La testimonianza della verità

[Questo è un discorso del Maulana Maududi (che Allah abbia misericordia di lui). Lo pronunciò il 30 dicembre 1946 alla conferenza della Jamaat-e-Islami a Lahore. La conferenza si tenne a Muradpur, nei pressi di Sialkot.]

Sia ogni lode ad Allah l’Altissimo, unico Creatore, Padrone e Sovrano dell’intero universo, Colui che governa questo mondo con la Sua infinita conoscenza, grazia e potenza; Colui che, creando il genere umano, gli ha donato conoscenza e forze inestimabili quali la coscienza e l’intelletto, e lo ha insediato sulla terra nella dignità di Suo califfato; Colui che, attraverso i profeti, ha fatto scendere di epoca in epoca i Libri per guidare l’umanità. La misericordia di Allah si riversi su tutti quei Suoi onorati e pii servi che vennero al mondo per insegnare agli uomini la vera umanità, che li resero consapevoli dello scopo della loro vita e indicarono loro il modo corretto di vivere. Tutta la luce della guida, la purezza morale, la virtù e i segni della pietà che oggi si vedono nel mondo sono il frutto della guida di questi pii servi di Allah. Gli uomini del mondo non potranno mai dimenticare questa loro benevolenza.

Cari amici, siamo soliti dividere le nostre conferenze in due parti. In una parte ci sediamo insieme, esaminiamo e valutiamo le nostre attività e ci consultiamo su come portarle ulteriormente avanti. Nella seconda parte presentiamo l’invito agli abitanti comuni del luogo in cui si tiene la conferenza. La conferenza di oggi si svolge proprio con quest’ultimo scopo. Vi importuniamo ora soltanto per dirvi verso che cosa invitiamo la gente, ossia in che cosa consiste il nostro invito.

Il nostro invito

Il nostro invito è rivolto, innanzitutto, a coloro che sono musulmani per nascita e, in secondo luogo, a tutti i gruppi umani che non sono musulmani. Abbiamo un messaggio particolare per ciascuno di loro. È tuttavia motivo di rammarico che qui non veda persone appartenenti a quest’ultimo gruppo. A causa dei nostri errori passati e della situazione attuale, una parte enorme dell’umanità si è allontanata da noi. In tali circostanze, abbiamo ben poche occasioni di trasmettere loro il messaggio che il loro e nostro grande Signore aveva inviato, tramite i profeti, per guidarci. Comunque, poiché essi non sono presenti qui, presenterò in questa sede la parte specifica dell’invito rivolta ai musulmani. Il nostro appello ai musulmani è che comprendano pienamente e adempiano integralmente le responsabilità e i doveri che gravano su di loro in quanto musulmani.

Non potete considerarvi liberi dalle vostre responsabilità limitandovi a dire: siamo musulmani, abbiamo accettato Allah e la Sua religione. Dovete invece essere consapevoli che, nel momento stesso in cui avete accettato Allah come vostro Signore e la Sua religione come ordinamento della vostra vita, è ricaduta su di voi anche una grande responsabilità. Dobbiamo inoltre riflettere sul modo di adempiere a tale responsabilità. Perché, se fallirete in questo, falliranno sia la vostra vita terrena sia quella ultraterrena. Non potrete sfuggire in alcun luogo alle sue nefaste conseguenze.

La responsabilità del musulmano

Qual è questa responsabilità? Non consiste soltanto nel credere in Allah, nei Suoi angeli, nel Suo Libro, nei Suoi messaggeri e nell’Aldilà; né consiste soltanto nel pregare, digiunare, versare la zakat e compiere il pellegrinaggio; e neppure consiste soltanto nell’accettare alcune norme islamiche riguardo al matrimonio, al divorzio, all’eredità e simili. Al di sopra di tutto ciò, vi è stata affidata una grande responsabilità: dovete presentarvi davanti al mondo intero come testimoni della grande verità nella quale avete creduto.

Nel Sacro Corano vi è stato conferito, con il nome di «musulmani», lo status di una comunità distinta. L’unico scopo di ciò è che voi vi presentiate davanti a tutta l’umanità come testimoni pienamente fedeli della verità.
وكذلك جعلناكم امة وسطا لتكونوا شهداء على الناس ويكون الرسول عليكم شهيدًا .

«Vi abbiamo costituiti comunità di mezzo, affinché siate testimoni per gli uomini e affinché il Messaggero sia testimone per voi». (Sura al-Baqara, 143)

In quanto comunità, questo è l’unico scopo della vostra esistenza. Se non riuscirete a realizzare tale scopo, dovrete dire che la vostra vita si è conclusa invano. In verità, questa responsabilità vi è stata affidata direttamente da Allah.

Il comando di Allah è:

يايها الذين امنوا كونوا قومين بالقسط شهداءلله
«O credenti, state saldi nella giustizia e siate testimoni per Allah». (Sura an-Nisa, 135)

Queste non sono semplici parole di principio, bensì un ordine categorico. Allah dice:

ومن اظلم ممن كتم شهادة عنده من الله .
«Chi è più ingiusto di colui che nasconde una testimonianza che possiede da parte di Allah?». (Sura al-Baqara, 140)

In seguito, Allah l’Altissimo vi ha anche informati delle terribili conseguenze del mancato adempimento di questa responsabilità. Prima di voi, la comunità ebraica era stata posta davanti a questo banco dei testimoni. Ma essa aveva taciuto una parte della verità e aveva testimoniato contro un’altra parte di essa. Così, nel suo insieme, si trasformò da testimone della verità in testimone della falsità.

Di conseguenza, Allah l’Altissimo li allontanò con un colpo terribile e la loro condizione divenne tale che:وضربت عليهم الذلة والمسكنة وباءو بغضب من الله.

«L’umiliazione, il disprezzo, l’infamia, la degradazione e la miseria si abbatterono su di loro, ed essi furono circondati dall’ira di Allah.» (Sura al-Baqara, 61)

La testimonianza della verità

La responsabilità di rendere questa testimonianza, che è stata affidata a voi, significa che testimonierete davanti al mondo riguardo alla veridicità e all’autenticità della verità giunta a voi, della verità che vi è stata resa manifesta, e riguardo al fatto che essa costituisce la via semplice e retta. Renderete tale testimonianza affinché la verità sia stabilita nella sua piena autenticità e affinché davanti agli uomini del mondo si manifesti anche la prova definitiva della religione di Allah. In realtà, è proprio per rendere una simile testimonianza della verità che i profeti sono apparsi in ogni epoca. E adempiere a questa responsabilità era per loro un dovere imprescindibile. In assenza dei profeti, questa responsabilità è ricaduta collettivamente sull’intera comunità musulmana.

L’importanza della testimonianza

Potete comprendere l’importanza di questa testimonianza dal fatto che proprio su di essa Allah l’Altissimo ha fondato il sistema della resa dei conti degli uomini e della ricompensa o della punizione. Allah l’Altissimo è Onnisciente, Misericordioso e Colui che stabilisce la giustizia. Dalla Sua sconfinata conoscenza, dalla Sua grazia infinita e dalla Sua giustizia non ci si può aspettare che Egli punisca l’uomo per aver seguito una via contraria senza che questi abbia potuto conoscere la religione. Non è possibile che Egli punisca l’uomo per non aver seguito la via semplice e retta senza che questi ne abbia conosciuto l’esistenza. In realtà, non può assolutamente accadere che l’uomo ignori per quale cosa dovrà rendere conto e che proprio su quella cosa gli venga chiesto conto. Per questo Allah l’Altissimo creò il primo uomo stesso come un profeta. In seguito, per insegnare agli uomini la Sua volontà e il metodo corretto di vivere la vita terrena, inviò in ogni epoca innumerevoli altri profeti. Essi insegnarono agli uomini: «Guardate, seguendo questa via potrete ottenere il compiacimento del vero Padrone. Queste cose, invece, devono essere evitate e di esse dovrete rendere conto», e così via.

Lo sforzo supremo

Allah l’Altissimo fa rendere proprio queste testimonianze per mezzo dei Suoi profeti. Nel Sacro Corano, riguardo al loro scopo, è detto—رسلا مبشرين ومنذرين لئلا يكون للناس على الله حجة بعد الرسل ط وكان الله عزيزا حكيما .

