indicato, secondo le circostanze, come comportarsi durante il dibattito con la Gente del Libro. Tuttavia, questa indicazione non riguarda in modo speciale soltanto la Gente del Libro; piuttosto, nell’ambito della predicazione della religione, è un’indicazione generale fornita in diversi passi del Nobile Corano. Per esempio:

In arabo sarà:

«Invita alla via del tuo Signore con saggezza e una buona esortazione, e discuti con le persone nel modo migliore». (An-Naḥl, 125)

In arabo sarà:

«Il bene e il male non sono uguali. Respingi l’attacco degli oppositori nel modo migliore; allora vedrai che persino il tuo peggior nemico diventerà un caro amico».

Sarà in arabo—-

«Respingi il male e l’ingiustizia nel modo migliore; Noi sappiamo ciò che essi diffondono contro di voi». (Al-Mu’minun, 92)

Il corretto metodo operativo nella da‘wa della verità

Sarà in arabo——-

«O Profeta, adotta la clemenza e una condotta improntata al perdono. Ordina ciò che è ma‘ruf e non discutere con gli ignoranti. Se Satana dovesse mai istigarti, rifugiati presso Allah. Egli tutto sa e tutto ascolta. In verità, coloro che sono timorati di Allah, quando un pensiero malvagio, suscitato dall’istigazione di Satana, li sfiora, subito si rendono conto e si mettono in guardia. In seguito vedono chiaramente quale sia il loro corretto dovere. Quanto ai loro fratelli e amici, invece, Satana li trascina sulla via tortuosa e non viene meno nel traviarli». (Al-A‘raf, 199-202)

In questi versetti al Profeta nobile (pace e benedizioni su di lui) sono stati insegnati alcuni importanti punti riguardanti la saggezza della da‘wa e del tabligh, nonché della guida, della riforma e della correzione. Lo scopo non era soltanto istruire il Profeta (pace e benedizioni su di lui); attraverso di lui si intendeva impartire questa saggezza anche a tutte quelle persone che, succedendogli e rappresentandolo, si sarebbero preparate a mostrare agli abitanti del mondo la retta e corretta via. Di seguito sono esposti, in ordine, questi insegnamenti e principi fondamentali:

1. Una delle qualità più necessarie per il da‘i della verità è che sia mite, umile, paziente e generoso d’animo. Con i propri collaboratori deve essere gentile e affettuoso; con la gente comune, premuroso e compassionevole; con gli oppositori, estremamente tollerante. Deve mantenere la calma anche negli ambienti più difficili e carichi di tensione. Deve avere la pazienza necessaria per sopportare sia la dura opposizione degli avversari più accaniti, sia le debolezze dei propri collaboratori. Deve ignorare con animo generoso persino le parole del tutto intollerabili. Per quanto possano giungere da parte degli oppositori parole dure, menzogne, calunnie, tormenti e ostacoli apertamente malvagi, deve accettare tutto ciò con generosità e spirito di perdono. La durezza, il comportamento aspro, le parole amare e l’agitazione vendicativa agiscono come veleno nei confronti di questa nobile opera. Così l’opera si spezza e va in rovina, invece di consolidarsi. Il Profeta nobile (pace e benedizioni su di lui) ha descritto questa qualità nel modo seguente: «Il mio Signore mi ha ordinato di parlare con giustizia sia quando sono adirato sia quando sono soddisfatto. Chi reciderà i rapporti con me, io li ristabilirò con lui. Chi mi priverà del mio legittimo diritto, io gli concederò il suo legittimo diritto. Chi mi farà un torto, io lo perdonerò». Anche a coloro che mandava da parte sua a diffondere la religione impartiva questa stessa guida:

Sarà in arabo—–

Significa: «Ovunque andiate, il vostro arrivo sia per le persone motivo di buona novella, non di odio e risentimento. Siate per le persone fonte di facilità, non di difficoltà e durezza». Anche Allah l’Altissimo ha elogiato proprio questa qualità del Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui), dicendo:

Sarà in arabo—–

«In altre parole: è per misericordia di Allah che tu sei stato mite con loro; se invece fossi stato duro di cuore e aspro, si sarebbero allontanati da tutti i tuoi dintorni». (Āl ʿImrān, 159)

2. Il successo dell’invito alla verità risiede nel fatto che chi invita, invece di esporre grandi teorie filosofiche e sottili verità, insegna direttamente alle persone il maʿrūf, cioè il bene semplice e chiaro: quelle cose che la gente comune riconosce come buone o per riconoscere le quali è sufficiente il loro buon senso (common sense). Adottando questo metodo, l’appello di chi invita alla retta via della verità influenza sia la gente comune sia le persone istruite. L’invito penetra nelle orecchie degli ascoltatori e raggiunge spontaneamente il loro cuore. Coloro che gridano e fanno chiasso contro un simile invito al maʿrūf preparano essi stessi il terreno per il proprio fallimento e per il successo di questo invito. Infatti, per quanto le persone siano generalmente immerse nell’odio e nell’invidia, quando vedono che da una parte una persona nobile e di carattere elevato invita al bene semplice e corretto, mentre dall’altra molti uomini, opponendoglisi, abbandonano ogni moralità e umanità e adottano comportamenti spregevoli, allora gradualmente provano spontaneamente disgusto verso gli oppositori della verità e cominciano ad avvicinarsi a coloro che invitano alla verità. Alla fine, sul campo dello scontro rimangono soltanto le persone legate al sistema sociale falso, oppure continuano a opporsi coloro nei cui cuori il cieco seguire le genti del passato o l’odio e l’invidia dell’ignoranza non hanno lasciato alcuna capacità o possibilità di accettare la via della verità. Questa è la saggezza la cui osservanza permise al Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) di ottenere il successo in Arabia. In seguito, in breve tempo, il flusso dell’Islam cominciò a diffondersi nei Paesi vicini in modo tale che in alcuni luoghi il 100 per cento degli abitanti divenne musulmano, in altri l’80 per cento e in altri ancora il 90 per cento.

3. Nell’attività di daʿwa, per quanto sia importante istruire nel maʿrūf le persone desiderose di conoscere la verità, il predicatore deve essere prudente in questo ambito, per quanto esse tentino di trascinarlo in discussioni e dispute. Egli dovrebbe rivolgersi e parlare soltanto a coloro che sono pronti a comprendere questo invito con ragione e intelligenza. Se una persona ignorante comincia a comportarsi in modo ignorante e inizia discussioni insensate, litigi e parole amare, il predicatore della verità deve rifiutarsi di diventare il suo avversario. Non vi è alcun vantaggio nel lasciarsi coinvolgere in questa disputa. Il danno consiste nel fatto che l’energia del predicatore, che avrebbe dovuto essere spesa per la diffusione, la promozione e la riforma della religione, viene sprecata in attività prive di senso.

