Parola del traduttore
L’opera araba scritta dall’Allama Yusuf al-Qaradawi ‘al-–Halal wa al- Haram fi al- Islam’ – la traduzione bengalese di «La normativa dell’halal e dell’haram nell’Islam» — mi consente di offrire ai lettori colti di lingua bengalese, e per questo rendo sinceramente grazie al grandissimo Allah. Allah l’Altissimo ha già concesso a questa persona insignificante la grazia di presentare la traduzione bengalese dei due monumentali volumi del «Fiqh al-Zakat», scritto dall’Allama al-Qaradawi. Non conosco parole sufficienti per esprimere la mia gratitudine per questo.
In verità, Yusuf al-Qaradawi è uno dei più grandi giuristi islamici del secolo presente: non sono soltanto io a sostenerlo, poiché molti celebri pensatori della nostra epoca lo hanno riconosciuto apertamente. Ciò è dimostrato inconfutabilmente da tutte le sue grandi e importanti opere; allo stesso modo, i due volumi de «La normativa della zakat nell’Islam», pubblicati in lingua bengalese, e la mia opera «L’ideale di una vita migliore», basata sul suo immortale libro ‘al- Iman wa al- Hayat’», hanno reso questa verità indiscutibile agli occhi dei lettori.
Anche quest’opera dell’autore è ricca di trattazioni approfondite, e non se ne può trovare l’eguale in nessuna lingua del mondo, araba, urdu o altra. L’autore stesso ha detto: «Quest’opera sull’halal e sull’haram è il più alto contributo alla letteratura islamica mondiale». Ogni lettore riconoscerà che tale affermazione dell’autore è vera al cento per cento. I vari aspetti dell’argomento trattato si trovano sparsi nei libri di fiqh, ma, poiché questi sono stati scritti secondo metodi antichi, per gli uomini dell’epoca moderna è difficile ricavarne il contenuto. Per la prima volta, tutti gli argomenti pertinenti sono stati raccolti sotto un titolo specifico, con piena ampiezza, ordine logico e metodi moderni di ricerca e analisi. Di conseguenza, l’opera ha acquisito il rango di «enciclopedia» delle importanti questioni islamiche. Proprio per questo ha ricevuto particolare apprezzamento da parte degli studiosi di tutto il mondo. La pubblicazione di numerose edizioni dell’originale arabo, nonché delle sue traduzioni in turco e in inglese e la loro enorme richiesta lo dimostrano senza alcun dubbio.
L’importanza degli argomenti trattati in quest’opera è innegabile. Insieme al tawhid e alla risala, le questioni dell’halal e dell’haram rivestono un’importanza fondamentale in pari misura. Senza distinguere tra halal e haram, né la fede né l’Islam possono essere accettati, e nessun atto di culto può essere accolto da Allah neppure per un minimo. Ritengo che, se non si osserva la distinzione tra halal e haram, l’umanità dell’essere umano non può essere preservata; al contrario, è inevitabile che egli sprofondi al livello degli animali. L’autore ha presentato, con piena ampiezza, una trattazione completa di tutti gli aspetti e di tutti i rami connessi all’argomento, fondata su prove e argomenti chiari e inconfutabili.
Gli argomenti trattati in quest’opera sono così importanti che, attualmente, in quasi tutti i centri di pensiero islamico del mondo si stanno svolgendo ampie attività di ricerca al riguardo. In una parola, si può dire che essi costituiscono gli interrogativi della mente moderna e che l’opera ne offre una risposta chiara e completa. Numerosi altri pensatori islamici hanno condotto ricerche su questi temi, ma non sarebbe un’esagerazione definire senza precedenti il risultato delle ampie ricerche teoriche e basate sui dati, di alto livello e condotte con metodo scientifico, che l’autore di quest’opera ha presentato. Nel pensiero, nella valutazione e nella definizione delle priorità, egli ha mantenuto un pieno equilibrio, cosa che non è possibile a molti.
È proprio considerando l’elevato livello di quest’opera che l’ho tradotta. Mi rendo conto che quest’opera costituisce una grande aggiunta nel compimento dell’arduo compito affidatomi: presentare alla società istruita, attraverso la lingua bengalese, l’ideale completo, integrale e universale della religione islamica. Anche la Fondazione Islamica del Bangladesh sta adempiendo a tale responsabilità pubblicando questa grande opera. Non è affatto necessario che il traduttore concordi pienamente con tutte le conclusioni adottate in quest’opera.
Muhammad Abdur Rahim
1º maggio 1984 d.C.
بِسْمِ اللَّهِ الرَّحْمَٰنِ الرَّحِيمِ
dell’autore Prefazione
Presso il Centro di Cultura Islamica dell’Università di Al-Azhar, a Giza, in Egitto, è stato elaborato un progetto per la redazione di opere su diversi temi dell’Islam. Il progetto comprendeva in particolare la presentazione di una spiegazione ampia e completa degli ideali e degli insegnamenti dell’Islam ai musulmani e ai non musulmani residenti in Europa e in America. Furono proprio le autorità di Al-Azhar a invitarmi a partecipare concretamente a questo nobile progetto.
Non vi è dubbio che questo progetto relativo alla redazione di opere sia estremamente prezioso e che, dal punto di vista ideologico, la sua necessità sia incalcolabile. Sarebbe stato necessario lavorare a un progetto del genere già da molto tempo. Infatti, le popolazioni musulmane residenti in Europa e in America conoscono ben poco l’Islam. E persino quel poco di conoscenza è gravato da svariate deformazioni e dubbi. In un periodo vicino a questo, un mio amico di Al-Azhar fece un viaggio in America e mi scrisse che un gran numero di musulmani residenti in quei Paesi gestisce attività di vendita di alcolici e bar, ricavandone ingenti somme di denaro. Tuttavia, costoro non hanno la minima consapevolezza che tale attività è completamente haram e costituisce un grave peccato per i musulmani.
Ha inoltre scritto che gli uomini musulmani prendono in moglie le figlie di cristiani e di ebrei — persino di atei, pagani e idolatri (Heathen, Idolater) — mentre non sono disposti a sposare ragazze musulmane.
E quando questa è la condizione dei musulmani, è superfluo dire quale possa essere quella dei non musulmani. Essi vedono soltanto una forma esteriore e ripugnante dell’Islam. Non hanno alcuna possibilità di conoscere la verità e la bellezza autentiche insite nell’Islam. Di conseguenza, perdono completamente ogni rispetto e devozione verso l’Islam e verso i musulmani (coloro che pretendono di essere musulmani). In particolare, sono i missionari cristiani, nemici dell’Islam, e le forze imperialiste invidiose a presentare da sempre davanti a loro questo volto deformato dell’Islam. Per questo, da sempre, conducono giorno e notte complotti estremamente vili. Eppure i pensatori musulmani del mondo sono rimasti del tutto inconsapevoli e ignari di questa situazione.
Pertanto, se ora la coscienza dei nostri pensatori si è risvegliata e si è deciso di intraprendere questa nobile attività, ciò è certamente quanto mai benedetto e opportuno, e non occorre spiegarlo. È altresì indubbio che sia dovere di ogni musulmano offrire ogni tipo di aiuto e collaborazione per attuare questo piano e per questa preziosissima opera di daʿwa islamica. Ritengo che quest’opera non debba essere incentrata soltanto sulla «Jamiʿa al-Azhar» (Università di al-Azhar), ma debba essere realizzata anche al di fuori di essa, in tutto il mondo musulmano.
Da quel centro culturale islamico fu chiesto all’autore di quest’opera di scrivere un libro. Gli fu dato il titolo: «Al-Halal wa-l-Haram fi-l-Islam» — Le disposizioni dell’halal e dell’haram nell’Islam.
Gli fu inoltre indicato che il libro doveva essere scritto in un linguaggio comprensibile e contenere un’esposizione dettagliata, presentando al contempo un’analisi comparativa con i punti di vista delle altre religioni e culture del mondo.
A prima vista, il tema dell’«halal e haram» può sembrare semplice, ma in realtà è estremamente complesso. Ciò è dovuto soprattutto al fatto che, nella letteratura religiosa, finora non è stato scritto alcun libro su questo argomento, né nell’antichità né in epoca moderna. Sebbene i materiali relativi al tema siano disseminati nei dettagliati capitoli del tafsir, degli hadith e del fiqh islamico, e i lettori ne vengano a conoscenza in varie fasi durante il loro studio, raccogliere tutti questi materiali in un unico libro non è affatto un compito semplice.
Inoltre, la questione è tale che l’autore deve giungere a una decisione definitiva e personale su molte questioni riguardo alle quali tra gli eruditi dell’antichità esiste un notevole dissenso. Per di più, i giudizi dei muhaddith su tali questioni non sono sotto ogni aspetto concordi e uniformi. E, anche per accordare la preferenza a una sola opinione tra le diverse opinioni riguardanti l’halal e l’haram, è necessario procedere a un’analisi e a una valutazione dettagliate. Non solo: in un’esposizione di questo livello, chi tratta l’argomento deve dedicarsi con assoluta sincerità alla ricerca della verità; per questo diventa indispensabile anche uno sforzo strenuo.
Gli autori, i ricercatori e gli scrittori contemporanei sull’Islam possono essere divisi in due categorie:
Di una parte di queste persone si può dire che i loro occhi sono stati accecati dallo sfarzo della civiltà e della cultura occidentali. Non solo: hanno considerato la civiltà e la cultura occidentali come una grande divinità. Le hanno prestato piena obbedienza e si sono immersi nel loro culto, nella loro adorazione e nella loro venerazione. Presentano assiduamente davanti a questa divinità anche offerte rituali, doni e omaggi. Davanti a essa il loro sguardo è intimorito, spaventato e abbassato. Hanno preso a considerare tutto ciò che emana dalla civiltà e dalla cultura occidentali come verità ultima e modello da seguire per sempre. Non sono affatto disposti a dissentire da esse, ad adottare un’opinione diversa o a confutare quella contraria. Quando riscontrano una qualche concordanza con qualcosa, esplodono in grida di gioia, come in un sogno esaltante. E ovunque notino una contraddizione, si impegnano in qualche modo a creare armonia o conciliazione, oppure cominciano a parlare dell’Islam in tono apologetico, o presentano un’interpretazione che distorce la prospettiva islamica e che non ha alcuna corrispondenza con l’Islam. Da ciò emerge chiaramente la loro convinzione che l’Islam non abbia nulla da dire contro la civiltà, la cultura e la filosofia occidentali. Dalle loro affermazioni riguardo a ritratti, immagini, effigi, sculture di esseri viventi, attività basate sull’interesse, incontri appartati e intimi con donne estranee, la ribellione delle donne alla propria femminilità e l’uso da parte degli uomini di ornamenti o gioielli d’oro e d’argento, ho potuto chiaramente cogliere proprio questo atteggiamento. Anche riguardo al permesso islamico del divorzio e di prendere più di una moglie contemporaneamente, il loro atteggiamento non è minimamente diverso. Sembra che credano che ciò che l’Occidente ha dichiarato halal debba essere necessariamente halal, e ciò che ha dichiarato haram debba essere necessariamente haram. Eppure l’Islam è una visione autonoma della vita; è una normativa rivelata dal Glorioso Allah, e sono la legge di Allah a dover prevalere sopra ogni cosa e a trionfare su tutto: questo è ciò che dovrebbe essere auspicato. Hanno completamente dimenticato che bisogna seguire l’Islam, mentre l’Islam non può seguire nessuno né alcun’altra cosa. Allah è il Ma‘būd e tutti gli altri sono servi. Il Ma‘būd non può mai accettare di seguire il servo e di restare a lui subordinato. Per quale motivo il Creatore dovrebbe sottomettersi alla creatura? Allah stesso ha detto:
………… (in arabo)…………..
La Verità assoluta — il Glorioso Allah — se seguisse i capricci della gente, allora i cieli, la terra e tutto ciò che vi si trova precipiterebbero certamente in una grave rovina.
………… (in arabo)…………..
Di’: Tra coloro che associate ad Allah, ce n’è forse qualcuno che guidi verso la Verità assoluta? E di’: Colui che guida verso la Verità assoluta ha più diritto di essere seguito, oppure colui che non guida affatto e ha invece bisogno di essere guidato? Chi dei due ha maggior diritto in questa materia?
Questo riguarda una categoria di autori e scrittori. Quanto alla seconda categoria, essa rimane saldamente ancorata a una determinata opinione riguardo a ciò che è halal e haram. A questo proposito, forse si sono basati sul testo di un qualche libro, oppure hanno ritenuto che quella fosse l’Islam. Di conseguenza, non sono disposti ad arretrare neppure di un passo dalle loro convinzioni radicate. Non sono neanche minimamente disposti a esaminare e valutare le prove e gli argomenti della Sharīʿa su questa materia; eppure, esaminando e confrontando le prove della propria opinione e di quelle contrarie, attraverso discussione e analisi, sarebbe stato possibile giungere alla verità.
Se si chiedesse a queste persone quale sia la loro opinione riguardo agli strumenti musicali, alla musica, al gioco degli scacchi, all’istruzione delle donne, al fatto che le ragazze tengano scoperti il volto e le braccia, e così via, esse risponderebbero o scriverebbero: «Haram». Hanno persino dimenticato quale atteggiamento assumessero gli studiosi dei tempi passati e quale modo o tono usassero nel parlare. Infatti, riguardo a una cosa o a un’azione della quale non fosse stato stabilito con certezza assoluta che fosse haram, essi non dicevano mai che era haram. Piuttosto dicevano: «Non lo approvo» oppure «Lo detesto», e simili. In questo contesto ho deciso di non annoverarmi in nessuna delle due categorie. La mia dīn, infatti, non mi permette di essere servo dell’Occidente e di seguirlo ciecamente. Io ho riconosciuto il Glorioso Allah come mio Rabb, ho accettato l’Islam come normativa completa della mia vita e ho creduto che Muḥammad, pace e benedizioni su di lui, sia l’ultimo Messaggero di Allah.
In secondo luogo, poiché la mia coscienza e la mia ragione sono ancora vigili e consapevoli, non posso riconoscere una singola scuola giuridica di un faqīh come definitiva in ogni questione. Essa può essere corretta, ma non è certo completamente immune dalla possibilità di errore. L’Imam Ibn al-Jawzī ha detto che chi segue ciecamente dipende da una base inaffidabile, e così mantiene del tutto inutilizzate la coscienza e la ragione. La facoltà della ragione, della riflessione e del discernimento è una nobile qualità donata da Allah all’essere umano. Adottando il principio del taqlīd, ossia del seguire ciecamente, ci si priva di tutti i benefici di questa nobile qualità. Se chi ha in mano una fiaccola la spegnesse e cominciasse a camminare nell’oscurità, il suo comportamento ridicolo non potrebbe in alcun modo essere considerato razionale.
Per questo non mi sono legato ad alcun particolare gruppo madhhabita. A mio parere, infatti, la verità autentica non è rimasta confinata all’interno dell’opinione di un solo madhhab. Gli imam dei madhhab diffusi nel mondo non hanno mai preteso di essere infallibili e impeccabili. In realtà erano mujtahid che si adoperavano con tutte le loro forze nella ricerca della verità. Anche se commettevano un errore, avrebbero ricevuto una ricompensa; se invece riuscivano a formulare un’opinione corretta attraverso l’ijtihād, avrebbero ricevuto una ricompensa doppia. In effetti, questo è il rango riconosciuto alla ricerca sincera e disinteressata della verità nelle scienze e nelle conoscenze islamiche.
L’imam Mālik (che Allah abbia misericordia di lui) disse:
………… (in arabo)…………..
Il rango di tutti gli uomini, eccetto il nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui), consiste nel fatto che alcune delle loro parole possono essere accettate e altre rifiutate.
L’imam al-Shāfiʿī (che Allah abbia misericordia di lui) disse:
………… (in arabo)…………..
La mia opinione è corretta, ma può essere errata; mentre le opinioni degli altri, diverse dalla mia, sono errate, ma possono essere corrette.
Per un musulmano erudito, dotato della capacità e degli strumenti necessari per esaminare e confrontare le diverse opinioni nel campo della conoscenza e per dare la preferenza a una di esse, non è in alcun modo auspicabile rimanere prigioniero di un particolare madhhab tra i vari madhhab, né diventare un seguace cieco dell’opinione di un particolare esperto di fiqh. Deve invece adottare il principio di attenersi alle prove e agli argomenti. Dovrà allora seguire la prova che sarà corretta e la cui dimostrazione sarà incontrovertibile. Quella il cui isnād sarà debole e la cui validità probatoria non sarà dimostrata verrà facilmente abbandonata. Pertanto, anche se una simile opinione fosse stata adottata, dovrebbe essere certamente abbandonata. ʿAlī (che Allah sia soddisfatto di lui) disse come principio:
………… (arabo)…………..
Non cercare di riconoscere e conoscere la verità osservando le persone. Cerca invece di conoscere e riconoscere la verità in quanto tale e, sulla sua base, cerca coloro che la sostengono.
Ho fatto del mio meglio per seguire le direttive del Consiglio della Cultura di al-Azhar. Ho cercato di esaminare ogni questione sulla base delle prove e, mettendole a confronto, di dare la preferenza a un’opinione in considerazione delle ragioni fondamentali. In questa fase ho utilizzato pienamente il pensiero e le conoscenze della modernità. In ogni ambito ho trovato la prospettiva dell’Islam luminosa e fondata su argomenti e prove inconfutabili. Ed è del tutto naturale. Infatti l’Islam è la religione dell’intera umanità. Allah stesso ha detto:
………… (arabo)…………..
Il colore di Allah. E quale colore può essere migliore del colore di Allah?
La questione del halal e dell’haram è una questione eterna. Fin dai tempi antichi, questa questione si è rivelata estremamente importante nella vita di ogni popolo. Tuttavia, non si può negare che esistano differenze riguardo alla quantità e alla natura di ciò che è haram. Naturalmente, anche le loro cause sono diverse. La prospettiva su questo tema è profondamente legata alle credenze fondamentali e alle tradizioni culturali tramandate nei secoli, proprie delle fasi iniziali di ogni popolo.
In epoche successive, le grandi religioni celesti hanno presentato le disposizioni della sharia. E in esse la questione del halal e dell’haram è certamente presente. Dopo aver accettato la fede nella religione, la questione non è rimasta una semplice consuetudine, una pratica di gruppo o un’usanza. È allora assurta al livello degli ideali umani. Tuttavia, in molti casi, nella determinazione del halal e dell’haram si è riflessa l’influenza della visione e delle tendenze della società contemporanea. Con il mutare delle circostanze è cambiato anche il halal e l’haram. Non si è potuto negare neppure l’influsso dei cambiamenti del tempo. A titolo di esempio, nella società ebraica molte cose erano haram solo temporaneamente. Allah l’Altissimo punì i Figli d’Israele per aver trasgredito quei limiti dell’haram. Sebbene tale haram non fosse una questione eterna. Ciò che Gesù (pace su di lui) disse rivolgendosi ai Figli d’Israele è riportato nel Corano con queste parole:
………… (arabo)…………..
Dichiaro veridica la Torah precedente alla mia e vi renderò lecite alcune delle cose che vi erano state proibite.
In seguito, quando fu rivelata la religione dell’Islam, l’umanità aveva raggiunto la maturità ed era divenuta idonea ad accogliere l’ultimo contributo della profezia e della missione apostolica. Allora Allah l’Altissimo rivelò le disposizioni eterne e imperiture dell’ultima Sharia dell’Islam. della sura al-–Mā’ida nei cui versetti, dopo aver menzionato diversi cibi proibiti, Allah l’Altissimo proclamò proprio questo con le parole riportate di seguito:
………… (arabo)…………..
Oggi ho perfezionato per voi la vostra religione, ho completato e portato a compimento per voi il Mio favore e ho scelto per voi l’Islam come religione.
In realtà, nell’Islam la concezione del lecito e dell’illecito è estremamente semplice, lineare e chiara. Anche questa questione fa parte del deposito che i cieli e la terra avevano dichiarato di non essere in grado di portare e che avevano rifiutato di assumere da Allah, mentre l’uomo lo aveva accettato con entusiasmo sulle proprie spalle. Si tratta del deposito consistente nell’osservare le leggi e le disposizioni conferite da Allah e nel sostenere la responsabilità di rappresentare Allah sulla terra. È una responsabilità ardua e gravosa. Sulla base dell’assunzione di questa responsabilità, nel Giorno della Risurrezione all’uomo saranno concessi la ricompensa o la liberazione. Affinché l’uomo potesse portare adeguatamente il peso di questo deposito e fosse in grado di adempiere alle responsabilità ad esso connesse, Allah l’Altissimo gli ha donato coscienza, intelletto e forza di volontà, ha inviato i profeti e gli apostoli e ha rivelato i Suoi grandi Libri come ordinamento della vita. In tali circostanze, l’uomo non ha il diritto di chiedere perché siano state stabilite per lui disposizioni sul lecito e sull’illecito e perché non venga lasciato libero e senza briglie. In realtà, questo è il corollario del sistema di prova predisposto da Allah. Esso è applicato soltanto agli esseri umani. Tra le innumerevoli creature di Allah, soltanto la specie umana è stata scelta e selezionata a questo scopo. Infatti l’uomo non è pura ‘anima’ come gli angeli, né è composto soltanto di brama e desiderio come gli animali. L’uomo è la sintesi di queste due dimensioni: una creatura dotata di equilibrio straordinario. Elevando questa sua natura composita, l’uomo può raggiungere il rango degli angeli e divenire persino migliore e più elevato di loro. Ma può anche sprofondare nel fango più basso della degenerazione, giungendo alla condizione degli animali o a una condizione ancora più bassa e spregevole.
Da un’altra prospettiva, la questione del lecito e dell’illecito ruota continuamente nell’orizzonte delle disposizioni della Sharia islamica. Essa si fonda sulla promozione del bene dell’uomo e sull’eliminazione del danno e della sventura. Il suo scopo è rendere la vita dell’uomo ordinata, bella e più agevole. Questa disposizione, da un lato, previene ogni calamità e, dall’altro, rende attivo ogni bene. Il suo obiettivo supremo è il bene complessivo dell’intera umanità. Il bene della sua anima, del suo corpo e la salute della sua coscienza e del suo intelletto risiedono nell’osservanza di questa disposizione. Sebbene gli uomini siano divisi in diverse nazioni, razze, paesi, epoche e condizioni, possono trarre beneficio proprio da questa disposizione.
Questa disposizione è una parte inseparabile della religione dell’Islam. Questa religione è stata rivelata per essere un veicolo del bene universale e della misericordia per tutta l’umanità. Allah l’Altissimo lo ha detto rivolgendosi al Suo ultimo Messaggero:
………… (arabo)…………..
Ti abbiamo inviato come misericordia per tutti i mondi.
Il Messaggero, pace e benedizioni su di lui, disse anch’egli:
………… (Arabo)…………..
In verità, io non sono altro che una misericordia perfezionata.
Proprio come frutto di questa misericordia, Allah ha rimosso da questa Sua ultima comunità ogni sorta di norme fondate sulla sofferenza, sulla severità e sull’ascetismo. Li ha inoltre liberati dall’abiezione del principio secondo cui «tutto è lecito e nulla è proibito». Gli idolatri e alcuni gruppi seguaci delle religioni del Libro, invece, nel seguire il principio dell’ascetismo, della sofferenza e della severità, hanno dichiarato haram per se stessi ogni sorta di cosa pura e hanno dichiarato halal per se stessi numerose azioni o cose turpi e ripugnanti. Allah stesso ha detto:
………… (Arabo)…………..
La Mia misericordia abbraccia ogni cosa. La prescriverò certamente per coloro che temono Allah, versano la zakat e credono nei Nostri versetti: essi seguono il Profeta illetterato, di cui trovano menzione scritta nella Torah e nel Vangelo in loro possesso. Egli ordina loro di compiere le buone azioni, li esorta ad astenersi dalle azioni ingiuste e peccaminose, dichiara halal per loro le cose buone e pure, dichiara haram per loro tutte le cose e le azioni abiette, turpi e ripugnanti, e li libera dai pesi e dalle catene che gravavano su di loro da tempo immemorabile.
All’inizio di quest’opera sono stati menzionati i due versetti sui quali si fonda la normativa islamica riguardo all’halal e all’haram.
In conclusione, ritengo che debba essere riconosciuta l’importanza di questo breve volume scritto sul tema dell’halal e dell’haram. Considero quest’opera un’aggiunta significativa alla produzione libraria musulmana moderna. Questo libro risolverà molti problemi della vita musulmana e presenterà pubblicamente risposte corrette a numerose domande riguardanti questioni personali e collettive. Sono fermamente convinto che attraverso quest’opera si potranno conoscere dettagliatamente che cosa sia halal e che cosa sia haram per i musulmani, nonché le ragioni e la logica profonde che vi sono sottese.
Infine, non avrò assolto il mio dovere se non esprimerò la mia gratitudine al vicecancelliere di Jami‘ al-Azhar e al Consiglio della Cultura Islamica. Infatti, è stato proprio seguendo le loro indicazioni che ho intrapreso la redazione di questo libro.
Le norme dell’halal–e dell’haram nell’Islam
Primo capitolo
– Definizione
– Tutte le cose sono in linea di principio mubah– lecite
– La determinazione di halal o haram spetta esclusivamente ad Allah, che ne ha il diritto
– Rendere haram il halal e dichiarare halal l’haram è shirk
– Le cose haram sono estremamente dannose
– Le cose halal liberano le persone dalla dipendenza dall’ haram e le rendono libere
– Ciò che è causa dell’haram è anch’esso haram
– Ricorrere a stratagemmi riguardo all’haram è anch’esso haram
– Una buona intenzione da sola non rende una halal una cosa haram.।
– Allo scopo di proteggersi dalle cose haram, evitare le cose dubbie e astenersene.
– L’haram è haram per tutti .
– Quando la necessità diventa intensa , anche molte cose proibite possono diventare lecite
Definizione
Halal: lecito, non proibito: ciò che il Legislatore della Sharia ha permesso di fare o non ha vietato.
Haram: ciò che il Legislatore della Sharia ha dichiarato esplicitamente proibito; chi lo compie sarà certamente gettato all’Inferno nell’Aldilà. Spesso dovrà anche subire una pena in questo mondo.
Makruh: l’atto che il Legislatore della Sharia ha vietato, ma non in modo rigoroso. Rispetto all’haram, la sua proibizione è molto meno grave e meno categorica. Chi compie un atto haram merita una punizione, mentre per un atto makruh non la si subisce. Tuttavia, se si continua a compiere atti makruh, si dovrà subire la punizione prevista per gli atti haram.
Gli abitanti dell’epoca preislamica erano immersi nella più profonda perdizione sotto molti aspetti. Tra questi vi era anche la questione dell’halal e dell’haram. La loro perdizione si manifestava nel fatto che consideravano haram ciò che era halal e halal ciò che era haram. A questo riguardo, il punto di vista dei comuni politeisti e di tutti i membri del Popolo del Libro, ebrei e cristiani, era del tutto identico. Questa perdizione era giunta a due estremi opposti. Il bramanesimo indiano e l’ascetismo cristiano avevano raggiunto il culmine. Anche quelle dottrine religiose che consideravano lecita la mortificazione e la tortura del corpo e dichiaravano haram l’uso di cibi e abiti buoni e di oggetti ornati e splendenti erano giunte a quel medesimo estremo. Come presso alcuni asceti vaishnava, anche lavarsi i piedi e fare il bagno erano stati stabiliti come atti peccaminosi.
In Persia, la dottrina religiosa dei Mazdakiti si trovava all’estremo opposto. Secondo essa, tutto era considerato «mubah», cioè lecito. Nulla era proibito. Sebbene l’onore e il pudore umano fossero per gli uomini questioni sommamente sacre e degne di rispetto, secondo questa dottrina non vi era la minima ingiustizia nel lederli o distruggerli.
Nell’epoca della jahiliyyah, gli Arabi avevano stabilito un criterio completamente errato per distinguere l’halal dall’haram. Secondo loro, non vi era la minima colpa o obiezione nemmeno in atti tra i più turpi, come bere alcolici, consumare grandi quantità di interesse, intrattenere rapporti illeciti con le donne, trattarle con crudeltà o uccidere i figli. Un atto ripugnante e orrendo come l’uccisione dei figli veniva rappresentato come allettante, attraente e glorioso. Per questo nei cuori dei padri non rimaneva neppure un briciolo di compassione, e nulla riusciva a trattenerli da quell’atto esecrabile. Fu proprio in questa fase che nel Nobile Corano venne detto:
وَكَذَٰلِكَ زَيَّنَ لِكَثِيرٍ مِّنَ الْمُشْرِكِينَ قَتْلَ أَوْلَادِهِمْ شُرَكَاؤُهُمْ لِيُرْدُوهُمْ وَلِيَلْبِسُوا عَلَيْهِمْ دِينَهُمْ
E così i loro associati hanno reso molto attraente, per numerosi politeisti, l’uccisione dei propri figli, affinché li facessero precipitare nella rovina e rendessero loro confusa la loro religione. (Sura al-’Anʿām: 137)
A questo scopo, allora, inventarono alcune argomentazioni e tentarono di dimostrarne la liceità. Tra queste vi erano il timore della penuria e della povertà, la vergogna di avere una figlia e simili motivi. Non esitavano neppure a sacrificare i figli allo scopo di avvicinarsi alle loro divinità. È davvero sorprendente: da un lato consideravano del tutto lecito uccidere i figli, parte del loro cuore, o seppellirli vivi; dall’altro avevano dichiarato haram per sé il consumo di molte varietà di raccolti puri e halal e di animali. E la cosa più stupefacente era che propagavano questo divieto come una norma della religione. Sostenevano che fosse Allah stesso ad aver reso haram tutte queste cose.
Ma ciò era completamente falso e privo di fondamento. Allah l’Altissimo, confutando questa loro pretesa, ha detto:
وَقَالُوا هَٰذِهِ أَنْعَامٌ وَحَرْثٌ حِجْرٌ لَّا يَطْعَمُهَا إِلَّا مَن نَّشَاءُ بِزَعْمِهِمْ وَأَنْعَامٌ حُرِّمَتْ ظُهُورُهَا وَأَنْعَامٌ لَّا يَذْكُرُونَ اسْمَ اللَّهِ عَلَيْهَا افْتِرَاءً عَلَيْهِ ۚ سَيَجْزِيهِم بِمَا كَانُوا يَفْتَرُونَ
E dicevano: «Questi animali quadrupedi e questi raccolti dei campi sono haram. Nessuno può mangiarne; ne mangeranno invece coloro che noi vorremo». Questa era una loro invenzione. Vi erano inoltre alcuni animali la cui schiena era stata dichiarata haram, e altri sui quali non pronunciavano il nome di Allah al momento della macellazione, attribuendo menzogne ad Allah. Egli li ricompenserà certamente per le menzogne che inventavano. (Sura al-’Anʿām: 138)
Il Nobile Corano ha dichiarato con parole chiare che coloro i quali hanno reso halal ciò che avrebbe dovuto essere haram e hanno reso haram ciò che avrebbe dovuto essere halal si sono allontanati dalla retta via. Il Corano dice:
……….. (arabo) ……….
Coloro che, per ignoranza, uccidono i propri figli senza alcuna conoscenza né ragione e considerano haram il sostentamento concesso da Allah, nutrendo nei confronti di Allah opinioni infondate, sono terribilmente perduti. Sono tutti traviati e non saranno mai guidati.
Quando l’Islam fu rivelato, si trovò ad affrontare proprio questo tipo di deformazione e traviamento nella determinazione di ciò che è halal e haram. Fu necessario porre alcune basi sulle quali poter giungere a una decisione definitiva in materia di halal e haram. Fu necessario stabilire un criterio e, sulla sua base, esaminare correttamente ogni questione. Per questo fu necessario porre davanti a tutti la bilancia della giustizia e, sulla sua base, determinare ciò che è halal e haram con il massimo equilibrio. Proprio per questo fu appropriato definire la umma musulmana «la comunità che segue la via mediana» (in arabo). Da una parte vi sono le comunità traviate e fuorviate, dall’altra le comunità deformanti, a destra e a sinistra; al centro si trova la comunità musulmana. Essa è libera dai difetti di entrambe le direzioni. Per questo Allah l’ha definita anche «la migliore comunità» e ha detto che essa è stata creata per il bene dell’intera umanità.
1. Tutte le cose riguardo a fondamentale principio è– che esse sono mubāḥ
Nella formulazione delle norme della Sharīʿa, il primo principio fondamentale dell’Islam è che tutto ciò che Allah ha creato per gli esseri umani è halal e mubāḥ. Se una cosa è stata identificata come «haram» mediante una dichiarazione incontrovertibile, chiara e comprovata dell’Autore delle norme della Sharīʿa, allora soltanto quella cosa è haram. Ma se riguardo a una questione non è stata comprovata alcuna dichiarazione incontrovertibile, oppure da una prova non si può sapere con certezza e chiarezza che una cosa sia haram, essa rimarrà nel suo stato originario, quello di mubāḥ. Non può essere definita haram. In questo caso, un hadith debole non può essere accettato come prova.
Il fatto che tutto ciò che Allah ha creato sia, in linea di principio, halal non è un’affermazione inventata. È dimostrato in modo incontrovertibile dalle chiare dichiarazioni contenute in numerosi versetti del Nobile Corano. Qui vengono citati alcuni versetti di questo genere:
هُوَ الَّذِي خَلَقَ لَكُم مَّا فِي الْأَرْضِ جَمِيعًا
È proprio Lui, l’Altissimo, che ha creato per voi, per il vostro godimento e uso, tutto ciò che si trova sulla terra. (Sura al-Baqara: 29)
وَسَخَّرَ لَكُم مَّا فِي السَّمَاوَاتِ وَمَا فِي الْأَرْضِ جَمِيعًا مِّنْهُ
Tutto ciò che si trova nei cieli e sulla terra, Allah lo ha posto al vostro servizio.(Sura al-Jāthiya: 13)
أَلَمْ تَرَوْا أَنَّ اللَّهَ سَخَّرَ لَكُم مَّا فِي السَّمَاوَاتِ وَمَا فِي الْأَرْضِ وَأَسْبَغَ عَلَيْكُمْ نِعَمَهُ ظَاهِرَةً وَبَاطِنَةً
Non hai forse osservato che Allah l’Altissimo ha posto al servizio dell’umanità tutto ciò che si trova nei cieli e sulla terra, e ha riversato generosamente su di voi le Sue grazie, esteriori e interiori, visibili e invisibili?(Sura Luqmān: 20)
Da tutte queste dichiarazioni risulta in modo chiaro e inconfutabile che Allah l’Altissimo ha creato tutto ciò che si trova nei cieli e sulla terra per l’essere umano, per il suo beneficio e il suo utilizzo, e lo ha posto al suo servizio. Con ciò Allah ha fatto conoscere all’essere umano la Sua immensa benevolenza. Pertanto, tutto ciò che esiste nell’universo deve essere halal per l’essere umano. Non può essere vietato all’essere umano consumare o utilizzare alcuna di queste cose: per tutte esse è concesso il permesso di Allah. Tutte queste sono infatti grazie concesse da Allah. Se fossero state proibite, quale significato avrebbe avuto affermare che sono state create per tutti gli esseri umani?
Tuttavia, se Allah stesso ha reso haram alcune cose tra tutto ciò che è stato creato, questo è un caso distinto. Se alcune cose sono state rese haram per determinate ragioni e con particolari finalità benefiche, bisogna certamente attenersi a ciò. Si tratta soltanto di un’eccezione alla regola generale secondo cui tutto è halal, e si deve ritenere che alla base di tale eccezione vi sia certamente una ragione.
Alla luce di ciò, si può affermare che nella Sharīʿa islamica l’ambito dell’haram è molto ristretto, mentre quello dell’halal è vasto e ampio. Infatti, sono pochissimi, soltanto alcuni, i versetti che dichiarano l’haram con parole chiare e inconfutabili. Quanto alle questioni sulle quali non è stata fatta alcuna nuova dichiarazione esplicita — né di halal né di haram — esse saranno valutate sulla base di questo principio fondamentale e rientreranno nei limiti del perdono di Allah.
A questo proposito è degna di menzione anche la dichiarazione del Nobile Messaggero, pace e benedizioni di Allah su di lui. Egli ha detto:
……… (in arabo)……….
Ciò che Allah ha reso lecito nel Suo Libro è lecito, e ciò che ha dichiarato illecito è illecito. Quanto a ciò riguardo a cui Egli ha taciuto, vi è perdono. Accettate dunque il Suo perdono da Allah. In verità, Allah non dimentica nulla: non è possibile che non abbia parlato per dimenticanza. A dimostrazione di ciò, recitò: «Il tuo Signore non dimentica». (una parte di un versetto del Corano)
Hazrat Salman al-Farsi ha riferito:
………….. (arabo)………….
Quando al nobile Messaggero, pace e benedizioni su di lui, furono chieste informazioni riguardo al grasso, al burro, al formaggio e agli indumenti fatti di morbido pelo animale, egli disse: Ciò che Allah ha dichiarato lecito nel Suo Libro è lecito; ciò che ha dichiarato illecito nel Suo Libro è illecito. Quanto a ciò riguardo a cui Egli ha taciuto, rientra tra le cose che Allah perdonerà a chi le compie.
In risposta alla domanda, il nobile Messaggero, pace e benedizioni su di lui, non disse nulla riguardo a ciascuna delle singole cose. In tale occasione proclamò il principio eterno sulla cui base vengono determinati, e devono essere determinati, il lecito e l’illecito. Sulla base di questo principio si può stabilire con estrema facilità quali cose Allah ha dichiarato illecite. Di conseguenza, tutte le questioni riguardo alle quali non si trovi alcuna dichiarazione di illiceità saranno considerate lecite.
Il nobile Profeta, pace e benedizioni su di lui, disse:
………… (arabo) ………….
Allah l’Altissimo ha reso obbligatorie alcune pratiche: non trascuratele. Ha stabilito alcuni limiti: non oltrepassateli. Ha dichiarato illecite alcune cose: non opponetevi a ciò. E, per misericordia verso di voi, senza dimenticanza, ha mantenuto il silenzio completo su molte questioni. Non disputate dunque riguardo a esse. (Tirmidhi, Ibn Majah)
A questo punto desidero formulare un’avvertenza su una questione. L’affermazione «in linea di principio tutto è mubāḥ» non si applica soltanto ad alcuni beni e oggetti. Questo principio fondamentale si applica anche a tutte le azioni, agli interventi, alle iniziative e simili, che non rientrano nelle questioni dell’adorazione. Noi chiamiamo queste cose consuetudini e rapporti reciproci. Il punto essenziale è che, in realtà, tutto ciò è non-harām: è lecito senza condizioni. Tuttavia, se il Legislatore della Sharia ha dichiarato harām un’azione o ha imposto una condizione riguardo a una questione, essa sarà necessariamente harām e tale condizione dovrà essere rispettata. A questo proposito, la dichiarazione di Allah è la seguente:
…………. arabo …………..
Egli vi ha spiegato chiaramente tutto ciò che vi è stato dichiarato harām.
Questa dichiarazione si applica tanto ai beni quanto alle azioni. La questione dell’adorazione, invece, è distinta e diversa da ciò. Essa costituisce infatti la vera religione, l’aspetto fondamentale della religione, e può essere conosciuta soltanto attraverso la rivelazione. Ciò che attraverso la rivelazione non è stato riconosciuto come adorazione non può mai, in alcun modo, essere considerato parte dell’adorazione. A questo proposito, la dichiarazione del Nobile Messaggero (s.a.) è la seguente:
………… arabo …………..
Se qualcuno introduce nella nostra religione qualcosa che non ne fa parte, ciò sarà certamente respinto. (al-Bukhari, Muslim)
La vera religione si manifesta infatti attraverso due atti. Il primo è che si adori esclusivamente l’unico Allah: non si adori nessuno all’infuori di Allah. Il secondo è che si adori esclusivamente Allah secondo la legislazione da Lui stabilita, e non in altro modo. Pertanto, se qualcuno inventa di propria iniziativa un metodo o un rito di adorazione, chiunque egli sia, ciò non è altro che traviamento. I credenti non devono accettarlo, ma respingerlo. Infatti, il Legislatore della Sharia è soltanto Allah. Egli solo ha il diritto di essere adorato; Egli solo può indicare i metodi e le regole dell’adorazione, e nessun altro. L’adorazione può essere accettata da Lui soltanto quando viene compiuta secondo la via, il metodo e le regole da Lui indicati; e soltanto attraverso tale adorazione si può conseguire la vicinanza ad Allah.
Le consuetudini ordinarie, gli usi, i rapporti reciproci, gli scambi e simili metodi e pratiche sono invece elaborati dall’uomo stesso, non dal Legislatore della Sharia. In questo ambito, il Legislatore della Sharia si limiterà a indicare quali metodi, pratiche o regole siano corretti e appropriati e quali non lo siano. Egli è favorevole a mantenere in vigore le pratiche che sono immuni da disordine e danno.
L’Imam Ibn Taymiyya ha detto: le attività degli uomini relative alle loro parole e alle loro azioni sono di due tipi. Alcune sono atti di culto, attraverso i quali si realizza il miglioramento della condizione religiosa delle persone. Altre sono consuetudini, necessarie nella vita degli uomini per vivere in questo mondo. A questo riguardo, il punto di vista della Sharia è che gli atti di culto che Allah ha reso obbligatori o che ama non possono essere dimostrati in alcun altro modo se non attraverso le disposizioni della Sharia.
Le questioni relative alle consuetudini degli uomini sono invece diverse, poiché sono gli uomini stessi a elaborarle secondo le proprie necessità. In merito a tali elaborazioni, l’unica condizione è che non siano contrarie alla Sharia. E se Allah stesso non ha sollevato alcuna obiezione riguardo a una determinata cosa, l’obiezione di chiunque altro non può avere alcun valore. Sia gli ordini sia i divieti costituiscono disposizioni della Sharia. Come si può dunque avere il diritto di pronunciare un divieto riguardo a un atto di culto per il quale non è stato impartito alcun ordine?
Per questo motivo, l’Imam Ahmad ibn Hanbal, che Allah abbia misericordia di lui, e gli altri giuristi esperti di hadith dicevano che gli atti di culto sono fondamentalmente stabiliti dalla Rivelazione. Pertanto, una disposizione della Sharia è soltanto ciò a favore del quale esiste una decisione della Sharia. Considerare parte della Sharia ciò riguardo a cui non esiste nulla di simile equivale ad arrogarsi autorità su Allah. È proprio a questo proposito che è stato rivelato il seguente versetto di Allah:
أَمْ لَهُمْ شُرَكَاءُ شَرَعُوا لَهُم مِّنَ الدِّينِ مَا لَمْ يَأْذَن بِهِ اللَّهُ
Hanno forse divinità associate(Sura Shura: 21)
Per questo motivo, la questione delle consuetudini generali degli uomini è diversa. In realtà, esse sono tutte lecite: prive di colpa e non determinate. Tra queste, sarà proibita soltanto quella che Allah ha dichiarato proibita, e nient’altro. Se non accettiamo questa verità, si applicherà a noi il seguente versetto:
قُلْ أَرَأَيْتُم مَّا أَنزَلَ اللَّهُ لَكُم مِّن رِّزْقٍ فَجَعَلْتُم مِّنْهُ حَرَامًا وَحَلَالًا
Il sostentamento che Allah vi ha fatto scendere, di esso ne avete dichiarato una parte proibita e una parte lecita? Avete mai riflettuto su che genere di atto sia questo?(Sura Yunus: 59)
Questa è una regola fondamentale di grande importanza e ricca di benefici. Sulla base di questa regola fondamentale, diremo che la compravendita, la hiba, l’ijara e simili appartengono agli usi e alle consuetudini della vita sociale degli uomini. Per vivere in questo mondo, le persone devono attenersi a tali pratiche, così come hanno bisogno di mangiare, bere e indossare abiti. In questi ambiti, la sharia ha insegnato norme eccellenti e corrette. Pertanto, ha proibito tutto ciò in cui si è ravvisato un danno e ha dichiarato dovere imprescindibile tutto ciò che è assolutamente necessario. Inoltre, ha definito makruh ciò che è stato ritenuto sconveniente e ha qualificato come mustahabb le azioni nelle quali si è ravvisato un beneficio generale. Di conseguenza, non è stato necessario sradicare completamente queste pratiche o rifonderle in una forma nuova.
Una volta chiarita questa verità, si può dire che le persone sono completamente libere di effettuare scambi, commerciare e lavorare in cambio di una retribuzione secondo la propria volontà, finché la sharia non dichiari haram una delle loro azioni. Si può citare come esempio la questione del cibo e delle bevande. In questo ambito, è sufficiente evitare tutto ciò che è haram. A parte questo, non si è obbligati a sottostare ad altre restrizioni o prescrizioni. Pertanto, tutte queste pratiche sono fondamentalmente mubah, cioè non vietate.
………….. arabo ………….
Sulla base di questa regola fondamentale, l’imam Ibn al-Qayyim, discepolo di Ibn Taymiyya, e tutti i giuristi della scuola hanbalita hanno detto:
………….. arabo ………….
In linea di principio, tutti i contratti e le condizioni sono mubah. Ogni contratto riguardo al quale la sharia non abbia sollevato obiezioni e che non sia stato dichiarato haram è halal.
Anche gli hadith autentici confermano questa regola fondamentale. Jabir ibn Abd Allah ha detto:
……………. arabo …………….
Stavamo praticando l’azl mentre veniva rivelato il Corano. Se ci fosse stato qualcosa da vietare, il Corano lo avrebbe certamente vietato. [Pertanto non significa ‘che l’azl ’ vietato non è , si possa dire una cosa del genere dire si possa non. । Poiché questo hadith è della fase iniziale; । in seguito, in altri hadith il suo divieto è stato anch’esso riportato in seguito.। –Traduttore]
Da ciò desidero dimostrare soltanto questo: ciò riguardo a cui non è giunto alcun divieto tramite la rivelazione è non vietato, non è haram. Finché non viene rivelata alcuna dichiarazione proibitiva, esso è pienamente lecito. Questa era la convinzione dei Compagni riguardo alla sharīʿa, e proprio da ciò è dimostrato in modo incontrovertibile che essi avevano compreso correttamente i principi fondamentali della sharīʿa.
In sintesi, tutti questi esempi e queste prove dimostrano che è conforme alla sharīʿa soltanto quell’adorazione e quel modo di adorare che Allah l’Altissimo ha prescritto personalmente. E, tra le consuetudini degli uomini, è haram soltanto ciò che Allah l’Altissimo ha dichiarato haram. Ciò che Allah non ha reso haram non può mai essere haram.
2. halal–haram dichiarare di diritto soltanto Allahdi
L’Islam di Allah ha proclamato come secondo principio fondamentale che il diritto di dichiarare halal e haram appartiene esclusivamente ad Allah l’Altissimo, il Creatore. Tale autorità è stata sottratta alle creature. Qualunque sia la sua posizione dal punto di vista religioso o mondano, nessuno possiede questo diritto. Questa autorità deve essere riconosciuta come appartenente esclusivamente ad Allah. Nessun sapiente, pīr o derviscio, re o sovrano, né alcun leader ha il diritto di dichiarare haram qualcosa per i servi di Allah. Se qualcuno osa farlo, si deve comprendere che sta oltrepassando i limiti stabiliti da Allah. Coloro che vogliono sottrarre ad Allah il Suo diritto assoluto di stabilire le leggi e le norme religiose, e coloro che accettano volentieri tale operato, lo approvano e lo seguono, commetteranno un peccato gravissimo, come se associassero loro stessi ad Allah. Allah non perdonerà in alcun modo questo peccato di shirk. Sura ash–Shūrā Anche qui si deve leggere il versetto citato in precedenza:
أَمْ لَهُمْ شُرَكَاءُ شَرَعُوا لَهُم مِّنَ الدِّينِ مَا لَمْ يَأْذَن بِهِ اللَّهُ.
Hanno forse associati o divinità che prescrivono per loro norme religiose per le quali Allah non ha dato loro alcuna autorizzazione? Gli ebrei e i cristiani avevano conferito ai loro sacerdoti e ai loro sapienti l’autorità assoluta di stabilire ciò che è halal e haram. Il Nobile Corano, alludendo proprio a questo, dice:
اتَّخَذُوا أَحْبَارَهُمْ وَرُهْبَانَهُمْ أَرْبَابًا مِّن دُونِ اللَّهِ وَالْمَسِيحَ ابْنَ مَرْيَمَ وَمَا أُمِرُوا إِلَّا لِيَعْبُدُوا إِلَٰهًا وَاحِدًا ۖ لَّا إِلَٰهَ إِلَّا هُوَ ۚ سُبْحَانَهُ عَمَّا يُشْرِكُونَ
Essi hanno preso come dèi, invece di Allah, i loro sacerdoti e dottori della legge, e anche Gesù il Messia. Eppure era stato loro ordinato di adorare e servire soltanto l’unico Allah. In verità, non vi è altro dio all’infuori di Lui. Egli è assolutamente puro ed è molto al di sopra del loro politeismo. (Sura al-Tawba: 31)
ʿAlī ibn Ḥātim professava in precedenza la religione cristiana. Dopo aver abbracciato l’Islam, quando vide il Nobile Profeta, pace e benedizioni su di lui, recitare il suddetto versetto, disse:
………… arabo ……………..
O Messaggero! Ma essi non adoravano forse i loro sacerdoti e dottori della legge?
Il Nobile Messaggero, pace e benedizioni su di lui, rispose: «Davvero? Furono proprio quei sacerdoti e dottori della legge a stabilire per loro ciò che era halal e ciò che era haram, ed essi lo accettarono con entusiasmo e assoluta devozione. Nel Corano questo è stato chiamato la loro “adorazione”, vale a dire che proprio questo costituisce adorazione. Ciò che si intende per “adorazione”, essi lo praticarono nei confronti di quei sacerdoti e dottori della legge. [Tirmidhi e altri]
In un’altra narrazione si riferisce che, mentre spiegava il suddetto versetto, il Nobile Profeta, pace e benedizioni su di lui, disse:
…………….. arabo ……………..
È forse vero che essi non adoravano i loro sacerdoti e dottori della legge? Ma la realtà è che, quando questi sacerdoti e dottori della legge dichiaravano halal qualcosa per loro, anch’essi la accettavano come halal; e analogamente, quando dichiaravano haram qualcosa per loro, subito la riconoscevano come haram. In verità, conferire a qualcuno un’autorità o una dignità di questo genere significa adorarlo.
I cristiani hanno sempre sostenuto la convinzione che, prima di ascendere nel mondo celeste, il profeta Gesù il Messia, pace su di lui, abbia conferito ai suoi discepoli e compagni piena autorità di dichiarare halal e haram. Essi possono dichiarare halal e haram secondo il proprio arbitrio. Vangelo secondo Matteo è riportato:
In verità vi dico: tutto ciò che legherete sulla terra sarà legato in cielo, e tutto ciò che scioglierete sulla terra sarà sciolto in cielo.
Nel Corano glorioso è detto riguardo ai politeisti: essi hanno stabilito halal e haram di propria iniziativa, senza il permesso di Allah.
È stato detto:
قُلْ أَرَأَيْتُم مَّا أَنزَلَ اللَّهُ لَكُم مِّن رِّزْقٍ فَجَعَلْتُم مِّنْهُ حَرَامًا وَحَلَالًا قُلْ آللَّهُ أَذِنَ لَكُمْ ۖ أَمْ عَلَى اللَّهِ تَفْتَرُونَ
Avete riflettuto su ciò che Allah vi ha concesso come sostentamento, e avete stabilito voi stessi che una parte di esso fosse halal e un’altra haram? Di’: «Allah vi ha forse dato il permesso di farlo, oppure avete inventato menzogne contro Allah?». (Sura Yūnus: 59)
Allah ha inoltre detto:
وَلَا تَقُولُوا لِمَا تَصِفُ أَلْسِنَتُكُمُ الْكَذِبَ هَٰذَا حَلَالٌ وَهَٰذَا حَرَامٌ لِّتَفْتَرُوا عَلَى اللَّهِ الْكَذِبَ ۚ إِنَّ الَّذِينَ يَفْتَرُونَ عَلَى اللَّهِ الْكَذِبَ لَا يُفْلِحُونَ
Non dite semplicemente ciò che vi viene alla bocca: questo è halal e questo è haram. Così si attribuirebbe ad Allah una menzogna completa. E coloro che diffondono menzogne di questo genere in nome di Allah non potranno mai conseguire né il bene né il successo. (Sura an-Nahl: 116)
Da tutti questi versetti e hadith chiari e incontrovertibili si può sapere e comprendere senza alcun dubbio che l’unico ad avere il diritto di determinare e proclamare ciò che è halal e ciò che è haram è Allah l’Altissimo. Nessun altro possiede questo diritto, né può possederlo. Egli stesso ha compiuto tale opera e l’ha dichiarato nel Suo stesso Verbo, il Nobile Corano, oppure l’ha fatto proclamare attraverso le parole dei Suoi profeti e messaggeri. Nessuno ha il diritto di violare la decisione di Allah nella determinazione di ciò che è halal e di ciò che è haram. E i giuristi non lo hanno fatto. Nel Nobile Corano è stato detto:
وَقَدْ فَصَّلَ لَكُم مَّا حَرَّمَ عَلَيْكُمْ
Tutto ciò che Allah ha reso haram per voi, Egli stesso ve l’ha illustrato e specificato chiaramente. (Sura al-’An‘ām: 119)
In realtà, i giuristi non hanno alcun diritto né autorità di determinare, secondo i propri desideri e sulla base di criteri personali, ciò che è lecito e ciò che è illecito. Questo, infatti, è un compito che rientra nella formulazione della legge religiosa. I giuristi possono compiere l’ijtihad e la loro opinione e guida in materia di sharia devono essere riconosciute. Ciononostante, avevano davvero timore di emettere una fatwa su qualsiasi questione. Quando qualcuno si rivolgeva a uno di loro per una fatwa, egli evitava di occuparsene e lo indirizzava a un altro. Temevano infatti di poter commettere un errore nello svolgere tale compito e di incorrere nella colpa di rendere haram ciò che è halal, o viceversa. E una cosa simile non può essere in alcun modo ritenuta lecita.
L’Imam ash-Shafi‘i ha citato nella sua opera le parole del qadi Abu Yusuf, discepolo dell’Imam Abu Hanifa. Egli disse:
«Ho visto un gran numero di uomini assai eruditi e profondamente esperti nella religione. Non amavano emettere fatwa. Invece di dichiarare direttamente che una cosa era halal o haram, ritenevano sufficiente riferire ciò che si trova nel Corano, senza alcuna interpretazione. Il celebre sapiente tābi‘ī Ibn as-Sā’ib disse: Non siate come colui che dice: “Allah ha reso halal questa determinata cosa” oppure “Questa cosa è molto gradita ad Allah”. Nel Giorno del Giudizio Allah dirà: “No: non l’avevo resa halal e non era gradita a Me”. Allo stesso modo, non siate come colui che dice: “Allah ha reso haram questa determinata cosa”. Nel Giorno del Giudizio Allah dirà: “Sei un bugiardo! Io non l’avevo resa haram e non avevo nemmeno proibito di compiere tale azione”. A proposito di Ibrāhīm an-Nakha‘ī, il celebre giurista tābi‘ī di Kufa, è stato tramandato che, quando i suoi discepoli emettevano fatwa, usavano espressioni come: “È makruh” oppure “Non c’è nulla di male in questo”, e simili. Infatti, non esiste incarico più irresponsabile che determinare una cosa come halal o haram.»
Lo Shaykh al-Islam, l’Imam Ibn Taymiyya, ha detto:
…………… Arabo …………..
Gli eruditi delle prime generazioni non applicavano mai il termine «illecito» a qualcosa, se non a ciò la cui illiceità fosse stata conosciuta in modo certo, preciso e incontrovertibile.
Analogamente, quando all’Imam Ahmad ibn Hanbal (ra) veniva posta una domanda su una questione, egli rispondeva: «La considero makruh», oppure: «Non la ritengo buona e non la approvo». Lo stesso vale per l’Imam Malik, l’Imam Abu Hanifa e gli altri imam.
3. Rendere lecito illecito e rendere illecito lecito shirk a livello di peccato
L’Islam ha condannato severamente coloro che, per loro stessa natura, si considerano autorizzati a rendere lecite o illecite le cose. In modo particolare, l’attacco dell’Islam è estremamente duro contro coloro che dichiarano illecito ciò che è lecito. Ciò fa infatti cadere le persone, senza motivo, nella ristrettezza e nell’austerità, mentre Allah ha concesso un’ampia apertura. Come conseguenza di tale principio, nei cuori delle persone si rafforza la tendenza ad adottare un’austerità e una minuziosità infondate; tuttavia il Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) ha ordinato di evitare con parole severe questa tendenza all’austerità e alla minuziosità. Egli ha espresso un intenso disprezzo verso coloro che seguono questo principio. Disse:
……………. Arabo …………..
Attenzione! Sono periti, sono periti, sono periti coloro che eccedono nella severità riguardo ai dettagli della religione islamica.(Muslim, Ahmad, Abu Dawud)
Nel descrivere le caratteristiche della missione profetica muhammadiana, disse:
……………. arabo …………..
Sono stato inviato con una religione monoteistica, sincera e ampia.
Non vi è alcun dubbio che la religione islamica sia un’ideale unitario per quanto riguarda la fede e il credo, nonché il tawhid, ossia il riconoscimento del Creatore come unico e privo di associati sotto ogni aspetto, mentre è completamente liberale e ampia per quanto riguarda la sharia e le norme dell’agire. Lo shirk e il rendere haram ciò che è halal sono del tutto contrari a essa.
In un hadith, il nobile Profeta, pace e benedizioni su di lui, ha riferito che Allah l’Altissimo ha detto:
………………. arabo ………………..
Ho creato i Miei servi secondo un orientamento monoteistico e sincero. Ma i demoni li hanno indotti e sviati. Hanno reso loro haram quelle cose che Io avevo reso halal. Hanno ordinato loro di associare a Me dei consociati, senza che Io abbia mai fatto scendere alcuna autorizzazione che li accrediti come Miei associati.(Muslim)
Da ciò risulta chiaramente che dichiarare haram ciò che è halal è un atto di livello shirk. Il Nobile Corano ha manifestato una forte indignazione nei confronti dei politeisti arabi perché, oltre a commettere shirk e ad adorare gli idoli, avevano reso haram per se stessi cose pure, come i raccolti e il bestiame. Infatti, riguardo a tali cose, Allah l’Altissimo non aveva fatto scendere alcuna autorizzazione o approvazione. Bahira, sa’iba, wasila e ham erano i nomi degli animali che essi avevano dichiarato haram. Quando una cammella partoriva cinque piccoli e l’ultimo era maschio, quei politeisti le tagliavano un orecchio. Dichiaravano proibito cavalcarla e la lasciavano libera in onore delle loro divinità. Poi dichiaravano completamente haram sia macellarla sia caricarla di pesi. Non era neppure possibile scacciarla da un abbeveratoio o da un pascolo. Chiamavano quella cammella «bahira», cioè cammella dall’orecchio tagliato. Si chiamava «sa’iba» la cammella che il suo proprietario, al ritorno da un viaggio all’estero o dopo essere guarito da una malattia, consacrava agli dèi e lasciava libera. Se una cammella partoriva una femmina, egli la considerava di propria spettanza; se partoriva un maschio, riteneva che su di esso fosse stato stabilito il diritto degli dèi. Se partoriva sia un maschio sia una femmina, invece di sacrificare il maschio agli dèi, lo lasciava libero. Allora lo chiamavano «wasila». Inoltre, quando il figlio di una cammella era ormai in grado di portare carichi, la vecchia cammella veniva esentata dal trasporto dei pesi e dall’essere cavalcata. Questo animale veniva chiamato «ham».
Il Nobile Corano ha dunque condannato con parole severe il considerare haram questi animali. Ha affermato con assoluta chiarezza che non è in alcun modo giusto agire in questo modo seguendo ciecamente gli antenati. È stato detto:
مَا جَعَلَ اللَّهُ مِن بَحِيرَةٍ وَلَا سَائِبَةٍ وَلَا وَصِيلَةٍ وَلَا حَامٍ ۙ وَلَٰكِنَّ الَّذِينَ كَفَرُوا يَفْتَرُونَ عَلَى اللَّهِ الْكَذِبَ ۖ وَأَكْثَرُهُمْ لَا يَعْقِلُونَ – وَإِذَا قِيلَ لَهُمْ تَعَالَوْا إِلَىٰ مَا أَنزَلَ اللَّهُ وَإِلَى الرَّسُولِ قَالُوا حَسْبُنَا مَا وَجَدْنَا عَلَيْهِ آبَاءَنَا ۚ أَوَلَوْ كَانَ آبَاؤُهُمْ لَا يَعْلَمُونَ شَيْئًا وَلَا يَهْتَدُونَ –
Allah non ha istituito né la bahīra, né la sā’iba, né la waṣīla, né il ḥām, né altro. Questi miscredenti inventano menzogne contro Allah, e la maggior parte di loro è priva di senno. Quando viene loro detto: «Venite ad accettare ciò che Allah ha rivelato e a obbedire al Suo Messaggero», rispondono: «Ci bastano le consuetudini che abbiamo ereditato dai nostri antenati». E sebbene i loro antenati non sapessero nulla e non fossero guidati sulla retta via, continueranno forse a seguire la loro strada? (Sura al-Mā’ida: 103–-104)
Sura al-–A’rāf–— menzionando le cose realmente haram, vi si legge:
قُلْ مَنْ حَرَّمَ زِينَةَ اللَّهِ الَّتِي أَخْرَجَ لِعِبَادِهِ وَالطَّيِّبَاتِ مِنَ الرِّزْقِ
Di’: «Chi ha dichiarato haram le bellezze che Allah ha creato per i Suoi servi e le cose pure con cui li ha provvisti?» (Sura al-–A’rāf: 32)
قُلْ إِنَّمَا حَرَّمَ رَبِّيَ الْفَوَاحِشَ مَا ظَهَرَ مِنْهَا وَمَا بَطَنَ وَالْإِثْمَ وَالْبَغْيَ بِغَيْرِ الْحَقِّ وَأَن تُشْرِكُوا بِاللَّهِ مَا لَمْ يُنَزِّلْ بِهِ سُلْطَانًا وَأَن تَقُولُوا عَلَى اللَّهِ مَا لَا تَعْلَمُونَ
Di’: «Il mio Rabb ha dichiarato haram queste cose: gli atti indecenti, i peccati palesi o nascosti, gli eccessi ingiusti e immotivati, lo shirk associato ad Allah, riguardo al quale Egli non ha fatto scendere alcuna prova, e il parlare di Allah di ciò che non conoscete. (Sura al A‘’raf: 33)
Questa controversia riguardante ciò che è halal e ciò che è haram è stata riportata nelle sure meccane. Ciò significa che, secondo il Corano, questa questione non è marginale, minuziosa o priva d’importanza; al contrario, è collegata ai principi fondamentali dell’Islam e al suo ideale complessivo.
A Medina si manifestò con grande intensità tra i musulmani la tendenza all’austerità e a dichiarare haram per sé stessi le cose pure. In questa fase Allah l’Altissimo fece scendere versetti chiari e categorici, ordinando loro di rimanere entro i limiti stabiliti da Allah e di perseverare sulla Retta Via. Egli ha detto:
يَا أَيُّهَا الَّذِينَ آمَنُوا لَا تُحَرِّمُوا طَيِّبَاتِ مَا أَحَلَّ اللَّهُ لَكُمْ وَلَا تَعْتَدُوا ۚ إِنَّ اللَّهَ لَا يُحِبُّ الْمُعْتَدِينَ – وَكُلُوا مِمَّا رَزَقَكُمُ اللَّهُ حَلَالًا طَيِّبًا ۚ وَاتَّقُوا اللَّهَ الَّذِي أَنتُم بِهِ مُؤْمِنُونَ
O voi che credete! Non considerate haram le cose pure che Allah ha reso halal per voi e non oltrepassate i limiti. Sappiate con certezza che Allah non ama affatto coloro che oltrepassano i limiti. Mangiate del sostentamento halal e puro che Allah vi ha concesso e temete Allah, verso il quale dichiarate di essere credenti. (Sura al-Ma’ida: 87–88)
4. Le cose haram sono dannose
Allah Ta‘ala è il Creatore di tutta l’umanità. Egli ha concesso agli esseri umani innumerevoli preziose grazie, impossibili da calcolare. È dunque naturale che Egli abbia il diritto di dichiarare qualcosa lecito o illecito per gli uomini. Nessuno può avere alcun diritto di porre domande o sollevare obiezioni al riguardo. Questo diritto Gli appartiene in quanto Rabb. L’uomo è Suo servo. Proprio in quanto Suo servo, l’uomo è obbligato a rispettare questo Suo diritto. Così come, in quanto Rabb, Egli ha fatto dell’uomo il Suo servo e gli ha dato un sistema di vita e delle regole da seguire. Tuttavia, poiché Allah è immensamente misericordioso verso i Suoi servi, non ha imposto alcuna costrizione in questa materia, né ha prescritto norme irrazionali o contrarie alla ragione e al buon senso. Egli ha dichiarato ogni cosa lecita o illecita in modo pienamente razionale. Il fine ultimo è il conseguimento del bene fondamentale dell’intera umanità. Per questo ha reso lecite agli uomini soltanto le cose pure, sane, buone ed eccellenti, e ha reso illecite tutte le sostanze vili, corrotte, cattive e nocive.
A questo proposito si può dire che Egli aveva reso illecite agli Ebrei anche alcune cose buone ed eccellenti. Ciò, tuttavia, era una punizione per la loro stessa condotta disobbediente. Essi avevano infatti oltrepassato arbitrariamente i limiti stabiliti da Allah riguardo al lecito e all’illecito. Allah lo ha detto nel seguente versetto:
وَعَلَى الَّذِينَ هَادُوا حَرَّمْنَا كُلَّ ذِي ظُفُرٍ ۖ وَمِنَ الْبَقَرِ وَالْغَنَمِ حَرَّمْنَا عَلَيْهِمْ شُحُومَهُمَا إِلَّا مَا حَمَلَتْ ظُهُورُهُمَا أَوِ الْحَوَايَا أَوْ مَا اخْتَلَطَ بِعَظْمٍ ۚ ذَٰلِكَ جَزَيْنَاهُم بِبَغْيِهِمْ ۖ وَإِنَّا لَصَادِقُونَ
A coloro che avevano adottato la religione ebraica avevamo proibito ogni animale dotato di artigli, e dei bovini e degli ovini avevamo proibito loro il grasso, eccetto quello che si trova sul dorso, nelle viscere o attaccato alle ossa. Facemmo ciò come punizione per la loro ribellione. Nel farlo fummo certamente giusti e veritieri. (Sura An‘’am 146)
In un’altra sura del Corano è stato spiegato quale atteggiamento ribelle avessero adottato gli Ebrei. Il versetto recita:
فَبِظُلْمٍ مِّنَ الَّذِينَ هَادُوا حَرَّمْنَا عَلَيْهِمْ طَيِّبَاتٍ أُحِلَّتْ لَهُمْ وَبِصَدِّهِمْ عَن سَبِيلِ اللَّهِ كَثِيرًا – وَأَخْذِهِمُ الرِّبَا وَقَدْ نُهُوا عَنْهُ وَأَكْلِهِمْ أَمْوَالَ النَّاسِ بِالْبَاطِلِ
Coloro che hanno adottato la religione ebraica e hanno commesso ingiustizia: a causa di questa ingiustizia abbiamo proibito loro quelle cose che erano state rese lecite per loro. E anche perché, a causa del loro crimine, ostacolavano fortemente le persone, prendevano interesse benché fosse stato loro proibito, e consumavano i beni altrui in modo illecito. (Sura an– Nisāʾ: 160–-161)
In seguito, Allah l’Altissimo inviò a tutta l’umanità il Suo ultimo Messaggero, colui con il quale si concluse la venuta dei profeti e dei messaggeri. A quel tempo l’umanità aveva raggiunto la maturità e possedeva pienamente ragione e discernimento. Allora Allah l’Altissimo, per grazia, rimosse da loro quel gravoso fardello delle proibizioni imposto temporaneamente. Per la Gente della Scrittura, l’identità di questa missione profetica era nota; nel Nobile Corano è menzionata con queste parole:
يَجِدُونَهُ مَكْتُوبًا عِندَهُمْ فِي التَّوْرَاةِ وَالْإِنجِيلِ يَأْمُرُهُم بِالْمَعْرُوفِ وَيَنْهَاهُمْ عَنِ الْمُنكَرِ وَيُحِلُّ لَهُمُ الطَّيِّبَاتِ وَيُحَرِّمُ عَلَيْهِمُ الْخَبَائِثَ وَيَضَعُ عَنْهُمْ إِصْرَهُمْ وَالْأَغْلَالَ الَّتِي كَانَتْ عَلَيْهِمْ
Essi lo trovano scritto presso di loro nella Torah e nel Vangelo. Egli ordina loro ciò che è buono, vieta loro ciò che è riprovevole, dichiara lecite per loro le cose pure e buone e rimuove da loro i gravosi fardelli e le catene che erano state imposte loro. (Sura al-Aʿrāf: 157)
In seguito, invece di proibire le cose buone, pure ed eccellenti come espiazione delle colpe, nell’Islam furono predisposti altri metodi e mezzi. Per l’espiazione dei peccati fu prescritta un’autentica penitenza. Come l’acqua lava e rimuove la sporcizia e i rifiuti, così la penitenza fa perdonare i peccati. Inoltre furono stabilite molte opere che eliminano le cattive azioni. L’elemosina e la carità spengono il fuoco dei peccati, come l’acqua spegne il fuoco. Inoltre, nella vita terrena, si devono sopportare molte sofferenze, difficoltà e calamità, che fanno cadere i peccati e gli errori del servo come foglie e fronde secche. Per questo è divenuta incontestabile la verità dell’Islam: tutto ciò che esso ha proibito è certamente cattivo, vile e dannoso.
In realtà, ha proibito ciò il cui danno è preponderante e totale rispetto al beneficio che può derivarne, mentre ha reso lecito tutto ciò che è autenticamente utile e benefico. A proposito del vino e del gioco d’azzardo, nel Nobile Corano è detto:
يَسْأَلُونَكَ عَنِ الْخَمْرِ وَالْمَيْسِرِ ۖ قُلْ فِيهِمَا إِثْمٌ كَبِيرٌ وَمَنَافِعُ لِلنَّاسِ وَإِثْمُهُمَا أَكْبَرُ مِن نَّفْعِهِمَا
O Profeta! La gente ti chiede riguardo al vino e al gioco d’azzardo. Di’: in entrambi vi è un grande peccato, sebbene vi siano anche alcuni benefici; tuttavia il loro danno è molto maggiore del loro beneficio. (Sura al-Baqara: 219)
A questo proposito si può dire che, quando si chiede che cosa sia halal nell’Islam, si risponde: le cose pure=sacre e benefiche, cioè quelle che una mente umana sana considera buone ed eccellenti e che tutti gli esseri umani, in linea generale, apprezzano senza essere condizionati da abitudini o consuetudini: questo è halal. Nel Nobile Corano è detto:
…………….. Arabo ……………….
Ti chiedono che cosa sia stato reso halal per loro. O Profeta, di’ loro: per voi sono state rese halal tutte le cose pure, pulite, eccellenti e buone.
Altrove è detto:
………….. Arabo ……………..
Oggi sono state rese halal per voi tutte le cose pure, pulite, eccellenti e buone.
La ragione per cui Allah Ta’ala ha dichiarato haram una cosa è la sua bassezza, malvagità e nocività. Non è necessario che ogni musulmano conosca dettagliatamente tutto ciò. Infatti, non tutti possiedono in egual misura una conoscenza corretta di tali questioni. Può darsi che alcuni lo sappiano, mentre per molti altri rimanga sconosciuto. Spesso il difetto e la bassezza di una cosa non si sono ancora manifestati e saranno certamente conosciuti in seguito. In tale situazione, è dovere di ogni credente accettare senza riserve e senza esitazione la dichiarazione di Allah. Dire: «Ho saputo e ho accettato».
Allah l’Altissimo ha reso haram la carne di maiale. I musulmani compresero soltanto che essa era stata proibita perché estremamente ripugnante e cattiva. Ma, con il progresso dei tempi, progredirono anche il sapere e la scienza. Di conseguenza si scoprì che nella carne di maiale sono presenti microrganismi tossici, distruttivi e letali per l’uomo. Tuttavia, anche se non si fosse giunti a conoscere questo fatto riguardo alla carne di maiale, o si fosse scoperto qualcosa di diverso, la fede dei musulmani non sarebbe mai cambiata. Infatti, secondo la dichiarazione di Allah, essa è impura ed estremamente cattiva.
A titolo d’esempio, il Nobile Profeta, pace e benedizioni su di lui, ha detto:
………………. Arabo ………………
State lontani dalle tre cose che attirano la maledizione: defecare nei luoghi in cui si beve l’acqua, in mezzo alla strada e nei luoghi ombreggiati. (Abu Dawud, Ibn Majah, Hakim, Bayhaqi)
Inizialmente si comprese da queste parole soltanto che defecare in questi tre luoghi era un’azione molto cattiva, contraria alla buona educazione, alla pulizia e alla sana coscienza. Ma, con lo sviluppo delle conoscenze scientifiche, in seguito abbiamo appreso che tale comportamento è estremamente dannoso dal punto di vista dei principi generali dell’igiene. Infatti, a causa di ciò possono diffondersi malattie contagiose di natura gravissima.
Alla luce di ciò, si può affermare che quanto più progrediranno e si svilupperanno il sapere e la scienza, tanto più verranno svelate le ragioni e la considerazione del bene insite alla base della formulazione delle norme della Sharia islamica. Non resterà più nulla da conoscere riguardo alla ragione fondamentale della determinazione di ciò che è halal e di ciò che è haram. In realtà, alla base della Sharia islamica è insita l’autentica considerazione del bene dell’intera umanità da parte del suo Legislatore. E come potrebbe essere altrimenti? Essa è stata formulata da Allah, il Misericordiosissimo, l’Onnisciente e il Sommo Sapiente. Perciò nel Nobile Corano è detto:
وَاللَّهُ يَعْلَمُ الْمُفْسِدَ مِنَ الْمُصْلِحِ ۚ وَلَوْ شَاءَ اللَّهُ لَأَعْنَتَكُمْ ۚ إِنَّ اللَّهَ عَزِيزٌ حَكِيمٌ
Allah l’Altissimo sa perfettamente e con esattezza che cosa è corruttivo e cattivo e che cosa è benefico e buono. Se Allah avesse voluto, avrebbe potuto gettarvi in una dura sofferenza. (Ma non lo ha voluto.) Certamente Allah è il Vittorioso, l’Invincibile, il Sommo Sapiente. (Sura al-Baqara: 220)
5. Halal è sufficiente, haram non è necessario
In verità, l’Islam è un ordinamento di vita di grande bellezza. È stato rivelato allo scopo di garantire agio nella vita dell’essere umano. Se in questo ordinamento qualcosa è stato dichiarato haram, al suo posto è stato reso halal qualcosa di migliore. È stata offerta un’alternativa eccellente. Tale alternativa è fatta in modo che, da un lato, chiuda la via a tutte le cose che provocano corruzione e, dall’altro, elimini del tutto il bisogno o la dipendenza dalle cose haram. L’allamah Ibn al-Qayyim (raḥimahullāh), riferendosi a questo, ha detto:
L’Islam ha dichiarato illecito cercare di conoscere il destino attraverso il gioco dei dadi. Al suo posto ha istituito la supplica dell’istikhara. [L’Islam ai musulmani ha insegnato che, prima di compiere qualsiasi azione egli deve consultarsi e farlo e compiere l’istikhara .। È stato dichiarato che, ‘chi compie l’istikhara e non fallisce mai e che chi si consulta con gli altri, non prova vergogna mai .। ‘L’istikhara’significa che, chi si trova di fronte a due questioni e si trova indeciso su quale scegliere– qualedei due debba scegliere, deve chiedere a Allah di indicargli tra i due quello che è migliore e di quello chiedere di trovare la strada che Allahgli indicherà con la supplica’e la preghiera। Per questo è stata predisposta la preghiera e la supplica’recitata della tradizione è stata predisposta e messa a disposizione .।]
L’Islam ha proibito l’usura; al suo posto ha reso leciti gli affari commerciali redditizi.
Ha proibito il gioco d’azzardo; al suo posto ha reso lecita l’accettazione dei beni vinti nelle competizioni di cavalli, cammelli e tiro con l’arco che non siano contrarie alla Sharia.
Agli uomini è stato proibito l’uso della seta; al suo posto sono stati resi leciti i vari begli abiti di cotone, lana e lino.
Ha proibito la zina, cioè la fornicazione, e i rapporti omosessuali; al loro posto ha reso leciti i rapporti sessuali con la propria moglie.
Le sostanze stupefacenti sono state proibite; al loro posto ha reso halal le bevande gustose e benefiche per il corpo e la mente.
Ha proibito gli alimenti cattivi e di qualità infima; al loro posto ha reso halal gli alimenti buoni, eccellenti e di ottima qualità.
Esaminando in questo modo l’insieme delle norme islamiche, risulterà evidente che, se Allah l’Altissimo ha ristretto da un lato la vita degli uomini proibendo loro alcune cose, dall’altro ha reso lecite molte altre cose, conferendo alla vita grande ampiezza e liberalità. È vero che ha chiuso una porta, ma ha aperto quelle dall’altro lato. Infatti Allah l’Altissimo non ha voluto sottoporre la vita umana a difficoltà gravose e privazioni. Ciò che Egli desidera per loro è l’agio. Ha voluto colmare la vita degli uomini di bene, di guida infallibile e di misericordia. Allah stesso ha dichiarato:
يُرِيدُ اللَّهُ لِيُبَيِّنَ لَكُمْ وَيَهْدِيَكُمْ سُنَنَ الَّذِينَ مِن قَبْلِكُمْ وَيَتُوبَ عَلَيْكُمْ ۗ وَاللَّهُ عَلِيمٌ حَكِيمٌ – وَاللَّهُ يُرِيدُ أَن يَتُوبَ عَلَيْكُمْ وَيُرِيدُ الَّذِينَ يَتَّبِعُونَ الشَّهَوَاتِ أَن تَمِيلُوا مَيْلًا عَظِيمًا – يُرِيدُ اللَّهُ أَن يُخَفِّفَ عَنكُمْ ۚ وَخُلِقَ الْإِنسَانُ ضَعِيفًا
Allah vuole rendervi chiare le Sue leggi e prescrizioni, mostrarvi le norme e i metodi della guida di coloro che vi hanno preceduto e rivolgersi a voi con la Sua misericordia. Allah è Onnisciente e Sapientissimo. Allah vuole certamente trattarvi con misericordia, ma coloro che seguono i propri desideri, passioni e brame vogliono farvi deviare grandemente dalla retta via. Allah vuole alleggerire i pesi gravosi che gravano su di voi, poiché l’essere umano è stato creato debole. (Sura an-Nisāʾ: 26––28)
6. Anche ciò che conduce a un atto haram è haram
Uno dei principi fondamentali dell’Islam è che anche ciò che costituisce la causa di un atto haram è haram. In questo modo l’Islam ha dichiarato haram anche le cause che portano alla commissione di atti haram. Infatti, se tali cause non vengono eliminate, non vi sarà alcuna difficoltà nel compiere l’atto haram vero e proprio. A titolo di esempio, l’Islam ha dichiarato haram la zina, cioè l’adulterio. Ha dichiarato haram anche tutto ciò che rende facile, agevole e inevitabile questo atto haram. Tra queste pratiche rientrano il comportamento libero, scoperto e sregolato delle donne, l’isolamento sconveniente di uomini e donne in solitudine, gli incontri e le visite senza restrizioni, la commistione, gli amori e le amicizie segrete, le immagini nude, le riviste e i giornali osceni, la musica e i canti che suscitano l’eccitazione sessuale e simili. Per questo gli esperti della sharīʿa islamica hanno enunciato il seguente principio:
«Tutto ciò che provoca atti haram è anch’esso haram.»
Alla luce di ciò, va considerato anche un altro principio fondamentale dell’Islam: non è ritenuto peccatore e colpevole soltanto colui che commette direttamente l’atto haram. Anche chiunque abbia contribuito a tale atto sarà ritenuto peccatore e colpevole nella misura del proprio contributo, sia esso materiale o verbale. Chiunque abbia aiutato in una certa misura a compiere l’atto haram principale partecipa esattamente nella stessa misura al peccato principale. Per questo il Nobile Profeta non ha maledetto soltanto chi beve il vino, ma anche il produttore di vino, chi lo amministra, chi lo trasporta, coloro per i quali viene trasportato e persino chi ne riscuote il prezzo. Analogamente, sono maledetti colui che consuma l’usura, colui che la fa consumare, colui che ne redige il documento e colui che ne è testimone: tutte queste persone sono maledette. Pertanto, anche ciò che sostiene un atto haram è haram. E non vi è nulla di sorprendente nel fatto che chiunque aiuti in un atto haram partecipi al peccato nella misura del suo aiuto.
7. Nel compiere un atto haram ricorrere a espedienti è anch’esso haram
Tutte le cause esteriori che spingono le persone verso gli atti haram sono anch’esse haram; allo stesso modo, occultare qualcosa e compiere un’azione con l’aiuto di stratagemmi è haram. Tutti questi espedienti fraudolenti sono il risultato delle tentazioni di Satana. Gli ebrei avevano reso leciti, mediante stratagemmi, gli atti e le cose che Allah aveva dichiarato haram. Ciò è estremamente ripugnante. Il nobile Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, ha detto:
………….. Arabo ……………
Non fate ciò che fecero gli ebrei. Non cercate di rendere lecita, con un semplice stratagemma, ciò che Allah ha dichiarato haram.
Allah l’Altissimo aveva proibito agli ebrei di cacciare in qualsiasi modo il sabato. Ma essi, ricorrendo a uno stratagemma, resero lecito ciò che era haram. Il venerdì scavavano delle buche; il sabato i pesci vi entravano e vi rimanevano raccolti, e la domenica li catturavano. Non ritenevano affatto ingiusto ricorrere a un simile stratagemma. Secondo i giuristi islamici, tuttavia, agire in questo modo è completamente haram. Infatti Allah voleva che si astenessero dalla caccia, sia direttamente sia indirettamente.
Se si cambia il nome di una cosa haram o il suo aspetto esteriore, senza che la sua natura originaria subisca alcun cambiamento, quella cosa non diventa lecita; si tratta piuttosto soltanto di un espediente fraudolento per eludere ciò che è haram. Se le persone continuano a escogitare nuove forme, ricorrendo a stratagemmi per compiere un atto illecito come l’usura, oppure iniziano a bere vino chiamandolo con un nome rispettabile, ciò non cambia minimamente il fatto che esso sia haram e costituisca un peccato. Il nobile Messaggero aveva già messo in guardia da ciò, dicendo:
…………….. Arabo ……………….
Tra la mia comunità vi saranno persone che vorranno cambiare il nome della bevanda alcolica per renderla lecita. (Ahmad)
Il fatto che la gente chiami la danza che distrugge la moralità «arte» o «belle arti», definisca il vino «bevanda» e denomini l’interesse «profitto» (interest), non è altro che il risultato degli sconvolgimenti e delle trasformazioni del tempo; altrimenti, non si è verificata alcuna differenza quanto all’illiceità dell’atto in sé.
8. L’intenzione buona non basta: l’haram non diventa halal .
Non vi è aucun dubbio che l’Islam attribuisca grande importanza, nelle questioni della Sharia, alle buone intenzioni, agli obiettivi privi di colpa e a una disposizione d’animo disinteressata. Il nobile Profeta stesso, pace su di lui, ha detto:
…………. Arabo ……………..
Tutte le azioni vengono valutate in base alle intenzioni. E ogni persona ottiene ciò che intende. È grazie all’intenzione che le azioni di natura mubah e quelle appartenenti alle consuetudini e alle abitudini acquisiscono la capacità di diventare atti di culto e mezzi per avvicinarsi ad Allah. Chi assume cibo per preservare la vita e ottenere tranquillità, così da poter adempiere ai propri doveri e responsabilità verso il popolo di Allah, trasforma anch’egli l’assunzione di quel cibo e di quella bevanda in un atto di culto e in un mezzo per avvicinarsi ad Allah.
Chi ha rapporti con la propria moglie allo scopo di preservare la castità propria e di lei e di avere figli, vedrà anch’egli considerata questa azione come un atto di culto e avrà diritto alla ricompensa. A questo proposito, il Profeta, pace su di lui, ha detto:
…………… Arabo ………………
Anche il rapporto sessuale di uno di voi con sua moglie è un atto che comporta ricompensa. Quando i Compagni chiesero: «O Messaggero di Allah! Se un uomo soddisfa il proprio desiderio sessuale, riceverà per questo una ricompensa?», il Messaggero rispose: «Se avesse avuto un rapporto illecito, non sarebbe stato peccatore? Allo stesso modo, avrà diritto a una ricompensa anche per il rapporto sessuale lecito e halal.» (Bukhari, Muslim)
È inoltre riportato negli hadith:
…………….. arabo ……………..
Chiunque cerchi di procurarsi i beni leciti di questo mondo con l’intento di preservare il proprio onore, soddisfare le necessità della propria famiglia e mostrare compassione verso il proprio vicino, incontrerà Allah in una condizione tale che il suo volto sarà luminoso e raggiante come la luna in una notte di plenilunio. (al-Tabarani)
In questo modo, qualunque atto lecito compia il credente diventerà un atto di adorazione grazie alla buona intenzione. Ma ciò che è haram resterà haram in ogni circostanza, per quanto buono e puro possa essere lo scopo, e per quanto grande, nobile ed elevato possa essere l’obiettivo alla sua base. L’Islam non approva affatto l’adozione di mezzi haram per raggiungere un obiettivo elevato.
Perché l’Islam richiede entrambe le cose: che l’obiettivo sia elevato e nobile e che i mezzi e i metodi per raggiungerlo siano puri. L’Islam non è affatto disposto ad accettare il principio opportunistico secondo cui il fine rende leciti tutti i mezzi e tutti i metodi. Inoltre, l’Islam non ritiene necessario adottare numerosi metodi e mezzi errati per raggiungere un obiettivo e uno scopo corretti. Al contrario, ritiene assolutamente necessario ricorrere a metodi e mezzi corretti, irreprensibili e puri per un obiettivo e uno scopo corretti e irreprensibili. Se qualcuno, con l’intento di costruire una moschea o di svolgere opere di pubblica utilità, guadagna denaro attraverso l’interesse, la corruzione, l’haram, i divertimenti proibiti, il gioco d’azzardo e altri mezzi vietati, la sua buona intenzione non cambierà la natura haram dell’atto haram, rendendolo halal. Perché l’intenzione, l’atteggiamento o la buona volontà dell’Islam non possono esercitare la minima influenza su ciò che è haram. Il Nobile Profeta, pace e benedizioni su di lui, insegnando ciò, ha detto:
………….. arabo …………..
Allah è puro. Egli accetta soltanto ciò che è puro. Ai credenti ha impartito lo stesso ordine che aveva impartito ai Suoi profeti e messaggeri. Ha detto: (versetto coranico) «O messaggeri! Mangiate le cose pure e compite opere virtuose. Io sono pienamente informato di tutto ciò che fate.»(Sura al-Mu’minun: 51)
Ha inoltre detto:
يَا أَيُّهَا الَّذِينَ آمَنُوا كُلُوا مِن طَيِّبَاتِ مَا رَزَقْنَاكُمْ
O voi che credete! Nutritevi dei puri sostentamenti che vi abbiamo concesso.(Sura al-Baqara: 172)
Poi il Messaggero, pace e benedizioni su di lui, disse:
…………… Arabo ……………..
Un uomo compie un lungo viaggio. I capelli del capo sono arruffati e spettinati, e i suoi piedi sono coperti di polvere. Alza entrambe le mani verso l’alto e invoca ripetutamente: «O Allah, o Allah!». Ma il suo cibo è haram, la sua bevanda è haram, il suo abbigliamento è haram: è stato allevato e nutrito con cibo haram. Come può dunque essere accolta presso Allah l’invocazione di una persona simile?(Muslim, Tirmidhi)
E disse inoltre:
…………… Arabo ………..
Chi accumula beni haram e poi li dona, non riceverà alcuna ricompensa. Il peccato del suo guadagno haram ricadrà comunque su di lui come un fardello.
……………… arabo. ……………
L’elemosina e la carità che il servo offre con i beni illeciti che ha guadagnato non saranno accettate. E ciò che spende di quei beni non sarà benedetto. Quanto invece lascia dietro di sé, sarà soltanto il suo viatico per l’Inferno. La verità è che Allah l’Altissimo non elimina l’ingiustizia per mezzo dell’ingiustizia; piuttosto, rimuove l’ingiustizia per mezzo della giustizia. In realtà, la sporcizia non può rimuovere la sporcizia.
9. haram da lontano stare per dubbie attività evitare
Una grande misericordia di Allah verso gli abitanti del mondo consiste nel fatto che Egli ha spiegato chiaramente ciò che è halal, così come ha indicato ciò che è haram.
وَقَدْ فَصَّلَ لَكُم مَّا حَرَّمَ عَلَيْكُمْ
Allah vi ha spiegato chiaramente tutto ciò che vi è stato reso illecito. (Al An’ʿām: 119)
Pertanto, non può esservi alcun ostacolo o impedimento nel compiere ciò che è chiaramente halal. Quanto a ciò che è chiaramente haram, in generale non può essere concessa alcuna autorizzazione a compierlo, salvo in una situazione di assoluta necessità. Oltre a ciò, tra questo halal evidente e questo haram manifesto esiste anche una categoria di cose dubbie. A loro riguardo le persone cadono nell’esitazione e nell’incertezza. La ragione per cui sono dubbie è che, in molti casi, le prove pertinenti rimangono poco chiare; talvolta, non essendo possibile giungere a una decisione definitiva sull’applicazione della prova inconfutabile disponibile, l’uomo sprofonda in un’estrema incertezza. In Islam, evitare queste cose dubbie viene chiamato timore di Allah, taqwa e cautela per salvarsi dall’ingiustizia. Ciò serve a chiudere la via al peccato, educa l’uomo in modo impeccabile e lo guida sulla retta via. Altrimenti, l’uomo potrebbe lasciarsi coinvolgere in attività dubbie e finire per compiere atti haram. Il Nobile Profeta, pace e benedizioni su di lui, enunciò personalmente questo principio fondamentale:
…………….. arabo …………………
Il lecito è chiaro e anche l’illecito è chiaro. Tra i due vi sono alcune questioni dubbie. Molte persone non sanno se esse siano in realtà lecite o illecite. In una situazione simile, chi se ne tiene lontano per preservare la propria religione e il proprio onore troverà certamente sicurezza. Ma chi si coinvolge in una di esse non è immune dal cadere nell’illecito. Chi fa pascolare i propri animali nei pressi di un pascolo proibito rischia di entrare nella zona proibita. Ascoltate: ogni re ha un pascolo riservato. Ascoltate ancora: le cose che Allah ha proibito sono il Suo pascolo riservato.(al-Bukhari, Muslim, al-Tirmidhi)
10. L’haram è per tutti
Nella sharīʿa islamica, la normativa dell’haram è generale, senza eccezioni e vale per tutti. Non è possibile nell’Islam che qualcosa sia haram per gli abitanti di un Paese e halal per quelli di un altro, oppure che sia proibito ai neri e permesso ai bianchi. Nell’Islam è del tutto inconcepibile che qualcosa sia halal per una determinata classe o gruppo di persone e proibito per gli altri. Nell’Islam non è riconosciuto alcun privilegio particolare a categorie quali sacerdoti, religiosi, dotti, re, sovrani, nobili e simili. Non è stata concessa nell’Islam alcuna possibilità che costoro, appellandosi al proprio status speciale, soddisfino da un lato i propri desideri e dall’altro esercitino una forma particolare di dominio sulla popolazione. Sotto questo aspetto, neppure i musulmani possiedono privilegi o diritti speciali. Nell’Islam non trova assolutamente posto alcuna norma secondo cui una cosa sarebbe halal per i musulmani e proprio quella stessa cosa sarebbe haram per gli altri. Infatti Allah è il Signore di tutti gli esseri umani senza distinzione. Allo stesso modo, la guida di vita da Lui data, la sharīʿa islamica, è una guida per tutta l’umanità senza distinzione. Pertanto, tutto ciò che la Sua sharīʿa ha reso halal è halal per tutti gli esseri umani senza distinzione. Al contrario, tutto ciò che ha reso haram è haram per tutti e fino al Giorno della Resurrezione.
Si può citare come esempio il furto. Esso è haram per tutti. È lo stesso in ogni caso, che il ladro sia musulmano o non musulmano. Qualunque sia l’identità del ladro, egli dovrà inevitabilmente subire la punizione; è lo stesso in ogni caso, che sia musulmano o non musulmano. Qualunque sia l’identità del ladro, dovrà inevitabilmente subire la punizione. Il Nobile Messaggero, pace e benedizioni su di lui, ha personalmente attuato questo principio. Egli ha dichiarato:
……………. arabo ………………
Giuro nel nome di Allah! Anche se Fāṭima, figlia di Muhammad, avesse rubato, le sarebbe stata amputata la mano.(al-Bukhari)
Durante la vita del Nobile Messaggero, pace e benedizioni su di lui, si verificò un caso di furto. Il sospetto cadde su un musulmano e su un ebreo. I parenti del musulmano continuavano ad accusare l’ebreo, mentre in realtà era stato il musulmano a commettere il furto. In tale situazione, fu rivelata una wahy da parte di Allah, che stabilì una giustizia imparziale e dichiarò innocente l’ebreo. Fu detto:
إِنَّا أَنزَلْنَا إِلَيْكَ الْكِتَابَ بِالْحَقِّ لِتَحْكُمَ بَيْنَ النَّاسِ بِمَا أَرَاكَ اللَّهُ ۚ وَلَا تَكُن لِّلْخَائِنِينَ خَصِيمًا – وَاسْتَغْفِرِ اللَّهَ ۖ إِنَّ اللَّهَ كَانَ غَفُورًا رَّحِيمًا – وَلَا تُجَادِلْ عَنِ الَّذِينَ يَخْتَانُونَ أَنفُسَهُمْ ۚ إِنَّ اللَّهَ لَا يُحِبُّ مَن كَانَ خَوَّانًا أَثِيمًا –
Abbiamo fatto scendere su di te questo Libro con la verità, affinché tu giudichi e amministri tra la gente secondo ciò che Allah ti ha mostrato. Non essere un litigante in difesa dei traditori, un litigante. E non difendere coloro che tradiscono se stessi. Allah non ama affatto i traditori e i peccatori.(Sura an-Nisāʾ: 105–107)
Gli ebrei avevano alterato a loro piacimento molte cose del Libro di Allah fatto scendere su di loro. Avevano stabilito che l’interesse fosse haram per gli ebrei quando uno di loro concedeva un prestito a un proprio fratello ebreo. Ma non vi era alcun divieto di concedere un prestito a interesse a un non ebreo: ciò non era haram. Nei loro libri era scritto:
Non concedere a interesse un prestito a tuo fratello; tuttavia puoi concedere un prestito a interesse a una persona di un’altra nazione.
Anche nel Nobile Corano è menzionata questa malefatta degli ebrei. Vi si dice:
وَمِنْ أَهْلِ الْكِتَابِ مَنْ إِن تَأْمَنْهُ بِقِنطَارٍ يُؤَدِّهِ إِلَيْكَ وَمِنْهُم مَّنْ إِن تَأْمَنْهُ بِدِينَارٍ لَّا يُؤَدِّهِ إِلَيْكَ إِلَّا مَا دُمْتَ عَلَيْهِ قَائِمًا ۗ ذَٰلِكَ بِأَنَّهُمْ قَالُوا لَيْسَ عَلَيْنَا فِي الْأُمِّيِّينَ سَبِيلٌ وَيَقُولُونَ عَلَى اللَّهِ الْكَذِبَ وَهُمْ يَعْلَمُونَ
Tra loro vi sono anche persone alle quali, se affidi in deposito anche una sola moneta, non la restituiranno finché non starai loro addosso. La ragione è che dicono: «Non abbiamo alcuna responsabilità nei confronti degli ummiyyūn (i non ebrei)». E diffondono consapevolmente questa menzogna in nome di Allah.(Sura Āl–ʿImrān: 75)
Non vi è alcun dubbio che abbiano diffuso menzogne in nome di Allah. Infatti, la legge di Allah e la legge della Sharīʿa non fanno distinzione tra le diverse nazioni. Allah l’Altissimo ha dichiarato haram il tradimento per bocca di tutti i profeti e messaggeri. Non vi è alcun dubbio che questa disputa degli ebrei sia il risultato di una mentalità estremamente vile, bassa e ristretta. Essa non può avere neppure il minimo spazio in alcuna religione celeste. Infatti, la moralità elevata e la veridicità sono sempre umane e universali. Pertanto, una cosa non può essere halal per alcuni e haram per altri. Prendiamo, ad esempio, la custodia dei depositi affidati: presso di loro era certamente riconosciuta come una caratteristica del buon carattere, ma non in modo universale. Era limitata specificamente ai rapporti reciproci all’interno della loro stessa tribù. Quanto alle persone diverse da loro, al di fuori della tribù, ogni forma di tradimento nei loro confronti non era soltanto lecita, ma addirittura un dovere altamente meritorio e caro.
In questo modo sono diffuse ovunque molte antiche dottrine religiose e moderne teorie scientifiche che creano divisioni tra gli esseri umani, tra le tribù e tra le nazioni. Esse sono tanto disumane quanto incapaci di superare la prova della vera ragione. Pertanto, vanno evitate.
11. La necessità rende lecite le cose proibite
Il campo e l’ambito delle proibizioni nell’Islam sono estremamente ristretti. Tuttavia, per tutto ciò che è stato proibito, sono state adottate estrema severità e inflessibilità. Sono state inoltre sbarrate le vie manifeste e occulte che conducono agli atti proibiti. È stato poi proibito anche ciò che costituisce la causa di un atto proibito. Nell’Islam è stato dichiarato proibito persino predisporre i mezzi per aiutare e favorire un atto proibito. È stato reso proibito anche il tentativo di rendere lecito, con astuzia, qualcosa di proibito. L’Islam, tuttavia, non ha negato le esigenze delle necessità reali dell’essere umano, né ha mostrato la minima trascuratezza verso la sua debolezza naturale. Perciò, tenendo conto delle necessità estremamente urgenti e della naturale debolezza dell’uomo, è stato permesso di consumare una quantità di cibo proibito sufficiente a soddisfare il bisogno fondamentale. Ma anche questa autorizzazione non è illimitata né priva di condizioni: il suo unico obiettivo fondamentale è soddisfare la necessità e salvarsi dalla distruzione. Per questo, dopo aver dichiarato proibito il consumo di animali morti, sangue e carne di maiale, Allah l’Altissimo ha detto:
فَمَنِ اضْطُرَّ غَيْرَ بَاغٍ وَلَا عَادٍ فَلَا إِثْمَ عَلَيْهِ ۚ إِنَّ اللَّهَ غَفُورٌ رَّحِيمٌ
Chiunque si trovi costretto e, senza desiderarlo né oltrepassare i limiti, consumi una certa quantità di tali alimenti, non commetterà alcun peccato. In verità, Allah è perdonatore e misericordioso. (Sura al-Baqara: 173)
Allah l’Altissimo ha proclamato ripetutamente questa autorizzazione nel Corano. Da ciò, i giuristi islamici hanno ricavato questo principio fondamentale:
«La necessità rende lecite persino le cose proibite.»
Ma qui bisogna prestare particolare attenzione al fatto che, in tutti questi casi, per la persona costretta è stata posta la condizione di «non desiderare e non oltrepassare i limiti». Ciò significa che, quando una persona si trova costretta, non trova cibo lecito e, a causa della fame, il timore di perdere la vita diventa concreto e intenso, allora «può consumare cibo proibito, ma il desiderio, la brama, il gusto, il piacere di assaporarlo e il conseguimento della sazietà non possono costituire il suo obiettivo. In secondo luogo, nel consumarlo, può mangiarne solo la quantità minima necessaria; non può mangiarne fino a riempirsi lo stomaco». Da questa condizione i giuristi hanno dedotto un altro principio fondamentale, che è il seguente:
………………. arabo. ……………
È il bisogno stesso a determinarne la quantità (o il limite della quantità).
È vero che l’uomo deve piegarsi davanti alla necessità. Ma ciò non significa che debba arrendersi completamente ad essa e consegnarle le redini del proprio essere. Deve invece rimanere legato al lecito (halal) e dedicarsi giorno e notte alla sua ricerca. Poiché, a causa della necessità, è stato concesso di consumare temporaneamente una cosa proibita e nella quantità minima necessaria, è assolutamente indispensabile vigilare con attenzione e cautela affinché non cerchi di aggrapparvisi per sempre né si abbandoni al piacere di gustarla.
Concedendo il permesso di consumare ciò che è proibito nei casi di necessità estrema, l’Islam ha dimostrato la realtà della propria concezione fondamentale e, in conformità con i propri principi e ideali, ha predisposto ogni agevolazione. Da ciò è dimostrata in modo incontrovertibile la verità di questa dichiarazione di Allah l’Altissimo:
يُرِيدُ اللَّهُ بِكُمُ الْيُسْرَ وَلَا يُرِيدُ بِكُمُ الْعُسْرَ
Allah vuole facilitarvi le cose. Non vuole affatto imporvi alcuna difficoltà. (Sura al-Baqara: 185)
مَا يُرِيدُ اللَّهُ لِيَجْعَلَ عَلَيْكُم مِّنْ حَرَجٍ وَلَٰكِن يُرِيدُ لِيُطَهِّرَكُمْ وَلِيُتِمَّ نِعْمَتَهُ عَلَيْكُمْ لَعَلَّكُمْ تَشْكُرُونَ
Allah non vuole gettarvi nella difficoltà e nell’angustia. Al contrario, vuole purificarvi e completare per voi il dono della Sua grazia, affinché rendiate grazie. (Sura al-Mā’ida: 6)
يُرِيدُ اللَّهُ أَن يُخَفِّفَ عَنكُمْ ۚ وَخُلِقَ الْإِنسَانُ ضَعِيفًا
Allah vuole alleggerire il vostro fardello. Infatti, l’essere umano è stato creato debole e incapace. (Sura An-Nisāʾ: 28)
Secondo capitolo
La vita personale del musulmano: halal– e haram
– Cibo e bevande
– Abbigliamento e ornamenti-–bellezza
– Casa-–abitazione
– guadagno e professione
del musulmano personale vita halal–haram
Cibo e bevande: fin dai tempi più antichi, tra i popoli sono esistiti contrasti e divergenze di opinione riguardo al consumo di cibo, soprattutto tra gli animali. Le controversie sono sorte proprio intorno a quali cose siano permesse e lecite e quali invece non lo siano.
Nel caso degli alimenti e delle bevande di origine vegetale, i contrasti non sono né molto numerosi né estesi. L’Islam ha proibito il consumo di alcol, sia che venga prodotto dall’uva, sia dai datteri, dall’orzo o da qualunque altra cosa. Allo stesso modo, tutto ciò che distorce la ragione e la coscienza dell’uomo, provoca qualche forma di danno o è nocivo alla salute è haram.
Tuttavia, riguardo agli alimenti di origine animale, tra i diversi popoli del mondo esistono profonde divergenze di opinione.
Brahmani dal punto di vista degli animali: la macellazione e il consumo
Secondo i brahmani e altri credenti, nonché secondo alcuni filosofi, macellare e mangiare animali è haram per loro stessi. Le piante, gli ortaggi e le verdure costituiscono il loro unico alimento. Secondo loro, infatti, macellare gli animali è un atto estremamente doloroso e crudele. Anche essi hanno il diritto di vivere e non si può privarli di tale diritto.
Ma osservando la natura dell’universo e considerandola con profonda e penetrante attenzione, si può comprendere chiaramente che macellare gli animali è un atto del tutto innocente. Infatti, questi animali non sono stati creati con uno scopo autonomo e distinto. Non possiedono intelletto, coscienza, volontà propria né capacità di scegliere. La loro naturale costituzione fisica dimostra spontaneamente che sono stati creati e destinati essenzialmente a svolgere i compiti utili al servizio dell’uomo. L’uomo li sottopone al proprio controllo e compie per mezzo loro molte attività. Allo stesso modo, quando vengono macellati e assunti come alimento, non vi è nulla da obiettare. La legge stabilita da Allah e sempre operante nel creato è che le creature inferiori e più basse si offrano in sacrificio per quelle migliori e superiori. Allo stesso modo, gli animali vengono continuamente utilizzati come alimento per l’uomo. Allo stesso modo, gli animali si trasformano in cibo per l’uomo. Non solo: uccidere un individuo per la sicurezza della collettività umana è divenuto un fatto naturale. Se gli animali non venissero macellati per l’uomo, non significa certo che riuscirebbero a salvarsi dalla morte e dalla distruzione. È inevitabile che vengano fatti a pezzi da altri animali e belve carnivore più forti, diventando il loro nutrimento. Oppure sarebbero costretti a morire di morte naturale. E ciò sarebbe certamente più doloroso che macellarli recidendo loro la gola con un’arma affilata.
Gli ebrei e i cristiani: gli animali considerati illeciti secondo la loro prospettiva
Tra i credenti nelle Scritture celesti, agli ebrei sono stati dichiarati illeciti molti animali terrestri e acquatici. Una descrizione dettagliata di ciò è riportata nell’undicesimo capitolo del Levitico dell’Antico Testamento. Anche nel Nobile Corano sono menzionate alcune di queste questioni. Da ciò si comprende quali cose fossero state dichiarate illecite agli ebrei. Ed è stato chiaramente detto che tale proibizione era stata imposta loro come punizione per le loro ingiustizie e i loro atti di ribellione. È stato detto:
وَعَلَى الَّذِينَ هَادُوا حَرَّمْنَا كُلَّ ذِي ظُفُرٍ ۖ وَمِنَ الْبَقَرِ وَالْغَنَمِ حَرَّمْنَا عَلَيْهِمْ شُحُومَهُمَا إِلَّا مَا حَمَلَتْ ظُهُورُهُمَا أَوِ الْحَوَايَا أَوْ مَا اخْتَلَطَ بِعَظْمٍ ۚ ذَٰلِكَ جَزَيْنَاهُم بِبَغْيِهِمْ ۖ وَإِنَّا لَصَادِقُونَ
E a coloro che sono diventati ebrei avevamo proibito tutti gli animali dotati di artigli. E avevamo proibito loro anche il grasso dei bovini e degli ovini, eccetto quello aderente al dorso, alle viscere o alle ossa. Ciò è stato fatto come punizione per la loro ribellione contro Allah. E, nel farlo, siamo certamente veritieri. (Sura al-An’ʿām: 146)
Questa è la questione riguardante gli ebrei. La questione dei cristiani è analoga, poiché in questo ambito essi dipendono dagli ebrei. Infatti, l’Injil non ha abrogato questa disposizione; al contrario, ha dichiarato: «Gesù il Messia non è venuto per abrogare la Legge precedente, ma per portarla a compimento». Tuttavia, i cristiani stessi hanno violato le norme della Legge e hanno reso lecite tutte le cose che nella Torah erano state loro proibite. Per quanto riguarda cibi e bevande, osservano le disposizioni del santo Paolo e dichiararono lecite tutte le cose, eccetto gli animali sacrificati agli idoli. Paolo, spiegandone la ragione, disse: «Per i puri tutto è puro. E nulla di ciò che entra nella bocca contamina; piuttosto, ciò che esce dalla bocca è ciò che rende impuro». Su questa base resero lecita anche la carne di maiale, sebbene, secondo la chiara dichiarazione del Libro nella Torah, essa sia rimasta fino a oggi completamente proibita per loro.
La condizione degli arabi dell’epoca pre-islamica
Prima dell’avvento dell’Islam, nell’epoca dell’ignoranza, la società araba considerava impuri alcuni animali e ne dichiarava illeciti altri per cercare la vicinanza alle divinità e seguire superstizioni. Bahīra, Sāʾiba, Waṣīla e Ḥām erano tra gli animali dichiarati illeciti in questo ambito; ciò è stato spiegato in precedenza. Al contrario, dichiarava leciti e permessi molti esseri impuri, come gli animali morti e il sangue versato.