Cioè: «Allah l’Altissimo ha inviato i profeti come annunciatori di buone notizie e ammonitori delle conseguenze, affinché gli uomini non potessero sollevare dinanzi a Lui la seguente obiezione: “Noi eravamo all’oscuro”. E Allah è sempre Potente e Saggio». (Sura an-Nisāʾ: 165)

Allo stesso modo, Allah l’Altissimo affidò ai profeti il compito di mettere in guardia gli uomini, ed essi furono incaricati di assolvere questo importante dovere. Se avessero adempiuto correttamente al compito di rendere testimonianza, la gente avrebbe potuto essere ritenuta responsabile delle proprie azioni. Ma, qualora fossero venuti meno al dovere di rendere testimonianza, avrebbero potuto essere chiamati a rispondere dello sviamento della gente comune. In altre parole, ai profeti era stato affidato un compito immenso e gravoso. Esso consisteva nel rendere correttamente testimonianza della verità e manifestarla pienamente agli uomini, oppure nell’esporsi all’accusa della gente comune: «La conoscenza che Allah l’Altissimo vi aveva concesso non ce l’avete trasmessa. Non ci avete insegnato il corretto modo di vivere che Egli vi aveva insegnato». Per questo i profeti avvertivano con estrema intensità l’importanza di tale responsabilità. E proprio per questo si prodigarono fino allo stremo nell’adempiere al dovere di testimoniare la verità e nel dimostrarla pienamente agli uomini.

Responsabilità

In seguito, coloro che, attraverso i profeti, avevano trovato la via della conoscenza e della guida divennero una ummah, cioè una comunità o nazione. Dopo la scomparsa dei profeti, il dovere di testimoniare la verità, che era stato loro affidato, ricadde sull’ummah. Essi furono così insigniti della dignità di eredi dei profeti. Se, pur adempiendo adeguatamente al dovere di testimoniare la verità, la gente comune non avesse seguito la verità, essi sarebbero stati comunque ricompensati, mentre la gente comune sarebbe stata dichiarata colpevole dinanzi ad Allah. Ma se avessero mostrato la minima negligenza nel testimoniare la verità, oppure si fossero posti come testimoni della falsità o del vano anziché della verità, sarebbero stati chiamati a rispondere prima ancora degli altri. Sarebbero stati interrogati sulle proprie azioni e, inoltre, avrebbero dovuto rispondere anche delle azioni di coloro che, a causa della loro negligenza nel rendere testimonianza o della loro falsa testimonianza, avevano intrapreso la via dello sviamento, della corruzione e dell’errore.

Il metodo per rendere testimonianza

Gentili signori! Questo gravoso dovere di testimoniare la verità è stato affidato anche a me, a voi e a quanti si identificano come appartenenti alla nazione musulmana e presso i quali sono presenti il Libro di Allah e la guida dei profeti. Ora riflettete su quale sia il modo di rendere questa testimonianza. Esistono due tipi di testimonianza: una testimonianza verbale e una testimonianza pratica.

La testimonianza verbale

Per testimonianza verbale si intende presentare al mondo, attraverso discorsi e scritti, la verità che ci è giunta per mezzo del Profeta. Significa far conoscere agli uomini la Dīn scelta da Allah, adottando tutti i mezzi possibili per istruirli e penetrare nei loro cuori, ricorrendo a ogni possibile strumento di daʿwa, tablīgh, predicazione e propaganda, e impadronendosi di tutti i mezzi e strumenti elaborati dalle moderne conoscenze scientifiche. Significa inoltre esporre con la massima chiarezza gli insegnamenti così presentati, riguardo al pensiero, alla fede, alla morale, alla civiltà e alla cultura, alle consuetudini sociali, al sostentamento, alle transazioni e ai tribunali, alla politica e all’ordinamento dello Stato, nonché a ogni altro aspetto e settore della vita umana; dimostrarne la verità mediante argomenti e prove, e indicare, attraverso una critica razionale, i difetti e le carenze di tutte le ideologie contrarie oggi esistenti. Tuttavia, finché l’intera nazione musulmana non rifletterà come i Profeti per guidare gli uomini sulla via della retta guida, il dovere della testimonianza verbale non potrà essere assolto pienamente. Per adempiere al nostro dovere, dobbiamo fare di questo compito l’obiettivo centrale di tutti i nostri sforzi, della nostra dedizione e dell’attività nazionale, e tenerne conto in ogni nostra azione. Dobbiamo inoltre essere pronti a non tollerare alcuna voce tra noi che renda testimonianza contro la verità.

La testimonianza concreta

Il significato della testimonianza concreta è che dobbiamo riflettere nella nostra vita reale le norme e i principi che proclamiamo veri. Gli uomini del mondo non devono limitarsi ad ascoltare da noi una trattazione verbale della verità di tali principi; devono invece poter vedere con i propri occhi, nella nostra vita, la loro bellezza e i loro benefici. Grazie alla fede, l’uomo può assaporarne i frutti attraverso il carattere morale e la condotta. Devono poter vedere con i propri occhi quali uomini ideali vengono formati sotto la guida di questa Dīn, quale società giusta viene edificata, come vengono poste le fondamenta di un valido ordinamento sociale, quale civiltà limpida e pura si sviluppa, in quale direzione corretta progrediscono la scienza, la conoscenza, le arti e la letteratura, quale giustizia, solidarietà e cooperazione economica prendono avvio, e come ogni aspetto e settore della vita individuale e sociale diventa purificato, ordinato e colmo di beni. In verità, se riuscissimo, individualmente e come nazione, a trasformarci nella testimonianza vivente della Dīn; se il nostro carattere personale offrisse la prova della sua verità, le nostre case si riempissero di profumo, i nostri istituti d’istruzione si illuminassero della sua luce, le nostre arti, la nostra letteratura e il nostro giornalismo si dedicassero alla ricerca della bellezza, e la nostra politica nazionale e i nostri sforzi collettivi diventassero esempi luminosi della sua verità, allora il dovere della testimonianza potrebbe essere assolto nel modo dovuto.

In sintesi, ovunque ci troviamo e qualunque sia la persona o la nazione con cui veniamo a incontrarci, gli altri devono poter vedere, nel nostro carattere individuale e nazionale, la manifestazione della verità di quei principi che crediamo veri e grazie ai quali la vita umana può realmente diventare migliore e più elevata.

La completezza della testimonianza

A questo proposito desidero aggiungere che la testimonianza potrà essere completa soltanto quando, fondato su questi principi, sarà istituito il nostro Stato e, abbracciando pienamente la Dīn di Allah, esso testimonierà, attraverso la propria giustizia, equità, programmi di riforma e ordinamenti disciplinati, il proprio amore per la pace e il servizio del bene del popolo, la rettitudine della classe dirigente, una sana politica interna, una politica estera basata sull’equità, una guerra condotta con civiltà e trattati rispettosi degli impegni, che la Dīn o sistema di vita che ha dato origine a tale Stato è realmente capace di garantire il bene dell’umanità e che il bene complessivo del genere umano risiede proprio nell’istituzione di un simile ordinamento statale. Solo quando una simile testimonianza si unirà a quella verbale, la nazione musulmana potrà essere completamente liberata da questa responsabilità; solo allora la verità potrà manifestarsi in modo definitivo davanti all’umanità e, nel tribunale dell’Akhira, la nostra nazione potrà avere il diritto di dichiarare, dopo il Rasūl Allāh (pace e benedizioni su di lui): «Abbiamo trasmesso correttamente agli uomini del mondo tutto ciò che egli ci aveva trasmesso». Ciononostante, coloro che non hanno seguito la via della verità saranno essi stessi responsabili della propria rovina.

Egregi signori, in quanto nazione musulmana, era nostro dovere rendere una simile testimonianza attraverso le nostre parole e le nostre azioni. Ma oggi riflettete: quale testimonianza stiamo realmente rendendo?

Analisi della testimonianza verbale

Prendiamo innanzitutto in considerazione la testimonianza orale. Oggi sono ben pochi tra noi coloro che, individualmente o collettivamente, si dedicano a testimoniare a favore dell’Islam attraverso discorsi e scritti. E tra questi, sono ancora meno quelli che svolgono questo compito nel modo dovuto. Comunque, se si esclude questo esiguo numero, si vedrà che la testimonianza generale della comunità musulmana non è a favore dell’Islam, ma procede piuttosto in senso contrario. I nostri proprietari terrieri hanno testimoniato che, al posto della legge islamica sull’eredità, è corretta la consuetudine della jāhiliyya. I nostri avvocati, procuratori, giudici e magistrati testimoniano che tutte le leggi islamiche non sono soltanto erronee, ma che il fondamentale sistema giuridico dell’Islam è inaccettabile, mentre le leggi create dagli uomini sono infallibili. I nostri insegnanti, professori e istituti d’istruzione testimoniano che, in materia di filosofia e diritto, storia e sociologia, economia e politica, scienze giuridiche e norme morali, le dottrine occidentali antireligiose sono vere, mentre quelle islamiche sono da ignorare e inadeguate.

