Contesto del libro

Grazie alla lunga esperienza maturata nel movimento e nell’organizzazione islamica, ho percepito con grande intensità che, nonostante comprendano correttamente l’Islam, molti non riescono a soddisfare le esigenze dell’Islam. Dopo essere avanzati nel movimento islamico applicando con calma e in modo appropriato la ragione e il discernimento, alcuni finiscono nuovamente per arretrare. Anche dopo aver svolto per un certo periodo un ruolo attivo come membri della Jamaat-e-Islami, col tempo diventano inattivi. Pur avendo ricoperto responsabilità di primo piano durante la vita studentesca, nella vita professionale non desiderano più progredire. Osservando tutto ciò con stupore e dolore, dopo aver cercato per lungo tempo le cause, sono giunto alla conclusione che la debolezza dell’iman ne è responsabile. Manca una conoscenza sufficientemente chiara di quali siano le esigenze dell’iman, attraverso quali vie esso si indebolisca e quali siano le condizioni dell’iman saldo. Negli ultimi anni ciò è diventato ancora più evidente tra gli uomini, le donne, gli studenti e le studentesse attivi nel movimento islamico. La questione ha ormai assunto una forma compiuta. Perciò sento la necessità di presentarla sotto forma di opuscolo. Come un corpo debole non ha la capacità di svolgere alcun lavoro, così con un iman debole è impossibile soddisfare qualunque esigenza dell’iman. Pertanto, coloro che affermano di possedere l’iman devono essere particolarmente consapevoli di questo aspetto. Lo scopo di questo scritto è contribuire a soddisfare tale necessità. Scrivo con la grande speranza che, se coloro che una volta si uniscono al movimento islamico acquisiranno una concezione così chiara dell’iman, allora, per la misericordia di Allah, nessuno fallirà nel soddisfare le esigenze dell’iman. Esistono, e continueranno a esistere, differenze di capacità tra le persone. Se non saranno deboli per quanto riguarda l’iman, ciascuno sarà in grado di svolgere un ruolo secondo le proprie capacità. Che Allah Ta‘ala realizzi questa mia speranza.

Ghulam Azam

Giugno 2002

L’iman saldo

Desidero discutere questo argomento suddividendolo in sei punti.

1. Che cosa significa iman? Che cosa si intende per fede? Qual è la definizione della fede? Qual è il rapporto tra la fede e le opere? In quanti tipi può essere classificata la fede?

2. Qual è la necessità della fede nella vita umana?

3. Quali sono le questioni relative all’īmān nell’Islam (īmāniyyāt)? Se qualcuno vuole accettare l’Islam e diventare musulmano, in quali questioni deve credere?

4. Se si ha fede in Allah, quale rapporto si instaura con Allah?

5. Per quali ragioni l’īmān si indebolisce? In che modo sopraggiunge la debolezza dell’īmān?

6. Quali sono le condizioni per un īmān forte? Quando si adempiono quali condizioni l’īmān diventa forte?

1. Che cosa significa īmān?

Īmān è una parola araba. Il suo significato semplice è fede. Che cosa si intende per fede? È una questione estremamente importante.

Sarà più facile comprendere la questione attraverso un semplice esempio. Supponiamo che una persona che conosco venga da me e mi dica: «Fratello, prestami mille taka. Te li restituirò tra un mese».

Non so direttamente se restituirà il denaro tra un mese. Che cosa dovrei dirgli? Non posso certo dirgli: «Prima aspetterò di vedere se me li restituirai tra un mese». Allora, che cosa gli dirò? Quell’uomo mi ha chiesto un prestito: o glielo concederò, oppure rifiuterò di prestargli il denaro. Come deciderò se concederglielo o no? Non ho una conoscenza diretta, un direct knowledge, del fatto che restituirà davvero il denaro. Sono quindi costretto a decidere mediante una conoscenza indiretta. In base a quanto lo conosco, devo vedere se dentro di me nasce la convinzione che manterrà la promessa. Se ho fiducia in lui e credo che restituirà il denaro, glielo presterò. In breve, la base della decisione di prestargli il denaro è la fede. Se, sulla base del suo comportamento passato, non ho fiducia in lui e non credo che restituirà il denaro, non glielo presterò. Anche il fatto che io non mi sia fidato di lui deriva da una conoscenza indiretta. Se rifiuto di prestargli il denaro, certamente dirà: «Non ti fidi di me?». Anche il fatto che io non mi sia fidato di lui è, a sua volta, una forma di fede. In altre parole, la mia convinzione è che non restituirà il denaro. Per questo non gliel’ho dato affatto. Come ho saputo che non avrebbe restituito il denaro? Sono giunto a questa convinzione proprio attraverso una conoscenza indiretta.

Qual è dunque la definizione della fede? Quando non si possiede una conoscenza diretta di una questione, ma si deve comunque prendere una decisione al riguardo, non resta altra possibilità che decidere attraverso una conoscenza indiretta; la decisione presa in questo modo si chiama fede.

Un esempio significativo

Non abbiamo una conoscenza diretta del fatto che dopo la morte si debba o meno tornare in vita. Tuttavia, non è possibile restare indifferenti al riguardo. Se dopo la morte esiste un’altra vita, allora devo vivere nel mondo tenendo presente il rendiconto che dovrò affrontare. Se invece non esiste, può sembrare più facile vivere senza freni. Perciò non è possibile rimanere in silenzio su questa questione. Bisogna ritenere che esista, oppure supporre che non esista, e giungere a una decisione ferma.

Come prenderò una decisione al riguardo? Nessuno torna dall’Aldilà. Non è nemmeno possibile guardare furtivamente dall’aldiquà per vedere. L’Aldilà è completamente invisibile. In molte sure, il Sacro Corano presenta argomenti a sostegno della fede esclusivamente nell’Aldilà. Attraverso queste conoscenze si può sapere indirettamente che l’Aldilà esiste certamente.

Non abbiamo una conoscenza diretta dell’Aldilà, eppure dobbiamo giungere a una decisione al riguardo. Non è nemmeno possibile evitare la questione. Pertanto, quella decisione può essere presa solo attraverso la conoscenza indiretta. È così che si deve decidere riguardo alle questioni invisibili. Questa decisione è la fede.

I tre stati della fede

Sulla base dei due esempi menzionati in precedenza, i tre stati della fede sono:

1. Fede positiva

a. Credo che, se presto del denaro a quella persona, riuscirò a riaverlo indietro.

b. Credo che, dopo la morte, dovremo tornare in vita.

2. Credenza negativa

a. Credo che, se quella persona prende in prestito del denaro, non lo restituirà.

b. Credo che, dopo la morte, non ci sarà un’altra vita.

3. Dubbio

a. Quella persona potrebbe restituire il denaro oppure no.

b. Dopo la morte, potremmo tornare in vita oppure no.

Il dubbio significa che non è ancora sorta alcuna forma di convinzione. Non avere né una convinzione positiva né una negativa è dubbio.

La relazione tra convinzione e azione

La relazione tra convinzione e azione è stretta. L’azione si svolge sempre in base al tipo di convinzione che si ha. Non si agisce in modo contrario alla propria convinzione. Sebbene le convinzioni siano di tre tipi, le azioni non sono di tre tipi. A una convinzione positiva corrisponde un tipo di azione. Invece, l’azione basata su una convinzione negativa e quella basata sul dubbio sono dello stesso tipo. Per esempio: se sono convinto che quella persona restituirà il denaro, le presterò del denaro.

Se sono convinto che non lo restituirà, non le presterò denaro. Non glielo presterò neppure se ho dei dubbi.

L’azione si svolge sempre in base al tipo di convinzione che si ha. Dietro ogni azione c’è necessariamente una convinzione. Non si può agire senza una convinzione. Non si agisce neppure in modo contrario alla propria convinzione. Convinzione e azione sono strettamente legate.

2. Qual è la necessità della convinzione nella vita umana?

Le cinque facoltà sensoriali sono la fonte della conoscenza diretta. Attraverso di esse si può acquisire soltanto una quantità molto limitata di conoscenze. La vita umana non può svolgersi basandosi soltanto su questa esigua conoscenza. Tranne che in alcuni ambiti limitati, l’essere umano deve vivere facendo affidamento sulle convinzioni.

1. Durante l’infanzia, mia madre mi disse che una certa persona era mio padre. Le ho creduto. In merito non vi è alcuna possibilità di conoscenza diretta.

2. Per imparare la lingua bengalese, si è dovuto credere in অ, আ, ক, খ.

3. Se ci si ammala, è impossibile ricevere cure senza avere fiducia nel medico.

4. Se non crede che ci sarà un raccolto, il contadino non può dedicarsi all’agricoltura.

5. Il giudice infligge la pena solo quando, sulla base delle testimonianze e delle prove, si è convinto che l’imputato sia colpevole; se non ne è convinto o ha dei dubbi, non infligge la pena.

6. La morte può arrivare in qualsiasi momento. Eppure la vita continua proprio perché le persone credono che vivranno ancora.

7. I rapporti tra le persone si fondano proprio sulla fiducia. Il rapporto tra marito e moglie, quello tra fratelli, l’amicizia e i rapporti commerciali dipendono tutti dalla fiducia.

Facendo i calcoli, si vedrà che l’essere umano non può vivere nemmeno un giorno senza fiducia. È proprio la fiducia a circondare l’intera vita.

Non credo senza vedere

Ci sono persone dalla mente strana che sono costrette a credere a molte cose, ma quando si tratta di credere in Allah e nell’Aldilà dicono: «Non credo a ciò che non vedo».

Durante le discussioni sulla fede salda nelle assemblee dell’Islami Chhatra Shibir, per dimostrare l’infondatezza dell’espressione «Non credo a ciò che non vedo», sono solito fare un semplice esempio. Tenendo un mazzo di chiavi nel pugno e sollevando la mano chiusa, dico: «Affermo che ho un mazzo di chiavi in mano; credete a ciò che dico?». I ragazzi rispondono: «Sì, ci crediamo». Chiedo di nuovo: «Perché ci credete?». Rispondono: «Crediamo che lei non dica bugie. Perciò, quando dice che ci sono delle chiavi, noi le crediamo».

Apro il pugno, mostro la chiave e chiedo di nuovo: «Credete che questa sia una chiave?». Allora alcuni rispondono: «Sì, ci crediamo». Dico: «Era quando la chiave era invisibile che c’era bisogno di credere. Dopo aver visto la chiave, non c’era più bisogno di credere. Voi che avete detto di credere anche dopo aver visto avete sprecato inutilmente la vostra fede. Quando si vede, non c’è più bisogno di credere; è quando non si vede che c’è bisogno di credere. Perciò l’espressione “Non credo a ciò che non vedo” è del tutto ridicola e irrazionale. Solo gli sciocchi possono dire una cosa simile. Nemmeno un ateo potrebbe dire a sua madre: “Mamma, quando ero piccolo, senza capire, ho accettato le tue parole e ho creduto che quel tale fosse mio padre; ora non credo a nulla che non vedo. Perciò mostrami come quell’uomo sia mio padre”. Anche questo lo crede senza averlo visto. Solo nel caso di Allah non crede a ciò che non vede».

Nella vita reale l’uomo non può vivere nemmeno un giorno senza credere. Deve ricorrere alla fede persino per le questioni più insignificanti e per prendere decisioni. In queste condizioni, non riconoscere la necessità di credere in questioni grandissime come Allah, la rivelazione, il Messaggero e l’Aldilà non è segno di saggezza.

Lo studio del sapere comincia proprio con la fede

Tutto il sapere appartiene esclusivamente ad Allah. Solo Allah conosce ogni argomento dall’inizio alla fine. Egli è l’inizio ed Egli è la fine. Per studiare qualsiasi disciplina, bisogna innanzitutto credere in alcune cose. Per cominciare a imparare una lingua, bisogna accettare senza dimostrazione logica le lettere A, B, C, D oppure ক, খ, গ, così come sono scritte. Se qualcuno discutesse chiedendo: «Perché in questo modo? Che male ci sarebbe a scriverle diversamente?», non potrebbe nemmeno iniziare a imparare quella lingua.

Per studiare la geometria bisogna innanzitutto credere in alcuni assiomi, o verità indimostrate. Per esempio, bisogna credere che un punto (Pount) non abbia né lunghezza, né larghezza, né altezza, e che tuttavia esista. Sebbene, secondo le leggi della fisica, ciò sia del tutto irrazionale, senza crederci non si può nemmeno cominciare a imparare la geometria.

Lo studio della scienza comincia innanzitutto da un’ipotesi (immaginazione, supposizione). Si racconta che Newton, lo scopritore della forza di gravità, mentre era seduto in un frutteto, vide cadere davanti a sé una mela dall’albero. Prima di allora aveva visto molte volte cadere le mele; ma quel giorno si domandò: «Sopra c’è il vuoto e sotto c’è il vuoto. Perché allora il frutto è sceso verso il basso invece di andare verso l’alto?». Nacque così in lui la ferma convinzione che nella Terra esistesse una forza capace di attrarre gli oggetti. In questo modo, sulla base della fede, ebbe inizio la ricerca scientifica.

Nel campo della conoscenza, l’inizio o la fine della conoscenza di qualsiasi argomento non è sotto il controllo dell’essere umano. Inizialmente, la ricerca della conoscenza comincia con la fede e si arresta dopo aver raggiunto un certo livello. L’essere umano non ha la capacità di giungere alla fine della conoscenza.

3. Quali sono gli argomenti relativi alla fede nell’Islam?

Per accettare l’Islam o diventare musulmani, bisogna avere fede in sette cose. Nell’Islam, per fede si intende una ferma convinzione riguardo a queste sette cose.

Queste vengono chiamate Īmān mufassal, cioè fede dettagliata. Devono essere apprese in arabo.

