Accogli la mia supplica

Nel nome di Allah, il Misericordioso, il Compassionevole

Sarà loro dato da bere un nettare purissimo, sigillato

Il cui sigillo è muschio; che gareggino dunque i concorrenti

E per questo gareggino i competitori

Da una bottiglia sigillata sarà loro dato da bere quel giorno il più puro dei nettari, la cui apertura è stata chiusa con la fragranza del muschio al momento dell’imbottigliamento. Questo è, in verità, il premio desiderabile per il quale ogni concorrente dovrebbe aspirare alla vittoria. (Sura al-Mutaffifin, versetti 25-26)

Ar-Rahiq al-Makhtum, il prezioso nettare sigillato, è ciò con cui Allah l’Altissimo preparerà quel giorno, sul Suo Trono Sublime, la mensa per colui che è la pupilla degli occhi di tutta la creazione: il venerabile Muhammad, che Allah lo benedica e gli conceda la pace.

O Profeta, non so se Allah l’Altissimo abbia incluso o meno il mio nome nell’elenco dei concorrenti onorati nella gara terrena per ottenere quella rara ricompensa; perciò, per me, sperare di trovare un posto accanto a te alla mensa imbandita quel giorno è davvero una vana speranza.

O Allah, accetta da me questo piccolo sforzo della traduzione bengalese di Ar-Raheeq al-Makhtum. In cambio, non chiederti di concedermi alcun paradiso, né quella tavola imbandita delle stanze del paradiso; chiedigli soltanto di riconoscere, quel Giorno, che io appartengo al tuo Messaggero.

-Khadija Akhtar Reza’i

Nel nome di Allah, il Compassionevole, il Misericordioso

Ogni lode spetta ad Allah l’Altissimo, il Signore di tutti i mondi. Egli è infinitamente Compassionevole, estremamente Misericordioso. Egli è il Sovrano del Giorno del Giudizio. (O Allah,) adoriamo soltanto Te e chiediamo aiuto soltanto a Te. Guidaci sulla retta via, la via di coloro ai quali hai concesso la Tua grazia; non la via di coloro sui quali è ricaduta la Tua maledizione e di coloro che si sono smarriti. (Sura al-Fatiha)

1

Breve contesto

Alcune parole mie, alcune parole altrui

Allah l’Altissimo dice

In verità Allah e i Suoi angeli invocano benedizioni sul Profeta Muhammad; o voi che avete creduto in Allah, invocate anche voi su di lui benedizioni sincere e pace. (Sura al-Ahzab, 56)

Il venerabile Muhammad Mustafa, che Allah lo benedica e gli conceda la pace

Nelle parole dell’autore dell’opera

Presentazione dell’opera

Marzo 1976. Rabi‘ al-awwal 1396 dell’Egira.

A Karachi si tenne la prima Conferenza mondiale musulmana sulla Sira. La Rabita al-Alam al-Islami della Mecca svolse un ruolo importante in questa conferenza. Nella sessione conclusiva della conferenza fu rivolto un singolare appello a tutti gli scrittori del mondo. Nell’appello diffuso dalla Rabita si chiedeva di scrivere, nelle lingue vive del mondo, la biografia del nobile Inviato di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace. Fu inoltre annunciato che sarebbero stati premiati i primi cinque vincitori del concorso. L’ammontare dei premi era, rispettivamente, di 50, 40, 30, 20 e 10 mila riyal sauditi. L’annuncio del concorso fu pubblicato in diversi numeri del giornale Akhbar al-Alam al-Islami, organo ufficiale della Rabita al-Alam al-Islami. Io, tuttavia, non ero ancora venuto a conoscenza di quell’annuncio.

Passò del tempo. Da Banaras mi recai a Mubarakpur, il paese natale della mia famiglia. Là mio cugino materno, Maulana Abdur Rahman Mubarakpuri, figlio dello Shaykh al-Hadith Maulana Ubaidullah, mi riferì la notizia. Mi consigliò di partecipare al concorso. Menzionando i limiti delle mie conoscenze, dichiarai di non esserne capace. Ma Maulana Abdur Rahman non si lasciava persuadere. Con umiltà ripeteva: «Non perché lei riceva un premio al concorso; desidero piuttosto che, attraverso questa occasione, si compia una buona opera». Nonostante le ripetute suppliche di mio cugino, rimasi in silenzio. Dentro di me pensavo che certamente non avrei partecipato al concorso.

Alcuni giorni dopo, la notizia fu pubblicata anche nel periodico quindicinale della Jamiat Ahl-e-Hadith Hind. Non appena la notizia fu resa pubblica, una grande parte degli studenti di tutti i livelli della Jamia Salafia cominciò a chiedermi di partecipare al concorso. Pensai tra me e me che l’eco di tante voci fosse probabilmente il riflesso della volontà di Allah. Ciononostante, rimasi quasi fermo nella mia decisione di non partecipare al concorso. Dopo qualche tempo, l’insistenza nelle richieste e nei consigli diminuì. Tuttavia, alcuni studenti continuarono a insistere. Alcuni iniziarono anche a darmi diversi consigli riguardo all’argomento. A un certo punto, le suppliche, le lusinghe e le insistenze di alcuni studenti a me cari mi fecero venire le orecchie al tormento.

Iniziai il lavoro, ma procedendo molto lentamente. Nella fase iniziale del lavoro arrivarono le vacanze del Ramadan. Nel frattempo, nell’annuncio della Rabita era stato dichiarato che il primo giorno del Muharram successivo sarebbe stata la scadenza per la consegna del manoscritto. Erano già trascorsi cinque mesi e mezzo. Mi restavano appena tre mesi e mezzo. Entro quel termine dovevo completare il manoscritto e spedirlo per posta, affinché arrivasse in tempo. Eppure, tutto il lavoro era ancora da fare. Non credevo che in un tempo così breve si potessero concludere la stesura del manoscritto, la revisione e la copiatura. Tuttavia, coloro che mi sollecitavano mi dicevano di proseguire il lavoro senza alcuna esitazione. Se necessario, dovevo rinunciare alle vacanze. Considerai il periodo delle vacanze una preziosa opportunità. Le vacanze trascorsero interamente come in un sogno. Quando coloro che me lo avevano chiesto tornarono, videro che due terzi del manoscritto erano già stati completati. Non avendo tempo per farlo revisionare, lo consegnai per la copiatura. Essi mi aiutarono a procurare il materiale necessario per la parte restante. Dopo la riapertura della Jamia cominciò il periodo degli impegni. Per questo non fu possibile continuare a scrivere con la rapidità delle vacanze. Durante l’Eid al-Adha scrivevo giorno e notte, e spedii il manoscritto per posta raccomandata dodici o tredici giorni prima dell’inizio del mese di Muharram.

Trascorsero alcuni mesi. Da parte della Rabita ricevetti una lettera raccomandata con la conferma della ricezione del manoscritto; mi veniva comunicato che, poiché il mio manoscritto rispettava le loro condizioni, era stato ammesso al concorso. Tirai un sospiro di sollievo.

I giorni passarono. Nel frattempo era trascorso un anno e mezzo. Dalla Rabita non arrivava alcuna notizia. Inviai due lettere, chiedendo che cosa stesse accadendo, ma non ricevetti alcuna risposta. Poi mi immersi nel mio lavoro. Avevo quasi dimenticato di aver partecipato a un concorso sulla Sira del Profeta. Il 6, 7 e 8 luglio 1978, cioè nel mese di Sha‘ban del 1398 dell’Egira, si tenne a Karachi la prima Conferenza islamica asiatica. Leggevo con attenzione le varie notizie al riguardo. Un giorno mi trovavo alla stazione di Bhaduhi in attesa del treno. Il treno era in ritardo. Comprai il giornale del giorno e cominciai a leggerlo. Mi cadde l’occhio su una breve notizia. In una sessione della conferenza islamica in corso a Karachi erano stati annunciati i nomi dei cinque vincitori tra i partecipanti al concorso sulla Sira del Profeta. Tra loro vi era un concorrente indiano. Dopo aver letto la notizia, mi agitai interiormente. Anche dopo essere arrivato a Benares e aver tentato di ottenere maggiori informazioni, non riuscii a sapere nulla.

La mattina del 10 luglio 1978 dormivo. Ero stato impegnato fino a tarda notte in varie attività, tra cui la definizione degli argomenti di un concorso di dibattito della Jamia. Dopo aver pregato la preghiera dell’alba, ero tornato a letto. All’improvviso entrò un gruppo di studenti facendo rumore. I loro volti brillavano di gioia. Mi stavano congratulando. Che cosa è successo? L’avversario si è rifiutato di partecipare al dibattito? No, non è questo. E allora? Lei ha conquistato il primo posto nel concorso sulla Sira del Profeta.

O Allah, grazie a Te. Dove avete appreso la notizia? Mi sollevai dalla posizione sdraiata e mi misi seduto.

Il maulana Wazir Shams ha portato questa notizia. Poco dopo, il maulana Shams, giunto dalla conferenza, mi raccontò personalmente tutti i dettagli.

Il 29 luglio 1978, corrispondente al 22 Sha‘ban 1398 dell’Egira, ricevetti una lettera raccomandata da parte della Rabita. Insieme alla notizia della vittoria, fui invitato a recarmi alla cerimonia della Rabita che si sarebbe tenuta alla Mecca nel Muharram del 1399 dell’Egira, per ricevere ufficialmente il premio. In seguito, tuttavia, la cerimonia si tenne nel mese di Rabi‘ al-Thani anziché nel Muharram.

Con l’occasione di partecipare alla cerimonia ebbi per la prima volta la fortuna di visitare al-Haramayn al-Sharifayn, la terra dell’amato Profeta. Arrivai alla Mecca il 10 Rabi‘ al-Thani. Poi mi recai alla cerimonia. Dopo le formalità necessarie, i lavori della cerimonia iniziarono verso le dieci del mattino con la recitazione del Corano. Il presidente della cerimonia era il giudice capo dell’Arabia Saudita, lo sceicco Abdullah ibn Humayd. Il principe Saud ibn Abd al-Muhsin, governatore vicario della Mecca e nipote del re Abd al-Aziz ibn Saud, giunse come ospite principale per la consegna dei premi. In seguito pronunciò anche un discorso. Poi parlò lo sceicco Ali al-Mukhtar, vice segretario generale della Rabitat al-‘Alam al-Islami. Egli spiegò in una certa misura dettagliatamente lo scopo del concorso e riferì come erano stati selezionati i vincitori. Dichiarò che, dopo l’annuncio della Rabita, erano stati presentati 1.182 manoscritti. Nella valutazione preliminare, il comitato di selezione aveva scelto 183 manoscritti per il concorso. La responsabilità della selezione finale fu affidata a un comitato appositamente scelto. Il presidente di tale comitato era il ministro dell’Istruzione, lo sceicco Hasan ibn Abdullah Al al-Sheikh. I membri del comitato erano docenti del dipartimento di Sharia dell’Università di Gedda, esperti della Sira del Profeta e della storia dell’Islam. I loro nomi erano i seguenti: dottor Ibrahim Ali Sawt, dottor Abd al-Rahman Fahmi Muhammad, dottor Muhammad Sa‘id Siddiqi, dottor Fikri Ahmad Okaz, dottor Ahmad Sayyid Daraj, dottor Faiq Bakr Sawwaf, dottor Shakir Mahmud Abd al-Mun‘im e dottor Abd al-Fattah Mansur.

Dopo una selezione articolata in varie fasi, gli esperti di questo comitato dichiararono cinque persone meritevoli di ricevere il premio per i cinque manoscritti: 1. Ar-Rahīq al-Makhtūm, (arabo), Ṣafiyur-Raḥmān Mubārakpūrī, Jāmiʿa Salafiyya, Benares, India — primo classificato; 2. Khātam an-Nabiyyīn, (inglese), dottor Majed Ali Khan, Jāmiʿa Milliyya Islāmiyya, Delhi, India — secondo classificato; 3. Paygāmbar-e Aʿẓam wa Ākher, (urdu), dottor Nasir Ahmad Naser, vicerettore della Jāmiʿa Islāmiyya, Bahawalpur, Pakistan — terzo classificato; 4. Muntakhab an-Nuqūl fī Sīrat Aʿẓam ar-Rusul, (arabo), Shaykh Hamed Mahmud ibn Muhammad Mansur Lemud, Giza, Egitto — quarto classificato; 5. Sīrat an-Nabiyy al-Hādī ar-Raḥīm, (arabo), Ustadh Abdus Salam Hashem Hafiz, Medina Munawwara, Arabia Saudita — quinto classificato.

Dopo questa esposizione, il vicesegretario generale, Shaykh Ali al-Mukhtar, concluse il suo intervento ringraziando i partecipanti al concorso.

Dopodiché mi fu chiesto di esprimere la mia reazione. Nel mio intervento consigliai alla Rabita di adottare alcune strategie e linee d’azione per la diffusione dell’Islam in India. Illustrai anche quali sarebbero potuti essere in seguito i risultati. Da parte della Rabita fu data assicurazione che i consigli sarebbero stati accolti. In seguito, l’Amīr Saud ibn Abd al-Muhsin consegnò a turno ai cinque vincitori il premio in denaro e il certificato. Al termine della distribuzione dei premi, la cerimonia fu dichiarata conclusa con la recitazione del Corano.

Il 17 di Rabīʿ ath-Thānī andai a Medina. Durante il viaggio vidi la pianura di Badr. Visitai la venerata Rawḍa del Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace. Alcuni giorni dopo, una mattina, andai a Khaybar. Vidi dall’interno e dall’esterno le sue storiche fortezze. Dopo aver fatto un giro qua e là, nel pomeriggio tornai a Medina. Trascorsi due settimane a Medina, poi tornai nuovamente alla Mecca. Compii il ṭawāf e il saʿy. Trascorsi una settimana alla Mecca. Alla Mecca e a Medina ebbi scambi profondi di idee con studiosi e uomini sapienti di ogni ceto, conosciuti e sconosciuti. Dopo aver trascorso un mese nell’Arabia Saudita, il Paese dei miei sogni, tornai nuovamente nella mia patria, l’India.

Dopo il mio ritorno dall’Arabia Saudita, molti appartenenti alle comunità di lingua urdu dell’India e del Pakistan mi chiesero di tradurre l’opera in urdu. Nel frattempo erano già trascorsi alcuni giorni. Ero stato preso da numerosi impegni e non riuscivo in alcun modo a trovare il tempo. A causa delle insistenti richieste di molti di coloro che me lo domandavano, a un certo punto iniziai la traduzione pur nel pieno dei miei impegni. Alla fine, per grazia di Allah, il lavoro di traduzione fu portato a termine.

Infine, ritengo necessario esprimere la mia gratitudine agli anziani della religione, agli amici e a quanti mi hanno sostenuto e incoraggiato nella stesura di quest’opera. Ricordo in particolare la sincera collaborazione dell’ustadh muḥtaram Mawlānā Abd ar-Raḥmān Raḥmānī, dello Shaykh Wazāyir e del Ḥāfiẓ Muḥammad Ilyās. I loro consigli e il loro incoraggiamento mi aiutarono a completare il manoscritto al momento opportuno. Che Allah, il Signore dei mondi, conceda a tutti loro la migliore ricompensa. Che Allah l’Altissimo accetti quest’opera e conceda a tutti coloro che vi sono associati la salvezza in questo mondo e nell’Aldilà.

Ṣafiyur-Raḥmān Mubārakpūrī

18 di Ramaḍān al-Mubārak

1404 dell’Egira

per la nuova edizione

della Rābita al-ʿĀlam al-Islāmī

la prefazione del segretario generale

La Sunna del Profeta è un modello vivente. Il suo valore rimarrà fino al Giorno della Resurrezione. La descrizione di questo modello e la composizione di opere su di esso ebbero inizio fin dall’avvento del Messaggero di Allah e continueranno fino al Giorno della Resurrezione. Il modello del Profeta amato è, per i musulmani, un esempio concreto e un programma ricco di avvenimenti. È naturale che, alla sua luce, le parole e le azioni dei musulmani siano disciplinate e guidate. Il rapporto dell’essere umano con Allah, il Signore dei mondi, così come i suoi rapporti con parenti, familiari, fratelli e amici, dovrebbe conformarsi al modello del Messaggero di Allah.

L’Onnipotente Allah dice: «Certamente, nel Messaggero di Allah avete un modello eccellente, per chi spera nella misericordia di Allah e nel Giorno Ultimo e ricorda molto Allah».

Fu chiesto ad Aisha (che Allah sia soddisfatto di lei): «Com’era il carattere del Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace?». Ella rispose: «Il Sublime Corano era il suo carattere».

Pertanto, per chi desidera liberarsi del mondo e percorrere la via di Allah in tutte le questioni terrene e ultraterrene, non esiste altra via se non seguire il Messaggero di Allah. Una persona di questo genere deve seguire la Sīra del Messaggero di Allah con sufficiente riflessione, comprensione e una fede incrollabile. Deve comprendere che questa è la retta via del Signore. Il Messaggero di Allah, nostra guida e nostro leader, ha lasciato un modello da seguire in ogni aspetto e ambito della vita. Nel suo modello si trova la luce della guida per i leader, gli attivisti, i governanti e i governati, le guide e i mujahidin. Il modello del Profeta amato è il modello migliore in ogni campo della vita umana: nella politica, nell’amministrazione dello Stato, nell’economia, nell’organizzazione sociale, nei rapporti reciproci, nelle relazioni nazionali e internazionali.

I musulmani si sono allontanati dalla via dell’attuale Messaggero di Allah e sono sprofondati nell’abisso dell’ignoranza e della decadenza. È giunto il momento che prendano coscienza. Nei programmi delle istituzioni educative, nelle diverse assemblee e negli incontri di discussione, la Sīrat al-Nabī deve essere posta al di sopra di ogni cosa. Bisogna comprendere che essa non è soltanto alimento per il pensiero, ma è la via per tornare ad Allah l’Altissimo. In questo modello si trovano la fonte della rettificazione e del benessere dell’umanità. Infatti, il carattere e le opere del Messaggero di Allah sono la manifestazione concreta del Libro di Allah l’Altissimo, il glorioso Corano. Seguendo questo modello, il credente servo di Allah può diventare seguace della Sharīʿa di Allah, il Signore dei mondi.

Quest’opera, intitolata Ar-Raḥīq al-Makhtūm, è lo splendido frutto dell’impegno dell’ʿAllāma Shaykh Ṣafī al-Raḥmān. Nel 1396 dell’Egira partecipò al concorso di composizione della Sīrat al-Nabī organizzato dalla Rabita al-ʿĀlam al-Islāmī, e quest’opera ottenne l’onore di conquistare il primo posto. Una descrizione dettagliata al riguardo si trova nell’introduzione scritta dall’ex segretario generale della Rabita, Shaykh Muḥammad ʿAlī al-Ḥarakān.

Quest’opera raggiunse una straordinaria popolarità e fu colmata di elogi. La prima edizione, di diecimila copie, si esaurì in breve tempo. L’editore Hasan Hamubi, che Allah lo protegga, pubblicò altre diecimila copie anche nella seconda edizione.

In occasione della pubblicazione della terza edizione, l’editore mi chiese di scrivere alcune parole. Per questo ne scrivo qui poche. Che Allah l’Altissimo renda questo scritto un mezzo per ottenere la Sua misericordia. Che, per mezzo di quest’opera, Egli salvi i musulmani da ogni calamità. Che la comunità di Muḥammad sia nuovamente elevata all’onore supremo di assumere la leadership mondiale. Che questa dichiarazione di Allah l’Altissimo si realizzi: «Voi siete la migliore comunità; siete stati scelti per il bene degli uomini. Ordinerete il bene, proibirete il male e, soprattutto, crederete in Allah l’Altissimo».

Benedizioni e pace sull’amato Messaggero di Allah.

Dottor ʿAbdullah ʿUmar Nasif

Segretario generale

Rabita al-ʿĀlam al-Islāmī

La Mecca al-Mukarrama

ex segretario generale

ha espresso la sua opinione—

Allah, il Signore dei mondi, ha concesso al Suo amato Messaggero il maqām della shafāʿa e un rango elevato. Ci ha ordinato di amarlo. Ci ha fatto sapere che, attraverso la sua obbedienza, dimostreremo il nostro amore per Allah l’Altissimo.

Allah, il Signore dei mondi, dice: «O Profeta, di’: se amate Allah l’Altissimo, seguitemi; Allah vi amerà e perdonerà i vostri peccati».

La prova dell’amore per Allah l’Altissimo è l’amore per il Suo Messaggero. Per questo nel cuore si avverte un’attrazione verso il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, e nasce la necessità di instaurare con lui un rapporto stretto. Fin dalla comparsa dell’Islam, i musulmani hanno continuato a lodare il Messaggero di Allah e si sono impegnati nella diffusione e nella divulgazione della sua pura Sīra con un atteggiamento propriamente competitivo. Gli scritti, le opere e il carattere dell’amato Messaggero di Allah costituiscono la sua Sīra. ʿĀʾisha, che Allah sia soddisfatto di lei, disse: «Il Sacro Corano è il suo carattere». Il Nobile Corano è il Libro di Allah l’Altissimo e l’insieme delle Sue parole. Pertanto, quella grande personalità che è il riflesso del Corano è certamente superiore e perfetta più di ogni altro essere umano. È la più degna di ricevere l’amore di tutte le creature.

I musulmani hanno sempre dato prova del loro amore per il Messaggero di Allah. Proprio come parte di tale prova, nel 1396 dell’Egira si tenne in Pakistan la prima conferenza sulla Sīra. In quella conferenza, la Rabita al-ʿAlam al-Islami annunciò che sarebbero stati assegnati cinque premi per la composizione di opere sulla Sīrat an-Nabawiyya, a determinate condizioni. Come premio, ai vincitori sarebbe stata distribuita in contanti la somma di centocinquantamila riyal sauditi.

Le condizioni sono le seguenti:

Primo, la Sīra del Profeta deve essere completa. Gli eventi storici devono esservi disposti in ordine cronologico, secondo il periodo in cui si sono verificati.

Secondo, l’opera deve essere di alto livello e inedita.

Terzo, nell’opera devono essere indicati con precisione i riferimenti bibliografici delle fonti utilizzate.

Quarto, l’autore deve redigere un’autobiografia, fornire informazioni sulla propria formazione scolastica e menzionare eventuali opere letterarie da lui realizzate.

Quinto, il testo deve essere chiaro e ben leggibile. Sarebbe preferibile presentarlo dattiloscritto.

Sesto, l’opera può essere scritta in arabo e in altre lingue correnti e moderne.

Settimo, i manoscritti saranno accettati dal primo Rabīʿ al-Thānī dell’anno 1396 dell’Egira, e il termine ultimo per la presentazione sarà il primo Muḥarram dell’anno 1397 dell’Egira.

Ottavo, il manoscritto deve essere inviato in una busta sigillata alla segreteria della Rabita al-Alam al-Islami, a Mecca. La Rabita vi apporrà un numero progressivo.

Nove, una commissione di esperti altamente qualificati composta da eminenti ulema esaminerà attentamente i manoscritti.

In seguito a questo annuncio della Lega del Mondo Islamico, si manifestò un grande entusiasmo tra gli scrittori assetati di conoscenza e amanti del Messaggero. Numerosi scrittori parteciparono al concorso. Anche la Lega del Mondo Islamico era in attesa di ricevere manoscritti in arabo, inglese, urdu e in altre lingue.

I nostri stimati fratelli cominciarono a inviare manoscritti in varie lingue. Furono presentati manoscritti in arabo, urdu, inglese, francese ed ebraico.

Per esaminare i manoscritti raccolti, la Lega del Mondo Islamico costituì una commissione composta da eminenti ulema. I dettagli dei premiati sono i seguenti.

(1) Primo premio: Sheikh Safiur Rahman Mubarakpuri, Jamia Salafiya, India, 50.000 riyal sauditi.

(2) Secondo premio: dottor Majed Ali Khan, Jamia Millia Islamia, Nuova Delhi, India, 40.000 riyal sauditi.

(3) Terzo premio: dottor Nasir Ahmed Naser, Pakistan, 30.000 riyal sauditi.

(4) Quarto premio: Ustad Hamed Mahmud Mohammad Mansur Lemud, Egitto, 20.000 riyal sauditi.

(5) Quinto premio: Ustad Abdus Salam Hashim Hafiz, Medina Munawwara, Arabia Saudita, 10.000 riyal sauditi.

La Lega del Mondo Islamico annunciò i nomi dei vincitori della Prima Conferenza Islamica Asiatica, tenutasi a Karachi nel 1398 dell’Egira. La notizia fu inviata a tutti i giornali e alle agenzie di stampa.

Per la consegna dei premi, la Lega organizzò questa cerimonia a Mecca, la mattina del 12 Rabi al-Thani 1399 dell’Egira. Amir Saud, segretario del governatore di Mecca, Amir Fawaz ibn Abd al-Aziz, consegnò i premi in sua rappresentanza.

Durante la cerimonia di consegna dei premi fu annunciato che i manoscritti premiati sarebbero stati stampati e distribuiti successivamente nelle diverse lingue. In conformità con tale annuncio, il manoscritto arabo dello Shaykh Safiur Rahman Mubarakpuri è stato pubblicato per primo e presentato ai lettori. Egli aveva ricevuto il primo premio. Anche gli altri manoscritti saranno pubblicati successivamente. Preghiamo Allah, il Signore dei mondi, di concederci la grazia di dedicare le nostre opere esclusivamente alla Sua soddisfazione e di accettare le nostre buone opere. Indubbiamente, Egli è il nostro migliore Protettore e il migliore degli aiutanti.

Shaykh Mohammad Ali al-Harakan

Segretario generale

Lega del Mondo Islamico

La Mecca onorata

La presentazione dell’autore del libro

la propria presentazione

Tra le condizioni del concorso organizzato dalla Rabita vi era la richiesta di fornire informazioni sull’identità dei concorrenti. Per questo motivo, presento qui di seguito una breve nota biografica su di me.

Safiur Rahman ibn Abdullah ibn Muhammad Akbar ibn Muhammad Ali ibn Abd al-Mu’min ibn Zakirullah Mubarakpuri Azmi. Sul certificato è indicata come data di nascita il 6 luglio 1943. Tuttavia, dopo aver effettuato delle verifiche, è emerso che la data effettiva di nascita risale alla metà del 1942. Sono nato a Mubarakpur, nella località di Hosenabad, nel distretto di Azamgarh.

Iniziai a studiare il Corano nel 1948. A Mubarakpur studiai per sei anni. Studiai la lingua araba, la grammatica, la letteratura e altre materie. In seguito, per due anni, proseguii gli studi a Maunath Bhanjan, a 35 chilometri da Mubarakpur. Nel 1956 fui ammesso alla madrasa Fayz-e Aam. Vi trascorsi cinque anni. In questa istituzione acquisii conoscenze di lingua araba, grammatica, letteratura, fiqh, usul al-fiqh, tafsir, hadith e altre discipline.

Nel gennaio del 1961 mi fu rilasciato il certificato di completamento degli studi. Con il rilascio dei certificati in Fazilat fi al-Sharia e Fazilat fi al-Ulum, mi furono concessi l’autorizzazione all’insegnamento e il permesso di emettere fatwa.

Riuscii a ottenere buoni risultati in tutti gli esami. Partecipai anche agli esami del Board di Allahabad. Nel febbraio 1959 sostenni l’esame di maulvi e nel 1960 quello di alim. Superai entrambi gli esami in prima divisione. Dopo molto tempo, nel febbraio 1976 sostenni l’esame di Fazil Adab, collegato all’insegnamento, e nel febbraio 1978 quello di Fazil Diniyat. Anche in entrambi questi esami ottenni la prima divisione.

Nel 1961, dopo essermi diplomato alla madrasa Fayz-e Aam, insegnai dapprima ad Allahabad e poi a Nagpur. Nel 1963 il preside della madrasa Fayz-e Aam mi convocò. Vi insegnai per due anni, ma a causa delle circostanze dovetti andarmene. L’anno successivo assunsi l’incarico d’insegnante presso la Jamia-tur-Rashad di Azamgarh e nel 1966 presso la madrasa femminile Darul Hadith. Vi trascorsi tre anni. Svolsi anche importanti mansioni in qualità di vicepresidente. In seguito, dopo essermi dimesso, iniziai a insegnare presso la madrasa Fayzul Ulum. Questa madrasa si trova nel Madhya Pradesh, a sette chilometri da Maunath Bhanjan. Dal gennaio 1969, oltre all’insegnamento, fui impegnato anche nelle attività amministrative della madrasa. Ero coinvolto nella tabligh al-din in luoghi lontani. Verso la fine del 1969 assunsi l’incarico d’insegnante presso la madrasa Darut Talim, nella mia città natale, Mubarakpur. Nel 1974 iniziai a insegnare presso la Jamia Salafiya di Benares e sono tuttora impegnato nell’insegnamento dell’educazione religiosa in questa istituzione.

Di seguito menziono l’elenco di alcune delle mie opere più importanti,

Uno) Tazkiraye Shaykhul Islam Mohammad ibn Abd al-Wahhab (in arabo), 1972. Di quest’opera sono state pubblicate quattro edizioni. Due) Tarikh-e Al-e Saud (in urdu), 1972; di quest’opera sono state pubblicate due edizioni. Tre) Ithaf al-Kiram, Ta‘liq ‘ala Bulugh al-Maram li-Ibn Hajar al-‘Asqalani (in arabo), 1974. Quattro) Qadiyaniyyat Apne Aaine Mein (in urdu), 1976. Cinque) Fitna-ye Qadiyaniyyat aur Maulana Sanaullah Amritsari (in urdu), 1977. Sei) Ar-Raheeq al-Makhtum (in arabo). Sette) Inkar-e Hadith: Haq ya Batil (in urdu), 1977. Otto) Rajm-e Haq-o-Batil (in urdu), 1978. Nove) Abraaj al-Haqq was-Sawab fi Mas’alat Kashf al-Hijab (in arabo), 1978. Dieci) Tatawwur ash-Shu‘ub ad-Diniyya fi’l-Hind wa Majal ad-Da‘wa al-Islamiyya Fiha (in arabo), 1979. Undici) Al-Firqat an-Najiya ‘an al-Firaq al-Islamiyya al-Ukhra (in arabo), 1988. Dodici) Islam aur Adam-e Tashahhud (in urdu), 1984; è stato pubblicato anche in inglese e in hindi. Tredici) Ahl-e Tasawwuf fi Qartstania (in urdu), 1986. Quattordici) Al-Ahzab as-Siyasiyya fi’l-Islam (in arabo), 1986. Svolgo inoltre l’incarico di redattore della rivista mensile Muhaddith di Benares.

Alla pubblicazione della nuova edizione

Prefazione dell’autore

Nel 1396 dell’Egira, durante la conferenza sulla Sira tenutasi in Pakistan, la Rabita al-Alam al-Islami indisse un concorso mondiale per la stesura di opere sulla Sira. Lo scopo era unificare il pensiero e la consapevolezza degli autori e organizzare sistematicamente i loro sforzi. A mio avviso, fu un’iniziativa encomiabile. Infatti, riflettendo profondamente, si comprende che la Sira del Profeta e l’esempio di Muhammad sono l’unico tema attraverso il quale la vita del mondo musulmano e la felicità della società umana possono raggiungere la perfezione. Migliaia di benedizioni e saluti sul prediletto Messaggero di Allah, sallallahu alayhi wa sallam.

Partecipare a questo benedetto concorso fu per me una grandissima fortuna. Ma avevo forse la forza di far luce sulla sublime vita del Sayyid al-Awwalin wa-l-Akhirin? In realtà desideravo ottenere una parte della benedizione dell’amato Habib di Allah l’Altissimo. Ma perché? Perché volevo vivere, invece di cercare la strada nelle tenebre, come membro della comunità del Profeta (pace e benedizioni su di lui), percorrendo la sua luminosa e meravigliosa via maestra. Poi, un giorno, avrei abbracciato la morte proprio come viandante su quella via. Nella vita dell’Aldilà, grazie alla benedizione dell’intercessione del Messaggero di Allah, Allah l’Altissimo avrebbe perdonato i miei peccati.

Ritengo necessario dire qualcosa sullo stile compositivo di quest’opera. Prima di scriverla avevo deciso di non renderla eccessivamente lunga, per non far perdere la pazienza al lettore, ma neppure troppo breve; piuttosto, avrei dovuto mantenerla entro dimensioni moderate. Tuttavia, leggendo le diverse opere scritte sulla Sira del Profeta, ho constatato che avrei menzionato ciò che, dopo aver esaminato ogni aspetto, mi fosse sembrato corretto. Mi sarei astenuto dal riportare argomentazioni dettagliate e riferimenti a prove e documenti. Se riportassi tutto, l’opera aumenterebbe enormemente di volume. In tali casi sorgerebbe il dubbio che le mie osservazioni analitiche non siano sufficienti; il lettore rimarrebbe stupito oppure, nei casi in cui le opinioni di coloro che dissentono non mi sembrino corrette, mi limiterei a indicare le argomentazioni e le prove. È proprio ciò che sto facendo. O Allah l’Altissimo, stabilisci per me il bene di questo mondo e dell’Aldilà. Certamente Tu sei il Perdonatore, il Misericordioso. Tu sei il Signore del possente Trono; Tu sei Sublime, Tu sei Onnipotente.

Safiur Rahman Mubarakpuri

24 Rajab 1396 dell’Egira

23 luglio 1976

Dell’opera in lingua bengalese

riguardo alla traduzione e alla pubblicazione

Alhamdulillah,

Dopo un lungo e perseverante sforzo, siamo riusciti a mettere nelle mani dei musulmani di lingua bengalese la biografia del nobilissimo Profeta, ampiamente discussa e lodata, Ar-Rahīq al-Makhtūm.

Ar-Rahīq al-Makhtūm è un’espressione usata da Allah l’Altissimo nel Nobile Corano, il cui significato è «bevanda eccellente sigillata». Nella sura al-Mutaffifīn, Allah l’Altissimo ha promesso di offrire questa bevanda in Paradiso, come ricompensa ai Suoi pii servi. Per i Suoi diletti, non si è limitato a conservarla in bottiglie sigillate: al momento di versarla nei recipienti, l’ha anche impregnata del profumo del muschio.

L’Ar-Rahīq al-Makhtūm descritto nel Corano è davvero il dono più eccellente per i credenti; per coloro ai quali è destinata questa grande elargizione, la biografia del loro capo, Ar-Rahīq al-Makhtūm, è un’opera di sīra del tutto eccezionale e dal gusto diverso. Non vi è dubbio che, componendo un’opera simile, il grande erudito della sīra, l’Allāma Ṣafiyyur Raḥmān Mubārakpūrī, abbia compiuto un’impresa straordinaria; in sostanza, attraverso di essa ha stabilito uno stretto legame tra il nettare della terra e il nettare del cielo.

Non desidero aggiungere nulla di mio riguardo all’ampio consenso internazionale e alla straordinaria popolarità dell’opera Il nettare sigillato; dopo la preziosa presentazione dell’opera da parte dell’autore, all’inizio del libro originale, e dopo le relazioni dei due segretari generali di un’organizzazione internazionale del mondo musulmano come la Lega del mondo islamico, in realtà non resta più nulla da dire sull’argomento. Prima di addentrarvi nel libro vero e proprio, se leggerete una volta queste parole introduttive, comprenderete facilmente perché, tra quasi 1.200 opere in gara da tutto il mondo, questo libro sia stato insignito di un onore così raro e quale caratteristica gli abbia fatto conquistare il titolo di migliore opera di sīra della sua epoca. Sembra che gli amanti del Profeta in tutto il mondo attendessero da molti anni un’opera di sīra che fosse realizzata riunendo gli elementi affidabili di tutte le opere precedenti scritte su questo argomento; in altre parole, che fosse un’estratto dell’immensa biblioteca dedicata alla sīra. Giudicata da questo punto di vista, la benedetta iniziativa dell’Allāma Ṣafīur Raḥmān Mubārakpūrī merita senza dubbio ogni elogio. Non occorre dirlo: il conferimento del primo premio al libro da parte della Lega del mondo islamico, a nome di centinaia di milioni di musulmani nel mondo, ha costituito il riconoscimento di questo stesso elogio.

L’eminente ricercatore ha scritto l’opera originale in arabo; com’è noto, anche l’immenso materiale fondamentale delle migliaia di libri scritti sulla sīra si trova in arabo. Quando l’opera araba originale è stata tradotta in varie lingue, ho potuto percepire pienamente l’instancabile impegno profuso dai traduttori qualificati per preservare il livello della lingua e dello spirito dell’opera originale. In particolare, posso comprendere solo in parte le difficoltà incontrate nello scrivere, nelle rispettive lingue, i nomi dei Compagni utilizzati in questo libro, quelli delle loro tribù e clan, nonché i nomi delle innumerevoli persone e località legate alla società, allo Stato, alle guerre, ai conflitti e alle attività economiche dell’Arabia prima e dopo l’avvento del Profeta. La corretta pronuncia di migliaia di questi nomi mi è sembrata davvero una questione ardua; inoltre, tra i nostri studiosi religiosi e ricercatori linguistici esistono varie divergenze riguardo alla resa della pronuncia bengalese mediante l’alfabeto arabo: ciò che uno considera un’ortografia corretta, un altro lo respinge come totalmente errato. Come metodo semplice in questo campo, ho utilizzato la pronuncia di ciascun nome che mi è sembrata più vicina a quella dell’opera originale. Ho cercato, per quanto possibile, di seguire in tutto il libro un metodo uniforme per i nomi delle persone e dei luoghi. Tuttavia, non dirò di essere riuscito a scrivere tutto correttamente. Che Allah l’Altissimo perdoni i miei errori e le mie mancanze.

Nel libro Il nettare sigillato sono indicati i nomi di innumerevoli opere e i relativi numeri di pagina; mi sembra necessario dire qualcosa anche a questo proposito. I numeri di pagina riportati qui sono quelli delle opere arabe e urdu. Tra queste, l’autore cita molte opere che non sono ancora state tradotte in bengalese; anche laddove ne esista una traduzione, con questi numeri di pagina non sarà possibile rintracciare le informazioni originali. Per esempio, in molti punti della sua opera l’autore cita la famosa opera di Sayyid Quṭb il martire, Fī Ẓilāl al-Qurʾān, ma il volume e i numeri di pagina da lui indicati si riferiscono esclusivamente all’edizione araba. Naturalmente, nessuno dei volumi e dei numeri di pagina della traduzione bengalese del tafsīr Fī Ẓilāl al-Qurʾān coinciderà con quelli. Pur conoscendo questo problema, per assoluta fedeltà non abbiamo modificato alcuna fonte bibliografica indicata dall’autore originale.

Come sapete, le prime edizioni arabe di questa preziosa opera di sīra furono pubblicate sul mercato mondiale dalla stessa Lega del mondo islamico; sotto la supervisione della Lega, un’altra istituzione pubblicò il libro e, in seguito, varie istituzioni ne pubblicarono traduzioni in diverse lingue e in vari Paesi del mondo. Anche noi, seguendo il loro esempio, abbiamo intrapreso l’iniziativa di pubblicare questo importante libro in lingua bengalese. Il nostro scopo era far conoscere quest’opera grandiosa agli abitanti di questa regione linguistica. È necessario ricordare che il grande uomo del quale oggi ci accingiamo a pubblicare la biografia era il capo di una carovana i cui membri dicevano ai propri popoli: «Non vi chiedo alcuna ricompensa per questo; la mia ricompensa spetta soltanto al Signore dei mondi». Io non vi chiedo alcun compenso per questo lavoro; la mia ricompensa si trova presso il mio Signore.

Infine, esprimo i miei più sentiti ringraziamenti a tutti coloro che sono legati alla sede del Bangladesh della Accademia del Corano di Londra; se non avessero assunto la responsabilità della distribuzione del libro, seduto a Londra avrei continuato soltanto a sognare, e forse il libro non avrebbe visto la luce per molti anni. In particolare, non si può dimenticare l’aiuto del fratello Shamim. Senza il suo sincero impegno, non sarebbe stato possibile scrivere così rapidamente questo vasto manoscritto. Che Allah l’Altissimo ricompensi, ciascuno nel proprio ambito, tutti coloro che mi hanno incoraggiato in vari modi. Amīn.

Al mio amato Profeta, innumerevoli benedizioni e saluti.

Khadija Akhtar Rezaei

Rabīʿ al-awwal, 1419 dall’Egira, luglio 1998

Londra

Al momento della pubblicazione della quarta edizione

Presentazione del distributore

Nel 1999, il mese della Sīrat an-Nabawī cadeva tra giugno e luglio secondo il calendario inglese. Per questo avevamo pensato di presentare la traduzione bengalese della migliore biografia del nostro amato Profeta di quest’epoca proprio nel mese legato al ricordo del Profeta. Alla luce del desiderio e dell’intento del traduttore e dell’editore di quest’opera grandiosa, avevamo completato ogni preparativo per questo lavoro; tuttavia, non avendo il pieno controllo su tutte le numerose fasi che un libro voluminoso deve attraversare, dal manoscritto fino a giungere nelle mani dei lettori, non potemmo presentarlo durante il mese della Sīrat an-Nabawī, cioè Rabīʿ al-Awwal. Alla fine, quando il libro vide la luce dopo aver superato tutti gli ostacoli dell’arte tipografica, il mese dell’avvento del Profeta nel mondo era già terminato. Ma Allah l’Onnipotente, forse guardando all’intenzione di questi peccatori Suoi servi, non li lasciò delusi: così, sebbene quest’opera unica avesse mancato il momento dell’avvento del Profeta, stabilito come obiettivo preciso della sua prima presentazione, dopo appena pochi giorni Egli ci concesse la memorabile opportunità dell’ingresso del Profeta nella sua Medina.

Il 24 settembre dello stesso anno era il giorno dell’ingresso del nostro amato Profeta a Yathrib, cioè Medina. Dopo aver attraversato la scala di 1.420 anni, in questo giorno benedetto presentammo per la seconda volta questa traduzione, irrorata dall’amore di un suo devoto amante. Quando pubblicammo la terza edizione di questo libro benedetto, ci si presentò il momento dello Yawm ʿArafah. Proprio quel giorno, in piedi nei pressi di ʿArafah, egli pronunciò davanti a circa centocinquantamila Compagni intrepidi lo storico sermone del Pellegrinaggio d’Addio, ossia la grande carta dei diritti umani, sulla quale, a ben vedere, poggiano oggi le fondamenta della civiltà e della cultura dell’intera umanità.

Ora, mentre abbiamo nuovamente iniziato a stampare la sua ottava edizione riveduta, davanti a noi si presenta il mese benedetto di Ramaḍān, il mese della rivelazione del Corano. Che Allah l’Onnipotente accetti, in questo mese sacro, questa preziosa biografia del portatore del Corano!

Così come Ar-Raḥīq al-Makhtūm ha infranto tutti i record dell’epoca nel consesso internazionale, ottenendo il riconoscimento di migliore opera di Sīra, anche la traduzione bengalese di questo libro ha infranto tutti i record del mondo letterario del nostro Paese, ricevendo gloria nella propria magnificenza. Abbiamo pubblicato la seconda edizione del libro appena cinquantacinque giorni dopo, e, al-ḥamdu li-Llāh, prima della fine dei tre anni sta per essere pubblicata l’ottava edizione. Si tratta senza dubbio, negli ultimi tempi, di un raro onore non soltanto nella letteratura islamica, ma nell’intera storia della lingua bengalese. Questo raro onore spetta interamente al Profeta (pace e benedizioni su di lui): nessuna persona o istituzione ne ha alcun merito. Riteniamo che né l’autore, né la traduttrice, né l’editore, né il distributore di questo libro abbiano la benché minima parte di questo merito. Tutta la lode per l’eccezionale popolarità di quest’opera spetta soltanto a Colui che invia personalmente il salām al Profeta insieme ai Suoi angeli.

Quando, tre anni fa, fu pubblicata la traduzione bengalese del libro, avevamo già percepito l’amore della gente per questa grandiosa opera dalle recensioni colme di entusiastica lode che alcuni illustri e colti pensatori avevano pubblicato nelle pagine letterarie di diversi quotidiani di primo piano del Paese. A un certo punto, i nostri sostenitori ci parlarono anche dell’organizzazione di una cerimonia di presentazione del libro; perciò attendevamo con impazienza l’arrivo a Dhaka della sua traduttrice ed editrice, la rispettabile Khadija Akhtar Rezaie. Grazie ad Allah l’Onnipotente, quell’anno, quando ella venne a Dhaka per pochi giorni, il 14 settembre, durante il viaggio per compiere il sacro ʿUmrah, il 18 di quel mese organizzammo nell’auditorium del National Press Club una magnifica festa di presentazione del libro.

Durante questa cerimonia organizzata in onore del nobile Profeta, il professore nazionale, eminente intellettuale e studioso della letteratura bengalese Syed Ali Ahsan, nel suo articolo scritto, dichiarò: «La traduzione di Khadija contiene sia il luminoso orgoglio sia l’impegno della lingua madre; Khadija ha tradotto l’opera in bengalese con straordinaria abilità e con un’impareggiabile disposizione delle frasi; la sua traduzione non sembra una traduzione, bensì una nuova creazione». Menzionando questo suo raro successo, auspicò un’ampia diffusione e divulgazione di questa grande opera. Il Mawlānā Obaidul Haque, stimato da tutta la nazione, sapiente e predicatore della moschea nazionale, definì la traduzione bengalese di Ar-Rahīq al-Makhtūm una grande realizzazione del traduttore nella letteratura della Sīra, e invocò la misericordia di Allah affinché questa traduzione servisse da sostegno per la nostra vita. A. Z. M. Shamsul Alam, presidente della Al-Arafah Islamic Bank, valutò così l’opera di questo autore emigrato, a proposito di questo difficile lavoro: in un solo mese, nessun’altra opera del Paese aveva ricevuto sui giornali e sulle riviste una quantità di recensioni pari a quella pubblicata su questa sua imponente opera tradotta.

L’ex ambasciatore, eminente giornalista e direttore del quotidiano Dainik Dinkal, Akhtar-ul-Alam, nel lodare grandemente la traduzione di questa migliore opera di Sīra dell’epoca, paragonò l’arte della traduzione al rovescio di uno scialle del Kashmir e osservò che, nel libro pubblicato Ar-Rahīq al-Makhtūm, non è possibile distinguere il diritto dal rovescio, né l’originale dalla copia, dello scialle del Kashmir. Il direttore esecutivo del quotidiano Inqilab, il Mawlānā Ruhul Amin Khan, espresse la propria gioia constatando che il lavoro di traduzione di quest’opera immortale era stato affidato alle mani giuste; secondo lui, la rispettabile Khadija Akhtar Rezaie ha fatto dimenticare ai lettori che il libro è in realtà un’opera tradotta. Il noto drammaturgo Ariful Haque definì il libro una rappresentazione completa, cronologica e storica della vita del Messaggero di Allah. Egli sottolineò che, nel lavoro di traduzione, la traduttrice possiede, oltre alla capacità di creazione, anche quella di ricreazione. Il noto attore Obaidul Haque Sarkar definì Ar-Rahīq al-Makhtūm, accanto a centinaia di altre opere di Sīra — tra cui Mustafa Charit del Mawlānā Akram Khan, Vishwanabi del poeta Golam Mostafa e Sīrat-un-Nabi nelle sue traduzioni — la più grande opera di Sīra dell’epoca.

Il poeta Al Mujahidi, redattore letterario del quotidiano Dainik Ittefaq, ringraziò la traduttrice e il distributore per aver posto nelle mani di decine di milioni di bengalofoni del subcontinente la traduzione bengalese di un’opera così rara, e ne auspicò un’ampia diffusione. Inoltre, in un articolo scritto sull’opera, il coraggioso scrittore della letteratura bengalese, il poeta Al Mahmud, definì la recente opera tradotta della talentuosa scrittrice e narratrice della letteratura bengalese contemporanea, la rispettabile Khadija Akhtar Rezaie, una nuova costruzione. Infine, la nota scrittrice ed ex parlamentare Hafeza Asma Khatun, nella sua recensione dell’opera, chiese che il libro fosse inserito come testo scolastico nelle scuole, nei college e nelle università.

Il presidente della cerimonia, l’ex capo del Consiglio nazionale delle entrate e presidente-segretario della Islami Bank Ltd., Shah Abdul Hannan, espresse la propria gratitudine alla traduttrice e all’editore per aver offerto la traduzione di questa preziosa opera, celebre in tutto il mondo in lingua bengalese. Ringraziò inoltre l’ufficio del Bangladesh dell’Al-Qur’an Academy di Londra, l’ente distributore dell’opera. Anche la traduttrice e editrice del libro, la rispettabile Khadija Akhtar Rezaie, era presente alla cerimonia. In un articolo scritto per il pubblico erudito intervenuto, ella rese grazie unicamente ad Allah l’Altissimo per il successo complessivo dell’opera. Espresse la propria riconoscenza a tutti gli eruditi che avevano scritto preziose recensioni del libro su giornali e riviste, a coloro che avevano tenuto discorsi in questa benedetta cerimonia e a tutti quelli che, con la loro presenza, avevano contribuito al successo dell’evento. Il poeta Motiur Rahman Mallik lesse il suo discorso scritto e l’articolo del principale ospite della cerimonia, il professore nazionale Syed Ali Ahsan.

Era prevista anche la presenza, come ospite speciale alla nostra cerimonia di presentazione, del celebre esegeta del Corano, Hazrat Mawlānā Delwar Hossain Sayeedi Sahib. Durante il suo soggiorno a Londra, egli aveva personalmente espresso alla rispettabile Khadija Akhtar Rezaie il suo sincero desiderio di partecipare a questa cerimonia. Sebbene, per motivi particolari, non abbia potuto prendervi parte, ha auspicato personalmente il successo di questa cerimonia di presentazione. Inoltre, poiché negli anni passati ha fatto conoscere a milioni di bengalesi sparsi in ogni angolo del mondo le nostre pubblicazioni Tafsīr Fī Zilāl al-Qurʾān e Tafsīr Usmānī, preghiamo Allah l’Altissimo di ricompensarlo. Quando, nella difficile pianura della Risurrezione, i figli di Adamo saranno tormentati dalla sete e imploreranno una sola goccia d’acqua, possa Allah l’Altissimo dissetarlo con Ar-Rahīq al-Makhtūm e Khatamuhu Misk, vale a dire una bevanda profumata al muschio, contenuta in una bottiglia sigillata!

Siamo davvero lieti che, quando stavamo pubblicando la seconda edizione del libro, il traduttore-editore stesso si trovasse a Dhaka. Grazie alla sua attenta supervisione, siamo quindi riusciti, per così dire, a riorganizzare l’intero libro da capo. Anche questa volta presentiamo l’ottava edizione tenendo a cuore i suoi preziosi consigli. Siamo riusciti inoltre, per quanto possibile, a correggere gli errori e le imprecisioni che si trovavano qua e là. È necessario ricordare che, conformemente al desiderio della rispettabile signora, abbiamo ridotto il prezzo del libro di quasi la metà, affinché un numero sempre maggiore di persone possa conoscere questa preziosa biografia del nobile Profeta.

Centomila salām al nome di quell’amato uomo la cui lode risuona in ogni parte dei cieli e della terra.

Accademia del Corano di Londra

Centro del Bangladesh

O nostro Signore, manda loro, fra i membri di questa stirpe e proveniente da loro stessi, un Messaggero che reciti loro i Tuoi versetti, insegni loro il Tuo Libro e la sua sapienza e li purifichi. (Accetta questa supplica, poiché) Tu sei potente, onnisciente e sapiente. — Sura al-Baqara, 129

2

Questo mondo avvolto dalle tenebre: in attesa dell’alba

Profilo geografico dell’Arabia e posizione delle diverse nazioni

La Sīrat del Profeta è in realtà il riflesso concreto dell’ultimo Profeta di Allah. Il Messaggero di Allah, pace e benedizioni di Allah su di lui, guida per la salvezza dell’umanità intera, la presentò all’umanità. Attraverso di essa, Allah l’Altissimo fece uscire gli uomini dalle tenebre verso la luce e dalla servitù dei servi per introdurli nella servitù di Allah. Senza un confronto tra la situazione precedente e quella successiva alla discesa del messaggio di Allah, cioè del messaggio divino, non è possibile delineare il quadro completo della Sīrat del Profeta. Pertanto, prima di iniziare la trattazione dell’argomento principale, è assolutamente necessario descrivere le diverse comunità dell’Arabia preislamica e le condizioni della loro vita. In tal modo si potrà avere un’idea completa della situazione al tempo dell’avvento del Messaggero di Allah, pace e benedizioni di Allah su di lui.

Il significato lessicale della parola «Arabia» è deserto, pianura arida o terra incolta. Fin dall’antichità, questa parola è stata utilizzata per indicare la Jaziratul Arab e i suoi abitanti.

A ovest dell’Arabia si trovano il Mar Rosso e la penisola del Sinai; a est, il Golfo Arabico; a sud, una vasta parte dell’Iraq, una vasta parte dell’Iraq e, ancora più a sud, il Mar Arabico. Quest’ultimo è in realtà un’ampia parte dell’Oceano Indiano. A nord si trovano la Siria e una parte dell’Iraq settentrionale. Vi sono anche alcuni confini controversi. La superficie complessiva è compresa tra un milione e un milione e trecentomila miglia quadrate.

Questo Paese arabo, simile a un’isola, è particolarmente importante dal punto di vista naturale e geografico. È circondato, sia all’interno sia all’esterno, da numerose pianure e deserti. Per questo motivo questa regione è così protetta. Gli altri non possono estendere facilmente la propria influenza su di essa. Si è quindi osservato che gli abitanti della parte continentale della Jazīrat al-ʿArab, fin dall’antichità, sono stati completamente liberi e autosufficienti in tutte le loro attività. Eppure questi abitanti dell’Arabia erano vicini alle due grandi potenze del mondo dell’epoca. Se non fosse stato per questa barriera naturale, gli Arabi non avrebbero mai avuto la capacità di respingere gli attacchi di quelle due potenze.

Dal punto di vista esterno, la Jazīrat al-ʿArab si trovava al centro di tutti i continenti del mondo antico. I collegamenti dell’Arabia con il mondo esterno erano agevoli sia via terra sia via mare. La parte nord-occidentale della Jazīrat al-ʿArab è l’ingresso, o la porta, del continente africano. A nord-est si trovano i popoli d’Europa. A est si trova la via d’accesso all’Iran, all’Asia centrale e all’Estremo Oriente. Attraverso questa via si può giungere fino alla Cina e all’India. In questo modo ogni continente era collegato al Paese arabo. Le navi dirette verso questi continenti gettavano l’ancora direttamente nei porti dell’Arabia.

A causa di questa posizione geografica, le parti settentrionale e occidentale della Jazīrat al-ʿArab erano conosciute come luoghi d’incontro di popoli diversi e come centri vitali del commercio, degli affari, delle arti, della letteratura, della cultura e della religione.

Le popolazioni arabe

Gli storici hanno diviso le popolazioni arabe in tre categorie.

Uno. Gli Arabi al-Bāʾida

Con gli Arabi al-Bāʾida si intendono quelle antiche tribù e comunità dell’Arabia che sono completamente scomparse. Oggi non si conoscono più informazioni dettagliate sufficienti su queste tribù e comunità. Tra esse vi sono, per esempio, i popoli di ʿĀd, Thamūd, Ṭasm, Jadīs e gli Amaleciti.

Due. Gli Arabi al-ʿĀriba

Con questa espressione si intendono quelle tribù che discendevano da Ya’rub ibn Yashjub ibn Qahtan. Sono chiamate anche Arabi qahtaniti.

3. Gli Arabi musta’riba

Si tratta delle tribù discendenti dal profeta Ismaele, pace su di lui. Sono chiamate anche Arabi adnani.

La patria originaria degli Arabi ʿAriba, cioè degli Arabi qahtaniti, era lo Yemen. Fu proprio qui che si svilupparono le loro famiglie e i diversi rami delle loro tribù. Tra queste, due tribù acquisirono particolare fama, ovvero:

(a) Himyar: i loro rami più celebri erano Zayd al-Jamhur, Khuza’a e Yaкасik.

(b) Qahtan: i loro rami più celebri erano Hamdan, Anmar, Tayy, Madhhij, Kinda, Lakhm, Juzam, Azd, Aws, Khazraj e i discendenti di Jafna. Lasciata la loro terra d’origine, fondarono un regno nei dintorni della Siria. In seguito furono conosciuti con il nome di Ghassan.

In seguito, le tribù qahtanite comuni lasciarono lo Yemen e si stabilirono in varie regioni della Penisola Arabica. Emigrarono in quel periodo, quando i Romani, dopo aver conquistato l’Egitto e la Siria, avevano stabilito il proprio dominio sul commercio marittimo degli abitanti dello Yemen e avevano preso il controllo anche del commercio terrestre. Di conseguenza, le opportunità e i vantaggi commerciali dei Qahtaniti andarono completamente perduti.

È anche possibile che i Qahtaniti siano stati costretti a emigrare a causa delle dispute e dei contrasti sorti tra le tribù qahtanite e himyarite. Il motivo per cui si può ritenere ciò è che le tribù qahtanite emigrarono, mentre quelle himyarite rimasero saldamente al loro posto.

Le tribù qahtanite che abbandonarono il loro paese possono essere suddivise in quattro gruppi, ossia:

Uno) Azad: abbandonarono il loro paese su consiglio del loro capo, Imran ibn Amr Muzayqiya. Dapprima si spostarono da un luogo all’altro nello Yemen e inviarono diversi gruppi per informarsi sulla situazione. Poi avanzarono verso nord e si stabilirono separatamente in vari luoghi. Il loro resoconto dettagliato è il seguente:

Tha’laba ibn Amr: dapprima si diresse verso l’Hegiaz e si stabilì tra Tha’laba e Dhi Qar. Quando i suoi figli crebbero e il clan divenne forte, si diresse verso Medina e vi si stabilì. Da questa stirpe di Tha’laba nacquero Aws e Khazraj. Aws e Khazraj erano figli di Haritha, figlio di Tha’laba.

Harith ibn Amr: era un discendente di Khuza’a. Dopo aver vagato in diversi luoghi dell’Hegiaz, gli appartenenti a questa stirpe si stabilirono a Marr al-Zahran e in seguito attaccarono Medina. Cacciarono dalla Mecca i membri della tribù dei Banu Jurhum e vi si stabilirono.

Imran ibn Amr: lui e i suoi figli continuarono a vivere ad Amman. Per questo furono chiamati Azad di Amman.

Nasr ibn Azad: le tribù legate a lui si stabilirono nella Tihama. Furono chiamate Azad Shanu’a. Jafna ibn Amr: si trasferì in Siria e vi abitò con la sua famiglia. Fu il capostipite dei re ghassanidi. Prima di recarsi in Siria, essi soggiornarono per qualche tempo nell’Hegiaz, presso uno specchio d’acqua chiamato Ghassan.

Due) Le tribù di Lakhm e Juzam: tra i discendenti di Lakhm, Nasr ibn Rabia fu uno dei più illustri. Era l’antenato dei governanti che regnarono ad al-Hira, chiamati Āl al-Mundhir.

Tre) La tribù dei Banu Ta’i: dopo la partenza dei Banu Azad, questa tribù si diresse verso nord e cominciò a stabilirsi tra due montagne chiamate Aja e Salma. Queste due montagne divennero famose a causa della tribù di Ta’i.

Quarto) la tribù di Kinda: inizialmente i membri di questa tribù si stabilirono nel luogo oggi chiamato al-Ahmā, in Bahrein. Dopo qualche tempo si trasferirono nell’Hadramaut, ma non riuscirono a rimanervi. Infine si stabilirono nel Najd e fondarono un governo. Tuttavia, anche quel governo non durò a lungo. In breve tempo della loro tribù non rimase più alcuna traccia.

Oltre ai Qahtan, tra gli Himyariti vi era un’altra tribù, chiamata Quda’a. Vi sono divergenze riguardo al fatto che questa tribù fosse di origine himyarita. Lasciarono lo Yemen e si stabilirono nella Badiyat al-Samawa, in Iraq. (Per informazioni dettagliate su tutte queste tribù e sulla loro emigrazione, si veda Tarikh al-Imam al-Islamiyya, vol. 1, pp. 11-13, e al-Jazirat al-Arab, pp. 231-235. Vi sono divergenze circa la datazione degli eventi relativi all’emigrazione. Abbiamo riportato le informazioni ritenute più attendibili dopo aver considerato vari aspetti.)

Gli Arabi mustaʿriba: il loro antenato era Sayyiduna Ibrahim, che la pace sia su di lui. Egli era in realtà originario della città di Ur, in Iraq. Questa città si trovava presso Kufa, sulla riva occidentale del fiume Eufrate. I reperti rinvenuti durante gli scavi del fiume Eufrate hanno fornito molte informazioni su questa città. Essi hanno inoltre portato alla luce numerose informazioni sulla famiglia di Ibrahim, che la pace sia su di lui, sugli abitanti di Ur e sulle loro credenze religiose.

Ibrahim, che la pace sia su di lui, si adoperò dentro e fuori dal paese per la predicazione della religione. Una volta si recò in Egitto. Dopo aver sentito parlare della moglie di Ibrahim, il faraone concepì cattive intenzioni. Con propositi malvagi fece convocare Sarah, che la pace sia su di lei, alla propria corte. Poi cercò di realizzare le sue intenzioni malvagie. Sarah, che la pace sia su di lei, pregò presso Allah. Per la benedizione della sua supplica, Allah l’Altissimo afflisse il faraone in modo tale che egli cominciò ad agitarsi per un dolore insopportabile. Così comprese che Sarah era molto amata da Allah e che era una donna virtuosa. Ammirato da queste qualità di Sarah, il faraone affidò a lei sua figlia Hajar (in altre opere si afferma che Hajar, che la pace sia su di lei, fosse una schiava; in realtà era la figlia del faraone. Si veda Rahmatul lil-Alamin, vol. 2, pp. 36-37). Sarah, che la pace sia su di lei, diede Hajar in sposa a suo marito Ibrahim, che la pace sia su di lui (ivi, vol. 2, p. 34; per una descrizione dettagliata dell’episodio, si veda Sahih al-Bukhari, vol. 1, p. 484).

Ibrahim, che la pace sia su di lui, tornò in Palestina insieme a Sarah e Hajar, che la pace sia su di loro. In seguito, Allah, il Signore dei mondi, concesse a Ibrahim, che la pace sia su di lui, un figlio dal grembo di Hajar. Va ricordato che Sarah era sterile. Al bambino nato fu dato il nome di Ismaele. A poco a poco Sarah divenne gelosa di Hajar e costrinse Ibrahim, che la pace sia su di lui, a esiliare Hajar insieme al neonato. La situazione era giunta a tal punto che Ibrahim, che la pace sia su di lui, dovette accettare; partì quindi per la Mecca con Hajar e Ismaele. Lasciò sua moglie e suo figlio nei pressi del luogo in cui oggi sorge la Kaaba. A quel tempo la Kaaba non esisteva. Il luogo della Casa era rialzato come una collinetta. Quando arrivavano le inondazioni, l’acqua scorreva ai due lati della collina. Lì, presso Zamzam, accanto alla parte superiore della Masjid al-Haram, vi era un grande albero. Ibrahim, che la pace sia su di lui, lasciò sua moglie Hajar e suo figlio Ismaele accanto a quell’albero. A quel tempo alla Mecca non vi erano né acqua né insediamenti umani. Perciò Ibrahim, che la pace sia su di lui, lasciò loro alcuni datteri in un recipiente e un po’ d’acqua in un otre. Poi tornò in Palestina. Tuttavia, nel giro di pochi giorni i datteri e l’acqua finirono. Sopraggiunse una grave difficoltà. In quella dolorosa situazione, la misericordia di Allah l’Altissimo si manifestò come la sorgente di Zamzam, che per lungo tempo servì a sostentare la vita di molte persone. I dettagli sono abbastanza noti a tutti (Sahih al-Bukhari, Kitab al-Anbiya, vol. 1, pp. 474-475). Dopo qualche tempo, una tribù giunse alla Mecca dallo Yemen. La storia la conosce come Jurhum Sana, ossia la Seconda Jurhum. Questa tribù iniziò a stabilirsi alla Mecca con il permesso della madre di Ismaele, che la pace sia su di lui. Si dice che in precedenza questa tribù si fosse stabilita nelle zone circostanti la Mecca. È stato riferito che i membri di questa tribù giunsero alla Mecca per Zamzam dopo l’arrivo di Ismaele, che la pace sia su di lui, e prima che raggiungesse la giovinezza. Anche in precedenza percorrevano questa strada. (Quest’opera, vol. 1, p. 475).

Ibrahim, che la pace sia su di lui, si recava di tanto in tanto alla Mecca per occuparsi della moglie e del figlio. Non si sa quante volte abbia compiuto questi viaggi. Le fonti storiche attestano quattro visite.

Primo) Nel Sacro Corano Allah l’Altissimo ha detto che mostrò in sogno a Ibrahim, che la pace sia su di lui, che egli sacrificava suo figlio Ismaele, che la pace sia su di lui. Questo sogno era una forma di comando divino. Padre e figlio si prepararono entrambi a eseguire tale comando. Dopo essersi entrambi sottomessi alla volontà di Allah, il padre fece distendere il figlio a terra e si accinse a sacrificarlo. In quel momento Allah l’Altissimo disse: «O Ibrahim, hai reso veritiero il tuo sogno. Noi ricompensiamo così i virtuosi». Certamente questa fu una prova evidente. Come ricompensa per aver superato questa prova, Allah l’Altissimo conferì a Ibrahim, che la pace sia su di lui, il grande onore del sacrificio. (Sura as-Saffat, pp. 103-107).

Nella Bibbia è riportato che Ismaele, che la pace sia su di lui, era di tredici anni più grande di Isacco, che la pace sia su di lui. Dallo stile narrativo del Corano si comprende che questo episodio ebbe luogo prima della nascita di Isacco, che la pace sia su di lui. Infatti, dopo aver narrato l’intero episodio, qui viene menzionata la buona novella della nascita di Isacco.

Da questo episodio risulta che il profeta Ibrāhīm, pace su di lui, si recò a Mecca almeno una volta prima che il profeta Ismāʿīl, pace su di lui, raggiungesse la giovinezza. Il resoconto degli altri tre viaggi è riportato in una lunga narrazione del Ṣaḥīḥ al-Bukhārī (Ṣaḥīḥ al-Bukhārī, vol. 1, pp. 475-476).

2) Il profeta Ismāʿīl, pace su di lui, raggiunse la giovinezza. Imparò la lingua araba dalla gente della tribù di Jurhum. Gli uomini della tribù gli diedero in sposa una loro figlia. In quel periodo, la profetessa Hājar, pace su di lei, morì. Nel frattempo, il profeta Ibrāhīm, pace su di lui, si recò a Mecca per vedere sua moglie e suo figlio. Tuttavia, non incontrò Ismāʿīl. Quando incontrò sua nuora, le chiese della situazione economica della famiglia, ed ella gli parlò delle difficoltà e delle ristrettezze che stavano vivendo. Il profeta Ibrāhīm le disse, prima di andarsene, che quando Ismāʿīl fosse tornato avrebbe dovuto riferirgli di cambiare la soglia della casa. Ismāʿīl comprese il significato del consiglio paterno. Divorziò dalla moglie e sposò un’altra donna. La sua seconda moglie era la figlia di Majāz ibn ʿAmr, capo della tribù di Jurhum (Qalb Jazīrat al-ʿArab, p. 233).

3) Dopo il secondo matrimonio del profeta Ismāʿīl, pace su di lui, il profeta Ibrāhīm, pace su di lui, tornò nuovamente a Mecca. Anche questa volta non incontrò suo figlio. Dopo aver chiesto a sua nuora della situazione della casa e della famiglia, lodò Allah l’Altissimo. Dopo aver udito dalle labbra della nuora la lode ad Allah, il profeta Ibrāhīm, pace su di lui, le disse di riferire a Ismāʿīl, quando fosse tornato, di mantenere in ordine la soglia della casa. Dopodiché il profeta Ibrāhīm, pace su di lui, tornò in Palestina.

4) Quando il profeta Ibrāhīm, pace su di lui, si recò a Mecca per la quarta volta, vide suo figlio Ismāʿīl, pace su di lui, seduto presso Zamzam mentre fabbricava delle frecce. Non appena si videro, si abbracciarono commossi. Dopo molto tempo, il padre dal cuore tenero incontrava il figlio obbediente. In quell’occasione padre e figlio costruirono insieme la Kaʿba. Scavarono la terra e innalzarono le mura; quindi il profeta Ibrāhīm, pace su di lui, invitò gli uomini di tutto il mondo a compiere il pellegrinaggio.

Allah, il Signore dei mondi, concesse al profeta Ismāʿīl, pace su di lui, dalla figlia di Majāz ibn ʿAmr, dodici figli maschi (Qalb Jazīrat al-ʿArab, p. 230). I loro nomi erano: 1) Nābit o Niyābūt, 2) Qaydār, 3) Adbāʾīl, 4) Mubsām, 5) Mishmā, 6) Dūmā, 7) Māyshā, 8) Ḥadd, 9) Taymā, 10) Yāṭūr, 11) Nāfis e 12) Qaydamān.

Da questi dodici figli si formarono dodici tribù. Vivevano tutti a Mecca. Si guadagnavano da vivere commerciando nello Yemen, in Egitto e in Siria. In seguito, queste tribù si dispersero in varie regioni della Jazīrat al-ʿArab e al di fuori dell’Arabia. Il resoconto della loro storia è andato perduto nelle profonde tenebre dei tempi. Si conoscono soltanto alcune informazioni sui discendenti di Nābit e di Qaydār.

La cultura dei Nabatei si sviluppò nella parte settentrionale dell’Ḥijāz. Essi fondarono un potente governo ed estesero il loro dominio sulle popolazioni circostanti. Batrā era la loro capitale. Nessuno possedeva la forza necessaria per affrontarli. Poi giunse l’epoca dei Romani, che sconfissero i Nabatei. Dopo lunghe ricerche e approfondite discussioni, Mawlānā Sayyid Sulaymān Nadwī, che Allah abbia misericordia di lui, ha dimostrato che i Ghassanidi e gli Anṣār, ossia gli Aws e i Khazraj, i Qaḥṭaniti, non erano arabi. Al contrario, in questa regione vivevano i discendenti rimasti di Nābit, figlio di Ismāʿīl (Tārīkh ʿAbd al-Qurʾān, vol. 2, pp. 77-86).

I discendenti di Qaydār, figlio del profeta Ismāʿīl, continuarono a stabilirsi a Mecca e col tempo aumentarono di numero. In seguito giunse l’epoca di ʿAdnān e di suo figlio Maʿadd. La genealogia adnānita è stata conservata correttamente fino a questo punto.

Adnan era il diciannovesimo antenato del Nobile Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace. In alcune narrazioni si riferisce che, quando il Nobile Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, menzionava la propria genealogia, arrivava fino ad Adnan e si fermava. Diceva: «Gli esperti di genealogia trasmettono informazioni errate». (al-Tabari, Umam al-Muluk, vol. 2, pp. 191-194; al-A‘lam, pp. 5-6). Tuttavia, è possibile riportare anche le genealogie di tutti questi antenati. Molti hanno definito debole la narrazione sopra citata. Secondo questi ulema, tra Adnan e il venerabile Ibrahim vi è una distanza di quaranta generazioni.

In sintesi, da Nazar, figlio di Ma‘ad, ebbero origine diverse famiglie. Si narra che il suddetto Ma‘ad avesse un solo figlio, di nome Nazar. Nazar ebbe quattro figli e dai discendenti di ciascuno di essi si formò una tribù. I nomi dei quattro figli erano Iyad, Anmar, Rabia e Mudar. Da questi ultimi due, cioè Rabia e Mudar, si svilupparono numerosi rami e sottorami tribali. Da Rabia si svilupparono numerose tribù: Asad ibn Rabia, Anaza, Abd al-Qays, Wa’il, Bakr, Taghlib e Banu Hanifa.

I discendenti di Mudar si divisero in due grandi tribù: (1) Qays Ailam ibn Mudar; (2) Ilyas ibn Mudar.

Da Qays Ailam si svilupparono le tribù di Banu Sulaym, Banu Hawazin e Banu Ghatafan; da Ghatafan si svilupparono quelle di Aras, Zurayyan, Ashja e Ghani ibn Ashtar.

Da Ilyas ibn Mudar si svilupparono le tribù di Tamim ibn Murra, Budayn ibn Marraqa, Banu Asad ibn Khuzayma e Kinana ibn Khuzayma. Da Kinana ebbe origine la tribù dei Quraysh. I membri di questa tribù erano discendenti di Dihir ibn Malik, ibn Nadr e ibn Kinana.

In seguito, i Quraysh si divisero in vari rami. I nomi dei famosi rami dei Quraysh sono i seguenti: Jumah, Sahm, Adi, Makhzum, Taym e Kohra. La famiglia di Qusay ibn Filar comprendeva Abd al-Dar, Asad ibn Abd al-Uzza e Abd Manaf. Questi tre erano figli di Qusay. Abd Manaf ebbe quattro figli. Da questi quattro figli ebbero origine le seguenti quattro tribù: Abd Shams, Nawfal, al-Muttalib e Hashim. Dalla discendenza di Hashim, Allah l’Altissimo scelse il nostro amato Profeta, il venerabile Muhammad, che Allah lo benedica e gli conceda la pace. (Muhadarat Khazrami, vol. 1, pp. 14-15).

Il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, disse: «Allah l’Altissimo scelse Ismail tra i discendenti del venerabile Ibrahim. Poi scelse Kinana tra i discendenti del venerabile Ismail. Tra i discendenti di Kinana scelse i Quraysh. Poi, tra i discendenti dei Quraysh, scelse i Banu Hashim. E tra i Banu Hashim scelse me». (Sahih Muslim, vol. 2, p. 245; Jami‘ al-Tirmidhi).

Abdullah ibn Abbas ha riferito che il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, disse: «Dopo aver creato le creature, Allah l’Altissimo mi creò tra il gruppo migliore. Poi scelse le famiglie e mi fece nascere nella famiglia migliore. Perciò, per tribù appartengo alla tribù più nobile e, per famiglia o stirpe, sono della migliore». (Tirmidhi, vol. 2, p. 231).

In sintesi, quando la discendenza di Adnan si espanse, i suoi membri si dispersero nelle diverse regioni dell’Arabia alla ricerca di cibo e bevande. La tribù di Abd al-Qays, alcune branche di Bakr ibn Wa’il e le famiglie dei Banu Tamim partirono verso il Bahrein e iniziarono a stabilirsi in quella regione. I Banu Hanifa ibn Sab ibn Ali ibn Bakr si recarono nella Yamama e iniziarono a stabilirsi in un luogo chiamato Hajr, nel centro della Yamama.

Le restanti branche di Bakr ibn Wa’il si stabilirono nell’area che si estendeva dalla Yamama al Bahrein, alla costa di Kazima, ai dintorni della penisola irachena, fino a Ibla e Ziyat.

I Banu Taghlib si stabilirono nella regione della penisola dell’Eufrate. Tuttavia, alcune loro branche continuarono a vivere insieme ai Banu Bakr.

I Banu Sulaym fondarono il loro insediamento nei pressi di Medina. Il loro territorio si estendeva da Wadi al-Qura, passando per Khaybar e la parte orientale di Medina, fino a due montagne associate alla Harra dei Banu Sulaym.

I membri della tribù dei Banu Thaqif si stabilirono a Ta’if. I Banu Hawazin fondarono il loro insediamento nei dintorni della pianura di Awās, a est della Mecca. Le loro abitazioni si trovavano ai due lati della strada principale tra la Mecca e Bosra.

I Banu Asad continuarono a vivere a est di Tayma e a ovest di Kufa. Tra loro e Tayma viveva una famiglia della tribù dei Banu Tayy. Gli appartenenti a questa famiglia erano chiamati Bohtar. La distanza tra l’insediamento dei Banu Asad e Kufa era di cinque giorni di viaggio.

I Banu Jubyān vivevano ad Hawā, nei pressi di Tayma.

La famiglia dei Banu Kinana continuò a vivere nella Tihama. Tra loro, le famiglie Quraysh vivevano nella Mecca e nei suoi dintorni. Vivevano in modo separato e disperso. In seguito apparve Qusay ibn Kilab, che unì i Quraysh e li elevò a una posizione di onore, gloria e superiorità (Muhādarāt al-Khazrami, vol. 1, pp. 15-16).

La situazione amministrativa dell’Arabia

Nel discutere la situazione dell’Arabia nel periodo precedente all’Islam, viene qui presentato un breve quadro dell’amministrazione, della leadership e degli ideali religiosi degli Arabi. In questo modo sarà facile comprendere la situazione dell’Arabia al momento dell’avvento dell’Islam.

Nel periodo in cui la luce dell’Islam si diffuse nella Penisola Arabica, erano in vigore due tipi di sistemi di governo. Il primo era quello dei re coronati, i quali, tuttavia, non erano completamente indipendenti. Il secondo era quello dei capi tribali. Essi esercitavano il potere proprio come i re coronati, ma erano indipendenti nel prendere le diverse decisioni. I veri sovrani erano il re dello Yemen, i re della dinastia Ghassanide in Siria e i re di al-Hira in Iraq. In Arabia non vi erano altri re coronati.

Il regno dello Yemen

Tra gli Arabi autoctoni, l’antica tribù yemenita era il popolo di Saba. Dalle antiche iscrizioni scoperte in Iraq risulta che il popolo di Saba era stanziato qui già duemilacinquecento anni prima dell’era cristiana. Tuttavia, l’inizio del suo sviluppo e della sua prosperità risale all’XI secolo a.C. I principali periodi storici sono i seguenti:

1) Il periodo precedente al 650 a.C. A quel tempo il titolo dei re di Saba era Makrab di Saba. La loro capitale si trovava in un luogo chiamato Sirwah. Le rovine di questa capitale si trovano a una giornata di viaggio a ovest di Ma’rib. Oggi quel luogo si chiama Khariba. In quell’epoca furono poste le fondamenta della famosa diga di Ma’rib. Nella storia dello Yemen, questo fu un avvenimento significativo. Durante il regno dei re di Saba di quel periodo, molte persone fondarono nuovi insediamenti in varie località, dentro e fuori l’Arabia.

2) Dal 650 al 115 a.C. In questo periodo i re di Saba abbandonarono il titolo di Makrab e assunsero quello di re; inoltre scelsero Ma’rib come capitale al posto di Sirwah. Le rovine di questa città si trovano ancora a circa sessanta miglia a est di Sana’a.

3) Dal 115 a.C. al 300 d.C. In questo periodo la tribù di Himyar estese il proprio dominio sui re di Saba e scelse Raydan come capitale al posto di Ma’rib. In seguito, il nome di Raydan fu cambiato in Zafar. Le sue rovine si trovano ancora su una montagna nei pressi dello Yemen.

A un certo punto iniziò il declino del popolo di Saba. Dapprima i Nabatei estesero il loro dominio nella regione settentrionale dell’Higiaz e cominciarono a distruggere i nuovi insediamenti di Saba. In seguito, i Romani estesero il loro dominio sull’Egitto, sulla Siria e sulla regione settentrionale dell’Higiaz, facendo cessare il commercio sulle vie terrestri. Nel frattempo, anche le tribù qahtanite si trovavano in difficoltà economiche. In tali circostanze, abbandonarono la loro patria e si dispersero qua e là in varie regioni.

4) Dal 300 d.C. fino all’inizio dell’Islam. In questo periodo nello Yemen continuarono incessantemente divisioni e disordini. Si susseguirono rivoluzioni, guerre civili e interventi di potenze straniere. Così, a un certo punto, anche l’indipendenza dello Yemen fu sottratta. In quel periodo i Romani intervennero militarmente ad Aden e, approfittando del conflitto tra le tribù himyarita e hamdanita dell’Abissinia, con il loro sostegno, conquistarono per la prima volta lo Yemen nel 340. Questa occupazione rimase in vigore fino al 378. In seguito lo Yemen riottenne l’indipendenza, ma la celebre diga di Ma’rib cominciò a cedere. La diga crollò nel 450 o nel 451. Nel Sacro Corano questo crollo è stato chiamato l’inondazione provocata dalla rottura della diga. Se ne fa menzione nella sura Saba. Fu una grande calamità. A causa di questa inondazione, numerosi centri abitati furono devastati e abbandonati, e molte tribù si dispersero in varie regioni.

Nel 523 d.C. si verificò un’altra grave calamità. Il re Dhu Nuwas attaccò i cristiani dello Yemen e cercò di costringerli ad abbandonare il cristianesimo. Poiché essi rifiutarono, furono scavate fosse e vi furono gettati dentro, in fornaci ardenti. Nella sura al-Buruj del Sacro Corano si fa menzione di questo raccapricciante episodio con le parole: «Perirono i compagni della fossa». Spinti dal desiderio di vendicare questo evento, gli Abissini, con il sostegno dei Romani, lanciarono nuovamente un attacco nel 515, guidati da Aryat e con un esercito di settantamila soldati, e conquistarono lo Yemen. Dopo la conquista, Aryat governò lo Yemen in qualità di governatore dell’imperatore d’Abissinia. Dopo qualche tempo, un comandante dell’esercito di Aryat lo uccise e assunse il potere. Il nome di questo comandante era Abraha. Dopo aver preso il potere, Abraha divenne potente e indusse anche l’imperatore d’Abissinia a riconoscere la sua autorità. Fu proprio questo Abraha che in seguito tentò di distruggere la Kaaba. Alla guida di un gruppo di formidabili soldati e di alcuni elefanti, Abraha condusse una spedizione contro Mecca. Nel Corano questa spedizione è menzionata nella sura al-Fil con il nome di «Compagni dell’Elefante».

In seguito ai danni subiti dagli Abissini nell’episodio dei Compagni dell’Elefante, gli abitanti dello Yemen chiesero aiuto al governo persiano. Si ribellarono contro gli Abissini e, sotto la guida di Ma‘di Karib, figlio di Sayf Dhu Yazan al-Himyarī, li espulsero dal paese. In seguito proclamarono Ma‘di Karib re dello Yemen, come nazione indipendente e autosufficiente. Questo avvenne nel 505.