L’Islam ha reso lecite le cose pure
Al tempo dell’avvento dell’Islam, gli abitanti dell’Arabia erano tormentati da concezioni contrastanti e di vario genere riguardo agli alimenti di origine animale. Per questo, rivolgendosi a tutta l’umanità, l’Islam ha detto:
يَا أَيُّهَا النَّاسُ كُلُوا مِمَّا فِي الْأَرْضِ حَلَالًا طَيِّبًا وَلَا تَتَّبِعُوا خُطُوَاتِ الشَّيْطَانِ ۚ إِنَّهُ لَكُمْ عَدُوٌّ مُّبِينٌ
O gente, mangiate le cose lecite e pure che si trovano sulla terra e non seguite le orme di Satana. In verità, egli è per voi un nemico manifesto. (Sura al-Baqara: 168)
In altre parole, l’Islam ha rivolto a tutti, senza eccezione, questo invito: «O gente, prendete come alimento le cose pure ed eccellenti da questa tavola imbandita, vasta e sconfinata, che è la terra. E non seguite affatto la via indicata da Satana». Vale a dire: non precipitate nelle profondità dell’abisso dello sviamento considerando illecito ciò che Allah ha reso lecito. In seguito, rivolgendosi in modo particolare ai credenti, è stato detto:
……………… Arabo ……………
O voi che credete! Mangiate le cose pure che vi abbiamo concesso come sostentamento e rendete grazie ad Allah, se siete pronti a servire esclusivamente Lui. Egli ha reso illeciti per voi soltanto gli animali morti, il sangue, la carne suina e gli animali macellati invocando un nome diverso da quello di Allah. Tuttavia, chi si trova costretto da estrema necessità, senza desiderarlo, non commette peccato mangiandone. Allah è indulgente, misericordioso.
Con queste parole rivolte loro in modo particolare, Allah ha ordinato ai credenti di consumare alimenti puri ed eccellenti. Ha inoltre ordinato loro di rendere grazie al Donatore misericordioso, riconoscendo il valore dei doni delle Sue benedizioni e adempiendo al loro dovuto. Poi è stato detto che, oltre ai quattro tipi di cose menzionati nel versetto, Allah non ha reso illecito nient’altro. È stato detto:
قُل لَّا أَجِدُ فِي مَا أُوحِيَ إِلَيَّ مُحَرَّمًا عَلَىٰ طَاعِمٍ يَطْعَمُهُ إِلَّا أَن يَكُونَ مَيْتَةً أَوْ دَمًا مَّسْفُوحًا أَوْ لَحْمَ خِنزِيرٍ فَإِنَّهُ رِجْسٌ أَوْ فِسْقًا أُهِلَّ لِغَيْرِ اللَّهِ بِهِ ۚ فَمَنِ اضْطُرَّ غَيْرَ بَاغٍ وَلَا عَادٍ فَإِنَّ رَبَّكَ غَفُورٌ رَّحِيمٌ
Di’: «Nella rivelazione che mi è stata fatta non trovo nulla che sia stato dichiarato proibito a chiunque mangi, eccetto una carcassa, sangue versato, carne di maiale oppure un animale immolato invocando un nome diverso da quello di Allah. Ma chi vi sia costretto e ne mangi, senza desiderarlo né oltrepassare il limite della necessità, sappia che il tuo Signore è certamente indulgente e misericordioso.» (Sura al-’An’am: 145)
Nella sura–al-Ma’ida sono state presentate le descrizioni di queste cose proibite, e si è detto:
حُرِّمَتْ عَلَيْكُمُ الْمَيْتَةُ وَالدَّمُ وَلَحْمُ الْخِنزِيرِ وَمَا أُهِلَّ لِغَيْرِ اللَّهِ بِهِ وَالْمُنْخَنِقَةُ وَالْمَوْقُوذَةُ وَالْمُتَرَدِّيَةُ وَالنَّطِيحَةُ وَمَا أَكَلَ السَّبُعُ إِلَّا مَا ذَكَّيْتُمْ وَمَا ذُبِحَ عَلَى النُّصُبِ
Vi sono stati proibiti la carcassa, il sangue, la carne di maiale, ciò che è stato offerto in sacrificio a divinità diverse da Allah, ciò che è morto strangolato, ciò che è morto per un colpo ricevuto, ciò che è morto precipitando dall’alto, ciò che è morto dopo essere stato incornato, ciò che è stato sbranato da una bestia feroce, eccetto quello che siete riusciti a sgozzare, e ciò che è stato immolato in onore di una divinità.(Sura al- Ma’ida: 3)
In questo versetto sono menzionati dieci animali proibiti. Nel versetto precedente erano state menzionate soltanto cinque cose proibite. Pertanto non vi è alcuna contraddizione tra i due. Al contrario, un versetto costituisce in particolare la spiegazione dell’altro. Infatti, gli animali morti per strangolamento, per un colpo ricevuto, precipitando dall’alto, dopo essere stati incornati o sbranati da una bestia feroce sono tutti, in realtà, carcasse: sono soltanto forme diverse di carcasse. Anche l’animale immolato in onore di una divinità è considerato al pari dell’animale sgozzato invocando un nome diverso da quello di Allah. In realtà, dunque, sono proibiti soltanto quattro tipi di animali.
Le ragioni per cui l’animale morto è considerato proibito
In tutti i versetti del Corano in cui vengono menzionati gli alimenti proibiti, il primo a essere menzionato è al-mayta, cioè l’animale o l’uccello morto di morte naturale. In altre parole, si tratta di un essere vivente o di un uccello la cui morte non è stata causata dalla macellazione rituale o dalla caccia.
Ma quale ragione può esserci alla base del divieto di usare questo animale come alimento, della sua proibizione e del lasciarlo morire e andare sprecato? Questa è la domanda della mentalità moderna. Vorrei rispondere dicendo che alla base della proibizione degli animali e degli uccelli morti e del fatto che li si lasci andare in rovina vi sono diverse ragioni benefiche:
a. La natura umana sana prova repulsione per gli esseri morti. Una persona dotata di senno considera il consumo di un animale morto un atto estremamente ripugnante. Ritiene che sia un comportamento del tutto sconveniente e degradante per l’essere umano. Per questo, in tutte le Scritture celesti e in tutte le religioni, il consumo di animali morti è stato dichiarato proibito e ovunque è stato preferito il consumo di animali macellati ritualmente, per quanto possano variare i metodi e le norme della macellazione rituale.
b. Non è gradito ad Allah che l’essere umano consumi come alimento qualcosa che non desiderava ottenere e che non aveva neppure desiderato nel proprio animo. Questa è precisamente la condizione dell’animale morto. Tuttavia, l’animale macellato ritualmente o quello cacciato è gradito perché in esso sono presenti la volontà, lo sforzo e l’impegno dell’essere umano.
c. Quanto all’animale morto di morte naturale, si teme che possa essere deceduto a causa di una malattia cronica, di un incidente oppure dopo aver mangiato erbe o piante velenose. In tal caso, consumarlo potrebbe causare un danno gravissimo. Oppure potrebbe essere morto perché era estremamente debole o in cattive condizioni di salute.
d. Rendendo proibito agli esseri umani il consumo di animali morti, Allah, nella Sua speciale misericordia, ha predisposto per gli animali e gli uccelli una fonte di nutrimento. Anch’essi, infatti, sono creature di Allah come noi.
e. Un ulteriore aspetto è che l’essere umano non lasci gli animali di sua proprietà ammalarsi o indebolirsi fino a morire e andare in rovina. Deve invece farli curare immediatamente oppure macellarli ritualmente, procurando loro la pace definitiva.
Perché è il sangue fluente haram?
Nell’elenco delle cose haram, il secondo posto spetta al sangue fluente. Al venerabile Ibn Abbas, che Allah sia soddisfatto di lui, fu chiesto quale fosse il giudizio della Sharia riguardo alla milza. Egli rispose: «Si può mangiare». La gente disse: «Ma non è forse soltanto sangue coagulato?». Rispose: «Allah l’Altissimo ha dichiarato haram soltanto il sangue fluente, poiché è impuro, contaminato e disgustoso (sudiciume). Una natura umana pulita, pura e sana non può fare a meno di provarne repulsione. Inoltre, come nel caso dell’animale morto, è molto probabile che contenga germi nocivi».
Nell’epoca della Jahiliyya, quando qualcuno avvertiva una fame intensa, conficcava un osso o un oggetto appuntito nel corpo di un cammello o di un altro animale. Beveva avidamente il sangue che ne fuoriusciva a spruzzo. A causa di tali pratiche, gli animali erano costretti a sopportare atroci dolori e sofferenze. La fuoriuscita del sangue rendeva inevitabile il loro indebolimento. Per tutte queste ragioni, Allah l’Altissimo ha dichiarato haram il sangue fluente.
Del maiale la carne
Il terzo elemento di questo elenco è la carne di maiale. Ogni natura sana la detesta, poiché è impura. È impossibile anche solo immaginare che una persona dal gusto sano possa provare attrazione per la carne di maiale. Infatti, il cibo più appetibile per il maiale è costituito da ogni genere di escrementi e rifiuti. Anche dal punto di vista della moderna scienza della salute, mangiarla è ovunque, e soprattutto nei Paesi dal clima prevalentemente caldo, estremamente dannoso. È stato inoltre dimostrato da esperimenti scientifici che, consumando carne di maiale, nel corpo si sviluppa un tipo di verme che corrode la salute.
{Le ultime ricerche scientifiche hanno rivelato che nella carne di maiale possono svilupparsi questi parassiti: Cysticerus teunicallis, Cysticereus cellulosae Spargamune mousoni, Echinococeus podymorphus, paragonimus weater manall – il traduttore}
In futuro potranno essere scoperti molti altri aspetti e molte altre cause dei suoi danni. Secondo molti esperti, il consumo costante di carne di maiale suscita spudoratezza nel carattere umano e annienta il senso della dignità personale.
Allah all’infuori di altro qualcuno per consacrato animale
Il quarto animale proibito è quello offerto in sacrificio a qualcuno diverso da Allah. Anche questo è proibito. In altre parole, se un animale viene macellato o sacrificato nel nome di qualcuno diverso da Allah, o se viene pronunciato il nome di qualcun altro su di esso, diventa proibito per ogni musulmano. Gli idolatri offrivano animali alle loro divinità e ai loro idoli, e lo fanno ancora oggi. Li sacrificavano o li macellavano. Poiché tali animali sono stati offerti alle divinità, invece che all’unico Allah, e con ciò si è cercata la loro vicinanza e si è voluto adorarle, questo è un atto di assoluto shirk. Per tale ragione, chi crede nell’unico Allah non può mangiare quegli animali. Dal punto di vista della religione del tawhid, mangiarli è palese shirk. Per questo sono proibiti. Lo scopo è preservare la purezza della dottrina e della fede del tawhid, tenere le persone lontane dallo shirk e dall’idolatria e suscitare in loro avversione verso di essi.
È Allah l’Altissimo ad aver creato l’essere umano. Egli ha sottoposto al suo servizio ogni cosa sulla terra. Anche gli animali sono soggetti all’essere umano e sono al suo servizio. Macellarli per il bene dell’essere umano è del tutto lecito. La condizione, tuttavia, è che al momento della macellazione venga pronunciato il nome dell’unico Allah, dicendo: «Allahu Akbar». Ciò dimostra che l’atto di macellare una creatura vivente e porre fine alla sua vita viene compiuto con il permesso concesso proprio da Allah. Ma se al momento della macellazione viene pronunciato il nome di qualcun altro, tale permesso di Allah viene di fatto respinto. Per questa ragione quell’animale è stato dichiarato proibito, affinché si tenesse la persona lontana dal consumarlo.
Alcuni tipi di carcasse
In linea generale, queste sono le quattro cose fondamentalmente proibite. Tuttavia, nella Sura al-–Ma’ida ne viene fornita una descrizione alquanto dettagliata; da questo punto di vista, il loro numero sale a dieci. Le restanti sono le seguenti:
5. Al-munkhaniqa: l’animale morto per strangolamento;
6. Al-mawqudha: l’animale morto per il colpo di un bastone o di un altro oggetto duro;
7. Al-mutaraddiya: l’animale morto dopo essere caduto da un luogo elevato, oppure in un pozzo o in un canale;
8. An-natiha: l’animale morto dopo essere stato incornato da un altro animale;
9. Un animale sbranato da una bestia feroce, che ne abbia divorato una parte del corpo e ne abbia così provocato la morte; dopo aver menzionato questi cinque tipi di animali, Allah l’Altissimo ha detto: se trovate vivo un animale appartenente a una di queste categorie e lo sgozzate, non è haram; al contrario, potete mangiarlo. Perché lo sgozzamento sia valido è sufficiente che vi sia ancora un ultimo respiro di vita. Ha detto il nobile ʿAlī, che Allah si compiaccia di lui:
………. (Arabo)………………..
Quanto agli animali morti per il colpo di un bastone, per una caduta dall’alto o per la cornata di un altro animale, se li sgozzate mentre sono ancora vivi, quando muovono una zampa o una gamba, mangiateli.
‘Dahhak’ ha detto: la gente dell’epoca della Jāhiliyya mangiava questi animali senza sgozzarli. Ma Allah l’Altissimo ha reso haram nell’Islam mangiare tali animali. Tuttavia, se uno di essi, pur avendo ancora un minimo di vita, viene sgozzato mentre muove una zampa, la coda o un occhio, allora sarà halal.
(Secondo alcuni giuristi, è necessario che in esso rimanga una vita effettiva. Esso sarà halal dopo lo sgozzamento solo se il sangue continua a fluire e se muove energicamente zampe e gambe.)
Il motivo per cui queste carcasse sono state dichiarate haram è il seguente
Alla base della proibizione di queste carcasse vi sono proprio le ragioni e gli scopi già illustrati in dettaglio. In particolare, si può dire che l’obiettivo della Sharīʿa è che l’uomo diventi compassionevole verso gli animali e pienamente consapevole della responsabilità di prendersene cura. L’uomo non deve abbandonare gli animali in una condizione di impotenza. Che uno muoia strangolato, un altro cadendo da un luogo elevato e un altro ancora dopo essere stato coinvolto in una lotta con un altro animale e colpito da una cornata, mentre il proprietario dell’animale non avverte alcuna responsabilità al riguardo: questo non è affatto gradito ad Allah. Quando qualcuno picchia gli animali con tale crudeltà da renderne inevitabile la morte, ciò diventa causa del disappunto di Allah. Alcuni si divertono a far combattere gli animali o organizzano tali combattimenti per stabilire un vincitore e un perdente. In questo modo un animale colpisce l’altro con le corna, ferendolo e coprendolo di sangue, finché non gli resta altra possibilità che morire. Anche questa pratica non è gradita ad Allah.
È haram anche mangiare un animale sbranato da una bestia feroce. Lo scopo principale è preservare la dignità dell’essere umano. Infatti, non è decoroso per l’uomo mangiare gli avanzi di una bestia. Si è voluto tenerlo lontano da ciò. Nell’epoca della Jāhiliyya la gente mangiava senza scrupoli questi animali. Ma Allah l’Altissimo ha reso haram per i credenti mangiare gli avanzi delle bestie feroci.
Animale offerto in sacrificio a una divinità
Il decimo tra gli animali proibiti è quello che viene ucciso in un luogo designato per essere offerto in sacrificio a una divinità. Il cui scopo e obiettivo sia adorare una forza, una persona o una divinità diversa da Allah. Nell’epoca dell’Ignoranza, intorno alla Kaaba erano stati costruiti molti luoghi di questo genere. Allora la gente macellava animali in quei luoghi con l’intento di adorare le divinità che venerava e di ottenere la loro vicinanza. In una parola, anche questo è semplicemente un sacrificio offerto a qualcuno diverso da Allah. In entrambi i casi, l’obiettivo ultimo è mostrare devozione e rispetto verso una forza diversa da Allah, esaltarla e manifestarne la grandezza. La sola differenza è che l’espressione «animale macellato nel nome di qualcuno diverso da Allah» può essere usata per l’animale che, al momento della macellazione, non ha davanti a sé alcun idolo: è sufficiente che venga macellato nel nome di un idolo. Invece, l’animale macellato in un luogo consacrato sarà proibito anche se non viene macellato nel nome di qualcuno diverso da Allah. In altre parole, nel primo caso il luogo non è determinato; nel secondo, invece, il luogo è specificamente stabilito.
La gente riteneva che, se si fossero macellati animali nei «luoghi» costruiti intorno alla Kaaba, ciò avrebbe costituito un segno di rispetto verso la Casa di Allah. Il Corano ha confutato questa falsa convinzione e ha dichiarato esplicitamente proibita tale pratica. Altrimenti, tra gli animali macellati per qualcuno diverso da Allah sarebbe incluso anche quello macellato in un «luogo» consacrato.
Pesci e cavallette riguardo a cui una specifica normativa
Nell’Islam è stata stabilita una normativa specifica riguardo ai pesci e ad animali acquatici di questo tipo. Essi non sono stati annoverati tra gli animali proibiti. Quando al Profeta nobile, pace e benedizioni su di lui, fu chiesto dell’acqua del mare, egli rispose:
……….. Arabo ……………
L’acqua del mare è pura e i suoi animali morti sono leciti.
Nel Nobile Corano è detto:
……….. Arabo ……………
La selvaggina del mare e il suo cibo vi sono stati resi leciti.
Hazrat Umar (ra), commentando questa parte del versetto, disse:
Con «selvaggina del mare» si intendono tutti gli esseri viventi catturati nel mare. Per «cibo del mare» si intende ciò che il mare stesso getta sulla riva.
Anche Hazrat Ibn Abbas (ra) disse: per «cibo del mare» si intendono gli «animali morti» del mare.
Nei libri di Bukhari e Muslim è riportato questo hadith, trasmesso da Hazrat Jabir (ra):
……….. Arabo ……………
Il Nobile Profeta (s.a.s.) inviò un gruppo di Compagni in una missione speciale. Essi catturarono un grande pesce. Il mare lo aveva gettato sulla riva, cioè era morto. Continuarono a nutrirsene per più di venti giorni. In seguito tornarono a Medina e informarono il Nobile Profeta (s.a.s.) dell’accaduto. Egli disse loro: «Mangiate il sostentamento che Allah vi ha procurato. Se vi è rimasta una parte di quel pesce, datene da mangiare anche a noi». Allora alcuni di loro presentarono una parte di quel pesce al Nobile Profeta (s.a.s.). Egli la mangiò. (Bukhari)
Questa disposizione della Sharia si applica anche alle locuste. Il Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) ha permesso di mangiare locuste morte, poiché non possono essere macellate. Hazrat Ibn Abi Layla disse:
……….. arabo ……………
Siamo andati con il Nobile Messaggero (pace e benedizioni su di lui) in sette spedizioni militari. In quelle occasioni abbiamo mangiato locuste insieme a lui.
Uso della pelle,, delle ossa e del vello degli animali morti
«La carogna è haram» significa che è haram mangiarla. Tuttavia, non c’è alcun male nell’utilizzare la pelle, le corna, le ossa e il vello degli animali morti. Anzi, ciò è persino auspicabile, poiché si tratta di beni che possono essere utilizzati e messi a frutto. Pertanto, non può essere lecito distruggerli.
Hazrat Ibn Abbas disse:
La schiava di Hazrat Maymuna, Madre dei Credenti, ricevette in dono una capra. In seguito, essa morì. Vedendola, il Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) disse: «Perché non ne scorticate la pelle? Dopo averla pulita e conciata, potrete utilizzarla». La gente disse: «Ma è morta». Il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) disse: «Solo mangiare la carogna è haram».
Il Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) ha illustrato il metodo per purificare e rendere pura la pelle degli animali morti. Ha detto:
……….. Arabo ……………
Conciare la pelle e purificarla dalle impurità equivale a macellare l’animale. (Abū Dāwūd, al-Nasāʾī)
In un’altra narrazione viene riportato:
La ‘dabāghat’ elimina dalla pelle lo sporco e l’impurità. (al-Ḥākim)
Nei libri di Muslim e in altre opere è riportata la seguente affermazione del Nobile Profeta ﷺ:
……….. Arabo …………….
Qualsiasi pelle sottoposta alla ‘dabāghat’ (concia) diventa pura.
Questa è una norma generale. Si applica alla pelle di ogni tipo di animale. Anche per quanto riguarda la pelle del cane e del maiale non vi è alcuna differenza. Questa è l’opinione dei giuristi.
Umm al-Mu’minin Ḥaḍrat Sawda (r.a.) disse:
Una delle nostre capre morì. Allora conciammo la sua pelle. In seguito continuammo sempre a preparare in essa il nabīdh (bevanda di datteri). Così si trasformò in un vecchio otre per noi.(al-Bukhārī)
In caso di necessità: una disposizione distinta
La disposizione relativa a ciò che è proibito, spiegata qui, è in realtà il principio da seguire per libera scelta in condizioni di salute e tranquillità. Tuttavia, lo stato di necessità è distinto da essa. Questo argomento è stato discusso dettagliatamente in precedenza. Allah ha detto:
وَقَدْ فَصَّلَ لَكُم مَّا حَرَّمَ عَلَيْكُمْ إِلَّا مَا اضْطُرِرْتُمْ إِلَيْهِ
Allah l’Altissimo vi ha spiegato dettagliatamente tutto ciò che vi ha proibito. Fa eccezione il caso in cui siate costretti, per necessità, ad accettarne una parte.(Sura An’‘ām: 119)
Essere costretti dalla necessità ad assumere qualcosa è una questione accettata e sostenuta da tutti. Nel campo dell’alimentazione, questa situazione di necessità si verifica spesso. Per esempio, una persona può essere ridotta a una fame estrema. Secondo alcuni giuristi, in questo stato di fame può trascorrere un giorno e una notte. Tuttavia, durante questo periodo non trova nulla da mangiare che possa placare la sua fame. In quel momento, davanti a lei è facilmente reperibile soltanto cibo proibito. Può allora assumerne la quantità minima necessaria a soddisfare il proprio bisogno e salvarsi da una morte certa. La Sharīʿa le concede questa autorizzazione. L’Imam Mālik (r.a.) disse:
………… arabo …………
La quantità di cibo haram che si può assumere in caso di necessità è quella che riempie lo stomaco (soddisfazione) e da cui si può trarre sostentamento fino a quando si trovi cibo halal.
Ma gli altri hanno detto:
………… Arabo …………
Questa persona costretta dalla necessità può assumere soltanto la quantità di cibo haram sufficiente a mantenere in funzione l’ultimo respiro.
Forse questa opinione è quella più conforme alla dichiarazione coranica — (arabo) «senza desiderarlo ardentemente né trasgredire» —. Per chiarire la questione della fame, nel Corano è stato detto esplicitamente:
………… Arabo …………
Chi, spinto dalla fame, è costretto a mangiare qualcosa di haram, senza alcuna inclinazione o desiderio verso il peccato, sappia che Allah è certamente indulgente e misericordioso.
Per necessità mediche
La forma che assume lo stato di necessità nell’ambito delle cure consiste nel caso in cui la guarigione di qualcuno dipenda necessariamente dall’assunzione di una sostanza proibita come medicinale; la questione è allora quale sia il giudizio della Sharia al riguardo. I giuristi hanno espresso diverse opinioni su questo tema. Alcuni giuristi non considerano la necessità delle cure così urgente, grave e imprescindibile quanto quella del cibo. A sostegno di questa opinione hanno citato anche una parola del Nobile Messaggero, pace e benedizioni su di lui. Il hadith è il seguente:
………… arabo …………
Allah non ha posto la guarigione dalle vostre malattie in ciò che vi è stato proibito. ((Bukhari))
Molti giuristi, invece, hanno considerato con particolare attenzione la necessità delle cure e hanno ritenuto che anche la questione dei medicinali o delle cure fosse necessaria quanto quella del cibo. Infatti, come il cibo è essenziale per la vita, così non si può in alcun modo negare la necessità dei medicinali. Pertanto, secondo loro, è certamente opportuno che sia lecito utilizzare, in caso di necessità, queste sostanze proibite come medicinali. Come prova, hanno inoltre affermato che ʿAbd al-Rahman ibn ʿAwf e al-Zubayr ibn al-ʿAwwam, che Allah sia soddisfatto di loro, erano affetti da una malattia della pelle. Il Profeta, pace e benedizioni su di lui, aveva permesso loro di indossare abiti di seta, sebbene ciò fosse generalmente proibito e il Profeta, pace e benedizioni su di lui, avesse maledetto chi li indossava.
È probabile che proprio questa opinione sia conforme allo spirito fondamentale dell’Islam. Infatti, adottare qualunque mezzo efficace per salvaguardare la vita umana è l’obiettivo principale di ogni sistema giuridico della Sharia.
Tuttavia, il permesso di utilizzare a scopo terapeutico medicinali contenenti sostanze proibite è subordinato a determinate condizioni. Tali condizioni sono:
1. Deve essere accertato con certezza che, qualora non si utilizzi quel medicinale, possa realmente incombere un pericolo per la salute.
2. Deve sussistere una situazione in cui non sia assolutamente reperibile, oltre a quel medicinale, alcun altro medicinale contenente sostanze lecite che possa sostituirlo o costituire un’alternativa.
3. A questo proposito è necessario ottenere una chiara autorizzazione da un medico musulmano credente in Allah.
Sulla base delle nostre conoscenze e informazioni, nonché delle testimonianze ricevute da medici affidabili, desideriamo aggiungere un’osservazione. In realtà, non si verifica una situazione in cui l’uso di un medicinale contenente una sostanza haram diventi assolutamente indispensabile per salvare la vita. Tuttavia, per principio e per cautela, non neghiamo la possibilità che l’uso di tali medicinali possa diventare inevitabile. Non è infatti corretto ritenere del tutto impossibile che un musulmano si trovi in un luogo o in una situazione in cui non sia disponibile nient’altro se non queste sostanze haram.
Quando a livello collettivo sono predisposte misure per soddisfare i–bisogni individuali non rimangono
È possibile che una persona non trovi alimenti nel proprio Paese o non ne disponga. Ma ciò non significa che si trovi in una situazione di estrema necessità sotto ogni aspetto e che ora non possa salvare la propria vita se non mangiando cibo haram; questa affermazione non può essere accettata. Infatti, presso il Paese di cui è cittadino e la società di cui fa parte, o presso la sua gente, sono certamente accumulate ingenti scorte alimentari. In una simile situazione, il bisogno della persona in stato di necessità deve essere soddisfatto ricorrendo alle eccedenze alimentari degli altri. Grazie a tale disposizione, si può impedire a questa persona di consumare cibo haram, ed è un dovere assoluto farlo. In verità, è attraverso la cooperazione reciproca che si deve realizzare la compiutezza della società islamica. Ogni membro di questa società è responsabile di ogni altro membro. L’insieme di tutte le individualità di questa società si trasforma in un’unica individualità comune. Solo una società di questo tipo può essere come un muro di piombo fuso. Ogni suo mattone sostiene gli altri mattoni.(Il significato di un hadith)
A livello dell’adempimento della responsabilità collettiva, l’Imam Ibn Hazmha lasciato una citazione che è stata una guida per i giuristi dell’Islam. Egli ha scritto:
Per un musulmano non può essere mai lecito, neppure in una situazione di estrema necessità, mangiare carne di animale morto o di maiale, poiché presso il suo vicino musulmano o non musulmano sono conservate provviste alimentari in eccedenza. In tale situazione, è suo dovere dare da mangiare alla persona affamata. Pertanto, non si può ritenere che colui che si trova in stato di necessità sia costretto a mangiare carne di animale morto o di maiale. È pienamente lecito per lui procurarsi dal proprio vicino l’eccedenza di cibo e bevande: ne ha il diritto. Se a questo scopo deve persino combattere e in tale scontro perde la vita, l’uccisore dovrà subire il qiṣāṣ. E se fosse necessario uccidere chi gli impedisce di ricevere questo cibo eccedente, ciò sarebbe comunque permesso, e su chi è stato ucciso ricadrà la maledizione di Allah. Infatti, costui ha ostacolato una persona affamata e in stato di necessità nel conseguimento del suo diritto legittimo. Per questo sarà considerato tra i ribelli. E Allah, l’Altissimo, ha ordinato di combattere contro di lui:
فَإِن بَغَتْ إِحْدَاهُمَا عَلَى الْأُخْرَىٰ فَقَاتِلُوا الَّتِي تَبْغِي حَتَّىٰ تَفِيءَ إِلَىٰ أَمْرِ اللَّهِ
Poi, se una delle due fazioni aggredisce l’altra, combattete quella che trasgredisce, finché non ritorni all’ordine di Allah. (Sura al-Ḥujurāt: 9)
In verità, è proprio colui che usurpa o nega il diritto del proprio fratello, oppure gli pone ostacoli nell’esercizio di tale diritto, a essere il ribelle. Fu per questo motivo che il venerabile Abū Bakr al-Ṣiddīq, che Allah si compiaccia di lui, combatté contro coloro che rifiutavano di pagare la zakāt.
La modalità di macellazione conforme alla Sharīʿa
Gli esseri marini sono tutti ḥalāl
Gli esseri viventi e gli animali, dal punto di vista del loro ambiente e del luogo in cui vivono, si dividono in due categorie: o sono acquatici oppure sono terrestri.
Per esseri marini si intendono gli animali che vivono e dimorano nell’acqua e la cui vita al di fuori dell’acqua è inconcepibile. Secondo la Sharīʿa, in linea di principio sono tutti ḥalāl, ovunque si trovino. Sia che vengano catturati vivi nell’acqua, sia che emergano morti o non emergano affatto. Rientrano in questa categoria i pesci, piccoli o enormi. Anche gli animali indicati come cani marini o maiali marini, così come gli altri esseri simili ai pesci, sono considerati ḥalāl. È del tutto irrilevante, in questo caso, se chi li ha catturati, uccisi o cacciati sia musulmano o kāfir. In verità, rendendo ḥalāl tutto ciò che si trova nel mare, Allah, l’Altissimo, ha concesso ai Suoi servi una grande grazia. Nessuna categoria particolare di esseri marini è stata dichiarata ḥarām, né è stata imposta alcuna condizione per la loro macellazione rituale. Al contrario, all’uomo è stata concessa piena libertà in questo ambito: egli può raccoglierne e utilizzarne quanto desidera per alleviare le proprie difficoltà e necessità. Proprio nel contesto dell’esposizione di questa speciale benevolenza verso i Suoi servi, Allah, l’Altissimo, ha detto:
(Arabo***********)
È proprio quell’Allah Onnipotente ad aver assoggettato e messo al vostro servizio i fiumi e i mari, affinché possiate mangiarne carne fresca.
Ha detto:
(Arabo*******************)
Vi è stata resa lecita la selvaggina del mare e il suo cibo. È un godimento per voi e per i viaggiatori. (Sura al-Mā’ida: 96)
In questi due versetti è stata proclamata lecita, in generale e senza eccezioni, ogni creatura marina.
Gli animali terrestri proibiti
Tra gli animali e le creature terrestri, non sono stati dichiarati proibiti altro che la carne di maiale, la carcassa, il sangue e ciò che è stato consacrato o macellato in nome di altri che non Allah. Questo argomento è già stato trattato in precedenza.
Tuttavia, nel Nobile Corano, Allah l’Altissimo ha affidato al profeta Muhammad (pace e benedizioni su di lui) una parte della responsabilità di dichiarare ciò che è halal e ciò che è haram. A proposito della sua responsabilità, è stato detto:
(Arabo*******************)
Egli rende halal per la gente le cose pure ed eccellenti e rende haram le cose cattive, putride e spregevoli. (Sura al-A‘raf: 157)
Con khabīth si intende ciò che, secondo il gusto sano della collettività umana in generale, è considerato disgustoso, anche se ad alcune persone piace.
Un hadith di questo stesso genere è il seguente:
(Arabo**********************)
Nel giorno della battaglia di Khaybar, il Profeta (pace e benedizioni su di lui) proibì di mangiare la carne degli asini domestici. (Bukhari)
È riportato nel Bukhari e nel Muslim: (Arabo**********************)
Il Nobile Profeta (s.a.s.) ha proibito di mangiare la carne di tutti gli animali feroci dotati di artigli e di tutti gli uccelli che lacerano le prede.
La tigre, lo sciacallo, il leopardo e animali simili appartengono alla prima categoria. Il nibbio, l’avvoltoio, il falco e gli altri uccelli dotati di artigli appartengono alla seconda.
Secondo Hazrat Ibn Abbas (r.a.), oltre ai quattro animali dichiarati haram nel Nobile Corano, nessun altro animale è haram. Sembra che, secondo lui, la carne degli animali di cui gli hadith proibiscono il consumo non sia haram, ma soltanto makruh. Oppure è possibile che egli non fosse a conoscenza di questi hadith.
Egli disse:
Nell’epoca preislamica la gente mangiava molte cose e si asteneva dal mangiarne molte altre perché le riteneva cattive. In seguito Allah inviò il Suo Profeta e fece scendere il Suo Libro. In esso rese note le Sue disposizioni riguardanti ciò che è halal e ciò che è haram. Pertanto, ciò che vi è dichiarato halal è halal e ciò che vi è dichiarato haram è haram. Tutto ciò riguardo a cui è stato mantenuto il silenzio è esente da colpa e perdonato.
In seguito recitò il versetto 145 della sura al-An’am, citato in precedenza. Alla luce di questo versetto, Hazrat Ibn Abbas (r.a.) ritiene che sia halal mangiare la carne dell’asino domestico. Anche l’Imam Malik (r.a.) ha adottato questa opinione. Egli ha detto che mangiare la carne degli animali feroci e di quelli che divorano lacerando le prede non è haram, ma al massimo makruh.
È tuttavia definitivo che non basta macellare gli animali haram perché diventino halal. Se vengono macellati, soltanto la loro pelle può essere considerata pura senza essere sottoposta a concia.
La macellazione è condizione per rendere halal gli animali domestici
Tutti gli animali terrestri di cui è lecito mangiare la carne si dividono in due categorie.
Alcuni animali sono sottoposti al controllo dell’uomo. Gli animali domestici, come cammelli, bovini, capre e pecore, e gli uccelli, come anatre e galline, allevati in ambito domestico, appartengono a una categoria. L’altra categoria comprende gli animali che non sono sottoposti al controllo dell’uomo o che egli non è in grado di controllare.
È halal mangiare la carne degli animali e degli uccelli della prima categoria. La condizione è che vengano macellati secondo la consuetudine della Sharia.
Condizioni per la macellazione secondo la Sharia
Le condizioni necessarie per la macellazione secondo la Sharia sono le seguenti:
1. L’animale deve essere macellato o sottoposto a nahr con uno strumento affilato, in modo che il sangue possa defluire e le vene vengano recise adeguatamente. Lo strumento può essere di pietra, di ferro o di legno. Altrimenti, Adi ibn Hatim al-Ta’i disse:
(Arabo******************)
Dissi: «O Messaggero! Noi cacciamo gli animali, ma in quel momento non abbiamo con noi coltelli; abbiamo pietre affilate o pezzi di bambù. Cosa dobbiamo fare allora?». Il Messaggero disse: «Fai defluire il sangue con qualunque cosa sia possibile e pronuncia su di esso il nome di Allah». (Musnad di Ahmad, Abu Dawud, al-Nasa’i, Ibn Majah)
2. Si deve affondare il coltello nella gola oppure nella parte inferiore del collo (nel linguaggio corrente, questa è la naḥr), provocando così la morte dell’animale.
Il modo per completare la macellazione rituale consiste nel recidere l’esofago e le due grandi vene della gola. Tuttavia, quando diventa impossibile affondare il coltello nel punto stabilito—per esempio, se una mucca è caduta in un pozzo, con la testa all’interno e le zampe all’esterno, cosicché non è possibile macellarla nel punto prescritto secondo la procedura normale—la sua condizione sarà come quella di un animale cacciato. In tal caso, si deve usare un’arma affilata in qualunque punto sia possibile, facendo fuoriuscire il sangue. Se ciò viene fatto, l’animale diventa halal.
In al-Bukhārī e Muslim è riportato un ḥadīth narrato da Rāfiʿ ibn Khadīja (che Allah sia compiaciuto di lui). Egli disse:
(Arabo**************)
Durante un viaggio eravamo con il Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui). Improvvisamente un cammello sfuggì al controllo. Poiché le persone non avevano cavalli con sé, non fu possibile raggiungerlo rapidamente e catturarlo. Un uomo gli scagliò una freccia e lo legò. Vedendo ciò, il Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) disse: «Quando questi quadrupedi sfuggono in questo modo al controllo, anche voi dovete comportarvi allo stesso modo».
3. Al momento della macellazione rituale non si deve pronunciare il nome di nessuno all’infuori di Allah. Questo è un principio universalmente riconosciuto. La ragione è che, nell’epoca dell’ignoranza, la gente macellava gli animali allo scopo di avvicinarsi alle proprie divinità, agli dèi e agli idoli. Al momento della macellazione rituale pronunciavano i nomi di quelle divinità oppure offrivano sacrifici in luoghi determinati. Nel Nobile Corano tutto ciò è stato dichiarato haram. I versetti riguardanti questo argomento sono già stati menzionati in precedenza.
4. Sul capo dell’animale sottoposto a macellazione rituale deve essere pronunciato il nome di Allah. Nei versetti del Corano ciò è stato affermato con chiarezza, con queste parole: (arabo**********************)
Se credete nei versetti di Allah, mangiate dunque quegli animali sul cui sacrificio è stato pronunciato il nome di Allah. (Sura al-Anʿām: 118)
È stato detto:
Non mangiate gli animali sui quali, al momento della macellazione, non è stato pronunciato il nome di Allah. In verità, mangiarne è fisq (un atto di trasgressione dei limiti dell’Islam.
Il nobile Messaggero (pace e benedizioni su di lui) ha detto:
Mangiate l’animale al quale è stato fatto defluire il sangue e sul quale, in quel momento, è stato pronunciato il nome di Allah. (Bukhari)
Gli hadith che prescrivono di pronunciare il nome di Allah quando si scaglia una freccia per cacciare e quando si manda a caccia un cane addestrato sostengono proprio l’opinione sopra esposta. Secondo alcuni studiosi, pronunciare il nome di Allah è certamente necessario; tuttavia non è indispensabile farlo esattamente nel momento della macellazione. È sufficiente pronunciarlo al momento di mangiare. Infatti, chi pronuncia il nome di Allah mentre mangia certamente non mangia qualcosa sulla quale il nome di Allah non sia stato pronunciato. La signora Aisha (che Allah si compiaccia di lei) ha narrato:
Alcune persone che avevano da poco abbracciato l’Islam chiesero al nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui): «La gente ci porta della carne, ma non sappiamo se abbia pronunciato o meno il nome di Allah su di essa. Dobbiamo mangiarla oppure no?». Il nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) rispose: «Pronunciate il nome di Allah e mangiate». (Bukhari)
Il significato di questa modalità di macellazione rituale
La ragione fondamentale per cui è stata prescritta questa modalità di macellazione dell’animale è che la sua vita venga tolta in modo da procurargli la minor sofferenza possibile. È proprio per questo che è stato stabilito che lo strumento della macellazione sia molto affilato e che la macellazione avvenga nella gola. Infatti, quando si macella in questo modo, si recidono i vasi sanguigni del collo dell’animale. Il nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) ordinò di rendere il coltello estremamente affilato e di lasciare che l’animale si calmasse. Disse:
Allah l’Altissimo ha reso obbligatorio adottare misericordia in ogni circostanza. Pertanto, quando uccidete, uccidete certamente con misericordia. E quando macellate, macellate nel modo più bello e migliore. Ognuno di voi, al momento della macellazione, deve rendere molto affilato il proprio coltello e, dopo aver macellato l’animale, lasciargli gradualmente la possibilità di trovare sollievo. (al-Bukhari)
A proposito di questa compassione e misericordia, si ricorda un hadith narrato da Ibn Umar. Egli disse:
(arabo**********)
Il Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) ordinò di affilare il coltello e di tenerlo nascosto agli altri animali. Perciò disse: quando uno di voi si accinge a macellare, deve portare a compimento l’atto nel modo più completo. (Ibn Majah)
Ibn Abbas (che Allah sia soddisfatto di lui) disse: un uomo stava affilando il proprio coltello davanti a una capra già distesa. Vedendolo, il Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) disse: (arabo***********************)
Vuoi forse colpire la capra più volte? Perché non hai affilato il tuo coltello prima di distenderla? (al-Hakim)
Umar (che Allah sia soddisfatto di lui) vide un uomo trascinare la propria capra, tenendola premuta con il piede, per macellarla. Allora disse all’uomo: (arabo**********************)
Che disgrazia per te! Conduci la capra alla morte nel modo più dignitoso possibile.
A questo proposito, troviamo generalmente nell’Islam questa concezione: mostrare misericordia verso gli animali muti e liberarli, per quanto possibile, da ogni genere di sofferenza.
Nell’epoca dell’ignoranza, la gente amava molto tagliare e mangiare la gobba del cammello mentre era ancora vivo. Tagliavano anche, quando erano ancora vivi, i lembi pendenti dalla parte posteriore delle pecore. In tal modo, la loro sofferenza era indicibile. Per questo il Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) ha proibito di tagliare parti del corpo di un animale ancora vivo. Disse:
(Arabo*******************)
Se si taglia una parte del corpo di un animale mentre è ancora vivo, quella parte deve essere considerata morta (e quindi è proibita). (Ahmad, Abu Dawud, Tirmidhi)
Il significato della pronuncia del nome di Allah al momento della macellazione
Alla base dell’obbligo di pronunciare il nome di Allah al momento della macellazione vi sono ragioni profonde e sottili. È particolarmente necessario conoscerle e prestare attenzione a questo aspetto.
Gli idolatri e la gente dell’epoca dell’ignoranza pronunciavano, al momento della macellazione, i nomi delle loro divinità. L’Islam ha stabilito che, al loro posto, venga pronunciato il nome di Allah. Infatti, quando i politeisti invocano i nomi delle loro divinità durante la macellazione, come potrebbero coloro che credono nell’unico Allah non fare altrettanto in quella stessa occasione?
In secondo luogo, anche gli animali sono creature dell’unico Allah, proprio come gli esseri umani. È assolutamente necessario che l’uomo abbia il permesso di Allah per togliere loro la vita. Quando, al momento della macellazione, viene pronunciato il nome di Allah, ciò costituisce l’annuncio dell’ottenimento di tale permesso. In quel momento è come se dicesse: non compio quest’atto perché essi siano deboli, incapaci e indifesi, né perché voglia fare loro un torto. Al contrario, compio quest’atto della macellazione esclusivamente con il permesso di Allah. Nel Suo nome caccio e nel Suo stesso nome mangio ciò che ho cacciato.
Animali macellati dagli ebrei e dai cristiani
Abbiamo già visto quanto rigorosamente l’Islam abbia regolamentato la macellazione degli animali. In realtà, nell’Islam questa questione riveste un’importanza immensa. Gli arabi politeisti e la gente dell’epoca dell’ignoranza avevano considerato la macellazione degli animali, secondo la loro ‘aqida, una parte della religione e uno dei rituali indispensabili del culto e dell’adorazione. Macellando gli animali, essi desideravano in realtà ottenere la soddisfazione e la vicinanza delle loro divinità e degli oggetti del loro culto. Per questo macellavano gli animali in luoghi determinati, destinandoli come sacrificio alle loro divinità. E allora pronunciavano i nomi delle loro divinità.
L’Islam pose fine a tutto ciò e stabilì fermamente e rese effettivo l’obbligo di pronunciare esclusivamente il nome di Allah al momento della macellazione. Vietò completamente di pronunciare il nome di chiunque altro all’infuori di Allah. Ha reso haram macellare gli animali in quei luoghi determinati e gli animali consacrati in nome di altri all’infuori dell’Unico Allah.
La Gente del Libro — gli ebrei e i cristiani — in origine credeva nel tawhid. In seguito, tuttavia, lo shirk penetrò nella loro ‘aqida religiosa. Ciò avvenne perché l’invito a quella religione era giunto loro per mezzo di persone che non erano riuscite a liberare le proprie convinzioni e i propri cuori dalle colpe e dalle impurità della dottrina dello shirk. Per questo vi era una forte possibilità che nelle menti dei musulmani sorgesse l’idea di considerarli politeisti idolatri e di trattarli di conseguenza. Ma Allah l’Altissimo ordinò di adottare nei loro confronti un atteggiamento diverso da quello riservato agli idolatri. Fu autorizzato unirsi a loro nel mangiare e nel bere, così come fu autorizzato contrarre con loro un rapporto matrimoniale. Allah l’Altissimo ha detto nell’ultimo versetto rivelato del Corano:
Oggi vi sono stati resi halal tutti gli alimenti puri ed eccellenti, e il cibo di coloro ai quali è stato dato il Libro è halal per voi, così come il vostro cibo è halal per loro. (Sura al-Ma’ida: 5)
In una parola, il significato di questo versetto è che ogni genere di alimento puro ed eccellente è completamente halal. Pertanto non esistono più la bahira, la sa’iba, la wasila o l’ham. E il cibo dei popoli della Gente del Libro, ebrei e cristiani, è fondamentalmente halal per voi. Allah non lo ha mai reso haram. Anche il vostro cibo è halal per loro. Pertanto vi è lecito mangiare la carne degli animali da loro macellati o consacrati nello shirk. Allo stesso modo, non vi è alcun divieto che essi mangino ciò che voi macellate o consacrate nello shirk.
Tuttavia, nei confronti dei politeisti arabi l’Islam ha adottato una posizione molto rigorosa, mentre ha scelto un atteggiamento benevolo verso la Gente del Libro. La ragione è che la Gente del Libro crede nella rivelazione, nella profezia e, in linea generale, nei principi fondamentali della religione. Per questo è molto vicina ai credenti. È stato dichiarato conforme alla Sharia condividere con loro il cibo e le bevande, sposare le loro figlie e vivere in armonia con loro. In tal modo è stata loro offerta l’opportunità di vedere l’Islam nella sua forma autentica nelle case della gente, nelle parole e nelle azioni, nella morale e nei rapporti. Attraverso questo mezzo potranno comprendere che l’Islam è in realtà una religione fondata su verità e concezioni elevate, su norme complete e su sistemi di fede eccellenti. In essa non vi è posto per lo shirk né per discorsi privi di senso.
Nel Corano è dichiarato:
Il cibo della Gente del Libro.
L’espressione ha un significato molto generale e ampio. Comprende ogni genere di alimento. Sono leciti sia la carne degli animali macellati da loro sia gli altri alimenti. Pertanto, tutto ciò ci è permanentemente lecito. Tuttavia, se qualcosa è stato dichiarato haram, come la carcassa, il sangue versato e la carne di maiale, non è lecito mangiarlo. Questa è l’opinione unanimemente riconosciuta. Non fa alcuna differenza che si tratti della casa di una persona della Gente del Libro o di un musulmano.
Tuttavia, a questo proposito è necessario che i musulmani prendano in considerazione alcune questioni particolari.
1. Animali macellati nelle chiese e nelle fiere per essere offerti
Finché non si saprà che una persona della Gente del Libro, al momento della macellazione, ha pronunciato il nome di Gesù il Messia, di Ezra o di qualche altra divinità diversa da Allah, sarà lecito mangiare la carne dell’animale da essa macellato. Ma quando si saprà che, durante la macellazione, ha pronunciato il nome di una divinità diversa da Allah, i giuristi hanno espresso l’opinione che quello specifico animale diventi haram.
Alcuni, tuttavia, hanno detto: «Allah ha già reso lecito per noi il loro cibo. Quanto a ciò che dicono durante la macellazione e al nome che pronunciano, Allah lo sa meglio. Non è necessario prestarvi attenzione».
Quando fu chiesto all’Imam Malik degli animali macellati dalla Gente del Libro in occasione delle loro feste dell’Īd, nelle chiese e in celebrazioni simili, egli disse: (in arabo***********)
Non considero sconsigliabile mangiarne. [Questa è la fatwa della scuola giuridica dell’Imam Malik. Egli non si affrettava a dichiarare haram una cosa, come fanno alcuni sapienti dei nostri tempi; si limitava a definirla makruh.]
Il fatto che egli considerasse ciò makrūh era una conseguenza della sua personale e ulteriore devozione scrupolosa. Aveva il sospetto che l’animale fosse stato macellato invocando un nome diverso da quello di Allah. Per questo riteneva makrūh mangiarlo. Tuttavia non lo considerava harām. Secondo la sua opinione, nel caso della gente della Scrittura, macellare invocando un nome diverso da quello di Allah significa macellare un animale allo scopo di adorare le proprie divinità e avvicinarsi a esse; e quegli animali essi stessi non li mangiano. Invece, gli animali che macellano con l’intenzione di mangiarli sono considerati tra i loro alimenti, ed egli stesso ha dichiarato che sono halal per noi. [Nel Kitāb al-Mughnī si afferma che, se una persona della gente della Scrittura omette consapevolmente di pronunciare il nome di Allah al momento della macellazione, non è halal mangiare l’animale da essa macellato. Questa è la posizione tramandata da ʿAlī (che Allah sia soddisfatto di lui).
Questa è anche l’opinione dell’Imām al-Shāfiʿī, di al-Nakhaʿī, Ḥammād, Isḥāq e dei seguaci della scuola hanafita. Il significato del versetto coranico riguardante la liceità degli alimenti della gente della Scrittura è che è halal mangiare gli animali da loro macellati quando sono state rispettate le condizioni prescritte per la macellazione, proprio come devono essere rispettate dai musulmani. Tuttavia, se si sa con certezza che il macellatore ha pronunciato o non ha pronunciato il nome di Allah, oppure ha pronunciato o non ha pronunciato il nome di qualcun altro oltre ad Allah, è comunque halal mangiare l’animale da lui macellato. Infatti, Allah l’Altissimo ha reso halal per noi gli animali macellati dai musulmani e dalla gente della Scrittura. In realtà, Allah l’Altissimo sa che non possiamo conoscere la situazione di ogni singolo macellatore. (Al-Mughnī, vol. VIII, p. 571)]
2. Mangiare carne macellata mediante elettrocuzione o carne in scatola
La seconda questione è questa: il metodo di macellazione della gente della Scrittura — ebrei e cristiani — deve essere simile al nostro? Così come noi tagliamo la gola con uno strumento affilato, anche la loro macellazione deve avvenire nello stesso modo?
La maggior parte degli esperti ha imposto questa condizione in materia. Tuttavia, un gruppo di dotti della scuola mālikita ha emesso il parere giuridico secondo cui essa non è una condizione necessaria.
Il qāḍī Ibn al-ʿArabī ha detto nel commento esegetico dei versetti della sūra al-Māʾida:
Ciò dimostra in modo decisivo che la selvaggina e il cibo della gente della Scrittura rientrano tra le cose che Allah ha dichiarato lecite. Sono halal senza alcuna restrizione. Questa affermazione è stata formulata in modo particolare affinché ogni dubbio in materia fosse eliminato e non rimanesse la minima traccia di un’errata concezione. Mi è stato chiesto: i cristiani uccidono i polli torcendo loro il collo. In seguito li cucinano. In una simile situazione possiamo condividere il loro cibo? Si può mangiare il loro cibo? Ho risposto: si può mangiare. Infatti, è il cibo dei cristiani e dei loro sacerdoti e dottori della religione. Sebbene, secondo noi, questo metodo di macellazione non sia corretto, Allah ha reso in generale halal per noi il loro cibo. E ciò che essi considerano lecito nella loro religione è halal anche per noi. Tuttavia, non si possono mangiare quegli alimenti riguardo ai quali Allah li ha dichiarati bugiardi. I nostri esperti hanno detto: questa gente della Scrittura ci dà in matrimonio le proprie figlie e i rapporti sessuali con loro sono leciti. In tal caso, perché non dovremmo mangiare gli animali da loro macellati? Se si considera la questione dal punto di vista di halal e harām, mangiare cibo è un atto molto meno importante dei rapporti sessuali.
Questo stesso esegeta ha scritto in un altro punto:
Essi non praticano la macellazione rituale: uccidono gli animali strangolandoli o schiacciando loro la testa. Poi ne mangiano la carne. Per questo, per noi essa è una carogna ed è haram. Tuttavia, tra i due casi — quello dell’illiceità e quello della liceità menzionato sopra — non vi è alcuna contraddizione. Infatti, ciò che gli ahl al-kitāb considerano una corretta macellazione rituale sarà certamente halal per noi, anche se, dal nostro punto di vista, il loro metodo di macellazione non è corretto. Ma ciò che essi stessi considerano una macellazione non corretta non è halal neppure per noi. La macellazione rituale consiste nel far uscire la vita dall’animale con l’intenzione di renderne lecita la consumazione.
Questa è l’opinione di un gruppo di seguaci della scuola malikita.
Alla luce di questa discussione possiamo comprendere la disposizione della Sharia riguardo alla carne di pollo o di manzo in scatola e conservata proveniente dagli ahl al-kitāb. Nei loro Paesi, i polli vengono macellati mediante scosse elettriche. Finché essi stessi continueranno a considerare questi animali cibo halal, essi continueranno a essere considerati halal anche per noi, in base alla formulazione generale del versetto. [Tuttavia, questa opinione non è condivisa da tutti. È generalmente noto che la carne in scatola non proviene da animali macellati secondo la Sharia. Il fatto che si considerino semplicemente ahl al-kitāb non rende halal per noi la carne di un animale che non sia stato tagliato con un solo colpo o durante la cui macellazione non sia stato consapevolmente pronunciato il nome di Allah. È necessario emettere il verdetto in base a ciò che avviene normalmente. Pertanto, non è lecito mangiare un animale che non sia stato macellato secondo le norme della Sharia, neppure se colui che lo ha macellato era musulmano. — Il traduttore]
Tuttavia, per noi non può essere assolutamente lecito mangiare carne in scatola prodotta nei Paesi comunisti, poiché essi hanno rinnegato e negato tutto ciò che porta il nome di religione. Pertanto, non sono considerati parte degli ahl al-kitāb.
Gli animali macellati dagli adoratori del fuoco e da altri
Gli studiosi hanno espresso opinioni diverse riguardo al consumo della carne degli animali macellati dagli adoratori del fuoco, cioè dai seguaci dell’antica religione persiana. Molti hanno vietato di mangiarla, poiché essi sono in realtà politeisti. Altri sapienti hanno invece affermato che è halal mangiarla, perché il Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) ha detto:
Trattateli come gli ahl al-kitāb. (Malik, Shafi‘i)
Per questo fu riscossa la jizya dagli adoratori del fuoco del luogo chiamato Hijr. (Bukhari)
Ibn Hazm ha scritto nella sua opera al-Muhallā: (arabo**********************)
Anche loro sono gente del Libro. Pertanto, in ogni aspetto, bisogna trattarli come la gente del Libro. [Secondo la maggioranza degli ʿulamāʾ, non è lecito mangiare gli animali macellati dai magi, adoratori del fuoco o persiani. Questa è l’opinione espressa da Ḥudhayfa ibn Masʿūd, Ibn ʿAbbās, ʿAlī, Jābir, l’Imām Mālik, l’Imām al-Zuhrī, l’Imām al-Shāfiʿī, i giuristi hanafiti, l’Imām Aḥmad e altri. Secondo Ibn Qudāma, l’affermazione del Profeta — pace e benedizioni su di lui — sopra citata, «trattateli come la gente del Libro», si applica soltanto alla riscossione della jizya. Essa non riguarda il mangiare gli animali macellati da loro né lo sposare le loro donne. (arabo************************)
L’Allāma al-Jaṣṣāṣ dice che vi è divergenza di opinioni riguardo ai magi. Secondo la maggioranza dei giuristi, essi non sono gente del Libro. Solo pochi li considerano gente del Libro. Nel Corano soltanto due comunità sono chiamate gente del Libro. Se anche i magi fossero considerati gente del Libro, si parlerebbe di tre comunità invece di due. Il Nobile Profeta — pace e benedizioni su di lui — non disse che essi erano gente del Libro; ordinò soltanto di trattarli come la gente del Libro, e ciò esclusivamente riguardo alla riscossione della jizya da loro. (arabo*********) — Traduttore.]
Secondo l’Imām Abū Ḥanīfa, i seguaci della religione sabea sono gente del Libro. (Molti considerano anche i bramini gente del Libro. Si dice che fosse stato fatto discendere un Libro per loro, ma che essi lo abbiano perduto.)
Non è necessario indagare su ciò che è celato alla vista
Non rientra nella responsabilità del musulmano interrogare o cercare informazioni su ciò che è celato alla vista — come sia stata eseguita la macellazione, se siano state soddisfatte tutte le condizioni della macellazione, se durante la macellazione sia stato pronunciato il nome di Allah — né cercare di conoscere simili questioni ignote. Infatti, se un musulmano ha eseguito la macellazione, è del tutto lecito mangiare quella carne, indipendentemente dalle altre questioni ignote e dal fatto che egli sia ignorante, stolto, fāsiq o appartenente alla gente del Libro. È stato già detto che i Compagni chiesero: «O Messaggero di Allah, la gente ci porta della carne, ma non sappiamo se durante la macellazione abbia pronunciato o meno il nome di Allah. Che cosa dobbiamo fare in questa situazione?». Il Messaggero rispose: «Mangiate pronunciando la basmala».
Gli esperti hanno detto riguardo a questo ḥadīth:
Questo ḥadīth dimostra che bisogna ritenere corrette e valide tutte le azioni, le pratiche e gli interventi, finché non si trovi una prova decisiva della loro illiceità o invalidità.
La caccia
Un gran numero di persone tra gli Arabi e gli altri popoli del mondo vive facendo affidamento sulla caccia. Per questo motivo, nel Corano e nella Sunna è stata attribuita particolare importanza a questo argomento. Gli autori delle opere di fiqh hanno dedicato a esso capitoli specifici nei loro rispettivi libri. Vi hanno registrato dettagliatamente ciò che è halal e ciò che è haram, nonché ciò che in questo ambito è obbligatorio e ciò che è mustahabb. Era necessario esporre la questione in modo così dettagliato, poiché molti degli animali e degli uccelli la cui carne è pura e pregiata vivono fuori dalla portata dell’uomo. Catturarli e dominarli non è facile, perché non hanno familiarità con gli esseri umani. Per questo motivo, per la macellazione degli animali domestici l’Islam ha imposto la condizione di recidere con il coltello la gola o la parte inferiore del collo, ma non ha imposto una condizione analoga affinché questi animali selvatici siano halal. Ha invece stabilito un metodo più semplice per la loro macellazione. In tal modo ha alleviato in gran parte le difficoltà per l’uomo e ha reso più ampia la possibilità di procurarsi il cibo.
L’Islam ha prestato la massima attenzione ai bisogni naturali dell’uomo. Le condizioni stabilite in questo ambito hanno lo scopo di indurre l’uomo a sottomettersi alle credenze fondamentali dell’Islam e al suo sistema normativo. E, proprio come un musulmano deve osservare le regole dell’Islam in ogni circostanza e ambito, anche in questo caso deve osservarle correttamente.
Alcune di queste condizioni riguardano il cacciatore, altre l’animale cacciato e altre ancora l’atto della caccia.
Qui si parla della caccia agli animali terrestri. Quanto alla caccia in mare, se ne è già discusso dettagliatamente in precedenza. In sintesi, Allah l’Altissimo ha reso halal ogni cosa senza alcuna proibizione. È stato detto:
(Arabo***************)
La caccia marina e il cibo che se ne ricava sono stati resi halal per voi. (Sura al-Māʾida: 96)
Questioni riguardanti il cacciatore
Per chi caccia sulla terra vale la stessa condizione stabilita per chi compie la macellazione rituale: deve essere musulmano oppure appartenere alla Gente del Libro. Si può mangiare anche la selvaggina cacciata da persone appartenenti alla Gente del Libro, come i sabei e i magi.
L’insegnamento dell’Islam è che non è opportuno cacciare inutilmente, cioè senza l’intenzione di mangiare la selvaggina o di ricavarne qualche altro beneficio. Infatti, l’Islam non ha permesso di uccidere animali senza motivo e senza scopo. In un hadith è detto: (Arabo********৯৫***********)
Chiunque uccida un uccello senza motivo né scopo, nel Giorno della Resurrezione esso si lamenterà davanti ad Allah, dicendo: «O Allah, quel tale mi ha ucciso senza motivo, senza uccidermi per ricavarne alcun beneficio».
In un altro hadith è detto: (Arabo***********************)
Chiunque uccida ingiustamente un passero o un uccello più grande di esso, nel Giorno della Resurrezione Allah gli chiederà certamente conto della sua condotta. Un Compagno domandò: «O Messaggero, quale diritto hanno mai questi uccelli?». Egli rispose: «Il loro diritto è che li si macelli ritualmente e li si mangi, non che si tagli loro la testa e la si getti via».
Un’altra condizione per il cacciatore è che non si trovi in stato di ihram per il hajj o per l’umrah. Infatti, durante l’ihram il musulmano si trova in uno stato di completa pace, sicurezza e protezione da ogni pericolo. In questo ambito, la disposizione nei suoi confronti è particolarmente ampia: tutti gli animali e gli uccelli che lo circondano godono anch’essi di piena sicurezza. Anche se una preda entra alla portata della mano o della freccia di un musulmano in stato di ihram, egli dovrà comunque astenersi dal cacciarla. Questa è una disciplina volta ad addestrare il musulmano alla pazienza. Perciò nel Corano è detto: (Arabo***********************)
O credenti, Allah vi metterà certamente alla prova mediante la selvaggina, che le vostre mani e le vostre frecce potranno raggiungere. Egli vuole sapere chi Lo teme senza vederLo. Ma chi, nonostante ciò, trasgredirà, avrà un castigo doloroso.
(Arabo********************)
O voi che credete! Non cacciate mentre siete in stato di ihram. (Sura al-Ma’ida: 95)
(Arabo*******************)
Finché rimarrete in stato di ihram, vi è stata proibita la caccia sulla terra. (Sura al-Ma’ida: 96)
Condizioni riguardanti l’animale cacciato
La condizione riguardante l’animale che viene cacciato è che si tratti di un animale che non sia possibile catturare e macellare ritualmente alla gola o al midollo. Se ciò è possibile, deve essere necessariamente macellato secondo le regole prescritte; altrimenti non sarà halal.
Se la caccia non è stata effettuata con il lancio di una freccia o mediante un cane addestrato, e l’animale viene trovato in condizioni tali da avere ancora segni di vita, deve essere macellato ritualmente alla gola secondo la consuetudine. Ma se viene trovato in condizioni tali da non avere più una vita stabile, è preferibile non macellarlo. E se, trovandosi in quello stato, lo si lascia morire, non vi sarà peccato. Questo hadith è riportato da al-Bukhari e Muslim:
(Arabo*****************)
Quando mandi il tuo cane da caccia, pronuncia subito il nome di Allah su di esso. Se poi trattiene per te la preda e tu la trovi ancora viva, allora macellala ritualmente.
Modi di cacciare
I modi con cui si può cacciare sono di due tipi:
1. Armi affilate e appuntite, come la spada, la lancia e simili. Nel versetto coranico si trova un’indicazione a questo riguardo:
(Arabo********)
che possono raggiungere le vostre mani e le vostre frecce. (Sura al-Mā’ida: 94)
2. Animali da caccia, addestrati e sottoposti a un’apposita preparazione per l’attività venatoria, come i cani, i falchi e simili. Nel Corano è stato detto: (Arabo******************)
Vi sono state rese lecite tutte le cose buone e pure, e anche gli animali da caccia che avete addestrato: addestrateli anche voi con ciò che Allah vi ha insegnato……… (Sura al-Mā’ida: 4)
Cacciare con armi affilate
La caccia con un’arma è soggetta a due condizioni:
La prima è che l’arma penetri nel corpo della preda in modo tale che sia proprio quella ferita a causarne la morte, e non che essa muoia a causa dell’urto dell’arma. Hadrat ʿAdī ibn Ḥātim (che Allah sia soddisfatto di lui) chiese al nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui):
(Arabo***************)
Io caccio soltanto con frecce prive di punta. Esse colpiscono il bersaglio: è lecito mangiare la preda?
Il nobile Messaggero (pace e benedizioni su di lui) rispose: (Arabo*******************)
Quando scagli una freccia, se la sua parte affilata penetra nel corpo, mangiala; ma se la colpisce di lato e muore per il colpo, non mangiarla. (Bukhārī, Muslim)
Da questo hadith si comprende che lo scopo essenziale è che l’arma penetri nel corpo della preda. Se la preda muore schiacciata sotto un peso pesante, non è lecito mangiarla. Di conseguenza, l’animale cacciato con i proiettili di fucili, pistole o rivoltelle sarà halal, poiché questi proiettili penetrano nel corpo in modo più affilato e profondo delle frecce, delle lance e delle spade. A questo proposito, un hadith citato dall’Imam Ahmad recita: (Arabo****************)
Non mangiate l’animale o l’uccello cacciato con un fucile; potete però mangiarlo se lo macellate secondo il rito. Bukhārī ha inoltre citato una dichiarazione di Hadrat Ibn ʿUmar (che Allah sia soddisfatto di lui): la preda abbattuta con un fucile è haram, come l’animale morto per il colpo di un bastone munkaḍha; infatti, con il termine bandūqa si intende una zolla di terra. L’animale cacciato lanciandogli contro una zolla è certamente haram. Qui, tuttavia, con il termine fucile intendiamo le moderne armi da fuoco, e l’animale cacciato con esse sarà certamente halal.
Gli oggetti simili alla bunduqa sono pezzi di pietra o frammenti di mattoni cotti. Il Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) disse:
(Arabo*********98***********)
Con un pezzo di pietra o di mattone non si può cacciare la selvaggina né ferire gravemente un nemico. Tuttavia, con essi si possono rompere i denti e accecare gli occhi. (al-Bukhari, Muslim)
La seconda questione è che, quando si scaglia un attrezzo o si usa un’arma, si deve pronunciare il nome di Allah. Gli hadith narrati dal Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) riguardo all’insegnamento impartito ad Adi ibn Hatim (che Allah sia soddisfatto di lui) rivestono un’importanza particolare.
Cacciare con i cani
Quando si desidera cacciare con cani o falchi e simili, devono essere osservate le seguenti condizioni:
La prima è che l’animale o l’uccello debba essere debitamente addestrato e istruito alla caccia.
La seconda è che l’animale o l’uccello addestrato cacci per il suo padrone e non per nutrirsi da sé. Questo si può comprendere dall’indicazione del Corano.
E la terza condizione è che, quando lo si invia a caccia, si pronunci su di esso il Bismillah.
Tutte queste condizioni sono state enunciate nel versetto riportato qui di seguito:
(Arabo******************)
Ti chiedono che cosa sia stato reso lecito per loro. Di’: «Vi sono state rese lecite tutte le cose buone e pure, nonché gli animali e gli uccelli da caccia che avete addestrato per la caccia. Mangiate dunque ciò che essi catturano per voi e pronunciate su di esso il nome di Allah».
1. Anche il requisito dell’addestramento dell’animale o dell’uccello da caccia è chiaro. Esso consiste nell’esercitare su di esso un controllo completo, nel poterlo dirigere secondo i propri comandi, nel poterlo condurre dove e quando si desidera e nel fatto che esso sia pronto ad agire di conseguenza. Deve essere abituato a catturare la preda e a portarla al padrone, a custodire i suoi beni in sua assenza e a fermarsi quando il padrone lo richiama. Alcuni giuristi hanno espresso un certo dissenso riguardo all’imposizione di tutte queste condizioni; in sostanza, però, l’animale o l’uccello da caccia deve essere ben addestrato secondo l’uso consueto.
2. Conservare la preda per il padrone significa che l’animale o l’uccello da caccia non la mangerà personalmente, ma la lascerà al padrone. Il Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, ha detto: (Arabo*******************)
Quando invii un cane a caccia e, dopo aver catturato la preda, ne mangia una parte, non mangiarla. È infatti dimostrato che l’ha trattenuta per sé. Se invece, dopo essere stato inviato a cacciare, cattura la preda senza mangiarne, puoi mangiarla, poiché è dimostrato che l’ha trattenuta per il suo padrone. (Ahmad)
Alcuni giuristi hanno distinto tra gli animali da caccia, come il cane, e gli uccelli da caccia, come il falco. Hanno detto che, anche se l’uccello da caccia mangia una parte della preda, è comunque lecito mangiarla; se invece la mangia il cane, non è lecito mangiarla.
Queste due condizioni sono pienamente ragionevoli. Addestrare il cane per la caccia e fare in modo che catturi la preda e la trattenga per il suo padrone è conforme all’elevata dignità dell’essere umano. Questa condizione è stata imposta proprio per tenere le persone lontane dagli avanzi lasciati dal cane. Infatti, quando il cane è addestrato, cattura la preda e la trattiene per il suo padrone, esso non è altro che uno strumento di caccia utilizzato dal cacciatore, proprio come il cacciatore usa una freccia, una lancia o un fucile.
3. Pronunciare la basmala quando si invia il cane è come pronunciarla quando si scaglia una freccia o si usa una lancia o un coltello. È proprio questo ciò che viene prescritto nel versetto coranico: (arabo*******************)
4. A questo riguardo sono stati narrati anche numerosi hadith autentici, come quelli narrati da ʿAdi ibn Hatim (che Allah sia soddisfatto di lui).
Dalla condizione sopra menzionata risulta inoltre chiaramente che, se insieme al cane inviato si unisce un altro cane, non sarà lecito mangiare la preda catturata dai due. ʿAdi (che Allah sia soddisfatto di lui) chiese:
(arabo******************)
Invio il mio cane a caccia e poi vedo insieme a esso un secondo cane sconosciuto; che cosa devo fare?
Il nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) disse: (arabo***************)
Allora non mangiare la preda, poiché hai pronunciato la basmala sul tuo cane che avevi inviato, ma non sull’altro. (E non sai quale dei due abbia catturato la preda.)
Se dimentica di pronunciare «Bismillah» al momento di scoccare la freccia o di lanciare la preda, sarà sufficiente correggere questa dimenticanza al momento di mangiare. Allah, nella Sua misericordia, ha perdonato e perdona molti errori e mancanze della comunità musulmana. Anche questo rientra in tale categoria.
Trovare la preda morta dopo aver scoccato la freccia
Accade, e può accadere frequentemente, che il cacciatore scocchi una freccia mirando alla preda, che la freccia la colpisca, ma poi essa scompaia dalla vista e si perda. Dopo qualche tempo la si ritrova morta; non è raro che venga ritrovata anche dopo diversi giorni. In una situazione del genere, la preda può essere halal a determinate condizioni:
1. Non deve essere rimasta nell’acqua. A questo proposito, un hadith riferisce che il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) disse:
(Arabo***********)
Quando scagli la tua freccia mirando alla preda e poi la trovi morta, allora mangiala. Ma se la trovi caduta nell’acqua, non mangiarla, perché non sai se la preda sia morta per il colpo della tua freccia oppure sia annegata nell’acqua.
2. Non vi sarà su di essa alcun segno di un’altra freccia, dal quale si possa sapere che nessun’altra freccia ne abbia causato la morte. Hadhrat Adi ibn Hatim (che Allah sia soddisfatto di lui) disse: (Arabo********************)
O Messaggero di Allah! Io scaglio la freccia per cacciare. Il giorno seguente la trovo, con la mia freccia conficcata in essa.
Il nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) disse: (Arabo****************)
Se sai con certezza che è stata proprio la freccia da te scagliata a ucciderlo e che su di esso non vi sono tracce di alcun animale feroce, allora puoi mangiarlo. (al-Tirmidhi)
3. La selvaggina non deve essere sul punto di marcire. Infatti, la sana natura umana prova disgusto nel mangiare cibi marci. Inoltre, ciò comporta anche effetti nocivi. In un hadith riportato nel Sahih Muslim si narra che il nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) disse ad Abu Tha‘laba (che Allah sia soddisfatto di lui):
(Arabo*****************)
Se, dopo aver scagliato la freccia, la selvaggina è rimasta scomparsa per tre giorni e poi la ritrovi, puoi mangiarla purché non sia marcita.
Bevande alcoliche
Con il termine bevanda alcolica, o vino, si indica una sostanza alcolica che, una volta bevuta, provoca ebbrezza.
Nel corso della discussione dettagliata su questo argomento, vogliamo innanzitutto dire che il consumo di questa sostanza provoca gravi danni alla coscienza, all’intelletto e alla salute fisica della persona. Anche la sua religiosità si esaurisce. Sotto il profilo materiale, essa precipita inoltre in una grave rovina. Anche la sua famiglia subisce enormi danni. E una situazione del genere porta inevitabilmente estrema miseria nella vita materiale, morale e spirituale della nazione e della società.
Un esperto ha giustamente affermato che nulla ha colpito l’essere umano tanto duramente quanto gli alcolici. Esaminando gli ospedali di tutto il mondo, si constaterà che, a causa del consumo di alcol, moltissime persone sono diventate pazze e hanno contratto malattie incurabili. Perdendo la salute della mente e dell’intelletto, commettono omicidi; rimangono afflitte da malattie nervose e sviluppano disturbi cronici allo stomaco. Alcuni arrivano persino a sperperare i propri beni e a ridursi completamente in miseria. Il loro numero è così elevato che, per quanto li si ammonisca, tutto sarà vano. Non sarà possibile apportare alcun cambiamento nella loro vita.
Nell’epoca dell’ignoranza, gli Arabi erano impazziti per il consumo di alcol. Anche la loro dipendenza dagli alcolici non aveva alcun limite. Nella loro lingua esistevano quasi cento nomi per gli alcolici. Nella loro poesia e nei loro versi si menzionavano i diversi tipi di alcolici e si descrivevano le peculiarità di ciascuno. Le loro poesie erano colme di descrizioni della bellezza di coloro che li bevevano e li servivano, nonché di elogi delle riunioni in cui si consumava alcol.
L’Islam li educò e li guidò verso una via precisa e sana. Per questo fu adottato un metodo graduale per dichiarare illecito il consumo di alcol.
Anzitutto fu vietato pregare in stato di ebbrezza. In seguito fu spiegato loro che il peccato del consumo di alcol era molto maggiore dei suoi benefici. Infine, mediante un versetto di grande significato della sura al-Mā’ida, il consumo di alcol fu dichiarato illecito per sempre e in via definitiva. Il versetto recita:
O voi che credete, sappiate con certezza che gli alcolici, il gioco d’azzardo, gli altari sacrificali e i metodi per conoscere il destino non sono altro che sozzura e opere sataniche. Evitateli, dunque. Forse potrete avere successo. Satana, gettandovi attraverso gli alcolici e il gioco d’azzardo nell’ostilità e nell’odio reciproci, vuole tenervi lontani dal ricordo di Allah e dalla preghiera. Rinuncerete dunque a queste pratiche?
In questi due versetti Allah l’Altissimo ha dichiarato illecito, con parole severe, il consumo di alcol e il gioco d’azzardo, ordinando e sollecitando con grande fermezza di evitarli. In questo versetto il consumo di alcol e il gioco d’azzardo sono menzionati insieme agli altari sacrificali e ai metodi per conoscere il destino, per mostrarne la bassezza e l’abominio. In linguaggio coranicoرجسè stato definito così ed è stato chiamato opera di Satana. È superfluo dire quanto sia abominevole e spudorata un’opera satanica. In questo modo il versetto ordina di evitare entrambe le pratiche. Indicandone il danno collettivo, afferma che, a causa loro, chi consuma alcol non potrà pregare e dimenticherà Allah. Tra le persone sorgeranno odio e rancore estremi, fino a trasformarsi in inimicizia mortale. L’essere umano perderà la preghiera e il ricordo di Allah, attraverso i quali si raggiunge l’elevazione spirituale. Dopo aver detto tutto ciò, ai credenti viene chiesto, con parole estremamente severe, se rinunceranno completamente a entrambe queste pratiche.
In risposta a un ordine e a un’ingiunzione così severi, ai credenti non può restare che una sola cosa da dire. Ed è:
O Signore, abbiamo rinunciato.
O Dio, ci siamo astenuti da essa.
E i musulmani diedero concretamente vita a una scena straordinaria. Alcuni musulmani si erano riuniti in un luogo e stavano bevendo vino. Uno di loro aveva in mano un recipiente, ne aveva già bevuto una parte, ma non lo aveva ancora vuotato. Non appena udì questo versetto, allontanò il recipiente dalla bocca e rovesciò ciò che ne restava.
Questa pratica malvagia del consumo di bevande alcoliche, che si ripercuote gravemente sulla vita dell’individuo, della famiglia, della società, della nazione e dello Stato, ha spinto anche numerosi Stati moderni a tentare di proibirla con la forza della legge e del potere. Un tempo l’America cercò di porre fine al consumo di alcolici con la forza della legge. Ma dovette riconoscere il completo fallimento di tale impresa. Soltanto l’Islam è riuscito, combattendo contro il consumo di alcolici, a sradicarlo con pieno successo.
Tra le autorità ecclesiastiche è emersa una grande divergenza nel determinare la dottrina cristiana riguardo al consumo di vino. Basandosi ciascuna su una diversa frase del Vangelo, hanno elaborato una propria opinione:
Bere una piccola quantità di vino è benefico per lo stomaco.
Se ciò fosse esatto e l’alcol fosse davvero benefico per lo stomaco, sarebbe inevitabile che, iniziando a berne una piccola quantità, l’alcolizzato cominciasse a berne quantità sempre maggiori. Un bicchiere di alcol suscita soltanto il desiderio di molti altri bicchieri. Di conseguenza, egli finirebbe per abituarsi al consumo di alcolici e non sarebbe più in grado di rispettare alcun limite nella quantità.
Ma anche in questo caso la posizione dell’Islam è chiara e inconfutabile. Non è haram soltanto bere alcolici: è completamente haram anche qualsiasi forma di aiuto e collaborazione a tale pratica.
Tutte le sostanze stupefacenti sono haram
Quando il Nobile Profeta (saws) dichiarò per la prima volta il divieto del consumo di bevande alcoliche, non prestò affatto attenzione a ciò con cui esse venivano preparate. La sua attenzione era rivolta ai loro effetti e alle loro conseguenze. E ciò è l’ebbrezza. Pertanto, qualunque cosa provochi ebbrezza deve essere considerata haram, indipendentemente dalla sostanza con cui venga prodotta. Questa è la posizione definitiva dell’Islam riguardo alle bevande alcoliche. Di conseguenza, la birra e ogni altra bevanda inebriante di questo tipo sono completamente haram.
Al Nobile Profeta (saws) fu chiesto delle bevande alcoliche prodotte con miele, mais e orzo. In risposta, enunciò un principio fondamentale e disse: (in arabo*********************)
Ogni sostanza inebriante è khamr, e ogni khamr è haram. (Muslim)
Hazrat Umar Faruq (ra), stando in piedi sul minbar del Nobile Profeta (saws), proclamò:
(in arabo************)
Qualunque sostanza offuschi e alteri la ragione e l’intelletto dell’essere umano è khamr ed è proibita. (Bukhari, Muslim)
Ogni sostanza inebriante è haram, poca o molta che sia
Nell’Islam ogni sostanza inebriante è stata dichiarata haram. A questo riguardo non si presta affatto attenzione alla quantità. Pertanto, sia in quantità minore sia in quantità maggiore, essa è haram in entrambi i casi. Questa disposizione è stata stabilita affinché l’uomo, mettendo piede su questa via scivolosa, non sia costretto a cadere ripetutamente. Il Nobile Profeta (saws) ha detto chiaramente:
(Arabo****************)
Anche una manciata di ciò che, in quantità maggiore, provoca ebbrezza è haram. (Ahmad, Abu Dawud, Tirmidhi)
(Arabo*******************)
Anche una manciata di ciò che, persino in quantità di pochi rati, provoca ebbrezza è haram.
Il commercio del vino
Il nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) non si è limitato a dichiarare haram il consumo di vino, indipendentemente dalla quantità, piccola o grande. Ha dichiarato haram anche il commercio del vino. Tale commercio non è lecito nemmeno con i non musulmani. Pertanto, nessun musulmano può commerciare nell’importazione o nell’esportazione del vino. Non è lecito né costruire una fabbrica per produrre vino né aprire un bar. È ugualmente vietato lavorare in un negozio di vino. Per questo il nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) ha maledetto dieci persone in relazione al vino. Esse sono: (Arabo**********************)
Il produttore di vino, colui per il quale viene prodotto, il bevitore, il trasportatore, colui al quale viene trasportato, colui che lo serve, il venditore, colui che ne consuma il prezzo, l’acquirente e colui per il quale viene acquistato: su tutti costoro ricade la maledizione. (Tirmidhi, Ibn Majah)
(Arabo*******************)
Allah l’Altissimo ha proibito il consumo del vino. Pertanto, chiunque venga a conoscenza di questo precetto, anche se ne possiede una certa quantità, non può berlo né venderlo. (Muslim)
Il narratore dell’hadith riferisce che, in quel momento, tutti coloro che possedevano del vino lo riversarono nelle strade e nei vicoli di Medina.
Allo scopo di chiudere ogni via al consumo del vino, fu proclamato che nessun musulmano dovesse vendere uva a una persona della quale si sapesse che l’avrebbe utilizzata per produrre vino.
È stato detto in un hadith:
Chiunque raccolga e conservi il raccolto d’uva con l’intenzione di venderlo a un ebreo, a un cristiano o a chiunque ne ricavi del vino, si è gettato consapevolmente nel fuoco. (al-Tabarani, in al-Awsat)
Un musulmano non può offrire vino in dono
Per i musulmani non è proibito soltanto vendere il vino e consumarne il prezzo: è assolutamente proibito anche offrirlo in dono a un non musulmano. Né tale dono può essere ricevuto da lui. Infatti, il musulmano è puro. Non può offrire ad altri, come dono o come ospitalità, nulla che non sia puro, né può accettarlo egli stesso. Un uomo desiderava presentare del vino come dono al nobile Messaggero. Quando il Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, lo seppe, gli disse che Allah l’Altissimo aveva proibito il vino. Allora l’uomo disse: «Dunque, posso venderlo?» Il Messaggero disse:
Colui che ha proibito di berlo ha proibito anche di offrirlo in dono a un ebreo.
Allora quell’uomo disse: «Che cosa devo farne?». Il nobile Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) disse: «Falla scorrere per i vicoli di Medina».
Evitare le riunioni in cui si beve alcol
Per questo motivo è stato ordinato a ogni musulmano di evitare le riunioni o le assemblee in cui si beve alcol. È stato inoltre vietato loro frequentare gli ubriachi. Hazrat Umar (che Allah sia soddisfatto di lui) ha narrato: il nobile Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) disse: (Arabo**********************)
Chi crede in Allah e nell’Aldilà non sieda insieme ad altri in un’assemblea o a un tavolo dove viene servito alcol. (Ahmad)
D’altra parte, ogni musulmano ha il dovere di cercare di impedire l’ingiustizia e il peccato. Ma se ciò non è assolutamente possibile, almeno egli si allontani da quel luogo.
Hazrat Umar ibn Abd al-Aziz faceva frustare, insieme agli ubriachi, anche coloro che frequentavano le loro assemblee, pur non bevendo personalmente. Una volta furono condotti da lui alcuni ubriachi. Egli ordinò di punirli. Qualcuno disse: «Allora bisognerà punire per primo proprio lui. Non avete forse udito il comandamento di Allah:»
(Arabo******)
Nel vostro Corano è stato rivelato questo comandamento: quando sentite che i versetti di Allah vengono rinnegati e che si parla di essi con scherno e derisione, non sedete più con loro. Se in seguito prestano attenzione a un altro argomento, allora è un’altra questione. Ma se anche in quel momento continuate a sedere con loro, sarete colpevoli di una colpa simile.
Il vino non è una cura né una medicina
Alla luce di queste prove e argomentazioni inconfutabili, si comprende che l’Islam ha assunto una posizione estremamente rigorosa e inflessibile nella lotta contro il vino. Ha voluto tenere il musulmano lontano da esso. Ha voluto erigere una barriera invalicabile tra i musulmani e il consumo di vino, affinché non rimanesse aperto neppure il più piccolo varco o passaggio. Ai musulmani non è stata lasciata alcuna possibilità di utilizzare il vino per qualsiasi scopo.
Per il musulmano non è stata resa lecita neppure una minima quantità di vino. Non è consentito nemmeno comprarlo o venderlo. Non è consentito neppure offrirlo a qualcuno come dono. È vietato produrlo, ed è completamente haram conservarlo nel proprio negozio, ufficio o abitazione. Non è consentito servirlo durante feste, inviti, banchetti o ricevimenti. Né è consentito usarlo per ospitare gli invitati non musulmani. Allo stesso modo, nell’Islam non è permesso mescolarlo a cibi o bevande.
Tuttavia, oggi è sorta una domanda: si può usare il vino come medicina? Anche al Nobile Messaggero (pace e benedizioni su di lui) fu posta questa domanda. Egli rispose: (Arabo*******************)
Il vino non è affatto una medicina; è soltanto una malattia. (Muslim, Ahmad, Abu Dawud, al-Tirmidhi)
Il Nobile Messaggero (pace e benedizioni su di lui) disse: (Arabo*********************)
Allah ha fatto discendere sia le malattie sia i loro rimedi e ha predisposto anche il trattamento per le vostre malattie. Dunque curatevi, ma non con cose haram. (Abu Dawud)
(Arabo*******************)
Allah non ha posto la guarigione delle vostre malattie nelle cose che vi sono state proibite.
È stato proibito curarsi con il vino e con altre sostanze proibite. Ciò non è affatto sorprendente. Infatti, proibire una cosa significa ordinare di starne lontani e di evitarla completamente e sotto ogni aspetto. Se dunque la si usa come medicina, si finisce per rimanere immersi proprio in quella cosa proibita e per incoraggiarne l’uso. In tal modo, il divieto stesso di quella cosa perderebbe ogni significato. È questo l’argomento addotto dall’Imam Ibn al-Qayyim.
Egli ha inoltre detto: se fosse permesso usare una cosa proibita come medicina, aumenterebbero soltanto l’interesse e l’attrazione delle persone verso di essa. Infatti, l’animo umano vi è naturalmente incline. In particolare, quando essa si dimostri utile e sembri capace di curare le malattie e di restituire la salute, sarebbe impossibile astenersene. Se fosse permesso usare il vino come medicina, esso diventerebbe un mezzo per soddisfare i desideri. Richiamando l’attenzione su un importante aspetto psicologico, l’Imam Ibn al-Qayyim ha scritto:
Per guarire mediante una medicina, è necessario usarla con interesse e sincerità. Bisogna ritenerla benefica e credere che sia possibile ottenere la benedizione della guarigione che Allah vi ha posto. Ma il musulmano crede che il vino sia inequivocabilmente proibito. Proprio per questa convinzione, non potrà guarire per mezzo del vino. Una simile convinzione non gli permetterà di nutrire una buona opinione del vino, né gli sarà facile assumerlo con interesse. Anzi, quanto più il servo sarà saldo nella fede, tanto più odierà il vino; lo riterrà cattivo e non riuscirà a sopportarlo. In una simile condizione, non sarà possibile guarire usando il vino; al contrario, la sua malattia non farà che aggravarsi. (Arabo*******************)
Tutto ciò è vero. Tuttavia, anche la necessità e l’emergenza non sono prive d’importanza dal punto di vista della Sharia. Per questo, tenendone conto, sono state formulate le norme della Sharia. Se una malattia mette in pericolo la vita di una persona e viene stabilito che il vino o una medicina contenente vino sia l’unico rimedio, e non si trova alcun’altra medicina che possa sostituirla, e tale trattamento è stato prescritto da un medico musulmano credente, dotato di salda fede, soltanto in una simile situazione è possibile usarlo come medicina. (Tuttavia, una situazione del genere non si verifica certo spesso.) Infatti, la Sharia rende facile la vita delle persone e rimuove gli ostacoli e le difficoltà. Naturalmente, questa autorizzazione dell’Islam deve essere applicata soltanto entro limiti determinati e ristretti, che non possono essere oltrepassati. Allah ha infatti detto: (Arabo*******************)
Se qualcuno si trova in una necessità estrema, senza desiderarlo né volerlo e senza trasgredire i limiti, allora Allah è perdonatore e misericordioso.
Sostanze stupefacenti
Khamr è dunque ciò che ottenebra la coscienza e l’intelletto dell’essere umano. Questo è un principio fondamentale di grandissima importanza e portata. Hazrat Umar (che Allah si compiaccia di lui), in occasione di un discorso pronunciato stando sul minbar del Nobile Messaggero,خمر permette di comprendere il significato della parola usata nel Corano e non lascia spazio ad alcun dubbio o incertezza al riguardo. Da ciò si apprende con assoluta certezza che qualunque sostanza ottenebri la coscienza e l’intelletto dell’essere umano, privandolo o influenzandone in qualunque modo le sensazioni, la capacità di giudizio, la comprensione e la capacità decisionale, è chiamata khamr o vino. E Allah e il Suo Messaggero hanno proibito per sempre proprio quella cosa.
La cannabis, l’oppio, la cocaina e simili appartengono a questa categoria. Esse ottenebrano la coscienza e l’intelletto dell’uomo in modo tale che ciò che è lontano gli sembra vicino e ciò che è vicino gli sembra lontano. Comincia a essere vittima di illusioni e falsi pensieri riguardo a ciò che esiste realmente. E continua a ritenere esistente ciò che in realtà non esiste. In questo modo sprofonda nel mare degli errori più gravi e delle concezioni e fantasie prive di fondamento. Alla fine dimentica completamente se stesso, la propria religione e il mondo, e comincia a vagare soltanto nel mondo dell’immaginazione.
Inoltre, il consumo di questo tipo di sostanze stupefacenti deteriora la salute. Il sistema nervoso perde coscienza. Il corpo si indebolisce. Per di più, esse generano debolezza mentale, codardia, declino morale, perdita della forza di volontà e impazienza; di conseguenza, la persona abituata ad assumere queste sostanze velenose provoca una vasta putrefazione nel corpo della società.
Oltre a tutti questi vizi e sconvolgimenti, lo sperpero delle ricchezze e la disgregazione e rovina della famiglia costituiscono una conseguenza inevitabile. Spesso la persona abituata ad assumere queste sostanze anestetiche (annesthetic) spende perfino il denaro destinato al cibo dei propri figli per acquistare tali sostanze. Per questo non prova alcuna esitazione o scrupolo nell’adottare la corruzione e mezzi disonesti.
Come è stato già detto, il principio fondamentale dell’Islam è che le cose proibite sono causa di ogni sorta di oscenità, male, bassezza e danno. La realtà ha inoltre rivelato che, dal punto di vista della salute, nonché da quello psicologico, sociale ed economico, tutte queste cose sono estremamente dannose e pericolose: non vi è alcun dubbio al riguardo. I giuristi durante la cui vita cominciò a diffondersi l’uso di tali cose sono pienamente concordi sulla loro oscenità e bassezza. Lo Shaykh al-Islam Ibn Taymiyya è stato il più risoluto tra loro. Egli ha scritto:
Hashish e cannabis sono proibiti, sia che provochino stordimento sia che non lo provochino. Quando vengono consumati, suscitano agitazione del cuore, euforia, esaltazione e uno stato di ebbrezza gioiosa. Per questo, sono soprattutto le persone ribelli a Dio ad abituarsi a consumarli. Per i loro effetti e le loro caratteristiche, sono stimolanti come il vino. Spingono l’uomo a litigare e a contendere. Inoltre, la cannabis provoca confusione mentale e conduce alla più estrema umiliazione. Deteriora anche la coscienza e l’indole dell’uomo. Eccita le inclinazioni sessuali viziose. L’uomo perde persino il senso della propria dignità. Per tutte queste ragioni, quanto all’intossicazione, la cannabis è ancora più vile e dannosa del vino. Sotto l’influsso dell’ascesa del popolo tartaro, il suo uso si diffuse ampiamente tra la gente. Chi la consuma, in quantità maggiore o minore, dovrebbe ricevere la pena prevista per il consumo di vino: ottanta o quaranta frustate.
Chiunque sia riconosciuto colpevole di aver consumato cannabis deve essere considerato colpevole del reato di aver consumato vino. Sotto alcuni aspetti, si tratta di un reato persino più grave del consumo di vino. Pertanto, gli deve essere inflitta la stessa pena prevista per il consumo di vino. La norma della Sharia stabilisce che, per le cose proibite verso le quali si nutrono desiderio e brama, come il vino e la fornicazione, deve essere applicato l’hadd. Invece, per le cose verso le quali non si nutre desiderio, come il consumo di carne morta, chi le consuma deve ricevere un taʿzīr. Per i consumatori di cannabis, tuttavia, essa è così amata e allettante che non riescono mai ad abbandonarla, mentre le prove decisive del Corano e della Sunna dimostrano in modo altrettanto incontrovertibile che essa è proibita, così come dimostrano che sono proibiti il vino e gli altri prodotti analoghi.
(Arabo**************)
Ogni cosa dannosa è proibita
Secondo la regola generale della Sharia islamica, al musulmano non è lecito mangiare o bere qualcosa che possa distruggerlo o portarlo alla rovina, immediatamente o gradualmente. Per questo, ogni tipo di veleno o qualunque altra sostanza nociva è haram. Anche mangiare e bere in quantità eccessive è illecito, poiché è naturale che ciò provochi malattie. Il musulmano non deve limitarsi a soddisfare le richieste del nafs: la sua religione, la sua comunità, la sua vita, la sua salute, i suoi beni e le innumerevoli benedizioni di Allah sono affidati alla sua custodia. Deve inoltre assolvere i diritti dovuti a tutte queste cose. Pertanto, non ha il diritto di distruggerne neppure una.
Non uccidete voi stessi. In verità, Allah è oltremodo misericordioso verso di voi. (Sura an-Nisāʾ: 29)
(Arabo*********************)
Non gettate voi stessi nella distruzione con le vostre stesse mani.
Il Nobile Messaggero (pace e benedizioni di Allah su di lui) ha detto: (Arabo********************)
Non deve recare danno a se stesso, né danneggiare altri.
Sulla base di questi principi fondamentali, possiamo dire che, se il tabacco è nocivo per chi lo usa, allora è haram. (Non vi è alcuna prova diretta per definirlo haram. Sulla base di ciò che esiste, al massimo lo si può definire makruh.) Soprattutto se un medico dichiara che il consumo di tabacco è nocivo per una determinata persona, allora esso è proibito dal versetto sopra citato. E anche se non fosse dannoso per la salute, non vi è alcun dubbio che comporti uno spreco estremo di ricchezza e beni, senza alcun beneficio né religioso né mondano. È stato narrato in un hadith: (Arabo*************************)
Il Nobile Profeta (pace e benedizioni di Allah su di lui) ha vietato lo spreco e la dissipazione della ricchezza e dei beni.
Ma se qualcuno è così povero da avere difficoltà persino a procurarsi le spese necessarie per sé e per la propria famiglia, allora questo divieto è per lui ancora più rigoroso e tassativo.
Vestiario e abbigliamento
Il musulmano abbellirà il proprio aspetto e la propria figura utilizzando la bellezza creata da Allah, gli abiti e un buon abbigliamento; nell’Islam ciò non è soltanto lecito, ma è anche pienamente auspicabile.
L’Islam mira a conseguire due obiettivi attraverso l’abbigliamento. Il primo è coprire le parti intime, mentre il secondo è raggiungere la bellezza. Allah l’Altissimo ha concesso un grande favore all’umanità, predisponendo per essa abiti e ornamenti. Egli stesso ha detto:
(in arabo*********************)
O figli di Adamo! Abbiamo fatto scendere per voi Vestiario e abbigliamento, che copre le vostre parti intime, e anche un ornamento per voi. Tra la copertura delle parti intime, che è lo scopo del vestiario, e l’ornamento deve necessariamente essere stabilita e mantenuta armonia ed equilibrio. Se questo equilibrio viene compromesso, si abbandona la retta via dell’Islam per seguire quella satanica. Questa è una verità di estrema importanza. Nel versetto riportato di seguito, Allah l’Altissimo ha vietato con parole esplicite di seguire le orme di Satana adottando la via della nudità e della privazione della bellezza: (in arabo*********************)
O figli di Adamo! Che Satana non vi faccia incorrere in una disgrazia, come fece con i vostri genitori, espellendoli dal Paradiso e strappando loro i vestiti dal corpo, per poter esporre davanti a loro le loro parti intime. (Sura al-Aʿrāf: 27)
In un altro versetto ha detto: (in arabo*********************)
O figli di Adamo! Indossate i vostri ornamenti in occasione di ogni preghiera nella moschea, mangiate e bevete, ma non eccedete. (Sura al-A‘raf: 31)
Come una persona civile si vergogna di mostrare nude le parti intime del proprio corpo, così l’Islam ha reso obbligatorio per ogni musulmano coprirle e assumere un aspetto distinto da quello degli animali nudi. L’insegnamento dell’Islam è di mantenere coperte le parti intime anche nella solitudine e nell’isolamento, affinché il pudore e la vergogna divengano un’abitudine e un naturale ornamento dell’essere umano.
Bahz ibn Hakim ha riferito, tramite suo nonno: (arabo*********************)
Dissi: «O Messaggero! Quanta cautela dobbiamo osservare riguardo alle nostre parti intime, e quanta invece no?». Il Messaggero disse: «Proteggi le tue parti intime da tutti, eccetto tua moglie e la tua schiava». Dissi: «E quando le persone si riuniscono e soggiornano insieme durante un viaggio o in circostanze simili?». Disse: «Anche allora tieni coperte le tue parti intime per quanto possibile». Dissi: «E quando uno di noi è solo?». Disse: «È dovere di tutti provare maggiore pudore dinanzi ad Allah l’Altissimo». (Ahmad, Abu Dawud, Ibn Majah, Tirmidhi, Hakim, Bayhaqi)
La religione che prescrive la pulizia e la bellezza
L’Islam ha attribuito maggiore importanza alla cura della pulizia prima ancora che a quella della bellezza, poiché la pulizia costituisce la base di ogni forma di bellezza, decoro e splendore. Il Nobile Messaggero (pace e benedizioni su di lui) ha detto:
(arabo*******************)
Adottate tutti la pulizia, poiché l’Islam è una religione pura.
(Arabo*********************)
La pulizia richiama la fede, e la fede condurrà il suo compagno in Paradiso. (al-Ṭabarānī)
Il nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) esortò a pulire e mantenere puliti il corpo, gli abiti, le abitazioni e le strade. In particolare, ordinò di mantenere puliti i denti, le mani e il capo.
L’importanza attribuita alla pulizia nella religione dell’Islam non è affatto sorprendente. Infatti, questa stessa religione ha dichiarato che la purezza e la pulizia sono come una chiave per un atto fondamentale di culto quale la preghiera. Per questo, la preghiera di chi prega non è accettata se il suo corpo, i suoi abiti e il luogo non sono puliti. La pulizia e la purità ottenute mediante il bagno rituale e l’abluzione sono qualcosa di diverso da questa pulizia.
Gli Arabi vivevano in ambienti rurali e desertici. Per questo, molti di loro non ritenevano necessario prestare particolare attenzione alla pulizia e alla bellezza. Per tale ragione, il nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) cercava sempre di risvegliare in loro il senso della purezza e della pulizia. Attraverso la formazione, li elevò a tal punto che divennero la nazione civilizzata migliore del mondo. Ogni forma di bassezza e di silenzio era ormai scomparsa dalla loro vita. Di conseguenza, nella loro condizione si sviluppò una bellezza equilibrata.
Un uomo si presentò al cospetto del nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui). La sua barba e i capelli del capo erano in disordine. Il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) gli fece un gesto tale da far pensare che forse gli stesse ordinando di sistemarsi i capelli e la barba. Egli lo fece, si sistemò i capelli e la barba e si ripresentò davanti al Messaggero. Vedendolo, il nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) disse: (Arabo**************)
È meglio così, oppure è meglio che qualcuno si presenti con i capelli spettinati e arruffati, come se fosse un demone?
Il nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) vide un altro uomo con i capelli spettinati e arruffati. Disse: (Arabo**********)
Quell’uomo non aveva proprio nulla con cui sistemarsi i capelli? Vedendo un altro uomo con abiti sporchi, disse: «Quest’uomo non aveva proprio nulla con cui pulire e lavare i suoi abiti?» (Abu Dawud)
Il Nobile Messaggero (pace e benedizioni su di lui) vide un altro uomo che indossava abiti di cattiva qualità e gli disse: «Possiedi qualche ricchezza o dei beni?»
L’uomo rispose: «Sì». Gli chiese: «Che tipo di ricchezza o di beni?» L’uomo rispose:
(Arabo******************)
Allah mi ha concesso ogni genere di ricchezza e beni.
Allora il Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) disse: (ARABO**********************)
Quando Allah ti ha concesso ricchezza e beni, è auspicabile che su di te rimangano i segni della grazia di Allah e del Suo favore. (Nasa’i)
Il Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) ha insistito particolarmente sul mantenimento di adeguate misure di pulizia in occasione di assemblee pubbliche come il venerdì e le due feste dell’Eid. Egli disse: (ARABO******************)
Se possibile, il venerdì è opportuno indossare due abiti diversi, oltre ai due indossati durante il lavoro. (Abu Dawud)
L’oro e gli abiti di seta sono proibiti agli uomini
L’Islam ha dichiarato lecita e auspicabile la bellezza e ha proibito di considerarla illecita, come è stato detto:
(Arabo*******************)
Di’: «Chi ha dichiarato illeciti gli ornamenti e i sostentamenti puri che Allah ha predisposto per i Suoi servi?» (Sura al-Aʿrāf: 32)
Tuttavia, agli uomini sono stati proibiti due tipi di ornamenti, sebbene siano stati resi completamente leciti alle donne: primo, l’uso di gioielli d’oro.
Secondo, indossare abiti di pura seta.
È stato narrato da ʿAlī (che Allah sia soddisfatto di lui), il quale disse: (in arabo*******************)
Il Nobile Profeta (s.a.s.) prese la seta nella mano destra e l’oro nella mano sinistra, poi disse: Queste due cose sono proibite agli uomini della mia comunità. (Ahmad, Abu Dawud, al-Nasa’i)
È riferito da Hazrat Umar (r.a.) che disse: Ho sentito il Nobile Profeta (s.a.s.) dire: (Arabo**************)
Non indossate abiti di seta. Infatti, chi indossa abiti di seta in questo mondo non potrà indossarli nell’Aldilà. (Bukhari, Muslim)
Riguardo agli abiti di seta, egli disse: (Arabo*****************)
Questo è l’abbigliamento di coloro che nell’Aldilà non avranno diritto ad alcunché.
Il Nobile Profeta (s.a.s.) vide un anello d’oro alla mano di un uomo. Allora glielo sfilò e lo gettò lontano, dicendo: (Arabo**********************)
Vuoi forse tenere una scintilla nella tua stessa mano?
Dopo che il Nobile Profeta (s.a.s.) si fu alzato e se ne fosse andato, fu detto all’uomo: Raccogli il tuo anello e utilizzalo. Egli allora disse: (Arabo*********************)
No, per Allah, non raccoglierò ciò che il Nobile Messaggero (pace e benedizioni su di lui) ha gettato via. (Muslim)
Come questo anello d’oro, ai giorni nostri si vedono persone ricche e dedite al lusso usare penne d’oro, accendini d’oro, portasigarette d’oro, portafili d’oro e simili. Tutto ciò è haram.
Invece, il Profeta Nobile (pace e benedizioni su di lui) ha reso halal e lecito anche per gli uomini l’uso di un anello d’argento. È narrato nel Sahih al-Bukhari da Ibn Umar (che Allah sia soddisfatto di lui). Egli disse:
Il Profeta Nobile (pace e benedizioni su di lui) si era fatto fare un anello d’argento, che adornava la sua mano. In seguito adornò la mano di Abu Bakr. Dopo di lui passò alla mano di Umar e poi a quella di Uthman. Alla fine cadde nel pozzo di Aris. (Bukhari)
Inoltre, non è haram usare anelli fatti di ferro o di altri materiali. Nessuna prova decisiva dimostra che siano haram; anzi, in un hadith narrato nel Sahih al-Bukhari si riferisce che il Profeta Nobile (pace e benedizioni su di lui), parlando della dote a un uomo, disse:
Cerca e porta qualcosa, anche se si tratta soltanto di un anello di ferro.
L’Imam Bukhari, sulla base di questo hadith, espresse l’opinione che sia lecito usare anelli di ferro.
Tuttavia, se sussiste una reale necessità, può essere lecito usare abiti di seta. Il Profeta Nobile (pace e benedizioni su di lui) permise ad Abdur Rahman ibn Awf (che Allah sia soddisfatto di lui) e a Zubayr ibn al-Awwam (pace e benedizioni su di lui), ad Abdur Rahman ibn Awf (che Allah sia soddisfatto di lui) e a Zubayr ibn al-Awwam (che Allah sia soddisfatto di lui) di usare abiti di seta a causa delle loro malattie, come la scabbia e il prurito.
Perché l’uso della seta e dell’oro è vietato agli uomini
Lo scopo principale del divieto della seta e degli ornamenti d’oro per gli uomini è impartire loro la migliore formazione morale. Infatti, l’Islam è la religione del jihad e della manifestazione della forza. Pertanto, l’obiettivo dell’Islam è proteggere la virilità da ogni forma di debolezza morale, sregolatezza e degenerazione. Allah l’Altissimo ha conferito all’uomo una particolare struttura fisica e conformazione, diversa da quella della donna. Perciò non è opportuno che gli uomini, entrando in competizione con le donne belle, comincino a indossare ornamenti preziosi e abiti estremamente sfarzosi. Inoltre, alla base di ciò vi è anche il bene collettivo e generale.
L’Islam ha combattuto contro il lusso, le comodità e lo sfarzo. Il divieto degli ornamenti d’oro e degli abiti di seta per gli uomini costituisce una parte particolare di questa lotta. Infatti, secondo la prospettiva coranica, il lusso e le comodità possono diventare causa della rovina e della distruzione di una nazione. Essi sono anche il prodotto dell’oppressione e dello sfruttamento collettivi. Infatti, pochi accumulano montagne di lusso e godono di comodità illimitate sfruttando la maggioranza delle persone e i poveri. E sono proprio gli appartenenti a questa classe che da sempre si sono opposti con forza a ogni riforma sociale e a ogni iniziativa per il bene collettivo. A questo proposito, il Corano proclama: (Arabo************************)
Quando decidiamo di distruggere una città, ordiniamo ai suoi abitanti agiati, dediti al lusso e alle comodità, di obbedire; ma essi cominciano a disobbedire ad Allah. Allora rendiamo effettiva su quella gente la sentenza del castigo e la distruggiamo completamente. (Sura Banī Isrāʾīl: 16)
(Arabo***********************)
Quando inviamo un ammonitore a una città ed egli comincia a svolgere il suo compito, i suoi notabili benestanti e dediti al lusso cominciano a dire: «Rinneghiamo la missione con la quale siete stati inviati». (Sura Sabaʾ: 34)
In armonia con questo orientamento e questa prospettiva del Corano, il Profeta nobile (pace e benedizioni su di lui) ha vietato nella vita musulmana gli oggetti di lusso e di comodità. Vediamo quindi che, da una parte, ha vietato agli uomini gli ornamenti d’oro e gli abiti di seta e, dall’altra, ha vietato allo stesso modo sia agli uomini sia alle donne tutti gli utensili e recipienti d’oro e d’argento.
Inoltre, in questo caso vi è anche una ragione economica. Infatti, l’oro è considerato, come ricchezza liquida, capitale conservato nel sistema economico internazionale. Pertanto, il suo uso da parte degli uomini come ornamento o recipiente non può in alcun modo essere auspicabile.
Perché ciò è lecito per le donne
Nel non vietare alle donne l’uso di gioielli d’oro e di abiti di seta, si è tenuto conto delle loro caratteristiche peculiari. La natura femminile è incline per istinto alla bellezza. Nella natura della donna vi è una naturale esigenza di curare il proprio aspetto, usare cosmetici e adornarsi con gioielli. Tuttavia, nell’Islam non è consentito né viene offerta alcuna possibilità di servirsi di tali mezzi per attirare uomini estranei e suscitare in loro impulsi sessuali illeciti. In un hadith è stato detto:
Qualunque donna indossi un profumo e si avvicini a uomini estranei, cosicché essi ne percepiscano l’odore, è adultera, e lo sguardo rivolto verso di lei diventa uno sguardo adultero. (an-Nasāʾī, Ibn Khara, Ibn Harayash)
A proposito dell’ammonimento rivolto alle donne, Allah ha detto:
Le donne non battano i piedi con tanta forza da rendere manifesta e visibile la bellezza che tengono nascosta. (Sura an-Nūr: 31)
L’abbigliamento della donna musulmana
L’Islam ha vietato alle donne di indossare abiti attraverso i quali possa trasparire all’esterno la bellezza del corpo. Allo stesso modo, è assolutamente vietato alle donne indossare abiti che lascino scoperte determinate parti del corpo e che, vedendole, possano suscitare eccitazione sessuale negli uomini. Nessuna donna musulmana può in alcun modo indossare abiti lasciando scoperte il seno, la vita, le cosce, la schiena o il ventre.