امَنْتُ بِاللهِ وَمَلئِكَتِه وَكُتُبِه وَرَسُوْلِه وَالْيَوْمِ الْاخِرِ وَالْقَدْرِ خَيْرِه وَشَرِّه مِنَ اللهِ تَعَالى وَالْبَعْثِ بَعْدَالْمَوْتِ

Cioè: ho creduto in Allah, nei Suoi angeli, nei Suoi Libri, nei Suoi messaggeri, nell’Ultimo Giorno (l’Aldilà), nel fatto che il bene e il male del destino provengono da Allah e nella resurrezione dopo la morte.

I tre principali argomenti della fede sono il tawhid, la risālah e l’Aldilà. Questi sette argomenti rientrano tutti in queste tre categorie. Nel tawhid sono inclusi tre elementi: Allah, gli angeli e il destino. Nella risālah ve ne sono due: i Libri e i messaggeri. Nell’Aldilà ve ne sono due: l’Ultimo Giorno e la resurrezione dopo la morte.

Gli angeli sono stati inclusi nel tawhid insieme ad Allah proprio perché gli esseri umani hanno concezioni errate riguardo agli angeli. Si credeva che fossero le figlie di Allah. Allah ha chiarito che gli angeli sono soltanto servi e incaricati di Allah. Essi non condividono neppure in minima parte alcun potere di Allah. Se si ha questa concezione riguardo a loro, non vi è alcun rischio di associarli ad Allah in nessun senso.

Il Taqdīr significa che il potere ultimo su ogni cosa è esclusivamente nelle mani di Allah. Qualunque decisione Egli prenda riguardo a qualcosa, quella è il Taqdīr. Tutto ciò che accade di bene o di male nella vita dell’uomo accade secondo la decisione di Allah. In ciò non ha parte alcuna altra forza. L’assoluto dominio e l’autorità di Allah rientrano nel Tawḥīd.

4. Qual è la forma concreta del rapporto con Allah?

Quando si crede in Allah, si instaura un rapporto speciale tra il servo e Allah. Allah l’Altissimo ha espresso questo rapporto nella Sūra an-Nās in tre modi.

1. رَبِّ النَّاس Il Signore e il Sustentatore degli uomini. Colui che soddisfa ogni necessità, che provvede alla loro cura e così via. L’uomo, invece, è un mendicante della Sua misericordia, interamente beneficato e allevato da Lui.

2. مَلِكِ النَّاسِ Il Sovrano degli uomini. Egli è il re e gli uomini sono i Suoi sudditi. In nessuna circostanza qualcuno può uscire dal Suo regno. Gli uomini sono vincolati dalle norme, dalle leggi e dai decreti del Suo regno. All’uomo è stata concessa soltanto la facoltà di desiderare e di sforzarsi di compiere qualcosa di buono o di cattivo. Ma non gli è stato dato alcun potere di portare a compimento un’azione. Il compimento delle azioni dipende interamente da Allah. Soltanto per aver desiderato e fatto il possibile, l’uomo riceverà la ricompensa o la punizione dell’azione. Riceverà la retribuzione anche se l’azione non sarà stata portata a compimento. Oltre alla minima facoltà di desiderare e di sforzarsi, Allah non ha dato alcun potere al Suo suddito.

3. إِلَٰهِ النَّاسِ Allah è l’unica Divinità, l’unico oggetto di adorazione, il Comandante, il Signore e il Padrone degli uomini. Gli uomini non hanno il diritto di obbedire ad alcun comando contrario al Suo comando.

Il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) disse:

Non si può obbedire a una creatura disobbedendo al Creatore.

La naturale conseguenza di questi rapporti

Chi crede sinceramente in Allah riesce a soddisfare le esigenze della propria fede.

1. Riconosce Allah come l’unico Rabb. Per tutto ciò di cui gode nel mondo, rivolge ogni lode esclusivamente ad Allah. Per tutte le benedizioni presenti nel suo corpo, per i buoni desideri che nascono nel suo cuore, per i pensieri retti che sorgono nella sua mente, per ogni desiderio di compiere il bene, per la capacità che gli viene concessa di impegnarsi nelle opere buone e per ogni possibilità di utilizzare e godere delle cose create da Allah, ringrazia esclusivamente Allah. Solo davanti a Lui china il capo in segno di gratitudine e nel cuore prova la soddisfazione per la Sua grazia. Considera ogni disgrazia e ogni difficoltà come proveniente da Lui. Ritiene che Allah sia l’unico Datore del sostentamento e Colui che soddisfa i bisogni. Non si lascia sopraffare neppure nelle calamità più dure. In nessuna circostanza perde la speranza nel suo Rabb. Crede che Allah abbia posto il bene e la prosperità in ogni cosa per lui. Confidando esclusivamente in Lui, trova serenità nel cuore.

2. Considera Allah l’unico Re e non teme alcun’altra forza. Nessuna potenza, per quanto grande, gli appare davvero grande. Considerandosi un suddito amato da Colui che è il Re di tutti i re, non si lascia intimorire dalla prepotenza di nessuno. Non sente neppure il minimo bisogno di temere una forza diversa da Allah. Non pensa che qualcuno possa arrecargli alcun danno. È estremamente coraggioso e del tutto impavido. Nel mondo e nell’Aldilà considera Allah l’unico Wali, il custode amorevole. In ogni situazione sente pace nel cuore. Non ritiene necessario lasciarsi turbare in alcuna circostanza. Si considera un soldato di Allah e ritiene suo massimo dovere instaurare e mantenere il regno del suo Re. Nutre lo zelo di sradicare tutto ciò che ad Allah dispiace. Ama Allah l’Altissimo più di ogni altra cosa e non ha desiderio più grande di ottenere il Suo compiacimento. Prova onore nel sacrificare la propria vita per la soddisfazione del Padrone. Considera il massimo sforzo per sacrificare la vita e i beni, con l’obiettivo di abbattere il regno di Satana e instaurare quello di Allah, la via per conseguire il Paradiso.

3. Crede che Allah sia l’unico Ilah. Non è disposto neppure minimamente a obbedire all’ordine di chiunque si opponga al Suo comando. Crede fermamente che obbedire ai Suoi ordini e astenersi da ciò che Egli ha proibito sia l’unico mezzo per il successo nella sua vita terrena, transitoria, e nella vita eterna dell’Aldilà. Ritiene che questa sia l’unica via per ottenere la vicinanza ad Allah. Non crede che esista alcun mezzo alternativo per sfuggire al castigo terreno e ottenere la salvezza nell’Aldilà.

5. Come si manifesta la debolezza nella fede?

Quando si possiede una fede autentica in Allah l’Altissimo, è naturale per il credente soddisfare le esigenze di tutti i rapporti che si instaurano con Lui. Tuttavia, sebbene si dichiari credente, fallisce nel soddisfare le esigenze della fede chi ha una fede debole. Perciò ogni credente deve avere una conoscenza corretta del modo in cui la fede si indebolisce. Non appena compare una debolezza nella fede, il rapporto con Allah si spezzerà. È una questione gravissima. Al riguardo è necessaria la massima cautela.

Allah l’Altissimo ha creato nel mondo rapporti d’amore tra noi e molte cose. Non ci ha neppure autorizzati ad abbandonare tali rapporti. Al contrario, ha dichiarato che questi rapporti sono un ornamento:

زُيِّنَ لِلنَّاسِ حُبُّ الشَّهَوَاتِ مِنَ النِّسَاءِ وَالْبَنِينَ وَالْقَنَاطِيرِ الْمُقَنطَرَةِ مِنَ الذَّهَبِ وَالْفِضَّةِ وَالْخَيْلِ الْمُسَوَّمَةِ وَالْأَنْعَامِ وَالْحَرْثِ ۗ ذَٰلِكَ مَتَاعُ الْحَيَاةِ الدُّنْيَا ۖ وَاللَّهُ عِندَهُ حُسْنُ الْمَآبِ

Per gli uomini sono stati resi oggetto di grande desiderio i beni che preferiscono: le donne, i figli, i cumuli d’oro e d’argento, i cavalli di razza, il bestiame e i terreni coltivati. Ma tutto ciò non è che il breve godimento della vita terrena. In verità, il miglior rifugio si trova presso Allah. (Sura Āl ʿImrān: 14)

Allah stesso ha dichiarato che la vita degli uomini è stata adornata da questi oggetti d’amore. Se si abbandonano tali ornamenti dell’amore per diventare asceti o monaci, si sarà considerati colpevoli agli occhi di Allah. Allah ha inoltre stabilito la misura dell’amore per le cose del mondo alle quali Egli stesso ha associato questo amore. Quando le si ama oltre tale misura, la fede si indebolisce. Allah dice:

قُلْ إِن كَانَ آبَاؤُكُمْ وَأَبْنَاؤُكُمْ وَإِخْوَانُكُمْ وَأَزْوَاجُكُمْ وَعَشِيرَتُكُمْ وَأَمْوَالٌ اقْتَرَفْتُمُوهَا وَتِجَارَةٌ تَخْشَوْنَ كَسَادَهَا وَمَسَاكِنُ تَرْضَوْنَهَا أَحَبَّ إِلَيْكُم مِّنَ اللَّهِ وَرَسُولِهِ وَجِهَادٍ فِي سَبِيلِهِ فَتَرَبَّصُوا حَتَّىٰ يَأْتِيَ اللَّهُ بِأَمْرِهِ ۗ وَاللَّهُ لَا يَهْدِي الْقَوْمَ الْفَاسِقِينَ

(O Messaggero, dite loro:) «Se i vostri padri, i vostri figli, i vostri fratelli e sorelle, le vostre mogli, i vostri parenti, i beni che avete guadagnato, i vostri affari dei quali temete la recessione e le case che vi piacciono vi sono più care di Allah, del Suo Messaggero e del jihād sulla Sua via, allora aspettate finché giunga il decreto di Allah (la morte). Allah non guida i peccatori». (Sura al-Tawba: 24)

In questo versetto è stato stabilito con parole estremamente chiare fino a che punto si possano amare le cose del mondo. Se le si ama più di Allah, del Messaggero e del jihād sulla via di Allah, ciò dimostra che la fede è debole. Quando l’amore per quelle otto cose supera quello per queste tre, allora la fede è in pericolo. Ogni volta che l’amore per quelle otto cose entra in conflitto con l’amore per Allah, il Messaggero e il jihād, l’amore per questi tre non è vietato, bensì obbligatorio. In tal modo la fede rimane al sicuro. L’amore per quelle otto cose non è vietato, bensì doveroso. Ma se l’amore per quelle otto supera quello per i tre, ciò dimostra che la fede è debole.

Un esempio eccellente chiarisce bene questa questione. L’altro nome dell’acqua è vita. Si dice così perché senza acqua la vita non può sopravvivere. Ma forse l’uomo non muore annegando nell’acqua? Come si può allora chiamare l’acqua vita? La verità è che una determinata quantità d’acqua è certamente vita; oltre tale quantità, l’acqua stessa diventa morte. Allo stesso modo, se l’amore per quelle otto cose è inferiore all’amore per Allah, il Messaggero e il jihād, questa è la vita della fede. Ma se l’amore per le otto supera quello per i tre, è la morte della fede.

Quando quelle otto cose amate diventano un ostacolo all’adempimento dei doveri verso Allah, il Messaggero e il movimento islamico, impediscono di adempiere tali doveri. Se si riesce a rimuovere questo ostacolo, cioè se, per amore dei tre, si è capaci di sacrificare l’amore per gli otto, ciò dimostra che la fede non è debole. Quando la fede si indebolisce, il rapporto con Allah si spezza, perché allora non si ha più la forza di soddisfare le esigenze della fede.

Allah ha definito la ricchezza e i figli un ornamento, e li ha anche chiamati fitna—

الْمَالُ وَالْبَنُونَ زِينَةُ الْحَيَاةِ الدُّنْيَا ۖ وَالْبَاقِيَاتُ الصَّالِحَاتُ خَيْرٌ عِندَ رَبِّكَ ثَوَابًا وَخَيْرٌ أَمَلًا

La ricchezza e i figli sono l’ornamento della vita terrena. (Sura al-Kahf: 46)

إِنَّمَا أَمْوَالُكُمْ وَأَوْلَادُكُمْ فِتْنَةٌ

In verità, la vostra ricchezza e i vostri figli sono una fitna. (Sura at-Taghabun: 15)

Se si mantiene l’equilibrio nell’amore per quegli otto e quei tre elementi, allora la ricchezza e i figli sono l’ornamento della vita. Ma se l’amore per gli otto elementi prevale, allora la ricchezza e i figli sono una fitna. Nella terminologia islamica, si chiama fitna ciò che ostacola l’osservanza dei comandamenti di Allah. Letteralmente, significa prova, calamità, conflitto, attrazione, disordine e così via.

Nel primo versetto del secondo ruku della Sura al-Munafiqun, Allah dice:

يَا أَيُّهَا الَّذِينَ آمَنُوا لَا تُلْهِكُمْ أَمْوَالُكُمْ وَلَا أَوْلَادُكُمْ عَن ذِكْرِ اللَّهِ ۚ وَمَن يَفْعَلْ ذَٰلِكَ فَأُولَٰئِكَ هُمُ الْخَاسِرُونَ

O voi che avete creduto, ascoltate! Che i vostri beni e i vostri figli non vi facciano dimenticare Allah. Non lasciatevi assorbire dall’amore per queste cose al punto da trascurare l’adempimento delle esigenze della fede.

6. Quali sono le condizioni per una fede salda?

Le condizioni principali per una fede salda sono due:

1. Una fede libera dallo shirk, ovvero un tawhid puro.

2. Chi afferma di avere fede deve essere miscredente nei confronti del taghut.

Pertanto, chi possiede una fede salda deve acquisire una conoscenza chiara del tawhid, dello shirk e del taghut.