Dopo l’indipendenza, Ma‘di Karib trattenne alcuni Abissini al suo servizio e per dare splendore all’esercito reale. Questa decisione si rivelò pericolosa. Un giorno gli Abissini al suo servizio lo ingannarono e uccisero il re Ma‘di Karib. Di conseguenza, il regno della famiglia di Dhu Yazan ebbe fine per sempre. Per approfittare di questa situazione intervenne l’imperatore persiano Cosroe. Nominò a San‘a’ un governatore di origine persiana, e da allora furono nominati governatori persiani. L’ultimo governatore, Bazan, abbracciò l’Islam nel 628. Di conseguenza, l’influenza persiana nello Yemen scomparve e lo Yemen si trasformò in uno Stato islamico. (Il mawlana Sayyid Sulayman Nadwi ha fornito, nel primo volume dell’opera Tarikh ard al-Qur’an, dalla pagina 136 fino alla fine del volume, dettagli sull’intera nazione alla luce della conservazione dei dati storici. Anche il mawlana Abul A‘la Maududi ha inserito alcuni dati su questo periodo alle pagine 158-198 del quarto volume di Tafhim al-Qur’an.)

Il regno di Hira

In Iraq e nelle regioni circostanti il dominio dei Persiani perdurava fin dall’epoca di Ciro il Grande, o Sayram Dhu al-Qarnayn (dal 575 al 529 a.C.). Nessuno disponeva di una forza capace di opporsi ai Persiani. Nel 326 a.C. Alessandro il Macedone sconfisse per la prima volta i Persiani e annientò la loro potenza. Di conseguenza, l’Impero persiano si frantumò. Questa situazione di disordine perdurò fino al 230. In quel periodo le tribù qahtanite abbandonarono il paese. Gli Adnaniti che erano emigrati da un’ampia zona di confine dell’Iraq tornarono allora a Qarila e, dopo aver combattuto contro i loro avversari, si stabilirono in una parte della regione lungo le rive dell’Eufrate.

Nel frattempo, dopo che nel 226 Ardashir fondò il regno sasanide, la potenza persiana cominciò gradualmente a consolidarsi. Ardashir sostenne i Persiani e respinse gli Arabi che vivevano ai confini del suo paese. Di conseguenza, la tribù di Quḍāʿa partì in direzione della Siria. Gli abitanti arabi di Hira e di Anbar, invece, acconsentirono a sottomettersi.

Durante il regno di Ardashir, la tribù di Rabīʿa aveva stabilito il proprio dominio su al-Ḥīra, sulla Badīyat al-ʿIrāq e sulla penisola. Le tribù di Muḍar erano sottoposte al dominio degli abitanti di Jazīrat al-Waḍḍāḥ. Sembra che gli Ardashiridi avessero compreso che non era possibile governare direttamente gli abitanti arabi e impedirne le razzie alle frontiere; sarebbe stato invece più saggio nominare come governante un capo arabo che godesse di un ampio sostegno popolare. In tal modo, all’occorrenza, si sarebbe potuto ricorrere all’aiuto di quegli Arabi contro i Romani e contrapporre i governanti dell’Iraq ai governanti arabi filo-romani della Siria. Presso i re di al-Ḥīra era stanziata un’unità di soldati persiani in Abissinia. Questi venivano impiegati per reprimere le rivolte arabe in vari luoghi.

Nel 268, Jadhīma morì e gli succedette ʿAmr ibn ʿAdī ibn Naṣr al-Lakhmī al-Ḥaḍramī. Fu il primo governante della tribù dei Lakhm. Il dominio dei Lakhmidi su al-Ḥīra proseguì ininterrottamente fino all’epoca di Shapur Qobad ibn Firuz. Durante il periodo contemporaneo a Qobad apparve Mazdak, sostenitore del riformismo. Qobad e molti dei suoi seguaci inviarono al re Mundhir ibn Māʾ al-Samāʾ il messaggio che anch’egli avrebbe dovuto abbracciare quella religione. Mundhir era un uomo molto lungimirante e rifiutò. Di conseguenza, Qobad lo destituì e affidò il governo di al-Ḥīra a Ḥārith ibn ʿAmr ibn Ḥujr al-Findī, uno dei principali sostenitori della dottrina mazdakita.

Dopo Qobad, il potere di governo della Persia passò a Cosroe I. Egli nutriva un odio profondo per quella religione. Fece uccidere Mazdak e molti dei suoi sostenitori, reinsediò Mundhir nel governo di al-Ḥīra e convocò presso di sé Ḥārith ibn ʿAmr. Ma Ḥārith fuggì nel territorio dei Banū Kināna, dove trascorse il resto della sua vita.

Dopo Mundhir ibn Māʾ al-Samāʾ, il potere di governo di al-Ḥīra rimase alternatamente nelle mani dei suoi discendenti fino all’epoca di Nuʿmān ibn Mundhir. In seguito, Zayd ibn ʿAdī al-ʿIbādī presentò a Cosroe una falsa accusa contro Nuʿmān ibn Mundhir. Cosroe I si adirò e convocò Nuʿmān presso di sé. Nuʿmān, invece di presentarsi subito, si recò di nascosto da Hānī ibn Masʿūd, capo dei Banū Shaybān, e gli affidò la famiglia e tutti i suoi beni; poi si presentò alla corte di Cosroe. Cosroe lo fece imprigionare, ed egli morì in prigionia.

Dopo aver imprigionato Nuʿmān, Cosroe nominò al suo posto Iyās ibn Qubaysa al-Ṭāʾī governatore di al-Ḥīra e gli ordinò di chiedere a Hānī ibn Masʿūd i beni affidatigli da Nuʿmān. Hānī, uomo dotato di senso dell’onore, dichiarò guerra. Iyās partì con le truppe di Cosroe e con un contingente di marzban. Sul campo di Dhū Qār ebbe luogo una furiosa battaglia tra le due parti. In questa battaglia i Banū Shaybān riportarono la vittoria e i Persiani furono vergognosamente sconfitti. Fu la prima volta che gli Arabi prevalsero sugli stranieri. Questo evento ebbe luogo qualche tempo dopo la nascita del Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace. Nell’ottavo mese del governo di Iyās ad al-Ḥīra nacque il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace.

Dopo Iyās, Cosroe nominò un governatore persiano ad al-Ḥīra. Tuttavia, nel 632 il potere dei Lakhmidi fu ripristinato e un uomo di nome Mundhir ibn Māʾūr assunse il potere. Dopo appena otto mesi di governo, il venerabile Khālid, che Allah sia soddisfatto di lui, entrò ad al-Ḥīra portando lo stendardo della potenza dell’Islam.

Il regno di Siria

Nel periodo in cui proseguivano le migrazioni delle tribù arabe, alcuni rami della tribù di Quḍāʿa giunsero ai confini della Siria e vi si stabilirono. Erano legati ai Banū Sulaym ibn Ḥulwān. Uno di questi rami era quello dei Banū Jadhʿān ibn Sulaym, che divennero celebri con il nome di Jadhāʿima. I Romani accolsero questo ramo dei Quḍāʿa e lo presero sotto la loro protezione, affinché fosse risparmiato dalle razzie dei beduini arabi e potesse essere impiegato contro i Persiani. Lo accolsero anche allo scopo di affidare il governo a uno dei membri di questa tribù. Il governo fu effettivamente affidato a uno di loro. Da allora il loro dominio proseguì per lungo tempo. Il loro re più celebre fu Ziyād ibn Hayūla. Si ritiene che il regno dei Jadhāʿima si sia esteso per tutto il II secolo dell’era cristiana. In seguito apparve la dinastia dei Ghassanidi e il regno dei Jadhāʿima ebbe fine. I Ghassanidi sconfissero i Banū Jadhāʿima ed estesero il proprio dominio. Vedendo ciò, i Romani riconobbero i governanti della dinastia ghassanide come governatori degli Arabi residenti in Siria. La capitale dei Ghassanidi era Dūmat al-Jandal. Come strumenti della potenza romana, conservarono a lungo il loro potere in Siria. Durante il califfato di al-Fārūq, nel tredicesimo anno dell’Egira, ebbe luogo la battaglia di Yarmūk; in quel periodo l’ultimo governante della dinastia ghassanide, Jābla ibn al-Ayham, abbracciò l’Islam. Tuttavia, a causa del suo orgoglio, quell’uomo non rimase a lungo nell’Islam e in seguito cambiò religione, diventando apostata.

La guida dell’Higiaz

Fu a partire da Hazrat Ismaele, pace su di lui, che si sviluppò l’insediamento umano alla Mecca. Visse 137 anni (Bibbia, capitolo della Genesi, pp. 17-25). Finché rimase in vita, egli fu il capo della Mecca e il custode della Kaaba (Qalb-e Jaziratul Arab, pp. 230-237). Dopo la sua morte, i suoi figli Nabet e Qaidar assunsero il governo della Mecca.

Vi è discordanza riguardo a chi dei due fosse salito al potere per primo e chi dopo. Alcuni dicono che Nabet regnò per primo e Qaidar in seguito. Altri dicono che fu Qaidar a regnare per primo e Nabet dopo di lui. Dopo di loro, il loro nonno materno Majaz ibn Jorhami assunse il potere. Così il governo della Mecca passò nelle mani dei Jorhamiti. Essi conservarono a lungo questo potere. Poiché Hazrat Ismaele, pace su di lui, aveva costruito la Kaaba insieme a suo padre, i suoi discendenti godevano di una posizione onorevole; tuttavia, in seguito, il potere e la leadership non spettarono più loro (Ibn Hisham, vol. 1, pp. 111-113; Ibn Hisham menziona che, tra i discendenti di Hazrat Ismaele, soltanto Nabet rimase al potere).

Passarono gli anni, ma i discendenti di Hazrat Ismaele, pace su di lui, non riuscirono a uscire dall’anonimato. Poco prima dell’avvento di Bakht Nasr, il potere dei Banu Jorham si indebolì e nel cielo politico della Mecca cominciò a brillare la stella politica degli Adnaniti. Ne è prova il fatto che, nella guerra combattuta da Bakht Nasr contro gli Arabi in un luogo chiamato Iraq, tra i comandanti dell’esercito arabo non vi era nessuno della tribù dei Jorham (Qalb-e Jaziratul Arab, p. 230).

Nel 587 a.C., durante la seconda spedizione di Bakht Nasr, i Banu Adnan fuggirono nello Yemen. In quel periodo, il profeta dei Figli d’Israele era Hazrat Ibrahim, pace su di lui. Egli si recò in Siria portando con sé Maad, figlio di Adnan. Dopo che la potenza di Bakht Nasr ebbe cominciato a diminuire, Maad tornò alla Mecca. A quel tempo notò che alla Mecca era rimasto un solo uomo della tribù dei Jorham, chiamato Jor­sham. Jorsham era figlio di Julhama. Maad allora sposò Mayana, la figlia di Jorsham. Da lei nacque Nadar (Rahmatun lil-Alamin, vol. 2, p. 48).

Giunse il tempo in cui la situazione dei Jorham alla Mecca era divenuta molto grave. Erano oppressi dalla morsa della povertà. Di conseguenza, trattavano con arroganza coloro che venivano a compiere il tawaf intorno alla Kaaba e non esitavano persino ad appropriarsi dei beni e delle ricchezze della Kaaba (Qalb-e Jaziratul Arab, p. 231). I Banu Adnan erano profondamente scontenti, nel loro intimo, di tali atti dei Banu Jorham. Così, durante la spedizione di Banu Khuza’a contro Marraz Jahran, essi sfruttarono l’avidità degli appartenenti alla stirpe di Adnan. I Banu Khuza’a dichiararono guerra ai Banu Jorham insieme ai Banu Bakr ibn Abd Manaf ibn Kinana, appartenenti alla tribù di Adnan. I Banu Jorham furono sconfitti ed espulsi dalla Mecca. Questo avvenne verso la metà del secolo cristiano.

Quando lasciarono la Mecca, i Banu Jorham riempirono il pozzo di Zamzam. In quell’occasione vi gettarono alcuni reperti storici, riempiendolo quasi del tutto. Muhammad ibn Ishaq scrive che Amr ibn Harith Mayad al-Jorhami — che non è la stessa persona del Mayaz al-Jorhami menzionato nella vicenda di Hazrat Ismaele — estrasse le due gazzelle d’oro della Kaaba (Mas’udi scrive che i Persiani inviavano alla Kaaba beni preziosi e doni. Zayd ibn Baq aveva inviato due gazzelle d’oro, perle, gemme, spade e molto oro. Amr gettò tutte queste cose nel pozzo di Zamzam. Muruj adh-Dhahab, vol. 1, p. 205). Estrasse inoltre la Pietra Nera, collocata nell’angolo della Kaaba, e la seppellì nel pozzo di Zamzam. Poi partirono per lo Yemen portando con sé tutti gli appartenenti alla tribù dei Jorham. I Banu Jorham non riuscivano a dimenticare il dolore dell’espulsione dalla Mecca e della perdita del potere. Un uomo della tribù dei Jorham, chiamato Amr, disse in una poesia composta a questo proposito:

Da Ajun a Safa non c’è più alcun alleato, né vi è qualcuno che racconti storie nelle riunioni notturne. Perché non c’è nessuno? Noi siamo pur sempre gli abitanti di questo luogo; il destino, nel volgere del tempo, ci ha spezzato, e ahimè, oggi ci ha ridotti alla completa rovina. (Ibn Hisham, vol. 1, pp. 114-115).

L’epoca di Hadrat Ismaele, la pace sia su di lui, risale a circa duemila anni prima di Cristo. Di conseguenza, la tribù dei Jurhum della Mecca esistette per duemilacento anni. Essi regnarono per quasi duemila anni.

Dopo aver esteso il proprio dominio sulla Mecca, i Banu Khuza’a continuarono ad amministrarla, escludendo i Banu Bakr. Tuttavia, membri della tribù di Mudar furono insediati in tre prestigiosi incarichi. I tre incarichi erano i seguenti:

Uno) Accompagnare i pellegrini da Arafat a Muzdalifa e autorizzare la partenza dei pellegrini da Mina nel Giorno di Yawm al-Nahr. Il 13 di Dhu al-Hijjah è Yawm al-Nafar, l’ultimo giorno del Hajj. Questo onore spettava alla famiglia di Ilyas ibn Mudar, i Banu Sawm ibn Murra. Erano chiamati Sufa. Il 13 di Dhu al-Hijjah, i pellegrini non potevano lapidare i pilastri finché uno degli uomini della Sufa non avesse iniziato a farlo. Al momento della lapidazione dei pilastri e della partenza dei pellegrini verso Mina, gli uomini della Sufa si ponevano ai due lati dell’unica strada di Mina, ad al-Aqaba. Nessun pellegrino poteva attraversare quella strada finché essi non fossero passati. Dopo il loro passaggio, agli altri veniva concesso di partire. Dopo i Sufa, questo raro onore passò a una famiglia dei Banu Tamim, i Banu Sa’d ibn Zayd Manat.

Due) L’onore di recarsi da Muzdalifa a Mina la mattina del 10 di Dhu al-Hijjah spettava ai Banu Adnan.

Tre) Anticipare e posticipare i mesi sacri. Questo onore spettava ai Banu Tamim ibn Adi, un ramo della tribù dei Banu Kinana. (Ibn Hisham, primo volume, pp. 119-122.)

Il dominio dei Banu Khuza’a sulla Mecca durò trecento anni. (Yaqut, Sa’da, Mecca)

In quel periodo, le tribù adnاني si dispersero dalla Mecca e dall’Hijaz, stabilendosi nel Najd, in varie regioni dell’Iraq, in Bahrein e in altri luoghi. Nei dintorni della Mecca rimasero alcuni rami dei Quraysh. Erano beduini, divisi in gruppi distinti, e alcuni loro nuclei familiari separati vivevano presso i Banu Kinana. Non avevano alcun ruolo nell’amministrazione della Mecca né nella custodia della Kaaba. In seguito apparve Qusayy ibn Kilab. (Muhadarat al-Khadrmi, primo volume, p. 35; Ibn Hisham, primo volume, p. 117.)

Si narra che il padre di Qusayy morì quando egli era ancora in fasce. In seguito, sua madre sposò un uomo della tribù dei Banu Udhra. Poiché la tribù del marito viveva in Siria, la madre di Qusayy si trasferì in Siria, portando con sé anche Qusayy. Divenuto adulto, Qusayy tornò alla Mecca. A quel tempo il governatore della Mecca era Hulail ibn Habshiyya al-Khuza’i. Qusayy mandò a Hulail una proposta di matrimonio per sua figlia Hubba.

Holail accettò la proposta e diede Hoba in sposa. (Ibn Hisham, vol. 1, pp. 117-118) Dopo la morte di Holail scoppiò una guerra tra i Khuzaiti e i Quraysh per il dominio della Mecca e della Kaaba. Avendo vinto questa guerra, Qusay ottenne il potere di governo e il diritto di occuparsi della manutenzione della Kaaba.

Quale fu la causa di questa guerra? A questo proposito sono riportate tre versioni.

In primo luogo, dopo l’aumento del numero dei discendenti di Qusay e l’arrivo di una grande ricchezza, aumentarono il prestigio sociale e l’influenza di Qusay. Nel frattempo Holail morì. Qusay pensò allora di essere lui il più adatto, al posto dei Banu Khuzāʿa e dei Banu Bakr, a occuparsi della manutenzione della Kaaba e a governare la Mecca. Pensò inoltre che i Quraysh fossero Arabi di pura discendenza ismaelita e i capi degli altri Ismaeliti. Pertanto, il diritto alla leadership e all’autorità spettava soltanto a loro. Riflettendo su queste cose, Qusay si consultò con alcuni uomini dei Quraysh e della tribù dei Banu Khuzāʿa. Espresse la sua opinione chiedendo se esistesse un patto che impedisse di espellere da Mecca i Banu Bakr della tribù dei Banu Khuzāʿa. Tutti concordarono con lui e gli offrirono il loro sostegno (Ibn Hisham, vol. 1, pp. 117-118).

In secondo luogo, sul letto di morte Holail, suocero di Qusay, aveva disposto che Qusay si occupasse della manutenzione della Kaaba e governasse la Mecca (Ibn Hisham, vol. 1, p. 118).

In terzo luogo, Holail aveva affidato a sua figlia Hoba la responsabilità della manutenzione della Kaaba. Abu Ghibshan al-Khuzāʿī fu nominato suo procuratore. In qualità di rappresentante di Hoba, Abu Ghibshan si occupava della manutenzione della Kaaba. Dopo la morte di Holail, Qusay acquistò da Abu Ghibshan l’autorità sulla Kaaba in cambio di un otre di vino. Tuttavia, la tribù dei Khuzāʿa non approvò questa compravendita. Impedirono a Qusay di recarsi alla Kaaba. Perciò Qusay radunò i Quraysh e i Banu Kinana per espellere i Banu Khuzāʿa dalla Mecca. Tutti risposero all’appello di Qusay e i Banu Khuzāʿa furono espulsi dalla Mecca (Rahmat al-lil-ʿĀlamīn, vol. 2, p. 55).

In sintesi, quale che fosse la causa, gli eventi si svolsero così: dopo la morte di Holail, gli uomini della tribù dei Sūfa vollero fare ciò che avevano fatto in precedenza. In quel momento Qusay riunì gli uomini dei Quraysh e della tribù di Kinana. Agli uomini riuniti presso la strada di ʿAqaba, Qusay disse: «Noi siamo più degni di voi di questo onore» (Ibn Hisham, vol. 1, p. 117). Dopo queste parole iniziò un violento scontro tra le due parti e Qusay strappò ai Sūfa il loro prestigio. In quel momento, invece di dichiararsi solidali con Qusay, gli uomini delle tribù dei Banu Khuzāʿa e dei Banu Bakr gli si opposero. Qusay li minacciò. Infine scoppiò una guerra tra le due parti e molti uomini morirono (Qalb Jazīrat al-ʿArab, p. 232). Dopo la guerra, secondo i termini dell’accordo di pace, Qusay riorganizzò l’amministrazione della Mecca. Fece venire i Quraysh dalle varie zone della Mecca e li coinvolse nell’amministrazione. Inoltre assegnò a ciascuna famiglia dei Quraysh un luogo determinato per il Ramadan. Mantenne nei loro incarichi coloro che calcolavano i mesi, gli al-Safwān, i Banu ʿAdwān e i Banu Marra ibn ʿAwf. Qusay riteneva che anche questo facesse parte della religione e che nessuno avesse il diritto di modificarlo (Ibn Hisham, vol. 1, pp. 124-125).

Una delle principali opere di Qusay fu la fondazione della Dār al-Nadwa sui due lati della Kaaba. La sua porta era rivolta verso la moschea. La Dār al-Nadwa era in realtà il palazzo del parlamento dei Quraysh. Nella vita sociale dei Quraysh, l’importanza e l’influenza della Dār al-Nadwa erano straordinarie. Questa istituzione era il simbolo dell’unità dei Quraysh. Qui venivano risolti molti problemi complessi della società. (Ibid., vol. 1, p. 125; Muḥāḍarāt Khazramī, vol. 1, p. 36)

Qusay possedeva i seguenti onori e poteri.

1) La presidenza della Dar al-Nadwa. Qui si tenevano consultazioni su molte questioni importanti. Qui si celebravano anche i matrimoni dei giovani uomini e delle giovani donne.

2) Liwa, cioè la bandiera di guerra, veniva legata alla mano di Qusayy.

3) Hijaba, la custodia della Kaaba. Ciò significa che Qusayy apriva la porta della Kaaba e che tutti i servizi e la manutenzione della Kaaba venivano svolti sotto la sua supervisione.

4) Siqaya, la distribuzione dell’acqua. L’acqua veniva conservata in alcune cisterne per i pellegrini. In seguito, nell’acqua venivano mescolati datteri e uva passa per renderla dolce. I pellegrini dell’Hajj bevevano quell’acqua non appena arrivavano alla Mecca. (Muhadarati Khazrami, vol. 1, p. 36).

5) Rifada, l’ospitalità dei pellegrini. Ciò significava preparare il cibo per ospitare i pellegrini. A tale scopo Qusayy imponeva ai Quraysh una quota prestabilita. Tale somma doveva essere versata ai Qusayy durante la stagione dell’Hajj. Con il denaro raccolto, Qusayy faceva preparare il cibo per i pellegrini. Ai pellegrini poveri e indigenti venivano serviti dei pasti. Si aiutavano quei pellegrini che non disponevano dei mezzi per tornare a casa (Ibn Hisham, vol. 1, p. 11).

Qusayy deteneva tutte le cariche sopra menzionate. Il nome del figlio maggiore di Qusayy era Abd al-Dar. Il nome del secondo figlio era Abd Manaf. Il secondo figlio raggiunse una posizione di grande autorità e leadership già durante la vita di Qusayy. Per questo Qusayy disse al suo figlio maggiore Abd al-Dar: «Sebbene essi ti abbiano superato, io ti eleverò al loro stesso rango». In seguito Qusayy designò Abd al-Dar come suo successore per tutte le cariche e lo stabilì erede mediante testamento. Gli affidò cioè la presidenza della Dar al-Nadwa, la custodia della Kaaba, il trasporto della bandiera di guerra, la distribuzione dell’acqua ai pellegrini e la loro ospitalità. Durante la sua vita nessuno contestava alcuna parola o azione di Qusayy; al contrario, tutti accettavano ogni cosa senza protestare. Per questo, dopo la sua morte, tutti accettarono senza critiche ogni sua decisione. I figli di Qusayy mostrarono pieno rispetto per il testamento del padre. Dopo la morte di Abd Manaf, i suoi figli cominciarono a contrattare con i loro cugini sulle questioni sopra menzionate. Esprimevano continuamente il loro malcontento, criticando il fatto che i cugini detenessero da soli le cariche. Di conseguenza, i Quraysh si divisero in due fazioni. Tra i due gruppi stava per scoppiare una guerra. A un certo punto, però, entrambe le parti proposero una conciliazione e si divisero tra loro le varie cariche. In seguito, la distribuzione dell’acqua ai pellegrini e l’ospitalità dei pellegrini furono affidate ai Banu Abd Manaf. La guida della Dar al-Nadwa e la custodia della Kaaba rimasero nelle mani dei figli di Abd al-Dar. Per l’assegnazione delle cariche ottenute, i figli di Abd Manaf organizzarono un sorteggio. Dal sorteggio uscì il nome di Hashim, figlio di Abd Manaf. Di conseguenza, Hashim svolse per tutta la vita il compito di distribuire l’acqua ai pellegrini e di ospitarli. Dopo la morte di Hashim, suo fratello al-Muttalib assunse questo incarico. Dopo al-Muttalib, l’incarico fu affidato a suo nipote Abd al-Muttalib. Egli era il nonno del Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace. L’incarico passò poi ad Abbas, figlio di Abd al-Muttalib. (Ibid., vol. 1, pp. 129, 132, 178, 179).

Vi erano inoltre alcune altre cariche, che i Quraysh si divisero tra loro. Attraverso queste cariche, i Quraysh avevano costituito una sorta di piccolo governo. L’amministrazione di quel governo era in qualche modo simile all’attuale sistema parlamentare. La struttura delle cariche era la seguente:

a) Isar, cioè la divinazione. Questa carica, che comprendeva anche la custodia delle frecce collocate presso gli idoli per conoscere il destino, spettava ai Banu Jumah.

b) Gestione delle finanze: amministrazione dei doni, delle offerte votive e dei sacrifici presentati per ottenere la vicinanza agli idoli. Inoltre, alla tribù dei Banū Sahm era affidata anche la responsabilità di dirimere le controversie.

c) Shūrā: questo onore spettava ai Banū Asad.

d) Ashnāq: riscossione e distribuzione del denaro dovuto come risarcimento e come ammenda. La tribù dei Banū Taym deteneva questa prerogativa.

e) ʿUqāb: portare la bandiera nazionale. Questa prerogativa era affidata alla tribù dei Banū Umayya.

f) Qubba: gestione degli accampamenti militari e comando dei soldati. Questo onore spettava ai Banū Makhzūm.

g) Safāyāt: supervisione delle questioni relative ai viaggi. Questo incarico era svolto dalla tribù dei Banū ʿAdī. (Tārīkh ʿAbd al-Qurʾān, vol. 2, pp. 104, 105, 106).

La situazione amministrativa nelle altre regioni dell’Arabia

In precedenza si è parlato della migrazione degli Arabi qaḥṭāniti e ʿadnāniti dalle loro terre, ed è stato menzionato che l’intero paese era stato suddiviso tra queste tribù arabe. In seguito, la situazione della loro leadership e della loro autorità era tale che le tribù residenti nei dintorni della Kaʿba erano considerate subordinate ad al-Ḥīra. Ma ciò era soltanto nominale e nella realtà non era così. Ad eccezione dei due luoghi menzionati, gli Arabi delle altre regioni erano completamente indipendenti.

Tra tutte queste tribù vigeva un sistema di prestigio. Erano gli stessi membri della tribù a conferire i titoli d’onore ai propri dignitari. Per questi capi, la tribù costituiva una sorta di piccolo governo. Grazie ad essa si provvedeva a garantire la sicurezza dell’esistenza politica, a risolvere le controversie e i disordini tribali e a tutelare e difendere il proprio territorio.

La posizione dei capi era simile a quella dei re nella loro società. In materia di guerra e di pace, le loro decisioni erano definitive. In nessuna circostanza era possibile modificarle. Il potere di questi capi tribali non era in alcun modo inferiore a quello che dovrebbe avere un dittatore; alcuni capi godevano di una completa indipendenza sotto ogni aspetto. Un poeta descrisse così questa situazione: «Tra noi ti spetta un quarto del bottino. Inoltre, ti spettano i beni scelti. Tu emetterai il giudizio e avrai la proprietà anche di quei beni. Sarai inoltre proprietario di ciò che viene trovato per strada e di ciò che rimane in eccedenza dopo la distribuzione».

La situazione politica

Poiché si è già parlato del sistema di governo e dei governanti della Penisola Arabica, sarà opportuno esaminare brevemente anche la situazione politica.

Gli abitanti delle tre zone di confine della Penisola Arabica erano vicini di paesi stranieri. In quei tre paesi regnavano agitazione, disordine e instabilità politica. La popolazione era divisa in due categorie: schiavi e padroni. Ogni sorta di vantaggio, privilegio e distinzione era nelle mani dei governanti stranieri. Tutti i pesi gravavano sulle spalle degli schiavi. In termini chiari, si può dire che l’amministrazione era simile a una fattoria: essi erano considerati una fonte di reddito per il governo. I governanti spendevano quelle ricchezze per la propria felicità, il comfort, gli agi, lo splendore e il lusso. Il popolo brancolava nel buio, dibattendosi impotente. I governanti continuavano a infliggere ogni forma di oppressione e tirannia alla popolazione, che sopportava tutto in silenzio e senza possibilità di reagire. Non aveva alcun mezzo per presentare lamentele. Doveva sopportare disonore, umiliazioni e persecuzioni. Coloro che detenevano il potere governativo si comportavano come dittatori. I diritti umani, in pratica, non esistevano.

I vicini che si erano stabiliti accanto a tutte queste regioni soffrivano di indecisione. Gli uomini di queste tribù cambiavano posizione in base alle circostanze e alle necessità. Talvolta sostenevano gli Iracheni, altre volte si schieravano con i Siriani.

Anche le tribù che vivevano all’interno dell’Arabia erano divise in centinaia di fazioni. Ovunque regnavano liti, controversie, conflitti, dissidi, rivalità ereditarie e religiose e disordini.

Nonostante tutti questi disordini, gli abitanti, divisi e separati, sostenevano per necessità soltanto la propria tribù. In simili circostanze non si preoccupavano minimamente di ciò che era giusto o ingiusto. Un poeta, portavoce di una tribù, disse:

Sono un uomo della tribù dei Ghāzira. Se loro prendono la strada sbagliata, anch’io prenderò la strada sbagliata; se loro seguono la retta via, anch’io seguirò la retta via.

In tutta l’Arabia non vi era alcun re che manifestasse solidarietà con il popolo. Nessuno aveva un rifugio, né qualcuno in cui riporre fiducia e su cui fare affidamento nei momenti di dolore, sofferenza, problemi, crisi, calamità e avversità.

Il governante dell’Hegiaz era considerato con rispetto e gli veniva riconosciuto un ruolo centrale. Il governante dell’Hegiaz era in realtà un leader sia mondano sia religioso. In quanto leader religioso, aveva affermato il proprio dominio sugli Arabi. Il suo governo sulla Kaaba e sulle aree circostanti era accettato senza contestazioni. La cura di coloro che venivano a visitare la Kaaba, il soddisfacimento delle loro necessità, l’attuazione della Sharia, il mantenimento e lo sviluppo del sistema parlamentare e altri compiti simili erano affidati a quel governante. Tuttavia, quei governanti erano talmente deboli da non avere la forza di farsi carico dei problemi interni dell’Arabia, cioè di risolvere tutti i problemi. Questa debolezza fu dimostrata al tempo dell’attacco degli Abissini.

Le credenze religiose e le dottrine religiose degli Arabi

Grazie alla predicazione e alla trasmissione del messaggio di Ismaele, pace su di lui, la gente comune dell’Arabia seguiva la religione di Abramo. Adoravano soltanto Allah e credevano nel tawhid, cioè nell’unicità divina. Tuttavia, con il passare dei giorni, cominciarono sempre più a dimenticare gli insegnamenti della religione. Nonostante ciò, tra loro rimasero ancora alcuni bagliori del tawhid e alcuni insegnamenti di Abramo. Nel frattempo apparve sulla scena ʿAmr ibn Luhayy, capo della tribù dei Banu Khuzāʿa. Fin dall’infanzia, quest’uomo era stato allevato in un ambiente religioso e virtuoso. Il suo interesse per le varie questioni religiose era straordinario. La gente comune lo guardava con affetto. Considerandolo un eminente esperto di religione, lo seguiva. A un certo punto quest’uomo si recò in Siria. Vedendo che lì si praticava l’adorazione degli idoli, pensò che anche quella dovesse essere davvero una buona pratica. In Siria erano comparsi molti profeti ed erano state rivelate Scritture celesti. Pertanto, ciò che faceva il popolo della Siria doveva certamente essere buono e virtuoso. Con questo pensiero, sulla via del ritorno dalla Siria portò con sé un idolo chiamato Hubal e lo collocò all’interno della Kaaba. Poi invitò gli abitanti della Mecca ad associare altri ad Allah attraverso l’adorazione di quell’idolo. Gli abitanti della Mecca risposero in massa al suo invito. Vedendo la popolazione della Mecca adorare gli idoli, gli abitanti delle diverse regioni dell’Arabia la imitarono. Gli abitanti della più vasta Arabia consideravano guide religiose coloro che si occupavano della manutenzione della Kaaba. (Mukhtaṣar al-Sīra, Shaykh Muhammad ibn ʿAbd al-Wahhāb al-Najdī, p. 12). Per questo imitarono gli abitanti della Mecca nell’adorazione degli idoli. Così ebbe inizio la diffusione dell’idolatria in Arabia.

Oltre a Hubal, tra gli antichi idoli dell’Arabia vi era Manāt. Questo idolo era stato collocato in un luogo chiamato al-Mushallal, nella zona di Qudayd, sulla costa del Mar Rosso. (Ṣaḥīḥ al-Bukhārī, vol. I, p. 222). In seguito, a Ṭāʾif fu collocato un idolo chiamato al-Lāt. In un luogo chiamato Nakhlah fu posto un idolo chiamato al-ʿUzzā, che veniva adorato. Questi tre erano i più grandi idoli dell’Arabia.

Seguendo questi idoli, in breve tempo nell’Hegiaz si diffuse lo shirk e si moltiplicarono le installazioni di idoli. Si racconta che un jinn fosse seguace di ʿAmr ibn Luhayy. Egli informò ʿAmr che a Gedda erano sepolti gli idoli del popolo di Noè, cioè Wadd, Suwāʿ, Yaghūth, Yaʿūq e Nasr.

Dopo aver ricevuto questa notizia, ʿAmr ibn Luhayy si recò a Gedda e dissotterrò tutti quegli idoli. Poi li portò alla Mecca. Durante la stagione del pellegrinaggio, quegli idoli furono consegnati alle varie tribù. Le tribù li portarono nei rispettivi territori. In questo modo, ogni tribù e, gradualmente, ogni casa finì per avere un idolo.

Gradualmente, i politeisti riempirono la Kaaba di idoli. Al tempo della conquista della Mecca, nella Kaaba c’erano trecentosessanta idoli. Il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, distrusse quegli idoli con le proprie mani. Li colpiva con un bastone e immediatamente l’idolo cadeva a terra. In seguito, per suo ordine, tutti gli idoli furono portati fuori dalla Kaaba e bruciati. (Mukhtasar as-Sira, Shaykh Muhammad ibn Abd al-Wahhab an-Najdi, pp. 13, 50, 51, 52, 54) In sintesi, lo shirk e l’idolatria erano le più importanti pratiche religiose dell’epoca della jahiliyya. Adorando gli idoli, essi ritenevano di seguire la religione di Ibrahim.

Tra i politeisti erano in vigore alcune specifiche regole e consuetudini dell’idolatria. La maggior parte di esse era stata introdotta da Amr ibn Luhay. Gli abitanti della Mecca consideravano con approvazione tutte queste pratiche di Amr. Non le ritenevano una modifica della religione di Ibrahim, bensì una bidʿa hasana. Di seguito vengono presentate alcune consuetudini dell’idolatria dei vili politeisti:

1) Nell’epoca della jahiliyya, i politeisti sedevano devotamente davanti agli idoli e cercavano rifugio presso di essi. Li invocavano a gran voce e chiedevano il loro aiuto per ottenere ciò di cui avevano bisogno, risolvere le difficoltà e superare i problemi. Credevano che gli idoli avrebbero interceduto presso Allah a loro favore e fatto esaudire i loro desideri.

2) In onore degli idoli si compivano l’hajj e il tawaf. Davanti a essi si supplicava e ci si umiliava, e ci si prostrava davanti a loro.

3) Agli idoli venivano offerti doni e voti. Talvolta gli animali destinati al sacrificio venivano condotti al santuario degli idoli e lì macellati. Tuttavia, ciò veniva fatto nel nome degli idoli. Nel Corano, Allah l’Altissimo ha menzionato entrambe queste forme di macellazione. È stato reso haram anche l’animale sacrificato sull’altare dell’idolatria.

Allah l’Altissimo dice inoltre: «Non mangiate la carne degli animali sui quali non è stato pronunciato il nome di Allah», cioè non mangiate nulla che sia stato macellato nel nome di altri che Allah.

4) Un altro modo per ottenere il compiacimento degli idoli era che i politeisti riservassero agli idoli una parte dei loro alimenti e delle loro bevande, dei raccolti e degli animali quadrupedi. La cosa curiosa è che riservavano una parte anche ad Allah. Poi, in determinate circostanze, offrivano agli idoli la parte riservata ad Allah, ma non offrivano mai ad Allah, in nessuna circostanza, la parte riservata agli idoli.

Come dice Allah l’Altissimo: «Tra i raccolti e gli animali che Allah ha creato, essi stabiliscono una parte per Allah e, secondo le loro supposizioni, dicono: “Questa è per Allah e questa è per le nostre divinità”. Ciò che spetta alle loro divinità non giunge ad Allah, mentre ciò che spetta ad Allah giunge a loro. Quanto è malvagio il giudizio che pronunciano!»

Quinto) Avevano stabilito un modo per ottenere la soddisfazione degli idoli: i politeisti facevano vari tipi di voti riguardo ai raccolti e agli animali quadrupedi da loro prodotti. Come dice Allah l’Altissimo: «Secondo le loro supposizioni, dicono: “Questi animali e questi campi sono proibiti; nessuno potrà mangiarne, salvo colui che noi vogliamo”. E, quando proibivano di cavalcare il dorso di alcuni animali, non menzionavano il nome di Allah.»

Sesto) Tra questi animali vi erano la Bahira, la Sa’iba, la Wasila e la Hami. Ibn Ishaq ha detto che la Bahira era la figlia della Sa’iba. La Sa’iba era la cammella che partoriva successivamente dieci femmine, senza generare alcun maschio. Una cammella di questo tipo veniva lasciata libera: non si cavalcava il suo dorso, non le si tagliava il pelo e nessuno, eccetto gli ospiti, beveva il suo latte. All’undicesimo parto, il piccolo che essa generava veniva lasciato libero insieme alla madre; non si cavalcava il suo dorso. Quando aveva un piccolo, era chiamata Sa’iba.

La Wasila era la capra che partoriva due femmine per volta, per cinque volte consecutive. In altre parole, partoriva dieci femmine in cinque parti, senza generare alcun maschio. Poi, al sesto parto, il piccolo che queste capre generavano spettava soltanto agli uomini; quanto alle donne, tutti potevano mangiarne.

La Hami era il cammello maschio dal cui seme nascevano successivamente dieci femmine, senza che nascesse alcun maschio. Un cammello di questo tipo veniva protetto e preservato: non era permesso a nessuno cavalcarlo e non gli si tagliava il pelo. Veniva lasciato libero di vagare tra il branco dei cammelli. Inoltre, non gli si affidava alcun altro lavoro. Contro queste forme di culto degli idoli e queste consuetudini diffuse nell’epoca dell’ignoranza, Allah l’Altissimo dice nel Corano: «Allah non ha istituito né Bahira, né Sa’iba, né Wasila, né Hami; ma i miscredenti inventano menzogne contro Allah e la maggior parte di loro non comprende.»

Allah l’Altissimo dice inoltre nel Corano: «Dicono anche: “Ciò che si trova nel ventre di questi animali è riservato ai nostri uomini ed è proibito alle nostre donne; ma, se nasce morto, uomini e donne ne saranno tutti partecipi”. Egli li ricompenserà per ciò che hanno detto. Egli è Sapiente e Onnisciente.»

Sono state riportate altre spiegazioni riguardo alla classificazione menzionata degli animali quadrupedi, cioè la Bahira, la Sa’iba e simili. (Sira di Ibn Hisham, vol. 1, pp. 89-90). La spiegazione di Ibn Ishaq presenta alcune differenze rispetto a quella qui menzionata.

Hazrat Sa’id ibn al-Musayyab, che Allah abbia misericordia di lui, dice: «Questi animali erano destinati ai loro taghut». (Sahih al-Bukhari, vol. 1, p. 499). Nel Sahih al-Bukhari è riportato che il primo a lasciare liberi animali in nome degli idoli fu Amr ibn Luhayy. (Ibid.)

Gli abitanti dell’Arabia osservavano questi riti e queste cerimonie convinti che gli idoli li avrebbero avvicinati ad Allah e avrebbero interceduto presso Allah in loro favore. Nel Sacro Corano Allah dice: «I politeisti dicevano: “Noi li adoriamo soltanto affinché ci avvicinino ad Allah”.»

Dio l’Altissimo dice inoltre nel Corano: «Coloro che essi invocano all’infuori di Allah non possono né danneggiarli né giovar loro. Essi dicono: “Questi sono i nostri intercessori presso Allah”». (18,10)

I politeisti della Mecca usavano le frecce degli azlām, cioè le frecce della divinazione. Azlām è il plurale della parola zalamūn. Si chiama zalam una freccia priva di piume. Le frecce usate per la divinazione erano di tre tipi. Su un tipo di freccia erano scritte le parole «sì» e «no». Questo genere di frecce veniva usato in occasione di viaggi, matrimoni e simili. Se nella divinazione usciva «sì», si procedeva con l’impresa progettata; se vi era scritto «no», la si rimandava di un anno. L’anno seguente si usavano nuovamente le frecce della divinazione per compiere quella stessa impresa. Sul secondo tipo di frecce della divinazione erano incise parole come «acqua», «diyah» o risarcimento e simili.

Sul terzo tipo di frecce erano scritte le parole «tra voi» oppure «al di fuori di voi». Queste frecce venivano utilizzate quando vi erano dubbi sull’ascendenza di qualcuno: la persona veniva condotta davanti all’idolo Hubal insieme a cento cammelli.

Quei cammelli venivano consegnati al custode, proprietario delle frecce. Egli riuniva tutte quelle frecce e le mescolava; poi ne estraeva una. Se vi era scritto «tra voi», quella persona veniva considerata un membro onorato della tribù. Se sulla freccia era scritto «al di fuori di voi», quella persona non veniva considerata appartenente al gruppo nemico; le veniva concesso il diritto di vivere nella tribù come una persona comune. (Muhāḍarāt al-Khazrāmī, vol. 1, p. 56; Ibn Hishām, vol. 1, pp. 102-103)

Tra i politeisti era in uso anche un’altra consuetudine quasi dello stesso genere: il gioco d’azzardo e le frecce del gioco d’azzardo. In base ai segni sulle frecce, si macellava un cammello e se ne distribuiva la carne. (La regola era che chi giocava d’azzardo macellasse un cammello e lo dividesse in dieci o ventotto parti. Poi si faceva un sorteggio con le frecce. Nessuna freccia recava un segno di vittoria. Colui per il cui nome usciva la freccia indicante la vittoria veniva dichiarato vincitore e riceveva gratuitamente la carne del cammello. Colui per il cui nome usciva una freccia priva di segno doveva pagarne il prezzo.)

I politeisti arabi credevano alle parole dei maghi e degli astrologi. Costoro parlavano del bene e del male futuri. Alcuni sostenevano di avere un jinn al loro servizio, che portava loro le notizie. Altri sostenevano di possedere un’intelligenza e una saggezza donate da Dio e che, grazie a tali facoltà, fossero capaci di predire infallibilmente il futuro. Tra loro vi era una categoria chiamata arrāf. Costoro parlavano dei furti, recuperavano la refurtiva e individuavano il luogo in cui era stato commesso il furto. Si chiamavano astrologi coloro che studiavano il movimento degli astri e, mediante calcoli, predicevano gli eventi futuri del mondo. (Mir’āt al-mafātīḥ, Sharḥ Mishkāt al-maṣābīḥ, vol. 2, pp. 2-3, edizione di Lucknow.)

Credere alle parole dell’astrologo equivale in realtà a credere negli astri. I politeisti della Mecca credevano negli astri e dicevano: «La pioggia viene fatta scendere su di noi da questa o quella stella». (Ṣaḥīḥ Muslim, commento di al-Nawawī, Kitāb al-Īmān, vol. 1, p. 95)

Per stabilire il bene e il male compivano anche altre pratiche dello stesso genere: appendevano un osso del ginocchio di un coniglio. Consideravano infausti alcuni giorni, alcuni mesi, alcuni uomini e alcune donne. Evitavano il contatto con i malati e ritenevano dannoso anche il loro sguardo. Credevano che, dopo essere uscita dal corpo, l’anima si trasformasse in un gufo. Credevano che l’anima dell’ucciso non trovasse pace se non si fosse vendicata dell’assassino. Credevano che l’anima dell’ucciso vagasse tra montagne e pianure, gridando: «Ho sete, datemi da bere!». Credevano che l’anima dell’ucciso trovasse pace quando veniva riscosso il risarcimento per l’omicidio. (Ṣaḥīḥ al-Bukhārī, vol. 2, pp. 851, 857)

La disputa dei Quraysh riguardo alla religione di Ibrāhīm

È stata fornita una panoramica generale dei pensieri, delle credenze e delle azioni della gente ai tempi della jāhiliyya. Oltre a tutto ciò, osservavano in parte anche la religione di Ibrāhīm. In altre parole, non avevano abbandonato completamente la religione di Ibrāhīm. Facevano il tawāf intorno alla Kaʿba, ne rispettavano la sacralità, compivano il ḥajj e la ʿumra, sostavano ad ʿArafa e a Muzdalifa e sacrificavano gli animali destinati al hady. Tuttavia, avevano introdotto numerose innovazioni nella religione di Ibrāhīm. Di seguito se ne riportano alcuni esempi.

Una delle innovazioni dei Quraysh consisteva nel dire: «Siamo discendenti del profeta Ibrāhīm, su di lui la pace. Siamo i custodi e i manutentori della Kaʿba, i responsabili della Casa e gli abitanti della Mecca; nessuno è pari a noi per dignità e nessuno possiede diritti uguali ai nostri». Per questo si chiamavano Ḥums, cioè coraggiosi e ardenti. Dicevano: «Godiamo di una dignità così straordinaria che non è conveniente per noi oltrepassare i confini della Casa». Durante il ḥajj non si recavano ad ʿArafa e non ne ripartivano secondo il rito prescritto; sostavano invece a Muzdalifa e da lì ripartivano. Allah l’Altissimo corresse questa innovazione dicendo: «Poi ripartite dal luogo dal quale ripartono gli altri». (Ibn Hishām, vol. 1, p. 199; Ṣaḥīḥ al-Bukhārī, vol. 1, p. 226)

Un’innovazione dei pagani consisteva nel sostenere che per gli Ḥums, cioè i Quraysh, durante lo stato di iḥrām non fosse lecito preparare formaggio e burro chiarificato. Non era lecito nemmeno entrare in una casa con pareti di lana, cioè in una tenda di coperte, né cercare ombra in un luogo diverso da una tenda di pelle. (Ibn Hishām, vol. 1, p. 202)

Un’altra delle loro innovazioni consisteva nel ritenere illecito mangiare il cibo e bere le bevande portati da coloro che venivano da fuori Mecca per compiere il ḥajj o la ʿumra. (Ibidem)

Un’altra innovazione consisteva nell’ordinare agli abitanti delle regioni esterne alla Mecca che, una volta giunti nel Ḥaram, per il primo tawāf dovessero indossare abiti ottenuti dagli Ḥums, cioè dai Quraysh. Se non riuscivano a procurarsi tali abiti, gli uomini compivano il tawāf nudi, mentre le donne si toglievano tutti gli indumenti e compivano il tawāf indossando una piccola veste aperta. Durante il tawāf recitavano questa poesia:

«Oggi saranno scoperte in parte o del tutto le parti intime. Non considererò illecito ciò che sarà visibile.»

Per porre fine a questo comportamento osceno, Allah l’Altissimo fece scendere questo versetto: «O figli di Adamo, indossate abiti belli a ogni preghiera». (31, 7)

Se un uomo o una donna proveniente da fuori La Mecca compiva il tawaf indossando un abito portato da fuori La Mecca, al termine del tawaf quell’abito veniva gettato via. Né chi lo aveva indossato né altri lo utilizzavano (ivi, vol. 1, pp. 202-203; Sahih al-Bukhari, vol. 1, p. 226).

Una delle innovazioni dei Quraysh consisteva nel fatto che, quando erano in stato di ihram, non entravano in casa dalla porta; invece praticavano un’apertura sul retro della casa, attraverso la quale entravano e uscivano.

Consideravano questo genere di pratica assurda un atto di devozione. Nel Nobile Corano, Allah l’Altissimo ha proibito loro di comportarsi in tal modo. Allah l’Altissimo dice: «Non è devozione entrare nelle vostre case dal retro. La devozione consiste piuttosto nell’osservare la taqwa. Entrate dunque nelle case dalle porte. Temete Allah, affinché possiate prosperare».

Questo era il quadro generale della vita religiosa dei politeisti.

Inoltre, nella Penisola Arabica erano ampiamente diffusi l’ebraismo, il cristianesimo, il maǧūsismo o culto del fuoco, e il sabeismo. Di seguito si fornisce una breve panoramica di queste dottrine. Nella Penisola Arabica vi furono due periodi della presenza ebraica. Il primo risale all’epoca in cui i governi di Babilonia e dell’Assiria conquistarono la Palestina. In quel periodo gli ebrei furono costretti ad abbandonare la loro patria. A causa delle dure persecuzioni e oppressioni di quei governi e della distruzione degli insediamenti ebraici, numerosi ebrei lasciarono l’Hegiaz e si stabilirono nella parte settentrionale della Palestina (Qalb, La Penisola Arabica, p. 251).

Il secondo periodo risale all’epoca in cui, nell’anno 70 d.C., i Romani, sotto Tito, conquistarono la Palestina. In quel periodo, a causa delle persecuzioni romane, gli ebrei si stabilirono a Taymāʾ e vi costruirono delle fortezze. Grazie ai rapporti con questi ebrei emigrati, tra gli abitanti arabi si diffuse la conoscenza dell’ebraismo. Di conseguenza, in diversi periodi, sia prima sia dopo l’avvento dell’Islam, gli ebrei divennero una forza significativa. Le famose tribù ebraiche presenti all’epoca dell’avvento dell’Islam erano Khaybar, Banū an-Naḍīr, Banū al-Muṣṭaliq, Banū Qurayẓa, Banū Qaynuqāʿ e Samhūdī. ʿAfā e Wafāʾ menziona a pagina 116 della sua opera che, a quell’epoca, il numero delle tribù ebraiche superava venti (ivi).

Anche nello Yemen gli ebrei erano molto potenti. La dottrina ebraica si diffuse nello Yemen per opera di un uomo chiamato Tubbaʿ Asʿad Abū Karib. Combattendo, quest’uomo giunse a Yathrib.

Dopo essersi recato a Yathrib, egli abbracciò l’ebraismo e giunse nello Yemen accompagnato da due esperti della religione ebraica appartenenti ai Banū Qurayẓa. Attraverso di loro, la dottrina ebraica si diffuse e si propagò nello Yemen. Dopo Abū Karib, suo figlio Yūsuf Dhū Nuwās assunse il potere di governo dello Yemen. Animato dallo zelo per l’ebraismo, quest’uomo attaccò i cristiani di Najrān e cercò di costringerli a convertirsi all’ebraismo. Ma essi si rifiutarono. Adirato, Dhū Nuwās fece scavare enormi fosse e vi accese il fuoco; poi gettò in quelle fosse, tra le fiamme ardenti, persone di ogni categoria: donne e uomini, bambini e anziani. In questo episodio furono uccise tra le venti e le ventiquattromila persone. L’evento ebbe luogo nell’ottobre del 523 d.C. Esso è menzionato nella sura al-Burūj del Nobile Corano (Ibn Hishām, vol. 1, pp. 20, 21, 22, 27, 31, 35, 36).

Nei paesi arabi, il cristianesimo, o religione cristiana, fu diffuso dai conquistatori abissini e romani. Come già menzionato, gli Abissini iniziarono a dominare lo Yemen per la prima volta nel 340. Questa situazione perdurò fino al 378. In quel periodo, i missionari cristiani operarono nello Yemen. In quegli anni, un eminente asceta di nome Fimiyun giunse a Najran e predicò la religione cristiana, o il cristianesimo, tra la popolazione locale. Dopo aver trovato nella religione cristiana la prova della verità, gli abitanti di Najran abbracciarono il cristianesimo. (Ibn Hisham, vol. 1, pp. 31, 32, 33, 34)

Le cicatrici del massacro di Dhu Nuwas non si erano ancora rimarginate. In reazione a questo tragico evento, gli Abissini conquistarono nuovamente lo Yemen e Abraha ne assunse il potere. Costui fece costruire un tempio nello Yemen. Voleva che i fedeli si recassero nel tempio da lui costruito invece di andare alla Kaaba della Mecca. Con questo intento, quel malvagio intraprese un’azione per distruggere la Kaaba alla Mecca. Per aver mostrato questa esecrabile audacia, Allah lo punì in modo tale che quell’evento rimase un monito per tutte le generazioni precedenti e successive.

D’altra parte, poiché erano vicine ai territori conquistati dai Romani, tra le tribù arabe degli Āl Ghassān, dei Banū Taghlib, dei Banū Ṭayy e di altre si diffuse il cristianesimo. Anche alcuni sovrani arabi di al-Ḥīra si convertirono al cristianesimo.

La maggior parte dei seguaci della religione magiana, o degli adoratori del fuoco, viveva nei paesi arabi confinanti con la Persia, come l’Iraq, il Bahrein e le regioni costiere del Golfo Arabico. Inoltre, dopo l’instaurazione della dominazione persiana nello Yemen, molti abitanti adottarono individualmente la religione magiana.

La religione sabea, o sabiana. Dalle iscrizioni rinvenute durante gli scavi e il recupero di antiche vestigia in Iraq e in altri luoghi, si apprende che i Sabei professavano la religione dei Caldei. Erano discendenti del profeta Ibrāhīm, pace su di lui. Nell’antichità, molti abitanti della Siria e dello Yemen seguivano questa religione. Tuttavia, quando l’ebraismo e il cristianesimo iniziarono a prevalere, questa religione scomparve. Ciononostante, alcuni suoi seguaci rimasero in Iraq e nella regione del Golfo Arabico, mescolati ai Magi o tra i loro vicini. (Tārīkh-e Arḍ al-Qurʾān, vol. 2, pp. 193-208)

La situazione religiosa generale

Al tempo dell’avvento dell’Islam, in Arabia erano presenti alcune delle religioni sopra menzionate. Tuttavia, tutte queste dottrine religiose erano sull’orlo della dissoluzione. Sebbene i politeisti si considerassero seguaci della religione di Ibrāhīm, in realtà erano molto lontani dai suoi comandamenti e dai suoi divieti.

I politeisti non avevano neppure il più remoto rapporto con gli insegnamenti che la religione di Ibrāhīm impartiva allo scopo di formare un carattere nobile. Erano immersi nel pantano del peccato. Da lungo tempo, tra loro erano presenti peccati, malefatte e turpitudini generati dall’idolatria. Per queste ragioni, la loro vita politica e religiosa collettiva ne era stata profondamente influenzata.

I seguaci della religione ebraica erano pieni di un orgoglio smisurato. I sacerdoti ebrei si erano eretti a signori, mettendo da parte Allah l’Altissimo. Imponevano con la forza la propria volontà alla gente. Avevano assoggettato i pensieri, le idee, le convinzioni e persino le parole delle persone ai propri capricci. Erano interamente dediti alla conquista del potere e all’accumulo di ricchezze. Erano sempre ansiosi di impadronirsi di tutto ciò, a qualsiasi costo. Volevano ottenere potere e ricchezze anche a costo di distruggere la religione. I politeisti, invece, erano immersi nell’incredulità e nella ribellione contro Dio. Queste cattive azioni erano al servizio dei loro desideri. Non esitavano neppure per un istante a ignorare i comandi di Allah l’Altissimo.

Il cristianesimo era una religione bizzarra fondata sull’idolatria. Avevano mescolato in modo sorprendente Allah l’Altissimo e l’essere umano, rendendoli un’unica cosa. La religione non esercitava alcuna reale influenza sugli arabi che la seguivano, poiché nella loro vita personale non vi era alcuna sintonia con gli insegnamenti della religione. In nessuna circostanza erano disposti ad abbandonare il loro stile di vita interamente dedito ai piaceri. La loro vita personale, familiare e sociale era immersa nel pantano del peccato.

La vita dei seguaci delle altre religioni in Arabia era simile a quella dei politeisti. Sebbene le loro religioni differissero, interiormente erano tutti uguali. Non erano uguali soltanto nell’animo, ma anche nei modi di vivere e nelle consuetudini.

Alcuni scorci della società della jāhiliyya

Dopo aver descritto la situazione politica e religiosa della Penisola Arabica, viene ora presentato un breve quadro della sua situazione economica e morale complessiva.

La situazione complessiva

La popolazione araba viveva divisa in diverse classi. La condizione di ciascuna classe era diversa da quella delle altre. Nella classe nobile, i rapporti tra uomini e donne erano relativamente evoluti. Le donne di questa classe godevano di grande libertà e la loro parola aveva valore. Erano tenute in tale considerazione e godevano di una protezione così grande che, quando uscivano per strada, si sguainavano le spade per difenderle e si arrivava allo spargimento di sangue. Quando qualcuno si vantava della propria generosità e del proprio coraggio, generalmente si rivolgeva alle donne. Se lo desideravano, queste potevano accendere tra gli uomini il fuoco della guerra e dello spargimento di sangue. Nonostante tutto ciò, erano gli uomini a essere considerati i capi della famiglia e le loro parole venivano rispettate con grande serietà. In questa classe, il rapporto tra uomini e donne era regolato dal matrimonio, che veniva celebrato tramite i tutori delle donne. Le donne non avevano alcun diritto di sposarsi autonomamente, senza un tutore.

Sebbene la condizione della classe nobile fosse questa, quella delle altre classi era invece completamente diversa. I rapporti tra uomini e donne in tali classi non potevano essere definiti altro che dissolutezza, sfrontatezza, impudicizia, oscenità e adulterio. ʿĀʾisha, che Allah sia soddisfatto di lei, disse: «All’epoca della jāhiliyya esistevano quattro tipi di matrimonio».

Il primo era simile a quello praticato ai giorni nostri. Per esempio, un uomo inviava a un altro una proposta di matrimonio per la ragazza sotto la sua tutela. Dopo l’accettazione della proposta, il matrimonio veniva concluso mediante il pagamento della dote nuziale.

Il secondo era il seguente: dopo che la donna sposata si era purificata dalle mestruazioni, il marito le diceva: «Invia una proposta a questo e quell’uomo e concedigli il tuo organo sessuale». In altre parole, le ordinava di commettere adulterio con lui. In quel periodo il marito si teneva lontano dalla propria moglie e non si avvicinava a lei. Non tornava da lei finché non vi fosse la prova che l’uomo con cui le aveva fatto commettere adulterio avesse generato un figlio nel suo grembo. Dopo la comparsa dei segni della gravidanza, il marito poteva tornare da lei, se lo desiderava. La ragione di tale pratica era che il figlio potesse essere nobile e completo. Questo tipo di matrimonio era chiamato matrimonio «istibdāʾ». Anche in India questa forma di matrimonio è praticata.

Terzo: meno di dieci uomini commettevano adulterio con una donna in un determinato luogo. Dopo che la donna rimaneva incinta, li convocava tutti presso di sé. In quell’occasione nessuno poteva essere assente. Quando erano tutti presenti, la donna diceva: «Voi sapete ciò che avete fatto; ora questo bambino è nato dal mio grembo. O tale, questo bambino è tuo». La donna poteva nominare chiunque a sua discrezione, e colui il cui nome veniva pronunciato era riconosciuto da tutti come padre del neonato.

Quarto: molti uomini si riunivano e si recavano da una donna. Ella non respingeva né rifiutava alcun uomo desideroso di lei. Erano prostitute. Esponevano una bandiera davanti alla propria casa; così chiunque volesse poteva recarsi da loro senza impedimenti. Quando una di queste donne rimaneva incinta e partoriva, tutti coloro che avevano avuto rapporti con lei venivano convocati e si chiamava un esperto. Questi, secondo il proprio giudizio, attribuiva il bambino a uno di loro. In seguito il bambino cresceva come figlio dell’uomo designato, e questi non poteva mai rinnegarlo. Dopo l’avvento del Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, Allah Onnipotente abolì tutte le forme di matrimonio della società preislamica e istituì la forma di matrimonio islamica oggi praticata. (Ṣaḥīḥ al-Bukhārī, Kitāb al-Nikāḥ, vol. 2, p. 769; Abū Dāwūd, Bāb Awjuh al-Nikāḥ. Per una descrizione dettagliata, si veda il Tafsīr Fī Ẓilāl al-Qurʾān, vol. 14.)

In Arabia, i rapporti tra uomini e donne erano spesso determinati dal filo della spada. Nelle guerre tribali, i vincitori catturavano le donne della tribù sconfitta e le conducevano nei propri harem, dove le tenevano segregate. I figli nati da queste donne prigioniere non potevano stare a testa alta nella società. Provavano sempre vergogna nel dichiarare la propria identità.

Nell’epoca della jāhiliyya, avere più mogli non era considerato una colpa. Alcuni tenevano nella propria casa come mogli anche due sorelle germane contemporaneamente. Il figlio sposava la moglie ripudiata dal padre oppure, dopo la morte del padre, la sua matrigna. Il diritto di divorzio spettava esclusivamente agli uomini. Non era stabilito alcun limite al numero dei divorzi. (Abū Dāwūd, raccolte esegetiche, «al-Ṭalāq marratān», si veda.)

L’adulterio era diffuso in ogni livello della società. Nessuna classe di donne o uomini era libera dalla turpitudine e dalla sozzura dell’adulterio. Tuttavia, alcuni uomini e donne se ne astenevano per l’orgoglio della propria superiorità. Inoltre, la condizione delle donne libere era relativamente migliore di quella delle schiave. Le schiave si trovavano nella situazione peggiore. La maggior parte degli uomini dell’epoca della jāhiliyya non considerava né colpa né vergogna avere rapporti con le schiave. Nella Sunan di Abū Dāwūd è riportato che un giorno un uomo si alzò e disse: «O Messaggero di Allah, tale è mio figlio. Nell’epoca della jāhiliyya ho avuto rapporti con sua madre». Il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, disse: «Nell’Islam non vi è spazio per simili rivendicazioni. Ora il bambino appartiene a colui al cui letto la donna è legata come moglie o concubina, mentre per l’adultero vi è la pena della lapidazione». È ben noto il litigio tra Saʿd ibn Abī Waqqāṣ, che Allah sia soddisfatto di lui, e ʿAbd ibn Zamʿa riguardo ad ʿAbd al-Raḥmān ibn Zamʿa, figlio della schiava di Zamʿa (Ṣaḥīḥ al-Bukhārī, vol. 2, pp. 999, 1065). Anche i rapporti tra padri e figli nell’epoca della jāhiliyya erano di vario tipo. Alcuni dicevano: «I nostri figli sono nostri figli, come il nostro cuore, quelli che camminano sulla terra».

D’altra parte, c’erano persone che, per paura del disonore e della povertà, seppellivano vivi i propri figli nella terra. Seppellivano i bambini; li uccidevano durante la loro infanzia.

Il Sacro Corano ne fa menzione (Sura al-Anʿām, versetto 101; Sura al-Naḥl, versetti 58-59; Sura Banī Isrāʾīl, versetti 31 e 81; Sura al-Anfāl). È difficile dire se questa situazione fosse ampiamente diffusa. Gli Arabi, infatti, sentivano di aver bisogno di una forza numerica maggiore rispetto alle altre popolazioni per affrontare i nemici e difendersi. Si può dire che fossero pienamente consapevoli di ciò.

I rapporti tra fratelli germani, con i cugini paterni e con gli altri membri della tribù erano molto solidi. Gli Arabi vivevano e morivano, infatti, in nome della superiorità e dell’orgoglio tribali. All’interno della tribù esistevano in piena misura la collaborazione reciproca e la solidarietà. Il sistema delle relazioni tribali costituiva il fondamento dell’organizzazione sociale.

Essi coltivavano l’idea che si dovesse aiutare il proprio fratello, fosse egli oppressore o oppresso. In seguito, l’Islam instaurò la giustizia impedendo all’oppressore di continuare la sua oppressione. Nel tentativo di affermare il dominio e la leadership, tutti gli altri membri di una tribù scendevano in guerra per sostenere uno dei suoi uomini. Si possono citare, ad esempio, i casi delle tribù Aws-Khazraj, Abs-Dhubyan e Bakr-Taghlib.

I rapporti tra le diverse tribù erano talmente deteriorati che tutte le loro forze venivano impiegate in guerre reciproche. Grazie a una certa influenza degli insegnamenti religiosi e dei costumi sociali, talvolta gli orrori e la ferocia della guerra risultavano attenuati. Spesso, inoltre, diverse tribù stringevano alleanze sulla base di alcune norme consuetudinarie vigenti nella società. I mesi sacri si dimostravano altresì particolarmente propizi a ristabilire la pace nella vita dei politeisti e a consentire loro di procurarsi i mezzi di sussistenza.

In sintesi, la situazione generale era in gravissimo declino. L’ignoranza era onnipresente. La sporcizia e la dissolutezza avevano raggiunto livelli estremi. Gli uomini vivevano come animali. Era diffusa la pratica della compravendita delle donne. Spesso le donne venivano trattate come se fossero terra o pietra. I rapporti reciproci erano deboli e fragili. Qualunque cosa fosse chiamata governo o amministrazione era impegnata a raccogliere denaro e ricchezze dai sudditi per riempire il tesoro e a radunare soldati contro gli avversari.

La situazione economica

La situazione economica era subordinata alla situazione sociale generale. Considerando le fonti di sostentamento degli Arabi, si constata che il commercio costituiva il principale mezzo per procurarsi ciò che era necessario alla vita. Gli scambi commerciali non erano possibili. La situazione nella Penisola Arabica era tale che, al di fuori dei mesi sacri, non esistevano in alcun altro periodo condizioni di pace e sicurezza. Per questo si sa che proprio nei mesi sacri si tenevano le famose fiere arabe di ʿUkāẓ, Dhū al-Majāz, Majanna e altre.

Nel campo industriale gli Arabi erano arretrati rispetto a tutti gli altri Paesi del mondo. La maggior parte delle attività artigianali conosciute, come la tessitura e la concia delle pelli, si svolgeva nei Paesi vicini: Yemen, Siria, Ḥīra o Iraq. In Arabia si praticavano l’agricoltura e la coltivazione dei raccolti. In tutta l’Arabia le donne filavano. Il problema, tuttavia, era che gli strumenti per filare erano difficili da reperire a causa delle devastazioni della guerra. La povertà era un problema comune. Spesso la gente rimaneva priva degli alimenti e degli indumenti necessari.

Caratteristiche morali

È un fatto riconosciuto che tra gli Arabi si riscontrassero abitudini spregevoli e biasimevoli e che compissero azioni che la ragione e la coscienza non approvavano affatto. Tuttavia, possedevano anche alcune qualità morali davvero sorprendenti. Di seguito ne vengono riportate alcune.

Uno) Compassione e generosità. Questa era una qualità particolare degli Arabi. A questo riguardo si osservava tra loro un autentico spirito di competizione. Erano così orgogliosi di questa virtù che metà degli Arabi era diventata poeta. Alcuni lodavano se stessi, altri lodavano qualcun altro. Talvolta accadeva che, persino durante un inverno rigido e in tempi di penuria, un ospite arrivasse a casa di qualcuno. In quel momento il padrone di casa possedeva soltanto un cammello. Per onorare l’ospite, sacrificava proprio quell’animale. Grazie alla compassione e alla generosità, pagavano ingenti risarcimenti e li versavano regolarmente. In questo modo si vantavano di aver salvato le persone dalla rovina e dallo spargimento di sangue, dimostrando la propria superiorità sugli altri ricchi e notabili.

Proprio a causa di questo tipo di generosità, si vedeva che andavano fieri del consumo di vino. Bere vino non era in realtà una buona azione, ma il vino li rendeva generosi e facilitava per loro la beneficenza e le elemosine. Infatti, sotto l’effetto dell’ebbrezza, spendere denaro e ricchezze non è difficile per una persona. Per questo gli Arabi chiamavano la vite, materia prima per produrre il vino, karam, e il vino bint al-karam. Esaminando le poesie dei poeti dell’epoca della Jāhiliyya, si nota che prestavano grande attenzione all’espressione del proprio orgoglio.

ʿAntara ibn Shaddād al-ʿAbsī scrisse nella sua Muʿallaqa: «Dopo che il cocente sole del mezzogiorno si fu attenuato, bevvi vino da un recipiente giallo finemente lavorato. Quando bevo vino, dono le mie ricchezze, ma anche allora sono consapevole del mio onore e della mia reputazione e non permetto che vi si posi alcuna macchia. Anche dopo aver riacquistato la lucidità, non sono avaro nella generosità. Che altro potrei dirvi della mia nobiltà d’animo e della mia compassione? Non vi sono certo sconosciute».

Proprio per la loro compassione, gli Arabi giocavano d’azzardo su larga scala. Ritenevano che fosse una forma di generosità. Infatti, dopo il gioco, donavano ai poveri e agli indigenti ciò che i giocatori avevano vinto o ciò che rimaneva dopo aver sottratto le spese alle vincite. Per questo nel Sacro Corano non si è negato che il vino e il gioco d’azzardo avessero qualche utilità; si è piuttosto affermato che il loro danno è maggiore della loro utilità. Allah l’Altissimo dice: «Ti interrogano sul vino e sul gioco d’azzardo. Di’: in entrambi vi è un grande peccato e qualche utilità per gli uomini, ma il loro peccato è maggiore della loro utilità». (2:219, 6)

Due) Mantenere le promesse. Gli Arabi consideravano il rispetto delle promesse parte della religione. Nel mantenere una promessa o una parola data, ritenevano insignificanti persino i danni alla vita e ai beni. Per comprenderlo, sono sufficienti le vicende di Hānī ibn Masʿūd al-Shaybānī, al-Samawʾal ibn ʿĀdiyā e Hājir ibn Jarāra.

Tre) Consapevolezza della propria dignità. Mantenere la propria dignità anche sopportando ingiustizie e oppressioni era una nota qualità morale dell’epoca della Jāhiliyya. Di conseguenza, ostentavano coraggio e valor militare. La loro ira era straordinaria: si adiravano all’improvviso. Anche al minimo segno di umiliazione uscivano con le armi e provocavano spargimenti di sangue. A questo riguardo consideravano la propria vita priva di valore.

Quarto) Una caratteristica della gente dell’epoca dell’ignoranza era che, quando si impegnava a compiere qualcosa, non si tirava indietro per nessun motivo. Non accettava alcun ostacolo. Portava a termine quell’impresa anche a costo della vita.

Quinto) Pazienza e saggezza lungimirante. Anche questa era una nobile qualità degli Arabi. Tuttavia, a causa del loro coraggio e della loro costante disponibilità alla guerra, tale qualità era rara tra loro.

Sesto) Semplicità tipica dei beduini. Vivevano lontani dagli agi della civiltà e non ne erano attratti. Grazie a questo stile di vita semplice e schietto, tra loro si trovavano sincerità e onestà. Detestavano l’inganno e la violazione delle promesse.

Riteniamo che, oltre alla posizione geografica della Penisola Arabica rispetto al resto del mondo, furono proprio le qualità caratteriali sopra menzionate a far sì che essi fossero scelti per guidare l’umanità e per ricevere la profezia. Sebbene tali qualità talvolta li rendessero improvvisamente temibili e li portassero a commettere azioni disastrose, non si può negare che fossero autentiche qualità umane altamente lodevoli. Dopo una lieve correzione, queste qualità avrebbero potuto rivelarsi di enorme beneficio per l’umanità. L’Islam ha compiuto proprio quest’opera.

Tra le qualità caratteriali sopra menzionate, probabilmente il senso dell’onore e il mantenimento degli impegni, dopo il rispetto delle promesse, erano le più preziose e degne di lode. Senza queste qualità e questa forza di carattere, non è possibile eliminare il disordine, l’inquietudine e il male e realizzare un sistema fondato sulla giustizia e sull’equità.

Nell’epoca dell’ignoranza gli Arabi possedevano anche altre qualità caratteriali degne di nota, ma non è necessario esaminarle tutte qui.

È Lui il Sublime, Colui che ha inviato loro un Messaggero scelto tra la loro stessa gente. Egli reciterà loro i versetti di Allah, purificherà la loro vita dall’ignoranza e, soprattutto, insegnerà loro gli insegnamenti della religione, mentre prima del suo arrivo queste stesse persone erano immerse in un evidente traviamento. (Sura al-Jumuʿa, 2)

3

In quale stirpe si trovava quell’uomo d’oro: da al-Amīn al Messaggero

La genealogia della famiglia del Profeta

La genealogia del nobile Profeta Muhammad, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, può essere suddivisa in tre parti. Gli autori della sīra e gli esperti di genealogia concordano sull’autenticità della prima parte. Riguardo alla seconda parte, tra gli autori della sīra vi sono alcune divergenze: alcuni l’hanno sostenuta, altri l’hanno contestata e altri ancora hanno espresso opinioni differenti. Essa va da Adnan fino a Ibrahim, pace su di lui. Nella terza parte vi sono certamente alcuni errori; essa va da Ibrahim, pace su di lui, fino ad Adamo, pace su di lui. Ciò è già stato accennato in precedenza. Di seguito vengono esaminate con una certa ampiezza tutte e tre le parti.

Prima parte

Muhammad ibn Abd Allah, ibn Abd al-Muttalib (Shayba), ibn Hashim (Amr), ibn Abd Manaf (al-Mughira), ibn Qusayy (Zayd), ibn Kilab, ibn Murra, ibn Ka‘b, ibn Lu’ayy, ibn Ghalib, ibn Fihr (il cui epiteto era Quraysh, nome con cui era conosciuta la tribù), ibn Malik, ibn al-Nadr, Qays, ibn Kinana, ibn Khuzayma, ibn Mudrika (Amir), ibn Ilyas, ibn Mudar, ibn Nizar, ibn Ma‘ad, ibn Adnan. (Ibn Hisham, vol. 1, p. 20; Talqih al-Fuhum min Ahl al-Athar, pp. 5-6; Rahmat li-l-‘Alamin, vol. 2, pp. 11, 14, 52.)

Seconda parte

Verso l’alto, a partire da Adnan. Vale a dire: Adnan ibn Hamitha, ibn Salaman, ibn Aws, ibn Buz, ibn Qamwal, ibn Ubayy, ibn Awwam, ibn Nashid, ibn Haza, ibn Baldas, ibn Yadlaf, ibn Tarih, ibn Jahem, ibn Nahish, ibn Makhi, ibn Ayid, ibn Akbar, ibn Ubayd, ibn al-Daya, ibn Hamdan, ibn Sunbar, ibn Yasribi, ibn Yahazan, ibn Yalhan, ibn Arwi, ibn Ay, ibn Zayshan, ibn Aysar, ibn Afnad, ibn Ayham, ibn Maqsar, ibn Nahith, ibn Jarah, ibn Sumayy, ibn Mazi, ibn Awza, ibn Aram, ibn Qaydar, ibn Ismail, ibn Ibrahim, pace su di lui. (Dopo aver svolto le sue ricerche, l’‘Allama Mansurpurī ha aggiunto questa parte sulla base delle narrazioni dello storico Kalbi e di Ibn Sa‘d. Rahmat li-l-‘Alamin, vol. 2, pp. 14-17. Quanto a questa parte, le fonti storiche presentano notevoli divergenze.)

Terza parte

Dall’epoca del profeta Ibrahim, che la pace sia su di lui, andando a ritroso: Ibrahim, figlio di Tarah (Azar), figlio di Nahur, figlio di Shabedah (Sarug), figlio di Rau, figlio di Faleg, figlio di Aber, figlio di Shaleh, figlio di Arfakhshad, figlio di Sam, figlio del profeta Nuh, che la pace sia su di lui, figlio di Lamek, figlio di Matushalakh, figlio di Akhnukh (secondo un’altra opinione, il profeta Idris, che la pace sia su di lui), figlio di Mahlayel, figlio di Qaynan, figlio di Anusha, figlio di Shith, figlio di Adamo, che la pace sia su di lui. (Ibn Hisham, vol. 1, pp. 2, 4; Talaqih al-Fuhum, p. 6; Khulasat al-Siyar, p. 6.)

Il Nobile Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, è conosciuto come appartenente alla stirpe hascemita in quanto discendente del suo bisnonno Hashim ibn Abd Manaf. È dunque necessario fornire una breve descrizione di Hashim e di alcuni dei suoi discendenti.

1) Hashim. Come abbiamo già menzionato, era stato raggiunto un accordo sulla ripartizione delle cariche tra i Banu Abd Manaf e i Banu Abd al-Dar. In base a tale accordo, ai discendenti di Abd Manaf furono assegnati il compito di fornire acqua ai pellegrini e l’incarico di ospitare gli invitati. Hashim era un uomo illustre, rispettato e facoltoso. Fu lui a introdurre l’usanza di offrire ai pellegrini della Mecca pane immerso nel suruwa. Il suo vero nome era Amr, ma poiché spezzava il pane e lo immergeva nel suruwa, fu chiamato Hashim. Hashim significa «colui che spezza». Hashim fu il primo a organizzare per i Quraysh due viaggi commerciali all’anno, uno d’estate e uno d’inverno. Un poeta lo elogiò scrivendo: «Egli è quell’Amr che, nella Mecca, spezzava il pane, lo immergeva nel suruwa e lo dava da mangiare ai suoi deboli compatrioti colpiti dalla carestia, organizzando inoltre i viaggi d’inverno e d’estate».

Un episodio importante riguardante Hashim, cioè Amr, è che si recò in Siria per commerciare. Durante il viaggio giunse a Medina, dove sposò Salma bint Amr, della tribù dei Banu Najjar, e vi rimase per qualche tempo. Quando lei rimase incinta, egli lasciò la moglie presso la sua famiglia e partì per la Siria. Giunto nella città palestinese di Gaza, morì. Nel frattempo, Salma diede alla luce un figlio. Era l’anno 497 dell’era cristiana. Poiché tra i capelli del bambino vi era una traccia di bianco, Salma lo chiamò Shaybah (Ibn Hisham, vol. 1, p. 137; Rahmat lil-Alamin, vol. 1, p. 26, vol. 2, p. 24). A Yathrib, cioè Medina, Salma allevò il bambino presso la propria famiglia. In seguito quel bambino divenne noto con il nome di Abd al-Muttalib. Per lungo tempo i membri della stirpe hascemita non ebbero notizie di questo bambino. Hashim ebbe complessivamente quattro figli maschi e cinque figlie. I loro nomi erano: Asad, Abu Sayfi, Nadhlah e Abd al-Muttalib. I nomi delle figlie erano Shafa, Khalidah, Daifah, Ruqayyah e Jinnat. (Ivi, vol. 1, p. 107.)

2) Abd al-Muttalib. Come è stato già menzionato, dopo Hashim, suo fratello al-Muttalib assunse l’incarico di fornire acqua ai pellegrini e di ospitare gli invitati. Anch’egli godeva di grandissimo prestigio presso la sua famiglia e la sua tribù. Nessuno ignorava una sua parola. A causa della sua generosità, i Quraysh gli attribuirono il titolo di Fayyad. Quando Shaybah, cioè Abd al-Muttalib, aveva dieci o dodici anni, al-Muttalib venne a sapere della sua esistenza. Si recò a Medina per portarlo con sé. Quando giunse nei pressi di Medina, cioè Yathrib, e vide Shaybah, i suoi occhi si riempirono di lacrime. Lo strinse al petto, poi lo fece sedere dietro di sé sul proprio cammello e partì alla volta della Mecca. Tuttavia, Shaybah rifiutò di andare alla Mecca senza il permesso della madre. Quando al-Muttalib chiese il permesso alla madre di Shaybah, Salma rifiutò di concederglielo. Al-Muttalib disse: «Egli è sotto l’autorità di suo padre e si sta dirigendo verso la Casa di Allah». Dopo queste parole, Salma diede il suo consenso. Al-Muttalib fece sedere Shaybah dietro di sé sul proprio cammello e lo portò alla Mecca. Quando arrivarono alla Mecca, i primi a vederli dissero tra loro: «È suo nipote, il figlio di Hashim». Da allora Shaybah crebbe presso al-Muttalib e con il tempo divenne un giovane. In seguito al-Muttalib morì nello Yemen. Shaybah ne ereditò la posizione. Abd al-Muttalib raggiunse presso i suoi compatrioti un onore e un prestigio tali che nessun altro, prima di lui, era riuscito a ottenere. I suoi compatrioti lo amavano profondamente e gli tributavano un onore senza precedenti. (Ibn Hisham, vol. 1, pp. 137-138.)

Dopo la morte di al-Muttalib, Nawfal si impadronì con la forza di alcuni terreni di Abd al-Muttalib. Abd al-Muttalib chiese aiuto ad alcuni uomini della tribù dei Quraysh. Essi però dichiararono di non poterlo aiutare, dicendo: «Non possiamo schierarci al tuo fianco contro tuo zio». Infine Abd al-Muttalib scrisse alcune poesie e le inviò a suo zio materno presso la tribù dei Banu Najjar. In quelle poesie chiedeva aiuto. In risposta, suo zio materno Abu Saad ibn Adi partì con ottanta cavalieri e si fermò ad Abtah, un luogo vicino alla Mecca. Abd al-Muttalib lo invitò a recarsi a casa sua. Abu Saad però disse: «No, prima voglio incontrare Nawfal». Poi Abu Saad si presentò davanti a Nawfal. In quel momento Nawfal era seduto a parlare con alcuni illustri Quraysh della Mecca. Abu Saad sguainò la spada e disse: «Per il Signore di questa Casa, se non restituisci il terreno di mio nipote, ti trafiggerò con questa spada». Nawfal disse: «E va bene, eccolo, te lo restituisco». Alla presenza dei capi dei Quraysh, chiamati a testimoniare, Abu Saad restituì il terreno ad Abd al-Muttalib. Poi Abu Saad si recò a casa di Abd al-Muttalib e, dopo esservi trattenuto per tre giorni, compì l’Umrah e tornò a Medina.

In seguito, Nawfal promise sostegno ai Banu Abd Shams contro i Banu Hashim.

Nel frattempo, quando la tribù dei Banu Khuzaah vide che i Banu Najjar avevano aiutato Abd al-Muttalib in quel modo, disse: «Abd al-Muttalib è figlio vostro così come è figlio nostro. Pertanto, abbiamo più diritto di voi ad aiutarlo». La ragione era che la madre di Abd Manaf era imparentata con la tribù dei Banu Khuzaah. Per questo motivo, i Banu Khuzaah si recarono alla Dar al-Nadwah e promisero ai Banu Hashim il loro aiuto contro i Banu Abd Shams e i Banu Nawfal. Fu proprio questa promessa a diventare in seguito la causa della conquista della Mecca nell’epoca islamica. Ne sarà fornito un resoconto dettagliato più avanti. (Mukhtasar Sirat al-Rasul, Shaykh al-Islam Muhammad ibn Abd al-Wahhab al-Najdi, pp. 41-42.)