Abū Hurayra ha riferito che il Profeta — pace e benedizioni su di lui — ha dichiarato:
Due tipi di persone saranno dannate all’Inferno. Il primo tipo è costituito da quei governanti e amministratori ingiusti che avranno sempre appeso con sé fruste simili a code di bue e con le quali colpiranno la gente. Il secondo tipo è costituito da quelle donne che, pur indossando abiti, sono nude. Cercheranno di attirare gli uomini verso di sé e saranno esse stesse inclini verso gli uomini. Le loro teste saranno come le gobbe inclinate dei cammelli. Non entreranno in Paradiso né ne percepiranno il profumo, sebbene la fragranza del Paradiso si diffonda a grande distanza. (Muslim)
Sono considerate nude, pur indossando abiti, quelle donne i cui abiti non coprono interamente il corpo e sono così sottili che attraverso di essi traspare la luminosità, cioè la bellezza, del corpo. E lo sono anche quelle che indossano abiti lasciando scoperte le parti sessualmente stimolanti del corpo. In entrambi i casi viene vanificato lo scopo fondamentale dell’abbigliamento. Le donne moderne di oggi si sono abituate a indossare questo tipo di abiti.
Le teste di queste donne sono state paragonate alle gobbe dei cammelli perché raccolgono i capelli in uno chignon molto alto sulla testa. Sembra che il Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) avesse allora visto chiaramente ciò che sarebbe accaduto in futuro. Infatti, questa moda di acconciare i capelli delle donne appartiene all’epoca moderna; a quei tempi non esisteva. Oggi, nelle città più importanti, sono sorti saloni di stile moderno per abbellire i capelli e raccoglierli in chignon, rendendoli «alla moda». In arabo, questi saloni sono chiamati «qawāfir». Quasi ovunque sono gli uomini ad assumersi la responsabilità della loro gestione. In cambio del loro lavoro, chiedono e riscuotono compensi molto elevati. Non solo: le donne considerano insufficienti i capelli naturali dati loro da Allah, acquistano capelli artificiali e li aggiungono ai propri.
La situazione è questa: da un lato, una parte degli uomini ha cominciato a cercare di superare le donne in allegria, dolcezza e delicatezza, bellezza e avvenenza, nonché nell’aspetto esteriore. Dall’altro, le donne cercano in ogni modo di diventare attraenti e di attirare gli uomini.
Nel suddetto hadith viene indicato un punto particolare. Esiste una profonda relazione tra la tirannia politica, o il dispotismo dello Stato, e il declino morale. La situazione dei tempi attuali dimostra in modo incontrovertibile la verità di ciò. I politici tirannici tengono continuamente la nazione immersa in attività cariche di desiderio sessuale e, coinvolgendo le persone in problemi e complicazioni personali, cercano di distogliere la loro attenzione dalle questioni nazionali, affinché nessuno si accorga del loro dispotismo.
Creare somiglianza tra donna e uomo
Il Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) ha dichiarato che è assolutamente proibito alle donne indossare abiti maschili e agli uomini indossare abiti femminili. (Ahmad, Abū Dāwūd, al-Nasāʾī, Ibn Mājah, Ibn Ḥibbān)
Inoltre, ha maledetto coloro che imitano le donne tra gli uomini e gli uomini tra le donne. (al-Bukhārī)
L’imitazione si manifesta in ogni ambito: nelle parole, nei movimenti, nel modo di camminare, nel modo di stare e frequentarsi, nell’abbigliamento e così via. Negare la propria natura e non essere disposti a soddisfare le esigenze della propria indole, adottando invece comportamenti contrari ad essa, è la causa fondamentale dei disordini nella vita umana e nella società. L’uomo possiede una natura e un’indole specifiche, mentre la natura e l’indole della donna sono completamente diverse. Tra la natura dell’uno e quella dell’altra non vi è alcuna somiglianza o affinità. Tuttavia, quando un uomo cerca di diventare “donna” e una donna desidera assumere il modo di comportarsi e la natura maschili, il risultato inevitabile è un’estrema rovina morale e sociale.
Il Nobile Messaggero ha maledetto sia l’uomo che Allah l’Altissimo ha creato uomo, ma che desidera trasformarsi in donna e assomigliare alle donne, sia la donna che Allah l’Altissimo ha creato donna, ma che desidera adornarsi delle caratteristiche maschili. Entrambi sono maledetti sia in questo mondo sia nell’Aldilà. Anche gli angeli di Allah condividono questa maledizione.
Per questo il Profeta Nobile ha vietato agli uomini di indossare abiti di colore giallo. È stato riferito da ʿAlī, che disse:
Il Nobile Messaggero mi proibì di usare un anello d’oro, abiti di seta e vestiti di colore giallo. (Muslim)
È stato riferito da Ibn ʿUmar. Egli disse: il Nobile Messaggero, vedendo che indossavo due abiti gialli, mi disse:
Questi sono gli abiti dei miscredenti. Perciò non indossarli.
Abiti della fama e dell’arroganza
Ogni cosa pura da bere, da mangiare e da indossare è lecita per il musulmano. La condizione, tuttavia, è che nel consumarla o nell’usarla non si oltrepassino i limiti e non si manifestino in alcun modo arroganza e ostentazione.
Nel termine arabo «isrāf» si intende l’uso eccessivo e trasgressivo di ciò che è lecito. Anche l’atteggiamento mentale di arroganza e vanagloria è una questione interiore, la cui manifestazione esteriore si verifica assai raramente. L’arroganza consiste nel cadere nella superbia, considerandosi qualcuno di grande. La vanagloria consiste nel mostrarsi superiori agli altri. Allah l’Altissimo ha dichiarato nel Nobile Corano:
Allah non gradisce né ama alcuna persona immersa nella vanagloria e nell’arroganza. (Sura al-Ḥadīd: 23)
Il Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) disse:
Chi trascina i propri abiti per arroganza, nel Giorno della Risurrezione Allah non gli rivolgerà neppure uno sguardo. (Bukhārī, Muslim)
Proprio per tenere i musulmani lontani dall’atteggiamento di arroganza e vanagloria, il Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) proibì di indossare abiti destinati alla fama e alla notorietà. Un abito che fa apparire chi lo indossa distinto dalla gente comune e mette in mostra la sua superiorità proprio a causa dell’abbigliamento è un abito della fama e della notorietà. Il Nobile Messaggero (pace e benedizioni su di lui) disse:
Chi indosserà un abito della fama e della notorietà, nel Giorno della Risurrezione Allah gli farà indossare l’abito dell’umiliazione e del disprezzo. (Aḥmad, Abū Dāwūd, Nasāʾī, Ibn Mājah)
Un uomo chiese a ʿUmar (che Allah sia soddisfatto di lui): «Che tipo di abito devo indossare?». Egli rispose:
Indosserai un abito a causa del quale gli ignoranti e gli stolti non ti considereranno frivolo e poco serio (cioè un abito vile e spregevole), né le persone intelligenti potranno trovarvi alcun difetto (cioè non indosserai un abito tale da compromettere l’equilibrio). (Ṭabarānī)
Alterare la creazione di Allah per un’eccessiva ricerca della bellezza:
L’Islam non approva affatto il compiere, nel tentativo di accrescere la bellezza, azioni tali da alterare la creazione di Allah. Il Corano definisce quest’azione una «wahy», cioè un suggerimento o consiglio di Satana. Secondo quanto dichiara il Corano, Satana stesso disse riguardo alla sua malvagia istigazione: (arabo****************)
Ordinerò ai miei seguaci, e così essi altereranno la creazione di Allah. (Sura an-Nisa, 119)
Tatuaggi sul corpo, affilatura dei denti e sottoporsi a interventi per accrescere la bellezza
Nell’Islam è proibito farsi disegnare varie immagini sul corpo mediante strumenti speciali e farsi affilare i denti. È riportato in un hadith: (arabo****************)
Il Profeta ﷺ ha maledetto tutte queste categorie di persone: la donna che si fa tatuare il corpo, colei che pratica il tatuaggio su un’altra persona, colei che affila i denti e colei che chiede ad altri di affilarli. (Muslim)
Per realizzare i tatuaggi si usa generalmente il colore blu e vi si fanno disegni dall’aspetto davvero sgradevole. Di conseguenza, il volto e le mani diventano deturpati. Gli Arabi, e soprattutto le donne, si sono spinti molto avanti in questa pratica. Si fanno tatuare l’intero corpo. Alcuni seguaci di determinate religioni si fanno raffigurare le immagini e i simboli delle loro divinità. I cristiani si fanno disegnare la croce sulle mani e sul petto.
Oltre a questi mali, vi è un grave inconveniente: poiché durante la realizzazione del tatuaggio il corpo viene perforato con un ago, si provano grande sofferenza e dolore. Per questo, sia praticare quest’azione sia farla praticare è proibito e maledetto nell’Islam.
Il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) ha maledetto sia colei che lima i denti «ashar», rendendoli appuntiti e sottili, sia colei che chiede ad altri di farlo. Anche la donna che fa eseguire quest’opera da un’altra persona è oggetto di maledizione. Senza dubbio, qualunque uomo compia tale pratica rientrerà anch’egli nella medesima maledizione.
Così come ciò è vero riguardo ai denti, il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) ha altresì dichiarato proibito incidere i denti e praticarvi dei fori.
Il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) ha maledetto anche le donne che, allo scopo di accrescere la propria bellezza, creano spazi tra i denti e li incidono. Infatti, esse alterano lo stato naturale della creazione di Allah.
Tra le donne, molte hanno naturalmente degli spazi tra i denti anteriori, mentre altre non li hanno. Quelle che non li hanno se li fanno creare artificialmente. In tal modo ingannano la gente. Si ricorre a questa artificiosità proprio per accrescere la bellezza. Di conseguenza, secondo la prospettiva dell’Islam, anche la loro natura e il loro carattere diventano artificiali. L’Islam non è affatto disposto a tollerarlo.
Gli hadith citati sopra sono autentici. Sulla base di questi hadith possiamo conoscere il giudizio della Shariah riguardo al sottoporsi a operazioni chirurgiche allo scopo di accrescere la bellezza. È stata proprio la civiltà odierna, che adora il corpo e il piacere sessuale, a diffondere tali interventi chirurgici. Bisogna considerarlo uno dei principali contributi della materialistica civiltà occidentale contemporanea. Sotto l’influsso di questa propaganda, uomini e donne spendono migliaia di taka allo scopo di rendere a proprio piacimento e più attraenti la forma del naso, del petto o del seno e di altre parti del corpo. In realtà, simili pratiche attirano soltanto la maledizione di Allah. Oltre a essere dolorose, equivalgono a modificare inutilmente la forma che Allah ha dato loro. E, in effetti, il cambiamento ottenibile mediante la chirurgia è minimo: non è possibile realizzare una vera trasformazione. Al massimo si può modificare il corpo, non lo spirito.
Tuttavia, se qualcuno presenta un difetto aggiuntivo rispetto alla struttura originaria del corpo, che gli provoca sofferenza o lo tormenta con un complesso psicologico, non vi è nulla di male nel sottoporsi a un trattamento. Lo scopo, però, deve essere soltanto eliminare quell’inconveniente, poiché tale persona soffre e la sua vita è diventata insopportabile. Ciò è lecito perché Allah non ha posto nella religione alcuna causa di sofferenza per noi.
Anche gli hadith sostengono questa opinione. Negli hadith è stato proibito sottoporsi a interventi chirurgici con l’intento di accrescere la bellezza. Pertanto, chi si sottopone a un intervento per tale scopo merita certamente la maledizione. Ma se l’intervento viene eseguito allo scopo di eliminare una sofferenza o soddisfare una necessità, non vi è alcuna colpa.
Assottigliamento delle sopracciglia
Un altro metodo moderno per ottenere una bellezza e un aspetto eccessivi consiste nel depilarsi, strappando i peli o la peluria. Generalmente si strappano i peli delle sopracciglia per renderle il più sottili possibile. Ma, secondo l’Islam, questa pratica è haram. Il Messaggero di Allah ha maledetto chi la pratica. È riportato in un hadith: (Arabo**********************)
Il Messaggero di Allah ha maledetto sia la donna che strappa i peli o la peluria, sia colei che incarica un’altra persona di farlo. (Abū Dāwūd)
La depilazione mediante lo strappo dei peli o della peluria diventa una forma ancora più grave di haram quando si trasforma in un’abitudine regolare delle donne immorali e diventa una loro caratteristica. Alcuni studiosi della scuola hanafita hanno detto che alle donne è lecito strappare i peli del viso e rimuoverli, applicare il rosso, disegnare motivi e mettere lo smalto sulle unghie. Tuttavia, ciò deve avvenire con il permesso del marito, poiché tali pratiche rientrano tra gli ornamenti della bellezza. L’Imam Nawawī, invece, si è opposto con forza alla rimozione dei peli o della peluria del viso. Basandosi sull’hadith citato in precedenza, ha dichiarato haram questa pratica. Abū Dāwūd, tuttavia, ha scritto nella sua opera Sunan che la donna che disegna motivi e immagini sulle sopracciglia e le rende sottili viene chiamata nell’hadithنامصهcosì. In tal modo si è confutata l’opinione dell’Imam Nawawī, poiché la rimozione dei peli o della peluria del viso non rientra tra le pratiche maledette.
Nell’opera di al-Ṭabarānī è riportato che la moglie di Abū Isḥāq era giovane e desiderosa di apparire bella. Si recò da ʿĀʾisha e le chiese: «Può una moglie rimuovere la peluria del viso per il proprio marito?». ʿĀʾisha rispose: «Rimuovi, per quanto possibile, ciò che causa sofferenza. (Arabo*******************)
Aggiungere capelli ai propri
Per una donna è haram accrescere la propria bellezza aggiungendo ai capelli della propria testa capelli altrui, cioè una parrucca. Che si tratti di capelli veri o finti, è comunque haram.
L’Imam al-Bukhārī ha riportato un hadith attraverso ʿĀʾisha, Asmāʾ, Ibn Masʿūd, Ibn ʿUmar e Abū Hurayra:
(Arabo*********131************)
Il nobile Messaggero (sa) ha maledetto entrambe le donne: colei che applica extension ai capelli e colei che fa eseguire tale pratica ad altre.
Se questo vale per le donne, si può affermare senza dubbio che, se gli uomini praticano tale atto, incorreranno certamente in questa maledizione. Il nobile Profeta (sa) ha definito questa praticaتد ليسcome un inganno. Persino una donna i cui capelli siano caduti a causa di una malattia non può applicare sulla propria testa i capelli di un’altra persona. Questa pratica è proibita anche per la sposa che viene mandata dal marito.
Secondo una narrazione riferita da Hazrat Aisha (ra), dopo il matrimonio una ragazza degli Ansar perse i capelli a causa di una malattia. Desiderava applicare capelli altrui sulla propria testa. Quando fu chiesto al nobile Profeta (sa) riguardo a ciò, egli disse:
Allah l’Altissimo ha maledetto entrambe le donne: colei che applica capelli e colei che fa eseguire tale pratica da un’altra persona.
Quando Hazrat Asma (ra) espresse il desiderio di compiere tale pratica dopo aver perso i capelli a causa di una malattia femminile, il nobile Profeta (sa) pronunciò proprio la suddetta dichiarazione.
Sa’id ibn al-Musayyib racconta: Hazrat Muawiya venne a Medina; quella fu la sua ultima visita. Allora ci rivolse un sermone. Nel corso del sermone tirò fuori una ciocca di capelli e disse:
Non credo che qualcuno, oltre agli ebrei, segua questa moda. Il nobile Profeta (sa) ha definito tale pratica una menzogna e un inganno, cioè intrecciare ai propri capelli quelli di un’altra persona.
Secondo un’altra narrazione, Hazrat Muawiya disse agli abitanti di Medina:
Dove sono ora i vostri dotti? Ho sentito personalmente il Nobile Messaggero (pace e benedizioni su di lui) vietare di compiere azioni di questo genere. L’ho anche sentito dire che la rovina delle figlie dei Banū Isrā’īl ebbe inizio proprio quando cominciarono questa moda. (Al-Bukhārī)
Il Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) ha definito questa pratica menzogna e inganno. Ciò rende evidente la ragione per cui essa è vietata. In realtà, questa pratica è una forma di inganno e frode, realizzata mediante la menzogna. Se tali pratiche fossero permesse, anche ingannare e frodare diventerebbe lecito, mentre nell’Islam ciò è certamente un grave peccato. Il Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) ha detto:
Chi ci inganna non fa parte della mia comunità.
L’Imām al-Khaṭṭābī ha detto: Questa pratica è vietata perché con essa si ingannano e si raggirano le persone. Inoltre, attraverso di essa si altera la creazione originaria di Allah, e questo è il peccato più grave. È a ciò che allude l’hadith sopra citato, tramandato da Hadrat Ibn Mas‘ūd. Negli hadith, inoltre, unire e mescolare capelli con altri capelli, siano essi naturali o artificiali, è essenzialmente un atto di inganno e frode. Se però, invece dei capelli, si uniscono ai capelli altri elementi, come fili, pezzi di stoffa e simili, ciò non sarà illecito. A questo proposito è stato riferito da Hadrat Sa‘īd ibn Jubayr (che Allah sia soddisfatto di lui) che egli disse:
Non vi è nulla di male nell’intrecciare fili, seta o lana usata per realizzare uno chignon.
Anche l’Imām Aḥmad ibn Ḥanbal lo ha ritenuto lecito.
Applicare la tintura
Applicare la tintura ai capelli e alla barba è una forma di cura della bellezza. Gli ebrei, i cristiani e gli altri appartenenti alla Gente della Scrittura non sono favorevoli a cambiare, mediante la tintura, il colore della barba e dei capelli. Ritengono infatti che la cura della bellezza e l’accrescimento dell’avvenenza siano contrari alla devozione religiosa e all’adorazione di Allah. Questa è anche la concezione di coloro che, nella pratica religiosa, oltrepassano i limiti e cadono negli eccessi, come gli asceti, gli eremiti e altri rinuncianti al mondo. Tuttavia, il Nobile Messaggero (pace e benedizioni su di lui) ha vietato di seguire queste persone e di adottare costumi e comportamenti simili, affinché i musulmani potessero preservare, interiormente ed esteriormente, l’identità distintiva e le caratteristiche dei propri principi e ideali. È stato riferito da Hadrat Abū Hurayra (che Allah sia soddisfatto di lui) che il Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) ha vietato di seguire queste persone e di adottare comportamenti simili, affinché i musulmani potessero preservare, interiormente ed esteriormente, la propria identità distintiva e le caratteristiche dei propri principi e ideali. È stato riferito da Hadrat Abū Hurayra (che Allah sia soddisfatto di lui) che il Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) ha detto:
Gli ebrei e i cristiani non si tingono i capelli. Opponetevi a loro.
Questo principio è di natura mustahabb; così lo ritennero i Compagni. Infatti, nonostante questo ordine, non tutti i Compagni si tinsero i capelli. Per esempio, Hazrat Abu Bakr e Umar lo fecero, mentre Hazrat Ali e Ubayy ibn Ka’b (ra) non lo fecero.
Ma con quale sostanza si devono tingere i capelli? Si può usare il nero o qualsiasi altro colore? Oppure si deve evitare la tintura nera? La risposta è che, per coloro che hanno raggiunto la vecchiaia, non è consigliabile tingersi i capelli di nero. Infatti, al momento della conquista della Mecca, Hazrat Abu Bakr condusse suo padre Abu Quhafa dal Messaggero di Allah. Egli vide che i capelli del padre erano completamente bianchi. Allora disse:
Cambia il colore di questi capelli. Tuttavia, evita il colore nero. (Muslim)
Tuttavia, se una persona il cui aspetto o la cui età non sono come quelli di Abu Quhafa usa la tintura nera, secondo il suddetto hadith ciò non sarà illecito. Anche l’Imam Zuhri ha espresso questa opinione. Egli ha detto: (arabo*******************)
Quando i nostri volti erano freschi, giovani e pieni di vigore, usavamo la tintura nera. Ma quando cominciarono a manifestarsi cambiamenti sul nostro volto e sui nostri denti, la abbandonammo. (Fath al-Bari)
Sa’d ibn Abi Waqqas, Uqba ibn Amir, Hasan e Husayn, Jarir e altri Compagni (ra) ritenevano in generale lecita l’uso della tintura nera.
Tuttavia, secondo alcuni altri dotti, applicare la tintura nera non è lecito. Secondo la loro opinione, però, durante il jihad essa può essere applicata con l’intento di incutere paura e terrore nel nemico, affinché il nemico creda che tutti i membri dell’esercito siano giovani. In tal modo sarà preso da una certa apprensione. (arabo***********)
Nel hadith narrato da Hazrat Abu Dharr al-Ghifari (ra) si dice: (Arabo*********************)
I migliori prodotti per cambiare il bianco candido della vecchiaia sono l’henné e il katam.
Il katam è un’erba yemenita. Il suo colore è nero con una tonalità rosso sangue. L’henné, invece, è rosso. Hazrat Hasan (ra) ha narrato: Hazrat Abu Bakr usava entrambi i tipi di tintura, henné e katam, mentre Hazrat Umar (ra) usava come tintura soltanto henné puro.
Far crescere e allungare la barba
Tra gli argomenti della nostra trattazione rientra anche il far crescere la barba. È narrato da Hazrat Ibn Umar (ra) che il Nobile Profeta (sa) disse: (Arabo**********************)
Opponetevi ai politeisti, fate crescere la barba e accorciate i baffi. (Bukhari)
وفرواfate crescere la barba’, cioè lasciatela, non tagliatela: lasciatela crescere naturalmente. Nel hadith viene indicata anche la ragione di questo ordine: opporsi ai politeisti. Con il termine politeisti si intendono qui i magi adoratori del fuoco, poiché essi si tagliavano la barba. Molti di loro se la radevano addirittura. Il Nobile Messaggero (sa) ordinò di opporsi proprio a costoro. Voleva formare e educare i musulmani in modo che conservassero la propria distinzione: così come dovevano essere diversi dai politeisti per fede e dottrina, dovevano anche distinguersi esteriormente per le loro caratteristiche proprie. Tuttavia, la questione della rasatura della barba è del tutto particolare. Essa infatti non solo contrasta con la natura, ma crea anche una somiglianza con le donne, mentre la barba è un segno distintivo dell’uomo. Esteriormente, quindi, distingue l’uomo dalla donna.
Tuttavia, l’ordine di lasciare crescere la barba non significa che non si possa tagliare assolutamente nulla. Talvolta la barba cresce in modo eccessivo, al punto da risultare persino sgradevole alla vista. Ciò può causare alla persona notevoli difficoltà e disagi. Perciò si può tagliare sia in lunghezza sia in larghezza. Nel Sahih di Tirmidhi è riportato il seguente hadith: (Arabo********)
Il nobile Profeta (s.a.s.) era solito accorciare la barba in lunghezza e in larghezza.
Molti degli uomini dei tempi antichi facevano ciò. Iyad disse: (arabo*********************)
Radersi la barba, oppure tagliarla e pareggiarla, è makruh. Tuttavia, se diventa molto lunga, è bene accorciarla in lunghezza e in larghezza. (arabo****************)
Abu Shamah disse: ai giorni nostri si vedono persone che si radono la barba, mentre è universalmente noto che i seguaci del culto del fuoco erano soliti tagliarla.
A questo proposito voglio dire che un gran numero di musulmani ha cominciato a radersi la barba seguendo gli imperialisti, nemici dell’Islam, come gli ebrei e i cristiani. Così facendo, essi ammettono la propria sconfitta culturale nei loro confronti. Infatti, sono i popoli sconfitti a imitare e seguire la cultura della nazione vincitrice; eppure hanno completamente dimenticato che il nobile Profeta (s.a.s.) ha ordinato di opporsi ai miscredenti e ha vietato di assomigliare loro. Nel hadith è detto: (arabo***********************)
Chiunque assomigli a un determinato popolo sarà considerato uno di loro. Molti giuristi, sulla base degli hadith del nobile Profeta (s.a.s.) riguardanti il lasciar crescere la barba, hanno dichiarato del tutto haram raderla. Ciò perché l’osservanza di questo ordine è wajib. Questo ordine specifico si fonda sull’opposizione ai politeisti, e opporsi a loro è wajib per i musulmani. Non vi è alcuna prova che qualcuno degli uomini dei tempi antichi abbia trascurato questo obbligo.
Tuttavia, alcuni ulema dei nostri tempi, influenzati dalle circostanze dell’epoca e osservando la consuetudine generale, hanno cominciato a dire che non vi è nulla di male nel radersi la barba. Hanno anche cominciato a dire che lasciarla crescere era una pratica personale e consuetudinaria del nobile Profeta (s.a.s.), non una questione di Shariah né un atto appartenente al culto. La verità, però, è che il lasciar crescere la barba non è dimostrato soltanto dalla pratica personale del Profeta: ad essa è inoltre collegata, come motivazione, l’opposizione ai miscredenti. L’imam Ibn Taymiyya ha scritto che, in ogni ambito, l’opposizione ai miscredenti e ai politeisti rientra tra gli scopi specifici della Shariah. La somiglianza esteriore suscita nel cuore sentimenti di inclinazione, affetto, amore e amicizia, così come l’amore interiore produce una somiglianza esteriore. La veridicità di ciò è dimostrata dai sentimenti umani e dall’esperienza concreta. Egli ha inoltre scritto che l’ordine di opporsi ai miscredenti e ai politeisti e il divieto di assomigliare loro sono dimostrati in modo incontrovertibile dal Corano, dagli hadith e dall’ijma. E qualunque cosa o azione contenga in sé la causa di un male può essere dichiarata haram. Assomigliare alle azioni e ai comportamenti esteriori dei miscredenti porta a imitarne il cattivo carattere e le cattive azioni. Anzi, si teme che questo processo di assimilazione possa arrivare a influenzare persino la sfera della fede e delle convinzioni. Tale influenza non è percepibile, poiché il difetto reale che ne deriva non appare esteriormente. Ma, una volta che si sia radicato, diventa molto difficile eliminarlo. Pertanto, non vi è alcun dubbio che tutto ciò che costituisce il mezzo di un male sia haram secondo la Shariah. (arabo******************)
Infine, va ricordato che riguardo alla rasatura della barba vi sono tre opinioni. La prima è che radersi la barba sia haram. La seconda è che radersi la barba sia makruh.
Questa affermazione è stata riportata nell’opera Fath al-Bari a nome del qadi ‘Iyad. In essa non viene menzionato il nome di una seconda persona. La terza posizione è che ciò è lecito.
Sebbene un certo numero di studiosi contemporanei sostenga questa opinione, la posizione più equilibrata, più vicina alla verità e più giusta è che radersi la barba sia makruh, non haram. Infatti, non ogni ordine del Nobile Messaggero diventa automaticamente obbligatorio, anche quando come fondamento viene invocata l’opposizione ai miscredenti e agli idolatri. L’esempio più evidente è il suo ordine di tingere i capelli per cambiare il colore bianco della vecchiaia, allo scopo di differenziarsi dagli ebrei e dai cristiani. Tuttavia, alcuni Compagni non lo fecero, pur cercando di mettere in pratica questo ordine. Ciò dimostra che un ordine di questo livello appartiene alla categoria del mustahabb.
È vero che non si ha notizia di alcun musulmano dei tempi antichi che si sia rasato la barba. Ciò può dipendere anche dal fatto che, a quell’epoca, le persone non ritenevano necessario radersi la barba; piuttosto, portarla era diventata una loro consuetudine.
La casa e il luogo di abitazione
La casa, o il luogo in cui si vive, è per le persone un rifugio sicuro. È nella propria casa che si svolgono la vita familiare e quella coniugale. Nella propria casa l’essere umano si sente libero da ogni sorta di vincolo sociale. È nella propria casa che trova comodità e riposo e prova la massima serenità. Per questo, nel ricordare le Sue grazie verso i Suoi servi, Allah l’Altissimo ha detto:
Allah l’Altissimo ha fatto per voi delle vostre case una fonte di pace. (Sura an-Nahl, 80)
Il Nobile Profeta prediligeva case e abitazioni spaziose. Considerava questo tipo di casa e abitazione un segno di prosperità materiale. Disse:
Quattro cose sono fonte di bene: una moglie virtuosa e di buon carattere, una casa spaziosa, un buon vicino e un eccellente mezzo di trasporto.
Il Nobile Profeta (sallallahu ‘alayhi wa sallam) pregava spesso: (Arabo*********************)
O Allah! Perdona i miei peccati, concedimi ampiezza nella mia casa e benedici il mio sostentamento.
Un uomo disse: «O Messaggero di Allah, perché reciti spesso questa supplica?». Egli rispose:
(Arabo****************)
È forse rimasta fuori qualche cosa da questa supplica?
Il Nobile Profeta (sallallahu ‘alayhi wa sallam) ordinò di mantenere pulite e ordinate le case, affinché questa pulizia, caratteristica della religione islamica, potesse diventare una sua manifestazione e un suo tratto distintivo esteriori, e affinché, su tale base, il musulmano potesse distinguersi con dignità da coloro nella cui religione la sporcizia e l’impurità costituiscono l’unico mezzo per ottenere la vicinanza ad Allah. Il Nobile Messaggero (sallallahu ‘alayhi wa sallam) disse: (Arabo************************)
Allah l’Altissimo è puro e ama la purezza. Egli è misericordioso e colmo di benevolenza; ama la misericordia e la benevolenza. Egli è munifico e ama la munificenza. Pertanto, mantenete tutti pulito e ordinato il cortile delle vostre case e non assomigliate agli Ebrei. (Tirmidhi)
Manifestazioni del lusso e del paganesimo
Per i musulmani non è affatto vietato decorare le loro case con vernici, lucidature, splendore e forme lecite di bellezza.
Allah l’Altissimo stesso ha detto: (Arabo**********************)
Chi può rendere haram le bellezze che Allah ha creato per i Suoi servi?
In realtà, non è affatto vietato che il musulmano mantenga la propria casa, i propri abiti e ogni cosa a essa collegata in modo molto bello, ordinato, elegante e splendente. Non vi è alcuna colpa in questo.
Il Nobile Profeta (S) ha detto: (Arabo****************)
Chi avrà nel cuore anche solo un briciolo di arroganza non potrà entrare in Paradiso. Allora un uomo disse: «O Messaggero di Allah! A uno di noi piace che i suoi abiti e le sue scarpe siano molto belli: anche questo rientra nell’arroganza?». Il Messaggero rispose: «Affatto. In verità, Allah è Bello e ama la bellezza». (Muslim)
In un’altra narrazione è stato detto: (Arabo****************)
Un uomo dall’aspetto bello e avvenente si recò dal Nobile Profeta (S) e disse: «Amo la bellezza e, come vedete, mi è stata concessa in grande misura. Non mi piace che qualcuno mi superi nemmeno per quanto riguarda i lacci delle scarpe. O Messaggero, anche questo sarà considerato arroganza?». Egli rispose: «No; piuttosto, l’arroganza consiste nel respingere la verità e nel considerare le persone inferiori e insignificanti». (Abū Dāwūd)
Naturalmente, nell’Islam non è affatto gradita alcuna esagerazione o eccesso in nessun ambito della vita. Il Profeta nobile (pace e benedizioni su di lui) non ha gradito neppure che le case dei musulmani diventassero centri di lusso e sfarzo. Che ciò sia vietato nel Corano o costituisca una manifestazione del politeismo, non è comunque cosa gradita. Infatti, la religione monoteistica del tawḥīd ha combattuto con tutte le sue forze contro il politeismo.
Recipienti d’oro e d’argento
Proprio per questa ragione è stato vietato che nelle case dei musulmani vi siano recipienti d’oro e d’argento e letti di seta pura. Per opporsi a questo principio, il Profeta nobile (pace e benedizioni su di lui) ha annunciato con parole severe una dura conseguenza. Umm Salama (che Allah sia compiaciuto di lei) ha riferito che il Profeta nobile (pace e benedizioni su di lui) disse: (arabo****************)
Chi berrà e mangerà in recipienti d’oro e d’argento avrà il fuoco dell’Inferno ribollente nel ventre. (Muslim)
(arabo****************)
Il Profeta nobile (pace e benedizioni su di lui) ci ha proibito di mangiare e bere in recipienti d’oro e d’argento, di indossare abiti di seta e velluto e di sedervi sopra. Ha detto: «Queste cose spettano ai miscredenti in questo mondo e a noi nell’Aldilà». (Bukhari)
Ciò il cui uso è proibito è proibito anche offrirlo in dono o come omaggio; è inoltre proibito usarlo per adornarsi e accrescere la propria bellezza.
L’uso di recipienti d’oro e d’argento e l’utilizzo di letti di seta sono proibiti sia agli uomini sia alle donne. L’unico scopo del vietarli è liberare e purificare le case dai beni di lusso. Ibn Qudama ha scritto molto bene a questo proposito:
Poiché queste parole sono state riportate negli hadith in termini generali, ciò è ugualmente haram sia per gli uomini sia per le donne. Infatti, lo scopo del divieto è impedire lo spreco, le spese inutili, l’ostentazione e l’orgoglio, nonché evitare di ferire i sentimenti dei poveri. E questo vale allo stesso modo per uomini e donne. Tuttavia, alle donne è consentito usare ornamenti e simili affinché possano adornarsi per i loro mariti. Qualcuno potrebbe chiedere: se questa è la ragione del divieto, perché allora non sono vietati i recipienti fatti di corindone, diamanti, gioielli e pietre preziose? La risposta è che i poveri non hanno familiarità con tali oggetti. Pertanto, se i ricchi li usano, non vi è motivo per cui i poveri ne rimangano feriti. Inoltre, poiché queste pietre preziose sono disponibili in quantità assai limitate, non si pone neppure la questione di fabbricarne recipienti. Perciò non rimane alcuna necessità di vietarle. Il caso dell’oro e dell’argento, invece, è diverso.
Oltre a queste ragioni, vi sono anche ragioni economiche alla base del divieto di tali oggetti. A ciò ho già accennato in precedenza. In sostanza, l’oro e l’argento sono considerati capitale liquido nell’ottica internazionale. Allah l’Altissimo li ha stabiliti come misura del valore dei beni. In essi è insita una sorta di forza d’acquisto. Creano e mantengono il giusto equilibrio tra i valori e svolgono anche la funzione di valuta negli scambi internazionali. Allah l’Altissimo, indicando in questo modo il loro uso corretto, ha onorato gli esseri umani con il dono delle Sue benedizioni. Allah vuole che essi rimangano in circolazione. Non gradisce affatto, invece, che vengano rinchiusi in casa come ricchezza liquida oppure resi inutili trasformandoli in oggetti ornamentali e recipienti.
L’Imam al-Ghazali ha scritto in proposito con grande chiarezza:
Chi fabbrica recipienti d’oro e d’argento con monete d’oro, come dirham o dinar, oppure li acquista per conservarli, mostra ingratitudine verso le benedizioni di Allah. Commette un reato ancora più grave che accumulare ricchezze. È come impiegare il governatore di una città in un lavoro umile, quale tessere stoffe o spazzare, che una persona comune può svolgere. Sarebbe anzi meglio conservarli invece di usarli in questo modo. Infatti, l’oro e l’argento sono sostituti della terracotta, del ferro, del piombo, del rame e di altri materiali correnti, impiegati per conservare le cose. E i recipienti servono appunto a conservare tali materiali e beni correnti. Tuttavia, con la terracotta e il ferro non si può conseguire lo scopo di ottenere ricchezza liquida. Chi non conosce questa verità dovrebbe comprenderla attraverso le spiegazioni e le argomentazioni fornite da Allah, e gli si dovrebbe recitare questo hadith:
Chi beve e mangia in recipienti d’oro e d’argento riempie il proprio ventre del fuoco dell’Inferno. (Ihya’ Ulum)
Non è corretto pensare che, imponendo in questo modo la proibizione dell’haram, nelle attività domestiche dei musulmani si verificherà una qualche restrizione. Infatti, al di fuori di ciò, il campo delle cose pure e halal è molto vasto. I recipienti di vetro, porcellana, rame e di molti altri metalli di questo genere sono assai belli e splendenti. I letti e i cuscini di cotone, filato e materiali simili sono molto confortevoli.
Nell’Islam le raffigurazioni sono haram
L’Islam ha reso haram conservare nelle case dei musulmani raffigurazioni di esseri viventi (statue). Ciò include anche le immagini o le raffigurazioni di persone rispettate. Se tali oggetti si trovano nella casa di qualcuno, gli angeli della misericordia di Allah fuggono da quel luogo. Il Nobile Messaggero (pace e benedizioni su di lui) ha detto: (Arabo****************)
Nella casa in cui si trova un’immagine o una raffigurazione, gli angeli della misericordia di Allah non entrano.
Gli esperti, indicando la ragione di ciò, hanno detto che coloro che appendono alle pareti delle loro case immagini di esseri viventi agiscono proprio come i miscredenti. Infatti, sono generalmente i miscredenti ad appendere immagini e raffigurazioni alle pareti delle proprie abitazioni e a mostrar loro rispetto, devozione e venerazione. Poiché gli angeli non approvano questo comportamento, abbandonano tali case e non vi fanno ritorno.
Nell’Islam è stata vietata anche la realizzazione di raffigurazioni. Non è lecita neppure se realizzata per i non musulmani. Il Nobile Messaggero (pace e benedizioni su di lui) ha detto: (Arabo****************)
Nel Giorno della Risurrezione, coloro che realizzano o costruiscono tali immagini e raffigurazioni saranno gettati nel tormento più severo.
In un’altra narrazione è stato detto: (Arabo****************)
Sono coloro che cercano di imitare l’atto creativo di Allah.
Il Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) ha ammonito dicendo: (Arabo****************)
Chi disegnerà l’immagine di un essere vivente o ne realizzerà una raffigurazione sarà costretto, nel Giorno della Risurrezione, a insufflarvi lo spirito. Ma non ne sarà mai capace. (Bukhari)
Il significato di affidargli il compito di renderla viva con un’anima reale sarà che gli verrà inflitta la punizione per aver voluto compiere questa impresa impossibile. Infatti, non sarà mai capace di farlo.
Le ragioni per cui immagini e ritratti sono stati dichiarati haram
(a) Vi sono molte ragioni per cui immagini e ritratti sono stati dichiarati haram. La prima e più importante è preservare la fede nel tawḥīd ed evitare pratiche simili all’idolatria. Infatti, gli idolatri realizzano con le proprie mani immagini e ritratti, li considerano sacri, li adorano e li venerano, inchinandosi davanti a essi e prostrandosi.
Per quanto riguarda la dottrina del tawḥīd, l’Islam è inflessibile e intransigente. Ed è naturale che sia così. Infatti, le comunità che realizzano immagini e ritratti dei loro antenati esemplari e dei loro eroi nazionali come memoriali, dopo che è trascorso un certo periodo cominciano a considerarli “grandi, sacri e venerabili”. Iniziano ad adorarli, ritenendoli divinità degne di culto. In segreto li temono, cercano di ottenere il loro compiacimento e si adoperano per realizzare le proprie speranze e aspirazioni. Cominciano a presentarsi davanti a essi allo scopo di ottenere la benedizione. Questa è la storia che si cela dietro le statue di Wadd, Suwāʿ, Yaghūth, Yaʿūq e Nasr, e altre immagini idolatriche.
La vigilanza dell’Islam su questo tema non è affatto sorprendente. L’Islam è infatti determinato a sbarrare la strada a ogni forma di corruzione e rovina. Il suo obiettivo è chiudere per sempre tutte le brecce attraverso le quali lo shirk manifesto o occulto potrebbe penetrare nella mente e nel cuore delle persone, prendervi dimora e renderle politeiste, nonché tutte le vie attraverso cui l’idolatria e l’eccesso nelle questioni religiose potrebbero diffondersi nella società. La fermezza della politica e dell’atteggiamento dell’Islam su questo tema deriva anche dal fatto che la Sharīʿa islamica non è destinata agli uomini di un’unica epoca, di un’unica generazione, di un unico Paese o di un’unica stirpe: è un sistema di vita per tutti gli esseri umani di ogni tempo. Ovunque vivano nel mondo e qualunque sia il Paese in cui risiedono, tutti gli uomini potranno osservarla correttamente fino al Giorno della Resurrezione.
(b) Un’altra ragione per cui realizzare immagini e ritratti è haram consiste nel fatto che il loro autore cade nell’errata convinzione di essere forse capace di far passare una cosa dalla non esistenza all’esistenza, oppure di aver creato un essere vivente con terra, pietra o inchiostro e penna. I fatti reali dimostrano la veridicità di questa affermazione. Si può ricordare il caso di un uomo che realizzò un ritratto. Dopodiché continuò a rimanere a lungo ai suoi piedi. Quando il ritratto fu completato, si mise davanti a esso e, osservandone i lineamenti e la bellezza ornata da raffinati arabeschi, si abbandonò all’autocompiacimento; gonfio d’orgoglio, cominciò a rivolgersi alla statua dicendo: “Ehi, parla, parla!”, come se fosse un essere vivente.
Proprio per questo il Nobile Messaggero (pace e benedizioni su di lui) ha detto: (arabo****************)
Coloro che realizzano immagini e statue di questo genere saranno puniti nel Giorno della Resurrezione e verrà loro detto: “Date ora vita a ciò che avete creato.” (Bukhārī, Muslim)
Nel hadith è stato detto che Allah l’Altissimo ha detto: (Arabo****************)
Chi è più ingiusto di colui che tenta di creare come la Mia creazione? Che provino dunque a creare anche solo un chicco d’orzo o di grano! (Così potremo vedere quanto sono capaci.) (Bukhari, Muslim)
(c) Coloro che intendono perseguire i propri scopi attraverso questa attività non si fermano in alcun punto. Cominciano a realizzare immagini e ritratti di corpi femminili nudi o seminudi. Non mostrano la minima esitazione o riserva neppure nel realizzare statue di croci, simbolo del paganesimo e dell’idolatria; eppure, per un musulmano, è assolutamente illecito fabbricare oggetti di questo genere.
(d) Non vi è dubbio che i ritratti siano un segno di una vita lussuosa. È da sempre consuetudine dei ricchi dediti al lusso e allo sfarzo decorare le loro dimore, simili a palazzi, con statue e immagini. Ricoprono le pareti delle loro stanze appendendo quadro dopo quadro. Realizzano statue con diversi metalli, dimostrando ed esibendo la propria abilità artistica e il proprio amore per l’arte. La religione dell’Islam ha combattuto contro ogni bene del lusso e contro i simboli che ne manifestano e attestano l’ostentazione. Per l’Islam è assolutamente inaccettabile tollerare la presenza o l’accumulo di statue nelle case dei musulmani; non è affatto sorprendente che ciò sia stato dichiarato completamente haram.
Come preservare il ricordo dei grandi uomini
Qualcuno potrebbe chiedere: non si dovrebbe riconoscere la gratitudine verso quei grandi uomini che hanno lasciato imprese imperiture nella storia nazionale, erigendo le loro statue materiali (Statue) affinché il ricordo dei loro contributi rimanga sempre vivo nella mente di tutti e affinché restino eternamente luminosi davanti alle generazioni future? La memoria di una nazione non è poi così vigorosa; le persone dimenticano ogni cosa. Il corso del tempo li dissolve nell’oblio. In una simile situazione, quale colpa vi sarebbe nel realizzare statue?
La risposta è che l’Islam non approva un rispetto o una devozione eccessivi verso le personalità, per quanto grande, elevata, morta o viva possa essere quella personalità. Il Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) ha detto:
Non esagerate né oltrepassate i limiti nel lodarmi, come i cristiani hanno oltrepassato i limiti lodando Gesù, figlio di Maria. Dite piuttosto di me: servo di Allah e Suo Messaggero.
I Compagni desiderarono alzarsi in onore del Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui). Ma egli stesso glielo vietò, dicendo: (Arabo****************)
Non state in piedi come fanno i non arabi per mostrare rispetto reciproco. (Abū Dāwūd, Ibn Mājah)
Dopo la dipartita del Nobile Messaggero (pace e benedizioni su di lui) da questo mondo, i membri della sua comunità non devono oltrepassare i limiti nel mostrargli venerazione, rispetto o devozione. Disse: (Arabo****************)
Non cominciate a celebrare feste attorno alla mia tomba.
Egli pregava incessantemente Allah, dicendo: (Arabo****************)
O Allah! Non permettere che la mia tomba diventi un idolo venerato.
Alcune persone si presentarono dal Nobile Messaggero (pace e benedizioni su di lui) e cominciarono a dire:
O Messaggero di Allah! O il migliore tra noi;
O degno figlio della nostra personalità migliore;
O nostro signore, o figlio del nostro signore;
Udendo ciò, il nobile Profeta (s.a.s.) disse:
O gente! Chiamatemi e rivolgetevi a me come avete fatto finora! Che Satana non vi inganni. Io sono Muhammad, servo di Allah e Suo Messaggero. Non cercate di innalzarmi al di sopra del posto e dell’onore che Allah mi ha conferito. (Nasa’i)
Costruire ritratti di persone, collocarli come statue, rendere loro omaggio e spendere per questo migliaia di denari: questo modo di manifestare rispetto non è affatto sostenuto dall’Islam.
Da tempo immemorabile, i falsi pretendenti alla superiorità e i creatori di una storia falsa e inventata stanno fuorviando i popoli del mondo con questi mezzi cospiratori. Quanto ai veri servitori e benefattori della nazione, non hanno mai permesso che si presentassero davanti alla gente, ma li hanno tenuti nascosti lontano. Non hanno mai dato loro alcuna possibilità di farsi conoscere o di essere riconosciuti.
La permanenza eterna che il credente desidera può essere ottenuta soltanto presso Allah. Egli conosce ogni cosa segreta e nascosta. E non dimentica mai nulla. Non può commettere alcun errore o mancanza. Presso di Lui sono registrati per sempre i nomi di centinaia di grandi personalità, sebbene gli uomini non le conoscano né le riconoscano. Infatti Allah ama le persone buone, timorate di Dio e sconosciute; quelle che, se siedono in una riunione, non vengono riconosciute, e che, se sono assenti, nessuno va a cercare. Allah ama le persone buone, timorate di Dio e sconosciute; quelle che, se siedono in una riunione, non vengono riconosciute, e che, se sono assenti, nessuno va a cercare.
Se si desidera davvero l’immortalità, non sarà possibile ottenerla erigendo ritratti o statue di questo genere. Esiste un’unica via, quella che l’Islam approva e sostiene: bisogna imprimere saldamente il ricordo di tali personalità nei cuori e nelle menti della gente. Dalle bocche delle persone si leveranno e risuoneranno le loro lodi e i loro elogi. Vedendo le molte opere buone e benefiche che hanno compiuto e gli incomparabili meriti che hanno lasciato, le generazioni future continueranno naturalmente a lodarle e a celebrarle per tutta l’eternità.
Il ricordo del Nobile Messaggero (pace e benedizioni su di lui), dei califfi ben guidati, dei leader storici dell’Islam e degli imam mujtahid non è stato reso imperituro e indimenticabile mediante immagini o statue scolpite. Non sono state realizzate loro effigi scolpendo la pietra; piuttosto, le imprese imperiture e incomparabili dei loro antenati sono giunte fino a noi di generazione in generazione, trasmesse oralmente da padre in figlio, da memoria a memoria. Il loro benevolo ricordo è stato tramandato di bocca in bocca, spiegato e discusso nelle assemblee e nelle conferenze. I cuori e le menti degli uomini sono colmi dei racconti delle loro imprese, e ciò continuerà ininterrottamente fino all’eternità. Sono e resteranno per sempre celebri e indimenticabili senza che siano state create immagini o statue che li raffigurino.
Riporto qui una parte del discorso tenuto in un seminario organizzato presso l’Università al-Azhar dall’al-ustadh Muhammad al-Mubarak, già direttore del Dipartimento di Sharia dell’Università di Damasco. Egli disse: «Oggi ci troviamo di fronte a nuovi ambienti e nuove situazioni, organizzazioni e consuetudini sociali. Molte di esse, tuttavia, non sono minimamente compatibili con la nostra corretta fede e con le nostre norme e consuetudini tradizionali. Tra queste vi è la pratica, seguita in Europa e in America, di erigere statue allo scopo di rendere eternamente memorabili gli “eroi” nazionali. Quando riflettiamo con libertà e senza condizionamenti, vediamo che gli arabi dell’antichità rendevano eternamente memorabili le straordinarie e storiche imprese dei loro grandi uomini — come il sacrificio di sé per gli interessi della nazione, la generosità incomparabile, la liberalità e l’immenso coraggio e valore — in un modo particolare. Di tali imprese si faceva ampio cenno nei loro racconti e nelle loro assemblee e conferenze, rendendole indimenticabili per le generazioni successive. Nei loro poemi e nelle loro poesie ne venivano scritti gli elogi più elevati. In questo modo divennero duraturi i racconti della generosità del celebre Hatim al-Ta’i e del valore di Unshaja.»
L’Islam giunse e rafforzò proprio questo metodo. La migliore creatura di Allah e l’ultimo Profeta furono presentati come un essere umano. Gli fu fatto proclamare con le sue stesse parole:
Sono un essere umano proprio come voi. Tuttavia, ricevo la rivelazione.
Di conseguenza, il valore e il criterio dell’uomo divennero le sue opere, non il suo corpo. Il Messaggero fu stabilito come modello da seguire per tutti, affinché ogni persona potesse seguirlo senza esitazione. Allo stesso tempo, fu evitato attribuire a una persona una santità e un’eccellenza tali da elevarla fino al livello dell’adorazione. Ciò, infatti, avrebbe reso indirettamente gli altri uomini inferiori, insignificanti e trascurabili.
Per questo, quando il Nobile Messaggero morì, il primo califfo proclamò con voce solenne:
Chi adorava Muhammad sappia che Muhammad è morto; e chi adorava Allah sappia che Allah è vivente e non morirà mai.
Poi recitò:
Muhammad (pace e benedizioni su di lui) non è altro che un Messaggero. Prima di lui sono passati molti Messaggeri. Se dunque egli morisse o fosse ucciso, vi voltereste forse indietro?
L’Islam rende una persona imperitura attraverso le sue buone opere a beneficio della collettività e l’ha resa eterna nella memoria della comunità musulmana. Tutti loro, grandi e piccoli, sono ricordati allo stesso modo attraverso la memoria delle loro buone opere. Hazrat Umar (che Allah sia soddisfatto di lui) è rimasto indimenticabile nei cuori e nelle menti della gente per la sua vigorosa politica statale fondata sulla giustizia e per la sua capacità di governare; Hazrat Abu Bakr, per la sua ferma determinazione e la sua infallibile lungimiranza; Hazrat Ali, per la sua pietà e il suo coraggio. Per renderli eternamente memorabili non è stato necessario fare affidamento su statue di pietra. Sono state le loro opere a renderli indimenticabili, insieme al loro incomparabile carattere puro.
In verità, adottare il principio di rendere eternamente memorabili i grandi uomini costruendone statue significherebbe tornare indietro: non sarebbe progresso, ma regresso, e dalla dignità elevata si precipiterebbe verso il declino. Furono dapprima i Greci e i Romani ad adottare questo principio. In seguito gli Europei lo seguirono, poiché tutti, per inclinazione naturale, erano idolatri. Non attribuirono il giusto valore alle opere straordinarie degli individui; al contrario, per questo li elevarono al rango di divinità e fecero delle divinità gli eroi nazionali.
Non vi è colpa nei giocattoli dei bambini
Esistono anche statue e raffigurazioni che non hanno lo scopo di manifestare una devozione e una venerazione smisurate verso qualcuno, né quello di ostentare eccessivo lusso e ricchezza. Inoltre, in esse non sussiste neppure il rischio menzionato nella precedente discussione. Riguardo a questo tipo di statue e raffigurazioni, l’Islam non ha mostrato una mentalità ristretta né intolleranza. In esse non è stata ravvisata alcuna colpa.
Rientrano in questa categoria le statue e le raffigurazioni realizzate come giocattoli per i bambini piccoli, maschi e femmine: per esempio bambole e figure di animali come gatti, cani e uccelli. Non si pone affatto la questione di manifestare verso di esse una qualche devozione e venerazione, né di nutrirle nel cuore. I bambini, maschi e femmine, ci giocano soltanto e non le adorano. La Madre dei Credenti, Hazrat Aisha (che Allah sia soddisfatto di lei), disse: (arabo****************)
Giocavo con le bambole in presenza del Nobile Messaggero (pace e benedizioni su di lui). Le mie amiche venivano da me e, per timore del Messaggero, si nascondevano; tuttavia il Messaggero era contento che venissero da me e giocassero con me. (Bukhari, Muslim)
In un’altra narrazione si riferisce che un giorno il Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) le disse: «Che cosa sono queste?». Ella rispose: «Sono le mie bambole». Egli disse: «E quella che si trova tra loro, che cos’è?». Ella rispose: «È un cavallo». Egli domandò: «E che cosa ha sul dorso?». Ella rispose: «Due ali». Egli disse: «Ma i cavalli hanno forse le ali?»
Hazrat Aisha (r.a.) disse: «Non avete sentito dire che Sulayman, figlio di Davide, aveva cavalli alati?». Udendo ciò, il Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) scoppiò a ridere, mostrando nel sorriso i suoi denti benedetti. (Abu Dawud)
Le bambole menzionate negli hadith sono quelle con cui giocano i bambini e le bambine. Al tempo del matrimonio, Hazrat Aisha (r.a.) era ancora una fanciulla molto giovane.
L’Imam al-Shawkani ha scritto: (in arabo****************)
L’hadith contenente il suddetto dialogo dimostra che è lecito permettere ai bambini di giocare con questo tipo di rappresentazioni.
Tuttavia, è stato riferito riguardo all’Imam Malik (r.a.) che considerava makruh acquistare per i bambini bambole e giocattoli di questo tipo. Il qadi Iyad ha invece affermato che è lecito per le bambine piccole giocare con le bambole.
Tra questi giocattoli rientrano anche le bambole fatte di dolciumi e vendute nelle fiere e nei mercati. I bambini ci giocano per un po’, poi le mangiano essi stessi.
Rappresentazioni incomplete e deformate
È riportato negli hadith che Hazrat Gabriele (a.s.) una volta si trattenne dall’entrare nella casa del Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui), poiché sulla soglia della sua casa era collocata una rappresentazione. Anche il secondo giorno venne, ma non entrò. Allora disse al Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui): (in arabo****************)
Tagliatene la testa. Così assumerà la forma di un albero. (E allora non ci sarà alcun ostacolo al suo ingresso.) (Abū Dāwūd, Nasāʾī, Tirmidhī)
Sulla base di questo hadith, alcuni esperti hanno affermato che è haram soltanto l’immagine o il ritratto completo e compiuto. Invece, è lecita un’immagine o un ritratto privo di un arto senza il quale un corpo vivente non può sopravvivere.
In realtà, Hazrat Jibril (a.s.) aveva ordinato di tagliarle la testa affinché assumesse la forma di un albero. Da ciò si comprende che non si tratta soltanto del fatto che un corpo vivente non possa sopravvivere senza un determinato arto. Il punto fondamentale è deformarla, in modo che non assuma una forma tale da suscitare nel cuore sentimenti di venerazione e rispetto alla sua vista.
Riflettendo un po’ e giudicando secondo giustizia, possiamo affermare senza alcun dubbio che i ritratti completi collocati per decorare le abitazioni sono molto meno haram dei ritratti a mezzo busto di re, sovrani, capi di Stato, soldati, poeti e scrittori, che vengono installati in piazze, campi e incroci come monumenti commemorativi.
Immagini e ritratti di esseri inanimati
Abbiamo appena esaminato il punto di vista dell’Islam riguardo ai ritratti. Ora la questione è quale sia il punto di vista dell’Islam sulle immagini artistiche dipinte su carta, stoffa, tende, pareti, pavimenti, palcoscenici, monete e così via.
In risposta, vorrei dire che, prima di stabilire il giudizio della sharia sulle immagini, è necessario chiarire anzitutto che cosa rappresenti l’immagine, dove venga collocata, come sarà utilizzata e con quale scopo l’artista l’abbia realizzata.
Se queste immagini artistiche rappresentano divinità diverse da Allah, come l’immagine di Gesù (a.s.), che i cristiani hanno fatto loro divinità, oppure l’immagine di una vacca o di un bue, che è una divinità degli indù, poiché i loro autori le hanno realizzate proprio a questo scopo e sono miscredenti, il loro obiettivo è diffondere il kufr e il traviamento attraverso le immagini. È proprio riguardo a coloro che realizzano tali immagini che il Nobile Profeta (s.a.s.) ha pronunciato parole estremamente severe. A questo proposito, le sue parole sono: (arabo****************)
I fabbricanti di immagini saranno gettati nel castigo più severo nel Giorno della Resurrezione. (Muslim)
Al-Tabari ha scritto:
Qui si parla del fabbricante di immagini le cui immagini vengono adorate. Fabbricare consapevolmente immagini di questo tipo è un atto di kufr. Ma chi scatta o realizza immagini non con questo scopo, bensì per un altro motivo, sarà soltanto peccatore.
Questo si riferisce a chi considera sacra un’immagine e la appende alla parete. Nessun musulmano può compiere un simile atto. Se però qualcuno abbandona l’Islam, il suo caso è diverso.
Analoga è la situazione di chi realizza immagini di cose che non vengono adorate, ma il cui scopo principale è imitare l’atto creativo di Allah; in altre parole, colui che realizza immagini sembra rivendicare anch’egli, al pari di Allah, il potere di creare e innovare.
Una persona simile, a causa della sua intenzione e della sua determinazione, è espulsa dalla religione dell’Islam. È riguardo ai fabbricanti di immagini di questo tipo che nel hadith è stato detto: (in arabo****************)
Saranno gettate nel castigo più severo quelle persone che imitano Allah nell’atto creativo. (Muslim)
La questione è legata all’intenzione del fabbricante di immagini. Anche il hadith riportato di seguito conferma questo punto. In esso sono citate le parole di Allah: (in arabo****************)
Nessuno può essere più ingiusto di colui che comincia a creare come la Mia creazione. Che costoro provino dunque a creare anche solo un chicco o una particella.
Dalle parole del hadith si comprende che si intende il desiderio di imitare e di eguagliare la peculiarità della divinità, cioè la creazione e l’invenzione. Allah l’Altissimo ha sfidato chi compie tale atto, dicendo: «Se desiderate davvero imitare, perché non create almeno un essere vivente, un chicco o una particella?». Da ciò si comprende anche che costoro agirono proprio con questa intenzione. Per questo, nel Giorno della Resurrezione, Allah infliggerà loro questa punizione: ordinerà loro di infondere la vita nei corpi da essi creati, davanti alla gente. Ma essi non saranno mai capaci di farlo.
È haram realizzare e conservare immagini o statue considerate estremamente sacre dal punto di vista religioso, oppure degne di onore dal punto di vista mondano. Le immagini e le statue del primo tipo possono rappresentare profeti e messaggeri, angeli e persone pie, come Abramo, Isacco, Mosè, Maria e Gabriele. Nella società cristiana è molto diffusa la consuetudine di conservare immagini e statue di questo genere. Anche molti musulmani dediti alle innovazioni li imitano: realizzano immagini o statue di ʿAlī, Fāṭima e altri personaggi simili.
Il secondo tipo comprende le immagini o statue di re, sovrani, governanti, dittatori e artisti e letterati. Realizzare immagini o statue di costoro è un peccato in qualche misura meno grave rispetto a quelle del primo tipo. Tuttavia, se si realizzano immagini o statue di grandi miscredenti, oppressori e persone dissolute e peccatrici, questo peccato diventa ancora più grave: per esempio, le immagini o statue di quei governanti che non governano secondo le norme di Allah; le grandi immagini o statue di quei capi che, abbandonando il modello di vita concesso da Allah, invitano la gente verso un’altra direzione; e le immagini o statue di quegli artisti e letterati che propagano ideologie false e diffondono tra la gente impudicizia, nudità e immoralità.
All’epoca contemporanea al Messaggero, le immagini e le statue venivano realizzate principalmente per esprimere sacralità e onore. La maggior parte di esse era opera dei Romani e dei Persiani, cioè dei cristiani e degli adoratori del fuoco. Per questo su tali immagini era evidente l’impronta della devozione religiosa e della venerazione, nonché della sacralità attribuita ai governanti. Abū al-Ḍuḥā disse: (Arabo****************)
Mi trovavo in una stanza con Masrūq. Vi erano conservate molte statue e immagini. Vedendole, Masrūq mi disse: «Sono forse statue di Cosroe?». Risposi: «No, questa è una statua di Maria». Probabilmente Masrūq pensava che quelle statue fossero state realizzate dagli adoratori del fuoco, poiché essi erano soliti raffigurare i propri re e sovrani su recipienti e altri oggetti. Ma si seppe che quelle statue erano state realizzate dai cristiani. A questo punto Masrūq disse: «Ho sentito ʿAbd Allāh ibn Masʿūd dire che il Messaggero di Allah ha affermato: “Presso Allah, coloro che meritano il castigo più severo sono quelli che realizzano immagini e statue”».
Per quanto riguarda invece le immagini di scene naturali prive di esseri viventi, come piante e alberi, fiumi, navi, montagne, luna, sole e stelle, non vi è alcun male nel realizzarle e conservarle. Su questo non vi è spazio per alcuna divergenza.
Tuttavia, se si tratta dell’immagine di un animale e non vi è il rischio delle concezioni sopra menzionate, se non è un’immagine destinata a suscitare venerazione, devozione, rispetto o sacralità, e se non è stata realizzata con l’intento di imitare la capacità creatrice di Allah, secondo l’autore di questo libro non vi è alcun peccato: essa non è haram. Il sostegno a questa posizione si trova nei due hadith riportati di seguito: (Arabo****************)
È stato narrato dal Compagno Abū Ṭalḥa che il Messaggero di Dio (pace e benedizioni su di lui) disse: «Gli angeli non entrano in una casa in cui vi siano immagini». Il narratore di questo ḥadīth, Busr, disse: «In seguito, quando Zayd si ammalò, andammo a fargli visita. Vedemmo che alla porta della sua casa era appesa una tenda con delle immagini. Chiedemmo a ʿUbayd Allāh Khawlānī, allevato dalla moglie del Messaggero, Maymūna: “Che cosa ci disse Zayd il primo giorno riguardo alle immagini?”. ʿUbayd Allāh rispose: “Quando dichiarò che le immagini erano harām, menzionò anche questa eccezione: se sono raffigurate su un tessuto, non vi è colpa”.»
È stato narrato da ʿUtba che egli andò a far visita ad Abū Ṭalḥa al-Anṣārī. Là trovò presente Sahl ibn Ḥunayf. Abū Ṭalḥa disse a un uomo: «Tira fuori da sotto il tappeto». Udendo ciò, Sahl disse: «Perché lo tiri fuori?». Egli rispose: «Perché vi sono delle immagini. E lei sa bene che cosa abbia detto il Profeta (pace e benedizioni su di lui) riguardo alle immagini». Sahl disse: «Ha detto anche che, se sono raffigurate su un tessuto, non vi è colpa». Abū Ṭalḥa ha ragione, ma io ritengo che sia meglio rimuoverlo.
Da questi due ḥadīth non risulta forse provato che con il termine immagini harām si intendono le statue? Invece, che siano harām le immagini dipinte su tavole di legno, assi, carta spessa, tessuti, tappeti o pareti, non è provato da alcun ḥadīth autentico, esplicito e decisivo.
Tuttavia, dai ḥadīth autentici risulta provato che il Profeta (pace e benedizioni su di lui) manifestò avversione per immagini di questo genere. In esse, infatti, si riscontrano piena somiglianza e identificazione con il lusso, l’ostentazione della ricchezza e il culto degli interessi mondani.
È stato narrato da Abū Ṭalḥa (che Dio sia soddisfatto di lui), il quale disse: «Ho sentito il Messaggero di Dio (pace e benedizioni su di lui) dire: (arabo****************)»
Gli angeli non entrano in una casa in cui vi siano un cane o una statua.
Egli disse: «In seguito chiesi ad ʿĀʾisha (che Dio sia soddisfatto di lei). Quest’uomo ha detto che il Messaggero di Dio avrebbe detto: “Gli angeli non entrano in una casa in cui vi siano un cane o una statua”. Lei ha sentito il Messaggero di Dio dire una cosa simile?». Ella rispose: «No. Tuttavia ti narrerò ciò che io stessa l’ho visto fare. Il Messaggero di Dio uscì per una spedizione. Allora appesi una tenda alla porta. Quando tornò, vide quella tenda appesa alla porta. Sul suo volto apparvero chiaramente disagio e disapprovazione. Poi la tirò, la strappò e disse: “Dio non ci ha ordinato di adornare con tessuti le pietre e la terra”. ʿĀʾisha (che Dio sia soddisfatto di lei) disse: “Con quel tessuto feci due cuscini e li riempii di fibre di palma da dattero”. Alla fine egli non sollevò alcuna obiezione al riguardo.
Da questo ḥadīth si può provare, al massimo, che adornare le pareti e simili con tessuti recanti immagini è soltanto makrūh tanzīhī. L’imām al-Nawawī ha scritto: (arabo****************)
In questo hadith non vi è nulla che dimostri che ciò sia haram. Infatti, l’espressione del hadith «Allah non ci ha ordinato di farlo» non dimostra né che sia wajib né che sia mustahabb. E non dimostra neppure che sia haram.
Lo si comprende anche da un altro hadith narrato da Aisha. L’hadith è il seguente: (Arabo****************)
Avevo una tenda di stoffa. Su di essa era raffigurato un uccello. Quando qualcuno entrava nella stanza, il suo sguardo cadeva su di essa. Vedendo ciò, il Profeta mi disse: «Mettila via. Quando entro nella stanza, infatti, il mio sguardo vi cade sopra e il mondo mi si presenta davanti agli occhi».
Il Profeta non ordinò di strappare la tenda, ma di toglierla. Per questo teneva lontani dagli occhi gli oggetti che ricordano il materialismo, lo sfarzo materiale e le immagini della comodità e del benessere, e generalmente eseguiva le preghiere sunnah e nafl nella propria casa. Coperte e tende recanti immagini e figure del tipo sopra menzionato continuano ad attirare incessantemente l’attenzione delle persone su di sé. Sotto il loro influsso, la sottomissione sincera ad Allah e la completa dedizione alla preghiera e alla munajat vengono in gran parte ostacolate. Il cuore diventa incurante. Anas ha detto:
Aisha aveva una tenda di stoffa, che teneva appesa a un lato della stanza. Il Profeta le disse: «Toglila, perché le immagini raffigurate su di essa mi stanno davanti durante la preghiera».
Da ciò si comprende chiaramente che il Profeta tollerò la presenza della stoffa recante l’immagine di un uccello e altre immagini. Non ordinò di strappare le due stoffe.
Sulla base di questi hadith e di altri hadith analoghi, l’opinione degli studiosi dell’epoca era che fossero haram soltanto le immagini o le figure che proiettano un’ombra, in altre parole quelle dotate di una forma corporea. Quanto a quelle che non proiettano alcuna ombra, non vi è nulla di male.
L’Imam al-Nawawi, nel commento al Sahih Muslim, ha contestato questa opinione, scrivendo che un’opinione di questo genere è falsa e inaccettabile. Tuttavia, Hafiz Ibn Hajar al-Asqalani, criticando l’Imam al-Nawawi, ha affermato che questa opinione fu sostenuta da Qasim ibn Muhammad, uno dei più eminenti giuristi dell’epoca a Medina, ed è stata trasmessa con una catena di trasmissione autentica.
Lo Shaykh Bakhīt ha citato le parole dell’Imam al-Khaṭṭābī. Esse sono le seguenti:
Ritengo che le severe parole sopra citate non si riferiscano a chi realizza figure di esseri viventi e all’artista che dipinge immagini di alberi e simili. Tuttavia, tutte queste attività sono riprovevoli, poiché distolgono l’attenzione dell’uomo verso occupazioni inutili.
Citando queste parole di al-Khaṭṭābī, lo Shaykh Bakhīt ha scritto:
La ragione è che chi realizza la figura di un essere vivente non crea realmente la forma dell’essere vivente; si limita a tracciare il contorno della sua figura. Nelle immagini così dipinte rimangono celate molte membra e parti, senza le quali nessun essere vivente potrebbe vivere. Anzi, manca in realtà il corpo stesso. Pertanto, non si tratta dell’immagine di un essere vivente il cui artefice potrebbe essere ritenuto meritevole, nel Giorno della Risurrezione, della punizione consistente nel soffiarvi dentro lo spirito, pur non essendo capace di farlo. L’immagine riguardo alla quale sono state pronunciate parole severe è invece una raffigurazione dotata di corpo e di ombra, nella quale non manca alcun organo importante, senza il quale l’essere non potrebbe vivere. È soltanto per una raffigurazione di questo tipo che può sorgere la questione di soffiarvi dentro lo spirito. Tuttavia, chi l’ha dipinta non è capace di soffiarvi lo spirito. Ciò non significa che la raffigurazione non abbia alcuna capacità di ricevere la vita; significa piuttosto che il pittore è incapace di infondervela. Pertanto, la responsabilità di tale incapacità ricade proprio su di lui.
Che sia lecito realizzare immagini di oggetti inanimati trova conferma anche nel seguente ḥadīth. Allah l’Altissimo ha detto:
(Arabo******************)
E chi può essere più ingiusto di colui che crea qualcosa simile alla Mia creazione? Che provino dunque a creare una particella, oppure che provino a creare un chicco di grano.
In realtà, la creazione di Allah, come la vediamo, non consiste semplicemente in linee tracciate su una superficie piana; è piuttosto una creazione corporea dotata di lunghezza e larghezza. Come Allah stesso ha detto:
(Arabo*****************)
È Lui, Allah, che vi dà nel grembo materno la forma e l’aspetto che vuole.
Contro questa opinione si può presentare come prova proprio l’hadith narrato da Aisha (che Allah sia soddisfatto di lei). L’hadith è il seguente:
(Arabo****************)
Aisha (che Allah sia soddisfatto di lei) aveva acquistato un cuscino. Su di esso vi era un’immagine. Quando il Nobile Messaggero (pace e benedizioni di Allah su di lui) la vide dall’esterno, non entrò nella stanza, ma rimase sulla soglia. Aisha (che Allah sia soddisfatto di lei) notò sul suo volto i segni del disagio e del disappunto e disse: «O Messaggero di Allah! Mi rivolgo ad Allah e al Suo Messaggero: quale colpa ho commesso?». Egli disse: «Da dove viene questo cuscino?». Aisha rispose: «Coloro che realizzano immagini di questo genere saranno tormentati nel Giorno della Resurrezione e verrà detto loro: “Ora date vita a ciò che avete creato”». Poi disse: «Gli angeli non entrano in una casa in cui vi siano immagini».
Nella versione riportata nel Sahih Muslim vi è inoltre questa precisazione:
(Arabo****************)
In seguito lo tagliai e ne feci due piccoli cuscini. Il Nobile Messaggero (pace e benedizioni di Allah su di lui) cominciò a usarli in casa per appoggiarvisi. Con le parole di Aisha si intende che aveva trasformato il cuscino recante l’immagine in due piccoli cuscini.
Tuttavia, i seguenti punti sono contrari a questo hadith:
1. Questo hadith è stato trasmesso attraverso diverse catene di trasmissione. Le varie versioni sono tra loro contraddittorie. In alcune versioni si afferma che il cuscino con immagini fu tagliato e trasformato in due cuscini più piccoli, che egli utilizzava. In un’altra versione, invece, si afferma che non lo utilizzò.
2. Da alcune versioni sembra che il suo uso sia soltanto makruh, e ciò nel caso di stoffe con immagini utilizzate per decorare le pareti. Si tratta di una forma di lusso e di ostentazione dei ricchi. Questo comportamento non era affatto gradito al Messaggero. Egli disse:
(Arabo*************)
Allah non ci ha dato alcun ordine di vestire le pietre e la terra.
3. Nel Sahih Muslim è riportato proprio da Hazrat Aisha (r.a.) un hadith riguardante una tenda con immagini, nel quale il Nobile Profeta (s.a.) disse: «Toglila da lì, perché quando il mio sguardo vi cade sopra, il mondo mi torna alla mente». Da ciò non si dimostra in modo definitivo che essa sia haram.
4. È contrario a quell’hadith quello in cui si afferma che il Nobile Messaggero (s.a.) ordinò di rimuovere la tenda che si trovava nella casa di Hazrat Aisha. Infatti, l’immagine dipinta su di essa finiva proprio davanti ai suoi occhi durante la preghiera. Hafiz Ibn Hajar dice: è difficile conciliare questo hadith con quello riguardante il cuscino di Hazrat Aisha. Da questo hadith si comprende che il Nobile Profeta (s.a.) ordinò di rimuovere la tenda perché, durante la preghiera, l’immagine veniva a trovarsi proprio davanti ai suoi occhi. Altrimenti, non impartì tale ordine semplicemente a causa dell’immagine.
In seguito, per conciliare i due hadith, egli disse: le immagini menzionate nel primo hadith sono immagini di esseri viventi. L’immagine menzionata in questo hadith, invece, non è quella di un essere vivente.
Tuttavia, questa conciliazione non è corretta. Infatti, nell’hadith relativo alla tenda si parla dell’immagine di un uccello.
5. Anche l’hadith narrato da Abū Ṭalḥa contraddice l’hadith sopra citato. In esso non si dichiara illecita l’immagine dipinta su un tessuto.
L’imām al-Qurṭubī ha scritto:
Un modo per conciliare i due hadith consiste nel dire che nell’hadith narrato da ʿĀʾisha si dichiara soltanto che ciò è makrūh, mentre dall’hadith narrato da Abū Ṭalḥa si dimostra soltanto che è lecito. E ciò non contraddice il fatto che sia makrūh.
Secondo Ḥāfiẓ Ibn Ḥajar, questa conciliazione è la migliore.
6. Il narratore dell’hadith di ʿĀʾisha relativo al cuscino era suo nipote, Qāsim ibn Muḥammad ibn Abī Bakr. Secondo lui, le immagini che non proiettano un’ombra erano lecite. Ibn ʿAwn racconta: «Mi recai da Qāsim. Egli si trovava nella sua casa, nella parte alta della Mecca. Nella sua casa vidi una stanza ben adornata. Su di essa erano dipinte l’immagine di un animale acquatico chiamato “qundus” e quella di un uccello chiamato “umqā”.
Ḥāfiẓ Ibn Ḥajar dice:
Probabilmente egli ha inteso in senso generale la liceità a partire dalle parole contenute nell’hadith: «(arabo*********) ma, se dipinta su un tessuto, non è illecita». E probabilmente, secondo lui, l’interpretazione dell’hadith relativo alla tenda nella casa di ʿĀʾisha era che il tessuto della tenda fosse anche decorato e venisse usato per coprire la parete. È a questo proposito che il Messaggero disse: «Non ci è stato ordinato di rivestire di stoffa la terra e le pietre». Qāsim ibn Muḥammad era uno dei sette eminenti giuristi della Medina di quel tempo. Egli narrò l’hadith relativo al cuscino su cui ci si appoggia. Se non avesse ritenuto lecita la presenza di immagini in una “stanza ben adornata”, certamente non le avrebbe utilizzate in quel luogo. (Fatḥ al-Bārī)
Tuttavia, da questi hadith riportati riguardo alle immagini e a chi le disegna emerge probabilmente quanto segue: all’inizio il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) assunse un atteggiamento molto severo nei confronti delle immagini, poiché non era trascorso molto tempo dall’epoca dello shirk, dell’idolatria e della considerazione delle immagini come oggetti sacri. In seguito, quando la credenza monoteistica si fu saldamente radicata nella mente e nel cuore della gente, egli permise di conservare immagini prive di vita, che in realtà erano soltanto disegni e linee. Se non fosse stato così, non avrebbe mai tollerato la presenza, nella propria casa, di una tenda recante immagini, né avrebbe dichiarato lecite le immagini disegnate sui tessuti come ornamento. Da ciò si può comprendere anche la questione delle immagini disegnate sulla carta e sui muri.
Ṭaḥāwī, uno dei più eminenti pensatori dell’école hanafita, scrisse: all’inizio il Legislatore della Sharīʿa dichiarò proibite tutte le forme di immagini. Ciò comprendeva persino le figure disegnate su carta o su stoffa, poiché non era trascorso molto tempo dall’epoca del culto delle statue e delle immagini. Anche allora, per questo motivo, ogni tipo di immagine e raffigurazione era stato proibito. Dopo che tale proibizione fu resa effettiva, egli escluse dal divieto, per esigenze di comune necessità, i disegni e le immagini raffigurati sui tessuti. Furono inoltre dichiarate lecite quelle immagini verso le quali non si mostrava particolare onore o rispetto. Non vi era infatti il timore che si tributasse onore o rispetto alle immagini sottoposte a disprezzo. Quanto invece alle immagini che normalmente non vengono disprezzate, la proibizione rimase in vigore come prima. (Al-Jawāb al-Shāfī)
È il disprezzo verso l’immagine a renderla lecita
Se un’immagine viene modificata al punto da non essere più degna di rispetto, diventando oggetto di disprezzo, rientra nell’ambito del lecito. In un hadith si narra che, quando il venerabile Jibrīl (su di lui la pace) chiese il permesso di entrare in casa, il Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) disse:
(Arabo***************)
«Entrate». Jibrīl disse: «Come posso entrare in casa, mentre nella tua casa è appesa una tenda recante immagini? Se devi conservarla, taglia le teste delle immagini oppure strappa il tessuto della tenda e fanne dei cuscini o un giaciglio».
Per questo motivo, quando ʿĀʾisha (che Allah sia soddisfatto di lei) vide sul volto del Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) segni di disagio a causa del cuscino su cui ci si appoggiava, lo strappò e ne ricavò due piccoli cuscini. In tal modo si manifestava indifferenza verso l’immagine e non vi era timore che le venisse tributato alcun rispetto.
È stato tramandato riguardo agli uomini del passato che non ritenevano illecito usare immagini prive di rispetto. Da ʿUrwa è stato tramandato che egli si appoggiava su cuscini recanti immagini di uccelli e di esseri umani. ʿIkrima dice che gli ulema non approvavano che le immagini venissero collocate in posizione eretta, cioè tenute in alto. Quanto alle immagini che normalmente vengono calpestate, egli non vi ravvisava alcun illecito. Le immagini raffigurate su cuscini e giacigli vengono infatti calpestate; per questo sono lecite.
Fotografie
È chiaro che tutti gli hadith citati riguardo alla realizzazione di immagini e a coloro che le realizzano si riferiscono a immagini scolpite o disegnate a mano. La questione delle immagini fotografiche ottenute per mezzo della luce riflessa attraverso una macchina fotografica è invece del tutto nuova. La fotografia non esisteva all’epoca del Messaggero di Allah. Sorge dunque la domanda: le norme giuridiche citate riguardo alle immagini e a coloro che le realizzano si applicano anche alla fotografia?
Secondo alcuni alim, è haram realizzare soltanto immagini dotate di corpo; a loro giudizio, non vi è nulla di riprovevole nelle fotografie, soprattutto quando sono incomplete.
Secondo l’opinione degli altri alim, la questione è se queste immagini create mediante il riflesso siano equivalenti a quelle che l’artista dipinge personalmente con il pennello. Oppure: l’‘illa (ragione) indicata in alcuni hadith — cioè che chi realizza immagini imita l’atto creativo di Allah — è forse presente anche nella fotografia? Dal punto di vista della teoria del fiqh, quando l’‘illa (ragione) non sussiste, non rimane neppure la norma stabilita sulla sua base. In altre parole, quando manca fondamentalmente l’imitazione, essa non può essere haram.
A questo proposito, la fatwa emessa dal defunto mufti d’Egitto, Shaykh Muhammad Bakhit, è estremamente chiara. Egli scrisse: la fotografia ottenuta mediante una macchina fotografica — resa possibile fissando in modo particolare il riflesso della luce — non rientra tra le immagini vietate. Infatti, il tipo di immagine la cui realizzazione è stata proibita è quello prodotto inventando e costruendo una figura che prima non esisteva né era stata realizzata, e che, una volta creata, imita un essere vivente della creazione di Allah. La fotografia ottenuta con una macchina fotografica, invece, non rientra in tale categoria.
(Arabo*****************)
In realtà, questo è il punto essenziale della fotografia e questa è la norma che la riguarda secondo la Sharia. Tuttavia, molti alim adottano un atteggiamento molto rigido nei confronti delle immagini, qualunque sia il loro tipo, e le considerano makruh; alcuni le ritengono persino chiaramente haram. Considerano dunque la fotografia non lecita. Nonostante ciò, anche gli alim affermano che è lecito scattare fotografie per necessità e per il bene pubblico o civile, come quelle per le carte d’identità, i passaporti e simili. In particolare, ciò vale per le fotografie di persone sospette e per quelle utilizzate a scopo esplicativo, analitico o illustrativo. In questo tipo di immagini non vi è né l’intento di mostrare rispetto o devozione verso qualcuno, né il timore che possano corrompere l’aqida. Il Messaggero di Allah non considerò haram le immagini disegnate sui tessuti. Pertanto, immagini di questo genere, che sono ancora più necessarie, saranno certamente escluse dall’ambito dell’haram.
Lo scopo delle immagini
Non si può negare che lo scopo per cui un’immagine viene realizzata abbia una grandissima importanza nel determinare se essa sia haram o meno, e che tale questione possa essere stabilita proprio sulla base di questo criterio. Nessun musulmano può dissentire sul fatto che siano haram le immagini il cui scopo è contrario alla dottrina, alla sharīʿa, alla cultura e agli usi dell’Islam. Pertanto, sono completamente haram le immagini del corpo femminile nudo o seminudo, così come le immagini e i disegni delle parti del corpo femminile la cui vista può accrescere l’eccitazione sessuale. Non vi può essere alcun dubbio che siano haram e estremamente pericolose le immagini o gli schizzi pubblicati su giornali e riviste con l’obiettivo di accrescere il desiderio sessuale e la sua eccitazione negli esseri umani e di infiammare la loro bassa mentalità come un fuoco ardente. La diffusione su larga scala, la stampa e la conservazione di tali immagini o raffigurazioni, il loro affissione nelle case, negli uffici e nei luoghi pubblici, la loro esposizione, il loro appenderle alle pareti, nonché guardarle e osservarle per desiderio e interesse, rientrano tutte in questo ambito dell’haram.
Lo stesso vale per le immagini di miscredenti, peccatori e oppressori. Non è decoroso né appropriato per un musulmano realizzare o conservare i ritratti di persone di questo tipo. Anche le immagini dei capi atei che negano l’esistenza stessa di Allah e rifiutano la sharīʿa di Allah, dei politeisti dediti allo shirk associando altri ad Allah, degli ebrei e dei cristiani che negano la profezia di Muhammad, e di coloro che, pur sostenendo di essere musulmani, governano lo Stato, stabiliscono le politiche e pronunciano sentenze abbandonando le norme rivelate da Allah — così come quelle delle persone che diffondono nella società la spudoratezza e la corruzione, come attori e attrici, cantanti e cantanti, ballerini e ballerine e simili — sono completamente haram.
Le immagini di coloro che promuovono l’idolatria e dei simboli delle religioni contrarie all’Islam — statue, ritratti, croci e simili — non sono in alcun modo lecite. All’epoca del Nobile Messaggero, probabilmente immagini di questo genere venivano raffigurate sulla maggior parte delle lenzuola, delle tende e dei tessuti dei cuscini. Per questo, in un hadith è stato detto:
(Arabo*************)
Il Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) non teneva nella sua casa alcun oggetto sul quale vi fossero immagini di croci o simili. Se vi trovava tali oggetti, li strappava e li riduceva in pezzi.
È stato narrato da Ibn ʿAbbās (che Allah sia soddisfatto di lui):
(Arabo***************)
Nell’anno della conquista della Mecca, quando il Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) vide delle immagini all’interno del Ḥaram, non vi entrò; dopo che furono cancellate, vi entrò.
Da quelle immagini emergevano chiaramente l’idolatria dei politeisti della Mecca e la loro antica perdizione.
Narrò Hazrat ʿAlī (ra) che un giorno il Profeta nobile (sa) partecipò a un funerale. Allora disse:
(Arabo***********)
Chi di voi è disposto ad andare a Medina, a livellare ogni tomba e a non lasciare intatta nemmeno una raffigurazione, deformandole tutte?
Un uomo si alzò e disse: «O Messaggero, sono pronto a compiere questo incarico». Udendo ciò, gli abitanti di Medina furono presi da paura e sgomento. … In seguito quell’uomo tornò e riferì:
(Arabo****************)
O Messaggero! Non ho lasciato intatta nemmeno una statua: le ho frantumate tutte. Non ho tralasciato nemmeno una tomba: le ho livellate tutte, e ho deformato ogni raffigurazione, senza risparmiarne alcuna.
Udendo ciò, il nobile Profeta (sa) proclamò:
(Arabo*********)
Chiunque, dunque, compia anche una sola di queste azioni sarà disobbediente a quella guida rivelata a Muhammad (pace e benedizioni su di lui). (Musnad Ahmad)
In questo hadith, le immagini che il nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) ordinò di deturpare e distruggere non erano altro che simboli e segni dell’empietà e dello shirk dell’epoca della jāhiliyya. Per questo il nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) desiderava liberare e purificare Medina da tali immagini. Proprio per questo dichiarò che ripetere anche una sola di queste azioni equivale a rinnegare e disobbedire alla legge rivelata da Allah.
Sintesi delle disposizioni riguardanti le immagini e i loro creatori
La sintesi delle disposizioni della Sharīʿa islamica riguardanti le immagini e i loro creatori, esaminate dettagliatamente, è la seguente:
a. Le immagini e i ritratti di coloro che sono stati presi come divinità da adorare all’infuori di Allah costituiscono il più grave haram e comportano il peccato maggiore. Un esempio eminente è l’immagine del venerabile Masīḥ, la divinità dei cristiani, e di sua madre Maryam. Realizzare immagini di questo genere è un’aperta empietà. Se qualcuno realizza consapevolmente e intenzionalmente un’immagine di questo tipo, si deve ritenere che sia diventato kāfir. Realizzare tali immagini è un peccato gravissimo, estremamente vile e ripugnante. Chiunque diffonda immagini di questo genere o mostri loro rispetto in qualunque modo, partecipa al peccato in proporzione alla propria responsabilità.
b. Un peccato meno grave consiste nel realizzare ritratti di personalità che, pur non essendo adorate, vengono trattate con rispetto. Per esempio, re e sovrani di un paese, capi supremi, amministratori, dittatori e simili: i loro ritratti vengono realizzati come monumenti commemorativi e collocati in luoghi pubblici. Quanto al fatto che il ritratto sia incompleto o completo, non vi è alcuna differenza riguardo al peccato.
d. Ancora meno grave è realizzare i ritratti di persone alle quali non vengono tributati venerazione e rispetto. Tuttavia anche questo è haram, e su ciò non vi è alcun dissenso. Non rientrano invece in questa categoria le immagini di coloro che vengono trattati con disprezzo e derisione. Per esempio, una figura realizzata come giocattolo per bambini o con dolciumi e pasta zuccherata, che poi viene mangiata.
ङ. Poi si passa alla questione delle immagini prive di vita, ossia alle immagini artistiche di personalità alle quali viene tributato rispetto, come amministratori, leader popolari, fondatori dello Stato e simili. Soprattutto quando vengono collocate o appese in qualche luogo. Il grado di haram diventa ancora più grave e rigoroso quando si tratta di immagini di persone ingiuste, viziose, libertine, atee e simili. Infatti, mostrare venerazione e rispetto per tali persone costituisce un crimine pari allo sradicamento dell’Islam.
च. Sotto il profilo del peccato, a un livello inferiore si colloca la realizzazione di immagini dotate di membra e corpo, anche quando raffigurano esseri viventi ai quali non viene tributato alcun rispetto. Tuttavia, esse sono espressione di lusso. Coprire porte e pareti con stoffe recanti immagini di questo genere non è altro che makruh.
छ. Non vi è peccato né nel realizzare né nel conservare immagini di cose inanimate, come palme, fiumi, navi, montagne, la luna, il sole e simili paesaggi naturali e scenari pittoreschi, purché esse non rendano le persone negligenti verso l’adorazione e il culto di Allah e non siano semplicemente simboli di lusso. Altrimenti, immagini di questo genere sono makruh.
ज. Infine si arriva alle immagini ottenute per riflesso, cioè alle fotografie. In linea di principio sono mubah, purché alla loro base non vi sia l’intento di compiere qualcosa di haram, come quando la fotografia di una persona serve a manifestarne la sacralità religiosa o l’onore mondano. Soprattutto se tale persona è un kafir, un idolatra, un comunista o un artista traviato: in tal caso non è lecita.
झ. L’ultima questione è che, se un’immagine o una raffigurazione haram viene deformata, oppure resa oggetto di disprezzo e umiliazione, esce dalla categoria dell’haram e viene considerata halal. È il caso, per esempio, delle immagini raffigurate su lenzuola o sul pavimento, che vengono calpestate con i piedi o con le scarpe, e simili.
Allevare cani senza necessità
Il Nobile Profeta (s.a.s.) ha proibito di allevare cani in casa senza necessità.
Non mancano al mondo persone di così cattivo gusto, che spendono denaro a piene mani per allevare e mantenere i cani, ma mostrano avarizia ed esitazione persino nello spendere un solo soldo per i figli degli esseri umani. Alcuni, inoltre, non si limitano a spendere denaro per tutelare l’orgoglio e i sentimenti del cane, ma vi coinvolgono anche le proprie emozioni. Ciò accade quando non provano affetto per i propri parenti e congiunti e stanno quasi per dimenticare i propri vicini e fratelli; eppure non tollerano neppure un briciolo di trascuratezza nei confronti del cane.
Se un cane si trova nella casa di un musulmano, si teme che possa rendere impuri il cibo, i recipienti e simili leccandoli. Il Nobile Profeta (s) disse: (in arabo**********************)
Se un cane mette il muso nel recipiente di qualcuno, questo deve essere lavato sette volte; una delle volte deve essere necessariamente strofinato con la terra.
Alcuni esperti hanno detto che è vietato tenere un cane in casa perché, non appena vede ospiti o visitatori, si mette ad abbaiare; spaventa il mendicante e non si fa scrupolo di mordere il viandante.
Il Nobile Profeta (s) disse: (in arabo**********************)
L’angelo Gabriele (a) venne da me e disse: «La notte scorsa ero venuto da te, ma non sono entrato dalla porta perché sulla porta c’era una raffigurazione, nella casa c’era una tenda con immagini e, inoltre, nella casa c’era anche un cane. Ora ordina che venga tagliata la testa della raffigurazione che si trova nella casa: in tal modo assumerà la forma di un albero; ordina poi che il tessuto della tenda venga tagliato per ricavarne due cuscini, che saranno calpestati giorno e notte, ed espelli il cane».
Qui il comando impartito riguarda il cane tenuto senza necessità.
Tenere cani per la caccia e la sorveglianza
Il cane allevato per una necessità — come il cane da caccia o quello tenuto per la custodia e la sorveglianza dei campi, delle fattorie o degli animali domestici — non rientra in questo divieto. Il Nobile Messaggero (s) disse: (in arabo***************)
Chiunque allevi e tenga un cane senza che ciò abbia lo scopo di cacciare, occuparsi dei campi e delle fattorie, custodire la casa o sorvegliare il bestiame, vedrà diminuire ogni giorno di una quantità pari a un qirāt le proprie buone azioni.
Alcuni giuristi, basandosi su questo hadith, hanno espresso l’opinione che il divieto di tenere cani implichi soltanto makruh, non haram. Infatti, se tenere un cane fosse haram, sarebbe haram in ogni circostanza e si dovrebbe sempre evitarlo, sia che le buone azioni diminuissero sia che non diminuissero.
Il divieto di tenere cani nelle case non significa che si debba essere crudeli con loro, né costituisce un ordine di sterminarli o ucciderli. Infatti, il Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) ha detto:
Se il cane non fosse una specie creata da Allah, come lo sono molte altre specie, ordinerei di ucciderlo.
Con queste parole, il Nobile Messaggero ha sostenuto proprio l’importante opinione sopra menzionata. E la verità autentica e più grande è che lo stesso Nobile Corano indica questa direzione dicendo:
Tutti gli animali che si muovono sulla terra e tutti gli uccelli che volano appoggiandosi sulle loro due ali sono specie, ciascuna creata in modo distinto, come voi. (Sura al-An‘ām, 6:38)
Il Nobile Profeta raccontò ai suoi Compagni la storia di un uomo. Questi vide un cane nel deserto. Il cane ansimava e, spinto dalla sete, leccava la terra. Vedendolo, l’uomo si recò presso un pozzo, attinse dell’acqua con un secchio, la diede da bere al cane e lo dissetò. Allah l’Altissimo accettò la sua azione e gli perdonò i peccati.
L’allevamento dei cani alla luce della scienza moderna
Vediamo persone che, accecate dall’amore per la civiltà occidentale, si considerano dotate di un cuore compassionevole, di un elevato senso umanitario e benevole verso ogni creatura. Sollevano obiezioni contro la prospettiva dell’Islam, chiedendo come mai essa inviti ad astenersi da un animale così intelligente, amichevole e fedele. A tali persone desideriamo sottoporre un articolo scritto da questo studioso tedesco e pubblicato su una rivista tedesca. In questo articolo vengono espressi i vari inconvenienti inevitabili derivanti dall’allevamento dei cani e dal contatto con essi. L’articolo recita:
Negli ultimi anni l’interesse della gente per l’allevamento dei cani è aumentato enormemente. Per questo sembra assolutamente necessario attirare l’attenzione delle persone sui pericoli che possono derivarne. Soprattutto perché la gente non si limita ad allevare i cani: gioca con loro e li bacia. Inoltre, i cani vengono lasciati liberi al punto da leccare le mani di grandi e piccoli. Spesso si porge loro il cibo avanzato direttamente nei propri recipienti o piatti. Oltre a ciò, questa abitudine è così disgustosa che una coscienza sana e il buon gusto non sono disposti ad accettarla. Essa è anche contraria alle norme igieniche.
Dal punto di vista dell’igiene e della salute, non si può assolutamente considerare lieve o trascurabile il pericolo che l’allevamento dei cani e gli scherzi con essi possono far incombere sulla salute e sulla vita umana. Molte persone sono costrette a pagare un prezzo assai alto per la propria ignoranza. Ciò accade perché nel corpo dei cani si trovano microrganismi capaci di provocare malattie permanenti e incurabili. È impossibile contare quante persone siano costrette a perdere la vita dopo essere state colpite da queste malattie.
La forma di questi microrganismi è simile a quella di un nastro. Nell’organismo umano provocano malattie simili a foruncoli e scabbia. Microrganismi di questo tipo si trovano anche nel corpo degli animali domestici, soprattutto nei maiali; tuttavia, la capacità di crescere dopo essere stati allevati e ospitati è propria soltanto dei microrganismi presenti nel corpo dei cani.
Anche nei corpi degli avvoltoi e degli sciacalli sono presenti microrganismi. Nel corpo dei gatti, invece, non se ne trovano in grande quantità. Questi microrganismi sono di natura diversa dagli altri microrganismi nastriformi. Sono così sottili e minuti da risultare invisibili. Negli ultimi mesi sono state acquisite alcune informazioni al riguardo.
L’autore dell’articolo ha poi scritto:
Questi microrganismi penetrano nel fegato umano e lì si manifestano in vari modi. Talvolta penetrano nei polmoni, nelle ovaie, nella milza, nei reni e nel cervello. A quel punto la loro forma cambia considerevolmente. Si giunge a una situazione tale che persino gli specialisti diventano incapaci di individuarli e riconoscerli.
Comunque sia, le lesioni provocate da questi microrganismi sono molto nocive e pericolose per la salute, indipendentemente dalla parte del corpo in cui si manifestino. Finora non è stato scoperto alcun trattamento per questi microrganismi. Per questo dobbiamo impegnarci con tutte le nostre forze per affrontare le malattie incurabili. Dobbiamo salvare le persone da questo pericolo.
Il medico tedesco Nuller ha detto: il numero delle lesioni causate dai germi dei cani nel corpo umano non è in alcun modo inferiore all’uno per cento. In alcuni Paesi, inoltre, fino al dodici per cento delle persone è colpito da questa malattia. Il modo migliore per prevenirla consiste nel confinare questi germi al corpo del cane, impedendo loro di diffondersi. …..
Se una persona desidera proteggere la propria salute e salvaguardare la propria vita, deve evitare di abbracciare e baciare i cani. Non si deve permettere loro di avvicinarsi; bisogna tenere i bambini lontani da essi. Non si dovrebbe permettere ai cani di leccare le nostre mani. Non si deve consentire ai cani di stare nei luoghi in cui i bambini giocano, passeggiano e si divertono, né dar loro l’opportunità di spargervi sporcizia. È però motivo di grande tristezza constatare che proprio nei luoghi di gioco dei bambini si vede un numero assai elevato di cani.
Le ciotole per il cibo dei cani devono essere completamente diverse e separate. È assolutamente sconveniente dare ai cani da leccare i recipienti che le persone usano per il proprio cibo. Non si dovrebbe permettere loro di entrare nei mercati, nei bazar, negli alberghi e nelle cucine. In sintesi, occorre adottare precauzioni nei confronti dei cani e tenerli lontani da tutto ciò che riguarda il cibo e le bevande.
Alla luce di questa riflessione ponderata di un pensatore non musulmano, è necessario considerare quanto sia fondata nella realtà e pienamente conforme alla scienza la proibizione impartita da Hazrat Muhammad (pace e benedizioni su di lui) di avere rapporti stretti con i cani. Egli ha inoltre ordinato di adottare particolari precauzioni affinché i cani non mettano il muso nei recipienti destinati a cibi e bevande. Ha anche proibito di allevare cani senza necessità. Riflettendo alla luce di quanto sopra, si comprende chiaramente quale immenso beneficio per l’intera umanità sia contenuto nella norma impartita dal Nobile Messaggero (pace e benedizioni su di lui).
In verità, il Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) era illetterato. Eppure, constatando quanto gli insegnamenti da lui presentati siano in armonia con le teorie e i dati della scienza modernissima di quest’epoca, quattordici secoli dopo, non si può fare a meno di rimanere stupefatti. Non appena contempliamo questa verità, risuona spontaneamente sulle nostre labbra questa dichiarazione del Nobile Corano: (Arabo***************)
Il Profeta non dice nulla di propria iniziativa; ciò che dice non è altro che rivelazione.
Guadagno e professione
(Arabo****************)
È Lui, Allah, che ha reso per voi la terra docile, liscia e sottomessa. Percorrete dunque i suoi sentieri e mangiate del sostentamento di Allah.
Questa è la guida fondamentale di Allah riguardo al guadagno. Per questo Allah, l’Altissimo, ha posto la terra al servizio degli esseri umani. Bisogna dunque sfruttare pienamente questa benedizione e impegnarsi con sforzo e dedizione in ogni suo aspetto, cercando il dono della grazia di Allah.
È haram che una persona abile rimanga inattiva
È assolutamente inconcepibile che un musulmano si astenga dal guadagnarsi il sostentamento o rimanga negligente in ciò, con il pretesto di dedicarsi al culto e alla devozione o di confidare in Allah. Infatti, dal cielo non pioveranno né oro né argento.
Allo stesso modo, non è in alcun modo lecito starsene seduti facendo affidamento sulle elemosine e sulle donazioni della gente, né, pur disponendo dei mezzi per procurarsi il sostentamento, non usarli per dedicarsi a guadagnare e non sforzarsi, in questo modo, di provvedere alle necessità proprie e dei propri familiari. A questo proposito il Nobile Messaggero (pace e benedizioni su di lui) ha detto:
(Arabo******************)
Non è lecito accettare elemosine per chi è ricco, né per chi è forte e in buona salute.
Il Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) ha pronunciato parole dure e severe riguardo al musulmano che tende la mano per chiedere l’elemosina davanti a un’altra persona, facendo così svanire la luminosità del proprio volto e danneggiando senza motivo la dignità e l’onore della propria umanità. Egli ha detto: (Arabo*****************)
Chi chiede l’elemosina senza necessità compie un atto terribile, come raccogliere con le proprie mani le braci ardenti. (Bayhaqī, Ibn Khuzaymah)
Disse inoltre:
Chi chiede l’elemosina alla gente con l’intento di arricchirsi si è procurato ferite sul volto fino al Giorno della Resurrezione e sarà costretto a mangiare le pietre roventi dell’Inferno. Chi vuole, dunque, ne raccolga per sé in grande quantità, e chi vuole, ne raccolga in quantità minore. (Tirmidhī)
Disse ancora:
Chi si abitua a chiedere l’elemosina incontrerà Allah senza che sul suo volto rimanga neppure un lembo di carne. (Bukhārī, Muslim)
Per salvaguardare i musulmani da questa terribile conseguenza, il nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) ha tutelato il loro onore e ha provveduto a coltivare in loro il senso della dignità, l’allontanamento dalle azioni ingiuste e l’astensione dall’accattonaggio.
Quando è permesso chiedere l’elemosina
Tuttavia, il nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) ha tenuto pienamente conto delle necessità e delle difficoltà della gente. Se una persona è costretta a chiedere l’elemosina o ad avvalersi dell’aiuto del governo o di privati, certamente non commetterà peccato. Il nobile Profeta disse
(In arabo********************)
Chiedere l’elemosina equivale a ferire. Chi chiede l’elemosina si sfregia il volto. Pertanto, chi vuole lo lasci in quello stato, e chi vuole vi rinunci. Tuttavia, se qualcuno chiede a una persona autorevole o deve chiedere per una necessità assolutamente indispensabile, il caso è diverso. (Abū Dāwūd, Nasāʾī)
Abū Bashar Qubayṣa ibn al-Mukhāriq (ra) disse:
(In arabo*************************)
Mi ero assunto la responsabilità di garantire un’obbligazione. Per questo mi recai dal nobile Messaggero di Allah (s.a.s.) e gli chiesi l’elemosina. Egli disse: «Aspetta; quando arriveranno i beni della zakāt, te ne darò». Poi disse: «O Qubayṣa, chiedere l’elemosina non è lecito a nessuno, salvo a tre categorie di persone. La prima è colui che si è assunto la responsabilità di garantire un’obbligazione per qualcuno. Per lui è lecito chiedere finché non abbia ottenuto la somma necessaria; dopodiché deve smettere. La seconda è colui i cui beni siano andati distrutti a causa di una calamità. Egli può chiedere finché non abbia i mezzi per provvedere al proprio sostentamento. La terza è colui che è stato colpito dalla povertà, finché tre persone assennate del suo quartiere non attestino che egli è indigente. In tal caso gli è lecito chiedere finché non abbia i mezzi per provvedere al proprio sostentamento».
Al di fuori di questi casi, per chiunque chieda l’elemosina, il denaro che consuma è illecito.
Il lavoro è onorevole
La gente considera alcuni lavori umilianti. Ma il nobile Profeta (s.a.s.) non lo approvò. Egli insegnò ai suoi Compagni che, qualunque sia il lavoro, in esso risiedono onore e piena dignità, mentre nell’accettare l’aiuto della gente e nel dipendere da essa risiedono ogni bassezza e umiliazione. Egli disse: (In arabo*********************)
È molto meglio e più benefico che una persona vada nella foresta con una corda, raccolga sulla propria testa un carico di legna, lo venda e guadagni così da preservare il proprio onore conferitogli da Allah, piuttosto che chiedere l’elemosina alla gente, senza neppure avere la certezza che essa gli dia qualcosa.
Pertanto, il musulmano dovrebbe guadagnarsi da vivere con l’agricoltura, il commercio, l’industria o qualsiasi altro lavoro di questo genere, compreso un impiego, purché non comporti il coinvolgimento in attività proibite.
Guadagnarsi da vivere con l’agricoltura
Nel menzionare i Suoi favori e la Sua benevolenza verso gli esseri umani, Allah l’Altissimo ha impartito nel Nobile Corano numerose istruzioni essenziali riguardanti l’agricoltura.
Allah l’Altissimo ha reso il suolo e la terra del mondo adatti alla coltivazione e alla produzione dei raccolti. Ha fatto della terra un giaciglio e un pavimento: questo è uno dei grandi benefici di Allah per la Sua creazione. È assolutamente doveroso ricordare tale beneficio e riconoscerne il valore.
È stato detto:
Allah l’Altissimo ha fatto per voi della terra un giaciglio e un pavimento, affinché possiate percorrere le strade aperte che si trovano su di essa. (Sura Nūḥ, 19-20)
Egli ha creato la terra per tutte le creature. In essa vi sono frutti, palme da dattero, piante dai rivestimenti, cereali con le loro spighe e fiori profumati. Quali, dunque, dei favori della potenza del vostro Signore negherete?
Egli ha fatto scendere l’acqua sotto forma di pioggia, l’ha fatta scorrere nei fiumi, nei canali e nelle sorgenti, e per mezzo di essa ha ridato vita alla terra morta.
(Arabo************)
Egli ha fatto scendere l’acqua dall’alto. Poi, per mezzo di essa, abbiamo prodotto ogni sorta di piante, alberi e simili; quindi ne abbiamo fatto spuntare rami verdi, rigogliosi e freschi, dai quali facciamo uscire chicchi disposti in strati.
(Arabo **************
L’uomo dovrebbe rivolgere la propria attenzione al cibo e riflettere. Siamo Noi ad aver fatto scendere l’acqua nella misura necessaria. Poi abbiamo spaccato la terra in modo sorprendente e vi abbiamo fatto crescere cereali, uva e ortaggi.
Allah manda i venti come annunciatori di buone notizie. Per mezzo loro le nubi si spostano e le piante portano frutto.
(Arabo***************)
Abbiamo reso la terra estesa, vi abbiamo stabilito alte e solide montagne e vi abbiamo fatto crescere ogni cosa secondo un piano perfetto e in misura adeguata. E in essa abbiamo predisposto il vostro sostentamento e quello di coloro di cui voi non siete i sostentatori. Non esiste cosa alcuna di cui non possediamo i tesori; ma ne facciamo discendere soltanto una quantità conosciuta. Mandiamo i venti carichi di frutti. Poi facciamo scendere l’acqua dall’alto e con essa vi dissetiamo; voi non avreste potuto conservarla. (Sura al-Hijr: 19-22)
In tutti questi versetti, Allah ha richiamato l’attenzione degli uomini sulle benedizioni dell’agricoltura e sui mezzi che ne rendono agevole la pratica. Il Nobile Messaggero (s) ha detto: (arabo**********)
Qualunque musulmano pianti un albero o coltivi un campo, e da esso mangino uccelli o persone, ciò gli sarà computato come elemosina. (Bukhari, Muslim)
Ciò significa che la ricompensa per questa sua opera continuerà a giungergli finché si continuerà a mangiare dai frutti di quell’albero o dai prodotti di quel campo, anche se il proprietario del terreno o colui che ha piantato l’albero fosse già morto, oppure la sua proprietà fosse stata trasferita.
Secondo gli esperti, non è incompatibile con la misericordia e la generosità di Allah che Egli continui, anche dopo la morte, a concedere la ricompensa a una persona simile, così come gliela concedeva durante la sua vita. Le parole sopra citate si applicano a queste sei opere: l’elemosina continua, una conoscenza di cui la gente trae beneficio, un figlio virtuoso che continua a pregare per lui, un albero piantato, l’agricoltura e la sorveglianza delle frontiere.
È riportato negli hadith che un uomo si recò dal venerabile Abu al-Darda’ (r). In quel momento egli stava piantando una piantina di noce. L’albero avrebbe impiegato molti anni prima di dare frutti? In risposta, Abu al-Darda’ (r) disse: «Che male c’è? Altri ne mangeranno e io ne otterrò la ricompensa?»
È stato riferito da un altro Compagno del Nobile Profeta (s) che egli disse: «Ho sentito con le mie orecchie il Nobile Messaggero dire: (arabo ***************)»
Chi pianta un albero e poi continua a proteggerlo e a prendersene cura finché non dà frutti, riceverà da Allah la ricompensa per qualunque danno venga arrecato ai suoi frutti durante questo periodo.