Tawhid e shirk

Il termine completamente opposto al tawhid è shirk. Il significato della parola tawhid è dottrina dell’unicità assoluta. Comunemente viene tradotta come monoteismo. Questo significato è erroneo. In arabo, la parola wahid significa uno, mentre ahad significa unico.

قُلْ هُوَ اللَّهُ أَحَدٌDi’: Allah è unico e incomparabile. Dopo l’uno vengono il due, il tre e così via; perciò, dicendo semplicemente «unicità», non si esprime il significato fondamentale. «Unico e incomparabile» significa Colui che non ha eguali, anzi, nessuno con cui possa essere paragonato.

Per avere una corretta comprensione del tawhid, è necessario possedere una conoscenza chiara dello shirk. Infatti, tawhid significa precisamente assenza di shirk. La definizione più chiara e concisa del tawhid è proprio fede libera dallo shirk. Come la definizione più semplice della luce è l’assenza dell’oscurità, così è necessario discutere dettagliatamente dello shirk.

Coloro che negano Allah sono miscredenti. Coloro che commettono shirk non negano Allah. Credono certamente in Allah, ma associano in vari modi ad Allah altre entità o poteri. Essi sono chiamati mushrik.

La parola shirk significa associare. Comprendendo in quali modi si associano altre entità ad Allah, si acquisirà una chiara comprensione dello shirk e sarà anche più facile evitarlo.

Non ho trovato una trattazione dello shirk paragonabile a quella che Maulana Maududi (rah.) ha presentato nella nota 128 del suo celebre tafsir Tafhim al-Qur’an, nella sura al-An‘am. Nel Sacro Corano si parla dello shirk in centinaia di versetti, e in tutti questi luoghi vi sono anche note esplicative. Per quanto ne so, la spiegazione completa dello shirk si trova nella nota 128 della sura al-An‘am. Nelle altre centinaia di note si trova talvolta una spiegazione del 10 per cento, talvolta del 50 per cento. Se si assimila bene la nota 128, non sarà affatto necessario leggere le altre note. È proprio quella spiegazione che presento qui.

Quattro tipi di shirk

Coloro che associano ad Allah un’altra entità compiono questo atto in quattro modi.

1. Associano un’altra entità all’Essenza di Allah (Persona).

Per esempio, attribuendo a qualcuno lo status di figlio, figlia o moglie di Allah. Nel Corano si dice:

وَقَالَتِ الْيَهُودُ عُزَيْرٌ ابْنُ اللَّهِ وَقَالَتِ النَّصَارَى الْمَسِيحُ ابْنُ اللَّهِ

Gli ebrei dicono che Hazrat Uzayr è il figlio di Allah. E i cristiani dicono che il Messia (la pace sia su di lui) è il figlio di Allah. (Sura al-Tawba: 30)

I cristiani considerano Hazrat Maryam (la pace sia su di lei), la madre di Hazrat Isa (la pace sia su di lui), come la moglie di Allah.

Nel Corano è menzionato in molti luoghi che gli angeli venivano considerati figlie di Allah. Si crede inoltre che le divinità maschili e femminili appartengano alla discendenza di Allah. Alcuni tiranni hanno rivendicato di essere discendenti del Creatore. In questo modo, altre entità vengono associate all’Essenza di Allah.

2. Associare altri agli attributi di Allah.

È shirk credere che qualcuno possieda attributi che appartengono esclusivamente ad Allah. Per esempio, la conoscenza dell’invisibile, ossia la conoscenza di ciò che è nascosto. Ritenere di qualcuno che sappia, veda o ascolti ogni cosa e sia libero da ogni difetto e imperfezione.

3. Associare un’altra entità alla potenza di Allah. È shirk credere che qualcun altro possieda poteri che appartengono esclusivamente ad Allah. Per esempio

a. L’autorità di emanare le leggi e di stabilire i limiti tra halāl e harām, ovvero tra ciò che è lecito e ciò che non è lecito. Stabilire le norme per la vita umana è prerogativa esclusiva di Allah. Egli possiede il potere di promulgare le leggi che ha rivelato, ma nessuno all’infuori di Allah ha il diritto di emanare le leggi fondamentali.

b. Ritenere che qualcuno, all’infuori di Allah, abbia il potere di arrecare miracolosamente beneficio o danno a qualcuno, soddisfare i bisogni, proteggere, custodire, ascoltare ed esaudire le suppliche, determinare o modificare il destino e così via.

c. Concedere la prole, infliggere malattie e guarire, elargire il sostentamento, causare e allontanare calamità e afflizioni e così via sono poteri esclusivi di Allah. Nessuno condivide questi poteri con Lui.

4. Associare qualcun altro nei diritti esclusivi di Allah.

Per esempio, inchinarsi e prosternarsi, mostrare devozione e rispetto piegandosi con le mani conserte, sacrificare animali, rivolgere suppliche accorate nelle calamità e nelle afflizioni, fare donazioni nella speranza di ottenere misericordia e favore, e così via, sono dovuti esclusivamente ad Allah.

Temere, apertamente o segretamente, il malcontento di qualcuno, rivolgere suppliche per soddisfare i bisogni e allontanare le calamità, obbedire incondizionatamente, considerare qualcosa il criterio per distinguere il vero dal falso e così via sono diritti esclusivi di Allah. Ritenere che un’altra entità sia degna di uno qualsiasi di questi diritti è shirk. Nel Sacro Corano è stato dichiarato ripetutamente che Allah l’Altissimo non perdonerà il peccato dello shirk. Tra i musulmani non si trova il primo dei quattro tipi di shirk sopra menzionati. Tuttavia, tutti gli altri tipi di shirk sono ampiamente diffusi anche tra i musulmani. La causa principale è la mancanza di una corretta conoscenza dello shirk.

Esempi di shirk diffuso

1. Nel nostro Paese sono in vigore leggi inventate dagli uomini. Se non si cerca di instaurare la legge di Allah, ciò dimostra che le leggi vigenti create dagli uomini sono state accettate interiormente. Molti non comprendono che considerare lecite queste leggi è shirk. Coloro che aboliscono queste leggi illecite e cercano di instaurare la legge di Allah si sono salvati dallo shirk.

2. Il possessore del rizq è unicamente Allah. Qualunque professione si scelga, quella professione non è il Razzāq. Anche se quella professione venisse meno, Allah è capace di provvedere il rizq per altre vie.

Un insegnante di una scuola, di un college o di una madrasa svolge un ruolo attivo nel movimento islamico. Tali istituzioni possono minacciarlo di interrompere il suo rizq per impedirgli di dedicarsi al lavoro della religione. Se qualcuno interrompe il lavoro di Iqāmat ad-Dīn per paura di perdere il posto, si comprende che non considera Allah l’unico Razzāq. Considera anche il proprio lavoro un associato di Allah nel provvedere il rizq. È così che lo shirk indebolisce l’īmān. Se l’īmān non è libero dallo shirk, non può diventare saldo. Chi ha interrotto il jihād sulla via di Allah per salvare il proprio posto di lavoro ha reciso il rapporto del suo īmān con Allah.

Alcuni anni fa, un giovane studioso religioso di Khulna venne a incontrarmi. Mi disse: «Ero l’imām di una moschea a Khulna. Svolgevo apertamente il mio dovere come attivista della Jamaat-e-Islami. Nel comitato della moschea la maggioranza era costituita dai murīd del pīr di Charmonai. Mi informarono che, se non avessi lasciato la Jamaat-e-Islami, avrei dovuto lasciare l’imamato. Ho lasciato il lavoro e me ne sono andato, perché lavoravo nella Jamaat con piena consapevolezza».

Se avesse lasciato la Jamaat per conservare il posto di lavoro, ciò sarebbe stato shirk e il rapporto del suo īmān con Allah si sarebbe spezzato. Proprio perché era libero dallo shirk, ebbe il coraggio di lasciare il lavoro.

Gli esempi opposti sono molto più numerosi. Due giovani insegnanti di una madrasa dakhil del distretto di Comilla vennero a incontrarmi. Presentandosi, dissero: «Durante la nostra vita studentesca eravamo entrambi compagni dell’Islami Chhatra Shibir». Chiesi loro: «Nel luogo in cui insegnate non esiste un’organizzazione della Jamaat-e-Islami?». Risposero: «Certamente, esiste». Dissi: «Allora non mi avete detto quale rapporto avete con la Jamaat». Risposero: «Il sovrintendente della madrasa è talmente contrario alla Jamaat che, se sapesse che svolgiamo attività nella Jamaat, ci caccerebbe dalla madrasa».

Chiesi: «Non considerate forse Allah il Razzāq?». Quando, stupiti, vollero sapere perché avessi detto ciò, spiegai: «Anche in quella madrasa state trascurando il dovere della religione per salvare il posto di lavoro. Questo ha rivelato una debolezza dell’īmān. Riflettete se, con ciò, non si sia spezzato il vostro rapporto di fede con Allah».

3. Nel nostro Paese molte persone si recano al mausoleo di Hazrat Khwaja Muinuddin Chishti (raḥimahu Allāh) ad Ajmer e a quello di Hazrat Abdul Qadir Jilani (raḥimahu Allāh) a Baghdad, e lì rivolgono loro suppliche per avere figli, essere salvate dalle difficoltà, guarire dalle malattie e ottenere diversi altri scopi desiderati. Tali suppliche devono essere rivolte esclusivamente alla corte di Allah. Recitare suppliche presso i mausolei dei pii è shirk manifesto. Non è corretto neppure recarvisi per pregare Allah. Andarvi per chiedere ad Allah è privo di senso.

Tra la gente sono ampiamente diffuse molte forme di shirk legate ai mausolei e alle tombe.

Il significato di ṭāghūt

La parola ṭāghūt significa «colui che oltrepassa i limiti». Dopo aver menzionato nell’Ayat al-Kursī le qualità sovrane di Allah, l’Altissimo, Egli dice:فَمَن يَكْفُرْ بِالطَّاغُوتِ وَيُؤْمِن بِاللَّهِ فَقَدِ اسْتَمْسَكَ بِالْعُرْوَةِ الْوُثْقَىٰ لَا انفِصَامَ لَهَا ۗ وَاللَّهُ سَمِيعٌ عَلِيمٌ

Pertanto, chiunque rifiuti il ṭāghūt e creda in Allah si è aggrappato a una corda saldissima, che non si spezzerà mai. Allah ascolta e conosce ogni cosa. (Sura al-Baqara, 256)

Ciò che è stato detto in questo versetto, dopo aver menzionato le qualità di Allah, l’Altissimo, è di grande significato. È stato detto che, se qualcuno desidera credere in Allah, dotato delle qualità sopra menzionate, deve innanzitutto diventare kāfir nei confronti del ṭāghūt. Se crede in Allah senza diventare kāfir nei confronti del ṭāghūt, sotto la pressione e l’intimidazione del ṭāghūt non riuscirà a realizzare la propria pretesa di fede. Quando si crede in Allah, il rapporto che si instaura con Lui non rimane saldo sotto la pressione del ṭāghūt. Se si rifiuta di obbedire al ṭāghūt, cioè se si ha il coraggio di ignorarne la pressione, il rapporto della fede con Allah diventa così saldo da non spezzarsi più. Nel versetto questo rapporto della fede è stato paragonato a una corda, o a un legame.

Per questo, come condizione per una fede salda, bisogna rifiutare il ṭāghūt o diventare kāfir nei suoi confronti. È dunque necessario avere una concezione chiara del ṭāghūt, o riconoscerlo correttamente.

Poiché, anche dopo aver letto il commento del Tafhīm al-Qurʾān sul ṭāghūt, non mi sentivo soddisfatto, rivolsi direttamente a Maulana Mawdudi una domanda in proposito. Ciò che disse è riportato di seguito:

Allah, l’Altissimo, non ha costretto l’uomo né a obbedire ai Suoi comandi né a disobbedirGli. Ha dato all’essere umano la possibilità di scegliere se obbedire o meno. La disobbedienza ad Allah ha due limiti. Il limite iniziale è il fisq, mentre il limite finale e definitivo è il kufr. Chi riconosce il comando di Allah, ma non lo mette in pratica, è un fāsiq. Chi invece non riconosce il comando è un kāfir. Colui che oltrepassa questi due limiti della disobbedienza è il ṭāghūt.

Individualmente, una persona può essere fāsiq oppure kāfir. Questa è una scelta, o libera volontà, propria di ciascuno. La disobbedienza ad Allah ha questi due limiti. Chi oltrepassa anche questi limiti è il ṭāghūt. Che cosa significa oltrepassare questi due limiti? Come vengono oltrepassati? Comprendendo questo, sarà facile riconoscere il ṭāghūt.

Colui che è fāsiq egli stesso e cerca di rendere fāsiq anche gli altri è un tāghūt. Ha oltrepassato il limite iniziale della disobbedienza. Colui che è kāfir egli stesso e cerca di rendere kāfir anche gli altri è un tāghūt. Ha oltrepassato persino il limite estremo della disobbedienza ad Allah.

Qui c’è una cosa che bisogna comprendere in modo particolare. Allah crea ogni essere umano separatamente, dotandolo di una propria identità. Come ciascuno viene al mondo da solo, così anche quando se ne va lo fa da solo. Nell’Aldilà riceverà individualmente la ricompensa delle proprie azioni.

La punizione la subirà da solo. Anche la ricompensa la riceverà da solo. Sarà lui il responsabile delle proprie azioni. Perciò gli è stata concessa individualmente la facoltà di disobbedire ai comandi di Allah. A nessuno è stata concessa la facoltà di rendere altre persone disobbedienti ad Allah. Coloro che oltrepassano personalmente i limiti della disobbedienza: sono loro i tāghūt.