A causa del suo legame con la Kaʿba, ad ʿAbd al-Muṭṭalib accaddero due eventi importanti: lo scavo del pozzo di Zamzam e l’episodio della guerra dell’Elefante.

Lo scavo del pozzo di Zamzam

In sintesi, ʿAbd al-Muṭṭalib sognò che gli veniva ordinato di scavare il pozzo di Zamzam. Nel sogno gli fu indicato anche il luogo. Al risveglio iniziò a scavare il pozzo di Zamzam. Nel corso dei lavori furono scoperti due oggetti. Erano quelli che la tribù dei Jurhum aveva gettato nel pozzo di Zamzam quando aveva lasciato Mecca: spade, ornamenti e due gazzelle d’oro. ʿAbd al-Muṭṭalib applicò le spade recuperate alla porta, vi fissò anche le due gazzelle d’oro e organizzò la distribuzione dell’acqua del pozzo di Zamzam ai pellegrini.

Dopo la scoperta del pozzo di Zamzam, i Quraysh iniziarono a litigare con ʿAbd al-Muṭṭalib. Pretesero di essere inclusi nello scavo. ʿAbd al-Muṭṭalib disse: «Non posso permetterlo. Sono stato designato proprio per questo compito». Ma i Quraysh non vollero accettarlo. Alla fine andarono tutti da una donna indovina della tribù dei Banū Saʿd per ottenere un verdetto. Tuttavia, durante il viaggio videro alcuni segni straordinari e compresero che l’incarico di scavare il pozzo di Zamzam era stato affidato ad ʿAbd al-Muṭṭalib per volontà divina. Per questo i Quraysh, che avevano sollevato la disputa, tornarono indietro già lungo la strada. In quel periodo ʿAbd al-Muṭṭalib fece voto che, se Allah l’Onnipotente gli avesse concesso dieci figli e li avesse fatti crescere fino all’età in cui potessero difendersi da soli, avrebbe sacrificato uno di loro in nome di Allah accanto alla Kaʿba. (Ibn Hisham, vol. 1, pp. 142-147)

L’episodio della guerra dell’Elefante

In sintesi, Abraha ibn Ṣabāḥ al-Ḥabashī era il governatore generale dello Yemen per conto del re d’Abissinia, il Negus. Abraha notò che gli Arabi si recavano alla Kaʿba per compiere il pellegrinaggio. Vedendo ciò, fece costruire una chiesa a Sanʿāʾ. Voleva che gli Arabi andassero a Sanʿāʾ per il pellegrinaggio invece di recarsi a Mecca. Dopo aver appreso la notizia, un uomo della tribù dei Banū Kināna entrò nella chiesa costruita da Abraha e defecò nel suo miḥrāb. Quando Abraha lo seppe, si adirò moltissimo e marciò con sessantamila soldati feroci per distruggere la Kaʿba. Si procurò un enorme elefante. Nel suo esercito c’erano in tutto nove o tredici elefanti. Abraha giunse da Yemen in un luogo chiamato al-Mughammis e vi schierò le sue truppe. Dopo essere entrato a Mecca, quando raggiunse la pianura di al-Muḥassir, tra Muzdalifa e Minā, tutti gli elefanti si sedettero. Nonostante numerosi tentativi, non fu possibile far alzare l’elefante e dirigerlo verso la Kaʿba: ogni volta che ci provavano, si sedeva. In quel momento Allah l’Onnipotente inviò uno stormo di uccelli. Gli uccelli portavano nel becco piccoli sassi e li lanciarono contro i soldati. In tal modo l’esercito di Abraha fu annientato come paglia triturata. Gli uccelli erano simili agli abābīl. Ogni uccello portava tre pietre: una nel becco e due sotto le ali. Le pietre erano grandi come piselli. Chiunque veniva colpito cominciava a perdere le membra e moriva. Non tutti i soldati furono colpiti da quelle pietre. Nell’esercito si diffuse un tale terrore e orrore che tutti iniziarono a fuggire disordinatamente. Poi cominciarono a cadere qua e là e a morire. Intanto il castigo si abbatté su Abraha: le dita delle sue mani iniziarono a staccarsi. Quando giunse a Sanʿāʾ, la morte si era ormai avvicinata. Il suo fegato gli uscì dal corpo e morì in modo straziante.

Durante questo attacco di Abraha, gli abitanti di Mecca, terrorizzati per la propria vita, si dispersero tra le montagne e le pianure e si nascosero nelle grotte. Quando il castigo di Allah si abbatté sull’esercito, tornarono tranquillamente alle loro case. (Ibn Hisham, vol. 1, pp. 43, 56)

Secondo l’opinione della maggior parte degli autori di sīra, l’evento sopra menzionato avvenne cinquanta o cinquantacinque giorni prima della nascita del Messaggero di Allah ﷺ. Era il mese di Muḥarram. L’evento si verificò alla fine di febbraio o all’inizio di marzo dell’anno 571 dell’era cristiana. In realtà, Allah l’Onnipotente fece accadere questo evento come premessa e segno in relazione al Suo Profeta e alla Sua sacra Casa, la Kaʿba Sharīfa. Per esempio, nel 587 Bakht al-Naṣr conquistò e occupò Gerusalemme. Prima di ciò, nell’anno 70, i Romani avevano conquistato Bayt al-Maqdis. La Kaʿba, invece, non fu mai dominata dai cristiani. Eppure, in quel tempo, i cristiani erano credenti in Allah e musulmani, mentre coloro che detenevano la Kaʿba erano idolatri.

Subito dopo il verificarsi dell’evento dell’Anno dell’Elefante, in breve tempo la notizia raggiunse Roma e la Persia, allora conosciute come nazioni progredite. Ciò perché i Romani avevano stretti rapporti con la Mecca. D’altra parte, i Persiani tenevano costantemente sotto osservazione i Romani. I Persiani monitoravano tutti gli avvenimenti riguardanti i Romani e i loro nemici. Per questo si vede che, subito dopo la caduta di Abraha, i Persiani conquistarono lo Yemen. Poiché, nel mondo di allora, la Persia e Roma erano conosciute come paesi progrediti e civili, l’attenzione dell’umanità si rivolse verso la Kaʿba. Essi videro con chiarezza la dignità e l’eccellenza della Casa della Kaʿba. Compresero che Dio Onnipotente aveva scelto quella Casa come Casa sacra. Era dunque del tutto appropriato che dalla città della Mecca sorgesse qualcuno proclamando la profezia. Se si riflette sulla venuta del Messaggero di Allah, non è affatto difficile comprendere perché Allah avesse aiutato i politeisti, che si trovavano al polo opposto rispetto ai musulmani.

ʿAbd al-Muṭṭalib ebbe dieci figli maschi. I loro nomi erano al-Ḥārith, al-Zubayr, Abū Ṭālib, ʿAbdullah, Ḥamza, Abū Lahab, al-Ghaydaq, al-Muqawwim, Ṣafār e al-ʿAbbās. Alcuni hanno detto che fossero undici: uno si chiamava Qaṯam. Altri hanno detto che fossero tredici: uno si chiamava ʿAbd al-Kaʿba e un altro Hujal. Coloro che hanno menzionato dieci figli dicono che ʿAbd al-Kaʿba era un altro nome di al-Muqawwim e che Hujal era un altro nome di al-Ghaydaq. ʿAbd al-Muṭṭalib non ebbe alcun figlio di nome Qaṯam. Ebbe sei figlie. I loro nomi erano Umm al-Ḥakīm, il cui altro nome era Bayḍāʾ, Bayra, ʿĀtika, Ṣafiyya, ʿArwā e Umayma. (Talqīḥ al-Fuhūm, pp. 8-9; Raḥmat li-l-ʿĀlamīn, vol. 2, pp. 56, 66.)

3) ʿAbdullah era il padre del Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace. La madre di ʿAbdullah si chiamava Fāṭima. Era figlia di ʿAmr ibn ʿĀbid ibn ʿImrān ibn Makhzūm ibn Yaqẓa ibn Murra. Tra i figli di ʿAbd al-Muṭṭalib, ʿAbdullah era il più bello, virtuoso e amato. Era chiamato al-Dhabīḥ, cioè “colui che era stato sacrificato”. La ragione era che, dopo che i figli di ʿAbd al-Muṭṭalib erano diventati dieci e avevano raggiunto un’età sufficiente a difendersi da soli, ʿAbd al-Muṭṭalib comunicò loro il proprio voto. In seguito scrisse tutti i loro nomi sulle frecce usate per consultare il destino e, dopo averli scritti, le consegnò al custode dell’idolo Hubal. Quando il custode effettuò il sorteggio, uscì il nome di ʿAbdullah. ʿAbd al-Muṭṭalib prese ʿAbdullah per mano, afferrò un coltello e lo condusse accanto alla Kaʿba per sacrificarlo. Ma i Quraysh, e in particolare Abū Ṭālib, fratello di ʿAbdullah, si opposero. ʿAbd al-Muṭṭalib disse: “Se vi opponete, come potrò adempiere il mio voto?”. Essi gli consigliarono di rivolgersi a una donna indovina per trovare una soluzione. ʿAbd al-Muṭṭalib andò da una donna indovina. Ella gli consigliò di scrivere i nomi di ʿAbdullah e di dieci cammelli e di procedere al sorteggio. Disse inoltre che, qualora fosse uscito il nome di ʿAbdullah, avrebbe dovuto aggiungere ogni volta dieci cammelli, finché Allah non fosse stato soddisfatto. Poi avrebbe dovuto sacrificare il numero di cammelli risultante dal sorteggio. ʿAbd al-Muṭṭalib tornò indietro e iniziò a eseguire il sorteggio, ossia la qurʿa. Nel primo sorteggio di dieci non uscì il nome di ʿAbdullah. Continuò quindi ad aggiungere dieci cammelli alla volta. Quando si arrivò a cento cammelli, uscì il nome di ʿAbdullah. ʿAbd al-Muṭṭalib sacrificò cento cammelli e li lasciò lì. Nessun essere umano né animale ne fu tenuto lontano. Prima di questo evento, tra i Quraysh e gli Arabi, il prezzo del sangue era di dieci cammelli. Dopo questo evento fu portato a cento cammelli. Anche l’Islam mantenne tale quantità. Il Nobile Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, disse: “Sono figlio di due uomini destinati al sacrificio: uno è il venerabile Ismāʿīl, che Allah gli conceda la pace, e l’altro è mio padre ʿAbdullah”. (Ibn Hishām, vol. 1, pp. 151-155; Raḥmat li-l-ʿĀlamīn, vol. 2, pp. 89-90; Mukhtaṣar Sīrat al-Rasūl, Shaykh ʿAbd al-Wahhāb Najdī, pp. 22-23.)

ʿAbd al-Muṭṭalib scelse Āmina come sposa per suo figlio ʿAbdullah. Āmina era figlia di Wahb ibn ʿAbd Manāf ibn Zuhra ibn Kilāb. Essi erano considerati i migliori tra i Quraysh per nobiltà di stirpe. Il padre di Āmina era il capo della tribù dei Banū Zuhra per nobiltà genealogica e prestigio. Dopo il matrimonio, la signora Āmina lasciò la casa paterna e si trasferì nella casa del marito. Dopo qualche tempo, ʿAbd al-Muṭṭalib mandò ʿAbdullah a Medina per procurarsi dei datteri. ʿAbdullah morì là.

Alcuni autori di opere sulla sīra hanno scritto che ʿAbdullah si recò in Siria per commerciare. Durante il viaggio di ritorno alla Mecca con una carovana commerciale dei Quraysh, si ammalò, si fermò a Medina e morì là. Fu sepolto nella casa di Nābigha al-Jaʿdī. All’epoca aveva venticinque anni. Secondo la maggior parte degli storici, il Messaggero di Allah non era ancora nato. Secondo alcuni, il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, nacque due mesi prima della morte di suo padre. (Ibn Hishām, vol. 1, pp. 156, 158; Fiqh al-Siyar, Muḥammad al-Ghazālī, p. 45; Raḥmat li-l-ʿĀlamīn, vol. 2, p. 91.)

Dopo aver ricevuto la notizia della morte del marito, Āmina recitò con voce spezzata dal dolore: “La terra di Baṭḥā è rimasta priva di un discendente di Hāshim. La morte lo ha chiamato, ed egli ha risposto: ‘Eccomi’. Egli giace in un luogo tra Rāng e Khurūsh. La morte non ha lasciato ora alcun uomo simile a Ibn Hāshim. Ricordo quel pomeriggio in cui la gente lo portò via su una barella. Sebbene la morte abbia cancellato la sua esistenza, non potrà cancellare le sue opere. Era un grande donatore e un uomo misericordioso”. (Ṭabaqāt di Ibn Saʿd, vol. 1, p. 62.)

Al momento della sua morte lasciò cinque cammelli, un gregge di capre e una schiava abissina. La schiava si chiamava Baraka e il suo kunya era Umm Ayman. Fu lei ad allattare il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace. (Mukhtaṣar al-Sīra, Shaykh ʿAbdullah, p. 12; Talqīḥ al-Fuhūm, p. 14; Ṣaḥīḥ Muslim, vol. 2, p. 16.)

La venuta del Messaggero di Allah e i quarant’anni della sua vita pura

La sua nascita benedetta

Il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, nacque a Mecca, nella tribù dei Banū Hāshim, lunedì 9 Rabīʿ al-Awwal. Nello stesso anno ebbe luogo l’episodio della guerra dell’Elefante. In quel periodo erano trascorsi quarant’anni dall’ascesa al trono dell’imperatore Nūshirwān. La data di nascita fu il 20 o il 22 aprile, nell’anno 571 dell’era cristiana. Sayyid Sulaymān Nadwī, Salmān Mansūrpūrī e Muḥammad Bāshā Falakī hanno fornito queste informazioni dopo averle esaminate. (Tārīkh Khazrām, vol. 1, p. 62; Raḥmat lil-ʿĀlamīn, vol. 1, pp. 3, 39)

Secondo la narrazione di Ibn Saʿd, la madre del Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, raccontò che, quando egli nacque, dal suo corpo uscì una luce grazie alla quale i palazzi del paese di Shām furono illuminati. L’Imām Aḥmad ha riferito una narrazione quasi analoga da ʿIrbāḍ ibn Sāriya. (Mukhtaṣar al-Sīra, Shaykh ʿAbdullāh, p. 12)

In alcune narrazioni si riferisce che, come preludio alla profezia, al momento della nascita del Messaggero di Allah si manifestarono alcuni eventi: quattordici colonne del palazzo reale di Kisrā crollarono, il fuoco degli adoratori del fuoco si spense e la chiesa di Baḥīrā fu distrutta. Questa è la narrazione di Bayhaqī. Tuttavia, Muḥammad al-Ghazālī non ha sostenuto tale narrazione. (Mukhtaṣar al-Sīra, p. 12)

Dopo la nascita, sua madre annunciò al nonno, ʿAbd al-Muṭṭalib, la nascita del nipote. Egli fu molto felice e, con grande gioia, lo portò alla Kaʿba, pregò Allah e Gli rese grazie. In quell’occasione gli diede il nome Muḥammad. Secondo l’usanza araba, lo fece circoncidere il settimo giorno. Dopo sua madre, lo allattò Thuwayba, schiava di Abū Lahab. Allora il bambino che Thuwayba teneva in grembo si chiamava Masrūḥ. Thuwayba aveva allattato prima di lui Ḥamza ibn ʿAbd al-Muṭṭalib e, dopo di lui, Abū Salama Samā ibn ʿAbd al-Asad al-Makhzūmī. (Talqīḥ al-Fuhūm, p. 4; Mukhtaṣar al-Sīra, Shaykh ʿAbdullāh, p. 13)

La posizione della tribù dei Banū Saʿd

Era usanza degli abitanti delle città arabe affidare i propri bambini a donne beduine incaricate di allattarli, per proteggerli dalle malattie delle città. In questo modo il corpo dei bambini diventava robusto e forte. Un altro scopo era che, durante il periodo dell’allattamento, potessero imparare la lingua araba nella sua forma pura. Seguendo questa usanza, ʿAbd al-Muṭṭalib cercò una nutrice e affidò suo nipote a Ḥalīma bint Abī Dhuʾayb. Questa donna apparteneva ai Banū Saʿd ibn Bakr. Suo marito si chiamava Ḥārith ibn ʿAbd al-ʿUzzā e il suo kunyā era Abū Kabsha. Anche lui apparteneva alla tribù dei Banū Saʿd.

I figli di Ḥārith erano fratelli e sorelle di latte del Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace. I loro nomi erano ʿAbdullāh, Anīsa e Ḥudhāfa, o Judhāma. Il titolo di Ḥalīma era Shaymā, ed era soprattutto con questo nome che era conosciuta. Fu lei ad allattare al seno il Messaggero di Allah. Inoltre, Abū Sufyān ibn Ḥārith ibn ʿAbd al-Muṭṭalib, che era cugino del Messaggero di Allah, fu anch’egli suo fratello di latte tramite Ḥalīma. Anche suo zio Ḥamza ibn ʿAbd al-Muṭṭalib era stato affidato, per essere allattato, a una donna della tribù dei Banū Saʿd. Durante il periodo in cui si trovava presso la signora Ḥalīma, anche questa donna allattò un giorno il Messaggero di Allah. Perciò egli e Ḥamza erano entrambi fratelli di latte attraverso due linee: da una parte tramite Thuwayba e dall’altra tramite questa donna della tribù dei Banū Saʿd. (Zād al-Maʿād, vol. 1, p. 19)

Durante il periodo dell’allattamento, Ḥalima, che Allah sia soddisfatto di lei, fu testimone di eventi così straordinari legati alla benedizione del Nobile Profeta, il Messaggero di Allah, che rimase stupefatta e meravigliata. Ascoltiamo il racconto dettagliato direttamente dalle sue labbra. Secondo la narrazione di Ibn Isḥāq, Ḥalima disse: «Partii dalla nostra città insieme a mio marito, al nostro bambino affidato alle nostre cure per l’allattamento e ad alcune donne della tribù dei Banū Saʿd. Era un anno di carestia. Ovunque regnavano povertà e miseria. Ero in sella a un’asina. Avevamo con noi anche una cammella, ma essa non dava neppure una goccia di latte. Il bambino che allattavo si agitava per i morsi della fame e di notte non riuscivo a dormire. Anche il mio seno era privo di latte, e la cammella non ne dava. Trascorrevamo le giornate sperando nella pioggia e in tempi più agiati. Quando partimmo da casa, l’asina sulla quale ero in sella cominciò a procedere così lentamente che tutti i membri della carovana si irritarono. Ci recammo alla Mecca in cerca di un bambino da allattare. A tutte le donne della nostra carovana fu offerto di prendere con sé il Messaggero di Allah, ma tutte rifiutarono di accettarlo perché era privo del padre, cioè orfano. Ognuna sperava infatti di ricevere un buon compenso dalla famiglia del bambino. Che cosa avrebbe mai potuto dare una madre vedova? Per questo nessuna di noi fu disposta a prenderlo.»

Nel frattempo, ogni donna della nostra carovana aveva trovato un bambino, mentre io non ne avevo trovato nessuno. Al momento del ritorno dissi a mio marito: “Non mi piace tornare a mani vuote. Piuttosto, prenderò proprio quel bambino”. Mio marito acconsentì e disse: “Forse, per mezzo suo, Allah l’Altissimo ci concederà la benedizione”. Allora andai e lo presi con me.

Ḥalima, che Allah sia soddisfatto di lei, disse: «Quando tornai all’accampamento con il bambino, entrambi i miei seni erano pieni di latte. Il bambino bevve a sazietà, e anche il suo fratello di latte bevve a sazietà. Poi entrambi si addormentarono serenamente. Prima di allora, invece, mio figlio non riusciva a dormire per i morsi della fame. Nel frattempo mio marito andò a mungere la cammella e si accorse che le sue mammelle erano piene di latte. La munse così tanto che bevemmo fino a saziarci. Trascorremmo la notte in grande agio. Al mattino mio marito mi disse: “Per Dio, Ḥalima, hai preso con te un bambino colmo di benedizioni”. Io risposi: “Anch’io la penso così”.»

Ḥalima disse: «Poi la nostra carovana si mise in viaggio. Salii in sella alla mia asina debole, tenendo il bambino in grembo. L’asina procedette così rapidamente da superare tutte le altre asine. Le donne che viaggiavano con me, meravigliate, dissero: “O figlia di Abū Zubayr, guarda un po’ verso di noi: non è forse questa la stessa asina sulla quale eri venuta?”. Risposi: “Sì, è proprio quella”. Dissero: “Certamente c’è in essa qualcosa di speciale”.»

Poi tornammo alle nostre case nella tribù dei Banū Saʿd. Non sapevo se esistesse una regione più povera e colpita dalla carestia della nostra. Dopo il nostro ritorno, quando le nostre capre andavano al pascolo, tornavano con lo stomaco pieno e le mammelle colme. Le mungevamo e bevevamo il loro latte, mentre in quel periodo nessun altro riusciva a ottenere latte: le mammelle dei loro animali erano completamente prive di latte. La gente della nostra tribù diceva ai pastori: “Disgraziati, fate pascolare le vostre capre nella stessa zona in cui fa pascolare le sue la figlia di Zubayr”. Eppure le loro capre tornavano ancora a stomaco vuoto; nelle loro mammelle non si trovava neppure una goccia di latte. Le mie capre, invece, tornavano con lo stomaco pieno e le mammelle colme. In questo modo cominciammo a vedere la misericordia e la benedizione di Allah l’Altissimo. Quando il bambino compì due anni, lo svezzammo. Rispetto agli altri bambini, era più sano, robusto e ben sviluppato. Poi lo portammo da sua madre. Poiché avevamo constatato le benedizioni ricevute grazie a lui, desideravamo che il bambino rimanesse con noi. Espressi questo desiderio alla madre del bambino. Dopo averglielo chiesto e ripetuto con insistenti suppliche, la signora Āmina mi riconsegnò il bambino. (Ibn Hishām, vol. 1, pp. 162-164)

L’episodio dell’apertura del petto

Anche dopo lo svezzamento, il piccolo Muḥammad rimase presso la tribù dei Banū Saʿd. Quando aveva quattro o cinque anni, si verificò l’episodio dell’apertura del petto. (La maggior parte degli autori di biografie del Profeta ha espresso questa opinione. Dalla narrazione di Ibn Isḥāq, tuttavia, risulta che l’episodio avvenne quando aveva tre anni. Ibn Hishām, vol. 1, pp. 164-165.)

Il racconto dettagliato di questo episodio è riportato nel Ṣaḥīḥ Muslim, da Anas, che Allah sia soddisfatto di lui. Vi si narra che Jibrīl, su di lui la pace, si recò dal Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace. In quel momento il Messaggero di Allah stava giocando con altri bambini. Jibrīl lo fece sdraiare, gli aprì il petto e ne estrasse il cuore; poi ne estrasse una parte e disse: “Questa è la parte di Satana che è dentro di te”. Dopodiché pose il cuore su un piatto, lo lavò con acqua del pozzo di Zamzam e quindi lo ricollocò al suo posto. Gli altri bambini corsero dalla signora Ḥalima e dissero: “Muḥammad è stato ucciso!”. I familiari accorsero e lo trovarono seduto con il volto pallido. (Ṣaḥīḥ Muslim, capitolo al-Isrāʾ, vol. 1, p. 92)

Nell’affetto della madre e nelle cure amorevoli del nonno

Dopo questo episodio, Bibi Halima fu presa dalla paura. Riportò il bambino da sua madre. Fino all’età di sei anni egli visse sotto l’ombra affettuosa della madre. (Talqih al-Fuhum, p. 7; Ibn Hisham, vol. I, p. 168)

Nel frattempo, la venerabile Amina desiderò visitare la tomba del marito defunto. Accompagnata dal figlio Muhammad, dalla serva Umm Ayman e dal suocero al-Muttalib, percorse quasi cinquecento chilometri e giunse a Medina. Dopo esservi trattenuta per un mese, si mise in viaggio verso Mecca. Giunta ad Abwa, località situata a metà strada tra Mecca e Medina, Bibi Amina si ammalò gravemente. La malattia continuò a peggiorare e infine ella morì ad Abwa. (Ibn Hisham, vol. I, p. 168; Talkhis al-Fuhum, p. 7; Fiqh al-Sira, al-Ghazali, p. 50)

L’anziano Abd al-Muttalib giunse a Mecca insieme al nipote. Nel suo cuore ardeva l’affetto per il nipote, rimasto senza padre né madre. I ricordi del passato gli gravavano sul cuore. Amava quel nipote orfano di padre e di madre più di quanto amasse ciascuno dei propri figli e figlie. Per ironia del destino, il fanciullo Muhammad era allora completamente solo; tuttavia Abd al-Muttalib non gli permetteva di sentirsi solo. Lo amava e lo onorava più di chiunque altro. Ibn Hisham scrive che per Abd al-Muttalib veniva steso un giaciglio all’ombra della Kaaba. Tutti i suoi figli sedevano attorno a quel giaciglio. Quando arrivava Muhammad, però, egli si sedeva proprio sul giaciglio. Era ancora un bambino piccolo. Suo zio cercava di allontanarlo dal giaciglio, ma Abd al-Muttalib diceva: «Non allontanatelo. Il suo rango è straordinario». Poi lo faceva sedere accanto a sé. E non si limitava a farlo sedere: teneva sempre con sé l’amato nipote. Le attività del fanciullo Muhammad gli procuravano gioia. (Ibn Hisham, vol. I, p. 168)

Quando egli ebbe otto anni, due mesi e dieci giorni, venne meno anche l’ombra affettuosa del nonno. Abd al-Muttalib morì. Prima di morire, affidò al proprio figlio Abu Talib la raccomandazione di prendersi cura in modo particolare del nipote. Abu Talib e Abd Allah erano figli della stessa madre. (Talqih al-Fuhum, p. 7; Ibn Hisham, vol. I, p. 149)

Sotto l’affetto e le cure amorevoli dello zio

Abu Talib allevò suo nipote con profondo affetto e tenerezza. Lo accolse tra i propri figli; anzi, lo amava più dei suoi stessi figli e lo sostenne per più di quarant’anni. Abu Talib stringeva rapporti di inimicizia o di amicizia con le persone tenendo sempre presenti gli interessi dell’amato nipote.

Alla ricerca della misericordia di Allah

Ibn Asakir ha riferito, sulla base della narrazione di Jalahama ibn Arafat: «Giunsi alla Mecca. Ovunque c’era carestia, causata dalla siccità e dall’assenza di piogge. Gli abitanti dei Quraysh chiesero ad Abu Talib di pregare per ottenere la pioggia. Abu Talib uscì accompagnato da un ragazzo. Il ragazzo sembrava un sole coperto dalle nuvole. Intorno vi erano anche altri ragazzi. Abu Talib giunse con quel ragazzo davanti alla Kaaba. Gli fece appoggiare la schiena alla parete della Kaaba. Il ragazzo vi appoggiò le dita. Nel cielo non c’era neppure un frammento di nuvola. Ma poco dopo l’intero cielo si coprì di nuvole e cominciò a piovere a dirotto. La città e le campagne divennero rigogliose e fertili. In seguito, alludendo a questo episodio, Abu Talib disse: “Egli è bello; dal suo volto si spera la misericordia della pioggia. Egli è il rifugio degli orfani e il protettore delle vedove”». (Mukhtasar us-Sirah, Shaykh Abdullah, pp. 15-16)

Il monaco Bahira

Quando il Profeta Muhammad, sallallahu alayhi wa sallam, ebbe dodici anni — secondo un’altra versione, dodici anni, due mesi e dieci giorni — (Talqihul Fuhum, Ibn al-Jawzi, p. 7), Abu Talib partì con lui per la Siria a scopo commerciale. Giunti a Bosra, montarono le tende in un luogo. A quel tempo Sera era la capitale del regno romano nella penisola arabica. In quella città viveva un monaco di nome Jirjis, conosciuto come Bahira. Dopo che la carovana ebbe montato le tende, Bahira uscì dalla chiesa, si recò dagli uomini della carovana e offrì loro ospitalità. Il monaco Bahira, infatti, non usciva mai dalla sua chiesa. Riconobbe il Messaggero di Allah, sallallahu alayhi wa sallam, gli prese la mano e disse: “Egli è il Sayyid al-Alamin. Allah lo invierà come Rahmat lil-Alamin”. Abu Talib chiese a Bahira: “Come lo avete capito?”. Egli rispose: “Dopo che siete giunti in questa regione, tutti gli alberi e le pietre qui presenti si sono inchinati in sajdah in onore di questo ragazzo. Essi non si prostrano davanti a nessuno se non a un profeta. Inoltre, l’ho riconosciuto dal sigillo della profezia. Esso si trova accanto all’osso morbido sotto la sua spalla e ha l’aspetto di una mela. Abbiamo visto menzionarlo nei nostri testi religiosi”.

Dopodiché il monaco Bahira disse ad Abu Talib: “Rimandatelo alla Mecca. Non portatelo in Siria. Gli Ebrei potrebbero fargli del male”. Seguendo questo consiglio, Abu Talib rimandò alla Mecca il suo amato nipote, accompagnato da alcuni servi (Mukhtasar us-Sirah, Shaykh Abdullah, p. 16; Ibn Hisham, p. 16). In Tirmidhi e in altre opere si riferisce che egli tornò alla Mecca insieme a Bilal; ma ciò è errato. Bilal non era ancora nato. E anche se fosse già nato, non era conosciuto da Abu Bakr. Zad al-Ma‘ad, vol. 1, p. 17).

La battaglia di Fijar

Quando il Profeta e Messaggero di Allah, sallallahu alayhi wa sallam, aveva quindici anni, ebbe inizio la battaglia di Fijar. In quella guerra, da una parte c’erano i Quraysh, insieme ai Banu Kinana, e dall’altra i Qays Aylan. Il capo dei Quraysh e dei Kinana era Harb ibn Umayya. Grazie alla sua età e al prestigio della sua discendenza, era tenuto in grande considerazione dai Quraysh. Anche i Banu Kinana lo rispettavano. Nella prima fase della battaglia, i Qays prevalsero sui Kinana. Ma prima di mezzogiorno, i Kinana presero il sopravvento sui Qays. Questa guerra fu chiamata “battaglia di Fijar” perché furono violate sia l’inviolabilità del santuario sia quella dei mesi sacri. Anche il Messaggero di Allah, sallallahu alayhi wa sallam, partecipò a questa guerra. Passava le frecce ai suoi zii. (Ibn Hisham, vol. 1, pp. 184-186; Qalb-e Jazirat al-Arab, p. 360; Tarikh al-Khazrami, vol. 1, p. 63)

Hilf al-Fudul

Dopo la battaglia di Fijar, nel mese proibito di Dhu al-Qadah, ebbe luogo l’Hilf al-Fudul. Fu organizzato da alcune tribù, tra cui i Quraysh — vale a dire i Banu Hashim, i Banu Muttalib, i Banu Asad ibn Abd al-Uzza, i Banu Zuhra ibn Kilab e i Banu Taym ibn Murra. Tutti si riunirono nella casa di Abdullah ibn Judan al-Taymi. Erano persone universalmente rispettate per età e nobiltà. Si impegnarono reciprocamente a contrastare ogni forma di ingiustizia e oppressione commessa alla Mecca.

Che si trattasse di un abitante della Mecca o di una persona venuta da fuori, se fosse stata oppressa, si sarebbe posto rimedio all’oppressione e le sarebbe stato restituito il suo diritto. Il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, era presente a questa assemblea. Dopo aver ricevuto la profezia, ricordando questo episodio, diceva: «Ho partecipato, nella casa di ʿAbdullah ibn Judʿān, a un patto che non scambierei nemmeno con cammelli rossi. Se, in epoca islamica, fossi stato invitato a rispettare quel patto, vi avrei certamente partecipato». (Ibn Hishām, vol. 1, pp. 133-135; Mukhtaṣar al-Sīra, Shaykh ʿAbdullah, pp. 30-31)

Il fondamento di questo patto era l’eliminazione di tutte le ingiustizie dell’epoca dell’ignoranza. Si dice che la causa del patto fosse la seguente: un uomo di Zubayr era venuto alla Mecca con alcune merci. ʿĀṣ ibn Wāʾil le acquistò da lui, ma non ne pagò il prezzo. Il venditore si rivolse ad ʿAbd al-Dār, ai Makhzūm, ai Jumāḥ, ai Sahm e ai ʿAdī, chiedendo aiuto contro ʿĀṣ ibn Wāʾil. Tuttavia, nessuno diede importanza alla questione. Allora quell’uomo salì sul monte Abū Qubays e recitò a gran voce alcuni versi poetici, nei quali descriveva l’ingiustizia subita.

A quel punto al-Zubayr ibn ʿAbd al-Muṭṭalib si mise a darsi da fare e disse: «Perché non c’è nessuno che aiuti quest’uomo?». Grazie ai suoi sforzi, le tribù menzionate si riunirono. Prima stipularono il patto, poi si recarono da ʿĀṣ ibn Wāʾil e gli fecero pagare il prezzo delle merci vendute. (Mukhtaṣar al-Sīra, pp. 30-31)

Una vita di lotta

In gioventù il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, non aveva un’attività specifica. Tuttavia, da diverse narrazioni si apprende che pascolava le capre. Pascolava le capre della tribù dei Banū Saʿd. (Ibn Hishām, vol. 1, pp. 62, 166)

Pascolava anche le capre di varie persone della Mecca in cambio di alcuni qirāt come compenso. (Ṣaḥīḥ al-Bukhārī, vol. 1, p. 301) All’età di venticinque anni si recò in Siria con le merci commerciali della signora Khadīja, che Allah sia soddisfatto di lei. Ibn Isḥāq narra che Khadīja bint Khuwaylid era una donna nobile e ricca. Acquistava merci per diverse persone e poi le vendeva, trattenendo una parte del profitto. Tutta la tribù dei Quraysh si dedicava al commercio. La signora Khadīja, avendo sentito parlare dell’onestà, della moralità e della mitezza del Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, gli mandò una proposta per affidargli un incarico commerciale. Gli propose di portare con sé il suo schiavo Maysara e disse anche che gli avrebbe dato un compenso superiore a quello che corrispondeva agli altri. Il Messaggero di Allah accettò la proposta e si recò in Siria con le merci commerciali della signora Khadīja, accompagnato dal suo schiavo Maysara. (Ibn Hishām, vol. 1, pp. 187-188)

Il matrimonio con la signora Khadīja

Dopo che il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, fece ritorno alla Mecca dal viaggio commerciale, la signora Khadīja notò che questa volta il suo profitto era molto maggiore rispetto al passato. Inoltre, sentì dal servo Maysara grandi elogi per l’elevata moralità, l’onestà, l’imparzialità e le altre virtù del Messaggero di Allah. Dopo aver ascoltato tutto ciò, si innamorò segretamente di lui. In precedenza, importanti capi e uomini di rilievo avevano chiesto la mano della signora Khadīja, ma ella non aveva accettato nessuna proposta. Espresse il suo desiderio segreto alla sua amica Nafīsa bint Munabbih. Nafīsa andò a parlare con il Messaggero di Allah. Egli acconsentì e si consultò con suo zio. I suoi zii discussero con lo zio di Khadīja e inviarono una proposta di matrimonio. In seguito, il matrimonio ebbe luogo. A questo matrimonio erano presenti i personaggi di rilievo dei Banū Hāshim e della tribù di Muḍar.

Il matrimonio fu celebrato due mesi dopo il ritorno dal viaggio commerciale in Siria. Il Messaggero di Allah offrì venti cammelli come dote nuziale. A quel tempo Khadija aveva quarant’anni. Era la più illustre tra le donne per intelligenza, bellezza, ricchezza e nobiltà d’origine. Questo fu il primo matrimonio del Messaggero di Allah con Khadija. Finché Khadija rimase in vita, il Messaggero di Allah non contrasse matrimonio con nessun’altra donna. (Ibn Hisham, vol. I, pp. 189-190; Fiqh al-Sira, p. 59; Talkhis al-Fuhum, p. 7)

Tutti i figli del Messaggero di Allah, eccetto Ibrahim, nacquero da Khadija. Il primo a nascere fu Qasim. Per questo il Messaggero di Allah era chiamato Abu al-Qasim, cioè «padre di Qasim». Dopo Qasim nacquero Zaynab, Ruqayya, Umm Kulthum, Fatima e Abd Allah. Abd Allah aveva gli epiteti di Tayyib e Tahir. Tutti i figli maschi morirono durante l’infanzia. Le figlie vissero fino all’epoca dell’Islam. Abbracciarono tutte l’Islam e ottennero l’onore dell’Egira. Tutte, tranne Fatima, morirono durante la vita del Messaggero di Allah. Fatima, che Allah sia soddisfatto di lei, morì sei mesi dopo la morte di suo padre, il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace. (Ibn Hisham, vol. I, pp. 190-191; Fiqh al-Sira, p. 60; Fath al-Bari, vol. VII, p. 105. Vi sono alcune divergenze nei dati storici; ho riportato quello che mi è sembrato più corretto.)

La costruzione della Kaaba e la risoluzione della disputa sulla Pietra Nera

Quando il Profeta, il Messaggero di Allah, aveva trentacinque anni, i Quraysh iniziarono a ricostruire la Kaaba. La ragione di questa iniziativa era che la Kaaba era circondata da quattro pareti, di altezza solo leggermente superiore a quella di un uomo. Ai tempi del profeta Ismaele, che la pace sia su di lui, queste pareti erano alte nove cubiti e non vi era alcun tetto sopra di esse. Approfittando di questa situazione, alcuni malfattori rubarono i beni custoditi all’interno. Inoltre, era trascorso molto tempo dalla sua costruzione: l’edificio era ormai vecchio e sulle pareti si erano formate delle crepe. Quell’anno, poi, si verificò una violenta inondazione, la cui corrente si diresse verso la Kaaba. Per questi motivi vi era il timore che la Kaaba potesse crollare da un momento all’altro. Perciò i Quraysh ritennero necessario ricostruirla.

A quel punto i Quraysh decisero che per la costruzione della Kaaba sarebbero stati utilizzati soltanto beni ottenuti con mezzi leciti. Non si sarebbero potuti utilizzare i guadagni delle prostitute, il denaro degli interessi né alcuna ricchezza ottenuta ingiustamente.

Per ricostruire la Kaaba era necessario demolire il vecchio edificio. Tuttavia, nessuno aveva il coraggio di abbatterlo. Alla fine, al-Walid ibn al-Mughira al-Makhzumi iniziò per primo la demolizione. Quando tutti videro che nessuna disgrazia era accaduta a al-Walid, parteciparono alla demolizione. Dopo aver abbattuto anche la parte costruita dal profeta Ibrahim, che la pace sia su di lui, iniziarono la ricostruzione. A ogni tribù era stata assegnata una parte dei lavori, e ciascuna tribù cominciò la propria opera. I lavori erano supervisionati da un architetto romano di nome Baqum. Quando l’edificio raggiunse l’altezza della Pietra Nera, sorse il problema di chi dovesse collocarla. Si trattava di un compito di grande sacralità e prestigio. La disputa proseguì per quattro o cinque giorni e assunse una gravità tale da far temere che si arrivasse allo spargimento di sangue. Abu Umayya al-Makhzumi propose allora una soluzione: tutti avrebbero accettato il giudizio di chi fosse entrato per primo dalla porta della Moschea Sacra l’indomani all’alba. Tutti accettarono la proposta. Il mattino seguente il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, fu il primo a entrare nella Kaaba. Fu quindi scelto come arbitro. Il Messaggero di Allah stese con le proprie mani un mantello sul terreno e pose la pietra sul mantello; poi ordinò ai membri delle tribù in disputa di afferrare ciascuno un lembo del mantello e di trasportare la pietra fino al luogo stabilito. Essi fecero così. Dopo aver portato il mantello nel luogo designato, il Messaggero di Allah collocò la pietra al suo posto con le proprie mani. Questa decisione fu estremamente saggia e intelligente. Tutte le parti in disputa ne furono soddisfatte e nessuno ebbe motivo di lamentarsi.

Nel frattempo, i Quraysh si trovarono a corto di denaro lecito. Per questo ridussero di circa sei cubiti la lunghezza della Kaaba sul lato settentrionale. Questa parte è chiamata Hijr e Hatim. A quel punto i Quraysh innalzarono notevolmente la porta della Kaaba, affinché soltanto le persone da loro autorizzate potessero entrarvi. Dopo aver portato le pareti a un’altezza uniforme di quindici cubiti, eressero all’interno sei colonne e vi costruirono sopra un tetto. Al termine dei lavori, la Kaaba assunse una forma quadrangolare. Attualmente l’altezza della Kaaba è di quindici metri. La parete del lato in cui si trova la Pietra Nera e le pareti di fronte a essa, cioè quelle dei lati nord e sud, sono alte dieci metri ciascuna. La Pietra Nera si trova a un’altezza di un metro e mezzo dal suolo. La parete sul lato della porta e la parte frontale sono alte dodici metri rispetto alle pareti orientale e occidentale. La porta si trova a due metri dal suolo. Alla base delle pareti vi è, tutto intorno, una sporgenza a forma di sedia, alta venticinque centimetri e lunga trenta centimetri. Essa è chiamata Shadharwan. In realtà fa anch’essa parte della Kaaba, ma i Quraysh sospesero i lavori di costruzione di questa sezione. (Per una descrizione dettagliata, si vedano Ibn Hisham, vol. I, pp. 192-197; Fiqh al-Sira, p. 62; Sahih al-Bukhari, vol. I, pp. 1-2, 15.)

La vita prima della profezia

Le qualità e le caratteristiche che si trovano separatamente tra persone appartenenti a classi diverse erano riunite nel Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, in modo completo e unitario. Egli era un’altissima vetta di lungimiranza, amore per la verità e riflessione. In lui erano presenti al massimo grado la limpidezza e la maturità del pensiero, nonché la purezza degli intenti e degli obiettivi. Durante i lunghi periodi di silenzio riceveva l’aiuto di Allah a sostegno della verità e della giustizia. Dotato di un intelletto limpido, raffinato e assennato, di un carattere nobile e di una visione elevata, meditava profondamente sulla vita degli uomini, soprattutto sui suoi diversi problemi. Attraverso questa meditazione vide gli uomini immersi in ogni sorta di corruzione, e il suo cuore si riempì di disgusto. Ne fu profondamente addolorato. Si tenne lontano dalle persone immerse nei vortici della corruzione. Dopo aver acquisito una corretta comprensione della vita umana, partecipava per quanto possibile al bene dell’umanità e, per il resto del tempo, tornava nel mondo della solitudine a lui prediletta. Non toccò mai il vino, non mangiò mai la carne degli animali macellati presso i santuari e non partecipò mai alle feste, fiere e simili organizzate per gli idoli.

Fin dall’inizio provava un odio profondo per le false divinità chiamate idoli. Non aveva mai provato verso nient’altro un odio così grande. Non riusciva neppure a tollerare i giuramenti pronunciati in nome di al-Lāt e al-ʿUzzā. (La prova di ciò si trova nell’episodio di Buhayra. (Ibn Hishām, vol. 1, p. 128).

Non c’è dubbio che il destino avesse steso su di lui l’ombra della protezione. Quando il suo cuore desiderava ardentemente ottenere qualcosa di terreno, o sorgeva in lui il desiderio di seguire usanze vane e detestabili, Allah l’Altissimo lo teneva lontano da tali cose.

In una narrazione di Ibn Athīr si riferisce che il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, disse: «Non ho mai desiderato fare più di due volte le cose che la gente dell’epoca dell’ignoranza era solita fare. E anche in quelle due occasioni Allah pose un impedimento.»

Dopo di allora, il desiderio di compiere simili azioni non sorse mai più nel mio cuore. Nel frattempo, Allah l’Altissimo mi aveva onorato con la profezia. Un giorno dissi al ragazzo che pascolava le capre con me nei dintorni della Mecca: «Se potessi sorvegliare le mie capre, io andrei alla Mecca e parteciperei, come gli altri giovani, alle riunioni notturne di chiacchiere e racconti». Il pastore acconsentì. Mi incamminai verso la Mecca. Giunto presso la prima casa, udii il suono degli strumenti musicali. Alla mia domanda, qualcuno rispose: «Si sta celebrando il matrimonio del tale con la talaltra». Mi sedetti per ascoltare. Allah l’Altissimo mi fece chiudere le orecchie e mi addormentai. Quando mi svegliai, dopo che il calore del sole aveva raggiunto il mio corpo, tornai dal pastore nei dintorni della Mecca. Dopo che egli ebbe chiesto spiegazioni, gli raccontai tutto nei dettagli. Un altro giorno, dicendo la stessa cosa, raggiunsi la Mecca dal pastore, ma accadde esattamente ciò che era accaduto la prima notte. Dopo di allora, nel mio cuore non sorse mai più un simile desiderio sconveniente». (Hammām al-Jabbābī ha dichiarato autentico questo ḥadīth; Ibn Kathīr, invece, lo ha definito debole nella sua opera al-Bidāya wa-n-Nihāya, vol. 2, p. 287).

Nel Ṣaḥīḥ di al-Bukhārī è riportato, da Jābir ibn ʿAbd Allāh, che Allah sia soddisfatto di lui, che quando la Kaʿba veniva costruita, il nobile Profeta, il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, e ʿAbbās stavano rompendo le pietre. ʿAbbās disse al Messaggero di Allah: «Togliti il telo che porti alla vita e mettitelo sulla spalla; così ti proteggerai dalla polvere delle pietre». Non appena si tolse il telo, egli cadde a terra, poi alzò lo sguardo verso il cielo e svenne. Poco dopo, quando riprese conoscenza, disse: «Il mio telo, il mio telo». Quindi gli fu nuovamente fatto indossare il telo. In una narrazione si afferma che, dopo questo episodio, le sue parti intime non furono mai più viste. (Ṣaḥīḥ al-Bukhārī, capitolo sulla costruzione della Kaʿba, vol. 1, p. 540).

Il nobile Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, era unico e distinto per le sue azioni lodevoli, il suo carattere nobile e virtuoso e la dolcezza del suo temperamento. Era superiore a tutti per personalità, dotato del carattere più nobile, il miglior vicino, il più lungimirante, il più sincero di tutti, il più compassionevole e colui che possedeva il cuore più puro e limpido. Nel compiere il bene e nel pronunciare buone parole era più sollecito e più degno di lode di chiunque altro. Era il più esemplare nell’adempiere le promesse. Nell’affidabilità non aveva eguali. La sua gente lo chiamava al-Amīn, «il Fidato». Riuniva in sé tutte le qualità più lodevoli. Khadīja, che Allah sia soddisfatto di lei, ha testimoniato che egli portava i fardelli degli afflitti, tendeva una mano d’aiuto ai poveri e ai sofferenti, offriva ospitalità e contribuiva all’affermazione della verità e della giustizia. (Ṣaḥīḥ al-Bukhārī, vol. 1, p. 3).

(Allah l’Altissimo inviò la rivelazione al Suo Messaggero dicendo:) «O tu che sei avvolto nel mantello (Muhammad), alzati, lascia il tuo giaciglio, ammonisci gli uomini del mondo sulle conseguenze del rifiuto della fede e proclama tu stesso la grandezza del tuo Signore». (Sūra al-Muddaththir, 1-3)

4

Nella sua stessa casa era uno straniero: tredici anni di ingiustizie e persecuzioni

Le diverse fasi della predicazione

All’interno della grotta di Hira, sotto l’ombra della missione profetica

L’età di Muhammad, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, si avvicinava ai quarant’anni. A causa della sua personalità limpida e inflessibile, la distanza mentale e ideologica tra lui e il suo popolo era notevolmente aumentata. In questa situazione, il Messaggero iniziò ad amare la solitudine. Portando con sé sattu e acqua, cominciò a trascorrere il tempo nella grotta del monte Hira, situata a circa due miglia dalla Mecca. Era una piccola grotta, lunga quattro gaz e larga poco meno di due gaz. Non era profonda verso il basso. Si trovava all’estremità superiore, nel punto d’incontro con l’altopiano, accanto a un piccolo sentiero. Dopo che l’amato Messaggero iniziò a recarsi in questa grotta, anche la signora Khadija lo accompagnava e si fermava in qualche luogo nelle vicinanze. L’amato Messaggero trascorreva in questa grotta l’intero mese di Ramadan. Rifletteva sul mondo visibile e sui miracoli della potenza divina che operano al di là di esso. Non riusciva a tollerare l’idolatria e la vita corrotta della gente del suo popolo. Tuttavia, davanti a lui non vi era alcun cammino chiaro, alcun metodo definito né alcun programma contrario alla situazione esistente, seguendo i quali avrebbe potuto vivere e ottenere serenità e pace interiore. (Rahmatul lil-‘Alamin, vol. 1, p. 47; Ibn Hisham, vol. 1, pp. 235-236; Tafsir fi Zilalil Qur’an — Sayyid Qutb il martire, pp. 29, 66.) L’amore del Messaggero per la solitudine era in realtà parte della saggezza di Allah. In questo modo Allah lo preparava al gravoso incarico futuro. In effetti, è naturale che colui che si accinge ad apportare un cambiamento rivoluzionario nel corso della vita, offrendo soluzioni ai problemi concreti dell’esistenza umana, trascorra per qualche tempo in solitudine, lontano dal frastuono e dal tumulto dell’ambiente circostante, in un luogo privo di rumore.

Secondo questo principio, Allah preparava gradualmente il Suo amato Messaggero a sostenere l’immenso peso della fiducia affidatagli e ad assolvere la storica responsabilità di trasformare il corso della vita dell’umanità intera. Tre anni prima di affidargli tale responsabilità, aveva già stabilito per lui il ritiro nella meditazione. In questa solitudine egli rimaneva talvolta assorto nella meditazione per un mese intero. Durante questo viaggio spirituale rifletteva profondamente e conduceva ricerche sui misteri della creazione, affinché, una volta ricevute le istruzioni necessarie, fosse in grado di assolvere adeguatamente il proprio compito. (Tafsir fi Zilalil Qur’an, juz’ 29, pp. 166-167. È necessario ricordare che queste sono le pagine dell’edizione araba del commentario. Le pagine potrebbero non coincidere con quelle della traduzione bengalese pubblicata dalla Bangladesh Al-Qur’an Academy di Londra.)

L’arrivo di Gabriele con la rivelazione

Quarant’anni è l’età della piena maturità dell’essere umano. I profeti ricevono la rivelazione proprio a questa età. Dopo che l’amato Messaggero ebbe compiuto quarant’anni, i segni della profezia iniziarono a brillare all’orizzonte della sua vita. Questi segni si manifestavano attraverso i sogni. In quel periodo, ogni sogno che l’amato Messaggero vedeva si manifestava con la chiarezza del mattino luminoso. Trascorsero sei mesi in questo stato. Questo periodo costituisce la quarantaseiesima parte del periodo della profezia, la cui durata complessiva è di ventitré anni. Nel terzo anno del suo ritiro solitario nella grotta del monte Hira, Allah desiderò irrorare gli abitanti del mondo con il flusso della Sua misericordia. Fu allora che Allah conferì la profezia al Suo amato Messaggero. Gabriele, che Allah gli conceda la pace, giunse portando alcuni versetti del Santo Corano. (Hafiz Ibn Hajar al-‘Asqalani ha scritto, e al-Bayhaqi ha riferito, che il periodo dei sogni durò sei mesi; cioè, egli vide sogni in momenti diversi nell’arco di sei mesi. Pertanto, l’inizio della profezia attraverso i sogni avvenne nel mese di Rabi‘ al-awwal, dopo il compimento dei quarant’anni. Questo era il mese della nascita dell’amato Messaggero. La prima rivelazione ricevuta da lui nello stato di veglia giunse nel mese di Ramadan. (Fath al-Bari, vol. 1, p. 27.)

Secondo le informazioni ricavate dallo studio delle prove e degli argomenti storici, nonché del Corano e di vari altri libri, si sa che la prima rivelazione giunse nella notte di lunedì, il 21 del mese di Ramadan. Secondo il calendario lunare, a quel tempo il Messaggero nobile, Hazrat Muhammad Mustafa Ahmad Mujtaba, pace e benedizioni di Allah su di lui, aveva 40 anni, 6 mesi e 12 giorni.

La sua età al momento della discesa della rivelazione

Vi è divergenza tra gli storici riguardo al mese in cui il Profeta amato ricevette la profezia. Secondo la maggior parte degli autori di biografie profetiche, il Messaggero amato ricevette la profezia nel mese di Rabi al-Awwal. Alcuni hanno detto nel mese di Ramadan, altri nel mese di Rajab. Si veda Mukhtasarus-Sirah, opera dello Shaykh Abdullah, vol. 1, p. 75. A mio giudizio, fu nel mese di Ramadan. È corretto dire che la discesa della rivelazione, cioè il conferimento della profezia, avvenne allora. Infatti, nel Corano Allah l’Altissimo ha detto che il Corano fu fatto scendere proprio nel mese di Ramadan. Allah l’Altissimo ha inoltre detto che il Corano fu fatto scendere nella Notte del Destino. La Notte del Destino si verifica nel mese di Ramadan. Allah l’Altissimo ha anche detto: «In verità, lo abbiamo fatto scendere in una notte benedetta e avvertiamo la gente del castigo». Un ulteriore argomento a favore della discesa del Corano nel mese di Ramadan è che il Messaggero si dedicava alla meditazione nella grotta di Hira durante il mese di Ramadan. Fu proprio nella grotta di Hira che Hazrat Gabriele, pace su di lui, venne da lui.

Tra coloro che hanno menzionato la discesa del Corano nel mese di Ramadan vi è poi divergenza riguardo al giorno preciso di Ramadan in cui esso discese. Alcuni dicono il sette, altri il diciotto (si vedano Mukhtasarus-Sirah, vol. 1, p. 75, e Rahmatul lil-Alamin, vol. 1, p. 49). Allamah Hazrami ha scritto che il diciassette è la data corretta.

(Si vedano Tarikh-e Hazrami, vol. 1, p. 69, e Tarikh-e At-Tashrih al-Islami, pp. 5, 6, 7). A questo proposito ho dato la preferenza al 21 di Ramadan. Tuttavia, nessuno ha indicato il 21 di Ramadan come l’inizio della discesa del Corano. Il mio ragionamento è il seguente: secondo la maggior parte degli autori di biografie profetiche, l’avvento del Messaggero avvenne di lunedì. Ne è prova anche un hadith narrato da Hazrat Qatada, che Allah sia soddisfatto di lui. Egli disse: quando al Messaggero amato fu chiesto del lunedì, rispose: «In questo giorno sono nato. In questo giorno mi è stata conferita la profezia». Sahih Muslim, vol. 1, p. 368; Musnad Ahmad, vol. 5, pp. 297, 299; Bayhaqi, vol. 4, pp. 286, 300; Hakim, vol. 2, pp. 2, 6. Quell’anno il mese di Ramadan cadde di lunedì il 7, il 14, il 21 e l’8. È dimostrato da narrazioni autentiche che la Notte del Destino si verifica nelle notti dispari del mese di Ramadan e ricorre in una notte dispari. Allah l’Altissimo ha detto che il Corano fu fatto scendere nella Notte del Destino. Esaminando i lunedì dell’anno in cui ricevette la profezia, si può concludere che nacque di lunedì, il 21 di Ramadan, e che proprio in quella data ricevette la profezia.

Ascoltiamo il resoconto dettagliato di questo evento dalle parole di Hazrat Aisha, che Allah sia soddisfatto di lei. La discesa del Corano fu l’apparizione di una fiamma di luce miracolosa; al suo splendore svanì l’oscurità dell’errore e dello smarrimento. Il corso della storia cambiò in seguito a questo evento.

Hazrat Aisha, che Allah sia soddisfatto di lei, disse: l’inizio della rivelazione al Messaggero amato avvenne attraverso i sogni. Ogni sogno che faceva si manifestava come il chiarore del mattino. In seguito divenne incline alla solitudine. Trascorreva il tempo nella devozione e nel culto nella grotta di Hira, e in quel periodo non tornava a casa per diversi giorni consecutivi. Quando terminavano le provviste e le bevande, tornava nuovamente a casa per procurarsele. A un certo punto Hazrat Gabriele, pace su di lui, venne da lui e gli disse: «Leggi». Egli rispose: «Non so leggere». L’angelo lo strinse al petto e lo premette con forza, dicendo: «Leggi». Egli disse: «Sentii come se tutte le mie forze fossero state spremute via». Poi l’angelo lo lasciò e disse: «Leggi». Egli rispose: «Io non so leggere». Di nuovo l’angelo mi strinse al petto e mi premette.

Poi lo lasciò e disse: «Leggi». Per la terza volta lo strinse al petto e lo premette con forza, quindi disse: «Leggi: Iqra bi-ismi rabbika alladhi khalaq». (Fino a «Allama al-insana ma lam ya’lam» fu fatta scendere la rivelazione.) Cioè: «Leggi nel nome del tuo Signore che ha creato».

Dopo la discesa di questi versetti, il nobile Profeta tornò a casa. Il suo petto palpitava. Disse a sua moglie, Khadija bint Khuwaylid: «Coprimi con una coperta, coprimi con una coperta». La signora Khadija avvolse il nobile Profeta in una coperta e lo fece sdraiare. La sua paura svanì.

Dopo aver raccontato tutto alla signora Khadija, il nobile Messaggero disse: «Che cosa mi è successo? Temo per la mia vita». La signora Khadija lo rassicurò dicendo: «Allah non ti umilierà mai. Tu rispetti i diritti dei parenti, aiuti le persone in difficoltà, offri ospitalità e sostieni l’affermazione della verità».

La signora Khadija portò quindi il nobile Profeta da suo cugino Waraqa ibn Nawfal. Waraqa ibn Nawfal ibn Asad ibn ʿAbd al-ʿUzzā era cristiano nell’epoca dell’Ignoranza. Sapeva scrivere in ebraico. Per quanto Allah gli concedesse la capacità, scriveva il Vangelo in ebraico. A quel tempo era ormai molto anziano e cieco. La signora Khadija disse: «Caro fratello, ascolta ciò che ha da dirti tuo nipote». Waraqa disse: «Nipote mio, che cosa hai visto?»

Il Messaggero raccontò dettagliatamente tutto ciò che aveva visto. Dopo aver ascoltato, Waraqa disse: «Egli è l’angelo che venne da Mosè, pace su di lui. Ah, se fossi ancora vivo quando il tuo popolo ti scaccerà!» Il Messaggero, stupito, disse: «Il mio popolo mi scaccerà davvero?» Waraqa rispose: «Sì. Ogni volta che qualcuno ha ricevuto un messaggio di questo genere, è stato trattato con ostilità. Se sarò vivo, ti aiuterò certamente». Poco tempo dopo, Waraqa morì. In seguito, la rivelazione cessò improvvisamente [questa narrazione è riportata, con lievi modifiche, nel capitolo “Come fu rivelata la rivelazione” di Sahih al-Bukhari, vol. 1, pp. 2-3].

Dalle narrazioni di al-Tabari e Ibn Hisham si apprende che, anche quando la rivelazione cessò, egli rimase per qualche tempo nella grotta di Hira e vi completò il periodo stabilito, per poi tornare alla Mecca. La narrazione di al-Tabari tratta anche dell’uscita del Messaggero dalla sua casa. Essa è la seguente.

Nel descrivere il suo stato mentale dopo la rivelazione, il nobile Messaggero, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, disse: «Tra le creature di Allah, i poeti e i pazzi erano ciò che detestavo di più. A causa dell’intenso odio che provavo per loro, non desideravo nemmeno alzare lo sguardo verso di loro. Dopo aver ricevuto la rivelazione, pensai tra me: “I Quraysh mi chiameranno poeta o pazzo?” Dopo questo pensiero, riflettei di salire sulla cima di una montagna, scendere e porre fine alla mia vita. Salii infatti su una montagna. Quando ero giunto a metà del pendio, improvvisamente si udì una voce dal cielo: “O Muhammad, tu sei il Messaggero di Allah. Io sono Jibril”. Dopo aver udito quella voce, il nobile Messaggero racconta: “Guardai verso il cielo e vidi Jibril, in forma umana, in piedi all’orizzonte. Disse: ‘O Muhammad, tu sei il Messaggero di Allah; sono Jibril’. Il Messaggero racconta: ‘Rimasi immobile: non riuscivo né ad andare avanti né a tornare indietro. Ovunque guardassi nel cielo, vedevo Jibril. Rimasi lì in piedi. Nel frattempo, Khadija mandò delle persone a cercarmi. Dopo avermi cercato, tornarono alla Mecca».

Dopo che Jibril se ne fu andato, tornai a casa mia. Mi sedetti appoggiandomi alla coscia di Khadija. Ella disse: «Abu al-Qasim, dove sei stato? Ho mandato un uomo a cercarti; è andato alla Mecca, ti ha cercato, ma non ti ha trovato». Le raccontai allora tutto ciò che avevo visto. Ella disse: «O mio cugino, rallegrati e rimani saldo. Spero che tu divenga il Profeta di questa ummah». Poi si recò da Waraqa ibn Nawfal e gli raccontò tutto. Dopo aver ascoltato, egli disse: «Per Colui nelle cui mani è la vita di Waraqa, da lui è venuto l’angelo che venne da Mosè, pace su di lui. Muhammad è il Profeta di questa ummah. Digli di rimanere saldo».

In seguito, la signora Khadija tornò e riferì al Messaggero ciò che aveva detto Waraqa. Il nobile Profeta completò il periodo stabilito della sua permanenza nella grotta di Hira e venne alla Mecca. In quel momento, Waraqa ibn Nawfal disse: «Per Colui nelle cui mani è la mia vita, tu sei il Profeta di questa ummah. Da te è venuto il grande angelo che venne da Mosè, pace su di lui». (Hizab, p. 207; Ibn Hisham, vol. 1, pp. 237-238. Tuttavia, nutro dubbi sull’autenticità di questa narrazione. L’incontro con Waraqa ebbe luogo subito dopo la discesa della rivelazione. Dopo aver esaminato gli hadith riportati da al-Bukhari, si deve concludere che l’incontro con Waraqa ebbe luogo alla Mecca, subito dopo aver ricevuto la rivelazione.)

La temporanea sospensione della rivelazione

Per quanto tempo rimase sospesa la rivelazione in quel periodo? Ibn Saʿd ha citato a questo proposito una narrazione di Ibn ʿAbbas. In essa si afferma che la rivelazione rimase sospesa per alcuni giorni. Considerando tutti gli elementi, questa narrazione sembra essere quella più corretta. È diventata famosa l’idea che la rivelazione sia rimasta sospesa per due anni e mezzo o tre anni; questo resoconto non è autentico. Non è necessario discutere qui le prove e gli argomenti relativi a tale questione. (Nella nota n. 11 è stata fornita qualche spiegazione al riguardo.)

Durante la sospensione della rivelazione, il nobile Messaggero era triste e preoccupato. Si trovava in uno stato di agitazione mentale e di ansia. In una narrazione del Kitab at-Taʿbir del Sahih al-Bukhari si riferisce che, dopo la sospensione della rivelazione, il nobile Messaggero era talmente agitato e preoccupato che più volte salì sulla cima di alte montagne, da dove avrebbe voluto gettarsi giù. Ma quando saliva sulla montagna, Jibril veniva da lui e diceva: «O Muhammad, tu sei il prediletto Messaggero di Allah». Dopo aver udito queste parole, egli si fermava; la sua ansia e la sua agitazione svanivano. Tornava a casa con animo sereno. Poiché la rivelazione non riprendeva, tornava a essere inquieto. Allora Jibril si presentava e diceva: «O Muhammad, tu sei il Messaggero di Allah». (Sahih al-Bukhari, Kitab at-Taʿbir, Ruʾya Salihah, vol. 2, p. 1034.)

Il ritorno di Jibril con la rivelazione

Hafiz Ibn Hajar ha scritto che la ragione per cui la rivelazione rimase sospesa per qualche tempo era che la paura da lui provata potesse svanire e che nel suo cuore si risvegliassero il desiderio e l’attesa di ricevere nuovamente la rivelazione. (Fath al-Bari, vol. 1, p. 27)

Dopo che lo stupore ebbe lasciato il posto alla lucidità, la realtà gli si manifestò chiaramente ed egli comprese con certezza di essere diventato il Profeta di Allah. Riuscì inoltre a capire che colui che era venuto da lui era il portatore del messaggio della rivelazione, il messaggero delle notizie celesti. Quando questa convinzione si fu saldamente radicata nel suo cuore, cominciò ad attendere con desiderio la rivelazione. Decise che doveva rimanere saldo e assumersi questo incarico. In questa fase del suo stato d’animo, Jibril tornò e si presentò nuovamente a lui. Nel Sahih al-Bukhari è riportato, da Jabir ibn ʿAbd Allah, che egli aveva ascoltato dalla bocca del nobile Profeta il racconto della sospensione della rivelazione. Il Messaggero disse: «Stavo camminando, quando all’improvviso udii una voce provenire dal cielo. Guardai verso il cielo e vidi quell’angelo che era venuto da me nella grotta di Hira. Era seduto su un trono tra il cielo e la terra. Preso dalla paura, distolsi lo sguardo. Poi tornai a casa e dissi a mia moglie: “Avvolgimi nella coperta, avvolgimi nella coperta”. Mia moglie mi avvolse nella coperta e mi fece sdraiare. Dopo ciò, Allah l’Altissimo fece discendere la sura al-Muddaththir fino alle parole “e allontanati dall’idolatria”. Da quel momento la rivelazione cominciò a scendere frequentemente. (Sahih al-Bukhari, Kitab at-Tafsir, capitolo “E allontanati dall’idolatria”, vol. 2, p. 733.) In questa narrazione è inoltre riportato che il Messaggero disse: “Ho praticato l’iʿtikaf nella grotta di Hira. Dopo aver completato l’iʿtikaf, scesi. Poi, mentre avanzavo attraverso la pianura, fui chiamato. Guardai a destra, a sinistra, davanti e dietro di me, ma non vidi nulla. Guardai verso l’alto e vidi quell’angelo…” Da tutti i resoconti degli autori della sira risulta che il Messaggero praticava l’iʿtikaf nella grotta di Hira durante il mese di Ramadan. Nel terzo Ramadan Jibril venne da lui portando la rivelazione. Egli trascorreva l’intero mese di Ramadan in iʿtikaf e tornava a Mecca nelle prime ore del mattino del primo Shawwal. Collegando questo resoconto alle narrazioni citate, si può concludere che la rivelazione della prima parte della sura al-Muddaththir fu fatta discendere dieci giorni dopo la prima rivelazione; in altre parole, la durata della sospensione della rivelazione fu di dieci giorni.»

Le diverse forme della rivelazione

Prima di passare alla trattazione della vita iniziata dal nobile Profeta dopo la discesa della rivelazione su di lui, cioè dopo che ebbe ricevuto la profezia, è necessario esaminare le diverse forme della rivelazione. Ciò permetterà di ottenere una chiara comprensione della messaggeria e della profezia. L’Allama Ibn al-Qayyim ha menzionato le seguenti forme di rivelazione:

Uno. Veri sogni: la rivelazione al Messaggero attraverso i sogni.

Due. L’angelo gli faceva penetrare delle parole nel cuore senza mostrarsi a lui. Come disse il nobile Profeta: «Lo Spirito Santo fece penetrare nel mio cuore che nessun uomo morirà prima di aver ricevuto il sostentamento che gli è stato destinato». Temete dunque Allah e cercate ciò che è buono. Non cercate il sostentamento disobbedendo ad Allah, poiché ciò che si trova presso Allah non si ottiene se non attraverso l’obbedienza a Lui.

Tre. L’angelo assumeva forma umana e gli parlava. Il nobile Messaggero memorizzava tutto ciò che egli diceva. Talvolta, in quel periodo, anche i Compagni riuscivano a vedere gli angeli.

Quattro. La rivelazione giungeva al Messaggero con un suono tintinnante, simile al rintocco di una campana. Questa era la forma più intensa della rivelazione. In quel momento l’angelo gli appariva e, sebbene fosse pieno inverno, il nobile Profeta iniziava a sudare. Il sudore gli colava dalla fronte. Se era in groppa a un cammello, l’animale si sedeva a terra. Una volta la rivelazione giunse mentre la sua coscia era appoggiata sulla coscia di Zayd ibn Thabit; Zayd la sentì così pesante che ebbe l’impressione che la sua coscia stesse per essere schiacciata.

Cinque. Vedeva l’angelo nella sua forma autentica. In quello stato, la rivelazione discendeva su di lui per volontà di Allah. Ciò accadde due volte. Allah l’Altissimo lo ha menzionato nella nobile sura an-Najm.

Sei. Nella notte del Mi‘raj, l’obbligo della preghiera e le rivelazioni riguardanti altre questioni furono fatte discendere in cielo. Il nobile Profeta si trovava allora in cielo.

Sette. Allah l’Altissimo parlava direttamente, senza la mediazione di un angelo, come aveva parlato al profeta Musa, su di lui la pace. La prova che Allah parlò con Musa si trova nel Corano. La prova che Allah parlò con il nobile Profeta si trova negli hadith del Mi‘raj.

Otto. Alcuni hanno menzionato un’ulteriore forma: parlare direttamente con Allah l’Altissimo, faccia a faccia e senza velo. Tuttavia, su questo punto è possibile divergere d’opinione (Zad al-Ma‘ad, vol. 1, p. 18).

L’ingiunzione del tabligh

Le istruzioni impartite al nobile Profeta nei primi versetti della sura al-Muddaththir appaiono, a prima vista, brevi e semplici, ma in realtà sono estremamente ampie e profonde nel loro significato. La loro efficacia e il loro impatto sulla vita reale sono straordinari.

Uno. L’obiettivo ultimo dell’ordine di ammonire è informare tutti delle terribili conseguenze delle azioni che nel mondo vengono compiute contro la volontà di Allah. Tale ammonimento deve essere impartito in modo da suscitare nella mente e nel cuore delle persone uno stato di timore per il castigo di Allah l’Altissimo.

Due. L’obiettivo ultimo della descrizione del Rabb è che, sulla terra di Allah, rimanga salda soltanto la Sua supremazia; non si deve permettere che prevalga quella di chiunque altro. Al contrario, l’autorità e il dominio di ogni altra cosa devono essere annientati. Così, sulla terra di Allah, soltanto la Sua supremazia e la Sua maestà saranno manifestate e riconosciute.

Tre. L’obiettivo ultimo della purificazione e della pulizia degli abiti è mantenere puri e puliti tutti gli aspetti, esteriori e interiori, fino a raggiungere una condizione tale da trovare rifugio all’ombra della misericordia di Allah l’Altissimo. Ciò è possibile soltanto attraverso la Sua guida e la Sua luce. Dopo aver raggiunto la purezza e la pulizia menzionate, il cuore si volgerà verso Allah e in esso si risveglieranno la Sua supremazia e la Sua maestà. Di conseguenza, gli abitanti del mondo intero, sia nell’opposizione sia nell’obbedienza, Gli resteranno vicini. Egli sarà il centro di ogni cosa.

Quattro. L’obiettivo ultimo del non aspettarsi una ricompensa maggiore dopo aver mostrato misericordia o fatto del bene a qualcuno è non considerare eccellenti le proprie opere né attribuire loro un’importanza eccessiva. Al contrario, si deve continuare a impegnarsi e a sforzarsi in un’opera dopo l’altra. Anche dopo aver compiuto grandi sacrifici e offerte, bisogna considerarli poca cosa. In altre parole, alla luce del ricordo di Allah e del timore di dover rispondere davanti a Lui, si devono ritenere piccoli e insignificanti i propri sforzi e le proprie opere.

Cinque. Nell’ultimo versetto vi è un’indicazione: dopo l’inizio dell’opera della da‘wa da parte di Allah, i nemici causeranno sofferenza attraverso l’opposizione, le risate, gli scherni, le derisioni e simili, e tenteranno con ogni mezzo di uccidere il nobile Profeta e i suoi compagni. Egli dovrà affrontare tutto ciò. In tali circostanze dovrà perseverare con fermezza e pazienza. Questa pazienza non sarà per la tranquillità del cuore, bensì per la soddisfazione di Allah l’Altissimo e per la diffusione e la propagazione della Sua religione. Infatti Allah l’Altissimo ha detto: «Wa li-rabbika fasbir», cioè: «Sii paziente per il tuo Signore».

Che meraviglia! In superficie, queste istruzioni sono così semplici, chiare e concise. La scelta delle parole è così leggera e poetica, ma nella pratica esse sono così ampie e ricche di significato. L’applicazione concreta di queste poche parole susciterà un grande clamore ovunque e stabilirà saldi legami di unità e armonia tra gli abitanti di ogni angolo del mondo.

Nei versetti citati sono presenti anche gli elementi della daʿwa e del tablīgh. Alcune azioni dei figli di Adamo hanno conseguenze negative. Tutti sanno che, per tutto ciò che l’essere umano fa, non riceve e non può ricevere in questo mondo la piena ricompensa. È dunque naturale che debba esistere un giorno in cui ogni azione sarà pienamente ricompensata. Quel giorno si chiama Giorno della Risurrezione. Una necessità imprescindibile della ricompensa in quel giorno è che debba esistere una vita diversa da quella che conduciamo in questo mondo.

In altri versetti, Allah l’Altissimo ha chiesto ai Suoi servi di essere seguaci del puro tawḥīd. Ha detto che il servo deve affidare ad Allah l’Altissimo tutti i propri desideri e aspirazioni. Deve anteporre la volontà di Allah ai desideri della propria anima e agli altri desideri umani. In questo modo si può adempiere alla responsabilità della daʿwa e del tablīgh. Queste condizioni sono le seguenti:

a. Il tawḥīd.

b. La fede nell’Aldilà.

c. Attribuire importanza alla tazkiyat al-nafs, cioè astenersi da ogni forma di oscenità e peccato, compiere più opere virtuose e cercare di rimanere saldi in esse.

d. Affidare tutte le proprie azioni ad Allah l’Altissimo.

e. Tutto ciò deve essere compiuto attraverso la fede nella profezia e nella missione apostolica del nobile Profeta e seguendo la sua straordinaria guida.

Questi versetti contengono direttive celesti. Allah, il Signore dei mondi, ha invitato il Suo nobile Profeta ad avanzare per compiere una grande opera. Gli ha ordinato di abbandonare il conforto del sonno e di scendere nell’arduo campo del jihād. Come Allah l’Altissimo ha detto nei primi versetti della Sura al-Muddaththir, solo chi vive per se stesso può condurre una vita agiata; ma come può dormire tranquillo colui sulle cui spalle grava il peso della responsabilità di guidare una vasta moltitudine di esseri umani? Che rapporto può avere con un letto caldo e con una vita confortevole? Esci per quella grande opera che ti attende. Avanza per sollevare il grande peso della responsabilità preparato per te. Avanza per lottare. Affronta la fatica. Il tempo del sonno e del riposo è ormai trascorso. Ora è tempo di veglia e di lunga fatica. Preparati a compiere quest’opera.

Questa direttiva è colma di grande significato. Essa fece uscire il Profeta prediletto da una vita agiata e lo gettò in un oceano insondabile, agitato dalle onde. Lo pose di fronte alla coscienza degli uomini e alla realtà della vita.

Poi l’amato Messaggero di Allah si alzò e rimase in piedi per più di vent’anni. Durante questo periodo rimase saldo e incrollabile nella lotta della vita. Abbandonò ogni agio e sacrificò la felicità, la pace e il benessere propri e della sua famiglia. Dopo essersi alzato, rimase sempre in quella condizione. Il suo compito era invitare sulla via di Allah. Si assunse questo incarico sulle proprie spalle senza alcuna costrizione. Questo incarico era un’amāna kubrā sulla terra, cioè il peso di una grande responsabilità: il peso dell’intera umanità, il peso dell’intero credo e della fede, il peso del jihād nei vari campi. Per più di vent’anni visse questa vita piena di lotte. Dopo aver ricevuto l’ordine celeste, non fu mai disattento o negligente riguardo al passaggio da una condizione all’altra. Che Allah l’Altissimo gli conceda, da parte nostra e da parte dell’intera umanità, la migliore ricompensa. (Tafsīr fī Ẓilāl al-Qurʾān, Sayyid Quṭb, martire, sūra al-Muzzammil, sūra al-Muddaththir, juzʾ 29, pp. 168, 167, 172) (volume originale in arabo).

Prima fase: iniziativa personale

Tre anni di daʿwa segreta

La Mecca era il centro della Penisola Arabica. Qui si trovavano i custodi e i supervisori della Kaʿba. Gli Arabi erano anche i guardiani degli idoli, che l’intera popolazione araba guardava con rispetto. Per questo, nella Mecca il successo degli sforzi di riforma era più difficile che in qualsiasi altro luogo. Qui era necessaria una tale fermezza d’animo da non lasciarsi spostare neppure di poco da alcun dolore, difficoltà, pericolo o ostacolo, e da rimanere invece saldi e incrollabili di fronte alle avversità. Pertanto, la strategia consisteva nel compiere inizialmente il lavoro di daʿwa e tablīgh in segreto, affinché tra gli abitanti della Mecca non sorgesse improvvisamente un tumulto.

Alcuni dei primi combattenti dell’Islam

È naturale che il Messaggero rivolgesse per primi l’invito alla religione a coloro che erano suoi parenti stretti e con i quali aveva un legame profondo. Avrebbe invitato prima la propria famiglia, i parenti e gli amici. Perciò l’amato Profeta invitò dapprima queste persone, nelle quali aveva notato un atteggiamento ricettivo. Inoltre, si rivolse a coloro dei quali sapeva che lo consideravano e lo rispettavano come un uomo veritiero, giusto, virtuoso e rispettoso dei princìpi.

In seguito all’invito del Messaggero di Allah, alcune persone abbracciarono l’Islam. Non avevano mai nutrito alcun dubbio sull’onestà, la veridicità e la magnanimità dell’amato Messaggero. Nella storia dell’Islam sono conosciuti come i Sābiqūn al-Awwalūn, i primi predecessori. Tra i primi della lista vi erano sua moglie, la Madre dei Credenti Khadīja bint Khuwaylid, e il suo schiavo liberato Zayd ibn Thābit ibn Sharāḥbīl al-Kalbī. (Era arrivato come schiavo catturato in guerra. In seguito, Khadīja ne divenne la padrona e lo donò al marito. Poi suo padre e suo zio vennero per portarlo via, ma egli preferì lasciare il padre e lo zio e rimanere con l’amato Messaggero. In seguito il Messaggero adottò il suo servitore Zayd come figlio adottivo, secondo l’usanza araba. Dopo questo avvenimento egli fu conosciuto come Zayd Muḥammad. Con l’avvento dell’Islam ebbe fine l’usanza araba dell’adozione dei figli.) Vi era anche suo cugino ʿAlī ibn Abī Ṭālib, che a quel tempo veniva allevato nella sua famiglia, e il suo intimo amico Abū Bakr al-Ṣiddīq, che Allah sia compiaciuto di tutti loro. Tutti costoro abbracciarono l’Islam fin dal primo giorno. (Raḥmatul lil-ʿĀlamīn, vol. 1, p. 50)

Dopo aver abbracciato l’Islam, Hadrat Abu Bakr al-Siddiq (ra) si dedicò alla propagazione dell’Islam. Era un uomo amato da tutti, dal carattere mite, dotato di eccellenti qualità morali e di animo generoso. Grazie ai suoi modi straordinari, la gente si recava continuamente da lui. In quel periodo, Hadrat Abu Bakr (ra) iniziò a invitare alla religione le persone fidate e affidabili. Awf, Hadrat Saʿd ibn Abi Waqqas e Hadrat Talha ibn Ubaydullah abbracciarono l’Islam. Essi furono tra i primi combattenti dell’Islam.

Tra i primi ad abbracciare l’Islam vi fu anche Hadrat Bilal (ra). Dopo di lui abbracciarono l’Islam Amin della comunità, Hadrat Abu Ubayda, Amir ibn Salama ibn Abd al-Asad, al-Arqam ibn Abi al-Arqam, Uthman ibn Mazʿun e i suoi due fratelli, Qudama e Abdullah, nonché Ubayda ibn al-Harith, al-Muttalib ibn Abd al-Manaf, Saʿid ibn Zayd e sua moglie, cioè Fatima bint Khattab, sorella di Umar, Khabbab ibn al-Aratt, Abdullah ibn Masʿud e altri. Nel loro insieme, appartenevano a diversi rami della tribù dei Quraysh. Ibn Hisham ha scritto che il loro numero superava i quaranta. (Vedi vol. 1, pp. 245-262.) Alcuni di loro furono annoverati tra i Sabiqin al-Awwalin, i primi credenti.

Ibn Ishaq ha narrato che, dopo che quei fortunati ebbero abbracciato l’Islam, gruppi di persone cercarono rifugio sotto la fresca ombra dell’Islam. In tutta Mecca si continuò a parlare dell’Islam, che si diffuse sempre più. (Sira di Ibn Hisham, vol. 1, p. 262)

Essi avevano abbracciato l’Islam in segreto. Il nobile Profeta li incontrava di nascosto per insegnare loro l’Islam e guidarli. Infatti, l’opera di propagazione si svolgeva in modo appartato e discreto. Dopo la rivelazione dei primi versetti della sura al-Muddaththir, le rivelazioni iniziarono a giungere frequentemente. In quel periodo, i versetti erano brevi, caratterizzati da un’affascinante musicalità e da una grande poeticità. Si armonizzavano perfettamente con l’ambiente. Questi versetti trattavano la tazkiya al-nafs, cioè la purificazione e l’abbellimento dell’anima, nonché le conseguenze nefaste dell’invischiarsi nelle illusioni del mondo. Inoltre, la descrizione del Paradiso e dell’Inferno era presentata in modo tale da sembrare visibile davanti agli occhi. Quei versetti conducevano attraverso luoghi completamente nuovi per quell’ambiente.

L’ingiunzione della preghiera

Tra le prime cose rivelate vi fu anche l’ingiunzione della preghiera. Muqatil ibn Sulayman dice che, agli inizi dell’Islam, Allah l’Altissimo stabilì due rakʿat di preghiera al mattino e due rakʿat alla sera. Infatti, Allah l’Altissimo dice: “Al mattino e alla sera prosternatevi davanti a Lui, glorificando il vostro Signore”.

Ibn Hajar dice che il nobile Messaggero e i suoi venerabili Compagni pregavano già prima dell’evento del Miʿraj. Tuttavia, vi è divergenza di opinioni riguardo al fatto che, prima delle cinque preghiere quotidiane, fosse obbligatoria qualche altra preghiera. Alcuni sostengono che fosse obbligatoria una preghiera prima del sorgere del sole e un’altra prima del suo tramonto.