Allo stesso modo, i nostri scrittori testimoniano che il loro ideale è quello degli scrittori atei e antireligiosi di Inghilterra, America, Francia e Russia, e che, in quanto scrittori musulmani, la loro letteratura non possiede alcun messaggio distintivo.

I nostri giornali e mezzi di propaganda testimoniano proprio questo: i loro principi e metodi di propaganda sono esattamente gli stessi di quelli adottati dai non musulmani. I commercianti e i proprietari di qui testimoniano che il metodo islamico nelle transazioni è ormai impraticabile. Oggi gli affari possono essere condotti soltanto secondo i metodi seguiti dai non musulmani. I nostri dirigenti continuano a testimoniare che, quanto al nazionalismo e al patriottismo, alle rivendicazioni nazionali, ai metodi per risolvere i problemi nazionali e ai principi della politica e dell’ordinamento statale esistenti presso i non musulmani, anche presso di loro esiste esattamente la stessa cosa. È come se, in tali questioni, l’Islam non avesse indicato loro alcuna via. Il nostro popolo testimonia che sulle sue labbra non vi è alcun argomento di discussione al di fuori delle attività e degli affari mondani. Non ha alcun rapporto con una religione alla quale possa dedicare un po’ del proprio tempo per discuterne. Questo è un esempio della testimonianza orale che oggi i musulmani, non solo dell’India (del subcontinente), ma collettivamente di tutto il mondo, stanno rendendo.

Analisi della testimonianza concreta

Considerate ora alcuni esempi di testimonianza concreta. Rispetto alla testimonianza orale, la situazione è ancora più deplorevole. Certamente, in alcuni luoghi vi sono persone rette che riflettono l’Islam nella propria vita. Ma qual è la condizione della maggior parte della gente? Ciò che le masse musulmane rappresentano dell’Islam nella vita personale è questo: coloro che sono cresciuti e sono stati educati in un ambiente islamico non sono, sotto alcun aspetto, migliori o diversi da coloro che sono cresciuti e sono stati educati in un ambiente kufr; anzi, in molti casi sono peggiori di loro. Possono mentire, tradire, commettere ingiustizie, ingannare, venir meno alle promesse, rubare e compiere rapine, provocare disordini e sedizioni; possono compiere ogni sorta di atto svergognato e impudente. In questi comportamenti contrari alla morale, in media non sono inferiori a nessuna nazione kafira. Inoltre, nelle nostre consuetudini sociali, nei nostri modi di vivere e di frequentarci, nei nostri usi e costumi, nelle feste e nei divertimenti, nelle fiere e negli ʿurs, nelle assemblee e nelle processioni — in breve, in nessun aspetto o ambito della vita sociale — rappresentiamo autenticamente l’Islam. Il nostro comportamento testimonia concretamente proprio questo: i sostenitori dell’Islam ritengono che, per se stessi, la jāhiliyya sia più degna di essere imitata dell’Islam.

Quando fondiamo un istituto d’istruzione, ne adottiamo ogni cosa — l’istruzione, i metodi d’insegnamento e la filosofia dell’educazione — dai non musulmani. Quando costituiamo un’associazione, ne prendiamo dai gruppi non musulmani lo scopo, la struttura e i metodi operativi. Quando la nostra comunità si impegna in uno sforzo collettivo, le sue rivendicazioni, i metodi per perseguirle, lo statuto del gruppo, le regole e le procedure, le proposte, i discorsi e le dichiarazioni sono tutti esattamente uguali a quelli delle comunità non musulmane. Persino là dove esiste un governo statale indipendente o semi-indipendente, abbiamo preso in prestito dai non musulmani le basi dello Stato, l’ordinamento statale e tutte le leggi. In alcuni Stati musulmani la legge islamica è rimasta soltanto come diritto personale. E in altri Stati non hanno risparmiato neppure questo, modificandolo anch’esso. Recentemente, uno scrittore inglese di nome Lawrence Brown ha affermato sarcasticamente nel suo libro intitolato “The Prospects of Islam”:

«Quando in India abrogammo le leggi civili e penali dell’Islam, ritenendole antiquate e inutilizzabili, e le lasciammo soltanto come diritto personale dei musulmani, ciò appariva loro assai sgradito. Infatti, per questo motivo, la loro condizione era divenuta simile a quella dei dhimmi non musulmani in uno Stato islamico dell’epoca passata. Ma ora la nostra politica non è stata accettata soltanto dai musulmani indiani: anche gli Stati musulmani stanno oggi seguendo la politica da noi adottata. Turchia e Albania hanno persino modificato, secondo i nostri criteri, le leggi sul matrimonio, sul divorzio e sull’eredità. Da ciò risulta che l’idea dei musulmani secondo cui “la fonte della legge è soltanto la volontà di Allah” non era altro che una pia finzione (pious fiction).»

Questo è un esempio della testimonianza concreta che oggi i musulmani di tutto il mondo stanno rendendo collettivamente contro l’Islam. Qualunque cosa diciamo a parole, il complesso delle nostre azioni testimonia che nessuna delle norme di questa religione, l’Islam, ci è gradita e che neppure nelle leggi da essa promulgate troviamo alcun bene o salvezza.

La punizione per aver occultato la verità

Oggi siamo immersi proprio nell’occultamento della verità e nella falsa testimonianza. E la terribile conseguenza che Allah l’Onnipotente ha stabilito per un crimine tanto grave è esattamente quella che siamo costretti ad affrontare.

Quando una nazione, mostrando indifferenza verso una benedizione di Allah, tradisce il proprio Creatore, Allah la punisce ovunque, in questo mondo e nell’Aldilà. Nel caso del popolo ebraico, questa eterna legge di Allah l’Onnipotente si è pienamente compiuta. E oggi siamo sul banco degli imputati. Allah l’Onnipotente non nutriva alcun rancore personale verso gli ebrei, tale da punire soltanto loro per i loro crimini. Né noi abbiamo con Lui un rapporto speciale che ci permetta di sfuggire alla Sua punizione pur rimanendo immersi nel peccato. In realtà, nella stessa misura in cui abbiamo mancato nel rendere testimonianza alla verità e ci siamo mostrati solleciti nel testimoniare a favore del falso, stiamo sprofondando verso la rovina. Nel corso dell’ultimo secolo, un Paese dopo l’altro ci è sfuggito di mano, dal Marocco agli arcipelaghi dell’India orientale (Indonesia, Malesia, Singapore e così via). Le nazioni musulmane sono state sconfitte e sottomesse una dopo l’altra. Il nome musulmano è rimasto non più come simbolo di gloria e onore, ma come simbolo di umiliazione, povertà e degrado. Nel mondo non ci è rimasto più nulla che si possa chiamare dignità e onore. In alcuni luoghi siamo stati massacrati in massa, in altri siamo stati cacciati dalle nostre case, e in altri ancora siamo stati lasciati in vita soltanto per essere utilizzati nei lavori e nei servizi. Anche là dove i musulmani avevano un proprio governo, hanno continuato a subire sconfitte. Oggi la loro condizione è tale che vivono costantemente intimoriti e terrorizzati dalle potenze straniere; eppure, se avessero reso testimonianza all’Islam con le parole e con i fatti, sarebbero stati i sostenitori e i portatori del kufr a tremare davanti a loro.