Basandosi su questi e su molti altri hadith dello stesso genere, gli esperti hanno affermato che l’agricoltura è di gran lunga migliore degli altri mezzi di sostentamento. Tuttavia, secondo altri esperti, l’artigianato e il lavoro manuale sono migliori. Alcuni, invece, ritengono che il commercio sia il mezzo migliore.
Alcuni altri esperti hanno affermato che, in circostanze diverse, possono essere considerate migliori attività diverse: per esempio, quando vi è una grave penuria di cibo, l’agricoltura è preferibile, poiché i suoi benefici sono generalmente accessibili a tutti. Quando invece, a causa della presenza di briganti, l’afflusso di merci nei mercati e nei bazar diminuisce, il commercio è un’attività meritoria; e per soddisfare il bisogno di prodotti industriali, sarà preferibile dedicarsi all’industria. (In arabo******************)
Questa descrizione, riportata alla fine, è pienamente conforme alle moderne conoscenze economiche e scientifiche.
L’agricoltura haram
La coltivazione delle piante che l’Islam ha dichiarato haram da mangiare, o il cui uso è dannoso, è anch’essa haram, come la canapa indiana, l’oppio e simili.
Lo stesso vale per il tabacco. Tuttavia, secondo coloro che lo ritengono haram, il consumo di tabacco è haram. Molti hanno dato la preferenza proprio a questa opinione. Secondo coloro che ritengono il consumo di tabacco makruh, anche la sua coltivazione è makruh.
Per un musulmano non è lecito coltivare una qualsiasi cosa haram con l’intenzione di venderla ai non musulmani e ricavarne denaro. Un musulmano non può mai contribuire alla diffusione di cose haram. Perciò non è lecito ai musulmani allevare maiali con l’intenzione di venderli a non musulmani, cristiani e altri. Abbiamo già detto che, secondo la prospettiva dell’Islam, non è lecito vendere uva halal a una persona della quale si sa che la utilizzerà per produrre sura (vino).
L’industria e simili
L’Islam ha incoraggiato l’agricoltura e ne ha descritto dettagliatamente i benefici. Ha anche promesso una grande ricompensa per quest’attività. Tuttavia, non è affatto auspicabile che i membri della comunità musulmana si dedichino esclusivamente all’agricoltura, come un animale dell’ostrica (sea sell) che rimane prigioniero dentro l’ostrica. L’Islam non approva che i musulmani considerino sufficiente la sola agricoltura e continuino a seguire i buoi dell’aratro. Infatti, in tal caso non sarebbero in grado di affrontare le possibili calamità e i pericoli nazionali. Per questo, se il Profeta nobile (S) ha definito l’agricoltura un’attività degradante, non c’è da meravigliarsi: la realtà dei tempi ne ha reso evidente la veridicità. Egli disse: (In arabo***********************)
Se vi dedicate a comprare e vendere basandovi sull’usura, rimanete aggrappati alle code di buoi e bufali e, trascurando il jihad, vi dedicate all’agricoltura, allora Allah vi imporrà l’umiliazione. Essa non vi sarà rimossa finché non ritornerete alla vostra religione. (Abū Dāwūd) Per questo, insieme all’agricoltura, è necessario dedicarsi anche alle attività industriali e professionali. Soltanto con il loro aiuto si possono soddisfare le necessità di una vita agiata e confortevole, nonché le esigenze di una umma indipendente e forte e di un sistema di governo e di Stato solido e autosufficiente. Dal punto di vista dell’Islam, l’attività industriale e professionale non è soltanto lecita, come hanno detto alcuni sapienti: è anche un fard kifāya, cioè è necessario che nella società musulmana vi siano persone sufficientemente esperte in ogni tipo di industria e attività commerciale, affinché non sorgano difficoltà nel soddisfare le necessità nazionali e ciascuno possa svolgere adeguatamente tutti i propri compiti. Se in un settore industriale o professionale si manifesta una tale carenza da non trovare nessuno disposto a svolgerlo, l’intera società e la nazione saranno colpevoli e peccatrici per questo; in particolare, ne saranno responsabili i dirigenti e coloro che amministrano lo Stato.
L’Imām al-Ghazālī (che Allah abbia misericordia di lui) ha detto:
Acquisire quelle conoscenze senza le quali la vita materiale degli esseri umani non può procedere è un fard kifāya. Per esempio, la medicina è assolutamente necessaria per preservare la salute del corpo. L’aritmetica, o scienza del calcolo, è indispensabile per ogni attività, comprese le transazioni reciproche, i testamenti e la distribuzione dell’eredità. Si tratta di conoscenze tali che, in loro assenza, la popolazione si troverebbe ad affrontare gravi difficoltà. Quando qualcuno si dedica a questo tipo di attività, gli altri sono sollevati dalla responsabilità di svolgerla. Per questo, secondo noi, la medicina e la scienza del calcolo sono un fard kifāya. Anche i mestieri tradizionali e le attività artigianali non sono altro che un fard kifāya, come la coltivazione della terra, l’aratura, la tessitura e l’allevamento degli animali. Anche l’agricoltura e il lavoro sartoriale rientrano in questo fard kifāya. Se in un paese non esistono strutture per tali attività, non è assolutamente lecito lasciarlo andare incontro alla distruzione. (In arabo ****************)
Nel Nobile Corano sono stati forniti chiari riferimenti a molte forme di attività artigianale, ed è stato esplicitamente affermato che esse costituiscono una grande benedizione di Allah per gli abitanti del mondo. Per esempio, riguardo al profeta Dāwūd (pace su di lui), è stato detto: Le norme dell’halal e dell’haram nell’Islam (in arabo *******************)
Abbiamo reso il ferro malleabile per lui e gli abbiamo ordinato: «Fabbrica corazze e realizza con precisione le loro maglie». (Sūra Sabaʾ, 10-11)
E gli insegnammo l’arte di fabbricare corazze, affinché vi proteggessero in guerra. Sarete dunque riconoscenti? (Sūra al-Anbiyāʾ, 80)
Riguardo al profeta Sulaymān (pace su di lui), è stato detto:
E facemmo sgorgare per lui una sorgente di rame e gli sottomettemmo dei jinn che lavoravano davanti a lui, per ordine di Allah.
E facemmo scorrere per lui una sorgente di rame e gli assoggettammo dei jinn che lavoravano davanti a lui per ordine di Allah. Quanto a chiunque di loro disobbedisse al Mio comando, gli facevamo gustare il castigo della fornace ardente! Essi costruivano per lui ciò che desiderava: alti palazzi, edifici e grandi bacini fissi. O discendenti di Davide! Operate con gratitudine.
Nel Corano viene menzionata anche la costruzione, da parte di Dhu al-Qarnayn, di un’imponente e solida barriera. Si dice:
Ciò che il mio Signore mi ha dato è migliore. Aiutatemi soltanto con il vostro lavoro e la vostra fatica, e costruirò una barriera tra voi e loro. Portatemi lastre di ferro. Quando infine ebbe riempito lo spazio tra le due montagne, disse alla gente: «Ora date fuoco». Quando quella barriera infuocata divenne completamente rossa come il fuoco, disse: «Portatemi del rame fuso, che lo verserò sopra di essa». Questa barriera era stata costruita così saldamente che Ya’juj e Ma’juj non potevano scalarla né riuscivano a scavare un tunnel attraverso di essa. (Sura al-Kahf, 95-97)
Nel Corano è narrata anche la storia della costruzione dell’arca del profeta Noè. In essa è contenuto il riferimento alla costruzione di una robusta nave, capace di sollevarsi come una montagna sulle acque dei fiumi e dei mari. Si dice:
Le navi che solcano i fiumi e i mari, innalzandosi come montagne, sono in particolare un segno di Allah. (Sura ash-Shura, 32)
In numerose sure del Corano vengono menzionati tutti i tipi di tecniche e attività venatorie: la pesca, la caccia agli animali marini, la caccia agli animali terrestri e le immersioni per raccogliere gemme e perle, oltre ad altre attività.
Soprattutto, il Nobile Corano menziona il giusto valore e l’utilità del ferro.
Non se ne trova menzione in nessuna delle precedenti Scritture religiose né in alcun libro composto dall’uomo. Dopo aver menzionato nel Corano l’invio dei messaggeri e la rivelazione dei Libri, si dice:
E abbiamo creato il ferro. In esso vi è una forza formidabile e un beneficio immenso e inesauribile per la gente.
Questo versetto appartiene alla sura «Il Ferro». Da ciò si comprende chiaramente che l’Islam ha attribuito un’importanza particolare all’industria del ferro.
In verità, dal punto di vista dell’Islam, qualunque attività artigianale svolta allo scopo di soddisfare i bisogni della società umana e di realizzare il suo autentico benessere sarà considerata ʿamal-e ṣāliḥ, una buona azione, purché in tale attività siano mantenute una sincera intenzione e siano pienamente adottate la precisione e la competenza che l’Islam prescrive.
L’Islam ha conferito grande dignità a molte professioni che nella società umana erano considerate estremamente umili e insignificanti. Per esempio, la gente non guardava con rispetto ai pastori di capre. Ma il Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) disse:
Ogni profeta inviato da Allah ha pascolato le capre. I Compagni chiesero:
O Messaggero! Anche voi avete pascolato le capre?
I Compagni chiesero:
O Messaggero! Anche voi avete pascolato le capre?
In risposta, disse: (Arabo***************)
Sì, ho pascolato le capre degli abitanti della Mecca in cambio di un compenso. (Bukhari)
Il Sigillo dei Profeti, Hazrat Muhammad (pace e benedizioni su di lui), ha pascolato le capre. La cosa importante è che quelle capre non erano sue; appartenevano invece agli abitanti della Mecca, ed egli le pascolava in cambio di un compenso prestabilito. Ricordando questo fatto, il Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) insegnava ai suoi Compagni che la gloria appartiene a coloro che lavorano e guadagnano lavorando. Coloro che rimangono inattivi e, senza guadagnare, vivono alle spalle degli altri, non hanno né gloria né dignità.
Nel Nobile Corano è narrata la storia di Hazrat Isa (pace su di lui). Vi si dice che lavorò come operaio presso un vecchio sceicco per otto anni consecutivi. Il compenso per questo lavoro fu il matrimonio con una delle figlie dell’anziano. Hazrat Isa (pace su di lui) era considerato da lui un lavoratore eccellente e molto affidabile. Una delle figlie dell’anziano disse con grande saggezza: Arabo (******************)
O padre, assumilo come lavoratore in cambio di un compenso. Il migliore tra i dipendenti che si possono assumere è colui che è forte e affidabile.
Hazrat Ibn Abbas (che Allah sia soddisfatto di lui) ha narrato che Hazrat Dawud era fabbricante di armature e utensili. Hazrat Adam era agricoltore. Hazrat Nuh (pace su di lui) era muratore, Hazrat Idris (pace su di lui) era sarto e Hazrat Musa (pace su di lui) era pastore di capre.
Pertanto, un musulmano può scegliere qualunque professione halal e accontentarsene. Ogni profeta adottava necessariamente una professione o un’altra. È detto in un hadith autentico: (Arabo*****************)
Nessuno può mangiare cibo migliore di quello guadagnato con il proprio lavoro. E il Profeta di Allah, Dawud (pace su di lui), guadagnava e si procurava il cibo lavorando con le proprie mani. (Bukhari)
Lavori e professioni proibiti
Tuttavia, l’Islam ha dichiarato illeciti per i musulmani alcuni lavori e professioni, poiché tali attività distruggono e danneggiano gravemente la fede, le convinzioni, il carattere, l’onore e i valori culturali delle persone.
Prostituzione
La prostituzione, come professione, è riconosciuta e sostenuta in molti Paesi occidentali e filo-occidentali. A tal fine vengono regolarmente concessi permessi e licenze, insieme a opportunità e agevolazioni illimitate e indisturbate. Anche questa attività viene considerata alla stregua delle altre professioni correnti nel Paese e le vengono riconosciuti tutti i diritti connessi a essa.
L’Islam, invece, ha assestato un duro colpo a questa professione e non ha permesso a nessuna donna, libera o schiava, di guadagnare in alcun modo attraverso il proprio corpo.
Nell’epoca dell’ignoranza preislamica, alcuni imponevano alle proprie schiave una ‘tassa’ giornaliera. Esse erano obbligate a versare regolarmente tale ‘tassa’ ai loro padroni. Per questo dovevano guadagnare in qualunque modo. Di conseguenza, molte schiave erano costrette a prostituirsi per pagare la ‘tassa’ stabilita. Altri proprietari di schiave le impiegavano direttamente in questa attività e ne ricavavano ingenti guadagni. In seguito, l’Islam liberò le donne da questa estrema miseria e dall’obbligo di compiere attività così abiette. Fu allora che venne rivelato il comando di Allah: (in arabo)
Non costringete le vostre schiave alla prostituzione, se desiderano preservare la castità e la purezza, al solo scopo di ottenere i beni transitori della vita terrena per mezzo loro. (Sura an-Nur: 33)
Hazrat Ibn Abbas ha narrato: Abdullah ibn Ubayy, il capo degli ipocriti, si recò dal Messaggero di Allah. Con lui c’era una schiava di straordinaria bellezza chiamata Muʿāẓat. Egli disse: «O Messaggero di Allah! Questa ragazza è una schiava appartenente a un certo orfano. Le permetteresti di prostituirsi? In tal modo quegli orfani potrebbero ottenere un grande profitto». Il Nobile Profeta rispose con parole chiare: «No».
Il Nobile Profeta (s) chiuse per sempre la via a questa orribile professione: qualunque vantaggio possa derivare dai suoi guadagni, per quanto grande sia il bisogno soddisfatto o nobile lo scopo perseguito, l’obiettivo dell’Islam è mantenere la società islamica libera e pura dalla sozzura di ogni genere di peccato.
Danza e arti erotiche
L’Islam non approva in alcun modo l’adozione della danza sessualmente eccitante come professione. Allo stesso modo, nell’Islam non sono autorizzate le attività che accrescono l’eccitazione sessuale nell’animo e nell’umore. In questa categoria rientrano le canzoni oscene, le rappresentazioni sfacciate e altre attività insignificanti di questo genere. Sebbene oggi tutto ciò venga chiamato con il seducente nome di “Art”, ossia arte, e sia considerato indispensabile per ottenere progresso e sviluppo, dal punto di vista dell’Islam non è altro che la più estrema deviazione.
In verità, nell’Islam ogni rapporto sessuale tra uomo e donna al di fuori del matrimonio è stato dichiarato totalmente illecito. Dal punto di vista dell’Islam, sono totalmente illecite tutte le parole e le azioni che aprono questa via. Questa verità è insita nel metodo miracoloso adottato dal Corano per dichiarare illecite la zina e la fornicazione.
La dichiarazione del Corano è:
Non avvicinatevi neppure alla zina e alla fornicazione. In verità, è un atto estremamente indecente e una via e un mezzo assai turpi. (Sura Banī Isrāʾīl: 320)
Oltre a tutto ciò che abbiamo detto sopra, tutte le parole che la gente considera sessualmente eccitanti sono strumenti che avvicinano a questa fornicazione. Anzi, sono proprio esse a spingere l’essere umano verso di essa e a intensificare la sua attrazione per essa. Pertanto, non vi è dubbio che coloro che compiono tutte le attività di questo genere commettano un atto davvero gravissimo.
Scultura, ritratti e realizzazione di croci
Nell’Islam le raffigurazioni sono haram. La loro analisi dettagliata è stata esposta sopra. La realizzazione di raffigurazioni è ancora più severamente haram. Nel Sahih al-Bukhari è riportato che Sa‘id ibn al-Hasan disse:
Ero alla presenza di Ibn ‘Abbas (che Allah sia soddisfatto di lui). In quel momento arrivò un uomo e disse: «O Ibn ‘Abbas! La mia professione artigianale è il mezzo con cui mi guadagno da vivere. Realizzo questo tipo di immagini». Ibn ‘Abbas disse: «Ti riferirò esattamente ciò che io stesso ho udito dal nobile Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui). L’ho sentito dire: “Chiunque realizzi un’immagine o una raffigurazione, Allah lo punirà ordinandogli di infondervi uno spirito, ma egli non potrà mai infondervelo”». Udendo ciò, il volto dell’uomo si deformò e si rabbuiò per la reazione. Ibn ‘Abbas gli disse: «Se proprio devi realizzare immagini o raffigurazioni, allora raffigura alberi e altre cose inanimate». (Bukhari)
La stessa disposizione si applica a statue, croci e a tutte le cose di questo genere.
Per quanto riguarda le fotografie, abbiamo già detto che, secondo il punto di vista conforme alla Sharia, esse sono permesse. Al massimo si possono definire makruh. La condizione, tuttavia, è che tale attività non abbia originariamente alcuno scopo haram. Per esempio, fotografare nude le parti sessualmente attraenti del corpo femminile, fotografare uomini e donne mentre si baciano, oppure fotografare esseri ai quali si attribuiscono grandezza o santità, come angeli, profeti e messaggeri.
L’industria degli stupefacenti e delle sostanze che distruggono la ragione e l’intelletto
Come è stato detto in precedenza, l’Islam ha dichiarato haram ogni forma di partecipazione, assistenza o collaborazione nella diffusione degli stupefacenti e delle bevande alcoliche. La loro produzione e preparazione, distribuzione, consumo e somministrazione sono tutte completamente vietate. Chiunque compia una di queste attività è maledetto, secondo le parole del Messaggero.
Anche l’hashish, come l’oppio, e tutte le sostanze che eliminano la coscienza e la ragione sono haram, proprio come le sostanze stupefacenti. Il commercio, la compravendita, la distribuzione e la produzione industriale di tali sostanze sono tutti haram. Per un musulmano, adottare un’attività industriale o una professione fondata su un’azione haram, oppure attraverso la quale si diffonda un’azione haram, è del tutto sgradito e indesiderabile dal punto di vista dell’Islam.
Guadagnare attraverso il commercio
L’Islam, attraverso le dichiarazioni coraniche e la Sunna del Messaggero, ha attribuito grandissima importanza al commercio e ha esortato con forza a praticarlo. A questo scopo ha anche incoraggiato i viaggi all’estero, definendoli una ricerca della grazia di Allah. Inoltre, coloro che viaggiano all’estero per commerciare sono stati menzionati insieme a quanti combattono e si impegnano sulla via di Allah. È stato detto:
Alcuni viaggeranno all’estero alla ricerca della grazia di Allah, mentre altri combatteranno e si impegneranno sulla via di Allah. (Sura al-Muzzammil, 20)
Per il commercio internazionale, le vie marittime di comunicazione e di trasporto sono estremamente importanti. Sono proprio queste vie ad aver offerto agli uomini e alle nazioni ampie opportunità per il commercio interno ed estero. Allah l’Altissimo ha indicato tutto ciò come uno speciale dono della Sua grazia agli uomini. Riguardo alla grazia di aver assoggettato il mare, di aver reso favorevoli i venti e di aver concesso la possibilità di navigare con le navi, Allah l’Altissimo stesso ha detto:
E puoi vedere le barche e le navi solcare il petto delle acque nei fiumi e nei mari, affinché possiate cercare la Sua grazia e possiate renderGli grazie. (Sura Fāṭir, 12)
In alcuni versetti viene menzionato anche il fatto che Egli fa soffiare i venti:
Tra i Suoi segni vi è anche il fatto che Egli invia i venti come annunciatori di buone novelle, per farvi conoscere la Sua misericordia, affinché le navi possano navigare per Suo comando e possiate cercare la Sua grazia e renderGli grazie.
Allah l’Altissimo, con la grazia concessa agli abitanti della Mecca, ha reso operative per loro condizioni tali che la loro città, Mecca, divenne un centro commerciale particolare e prestigioso nell’intera Penisola Arabica. Il profeta Abramo (pace su di lui) aveva pregato:
O Allah, rendi dunque i cuori della gente inclini verso di loro e provvedi loro sostentamento con frutti di ogni genere, affinché possano rendere grazie.
Anche questa preghiera si dimostrò molto benefica per gli abitanti della Mecca. Allo stesso modo, Allah aveva elargito la Sua grazia ai Quraysh, garantendo loro viaggi commerciali invernali sicuri e agevoli verso lo Yemen e viaggi commerciali estivi verso la Siria. La sicurezza di cui godevano durante questi viaggi era una grazia speciale di Allah, concessa loro perché prestavano servizio alla Kaaba. Pertanto, avrebbero dovuto adorare esclusivamente Allah e renderGli grazie per questa Sua grazia. Infatti, Egli è l’unico Signore della Kaaba e l’unico Allah benefattore.
Poiché i Quraysh si erano abituati, vale a dire avevano l’abitudine di compiere viaggi all’estero in inverno e in estate, era loro dovere adorare Allah in questa Casa: Egli aveva dato loro da mangiare per saziare la loro fame e aveva garantito loro sicurezza da ogni sorta di paura e pericolo. (Sura dei Quraysh)
L’Islam ha offerto ai musulmani una grande opportunità di effettuare transazioni commerciali internazionali e di viaggiare e comunicare. Questa opportunità si presenta ogni anno durante il Hajj. Allah ha menzionato esplicitamente questo viaggio durante il Hajj, dicendo:
Tra le «disposizioni benefiche» menzionate nel versetto, la più importante è il commercio. Tuttavia, i musulmani esitavano a commerciare durante il Hajj. Pensavano che, se avessero fatto commercio durante il Hajj, la purezza della loro intenzione nel compiere il pellegrinaggio sarebbe stata compromessa e la limpidezza e l’integrità della loro adorazione sarebbero state rovinate. A questo proposito, nel Nobile Corano è stato chiaramente dichiarato:
Se durante il Hajj desiderate ottenere una grazia dal vostro Signore, non vi sarà alcuna colpa per voi. (Sura al-Baqara: 198)
Riguardo a coloro che siedono nelle moschee, mattina e sera, glorificando Allah, il Nobile Corano ha detto:
Vi sono molte persone che il commercio o le compravendite in contanti non possono distrarre dai loro doveri religiosi: ricordare Allah, compiere la preghiera e versare la zakat. (Sura an-Nur: 37)
Ciò significa che, secondo il Corano, un musulmano non può essere una persona confinata nella moschea. Non è né un derviscio, né una persona dipendente dagli altri, né un asceta che ha rinunciato al mondo, né un eremita. Allo stesso modo, non è neppure una persona completamente assorbita dagli affari mondani. In realtà, è una persona d’azione. La sua caratteristica è che il suo lavoro materiale è religioso; allo stesso modo, non è una persona completamente assorbita dagli affari mondani. In realtà, è una persona d’azione. La sua caratteristica è che il suo lavoro materiale non può impedirgli di adempiere ai suoi doveri religiosi né far glieli dimenticare.
Abbiamo riportato sopra alcune delle dichiarazioni riguardanti il commercio presenti nel Sacro Corano.
Veniamo ora alla Sunna e agli hadith. Il Nobile Profeta (s) incoraggiò grandemente di persona l’attività commerciale. Questa questione era per lui molto importante. Egli stesso ne consolidò le basi con le parole e con le azioni.
A questo punto riportiamo alcune massime importanti tra quelle da loro menzionate: (in arabo**************)
Il commerciante affidabile e veritiero sarà insieme ai martiri nel Giorno della Risurrezione. (in arabo***********)
Il commerciante onesto e affidabile sarà compagno dei profeti, dei ṣiddīq e dei martiri.
Non ci sorprende vedere che il Nobile Profeta (s) abbia menzionato i commercianti allo stesso livello dei mujahidin e di coloro che subiscono il martirio sulla via di Allah. Infatti, l’esperienza della vita ci ha dimostrato che il jihad non si svolge soltanto sul campo di battaglia. Anche nel settore economico questo jihad è indispensabile.
Il Nobile Messaggero (s) ha promesso che i commercianti raggiungeranno presso Allah questo elevato rango e che nell’Aldilà riceveranno questa ricompensa infinita. Infatti, nel commercio si vede spesso l’asservimento all’avidità e alla brama. In questo ambito è molto forte la tendenza a depredare il profitto con qualsiasi mezzo. La ricchezza genera ricchezza e il profitto spinge l’uomo a cercare ulteriori profitti. Ma il commerciante che osserva l’onestà, la giustizia e l’affidabilità è davvero un combattente sulla via di Allah. Egli affronta continuamente l’avidità e la brama. Pertanto, il rango del mujahid gli si addice pienamente ed è per lui altamente desiderabile.
La natura del commercio è tale da immergere l’uomo in cumuli di ricchezze. Egli rimane immerso giorno e notte nei calcoli del capitale e dei profitti. Tanto che vediamo il Nobile Profeta (s) in piedi sul minbar mentre pronuncia il sermone; proprio allora arriva un convoglio di commercianti carico di merci e prodotti. Non appena la gente venne a sapere dell’arrivo del convoglio, corse verso di esso senza prestare attenzione al sermone del Messaggero. Fu in questa circostanza che venne rivelato il seguente versetto del Sacro Corano. (in arabo***************)
Quando vedono un commercio o uno spettacolo, vi accorrono e ti lasciano lì in piedi, o Profeta. Ciò che è presso Allah è molto migliore e più benefico di questo spettacolo e del commercio; e Allah è il migliore dei dispensatori di sostentamento. (Sura al-Jumuʿa, 11)
Pertanto, colui che, pur trovandosi preso in questo vortice, riesce a rimanere saldo nella fede e nella convinzione, con il cuore colmo del timore di Allah e inzuppato del ricordo di Allah, sarà senza dubbio annoverato tra i profeti, i sinceri e i martiri beneficiati dalla grazia di Allah.
Per guidarci negli affari, è sufficiente la condotta del Nobile Messaggero (pace e benedizioni su di lui). Egli attribuì la massima importanza all’aspetto spirituale e, allo stesso modo, a Medina fondò una moschea sulle basi del timore di Allah e della ricerca della Sua soddisfazione. Essa doveva essere, oltre che un centro per il culto di Allah, per le scienze islamiche, l’istruzione, lo studio e la pratica, nonché per la diffusione dell’invito religioso, anche il centro dello Stato e del governo, cioè il quartier generale. Egli attribuì inoltre la dovuta importanza all’aspetto economico della vita umana. Fondò un mercato puramente islamico, sul quale gli Ebrei non potevano esercitare alcuna autorità o dominio. Il mercato dei Banū Qaynuqā, già esistente, era infatti sotto il controllo degli Ebrei. Il Profeta (pace e benedizioni su di lui) stabilì personalmente l’organizzazione e le regole del mercato da lui fondato e se ne occupò direttamente. La caratteristica di questo mercato era che non vi era alcuna possibilità di ingannare, frodare o truffare, di alterare in alcun modo le misure e i pesi, oppure di trattenere le merci causando difficoltà alla gente.
Inoltre, osserviamo che tra i Compagni del Nobile Messaggero vi erano esperti commercianti, abili artigiani, agricoltori e persone che esercitavano professioni e possedevano competenze in tutti i lavori e i saperi necessari alla vita sociale.
Il Nobile Messaggero (pace e benedizioni su di lui) viveva in mezzo alla gente. Su di lui discendevano i comandamenti di Allah, i versetti del Corano. Egli li recitava e li faceva ascoltare alla gente. Jibrīl (pace su di lui) veniva da lui mattina e sera portando la rivelazione.
La situazione dei Compagni era tale che non amavano separarsi dal Nobile Messaggero (pace e benedizioni su di lui) neppure per un istante. Eppure vediamo che tutti i Compagni erano impegnati ciascuno nel proprio lavoro e nella propria professione. Alcuni si recavano forse in viaggio per commerciare, altri erano occupati nei propri palmeti. Altri ancora, essendo impegnati nella propria professione e nel lavoro artigianale, non riuscivano a recarsi dal Nobile Messaggero per apprendere la religione e ne erano privati. Di conseguenza, apprendevano ogni cosa da un altro loro fratello che era riuscito a rimanere alla presenza del Messaggero. Questo era anche un loro dovere, poiché il Nobile Messaggero (pace e benedizioni su di lui) aveva proclamato come principio permanente:
Chi è presente trasmetta ogni cosa a chi è assente.
La maggior parte degli Anṣār si dedicava all’agricoltura, mentre i Muhājirūn erano generalmente commercianti. ʿAbd al-Raḥmān ibn ʿAwf (che Allah sia soddisfatto di lui) era un Muhājir. La sua condotta rimane per sempre luminosa davanti ai nostri occhi. Il suo fratello nella fede, Saʿd ibn Anṣārī, gli aveva proposto di cedergli metà dei propri beni, una delle sue due case e di divorziare da una delle sue due mogli per darla in sposa a lui.
Disse a Sa‘d (r.a.): (Arabo*****************)
Che Allah benedica i tuoi beni e la tua famiglia. Non avrò bisogno di nulla di tutto ciò. Ora, se c’è un mercato in cui si possa commerciare, indicatemelo: farò commercio.
Sa‘d disse: «Sì, c’è il mercato dei Banū Qaynuqā!» Il giorno seguente egli si recò al mercato portando formaggio e burro chiarificato e li vendette. Continuando questa attività commerciale, accumulò grandi ricchezze. Alla sua morte lasciò un’immensa fortuna.
L’esempio di Abū Bakr (r.a.) è ancora più luminoso. Egli si dedicò sempre al commercio e per questo lavorava instancabilmente. Anche il giorno in cui fu scelto come califfo, volle recarsi al mercato.
‘Umar (r.a.) dice di sé: (Arabo*******************)
Le compravendite al mercato mi tenevano così occupato che rimasi privato dell’ascolto degli hadith del nobile Messaggero (s.).
Lo stesso si può dire di ‘Uthmān (r.a.) e degli altri Compagni.
Il ruolo della Chiesa riguardo al commercio
In tal modo, rimanendo sotto l’ombra della religione islamica, essi hanno proseguito il loro grande viaggio terreno. I credenti nell’Islam si sono dedicati agli affari e alle compravendite; tuttavia, l’impegno e la dedizione a tali attività non li hanno resi incuranti del ricordo di Allah, né li hanno fatti deviare di un solo passo dalla via dell’obbedienza ad Allah. In quel periodo, invece, i popoli dei grandi Paesi medievali e degli Stati dell’Europa cristiana erano esitanti, divisi tra opinioni contraddittorie riguardo al commercio. Da una parte vi era la concezione della «salvezza». Quando ci si dedica alle attività commerciali, l’anima si imbratta della lordura di molti tipi di peccato; bisogna quindi proteggersi da ciò e, a tale scopo, tenersi lontani da attività di questo genere. D’altra parte, si riteneva che chi si fosse dedicato al commercio e alle attività industriali contro gli insegnamenti e le opinioni dei capi religiosi sarebbe stato maledetto. Infatti, questo peccato non è soltanto una cattiva azione: è un peccato eterno e una maledizione di tutti i tempi, tanto sulla terra quanto nel mondo celeste, in questa vita e nell’Aldilà.
Sant’Agostino dice: «Il commercio è essenzialmente peccato, poiché sotto la sua influenza l’anima, o la mente, si allontana da Allah, la Verità suprema.»
Un altro dice: «Chi acquista qualcosa con l’intenzione di rivenderla nello stesso stato, senza apportarvi alcuna modifica, entra a far parte del gruppo di coloro che comprano e vendono e che si sono allontanati dal livello più elevato e dall’ambiente della vera adorazione.»
In realtà, tutti questi discorsi non sono altro che il protrarsi degli insegnamenti esposti da San Rols. Egli aveva detto che, poiché nessun cristiano dovrebbe essere coinvolto in liti e conflitti con il proprio fratello cristiano, tra i cristiani non dovrebbe esserci neppure alcuna attività commerciale.
Il commercio haram
Ma nell’Islam il commercio non è haram. Tuttavia, è certamente haram qualsiasi attività commerciale che comporti oppressione, inganno, frode, truffa, speculazione sui profitti oppure la compravendita o la produzione di beni proibiti.
Per esempio, il commercio di bevande alcoliche, la compravendita di sostanze che obnubilano la coscienza e la ragione, oppure il commercio di carne suina, di idoli, immagini o oggetti analoghi, è certamente vietato. Infatti, nell’Islam è stato dichiarato completamente haram accettare, consumare, usare tali cose e trarne beneficio. L’Islam non è assolutamente disposto a dare alcun sostegno a queste attività. Tutto ciò che si guadagna attraverso tali vie è haram e abominevole. La Gheenna è il luogo appropriato per colui la cui carne crescerà nel corpo a causa del consumo di tali guadagni. Non vi è alcun motivo per ritenere che chi si dedica al commercio di questi beni proibiti possa essere sincero, giusto e affidabile. Infatti, la base stessa di tali commerci è abominevole e haram. L’Islam dichiara guerra a tutto ciò e non è assolutamente disposto a permettere che questo commercio venga mantenuto in attività.
Tuttavia, commerciare oro o seta, cioè tessuti di seta, non è haram. Infatti, anche se questi due materiali non sono ammessi agli uomini, sono halal per le donne. Non è però lecito commerciare oggetti realizzati con tali materiali che siano usati esclusivamente dagli uomini.
Nel commercio halal e lecito, il commerciante ha alcuni doveri. Se non li adempie, nel Giorno della Resurrezione sarà annoverato tra i peccatori. E questi peccatori entreranno certamente nella Jahannam.
Un giorno il nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) uscì per la preghiera. Vide che la gente era impegnata a comprare e vendere. Vide che la gente era impegnata a comprare e vendere. Disse loro:
O commercianti! La gente rispose alla chiamata del Messaggero. Alzò lo sguardo in quella direzione. Allora il nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) disse:
Nel Giorno della Resurrezione, i commercianti saranno resuscitati come grandi peccatori, eccetto coloro che temeranno Allah e svolgeranno il commercio con rettitudine, onestà e correttezza. (Tirmidhi, Ibn Majah)
Wasila ibn al-Asqa (che Allah sia soddisfatto di lui) disse: Il nobile Messaggero (pace e benedizioni su di lui) veniva da noi — eravamo commercianti — e diceva:
O commercianti, dovete assolutamente tenervi lontani dalle parole false e dalle transazioni fraudolente.
Pertanto, è dovere dei commercianti evitare completamente questa menzogna. Infatti, per i commercianti essa costituisce un pericolo davvero enorme. È la menzogna a trascinare l’uomo sulla via del peccato, e la conseguenza della via del peccato è l’Inferno. È inoltre loro dovere evitare di prestare giuramenti eccessivi. In particolare, prestare un falso giuramento è molto grave. Infatti, il nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) ha detto:
(Arabo*****************)
Nel Giorno della Resurrezione Allah l’Altissimo non guarderà tre persone, né le purificherà, e per loro vi sarà un castigo doloroso. Una di queste è colui che vende la propria merce prestando falsi giuramenti.
È stato narrato da Abū Saʿīd (che Allah sia soddisfatto di lui) che disse: un beduino stava conducendo una capra. Gli chiesi: «Venderai questa capra per tre dirham?». L’uomo rispose: «No, per Allah!». In seguito, però, vendette quella stessa capra proprio a quel prezzo. Riferii la questione al Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui). Egli ascoltò e disse: (Arabo************)
Quell’uomo ha venduto l’Aldilà in cambio del mondo terreno.
Il commerciante deve tenersi lontano dall’inganno e dalla frode. Infatti, chi inganna e froda è uscito dalla comunità islamica.
Alterare pesi e misure è un’azione estremamente grave. Egli deve evitare il profitto illecito e l’accaparramento. Infatti, se lo fa, Allah e il Suo Messaggero recideranno ogni rapporto con lui.
Non è consentito svolgere attività usurarie. Infatti, Allah l’Altissimo annienta e cancella il profitto ottenuto dall’usura; nel ḥadīth è detto: (Arabo****************)
Se una persona consuma consapevolmente anche un solo dirham derivante dall’usura, ciò è un peccato più grave che commettere adulterio trentasei volte. (Aḥmad)
Questi argomenti saranno discussi dettagliatamente in seguito.
Impiego
Guadagnarsi da vivere attraverso un impiego è lecito per ogni musulmano, sia che si tratti di un lavoro statale, presso un’istituzione o alle dipendenze di un privato. Finché sarà in grado di adempiere a tutti i doveri connessi al suo impiego, sarà lecito per lui svolgerlo. Tuttavia, chi non possiede le competenze necessarie per un determinato lavoro non può candidarsi per quella posizione. Questa condizione è particolarmente importante per le posizioni di rilievo nell’amministrazione e nella magistratura. È stato narrato da Abu Hurayra (che Allah sia soddisfatto di lui) che il Profeta (che Allah lo benedica e gli conceda la pace) disse:
Che rovina per gli amministratori, che rovina per i capi e che rovina per i tesorieri! Quante persone, nel Giorno della Resurrezione, desidereranno che il loro ciuffo di capelli fosse legato alla stella Thurayya e che fossero sospese tra il cielo e la terra: quanto sarebbe stato meglio per loro!
È stato narrato da Abu Dharr (che Allah sia soddisfatto di lui):
Dissi: «O Messaggero di Allah, non mi nominerai a una posizione di responsabilità?». Udendo ciò, egli pose la mano sulla mia spalla e disse: «O Abu Dharr, sei una persona molto debole. Questa posizione è una grave responsabilità affidata. Nel Giorno della Resurrezione sarà causa di vergogna e umiliazione, eccetto per colui che l’abbia assunta con piena onestà e abbia adempiuto correttamente alle responsabilità e ai doveri che essa comporta».
Il Profeta (che Allah lo benedica e gli conceda la pace) disse inoltre:
I giudici sono di tre tipi. Uno di questi entrerà in Paradiso, mentre gli altri due entreranno nell’Inferno. Entrerà in Paradiso il giudice che conosce la verità effettiva e giudica conformemente ad essa. Invece, il giudice che, dopo aver conosciuto la verità effettiva, commette un’ingiustizia, entrerà nell’Inferno. Nell’Inferno entrerà anche colui che giudica fondandosi sulla stoltezza e sull’ignoranza.
Pertanto, nessun musulmano dovrebbe desiderare o chiedere incarichi così importanti e gravosi, né impegnarsi per ottenerli, anche se possiede le competenze necessarie per una determinata posizione. Infatti, chi farà di una posizione il proprio Rabb, sarà quella stessa posizione a renderlo suo schiavo. E chi considererà ogni cosa soltanto nei risultati esteriormente visibili in questo mondo sarà privato del tawfīq celeste.
Ḥazrat ʿAbd al-Raḥmān ibn Samura (ra) disse: (আরবী****************)
Il Messaggero di Allah ﷺ mi disse: «O ʿAbd al-Raḥmān! Non desiderare alcuna posizione di autorità. Infatti, se la ottieni senza averla cercata, ti sarà dato aiuto nell’adempimento della responsabilità. Ma se la ottieni in seguito a una richiesta e a uno sforzo, sarai lasciato dipendente da essa.»
È narrato da Ḥazrat Anas (ra) che egli disse: (আরবী*******************)
Chi desidera ottenere la carica di giudice, la richiede e cerca raccomandazioni per ottenerla, sarà affidato a se stesso; mentre, se qualcuno è costretto ad assumere tale carica (senza averla richiesta), Allah farà scendere un angelo in suo aiuto. (Abū Dāwūd, Tirmidhī)
Queste indicazioni si applicano quando vi sono altre persone disponibili a ricoprire il posto vacante. Se invece la situazione è tale che, per ricoprire quel posto, non vi è nessuno oltre a lui, e risulta che, qualora non si offrisse per quell’incarico, il bene generale verrebbe paralizzato e le attività nazionali cadrebbero nel disordine, allora non vi è colpa nel proporsi per quell’incarico. Il Nobile Corano ci ha narrato la storia di Ḥazrat Yūsuf. Vi si menziona che egli stesso disse al re: (আরবী********************)
Egli disse: «Nominami responsabile dei tesori del regno e dello Stato. In verità, sono un custode e un esperto di ogni cosa.»
Anche per quanto riguarda la richiesta di una carica politica, la guida dell’Islam è questa.
Illeciti impieghi
Quanto abbiamo detto finora riguardo alla liceità dell’impiego si riferisce soltanto a quei lavori nei quali non sia insito alcun danno per la popolazione musulmana. Pertanto, per un musulmano non può essere lecito ricoprire alcun incarico nell’esercito di un Paese in guerra contro i musulmani. Analogamente, non è lecito ai musulmani lavorare presso un’istituzione o uno stabilimento industriale impegnato nella produzione di armi per combattere contro i musulmani. Lo stesso vale per le istituzioni che svolgono propaganda contro l’Islam e i musulmani.
Allo stesso modo, è haram per un musulmano accettare un impiego presso un’istituzione o un’organizzazione che contribuisca all’oppressione o ad attività haram. Per esempio, non può essere lecito lavorare presso un’impresa che svolge attività basate sull’interesse, una fabbrica che produce bevande alcoliche o un negozio che le vende, una sala da ballo, un teatro, nella produzione cinematografica o in attività analoghe.
Chi accetta un impiego in questi ambiti non può giustificarsi dicendo che personalmente non compie atti haram. Come ho già detto, infatti, il principio fondamentale dell’Islam è che anche aiutare a compiere un peccato è peccato, qualunque sia la forma o la misura di tale aiuto. Per questo il Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) ha maledetto tanto gli usurai quanto chi redige il contratto o i conteggi di una transazione basata sull’interesse e i suoi testimoni. Ha maledetto anche chi distilla e chi serve bevande alcoliche, così come ha maledetto chi le beve.
Questa disposizione e questa direttiva valgono per il caso in cui una persona sia costretta ad accettare un simile impiego o lavoro a causa di gravissime difficoltà. Tuttavia, se un musulmano si trova realmente in tale difficoltà e non riesce a trovare alcun altro impiego di tipo halal, può accettare questo lavoro, pur nutrendo interiormente avversione nei suoi confronti. Deve però continuare a cercare instancabilmente un altro impiego halal, affinché, per grazia di Allah, possa liberarsi da questo lavoro, ottenere una professione o un impiego pienamente halal e salvarsi dai guadagni haram.
Il musulmano deve sempre cercare di tenersi lontano dalle attività dubbie o ambigue, poiché esse indeboliscono l’osservanza della religione e la ʿaqīda. Perciò, anche se da tale attività fosse possibile ottenere guadagni ingenti e grandi ricchezze, il musulmano se ne tiene alla larga. Il Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) ha detto: (Arabo*****************)
Evita ciò che ti fa dubitare e accetta ciò che appare libero da ogni dubbio e limpido. (Ahmad, Tirmidhi, Nasa’i)
E ha inoltre detto: (Arabo******************)
Una persona non può conseguire il rango dei muttaqīn finché non abbandona ciò che contiene un dubbio e non accetta ciò in cui non vi è alcun dubbio. (Tirmidhi)
(In altre parole, in molti casi, abbandonare anche ciò che è esente da colpa per evitare di incorrere nella colpa è proprio delle persone timorate di Dio.)
Regola generale nella fase del guadagno
La regola generale nella fase del guadagno è che l’Islam non ha permesso ai musulmani di cercare di guadagnare come desiderano, con qualsiasi mezzo, via o modalità. Al contrario, l’Islam ha ordinato di distinguere, nel guadagno, tra i metodi conformi alla Sharia e quelli non approvati dalla Sharia. Il fondamento di questo principio è il benessere sociale e collettivo. Il criterio fondamentale di tale distinzione è il seguente: i metodi attraverso i quali il guadagno o il profitto comporta inevitabilmente un danno per altri non sono conformi alla Sharia; invece, i metodi mediante i quali i profitti vengono distribuiti tra le persone sulla base della reciproca soddisfazione e del reciproco consenso, e tale distribuzione è equa, sono certamente approvati dalla Sharia.
Allah l’Altissimo stesso ha proclamato questo principio fondamentale nel seguente versetto del Corano: (arabo****************)
O voi che credete! Non consumate ingiustamente i beni gli uni degli altri. Tuttavia, se si tratta di commercio fondato sul reciproco consenso, potete accettarlo. Non uccidete voi stessi. In verità, Allah è molto misericordioso verso di voi. E chiunque commetta questo atto per trasgressione e ingiustizia, Noi certamente lo faremo entrare nell’Inferno.
In questo versetto il commercio è stato dichiarato lecito sulla base di due condizioni:
La prima è che il commercio deve essere concluso sulla base della piena soddisfazione e del consenso di entrambe le parti; la seconda è che il profitto di una parte non può derivare dal danno arrecato all’altra. Ciò è dimostrato dalla parte del versetto che dice: «Non uccidete voi stessi».
Le due interpretazioni del versetto sopra citato esposte dagli esegeti sono entrambe applicabili in questo caso. La prima significa: le persone non devono uccidersi a vicenda. La seconda significa: non dovete uccidervi con le vostre stesse mani. Considerato da entrambi i punti di vista, il significato essenziale del versetto è che chiunque danneggi un’altra persona per ottenere un profitto personale è come se succhiasse il sangue di quella persona. E, come conseguenza, apre egli stesso la via alla propria rovina. Pertanto, in tutti questi atti — furto, corruzione, gioco d’azzardo e inganno, ricevere il prezzo di un bene di buona qualità offrendo in cambio un bene scadente, e le transazioni a interesse — sono chiaramente presenti entrambe queste cause. Per questo non sono approvati dalla Sharia. In alcuni casi può essere presente la condizione del reciproco consenso, ma manca l’altra condizione essenziale: «Non uccidete voi stessi», cioè la condizione che non venga arrecato danno ad altri. Perciò tali atti non sono leciti.
I fondamenti dell’economia scritti da Maulana Maududi
Capitolo terzo
Il lecito e l’illecito nel matrimonio e nella vita familiare
Ambito di soddisfacimento dei desideri naturali
Matrimonio
Relazioni reciproche tra marito e moglie
Controllo delle nascite
Divorzio
I rapporti reciproci tra genitori e figli
I limiti entro i quali soddisfare il desiderio naturale
Allah, l’Altissimo, ha creato l’essere umano sulla terra affinché vi assolvesse il compito di khalīfa di Allah e il dovere di rendere prospera la terra. Perché questo compito fosse portato a compimento, era assolutamente necessario preservare l’esistenza della specie umana e garantire la continuità della sua vita sulla terra. Solo così l’uomo può dedicarsi all’agricoltura, fondare industrie e produrre i beni necessari, continuamente soggetti a cambiamento. In una parola, può rendere prospera la terra, istituire la società umana e adempiere ai doveri affidatigli da Allah, assolvendo così i diritti di Allah. Proprio per realizzare questo scopo, Allah, l’Altissimo, ha posto innatamente nella natura umana, in modo armonico, alcune esigenze, aspirazioni, desideri e inclinazioni fondamentali. È questo elemento a rendere possibile la stabilità e il progresso continuo dell’intera specie umana, sia individualmente sia collettivamente. L’essere umano è stato reso obbligato a svolgere questo compito.
Una di esse è il desiderio di nutrirsi. L’uomo si adopera per mangiare a sazietà proprio a causa del suo desiderio naturale, e grazie a ciò gli è possibile continuare a vivere.
La seconda è il desiderio, l’impulso e l’aspirazione sessuale. Da essa dipendono la conservazione della specie umana e la continuità della discendenza. Questa inclinazione insita nella natura umana è estremamente intensa, potente e difficile da controllare. La sua peculiarità è che costringe inevitabilmente ogni individuo a soddisfarla secondo i propri desideri:
Il ruolo dell’uomo di fronte all’impulso sessuale
1. L’uomo può lasciare libere le redini di questo impulso. Non osserverà alcun controllo o moderazione nel soddisfarlo a proprio arbitrio e ovunque desideri. A tal fine non presterà la minima attenzione a qualsiasi ostacolo o controllo religioso, morale o sociale, e violerà ogni cosa. Secondo una certa opinione, tutto è lecito e nulla è proibito. Coloro che sostengono questa opinione non seguono alcuna religione e non credono in alcuna purezza morale. Nel soddisfare l’impulso sessuale, adottano proprio questo atteggiamento. Ma tale atteggiamento porta l’essere umano al livello degli animali e delle bestie, e provoca una rovina totale dell’individuo, della famiglia, della società e, di conseguenza, dello Stato.
2. Il secondo atteggiamento possibile consiste nell’affrontare questo impulso, reprimerlo con grande forza e distruggerlo dalle radici, affinché tale desiderio non possa mai riemergere. Sono coloro che praticano l’austerità, l’ascetismo e la tendenza a privarsi di ogni cosa ad adottare, in questo caso, l’atteggiamento sopra descritto. Con tale atteggiamento, questa inclinazione naturale viene completamente eliminata. Esso è del tutto contrario alla disposizione innata predisposta per soddisfare questo impulso. È inoltre completamente contrario al contributo che tale impulso è in grado di apportare alla conservazione della discendenza umana.
3. Il terzo ruolo può consistere nell’applicare una norma e un controllo per soddisfare questo desiderio. Esso sarà libero e aperto entro i limiti di tale norma e controllo; non sarà eliminato, né sarà permesso oltrepassare i limiti come un folle. Le religioni celesti hanno adottato proprio questo principio. Perciò, quasi in tutte le religioni, la fornicazione è stata dichiarata haram ed è stato istituito un ordinamento corretto del matrimonio. In particolare, il din al-Islam ha riconosciuto il desiderio umano come una forza naturale e ha elaborato i mezzi per soddisfarlo in modo halal. Ha condannato e proibito la tendenza a rimanere celibi e a evitare i rapporti con le donne. D’altra parte, la zina-fornicazione e tutte le azioni connesse che trascinano l’uomo verso di essa sono state dichiarate proibite.
Basta riflettere per dover riconoscere che il principio e l’impostazione adottati dall’Islam sono quelli della moderazione, della giustizia e dell’equilibrio. Infatti, se l’istituzione del matrimonio non fosse stata resa operativa, questa forza naturale sarebbe rimasta incapace di svolgere il proprio compito nel garantire la continuità della stirpe umana. D’altra parte, se la zina-fornicazione non fosse stata dichiarata haram e alle donne non fosse stato riconosciuto il diritto di essere sposate e unite stabilmente a un uomo, non avrebbe potuto formarsi quell’istituzione familiare che costituisce il centro delle manifestazioni dell’affetto, dell’innamoramento e dell’amore. Se una simile istituzione familiare non si fosse sviluppata, non avrebbe potuto formarsi la società. Né ci sarebbe stata alcuna possibilità di sviluppo e progresso sociale.
Non avvicinatevi neppure alla zina
Quando vediamo che tutte le religioni celesti, unanimemente, hanno dichiarato la zina-fornicazione completamente haram e le hanno dichiarato guerra, non proviamo il minimo stupore. L’Islam è l’ultima religione discesa dal cielo. A questo riguardo ha adottato una severità particolarmente grande: ha proibito e dichiarato haram la zina, pronunciando severi ammonimenti contro tutte le cause che portano alla mescolanza delle discendenze, alla loro estinzione, alla disgregazione e al crollo della famiglia, alla distruzione delle buone relazioni reciproche, alla diffusione di malattie contagiose, all’intensificarsi della lussuria e alla distruzione del carattere. Per questo Allah l’Altissimo non si è limitato a proibire la zina; ha detto: (arabo****************)
Non avvicinatevi neppure alla zina, perché è un’azione turpissima e una pessima via. (Sura Bani Isra’il: 32)
Vediamo che, quando l’Islam dichiara haram una determinata azione, chiude e dichiara haram tutte le vie secondarie di quella proibizione, cioè tutte le azioni che conducono ad essa.
Pertanto, l’Islam ha dichiarato proibite e completamente haram tutte le azioni che accrescono l’eccitazione sessuale, conducono la donna o l’uomo sull’orlo della caduta morale, li spingono verso atti spudorati, li avvicinano ad essi o li rendono più facili. Infatti, se la via verso ciò che è haram rimane aperta e agevole, nessuno può riuscire a proteggersi dalla proibizione principale. Diventa assolutamente impossibile prevenire la rovina.
È haram incontrarsi in privato con una donna estranea
A questo proposito, è importante osservare che incontrarsi in solitudine appartata con una donna estranea, in una situazione in cui ella non sia la propria moglie né una mahram, come la madre, la sorella, la zia paterna o la zia materna, non è affatto una questione di semplice sfiducia; in una simile situazione, infatti, entrambi possono, cadendo nelle insinuazioni sataniche, lasciarsi coinvolgere in atti lesivi della propria moralità. Questa è una misura per proteggerli da ciò. Quando si appicca il fuoco a un filo di cera, è naturale che la cera cominci a sciogliersi per il calore. Che due giovani, un uomo e una donna estranei, possano incontrarsi in solitudine appartata senza che si crei inevitabilmente una situazione capace di fonderli in una reciproca attrazione sarebbe piuttosto innaturale. Infatti, lì non vi è una terza persona. A questo proposito è memorabile una parola del nobile Messaggero (pace e benedizioni su di lui). È stato detto: (arabo****************)
Chi crede in Allah e nell’Aldilà non incontri alcuna donna in tale solitudine appartata, quando non sia presente una mahram, uomo o donna. In una simile situazione, infatti, tra quei due sarà presente Satana come terza persona. E tutti conoscono bene le macchinazioni di Satana. (Musnad di Ahmad)
Il versetto del Nobile Corano riguardo alle mogli del Profeta: (arabo****************)
Se chiedete loro qualcosa, chiedetelo alle mogli del Profeta da dietro una tenda. Questo è il modo migliore per mantenere puri i vostri cuori e i loro. (Sura al-Ahzab: 53)
A proposito del tafsir di questo versetto, l’Imam al-Qurtubi ha scritto:
Questo versetto allude a quei sentimenti che naturalmente sorgono nel cuore degli uomini verso le donne e nel cuore delle donne verso gli uomini; vale a dire che, se si osserva la regola di chiedere le cose da dietro una tenda, non sorgerà alcun sospetto. Nessuno potrà muovere false accuse. Inoltre, questa disposizione è maggiormente cautelativa per preservare il proprio onore. Da ciò si comprende anche che, quando ci si incontra in solitudine appartata con una donna non-mahram, è maggiore il rischio di non riuscire a trattenersi. Perciò è meglio evitarlo. In tal modo è anche più facile preservare la propria purezza morale.
A questo proposito, il nobile Messaggero (pace e benedizioni su di lui) ha anche ammonito riguardo alla stretta frequentazione della moglie con i parenti prossimi del marito. Il fratello del marito, il cugino paterno e altri simili sono parenti prossimi del marito, e non è insolito che con loro vi sia una stretta frequentazione. In questi casi si tende spesso a essere negligenti e si pensa ben poco alle conseguenze, mentre la familiarità e la solitudine appartata con un parente sono ancora più pericolose. In una simile situazione, non è né insolito né raro che si verifichi una caduta morale.
Infatti, per quanto facilmente un «familiare» possa entrare nella stanza di una donna — e, una volta entrato, nessuno ha nulla da obiettare — ciò non è altrettanto facile per una persona completamente estranea e sconosciuta.
Lo stesso vale per gli uomini strettamente imparentati con la moglie ma che non sono maḥram per lei. In questa categoria rientrano i suoi cugini paterni e i cugini materni. Pertanto, non è lecito appartarsi con nessuno di loro. Il Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) ha detto:
Non entrate in intima solitudine con donne estranee. Un compagno ansarita disse: «O Messaggero di Allah, che cosa dici dei parenti stretti del marito?». Il Nobile Messaggero (pace e benedizioni su di lui) rispose: «I parenti stretti del marito sono come la morte».
In altre parole, questa intima solitudine conduce al pericolo e alla rovina. Se il peccato viene commesso, ciò significa rovina dal punto di vista della religione; e se il marito lo scopre e divorzia da lei, ha inizio il disastro della vita coniugale. Inoltre, quando tra i parenti stretti subentrano sospetto reciproco, cattivi pensieri e sfiducia, i legami delle relazioni sociali e collettive si spezzano. Non vi è dubbio che si tratti di una rovina totale.
La verità è che l’effetto dell’incontro appartato tra un uomo e una donna estranei non ricade soltanto sulle emozioni e sui pensieri delle persone: è inevitabile che la sua forte ripercussione si rifletta sull’intera famiglia, sulla stabilità della vita coniugale tra marito e moglie, sulle loro conversazioni private e su ogni altra cosa. Inoltre, ciò offre ai calunniatori e ai pettegoli una grande opportunità di diffondere discorsi infondati. L’obiettivo di simili persone non è ristabilire la stabilità della vita coniugale, bensì provocare soltanto fratture e disastri.
Ibn ʿĀmir ha detto che gli arabi, proprio come dicono «il leone è la morte», dicono anche «il governatore è il fuoco». In altre parole, incontrare queste due cose equivale per l’uomo a incontrare la morte e il fuoco. Allo stesso modo, dicono «il parente stretto del marito è come la morte», cioè appartarsi con i parenti stretti del marito è più grave e pericoloso che appartarsi con un uomo del tutto estraneo e non imparentato. Infatti, spesso suscitano nella moglie il desiderio di cose che per il povero marito è molto difficile e gravoso procurare. Talvolta si mostrano inclini a comportarsi male. Inoltre, il marito non può affatto gradire che i suoi parenti, in sua assenza, entrino nelle stanze della sua casa e vengano a conoscenza della sua situazione privata.
Guardare l’altro sesso con desiderio
L’Islam ha dichiarato haram che un uomo guardi una donna estranea o che una donna guardi un uomo estraneo. Infatti, l’occhio è la fessura del cuore. Lo sguardo è la forza che annuncia in anticipo la rovina e porta il messaggio della zina. Un antico poeta arabo ha detto:
Ogni genere di disgrazia ha inizio dallo sguardo. Da una semplice scintilla si sprigiona un incendio divoratore.
Un poeta contemporaneo ha detto:
Prima uno sguardo, poi un dolce e timido sorriso, quindi lo scambio dei saluti. Dopo vengono le conversazioni, poi le promesse e gli impegni, e infine l’incontro.
Per questo Allah l’Altissimo ha ordinato a tutti gli uomini e le donne credenti di abbassare reciprocamente lo sguardo e, insieme a ciò, ha imposto loro di preservare la purezza delle parti intime. Ha detto:
Di’ agli uomini credenti di abbassare lo sguardo e di preservare la purezza delle loro parti intime. Questo è più puro per loro. Allah è ben informato su ciò che fanno. E di’ analogamente alle donne credenti di abbassare lo sguardo e di preservare la purezza delle loro parti intime.
In questi due versetti, sia alle donne sia agli uomini è stato ordinato di abbassare il proprio sguardo e di preservare la purezza delle parti intime. La formulazione coranica dell’ordine di abbassare lo sguardo è la seguente: ciò significa che non è stato ordinato di abbassare ogni sguardo, ma alcuni sguardi. Per quanto riguarda la salvaguardia delle parti intime, invece, non sono state indicate alcune parti: è stato ordinato di preservarle completamente e in ogni loro aspetto, poiché questo è ciò che la sharia richiede. Quanto allo sguardo, la questione è diversa. Per l’inderogabile necessità di soddisfare i bisogni, allontanare i pericoli e riconoscere la via del bene, Allah ha mostrato in questo ambito particolare indulgenza e liberalità. Ma non è così per quanto riguarda le parti intime.
Pertanto, abbassare alcuni sguardi non significa che si debbano chiudere gli occhi o chinare la testa verso terra in modo tale da non vedere altro che il suolo. Questo non è neppure il significato del versetto, né sarebbe possibile. Nel versetto 19 della sura Luqman si dice: «e abbassa alcune delle tue voci». In questo versetto non viene ordinato di tenere la bocca chiusa, né che ogni tipo di voce debba essere ridotto a un sussurro. L’espressione significa: non lasciare che lo sguardo vaghi arbitrariamente; non è auspicabile posarlo su tutto ciò che si trova nelle vicinanze. Pertanto, quando lo sguardo cade su una persona dell’altro sesso, non ci si deve soffermare a contemplarne la bellezza e ad assaporarla con gli occhi, né si deve tornare a guardarla ripetutamente. Questo è il vero significato del versetto.
Il nobile Messaggero (pace e benedizioni su di lui) disse ad ʿAlī (che Allah sia soddisfatto di lui):
O ʿAlī, non far seguire uno sguardo a un altro. Ti è concesso guardare la prima volta, ma non la seconda. (Aḥmad, Abū Dāwūd, al-Tirmidhī)
Ha definito zina degli occhi il guardare l’altro sesso con uno sguardo avido e lascivo. Nelle parole dell’hadith:
Anche gli occhi commettono adulterio, e ciò consiste nel guardare. (Bukhari)
Ha definito “zina” il guardare perché anche in esso si ha l’opportunità di gustare una sorta di piacere. In questo modo si soddisfa il desiderio sessuale attraverso mezzi contrari alla sharia. Anche dalla bocca di Gesù, come riportato nel Vangelo, troviamo un’affermazione analoga:
Vi è stato detto in precedenza: “Non commetterete zina”; ma io vi dico che chiunque abbia guardato con i propri occhi ha commesso zina.
Questo sguardo avido e carico di desiderio non è pericoloso soltanto per la purezza morale e la castità; è anche assai dannoso per la sincerità dell’animo e per la pace e la serenità del cuore. Esso, infatti, inevitabilmente genera nell’animo estremo disagio e inquietudine.
È haram guardare le parti intime
Nell’Islam, l’ordine di abbassare lo sguardo è un ordine generale. Pertanto, quando lo sguardo cade sulle parti intime, è un dovere importante distoglierlo immediatamente. Il Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) ha infatti vietato di guardare le parti intime, siano esse quelle di un uomo o di una donna, con desiderio sessuale o senza di esso; e questo ordine si applica in egual misura a uomini e donne. Il Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) ha detto:
Nessun uomo guardi le parti intime di un altro uomo, e nessuna donna guardi le parti intime di un’altra donna. E nessun uomo stia a stretto contatto con un altro uomo sotto lo stesso indumento, né una donna con un’altra donna.
Per le parti intime dell’uomo si intendono le parti del corpo comprese tra l’ombelico e le ginocchia. Non è lecito a nessun uomo o donna guardarle. Tuttavia, secondo alcuni imam, tra cui Ibn Hazm, le cosce non rientrano in questa definizione.
Per una donna, nei confronti di uomini estranei, le parti intime comprendono tutto il corpo, eccetto il viso e le mani. Quanto alle parti intime di una donna nei confronti di un uomo mahram, come suo padre o suo fratello, ne parleremo in seguito.
Inoltre, la parte del corpo considerata intima, che non è lecito ad altri guardare, non può nemmeno essere toccata da altri con la mano o con un’altra parte del corpo.
Quanto è stato detto sul vedere o toccare le parti intime riguarda le condizioni normali, quando non sussiste alcuna reale necessità. Se però si presenta una vera necessità, ciò non sarà allora haram, come nel caso di una cura medica o di un intervento di soccorso. E quanto è stato detto sulla liceità dello sguardo vale a condizione che tale sguardo non provochi alcun danno o pericolo. Altrimenti il permesso di guardare viene meno, poiché impedire la via al peccato principale è una delle regole fondamentali della Sharia.
Lo sguardo rivolto all’uomo o alla donna
Da quanto detto sopra risulta chiaro che è lecito per una donna guardare le parti del corpo dell’uomo diverse dalle sue parti intime — cioè diverse dalla zona compresa tra l’ombelico e le ginocchia — finché tale sguardo non susciti alcun desiderio sessuale e non vi sia timore di alcun genere di pericolo. Il Nobile Messaggero aveva permesso ad Aisha di guardare gli Abissini, che stavano esibendosi nella Moschea del Profeta con le loro armi. Ella li osservava da dietro una tenda. In seguito, quando si stancò, se ne andò. (Bukhari, Muslim)
È lecito per un uomo guardare le parti del corpo della donna diverse dalle sue parti intime — il viso e le mani — purché ciò non sia accompagnato da alcun desiderio sessuale né vi sia timore che venga commesso un peccato.
È narrato da Aisha che Asma bint Abi Bakr — sua sorella — si presentò davanti al Nobile Profeta. Indossava un abito così sottile che attraverso di esso traspariva la luminosità del suo corpo. Vedendola, il Nobile Profeta distolse lo sguardo e disse: (ARABO****************)
O Asmā, quando una donna raggiunge la maturità, non dovrebbe essere visibile alcuna parte del suo corpo, eccetto il volto e i palmi delle mani. (Abū Dāwūd)
Sebbene questo hadith sia debole dal punto di vista della catena di trasmissione, tale debolezza è stata superata dal fatto che in numerosi hadith autentici è stata riferita la liceità di guardare il volto e i palmi delle mani, quando non vi sia il timore della fitna.
In sintesi, è lecito e halal guardare senza malizia le parti del corpo dell’uomo o della donna che non fanno parte delle loro awra. Tuttavia, non è lecito guardare ripetutamente né fissare con attenzione e compiacimento, poiché proprio da ciò si teme che possa derivare un danno.
Tuttavia, se lo sguardo cade accidentalmente su una parte che non è lecito guardare, non vi sarà colpa. Questa è la magnanimità dell’Islam. È stato riferito da Jarīr ibn ʿAbd Allāh (che Allah sia compiaciuto di lui) che disse: (Arabo****************)
Quando al Profeta ﷺ fu chiesto dello sguardo accidentale, egli disse: «Distogli lo sguardo».
Cioè, non deve guardare una seconda volta dopo la prima.
Il problema dell’esibizione della bellezza femminile
In precedenza si è parlato del distogliere lo sguardo. In due versetti, a questo proposito, è stata stabilita una norma sia per gli uomini sia per le donne. Nel terzo versetto viene menzionata in modo specifico un’istruzione per le donne. L’istruzione è questa: (Arabo****************)
Non mostreranno la loro bellezza, fatta eccezione per ciò che appare spontaneamente. (Sura an-Nūr: 31)
Per «bellezza» della donna si intendono tutte quelle cose che la rendono bella e avvenente. Vi rientrano la bellezza naturale, come il volto, la chioma e il colorito del corpo, così come la bellezza e il fascino acquisiti mediante abiti, ornamenti, cosmetici e simili. Nell’āya precedentemente citata, Allah, l’Altissimo, ha ordinato alle donne di nascondere la propria bellezza e di non lasciarla apparire. Ne è escluso soltanto ciò che appare spontaneamente.
Nel determinare che cosa si intenda per «ciò che appare spontaneamente», i vari esegeti sono giunti a conclusioni diverse.
È stato posto il quesito: con «ciò che appare spontaneamente» si intende forse ciò che appare, per necessità, senza alcuna intenzione, come quando qualcosa si scopre per un colpo di vento? Oppure significa ciò che normalmente e abitualmente rimane visibile? …..A questo proposito, il punto essenziale è che si tratti di qualcosa di visibile.
È stato riferito che, tra i sapienti delle epoche passate, la maggior parte sosteneva proprio quest’ultima opinione.
È stato riferito da Ibn ʿAbbās (che Allah ne sia soddisfatto) che, nel commentare la parte «ciò che appare spontaneamente», disse che essa indica il kohl degli occhi, la polvere cosmetica, gli anelli e simili. È stata riferita un’opinione analoga anche da Anas (che Allah ne sia soddisfatto).
È lecito applicare il kohl agli occhi e indossare anelli alle dita. Perciò è inevitabile che queste due parti rimangano visibili: esse sono il volto e le mani. La stessa opinione è stata riferita anche da Saʿīd ibn Jubayr, ʿAṭāʾ, al-Awzāʿī e altri.
ʿĀʾisha, Qatāda e altri hanno incluso tra queste anche i braccialetti delle due mani. La parte del braccio su cui si indossano è dunque esclusa da quella bellezza che è vietato mostrare. Esiste divergenza di opinioni nel fissare il limite: dal pugno fino a metà dell’avambraccio.
In contrasto con questa interpretazione ampia, altri hanno sostenuto un’interpretazione restrittiva. Hadrat ʿAbd Allah ibn Masʿud, al-Nakhaʿi e altri hanno spiegato l’espressione «ciò che appare spontaneamente» come riferita al mantello e agli abiti indossati sopra il corpo, poiché non è possibile nasconderli e coprirli.
Tuttavia, molti Compagni e tabiʿun hanno chiaramente affermato, basandosi sull’espressione «ciò che appare spontaneamente», che essa si riferisce al volto e alle due mani, nonché agli ornamenti che non possono essere evitati. Io ritengo che questa sia l’interpretazione da preferire. Tra questi rientrano l’anello della mano, il kohl degli occhi e simili.
Il caso del vermiglio, dello smalto e della cipria è diverso. Le donne dei nostri tempi li usano sulle guance, sulle labbra e sulle unghie. Si tratta però di un eccesso assai sconveniente. Questi prodotti possono essere usati soltanto in casa. Oggi, invece, le donne li usano quando escono di casa allo scopo di attirare gli sguardi degli uomini. Ma questo comportamento è assolutamente haram. Non è corretto ritenere che con l’espressione «ciò che appare spontaneamente» si intendano soltanto gli elementi esterni, come il mantello, il burqa e simili. Infatti, che tali abiti siano visibili è del tutto naturale: non possono non essere visibili. Pertanto non può esservi alcun ordine di nasconderli. Né è accettabile ritenere che si riferisca soltanto a «ciò che viene scoperto dal soffio del vento», poiché in questo l’essere umano non ha alcun controllo. Di conseguenza, parlarne o non parlarne è la stessa cosa. Ciò che si comprende facilmente da questa espressione è che, per quanto riguarda ciò che può essere nascosto, queste cose sono escluse. Si tratta di una concessione accordata alle donne credenti. Ed è certamente ragionevole che tale concessione riguardi il volto e i polsi.
Occorre comprendere la ragionevolezza di questa concessione riguardo al volto e alle due mani. Infatti, per le donne è molto difficile tenerli sempre nascosti. In particolare, quando devono uscire di casa per una necessità lecita, non si può negare che diventi necessario mostrare queste due parti. Per esempio, una vedova deve procurarsi i beni di prima necessità per i propri figli orfani, e le donne delle famiglie povere, quando devono uscire per aiutare i loro mariti, si trovano necessariamente a dover lasciare scoperti il volto e i polsi. In situazioni simili, se il volto e i polsi fossero coperti, muoversi diventerebbe estremamente difficile e gravoso.
L’Imam al-Qurtubi ha detto:
Il volto e le due mani normalmente rimangono scoperti, soprattutto durante atti di culto quali la preghiera, il hajj e la ʿumra. Pertanto, è più corretto ritenere che, con le parole «eccetto ciò che appare spontaneamente», queste parti siano state escluse dall’ordine di coprirle. È quanto afferma il hadith narrato da Hadrat Aisha. Il hadith è il seguente (è stato citato anche in precedenza):
Quando Asma, figlia di Hadrat Abu Bakr, si presentò al cospetto del Nobile Profeta, indossava un abito sottile. Il Nobile Messaggero distolse lo sguardo da lei e disse: «O Asma! Quando una donna raggiunge la maturità, non dovrebbe essere visibile del suo corpo nient’altro che il volto e i polsi.»
Anche le seguenti parole di Allah l’Altissimo confermano quanto sopra:
Di’ ai credenti di abbassare lo sguardo. (Sura an-Nur: 30)
Da ciò si comprende che, proprio perché il volto delle donne non è coperto, ma scoperto, agli uomini è stato ordinato di abbassare lo sguardo, cioè di non guardare quel volto.
Infatti, se anche il volto fosse coperto insieme a tutto il corpo, non avrebbe alcun senso ordinare di abbassare lo sguardo. Perché lì non ci sarebbe proprio nulla da vedere.
Ciononostante, la donna musulmana ha il dovere di sforzarsi con tutte le sue forze per nascondere ogni sua bellezza e ogni suo ornamento. Non dovrebbe nemmeno scoprire il volto. Infatti, è proprio guardando il volto che ha inizio la corruzione morale. La vasta diffusione della ribellione a Dio in quest’epoca ha reso ancora più urgente questa necessità. Se una donna è bella e avvenente, non si può concepire altra soluzione se non quella di coprirle il volto. Infatti, è soprattutto la bellezza del volto femminile ad attrarre gli uomini.
(Arabo****************)
E si tengano ben stretti sul petto i lembi dei loro veli.
La donna musulmana deve coprire la testa con il suo dupatta, ponendo una copertura sul capo, e deve assolutamente coprire il petto con qualunque tipo di stoffa sia possibile. Così queste parti del corpo capaci di creare pericoli non rimarranno scoperte e gli sguardi inquisitori degli uomini malvagi e gli occhi bramosi delle api non si poseranno su di esse.
(Arabo****************)
E non mostreranno la loro bellezza davanti a nessuno, eccetto i loro mariti e i loro padri. (Sura an-Nur: 31)
Questo ordine impone alle donne credenti di non mostrare, bensì di celare, la loro bellezza nascosta davanti agli uomini estranei. Per bellezza nascosta si intendono le orecchie, i capelli, la parte anteriore e posteriore del collo, il petto, gli stinchi e così via. È molto significativo che sia stata pronunciata questa proibizione, nonostante sia stato concesso di mostrare il volto e le due mani davanti agli uomini estranei.
Dodici categorie di persone sono state escluse da questa proibizione:
1. I loro mariti. Pertanto, per il marito è completamente lecito guardare qualsiasi parte del corpo della moglie. Nell’hadith è stato detto: (in arabo****************)
Proteggi e copri le tue parti intime da tutti, eccetto tuo marito.
2. Il padre; sono inclusi il nonno e il bisnonno, sia dal lato paterno sia da quello materno.
3. Il padre del marito è come il proprio padre.
4. I loro figli; sono inclusi anche i figli dei loro figli, sia maschi sia femmine.
5. Il figlio del marito: è una necessità inevitabile. Inoltre, in quella casa egli è per loro come un figlio.
6. I loro fratelli, sia germani sia fratellastri, cioè figli della stessa madre o dello stesso padre.
7. Il figlio del fratello, poiché il matrimonio tra la zia paterna e il figlio del fratello è assolutamente proibito.
8. Il figlio della sorella, poiché il matrimonio tra la zia materna e il figlio della sorella è proibito per sempre.
9. Le loro donne. Con tutte le donne che sono loro parenti, per vincolo di sangue o per religione, è consentito incontrarsi liberamente. Tuttavia, alle donne non musulmane non è lecito mostrare la bellezza delle donne musulmane. Si può mostrare loro soltanto ciò che si può mostrare agli uomini estranei.
10. Gli schiavi e le schiave, poiché l’Islam li ha resi membri della famiglia. Secondo alcuni imam, questo permesso riguarda soltanto le schiave e non gli schiavi.
11. Gli uomini subordinati e privi di desiderio. Da un lato sono subordinati e, dall’altro, non provano una particolare attrazione per le donne, a causa di un’incapacità fisica oppure dell’immaturità dell’intelletto e del discernimento. Si tratta dei comuni lavoratori salariati che svolgono le faccende domestiche e sono costretti a entrare e uscire dalla casa, senza tuttavia che vi sia alcun timore di pericolo, poiché non provano attrazione sessuale.
12. I fanciulli che non hanno ancora sviluppato alcuna attrazione per le parti intime delle donne. Sono piccoli e minorenni; in loro non si è ancora risvegliata la consapevolezza sessuale. Se si nota che tale consapevolezza si è risvegliata, non è lecito mostrare loro la bellezza nascosta della donna, neppure se non hanno ancora raggiunto la maggiore età.
Nel versetto coranico non sono menzionati gli zii paterni e materni, poiché sono equiparati al padre. Nell’hadith è detto:
Lo zio paterno è equiparato al padre
L’awra delle donne
Dalla discussione precedente abbiamo appreso che tutte le parti del corpo femminile che non è lecito mostrare costituiscono l’awra della donna; è obbligatorio coprirle e lasciarle scoperte è assolutamente haram.
Pertanto, davanti agli uomini estranei e anche alle donne non musulmane, l’intero corpo della donna, ad eccezione del viso e dei polsi, deve essere necessariamente coperto, poiché costituisce awra. Poiché è indispensabile tenere scoperti il viso e i polsi per svolgere attività come dare e ricevere oggetti, è lecito lasciarli scoperti, come ha scritto l’Imam Razi. È stato ordinato inoltre di coprire quelle parti del corpo che non è necessario lasciare o rendere scoperte. È stato permesso scoprire ciò che normalmente resta scoperto e ciò che è necessario mostrare. Infatti, le norme della Sharia islamica sono equilibrate e mirate al bene dell’umanità. L’Imam Razi ha scritto:
Tutti sono concordi nel ritenere che, poiché è indispensabile mostrare il viso e le mani, essi non rientrino tra le parti intime delle donne. Tuttavia, non è indispensabile lasciare scoperti i piedi. Perciò è sorta una divergenza di opinioni sul fatto che essi rientrino o meno tra le parti intime della donna.
Come è stato detto nel versetto della sura An-Nur, davanti alle dodici categorie di uomini sopra menzionate devono essere coperte tutte le parti del corpo, eccetto le orecchie, il collo, i capelli, il petto, le braccia e le gambe. La Sharia ha permesso di mostrare loro queste parti del corpo. Al contrario, le altre parti e regioni del corpo, come la schiena, l’addome, i genitali e le cosce, non possono assolutamente essere scoperte davanti a uomini o donne diversi dal marito.
Questo significato del versetto è molto vicino all’opinione di alcuni imam. Per gli uomini maḥram, l’awra della donna comprende soltanto la parte compresa tra l’ombelico e le ginocchia. Anche nei confronti delle altre donne questo è il limite. Secondo alcuni esperti, per gli uomini maḥram l’awra della donna comprende soltanto ciò che non rimane scoperto nemmeno durante i rapporti sessuali. Le parti del corpo femminile che normalmente restano scoperte mentre la donna svolge i lavori domestici possono essere guardate dagli uomini maḥram senza che ciò sia illecito.
Il comando di Allah rivolto alle donne credenti è che, quando escono di casa per le loro occupazioni, si coprano completamente il corpo con un grande mantello. In tal modo, la loro distinzione dalle altre donne miscredenti e di cattiva condotta sarà evidente a tutti. Allah, l’Altissimo, ha ordinato al Suo Profeta di far conoscere ciò a tutta la comunità. È stato detto: (arabo****************)
O Profeta! Di’ alle tue mogli, alle tue figlie e alle donne credenti di lasciar ricadere i loro mantelli sul corpo. Questo è il modo migliore: così saranno riconosciute e nessuno recherà loro molestia.
(arabo****************) è una parola al plurale. Al singolare è (arabo****************), che significa un indumento ampio. Il burqa dei nostri tempi rientra in questa categoria.
Nell’epoca della jāhiliyya, quando le donne uscivano di casa, lasciavano scoperti alcuni dei propri ornamenti, come il seno, il collo e la gola, i capelli e così via. Gli uomini di cattiva condotta si mettevano a seguirle. In questa situazione fu rivelato questo versetto. In esso si ordina alle donne credenti di gettare una parte del loro mantello sulla testa, affinché tali parti del corpo rimangano coperte. Dal loro aspetto esteriore, inoltre, devono essere riconosciute come donne di carattere casto. Così nessun uomo ipocrita e svergognato le molesterà, né avrà il coraggio di farlo.
Il versetto menziona esplicitamente una ragione: le molestie e le provocazioni rivolte alle donne da parte di uomini immorali e malvagi; nelle donne che vengono guardate non vi è alcun motivo di paura, né è stata attribuita loro alcuna diffidenza. Se qualcuno lo pensa, non ha alcun argomento valido. Infatti, una donna svestita e adornata, oppure una donna seducente che cammina con movenze provocanti e civettuole, suscita da sempre nella mente degli uomini eccitazione sessuale, brama e desiderio. Sono proprio coloro che vengono alle mani con le ragazze o tengono loro le mani a diventare avidi e pieni di desiderio. Per questo nel Corano è stato detto: (arabo****************)
Non parlate con voce suadente, altrimenti l’uomo malato nel cuore si ecciterà.
L’Islam ha adottato particolare severità nel preservare il pudore e la castità della donna musulmana. A questo riguardo ha mostrato ben poca indulgenza. Ad esempio, riguardo a una certa flessibilità nel velo delle donne anziane, Allah, l’Altissimo, ha detto: (arabo****************)
Le donne anziane che non sperano di sposarsi non commettono peccato se depongono i mantelli che indossano. A condizione, però, che non siano ostentatrici della propria bellezza e dei propri ornamenti. Tuttavia, se adottano la cautela anche in questa materia, ciò è per loro molto meglio. Allah ascolta ogni cosa e conosce ogni cosa.
Nel versetto si intendono quelle donne che, a causa della vecchiaia, non sono più in età matrimoniale, non hanno più le mestruazioni e non nutrono alcuna speranza di avere figli. Per questo non sono più desiderate come possibili spose. Esse non provano desiderio, inclinazione o interesse per gli uomini, e neppure gli uomini provano attrazione nei loro confronti. Per tali donne Egli ha reso meno rigorose le norme riguardanti il velo e la copertura delle parti intime, permettendo loro di togliere gli indumenti esterni e visibili, come il mantello o il burqa.
Anche questa concessione è stata subordinata a una condizione: esse non possono togliersi gli indumenti con l’intento di mostrarsi alla gente. Possono avvalersi di tale concessione quando ve ne sia necessità o convenienza.
Nonostante questa concessione, per loro è meglio adottare la condotta più prudente e cautelarsi, così da rimanere libere da ogni ambiguità e dubbio.
L’ingresso delle donne nei bagni pubblici
Per proteggere il pudore e l’onore delle donne, l’Islam ha adottato una politica molto rigorosa; perciò il Messaggero di Dio ha pronunciato un severo divieto riguardo all’ingresso delle donne nei bagni pubblici e al togliersi gli indumenti davanti ad altre donne. Infatti, queste donne sono solite descrivere le caratteristiche fisiche delle altre donne nelle loro riunioni e conversazioni, traendone grande piacere.
Il nobile Profeta ha vietato anche agli uomini di entrare nei bagni pubblici senza indossare un telo o un panno che copra il corpo. Infatti, nella religione islamica, mostrarsi nudi davanti agli altri non è affatto considerato un comportamento accettabile. È narrato da Jabir che il nobile Profeta disse:
Chi crede in Dio e nell’Aldilà non entri nei bagni pubblici senza indossare un telo. E chi crede in Dio e nell’Aldilà non permetta a sua moglie di entrare nei bagni pubblici.
È narrato da Aisha:
Il Nobile Messaggero (pace e benedizioni su di lui) aveva inizialmente vietato in generale l’ingresso nei bagni pubblici. In seguito permise agli uomini di entrarvi indossando un perizoma.
Per le donne è stata concessa un’agevolazione in questo caso: possono entrare nei bagni pubblici per curare una malattia o per guarire dal nifās e da condizioni simili.
È stato riferito da ʿAbd Allāh ibn ʿAmr (che Allah sia soddisfatto di lui):
Il Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui), riguardo ai bagni pubblici, disse che gli uomini non vi entrassero senza indossare un perizoma. E proibite alle donne di entrarvi. Tuttavia, una donna malata o una donna nel periodo del nifās può entrarvi. (Ibn Mājah, Abū Dāwūd)
La catena dei trasmettitori di questo ḥadīth presenta una certa debolezza. Tuttavia, alla luce della legislazione generale della Sharīʿa, secondo cui ai malati sono concesse molte agevolazioni e sono esonerati da numerosi atti di culto e obblighi, il contenuto di questo ḥadīth acquista una considerevole forza. Per esempio, è stato enunciato come noto principio fondamentale del diritto islamico:
Se, per impedire un atto illecito, anche la sua causa o il mezzo che vi conduce è stato dichiarato illecito, esso diventa permesso in caso di necessità e per il bene comune.
Anche da questo punto di vista si può riconoscere la veridicità di quanto detto sopra.
Anche il ḥadīth riferito da Ibn ʿAbbās (che Allah sia soddisfatto di lui) sostiene questa stessa affermazione. Il ḥadīth è il seguente:
Il Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) disse: «State lontani dai luoghi chiamati hammām». I Compagni dissero: «O Messaggero di Allah! Ma l’hammām rimuove la sporcizia ed è utile ai malati». Egli allora disse: «Chiunque vi entri, dunque, tenga coperte le proprie parti intime». (al-Hakim)
Se, in tali circostanze, una donna vi entra senza alcuna valida giustificazione o necessità, commette un atto proibito e merita il severo monito pronunciato dal Nobile Messaggero (pace e benedizioni su di lui). Abū al-Mulayth al-Hudhālī (che Allah si compiaccia di lui) ha narrato:
Alcune donne di Homs o della Siria si recarono da ʿĀʾisha (che Allah si compiaccia di lei). Ella disse: «Entrate nei bagni pubblici? Ho sentito il Nobile Messaggero (pace e benedizioni su di lui) dire: “La donna che si spoglia in un luogo diverso dalla casa di suo marito lacera il velo tra lei e il suo Signore”».
È stato narrato da Umm Salama (che Allah si compiaccia di lei) che il Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) disse:
Allah lacera il velo della donna che si spoglia dei propri abiti in un luogo diverso dalla sua casa. (Aḥmad, al-Ṭabarānī, al-Hakim)
Se l’Islam è così severo riguardo all’ingresso delle donne nei bagni pubblici, benché essi siano circondati da quattro pareti e vi entrino soltanto donne, che cosa si dovrebbe dire di quelle donne svergognate e vagabonde che espongono le proprie parti intime per le strade, suscitano la bramosia dei raccoglitori di miele, mettono in mostra i propri corpi sulle spiagge, offrono agli sguardi avidi e lascivi l’occasione di gustare lo spettacolo e si dedicano incessantemente a eccitare gli impulsi sessuali? … In realtà, esse hanno lacerato ogni velo e ogni copertura di pudore e vergogna posti tra loro e Allah l’Onnipotente. Anche gli uomini partecipano a questo peccato nella stessa misura, poiché sono stati nominati responsabili e custodi delle donne. … Ahimè! Il buon senso degli uomini tornerà mai un giorno?
La nudità e la dissolutezza delle donne sono proibite
La donna musulmana possiede un carattere distinto e diverso da quello delle donne miscredenti o delle donne dell’epoca dell’ignoranza. La peculiarità delle donne musulmane consiste nel preservare la moralità, la purezza, la castità e il decoro della modestia e del pudore.
Al contrario, il carattere della donna dell’epoca preislamica consiste nella nudità, nella sregolatezza e nel mostrare abilità nel suscitare l’eccitazione sessuale tra gli uomini. La parola usata nel Corano significa: aprirsi, essere scoperto, diventare manifesto, venire alla luce. Essere visibile agli occhi della gente comune. Per questa analogia, in arabo si dice:
Poiché il firmamento si trova in alto e appare davanti a chi lo osserva.
L’Allāma Zamakhsharī ha detto che il significato profondo del termine è rendere manifesto, con particolare cura e preparazione, ciò che sarebbe doveroso mantenere nascosto. In arabo si dice: «nave visibile», poiché su di essa non vi è alcun velo. In accordo con questo significato, il termine viene usato per indicare il fatto che una donna si scopra e si denudi davanti agli uomini. Così facendo, infatti, espone davanti a loro tutta la propria bellezza, il fascino e la luminosità del corpo. L’Imām Zamakhsharī ha indicato un ulteriore aspetto di questo significato: rendere deliberatamente manifesto ciò che sarebbe stato opportuno mantenere segreto. Esporre davanti a uomini estranei determinate parti del corpo, il modo di inclinare e muovere gli arti, particolari maniere e atteggiamenti nel parlare e nel camminare, oppure i gioielli: tutto questo è tabarruj.
Questo tabarruj ha varie forme e modalità, ben note agli uomini dei tempi antichi così come a quelli dei nostri giorni. I commentatori hanno menzionato tali forme nel tafsīr del seguente versetto coranico:
O donne! Rimanete nelle vostre case e non mettetevi in mostra come facevano ai tempi dell’antica jāhiliyya.
Mujāhid ha detto: allora le donne camminavano con movenze languide.
Muqātil ha detto: le donne ponevano il loro velo sulla testa, ma non lo legavano saldamente. Di conseguenza, la collana, gli orecchini e il collo rimanevano scoperti.
Questo era il tabarruj dell’antica epoca jāhilita: vi era una grande familiarità con gli uomini e nei movimenti e nei modi di parlare si manifestava una particolare languidezza. Il velo della donna veniva usato in modo tale da rendere visibili la bellezza del suo corpo e dei suoi gioielli. La jāhiliyya moderna, tuttavia, ha acquisito forme e varietà tali da aver lasciato molto indietro quella antica.
In quali circostanze non si verifica il «tabarruj»
Se osserva le regole riportate di seguito, la donna musulmana può oltrepassare i limiti del «tabarruj» ed entrare nell’ambiente della civiltà islamica:
(a) Abbassare lo sguardo, poiché il pudore e la modestia costituiscono la bellezza più preziosa della donna. E la più grande manifestazione del pudore e della modestia si vede nell’abbassare lo sguardo. Perciò Allah ha detto così:
E di’ alle donne credenti che abbassino una parte dei loro sguardi.
(b) Bisogna evitare la stretta familiarità con gli uomini: ai giorni nostri questa commistione si osserva pienamente nelle sale cinematografiche, nelle riunioni e nelle assemblee pubbliche, negli alberghi e nei ristoranti, nonché tra la folla delle aule, dei corridoi e delle mense di college e università. Il venerabile Ma‘qal ibn Yasar (che Allah sia soddisfatto di lui) ha riferito una parola del Nobile Messaggero (pace e benedizioni su di lui):
È molto meglio che venga conficcata un’asta di ferro nella propria testa piuttosto che toccare una donna con la quale non è lecito avere contatto. (Tabarani, Bayhaqi)
(c) Il suo abbigliamento deve essere conforme all’etichetta, alle norme e ai principi della sharia islamica; per abbigliamento conforme alla sharia si intende quello che possiede le seguenti caratteristiche:
1. Deve coprire tutto il corpo, ad eccezione di ciò che il Corano stesso ha escluso: «ciò che appare spontaneamente»; cioè, bisogna coprire tutto il corpo eccetto il viso e i palmi delle mani.
2. Il corpo o la sua forma non devono essere visibili attraverso il tessuto. Il Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) ha dichiarato:
Le donne che, pur indossando abiti, sono nude, attratte dagli uomini e capaci di attrarre gli uomini, saranno all’Inferno; non entreranno in Paradiso e non ne sentiranno neppure il profumo.
Se, pur indossando un abito, lo scopo dell’abbigliamento — coprire il corpo — rimane incompiuto, perché il tessuto è così sottile che ogni parte del corpo diventa chiaramente visibile dall’esterno, allora si è nude pur indossando un abito.
Alcune donne della tribù dei Banū Tamīm si presentarono da ʿĀʾisha (che Allah sia soddisfatto di lei). Indossavano abiti molto sottili. Vedendole, ʿĀʾisha (che Allah sia soddisfatto di lei) disse:
Se siete credenti, sappiate che questo non è l’abito delle donne credenti, quello che indossate.
Una sposa si presentò da ʿĀʾisha (che Allah sia soddisfatto di lei). Indossava un abito molto trasparente e sottile. Allora ella disse:
Chi indossa un abito di questo genere non crede nelle disposizioni contenute nella Sūra an-Nūr.
3. L’abito non deve essere così aderente da rendere visibili all’esterno tutte le parti sporgenti e rientranti del corpo, anche se non è trasparente né sottile. Gli abiti introdotti dalla civiltà occidentale costituiscono un grande esempio di questo fenomeno. Questa civiltà venera il corpo e la sessualità; sotto la sua influenza, gli stilisti tagliano i tessuti in modo tale che il seno, i glutei, le cosce e altre parti sessuali risaltino chiaramente davanti agli osservatori. Tali abiti sono confezionati in modo da suscitare turbamento e impulso sessuale. Anche la donna che indossa un abito di questo tipo è annoverata tra le «nude nonostante siano vestite»: questi tessuti e questi abiti sono molto più pericolosi e provocatori dei tessuti trasparenti e sottili.
4. Le donne non indosseranno gli abiti riservati agli uomini, come ad esempio i pantaloni. Si tratta di un indumento particolarmente riservato agli uomini ai nostri giorni. Infatti, il nobile Profeta ﷺ ha maledetto le donne che imitano gli uomini, così come ha maledetto gli uomini che imitano le donne. Per questo il nobile Profeta ﷺ ha vietato alle donne di indossare abiti maschili e agli uomini di indossare abiti femminili.
5. Non indosseranno neppure gli abiti particolari delle donne ebree, cristiane, adoratrici del fuoco e miscredenti. Infatti, nell’Islam è vietato imitarle. Come l’Islam vuole distinguere tra uomini e donne, allo stesso modo desidera liberare i credenti, esteriormente e interiormente, dall’imitazione cieca delle nazioni miscredenti. Per questo, in moltissime questioni, l’Islam ha impartito chiare istruzioni affinché ci si opponga ai miscredenti. La seguente parola del nobile Messaggero riguarda proprio questo argomento:
Chiunque imiti un altro popolo sarà considerato parte di quel popolo.
(d) Nei suoi movimenti e nel suo modo di parlare, dovrà adottare serietà e fermezza. Dovrà astenersi completamente dal suscitare desiderio sessuale attraverso ogni movimento e atteggiamento del corpo e del volto, evitando di voltarsi e atteggiarsi in modo provocante. Infatti, la civetteria e la leziosità nei movimenti e nel parlare sono caratteristiche delle donne miscredenti prive di pudore, non delle donne musulmane. A questo proposito si deve rileggere la parola di Allah:
Non parlate con voce dolce e sommessa, affinché colui il cui cuore è malato non si lasci tentare. (Sura al-Aḥzāb: 32)
(e) Non potrà suscitare negli uomini attrazione per la propria bellezza nascosta mediante profumi, ʿitr, talco e simili. Allah ha detto:
Non batteranno i piedi con forza per terra, poiché in tal modo si verrebbe a sapere quali ornamenti e quali bellezze esse hanno nascosto.
Nell’epoca della jāhiliyya, quando le donne camminavano tra la gente, battevano i piedi con forza per terra. Di conseguenza, gli ornamenti ai loro piedi tintinnavano e la gente ne udiva il suono. Per questo il Corano lo ha vietato. Infatti, un simile comportamento avrebbe risvegliato con forza i pensieri sessuali negli uomini dominati dalla lussuria. L’uomo avrebbe cominciato a pensare che quella donna desiderasse attirare a sé gli uomini.
Lo stesso vale per le donne che si profumano con fragranze diverse, riempiendo l’aria del loro profumo, eccitando il desiderio sessuale e cercando di attirare a sé gli uomini. In un hadith è detto:
Quando una donna si profuma con l’‘itr e si presenta a un’assemblea o a una riunione, è così e così, cioè un’adultera. (Abū Dāwūd, at-Tirmidhī)
Da questa discussione dettagliata abbiamo appreso senza dubbio che l’Islam non ha affatto imposto alle donne di rimanere confinate nella «prigione» (?) della casa e di non uscire da essa se non per recarsi alla tomba. Al contrario, uscire di casa per partecipare alla preghiera in congregazione, acquisire conoscenza e soddisfare altre necessità fisiche e familiari è pienamente lecito per le donne musulmane. Le donne Compagne e le musulmane delle generazioni successive facevano proprio questo. Molte di loro uscirono anche per partecipare alle guerre. Uscirono insieme al Nobile Messaggero (pace e benedizioni su di lui). Dopo di lui, uscirono anche insieme ai califfi e ai comandanti degli eserciti islamici. Il Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) disse a sua moglie, la venerabile Sawda (che Allah sia soddisfatto di lei):
Allah vi ha dato il permesso: potete uscire di casa per le vostre necessità. (al-Bukhārī)
E ha inoltre detto:
Se una delle vostre mogli vi chiede il permesso di recarsi alla moschea per la preghiera, non glielo negate. (al-Bukhārī)
In un altro hadith è detto:
Non impedite alle ancelle di Allah di recarsi alla moschea. (Muslim)
Alcuni sapienti adottano una posizione molto rigorosa a questo riguardo. Secondo loro, è haram per le donne guardare anche solo una parte del corpo di un uomo estraneo. Come prova, citano un hadith narrato da Narhan, lo schiavo di Umm Salama (r.a.). Il hadith è il seguente: (arabo****************)
Quando ʿAbdullah ibn Umm Maktum entrò nella casa di Umm Salama e Maymuna, il Nobile Profeta (s.a.w.) disse a entrambe: «Copritevi con il velo». Esse risposero: «Ma egli è cieco». Il Nobile Profeta (s.a.w.) disse: «Siete forse cieche anche voi due? Non vedete forse anche voi due?»
Tuttavia, secondo gli esperti, questo hadith non è sahih. Infatti, il narratore di questo hadith, Narhan, era lo schiavo di Umm Salama, e il suo hadith non è accettabile come prova.
E anche se l’hadith fosse sahih, si dovrebbe comunque dire che si tratta di una severità particolare del Nobile Profeta (s.a.w.) nei confronti delle sue mogli, in considerazione del loro rango e della loro dignità. Il Messaggero di Allah adottava questa severità nei loro confronti riguardo al velo. Anche Abu Dawud e altri esperti di hadith lo hanno indicato. Pertanto, rimane come prova soltanto l’hadith dimostrato autentico. Esso è il seguente: (arabo****************)
Il Nobile Profeta (s.a.w.) ordinò a Fatima bint Qays (r.a.) di osservare il periodo di ʿiddah nella casa di Umm Shurayk, ma in seguito modificò questa disposizione e disse: «I miei Compagni temono quella donna. Piuttosto, osserva la ʿiddah presso Ibn Umm Maktum, poiché è cieco. Potrai toglierti il velo, ma egli non potrà vederti». (Qurtubi)
La moglie serve gli ospiti del marito
Dalla discussione fin qui svolta risulta anche chiaro che, in presenza del marito, la moglie può servire i suoi ospiti. La condizione è però che il suo abbigliamento, i suoi ornamenti e la sua bellezza, il modo di parlare, il comportamento e tutto il resto siano conformi alle norme islamiche, alla civiltà e alla buona educazione. In tali circostanze, è del tutto naturale che gli ospiti uomini la vedano e che anche lei li veda. Ciò non comporta tuttavia alcuna colpa, poiché in questo caso non vi è alcun timore che una delle parti oltrepassi i limiti o che si verifichi qualche pericolo.
Hazrat Sahl ibn Saʿd al-Ansari (r.a.) ha narrato: (arabo****************)
Abū Usayd as-Sāʿidī invitò il Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) e i suoi Compagni in occasione del matrimonio. Per l’occasione, sua moglie Umm Usayd si occupò di cucinare, preparare il cibo e servirlo. Mise alcune datteri in un recipiente di pietra, lasciandoli a macerare fin dalla notte. Dopo che il Nobile Profeta ebbe mangiato, ella li estrasse con le proprie mani e glieli offrì da bere come dono. (Bukhārī, Muslim)
Come ha detto Ibn Ḥajar al-ʿAsqalānī, da questo ḥadīth risulta in modo incontrovertibile che è del tutto lecito per la moglie farsi avanti e presentarsi davanti agli ospiti e agli invitati del marito per servirli. È tuttavia ovvio che ciò è consentito solo se non vi è timore di un pericolo morale. In tale circostanza, il corpo deve essere completamente coperto. In queste condizioni, è lecito per il marito far servire gli ospiti e far distribuire loro il cibo dalla moglie. Ma se la moglie, nel coprire il corpo, non osserva i limiti e gli obblighi stabiliti dall’Islam — come spesso accade oggi — allora non le è lecito mostrarsi davanti agli uomini.
L’atto contrario alla natura: un peccato grave
Nel sistema adottato dall’Islam per controllare e disciplinare il desiderio sessuale, è importante osservare che, così come nell’Islam la zinā e i suoi mezzi e le sue cause sono proibiti, allo stesso modo è stata dichiarata completamente proibita anche la liwāṭ, ossia l’azione contraria alla natura del popolo di Lot.
Quest’azione abominevole e ripugnante è contraria alla natura, infamante e lesiva della virilità; è inoltre un crimine che priva le donne dei loro diritti e costituisce pertanto una grave ingiustizia.
In qualunque società si diffonda questa pratica abominevole, la vita della sua popolazione precipiterà nella più grave rovina. Abituandosi a questa brutta pratica, gli abitanti ne diventeranno schiavi. Inoltre perderanno ogni carattere morale, ogni gusto sano e ogni purezza. A questo proposito, il racconto del popolo di Lot riportato nel Corano è sufficiente per acquisire la conoscenza corretta. Gli abitanti di quel popolo avevano iniziato questa pratica abominevole e ripugnante, diffondendola ampiamente. Avevano abbandonato le loro mogli legittime e pure, adottando questa pratica proibita. Per questo il Profeta di Allah, il venerabile Lot (pace su di lui), disse loro: (in arabo****************)
Siete forse voi, fra tutte le creature del mondo, gli unici ad accostarvi agli uomini, abbandonando le mogli che Allah ha creato per voi? Anzi, siete gente che trasgredisce i limiti. (Sūra ash-Shuʿarāʾ, 165-166)
Il Sacro Corano ha respinto questa pratica e l’ha dichiarata ingiustizia, trasgressione, ignoranza, rovina e crimine. È la massima deformazione della natura umana e il più estremo allontanamento dalla via della guida. È il massimo degrado della moralità e una grave malattia del gusto. Per mettere alla prova queste persone, Allah l’Altissimo aveva inviato angeli in forma umana. Come punizione per il comportamento assunto nei loro confronti dagli abitanti di quel popolo, Allah fece scendere su di loro un castigo severo. Per questo nel Corano è detto: (in arabo****************)
Quando i Nostri angeli giunsero da Lot, egli si turbò per il loro arrivo e si rattristò. Disse: «Questo è un giorno di grande difficoltà». All’arrivo di questi ospiti, la sua gente accorse spontaneamente verso la sua casa. Erano già abituati a tali azioni malvagie e turpi. Lot disse loro: «Fratelli miei, ecco le mie figlie: esse sono più pure per voi. Temete dunque Allah e non disonorate i miei ospiti. Non c’è forse tra voi una persona assennata?». Risposero: «Sai bene che non abbiamo alcun diritto sulle tue figlie. E sai anche che potrei punirvi, oppure trovare un forte sostegno al quale ricorrere». Allora gli angeli gli dissero: «O Lot! Noi siamo gli angeli inviati dal tuo Signore. Questa gente non potrà arrecarti alcun danno». (Sura Hud: 77-81)
I giuristi hanno opinioni divergenti riguardo alla pena da infliggere a chi commette questa azione malvagia e turpe. La questione è se al sodomita debba essere inflitta la pena prevista per l’adultero, oppure se entrambi—il sodomita e colui con il quale l’atto è stato commesso—debbano essere condannati a morte, cioè uccisi. E, qualora debbano essere uccisi, con quale mezzo: con la spada, bruciandoli nel fuoco, oppure gettandoli dall’alto di un muro elevato?
La severità dell’Islam riguardo a crimini di questo genere può essere considerata spietata. Tuttavia, preservare la società islamica da tali azioni impure e abiette non è assolutamente possibile senza applicare una pena così severa. Questo peccato è infatti contagioso e dannoso. Se tale peccato si diffondesse nella società, non potrebbe condurre ad altro esito che alla rovina, e ancora alla rovina.
Masturbazione
Molti giovani ricorrono alle proprie mani allo scopo di reprimere l’eccitazione sessuale. Espellono lo sperma mediante la masturbazione con le proprie mani e calmano così il sistema nervoso. Oggi viene definita una «abitudine segreta».
Molti esperti hanno dichiarato questa pratica haram. A questo proposito, l’Imam Malik ha adottato come prova il seguente versetto del Nobile Corano: (Arabo****************)
E coloro che preservano le proprie parti intime—eccetto con le loro mogli e con ciò che le loro mani destre possiedono—non saranno biasimati. Quanto a coloro che cercano altre vie oltre a questa, sono proprio i trasgressori. (Sura al-Mu’minun: 4-7)
Secondo l’Imam Malik, coloro che si masturbano ricorrono a una via diversa, abbandonando quella lecita dichiarata dal Corano. Pertanto, essa è haram.
È riportato dall’Imam Ahmad ibn Hanbal che egli considerava lo sperma una forma di impurità, al pari delle altre impurità del corpo, e riteneva lecita la sua espulsione nel modo sopra menzionato, ad esempio praticando la «sinta». Anche l’Imam Ibn Hazm ha sostenuto questa opinione. Gli studiosi della scuola hanbalita hanno dichiarato lecita tale pratica a due condizioni: la prima è il timore di cadere nella zina qualora non la si pratichi; la seconda è l’incapacità di sposarsi.
In questo contesto possiamo adottare l’opinione dell’Imam Ahmad soltanto quando l’eccitazione sessuale diventi irrefrenabile e si faccia intenso il timore che, a causa sua, si possa cadere nella zina e nella fornicazione, come nel caso di uno studente o di una persona sola che lavori all’estero, quando siano presenti davanti a lui numerose cause di eccitazione sessuale. In una simile situazione, per chiunque è molto difficile e arduo mantenere l’autocontrollo. Per una persona del genere sarà molto difficile e arduo mantenere l’autocontrollo. Perciò, per reprimere la propria eccitazione sessuale, non sarà particolarmente colpevole ricorrere a questo metodo. A condizione, tuttavia, che non si oltrepassino i limiti in tale pratica e che non la si assuma in alcun modo come abitudine permanente.
Tuttavia, il Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) ha indicato ai giovani musulmani incapaci di sposarsi la via migliore: digiunare frequentemente. Il digiuno, infatti, disciplina e rafforza la volontà dell’uomo, insegna la pazienza e lo abitua a essere paziente. Il digiuno accresce nell’uomo la forza della taqwa e rafforza la consapevolezza che Allah è sempre presente e osserva. A questo proposito, il Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) ha detto: (in arabo****************)
O giovani! Chiunque tra voi sia in grado di avere rapporti coniugali, si sposi, poiché il matrimonio lo abituerà ad abbassare lo sguardo e preserverà e proteggerà la sua parte intima. Quanto a chi non è in grado di sposarsi, deve digiunare, perché il digiuno sarà per lui uno scudo.
Nell’Islam non esiste il monachesimo
Nell’Islam l’eccitazione sessuale non viene lasciata senza freni né libera da ogni controllo. Se lo fosse, non sarebbe disposta a rispettare alcun limite, vincolo, condizione o impedimento. Per questo la zina, la fornicazione e tutte le attività a essa connesse o capaci di trascinare verso di essa sono state dichiarate haram. D’altra parte, l’Islam non ha minimamente sostenuto neppure una concezione in contrasto con questa inclinazione naturale e volta a estirparla completamente. Per questo l’Islam ha incoraggiato il matrimonio e si è fortemente opposto al rimanere celibi o nubili per tutta la vita, oppure al rendersi eunuchi. Pertanto, non è affatto lecito che un uomo o una donna musulmani, pur avendone la capacità, rinuncino al matrimonio con l’intento di recidere i rapporti con il mondo e consacrarsi ad Allah, oppure di dedicarsi all’adorazione di Allah con una concentrazione totale e indisturbata. Nell’Islam non vi è il minimo sostegno a un simile atteggiamento o modo di vivere.
Tra alcuni Compagni del Nobile Messaggero (pace e benedizioni su di lui) emerse la tendenza a rinunciare al mondo. Ma non appena il Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) se ne accorse, dichiarò che rinunciare al mondo equivaleva ad abbandonare lo stile di vita islamico e a ignorare la sunna del Messaggero. In realtà, si trattava di una tendenza tipicamente cristiana. Il Nobile Messaggero (pace e benedizioni su di lui) dichiarò tale tendenza completamente contraria all’Islam. È narrato da Abu Qilaba: (in arabo****************)
Alcuni Compagni decisero di rinunciare al mondo, astenersi dai rapporti con le mogli e adottare il monachesimo. Ma il Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) affrontò la questione con grande fermezza. Disse: «I vostri predecessori adottarono un’estrema severità e austerità nell’osservanza della religione, e allora Allah fu severo con loro. Gli abitanti delle chiese, dei monasteri e delle khanqah di quest’epoca sono i loro eredi. Adorate dunque Allah e non associateGli nessuno. Compiute il hajj e la umra e seguite la retta via: allora sarete trattati in modo appropriato». (Abd al-Razzaq, Ibn Jarir, Ibn al-Mundhir)
Il narratore di questo hadith disse: Fu riguardo a queste persone che fu rivelato il seguente versetto: (Arabo****************)
O voi che credete! Non dichiarate proibite le cose pure che Allah ha reso lecite per voi e non oltrepassate i limiti, poiché Allah non ama affatto coloro che oltrepassano i limiti. (Sura al-Māʾida: 87)
Mujāhid disse: Alcuni Compagni, tra cui ʿUthmān ibn Maẓʿūn e ʿAbd Allāh ibn ʿAmr, decisero di condurre una vita lontana dai rapporti coniugali, di evirarsi e di indossare abiti di ruvida tela. Fu proprio in questa circostanza che furono rivelati il versetto citato in precedenza e quelli successivi.