Harith ibn Usama ha narrato da Zayd ibn Haritha questo hadith: quando la rivelazione giunse per la prima volta al nobile Profeta, Gabriele venne e gli insegnò innanzitutto il modo di compiere il wudu. Al termine del wudu, scagliò una manciata d’acqua sulle parti intime. Anche Ibn Majah ha narrato un hadith di questo genere. Hadith dello stesso tipo sono stati narrati anche da al-Bara ibn Azib e da Ibn Abbas. Nell’hadith narrato da Ibn Abbas si afferma che questa preghiera rientrava tra gli obblighi dei primi tempi. (Mukhtasar al-Sira, Shaykh Abdullah, p. 88.)

Ibn Hisham ha narrato che il nobile Messaggero e gli illustri Compagni si recavano sulle montagne durante l’ora della preghiera e pregavano in segreto. Un giorno Abu Talib sorprese il Messaggero e Ḥazrat ʿAlī (che Allah sia soddisfatto di lui) mentre pregavano. Chiese spiegazioni al riguardo. Dopo che glielo ebbero spiegato, egli disse: «Continuate a praticare questa consuetudine». (Ibn Hisham, vol. 1, p. 147).

Informare i Quraysh

Da diversi avvenimenti è stato dimostrato che, sebbene in quel periodo l’attività di predicazione fosse svolta in segreto, i Quraysh riuscivano a comprendere alcune cose. Tuttavia, non attribuirono alcuna importanza alla questione.

L’Imam Ghazali ha scritto che i Quraysh ricevevano notizie delle attività dei musulmani, ma non attribuivano loro alcuna importanza. Probabilmente consideravano Muḥammad (che Allah lo benedica e gli conceda la pace) una personalità religiosa tra quelle che parlavano di ascetismo e di rinuncia al mondo. Nella società araba vi erano persone di questo genere, come Umayya ibn Abi Salt, Quss ibn Saʿida, ʿAmr e Tufayl, tra gli altri. Tuttavia, i Quraysh notarono che la sua attività sembrava essere più intensa e di natura diversa. Con il passare del tempo, i Quraysh prestavano un’attenzione sempre maggiore alle attività religiose e alla predicazione del nobile Profeta. (Fiqh as-Sira, p. 76)

Per tre anni l’attività religiosa proseguì in segreto. Durante questo periodo si formò un gruppo di credenti. Esso si fondava sulla fratellanza e sull’aiuto reciproco. Essi trasmettevano il messaggio di Allah l’Altissimo e si adoperavano per portare questo messaggio a un livello più avanzato. In seguito Allah l’Altissimo fece scendere la rivelazione e impartì istruzioni al suo popolo. Oltre a invitare alla religione, fu ordinato di affrontare le forze del falso dei Quraysh e di mettere in evidenza gli aspetti dannosi dei loro idoli.

Seconda fase: la predicazione pubblica

La prima ingiunzione relativa alla predicazione

A questo proposito, per la prima volta Allah l’Altissimo fece scendere il comando: «O Profeta, ammonisci i tuoi parenti più prossimi riguardo al castigo di Allah». Questo è un versetto della sura ash-Shuʿara. In questa sura viene narrata per prima la vicenda di Ḥazrat Musa (pace su di lui). In altre parole, vi si racconta come Ḥazrat Musa (pace su di lui) ricevette la profezia e come, dopo essere emigrato con i Figli d’Israele, il Faraone, il suo popolo e i suoi seguaci furono sommersi e morirono nel Nilo. In altre parole ancora, questa sura presenta le diverse fasi della predicazione con cui Ḥazrat Musa (pace su di lui) invitò alla fede il Faraone e i Figli d’Israele.

Ritengo che, dopo aver comunicato al Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, l’ordine di predicare pubblicamente tra la sua gente, sia stato narrato l’episodio del profeta Mosè, pace su di lui, affinché egli avesse davanti a sé un esempio. Dopo aver proclamato pubblicamente l’invito alla religione, il profeta Mosè, pace su di lui, dovette affrontare situazioni avverse e subì ogni sorta di eccessi; affinché il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, e i nobili Compagni avessero sempre davanti agli occhi un esempio di ciò. D’altra parte, in questa sura si è discusso anche della sorte toccata a tutte le comunità che accusarono di menzogna i profeti: il Faraone e la sua gente, il popolo di Noè, gli ʿĀd, i Thamūd, il popolo di Abramo, il popolo di Lot e gli abitanti di al-Aykah. Probabilmente lo scopo era che coloro i quali avrebbero accusato di menzogna il Messaggero di Allah comprendessero quale sarebbe stata la loro sorte se fossero rimasti perseveranti in una simile condotta e quale castigo da parte di Allah avrebbero dovuto affrontare. Inoltre, i credenti avrebbero compreso che il buon esito sarebbe stato riservato proprio a loro, mentre la sorte di coloro che accusano il profeta di menzogna non sarebbe stata buona.

La predicazione tra i parenti prossimi

Dopo la rivelazione di questo versetto, come primo passo il nobile Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, riunì i Banū Hāshim. Con loro vi era anche un gruppo dei Banū al-Muṭṭalib ibn ʿAbd Manāf. Erano complessivamente quarantacinque persone. Abū Lahab colse l’occasione per parlare e disse: «Guardate, questi sono i tuoi zii e i tuoi cugini. Parla pure, ma non dare prova di stoltezza, e ricorda che il tuo clan non può affrontare tutta l’Arabia. Io ho più diritto degli altri a trattenerti. Per te sono sufficienti gli uomini della tua famiglia paterna. Se rimarrai fermo sulle tue parole, tutte le tribù dei Quraysh accorreranno con il loro sostegno. Che cosa accadrà allora? Tra i tuoi parenti paterni sarai tu l’uomo più distruttivo». Dopo aver ascoltato queste parole, il nobile Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, li riunì nuovamente e disse: «Ogni lode appartiene ad Allah l’Altissimo. Io Lo lodo e chiedo aiuto soltanto a Lui. Credo in Lui e confido in Lui. Testimonio che non vi è nessuno degno di essere adorato all’infuori di Allah. Egli è Uno e Unico e non ha associati». Poi il Messaggero di Allah disse: «Una guida non può dire una menzogna alla propria famiglia. Giuro per Allah, all’infuori del Quale non vi è alcuna divinità, che sono il Messaggero di Allah per voi in particolare e per tutti gli altri uomini in generale. Giuro per Allah: un giorno morirete come dormite; e un giorno sarete risuscitati come vi svegliate dal sonno. Poi vi sarà chiesto conto delle vostre azioni. Dopo di ciò vi sarà, per l’eternità, o il Paradiso o l’Inferno».

Udite queste parole, Abū Ṭālib disse: «Non occorre dire quanto mi faccia piacere aiutarti. Il tuo consiglio è degno di essere accolto e credo che le tue parole siano vere. Qui sono presenti tutti gli uomini della tua famiglia paterna, e io sono uno di loro. Perciò continua pure; io non sono favorevole ad abbandonare la religione di ʿAbd al-Muṭṭalib». Abū Lahab disse: «Giuro per Allah, questa è una cattiva azione. Sei stato tu il primo, prima degli altri, ad afferrargli la mano?». Abū Ṭālib rispose: «Giuro per Allah, finché resterò in vita continuerò a proteggerlo» (Fiqh al-Sīra, pp. 77, 88, opera di Ibn al-Athīr).

La predicazione sul monte Ṣafā

Quando il Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, comprese con certezza che Abū Ṭālib lo avrebbe aiutato nella predicazione della religione di Allah, un giorno salì sul monte Ṣafā e gridò: «Yā Ṣabāh!», cioè «Oh, il mattino!». A quei tempi, quando era necessario annunciare una notizia terribile, la gente saliva sulla cima di una montagna e continuava a gridare: «Yā Ṣabāh, yā Ṣabāh! Oh, il mattino!». Udendo quel grido, le tribù dei Quraysh si radunarono presso di lui. Egli li invitò a credere nell’unicità di Allah l’Altissimo, nella Sua messaggeria e nel Giorno della Resurrezione. Una parte di questo episodio è stata narrata nel Ṣaḥīḥ di al-Bukhārī da ʿAbd Allāh ibn ʿAbbās, che Allah sia soddisfatto di lui, nel modo seguente.

«O Profeta, ammonisci i tuoi parenti prossimi riguardo al castigo di Allah». Dopo la rivelazione di questo versetto del Corano, il nobile Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, salì sul monte Ṣafā e gridò: «O Banū Fihr, o Banū ʿAdī!». Udendo quel grido, tutti i capi dei Quraysh si riunirono. Chi non poteva recarsi personalmente mandò un rappresentante per sapere che cosa stesse accadendo. I Quraysh giunsero, e con loro vi era anche Abū Lahab. Egli disse: «Ditemi: se vi dicessi che nella pianura oltre questa montagna si nasconde un gruppo di cavalieri che vuole attaccarvi, mi credereste?». Tutti risposero: «Sì, ti crederemmo, perché non ti abbiamo mai sentito dire una menzogna». Il caro Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, disse: «Ascoltate: sono stato inviato per mettervi in guardia da un terribile castigo». Abū Lahab disse: «Possa tu perire! È per dirci questo che ci hai convocati qui?». Dopo che Abū Lahab ebbe pronunciato queste parole, Allah l’Altissimo fece scendere la sura al-Lahab, nella quale si dice: «Periscano le due mani di Abū Lahab, ed egli stesso perisca» (Ṣaḥīḥ al-Bukhārī, vol. II, pp. 706, 743; Ṣaḥīḥ Muslim, vol. I, p. 114).

Un’altra parte di questo episodio è stata menzionata dall’Imam Muslim nella sua raccolta autentica. Abū Hurayra, che Allah sia soddisfatto di lui, narrò questo hadith. Egli disse: dopo la rivelazione del versetto «Ammonisci i tuoi parenti prossimi riguardo al castigo di Allah», il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, lanciò il suo appello, in modo generale e particolare. Disse: «O comunità dei Quraysh, salvate voi stessi dal Fuoco dell’Inferno! O Banū Kaʿb, salvate voi stessi dal Fuoco dell’Inferno! O Fāṭima, figlia di Muḥammad, salva te stessa dal Fuoco dell’Inferno! Io sono stato incaricato di proteggervi dal castigo di Allah. Poiché vi è tra noi un legame di parentela, vi metterò in guardia al riguardo per quanto mi sarà possibile» (Ṣaḥīḥ Muslim, vol. I, p. 385).

L’annuncio pubblico della daʿwa

Mentre l’eco di questo appello risuonava ancora nei dintorni della Mecca, Allah l’Altissimo rivelò questo versetto: «Dichiara apertamente ciò che ti è stato ordinato e allontanati dagli associatori» (15, 94).

Dopodiché il Nobile Messaggero di Allah صلى الله عليه وسلم mise pubblicamente in luce la sozzura e i mali del politeismo e squarciò il velo della menzogna. Mise in evidenza la vacuità e l’inutilità degli idoli e ne svelò la vera natura. Continuò a spiegare, con vari esempi, che gli idoli erano privi di scopo e di potere. Dichiarò inoltre che coloro i quali adoravano tali idoli e li ponevano come intermediari tra sé e Allah erano in evidente perdizione.

Quando gli abitanti della Mecca udirono che i politeisti e gli adoratori degli idoli erano stati definiti traviati, furono accecati dall’ira. Fu come se un fulmine si fosse abbattuto su di loro; nella loro vita tranquilla e spensierata parve che si fosse scatenata una tempesta. Per questo i Quraysh si levarono per sradicare quella rivoluzione improvvisamente esplosa, poiché essa minacciava di cancellare i loro costumi e le loro pratiche politeistiche.

I Quraysh si levarono, preparandosi alla lotta. Sapevano infatti che negare a chiunque altro, all’infuori di Allah, il diritto di essere adorato e credere nella missione profetica e nell’Aldilà significava affidarsi completamente alla missione profetica e sottomettersi incondizionatamente ad essa. Ciò avrebbe eliminato non solo ogni diritto degli altri, ma persino qualsiasi autonomia sulla propria vita e sui propri beni. Significava che la superiorità e l’autorità religiosa esercitate dagli abitanti della Mecca sul popolo arabo sarebbero state cancellate. Da allora sarebbero state decisive soltanto la volontà e la decisione di Allah e del Suo Messaggero, e loro non avrebbero più potuto agire secondo i propri desideri. Avrebbero dovuto abbandonare le persecuzioni e le angherie che infliggevano alle classi inferiori e tutte le azioni spregevoli alle quali si dedicavano mattina e sera. I Quraysh comprendevano perfettamente il significato di tutto ciò; per questo non riuscivano ad accettare una condizione che ai loro occhi era umiliante. Ma il loro scopo non era ricercare alcun bene o beneficio: volevano piuttosto continuare a coinvolgersi in azioni ancora peggiori. Allah l’Altissimo dice: «Anzi, l’uomo desidera continuare a commettere il male in futuro» (5, 75).

I Quraysh comprendevano tutto questo, ma la difficoltà era che davanti a loro vi era un uomo sincero e degno di fiducia. Egli era il migliore esempio di virtù. Da molto tempo gli abitanti della Mecca non avevano né visto né udito tra i loro antenati un esempio simile; non riuscivano nemmeno a decidere come affrontare una personalità del genere. Erano stupiti, erano sbalorditi, e vi erano in realtà diversi motivi alla base del loro stupore.

Dopo aver riflettuto a lungo, i Quraysh decisero di recarsi da Abu Talib, lo zio dell’amato Profeta, e di chiedergli di impedire a suo nipote di proseguire nella sua opera. Per rendere la loro richiesta plausibile e credibile, prepararono questo argomento: invitare la gente ad abbandonare i loro dèi e affermare che essi non avevano il potere di fare né il bene né il male costituiva, in realtà, un’offesa e un grave insulto alle loro divinità.

Inoltre, ciò equivaleva a definire stolti e traviati i nostri padri, i nostri nonni, cioè i nostri antenati. Essi infatti avevano vissuto secondo la stessa religione in cui oggi crediamo. Dopo aver esposto ai Quraysh queste argomentazioni, riuscirono a convincerli facilmente, e questi vi aderirono rapidamente.

La delegazione dei Quraysh presso Abu Talib

Ibn Ishaq ha scritto: alcuni uomini di spicco tra i Quraysh andarono da Abu Talib e dissero: «Abu Talib, tuo nipote insulta le nostre divinità, definisce la nostra religione traviamento e accusa la nostra ragione di stoltezza. Considera traviati i nostri padri e i nostri nonni. O gli impedirai di parlare, oppure ti farai da parte tra lui e noi. Anche tu, infatti, credi nella stessa religione in cui crediamo noi. Siamo abbastanza capaci di occuparci di lui».

In risposta a questa richiesta, Abu Talib parlò con parole concilianti e svolse il ruolo di mediatore. Così essi se ne andarono. Il Messaggero di Allah continuò a predicare la religione nello stesso modo e si dedicò alla sua diffusione e alla sua propagazione (Ibn Hisham, vol. 1, p. 265).

Riunione d’emergenza per ostacolare i pellegrini

In quel periodo si presentò ai Quraysh un altro problema. Dopo che erano trascorsi alcuni mesi dall’inizio della predicazione pubblica dell’Islam, giunse la stagione del pellegrinaggio. I Quraysh sapevano che in quel periodo sarebbero giunte alla Mecca delegazioni da diverse regioni dell’Arabia. Per questo ritennero necessario diffondere sul Profeta nobile, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, parole tali da impedire che la predicazione del Messaggero di Allah producesse alcun effetto sugli Arabi. Per discuterne, si riunirono presso al-Walid ibn al-Mughira. Al-Walid disse: «Innanzitutto dovete essere tutti d’accordo, affinché non accada che uno di voi smentisca ciò che dice un altro. Tra voi non deve esserci alcuna divergenza». I visitatori dissero: «Dicci tu che cosa dobbiamo dire». Al-Walid rispose: «Dite, e io ascolterò». Alcuni allora dissero: «Diremo che è un indovino». Al-Walid disse: «No, non è un indovino. Ho visto gli indovini e in lui non vi sono le caratteristiche degli indovini; non parla come parlano loro, con parole vuote e prive di sostanza». Udendo ciò, i visitatori dissero: «Allora diremo che è pazzo». Al-Walid disse: «No, non è neppure pazzo. Ho visto i pazzi e conosco la natura della pazzia. Egli non si comporta come un pazzo né pronuncia parole sconnesse come un pazzo». La gente disse: «Allora diremo che è un poeta». Al-Walid disse: «Non è neppure un poeta. Conosco i vari generi della poesia: le sue parole non sono poesia». La gente disse: «Allora diremo che è un mago». Al-Walid disse: «No, non è neppure un mago. Ho visto i maghi e la loro magia. Egli non pratica esorcismi né stregonerie». I visitatori dissero: «Che cosa dobbiamo dire, allora?». Al-Walid disse: «Per Allah, le sue parole sono dolcissime e il loro significato è profondissimo. Qualunque cosa diciate, gli ascoltatori la riterranno falsa. Tuttavia potete dire di lui che è un mago: tutte le parole che ha presentato non sono altro che magia. Dopo aver ascoltato le sue parole, sorgono divergenze tra padre e figlio, tra fratello e fratello, tra marito e moglie e tra diverse tribù». Infine, la delegazione dei Quraysh concordò su queste parole e tornò da al-Walid (Ibn Hisham, vol. 1, p. 271).

In alcune narrazioni viene inoltre riferito in dettaglio che, quando al-Walid respinse tutte le proposte dei visitatori, questi dissero: «Allora esponi tu un’opinione ponderata». Al-Walid rispose: «Datemi un po’ di tempo per riflettere». Dopo aver riflettuto per qualche istante, al-Walid pronunciò il commento sopra riportato (Tafsir Fi Zilal al-Qur’an, Sayyid Qutb al-Shahid, para 29, p. 188).

In relazione all’evento menzionato, Allah l’Altissimo rivelò sedici versetti della sura al-Muddaththir riguardo ad al-Walid. In questi versetti si può osservare un ritratto della natura dei pensieri di al-Walid. Allah l’Altissimo dice: «Egli rifletté e prese una decisione. Che sia maledetto! Come ha potuto prendere questa decisione? Ancora una volta, che sia maledetto! Come ha potuto giungere a questa decisione? Poi guardò, aggrottò le sopracciglia e fece una smorfia. Quindi volse le spalle, si mostrò superbo e dichiarò: “Questo non è altro che magia tramandata dagli antichi; queste non sono altro che parole umane”» (versetti 18-25).

Dopo l’adozione della suddetta decisione, furono intrapresi i passi necessari per attuarla. Alcuni politeisti si appostarono lungo le diverse vie percorse dai pellegrini diretti alla Mecca e li misero in guardia riguardo al Profeta Muhammad, che Allah lo benedica e gli conceda la pace (Ibn Hisham, vol. 1, p. 271).

Il primo a impegnarsi in quest’opera fu Abū Lahab. Durante il pellegrinaggio, si accaniva contro il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, presso gli accampamenti dei pellegrini e nei mercati di ʿUkāẓ, Majanna e Dhū al-Majāz. Mentre il Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, predicava la religione di Allah, Abū Lahab, restando alle sue spalle, diceva: «Non ascoltatelo: è un bugiardo e un miscredente» (Tirmidhī; Musnad Aḥmad, vol. III, p. 492).

Il risultato di questo continuo correre qua e là fu che, quando i pellegrini tornarono alle loro case, vennero a sapere che il Nobile Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, aveva rivendicato la profezia. In breve, attraverso i pellegrini, la notizia del Messaggero di Allah si diffuse in tutta l’Arabia.

La resistenza collettiva

Quando i Quraysh si accorsero che i tentativi di distogliere Muḥammad, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, dalla predicazione della religione non stavano dando risultati, rifletterono nuovamente sulla questione. Per porre fine una volta per tutte all’invito alla religione, adottarono metodi e strategie diversi. In sintesi, tali metodi e strategie furono i seguenti:

La prima forma di resistenza

Derisione, sarcasmo, scherno e attribuirgli l’appellativo di bugiardo. Lo scopo era spezzare il morale dei musulmani. Per raggiungere questo obiettivo, i politeisti cominciarono a rivolgere al Nobile Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, accuse infondate e ingiurie. Talvolta chiamavano il caro Profeta pazzo. Come dice l’Altissimo: «Quei miscredenti dissero: “Colui sul quale è stata fatta scendere la rivelazione è certamente un pazzo”» (6:15).

Talvolta lo accusavano di essere un mago e un bugiardo. Come dice l’Altissimo: «Si meravigliano che sia giunto loro un ammonitore scelto tra loro, e i miscredenti dicono: “Costui è un mago, un bugiardo”» (4:38).

I miscredenti passavano davanti e dietro al Messaggero di Allah con ira e lo fissavano con occhi pieni di rancore. A questo proposito l’Altissimo dice: «Quando i miscredenti ascoltano il Corano, sembra quasi che vogliano abbatterti con i loro sguardi penetranti, e dicono: “È certamente un pazzo”» (51:68).

Quando il nobile Profeta, pace e benedizioni di Allah su di lui, si recava da qualche parte ed era circondato davanti e dietro da Compagni deboli e oppressi, i politeisti lo deridevano dicendo: «È forse Allah ad avervi concesso il Suo favore?» (53, 6)

In risposta a queste loro parole, Allah dice: «Allah non è forse perfettamente informato riguardo agli uomini riconoscenti?» (53, 6)

Descrivendo in generale la condizione dei miscredenti, Allah l’Altissimo l’ha delineata così nel Corano: «I colpevoli deridevano i credenti; quando passavano accanto a loro, si facevano cenni strizzando l’occhio; quando li vedevano, dicevano: “Questi sono certamente sviati”. Eppure non erano stati inviati come loro custodi» (29, 33, 83).

La seconda forma di opposizione

Distorcere gli insegnamenti del Messaggero di Allah, suscitare dubbi e incredulità, diffondere false propagande e muovere esecrabili critiche contro gli insegnamenti della religione e contro coloro che la divulgavano erano le loro attività abituali. Si dedicavano a queste attività con tale intensità da impedire alla gente di avere l’opportunità di riflettere sugli insegnamenti del Messaggero di Allah, pace e benedizioni di Allah su di lui. Riguardo al Sacro Corano, i politeisti dicevano: «Queste non sono altro che favole degli antichi, che egli si è fatto scrivere; gli vengono recitate mattina e sera» (5, 25).

I miscredenti dicono: «Questa non è altro che una menzogna che egli ha inventato, e in ciò lo hanno aiutato alcuni appartenenti a un’altra comunità» (4, 25).

I politeisti dicevano anche: «È un uomo a istruirlo» (103, 16).

La loro accusa contro il Messaggero di Allah, pace e benedizioni di Allah su di lui, era questa: «Che razza di messaggero è mai costui, che mangia e cammina nei mercati?» (7, 25).

In molti passi del Sacro Corano sono state confutate le accuse dei politeisti: in alcuni luoghi le loro accuse sono state menzionate, in altri no.

Il terzo tipo di opposizione

Il Corano affrontò i suoi miscredenti menzionando gli avvenimenti e le storie dei popoli precedenti. Ecco l’episodio di Nadir ibn al-Harith: un giorno disse ai Quraysh: «O Quraysh, per Allah, vi è piombata addosso una calamità tale che non avete ancora trovato alcun modo per liberarvene. Muhammad è cresciuto tra voi; era l’uomo che preferivate, il più veritiero di tutti e il più degno di fiducia. Oggi, quando i capelli presso le sue orecchie sono diventati bianchi, è venuto da voi con alcune parole, eppure voi dite che è un mago. Per Allah, non è un mago. Ho visto i maghi e ho visto le loro magie; ho anche ascoltato le loro parole sconnesse. Voi dite che è un poeta. Per Allah, non è neppure un poeta. Ho visto i poeti e ascoltato le loro poesie. Voi dite che è pazzo. No, per Allah, non è nemmeno pazzo. Ho visto i pazzi e ho visto la loro follia: in lui non vi è alcun segno di pazzia. O gente dei Quraysh, riflettete profondamente: vi è piombata addosso una calamità enorme!»

In seguito, Nadir ibn al-Harith si recò a Hira, dove apprese varie storie di re, in particolare quelle di Rustam e di Alessandro. Poi tornò alla Mecca. Quando il Messaggero di Allah ﷺ sedeva in qualche assemblea, parlava di Allah e ammoniva la gente riguardo al Suo castigo, egli vi si recava e diceva: «Per Allah, le parole di Muhammad non sono migliori delle mie storie». Poi aggiungeva: «Per quale motivo le parole di Muhammad dovrebbero essere migliori delle mie?» (Ibn Hisham, vol. 1, pp. 299, 300, 358; Mukhtaṣar al-Siyar, Shaykh Abdullah, pp. 117-118).

Dal racconto di Hadrat Abdullah ibn Abbas si apprende inoltre che Nadir ibn al-Harith aveva acquistato e tenuto presso di sé alcune schiave. Quando sentiva che qualcuno era attratto dal Profeta ﷺ, gli mandava contro una di quelle schiave. Essa gli dava da mangiare e da bere e gli cantava. Alla fine, in quell’uomo non rimaneva più alcuna attrazione per l’Islam. A questo proposito Allah l’Altissimo rivelò il seguente versetto: «Tra gli uomini ve ne sono alcuni che acquistano discorsi frivoli per allontanare gli altri dalla via di Allah» (Fath al-Qadir, vol. 4, p. 236).

Il quarto tipo di opposizione

A un certo punto i Quraysh tentarono di costruire un ponte tra l’Islam e la jahiliyyah, cioè di concedersi reciprocamente qualcosa. Il Messaggero di Allah avrebbe accettato alcune cose dei politeisti, e i politeisti avrebbero accettato alcuni insegnamenti del Messaggero di Allah. Allah l’Altissimo dice nel Corano a questo proposito: «Essi desiderano che tu sia accomodante, così anch’essi saranno accomodanti» (9, 68). In una narrazione di Ibn Jarir e al-Tabarani si riferisce che i politeisti proposero al Messaggero di Allah quanto segue: «Per un anno adorerai le nostre divinità e per un anno noi adoreremo il tuo Signore». In una narrazione di Abd ibn Humayd si riferisce che i politeisti dissero: «Se accetti le nostre divinità, anche noi adoreremo il tuo Dio» (Fath al-Qadir, opera di al-Shawkani, vol. 5, p. 508).

Ibn Ishaq racconta che il Messaggero di Allah ﷺ stava compiendo il tawaf intorno alla Kaaba quando gli si avvicinarono Aswad ibn al-Muttalib ibn Asad ibn Abd al-Uzza, Walid ibn al-Mughira, Umayya ibn Khalaf e As ibn Wa’il al-Sahmi. Erano personalità eminenti delle rispettive tribù. Dissero: «Vieni, Muhammad: noi adoreremo colui che tu adori, e tu adorerai colui che noi adoriamo. In questo modo raggiungeremo entrambi la stessa posizione. Se il vostro dio è migliore del nostro, noi trarremo beneficio da lui; e se il nostro dio è migliore del vostro, voi trarrete beneficio da lui». In risposta a queste loro parole ridicole, Allah l’Altissimo rivelò la sura al-Kafirun, nella quale fu proclamato: «Io non adoro ciò che voi adorate» (Ibn Hisham, vol. 1, p. 362).

Con questa risposta decisiva è stata sradicata la ridicola argomentazione dei politeisti. La probabile ragione delle diverse narrazioni è che tali tentativi siano stati compiuti più volte.

Oppressione e persecuzione

Sono già state descritte le azioni intraprese dai politeisti, nel quarto anno della missione profetica, per porre fine alla proclamazione pubblica dell’Islam. I politeisti portarono avanti queste attività ostili gradualmente e lentamente. Per settimane, e persino per mesi, non fecero nulla di più. Ma quando si accorsero che le loro attività non riuscivano a ostacolare la predicazione dell’Islam, si riunirono nuovamente e formarono un comitato composto da venticinque miscredenti. Erano esponenti di spicco della tribù dei Quraysh. A capo di questo comitato vi era lo zio del Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui). Dopo essersi consultato e aver riflettuto, il comitato approvò una proposta decisiva contro il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) e i Compagni. Decisero che, nell’opporsi all’Islam, non avrebbero mostrato alcuna indulgenza nel tormentare il Profeta (pace e benedizioni di Allah su di lui) e perseguitare coloro che avevano abbracciato l’Islam. (Rahmatul lil-Alamin, vol. 1, pp. 59-60)

Dopo aver adottato questa proposta, i politeisti decisero fermamente di attuarla con ogni mezzo. Mettere in pratica la decisione dei politeisti contro i musulmani, soprattutto quelli deboli, era facile. Ma era difficile nel caso del Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui), poiché era un uomo straordinario, dotato di una personalità unica. Tutti lo guardavano con rispetto. Era facile recarsi da lui in modo rispettoso. Attività oltraggiose e spregevoli contro di lui erano adatte soltanto a persone rozze e stupide. Oltre alla sua personalità, al suo prestigio e alla sua fermezza, egli godeva anche della protezione di Abu Talib. L’influenza di Abu Talib alla Mecca era insuperabile. Nessuno aveva il coraggio di contrastarla, individualmente o collettivamente, né di infrangere l’impegno preso con lui. In questa situazione i Quraysh trascorrevano le loro giornate in una grande angoscia. Ma la questione era che la diffusione e la propagazione di questa religione stavano recidendo le radici del loro dominio religioso e della loro leadership e autorità terrene. Quanto a lungo avrebbero potuto ancora tollerare quella religione? Alla fine, sotto la guida di Abu Lahab, i politeisti iniziarono a perseguitare il Profeta (pace e benedizioni di Allah su di lui). In realtà, Abu Lahab aveva già da tempo mostrato ostilità verso il nobile Profeta. Prima ancora che i Quraysh pensassero a perseguitare il Messaggero di Allah, Abu Lahab ci stava già pensando. Sono già state menzionate le parole pronunciate da quel malvagio nell’assemblea dei Banu Hashim e ai piedi del monte Safa. Secondo alcune narrazioni, dopo che il Profeta Muhammad (pace e benedizioni di Allah su di lui) ebbe predicato la religione ai piedi del monte Safa, Abu Lahab sollevò una pietra per colpirlo. (Tirmidhi)

Prima che il Messaggero ricevesse la missione profetica, Abu Lahab aveva dato in sposa i suoi due figli, Utba e Utayba, alle due figlie del Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui), Ruqayya e Umm Kulthum. Ma dopo che il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) ricevette la missione profetica e all’inizio della predicazione della religione, Abu Lahab costrinse i suoi due figli a divorziare dalle due figlie del Profeta. (Tafsir Fi Zilal al-Qur’an, Sayyid Qutb Shahid, vol. 3, p. 282; Tafsir Tafhim al-Qur’an, Maulana Sayyid Abul Ala Maududi, vol. 6, p. 552, edizione in urdu)

Dopo la morte di Abdullah, il secondo figlio del Profeta (pace e benedizioni di Allah su di lui), Abu Lahab fu così felice che corse dai suoi amici e, tutto giulivo, diceva: «Muhammad è rimasto senza figli maschi». [Tafsir Tafhim al-Qur’an, vol. 6, p. 490, edizione in urdu]

È già stato menzionato che, durante la stagione del pellegrinaggio, Abu Lahab seguiva il Profeta (pace e benedizioni di Allah su di lui) nei mercati e nelle varie assemblee, cercando di dimostrare che era un bugiardo. Dal racconto di Tariq ibn Abdullah al-Muhabiri si apprende che Abu Lahab non si limitava a cercare di dimostrare falsa la parola del Profeta (pace e benedizioni di Allah su di lui), ma gli lanciava anche delle pietre, fino a fargli sanguinare i talloni. (Jami‘ at-Tirmidhi)

Il vero nome di Umm Jamil, la moglie di Abu Lahab, era Abwa. Era figlia di Harb ibn Umayya e sorella di Abu Sufyan. Nell’ostilità verso il Profeta (pace e benedizioni di Allah su di lui), non era in nulla inferiore a suo marito. Spargeva spine sul sentiero che il Profeta (pace e benedizioni di Allah su di lui) percorreva e davanti alla sua porta. Questa donna spregevole era estremamente volgare e litigiosa. Insultare il Profeta (pace e benedizioni di Allah su di lui), fare maldicenze, litigare con ogni pretesto, suscitare discordia e disordine e creare situazioni conflittuali erano le sue occupazioni. Per questo Allah l’Altissimo ha detto nel Corano: «e sua moglie, portatrice di legna da ardere».

Quando la moglie di Abu Lahab seppe che erano stati rivelati versetti in cui lei e suo marito venivano condannati, venne nei pressi della Kaʿba cercando il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace. In quel momento il Profeta prediletto si trovava accanto alla Kaʿba, insieme ad Abu Bakr al-Siddiq, che Allah sia soddisfatto di lui. La moglie di Abu Lahab aveva in mano una manciata di pietre. Quando si avvicinò al Messaggero di Allah, l’Onnipotente le privò della vista; non riuscì a vedere il Messaggero di Allah, sebbene potesse vedere Abu Bakr. Si recò davanti ad Abu Bakr e gli chiese: «Dov’è il tuo compagno? Ho sentito dire che mi ha insultata. Per Allah, se riuscirò a trovarlo, gli lancerò queste pietre sul volto. E sappilo: anch’io sono una poetessa». Poi recitò questa poesia: «Mozammam (i politeisti chiamavano il nobile Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, Mozammam invece di Muhammad. Muhammad significa “lodato”, mentre Mozammam significa l’opposto, cioè “biasimato”): abbiamo disobbedito a Mozammam, non abbiamo approvato la sua opera e abbiamo respinto con odio e disprezzo la sua religione; non abbiamo approvato la sua opera e abbiamo respinto con odio e disprezzo la sua religione». Poi se ne andò.

Abu Bakr al-Siddiq, che Allah sia soddisfatto di lui, disse al Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace: «O Messaggero di Allah, non ti ha visto?». Egli rispose: «No, non mi ha visto; l’Onnipotente le aveva sottratto la vista per quanto mi riguardava» (Ibn Hisham, vol. 1, pp. 335-336).

Anche Abu Bakr al-Razzaz ha narrato questo episodio e ha aggiunto che la moglie di Abu Lahab, recatasi davanti ad Abu Bakr, gli aveva detto: «Abu Bakr, il tuo compagno mi ha insultata». Abu Bakr rispose: «Non è vero. Per il Signore di questa Casa, egli non compone poesie né le recita a memoria». La moglie di Abu Lahab disse: «Hai ragione».

Abu Lahab era vicino e zio del Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace; la sua casa era vicina a quella del Messaggero, che Allah lo benedica e gli conceda la pace. Anche gli altri vicini arrecavano sofferenze al Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace.

Ibn Ishaq dice che tra coloro che arrecavano sofferenze al Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, nella sua stessa casa vi erano Abu Lahab, al-Hakam ibn Abi al-ʿAs ibn Umayya, ʿUqba ibn Abi Muʿayt, ʿAdi ibn Hamra e Thaqaf ibn al-Asda al-Hudhali, oltre ad altri. Tutti costoro erano suoi vicini.

Nessuno di loro divenne musulmano, eccetto al-Hakam ibn Abi al-ʿAs (egli era il padre del califfo omayyade Marwan ibn al-Hakam). Il loro modo di tormentarlo era il seguente: quando il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, pregava, uno di loro gettava le interiora di una capra in modo che finissero sul suo corpo; e quando una pentola veniva posta sul focolare, gettavano le interiora della capra in modo che cadessero nella pentola. In seguito il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, si ricavò in casa un luogo dove poter pregare al sicuro.

Dopo che queste interiora furono gettate sul Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, egli le infilzava sulla punta di un bastone, si fermava sulla porta e diceva: «O Banu ʿAbd Manaf, che razza di comportamento da vicini è questo?». Poi gettava via quelle interiora (Ibn Hisham, vol. 1, p. 416).

ʿUqba ibn Abi Muʿayt era un individuo spregevole ed esperto nelle malefatte. In Sahih al-Bukhari è narrato da ʿAbd Allah ibn Masʿud, che Allah sia soddisfatto di lui, che il Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, stava pregando accanto alla Kaʿba. Abu Jahl e alcuni suoi amici erano seduti lì, quando uno disse agli altri: «Chi c’è che possa andare a prendere le interiora del cammello di qualcuno e, quando Muhammad si prostrerà, mettergliele sulla schiena?». Allora ʿUqba ibn Abi Muʿayt (un’altra narrazione di Sahih al-Bukhari descrive dettagliatamente questo episodio; si veda il vol. 1, p. 534) portò le interiora del cammello e rimase in attesa. Quando il Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, si prostrò, gliele appese ai due lati delle spalle. Io stavo guardando tutto, ma non riuscivo a dire nulla. Quanto sarebbe stato bello, ahimè, se avessi avuto la forza di proteggerlo.

Abdullah ibn Masʿud (che Allah si compiaccia di lui) racconta: «Poi quei malvagi cominciarono a ridere, accasciandosi gli uni sugli altri, mentre il Messaggero di Allah — che Allah lo benedica e gli conceda la pace — rimaneva prostrato, senza sollevare il capo. Fatimah (che Allah si compiaccia di lei), ricevuta la notizia, accorse e rimosse le interiora. Quindi il Messaggero di Allah — che Allah lo benedica e gli conceda la pace — sollevò il capo dalla prosternazione e disse per tre volte: “Allahumma, occupati tu dei Quraysh”, cioè: “O Allah, pensaci tu con i Quraysh”. Udendo questa invocazione contro di loro, essi si adirarono, poiché credevano fermamente che, in quella città, le sue invocazioni venissero esaudite. Poi il Messaggero di Allah — che Allah lo benedica e gli conceda la pace — invocò Allah contro di loro, nominandoli: “O Allah, punisci Abu Jahl; punisci anche ʿUtbah ibn Rabīʿah, Shaybah ibn Rabīʿah, al-Walīd ibn ʿUtbah, Umayyah ibn Khalaf e ʿUqbah ibn Abū Muʿayṭ”.»

Probabilmente il Messaggero di Allah — che Allah lo benedica e gli conceda la pace — aveva pronunciato anche i nomi di alcune altre persone, ma il narratore li aveva dimenticati. Abdullah ibn Masʿud (che Allah si compiaccia di lui) racconta: «Vidi i cadaveri di tutti quei miscredenti contro i quali il Messaggero di Allah — che Allah lo benedica e gli conceda la pace — aveva invocato Allah dopo averne pronunciato i nomi, gettati nel pozzo di Badr» (Sahih al-Bukhari, Kitab al-Wudu, vol. 1, p. 37).

Umayyah ibn Khalaf aveva l’abitudine di insultare e maledire il Messaggero di Allah — che Allah lo benedica e gli conceda la pace — ogni volta che lo vedeva. A proposito di lui, Allah l’Altissimo rivelò questo versetto: «Guai a ogni diffamatore calunniatore», cioè colui che insulta e denigra apertamente. Ibn Hisham dice: «Humazah indica colui che insulta apertamente e fa cenni con gli occhi; lumazah indica colui che calunnia e ferisce le persone alle loro spalle» (Ibn Hisham, vol. 1, pp. 356-357).

Ubayy ibn Khalaf, fratello di Umayyah, era un intimo amico di ʿUqbah ibn Abū Muʿayṭ. Un giorno ʿUqbah si sedette presso il Profeta — che Allah lo benedica e gli conceda la pace — e ascoltò alcune parole sull’Islam. Quando Ubayy lo seppe, rimproverò ʿUqbah e gli ordinò: «Va’ e sputa addosso a Muhammad». ʿUqbah lo fece. Una volta Ubayy ibn Khalaf polverizzò un vecchio osso, poi soffiò quella polvere verso il Profeta — che Allah lo benedica e gli conceda la pace — disperdendola nell’aria (Ibn Hisham, vol. 1, pp. 361-362).

Anche Akhlas ibn Shurayq al-Thaqafi era molto zelante nel tormentare il Profeta — che Allah lo benedica e gli conceda la pace. Nel Nobile Corano vengono menzionate nove delle sue cattive abitudini, dalle quali si può comprendere la sua attività. Allah, il Signore dei mondi, dice: «Non obbedire a colui che giura continuamente, che calunnia alle spalle, che va divulgando le parole degli uni agli altri, che impedisce il bene, che trasgredisce i limiti, che è peccatore, rozzo e, oltre a tutto ciò, famigerato» (68:10-13).

A volte Abu Jahl veniva dal Messaggero di Allah — che Allah lo benedica e gli conceda la pace — e ascoltava il Corano, ma si limitava ad ascoltare: non abbracciava la fede, non accettava gli insegnamenti dell’Islam e non mostrava obbedienza ad Allah e al Suo Messaggero. Al contrario, con le sue parole faceva soffrire il Messaggero di Allah — che Allah lo benedica e gli conceda la pace — e ostacolava la via di Allah; poi gonfiava il petto con orgoglio per ciò che aveva fatto, come se avesse compiuto una grande impresa. A proposito di lui, Allah l’Altissimo rivelò i seguenti versetti del Nobile Corano (Tafsir Fi Zilal al-Qur’an, vol. 29). Allah dice: «Non credette e non pregò, anzi negò la verità e volse le spalle; poi ritornò dalla sua gente camminando con arroganza. Guai a te, guai!» (75:31-35).

Fin dal primo giorno Abu Jahl cercò di impedire al Profeta — che Allah lo benedica e gli conceda la pace — di pregare, dopo averlo visto compiere la preghiera. Una volta il Profeta (che Allah lo benedica e gli conceda la pace) stava pregando presso il Maqām Ibrāhīm, mentre Abu Jahl passava di lì. Gli disse: «Muhammad, non ti avevo forse proibito di fare questo?» e subito lo minacciò. Anche il Profeta — che Allah lo benedica e gli conceda la pace — gli rispose minacciandolo. Allora Abu Jahl disse: «Muhammad, perché mi minacci? Guarda, a Makkah la mia assemblea è la più grande». Per queste parole arroganti di Abu Jahl, Allah l’Altissimo rivelò questo versetto: «Che chiami pure la sua assemblea» (Tafsir Fi Zilal al-Qur’an, Sayyid Qutb, juzʾ 30, p. 208). «Anch’io chiamerò gli angeli incaricati del castigo.»

Secondo una narrazione, il Messaggero di Allah — che Allah lo benedica e gli conceda la pace — afferrò Abu Jahl per il mantello all’altezza del collo e disse: «Guai a te, guai a te; ancora guai a te, guai a te» (la stessa fonte).

Udendo ciò, il nemico di Allah, Abū Jahl, disse: «O Muhammad, mi stai minacciando? Per il Signore, né tu né il tuo Protettore potrete farmi alcunché. Tra tutti coloro che si muovono fra le due montagne della Mecca, io sono l’uomo più rispettato».

Nonostante la minaccia annunciata nel Sacro Corano, Abū Jahl non desistette dal suo comportamento stolto; anzi, le sue malefatte aumentarono ulteriormente. In Sahih Muslim è narrato da Abū Hurayra (ra.) che un giorno Abū Jahl disse ai capi dei Quraysh: «È vero che Muhammad appoggia il volto nella polvere davanti a voi?». I capi dei Quraysh risposero: «Sì». Abū Jahl disse: «Per Lāt e al-ʿUzzā, se lo vedrò in questa posizione, gli spezzerò il collo e trascinerò il suo volto per terra». Poi, vedendo il Messaggero di Allah — che Allah lo benedica e gli conceda la pace — pregare, avanzò per torcergli il collo; ma tutti videro Abū Jahl rotolare a terra urlando: «Aiuto! Aiuto!». Alcuni suoi conoscenti gli chiesero: «Abū al-Hakam, che cosa ti è successo?». Abū Jahl rispose: «Ho visto tra me e Muhammad una trincea di fuoco; in quella terribile trincea le fiamme divampavano furiosamente». Udendo ciò, il Messaggero di Allah — che Allah lo benedica e gli conceda la pace — disse: «Se si fosse avvicinato a me, un angelo gli avrebbe strappato le membra» (Sahih Muslim).

Da una parte, il Messaggero di Allah — che Allah lo benedica e gli conceda la pace — era sottoposto a questo genere di ingiustizie e persecuzioni; dall’altra, la gente comune della Mecca nutriva per lui profondo rispetto e amore e, per la sua nobile personalità, lo considerava con straordinaria stima e onore. Inoltre, lo zio Abū Tālib gli offriva sostegno e assistenza. Nonostante tutto ciò, egli veniva sottoposto a queste persecuzioni. Le angherie e le torture inflitte dai politeisti ai musulmani che avevano trovato rifugio nella fresca ombra dell’Islam, soprattutto ai musulmani deboli, erano ancora più terribili. Ogni tribù puniva coloro che, tra i propri membri, avevano abbracciato l’Islam; quanto a coloro che non appartenevano alle tribù della Mecca, venivano sottoposti a ogni sorta di soprusi e torture dagli uomini turbolenti e dai capi. Ascoltando il racconto di quelle persecuzioni, persino una persona dal cuore forte sarebbe stata sconvolta.

Quando Abū Jahl veniva a sapere che una persona nobile e rispettata aveva abbracciato l’Islam, la insultava e la umiliava; inoltre, la minacciava di danneggiarla sul piano sociale ed economico. Se invece ad abbracciare l’Islam era una persona debole, la catturava e la picchiava, incoraggiando anche gli altri a picchiarla (Ibn Hishām, vol. 1, p. 320).

Dopo che ʿUthmān ibn ʿAffān (ra.) ebbe abbracciato l’Islam, suo zio lo avvolgeva in una stuoia di foglie di palma e lo affumicava (Rahmatul lil-ʿĀlamīn, vol. 1, p. 57).

Dopo aver saputo che suo figlio aveva abbracciato l’Islam, la madre di Musʿab ibn ʿUmayr (ra.) gli impedì di mangiare e bere e lo cacciò di casa. Musʿab aveva trascorso fin dall’infanzia una vita agiata e confortevole; a causa delle circostanze si trovò in una condizione tale che la pelle del suo corpo divenne simile a quella di un serpente che ha mutato la pelle (ivi, p. 58).

Bilāl (ra.) era schiavo di Umayya ibn Khalaf. Dopo che ebbe abbracciato l’Islam, Umayya gli legava una corda al collo e lo affidava a ragazzi sfrenati; questi lo trascinavano in vari luoghi della Mecca, lasciandogli segni della corda sul collo. Anche Umayya lo legava personalmente e lo sottoponeva a brutali percosse, poi lo costringeva a sdraiarsi sulla sabbia rovente. In quel periodo lo teneva affamato e non gli dava né cibo né acqua. Talvolta, sotto il sole di mezzogiorno, lo faceva sdraiare sulla sabbia del deserto e gli poneva una pesante pietra sul petto. In quelle occasioni diceva: «Rimarrai così finché non morirai; se vuoi vivere, abbandona la via di Muhammad». Ma anche in una situazione tanto dolorosa egli diceva: «Uno! Uno!». Vedendolo torturare, Abū Bakr (ra.) un giorno ne fu profondamente addolorato; acquistò Bilāl (ra.) in cambio di uno schiavo nero — secondo un’altra versione, in cambio di duecento dirham — e lo liberò (Rahmatul lil-ʿĀlamīn, vol. 1, p. 57; Talqīh al-Fuhūm; Ibn Hishām, vol. 1, p. 318).

ʿAmmār ibn Yāsir (ra.) era schiavo dei Banū Makhzūm. Dopo che egli e i suoi genitori ebbero abbracciato l’Islam, furono sottoposti a terribili torture. I politeisti, sotto la guida di Abū Jahl, li facevano sdraiare nel deserto sabbioso sotto il sole cocente e li tormentavano. Una volta, mentre venivano puniti in questo modo, il Profeta — che Allah lo benedica e gli conceda la pace — passò di lì e disse: «O famiglia di Yāsir, abbiate pazienza: la vostra dimora sarà il Paradiso».

Non riuscendo più a sopportare le persecuzioni, Hadrat Yāsir (che Allah sia compiaciuto di lui) morì. Il malvagio Abū Jahl scagliò una lancia contro le parti intime di sua moglie, Hadrat Sumayya (che Allah sia compiaciuto di lei), madre di Hadrat ʿAmmār; in seguito a ciò ella ottenne il martirio. Fu la prima martire dell’Islam. Le persecuzioni contro Hadrat ʿAmmār continuavano senza tregua: a volte lo facevano sdraiare sulla sabbia rovente, a volte gli ponevano una pesante pietra sul petto e a volte lo immergevano con la forza nell’acqua. I politeisti gli dicevano: «Non potremo lasciarti andare finché non insulterai Muḥammad e non dirai parole di elogio riguardo a Lāt e ʿUzzā». Hadrat ʿAmmār (che Allah sia compiaciuto di lui), costretto, acconsentì alle loro richieste. Poi si recò piangendo dal Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace. Allora Allah, il Signore dei mondi, fece scendere nel Sacro Corano il seguente versetto: «Chi rinnega Allah dopo aver creduto — eccetto colui che vi è costretto, mentre il suo cuore rimane saldo nella fede — e apre il proprio cuore alla miscredenza, su di lui ricadrà l’ira di Allah e per lui ci sarà un castigo terribile» (Ibn Hishām, vol. 1, p. 320; Fiqh al-Sīra, Muḥammad al-Ghazālī, p. 82. ʿAwfī ha narrato una parte di questo da Ibn ʿAbbās; si veda Tafsīr Ibn Kathīr).

Hadrat Khabbāb ibn al-Aratt (che Allah sia compiaciuto di lui) era schiavo di una donna della tribù di Khuzāʿa chiamata Umm Anmār. I politeisti lo sottoponevano a varie forme di tortura: lo trascinavano a terra (Raḥmat li-l-ʿĀlamīn, vol. 1, p. 57; Iʿjāz al-Tanzīl, p. 53), lo tiravano per i capelli e gli torcevano il collo. Diverse volte lo fecero sdraiare su carboni ardenti e gli posero una pietra sul petto, così che non potesse rialzarsi (ivi, vol. 1, p. 57; Talqīḥ al-Fuhūm, p. 60).

Zinnīra (la pronuncia di questo nome è proprio quella di «Zinnīra Miskīna»), Nahdiyya, sua figlia, e Umm ʿUbayس erano schiave. Dopo aver abbracciato l’Islam, subirono dure punizioni per mano dei politeisti. Sopra sono stati riportati alcuni esempi di tali persecuzioni. Una schiava di una famiglia della tribù di Banū ʿAdī, appartenente ai Banū Muʾammal, aveva abbracciato l’Islam. Hadrat ʿUmar ibn al-Khaṭṭāb (che Allah sia compiaciuto di lui) non aveva ancora abbracciato l’Islam; la picchiava selvaggiamente e, fermandosi di tanto in tanto, le diceva: «Non ti lascio per compassione verso di te, ma soltanto perché mi sono stancato» (Raḥmat li-l-ʿĀlamīn, vol. 1, p. 57; Ibn Hishām, vol. 1, p. 319).

Infine, Hadrat Abū Bakr al-Ṣiddīq (che Allah sia compiaciuto di lui) acquistò e liberò anche queste schiave, proprio come aveva fatto con Hadrat Bilāl e ʿĀmir ibn Fuhayra (Ibn Hishām, vol. 1, pp. 318-319).

I politeisti punivano coloro che abbracciavano l’Islam anche con metodi orribili. Avvolgevano alcuni Compagni nella pelle grezza di cammelli e vacche, li legavano e li lasciavano al sole; altri li facevano indossare un’armatura di ferro e li sdraiavano su pietre roventi. Non appena venivano a sapere che qualcuno aveva abbracciato l’Islam, i malvagi politeisti lo sottoponevano a persecuzioni e torture in vari modi. In breve, l’elenco delle crudeli persecuzioni e torture inflitte a coloro che avevano adottato la religione scelta da Allah è molto lungo e profondamente doloroso (Raḥmat li-l-ʿĀlamīn, vol. 1, p. 58).

Dār al-Arqam

In questa terribile situazione di persecuzioni e torture, il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, disse ai musulmani, come misura prudenziale, che i nuovi musulmani non dovevano annunciare pubblicamente la propria conversione all’Islam; inoltre, dovevano mantenere la segretezza negli incontri e nei rapporti reciproci. Infatti, se i non musulmani avessero saputo che i musulmani incontravano il Messaggero di Allah, avrebbero ostacolato la diffusione degli insegnamenti islamici e sarebbe aumentato gravemente il rischio di scontri tra le due parti. Nel quarto anno della profezia si verificò un episodio di questo genere. I nobili Compagni erano soliti riunirsi in una valle per pregare. Una volta, un gruppo di politeisti li vide mentre si trovavano in quella situazione. Cominciarono allora a insultare i musulmani e diedero inizio a una rissa. A quel punto Hadrat Saʿd ibn Abī Waqqāṣ (che Allah sia compiaciuto di lui) colpì un uomo con tale violenza da farlo sanguinare. Questo fu il primo episodio di spargimento di sangue nell’Islam (Ibn Hishām, vol. 1, p. 263; Mukhtaṣar al-Sīra, Shaykh Muḥammad ʿAbd al-Wahhāb).

Se scontri di questo genere si fossero verificati ripetutamente e si fossero protratti a lungo, l’esistenza stessa dei musulmani avrebbe potuto essere cancellata. Per questo era assolutamente necessario adottare una strategia di segretezza. In base a tale strategia, i comuni nobili Compagni tenevano segreti la loro conversione all’Islam, la preghiera e il culto, la predicazione, gli incontri e i rapporti reciproci. Il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, invece, svolgeva pubblicamente ogni attività di predicazione della religione e di culto; nessun ostacolo poté impedirgli di farlo. Tuttavia, manteneva la segretezza negli incontri e nelle conversazioni con i musulmani. La casa di Arqam ibn Abī al-Arqam al-Makhzūmī si trovava ai piedi del monte Ṣafā. Poiché i ribelli politeisti non vi si recavano, il Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, a partire dal quinto anno della profezia designò Dār al-Arqam come centro per l’invito alla religione e per gli incontri con i musulmani (Mukhtaṣar al-Sīra, Shaykh Muḥammad ibn ʿAbd al-Wahhāb al-Najdī, p. 61).

La prima Egira in Abissinia

Questa serie di ingiustizie, persecuzioni e torture era iniziata verso la metà o la fine del quarto anno della profezia. All’inizio era di lieve entità, ma aumentò giorno dopo giorno, fino a raggiungere il culmine verso la metà del quinto anno della profezia. Per i musulmani che si trovavano alla Mecca divenne impossibile restare lì. In quel periodo critico e oscuro fu rivelata la sura al-Kahf, nella quale vennero date le risposte alle varie domande sollevate dai politeisti. Nei tre episodi narrati in essa erano contenute chiare indicazioni da parte di Allah sul futuro dei Suoi servi credenti. Nell’episodio degli Aṣḥāb al-Kahf è racchiuso l’insegnamento che, quando la religione e la fede si trovano in pericolo, bisogna emigrare fisicamente dal centro della miscredenza e dell’ingiustizia. Allah l’Altissimo dice: «Quando vi sarete separati da loro e da ciò che adorano invece di Allah, rifugiatevi nella caverna; il vostro Signore stenderà su di voi la Sua misericordia e disporrà per voi un esito favorevole nelle vostre vicende» (18:16).

Dall’episodio di Hadrat Musa e Hadrat Khidr si apprende che l’esito non viene sempre determinato in base alla situazione apparente; talvolta, anzi, è del tutto opposto a essa. In questo episodio è dunque contenuta la sottile indicazione che l’esito delle ingiustizie e delle persecuzioni attualmente inflitte ai musulmani sarà completamente opposto. Se questi politeisti e ribelli arroganti non accetteranno la fede, un giorno saranno sconfitti e costretti a chinare il capo davanti ai musulmani e a sottomettersi a loro, affinché siano i musulmani a decidere il loro destino.

Nell’episodio di Dhu’l-Qarnayn vengono indicate alcune delle seguenti lezioni:

Uno. La proprietà della terra appartiene ad Allah; Egli rende partecipi del suo possesso chiunque voglia tra i Suoi servi.

Due. Il successo si trova soltanto dopo la fede; non c’è nella miscredenza.

Tre. Allah l’Altissimo fa talvolta sorgere tra i Suoi servi uomini che liberano gli oppressi e le vittime dell’ingiustizia dalla presa di quei miscredenti, Gog e Magog.

Quattro. I servi virtuosi di Allah sono i più meritevoli di diventare partecipi del possesso della terra.

Dopo la sura al-Kahf, Allah l’Altissimo fece scendere la sura az-Zumar, nella quale si allude all’egira e si afferma che la terra di Allah non è angusta. Allah l’Altissimo dice: «Di’: “O Miei servi credenti, temete il vostro Signore. Per coloro che compiono il bene in questo mondo vi sarà del bene. La terra di Allah è vasta, e ai pazienti sarà certamente dato un compenso senza misura”».

Il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, sapeva che il re dell’Abissinia, Asḥama an-Najāshī, era un sovrano giusto e che nel suo regno nessuno subiva ingiustizia o persecuzione. Per questo il Messaggero di Allah ordinò ai musulmani di emigrare in Abissinia per preservare la loro religione. In seguito, secondo il piano stabilito, nel mese di Rajab il primo gruppo dei nobili Compagni partì alla volta dell’Abissinia. Il gruppo era composto da dodici uomini e quattro donne. ʿUthmān, che Allah si compiaccia di lui, ne era il capo; con lui vi era anche Ruqayya, che Allah si compiaccia di lei, figlia del Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace. A loro proposito, il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, disse: «Dopo Ibrāhīm e Lūṭ, che Allah conceda loro la pace, questo è il primo gruppo a emigrare sulla via di Allah» (Mukhtaṣar as-Sīra, Shaykh Amānullāh).

Nel buio della notte avanzarono silenziosamente verso la destinazione; si adottarono tali precauzioni proprio per non permettere ai Quraysh di scoprirlo. Dapprima si diressero verso il porto di Shurayba, sul Mar Rosso. Fortunatamente vi trovarono due navi mercantili e, imbarcandosi su di esse, raggiunsero sani e salvi l’Abissinia. Dopo la loro partenza, i Quraysh vennero a sapere che se n’erano andati e si precipitarono subito fino alla costa, ma i nobili Compagni, che Allah si compiaccia di loro, erano già partiti; perciò tornarono sconfitti. Nel frattempo, i musulmani giunsero in Abissinia e tirarono un sospiro di sollievo (Raḥmat li-l-ʿĀlamīn, vol. 1, p. 61; Zād al-Maʿād, vol. 1, p. 24).

Nello stesso anno, nel mese di Ramaḍān, il Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, si recò alla Sacra Moschea, dove si erano radunati i capi dei Quraysh. Il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, giunse all’improvviso e cominciò a recitare la sura an-Najm. Mai prima di allora tanti politeisti riuniti insieme avevano ascoltato il Corano, poiché avevano deciso di non ascoltarlo mai. Secondo le parole del Corano: «I miscredenti dicono: “Non ascoltate questo Corano e fate chiasso quando viene recitato, affinché possiate prevalere”» (26, 41).

Quando il Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, iniziò improvvisamente a recitare il Corano con voce melodiosa, i politeisti rimasero incantati. Erano affascinati e rapiti dall’eleganza e dalla dolcezza del linguaggio coranico; in quel momento nessun altro pensiero si affacciò alla loro mente. Tutti rimasero talmente sopraffatti che egli recitò questi versetti verso la fine della sura: «Prostratevi davanti ad Allah e adorateLo». Subito dopo aver recitato questi versetti, il Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, si prostrò, e anche i politeisti si prostrarono immediatamente. L’influsso e la dolcezza della verità avevano frantumato l’orgoglio dei non musulmani; nessuno di loro era padrone di sé e, perciò, si prostrarono inconsapevolmente (un breve resoconto di questo episodio, trasmesso da ʿAbdullah ibn Masʿūd e ʿAbdullah ibn ʿAbbās, si trova nel Ṣaḥīḥ al-Bukhārī).

Quando tornarono in sé, rimasero sbalorditi. I politeisti che erano assenti, vedendoli intenti proprio nell’opera che si sforzavano in ogni modo di cancellare, li rimproverarono. Per sfuggire ai rimproveri, allora dissero che Muḥammad, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, aveva menzionato con rispetto i loro idoli. Per dimostrare la propria innocenza, dissero: «Muḥammad, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, ha detto: “Essi sono dee di elevatissimo rango e si può sperare nella loro intercessione”».

Eppure era una menzogna evidente. Avevano inventato questa storia per fornire una giustificazione ragionevole all’errore che avevano commesso prostrandosi insieme al Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace. È superfluo dire che non c’è nulla di sorprendente nel fatto che coloro i quali diffamavano continuamente il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, definendolo bugiardo e spargendo calunnie contro di lui, ricorressero a simili racconti inventati per difendersi (dopo un’analisi dettagliata della narrazione menzionata, gli esperti sono giunti a questa conclusione).

Anche i musulmani emigrati in Abissinia vennero a sapere che i Quraysh si erano prostrati, ma ricevettero una notizia falsa: avevano sentito che i capi dei Quraysh erano diventati musulmani. Dopo aver appreso ciò, nel mese di Shawwāl lasciarono l’Abissinia per tornare alla Mecca. Quando si trovavano a una giornata di distanza dalla Mecca, vennero a conoscenza della notizia autentica. A quel punto, alcuni tornarono in Abissinia, mentre altri entrarono alla Mecca di nascosto oppure sotto la protezione di qualcuno dei Quraysh (Zād al-Maʿād, vol. 1, p. 24; vol. 2, p. 44; Hishām, vol. 1, p. 364).

La seconda emigrazione in Abissinia

In seguito, le persecuzioni dei politeisti contro quei Muhājirūn emigrati e, più in generale, contro i musulmani aumentarono ulteriormente. I familiari non musulmani cominciarono a tormentare i musulmani in vari modi, poiché i Quraysh avevano saputo che il Negus aveva trattato molto bene i musulmani e che in Abissinia essi conducevano una vita serena. Questa notizia aveva accresciuto il loro rancore. Poiché le persecuzioni e i maltrattamenti dei Quraysh continuavano ad aumentare, il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, consigliò nuovamente ai Compagni di emigrare in Abissinia. Tuttavia, questa emigrazione era più difficile della prima: questa volta i politeisti qurayshiti erano vigili e non riuscivano nemmeno a immaginare che i musulmani potessero ingannarli, trasferirsi altrove e vivere al sicuro. Ma, poiché i musulmani dimostrarono maggiore astuzia dei non musulmani, Allah rese loro facile la via per raggiungere l’Abissinia. Così gli emigranti musulmani giunsero dal sovrano d’Abissinia prima di cadere sotto il controllo dei Quraysh. Questa volta emigrò un gruppo composto da ottantadue o ottantatré persone; diversamente da quanto avvenne con l’emigrazione di ʿAmmār, in questa emigrazione vi erano diciotto o diciannove donne (Zād al-Maʿād, vol. 1, p. 140; Raḥmat li-l-ʿĀlamīn, vol. 1, p. 60). ʿAllāma Manṣūrpūrī indica in diciotto il numero delle donne (Raḥmat li-l-ʿĀlamīn).

La cospirazione dei Quraysh in Abissinia

Il fatto che i musulmani fossero partiti per un altro luogo portando con sé la propria vita e la propria fede era motivo di profondo dolore per i Quraysh. Dopo molte discussioni, decisero di inviare in Abissinia ʿAmr ibn al-ʿĀṣ e ʿAbd Allāh ibn Rabīʿa per una missione importante.

A quel tempo, quei due non avevano ancora abbracciato l’Islam, ma erano uomini molto intelligenti. I Quraysh inviarono con quei due emissari doni preziosi da consegnare al sovrano d’Abissinia. Essi offrirono dapprima i doni al sovrano, poi spiegarono gli argomenti e le ragioni per cui desideravano riportare i musulmani alla Mecca. Dissero: «O sovrano, alcuni nostri giovani stolti sono fuggiti nel vostro paese. Hanno abbandonato la religione del loro popolo, ma non hanno neppure adottato la religione in cui voi credete; hanno invece seguito una religione appena inventata. Di questa religione non sappiamo nulla né noi né voi. I loro genitori e i loro parenti ci hanno inviati per ricondurli indietro; non vogliono che restituiate a noi i loro sciocchi. Essi conoscono bene ciò che è bene e ciò che è male per la loro gente». Anche i dignitari della corte desideravano che il sovrano restituisse i musulmani.

Il Negus ritenne necessario esaminare a fondo la questione e valutarne attentamente ogni aspetto, quindi convocò i musulmani alla sua corte. I musulmani discussero tra loro e decisero di dire la verità senza timore, qualunque fosse stata la conseguenza. Quando giunsero a corte, il Negus domandò: «Qual è questa fede a causa della quale avete reciso i rapporti con la vostra gente? Non avete adottato nemmeno la fede che io seguo». Il portavoce dei musulmani, Jaʿfar ibn Abī Ṭālib, che Allah si compiaccia di lui, disse: «O sovrano, eravamo un popolo ignorante, dedito all’adorazione degli idoli. Mangiavamo la carne degli animali morti, ci abbandonavamo ai peccati, interrompevamo i rapporti con i parenti stretti, trattavamo male i vicini e i più forti tra noi opprimevano i più deboli. Quando ci trovavamo in tale condizione, Allah l’Altissimo inviò tra noi un Messaggero. Conoscevamo già la nobiltà della sua stirpe, la sua sincerità, il suo buon carattere, la sua onestà e la sua affidabilità. Egli ci chiamò alla via di Allah e ci spiegò che dovevamo riconoscere un Dio unico e adorarlo, abbandonando gli idoli e le pietre che i nostri antenati adoravano. Ci ordinò di dire la verità, di restituire ciò che ci era affidato, di mantenere i legami con i parenti stretti, di non peccare e di astenerci dallo spargimento di sangue. Ci proibì le oscenità, la menzogna, l’appropriazione dei beni degli orfani e la calunnia contro le donne caste e virtuose. Ci disse di adorare soltanto Allah e di non associarGli nessuno. Ci ordinò di compiere la preghiera, osservare il digiuno e versare la zakāt. Dopo aver così illustrato questi aspetti dell’Islam, Jaʿfar, che Allah si compiaccia di lui, proseguì: abbiamo riconosciuto come veritiero quel Profeta, abbiamo creduto in lui, nella religione da lui portata e gli abbiamo obbedito. Abbiamo adorato soltanto Allah e non Gli abbiamo associato nessuno. Abbiamo considerato proibite le cose che quel Profeta aveva dichiarato proibite e lecite quelle che aveva dichiarato lecite. Per tutte queste ragioni, la nostra gente si è adirata con noi, ha intensificato le persecuzioni e i maltrattamenti contro di noi e ha fatto ogni sforzo per ricondurci alla religione precedente. Vogliono che abbandoniamo l’adorazione di Allah e torniamo all’idolatria, e che consideriamo lecite tutte quelle cose impure che in precedenza ritenevamo proibite. Quando aumentarono enormemente le persecuzioni contro di noi, resero la terra angusta per noi e ci impedirono di praticare la nostra fede, partimmo verso il vostro paese e preferimmo vivere sotto la vostra protezione, scegliendovi sopra gli altri. Speravamo che qui non avremmo subito alcuna ingiustizia o persecuzione».

Il Negus disse: «Recitatemi qualcosa del Libro portato dal vostro Messaggero».

Jaʿfar, che Allah si compiaccia di lui, recitò alcuni versetti dell’inizio della sūra Maryam. Ascoltandoli, il cuore del Negus cambiò ed egli cominciò a piangere senza sosta; la sua barba si bagnò di lacrime. Anche i suoi consiglieri religiosi piansero così tanto che le loro lacrime scivolarono sui testi religiosi aperti davanti a loro. Il Negus disse poi: «Questo messaggio proviene dalla stessa fonte del messaggio portato da Mūsā, che Allah si compiaccia di lui». Quindi disse a ʿAmr ibn al-ʿĀṣ e ad ʿAbd Allāh ibn Rabīʿa: «Andatevene. Non posso consegnarvi quelle persone e qui non tollererò alcun vostro intrigo».

Dopo l’ordine del re, entrambi i rappresentanti dei Quraysh uscirono dalla corte. Allora ʿAmr ibn al-ʿĀṣ disse ad ʿAbd Allāh ibn Rabīʿa: «Domani dirò al re qualcosa contro di loro, così da vanificare ogni loro astuzia». ʿAbd Allāh ibn Rabīʿa rispose: «No, non ce n’è bisogno. Sebbene abbiano abbandonato la mia religione, sono pur sempre membri della mia tribù». Tuttavia, ʿAmr ibn al-ʿĀṣ rimase fermo nella sua decisione.

Il giorno seguente, ʿAmr ibn al-ʿĀṣ si recò alla corte del re e disse: «O re, essi affermano qualcosa di straordinario riguardo a Gesù, figlio di Maria». Udendo ciò, il Negus convocò nuovamente i musulmani e chiese loro quale fosse la loro opinione riguardo a Gesù. Questa volta i musulmani ebbero paura; tuttavia pensarono: «Confidiamo in Allah, accada quel che deve accadere». Essi, però, avrebbero detto la verità.

In risposta alla domanda del Negus, Jaʿfar disse: «Riguardo a Gesù, diciamo esattamente ciò che il nostro Profeta — che Allah lo benedica e gli conceda la pace — ci ha insegnato. Egli ha detto che Gesù è il servo di Allah, il Suo messaggero, il Suo spirito e la Sua parola, che Allah l’Altissimo ha affidato a Maria, la vergine pura e virtuosa».

Udendo queste parole, il Negus raccolse da terra un pezzo di legno e disse: «Per Dio, Gesù non era altro, rispetto a tutto ciò che avete detto, che questo pezzo di legno». A queste parole, i consiglieri religiosi manifestarono il loro disappunto emettendo mormorii. Il re disse: «Anche se mormorate, ciò che sto dicendo è vero».

Poi il Negus disse ai musulmani: «Andate; nel mio paese siete completamente al sicuro. A coloro che vi insultano sarà inflitta una multa. Non voglio che nessuno vi faccia del male, neppure se in cambio dovessi ottenere una montagna d’oro».

Poi il Negus disse ai suoi servitori: «Restituite ai rappresentanti giunti dalla Mecca i doni che hanno portato; non ne abbiamo alcun bisogno. Per Allah, quando Egli mi restituì al mio paese, non accettò da me alcuna tangente. Perché mai dovrei accettare una tangente per la Sua causa? Inoltre, Egli — cioè Allah l’Altissimo — non ha accolto, riguardo a me, le parole di altre persone; perché mai dovrei accogliere, riguardo ad Allah, le parole di altre persone?»

Umm Salama, che fu testimone oculare di questo evento, racconta: «Entrambi i rappresentanti dei Quraysh tornarono allora nel loro paese in modo umiliante, insieme ai doni che avevano portato. Noi continuammo a vivere nel paese del Negus sotto la protezione di un buon vicino» (Ibn Hishām, vol. 1, pp. 334-338).

Ibn Isḥāq ha riportato il racconto dell’evento menzionato; anche altri autori di sīra lo hanno trascritto. Alcuni hanno scritto che ʿAmr ibn al-ʿĀṣ si recò alla corte del Negus dopo la battaglia di Badr, mentre altri, per conciliare le due versioni, hanno affermato che ʿAmr ibn al-ʿĀṣ si recò due volte alla corte del Negus per far rientrare i musulmani. Tuttavia, il resoconto del colloquio tra il Negus e Jaʿfar dopo la battaglia di Badr, riportato da Ibn Isḥāq, è simile al colloquio avvenuto dopo l’emigrazione dei musulmani in Abissinia. Inoltre, dal modo in cui il Negus pose le sue domande si comprende che il dialogo con i musulmani ebbe luogo una sola volta, e precisamente subito dopo la loro emigrazione in Abissinia.

In breve, le strategie dei politeisti fallirono. Essi compresero che avrebbero dovuto limitare ai propri confini ogni atteggiamento ostile; tuttavia, in quel momento cominciarono a riflettere su una questione gravissima. Capirono bene che, per salvarsi da questo pericolo, avevano davanti a sé due possibilità: o impedire con la forza la predicazione religiosa del Messaggero di Allah, oppure eliminarlo completamente. Ma attuare il secondo piano non era facile, poiché lo stesso Abu Talib era il garante del Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace. Egli si ergeva come una cortina di ferro davanti alla determinazione dei politeisti. In tali circostanze, sentirono nuovamente il bisogno di parlare con Abu Talib.

La minaccia contro Abu Talib

Dopo questa proposta, i capi dei Quraysh andarono da Abu Talib e gli dissero: «O Abu Talib, tu godi di prestigio e onore tra noi. Ti avevamo chiesto di trattenere tuo nipote, ma non lo hai fatto. Ricorda che non possiamo tollerare che i nostri padri e antenati vengano insultati, che la nostra saggezza, il nostro discernimento e il nostro giudizio vengano definiti stupidità, né che si evidenzino i difetti delle nostre divinità. Impediscigli di farlo e trattienilo. Se non ci riuscirai, scateneremo una lotta tra te e tuo nipote, una lotta nella quale molti perderanno la vita».

Questa minaccia influenzò Abu Talib. Egli chiamò il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, e gli disse: «Nipote mio, quelli della tua gente sono venuti da me e mi hanno detto queste cose. Perciò, questa volta, abbi pietà di me e di te stesso; non impormi riguardo a questa questione un peso che non potrò sopportare».

Udite queste parole, il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, comprese che ormai anche suo zio lo avrebbe abbandonato e che anch’egli si era indebolito nel sostenerlo. Perciò disse: «Caro zio, per Allah, anche se qualcuno mi portasse il sole nella mano destra e la luna nella sinistra e mi dicesse di abbandonare questa missione, non potrei abbandonarla. O la porterò a compimento e la renderò vittoriosa, oppure perirò nel perseguirla».

Dopo aver detto ciò, il Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, scoppiò a piangere per l’eccesso dell’emozione e cominciò ad andarsene. Il cuore dello zio Abu Talib si commosse; egli chiamò suo nipote e gli disse: «Vai, nipote mio, fa’ ciò che vuoi. Per Allah, in nessuna circostanza potrò mai abbandonarti» (Ibn Hisham, vol. 1, pp. 265-266).

Per Dio, non potranno avvicinarsi a te, nemmeno in schiere,

finché non sarò sepolto sotto terra.

Continua a proclamare apertamente il tuo messaggio e non avere più paura.

Possano i tuoi occhi rallegrarsi e il tuo cuore essere felice (Mukhtasar as-Sīra, Shaykh Muhammad ibn ʿAbd al-Wahhāb an-Najdī, p. 68).

Nuova delegazione dei Quraysh da Abū Ṭālib

Quando i Quraysh videro che, nonostante le minacce estremamente gravi, il Messaggero di Allah continuava la sua opera, compresero che Abū Ṭālib non avrebbe abbandonato suo nipote; anzi, se necessario, era pronto a rompere i rapporti con i Quraysh e a schierarsi contro di loro. Riflettendo su questo, i capi dei Quraysh si presentarono da Abū Ṭālib accompagnati da ʿAmmāra, figlio di al-Walīd ibn al-Mughīra, e gli dissero: «O Abū Ṭālib, ti abbiamo portato ʿAmmāra. ʿAmmāra è un giovane bello e aitante della tribù dei Quraysh. Accettalo: ti offrirà ogni possibile aiuto. Prendilo come tuo figlio; egli sarà tuo, e tu consegnaci tuo nipote Muḥammad, che si oppone alla religione dei tuoi padri e dei tuoi nonni, sta dividendo la tua gente e definisce stoltezza la loro saggezza. Noi lo uccideremo: sarà semplicemente un uomo in cambio di un uomo».

Abū Ṭālib disse: «Che splendido affare siete venuti a propormi! Voi portate vostro figlio da me, affinché io gli dia da mangiare e da bere e lo allevi fino a farlo crescere; poi io dovrei consegnarvi mio figlio, perché lo portiate via e lo uccidiate? Per Allah, questo non può accadere».

Udite queste parole, ʿAdī, figlio di Nawfal ibn Mutʿim, disse: «Per Dio, o Abū Ṭālib, la tua gente ti ha parlato con equità e tu hai voluto tenerti lontano da una soluzione vantaggiosa; tuttavia vedo che non vuoi accettare nessuna delle loro parole».

In risposta, Abū Ṭālib disse: «Per Dio, non mi avete parlato con equità; al contrario, anche voi avete intenzione di abbandonarmi e di aiutare la gente contro di me. Ebbene, fate ciò che volete» (Ibn Hišām, vol. I, pp. 266-267).

Anche consultando diverse opere sulla Sīra non è possibile stabilire quando ebbero luogo i due dialoghi sopra citati; tuttavia, dalle testimonianze, dalle prove e dagli indizi sembra che non vi fosse una grande distanza temporale tra l’uno e l’altro. Entrambi i dialoghi ebbero luogo in un momento imprecisato verso la metà del sesto anno dell’Egira.

L’ignobile proposta di uccidere il Messaggero di Allah

Dopo il fallimento di entrambe le suddette discussioni dei capi dei Quraysh, la loro ostilità crebbe e il livello delle persecuzioni e delle torture aumentò ulteriormente. In quel momento, alle spregevoli cospirazioni dei capi dei Quraysh si aggiunse un nuovo elemento: proposero di uccidere il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace. Tuttavia, proprio allora, l’adesione all’Islam di due illustri capi dei Quraysh, Hamza, che Allah si compiaccia di lui, e Umar, che Allah si compiaccia di lui, accrebbe molte volte la forza dell’Islam. Invece di eliminare il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, questi due valorosi leoni si sottomisero al Messaggero di Allah e rafforzarono così la causa dell’Islam.

Presenterò due esempi delle persecuzioni e delle torture inflitte dagli idolatri al Messaggero di Allah.

Un giorno Uṭayba, figlio di Abu Lahab, venne dal Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, e disse: «Wa-n-najmi idhā hawā wa-thumma danā fa-tadallā, e io rinnego questo». Il significato dei due versetti della sura An-Najm è: «Per la stella quando tramonta; poi si avvicinò e si accostò ancora di più». Dopodiché Uṭayba cominciò a maltrattare il Messaggero di Allah: gli strappò la veste e gli sputò contro il volto benedetto, ma lo sputo non raggiunse il suo viso. A quel punto il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, lo maledisse dicendo: «O Allah l’Altissimo, manda contro di lui uno dei Tuoi cani». La maledizione del Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, si avverò. Una volta Uṭayba si recava in Siria con alcuni uomini dei Quraysh. Giunti in un luogo chiamato Zarqā, montarono le tende per trascorrervi la notte. In quel momento fu visto aggirarsi un leone. Vedendolo, Uṭayba disse: «Ahimè, la mia rovina è inevitabile! Giuro per Dio che questo leone mi divorerà. Muhammad, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, mi ha maledetto. Guardate: io sono in Siria, mentre egli è alla Mecca; eppure mi ha ucciso». Per precauzione, i compagni di viaggio fecero allora dormire Uṭayba in mezzo a loro. Durante la notte arrivò il leone, passò oltre tutti, raggiunse Uṭayba e gli spezzò il collo (Mukhtaṣar as-Siyar, Shaykh ʿAbdullah, p. 135, vol. I; Ithbāt Dalāʾil an-Nubuwwa e Fawz al-Anf).

ʿUqba ibn Abī Muʿayṭ era un idolatra molto noto. Una volta, mentre il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, era prostrato nella preghiera, quel malvagio gli strinse il collo con tale forza che sembrava quasi che gli occhi dovessero schizzargli fuori (ivi, Mukhtaṣar as-Siyar, p. 113).

Una narrazione di Ibn Isḥāq ci informa delle cospirazioni dei Quraysh. Essi complottarono incessantemente per eliminare il Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace. In tale narrazione si riferisce che una volta Abu Jahl disse: «O fratelli dei Quraysh, vedete che Muhammad non smette di criticare la nostra religione e di insultare le nostre divinità, e continua a ingiuriare senza sosta i nostri padri e antenati. Perciò giuro davanti ad Allah che mi siederò con una grossa pietra e, quando Muhammad si prostrerà, gli fracasserò la testa con essa. Dopodiché sono pronto ad affrontare qualsiasi conseguenza: se volete, lasciatemi senza protezione, oppure provvedete alla mia sicurezza. In seguito, Banū ʿAbd Manāf potrà trattarmi come vorrà; non me ne importa nulla». Dopo aver ascoltato questa proposta, i Quraysh dissero: «In nessuna circostanza ti lasceremo senza protezione. Puoi fare ciò che intendi fare».

Al mattino Abu Jahl si sedette ad aspettare il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, con una grossa pietra. I Quraysh si radunarono uno dopo l’altro e rimasero ansiosi di osservare ciò che Abu Jahl avrebbe fatto. Il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, arrivò come al solito e cominciò a pregare. Quando si prostrò, Abu Jahl avanzò con la pietra, ma subito dopo tornò indietro terrorizzato, con la mano come incollata alla pietra. Alcuni uomini dei Quraysh si avvicinarono e gli dissero: «Abu al-Hakam, che cosa ti è successo?». Egli rispose: «Stavo per fare ciò che avevo detto la notte scorsa, ma quando mi avvicinai vidi un cammello frapporsi tra Muhammad e me. Giuro per Dio che non ho mai visto un cammello tanto grande, con un collo e dei denti così enormi. Voleva assalirmi».

Ibn Isḥāq dice: «Mi è stato riferito che il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, disse: “Era Jibrīl, che aveva assunto l’aspetto di un cammello. Se Abu Jahl si fosse avvicinato, sarebbe stato afferrato”» (Ibn Hishām, vol. I, pp. 298-299).

In seguito, Abu Jahl trattò il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, in modo tale che, assistendo a ciò, Hamza (che Allah sia soddisfatto di lui) abbracciò l’Islam. Di questo si parlerà tra poco.

Anche gli altri malvagi dei Quraysh volevano eliminare dalla terra il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace. Ibn Ishaq riferisce, citando Abdullah ibn Amr ibn al-As (che Allah sia soddisfatto di lui), che una volta alcuni politeisti erano seduti davanti alla Kaaba, e anch’io mi trovavo lì. Sollevarono l’argomento del Messaggero di Allah e dissero: «Non si può trovare esempio di una pazienza pari a quella che abbiamo mostrato verso quest’uomo; in verità, nei suoi confronti abbiamo mostrato una pazienza senza pari». Mentre questa discussione era in corso, arrivò il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace. Dapprima baciò la Pietra Nera, poi, durante il tawaf attorno alla Kaaba, passò accanto ai politeisti. Essi lo insultarono con parole offensive e sul volto del Messaggero di Allah apparve il segno di quell’offesa. Quando durante il tawaf passò nuovamente accanto a loro, lo insultarono ancora nello stesso modo, e notai sul suo volto l’effetto di quegli insulti. Quando la stessa cosa accadde per la terza volta, la pazienza del Messaggero di Allah giunse al limite. Egli si fermò improvvisamente e disse: «Ascoltate, o gente dei Quraysh! Per Colui nella cui mano è la mia anima, sono venuto da voi con animali destinati al sacrificio».