4. A proposito dell’orientamento fornito al terzo punto, vi è un’ulteriore indicazione: quando il predicatore della verità percepisce che, a causa dell’ingiustizia, dell’oppressione, delle malefatte e delle domande e accuse dettate dall’ignoranza degli oppositori, il suo animo e il suo temperamento si stanno agitando, deve capire immediatamente che ciò non è altro che un’istigazione di Satana. Deve allora cercare rifugio presso Dio, affinché Egli protegga il Suo servo dal superare i limiti a causa di tale agitazione e non gli permetta di perdere il controllo al punto da compiere un’azione capace di danneggiare l’invito alla verità. Il lavoro dell’invito alla verità può essere svolto in ogni circostanza soltanto con calma. È corretta soltanto quella decisione che non viene presa cedendo all’agitazione, ma dopo un’attenta valutazione del luogo, della situazione, del momento e dell’opportunità. Satana, però, non desidera né tollera mai la diffusione di quest’opera: cerca continuamente di far attaccare il predicatore dai suoi stessi fratelli e amici e lo induce a rispondere all’attacco, suggerendogli che esso debba essere necessariamente contrattaccato. Questa istigazione di Satana, che egli suscita nel cuore del predicatore, spesso si nasconde sotto il velo di grandi inganni e di termini religiosi. Ma al suo interno non vi è altro che pura arroganza. Per questo, negli ultimi due versetti, viene detto che le persone timorate di Dio, non appena percepiscono nei loro cuori un’attività o un’influenza satanica e un cattivo pensiero, diventano vigili e prudenti. In seguito riescono a vedere e comprendere chiaramente quale principio e quale metodo d’azione siano benefici per l’invito alla religione in quella situazione e quale sia, in tali circostanze, la richiesta della daʿwa religiosa. Coloro che sono immersi nell’oscurità dell’adorazione di se stessi e che, per questo, hanno un rapporto fraterno con i demoni, non riescono mai a resistere all’istigazione satanica. Sconfitti da essa, cominciano a percorrere la via dell’errore. Poi Satana li insegue ovunque secondo la propria volontà, e in nessun luogo il loro cammino si arresta. Per ogni insulto degli oppositori hanno un insulto da restituire, e per ogni complotto e malefatta degli oppositori hanno a loro volta un complotto e una malefatta pronti.

In questa discussione vi è anche un’osservazione generale e concisa. È questa: le persone dotate di taqwā conducono generalmente uno stile di vita diverso da quello delle persone prive di taqwā. Coloro che temono veramente Allah e desiderano sinceramente astenersi dall’ingiustizia e dal peccato si trovano in una condizione tale che, se anche il più piccolo cattivo pensiero proietta un’ombra in un angolo della loro mente, ne avvertono subito il disagio e la sofferenza. È come il dolore che si prova quando una spina entra in un dito o una particella di polvere finisce nell’occhio. Poiché non sono abituati a questi cattivi pensieri, desideri ingiusti, passioni e cattive intenzioni, tali cose sono contrarie alla loro natura. Come una spina nel piede, un rifiuto nell’occhio o una macchia di sporco su un abito pulito reca disturbo alle persone di animo puro. Non appena avvertono questo disagio, i loro occhi si aprono, il cuore diventa vigile e subito cominciano a liberarsi da questa sporcizia dannosa. Non sono come coloro che non temono Dio, non desiderano astenersi dall’ingiustizia e dal peccato e sono interiormente in sintonia con Satana. Nella loro mente continuano a vorticare cattivi pensieri, desideri malvagi e intenzioni disoneste. Eppure, pur immersi in queste impurità, non avvertono in se stessi alcun disagio né alcuna anormalità. È come quando in una pentola viene cucinata carne di maiale, ma non viene neppure loro in mente che cosa vi si stia cucinando. Oppure come uno spazzino il cui intero corpo è imbrattato di sporcizia, senza che egli avverta minimamente che cosa vi sia attaccato.

L’invito sulla via di Allah in un ambiente di intensa opposizione

Sarà in arabo——–

«E chi pronuncia parole migliori di colui che invita ad Allah, compie buone azioni e dice: “Sono musulmano”?»

Nel versetto precedente era stato dato conforto ai credenti e il loro coraggio era stato rafforzato; poi, in questo versetto, la loro attenzione è stata richiamata e sono stati incoraggiati riguardo alla responsabilità fondamentale per la quale erano diventati musulmani. Nel versetto precedente era stato detto loro che accettare la via della devozione e del servizio ad Allah, rimanere saldi su di essa e non allontanarsene è una buona azione che rende l’uomo amico degli angeli e lo fa meritevole del Paradiso. Ora viene illustrato il livello successivo, oltre il quale non può essercene uno più elevato. Esso consiste nel compiere voi stessi buone azioni e invitare gli altri ad accettare la devozione e il servizio ad Allah. Anche in un ambiente di aspra opposizione, dove parlare dell’Islam e professarlo equivale a esporsi al pericolo, dite a testa alta: “Sono musulmano”. Per comprendere pienamente l’importanza di questa parola di Allah l’Altissimo, è necessario tenere davanti agli occhi l’ambiente e le circostanze in cui furono pronunciate queste parole. A quel tempo la situazione era tale che, non appena una persona dichiarava di essere musulmana, aveva l’impressione di essere entrata in una giungla di belve feroci, dove ogni animale correva per sbranarla e divorarla. E chi si spingeva oltre e apriva bocca per predicare l’Islam sembrava chiamare le belve e dire loro: “Venite, sbranatemi e divoratemi”. Proprio in questa difficile situazione fu detto che accettare Allah come proprio Signore e seguire la retta via è senza dubbio una grandissima buona azione fondamentale. Ma la buona azione di livello più elevato consiste nel proclamare in quell’ambiente: “Sono musulmano”, invitare, senza preoccuparsi delle conseguenze, i servitori di Dio ad accettare il Suo servizio e mantenere le proprie azioni così pure, nello svolgimento del proprio lavoro, che non sia possibile trovare alcun difetto nell’Islam o in coloro che ne portano la bandiera.

Affrontare il male con la migliore delle buone azioni

Più avanti viene detto:

Sarà in arabo———–

«O Profeta, il bene e il male non sono uguali. Affronta il male con quella buona azione che è eccellente. Allora vedrai che coloro con i quali avevi la più aspra inimicizia saranno diventati i tuoi più intimi amici».

Per comprendere pienamente il significato di questo versetto, bisogna tenere davanti agli occhi l’ambiente e le circostanze in cui questa guida fu impartita al Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) e, tramite lui, ai suoi seguaci. A quel tempo la dāʿwa della verità veniva osteggiata con la più estrema ostinazione e con un atteggiamento violentemente aggressivo. Contro di essa venivano impiegati diversi strumenti. Ogni schiera degli oppositori era impegnata a suscitare nella gente dubbi e sospetti nei suoi confronti. A lui e ai suoi compagni venivano inflitti ogni genere di sofferenze, persecuzioni e tormenti, tanto che, esasperati, un certo numero di musulmani fu costretto ad abbandonare il Paese. In quel periodo, per impedire al Messaggero (pace e benedizioni su di lui) di svolgere la sua opera di predicazione, fu predisposto un piano: un gruppo di facinorosi e disturbatori veniva tenuto costantemente alle sue calcagna. Ogni volta che apriva bocca per la dāʿwa della verità, essi cominciavano a fare un tale baccano e a gridare così forte che nessuno riusciva ad ascoltare le sue parole. In realtà, era una situazione estremamente delicata. In quelle circostanze sembrava che tutte le vie per predicare la religione fossero apparentemente sbarrate. Fu proprio in una situazione simile che al Messaggero (pace e benedizioni su di lui) fu impartita questa guida, affinché spezzasse i denti agli oppositori.

Fin dall’inizio è stato detto che il bene e il male, così come il buono e il cattivo, non sono la stessa cosa. In altre parole, per quanto i vostri oppositori possano scatenare esteriormente una tempesta di peccato e ingiustizia, e per quanto il bene possa sembrare debole, indifeso e impotente al suo cospetto, in realtà il male e l’ingiustizia sono deboli e impotenti per la loro stessa natura; per questo, alla fine, l’essere umano non può fare a meno di odiare l’ingiustizia e il peccato, conformemente alla propria natura. Non sono soltanto i compagni del peccato e dell’ingiustizia, ma persino i loro portabandiera, a sentire in cuor loro che sono bugiardi, oppressori e ingiustamente ostinati per il proprio interesse. Questo, invece di suscitare negli altri fiducia nei loro confronti, distrugge la loro stessa dignità ai propri occhi. E sul loro cuore si posa un ladro, che, a ogni loro atto di opposizione, continua interiormente a fiaccare il loro coraggio e la loro determinazione. Se, in contrapposizione a questa ingiustizia e a questo peccato, il bene, che esteriormente appare del tutto indifeso e impotente, continua ad agire senza interruzione, alla fine trionferà. Innanzitutto, infatti, nel bene è racchiusa una grande forza, capace di influenzare e affascinare il cuore umano. Per quanto il carattere morale dell’uomo possa diventare corrotto e deformato, egli non può fare a meno di riconoscere nel proprio intimo il valore del bene. Quando il bene e il male si affrontano apertamente e ciò che entrambi nascondono viene esposto davanti a tutti, dopo un conflitto e una lotta prolungati ben pochi possono rimanere senza disprezzare l’ingiustizia e il peccato e senza affezionarsi al bene e consacrarsi ad esso.