Un gruppo di Compagni si recò nella casa del Nobile Profeta e cercò di informarsi dalle sue mogli riguardo alla sua adorazione e devozione. Quando ebbero appreso tutto ciò che volevano sapere, la loro pratica apparve loro molto scarsa e insufficiente. Allora cominciarono a dirsi tra loro: (Arabo****************)
Che paragone possiamo mai avere con il Messaggero Nobile? Allah ha perdonato tutti i suoi peccati, passati e futuri. Allora uno di loro disse: «Quanto a me, digiunerò per tutta la vita e non interromperò mai il digiuno». Il secondo disse: «Io resterò sveglio tutta la notte in adorazione e non dormirò affatto». Il terzo disse: «Io eviterò i rapporti con le donne e non mi sposerò mai». In seguito, quando il Nobile Profeta venne a conoscenza di ciò, spiegò loro il loro errore e la deviazione del principio da essi adottato. Disse: «Io conosco Allah meglio di voi e Lo temo più di voi. Eppure, oltre a vegliare la notte in adorazione, dormo anche; digiuno e interrompo il digiuno; prendo moglie e vivo anche la vita coniugale. Questa è la mia via e il mio modello. Chiunque dunque se ne allontani non appartiene alla mia comunità».
Ḥazrat Saʿd ibn Abī Waqqāṣ disse: (Arabo****************)
Quando ʿUthmān ibn Maẓʿūn volle adottare una vita priva di rapporti coniugali, il Nobile Messaggero lo respinse. Se gli avesse dato il permesso, ci saremmo evirati e saremmo diventati eunuchi.
È in questo contesto che gli esperti hanno espresso l’opinione secondo cui ogni musulmano è tenuto a sposarsi: finché ne ha il desiderio e i mezzi, non gli è affatto lecito astenersi dal matrimonio. Secondo altri, chi desidera sposarsi e, qualora non lo facesse, teme per la salvaguardia della propria castità, deve necessariamente sposarsi.
A nessun musulmano si addice rinunciare al matrimonio per timore della povertà e delle difficoltà economiche, della scarsità dei mezzi di sostentamento o dell’incapacità di sostenere il peso delle responsabilità. Al contrario, dovrebbe impegnarsi con tutte le sue forze per ottenere l’aiuto e la grazia di Allah. Infatti, Allah ha promesso di elargire la Sua grazia a coloro che si sposano con l’intento di preservare la purezza del proprio carattere. Allah l’Altissimo ha detto:
Fate sposare i celibi e le nubili tra voi, nonché i vostri schiavi e le vostre schiave virtuosi. Se sono poveri, Allah li arricchirà con la Sua grazia. (Sura an-Nur: 32)
Il Nobile Messaggero (pace e benedizioni su di lui) disse:
È dovere di Allah aiutare tre persone: colui che si sposa con l’intento di preservare la purezza del proprio carattere; lo schiavo che stipula con il suo padrone un contratto di affrancamento in cambio di una somma determinata, qualora sia realmente intenzionato a versarla; e il combattente sulla via di Allah.
Vedere la sposa proposta
Quando un musulmano decide di sposarsi e chiede in matrimonio una ragazza determinata, la Sharia stabilisce che il pretendente la veda prima della celebrazione del matrimonio. Dopo averla vista, egli può procedere con consapevolezza e ponderazione. Non è affatto opportuno intraprendere una simile decisione a occhi chiusi, poiché in seguito potrebbe esserne causa di rimpianto e suscitare in lui frustrazione. Se questa disposizione viene applicata, non vi dovrebbe essere motivo di apprensione.
In realtà, gli occhi, o lo sguardo, rappresentano il cuore. Perciò, quando gli occhi dei due si incontrano, è assai probabile che anche i loro cuori si uniscano. Prima del matrimonio si può sperare che tra i futuri coniugi, cioè tra lo sposo e la sposa, nascano armonia e sincera affezione, elementi assolutamente indispensabili alla stabilità della vita coniugale.
Riferito da Abu Hurayra (che Allah sia soddisfatto di lui), il quale disse:
Ero alla presenza del nobile Messaggero (pace e benedizioni su di lui). In quel momento arrivò un uomo. Aveva deciso di sposare una donna della stirpe degli Ansar. Allora il nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) gli chiese: «L’hai vista?». L’uomo rispose: «No». Il nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) gli chiese di nuovo: «L’hai vista?». L’uomo rispose: «No». Allora il nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) disse: «Va’ subito a vederla, perché negli occhi delle ragazze della stirpe degli Ansar vi è qualche particolarità (difetto).»
È narrato da Hadrat al-Mughira ibn Shuʿba (che Allah sia soddisfatto di lui). Egli chiese in sposa una ragazza. Allora il nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) disse:
«Prima guardala, perché questa visione prematrimoniale offre una grande possibilità di instaurare armonia tra voi.» Al-Mughira si recò dai genitori della ragazza e riferì loro ciò che aveva detto il nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui). Essi non considerarono la cosa molto positivamente. Ma quando la ragazza stessa udì queste parole da dietro la tenda, disse: «Se è stato proprio il nobile Messaggero (pace e benedizioni su di lui) a ordinare di farmi vedere, allora guardi pure». Al-Mughira disse: «Dopo aver udito queste parole della ragazza, la guardai e la sposai». (Ahmad, Ibn Majah, al-Tirmidhi, al-Darimi, Ibn Hibban)
Il nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) non ha stabilito con parole esplicite alcun limite preciso riguardo a quanto della futura sposa si possa vedere. Alcuni esperti hanno detto: si possono vedere soltanto il volto e le mani. Ma questa non è una disposizione particolare per la futura sposa; è applicabile anche alla visione di una donna non promessa in matrimonio. È lecito guardarla anche quando non le è stata fatta una proposta di matrimonio. Il permesso di guardare la ragazza interessata quando le è stata fatta una proposta dimostra che, in tale situazione, deve essere consentito e deve essere lecito vedere molto più di quanto sia lecito vedere in condizioni ordinarie.
Nel hadith si dice:
Quando uno di voi chiede in sposa una ragazza, dovrebbe, se possibile, guardare alcune parti di lei che possano incoraggiarlo a sposarla.
Da un lato, secondo alcuni esperti è consentito osservare bene la futura sposa; dall’altro, alcuni ʿalim adottano al riguardo un’interpretazione molto restrittiva. Tra queste due posizioni, quella intermedia è la migliore e la più equilibrata. Alcuni esperti sostengono che all’uomo che fa la proposta di matrimonio dovrebbe essere consentito vedere la futura sposa nello stesso abbigliamento con cui la ragazza si presenta davanti al padre, ai fratelli e agli uomini muharram. Non solo: per osservare o valutare la sua intelligenza, il suo giudizio e le sue qualità distintive, egli dovrebbe sedersi con lei e con uno dei suoi uomini muharram in un luogo dove la ragazza abitualmente si reca. La condizione è che quel luogo sia di tipo lecito e che la futura sposa indossi un abbigliamento conforme alla Sharia. La base di questa opinione è la parte del hadith sopra citato in cui si dice: dovrebbe guardare alcune parti di lei che possano incoraggiarlo a sposarla.
L’uomo che fa la proposta può vedere formalmente la ragazza promessa, informandone lei e i suoi familiari, oppure può vederla senza informare nessuno. Tuttavia, è assolutamente indispensabile che abbia l’intenzione reale e ferma di farle una proposta specifica e di sposarla. Hadrat Jabir ibn ʿAbd Allah ha detto riguardo a sua moglie: «Mi nascondevo sotto un albero per poterla vedere».
Dal suddetto hadith narrato da Hadrat Mughira (che Allah si compiaccia di lui) si apprende che, se dei genitori musulmani impediscono alla propria figlia di farsi vedere, o rifiutano di mostrarla, a una persona che desidera sinceramente sposarla, appellandosi a usi e costumi, tali usi e costumi devono essere conformi alla Shariah, non contrari ad essa. Sottomettere la Shariah agli usi, ai costumi o alle consuetudini equivale a violare la Shariah. Tuttavia, approfittando di questa permissione di vedere la ragazza, non è lecito ai genitori permettere che un giovane metta le mani sul collo di una ragazza, che, con il pretesto della proposta di matrimonio, vadano insieme a teatro, al cinema, nei campi sportivi o nei mercati e vi si intrattengano, senza la compagnia di un uomo mahram. Né l’uomo che fa la proposta né la sposa a cui essa è rivolta possono in alcun modo abbandonarsi a una simile sregolatezza. Eppure, ai giorni nostri, gli schiavi più servili della civiltà occidentale fanno tutto questo con il pretesto di vedere la ragazza.
La verità è che gli estremismi, siano essi di destra o di sinistra, non hanno alcuna compatibilità con il sistema di vita islamico.
I modi illeciti di fare una proposta di matrimonio
Non è lecito per nessun musulmano fare una nuova proposta di matrimonio a una donna divorziata o vedova durante il suo periodo di ‘iddah, cioè prima che esso sia terminato. Infatti, la ‘iddah viene osservata allo scopo di mostrare rispetto per il precedente matrimonio. Pertanto, nessuno è autorizzato a eccedere in alcun modo in questa materia. Tuttavia, la vedova può, durante il periodo della ‘iddah, cercare di far sapere, tramite allusioni e gesti, se dopo la fine della ‘iddah sarebbe interessata a sposare quell’uomo, ma non può farlo apertamente e con parole esplicite. Allah l’Altissimo ha detto:
Non vi sarà peccato se parlerete per allusioni di una proposta di matrimonio.
Non è lecito fare una seconda proposta di matrimonio prima che sia stata presa una decisione riguardo alla prima, se le trattative relative alla prima proposta stanno procedendo verso il successo. È diritto di colui che ha fatto la prima proposta che venga presa una decisione in merito alla sua proposta. Questo diritto deve essere assolutamente rispettato. Ciò è necessario per preservare i rapporti reciproci tra le persone ed evitare comportamenti sconvenienti. Altrimenti, si priverebbe colui che ha fatto la prima proposta del suo diritto, e ciò sarebbe certamente un atto eccessivo. Se però il primo pretendente rinuncia di propria volontà, ritira la proposta oppure autorizza egli stesso un’altra persona a presentarla, allora non vi è nulla di male se una seconda persona fa la propria proposta. Il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) ha detto:
Un credente è fratello dell’altro credente. Pertanto, non è lecito fare un’offerta d’acquisto superiore a quella dell’altro fratello, né presentare una proposta di matrimonio sulla proposta matrimoniale dell’altro fratello.
Il Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) ha inoltre detto:
Non è lecito fare una proposta di matrimonio a un’altra persona prima che la proposta di qualcuno non sia stata respinta o prima che gli sia stato dato il permesso di avanzare una proposta su di essa. (Bukhari)
Il consenso della figlia vergine: non costringerla
Una giovane figlia vergine ha il massimo diritto di essere presa in considerazione riguardo al proprio matrimonio. Per suo padre o tutore non è assolutamente lecito ignorare la sua opinione o non tenere conto del suo consenso e della sua autorizzazione. Il Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) disse: (arabo****************)
La donna che è stata precedentemente sposata ha, riguardo a se stessa, più diritto del suo tutore. Quanto alla figlia vergine, bisogna assolutamente chiederle il permesso riguardo a se stessa.
Una giovane donna si presentò dal Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) e gli riferì che suo padre l’aveva data in matrimonio al figlio del fratello di suo padre. Tuttavia, quel matrimonio non era di suo gradimento. Allora il Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) le lasciò la facoltà di decidere in merito. La ragazza disse: «Mio padre ha concluso il matrimonio che aveva combinato, ma ho deciso di far sapere alle donne che: (arabo****************)»
I padri non hanno alcun potere decisionale riguardo alle figlie.
Quando per una figlia arriva una proposta di matrimonio da parte di un giovane religioso, virtuoso e di pari condizione, il padre non ha alcun diritto di ritardarne il matrimonio. Il Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) disse: (arabo****************)
Non è lecito rimandare tre cose: la preghiera, quando ne giunge l’ora; il funerale, quando la salma è presente; e il matrimonio di una ragazza da marito, quando si trova un pretendente di pari condizione.
Ha inoltre detto: (in arabo****************)
Date in matrimonio a chi vi piacciono per religiosità e carattere. Altrimenti, sulla terra appariranno grave discordia e grande corruzione.
Donne con cui è proibito il matrimonio
Per ogni uomo musulmano è assolutamente haram sposare le donne seguenti.
1. La moglie del padre: sia che si tratti della moglie da lui divorziata, sia che egli sia morto lasciandola vedova, la norma è la stessa in entrambi i casi. Nell’epoca della jāhiliyya, precedente all’Islam, era consuetudine sposare la moglie del padre. L’Islam l’ha dichiarata haram. Infatti, la moglie del padre è equivalente a una madre, e il fatto che sia stata sposata una volta dal padre è sufficiente a renderla haram. Ciò perché, agli occhi del figlio, la posizione del padre è molto elevata e onorevole. Poiché la moglie del padre è per il figlio haram per sempre, anche il desiderio e la brama del figlio nei suoi confronti sono diventati assolutamente haram. Di conseguenza, il rapporto di rispetto e onore tra il figlio e la moglie del padre è rimasto per sempre stabile, saldo e immutabile.
2. La madre: anche la madre biologica, così come la nonna paterna e quella materna, è haram.
3. La figlia: sono comprese anche la figlia del figlio e la figlia della figlia, e così via, per quanto lunga possa diventare questa lista.
4. La sorella: sia germana, sia uterina o consanguinea.
5. La zia paterna: la sorella del padre, sia essa germana o di altro grado.
6. La zia materna: la sorella della madre.
7. La figlia del fratello.
8. La figlia della sorella.
Nell’Islam, queste donne sono chiamate «maharim» o «muharramat», poiché per un musulmano sono proibite per sempre. In nessun momento e in nessuna circostanza sono lecite; non è lecito sposarle. Per quanto riguarda questo rapporto, anche l’uomo viene chiamato «mahram».
La ragione per cui è proibito sposare queste donne
a. La natura di una persona civile e virtuosa non può mai essere disposta o preparata a usare la propria madre, sorella o figlia per soddisfare la propria brama sessuale. Per non parlare degli esseri umani: persino alcuni animali non sono disposti a farlo. Anche verso la zia materna e quella paterna si prova lo stesso rispetto reverenziale e la stessa venerazione che si nutrono per la propria madre. Analogamente, lo zio paterno e quello materno sono degni, agli occhi di ogni donna, di un rispetto e di una venerazione pari a quelli dovuti al padre.
b. Se nella legge islamica non fosse stata stabilita una disposizione analoga riguardo a queste «muharramat», e se il desiderio sessuale verso di loro non fosse stato reso per sempre illecito, non sarebbe stato impossibile che tra loro si instaurassero rapporti sessuali, poiché, a causa della normale vita familiare, essi frequentano molto spesso gli stessi spazi in intimità e solitudine.
g. Tra queste persone unite da una stretta parentela esistono profondi legami affettivi; per questo ciascuno prova nei loro confronti rispetto e riverenza, nonché profonda e intensa compassione e commozione del cuore. Per tale ragione è auspicabile contrarre matrimonio, con amore e affetto, con donne al di fuori di questa cerchia. In questo modo, attraverso i nuovi legami di parentela, l’ambito dei propri cari e dei parenti nella società si amplia e si estende notevolmente, e anche il campo dell’amore e della compassione si allarga. Il Corano vi allude dicendo: (Arabo****************)
E ha creato tra voi rapporti di amicizia e amore.
h. È assolutamente necessario e indispensabile che l’affetto naturale esistente tra queste persone strettamente imparentate rimanga duraturo. In tal modo il legame stabile che le unisce può rimanere saldo e imperituro, maturare e consolidarsi, e si possono porre solide basi per il loro amore, sostegno e protezione reciproci. Se invece tra loro fosse possibile instaurare rapporti matrimoniali, le divergenze di opinione, la gelosia, l’odio e i litigi sarebbero inevitabili. Di conseguenza, nella vita familiare si produrrebbero profonde fratture e immensi sconvolgimenti. La separazione reciproca e l’inimicizia apparirebbero come un esito inevitabile.
i. Se tra uomini e donne così strettamente imparentati si instaurassero rapporti matrimoniali, sarebbe del tutto naturale che la discendenza da essi generata diventasse debole e incapace sotto ogni aspetto. Se in una famiglia fosse presente una debolezza o un difetto fisico oppure intellettivo e morale, esso si trasmetterebbe ereditariamente e rimarrebbe confinato all’interno di quella stirpe.
j. Ogni donna ha bisogno di un uomo che sostenga la sua causa e si adoperi per lei, e dipende in larga misura da lui. Se il rapporto con suo marito si deteriora, l’indispensabilità di una persona simile diventa ancora più pressante. Quando non vi è nessuno che protegga i suoi interessi e sostenga la sua causa, la condizione di impotenza della donna diventa straziante. Ma se ella sposa uno di questi congiunti strettissimi, non troverà da nessuna parte qualcuno disposto a parlare in suo favore. Infatti, allora i suoi stessi parenti diventeranno suoi rivali o nemici.
Divieto di matrimonio per allattamento
9. È assolutamente vietato a un uomo sposare la donna dal cui seno ha preso il latte durante l’infanzia. Infatti, a causa dell’allattamento, ella è diventata per lui come una madre. Il latte del suo seno è divenuto una componente importante dei muscoli e del midollo osseo che si sono formati nel suo corpo. Grazie a questo allattamento, tra i due si è instaurato un nuovo legame affettivo, quello tra madre e figlio. È vero che talvolta questo rapporto rimane latente; tuttavia permane a lungo nel subconscio della persona e, quando se ne presenta la necessità, emerge manifestamente.
A causa dell’allattamento, questa norma della Sharia si applica se il latte è stato assunto durante l’infanzia, cioè prima del compimento dei due anni. Infatti, è soltanto a questa età che il bambino si nutre del latte materno; solo allora la disposizione della Sharia diventa applicabile. Il segno è che, mentre succhia, il bambino, essendosi saziato, smette spontaneamente di bere e il capezzolo si stacca da solo dalla sua bocca.
La condizione delle cinque poppate merita di essere preferita sulla base delle diverse narrazioni degli hadith.
10. È altresì proibito sposare la propria sorella di latte. Come una donna diventa madre di latte di un bambino maschio, così le figlie nate da quella donna diventano sue sorelle di latte. Le sorelle di questa donna diventano sue zie materne di latte. Anche gli altri parenti diventano suoi parenti per il vincolo dell’allattamento.
A questo proposito, l’hadith del Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) recita: (arabo****************)
Tutto ciò che è proibito a causa della parentela di sangue diventa proibito anche a causa del rapporto di allattamento.
Come è proibito sposare, per ragioni di parentela, la zia paterna, la zia materna, la nipote di fratello e la nipote di sorella, così, a causa dell’allattamento, diventa proibito sposare tali parenti di latte.
Il matrimonio è proibito a causa del rapporto coniugale
11. La madre della moglie, cioè la suocera. È altresì proibito sposarla. Non appena un uomo sposa la figlia di una donna, quella donna diventa proibita per lui, sia che il rapporto coniugale con la figlia abbia avuto luogo sia che non abbia avuto luogo, poiché la suocera è come una madre.
12. La figliastra, cioè la figlia della moglie con la quale il marito ha consumato il matrimonio, è proibita al marito. Se il rapporto coniugale non è stato consumato, non vi è alcun impedimento a sposare sua figlia.
13. La moglie del proprio figlio biologico. La moglie del figlio adottivo non è haram. Infatti, anche se nell’Islam si alleva un bambino, egli non diventa per questo un figlio biologico. Questa pratica era in vigore nell’epoca della jāhiliyya, ma l’Islam l’ha abolita, poiché essa nega la realtà e la vera natura delle cose. In tal modo si considera halal ciò che è haram e haram ciò che è halal. Allah l’Altissimo ha detto:
Il vostro figlio adottivo non è stato reso un vero figlio, poiché ciò non è altro che una parola delle vostre bocche. (Sura al-Ahzab: 4)
E la realtà vera e concreta non cambia mai per il solo fatto di pronunciare delle parole. Ciò che è estraneo non diventa intimo e familiare.
Stabilire un rapporto matrimoniale con queste tre persone è haram a causa del vincolo di affinità. Poiché da tale vincolo nasce una parentela, è assolutamente necessario che questo matrimonio sia haram.
Prendere due sorelle contemporaneamente come mogli
14. È haram prendere due sorelle contemporaneamente come mogli. Nell’epoca della jāhiliyya questa pratica era ampiamente diffusa. Ma l’Islam l’ha resa haram. La ragione è che, in una simile situazione, il rapporto di affetto e familiarità reciproca tra le due sorelle non può sopravvivere. L’obiettivo dell’Islam è invece mantenere tale rapporto saldo e immutato. Quando però due sorelle diventano co-mogli dello stesso uomo, questo rapporto si spezza e, del tutto naturalmente, entrambe diventano nemiche l’una dell’altra.
Nel Nobile Corano è stato dichiarato esplicitamente haram prendere contemporaneamente due sorelle come mogli. Il Nobile Messaggero (pace e benedizioni su di lui) ha inoltre impartito questa disposizione:
Non è consentito prendere contemporaneamente come mogli una donna e sua zia paterna, né una donna e sua zia materna.
E ha inoltre detto: (arabo****************)
Se fate una cosa simile, commetterete il peccato di recidere i legami di parentela.
Eppure l’Islam è fermamente deciso a mantenere intatto questo legame di parentela (arabo****************). Come può dunque essere lecita un’azione che produce tale conseguenza?
La moglie di un altro uomo
15. Per le donne che sono già mogli di un uomo è assolutamente vietato prendere un altro marito.
Per un altro uomo, sposare una donna simile può essere lecito soltanto in due circostanze:
a. Il suo attuale marito muore oppure la divorzia, e in tal modo il suo vincolo coniugale giunge al termine, per morte o per scioglimento.
b. In seguito, sarà trascorso il periodo di ‘iddah che Allah l’Altissimo ha stabilito per la donna, saranno stati adempiuti i suoi doveri verso il marito precedente e saranno state predisposte le necessarie misure di tutela per lei. Se la donna è incinta, tale periodo termina con il parto. Che il periodo sia breve o lungo.
Per la donna il cui marito è morto, il periodo di ʿiddah è di quattro mesi e dieci giorni.
Per la donna divorziata, il periodo di ʿiddah è di tre mestruazioni. Questo periodo è assolutamente necessario per accertarsi che non vi sia alcun figlio nel suo grembo. Infatti, esiste pur sempre la possibilità che porti nel grembo un figlio dell’ex marito. Pertanto, osservare la ʿiddah è indispensabile per impedire la mescolanza delle discendenze delle due famiglie. Tuttavia, se la moglie è molto giovane oppure anziana e ha cessato di avere le mestruazioni, la sua ʿiddah è di soli tre mesi. Allah, l’Altissimo, ha detto:
Le donne divorziate si asterranno dal contrarre un nuovo matrimonio fino al termine di tre cicli mestruali. Non è loro lecito nascondere ciò che Allah ha creato nei loro grembi, se credono in Allah e nell’Aldilà. (Sura al-Baqara: 228)
Ha detto:
Se avete dubbi riguardo alle vostre mogli che non sperano più di avere le mestruazioni, esse osserveranno una ʿiddah di tre mesi. Lo stesso periodo di ʿiddah vale per quelle che hanno cessato di avere le mestruazioni; quanto alle donne incinte, la loro ʿiddah termina con il parto.
Ha inoltre detto:
Coloro tra voi che muoiono lasciando delle mogli, queste ultime osserveranno una ʿiddah di quattro mesi e dieci giorni. (Sura al-Baqara: 234)
È haram nell’Islam sposare le quindici categorie di donne sopra menzionate. Ciò è stato dichiarato complessivamente in tre versetti della Sura an-Nisa del Nobile Corano. Questi tre versetti sono i seguenti:
Non sposate le donne che i vostri padri hanno sposato. Eccetto ciò che è già avvenuto, questa è senza dubbio un’oscenità manifesta, un peccato gravissimo e una pessima via. Vi sono state rese proibite le vostre madri, le vostre figlie, le vostre sorelle, le vostre zie paterne, le vostre zie materne, le vostre nipoti figlie dei vostri fratelli, le vostre nipoti figlie delle vostre sorelle, le vostre madri di latte che vi hanno allattato, le vostre sorelle di latte, le madri delle vostre mogli (le vostre suocere), le figlie delle vostre mogli allevate nelle vostre case, nate da mogli con le quali avete consumato il matrimonio. Se invece non avete consumato il matrimonio, non vi sarà colpa nel sposare le loro figlie; e vi sono proibite anche le mogli dei vostri figli carnali. È inoltre proibito riunire in matrimonio due sorelle, salvo ciò che è già avvenuto. In verità, Allah è perdonatore, misericordioso. E vi sono proibite anche le donne già vincolate da un matrimonio……… (Sura an-Nisā’: 22-24)
Donne politeiste
16. È proibito anche sposare donne politeiste. Per donne politeiste si intendono quelle che adorano gli idoli. In questa categoria rientrano gli antichi politeisti arabi e gli indù politeisti dell’India.
Allah l’Altissimo ha detto con parole chiare: (Arabo****************)
Non sposate le donne politeiste finché non abbraccino la fede nel tawḥīd. Sappiate che una schiava credente è di gran lunga migliore di una donna politeista, anche se questa vi piace e vi affascina. E non date in matrimonio le vostre figlie ai politeisti finché non abbiano creduto. In verità, uno schiavo credente è di gran lunga migliore di un politeista, anche se questi vi piace. Essi chiamano verso l’Inferno, mentre Allah chiama al Paradiso e al perdono, con il Suo permesso.
Questo versetto ha dichiarato con parole chiare che a nessun musulmano è lecito sposare una donna politeista. Neppure a una musulmana è lecito sposare un uomo politeista. Infatti, tra la religione del tawḥīd e la religione politeista esiste una differenza fondamentale. Il credente conduce le persone verso il Paradiso, mentre i politeisti le conducono verso l’Inferno. Essi credono nell’unico Allah, nel Messaggero, nella profezia e nell’Aldilà. Questi invece associano dei soci ad Allah, negano la profezia e negano l’Aldilà.
Eppure il matrimonio riguarda la pace interiore, la stabilità, l’amicizia e l’armonia. Perciò è impossibile riunirvi queste due concezioni reciprocamente contrapposte.
Donne della Gente del Libro
Il Sacro Corano ha concesso ai musulmani di sposare le donne delle due comunità della Gente della Scrittura, gli ebrei e i cristiani. Ha inoltre ordinato di adottare nei loro confronti un trattamento particolare. Sebbene abbiano alterato e modificato molte cose della propria religione, bisogna comunque riconoscere che seguono una religione celeste. Perciò ha reso lecito mangiare gli animali macellati da loro, così come ha dichiarato lecito sposare le loro donne. Allah l’Altissimo ha detto:
Il cibo della Gente della Scrittura è lecito per voi e il vostro cibo è lecito per loro. E sono lecite anche le donne credenti, caste e virtuose, nonché le donne caste e virtuose tra coloro che hanno ricevuto la Scrittura prima di voi, purché versiate loro la dote, cercando la castità e non la dissolutezza, e senza prenderle come amanti.
Questo è certamente un aspetto particolare dei principi liberali dell’Islam. Se ne trovano ben pochi esempi presso le altre nazioni e religioni del mondo. Sebbene la Gente della Scrittura sia considerata infedele e traviata, l’Islam ha dichiarato che le donne appartenenti a queste religioni possono, pur rimanendo salde nella propria fede, diventare mogli di musulmani e regine della loro casa. Possono essere il conforto del cuore di un musulmano, testimoni della sua intimità e madri dei suoi figli. L’Islam lo ha permesso anche in una situazione in cui, riguardo al rapporto coniugale e ai suoi segreti intimi, il Corano ha detto:
E tra i Suoi segni vi è questo: Egli ha creato per voi, tra voi stessi, delle spose, affinché troviate conforto presso di loro, e ha posto tra voi affetto, amore e misericordia.
A questo proposito è assolutamente necessario richiamare l’attenzione su una questione. Una donna musulmana devota, sinceramente dedita alla religione e attratta da essa, è di gran lunga migliore di una donna musulmana che lo sia soltanto per discendenza. Il Nobile Messaggero ci ha insegnato questo. Egli ha detto:
Sposa una donna devota: questa sarà la causa del tuo successo. Altrimenti, che le tue mani siano coperte di polvere.
Da ciò si comprende che qualunque donna musulmana può essere una moglie migliore per un uomo musulmano rispetto a qualunque donna della Gente della Scrittura.
Inoltre, se si prende una moglie di questo tipo, vi è il timore che le sue convinzioni religiose influenzino i figli e li inducano anch’essi alla deviazione. Quando questo timore è forte e fondato, è dunque preferibile, per proteggere la religione, evitare tali rischi e non prendere una moglie di questo tipo.
Inoltre, se in un determinato Paese il numero dei musulmani è esiguo, in una situazione del genere dovrebbe essere completamente vietato agli uomini musulmani prendere in moglie donne della Gente del Libro. Infatti, se gli uomini musulmani, escludendo le donne musulmane, sposassero donne della Gente del Libro, le donne musulmane non riuscirebbero a trovare marito e, di conseguenza, si troverebbero in condizioni di estrema difficoltà. Esse non possono infatti sposare uomini non musulmani, poiché ciò non è lecito. A quel punto non ci sarebbe nessuno disposto a sposarle. Una simile situazione si rivelerebbe estremamente grave per la società musulmana. Pertanto, sebbene sposare una donna della Gente del Libro sia lecito per un uomo musulmano, in una situazione del genere l’unico modo per sottrarsi a tale pericolo è considerare necessario non concedergli questa possibilità.
Il matrimonio di una donna musulmana con un uomo non musulmano
Dare in sposa una donna musulmana a un uomo non musulmano è assolutamente haram, sia che quest’ultimo sia un non musulmano appartenente alla Gente del Libro, sia che sia un altro non musulmano. Per una donna musulmana ciò non è lecito in alcuna circostanza. Il comando coranico su questo punto è già stato citato in precedenza. Il comando è il seguente: (Arabo****************)
Non date in sposa le vostre figlie agli associatori finché non avranno creduto.
Riguardo alle donne credenti giunte dopo aver compiuto l’egira, è stato detto: (Arabo****************)
Se riconoscete come credenti le donne giunte dopo aver compiuto l’egira, non rimandatele dai miscredenti. Esse non sono lecite per loro, né questi sono leciti per loro.
Qui non si è detto ciò escludendo la Gente del Libro. Pertanto, riguardo al divieto di dare in sposa donne musulmane a uomini miscredenti, associatori e non musulmani, non vi è spazio per alcuna opinione divergente.
Nell’Islam è stato reso lecito sposare donne ebree e cristiane, mentre è stato vietato dare in sposa una donna musulmana a un uomo appartenente a tali religioni; alla base di questa distinzione vi sono ragioni razionali e fondate. Infatti, è l’uomo a essere il capo della famiglia e ad avere autorità sulla donna. È lui ad assumersi direttamente la responsabilità in ogni questione. Inoltre, l’Islam ha garantito alla moglie appartenente alla Gente del Libro piena libertà riguardo alla sua fede e alle sue convinzioni. Ha altresì tutelato i suoi diritti mediante le norme della Sharia e adottato misure efficaci per proteggerne l’onore e la dignità. Le religioni ebraica, cristiana (o induista), invece, non garantiscono alcun diritto, rispetto o libertà alla moglie appartenente a un’altra religione. Non si trova neppure alcuna promessa che i suoi diritti saranno tutelati. In una simile situazione, come potrebbe l’Islam permettere di dare una donna musulmana in sposa a un uomo non musulmano, esponendola così a questo grave pericolo? Adottare il principio di affidare queste donne a un uomo che non garantisce la tutela della loro fede religiosa e del loro carattere musulmano non è assolutamente possibile.
In sostanza, il marito dovrebbe rispettare e onorare la fede e il carattere della moglie. Solo in questo modo può essere preservato un buon rapporto tra i due. I musulmani considerano gli ebrei e i cristiani credenti in una religione celeste, nonostante siano state apportate molte modifiche fondamentali alle loro credenze e dottrine. Riconoscono la Torah e il Vangelo come Libri di Allah. Credono inoltre che Mosè e Gesù (pace su di loro) siano stati grandi profeti e messaggeri di Allah. Per questo, è del tutto possibile che una donna della Gente della Scrittura, diventando moglie di un musulmano, viva rimanendo fedele alla propria religione e goda di pace e felicità. Infatti, quel marito riconosce la sua religione, il suo Libro e il suo profeta. Non solo: egli sa anche che la fede di un musulmano non è valida né corretta se non li riconosce come veri. Il comportamento degli ebrei e dei cristiani, invece, è completamente opposto. Essi non riconoscono affatto l’Islam. Non riconoscono neppure il Libro dell’Islam e il suo Messaggero. Come potrebbe dunque una donna credente nell’Islam vivere felicemente e in pace come moglie di un uomo simile? Ella osserverebbe infatti la religione e gli atti di culto islamici, e si sforzerebbe di preservare l’onore e la dignità dell’Islam e la realtà dei suoi costumi e delle sue norme. Si proteggerebbe da ciò che la Sharia considera illecito e adempirebbe ai propri doveri. Ma, vivendo sotto l’autorità di un marito simile, ciò non sarebbe di fatto possibile, poiché dovrebbe sottomettersi all’autorità del marito non musulmano.
Alla luce di ciò si può comprendere la ragione per cui nell’Islam è stato dichiarato illecito per un uomo musulmano sposare una donna politeista idolatra. L’Islam è infatti completamente contrario allo shirk e all’idolatria e li respinge in modo assoluto. Di conseguenza, tra questo marito e questa moglie non possono nascere né durare l’intensa intimità, l’amicizia e l’amore auspicati.
La donna dedita alla fornicazione
Non è lecito a nessun musulmano dotato di fede sposare una donna dedita alla fornicazione, coinvolta nella prostituzione e che pratichi apertamente tale professione. Mursad ibn Abi al-Mursad (Allah si compiaccia di lui) chiese al Profeta nobile (pace e benedizioni su di lui) il permesso di sposare una prostituta con la quale aveva avuto una relazione nel periodo della jāhiliyya. La donna si chiamava Inaq. Udito ciò, il Profeta nobile volse il viso dall’altra parte. In quel momento fu rivelato il versetto coranico:
Il fornicatore non sposerà altri che una fornicatrice o una politeista, e nessuno sposerà la fornicatrice se non un fornicatore o un politeista: costoro sono illeciti per i credenti.
Il Profeta nobile gli recitò immediatamente il versetto e gli disse: «No, non la sposerai.»
La ragione è che Allah l’Altissimo ha reso lecito agli uomini credenti sposare donne credenti e caste, nonché donne dello stesso tipo appartenenti alla Gente della Scrittura. Ciò è stato reso lecito a condizione che esse siano prese in matrimonio e non siano fornicatrici.
Pertanto, chiunque disobbedisca a questo ordine del Libro di Allah e non sia disposto a metterlo in pratica è un politeista. A sposarlo può acconsentire soltanto un altro politeista come lui; nessun credente può farlo. E chi accetta e riconosce questo ordine, ma nonostante ciò, agendo in modo contrario, si dispone a contrarre il matrimonio che è stato proibito, è diventato un fornicatore.
Il suddetto versetto della sura an-Nūr è citato dopo un altro versetto della stessa sura. Nel versetto precedente, menzionando la pena per l’adulterio, si dice: (in arabo****************)
Fustiga con cento frustate ciascuno dei due adulteri, uomo e donna.
Questa è la pena fisica dell’adulterio. Quella esposta sopra è invece la sua pena morale ed educativa. Infatti, lo scopo principale per cui è stato proibito sposare una donna o un uomo adulteri è impedire loro di occupare posizioni importanti e onorate, negando il loro status e, secondo l’espressione oggi corrente, privandoli dei loro diritti.
Dopo aver commentato il suddetto versetto, l’Imam Ibn al-Qayyim ha scritto:
Questo comandamento coranico è tanto chiaro e vincolante quanto conforme alla ragione, al buon senso e alla natura umana. Allah l’Altissimo ha proibito completamente ai Suoi servi di essere il marito, il dayyūth o l’amico e compagno di una donna priva di moralità. La natura con cui Allah l’Altissimo ha creato gli esseri umani considera infatti tale comportamento estremamente abietto, biasimevole e ripugnante. Per questo, quando si vuole insultare gravemente qualcuno, gli si dice: «marito di una donna oscena». Allah l’Altissimo ha dunque realmente proibito al musulmano di essere tale. Questa proibizione rende inoltre chiaro che il peccato della moglie sconvolgerebbe profondamente anche il letto coniugale e la discendenza del marito, mentre Allah l’Altissimo vuole fondare la discendenza su basi di assoluta purezza e benedizione, e ha dichiarato ciò una Sua particolare legge. Tuttavia, la zina apre la via alla mescolanza degli spermatozoi e rende incerta la discendenza. Per questo una caratteristica della Sharīʿa è aver proibito di sposare una donna adultera. Se però ella si pente e purifica il proprio grembo, attendendo almeno un ciclo mestruale, la situazione è diversa: allora è lecito sposarla. (in arabo****************)
Un’altra ragione per cui è proibito sposare un’adultera è che la donna adultera è estremamente «khabītha». Allah l’Altissimo ha invece fatto del matrimonio un sacro vincolo di amicizia, amore e armonia. L’amicizia è vero amore. Una donna «khabītha» non può essere l’amata moglie di un uomo di carattere puro. In arabo il marito è chiamato (in arabo****************) «zawjun». Questa parola deriva da (in arabo****************) «izdiwāj», e significa che i coniugi sono affini e armoniosi sotto ogni aspetto. Tra la «khabītha» e la persona «pura», invece, si manifesta inevitabilmente una profonda ripugnanza e avversione. Di conseguenza, sia secondo la Sharīʿa sia alla luce dei comuni valori morali, tra i due non possono instaurarsi la desiderata sincerità reciproca, l’amore profondo, l’affetto e l’armonia. Perciò Allah l’Altissimo ha detto in verità: (in arabo****************)
Le donne khabīthāt sono per gli uomini khabīth, e gli uomini khabīth sono per le donne khabīthāt. Le donne di carattere puro sono per gli uomini di carattere puro, e gli uomini di carattere puro sono per le donne di carattere puro. (Sura an-Nūr: 26)
Il matrimonio temporaneo
Nell’Islam, il matrimonio è un legame saldo, un patto inviolabile. È il risultato del desiderio e dell’entusiasmo immensi, da parte di entrambi, di vivere insieme per sempre. Il suo scopo è il consolidamento, tra marito e moglie, della serenità interiore, dell’amicizia, dell’amore, della misericordia e della compassione. Il suo obiettivo ultimo è dare stabilità al progresso dell’umanità, assicurando la continuità della discendenza. Nel Nobile Corano, Allah l’Altissimo ha detto:
Allah l’Altissimo ha creato per voi, tra voi stessi, delle coppie e, da queste coppie, ha predisposto per voi figli, discendenti e nipoti.
Per questo il matrimonio dovrebbe sempre fondarsi sulla stabilità. Il matrimonio temporaneo, invece, non è così. Esso viene contratto per un determinato periodo, in cambio di un compenso stabilito. Di conseguenza, in questo caso è del tutto assente il significato del matrimonio illustrato sopra alla luce del Corano. Il Nobile Messaggero (pace e benedizioni su di lui) aveva autorizzato questo tipo di matrimonio prima che le disposizioni della Sharia raggiungessero la completezza e la stabilità. Anche in quel caso l’autorizzazione riguardava lunghi viaggi e spedizioni militari; in seguito, però, egli stesso lo dichiarò definitivamente proibito.
All’inizio vi era una ragione per autorizzare questo tipo di matrimonio. A quel tempo, le persone stavano attraversando una fase cruciale, o di transizione, abbandonando la jāhiliyya e dirigendosi verso l’Islam. Nell’epoca della jāhiliyya, la zina, cioè la fornicazione, era facile, libera e priva di ogni ostacolo.
Dopo l’avvento dell’Islam, quando queste stesse persone dovettero partire per il jihād verso paesi lontani e per lunghi periodi, divenne molto difficile rimanere così a lungo separate dalle loro mogli e senza alcun contatto con loro. Tra i nuovi musulmani vi erano tanto persone dalla fede molto forte quanto persone dalla fede debole. In particolare, per quanto riguardava i credenti deboli, il rischio che cadessero nella zina si fece assai concreto, sebbene essa fosse il peccato più osceno e un atto ripugnante.
D’altra parte, i credenti dalla fede forte decisero di castrarsi per reprimere la propria potenza sessuale! A questo proposito, il venerabile Ibn Masʿūd (che Allah si compiaccia di lui) disse:
Partivamo per le spedizioni militari insieme al Nobile Messaggero (pace e benedizioni su di lui). In quelle occasioni le nostre mogli non erano con noi. Allora dicemmo: «Dobbiamo forse diventare eunuchi?». Ma il Profeta Nobile (pace e benedizioni su di lui) ci proibì di farlo e ci permise di contrarre matrimonio per un periodo determinato in cambio di abiti e cose simili.
Fu così autorizzato questo matrimonio temporaneo, chiamato in arabo matrimonio mutʿa. Esso aveva lo scopo di alleviare le difficoltà e i problemi temporanei dei musulmani appartenenti a entrambe le categorie: quelli dalla fede debole e quelli dalla fede forte. Era un passo verso l’ordinamento che l’Islam intendeva introdurre per la vita matrimoniale e coniugale dei musulmani. L’obiettivo dell’Islam era presentare un ordinamento matrimoniale e coniugale capace di realizzare tutti gli scopi del matrimonio: la purezza del carattere, la salvaguardia della castità, la stabilità della vita coniugale, la continuità della discendenza, nonché l’amore, l’affetto e l’ampliamento della vita familiare attraverso il vincolo matrimoniale.
Come il Corano ha adottato un metodo graduale nel proibire il consumo di alcol e l’usura — poiché nell’epoca dell’ignoranza entrambe erano ampiamente diffuse ovunque — allo stesso modo ha seguito una regolamentazione graduale nel proibire la zina e nel tutelare l’inviolabilità delle parti intime. Perciò, inizialmente, in considerazione delle necessità, fu permesso il matrimonio mutʿa. In seguito, il Profeta — pace e benedizioni su di lui — dichiarò completamente proibito questo tipo di matrimonio. A questo proposito sono stati trasmessi hadith attraverso Ḥaḍrat ʿAlī e numerosi Compagni. È stato riferito da Ḥaḍrat Mabrūta al-Juhanī: (testo arabo****************)
Egli aveva partecipato con il Profeta — pace e benedizioni su di lui — alla spedizione per la conquista della Mecca. In quell’occasione egli aveva autorizzato loro a prendere moglie secondo il metodo del mutʿa. Aggiunse: tuttavia, prima di lasciare la Mecca, il Profeta — pace e benedizioni su di lui — lo proibì.
Il testo di un altro hadith da lui narrato recita: (testo arabo****************)
E Allah l’Altissimo ha proibito questo matrimonio fino al Giorno della Resurrezione.
A questo punto è sorta la domanda: questa dichiarazione di proibizione è tuttora in vigore e continua a essere applicata, come il divieto perpetuo di sposare la madre o la figlia, oppure questa proibizione è analoga a quella della carne morta, del sangue e della carne di maiale?…… Se dunque sorgesse una necessità e fosse forte il rischio di cadere nella zina, questo tipo di matrimonio diventerebbe allora lecito?
In generale, l’intera comunità dei Compagni è pienamente concorde sul fatto che il matrimonio mutʿa sia definitivamente e per sempre proibito e che la precedente dichiarazione di proibizione sia tuttora pienamente in vigore, continuativa e immutata. Poiché la Sharia ha ormai raggiunto la sua forma definitiva, non può esservi spazio per un matrimonio di questo tipo.
Tuttavia, Ḥaḍrat Ibn ʿAbbās espresse un’opinione diversa. Disse che anche in epoche successive esso era lecito e permesso in caso di necessità. Quando un uomo gli chiese del prendere moglie secondo la modalità del mutʿa, egli glielo permise. Il suo schiavo gli domandò: è lecito soltanto in circostanze estremamente dure e difficili? Ibn ʿAbbās rispose: sì.
In seguito, quando egli stesso venne a sapere che la gente aveva cominciato a eccedere notevolmente in questa materia e ricorreva a tale pratica anche in assenza di necessità, ritirò questa sua opinione e smise di emettere fatwa a suo sostegno. (testo arabo****************)
Avere più mogli contemporaneamente
L’Islam è una religione pienamente conforme alla natura, una completa legislazione della vita capace di confrontarsi con la realtà. Esso trattiene l’uomo dagli eccessi, ma non contiene alcuna incompletezza o incapacità rispetto alle necessità. La prova concreta di ciò è data dal fatto che permette di avere più mogli contemporaneamente. Infatti, ha concesso al musulmano di avere più mogli contemporaneamente per molte gravi necessità umane, personali e sociali.
Prima dell’Islam, presso diversi popoli e comunità seguaci di varie religioni, era ampiamente diffusa la pratica per cui un singolo uomo prendeva come mogli un gran numero di donne. Talvolta il loro numero superava le dieci, arrivando persino a cento, duecento o trecento, senza che venisse imposta alcuna condizione né esistesse alcuna limitazione o restrizione. Ma con l’avvento della religione islamica furono introdotte regole, condizioni e controlli specifici riguardo all’avere più mogli.
La prima limitazione consiste nel fatto che l’Islam ha fissato a quattro il numero massimo di mogli che si possono avere contemporaneamente. Un uomo di nome Ghailan al-Makafi abbracciò l’Islam. A quel tempo aveva dieci donne come mogli. Il Profeta (pace e benedizioni su di lui) gli disse:
Prendine quattro tra queste e separati dalle rimanenti.
Analogamente, a chi al momento di abbracciare l’Islam aveva otto o cinque mogli, il nobile Messaggero (pace e benedizioni su di lui) proibì di mantenerne più di quattro.
Tuttavia, il fatto che il Profeta (pace e benedizioni su di lui) avesse personalmente nove mogli contemporaneamente è una questione del tutto particolare. Allah, l’Altissimo, gli aveva concesso un’autorizzazione speciale a ciò, tenendo conto delle necessità dell’attività di daʿwa e delle necessità della comunità musulmana dopo la sua scomparsa.
Condizione per avere più mogli contemporaneamente: la giustizia
L’Islam ha permesso di avere più mogli contemporaneamente a condizione che l’uomo abbia la ferma convinzione di poter mantenere piena giustizia tra le proprie mogli per quanto riguarda il vitto, l’abbigliamento, la ripartizione delle notti e il sostentamento.
Per colui che non ha la ferma convinzione di poter adempiere adeguatamente a tutti questi diritti con piena giustizia, equilibrio e parità, avere più mogli è stato dichiarato completamente haram. Allah l’Altissimo ha detto:
Se temete di non poter mantenere tale giustizia, allora sposate una sola moglie.
E il Nobile Profeta ﷺ ha detto:
Colui che ha due mogli e preferisce una all’altra, nel Giorno della Resurrezione si presenterà trascinando il fianco cadente o inclinato.
In questo hadith si mette in guardia dal propendere verso una delle due. Propendere significa privare l’altra del suo legittimo diritto e commettere ingiustizia nei suoi confronti. La semplice inclinazione del cuore non è un peccato, poiché l’attrazione o la propensione del cuore è qualcosa su cui nessuno ha un potere volontario. Per questo Allah l’Altissimo non ritiene nessuno responsabile di tale inclinazione, e questa mancanza non viene considerata. Allah stesso ha detto:
Non sarete capaci di mantenere tra le vostre mogli una giustizia e un equilibrio perfetti, per quanto lo desideriate. Perciò non propendete completamente verso una di loro.
Per questo il Nobile Profeta ﷺ ripartiva equamente ogni cosa tra le sue mogli e, insieme, diceva:
O Allah, ho distribuito equamente, per quanto mi è stato possibile. Non ritenermi dunque responsabile per la giustizia che va oltre le mie possibilità e che rientra nella Tua potestà, qualora io non riesca a praticarla.
Con l’espressione «oltre le possibilità» si intende questo: non è affatto anormale provare una particolare inclinazione verso una sola persona, né nutrire per lei un’attrazione, un amore e un affetto eccessivi. In questo ambito, spesso l’essere umano si dimostra incapace e del tutto impotente.
Quando il Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) desiderava intraprendere un viaggio all’estero, partiva portando con sé quella delle sue mogli il cui nome veniva individuato mediante sorteggio.
La ragionevolezza del permesso di prendere più mogli
In verità, l’Islam è il sistema di vita rivelato da Allah l’Altissimo per mezzo dell’ultimo Profeta e Messaggero. Esso ha presentato una Sharia eterna e applicabile a tutti. Vi sono presenti norme e leggi relative a ogni aspetto e settore della vita umana. È applicabile e certamente efficace in ogni tempo, in ogni epoca e in ogni paese. Ogni persona può ricavare da essa la soluzione ai propri problemi di vita. Essa contiene norme per gli abitanti delle città, ma non per quelli dei villaggi o delle campagne; oppure contiene norme per gli abitanti dei paesi freddi ignorando le necessità degli abitanti dei paesi caldi: questa Sharia non è così. Né è tale da soddisfare le necessità degli appartenenti a una stirpe in un determinato periodo, impedendo agli appartenenti ad altri periodi o stirpi di ricavarne delle norme.
In verità, essa soddisfa tanto le necessità degli individui quanto quelle della società e della collettività. Vi si trova un’adeguata organizzazione del bene dell’intera umanità, senza distinzione.
Le condizioni delle persone sono diverse e degne di nota. Alcuni desiderano assicurare la continuità della propria discendenza, ma, pur avendo una moglie, non hanno neppure un figlio. Qualunque ne sia la causa, sterilità o altro, in una simile situazione non sarebbe forse più dignitoso per la moglie e migliore per quell’uomo che egli tenesse con sé la prima moglie, continuasse a garantirle pienamente tutti i suoi diritti e prendesse un’altra moglie, così da poter soddisfare il naturale desiderio di avere figli?
In alcune persone la potenza sessuale può essere molto forte e intensa. Per loro l’impulso e l’eccitazione sessuale possono diventare incontenibili. Ma la moglie può essere disinteressata o priva di desiderio sotto questo aspetto, oppure incapace; può anche essere cronicamente malata e incapace di soddisfare le richieste del marito. Il suo periodo mestruale può essere prolungato, mentre il marito può non essere in grado di esercitare la pazienza per un tempo così lungo. In una simile situazione, invece di prendere una ragazza come amica (girl friend), non sarebbe forse più appropriato per lui contrarre un altro matrimonio secondo la Sharia?
Spesso in un Paese il numero delle donne è di gran lunga superiore a quello degli uomini. In particolare, quando i giovani danno la vita a schiere nelle guerre nazionali, molte donne sono costrette a trascorrere la vita da vedove, poiché non riescono a trovare uomini da sposare. In una situazione simile, il bene generale della società, e soprattutto quello delle donne, può essere realizzato proprio dando la preferenza alla condizione di co-moglie, invece di rimanere prive della vita coniugale e invecchiare nubili. In tal modo potranno vivere con la dignità di mogli, godendo dell’amore del marito, della serenità mentale e della purezza morale. Potranno diventare madri. Una simile forma di vita è, in realtà, l’eco della loro stessa natura.
Quando il numero delle donne in età da matrimonio supera quello degli uomini, è inevitabile che si verifichi una delle tre situazioni seguenti:
– oppure continueranno per tutta la vita a bere l’amaro veleno della privazione e trascorreranno così l’intera esistenza;
– oppure, diventando libere, indipendenti e licenziose, consumeranno la propria vita come giocattoli degli uomini e alimento delle loro passioni;
– oppure si riterrà lecita la loro unione con uomini sposati capaci di sostenerne le spese e disposti ad adottare una condotta virtuosa.
Se si giudica con lo sguardo di persone imparziali e sagge, si comprenderà senza dubbio che quest’ultima situazione è la soluzione giusta ed equilibrata. Anche dal punto di vista dell’ordine sociale e della salute morale, questa disposizione è la migliore. Ed è proprio questa soluzione che l’Islam ha proposto per questo complesso problema umano. Allah ha detto davvero:
Chi potrebbe dare una legge migliore di quella stabilita da Allah per coloro che credono fermamente in Allah? (Sura al-Māʾida: 50)
Questa è la spiegazione fondamentale e il contesto dell’autorizzazione, nell’Islam, a prendere più mogli contemporaneamente. Eppure i sacerdoti cristiani occidentali hanno sollevato una tempesta in tutto il mondo diffamando i musulmani proprio a questo proposito. La loro situazione, tuttavia, è tale che hanno concesso agli uomini ampia libertà e autorizzazione di avere innumerevoli amanti, compagne e mantenute, senza applicare alcun controllo legale o morale. Come risultato di tali pratiche prive di moralità e di religione, raccolgono innumerevoli figli illegittimi e orfani. La corruzione sociale che ne è derivata è indicibile e quasi impossibile da estirpare. Alla luce di questa grande verità, è certamente necessario esaminare con la dovuta serietà quale disposizione sia più umana e benefica: quella occidentale o quella islamica.
Le relazioni reciproche tra marito e moglie
Il Nobile Corano ha descritto con grande serietà e chiarezza lo scopo e la finalità del matrimonio. È su questa base che viene edificato il palazzo della vita coniugale. Il vero obiettivo del vincolo matrimoniale consiste, invece della dissolutezza sessuale, nell’amore tra marito e moglie, nella pace e nella serenità interiore, nella soddisfazione, nel profondo rapporto di affetto e armonia tra i parenti e le famiglie di entrambi i coniugi, nella piena espressione della solidarietà umana, della benevolenza e della sensibilità emotiva, nonché nella costruzione di un rapporto sincero con i figli in quanto padre e madre, e in tutto ciò che vi è connesso. Questo aspetto è stato indicato in un versetto della Sura ar-Rum. È stato detto: (Arabo****************)
E tra i Suoi segni vi è questo: Egli ha creato per voi, tra voi stessi, delle spose, affinché troviate presso di loro profonda pace e serenità, e ha posto tra voi affetto e benevolenza. In ciò vi sono molte lezioni e spunti di riflessione per le persone pensierose.
Il rapporto sensibile tra marito e moglie
Oltre a questi scopi e finalità, il Nobile Corano ha rivolto la propria attenzione anche al rapporto reciproco, sensibile e fisico o sessuale tra marito e moglie. Anche in questo ambito il Corano ha indicato all’essere umano una via semplice, diretta e retta. Seguendola, l’uomo può soddisfare i propri desideri e bisogni naturali, evitando le vie errate, sordide e abominevoli.
È narrato negli hadith che, quando le loro mogli avevano le mestruazioni, gli ebrei e gli adoratori del fuoco si allontanavano molto da loro ed eccedevano enormemente in questa pratica. I cristiani, invece, avevano rapporti con le mogli anche in tale condizione. Non nutrivano alcuna preoccupazione né avversione per le mestruazioni. Quanto alla gente dell’epoca dell’ignoranza, quando le mogli avevano le mestruazioni evitava di mangiare e bere insieme a loro, di stare e sedere con loro e di dormire nello stesso letto, arrivando persino a evitare di vivere nella stessa casa. Proprio come gli ebrei e gli adoratori del fuoco.
Vedendo tutto ciò, nella mente di alcuni musulmani sorse una domanda. Essi chiesero al Nobile Messaggero di Dio se, in tali circostanze, nei rapporti con le mogli, fosse lecito o illecito. Fu allora rivelato il seguente versetto: (Arabo****************)
Ti chiedono delle mestruazioni. Di’: sono una cosa assai impura e disgustosa. In tale condizione, tenetevi lontani dalle mogli e non abbiate con loro intimità fisica finché non saranno purificate. Quando poi si saranno purificate, accostatevi a loro nel modo che Allah ha stabilito per voi. In verità, Allah ama coloro che si pentono e coloro che si purificano.
Da questo versetto gli Arabi avevano dedotto che, sebbene fosse stato ordinato di astenersi dalle mogli, non fosse neppure lecito vivere con loro. Allora il Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui), fornendo la corretta spiegazione del versetto, disse:
Vi ho ordinato soltanto di evitare i rapporti sessuali con le mogli durante le mestruazioni. Non vi ho ordinato di espellerle dalle loro case, come fanno i non arabi.
Quando gli Ebrei lo seppero, dissero: «Quest’uomo si è proposto di contraddirci in ogni cosa».
Pertanto, per il musulmano non vi è alcuna colpa nel trarre piacere dalla propria moglie durante le mestruazioni in ogni altra forma, eccetto il rapporto sessuale, evitando il luogo impuro. Da ciò risulta che è stata introdotta una norma equilibrata e armoniosa, intermedia tra i due estremi: da una parte espellere le mogli dalle loro case durante le mestruazioni e, dall’altra, avere con loro rapporti fino al rapporto sessuale.
La medicina moderna ha scoperto che il sangue espulso durante le mestruazioni contiene una sostanza tossica che, se trattenuta nell’organismo, può risultare molto dannosa. È stata così svelata la ragione per cui si devono evitare i rapporti sessuali durante le mestruazioni. È stato appurato che, durante le mestruazioni, la vagina si restringe a causa dell’accumulo di sangue. Poiché le vene e i capillari interni sono congestionati, il sistema nervoso si trova in uno stato di grande agitazione e anormalità. Pertanto, avere rapporti sessuali in tale stato risulta dannoso per la donna. Talvolta le mestruazioni possono interrompersi, provocando malattie nervose. Talvolta compare anche un’irritazione negli organi sessuali. (Si veda l’opera del dott. ʿAbd al-ʿAzīz Ismāʿīl.)
Evitare il rapporto anale
A proposito dei rapporti fisici con le mogli, fu rivelato questo versetto della sura al-Baqara:
Le vostre mogli sono per voi un campo. Entrate dunque nel vostro campo come volete. E preparate provviste per il vostro futuro. Temete Allah. Sappiate che dovrete certamente incontrarvi con Lui. E annuncia la buona novella ai credenti.
La rivelazione di questo versetto ebbe una causa e una motivazione particolari. Shah Waliullah Dehlavi le ha menzionate. Egli disse:
Gli ebrei avevano introdotto, nei rapporti sessuali con le mogli, restrizioni prive di qualsiasi indicazione divina. E gli Anṣār che vivevano nelle loro vicinanze ne seguivano la pratica. Dicevano: se si ha un rapporto con la moglie da dietro, penetrando anteriormente nell’organo sessuale, il figlio nascerà strabico. Allora fu rivelato questo versetto del Corano:
Accostatevi ai vostri campi come volete.
Ciò significa che il rapporto deve avvenire nell’organo sessuale della moglie, sia da davanti sia dall’esterno, cioè da dietro. Nessuna particolare modalità o posizione del rapporto sessuale ha a che fare con questioni sociali, culturali o nazionali. Quanto poi ai vantaggi e agli svantaggi personali, ciascuno li conosce per sé. In questa materia, la ristrettezza di vedute degli ebrei era frutto del loro eccessivo scrupolo. Per questo è opportuno respingerla.
In realtà, la determinazione delle modalità e delle posizioni del rapporto sessuale non rientra negli atti della religione. L’uomo deve temere Allah e sapere bene che certamente Lo incontrerà. Perciò eviterà l’ano, poiché è la via delle feci. Questa pratica rientra infatti nel ripugnante liwāṭ. Per questo la Sharīʿa ha ritenuto necessario dichiararla proibita. Il Profeta — pace e benedizioni su di lui — ha detto:
Non abbiate rapporti con le vostre mogli nell’ano.
A colui che ha rapporti con sua moglie nell’ano, il Nobile Messaggero — pace e benedizioni su di lui — disse:
Colui che pratica il piccolo liwāṭ.
Quando una donna della stirpe degli Ansar gli chiese riguardo al rapporto sessuale con la moglie da dietro, il Nobile Profeta (pace e benedizioni di Allah su di lui) le recitò questo versetto:
Le vostre mogli sono il vostro campo. Accostatevi dunque al vostro campo come e da qualunque direzione vogliate.
Umar (che Allah si compiaccia di lui) chiese:
O Messaggero! Sono perduto. Egli gli chiese: «Che cosa ti ha rovinato?». Rispose: «La notte scorsa la direzione della mia cavalcatura era cambiata». (Vale a dire: ho avuto un rapporto con mia moglie da dietro.)
Udite queste parole, il Nobile Profeta (pace e benedizioni di Allah su di lui) non rispose. In seguito fu rivelato il versetto sopra citato. Dopodiché il Nobile Profeta (pace e benedizioni di Allah su di lui) disse:
Puoi farlo dalla parte anteriore e puoi farlo anche da dietro. Tuttavia, evita di farlo durante le mestruazioni e nell’ano. (Ahmad, Tirmidhi)
La conservazione dei segreti intimi tra marito e moglie
Nel descrivere le qualità delle mogli virtuose e timorate di Dio, il Nobile Corano dice:
Le donne devote sono custodi delle cose nascoste, sotto la protezione e il favore di Allah. (Sura an-Nisāʾ, 4:34)
Tra le cose invisibili e segrete di cui questo versetto prescrive la custodia rientrano anche gli aspetti della particolare relazione reciproca tra marito e moglie. È vietato menzionare questi segreti nelle riunioni e nelle assemblee di amici e conoscenti.
Nel hadith è detto: (in arabo****************)
Nel Giorno della Resurrezione avrà presso Allah il rango più vile colui che soddisfa il proprio desiderio con la moglie e poi divulga quel segreto.
Abū Hurayra (che Allah sia soddisfatto di lui) riferisce che il Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) ci guidò nella preghiera e, dopo aver pronunciato il salām, si rivolse verso di noi e disse: «Restate tutti seduti e ascoltate. Vi è forse tra voi qualcuno che va dalla propria moglie, chiude la porta della casa e cala la tenda? Poi, quando esce, racconta alla gente: “Ho fatto questo e quello con mia moglie”?»
Nessuno rispose alla domanda del Nobile Messaggero (pace e benedizioni su di lui). Poi egli si rivolse alle donne che avevano pregato e disse: «Vi è forse anche tra voi qualcuna che parla in questo modo?». Una giovane donna, appoggiata sulle ginocchia nel tentativo di vedere il Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) e di ascoltare le sue parole, disse: «Per Allah, anche gli uomini parlano in questo modo». Udendo ciò, il Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) disse: (in arabo****************)
Sapete qual è l’esempio di chi fa una cosa simile? Il suo esempio è quello di un uomo-satana e di una donna-satana: egli si unisce alla moglie sulla strada pubblica e soddisfa il proprio desiderio, mentre tutta la gente osserva a occhi aperti quello spettacolo indecente.
Per suscitare in un musulmano il massimo disgusto verso un atto tanto insensato, è sufficiente l’esempio qui presentato. Si tratta infatti di un atto estremamente abominevole. Nessun musulmano può desiderare di diventare un uomo-satana o una donna-satana.
Pianificazione familiare
La stabilità della specie umana e della progenie umana è il fine ultimo del matrimonio e della vita coniugale. E tale stabilità dipende dalla continua prosecuzione della discendenza. Per questo l’Islam ha attribuito grande importanza alla procreazione e l’ha dichiarata altamente raccomandabile. Dal punto di vista dell’Islam, i figli, siano maschi o femmine, sono strumenti di immensa prosperità e benedizione. Tuttavia, l’Islam ha anche affermato che, per ragioni fondate e in presenza di necessità importanti, si può ricorrere alla pianificazione familiare. Ai tempi del Nobile Messaggero (pace e benedizioni su di lui), era praticato l’azl, cioè l’espulsione dello sperma all’esterno dell’organo femminile al momento dell’eiaculazione, allo scopo di impedire o ridurre il tasso delle nascite. Durante l’epoca della Missione, i Compagni adottavano questo metodo. È stato riferito da Jābir (che Allah sia soddisfatto di lui):
Praticavamo l’azl durante la vita del Nobile Messaggero (pace e benedizioni su di lui), mentre il Corano veniva ancora rivelato. Un altro ḥadīth recita:
Praticavamo l’azl durante la vita del Nobile Messaggero (pace e benedizioni su di lui). Quando egli ne fu informato, non ci proibì di farlo.
In un altro ḥadīth è detto:
Un uomo si presentò dal Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) e disse: «O Messaggero! Ho cento schiave; pratico l’azl con loro e non desidero che rimangano incinte. Anch’io desidero ciò che generalmente desiderano gli uomini. D’altra parte, gli ebrei vanno dicendo che l’azl è una piccola forma di omicidio occulto». Allora il Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) disse: «Gli ebrei mentono. Se Allah vuole che nasca un bambino, tu non puoi impedirlo».
Il significato delle parole del Nobile Messaggero (pace e benedizioni su di lui) è che, nonostante la pratica dell’azl, gli spermatozoi possono raggiungere l’utero e il concepimento può avvenire senza che ci si accorga.
Nella riunione di ʿUmar al-Fārūq (che Allah sia soddisfatto di lui) si discuteva dell’azl. Uno disse: «La gente lo considera una piccola forma di omicidio occulto». Udendo ciò, ʿAlī (che Allah sia soddisfatto di lui) disse: «Si può parlare di seppellimento da vivi, cioè di uccisione del figlio, quando l’embrione abbia superato sette stadi: l’essenza della terra si trasforma in spermatozoo, poi assume la forma di sangue coagulato, quindi diventa una massa di carne; in seguito si formano le ossa e su di esse si deposita la carne. Solo dopo aver attraversato questi stadi assume forma e aspetto umano». ʿUmar (che Allah sia soddisfatto di lui) disse: «Hai detto il vero. Che Allah ti conceda una lunga vita».
In quali circostanze è lecita la pianificazione familiare
L’adozione di metodi di pianificazione familiare può essere lecita soltanto in alcune particolari necessità. Una di queste si presenta quando la vita o la salute della madre è minacciata da una malattia o da complicazioni durante il parto; in tal caso si può ricorrere a questo metodo. La presenza di tale complicazione o minaccia sarà accertata sulla base dell’esperienza, oppure sarà indicata da un medico fidato e competente. Allah stesso ha detto: (Arabo****************)
Non gettate voi stessi nella distruzione con le vostre stesse mani.
Ha detto: (Arabo****************)
Non uccidete voi stessi. In verità, Allah è immensamente misericordioso verso di voi.
La seconda base è il timore di cadere in difficoltà e problemi materiali, nell’incertezza e nell’impotenza, a causa dei quali si potrebbe ritenere che sorgano problemi religiosi. Di conseguenza, le persone, a causa dei figli, finirebbero per consumare cose haram e dedicarsi ad attività illecite. Allah ha detto: (Arabo****************)
Allah vuole stabilire per voi la facilità e non vuole sottoporvi ad alcuna difficoltà. (Sura al-Baqara: 185)
(Arabo****************)
Allah non vuole imporvi restrizioni o difficoltà.
La terza riguarda il timore che la salute dei figli venga compromessa o che non si riesca a provvedere adeguatamente alla loro corretta educazione e formazione. A questo proposito si cita il seguente hadith:
È narrato da Usama ibn Zayd che un uomo si presentò davanti al nobile Messaggero e disse: «O Messaggero di Allah, pratico il coito interrotto con mia moglie». Egli domandò: «Perché lo fai?». Rispose: «Temo per il suo seno». Allora il nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) disse: «Se il timore di un danno fosse fondato, esso avrebbe colpito i Persiani e i Romani».
Il significato di ciò è che, secondo il nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui), se tale pratica viene compiuta dai singoli a livello personale, essa non è collettivamente dannosa per l’intera umma. E la prova più evidente che non è dannosa è che, a quel tempo, i Persiani e i Romani disponevano di governi e sistemi statali molto potenti, eppure non subirono alcun danno a causa di tale pratica.
Dal punto di vista della Sharia si può menzionare anche un’altra necessità: se la madre di un bambino ancora allattato rimane nuovamente incinta, ciò può essere dannoso per il bambino. Infatti, in tal caso, il latte della madre potrebbe venire meno, con la conseguenza che il bambino potrebbe indebolirsi.
Il nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) esortava la comunità a compiere le azioni collettivamente benefiche per l’intera umma. E ordinava di evitare tutte le azioni dalle quali si temesse un danno per la comunità. Le sue parole rientrano in questo ambito:
Non distruggete i vostri figli con mezzi occulti. Infatti, avere rapporti con la propria moglie mentre questa allatta può nuocere al bambino.
Tuttavia, il nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) non proibì questa pratica considerandola haram. Infatti, ai suoi tempi, altri popoli la praticavano, senza che ciò arrecasse loro alcun danno. Se durante il periodo dell’allattamento fosse stato vietato in modo assoluto avere rapporti con la propria moglie, ciò avrebbe causato sofferenza ai loro mariti. Il periodo dell’allattamento può protrarsi fino a due anni. Tenendo conto di tutti questi aspetti, il nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) disse:
Avevo intenzione di proibire i rapporti con la madre di un bambino allattato al seno. Ma venni a sapere che Persiani e Romani lo facevano, senza che ciò arrecasse alcun danno ai loro figli.
L’Allamah Ibn al-Qayyim ha fornito un’analisi per conciliare i due hadith citati sopra. Egli disse:
Dinanzi al Profeta nobile (pace e benedizioni su di lui) si presentavano due aspetti. Il primo era il timore che il bambino allattato al seno potesse subire un danno se si avessero rapporti con sua madre mentre ella lo allattava. Sebbene tale danno non fosse al livello dell’uccisione o della distruzione, egli lo proibì per il timore del danno. Tuttavia non lo dichiarò haram; in seguito volle dissuadere da tale pratica come misura preventiva. Ma dinanzi a lui si manifestò anche un altro aspetto: se fossero stati proibiti i rapporti con le donne che allattavano, non sarebbe stato possibile prevenire, attraverso tale proibizione, le difficoltà e le conseguenze negative che ne sarebbero potute derivare, soprattutto il grave rischio che giovani inesperti e persone sessualmente eccitate cadessero in una rovina estrema. Per questo ritenne che la salvaguardia di tale beneficio fosse molto più importante e meritasse la precedenza rispetto ai danni della misura preventiva. Aveva inoltre davanti agli occhi il comportamento di due grandi nazioni allora affermate: esse non avevano rinunciato a tale pratica. Per tutte queste ragioni non la proibì.
Nell’epoca moderna sono stati ideati nuovi e svariati metodi e mezzi di contraccezione. È necessario ricordare che qui l’autore parla di pianificazione familiare, non di controllo delle nascite o di sterilizzazione. Pertanto non si può affermare che la pianificazione familiare praticata con i metodi moderni, né la sterilizzazione, siano lecite. La sterilizzazione è fondamentalmente il crimine di alterare la creazione di Allah. Non vi è alcun dubbio che sia un peccato e haram, nonché l’atto esplicito di uccidere i figli che Allah ha proibito. Tuttavia, se qualcuno si trova in una situazione di estrema necessità, il discorso è diverso. – Il traduttore
Mediante la loro applicazione e il loro uso è possibile preservare l’aspetto benefico, ed è proprio questo che il Messaggero nobile (pace e benedizioni su di lui) desiderava: proteggere il bambino allattato al seno dal danno. Egli voleva inoltre proteggere la comunità dai disastri che potevano derivare dalla proibizione dei rapporti con la moglie durante l’allattamento.
Alla luce di questa discussione, secondo Ibn Hanbal l’‘azl è lecito. La condizione, tuttavia, è che sia praticato con il consenso della moglie. Infatti ella ha diritto sia al piacere e alla soddisfazione del rapporto sessuale, sia ad avere figli. Umar (che Allah si compiaccia di lui) proibì di praticare l’‘azl senza il consenso della moglie.
Da ciò emerge chiaramente la prospettiva caratteristica dell’Islam. Il Profeta nobile (pace e benedizioni su di lui) attribuì tanta importanza ai diritti delle donne proprio in un’epoca in cui gli uomini del mondo erano del tutto estranei persino all’idea dei diritti delle donne.
Praticare l’aborto
L’Islam ha consentito il ricorso ai metodi contraccettivi precisamente quando se ne manifesta una pressante necessità. Tuttavia, una volta iniziata la gravidanza, non è in alcun caso lecito danneggiare il feto.
I giuristi sono unanimi nel ritenere che, dopo che nel feto è entrata la vita, l’aborto sia completamente haram e costituisca un crimine. Nessun musulmano può considerare lecito un simile atto, poiché esso rappresenta un’ingiustizia disumana contro un essere vivente e completo. Per questo i giuristi hanno affermato che, se durante l’aborto il feto viene partorito vivo e poi muore, si deve pagare la diyah, cioè il prezzo del sangue. Se invece il feto è morto, si deve pagare una sanzione, il cui ammontare sarà inferiore alla diyah. Essi affermano tuttavia che, se si sa con certezza, attraverso mezzi affidabili, che per salvare il feto la vita della madre andrà perduta e che non esiste altro modo di salvarla se non praticando l’aborto, allora l’aborto diventa necessario. La regola generale della Sharia è che, considerando due questioni dannose, non si può mettere in pericolo la vita della madre per salvare quella del feto, poiché la vita della madre è quella fondamentale e i suoi diritti hanno la precedenza. Pertanto, non può essere in alcun modo auspicabile sacrificare la vita della madre per salvare quella del feto.
L’Imam al-Ghazali ha detto:
Bisogna distinguere tra la contraccezione e l’aborto. La contraccezione non equivale all’uccisione di un figlio, poiché si può parlare di uccisione di un figlio solo quando questi abbia acquisito un’esistenza nel grembo. L’acquisizione dell’esistenza da parte del figlio nel grembo attraversa diverse fasi. La prima consiste nell’insediamento dello spermatozoo nell’utero e nel suo divenire capace di ricevere la vita. Distruggerlo in tale condizione è un peccato. Quando poi vi viene insufflata l’anima e si è sviluppato in modo sano e completo, distruggerlo diventa causa di un peccato ancora più grave. Il peccato al suo grado estremo consiste nell’ucciderlo dopo la nascita.
(Ma come ha potuto l’Imam al-Ghazali dimenticare che anche la distruzione dello spermatozoo è certamente un peccato e che, se la si dichiarasse lecita, si potrebbe vanificare completamente la volontà di Allah di creare gli esseri umani sulla terra, cosa che non può mai essere lecita? Attualmente proprio questo metodo è stato inventato e viene ampiamente praticato. In realtà, lo spermatozoo emesso dal corpo dell’uomo è il figlio dell’uomo stesso, e il Sacro Corano ha ripetutamente vietato di ucciderlo. Se ciò avviene per il timore della penuria alimentare, allora questo haram diventa ancora più grave.) — Il traduttore.
I diritti sociali dei coniugi
Il matrimonio è un legame ben strutturato, una promessa solidissima. Allah l’Altissimo ha istituito questo ordinamento proprio per creare un forte legame tra l’uomo e la donna. Dopo il matrimonio, ciascuno dei due è il complemento dell’altro. Sebbene siano distinti quanto alla personalità, nella realtà sono il complemento l’uno dell’altro. Ciascuno è garante dell’altro. I desideri, le aspirazioni e le speranze personali di entrambi sono reciprocamente connessi e intrecciati.
Proprio per illustrare la massima solidità e indissolubilità di questo rapporto tra marito e moglie, nel Sacro Corano è stato detto: (in arabo****************)
Le vostre mogli sono il vostro abito e voi siete il loro abito.
Il vero significato di questo versetto è che marito e moglie devono essere strettamente uniti, coprire reciprocamente le proprie intimità, sostenersi e aiutarsi a vicenda e costituire l’uno per l’altra motivo di bellezza. In altre parole, ciascuno ha dei diritti sull’altro. Tali diritti devono essere pienamente rispettati. Essi sono completamente uguali, salvo i particolari diritti concessi agli uomini in conformità con la loro natura; ciò è evidente dalle parole di Allah. Egli dice:
Le mogli hanno diritti equivalenti ai doveri che gravano su di loro, secondo le norme chiare e consuetudinarie o generalmente riconosciute. Tuttavia, gli uomini hanno su di loro un certo grado di preminenza.
Tale preminenza consiste nell’essere direttori, controllori, responsabili e tenuti a rendere conto. Un uomo chiese al Nobile Profeta ﷺ: «Quali diritti hanno le nostre mogli su di noi?». Egli rispose:
Devono essere nutrite con ciò di cui vi nutrite voi e vestite come vi vestite voi. Non colpitele sul volto, non insultatele con parole cattive e oscene e non abbandonatele se non nella loro casa. (Abū Dāwūd, Ibn Ḥibbān)
Pertanto, nessun musulmano può permettersi di mostrarsi negligente o indifferente nel provvedere al mantenimento della propria moglie. È stato detto in un hadith:
È sufficiente che un uomo sia peccatore il fatto che trascuri completamente coloro il cui mantenimento gli è stato affidato. (Abū Dāwūd, al-Nasāʾī, Ḥāfem)
L’Islam non ha dato alcun permesso di colpire la moglie sul volto, poiché ciò è contrario all’onore e alla dignità umana. In tal modo viene ferita e oltraggiata la parte del corpo più degna di rispetto e di onore, quella in cui è concentrata tutta la bellezza del corpo. Nel caso di una moglie disobbediente e ribelle, quando sia necessario istruirla adeguatamente e correggerla, talvolta può essere colpita leggermente. Tuttavia, non è in alcun modo lecito colpirla procurandole dolore o ferite al volto. Non è neppure lecito insultare la moglie. Ferire i suoi sentimenti, rivolgerle parole intollerabili e persino invocare su di lei il male, e simili comportamenti, sono assolutamente illeciti.
A proposito dei diritti del marito sulla moglie, è opportuno citare il seguente hadith. Il Nobile Profeta (sa) disse: (Arabo****************)
Per una donna che crede in Allah non è lecito permettere di entrare nella casa del marito a una persona che egli non gradisce. Né le è lecito uscire di casa senza il permesso del marito. In questa materia non dovrebbe obbedire alle parole di nessun altro, né è auspicabile che si tenga lontana dal letto del marito. Se il marito è ingiusto, ella deve fare del suo meglio per renderlo soddisfatto. Se il marito accetta questo suo servizio, tanto meglio. Allah accetterà la sua scusa e manifesterà anche la sua sincerità. Ma se il marito non si riconcilia con lei, presso Allah giungerà la giustificazione della sua incapacità.
La reciproca pazienza tra marito e moglie
È dovere di ogni marito musulmano avere pazienza nei confronti della propria moglie, soprattutto quando nota in lei qualcosa che non gli piace. È assolutamente dovere del marito abituarsi a sopportare i difetti che, in quanto esseri umani, sono naturalmente presenti nelle persone, così come le debolezze proprie della femminilità che si osservano nelle donne. Allo stesso modo, è auspicabile che rivolga maggiormente la propria attenzione alle qualità della moglie e ai suoi aspetti positivi, piuttosto che ai suoi difetti e alle sue mancanze. In un hadith è detto: (Arabo****************)
Nessun uomo credente deve odiare una donna credente. Infatti, se in lei vi è una caratteristica che gli dispiace, certamente troverà piacevoli le altre sue qualità. (Muslim)
E Allah l’Altissimo ha detto: (Arabo****************)
Vivete e conducete la vostra vita con le vostre mogli in modo buono (adottate un buon comportamento). Se provate avversione per loro, può darsi che Allah abbia posto in loro molte cose buone e benefiche.
Proprio come l’Islam ha ordinato al marito di avere pazienza e mostrare la massima tolleranza di fronte agli aspetti delle mogli che non gradisce, allo stesso modo ha ordinato alle mogli di impegnarsi al massimo per mantenere soddisfatti i propri mariti e di non trascorrere la notte lasciandoli scontenti. In un hadith è detto: (Arabo****************)
La preghiera di tre persone non sale nemmeno di un palmo sopra le loro teste: uno è colui che guida la preghiera della gente, sebbene essa non lo gradisca; la seconda è la donna che trascorre la notte mentre il marito è adirato con lei; e i terzi sono due fratelli impegnati in liti e dispute reciproche. (Ibn Mājah, Ibn Ḥibbān).
Quando sorgono contrasti tra marito e moglie
L’uomo è il capo, l’amministratore e il responsabile della casa e della famiglia. È stato creato proprio a questo scopo e, poiché possiede le qualità necessarie, anche la sua posizione nel campo della lotta per la vita è tale; inoltre, poiché è lui a portare la responsabilità della dote e delle spese, gli è stata assegnata questa posizione. Pertanto, la moglie non può avere alcun diritto di disobbedirgli, compiere atti contrari alla sua obbedienza, ribellarsi a lui o scavalcarlo. Se ciò dovesse accadere, il deterioramento dei rapporti reciproci sarebbe inevitabile. La barca della vita familiare comincerebbe a sballottarsi tra i flutti e, in assenza di un vero timoniere, non sarebbe impossibile che affondasse completamente.
Quando il marito si accorge che la moglie gli disobbedisce e procede a testa alta contro di lui, deve fare tutto il possibile per correggerla con buoni consigli e parole ragionate e toccanti. Se però i consigli non producono effetto, deve evitarla e abbandonarla nel letto, affinché si risvegli in lei la disposizione propria della donna e, alla fine, ella si arrenda e diventi obbediente e sottomessa.
Se questo provvedimento non si dimostra efficace, è possibile alzare la mano contro di lei. Tuttavia, ciò non significa in alcun modo che siano ammesse percosse estreme, maltrattamenti o colpi sul volto: tutto questo deve essere assolutamente evitato. Per alcune donne, percosse leggere possono rivelarsi in una certa misura benefiche e rivitalizzanti. Percuotere non significa colpire con una frusta, una verga o un bastone. Una dichiarazione del Profeta nobile (pace e benedizioni su di lui) getta una luce chiara su questo argomento. Un suo servitore lo aveva fatto adirare per una determinata azione. Allora egli disse: (arabo****************)
Se nel Giorno della Risurrezione non fosse previsto il diritto di rivalsa, ti avrei colpito proprio con questo siwāk. (Ṭabaqāt di Ibn Saʿd)
Il Messaggero nobile (pace e benedizioni su di lui) non gradiva affatto le percosse. Egli disse: (arabo****************)
Perché mai alcuni di voi picchiano la propria moglie come un padrone picchia il suo schiavo, per poi, forse, avere con lei un rapporto sessuale quella stessa notte? (Musnad di Aḥmad)
A proposito di coloro che picchiano le donne, il Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) ha detto: (Arabo****************)
Una persona simile non può mai essere considerata una persona buona tra voi.
Ḥāfiẓ Ibn Ḥajar ha scritto:
Dalle parole del Nobile Messaggero (pace e benedizioni su di lui), secondo cui i migliori tra voi non picchiano mai le proprie mogli, si comprende che, in linea generale, picchiare la moglie è permesso. Tuttavia, il momento appropriato è quello in cui il marito riscontra nella moglie disobbedienza proprio in una questione nella quale ella ha il dovere di obbedirgli. In una simile situazione può colpirla allo scopo di costringerla all’obbedienza e di imporla. Ma se la situazione può essere risolta con rimproveri, intimidazioni o simili, allora si deve assolutamente evitare di ricorrere alle percosse. Ciò infatti intensifica nel cuore della moglie l’odio verso il marito, ed è contrario a una vita coniugale armoniosa, mentre proprio questa è la finalità essenziale della vita matrimoniale. Se però occorre colpirla per una questione riguardante la disobbedienza ad Allah, si tratta di un caso diverso.
Nel libro al-Nasāʾī, ʿĀʾisha (che Allah sia soddisfatto di lei) ha riferito: (Arabo****************)
Il Nobile Messaggero (pace e benedizioni su di lui) non colpì mai nessuna delle sue mogli né alcun suo servitore. Non alzò mai la mano contro nessun altro per colpirlo. Se invece puniva qualcuno per la causa di Allah o per la profanazione di ciò che Allah ha reso inviolabile, questo è un caso del tutto diverso. (Fatḥ al-Bārī, vol. 9, p. 249)
Ma se anche queste misure falliscono e risultano inefficaci, e si teme che il conflitto e il dissenso reciproci si estendano e si aggravino, allora le persone influenti, dotate di autorità e desiderose del bene della società islamica interverranno e si adopereranno per la riconciliazione. Il procedimento consiste nel nominare un arbitro da parte del marito e uno da parte della moglie, entrambi realmente interessati al bene di entrambi. Essi cercheranno di riconciliare i coniugi e di eliminare il dissenso sorto; in tal caso Allah creerà certamente l’accordo tra loro. A proposito di ciò, l’Altissimo ha dichiarato: (Arabo****************)
Quanto alle mogli della cui ribellione e disobbedienza temete, ammonitele e istruitele; poi abbandonatele nei loro letti e colpitele. Se in seguito vi obbediscono, non cercate pretesti contro di loro. Sappiate con certezza che Allah è Altissimo e Grandissimo. Se temete una separazione tra i due, nominate un arbitro tra i parenti del marito e un arbitro tra i parenti della moglie. Se entrambi si adoperano realmente per la riconciliazione, Allah ristabilirà l’accordo tra loro. In verità, Allah è Onnisciente e perfettamente informato di ogni cosa.
Il divorzio può essere pronunciato soltanto in una simile situazione
Solo dopo che tutti i tentativi e gli sforzi sopra menzionati e analizzati siano falliti, può essere lecito per il marito, per necessità e come ultima soluzione, ricorrere al metodo stabilito dalla Sharia islamica, affinché tutti i problemi e le complicazioni vengano risolti: vale a dire pronunciare il divorzio. L’Islam ha autorizzato il ricorso a questa soluzione con grande riluttanza e disapprovazione. Essa non è un’azione gradita né obbligatoria o prescritta. Il Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) ha detto: (arabo****************)
Tra le azioni lecite presso Allah, il divorzio è quella più detestata e sgradita.
(arabo****************)
Allah non ha reso lecita alcuna azione più sgradita del divorzio.
Che il divorzio sia un’azione lecita ma sgradita risulta chiaramente dal fatto che esso costituisce un’autorizzazione, il cui ricorso è lecito soltanto in caso di grave necessità e quando non vi sia altra soluzione. Quando la vita familiare diventa impossibile e sconvolta, quando l’odio e l’ostilità tra marito e moglie si fanno intensi e non è più possibile per loro rimanere entro i limiti stabiliti da Allah né adempiere ai reciproci diritti coniugali, non resta altra via che adottare questa soluzione. Quando non esiste alcun modo per riconciliarsi, è meglio separarsi: questo è un detto comune. Allah ha detto: (arabo****************)
Se i due si separano, Allah renderà entrambi indipendenti e non dipendenti l’uno dall’altra mediante la Sua immensa generosità.
La pratica del divorzio prima dell’Islam
Il divorzio non è un istituto introdotto esclusivamente dall’Islam. Prima dell’Islam, il divorzio era ampiamente praticato in tutto il mondo. Vi erano, naturalmente, eccezioni presso alcune nazioni. Quando il marito si adirava con la moglie, per una ragione legittima o anche senza alcuna ragione, la cacciava di casa. La moglie non poteva allora dire o fare nulla per difendersi o sostenere la propria posizione. Né le era possibile ottenere dal marito alcun compenso. Non le era riconosciuto neppure alcun altro tipo di diritto. Nell’epoca della fama e della preminenza dei Greci, quando la bandiera della vittoria della loro civiltà sventolava alta, anche nella loro società il divorzio era praticato senza alcuna condizione o limitazione. Nella società romana, il divorzio era considerato avvenuto non appena il matrimonio veniva celebrato. Anche se marito e moglie stabilivano come condizione l’indissolubilità del matrimonio, il giudice dichiarava comunque nullo il matrimonio.
Secondo le antiche tribù romane, il divorzio era proibito nel caso di un matrimonio religioso. Tuttavia, il marito godeva di un’autorità illimitata sulla moglie. In alcune circostanze, persino ucciderla diventava per lui lecito. In epoca successiva, nella loro religione il divorzio fu dichiarato lecito al pari di una legge civile.
Il divorzio nella religione ebraica
Nella religione ebraica si cercò certamente di elevare l’onore e la dignità delle mogli, ma, dichiarando lecito il divorzio, si ampliò enormemente la sua applicazione. Dopo che la colpa della moglie era stata provata, il marito era religiosamente obbligato a divorziare da lei. Anche se il marito le perdonava il peccato, divorziare da lei diventava per lui un dovere imprescindibile. Se, dopo dieci anni, la moglie non dava ancora alla luce un figlio, il divorzio era considerato necessario anche dal punto di vista della legge.
Il divorzio nella religione cristiana
La religione cristiana si è opposta completamente al divorzio. Da un lato, si è contrapposta alla religione ebraica. Il Vangelo, attribuendolo a Gesù, ha dichiarato assolutamente illecito il divorzio. Inoltre, ha reso illecito anche il matrimonio dell’uomo che divorzia e della moglie divorziata. Nel Vangelo secondo Matteo si dice:
Ed è stato detto: «Chiunque ripudia la propria moglie, le dia un atto di ripudio (un certificato di divorzio). Ma io vi dico: chiunque ripudia la propria moglie, salvo che per adulterio, la rende adultera; e chiunque sposa la donna ripudiata commette adulterio. (Matteo, capitolo 5, versetti 31-32)»
Nel Vangelo scritto da Marco si dice:
Chiunque abbandoni la propria moglie e sposi me commette adulterio contro di lei; e se una donna abbandona il proprio marito e ne sposa un altro, anch’ella commette adulterio.
Nella Bibbia, il motivo di questa proibizione viene indicato così:
Ciò che Dio ha unito, l’uomo non lo separi. (Matteo, capitolo 19, versetto 6)
Questa affermazione è di per sé vera e corretta. Tuttavia, applicarla alla dichiarazione del divorzio come proibito è davvero sorprendente. Il significato semplice e immediato dell’unione tra marito e moglie da parte di Dio è che Egli ha concesso il matrimonio. Se Egli ha concesso di porre fine al matrimonio mediante il divorzio, allora bisogna ritenere che anche questa separazione sia avvenuta per volontà di Dio, sebbene l’atto della separazione sia stato compiuto dall’uomo. Da ciò risulta chiaro che Colui che separa ciò che Dio ha unito non è l’uomo, bensì Dio stesso.
Quando si commette adulterio, non è forse Dio a separare i due coniugi? Esistono forse, oltre all’adulterio, altre ragioni per la separazione?
La posizione divergente del cristianesimo riguardo al divorzio
Sebbene il Vangelo non dichiari proibito il divorzio della moglie in caso di adulterio, ma lo escluda dal divieto e ne faccia un’eccezione, la dottrina cattolica ha interpretato tale eccezione. Essa afferma che, in realtà, qui non vi è alcuna eccezione. Non esiste in nessun caso alcuna possibilità di divorziare. Nel cristianesimo non è riconosciuta l’esistenza stessa del divorzio. Tuttavia, il significato corretto del divorzio in caso di adulterio è che l’adulterio stesso recide il vincolo matrimoniale. Per questo, quando viene commesso adulterio, è dovere del marito abbandonare la moglie.
La dottrina protestante ha emesso una sentenza del tutto opposta. I suoi seguaci ritengono lecito divorziare in circostanze particolari, come l’adulterio della moglie o il tradimento da parte del marito, e simili. Questa loro posizione, tuttavia, va oltre il principio enunciato dal Vangelo di Matteo. In tali circostanze, però, il Vangelo ha dichiarato proibito che l’uomo divorziato e la moglie divorziata si risposino.
I seguaci della confessione ortodossa, nella loro assemblea religiosa tenutasi in Egitto, dichiararono lecito il divorzio dalla moglie per adulterio e per altre ragioni. Tra queste ragioni rientravano la sterilità della moglie protrattasi continuamente per tre anni, le malattie contagiose e il protrarsi di litigi e controversie per i quali non vi era speranza di conciliazione. Tuttavia, queste ragioni eccedevano quanto dichiarato nel Vangelo. Per questo i custodi di tale confessione non poterono accettare che fosse riconosciuta agli altri la liceità del divorzio per tali motivi. Per la stessa ragione, il tribunale cristiano egiziano respinse la richiesta di divorzio presentata da una donna cristiana a causa della povertà del marito. Aggiunse inoltre che era davvero sorprendente che alcuni capi religiosi e membri di questa assemblea avessero dichiarato lecito il divorzio sulla base di ragioni che non avevano alcun fondamento nel Vangelo.
Le conseguenze dei principi seguiti dal cristianesimo riguardo al divorzio
Le conseguenze di queste restrizioni e imposizioni introdotte dal cristianesimo riguardo al divorzio si rivelarono assai gravi. I seguaci del cristianesimo cominciarono a rinnegare la propria religione. Separarono ciò che Allah aveva unito. L’Occidente cristiano emanò codici civili tali da rendere del tutto legittimo eludere queste imposizioni. In America e in alcuni altri Paesi il divorzio fu trasformato in un atto libero e completamente discrezionale. Di fatto, essi finirono per sfidare lo stesso Vangelo. Di conseguenza, la gente cominciò a ricorrere all’arma del divorzio per motivi ordinari. Quando, come esito finale, la vita coniugale e l’istituzione familiare furono colpite da una crisi estrema, nella società sorse tra le persone assennate la domanda: dove stiamo andando? Un noto giudice di cause di divorzio fu costretto a dichiarare che non sarebbe passato molto tempo prima che la vita coniugale e familiare scomparisse dal loro Paese. In seguito, tra uomini e donne si sarebbero instaurati il caos più assoluto e rapporti sessuali senza restrizioni. Ormai la vita coniugale ha assunto l’aspetto di una società commerciale. I suoi due soci possono rompere l’accordo reciproco e separarsi per qualsiasi motivo, anche il più comune e insignificante. Questa situazione non è conforme né compatibile con alcuna religione del mondo. Infatti, ormai nessuna fede religiosa riesce a tenerli uniti. Il semplice piacere e godimento sessuale è diventato l’unica base dei rapporti tra uomini e donne.
Il ruolo particolare del cristianesimo nella questione del divorzio
Al di fuori dell’Occidente cristiano, non si trova da nessuna parte l’esempio di una trasformazione del diritto familiare in diritto civile, escludendo dagli ordinamenti gli insegnamenti della religione. Soltanto i cristiani, in questo campo, fecero apparire gli insegnamenti della religione come dannosi. Alla base di ciò emerse con forza anche una ragione: essi stessi erano giunti alla convinzione che, riguardo al divorzio, le norme della loro religione fossero contrarie alla realtà. La natura umana non è compatibile con esse. Pertanto, la loro applicazione nella vita umana non è corretta. (Arabo****************)
L’insegnamento cristiano è temporaneo
Anche se tutto ciò che è stato detto nel Vangelo riguardo al divorzio fosse corretto e autentico, e anche se nei primi tempi non vi fosse stata apportata alcuna modifica, è comunque chiaro che Gesù (pace su di lui) non lasciò alcuna norma permanente, eterna e perpetua. Essa non è da seguire né da accettare per tutti gli uomini di ogni epoca. Gli ebrei avevano oltrepassato i limiti riguardo alle opportunità e alle autorizzazioni concesse da Allah. Nel caso del divorzio, questa loro trasgressione dei limiti era particolarmente evidente. Gesù voleva soltanto opporvisi. Nel Vangelo secondo Matteo è riportato che, quando i farisei vollero mettere alla prova Gesù, gli domandarono:
«È lecito ripudiare la propria moglie per qualsiasi motivo?» Egli rispose: «Non avete letto che il Creatore, in principio, li fece maschio e femmina e disse: “Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie, e i due saranno una sola carne”? Così non sono più due, ma una sola carne. Pertanto, ciò che Dio ha unito, l’uomo non lo separi». Essi gli dissero: «Perché dunque Mosè ha ordinato di darle un atto di ripudio e di mandarla via?». Egli disse loro: «Per la durezza dei vostri cuori Mosè vi permise di ripudiare le vostre mogli, ma in principio non fu così. E io vi dico che chiunque ripudia sua moglie, salvo il caso di adulterio, e ne sposa un’altra, commette adulterio; e chi sposa la donna ripudiata commette adulterio». (Vangelo secondo Matteo, capitolo 19, versetti 3-9)
Da ciò risulta chiaramente che, quando gli ebrei eccedettero riguardo al divorzio che Hazrat Mosè aveva autorizzato, Hazrat Cristo lo rese illecito per loro come punizione. Il divorzio rimase consentito soltanto nel caso di una donna adultera. Si trattava però di una disposizione temporanea, la cui validità durò fino all’avvento di Hazrat Muhammad (che Allah lo benedica e gli conceda la pace) e all’instaurazione della sharīʿa universale, eterna e perpetua.
Non è ragionevole sostenere che Hazrat Gesù il Messia intendesse presentare questa disposizione sul divorzio come una sharīʿa eterna. Infatti furono proprio i suoi compagni, gli apostoli e i discepoli, a dichiarare invalida tale disposizione. Essi dissero: «Se il rapporto dell’uomo con la propria moglie è tale, allora è meglio non sposarsi». (Vangelo secondo Matteo, capitolo 19, versetto 10)
Infatti, sposarsi in una simile situazione significa legarsi al collo una corda dalla quale non sarà mai possibile liberarsi. Per quanto il cuore dell’uomo possa essere pieno di disgusto e avversione verso la moglie, per quanto egli possa essere contrariato nei suoi confronti e per quanto possano differire il carattere, l’indole, le inclinazioni e le tendenze di entrambi.
Le restrizioni dell’Islam riguardo al divorzio
Nel caso del divorzio, l’Islam ha imposto diverse condizioni e restrizioni, rendendo questo ambito estremamente ristretto. Nell’Islam è completamente illecito e proibito divorziare senza motivo e senza ricorrere ai mezzi sopra menzionati. Infatti, ciò causerebbe inevitabilmente gravi danni e difficoltà non soltanto alla moglie, ma anche al marito. Sarebbe inoltre contrario al suo stesso interesse. Pertanto, in una simile situazione, divorziare dalla moglie è illecito tanto quanto è illecito sperperare i propri beni. Il Nobile Profeta (che Allah lo benedica e gli conceda la pace) ha detto: (in arabo****************)
Non danneggiare sé stessi, non danneggiare gli altri e non permettere che ciò accada.
Anche alla luce di questo hadith, non è lecito divorziare senza motivo e inutilmente.
Allah non gradisce, né gradisce il Suo Messaggero, l’azione di coloro che divorziano troppo, in preda all’entusiasmo. Il Nobile Profeta (che Allah lo benedica e gli conceda la pace) ha dichiarato: (in arabo****************)
Non mi piacciono gli uomini o le donne che vanno in giro assaporando piaceri.
Hadrat ʿAbd Allāh ibn ʿAbbās (ra) ha detto: (Arabo****************)
Il ṭalāq è stato prescritto proprio in caso di necessità.
È haram pronunciare il ṭalāq durante le mestruazioni
Quando si presenta la necessità di pronunciare il ṭalāq, non è lecito pronunciarlo in un momento qualsiasi. È obbligatorio attendere il momento appropriato. Secondo la Sharīʿa, il momento appropriato è quello in cui la moglie si trova in stato di purezza, vale a dire quando non è mestruata né in nifās, e tale stato di purezza non deve essere quello durante il quale il marito ha avuto rapporti con lei. Se però la moglie è incinta e la gravidanza è ormai evidente, la questione è diversa.
Questa condizione è stata stabilita perché, durante le mestruazioni o il nifās, il marito rimane separato dalla moglie. La moglie è costretta a rimanere priva di rapporti coniugali. In una simile situazione, il marito può sentirsi risentito o adirato nei suoi confronti e, proprio per questo, può essere sul punto di pronunciare il ṭalāq. Per questa possibilità è stato impartito l’ordine che il marito attenda che la moglie abbia raggiunto la completa purezza per pronunciare il ṭalāq. Dopo che ella ha raggiunto la purezza, deve pronunciarlo prima di avere rapporti con lei.
Così come è haram pronunciare il ṭalāq durante le mestruazioni della moglie, allo stesso modo è haram pronunciarlo durante quello stato di purezza nel quale il marito ha avuto rapporti con lei. Infatti, se il marito avesse saputo che la moglie era incinta, forse non l’avrebbe affatto ripudiata. Non è affatto strano che, sapendo della gravidanza, decidesse di non pronunciare il ṭalāq nei suoi confronti.
Ma quando la moglie si trova in stato di purezza e il marito non ha avuto rapporti con lei, oppure quando la moglie è incinta e la gravidanza comincia a diventare evidente, pronunciare il ṭalāq in una simile situazione significa che l’odio nei confronti della moglie ha raggiunto un’intensità estrema. Perciò, in una simile situazione, è consentito pronunciare il ṭalāq.
Ḥaḍrat ʿAbdullāh ibn ʿUmar (ra) divorziò sua moglie durante il periodo mestruale mentre il Profeta (sallallāhu ʿalayhi wa sallam) era ancora in vita. Ḥaḍrat ʿUmar (ra) chiese al Profeta (sallallāhu ʿalayhi wa sallam) riguardo a ciò, ed egli disse:
Digli di riprenderla come moglie. Poi, se lo desidera, divorziarla durante un periodo di purità, prima di aver avuto rapporti con lei.
Questo è il divorzio conforme al periodo dellʿidda. Allāh l’Altissimo ha detto la stessa cosa nel seguente versetto:
O Profeta! Quando divorziate le vostre mogli, divorziatele in modo che possano osservare il periodo dellʿidda.
Significa divorziare durante il tuhr, cioè nel periodo di purità della moglie.
In un altro ḥadīth, le parole del Messaggero sono riportate nei seguenti termini:
Digli di riprendere sua moglie. Poi divorziarla durante un periodo di purità oppure mentre è incinta.
Tuttavia, qui sorge la questione se il divorzio pronunciato durante il periodo mestruale abbia effetto oppure no. È generalmente noto a tutti che, qualunque sia il momento in cui viene pronunciato, il divorzio ha comunque effetto. Tuttavia, chi pronuncia il divorzio in un momento non conforme commette peccato.
Alcuni giuristi hanno detto che, se il divorzio viene pronunciato in un momento inopportuno, esso non si verifica. Infatti, Allah l’Altissimo non ha prescritto questo tipo di divorzio né lo ha autorizzato. Per questo motivo, tale divorzio non è conforme alla Sharia. Come si può dunque considerare valido quel divorzio, e come potrebbe avere effetto?
A Ibn ʿUmar (che Allah sia soddisfatto di lui) fu chiesto: (আরবী****************)
Qual è la sua opinione riguardo a colui che ha divorziato dalla propria moglie mentre ella era in stato di mestruazione?…… In risposta, egli raccontò al suo interlocutore la vicenda del divorzio pronunciato dalla moglie mentre era in stato di mestruazione e disse che il Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) aveva annullato quel divorzio e non lo aveva affatto considerato come tale.
È vietato giurare usando il divorzio
Non è lecito fare del «divorzio» un giuramento, ossia dire: «Se farai o non farai una certa cosa, sarai divorziata». È assolutamente illecito intimidire la propria moglie dicendole: «Se farai questa cosa, sarai divorziata». Infatti, nell’Islam il giuramento ha una forma e delle parole specifiche; usando parole o espressioni diverse, il giuramento non viene costituito, né l’Islam ne ha autorizzato l’uso.
Si tratta di giurare nel nome di Allah. Il Nobile Messaggero (pace e benedizioni su di lui) ha detto: (আরবী****************)
Chi giura nel nome di qualcosa che non sia Allah commette shirk.
(আরবী****************)
Chi pronuncia un giuramento, lo faccia nel nome di Allah; altrimenti taccia.
La donna divorziata osserverà la ʿidda nella casa del marito
Secondo la Sharīʿa islamica, è dovere della moglie divorziata osservare la ʿidda, cioè trascorrere il periodo della ʿidda, nella casa del marito. È haram abbandonare quella casa e uscire. È inoltre haram per il marito cacciare la moglie dalla sua casa durante il periodo della ʿidda. Durante la ʿidda, infatti, il marito può riprendere la moglie, se le ha dato uno o due divorzi. In tale situazione, se ella rimane in casa vicino al marito, avrà l’opportunità di placare la sua collera o il suo malcontento. Anche il marito avrà l’opportunità di riconsiderare la propria decisione nei suoi confronti.
L’obbligo di osservare la ʿidda è stato prescritto per garantire che l’utero sia libero, per accertare che non vi sia una gravidanza, per sottolineare i diritti del marito e per tutelare la dignità del suo status di moglie. Lo stato d’animo umano è mutevole. Quando le circostanze cambiano, cambia anche lo stato mentale della persona, che comincia a pensare da una nuova prospettiva. Non è affatto insolito che, svanite la collera e l’insoddisfazione, sorgano appagamento e armonia. Chi si è lasciato trascinare dalle emozioni comincia a riflettere con animo sereno. Di conseguenza, può arrivare ad apprezzare colei che prima non gradiva. Il significato dell’obbligo di osservare la ʿidda nella casa del marito è estremamente ampio e profondo.
Riguardo alle mogli divorziate, Allah l’Altissimo ha detto:
Temete Allah, il vostro Signore. Non cacciatele dalle loro case, né esse escano. Chi trasgredisce apertamente i limiti stabiliti da Allah fa torto a se stesso. Voi non sapete: forse Allah farà sorgere, dopo ciò, una nuova situazione.
Tuttavia, se la separazione tra marito e moglie diventa assolutamente inevitabile, entrambi dovrebbero separarsi in modo dignitoso e secondo le consuetudini.
Non si deve arrecare alcun danno alla moglie, né muoverle false accuse o rimproverarla ingiustamente; non si deve inoltre privare nessuno dei suoi diritti. Allah ha detto:
Allora trattenetele in modo conveniente oppure separatevi da loro in modo conveniente.
Disse: (Arabo****************)
Alle mogli ripudiate si deve concedere un sostentamento secondo la consuetudine. Questo è un loro diritto e un dovere per i timorati di Dio.
Un ṭalāq dopo l’altro
L’Islam ha stabilito per il musulmano che egli pronunci i tre ṭalāq nei confronti della moglie non tutti insieme, bensì separatamente. La regola è che pronunci un ṭalāq durante un periodo di purezza — nel quale non abbia avuto rapporti con la moglie — e poi la lasci in quella condizione. In tal modo trascorrerà interamente il suo periodo di ʿidda. Se durante la ʿidda il marito decide di trattenerla, potrà riprenderla molto facilmente. Ma se non la riprende e la ʿidda giunge al termine in tale condizione, potrà ancora riaverla in seguito mediante un nuovo matrimonio. Se invece il marito non avverte alcuna necessità di tenerla, allora la moglie potrà sposare un altro uomo.
Dopo il primo ṭalāq, se il marito la riprende nuovamente come propria moglie, ma in seguito il rapporto tra i due si deteriora di nuovo e ogni possibilità di riconciliazione viene meno, allora può pronunciare il ṭalāq una seconda volta. Secondo la modalità qui illustrata, il marito conserva ancora il diritto di riprenderla durante la ʿidda oppure, dopo la scadenza della ʿidda, di accoglierla nuovamente come moglie mediante un nuovo contratto matrimoniale.
Ma se, dopo averla ripresa una seconda volta, pronuncia il ṭalāq anche una terza volta, sarà dimostrato in modo incontrovertibile che l’odio e l’ostilità tra i due sono diventati così intensi da non lasciare alcuna speranza di riconciliazione. In una simile situazione, dopo questo terzo ṭalāq, il marito non potrà riprendere nuovamente la moglie. A questo punto ella non gli è lecita finché non sposa un altro marito e non vive con lui. Questo matrimonio deve essere valido e conforme alla Sharīʿa. Il matrimonio deve essere realmente inteso come tale; non è ammissibile sposarsi con il solo scopo di renderla lecita all’ex marito.
Questo è il modo e la procedura conformi alla Sharīʿa per pronunciare il ṭalāq. Se qualcuno, diversamente da questo metodo, pronuncia tre ṭalāq uno dopo l’altro nello stesso momento oppure pronuncia i tre ṭalāq in un’unica frase, ciò sarà completamente contrario al metodo e alla procedura stabiliti dalla Sharīʿa. Costui ha abbandonato la via della guida e percorre quella dello smarrimento; ha perso il Ṣirāṭ al-Mustaqīm. In un ḥadīth autentico si narra che al Rasūl al-Karīm (pace e benedizioni su di lui) fu riferito che un uomo aveva pronunciato tre ṭalāq tutti insieme nei confronti della propria moglie. Egli si alzò adirato e disse: (Arabo****************)
È mai possibile che quest’uomo, mentre è qui in mezzo a voi, si prenda gioco del Libro di Allah? A quel punto un uomo si alzò e disse: «O Messaggero di Allah, non dovrei uccidere una persona simile?» (an-Nasāʾī)
Quando il marito divorzia dalla moglie e giunge al termine il periodo stabilito dell’ʿidda, egli ha il dovere di compiere una delle due cose:
o la tratterrà in modo corretto e conforme alla consuetudine, cioè la riprenderà e la riaccoglierà come moglie con l’intenzione di comportarsi bene con lei e di correggere la situazione; non dovrà avere alcuna intenzione di litigare o di arrecarle sofferenze ingiustificate.