Le parole del Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, impressionarono profondamente i Quraysh, e tutti tacquero. Persino gli uomini più duri cominciarono a rivolgersi a lui con dolcezza e rispetto. Gli dissero: «O Abu al-Qasim, torna indietro. Per Allah, non sei mai stato uno stolto».

Il giorno seguente i Quraysh si riunirono nuovamente nello stesso modo e discutevano del Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace. Proprio allora egli arrivò e, non appena si avvicinò, si avventarono tutti insieme contro di lui. Uno di loro cercò di strangolarlo avvolgendogli il mantello attorno al collo. Abu Bakr al-Siddiq (che Allah sia soddisfatto di lui) tentava di proteggerlo dalle mani dei malvagi e, piangendo, diceva: «Volete forse uccidere un uomo che dice: “Il mio Signore è Allah”?». Dopo ciò i malvagi lo lasciarono andare e si allontanarono. Abdullah ibn Amr ibn al-As (che Allah sia soddisfatto di lui) disse: «Tra tutti gli episodi della persecuzione dei Quraysh, questo fu il più terribile che avessi mai visto» (Ibn Hisham, vol. 1, pp. 289-290).

Nel Sahih di al-Bukhari è riportato da Urwa ibn al-Zubayr (che Allah sia soddisfatto di lui) che egli disse: «Chiesi ad Abdullah ibn Amr ibn al-As (che Allah sia soddisfatto di lui) di raccontarmi il trattamento più barbaro che i politeisti avessero riservato al Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace. Egli disse: “Il Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, stava pregando nell’Hatim della Kaaba quando arrivò Uqba ibn Abu Mu’ayt. Appena giunto, si avvolse il proprio mantello attorno al collo del Messaggero di Allah e cercò di strangolarlo. In quel momento arrivò Abu Bakr (che Allah sia soddisfatto di lui), afferrò Uqba per entrambe le spalle e lo spinse via, poi disse: ‘Volete uccidere un uomo che dice: “Il mio Signore è Allah”?’”» (Sahih di al-Bukhari, vol. 1, p. 544).

Asma (che Allah sia soddisfatto di lei) racconta: «Abu Bakr al-Siddiq (che Allah sia soddisfatto di lui) udì qualcuno gridare: “Salvate il vostro compagno!”. Non appena udì quel grido, corse via da noi. Aveva quattro trecce sulla testa e, mentre correva, diceva: “Volete uccidere un uomo che dice: ‘Il mio Signore è Allah’?”. I politeisti lasciarono il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, e si avventarono contro Abu Bakr. Quando tornò a casa, ogni volta che gli toccavamo i capelli sulla testa, questi ci rimanevano in mano».

L’accettazione dell’Islam da parte di Hamza

Mentre l’ambiente della Mecca era avvolto da questo genere di oppressione e persecuzione, all’improvviso apparve un bagliore di luce: Hamza (che Allah sia soddisfatto di lui) abbracciò l’Islam. L’evento ebbe luogo nel mese di Dhu al-Hijja del sesto anno dalla missione profetica del Messaggero di Allah.

Il motivo per cui Ḥamza (che Allah sia soddisfatto di lui) abbracciò l’Islam fu che un giorno, nei pressi del monte Ṣafā, Abū Jahl insultò il Messaggero di Allah (che Allah lo benedica e gli conceda la pace) e gli arrecò dolore. Il Messaggero di Allah (che Allah lo benedica e gli conceda la pace) rimase in silenzio e non disse nulla. Quindi il malvagio Abū Jahl scagliò un pezzo di pietra contro la testa del Messaggero di Allah, ferendolo al punto che ne uscì sangue. Dopo di ciò, Abū Jahl andò a sedersi nell’assemblea dei Quraysh davanti alla Kaʿba. Una schiava di ʿAbd Allāh ibn Judʿān aveva assistito alla scena. Ḥamza stava tornando dalla caccia e la schiava gli raccontò tutto. Ḥamza fu preso da una collera incontenibile. Era il giovane più forte tra i Quraysh. Senza indugio avanzò e disse: «Ovunque incontrerò Abū Jahl, lo colpirò». Poi entrò direttamente nella Kaʿba, si recò davanti ad Abū Jahl e gli disse: «Ehi, tu che emetti aria dall’orifizio posteriore, insulti mio nipote, mentre anch’io seguo la religione da lui predicata?». Detto questo, lo colpì così violentemente alla testa con il suo arco che gli provocò una grave ferita. Subito dopo l’accaduto, i membri dei Banū Makhzūm, la tribù di Abū Jahl, e quelli dei Banū Hāshim, la tribù di Ḥamza (che Allah sia soddisfatto di lui), si schierarono gli uni contro gli altri, pronti a sguainare le spade. Abū Jahl li fermò tutti dicendo: «Non fate nulla ad Abū ʿUmāra; in effetti ho insultato molto gravemente suo nipote» (Mukhtaṣar al-Sīra, Shaykh Muḥammad ibn ʿAbd al-Wahhāb, p. 66; Raḥmat li-l-ʿĀlamīn, vol. 1, p. 68; Ibn Hishām, vol. 1, p. 292).

All’inizio, non riuscendo a sopportare che fosse insultato un suo congiunto, Ḥamza (che Allah sia soddisfatto di lui) fu attratto dal Messaggero (che Allah lo benedica e gli conceda la pace); in seguito, Allah l’Altissimo gli aprì il cuore, ed egli divenne un vigoroso sostenitore dell’Islam. Grazie a lui, i musulmani acquistarono grande forza e serenità (Mukhtaṣar al-Sīra, Shaykh ʿAbd Allāh, p. 101).

L’ingresso nell’Islam di ʿUmar (che Allah sia soddisfatto di lui)

In quella cupa atmosfera, resa grave dalle nuvole nere dell’oppressione, della tirannia e della persecuzione, l’ingresso nell’Islam di ʿUmar (che Allah sia soddisfatto di lui) fu un altro raggio di luce. L’evento ebbe luogo nel mese di Dhū al-Ḥijja del sesto anno della missione profetica, tre giorni dopo l’ingresso nell’Islam di Ḥamza (che Allah sia soddisfatto di lui). Il Messaggero di Allah (che Allah lo benedica e gli conceda la pace) aveva pregato affinché egli abbracciasse l’Islam (Tārīkh ʿUmar ibn al-Khaṭṭāb, Ibn al-Jawzī, p. 11).

L’Imam al-Tirmidhī lo ha narrato da ʿAbd Allāh ibn ʿUmar (che Allah sia soddisfatto di lui) e lo ha classificato come autentico; l’Imam al-Ṭabarānī ha narrato questo episodio da Ibn Masʿūd e da Anas (che Allah sia soddisfatto di loro).

Il Profeta (che Allah lo benedica e gli conceda la pace) aveva pregato: «O Allah, concedi a colui che tra ʿUmar ibn al-Khaṭṭāb e Abū Jahl Ti è più gradito l’opportunità di abbracciare l’Islam, e rafforza l’Islam per mezzo suo».

Allah l’Altissimo accolse questa preghiera e ʿUmar (che Allah sia soddisfatto di lui) abbracciò l’Islam. Tra i due menzionati, ʿUmar (che Allah sia soddisfatto di lui) era più caro ad Allah (al-Tirmidhī, Manāqib Abī Ḥafṣ ʿUmar ibn al-Khaṭṭāb, vol. 2, p. 209).

Dall’esame di tutte le narrazioni riguardanti l’ingresso nell’Islam di ʿUmar (che Allah sia soddisfatto di lui) risulta che l’Islam si fece gradualmente strada nel suo cuore. Prima di esaminare questo aspetto, ritengo necessario accennare brevemente al carattere, all’indole e alle idee di ʿUmar (che Allah sia soddisfatto di lui).

Hazrat Umar (ra) era noto per il suo temperamento aspro e il carattere severo. Per lungo tempo i musulmani subirono ogni sorta di persecuzione per mano sua. Sembra che in lui si fossero armonizzate inclinazioni contrapposte: da un lato rispettava i costumi e le usanze tramandati da suo padre e dai suoi antenati ed era molto interessato agli sport; dall’altro osservava con interesse la fermezza dei musulmani nella fede e nella dottrina, nonché la loro pazienza e perseveranza di fronte alle oppressioni e alle persecuzioni. Riflettendo razionalmente, talvolta pensava che ciò a cui l’Islam invitava fosse forse vero, più puro e più elevato. Per questo, anche quando si adirava improvvisamente, poi si calmava (questa valutazione su Hazrat Umar fu espressa dall’Imam Ghazali; si veda Fiqh as-Sira, pp. 92-93).

Il punto essenziale di tutte le narrazioni riguardanti l’accettazione dell’Islam da parte di Hazrat Umar (ra) è il seguente:

Una volta Hazrat Umar (ra) dovette trascorrere la giornata fuori; si recò al Sacro Santuario ed entrò nella Kaaba, dietro una tenda. In quel momento il Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, stava pregando e recitava la sura al-Haqqa. Hazrat Umar (ra) cominciò ad ascoltare il Corano e rimase affascinato e rapito dal suo stile compositivo. Pensò tra sé: «A quanto pare quest’uomo è un poeta; i coreisciti hanno ragione». In quel momento il Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, recitò: «In verità, questo Corano è un messaggio portato a un nobile Messaggero; non è la composizione di un poeta. Poco credete». Hazrat Umar (ra) disse: «Pensai tra me: a quanto pare quest’uomo è un indovino». In quel momento il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, recitò: «Non sono le parole di un indovino. Poco riflettete. È una rivelazione discesa dal Signore dei mondi». Il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, recitò quindi fino alla fine della sura.

Hazrat Umar (ra) disse: «In quel momento l’Islam lasciò un’impronta nel mio cuore» (Tarikh Umar ibn al-Khattab, Ibn al-Jawzi, p. 6; Sira di Ibn Hisham, vol. 1, pp. 326-348). Tuttavia, nel suo cuore rimanevano ancora intatte la fede e l’affetto per la religione dei suoi antenati. Per questo, sebbene nel profondo del cuore fosse stato piantato il seme dell’amore per l’Islam, egli continuava a manifestare apertamente e con vigore la propria opposizione all’Islam.

La durezza del suo carattere e la sua ostilità verso il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, erano tali che un giorno uscì con la spada in mano, deciso a uccidere il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace. Per strada incontrò un uomo dei Banu Zuhra (Ibn Hisham, vol. 1, p. 344; Tarikh Umar ibn al-Khattab, al-Jawzi, p. 17) o dei Banu Makhzum (Mukhtasar as-Sira, p. 102), identificato come Nu‘aym ibn Abd Allah an-Nahham al-Adawi. Vedendo il suo volto aspro, quell’uomo gli chiese: «Umar, dove stai andando?». Egli rispose: «Sto andando a uccidere Muhammad». L’uomo disse: «Dopo aver ucciso Muhammad, come farai a proteggerti dai Banu Hashim e dai Banu Zuhra?». Umar rispose: «A quanto pare anche tu hai abbandonato la religione dei tuoi antenati e sei diventato un miscredente?». L’uomo disse: «Umar, ti riferirò una notizia sorprendente: anche tua sorella e tuo cognato hanno abbandonato la vostra religione e sono diventati miscredenti». Udite queste parole, Hazrat Umar, accecato dalla collera, si diresse subito verso la casa del cognato. Quando arrivò, vide che stavano leggendo presso Hazrat Khabbab ibn al-Aratt una pagina sulla quale era scritta la sura Ta-Ha. Hazrat Khabbab (ra) si recava in quella casa per insegnare loro il Corano. Sentendo i passi di Hazrat Umar, tutti tacquero e la sorella di Hazrat Umar nascose il foglio su cui era scritta la sura. Tuttavia, mentre era fuori dalla casa, Hazrat Umar aveva udito la recitazione coranica di Khabbab. Chiese dunque: «Che suono stavo ascoltando?». Essi risposero: «Niente; stavamo parlando tra noi». Hazrat Umar (ra) disse: «Forse entrambi avete abbandonato la religione e siete diventati miscredenti». Suo cognato disse: «Ebbene, Umar, che cosa accadrebbe se fosse vera una religione diversa dalla vostra?». Non appena udì queste parole, Hazrat Umar (ra) si scagliò contro il cognato e lo picchiò duramente. Sua sorella accorse e cercò di liberare il marito dalle mani del fratello; a un certo punto riuscì ad allontanarlo. Improvvisamente Hazrat Umar (ra) diede a sua sorella uno schiaffo così forte che il suo volto si coprì di sangue. Secondo la narrazione di Ibn Ishaq, ella riportò una ferita alla testa. Sua sorella disse con rabbia: «Umar, che cosa accadrebbe se fosse vera una religione diversa dalla vostra? Io testimonio che non vi è altra divinità all’infuori di Allah e che Muhammad, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, è il Suo Messaggero». Udendo ciò, Hazrat Umar (ra) rimase sgomento; vedendo il sangue sul volto della sorella, si vergognò anch’egli. Disse: «Ebbene, lasciatemi leggere un po’ di ciò che stavate recitando». Sua sorella rispose: «Tu sei impuro. Questo Libro può essere toccato soltanto da chi è puro e purificato. Vai a fare il bagno e torna». Hazrat Umar andò a lavarsi e tornò. Poi si sedette tenendo in mano quella parte particolare del Libro e lesse: «Nel nome di Allah, il Misericordioso, il Compassionevole». Quindi disse: «Quanto è sublime questo nome puro!»

Quando Hazrat Khabbab (ra) udì queste parole dalla bocca di Hazrat Umar (ra), uscì da dentro la casa e disse: «Rallegrati, Umar! Questo è il risultato della supplica che il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, aveva pronunciato nella notte tra giovedì e venerdì». In quel momento il Messaggero (sallallahu alayhi wa sallam) si trovava in una casa vicino al monte Safa.

Udite queste parole, Umar (che Allah sia soddisfatto di lui) giunse davanti a quella casa con la spada in mano e colpì violentemente la porta. Un Compagno sbirciò dalla porta e vide Umar con la spada in mano; tutti coloro che si trovavano lì intorno si radunarono. Hamza (che Allah sia soddisfatto di lui) chiese: «Che cosa succede?». Gli fu detto: «È arrivato Umar». Egli disse: «È arrivato Umar? Aprite la porta. Se è venuto con buone intenzioni, tanto meglio; se invece è venuto con cattive intenzioni, lo uccideremo con la sua stessa spada». Nel frattempo, il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) si trovava all’interno e gli stava scendendo la rivelazione. Dopo la rivelazione, venne nella stanza da Umar, lo afferrò per la veste e per una parte della spada, lo scosse e disse: «Umar, non cesserai forse finché Allah non farà scendere su di te una punizione umiliante come quella inflitta a Walid ibn al-Mughira? O Allah, dona forza e onore alla religione per mezzo di Umar ibn al-Khattab». Non appena ebbe pronunciato queste parole, Umar (che Allah sia soddisfatto di lui) abbracciò l’Islam e disse: «Testimonio che non vi è alcuna divinità all’infuori di Allah e che tu sei il Messaggero di Allah». Udendo ciò, coloro che erano dentro la casa pronunciarono il takbir con tale forza che anche quelli che si trovavano nella Kaaba poterono udire la loro voce. (Ta’rikh Umar ibn al-Khattab, pp. 7, 10, 11; Sira di Ibn Hisham, vol. I, pp. 343-344.) In Arabia nessuno aveva il coraggio di affrontarlo; per questo, alla notizia della sua conversione all’Islam, tra i politeisti scoppiò un grande tumulto. Essi si trovarono di fronte a una gravissima crisi e a una grande umiliazione. D’altra parte, la sua conversione fece crescere tra i musulmani l’orgoglio, la forza, l’onore, il successo e la gioia. Ibn Ishaq, con la propria catena di trasmissione, ha riportato il racconto di Umar (che Allah sia soddisfatto di lui): «Quando divenni musulmano, pensai: “Chi è il più grande nemico del Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) alla Mecca?”. Poi dissi tra me e me: “È Abu Jahl”. Andai quindi alla casa di Abu Jahl. Quando bussai alla porta, Abu Jahl uscì e, vedendomi, disse: “Benvenuto, benvenuto! Per quale motivo sei venuto, Umar?”. Risposi: “Sono venuto a informarti che ho creduto in Allah l’Altissimo e nel Suo Messaggero, Muhammad (pace e benedizioni di Allah su di lui), e che ho creduto e riconosciuto come verità tutto ciò che egli ha portato; ho creduto e riconosco come verità tutto ciò che egli ha portato”. Udendo queste parole, Abu Jahl, mentre chiudeva la porta, disse: “Che Allah faccia il male a te e al messaggio che hai portato”». (Ibn Hisham, vol. I, pp. 249-250.)

L’Imam Ibn al-Jawzi ha riferito da Umar al-Faruq (che Allah sia soddisfatto di lui) che, ogni volta che qualcuno abbracciava l’Islam, i miscredenti dei Quraysh lo perseguitavano e lo picchiavano spietatamente, mentre la persona picchiata reagiva a sua volta. Dopo aver abbracciato l’Islam, andai da mio zio materno Adi ibn Hashim e glielo comunicai. Egli entrò in casa senza dire nulla. Poi andò da un uomo eminente dei Quraysh, probabilmente riferendosi ad Abu Jahl. Dopo che mio zio Adi ebbe informato quell’uomo dei Quraysh, anche lui entrò in casa. (Ta’rikh Umar ibn al-Khattab, p. 8.)

Ibn Hisham e Ibn al-Jawzi hanno riferito che, dopo aver abbracciato l’Islam, Umar (che Allah sia soddisfatto di lui) andò da Jamil ibn Muammar al-Jumahi, un uomo famoso tra i Quraysh per diffondere le notizie. Umar (che Allah sia soddisfatto di lui) gli comunicò: «Ho abbracciato l’Islam». Non appena lo udì, egli gridò a gran voce: «Il figlio di Khattab è diventato apostata!». Umar (che Allah sia soddisfatto di lui) disse: «Stai mentendo: sono diventato musulmano». In breve, la gente si scagliò contro Umar e cominciò a picchiarlo. Umar veniva colpito, ma colpiva a sua volta. Quando il sole fu alto nel cielo, esausto, si sedette e poi disse: «Fate ciò che volete! Giuro su Allah che, se fossimo stati anche solo trecento, o voi sareste rimasti alla Mecca oppure saremmo rimasti noi». (La medesima opera, p. 8; Ibn Hisham, vol. I, pp. 348-349.)

Dopo di ciò, i politeisti assalirono la casa di Umar (che Allah sia soddisfatto di lui) per ucciderlo. È riportato nel Sahih al-Bukhari che Umar (che Allah sia soddisfatto di lui) si trovava terrorizzato e sconvolto all’interno della casa, quando giunse Abu Amr As ibn Wa’il al-Sahmi. Indossava un mantello yemenita ricamato e abiti di seta. Apparteneva alla tribù dei Sahm, che all’epoca era una tribù alleata della nostra. Chiese: «Che cosa succede? Perché tutto questo clamore?». Umar (che Allah sia soddisfatto di lui) rispose: «Sono diventato musulmano e per questo vogliono uccidermi». As disse: «È impossibile». Udendo queste parole da parte di As, mi sentii rassicurato. In quel momento molte persone si erano radunate intorno alla mia casa. As si fece strada tra la folla e chiese loro: «Dove state andando tutti?». Risposero: «Umar è diventato apostata; stiamo andando da lui». As disse: «Non c’è alcuna via per andare da quella parte». Udendo ciò, tutti tornarono indietro. (Sahih al-Bukhari, capitolo su Umar ibn al-Khattab, vol. I, p. 545.) Secondo la narrazione di Ibn Ishaq, si erano radunati in modo tale che sembrava quasi che fossero entrati tutti nello stesso abito. (Ibn Hisham, vol. I, p. 349.)

Dopo la conversione di Umar (che Allah sia soddisfatto di lui), la condizione dei politeisti era quella descritta sopra; da questo episodio si può comprendere anche la condizione dei musulmani. Mujahid ha riferito da Abd Allah ibn Abbas (che Allah sia soddisfatto di lui): «Chiesi a Umar ibn al-Khattab: “Per quale motivo hai ricevuto il titolo di al-Faruq?”. Egli rispose: “Hamza (che Allah sia soddisfatto di lui) abbracciò l’Islam tre giorni prima della mia conversione”. Dopo aver raccontato l’episodio della conversione di Hamza, Umar disse: “Poi abbracciai l’Islam e dissi al nostro amato Profeta (pace e benedizioni di Allah su di lui): ‘O Messaggero di Allah, sia che viviamo sia che moriamo, non siamo forse dalla parte della verità?’. Il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) disse: ‘Certamente! Giuro per Colui nelle cui mani è la mia anima: sia che viviate sia che moriate, siete certamente dalla parte della verità’. Umar (che Allah sia soddisfatto di lui) disse: ‘Allora perché dovremmo continuare a fuggire?’. Giuro per Colui che ti ha inviato con la verità: usciremo certamente». Poi uscimmo in corteo insieme al Messaggero di Allah, divisi in due file: in una c’era Hamza e nell’altra c’ero io. Mentre camminavamo, la polvere si sollevava come farina macinata da una macina. Entrammo nella Moschea Sacra. Umar (che Allah sia soddisfatto di lui) disse: «Quando i Quraysh ci videro, provarono un dolore più grande di quanto ne avessero mai provato prima». Quel giorno il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) mi diede il titolo di al-Faruq». (Ta’rikh Umar ibn al-Khattab, Ibn al-Jawzi, pp. 6-7.)

Ibn Mas‘ud (che Allah sia soddisfatto di lui) disse: «Prima di allora non eravamo in grado di pregare presso la Kaaba». (Mukhtasar al-Sira, Shaykh Abd Allah, p. 103.)

Zuhayr ibn Sinan al-Rumi (che Allah sia soddisfatto di lui) disse: «Dopo che Umar al-Faruq (che Allah sia soddisfatto di lui) abbracciò l’Islam, l’Islam uscì allo scoperto e si cominciò a predicare pubblicamente l’Islam. Cominciammo a sederci in cerchio davanti alla Kaaba e a compiere il tawaf intorno alla Kaaba. Ci vendicammo di coloro che avevano ecceduto contro di noi e rispondemmo alla loro oppressione». (Ta’rikh Umar ibn al-Khattab, Ibn al-Jawzi, p. 13.)

Abd Allah ibn Mas‘ud (che Allah sia soddisfatto di lui) disse: «Dopo la conversione di Umar, rimanemmo in seguito forti e onorati». (Sahih al-Bukhari, capitolo sulla conversione di Umar ibn al-Khattab, vol. I, p. 545.)

Dopo che Hamza ibn Abd al-Muttalib e Umar ibn al-Khattab, che Allah si compiaccia di loro, abbracciarono l’Islam, le persecuzioni indiscriminate contro i musulmani diminuirono. I politeisti decisero di affrontare la situazione con saggezza e ponderazione. Pensarono che, assicurandosi di ciò che Muhammad, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, desiderava ottenere attraverso la predicazione dell’Islam, e soddisfacendo tale richiesta, forse avrebbero potuto distoglierlo dalla sua opera. Ma non sapevano che, di fronte alla predicazione della religione dell’Inviato di Dio, persino l’intero universo è del tutto privo di valore. Pertanto, il loro tentativo fallì naturalmente.

Ibn Ishaq ha riportato, tramite Yazid ibn Ziyad, questa narrazione di Muhammad ibn Ka‘b al-Qurazi: «Mi è stato riferito che un giorno Utba ibn Rabia, capo del popolo, avanzò una nuova proposta davanti ai suoi compatrioti. In quel momento l’Inviato di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, si trovava da solo in un punto della Moschea Sacra. Utba disse: “Andate a discutere con Muhammad e cercate una soluzione. Presentategli alcune proposte; forse ne accetterà una. Qualunque cosa chieda, noi la soddisferemo”». Dopo aver visto accrescere la forza dei musulmani in seguito all’accettazione dell’Islam da parte di Hamza, si consultarono tra loro in questo modo.

I Quraysh dissero: «Abu al-Walid, vai tu e parlargli». Utba allora si alzò e andò a sedersi presso l’Inviato di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace. Utba disse: «Nipote, tutti conoscono il prestigio che hai tra la nostra gente. Sei di nobile stirpe, e stai predicando qualcosa che ha causato divisione, disordine e discordia tra il popolo. Definisci stoltezza la saggezza dei capi della tua gente, critichi in vari modi le loro divinità, dichiari false le loro credenze religiose e definisci miscredenti i loro antenati. Ascoltami: ti presenterò alcune proposte. Rifletti su di esse; forse una di esse ti sarà accettabile». L’Inviato di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, disse: «Parla, Abu al-Walid; ti ascolterò».

Utba, detto al-Walid, disse: «Nipote, se vuoi ricchezza in cambio di ciò che predichi, ti daremo tanta ricchezza da renderti il più ricco tra noi. Se vuoi prestigio, dichiaralo: ti riconosceremo come nostro capo e non prenderemo alcuna decisione senza di te. Se vuoi diventare re, dichiaralo: ti accetteremo come re. Se ciò che ti è giunto è opera di jinn o demoni, diccelo. Tu lo vedi, ma non riesci ad allontanarlo? Provvederemo a curarti; qualunque somma occorra, pagheremo le tue cure. A volte accade che i jinn e i demoni esercitino la loro influenza sugli esseri umani; in tal caso è necessario curare la persona».

Dopo aver ascoltato attentamente Utba, l’Inviato di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, disse: «Abu al-Walid, hai finito di parlare? Ascolta ora me». Poi l’Inviato di Dio, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, cominciò a recitare dall’inizio la sura Ha-Mim Sajda: «Nel nome di Allah, il Compassionevole, il Misericordioso. Ha-Mim. Questa è una Scrittura rivelata dal Compassionevole, il Misericordioso. È una Scrittura i cui versetti sono stati esposti chiaramente, un Corano in lingua araba per un popolo che sa, annunciatore di buone novelle e ammonitore. Ma la maggior parte di loro si è allontanata e non ascolterà. Dicono: “I nostri cuori sono avvolti da un velo rispetto a ciò cui ci inviti, nelle nostre orecchie vi è sordità e tra noi e te vi è una barriera. Agisci dunque secondo ciò che ritieni giusto, e anche noi agiremo secondo ciò che riteniamo giusto”».

L’Inviato di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, continuò a recitare, mentre Utba sedeva comodamente, appoggiando entrambe le mani dietro di sé sul terreno, e ascoltava. Dopo aver recitato il versetto della prosternazione, l’Inviato si alzò e si prostrò. Poi disse: «Abu al-Walid, desideravi ascoltare qualcosa e io te l’ho fatto ascoltare. Ora spetta a te decidere, e alle tue azioni parlare».

Utba si alzò e raggiunse i suoi compagni. Vedendolo, essi cominciarono a dirsi l’un l’altro: «Per Dio, Abu al-Walid non sta tornando con lo stesso volto con cui era partito». Quando Utba si fu seduto, i compagni gli chiesero: «Che notizie porti?». Egli rispose: «La notizia è che ho ascoltato parole che non avevo mai ascoltato in passato. Per Dio, non sono poesia né formule magiche. Ascoltatemi: lasciatelo al suo destino. Per mezzo delle parole che ho ascoltato accadrà in futuro qualcosa di grande. Se poi gli Arabi lo uccideranno, qualcun altro farà il vostro lavoro; ma se egli prevarrà sugli Arabi, il suo onore sarà il vostro onore, il suo regno sarà il vostro regno e la sua esistenza sarà per voi motivo di fortuna».

I Quraysh dissero: «Abu al-Walid, la magia di quelle parole ha influenzato anche te». Utba rispose: «Ho detto ciò che ho compreso riguardo a lui. Ora fate ciò che ritenete opportuno». (Ibn Hisham, vol. 1, pp. 293-294).

Secondo un’altra narrazione, quando il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, recitò il versetto: «Ma se essi volgono le spalle, allora di’: “Vi avverto di una folgorante punizione simile a quella degli ’Ad e dei Thamud”», non appena ebbe recitato questo versetto, Utba si alzò, gli pose una mano sulla bocca e disse: «Ti scongiuro, per Allah e per i legami di parentela, di non fare una cosa simile». Utba temeva che una punizione di quel genere potesse abbattersi su di lui. Poi si alzò, andò dai suoi compagni e riferì loro quanto sopra (Tafsir di Ibn Kathir, vol. 6, pp. 15, 160, 161).

La riunione di Abu Talib con i Banu Hashim e i Banu al-Muttalib

Nel frattempo la situazione era cambiata notevolmente. Abu Talib era ancora preoccupato e temeva per suo nipote da parte dei politeisti. Ripercorreva gli eventi verificatisi fino ad allora: i politeisti lo avevano minacciato di affrontarlo; avevano proposto di prendere suo nipote, ucciderlo e consegnare loro in cambio Amara ibn al-Walid; Abu Jahl aveva tentato di fracassare la testa di suo nipote con una pesante pietra; Uqba ibn Abi Mu’ayt aveva cercato di strangolarlo avvolgendogli un mantello intorno al collo; e Khattab, figlio di al-Khattab, era uscito con la spada sguainata per ucciderlo. Considerando tutti questi episodi verificatisi l’uno dopo l’altro, Abu Talib temette un pericolo così grave che il suo cuore ebbe un sussulto.

Comprese perfettamente che i politeisti erano fermamente decisi a uccidere suo nipote. In una simile situazione, se un miscredente avesse lanciato all’improvviso un attacco contro suo nipote, forse Hamza, Umar o chiunque altro avrebbe potuto proteggerlo agendo individualmente?

La preoccupazione di Abu Talib non era infondata, poiché i politeisti erano determinati a uccidere il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace. Alludendo alla loro determinazione, Allah l’Altissimo dice: «Hanno forse preso una decisione definitiva su una questione? Sono Io Colui che decide» (79:43).

La domanda è: che cosa avrebbe dovuto fare Abu Talib in una situazione del genere? Quando vide che i politeisti si erano accaniti contro suo nipote da ogni parte, riunì i discendenti dei due illustri antenati della sua famiglia, Hashim e al-Muttalib. Durante quell’assemblea li invitò tutti a unirsi per proteggere suo nipote e disse con voce commossa: «Finora ho assolto da solo questa responsabilità; ora venite, assumiamola insieme». I discendenti dei suoi due antenati risposero all’appello di Abu Talib. Soltanto suo fratello Abu Lahab dissentì: rifiutò e si schierò con i politeisti (Ibn Hisham, vol. 1, p. 269; Mukhtasar al-Sira, Shaykh Abdullah, p. 106).

Boicottaggio totale

Nel giro di quattro settimane o anche meno, i politeisti subirono quattro grandi colpi: Hamza e Umar abbracciarono l’Islam e, soprattutto, i Banu Hashim e i Banu al-Muttalib si unirono e concordarono di proteggere il Messaggero di Allah. I politeisti furono sconvolti. E come avrebbero potuto non esserlo? Avevano capito che, se ora avessero intrapreso un’azione per uccidere Muhammad, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, lo spargimento di sangue necessario per proteggerlo avrebbe tinto di rosso le pianure della Mecca, con la possibilità della loro stessa distruzione. Per questo abbandonarono il piano di uccidere il Messaggero di Allah e inventarono una nuova forma di persecuzione e maltrattamento, ancora più terribile di tutte le misure adottate in precedenza.

Ibn Qayyim ha scritto che si dice che questo documento sia stato redatto da Mansur ibn ʿIkrima ibn ʿAmir ibn Hāshim; secondo alcuni, invece, fu scritto da al-Nadr ibn al-Hārith. La versione corretta, tuttavia, è che fu redatto da Bughayḍ ibn…, la cui mano rimase paralizzata perché aveva invocato una maledizione contro il Messaggero di Allah (Zād al-Maʿād, vol. 2, p. 49).

Dopo essere stato redatto, il documento fu appeso alla Kaʿba. A causa di esso, tutti i membri musulmani e non musulmani dei Banū Hāshim e dei Banū al-Muṭṭalib—uomini, donne e bambini—tranne Abū Lahab, furono assediati in un luogo chiamato Shiʿb Abī Ṭālib. Questo avvenne nel settimo anno dalla comparsa del Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, come profeta.

Tre anni nello Shiʿb Abī Ṭālib

Durante questo boicottaggio, la situazione divenne gravissima: le forniture di cibo furono interrotte. Qualunque cosa arrivasse alla Mecca, i politeisti la acquistavano immediatamente; di conseguenza, nulla giungeva normalmente agli assediati, musulmani o non musulmani che fossero. Essi sopravvivevano mangiando foglie degli alberi e pelli. La fame era così terribile che i lamenti delle donne e dei bambini affamati potevano essere uditi fuori dallo Shiʿb Abī Ṭālib, o valle di Abū Ṭālib. Le possibilità che ricevessero generi alimentari erano esigue; ciò che arrivava veniva fatto giungere in segreto. Al di fuori dei mesi sacri, non uscivano dalla valle nemmeno per acquistare le cose necessarie. Spesso non riuscivano neppure ad acquistare le merci portate a Mecca dall’esterno, perché i politeisti ne aumentavano il prezzo di molte volte.

Ḥakīm ibn Ḥizām era il nipote di Khadīja, che Allah si compiaccia di lei. Di tanto in tanto mandava del grano a sua zia. Una volta, mentre si accingeva a inviarle del grano, Abū Jahl cercò di impedirglielo; tuttavia, Abū al-Bakhtarī prese le parti di Ḥakīm ibn Ḥizām e fece in modo che il grano fosse inviato.

Nel frattempo, Abū Ṭālib era sempre preoccupato per il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace. Di notte, dopo che tutti si erano coricati, diceva al nipote: «Va’ a coricarti ora nel tuo letto». Lo diceva affinché, qualora vi fosse stato un assassino nascosto, questi potesse capire dove il nipote avesse dormito. Poi, quando tutti si erano addormentati, Abū Ṭālib cambiava il posto in cui il suo amato nipote avrebbe dormito e faceva coricare nel letto del nipote suo figlio, suo fratello o qualcun altro. Trascorreva così le notti in preda all’ansia e all’inquietudine per il suo amato nipote, il Messaggero di Allah Muḥammad, che Allah lo benedica e gli conceda la pace.

Nonostante un assedio così duro, il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, usciva insieme agli altri musulmani durante il pellegrinaggio e invitava all’Islam coloro che giungevano per compiere il pellegrinaggio. Il comportamento di Abū Lahab nei confronti del Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, e dei musulmani in quelle occasioni è già stato menzionato. (Abū Ṭālib morì sei mesi dopo la revoca del documento; secondo l’informazione corretta, morì nel mese di Rajab. Coloro che affermano che morì nel mese di Ramaḍān dicono anche che morì otto mesi e alcuni giorni dopo l’episodio della revoca del documento. In entrambi i casi risulta provato che morì nel mese di Muḥarram.)

L’episodio della revoca del documento

In queste condizioni trascorsero tre anni interi. Poi, nel mese di Muharram del decimo anno dall’inizio della profezia, avvenne la distruzione del documento, ponendo fine alle ingiustizie e alle persecuzioni. Alcuni membri dei Quraysh, contrari a tale provvedimento, si adoperarono anche per abolire il blocco.

Il principale promotore della distruzione del documento redatto per imporre questo disumano blocco fu un uomo di nome Hisham ibn Amr, della tribù dei Banu Amir ibn Lu’ayy. Hisham aiutava gli indifesi accampati presso Abu Talib inviando loro di nascosto viveri durante la notte. Per prima cosa si recò da Zuhayr ibn Abu Umayya al-Makhzumi. La madre di Zuhayr, Atika, era figlia di Abd al-Muttalib, ossia sorella di Abu Talib. Hisham gli disse: «Zuhayr, vuoi forse che voi mangiate e beviate tranquillamente, mentre tuo zio materno e gli altri muoiono lentamente? Non sai in quali condizioni si trovano?». Zuhayr rispose: «Ahimè, che cosa posso fare da solo? Se qualcun altro si unisse a me, potrei adoperarmi per distruggere il documento». Hisham disse: «C’è un’altra persona». Zuhayr domandò: «Chi è?». Hisham rispose: «Io». Zuhayr disse: «Bene, allora cerca una terza persona». A queste parole Hisham si recò da Mut’im ibn Adi e gli chiese aiuto, descrivendogli la situazione dei Banu Hashim e dei Banu al-Muttalib e ricordandogli che erano suoi parenti stretti. Mut’im disse: «Che cosa posso fare da solo?». Hisham rispose: «C’è un altro». Mut’im domandò: «Chi è?». Hisham disse: «Io». Mut’im rispose: «Bene, allora trova una terza persona». Hisham disse: «L’ho già fatto». Mut’im domandò: «Chi è?». Hisham rispose: «Zuhayr ibn Abu Umayya». Mut’im disse: «Bene, cerca una quarta persona». In seguito Hisham andò da Abu al-Bakhtari e gli parlò nello stesso modo in cui aveva parlato a Mut’im. Abu al-Bakhtari domandò: «C’è qualcuno che sostenga questa causa?». Hisham rispose di sì e gli fece i nomi di Zuhayr ibn Abu Umayya, Mut’im ibn Adi e se stesso. Abu al-Bakhtari disse: «Bene, allora cerca una persona fidata». Hisham si recò quindi da Jami’a ibn al-Aswad ibn al-Muttalib ibn Asad, gli parlò della difficile situazione dei Banu Hashim e dei Banu al-Muttalib e gli chiese aiuto. Questi domandò se vi fossero altri sostenitori. Hisham rispose di sì e gli riferì tutti i nomi. In seguito tutti i menzionati si riunirono in un luogo chiamato Hajun e si impegnarono a distruggere il documento. Zuhayr disse: «Sarò io a sollevare per primo la questione».

Al mattino, come di consueto, tutti si riunirono nell’assemblea. Zuhayr si presentò elegantemente vestito e adornato; dapprima compì sette giri attorno alla Kaaba, poi si rivolse a tutti dicendo: «O abitanti della Mecca, ascoltate! Noi mangiamo e beviamo e indossiamo abiti, mentre i Banu Hashim vengono distrutti: non si vende loro nulla e non si compra nulla da loro. Giuro su Dio, non posso restare in silenzio finché esiste un documento così disumano. Voglio che questo documento venga distrutto».

Quando Abu Jahl udì queste parole, disse: «Ti sbagli. Giuro su Dio, questo documento non può essere strappato».

Jami’a ibn al-Aswad disse: «Giuro su Dio, sei tu a sbagliarti. Già quando questo documento fu scritto io non ero d’accordo e non sono disposto ad accettarlo». Poi Mut’im ibn Adi disse: «Voi due avete ragione. Chiediamo rifugio a Dio da tutto ciò che è scritto in questo documento».

Anche Hisham ibn Amr pronunciò parole dello stesso tenore.

Vedendo la situazione, Abu Jahl disse: «Ah, ho capito: questo accordo è stato raggiunto durante la notte e questa congiura è stata ordita non qui, ma altrove».

In quel momento anche Abu Talib si trovava poco distante. Il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, gli aveva riferito che Allah aveva inviato un insetto per distruggere il documento: esso aveva divorato ogni parte che descriveva l’ingiustizia e la persecuzione, lasciando intatti soltanto i punti in cui compariva il nome di Allah.

Abū Ṭālib disse ai Quraysh: «Mio nipote mi ha mandato da voi per dirvi che Allah l’Altissimo gli ha rivelato che il vostro patto è stato distrutto da Allah l’Altissimo per mezzo di una specie di insetto, e che vi è rimasto soltanto il nome di Allah. Se ciò si dimostrerà falso, mi dissocerò da lui e da voi, e potrete fare ciò che volete; ma se si dimostrerà vero, dovrete cessare l’ingiustizia che ci avete inflitto mediante il boicottaggio». I Quraysh accettarono.

Quando ebbe termine la disputa tra Abū Jahl e gli altri, al-Muṭʿim ibn ʿAdī si accinse a strappare il patto e constatò che gli insetti avevano davvero divorato tutto il testo, eccetto la parte su cui era scritto il nome di Allah. In seguito il patto fu strappato, il boicottaggio ebbe fine e il Messaggero di Allah ﷺ e tutti gli altri uscirono da Shiʿb Abī Ṭālib. I miscredenti rimasero meravigliati di questo segno straordinario, ma il loro atteggiamento non cambiò. Allah l’Altissimo dice: «E quando vedono un segno miracoloso, si sottraggono e dicono: “Questa è magia”».

Gli idolatri arabi si allontanarono anche da questo straordinario segno della profezia e avanzarono di alcuni altri passi sulla via della loro miscredenza (il resoconto del boicottaggio è stato tratto dalle seguenti opere: Ṣaḥīḥ al-Bukhārī, vol. 1, pp. 216, 548; Zād al-Maʿād, vol. 2, p. 46; Ibn Hishām, vol. 1, pp. 350-351, 347, 377; Raḥmat li-l-ʿĀlamīn, vol. 1, p. 70; Mukhtaṣar al-Sīra, Shaykh ʿAbd Allāh, pp. 6, 10, 110; Mukhtaṣar Sīrat Muḥammad ibn ʿAbd al-Wahhāb, pp. 68, 73).

L’ultima delegazione dei Quraysh presso Abū Ṭālib

Dopo essere uscito da Shiʿb Abī Ṭālib, il nobile Messaggero ﷺ riprese l’attività di invito e di propagazione. Sebbene il boicottaggio fosse terminato, i malvagi idolatri continuavano a porre ogni sorta di ostacolo alla diffusione dell’Islam. Nel frattempo, Abū Ṭālib proseguiva i suoi sforzi di lunga data per proteggere suo nipote; tuttavia era ormai curvo sotto il peso degli anni e aveva superato gli ottant’anni. Dopo anni consecutivi di dolore, difficoltà, pericoli e calamità, la sua salute si era gravemente deteriorata; in particolare, l’assedio nella valle aveva esaurito le sue forze e le sue capacità. Pochi mesi dopo l’uscita da quel luogo, si ammalò gravemente. A quel punto gli idolatri pensarono: «Abū Ṭālib si sta ammalando rapidamente e potrebbe morire da un momento all’altro. Se dopo la sua morte commettessimo qualche eccesso contro suo nipote, la nostra reputazione ne soffrirebbe; la gente direbbe che, vedendo che non ha più un protettore, ne stiamo approfittando». Per questo volevano raggiungere un accordo riguardo al Profeta ﷺ mentre Abū Ṭālib era ancora in vita, ma non erano disposti a fare concessioni. Dopo essersi consultati tra loro, una delegazione si recò da Abū Ṭālib: era l’ultima delegazione dei Quraysh presso di lui.

Ibn Isḥāq e altri hanno riferito che, dopo che Abū Ṭālib si fu ammalato, i Quraysh temettero che potesse esalare improvvisamente l’ultimo respiro. Si dicevano tra loro: «Guardate, Ḥamza e ʿUmar sono diventati musulmani e la religione di Muḥammad si è diffusa tra tutte le tribù dei Quraysh. Andiamo dunque da Abū Ṭālib e chiediamogli di tenere sotto controllo suo nipote; così potremo raggiungere un accordo riguardo a lui. Temiamo che, se in futuro la gente comune subisse qualche sopruso da parte nostra nei confronti di Muḥammad ﷺ, ci criticherebbe e direbbe: “Finché Abū Ṭālib era vivo non osavano fare nulla; ora hanno trovato l’occasione”».

In breve, la delegazione dei Quraysh si recò da Abū Ṭālib per discutere con lui. Nella delegazione erano inclusi anche i notabili dei Quraysh: Abū Jahl ibn Hishām, Umayya ibn Khalaf, Abū Sufyān ibn Ḥarb e altri; erano venticinque in tutto. Dissero: «O Abū Ṭālib, non ti è ignota la posizione che occupi presso di noi, né ignori la situazione in cui trascorri attualmente i tuoi giorni. Temiamo che la tua vita stia volgendo rapidamente al termine. Non ignori la nostra disputa con tuo nipote. Vogliamo che tu lo convochi e stabilisca con lui un accordo: noi ci impegneremo verso di lui ed egli si impegnerà verso di noi. Lo lasceremo libero di seguire la sua religione, ed egli lasci liberi noi di seguire la nostra».

Dopo aver ascoltato tutto ciò, Abū Ṭālib fece chiamare il suo amato nipote Muḥammad ﷺ. Quando questi arrivò, gli disse: «Guarda, nipote mio: costoro sono gli uomini più rispettati della tua gente e si sono riuniti per te. Vogliono ottenere da te alcuni impegni». Poi Abū Ṭālib gli espose la proposta avanzata da loro: volevano che egli non interferisse nella loro religione e che anch’essi non interferissero nella sua religione.

Udendo ciò, il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, disse alla delegazione dei Quraysh: «Ditemi: se vi proponessi una parola che, accettandola, vi rendesse re degli Arabi e vi permettesse di avere sotto il vostro controllo anche gli stranieri, che cosa fareste?». In un’altra narrazione si riferisce che egli, rivolgendosi ad Abu Talib, disse: «Chiedo loro di riconoscere una sola cosa; se la riconosceranno, tutta l’Arabia sarà soggetta a loro e anche gli altri pagheranno loro la jizya». Secondo un’altra narrazione, egli disse: «Zio, invitali a una cosa che sarà per il loro bene». Abu Talib chiese: «A quale cosa vuoi invitarli?». Il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, rispose: «Voglio invitarli a una cosa che, se accetteranno, renderà loro obbediente tutta l’Arabia e stabilirà la loro autorità anche sugli stranieri». In una narrazione di Ibn Ishaq si riferisce che il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, disse: «Accettate soltanto una parola; così diventerete re degli Arabi e gli stranieri passeranno sotto il vostro controllo».

In sostanza, dopo aver udito questa proposta, la delegazione dei Quraysh rimase interdetta. Si meravigliarono pensando: se accettando una sola parola si ottiene un vantaggio così grande, come si può rifiutarla? Abu Jahl disse: «Dilla, per tuo padre! Siamo pronti ad accettare una parola di questo genere, anzi anche dieci». Il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, disse: «Dite: Lā ilāha illā Allāh; non vi è altra divinità all’infuori di Allah, e abbandonate l’obbedienza e l’adorazione di tutti gli altri». Udendo ciò, i Quraysh applaudirono e dissero: «O Muhammad, dovremmo adorare un solo Dio? Davvero la tua faccenda è molto strana!»

Poi si dissero l’un l’altro: «Per Dio, quest’uomo non è disposto ad accettare nessuna delle vostre parole. Venite dunque, rimaniamo saldi nella religione dei nostri antenati; poi Allah giudicherà tra lui e noi». Detto questo, si alzarono e se ne andarono. In seguito a questo episodio, Allah rivelò riguardo a loro questi versetti: «Per il Corano, colmo di ammonimenti, tu sei certamente veritiero; tuttavia i miscredenti sono immersi nell’arroganza e nell’ostilità. Quante generazioni abbiamo distrutto prima di loro! Allora invocavano con grida disperate, ma non vi era più alcuna possibilità di salvezza. Si meravigliano che sia giunto loro un ammonitore scelto tra loro stessi. I miscredenti dicono: “Costui è un mago, un bugiardo. Ha forse fatto delle divinità una sola divinità? Questa è davvero una cosa sorprendente!”. E i loro capi se ne andarono dicendo: “Andatevene e rimanete costanti nell’adorazione delle vostre divinità. Questa è certamente una cosa voluta. Non abbiamo mai udito una simile cosa nell’altra religione; non è altro che un’invenzione”» (Ibn Hisham, vol. 1, pp. 7, 4, 419; Mukhtasar al-Sira, Shaykh Abd Allah, p. 91) (38:1-7).

L’anno della tristezza e del dolore

La morte di Abu Talib

La malattia di Abu Talib peggiorò e, dopo qualche tempo, egli morì. Abu Talib morì nel mese di Rajab del decimo anno della missione profetica, sei mesi dopo la fine dell’assedio nella valle (Sahih al-Bukhari, capitolo sulla storia di Abu Talib, vol. 1, p. 548). Secondo un’altra narrazione, egli morì nel mese di Ramadan, tre giorni prima della morte della signora Khadija.

In Sahih al-Bukhari è narrato da al-Musayyab che, quando si avvicinò il momento della morte di Abu Talib, il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, si recò da lui. Era presente anche Abu Jahl. Il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, disse: «Caro zio, pronuncia soltanto: Lā ilāha illā Allāh; con questa professione di fede potrò intercedere presso Allah in tuo favore». Abu Jahl e Abd Allah ibn Umayya dissero: «O Abu Talib, vuoi forse allontanarti dalla religione di Abd al-Muttalib?». Poi quei due continuarono a parlare con Abu Talib, finché le sue ultime parole furono: «Sulla religione di Abd al-Muttalib». Il Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, disse: «Continuerò a chiedere perdono per te finché non mi sarà proibito». In seguito Allah rivelò questo versetto: «Non è conveniente che il Profeta e i credenti chiedano perdono per gli associatori, anche se sono loro parenti, dopo che è divenuto chiaro che sono destinati all’Inferno» (9:113).

A questo proposito Allah rivelò anche il seguente versetto: «Tu non puoi guidare sulla retta via chi ami, ma Allah guida sulla retta via chi vuole, ed Egli conosce meglio chi segue la retta via» (Sahih al-Bukhari, capitolo sulla storia di Abu Talib, vol. 1, p. 548) (28:56).

Non occorre spiegare in che modo Abu Talib aiutò e sostenne il Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace. In realtà, di fronte agli attacchi dei capi dei Quraysh e degli ignoranti di Mecca contro l’Islam, egli fu come una fortezza. Tuttavia, egli rimase fermamente saldo nella religione dei suoi antenati. Per questo, in al-Bukhari è riportato da Abd Allah ibn Abbas, che Allah si compiaccia di lui, che egli chiese al Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace: «Quale beneficio ti arrecò tuo zio? Egli ti proteggeva e, per amor tuo, correva il rischio di litigare e inimicarsi gli altri». Il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, rispose: «Egli si troverà nella parte più profonda dell’Inferno» (Sahih al-Bukhari, capitolo sulla storia di Abu Talib, vol. 1, p. 548).

Hazrat Abu Sa’id al-Khudri, che Allah si compiaccia di lui, riferì che, una volta, mentre si parlava dello zio del Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, egli disse: «Nel Giorno della Resurrezione, forse la mia intercessione gli sarà di qualche beneficio. Sarà posto in una parte elevata dell’Inferno, dove il fuoco gli arriverà soltanto fino alle ginocchia di entrambi i piedi» (Sahih al-Bukhari, capitolo sulla storia di Abu Talib, vol. 1, p. 548).

La morte di Hazrat Khadija

Due mesi, o appena tre giorni, dopo la morte del signor Abu Talib, anche Umm al-Mu’minin Khadija al-Kubra, che Allah si compiaccia di lei, lasciò questo mondo. Morì nel mese di Ramadan del decimo anno della profezia, all’età di sessantacinque anni, quando il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, si avvicinava ai cinquant’anni (Ibn al-Jawzi lo menziona a pagina 7 dell’opera Talqih al-Fuhum, e l’Allama Mansurpuri nella sua opera Rahmat lil-‘Alamin, a proposito della morte avvenuta nel mese di Ramadan).

Per il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, Hazrat Khadija fu una grazia eminente di Allah. Per un quarto di secolo fu la compagna di vita del Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace. In quel periodo, nei momenti di dolore, sofferenza e difficoltà, il suo cuore si struggeva per il suo amato marito; nelle avversità gli dava coraggio, lo affiancava nella trasmissione della religione e alleviava le sue pene mettendo a sua disposizione la propria vita e i propri beni. Il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, disse: «Quando gli uomini mi avevano rinnegato, Khadija credette in me; quando gli altri mi dichiaravano bugiardo, Khadija mi riconobbe come veritiero; quando gli altri mi privavano di ogni sostegno, ella mi fece partecipe delle sue ricchezze; e Allah mi concesse figli da lei, mentre non mi concesse figli dalle altre mogli» (Musnad Ahmad, vol. 6, p. 118).

In Sahih al-Bukhari è narrato da Hazrat Abu Hurayra, che Allah si compiaccia di lui, che Hazrat Gabriele, che la pace sia su di lui, venne dal Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, e disse: «O Messaggero di Allah, ecco Khadija che sta arrivando; porta un recipiente contenente fuoco, cibo o bevanda. Quando verrà da te, salutala da parte del suo Signore e annunciale la buona novella di una dimora di perle in Paradiso, dove non vi saranno né schiamazzi né rumore, e dove nessuno sarà sopraffatto dalla stanchezza o dalla spossatezza» (Sahih al-Bukhari, capitolo “Il corredo del Profeta”, vol. 1, p. 539).

Dolore, preoccupazione e sofferenza interiore

I due eventi menzionati si verificarono nel giro di pochi giorni e il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, fu sopraffatto dal dolore e dal lutto. Inoltre, continuavano le persecuzioni e le vessazioni da parte della sua stessa gente, poiché dopo la morte di Abu Talib essi avevano acquistato coraggio e avevano cominciato a tormentare apertamente il Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace. In tali circostanze, il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, si recò a Ta’if, sperando nel suo cuore che gli abitanti di quel luogo avrebbero forse accettato l’invito alla religione da lui predicata, gli avrebbero offerto protezione e lo avrebbero aiutato di fronte all’opposizione della sua gente.

Ma là non si trovò alcun soccorritore né protettore; al contrario, egli fu sottoposto a persecuzioni e torture, e fu trattato così malamente che la sua stessa gente non aveva mai usato con lui un simile comportamento. I dettagli saranno menzionati più avanti.

Non sarà fuori luogo ricordare qui che, proprio come gli abitanti della Mecca perseguitarono e torturarono il Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, allo stesso modo perseguitarono i suoi compagni. Il caro compagno del Messaggero di Allah, Abu Bakr, che Allah si compiaccia di lui, esasperato da quelle persecuzioni, si mise in viaggio verso l’Abissinia. Lungo la strada incontrò Ibn Daghana, un uomo influente della Mecca, che si assunse la responsabilità di proteggerlo e lo ricondusse alla Mecca. (Akbar Shah Najibabadi ha riferito che questo episodio avvenne proprio nello stesso anno; si veda Tarikh-e Islam, vol. 1, pp. 372-373; Bukhari, vol. 1, pp. 552-553).

Ibn Ishaq riferisce che, dopo la morte di Abu Talib, i Quraysh inflissero al Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, persecuzioni tanto feroci quali non avevano mai osato immaginare durante la sua vita. Un idiota dei Quraysh si fece avanti e gli gettò della terra sulla testa; una delle sue figlie accorse e gliela ripulì.

Mentre gli ripuliva la testa, ella non faceva altro che piangere. Il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, la consolava dicendole: «Madre, non piangere; Allah l’Altissimo proteggerà tuo padre». In quella circostanza il Messaggero di Allah disse anche: «I Quraysh non mi hanno trattato così male da farmi soffrire, madre». In una situazione simile morì Abu Talib (Ibn Hisham, vol. 1, p. 416).

A causa del susseguirsi di tali persecuzioni e torture, il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, chiamò quell’anno ‘Am al-Huzn’, cioè l’Anno della Tristezza; nella storia quell’anno è divenuto celebre proprio con questo nome.

Il matrimonio con Sawda

Quello stesso anno, cioè nel decimo anno della missione profetica, nel mese di Shawwal, il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, sposò Sawda bint Zam’a. Sawda, che Allah si compiaccia di lei, aveva abbracciato l’Islam già agli inizi della missione profetica e nel secondo anno dell’Egira era emigrata in Abissinia. Suo marito si chiamava Sakran ibn Amr; anch’egli aveva abbracciato l’Islam nei primi tempi. Sawda emigrò con lui in Abissinia, ma egli morì là oppure, secondo un’altra versione, mentre rientrava alla Mecca. Dopo che Sawda ebbe terminato il periodo di attesa legale, il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, le propose di sposarlo e contrasse con lei matrimonio. Dopo la morte di Khadija, che Allah si compiaccia di lei, ella fu la moglie del Messaggero di Allah. Alcuni anni più tardi cedette il proprio turno ad Aisha, che Allah si compiaccia di lei (Rahmat li-l-‘Alamin, vol. 2, p. 165; Talqih al-Fuhum, p. 6).

La pazienza e la sopportazione dei compagni che abbracciarono l’Islam nei primi tempi

Come riuscirono i musulmani a rimanere saldi e incrollabili anche in quei terribili tempi di difficoltà? Riflettendo su questo, persino le persone dal carattere più forte restano stupite. Di fronte a quali crudeli persecuzioni i musulmani diedero prova di pazienza e sopportazione! Leggendo il resoconto di quelle oppressioni e persecuzioni, il corpo e l’animo rabbrividiscono. Qual era quella forza ammaliante che permetteva ai musulmani di rimanere così saldi? Di seguito se ne offre una breve spiegazione.

Uno. La bellezza della fede

La ragione prima e più importante è la fede in Allah e la corretta conoscenza di Lui. Colui la cui fede è così solida e forte rimane saldo anche dopo aver urtato contro una montagna; non attribuisce a nessuna oppressione o persecuzione più importanza della schiuma che galleggia sul mare. Per questo il credente non teme alcuna calamità o ostacolo di fronte alla dolcezza e alla soavità della fede.

Allah l’Altissimo dice: «Ciò che è inutile viene gettato via, mentre ciò che giova agli uomini rimane sulla terra» (17, 13).

Due. Una leadership attraente

Il Profeta, pace e benedizioni di Allah su di lui, era il più grande leader della comunità islamica, anzi dell’intera umanità. La sua bellezza fisica, la perfezione interiore, il carattere encomiabile, la personalità straordinaria, le abitudini raffinate e la laboriosità suscitavano spontaneamente il desiderio di amarlo e di offrirgli tutto il proprio cuore. Possedeva in misura così grande tutte le qualità che gli uomini apprezzano con il cuore e con l’anima, che nessun altro aveva mai ricevuto riunite in sé tante virtù. Il Profeta, pace e benedizioni di Allah su di lui, occupava il posto più elevato per dignità, eccellenza, nobiltà e bellezza morale. Possedeva in sommo grado qualità come il perdono, l’affidabilità, l’onestà, la sincerità e la sopportazione; tanto che persino i suoi nemici non nutrirono mai dubbi sulla sua unicità e superiorità. Quando pronunciava una parola, anche i suoi nemici sapevano che era vera e che si sarebbe certamente realizzata. Numerosi episodi ne forniscono la prova.

Una volta, tre uomini dei Quraysh si riunirono; ciascuno di loro aveva ascoltato di nascosto la recitazione del Corano, ma nessuno aveva rivelato agli altri la cosa. Tra loro vi era anche Abu Jahl. Uno degli altri due chiese ad Abu Jahl: «Dimmi: hai ascoltato qualcosa da Muhammad? Qual è la tua opinione al riguardo?». Abu Jahl rispose: «Che cosa ho ascoltato? La verità è che noi e i Banu ʿAbd Manāf gareggiavamo gli uni con gli altri in nobiltà e prestigio: se loro nutrivano i poveri, lo facevamo anche noi; se facevano elemosine, le facevamo anche noi. Loro e noi eravamo rivali, come due cavalli in gara. In questa situazione, i Banu ʿAbd Manāf hanno cominciato a dire: “Tra noi c’è un profeta al quale giunge la rivelazione dal cielo”. Dimmi: come potremmo ricevere una rivelazione simile? Per Dio, non crederò mai in quell’uomo e non lo riconoscerò mai come veritiero» (Ibn Hisham, vol. 1, p. 216).

In precedenza è stato narrato l’episodio in cui, un giorno, gli idolatri insultavano il Profeta, pace e benedizioni di Allah su di lui. Lo fecero per tre volte consecutive; la terza volta il Messaggero di Allah, pace e benedizioni di Allah su di lui, si fermò e disse: «O Quraysh, sono venuto a voi con animali da macello». Non appena udirono queste parole, i miscredenti cominciarono a cercare di compiacere il Messaggero di Allah con parole gentili. È stato anche menzionato in precedenza che, mentre il Messaggero di Allah, pace e benedizioni di Allah su di lui, era prostrato, alcuni miscredenti gli avevano posto sul collo le viscere di un cammello. Dopo la preghiera, il Messaggero di Allah, pace e benedizioni di Allah su di lui, invocò la maledizione su coloro che avevano compiuto un simile gesto. Udendo quella maledizione, il sorriso scomparve dai volti dei miscredenti ed essi caddero in profonda apprensione, poiché sapevano con certezza che questa volta non sarebbero più riusciti a salvarsi.

È stato menzionato anche che, dopo che il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, ebbe invocato una maledizione contro Utayba, figlio di Abu Lahab, questi comprese che non sarebbe sfuggito alle conseguenze. Durante il viaggio in Siria, appena vide un leone, disse: «Per Allah, Muhammad mi ha ucciso già quando era ancora alla Mecca».

Nella vicenda di Ubay ibn Khalaf si narra che quest’uomo minacciava ripetutamente di uccidere il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace. In risposta a tali minacce, il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, gli disse una volta: «Non sarai tu a uccidermi; sarò io a uccidere te, se Allah vuole». In seguito, durante la battaglia di Uhud, il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, prese una lancia dalle mani di un altro Compagno e la scagliò contro Ubay, ferendolo leggermente vicino al collo. In seguito Ubay ripeteva continuamente: «A Mecca Muhammad aveva detto: “Ti ucciderò”. Se mi avesse persino sputato addosso, sarei comunque morto» (Ibn Hisham, vol. 2, p. 84). I dettagli saranno riportati più avanti.

Una volta, alla Mecca, Sa‘d ibn Mu‘adh disse a Umayya ibn Khalaf: «Ho sentito il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, dire che i musulmani ti uccideranno». Udendo ciò, Umayya fu preso da una paura terribile; quella paura lo accompagnava sempre e giurava che non sarebbe mai uscito dalla Mecca. Quando, al tempo della battaglia di Badr, decise di partecipare alla guerra per le insistenti pressioni di Abu Jahl, acquistò il cammello più veloce, così da poter fuggire rapidamente in caso di pericolo. Quando stava partendo per la battaglia, sua moglie gli disse: «Abu Safwan, hai dimenticato ciò che ti disse tuo fratello di Yathrib?». Umayya rispose: «No, non l’ho dimenticato; andrò con loro solo per un breve tratto» (Sahih al-Bukhari, vol. 2, p. 563).

Questa era la condizione dei nemici del Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace. Quanto ai suoi compagni e ai suoi Compagni, essi erano completamente e sinceramente devoti al loro amato Profeta. L’amore dei Compagni per il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, era così intenso come il fluire dell’acqua di una sorgente montana: come il ferro è attratto dalla calamita, così i Compagni erano attratti dal Messaggero di Allah.

Il poeta dice: «Il suo volto era come l’essenza stessa dell’esistenza per tutti i corpi umani; la sua esistenza era come una calamita per ogni cuore».

Proprio a causa di un amore e di una devozione simili, i nobili Compagni non avrebbero potuto sopportare neppure che qualcuno graffiasse il Messaggero di Allah o che una spina gli si conficcasse nel piede; in cambio, erano pronti persino a farsi tagliare la testa.

Un giorno il malvagio Utba ibn Rabia picchiò selvaggiamente Abu Bakr al-Siddiq, che Allah si compiaccia di lui, e gli ridusse il volto a una maschera di sangue. A un certo punto, per la violenza dei colpi, Abu Bakr perse conoscenza. Quando la notizia giunse loro, alcuni membri della sua tribù, i Banu Taym, lo avvolsero in un panno e lo riportarono a casa. Tutti avevano ormai perso la speranza che sopravvivesse. Alla fine della giornata riprese conoscenza e la prima cosa che chiese fu: «Come sta il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace?». Udendo ciò, i membri dei Banu Taym presenti mostrarono irritazione. Mentre se ne andavano, dissero alla madre di Abu Bakr: «Vedete se riuscite a dargli qualcosa da mangiare». Abu Bakr, che Allah si compiaccia di lui, chiese a sua madre Umm al-Khayr notizie del Messaggero di Allah. Ella rispose: «Figlio mio, non lo so». Abu Bakr disse: «Madre, va’ da Umm Jamil, figlia di Khattab, e portami da lei notizie del Messaggero di Allah». Umm al-Khayr andò da Umm Jamil e le disse: «Abu Bakr desidera sapere da te qualcosa su Muhammad ibn Abd Allah». Umm Jamil rispose: «Non conosco Abu Bakr e non conosco Muhammad ibn Abd Allah; tuttavia, se vuoi, posso venire con te da tuo figlio». Umm al-Khayr condusse Umm Jamil da suo figlio. Vedendo le condizioni di Abu Bakr, Umm Jamil gridò e disse: «Coloro della tua gente che ti hanno ridotto in questo stato sono certamente malvagi e miscredenti. Spero che Allah, l’Altissimo, si vendichi di loro a tuo favore». Abu Bakr, che Allah si compiaccia di lui, chiese notizie del Messaggero di Allah. Umm Jamil fece un cenno a Umm al-Khayr. Abu Bakr disse: «Non c’è problema». Umm Jamil rispose: «Sta bene ed è nella casa di Ibn Aqram». Abu Bakr disse: «Giuro che non mangerò né berrò nulla finché non mi porterete dal Messaggero di Allah». Umm al-Khayr e Umm Jamil attesero. Dopo il tramonto, quando il movimento delle persone diminuì e l’oscurità si fece più fitta, Abu Bakr, appoggiandosi alle spalle di sua madre Umm al-Khayr e di Umm Jamil, si presentò dal Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace (al-Bidaya wa al-Nihaya, vol. 3, p. 30).

Altri episodi sorprendenti di amore e devozione sono stati menzionati in varie parti del libro, in particolare nel racconto della battaglia di Uhud e nella vicenda di Zubayr, che Allah si compiaccia di lui.

Tre. Consapevolezza delle responsabilità

I nobili Compagni sapevano bene che non vi era alcun modo di sottrarsi alle responsabilità affidate agli esseri umani, per quanto gravose potessero essere; infatti, le conseguenze del trascurarle sarebbero state ancora più terribili, esponendo l’intera umanità alla rovina. Rispetto a tale perdita, queste ingiustizie, oppressioni, pericoli e calamità non avevano alcuna importanza.

Quattro. La fede nell’Aldilà

La fede nella vita dell’Aldilà li aveva spinti a essere rigorosamente disciplinati e pazienti nell’adempimento delle suddette responsabilità. I nobili Compagni nutrivano una fede salda e incrollabile nel fatto che un giorno avrebbero dovuto comparire davanti ad Allah, il Signore dei mondi, e lì avrebbero dovuto rendere conto di ogni azione della loro vita, grande o piccola. Dopodiché sarebbero stati forse ammessi in un Paradiso colmo di delizie oppure nell’Inferno ricolmo di terribili tormenti. Grazie a questa fede, i nobili Compagni conducevano una vita piena di speranza e timore: speravano nella misericordia di Allah, il loro amato Signore, e temevano il Suo castigo. Allah l’Altissimo descrive così la loro condizione nel Sublime Corano: «Essi compiono ciò che compiono con il cuore trepidante, poiché dovranno tornare al loro Signore».

Credevano inoltre fermamente che tutte le comodità, i piaceri, il benessere, le sofferenze e le difficoltà di questo mondo non avessero, rispetto all’Aldilà, neppure il valore di un’ala di zanzara. Questa fede era così salda e incrollabile che, al suo confronto, tutte le avversità, le amarezze, i dolori e le sofferenze terrene apparivano insignificanti.

Cinque. Una situazione sempre più difficile

Nei versetti del Corano che venivano rivelati gradualmente, gli insegnamenti fondamentali e gli ideali dell’Islam venivano presentati in modo attraente. Attraverso tali versetti, la vivacità e la fermezza della fede della comunità islamica, la più onorevole e distinta tra le comunità umane, venivano ulteriormente rafforzate. Allah l’Altissimo proponeva diversi esempi e insegnava ai musulmani la saggezza e il metodo, come dice Allah l’Altissimo: «Pensate forse di entrare in Paradiso senza aver vissuto ciò che vissero coloro che vi precedettero? Essi furono colpiti da miseria e avversità e furono scossi al punto che il Messaggero e i credenti con lui dissero: “Quando giungerà l’aiuto di Allah?”. In verità, l’aiuto di Allah è vicino» (2, 214).

Allah l’Altissimo dice inoltre: «Alif Lam Mim. Gli uomini pensano forse che sarà loro concesso di essere lasciati in pace solo perché dicono: “Abbiamo creduto”, senza essere messi alla prova? In verità, mettemmo alla prova anche coloro che li precedettero. Allah certamente renderà manifesto chi è sincero e chi è bugiardo» (29, 1-3).

Nel frattempo venivano rivelati versetti nei quali si davano risposte schiaccianti alle varie domande dei miscredenti politeisti, al punto che nessuna delle loro scuse poteva reggere. Con parole chiare veniva detto loro che, se fossero rimasti ostinati nella loro perdizione e nella loro caparbietà, l’esito sarebbe stato terribile. A titolo di esempio venivano riportati episodi e precedenti storici riguardanti le popolazioni precedenti, attraverso i quali veniva esposta la legge di Allah riguardo al Messaggero di Allah e ai miscredenti; al tempo stesso si parlava di misericordia e perdono e veniva indicata la retta guida. Tutto ciò veniva detto affinché i miscredenti si astenessero dalla loro perdizione e dal loro traviamento.

In realtà, il Sacro Corano aveva condotto i musulmani in un mondo diverso, presentando loro esempi straordinari, affinché non si lasciassero abbattere e nessun ostacolo o avversità potesse distoglierli dal cammino verso il conseguimento del compiacimento di Allah.

In questi versetti venivano inoltre rivolte ai musulmani parole tali da permettere loro di ricevere da parte di Allah la lieta novella del Paradiso colmo di misericordia e di benedizioni. I miscredenti, invece, venivano descritti in modo che sapessero che sarebbero stati condotti al cospetto di Allah per il giudizio: nella loro vita terrena le loro buone azioni non avrebbero avuto alcun valore; piuttosto, sarebbero stati trascinati e gettati nell’Inferno, e sarebbe stato detto loro: «Ora gustate il castigo dell’Inferno per sempre».

Sei. Pazienza incrollabile

Oltre a tutto ciò, i musulmani sapevano, non soltanto dall’inizio delle persecuzioni, ma già prima, che abbracciare l’Islam non significava dover sopportare per sempre dolore e sofferenza. Al contrario, il messaggio fondamentale dell’invito all’Islam era la fine dell’epoca dell’ignoranza, lo sradicamento di ogni forma di oppressione, persecuzione e sistema tirannico. Uno degli obiettivi dell’invito all’Islam era anche che i musulmani estendessero la propria influenza sulla terra e conseguissero una vittoria politica tale da guidare tutti gli uomini sulla via della volontà e del compiacimento di Allah, liberandoli dalla schiavitù degli uomini e introducendoli nella servitù di Allah.

Queste liete novelle del Nobile Corano venivano rivelate talvolta in forma allusiva e talvolta apertamente. Da un lato, la situazione era tale che, sebbene fosse vasta, la terra stava diventando angusta per i musulmani; per loro era difficile persino sopravvivere, mentre un gruppo di persone era costantemente attivo nel tentativo di cacciarli completamente. Dall’altro lato venivano rivelati versetti destinati a rafforzare la forza, il coraggio e il morale dei musulmani, nei quali si narravano gli avvenimenti dei tempi passati: anche in passato i profeti erano stati smentiti e sottoposti a persecuzioni e tormenti. Il quadro delineato in quei versetti corrispondeva esattamente alla situazione dei musulmani e dei miscredenti della Mecca. Infine veniva ricordato come, in precedenza, i miscredenti fossero stati distrutti e i pii servi di Allah fossero stati resi eredi della Sua terra. Di conseguenza, sarebbero stati i miscredenti della Mecca a fallire e a essere sconfitti, mentre i musulmani e l’invito all’Islam avrebbero conseguito la vittoria. In quel periodo vennero rivelati anche versetti nei quali la lieta novella della vittoria dei credenti era menzionata con parole chiare. Allah, il Signore dei mondi, dice: «Questa Mia parola è stata già stabilita riguardo ai Miei servi inviati: certamente essi saranno soccorsi e le Mie schiere saranno vittoriose. Allontanati dunque da loro per un certo tempo, osservali; presto vedranno».

Vogliono forse affrettare il Mio castigo? Quando il castigo scenderà sui loro cortili, la punizione degli ammoniti sarà terribile e abominevole (171, 177, 37).

Allah l’Altissimo dice inoltre: «Questa schiera sarà presto sconfitta e volgerà le spalle» (45, 54).

Anche questo esercito di molte fazioni sarà certamente sconfitto in tal caso (11, 38).

Riguardo a coloro che emigrarono in Abissinia, Allah l’Altissimo dice:

A coloro che, dopo essere stati oppressi, sono emigrati sulla via di Allah, concederò certamente una dimora eccellente in questo mondo; e la ricompensa dell’Aldilà è certamente migliore, se solo lo sapessero (42, 16).

Dopo che gli increduli ebbero chiesto al Messaggero di Allah la storia del profeta Giuseppe (pace su di lui), Allah l’Altissimo disse: «Vi è certamente un segno per coloro che interrogano» (7, 12). In altre parole, oggi gli abitanti della Mecca chiedono della storia del profeta Giuseppe (pace su di lui) e falliranno proprio come fallirono i fratelli di Giuseppe; la loro sorte sarà uguale a quella dei fratelli di Giuseppe. Pertanto, gli abitanti della Mecca dovrebbero trarre una lezione dalla storia del profeta Giuseppe e dei suoi fratelli e comprendere quale sarà la sorte degli oppressori. In un passo, trattando dei profeti, Allah l’Altissimo dice che gli increduli dissero ai loro messaggeri: «Vi espelleremo certamente dal nostro paese, oppure dovrete tornare alla nostra religione». Allora il loro Signore rivelò ai messaggeri: «Distruggerò certamente gli ingiusti» (13-14, 14).

Quando in Persia e a Roma infuriava l’incendio della guerra, gli increduli desideravano che vincessero i Persiani, mentre i musulmani desideravano che vincessero i Romani, poiché questi dichiaravano di credere in Allah l’Altissimo, nei profeti, nella rivelazione e nei Libri celesti. Quando apparve probabile la vittoria dei Persiani, Allah annunciò la lieta novella che, dopo alcuni anni, i Romani avrebbero vinto. Non fu annunciata soltanto questa lieta novella: Allah l’Altissimo annunciò anche che, al momento della vittoria dei Romani, avrebbe aiutato in modo speciale i credenti; grazie a questo aiuto essi si sarebbero rallegrati. Allah l’Altissimo dice: «E quel giorno i credenti gioiranno per l’aiuto di Allah» (45, 30). In seguito, la vittoria e il successo dei musulmani nella battaglia di Badr dimostrarono la veridicità della parola di Allah.

Oltre agli annunci del Corano, anche il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, annunciava in diverse occasioni ai musulmani liete novelle di questo genere. Durante il pellegrinaggio, nei mercati di Ukaz, Majanna e Dhu al-Majaz, il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, proclamava alla gente la sua missione profetica: «O gente, dite: “Non vi è alcuna divinità all’infuori di Allah”; con ciò avrete successo. Grazie a questo diventerete i re degli Arabi e gli altri saranno sottomessi a voi; e dopo la morte sarete re anche nel Paradiso» (Jami’ at-Tirmidhi).

È stato già menzionato in precedenza che, quando Utba ibn Rabi’a cercava di tentare il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, con i piaceri, i lussi e le ricchezze terrene, ed egli, in risposta, gli recitò alcuni versetti della sura Ha-Mim Sajda, allora Utba predisse che alla fine sarebbero stati i musulmani a riportare la vittoria.

È stata già menzionata in precedenza la risposta data dal Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, quando l’ultima delegazione dei Quraysh si recò da Abu Talib. Anche in quella circostanza il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, disse con assoluta fermezza: «Credete nell’unicità di Allah; grazie a ciò tutta l’Arabia sarà sottomessa a voi e stabilirete il vostro dominio anche sui non Arabi».

Hazrat Khabbab ibn al-Aratt (che Allah si compiaccia di lui) racconta: «Una volta mi recai dal Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace; egli era sdraiato all’ombra della Kaaba, usando un mantello come cuscino. In quel periodo eravamo perseguitati e umiliati per mano dei politeisti. Dissi: “O Messaggero di Allah, non potresti forse pregare Allah?”. Udendo ciò, egli si mise a sedere e il suo volto divenne rosso. Disse: “In passato, la condizione dei credenti era talvolta tale che la loro carne veniva strappata via con un pettine di ferro, lasciando soltanto le ossa; e neppure persecuzioni di questo genere riuscivano ad allontanarli dalla fede nella religione di Allah”. Poi disse: “Allah porterà a compimento la religione: un cavaliere viaggerà da Sanʿa a Hadramawt senza temere altro che Allah. Sì, resterà ancora la paura che le capre hanno del leone”» (Sahih Bukhari, vol. 1, p. 543).

In una narrazione viene inoltre riferito: «Ma voi vi affrettate» (Sahih Bukhari, vol. 1, p. 51).

È necessario ricordare che queste buone notizie non erano affatto un segreto: erano fatti noti a tutti. I miscredenti e gli infedeli le conoscevano tanto quanto i musulmani. Ogni volta che Aswad ibn al-Muttalib e i suoi compagni vedevano i nobili Compagni, dicevano tra loro: “I sovrani di tutto il mondo sono venuti da voi; molto presto sconfiggeranno Cosroe e Cesare!”. Dicendo ciò, fischiavano e battevano le mani (Fiqh as-Sira, p. 82).

In sostanza, tutte le persecuzioni, le ingiustizie, i soprusi e le oppressioni inflitti ai nobili Compagni in quel periodo erano insignificanti rispetto alla loro ferma certezza di ottenere il Paradiso e alle buone notizie ricevute. I nobili Compagni consideravano quelle persecuzioni come un frammento di nube, destinato a dissolversi al primo soffio di vento.

Inoltre, fornendo regolarmente ai credenti un nutrimento spirituale e dando loro una chiara consapevolezza della maturità della loro fede, i Compagni provvedevano alla loro purificazione interiore attraverso l’insegnamento del Corano. L’istruzione relativa all’Islam, il rafforzamento spirituale, la purificazione interiore e l’insegnamento della nobiltà del carattere accrescevano il morale dei Compagni. Il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, trasformava le deboli scintille della fede dei Compagni in fiamme luminose; li conduceva fuori dalle tenebre e li portava alla luce della retta guida. Di conseguenza, la loro istruzione religiosa e la loro fede si erano sviluppate molteplicemente. Abbandonando la schiavitù delle passioni, avanzavano sulla via che conduce al compiacimento di Allah; erano diventati desiderosi di essere abitanti del Paradiso, ansiosi di acquisire la conoscenza e solleciti nell’autocritica. Per queste ragioni, le persecuzioni e i tormenti inflitti dai politeisti miscredenti non riuscirono ad allontanarli dalla loro meta e dal loro cammino. Nella pazienza e nella sopportazione rimasero saldi e incrollabili, e ciascuno di loro divenne un modello luminoso per tutta l’umanità.

La terza fase: l’invito all’Islam fuori dalla Mecca

Il Messaggero di Allah a Ta’if

All’inizio del decimo anno della missione profetica (Maulana Najibabadi ne ha fornito una descrizione dettagliata a pagina 122 del primo volume di Tarikh-e Islam; a mio parere, questa è la data corretta), verso la fine di maggio o l’inizio di giugno dell’anno 619 dell’era cristiana, il Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, si recò a Ta’if. Ta’if si trova a sessanta miglia dalla Mecca. Il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, percorse a piedi l’intero tragitto di andata e ritorno, lungo centoventi miglia. Con il Messaggero di Allah vi era il suo liberto Zayd ibn Haritha (che Allah si compiaccia di lui). Durante il viaggio verso Ta’if egli invitava la gente all’Islam lungo il cammino, ma nessuno accettò il suo invito. Giunto a Ta’if, il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, si recò dai tre capi della tribù dei Thaqif. Erano fratelli tra loro e si chiamavano Abd Yalil, Mas‘ud e Habib; il loro padre si chiamava Amr ibn Umayr ath-Thaqafi. Il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, giunse da loro e li invitò a obbedire ad Allah e ad aiutare l’Islam. In risposta, uno di loro disse con tono derisorio: “Che strappi la cortina della Kaaba, se Allah lo ha nominato Suo Messaggero!”. (Nella lingua urdu questa espressione equivale a dire: “Se sei un profeta, che Allah mi distrugga”. Con ciò si intende che è impossibile che uno come te sia un profeta, così come è impossibile assalire la Kaaba.)

Un altro disse: «Allah l’Altissimo non ha trovato nessun altro oltre a te?». Il terzo disse: «Non voglio dirti assolutamente nulla, perché, se sei un profeta, sarebbe pericoloso per me contraddire le tue parole; e se invece diffondi menzogne in nome di Allah, non dovrei comunque parlare con te». Dopo aver udito ciò, il Messaggero di Allah — Allah lo benedica e gli conceda la pace — si alzò e disse: «Qualunque cosa stiate facendo, tenete la faccenda segreta».