Non occorre andare molto lontano per comprendere questo punto. Osservate semplicemente la nostra situazione in questo subcontinente. È proprio a causa delle vostre mancanze nel rendere testimonianza alla verità e della testimonianza contraria alla verità che avete dato con le parole e con le azioni, che uno Stato dopo l’altro vi è sfuggito di mano. Dapprima foste maltrattati dai maratha e dai sikh. Poi vi toccò in sorte la schiavitù degli inglesi. E ora vi si prospetta una sconfitta ancora più penosa di quelle precedenti. Oggi la questione della maggioranza e della minoranza è divenuta il problema più grande che vi sta davanti. Poiché siete finiti sotto il dominio della maggioranza indù, tremate continuamente al pensiero di subire la sorte che un tempo toccò alla comunità namashudra. Ma ditemi, per amore di Allah: se foste stati autentici testimoni dell’Islam, una qualunque nazione maggioritaria di questa terra avrebbe potuto costituire per voi una causa di timore? E se ancora oggi rendeste autentica testimonianza all’Islam con le parole e con le azioni, la questione della minoranza non si risolverebbe forse nel giro di pochi anni? Una nazione maggioritaria, ostile e sommamente tirannica, aveva deciso di cancellare dal mondo una minoranza composta da appena una persona ogni centomila in Arabia. Ma i testimoni della verità dell’Islam trasformarono quella minoranza in una maggioranza del cento per cento nel giro di soli dieci anni. In seguito, quando questa nazione, testimone dell’Islam, uscì dall’Arabia, nel giro di appena venticinque anni, una nazione dopo l’altra, dal Turkestan al Marocco, cominciò ad abbracciare la fede sulla base della loro testimonianza. Nelle regioni in cui il cento per cento degli abitanti era costituito da adoratori del fuoco e cristiani, cominciarono ad abitare musulmani nel cento per cento dei casi. Nessuna forma di ostinazione, di odio etnico o di ristrettezza religiosa si dimostrò abbastanza forte da resistere di fronte a questa testimonianza concreta e vivente della verità. Perciò, se oggi siete sottomessi ad altre nazioni e tremate al timore di essere sottomessi in modo ancora più penoso, che cosa può essere se non l’inevitabile punizione per aver occultato la verità e reso falsa testimonianza?

La punizione nell’Aldilà

Questa è dunque una manifestazione della punizione che si merita in questa vita terrena per tale crimine. Nell’Aldilà, invece, incombe il timore di una punizione ancora più dura. Finché non adempirete alle vostre responsabilità e ai vostri doveri in quanto testimoni della verità, non potrete in alcun modo sottrarvi alla vostra responsabilità per tutta la miscredenza che si diffonderà nel mondo, per ogni oppressione, persecuzione, fitna e corruzione, per ogni atto di disobbedienza, e per ogni forma di immoralità e malvagità che si affermerà. Infatti, anche se non foste responsabili della creazione di tutte queste ingiustizie, sarete certamente responsabili di aver mantenuto in vita le cause che le producono e di aver dato loro l’opportunità di svilupparsi.

I problemi dei musulmani e la loro soluzione

Gentili signori! Da tutto ciò che ho esposto finora avete compreso quale fosse il nostro dovere in quanto musulmani, che cosa stiamo facendo e quali sofferenze dobbiamo patire a causa delle nostre azioni. Se presterete attenzione alla questione reale da questo punto di vista, vi si rivelerà naturalmente questa verità: i musulmani oggi, in India e negli altri Paesi del mondo, hanno considerato come i veri problemi della loro vita nazionale alcune questioni per la cui soluzione stanno impiegando tutte le loro forze, seguendo metodi in parte elaborati da loro, ma per la maggior parte presi in prestito da altri; in realtà, nessuna di queste questioni è un vero problema. E spendere tempo, energie, lavoro e denaro per risolverle non è altro che uno spreco di fatica.

Come potrà una nazione minoritaria proteggere i propri interessi, la propria esistenza e i propri diritti tra una nazione minoritaria e una maggioritaria? Come potrà una nazione minoritaria ottenere, entro i propri confini, diritti pari a quelli della maggioranza? Come potrà una nazione soggetta liberarsi dal dominio di una nazione potente? Come potrà una nazione debole difendersi dall’ingiustizia e dall’oppressione di una nazione forte? Come potrà una nazione arretrata conseguire, al pari di una nazione forte, progresso, prosperità e potere? Problemi di questo genere possono essere considerati, per i non musulmani, particolarmente importanti e prioritari, e ogni loro sforzo, impegno e attenzione possono concentrarsi su di essi. Ma per noi musulmani essi non sono problemi autonomi né permanenti; sono piuttosto l’inevitabile conseguenza dell’allontanamento dal nostro compito fondamentale. Se avessimo svolto quel compito nel modo dovuto, oggi non si sarebbe potuto accumulare un tale cumulo di problemi tanto complessi e preoccupanti. Se ancora oggi, invece di concentrare tutta la nostra attenzione, le nostre forze e i nostri mezzi sulla pulizia di quei rifiuti, li impieghiamo nell’adempimento di quel dovere fondamentale, in breve tempo il cumulo dei problemi preoccupanti non solo per noi, ma per il mondo intero, si dissolverà naturalmente. Infatti, la responsabilità di mantenere il mondo pulito e purificato era stata affidata a noi. È stata la negligenza nell’adempiere tale responsabilità a riempire oggi il mondo di rifiuti problematici. E la condizione più ingombra di rifiuti è toccata proprio a noi.

È deplorevole che i leader religiosi e politici dei musulmani non si stiano affatto sforzando di comprendere questa questione. Oggi, ovunque, si fa credere alle masse musulmane che la questione della maggioranza, l’indipendenza della patria, la difesa degli interessi nazionali e il progresso materiale siano i loro veri problemi. Inoltre, questi signori presentano ai musulmani proprio i metodi per risolvere tali problemi che hanno appreso dai non musulmani. Ma posso affermare con la stessa fermezza con cui credo nell’esistenza di Allah che, in questo modo, vi si sta guidando sulla via sbagliata. E seguendo questa via non potrete mai raggiungere una meta benefica.

Il problema fondamentale

Pertanto, se non vi esponessi con franchezza e chiarezza quale sia il vero problema della vostra vita, dimostrerei di desiderare profondamente il vostro male. Per quanto ne so, il vostro presente e il vostro futuro sono intimamente legati a una questione precisa. E cioè: come vi comportate nei confronti della guida che Allah vi ha inviato tramite il Suo Messaggero, grazie alla quale siete chiamati musulmani e in rapporto alla quale, volenti o nolenti, siete stati designati nel mondo come rappresentanti dell’Islam? Se obbedirete sinceramente all’Islam, ne testimonierete la verità con le parole e con le opere e farete sì che la vostra identità nazionale rifletta pienamente l’Islam, allora sarete destinatari del progresso e della prosperità nel mondo e del successo e del bene nell’Aldilà. Le nubi di paura, umiliazione, disonore, sconfitta e sottomissione che incombono su di voi si dissolveranno nel giro di pochi anni. Il vostro invito alla verità e la dolcezza della vostra rettitudine morale influenzeranno le menti degli uomini. La vostra influenza e il vostro prestigio si affermeranno in tutto il mondo; da voi ci si aspetteranno equità e giustizia. Le persone riporranno fiducia nella vostra onestà e lealtà. Le parole uscite dalle vostre labbra saranno riconosciute come autorevoli in ogni ambiente. Sarete voi la fonte di ogni bene. Non resterà più alcuna influenza né alcun prestigio alla leadership della miscredenza che vi contrappone. Grazie alla vostra sincerità e alla vostra giustizia, tutte le loro filosofie e le loro dottrine politiche ed economiche saranno dimostrate false. Le forze che oggi si stanno radunando nel loro campo si disperderanno e confluiranno nel campo dell’Islam.

In questo modo verrà un giorno in cui il comunismo, pur rimanendo a Mosca, sarà affannosamente impegnato a difendersi. La democrazia sostenuta dal capitalismo tremerà, preoccupata della propria difesa, proprio da Washington e New York. Nelle università di Londra e Parigi sarà diventato difficile trovare spazio per il materialismo e l’ateismo. Il culto della stirpe e il nazionalismo non troveranno seguaci neppure tra i bramini e i tedeschi. E l’epoca presente passerà alla storia come un racconto istruttivo: i portatori di una forza universale come l’Islam erano un tempo diventati così stolti da tremare di paura davanti a bastoni e corde, pur tenendo sotto l’ascella il bastone del profeta Mosè (pace su di lui).