In secondo luogo è stato detto che il peccato non va contrastato soltanto con il bene, ma con un bene eccellente e di altissimo livello. In altre parole, se qualcuno vi tratta ingiustamente, perdonatelo. Questo sarà una buona azione. Ma il bene di livello più elevato consiste nel fare del bene e beneficenza, alla prima occasione, a colui che vi ha trattato male.

Riguardo ai suoi frutti è stato detto che alla fine anche il peggiore dei nemici diventerà un intimo amico. Questa è infatti la natura umana. Se qualcuno vi insulta, rimanete in silenzio. Indubbiamente sarà una buona azione. Ma ciò non chiuderà la bocca di chi insulta; se invece, in risposta ai suoi insulti, gli augurerete il bene, per quanto spudorato possa essere l’oppositore, dovrà vergognarsi. Dopo di ciò, per lui non sarà più facile parlare male di voi. C’è una persona che non perde nessuna occasione per danneggiarvi, mentre voi sopportate tutti i suoi eccessi. Forse questo la renderà ancora più audace nelle sue malefatte. Ma se un giorno stesse per subire un danno e voi la proteggeste da esso, sarebbe costretta a cadere ai vostri piedi. Di fronte a un bene simile, infatti, nessuna malefatta può resistere. Ciononostante, non è corretto trasformare questa regola in una regola assoluta o generale, secondo cui questo bene di livello elevato renderà ogni nemico mortale un intimo amico. Nel mondo esistono anche persone dall’animo così vile che, per quanto possiate mostrare la perfezione dell’umanità perdonando i loro eccessi e ricambiando le loro cattive maniere con un buon comportamento, il veleno del loro morso non diminuisce neppure minimamente. Tuttavia, persone tanto abiette sono rarissime, così come sono rari gli uomini supremamente benevoli.

L’importanza della pazienza nel proclamare la Verità

Poi viene detto:

Sarà in arabo:——–

«Questa qualità è concessa soltanto a coloro che sono pazienti. E soltanto coloro che sono davvero fortunati possono raggiungere questo grado».

In altre parole, sebbene questa prescrizione sia molto efficace, il suo uso e la sua applicazione non sono affatto uno scherzo o un gioco. Richiedono un’enorme forza morale e un’anima vigorosa: ferma determinazione, grande coraggio, pazienza e autocontrollo. Talvolta qualcuno può compiere un atto di grande bene contro l’ingiustizia. Non è una cosa straordinaria; ma quando una persona deve combattere continuamente, per anni e anni, contro questi malfattori seguaci della falsità, per amore del dīn della Verità — persone che non esitano minimamente a oltrepassare qualunque limite morale e che sono inebriate dal potere e dall’autorità — allora, di fronte a un peccato incessante, opporre il bene, anzi un bene di alto livello, e non infrangere neppure una volta la barriera dell’autocontrollo non è possibile a una persona comune. Questo può farlo soltanto colui che, con animo sereno, ha preso la ferma decisione di promuovere e affermare la vera religione; colui che ha sottoposto il proprio animo alla conoscenza, alla ragione e alla coscienza, cosicché nessuna malefatta o condotta vile degli oppositori possa riuscire ad abbassarlo da questo suo nobile grado o renderlo impaziente.

E riguardo a ciò che è stato detto: «Questa dignità possono conseguirla soltanto coloro che sono grandi fortunati». Questa è una legge della natura stessa. Soltanto le persone di elevatissima statura morale sono dotate di tali qualità. E chi possiede queste qualità, nessuna forza al mondo può impedirgli di raggiungere la meta del successo. È assolutamente impossibile che il comportamento vile della gente di infimo livello, le sue spregevoli cospirazioni e le sue azioni disumane possano sconfiggerlo.

Cercare rifugio in Dio dalle tentazioni di Satana

Infine è stato detto:

Sarà in arabo——

«Se percepite qualche istigazione da parte di Satana, cercate rifugio in Allah». (Quello stesso versetto, 36)

Quando Satana vede che, nel conflitto tra la verità e la falsità, si adottano comportamento cortese e civile contro la bassezza, e giustizia e bontà contro l’ingiustizia e il male, cade in una grande angoscia. Desidera che, in un modo o nell’altro, almeno una volta i combattenti sulla via della verità, soprattutto i loro dirigenti e, più di tutti, il loro capo, commettano un errore tale da permettere di dire alla gente: «Guardate: l’ingiustizia non proviene da una sola parte. Anche se da una parte si è verificato qualche comportamento scorretto, neppure quelli dell’altra parte sono persone di così alto livello. Alla fine anche loro hanno commesso quella determinata ingiustizia».

In genere le persone non hanno neppure la capacità di confrontare gli eccessi di una parte con la reazione dell’altra. Finché vedranno che, di fronte a ogni forma di bassezza, meschinità e ingiustizia da parte degli avversari, queste persone non si discostano neppure minimamente dalla via della civiltà, della cortesia, della bontà e della giustizia, continueranno a essere profondamente influenzate da loro. Ma se da parte loro dovesse verificarsi qualche comportamento ingiusto, o un’azione indegna rispetto alla loro dignità, anche se compiuta in risposta a un gravissimo eccesso, allora ai loro occhi le due parti diventerebbero uguali. E gli avversari troverebbero un pretesto per rispondere a una parola dura con mille insulti. È sulla base di questa delicata questione che è stato detto: «State in guardia contro gli inganni e le istigazioni di Satana». Egli, fingendosi il tuo più sincero benevolo amico e mostrando di avere a cuore il tuo interesse, ti istigherà e ti ecciterà dicendo: «Un simile eccesso non può assolutamente essere tollerato; bisogna dare una risposta schiacciante a quelle parole». «Di fronte a questo attacco bisogna combattere, altrimenti sarete considerati codardi». Ogni volta che, in una simile situazione, avvertirete dentro di voi un’agitazione e un’istigazione indesiderate, dovrete subito comprendere che ciò è certamente opera di Satana. Egli vuole accecarvi con la collera e indurvi a compiere un passo falso. Dopo esservi messi in guardia, non pensate: «Sono capace di controllare la mia agitazione; Satana non può farmi compiere alcun passo sbagliato». Ritenere di possedere una simile capacità di giudizio e una tale forza di volontà è un altro inganno terribile di Satana. Invece di tutto questo, dovete cercare rifugio in Allah. Soltanto se Egli concede il Suo favore e vi protegge, l’essere umano può salvarsi dagli errori e dagli sbagli.

La migliore esegesi di questo versetto è costituita dall’episodio riferito dall’Imam Ahmad nel suo Musnad, riportato da Abu Hurayra, che racconta: una volta, proprio alla presenza del Profeta, un uomo continuò a insultare Abu Bakr con parole indicibili. Abu Bakr rimase in silenzio ad ascoltare i suoi insulti, mentre il Profeta, vedendo ciò, sorrideva lievemente. Alla fine la pazienza di al-Siddiq venne meno. Anch’egli gli rivolse una parola dura in risposta. Non appena quella parola uscì dalla sua bocca, il Profeta fu colto da grande disappunto, che si manifestò sul suo volto benedetto, e subito si alzò e se ne andò. Anche Abu Bakr si alzò e lo seguì; lungo la strada gli chiese la ragione di quell’accaduto e disse: «Mentre quell’uomo continuava a insultarmi, tu rimanevi in silenzio e sorridevi lievemente; ma quando gli ho risposto, ti sei adirato». Il Profeta disse: «Finché sei rimasto in silenzio, c’era un angelo con te che rispondeva a quell’uomo a nome tuo. Ma quando hai cominciato a parlare tu stesso, al posto dell’angelo è venuto Satana. Io non posso sedermi insieme a Satana».