Il Messaggero di Allah — Allah lo benedica e gli conceda la pace — rimase a Ta’if per dieci giorni. Durante quel periodo si recò da tutti i suoi uomini più importanti, cioè dai capi delle tribù, e invitò ciascuno di loro alla religione. Ma tutti dissero la stessa cosa: «Esci dalla nostra città». Non si limitarono a dirgli questo: incitarono anche dei ragazzi turbolenti contro di lui. Quando egli ripartì, quei ragazzi malvagi gli si misero alle calcagna; insultavano il Messaggero di Allah — Allah lo benedica e gli conceda la pace —, battevano le mani e facevano chiasso. In breve tempo si radunarono così tanti ragazzi e malfattori che si formarono file ai due lati della strada. Poi cominciarono a insultarlo e a lanciargli pietre, finché entrambe le sue gambe sanguinarono e le sue scarpe si riempirono di sangue. Nel frattempo, il venerabile Zayd ibn Haritha — che Allah sia soddisfatto di lui — proteggeva il Profeta — Allah lo benedica e gli conceda la pace — facendogli da scudo; perciò le pietre scagliate colpivano lui, aprendogli diverse ferite alla testa. Continuando a fare chiasso, quei malfattori inseguirono il Messaggero di Allah, finché egli trovò rifugio in un giardino appartenente agli abitanti della Mecca Utba, Shayba e Rabia. Il giardino si trovava a tre miglia da Ta’if. Dopo che il Messaggero di Allah — Allah lo benedica e gli conceda la pace — vi ebbe trovato rifugio, i malfattori tornarono indietro. Egli si appoggiò a un muro e si sedette all’ombra di una vite. Dopo essersi un poco calmato, recitò la supplica divenuta famosa come la supplica degli oppressi. Ogni parola di questa supplica mostra quanto il Messaggero di Allah — Allah lo benedica e gli conceda la pace — fosse afflitto dal cattivo trattamento degli abitanti di Ta’if e dal fatto che nemmeno una sola persona avesse creduto; mostra quanto fossero profondi il suo dolore e la sua sofferenza interiore. In questa supplica il Messaggero di Allah — Allah lo benedica e gli conceda la pace — disse: «O Allah l’Altissimo, mi lamento davanti a Te della mia debolezza, della mia impotenza e della mia irrilevanza agli occhi della gente. O Misericordioso, o Datore generoso, Tu sei il Signore dei deboli e sei anche il mio Signore. A chi mi hai affidato? Mi hai forse affidato a qualcuno che non conosco e che mi tratterà con durezza, oppure a un nemico al quale hai affidato il controllo della mia sorte? Se Tu non sei adirato con me, non ho motivo di soffrire né di lamentarmi. Estendi e amplia per me il Tuo perdono. Cerco rifugio nella luce del Tuo Essere, con la quale le tenebre vengono dissipate e ogni cosa si riempie di luce. A Te sono affidate tutte le questioni di questo mondo e dell’Aldilà. Che Tu faccia scendere su di me una maledizione o che Tu mi distrugga, io cerco comunque la Tua soddisfazione. Ogni potere e ogni forza appartengono soltanto a Te; non vi è potere né forza alcuno se non per mezzo della Tua forza».

I figli di Rabia, vedendo la condizione del Messaggero di Allah, furono presi dalla compassione per lui; pensando alla loro stretta parentela, i loro cuori si intenerirono. Misero un grappolo d’uva nelle mani del loro schiavo cristiano Addas e gli dissero: «Portalo a quell’uomo». Dopo che lo schiavo Addas ebbe consegnato il grappolo d’uva al Messaggero di Allah — Allah lo benedica e gli conceda la pace — egli cominciò a mangiarlo dicendo: «Bismillah».

Addas disse: «Qui la gente non dice parole di questo genere mentre mangia». Il Messaggero di Allah — Allah lo benedica e gli conceda la pace — gli chiese: «Di dove sei? Qual è la tua religione?». Egli rispose: «La mia casa è a Ninive e la mia religione è il cristianesimo». Il Messaggero di Allah — Allah lo benedica e gli conceda la pace — disse: «Tu sei della terra del pio servo venerabile Giuseppe». Addas chiese: «Come conosci Giuseppe?». Il Messaggero di Allah — Allah lo benedica e gli conceda la pace — rispose: «Era mio fratello. Era un profeta e io sono un profeta». Udendo ciò, Addas si chinò sul Messaggero di Allah — Allah lo benedica e gli conceda la pace — e gli baciò la testa, le mani e i piedi.

Vedendo ciò, i due figli di Rabia si dicevano tra loro: «Quest’uomo ha ormai sconvolto la mente dei nostri schiavi». Quando Addas tornò dai suoi padroni, essi gli chiesero: «Ehi, che cosa è successo?». Addas rispose: «A mio giudizio, sulla terra non esiste uomo migliore di lui. Mi ha detto una cosa che nessuno, se non un profeta, potrebbe conoscere». I figli di Rabia gli dissero: «Bada, Addas, che quest’uomo non ti distolga dalla tua fede. La tua religione è migliore della religione di quest’uomo».

Dopo essersi trattenuto per qualche tempo, il Profeta — Allah lo benedica e gli conceda la pace — uscì dal giardino e si incamminò verso la Mecca. Era psicologicamente sconvolto. Quando giunse in un luogo chiamato Manayel, per ordine di Allah arrivò il venerabile Gabriele — pace su di lui — accompagnato dagli angeli delle montagne. Essi vennero a chiedere al Messaggero di Allah il permesso di schiacciare gli abitanti di quel luogo tra due montagne, qualora egli lo avesse ordinato.

Il racconto di questo episodio è riportato nel Sahih al-Bukhari dal venerabile Aisha — che Allah sia soddisfatto di lei —. Ella disse: «Un giorno chiesi al Messaggero di Allah: “È mai giunto nella tua vita un giorno più duro del giorno di Uhud?”. Il Messaggero di Allah — Allah lo benedica e gli conceda la pace — rispose: “Tra le difficoltà che ho incontrato da parte della tua gente, il giorno più terribile fu quello di Ta’if. Avevo invitato alla religione dell’Islam i figli di Abd Yalil ibn Abd Kulal, ma essi non accettarono il mio invito. In uno stato di dolore, sofferenza e sconvolgimento mentale, giunsi a Qarn al-Tha’alib e tirai un sospiro di sollievo. Là sollevai la testa e vidi un lembo di nuvola sopra di me. Guardando attentamente, vi scorsi il venerabile Gabriele — pace su di lui —. Egli mi disse: ‘Allah ha udito tutto ciò che la tua gente ti ha detto. Ti sono stati inviati gli angeli delle montagne’. Poi gli angeli delle montagne mi chiamarono, mi salutarono e dissero: ‘O Messaggero di Allah, è proprio così. Se lo desideri, li schiacceremo tra le due montagne’”. (Qui nel Sahih al-Bukhari viene usata la parola «al-Akhshabayn», riferita alle due celebri montagne della Mecca, Abu Qubays e Qayqa‘an. Queste due montagne si trovano una di fronte all’altra, a nord e a sud della Kaaba; a quel tempo gli abitanti della Mecca vivevano nella zona compresa tra esse).

Il Profeta — Allah lo benedica e gli conceda la pace — disse: «No, io spero che Allah l’Altissimo faccia nascere tra i loro discendenti persone che adoreranno soltanto Allah e non assoceranno a Lui nessuno» (Sahih al-Bukhari, libro dell’Inizio della creazione, vol. 1, p. 458).

Questa risposta del Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) manifestava la sua lungimiranza, il suo discernimento, la sua personalità incomparabile e la sua nobile sensibilità umana. In breve, l’aiuto invisibile giunto dal cielo aveva rasserenato il suo cuore. Il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) si incamminò verso Mecca e, giunto in un luogo chiamato Wadi Nakhlah, si fermò. Vi erano due luoghi adatti alla sua permanenza: uno si chiamava As-Sayl al-Kabir e l’altro Jaymah. Entrambi erano ricchi d’acqua, di bellezze naturali e di vegetazione. Non si conosce con certezza in quale dei due luoghi egli soggiornò.

Il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) trascorse alcuni giorni a Nakhlah. Lì Allah, il Signore dei mondi, gli inviò due gruppi di jinn. Di loro si fa menzione in due passi del Sacro Corano: nella sura al-Ahqaf e nella sura al-Jinn.

Nella sura al-Ahqaf Allah l’Altissimo dice: «Ricorda quando attirai verso di te un gruppo di jinn, perché ascoltassero la recitazione del Corano. Quando furono alla sua presenza, si dissero l’un l’altro: “Ascoltate in silenzio”. Quando la recitazione fu terminata, tornarono dal loro popolo come ammonitori e dissero: “Abbiamo ascoltato la recitazione di un Libro rivelato dopo Mosè, che conferma i Libri precedenti e guida alla verità e alla retta via. O popolo nostro, rispondete a colui che ci invita e credete in lui: Allah vi perdonerà i vostri peccati e vi proteggerà da un castigo doloroso”» (29-31, 46).

Nella sura al-Jinn Allah l’Altissimo dice: «Di’: “Mi è stato rivelato che un gruppo di jinn ha ascoltato attentamente e ha detto: Abbiamo ascoltato una recitazione meravigliosa, che guida sulla retta via. Perciò abbiamo creduto in essa e non assoceremo mai alcun socio al nostro Signore”». Il racconto prosegue fino al quindicesimo versetto della sura al-Jinn.

Dal modo in cui sono narrati i versetti sopra citati si comprende che, inizialmente, il Profeta (pace e benedizioni di Allah su di lui) non sapeva dell’arrivo dei jinn; ne fu informato in seguito attraverso i versetti coranici. Dai versetti del Corano si comprende inoltre che quello fu il primo arrivo dei jinn, mentre da diversi hadith si apprende che in seguito essi continuarono a recarsi da lui.

L’arrivo dei jinn e la loro accettazione dell’Islam furono, in realtà, un secondo aiuto proveniente da Allah, ottenuto dai tesori dell’Invisibile. Da altri versetti relativi a questo avvenimento si comprende che Allah l’Altissimo diede al Suo amato Messaggero la lieta notizia del successo della chiamata religiosa e dichiarò con chiarezza che nessuna forza sulla terra avrebbe potuto ostacolare il successo e l’avanzamento dell’invito alla religione dell’Islam. Allah l’Altissimo dice: «Chiunque non risponda all’invito di colui che chiama ad Allah non potrà sfuggire al Suo potere sulla terra, né avrà protettori all’infuori di Lui. Costoro sono in evidente errore» (32, 46).

Allah l’Altissimo riferisce le parole dei miscredenti: «Abbiamo compreso che non potremo rendere Allah impotente sulla terra e che non potremo renderci invulnerabili fuggendo da Lui» (12, 72).

Di fronte a questo aiuto e a questa lieta notizia, il dolore e la sofferenza causati dal cattivo comportamento degli abitanti di Ta’if si dissolsero, come nuvole oscure, dal suo cuore. Il Messaggero di Allah decise fermamente di tornare a Mecca e di invitare alla religione con rinnovato entusiasmo e vigore. In quel momento Zayd ibn Haritha (che Allah sia soddisfatto di lui) disse: «O Messaggero di Allah, come potrai recarti a Mecca, quando i suoi abitanti ti hanno cacciato?». Egli rispose: «O Zayd, Allah l’Altissimo troverà certamente una via d’uscita dalla situazione che vedi. Allah aiuterà sicuramente la Sua religione e darà la vittoria al Suo Profeta».

Il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, partì da Nakhlah e si stabilì nella grotta di Hira, nei pressi della Mecca. Da lì mandò, tramite un uomo della tribù di Khuza’a, questo messaggio ad al-Akhnas ibn Shurayq: che al-Akhnas gli concedesse protezione. Al-Akhnas si dichiarò incapace, dicendo: «Io appartengo a una fazione alleata, e una fazione alleata non può assumersi la responsabilità di concedere protezione a qualcuno». In seguito, il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, mandò lo stesso messaggio anche a Suhayl ibn ʿAmr, ma anche questi si dichiarò incapace, dicendo: «La protezione concessa dai Banu ʿAmir non si applica ai Banu Kaʿb». In seguito, il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, mandò un messaggio a Mutʿim ibn ʿAdi. Mutʿim disse: «Sì, accetto». Quindi si armò e convocò i propri figli e gli uomini della sua tribù, riunendoli. Quando furono tutti riuniti, disse: «Andate armati davanti alla Kaʿba, perché ho concesso protezione a Muhammad, che Allah lo benedica e gli conceda la pace». Poi Mutʿim mandò a dire al Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace: «Entra alla Mecca». Dopo aver ricevuto il messaggio, il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, entrò alla Mecca insieme a Zayd. Mutʿim ibn ʿAdi, in piedi sulla sua cavalcatura, proclamò: «O gente dei Quraysh, ascoltate! Io ho concesso protezione a Muhammad, che Allah lo benedica e gli conceda la pace; nessuno lo molesti d’ora in poi». Il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, baciò la Pietra Nera e compì due rakʿa di preghiera. Dopo aver pregato, tornò a casa. Nel frattempo, Mutʿim ibn ʿAdi e i suoi figli, armati, lo circondarono e rimasero con lui fino a quando il Messaggero di Allah non rientrò nella sua casa.

Si narra che in quel momento Abu Jahl chiese a Mutʿim: «Gli hai soltanto concesso protezione, oppure sei diventato anche suo seguace, cioè musulmano?». Mutʿim rispose: «Gli ho soltanto concesso protezione».

Allora Abu Jahl disse: «A colui al quale hai concesso protezione, la concediamo anche noi». (I resoconti di questo episodio del viaggio a Ta’if si trovano in Ibn Hisham, vol. 1, pp. 429–422; Zad al-Maʿad, vol. 2, pp. 46–47; Rahmat li-l-ʿAlamin, vol. 1, pp. 71–74; Tarikh-i Islam Nazerabadi, vol. 1, pp. 123–124.)

Il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, non dimenticò mai questo favore di Mutʿim ibn ʿAdi. Dopo la battaglia di Badr, quando i miscredenti della Mecca furono condotti come prigionieri, il figlio di Mutʿim, il venerabile Hubayb, si presentò dal Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, per intercedere per la liberazione di alcuni prigionieri. Egli disse: «Se Mutʿim ibn ʿAdi fosse oggi ancora vivo e intercedesse presso di me per queste persone ripugnanti, per riguardo a lui li libererei tutti». (Sahih al-Bukhari, vol. 3, p. 573.)

L’invito all’Islam rivolto a varie tribù e persone

Nel decimo anno della missione profetica, nel mese di Dhu al-Qaʿda, cioè verso la fine di maggio o l’inizio di giugno dell’anno 619 d.C., il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, giunse alla Mecca da Ta’if. Lì cominciò, con rinnovato vigore, a invitare varie persone e tribù all’Islam. Poiché era la stagione del pellegrinaggio, numerose persone giungevano da ogni luogo, vicino e lontano, per compiere il pellegrinaggio, a piedi o cavalcando. In quel periodo il Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, le invitò all’Islam. Egli rivolgeva questo tipo di invito fin dal quarto anno della missione profetica.

L’Imam al-Zuhri afferma: «Le tribù alle quali il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, si recò per presentare l’invito all’Islam furono: Banu ʿAmir ibn Saʿsaʿa, Saʿd, Muharib ibn Khasafa, Fazara, Nasan, Maʿira, Hanifa, Salim, ʿAbas, Banu Nasr, Banu al-Baqa, Kilab, Harith ibn ʿAzara e Hazarima; tuttavia nessuno abbracciò l’Islam». (Tirmidhi, Mukhtasar al-Sira, Shaykh ʿAbdullah, p. 149.)

L’invito all’Islam non fu rivolto alle tribù menzionate dall’Imam al-Zuhri soltanto una volta o soltanto durante la stagione del pellegrinaggio di un singolo anno; al contrario, a partire dal quarto anno della missione profetica fino all’ultima stagione del pellegrinaggio prima dell’Egira, cioè per dieci anni, esse furono invitate all’Islam in vari momenti e in diversi modi. (Rahmat li-l-ʿAlamin, vol. 1, p. 74.)

Ibn Ishaq rivolse l’invito all’Islam a diverse tribù e menzionò anche le loro risposte. Di seguito riportiamo brevemente alcuni dettagli al riguardo.

1) Banu Kilab. Il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) si recò presso un ramo di questa tribù, i Banu Abd Allah, e li invitò ad avere fede in Allah e nel Suo Messaggero. Nel corso della conversazione disse: «O Banu Abd Allah, Allah l’Altissimo ha dato a vostro nonno un nome eccelso». Tuttavia, gli appartenenti a questa tribù non accettarono l’invito del Messaggero di Allah.

2) Banu Hanifa. Il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) si recò presso le loro abitazioni e li invitò all’Islam, ma nessuno tra gli Arabi aveva mai dato una risposta come quella che essi diedero.

3) Amir ibn Sa’sa’a. Anche a loro il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) rivolse l’invito all’Islam. In risposta, un uomo di questa tribù, di nome Buhayra ibn Firas, disse: «Per Allah, se tenessi con me un giovane dei Quraysh, divorerei l’intera Arabia». Poi disse: «Rispondi a una domanda: se accettiamo la tua religione e tu prevali sui tuoi avversari, la leadership passerà nelle nostre mani?». Il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) rispose: «La leadership e l’autorità sono nelle mani di Allah; Egli le pone dove vuole». Udendo ciò, quell’uomo disse: «Parole eccellenti! Noi esporremo il nostro petto alle frecce degli Arabi per proteggerti, mentre, quando Allah ti darà la vittoria, la leadership e l’autorità resteranno nelle mani di altri? Questo non è possibile; non abbiamo bisogno della tua religione».

Dopo che la tribù dei Banu Amir ebbe fatto ritorno nella propria terra, un’anziana venne a sapere dell’accaduto. A causa della vecchiaia non aveva potuto recarsi al pellegrinaggio. Dopo aver ascoltato ogni cosa, si prese la testa fra le mani e disse: «Avete commesso un grave errore, o membri della tribù dei Banu Amir! C’è forse un modo per ritrovare quell’uomo? Per Colui nelle cui mani è la mia vita, nessun discendente di Ismaele può rivendicare, né ha mai rivendicato, una falsa profezia. Avevate perso il senno!» (Ibn Hisham, vol. 1, pp. 443-448).

La luce dell’Islam fuori dalla Mecca

Il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) rivolse l’invito all’Islam non soltanto a diverse tribù e delegazioni, ma anche a numerosi individui, molti dei quali diedero una buona risposta. Poco dopo la stagione del pellegrinaggio, alcune persone abbracciarono l’Islam. Di seguito presentiamo un breve resoconto al riguardo:

1) Suwayd ibn Samit. Era un poeta dotato di grande intelligenza e viveva a Yathrib. Grazie alla sua intelligenza, alla pratica della poesia, alla nobiltà e al prestigio della sua discendenza, i membri della sua gente gli avevano attribuito il titolo di Kamil. Quest’uomo giunse alla Mecca per compiere il pellegrinaggio o la Umrah. Il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) lo invitò all’Islam. Egli disse: «Forse possiedi ciò che possiedo io». Il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) gli chiese: «Che cosa possiedi?». Egli rispose: «La saggezza di Luqman». Il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) disse: «Recitala». Suwayd la recitò. Il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) disse: «Questo discorso è bello, ma ciò che possiedo io è ancora migliore. Possiedo il Corano, che Allah ha fatto scendere su di me. Esso è la luce della guida». Poi il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) recitò all’uomo alcuni versetti del Corano. In seguito egli abbracciò l’Islam e disse: «Questo è un discorso meraviglioso». Abbracciò l’Islam all’inizio dell’undicesimo anno della missione profetica. Dopo la sua conversione, Suwayd tornò a Medina; allora ebbe inizio la battaglia di Bu’ath, nella quale egli subì il martirio (Ibn Hisham, vol. 1, pp. 425-427; Rahmatul lil-Alamin, vol. 1, p. 74).

2) Iyas ibn Mu’adh. Quest’uomo era originario di Yathrib ed era giovane. Nell’undicesimo anno della missione profetica, poco prima della battaglia di Bu’ath, una delegazione degli Aws giunse alla Mecca nella speranza di ottenere dai Quraysh aiuto contro i Khazraj. Anche Iyas si trovava con loro. In quel periodo tra le due tribù ardeva il fuoco dell’inimicizia. Gli Aws erano meno numerosi dei Khazraj. Quando il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, venne a sapere dell’arrivo della delegazione, si recò da loro. Raggiuntili, il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, disse: «Siete disposti ad accettare qualcosa di migliore dello scopo per cui siete venuti alla Mecca?». Essi dissero: «Che cos’è?». Il Messaggero di Allah disse: «Io sono il Messaggero di Allah. Allah mi ha inviato presso i Suoi servi per invitarli ad adorare Allah e a non associarGli nulla. Allah ha fatto scendere su di me il Libro». Poi parlò dell’Islam e recitò loro il Corano.

Iyas ibn Mu’adh disse: «O gente mia, ciò a cui siete stati invitati è migliore dello scopo per cui siete venuti qui». Uno dei membri della delegazione, Abu al-Haysar Anas ibn Rafi’, gettò una manciata di paglia sul volto di Iyas e disse: «Lascia perdere queste parole! Giuro sulla mia vita: siamo venuti qui per un altro scopo». Dopo questo, Iyas non disse più nulla e anche il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, si alzò e se ne andò. La delegazione, d’altra parte, non riuscì neppure a stipulare con i Quraysh un patto di amicizia e collaborazione; fallì e fece ritorno a Medina.

3) Abu Dharr al-Ghifari. Un uomo viveva in un luogo lontano dalla città. Abu Dharr aveva appreso la notizia della comparsa del Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, da Suwayd ibn Samit e Iyas ibn Mu’adh; fu proprio questa notizia a indurlo ad abbracciare l’Islam (così scrive Akbar Nadwiabadi; si veda Tarikh al-Islam, vol. 1, p. 128). Il racconto della sua conversione all’Islam è riportato dettagliatamente nel Sahih al-Bukhari. Secondo la narrazione di ʿAbdullah ibn ʿAbbas, che Allah sia soddisfatto di lui, Abu Dharr disse: «Appartenevo alla tribù dei Ghifar. Venni a sapere che era comparso un uomo che sosteneva di essere un profeta. Dopo aver ricevuto questa notizia, mandai mio fratello alla Mecca e gli dissi: “Incontra quell’uomo”.

«Poi torna da me e portami sue notizie». Quando mio fratello tornò dalla Mecca, gli chiesi: «Che notizie hai portato?». Egli rispose: «Per Allah, ho visto un uomo che ordina di fare il bene e vieta di compiere il male». Io dissi: «Non mi hai portato una notizia che possa rassicurarmi». Presi allora alcune provviste e mi misi in viaggio verso la Mecca. Quando vi giunsi, non riuscii però a riconoscere il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, e non ebbi il coraggio di chiedere informazioni a nessuno. Bevvi l’acqua di Zamzam e rimasi nella Moschea Sacra. ʿAli, che Allah sia soddisfatto di lui, mi vide e disse: «Mi sembri uno straniero». Risposi: «Sì». Egli disse: «Vieni a casa mia». Lo seguii; non mi fece alcuna domanda e anch’io non dissi nulla.

La mattina tornai alla Moschea Sacra, sperando di chiedere informazioni sul Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, ma nessuno mi disse nulla sul suo conto. La sera ʿAli, che Allah sia soddisfatto di lui, venne da me e disse: «Quest’uomo non è ancora riuscito a trovare ciò che cercava?». Risposi: «Sì, è così; non ci sono ancora riuscito». Egli disse: «Vieni con me». Poi aggiunse: «Spiegami, qual è il motivo? Perché sei venuto in questa città?». Risposi: «Se manterrai il segreto, potrò dirtelo». Egli disse: «Va bene». Dissi: «Ho ricevuto la notizia che qui c’è un uomo che sostiene di essere un profeta. Dopo averlo saputo, avevo mandato mio fratello, ma egli non aveva potuto darmi informazioni dettagliate; per questo sono venuto personalmente». ʿAli, che Allah sia soddisfatto di lui, disse: «Sei giunto proprio nel luogo giusto. Vieni con me: io entrerò lì e tu entrerai con me. Se lungo la strada qualcuno ti farà temere di essere scoperto, io mi avvicinerò a una bottega fingendo di sistemarmi la scarpa; in quel momento tu continuerai a camminare». Poi ʿAli, che Allah sia soddisfatto di lui, si mise in cammino, e anch’io partii con lui. Infine, quando entrò in casa, anch’io lo seguii e giunsi dal Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace. Gli dissi: «Invitami all’Islam». Il Messaggero di Allah mi presentò l’Islam, e io lo abbracciai, diventando musulmano. Poi il Messaggero, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, mi disse: «O Abu Dharr, mantieni segreta la tua conversione all’Islam e torna nella tua terra. Quando sentirai che noi ci siamo manifestati pubblicamente, allora vieni a raggiungerci». Io dissi: «Giuro per Colui che ti ha inviato con la verità: proclamerò pubblicamente la mia conversione all’Islam davanti ai miscredenti». Dopo aver pronunciato queste parole, mi recai davanti alla Kaʿba. I Quraysh erano lì presenti. Dissi loro: «Rendo testimonianza che Muhammad, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, è il servo e il Messaggero di Allah».

Dopo questa dichiarazione, i Quraysh cominciarono a dirsi l’un l’altro: «Alzatevi, occupatevi di questo miscredente». Poi mi picchiarono così violentemente che pensai di morire. In quel momento ʿAbbas, che Allah sia soddisfatto di lui, venne e mi salvò. Si chinò un poco per guardarmi, poi disse ai Quraysh: «Quest’uomo appartiene alla tribù dei Ghifar; voi passate proprio attraverso il territorio di questa tribù quando andate a commerciare». Sentendo ciò, i Quraysh idolatri mi lasciarono andare. Il giorno seguente tornai di nuovo lì e accadde la stessa cosa. Anche questa volta ʿAbbas, che Allah sia soddisfatto di lui, venne a salvarmi (Sahih al-Bukhari, capitolo sul racconto di Zamzam, vol. 1, p. 499; capitolo sulla conversione di Abu Dharr all’Islam, vol. 1, pp. 544-545).

4) Tufayl ibn ʿAmr al-Dawsi. Quest’uomo era un poeta, una persona dotata di grande intelligenza e discernimento e il capo della sua tribù. Questa tribù esercitava il potere su alcune zone dello Yemen. Nell’undicesimo anno della missione profetica, quando giunse alla Mecca, i notabili della città gli diedero il benvenuto e si lamentarono con lui del Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace. Dissero: «Quest’uomo ci ha gettati in una situazione difficile e ha incrinato la nostra unità. Le sue parole hanno un effetto simile alla magia: hanno creato divisione tra fratello e fratello, tra marito e moglie e tra padre e figlio. Temiamo che la disgrazia in cui siamo caduti colpisca anche te. Ti chiediamo dunque di non rivolgergli assolutamente la parola».

Ḥazrat Tufayl (che Allah si compiaccia di lui) racconta: «I politeisti dei Quraysh cercarono di convincermi in ogni modo. A un certo punto avevo deciso di non parlare nemmeno con il Messaggero di Allah e di non ascoltare nulla di ciò che diceva. Una mattina, dopo essermi recato nella Moschea Sacra, mi infilai del cotone nelle orecchie affinché nessuna parola del Messaggero di Allah giungesse a esse. Tuttavia Allah l’Altissimo aveva voluto farmi ascoltare alcune parole del Suo Messaggero, Allah lo benedica e gli conceda la pace. Così udii alcune parole buone e dissi tra me e me: “Sono un uomo dotato di ragione e discernimento, un poeta rinomato; nulla di buono o di cattivo può rimanermi nascosto. Perché dunque non dovrei ascoltare le sue parole? Se saranno accettabili, le accetterò; se saranno cattive, non le accetterò”. Pensando questo, rimasi in silenzio. Quando il Messaggero di Allah cominciò a rientrare a casa, lo seguii. Entrò in casa e io entrai dopo di lui. Poi gli riferii ciò da cui la gente mi aveva messo in guardia a proposito suo e gli raccontai anche che, come precauzione, mi ero infilato del cotone nelle orecchie. Quindi dissi: “Dimmi anche tu ciò che dici a tutti gli altri”. Il Messaggero di Allah mi invitò all’Islam e mi recitò il Corano. Accettai immediatamente l’Islam. Per Allah, non avevo mai ascoltato prima parole migliori di queste. Lì stesso accettai l’Islam e testimoniando la verità dissi: “Il Messaggero di Allah, Allah lo benedica e gli conceda la pace, pregò per me».

Il segno miracoloso concesso a Ḥazrat Tufayl (che Allah si compiaccia di lui) fu che, quando si avvicinò alla sua gente, il suo volto divenne luminoso come la luce di una lampada. Egli disse: “O Allah, trasferisci questa luce in un altro luogo; altrimenti mi criticheranno accusandomi di avere il volto sfigurato”. Allora quella luce si trasferì nel bastone che tenevo in mano. Ḥazrat Tufayl (che Allah si compiaccia di lui) invitò all’Islam suo padre e sua moglie, ed essi abbracciarono l’Islam. La sua gente, invece, tardò ad accettare l’Islam; ma Ḥazrat Tufayl (che Allah si compiaccia di lui) continuò instancabilmente i suoi sforzi. Quando emigrò, dopo la battaglia del Fossato, settanta o ottanta famiglie della sua gente erano con lui. Ḥazrat Tufayl svolse un ruolo importante nella propagazione dell’Islam e subì il martirio nella battaglia di Yamama (Mishkat al-Masabih).

5) Jemand al-Azdi. Quest’uomo era originario dello Yemen e apparteneva alla tribù degli Azd Shanū’a; praticava gli scongiuri e l’esorcismo. Giunto alla Mecca, sentì dagli ignoranti del luogo che Muḥammad, Allah lo benedica e gli conceda la pace, era pazzo. Si recò dal Messaggero di Allah con l’intenzione che forse questi sarebbe guarito per mezzo suo. Quando lo incontrò, disse: “Conosco gli scongiuri; ne avete bisogno?”. Il Messaggero di Allah, Allah lo benedica e gli conceda la pace, rispose: “In verità, ogni lode appartiene ad Allah. Lo lodo e chiedo aiuto soltanto a Lui. Colui che Allah guida, nessuno può sviare; e colui che Allah svia, nessuno può guidare. Testimonio che non vi è alcuna divinità all’infuori di Allah, che Egli è unico e senza associati; e testimonio inoltre che Muḥammad, Allah lo benedica e gli conceda la pace, è il Suo servo e il Suo Messaggero”.

Allora Jemand disse al Messaggero di Allah, Allah lo benedica e gli conceda la pace: “Ripetetemi le vostre parole”. Il Messaggero di Allah gliele ripeté tre volte. Jemand disse: “Ho ascoltato le parole di maghi e indovini, ma non ho mai udito parole come quelle che avete pronunciato. Esse, come avete detto, sembrano sgorgare dalle profondità insondabili del mare. Porgetemi la mano: accetterò l’Islam dalla vostra mano”. In seguito Jemand al-Azdi accettò l’Islam (Ṣaḥīḥ Muslim, Mishkat al-Masabih, vol. 2, p. 525).

Sei uomini virtuosi di Medina

Nell’undicesimo anno della missione profetica, cioè nel mese di luglio dell’anno 620 dell’era cristiana, durante la stagione del pellegrinaggio, la propagazione dell’invito all’Islam conobbe un’espansione fruttuosa. In quel periodo tale invito divenne simile a un grande albero; all’ombra del suo fitto fogliame, i musulmani furono liberati dalle persecuzioni e dalle sofferenze subite per lungo tempo. Per sfuggire alla cospirazione che gli abitanti della Mecca avevano avviato per negare il Messaggero di Allah e allontanare la gente dalla via di Allah, il Messaggero, Allah lo benedica e gli conceda la pace, ricorse a una strategia. In quel periodo si recava di notte presso diverse tribù per invitarle all’Islam; perciò i politeisti della Mecca non riuscirono a sbarrargli la strada.

A un certo punto di questa strategia, il Messaggero di Allah, Allah lo benedica e gli conceda la pace, accompagnato da Ḥazrat Abu Bakr al-Ṣiddiq e da Ḥazrat Ali (che Allah si compiaccia di entrambi), una notte si recò fuori dalla Mecca presso le case degli appartenenti alle tribù dei Banu Zuhal e dei Banu Shayban ibn Thaʿlaba e li invitò all’Islam. Essi risposero con parole incoraggianti, ma non diedero una risposta precisa riguardo all’accettazione dell’Islam. In quell’occasione si svolse un interessante scambio di domande e risposte sulla genealogia tra Ḥazrat Abu Bakr al-Ṣiddiq e un uomo della tribù dei Banu Zuhal; entrambi erano esperti di genealogia (Ṣaḥīḥ al-Bukhari, capitolo “Il racconto di Zamzam”, vol. 1, p. 499; capitolo “La conversione di Abu Dharr all’Islam”, vol. 1, pp. 544-545).

In seguito, mentre il Messaggero di Allah, Allah lo benedica e gli conceda la pace, attraversava la zona montuosa di Mina, sentì alcuni uomini conversare (Raḥmat li-l-ʿĀlamīn, vol. 1, p. 84). Si diresse subito verso di loro. Erano sei giovani di Medina, appartenenti alla tribù dei Khazraj. I loro nomi e le loro identità erano i seguenti:

1. As’ad ibn Zurara — Banu Najjar

2. ‘Awf ibn Harith ibn Rifa’a (Ibn ‘Afra) — Banu Najjar

3. Rafi’ ibn Malik ibn ‘Ajlan — Banu Zurayq

4. Qutba ibn ‘Amir ibn Hadida — Banu Salama

5. ‘Uqba ibn ‘Amir ibn Nabi — Banu Haram ibn Ka’b

6. Harith ibn ‘Abdullah ibn Ri’ab — Banu ‘Ubayda ibn Ghanam

Questi giovani avevano sentito dagli ebrei di Medina, loro avversari, che in quell’epoca sarebbe apparso un profeta; avevano anche sentito dire che sarebbe comparso all’improvviso (Zad al-Ma’ad, vol. 2, p. 50; Ibn Salam, vol. 1, pp. 429-541).

Il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, si avvicinò a loro e chiese chi fossero. Essi risposero: «Siamo della tribù dei Khazraj». Il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, disse: «Siete avversari degli ebrei?». Risposero: «Sì». Il Messaggero di Allah disse: «Sedetevi un momento, voglio parlarvi». Essi si sedettero, e il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, parlò loro della religione. I sei giovani si dissero l’un l’altro: «Sembra proprio il profeta di cui gli ebrei ci minacciano. Dobbiamo fare in modo che gli ebrei non prevalgano su di noi». In seguito, quei sei giovani fortunati accettarono l’invito del Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, e abbracciarono l’Islam.

Questi sei erano uomini dotati di discernimento di Medina. Poco tempo prima, a Medina, era stata combattuta una guerra e il fumo di quella guerra non si era ancora dissolto; essa li aveva completamente sconvolti. Per questo, a buon diritto, speravano che la predicazione del Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, avrebbe posto fine alla guerra. Dissero: «Abbiamo lasciato la nostra gente in una condizione tale che non sembra esserci, tra i popoli circondati dai nemici, un’ostilità simile alla loro. Speriamo che, tramite voi, Allah l’Altissimo crei tra loro un legame di amicizia. Tornati a Medina, li inviteremo a seguire la religione da voi predicata e li chiameremo anch’essi ad abbracciare la religione che abbiamo ricevuto da voi. Se Allah l’Altissimo li unirà tramite voi, nessuno sarà più onorato di voi».

Quando questi sei nuovi musulmani tornarono a Medina, portarono con sé l’invito all’Islam. Attraverso di loro, la venuta del Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, e l’invito alla religione si diffusero di casa in casa a Medina (Ibn Hisham, vol. 1, pp. 428-443).

Il matrimonio con Aisha, che Allah sia soddisfatto di lei

Nello stesso anno, cioè nel mese di Shawwal dell’undicesimo anno della missione profetica, il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, contrasse matrimonio con Aisha al-Siddiqah, che Allah sia soddisfatto di lei. Aisha aveva allora appena sei anni. Nel mese di Shawwal dell’anno precedente all’Egira, Aisha, che Allah sia soddisfatto di lei, si trasferì nella casa del marito; a quel tempo aveva nove anni (Talqih al-Hukm, p. 10; Sahih al-Bukhari, vol. 1, p. 557).

L’evento del Mi’raj

Mentre il successo dell’invito e della predicazione del Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, e le persecuzioni e i maltrattamenti inflitti ai suoi seguaci musulmani erano giunti a una fase intermedia, la luce delle stelle brillava debolmente all’orizzonte lontano. Fu allora che si verificò il misterioso evento del Mi’raj. Quando ebbe luogo il Mi’raj? A questo proposito esistono diverse opinioni tra gli autori delle biografie del Profeta, tra cui:

1) Al-Tabarani ha affermato che ebbe luogo proprio nell’anno in cui il Profeta, signore degli inviati, ricevette la profezia.

2) L’Imam al-Nawawi e l’Imam al-Qurtubi hanno scritto che ebbe luogo cinque anni dopo l’inizio della missione profetica.

Tre) Sedici mesi prima dell’Egira, cioè cinque anni dopo l’inizio della profezia.

Quattro) Nel decimo anno della profezia, il 27 di Rajab; l’Allamah Mansurpuri ha adottato questa opinione.

Cinque) Un anno e due mesi prima dell’Egira, cioè nel mese di Muharram del tredicesimo anno della profezia.

Sei) Un anno prima dell’Egira, cioè nel mese di Rabi al-Awwal del tredicesimo anno della profezia.

Tra le opinioni sopra menzionate, se ne possono accettare tre come corrette. Khadija, che Allah sia soddisfatto di lei, era morta prima che fossero rese obbligatorie le cinque preghiere quotidiane, e tutti concordano sul fatto che queste furono rese obbligatorie nella notte del Mi‘raj. Ciò significa che Khadija era morta prima del Mi‘raj. È noto che morì nel mese di Ramadan del decimo anno della profezia; pertanto, l’evento del Mi‘raj ebbe luogo in seguito, non prima. Non è stata trovata alcuna prova che permetta di dare la precedenza a una delle ultime tre opinioni sulle altre. Riporteremo le narrazioni al riguardo tramandate nel Corano e negli hadith (Zad al-Ma‘ad, vol. 2, p. 49).

Ibn Qayyem ha scritto che, secondo la narrazione corretta, il Profeta, Signore degli Inviati, fu portato fisicamente sul Buraq e condotto, insieme a Gabriele, dalla Moschea Sacra fino a Bayt al-Maqdis. L’amato Profeta vi fece una sosta, legando il Buraq a un anello presso la porta della moschea, e pregò come imam di tutti i profeti.

Quella stessa notte fu poi condotto da Bayt al-Maqdis al primo cielo. Gabriele aprì la porta e l’amato Profeta vi vide Adamo, lo salutò e Adamo gli rispose dicendo «Benvenuto», riconobbe la sua profezia e ricambiò il saluto. In quel momento Allah mostrò al Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, le anime dei virtuosi alla destra di Adamo e quelle dei peccatori alla sua sinistra. Poi egli salì al secondo cielo; la porta fu aperta e lì vide Giovanni figlio di Zaccaria e Gesù figlio di Maria, che salutò. Essi ricambiarono il saluto e riconobbero la profezia dell’amato Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace. In seguito l’amato Profeta salì al quarto cielo, dove vide Idris e lo salutò; questi gli diede il benvenuto in risposta al saluto e riconobbe la sua profezia.

Poi fu condotto al quinto cielo, dove vide Aronne e lo salutò. Questi gli diede il benvenuto in risposta al saluto e riconobbe la sua profezia.

In seguito, il Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, fu condotto al sesto cielo, dove incontrò Mosè, su di lui la pace. Lo salutò; Mosè, su di lui la pace, gli diede il benvenuto e riconobbe la sua missione profetica. Il Profeta inviato proseguì il suo cammino. A quel punto Mosè, su di lui la pace, iniziò a piangere. Quando gli fu chiesto il motivo, disse: «Un profeta apparso dopo di me entrerà in Paradiso con una comunità più numerosa della mia».

In seguito, il nobile Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, fu condotto al settimo cielo. Lì incontrò Abramo, su di lui la pace; lo salutò, ed egli ricambiò il saluto, si congratulò con lui e riconobbe la sua missione profetica.

Quindi il nobile Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, fu condotto al Sidrat al-Muntahā. Giunse così vicino ad Allah che tra i due vi era la distanza di due archi, o anche meno. In quel momento Allah l’Altissimo gli concesse tutto ciò che volle concedergli, gli rivelò ciò che volle rivelargli e rese obbligatorie cinquanta preghiere. Durante il ritorno incontrò Mosè, su di lui la pace, che gli chiese: «Che cosa ti ha ordinato Allah l’Altissimo?». Il Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, rispose: «Mi ha ordinato di compiere cinquanta preghiere». Mosè, su di lui la pace, disse: «La tua comunità non ha la forza di compiere così tante preghiere. Torna da Allah e chiedigli di ridurre il numero delle preghiere». Il Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, guardò verso Gabriele, su di lui la pace, il quale gli fece cenno di sì. Allora tornò indietro e chiese che il numero delle preghiere fosse ridotto. Durante il ritorno incontrò nuovamente Mosè, su di lui la pace, che gli domandò: «Con quale ordine di Allah stai tornando?». Il Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, gli parlò di quarantacinque preghiere. Mosè, su di lui la pace, disse: «Torna indietro». Così, dopo essere tornato più volte e aver chiesto ogni volta una riduzione, il numero arrivò infine a cinque. Anche queste cinque preghiere sembrarono troppe a Mosè, su di lui la pace, che gli disse di tornare ancora per chiedere un’ulteriore riduzione. Ma Muhammad, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, disse: «Provo una grandissima vergogna; non voglio più tornare. Mi sottometto a questo ordine di Allah». Dopo aver percorso un breve tratto sulla via del ritorno, si udì una voce: «Ho stabilito il Mio obbligo e l’ho alleggerito per i Miei servi» (Zād al-Maʿād, vol. 2, pp. 47-48).

L’Allama Ibn al-Qayyim sostenne un’opinione diversa a questo proposito e pose la domanda: il Profeta vide forse Allah l’Altissimo? L’Imam Ibn Taymiyya scrisse che non è stata trovata alcuna prova della visione con gli occhi e che nessun Compagno ha narrato una cosa simile. Quanto è stato riferito da ʿAbdullah ibn ʿAbbās, che lo vide con gli occhi e con il cuore, non è in contrasto, nella prima narrazione, con la seconda. La vicinanza e la prossimità maggiore menzionate dall’Imam Ibn al-Qayyim si riferiscono a un momento diverso da quello dell’Ascensione. Nella sura al-Najm viene menzionata la vicinanza di Gabriele, su di lui la pace, ed è proprio questo ciò che ha narrato ʿĀʾisha. Quanto alla vicinanza menzionata nell’hadith dell’Ascensione, la spiegazione è che si trattava della vicinanza ad Allah stesso. Nella sura al-Najm non vi è un’ampia trattazione di questo argomento; vi si dice piuttosto che il nobile Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, vide una seconda volta Gabriele presso il Sidrat al-Muntahā. Colui che vide era Gabriele, su di lui la pace. Il Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, vide Gabriele nella sua forma originaria due volte: una volta sulla terra e l’altra presso il Sidrat al-Muntahā (Zād al-Maʿād, vol. 2, pp. 47, 48; Sahih al-Bukhari, vol. 1, pp. 50, 455, 456, 470, 471, 481, 548, 549, 550; vol. 2, p. 684; Muslim, vol. 1, pp. 91, 91, 93).

Anche in quell’occasione ebbe luogo l’episodio dell’apertura del petto, o Shaqq al-Sadr, del nobile Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace. Durante questo viaggio gli furono mostrate alcune cose: gli furono offerti latte e vino, ed egli scelse il latte. Vedendo ciò, Gabriele, su di lui la pace, disse: «Ti è stata mostrata la natura originaria, o fitra. Se avessi scelto il vino, la tua comunità si sarebbe smarrita».

Il Messaggero di Allah vide quattro fiumi: quattro esteriori e quattro interiori. I fiumi manifesti erano il Nilo e l’Eufrate. Il loro significato è probabilmente che la sua missione si sarebbe diffusa nelle regioni fertili del Nilo e dell’Eufrate, cioè che i loro abitanti sarebbero diventati musulmani di generazione in generazione; non significa che le sorgenti dell’acqua di questi due fiumi si trovino in Paradiso.

Vide Mālik, il custode dell’Inferno. Egli non sorrideva e sul suo volto non vi era alcuna traccia di allegria. Al Messaggero di Allah furono mostrati anche il Paradiso e l’Inferno.

Al Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, fu mostrata anche la condizione di coloro che usurpano ingiustamente i beni degli orfani. Le loro labbra erano come quelle dei cammelli; introducevano nella propria bocca carboni ardenti simili a pezzi di pietra, e quei carboni fuoriuscivano dai loro orifizi posteriori.

Il Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, vide anche gli usurai: le loro labbra erano così grandi che non riuscivano a muoverle. Mentre i seguaci del Faraone venivano condotti all’Inferno, essi calpestavano quegli usurai.

Vide anche gli adulteri: davanti a loro c’erano carne fresca e carne putrefatta maleodorante; eppure, lasciando la carne fresca, mangiavano quella putrefatta.

Vide anche quelle donne che, pur avendo un marito, avevano concepito nel proprio grembo il figlio di un altro uomo. Il Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, osservò che i seni di quelle donne erano trafitti da grandi uncini e che esse erano sospese nel vuoto.

Vide una carovana della Mecca. Un cammello di quella carovana era fuggito, ed egli indicò loro dove trovarlo. In un recipiente coperto c’era dell’acqua, dalla quale bevve, mentre tutti gli idolatri dormivano. Disse loro anche che quella carovana sarebbe tornata a una certa ora. Descrisse inoltre il cammello che, essendo fuggito dalla carovana, si stava dirigendo verso la Mecca. In seguito, tutto ciò che aveva riferito si dimostrò vero; ma, nonostante tutto questo, l’odio degli idolatri aumentò ancora e si rifiutarono di accettare le sue parole. La mattina seguente alla notte del Miʿrāj, questo resoconto costituì una prova della veridicità della sua affermazione (Ibn Hisham, vol. 1, pp. 39, 402, 406; si veda anche l’interpretazione della sura Banī Isrāʾīl nelle opere esegetiche) (Zād al-Maʿād, vol. 1, p. 48; si vedano inoltre Ṣaḥīḥ al-Bukhārī, vol. 2, p. 684; Ṣaḥīḥ Muslim, vol. 1, p. 96; Ibn Hisham, vol. 1, pp. 402-403).

Si dice che proprio in quell’occasione il Profeta conferì a Abū Bakr al-Ṣiddīq il titolo di al-Ṣiddīq, poiché, mentre tutti gli altri avevano negato, egli aveva creduto a ogni cosa (Ibn Hisham, vol. 1, p. 699).

Allah l’Altissimo ha menzionato nel Corano il resoconto del Miʿrāj.

Questa è la sunnah di Allah riguardo ai profeti. Allah l’Altissimo dice: «E così mostrammo ad Abramo il governo dei cieli e della terra, affinché diventasse uno di coloro che possiedono una fede certa».

Allah l’Altissimo disse a Mosè: «Allora ti mostrerò alcuni dei Nostri più grandi segni».

Lo scopo di mostrare queste cose è che essi possano credere; Allah l’Altissimo lo ha dichiarato. Poiché i profeti vedono direttamente i segni di Allah, la loro fede si rafforza ulteriormente. Di conseguenza, mentre invitano le persone alla via di Allah, possono sopportare sofferenze, difficoltà, persecuzioni e oppressioni tali che nessun altro sarebbe in grado di sopportare. Ai loro occhi, tutte le forze del mondo terreno sembrano insignificanti; per questo non temono alcuna potenza. Nei grandi libri della Shariah si discute ampiamente degli aspetti minori dell’evento del Mi‘raj e del suo vero significato; qui ne vengono menzionati alcuni dei principali.

Qui occorre osservare che Allah l’Altissimo, dopo aver menzionato nel Corano l’evento del Mi‘raj in un solo versetto, ha descritto le malefatte degli ebrei. Poi ha fatto loro sapere che questo Corano guida verso quella via che è retta e diritta. A chi legge il Corano può sembrare che le due affermazioni non siano collegate, ma in realtà non è così. Nel suo modo di esporre, Allah l’Altissimo ha indicato che, da quel momento in poi, gli ebrei sarebbero stati rimossi dal ruolo di guida dell’umanità, poiché avevano commesso crimini così terribili da non essere più degni di guidare. Pertanto, da allora, questa responsabilità e questo onore sarebbero stati conferiti al Nobile Profeta, pace e benedizioni di Allah su di lui, e i due centri dell’invito audace sarebbero stati posti sotto il suo controllo. In altre parole, la guida spirituale sarebbe stata trasferita da una comunità a un’altra: la leadership sarebbe stata sottratta a una comunità la cui storia era macchiata da oppressione, tirannia e tradimento, e sarebbe stata affidata a una comunità attraverso la quale sarebbero scaturite correnti di bene. Il profeta di questa comunità ha ricevuto, mediante la rivelazione, il Nobile Corano, e il Corano ha offerto all’umanità la guida più completa.

Ma come si sarebbe realizzato il compimento di questa leadership? Il Profeta dell’Islam andava ancora in giro tra la gente sulle montagne della Mecca: questa è una domanda. Essa ha svelato il velo che copriva un’altra verità: l’invito all’Islam era giunto al termine di una fase e stava per entrare in una nuova fase. Questa nuova direzione sarebbe stata diversa da quella precedente. Per questo si vede che in alcuni versetti gli idolatri vengono avvertiti con parole chiare e minacciati severamente. Allah l’Altissimo dice: «Quando voglio distruggere una città, ordino ai suoi agiati di compiere il bene, ma essi vi commettono il male; allora la punizione contro di loro diventa giusta e Io la distruggo completamente» (Sura Banī Isrā’īl, versetto 16).

Allah l’Altissimo dice inoltre nella medesima sura: «Quante generazioni umane abbiamo distrutto dopo Noè! Il tuo Signore è sufficiente come Colui che conosce e osserva i peccati dei Suoi servi» (Sura Banī Isrā’īl, versetto 17).

Accanto a tutti questi versetti ve ne sono anche alcuni che delineano la futura società islamica dei musulmani. Essi si sono stabiliti in una terra dove tutto è nelle loro mani. I versetti citati contengono l’indicazione che il Messaggero di Allah avrebbe presto trovato un luogo sicuro nel quale la religione dell’Islam sarebbe stata adeguatamente diffusa e propagata.

Nell’evento misterioso del Mi‘raj vi sono aspetti direttamente collegati al tema che stiamo trattando; per questo è necessario descriverli. Siamo giunti alla conclusione che l’evento del Mi‘raj ebbe forse luogo qualche tempo prima della Prima Bay‘at di ‘Aqabah, oppure tra la Prima e la Seconda Bay‘at di ‘Aqabah. Allah solo sa ogni cosa.

La Prima Bay‘at di ‘Aqabah

È stato menzionato in precedenza che, durante la stagione del pellegrinaggio del decimo anno della missione profetica, sei persone di Yathrib abbracciarono l’Islam. Esse promisero al Messaggero di Allah che, dopo essere tornate dal loro popolo, avrebbero trasmesso il messaggio della missione del Profeta, pace e benedizioni di Allah su di lui. (Aqabah è chiamato uno stretto passo montano: sulla strada da Mecca a Mina, sul lato occidentale di Mina, bisogna attraversare uno stretto sentiero montuoso. Questo passo è famoso con il nome di ‘Aqabah. Poiché il luogo in cui, il dieci di Dhū al-Ḥijjah, vengono lanciati i sassolini contro la jamrah si trova all’estremità di questo passaggio, essa è chiamata Jamrat al-‘Aqabah. Il suo secondo nome è Jamrat al-Kubrā. Le altre due jamrah si trovano nella pianura di Minā, un po’ più a est di questo luogo. Poiché le tre jamrah sono disposte verso est, la folla vi si concentra continuamente; dopo il lancio delle pietre, però, non vi passa più nessuno. Perciò la bay‘ah che il Nobile Profeta, il Messaggero di Allah, pace e benedizioni di Allah su di lui, concluse viene chiamata Bay‘at di ‘Aqabah. Attualmente qui è stata costruita un’ampia strada scavando la montagna.)

Di conseguenza, nella stagione del pellegrinaggio successiva, tredici persone si recarono dal Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace. Tra loro, oltre a Jābir ibn ʿAbd Allāh, ve n’erano altri cinque che erano venuti anche l’anno precedente. I nomi e le appartenenze tribali dei restanti sette erano i seguenti:

1. Muʿādh ibn al-Ḥārith ibn ʿAfrāʾ — Banū Najjār, Khazraj

2. Dhakwān ibn ʿAbd al-Qays — Banū Zurayq, Khazraj

3. ʿUbāda ibn al-Ṣāmit — Banū Ghanam, Khazraj

4. Yazīd ibn Thaʿlaba — alleato dei Banū Ghanam, Khazraj

5. al-ʿAbbās ibn ʿUbāda ibn Naḍla — Banū Sālim, Khazraj

6. Abū al-Haytham ibn al-Tayyihān — Banū ʿAbd al-Ashhal, Aws

7. ʿUwaym ibn Sāʿida — Banū ʿĀmir ibn ʿAwf, Aws

Gli ultimi due appartenevano alla tribù degli Aws, mentre tutti gli altri appartenevano alla tribù dei Khazraj (Rahmatul lil-ʿAlamin, vol. 1, p. 85; Ibn Hisham, vol. 1, pp. 431-233).

Tutti costoro prestarono giuramento di fedeltà al Messaggero di Allah presso al-ʿAqaba, a Mina, su alcune questioni. In seguito, dopo il trattato di al-Hudaybiyya e al momento della conquista della Mecca, anche le donne prestarono giuramento di fedeltà sulle medesime questioni. Il resoconto del giuramento di al-ʿAqaba è riportato nel Sahih al-Bukhari nella narrazione di ʿUbada ibn as-Samit. Egli riferì che il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, disse: «Venite a prestarmi giuramento che non assocerete nulla ad Allah, non ruberete, non commetterete adulterio, non ucciderete i vostri figli, non attribuirete a nessuno una calunnia inventata e mi seguirete nelle buone azioni, senza disobbedire in alcun modo. Chi osserverà tutto ciò avrà la sua ricompensa presso Allah; chi invece violerà una di queste prescrizioni e sarà punito per tale disobbedienza, quella punizione sarà un’espiazione per il suo peccato. Se qualcuno disobbedirà e Allah ne coprirà il peccato, la sua sorte dipenderà dalla volontà di Allah: Egli potrà punirlo oppure perdonarlo».

ʿUbada riferì: «Su tutte queste questioni prestammo giuramento di fedeltà al Messaggero di Allah» (al-Bukhari, vol. 1, pp. 550-551).

L’inviato del Messaggero a Medina e il suo straordinario successo

Il giuramento di fedeltà era terminato e anche il pellegrinaggio era giunto al termine. Il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, inviò a Medina il suo primo emissario insieme ai pellegrini giunti da lì. Lo scopo dell’invio era insegnare l’Islam ai musulmani e invitare alla religione coloro che non avevano ancora abbracciato l’Islam. Il Messaggero di Allah inviò a Medina il giovane Musʿab ibn ʿUmayr al-ʿAbdari (ra.), tra i primi ad aver abbracciato l’Islam.

Quando giunse a Medina, Musʿab ibn ʿUmayr (ra.) alloggiò presso la casa di Asʿad ibn Zurara (ra.). Poi entrambi cominciarono con entusiasmo e fervore a invitare gli abitanti di Medina all’Islam. In quel periodo Musʿab ricevette il titolo di Muqriʾun, che significa insegnante o maestro.

Vi è un episodio straordinario del suo successo nella diffusione della religione. Asʿad ibn Zurara sedeva in un giardino, presso uno stagno chiamato Mark, e alcuni musulmani si erano riuniti intorno a lui. I capi della tribù dei Banu Ashhal erano Saʿd ibn Muʿadh e Usaid ibn Hudayr; essi non avevano ancora abbracciato l’Islam. Quando seppero dell’arrivo dei nuovi musulmani, Saʿd disse all’altro capo, Usaid ibn Hudayr: «Vai a vedere di che si tratta. Di’ loro: “Volete forse ingannare i nostri deboli, allontanarli dalla loro religione e impedire loro di venire nel nostro quartiere?”. Asʿad ibn Zurara è mio cugino; per questo non ti mando, altrimenti ci sarei andato io stesso».

Usaid prese la sua lancia e si diresse verso i due. Quando Asʿad lo vide arrivare, disse a Musʿab: «Sta venendo da te uno dei capi del popolo; invoca in cuor tuo la misericordia di Allah per lui». Musʿab disse: «Se si siederà, parlerò con lui». Appena arrivato, Usaid si adirò e disse: «Perché siete venuti nel nostro territorio? Volete forse ingannare i nostri deboli? Se tenete alla vostra vita, andatevene!». Musʿab disse: «Sedetevi presso di noi e ascoltate qualche parola; se vi piacerà, l’accetterete, e se non vi piacerà, non l’accetterete». Usaid disse: «È ragionevole». Poi conficcò la lancia nel terreno e si sedette. Musʿab (ra.) cominciò a parlargli dell’Islam e recitò il Corano. In seguito raccontò: «Prima ancora che Usaid pronunciasse una parola, avevo già notato sul suo volto lo splendore dell’Islam». Dopo aver ascoltato tutto, Usaid disse: «Le vostre parole sono davvero belle. Come fate ad avviare qualcuno all’Islam?». Musʿab rispose: «Devi fare il bagno, indossare abiti puri, testimoniare la Kalima Tayyiba e compiere due rakaʿat di preghiera». Usaid fece tutto ciò e poi disse: «Nella nostra tribù c’è ancora un altro capo. Se anch’egli abbraccerà l’Islam, nessuno della nostra tribù resterà escluso. Glielo manderò proprio ora».

Dopodiché il venerabile Usaid si recò da Saʿd ibn Muʿadh con la sua lancia. Vedendolo, Saʿd disse: «Quest’uomo è tornato con un volto diverso da quello con cui era andato». Quindi chiese a Usaid: «Che cosa hai fatto?». Usaid rispose: «Ho parlato con loro, ma non ho trovato nulla di riprovevole. Tuttavia li ho avvertiti di non farlo, e hanno detto: “Faremo ciò che desiderate”. Ho sentito dire che gli uomini della tribù dei Banū al-Ḥāritha vogliono uccidere Asʿad ibn Zurāra, perché è tuo cugino materno. Vogliono infrangere il patto stretto con te». Non appena udì queste parole, Saʿd, furioso, si recò da loro con la lancia in mano. Li trovò seduti tranquillamente e comprese che Usaid aveva voluto spingerlo a parlare con i due stranieri. Saʿd si avvicinò a loro e disse con durezza: «Volete ingannare i nostri deboli?». Allora Asʿad disse a Saʿd: «Per Dio, o Abū Anas, se tra te e me non vi fosse un legame di parentela, non avresti potuto comportarti così. Siete venuti nel nostro territorio e fate ciò che non ci piace».

Il venerabile Asʿad aveva già detto a Musʿab: «Sta arrivando un uomo che è il capo influente della sua tribù; se ascolterà le tue parole, nessuno della sua gente resterà indietro». Per questo Musʿab disse a Saʿd: «Sedetevi e ascoltate qualcosa; se non vi piacerà, non sarete obbligato ad ascoltare oltre». Saʿd rispose: «È giusto», conficcò la lancia nel terreno e si sedette. Musʿab gli presentò l’invito all’Islam e recitò il Corano. In seguito Musʿab raccontò: «Prima ancora che Saʿd parlasse, avevo già notato sul suo volto il fulgore dell’Islam». Saʿd chiese: «Che cosa fate dopo aver abbracciato l’Islam?». Musʿab rispose: «Fate il bagno, indossate abiti puliti, testimoniate la shahāda e poi compite una preghiera di due rakʿa». Saʿd ibn Muʿadh fece dunque tutto questo.

Dopo aver compiuto i primi riti dell’ingresso nell’Islam, il venerabile Saʿd tornò dalla sua gente. Essi dissero: «Sembra che siate tornato con un volto diverso». Saʿd chiese: «Che tipo di uomo pensate che io sia, o Banū ʿAbd al-Ashhal?». Tutti risposero: «Siete il nostro capo e il più saggio e assennato tra noi». Saʿd ibn Muʿadh disse: «Ebbene, ascoltate: finché non crederete in Allah, il Signore dei mondi, e nel Suo amato Messaggero, il Messaggero di Allah, Allah lo benedica e gli conceda la pace, per me sarà illecito parlarvi». Entro il pomeriggio, tutti gli uomini e le donne della tribù abbracciarono l’Islam. A quel tempo un uomo chiamato Usayrim non aveva ancora creduto; abbracciò l’Islam il giorno della battaglia di Uhud, partecipò alla battaglia e fu martirizzato. Non compì neppure una preghiera. Il Messaggero di Allah, Allah lo benedica e gli conceda la pace, disse a proposito di lui: «Con poche opere ha ottenuto una ricompensa grandissima».

Il venerabile Musʿab e il venerabile Asʿad ibn Zurāra svolgevano l’attività di invito e di propagazione dell’Islam rimanendo nella casa di Asʿad ibn Zurāra. Grazie a questo invito, in ogni famiglia degli Anṣār alcuni uomini e alcune donne abbracciarono l’Islam. Prima dell’arrivo della successiva stagione del pellegrinaggio, il venerabile Musʿab ibn ʿUmayr tornò alla Mecca dal Messaggero di Allah con la lieta notizia del successo. Presentò all’amato Profeta, Allah lo benedica e gli conceda la pace, informazioni dettagliate sulla situazione delle tribù di Yathrib, sulle loro tattiche di guerra e di difesa e sulle loro altre capacità (Ibn Hishām, vol. I, p. 435; vol. II, p. 90; Zād al-Maʿād, vol. II, p. 51).

La seconda Pledge di al-ʿAqaba

Nel tredicesimo anno della missione profetica, nel mese di giugno del 622 d.C., settanta musulmani giunsero dalla Medina alla Mecca per compiere il pellegrinaggio. Viaggiavano insieme ai pellegrini politeisti della loro stessa gente. Durante la permanenza a Medina, oppure lungo il viaggio verso la Mecca, si dissero l’un l’altro: «Per quanto tempo lasceremo ancora l’amato Messaggero, Allah lo benedica e gli conceda la pace, in quella situazione dolorosa alla Mecca?». Discussero anche delle avversità che egli stava affrontando alla Mecca.

Dopo essere giunti alla Mecca, presero segretamente contatto con l’amato Messaggero, Allah lo benedica e gli conceda la pace, e decisero che i due gruppi si sarebbero incontrati nel cuore dei Giorni di Tashrīq (si chiamano Giorni di Tashrīq l’11, il 12 e il 13 del mese di Dhū al-Ḥijja), nella notte del 12 Dhū al-Ḥijja, presso la prima Jamara di Minā, cioè nella gola di Jamrat al-ʿAqaba, per tenere una discussione segreta nell’oscurità della notte.

Questa assemblea cambiò il corso degli eventi nel conflitto tra l’Islam e l’idolatria. Ecco ora il resoconto di quell’assemblea dalla voce di un capo degli Anṣār.

Hazrat Ka’b ibn Malik (che Allah sia soddisfatto di lui) racconta: eravamo partiti per compiere il pellegrinaggio. Il caro Profeta stabilì che ci avrebbe incontrati ad al-‘Aqaba durante i Giorni di Tashriq. Infine giunse la notte stabilita per l’incontro. Consultandoci con il nostro rispettato capo, ‘Abdullah ibn Haram, gli dicemmo: «O Abu Jabir, tu sei uno dei nostri rispettati capi. Desideriamo liberarti dalla tua attuale condizione, affinché tu possa essere salvato per sempre dal Fuoco dell’Inferno: questo è ciò che desideriamo». Poi lo invitammo all’Islam e gli riferimmo ciò di cui avevamo discusso con il caro Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace. Egli abbracciò l’Islam e venne con noi ad al-‘Aqaba; fu nominato naqib (Ibn Hisham, vol. 1, p. 440).

Hazrat Ka’b (che Allah sia soddisfatto di lui), fornendo un resoconto dettagliato dell’evento, racconta: quella notte ci coricammo nelle nostre tende come d’abitudine. Dopo che era trascorsa un terzo della notte, ci incontrammo con il Messaggero di Allah nel luogo stabilito in precedenza. Come un passero che esce furtivamente dal proprio nido, anche noi uscimmo dalle tende allo stesso modo. Infine ci riunimmo ad al-‘Aqaba: eravamo 75 in tutto, 73 uomini e 2 donne. Le due donne erano Umm ‘Umara Nusayba bint Ka’b, della tribù dei Banu Majin ibn Najjar, e Umm Mani‘ Asma bint ‘Amr, della tribù dei Banu Salama.

Giungemmo tutti nella valle e attendevamo il caro Messaggero, che Allah lo benedica e gli conceda la pace. A un certo punto egli arrivò, accompagnato da suo zio ‘Abbas ibn ‘Abd al-Muttalib. Sebbene allora non avesse ancora abbracciato l’Islam, era sinceramente sollecito del bene del nipote. Fu lui a iniziare per primo la conversazione (Ibn Hisham, vol. 1, p. 440).

Spiegazione della delicatezza della situazione

La conferenza ebbe inizio e cominciò la discussione per definire in modo definitivo l’assistenza religiosa e militare. Per primo parlò ‘Abbas, lo zio del Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace. Egli voleva richiamare l’attenzione sulle responsabilità alla luce della situazione. Rivolgendosi a coloro ai quali stava per essere affidato quel grave incarico, disse: «Voi conoscete il valore e la dignità di Muhammad Mustafa. Abbiamo tenuto Muhammad lontano da coloro, tra la nostra gente, che non sostengono la fede da lui promulgata. Egli è al sicuro nella sua città, tra la sua stessa gente. Ora desidera venire da voi e unirsi a voi. Se potete garantirgli sicurezza e proteggerlo dagli attacchi della parte avversa, non c’è altro da dire. Voi conoscete meglio di chiunque altro la responsabilità che avete assunto. Ma se state pensando di abbandonarlo, andatevene subito, perché egli è al sicuro nella sua città, tra la sua stessa gente, e qui gode anche del rispetto che gli è dovuto».

Hazrat Ka’b (che Allah sia soddisfatto di lui) racconta: dicemmo a ‘Abbas: «Abbiamo ascoltato le tue parole. O Messaggero di Allah, ora parla tu: chiedici il patto che desideri da parte nostra per te e per il tuo Signore» (Ibn Hisham, vol. 1, pp. 441-442).

Il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, iniziò a parlare. Recitò dapprima il Corano e invitò alla fede in Allah; poi ebbe luogo la bay’a,

Le clausole della bay’a

L’episodio del giuramento di fedeltà è stato narrato dettagliatamente dall’imam Ahmad da Hazrat Jabir (che Allah sia soddisfatto di lui). Hazrat Jabir disse: «Dicemmo: “O Messaggero di Allah, su quali questioni presteremo giuramento di fedeltà a te?”. Egli disse: “Sulle questioni seguenti”».

1. Ascolterete e obbedirete alle mie parole in ogni situazione, favorevole o sfavorevole.

2. Spenderete le vostre ricchezze sia nella prosperità sia nella difficoltà.

3. Ordinerete il bene e proibirete il male.

4. Vi ergerete sulla via di Allah e, riguardo ad Allah, non vi tirerete indietro per timore delle minacce di chicchessia.

5. Quando verrete da voi, mi aiuterete e mi proteggerete proprio come proteggete le vostre vite e i vostri figli; in cambio, per voi vi sarà il Paradiso (l’imam Ahmad ibn Hanbal ha narrato questo hadith con una catena di trasmissione hasan; l’imam al-Hakim e Ibn Hibban lo hanno giudicato autentico. Si veda Ibn Hisham, vol. 1).

Nella narrazione di Hazrat Ka’b menzionata da Ibn Ishaq è riportato soltanto il quinto punto. Vi si dice che il nobile Messaggero, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, invitò ad Allah recitando il Corano e esortò all’Islam, dicendo: «Prendo da voi il giuramento di fedeltà affinché mi proteggiate con ciò con cui proteggete i vostri figli». Udendo ciò, Hazrat Ka’b ibn Malik afferrò la mano del nobile Messaggero, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, e disse: «Sì, per Colui che ti ha inviato come vero Profeta, ti proteggeremo certamente con ciò con cui proteggiamo i nostri figli. Dunque, o Messaggero di Allah, ricevi da noi il giuramento di fedeltà. Per Dio, siamo figli della guerra (cioè siamo nati all’ombra della guerra); le armi sono i nostri giocattoli e questa condizione perdura dai tempi dei nostri antenati».

Hazrat Ka’b disse che, mentre egli parlava con il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, Abū al-Haytham ibn al-Tayyihān disse: «O Messaggero di Allah, abbiamo un patto con gli Ebrei; ne spezzeremo il vincolo e romperemo i rapporti con loro. In seguito, quando Allah ti avrà dato la vittoria, non ci abbandonerai per tornare dalla tua stessa gente, vero?»

Udendo ciò, il Messaggero di Allah sorrise lievemente e disse: «No, non sarà così. Il vostro sangue è il mio sangue e la vostra distruzione sarà considerata la mia distruzione. Io appartengo a voi e voi appartenete a me. Combatterò coloro contro i quali combatterete e concluderò la pace con coloro con i quali concluderete la pace».

Descrizione delle circostanze pericolose della bayʿa

Dopo un’ampia discussione sulle condizioni della bayʿa, i presenti desiderarono prestare il giuramento di fedeltà nelle mani del Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace. A quel punto si alzarono due musulmani. Essi avevano abbracciato l’Islam durante la stagione del pellegrinaggio, tra l’undicesimo e il dodicesimo anno della missione profetica. Volevano spiegare e analizzare approfonditamente le proprie responsabilità e i propri doveri alla luce della situazione. Desideravano esporre adeguatamente ogni aspetto della questione e poi prestare la bayʿa. Volevano sapere e comprendere fino a che punto i membri della loro comunità fossero pronti al sacrificio.

Ibn Ishaq scrisse: dopo che la gente si fu riunita per la bayʿa, Hadrat ʿAbbas ibn ʿUbada ibn Nadla disse: «Sapete certamente per che cosa state prestando la bayʿa insieme a lui?». Tutti risposero: «Sì, lo sappiamo». Hadrat ʿAbbas disse: «State prestando la bayʿa nelle sue mani per combattere contro i popoli dalla pelle nera e rossa. Se pensate di abbandonarlo dopo che le vostre ricchezze saranno state consumate e i vostri capi saranno stati uccisi, allora abbandonatelo adesso; infatti, dopo averlo portato con voi, abbandonarlo in solitudine sarebbe disonorevole per voi in questo mondo e nell’Aldilà. Ma se pensate che, anche dopo aver sacrificato le vostre ricchezze e dopo l’uccisione dei vostri capi, manterrete il patto stretto con lui e andrete nella direzione verso la quale siete chiamati, allora portatelo con voi. Per Allah, in ciò vi sono bene e felicità sia in questo mondo sia nell’Aldilà». (Ibn Hisham, vol. I, p. 442).

Dopo queste parole, tutti chiesero all’unisono: «Sacrificheremo le nostre ricchezze e affronteremo il rischio che i nostri capi vengano uccisi, ma che cosa riceveremo in cambio? Adempiremo pienamente al nostro impegno, ma quale sarà la nostra ricompensa?». Il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, rispose: «Il Paradiso». Allora tutti tesero le mani, e anche il Messaggero di Allah tese la sua: la bayʿa fu conclusa. (Ibn Hisham, vol. I, p. 446).

Hadrat Jabir (che Allah sia soddisfatto di lui) disse: tra i presenti, Asʿad ibn Zurara era il più giovane. Allora Asʿad afferrò la mano del Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, e disse: «O abitanti di Medina, fermatevi un momento! Siamo giunti da una distanza tale da far asciugare il petto di un cammello, proprio perché egli è il Messaggero di Allah. Portarlo oggi con noi dalla Mecca significa inimicarci tutta l’Arabia, vedere uccisi i vostri capi più illustri e udire il clangore delle spade. Portatelo dunque con voi solo se siete capaci di sopportare tutto questo; la ricompensa per quest’azione è presso Allah. Ma se amate le vostre vite più di ogni altra cosa, lasciatelo ora: ciò costituirà una scusa accettabile presso Allah». (Musnad Ahmad).

Il compimento della bayʿa

Le clausole della bayʿa erano già state stabilite e la gravità della situazione era stata esposta. Dopo aver ricevuto un’ulteriore sollecitazione, tutti dissero all’unisono: «Asʿad ibn Zurara, togli la mano! Per Allah, non possiamo rinunciare a questa bayʿa né annullarla». (Musnad Ahmad).

Ricevuta questa risposta, il venerabile Asʿad comprese chiaramente che i suoi connazionali erano fermamente determinati ed erano pronti a sacrificare la vita. Musʿab ibn ʿUmayr era il principale predicatore della religione a Medina e, perciò, era naturalmente la guida religiosa di coloro che prestavano il giuramento. Pertanto, il primo a prestare la bayʿa fu Asʿad ibn Zurāra. Ibn Isḥāq ha riferito che i Banū Najjār dissero: «Abū Umāma Asʿad ibn Zurāra fu il primo uomo a stringere la mano al nobile Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui)». (Ibn Isḥāq ha riferito che i Banū Ashhal dissero che il primo a prestare la bayʿa fu Abū al-Haytham ibn al-Tayyihān; il venerabile Kaʿb ibn Mālik disse che il primo a prestarla fu al-Barāʾ ibn Maʿrūr. Ibn Hishām, vol. I, p. 447. A mio avviso, le parole di Abū al-Haytham e di al-Barāʾ precedenti alla bayʿa sono state considerate come la bayʿa; altrimenti, poiché in quel momento davanti a tutti si trovava il venerabile Asʿad ibn Zurāra, sarebbe stato il suo nome a essere menzionato per primo). In seguito, tutti gli altri prestarono il giuramento. Il venerabile Jābir (che Allah sia soddisfatto di lui) disse: «Ci alzammo uno alla volta e il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) ricevette la bayʿa da ciascuno di noi; in cambio, ci diede la buona novella del Paradiso». (Musnad Aḥmad).

In quell’assemblea, le due donne presenti prestarono la bayʿa verbalmente. Il nobile Messaggero non strinse mai la mano a una donna a lui estranea. (Ṣaḥīḥ Muslim, «Bayʿat al-Nisāʾ», vol. II, p. 131).

I dodici naqīb e i loro nomi

Dopo il completamento della bayʿa, il nobile Profeta propose di nominare dodici capi, che sarebbero stati i naqīb delle loro tribù. Essi avrebbero avuto il compito di garantire che le condizioni della bayʿa fossero adempiute dai membri delle rispettive tribù. Il nobile Profeta chiese ai presenti di indicare i nomi dei dodici; poco dopo questa sua richiesta, furono nominati dodici naqīb: nove di loro appartenevano alla tribù dei Khazraj e tre a quella degli Aws.

1. Asʿad ibn Zurāra ibn ʿUdās 2. Saʿd ibn Rabīʿ ibn ʿAmr 3. ʿAbd Allāh ibn Rawāḥa ibn Thaʿlaba 4. Rāfiʿ ibn Mālik ibn ʿAjlān 5. al-Barāʾ ibn Maʿrūr ibn Ṣakhr 6. ʿAbd Allāh ibn ʿAmr ibn Ḥarām 7. ʿUbāda ibn Ṣāmit ibn Qays 8. Saʿd ibn ʿUbāda ibn Uḥaym

9. Mundhir ibn ʿAmr Khunays. Essi appartenevano alla tribù dei Khazraj.

D’altra parte

1. Usayd ibn Ḥuḍayr ibn Sammāk 2. Saʿd ibn Khaythama ibn Ḥārith 3. Rifāʿa ibn ʿAbd al-Mundhir ibn Zubayr. Essi appartenevano alla tribù degli Aws. (Alcuni, invece di Zubayr, menzionano Zunayr; alcuni autori di biografie profetiche hanno aggiunto il nome di Abū al-Haytham ibn al-Tayyihān al posto di Rifāʿa).

Dopo la nomina dei dodici naqīb, il Messaggero di Allah — che Allah lo benedica e gli conceda la pace — prese da loro un ulteriore impegno, poiché erano maggiormente responsabili. Disse: «Voi siete responsabili e garanti di ogni questione riguardante la vostra gente, proprio come gli Ḥawāriyyūn (i dodici Apostoli) erano responsabili e garanti per conto di Gesù (pace su di lui); allo stesso modo, io sono responsabile e garante per conto dei musulmani». Tutti risposero all’unisono: «Sì».

La divulgazione da parte di Satana delle informazioni sull’accordo

Dopo la conclusione dell’accordo, mentre tutti si accingevano ad andarsene, Satana venne a sapere della riunione. Non c’era tempo per far giungere la notizia ai Quraysh; se fosse arrivata, essi si sarebbero precipitati compatti contro i musulmani. Perciò Satana salì sulla cima di un’alta montagna e gridò a gran voce: «O abitanti di Minā, guardate Muḥammad! Con lui ci sono degli empi; si sono radunati per combattere contro di voi!»

Il nobile Profeta disse: «Quello è il Satana del passo. O nemico di Allah, ascolta: ben presto avrò tempo per occuparmi di te». Poi disse alla gente di tornare ciascuno alla propria tenda (Zād al-Maʿād, vol. 2, p. 51).

Udendo la voce di Satana, ʿAbbās ibn ʿUbāda ibn Nāḍla disse: «Per Colui che ti ha inviato con la verità, se lo desideri, domani stesso ci lanceremo con le spade contro gli abitanti di Minā». Il nobile Messaggero — che Allah lo benedica e gli conceda la pace — disse: «Non mi è stato ancora ordinato di fare ciò. Tornate ai vostri alloggi». Poi tutti andarono a dormire (Ibn Hišām, vol. 1, p. 448).

Il confronto tra i Quraysh e i capi di Medina

Quando i Quraysh ricevettero la notizia, furono sconvolti, poiché conoscevano le conseguenze di vasta portata di una simile bayʿa. La mattina seguente, un gruppo di importanti esponenti dei Quraysh si recò davanti alle tende dei pellegrini giunti da Medina ed espresse la propria veemente indignazione per la riunione e la bayʿa della notte precedente. Dissero: «O gente dei Khazraj, abbiamo saputo che volete portare via da noi quest’uomo. Gli avete prestato giuramento per combattere contro di noi, mentre per noi combattere contro di voi è più detestabile che combattere contro qualsiasi altra tribù araba» (Ibn Hišām, vol. 1, p. 448).

Dopo la protesta dei Quraysh della Mecca, i pellegrini non musulmani provenienti da Medina dissero: «Quello che dite non è vero». Giurarono che un simile evento non poteva assolutamente essere accaduto. ʿAbd Allāh ibn Ubayy disse: «È impensabile che la mia gente abbia compiuto un’azione tanto importante senza di me. In questo momento sono alla Mecca; e anche se fossi stato a Medina, non avrebbero preso una simile iniziativa senza consultarmi».

Poiché era difficile credere che l’assemblea e la Bayʿa si fossero svolte nell’oscurità della notte, gli abitanti non musulmani della Mecca prestarono fede alle parole dei pellegrini non musulmani provenienti da Medina. I musulmani si scambiarono occhiate furtive e rimasero in silenzio.

Non dissero né sì né no. A un certo punto i capi dei Quraysh compresero che, in realtà, non era accaduto nulla di cui preoccuparsi e alla fine se ne tornarono delusi.

L’inseguimento di coloro che avevano prestato il giuramento

I capi dei Quraysh tornarono alla Mecca convinti che ciò che avevano sentito non fosse vero; tuttavia, poiché nutrivano dei sospetti, divennero impazienti di raccogliere informazioni. Alla fine si resero conto che la notizia era vera: la Bayʿa aveva realmente avuto luogo, ed era avvenuta con certezza. Ma quando ne ebbero la conferma, i pellegrini di Medina erano già partiti. Alcuni non musulmani si misero all’inseguimento dei viaggiatori medinesi, ma ormai l’occasione era sfumata. I cavalieri lanciati al galoppo scorgono Saʿd ibn ʿUbāda e Mundhir ibn ʿAmr; Mundhir avanzò rapidamente, mentre Saʿd fu catturato, legato e condotto alla Mecca, dove venne percosso. Dopo averlo portato alla Mecca, Muṭʿim ibn ʿAdī e al-Ḥārith ibn Ḥibr Umayya lo liberarono, poiché le carovane commerciali di quei due uomini viaggiavano a Medina sotto la protezione di Saʿd ibn ʿUbāda. Nel frattempo, i pellegrini medinesi espressero una profonda indignazione per l’arresto del loro compagno di viaggio Saʿd ibn ʿUbāda e decisero di tornare alla Mecca per attaccare i Quraysh miscredenti. Prima però di avanzare verso la Mecca, si accorsero che Saʿd ibn ʿUbāda stava tornando. Dopodiché tutti i membri della carovana partirono sani e salvi e giunsero senza pericoli a Medina (Zād al-Maʿād, vol. II, pp. 51-52; Ibn Hishām, vol. I, pp. 448-450).

Questa fu la Seconda Bayʿa di al-ʿAqaba, chiamata anche la Grande Bayʿa di al-ʿAqaba. Essa ebbe luogo in un’atmosfera nella quale erano vivi, tra i credenti, i sentimenti di reciproca solidarietà, collaborazione, fiducia, coraggio e audacia. I cuori dei credenti di Medina erano colmi d’amore per i loro deboli fratelli della Mecca e i loro animi erano animati da una ferma determinazione ad aiutarli; nei confronti dei miscredenti oppressori nutrivano rabbia e odio. Coloro che, pur senza averli mai visti, erano stati accolti come fratelli per compiacere Allah, erano davvero fratelli nella religione.

Questo tipo di motivazione non nasceva da alcuna attrattiva esteriore, né vi era la possibilità che il suo impulso d’amore svanisse con il fluire del tempo. Al contrario, alla radice di quell’amore vi erano la fede in Allah, la fede nel Messaggero di Allah ﷺ e la fede nel Corano di Allah. Questa fede non poteva indebolirsi né svanire di fronte ad alcuna forma di ingiustizia, persecuzione, oppressione o potere. La fermezza di questa fede, ossia di questa convinzione nell’invisibile, si manifestava attraverso le opere. Fu proprio grazie a questa fede che i musulmani riuscirono a lasciare nel mondo testimonianze di imprese straordinarie; esempi di tali imprese non si sono trovati nel mondo del passato e, allo stesso modo, non vi è ragione di aspettarsi che se ne trovino nel mondo futuro.

La delegazione timorosa dei musulmani emigranti

Con il compimento della Seconda Bayʿa di al-ʿAqaba, l’Islam riuscì a gettare per sé le fondamenta di una patria in mezzo alle tenebre della miscredenza e dell’ignoranza. Fin dall’inizio della predicazione, questo fu un importante successo dell’Islam. Il nobile Profeta ﷺ autorizzò i musulmani a emigrare nella loro nuova terra.

L’egira significa abbandonare ogni cosa e recarsi altrove soltanto per salvare la propria vita; tuttavia, neppure questa vita è al sicuro: dal momento della partenza fino all’arrivo a destinazione, si può essere uccisi in qualunque luogo. Il viaggio inizia verso una destinazione vaga e incerta, e non si può sapere in anticipo quali pericoli e calamità si dovranno affrontare in futuro.

Pur sapendo e comprendendo tutto ciò, i musulmani iniziarono l’egira. Nel frattempo, i politeisti cominciarono a ostacolare il cammino dei musulmani, poiché avevano capito che, dopo la loro egira, sarebbero sorti per loro molti timori e pericoli. Di seguito vengono riportati alcuni esempi dell’egira.