In verità, il nostro futuro può diventare così luminoso soltanto se saremo seguaci sinceri dell’Islam e autentici testimoni della verità. Ma, al contrario, se vi siete aggrappati alla guida inviata da Allah senza trarne beneficio voi stessi né permettere che altri ne traggano beneficio; se pretendete di essere musulmani e vi ponete come rappresentanti dell’Islam, mentre con le vostre parole e le vostre azioni testimoniate per lo più la via dello shirk, della jahiliyya, del culto del mondo e della dissolutezza morale; se lasciate il Libro di Allah sullo scaffale e, cercando una guida, vi precipitate verso i portabandiera della miscredenza e le fonti dello sviamento; se, mentre pretendete di servire Allah, vi asservite alle autentiche forze sataniche e ribelli ad Allah, stringete amicizie e inimicizie soltanto per i desideri delle passioni e, in entrambi i casi, tenete l’Islam da parte; se così allontanate la vostra stessa vita dal bene dell’Islam e, invece di attirare gli abitanti del mondo verso l’Islam, li respingete ancora più lontano, allora in tali condizioni né il vostro mondo né il vostro Aldilà potranno essere prosperi. Piuttosto, tutto ciò che oggi vedete è la conseguenza di una simile condotta, secondo la consuetudine immutabile di Allah. E non sarebbe affatto sorprendente se, nel prossimo futuro, doveste affrontare una conseguenza ancora peggiore.

Se toglieste l’etichetta dell’Islam e abbracciaste apertamente la miscredenza, forse la vostra vita terrena potrebbe diventare brillante come quella dei persiani, degli americani e degli inglesi; ma vivere da non musulmani pur essendo musulmani e commettere il grave crimine di bloccare alle genti del mondo le porte della guida, fingendovi rappresentanti della religione di Allah, non permetterà neppure alla vostra vita terrena di prosperare. La punizione per questo crimine, registrata nel Corano e di cui avete davanti agli occhi la nazione ebraica come esempio vivente, non può in alcun modo essere modificata. Che accettiate il male minore tra due mali oppure che, in nome della nazionalità musulmana, otteniate il riconoscimento della vostra distinta nazionalità e tutti i vantaggi possibili,اهون البليتينnon potrete in alcun modo sfuggirvi. Infatti, l’unica via per essere liberati da questa punizione consiste nell’astenersi da quel crimine.

Il nostro obiettivo

Ora vi esporrò brevemente lo scopo per il quale ci siamo organizzati. Rivolgiamo questo appello a coloro che riconoscono l’Islam come propria religione: trasformino questa religione nel vero sistema di vita che li guida. La istituiscano concretamente, individualmente nella propria vita e collettivamente nelle proprie case, famiglie, società, istituzioni educative, letteratura e giornalismo, attività commerciali, affari economici, associazioni e istituzioni nazionali e, in generale, nella definizione della politica nazionale. E ne diano al mondo un’autentica testimonianza attraverso le parole e le azioni. Diciamo loro inoltre che, in quanto musulmani, l’istituzione della religione dell’Islam e la testimonianza della verità sono lo scopo principale della vostra vita. Pertanto, tutti i vostri sforzi, impegni e attività dovrebbero essere compiuti proprio in vista di questo scopo. È vostro dovere astenervi completamente da ogni parola e azione che possa implicare opposizione all’Islam o una sua falsa rappresentazione. Verificate ogni vostra parola e azione secondo il criterio dell’Islam. Dedicate tutti i vostri sforzi e impegni a invitare gli uomini del mondo all’Islam, con l’obiettivo di istituire la religione dell’Islam, testimoniarne adeguatamente la veridicità, affermare definitivamente la verità e rimuovere ogni ostacolo dal cammino della sua istituzione e della sua predicazione.

Il nostro metodo di lavoro

Questo è l’unico scopo dell’istituzione della Jamaat-e Islami. Per raggiungere tale scopo abbiamo scelto il seguente percorso: innanzitutto ricordiamo ai musulmani le loro responsabilità e i loro doveri. Spieghiamo loro chiaramente che cosa sia l’Islam, quali siano le sue esigenze e le sue richieste, quale sia il significato dell’essere musulmani e quali responsabilità siano loro affidate per il fatto di essere musulmani. A coloro che comprendono tutto ciò diciamo che non è possibile soddisfare tutte le esigenze dell’Islam attraverso gli sforzi individuali. È necessario uno sforzo collettivo e congiunto. La vita individuale è collegata soltanto a una minima parte della religione. Anche se riusciste a istituire quella parte, la religione nella sua completezza non sarebbe istituita e neppure se ne renderebbe testimonianza veritiera. Al contrario, finché nella vita sociale prevarrà un sistema kufr, non sarà possibile istituire l’Islam neppure nella maggior parte degli ambiti della vita individuale. L’influenza del sistema sociale kufr continuerà giorno dopo giorno a limitare e restringere l’Islam nella vita individuale. Pertanto, per istituire pienamente la religione e renderne un’autentica testimonianza della veridicità, è dovere di tutti i musulmani responsabili organizzarsi, istituire concretamente la religione dell’Islam, invitare gli uomini del mondo verso di essa e, allo stesso tempo, rimuovere ogni ostacolo dal cammino della sua istituzione e della sua diffusione.

Istituzione dell’organizzazione

Per questo nella religione dell’Islam la ‘Jamaat’ è stata resa indispensabile e, per l’istituzione della religione e la diffusione del suo invito, è stato stabilito il seguente metodo di lavoro: dapprima occorre formare un gruppo ben organizzato e solo dopo dedicarsi agli sforzi sulla via di Allah. Per questa ragione, una vita senza Jamaat è stata definita una vita jāhilī e considerata equivalente al distacco dalla Jamaat.

A questo proposito, nel seguente hadith, il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) disse:انا امركم بخمس الله امرنى بهن الجماعة والسمع والطاعة والهجرة والجهاد فى سبيل الله فانه من خرج من الجماعة قدر شبر فقد خلع ربقة الاسلام من عنقه الا ان يراجع ومن دعا بدعوى الجاهلية فهو من جثى جهنم، قالوا يا رسول الله وان صام وصلى؟ قال وان صام وصلى وزعم انه مسلم . (أحمد وحاكم)

«Allah mi ha ordinato cinque cose e anch’io vi ordino le medesime cose: la Jamaat, ascoltare gli ordini del capo, obbedire, l’egira e il jihād sulla via di Allah. Chi abbandona la Jamaat islamica e se ne allontana anche solo della misura di un palmo è come se avesse sciolto dal proprio collo il legame dell’Islam. Tuttavia, se ritorna alla Jamaat, è un’altra questione. E chi invita verso la jāhiliyya, cioè verso la discordia e il disordine, sarà tra gli abitanti dell’Inferno». I Compagni chiesero: «O Messaggero di Allah, sarà dunque destinato all’Inferno anche se prega e digiuna?». Il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) rispose: «Sì, anche se prega e digiuna e sostiene di essere musulmano, sarà comunque destinato all’Inferno». — (Ahmad e Hakim)

Da questo hadith risultano dimostrate le seguenti tre cose:

Primo: il metodo corretto per il lavoro religioso consiste nel costituire anzitutto una Jama’at ben organizzata e disciplinata, e nel creare per essa un’organizzazione attraverso la quale tutti obbediscano a un unico leader. In seguito, a seconda delle circostanze, compiranno l’Egira e combatteranno il jihād sulla via di Allah.

Secondo: rimanere separati dalla Jama’at equivale quasi a separarsi dall’Islam. Infatti, ciò significa che l’uomo sta tornando nuovamente verso quell’epoca dell’ignoranza dell’Arabia, nella quale nessuno prestava ascolto a nessun altro.

Terzo: la maggior parte delle prescrizioni dell’Islam e il suo vero obiettivo possono essere realizzati soltanto attraverso la Jama’at e lo sforzo collettivo. È per questo che il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui), nonostante l’osservanza della preghiera e del digiuno e la professione di fede musulmana, ha definito apostata colui che abbandona la Jama’at. Anche la seguente affermazione di Umar (che Allah sia soddisfatto di lui) riecheggia questo stesso concetto:لا اسلام الا بجماعة . (جامع بيان العلم لابن عبد البر)

«Non esiste Islam senza Jama’at.»

Tre vie per agire

A coloro che sono in grado di attenersi alle regole e alla disciplina della Jama’at diciamo che davanti a voi sono ora aperte soltanto tre vie, e che siete pienamente liberi di sceglierne una qualunque.

Primo: se la vostra coscienza attesta che il nostro invito, la nostra dottrina e fede, il nostro obiettivo fondamentale, le regole e la disciplina della Jama’at, i nostri principi d’azione e tutto il resto sono pienamente conformi all’Islam autentico, e che, alla luce del Corano e degli hadith, stiamo compiendo esattamente ciò che è dovere della comunità musulmana, allora unitevi a noi in questo lavoro.