L’essere disinteressato di chi invita alla verità

Il completo disinteresse di chi invita alla verità nell’invito alla Verità è una prova evidente della sua sincerità e della sua adesione alla verità. Nel Nobile Corano è stato ripetutamente affermato che il Profeta, nel compiere l’opera di invitare ad Allah, non ha alcun interesse personale; al contrario, egli dedica la propria vita al bene dei servi di Allah.

Nella sura al-An’am è stato detto:

Sarà in arabo——

«O Profeta, di’: “Per quest’opera di invito e di tabligh, non vi chiedo alcuna ricompensa. Questo non è altro che un’esortazione e un ammonimento generale per tutti gli abitanti del mondo”». (Versetto 90)

Nella sura Yusuf è stato detto:

Sarà in arabo—-

E, o Profeta, per quest’opera non chiedi loro alcuna ricompensa. Questo non è altro che un ammonimento generale per tutti gli abitanti del mondo». (Versetto 104)

In apparenza, in questo discorso ci si è rivolti al Profeta dei Quraysh (pace su di lui). In realtà, l’appello era rivolto all’insieme dei miscredenti. Lo scopo era far loro comprendere questo: «O servi di Allah, quanto è ingiusta questa ostinazione! Se il Profeta avesse intrapreso quest’opera di da‘wa e di tabligh per un interesse personale, oppure se avesse chiesto qualcosa per sé, avreste certamente avuto l’occasione di dire: “Perché dovremmo seguire le parole di una persona interessata?”. Ma vedete che egli è assolutamente disinteressato. Egli vi presenta con sincerità una proposta per il bene vostro e di tutto il mondo: perché mai qualcuno dovrebbe ostinarsi inutilmente contro di lui? Ascoltate le sue parole con mente aperta; se vi convincono, accettatele, e se non vi convincono, non accettatele».

Nella sura al-Mu’minun è detto:

Sarà in arabo———

«O Profeta, chiedi forse loro qualcosa? Ciò che il tuo Signore ti concede è migliore per te, ed Egli è il migliore dei dispensatori di sostentamento». (Versetto 72)

In altre parole, nessuno, se dotato di fede, potrà accusarti di condurre questa attività per ottenere un vantaggio personale. Avevi un’attività commerciale prospera, e ora sei sprofondato nella povertà. Tutta la tua gente ti guardava con rispetto e considerazione; tutti ti onoravano e ti rispettavano. Ora subisci ingiurie, ti lanciano pietre e persino la tua vita è immersa in una grave crisi. Vivevi serenamente giorni felici insieme a tua moglie e ai tuoi figli; ora sei precipitato in un conflitto così duro da non avere neppure un momento per riposare. Per di più, sei sceso in campo con una causa che ha reso tutto il paese tuo nemico. Chi potrebbe dire che questa sia l’opera di un uomo interessato? Un uomo interessato si schiera invece a favore della propria gente e della propria tribù e si adopera con ogni mezzo per ottenere la leadership. A differenza di te, non scende in campo con una causa che rappresenta una grande sfida agli interessi della propria gente; tu, invece, fin dall’inizio stai recidendo le radici di ciò su cui si fonda il dominio della tribù dei Quraysh sugli idolatri arabi.

Nella sura Saba’ è detto:

Sarà in arabo——

«O Profeta, di’: “Se vi ho chiesto una ricompensa, essa è soltanto per voi. Allah è garante della mia ricompensa, ed Egli è testimone di ogni cosa”».

La prima parte della frase può avere due significati. Un significato è: se davvero chiedo una ricompensa, essa è per voi. Il secondo significato è: se davvero chiedo una ricompensa, essa non è altro che il vostro bene. Il senso della parte finale della frase è: l’accusatore e il calunniatore continuino pure a lanciare qualunque calunnia vogliano. Allah conosce ogni cosa. Allah è testimone del fatto che sono un uomo disinteressato e che non compio quest’opera per alcun interesse personale.

Nella Sura Sad è detto:

Sarà in arabo—

«O Profeta, di’: “Non vi chiedo alcun compenso per la proclamazione di questa religione e non sono tra gli impostori”». (Versetto 86)

Ciò significa: non appartengo a quelle persone che avanzano false pretese per affermare la propria superiorità e cercano di atteggiarsi a ciò che non sono. Questa dichiarazione non fu pronunciata dalla bocca del Profeta nobile (pace e benedizioni su di lui) soltanto per informare gli abitanti miscredenti della Mecca; al contrario, la sua stessa vita, trascorsa tra quei miscredenti durante i quarant’anni precedenti alla profezia, ne costituisce la testimonianza. Persino i bambini della Mecca sapevano che il Profeta nobile (pace e benedizioni su di lui) non era un impostore. Nessuno dell’intera comunità lo aveva mai sentito pronunciare parole che potessero far pensare che volesse diventare qualcosa o che cercasse di rendersi influente.

Nella Sura at-Tur e nella Sura al-Qalam è detto:

Sarà in arabo—

«O Profeta, chiedi forse loro un compenso, tanto che vengono schiacciati sotto il peso di una multa riscossa con la forza?» (at-Tur 40, al-Qalam 46)

La domanda non è rivolta al Profeta (pace e benedizioni su di lui), bensì principalmente ai miscredenti. Il suo significato è questo: se il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) vi avesse chiesto un compenso o avesse intrapreso tutte queste attività per ottenere un vantaggio personale, avreste avuto almeno una ragione plausibile per allontanarvi da lui. Ma voi stessi sapete che egli è completamente disinteressato riguardo a questa sua missione e si sta spendendo fino allo stremo unicamente per il vostro bene. Quale motivo può dunque esserci perché non siate disposti ad ascoltare serenamente le sue parole? In questa domanda è contenuta anche una sottile ironia. Come i falsi capi religiosi e i custodi dei santuari religiosi di tutto il mondo, anche in Arabia i capi religiosi e i dotti sacerdoti dei politeisti esercitavano apertamente un commercio della religione. È proprio a questo proposito che viene loro posta la domanda: da una parte, questi mercanti della religione riscuotono apertamente da voi offerte e compensi per ogni rito religioso che celebrate; dall’altra, un uomo completamente disinteressato, che per di più ha mandato in rovina i propri affari, cerca di mostrarvi, con argomenti e prove estremamente convincenti, la retta e corretta via della religione. Ora dite: che cos’è, se non la vostra evidente stoltezza, il fatto che voltate le spalle a quest’uomo straordinario e corriate verso quei mercanti della religione?

A questo proposito vi è un solo versetto sul quale è possibile una certa discussione. Il versetto è il seguente:

In arabo sarà: —-

«O Profeta, di’ loro: non vi chiedo alcun compenso per questo; chiedo soltanto l’amore della parentela». (ash-Shūrā 23)

Tra gli esegeti vi è un notevole disaccordo riguardo al vero significato della parola «prossimità».