L’identità del tāghūt

Per rifiutare di accettare il tāghūt, bisogna sapere chi sono i tāghūt. Cercando nel Corano, si trovano cinque tipi di tāghūt.

1. Nafs e hawā. Nafs significa inclinazione, mentre hawā significa inclinazione malvagia. Nel complesso, tutte le esigenze del corpo sono chiamate nafs. Quella tra le esigenze che è cattiva viene chiamata hawā.

Il corpo non ha alcuna nozione di ciò che è bene o male. Questa nozione appartiene alla coscienza. La decisione dello rūḥ è la coscienza. Bisogna considerare malvagia la nafs, cioè la richiesta del corpo. La coscienza esamina e stabilisce quale richiesta sia buona o cattiva. Nella sura Yūsuf, versetto 53, è detto:إِنَّ النَّفْسَ لَأَمَّارَةٌ بِالسُّوءِCertamente, la nafs ordina soltanto il male. Poiché incita alla disobbedienza ad Allah, la nafs è un tāghūt.

Se qualcuno vuole davvero essere un servo obbediente di Allah, deve necessariamente diventare kāfir nei confronti della nafs. Se qualcuno vuole possedere un carattere nobile, deve innanzitutto prendere una decisione ferma: non seguirò, no, no, no, ciò che dice la nafs. In altre parole: non agirò contro la mia coscienza, no, no, no.

Se non prende questa decisione, pur avendo fede in Allah, continuerà a essere schiavo del nafs. Pur riconoscendo Allah come Ilah, cioè Colui che comanda, continuerà a seguire il nafs o le passioni come se fossero il suo Ilah.

Nell’āya 43 della sura al-Furqān Allah dice:أَرَأَيْتَ مَنِ اتَّخَذَ إِلَٰهَهُ هَوَاهُ

Nell’āya 23 della sura al-Jāthiya si legge:أَفَرَأَيْتَ مَنِ اتَّخَذَ إِلَٰهَهُ هَوَاهُSignifica: «Hai forse visto colui che ha preso la propria inclinazione malvagia come Ilah?». Nelle traduzioni del Corano, molti hanno tradotto ṭāghūt con «Satana». Poiché Satana incita a disobbedire ad Allah, è certamente un ṭāghūt. Tuttavia, il significato di ṭāghūt non è «Satana». Coloro che hanno tradotto ṭāghūt con «Satana» non ne conoscono la corretta identità. Io non considero Satana un ṭāghūt distinto, perché Satana induce al waswāsah della disobbedienza confondendo il nafs dell’essere umano. Pertanto, Satana è incluso nel primo tipo di ṭāghūt. In questo senso, il nafs e Satana possono essere collocati insieme al primo posto.

2. Le consuetudini corrotte e le superstizioni sociali diffuse e contrarie alla Sharīʿah sono ṭāghūt. (Usi e tradizioni)

Nella sura al-Baqarah Allah dice:وَإِذَا قِيلَ لَهُمُ اتَّبِعُوا مَا أَنزَلَ اللَّهُ قَالُوا بَلْ نَتَّبِعُ مَا أَلْفَيْنَا عَلَيْهِ آبَاءَنَا ۗ

Quando fu detto loro: «Seguite ciò che Allah ha fatto scendere», risposero: «Noi seguiremo ciò che abbiamo visto seguire dai nostri padri e dai nostri nonni». (Sura al-Baqarah: 170)

Nella società sono diffuse molte consuetudini corrotte contrarie alla Sharīʿah. Anche in nome della religione sono state introdotte molte pratiche contrarie alla Sharīʿah. Nei matrimoni, poi, le consuetudini corrotte sono ampiamente diffuse. Queste consuetudini sono estremamente potenti. Chi cerca di rifiutarle deve affrontare enormi ostacoli. Sono più potenti persino della legge. Per applicare una legge è necessaria un’agenzia incaricata di farla rispettare (Law Enforcement Agency). Le consuetudini corrotte continuano a esistere grazie alla propria forza. Anche emanando leggi, non è facile eliminarle. Per questo anche le superstizioni sociali sono ṭāghūt. Se non si rifiuta di seguirle, non si può adempiere alla richiesta della fede. Esse sono contrarie al comando di Allah. Seguendole, si disobbedisce ad Allah.

4. Anche il potere di governo è ṭāghūt. Con l’espressione «potere di governo» non si intende soltanto il governo. Nella famiglia, tra marito e moglie, anche il marito è un’autorità di governo. In famiglia, il padre è un’autorità governante. Anche il capo di un’istituzione esercita un’autorità di governo. Chiunque abbia la possibilità di esercitare autorità su alcune persone è un’autorità governante. In un Paese, il governo è l’autorità governante più potente. Nel Corano, Faraone e Nimrod sono stati definiti ṭāghūt proprio in quanto autorità governanti. Anche nel linguaggio con cui Allah ordinò a Mūsā (pace su di lui) di recarsi da Faraone, Faraone è menzionato come colui che aveva oltrepassato i limiti.

اذْهَبْ إِلَىٰ فِرْعَوْنَ إِنَّهُ طَغَىٰ

O Mosè, recati da Faraone. In verità, egli ha oltrepassato i limiti. Sura Tā-Hā, 24

Le autorità hanno la possibilità di imporre con la forza ai loro subordinati norme contrarie alla legge di Allah. Possono costringerli a disobbedire ad Allah. Perciò, queste autorità sono taghut. La richiesta della fede in Allah è rifiutarsi di disobbedire ad Allah. Se non lo si fa, ciò manifesta soltanto debolezza nella fede.

5. Anche il potere di minacciare di interrompere i mezzi di sostentamento è taghut. Questo taghut rientra nel potere governativo. Coloro che hanno la facoltà di privare qualcuno dei mezzi di sostentamento licenziandolo sono certamente un’autorità governativa. Tuttavia, ciò merita di essere considerato separatamente come taghut. Il potere governativo può infliggere ingiustamente diversi tipi di punizioni e causare danni in vari modi. Ma, poiché la punizione del licenziamento costituisce un’estrema forma di oppressione, il potere di minacciare di interrompere i mezzi di sostentamento è stato considerato separatamente dal potere governativo. Poiché mediante questo potere si possono costringere i subordinati a disobbedire ad Allah, anch’esso è taghut.

6. Anche il potere che pretende obbedienza cieca è taghut. Nella società vi sono alcune persone capaci di esercitare un’influenza morale per ottenere che si obbedisca loro ciecamente. La loro pretesa è che si debbano accettare le loro parole senza alcuna argomentazione. Si deve loro obbedienza senza fare domande. Pretendono il diritto di far eseguire i loro ordini senza la minima obiezione.

Eppure, nessuno ha il diritto di avanzare una simile pretesa, ad eccezione di Allah e del Messaggero. Poiché Allah è infallibile e il Messaggero, essendo guidato dalla rivelazione di Allah, è anch’egli infallibile, si deve obbedire a queste due entità senza esitazione e incondizionatamente.

Nessun altro ha il diritto di pretendere una simile obbedienza. Perciò, anche coloro che avanzano questa pretesa sono taghut. Nella sura At-Tawba, versetto 31, Allah dice:اتَّخَذُوا أَحْبَارَهُمْ وَرُهْبَانَهُمْ أَرْبَابًا مِّن دُونِ اللَّهِ

Hanno preso i loro sapienti e i loro pii asceti come loro signori, invece di Allah.

Nei hadith il loro significato è spiegato come l’obbedienza cieca nei loro confronti. Essi accettano ciecamente qualunque decisione prendano riguardo a ciò che è lecito e ciò che è illecito. Le forze che pretendono obbedienza cieca esistono tanto in ambito religioso quanto in quello politico. Anche quando la decisione del partito, del leader o della leader appare irragionevole, bisogna accettarla ciecamente; se non lo si fa, si può essere espulsi dal partito, e per paura di ciò ci si sente costretti ad accettarla. Pertanto, anche tali forze sono taghut. La cieca obbedienza nei loro confronti può creare ostacoli sulla via del din. Per esempio, un pir disse ai suoi murid: «Non leggete i libri del Maulana Maududi». A causa della cieca obbedienza al pir, coloro che non lessero quei libri non riuscirono a riconoscere la via dell’iqamat al-din. Avevo dato da leggere i libri del Maulana Maududi ad alcuni miei amici intimi, miei collaboratori nella Tabligh Jamaat. Una settimana dopo portai loro altri libri e chiesi la restituzione di quelli che avevo dato in precedenza. Mi restituirono i libri e non vollero accettarne altri. Chiesi: «Avevate letto i libri?». Risposero: «Gli anziani ci hanno proibito di leggere questi libri». Dissi: «Perché avete chiesto agli anziani?». Dalla loro risposta compresi che avevano proibito loro di leggerli perché, a loro dire, io ero diventato traviato proprio dopo aver letto quei libri. Dissi: «Se leggere un libro comporta il rischio di perdere la fede, come potrete proteggere una fede così debole?»

Provai grande rammarico. Coloro ai quali avevo dato i libri erano miei collaboratori e amici intimi nella Tabligh Jamaat. Uno di loro era stato reclutato personalmente da me. Soffrii per loro, perché, caduti nella trappola del taghut, non avevano avuto l’opportunità di conoscere la via dell’iqamat al-din. Da questa lunga discussione si è ottenuta una chiara comprensione delle cinque categorie di taghut. Per questo, negare il taghut è assolutamente indispensabile per avere una fede salda. Nel versetto 36 della sura al-Nahl Allah dice: «Abbiamo inviato a ogni comunità un messaggero con l’ordine: adorate soltanto Allah e tenetevi lontani dal taghut».

Si dice che Namrud e il Faraone avessero rivendicato la divinità. Tuttavia, non rivendicarono di aver creato i cieli e la terra. Avevano ridotto gli uomini a schiavi dei loro ordini. Impedivano agli uomini di essere servi di Allah e li costringevano a diventare loro servi. È in questo senso che si dice di loro che avevano rivendicato la divinità. Nel linguaggio dell’epoca moderna erano semplicemente secolaristi. Il compito del taghut consiste nel distogliere dalla servitù ad Allah e costringere a servirlo. Perciò coloro che desiderano essere servi di Allah devono evitare consapevolmente ogni forma di potere taghutico e guardarsi da essa.

La kalima tayyiba contro il taghut

La kalima tayyiba لَا اِلَهَ اِلاَّ اللهُesprime in sostanza che Allah è l’unico ilah e che non esiste alcun altro ilah. Per esprimere questa idea, واحد اِلَهَ اللهsarebbe bastato dire لَاPerché allora si è iniziato con لَاsignifica «non esiste». Perché iniziare con «non esiste»? Nella società umana esistono molti comandanti. Essi dominano le menti degli uomini. Gli uomini obbediscono ai loro ordini, o per costrizione o per avidità. Questi comandanti, cioè gli ilah, sono in realtà taghut. Pertanto, chiunque desideri accettare la kalima tayyiba deve negare il taghut prima di credere nel Dio Altissimo. Ciò dimostra che, nel versetto 256 della sura al-Baqara, si è iniziato con la negazione nella forma in cui فَمَن يَكْفُرْ بِالطَّاغُوتِ وَيُؤْمِن بِاللَّهِè stato detto: si deve iniziare con la negazione. In quel versetto si ordina di rinnegare il taghut prima di credere in Allah. Dopo aver dichiarato, davanti ad Allah, la negazione del taghut, اِلاَّ اللهُsi proclama la fede in Allah. Questo ha un’importanza profonda. Coloro che conoscono l’identità del taghut, essi

non riescono nemmeno a comprendere chi venga rinnegato con «non esiste alcun ilah». Senza comprenderlo, recitano la kalima come pappagalli e continuano a servire il taghut.

Un esempio semplice

Per seminare il riso in un campo, bisogna innanzitutto liberarlo dalle erbacce. Se si getta il riso senza rimuovere le erbacce, non solo non si otterrà il raccolto, ma non si recupererà nemmeno il riso da seme. Come un terreno agricolo non rimane vuoto, così non rimane vuoto neppure il terreno del cuore umano. Il taghut occupa allo stesso modo la mente umana. Per gettare nel cuore il seme della fede, bisogna espellere dal cuore ogni taghut. Altrimenti, il terreno del cuore non sarà affatto adatto a seminare il seme della fede.

Il significato essenziale del Ṭāghūt

Allah l’Altissimo ha creato gli uomini e i jinn affinché adorassero Allah. Allah proclama nel versetto 56 della Sura adh-Dhāriyāt, وَمَا خَلَقْتُ الْجِنَّ وَالْإِنسَ إِلَّا لِيَعْبُدُونِ

«Non ho creato i jinn e gli uomini per nessun altro scopo se non perché adorassero Me.»

Un significato di queste parole è che Allah li ha creati per adorare soltanto Lui, e non per servire nessun altro. Pertanto, coloro che, invece di adorare Allah, servono una creatura, umiliano se stessi e perdono la dignità di esseri umani; sono considerati al livello degli animali.

L’altro significato di queste parole è che coloro che, non limitandosi a servire Allah, tentano impropriamente di esercitare la signoria diventano Ṭāghūt. Essi rendono servi propri i servi di Allah. Esercitando il dominio sui servi di Allah in quanto potere governante, potere che minaccia di interrompere il sostentamento e potere che pretende obbedienza cieca, diventano trasgressori estremi.

Queste forze impediscono agli uomini di servire Allah e li costringono a servire loro. Pertanto, per servire Allah bisogna avere il coraggio di rifiutarsi di obbedire a queste forze. Coloro che non possiedono questo coraggio, pur dichiarandosi credenti in Allah, continueranno a essere sconfitti dal Ṭāghūt a ogni passo.