Uno. Il primo muhajir fu Abu Salama, che Allah sia soddisfatto di lui. Secondo la narrazione di Ibn Ishaq, egli compì l’egira un anno prima della seconda Bay‘at di Aqaba; con lui c’erano anche sua moglie e i suoi figli. Quando si accinse a partire, i familiari della moglie dissero: «Hai più diritto di noi a decidere della tua stessa vita, ma che ne sarà di nostra figlia? Come possiamo lasciarla venire con te, sapendo che la porterai da una città all’altra? È assolutamente impossibile». Così i genitori della moglie di Abu Salama la trattennero. Quando i genitori di Abu Salama lo vennero a sapere, si adirarono e portarono via il loro nipote. Il bambino ancora lattante fu affidato a una nutrice perché lo allevasse. In precedenza, mentre entrambe le parti tiravano il bambino in direzioni opposte, gli era stata ferita una mano. In breve, Abu Salama, che Allah sia soddisfatto di lui, partì da solo per Medina. Nel frattempo, Umm Salama, separata dal marito e dal figlio, divenne come folle. Il luogo in cui suo marito l’aveva salutata e le avevano portato via il figlio si chiamava al-Abtah. Ogni mattina si recava ad al-Abtah e piangeva per tutto il giorno. Trascorse così un anno. Alla fine, un parente di Umm Salama disse ai suoi genitori: «Perché non permettete a questa poveretta di raggiungere suo marito?». Allora i suoi genitori le dissero: «Se vuoi, puoi andare da tuo marito». Umm Salama si recò quindi presso la famiglia del marito, riprese il figlio dalla nutrice e partì da sola per Medina con il bambino. La distanza tra Mecca e Medina è di cinquecento chilometri. Dopo aver raggiunto un luogo chiamato Tan‘im, incontrò Uthman ibn Abu Talha. Umm Salama gli raccontò tutta la sua vicenda. Dopo aver ascoltato ogni cosa, Uthman la accompagnò verso Medina. Quando da lontano videro l’abitato di Quba, egli disse: «In questo abitato si trova tuo marito; recati da lui. Che Allah ti benedica». Dopodiché Uthman tornò alla Mecca (Ibn Hisham, vol. 1, pp. 469-470).

Due. Quando Suhayb, che Allah sia soddisfatto di lui, volle compiere l’egira verso Medina, i politeisti dei Quraysh dissero: «Quando sei venuto da noi eri solo e indigente; dopo essere arrivato qui hai accumulato molte ricchezze e hai prosperato. Ora vuoi andartene portando tutto con te? È assolutamente impossibile». Suhayb disse: «Se lascio tutte le mie ricchezze, mi lascerete partire?». Essi risposero: «Sì, ti lasceremo partire». Suhayb disse: «D’accordo, sia così: lascio tutto a voi». Quando il Profeta prediletto, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, venne a sapere la notizia, commentò: «Suhayb ha tratto profitto! Suhayb ha tratto profitto!» (Ibn Hisham, vol. 1, p. 477).

Tre. Umar ibn al-Khattab, Ayyash ibn Abi Rabi‘a e Hisham ibn As ibn Wa’il discussero tra loro e decisero di incontrarsi una mattina in un determinato luogo, per poi compiere da lì l’egira verso Medina. Umar e Ayyash riuscirono a giungere all’ora stabilita, ma Hisham non poté arrivare e fu tenuto prigioniero.

Dopo che i due uomini sopra menzionati ebbero compiuto l’egira e raggiunto Quba, Abu Jahl e suo fratello Harith arrivarono da Ayyash. I tre erano figli della stessa madre. I due fratelli dissero ad Ayyash: «La mamma ha giurato che non si pettinerà finché non ti avrà visto e che non si riparerà dal sole». Udendo ciò, il cuore di Ayyash si commosse per sua madre. Vedendo la situazione, Umar, che Allah sia soddisfatto di lui, disse ad Ayyash: «Ascolta, Ayyash: vogliono metterti alla prova riguardo alla tua religione, quindi sta’ in guardia. Per Allah, quando i pidocchi morderanno la testa di tua madre, certamente si pettinerà; e quando il sole cocente della Mecca diventerà insopportabile, si riparerà all’ombra». Ma Ayyash non diede ascolto a quelle parole. Decise di tornare alla Mecca con i fratelli per adempiere al giuramento fatto da sua madre. Umar, che Allah sia soddisfatto di lui, disse: «Se proprio vuoi andare, prendi questa mia cammella. Non scenderne; dopo aver incontrato tua madre, torna subito. Se noti qualcosa di sospetto, rientra rapidamente a Medina».

Ayyash si mise in cammino verso la Mecca in groppa alla cammella, insieme ai due fratelli. Dopo aver percorso una certa distanza, Abu Jahl disse ad Ayyash: «Fratello mio, il mio cammello procede molto lentamente; potremmo scambiare per un po’ il tuo animale con il mio?». Non appena Ayyash fece inginocchiare la cammella, i due fratelli lo legarono con una corda e lo portarono alla Mecca, durante il giorno, in stato di prigionia. Giunti alla Mecca, dissero a gran voce davanti a tutti: «O abitanti della Mecca, trattate i vostri stolti proprio come noi abbiamo trattato questo nostro stolto». Hisham e Ayyash erano prigionieri nelle mani dei miscredenti. Un giorno, dopo l’egira del Messaggero, egli disse: «Chi c’è che possa liberare per me Hisham e Ayyash?». Walid ibn Walid si assunse questo compito. Si recò segretamente alla Mecca e, seguendo una donna che portava loro del cibo, riuscì a scoprire dove si trovavano. I due erano rinchiusi in una stanza senza tetto. Nel cuore della notte, Walid si arrampicò sul muro ed entrò nella stanza; poi tagliò i legami, uscì e portò entrambi a Medina facendoli montare sul proprio cammello (Ibn Hisham, vol. 1, pp. 474-476). Umar, che Allah sia soddisfatto di lui, compì l’egira verso Medina insieme a un gruppo di venti Compagni (Sahih al-Bukhari, vol. 1).

Dopo aver appreso che qualcuno stava prendendo iniziative per compiere l’egira, i politeisti lo trattavano nel modo qui descritto; sono stati riportati questi tre esempi. Tuttavia, nonostante tutti questi ostacoli, i musulmani continuarono a compiere l’egira, portando la fede nei loro cuori. Due mesi e alcuni giorni dopo la seconda Bay‘at di Aqaba, alla Mecca non era rimasto alcun musulmano oltre al Profeta prediletto, Abu Bakr e Ali, che Allah sia soddisfatto di lui. Questi due rimasero alla Mecca secondo le istruzioni del Profeta prediletto, che Allah lo benedica e gli conceda la pace. Alcuni musulmani erano stati trattenuti con la forza dai politeisti. Il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, si preparava a compiere l’egira verso Medina e attendeva l’ordine di Allah, mentre Abu Bakr al-Siddiq, che Allah sia soddisfatto di lui, aveva già preparato e messo da parte l’equipaggiamento per il viaggio (Zad al-Ma‘ad, vol. 2, p. 52).

Nel Sahih al-Bukhari è narrato da Aisha (che Allah sia soddisfatto di lei) che il nobile Profeta (che Allah lo benedica e gli conceda la pace) disse ai musulmani: «Mi è stato mostrato il luogo della vostra emigrazione: è una regione situata tra due montagne». In seguito, i musulmani cominciarono a emigrare a Medina, e anche coloro che erano emigrati in Abissinia iniziarono ad arrivarvi. Abu Bakr (che Allah sia soddisfatto di lui) si preparò a partire per Medina. Il nobile Profeta (che Allah lo benedica e gli conceda la pace) gli disse: «Aspetta; penso che anch’io riceverò l’ordine di emigrare». Abu Bakr (che Allah sia soddisfatto di lui) disse: «Possano mio padre e mia madre essere sacrificati per te: speri di emigrare?». Il nobile Messaggero (che Allah lo benedica e gli conceda la pace) rispose: «Sì». Da allora Abu Bakr (che Allah sia soddisfatto di lui) cominciò ad aspettare, sperando di diventare il compagno di viaggio del nobile Messaggero (che Allah lo benedica e gli conceda la pace). Possedeva due cammelle, che per quattro mesi furono nutrite accuratamente con foglie di alberi di bachla (Sahih al-Bukhari, capitolo sull’emigrazione del Profeta, vol. 1, p. 553).

La riunione dei Quraysh a Dar an-Nadwa

Quando gli idolatri della Mecca videro che i nobili Compagni avevano lasciato famiglie e beni ed erano giunti nel territorio degli Aws e dei Khazraj, furono presi dallo smarrimento e, accecati dall’ira, divennero inquieti. Non avevano mai affrontato prima una situazione tanto pericolosa. Quella situazione rappresentava un grave colpo e una sfida per il loro culto degli idoli e per le loro basi economiche.

Gli idolatri sapevano molto bene che Muhammad (che Allah lo benedica e gli conceda la pace) possedeva capacità di leadership e di guida, oltre a una forza capace di esercitare influenza. Non ignoravano neppure lo spirito di sacrificio e il coraggio presenti nei suoi Compagni. La tattica militare delle tribù degli Aws e dei Khazraj, così come la loro fama e reputazione di guerrieri e combattenti, era universalmente nota. Era nota a tutti anche la straordinaria saggezza dei loro lungimiranti capi: sapevano combattere secondo le circostanze, ma, quando necessario, sapevano anche concludere tregue e accordi. Dopo l’amarezza di molti anni di guerra civile, le tribù degli Aws e dei Khazraj erano ormai pronte, all’occorrenza, a unirsi in un vincolo di tregua e alleanza; anche questo non era sconosciuto ai Quraysh.

Gli idolatri Quraysh sapevano che esisteva una strada lungo la costa del Mar Rosso, dallo Yemen fino alla Siria, e che proprio lungo quella strada transitavano le carovane commerciali dei Quraysh. Essa non era molto lontana da Medina; pertanto, dal punto di vista economico e militare, la posizione di Medina era estremamente importante. Il commercio annuale degli abitanti della Mecca con la Siria ammontava, secondo il valore dell’epoca, all’equivalente di duecentocinquantamila monete d’oro; gli scambi commerciali con Tabara e con altre regioni si aggiungevano a questa cifra. Essi comprendevano quindi molto bene che tali interessi commerciali potevano essere salvaguardati soltanto garantendo la sicurezza delle vie commerciali.

Da questa discussione si comprende quanto gravi sarebbero state le conseguenze del consolidamento delle basi della predicazione islamica a Medina e dell’unione degli abitanti di Medina contro quelli della Mecca. Gli idolatri erano pienamente consapevoli di questi pericoli e capivano che davanti a loro vi erano tempi difficili e grandi sfide. Per questo cominciarono a riflettere su un rimedio efficace per affrontarle. Sapevano che alla radice di tutti quei disordini e di quella turbolenza vi era proprio Muhammad, portatore dello stendardo dell’Islam (che Allah lo benedica e gli conceda la pace).

Circa due mesi e mezzo dopo la Seconda Bayʿa di al-ʿAqaba, venerdì 26 Safar, corrispondente al 12 settembre 622 d.C. (questa cronologia è stata registrata sulla base delle informazioni aggiunte dall’Allama Mansurpurī, Rahmatul lil-Alamin, vol. 1, pp. 95, 97, 102; vol. 2, p. 471), al mattino si tenne una riunione (la narrazione di Ibn Ishaq prova che essa ebbe luogo all’alba, cioè nelle prime ore del mattino. Egli riferisce che l’angelo Gabriele (che la pace sia su di lui) portò al nobile Messaggero (che Allah lo benedica e gli conceda la pace) la notizia di quella riunione e gli concesse il permesso di emigrare. Nel Sahih al-Bukhari è riportata la narrazione di Aisha (che Allah sia soddisfatto di lei), secondo cui il nobile Messaggero (che Allah lo benedica e gli conceda la pace) si recò a mezzogiorno da Abu Bakr (che Allah sia soddisfatto di lui) e gli disse: «Mi è stato concesso il permesso di partire per Medina». I dettagli saranno riportati più avanti). Nella sede parlamentare della Mecca, Dar an-Nadwa, si tenne quella che fu la riunione più odiosa e abominevole della storia. Vi parteciparono i rappresentanti di tutte le tribù dei Quraysh della Mecca. L’argomento all’ordine del giorno era elaborare un piano per eliminare dal mondo il portabandiera della predicazione islamica e spegnere per sempre la luce dell’Islam.

Identità dei rappresentanti delle tribù che parteciparono a quella turpe riunione

1. Abu Jahl ibn Hisham, del clan dei Banu Makhzum

2. Zubayr ibn Mut’im, Tu’ayma ibn, dei Banu Nawfal ibn Abd Manaf

Adi e al-Harith ibn Amir

3. Shayba ibn Rabi’a, Utba ibn Rabi’a

e Abu Sufyan ibn Harb, dei Banu Abd Shams ibn Abd Manaf

4. Nadr ibn al-Harith, dei Banu Abd al-Dar

5. Abu al-Bukhtari ibn Hisham

Jumah ibn al-Aswad e

Hakim ibn Hizam, Banū Asad ibn Abd al-Uzzā

6. Nabih ibn Hajjaj e Banū Sahm

Munabbih ibn Hajjaj

7. Umayya ibn Khalaf, Jumah

All’ora prestabilita, i rappresentanti giunsero a Dār al-Nadwa. In quel momento, Iblīs, il demonio, assunse le sembianze di un anziano e si presentò nel luogo dell’assemblea. Indossava una veste. Vedendolo all’ingresso, gli uomini dissero: «Chi siete? Non vi riconosciamo». Il demonio rispose: «Sono un anziano originario del Najd. Avendo sentito parlare del vostro programma, sono venuto qui; desidero ascoltare la discussione e spero di potervi dare qualche consiglio utile». I capi politeisti fecero sedere il demonio tra loro, accogliendolo con cura e rispetto.

Il complotto per uccidere il Messaggero di Allah

Dopo che tutti furono giunti, ebbe inizio la discussione. Al termine di un lungo dibattito furono avanzate diverse proposte. Per primo, Abū al-Aswad propose: «Lo cacceremo via da noi e non gli permetteremo di rimanere alla Mecca. Non ci interesseremo più di lui, né sapremo dove andrà o che cosa farà. Così potremo vivere in sicurezza e tra noi tornerà la solidarietà di un tempo».

Il demonio, nelle sembianze dello Shaykh del Najd, disse: «Questa non è affatto una soluzione. Non avete notato quanto siano eccellenti e dolci le sue parole? Egli conquista facilmente il cuore delle persone. Se rimarrete indifferenti nei suoi confronti, andrà presso una tribù araba e, dopo averla resa sua seguace, vi attaccherà. Poi vi annienterà nella vostra stessa città e vi tratterà come vorrà. Perciò pensate a un’altra proposta».

Abū al-Bukhtari disse: «Che venga incatenato con catene di ferro e rinchiuso in una stanza chiusa, con la porta sbarrata dall’esterno; così morirà in quella stanza, come morirono il poeta Zuhayr e al-Nābigha».

Il Satana sotto le sembianze dello Shaykh del Najd disse: «Anche questa proposta non è accettabile. Se lo arrestate e lo tenete rinchiuso in casa, in un modo o nell’altro la notizia giungerà ai suoi compagni. Essi allora si uniranno, vi attaccheranno e lo libereranno; poi, aumentando il numero dei suoi sostenitori, vi attaccheranno nuovamente. In quell’attacco la vostra sconfitta sarà inevitabile. Pensate dunque a un’altra proposta».

Dopo che le due proposte menzionate furono respinte, ne fu presentata una terza. A proporla fu Abū Jahl, il più spregevole dei criminali della Mecca. Disse: «Ho una sola proposta riguardo a lui. Ho osservato attentamente e mi sono accorto che nessuno si è avvicinato neppure lontanamente a questa proposta». Tutti dissero: «Parla, Abū al-Hakam: qual è questa proposta?». Abū Jahl disse: «Scegliamo un giovane da ogni tribù e consegniamo a ciascuno di loro una spada affilata. Quindi questi giovani, armati e forti, lo uccideranno tutti insieme, colpendolo in modo tale che sembri che sia stato un solo uomo a colpirlo. Così ci libereremo di quest’uomo. Uccidendolo in questo modo, la responsabilità del suo assassinio ricadrà su tutte le tribù. I Banū ʿAbd Manāf non potranno combattere contro tutte le tribù e saranno quindi disposti ad accettare il prezzo del sangue. Noi allora pagheremo loro il compenso per la sua uccisione» (Hishām, vol. 1, pp. 480-482).

Il Satana sotto le sembianze dello Shaykh del Najd sostenne questa proposta. Il parlamento della Mecca raggiunse un consenso su di essa e tutti tornarono alle proprie case decisi ad attuarla immediatamente.

L’Egira del Messaggero di Allah

Dopo l’approvazione dell’infame proposta di assassinare il Nobile Messaggero, il profeta Muḥammad (Allah lo benedica e gli conceda la pace), l’angelo Jibrīl (pace su di lui) si recò dal prediletto Profeta (Allah lo benedica e gli conceda la pace) portando la rivelazione. Lo informò della cospirazione dei Quraysh e gli disse che Allah l’Altissimo gli aveva dato il permesso di emigrare dalla Mecca. Comunicandogli il momento dell’Egira, Jibrīl (pace su di lui) disse al prediletto Profeta (Allah lo benedica e gli conceda la pace): «Questa notte non coricarti nel letto della tua casa» (Hishām, vol. 1, pp. 480-482; Zād al-Maʿād, vol. 2, p. 52).

Dopo aver ricevuto questa notizia, il Profeta si recò a casa di Abū Bakr (che Allah sia soddisfatto di lui) proprio a mezzogiorno; il suo scopo era elaborare insieme a lui il piano dell’Egira. ʿĀʾisha (che Allah sia soddisfatto di lei) racconta: «Eravamo seduti nella casa di Abū Bakr (che Allah sia soddisfatto di lui) proprio a mezzogiorno, quando qualcuno disse ad Abū Bakr: “Il Messaggero di Allah sta venendo da questa parte con il capo coperto”. Il Messaggero di Allah (Allah lo benedica e gli conceda la pace) non veniva mai a quell’ora. Udendo ciò, Abū Bakr (che Allah sia soddisfatto di lui) disse: “Che i miei genitori siano sacrificati per lui! Certamente è venuto per una questione importante”».

ʿĀʾisha (che Allah sia soddisfatto di lei) racconta: «Quando arrivò il prediletto Profeta, chiese il permesso di entrare in casa; ottenutolo, entrò. Poi il Messaggero di Allah (Allah lo benedica e gli conceda la pace) disse ad Abū Bakr: “Allontana coloro che sono con te”. Abū Bakr (che Allah sia soddisfatto di lui) rispose: “C’è soltanto tua moglie”. Il Messaggero di Allah (Allah lo benedica e gli conceda la pace) disse: “Mi è stato dato il permesso di partire”. Abū Bakr (che Allah sia soddisfatto di lui) chiese al Messaggero di Allah (Allah lo benedica e gli conceda la pace): “E io con te? O Messaggero di Allah, che i miei genitori siano sacrificati per te!”. Il prediletto Messaggero rispose: “Sì”» (Zād al-Maʿād, vol. 1).

Dopo aver elaborato il piano dell’Egira, tornò nella sua casa e cominciò ad attendere la notte (Sahih al-Bukhari, capitolo sull’Egira del Profeta, vol. 1, p. 553).

L’accerchiamento della casa del Messaggero di Allah

Nel frattempo, i principali criminali dei Quraysh si prepararono per tutta la giornata, conformemente alla proposta approvata all’unanimità dal parlamento della Mecca, la Dar an-Nadwa. Tra i criminali più abietti furono scelti undici capi; i loro nomi erano:

1. Abu Jahl ibn Hisham

2. Hakam ibn As

3. Uqba ibn Abu Muayt

4. Nadr ibn Harith

5. Umayya ibn Khalaf

6. Jam’a ibn Aswad

7. Tuw’ayma ibn Adi

8. Abu Lahab

9. Ubayy ibn Khalaf

10. Nubayh ibn al-Hajjaj

11. Munabbih ibn al-Hajjaj (Zad al-Ma’ad, vol. 1, p. 52)

Ibn Ishaq racconta che, quando l’oscurità della notte si fece fitta, undici malfattori si appostarono tutt’intorno alla casa del Profeta (pace e benedizioni su di lui), aspettando che egli si coricasse per sferrare tutti insieme l’attacco.

I malfattori erano fermamente convinti che la loro esecrabile congiura sarebbe certamente riuscita (Ibn Hisham, vol. 1, p. 482). Abu Jahl, scherzando e ridendo con i suoi compagni, diceva: «Muhammad dice che, se abbracciate la sua religione e lo seguite, diventerete re degli Arabi e dei non Arabi; poi, dopo la morte e la resurrezione, avrete un Paradiso simile ai giardini della Giordania. Se non lo uccidete, essi vi sgozzeranno e, dopo la resurrezione, vi bruceranno nel fuoco» (Ibn Hisham, vol. 1, p. 483).

Per attuare la cospirazione era stato fissato l’orario dopo mezzanotte; per questo aspettavano, insonni, l’ora stabilita. Ma Allah fa prevalere la Sua volontà: Egli è il Re dei cieli e della terra e fa ciò che vuole. Nessuno può nuocere a colui che Egli vuole salvare, né può salvare colui che Egli vuole afferrare. Anche in quella circostanza Allah fece ciò che aveva voluto. Rivolgendosi al nobile Profeta, Egli dice: «Ricorda quando i miscredenti tramavano contro di te, per imprigionarti, ucciderti o esiliarti. Essi tramavano, e Allah tramava; Allah è il migliore dei tramatori» (Sura al-Anfal, versetto 30).

L’uscita del Messaggero di Allah dalla sua casa

Nonostante i miscredenti coreisciti avessero completato i preparativi finali e compiuto ogni sforzo per attuare il loro piano, non riuscirono nel loro intento. In una situazione così delicata, il nobile Profeta disse ad Ali (ra.): «Indossa questo mio mantello hadrami verde (si chiama mantello hadrami quello fabbricato nell’Hadramawt, nello Yemen meridionale) e sdraiati sul mio letto; non ti accadrà alcun male per mano loro». Il nobile Profeta dormiva di notte indossando quel mantello (Ibn Hisham, vol. 1, pp. 482-483).

In seguito il Messaggero di Allah uscì, prese una manciata di polvere e la gettò contro i miscredenti; così Allah li accecò ed essi non poterono vedere il Messaggero di Allah. In quel momento il Messaggero recitava questo versetto del Sacro Corano: «Abbiamo posto davanti a loro una barriera e dietro di loro una barriera, e li abbiamo ricoperti; così non possono vedere» (Sura Ya-Sin, versetto 9).

La polvere lanciata finì sulla testa di ciascun idolatra. Dopodiché egli si recò alla casa di Abu Bakr. Usciti da una finestra di quella casa, entrambi si incamminarono verso Medina lungo la strada dello Yemen. Dopo la partenza, si fermarono in una grotta del monte Thawr, distante alcune miglia (Ibn Hisham, vol. 1, p. 483; Zad al-Ma‘ad, vol. 2, p. 52).

Nel frattempo gli assedianti aspettavano l’ora stabilita, ma prima che giungesse vennero a sapere del proprio fallimento. Un uomo sconosciuto arrivò e disse ai malfattori: «Per chi state aspettando qui?». Essi risposero: «Per Muhammad». L’uomo disse: «Il vostro desiderio non sarà esaudito. Per Allah, Muhammad vi ha gettato della polvere sulla testa ed è passato davanti a voi dirigendosi verso la sua destinazione». Sentendo ciò, essi dissero: «Come mai? Noi non l’abbiamo visto». Allora si passarono tutti le mani sulla testa e trovarono la polvere; poi si alzarono tutti, scrollandosi di dosso la polvere.

Poi guardarono all’interno della casa del nobile Messaggero e videro qualcuno sdraiato sul letto del Profeta. Credendo che Ali fosse il Messaggero di Allah, aspettarono fino al mattino. Quando, al mattino, videro Ali (ra.) alzarsi dal letto, i malfattori furono definitivamente sopraffatti dalla delusione. Gli chiesero: «Dov’è il Messaggero di Allah?». Ali (ra.) rispose: «Non lo so» (Zad al-Ma‘ad, vol. 1, p. 52; Ibn Hisham, vol. 1, p. 483).

Dalla casa alla grotta di Thawr

Il venerabile Messaggero emigrò nella notte tra il 12 e il 13 settembre dell’anno 622 dell’era cristiana, corrispondente al 27 di Safar, cioè nella notte seguente al 12 settembre. Il suo compagno di viaggio era il suo più fidato amico, Abu Bakr (che Allah sia soddisfatto di lui). I due avanzarono rapidamente, con l’intenzione di oltrepassare i confini della Mecca prima dell’alba (Rahmatul lil-Alamin, vol. 1, p. 95). Questo mese del viaggio sarà considerato il quattordicesimo anno della profezia se si calcola l’inizio dell’anno a partire da Muharram; se invece si considera l’inizio dell’anno a partire dal mese in cui egli ricevette la profezia, allora Safar sarà il tredicesimo anno della profezia. La maggior parte degli autori di biografie del Profeta ha calcolato l’inizio dell’anno a partire da Muharram, mentre alcuni hanno adottato entrambi i computi; per questo, nel determinare la data dell’Egira, hanno fornito indicazioni discordanti. Noi abbiamo indicato il computo dell’inizio dell’anno a partire da Muharram.

Il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, sapeva che i malvagi dei Quraysh lo avrebbero cercato con ogni mezzo e che, naturalmente, si sarebbero diretti lungo la strada verso Medina. Perciò il venerabile Profeta procedette in direzione opposta, verso lo Yemen. La strada per Medina si trova a nord della Mecca, mentre quella per lo Yemen è a sud. Dopo aver percorso cinque miglia, il venerabile Profeta giunse ai piedi di una montagna nota come monte Thawr, una montagna molto alta. Salirvi era estremamente difficile e vi erano numerose pietre. Mentre superava quelle pietre, entrambi i piedi del nobile Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, si ferirono e sanguinarono. Si dice che camminasse sui talloni per nascondere le impronte dei piedi; per questo i suoi piedi si ferirono.

Abu Bakr (che Allah sia soddisfatto di lui) salì dapprima per un tratto della montagna e aiutò il venerabile Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, a salire. Poi entrambi trovarono rifugio in una grotta sulla cima della montagna. Questa grotta è famosa nella storia con il nome di grotta di Thawr (Rahmatul lil-Alamin, vol. 1, p. 95; Mukhtasarus-Sirah, Shaykh Abdullah, p. 1677; Ibn Hisham, vol. 1, p. 482).

Nella grotta del monte Thawr

Quando giunsero nei pressi della grotta, Abu Bakr (che Allah sia soddisfatto di lui) disse al Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace: «Aspettate un momento. Se nella grotta ci fosse qualcosa, me ne occuperò io; qualunque cosa debba accadere, accadrà a me». Poi entrò nella grotta e la ripulì. Vi erano alcune aperture, che chiuse strappando pezzi del suo abito e usandoli per tapparle. Ne rimanevano due; vi pose i piedi sopra e invitò il venerabile Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, a entrare. Il venerabile Profeta entrò e si addormentò con la testa appoggiata sulle ginocchia di Abu Bakr. Nel frattempo, qualcosa morse Abu Bakr (che Allah sia soddisfatto di lui), ma egli non si mosse, temendo che il sonno del venerabile Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, potesse interrompersi. A causa del dolore del veleno, i suoi occhi si riempirono di lacrime. Una lacrima gli cadde involontariamente sul volto del venerabile Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, ed egli si svegliò. Chiese ad Abu Bakr (che Allah sia soddisfatto di lui): «Che cosa ti è successo?». Egli rispose: «Qualcosa mi ha morso».

Udite queste parole, il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, prese un po’ della propria saliva e la applicò sul punto del morso; subito il dolore causato dal veleno scomparve. (Questa dichiarazione è stata tramandata da Umar ibn al-Khattab [che Allah sia soddisfatto di lui]. In questa tradizione si riferisce inoltre che, in seguito, si manifestarono gli effetti di quel veleno e che egli morì proprio a causa della sua influenza. Si veda Mishkat, vol. 2, p. 556, capitolo intitolato «Le virtù di Abu Bakr».)

Qui entrambi rimasero per tre giorni: venerdì, sabato e domenica (Fath al-Bari, vol. 7, p. 336). Durante questo periodo, anche Abdullah, figlio di Abu Bakr, trascorreva con loro la notte. Aisha (che Allah sia soddisfatto di lei) disse: «Abdullah era un giovane molto intelligente. Alla fine della notte si allontanava da loro, ma al mattino lo si vedeva alla Mecca; chiunque lo avesse visto avrebbe pensato che avesse trascorso la notte proprio alla Mecca. Per tutto il giorno ascoltava le notizie sulle trame ordite contro i due e, quando calava l’oscurità della sera, si recava alla grotta di Thawr portando loro quelle informazioni».

Nel frattempo, Amir ibn Zuhayra, lo schiavo di Abu Bakr, faceva pascolare le capre. Quando la notte si faceva profonda, si recava da loro con le capre e mungeva il latte per loro; entrambi lo bevevano con soddisfazione. Di buon mattino, Amir ripartiva con le capre. Fece così per tutte e tre le notti (Sahih al-Bukhari, vol. 1, pp. 553-554). Inoltre, Amir ibn Zuhayra cancellava le tracce del passaggio di Abdullah ibn Abu Bakr verso la Mecca, spingendo le capre lungo quel sentiero (Ibn Hisham, vol. 1, p. 486).

La spedizione dei Quraysh

Quando, dopo il fallimento del piano dei Quraysh, compresero chiaramente che il Messaggero di Allah (che Allah lo benedica e gli conceda la pace) era sfuggito loro, sembrarono impazzire. Dapprima sfogarono la loro collera su Hazrat Ali, lo trascinarono alla Kaaba e cercarono di estorcergli informazioni (Rahmatul lil-Alamin, vol. 1, p. 99), ma non ottennero nulla. Poi andarono a casa di Hazrat Abu Bakr; fu Hazrat Asma bint Abu Bakr ad aprire la porta. Le chiesero: «Dov’è tuo padre?». Ella rispose: «Non lo so». Udendo questa risposta, il malvagio Abu Jahl diede ad Asma uno schiaffo così forte che le cadde l’orecchino (Ibn Hisham, vol. 1, p. 487).

In seguito, i capi dei Quraysh si riunirono in un’assemblea d’emergenza e decisero di lanciare una vasta operazione per arrestare il Messaggero (che Allah lo benedica e gli conceda la pace) e Hazrat Abu Bakr (che Allah sia soddisfatto di lui). Organizzarono una stretta sorveglianza su tutte le strade che uscivano dalla Mecca e proclamarono inoltre che chiunque avesse consegnato vivo o morto Hazrat Muhammad (che Allah lo benedica e gli conceda la pace) e Abu Bakr (che Allah sia soddisfatto di lui), oppure uno dei due, avrebbe ricevuto cento cammelli come ricompensa (Sahih al-Bukhari, vol. 1, p. 554). Dopo che l’annuncio fu diffuso al pubblico, numerose persone si misero in cammino in ogni direzione. Anche gli esperti nel riconoscere le impronte iniziarono a cercarli entrambi, perlustrando ovunque le zone montuose, le pianure e i terreni accidentati; ma, nonostante tutti questi sforzi, non ottennero alcun risultato.

Gli inseguitori giunsero persino nei pressi della grotta sul monte Thawr; tuttavia, il Sovrano dell’intero mondo, Allah l’Altissimo, porta a compimento la propria volontà. In Sahih al-Bukhari, Hazrat Anas (che Allah sia soddisfatto di lui) narrò che Hazrat Abu Bakr (che Allah sia soddisfatto di lui) disse: «Ero nella grotta con il Messaggero di Allah (che Allah lo benedica e gli conceda la pace). Quando alzai la testa, vidi i piedi degli uomini. Dissi: “O Messaggero di Allah, se uno di loro si chinasse appena e guardasse da questa parte, ci vedrebbe”. Il nobile Messaggero di Allah (che Allah lo benedica e gli conceda la pace) disse: “Abu Bakr, taci. Qui non siamo in due: con noi c’è un Terzo, Allah l’Altissimo”». In un’altra narrazione si riferisce che il nobile Messaggero di Allah (che Allah lo benedica e gli conceda la pace) disse: «Abu Bakr, che cosa pensi di due persone delle quali Allah l’Altissimo è il Terzo?». (Sahih al-Bukhari, vol. 1, pp. 516, 558.) Occorre ricordare che l’agitazione di Hazrat Abu Bakr non era dovuta al timore per la propria vita: egli era preoccupato per il nobile Profeta (che Allah lo benedica e gli conceda la pace). Poteva vedere i piedi dei malfattori e in quel momento si agitò, dicendo: «Se muoio, morirà un solo Abu Bakr; ma se voi moriste, l’intera comunità sarebbe rovinata». In quel momento il Messaggero disse: «Non temere, Abu Bakr: Allah l’Onnipotente è con noi».

In breve, gli inseguitori se ne andarono proprio quando la distanza tra il Messaggero di Allah e i malfattori era davvero esigua: soltanto pochi passi.

Sulla strada per Medina

La ricerca condotta dagli uomini avidi della ricompensa, sotto la guida dei Quraysh della Mecca, si rivelò infruttuosa. Dopo aver cercato incessantemente per tre giorni, essi si stancarono e caddero nella disperazione, e il loro entusiasmo per la ricerca cominciò a spegnersi. Notando questa situazione, il caro Messaggero di Allah (che Allah lo benedica e gli conceda la pace) e Hazrat Abu Bakr (che Allah sia soddisfatto di lui) partirono sulla strada per Medina. In precedenza era stato concluso un accordo con Abdullah ibn Uraiqit al-Laithi, esperto dei diversi percorsi, affinché conducesse quei due a Medina in cambio di un compenso. Sebbene seguisse la religione dei Quraysh, quell’uomo era affidabile; per questo gli erano state affidate anche le cavalcature. Gli era stato detto di recarsi, dopo tre giorni, davanti alla grotta di Thawr con due cavalcature. Nella notte di lunedì, il primo Rabi al-Awwal, corrispondente al 16 settembre dell’anno 622 dell’era cristiana, Abdullah ibn Uraiqit arrivò con le cavalcature. Hazrat Abu Bakr, mostrandogli le sue due cammelle, disse: «O Messaggero, prendine una delle due». Il Messaggero rispose: «Sì, ma in cambio del suo prezzo».

Nel frattempo, Asma bint Abu Bakr (che Allah sia soddisfatto di lei) portò un giaciglio da stendere sul cammello, ma dimenticò di portare la corda per legarlo. Al momento della partenza, dopo che Hazrat Asma ebbe sistemato il giaciglio sul dorso del cammello, si accorse di aver lasciato indietro la corda. Allora si tolse la cintura, la divise in due strappandola, legò il giaciglio al dorso del cammello con una parte e si legò l’altra alla vita. Per questo ricevette il soprannome di Dhat al-Nitaqayn, «colei dalle due cinture» (Sahih al-Bukhari, vol. 1, pp. 553-555; Ibn Hisham, vol. 1, p. 486).

Dopodiché il diletto Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, e Abu Bakr, che Allah si compiaccia di lui, partirono; con loro vi era anche Amir ibn Zuhayr. La guida, Abd Allah ibn Urayqit, li condusse verso Medina lungo la via costiera.

Dopo essere uscito dalla grotta di Thawr, Abd Allah avanzò dapprima a lungo verso lo Yemen, cioè in direzione sud; poi si diresse verso ovest e proseguì lungo la costa del mare. In seguito imboccò una via della quale la gente comune non era a conoscenza e avanzò verso nord lungo il litorale del Mar Rosso; su quella strada passava pochissima gente.

Ibn Ishaq ha menzionato i luoghi attraversati dal Messaggero di Allah lungo questa via. Egli disse: quando la guida partì con loro, attraversò la zona bassa della Mecca; dopo aver seguito la costa, svoltò nella pianura bassa di Asfan, passò per Saniyyat al-Murra, quindi per Laqaf e attraversò la vasta pianura di Laqaf. In seguito giunse nella vasta regione dell’Higiaz e da lì, passando per la svolta di Mujahir, si diresse verso una terra verdeggiante. Poi entrò nella pianura di Dhi Kishra e si diresse verso Judajidah, raggiungendo quindi Azd. Attraversò poi Yuzalam costeggiando la vasta zona di Tahan, da lì proseguì verso Abadi e poi partì in direzione di Faja. Successivamente scese ad Azr, passò a destra di Raqubah, raggiunse Laniyyat al-Azir e scese nella valle di Rim. Infine arrivò a Quba. Ibn Hisham (Ibn Hisham, vol. 1, pp. 491-492).

Alcuni episodi del viaggio

1) Nel Sahih al-Bukhari è riportato da Abu Bakr al-Siddiq, che Allah si compiaccia di lui, che disse: «Dopo essere usciti dalla grotta di Thawr, viaggiammo per tutta la notte e continuammo fino a mezzogiorno del giorno seguente. Proprio a mezzogiorno non c’era alcun viandante sulla strada. In quel momento vedemmo una distesa allungata, dove non batteva il sole, e ci fermammo lì. Con le mie mani livellai un luogo affinché il diletto Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, potesse riposare, poi vi stesi una coperta. Dissi quindi al diletto Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace: “O Messaggero di Allah, sdraiati e riposati; io sorveglierò i dintorni”. Il Profeta si sdraiò e io rimasi a osservare ogni direzione. All’improvviso vidi arrivare da quella parte un pastore con alcune capre; si dirigeva verso l’ombra della distesa. Gli dissi: “Le tue capre hanno un po’ di latte?”. Egli rispose: “Sì”. Dissi: “Posso mungerne una?”. Rispose: “Sì”. Detto questo, prese una capra e la portò. Gli dissi: “Puliscile un po’ la mammella dalla terra, dai fili di paglia e dal pelo”. Dopo averla pulita, munse un po’ di latte in una coppa. Io avevo con me un recipiente di pelle, che conservavo per le abluzioni del Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, e per fargli bere dell’acqua. Quando arrivai dal diletto Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, vidi che si era addormentato e non ritenni opportuno svegliarlo. Poco dopo si destò. Mescolai un po’ d’acqua al latte, così la parte inferiore del recipiente si raffreddò, e gli dissi: “Bevi questo latte”. Egli lo bevve con piacere, poi disse: “Non è ancora giunto il momento di ripartire?”. Risposi: “Perché no?”. Quindi ripartimmo (Sahih al-Bukhari, vol. 1, p. 556).»

2) Durante questo viaggio, Abu Bakr, che Allah si compiaccia di lui, sedeva dietro al Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace. Lo sguardo dei viandanti si posava dapprima su di lui, poiché sul suo volto erano visibili i segni della vecchiaia; rispetto a lui, il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, appariva più giovane. Quando qualcuno dei viandanti chiedeva: “Chi è quello davanti a voi?”, Abu Bakr, che Allah si compiaccia di lui, rispondeva: “È colui che mi guida”. L’interlocutore capiva che intendesse guidarlo nel deserto, mentre in realtà Abu Bakr al-Siddiq, che Allah si compiaccia di lui, alludeva alla via della rettitudine e del bene (Sahih al-Bukhari, vol. 1, p. 556).

3) Durante questo viaggio, il diletto Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, fece una breve sosta presso la tenda di Umm Maʿbad al-Khuzaʿiyya. Questa donna era molto intelligente e sedeva nel cortile della propria casa, offrendo ai viandanti di passaggio cibo e bevande secondo le sue possibilità. Il diletto Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, le chiese: “Hai qualcosa con te?”. La donna rispose: “Se avessi qualcosa, non mancherei di ospitarvi come si deve. Ho alcune capre, ma sono al pascolo lontano; inoltre, questo è un periodo di carestia”.

Il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, notò che, da un lato della casa, era legata una capra. Disse: “Umm Maʿbad, perché questa capra è qui?”. Umm Maʿbad rispose: “Questa capra è molto debole e non riesce a camminare”. Il diletto Messaggero, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, disse: “Se mi dai il permesso, posso mungerla?”. La donna rispose: “Sì, se riuscite a ricavarne del latte, munitela pure”. Dopo queste parole, il diletto Messaggero, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, pose la mano sulla mammella della capra, pronunciò il nome di Allah e invocò la benedizione. Immediatamente la capra distese le zampe e si alzò; la sua mammella era colma di latte. Il diletto Messaggero, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, prese un grande recipiente e vi munse il latte. Quel recipiente pieno avrebbe potuto saziare un gruppo di persone. Dopo la mungitura, il recipiente si riempì di schiuma. Fece bere i suoi compagni e bevve anche Umm Maʿbad; poi munse nuovamente la capra nello stesso recipiente. Lasciò il recipiente colmo di latte nella casa di Umm Maʿbad e il Messaggero di Allah partì verso la sua destinazione.

Dopo qualche tempo, il marito della donna tornò a casa con il gregge di capre. Anche quelle capre erano deboli e, stanche per il cammino, ansimavano. Abū Maʿbad, il marito di Umm Maʿbad, rimase stupefatto vedendo il latte! Chiese: «Da dove hai preso il latte?». Ella rispose: «Ho portato al pascolo tutte le capre che davano latte; in casa non c’era nessuna capra da mungere». Umm Maʿbad disse: «È venuto da noi un uomo benedetto; il suo aspetto era così e la sua condizione era questa». Dopo aver ascoltato tutto, Abū Maʿbad disse: «Mi sembra proprio l’uomo che i Quraysh stanno cercando. Su, descrivimene un po’ l’aspetto e i tratti». Umm Maʿbad descrisse il Messaggero di Allah ﷺ in modo estremamente attraente e avvincente; ascoltando la sua descrizione, sembrava quasi di poterlo vedere davanti ai propri occhi. Questi dettagli saranno menzionati alla fine del libro. Dopo aver ascoltato gli straordinari elogi rivolti all’ospite, egli disse: «Per Allah, questi è proprio l’uomo dei Quraysh del quale la gente ci ha parlato e che ha descritto. Desidero diventare uno dei suoi compagni prediletti; se troverò una via, lo farò certamente».

Nel frattempo, nell’aria della Mecca si udivano risuonare alcuni versi poetici; colui che li recitava non era visibile. Il significato della poesia era il seguente:

Possa Allah ricompensare quei due

che fecero visita alla casa di Umm Maʿbad

si fermarono sani e salvi, ripartirono e tornarono vittoriosi

Egli è il compagno di Muḥammad

Ah, Quraysh, da voi

fu sottratto un successo senza precedenti e la leadership; Allah la tolse

Oh, quanto è fortunata quella donna di Bun Ka’b!

Sia benedetta quella dimora per i credenti!

Chiedete alla donna della capra e del recipiente.

Anche quella capra ne sarà testimone; andate dalla capra.

Hazrat Asma, che Allah sia soddisfatto di lei, racconta: «Non sapevamo in quale direzione fosse andato il Messaggero di Allah. Improvvisamente un jinn giunse alla Mecca e recitò queste poesie. La gente entusiasta non riusciva a vedere il jinn; correva dietro alla voce e la ascoltava. A un certo punto quella voce svanì nella parte elevata della Mecca. Ascoltando quelle poesie, comprendemmo in quale direzione fosse andato il nostro amato Messaggero, che Allah lo benedica e gli conceda la pace. Fu chiaro che si trovava sulla strada per Medina». (Zad al-Ma’ad, vol. 2, pp. 53-54. Considerando il luogo in cui risiedeva la tribù dei Banu Khuza’a, si comprende che questo episodio avvenne il secondo giorno della partenza del nobile Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, verso Medina.)

4) Durante il viaggio, Suraqa ibn Malik inseguì il nobile Profeta e Hazrat Abu Bakr, che Allah sia soddisfatto di lui. Il racconto di Suraqa è il seguente: «Ero seduto in un’assemblea della mia gente, i Banu Mudlij, quando un uomo venne e si fermò presso di noi; dopo qualche istante si sedette. Quell’uomo disse: “O Suraqa, poco fa ho visto alcune persone vicino alla costa. Credo che si tratti di Muhammad e del suo compagno”. Compresi che erano proprio loro, ma, per nascondere il mio intento all’uomo che aveva dato la notizia, risposi: “No, non sono loro. Le persone che hai visto le abbiamo viste anche noi; sono passate davanti ai nostri occhi”. Poi rimasi ancora un po’ nell’assemblea, quindi entrai in casa e ordinai alla mia schiava di preparare il mio cavallo. Quando il cavallo fu pronto, le dissi: “Portalo dietro la collina e aspettami lì; sto arrivando”. Presi quindi le frecce e uscii dal retro della casa. Tenendo un’estremità della freccia e trascinando l’altra sul terreno, raggiunsi il cavallo. Salii in sella e il cavallo partì al galoppo portandomi con sé. Dopo un po’ li raggiunsi nella zona costiera. Improvvisamente il cavallo cominciò a saltare e io caddi dalla sella. Risalii a cavallo, allungai la mano verso la faretra ed estrassi una freccia divinatoria per sapere se avrei potuto metterli in difficoltà; ma uscì una freccia che non mi piaceva. Vidi che il Messaggero di Allah recitava il Corano con calma e profonda concentrazione, senza prestare attenzione a nulla; Abu Bakr al-Siddiq, invece, si voltava indietro e mi guardava. Improvvisamente le due zampe anteriori del mio cavallo sprofondarono nel terreno fino alle ginocchia. A un certo punto caddi da cavallo. Lo spronai; il cavallo cercò di rialzarsi e, con grande difficoltà, riuscì a sollevare le zampe. Quando le sollevò, dalla loro impronta si sollevò una polvere simile a fumo. Consultai nuovamente le frecce; anche questa volta uscì una freccia che non desideravo. Allora li chiamai con voce normale ed essi si fermarono. Raggiunsi il loro fianco a cavallo. Non appena li ebbi fermati, sentii improvvisamente nel cuore che sarebbe stato il Messaggero di Allah a vincere. Gli dissi: “La tua stessa gente ha promesso una ricompensa per la tua cattura o la tua uccisione”. Lo informai anche dei propositi della gente della Mecca. Volli offrirgli alcune provviste per il viaggio, ma egli non prese nulla e non mi fece alcuna domanda; disse soltanto: “Mantieni segreto ciò che ci riguarda”. Gli dissi: “Scrivimi un salvacondotto”. Il Messaggero di Allah ordinò allora ad Amir ibn Fuhayra di scrivere alcune parole su un pezzo di pelle come salvacondotto per me, e Amir me lo consegnò. Poi il Messaggero di Allah proseguì il cammino». (Sahih al-Bukhari, vol. 1, p. 554. Il luogo d’origine dei Banu Mudlij era vicino a Babeg. Nel periodo in cui Suraqa li inseguiva, il nobile Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, stava salendo da Qudayd verso l’alto. Zad al-Ma’ad, vol. 2, p. 53. Sembra che questo episodio sia avvenuto il terzo giorno dalla partenza dalla grotta di Thawr.)

Riguardo a questo episodio esiste anche una narrazione di Hazrat Abu Bakr. Egli racconta: «Dopo la nostra partenza, la gente della tribù ci stava cercando, ma nessuno riuscì a vederci tranne Suraqa ibn Malik ibn Ju’shum. Suraqa arrivò a cavallo. Dissi: “O Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, un uomo ci sta inseguendo; si è ormai avvicinato”. Il nobile Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, disse subito: “La tahzan, innallaha ma’ana”, cioè: “Non temere, Allah è con noi”». (Sahih al-Bukhari, vol. 1, p. 516.)

Quando Suraqa tornò alla Mecca, vide che la ricerca era ancora in corso. Vedendo alcune persone dirigersi verso il luogo in cui aveva visto il Messaggero di Allah, Suraqa disse: “Là avete già compiuto ciò che dovevate fare”. Così, colui che all’inizio della giornata era stato uno degli inseguitori, alla fine della giornata era diventato il custode del segreto. (Sahih al-Bukhari, vol. 1, p. 516.)

5) Lungo il cammino incontrò Burayda al-Aslami insieme al Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace. Quest’uomo era il capo della sua tribù e, attratto dalla ricompensa promessa dai Quraysh, era anch’egli partito alla ricerca del Messaggero, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, e di Abu Bakr, che Allah sia soddisfatto di lui. Tuttavia, non appena parlò con il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, il suo atteggiamento cambiò: egli abbracciò l’Islam proprio lì, insieme a settanta uomini della sua tribù. Poi si tolse il turbante, lo legò alla lancia e lo fece sventolare, annunciando la lieta novella che stava arrivando il re della pace, il pioniere della riconciliazione e colui che avrebbe aperto la strada per riempire la terra di giustizia ed equità (Rahmatul lil-Alamin, vol. 1, p. 101).

6) Sulla strada per Medina, il caro Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, incontrò al-Zubayr ibn al-Awwam, che Allah sia soddisfatto di lui. Egli stava tornando dalla Siria con una carovana commerciale di musulmani e donò alcuni oggetti al caro Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, e ad Abu Bakr, che Allah sia soddisfatto di lui (Sahih al-Bukhari, vol. 1, p. 554).

La permanenza a Quba

Il lunedì 4 Rabi al-awwal del quattordicesimo anno della profezia, corrispondente al 1º Muharram del primo anno dell’Egira e al 23 settembre 622 d.C., il caro Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, giunse a Quba (Rahmatul lil-Alamin, vol. 1, p. 102). In quella data aveva compiuto esattamente cinquantatré anni. Secondo coloro che calcolano l’inizio della profezia considerando il 9 Rabi al-awwal dell’anno 41 come l’anno della battaglia dell’Elefante, in quella data erano trascorsi tredici anni dall’inizio della profezia. Invece, secondo coloro che considerano l’inizio della sua profezia nel mese di Ramadan dell’anno 49, calcolando la battaglia dell’Elefante, in quella data la sua età profetica era di dodici anni, cinque mesi e dodici o ventidue giorni.

Urwa ibn al-Zubayr, che Allah abbia misericordia di lui, racconta: i musulmani di Medina avevano saputo che l’amato Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, era partito dalla Mecca. Per questo, ogni giorno si recavano fuori Medina, in un luogo chiamato Harra, e aspettavano. Quando il sole di mezzogiorno diventava insopportabile, tornavano indietro. Un giorno, dopo una lunga attesa, tutti erano rientrati nelle loro case. In quel momento un ebreo era salito su una collinetta per una faccenda personale. All’improvviso scorse una tenda fatta di stoffa bianca e, per la grande gioia, cominciò a gridare: «Ascoltate, musulmani, ascoltate! Colui per il quale aspettavate ogni giorno sta arrivando!». Non appena udirono queste parole, i musulmani accorsero e, armatisi, uscirono per accogliere il loro amatissimo capo (Sahih al-Bukhari, vol. I, p. 555).

Ibn Qayyim racconta: non appena fu fatto l’annuncio, tra i Banu Amr ibn Awf si levò un grande clamore e si udirono le invocazioni del takbir. I musulmani accolsero il Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, e cominciarono ad accalcarsi intorno a lui. In quel momento il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, rimaneva in silenzio; allora gli fu rivelato questo versetto del Corano: «Ma se vi sostenete a vicenda contro di lui, sappiate che Allah è il suo Protettore, e anche Gabriele, i credenti virtuosi e inoltre gli angeli sono i suoi sostenitori» (Sura al-Tahrim, versetto 4).

Urwa ibn al-Zubayr, che Allah abbia misericordia di lui, racconta: dopo essersi unito alla gente, l’amato Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, avanzò con loro verso destra e si mise in cammino verso le case dei Banu Amr ibn Awf. Era lunedì, nel mese di Rabi al-awwal. Abu Bakr, che Allah sia soddisfatto di lui, era in piedi per accogliere i nuovi arrivati, mentre l’amato Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, sedeva in silenzio.

Gli Ansar che in precedenza non avevano visto il Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, salutavano Abu Bakr, che Allah sia soddisfatto di lui. Quando i raggi del sole ormai inclinati colpirono il corpo del Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, Abu Bakr si alzò e lo riparò all’ombra con un mantello; così tutti poterono riconoscere il Messaggero di Allah (Sahih al-Bukhari, vol. I, p. 555).

A Medina giunse una folla immensa per accogliere il Messaggero, pace e benedizioni di Allah su di lui. Fu un giorno storico: la terra di Medina non aveva mai visto in passato uno spettacolo simile. Anche gli ebrei furono testimoni dell’arrivo del Profeta promesso. Nella Bibbia è riportato che Allah avrebbe fatto giungere il suo arrivo dal sud e che colui che è santo sarebbe venuto dal monte Paran (Bibbia, libro di Abacuc, p. 3).

Il Messaggero soggiornò a Medina nella casa di Kulthum ibn Hidam; secondo un’altra opinione, nella casa di Saʿd ibn Khaythama. Tuttavia, la prima informazione è più attendibile.

Nel frattempo, ʿAli, che Allah sia soddisfatto di lui, dopo essere rimasto tre giorni alla Mecca e aver restituito alla gente i depositi affidatigli, giunse a Medina (Zad al-Maʿad, vol. 1, p. 54; Ibn Hisham, vol. 1, p. 493; Rahmatul lil-Alamin).

Il Messaggero, pace e benedizioni di Allah su di lui, rimase a Quba per quattro giorni in tutto (questa è la narrazione di Ibn Ishaq; si veda Ibn Hisham, vol. 1, p. 494; è questa la narrazione accettata dall’Allama Mansurpurī, Rahmatul lil-Alamin, vol. 1, p. 102). Tuttavia, in una narrazione di Sahih al-Bukhari si afferma che il nobile Messaggero vi rimase ventiquattro notti (vol. 1, p. 61); un’altra narrazione parla di poco più di dieci notti (vol. 1, p. 555), mentre una terza parla di quattordici notti (vol. 1, p. 560). Ibn al-Qayyim ha accettato quest’ultima narrazione, ma ha spiegato che il nobile Profeta arrivò a Quba di lunedì e partì da lì di venerdì (Zad al-Maʿad, vol. 2, pp. 54-55). Se lunedì e venerdì vengono considerati appartenenti a due settimane diverse, esclusi i giorni del viaggio risultano complessivamente dieci giorni; includendo il tempo del viaggio, dodici giorni. In tal caso, come potrebbero essere quattordici? Rimase dunque a Quba lunedì, martedì, mercoledì e giovedì; secondo alcuni, dieci giorni, e secondo altri ventiquattro giorni, esclusi il giorno della partenza e alcuni giorni di viaggio. Durante questo periodo pose la prima pietra della moschea di Quba e vi compì la preghiera. Fu la prima moschea costruita dopo l’inizio della profezia, e le sue fondamenta furono poste sul timore reverenziale di Allah. Il venerdì del quinto, del dodicesimo oppure del ventiseiesimo giorno, per ordine di Allah, salì sulla sua cavalcatura. Prima di partire mandò ad avvertire la tribù dei suoi zii materni, i Banu Najjar; essi giunsero armati di spade, ed egli partì con loro verso Medina. Quando arrivò nell’abitato dei Banu Salim ibn Awf, giunse il momento della preghiera del venerdì. Il Profeta, pace e benedizioni di Allah su di lui, celebrò la preghiera del venerdì nell’abitato; alla preghiera comunitaria parteciparono cento fedeli (Sahih al-Bukhari, vol. 1, pp. 555, 560; Zad al-Maʿad, vol. 2, p. 55; Ibn Hisham, vol. 1, p. 494; Rahmatul lil-Alamin, vol. 1, p. 102). La moschea è ancora lì.

L’ingresso del Messaggero di Allah a Medina

Dopo aver compiuto la preghiera del venerdì, il nobile Profeta, pace e benedizioni di Allah su di lui, si recò a Medina. Da quel giorno Yathrib fu chiamata Madinat al-Rasul, cioè «la città del Messaggero», o, in forma abbreviata, Medina. Fu un giorno storico e memorabile; da ogni parte si udivano invocazioni di lode ad Allah. I bambini degli Ansar, traboccanti di gioia, cantavano questa canzone:

Da quella montagna del sud, è sorta su di noi la luna piena

Rendere grazie ad Allah è dovere di tutti noi

Obbedire ai tuoi comandi e seguirti è il dovere di tutti noi; l’Onnipotente Allah ti ha inviato. (Questa traduzione della poesia fu realizzata da Allama Mansurpurī. Allama Ibn Qayyim scrisse che questa poesia era stata recitata al ritorno del Messaggero da Tabūk, e chi sostiene che fosse stata recitata soltanto al momento dell’ingresso del Profeta ﷺ a Medina ha torto: Zad al-Maʿād, vol. 3, p. 10. Tuttavia, sebbene Allama Ibn Qayyim abbia affermato che ciò fosse errato, non ha potuto fornire prove argomentate affidabili. Al contrario, Allama Mansurpurī ha ritenuto preferibile l’opinione secondo cui questa poesia fu recitata al momento dell’ingresso a Medina, affermando di possedere al riguardo prove argomentate attendibili; si veda Rahmatul lil-ʿĀlamīn, vol. 1, p. 106).

Gli Anṣār non erano ricchi né facoltosi, ma tutti desideravano che il Profeta ﷺ soggiornasse nella propria casa. Gli abitanti delle zone attraverso cui passava afferravano le redini della cammella del Profeta ﷺ e lo invitavano a venire nelle loro case. Ma il Messaggero di Allah ﷺ disse: «Lasciate libera la strada alla cammella: ha ricevuto un ordine da parte di Allah». La cammella cominciò allora a procedere a suo piacimento e si fermò nel luogo dove oggi sorge la Moschea del Profeta. Il Messaggero di Allah ﷺ non scese dalla cammella; essa avanzò ancora per una breve distanza, poi tornò indietro, rientrò nel luogo precedente e si sedette. Quello era il quartiere dei parenti materni del Profeta ﷺ, cioè il quartiere dei Banū Najjār. Avendo affidato la cammella alla volontà di Allah, essa si fermò nel territorio dei Banū Najjār, mostrando così rispetto verso i parenti materni; anche il Messaggero di Allah ﷺ lo desiderava nel suo intimo. A quel punto gli appartenenti alla tribù dei Banū Najjār cominciarono a supplicarlo e a invitarlo ciascuno nella propria casa. Abū Ayyūb al-Anṣārī si fece avanti, afferrò la briglia della cammella e la condusse a casa sua. Il Messaggero di Allah ﷺ disse allora: «L’uomo segue la sella della sua cammella». In seguito, ʿAsʿad ibn Zurārah si avvicinò e afferrò la briglia della cammella; da quel momento essa rimase sotto il suo controllo. (Zad al-Maʿād, vol. 2; Rahmatul lil-ʿĀlamīn, vol. 1, p. 106).

Nel Ṣaḥīḥ al-Bukhārī è narrato da Anas (che Allah sia soddisfatto di lui) che il Profeta ﷺ disse: «Quale casa, tra le nostre, è la più vicina?». Abū Ayyūb al-Anṣārī rispose: «La mia casa, o Messaggero di Allah; questa è la mia casa e questa è la mia porta». Il Messaggero di Allah disse: «Va’ e prepara per noi il qaylūlah, cioè il riposo di mezzogiorno». Abū Ayyūb disse: «Venite entrambi; Allah vi benedirà». (Ṣaḥīḥ al-Bukhārī, vol. 1, p. 556).

Dopo alcuni giorni arrivarono anche la moglie del Messaggero di Allah ﷺ, la Madre dei Credenti Sawdah, le sue due figlie Fāṭimah e Umm Kulthūm, Usāmah ibn Zayd e Umm Ayman. ʿAbdullah ibn Abī Bakr condusse tutti costoro a Medina insieme alla famiglia di Abū Bakr. Anche ʿĀʾishah (che Allah sia soddisfatto di lei) era con loro. Una delle figlie del Profeta ﷺ, Zaynab, rimase presso Abū al-ʿĀṣ, che allora non le permise di partire; ella arrivò dopo la battaglia di Badr. (Zad al-Maʿād, vol. 2, p. 55).

ʿĀʾishah (che Allah sia soddisfatto di lei) racconta: dopo l’arrivo dell’amato Messaggero ﷺ a Medina, Abū Bakr e Bilāl (che Allah sia soddisfatto di loro) furono colpiti dalla febbre. Mi recai da loro e dissi: «Padre mio, come stai? Bilāl, come stai?». Quando Abū Bakr aveva la febbre, recitava questa poesia:

Tutti i membri della famiglia dicono: «Buongiorno».

Nessuno pensa che la morte gli sia più vicina del laccio della scarpa.

Dopo che Bilāl (che Allah sia soddisfatto di lui) ebbe recuperato in parte la salute, recitò con la sua voce melodiosa:

Se solo sapessi se trascorrerò la notte nelle campagne della Mecca, dove tutt’intorno cresceranno l’idhkhir e il jalil, e se potrò recarmi alla sorgente di Marjinna; riuscirò mai a vedere i monti di Samā e Tufayl?

La venerabile Aisha racconta: «Mi avvicinai al Messaggero di Allah e gli riferii la notizia. Egli disse: “O Allah, rendi Medina a noi cara quanto ci era cara la Mecca, anzi, rendi il suo ambiente e il suo clima più salubri di quelli della Mecca; benedici per noi i suoi raccolti e allontana da qui la malattia verso al-Juhfa”» (Sahih al-Bukhari, vol. 1, pp. 588-589). Allah accolse la supplica del Suo amato Profeta e la situazione cambiò.

A questo punto si conclusero una parte della vita del prediletto Profeta e il periodo meccano della predicazione islamica.

Se concediamo loro stabilità sulla Mia terra, essi istituiranno la preghiera, ordineranno il bene; tuttavia, l’esito finale di ogni cosa appartiene ad Allah (Sura al-Hajj, 41).

5

I dieci anni di Yathrib: un re nelle vesti di un faqir

Le varie fasi della vita medinese

La situazione generale di Medina al tempo dell’Egira

Uno) In primo luogo, i musulmani dovettero affrontare discordie, disordini e difficoltà interne; allo stesso tempo, i nemici esterni attaccarono Medina per annientarla. Questa fase continuò fino alla tregua di al-Hudaybiyya, nel mese di Dhu al-Qiʿda del sesto anno dell’Egira.

Due) In secondo luogo, fu stipulata una tregua con i politeisti; la fase intermedia si concluse con la conquista della Mecca, nel mese di Ramadan dell’ottavo anno dell’Egira. In questa fase, l’invito all’Islam fu presentato ai governanti di diversi paesi.

Tre) In terzo luogo, le persone cominciarono a entrare a frotte nella religione di Allah. In questa fase, rappresentanti di diverse comunità e tribù giunsero a Medina. Questa fase si concluse alla fine della vita del Profeta, cioè nel mese di Rabiʿ al-Awwal dell’undicesimo anno dell’Egira.

Il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, dovette instaurare rapporti con tre gruppi, nei quali prevaleva soprattutto la diversità. Essi erano:

Uno) Il gruppo degli illustri Compagni, che avevano ricevuto un’eccellente formazione dal Messaggero eletto da Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, ed erano sempre pronti a sacrificare beni e vita sulla via di Allah.

Due) I politeisti, legati agli antichi e autentici abitanti di Medina, che non avevano ancora abbracciato la fede.

Tre) Per quanto riguarda la comunità ebraica e gli illustri Compagni, le difficoltà che il caro Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, dovette affrontare consistevano nel fatto che la situazione di Medina era completamente diversa da quella della Mecca. Sebbene alla Mecca fossero tutti seguaci della medesima professione di fede e avessero un obiettivo comune, erano sparsi tra famiglie diverse; vivevano nella paura, erano deboli e subivano umiliazioni, non detenevano alcun potere, mentre tutto il potere era nelle mani dei nemici. Alla Mecca i musulmani non possedevano nessuno degli elementi sui quali si fonda la costruzione di una società nel mondo. Su quale base avrebbero potuto dunque costruire una società? Per questo si osserva che nelle sure del Corano rivelate alla Mecca veniva esposta soltanto la predicazione islamica; in quel periodo furono rivelate norme tali che ogni persona poteva praticare individualmente.

Al contrario, dopo il trasferimento a Medina, fin dal primo giorno le redini del potere erano nelle mani dei musulmani e nessun altro esercitava dominio su di loro. Essi dovettero confrontarsi con numerose norme relative alla cultura, all’economia, alla politica, alla guerra e alle tregue. Era giunto il momento di dare forma concreta al modello della costruzione di una nuova società musulmana, cioè islamica, nella quale la vita si sviluppasse pienamente attraverso l’osservanza del lecito e dell’illecito e la manifestazione di un carattere nobile. Sarebbe stata una società esemplare, libera dall’ignoranza e dall’oscurantismo; in essa non sarebbe rimasta alcuna traccia della società dell’ignoranza preislamica. Sarebbe stata una società completamente distinta. Era giunto il momento di dimostrare nella realtà i dieci anni di sofferenze, persecuzioni e oppressioni che i musulmani avevano sopportato per la predicazione dell’Islam.

Una società di questo genere non può essere costituita in un giorno, in un mese o in un anno; al contrario, richiede un lungo periodo, affinché le direttive possano essere impartite gradualmente e per fasi successive e si possano completare l’elaborazione e l’attuazione delle leggi. La responsabilità di formare e guidare i musulmani nell’applicazione delle direttive e delle norme spettava direttamente al Messaggero.

Allah l’Altissimo dice: «È Lui che ha suscitato tra gli illetterati un Messaggero della loro gente, il quale recita loro i Suoi versetti, li purifica e insegna loro il Libro e la saggezza, mentre prima erano certamente immersi in un evidente sviamento» (Sura al-Jumuʿa, versetto 2).

Quanto ai Compagni, la loro condizione era tale che rimanevano sempre attenti al Messaggero di Allah e provavano soddisfazione nell’osservare correttamente ogni ordine impartito dal Messaggero di Allah. Allah l’Altissimo dice: «Quando i Suoi versetti vengono recitati loro, ciò accresce la loro fede».

Questi argomenti non rientrano nell’ambito della nostra trattazione in questa sede; perciò ne parleremo nei luoghi appropriati, secondo necessità.

Gli aspetti derivanti dal rapporto dei musulmani con il Messaggero di Allah — vale a dire la chiamata all’Islam e la missione profetica di Muhammad — costituiscono qui il tema principale. Tuttavia, ciò non fu un fenomeno passeggero, bensì una questione distinta e permanente. Vi erano inoltre altri aspetti ai quali era necessario prestare immediata attenzione; in breve, erano i seguenti:

Tra i musulmani vi erano due categorie di persone. Da una parte c’erano coloro che vivevano tranquillamente tra le proprie terre, case e ricchezze: erano gli Ansar. Tra loro esisteva un’ostilità ereditata di generazione in generazione. Accanto a loro vi era un altro gruppo, quello dei Muhajirun, privi dei vantaggi sopra menzionati. Essi erano giunti a Medina a mani vuote, in un modo o nell’altro; non avevano un luogo dove abitare, né un lavoro con cui soddisfare la fame, né denaro o altri beni che permettessero loro di provvedere autonomamente al proprio sostentamento. Il numero di questi Muhajirun dipendenti dall’aiuto altrui cresceva di giorno in giorno, poiché era stata proclamata la dichiarazione coranica secondo cui coloro che credono in Allah e nel Suo Messaggero devono emigrare a Medina. Era noto che a Medina non vi erano grandi ricchezze né mezzi significativi per procurarsi un reddito; di conseguenza, l’equilibrio economico della città venne sconvolto. In quel periodo di crisi, i nemici dell’Islam sottoposero Medina a un boicottaggio economico, riducendo le importazioni e rendendo la situazione ancora più grave.

Un altro gruppo era costituito dagli abitanti non musulmani di Medina, la cui condizione non era migliore di quella dei musulmani. Alcuni politeisti non musulmani erano indecisi e dubbiosi, ed esitavano ad abbandonare la religione ereditata dai loro antenati; tuttavia, nei confronti dell’Islam e dei musulmani non nutrivano alcuna ostilità o avversione. Persone di questo genere, in breve tempo, abbracciarono l’Islam e divennero veri musulmani.

Al contrario, vi erano alcuni politeisti che nutrivano segretamente, nel profondo del cuore, una grande avversione e ostilità verso il Messaggero e i musulmani, ma non avevano il coraggio di affrontarli apertamente o di scontrarsi con loro. Anzi, a causa delle circostanze, mostravano al Messaggero affetto e fingevano semplicità. Tra loro, il principale era ʿAbdullah ibn Ubayy. Va ricordato che, dopo la battaglia di Buʿath, le tribù degli Aws e dei Khazraj si erano accordate per nominarlo loro capo.

In precedenza questi due clan non erano mai giunti a un accordo su alcuna questione. In preparazione alla proclamazione di ʿAbdullah ibn Ubayy come re, gli uomini dei clan Aws e Khazraj avevano fatto realizzare una magnifica corona. Fu proprio allora che il Messaggero ﷺ giunse a Medina. Quando l’attenzione della gente si rivolse al Messaggero ﷺ invece che a ʿAbdullah ibn Ubayy, ʿAbdullah ritenne che fosse stato proprio il Messaggero ﷺ a strappargli il regno. Di conseguenza, nutriva nel suo cuore un odio intenso per l’amato Messaggero ﷺ. Tuttavia, dopo la battaglia di Badr, ʿAbdullah si accorse che la situazione non era favorevole a lui. Se fosse rimasto fermo nello shirk, sarebbe stato privato persino dei vantaggi mondani; per questo dichiarò esteriormente di aver accettato l’Islam, ma interiormente rimase miscredente e non lasciò sfuggire alcuna occasione di danneggiare i musulmani. I suoi compagni erano quelle persone che, sotto la guida di questo ipocrita, sognavano di occupare alte cariche, ma che furono private di tali opportunità. Perciò anch’essi erano sempre pronti a danneggiare i musulmani. Essi attuavano i piani del capo degli ipocriti, ʿAbdullah, e a tale scopo attiravano nel loro gruppo alcuni giovani musulmani ingenui di Medina, usandoli come marionette.

La terza categoria era costituita dagli ebrei del luogo. Oppressi dagli Assiri e dai Romani, avevano trovato rifugio nell’Hijaz. In realtà erano Ebrei, cioè appartenenti al popolo ebraico; dopo essersi rifugiati nell’Hijaz, per comportamento, modo di parlare e abbigliamento apparivano tuttavia arabi. Persino i nomi dei loro clan e delle loro persone erano come quelli degli arabi, e avevano contratto rapporti matrimoniali con gli arabi. Nonostante tutto ciò, non erano riusciti a dimenticare l’orgoglio della loro discendenza: si gloriavano di essere Israeliti, cioè ebrei. Consideravano gli arabi molto inferiori e li insultavano chiamandoli ummī, termine con cui intendevano sciocchi, ignoranti, selvaggi, inferiori e intoccabili. Credevano che le ricchezze degli arabi fossero lecite per loro e che potessero usufruirne come volevano, come dice Allah l’Altissimo: «Essi dicono: “Non abbiamo alcun obbligo nei confronti degli illetterati”» (Āl ʿImrān, versetto 75).

In altre parole, non era colpevole per noi usufruire e consumare i beni degli ummī. Tra questi ebrei non si osservava alcuna attività di predicazione o di diffusione della loro religione. La divinazione, la magia e gli incantesimi erano tutti parte delle loro credenze e dei loro riti religiosi; attraverso tali pratiche si consideravano sapienti eruditi e guide spirituali.

Gli ebrei erano abili nell’accumulare ricchezze. Commerciavano in generi alimentari, datteri, vino e abiti; importavano generi alimentari, abiti e vino, ed esportavano datteri. Inoltre si dedicavano a molte altre attività. Sulle merci commerciali ricavavano dagli arabi profitti doppi o tripli. Non solo: praticavano anche l’usura. Prestavano denaro a interesse agli sceicchi e ai capi arabi. Gli sceicchi e i capi arabi spendevano generosamente il denaro preso in prestito per i poeti che li lodavano, allo scopo di acquisire fama. Gli ebrei, in cambio del denaro prestato a interesse, prendevano in pegno diversi beni; così, nel giro di pochi anni, diventavano proprietari di quelle proprietà.

Gli ebrei erano abili nelle cospirazioni e nell’accendere il fuoco della guerra. Seminavano con astuzia i semi dell’odio tra i clan vicini ed erano sempre pronti a incitare un clan contro un altro e a spingerli allo scontro. Eppure coloro che entravano in conflitto tra loro non si rendevano minimamente conto di tutto ciò. In seguito, tra i clan rivali continuavano le dispute e gli scontri; quando gli ebrei vedevano che il fuoco della guerra stava per spegnersi, si rimettevano all’opera. La cosa sorprendente è che, dopo aver spinto gli uni contro gli altri, gli ebrei se ne stavano tranquillamente seduti a osservare la distruzione degli arabi, prestando loro denaro anche allora a tassi elevati. Non volevano che la guerra cessasse per mancanza di capitali. In questo modo gli ebrei traevano un doppio vantaggio: da una parte proteggevano la propria comunità, dall’altra mantenevano fiorente il commercio dell’usura. Guadagnavano calcolando interesse sull’interesse.

I tre principali clan ebraici di Medina

1) Banū Qaynuqāʿ: erano alleati del clan Khazraj e vivevano all’interno di Medina.

2) Banū Naḍīr.

3) I Banū Qurayẓa. Queste due tribù erano alleate della tribù degli Aws e vivevano nei dintorni di Medina.

Da molto tempo tra le tribù degli Aws e dei Khazraj ardeva il fuoco della guerra; nella battaglia di Buʿāth, ciascuna di esse partecipava ai combattimenti a sostegno della propria tribù alleata. Gli ebrei nutrivano ostilità verso l’Islam: ciò era naturale, poiché questo tipo di ostilità era radicato nel loro carattere da molto tempo. Il Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, non apparteneva alla loro stirpe; perciò il loro orgoglio aristocratico non trovava alcun riconoscimento. Se il Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, fosse apparso tra loro, avrebbero trovato pace nel cuore. Inoltre, l’invito all’Islam era un invito vigoroso, attraverso il quale gli uomini avevano l’opportunità di dimenticare l’ostilità e unirsi in vincoli di fratellanza, osservando la giustizia, l’onestà e la distinzione tra ciò che è ḥalāl e ciò che è ḥarām. Ciò significava che tra le tribù rivali di Yathrib si sarebbe instaurata armonia e concordia. Di conseguenza, le attività commerciali degli ebrei sarebbero diminuite e sarebbero stati privati della ricchezza fondata sull’usura, principale sostegno della loro economia. Vi era persino il timore che quelle tribù divenissero consapevoli dei propri diritti e riprendessero le ricchezze che gli ebrei avevano ottenuto senza dare nulla in cambio; in altre parole, che riprendessero i giardini e i terreni delle diverse tribù che gli ebrei avevano preso possesso attraverso il commercio dell’usura.

Fin dall’inizio della predicazione dell’Islam a Yathrib, gli ebrei avevano previsto tutto ciò. Per questo, sin dall’arrivo del Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, gli ebrei di Medina nutrivano una forte ostilità verso l’Islam e i musulmani; tuttavia, non la manifestarono subito, bensì dopo qualche tempo. Un episodio riferito da Ibn Isḥāq ne offre una chiara testimonianza.

Ibn Isḥāq scrisse: «Ho ricevuto una narrazione dalla Madre dei credenti, la nobile Ṣafiyya bint Ḥuyayy ibn Akhṭab, che Allah sia soddisfatto di lei. Ella disse: “Ero la più amata tra i figli di mio padre e di mio zio; egli mi amava più di tutti gli altri figli. Dopo che il Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, giunse a Medina e si stabilì presso i Banū ʿAmr ibn ʿAwf, nella località di Qubā, Ḥuyayy ibn Akhṭab e suo zio Yāsir, avendo appreso la notizia, si recarono da lui molto presto al mattino e tornarono al tramonto. Erano entrambi estremamente stanchi.”»

Come ero solita fare, corsi loro incontro, ma erano così immersi nei loro pensieri che non mi prestarono attenzione. Udii allora il seguente dialogo tra mio zio Yāsir e mio padre:

«È lui?»

«Sì, per Allah.»

«Lo hai riconosciuto bene?»

—Sì.

Che opinione nutri ora nei suoi confronti?

—Ostilità, per Allah! Finché resterò in vita. (Ibn Hisham, vol. I, pp. 518-519).

Una narrazione riportata nel Sahih al-Bukhari ne fornisce anch’essa la prova; in essa si racconta come Abdullah ibn Salam (che Allah sia soddisfatto di lui) abbracciò l’Islam,

Abdullah era un eminente erudito ebreo. Dopo aver appreso dell’arrivo a Medina del Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, si recò immediatamente da lui e gli pose alcune domande alle quali nessuno, se non un profeta, avrebbe potuto rispondere. Non appena ricevette dal Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, le risposte a tali domande, abbracciò l’Islam. Poi disse al Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace: «Gli ebrei sono abilissimi nel calunniare gli altri. Se chiedeste loro qualcosa sul mio conto, vi direbbero una cosa, ma non appena sapessero che ho abbracciato l’Islam direbbero il contrario». Il Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, fece subito chiamare alcuni ebrei e domandò loro: «Che uomo è Abdullah ibn Salam tra voi?». Essi risposero: «È il più dotto tra noi e figlio del più dotto». Secondo un’altra narrazione: «È il nostro capo e figlio del nostro capo». Allora il Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, domandò: «Che direste se sapeste che Abdullah ibn Salam ha abbracciato l’Islam?». Gli ebrei dissero due o tre volte: «Che Allah lo protegga!». Subito dopo Abdullah uscì e proclamò ad alta voce: «Ashhadu an la ilaha illallah wa ashhadu anna Muhammadan rasulullah», cioè: «Testimonio che non vi è alcuna divinità all’infuori di Allah e che Muhammad, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, è il Suo Messaggero». Non appena udirono ciò, gli ebrei dissero: «Costui è il peggiore tra noi e figlio del peggiore», e cominciarono inoltre a pronunciare altre parole offensive contro di lui. Abdullah (che Allah sia soddisfatto di lui) disse: «O comunità degli ebrei, temete Allah! Per Colui all’infuori del quale non vi è alcuna divinità, sapete bene che egli è il Messaggero di Allah ed è venuto con la verità». Ma gli ebrei dissero: «Tu stai mentendo». (Sahih al-Bukhari, vol. I, pp. 459, 556, 561).

Questa fu l’esperienza che il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, ebbe con gli ebrei già nei primi tempi del suo arrivo a Medina.

Quanto è stato finora menzionato riguardava la situazione interna di Medina. Fuori da Medina, i più grandi nemici dei musulmani erano i Quraysh. Per dieci anni avevano inflitto ai musulmani della Mecca sofferenze senza limiti, rendendo la loro vita un tormento con complotti, cospirazioni, persecuzioni e oppressioni, senza lasciarsi sfuggire alcuna occasione per far loro del male. Dopo che i musulmani emigrarono a Medina, i miscredenti si impadronirono delle loro case, delle loro terre e dei loro beni; e ogni volta che trovavano qualcuno che ostacolasse i rapporti tra i musulmani e le loro famiglie, lo tormentavano in vari modi. Non solo: si impegnarono in una terribile cospirazione per assassinare il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, e sradicare completamente la predicazione dell’Islam, impiegando a tale scopo tutte le loro forze. Anche dopo che i musulmani ebbero raggiunto Medina, distante cinquecento chilometri, i miscredenti non rinunciarono ai loro complotti. I Quraysh erano i vicini della Casa di Allah e detenevano la posizione di guida religiosa tra gli arabi. Per questo sfruttarono la loro influenza, fecero pressione sulle varie tribù della Mecca, le incitarono contro i musulmani e sottoposero Medina a un boicottaggio politico. Di conseguenza, l’afflusso di merci a Medina diminuì, mentre il numero degli emigrati provenienti dalla Mecca aumentava giorno dopo giorno. In realtà, si era creata una situazione simile a quella di un tempo di guerra tra i miscredenti della Mecca e i musulmani residenti a Medina. Sarebbe estrema stoltezza attribuire ai musulmani la responsabilità di tale situazione.

Così come i miscredenti della Mecca si erano impadroniti con la forza delle case e dei beni dei musulmani e li avevano sottoposti a persecuzioni, torture e oppressioni, anche i musulmani avevano legittimamente il diritto di fare altrettanto. Così come i non musulmani avevano creato ostacoli sulla via della vita normale dei musulmani, anche questi avevano legittimamente il diritto di creare ostacoli e impedimenti analoghi. In base alle loro azioni, essi meritavano una risposta adeguata alle loro azioni; in tal modo, il loro complotto per sradicare completamente i musulmani non sarebbe riuscito.

Dopo l’arrivo del Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, a Medina, egli si trovò ad affrontare questi problemi. Di fronte a tali difficoltà adottò una visione profetica e una guida saggia: mostrò benevolenza verso coloro che la meritavano e predispose la punizione per coloro che la meritavano. Tuttavia, è certo che la misericordia e la benevolenza furono di gran lunga maggiori della severità delle punizioni. Di conseguenza, nel giro di pochi anni, la leadership e l’autorità passarono nelle mani dei musulmani. Questo argomento sarà esaminato dettagliatamente in una fase successiva.

Prima fase: la realizzazione di un nuovo ordinamento sociale

Come è stato già menzionato, il Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, giunse venerdì 12 Rabīʿ al-Awwal del primo anno dell’Egira, corrispondente al 27 settembre 622 d.C., davanti alla casa di Abū Ayyūb al-Anṣārī, appartenente alla tribù dei Banū Najjār. In quel momento disse: «Se Allah vuole, questa sarà la nostra dimora». In seguito si trasferì nella casa di Abū Ayyūb al-Anṣārī.

La costruzione della Moschea del Profeta

In seguito il Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, iniziò la costruzione della Moschea del Profeta. Scelse per la costruzione il luogo presso il quale si era fermata la sua cammella. Il terreno apparteneva a due ragazzi orfani. Il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, acquistò da loro quel terreno a un prezzo equo e iniziò i lavori di costruzione della moschea. Egli stesso trasportava mattoni e pietre per la moschea e recitava:

O Allah, non c’è vita se non la vita dell’Aldilà; perdona gli Anṣār,

e gli Emigrati. Questo carico non è come il carico di Khaybar,

questo è più devoto e più puro per il nostro Signore.

I Compagni recitavano con entusiasmo insieme al Profeta ﷺ:

Ra’inā qadanā wa-n-nabiyyu ya’mal,

Ladhāka minnā al-amānu wa-l-mudallal,

vale a dire: «O Allah, la vera vita è quella dell’Aldilà; perdona gli Anṣār e gli Emigrati. Questo fardello non è il fardello di Khaybar; è un fardello posto dal Signore, un fardello sacro. Se noi restiamo seduti mentre il Profeta ﷺ lavora, saremo responsabili di aver compiuto un atto di sviamento».