Un gruppo l’ha intesa nel senso di rapporto di parentela. Secondo la loro spiegazione, il significato del versetto sarebbe questo: «Per questa missione non vi chiedo alcun compenso; chiedo soltanto che voi, o Quraysh, preserviate il rapporto di parentela tra voi e me. Avreste dovuto accettare le mie parole; ma, se non volete accettarle, almeno non siate voi, tra tutti gli Arabi, a svolgere il ruolo principale nella vostra ostilità nei miei confronti». Questa è l’interpretazione di ʿAbdullah ibn ʿAbbas, riportata sulla base delle catene di trasmissione di numerosi narratori da Imam Ahmad, al-Bukhari, Muslim, at-Tirmidhi, Ibn Jarir, at-Tabarani, al-Bayhaqi, Ibn Saʿd e altri. Anche Mujahid, ʿIkrimah, Qatadah, as-Suddi, Abu Malik, ʿAbd ar-Rahman ibn Zayd ibn Aslam, ad-Dahhak, ʿAta ibn Dinar e altri grandi esegeti hanno fornito questa stessa interpretazione.

Un secondo gruppo ha inteso «prossimità» e «vicinanza» nel senso della vicinanza ad Allah. Secondo loro, il significato del versetto è: «Per questa missione non vi chiedo altro che questo: che in voi si risvegli il sentimento della vicinanza ad Allah», cioè che vi correggiate. Questo, e null’altro, è il mio compenso. Questa interpretazione è riportata da Hasan al-Basri. A suo sostegno è riportata anche una dichiarazione di Qatadah. Persino nella narrazione di at-Tabarani viene attribuita a Ibn ʿAbbas un’opinione a sostegno di essa. In un altro passo del Sacro Corano questo argomento è espresso con le seguenti parole:

In arabo sarà: —-

«Dì loro: non vi chiedo alcuna ricompensa per questo. La mia ricompensa consiste nel fatto che chi vuole scelga la via del proprio Signore». (Al-Furqān, 57)

Il terzo gruppo ha interpretato la parola nel senso di «parenti». Secondo loro, il significato del versetto è: «Amate i miei parenti prossimi; oltre a questo, non vi chiedo alcuna ricompensa per quest’opera». In seguito, alcuni appartenenti a questo gruppo hanno ritenuto che con «parenti prossimi» si intendessero tutti i discendenti di ʿAbd al-Muṭṭalib. Altri, invece, hanno limitato il riferimento soltanto a ʿAlī, Fāṭima e ai loro figli. Questa interpretazione è stata riferita da Saʿīd ibn Jubayr e ʿAmr ibn Shuʿayb. In alcune narrazioni, essa è stata attribuita anche a Ibn ʿAbbās e a ʿAlī ibn al-Ḥusayn (Zayn al-ʿĀbidīn). Tuttavia, per diverse ragioni, questa interpretazione non è in alcun modo accettabile. Innanzitutto, quando a Mecca fu rivelata la sūra al-Shūrā, ʿAlī e Fāṭima non erano ancora sposati, per non parlare dell’avere figli. Inoltre, neppure tutti i discendenti di ʿAbd al-Muṭṭalib erano allora divenuti compagni del Profeta; anzi, molti di loro erano apertamente schierati con i suoi nemici. L’ostilità di Abū Lahab è nota a tutto il mondo. In secondo luogo, i parenti del Profeta non erano soltanto i discendenti di ʿAbd al-Muṭṭalib. Attraverso sua madre, suo padre e la sua nobile sposa, Khadīja, egli aveva parenti in tutte le famiglie dei Quraysh. Allo stesso modo, in tutte le famiglie dei Quraysh si trovavano sia i suoi eccellenti Compagni sia i suoi peggiori nemici. Come avrebbe potuto il Nobile Profeta chiamare propri parenti, tra quegli individui spregevoli, soltanto i discendenti di ʿAbd al-Muṭṭalib e chiedere per loro un amore speciale? Il terzo punto, a questo proposito, è il più importante. Un profeta, che occupa una posizione elevatissima e invita gli uomini verso Allah, chiedendo, da quella sublime posizione, una ricompensa per questa grande opera — «amate i miei parenti» — compirebbe un’azione di livello estremamente basso. Nessuna persona di buon gusto potrebbe neppure immaginare che Allah insegni una simile cosa al Suo profeta e che il profeta pronunci parole del genere davanti ai Quraysh. Nei racconti dei profeti riportati nel Nobile Corano, vediamo che ogni profeta dichiarò chiaramente alla propria gente: «Non vi chiedo alcuna ricompensa; la mia ricompensa spetta soltanto ad Allah l’Altissimo». (Yūnus 72; Hūd 29, 51; al-Shuʿarāʾ 109, 127, 145, 164, 180). Nella sūra Yā Sīn, come criterio per verificare la veridicità del profeta, è detto che egli rimane completamente disinteressato nella sua opera di daʿwa (versetto 21). Nel Corano, attraverso la bocca dello stesso Profeta, è stato ripetuto più volte: «Non vi chiedo alcuna ricompensa»; a questo proposito abbiamo già riportato sopra il versetto. Come si può dunque sostenere che, in cambio dell’opera di daʿwa che sto compiendo da parte di Allah, voi dobbiate amare i miei parenti? Quando poi vediamo che questo discorso non è rivolto ai credenti, bensì ai miscredenti, una simile affermazione appare ancora più fuori luogo. Dall’inizio alla fine del discorso ci si rivolge ai miscredenti, e anche l’appello immediatamente successivo è rivolto a loro. In questo contesto, come può sorgere, alla fine, la questione di chiedere una qualsiasi ricompensa agli oppositori? Si può chiedere una ricompensa soltanto a coloro ai cui occhi l’opera ha un grande valore e per il cui bene egli ha predisposto questa preziosa opera. Quale valore attribuivano i miscredenti a questa grande opera del Profeta perché egli potesse dire loro: «In cambio dell’immenso servizio che vi sto rendendo, amate i miei parenti»? Al contrario, essi consideravano quest’opera una grave colpa e un crimine, tanto che arrivarono a volerlo uccidere.

All’inizio dell’opera di daʿwa, attribuire maggiore importanza alla fede nella vita futura

Quando a Mecca la Nobile il Messaggero di Allah iniziò a diffondere l’Islam, la sua opera si fondava su tre principi. Primo: non si deve associare nessuno ad Allah nella divinità. Secondo: Allah l’Altissimo lo ha scelto come Suo Messaggero. Terzo: un giorno questo mondo sarà distrutto e poi ne sarà creato un altro. Allora tutti gli esseri umani, dal primo all’ultimo, saranno resuscitati e condotti nella piana del Giudizio con lo stesso corpo e la stessa forma con cui avevano agito. In seguito saranno esaminate la loro fede e tutte le loro opere. In questo rendiconto, coloro che risulteranno credenti e giusti entreranno per sempre in Paradiso. Al contrario, coloro che risulteranno miscredenti e peccatori dimoreranno eternamente nell’Inferno.

Sebbene per gli abitanti della Mecca fosse difficile accettare il primo di questi tre principi, essi non negavano tuttavia l’esistenza di Allah. Lo riconoscevano come il Signore supremo, il Creatore e il Sostentatore, e ammettevano che anche coloro che avevano assunto come divinità al di fuori di Allah erano creature di Allah. Il loro dissenso riguardava dunque soltanto il fatto che tali divinità avessero o meno una parte nelle qualità, nella potenza, nell’autorità e nell’essenza stessa della divinità del Signore.

Gli abitanti della Mecca non erano disposti ad accettare il secondo principio. Tuttavia, per loro era impossibile negare che il Nobile Profeta avesse vissuto in mezzo a loro per ben quarant’anni prima di proclamare la propria profezia e che, durante quel lungo periodo, non lo avessero mai visto mentire, ingannare o ricorrere a mezzi illeciti per tutelare i propri interessi. Erano sempre stati sostenitori e ammiratori della sua intelligenza, della sua saggezza, della sua lucidità mentale e del suo elevato carattere morale. Per questo, nonostante avessero elaborato mille pretesti e accuse, non erano in grado di considerare vere tali affermazioni neppure per sé stessi, tanto meno di farle credere agli altri. Infatti, se il Nobile Profeta era veritiero e seguiva la verità in ogni questione, come avrebbe potuto — Allah ce ne scampi! — essere un bugiardo soltanto riguardo alla pretesa di essere il Messaggero?