Secondo: se per qualche ragione non siete soddisfatti del nostro lavoro e vedete un altro gruppo operare per uno scopo islamico secondo un metodo autenticamente islamico, unitevi a quello. Infatti, non abbiamo alcun desiderio di costruire una moschea con appena un mattone e mezzo.

Terzo: se non avete fiducia in noi o in qualsiasi altro gruppo, fatevi avanti voi stessi e formate, secondo il puro metodo islamico, una jamaʿat ben organizzata, con l’obiettivo di adempiere alla responsabilità islamica, cioè instaurare pienamente la religione dell’Islam e testimoniare la sua veridicità attraverso le parole e le azioni.

Se sceglierete una qualsiasi di queste tre vie, insha’Allah sarete considerati moderati. Non abbiamo mai sostenuto che soltanto nella nostra jamaʿat vi siano i seguaci della verità e che tutti coloro che ne sono al di fuori seguano la falsità; e finché conserveremo la ragione, non lo sosterremo mai. Non abbiamo mai invitato le persone a unirsi alla nostra jamaʿat. Al contrario, il nostro invito è rivolto alla responsabilità che, in quanto musulmani, grava in egual misura su noi e su tutti voi. Se adempirete a tale responsabilità, sia che lo facciate insieme a noi sia attraverso un altro metodo, la vostra opera sarà comunque un’opera conforme alla verità. Ma che voi non vi facciate avanti per quest’opera, né prestiate il vostro aiuto a qualcun altro, e tuttavia, ricorrendo soltanto a pretesti, evitiate la responsabilità di instaurare l’Islam e di testimoniare davanti al mondo la sua veridicità, oppure sprechiate le vostre energie e capacità nell’instaurare un altro sistema invece della religione di Allah, mentre le vostre parole e le vostre azioni testimoniano cose contrarie all’Islam: tutto ciò non può essere in alcun modo giusto. Se la questione riguardasse gli esseri umani, forse con dei pretesti si potrebbe ottenere qualche risultato. Ma qui la questione riguarda un Signore sublime, che conosce perfino ciò che si trova nel più profondo dei cuori. Non è dunque possibile ingannarlo con alcun raggiro.

Diverse organizzazioni religiose

È indubbio che, a prima vista, la formazione di diversi gruppi per perseguire lo stesso obiettivo e svolgere la stessa opera possa sembrare errata e possa far temere l’insorgere di divisioni e disordine. Tuttavia, poiché nella situazione attuale lo stesso sistema di vita islamico è andato in frantumi e non si tratta più soltanto di amministrare il sistema di vita islamico, bensì di instaurarlo nuovamente, in una situazione del genere non è possibile formare per l’intera umma una al-Jamāʿat, cioè un unico gruppo, al quale per tutti non sarebbe soltanto indispensabile aderire, ma dal quale separarsi o rimanere distaccati potrebbe essere considerato equivalente alla jāhiliyya o all’abbandono dell’Islam. Pertanto, nella fase iniziale, non vi è altra possibilità che diversi gruppi operino in luoghi diversi per questo obiettivo. Se questi gruppi rimarranno liberi dall’adorazione di sé e dagli eccessi e continueranno a lavorare con sincerità per l’obiettivo islamico e secondo il metodo islamico, alla fine finiranno necessariamente per unirsi. Infatti, coloro che percorrono la via della verità non possono rimanere separati a lungo: la verità li lega a un unico vincolo. La natura stessa della verità consiste infatti nell’ispirare unità, coesione e senso di appartenenza a un tutto. Disaccordo e divisione possono sorgere soltanto quando alla verità si mescola una certa dose di falsità, oppure quando, pur mostrando esteriormente la verità, interiormente opera la falsità.

Le nostre richieste

Ora esporrò brevemente quali sono le nostre richieste a coloro che si uniscono volontariamente e con animo soddisfatto alla nostra jamaʿat, e quale programma di attività abbiamo per loro. In realtà, le nostre richieste ai membri o aderenti della jamaʿat non sono più di ciò che l’Islam richiede a un musulmano. Non vogliamo aggiungere neppure una minima parte alle richieste fondamentali dell’Islam, né sottrarne la minima parte. Presentiamo a ogni persona l’Islam nella sua interezza, senza alcun taglio o modifica, e la invitiamo ad accogliere consapevolmente questa religione dell’Islam, dopo averla compresa e ponderata, ad adempiere correttamente alle sue richieste dopo averle meditate, a eliminare dai propri pensieri, immaginazione, parole e azioni tutto ciò che contrasta con i suoi comandamenti e il suo spirito, e a testimoniare la veridicità dell’Islam con l’intera propria vita. Questa è la quota d’iscrizione alla nostra jamaʿat e questo è il metodo per diventarne membri. La nostra costituzione, la disciplina della jamaʿat e l’obiettivo fondamentale del nostro invito sono tutti chiari. Chiunque può esaminarli e constatare che non abbiamo apportato alcun taglio, riduzione o aggiunta all’Islam autentico, all’Islam fondato sul Corano e sulla Sunna. Al contrario, se qualcuno riuscisse a dimostrare che una nostra affermazione aggiunge qualcosa a quanto contenuto nel Corano e nella Sunna, siamo sempre pronti ad abbandonarla; e se ci verrà indicato senza esitazione qualsiasi elemento presente nel Corano e nella Sunna ma assente presso di noi, siamo sempre pronti ad accoglierlo. Ci siamo organizzati proprio per instaurare l’Islam nella sua interezza, senza alcun taglio, e per testimoniarne la veridicità; se su questo punto risultassimo ipocriti, quale ingiustizia potrebbe essere più grande di questa?

Pertanto, il dovere di coloro che si uniscono alla nostra jamaʿat è testimoniare, attraverso le proprie parole e azioni, la veridicità dell’Islam e dedicarsi a sforzi e attività collettivi con l’obiettivo di instaurare un sistema di vita pienamente islamico, così da rendere questa testimonianza davanti all’intera umanità. Per quanto riguarda la testimonianza orale, stiamo formando i nostri membri in modo che, secondo le rispettive capacità, possano prepararsi a testimoniare la veridicità dell’Islam in maniera più razionale attraverso discorsi e scritti. Inoltre, stiamo cercando di istituire, in forma organizzata, un ente capace di mettere in luce l’insegnamento islamico e il suo significato riguardo a tutti i problemi della vita umana nei diversi ambiti delle scienze, delle conoscenze, delle arti e della letteratura, e di fornire aiuto a questo scopo con tutti i mezzi possibili di diffusione e propaganda. Quanto alla testimonianza pratica, il nostro sforzo consiste nel fare innanzitutto di ogni singola persona un testimone vivente dell’Islam; poi, riunendo queste persone, nel costruire una società ben organizzata, capace di perseguire efficacemente obiettivi conformi al vero spirito islamico. Infine, questa società stessa, attraverso i propri sforzi e attività, abolirà il sistema di vita falso e instaurerà il vero sistema di vita, rappresentando davanti al mondo l’Islam nella sua interezza.

Le accuse e le relative risposte

Gentili signori! Questo è il nostro obiettivo e il nostro programma d’azione. Non avremmo mai immaginato che un musulmano potesse sollevare obiezioni contro un’opera del genere. Eppure, dal giorno in cui abbiamo intrapreso questa strada, è arrivata un’incontenibile marea di domande e obiezioni. Naturalmente, non tutte le obiezioni meritano attenzione, né è possibile rispondere a tutto nel corso di una sola riunione. Tuttavia, desidero dire qui qualcosa riguardo alle obiezioni che vengono diffuse nella vostra città con l’intento di creare malintesi.

Una nuova setta

Si dice che la nostra Jamāʿat abbia gettato le basi per la nascita di una nuova setta tra i musulmani. Coloro che diffondono simili affermazioni probabilmente non conoscono nemmeno le cause fondamentali della nascita delle sette; le cause per cui tra i musulmani si formano sette o fazioni possono essere suddivise, in linea generale, in quattro categorie.

Primo: includere nella religione originaria qualcosa che non ha alcun rapporto con la religione e assumerla come criterio per distinguere tra miscredenza e fede, oppure tra guida e smarrimento.

Secondo: attribuire a una particolare questione della religione un’importanza maggiore di quella del Corano e della Sunna, facendone la base della formazione di una fazione.