Oppure si separerà da lei in modo corretto e conforme alla consuetudine, cioè la lascerà fino alla scadenza dell’ʿidda. Poi la congederà senza arrecarle alcun danno, dopo averle riconosciuto tutti i suoi diritti e senza lesinare in alcun modo su di essi.
Non è assolutamente lecito per il marito riprendere la moglie, una volta terminato il periodo dell’ʿidda, con l’intento di molestarla e di prolungare tale periodo, privandola così per lungo tempo della possibilità di prendere un secondo marito.
Nel periodo della jāhiliyya la gente si comportava in questo modo. Ma Allah l’Altissimo ha dichiarato illecito arrecare sofferenza alla moglie in tal maniera. Ha espresso questa proibizione con parole estremamente toccanti:
Quando divorziate dalle vostre mogli e poi esse giungono al termine della loro ʿidda, o le riprendete in modo corretto oppure le congedate in modo corretto. Non trattenetele con l’intento di arrecar loro sofferenza: ciò sarebbe una trasgressione. E chi lo fa, danneggia soltanto se stesso. Non prendete i versetti di Allah come oggetto di scherno, di derisione e di gioco. Ricordate il favore di Allah che Egli vi ha concesso. Ricordate il Libro e la Sapienza che Egli ha fatto scendere per voi. Con essi Egli vi esorta. Temete Allah e sappiate che Allah è pienamente informato di ogni cosa. (Sura al-Baqara: 231)
Se leggiamo questi versetti con profonda attenzione, comprendiamo che contengono sette espressioni: un monito dopo l’altro, un avvertimento dopo l’altro. Vi sono esortazioni e ammonimenti; vi vengono ricordate le benedizioni di Allah. E, insieme a tutto ciò, vi sono ripetuti messaggi di timore. In verità, per chi ha un cuore, è disposto a riflettere con attenzione e possiede uno sguardo vigile, questi versetti sono di immenso valore.
Non si deve impedire alla divorziata di sposare chi desidera
Quando il periodo di ʿidda della divorziata è terminato, non le si può impedire di sposare colui che desidera e che sceglie. Né il suo ex marito, né il suo tutore, né chiunque altro ha il diritto di farlo. Se il matrimonio viene celebrato secondo la Sharīʿa e le consuetudini, sulla base di una proposta e del consenso dei suoi familiari, nessuno ha il diritto di obiettarvi. Alcuni uomini, pur avendo divorziato dalla propria moglie, continuano a cercare di mantenere su di lei la propria autorità e di esercitare la propria influenza. Cercano di intimidirla riguardo a un altro uomo e la minacciano, dicendole che non le andrà bene se lo sposerà. Ciò non è altro che estrema ignoranza, barbarie e carattere jāhilita.
Analogamente, se la moglie desidera sposare di nuovo il suo ex marito, riaccoglierlo come marito, e se entrambi acconsentono e prendono la decisione in modo corretto e secondo le consuetudini, allora né il tutore né alcun altro membro della famiglia può lecitamente impedirlo. Allah ha detto: «La riconciliazione è la cosa migliore».
Ha detto: ( arabo******************)
Quando divorziate dalle vostre mogli ed esse hanno completato il periodo di ʿidda, non impedite loro di sposare i loro futuri mariti, se entrambi acconsentono a sposarsi secondo le consuetudini, e non create loro ostacoli o difficoltà. Con ciò si ammoniscono coloro che credono in Allah e nell’Aldilà. Questo è per voi il modo più puro, retto e incontaminato. Allah sa, mentre voi non sapete. (Sūra al-Baqara: 232)
I diritti della moglie che nutre odio verso il marito
Se una moglie nutre odio verso il marito, non lo gradisce e non ritiene di poter vivere con lui in armonia e condurre insieme la vita domestica, può acquistare la propria libertà e liberazione offrendo un corrispettivo. Ha il diritto di liberarsi dal vincolo matrimoniale restituendo tutto il mahr o i doni e i regali che il marito le ha dato, oppure quanto entrambi concordano. Tuttavia, non dovrebbe accettare da lui più di quanto egli abbia speso per lei. Allah stesso ha detto: ( arabo******************)
Se temete che entrambi, marito e moglie, non riusciranno a rispettare i limiti stabiliti da Allah, allora non sarà peccato per nessuno dei due se la moglie si separerà offrendo un corrispettivo. (Sūra al-Baqara: 229)
La moglie di Hazrat Thabit ibn Qays si presentò al cospetto del Nobile Messaggero (pace e benedizioni su di lui) e disse: «O Messaggero! Non muovo alcuna accusa né lamentela contro mio marito Thabit ibn Qays riguardo al suo carattere e alla sua devozione religiosa. Tuttavia, in realtà, non lo amo». Il Nobile Profeta le chiese: «Che cosa ti ha dato?». Ella rispose: «Un giardino». Quando le fu chiesto se egli fosse disposto a restituire quel giardino in cambio del divorzio, egli rispose: «Sì». Allora il Nobile Profeta disse a Thabit:
«Riprendi il giardino e divorzia da lei».
A questo punto è necessario ricordare che, se da parte del marito non vi è realmente alcun motivo, la moglie non dovrebbe affrettarsi a chiedere il divorzio. Il Nobile Profeta disse:
A ogni donna che chieda il divorzio al proprio marito senza alcun motivo sarà vietato persino il profumo del Paradiso.
È illecito tormentare la moglie
È assolutamente illecito per il marito fare del male alla moglie allo scopo di costringerla a restituire ciò che egli le ha dato e tormentarla per tale motivo. Tuttavia, se ella commette un atto di palese impudicizia, questo è un caso diverso. Riguardo a ciò, Allah l’Altissimo ha detto:
Non tormentate le vostre mogli allo scopo di riprendervi una parte di ciò che avete dato loro. Tuttavia, se commettono un atto di palese impudicizia, questo è un caso diverso. (Sura an-Nisa: 19)
E se la moglie è diventata sgradita al marito, ed egli stesso desidera divorziare da lei e sposare un’altra donna, non è lecito riprendere nulla dalla moglie. Allah l’Altissimo ha detto:
Se intendete prendere un’altra moglie al posto di una moglie e avete dato a una di loro una grande quantità di beni, non potrete riprenderne nulla. Volete forse riprenderlo accusandola ingiustamente e privandola apertamente dei suoi diritti? E come potreste riprenderlo, quando avete già preteso l’uno dall’altra ciò che vi spettava ed esse hanno ricevuto da voi un solenne e fermo impegno?
È haram giurare di abbandonare la propria moglie
L’Islam ha attribuito una particolare importanza al riconoscimento dei diritti della donna. Una prova evidente di ciò è che ha dichiarato assolutamente haram per il marito giurare, in preda alla collera, di abbandonare la moglie a letto per un periodo tanto lungo da essere estremamente difficile da sopportare per lei. Se il marito giura solennemente di separarsi dalla moglie, gli vengono concessi soltanto quattro mesi. Si può sperare che entro questo periodo la sua collera si raffreddi. Allora può cambiare proposito. Se ristabilisce i rapporti con la moglie prima che siano trascorsi questi quattro mesi, Allah gli perdonerà il peccato commesso nel frattempo per questa ragione e gli aprirà ampiamente le porte della Sua misericordia. In tal caso, è obbligatorio per lui offrire l’espiazione per quel giuramento. Ma se, anche dopo il trascorrere di questo periodo, non cambia la propria decisione e non infrange il giuramento, la moglie si separerà da lui. Non vi è dubbio che questa sia la giusta punizione per aver trascurato il riconoscimento dei diritti della moglie.
Secondo alcuni giuristi, il divorzio si verifica non appena trascorre il periodo sopra indicato. Non è necessario attendere alcuna decisione del qadi o dell’autorità amministrativa.
Altri giuristi, invece, ritengono necessario sottoporre la questione all’autorità amministrativa dopo la scadenza del termine. L’autorità gli offrirà la possibilità di scegliere una delle due opzioni: o rivedrà spontaneamente la propria decisione e riprenderà la moglie, oppure divorzierà da lei. Potrà scegliere quella delle due che riterrà migliore.
Nella terminologia della sharia, questo giuramento di non avvicinarsi alla moglie è chiamato «ila». A questo proposito Allah l’Altissimo ha detto:
A coloro che giurano di non avere rapporti con le proprie mogli viene concesso un termine di quattro mesi. Se riprendono la moglie, Allah è perdonatore e misericordioso. Ma se decidono di divorziare, Allah ascolta ogni cosa e conosce ogni cosa! (Sura al-Baqara: 226-227)
Sono stati concessi quattro mesi affinché il marito abbia piena possibilità di riconsiderare la propria decisione e agire con saggezza e ponderazione. D’altra parte, una moglie privata del marito difficilmente può riuscire a mantenere la pazienza oltre questo periodo.
I commentatori hanno menzionato a questo proposito un episodio riguardante ʿUmar.
Una notte, mentre si aggirava per i vicoli e le strade di Medina per osservare la situazione, udì la voce di una donna. Suo marito era partito per una terra lontana per il jihād. Angosciata dalla lontananza del marito, la donna cantava con voce triste.
La notte si è fatta lunga, e tutto intorno è avvolto dalle tenebre
e ciò che mi fa piangere è che
il mio compagno non è accanto a me, con il quale io
giocherò.
Per il nome di Allah, se non fosse per il timore del castigo di Allah
non ci sarebbe stato motivo di temere,
Allora, proprio in quel momento, i bracci di questo giaciglio
avrebbero cominciato a muoversi.
Il venerabile Umar (r.a.), dopo aver ascoltato questa supplica della donna, chiese a sua figlia, la venerabile Hafsa (r.a.): «Per quanto tempo una donna può sopportare la lontananza dal marito?». Ella rispose: «Quattro mesi». Allora il Comandante dei credenti impartì l’ordine: «Nessun uomo deve essere tenuto lontano dalla propria moglie per più di quattro mesi».
Il rapporto tra genitori e figli
La preservazione della discendenza
Il figlio è il segreto più intimo del padre, il depositario e portatore delle sue caratteristiche. In vita, è la gioia dei suoi occhi; dopo la sua morte, colui che preserva la continuità della sua esistenza. È il simbolo della sua memoria, l’erede delle sue qualità, buone e cattive, e dei suoi tratti distintivi; è un frammento del suo cuore, una bellezza che dimora nelle profondità più remote del suo animo.
Per questo Allah ha dichiarato illecito lo zinā e l’adulterio e ha reso obbligatorio il matrimonio, affinché la discendenza sia preservata e il seme di persone diverse non venga mescolato. Così il figlio può riconoscere il padre e il padre può riconoscere i propri figli. Attraverso il matrimonio, la donna diviene assegnata e protetta per un determinato uomo. Diventa illecito per lei tradire il marito. Il figlio che nasce nella casa dei coniugi dopo il matrimonio viene riconosciuto come generato dal marito. Per stabilire questo rapporto non è necessaria alcuna prova particolare. Il padre non deve neppure dichiararlo, né la madre deve rivendicarlo dicendo: «Il padre di mio figlio è quel tale». Infatti il Nobile Profeta (s.a.w.) ha detto:
«Il figlio appartiene a colui nel cui letto è nato».
Non è lecito negare la paternità del proprio figlio
Per questi motivi, il marito non può negare la paternità del figlio che sua moglie, regolarmente sposata con lui, ha partorito nel suo letto. Non gli è lecito farlo. Tale negazione è estremamente vergognosa e dannosa sia per la moglie sia per il figlio. Pertanto, se, sulla base di semplici congetture infondate, sospetti o voci apparentemente inconfutabili, il marito giunge alla ferma convinzione che la moglie lo abbia tradito, la Legge islamica non vuole porre la responsabilità dell’allevamento del figlio sulle spalle di una persona che non lo riconosce come proprio figlio biologico; né è conforme alla Legge islamica costringerlo a renderlo proprio erede.
In una parola, si può dire che la Legge islamica non intende lasciare alcun marito per tutta la vita in una condizione di dubbio e sospetto. Il metodo che l’Islam ha proposto per liberarsi da questa complicazione è chiamato, in termini tecnici, «liʿān». Pertanto, se un uomo nutre nei confronti della propria moglie la ferma convinzione o il forte sospetto che ella abbia profanato il suo letto ricevendo il seme di un altro uomo e abbia concepito nel proprio grembo un figlio generato da un altro uomo, ma non può presentare testimoni a sostegno della verità della questione, il giudice farà pronunciare il liʿān tra i due. Nella Sura an-Nūr ciò è detto con queste parole:
Quanto a coloro che accusano falsamente le proprie mogli e non hanno altri testimoni oltre a loro stessi, la testimonianza di uno di essi consiste nel giurare quattro volte nel nome di Allah che egli è veritiero nella sua accusa. La quinta volta dirà che la maledizione di Allah ricada su di lui se è un bugiardo. La donna potrà evitare la punizione giurando a sua volta quattro volte nel nome di Allah e attestando che quell’uomo è un bugiardo. La quinta volta dirà: «Ricada su di lei la maledizione se quell’uomo è veritiero nella sua accusa».
Dopodiché i due saranno separati per sempre e il figlio sarà ricondotto alla madre.
È proibito adottare un figlio
Come il padre non ha il diritto di negare la paternità del proprio figlio biologico, allo stesso modo non ha il diritto di fare proprio un figlio che non è nato dalla sua stirpe, né di presentarlo e rivendicarlo come proprio figlio. Nell’epoca della jāhiliyya, gli Arabi, come gli appartenenti alle altre nazioni, prendevano figli adottivi e stabilivano con chiunque volessero un rapporto di discendenza. Facevano diventare proprio figlio chiunque desiderassero. I doveri e i diritti di questo figlio adottivo erano esattamente uguali a quelli dei figli biologici. Si prendevano figli adottivi anche quando il padre e la genealogia del figlio adottivo erano conosciuti.
Anche all’epoca dell’avvento dell’Islam, nella società araba di allora era diffusa l’usanza di adottare figli. Il Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) aveva adottato Zayd ibn Hāritha come figlio, prima di ricevere la profezia, nell’epoca della jāhiliyya. L’Islam, tuttavia, ha considerato la questione un fatto irreale e falso. Dal punto di vista dell’Islam, fare di una persona estranea e non consanguinea un membro della propria stirpe e permettergli di stare in solitudine e in privato con le donne della casa, proprio come un uomo maḥram, mentre in realtà non possiede tale status e queste donne non sono maḥram per lui, è inaccettabile.
Chi prende qualcuno come figlio adottivo lo rende anche proprio erede. In una simile situazione, i veri eredi prossimi con diritto a una quota del patrimonio ne rimangono privati. Di conseguenza, nel cuore dei parenti consanguinei sorgono del tutto naturalmente un risentimento nascosto e sentimenti di gelosia e vendetta verso questo figlio soltanto nominale. Ne derivano liti, discordie e un deterioramento dei rapporti. Proprio per queste ragioni il Nobile Corano ha abolito questo sistema jahilita e lo ha dichiarato assolutamente illecito. Allah l’Altissimo ha detto:
Egli, Allah, non ha fatto dei vostri figli soltanto nominali i vostri veri figli. Questa non è che una parola uscita dalle vostre bocche. Ma Allah dice la verità e guida sulla via giusta e retta. Chiamateli con il nome dei loro padri: questo è più equo presso Allah. Tuttavia, se non conoscete i loro padri, essi sono soltanto vostri fratelli nella fede e vostri amici e protetti.
Le parole del Corano dicono chiaramente che il figlio soltanto nominale o il figlio adottivo non è altro che una parola vuota, priva di qualsiasi autentico fondamento.
In realtà, una parola pronunciata non può né cambiare la verità né mutare la realtà. Con essa una persona estranea non può diventare un parente. Un figlio soltanto nominale non può mai essere un vero figlio generato dalla propria stirpe. Una parola pronunciata non può far scorrere nelle vene e nelle arterie del figlio adottivo il sangue della persona che lo alleva, né può suscitare nel cuore di chi lo alleva l’affetto e la tenerezza propri di un vero padre verso il figlio. Allo stesso modo, non può suscitare nel cuore del figlio adottivo sentimenti di devozione filiale. È del tutto incapace di creare in lui le caratteristiche e le peculiarità fisiche, intellettive e psicologiche di questa famiglia.
Sono state completamente abolite tutte le norme del sistema di adozione, comprese la legge ereditaria e il divieto di sposare la moglie divorziata del figlio adottivo. Nella legge ereditaria presentata dal Nobile Corano non è stata attribuita alcuna importanza a rapporti che non siano quelli della vera prossimità derivante dai legami di sangue e di matrimonio. A tale figlio non è stata assegnata alcuna quota dell’eredità.
I parenti legati da vincoli di sangue hanno, secondo la legge di Allah, maggiori diritti gli uni sugli altri.
Riguardo al matrimonio, il Corano ha dichiarato che sono proibite le mogli dei propri figli generati dalla propria stirpe, non quelle dei figli soltanto nominali.
Sono proibite per voi le mogli dei vostri figli generati dalla vostra stirpe.
Pertanto, non è proibito sposare la moglie del figlio adottivo; è anzi pienamente lecito. Infatti, in realtà, ella è la moglie di una persona estranea. Di conseguenza, quando egli divorzierà da sua moglie (oppure morirà), non può esserci alcuna colpa nello sposarla.
L’abrogazione pratica del sistema del figlio adottivo
La questione non era affatto semplice. Il sistema dei figli adottivi nella società araba poggiava su fondamenta estremamente solide. Aveva messo radici profonde nella società ed era profondamente intrecciato con la vita delle persone. Per questo Allah l’Altissimo non ritenne possibile, né sufficiente, estirpare tale sistema soltanto mediante un ordine verbale. Perciò, insieme all’ordine, predispose anche i mezzi per renderlo effettivo nella pratica.
Per realizzare questo obiettivo di Allah, Egli decise di coinvolgere proprio il nobile Messaggero (s.a.). Perché in seguito non rimanesse alcun dubbio su questo punto, non vi era altro mezzo, né sarebbe stato adeguato o sufficiente, per eliminare l’esitazione e la perplessità tramandate da tempo immemorabile riguardo alla liceità di sposare la moglie di un figlio di nome. Per generare una fede e una convinzione salde, tali da considerare definitivamente lecito ciò che Allah ha reso lecito e definitivamente proibito ciò che Allah ha proibito, questo era un passo indispensabile.
Zayd ibn Haritha era il figlio adottivo del nobile Messaggero. Per questo era ampiamente conosciuto nella società con il nome di Zayd ibn Muhammad (s.a.). Aveva sposato una donna di nome Zaynab bint Jahsh. Ella era la cugina paterna del nobile Profeta (s.a.). Il rapporto coniugale tra Zaynab e Zayd si deteriorò. Zayd presentò numerose lamentele al nobile Profeta (s.a.) riguardo a questa situazione. Il nobile Profeta (s.a.) cercava di persuaderlo e istruirlo in vari modi. Sebbene, in base a ciò che Allah gli aveva rivelato, sapesse che Zayd avrebbe divorziato da lei e che in seguito egli stesso l’avrebbe sposata, in alcuni momenti si manifestava la debolezza umana, ed egli temeva le maldicenze e le critiche malevole della gente. Perciò, ogni volta che Zayd si lamentava, gli diceva: (arabo******************)
O Zayd, tieni tua moglie con te e temi Allah.
In quel momento fu rivelato un versetto del Corano con il quale il nobile Messaggero (s.a.) veniva rimproverato; piuttosto, egli veniva esortato ad affrontare la società per eliminare l’errata concezione e la superstizione da lungo tempo diffuse riguardo allo sposare la moglie ripudiata da un figlio adottivo. In esso si diceva: (arabo******************)
Quando dicevi a Zayd, al quale Allah aveva concesso una grazia (offrendogli l’opportunità di credere) e al quale tu avevi concesso una grazia (liberandolo dalle catene della schiavitù): «Tieni tua moglie per te e temi Allah», nascondevi nel tuo animo ciò che Allah avrebbe reso manifesto. Tu temevi la gente, mentre è Allah Colui che più di tutti deve essere temuto. Poi, quando Zayd ebbe soddisfatto il proprio bisogno da lei, te la facemmo sposare, affinché nel cuore dei credenti non rimanesse alcuna esitazione o impedimento riguardo allo sposare le mogli dei figli di nome, quando questi le avessero lasciate dopo aver soddisfatto i propri bisogni con loro. E il comando di Allah deve essere eseguito. (Sura al-Ahzab: 37)
Nel versetto successivo viene respinta l’accusa rivolta al Messaggero per questo atto, e viene affermato con fermezza che esso è pienamente lecito e non vi è in esso alcuna colpa. È detto:
Il Profeta non aveva alcuna colpa nell’adempiere ciò che Allah aveva reso obbligatorio. Questa è la consuetudine di Allah fin dai tempi passati. E il decreto di Allah è sempre secondo la giusta misura. Coloro che trasmettono correttamente i messaggi di Allah, Lo temono e non temono nessuno all’infuori di Allah: Allah è sufficiente per chiedere conto. Muhammad non è il padre di nessuno dei vostri uomini; egli è piuttosto il Messaggero di Allah e il sigillo dei profeti. Allah è pienamente informato di ogni cosa.
L’adozione di un figlio al solo scopo di allevarlo: l’Islam ha dichiarato invalida e illecita l’adozione di cui si è parlato finora. In essa una persona sa che il figlio non è suo, ma appartiene a un altro uomo, e tuttavia lo annette alla propria discendenza e alla propria famiglia, trattandolo come un figlio e applicandogli tutte le norme e i diritti stabiliti per i figli propri. Ne deriva la mescolanza delle genealogie; diventa illecito sposarne la moglie ed egli acquisisce una quota dell’eredità.
Esiste inoltre un’altra forma consuetudinaria di accogliere un figlio. Ma l’Islam non ha dichiarato illecita questa forma. Essa consiste nel prendere in casa un bambino trovato o un orfano e nel trattarlo proprio come un figlio, con affetto, cura, istruzione ed educazione; nel nutrirlo, vestirlo, allevarlo e farlo crescere esattamente come il proprio figlio. Tuttavia, dopo aver fatto tutto ciò, non lo si dichiara «proprio figlio» né gli si attribuiscono le norme e i diritti riservati al figlio naturale. Un simile servizio e una simile opera benefica sono nell’Islam altamente lodati e apprezzati. Chi compie un’opera del genere riceverà certamente da Allah una ricompensa immensa e otterrà il Paradiso. A questo proposito il Nobile Messaggero (pace e benedizioni su di lui) ha detto:
«Io e colui che si prende cura dell’orfano e lo alleva saremo così nel Paradiso»: dicendo ciò, egli indicò con l’indice e il medio, mostrando lo spazio fra le due dita.
Chiunque trovi un bambino smarrito deve considerarlo un orfano. Anche nelle relazioni terrene, questa parola si applica in senso figurato. L’Islam ha insistito fortemente affinché ci si prenda cura di lui.
Se qualcuno non ha figli e desidera recare un beneficio economico a un bambino di questo tipo, può donargli, mentre è ancora in vita, quanto desidera dei propri beni e può anche lasciare in testamento, prima della morte, una parte del patrimonio complessivo, purché non superi un terzo.
Concepimento mediante mezzi artificiali
Proibendo la zinā e l’adulterio, nonché l’adozione di un figlio adottivo come figlio proprio, l’Islam ha tutelato l’onore della discendenza. Ha mantenuto la discendenza pura dalle idee corrotte.
Per questo l’Islam ha dichiarato illecita la fecondazione artificiale qualora venga effettuata con lo sperma di un uomo diverso dal marito. In una simile situazione, non vi è dubbio che si tratti di un peccato imperdonabile e di un atto abominevole. Lo shaykh Shaltut ha emesso questa fatwa. In realtà, non è altro che una nuova forma di zinā, poiché la natura dei due atti è del tutto identica. Anche il loro risultato è lo stesso: introdurre nell’utero lo sperma di un uomo che non è il marito. Sia dal punto di vista delle leggi naturali sia da quello delle norme della sharia, questo atto è estremamente abominevole.
La fecondazione artificiale, considerata esteriormente, può forse non costituire una violazione della legge. Ma ciò è una debolezza e una lacuna della legge. In realtà, è zinā: secondo la sharia islamica, un crimine per il quale il colpevole merita la pena dell’ḥadd, una punizione severa.
Non vi è dubbio che questo innovativo metodo di concepimento costituisca un crimine estremamente grave e abominevole. È un crimine di gran lunga più grave di quello di dichiarare proprio il figlio di un altro. Infatti, il figlio che nascerà attraverso questo metodo porterà in sé due forme di abiezione. La prima è l’abiezione di dichiarare proprio il figlio di un altro, cioè considerare appartenente alla discendenza una persona estranea a essa. La seconda è la depravazione morale, che assume la forma della zinā. Né la sharia islamica né alcuna legge possono approvare questo atto. Si perde la dignità dell’umanità e si scende al livello dell’animalità. Per una persona simile diventa del tutto impossibile acquisire la consapevolezza della dignità sociale.
Dichiarare padre qualcuno diverso dal proprio padre biologico
In Islam è illecito tanto negare la paternità del proprio figlio biologico quanto dichiarare padre qualcuno diverso dal proprio padre naturale, cioè dichiararsi figlio di un’altra persona. Il Nobile Profeta annoverò questo atto tra le azioni più abiette. Per questo motivo, la persona incorre nella maledizione del Creatore e di tutte le creature. ʿAlī riferì che il Nobile Profeta disse:
Chiunque proclami di essere figlio di qualcuno diverso dal suo vero padre, oppure affermi di essere schiavo di qualcuno diverso dal proprio padrone, sarà colpito dalla maledizione di Allah, degli angeli e di tutta l’umanità. Nel Giorno della Resurrezione, Allah non accetterà da lui né il pentimento né alcun riscatto. (Bukhari, Muslim)
Saʿd ibn Abī Waqqāṣ riferì che il Nobile Profeta disse:
A chiunque pretenda consapevolmente di essere figlio di qualcuno diverso dal proprio padre, pur sapendo che egli non è suo padre, sarà proibito il Paradiso.
Non uccidete i vostri figli
In questo modo l’Islam vuole proteggere la discendenza umana e farla progredire in una continuità ininterrotta. Per questo ha reso obbligatorio che ogni figlio e ogni genitore rispettino reciprocamente i propri diritti, nella misura appropriata e necessaria alla condizione di figlio o di genitore; e, per garantire pienamente tali diritti, ha proibito a entrambi alcune pratiche.
Il figlio ha il diritto di vivere. Pertanto i genitori non hanno alcun diritto di porre fine alla sua vita, né uccidendolo né impedendo segretamente che venga al mondo. Questo è ciò che facevano i genitori nell’epoca della jāhiliyya, sia con le figlie sia con i figli. Per questo Allah l’Altissimo ha ordinato:
Non uccidete i vostri figli per paura della povertà. Siamo Noi a provvedere al loro sostentamento e a quello vostro. Ucciderli è un peccato gravissimo e un errore terribile.
Alla figlia sepolta viva, quando nel Giorno della Resurrezione le sarà chiesto per quale colpa è stata uccisa? (Sura at-Takwīr: 8-9)
Qualunque sia la causa scatenante di questo atto abominevole e orrendo, sia essa economica — il timore della povertà e della mancanza di cibo — oppure sociale, come la paura del disonore. Nell’Arabia di allora, quando nasceva una bambina, la si uccideva per vergogna. L’Islam ha dichiarato completamente illecito questo atto barbaro e bestiale, poiché con esso si uccide una vita, si violano i diritti dei legami di sangue e si commettono oppressione e ingiustizia contro un essere umano indifeso. Per questo al Profeta nobile, pace e benedizioni su di lui, fu chiesto: Qual è il peccato più grande e terribile?
Egli rispose:
Assocerai a Dio qualcuno come Suo rivale, mentre proprio l’unico Dio ti ha creato. Quando gli fu chiesto quale fosse il peccato più grave, egli disse: «Uccidere tuo figlio per timore che condivida con te il cibo».
Il Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) ha raccolto dalle donne, come dagli uomini, il giuramento che si tratta di un crimine terribile e assolutamente proibito. Dunque va evitato. Nel Nobile Corano è riportato:
Essi non assoceranno nulla a Dio, non ruberanno, non commetteranno adulterio e fornicazione e non uccideranno i loro figli. (Sura al-Mumtahanah, 12)
Il secondo diritto del figlio nei confronti del padre è che questi gli scelga un bel nome. È dunque dovere del padre non dare al figlio un nome che, una volta cresciuto, possa procurargli vergogna o sofferenza. In secondo luogo, è proibito attribuire nomi che significhino essere servi o schiavi di qualcuno diverso da Dio, come ʿAbd al-Nabī, servo del Profeta, e ʿAbd al-Masīḥ, servo di Gesù il Messia, e così via.
Il terzo diritto del figlio è ricevere piena cura e attenzione, una buona educazione e il mantenimento necessario. Pertanto, in queste questioni, non è lecita alcuna negligenza o trascuratezza, neppure in minima misura. Il Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) ha detto a questo proposito:
Ognuno di voi è responsabile e ognuno di voi sarà interrogato riguardo alla propria responsabilità.
Egli ha detto:
Per colui cui è affidata la responsabilità di nutrire e vestire qualcuno, è sufficiente, per renderlo peccatore, trascurare e negligere tale responsabilità. (Abū Dāwūd, an-Nasāʾī, al-Ḥākim)
Allah l’Altissimo interrogherà ogni responsabile riguardo alla propria responsabilità: se l’ha adempiuta oppure l’ha trascurata, lasciandola andare in rovina. Persino ogni persona sarà interrogata riguardo alla propria famiglia.
Mantenere l’uguaglianza tra i figli
È dovere del padre adottare, nel dare e nel donare ai figli, una linea equilibrata e imparziale, mostrare a tutti lo stesso affetto e la stessa tenerezza e desiderare ugualmente il bene di ciascuno.
È assolutamente haram, senza motivo, dare a uno dei figli la precedenza sugli altri nell’affetto, nelle attenzioni, nelle cure e nei doni, oppure mostrare qualsiasi disparità o favoritismo. Ciò fa nascere nel cuore dei figli privati o rimasti indietro un sentimento di rancore. Nel loro animo può divampare il fuoco dell’inimicizia e della vendetta. In questa questione padre e madre hanno la stessa responsabilità. Il Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) disse:
Siate pienamente giusti tra i vostri figli maschi, mantenete pienamente l’uguaglianza tra i vostri figli maschi e distribuite equamente ogni cosa tra i vostri figli maschi. (Ahmad, an-Nasa’i, Abu Dawud)
All’origine di questo hadith vi è un episodio. La moglie di Bashir ibn Sa’d al-Ansari gli chiese di donare a suo figlio Nu’man ibn Bashir alcuni beni particolari, come un giardino e uno schiavo, e desiderò rendere vincolante tale donazione. Per questo si recò con lui dal Nobile Messaggero (pace e benedizioni su di lui) riguardo a tale donazione e disse:
O Messaggero! La figlia di Tizio, cioè sua moglie, mi chiede di dare a suo figlio, cioè mio figlio, il mio schiavo. Il Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) domandò: «Ha altri fratelli e sorelle?». Rispose: «Sì». Allora egli disse: «Darai a ciascuno di loro lo stesso?». Rispose: «No». Allora il Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) disse: «In tal caso, ciò non sarà affatto giusto. E io non posso testimoniare se non a favore della verità e della giustizia». (Muslim, Ahmad, Abu Dawud)
In un’altra narrazione, la parte finale delle parole del Messaggero è la seguente:
Non farmi testimone di un’ingiustizia e di un ordine ingiusto. Tra i diritti che i tuoi figli hanno su di te vi è anche quello che tu distribuisca equamente tra loro. Così come hai dei diritti su di loro, affinché essi ti servano. Temete Allah e siate giusti ed equi con i vostri figli. (Bukhari, Muslim, Abu Dawud)
È stato riferito dall’Imam Ahmad ibn Hanbal che egli disse: è lecito fare una distribuzione diversa dei beni tra i figli se vi è una reale motivazione. Per esempio, se uno di loro è stato colpito da una calamità e si trova in una situazione più difficile degli altri.
[Nel libro al-Mughnī si afferma che, secondo l’Imam Ahmad, è lecito dare a un figlio una determinata somma o un bene particolare a causa di una malattia, di una necessità, della cecità, del maggior numero di figli o perché è impegnato nell’acquisizione della conoscenza; così come è lecito non dare nulla a un figlio perché è diventato malvagio. Egli dice che è lecito destinare specificamente alcuni beni in waqf a determinati figli per una necessità, e ciò non costituisce colpa. Tuttavia, dare a qualcuno una somma maggiore o un bene particolare senza motivo e senza necessità è makruh. La stessa norma vale anche per le donazioni.]
Osservare la legge di Allah nella distribuzione dell’eredità
Anche nella distribuzione dell’eredità si deve adottare un analogo principio di giustizia. Pertanto, non è lecito per un padre privare un figlio della sua eredità. È inoltre assolutamente haram cercare, con l’inganno, di privare un parente erede della sua eredità. Infatti, l’eredità è una norma e un sistema stabiliti da Allah. Egli ha istituito questo sistema consapevolmente, secondo il Suo principio di giustizia e la Sua saggezza. In esso ha assegnato a ciascun avente diritto la quota spettantegli; e chiunque disobbedisca a tale norma e la trasgredisca, in realtà accuserà Allah.
Allah l’Altissimo ha esposto ogni questione relativa all’eredità in tre versetti del Sublime Corano. Alla fine del primo versetto ha detto: ( arabo******************)
Voi non sapete chi, tra i vostri padri e i vostri figli, vi sia più vicino in termini di beneficio e vantaggio. Questa è una ripartizione delle quote e una determinazione delle parti stabilita da Allah stesso. Allah è onnisciente e il più sapiente.
Alla fine del secondo versetto ha detto: ( arabo******************)
Senza arrecare danno a nessuno: questo è un precetto da parte di Allah. Allah conosce ogni cosa ed è pazientissimo. Questi sono i limiti stabiliti da Allah. Chi obbedirà ad Allah e al Suo Messaggero, Egli lo farà entrare nei Giardini sotto i quali scorrono i ruscelli, dove rimarrà in eterno. Questo è il successo supremo. Quanto a chi disobbedirà ad Allah e al Suo Messaggero e trasgredirà i Suoi limiti, Egli lo farà entrare nel Fuoco, dove rimarrà in eterno. Per lui vi sarà un castigo umiliante e degradante.
Alla fine del terzo versetto riguardante l’eredità, Allah l’Altissimo ha detto:
Allah vi spiega chiaramente ogni cosa per il vostro bene, affinché non vi smarriate. Allah è perfettamente informato su ogni cosa.
Pertanto, chiunque si opponga alla normativa sull’eredità stabilita da Allah l’Altissimo si è allontanato dalla verità che Allah ha esposto dettagliatamente. Ha inoltre trasgredito i limiti stabiliti da Allah. Dovrà quindi attendere il castigo di Allah. E questo consiste in:
il Fuoco, nel quale rimarrà per sempre; per lui vi sarà inoltre un castigo ancora più umiliante.
Rottura dei rapporti con i genitori
I genitori hanno numerosi diritti sui figli. Obbedire loro, parlare loro con gentilezza e mostrare loro rispetto e venerazione rientrano tra i doveri dei figli. La stessa natura umana spinge a comportarsi così e ispira l’essere umano a compiere tutte queste azioni in modo nobile. Questo dovere è ancora più stringente nei confronti della madre. È lei infatti che lo ha portato nel grembo, lo ha custodito ininterrottamente per dieci mesi, ha sopportato i terribili e strazianti dolori del parto, gli ha offerto il seno perché succhiasse, lo ha nutrito con il latte prodotto dal proprio sangue e si è presa cura di lui e lo ha allevato fin dall’infanzia. Nessuna lingua può descrivere le sofferenze che ha patito per lui. Allah stesso ha detto:
Abbiamo esortato l’essere umano a trattare bene i propri genitori. Sua madre lo ha portato con sofferenza e lo ha partorito con dolore. Il periodo della sua gestazione e del suo allattamento è durato trenta mesi.
Un uomo venne dal nobile Messaggero (s.a.s.) e gli chiese: (arabo******************)
Tra tutti, chi ha maggior diritto a ricevere da me il migliore aiuto, sostegno e cura?
Egli rispose: tua madre. Quando gli fu chiesto chi venisse dopo, e poi chi dopo ancora e chi avesse maggior diritto, il nobile Messaggero (s.a.s.) rispose ogni volta: (arabo******************) tua madre, tua madre, tua madre. Dopo di lei, ha diritto tuo padre. (Bukhari, Muslim)
Il nobile Profeta (s.a.s.) dichiarò che recidere i rapporti con i genitori e far loro del male è uno dei peccati maggiori. Secondo la sua dichiarazione, dopo lo shirk, questo è il peccato più grave. Il nobile Profeta (s.a.s.) disse: (arabo******************)
Non devo forse informarvi quale sia il più grande dei peccati maggiori? Il nobile Profeta (s.a.s.) pose questa domanda tre volte. I Compagni dissero: sì, sì, certamente ce lo dirai. Allora egli disse: è associare dei partner ad Allah e recidere i rapporti con i genitori.
Il nobile Messaggero (s.a.s.) disse inoltre: (arabo******************)
Tre persone non entreranno mai in Paradiso: colui che recide i rapporti con i genitori, colui che li tratta male, l’uomo che fa commettere alla propria moglie azioni indecenti e la donna che adotta modi e comportamenti maschili.
In un altro hadith egli disse: (arabo******************)
Tra i peccati, Allah rinvierà fino al Giorno della Resurrezione la punizione di quelli che vorrà. Ma trasformerà già in questa vita, prima della morte, in una punizione immediata il peccato di rompere i rapporti con i genitori e di trattarli male.
In particolare, è stata data maggiore importanza al desiderio del loro bene quando i genitori raggiungono la vecchiaia. Infatti, in questo periodo le loro forze e capacità vengono meno. Diventa allora necessario prestare maggiore attenzione alle loro necessità quotidiane e prendersi cura di loro sempre di più. In questo periodo si fa urgente la necessità di assisterli con grande affetto, compassione, devozione e rispetto. È proprio questo che Allah ha detto nel seguente versetto:
Il tuo Signore ha decretato che non adoriate nessuno all’infuori di Lui e che trattiate bene i genitori. Se uno di loro, o entrambi, raggiungono la vecchiaia presso di te, non dire loro nemmeno una parola che li ferisca e non rimproverarli né biasimarli; piuttosto, rivolgi loro parole rispettose. Stendi verso di loro le ali dell’umiltà e della compassione e dì: «O Allah, abbi misericordia di entrambi, come essi si sono presi cura di me quando ero piccolo».
A sostegno di questo versetto, è stato riportato nel hadith:
Se Allah l’Altissimo avesse saputo che poteva esistere, nei confronti dei genitori, un comportamento ancora meno grave del dire loro «uff», ma comunque rientrante nella rottura dei rapporti e nel cattivo trattamento, lo avrebbe anch’esso proibito.
È un grave peccato anche provocare l’insulto dei propri genitori
Ancora più importante è il fatto che il Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) ha dichiarato illecito anche provocare le circostanze che portano i genitori a essere insultati. Anzi, questo è un grave peccato.
Egli ha detto:
Maledire i genitori è anch’esso uno dei peccati maggiori. La gente non riusciva a comprendere come una persona credente e ragionevole potesse maledire i propri genitori, grazie ai quali aveva ricevuto la vita e l’esistenza. Con meraviglia domandarono: «Come può un uomo maledire i propri genitori?». Il Messaggero di Dio (pace e benedizioni su di lui) rispose: «Un uomo insulta il padre di un altro, e l’altro insulta suo padre. Un uomo ingiuria la madre di un altro, e l’altro ingiuria sua madre: così si compie l’atto di maledire».
Che cosa si può dire, allora, di chi insulta direttamente i propri genitori davanti a loro?
Andare al jihad senza il permesso dei genitori
È stato proibito anche partire per il jihad senza il permesso dei genitori. Dal punto di vista dell’Islam, infatti, la soddisfazione dei genitori è più importante e più desiderabile. Rispetto a essa, il jihad è un’opera di merito inferiore, sebbene contenga una ricompensa molto grande, che non si può ottenere nemmeno pregando tutta la notte e digiunando per tutto l’anno.
Hazrat Abdullah ibn Umar ibn al-ʿAs (che Dio sia soddisfatto di lui) riferì: un uomo venne dal Messaggero di Dio (pace e benedizioni su di lui) e gli chiese il permesso di partire per il jihad. Egli domandò: «I tuoi genitori sono vivi?». L’uomo rispose: «Sì». Allora il Profeta (pace e benedizioni su di lui) disse:
Allora dedicati anima e corpo al loro servizio. In un’altra narrazione si riferisce che un uomo venne dal Messaggero di Dio (pace e benedizioni su di lui) e disse:
Voglio prestare giuramento davanti a te per l’emigrazione e il jihad, così da ottenere da Dio una ricompensa.
Il Profeta (pace e benedizioni su di lui) domandò: «È ancora vivo qualcuno dei tuoi genitori?». Rispose: «Sì, sono vivi entrambi». Il Profeta (pace e benedizioni su di lui) domandò: «Desideri davvero ottenere una ricompensa da Dio?». Rispose: «Sì, lo desidero». Allora il Profeta (pace e benedizioni su di lui) disse:
Allora torna dai tuoi genitori e dedica loro la migliore compagnia.
Un altro hadith recita così: ( arabo******************)
Un uomo venne dal nobile Messaggero (pace e benedizioni su di lui) e disse: «Sono venuto da te per prestare il giuramento di fedeltà per l’emigrazione, lasciando i miei genitori in lacrime». Dopo aver udito ciò, il nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) disse: «Torna dai tuoi genitori e, così come li hai fatti piangere, fa’ tornare il sorriso sui loro volti».
È stato riferito da Abu Saʿīd (che Allah sia soddisfatto di lui) che un uomo yemenita emigrò e si presentò al nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui). Egli gli chiese: «Hai qualcuno nello Yemen?». Rispose: «Ho i miei genitori». Il nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) gli chiese: «Ti hanno dato il permesso?». Rispose: «No». Allora il nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) ordinò: ( arabo******************)
Torna dai tuoi genitori e chiedi loro il permesso; se ti daranno il permesso, allora vai al jihad, altrimenti dedicati al loro servizio.
Il comportamento nei confronti dei genitori politeisti
Poiché l’Islam attribuisce grandissima importanza ai genitori, ha dichiarato haram anche interrompere i rapporti con loro e comportarsi male nei loro confronti, persino quando sono politeisti. Anche se eccedono gravemente nelle pratiche politeiste, invitano ad esse, ne sono propagatori e vogliono coinvolgere in tali pratiche il loro figlio musulmano, non è comunque lecito trattarli male in alcun modo né interrompere i rapporti con loro. Nel Nobile Corano è detto: ( arabo******************)
Ringrazia Me e i tuoi genitori. A Me è il ritorno. Se entrambi ti costringono ad associarMi qualcosa, di cui non hai alcuna conoscenza, non obbedire loro. Tuttavia, in questa vita terrena, accompagna entrambi con gentilezza e comportati bene con loro. Segui invece la via di colui che si è consacrato interamente a Me. Poi tutti voi ritornerete a Me, e allora vi informerò di ciò che facevate. (Sura Luqman: 14-15)
Questo versetto dichiara chiaramente che, se i genitori politeisti ordinano di commettere shirk e fanno pressione a tale scopo, non è lecito obbedire loro né eseguire i loro ordini. Infatti, non si può mai obbedire a nessuno quando ciò comporta disobbedire ad Allah. Quale peccato potrebbe essere più grave del commettere shirk associando altri ad Allah? Ciononostante, è stato ordinato di trattare bene i genitori politeisti nella vita terrena. Non si deve prestare attenzione alla loro condizione quanto alla fede; al contrario, si deve continuare a seguire soltanto la via delle persone virtuose che obbediscono agli ordini di Allah. Allah è infatti il più grande Comandante e il più grande Giudice: quel Giorno in cui i genitori non potranno essere d’alcuna utilità ai figli, né alcun figlio potrà arrecare beneficio ai propri genitori.
In verità, questo è un esempio così elevato e sublime di generosità, clemenza e giustizia che nessun’altra religione o ideologia al mondo potrebbe presentarne uno paragonabile.
Quarto capitolo
Credenza religiosa e cieca imitazione in materia di religione
Attività reciproche e transazioni
Giochi, divertimenti e occasioni di svago
Relazioni sociali e collettive
Relazioni con i non musulmani
Credo e cieca imitazione religiosa
La sana, corretta e autentica professione di fede è il fondamento dell’ordinamento sociale. Il Tawhid — la fede nell’unicità assoluta e nell’incomparabile unicità di Allah — è l’essenza di questa professione di fede e la forza vitale dell’Islam, la religione completa. L’Islam ha posto come obiettivo supremo, nella formulazione della Sharia e nella fondazione dell’insegnamento, la salvaguardia della professione di fede autentica e del puro Tawhid. Al tempo stesso, ha dovuto contrastare e sradicare le credenze jahilite che gli idolatri avevano ampiamente diffuso. Ciò era assolutamente indispensabile per proteggere la comunità musulmana dalla sozzura, dalla degradazione e dai residui dello sviamento dello shirk.
Affermare la dignità della Sunna di Allah
L’Islam ha innanzitutto radicato nella mente e nel cuore dei suoi seguaci questa concezione dell’universo. Ha proclamato che l’essere umano vive sulla terra, sotto il cielo, subordinato al grandioso sistema dell’universo. Questo immenso universo non è un regno senza legge, né un giocattolo per bambini. Non procede senza le norme della guida, né vaga qua e là secondo il capriccio. Non è governato neppure dai desideri di una creatura, poiché i desideri delle creature non sono unici e concordi, non sono reciprocamente armoniosi, bensì in conflitto tra loro. È inoltre indubbio che tali desideri siano confusi e disorientati. Nel Nobile Corano è detto:
Se la Verità suprema seguisse i loro desideri, i cieli, la terra e tutto ciò che vi si trova andrebbero completamente distrutti e ridotti in frantumi. (Sura al-Mu’minun: 71)
In realtà, questo universo è vincolato da un saldo legame alle leggi naturali e alla Sunna stabilita da Allah. In queste norme e nella Sunna stabilita da Allah non vi sono cambiamenti, né alcuna eccezione. In diversi passi del Nobile Corano ciò è stato proclamato con forza. Nella Sura Fatir è detto:
Non troverai alcun cambiamento né alcuna eccezione nelle leggi e nella Sunna di Allah.
Il Corano e la Sunna hanno insegnato al musulmano che è suo dovere rispettare queste leggi naturali e salvaguardarne la dignità. Deve impegnarsi e sforzarsi di ottenere i risultati applicando il rapporto tra cause ed effetti. Infatti Allah ha posto una «causa» alla base di ogni azione e ha stabilito tra le due un profondo legame. Nessun musulmano può prestare la minima attenzione alle cause occulte e immaginarie che i gestori dei luoghi di culto, i professionisti dell’inganno e della frode e i mercanti della religione hanno adottato come mezzo di guadagno per perseguire i propri interessi, né può riconoscerne l’importanza.
Lotta contro le superstizioni e le credenze infondate
Quando il Profeta universale, Hazrat Muhammad (pace e benedizioni su di lui), giunse nel mondo, vide nella società schiere di impostori. Erano conosciuti come indovini o astrologi. Affermavano di poter conoscere, tramite i jinn, gli eventi e le questioni del ghayb accaduti nel passato o che sarebbero accaduti nel futuro. Poiché questo inganno e questa frode erano del tutto contrari al Corano e alla Sunna, il Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) dichiarò loro guerra. Fece ascoltare a tutti la parola di Allah:
Nessuno di quanti si trovano nei cieli e sulla terra conosce il «ghayb»; ogni cosa la conosce soltanto Allah. (Sura An-Naml: 65)
Pertanto, né gli angeli, né i jinn, né gli esseri umani possono conoscere il «ghayb».
Il Nobile Messaggero (pace e benedizioni su di lui) recitò e fece ascoltare anche questa dichiarazione di Allah:
Se io (Muhammad) conoscessi il ghayb, procurerei per me stesso abbondanza di bene e di prosperità, e nessun male potrebbe neppure sfiorarmi. Io sono soltanto un ammonitore e un annunciatore di buone novelle per i credenti.
Riguardo ai jinn incaricati di servire Hazrat Sulayman, Allah l’Altissimo fece sapere:
Se avessero conosciuto il ghayb, non sarebbero rimasti a lungo prigionieri di quel castigo umiliante. (Sura Saba: 14)
Pertanto, chiunque pretenda di conoscere veramente l’invisibile attribuisce ad Allah, alla realtà e a tutta l’umanità una menzogna completa e manifesta.
Diverse delegazioni vennero a presentarsi dal Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui). Pensavano che anche il Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) pretendesse di conoscere l’invisibile. Per metterlo alla prova a questo riguardo, nascosero qualcosa nel pugno della mano e gli chiesero: «Diteci, che cosa c’è nel nostro pugno?». Il Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) rispose loro con parole chiare:
Io non sono un indovino. Sappiate che tutti gli indovini, le indovine e le loro schiere saranno gettati nell’Inferno.
Credere nell’indovino è kufr
L’Islam non si è limitato a condannare gli indovini e gli ingannatori truffaldini. Ha associato a costoro anche coloro che, a causa della loro superstizione e delle loro idee errate, si recano da loro, li interrogano e cercano informazioni da loro, credendo poi che dicano la verità; e ha annunciato che entrambe le categorie avranno la stessa sorte. Il Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) disse:
A chi si reca da un astrologo, gli pone una domanda su qualcosa e crede che ciò che egli dice sia vero, non sarà accettata alcuna preghiera per quaranta giorni.
In un altro hadith si dice:
Chi si reca da un indovino e crede vero ciò che egli dice, ha rinnegato la religione rivelata a Hazrat Muhammad ed è diventato miscredente. (Al-Bazzar)
Ciò perché è stato rivelato a Muhammad (pace e benedizioni di Allah su di lui) che l’invisibile è conosciuto soltanto da Allah; Muhammad (pace e benedizioni di Allah su di lui) non conosce l’invisibile, tanto meno gli altri. Nel Sacro Corano è detto: ( arabo******************)
Di’: «Non affermo di possedere i tesori di Allah, né di conoscere l’invisibile; e non vi dico neppure di essere un angelo. Io seguo soltanto ciò che mi viene rivelato».
Se un musulmano, pur avendo appreso dal Sacro Corano in modo chiaro e incontrovertibile questa verità, credesse comunque che alcune creature — uomini o jinn — siano capaci di svelare i misteri reconditi del destino e possiedano la conoscenza del mondo invisibile, allora rinnegherebbe completamente la religione dell’Islam rivelata a Muhammad (pace e benedizioni di Allah su di lui) e manifesterebbe incredulità nei suoi confronti.
Cercare di conoscere il destino mediante le frecce divinatorie
Sulla base delle argomentazioni sopra menzionate, l’Islam ha dichiarato completamente illecito cercare di conoscere il destino mediante le frecce divinatorie.
Con «frecce divinatorie» si intendono qui alcune frecce. Nell’epoca dell’ignoranza, gli Arabi le usavano per cercare di conoscere il destino. Su una di esse era scritto: «Il mio Signore mi ha ordinato». Sulla seconda: «Il mio Signore mi ha proibito». La terza era completamente vuota: non vi era scritto nulla. Quando desideravano intraprendere un viaggio all’estero, oppure compiere un’azione come il matrimonio, si recavano nella casa degli idoli. Ed era proprio lì che erano custodite queste frecce. Volevano così sapere che cosa fosse stato scritto nel loro destino. Se usciva la prima freccia, quella recante la scritta «ha ordinato», procedevano. Se usciva la freccia con la scritta «ha proibito», si astenevano dall’azione proposta. Se usciva quella vuota, estraevano ripetutamente le frecce, finché non ricevevano un’indicazione chiara.
Sebbene nella nostra società non sia diffusa esattamente questa forma dell’epoca dell’ignoranza, sono praticate numerose attività analoghe. Per esempio, il ramān con le conchiglie, il sorteggio aprendo un libro, la lettura delle carte da gioco o delle tazze e simili: tutto ciò che viene praticato in questo ambito è completamente illecito nell’Islam.
Dopo aver menzionato gli alimenti che Allah ha proibito ai Suoi servi, ha detto: ( arabo******************)
Cercare di conoscere il destino mediante le frecce è haram; è un atto contrario alla legge di Allah. (Sura al-Māʾida: 3)
E il nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) ha detto:
Chi pratica la divinazione, cerca di conoscere il destino mediante le frecce oppure torna indietro da un viaggio all’estero a causa di un cattivo presagio, non potrà mai raggiungere un rango elevato. (al-Bukhārī, Muslim)
La magia
Allo stesso modo, l’Islam ha affrontato la magia e i maghi. Riguardo a coloro che imparano la magia, nel Nobile Corano è detto:
Essi imparano una conoscenza che reca loro danno e non procura loro alcun beneficio.
Il nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) ha annoverato la magia tra i peccati maggiori distruttivi. Essa distrugge le nazioni prima ancora degli individui. Prima dell’Aldilà, già in questo mondo, i maghi spingono le persone verso una rovina estrema. Il nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) ha detto:
Astenetevi dalle sette azioni distruttive. I Compagni dissero: «O Messaggero, quali sono queste sette?». Egli disse: «Associare altri ad Allah, la magia, uccidere una persona la cui uccisione Allah ha vietato—salvo nel caso di una pena retributiva conforme alla giustizia—, consumare l’usura, appropriarsi e consumare i beni degli orfani, fuggire dando le spalle dal campo di battaglia e accusare falsamente di adulterio le donne credenti caste e innocenti». (al-Bukhārī, Muslim)
Alcuni giuristi islamici hanno definito la magia o la pratica della magia una forma di miscredenza, oppure hanno affermato che essa conduce l’uomo alla miscredenza. Altri giuristi islamici hanno sostenuto che sia obbligatorio uccidere il mago, per preservare la società dalla sua malvagità.
Il Glorioso Corano ci ha insegnato a chiedere ad Allah protezione dalla malvagità e dal danno dei maghi:
O Allah, cerco rifugio presso di Te dalla malvagità e dal danno di quelle donne che soffiano sui nodi e li stringono.
Soffiare sui nodi è un metodo di praticare la magia ed è una pratica particolare dei maghi. Nel ḥadīth è detto:
Chi soffia su un nodo pratica la magia; e chi pratica la magia commette shirk.
Così come l’Islam ha dichiarato ḥarām recarsi dagli indovini e cercare di conoscere le cose occulte e misteriose, allo stesso modo ha reso completamente ḥarām ricorrere alla magia o ai maghi per curare una malattia o risolvere un problema. Il Profeta nobile (pace e benedizioni su di lui) ha dichiarato la propria completa estraneità da tale pratica. Ha detto:
Chi pratica la divinazione o se la fa praticare, chi consulta gli auspici o li fa consultare per sé, chi pratica la magia o se la fa praticare, non appartiene alla mia ummah.
Ḥazrat Ibn Masʿūd ha detto:
Chiunque si rechi da un indovino, da un mago o da qualcuno che pretende di conoscere l’invisibile, gli ponga delle domande e creda vero ciò che egli dice, ha rinnegato e rifiutato la religione dell’Islam rivelata a Muhammad (pace e benedizioni su di lui).
Il Nobile Messaggero (pace e benedizioni su di lui) ha inoltre detto:
L’ubriacone, colui che crede nella magia e colui che recide i legami di parentela non entreranno mai in Paradiso.
Alla luce di questi hadith si comprende che non è soltanto l’attività del mago a essere haram; è completamente haram anche l’attività di chi crede nella magia e considera veritiero l’indovino in quanto tale.
Se questa magia viene utilizzata principalmente per scopi haram, come provocare la separazione tra marito e moglie, arrecare danni fisici e simili, allora diventa un haram ancora più grave; e tutti sanno che i maghi compiono generalmente proprio queste azioni.
L’uso degli amuleti
Anche l’uso degli amuleti e dei talismani appartiene a questa stessa categoria. In esso è implicita la convinzione che, indossando un amuleto, la malattia guarirà o si sarà protetti dal suo attacco. Persino in questa luminosa epoca del ventesimo secolo vi sono molte persone che appendono un ferro di cavallo alla porta delle proprie case. Nel mondo odierno non mancano neppure coloro che, approfittando dell’ignoranza e dell’ingenuità della gente, sono occupati giorno e notte a procurarsi vantaggi economici materiali. Scrivono amuleti per queste persone. Su tali amuleti sono tracciate linee e figure enigmatiche. Davanti a loro pronunciano giuramenti solenni, manifestando la propria veridicità e la fermezza delle proprie intenzioni. Recitano formule magiche e soffiano sugli amuleti. Sostengono che, indossando amuleti e talismani, non si può subire l’influenza malefica dei jinn e che fantasmi, spiriti, malocchio, invidia e malevolenza non possono arrecare alcun danno. Ma questi non sono metodi di cura approvati dall’Islam.
Per guarire dalle malattie, prevenirle e proteggersi dai loro attacchi, l’Islam ha stabilito metodi riconosciuti. Ha condannato coloro che li abbandonano e li rifiutano, scegliendo la via dell’errore.
Il Nobile Profeta (pace e benedizioni di Allah su di lui) disse:
Usate medicine per curare le malattie. In verità, Colui che ha creato la malattia ha creato anche il suo rimedio. (al-Bukhari)
E disse inoltre:
Tra questi vostri rimedi, tre sono particolarmente efficaci: bere miele, il salasso praticato con una lama oppure la cauterizzazione mediante il fuoco. (al-Bukhari, Muslim)
Basta riflettere un poco per rendersi conto che questi tre rimedi, indicati dal Nobile Messaggero come particolarmente efficaci, sono tutti inclusi nella moderna pratica medica. Si tratta della cura mediante medicine assunte per via orale, della guarigione dalle malattie attraverso la chirurgia e della cura mediante la cauterizzazione. La terapia con elettricità, calore o cauterizzazione rientra in questa terza categoria ed è un metodo altamente moderno. Pertanto, tutti questi trattamenti sono leciti.
Indossare amuleti o recitare incantesimi magici allo scopo di prevenire o curare le malattie è manifesta follia e traviamento, nonché contrario alla Sunnah e al credo del tawhid stabiliti da Allah. ʿUqba ibn ʿĀmir (che Allah si compiaccia di lui) racconta: una delegazione composta esattamente da dieci persone si presentò al cospetto del Nobile Profeta. Egli accettò il giuramento di fedeltà di nove di loro, ma non quello del decimo. In risposta alla loro domanda, disse:
Quell’uomo porta un amuleto legato al braccio. Udito ciò, l’uomo lo strappò. In seguito, il Nobile Profeta (pace e benedizioni di Allah su di lui) accettò anche il suo giuramento di fedeltà e poi disse: chi porta un amuleto commette shirk. (Ahmad, al-Hakim)
In un altro hadith si narra:
Allah non concederà il successo a chi indossa un amuleto. E a chi si lega un talismano, Allah non concederà nemmeno una goccia di pace e serenità. (Ahmad)
Imran ibn Husayn (che Allah sia soddisfatto di lui) racconta che il nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) vide un uomo con un amuleto o bracciale di ottone legato al braccio. Gli disse: «Guai a te! Che cos’hai legato?» L’uomo rispose: «L’ho legato allo scopo di eliminare la debolezza». Allora il nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) disse:
«Esso aumenterà ulteriormente la tua debolezza; toglilo. Altrimenti, se morissi mentre lo porti legato, non potrai mai ottenere la prosperità». (Ahmad, Ibn Hibban)
Poiché questi insegnamenti ebbero un’influenza profonda sui Compagni, essi stessi rifiutarono di ricorrere a tali mezzi, strumenti e pratiche vane.
Isa ibn Hamza racconta: mi recai da Abdullah ibn Hakim, che soffriva di erisipela (un’infiammazione della pelle accompagnata da arrossamento). Gli chiesi: «Perché non porti alcun amuleto o talismano per questa malattia?» Egli rispose:
«Cerco rifugio presso Allah da essa».
In un’altra narrazione, le sue parole sono:
La morte è più vicina a chi appende o lega qualcosa; egli sarà affidato a ciò stesso.
Hazrat ʿAbdullah ibn Masʿud (ra) andò da sua moglie e vide che aveva qualcosa legato al collo. Lo tirò e lo strappò via. Poi disse:
La gente della famiglia di ʿAbdullah si è tenuta lontana dallo shirk, riguardo al quale Allah non ha fatto scendere alcuna prova.
Poi disse: Ho sentito il nobile Profeta (sa) dire:
Gli amuleti e i talismani, i bracciali protettivi, la tawla e tutto il resto sono shirk. La gente chiese: «Che cos’è la tawla?». Egli rispose: È un espediente e una pratica che le donne usano per ottenere dai mariti un amore maggiore.
In parole semplici, anche la tawla è una forma di magia.
Secondo l’opinione degli ulema, quando gli amuleti non sono scritti in arabo, non è possibile sapere o comprendere che cosa vi sia scritto: potrebbero contenere magia o parole di kufr. Per questo sono proibiti. Se invece se ne comprendono il significato e il contenuto e vi sono menzionati il ricordo o il nome di Allah, allora non sono proibiti né haram. In tal caso l’amuleto è considerato una supplica. Non è una cura né una medicina, ma soltanto una speranza nell’aiuto di Allah. Gli amuleti usati nell’epoca della jāhiliyya contenevano magia, shirk o parole misteriose il cui significato non si riusciva a comprendere. Per questo erano stati dichiarati haram.
Hazrat Ibn Masʿud (ra) aveva proibito a sua moglie di usare quegli incantesimi e quegli amuleti della jāhiliyya. In risposta, ella raccontò un episodio. Disse: Un giorno uscii e un tale mi vide. Cominciarono a scorrermi lacrime dagli occhi.
In seguito, quando recitavo l’incantesimo, le lacrime cessavano; quando smettevo di recitarlo, ricominciavano a scorrere con impeto. Ibn Masʿud disse:
Questo è Satana. Quando gli dai ascolto, ti lascia in pace. Ma quando gli disobbedisci, ti punge l’occhio con il dito. Tuttavia, se fai ciò che faceva il nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui), questo sarà molto meglio per te e forse potrai anche guarire. Vale a dire: metti dell’acqua nei tuoi occhi e recita una supplica. (Ibn Mājah, Abū Dāwūd)
Accettare cattivi presagi
Trarre cattivi presagi da qualunque cosa—che si tratti di un luogo, di una persona o di qualsiasi altra cosa—non è altro che una superstizione infondata. Essa esiste nella società umana fin dai tempi più remoti e antichi e forse continuerà a esistere ancora per molto tempo. Si possono vedere molte persone e molti gruppi umani sprofondati in essa. Al tempo del profeta Ṣāliḥ, la sua gente disse:
Secondo noi, tu e il tuo compagno siete proprio un cattivo presagio.
Quando una calamità incombeva su Faraone e sulla sua gente:
cominciavano a considerare Mosè e i suoi compagni un cattivo presagio.
Quando, a causa del rifiuto dell’invito dei profeti e dei messaggeri, una calamità si abbatteva su un gran numero di miscredenti immersi nel più profondo traviamento, dicevano:
Vi consideriamo un cattivo presagio.
In risposta, i profeti e i messaggeri dicevano:
— Il vostro cattivo presagio è con voi.
In altre parole, la causa della vostra sventura è in voi stessi: la vostra miscredenza, la vostra ostilità verso Allah e la vostra ribellione contro Allah e il Suo Messaggero.
Gli Arabi dell’epoca dell’ignoranza avevano una concezione diversa riguardo ai cattivi presagi. Ma l’Islam giunse, dichiarò nulle tutte queste pratiche e li guidò su una via salda e conforme alla ragione.
Il Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) ha associato il ricorso ai cattivi presagi alla divinazione e alla magia. Egli disse:
Chi trae personalmente cattivi presagi, o per il quale vengono tratti o interpretati cattivi presagi, oppure pratica la magia o fa praticare la magia per lui, non appartiene alla mia comunità. (Tabarani)
E disse inoltre:
La geomanzia, il ricorso ai cattivi presagi osservando il volo degli uccelli e il ricorso ai cattivi presagi gettando sassolini: tutto ciò rientra nelle credenze superstiziose.
L’adozione di questo presagio nefasto non si basa su alcuna conoscenza o ragione e non ha alcun rapporto con la realtà. È frutto della debolezza della coscienza, della capacità di riflessione e della psiche umana. È proprio a causa di una mentalità superstiziosa che l’uomo si lascia guidare dai presagi, siano essi nefasti o favorevoli. Altrimenti, che senso avrebbe considerare una determinata persona, un luogo specifico o l’ingresso di un pianeta o di una stella in una certa posizione come simbolo di un presagio nefasto? Si può forse conciliare con una sana ragione l’idea che, al solo udire il verso di un uccello, un viaggio diventi infausto, che il battito delle palpebre contenga un bene o un male, oppure che l’ascolto di una parola particolare renda vacillante ogni decisione?
In realtà, è a causa della debolezza insita per natura nell’essere umano che egli trae «presagi» da determinate cose. Pertanto, è dovere della persona intelligente e consapevole non sottomettersi ad alcuna forma di debolezza.
In un hadith marfūʿ si legge: ( arabo******************)
Vi sono tre cose dalle quali ben pochi riescono a salvarsi: il sospetto infondato, l’adozione di presagi nefasti e l’invidia. Pertanto, se nella tua mente sorge un sospetto infondato, non credergli; se un presagio nefasto ti fa sorgere dei dubbi, non tornare indietro a metà strada; e se nasce in te l’invidia, non desiderare ciò che desidera l’invidioso. (al-Ṭabarānī)
Seguendo il metodo insegnato dal Messaggero, queste tre cose appariranno soltanto come pensieri e fantasie infondati sorti nella mente e come sussurri di Satana, senza alcun effetto sul comportamento concreto. In una simile situazione, Allah l’Altissimo perdonerà tutto ciò. È stato narrato da Ibn Masʿūd che il Profeta nobile, pace e benedizioni su di lui, disse: ( arabo******************)
L’adozione di presagi nefasti è shirk; l’adozione di presagi nefasti è shirk; l’adozione di presagi nefasti è shirk.
Ibn Masʿūd disse: «Non vi è nessuno tra noi nel cui animo non sorgano pensieri legati ai presagi nefasti. Tuttavia, quando si ripone la propria fiducia in Allah, tutte queste inclinazioni svaniscono». (Abū Dāwūd, al-Tirmidhī)
Il jihād contro la cieca imitazione jāhilita
Proprio come l’Islam ha combattuto contro le credenze e le superstizioni della giahiliyya, poiché sono contrarie alla ragione, alla moralità e ai sani comportamenti, allo stesso modo ha condotto il jihad contro l’imitazione e il cieco conformismo della giahiliyya. Ciò perché essi si fondano sull’odio e sull’ostilità, sull’arroganza e sull’orgoglio, nonché sul fanatismo tribale.
La mentalità dell’ostilità è contraria all’Islam
A questo punto l’Islam ha anzitutto abbattuto con forza la mentalità dell’ostilità e ne ha sepolto sotto terra tutte le forme e manifestazioni. Inoltre ha dichiarato haram creare una mentalità ostile e invitare la gente ad adottarla. Il Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) ha proclamato con voce chiara: ( arabo******************)
Chi invita la gente alla mentalità dell’ostilità, chi combatte per essa e chi muore professandola, nessuno di loro appartiene alla mia umma. (Abū Dāwūd)
Pertanto, secondo l’Islam, il particolare colore della pelle non ha alcuna importanza o specialità, né viene riconosciuta la supremazia di una particolare razza sugli altri. Nessuna regione della Terra possiede una superiorità sulle altre. Non è lecito per un musulmano suscitare l’ostilità di una razza contro un’altra. Nessuna razza ha il diritto di stabilire la propria superiorità su un’altra. Lo stesso vale, secondo l’Islam, per le diverse regioni, i regni e gli imperi. L’Islam non è assolutamente disposto a fare distinzione tra gli esseri umani sulla base delle differenze di colore, discendenza, razza o regione. Pertanto, un musulmano non può compiere alcuna azione fondata sull’odio e sull’ostilità basati sul colore, sulla razza o sul Paese. Né è compito di un musulmano sostenere sempre la propria razza, sia essa nel giusto o nell’ingiusto, nella verità o nella falsità, nell’oppressione o nella giustizia. Wāthila ibn al-Asqaʿ (che Allah sia soddisfatto di lui) disse: ( arabo******************)
Chiesi: «O Messaggero di Allah, che cos’è l’ʿasabiyya?». Egli rispose: «Che tu presti aiuto e sostegno alla tua razza, nonostante essa sia nell’oppressione: questa è l’ʿasabiyya (una mentalità ostile contro le altre razze.»
L’annuncio di Allah, l’Altissimo, è: ( arabo******************)
O voi che credete! State saldi per la giustizia e l’equità, rendendo testimonianza per Allah, anche se ciò è contro voi stessi, contro i vostri genitori o i vostri parenti più prossimi. (Sura an-Nisāʾ: 135)
L’ostilità verso un determinato popolo non ti induca a commettere ingiustizia.
In questo senso, il principio di giustizia del nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) era ampiamente diffuso ovunque nell’epoca della jāhiliyya, ed era inteso nel suo senso letterale. Egli disse:
Aiuta tuo fratello, sia egli oppressore o oppresso.
In seguito, quando la fede islamica si fu saldamente radicata tra i Compagni, il significato negativo di quelle parole venne alla luce davanti alla gente; di conseguenza, nei loro cuori sorsero timore e stupore. Essi chiesero:
O Messaggero! Secondo le tue parole, se mio fratello è oppresso, posso certamente aiutarlo e comprendo il significato delle tue parole in questo caso. Ma se è un oppressore, come possiamo aiutarlo? Non ho compreso il significato di queste parole. Egli rispose:
Gli impedirai di commettere ingiustizia, e questo è il significato dell’invito ad aiutarlo.
Da ciò comprendiamo chiaramente che nella società musulmana non possono essere avanzate pretese di superiorità regionale né di superiorità nazionale. Invocare la patria, oppure una nazionalità fondata sulla regione, sulla classe, sulla stirpe, sulla razza o sulla lingua, e vantarsene, è una pretesa della jāhiliyya. Ciò non può avere alcun rapporto con l’Islam, con il Messaggero o con il Libro di Allah.
In realtà, l’Islam non sostiene alcuna forma di alleanza contraria alla sua dottrina né alcun rapporto di fratellanza al di fuori della fratellanza islamica. L’Islam non riconosce alcun altro fondamento per distinguere gli esseri umani gli uni dagli altri se non la fede e l’infedeltà. Pertanto, il miscredente nemico dell’Islam è anche nemico del musulmano, sebbene sia suo compatriota, appartenente al suo stesso popolo e suo vicino. Non solo: per lui non è davvero dei suoi neppure chiunque sia suo fratello, suo padre o sua madre, se è un nemico dell’Islam. Allah, l’Altissimo, ha espresso proprio questo nel seguente versetto:
Non troverai un popolo che crede in Allah e nell’Ultimo Giorno e che nutra amicizia verso i nemici di Allah e del Messaggero, anche se fossero i loro padri, i loro figli, i loro fratelli o i loro parenti. (Sura al-Mujādala: 22)
Disse:
O voi che credete! Non prendete come amici e protettori i vostri padri e i vostri fratelli, se preferiscono la miscredenza alla fede. (Sura al-Tawba: 23)
Non c’è alcun vanto nella stirpe e nel colore
È narrato nel Sahih al-Bukhari che Bilal al-Habashi e Abu Dharr al-Ghifari (che Allah sia soddisfatto di entrambi) erano entrambi Compagni del primo periodo. Accecati dall’ira, cominciarono a insultarsi. Nel culmine della collera, Abu Dharr (che Allah sia soddisfatto di lui), rivolgendosi a Bilal (che Allah sia soddisfatto di lui), gli disse: «O figlio di una donna nera». Bilal riferì la cosa al Profeta (pace e benedizioni su di lui) e si lamentò. Egli disse ad Abu Dharr:
Hai insultato sua madre? È evidente che in te è ancora rimasto il carattere della jahiliyya.
È narrato da Abu Dharr (che Allah sia soddisfatto di lui) che il Profeta (pace e benedizioni su di lui) gli disse:
Rifletti su te stesso. Non sei superiore in alcun modo alle persone dalla carnagione rossa o nera. Puoi acquisire superiorità su di lui soltanto in virtù della taqwa. (Ahmad)
Il nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) disse: ( আরবি******************)
Tutti voi siete figli di Adamo. E Adamo è stato creato dalla terra.
L’Islam ha completamente proibito di vantarsi della propria discendenza, razza e della nobiltà e del prestigio degli antenati, e di cercare di dimostrare la propria superiorità rispetto agli altri facendo leva su tali elementi. Questi, infatti, sono strumenti dell’ignoranza preislamica. L’uomo può agire in questo modo soltanto perché è schiavo di una brama sfrenata. Pertanto, nell’Islam non vi è alcun spazio per scambiarsi parole ostili e cariche d’odio del tipo: «Io sono figlio di questo o quello», «Io discendo da questa o quella stirpe, mentre tu appartieni a una stirpe infima», «Io sono bianco, mentre tu sei nero», «Io sono arabo, mentre tu non sei arabo», e simili.
In realtà, poiché tutta l’umanità discende da un’unica e medesima origine, non ha alcun senso né alcun fondamento per le generazioni successive vantarsi della propria discendenza, tribù o sangue e mostrare la propria superiorità rispetto agli altri. Anche ammettendo che la discendenza abbia una qualche importanza, quale superiorità personale potrebbe avere chi è nato in quella stirpe, o quale colpa gli si potrebbe attribuire? Il nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) proclamò con voce vigorosa: ( আরবি******************)
Non potete rivendicare alcuna superiorità sugli altri in ragione di queste vostre discendenze. Infatti, tutti voi esseri umani siete figli e discendenti di Adamo. Nessuno di voi è superiore agli altri, se non per la religiosità e il timore di Allah. (Ahmad)
E aggiunse: ( আরবি******************)
Tutti gli esseri umani sono discendenti di Adamo e di Eva. Nel Giorno della Resurrezione, Allah non vi chiederà conto della vostra discendenza o nobiltà. In realtà, il più onorato tra voi agli occhi di Allah è colui che, tra voi, è più timorato di Allah.
Mettendo severamente in guardia coloro che si vantano della nobiltà dei propri antenati o della propria discendenza, il nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) disse:
O gente! Rinunciate a vantarvi dei vostri padri e antenati, quegli antenati che, morendo, sono diventati carbone dell’Inferno. Altrimenti saranno più abbietti e umiliati persino degli insetti. Allah l’Altissimo ha eliminato l’arroganza e l’orgoglio genealogico dell’epoca della jāhiliyya. D’ora in poi, l’essere umano sarà o un credente timorato di Dio oppure un peccatore dissoluto. Tutti gli esseri umani sono figli di Adamo, e Adamo è stato creato dalla terra. (Abū Dāwūd, Tirmidhī, Bayhaqī)
Questo hadith contiene una lezione estremamente importante per coloro che si vantano dei propri antichi padri e antenati, della propria stirpe e dei capi della jāhiliyya araba e persiana, come il Faraone, Cesare e Kisra, mentre, alla luce della dichiarazione del Nobile Profeta, essi non sono altro che carbone dell’Inferno.
Durante il Pellegrinaggio d’Addio, nel mese dell’Hajj, oltre centomila musulmani si erano riuniti nella venerata città della Mecca per ascoltare l’eloquente sermone del Nobile Messaggero. Egli dichiarò innanzitutto: ( arabo******************)
O gente! Il vostro Dio è uno. Nessun arabo ha alcuna superiorità su un non arabo, e nessun non arabo ha alcuna superiorità su un arabo. Nessuna persona dalla pelle chiara ha superiorità su una persona dalla pelle nera, né una persona dalla pelle nera ha alcuna superiorità o distinzione rispetto a quelle dalla pelle chiara, se non per la taqwā. La dichiarazione di Allah è questa: tra voi, presso Allah, è più nobile colui che fra voi è più timorato di Dio. (Bayhaqī)
Lamento funebre per il defunto
Tra le usanze e i comportamenti dell’epoca della jāhiliyya contro cui l’Islam ha combattuto vi è il comportamento della jāhiliyya nei confronti del defunto.
Tra questi vi sono il lamento funebre per il defunto e l’eccesso nell’esprimere dolore e sofferenza interiore.
L’Islam ha insegnato ai suoi seguaci che la morte non è altro che un viaggio o un trasferimento da un mondo a un altro. Non è una distruzione, una rovina o una scomparsa definitiva. Inoltre, il defunto non tornerà in vita per il semplice fatto che si faccia un lamento funebre. Il decreto di Allah non cambierà a causa di un altro decreto. Pertanto, il dovere del credente è affrontare la morte con la stessa pazienza e sopportazione con cui deve affrontare ogni calamità. Anzi, ne trarrà una lezione e conserverà nel cuore la speranza di ripetere più volte l’espressione insegnata da Allah: Innā lillāhi wa innā ilayhi rājiʿūn — «Apparteniamo ad Allah e a Lui ritorneremo.»
Perciò, nell’Islam è haram e da abbandonare il lamento funebre che si faceva per i defunti nell’epoca della jahiliyya. Il Nobile Messaggero (pace e benedizioni su di lui) ha dichiarato la propria estraneità da tale pratica. Egli ha detto:
Chi, lamentandosi per un defunto, si ferisce il volto, si strappa gli abiti che indossa e grida e urla come nell’epoca della jahiliyya, non appartiene alla mia comunità. (Bayhaqi)
Per un musulmano non è halal né lecito indossare abiti da lutto, rinunciare agli ornamenti e agli abiti consueti, né modificare il proprio aspetto per piangere un defunto. Tuttavia, in caso di morte del marito, la moglie deve osservare quanto le è prescritto. Deve, per esempio, osservare l’iddah di quattro mesi e dieci giorni. Il periodo di lutto prescritto per la moglie a causa del marito è un obbligo derivante dalla fine della vita coniugale. Poiché con la morte del marito si è spezzato il vincolo d’amore e d’affetto che esisteva tra loro, è giusto che ella manifesti un certo dolore. In tal modo si rende onore proprio a quella relazione sacra. Perciò, durante questo periodo, non dovrebbe usare alcun ornamento, affinché durante l’iddah non diventi attraente agli occhi dei numerosi uomini desiderosi di sposarsi.
Tuttavia, se il defunto non è il marito — per esempio il padre, il fratello, il figlio o la madre — non è lecito alle donne osservare il lutto per più di tre giorni. È stato riferito da Zaynab bint Abi Salama, che lo riferì da Umm Habiba, moglie del Nobile Profeta (che Allah sia soddisfatto di lei), che quando morì suo padre, Abu Sufyan ibn Harb, e quando morì il fratello di Zaynab bint Jahsh, entrambe usarono del profumo e dissero: «Ora non c’era alcuna necessità di applicare profumo». Ma il Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) ha detto:
A una donna che crede in Allah e nell’Aldilà non è lecito osservare il lutto per un defunto per più di tre notti. Per il marito, invece, deve osservare il lutto per quattro mesi e dieci giorni. (Bukhari)
Questo lutto per il marito è wajib, cioè obbligatorio. Non è lecito trattarlo con disprezzo. Una donna si presentò al cospetto del Nobile Profeta e disse: «Mio genero è morto. Posso applicare il kohl ai suoi occhi?». Il Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) rispose: «No», e diede la stessa risposta due o tre volte. Da ciò risulta chiaramente che, dopo la morte del marito, alla moglie è haram usare prodotti di bellezza e ornamenti fino al termine del periodo dell’iddah.
Tuttavia, provare semplicemente dolore o tristezza senza manifestare agitazione, e piangere senza urlare, è una cosa naturale. Per questo non si commette alcun peccato. Umar (che Allah sia soddisfatto di lui) venne a sapere che alcune donne piangevano per Khalid ibn al-Walid. Allora alcuni uomini vollero proibirglielo. Vedendo ciò, Umar (che Allah sia soddisfatto di lui) disse:
Lasciatele stare. Che piangano per Abu Sulayman, cioè Khalid, finché non si mettano della terra sulla testa o non comincino a gridare ad alta voce.
Transazioni reciproche
Allah l’Altissimo ha creato gli esseri umani con una natura tale che sono reciprocamente bisognosi e dipendono interamente gli uni dall’aiuto degli altri. Nessun individuo può procurarsi da solo tutto ciò di cui ha bisogno. Può darsi che qualcuno possieda qualcosa che soddisfa il bisogno di un altro, mentre ciascuno può aver bisogno di qualcosa che si trova presso qualcun altro. Per questo Allah l’Altissimo ha instillato in loro l’inclinazione a seguire un sistema di scambio di merci e profitti attraverso la compravendita. In tal modo vengono soddisfatti tutti i bisogni degli esseri umani e la vita umana acquista stabilità. Ciò non riguarda soltanto i rapporti reciproci tra individui: anche popoli e Stati possono scambiarsi i frutti del benessere reciproco e della produzione.
Quando il Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) fu inviato, nella società araba erano in corso vari tipi di compravendite e transazioni reciproche. Furono mantenuti i sistemi e le pratiche conformi alla legge islamica e furono dichiarati leciti, mentre tutto ciò che era contrario alla legge islamica fu dichiarato haram e proibito. Questo divieto si articola in diversi ambiti: prestare aiuto e cooperazione in un atto peccaminoso, in un’attività di inganno e frode, nell’estorsione di prezzi eccessivi e profitti esorbitanti, oppure in un’azione che comporti l’oppressione di una delle due parti contraenti.
È haram vendere beni haram
a. Anche usare beni dichiarati proibiti e haram e trarne beneficio è haram e costituisce un atto peccaminoso. Perciò è haram comprarli, venderli o commerciare in essi. Appartengono a questa categoria i maiali, le bevande alcoliche, gli alimenti e le bevande haram, gli idoli, le croci, le statue e simili. Se la compravendita e il commercio di tali cose fossero stati resi leciti, queste attività peccaminose si sarebbero ampiamente diffuse. La gente sarebbe stata incoraggiata a praticarle, le si sarebbe rese più facili e si sarebbero condotte le persone verso di esse. Per questo sarebbero state incoraggiate. Ma poiché la compravendita e l’acquisizione di tali cose sono state dichiarate haram, le persone possono evitarle. Di conseguenza, la gente non volgerà lo sguardo verso tali cose né avrà motivo di ricordarle. Si è voluto tenere le persone lontane persino dal contatto con tali cose. Per questo il Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) ha detto:
Allah e il Suo Messaggero hanno proibito la vendita di bevande alcoliche, animali morti, maiali e idoli. (Bukhari, Muslim)
In un hadith è stato detto:
Quando Allah proibisce una cosa, rende haram anche il prezzo ricavato dalla sua vendita. (Ahmad, Abu Dawud)
La vendita ingannevole è illecita
b. Sono vietati, secondo il principio della prevenzione delle cause, quei tipi di vendita in cui vi è il rischio di controversie reciproche perché la merce è sconosciuta o ingannevole, oppure perché una delle parti può danneggiare l’altra. Per esempio, vendere ciò che si trova sul dorso del cammello maschio o il feto nel ventre della cammella, oppure acquistare e vendere uccelli in volo, pesci nell’acqua o altri beni analogamente sconosciuti.
All’epoca del Nobile Profeta (s.a.s.) si vendevano i raccolti dei campi o i frutti dei giardini prima che maturassero. Dopo che la vendita era stata conclusa, spesso i frutti andavano distrutti per cause naturali e i raccolti venivano danneggiati; di conseguenza nascevano controversie tra compratore e venditore. Il venditore diceva: «Io l’ho venduto». Il compratore diceva: «Il frutto che hai venduto non esiste più». Per questo il Nobile Profeta (s.a.s.) ha vietato esplicitamente di vendere frutti e raccolti prima che maturassero. Tuttavia, ciò può essere lecito se si stabilisce che i frutti vengano raccolti immediatamente. È stato inoltre vietato vendere le spighe o le pannocchie dei cereali prima che diventino bianche e siano al sicuro dai pericoli. Egli disse: (testo arabo******************)
Avete riflettuto su come potrebbe essere lecito per voi prendere il denaro di vostro fratello, quando è stato Dio stesso a impedire che i frutti maturassero?
Non è vero che ogni merce sconosciuta renda vietata la compravendita. In alcuni casi, una parte considerevole della merce rimane sconosciuta e nascosta. Per esempio, se qualcuno acquista una casa già costruita, lo stato delle fondamenta e dell’interno delle pareti rimane ignoto al compratore. Non gli è possibile sapere nulla al riguardo. Tuttavia, egli può esaminare attentamente tutti gli altri aspetti della casa. Pertanto, è vietato soltanto ciò che è completamente sconosciuto, che può provocare controversie reciproche o che offre la possibilità di appropriarsi dei beni altrui con mezzi illeciti.
Se una cosa è sconosciuta solo in misura lieve e la compravendita di beni parzialmente sconosciuti è consuetudinaria, allora essa è lecita, come nel caso della vendita di ravanelli, carote, cipolle e simili, oppure dei campi di cetrioli e cocomeri. Secondo l’Imam Malik, ciò è lecito per necessità, poiché l’elemento di ignoranza non è affatto esteso, ma comune e limitato.
L’Imam Ibn Taymiyya ha detto che il principio dell’Imam Malik riguardo alla compravendita è migliore di quello degli altri, poiché si fonda sull’opinione di Saʿīd ibn al-Musayyib. Egli è inoltre riconosciuto come un grande giurista nelle questioni relative alla compravendita. (testo arabo******************)
Anche l’opinione dell’Imam Ahmad ibn Hanbal è vicina a questa.
Giocare con i prezzi delle merci
L’Islam desidera che il mercato e i prezzi delle merci seguano il loro normale andamento. Quando il mercato funziona naturalmente, i prezzi delle merci tendono a regolarsi da soli; in base all’afflusso dei prodotti sul mercato e alla loro domanda, i prezzi continuano a salire e scendere. Questo è ciò che vediamo nell’epoca del Nobile Profeta. Quando allora i prezzi aumentarono, la gente venne e disse: «O Messaggero di Allah, fissa per noi i prezzi delle merci». Il Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) disse: ( arabo******************)
In realtà, Colui che stabilisce i prezzi delle merci è Allah stesso, l’Altissimo. Egli fa aumentare i prezzi e li rende convenienti. Egli è il Datore del sostentamento. Io desidero incontrare Allah in una condizione tale che nessuno abbia alcun diritto da rivendicare contro di me per un’ingiustizia, uno spargimento di sangue, l’appropriazione di beni o altro. (Ahmad, Abū Dāwūd, al-Tirmidhī, Ibn Mājah)
Attraverso questo ḥadīth, il Nobile Profeta ha dichiarato che imporre, senza alcuna necessità, un’interferenza o un controllo sulla libertà individuale è un’ingiustizia, e che desidera incontrare Allah libero e purificato da tale ingiustizia.
Tuttavia, se sul prezzo di mercato si esercita una pressione anomala, per esempio quando si cominciano ad accumulare le merci necessarie e gli accaparratori iniziano a giocare con i prezzi, allora, nell’interesse del bene collettivo, si dovranno fissare i prezzi delle merci per le persone interessate. In tal modo sarà possibile salvare la popolazione dallo sfruttamento di coloro che chiedono prezzi eccessivi.
Pertanto, il significato del ḥadīth sopra citato non è che fissare i prezzi delle merci sia ingiusto e vietato in qualsiasi circostanza, anche quando serva a rimuovere le difficoltà della gente o a salvarla da un’ingiustizia manifesta. Al contrario, gli esperti dell’Islam hanno affermato che esistono due tipi di fissazione dei prezzi. In un caso essa costituisce un’ingiustizia nei confronti della gente ed è vietata. Nell’altro, fissare i prezzi è richiesto dalla giustizia e dall’equità, ed è quindi certamente lecito e necessario.
Pertanto, se ingiustamente si impone alla gente un prezzo che essa non accetta, impedendole però di accedere a beni leciti, ciò sarà vietato. D’altra parte, se i prezzi vengono fissati allo scopo di attuare giustizia ed equità tra le persone, obbligandole a vendere al prezzo corrente (standardprice) oppure impedendo loro di chiedere più del valore di scambio corrente, ciò non è soltanto lecito, ma anche obbligatorio.
Il primo dei ḥadīth sopra citati è stato riportato in riferimento alla prima situazione. Pertanto, quando le persone vendono le merci secondo la consuetudine, senza alcuna ingiustizia o eccesso, e i prezzi aumentano a causa della scarsità dei prodotti o dell’aumento della popolazione, è dovere affidare l’intera questione ad Allah. In una situazione simile, obbligare a vendere ai prezzi stabiliti dal governo non è altro che un’inutile imposizione.
E nella seconda situazione, sebbene la gente ne abbia bisogno, i commercianti non vendono le merci oppure ne chiedono un prezzo superiore a quello corrente, allora è obbligatorio vendere le merci al prezzo vigente. In questo caso, fissare il prezzo delle merci significa rendere il prezzo corrente vincolante per la gente. In tale situazione, fissare i prezzi significa costringere i commercianti a conformarsi alla giustizia che Allah l’Altissimo ha reso necessaria e obbligatoria.
( আরবি******************)
L’accaparratore di merci è maledetto
Sebbene l’Islam conceda piena libertà alla compravendita e alla concorrenza naturale, non è assolutamente disposto a tollerare che le persone, spinte dall’egoismo e dall’avidità, continuino a prevalere sugli altri e ad accrescere smisuratamente la propria ricchezza. Questa severità dell’Islam riguarda ogni questione, compresi gli alimenti e le merci di uso comune e di prima necessità per la popolazione. Per questo il Profeta nobile (SA) ha pronunciato, in vari modi e con parole dure e severe, ammonimenti contro l’accaparramento delle merci. In un hadith egli ha detto: ( আরবি******************)
Chiunque accaparrI derrate alimentari per quaranta notti si è dissociato da Allah, e Allah si è dissociato da lui. (Ahmad, al-Hakim)
Il Profeta nobile (SA) ha inoltre detto: – ( আরবি******************)
Nessuno, tranne un criminale, si dedica all’accaparramento delle merci. (Muslim)
La parola «criminale» non ha qui un significato semplice. È esatto dire: «Chiunque si dedichi all’accaparramento delle merci è un criminale». Nel Nobile Corano si osserva l’uso di questo termine per indicare grandi miscredenti e ribelli a Dio, come il Faraone e Haman. Così è stato detto: ( আরবি******************)
In verità, Faraone, Haman e le loro truppe erano grandi criminali.
Spiegando la mentalità e l’atteggiamento abominevole di chi accumula le merci, il Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) ha detto: ( arabo****************** )
Chi accumula le merci è una persona estremamente malvagia. Se sente dire che i prezzi delle merci sono diminuiti, ne rimane molto contrariato. Se invece sente dire che i prezzi sono aumentati, ne è estremamente esultante. (Razin)
Ha anche detto: ( arabo****************** )
Colui che importa merci sul mercato riceve sostentamento; chi invece le accumula è maledetto.
Il motivo è che il commerciante può realizzare un profitto in uno di due modi. Il primo consiste nel conservare le merci nella speranza di venderle a un prezzo più elevato: trattenendo le merci, la loro scarsità sul mercato diventerà acuta e la gente si troverà in una situazione di grande necessità. Allora, qualunque prezzo egli pretenda, per quanto elevato e sproporzionato possa essere, la gente sarà costretta ad acquistare a quel prezzo.
Il secondo consiste nel portare le merci sul mercato e venderle ottenendo soltanto un piccolo profitto. In seguito, con questo capitale, porterà altre merci e anche da queste ricaverà un profitto. In questo modo, continuando la sua attività e vendendo le merci in quantità maggiori, continuerà a realizzare piccoli profitti. Questa politica e questo metodo per ottenere profitti sono benefici per la collettività. In tal modo aumenta la benedizione. E, come ha detto il Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui), è proprio questo commerciante a ricevere sostentamento.
Quanto sia grave il crimine di accumulare merci e manipolarne il commercio risulta chiaro da un’altra parola del Nobile Messaggero. Hadrat Ma’qil ibn Yasar (che Allah sia soddisfatto di lui) ha narrato che, quando si ammalò, il governatore omayyade Ubaydullah ibn Ziyad venne a fargli visita. Rivolgendosi a lui, disse: «O Ma’qil, sai quale spargimento illecito di sangue ho commesso?». Rispose: «Non lo so». Gli chiese: «Sai quale intervento ho compiuto sulle merci dei musulmani?». Rispose: «Neppure questo lo so». In seguito Ma’qil disse alla gente: «Fatemi sedere». Lo fecero sedere, ed egli disse: «O Ubaydullah! Ascolta: ti riferirò un hadith che non ho ascoltato dal Nobile Messaggero soltanto una o due volte. Egli ha detto: ( arabo****************** )»
Se qualcuno interviene in qualsiasi modo allo scopo di aumentare i prezzi delle merci per la popolazione musulmana, Allah l’Altissimo ha il diritto di farlo sedere sul fuoco nel Giorno del Giudizio. (Ahmad, Tabarani)
Udito ciò, il sovrano omayyade disse: «Avete udito voi stesso questo hadith dalla bocca del nobile Messaggero (pace e benedizioni su di lui)?». Rispose: «Sì, non una o due volte».
Sulla base di questi hadith e delle loro indicazioni, gli studiosi hanno stabilito che l’accaparramento delle merci è haram a due condizioni. La prima è questa:
Le merci devono essere accaparrate in un luogo e in un momento tali da causare alla popolazione grandi difficoltà.
La seconda è che lo scopo e l’intento siano ottenere un prezzo più elevato, facendo così aumentare notevolmente l’ammontare del profitto.
Intervento artificiale nella libertà del mercato
Il nobile Messaggero (pace e benedizioni su di lui) ha proibito anche un’altra pratica simile all’accaparramento delle merci: gli abitanti della città che acquistano le merci dagli abitanti delle campagne. La pratica consiste in questo: una persona proveniente da fuori città arriva al mercato cittadino con delle merci, con l’intenzione di venderle al prezzo corrente. Ma un abitante della città gli dice: «Lasciami queste merci; in seguito le venderò a un prezzo più alto e ti restituirò il denaro». In tal caso, se la persona giunta dalla campagna avesse venduto personalmente le merci, esse sarebbero state vendute a buon mercato. Così avrebbe ottenuto un profitto anche lui, e ne avrebbero beneficiato anche gli altri, cioè gli acquirenti della città.
Nella società di quell’epoca, questo tipo di compravendita era molto diffuso e praticato su larga scala. Anas disse:
Ci è stato proibito che un abitante della città venda le merci di un abitante della campagna, chiunque egli sia, anche se fosse suo fratello, suo padre o sua madre.
Da ciò si comprende che nell’Islam il bene collettivo ha un’importanza molto maggiore dei rapporti personali e dei legami di parentela.
Il nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) disse:
Nessun abitante della città venda le merci di un abitante della campagna. Lasciate stare la gente: Allah farà sì che alcuni di loro provvedano al sostentamento degli altri.
Questa affermazione del nobile Messaggero (pace e benedizioni su di lui) è importante. Da essa si ricava un grande principio nell’ambito del commercio: bisogna lasciare libero spazio affinché il sistema di scambio delle merci nel mercato e i meccanismi naturali operino autonomamente. Se non vi sarà alcuna interferenza in questo processo, le persone potranno ottenere naturalmente il proprio sostentamento.
A Hazrat Ibn Abbas fu chiesto quale fosse il corretto significato del suddetto hadith. Egli rispose:
Non vi sia alcun intermediario tra il venditore e l’acquirente. (Bukhari)
Il significato è che, se qualcuno gli comunica il prezzo, gli dà un consiglio, lo informa sulle condizioni del mercato e non accetta alcun compenso per questo, non vi è nulla di male. Infatti, il suo consiglio è offerto esclusivamente per amore di Allah. Dare consigli fa parte del dīn; anzi, esso costituisce il dīn nella sua completezza e totalità. In un hadith autentico è riportato: il dīn è nasīha, ovvero la nasīha è il dīn.
In un altro hadith è stato detto: ( arabo******************)
Se uno di voi chiede un consiglio, è suo dovere consigliare il proprio fratello.
Il «mediatore» è generalmente avido di ricevere il proprio compenso. E in simili questioni spesso dimentica il bene della gente comune.
L’intermediazione è lecita
Quando l’intermediazione viene svolta in altri ambiti, non vi è alcun male. Essa consiste infatti in una forma di orientamento, nel mettere in contatto compratore e venditore e nel fungere da intermediario. Grazie a ciò entrambe le parti ne traggono beneficio. Ciascuna delle due parti incontrerebbe molte difficoltà nel proprio lavoro. Al giorno d’oggi vi è una grande necessità di intermediari nel commercio d’importazione ed esportazione e tra commercianti al dettaglio e all’ingrosso. Nella nostra epoca e nei tempi presenti tale necessità è più pressante che in qualunque periodo o epoca del passato. Non si può negare, pertanto, l’importante ruolo svolto dal mediatore.
Pertanto, se il mediatore riceve il compenso stabilito in contanti, oppure una commissione proporzionata al profitto, o se le due parti concordano un’altra forma di compenso, non vi è alcun male. L’Imam Bukhari ha scritto che eminenti giuristi, quali Ibn Sirin, Ata, Ibrahim e Hasan, non vedevano alcun male nel ricevere un compenso per l’intermediazione. Hazrat Ibn Abbas (r.a.) ha detto: «Se una persona dice a un’altra: “Vendi questo tessuto; ciò che ricaverai in più sarà tuo”, ciò è pienamente lecito». Ibn Sirin ha detto: «Vendi questo bene a questo prezzo. Quello che ricaverai in più sarà tuo, oppure lo divideremo tra me e te». Se l’incarico di venderlo viene svolto su questa base, non vi è alcun male. Questa forma di intermediazione commerciale, simile a un’agenzia commissionaria, è pienamente lecita. Il Nobile Profeta (s.a.s.) ha detto: ( arabo******************)
I musulmani sono tenuti a rispettare le condizioni concordate tra loro. (Bukhari)
Il lucro illecito e l’inganno sono haram
Oltre a proibire l’intervento artificiale nel mercato o sui prezzi normali delle merci, il Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) ha proibito esplicitamente anche il lucro esorbitante e l’inganno. Nel hadith è stato utilizzato un termine per esprimere questo concetto. Hazrat Ibn Umar (che Allah sia soddisfatto di lui) lo ha spiegato così: fare un’offerta superiore al prezzo equo della merce senza avere intenzione di acquistarla, affinché, udendo la tua offerta, altre persone ti seguano. Di norma si fa proprio con l’intento di ingannare gli altri.
Per mantenere le transazioni commerciali libere dal lucro esorbitante e i prezzi delle merci puri e privi d’inganno, il Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) proibì di acquistare le merci al di fuori del mercato prima che vi arrivassero; altrimenti l’approvvigionamento delle merci nel mercato principale ne sarebbe ostacolato. Di conseguenza, non sarebbe stato possibile stabilire il prezzo corretto. Infatti, la determinazione del prezzo corretto diventa possibile in base al rapporto tra l’afflusso delle merci sul mercato e la loro domanda. Nella situazione sopra descritta, invece, il venditore non può conoscere i prezzi praticati sul mercato. Per questo il Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) dichiarò che, dopo l’arrivo delle merci al mercato, il venditore ha il diritto di annullare la transazione precedente.
Chi inganna non è dei nostri
L’Islam ha reso illecite tutte le forme e tutti i metodi dell’inganno e della frode. Che si tratti di compravendite o di altre questioni umane, il musulmano deve adottare onestà e giustizia. Dal punto di vista dell’Islam, rispetto a ogni forma di guadagno e sostentamento materiale, il “consiglio sincero nella religione” è assai più prezioso e della massima importanza.
Il Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) ha detto:
Finché l’acquirente e il venditore non si siano separati, entrambi hanno il diritto di annullare il contratto. Se entrambi agiscono con onestà e dichiarano i difetti della merce, la loro compravendita sarà benedetta. Ma se entrambi ricorrono alla menzogna e nascondono i difetti, la benedizione della loro compravendita verrà cancellata. (Bukhari)
Ha inoltre detto:
Non è lecito a nessuno vendere una merce senza dichiararne i difetti. E chi li conosce, ma, pur sapendolo, non li dichiara, non può considerare lecita per sé tale vendita. (Hakim, Bayhaqi)
Il Nobile Messaggero (pace e benedizioni su di lui) si recò al mercato e vide un uomo che vendeva cereali. La merce gli piacque molto. Poi infilò la mano nel mucchio e si accorse che si era bagnata. Domandò allora al venditore: «O venditore di cereali, che cos’è questo?». Egli rispose: «Si è bagnato con l’acqua della pioggia». Allora il Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) disse:
«Perché non hai messo questi cereali bagnati in cima al mucchio, così che gli acquirenti potessero vederli?… Questo è inganno. E chi ci inganna non appartiene alla nostra comunità». (Muslim)
In un’altra narrazione si riferisce: il Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) andò da un altro venditore di alimenti. Questi era seduto accanto a merce di ottima qualità. Egli vi infilò la mano e scoprì che sul fondo si trovavano alimenti di qualità molto scadente. Allora gli disse:
«Vendi questi alimenti separatamente e quegli alimenti separatamente. Sappi che chi ci inganna non è dei nostri». (Ahmad)
I musulmani dei tempi passati seguivano questo principio. Dichiaravano apertamente ogni difetto presente nelle merci e non ne nascondevano nulla. Negli acquisti e nelle vendite dicevano sempre la verità e non ricorrevano alla menzogna. Desideravano il bene delle persone e non ingannavano nessuno.
Il celebre giurista Ibn Sirin vendette una capra. Disse all’acquirente: «Desidero liberarmi da ogni responsabilità informandoti del difetto della capra: sparge l’erba qua e là con le zampe».
Hasan ibn Salih vendette una schiava. Disse all’acquirente: «Una volta la ragazza espulse del sangue insieme alla saliva». Si era trattato di un episodio isolato. Tuttavia, il suo cuore colmo di fede non riuscì a tacere senza menzionarlo, sebbene ciò potesse comportare una riduzione del prezzo.
Ripetere continuamente i giuramenti
Se ai comportamenti ingannevoli si aggiungono falsi giuramenti, questa pratica diventa ancora più haram. Il Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) ha proibito esplicitamente ai commercianti di prestare giuramento in generale e, in particolare, di prestare falsi giuramenti. Ha detto:
Con i giuramenti si possono anche vendere le merci, ma non si ottiene alcuna benedizione.
Il Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) non approva affatto il ricorso frequente ai giuramenti nelle vendite. In primo luogo, ciò comporta il rischio che entrambe le parti del contratto cadano nell’inganno; in secondo luogo, vi è il timore che venga profanato il sacro nome di Allah.
Diminuire nelle misure e nei pesi
Nel vendere le merci, dare una quantità inferiore misurando con un recipiente o pesando con una bilancia è anch’esso una forma di inganno. Nel Sacro Corano è stata attribuita grande importanza a questa questione, che è stata inclusa tra le dieci raccomandazioni conclusive della sura al-An’am. Il versetto recita così:
Riempite completamente i recipienti di misura e le bilance, con equità. Noi non imponiamo a nessuno un onere superiore alle sue capacità.
Ha detto:
E quando misurerete, date la misura piena; e pesate con una bilancia solida e precisa. Questa norma è assai benefica e, quanto alle conseguenze, molto buona ed eccellente. (Sura Banī Isrāʾīl: 35)
Ha detto: ( arabo******************)
Grande sarà la disgrazia per coloro che frodano nelle misure e nei pesi. Quando prendono dagli altri una quantità misurata, la prendono per intero. Ma quando misurano o pesano per gli altri, diminuiscono la quantità. Non riflettono forse che saranno resuscitati in quel Giorno terribile, nel quale tutti gli uomini staranno in piedi davanti al Signore dei mondi? (Sura al-Mutaffifin, 1-6)
È dovere di ogni musulmano adottare, in questo ambito e per quanto gli è possibile, il principio della piena equità e della giustizia. Infatti, può essere difficile immaginare una giustizia e un’equità assolute e autentiche. Per questo, insieme all’ordine di usare misure complete, il Corano ha detto: «Non imponiamo a nessuno un obbligo superiore alle sue capacità».
Nel Nobile Corano sono narrate le vicende di quei popoli che commisero ingiustizie nei loro rapporti reciproci e nelle loro transazioni, violando soprattutto il principio di equità nelle misure e nei pesi e ingannando la gente nella vendita delle loro merci. Allah l’Altissimo inviò a questi popoli profeti e messaggeri, che cercarono di correggerli e di guidarli verso il principio della giustizia, così come cercarono di renderli credenti nel tawhid.
Tra questi sono menzionati anche gli abitanti del profeta Shuʿayb. Egli li esortò pubblicamente e ad alta voce e li mise in guardia dalle conseguenze della disobbedienza. Rivolgendosi a loro, disse: ( arabo******************)
«Date la misura completa e non danneggiate la gente. Pesate con una bilancia corretta e non diminuite i beni altrui; e non commettete soprusi sulla terra, diffondendovi la corruzione. (Sura ash-Shuʿaraʾ, 181-183)»
Questa disposizione deve essere assolutamente osservata dalla società musulmana. Nella sua vita, nei rapporti con la gente e in tutte le attività reciproche, essa deve attenersi a questo principio. Pertanto, non le è lecito commerciare usando due diverse misure e due diversi criteri di pesatura: un criterio per sé e uno generale per gli altri; un trattamento per sé e per i propri cari e un criterio diverso per il resto della gente. Nell’Islam, una simile doppiezza è del tutto inaccettabile. In tal caso, infatti, una persona esigerebbe per intero, e persino in eccesso, ciò che spetta a lei e ai suoi seguaci, mentre darebbe meno agli altri e li danneggerebbe. Ma non vi è ingiustizia più grande di questa.
Acquistare merce rubata
L’Islam ha dichiarato guerra al crimine e alla propensione al crimine. Ha circondato i criminali entro limiti ristretti. Pertanto, per un musulmano non è lecito acquistare consapevolmente beni rapiti, rubati o sottratti ingiustamente al loro proprietario, poiché così si aiuterebbero il rapitore, il ladro e il rapinatore nella loro azione. Il Nobile Profeta (S.A.) ha detto: ( testo arabo******************)
Chi acquista consapevolmente beni rubati diventa complice del loro peccato e della loro ingiustizia. (Al-Bayhaqi)
Anche se trascorre molto tempo dal furto dei beni, il loro peccato non viene cancellato. Nell’Islam, infatti, il semplice trascorrere del tempo non rende lecito ciò che è haram e non annulla il diritto del legittimo proprietario. Anche il diritto elaborato dagli esseri umani ha adottato questo principio.
L’interesse è haram
Nell’Islam è pienamente lecito ottenere un profitto dal capitale attraverso il commercio. Allah l’Altissimo ha detto: ( testo arabo******************)
O voi che credete! Non consumate ingiustamente i beni gli uni degli altri. Tuttavia, se si tratta di un commercio concluso con il consenso di tutte le parti interessate, non vi è colpa.
Nel Corano vengono lodati coloro che si dedicano al commercio nel mondo e viaggiano da un Paese all’altro, con queste parole: ( testo arabo******************)
E altri che percorrono la terra e cercano il favore di Allah. (Sura al-Muzzammil: 20)
Ma l’Islam ha completamente chiuso e dichiarato proibita la via efficace per ottenere «profitti» attraverso l’usura. Che l’importo sia piccolo o grande, nell’Islam tutto ciò è stato dichiarato proibito.