In questo modo, le prime due questioni non erano così offensive per gli abitanti della Mecca quanto lo era la terza. Quando essa fu presentata loro, fu proprio su questo punto che fecero il maggior numero di scherni. Udendo ciò, manifestarono la più grande meraviglia e confusione, lo considerarono irragionevole e impossibile e cominciarono a diffonderlo in vari luoghi come qualcosa di inconcepibile e inaccettabile. Eppure, per condurli all’Islam, era indispensabile renderli credenti nell’Aldilà; infatti, se non avessero riconosciuto la possibilità dell’Aldilà, sarebbe stato per loro assolutamente impossibile adottare un metodo di pensiero corretto riguardo al vero e al falso, modificare il criterio fondamentale della scelta tra il bene e il male, abbandonare la via dell’adorazione del mondo e seguire quella indicata dall’Islam. Per questo, nelle sure del primo periodo rivelate alla Mecca Mu‘azzama, si fece il massimo sforzo per radicare nei cuori delle persone la fede nell’Aldilà. Naturalmente, anche nel presentare le prove a sostegno di ciò, si adottò un metodo tale che nella mente delle persone si instaurasse spontaneamente il concetto del tawhid. Di tanto in tanto venivano inoltre esposte brevemente le argomentazioni a dimostrazione della veridicità del Nobile Messaggero e del Sublime Corano.

3. I tre anni della da‘wa segreta del Messaggero di Allah

I tre anni della da‘wa segreta

Allah insegnò al Suo Profeta una saggezza speciale per trasmettere il messaggio della missione profetica. Di conseguenza, all’inizio della sua attività non cominciò né ad annunciare la profezia né a rivolgere un invito generale; piuttosto, durante i primi tre anni si adoperò per trasmettere segretamente l’Islam a quelle persone virtuose che erano disposte ad accettare il tawhid e ad abbandonare lo shirk mediante le sole prove, gli argomenti razionali e la ragione. Inoltre, si parlava di questa missione anche ad alcune persone fidate, delle quali ci si poteva affidare, affinché fino a quel momento non divulgassero che il Messaggero di Allah, secondo l’ordine di Allah, aveva deciso di cominciare l’annuncio generale e l’invito pubblico alla via di Allah. In quest’opera, l’influenza di Abu Bakr (che Allah sia soddisfatto di lui) si dimostrò la più efficace.

Per questo al-Tabari e Ibn Hisham scrivono che egli era molto socievole e di animo lieto. Grazie alle sue belle e delicate qualità, era assai popolare tra la sua gente. Tra i Quraysh non vi era nessuno più esperto di genealogie di lui. Nessuno conosceva meglio di Abu Bakr (che Allah sia soddisfatto di lui) le persone buone e cattive dei Quraysh e i loro pregi e difetti.

Non vi era nessun altro così ben informato. Il commercio era la sua professione. Era rinomato per le sue transazioni limpide e corrette. Per la sua conoscenza, la sua attività commerciale e il suo buon comportamento, la gente della sua tribù frequentava molto la sua compagnia e si intratteneva con lui. Egli approfittò di questa opportunità per trasmettere la da‘wa alle persone affidabili e degne di fiducia. Attratte dal suo invito, diverse persone abbracciarono l’Islam. In seguito, ciascuno di coloro che diventava musulmano trasmetteva il messaggio dell’Islam alle persone virtuose della propria cerchia di amici. In quel periodo, i musulmani pregavano in luoghi appartati della Mecca, in segreto, affinché nessuno venisse a sapere del loro cambiamento di religione.

Istituzione del centro della da‘wa e delle riunioni nella casa di al-Arqam

Erano trascorsi appena due anni e mezzo. In quel periodo si verificò un episodio che fece temere lo scoppio di uno scontro con i miscredenti della Mecca prima del tempo stabilito. È narrato da Ibn Ishaq: un giorno i politeisti della Mecca sorpresero i musulmani mentre pregavano in una delle valli e cominciarono a insultarli, chiamandoli deboli e codardi. Mentre la discussione si accendeva, scoppiò uno scontro tra i due gruppi. Sa‘d ibn Abi Waqqas (che Allah sia soddisfatto di lui) lanciò un osso di cammello contro un uomo e gli spaccò la testa. Ibn Jarir e Ibn Hisham hanno narrato questo episodio in forma concisa. Tuttavia, Hafiz Umavi, nella sua opera sulle spedizioni militari, ne riportò i dettagli e disse che l’uomo cui era stata spaccata la testa era ‘Abdullah ibn Qatal, dei Banu Taym. Dopo questo episodio, il Messaggero (che Allah lo benedica e gli conceda la pace) trasformò immediatamente in centro delle riunioni dei musulmani e della da‘wa e del tabligh la casa di al-Arqam, situata vicino al monte Safa. I musulmani vi si riunivano per pregare; anche coloro che desideravano diventare musulmani in segreto cominciarono a recarvisi. Nella storia dell’Islam, la casa di al-Arqam è divenuta celeberrima. Anche dopo la conclusione dei tre anni di da‘wa segreta e l’inizio della da‘wa generale pubblica, la casa di al-Arqam rimase il centro dei musulmani. Il Messaggero vi si recava; lì i musulmani si riunivano attorno a lui, e fino all’incarcerazione nel passo di Abu Talib, quella casa rimase investita della dignità di centro della da‘wa islamica.

Resoconto dei tre anni di daʿwa segreta

Prima di esaminare la daʿwa pubblica, vediamo quale lavoro fu compiuto nei tre anni di daʿwa segreta. Esaminiamo anche quali persone delle diverse tribù dei Quraysh abbracciarono l’Islam e quali Quraysh, mawla¹, schiavi e schiave accettarono l’Islam. Dopo un’ampia ricerca e indagine, riportiamo qui di seguito l’elenco dei nomi raccolti, che non è stato registrato altrove in un’unica lista.²

Banū Hāshim: (1) Jaʿfar ibn Abī Ṭālib (che Allah sia soddisfatto di lui); (2) sua moglie Asmāʾ bint ʿUmays al-Khathʿamiyya. Ella non era qurayshita³; (3) Ṣafiyya bint ʿAbd al-Muṭṭalib (zia paterna del Profeta, pace e benedizioni su di lui, e madre di al-Zubayr); (4) Arwā bint ʿAbd al-Muṭṭalib (che Allah sia soddisfatto di lei) (zia paterna del Profeta, pace e benedizioni su di lui, e madre di Ṭulayb ibn ʿUmayr (che Allah sia soddisfatto di lui)).

Banū ʿAbd al-Muṭṭalib: (5) ʿUbayda ibn al-Ḥārith ibn al-Muṭṭalib (che Allah sia soddisfatto di lui).

Banū ʿAbd Shams ibn ʿAbd Manāf: (6) Abū Ḥudhayfa ibn ʿUtba ibn Rabīʿa (che Allah sia soddisfatto di lui); (7) sua moglie Sahla bint Suhayl ibn ʿAmr (che Allah sia soddisfatto di lei).

Banū Umayya: (8) ʿUthmān ibn ʿAffān (che Allah sia soddisfatto di lui); (9) sua madre Arwā bint Kurayz (che Allah sia soddisfatto di lei); (10) Khālid ibn Saʿīd ibn al-ʿĀṣ ibn Umayya (che Allah sia soddisfatto di lui) (la kunya di suo padre Saʿīd era Abū Uḥayḥa); (11) sua moglie Umāma bint Khalaf al-Khuzāʿiyya (che Allah sia soddisfatto di lei) (alcuni hanno riportato il suo nome come Umayna); (12) Umm Ḥabība bint Abū Sufyān (che Allah sia soddisfatto di lei) (inizialmente era la moglie di ʿUbayd Allāh ibn Jaḥsh; in seguito conseguì il rango di Madre dei Credenti).