Proprio nel primo versetto della Sura al-ʿAnkabūt Allah l’Altissimo dice: أَحَسِبَ النَّاسُ أَن يُتْرَكُوا أَن يَقُولُوا آمَنَّا وَهُمْ لَا يُفْتَنُونَ

«Gli uomini pensano forse che, dicendo: “Abbiamo creduto in Allah”, saranno lasciati senza essere messi alla prova?

La prova della fede arriva attraverso il ṭāghūt. Se non si è determinati a disobbedire al ṭāghūt, si fallirà certamente nella prova.

I benefici della fede salda

È già stato detto che la fede è la decisione di credere in Allah e di riconoscerLo come Re e Ilāh, sottomettendosi a Lui. Per vivere secondo questa decisione, bisogna soddisfare le esigenze della fede. Per soddisfare tali esigenze, non si può permettere che la fede si indebolisca. Non è sufficiente mantenere la fede libera dalla debolezza; per renderla estremamente salda, bisogna adempiere a quelle due condizioni.

Chi possiede una fede salda

1. Non è afflitto da alcun dubbio o esitazione riguardo al Dīn. In ogni situazione gode di serenità interiore e prova soddisfazione. Questa serenità e questa soddisfazione sono una benedizione paradisiaca senza pari.

2. L’intenso desiderio del successo nella vita eterna dell’Aldilà occupa il cuore a tal punto che non si lascia sviare nemmeno dall’avidità per un grande interesse mondano.

3. Grazie alla consapevolezza che Allah è sempre con lui, non si turba né si affligge per dolori, sofferenze, calamità, avversità, malattie o lutti, e ottiene la benedizione del tawakkul ʿalā Allāh e della pazienza.

4. Rimane libero da ogni paura, compresa quella della morte, tranne il timore di Allah. Considera la morte una grande opportunità per incontrare Allah e desidera soltanto una morte da martire.

5. Nonostante l’attrazione esercitata dalle cose terrene alle quali Allah ha assegnato il dovere di amare, acquisisce la capacità di dare la precedenza ad Allah, al Messaggero (pace e benedizioni di Allah su di lui) e al jihād fī sabīlillāh.

6. Riesce a mantenere la fede libera da ogni forma di shirk e a soddisfare le esigenze del tawḥīd.

7. Possiede il coraggio di rifiutare ogni forma di ṭāghūt e prova soddisfazione nell’adempiere alle esigenze della fede.

Ilm autentico

Che cosa significa ilm?

Il significato lessicale della parola ilm è conoscenza. Sebbene nel Corano e negli ḥadīth la parola sia talvolta usata in questo senso generale, nella terminologia islamica ilm significa la conoscenza ricevuta attraverso la rivelazione. Il Messaggero (pace e benedizioni di Allah su di lui) ha detto che cercare l’ilm è un obbligo religioso. Se qui si intendesse che ogni conoscenza è obbligatoria, neppure un profeta potrebbe adempiere a tale obbligo.

Ilm significa ciò che si deve conoscere. Nessun animale può vivere senza conoscenza. Anche gli animali, gli uccelli e gli insetti hanno bisogno di conoscenza. Un uccello deve sapere volare. Un’anatra deve saper nuotare. L’ape ha bisogno di sapere come raccogliere il miele dai fiori. Ogni essere vivente deve mangiare per sopravvivere. Il cibo non è uguale per tutti. È necessario sapere quale sia il cibo di ciascuno.

Ogni creatura ha bisogno del proprio habitat. L’uccello sa costruire il nido sull’albero. La volpe scava una tana nel terreno per procurarsi un luogo in cui vivere. Se non sapesse predisporre questo rifugio, non potrebbe farlo.

Da dove si ottiene la conoscenza?

Colui che ha creato tutti gli esseri viventi è l’unica fonte della conoscenza. Nessun essere vivente, eccetto l’essere umano, ha bisogno di un’istruzione formale. Per acquisire la conoscenza non hanno bisogno di scuole o collegi. Allah Ta’ala dona per natura a ciascuno di loro la conoscenza di cui ha bisogno. Nel Corano è menzionato che è Lui ad aver insegnato alle api l’arte meravigliosa di costruire gli alveari, e ha fatto sapere che tale insegnamento è stato loro dato attraverso il wahy.

La conoscenza ricevuta da Allah è chiamata wahy. Il significato letterale di wahy è segno, indicazione, comunicazione segreta e simili. Colui al quale giunge il wahy lo riceve senza alcuno sforzo da parte sua. Il Creatore glielo concede segretamente. Egli insegna segretamente al piccolo anatroccolo a nuotare. Esso riceve questo insegnamento senza alcuno sforzo.

Perché l’essere umano ha bisogno di un’istruzione formale?

L’essere umano non è come tutti gli altri esseri viventi. Allah Ta’ala ha conferito all’essere umano l’onore di essere il migliore della creazione (Ashraful Makhluqat). Tutti gli esseri viventi sono essenzialmente corporei, ma l’essere umano non è essenzialmente corporeo. Il corpo umano non è il vero essere umano. Il corpo umano è certamente animale. Il vero essere umano, nel linguaggio del Corano, è il rūḥ. Il corpo umano è composto di materia. Il corpo umano è formato dagli elementi materiali contenuti in tutto ciò che l’essere umano mangia e beve. Perciò tali alimenti e bevande sono adatti al corpo umano. Il corpo non accetterà alcun altro elemento. Se si ingerisce del veleno, il corpo morirà inevitabilmente.

Il rūḥ non è un’entità materiale. Ciò che intendiamo con coscienza morale è il rūḥ. Esso è un’entità morale. La coscienza del bene e del male è il rūḥ. Questo è il vero essere umano. Nel Corano è dichiarato che l’intero universo creato è stato creato per l’essere umano. Il corpo è stato donato affinché fosse possibile utilizzare tutte le creature.

Allah Ta’ala ha stabilito per ogni creatura norme adatte a ciascuna di esse e le ha fatte vigere Egli stesso su di loro. Ha stabilito norme anche per il corpo umano e le ha fatte vigere Egli stesso. Queste norme non sono state inviate tramite un profeta. Le norme inviate tramite i profeti non vengono fatte vigere direttamente da Allah. Se avesse deciso di farle vigere Egli stesso, non le avrebbe inviate tramite un profeta. La responsabilità di mettere in vigore, da parte di Allah, le norme trasmesse al profeta tramite il wahy è stata affidata al profeta e a coloro che credono in lui. La norma appartiene certamente ad Allah. La responsabilità di far vigere tale norma in qualità di Suoi rappresentanti (khalīfa) è precisamente la responsabilità del khilāfah. Per adempiere a questa responsabilità, l’essere umano deve applicare la propria volontà e impegnarsi con sforzo e perseveranza. Non vi è alternativa all’agire consapevolmente. Gli altri esseri viventi conducono la loro vita senza pianificazione, inconsapevolmente e secondo modalità consuetudinarie. Allah Ta’ala li dirige Egli stesso in questo modo. Essi non ne hanno alcuna consapevolezza.

All’essere umano è stata affidata la responsabilità di dirigere consapevolmente e mediante l’esercizio della propria volontà, secondo un piano ben definito, la propria entità corporea e di realizzare la norma donata da Allah utilizzando il mondo creato. Questa è la responsabilità del khilāfah affidata da Allah. Deve acquisire intenzionalmente, attraverso lo sforzo, la capacità di adempiere a questa responsabilità. Perciò, nel mondo, è necessario predisporre consapevolmente un’istruzione formale affinché l’essere umano acquisisca qualità morali. Le qualità necessarie agli altri animali si sviluppano spontaneamente in loro; nel caso dell’essere umano ciò non può accadere.

La conoscenza è potere

Questa frase l’avevo letta nei libri di testo già ai tempi della scuola. Ma allora non ne avevo ancora compreso bene il significato. È grazie alla forza della conoscenza che l’essere umano può controllare animali grandi e potenti, persino bestie feroci. È grazie alla forza della conoscenza che gli esseri umani esercitano autorità gli uni sugli altri. Essi svolsero le loro responsabilità sotto la guida del Messaggero (pace e benedizioni su di lui) e, finché mantennero la preminenza non solo nell’istruzione islamica ma anche nelle altre discipline, furono capaci di guidare l’umanità. Sebbene la nazione musulmana fosse rimasta indietro quanto agli ideali islamici, proprio grazie alla sua preminenza nelle scienze e nella conoscenza riuscì per alcune centinaia d’anni a mantenere il posto d’autorità nel mondo. Ma quando la nazione musulmana adottò il potere statale come mezzo di godimento e l’Occidente, loro discepolo nelle scienze, nella conoscenza e nella tecnologia, progredì persino oltre i musulmani, allora essi conquistarono i Paesi musulmani proprio in virtù della preminenza della conoscenza. Ancora oggi la loro leadership nel mondo continua grazie a questo potere della conoscenza.

La forza della conoscenza della rivelazione

Allah è la fonte di ogni potere. Perciò Egli ha dato alla forza della conoscenza della rivelazione la superiorità sulle altre conoscenze. Grazie all’applicazione pratica della conoscenza della rivelazione nell’epoca dei Compagni, gli imperi romano e persiano, superiori nelle altre conoscenze di quell’epoca, furono costretti a riconoscere la leadership della nazione musulmana. La nazione musulmana, attingendo la forza di tutte le conoscenze terrene, raggiunse la dignità di guidare l’umanità. Anche oggi, se la nazione musulmana riuscisse ad assolvere adeguatamente il compito di rendere vittoriosa la conoscenza della rivelazione nella società umana, potrebbe, proprio come in passato, riacquistare la dignità di guidare l’umanità e avanzare diventando nuovamente detentrice della potenza statale. Nel libro intitolato Le basi morali del movimento islamico, Maulana Maududi ha dimostrato, con argomentazioni solide ed esempi concreti, che quando l’etica islamica si unisce alle qualità umane fondamentali, coloro che possiedono soltanto qualità umane sono costretti a essere sconfitti dai musulmani, nonostante tutte le loro conoscenze, scienze e tecnologie.

Allah mantiene certamente la superiorità della conoscenza della rivelazione. Tuttavia, trascurando il compito di rendere vittoriosa la conoscenza della rivelazione, la nazione musulmana non riuscirà ad acquisire la superiorità nemmeno nelle altre conoscenze terrene. La ragione è che, in questa materia, resterà priva dell’aiuto di Allah. Proprio perché sarà riconosciuta colpevole del peccato di aver trascurato il proprio dovere, sarà considerata indegna della leadership.

Quali sono le fonti della conoscenza?

Le fonti della conoscenza sono quattro. Vale a dire:

1. I sensi: con l’aiuto degli occhi, delle orecchie, del naso, della lingua e della pelle, l’essere umano comincia ad acquisire conoscenza fin dalla nascita. Questa conoscenza viene acquisita direttamente, attraverso l’osservazione. Tra questi strumenti e ciò che deve essere conosciuto non vi è alcun altro mezzo. Ognuno di questi quattro strumenti consente di acquisire conoscenza di un particolare tipo di oggetto. Con uno strumento non si può conoscere ciò che è accessibile a un altro strumento. La conoscenza degli odori si può ottenere soltanto attraverso il naso. Non vi è modo di conoscerli con l’aiuto degli altri quattro strumenti. In inglese, tutti questi vengono chiamati ++++++.

2. L’intelletto: in arabo, ʿaql. L’essere umano acquisisce la maggior parte delle conoscenze proprio attraverso l’intelletto. Nel regno della conoscenza, l’intelletto è lo strumento più potente per orientarsi. Dopo ciò che si apprende attraverso i sensi, è l’intelletto a condurre l’essere umano più avanti nel campo della conoscenza.

Si vede del fumo da qualche parte con gli occhi. L’intelletto esclama: «È scoppiato un incendio». Ma gli occhi non hanno ancora visto il fuoco. L’intelletto sa che, quando scoppia un incendio, si produce fumo. La capacità di comprendere e analizzare il nesso logico tra causa ed effetto si chiama intelletto. Grazie a questa facoltà, l’essere umano attinge tesori di conoscenza dal grande oceano del sapere. L’intelletto è il principale strumento della ricerca e della ricerca della conoscenza. Grazie a questa facoltà, l’essere umano progredisce rapidamente nella scienza e nella tecnologia. Con l’aiuto dell’intelletto è possibile conoscere il mondo creato e acquisire la capacità di utilizzarlo.

3. L’ilhām: è una fonte particolare che si trova al di sopra dell’intelletto. Coloro che si dedicano profondamente alla riflessione, alla ricerca e alla pratica spirituale, qualunque sia l’ambito, talvolta vedono improvvisamente una conoscenza manifestarsi davanti al loro intelletto. Può accadere che, pur avendo applicato l’intelletto per lungo tempo, non siano riusciti a padroneggiare una teoria e che, all’improvviso, quella teoria si manifesti nella loro mente. Questo tipo di conoscenza viene chiamato conoscenza ispirata. Il suo equivalente bengalese potrebbe essere prajñā. In inglese, nel dizionario dei significati, si trova il senso di una concezione che nasce improvvisamente nella mente senza ricorrere alla logica. In arabo, il termine ilhām è ancora più esplicito. Una teoria che non si era riusciti a raggiungere neppure applicando la forza dell’intelletto, improvvisamente rientra nell’ambito dell’intelletto. Perciò riteniamo appropriato indicare questa fonte della conoscenza proprio con il termine ilhām. Non è necessario tradurlo in bengalese.

È certamente vero che la conoscenza ispirata si manifesta proprio a coloro che si dedicano alla ricerca della conoscenza, sebbene tale conoscenza non sia il risultato diretto della loro pratica.