Terzo: eccedere nelle questioni di ijtihād e accusare di empietà o miscredenza coloro che sostengono opinioni diverse, oppure almeno adottare nei loro confronti pratiche e comportamenti distinti.

Quarto: dopo il Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui), nutrire un’opinione eccessiva riguardo a una particolare persona e attribuirle una dignità tale che la fede o la miscredenza delle persone possa dipendere dal fatto di riconoscerla o meno; oppure avanzare la pretesa che si possa essere seguaci della verità soltanto entrando in una determinata fazione e che i musulmani che ne restano al di fuori siano seguaci della falsità.

Ora desidero chiedere: quale di questi quattro errori abbiamo commesso? Se qualche gentiluomo potesse dimostrare chiaramente, con prove e argomenti, che abbiamo commesso questo o quell’errore, ci pentiremmo immediatamente e non esiteremmo affatto a correggerci. Infatti ci siamo riuniti con l’obiettivo di stabilire la religione di Allah, non di creare divisioni. Ma se un errore di questo genere non è dimostrato dalle nostre attività, come si può temere che noi stiamo creando una setta?

Ci siamo schierati soltanto per l’Islam autentico e per l’Islam completo, senza alcun taglio o mutilazione; e il nostro appello ai musulmani è soltanto questo: venite, tutti insieme, a stabilirlo concretamente e a testimoniare davanti al mondo la sua veridicità.

In realtà, non abbiamo assunto come base della nostra organizzazione e della nostra unione una o alcune questioni del Dīn, bensì il Dīn islamico nella sua completezza.

La nostra opinione sulle questioni di ijtihād

Per quanto riguarda le questioni di ijtihād, riconosciamo come vere tutte le scuole giuridiche e tutte le dottrine che possono essere seguite rimanendo entro i principi della Sharīʿa. Riconosciamo a tutti il diritto di praticare, tra le scuole giuridiche e le opinioni correnti, secondo la propria volontà e inclinazione, e riteniamo incongruo creare una setta sulla base di una particolare opinione di ijtihād.

Evitare il settarismo

Neppure riguardo alla nostra stessa Jamāʿat abbiamo manifestato alcun settarismo, né abbiamo mai detto che la verità fosse limitata alla nostra sola Jamāʿat. Ci siamo assunti pienamente la responsabilità e ci siamo levati per questo lavoro, ricordando anche a voi la vostra responsabilità. Ora spetta a voi decidere se vi leverete con noi, se adempirete da soli e autonomamente alla vostra responsabilità, oppure se collaborerete con qualcun altro che la sta adempiendo.

Neppure riguardo alla posizione dell’Amīr ci siamo abbandonati ad alcun eccesso. Il nostro movimento non è sorto attorno a una persona particolare; qui non è stata rivendicata alcuna posizione speciale per nessuno, né sono stati diffusi comunicati a profusione sulle storie dei karāmāt, dell’ilhām e della santità di qualcuno; la Jamāʿat non è stata fondata sulle convinzioni personali di nessuno, né si è invitata la gente verso la personalità di qualcuno. Al contrario, il nostro movimento è completamente libero e immune dalla diffusione di pretese stravaganti, sogni, kashf, karāmāt e storie sulla santità di singole persone.

Un movimento idealista

Qui non invitiamo a seguire alcuna persona in particolare; il nostro invito è rivolto all’obiettivo della vita di ogni musulmano secondo il Sacro Corano, ossia all’insieme dei principi chiamato Islam. Coloro che, sulla base di questo obiettivo e di questi principi, sono pronti a unirsi a noi e a lavorare insieme, diventano tutti, senza distinzione, membri della nostra Jamaat.

L’elezione dell’Amir

In seguito, questi membri eleggono uno di loro come Amir. Nessuno possiede un diritto personale riconosciuto alla carica di Amir; piuttosto, poiché per lavorare insieme è necessario che la Jamaat abbia un capo, viene eletto un Amir. L’Amir così eletto può essere destituito e al suo posto può essere eletto Amir qualcun altro della Jamaat. Inoltre, soltanto coloro che appartengono alla nostra Jamaat devono obbedirgli. Non abbiamo mai sostenuto l’idea che chi non presti giuramento di obbedienza a lui debba morire di una morte jahiliana.

Ora ditemi, per amore di Allah: come potrebbe, nonostante il fatto che operiamo in questo modo, il nostro movimento dare origine a una nuova setta tra la nazione musulmana? È sorprendente che proprio coloro che sono coinvolti in divisioni settarie e conflitti tra fazioni, che si occupano continuamente di sogni, kashf e karamat, e le cui intere attività si svolgono sulla base delle convinzioni personali di qualche «Hazrat»; proprio coloro che rivendicano particolari onori per determinate persone, si dedicano a litigi, dispute e dibattiti—munazara—su questioni minuziose, e si impegnano in faziosità e prove di forza sulla base di opinioni ijtihadi, siano quelli che si mostrano più solerti nel diffondere calunnie su di noi. Perciò, senza preoccuparmi dell’irritazione di nessuno, voglio dichiarare con chiarezza che ciò che questi signori diffondono su di noi e il motivo per cui ci detestano non rappresentano la nostra vera ideologia; noi invitiamo invece le persone proprio verso quell’autentica opera della religione dell’Islam che a loro dispiace. E il metodo d’azione che abbiamo adottato per questo compito ha reso estremamente evidenti gli errori dei metodi da loro seguiti. È per questo che ci detestano.

La necessità di formare un gruppo separato

Ci viene chiesto: se il vostro obiettivo era compiere quest’opera, avreste potuto farlo; perché allora avete formato una Jamaat permanente con un nome distinto? Questo sta creando divisione e disordine nella nazione musulmana. In realtà, questa è una domanda davvero singolare. Mi meraviglio pensando che, se tra i musulmani sorgono associazioni, partiti e sottogruppi con nomi distinti, allo scopo di promuovere una politica irreligiosa e contraria alla religione, un’istruzione non islamica, conflitti tra madhhab, oppure meri obiettivi mondani, secondo i metodi della democrazia occidentale o del fascismo, tali organizzazioni vengono tollerate senza esitazione. Ma se, allo scopo di compiere l’autentica opera della religione dell’Islam, si forma una Jamaat sulla base di puri principi islamici, allora improvvisamente si teme che ciò provochi disordine nella nazione musulmana, e ai loro occhi persino una sola Jamaat diventa insopportabile. Da ciò sembra che coloro che pongono la domanda non siano realmente contrari alla formazione di una Jamaat o di un partito; la loro vera obiezione riguarda piuttosto la formazione di un gruppo per compiere l’autentica opera della religione. Comunque sia, la mia richiesta nei loro confronti è questa: abbiamo formato un gruppo non volentieri, ma perché eravamo assolutamente costretti a farlo.

Tutti sanno che, durante il periodo di formazione di questa Jamaat, per diversi anni ho invitato da solo i musulmani dicendo: «In quale direzione state impiegando le vostre forze, capacità e sforzi? Questo è il vostro vero compito. È vostro dovere concentrare su di esso tutti i vostri sforzi». Se allora tutti i musulmani avessero accolto questo invito, non ci sarebbe stato nulla da dire. Invece di formare diverse Jamaat tra i musulmani, tutti i musulmani si sarebbero riuniti in un’unica Jamaat. E almeno nel Pakistan e nell’India si sarebbe formata la “Jamaat originaria”, o l’unica Jamaat, in presenza della quale la formazione di una Jamaat diversa sarebbe stata vietata dalla Sharia islamica.

D’altra parte, se anche un gruppo particolare di musulmani avesse accolto il nostro invito, vi avremmo aderito con animo soddisfatto. Ma, sebbene ci fossimo stancati di rivolgere continuamente l’invito, quando nessuno gli prestò attenzione, coloro che credevano che quest’opera fosse vera e costituisse un dovere indispensabile furono costretti a riunirsi e a decidere di proseguire gli sforzi in modo organizzato e collettivo. Ora la domanda è: se non avessimo fatto neppure questo, cos’altro avremmo potuto fare? Se rifiutate di riconoscere quest’opera come fard, presentate le prove a sostegno della vostra affermazione. Oppure diteci: le nostre associazioni, i nostri partiti e sottogruppi stanno realmente adempiendo questa responsabilità? Se non è così, dirò che siete giunti a una condizione tale da voler dichiarare colpevoli proprio coloro che si sono fatti avanti consapevolmente per adempiere il loro dovere.