Dalle tribù alleate dei Banū Umayya: (13) ʿAbd Allāh ibn Jaḥsh ibn Riyāb; (14) Abū Aḥmad ibn Jaḥsh; (15) ʿUbayd Allāh ibn Jaḥsh¹. Erano membri dei Banū Ghanm ibn Dūdān, figli di Umāma bint ʿAbd al-Muṭṭalib, zia paterna del Profeta, e fratelli di Zaynab bint Jaḥsh, Madre dei Credenti.

Banū Taym: (16) Asmāʾ bint Abū Bakr (che Allah sia soddisfatto di lei); (17) Umm Rūmān (che Allah sia soddisfatto di lei) (moglie di Abū Bakr e madre di ʿĀʾisha e ʿAbd al-Raḥmān ibn Abū Bakr); (18) Ṭalḥa ibn ʿUbayd Allāh (che Allah sia soddisfatto di lui); (19) sua madre Ṣaʿba bint Ḥaḍramī (che Allah sia soddisfatto di lei); (20) al-Ḥārith ibn Khālid (che Allah sia soddisfatto di lui).

Dalla tribù alleata dei Banu Taym: (21) Suhayb ibn Sinan al-Rumi (r.a.).

Banu Asad ibn Abd al-Uzza: (22) al-Zubayr ibn al-Awwam (r.a.) (nipote di Khadija e cugino paterno del Profeta (s.a.w.s.)) (23) Khalid ibn Huzaim (r.a.) (fratello di Hakim ibn Huzaim e nipote di Khadija) (24) al-Aswad ibn Nawfal (r.a.) (25) Amr ibn Umayya (r.a.).

Banu Abd al-Uzza ibn Qusay: (26) Yazid ibn Zam’a ibn al-Aswad (r.a.).

Banu Zuhra: (27) Abd al-Rahman ibn Awf (r.a.) (28) sua madre Shifa bint Awf (r.a.) (29) Sa’d ibn Abi Waqqas (r.a.) (il suo vero nome era Malik ibn Uhayb) (30) suo fratello Umayr ibn Abi Waqqas (r.a.) (31) suo fratello Amir ibn Abi Waqqas (r.a.) (32) al-Muttalib ibn Azhar (r.a.) (cugino di Abd al-Rahman ibn Awf) (33) sua moglie Ramla bint Abi Awf al-Sahmiyya (r.a.) (34) Tulaib ibn Azhar (r.a.) (35) Abd Allah ibn Shihab (r.a.) (dal lato materno era il nonno dell’Imam al-Zuhri).

Tra gli alleati dei Banu Zuhra: (36) Abd Allah ibn Masud (r.a.) (un uomo della tribù degli Hudhayl; viveva alla Mecca come alleato dei Banu Zuhra). (37) Utba ibn Masud (r.a.) (fratello di Abd Allah ibn Masud). (38) Miqdad ibn Amr al-Kindi (r.a.) (Aswad ibn Abd Yaghuth lo aveva preso come alleato). (39) Khabbab ibn Irt (r.a.). (40) Shurahbil ibn Hasna al-Kindi (r.a.). (41) Jabir ibn Hasna al-Kindi (r.a.) (fratello di Mubarahbil). (42) Junada ibn Hasna (r.a.) (fratello di Shurahbil).

Banu Adi: (43) Sa’d ibn Zayd ibn Amr ibn Nufayl (r.a.) (cognato e cugino di Hazrat Umar (r.a.)). (44) Zayd ibn Khattab (r.a.) (sorella di Hazrat Umar). (45) Zayd ibn Khattab (r.a.) (fratello maggiore di Hazrat Umar). (46) Amir ibn Rabi’a al-Anazi (r.a.) (era un alleato dei Banu Adi. Khattab lo aveva adottato come figlio. La sua kunya era Abu Abd Allah al-Anasi). (47) Sua moglie Layla bint Abu Hasma (r.a.). (48) Ma’mar ibn Abd Allah ibn Nadma (r.a.). (49) Nu’aym ibn Abd Allah al-Nahham (r.a.). (50) Adi ibn Nadla (r.a.). (51) Urwa ibn Abu Usasa (r.a.) (fratello materno di Aram ibn As). (52) Masud (r.a.) ibn Suwayd ibn Haritha ibn Nadala.

Tra gli alleati dei Banu Adi: (53) Waqid ibn Abd Allah (Khattab lo aveva accolto sotto la sua protezione mediante un patto). (54) Khalid ibn Bukayr ibn Abd Yalil al-Laythi (r.a.). (55) Yas (r.a.). (56) Amir (r.a.). (57) Aqil (r.a.).

Banu Abd al-Dar: (58) Mus’ab ibn Umayr (r.a.). (59) Abu Rum ibn Umayr (r.a.) (fratello di Mus’ab). (60) Firas ibn Nadr (r.a.). (61) Jahm ibn Qays (r.a.).

Banu Jumah: (62) Uthman ibn Maz’un (che Allah sia soddisfatto di lui) (63) suo fratello Qudama ibn Maz’un (che Allah sia soddisfatto di lui) (64) suo fratello Abdullah ibn Maz’un (che Allah sia soddisfatto di lui) (65) Sa’im ibn Uthman ibn Maz’un (che Allah sia soddisfatto di lui) (66) Ma’mar ibn Harith ibn Ma’mar (che Allah sia soddisfatto di lui) (67) suo fratello Hatib ibn Harith (che Allah sia soddisfatto di lui) (68) sua moglie Fatima bint Mujallal al-Amiri (che Allah sia soddisfatto di lei) (69) il fratello di Ma’mar, Khattab ibn Harith (che Allah sia soddisfatto di lui) (70) sua moglie Fakiha bint Yasar (che Allah sia soddisfatto di lei) (71) Sufyan ibn Ma’mar (che Allah sia soddisfatto di lui) (72) Nubayh ibn Uthman (che Allah sia soddisfatto di lui).

Banu Sahm: (73) Abdullah ibn Hudhafa (che Allah sia soddisfatto di lui) (74) Khunays ibn Hudhafa (che Allah sia soddisfatto di lui), genero di Umar (primo marito di Hafsa, Madre dei Credenti, che Allah sia soddisfatto di lei) (75) Hisham ibn As ibn Wa’il (che Allah sia soddisfatto di lui) (76) Harith ibn Qays (che Allah sia soddisfatto di lui) (77) suo figlio Bashil ibn Harith (che Allah sia soddisfatto di lui) (78) l’altro suo figlio Ma’mar ibn Harith (che Allah sia soddisfatto di lui) (79) Qays ibn Hudhafa (che Allah sia soddisfatto di lui) (fratello di Abdullah ibn Hudhafa) (80) Abu Qays ibn Harith (che Allah sia soddisfatto di lui) (81) Abdullah ibn Harith (che Allah sia soddisfatto di lui) (82) Sa’ib ibn Harith (che Allah sia soddisfatto di lui) (83) Hajjaj ibn Harith (che Allah sia soddisfatto di lui) (84) Bishr ibn Harith (che Allah sia soddisfatto di lui) (85) Sa’id ibn Harith (che Allah sia soddisfatto di lui).

Tra gli alleati dei Banu Sahm: (86) Umayr ibn Riyab (che Allah sia soddisfatto di lui) (87) Mahmiya ibn Jaza (che Allah sia soddisfatto di lui) (era fratello uterino di Umm al-Fadl, moglie di al-Abbas).