Alcuni esempi di questo tipo di conoscenza

a. L’imam Abū Ḥanīfa (che Allah abbia misericordia di lui) studiò il Corano e gli hadith e, attraverso l’ijtihād, ricavò le norme e le questioni giuridiche da applicare nella vita reale. A volte accadeva che, dopo aver riflettuto e svolto ricerche a lungo senza riuscire a risolvere una determinata questione, la soluzione gli si manifestasse improvvisamente nella mente. È possibile che un simile evento si verifichi nella vita di ogni mujtahid.

b. Vorrei riferire un piccolo episodio della vita del grande scienziato Newton, considerato il padre della scienza moderna. Egli era seduto in un frutteto di meli. Proprio davanti a lui, una mela cadde dall’albero a terra. Aveva visto una scena simile molte volte nella sua vita. Ma quel giorno, all’improvviso, nella sua mente si impose una domanda: perché la mela era venuta direttamente verso terra, invece di andare verso l’alto, a destra o a sinistra? Ovunque regnava il vuoto. Perché era venuta soltanto verso il basso, senza dirigersi in nessun’altra direzione? Nella sua mente si formò la ferma convinzione che dovesse esistere una forza capace di attirare la mela verso terra. Sviluppando questa ipotesi, alla fine scoprì la famosa teoria della forza di gravità.

c. L’episodio dello scienziato greco Archimede. Non riuscendo a trovare una legge della scienza che stava cercando, faceva il bagno in una vasca d’acqua in uno stato di profonda tristezza e sconforto. Chi fa il bagno in una vasca piena d’acqua vi rimane sdraiato nudo, con il naso sollevato sopra l’acqua. Anche lui si trovava in quella posizione. Improvvisamente, quella legge si manifestò nella sua mente. Per la gioia del successo, scese dalla vasca e cominciò a gridare: «Eureka, eureka!» («Ho trovato, ho trovato!»). Uscì dal bagno completamente nudo. Preso dall’eccesso di felicità, non si ricordò nemmeno di indossare una camicia.

4. Wahy (rivelazione): questa grande fonte della conoscenza non è alla portata di alcun essere umano. Allah Ta’ala comunica la conoscenza del Wahy, mediante un metodo speciale, soltanto a colui che nomina profeta e messaggero. Questa conoscenza non è il frutto degli sforzi e della devozione dei profeti e dei messaggeri. Essi la ricevono direttamente da Allah.

Dagli hadith si apprende come la conoscenza del Wahy giungesse al Messaggero (pace e benedizioni su di lui). Egli riceveva il Wahy in diversi modi.

a. Riceveva la conoscenza attraverso sogni, mentre dormiva.

b. Talvolta udiva il suono di una campana. In quel momento rimaneva immobile e riceveva il Wahy. Questo metodo era per lui molto gravoso. Avvertiva una pressione intensissima. Anche in inverno, gocce di sudore cadevano dal suo volto benedetto. Se si trovava seduto sul dorso di un cammello, a causa della pressione il cammello era costretto a sedersi a terra.

c. Talvolta Hazrat Jibril (pace su di lui) veniva in forma umana e recitava il testo al Messaggero (pace e benedizioni su di lui).

d. La conoscenza del Wahy veniva riversata nel cuore del Messaggero (pace e benedizioni su di lui).

La conoscenza ricevuta mediante il secondo e il terzo metodo veniva rivelata insieme alla sua formulazione linguistica ed era considerata parte del Corano. Questo tipo di rivelazione è chiamato Wahy Matluw, cioè quello che viene recitato.

Nel Wahy ricevuto mediante il primo e il quarto metodo, la conoscenza veniva data al cuore del Messaggero (pace e benedizioni su di lui) da parte di Allah sotto forma di significati. Non veniva rivelata con una formulazione linguistica come quella dei versetti del Corano. Il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) esprimeva con parole proprie quei significati ricevuti da Allah. Queste conoscenze sono conosciute come hadith. Questo Wahy è Ghayr Matluw, che non deve essere recitato come il Corano.

La conoscenza della rivelazione è estremamente vasta. Al di fuori del Corano esiste un immenso tesoro di conoscenza rivelata. Tutto ciò che il Messaggero (s.a.s.) ha detto e fatto, così come tutte le parole e le azioni dei nobili Compagni che egli non ha indicato come riprovevoli, rientra nella conoscenza della rivelazione.

Il contenuto e il linguaggio di tutto ciò che si trova nel Corano appartengono interamente ad Allah. Pertanto, chi rifiuta di accettare anche una sola cosa diventa kāfir. Invece, chi rifiuta di accettare, sulla base della ragione, una qualsiasi prescrizione contenuta nelle altre rivelazioni non viene considerato kāfir. Le parole, le azioni e le approvazioni del Messaggero (s.a.s.) sono chiamate hadith. Ciò che i muhaddith e i faqih hanno stabilito come Sunna sulla base degli hadith è l’interpretazione pratica del Corano. Islam significa Corano e Sunna insieme. Coloro che negano la Sunna non sono considerati musulmani.

L’importanza della conoscenza autentica

Non tutta la conoscenza è autentica o pura. In arabo, la conoscenza priva di errori viene chiamata sahih. Per esempio, il nome di Bukhari Sharif è Sahih al-Bukhari.

Non si può trascorrere neppure un momento senza conoscenza. Qualunque cosa si faccia, non è possibile farla senza conoscerla. La conoscenza è la forza motrice che sta dietro all’azione. Tuttavia, se la conoscenza non è corretta, lo scopo dell’azione è destinato a fallire. Non solo: in assenza di conoscenza autentica, la vita stessa può essere messa in pericolo. Se il conducente di un’auto non possiede una conoscenza adeguata, può avere un incidente e, oltre a distruggere l’auto, può perdere anche la propria vita. Perciò bisogna acquisire una conoscenza corretta in ogni ambito. La conoscenza errata è micidiale.

Un solo esempio è sufficiente a questo proposito. Tutti gli esseri umani desiderano felicità e pace. Non si troverà una sola persona a cui non piacciano la felicità e la pace. Qualunque cosa faccia, la fa con l’intento del proprio bene. Persino chi si suicida lo fa con l’intenzione di raggiungere felicità e pace. Pensa che morire sia meglio che restare in vita. Per quanto il suo intento possa essere autentico sotto questo aspetto, la sua conoscenza non lo è affatto.

Tutti nel mondo desiderano felicità e pace. Qualunque cosa facciano, la fanno con questo obiettivo. Eppure, quante persone godono realmente della pace? Con l’intenzione di ottenere felicità e pace, commettono atti di terrorismo, estorsioni, furti e rapine, stupri, omicidi e altre simili azioni, finendo per vivere già in questo mondo una grandissima agitazione. L’unica causa è la mancanza di conoscenza autentica. Chiunque costruisca una macchina possiede anche una conoscenza autentica del suo corretto utilizzo. Perciò scrive e illustra chiaramente come la macchina debba essere usata. Usandola secondo quelle regole, si raggiungerà lo scopo per cui è stata realizzata. Se, invece di quella conoscenza autentica, la si usa secondo regole errate, la macchina stessa può andare distrutta.

Allah l’Altissimo ha creato l’essere umano e l’universo. Attraverso i profeti e i messaggeri ha dato all’uomo la conoscenza autentica di come utilizzare il proprio corpo e tutte le cose del mondo. Per questo ha inviato il primo essere umano come profeta, affinché nessuno incorresse in un pericolo a causa della mancanza di conoscenza autentica.

Nel mondo moderno, coloro che guidano il proprio Paese o l’umanità non avvertono affatto questa necessità. Ritengono sufficienti l’intelligenza, l’esperienza pratica e l’istruzione storica. Pertanto, pur avendo la sincera intenzione di garantire felicità e pace alla società umana, hanno costretto l’umanità a subire una grave inquietudine. Nel versetto 41 della Sura ar-Rum, Allah dice: ظَهَرَ الْفَسَادُ فِي الْبَرِّ وَالْبَحْرِ بِمَا كَسَبَتْ أَيْدِي النَّاسِ

«L’inquietudine e il disordine che regnano sulla terra e sul mare sono il frutto di ciò che le mani degli uomini si sono guadagnate».

Allah l’Altissimo vuole dire che non ha imposto con la forza l’inquietudine e la rovina alla società umana. Gli uomini sono costretti a subire l’inquietudine a causa delle loro conoscenze errate, escogitate da loro stessi.

Le fonti della conoscenza autentica

Tra le quattro fonti della conoscenza discusse sopra, soltanto la conoscenza della rivelazione deve essere considerata certamente autentica. La conoscenza ottenuta dalle altre tre fonti può essere corretta oppure errata. Pertanto, è necessario verificare alla luce della conoscenza della rivelazione e solo allora decidere se la conoscenza ottenuta dalle altre fonti sia autentica.

Il patrimonio della conoscenza mondiale è vasto e immenso. In esso è conservata la conoscenza raccolta, epoca dopo epoca, da numerosi pensatori. Anche se una conoscenza è il frutto del pensiero di un pensatore non musulmano, non è affatto corretto scartarla senza averla verificata alla luce della rivelazione. Allo stesso modo, non è corretto accettare come autentica la conoscenza ricevuta da un pensatore musulmano senza averla verificata secondo il criterio della rivelazione.

Pertanto, in ogni epoca è necessario formare in ogni Paese, tra l’umanità, un gruppo di persone ricche della conoscenza della rivelazione. È ormai dimostrato nella realtà del mondo moderno quale miseria colpisca la società umana quando coloro che assumono responsabilità di leadership non sono illuminati dalla conoscenza della rivelazione.

Quale conoscenza è obbligatorio cercare?

Il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) disse: طَلَبُ الْعِلْمِ فَرِيضَةٌ عَلَى كُلِّ مُسْلِمٍ

«Cercare la conoscenza è un obbligo per ogni musulmano (uomo o donna)». Qui, con il termine conoscenza, si deve intendere esclusivamente la conoscenza della Rivelazione. Non può essere obbligatorio cercare di acquisire ogni tipo di conoscenza mondana. Il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) non può imporre alle persone la responsabilità di un compito impossibile, poiché è guidato dalla conoscenza della Rivelazione proveniente da Allah. Come ho già detto, nella terminologia del Corano e degli hadith, per conoscenza si intende la conoscenza della Rivelazione.

Quanta conoscenza è obbligatoria?

Obbligatorio significa qualcosa che deve essere necessariamente adempiuto e la cui omissione comporta la punizione da parte di Allah. Sorge allora la domanda: la conoscenza della Rivelazione è vasta e immensa. Il Corano, composto da trenta juz’, e milioni di hadith fanno tutti parte della conoscenza della Rivelazione. Se fosse obbligatorio acquisirla tutta, ciò sarebbe possibile soltanto al Messaggero (pace e benedizioni su di lui), e a nessun altro. Dunque, certamente, non può essere obbligatorio cercare di acquisire tutta la conoscenza della Rivelazione.

Come si può allora stabilire quanta conoscenza sia obbligatorio acquisire? È una domanda molto importante. Senza conoscere la risposta corretta a questa domanda, è assolutamente impossibile vivere correttamente come musulmani.

Un esempio pratico permetterà di comprendere facilmente la risposta corretta a questa domanda. Chi non è tenuto all’hajj e alla zakat non ha l’obbligo di conoscere tali questioni. Chi è tenuto a versare la zakat, per adempiere a questa responsabilità, deve apprendere dalla conoscenza della Rivelazione quali beni e quale quantità di essi bisogna possedere perché la zakat diventi obbligatoria, come calcolarla, quale quantità di zakat versare su ciascun patrimonio e in quali ambiti spenderla affinché l’obbligo sia adempiuto correttamente. Chi non è tenuto alla zakat non ha l’obbligo di conoscere queste questioni.

Da questo unico esempio si ricava la risposta corretta a quella domanda. Sarà più facile comprenderla se la si esprime nel modo seguente.

È obbligatorio acquisire tanta conoscenza della Rivelazione quanta ne è necessaria per adempiere correttamente a ogni responsabilità che si è obbligati ad assolvere. Per responsabilità non si intendono soltanto le questioni religiose. Rientrano in questo ambito tutti i tipi di responsabilità che una persona deve assumersi per vivere nel mondo. Nella vita del credente, infatti, non vi è alcuna differenza tra gli affari mondani e la pratica della religione. Qualsiasi attività svolta secondo il comando di Allah e la via del Messaggero (pace e benedizioni su di lui) è pratica della religione. Anche occuparsi dei propri guadagni e del proprio sostentamento, degli affari e del commercio, del matrimonio e di altre responsabilità conformemente alla Sharia è pratica della religione. Se si offre un sacrificio del valore di centomila taka per farsi vedere dagli altri, oppure si compie l’hajj con l’intenzione di anteporre al proprio nome il titolo di al-Hajj, ciò si trasforma in una pratica mondana. Il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) ha detto che chi fa beneficenza allo scopo di ottenere la reputazione di persona generosa non ne riceverà la ricompensa nell’Aldilà e che, anche se morirà martire sul campo del jihad per ottenere la fama di eroe e valoroso, dovrà andare all’Inferno.

Le due dichiarazioni del credente

In realtà, si definisce credente e musulmano colui che ha deciso di vivere secondo il comando di Allah e il metodo del Messaggero ﷺ. Pronunciare «Lā ilāha illā Allāh e Muḥammadur Rasūlullāh» non significa recitare un mantra senza comprenderne il significato; in realtà, queste due dichiarazioni sono i principi che determinano la condotta della vita ==

Il primo principio è: obbedirò al comando di Allah e non accetterò alcun comando contrario ad esso.

Il secondo principio è: osserverò ogni comando di Allah esclusivamente secondo il metodo insegnato dal Messaggero, e non adotterò alcun altro metodo.

Qualunque azione si compia nella vita terrena in conformità con queste due dichiarazioni viene considerata devozione religiosa.