Che l’importo sia piccolo o grande, tutto è proibito. Agli ebrei era stato vietato praticare l’usura, ma nonostante ciò l’hanno fatto. Per questo sono stati rimproverati. Tra gli ultimi versetti rivelati del Corano ve n’è uno:
O voi che credete, temete Allah e rinunciate a ciò che resta dell’usura, se siete credenti. Se non lo farete, preparatevi alla guerra contro Allah e il Suo Messaggero. Ma se vi pentite, potrete riavere il vostro capitale. Non commetterete ingiustizia e non subirete ingiustizia. (Sura al-Baqara: 278-279)
Il Nobile Messaggero ha dichiarato guerra all’usura, agli usurai e a coloro che praticano attività usurarie. Ha fornito una spiegazione chiara del pericolo che, a causa dell’usura, incombe sulla vita sociale. Ha detto:
Quando l’usura e la fornicazione diventano diffuse in un paese o in una città, diventa inevitabile che il castigo di Allah si abbatta sui suoi abitanti. (Hakam)
Tra le religioni celesti, questa non è una dichiarazione esclusiva dell’Islam. Nelle Scritture degli ebrei, nell’Antico Testamento, è detto:
Se presti denaro a qualcuno del mio popolo, a un povero che appartiene alla tua stessa gente, non comportarti con lui come un usuraio e non imporgli interessi. (Esodo, capitolo 22, versetto 25)
E nelle Scritture dei cristiani è detto:
Amate i vostri nemici, fate loro del bene e prestate senza mai perdere la speranza; allora grande sarà la vostra ricompensa. (Nuovo Testamento—Luca, versetto 35, capitolo 6)
È assai triste che nel libro del «Vecchio Testamento» il divieto di prestare denaro a interesse sia stato modificato e limitato esclusivamente agli ebrei. Per «fratello» si è inteso soltanto uno di loro, mentre agli altri è stata concessa piena libertà di esercitare il prestito a interesse.
La razionalità del divieto dell’interesse
L’Islam ha adottato una posizione estremamente rigorosa riguardo all’interesse e lo ha dichiarato haram con parole perentorie. In tal modo ha promosso il bene dell’umanità nel suo complesso. Ha predisposto misure per proteggere la moralità, la società e l’economia dalla distruzione.
Nel trattare la razionalità del divieto dell’interesse, gli ulema hanno menzionato alcune gravi ragioni, che sono emerse con maggiore evidenza grazie alle analisi e alle riflessioni moderne.
Riteniamo sufficiente menzionare ciò che l’Imam Razi ha scritto a questo proposito nel suo tafsir. Egli ha scritto:
In primo luogo, l’interesse prende denaro dalle persone senza alcuna contropartita. Infatti, chi vende una taka per due taka riceve una taka in più, senza dover dare nulla in cambio. Il denaro delle persone serve a soddisfare le loro necessità e possiede inoltre un valore speciale e grande. Nel nobile hadith si dice:
Il denaro e i beni delle persone hanno la stessa dignità del loro sangue.
Per questo, è assolutamente giusto che accettarlo senza offrire alcuna forma di compenso sia del tutto haram.
In secondo luogo, la dipendenza dal guadagno ottenuto mediante l’interesse allontana e dissuade le persone dal lavorare per guadagnarsi da vivere. Quando, attraverso la pratica dell’interesse o gli investimenti basati sull’interesse, si ottiene denaro aggiuntivo, sia immediatamente sia a credito, nelle persone non nascerà più alcun bisogno di lavorare né di impegnarsi negli affari e nella produzione industriale; di conseguenza, il sistema del benessere collettivo si disgregherà. Se poi non vengono svolte attività commerciali, industriali, agricole, edilizie e simili, non è possibile nutrire alcuna speranza o concepire alcun pensiero per il benessere dell’umanità.
A nostro avviso, questa è la ragione per cui l’interesse è haram dal punto di vista economico.
Terzo: a causa sua, il sistema consueto di concedere e ricevere prestiti tra i membri della società si disgrega. Infatti, quando l’interesse viene considerato haram, le persone saranno predisposte a restituire, dopo aver ricevuto un taka in prestito, soltanto quello stesso taka. Ma se l’interesse è halal o è divenuto una pratica comune, il bisogno costringerà le persone a dare e ricevere due taka invece di uno. Di conseguenza, non resterà più alcuna traccia della benevolenza reciproca, dell’augurio del bene, della misericordia e della benevolenza tra le persone.
Questa è la ragione morale per cui l’interesse è haram.
Quarto: generalmente, il prestatore è una persona ricca, mentre il mutuatario è una persona povera. Ora, se viene istituito un sistema di prestiti basato sull’interesse, si concederà alla persona ricca il diritto di ricevere denaro aggiuntivo dalla persona povera e debole. Ma ciò non può in alcun modo essere lecito nell’ordinamento misericordioso e benevolo del Misericordioso Allah.
Questa è la ragione per cui l’interesse è haram dal punto di vista sociale; ciò significa che il sistema dell’interesse offre al potente una libera opportunità di sfruttare il debole a proprio vantaggio. Di conseguenza, il ricco diventa ancora più ricco, mentre il povero viene gettato in una povertà sempre maggiore; una classe sociale si arricchisce giorno dopo giorno, sfruttando e distruggendo molte altre classi. Per questo, l’invidia e l’odio tra le diverse classi della società diventano sempre più intensi. Il fuoco del conflitto e della lotta reciproca continua ad ardere impetuosamente nella società. Alla fine, il risultato è un’estrema distruzione e una catastrofe collettiva. Anche la storia sociale dell’epoca moderna dimostra la verità e la fondatezza di ciò. Si vede che l’interesse e gli usurai stessi sono diventati una grave minaccia per la politica, lo Stato, l’amministrazione, la pace e la sicurezza.
Il prestatore a interesse e lo scrivano dell’atto d’interesse
Sono i ricchi a percepire gli interessi e a concedere prestiti sulla base degli interessi. Dare denaro al debitore in questo modo significa che egli dovrà restituire una somma aggiuntiva sul capitale. Una persona del genere è maledetta tanto agli occhi di Allah quanto agli occhi della gente. Tuttavia, secondo la prospettiva islamica, non sono colpevoli soltanto coloro che percepiscono gli interessi: anche coloro che li pagano e coloro che li fanno percepire partecipano a questo peccato. Né sono meno colpevoli coloro che redigono i documenti relativi agli interessi e coloro che ne sono testimoni. Nel hadith è stato detto: ( আরবি******************)
Allah l’Altissimo ha maledetto tutti coloro che percepiscono gli interessi, li fanno percepire, ne sono testimoni e ne redigono i documenti. (Musnad Ahmad, Abu Dawud, al-Nasa’i, Ibn Majah)
Tuttavia, se si presenta una necessità impellente di contrarre un prestito basato sugli interessi, allora soltanto colui che percepisce gli interessi sarà peccatore. Ma:
1. La necessità deve essere reale. Il suo obiettivo non deve essere semplicemente soddisfare i propri desideri o ampliare le proprie attività di sviluppo. Per necessità si intende una situazione dalla quale una persona non riesce a salvarsi, per quanto desideri evitarla, se non preparandosi ad andare incontro alla propria rovina. Talvolta una persona è costretta ad accettare un prestito basato sugli interessi per soddisfare necessità essenziali come cibo, vestiario e cure mediche.
2. Deve essere limitato esclusivamente alla soddisfazione della propria necessità. Se, per esempio, sono necessari dieci taka, non si dovranno accettare undici taka.
3. Si deve fare ogni sforzo possibile per liberarsi dagli interessi. È dovere della comunità musulmana aiutare chi si trova in una simile difficoltà. Tuttavia, se chi è in difficoltà non trova alcun’altra possibilità se non contrarre un prestito basato sugli interessi, può accettarlo; a condizione però che non sorga nel suo cuore alcun desiderio o inclinazione verso di esso e che non oltrepassi i limiti al riguardo. In una situazione del genere, forse Allah lo perdonerà.
4. Se, trovandosi costretto, deve compiere questo atto, lo farà con estrema ripugnanza. Non ne sarà soddisfatto, ma esprimerà il proprio disappunto. Potrà farlo soltanto finché Allah non predisporrà per lui un’altra soluzione.
Il Profeta cercava rifugio dal contrarre debiti
Ogni musulmano dovrebbe sapere che l’Islam ha indicato la via per creare equilibrio nella vita e seguire una linea mediana nell’economia. Allah l’Altissimo ha detto:
Non oltrepassate i limiti, poiché Allah non ama coloro che oltrepassano i limiti.
Non spendete inutilmente, poiché coloro che sperperano il denaro sono fratelli e compagni di Satana. (Sura Banī Isrāʾīl, 26-27)
Il Nobile Corano ha ordinato ai musulmani di spendere denaro sulla via di Allah. Tuttavia, non ha ordinato di spendere tutta la ricchezza che Allah ha concesso loro, bensì soltanto una parte di essa. Colui che spende sulla via di Allah una parte dei propri guadagni probabilmente non diventerà mai povero né indigente. La conseguenza inevitabile dell’adozione di questo principio mediano ed equilibrato è che nessun musulmano sarà mai costretto a contrarre un debito. In particolare, il Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) non ha mai apprezzato che un musulmano contraesse debiti. Infatti, per una persona libera e dotata di dignità, il debito diventa causa di preoccupazione durante la notte e di umiliazione durante il giorno. Il Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) chiedeva sempre ad Allah protezione dal contrarre debiti. Diceva:
O Allah! Cerco rifugio presso di Te dall’aumento del peso dei debiti e dalla Tua furiosa collera.
Diceva:
Cerco rifugio presso Allah dalla miscredenza e dai debiti.
Un uomo chiese: «O Messaggero! Secondo te, la miscredenza e il debito sono forse la stessa cosa?». Egli rispose: «Sì».
Durante la preghiera recitava spesso questa supplica:
O Allah, mi rifugio presso di Te dai peccati e dai debiti.
Una volta gli fu chiesto:
O Messaggero! Perché chiedete così spesso e con tanta insistenza protezione dall’indebitamento? Egli rispose: Quando una persona si indebita, mente mentre parla e viene meno alle sue promesse. (Nasa’i, Hakim)
Da questi hadith risulta in modo inequivocabile e chiaro come la luce del giorno quanto sia grave l’indebitamento dal punto di vista morale.
Quando il cadavere di un defunto veniva portato dal Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) affinché celebrasse la preghiera funebre, se apprendeva che era morto indebitato e non aveva lasciato nulla con cui saldare il debito, non celebrava la sua preghiera funebre. Astenendosi dal celebrarla, intendeva soltanto mettere in guardia la gente sulle gravi conseguenze dell’indebitamento. In seguito, quando nelle mani del Nobile Messaggero (pace e benedizioni su di lui) si accumularono ingenti beni provenienti dal bottino di guerra, provvedeva con essi a saldare i debiti dei defunti. Egli disse:
Tutti i peccati del martire vengono perdonati, ma il debito non viene perdonato. (Muslim)
Alla luce di queste parole, si deve dire che un musulmano non dovrebbe mai contrarre debiti. Tuttavia, se si trova in una necessità assoluta e veramente grave, il discorso è diverso. E qualora si indebiti in tale situazione, deve sempre mantenere una ferma intenzione di saldare il debito. Nell’hadith è detto:
Chi prende un prestito dagli altri con l’intenzione di restituirlo, Allah l’Altissimo farà in modo che possa estinguere il suo debito. Ma chi prende un prestito con l’intenzione di non restituirlo o di sperperarlo, Allah lo rovinerà. (Bukhari)
In realtà, quando un musulmano non è disposto ad accettare un prestito se non spinto da una necessità estrema, come si può costringerlo a contrarre un prestito a interesse?
Acquisto a credito a un prezzo maggiorato
Qui sembra necessario chiarire un altro punto. Così come è lecito acquistare merci al prezzo in contanti, non è illecito acquistarle a credito sulla base del consenso reciproco. Tuttavia, deve essere stabilito un termine. Il Profeta stesso acquistò da un ebreo, a credito, generi alimentari per i membri della sua famiglia. A garanzia di ciò, diede in pegno la sua corazza di ferro.
Tuttavia, se il venditore fissa un prezzo più elevato a causa del mancato pagamento in contanti e dell’acquisto a credito — molti grandi commercianti vendono le merci aumentando il prezzo e ponendo come condizione il pagamento rateale — molti giuristi ritengono che questo tipo di vendita sia haram. Infatti, il prezzo maggiorato viene fissato in cambio del ritardo nella riscossione del pagamento. E ciò è certamente una forma di interesse. Tuttavia, gli ulema e i giuristi in generale considerano lecita una simile vendita. Essi affermano che la compravendita è fondamentalmente halal e lecita. Non si può trovare alcuna prova a sostegno della sua proibizione. Inoltre, una simile compravendita non è sotto ogni aspetto analoga a una transazione basata sull’interesse. Ritengono che, considerando diversi aspetti, il venditore abbia il diritto di fissare un prezzo maggiore per la merce, poiché la vende a credito. Tuttavia, il prezzo non deve essere eccessivamente elevato, né è accettabile alcuna situazione che comporti un’ingiustizia nei confronti dell’acquirente. Altrimenti, anche questa vendita sarà haram.
L’Imam al-Shawkani ha scritto: Apparentemente, una simile compravendita sarà lecita, poiché esistono diverse prove generali a questo riguardo. È inoltre lecita secondo l’opinione dei giuristi al-Shafi‘i, hanafiti, Zayd ibn ‘Ali e altri.
Pagamento anticipato e ricezione successiva della merce
Nella terminologia islamica, si chiama vendita salam la consegna anticipata al venditore di una somma determinata e la ricezione, in cambio di essa, della merce dopo che sia trascorso un periodo stabilito; ed essa è lecita. A Medina era ampiamente praticata. Tuttavia, il Profeta stabilì al riguardo alcune condizioni; se vengono rispettate, essa risulta pienamente conforme alla sharia.
Hazrat Ibn Abbas (che Allah sia soddisfatto di lui) disse: Il nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) giunse a Medina e vide che gli abitanti di Medina pagavano il prezzo in anticipo, per ricevere in cambio il raccolto dopo uno o due anni.
Allora il nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) disse:
Chi decide di acquistare qualcosa pagando il prezzo in anticipo, stabilisca con precisione il peso, la quantità e il termine di consegna.
Se la quantità, il peso e il termine vengono stabiliti in anticipo in questo modo, non vi è timore che sorgano controversie e disordini tra le parti. Anche la possibilità di ingannare si riduce notevolmente. È proprio per questo che il nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) ha proibito la vendita anticipata dei frutti di un determinato albero. Vi è infatti il rischio di frode e d’inganno. Spesso, a causa di calamità naturali, l’albero non produce affatto frutti. In tal caso si crea una situazione gravissima.
Il modo corretto di condurre questo tipo di transazione potrebbe consistere nel non vincolarla al raccolto di un determinato albero o di un determinato terreno. Si può concludere la vendita stabilendo soltanto il peso e la quantità. Tuttavia, se dal proprietario dell’albero o del terreno si ottiene il proprio interesse in modo illecito, cioè se egli viene costretto a concludere tale transazione, allora vi è la possibilità che essa sia haram.
La cooperazione reciproca tra lavoro e capitale
Alcuni dicono che Allah l’Altissimo, secondo il Suo particolare disegno creativo, ha benedetto gli esseri umani con le Sue infinite elargizioni. Vi sono moltissime persone dotate di conoscenza, talento e capacità lavorative illimitati, ma prive di denaro. D’altra parte, ve ne sono molte che possiedono ricchezze inesauribili, ma sono prive di competenza e capacità lavorativa. A questo punto sorge la domanda: perché coloro che possiedono ricchezze non affidano i propri beni a persone capaci di lavorare? Se ne avessero la possibilità, queste ultime potrebbero, con il loro lavoro e la loro fatica, impiegare tali ricchezze in modo più proficuo. E i proprietari dei beni potrebbero diventare partecipi di ingenti profitti in cambio del proprio capitale.
In risposta a questa domanda, diremo che la Sharia islamica non ha creato alcun ostacolo alla cooperazione e al coordinamento tra capitale e capacità lavorativa, o tra capitale e lavoro. Al contrario, ha elaborato una forma di cooperazione fondata sulla giustizia, sull’equità e su una gestione corretta e precisa. Pertanto, se una persona ricca desidera intraprendere un’attività redditizia in società con il proprio socio, deve assumersi responsabilmente tutte le conseguenze di tale società. Nella terminologia della Sharia islamica, ciò viene chiamato «mudarabah» o «qirad». I giuristi hanno stabilito come condizione che entrambe le parti dell’attività partecipino sia ai profitti sia alle perdite e che ne dividano tra loro le proporzioni. Una parte potrà ricevere il cinquanta per cento, un terzo o un quarto, mentre il rimanente spetterà all’altra parte. Una volta definita in questo modo l’attività, se produce un profitto, esso verrà distribuito tra le due parti secondo l’accordo. In caso di perdita, essa dovrà essere detratta dal profitto e ripartita secondo le proporzioni stabilite. Se la perdita supera il profitto, la perdita eccedente verrà prelevata dal capitale. Non vi è nulla di sorprendente nel fatto che il proprietario del capitale debba sopportare la propria parte della perdita detraendola dal capitale. Infatti, anche il suo socio deve accettare la perdita del proprio lavoro e della propria fatica.
Questa è la disposizione dell’Islam in materia. Stabilire per il proprietario del capitale un profitto fisso e garantirglielo — continuando a corrispondergli il profitto sia che vi sia un guadagno sia che vi sia una perdita — è del tutto contrario ai principi della giustizia e dell’equità. In tal modo si accorda al capitale una priorità eccessiva e ingiustificata rispetto alle capacità e al lavoro. Inoltre, ciò è contrario a quel sistema di vita che procura agli esseri umani il profitto, ma che contempla anche la possibilità del danno. Non solo: si incoraggia così la tendenza a rendere il guadagno garantito. In questo caso non vi è bisogno di lavorare né alcuna ragione di assumersi il rischio della perdita. Di conseguenza, ciò finisce per essere, in realtà, come l’interesse e le attività fondate sull’interesse.
Il Profeta nobile (pace e benedizioni su di lui) ha vietato di concedere la coltivazione della terra secondo una ripartizione per cui una parte riceva il raccolto di una determinata sezione del terreno e l’altra parte quello di un’altra sezione determinata. Ha vietato anche di coltivare a compartecipazione sulla base di una quantità fissa del raccolto. Ciò infatti è esattamente come l’interesse o il gioco d’azzardo. Può accadere che in quella determinata parte del terreno non si produca alcun raccolto, oppure che il raccolto non raggiunga la quantità stabilita. In tal caso una delle parti potrebbe rimanere completamente privata del proprio diritto, mentre l’altra ne trarrebbe pieno profitto. E una situazione del genere non può in alcun modo essere conforme alla giustizia.
La mudaraba è lecita nell’Islam. La condizione, tuttavia, è che non si possa garantire a una delle parti un profitto certo, senza tener conto dell’effettivo profitto o della perdita dell’attività. Su questo punto vi è consenso unanime. Se tale condizione viene posta, la mudaraba non sarà lecita, per la stessa ragione per cui non è lecita. Anche la coltivazione della terra in compartecipazione diventa illecita per una ragione analoga. I giuristi affermano che, se una delle parti stabilisce come condizione di ricevere una somma determinata come profitto e dall’attività risulta proprio quella somma, ciò significa che l’intero profitto è stato ottenuto da una sola parte; anzi, è possibile che non vi sia alcun profitto. E se l’attività viene intrapresa a condizione di ottenere un profitto maggiore, chi l’ha intrapresa sarà necessariamente danneggiato.
La ragione esposta sopra è pienamente conforme allo spirito fondamentale dell’Islam. In realtà, tutti i principi e le disposizioni dell’Islam poggiano su una giustizia salda, chiara e assoluta.
Partecipazione reciproca al capitale
Così come è lecito investire personalmente il proprio capitale, secondo la propria volontà, in qualsiasi attività lecita e ricavarne un profitto, oppure affidarlo a una persona esperta e competente affinché svolga un’attività commerciale secondo le disposizioni della mudaraba, è altresì del tutto lecito che persone che investono capitali si riuniscano e, di comune accordo, costituiscano un’industria, una società commerciale o un’organizzazione, oppure operino in un’altra attività sulla base della partecipazione reciproca. Molte attività, infatti, richiedono necessariamente la riunione di numerose menti e mani capaci e di ingenti capitali. E ciò può essere realizzato soltanto attraverso la cooperazione reciproca e la compartecipazione.
Aiutatevi reciprocamente nelle opere di bene, di pietà e di timore di Dio.
È indubbio che ogni attività svolta allo scopo di procurare il bene dell’individuo o della collettività, oppure di prevenire il male, sia un’opera di bene e di timore di Dio. La condizione, tuttavia, è che venga compiuta con una buona intenzione e con il giusto atteggiamento interiore.
L’Islam non si è limitato a dichiarare lecita e legittima la partecipazione reciproca, ma ha affermato che proprio in essa risiede la benedizione. In essa vi è la promessa di ricevere l’aiuto di Allah in questo mondo, così come la speranza di ottenere nell’Aldilà una grande ricompensa. Tuttavia, l’attività societaria deve essere svolta entro i limiti del lecito, mantenendosi scrupolosamente lontana dall’usura, dall’inganno, dalla frode, dall’ingiustizia, dall’avidità e dal tradimento. Il Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) ha detto riguardo a tali soci in affari:
L’aiuto di Allah è con i due soci finché uno dei due non tradisce l’altro. Se uno tradisce l’altro, allora Allah ritira da loro il Suo aiuto e lo interrompe.
Il Nobile Messaggero (pace e benedizioni su di lui) ha riferito le parole di Allah in questi termini:
Io sono il terzo tra i due soci finché uno dei due non tradisce l’altro. Ma se uno tradisce l’altro, allora Mi allontano da entrambi e al Mio posto subentra Satana.
Compagnia di assicurazioni
Una forma estremamente moderna di attività commerciale è rappresentata dalle compagnie di assicurazione. Le assicurazioni sono di vari tipi: assicurazione sulla vita, contro gli incidenti, contro gli incendi e così via. Ma la questione da esaminare è quale sia la disposizione della legge islamica al riguardo. È consentito nell’Islam esercitare questo tipo di attività? Prima di rispondere a questa domanda, è necessario conoscere la natura delle compagnie di assicurazione. È inoltre indispensabile sapere quale tipo di rapporto si instauri tra chi stipula l’assicurazione e la compagnia. In altre parole, l’assicurato viene considerato un socio della struttura principale della compagnia? Se così fosse, l’assicurato dovrebbe partecipare in egual misura agli utili e alle perdite dell’attività principale. Nell’assicurazione contro gli incidenti, l’assicurato deve versare ogni anno alla compagnia una somma determinata. Se l’attività assicurata non è colpita da alcun incidente, la compagnia trattiene e consuma tutto il denaro versato dal proprietario dell’attività, senza restituirne alcuna parte. Se invece si verifica un incidente, viene corrisposta, a titolo di risarcimento, la somma prestabilita. Tuttavia, questo sistema non è conforme alla natura della partecipazione societaria o dell’attività commerciale.
Nel caso dell’assicurazione sulla vita, se viene stipulata un’assicurazione di duemila taka e il decesso avviene dopo il pagamento della prima rata, l’assicurato ha diritto a ricevere l’intera somma di duemila taka. Ma se fosse stato come un socio dell’attività principale, avrebbe dovuto ricevere soltanto la somma corrispondente alle rate versate e il profitto proporzionato a tale somma. In secondo luogo, se l’assicurato viola il regolamento della compagnia e non è in grado di pagare le rate, deve essere privato di tutto il denaro versato o di una parte di esso. È superfluo dire che questa regola è ingiusta, oppressiva e fondata su una condizione falsa.
Anche se entrambe le parti accettano di comune accordo questa condizione e si vincolano a un simile contratto, dopo aver compreso pienamente i propri interessi, ciò non lo renderà comunque lecito. Infatti, anche coloro che praticano e ricevono l’usura stipulano tale contratto di comune accordo. Anche coloro che giocano d’azzardo agiscono con il consenso reciproco; tuttavia, ciò non può mai rendere lecito ciò che è haram. Un consenso di questo tipo non è accettabile. Non si può certo dire che in esso non vi siano neppure una minima parte di inganno e trasgressione dei limiti. In questo caso, il profitto di una parte è garantito, mentre il vantaggio dell’altra è del tutto incerto. In tali questioni, il fondamento deve essere una giustizia e un’equità completamente pure. In ogni aspetto, ciò deve essere garantito in modo tale che né una parte subisca un danno né altre persone siano esposte a una perdita.
La compagnia di assicurazioni è un’istituzione di mutuo aiuto?
Il rapporto tra l’assicurato e la compagnia di assicurazioni non è come quello di un’attività di partnership. Qual è dunque la natura di tale rapporto? È forse un rapporto di mutuo aiuto tra loro? Sono queste istituzioni organismi di mutuo aiuto gestiti con la collaborazione o la partecipazione di coloro che fanno donazioni? E la partecipazione finanziaria avviene con lo scopo di aiutarsi reciprocamente?… È evidente che non è così.
Per il mutuo aiuto è necessario adottare una procedura corretta. Il suo obiettivo dovrebbe essere aiutare le persone in difficoltà, e il denaro dovrebbe essere raccolto proprio a questo scopo. A tal fine, occorre prestare attenzione ai seguenti aspetti:
1. Ogni persona deve versare una somma determinata come donazione, per spirito di fratellanza, e il fondo deve essere utilizzato esclusivamente per aiutare le persone bisognose.
2. Per beneficiare del fondo devono essere adottati esclusivamente mezzi leciti.
3. Nessuno deve fare una donazione con l’intenzione di ricevere una somma determinata qualora si verifichi un incidente. Piuttosto, dal fondo dell’istituzione deve essere predisposto un aiuto nella misura delle possibilità, così da provvedere a un risarcimento totale o sufficiente.
4. Una donazione è una donazione. È assolutamente illecito riprenderla. Pertanto, quando si verifica un incidente, la questione deve essere valutata e giudicata secondo le disposizioni della Sharia.
Queste condizioni possono applicarsi soltanto a determinati organismi e istituzioni costituiti precisamente a tale scopo. In essi, le persone versano la propria quota mensile come donazione, senza avere alcun diritto di riprenderla. Non viene stabilita la condizione che, in caso di calamità, debbano ricevere una somma determinata.
Tuttavia, tali condizioni non vengono affatto imposte dalle compagnie di assicurazione, e in particolare nell’assicurazione sulla vita. La sua situazione è del tutto diversa.
1. Gli assicurati (policy holders) non versano le rate come donazione. Neppure passa loro per la mente di farlo.
2. Le compagnie di assicurazione investono il proprio capitale in attività illecite basate sull’interesse e ne ricavano profitti. Ma nessun musulmano può partecipare ad attività basate sull’interesse. Su questo punto concordano tanto i più accomodanti quanto i più rigoristi.
3. Dopo la scadenza del contratto, l’assicurato recupera l’intero importo delle rate versate. Inoltre riceve una somma aggiuntiva. In tal caso, che cosa si può considerare questa somma aggiuntiva se non interesse?
Allo stesso modo, dare a una persona ricca e benestante una somma maggiore rispetto a una persona povera e bisognosa è del tutto contrario allo spirito dell’aiuto reciproco. Infatti si vede che una persona facoltosa stipula un’assicurazione per una somma ingente. Per questo, in caso di morte o di incidente, le viene corrisposta una somma molto maggiore, in proporzione. Ma secondo lo spirito dell’aiuto, il denaro dovrebbe essere dato.
4. Chi desidera porre fine al contratto di assicurazione deve subire una considerevole perdita sulla somma che gli viene restituita. Tuttavia, dal punto di vista della Sharia, non esiste alcun motivo legittimo per imporre una simile perdita.
Modifiche e correzioni
Nonostante tutto ciò, è possibile riformare l’attuale sistema di assicurazione contro gli incidenti e avvicinarlo molto alle norme islamiche. A tal fine, si dovrà adottare il principio di accettare donazioni sulla base di una condizione di reciprocità. L’assicurato fornirà un aiuto finanziario alla compagnia a condizione che, qualora si verifichi un incidente, la compagnia gli corrisponda un risarcimento; in tal modo gli verrà prestato aiuto e la gravità della sua difficoltà sarà alleviata. Secondo alcuni giuristi del fiqh, un simile contratto è lecito. Se nel campo dell’assicurazione si rendessero effettive tali modifiche e correzioni e le attività delle compagnie di assicurazione fossero esenti da interesse, si potrebbe ritenere che essa sia lecita. Tuttavia, l’intera questione dell’assicurazione sulla vita è molto, molto lontana dalle disposizioni della Sharia.
Il sistema assicurativo nell’Islam
Abbiamo visto che attualmente le compagnie assicurative non operano secondo le disposizioni islamiche. Ma ciò non significa che l’assicurazione in sé sia contraria all’Islam. In realtà, non è così. Sono soltanto i principi attualmente in vigore a essere incompatibili con l’Islam: questo è il punto essenziale. Se vi si adottassero norme e principi conformi all’Islam, essa sarebbe certamente accettabile dal punto di vista islamico.
La verità è che l’ordinamento islamico della vita ha reso operativa, per la popolazione musulmana e per coloro che vivono sotto l’autorità dello Stato islamico, una forma di sicurezza assicurativa mediante un sistema collettivo di sostentamento, ossia il tesoro pubblico, il Bayt al-Mal. Il Bayt al-Mal dell’Islam è, in realtà, una compagnia assicurativa per il popolo. Esso sarà utile a tutti coloro che vivranno sotto la sua tutela.
L’Islam ha assunto la responsabilità di prestare aiuto e assistenza alle persone nei momenti di incidenti, calamità e avversità. Se qualcuno si trova in difficoltà, può esporre il proprio problema al responsabile del governo. Il governo provvederà quindi al suo risarcimento. È stata inoltre garantita la sicurezza degli eredi privi di sostegno dopo la morte.
Il Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) ha detto:
Il mio rapporto con ogni musulmano è più stretto di quello che egli ha con se stesso. I beni che un musulmano lascerà passeranno ai suoi eredi. Ma chi lascerà dei debiti o dei figli incapaci di provvedere a se stessi, sarà mia responsabilità saldare quei debiti e provvedere al mantenimento dei suoi figli.
Una delle importanti forme di sicurezza che l’Islam ha istituito per la popolazione musulmana è la categoria dei debitori, stabilita tra i destinatari della zakat obbligatoria. Alcuni esegeti dei tempi antichi, spiegando questo termine, hanno detto:
Colui la cui casa è stata completamente bruciata, oppure i cui beni sono stati interamente portati via da un’inondazione o da una calamità, rientra tra i gharimīn.
Produzione agricola sui terreni coltivabili
Quando un musulmano acquisisce la proprietà di un terreno agricolo secondo la sharia, diventa suo preciso dovere coltivarlo per ottenere un raccolto oppure piantarvi alberi per ricavarne frutti. Lasciare il terreno inutilizzato senza coltivarlo è un atto illecito nell’Islam, poiché ciò equivarrebbe a mostrare disprezzo per le benedizioni concesse da Allah. Si può anche considerare uno spreco di ricchezze e beni. Eppure il Profeta nobile (pace e benedizioni su di lui) ha vietato espressamente di distruggere ricchezze e beni. Il proprietario del terreno può adottare diversi metodi e procedimenti per trarne beneficio.
Vari modi per utilizzare il terreno
Il proprietario coltiverà personalmente il terreno. Pianterà alberi e adotterà misure adeguate per irrigarli. Di conseguenza, il terreno produrrà raccolti oppure gli alberi daranno frutti. Si tratta certamente di un’attività molto meritoria. Il proprietario ne riceverà la ricompensa per tutte le persone, gli uccelli e gli animali che trarranno beneficio da questi campi e giardini. È noto a tutti che i grandi Compagni del Profeta nobile (pace e benedizioni su di lui) si dedicarono alla coltivazione e alla creazione di giardini.
Secondo metodo
Il proprietario non è in grado di coltivare personalmente il proprio terreno. In tal caso lo concederà in prestito a una persona che porterà a termine il lavoro di coltivazione impiegando i propri attrezzi, lavoratori, sementi e animali. Tuttavia, il proprietario del terreno non ne riceverà personalmente nulla. Concedere il terreno in prestito in questo modo è desiderabile e lodato nell’Islam. Da Hazrat Abū Hurayra (che Allah sia soddisfatto di lui) è stato riferito che il Profeta nobile (pace e benedizioni su di lui) disse: ( arabo******************)
Chi possiede un terreno lo coltivi personalmente; altrimenti lo conceda a suo fratello affinché lo coltivi.
Riferì Hazrat Jābir (che Allah sia soddisfatto di lui), dicendo: ( arabo******************)
All’epoca del Profeta (pace e benedizioni su di lui) coltivavamo la terra secondo il metodo della «Mujābirat». Di conseguenza, dopo la mietitura, trovavamo qua e là i chicchi rimasti nelle spighe. Allora il Profeta (pace e benedizioni su di lui) disse: «Chi possiede una terra la coltivi personalmente oppure la dia a suo fratello perché la coltivi senza alcun compenso. Se non vuole fare neppure questo, la lasci inutilizzata».
«Mujābirat» significa coltivare la terra sulla base di una parte di essa.
Alcuni, basandosi sul significato apparente di questo hadith, hanno affermato che questi sono i due soli modi conformi alla Sharīʿa per trarre beneficio dalla terra: coltivarla personalmente oppure affidarla a qualcuno perché la coltivi senza alcun pagamento o compenso. Ciò può avvenire nel modo seguente: la terra apparterrà a colui che ne è il proprietario, mentre il raccolto apparterrà a colui che la coltiverà.
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Non è corretto dare la terra in concessione in cambio di denaro. Né si può concederla mediante qualsiasi altro tipo di contratto. Esiste una sola possibilità: o il proprietario la coltiva personalmente, oppure la affida a un altro senza alcun compenso.
Il venerabile ʿAbd Allāh ibn ʿAbbās (che Allah sia soddisfatto di lui) ha detto che l’ingiunzione, contenuta in questi hadith, di cedere la terra non significa che sia obbligatorio farlo. In realtà è soltanto mustahabb, cioè un atto altamente raccomandato. Ibn Dīnār ha narrato: «Chiesi a Ṭāwūs, il celebre discepolo del venerabile Ibn ʿAbbās: “Che ne pensi se evito la Mujābirat (la coltivazione della terra a compartecipazione)?” Ṭāwūs rispose: “Il più grande degli studiosi, il venerabile Ibn ʿAbbās (che Allah sia soddisfatto di lui), mi ha detto che il Profeta (pace e benedizioni su di lui) non la vietò”. Lo disse in questi termini: ( arabo******************)
«Dare la terra al proprio fratello senza alcun compenso è per voi migliore che riscuotere da lui un’imposta.» (Bukhārī)
Coltivazione della terra a compartecipazione
La terza modalità consiste nel fatto che colui che coltiva la terra con i propri attrezzi, sementi e animali da lavoro riceve dal proprietario il terreno, a condizione di ottenere la parte concordata da entrambi del raccolto, ad esempio la metà o un terzo. È lecito anche che sia il proprietario a fornire al coltivatore le sementi, gli attrezzi e gli animali da lavoro. Quando la coltivazione viene organizzata in questo modo, essa viene chiamata coltivazione compartecipata, coltivazione a mezzadria, mukhābara, musāqāt e con altri termini simili.
Il Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) aveva affidato personalmente la coltivazione delle terre di Khaybar a condizione di ricevere la metà del raccolto. (Bukhārī, Muslim) I giuristi che considerano lecita questo tipo di coltivazione compartecipata prendono come prova l’azione sopra menzionata del Nobile Messaggero (pace e benedizioni su di lui). Essi affermano: si tratta di una pratica celebre, universalmente nota e autentica. Il Nobile Messaggero (pace e benedizioni su di lui) la applicò per tutta la vita, fino alla morte. Anche coloro che vennero dopo di lui la praticarono. In seguito, anche i Califfi ben guidati continuarono fino alla fine a seguire le sue orme. Non vi era praticamente alcuna casa a Medina i cui abitanti non coltivassero la terra secondo questo metodo. Anche le mogli del Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) seguirono questo principio. È una questione che non può essere respinta né abrogata. Infatti, l’abrogazione o il cambiamento di una norma potevano avvenire soltanto durante la vita del Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui). Ma come potrebbe essere abbandonata e respinta una pratica che egli osservò fino alla morte, che dopo di lui osservarono i califfi e sulla quale i Compagni agirono con pieno e unanime consenso, senza che neppure uno di loro si opponesse o protestasse? E se essa fosse stata abbandonata già durante la vita del Nobile Messaggero (pace e benedizioni su di lui), come avrebbero potuto i suoi seguaci, dopo di lui, continuare a coltivare la terra secondo questo metodo? Come sarebbe rimasta nascosta al punto che nemmeno i Califfi ben guidati ne sarebbero venuti a conoscenza? Eppure la questione di Khaybar è universalmente nota. E colui che riferisce che questa pratica sarebbe stata abbandonata, dove si trovava allora, tanto da non informare nessuno?
La coltivazione compartecipata secondo un principio errato
Ai tempi del Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) era diffuso anche un altro tipo di coltivazione. In essa, però, vi era spazio per l’inganno, la frode, la truffa e l’ignoranza, causando dispute e controversie tra le due parti. Per questo il Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) dichiarò vietata questa modalità di coltivazione. In secondo luogo, l’Islam mira a stabilire in modo chiaro equità e giustizia; poiché nella coltivazione secondo il metodo sopra menzionato si verificavano pratiche contrarie a tali principi, egli fu costretto a vietarla.
Quella modalità consisteva nel fatto che il proprietario imponeva al coltivatore la condizione che un quarto di una determinata porzione di terreno fosse riservato a lui e ne venissero fissati i confini. Per tutto l’anno di coltivazione egli avrebbe ricevuto il raccolto proveniente esclusivamente da quella porzione determinata, indipendentemente dalla sua quantità. Oppure avrebbe ricevuto una quantità prestabilita di raccolto, misurata o pesata. Il raccolto rimanente sarebbe spettato interamente al coltivatore, oppure sarebbe stato diviso a metà tra i due.
Ma il Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) vide che la richiesta di equità e giustizia imponeva che entrambe le parti partecipassero all’intero raccolto, fosse esso abbondante o scarso. Non era corretto che per una delle due venisse previamente determinata una certa porzione di terreno o di raccolto. Infatti, spesso quella parte del terreno poteva non produrre alcun raccolto. In tal caso uno solo avrebbe ottenuto ciò che gli spettava, mentre l’altro sarebbe rimasto ingannato e privato del suo diritto. La porzione di terreno determinata poteva infatti non dare alcun frutto: in tal caso una parte non avrebbe ricevuto nulla, mentre l’altra avrebbe ottenuto tutto. In una simile situazione, il metodo pienamente equo consiste nel fatto che, secondo l’accordo reciproco, ciascuna parte riceva la propria quota dell’intero raccolto proveniente da tutta la terra. Se il raccolto fosse abbondante, entrambe le parti ne trarrebbero beneficio; se fosse scarso, entrambe ne riceverebbero una quota ridotta. E se non vi fosse alcun raccolto, entrambe le parti condividerebbero la perdita. Non vi è dubbio che questo sia il metodo migliore per entrambe le parti.
È riferito da Rāfiʿ ibn Khadīj che egli disse:
Tra noi, la maggior parte di coloro che possedevano terre praticava la coltivazione compartecipata. Concedevano in affitto la terra a condizione che il raccolto proveniente da un angolo del terreno fosse riservato al proprietario. Tuttavia accadeva che in quella parte determinata non vi fosse alcun raccolto, mentre ve ne fosse nell’altra; e talvolta accadeva il contrario: il raccolto si produceva nella parte determinata e non nell’altra. Per questo ci fu vietato di coltivare la terra in quel modo.
Il venerabile Rāfiʿ ha riferito:
Gli uomini del Nobile Profeta stipulavano contratti di coltivazione per i terreni ai margini dei canali e presso gli sbocchi dell’acqua, stabilendo come corrispettivo una parte dei raccolti, oppure coltivavano in cambio della consegna di una quota del raccolto. In seguito accadeva che il raccolto di una parte andasse perduto, mentre quello dell’altra si salvasse, o viceversa. Per la gente non esisteva altro modo di coltivare la terra oltre a questo. Per tale ragione fu proibito. (Muslim)
Il Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) chiese:
Come coltivate i vostri terreni agricoli?
La gente rispose:
Stipuliamo contratti di coltivazione in cambio di un quarto e di una certa quantità di datteri e di grano.
Udite queste parole, egli disse: «Non fatelo». Ciò significava che si stabiliva una quantità determinata e la si prelevava per prima. In seguito il raccolto rimanente veniva diviso tra i coltivatori: alcuni ne prendevano un quarto, altri tre quarti.
Da questi episodi risulta chiaramente che il Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) era particolarmente ansioso di instaurare nella società da lui fondata una giustizia completa e assoluta. Ed era fermamente deciso a rimuovere dalla società dei credenti tutto ciò che temeva potesse causare dispute e discordie tra loro.
Il venerabile Zayd ibn Thabit (che Allah sia soddisfatto di lui) narrò: due uomini litigarono per un terreno alla presenza del Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui). Allora egli disse:
Se questa è la vostra situazione, non date in affitto i terreni coltivabili.
Di conseguenza, ogni proprietario terriero dovrebbe essere compassionevole e rispettoso verso il proprio socio e compagno. Perciò il proprietario non dovrebbe pretendere la maggior parte del raccolto. D’altra parte, anche il coltivatore non dovrebbe arrecare al proprietario una perdita per quanto riguarda il suo terreno. A questo proposito, è stato narrato da Ibn Abbas:
Il Nobile Profeta non dichiarò haram la coltivazione della terra sulla base della reciprocità. Al contrario, esortò ciascuna delle due parti ad agire con compassione verso l’altra. (Tirmidhi)
Per questo, quando fu detto a Tawus: «O Abu Abd al-Rahman! Sarebbe meglio abbandonare questa “mukhabara”, poiché la gente ritiene che il Nobile Profeta abbia proibito alla gente di praticarla», egli disse:
Io li aiuterò, darò loro.
Non pensavano affatto a guadagnare sempre di più dai propri terreni. Non volevano che coloro che lavoravano duramente nei campi rimanessero piegati dalla fame. Al contrario, li aiutavano e davano loro. Ed è proprio questa la caratteristica della società musulmana.
Spesso il proprietario lascia il terreno incolto. Non lo coltiva né vi pianta alberi o altre piante. Ma non è disposto a concederlo a nessun coltivatore nemmeno in cambio di un compenso modesto. Per questo, il venerabile Umar ibn Abd al-Aziz ordinò ai vari funzionari del suo califfato di permettere alla gente di coltivare i terreni in cambio di un quarto, un terzo o un quinto del raccolto; ordinò persino di concederli in cambio di un decimo del raccolto e vietò di lasciare la terra incolta.
Concedere la terra in affitto per denaro contante
La quarta modalità potrebbe consistere nel concedere al coltivatore di lavorare la terra, a condizione che paghi il corrispettivo in denaro contante.
Molti rinomati giuristi islamici hanno dichiarato lecita questa modalità. Tuttavia, alcuni altri giuristi islamici l’hanno vietata. La loro prova è il divieto del nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) di concedere la terra in affitto: si tratta di una trasmissione autentica. Questo hadith è stato narrato da Abu Bakr, Umar, Rafiʿ ibn Khadij, Jabir, Abu Saʿid, Abu Hurayra e Ibn Umar (che Allah si compiaccia di loro). Tutti affermano che il nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) vietò categoricamente di concedere la terra in affitto.
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Un altro modo di concedere la terra in affitto consiste nel farla coltivare in cambio di una quota del raccolto. Il Profeta (pace e benedizioni su di lui), durante la sua vita, stipulò proprio questo accordo con gli abitanti di Khaybar e vi rimase fermamente fedele fino alla fine. Anche durante il governo dei califfi ben guidati non fu adottata alcuna disposizione diversa.
A questo punto, per coloro che hanno osservato l’evoluzione graduale della legge islamica, la fondatezza delle parole di Ibn Hazm risulterà del tutto evidente. Egli ha scritto che, quando il Profeta (pace e benedizioni su di lui) giunse in mezzo a loro, essi concedevano in affitto i loro terreni agricoli. Una narrazione analoga è stata riportata anche da Rafiʿ ibn Khadij (che Allah sia soddisfatto di lui). Il fatto di concedere la terra in affitto era praticato prima della presenza del Messaggero (pace e benedizioni su di lui) e non subì alcun cambiamento neppure in seguito. Nessuna persona intelligente può nutrire il minimo dubbio al riguardo. In seguito, da Jabir, Abu Hurayra, Abu Saʿid, Rafiʿ, Zuhayr (che Allah sia soddisfatto di loro), dai Compagni che parteciparono alla battaglia di Badr e da Ibn Umar (che Allah sia soddisfatto di lui) è stato trasmesso con catena autentica:
Il Profeta (pace e benedizioni su di lui) vietò in modo generale di concedere la terra in affitto.
Non vi è alcun dubbio neppure sul fatto che, in virtù di questo hadith, la precedente norma di liceità sia stata abrogata. Pertanto, coloro che ritengono lecito concedere la terra in affitto in cambio di denaro contante sostengono una tesi errata. La loro opinione non può in alcun modo essere dimostrata autentica. Tuttavia, può essere lecito concederla in affitto in cambio della consegna di una quota determinata del raccolto prodotto. Infatti, è dimostrato che il Profeta (pace e benedizioni su di lui), dopo aver vietato di concedere la terra in affitto, stipulò a Khaybar un accordo per farla coltivare sulla base di una quota del raccolto, e tale disposizione rimase completamente invariata fino alla sua morte.
Molti giuristi dei primi tempi sostenevano questa opinione. Tāwūs, celebre giurista dello Yemen e venerabile tābiʿī, considerava makrūh concedere la coltivazione della terra in cambio di oro o argento. Non riteneva invece vi fosse alcun problema nel concederla in cambio di una quota del raccolto, fosse essa un terzo o un quarto. Quando alcuni sollevarono obiezioni in merito e dissero che il Profeta nobile (pace e benedizioni su di lui) aveva proibito di dare la terra in affitto, egli rispose: «Muʿādh venne da noi; proprio il Profeta nobile (pace e benedizioni su di lui) lo aveva inviato nello Yemen, e allora egli concedeva la coltivazione della terra a condizione di ricevere un terzo o un quarto del raccolto. E noi continuiamo a fare così fino a oggi».
Da ciò si comprende che, secondo Tāwūs, è proibito dare la terra in affitto a un prezzo stabilito in denaro contante. Non vi è invece alcuna difficoltà nel concederne la coltivazione a condizione di una quota del raccolto.
La stessa cosa è stata riferita anche da Muḥammad ibn Sīrīn e Qāsim ibn Muḥammad ibn Abī Bakr al-Ṣiddīq. Tuttavia, alcuni tābiʿūn ritenevano proibito dare la terra in affitto in qualsiasi forma, sia a un prezzo in denaro contante sia sulla base della divisione del raccolto. Ma questa opinione non è molto autorevole. Infatti, il Profeta nobile (pace e benedizioni su di lui), i califfi ben guidati e Ḥazrat Muʿādh (che Allah sia soddisfatto di lui) coltivarono personalmente la terra, o ne fecero coltivare, a condizione di una quota del raccolto. Da ciò si apprende senza dubbio che questa pratica è lecita. Nei tempi passati, per i musulmani le leggi venivano di fatto formulate proprio secondo questo principio. Tuttavia, il divieto di dare la terra in affitto in cambio di un prezzo in denaro contante è dimostrato dagli ḥadīth; ed è indubbiamente ragionevole.
La ragionevolezza del divieto di concedere la terra in cambio di un prezzo in denaro contante
Se si riflette alla luce dei principi fondamentali e degli ideali dell’Islam, appare preferibile ritenere illecito concedere una terra incolta in cambio di denaro contante.
a. Il Profeta nobile (pace e benedizioni su di lui) ha proibito di dare la terra in affitto in cambio di una parte determinata del raccolto prodotto. È lecito concederla soltanto sulla base di una quota del raccolto, cioè un terzo o un quarto della produzione. Riteniamo che sia molto meglio stabilire le quote in percentuale. In tal modo entrambe le parti beneficeranno in egual misura della quota del raccolto prodotto. Se, a causa di qualche calamità, il raccolto subisce una perdita, anche tale perdita sarà condivisa dalle due parti nella stessa proporzione. Ma se il diritto di una delle parti viene stabilito in modo fisso, essa sarà al riparo dalla perdita; mentre l’altra parte sarà inevitabilmente esposta all’incertezza. Dalla sua quota non otterrà altro che erba secca. Questa situazione è pienamente analoga all’interesse e al gioco d’azzardo; tra i due non vi è alcuna differenza fondamentale.
Se si considera in questa prospettiva la concessione della terra in cambio di denaro contante, anche in questo caso non si scorge alcuna differenza rispetto alla suddetta forma proibita di coltivazione parziaria. Il proprietario della terra riceve con certezza il suo dovuto in denaro contante. Ma colui che prende la terra per coltivarla con questo denaro mette il proprio lavoro, sì. Ma colui che prende la terra per coltivarla con questo denaro espone a un grave rischio tutto il proprio lavoro, la propria fatica e il proprio capitale. Non ha alcuna garanzia di ricavare qualcosa dalla terra. Non sa affatto se essa produrrà un raccolto.
b. Inoltre, quando qualcuno concede un bene a un’altra persona sulla base di un affitto, ne è il proprietario. Ha diritto a ricevere il canone perché consegna quel bene al locatario rendendolo idoneo a essere utilizzato e a produrre un beneficio. Ha diritto a ricevere un corrispettivo per il deperimento che si verifica in esso a causa dell’uso. Ma per concedere la terra in affitto non è necessaria alcuna preparazione. Il proprietario della terra non crea la sua capacità produttiva: essa è interamente un dono di Allah. In secondo luogo, quando la terra viene coltivata, non subisce alcun «deperimento»: a differenza degli strumenti, non vi si accumula sporcizia, e a differenza degli edifici non invecchia né si deteriora.
g. È anche vero che, quando qualcuno prende in affitto una casa, vi soggiorna e vi abita, traendone direttamente beneficio. Non vi è alcun ostacolo intermedio. Allo stesso modo, anche quando si prende in affitto uno strumento, si trae beneficio proprio da quell’oggetto. Ma non è possibile ottenere un beneficio diretto dalla terra, e non vi è neppure certezza di ricavarne un vantaggio. La terra non è come una casa presa in affitto: trarne profitto è una questione incerta. Anzi, quando qualcuno prende una terra in affitto, lo fa nella speranza di trarne beneficio. È proprio con questa speranza che vi dedica lavoro e fatica, spendendo denaro e tempo; e tuttavia talvolta ne ricava un vantaggio, talvolta no. Perciò non è corretto considerare l’affitto della terra alla stregua dell’affitto di una casa o di altre cose simili.
d. È riportato in un hadith autentico:
Il Profeta nobile (pace e benedizioni su di lui) proibì di comprare e vendere i frutti prima che maturassero, mentre si trovavano nei campi e nei giardini. A spiegazione di ciò disse: «Avete riflettuto? Se Allah privasse dei frutti, come potrebbe essere lecito per voi il denaro preso da vostro fratello? I frutti hanno cominciato a maturare, ma non vi è ancora alcuna garanzia di riceverli in modo sicuro. Potrebbero infatti non maturare a causa di qualche calamità. Stando così le cose, perché dovrebbe essere proibito dare in affitto una terra nuda, alla quale non è stato ancora applicato neppure il badile e nella quale non è stato gettato alcun seme? In realtà, il metodo corretto e giusto è la coltivazione associata sulla base della ripartizione percentuale del raccolto. In tal modo entrambe le parti coinvolte nel lavoro partecipano equamente al profitto o al beneficio; e anche in caso di perdita, essa ricade su entrambi.»
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L’Imam Ibn Taymiyya ha detto che far coltivare la terra sulla base della ripartizione percentuale del raccolto è il metodo conforme ai principi fondamentali della Sharia islamica e al sistema di giustizia. Rispetto alla concessione in affitto, il contratto basato sulla ripartizione del raccolto è più equo e giusto, poiché con questo metodo entrambe le parti partecipano sia al profitto sia alla perdita. Il caso dell’affitto della terra è diverso: il proprietario riceve comunque il canone, mentre al coltivatore talvolta spetta un raccolto e talvolta ne viene privato.
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L’Imam Ibn al-Qayyim ha scritto:
I musulmani praticano, fin dai tempi del Nobile Messaggero (pace e benedizioni su di lui) e dei Califfi ben guidati, quel tipo di coltivazione associata che è equo per entrambe le parti. Anche i discendenti di Abu Bakr, Umar, Uthman e Ali (che Allah si compiaccia di loro) hanno agito così. I più eminenti Compagni la ritenevano lecita. Tra i Compagni, Ibn Masud, Ubayy ibn Kaʿb, Zayd ibn Thabit e altri sostenevano questa opinione. Anche gli imam esperti di hadith e giurisprudenza Ahmad ibn Hanbal, Ishaq ibn Rahwayh, l’Imam al-Bukhari, Dawud ibn Ali, Ibn Khuzayma, Abu Bakr Ibn al-Mundhir, Muhammad ibn Nasr al-Marwazi e altri dichiararono corretta questa opinione. Inoltre, i celebri giuristi musulmani al-Layth ibn Sad, Ibn Abi Layla, Abu Yusuf, Muhammad ibn al-Hasan e altri espressero la medesima opinione.
Ibn al-Qayyim protestò con grande fermezza contro l’oppressione e le angherie inflitte agli agricoltori, ai suoi tempi, dagli amministratori e dagli uomini dell’esercito. Disse: «Se questi amministratori e militari trattassero i contadini secondo le norme della sharia stabilite da Allah e dal Suo Messaggero, tutti potrebbero ricevere le inesauribili benedizioni di Allah, elargite dall’alto e dal basso. Le porte delle benedizioni del cielo e della terra verrebbero loro aperte. Anche se avessero preso soltanto un quarto di ciò che ottengono con l’oppressione e la persecuzione, sarebbe stato comunque molto più di quello che ricevono. Ma costoro sono ignoranti e ingiusti. Perciò, oltre all’oppressione e al peccato, non sanno fare altro. Di conseguenza sono stati privati dell’abbondanza delle benedizioni e del rizq. E per questo, per loro, si è accumulato soltanto il castigo dell’Aldilà. Non avranno alcuna benedizione in questo mondo.»
Se si chiedesse: «Quale norma hanno stabilito Allah e il Suo Messaggero a questo riguardo, e quale principio hanno seguito i Compagni?»
Si potrebbe rispondere: quella modalità che è realmente equa per entrambe le parti, tale che il proprietario della terra e il coltivatore possano raggiungere lo stesso e identico criterio di giustizia; non quella consuetudine che garantisce a una parte la certezza della propria sorte e getta l’altra nel rischio dell’incertezza. Le usanze generalmente diffuse nel mondo si fondano su principi arbitrari e privi di fondamento. Sono esse ad aver portato tante calamità sulla terra e ad aver gettato la popolazione in una grave crisi. La pioggia ha smesso di cadere e la baraka è venuta meno. La maggior parte degli amministratori e dei militari ha cominciato a nutrirsi di ciò che è haram. E per la carne che il cibo haram ha fatto crescere nei loro corpi, il luogo appropriato non può essere che Jahannam.
Questo sistema agricolo equo era il principio seguito dalla comunità musulmana, sia all’epoca del Nobile Profeta (pace e benedizioni di Allah su di lui), sia durante il periodo dei Califfi ben guidati e in quello successivo. Lo stesso Nobile Profeta (pace e benedizioni di Allah su di lui) aveva stipulato con gli abitanti di Khaybar un accordo per la coltivazione della terra proprio sulla base di questo principio. Tale accordo rimase in vigore finché Umar (che Allah sia soddisfatto di lui) non li esiliò. Stabiliva che avrebbero coltivato quella terra a proprie spese e che avrebbero fornito anche i semi.
Per questo, secondo gli ulema, sebbene spetti al coltivatore fornire i semi, è lecito che li fornisca anche uno qualunque dei due. Umar (che Allah sia soddisfatto di lui) stipulò un accordo secondo il quale, se avesse fornito lui i semi, avrebbe ricevuto metà del raccolto. Se invece li avesse forniti il coltivatore, questi avrebbe ricevuto una quota corrispondente, cioè più della metà.
In tutte le narrazioni di hadith che si trovano riguardo alla coltivazione associata della terra, non si menziona mai che il coltivatore debba ricevere meno della metà; anzi, alcune narrazioni affermano che gli spetti una quota persino maggiore.
Alla luce di ciò, la ragione porta a ritenere che la quota del coltivatore non debba essere inferiore alla metà. È così che il Nobile Profeta (pace e benedizioni di Allah su di lui) e i Califfi ben guidati si comportarono con gli ebrei di Khaybar. Pertanto, al momento della divisione del raccolto, non è auspicabile che la quota della pietra—cioè della terra—sia maggiore rispetto a quella dell’uomo, ossia del coltivatore.
Società nell’allevamento del bestiame
Nel nostro Paese, soprattutto nelle zone rurali, è diffusa un’altra forma di collaborazione nell’allevamento degli animali. Una parte fornisce tutto o parte del capitale, mentre l’altra si assume la responsabilità della cura e della gestione. Poi dividono tra loro il prodotto o il profitto.
Prima di conoscere il giudizio della Sharia al riguardo, è necessario analizzare le diverse forme di questa attività.
1. Una forma consiste nel fatto che entrambe le parti si associano per un puro scopo commerciale: allevare vitelli per ingrassarli oppure allevare vacche e bufale per ottenere latte.
In questo caso, una parte fornisce il capitale e l’altra il lavoro e la responsabilità della cura e della gestione. Le spese per il cibo e le bevande degli animali saranno sostenute da entrambe. Quando gli animali verranno venduti, dal prezzo ricavato saranno detratte le spese. Dopodiché, il profitto risultante sarà distribuito tra loro secondo l’accordo stipulato.
Se una sola parte fosse obbligata a sostenere tutte le spese senza ricevere nulla in cambio, mentre il profitto fosse diviso in parti uguali tra entrambe, non si tratterebbe di un’attività commerciale equa.
2. La seconda forma consiste nel fatto che una parte fornisce il prezzo d’acquisto, mentre l’altra si assume le spese e la responsabilità della cura. Quest’ultima potrà beneficiare del latte dell’animale oppure utilizzarlo per i lavori agricoli o per il trasporto dell’acqua.
Sì, non vi è nulla di male nel fare ciò, se l’animale è grande, se da esso si può ottenere latte oppure se può essere impiegato per lavorare. È vero che il latte e gli altri benefici ottenuti dalla seconda parte non sembrano equivalere alle spese che essa sostiene; vi è anche il rischio di subire una perdita. Tuttavia, lo abbiamo ritenuto lecito considerando il beneficio prevalente e non abbiamo attribuito grande importanza a questo lieve rischio di perdita. Infatti, la Sharia non ha difficoltà ad accettare cose di questo genere. Il Nobile Messaggero (pace e benedizioni su di lui) ha detto: ( arabo******************)
In cambio delle spese sostenute per un animale dato in pegno, è consentito cavalcarlo e berne il latte. Colui che lo cavalca e ne beve il latte deve sostenerne le spese. (al-Bukhari)
In questo hadith, il Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) ha considerato come equivalente alle spese sostenute per il foraggio dell’animale e simili il cavalcarlo e berne il latte.
Le spese per l’animale possono essere molto maggiori o anche minori rispetto al valore del cavalcarlo e del berne il latte. Tuttavia, poiché, secondo la consuetudine, tale situazione è stata ritenuta lecita nel caso del pegno, non vi è alcuna esitazione nel ritenere lecita, per necessità, anche la suddetta attività associativa di allevamento degli animali.
La conclusione che abbiamo tratto dall’hadith sopra citato è esclusivamente l’opinione dell’autore di quest’opera. Che Allah la renda corretta.
Tuttavia, nel caso dell’allevamento di animali giovani, come i vitelli, sui quali non si può né cavalcare né bere il latte, se una parte fornisce il capitale e l’altra sostiene le spese, ciò non può essere considerato mubāḥ alla luce dei princìpi fondamentali dell’Islam. Infatti, la parte che dovrà sostenere le spese subirà una perdita, mentre l’altra otterrà soltanto vantaggi e profitti. È dunque evidente che tale accordo non si fonda sulla giustizia, mentre l’Islam vuole che l’equità e la giustizia siano applicate in ogni ambito. Se però, fino al momento in cui la parte che sostiene le spese comincerà a ricevere il proprio beneficio, tutte le spese vengono sostenute da entrambe le parti mediante una ripartizione reciproca, riteniamo che ciò sarà lecito.
Sport e divertimento
L’Islam è un ordinamento di vita realistico. Non intende confinare l’essere umano in una sfera di fantasie irreali e di molteplici pensieri e riflessioni. Al contrario, insegna all’uomo i princìpi e i metodi per vivere in modo equilibrato in questo mondo reale, nel vortice del susseguirsi degli eventi. Non ha elaborato le proprie norme pensando all’uomo come a un angelo che percorre i cieli. Gli ha dato le proprie prescrizioni considerandolo un essere umano che mangia, beve e percorre i mercati.
Per questo non si può immaginare, né ci si può aspettare, che ogni parola dell’uomo sia un dhikr, che egli debba immergersi in profonde riflessioni anche quando tace, che soltanto i suoni del Corano penetrino nelle sue orecchie e che tutto il suo tempo libero trascorra nella moschea; l’Islam non ha imposto all’uomo tale dovere né gli ha prescritto questo obbligo. La verità è che l’Islam ha rivolto pienamente la propria attenzione alla natura dell’uomo e alle sue inclinazioni innate. Allah l’Altissimo ha creato l’essere umano in modo tale che, così come mangiare e bere rispondono alle esigenze della sua natura, anche il divertimento, l’allegria, la serenità e la contentezza, così come il riso, lo scherzo e il gioco, fanno parte delle sue inclinazioni naturali. Questa verità non può in alcun modo essere negata.
Non si permane nella stessa condizione in ogni momento
Alcuni Compagni, grazie alla preminenza della spiritualità e al massimo progresso in essa, cominciarono a ritenere che fosse loro dovere rimanere sempre immersi nell’adorazione e che fosse opportuno astenersi dagli interessi, dai piaceri e dai divertimenti mondani. Non avrebbero dovuto prendere parte agli svaghi, ai divertimenti e alle attività ricreative. Era assolutamente necessario dedicarsi completamente all’aldilà, sottomettendosi alle riflessioni e alle responsabilità della vita futura.
A questo punto è opportuno ricordare una storia del nobile Compagno Hazrat Hanzala Usaydi (ra). Egli era uno scriba appositamente incaricato dal Nobile Messaggero di Allah (s.a.s.). Egli raccontò di sé:
Hazrat Abu Bakr (ra) venne a incontrarmi. Mi chiese: «Come stai, Hanzala?». Risposi: «Hanzala è diventato un ipocrita». Egli disse: «Gloria ad Allah! Che cosa stai dicendo?». Allora risposi: «Sì, è proprio così. Quando siamo seduti alla presenza del Nobile Messaggero (s.a.s.) ed egli ci ricorda il Paradiso e l’Inferno, ci troviamo in una condizione tale da sembrarci di vederli con i nostri stessi occhi. Ma quando usciamo da quella riunione, ci dedichiamo alle nostre mogli, ai figli, alla famiglia e agli affari; allora dimentichiamo in gran parte il Paradiso e l’Inferno». Dopo aver ascoltato ciò, anche Hazrat Abu Bakr disse: «Giuro per Allah! Anch’io mi trovo esattamente nella stessa condizione». Hanzala racconta: «In seguito, noi due — io e Abu Bakr — ci recammo dal Nobile Profeta (s.a.s.) e dicemmo: “O Messaggero di Allah! Hanzala è diventato un ipocrita!”. Il Nobile Messaggero (s.a.s.) chiese: “In che senso?”. Risposi: “O Messaggero di Allah! Quando siamo con voi e parlate del Paradiso e dell’Inferno, ci troviamo in una condizione tale da poterli vedere chiaramente. Ma quando usciamo da qui, ci immergiamo tanto nelle nostre mogli, nei figli, nella famiglia e negli affari da dimenticare molte cose”».
Dopo aver ascoltato queste parole, il Nobile Profeta (s.a.s.) disse:
Giuro per Colui nelle cui mani è la mia vita: se rimaneste sempre nella condizione e nello stato d’animo che sperimentate presso di me e durante il ricordo di Allah, gli angeli verrebbero a stringervi la mano nei vostri letti e persino per le strade. Ma, o Hanzala, vi sono variazioni da un momento all’altro. Non si può rimanere sempre nella medesima condizione». Ripeté queste parole per tre volte. (Muslim)
Il Messaggero era pur sempre un essere umano
Il Nobile Messaggero (s.a.s.) era un essere umano e la sua vita eccelsa costituiva un modello luminoso e splendente, degno di essere seguito, per una vita umana piena e del più alto livello. Pregava in intensa solitudine e per lunghi periodi si dedicava all’umiltà, al timore reverenziale e al pianto. Poiché pregava in piedi per molto tempo, gli si gonfiavano entrambi i piedi. Egli era completamente saldo nella verità e non provava il minimo timore da parte di Allah; e tuttavia conduceva una vita umana. Come le persone comuni, amava le cose buone e i profumi gradevoli, rideva, scherzava e faceva battute: questa era una caratteristica della sua nobile natura. Tuttavia, non pronunciava mai parole contrarie alla verità.
Il Nobile Profeta (s.a.s.) amava molto la gioia, l’allegria e il buonumore, mentre non amava la sofferenza e la tristezza. Chiedeva rifugio ad Allah da ogni male. Diceva:
O Allah! Cerco rifugio presso di Te dall’ansia e dalla tristezza.
Egli scherzava e faceva anche battute. Una vecchia si presentò davanti a lui e disse: «O Messaggero! Prega Allah affinché mi faccia entrare in Paradiso». Allora il nobile Profeta (s.a.s.) disse: «O madre di tal dei tali, il fatto è che i vecchi e le vecchie non entreranno in Paradiso». Udendo ciò, la vecchia tremò e cominciò a piangere. Pensando di non poter entrare in Paradiso, crollò completamente. Vedendo lo stato della vecchia, il nobile Profeta spiegò che ciò significava che gli anziani non sarebbero entrati in Paradiso in tale condizione. Al contrario, Allah li avrebbe onorati con una nuova creazione, ed essi sarebbero entrati in Paradiso nel pieno della giovinezza. Poi recitò questo versetto: ( Arabo******************)
Noi li creeremo con una creazione speciale e li renderemo vergini. Esse saranno amanti dei loro mariti e loro coetanee. (Sura al-Wāqiʿa: 35-38)
La mente si stanca
Anche i Compagni dal cuore puro e dal nobile carattere del Profeta facevano scherzi e battute. Partecipavano ai giochi e ai passatempi. Rispondevano al richiamo della loro natura interiore. Procuravano gioia alla mente, adottavano i mezzi per donare serenità e felicità al cuore e, grazie a ciò, acquisivano nuovo slancio, energia e operosità, tornando freschi e rinnovati al lavoro.
Hazrat ʿAlī (r.a.) ha detto: ( Arabo******************)
Come il corpo, anche la mente si stanca e si affatica. Perciò, per allontanare questa stanchezza e spossatezza, parla di cose meravigliose e sagge.
Egli ha detto inoltre: ( Arabo******************)
Concedi al cuore, di tanto in tanto, pace, serenità e gioia, poiché l’inquietudine del cuore lo rende cieco.
Hazrat Abu al-Darda (che Allah si compiaccia di lui) disse: (Arabo******************)
Concedo alla mia mente un po’ di svago e di scherzo con ciò che è vano, affinché ciò mi aiuti a percorrere l’arduo cammino della verità.
Pertanto, se parlare scherzosamente alleggerisce il cuore, non vi è nulla di male. Se, attraverso giochi e passatempi leciti, si cerca di procurare sollievo e serenità a sé stessi e ai propri compagni, non vi sarà peccato, purché ciò non diventi un’abitudine permanente e non sorga la tendenza a dedicarsi continuamente soltanto a questo. Altrimenti si finirebbe per trascorrere in ciò tutto il giorno, dalla mattina alla sera, e ne deriverebbe riluttanza ad adempiere ai propri doveri. Si arriverebbe persino a scherzare là dove è necessario mantenere serietà. Per questo è stato detto: (Arabo******************)
Mescola nelle conversazioni tanta arguzia quanta è la quantità di sale necessaria nel cibo.
Poiché non può essere compito di un musulmano deridere semplicemente le persone senza tener conto del loro onore, della loro dignità e del rispetto loro dovuto. Per questo Allah l’Altissimo ha detto: (Arabo******************)
O voi che credete, che alcuni di voi non deridano né umilino gli altri. Può darsi infatti che essi siano migliori di loro. (Sura al-Hujurat: 11)
Non è neppure appropriato o lecito ricorrere alla menzogna allo scopo di far ridere la gente. Mettendo in guardia da ciò, il Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) disse: (Arabo******************)
La rovina attende colui che racconta menzogne per far ridere la gente. La rovina per lui, la rovina per lui. (Tirmidhi)
Giochi leciti
Esistono molte forme e modalità di svago e di gioco che il nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) ha dichiarato lecite per i musulmani. I musulmani possono alleggerire il peso del cuore e rallegrarsi per mezzo di esse. Questi giochi spingono le persone all’adorazione e all’adempimento dei propri doveri, incoraggiandole a parteciparvi con sollecitudine. Attraverso queste attività sportive possono ricevere un allenamento volto a rafforzare il corpo. In tal modo possono anche prepararsi a partecipare al jihad. I giochi elencati di seguito rientrano in questa categoria:
Gare di corsa
Gli illustri Compagni gareggiavano nella corsa. Il nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) aveva dato loro il permesso di farlo. È stato riferito che Hazrat Ali (che Allah sia soddisfatto di lui) era una persona estremamente veloce nella corsa.
Lo stesso nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) partecipava a gare di corsa con la sua venerabile consorte, Hazrat Aisha (che Allah sia soddisfatto di lei), per renderla felice e per insegnare agli illustri Compagni (che Allah sia soddisfatto di loro). Hazrat Aisha stessa disse: ( in arabo******************)
Il nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) gareggiò con me nella corsa. Quella volta arrivai davanti. In seguito, quando il mio corpo era diventato più pesante, gareggiò nuovamente con me, mi batté e disse: «Questa volta ho pareggiato il conto di quella volta». (Ahmad, Abu Dawud)
La lotta
Il Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) lottò con un celebre lottatore di nome Rukāna. Lo atterrò più volte. (Abū Dāwūd)
In un’altra narrazione si riferisce che colui che il Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) aveva atterrato era straordinariamente forte. Lo gettò a terra per tre volte consecutive. I giuristi, sulla base di questi hadith, hanno stabilito che gareggiare nella corsa è assolutamente lecito e che gli uomini possono correre insieme. Anche uomini e donne legate da un rapporto di mahram possono gareggiare insieme, così come marito e moglie. Gareggiare nella corsa e lottare non sono contrari né all’onore, né alla dignità, né alla cultura, né all’età avanzata. Infatti, quando il Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) gareggiò nella corsa con ʿĀʾisha (che Allah sia compiaciuto di lei), aveva già superato i cinquant’anni.
Tiro con l’arco
Anche il tiro con l’arco e il lancio della lancia sono giochi conformi alla Sharīʿa.
Quando il Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) vedeva i nobili Compagni impegnati nel tiro con l’arco, li incoraggiava in ogni modo. Diceva:
«Tirate con l’arco; io sono con voi.»
In realtà, agli occhi del Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui), il tiro con l’arco non era soltanto un gioco o un passatempo. Era una forma di forza: acquisire forza e dimostrare la propria forza. È proprio Allah l’Altissimo ad averlo comandato:
«Acquisite e raccogliete quanta più forza possibile per affrontare i nemici.»
A questo proposito il nobile Messaggero (pace e benedizioni su di lui) disse:
Sappiate che il tiro con l’arco è una forza. Il tiro delle frecce è una forza, il tiro delle frecce è una forza.
Disse inoltre:
È vostro dovere imparare il tiro con l’arco, poiché è anche un eccellente esercizio per voi.
Tuttavia, egli proibì di usare come bersaglio un animale domestico. Gli Arabi lo facevano nell’epoca dell’ignoranza. Quando il venerabile Ibn ʿUmar vide alcune persone farlo, disse:
Il nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) ha maledetto colui che prende un essere vivente e animato come bersaglio per il tiro delle frecce.
Il motivo di questa maledizione è che, così facendo, si sprecano le ricchezze, si infliggono sofferenze agli esseri viventi e si causa anche la propria rovina. In verità, non è mai degno dell’essere umano celebrare le proprie gioie e feste infliggendo sofferenza a qualunque creatura vivente del mondo.
Proprio per questo il nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) proibì esplicitamente di eccitare gli animali e costringerli a combattere tra loro. (Abū Dāwūd, al-Tirmidhī). A quel tempo gli Arabi facevano combattere tra loro due capre o due buoi (tori) in modo tale che, continuando a lottare, finivano per perire e morire. Vedendoli, essi si rallegravano e scoppiavano in fragorose risate. Spiegando il motivo per cui questa pratica è vietata, gli esperti hanno detto:
In questa pratica gli animali vengono sottoposti a tormenti e sofferenze atroci. Vengono lasciati in condizioni di estrema difficoltà. Inoltre, non è altro che un’attività del tutto inutile.
Uso della lancia
Come il tiro con l’arco, anche l’uso della lancia è una forma di gioco lecita. Il Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) aveva permesso agli Abissini di praticare il gioco della lancia nella moschea. Aveva inoltre permesso a sua moglie, Ḥaḍrat ʿĀʾisha (che Allah sia soddisfatto di lei), di assistervi dall’interno della casa. Per incoraggiarli, diceva: «O figli di Arfada, colpite, colpite con forza: il vostro avversario è proprio davanti a voi».
Poiché Ḥaḍrat ʿUmar (che Allah sia soddisfatto di lui) era un uomo dal temperamento severo, questo gioco non gli piaceva. Voleva proibirglielo, ma il Profeta (pace e benedizioni su di lui) lo trattenne. Ḥaḍrat Abū Hurayra (che Allah sia soddisfatto di lui) narrò: «Gli Abissini giocavano con le lance proprio davanti al Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui). In quel momento arrivò Ḥaḍrat ʿUmar. Per impedire loro di continuare a giocare e proibirglielo, lanciò contro di loro dei sassolini. Il Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) disse: “Lascia che giochino, o ʿUmar”».
Permettendo di praticare questo gioco nella sua sacra moschea, il Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) diede prova di grande liberalità e tolleranza. In tal modo, nella moschea si riunivano e si integravano tanto la religione quanto la vita terrena. Quando i musulmani giocano e scherzano, dovrebbero quindi ricordare che non si tratta di un semplice gioco. Esso è sì un mezzo di svago, ma costituisce anche esercizio fisico e pratica ginnica! Alla luce di questo hadith, gli esperti hanno espresso la seguente opinione: ( arabo*******************)
La moschea è il centro di tutte le attività della società musulmana. Pertanto, tutto ciò in cui risiede il bene della religione e delle persone religiose è senza dubbio lecito praticarlo al suo interno.
In questo contesto, i musulmani dei nostri giorni dovrebbero riflettere su come, in quell’epoca, le loro moschee fossero state trasformate in fonti di vita e di forza. Oggi, invece, sono state ridotte a centri di ozio per gli inerti. In esse non si percepisce alcun palpito di vita, né si trova alcun mezzo per acquisire forza. Da ciò si ricava inoltre la guida del Nobile Messaggero riguardo al mantenimento dei rapporti e alla buona convivenza con le mogli, nonché al rendere gioiosi il cuore e l’animo attraverso giochi e passatempi leciti di questo genere. La moglie del Nobile Profeta, ʿĀʾisha (che Allah sia soddisfatto di lei), disse: ( arabo*******************)
Vedevo il Nobile Messaggero (pace e benedizioni su di lui) che mi copriva con il suo mantello, mentre osservavo gli Abissini giocare nella moschea. A forza di guardarli, mi stancai. Pertanto, potete far giocare le bambine ancora piccole che sono inclini ai giochi. (Bukhari, Muslim)
Ha inoltre detto: «Giocavo con le ragazze nella sua casa, davanti al Messaggero di Allah. Avevo alcune amiche che giocavano con me. Non appena il Messaggero di Allah entrava in casa, esse si nascondevano. Allora il Profeta scherzava con loro insieme a me; così esse trovavano il coraggio di giocare con me». (Bukhari, Muslim)
Equitazione
Allah l’Altissimo ha detto: (arabo*******************)
Abbiamo creato per voi i cavalli, i muli e gli asini affinché li cavalchiate, e anche come ornamento per voi. (Sura an-Nahl: 8)
Il Messaggero di Allah ha detto: (arabo*******************)
Il bene è legato alle fronti dei cavalli. (Bukhari)
Ha inoltre detto: «Tirate con l’arco e praticate l’equitazione».
Ogni attività priva del ricordo di Allah è soltanto gioco e futilità. Fanno eccezione quattro attività: correre tra due bersagli, addestrare i cavalli, giocare con la propria moglie e i propri familiari e insegnare a nuotare. Umar ha detto: (arabo*******************)
Insegnate ai vostri figli a nuotare e a tirare con l’arco. Abituateli anche a saltare in groppa al cavallo e a sedervi saldamente. (Muslim)
Hazrat Ibn ʿUmar (che Allah sia soddisfatto di lui) ha riferito: il Nobile Messaggero organizzò una gara di corsa tra cavalli e premiò quello che vinse.
Tutto ciò rientra nelle attività con cui il Nobile Messaggero incoraggiava a primeggiare nelle gare di corsa. È un gioco, ma anche un esercizio e un allenamento.
Chiesero ad Anas (che Allah sia soddisfatto di lui): «Ai tempi del Nobile Messaggero scommettevate?». Rispose: «Sì. Egli stesso aveva scommesso sul cavallo chiamato “Sarha”. Esso arrivò primo e, vedendolo, ne fu molto felice ed entusiasta». ( arabo*******************)
Il modo lecito di scommettere consiste nel fatto che il premio non deve essere offerto dai due partecipanti. Deve essere offerto da qualcun altro, oppure da una sola delle parti. Se invece viene offerto da entrambe le parti, stabilendo che chi vincerà riceverà il premio, allora si tratta di gioco d’azzardo. E il gioco d’azzardo è vietato. Quanto ai cavalli impiegati nel gioco d’azzardo, il Nobile Messaggero li ha definiti cavalli satanici. Ha dichiarato peccaminosi il ricavarne il prezzo, dar loro da mangiare erba e cavalcarli. (Ahmad)
Egli ha detto: «I cavalli sono di tre tipi: i cavalli di Allah, i cavalli degli uomini e i cavalli di Satana. Il cavallo impiegato nel jihad sulla via di Allah è il cavallo di Allah. Dargli da mangiare erba è bene: nel suo sterco, nella sua urina e in ogni cosa che lo riguarda vi è del bene. Il cavallo impiegato nel gioco d’azzardo, nelle scommesse o nelle corse è il cavallo di Satana! Quanto ai cavalli che la gente alleva con l’intento di aumentare la progenie, questi sono i cavalli degli uomini. Essi servono a scongiurare la povertà».
La caccia
La caccia è uno svago molto utile e benefico. L’Islam le ha attribuito grande importanza. Infatti, oltre a procurare beni e guadagni, essa costituisce anche un esercizio fisico. Che si pratichi con strumenti come frecce o lance, oppure con cani o uccelli da caccia, entrambi i tipi di caccia sono leciti. Abbiamo già discusso dettagliatamente in precedenza le condizioni e le regole necessarie per questa attività.
L’Islam ha vietato la caccia soltanto in due circostanze; al di fuori di esse è sempre lecita. Le due circostanze sono lo stato di ihram assunto per l’Hajj e l’Umrah, poiché questo è un periodo di pace assoluta e di piena sicurezza. In tale periodo non è lecito uccidere né spargere sangue. Come ha detto Allah stesso:
O voi che credete! Non uccidete la selvaggina mentre siete in stato di ihram. E finché rimarrete in stato di ihram, la selvaggina terrestre vi è stata resa haram.
La seconda circostanza è quando ci si trova all’interno del Sacro Haram della Mecca. Infatti Allah l’Altissimo ha fatto del Sacro Haram un centro di pace e sicurezza sotto ogni aspetto. Qui vi sono pace e sicurezza per tutti. Anche se una preda viva vi trovasse rifugio, o se fosse possibile catturare un uccello in volo, ciò non sarebbe lecito. Il Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) ha detto:
Non è lecito cacciare la selvaggina di quel luogo, né abbattervi gli alberi, né sradicarvi alcuna erba.
Il gioco dei dadi
Ogni gioco che comporti il gioco d’azzardo, senza alcuna eccezione, è haram. E qualunque gioco in cui vi sia un guadagno o una perdita finanziaria è gioco d’azzardo. Il Nobile Corano ha menzionato il gioco d’azzardo insieme al vino, ai sacrifici sugli altari di pietra, alla divinazione mediante frecce e ad altre pratiche haram.
Il Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) ha detto che, se qualcuno dice: «Vieni, giochiamo d’azzardo», dovrebbe fare della sadaqa per il peccato commesso in tal modo. Infatti anche invitare a giocare d’azzardo è un peccato, e per quel peccato è opportuno offrire un’espiazione.
Il gioco dei dadi è un gioco di questo genere. Se vi si unisce il gioco d’azzardo, è haram secondo il consenso unanime. Alcuni, invece, hanno detto che è makruh, ma non haram. Coloro che lo considerano haram hanno citato come prova l’hadith narrato da Hazrat Burayda (che Allah sia soddisfatto di lui). Il Nobile Messaggero (pace e benedizioni su di lui) ha detto: ( testo arabo*******************)
Chi ha giocato al gioco dei dadi ha tinto la propria mano del sangue e della carne di maiale.
Il hadith narrato da Abū Mūsā è il seguente: (*******************)
Chi ha giocato al gioco dei dadi ha disobbedito ad Allah e al Messaggero.
In questi due hadith il gioco dei dadi è dichiarato esplicitamente proibito, sia che vi sia gioco d’azzardo, sia che non ve ne sia.
L’Imam al-Shawkānī ha scritto: secondo Ibn Mughaffal e Ibn al-Musayyib, non vi è nulla di male nel gioco dei dadi se non vi è mescolato il gioco d’azzardo. Essi hanno ritenuto che gli hadith citati sopra si riferissero al gioco dei dadi accompagnato dal gioco d’azzardo.
Il gioco degli scacchi
Un gioco molto famoso sono gli scacchi. In arabo sono chiamati shatranj. I giuristi hanno espresso diverse opinioni riguardo a questo gioco. Alcuni hanno detto che è lecito, altri che è riprovevole e altri ancora che è proibito.
Coloro che lo hanno dichiarato proibito adducono come prova alcuni hadith narrati dal Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui). Tuttavia, i critici e gli esperti della catena di trasmissione degli hadith ne hanno negato l’autenticità, affermando che il gioco degli scacchi si diffuse e si propagò già all’epoca dei Compagni. Prima di allora questo gioco non esisteva. Pertanto, a questo riguardo non è riconosciuta l’esistenza di alcun hadith: sono tutti falsi. Qual era dunque l’opinione dei Compagni su questo argomento? Si sa che non avevano tutti la stessa opinione. Ibn ʿUmar (che Allah si compiaccia di lui) ha detto: (*******************) «Il gioco degli scacchi è peggiore del gioco dei dadi». ʿAlī (che Allah si compiaccia di lui) ha detto: (*******************) «Anche questo gioco è una forma di gioco d’azzardo». Secondo alcuni Compagni, esso è soltanto riprovevole.
Tuttavia, secondo alcuni Compagni e seguaci, esso è mubāḥ, cioè un gioco innocuo. Questa opinione è stata espressa, tra gli altri, da Ibn ʿAbbās, Abū Hurayra, Ibn Sīrīn, Hishām ibn ʿUrwa, Saʿīd ibn al-Musayyab e Zayd ibn Jurayra.
Secondo l’autore di quest’opera, è corretta proprio l’opinione di questi ultimi eminenti esperti. In verità, non è stata presentata alcuna prova decisiva a sostegno dell’illiceità di questo gioco. Inoltre, esso comporta un considerevole esercizio mentale e un allenamento della capacità di riflettere. Per questo è necessario considerare tale gioco diverso dal backgammon. Essi hanno pertanto affermato che nel gioco dei dadi si ottiene soltanto divertimento e svago: questa è la sua caratteristica. La peculiarità degli scacchi, invece, consiste nel fatto che essi richiedono e sviluppano l’intelligenza e la capacità di ragionamento. Di conseguenza, devono essere considerati alla stregua del tiro con l’arco.
Coloro che hanno dichiarato lecito questo gioco hanno posto, a questo proposito, tre condizioni: (1) esso non deve causare negligenza riguardo alla preghiera, poiché comporta il grave rischio di non riuscire a compierla in tempo; (2) non deve contenere gioco d’azzardo; e (3) durante il gioco i giocatori devono mantenere la bocca libera e purificata da insulti, parole volgari e oscene. Se tali condizioni vengono violate, anche solo in parte, il gioco diventa anch’esso illecito.
Il canto e gli strumenti musicali
[Qui l’autorevole autore non ha citato quel ḥadīth sugli strumenti musicali nel quale il Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) ha dichiarato: «Sono stato inviato per eliminare gli strumenti musicali». Con l’espressione “strumenti musicali” si intendono quegli strumenti che risvegliano il desiderio sessuale latente nell’essere umano. — Il traduttore]
Ciò che generalmente attira la mente delle persone, procura soddisfazione e tranquillità al cuore e fa stillare miele nelle cavità delle orecchie è il canto o la musica. Dal punto di vista dell’Islam, se non vi si mescolano impudicizia, linguaggio volgare e osceno, oppure incitamento ed eccitazione al peccato, non vi è alcun male neppure nell’uso degli strumenti musicali.
In occasione di feste e celebrazioni, per esprimere gioia e soddisfazione, tali cose non sono soltanto lecite, ma anche raccomandabili. Per esempio, possono essere utilizzate senza esitazione durante lʿĪd, i matrimoni, il ritorno di un parente scomparso, le cerimonie della ʿaqīqa del banchetto nuziale e la nascita di un figlio.
La venerabile ʿĀʾisha (che Allah sia soddisfatto di lei) ha raccontato: si stava celebrando il matrimonio di una ragazza con un uomo della tribù degli Anṣār. Allora il Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) disse: «O ʿĀʾisha, non avete predisposto alcun intrattenimento gioioso per loro? Gli Anṣār amano molto queste cose». (al-Bukhārī)
Aisha (r.a.) aveva fatto sposare una sua parente con un giovane della tribù degli Ansar. Quando il Nobile Profeta (s.a.s.) arrivò, chiese: «Avete già accompagnato la sposa?». Risposero: «Sì». Egli domandò: «Avete mandato con lei anche una ragazza che canti?». Risposero: «No». Allora egli disse:
Gli Ansar amano molto il canto. Perciò sarebbe stato davvero meglio se aveste mandato con la sposa una ragazza che cantasse: «Siamo venute da voi, siamo venute nella vostra casa; che Allah preservi noi e preservi anche voi». (Ibn Majah)
Aisha (r.a.) racconta: «Presso di lei, nel giorno dell’Eid al-Adha, due ragazze cantavano e suonavano strumenti musicali. Il Nobile Profeta (s.a.s.) si era sdraiato, coperto dai suoi abiti. In quel momento arrivò Abu Bakr (r.a.). Vedendo ciò, rimproverò le due ragazze. Il Nobile Profeta (s.a.s.), udito questo, scoprì il volto e disse: “O Abu Bakr, lasciale fare. Oggi è il giorno della festa dell’Eid”». (Bukhari, Muslim)
L’Imam al-Ghazali, nella sua opera «Ihya’ ‘Ulum al-Din», ha citato numerosi hadith riguardanti il canto di due ragazze. Ha inoltre menzionato il gioco degli Abissini nella Moschea del Profeta e l’incoraggiamento che il Nobile Profeta (s.a.s.) diede loro. In quell’occasione il Nobile Profeta (s.a.s.) chiese ad Aisha (r.a.): «Vuoi vedere questo gioco?». Poi rimase accanto a lei e glielo mostrò; tutti questi hadith sono riportati nelle raccolte autentiche di Bukhari e Muslim. Ciò dimostra in modo irrefutabile che il canto e il gioco non sono completamente haram. Esistono anche prove della rukhsa prevista dalla Shariah a questo riguardo.
Innanzitutto, va considerato il gioco in sé. La danza e la passione degli Abissini per le attività ludiche sono ben note a tutti. In secondo luogo, il fatto che si svolgesse nella Moschea del Profeta e, in terzo luogo, l’approvazione e l’incoraggiamento accordati loro dal Nobile Messaggero (s.a.s.) costituiscono la prova che tali attività sono mubah. E, poiché tutto ciò è avvenuto, come si potrebbe dichiararle haram?
Il quarto punto è che Abu Bakr e Umar (r.a.) avevano proibito loro di continuare. Ma il Nobile Profeta (s.a.s.) impedì a entrambi di farlo e lasciò che lo spettacolo continuasse, spiegandone il motivo con queste parole: «È la festa dell’Eid. Questo è il momento dell’allegria». Queste sono dunque attività destinate a procurare gioia e divertimento.
Il quinto punto è che il Nobile Profeta (s.a.s.) rimase a lungo ad aspettare per assistervi e, per compiacere Aisha (r.a.), lo ascoltò anch’egli. Da ciò si dimostra che far divertire donne e bambini mostrando loro giochi è un atto di buon carattere. È molto meglio di quanto lo sia, assumendo una severità arida e rigida in nome dell’austerità e della pietà, astenersene, impedirlo o impedire ad altri di farlo.
Il sesto punto è che egli disse ad Aisha (r.a.) fin dall’inizio:
Vuoi vedere?
E il settimo consiste nel permettere a due ragazze di cantare e suonare strumenti musicali.
È stato riferito attraverso fonti affidabili che un gran numero di Compagni e Tabi’in ascoltavano il canto e non vi ravvisavano alcuna colpa. Gli hadith proibitivi riportati a questo proposito sono stati gravemente indeboliti dalla critica. Non ce n’è nemmeno uno riguardo al quale gli studiosi degli hadith e i giuristi non abbiano sollevato obiezioni. Qadi Abu Bakr Ibn al-Arabi ha detto: «Nessun hadith autentico dimostra che il canto sia haram». Ibn Hazm ha detto: «Tutte le narrazioni di questo genere sono false e inventate».
Il canto e gli strumenti musicali vengono generalmente utilizzati in feste di grande lusso e sfarzo, nelle riunioni dove si beve alcol e nelle assemblee notturne. Per questo motivo molti ulema li hanno dichiarati haram o makruh. Altri ulema ritengono invece che, secondo il linguaggio del Corano, questo canto e questa musica siano quel «lahw al-hadith» di cui si parla in questo versetto:
Tra la gente vi è chi compra il «lahw al-hadith» per sviare, senza alcuna conoscenza, gli uomini dalla via di Allah e per deridere e schernire la Sua via. Per costoro vi sarà un castigo umiliante.
Ibn Hazm ha detto che questo versetto, riferendosi a chi adotta il «lahw al-hadith», indica che tale persona è certamente kafir, poiché deride e schernisce la via di Allah. Se compra un libro per sviare la gente e deridere e schernire la via di Allah, è certamente kafir. Allah l’Altissimo ha menzionato nel versetto sopra citato la colpa di costui. Non ha invece biasimato né condannato chi compra il «lahw al-hadith» non con l’intento di sviare la gente, ma soltanto per giocare, divertirsi e ricrearsi, e per procurarsi, attraverso di esso, equilibrio e soddisfazione d’animo.
Rispondendo a coloro che affermano che il canto non è ammissibile e che costituisce senz’altro traviamento, Ibn Hazm ha scritto: il Messaggero di Allah ﷺ ha detto che il bene e il male delle azioni dipendono dalle intenzioni. Pertanto, chi ascolta il canto con l’intenzione di riceverne incoraggiamento a commettere peccati è fasiq. Al contrario, chi lo ascolta con l’intento di ottenere equilibrio d’animo, di ricevere forza e coraggio per le opere di obbedienza ad Allah e di accrescere l’interesse e l’incoraggiamento verso le azioni buone e virtuose, certamente non compie un atto ingiusto o vano. Quanto a chi lo ascolta senza l’intenzione né di obbedire ad Allah né di disobbedirGli, la sua azione rientra tra le attività inutili, e Allah lo perdonerà. È come uscire per passeggiare nel giardino di qualcuno, in un campo aperto o sulla riva di un fiume; sedersi davanti alla porta di casa soltanto per una passeggiata mattutina o serale, per divertirsi e rilassarsi; oppure tingere i propri abiti di giallo, verde o di un altro colore, e simili.
Tuttavia, riguardo al canto, occorre prestare attenzione ad alcuni aspetti:
1. Il testo o il contenuto della canzone non deve essere contrario agli insegnamenti e allo spirito dell’Islam. Una canzone che esalti le qualità del vino o inviti a berlo è certamente haram, poiché ispira a compiere azioni haram.
2. Talvolta si osserva che una canzone forse non è contraria allo spirito dell’Islam, ma il ritmo e il modo di eseguirla da parte del cantante oltrepassano i limiti dell’halal e raggiungono il livello dell’haram: per esempio, quando viene presentata con gesti molto seducenti e vergognosi, ondeggiando, imitando atteggiamenti licenziosi, suscitando nel cuore l’eccitazione e il turbamento di una tempesta di emozioni, in modo da stimolare la lussuria e provocare disordini.
3. La religione dell’Islam si oppone in ogni ambito all’eccesso e ai comportamenti trasgressivi. Ciò vale anche per gli atti di culto. Anche riguardo al lahw non è tollerabile alcuna forma di trasgressione dei limiti. Non si dovrebbe mai dedicarvi troppo tempo, mentre il tempo è il capitale fondamentale della vita.
Non c’è dubbio che, quando si eccede e si oltrepassano i limiti anche nelle attività lecite, è del tutto naturale venir meno all’adempimento dei propri veri doveri. Per questo è stato giustamente detto:
Ho visto l’eccesso raggiungere una condizione tale che, davanti a esso, la verità autentica viene sopraffatta e va in rovina.
4. Alcune canzoni possono fornire alla persona stessa un verdetto contro di esse: se, ascoltandole, le emozioni del cuore si eccitano e la spingono a provocare disordini, e si vede prevalere la bestialità al posto della spiritualità, allora esse devono certamente essere evitate; è auspicabile chiudere la porta da cui giunge il vento del pericolo.
5. Tutti concordano sul fatto che una canzone in cui si mescoli qualsiasi elemento haram, come il consumo di alcol, la dissolutezza o l’immoralità, è haram. A questo proposito, il nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) ha annunciato un severo castigo. Egli disse:
Una parte della mia umma berrà vino e gli darà un nome nuovo e diverso, invece del suo nome originario. Sopra le loro teste saranno suonati strumenti musicali e le cantanti canteranno. Allah farà sprofondare la terra sotto di loro e trasformerà alcuni di loro in scimmie e maiali. (Ibn Majah)
Secondo quanto detto, non è necessario che la trasformazione si manifesti nell’aspetto e nella forma. Essa può verificarsi anche nella mentalità e nella visione delle cose: cioè, nel corpo umano possono dimorare l’anima e la mentalità della scimmia e lo spirito del maiale. In altre parole, nell’aspetto è un uomo, ma per natura è una scimmia e un maiale. [Si deve tenere presente che qui l’autore, a sostegno della liceità della musica, ha menzionato condizioni la cui osservanza è assai difficile. Eppure, le canzoni che normalmente si ascoltano o si fanno ascoltare nel nostro Paese e nella nostra società, così come le canzoni dei film che vengono diffuse, non possono soddisfare tali condizioni. Pertanto, non si può neppure porre la questione della loro liceità, poiché esse costituiscono un grande mezzo di diffusione e propagazione dell’impudicizia e della sessualità. Sono estremamente dannose per la moralità. Cantanti uomini e donne affascinano e ammaliano uomini e donne con il loro canto. L’Islam, invece, ha attribuito un’importanza fondamentale alla purezza morale e all’innocenza. Non è stata considerata lecita neppure la conversazione di una donna con un uomo estraneo, o di un uomo con una donna estranea, con voce dolce e suadente. Ciò è stato dichiarato esplicitamente nel Nobile Corano. Nell’Islam, gustare la voce melodiosa di una donna estranea è stato definito adulterio. Non può dunque esservi alcun dubbio che tali canzoni siano haram. È tuttavia riconosciuta da tutti anche la liceità delle canzoni che suscitano un autentico spirito islamico e risvegliano il vigore e l’ardore del jihad. —Il traduttore]
Gioco d’azzardo, vino e compagni
Nell’Islam sono state dichiarate lecite molte forme di gioco e di divertimento. Al contempo, sono state dichiarate haram tutte le attività in cui è mescolato il gioco d’azzardo e tutti i giochi nei quali un sistema di vincite e perdite economiche costituisce una parte inseparabile. A questo proposito, è degno di essere ricordato ciò che disse il nobile Messaggero (pace e benedizioni su di lui): se qualcuno dice «Vieni, giochiamo d’azzardo», deve fare l’elemosina come espiazione, a titolo di kaffara, per questo peccato.
Pertanto, così come non è lecito per un musulmano adottare il gioco d’azzardo come mezzo per guadagnare denaro, allo stesso modo non può adottarlo come gioco, come mezzo per trovare appagamento e sollievo mentale o come passatempo.
Dietro la proibizione del gioco d’azzardo si celano argomenti estremamente solidi e finalità elevate.
1. Per il musulmano è assolutamente doveroso seguire, nel guadagnarsi da vivere, le regole e la via stabilite da Allah. Si deve cercare di ottenere i risultati attraverso le cause. Per entrare in una casa si deve passare dalla sua porta; si devono ricercare i risultati delle cause adottate o delle opere compiute: questo è l’obiettivo dell’Islam.
Anche il gioco d’azzardo e la lotteria suscitano negli uomini la tendenza ad affidarsi alla fortuna e a speranze e aspirazioni infondate. Allah, per guadagnarsi il sostentamento, ha dato importanza e ordinato di ricorrere agli sforzi, al lavoro e
all’adozione delle cause; il gioco d’azzardo, invece, non incita gli uomini ad adottarli.
2. L’Islam ha reso il patrimonio altrui illecito per il musulmano; pertanto, egli può prenderlo soltanto mediante uno scambio conforme alla sharia, oppure se il proprietario glielo dona spontaneamente o glielo concede come dono. In qualsiasi altro modo, prenderlo è assolutamente haram. Da questo punto di vista si può dire che il gioco d’azzardo è un metodo vano e haram per appropriarsi dei beni altrui.
3. Il gioco d’azzardo genera del tutto naturalmente una profonda ostilità e un reciproco odio e desiderio di vendetta tra gli stessi giocatori e scommettitori, e non c’è nulla di sorprendente in questo. A parole e in apparenza sembrerà che siano amichevoli l’uno verso l’altro, ma in realtà tra loro arde continuamente un fuoco divampante di conflitto e di odio reciproco tra vincitore e vinto. Anche se il perdente rimane in silenzio, continua a bruciare di rabbia, rancore e desiderio di vendetta per il fallimento. Perché è stato sconfitto e ha perso tutto. E se comincia a litigare e a discutere, quel risentimento represso nel suo cuore lo spinge a vendicarsi.
4. Quando perde la posta nel gioco, il perdente ricomincia a giocare. Allora comincia a sperare di poter recuperare ciò che ha perso. Si assorbe completamente in questo pensiero. D’altra parte, il vincitore viene preso dall’avidità, con l’acquolina in bocca. Per questo è costretto a giocare ancora e ancora. L’avidità di depredare sempre più denaro lo rende cieco e sconsiderato.
La sequenza del gioco continua dunque ininterrottamente in questo modo. Né il vincitore né il perdente è disposto a lasciare l’altro.
5. Per questo, così come la dipendenza dal gioco d’azzardo porta sventura all’individuo, essa provoca anche gravi disastri nella società. Questa dipendenza non si limita a sottrarre agli uomini ricchezze e beni: rovina anche la loro vita.
Questo gioco rende i giocatori completamente inattivi. Nella vita ricevono molte cose, ma non danno nulla alla vita. Consumano, ma non producono. Il giocatore d’azzardo si lascia assorbire a tal punto dal gioco che dimentica completamente le proprie responsabilità e i propri doveri. Non è più in grado di adempiere alle responsabilità e ai doveri che Allah ha imposto al servo. Diventa impossibile per lui ricordarsi della propria famiglia, della società e del popolo. Una persona del genere non esita neppure a vendere, in cambio del proprio interesse, la propria religione e il proprio din, il proprio onore e la propria dignità, persino il proprio Paese. Infatti l’attrazione del gioco d’azzardo è così intensa e l’amore e l’attaccamento al gioco diventano così grandi e impetuosi, che egli comincia a giocare in ogni questione e in ogni ambito. Alla fine, preso dalla speranza di un guadagno incerto e indefinito, comincerà persino a giocare con il proprio onore e la propria dignità, nonché con la propria fede e con le convinzioni religiose dell’intera nazione: questo è l’esito naturale.
Non occorre analizzare quale elevata prova di realismo abbia presentato il Nobile Corano riunendo il vino e il gioco d’azzardo in un unico versetto e comando e dichiarandoli haram allo stesso modo. Infatti, i danni e le gravissime conseguenze di entrambi ricadono in egual misura sull’individuo, sulla famiglia, sul Paese e sul carattere, su ogni cosa. La dipendenza dal gioco d’azzardo è globale e distruttiva quanto l’ebbrezza della mente. Inoltre, là dove è presente l’uno, è inevitabilmente presente anche l’altro.
Il Corano ha detto che questi due sono opera di Satana e li ha menzionati insieme ai due atti del «luogo dei sacrifici» e del «conoscere il destino mediante le frecce», ordinando di evitarli e abbandonarli tutti come gravissimi istituti di peccato. A questo proposito, il versetto coranico è il seguente: ( Arabo*******************)
O voi che credete! Il vino, il gioco d’azzardo, gli altari sacrificali e i dadi e le frecce divinatorie sono soltanto impurità, sozzure e opere sataniche. Evitateli, affinché possiate prosperare. Satana vuole soltanto gettare tra voi inimicizia e odio, facendo sì che vi immergiate nel vino e nel gioco d’azzardo, e tenervi lontani dal ricordo di Allah e dalla preghiera. Vi asterrete dunque da queste cose?
Anche la lotteria è una forma di gioco d’azzardo
Anche la lotteria è una forma di gioco d’azzardo! Considerarla una cosa ordinaria e ritenerla lecita in nome di istituzioni di pubblica utilità e degli interessi umani non può in alcun modo essere corretto. Coloro che ritengono lecita la lotteria per simili scopi non esitano neppure a raccogliere denaro per tali finalità mediante danze illecite, arti illecite e simili. Ma ciò non può essere accettabile per nessuna persona dotata di sano discernimento. Vogliamo ricordare loro: (Arabo*******************)
Allah l’Altissimo è puro e santo. Egli accetta soltanto ciò che è puro. (Hadith)
Queste persone pensano che tra la gente non vi siano né desiderio né inclinazione alla compassione umana e alle opere benefiche. Non comprenderebbero affatto il valore delle buone azioni. In loro non sarebbe rimasto neppure alcun senso del dovere: vi sarebbero soltanto desideri, passioni e brame animalesche. Per questo, secondo loro, non si potrebbe realizzare alcuna opera senza ricorrere allo spettacolo del gioco d’azzardo, dei giochi proibiti e simili. Ma l’Islam non approva questo atteggiamento e questa visione della società musulmana, né permette di ricorrere a tali mezzi per compiere una buona azione. L’Islam esorta ad adottare mezzi e metodi puri per uno scopo buono e nobile (Noble cause). E tali mezzi consistono nell’invitare alle buone azioni, risvegliare nobili sentimenti umani e invitare alle opere benefiche sulla base della fede in Allah e nell’Aldilà.
Andare al cinema
Molti desiderano sapere quale sia il punto di vista dell’Islam sul cinema e sul teatro dei nostri tempi, e se per i musulmani sia lecito entrare in un cinema o in un teatro e assistere agli spettacoli.
Non si può negare che il cinema, il teatro e altre realtà simili siano importanti mezzi di svago e intrattenimento. Allo stesso tempo, non vi è alcun dubbio che questi mezzi moderni possano essere impiegati tanto per scopi buoni quanto per scopi cattivi.
Dal punto di vista islamico, si può dire che nel cinema o nei film non vi sia, in sé e per sua natura, alcun difetto o male. La questione essenziale è per quale scopo venga utilizzato e quale obiettivo si voglia raggiungere attraverso di esso. Per questo, secondo l’autore di quest’opera, il cinema o il film è qualcosa di buono e valido. Se utilizzato alle condizioni indicate di seguito, può essere molto benefico.
In primo luogo, lo scopo e l’obiettivo rappresentati e illustrati attraverso di esso devono essere completamente esenti da impudicizia, nudità, oscenità, dissolutezza e immoralità. Anche tale scopo e obiettivo non devono essere contrari alla dottrina islamica, alla sharīʿa e alle sue norme e disposizioni. Se la storia presentata suscita negli spettatori basse passioni sessuali, li inclina verso atti peccaminosi, li incita a compiere reati o diffonde idee e convinzioni errate, allora un film di questo genere è certamente haram. Nessun musulmano può considerare lecito o permesso guardarlo, né si può incoraggiare a farlo.
Non si può ritenere che i film proiettati nei nostri Paesi siano esenti da questi scopi errati e perniciosi. Di solito, l’amore tra giovani uomini e donne e i conflitti legati alle donne costituiscono il tema principale dei film. L’esibizione della bellezza e della giovinezza di uomini e donne ne rappresenta il principale contenuto, splendore e attrattiva. A ciò si aggiungono danze affascinanti e musica. I dialoghi amorosi dei film, distruttivi del pudore e dell’onore e dannosi per il carattere, hanno contribuito in larga misura alla corruzione morale del nostro tempo. Pertanto, ciò non può in alcun modo essere considerato lecito. Tuttavia, se un film è realmente libero da tali oscenità e animato da uno spirito benefico, non dovrebbe esserci alcuna obiezione. — Il traduttore
In secondo luogo, non si deve trascurare alcun dovere religioso o materiale. In particolare, non deve verificarsi alcun impedimento all’adempimento delle cinque preghiere quotidiane, che sono obbligatorie per ogni musulmano. La visione di un film non deve causare la perdita della preghiera, soprattutto di quella del maghrib. Altrimenti, guardarlo non sarà in alcun modo lecito. In tal caso, si rientrerebbe nel versetto coranico:
La rovina sia per quei fedeli che pregano, i quali sono incuranti o negligenti nei confronti della propria preghiera. (Sura al-Māʿūn)
Nella spiegazione dell’espressione contenuta in questo versetto, è stato detto che si mostra negligenza nei confronti della preghiera quando non la si compie al momento stabilito. Inoltre, nel versetto citato in precedenza, tra le principali ragioni per cui il vino e il gioco d’azzardo sono stati dichiarati haram viene indicato il fatto che entrambe queste attività distolgono dal ricordo di Allah, dalla preghiera e da altro, impedendo di prestarvi attenzione.
In terzo luogo, è dovere degli spettatori cinematografici evitare ogni tipo di commistione o promiscuità con uomini e donne estranei e non mahram, e tenersi lontani da luoghi o situazioni di questo genere. Ciò può infatti esporre le persone a un pericolo morale e suscitare sospetti negli altri, soprattutto perché i film vengono generalmente guardati al buio. Sebbene questo hadith sia già stato citato in un altro punto, è opportuno ricordarlo anche qui:
Per chiunque di voi, essere trafitto da un ago nella testa è molto meglio che essere toccato da una donna non lecita. (Bayhaqī, Ṭabarānī)
Relazioni sociali
L’Islam ha fondato le relazioni reciproche tra gli individui della società su due principi.
Il primo è il rapporto di fratellanza reciproca. Questo rapporto funge da legame estremamente forte e indissolubile tra le diverse persone. Il secondo è la salvaguardia dei diritti, dell’onore e della dignità: la tutela e il rispetto della vita, dell’onore e dei beni di ogni individuo. Secondo la prospettiva islamica, sono haram tutte le parole, i comportamenti o le azioni che ledono, danneggiano o influenzano negativamente questi due principi. Non fa differenza che il danno sia materiale o culturale. Qualunque ne sia il tipo o l’entità, sarà haram nella misura corrispondente. Il seguente versetto menziona le cose haram che sono nocive alla fratellanza reciproca e alla dignità umana:
I credenti sono fratelli gli uni degli altri. Perciò riconciliate i vostri fratelli e temete Allah, affinché possiate ricevere misericordia. O credenti! Nessun uomo derida altri uomini: può darsi che questi siano migliori di lui. E non offendetevi né ingiuriatevi a vicenda con appellativi offensivi. Che nome spregevole è quello di malvagio dopo aver abbracciato la fede! E coloro che non si pentono sono gli ingiusti.