Amīr contro leader

Ci viene chiesto: perché avete scelto la parola «amīr» per il leader della vostra jamāʿat? Un «amīr» o un «imām» può essere soltanto una persona dotata di potere indipendente e di autorità sovrana. A sostegno di questa tesi, essi citano alcuni hadīth e sostengono che l’«imārat» (la leadership) può riferirsi soltanto all’imārat dell’Islam, all’imārat della preghiera o all’imāmat della guerra e del combattimento. Non esisterebbe alcun altro tipo di imārat. Coloro che pongono domande di questo genere conoscono soltanto il fiqh e gli hadīth relativi all’insediamento dell’imāmat dotato di potere sovrano, proprio nel contesto di un sistema politico islamico. Non sono invece affatto consapevoli di quali provvedimenti adottare quando la jamāʿat dei musulmani rimane priva di leadership, viene privata del potere indipendente e sovrano e l’ordine e la disciplina collettivi dell’Islam si disgregano. Vorrei chiedere loro: in una simile situazione, i musulmani dovranno forse rimanere dispersi e pregare Allah di mandare un «imām» dotato di autorità sovrana? Oppure dovranno impegnarsi in uno sforzo organizzato per istituire essi stessi un imām? Se ammettono che a tal fine occorre uno sforzo collettivo, vogliano allora dirci come sia possibile compiere uno sforzo collettivo senza costituire una jamāʿat. Se riconoscono la necessità di costituire una jamāʿat, dicano: può forse una jamāʿat funzionare senza un leader, un capo, qualcuno che impartisca gli ordini? Se ne riconoscono la necessità, siano essi stessi a dirci quale terminologia islamica è stata stabilita per il leader della jamāʿat islamica che sarà costituita allo scopo di svolgere il lavoro islamico. Qualunque termine ci indichino, se è islamico, lo adotteremo. E se non sono neppure in grado di farlo, dicano chiaramente che, per la fase successiva all’acquisizione del potere, l’Islam dispone di molte direttive, ma non ne dispone alcuna su come conseguirlo quando si è privi di potere. Coloro che svolgeranno questo compito dovranno farlo con metodi non islamici e secondo una terminologia non islamica. Se questa non è la loro intenzione, allora è davvero difficile spiegare perché coloro che non hanno obiezioni all’uso dei termini «presidente», «leader», «capo», «qā’id» e simili si agitino sentendo il termine «amīr».

In genere, le persone incontrano qualche difficoltà nel comprendere questa questione. Il motivo è che, all’epoca del Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui), quando venivano usati i termini «amīr» o «imām», lo Stato islamico era già istituito. E finché lo Stato islamico non fu istituito, fu lo stesso Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui), in quanto Messaggero, a guidare il movimento per l’instaurazione della dīn dell’Islam. Pertanto, allora non vi era alcuna occasione per usare i termini «amīr» o «imām».

La natura dell’Islam

Tuttavia, esaminando l’intero sistema dell’Islam, diventa evidente che questa dīn dell’Islam esige ordine e disciplina in ogni attività collettiva dei musulmani. E il metodo di questo ordine e di questa disciplina consiste nel lavorare in forma organizzata, con una persona che ne sia l’«amīr». Analogamente, per compiere la preghiera, occorre nominare un «imām» e pregare insieme alla jamāʿat. Per compiere il pellegrinaggio, occorre nominare un amīr del pellegrinaggio e procedere in modo ordinato. Persino se tre persone intraprendono un viaggio, devono eleggere un amīr tra loro e viaggiare in modo ordinato.¹ ¹ (Nota: nel Musnad di Ahmad è riportata una narrazione trasmessa da ʿAbd Allāh ibn ʿUmar (che Allah sia soddisfatto di lui):لايحل لثلاثة يكونوا بفلاة من الارض الا امروا عليهم احدهم .

Significato: «Non è lecito che tre persone si trovino in una landa deserta senza nominare uno di loro come amīr». Da ciò risulta che i musulmani devono vivere in modo ordinato non soltanto durante i viaggi, ma in ogni circostanza, e che nessuna loro attività collettiva dovrebbe essere svolta senza una «jamāʿat» e un’«imārat».)اذا خرج ثلاثة فى سفر فليؤمروا عليهم احدهم .

Questo principio fondamentale della Sharīʿa islamica si manifesta chiaramente nelle seguenti parole di ʿUmar (che Allah sia soddisfatto di lui):لااسلام الا بجماعة ولاجماعة الا مارة ولاامارة الا بطاعة . (جامع بيان العلم لابن عبد البر)

«Non esiste Islam senza jamāʿat, né jamāʿat senza imārat, né imārat senza obbedienza». Da ciò possiamo concludere che è del tutto appropriato usare la parola «amīr» o «imām» per il leader della jamāʿat che sarà costituita con lo scopo di instaurare la dīn dell’Islam o di impegnarsi nello sforzo per testimoniare la verità. Tuttavia, poiché alla parola «imām» si è ormai associato un significato particolare, per evitare varie complicazioni abbiamo escluso questo termine e adottato la parola «amīr».

Il diritto di riscuotere la zakat

Giunti a questo punto, mi sono imbattuto in un’altra domanda singolare: la persona che sarà eletta leader di una simile assemblea non avrebbe alcun diritto di riscuotere la zakat. Infatti, solo l’amir dello Stato islamico può riscuotere la zakat. Probabilmente, coloro che pongono questa domanda non sono affatto informati sul nostro metodo di riscossione della zakat. In realtà, non abbiamo mai chiesto ai musulmani comuni di versare la zakat nel bayt al-mal dell’assemblea. Né abbiamo mai detto che la zakat di coloro che non la versano nel nostro fondo non sarebbe valida. Chiediamo soltanto ai membri dell’assemblea di versare la zakat nel nostro bayt al-mal. Il nostro obiettivo principale è abituare così i musulmani a versare e spendere collettivamente la zakat secondo la prospettiva della sharia. La domanda è dunque: quale colpa vi sarebbe, secondo la sharia, nel nostro operato? Se si ha il diritto di invitare la gente a pregare insieme nella preghiera congregazionale, invece di pregare separatamente a casa, perché non si dovrebbe avere il diritto di invitarla a versare la zakat collettivamente, anziché individualmente? Accettare donazioni dalla gente, oppure quote d’iscrizione e di affiliazione, sarebbe lecito, mentre invitare ad adempiere un obbligo prescritto da Allah e dal Messaggero (pace e benedizioni su di lui) sarebbe illecito: che discorso assurdo è mai questo?

Bayt al-mal

Qui è stata posta una domanda ancora più singolare: perché avete istituito un «bayt al-mal»? In effetti, ascoltando domande di questo genere, si ha l’impressione che coloro che le pongono nutrano una certa ostilità proprio verso la terminologia islamica. È evidente che ogni gruppo o organizzazione dispone di un fondo finanziario per facilitare le spese delle attività collettive. Noi lo chiamiamo bayt al-mal, perché questa è l’unica espressione islamica. Se lo avessimo chiamato «fondo finanziario», non avrebbero avuto nulla da obiettare. Oppure, se lo avessimo chiamato «tesoreria», forse sarebbero stati soddisfatti. Ma proprio perché usiamo un termine islamico, non riescono a tollerarlo.

In realtà, la maggior parte delle domande è talmente futile che non avevo intenzione di far perdere tempo agli ascoltatori rispondendovi. Tuttavia, ho risposto ad alcune domande a titolo d’esempio, per mostrare quali scuse, domande capziose e questioni dubbie vanno cercando coloro che non vogliono adempiere alle proprie responsabilità e non sono nemmeno disposti a permettere che altri lo facciano, e come, proprio mentre si tengono lontani dalla via di Allah, cercano di allontanarvi anche gli altri.

In verità, non è nostro metodo lasciarci coinvolgere in dispute e controversie inutili, né in dibattiti e polemiche. Se qualcuno desidera comprendere le nostre parole in modo semplice e diretto, siamo sempre pronti a spiegargliele. E se qualcuno desidera mostrarci, con argomenti e prove, i nostri errori e le nostre mancanze, siamo ugualmente pronti ad accettarlo. Ma se qualcuno suscita una controversia e vuole coinvolgerci, non siamo affatto disposti ad affrontarla. Gli oppositori possono continuare questo gioco finché lo desiderano.

— Fine —