L’Islam non consiste, come le altre religioni, soltanto in alcune cerimonie religiose. Dīn Islam non significa la religione islamica. Dīn Islam significa il sistema di vita islamico. Dīn significa obbedienza. Il nome della norma di vita fondata sull’obbedienza ad Allah è Dīn Islam. La sua traduzione non è «religione islamica». Questa traduzione presenta l’Islam come una semplice religione. Perciò l’espressione «religione islamica» è una traduzione gravemente errata. Noi pronunciamo le parole Allah e Corano senza tradurle. Neppure Dīn Islam ha bisogno di essere tradotto; è sufficiente comprenderne il significato. Allo stesso modo, quando diciamo Allah, Corano e Messaggero, comprendiamo il significato senza traduzione. Coloro che ritengono corretta questa spiegazione della Kalima Tayyiba non considerano separata la religiosità dalla vita mondana. Perciò credono di dover adempiere alle proprie responsabilità terrene secondo il comando di Allah e il metodo del Messaggero. Di conseguenza, è obbligatorio conoscere il comando di Allah e il metodo del Messaggero riguardo a ogni responsabilità.

Alcuni esempi

1. Oggi si è celebrato il matrimonio tra un giovane uomo e una giovane donna. In quanto marito musulmano e moglie musulmana, devono vivere la vita coniugale osservando il comando di Allah e il metodo del Messaggero. Perciò è obbligatorio acquisire la conoscenza della rivelazione necessaria a questo riguardo. Fino a ieri non era loro obbligatorio conoscerla. Se non la conoscono, vivranno proprio come una coppia di miscredenti.

2. Il giorno in cui nascerà un figlio nella casa di questa coppia, per il padre e la madre diventerà obbligatorio cercare la conoscenza rivelata riguardo alle responsabilità genitoriali.

3. Se un commerciante desidera commerciare in quanto musulmano, per lui sarà obbligatorio acquisire la conoscenza rivelata relativa a questo ambito. Se non la conosce, svolgerà le proprie responsabilità proprio come un commerciante kafir.

4. Se a un musulmano viene affidata la responsabilità di governare lo Stato, per lui diventerà obbligatorio acquisire tutta la conoscenza relativa a questo ambito. Se non la possiede, svolgerà le proprie responsabilità proprio come un governante kafir. Che rivendichi o meno di essere laico, nella realtà non sarà in grado di governare lo Stato in quanto governante musulmano.

Se un musulmano assume l’incarico di giudice, deve padroneggiare tutte le disposizioni della Sharīʿa riguardanti il giudizio. Altrimenti dovrà svolgere le proprie responsabilità come un giudice kafir. Un giudice non ha il potere di elaborare le leggi. Deve svolgere questo incarico secondo le leggi vigenti nel Paese. Ciononostante, per adempiere alla responsabilità di giudicare con equità, deve conoscere le disposizioni della Sharīʿa e applicarle nella misura delle proprie possibilità.

Qual è il valore della conoscenza religiosa facoltativa?

Per colui sul quale la zakāt non è obbligatoria, non è obbligatorio cercare, riguardo a quell’ambito della vita, la conoscenza rivelata; tuttavia, se la acquisisce, essa sarà considerata facoltativa. Ora la domanda è: quale valore ha l’acquisizione della conoscenza religiosa facoltativa?

Allo stesso modo, se colui che non si è ancora sposato acquisisce la conoscenza rivelata riguardo alla vita coniugale, quest’opera sarà considerata inutile o futile?

Se colui al quale non è stata affidata la responsabilità di governare lo Stato acquisisce conoscenza in questo ambito, ciò sarà considerato lavoro non retribuito e sprecato?

In un hadith si trova una risposta chiara a questa domanda. Il hadith è il seguente:

Dedicare una parte della notte allo studio della conoscenza (insegnando e imparando) è migliore che restare svegli tutta la notte (per compiere altre devozioni facoltative).

Da questo hadith si apprende che, tra tutte le devozioni facoltative, lo studio facoltativo della conoscenza è la devozione migliore. Per questo, negli hadith, la superiorità dello studioso rispetto a chi è soltanto un devoto è stata descritta con parole splendide: uno studioso della religione è superiore, anche se forse non compie altrettante devozioni facoltative. Ciò dimostra che, tra tutte le devozioni facoltative, lo studio facoltativo della conoscenza ha un merito molto maggiore. Tre hadith sono sufficienti a questo proposito. Il Messaggero disse:

1. فَضْلُ الْعَالِمِ عَلَى الْعَابِدِ كَفَضْلِى عَلَى أَدْنَاكُمْ

La superiorità dello studioso sul devoto è come la mia superiorità sul più comune tra voi (Tirmidhi, hadith n. 2685; Mishkat, hadith n. 213; catena di trasmissione hasan).

2. La superiorità dello studioso sul devoto è come la superiorità della luna piena su tutte le stelle.

3. Un giurista islamico è più potente contro Satana di mille devoti.

Proprio per questo merito della conoscenza della rivelazione, ogni musulmano istruito dovrebbe cogliere tutte le opportunità per acquisire la conoscenza dell’Islam. Se si tiene sempre con sé della letteratura islamica, si può acquisire conoscenza da essa ogni volta che se ne presenta l’occasione. E di occasioni se ne presentano certamente.

1. Quando si va a incontrare qualcuno e, per qualche motivo, bisogna aspettare per un po’, si dispone di tempo. Questo tempo può essere trascorso anche facendo zikr o recitando il durood. Tuttavia, acquisire ilm ha un merito molto maggiore.

2. Durante i viaggi per acqua, su strada o in aereo, si trascorre molto tempo inutilmente. Se si hanno con sé dei libri islamici, si può impiegare quel tempo nel modo migliore.

3. Quando si rimane bloccati nel traffico cittadino, si perde molto tempo. Se si ha con sé della letteratura islamica, quel tempo può essere impiegato nel modo migliore.

4. Se si tiene un libro islamico accanto al letto, si può acquisire un po’ di ilm prima di addormentarsi.

5. Se si ha con sé un libro, si può evitare di sprecare anche il tempo trascorso in fila in qualsiasi luogo.

Quale status secondo la sharia hanno le altre conoscenze mondane?

Le conoscenze dell’agronomia, della medicina, dell’ingegneria e così via non sono ilm della Rivelazione; tuttavia, hanno forse un qualche merito dal punto di vista islamico? Bisogna certamente riconoscere la necessità di queste conoscenze, ma acquisirle è forse una questione puramente mondana? Hanno forse un qualche status secondo la sharia?

Da un hadith possiamo conoscere la risposta corretta a questo proposito.

«Dopo tutti gli altri obblighi, anche cercare un sostentamento lecito è un obbligo.»

Da questo hadith apprendiamo che cercare di guadagnarsi da vivere in modo lecito è un obbligo. Pertanto, per procurarsi un reddito, è necessario adottare una professione. Qualunque professione si scelga, bisogna necessariamente acquisire le conoscenze specifiche richieste. Se si sceglie la professione medica, si devono studiare le scienze mediche. Coloro che si procurano il sostentamento curando i pazienti e ricevendo denaro da loro, se non padroneggiano adeguatamente la medicina e, scrivendo prescrizioni anche per ambiti in cui non sono specialisti, ingannano i pazienti, non avranno un reddito lecito. Per rendere lecito il proprio reddito, devono quindi acquisire adeguatamente quelle conoscenze. Può forse essere lecito il reddito dei medici improvvisati che guadagnano senza aver studiato medicina?

Dunque, una volta dimostrato che cercare un sostentamento lecito è un obbligo e che, per rendere lecito il proprio sostentamento, è necessario acquisire adeguatamente le conoscenze professionali, ne consegue che l’acquisizione di tutte le conoscenze mondane, sebbene non sia direttamente un obbligo, ne possiede indirettamente il valore. Chi ha scelto l’insegnamento come professione, per rendere lecito il proprio sostentamento, deve acquisire non solo una conoscenza adeguata della propria materia, ma anche la competenza nell’insegnarla. Può essere lecito lo stipendio di un insegnante nelle cui classi gli studenti non sono soddisfatti dell’insegnamento? Gli studenti nutrono grande rispetto per gli insegnanti che insegnano con competenza. Sono proprio i commenti degli studenti a far capire chi è un buon insegnante e chi non lo è. In questo modo possiamo valutare secondo la Sharia il valore delle conoscenze professionali.

Qual è il valore dello studio per passione?

Alcune persone studiano per passione conoscenze aggiuntive rispetto alla propria professione, come la chiromanzia, l’astrologia, la scultura e la pittura, la magia, il giardinaggio e così via. Si può studiare qualunque disciplina benefica per la società umana; le conoscenze professionali, naturalmente, devono essere acquisite per guadagnarsi da vivere. Se qualcuno, per interesse personale, studia un’altra disciplina, vi è qualche obiezione nella Sharia?

Il principio generale al riguardo è che, se non è lecito adottare una determinata professione, non è lecito neppure acquisire le conoscenze professionali relative a essa. Non è lecito studiare la chiromanzia e adottarla come professione. Essa non reca alcun beneficio alle persone; al contrario, esprimere un’opinione sul destino o sulla durata della vita di qualcuno osservandone le linee della mano è soltanto un inganno. Non si tratta di qualcosa di certo. Non vi è alcuna ragione per cui tale opinione possa arrecare beneficio a qualcuno.

Nei hadith vi sono affermazioni molto severe contro il disegno di esseri viventi. Non vi è alcuna obiezione secondo la Sharia al disegno di paesaggi naturali, alla calligrafia e simili. Pertanto, non vi è alcuna colpa nemmeno nel farne una professione.

Su questo argomento vi è ampio spazio per divergenze di opinione. I gusti delle persone sono diversi. Perciò non serve discutere su queste questioni. L’arte del mago o la prestidigitazione procurano alle persone un piacere innocente. In esse, in linea di principio, non dovrebbe esserci oscenità. Si possono guardare come forma di intrattenimento. Tuttavia, non vi è obiezione ad adottarle come professione. Pertanto, non vi è alcuna colpa nemmeno nel farne una professione.

Il credente considera il successo nell’Aldilà il principale obiettivo della vita. Perciò deve scegliere la propria professione con cautela. Deve inoltre decidere con ponderazione anche riguardo agli studi intrapresi per passione.

Le buone azioni

La parola araba «amal» si traduce in bengalese con «azione» o «opera». Un’azione inizia con un pensiero. Quando una persona vuole compiere qualcosa, si comprende che sta pensando di farlo. L’azione non comincia immediatamente insieme al pensiero. Quando si impegna intenzionalmente a compiere quell’azione, si può dire che essa è iniziata. In altre parole, l’azione inizia dalla combinazione di intenzione e sforzo. In arabo, l’intenzione si chiama niyya. Ciò significa che il semplice decidere di compiere un’azione non dà ancora inizio all’azione. Quando ci si sforza secondo il desiderio, l’intenzione o la decisione, allora si comprende che l’azione è iniziata.

Che cosa si intende per «buono»?

La parola «nek» appartiene alla lingua persiana. Durante i sei lunghi secoli di dominio musulmano nel subcontinente, il persiano ebbe lo status di lingua ufficiale. Per questo nella lingua bengalese sono entrate in uso innumerevoli parole persiane. Anche molti termini fondamentali dell’Islam sono entrati nell’uso corrente in forma persiana anziché araba. Le parole arabe salat e sawm sono comunemente chiamate namaz e rozah. Persino Allah stesso è conosciuto in questa regione come Khoda. Khoda significa Khod-Allah, cioè Colui che è venuto all’esistenza da Sé. Il significato dell’espressione «lam yūlad» della sura al-Ikhlas è proprio Khoda: nessuno Lo ha generato. Egli esiste di per Sé.

La parola coranica è «salih». È una parola dal significato ampio: buono, retto, qualificato, adatto, appropriato, buona azione, merito e così via. In molti versetti del Corano, nell’annunciare la buona novella del Paradiso, si afferma: ++ saranno abitanti del Paradiso coloro che hanno creduto e compiuto opere salih. Non basta credere: chi desidera entrare in Paradiso deve anche compiere buone azioni. Se mancano le buone azioni, nonostante la fede, all’inizio si dovrà entrare nell’Inferno. Tuttavia, una volta terminato il periodo della punizione, il credente potrà un giorno entrare in Paradiso. Ma senza opere salih nessuno potrà entrare inizialmente in Paradiso soltanto per la propria fede.

In numerosi versetti del Corano e in innumerevoli hadith si trova l’espressione ++. Il suo significato viene reso come: ordinare il bene e proibire il male. Qui, per indicare il bene, è stata usata in arabo la parola ma‘ruf, mentre per indicare il male è stata usata la parola munkar. Questo è estremamente significativo: i significati lessicali di queste due parole sono completamente diversi.

La parola ++ significa «conosciuto». Eppure è stata usata per indicare le buone azioni. D’altra parte, ++ significa ciò che è respinto, negato e da abbandonare. Eppure questa parola è stata usata per indicare le cattive azioni. Bisogna quindi comprenderne il significato profondo.

Allah Ta’ala ha donato una coscienza morale a ogni essere umano. Perciò egli comprende che cosa è bene e che cosa è male. Questa coscienza è ciò che chiamiamo coscienza morale. L’uomo può compiere azioni malvagie sotto la spinta del nafs e l’istigazione di Satana, ma la sua coscienza sa che l’azione è malvagia. Non esiste un criminale che commetta un crimine senza comprendere che si tratta di un crimine. Nessuno ha il potere di impiccare la coscienza.