O credenti! Evitate molte supposizioni infondate. In verità, alcune supposizioni sono un evidente peccato. Non andate in cerca dei difetti degli altri e nessuno divulghi i difetti di un altro in sua assenza. Qualcuno di voi gradirebbe forse mangiare la carne del proprio fratello morto? Certamente la detestereste. Temete dunque Allah. Sappiate che Allah è il più grande nell’accogliere il pentimento, il Misericordioso. (Sura al-Hujurat, 10-12)
Nel primo versetto Allah ha detto che i credenti sono fratelli gli uni degli altri. Qui, insieme alla fratellanza umana, è presente anche la fratellanza religiosa. Le due sono unite e armonizzate. La conseguenza di questa fratellanza è che essi non devono rimanere estranei o sconosciuti gli uni agli altri. È assolutamente auspicabile che tra loro vi sia una profonda comunione. Non devono essere separati, ma strettamente uniti. Tra loro non devono esserci inimicizia, odio o rancore; devono esserci amore sincero, misericordia e compassione. Non devono esserci conflitti o divergenze di opinione; devono agire in pieno accordo. Per questo è stato detto in un hadith:
Non abbandonatevi all’invidia e all’odio reciproci; non voltatevi le spalle gli uni agli altri e non distoglietevi gli uni dagli altri. Non assecondate la collera e il risentimento reciproci; siate invece servi di Allah e fratelli gli uni degli altri.
Non interrompere i rapporti con il fratello musulmano
Per questo è stato proibito e dichiarato haram trattare il proprio fratello musulmano con crudeltà e durezza, boicottarlo e rimanere lontani da lui. Quando tra due musulmani sorgono odio e rancore, sono stati concessi soltanto tre giorni per reprimere l’ira. Dopodiché è doveroso impegnarsi per instaurare tra loro riconciliazione, comprensione e armonia, e per eliminare le cause che hanno generato l’ira e l’odio. Nel Nobile Corano è stato detto, descrivendo le qualità dei musulmani credenti:
Molto miti, umili e compassionevoli verso i credenti. (Sura al-Mā’ida: 54)
Il Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) ha detto:
Non è lecito né permesso per un musulmano interrompere i rapporti con suo fratello per più di tre giorni. Trascorsi i tre giorni, è suo dovere incontrarlo e rivolgergli il saluto. Se egli risponde a quel saluto, entrambi partecipano alla ricompensa. Se invece non risponde, sarà lui il peccatore, mentre colui che ha rivolto il saluto sarà salvato dal peccato della rottura dei rapporti. (Abū Dāwūd)
L’Islam ha dichiarato obbligatorio mantenere i legami di parentela con i consanguinei. Quanto più stretto è questo legame, tanto maggiore e più forte è l’insistenza nel mantenerlo. Rompere questo legame è severamente haram. Allah l’Altissimo ha detto: e temete Allah, nel cui nome vi chiedete reciprocamente i vostri diritti; e temete e rispettate i legami di parentela. In verità, Allah vigila su di voi. (An-Nisā’: 1)
Per spiegare l’importanza di questi legami di parentela e il loro valore e prestigio presso Allah, Egli ha detto in modo allegorico: la raḥim, cioè la parentela di sangue, rimanendo appesa al Trono, dice: “Chi mi mantiene, Allah manterrà lui; e chi mi recide, Allah reciderà lui”. (Al-Bukhārī, Muslim)
Ha detto:
Colui che recide i legami di parentela non entrerà mai in Paradiso. (Al-Bukhārī, Muslim)
Nell’interpretazione di questo hadith, gli ulema hanno espresso due opinioni. Una è che si tratti di colui che recide i legami di sangue, l’altra di un brigante, un rapinatore, un assassino che uccide lungo le strade; in altre parole, entrambi sono criminali dello stesso livello.
La questione dei legami di sangue non consiste nel fatto che un parente stretto ricambi necessariamente allo stesso modo il comportamento dell’altro parente stretto: se l’altro mantiene il rapporto, anch’egli lo manterrà; se l’altro si comporta bene, anch’egli si comporterà bene. Un simile atteggiamento ostinato è indesiderabile. Questo è del tutto naturale. È invece obbligatorio continuare a mantenere il rapporto anche quando l’altra persona lo ha reciso. Il Profeta, pace e benedizioni su di lui, ha detto: colui che mantiene i legami di parentela non è chi ricambia allo stesso modo; piuttosto, è colui che li mantiene con chi li ha recisi. (Bukhari)
Questo vale quando la rottura dei rapporti e il boicottaggio non sono compiuti per amore di Allah, sulla via di Allah e per la verità autentica. Altrimenti, uno dei mezzi più importanti per rafforzare la fede è amare per amore di Allah e provare avversione e separarsi per causa di Allah.
Il Profeta, pace e benedizioni su di lui, e i suoi Compagni interruppero per cinquanta giorni i rapporti con coloro che erano rimasti indietro nella spedizione di Tabuk. Alla fine, la vita di questi ultimi divenne insopportabile e la loro situazione si fece estremamente penosa. Nessuno sedeva con loro, parlava con loro o li salutava. In seguito fu rivelato un versetto nel quale Allah annunciava di aver accettato il loro pentimento.
Il Profeta, pace e benedizioni su di lui, interruppe per un periodo fino a quaranta giorni i rapporti con alcune delle sue mogli. Hadrat Abdullah ibn Umar, che Allah si compiaccia di lui, interruppe i rapporti con suo figlio. Alla fine, questi morì. Il motivo era che non aveva affatto messo in pratica un hadith del Messaggero di Allah, che egli aveva trasmesso dal Messaggero. In quell’hadith, il Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui, aveva proibito alle donne di recarsi nella moschea.
Ma se questo conflitto reciproco e questa rottura dei rapporti sono dovuti a una ragione materiale mondana, interamente a causa di un conflitto d’interessi, allora si tratta di una cosa davvero insignificante. Come può un musulmano entrare in conflitto con il proprio fratello musulmano, quando rischia per questo di essere privato del perdono e della misericordia di Allah? In un hadith autentico è detto:
Le porte del Paradiso vengono aperte il lunedì e il giovedì. Allora Allah perdona ogni servo che non associ nulla a Lui. Tuttavia, non perdona colui tra il quale e suo fratello vi siano inimicizia, odio e rancore. Allora Allah dice: «Lasciateli entrambi da parte finché non si riconcilieranno; abbandonateli entrambi finché non faranno pace; lasciateli entrambi finché non ristabiliranno l’armonia tra loro». (Muslim)
Chiunque abbia un diritto legittimo nei confronti di un fratello venga da lui a chiedere perdono; ed è suo dovere perdonarlo e astenersi dalle liti e dalle dispute. È haram respingere chi chiede perdono e presenta le proprie scuse. Il Profeta, pace e benedizioni su di lui, ha messo in guardia una persona simile dicendo che, nel Giorno della Resurrezione, essa non potrà presentarsi al suo cospetto presso la vasca di Kawthar.
Riconciliazione e composizione reciproca
È dovere delle due persone in conflitto, in virtù del vincolo fraterno, porre fine alle loro dispute e ai loro dissidi reciproci e giungere a una riconciliazione e a un accordo. Così come ciò è vero, anche la società ha una responsabilità al riguardo. Infatti, per società islamica si intende una collettività umana i cui membri si aiutano e si completano reciprocamente. Pertanto, è inconcepibile che la società veda due suoi membri in conflitto tra loro e impegnati a picchiarsi, mentre essa svolge il ruolo di spettatrice silenziosa e rimane a distanza di sicurezza. Ciò non può assolutamente essere lecito. Altrimenti, quei due continueranno a bruciare nel fuoco della lite e della disputa, e quel fuoco si propagherà gradualmente fino a incendiare e ridurre in cenere l’intera società.
Al contrario, è dovere delle persone dotate di buon giudizio, influenza e prestigio intervenire e adoperarsi per risolvere la controversia tra quei due contendenti e creare riconciliazione e armonia, esclusivamente per amore della verità e della giustizia, mantenendosi lontane dal sottomettersi alle loro passioni. Allah, l’Altissimo, ha dato questa prescrizione: ( arabo*******************)
Riconciliate i vostri fratelli e temete Allah. Così, si può sperare che vi venga concessa la misericordia. (Sura al-Hujurat: 10)
Il Profeta nobile (pace e benedizioni su di lui) ha spiegato personalmente l’elevato valore della riconciliazione e dell’armonia e le cattive conseguenze delle dispute e dei dissidi reciproci, dicendo: ( arabo*******************)
Volete che vi parli di un’opera migliore persino della preghiera volontaria, del digiuno e dell’elemosina? I Compagni dissero: «Sì, o Messaggero, diccelo». Egli disse: «È la riconciliazione reciproca e l’instaurazione dell’armonia. Infatti, le dispute e i dissidi reciproci sono una lama che rade». Non dico che essa rada i capelli; dico piuttosto che estirperà la religione stessa.
Non è giusto deridere gli altri
Nel versetto citato in precedenza, Allah, l’Altissimo, ha dichiarato illecite tutte quelle azioni che distruggono il rapporto di fraternità reciproca e ledono la dignità degli esseri umani.
La prima cosa di questo livello è deridere e umiliare le persone, cercando di sminuire qualcuno. Pertanto, per una persona credente che conosce Allah e aspira alla salvezza nell’Aldilà, non può essere in alcun modo lecito voler deridere, insultare, umiliare e mortificare anche una sola persona, trasformare qualcuno nel bersaglio di rimproveri e maldicenze, né tormentarlo giorno e notte. Si può ritenere che chi compie tale atto nutra una forma latente di arroganza, una spregevole mentalità che lo porta a considerarsi superiore agli altri. Costui non sa affatto quale sia, agli occhi di Allah, il criterio della bontà. Per questo Allah l’Altissimo ha detto:
Nessun uomo derida o umili un altro uomo, perché questi potrebbe essere migliore di lui. Allo stesso modo, nessuna donna derida o umili un’altra donna, perché anch’essa potrebbe essere migliore di lei.
In realtà, agli occhi di Allah il criterio della bontà è costituito dalla fede, dalla sincerità e da un buon rapporto con Allah. Esso non si fonda sull’aspetto, sulla corporatura, sul prestigio, sull’onore o sulla ricchezza. In un hadith è stato detto:
Allah non guarda il vostro aspetto né i vostri beni, e non attribuisce loro alcuna importanza. Egli guarda i vostri cuori e le vostre opere: è a queste che attribuisce importanza.
Stando così le cose, può un uomo deridere, insultare e umiliare un altro uomo, o una donna un’altra donna, a causa della corporatura, di difetti o carenze fisiche, della povertà o dell’indigenza? Può mai essere lecito farlo?
È stato riportato in un hadith che, quando si sollevò la veste che copriva gli stinchi di ʿAbd Allah ibn Masʿud, si videro molto sottili e gracili. Alcuni dei presenti, vedendoli, scoppiarono a ridere con scherno. Allora il nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) disse:
Ridete dei suoi stinchi leggeri, sottili e gracili? Per Colui nelle cui mani è la mia anima, giuro sul Suo nome: questi due piedi saranno più pesanti, sulla bilancia di Allah, del monte Uhud.
Nel Nobile Corano è stato riferito come i miscredenti colpevoli deridessero, insultassero e umiliassero i musulmani credenti, in particolare i deboli tra loro, come Bilal e ʿAmmar. Esso ha anche spiegato come, nel Giorno della Resurrezione, la bilancia si rovescerà e proprio coloro che oggi deridono, insultano e umiliano diventeranno allora oggetto di scherno. È stato detto:
I colpevoli ridevano beffardamente dei credenti. Quando passavano accanto a loro, si facevano cenni l’un l’altro. E quando tornavano dalle proprie famiglie, manifestavano grande soddisfazione e compiacimento. Quando li vedevano, dicevano: «Questi sono tutti degli sviati». Eppure non erano stati inviati come loro custodi. Oggi, dunque, i credenti rideranno beffardamente dei miscredenti.
Nella prima parte di questo versetto è già compreso il divieto per le donne di deridersi e insultarsi reciprocamente. Ciononostante, si è ritenuto necessario parlare di loro in modo esplicito e distinto, dicendo che nessuna donna deve deridere o insultare le altre donne. Ciò perché questo comportamento reciproco tra le donne è indice di un carattere e di una disposizione d’animo particolarmente vili e ripugnanti, ed è proprio tra loro che lo si osserva in modo ampio e manifesto.
Diffamare, accusare
Il secondo atto vietato in questa fase consiste nel diffamare e accusare gli altri. Chi diffama e accusa gli altri è come se li ferisse e li facesse sanguinare con colpi di frecce o di spada. Ma la ferita inflitta dalle parole è ancora più grave. Nella poesia araba si dice: ( arabo*******************)
Le ferite delle lance e delle frecce si rimarginano e guariscono, ma la ferita delle parole non guarisce mai.
Il modo in cui la parola è stata espressa nel versetto non è forse una peculiarità della rivelazione di Allah? È stato detto: ( arabo*******************) — non feritevi gli uni gli altri.
In altre parole: non feritevi e non mutilatevi a vicenda. Da ciò si comprende chiaramente che il Corano considera la società musulmana come «un’unica personalità indivisibile». Tutti i suoi membri, infatti, sono responsabili gli uni degli altri e si completano reciprocamente. Se dunque uno di loro ferisce il proprio fratello, in realtà ferisce e mutila se stesso.
Chiamare con epiteti offensivi
Così come è haram ferire gli altri, è haram anche rivolgersi reciprocamente con appellativi offensivi. È vietato chiamare qualcuno con una parola o un nome che gli dispiaccia e che non gradisca. In tal modo, infatti, lo si umilia, lo si deride e lo si ferisce, infliggendo una ferita al suo cuore. Nessuno dovrebbe però infliggere una simile sofferenza a un proprio fratello. Ciò deteriora l’umore e lo stato d’animo delle persone e oltrepassa i limiti della fratellanza. È un comportamento contrario alla comune cortesia e al buon gusto.
Cattivi sospetti
L’Islam vuole che i membri della società musulmana vivano gli uni verso gli altri con un animo puro, limpido e innocente. Vuole che tra loro si consolidino piena fiducia e reciproco affidamento e che non nutrano gli uni verso gli altri alcun sospetto, diffidenza o sfiducia. Nessuno dovrebbe avere cattivi sospetti nei confronti di un altro né accusarlo ingiustamente. Per questo, nel versetto citato in precedenza, ciò è stato menzionato come la quarta azione proibita e haram. L’Islam, infatti, non è disposto in nessun caso a tollerare che siano lesi l’onore e la dignità delle persone. È stato detto:
O voi che credete, evitate di nutrire molti tipi di supposizioni riguardo alle persone, poiché alcune supposizioni sono peccato. (Sura al-Hujurat: 12)
È evidente che qui, con il termine «supposizioni», si intendono i cattivi sospetti.
Pertanto, nessun musulmano dovrebbe nutrire cattivi sospetti nei confronti del proprio fratello musulmano, finché non si disponga di una prova inconfutabile.
Bisogna assumere, come principio fondamentale, che le persone siano innocenti. Non è assolutamente giusto che i sussurri dei cattivi sospetti dichiarino colpevole una persona innocente. Per questo il Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) ha detto:
Guardati dai cattivi sospetti riguardo alle persone, poiché il cattivo sospetto è una forma estrema di falsità.
È vero che, a causa della debolezza umana, spesso l’uomo non riesce a tenersi lontano dai cattivi sospetti e da simili pensieri. Talvolta nutre dei dubbi riguardo ad alcune persone, soprattutto riguardo a quelle con cui i rapporti si sono deteriorati. Tuttavia, è dovere di ogni musulmano non sottomettersi a tali cattivi sospetti, cioè non dare loro spazio e non seguirli. Anche a questo proposito è stato tramandato un hadith: ( *******************)
Quando nella tua mente nasce un cattivo sospetto, non considerarlo vero.
Andare alla ricerca dei difetti
La diffidenza verso gli altri spinge l’uomo verso una condizione psicologica nascosta, che consiste nel nutrire cattivi sospetti. A quel punto si dedica a un’attività esteriore e concreta: andare alla ricerca dei difetti. Eppure l’Islam è fermamente deciso a mantenere la società umana in un ambiente puro e incontaminato, sia interiormente sia esteriormente.
Per questo, così come ha proibito di nutrire cattivi sospetti, ha proibito anche di andare alla ricerca dei difetti altrui. Infatti, sono proprio questi cattivi sospetti a costituire la causa principale della ricerca dei difetti.
In realtà, ogni persona possiede onore e dignità. Non può in alcun modo essere lecito violare il rispetto dovuto al suo onore e alla sua dignità andando alla ricerca dei suoi difetti, né rendere pubbliche e mettere a nudo davanti alla società le sue questioni nascoste. Qualunque difetto o peccato una persona commetta in privato, finché rimane nascosto, è del tutto sconveniente e indesiderabile che qualcuno si adoperi per portarlo alla luce.
Abū al-Haytham, scriba di corte di ʿUqba ibn ʿĀmir, racconta: dissi a ʿUqba ibn ʿĀmir: «Ho alcuni vicini che bevono vino e vorrei chiamare la polizia per farli arrestare». Egli disse: «No, non farlo. Cerca di farli comprendere, ammoniscili e dai loro buoni consigli». Risposi: «Li ho già ammoniti molte volte, ma non mi ascoltano. In questa situazione, che altro si può fare se non chiamare la polizia e farli arrestare?». Egli disse: «No, guai a te! Non farlo. Ho sentito il Messaggero di Dio ﷺ dire: ( *******************)
Chi custodisce il segreto di qualcuno e non lo divulga è come colui che ha ridato vita a una persona sepolta viva nella sua tomba. (Abū Dāwūd, al-Nasāʾī, Ibn Mājah)
Il nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) annoverò la ricerca dei difetti segreti delle persone tra i tratti degli ipocriti. Gli ipocriti sono coloro che dicono con la bocca: «Abbiamo creduto», ma nei loro cuori non vi è realmente fede. Il nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) li criticò severamente pubblicamente. È narrato da Ḥaḍrat Ibn ʿUmar (che Allah si compiaccia di lui) che disse: Il nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui), stando in piedi sul minbar, chiamò a gran voce e disse: ( *******************)
O voi che avete accettato con la bocca la fede e l’Islam, ma la fede non è ancora giunta nei vostri cuori! Non arrecate sofferenza ai musulmani e non ricercate i loro difetti segreti. Infatti, chi ricerca i difetti segreti del proprio fratello musulmano, Allah ricercherà i suoi difetti. E colui i cui difetti segreti Allah ricercherà, Egli lo renderà vergognoso e umiliato, anche se fosse seduto in un angolo della propria casa. (Tirmidhi, Ibn Mājah)
Proprio allo scopo di garantire pienamente la dignità e la sicurezza delle persone, il nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) ha severamente proibito di entrare nella casa di qualcuno senza il permesso dei suoi abitanti. Ha inoltre dichiarato che, se gli abitanti della casa reagissero, non vi sarebbe alcuna colpa. Disse: ( *******************)
Se qualcuno guarda furtivamente all’interno della casa di un’altra persona senza il suo permesso, per gli abitanti della casa è pienamente lecito perforargli l’occhio.
È stato dichiarato haram ascoltare le conversazioni delle persone nella loro casa senza che esse ne siano informate e senza il loro permesso. Il nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) disse: ( *******************)
A colui che ascolta di nascosto le conversazioni altrui — sebbene quelle persone non vogliano che qualcuno le ascolti di nascosto — nel Giorno della Resurrezione sarà versato piombo fuso nelle due orecchie. (Bukhari)
Se qualcuno si reca a casa di un’altra persona per incontrarla, è completamente haram entrare nella casa senza il suo permesso e senza averla salutata. Deve quindi prima porgere il saluto e chiedere il permesso di entrare. Questo è wajib. È stato detto: ( *******************)
O voi che credete! Non entrate nelle case altrui finché non abbiate chiesto il permesso e salutato gli abitanti. Questo è meglio per voi; forse lo ricorderete. Se in quella casa non trovate nessuno, non entratevi finché non vi sia concesso, poiché questa è la condotta più pura per voi. Allah è pienamente informato di tutto ciò che fate. (Sura an-Nur 24:27-28)
È riportato nell’hadith:
Chiunque renda pubblico qualcosa di riservato e vi getti lo sguardo prima di aver ricevuto il permesso, oltrepassa un limite che non gli è lecito oltrepassare. (Ahmad, Tirmidhi)
Andare alla ricerca dei difetti altrui, rovistando per scoprire meticolosamente i loro difetti nascosti, è in generale haram per tutti. Questo divieto vale tanto per i governanti e gli amministratori quanto per i sudditi; nessuno ne è esente e nessuno ne ha il permesso. Hazrat Mu‘awiya (ra) ha riferito dal Messaggero di Allah (sa) che egli disse:
Se vai alla ricerca dei difetti segreti delle persone, le rovinerai o le porterai sull’orlo della rovina. (Abu Dawud, Ibn Majah)
Egli ha inoltre detto:
Quando un governante o un amministratore comincia a cercare tra la gente discorsi di sospetto e di dubbio, la porta alla rovina. (Abu Dawud)
Maldicenza
La cosa che il suddetto versetto ha reso haram nella sesta fase è la maldicenza. La parte del versetto recita:
Non sparlate gli uni degli altri. (Sura al-Hujurāt: 21)
Il Nobile Profeta (sa) spiegò ai suoi Compagni, attraverso domande e risposte, la definizione del termine «gheeba». Rivolgendosi loro, disse: Sapete che cos’è la gheeba?
I Compagni risposero: «Allah e il Suo Messaggero lo sanno meglio». Allora egli disse:
È parlare di tuo fratello in un modo che egli stesso non gradisce: questa è la gheeba. Gli fu chiesto: «O Messaggero di Allah, se ciò che dico è realmente presente in quel mio fratello, sarà comunque gheeba parlarne?». Egli rispose: «Se ciò che dici è realmente presente in lui, allora questa è proprio gheeba; se invece non è presente in lui, allora è buhtan, una falsa accusa». (Muslim, Abū Dāwūd, al-Tirmidhī, al-Nasā’ī)
Dire in assenza di una persona qualcosa che non gradirebbe: ciò comprende il suo aspetto fisico, la sua corporatura e le sue sembianze, il carattere, le azioni, la discendenza e ogni altra cosa a essa connessa. La venerabile ʿĀʾisha (ra) disse:
Dissi al Nobile Messaggero (sa): «È sufficiente dire che tua moglie Safiyya è bassa di statura». Allora il Nobile Profeta (sa) disse: «Hai pronunciato una parola che, se fosse mescolata con l’acqua del mare, ne cambierebbe il colore». (Abū Dāwūd, al-Tirmidhī, al-Bayhaqī)
In realtà, denigrare gli altri attraverso la gheeba è un’espressione di malvagità. Approfittando della loro assenza, agisce il forte desiderio di danneggiarne l’onore, la reputazione e la dignità. Ciò rivela la meschinità, la bassezza e la malvagità d’animo di chi pratica la gheeba. Infatti equivale a colpire alle spalle. Dimostra che chi pratica la gheeba non ha nulla da fare: è proprio lui a mostrare abilità nel praticarla. La tendenza alla gheeba è un’attività distruttiva per la società, perché ben poche persone riescono a sfuggire ai colpi della spada della lingua di coloro che sono abituati a sparlare.
In tali circostanze, dunque, non c’è da meravigliarsi se nel Sublime Corano ne è stata svelata la forma orribile e ripugnante e se essa è stata rappresentata in modo da suscitare nell’animo umano un’intensa repulsione. L’immagine è questa:
Nessuno di voi sparli di un altro. Chi di voi gradirebbe mangiare la carne del proprio fratello morto? Questo certamente lo detestereste.
In verità, una persona non può affatto gradire di mangiare la carne di un’altra persona. Come potrebbe dunque essere possibile per lui mangiare la carne del proprio fratello, per di più quella del fratello morto?
Ogni volta che ne aveva l’opportunità, nel luogo e nelle circostanze appropriate, il Nobile Profeta (pace su di lui) svelava questa immagine della ghiba e desiderava che quella scena raccapricciante rimanesse sempre viva nella mente delle persone.
Ha raccontato il venerabile Ibn Masʿūd (che Allah sia soddisfatto di lui):
Eravamo alla presenza del Nobile Messaggero (pace su di lui). A un certo punto un uomo uscì dall’assemblea. Allora un altro uomo disse parole offensive riguardo a quell’uomo. Il Nobile Profeta (pace su di lui) disse a quest’uomo: «Pulisci tra i denti». L’uomo rispose: «Perché dovrei pulire tra i denti? Non ho mangiato carne!». Il Nobile Profeta (pace su di lui) disse: «Hai appena mangiato la carne di tuo fratello».
È stato riferito da Jābir (che Allah sia soddisfatto di lui), il quale disse:
Eravamo alla presenza del Nobile Profeta (pace su di lui). Allora soffiò un vento dal fetore molto intenso. Il Nobile Profeta disse: «Sapete di che vento si tratta?… È il vento dei credenti che sparlano degli altri». (Aḥmad)
I limiti entro cui la ghiba è consentita
Tutti i versetti coranici e gli hadith citati sopra dimostrano in modo incontrovertibile che, nell’Islam, la dignità della persona è estremamente sacra e protetta.
Tuttavia, secondo gli esperti dell’Islam, vi sono alcuni aspetti della gheeba che costituiscono un’eccezione al divieto. Quando, per necessità, non vi è alcun modo di fare a meno della gheeba, si tratta di uno di questi casi eccezionali, e tale eccezione può essere invocata soltanto per necessità.
Quando una persona oppressa presenta una denuncia contro l’oppressore, rivela cose su di lui che, sebbene gli dispiacciano, sono tutte vere, ed essa ha anche il diritto di farlo. Se, in questo caso di oppressione, sorge la necessità di parlare contro qualcuno per presentare la denuncia, bisogna farlo. Allah l’Altissimo ha detto: ( arabo*******************)
Allah l’Altissimo non ama affatto che vengano divulgate e diffuse parole cattive; tuttavia, per chi ha subito un’ingiustizia, la questione è diversa. Allah è Colui che ascolta ogni cosa ed è onnisciente. (Sura an-Nisā’: 148)
Una persona chiede informazioni su una determinata persona allo scopo di associarsi in affari con lei, qualora ne conosca il buon carattere, oppure chiede informazioni su un giovane che intende dare in sposo a sua figlia. In tutti questi casi, da una parte vi è il dovere di informare le persone della verità e della situazione reale, mentre dall’altra vi è il dovere di salvaguardare l’onore e la reputazione della persona assente. Tra questi due doveri esiste una forte contrapposizione e un intenso conflitto. Tuttavia, poiché il primo dovere è il più importante e sacro, bisogna necessariamente riconoscerne la priorità. Fāṭima bint Qays informò il Profeta — pace e benedizioni su di lui — delle due proposte di matrimonio che aveva ricevuto e gli chiese consiglio su quale accettare. Allora, a proposito di uno dei due uomini, egli disse: «Quest’uomo picchia molto la moglie. Non depone mai il bastone dalla spalla».
Tra queste eccezioni rientra anche il parlare allo scopo di correggere un’ingiustizia e un peccato. Secondo gli hadith, ciò costituisce un dovere.
Se una persona è conosciuta soltanto con un nome che non gradisce, ma senza menzionarlo non è possibile identificarla — come Aʿraj, «lo zoppo», Aʿmash, «colui dalla vista debole», oppure «il figlio di quella donna» —, bisogna dunque usare tale nome esclusivamente allo scopo di identificarla. Anche interrogare testimoni, trasmettitori di hadith e informatori, discutendo i loro difetti e le loro qualità morali, rientra in questa categoria.
In questo ambito vi sono due basi che rendono lecita la «gheeba»:
Primo: la necessità; secondo: l’intenzione, ossia l’atteggiamento interiore. Nessuno dovrebbe addentrarsi in questo ambito proibito finché non si manifesti un’urgente necessità di menzionare ciò che scontenta la persona assente. Se la necessità può essere soddisfatta con allusioni e accenni, bisogna evitare di parlare in modo esplicito. Oppure si può esprimere la questione in termini generali, senza menzionare una persona specifica. Per esempio, si può chiedere: «Qual è il tuo parere riguardo a una persona che fa questo e quest’altro?». Non si dovrebbe dire: «Il tale figlio del tale». Quando si parla di qualcosa che è realmente presente nella persona interessata, si applicano determinate condizioni. Ma se le si attribuisce qualcosa che non possiede, ciò costituisce una falsa accusa assoluta ed è del tutto proibito.
L’intenzione: questo è il criterio decisivo per ogni questione in questa fase. Egli stesso sa meglio degli altri per quale motivo sta parlando. È sulla base di questa intenzione che è possibile distinguere tra maldicenza, critica, consiglio e diffusione dei difetti, e così via. È inoltre vero che il credente può, e di fatto lo fa, esaminare con grande severità il proprio atteggiamento interiore.
Dal punto di vista islamico, è altresì certo che chi ascolta la maldicenza deve essere considerato partecipe dell’atto di maldicenza. È dovere di ciascuno aiutare il proprio fratello in sua assenza e parlare in sua difesa. In un hadith è stato detto: ( arabo*******************)
Chi protegge l’onore del proprio fratello in sua assenza e ne difende la reputazione ha il diritto che Allah lo salvi dall’Inferno. (Ahmad)
( arabo*******************)
Chi protegge l’onore del proprio fratello in questo mondo, Allah allontanerà da lui l’Inferno nel Giorno della Resurrezione. (Tirmidhi)
Chi non ha tale coraggio e non riesce a proteggere il proprio fratello dall’offesa arrecata alla sua dignità, deve almeno abbandonare quella riunione e tenersi lontano da quelle persone, finché non si dedichino a un altro argomento. Se non lo fa, rientrerà nell’ambito di questa parola di Allah: ( arabo*******************) — «Anche voi, a quel punto, sareste diventati come loro». (Sura an-Nisa’, 140)
La calunnia
Ogni volta che si parla di ghibah, si menziona anche un’altra condotta, che dal punto di vista islamico è proibita con la stessa severità della ghibah. Si tratta della namīma, cioè del riferire a una persona, in modo tale da provocare una lite tra due individui, qualcosa che si è udito dalla bocca di qualcuno contro di lei, facendo così scomparire la limpidezza dei loro sentimenti reciproci e creando rancore e impurità. Oppure facendo aumentare ulteriormente il rancore e l’impurità già esistenti.
Fu proprio nelle sure meccane che venne rivelata la parola di Allah in opposizione a questo comportamento vile e gravissimo. In essa si dice: ( arabo*******************)
Non dare ascolto a chi giura continuamente ed è spregevole, a chi tormenta la gente, va in giro maledicendo e pratica la namīma. (Sura al-Qalam: 10-11)
Il Nobile Profeta (s.a.s.) disse: ( arabo*******************)
Il delatore non entrerà in Paradiso. (Bukhari, Muslim)
Qui il termine «qattāt» significa delatore. Alcuni dicono che il vero delatore sia colui che si unisce a un gruppo di persone impegnate in una conversazione e poi riferisce contro di loro ciò che ha udito. Il «qattāt», invece, è colui che ascolta di nascosto le conversazioni della gente e poi comincia a parlare contro di loro.
Il Nobile Profeta (s.a.s.) disse: ( arabo*******************)
I peggiori servi di Allah sono coloro che fanno delazione, provocano discordia e divisione tra gli amici e continuano a cercare i difetti delle persone innocenti. (Ahmad)
L’Islam ha dichiarato lecito, per coloro che si adoperano per porre fine alle discordie reciproche e favorire la riconciliazione e l’armonia, non rivelare le peggiori cose che conoscono riguardo a una persona. Anzi, possono aggiungere di propria iniziativa alcune parole buone, anche se non le hanno udite da una persona riguardo all’altra.
L’Islam nutre intensa ira e forte sdegno nei confronti di coloro che, dopo aver udito ovunque una parola cattiva, corrono subito a riferirla ad altri con intento cospiratorio o allo scopo di suscitare odio. Essi agiscono infatti con il malvagio proposito di provocare distruzione e disordine nella società.
Queste persone non si limitano a ciò che hanno udito: la loro mentalità distruttiva per la società le spinge ad aggiungere molto di propria iniziativa a quanto hanno ascoltato e persino a inventare cose di sana pianta. Se sentono qualcosa di buono, lo tengono segreto; se sentono qualcosa di cattivo, lo divulgano ampiamente; e quando non hanno sentito nulla, mentono.
Un uomo riferì al venerabile ʿUmar ibn ʿAbd al-ʿAzīz qualcosa su un’altra persona, qualcosa che egli non gradì. Allora il califfo ʿUmar II disse: «Se vuoi, mi occuperò della tua questione. Ma se sei un bugiardo, rientri nella categoria indicata da questo versetto del Corano:
O voi che credete, se un empio viene da voi con una notizia, verificate accuratamente la sua veridicità e correttezza.
E se sei sincero, rientri nell’ambito di questo versetto: E se vuoi, ti perdoneremo». L’uomo disse: «O Comandante dei credenti, perdonami. Non farò mai più una cosa simile».
Preservare l’onore e la dignità
Abbiamo visto quanto l’Islam, attraverso i suoi insegnamenti elevati, attribuisca importanza alla tutela dell’onore, della dignità e del rispetto delle persone. È inoltre significativo che la tutela della dignità umana sia giunta fino ai limiti delle norme relative alla sua sacralità. Un giorno il venerabile ʿAbd Allāh ibn ʿUmar (che Allah sia soddisfatto di lui), guardando la Kaʿba, cominciò a dire:
O Kaaba! La tua dignità è immensa; che altro potrei dire riguardo alla grandezza della tua dignità? Ma la dignità del credente è molto più elevata e grande della tua. E la dignità del credente si riflette nel suo onore, nel suo sangue e nei suoi beni.
Nel sermone del Pellegrinaggio d’addio, il Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) si rivolse alla grande assemblea islamica dicendo: (arabo*******************)
Sappiate che i vostri beni, il vostro onore e il vostro sangue sono inviolabili e sacri gli uni rispetto agli altri, così come è sacro il vostro giorno odierno, in questo vostro mese, in questa vostra città.
L’Islam ha protetto anche l’onore della persona, vietando di parlare di lei in sua assenza, anche dicendo qualcosa di vero ma che ella detesta. Come potrebbe allora esserci spazio per dire qualcosa di inventato e infondato? Se lo si facesse, sarebbe un crimine e un peccato gravissimo. Nel hadith è detto: (arabo*******************)
Chiunque dica di qualcuno qualcosa che non è in lui, con il solo scopo di accusarlo, nel Giorno della Resurrezione Allah lo terrà imprigionato nell’Inferno finché non dimostrerà la veridicità di ciò che ha detto. (Tabarani)
Riferito da Aisha (che Allah sia soddisfatto di lei), il Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) disse ai suoi Compagni: (arabo*******************)
Sapete qual è l’usura più grave agli occhi di Allah? I Compagni risposero: «Allah e il Suo Messaggero lo sanno meglio». Egli disse: «La più grave usura agli occhi di Allah è voler ledere l’onore dei musulmani». Poi recitò un versetto del Corano, il cui significato è: «Coloro che molestano e perseguitano i credenti e le credenti, sebbene siano innocenti, si caricano della colpa della calunnia e di un peccato manifesto». (Sura al-Ahzab: 58)
A questo proposito, il peccato più grave consiste nell’attaccare l’onore e la dignità delle persone, come accusare donne credenti, caste e di condotta irreprensibile, di atti immorali. Ciò può infatti danneggiare la loro reputazione e il loro buon nome, nonché l’onore della loro discendenza e della loro famiglia; allo stesso modo, può incombere un pericolo sul loro futuro. Inoltre, con simili azioni si manifesta la tendenza a diffondere ampiamente nella società dei credenti la spudoratezza e l’immoralità.
Per questo il Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) ha annoverato tale atto tra i sette peccati capitali distruttivi, e il Nobile Corano ha promesso, con parole severe, una spietata punizione per tale atto. È stato detto:
Coloro che accusano di immoralità le donne credenti, caste e inconsapevoli, saranno maledetti in questo mondo e nell’Aldilà, e per loro vi sarà un grande castigo. In quel Giorno, le loro bocche, le loro mani e i loro piedi testimonieranno contro di loro riguardo a ciò che facevano. In quel Giorno Allah darà loro piena ricompensa secondo verità, ed essi sapranno che Allah è la Verità assoluta.
È stato inoltre detto:
Coloro che amano diffondere l’indecenza e i peccati nella società dei credenti avranno un castigo in questo mondo e nell’Aldilà, ovunque. Allah sa, mentre voi non sapete. (Sura an-Nur: 19)
La sacralità del sangue
L’Islam ha conferito alla vita umana il massimo onore e la massima dignità. Ha proclamato la sacralità dell’anima umana e ha definito attentare ad essa, agli occhi di Allah, il peccato più grave dopo la miscredenza. Nel Nobile Corano è stato proclamato:
Chi uccide una persona, senza che essa abbia commesso un omicidio o diffuso la corruzione sulla terra, è come se avesse ucciso tutta l’umanità. Ciò perché, secondo la prospettiva dell’Islam, tutti gli esseri umani appartengono alla stessa famiglia. Pertanto, quando uno di loro viene ucciso e viene commessa una trasgressione, il suo colpo ricade sull’intera specie umana. Le sue conseguenze nefaste si ripercuotono su tutti.
Ma se la persona uccisa è un credente, allora l’illiceità diventa ancora più grave e rigorosa. Nel Nobile Corano è stato detto a questo proposito:
Chiunque uccida intenzionalmente un credente, avrà come ricompensa l’Inferno, nel quale rimarrà per sempre. Allah si adirerà con lui, lo maledirà e gli preparerà un castigo immenso.
Il Nobile Messaggero (pace e benedizioni su di lui) disse: ( arabo*******************)
Per Allah, la distruzione dell’intero mondo è una cosa molto più lieve dell’uccisione di un musulmano. (Muslim, Nasā’ī, Tirmidhī)
Disse: ( arabo*******************)
Il credente rimane nella libertà della religione finché non commette il crimine di versare sangue illecitamente.
Disse: ( arabo*******************)
Allah l’Altissimo potrebbe perdonare tutti i peccati, ma non colui che è morto da politeista o ha ucciso intenzionalmente un credente.
Sulla base di questi versetti e hadith, Ibn ʿAbbās (che Allah sia soddisfatto di lui) ritenne che il pentimento dell’assassino non sarebbe stato accettato. In altre parole, ritenne che una condizione per l’accettazione del pentimento fosse restituire i diritti alle persone interessate o soddisfarle. Ma come si possono restituire i diritti della vittima, o come si può soddisfarla?
Altri hanno detto che il pentimento sincero sarà certamente accettato. Un simile pentimento fa perdonare persino il peccato dello shirk. Perché allora con il pentimento non dovrebbe essere perdonato un peccato di entità minore?
Allah l’Altissimo ha infatti detto: ( testo arabo*******************)
Coloro che non invocano alcuna divinità insieme ad Allah, non uccidono nessuno senza motivo e non commettono adulterio—chi compie queste cose riceverà la ricompensa del proprio peccato. Nel Giorno della Resurrezione il suo castigo sarà raddoppiato e vi rimarrà per sempre umiliato. Tuttavia, chi si pente, crede e compie opere buone, Allah trasformerà le sue cattive azioni in azioni buone e meritorie. Allah è perdonatore e misericordioso. (Sura al-Furqan: 68-70)
Sia l’uccisore sia l’ucciso sono destinati all’Inferno
Il Profeta nobile (pace e benedizioni su di lui) ha dichiarato che combattere in una guerra sanguinosa contro i musulmani è una delle porte della miscredenza. Ha definito ciò una pratica dell’epoca dell’ignoranza. Infatti, a quei tempi la gente era continuamente impegnata in guerre e, per una cammella o un cavallo, non esitava neppure a far scorrere fiumi di sangue. Il Profeta nobile (pace e benedizioni su di lui) ha detto: ( testo arabo*******************)
Insultare un musulmano è un atto di empietà, mentre combattere contro di lui in una guerra sanguinosa è un’evidente miscredenza. (Bukhari, Muslim)
Un’altra dichiarazione del Profeta nobile (pace e benedizioni su di lui): ( testo arabo*******************)
Dopo la mia dipartita, non tornate indietro diventando miscredenti e non cominciate a tagliarvi reciprocamente la testa. (Bukhari, Muslim)
In un altro hadith è stato detto: quando uno dei due musulmani impugna un’arma contro il proprio fratello, entrambi si trovano sull’orlo dell’Inferno. Poi, quando uno uccide l’altro, entrambi entrano nell’Inferno. Fu chiesto: «O Messaggero, è comprensibile che l’assassino vada all’Inferno, ma perché vi andrà anche l’ucciso?». Rispose: ( arabo*******************)
Anche lui aveva infatti voluto uccidere il suo compagno. (Bukhari, Muslim)
Per questo il nobile Profeta (pace e benedizioni di Allah su di lui) ha vietato tutte quelle azioni che hanno come conseguenza l’uccisione o una guerra sanguinosa. Anche fare un gesto con un’arma rientra in questa categoria. Egli disse: ( arabo*******************)
Nessuno di voi indichi mai un’arma contro il proprio fratello, poiché potrebbe non accorgersi di quando Satana gli sottrarrà l’arma di mano e lo farà cadere nella fossa dell’Inferno. (Bukhari, Muslim)
Disse: ( arabo*******************)
Quando qualcuno indica un’arma contro il proprio fratello, gli angeli lo maledicono finché non desiste, anche se si tratta del suo fratello di sangue. (Muslim)
Egli disse inoltre: ( arabo*******************)
Non è lecito per un musulmano spaventare un altro musulmano.
Il peccato non si limita al solo assassino. Al contrario, chiunque partecipi in qualunque modo, con parole o azioni, diventa compartecipe del peccato dell’uccisione. In proporzione al grado della sua partecipazione, su di lui ricadono l’ira, il furore e il disappunto di Allah. Persino colui che, pur essendo presente sul luogo dell’assassinio, rimane inattivo, condivide questo peccato. In un hadith è stato detto:
Quando una persona viene uccisa ingiustamente e senza motivo, nessuno dovrebbe rimanere sul posto. Infatti, anche su chi sarà presente a tale assassinio e non tenterà di proteggerla scenderà una maledizione.
L’inviolabilità del sangue delle persone legate da un patto e dei dhimmī
Questi versetti e hadith mettono in guardia dall’uccidere un musulmano e dal coinvolgersi in una guerra sanguinosa contro i musulmani. Questa è la disposizione della Sharia e questa è la guida per i musulmani che vivono nella società musulmana. Ma ciò non significa affatto che il sangue dei non musulmani sia dunque lecito! In realtà, il sangue di ogni essere umano deve essere protetto. In quanto essere umano, egli deve essere salvaguardato: finché un non musulmano non ingaggia una guerra contro i musulmani, non può essere ucciso. Sì, se un non musulmano dichiara guerra ai musulmani, allora il suo sangue può essere versato. Ma se quel non musulmano è legato da un trattato con lo Stato musulmano, oppure è un dhimmī, la protezione della sua vita diventa obbligatoria. Per un musulmano, oltrepassare i limiti non sarà in alcun modo lecito. A questo proposito, il Profeta nobile (pace e benedizioni su di lui) ha detto:
Chiunque uccida una persona legata da un patto non sentirà neppure il profumo del Paradiso, sebbene la fragranza del Paradiso possa essere percepita anche dalla distanza di un viaggio di quarant’anni.
In un’altra narrazione è stato detto:
Chiunque uccida un dhimmī non sentirà il profumo del Paradiso.
Quando il sangue non gode più di inviolabilità
Allah l’Altissimo ha detto: ( Arabic*******************)
Non uccidete la persona che Allah ha dichiarato inviolabile, se non per giusta causa. (Sura al-Anʿām: 151)
La giusta causa qui menzionata, per la quale è possibile uccidere una persona, consiste nell’uccisione come punizione per un crimine. E i crimini sono tre:
1. Uccidere ingiustamente. Quando viene dimostrata la colpevolezza di una persona per omicidio, il qiṣāṣ diventa obbligatorio; il qiṣāṣ consiste nell’uccidere l’assassino come punizione per l’omicidio. In altre parole: una vita per una vita. Nel Corano è detto: ( Arabic*******************)
Nel qiṣāṣ per l’omicidio c’è vita per voi.
2. Commettere zina pubblicamente, in modo che quattro uomini integri ne rendano testimonianza come testimoni oculari. Tuttavia, la condizione è che quest’uomo sia consapevole del matrimonio compiuto secondo la legge islamica. Anche se non si trovano testimoni, se il colpevole confessa personalmente il proprio crimine davanti al giudice almeno più volte, il crimine sarà ugualmente dimostrato e la pena sarà inflitta di conseguenza.
3. Anche se, dopo aver accettato l’Islam, dichiara la propria ribellione contro la religione dell’Islam, può essere ucciso come punizione. Ciò avviene quando questa sua ribellione contro la comunità musulmana si trasforma in una sfida. L’Islam non costringe nessuno ad accettarlo. Ma se qualcuno gioca con la religione dell’Islam — la accetta e poi si ribella contro di essa — l’Islam non può tollerarlo. Gli ebrei avevano cominciato a fare una cosa simile. Nel Nobile Corano è detto che essi dicevano alla loro gente: ( Arabic*******************)
Al mattino credete nella religione che è stata fatta discendere sui musulmani, e alla fine del giorno rinnegatela. Forse, vedendo ciò, queste persone abbandoneranno quella religione. (Sura Āl ʿImrān: 72)
Il Profeta nobile (pace e benedizioni su di lui) limitò a queste tre basi i casi in cui il sangue di qualcuno può essere versato lecitamente e impunemente. Disse: ( arabo*******************)
Non è lecito versare il sangue di un musulmano se non per queste tre ragioni: (1) vita per vita; (2) quando una persona sposata commette adulterio; e (3) quando qualcuno abbandona la religione dell’Islam e si separa dalla comunità musulmana.
Tuttavia, versare il sangue di un musulmano come pena per questi tre crimini è lecito e permesso soltanto al sovrano o all’autorità amministrativa. Ai singoli non è assolutamente lecito applicare personalmente tale pena. Altrimenti non rimarrebbe nulla dell’ordine e della disciplina del governo, e si instaurerebbe un’estrema anarchia. Nella società, allora, ogni individuo si ergerebbe autonomamente a giudice e padrone della vita e della morte. Nel caso di un omicidio intenzionale, il qiṣāṣ è obbligatorio. Tuttavia, l’Islam ha concesso agli eredi dell’ucciso il diritto di applicare personalmente il qiṣāṣ, anche in presenza delle autorità amministrative. In tal modo si placheranno il dolore, il risentimento e l’ira dei loro cuori, sarà soddisfatto il desiderio di vendetta e si realizzerà anche la parola di Allah: ( arabo*******************)
Abbiamo concesso agli eredi di colui che sia stato ucciso ingiustamente e senza motivo questa autorità (qiṣāṣ degli eredi), ma non si deve eccedere nell’atto della vendetta. Egli sarà certamente assistito.
Suicidio
La norma stabilita riguardo all’omicidio come crimine si applica pienamente al suicidio di una persona, così come si applica all’uccisione di un’altra persona. Pertanto, chiunque si suicidi, qualunque sia l’aiuto di cui si avvalga, commette un omicidio che Allah l’Altissimo ha proibito, poiché si tratta di un’uccisione ingiusta e senza motivo.
In realtà, la vita di nessun essere umano gli appartiene in proprietà. Egli infatti non ha creato se stesso. Non ha creato da sé neppure una parte del proprio corpo o una singola cellula vivente. La sua vita e la sua anima sono per lui un deposito affidato; è Allah che gli ha affidato questo deposito. Pertanto, non può avere alcun diritto di intervenire su di esso in alcun modo. Come potrebbe dunque ucciderla? Qualsiasi iniziativa personale per liberarsi di questa vita sarebbe certamente un crimine. Allah l’Altissimo ha detto: ( arabo*******************)
Non uccidete voi stessi. In verità, Allah è misericordioso con voi. (Sura an-Nisāʾ, 29)
L’Islam vuole che i musulmani siano estremamente coraggiosi, audaci e inflessibili nell’affrontare le dure e difficili realtà della vita. A nessuno è stato concesso, in nessuna circostanza, il diritto di fuggire dalla vita. Non è lecito a nessuno, appena vede un pericolo o si trova di fronte a una crisi o a un problema, cercare di fuggire abbandonando questo capitolo della vita, né, deluso nelle proprie speranze, rinnegare la vita stessa. Il credente è stato creato per il jihād, per lo sforzo e la lotta fino all’estremo, non per starsene inattivo. È suo dovere scendere in campo nello scontro diretto; la fuga o la ritirata sono sconvenienti per lui. Sono la sua fede e il suo carattere a impedirgli di fuggire dal campo della vita e di tirarsi indietro. Possiede un’arma che non invecchia mai e un tesoro inesauribile che non si esaurirà mai. Quest’arma è quella della fede, solidissima e potente, e quel tesoro è il tesoro di una moralità inflessibile.
Il Nobile Profeta (s.a.s.) ha già ammonito che chi si accinge a commettere questo abominevole crimine del suicidio sarà privato della misericordia di Allah l’Altissimo e, cadendo nell’Inferno, sarà vittima della Sua intensa ira e del Suo sdegno. Egli ha detto: ( *******************)
Tra coloro che vissero prima di voi vi era un uomo che si ferì e, a causa di ciò, cominciò ad agitarsi disperatamente. In quello stato prese un coltello e si tagliò da solo la mano. Perse così tanto sangue che morì. Allah l’Altissimo ha detto riguardo a quest’uomo: «Il Mio servo si è affrettato troppo riguardo a se stesso. Per questo gli ho proibito il Paradiso». (Bukhārī, Muslim)
Poiché non riuscì a sopportare il dolore della ferita e si uccise da sé, il Paradiso gli fu proibito. Stando così le cose, è facile comprendere quanto sarà grave e imperdonabile presso Allah la situazione di coloro che si suicidano a causa di una lieve perdita nei propri affari, della mancata promozione sul lavoro, dell’insuccesso agli esami o della delusione delle proprie speranze. Le persone deboli di carattere devono ascoltare questo ammonimento, riportato nell’hadīth del Nobile Profeta (s.a.s.): ( *******************)
Chi si suicida gettandosi dall’alto di una montagna continuerà a cadere per sempre nel fuoco dell’Inferno e non ne sarà mai liberato. Chi si suicida bevendo del veleno continuerà per l’eternità a bere veleno con le proprie mani nel fuoco dell’Inferno. E chi si suicida con un’arma di ferro continuerà per sempre a colpirsi con quell’oggetto di ferro nell’Inferno. (Bukhārī, Muslim)
Il valore dei beni e delle ricchezze
Per un musulmano non è affatto biasimevole guadagnare e accumulare ricchezze attraverso vie e mezzi halal, né accrescerne la quantità con metodi conformi alla Sharīʿa. Là dove le altre scritture religiose affermano: «Il ricco non potrà entrare nel regno celeste finché un cammello non passerà per la cruna di un ago», l’Islam ha proclamato: ( *******************)
L’Islam ha dichiarato lecita la proprietà privata dei beni e delle ricchezze halal. Perciò, sostenuto dalla legge della Sharīʿa e con l’aiuto della definizione di una via morale, ha impedito l’ingerenza dei trasgressori in tali beni e ha dichiarato haram il rapimento, il furto e la rapina.
Il Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) ha menzionato insieme la sacralità dei beni e delle ricchezze, la sacralità del sangue e quella dell’onore e della dignità, e ha dichiarato il furto contrario alla fede. Ha detto:
Quando il ladro ruba, non è più un credente.
Allah l’Altissimo ha detto:
Tagliate la mano al ladro e alla ladra, come ricompensa per ciò che hanno commesso e come punizione stabilita da Allah. Allah è invincibile, Onnisciente. (Sura al-Mā’ida: 38)
Il Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) ha detto:
A un musulmano non è lecito prendere neppure il bastone di un’altra persona senza il suo permesso, dato con il suo consenso.
I beni di un musulmano sono estremamente sacri agli occhi di un altro musulmano, e appropriarsene ingiustamente è assolutamente illecito; il Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) ha pronunciato parole così forti proprio per sottolineare questa gravità. Allah l’Altissimo ha inoltre detto:
O voi che credete, non divoratevi vicendevolmente i vostri beni con mezzi illeciti. Tuttavia, se si tratta di un profitto commerciale fondato sul vostro reciproco consenso, non vi è colpa. (Sura an-Nisā’: 29)
La corruzione è haram
Uno dei modi per appropriarsi dei beni altrui con mezzi vani e ingiusti è la «corruzione». Consiste nel dare del denaro o dei beni a una persona influente, dotata di autorità, oppure a un responsabile ordinario, affinché emetta una decisione a proprio favore, lo faccia prevalere sul suo avversario, gli assegni un incarico o ritardi il lavoro del suo nemico, e per scopi analoghi.
L’Islam ha dichiarato per sempre haram il ricorso alla corruzione da parte dei governanti, degli amministratori e dei loro collaboratori. Se viene offerta loro, è haram accettarla, così come fare da intermediario tra il corruttore e il corrotto. Allah l’Altissimo ha detto:
Non consumate reciprocamente i vostri beni con mezzi vani, né presentateli agli amministratori allo scopo di consumare una parte dei beni altrui, violandone consapevolmente i diritti.
Il Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) ha detto:
Su colui che offre una tangente e su colui che la accetta negli affari governativi e statali ricade la maledizione di Allah. (Ahmad)
Hazrat Thawbān (che Allah sia soddisfatto di lui) ha detto:
Il Nobile Messaggero (pace e benedizioni su di lui) ha maledetto il corruttore, il corrotto e colui che fa da intermediario tra entrambi. (Ahmad, al-Hākim)
Se chi riceve una tangente la prende con l’intento di commettere un’ingiustizia contro qualcuno, la gravità del suo peccato aumenta molte volte. Se invece la accetta con l’intenzione di amministrare la giustizia, amministrare la giustizia è un suo dovere e quindi non ha alcun diritto di ricevere denaro per questo.
Il Nobile Messaggero (pace e benedizioni su di lui) inviò Hadrat ʿAbdullah ibn Rawāḥah (che Allah sia soddisfatto di lui) presso gli ebrei, affidandogli il compito di determinare l’ammontare del kharāj dovuto per il raccolto dei loro datteri. Essi allora gli offrirono del denaro come tangente. Hadrat Ibn Rawāḥah, vedendolo, disse loro: «La tangente che mi avete offerto è harām. Noi non la prenderemo in alcun modo». (Imām Mālik)
Non sorprende che l’Islām abbia dichiarato harām la corruzione e le tangenti. Né sorprende che abbia adottato un atteggiamento severo nei confronti di tutti coloro che vi partecipano. Infatti, una società in cui esse si diffondono è destinata a essere oppressa dall’ingiustizia e la sua distruzione è inevitabile. Chi amministra ingiustamente, emette sentenze inique o rifiuta di amministrare la giustizia sulla base della verità e dell’equità; chi porta avanti colui che era indietro e retrocede colui che era avanti: in una simile società, al posto dello spirito del senso del dovere prevale lo spirito dell’egoismo.
Doni per governanti e amministratori
L’Islām ha dichiarato harām la tangente, qualunque forma o nome essa assuma. Anche se la si chiama dono, omaggio o regalo, non esce dai confini dell’harām per rientrare nell’ambito dell’halāl.
È riportato in un hadith che il Nobile Messaggero (pace e benedizioni su di lui) disse: (arabo*******************)
Se abbiamo incaricato qualcuno di un compito e gli abbiamo stabilito e fissato uno stipendio, e dopo di ciò egli prende qualcos’altro, questo costituisce un tradimento. (Abū Dāwūd)
Fu offerto un dono al califfo ʿUmar ibn ʿAbd al-ʿAzīz, ma egli lo rifiutò. Gli fu allora detto: «Il Nobile Messaggero (pace e benedizioni su di lui) accettava doni e omaggi, mentre voi non li accettate?». Egli rispose: «Sì, per lui era davvero un dono, ma per noi non è altro che una tangente».
Il Nobile Messaggero (pace e benedizioni su di lui) aveva inviato un uomo presso la tribù degli Azd, affidandogli l’incarico di raccogliere la sadaqa e la zakat. Quando questi tornò da lui, trattenne una parte dei beni e disse: «Questa parte è per voi, mentre questi beni mi sono stati dati come dono». Udendo ciò, il Nobile Profeta si adirò molto e disse: «(Arabo*******************)»
«Se ciò che dici fosse vero, saresti rimasto seduto nella casa dei tuoi genitori; allora si sarebbe visto chi ti avrebbe fatto dei doni». In seguito disse: «(Arabo*******************)»
«Come stanno le cose? Nomino uno di voi funzionario pubblico, poi egli dice: “Questa parte dei beni ricevuti è per voi, mentre quest’altra mi è stata data come dono”. Perché non è rimasto seduto nella casa di sua madre? Se poi gli fosse stato fatto un dono, si sarebbe potuta comprendere la fondatezza delle sue parole. Per Colui nella cui mano è la mia vita, se qualcuno di voi prende ingiustamente dei beni, nel Giorno della Risurrezione dovrà portarli davanti ad Allah. Non fate dunque che, nel Giorno della Risurrezione, siate costretti a portare sulle vostre spalle cammelli, bovini o capre, mentre l’animale grida». Poi sollevò entrambe le mani così in alto che divennero visibili le parti bianche sotto le ascelle, quindi disse: «O Allah, ho trasmesso il messaggio?»
L’Imam al-Ghazali ha detto: «Considerando la severità, la durezza e l’estrema rigidezza dimostrate riguardo alla corruzione, bisogna dire che giudici, amministratori e persone investite di responsabilità analoghe dovrebbero restare seduti nella casa dei loro genitori. Dopo essere stati rimossi dal loro incarico, se mentre si trovano nella casa della madre ricevono dei “doni e omaggi”, può essere loro lecito accettarli, persino mentre sono ancora investiti della carica. Ma qualunque dono si sappia essere stato fatto proprio a causa della loro carica è assolutamente haram accettarlo. Quanto ai doni e omaggi ricevuti dagli amici, se non si sa che li avrebbero offerti anche dopo la rimozione dall’incarico, essi sono dubbi. È dunque doveroso evitarli. (Arabo*******************)»
Dare una tangente per porre fine all’oppressione
Se la situazione giunge al punto che non vi è alcun modo di ottenere il proprio diritto legittimo senza pagare una tangente, oppure ci si trova sottoposti a un’oppressione dalla quale è assolutamente impossibile liberarsi senza pagarla, allora si dovrebbe avere pazienza e perseverare, finché Allah non apra una via e un mezzo migliori per ottenere il proprio diritto e liberarsi dall’oppressione.
Per questo, quando si ricorre alla tangente, sarà il destinatario della tangente a essere peccatore. In una simile situazione, colui che la offre non sarà peccatore, se avrà verificato tutte le altre vie halal senza ottenere alcun risultato e vi ricorrerà come ultima soluzione, purché con essa riesca soltanto a rimuovere l’oppressione da sé, ottenere il proprio diritto legittimo e non interferire nei diritti altrui.
Alcuni sapienti hanno citato, a sostegno di questa opinione, quegli hadith nei quali si racconta che un gruppo di persone si aggrappava al Nobile Messaggero (pace e benedizioni su di lui) per ricevere la sadaqa. Sebbene non avessero il diritto di ricevere nulla, egli dava loro comunque qualcosa. È stato riferito da ʿUmar che il Nobile Profeta disse: «(Arabo*******************)»
Alcuni di voi prendono da me beni della sadaqa e se ne vanno tenendoli sotto l’ascella, mentre per loro sono fuoco. Umar disse: «Perché glieli date, se sapete voi stesso che per lui sono fuoco?»
Rispose: «Che cosa posso fare? Continuano a chiedere e a insistere in modo tale che è impossibile liberarsene. E Allah, il Glorioso, non vuole che io sia avaro.»
Poiché il Nobile Messaggero, pace e benedizioni su di lui, dava al richiedente qualche bene, sotto la pressione delle sue insistenti richieste, pur sapendo che per lui era fuoco, perché mai dovrebbe essere lecito dare una tangente per porre fine a un’ingiustizia e ottenere il proprio diritto e ciò che giustamente spetta?
Sperperare i propri beni
Come i beni altrui hanno per ogni persona una certa inviolabilità, per cui è haram intervenire in essi in modo trasgressivo, segretamente o apertamente, allo stesso modo anche i propri beni hanno per ciascuno una certa inviolabilità. Perciò è assolutamente vietato sprecarli, sperperarli, rovinarli, distruggerli o disperderli con una mano o con l’altra.
Ciò è dovuto al fatto che sui beni dei singoli esiste un diritto della nazione e della collettività sociale. Il diritto di proprietà deve essere riconosciuto al di sopra di ogni proprietario. Per questo, quando uno stolto proprietario di beni distrugge i propri beni, la società ha il diritto e l’autorità di esercitare su di lui il controllo. Infatti, in quei beni esiste anche una quota della collettività sociale. A questo proposito, il Nobile Corano dice:
Non affidate ai dissennati i vostri beni, che Allah l’Altissimo ha reso per voi un mezzo di sostentamento e di stabilità; provvedete al loro sostentamento con essi e rivolgete loro parole buone e conformi all’uso.
In questo versetto Allah l’Altissimo si rivolge fondamentalmente alla collettività sociale, dicendo: «Non affidate i vostri beni». Sebbene esteriormente questi beni appartengano ai singoli, in realtà i beni di ogni individuo sono il patrimonio nazionale dell’intera collettività sociale.
In realtà, l’Islam è la religione della giustizia, dell’equità e dell’equilibrio. La comunità musulmana è una comunità mediana, fondata cioè sui principi della moderazione. L’ideale del musulmano è affermare la giustizia e l’equità in ogni ambito. Per questo Allah l’Altissimo ha vietato ai credenti, con parole chiare e severe, di sperperare e dissipare i beni, così come ha vietato l’avarizia e la grettezza. Ha detto: ( arabo*******************)
O figli di Adamo! Indossate i vostri ornamenti ogni volta che vi recate in moschea. Mangiate e bevete, ma non dissipate e non sperperate; in verità, Allah non ama gli sperperatori.
Anche se si spendono beni per attività che Allah ha reso haram, ciò resta comunque sperpero e dissipazione, come bere alcolici, acquistare sostanze che obnubilano la ragione e comprare recipienti d’oro e d’argento. In questi casi, è vietata ogni spesa, sia essa piccola o grande.
Nell’Islam non è in alcun modo consentito sperperare i beni, né per sé stessi né per altre persone. Il Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) ha vietato esplicitamente di dissipare i beni. (al-Bukhari)
Spendere eccessivamente e sperperare denaro in attività non necessarie non è altro che dissipazione e sperpero. Tale sperpero riduce una persona alla completa rovina. Alla fine, non le rimane una quantità di beni sufficiente neppure a soddisfare i propri bisogni fondamentali.
Il versetto del Sacro Corano: ( arabo*******************)
Ti chiedono, o Profeta, che cosa devono spendere. Di’: «al-ʿafw». (Sura al-Baqara: 219)
Nel commento di questo versetto, l’Imam Fakhr al-Din al-Razi ha scritto:
Allah l’Altissimo ha insegnato alle persone le regole e le modalità per spendere i propri beni. Nel suddetto versetto, rivolgendosi al Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui), ha detto: «Dai ai parenti ciò che spetta loro, e anche al povero e al viandante, e non spendere il denaro inutilmente. Coloro che spendono inutilmente sono considerati fratelli di Satana». (Āl ʿImrān, 26) E ha detto: «Non tenere la tua mano legata al collo, né aprirla completamente». (Āl ʿImrān, 29) Ha detto: «Coloro che spendono senza eccedere e senza essere avari». (al-Furqān, 67) Il Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) ha detto: «Se uno di voi possiede ricchezze, cominci a spenderle per sé. Poi spenda per coloro che sono sotto la sua responsabilità per il sostentamento e, dopo di loro, per gli altri». (Muslim) Ha detto: «La migliore elemosina è quella che, una volta fatta, consente alla persona di rimanere agiata». (al-Ṭabarānī) Ǧābir ibn ʿAbd Allāh (che Allah sia soddisfatto di lui) racconta: «Eravamo alla presenza del Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui). Un uomo si presentò portando una quantità d’oro grande quanto un uovo e disse: “Accettala come elemosina. Per Allah, non possiedo altro”. Il Nobile Profeta distolse il volto da lui. Quell’uomo però si presentò nuovamente davanti a lui. Allora egli disse: “Dalla”. La prese con grande disappunto e ira e la scagliò verso di lui in modo tale che, se avesse colpito il corpo di qualcuno, lo avrebbe ferito. Poi disse: “Ognuno di voi porta tutte le proprie ricchezze, quindi si siede davanti alla gente tendendo la mano per chiedere l’elemosina. L’elemosina è soltanto quella che viene fatta da una persona agiata senza compromettere la propria agiatezza. Prendila; non ne ho bisogno”». (Abū Dāwūd, al-Ḥākim) Il Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) conservava cibo sufficiente per un anno per i membri della sua famiglia. (al-Bukhārī) I saggi dicono che la via migliore è quella intermedia tra gli eccessi e la spesa inferiore persino al necessario. Spendere più del necessario è una spesa inutile; spendere meno è avarizia e grettezza. La politica equilibrata è la migliore, ed è proprio questa quella indicata da Allah l’Altissimo con l’espressione «bal al-ʿafw». La legge muhammadiana si fonda sulla comprensione e sulla preservazione di questa sottile e profonda verità. Infatti, la legge ebraica è fondata sull’austerità e sulla severità, mentre le norme religiose dei cristiani seguono un’estrema liberalità e un principio indulgente. In tutte queste questioni, è la legge muhammadiana a sostenere e introdurre il principio intermedio. Per questo, rispetto alle altre leggi religiose, essa è una norma estremamente completa e pienamente matura. (Tafsīr di Fakhr al-Dīn al-Rāzī, volume VI)
I rapporti con i non musulmani
Per riassumere la politica e l’ideale dell’Islam riguardo al comportamento da adottare verso gli oppositori della religione islamica, è sufficiente menzionare due versetti del Nobile Corano. Questi due versetti sono adatti a costituire, in questa materia, una costituzione generale. Essi sono le parole dell’Altissimo: ( arabo*******************)
Allah l’Altissimo non vi vieta di adottare un comportamento buono e giusto verso coloro che non vi hanno combattuto a causa della religione e non vi hanno espulso dalle vostre case. In verità, Allah ama coloro che sono giusti. Vi vieta soltanto di stringere amicizia con coloro che vi hanno combattuto a causa della religione, vi hanno espulso dalle vostre case e si sono aiutati a vicenda nella vostra espulsione. Coloro che stringono amicizia con loro sono gli ingiusti.
Nei confronti di coloro con i quali i musulmani non sono in guerra né hanno alcuna ostilità, che non hanno combattuto contro i musulmani a causa della religione e non li hanno espulsi dalle loro case, il primo versetto non si limita a incoraggiare la giustizia e l’equità; incoraggia piuttosto anche un comportamento buono e benevolo verso di loro e la ricerca del loro bene. La parola ( arabo*******************) usata nel versetto ha un significato ampio di bene e bontà, superiore persino alla giustizia e all’equità. Da questa parola i musulmani comprendono il massimo livello dei diritti umani. Per esempio, con ( arabo*******************) si intende agire con piena bontà nell’adempiere i diritti dei genitori. In questo contesto, il Corano dice: «In verità, Allah ama coloro che sono giusti ed equi». Ogni credente ama e si impegna sempre più a compiere ciò che Allah gradisce e ama. È cosa universalmente nota.
L’espressione «Allah non vi vieta» non implica affatto il contrario del fatto che sia auspicato adottare un buon comportamento. Questa forma espressiva è stata scelta perché i musulmani avrebbero potuto pensare che gli oppositori della religione non avessero diritto a ricevere un buon trattamento e giustizia. Per eliminare questa errata convinzione, è stato chiarito che Allah non impedisce né vieta di trattare bene gli oppositori, stringere con loro amicizia e agire nei loro confronti con giustizia. Vieta soltanto di mantenere rapporti amichevoli con coloro che combattono contro i musulmani e intraprendono aggressioni contro di loro.
La forma espressiva usata qui è esattamente come quella di un altro versetto. Il versetto è: ( arabo*******************)
Non vi sarà colpa per chi compie il pellegrinaggio o la ʿumra se compie il rito tra al-Ṣafā e al-Marwa.
La ragione di questo modo di parlare è che alcune persone, a causa dei simboli dell’epoca della jāhiliyya, esitavano a compiere il ṭawāf attorno ai due monti anche nell’Islam; il primo obiettivo era eliminare tale esitazione e imbarazzo. Si disse «non c’è colpa» allo scopo di rimuovere l’esitazione, sebbene il ṭawāf attorno a questi due monti sia obbligatorio e rientri nei riti indispensabili del ḥajj.
Concessione di speciali agevolazioni agli Ahl al-Kitāb
Se l’Islam non vieta di adottare il massimo livello di benevolenza e giustizia persino nei confronti degli avversari della religione dell’Islam, e neppure nei confronti dei politeisti adoratori di idoli—come è stato detto nei due versetti citati in precedenza, rivelati riguardo ai politeisti d’Arabia—è del tutto naturale che l’Islam conceda particolari agevolazioni agli Ahl al-Kitāb, gli ebrei e i cristiani, siano essi abitanti di un paese islamico oppure vivano al di fuori di esso.
Nel Nobile Corano questi ebrei e cristiani sono chiamati Ahl al-Kitāb, cioè «la gente alla quale è stato dato il Libro». Con ciò si è voluto far comprendere che essi sono, in realtà, i depositari della religione rivelata da Allah. Pertanto tra i musulmani e loro esiste un rapporto di stretta parentela spirituale. La religione fondamentale e la legge con cui Allah l’Altissimo ha inviato i Suoi profeti e messaggeri sono, in realtà, una sola e medesima. Si ricordi il seguente versetto: ( arabo*******************)
Egli ha stabilito per voi la stessa religione che aveva prescritto a Noè, quella che abbiamo rivelato a te e quella che abbiamo indicato a Ibrāhīm, Mūsā e ʿĪsā, dicendo: «Stabilite tutti questa religione e non dividetevi né disperdetevi a riguardo». (Sura ash-Shūrā: 13)
Ai musulmani è stato ordinato di credere in tutti i Libri rivelati da Allah. Perciò è dovere del musulmano credere in tutti i profeti e messaggeri. Altrimenti la loro fede non può essere vera e autentica. È stato detto: ( arabo*******************)
Di’: «Abbiamo creduto in Allah e in ciò che è stato fatto scendere su di noi, in ciò che è stato fatto scendere su Ibrāhīm, Ismāʿīl, Isḥāq, Yaʿqūb e sulle tribù, in ciò che è stato dato a Mūsā, ʿĪsā e ai profeti dal loro Signore. Non facciamo alcuna distinzione tra loro e a Lui siamo sottomessi». (Sura al-Baqara: 136)
Quando gli Ahl al-Kitāb leggono il Corano, vedono che in esso sono rivolte alte lodi alle loro Scritture religiose e ai loro profeti e messaggeri. Pertanto, quando i musulmani intraprendono una disputa con gli Ahl al-Kitāb, devono assolutamente astenersi dal pronunciare parole che accrescano l’odio e l’inimicizia reciproci. È stato detto: ( arabo*******************)
Non disputate con la Gente della Scrittura, se non nel modo migliore, eccetto quelli tra loro che sono ingiusti. E dite: «Crediamo in ciò che è stato fatto scendere su di noi e in ciò che è stato fatto scendere su di voi. Il nostro Dio e il vostro Dio sono un Dio unico, e noi siamo a Lui sottomessi». (Sura al-ʿAnkabūt: 46)
Abbiamo già discusso dettagliatamente della politica liberale adottata dall’Islam, che ha reso lecito mangiare e bere insieme alla Gente della Scrittura, mangiare gli animali da loro macellati e sposare le loro figlie — sebbene il matrimonio sia il centro dell’affetto e dell’amore. A questo proposito, è opportuno citare il seguente versetto: (arabo*******************)
Il cibo della Gente della Scrittura è lecito per voi, e il vostro cibo è lecito per loro. E vi sono lecite anche le donne caste e virtuose tra le musulmane e tra coloro ai quali è stata data la Scrittura prima di voi. (Sura al-Māʾida: 5)
Questa è la politica generale dell’Islam nei confronti della Gente della Scrittura. Tuttavia, nei confronti dei cristiani è stato adottato un atteggiamento particolare. Il Corano ha detto di loro che sono vicini al cuore dei musulmani. Ha detto: (arabo*******************)
Troverete più vicini all’amicizia dei credenti coloro che dicono: «Siamo cristiani». Ciò perché tra loro vi sono numerosi eruditi e sapienti, ed essi non sono superbi. (Sura al-Māʾida: 82)
Dhimmi
Le disposizioni sopra citate comprendono tutta la Gente della Scrittura. Ovunque risiedano, non vi è alcuna eccezione per nessuno. Tuttavia, per i non musulmani che vivono sotto la protezione dello Stato islamico, l’Islam ha adottato disposizioni speciali. Nella terminologia musulmana sono chiamati «dhimmi». La parola «dhimmi» significa «patto», «promessa». Essa indica che Allah e il Suo Messaggero hanno dato loro una promessa. La comunità musulmana è obbligata a rispettarla. Ciò significa che essi possono vivere completamente al sicuro e tranquilli, sotto la benevola ombra dell’Islam.
Secondo l’interpretazione moderna, essi sono abitanti e cittadini dello Stato islamico. Fin dai primi tempi e fino a oggi, la società musulmana è stata completamente concorde su questo punto: nello Stato islamico, i non musulmani hanno gli stessi diritti dei musulmani. Le responsabilità loro assegnate sono le stesse che spettano ai musulmani. Tuttavia, nelle questioni riguardanti soltanto la dottrina, la fede e la religione, non vi è tra loro alcuna identità o armonia. Infatti, l’Islam ha concesso loro piena libertà di rimanere fedeli alla propria religione.
Riguardo ai dhimmī, il Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) ammonì i musulmani con parole molto severe e dichiarò che, qualora tale ammonimento fosse contraddetto o violato, il disappunto di Allah sarebbe inevitabile. Nell’hadith sono riportate le parole del Nobile Profeta:
Chiunque arrechi dolore o tormento a un dhimmī, è come se avesse arrecato dolore e tormento a me. E chiunque arrechi dolore e tormento a me, ha arrecato dolore al Glorioso Allah. (al-Ṭabarānī, al-Awsat)
Chiunque arrechi dolore a un dhimmī, io sarò colui che lo citerà in giudizio; e contro colui del quale sarò l’accusatore, nel Giorno della Resurrezione sosterrò personalmente l’accusa. (al-Khaṭīb)
Chiunque opprima una persona vincolata da un patto, violi un suo diritto, gli imponga un peso superiore alle sue forze o prenda qualcosa che gli appartiene senza il suo consenso e la sua autorizzazione, nel Giorno della Resurrezione sosterrò personalmente l’accusa contro di lui. (Abū Dāwūd)
I califfi del Nobile Messaggero (pace e benedizioni su di lui) erano sempre vigili e attenti a garantire i diritti e a tutelare la dignità di questi cittadini non musulmani. I giuristi dell’Islam, pur divergendo su alcune questioni, hanno attribuito particolare importanza a tali diritti e a tale dignità.
Il giurista della scuola mālikita Shihāb al-Dīn al-Qarāfī disse:
Il patto stipulato con i dhimmī ci impone alcuni loro diritti. Infatti, essi sono diventati nostri vicini e sono passati sotto la nostra protezione e sicurezza. Allah, il Messaggero e la religione dell’Islam hanno garantito loro la sicurezza. Pertanto, chiunque commetta contro di loro una qualsiasi forma di abuso, anche minima, sarà colpevole di aver violato la sicurezza garantita da Allah, dal Suo Messaggero e dalla religione dell’Islam. Parlare male di loro, calunniare qualcuno di loro, arrecare loro qualsiasi forma di dolore o tormento, oppure collaborare a simili azioni, e tutto ciò che vi rientra, costituisce una violazione di tale sicurezza.
Il giurista della scuola ẓāhirita Ibn Ḥazm disse:
Se qualcuno viene ad aggredire le persone che sono dhimmi, è nostro dovere avanzare per combattere armati dalla loro parte e sacrificare la vita per loro. Solo così potremo proteggere coloro ai quali Allah e il Suo Messaggero hanno garantito sicurezza. Infatti, in una situazione simile, lasciarli indifesi e facile preda sarebbe estremamente dannoso per l’adempimento del dovere di garantire loro protezione.
La natura dei rapporti con i non musulmani
Si potrebbe chiedere: come è possibile comportarsi bene con i non musulmani e instaurare con loro buoni rapporti, quando il Corano stesso vieta di stringere rapporti di amicizia con i miscredenti e di farne propri alleati e amici?
Come è detto nel Corano: ( arabo*******************)
O voi che credete! Non prendete gli ebrei e i cristiani come amici e protettori. Essi sono amici gli uni degli altri! E chiunque tra voi li prenda come amici e protettori sarà annoverato tra loro. In verità, Allah non guida gli ingiusti. Vedi coloro nei cui cuori c’è una malattia correre tra loro.
La risposta a questa domanda è che questi versetti non si applicano in generale. Inoltre, non tutti gli ebrei, i cristiani e i miscredenti sono uguali. Se si ritenesse ciò, si verificherebbe una contraddizione con gli altri versetti e le altre prove di questo argomento, nei quali è stata dichiarata la liceità di comportarsi bene e mantenere buoni rapporti con persone benevole e virtuose appartenenti a qualunque religione. È permesso anche contrarre un matrimonio con la Gente del Libro e sposarne le figlie. Eppure, riguardo al matrimonio, Allah l’Altissimo ha detto: ( arabo*******************)
Egli ha stabilito tra i vostri coniugi una relazione profonda, fondata sull’affetto, sull’amore, sulla misericordia e sulla compassione.
E riguardo ai cristiani ha detto: ( arabo*******************)
Coloro che hanno detto: «Siamo cristiani», li troverai più vicini ai credenti per amicizia.
In realtà, il divieto di stringere rapporti di amicizia con alcuni appartenenti alla Gente della Scrittura riguarda coloro che sono nemici della religione islamica e combattono contro i musulmani. Non è assolutamente lecito per alcun musulmano aiutarli, sostenerli, rivelare loro informazioni segrete, né avvicinarli eccessivamente facendone degli alleati contro gli interessi nazionali. Ciò è stato chiaramente affermato in altri versetti. Si può citare un versetto: ( arabo*******************)
O credenti! Non prendete come amici intimi altri che non siano dei vostri. Essi non risparmieranno alcuno sforzo per danneggiarvi. Desiderano proprio ciò che vi causa dolore, danno e pericolo; la loro inimicizia, il loro odio e la loro collera sono già emersi dalle loro bocche. E ciò che celano nei loro cuori è ancora più grande e terribile. Vi abbiamo esposto chiaramente le norme. Ora, se agite con consapevolezza, state in guardia: voi li amate molto, ma essi non vi amano affatto.
Nel versetto sopra citato è stata chiaramente indicata l’identità di coloro con i quali è vietato stringere rapporti di amicizia. In realtà, celano nei loro cuori una profonda ostilità verso i musulmani. Ciononostante, i suoi segni finiscono per manifestarsi sui loro volti.
Allah l’Altissimo ha detto: ( arabo*******************)
Non troverai mai che coloro che credono in Allah e nell’Ultimo Giorno nutrano amicizia verso chi è ostile ad Allah e al Suo Messaggero, anche se si tratta dei loro padri, dei loro figli o dei loro parenti. (Sura al-Mujādila: 22)
In realtà, nutrire ostilità verso Allah e il Suo Messaggero non è soltanto miscredenza: è un’aggressione contro l’Islam e i musulmani.
Allah ha detto: ( arabo*******************)
O voi che credete! Non prendete come amici e protettori i Miei nemici e i vostri nemici, né fatene vostri alleati. Voi mostrate loro grande amicizia e affetto, mentre essi hanno rinnegato la verità suprema che vi è giunta. Vi hanno espulso il Messaggero e voi soltanto perché credete in Allah, il vostro Signore.
I politeisti della Mecca che avevano dichiarato guerra ad Allah e al Suo Messaggero e avevano espulso i musulmani dalle loro case, soltanto perché avevano detto: «Il nostro Signore è Allah», sono coloro ai quali si riferiva il versetto sopra citato. Pertanto, per i musulmani non è mai lecito stringere con persone di questo genere rapporti di amicizia e affetto. Tuttavia, il Corano non ha affermato in modo definitivo che essi non possano mai purificare i loro cuori. Al contrario, ha espresso la speranza che il loro atteggiamento e la loro mentalità possano cambiare e che l’ostilità che mostrano oggi possa un giorno cessare. Subito dopo il versetto citato viene detto:
Non è affatto impossibile né sorprendente che Allah instauri amicizia e affetto tra voi e coloro verso i quali nutrite ostilità e dei quali temete l’inimicizia. Allah è onnipotente, ed è perdonatore e misericordioso. (Sura al-Mumtahina: 7)
Questo è un ammonimento del Corano. Da esso si comprende chiaramente quanto sia indispensabile porre un limite all’ostilità, alle dispute e ai conflitti. Se si giudica alla luce di questo principio, il livello dell’ostilità si riduce notevolmente. Anche negli hadith è stato detto:
Riduci un po’ il tuo odio verso il tuo nemico, perché un giorno potrebbe diventare anche tuo amico.
Quando il fronte nemico diventa così potente che la gente nutre nei suoi confronti sia speranza sia timore, in una situazione simile stringere con esso rapporti di amicizia e affetto diventa ancora più gravemente illecito. Infatti, in tali circostanze, saranno gli ipocriti e coloro i cui cuori sono malati a mostrarsi più solleciti nel fare amicizia con loro. Manterranno con essi una relazione segreta, affinché un domani possa tornare loro utile. Come ha detto Allah:
Vedrai coloro che hanno una malattia nel cuore correre continuamente tra quella gente e mostrarsi attivi presso di loro. Dicono: «Temiamo che una calamità possa colpirci». Ma può darsi che Allah conceda la vittoria a voi o faccia manifestare qualcosa da parte Sua; allora costoro si vergogneranno e si pentiranno di ciò che hanno nascosto nei loro cuori. (Sura al-Mā’ida: 52)
Annuncia agli ipocriti che per loro è stato preparato un castigo doloroso. Sono coloro che prendono come amici i miscredenti invece dei credenti e li fanno propri protettori. Cercano forse presso di loro onore, forza e potere? In verità, tutto l’onore, la forza, il potere e il dominio appartengono ad Allah. (Sura an-Nisā’: 138-139)
Chiedere aiuto ai non musulmani
Un musulmano può chiedere ai non musulmani aiuto in ambiti scientifici quali la medicina, l’industria, l’agricoltura e simili, purché non si tratti di questioni religiose; non vi è alcun male. Tale permesso vale tanto per le autorità governative quanto per la gente comune. È tuttavia estremamente importante che, in tutti questi ambiti, i musulmani conseguano l’autosufficienza e la piena indipendenza: ciò è per loro un dovere imprescindibile.
Lo stesso Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) si è avvalso dell’aiuto di non musulmani in diverse attività e ambiti, affidando loro dei lavori in cambio di un compenso. Durante l’Egira, per farsi guidare lungo il cammino, si avvalse dell’aiuto di ʿAbd Allāh ibn Urayqiṭ, un politeista della Mecca. Gli studiosi affermano che non è necessario ritenere che, se una persona è miscredente, non ci si possa fidare di lei in alcuna questione. Il fatto che si sia fatto ricorso all’aiuto di un politeista per guidare il cammino in un’impresa come lasciare la Mecca diretti a Medina elimina facilmente ogni dubbio e perplessità su questo punto.
Soprattutto, gli esperti hanno espresso il parere che per il capo dei musulmani sia pienamente lecito chiedere aiuto ai non musulmani, in particolare alla Gente del Libro. Li ha fatti partecipare alle guerre e, in caso di vittoria, ha assegnato loro una parte del bottino come ai musulmani. Nella battaglia di Ḥunayn, Ṣafwān ibn Umayya combatté al fianco del Nobile Messaggero (pace e benedizioni su di lui), nonostante fosse un politeista.
La condizione, tuttavia, è che il non musulmano dal quale si accetta aiuto debba avere una buona opinione e un atteggiamento benevolo nei confronti dei musulmani. Se non ci si può fidare di lui, naturalmente non sarà lecito accettarne l’aiuto. Infatti, se è vietato accettare l’aiuto persino di un musulmano inaffidabile, non si pone neppure la questione di accettare quello di un miscredente inaffidabile.
Un musulmano può fare doni e regali a un non musulmano e può anche accettare i doni e i regali da lui offerti. Il Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) accettò i doni offerti dai re e dai sovrani non musulmani. A questo proposito sono stati tramandati e citati numerosi hadith. Il Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) disse a sua moglie, la venerabile Umm Salama (che Allah si compiaccia di lei):
Avevo inviato in dono al re Negus mantelli di seta e altri oggetti.
In verità, l’Islam attribuisce dignità e onore all’essere umano in quanto essere umano. Perché dunque non si dovrebbe adottare un analogo comportamento dignitoso e rispettoso nei confronti di una persona appartenente alla Gente del Libro, di un protetto o di una persona legata da un patto?
Mentre passava davanti al Profeta (pace e benedizioni su di lui) un corteo funebre, egli si alzò in piedi. Allora gli fu detto: «O Messaggero di Allah, è il cadavere di un ebreo!». Egli disse: «E allora? Un ebreo non è forse un essere umano? Nell’Islam ogni essere umano possiede dignità e onore».
L’Islam è una misericordia universale
L’Islam ha ordinato di mostrare misericordia verso ogni creatura. Ha persino proibito di mostrarsi crudeli verso gli animali privi della parola. Come potrebbe dunque essere lecito ai musulmani trattare male una persona non musulmana?
Già tredici secoli fa l’Islam aveva ordinato di mostrare misericordia verso gli animali. Ha dichiarato che mostrare loro compassione è parte della fede e che arrecare loro qualsiasi sofferenza è causa di ingresso nell’Inferno.
Il Profeta (pace e benedizioni su di lui) raccontò ai suoi Compagni che un cane, tormentato dalla sete, ansimava. Vedendolo, un uomo scese in un pozzo, si tolse il calzino, lo riempì d’acqua e fece bere il cane fino a dissetarlo. Il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) disse: Allah l’Altissimo apprezzò il suo gesto e gli perdonò i peccati. I Compagni chiesero:
«O Messaggero! Riceveremo una ricompensa anche per aver fatto del bene agli animali?». Egli rispose: «Per il buon trattamento riservato a ogni essere vivente si riceverà certamente una buona ricompensa». (al-Bukhari)
Accanto a questo luminoso esempio, che rende inevitabile il perdono di Allah, il Profeta (pace e benedizioni su di lui) ne ha delineato un altro: l’immagine di ciò che rende inevitabili il castigo e l’ira di Allah. Egli disse:
Una donna entrò nell’Inferno per aver trattato crudelmente una gatta. L’aveva tenuta prigioniera: non le dava da mangiare e non la lasciava libera. Di conseguenza, la gatta non riuscì nemmeno a sopravvivere nutrendosi di insetti. (al-Bukhari)
Nell’atteggiamento del Nobile Profeta vediamo la massima sollecitudine verso gli animali. Vide un asino sul cui muso era stato impresso un marchio. Protestò contro ciò e disse:
Per Allah, non è giusto imprimere un marchio in questo modo. Io imprimevo il marchio molto lontano dal muso. (Muslim)
In un altro hadith si narra che un asino passò davanti a lui. Vide che era stato marchiato sul muso. Allora disse:
Non sapete forse che ho maledetto colui che imprime un marchio sul muso di un animale o lo colpisce sul muso? (Abū Dāwūd)
Ho già menzionato che ʿAbd Allāh ibn ʿUmar vide alcune persone che si esercitavano a scagliare frecce e a fare tiro al bersaglio mirando a una gallina. Allora disse:
Il Nobile Profeta ha maledetto chi prende un essere vivente come bersaglio per esercitarsi a scagliare proiettili.
ʿAbd Allāh ibn ʿAbbās ha detto:
Il Nobile Profeta ha proibito di far combattere gli animali tra loro. (Abū Dāwūd, al-Tirmidhī)
Ha inoltre riferito:
Il Profeta nobile (pace e benedizioni su di lui) proibì severamente la castrazione degli animali. (al-Bazzār)
Nell’epoca dell’ignoranza preislamica, la gente tagliava e lacerava le orecchie degli animali. Il Corano condannò questa pratica ripugnante e dichiarò chiaramente che si trattava di un’opera puramente satanica, compiuta per istigazione di Satana.
Nel discutere della macellazione rituale, abbiamo mostrato come l’Islam attribuisca grande importanza al risparmio di sofferenza e alla facilità anche per l’animale destinato alla macellazione. Ha prescritto di affilare molto bene il coltello e di tenerlo fuori dalla vista dell’animale prima della macellazione.
È stato inoltre vietato macellare un animale sotto gli occhi di un altro. In quale religione o ideologia al mondo è stata attribuita un’importanza tanto grande alla tranquillità degli animali?
Conclusione
In quest’opera ci eravamo proposti di esporre dettagliatamente le questioni relative ai livelli di halāl e harām nell’ambito delle attività dei musulmani e delle loro pratiche esteriori. Abbiamo portato a compimento tale proposito secondo le nostre possibilità. Non avevamo invece alcun piano di trattare in quest’opera le attività della mente e del cuore, i processi psicologici, i desideri, le aspirazioni e le fantasie, distinguendo ciò che è harām, ciò che è halāl e ciò che è gravemente harām, come l’odio e l’invidia, la gelosia per i beni altrui, la vanagloria e l’arroganza, l’ostentazione, l’ipocrisia, l’avidità, la bramosia e l’avarizia. Sebbene tali stati psicologici siano gravemente harām e l’Islam abbia combattuto e contrastato con fermezza queste inclinazioni, il Profeta nobile (pace e benedizioni su di lui) abbia messo in guardia dai loro effetti nocivi e alcuni di essi siano stati indicati come malattie devastanti per la comunità musulmana, esse sono state definite come elementi da estirpare. Tuttavia, non sono state incluse nell’ambito di questa trattazione.
In realtà, il Sublime Corano e la Sunna di Muhammad hanno voluto purificare e rendere incontaminato il mondo interiore dell’essere umano, facendone la base del bene complessivo dell’individuo e della collettività e della salvezza in questo mondo e nell’Aldilà. In riferimento a ciò, nel Sublime Corano è stato detto:
Allah l’Altissimo non cambierà la condizione collettiva di un popolo finché esso non cambierà ciò che ha nel cuore e nell’intimo.
Nel Giorno della Resurrezione, ricchezze e figli non recheranno alcun beneficio; ne trarrà beneficio soltanto colui che si presenterà davanti ad Allah con un cuore sano e innocente.
È proprio in questa prospettiva che il Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) disse nel suo celebre hadith:
Il lecito è chiaro e anche l’illecito è chiaro. Tra i due vi sono molte questioni dubbie. Chi se ne proteggerà e le eviterà preserverà la propria religione e il proprio onore. Quanto a chi vi cadrà, corre il rischio di cadere nell’illecito manifesto. Ogni re ha una zona riservata; sulla terra, la zona riservata da Allah sono le cose che Egli ha dichiarato illecite.
In seguito parlò dell’importanza del cuore nel corpo umano e indicò anche le resistenze, le inclinazioni e i desideri che da esso scaturiscono e sotto la cui spinta si forma il comportamento esteriore dell’uomo. Disse:
Sappiate che nel corpo umano vi è un pezzo di carne. Se esso è sano, tutto il corpo diventa sano; se invece si ammala, tutto il corpo si ammala. Sappiate: esso è il cuore, l’intimo.
Secondo questo hadith, il cuore è l’organo principale e più importante. Tutti gli altri organi e membra sono guidati secondo le sue direttive. Se questo motore, o forza propulsiva, è buono, tutto il corpo e le sue parti saranno buoni; se è cattivo, tutto diventerà cattivo. È una cosa del tutto naturale.
Il criterio in base al quale le azioni dell’uomo sono accettate da Allah è il cuore, cioè l’atteggiamento interiore o l’intenzione. In questo ambito, l’aspetto esteriore dell’uomo e le sue parole non hanno alcuna rilevanza riconosciuta. Allah, infatti, non guarda l’aspetto esteriore delle persone; Egli guarda lo stato e l’atteggiamento interiore. Anche il significato dell’hadith del Messaggero: «Tutte le azioni sono valutate in base alle intenzioni», è questo. L’uomo ottiene ciò che ha avuto l’intenzione di ottenere.
Questa è la reale posizione di tutte le azioni relative all’interiorità e al cuore, e da ciò risulta chiaramente quanto grande importanza l’Islam attribuisca alle questioni psicologiche. Tuttavia non ne abbiamo trattato in quest’opera, poiché si tratta di questioni appartenenti al campo dell’etica. Anche in esse si pone la questione del lecito e dell’illecito. Gli esperti musulmani di etica e i seguaci del taṣawwuf hanno sottolineato la loro importanza. Dal loro punto di vista, tutto ciò che è illecito è stato denominato, nella terminologia del taṣawwuf, «Amrāḍ al-qulūb», ossia «le malattie del cuore». Essi ne hanno individuato le cause e hanno anche prescritto rimedi per curarle, fondandoli sul Corano e sulla Sunna. Un quarto dell’opera dell’Imam al-Ghazālī, «Iḥyāʾ ʿulūm al-dīn», è dedicato a questa trattazione. Egli l’ha intitolata «Al-Muhlikāt», cioè «le cose distruttive», poiché, secondo la prospettiva del taṣawwuf, sono proprio queste la causa della vasta distruzione, rovina e perdita tanto nella vita terrena quanto nell’aldilà.
Quando parliamo delle cose illecite, intendiamo soltanto gli illeciti positivi. Infatti gli illeciti sono di due tipi. Uno consiste nel commettere azioni ingiuste. Queste sono negative. Le questioni di questo secondo tipo non costituiscono in realtà l’oggetto di quest’opera, salvo che vengano talvolta menzionate incidentalmente. Se ne avessimo trattato, avremmo dovuto occuparci di un argomento diverso. Sarebbe stato allora necessario menzionare tutti i doveri indicati da Allah, poiché senza dubbio anche evitarli o trascurarli è illecito. Per esempio, acquisire la conoscenza è un dovere di ogni musulmano. E se si lascia il musulmano nell’ignoranza, è del tutto naturale che egli finisca per cadere nell’illecito. Le preghiere, il digiuno, la zakāt, il ḥajj e gli altri atti di culto obbligatori sono i pilastri fondamentali dell’Islam. Nessun musulmano può abbandonarli senza una valida giustificazione. Se, nonostante ciò, qualcuno li tralascia, commette un peccato grave. Ma chi li trascura e non riconosce che sono obbligatori, si strappa dal collo la corda dell’Islam e la getta lontano.
Acquisire quanta più forza e capacità possibile per la difesa della Umma e per incutere timore e spavento ai suoi nemici è un grandissimo dovere islamico dell’intera comunità. In particolare, questo dovere ricade innanzitutto sul capo dello Stato responsabile della comunità. Se tale dovere non viene adempiuto, se viene trascurato, si commette un grave illecito, un grave peccato. Lo stesso vale per tutti i doveri della vita, sia particolari sia generali.
Non pretendiamo di aver discusso in quest’opera tutte le questioni necessarie, grandi e piccole, relative al lecito e all’illecito. Tuttavia abbiamo trattato l’argomento in modo tale che ogni musulmano possa comprendere, alla sua luce, che cosa sia lecito e che cosa sia illecito per lui, tanto nella vita personale quanto a livello collettivo. Abbiamo fornito spiegazioni e analisi su molte questioni importanti riguardo alle cause e alle motivazioni fondamentali del lecito e dell’illecito, delle quali la gente comune non sa praticamente nulla. Riteniamo pertanto che quest’opera sia sufficiente per i nostri scopi.
Ritengo che in quest’opera siano state esposte molte questioni importanti riguardo alle profonde e strette ragioni che stanno alla base del lecito e dell’illecito proclamati dall’Islam. Da ciò ogni persona dotata di discernimento potrà comprendere chiaramente che non si deve assolutamente pensare che Allah abbia voluto umiliare gli uomini mediante ciò che ha reso lecito, né che abbia ristretto la loro vita mediante ciò che ha reso illecito. In realtà, tutto ciò appartiene interamente alla legge di Allah, ed Egli l’ha stabilita sulla base di ciò che ha ritenuto benefico per gli esseri umani. Per mezzo di essa ha preservato la loro religione e ha predisposto il modo di rendere migliore anche la loro vita materiale. Per mezzo di essa ha predisposto la salvaguardia e il controllo della loro mente, della loro coscienza e ragione, del loro carattere, del loro onore e della loro reputazione, nonché dei loro beni e delle loro ricchezze. Ha inoltre provveduto allo sviluppo e al progresso dell’umanità, sia sotto il profilo individuale sia sotto quello collettivo.
Una cosa va sempre ricordata: l’elaborazione delle leggi umane è il simbolo e il riflesso della debolezza umana. Tali leggi sono estremamente difettose e incomplete. Chiunque ne sia l’autore, un individuo, un governo o un parlamento, le elabora considerando esclusivamente il benessere mondano e materiale. La loro attenzione, però, non si rivolge allora alle esigenze e agli imperativi della religione, né alle richieste del carattere e della moralità. L’essere umano pensa sempre entro i ristretti confini della propria patria e della propria nazionalità geografica. Non possiede la capacità di pensare nell’ampio e aperto orizzonte della grande umanità e del mondo più vasto, né di elaborare leggi alla luce di tale prospettiva.
L’essere umano elabora le leggi per risolvere i problemi presenti e per il giorno d’oggi; elaborare leggi capaci di soddisfare le necessità di domani, del futuro e dell’eternità è oltre le possibilità umane. Inoltre, l’essere umano è colmo di debolezza e ristrettezza. Nelle leggi create dall’uomo devono necessariamente rimanere evidenti le tracce della sua incapacità, della limitatezza della sua visione, dei suoi desideri personali, delle sue inclinazioni e delle sue tendenze.
Di conseguenza, le leggi umane, oltre a essere caratterizzate da un ambiente ristretto, sono gravate da una visione grossolana e da concezioni materiali e temporanee. È degno di nota che nelle leggi umane il lecito e l’illecito vengano determinati secondo i desideri e le passioni di chi le elabora; il loro obiettivo rimane semplicemente calmare e soddisfare l’opinione pubblica. Anche quando vedono e comprendono che da ciò possono derivare gravi pericoli e danni enormi, procedono ugualmente a elaborare tali leggi. A questo proposito è sufficiente citare come esempio appropriato il fatto che in America fu abrogata la legge che vietava il consumo di alcol e fu approvata una legge che lo rendeva legale. Ma alla base dell’elaborazione della legge islamica non vi è alcun posto per questi difetti, per questa incapacità e per questa ristrettezza.
La legge islamica è la legge dettata dal grande Creatore. Il Creatore è perfettamente e dettagliatamente informato di ogni cosa. Solo il Creatore sa veramente in che cosa consista il bene dell’umanità e come gli esseri umani possano essere benefici per se stessi e per l’intero creato. Egli ha detto: ( arabo*******************)
Solo Allah sa che cosa è corruttivo e distruttivo e che cosa è benefico.
È del tutto naturale che il Creatore sia informato di ogni cosa riguardante la propria creazione.
( arabo*******************) Sappiate che è il Creatore a sapere. Egli è sottile nell’osservare ed è informato di ogni cosa.
La legge islamica è stata dettata da Allah, il Sommo Sapiente e Onnisciente. Egli non dichiara illecito nulla senza motivo, né dichiara lecito alcunché arbitrariamente. Ha creato ogni cosa nella giusta misura e ha stabilito la Sua legge ponderandola sulla bilancia.
La legge islamica è la legge dettata da Allah, il Misericordiosissimo e amorevole Sostentatore. Attraverso questa legge Egli ha predisposto per i Suoi servi una vita semplice e bella. Non può avere alcuna intenzione di infliggere agli esseri umani sofferenza o difficoltà di sorta. Egli è infatti infinitamente più misericordioso verso gli esseri umani da Lui creati di quanto lo siano i genitori.
La legge islamica è la legge dettata dal Re Onnipotente. Egli non ha bisogno dei Suoi servi né dipende da loro; non è parziale verso nessuno, né verso alcun gruppo, nazione o stirpe, e non è limitato da nulla. Solo Lui può avere la competenza di stabilire ciò che è lecito e illecito per gli altri, poiché Egli solo è il Rabb dell’universo intero.
Questa è la convinzione di ogni musulmano riguardo alle norme del lecito e dell’illecito stabilite per i musulmani. Tale convinzione è pienamente razionale e conforme alla ragione. Il musulmano le accetta con piena soddisfazione e convinzione. È auspicabile avere la piena volontà e la determinazione di applicare queste norme. La fede del musulmano consiste nella convinzione che la sua felicità in questo mondo e la salvezza e il successo nell’Aldilà risiedano esclusivamente nel rispettare e osservare correttamente i limiti stabiliti dagli ordini e dai divieti di Allah.
Per questo, il suo primo dovere consiste nel conoscere correttamente quei limiti, ossia ciò che è halal e ciò che è haram. Conoscendoli e osservandoli correttamente, è possibile conseguire il bene, la prosperità e il successo in entrambi i mondi.
Per spiegare questo punto, vorrei presentare qui due esempi tratti dalla vita dei musulmani dei primi tempi. Si comprenderà chiaramente con quale impegno e con quale competizione essi si sforzassero di rispettare i limiti stabiliti da Allah riguardo all’halal e all’haram e di mettere in pratica la legge di Allah.
Abbiamo già menzionato un esempio nel contesto della proibizione del consumo di alcol. Gli arabi erano pazzi per il consumo di alcol. L’amore per l’alcol era radicato nelle loro viscere. Per questo disponevano di recipienti e riunioni speciali per bere. Allah l’Altissimo conosceva molto bene la loro condizione. Per tale ragione adottò un metodo graduale nel proibirlo. Alla fine proclamò definitivamente la proibizione, dicendo: ( arabo*******************)
È un’abominevole opera di Satana; evitatela dunque.
Per questo il Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) dichiarò haram berlo, venderlo e regalarlo ai non musulmani. In quel periodo i musulmani possedevano grandi quantità di alcol e di recipienti. Non appena udirono questo divieto, fecero scorrere l’alcol per i vicoli e le strade di Medina e vi rinunciarono per sempre.
Nel loro modo di osservare le disposizioni della Sharia si è potuto osservare uno straordinario esempio di intensa obbedienza. Quando fu udita la proclamazione del divieto, qualcuno teneva in mano un recipiente colmo di alcol. Ne aveva bevuto una parte, mentre una parte restava ancora da bere. Tuttavia, non appena udì la proclamazione del divieto, lo gettò lontano. La domanda di Allah: ( arabo*******************) — Vi asterrete dunque?
E in risposta dissero con i fatti: «Sì, o Allah, ci siamo astenuti».
Se si confronta la storia della lotta contro il consumo di alcol nella società islamica e della decisione definitiva su di esso con l’episodio del proibizionismo negli Stati Uniti d’America, risulterà chiaramente provato che, al di fuori della legge di Allah, nulla è compatibile con la natura umana. Solo mediante quella legge è possibile conseguire tranquillità e stabilità nell’animo umano. Non è difficile comprendere che, senza forza, predominio o autorità, la sola fede è lo strumento più efficace in questo ambito.
Il secondo esempio riguarda il modo in cui le donne musulmane dei primi tempi si prepararono a osservare il velo. Allah Onnipotente proibì loro la dissolutezza e il libero vagabondare tipici dell’epoca dell’ignoranza. Fu loro imposto di preservare il proprio onore e di muoversi con il corpo coperto; invece, nell’epoca dell’ignoranza, le donne uscivano di casa con il petto scoperto. Non coprivano alcuna parte del corpo. Il collo e la gola rimanevano scoperti. I capelli, lasciati all’indietro, fluttuavano sulla schiena come una nuvola, mentre agli orecchi brillavano ornamenti d’oro. Allah Onnipotente dichiarò proibito muoversi in questo modo. Esse dovevano seguire una norma distinta e diversa da quella del passato. Dovevano smettere di seguire e imitare l’epoca dell’ignoranza. Dovevano muoversi con il corpo completamente coperto. Dovevano stringere il velo o il doppiatoio sul petto e coprire anche la testa. ʿĀʾisha (r.a.) ha narrato come le donne delle famiglie dei Muhājirūn e degli Anṣār accolsero questa legge di Allah e come la applicarono senza ostacoli e rapidamente nella società islamica. Questa legge e questo comando di Allah comportavano una trasformazione fondamentale nella vita delle donne. Il loro effetto si manifestò anche sul loro aspetto, sul loro ornamento e sulla loro bellezza. ʿĀʾisha (r.a.) disse: «Che Allah effonda la Sua misericordia sulle donne dei Muhājirūn dei primi tempi. Quando fu rivelato il versetto coranico: “Che stringano saldamente i loro veli sulle spalle e sul petto”, si vide che esse coprirono il petto con i loro mantelli». (Bukhārī)
Un giorno alcune donne erano sedute presso di lui. Si parlò allora delle donne della tribù dei Quraysh e del loro prestigio e della loro dignità. Egli disse: «Il prestigio delle donne dei Quraysh è indiscutibile. Tuttavia, lo giuro su Allah, non ho mai visto donne migliori di quelle degli Anṣār. Esse misero in pratica il Libro di Allah e credevano immediatamente in tutto ciò che veniva rivelato. Dopo la rivelazione del suddetto versetto della Sura an-Nūr, i loro uomini lo lessero loro. Ogni uomo lo lesse a sua moglie, alle sue figlie e alle sue sorelle. Così ciascun uomo fece conoscere questo comando di Allah alle proprie parenti strette. Allora ogni donna degli Anṣār si legò saldamente sulla testa il proprio doppiatoio, decorato con motivi e ornamenti scintillanti. In questo modo misero in pratica il comando di Allah; e il giorno seguente, tra tutte le donne che parteciparono alla preghiera del fajr, nessuna lasciò la testa scoperta: tutte l’avevano coperta strettamente con il doppiatoio.»
Questo era il comportamento delle donne credenti nei confronti della legge di Allah. Si affrettavano a obbedire al comando di Allah senza alcun indugio. Abbandonavano ciò che veniva loro proibito; non mostravano la minima esitazione, riserva o titubanza. Non aspettavano e non ritardavano l’applicazione. Non lasciavano trascorrere uno, due o più giorni dicendo: «Va bene, in seguito compreremo abiti nuovi e ci vestiremo di conseguenza». Al contrario, proprio in quel momento utilizzavano per obbedire al comando di Allah gli abiti che possedevano, qualunque ne fossero il tipo o il colore. Se non trovavano un tessuto adatto, strappavano quello che avevano e se lo legavano strettamente sulla testa.
A questo punto desideriamo ricordare che non basta conoscere e comprendere soltanto ciò che è halal e ciò che è haram. In realtà, halal e haram sono questioni chiare: nulla di esse è sconosciuto ad alcun musulmano. Eppure, nonostante ciò, molti musulmani cadono nel vortice dell’haram. Di conseguenza, pur vedendo, ascoltando e comprendendo ogni cosa, si stanno preparando a diventare combustibile dell’Inferno.
In realtà, è necessario avere nel cuore la taqwā, il timore di Allah. Questa taqwā è la forza motrice fondamentale per osservare la Sharīʿa di Allah. In termini odierni, è necessaria una disposizione interiore viva. Solo essa può mantenere il musulmano entro i limiti dell’halal e impedirgli di compiere azioni haram. E una simile disposizione interiore può essere acquisita soltanto attraverso l’educazione alla fede in Allah e nell’Aldilà.
Quando, da una parte, il musulmano possiede una profonda conoscenza dei limiti della dīn e della Sharīʿa e, dall’altra, una disposizione interiore vigile custodisce tali limiti, impedendogli di oltrepassarli o persino di avvicinarsi ad essi, allora per lui si aprirà la porta del bene complessivo. Il Nobile Profeta (s.a.s.) ha davvero detto:
Quando Allah desidera il bene di qualcuno, crea dentro di lui un ammonitore.
( arabo*******************)
O Allah! Salvaci dal Tuo haram mediante il Tuo halal, dalla disobbedienza mediante la Tua obbedienza e, mediante la Tua grazia, rendici indipendenti da tutto ciò che è diverso da Te.
— Fine —