Banu Makhzum: (88) Abu Salama Abdullah ibn Abd al-Asad (che Allah sia soddisfatto di lui) (cugino paterno del Profeta e suo fratello di latte; primo marito di Umm Salama, Madre dei Credenti) (89) sua moglie Umm Salama (che Allah sia soddisfatto di lei). (Lei e suo marito Abu Salama erano stretti parenti di Abu Jahl) (90) Arqam ibn Abi al-Arqam (che Allah sia soddisfatto di lui) (la casa di Arqam è già stata menzionata in precedenza) (91) Ayyash ibn Abi Rabi’a (che Allah sia soddisfatto di lui) (fratello uterino di Abu Jahl e cugino paterno di Khalid ibn al-Walid) (92) sua moglie Asma bint Salama al-Tamimi (che Allah sia soddisfatto di lei) (93) al-Walid ibn al-Walid ibn al-Mughira (che Allah sia soddisfatto di lui) (94) Hisham ibn Abu Hudhayfa (che Allah sia soddisfatto di lui) (95) Salama ibn Hisham (che Allah sia soddisfatto di lui) (96) Hashim ibn Abu Hudhayfa (che Allah sia soddisfatto di lui) (97) Habbar ibn Sufyan (che Allah sia soddisfatto di lui) (98) suo fratello Abdullah ibn Sufyan (che Allah sia soddisfatto di lui).

Tra gli alleati dei Banu Makhzum: (99) Yasir (che Allah sia soddisfatto di lui) (padre di Ammar ibn Yasir) (100) Ammar ibn Yasir (che Allah sia soddisfatto di lui) (101) suo fratello Abdullah ibn Yasir (che Allah sia soddisfatto di lui).

Banu Amir ibn Lu’ayy: (102) Abu Sabra ibn Ruhm (che Allah sia soddisfatto di lui) (figlio della zia paterna del Profeta, Barra bint Abd al-Muttalib) (103) sua moglie Umm Kulthum bint Suhayl ibn Amr (che Allah sia soddisfatto di lei) (sorella di Abu Jandal) (104) Abdullah ibn Suhayl ibn Amr (che Allah sia soddisfatto di lui) (105) Hatim ibn Amr (che Allah sia soddisfatto di lui) (fratello di Suhayl ibn Amr) (106) Salim ibn Amr (che Allah sia soddisfatto di lui), fratello di Suhayl ibn Amr. Nel libro al-Isaba è indicato come nipote di Suhayl ibn Amr) (107) Sakran ibn Amr (che Allah sia soddisfatto di lui) (fratello di Suhayl ibn Amr e primo marito di Sawda bint Zam’a, Madre dei Credenti) (108) sua moglie Sawda bint Zam’a (che Allah sia soddisfatto di lei) (dopo la morte di Sakran acquisì il rango di Madre dei Credenti) (109) Yaqaza bint Alqama, moglie di Salit ibn Amr (nel libro al-Isaba è chiamata Umm Yaqaza, mentre Ibn Sa’d riferisce che il suo nome era Fatima bint Alqama) (110) Malik ibn Zam’a (che Allah sia soddisfatto di lui) (fratello di Sawda) (111) Ibn Umm Maktum (che Allah sia soddisfatto di lui).

Banu Fihr ibn Malik: (112) Abu Ubayda ibn al-Jarrah (che Allah sia soddisfatto di lui) (113) Suhayl ibn Bayda (che Allah sia soddisfatto di lui) (114) Sa’id ibn Qays (che Allah sia soddisfatto di lui) (115) Amr ibn Harith ibn Zuhayr (che Allah sia soddisfatto di lui) (116) Uthman ibn Abd Ghanam ibn Zuhayr (che Allah sia soddisfatto di lui) (cugino paterno di Abd al-Rahman ibn Awf) (117) Harith ibn Sa’id (che Allah sia soddisfatto di lui).

Banu Abd Qusay: (118) Tufayl Umayr (che Allah sia soddisfatto di lui) (figlio della zia paterna del Profeta, Arwa bint Abd al-Muttalib).

Le persone menzionate finora erano tutte legate alle grandi famiglie dei sette clan dei Quraysh. Inoltre, durante i tre anni della predicazione segreta, accettarono l’Islam anche numerosi mawla, schiavi e schiave. I loro nomi sono riportati di seguito: (119) Umm Ayman Baraka bint Sa’laba (colei che, fin dall’infanzia, allevò il Profeta (pace e benedizioni su di lui), tenendolo in braccio). (120) Zinnira, la Rumia (schiava affrancata di ‘Amr ibn Mu‘ammil). (121) Bilal ibn Rabah (che Allah sia soddisfatto di lui) (era schiavo di Umayya ibn Khalaf). (122) Sua madre Hamama (che Allah sia soddisfatto di lei). (123) Abu Fukayha Yasar al-Jahmi (che Allah sia soddisfatto di lui), schiavo affrancato da Safwan ibn Umayya. (124) Lubayba, schiava di Mu‘ammil ibn Habib. (125) Umm ‘Ubayس (che Allah sia soddisfatto di lei), schiava dei Banu Taym ibn Murra oppure dei Banu Zuhra (la prima opinione è di Zubayr ibn Bakkar, la seconda di Baladhuri). (126) ‘Amir ibn Fuhayra (che Allah sia soddisfatto di lui) (schiavo di Tufayl ibn ‘Abdullah). (127) Sumayya (che Allah sia soddisfatto di lei) (madre di ‘Ammar ibn Yasir e schiava di Abu Hudhayfa ibn al-Mughira al-Makhzumi).

Inoltre, tra i non-Quraysh che accettarono l’Islam in questa prima fase alla Mecca vi furono: (128) Mihjan ibn Adra al-Aslami (che Allah sia soddisfatto di lui). (129) Mas‘ud ibn Rabi‘a ibn ‘Amr (che Allah sia soddisfatto di lui). Egli apparteneva alla tribù di Qarra dei Banu Uluhun ibn Khuzaima.

Con l’aggiunta di questi 129 ai primi quattro musulmani, il loro numero raggiunse così 133. Prima dell’inizio della predicazione pubblica, essi avevano creduto nel Profeta (pace e benedizioni su di lui) e si erano uniti alla comunità musulmana. [1]

Erano persone di carattere fermo, animo sereno e pensiero puro. Soltanto attraverso la ragione e il buon senso avevano compreso la nocività dello shirk. Avevano riconosciuto il significato e la verità del tawhid. Avevano riconosciuto Muhammad (pace e benedizioni su di lui), compreso che il Corano, in quanto Parola di Allah, era l’unica via della loro guida e riconosciuto che la vita dell’Aldilà era una grande verità inevitabile. Dopo aver formato questa schiera di operatori sinceri e dotati di un’autentica conoscenza della religione, per ordine di Allah il Profeta (pace e benedizioni su di lui) iniziò pubblicamente l’attività della predicazione islamica.

Sarà in arabo——

«O nostro Signore! Adottate la via della pazienza. Mostrate fermezza nel confronto con coloro che seguono la falsità. Impegnatevi con tutte le vostre forze al servizio della verità e continuate a temere Allah. È auspicabile che abbiate successo». (Āl ‘Imrān, 200)

[1. Ibn ‘Abd al-Barr, nell’opera al-Isti‘ab, e Ibn Athir, nell’opera Usd al-Ghaba, hanno scritto: «Si dice che la moglie di al-‘Abbas, Umm al-Fadl, sia stata la prima donna a convertirsi all’Islam dopo Khadija,, colei che si convertì all’Islam dopo Khadija». Se ciò fosse corretto, il numero dei musulmani di questa prima fase ammonterebbe a 134. Il vero nome di questa donna era Lubaba bint al-Harith. Era sorella di Umm al-Mu’minin Maymuna,, zia materna di Khalid ibn al-Walid e sorella uterina di Asma bint ‘Umays, moglie di Ja‘far ibn Abi Talib. Poiché a suo riguardo viene usata l’espressione «si dice», che secondo lui è una formulazione debole, non abbiamo menzionato il suo nome nell’elenco. — L’autore dell’opera»]