Tutto ciò che è noto alla coscienza le è familiare. Essa riconosce perfettamente ciò che è bene. Perciò nel Corano è stata usata la parola ma’ruf per indicare le buone azioni. Quanto è meravigliosa la scelta di questa parola da parte di Allah Ta’ala! Allah vuole dire: «O uomini! Voi sapete certamente che tutto ciò che vi ho comandato di fare è bene. Se accettate la schiavitù del nafs, questa è un’altra questione. Altrimenti non vi è ignoto che il Mio comando è benefico per voi».

Ciò che è male è rifiutato dalla coscienza dell’uomo. Il senso di umanità non riconosce alcun male come bene. Perciò Allah Ta’ala ha usato la parola munkar per indicare le azioni malvagie. Allah vuole dire: «Ciò che la tua coscienza non riconosce come bene è male, e Io ti ho vietato proprio di compiere azioni malvagie. Il Mio divieto è giusto agli occhi della tua coscienza».

Le funzioni o attività del nafs, del ruh e del qalb

Nafs significa tutte le esigenze del corpo. Quando ha fame, vuole mangiare; quando sente caldo, desidera il fresco; quando trova qualcosa di bello, vuole guardarlo; quando trova qualcosa da godere, vuole goderne. Ciò che il corpo desidera può essere moralmente negativo, poiché esso non possiede una coscienza morale. Perciò, quando una persona decide di compiere un’azione, se quell’azione è moralmente discutibile, il ruh solleva un’obiezione. Allora tra il nafs e il ruh si combatte una lotta. Ogni essere umano ha vissuto questa amara esperienza. Nel romanzo Rohini, Bankim Chandra ha dato alle due parti di questa lotta i bei nomi di Sumati e Kumati. Sumati dice: «Non è giusto farlo». Kumati dice: «Si può rinunciare a un divertimento simile?». In questa lotta tra il ruh e il nafs, l’azione viene compiuta secondo la decisione di colui che prevale. Questa forza che porta a compiere l’azione è il qalb. La parola qalb significa «mutevole». A volte obbedisce al ruh e altre volte al nafs. Poiché non può rimanere in un’unica condizione, si chiama qalb.

Un semplice esempio può rendere chiaro il concetto. Il governo di uno Stato ha tre rami: il legislativo, il giudiziario e l’esecutivo. Il legislativo decide che una cosa deve essere fatta e un’altra pure. Questa è la funzione del nafs. Il giudiziario solleva un’obiezione se quella legge è contraria ai principi della costituzione. Questa è la funzione del ruh. Dopo che il conflitto su questa contrapposizione è proseguito, a un certo punto il governo accetta la posizione del giudiziario, oppure il giudiziario ritira la propria obiezione. Allora il ramo esecutivo mette in atto la posizione che ha prevalso. Questa è la funzione del qalb.

L’uomo non ha alcun potere di compiere le azioni secondo il proprio ikhtiyar

Allah Ta’ala ha dato all’uomo la capacità e la responsabilità di desiderare e tentare di compiere un’azione. Non gli ha dato alcun ikhtiyar per portarla a termine o completarla. Che l’azione sia buona o cattiva, il potere di portarla a compimento è interamente nelle mani di Allah. Un’azione non si compirà soltanto perché l’uomo l’ha desiderata; e, se Allah non lo vuole, per quanto si tenti, l’azione non sarà portata a termine.

Poiché la capacità di portare a compimento un’azione non è nelle mani dell’uomo, per ricevere la ricompensa di un’azione buona o la punizione di un’azione cattiva non è necessario che l’azione venga effettivamente compiuta. Se qualcuno desidera compiere una buona azione e si impegna a farlo, ma non riesce a portarla a termine, gli si potrà assegnare la ricompensa come se l’avesse compiuta. Infatti, ha fatto tutto ciò che era in suo potere. Perché mai dovrebbe essergli negata la ricompensa per ciò che era al di là delle sue capacità?

Per esempio, un uomo decise di andare al pellegrinaggio e si mise in viaggio. Aveva assolto al dovere di formulare l’intenzione e di impegnarsi; tuttavia morì lungo il cammino. Sarà considerato come se avesse compiuto il pellegrinaggio. Infatti, se nel Giorno della Resurrezione gli venisse chiesto: «Perché non hai compiuto il pellegrinaggio?», egli direbbe: «Ero partito con l’intenzione di compiere il pellegrinaggio. Perché mi hai fatto morire?». Perciò Allah non gli chiederà conto e gli concederà la ricompensa del pellegrinaggio.

Prendiamo l’esempio di una cattiva azione: un uomo volle uccidere un altro uomo e, a tale scopo, sollevò una zappa sopra la testa e si accinse a colpirlo. Due persone accorsero, afferrarono la zappa e lo fermarono. Nel processo fu dimostrato che aveva tentato deliberatamente di uccidere. In termini giuridici — secondo la legge del nostro Paese, non aveva neppure sfiorato colui che voleva uccidere. Perché allora la punizione? Fu dimostrato che la pena era di almeno tre anni di carcere. Eppure il criminale non aveva né colpito né ferito minimamente la persona che voleva uccidere. Perché allora la punizione? Fu dimostrato che la punizione non dipende dal compimento effettivo dell’azione. Non appena l’intenzione e il tentativo sono compiuti, l’azione viene considerata compiuta.

Eccone un altro esempio: un uomo sparò contro un albero con l’intenzione di cacciare un uccello. C’era una persona lì, ma il cacciatore non lo sapeva. Il proiettile colpì quella persona, che morì. L’atto dell’uccisione fu effettivamente compiuto, ma il proprietario del fucile non aveva avuto l’intenzione né aveva tentato di uccidere quella persona. Pertanto, se ciò venisse dimostrato in tribunale, non riceverebbe alcuna punizione. Eppure l’uccisione era realmente avvenuta.

Come in questo mondo, così anche nell’Aldilà la ricompensa e la punizione sono il risultato dell’intenzione e dello sforzo, non il contraccambio dell’azione.

Quando si comprende questo, anche il destino non rimane più un mistero. Ciò che l’uomo desidera e si impegna a fare si compirà se Allah lo ha stabilito nel suo destino. E anche se il compimento di un’opera meritoria non è stabilito nel suo destino, egli ne riceverà certamente la ricompensa. Allo stesso modo, anche se la sua cattiva azione non viene portata a termine, riceverà comunque la punizione. Perciò il destino non ha alcuna colpa. La ricompensa o la punizione dell’azione, buona o cattiva, non dipende dal destino. In questa regola di Allah non vi è alcuna ingiustizia. Ognuno riceverà il contraccambio secondo la propria intenzione e il proprio sforzo. Pertanto, qualunque cosa sia stabilita nel destino, da ciò non gli deriva né vantaggio né danno. Non vi è alcun motivo di tormentarsi riguardo al destino. Tuttavia, è necessario credere nel destino. Questa fede significa che accadrà ciò che Allah ha decretato. Il destino non cambierà per lo sforzo di nessuno.

Senza un’intenzione corretta non si riceverà alcuna ricompensa

Il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) ha dichiarato: Certamente, ogni azione viene valutata in base all’intenzione.

Anche se l’opera appare esteriormente molto buona, Allah l’Altissimo la valuterà considerando l’intenzione con cui è stata compiuta. Se è stata compiuta con l’intenzione di ottenere il compiacimento di Allah e il successo nell’Aldilà, Egli la accetterà. Se qualcuno, senza l’intenzione di ricevere una ricompensa da Allah, desidera essere chiamato coraggioso ed eroico dalla gente in questo mondo e diventa persino martire sul campo del jihad, andrà comunque all’Inferno: così ha dichiarato il Messaggero ﷺ. Negli hadith è stato più volte affermato che, per quanto pia sia un’opera, si è degni della ricompensa solo se la si compie con fede e ihtisab. L’opera deve essere compiuta allo scopo di adempiere alle esigenze della fede e con l’intenzione di ricevere in cambio una ricompensa.

In genere le persone compiono opere di beneficio pubblico con l’intento di ottenere buona reputazione. Nella terminologia islamica questo viene chiamato riya, cioè compiere un’opera per farsi vedere. Si fanno donazioni nella speranza che la gente li onori come generosi o li nomini leader. Ricevono già in questo mondo ciò per cui hanno agito. Quale ricompensa riceveranno nell’Aldilà? Non hanno agito con quello scopo. Perciò la questione dell’intenzione è estremamente importante.

Ha qualche valore il semplice desiderio, finché non si fa alcuno sforzo?

Qualcuno desidera compiere una determinata azione buona o cattiva, ma non ha l’opportunità di cercare di compierla secondo quel desiderio. Questo tipo di intenzione ha qualche valore?

Allah l’Altissimo è davvero misericordioso verso i Suoi servi. Dalla Sahih al-Bukhari si apprende che, se qualcuno concepisce l’intenzione di compiere una buona azione ma non ha l’opportunità di trasformarla in atto, gli sarà comunque assegnata una ricompensa completa. E se, dopo aver desiderato compiere una cattiva azione, non la mette in atto, riceverà la ricompensa completa di una buona azione per essersi trattenuto dalla cattiva azione.

Le opere continuano anche dopo la morte?

Il Messaggero ﷺ ha risposto a questa domanda con parole estremamente chiare. ++

Quando una persona muore, le sue opere cessano. Tuttavia, rimangono tre cose: 1. la sadaqah jariyah (una donazione i cui benefici continuano), 2. una conoscenza da cui si trae beneficio e 3. un figlio virtuoso che continua a pregare per i propri genitori.

Questo hadith è molto significativo. Se le conseguenze di un’azione compiuta da una persona continuano, essa sarà considerata come se continuasse a compiere quell’azione per tutto il tempo in cui tali conseguenze perdurano. Per esempio:

1. Se qualcuno costruisce una strada per il beneficio della gente con l’intenzione di ottenere sawab, finché la strada resterà in uso, il suo sawab continuerà ad accumularsi nel suo amalnamah.

2. Se qualcuno educa il proprio figlio a essere un devoto servitore di Allah, il sawab di tutte le buone azioni che quel figlio compirà per tutta la vita continuerà ad accumularsi in misura equivalente nel suo amalnamah. Se anche suo figlio educherà allo stesso modo il proprio figlio, il sawab di ciò continuerà ad accumularsi nei loro amalnamah.

3. Se qualcuno insegna alle persone, con l’intenzione di ottenere sawab, una conoscenza utile all’umanità, il sawab continuerà ad accumularsi nel suo amalnamah per tutto il tempo in cui tale beneficio perdurerà.

Anche nel caso delle cattive azioni il peccato continuerà a perdurare. Per esempio:

1. Se qualcuno commette rapine e insegna a un’altra persona a fare altrettanto, dopo la sua morte anche i peccati dei suoi discepoli continueranno ad accumularsi nell’amalnamah del maestro.

2. Se qualcuno aiuta o incoraggia un’altra persona a compiere una cattiva azione, anche se non la compie personalmente, il peccato di quella cattiva azione sarà incluso nel suo amalnamah.

3. Se qualcuno introduce nella società una cattiva consuetudine o un comportamento contrario alla moralità, anche dopo la sua morte, finché tale pratica continuerà a essere diffusa nella società, il suo peccato continuerà ad accumularsi nel suo amalnamah.

Da ciò si comprende che il registro delle opere di una persona non viene chiuso immediatamente dopo la sua morte. Le conseguenze di alcune opere buone e cattive possono protrarsi fino al Giorno della Resurrezione. Pertanto, la scrittura nel registro delle opere terminerà solo dopo la distruzione del mondo.

In un hadith si dice che, quando l’uomo riceverà il registro delle opere, dopo aver visto il lungo resoconto delle sue azioni griderà: «O Allah, io non ho fatto tutto questo. Come sono finite così tante opere nel mio registro?». Non lo diranno soltanto le persone malvagie, ma anche quelle virtuose. A entrambi i tipi di persone verrà data la stessa risposta: «È vero che non hai fatto tutto questo da solo, ma hai insegnato agli altri e li hai incoraggiati; essi hanno imparato da te o sono stati motivati dal tuo esempio. Perciò anche le opere degli altri sono state registrate nel tuo conto». Nella sura al-Infitar, versetto 5, è detto:++++

(Dopo il Giorno della Resurrezione) ogni persona saprà che cosa ha mandato in precedenza e che cosa ha fatto in seguito. Qui, «ciò che ha fatto in precedenza» significa ciò che ha compiuto durante la vita, mentre «ciò che ha fatto in seguito» significa ciò che è stato compiuto dopo la sua morte.

Perciò, nel mondo, bisogna compiere le proprie opere con estrema cautela, tenendo presente il rendiconto dell’Aldilà.

Un’idea errata riguardo alle opere

Amal significa azione. Tuttavia, di solito si chiama amal anche la recitazione di una supplica per ottenere qualcosa. A Khulna, un uomo chiese al Maulana Mawdudi (r): «Signore, non ho alcun mezzo di guadagno. Sono disoccupato. Un huzur mi ha detto di recitare questa supplica centoventicinquemila volte. A quanto pare, questo è un amal per ottenere il sostentamento».

Il Maulana gli disse: «Se recita questa supplica stando seduto senza fare altro, non sarà un amal per ottenere il sostentamento. Continui a impegnarsi per guadagnare e continui anche a recitare questa supplica. Non è necessario contare se l’ha recitata centoventicinquemila volte. Continui a recitarla finché non troverà un mezzo di guadagno e continui a cercare una fonte di reddito».

Quando l’uomo se ne fu andato, il Maulana osservò: «Come potrà progredire una nazione che considera amal il non compiere amal?»

È riportato in un hadith che, quando una persona muore, tre cose accompagnano il suo cadavere fino alla tomba: 1. i parenti 2. alcuni beni 3. le sue opere. Dopo la sepoltura, due di queste cose tornano indietro, mentre solo una rimane con lui. Quella cosa sono le sue opere.

— Fine —