Su quel terreno si trovavano alcune tombe di politeisti; una parte era incolta e irregolare, e vi erano anche alcune palme e altri alberi. Il Profeta ﷺ fece scavare le tombe dei politeisti, livellò il terreno irregolare, abbatté le palme e gli altri alberi e li dispose verso la qibla. Si ricordi che in quel periodo la qibla era Bayt al-Maqdis.

I due stipiti della porta della moschea erano di pietra; le pareti erano costruite con mattoni crudi e fango. Sul tetto furono stesi rami e foglie di palma e furono installate tre porte. Dalla parete anteriore, sul lato della qibla, a quella posteriore vi erano cento cubiti; la larghezza era inferiore e le fondamenta avevano una profondità di circa tre cubiti.

Il Profeta ﷺ fece costruire, non lontano dalla moschea, alcune semplici capanne; le pareti di queste stanze erano fatte di foglie e rami di palma. Erano gli alloggi delle nobili consorti del Profeta ﷺ. Quando furono completate, il Messaggero di Allah ﷺ si trasferì qui dalla casa di Abū Ayyūb al-Anṣārī (Ṣaḥīḥ al-Bukhārī, pp. 71, 555, 560; Zād al-Maʿād, vol. II, p. 56).

La moschea costruita non serviva soltanto per la preghiera; era anche un’università, nella quale i musulmani apprendevano i principi fondamentali dell’Islam e la guida.

Era un’assemblea in cui persone appartenenti a diverse tribù, lacerate dai conflitti tribali, dall’odio e dall’inimicizia, vivevano in reciproca armonia e cordialità. Questa moschea era un centro dal quale venivano amministrati tutti gli affari dello Stato appena costituito e dal quale venivano inviati uomini in varie spedizioni. Inoltre, questa moschea aveva l’aspetto di un parlamento: vi si riunivano il consiglio della shūrā e il consiglio amministrativo.

Inoltre, questa moschea era un rifugio per quei Muhājirūn e per quelle persone prive di sostegno che non avevano né casa, né famiglia, né parenti.

La pratica dell’adhān ebbe inizio fin dalla prima fase dell’Egira. Questo adhān era come una musica straordinariamente dolce, le cui melodie riempivano ogni orizzonte. A questo proposito viene menzionato l’episodio della visione ricevuta da ʿAbd Allāh ibn Zayd, che Allah sia soddisfatto di lui. Per maggiori dettagli, si vedano le opere di al-Tirmidhī, Sunan Abī Dāwūd, Musnad Aḥmad e Ṣaḥīḥ Ibn Khuzayma.

L’instaurazione del vincolo di fratellanza tra i musulmani

Il Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, attraverso la costruzione della Moschea del Profeta aveva istituito un centro di incontro reciproco, affetto e amore; allo stesso modo, portò a compimento un’opera straordinaria nella storia dell’umanità: la creazione della fratellanza tra gli Anṣār e i Muhājirūn. L’Allāma Ibn Qayyim ha scritto che, in seguito, il Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, stabilì il vincolo di fratellanza tra i Muhājirūn e gli Anṣār nella casa di Anas ibn Mālik. In quella circostanza erano presenti complessivamente novanta Compagni: metà erano Muhājirūn e metà Anṣār. Il principio fondamentale del vincolo di fratellanza era che ciascuno avrebbe condiviso il dolore e la gioia dell’altro e, dopo la morte, sarebbe stato erede dei beni dell’altro al posto dei suoi parenti più prossimi. Questa norma sull’eredità rimase in vigore fino alla battaglia di Badr; poi Allah l’Altissimo rivelò nel Nobile Corano il versetto: «I parenti prossimi sono più titolati gli uni degli altri».

Dopo la rivelazione di questo versetto, cessò la legge ereditaria riguardante i beni tra gli Anṣār e i Muhājirūn, ma il vincolo di fratellanza rimase intatto. È stato detto che il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, istituì un ulteriore vincolo di fratellanza soltanto tra i Muhājirūn; tuttavia, è proprio il vincolo di fratellanza menzionato per primo a essere attestato. Del resto, è evidente che i Muhājirūn erano già molto vicini gli uni agli altri grazie alla fratellanza islamica, alla fratellanza nella patria d’origine e ai legami di parentela; non avevano bisogno di un altro tipo di fratellanza. La situazione dei Muhājirūn e degli Anṣār, però, era diversa (Zād al-Maʿād, vol. II, p. 56).

Riguardo allo scopo di questo vincolo di fratellanza, l’Imām al-Ghazālī, che Allah abbia misericordia di lui, ha scritto che esso mirava ad abolire le consuetudini dell’epoca dell’ignoranza, a esaltare la bellezza dell’Islam e a eliminare le differenze di razza, tribù e appartenenza regionale. In tal modo si intendeva mostrare che il criterio della superiorità o dell’inferiorità non risiede in nulla se non nella taqwā.

Il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, non rivestì questo vincolo di fratellanza soltanto dell’involucro di parole prive di contenuto; lo definì invece un impegno obbligatorio e da rispettare, al quale erano legati la vita e i beni. Esso non si limitava a semplici saluti e congratulazioni pronunciate a parole, prive di qualsiasi risultato; al contrario, questo vincolo di fratellanza risvegliava anche lo spirito di sacrificio, la partecipazione al dolore e la cordialità e armonia reciproche. Per questo, il vincolo di fratellanza riempì la nuova società di Medina di attività operose rare e splendide (Fiqh al-Sīra, pp. 140-141).

È riportato nel Sahih al-Bukhari che, dopo l’arrivo dei Muhajirun a Medina, il Messaggero di Allah — che Allah lo benedica e gli conceda la pace — stabilì un legame di fratellanza tra Abd al-Rahman ibn Awf — che Allah sia soddisfatto di lui — e Saʿd ibn al-Rabiʿ — che Allah sia soddisfatto di lui. Saʿd ibn al-Rabiʿ disse quindi ad Abd al-Rahman: «Tra gli Ansar sono il più ricco. Prendi la metà delle mie ricchezze. Ho due mogli: guardale e dimmi quale preferisci; divorzierò da lei e, dopo che avrà completato il periodo di ʿidda, la sposerai». Dopo aver udito ciò, Abd al-Rahman disse: «Che Allah benedica la tua famiglia e i tuoi beni. Dov’è il mercato qui da voi?». Gli indicarono il mercato dei Banu Qaynuqa. Quando tornò dal mercato, aveva con sé del formaggio e del burro chiarificato. Da allora si recava regolarmente al mercato ogni giorno. Un giorno, al suo ritorno, si videro su di lui i segni dello zafferano. Il Messaggero di Allah — che Allah lo benedica e gli conceda la pace — gli chiese la ragione. Abd al-Rahman rispose: «O Messaggero di Allah, mi sono sposato». Il Profeta — che Allah lo benedica e gli conceda la pace — domandò: «Quanto hai dato come dote?». Abd al-Rahman rispose: «Un quarto di tola d’oro» (Sahih al-Bukhari, capitolo sull’istituzione del legame di fratellanza tra Muhajirun e Ansar, vol. I, p. 553).

È narrato da Abu Hurayra — che Allah sia soddisfatto di lui — che gli Ansar chiesero al Profeta — che Allah lo benedica e gli conceda la pace —: «Distribuisci tra noi e i nostri fratelli i palmeti di nostra proprietà». Il Profeta — che Allah lo benedica e gli conceda la pace — non acconsentì. Allora gli Ansar dissero: «In tal caso, i Muhajirun lavorino nei nostri palmeti e noi daremo loro una parte dei frutti prodotti». Il Profeta — che Allah lo benedica e gli conceda la pace — approvò, e così agimmo.

Da ciò si comprende in che modo gli Ansar onorarono i Muhajirun; vi si riconoscono anche l’amore degli Ansar per i fratelli Muhajirun, la loro semplicità, sincerità e spirito di sacrificio. I Muhajirun attribuivano grande importanza a questo comportamento degli Ansar (Sahih al-Bukhari, vol. I, p. 312): non accettarono da loro alcun beneficio supplementare, ma ricevettero soltanto l’aiuto necessario per ravvivare in una certa misura la loro fragile situazione economica.

Questo legame di fratellanza tra Ansar e Muhajirun è la prova di un’eccezionale lungimiranza e saggezza politica; l’istituzione di tale fratellanza fu una splendida soluzione ai problemi che i musulmani dovettero affrontare in quel periodo.

L’impegno a sostenere l’Islam

Oltre al suddetto legame di fratellanza, il Profeta — che Allah lo benedica e gli conceda la pace — redasse per i musulmani un altro patto. Esso distrusse le fondamenta di tutti i conflitti, le discordie e le rivalità tribali dell’epoca dell’Ignoranza, senza lasciare inoltre alcuno spazio agli usi e ai costumi di quell’epoca. Le clausole del suddetto patto erano le seguenti:

Questo documento viene stipulato da parte del Profeta — che Allah lo benedica e gli conceda la pace — tra i Qurayshiti di Yathrib, i loro subordinati e coloro che sono loro legati, e i credenti e musulmani partecipanti al jihad—

1) Tutti costoro costituiscono una comunità distinta da tutti gli altri esseri umani.

Due) I musulmani emigrati dei Quraysh si riscatteranno reciprocamente secondo la loro consuetudine precedente; restituiranno equamente i prigionieri tra i credenti e, secondo tutte le tribù degli Ansar, riscatteranno equamente i propri prigionieri tra i credenti.

Tre) I credenti non priveranno nessuno dei loro di doni e omaggi consuetudinari nel caso di fidya o riscatto.

Quattro) Tutti i musulmani sinceramente fedeli si opporranno a coloro che commettono eccessi; tutti i credenti si opporranno a chi, tra loro, commetta ingiustizia e oppressione, peccati, disordini o provochi fitna e corruzione.

Cinque) I credenti si schiereranno insieme contro l’ingiusto; questa decisione non cambierà nemmeno se l’ingiusto fosse il figlio di un credente.

Sei) Nessun credente ucciderà un altro credente con l’accusa di aver ucciso un miscredente.

Sette) Nessun credente si schiererà contro un altro credente per aiutare un miscredente.

Otto) Tutti saranno sotto la protezione di Allah; persino l’impegno assunto da una persona comune sarà vincolante per tutti.

Nove) Gli ebrei che abbracceranno il nostro ideale saranno aiutati e riceveranno lo stesso trattamento degli altri musulmani; non subiranno alcuna ingiustizia o oppressione e nessuno sarà aiutato contro di loro.

Dieci) L’accordo tra i musulmani sarà comune: nessun musulmano concluderà un accordo con altri per il jihad sulla via di Allah escludendo un altro musulmano; piuttosto, tutti giungeranno a un patto o a un’intesa sulla base dell’uguaglianza e della giustizia.

Undici) Per quanto riguarda il sangue versato nel jihad sulla via di Allah, tutti i musulmani saranno considerati un’unica comunità.

Dodici) Nessun musulmano potrà garantire protezione per la vita e i beni, né concedere asilo, ad alcuno degli infedeli dei Quraysh; inoltre, nessuno potrà chiedere a un credente di garantire protezione per la vita e i beni o concedere asilo a un infedele.

Tredici) Se una persona uccide un credente e ciò viene provato, nei suoi confronti sarà applicato il qisas, cioè, essendo colpevole del reato di omicidio, anch’egli sarà ucciso; tuttavia, se l’assassino riesce a soddisfare i parenti del defunto offrendo loro un risarcimento, il qisas non sarà applicato.

Quattordici) Se tutti i credenti raggiungono un consenso su una questione, nessun altro potrà opporvisi.

Quindici) Non sarà lecito per un credente aiutare un fomentatore di disordini o un innovatore; nessuno potrà dare rifugio a chiunque provochi disordini. Se qualcuno gli concede rifugio o lo aiuta, nel Giorno del Giudizio su di lui scenderà la maledizione di Allah e, nella vita terrena, nessuna delle sue pratiche di culto obbligatorie o volontarie sarà accettata.

Sedici) Qualunque controversia sorga tra voi, dovrà essere risolta secondo le direttive di Allah l’Altissimo e del Suo Messaggero, il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace (Ibn Hisham, vol. 1, p. 503).

La nuova struttura dell’organizzazione sociale

Grazie a questa lungimiranza e intelligenza, il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, pose le fondamenta di una nuova società. Tuttavia, l’aspetto esteriore della società si sviluppò e si manifestò intorno al Messaggero di Allah; la sua affascinante personalità era il centro di ogni attrazione. I suoi insegnamenti, la sua formazione, gli elementi per costruire un carattere morale, l’amore, gli esempi di fratellanza, il culto e l’obbedienza contribuirono a far sì che i musulmani ricevessero una nuova vita.

Un Compagno chiese al Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace: «Quale Islam è il migliore?», cioè quale pratica dell’Islam è la più eccellente? Il Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, rispose: «Darai da mangiare agli altri e saluterai con il salām tutti, conosciuti e sconosciuti» (Ṣaḥīḥ al-Bukhārī, vol. 1, pp. 6, 9).

Ḥazrat ʿAbdullah ibn Salām, che Allah sia soddisfatto di lui, racconta: «Dopo l’arrivo del Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, a Medina, mi recai da lui. Non appena vidi il suo volto benedetto, compresi che quel volto non apparteneva a un uomo bugiardo. Dopodiché, le prime parole che mi rivolse furono: “O gente, continuate a porgere il salām, date da mangiare, mantenete i legami di parentela e pregate di notte, quando tutti dormono; entrerete in Paradiso in sicurezza”» (al-Tirmidhī, Ibn Mājah, al-Dārimī, Mishkāt, vol. 1, p. 168).

Il Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, diceva: «Non entrerà in Paradiso colui il cui vicino non è al sicuro dalla sua malvagità e dalle sue azioni distruttive» (Ṣaḥīḥ Muslim, Mishkāt, vol. 2, p. 422).

Diceva: «È un buon musulmano colui dalla cui lingua e dalle cui mani i musulmani sono al sicuro» (Ṣaḥīḥ al-Bukhārī, vol. 1, p. 6).

Diceva: «Nessuno di voi sarà credente finché non desidererà per il proprio fratello ciò che desidera per se stesso» (Ṣaḥīḥ al-Bukhārī, vol. 1, p. 6).

Diceva: «Tutti i credenti sono come un’unica persona: se le duole un occhio, tutto il corpo ne avverte la sofferenza; se le duole la testa, tutto il corpo avverte il dolore» (Muslim, Mishkāt, vol. 2, p. 422).

Diceva: «Il credente è per il credente come un edificio: una parte rafforza l’altra» (al-Bukhārī, Muslim e Mishkāt, vol. 2, p. 422).

Egli diceva: «Non nutrite odio e rancore gli uni verso gli altri, non siate ostili, non litigate e non voltate le spalle gli uni agli altri; siate servi di Allah e fratelli. Non è lecito per un musulmano allontanarsi dal proprio fratello per più di tre giorni» (Sahih al-Bukhari, vol. 2, p. 896).

Egli diceva: «Il musulmano è fratello del musulmano. Un musulmano non deve opprimere un altro musulmano né consegnarlo al nemico. Chi soddisfa il bisogno del proprio fratello, Allah soddisferà il suo bisogno. Chi allevia l’afflizione e la preoccupazione di un musulmano, Allah, nel Giorno della Risurrezione, allevierà una delle sue afflizioni. E chi nasconde il difetto di un musulmano, Allah, nel Giorno della Risurrezione, nasconderà il suo difetto» (al-Bukhari, Muslim e Mishkat, vol. 2, p. 422).

Egli diceva: «Abbiate misericordia degli abitanti della terra e il Signore del cielo avrà misericordia di voi» (Sunan Abu Dawud, vol. 2, p. 335; al-Tirmidhi, vol. 2, p. 14).

Egli diceva: «Non è credente colui che mangia a sazietà mentre il suo vicino, accanto a lui, soffre la fame» (al-Bayhaqi, Mishkat, vol. 2, p. 424).

Egli diceva: «Insultare un musulmano è un atto da malvagio; combattere e battersi con un musulmano è kufr» (al-Bukhari, vol. 2, p. 893).

Egli diceva: «Rimuovere dalla strada ciò che reca danno rientra nella sadaqa; questa è una delle branche della fede» (al-Bukhari, Muslim e Mishkat, vol. 1, pp. 12, 167).

Il Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, esortava alla sadaqa e all’elemosina e ne descriveva i meriti in modo così grande che il cuore vi si volgeva spontaneamente. Egli diceva: «La sadaqa spegne i peccati, così come l’acqua spegne il fuoco» (Ahmad, al-Tirmidhi, Ibn Majah e Mishkat, vol. 1, p. 14).

Egli diceva: «A chi veste un musulmano privo di abiti, Allah farà indossare in Paradiso una veste verde; a chi dà da mangiare a un musulmano affamato, Allah farà mangiare frutti in Paradiso; e a chi dà da bere a un musulmano assetato, Allah farà bere in Paradiso una bevanda pura» (Abu Dawud, al-Tirmidhi e Mishkat, vol. 1, p. 169).

Diceva: «Proteggetevi dal Fuoco donando anche solo un pezzo di dattero; se non avete nemmeno la possibilità di fare ciò, proteggetevi dal Fuoco con una buona parola» (Bukhari, vol. 1, p. 190; vol. 2, p. 890).

Al tempo stesso, il Profeta, pace e benedizioni di Allah su di lui, esortava a tenersi lontani dall’accattonaggio; insegnava la pazienza, la perseveranza e la frugalità, e definiva l’accattonaggio un graffio sul volto del mendicante e una ferita di altro genere (si vedano Abu Dawud, Tirmidhi, Nasa’i, Ibn Majah, Darimi e Mishkat).

Tuttavia, dichiarò esenti da tale umiliazione coloro che mendicano per assoluta necessità.

Descrisse i diversi meriti dei vari tipi di culto e menzionò le diverse ricompense che Allah riserva per ciascuno di essi.

Egli informava i musulmani della rivelazione che gli giungeva dal cielo e li aiutava a vivere alla sua luce; recitava loro quella rivelazione e, dopo averla ascoltata da lui, i musulmani gliela recitavano nuovamente. In tal modo, oltre all’intelligenza, alla saggezza e alla riflessione, nei musulmani si sviluppavano il senso del dovere e la consapevolezza profetici verso il messaggio della da‘wa al-haqq.

Il Messaggero di Allah, pace e benedizioni di Allah su di lui, creò nella vita dei musulmani le condizioni per un progresso straordinario, sviluppò le capacità donate da Dio agli uomini e infuse dolcezza nel loro modo di agire, nel loro pensiero e nella loro coscienza. Grazie agli insegnamenti del Messaggero di Allah, pace e benedizioni di Allah su di lui, i Compagni divennero gli esseri umani migliori dopo i profeti e raggiunsero il culmine dell’ideale nella storia dell’umanità. Hadrat ‘Abdullah ibn Mas‘ud, che Allah si compiaccia di lui, disse: «Chi desidera seguire un esempio, segua l’esempio dei morti, poiché riguardo ai vivi esiste il timore della fitna».

I Compagni erano i compagni del Profeta, pace e benedizioni di Allah su di lui, i migliori uomini della comunità di Muhammad, pii, profondamente sapienti e i più umili. Allah, il Signore dei mondi, scelse queste persone come amici e compagni del Suo amato Profeta, pace e benedizioni di Allah su di lui, e come uomini capaci di operare per l’istituzione della religione. Perciò è necessario conoscere le loro qualità e la loro eccellenza, seguirli, imitarli e obbedire loro, e assimilare quanto più possibile la dolcezza del loro carattere e la storia della loro vita, poiché essi erano sulla guida e sulla retta via (Razin, Mishkat, vol. 1, p. 32).

Il nostro Profeta, Hadrat Muhammad, pace e benedizioni di Allah su di lui, era un modello di eccellenza e di nobile ideale tale da attrarre spontaneamente il cuore e suscitare il desiderio di sacrificare la propria vita per lui. Per questo i Compagni accorrevano per mettere in pratica le parole pronunciate dalla sua bocca benedetta; tra loro sembrava nascere una competizione nel mettere in pratica con precisione ciò che egli diceva per la guida e l’orientamento.

Fu proprio grazie a tali sforzi che il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, riuscì a fondare a Medina una società che, alla luce della storia, fu la più riuscita di tutte. Egli risolse i problemi di quella società in modo tale che coloro che si dibattevano nelle tenebre trovarono sollievo; attraverso un’istruzione elevata e ideali nobili, quella società riuscì a rimuovere ogni avversità del suo tempo e a cambiare il corso stesso della storia.

La stipula del patto con gli ebrei

Dopo l’Egira, il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, pose le basi di una nuova società tra i musulmani, fondata sulla comunanza di pensiero e di fede, sulla politica e sugli sforzi congiunti. In seguito, intraprese iniziative per stabilire rapporti con i non musulmani. Il Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, desiderava che tutte le persone vivessero nella felicità e nella pace e che gli abitanti di Medina e delle zone circostanti fossero sottoposti a una sana amministrazione. Attraverso la generosità e la giustizia, promulgò leggi senza precedenti nel mondo contemporaneo, dilaniato dai conflitti e dalle agitazioni.

Come già ricordato, gli abitanti delle vicinanze di Medina erano ebrei. Sebbene nutrissero segretamente ostilità verso i musulmani, non la manifestavano apertamente. Per questo il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, concluse con loro un patto. In base a tale patto, agli ebrei furono garantite la libertà di praticare la propria religione e la sicurezza delle loro persone e dei loro beni; non fu loro lasciata alcuna possibilità di intraprendere azioni politiche avventate.

Il patto con gli ebrei fu stipulato alla luce del patto reciproco tra i musulmani. Le clausole del patto erano le seguenti:

Uno. Gli ebrei dei Banu Awf, unendosi ai musulmani, saranno considerati un’unica umma. Ebrei e musulmani praticheranno ciascuno la propria religione; anche gli altri ebrei, oltre ai Banu Awf, godranno degli stessi diritti.

Due. Gli ebrei saranno responsabili di tutte le proprie spese, mentre i musulmani saranno separatamente responsabili delle proprie spese.

Tre. Contro chiunque combatta una delle parti vincolate da questo patto, tutti si uniranno per respingerlo.

Quarto. Tutti i partecipanti a questo patto si augureranno reciprocamente il bene; tuttavia, tale benevolenza e cooperazione dovranno fondarsi sulla giustizia, non sull’ingiustizia.

Quinto. Nessuno sarà ritenuto colpevole a causa del proprio alleato.

Sesto. Si presterà aiuto agli oppressi.

Settimo. Finché la guerra continuerà, anche gli ebrei sosterranno insieme ai musulmani le spese di guerra.

Ottavo. A Medina saranno vietati disordini, tumulti e spargimenti di sangue per tutti i partecipanti a questo patto.

Nono. Qualora sorgesse un nuovo problema o una controversia tra coloro che sono inclusi in questo patto, il Messaggero di Allah, pace e benedizioni di Allah su di lui, la dirimerà secondo la legge di Allah.

Decimo. Non sarà concesso asilo ai Quraysh né a coloro che li aiutano.

Undicesimo. Se qualcuno attaccherà Yathrib, tutte le parti si aiuteranno reciprocamente nel respingere l’attacco, e ciascuna parte sarà responsabile della difesa del proprio settore.

Sette. Attraverso questo patto non sarà dato asilo ad alcun oppressore o criminale (Ibn Hisham, vol. 1, pp. 503-504).

Dopo la stipula di questo patto, fu costituito uno Stato comprendente Medina e le zone circostanti. La capitale di tale Stato era Medina; il Messaggero, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, ne era il comandante supremo, mentre l’autorità principale era nelle mani dei musulmani. In questo modo Medina divenne il centro dello Stato islamico. In seguito, nell’interesse della pace e della stabilità, il Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, concluse accordi analoghi anche con altre tribù.

 

Conflitto armato

Le cospirazioni dei Quraysh contro i musulmani

In precedenza sono state illustrate le persecuzioni e le oppressioni inflitte dai miscredenti della Mecca ai musulmani. È stato inoltre menzionato il tipo di cospirazioni alle quali i miscredenti si dedicarono quando i musulmani cominciarono a emigrare. A causa di tali persecuzioni contro i musulmani, essi commisero persino il crimine di confiscare i beni e le ricchezze dei miscredenti. La loro stoltezza, invece di diminuire, continuava ad aumentare. Vedendo che i musulmani sfuggivano al loro controllo e avevano trovato un rifugio sicuro a Medina, la collera dei miscredenti crebbe ancora di più. A quel tempo Abdullah ibn Ubayy non aveva ancora assunto la veste dell’Islam. A Medina Abdullah ibn Ubayy era il capo degli Ansar. I politeisti della Mecca scrissero ad Abdullah una lettera minacciosa. In quel periodo Abdullah godeva a Medina di grande influenza e prestigio. Anzi, se il Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, non fosse andato a Medina, gli abitanti di Medina lo avrebbero accettato come loro re. Nella loro lettera minacciosa, i politeisti della Mecca scrissero ad Abdullah ibn Ubayy e ai loro alleati politeisti: «Avete dato asilo alla nostra gente; perciò giuriamo che dovrete combattere contro di lui oppure espellerlo da Medina. Se non lo farete, ci scaglieremo contro di voi con tutte le nostre forze, uccideremo gli uomini combattenti e violeremo l’onore delle vostre donne».[Abu Dawud, capitolo Khabrun Nazir]

Scambio di lettere con Abdullah ibn Ubayy

Non appena ricevette questa lettera, Abdullah ibn Ubayy si preparò a eseguire l’ordine dei politeisti della Mecca. Nel cuore di Abdullah ibn Ubayy era già sorta un’intensa avversione contro il Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace. Infatti, si era radicata in lui la convinzione che fosse stato proprio il Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, a sottrargli la corona di re di Medina. Subito dopo aver ricevuto la lettera dei politeisti della Mecca, Abdullah ibn Ubayy e i suoi sostenitori di Medina si prepararono a combattere contro il Nobile Messaggero. Avendo appreso la notizia, il Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, si recò da Abdullah e gli disse: «Sembra che tu sia stato fortemente influenzato dalle minacce dei Quraysh. Ascolta: i Quraysh della Mecca non potranno causarvi un danno maggiore di quello che voi stessi state per infliggervi. Volete forse combattere voi stessi contro i vostri figli e i vostri fratelli?». Dopo aver ascoltato queste parole del Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, i sostenitori di Abdullah, che si erano preparati alla guerra, si dispersero. [Abu Dawud, capitolo Khabrun Nazir]

Poiché i suoi sostenitori e collaboratori si erano dispersi, Abdullah ibn Ubayy desistette dalla guerra per il momento. Tuttavia, mantenne i contatti con i Quraysh. Infatti, quel malvagio non lasciava sfuggire alcuna occasione per coinvolgersi in qualunque conflitto tra musulmani e miscredenti. Inoltre, manteneva i contatti anche con gli ebrei per acquisire la forza necessaria a opporsi ai musulmani, affinché gli ebrei lo aiutassero quando ce ne fosse stato bisogno. Ma il Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, spegneva ripetutamente il fuoco dell’agitazione e del disordine con strategie ispirate da Dio [Sahih Bukhari, vol. 2, pp. 655, 656, 916, 924].

Proclamazione della chiusura della Moschea Sacra ai musulmani

In seguito, Hazrat Saʿd ibn Muʿādh (che Allah sia soddisfatto di lui) si recò alla Mecca per compiere lʿUmra e fu ospite di Umayya ibn Khalaf. Hazrat Saʿd (che Allah sia soddisfatto di lui) non aveva ancora abbracciato lʿIslam. Disse a Umayya: «Vorrei fare il tawāf della Kaʿba in un luogo un po’ appartato». A mezzogiorno Umayya uscì insieme a Hazrat Saʿd. Durante il tawāf incontrarono Abū Jahl. Vedendo Hazrat Saʿd compiere il tawāf con grande concentrazione, Abū Jahl disse a Umayya: «Abū Safwān, chi è quest’uomo che è venuto con te?». Umayya rispose: «È Saʿd ibn Muʿādh». Abū Jahl si rivolse direttamente a Hazrat Saʿd e disse: «Vedo che stai compiendo il tawāf con grande devozione. Eppure voi date rifugio agli infedeli e avete persino espresso l’intenzione di aiutarli e sostenerli. Per Dio, se tu non fossi ospite di Abū Safwān, non ti sarebbe permesso tornare sano e salvo a Medina». Udendo ciò, Hazrat Saʿd (che Allah sia soddisfatto di lui) disse ad alta voce: «Ascolta: se cerchi di impedirmi di compiere il tawāf, io non permetterò alle tue carovane commerciali di passare vicino a Medina. E questo per te sarà una questione molto grave» [Bukhārī, Kitāb al-Maghāzī, vol. 2, p. 563].

Le minacce dei Quraysh agli emigrati

I Quraysh fecero sapere ai musulmani: «Non pensate di poter vivere al sicuro dopo essere partiti dalla Mecca. Al contrario, una volta giunti a Medina, vi rovineremo completamente» [Rahmatul lil-ʿĀlamīn, vol. 1, p. 116].

Non si trattava soltanto di una minaccia. Il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, venne informato da varie fonti delle cospirazioni e delle cattive intenzioni dei Quraysh. Perciò talvolta trascorreva l’intera notte sveglio, mentre altre volte passava la notte sotto la protezione dei nobili Compagni. Nel Sahīh di Bukhārī è narrato da Hazrat ʿĀʾisha (che Allah sia soddisfatto di lei) che, una sera dopo l’arrivo a Medina, il Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, disse: «Sarebbe bene se uno dei miei Compagni virtuosi montasse la guardia qui per me». Non appena ebbe pronunciato queste parole, si udì il tintinnio delle armi. Il Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, chiese: «Chi è là?». Giunse la risposta: «Saʿd ibn Abī Waqqās». Egli chiese: «Perché sei venuto?». L’uomo rispose: «O Messaggero di Allah, poiché mi è sorto improvvisamente un dubbio riguardo alla tua sicurezza, sono venuto a montare la guardia per proteggerti». Udendo ciò, il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, pregò per lui e si mise a dormire [Muslim, vol. 2, capitolo sulle virtù di Saʿd ibn Abī Waqqās; Bukhārī, vol. 1, p. 404].

Va ricordato che la sorveglianza non era stata predisposta soltanto per alcune notti specifiche; era stata mantenuta in modo continuativo. È narrato da Hazrat ʿĀʾisha (che Allah sia soddisfatto di lei) che durante la notte veniva predisposta una guardia per il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace. Poi fu rivelato il seguente versetto del Sacro Corano: «Allah ti proteggerà dagli uomini». Dopo la rivelazione di questo versetto, l’amato Profeta si affacciò alla finestra e disse: «O gente, tornate indietro; Allah mi ha garantito la sicurezza» [Jāmiʿ al-Tirmidhī, Abwāb al-Tafsīr, vol. 2, p. 130].

Il timore dell’insicurezza non riguardava soltanto il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace; riguardava tutti i musulmani. È narrato da Hazrat Ubayy ibn Kaʿb (che Allah sia soddisfatto di lui) che, dopo l’arrivo a Medina del Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, e dei suoi Compagni, gli Ansār offrirono loro protezione. Per questo tutta l’Arabia si infuriò contro di loro. Di conseguenza, gli Ansār di Medina non trascorrevano mai la notte senza armi e anche al mattino avevano le armi con sé.

Il permesso di combattere

L’insicurezza proveniente dai non musulmani costituiva una grave minaccia per l’esistenza dei musulmani di Medina. In altre parole, rappresentava una grande sfida per la loro sopravvivenza. Di conseguenza, i musulmani compresero chiaramente che i Quraysh non avrebbero rinunciato al loro proposito di nuocere ai musulmani. Fu allora che Allah, il Signore dei mondi, concesse ai musulmani il permesso di combattere. Tuttavia, questa guerra non fu definita obbligatoria. In quel periodo Allah l’Altissimo rivelò il seguente versetto del Corano: «È concesso combattere a coloro contro i quali viene combattuto, poiché sono stati oppressi. In verità, Allah è capace di aiutarli».

In seguito, alla luce di questo versetto, furono rivelati altri versetti. In essi veniva chiarito che il permesso di combattere non era stato concesso semplicemente per combattere; il suo scopo era estirpare le radici della falsità e instaurare la verità e la giustizia. Allah l’Altissimo, infatti, dice: «Se concediamo loro autorità sulla terra, essi compiono la preghiera, versano la zakat, ordinano il bene e proibiscono il male. Ad Allah appartiene l’esito di tutte le cose». (Sura al-Hajj, versetto 81)

Questo permesso fu rivelato a Medina dopo l’Egira, non alla Mecca. Tuttavia, è difficile stabilire il momento esatto della rivelazione.

Il permesso di combattere era stato concesso, ma la situazione era favorevole ai Quraysh politeisti. Per questo si rese necessario che i musulmani adottassero alcune strategie. I musulmani estesero i confini del proprio controllo fino alle carovane commerciali dei Quraysh. Tale confine comprendeva la strada tra la Mecca e la Siria. Il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, elaborò due piani per estendere i confini del controllo musulmano.

1) Concludere patti di non aggressione con le tribù stanziate lungo la strada percorsa dalle carovane commerciali che viaggiavano dalla Mecca verso la Siria e Medina.

2) Inviare carovane di pattuglia lungo quella strada.

Alla luce del primo piano, è importante ricordare che tra i patti già menzionati, conclusi in precedenza con gli ebrei, si cita anche la conclusione di un analogo patto di non aggressione con la tribù di Juhayna. Questa tribù viveva a tre manzil, cioè a 51 miglia, da Medina. Il Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, concluse inoltre patti con diverse altre tribù. Si parlerà di tali patti a tempo debito.

Il secondo piano proposto dal Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, riguardava la guerra; tutti gli argomenti relativi saranno trattati a tempo debito.

Sarīyya e Ghazwa [Secondo la terminologia degli autori della Sīra, si definiscono sarīyya quelle spedizioni militari alle quali il Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) non partecipò personalmente, che vi fosse o meno una battaglia. Per contro, ghazwa indica quelle spedizioni militari alle quali il Profeta (pace e benedizioni su di lui) partecipò personalmente, che vi fosse o meno una battaglia.]

Dopo che i versetti del Sublime Corano autorizzarono la guerra, ebbero inizio le spedizioni successive dei musulmani per attuare entrambi i piani sopra menzionati. Pattuglie armate continuarono a sorvegliare il territorio. Lo scopo era osservare la situazione, in generale sulle strade intorno a Medina e, in particolare, su quelle intorno alla Mecca. Allo stesso tempo, si dovevano concludere trattati di non aggressione con le tribù stanziate nei pressi di quelle strade. In tal modo sarebbe stato possibile instillare nella mente dei politeisti, degli ebrei e dei beduini dei dintorni di Medina la convinzione che i musulmani fossero ormai sufficientemente forti e avessero superato la debolezza e l’impotenza del passato. Inoltre, sarebbe stato possibile intimorirli riguardo all’audace arroganza dei Quraysh. Si sarebbe potuto far loro comprendere che le conseguenze dei pensieri e dell’ira da essi manifestati sarebbero state terribili. Vedendo la propria economia minacciata nel pantano dell’insensatezza in cui si stavano rotolando, sarebbero stati inclini alla tregua e alla conciliazione. Si sarebbero astenuti dai propositi che coltivavano segretamente: entrare nelle case dei musulmani e annientarli, ostacolare il cammino di Allah e opprimere i musulmani deboli. Di conseguenza, i musulmani avrebbero potuto svolgere con piena libertà l’opera di invito al tawḥīd nella Penisola Arabica.

Di seguito viene fornita una breve esposizione di queste sarīyya e ghazwa:

1) La sarīyya di Sīful Baḥr [Sīful Baḥr significa «spiaggia del mare»]

Il mese di Ramaḍān del primo anno dell’Egira, corrispondente al marzo del 623 d.C.

Il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) nominò Ḥamza ibn ʿAbd al-Muṭṭalib (che Allah sia soddisfatto di lui) comandante di questa spedizione. Nella pianura di Rābiġ, i compagni di Abū Sufyān erano duecento. Entrambe le parti si scagliarono frecce a vicenda, ma l’incidente non sfociò in una battaglia [Raḥmatul lil-ʿĀlamīn].

Durante questa sarīyya, due uomini tra la gente della Mecca si unirono ai musulmani. Uno di loro era Miqdād ibn ʿAmr al-Baḥrānī e l’altro ʿUtba ibn Ghazwān al-Māzinī (che Allah sia soddisfatto di lui). Entrambi avevano abbracciato segretamente l’Islam. Si erano uniti ai politeisti con l’intenzione di passare dalla parte dei musulmani qualora li avessero incontrati lungo il cammino.

2) La sarīyya di Kharrār [nome di un luogo vicino a Yaḥfar]

Mese di Dhu al-Qa’da del primo anno dell’Egira, corrispondente al maggio del 623.

Il Messaggero, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, nominò Hazrat Sa’d ibn Abi Waqqas comandante e inviò sotto il suo comando venti musulmani devoti alla ricerca di una carovana degli infedeli. La carovana partì a piedi. Viaggiavano di notte e si nascondevano durante il giorno. La mattina del quinto giorno, giunti a Kharrar, ricevettero la notizia che la carovana commerciale dei Quraysh aveva lasciato Kharrar il giorno precedente.

La sua bandiera era bianca e la portava Hazrat Miqdad ibn Amr, che Allah si compiaccia di lui.

3) La spedizione di Abwa [Oddan è il nome di un luogo situato tra Mecca e Medina. Questo luogo si trova a 29 miglia da Rabigh, lungo la strada per Oddan. Abwa è un altro luogo vicino a Oddan]

Safar del secondo anno dell’Egira, corrispondente all’agosto del 623.

In questa spedizione il Messaggero, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, partì accompagnato da settanta Muhajirun. In quel periodo il Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, nominò Hazrat Sa’d ibn Ubadah, che Allah si compiaccia di lui, suo rappresentante a Medina. Lo scopo di questa spedizione era bloccare il passaggio di una carovana commerciale dei Quraysh. Il Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, giunse fino a Oddan. Tuttavia, non si verificò alcun incidente spiacevole.

Alla vigilia di questa spedizione, il Messaggero, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, concluse un trattato di alleanza con Amr ibn Makhshi al-Jumayri, capo della tribù dei Banu Damra. Il testo del trattato era il seguente: «Questo è ciò che Muhammad, Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, ha scritto per i Banu Damra: essi saranno al sicuro per quanto riguarda le loro vite e i loro beni. Se qualcuno li attaccherà, saranno aiutati contro tale attacco. Tuttavia, se essi inizieranno una guerra contro la religione di Allah, questo patto non sarà rispettato. Finché il mare bagnerà la sua riva, la validità di questo trattato rimarrà intatta. Quando il Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, li chiamerà in suo aiuto, essi dovranno accorrere». [Al-Mawahib al-Ladunniyya, vol. 1, p. 75]

Questa fu la prima spedizione militare alla quale partecipò il Messaggero, che Allah lo benedica e gli conceda la pace. Dopo aver trascorso quindici giorni fuori Medina, fecero ritorno.

Quattro) Ghazwa di Buwat

Rabi al-awwal del secondo anno dell’Egira, corrispondente a settembre del 623.

In questa spedizione, il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, partì con duecento Compagni. Lo scopo della spedizione era inseguire la carovana commerciale dei Quraysh. In quella carovana vi erano cento uomini dei Quraysh, tra cui Umayya ibn Khalaf, e duemilacinquecento cammelli. Il Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, giunse fino a un luogo chiamato Buwat, situato nella zona di Ghazwa (Buwat e Ridhwi sono due montagne della regione montuosa di Junayna; in realtà sono due diramazioni montuose. Si trovano sulla strada da Mecca verso la Siria, a 48 miglia da Medina). Tuttavia, non si verificò alcun incidente spiacevole. In questa spedizione, la bandiera era bianca e fu portata da Sa‘d ibn Abi Waqqas, che Allah sia soddisfatto di lui.

Alla vigilia di questa spedizione, Sa‘d ibn Mu‘adh, che Allah sia soddisfatto di lui, fu nominato governatore di Medina.

Cinque) Ghazwa di Safwan

Rabi al-awwal del secondo anno dell’Egira, corrispondente a settembre del 623.

La ragione di questa spedizione fu che un gruppo di persone, guidato da un politeista di nome Kurz ibn Jabir al-Fihri, attaccò i pascoli di Medina e rapì alcuni capi di bestiame. Il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, inseguì i predoni accompagnato da settanta Compagni. Tuttavia, Kurz e i suoi compagni non furono trovati. Essi tornarono senza alcuno scontro. Alcuni chiamano questa spedizione la prima battaglia di Badr. La bandiera era bianca. Fu portata da ‘Ali, che Allah sia soddisfatto di lui.

Durante questa spedizione, Zayd ibn Haritha, che Allah sia soddisfatto di lui, fu nominato governatore di Medina.

Sei) La spedizione di Dhu al-ʿUshayra

Jumada al-awwal e Jumada al-thani del secondo anno dell’Egira, corrispondenti a novembre e dicembre del 623

In questa spedizione erano con il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, da centocinquanta a duecento Muhajirun. Nessuno fu costretto a parteciparvi. Per le cavalcature vi erano soltanto trenta cammelli, sui quali tutti si alternavano. La spedizione fu intrapresa per inseguire una carovana di politeisti che era partita dalla Mecca in direzione della Siria. La carovana trasportava ingenti beni dei Quraysh. Il Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, la inseguì fino al luogo chiamato Dhu al-ʿUshayra [ʿUshayra è il nome di un luogo vicino a Yanbuʿ], ma gli idolatri erano partiti alcuni giorni prima. Quando la stessa carovana tornò dalla Siria, il Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, tentò di catturarla; tuttavia, essa riuscì a fuggire alla Mecca. In seguito a questo episodio ebbe luogo la battaglia di Badr.

Anche in questa spedizione la bandiera era bianca. A portarla fu Hamza, che Allah si compiaccia di lui.

Secondo Ibn Ishaq, in questa spedizione il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, partì verso la fine di Jumada al-awwal e fece ritorno durante Jumada al-thani. Per questo gli autori della Sira sono in disaccordo sulla data esatta di questa spedizione.

Durante questa spedizione il Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, concluse un patto di non aggressione con i Banu Mudlij e con i loro alleati, i Banu Damra.

Durante questa spedizione del Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, Abu Salama ibn Abd al-Asad al-Makhzumi, che Allah si compiaccia di lui, fu incaricato dell’amministrazione di Medina.

Sette) La spedizione di Nakhla

Rajab del secondo anno dell’Egira, corrispondente al gennaio del 624

In questa spedizione, il Messaggero, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, inviò un gruppo di dodici emigrati sotto il comando di ʿAbdullah ibn Jahsh, che Allah sia soddisfatto di lui. C’era un cammello ogni due soldati. Il Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, consegnò una lettera al comandante e gli disse di leggerla dopo aver completato due giorni di viaggio. Trascorsi i due giorni, ʿAbdullah ibn Jahsh, che Allah sia soddisfatto di lui, aprì la lettera e la lesse. Vi era scritto: «Dopo aver letto questa mia lettera, scenderete a Nakhlah, situata tra Mecca e Ta’if, e vi apposterete in attesa di una carovana dei Quraysh. Inoltre, informatemi sulle notizie».

ʿAbdullah, che Allah sia soddisfatto di lui, informò i Compagni che lo accompagnavano del contenuto della lettera e disse: «Non costringo né obbligo nessuno. Chi desidera il martirio può venire. Anche se dovessi rimanere solo, continuerò ad avanzare».

Dopo aver ascoltato le parole di ʿAbdullah ibn Jahsh, che Allah sia soddisfatto di lui, partirono in direzione di Nakhlah. Durante il viaggio, il cammello di Saʿd ibn Abi Waqqas, che Allah sia soddisfatto di lui, e di ʿUtbah ibn Ghazwan, che Allah sia soddisfatto di lui, scomparve. I due Compagni viaggiavano a turno sul dorso di quel cammello. A causa della sua perdita, entrambi rimasero indietro.

Dopo aver percorso una lunga distanza, ʿAbdullah ibn Jahsh, che Allah sia soddisfatto di lui, giunse a Nakhlah. Una volta arrivato, venne a sapere che una carovana commerciale dei Quraysh era passata per quella strada. La carovana trasportava uva passa, pelli e altre merci. Vi si trovavano ʿUthman e Nawfal, i due figli di ʿAbdullah ibn al-Mughirah, nonché ʿAmr ibn al-Hadrami, liberto di al-Mughirah, e Hakim ibn Kaysan. I musulmani si consultarono sul da farsi. Quel giorno era l’ultimo giorno del mese di Rajab. Rajab è uno dei mesi sacri, nei quali la guerra è vietata. Se avessero combattuto, avrebbero profanato un mese sacro. D’altra parte, se non avessero attaccato, quella carovana dei Quraysh sarebbe entrata nei confini di Medina. Dopo essersi consultati, decisero di attaccare. I Compagni seguirono la carovana commerciale dei Quraysh e scagliarono una freccia contro ʿAmr ibn al-Hadrami. Egli cadde a terra e morì. Gli altri catturarono ʿUthman e Hakim. Nawfal fuggì e non fu possibile catturarlo. In seguito, i Compagni giunsero a Medina portando con sé i due prigionieri e le merci. Tra i beni ottenuti, i Compagni prelevarono un quinto come bottino. [Così hanno riferito gli autori delle biografie. La difficoltà, tuttavia, sta nel fatto che il comandamento del Sacro Corano relativo all’acquisizione di un quinto dei beni conquistati in guerra come bottino fu rivelato al tempo della battaglia di Badr. Dalla lettura del contesto della rivelazione di quel versetto si comprende che, prima di tale comandamento, i musulmani non erano a conoscenza delle disposizioni riguardanti il bottino.] Questo fu il primo bottino, il primo ucciso e il primo prigioniero nella storia dell’Islam. Dopo aver ascoltato ogni cosa, il Messaggero, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, disse: «Io non vi avevo ordinato di combattere in un mese sacro». Non permise alcun abuso riguardo alle merci sequestrate e ai prigionieri.

In seguito a questo episodio, i non musulmani ebbero l’opportunità di diffondere la propaganda secondo cui i musulmani avevano reso lecito ciò che Allah aveva dichiarato sacro, cioè il mese sacro. A questo proposito furono diffuse calunnie di ogni genere. Alla fine Allah l’Altissimo rivelò un versetto, dicendo: «Le attività dei politeisti sono molto più colpevoli e riprovevoli delle azioni dei musulmani».

Allah l’Altissimo dice: «Ti chiedono di combattere nel mese sacro. Di’: “Combattere in esso è una grave ingiustizia. Ma impedire il cammino di Allah, rinnegare Allah, impedire l’accesso alla Moschea Sacra ed espellerne gli abitanti sono, presso Allah, ingiustizie ancora più gravi. La persecuzione è più grave dell’uccisione”». (Sura al-Baqara, versetto 217)

Attraverso questa rivelazione è diventato chiaro che le critiche dei miscredenti contro i musulmani sono prive di fondamento. Infatti, con la loro lotta contro l’Islam e le persecuzioni e le ingiustizie inflitte ai musulmani, i politeisti avevano violato ogni divieto. Quando furono confiscati i beni dei musulmani emigrati e fu ordito un piano per uccidere il Messaggero, si era forse tenuto conto della sacralità di Mecca, cioè dell’inviolabilità della città? Queste cospirazioni si erano forse svolte in qualche luogo fuori Mecca? Se così non era, perché all’improvviso si faceva tanto clamore sulla sacralità di Mecca? In realtà, la tempesta della propaganda dei politeisti scaturiva da una manifesta spudoratezza e da un’impudenza apertamente ostentata.

In seguito alla rivelazione di questo versetto, il Messaggero liberò entrambi i prigionieri e pagò anche il risarcimento per l’uccisione dell’uomo morto. [Le opere dalle quali sono state raccolte le informazioni sulle suddette ghazwa e sariyya sono: Zād al-Maʿād, vol. 2, pp. 83-85; Ibn Hishām, vol. 1, pp. 591-605; Rahmatul lil-ʿĀlamīn, vol. 1, pp. 115-116, vol. 2, pp. 215-216, 468-470.]

Nelle opere summenzionate si riscontrano alcune divergenze. Ho adottato l’analisi dell’Allāma Ibn Qayyim e dell’Allāma Mansurpuri.]

Sono state illustrate le ghazwa e le sariyya avvenute prima della battaglia di Badr. In tutti questi episodi non si verificarono saccheggi, uccisioni o devastazioni. Tuttavia, il primo attacco fu sferrato dai politeisti. Esso fu condotto sotto la guida di Kurz ibn Jābir al-Fihrī. Anche in precedenza i politeisti avevano commesso ogni sorta di abuso.

D’altra parte, dopo la sariyya condotta sotto la guida di ʿAbd Allāh ibn Jahsh, i politeisti furono presi dal panico: finirono proprio nella rete nella quale temevano da tempo di rimanere intrappolati. Avevano capito che la leadership di Medina era estremamente vigile e dotata di coscienza, e che da Medina teneva sotto controllo le attività commerciali dei Quraysh. Se avessero voluto, i musulmani avrebbero potuto attraversare la distanza di trecento miglia, penetrare nei loro territori e fare ciò che desideravano. Uccisioni, saccheggi e ogni altra cosa erano alla loro portata. E, dopo aver fatto tutto questo, avrebbero potuto tornare sani e salvi a Medina. I politeisti avevano compreso che il commercio con la Siria era esposto a un nuovo pericolo. Ma, pur sapendo e comprendendo tutto, non desistettero dalla loro stoltezza. Invece di stipulare accordi e trattati di non aggressione, come quelli con Juhayna e Banū J বাংলাra, scelsero di manifestare la loro ira. Si misero all’opera per realizzare la minaccia di entrare nelle case dei musulmani e annientarli. Fu proprio questa ira a radunarli nella piana di Badr.

Poco tempo dopo l’episodio della sariyya guidata da ʿAbd Allāh ibn Jahsh, Allah, il Signore dei mondi, rese obbligatorio il jihad per i musulmani nel mese di Shaʿbān del secondo anno dell’Egira. A questo proposito Allah l’Altissimo rivelò alcuni versetti. Ad esempio: «Combattete sulla via di Allah coloro che combattono contro di voi, ma non trasgredite. In verità, Allah non ama i trasgressori. Uccideteli ovunque li incontriate e scacciateli da dove vi hanno scacciati; la persecuzione è peggiore dell’uccisione. Non combatteteli presso la Moschea Sacra finché non vi avranno combattuto in essa. Se vi combattono, allora uccideteli: questa è la ricompensa dei miscredenti. Ma se desistono, allora Allah è perdonatore, misericordioso. Combatteteli finché non cessi la persecuzione e la religione appartenga interamente ad Allah. Se desistono, non vi sia ostilità se non contro gli ingiusti». (Sūra al-Baqara, versetti 190-193)

Quasi nello stesso periodo fu rivelato anche un altro gruppo di versetti dello stesso tenore, nei quali veniva spiegato il metodo di combattimento. Ad esempio: «Quando dunque incontrate in combattimento i miscredenti, colpiteli al collo. Quando poi li avrete completamente sottomessi, stringete bene i legami. In seguito, o grazia o riscatto. Continuate il jihad finché la guerra non deponga le armi. Questa è la norma. Se Allah avesse voluto, avrebbe potuto punirli direttamente, ma vuole mettervi alla prova gli uni per mezzo degli altri. Quanto a coloro che sono uccisi sulla via di Allah, Egli non vanificherà mai le loro opere. Li guiderà e migliorerà la loro condizione. Li farà entrare nel Paradiso che ha fatto loro conoscere. O credenti! Se aiuterete Allah, Egli aiuterà voi e renderà saldi i vostri passi». (Sūra Muhammad, versetti 4-7)

In seguito Allah l’Altissimo criticò coloro i cui cuori cominciano a tremare quando ascoltano l’ordine di combattere. Allah l’Altissimo dice: «Quando viene rivelata una sūra esplicita contenente un ordine di combattere, vedrai quelli che hanno una malattia nel cuore guardarti con lo sguardo di chi è sconvolto dalla paura della morte. Sciagura per loro». (Sūra Muhammad, versetto 20)

In realtà, rendere obbligatorio il jihad, esortare a compierlo e ordinare di prepararsi ad esso erano esigenze imposte dalle circostanze del momento. Per un comandante che osservasse attentamente la situazione di quel tempo, vale a dire che ne monitorasse gli sviluppi, era del tutto naturale ordinare una preparazione bellica completa. Perché Allah l’Onnipotente, che conosceva ogni cosa, manifesta e segreta, non avrebbe dovuto ordinare il jihad? La situazione dell’epoca richiedeva uno scontro sanguinoso tra il vero e il falso, cioè tra verità e menzogna, affinché la differenza tra verità e menzogna potesse manifestarsi con assoluta chiarezza. Il colpo inferto da ʿAbd Allāh ibn Jahsh fu come gettare olio sul fuoco dell’ira dei miscredenti.

Dai versetti del Corano si comprendeva che si stava avvicinando il momento di uno scontro sanguinoso. In questo scontro la vittoria sarebbe spettata ai musulmani. È significativo che Allah, l’Altissimo, ordinasse ai musulmani di scacciare i miscredenti dal luogo dal quale questi ultimi li avevano espulsi; inoltre, ordinò loro di catturare i prigionieri e annientare gli avversari, portando così la guerra a una conclusione. Fu anche affermato che i musulmani appartenevano a una comunità vittoriosa e prospera. Questa indicazione significava che, alla fine, i musulmani avrebbero riportato la vittoria. Il motivo per cui ciò fu espresso allusivamente era che coloro i quali erano eccessivamente desiderosi di combattere sulla via di Allah potessero dimostrare concretamente il proprio fervore.

In quel periodo, cioè nel mese di Shaʿbān del secondo anno dell’Egira, corrispondente al febbraio del 614 dell’Egira, Allah, l’Altissimo, ordinò ai musulmani di adottare la Kaʿba come qibla al posto di Bayt al-Maqdis e di rivolgersi verso la Kaʿba durante la preghiera. In seguito a questo cambiamento furono identificati gli ipocriti che si nascondevano tra i musulmani sotto mentite spoglie. Essi si separarono dai musulmani. In tal modo fu anche indicato ai traditori e agli infidi che da quel momento sarebbe iniziata una nuova epoca. I musulmani avrebbero riportato la propria qibla sotto il proprio controllo. Che la qibla rimanesse nelle mani del nemico sarebbe stato sorprendente; adoperarsi per liberarla sarebbe stato un dovere di fede dei musulmani.

Dopo tutte queste direttive e indicazioni del Sacro Corano, la consapevolezza della fede crebbe nei cuori dei musulmani. Essi furono animati dall’ispirazione del jihād fī sabīl Allāh e il loro desiderio di una battaglia decisiva contro i nemici crebbe molte volte.

La battaglia di Badr

La prima campagna militare decisiva dell’Islam

Nel descrivere la campagna militare intrapresa ad al-ʿUshayra, abbiamo ricordato che la carovana commerciale dei Quraysh, diretta dalla Mecca verso la Siria, sfuggì per un soffio alla campagna intrapresa dal Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace. Durante il viaggio di ritorno di quella stessa carovana dalla Siria alla Mecca, il Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, organizzò un’altra iniziativa. Talha ibn ʿUbayd Allāh e Saʿīd ibn Zayd, che Allah si compiaccia di loro, furono inviati verso nord per raccogliere informazioni sulla carovana. I due Compagni raggiunsero dapprima un luogo chiamato Hawrāʾ, vi si stabilirono e attesero il passaggio della carovana commerciale di Abū Sufyān. Non appena la carovana ebbe oltrepassato quel luogo, i due Compagni si precipitarono a Medina e informarono di ciò il nobile Messaggero, che Allah lo benedica e gli conceda la pace.

Questa carovana trasportava ingenti ricchezze degli abitanti della Mecca. Sul dorso di mille cammelli vi erano merci commerciali diverse per un valore di cinquantamila dīnār. Cinquantamila dīnār equivalevano al valore di circa duecentosessantadue chilogrammi e mezzo d’oro. A proteggere queste merci vi erano nella carovana soltanto quaranta uomini.

Per gli abitanti di Medina era un’occasione d’oro. Al contrario, la perdita di queste merci avrebbe rappresentato per gli abitanti della Mecca un’enorme rovina sul piano militare, politico ed economico. Perciò il Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, annunciò ai musulmani di Medina che la carovana commerciale dei Quraysh stava arrivando con grandi ricchezze. «Partite per intercettare questa carovana. È possibile che Allah, l’Altissimo, vi conceda tutti i suoi beni come bottino di guerra».

Sebbene fosse stata diffusa la proclamazione, non era obbligatorio parteciparvi. La questione era stata lasciata all’entusiasmo, all’incoraggiamento e all’interesse personale. Al momento della proclamazione, infatti, non si poteva immaginare che, invece di un attacco alla carovana, si sarebbe verificato uno scontro sanguinoso con i Quraysh nella piana di Badr. Non avendo questa prospettiva, numerosi Compagni rimasero a Medina. Pensavano che la spedizione del Messaggero, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, sarebbe stata simile alle spedizioni precedenti. Per queste ragioni, coloro che non avevano partecipato a questa battaglia non furono neppure criticati.

Numero e responsabilità dell’esercito islamico

Quando il Messaggero, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, partì alla volta di Badr, con lui vi erano poco più di trecento Compagni. Secondo alcuni erano 313, secondo altri 314 e secondo altri ancora 317. Tra loro, 82 — secondo un’altra opinione 83, e secondo un’altra ancora 86 — erano Muhājirūn; tutti gli altri erano Anṣār. Tra gli Anṣār, 61 appartenevano alla tribù degli Aws e 70 a quella dei Khazraj. Essi non avevano nemmeno predisposto un equipaggiamento particolare per la guerra. In tutto l’esercito c’erano soltanto due cavalli: uno apparteneva a Zubayr ibn al-ʿAwwām, che Allah sia soddisfatto di lui, e l’altro a Miqdād ibn Aswad al-Kindī, che Allah sia soddisfatto di lui. Vi erano settanta cammelli, e su ciascuno di essi cavalcavano a turno due o tre uomini.

Su uno dei cammelli cavalcavano a turno il Messaggero di Dio, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, ʿAlī, che Allah sia soddisfatto di lui, e Marthad ibn Abū Marthad al-Ghanawī, che Allah sia soddisfatto di lui.

In un primo momento, l’amministrazione di Medina e la guida della preghiera furono affidate a ʿAbd Allāh ibn Umm Maktūm, che Allah sia soddisfatto di lui. Tuttavia, quando il Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, giunse in un luogo chiamato Rawḥā, inviò Abū Lubāba ʿAbd al-Mundhir, che Allah sia soddisfatto di lui, come amministratore di Medina. L’esercito fu schierato in modo tale che un gruppo era formato dai Muhājirūn e l’altro dagli Anṣār. La bandiera dei Muhājirūn era portata da ʿAlī ibn Abī Ṭālib, che Allah sia soddisfatto di lui, mentre quella degli Anṣār era portata da Saʿd ibn Muʿādh, che Allah sia soddisfatto di lui. La bandiera comune dei due gruppi era bianca. L’incarico di portarla fu affidato a Muṣʿab ibn ʿUmayr al-ʿAbdī, che Allah sia soddisfatto di lui. I comandanti erano Zubayr ibn al-ʿAwwām, che Allah sia soddisfatto di lui, sull’ala destra, e Miqdād ibn ʿAmr, che Allah sia soddisfatto di lui, sull’ala sinistra. In tutto l’esercito, questi due erano i più esperti nell’arte della guerra. Anche Qays ibn Abī Saʿṣaʿa, che Allah sia soddisfatto di lui, fu nominato uno dei comandanti principali. Il comando supremo dell’esercito fu assunto personalmente dal Messaggero, che Allah lo benedica e gli conceda la pace.

Marcia verso Badr

Il Messaggero di Dio, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, condusse questo esercito incompleto da Medina lungo la strada principale diretta alla Mecca, fino a raggiungere Biʾr Rawḥā (il pozzo di Rawḥā). Dopo aver avanzato ancora per un tratto, lasciò la strada della Mecca sulla sinistra e proseguì lungo quella sulla destra. Seguendo questo percorso, attraversò dapprima la località di Nāziya e poi la valle di Raḥqān. In seguito, percorrendo la strada sterrata di Ṣafrāʾ, giunse infine nella piana di Darrāh. Dopo essere arrivato a Ṣafr, inviò nella piana di Badr due uomini della tribù locale dei Juhayna per raccogliere informazioni sulla carovana dei Quraysh. Erano Bāshish ibn ʿAmr e ʿAdī ibn Abī al-Zaghbā.

Invio alla Mecca della notizia della situazione pericolosa

A capo della carovana commerciale dei Quraysh vi era Abu Sufyan. Procedeva con estrema cautela. Sapeva che la strada per la Mecca era pericolosa. Per questo si informava presso ogni carovana sulle condizioni del percorso. Lungo la strada, Abu Sufyan venne a sapere che a Medina Muhammad, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, aveva esortato ad attaccare la carovana dei Quraysh. Non appena ricevette questa notizia, Abu Sufyan inviò alla Mecca, dietro un lauto compenso, Zamzam ibn ʿAmr al-Ghifari. Giunto alla Mecca, questi incitò gli abitanti a proteggere la carovana commerciale. Zamzam raggiunse la Mecca a grande velocità e, secondo l’usanza degli Arabi, salì sul dorso di un cammello, si strappò le vesti e annunciò urlando la notizia urgente. Disse: «O Quraysh, ascoltate! La carovana, la carovana! Muhammad e i suoi compagni si stanno preparando ad attaccare tutte le merci che avete affidato ad Abu Sufyan. Credo che riuscirete a raggiungerli. Aiuto! Aiuto! Aiuto!»

I preparativi degli abitanti della Mecca per la guerra

Udita la notizia del pericolo, i notabili della Mecca accorsero da ogni parte. Dicevano: «Forse Muhammad ha pensato che la carovana di Abu Sufyan sia come quella di Ibn al-Hadrami. Ma non è affatto così. Dobbiamo fargli capire che la nostra situazione è diversa». Tutti gli uomini capaci della Mecca si prepararono alla guerra. Alcuni si prepararono personalmente, mentre altri inviarono qualcuno al proprio posto. Tra i notabili della Mecca, nessuno, eccetto Abu Lahab, rimase escluso dai preparativi per partecipare a questa guerra. Abu Lahab inviò al proprio posto un uomo che gli era debitore. I Quraysh arruolarono nell’esercito anche i giovani delle varie tribù vicine. Tra le tribù dei Quraysh, nessuna rimase indietro, eccetto i Banu ʿAdi. Nessuno della tribù dei Banu ʿAdi partecipò a questa guerra.

Il numero degli uomini dell’esercito nemico

Inizialmente l’esercito della Mecca contava milletrecento uomini. Disponeva di cento cavalli e seicento armature. I cammelli erano numerosi, ma non fu possibile stabilirne il numero esatto.

Il comandante dell’esercito era Abu Jahl ibn Hisham. Nove notabili dei Quraysh assunsero la responsabilità dell’approvvigionamento alimentare: un giorno venivano macellati nove cammelli, il giorno successivo dieci, e così via.

Quando l’esercito della Mecca stava per partire, i Quraysh ricordarono improvvisamente che erano in inimicizia e in guerra con la tribù dei Banu Bakr. Questi avrebbero potuto attaccarli alle spalle. In tal modo sarebbero rimasti stretti tra due fuochi! In seguito alla discussione e all’esame della questione, la spedizione militare dei Quraysh rischiò di essere sospesa. Proprio allora il maledetto Iblis apparve assumendo l’aspetto di Suraqah ibn Malik ibn Jushum al-Mudlaji, capo della tribù dei Banu Kinana, e disse ai capi dei Quraysh: «Io sono vostro alleato. Vi garantisco che i Banu Kinana non faranno nulla di sconveniente durante la vostra assenza».

L’avanzata dei nemici

L’esercito della Mecca si mise quindi in marcia. Come avanzava? Allah l’Onnipotente dice che procedeva con arroganza, mostrando la propria magnificenza alla gente e allontanandola dalla via di Allah. Il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, disse: «Partirono portando le proprie armi, ostili ad Allah e scontenti del Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace». Erano impazienti e accecati dall’ira per la vendetta. Digrignando i denti, dicevano: «Come hanno osato Muhammad e i suoi Compagni alzare gli occhi sulla carovana commerciale della Mecca?»

In breve, avanzavano a grande velocità verso nord, cioè in direzione della piana di Badr. Dopo aver attraversato le pianure di Usfān e Qudayd, giunsero in un luogo chiamato Juhfah. Lì ricevettero un nuovo messaggio inviato da Abū Sufyān: «Eravate partiti per proteggere la carovana e i vostri beni; poiché Allah ha protetto ogni cosa, non c’è più bisogno di voi. Tornate indietro».

La scomparsa della carovana commerciale

Mentre conduceva la carovana commerciale, Abū Sufyān procedeva con grande cautela. Raccoglieva informazioni da ogni parte e teneva sotto controllo la situazione. Dopo essersi avvicinato alla piana di Badr, incontrò Majdī ibn ʿAmr e gli chiese informazioni sull’esercito di Medina. Majdī rispose: «Non ho notato nulla di particolare, ma ho visto due uomini. Hanno fatto inginocchiare i loro cammelli vicino a una collina e poi, dopo aver attinto acqua dal pozzo, se ne sono andati». Abū Sufyān si avvicinò, esaminò gli escrementi lasciati dai cammelli e ne osservò i noccioli di dattero, quindi disse: «Senza dubbio questi datteri provengono da Yathrib». Subito dopo corse dalla sua carovana e cominciò a dirigersi verso ovest, seguendo la costa. La strada principale che conduceva alla piana di Badr rimase alla sua sinistra. In questo modo Abū Sufyān salvò la sua carovana commerciale dal cadere nelle mani dell’esercito di Medina. Mentre si dirigeva verso la Mecca lungo una via sicura, inviò ai soldati giunti dalla Mecca il messaggio: «Tornate indietro. Non c’è alcun pericolo che la carovana commerciale venga attaccata; io sto tornando sano e salvo alla Mecca».

Disunione e divergenze nell’esercito nemico

Ricevuta questa notizia, i soldati comuni della Mecca si preparavano a tornare indietro. Ma Abū Jahl si oppose. Con estrema arroganza disse: «Per Dio, non torneremo indietro prima di essere giunti nella piana di Badr e di avervi soggiornato per tre giorni. In questo periodo macelleremo cammelli, inviteremo la gente a banchettare, berremo vino e le schiave canteranno per il nostro divertimento. Così la notizia del nostro viaggio si diffonderà in tutta l’Arabia e il racconto della nostra spedizione rimarrà per sempre vivo nella memoria di tutti». Un eminente capo di nome Akhnās ibn Shurayq disse ad Abū Jahl: «Torniamo alla Mecca». Ma Abū Jahl non prestò ascolto alle sue parole. Akhnās, non riuscendo a convincerlo, tornò alla Mecca con trecento soldati suoi seguaci e con gli uomini della tribù dei Banū Zuhrah. Nessun membro dei Banū Zuhrah prese parte alla battaglia di Badr. In seguito, la tribù dei Banū Zuhrah lodò l’intelligenza e la saggezza di Akhnās ibn Shurayq, e il suo prestigio si consolidò stabilmente presso quella tribù.

Dopo che gli uomini della tribù dei Banū Zuhrah furono tornati indietro, Abū Jahl, della tribù dei Banū Hāshim, disse con voce adirata: «Nessun altro potrà tornare indietro finché non lo faremo noi».

Dopo il ritorno degli uomini della tribù dei Banū Zuhrah, con Abū Jahl rimasero mille uomini. Si misero in marcia verso la piana di Badr. Giunti nella piana di Badr, piantarono le tende dietro una collina. Questa collina si trova a sud di Badr.

Una situazione delicata per l’esercito musulmano

Quando furono informati, tramite il messaggero di Medina, degli ultimi sviluppi, il Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, e i suoi compagni stavano attraversando la pianura di Zafran. Dopo aver ricevuto informazioni dettagliate sui Quraysh, comprese con lungimiranza che uno scontro sanguinoso con loro era ormai inevitabile. Pertanto, ora bisognava avanzare con coraggio. Infatti, se l’esercito della Mecca fosse stato lasciato senza sfida, alla fine l’arroganza dei Quraysh sarebbe aumentata e la loro vittoria sarebbe stata celebrata sulla bocca di tutti. Ciò avrebbe accresciuto notevolmente il loro prestigio politico. Al contrario, la voce dei musulmani si sarebbe indebolita e l’Islam sarebbe diventato privo di vita e di forza. I nemici dell’Islam e coloro che non avevano avuto l’opportunità di conoscerlo e comprenderlo adeguatamente avrebbero nutrito odio verso di esso e, alla fine, si sarebbero schierati contro l’Islam.

Inoltre, non vi era alcuna garanzia che le truppe sfrenate della Mecca non sarebbero partite verso Medina. Non avrebbero certo lasciato sfuggire l’opportunità di recarsi a Medina, entrare nelle case dei musulmani e sottoporli a soprusi e persecuzioni. Se l’esercito di Medina avesse mostrato anche solo un minimo atteggiamento remissivo e, invece di affrontarli, fosse tornato a Medina pensando di mantenere la pace, tutto ciò che è stato menzionato sarebbe diventato inevitabile. Inoltre, lasciare i miscredenti senza sfida avrebbe avuto un effetto negativo sulla gloria e sulla dignità dell’Islam.

La riunione del consiglio della shura

Alla luce della situazione, il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, convocò una riunione del consiglio della shura. Durante la riunione furono esaminati gli ultimi sviluppi politici. Furono raccolte le opinioni dei comandanti e dei soldati semplici. Alcuni musulmani cominciarono a tremare udendo parlare dello scontro sanguinoso. È riguardo a costoro che Allah l’Altissimo ha detto nel Sacro Corano: «Così come il tuo Signore ti fece uscire dalla tua casa con la verità, mentre una parte dei credenti lo avversava. Discutevano con te della verità dopo che essa era stata resa evidente, come se fossero condotti verso la morte e la vedessero con i propri occhi». (Sura al-Anfal, versetti 5-6)

Furono richieste le opinioni dei capi. Abu Bakr e Umar, che Allah sia soddisfatto di loro, manifestarono un atteggiamento ammirevole. Dalle loro parole emerse la loro totale devozione all’amato Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace. Poi si alzò Miqdad ibn Amr, che Allah sia soddisfatto di lui. Disse: «O Messaggero di Allah, rimani saldo sulla via che Allah l’Altissimo ti ha indicato: noi siamo con te. Per Allah, non ti diremo ciò che i Figli d’Israele dissero a Mosè, che la pace sia su di lui. È noto che i Figli d’Israele dissero a Mosè, che la pace sia su di lui: “O Mosè, non vi entreremo finché loro vi rimarranno. Va’ dunque tu e il tuo Signore a combattere; noi resteremo qui seduti”». (Sura al-Ma’ida, versetto 24)

Al contrario, diremo: “Combatti tu e il tuo Signore, e anche noi combatteremo al tuo fianco”. Per Colui che ti ha inviato con la verità, se ci conducessi persino fino a Bark al-Ghimad, vi giungeremmo con te combattendo lungo tutto il cammino.

Dopo aver udito le parole di Miqdad, che Allah sia soddisfatto di lui, il Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, lo elogiò e pregò per lui.

Dopo aver ascoltato il parere dei Muhājirūn, il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, ritenne necessario chiedere anche il parere degli Anṣār, poiché erano più numerosi. La maggior parte della responsabilità della guerra sarebbe ricaduta su di loro. Tuttavia, in base al Patto di al-ʿAqaba, non erano obbligati a combattere al di fuori di Medina. Dopo aver ascoltato i pareri di Abū Bakr, ʿUmar e al-Miqdād, che Allah sia soddisfatto di loro, il Profeta prediletto si rivolse agli Anṣār e disse: «Datemi il vostro consiglio». Il comandante degli Anṣār, Saʿd ibn Muʿādh, che Allah sia soddisfatto di lui, disse: «O Messaggero di Allah, desideri conoscere il nostro parere?». Il Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, rispose: «Sì». Saʿd ibn Muʿādh disse: «Abbiamo creduto in te e ti abbiamo riconosciuto come veritiero. Abbiamo testimoniato che tutto ciò che hai portato è vero e abbiamo stretto con te il patto di obbedirti. Perciò procedi nella direzione che ritieni migliore. Giuro per Allah, che ti ha inviato con la verità, che se desiderassi tuffarti in mare portandoci con te, anche noi ci tufferemmo; nessuno di noi rimarrebbe indietro. Domani, se ci condurrai ad affrontare il nemico, non avremo alcuna obiezione. Nei nostri cuori non vi è alcuna esitazione. Siamo esperti di guerra. Può darsi che Allah Altissimo manifesti per mezzo nostro un tale coraggio da rallegrarti gli occhi. Conducici con te. Che Allah Altissimo benedica il nostro cammino».

Secondo una narrazione, Saʿd ibn Muʿādh, che Allah sia soddisfatto di lui, disse al Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace: «Forse pensi che gli Anṣār ti aiuteranno soltanto nel loro territorio e considerino questo il loro dovere e la loro responsabilità. Per questo rispondo a nome degli Anṣār e dico: vai pure dove desideri e stringi alleanza con chi vuoi. Prendi quanto desideri dei nostri beni. Qualunque cosa prenderai ci sarà più cara della parte che resterà. In questa questione accetteremo la tua decisione come definitiva. Giuro per Allah, se avanzassi fino a Bark al-Ghimād, noi verremmo con te. E se volessi tuffarti in mare portandoci con te, anche noi ci tufferemmo in mare insieme a te».

Ascoltate queste parole di Saʿd ibn Muʿādh, che Allah sia soddisfatto di lui, il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, ne fu immensamente felice. Disse: «Andate avanti, e fatelo con gioia. Allah Altissimo mi ha promesso una delle due schiere. Giuro per Allah, è come se vedessi già il luogo in cui cadranno».

Dopodiché il Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, avanzò da Jafrān. Dopo aver attraversato diversi passi montuosi, giunse in un luogo chiamato Asfan. Lasciando alla destra il monte chiamato Haymān, proseguì e accampò nei pressi della pianura di Badr.

L’iniziativa per raccogliere informazioni segretamente

Dopo essersi accampato in quel luogo, il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, uscì a raccogliere informazioni insieme al suo compagno della Grotta di Thawr, Abū Bakr, che Allah sia soddisfatto di lui. Da lontano osservavano le tende dei soldati meccani. In quel momento incontrarono un anziano arabo. Il Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, gli chiese informazioni sui Quraysh e sui compagni di Muhammad. Il motivo per cui chiedeva informazioni su entrambi gli eserciti era che non voleva rivelare la propria identità. Ma il vecchio si impuntò e disse: «Ditemi chi siete e a quale schiera appartenete; altrimenti non vi dirò nulla». Il Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, disse: «Tu riferiscici ciò che ti abbiamo chiesto di sapere, dopodiché ti diremo chi siamo». Il vecchio disse: «Se Muhammad e i suoi compagni mi hanno riferito la verità, oggi dovrebbero trovarsi in un certo luogo». Dicendo così, indicò proprio il luogo in cui si trovavano i compagni. Poi aggiunse: «I Quraysh sono partiti in un certo giorno. Se il messaggero che mi ha portato la notizia mi ha riferito la verità, oggi dovrebbero trovarsi in un certo luogo». E indicò esattamente il luogo in cui si trovavano Abū Jahl e i suoi compagni.

Terminato di parlare, il vecchio chiese al Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, e al suo compagno chi fossero. Il Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, rispose: «Siamo nati dalla stessa acqua». Detto questo, se ne andò. Il vecchio continuò a borbottare: «Da quale acqua? Dall’acqua dell’Iraq?»

Informazioni importanti sull’esercito meccano

Nel tardo pomeriggio di quel giorno, il Profeta inviò un gruppo di esploratori per raccogliere informazioni sulla posizione dei nemici e altre notizie. Nel gruppo vi erano tre capi degli Emigrati: ʿAlī, al-Zubayr ibn al-ʿAwwām e Saʿd ibn Abī Waqqās. Questi tre illustri Compagni, accompagnati da alcuni altri, partirono per raccogliere informazioni sull’esercito dei Coreisciti. Dapprima giunsero presso lo stagno di Badr. Lì due schiavi stavano attingendo acqua per l’esercito dei Coreisciti. I Compagni li catturarono e li condussero dal Messaggero. In quel momento il Profeta stava pregando. I Compagni interrogarono gli schiavi catturati sui Coreisciti. Essi risposero: «Siamo al servizio dei Coreisciti. Ci hanno mandato a prendere l’acqua». Questa risposta non piacque ai Compagni. Essi avevano pensato che fossero uomini di Abū Sufyān, poiché nutrivano ancora una debole speranza di poter catturare la carovana commerciale. I Compagni picchiarono duramente entrambi gli schiavi. Sotto i colpi, quelli furono costretti a dire: «Sì, siamo uomini di Abū Sufyān». Dopo aver udito ciò, quelli che li stavano picchiando smisero di colpirli.

Al termine della preghiera, il Messaggero disse bruscamente ai Compagni: «Li avete picchiati mentre dicevano la verità e li avete lasciati andare quando hanno mentito. Per Allah, entrambi hanno detto la verità: sono uomini dei Coreisciti».

Poi il Profeta disse agli schiavi: «Bene, ora ditemi qualcosa sui Coreisciti». Essi risposero: «I Coreisciti si trovano dietro quella collina che vedete all’estremità della pianura». Il Profeta domandò: «Quanti sono?». Essi risposero: «Non lo sappiamo». Egli chiese: «Quanti cammelli macellano ogni giorno?». Risposero: «Un giorno nove e un giorno dieci». Dopo aver udito ciò, egli disse: «Il loro numero è compreso tra novecento e mille». Poi il Profeta domandò: «Quali sono tra loro i personaggi più illustri dei Coreisciti?». Essi risposero: «ʿUtba e Shayba, i due figli di Rabīʿa; Abū al-Bakhtarī ibn Hishām; Ḥākim; Ibn Ḥizām; Nawfal ibn Khuwaylida; al-Ḥārith ibn ʿĀmir; Ṭuʿayma ibn ʿAdī; al-Naḍr ibn al-Ḥārith; Jumāʿa ibn al-Aswad; Abū Jahl ibn Hishām; Umayya ibn Khalaf». I due schiavi menzionarono anche i nomi di alcuni altri. Rivolgendosi ai Compagni, il Messaggero disse: «La Mecca vi ha portato davanti i suoi pezzi più importanti».

La pioggia della misericordia e l’avanzata dei musulmani

Quella stessa notte Allah, Signore dei mondi, fece cadere la pioggia. Sui miscredenti piovve a dirotto, ostacolando la loro avanzata. Per i musulmani, invece, fu una pioggia di misericordia. Grazie a essa, poterono purificarsi dalla sporcizia ispirata da Satana; la sabbia sotto i loro piedi si consolidò, creando condizioni eccellenti per camminare, e i loro cuori si rafforzarono.

In seguito, il Messaggero avanzò insieme ai capi musulmani. Il Profeta si adoperava per raggiungere lo stagno di Badr prima dei politeisti. In quel momento Ḥubāb ibn al-Mundhir gli diede un consiglio, come un comandante esperto e lungimirante. Dapprima domandò: «O Messaggero di Allah, hai raggiunto questo luogo in obbedienza a un comando di Allah, tale che non ci sia alcuna possibilità di andare avanti o indietro? Oppure hai scelto questo luogo come tattica militare?». Il Messaggero rispose: «È soltanto una scelta tattica». Dopo aver udito ciò, Ḥubāb disse: «Non ritengo opportuno rimanere in questo luogo. Dobbiamo avanzare ancora e prendere il controllo dello stagno più vicino alla posizione dei Coreisciti. Terremo sotto controllo gli altri stagni. Quando inizierà la battaglia, noi berremo, mentre i Coreisciti si dibatteranno per la mancanza d’acqua». Il Messaggero disse: «Hai dato un consiglio eccellente». Poi proseguì con i soldati. Nel cuore della notte raggiunse lo stagno vicino ai nemici e vi fece piantare le tende. In seguito, i Compagni costruirono una vasca e chiusero tutti gli altri stagni.

Il centro del comando

Dopo che i Compagni ebbero preso posizione presso lo stagno, Saʿd ibn Muʿādh presentò una proposta. Disse che i musulmani avrebbero potuto costruire un posto di comando per il loro capo. In questo modo, se — Allah non voglia — invece della vittoria fossero stati sconfitti o si fosse verificata un’altra situazione d’emergenza, avrebbero potuto essere preparati in anticipo. Dopo questa discussione, Saʿd disse al Profeta: «O Messaggero di Allah, vorremmo preparare per te una speciale lettiga. Tu vi rimarrai e metteremo la tua cavalcatura accanto a te. Poi affronteremo il nemico. Se Allah ci onorerà e ci darà la vittoria sui nemici, questo posto per te sarà per noi motivo di gioia. Se saremo sconfitti, potrai montare la cavalcatura e raggiungere coloro che sono rimasti indietro. O Profeta di Allah, dietro di te vi sono uomini che ti amano più di quanto ti amiamo noi. Il nostro amore per te non è altrettanto grande e profondo quanto il loro. Se avessero saputo che avresti affrontato la battaglia, non sarebbero rimasti indietro in alcun modo. Allah ti proteggerà per mezzo loro; essi saranno il tuo sostegno e combatteranno il jihād al tuo fianco».

Udendo ciò, il Messaggero di Allah elogiò Saʿd (che Allah sia soddisfatto di lui) e pregò per lui. I musulmani prepararono per il Profeta (che Allah lo benedica e gli conceda la pace) un giaciglio su una collina elevata a nord-est del campo di battaglia. Da lì si poteva vedere l’intero campo. A un gruppo di giovani Ansar, sotto la guida di Saʿd ibn Muʿadh (che Allah sia soddisfatto di lui), fu affidato il compito di sorvegliare il Profeta (che Allah lo benedica e gli conceda la pace).

Disposizione dell’esercito per la battaglia

In seguito, il Messaggero di Allah dispose l’esercito e si diresse verso il campo di battaglia. Jamiʿ at-Tirmidhi, Abwab al-Jihad, vol. 1, p. 201. Là, il Profeta (che Allah lo benedica e gli conceda la pace) indicò con la mano e disse che, l’indomani, se Allah avesse voluto, questo sarebbe stato il luogo della morte di una certa persona e quello il luogo della morte di un’altra.

In seguito, il Messaggero di Allah trascorse la notte presso le radici di un albero. Anche i Compagni passarono la notte serenamente e senza preoccupazioni. I loro cuori erano colmi di fiducia e trascorsero il tempo in pace e con certezza. Si aspettavano di vedere con i propri occhi, al mattino, la prova della lieta promessa del loro Signore, l’Altissimo. Come dice Allah: «Ricorda quando Egli vi avvolse nel sonno, come sicurezza proveniente da Lui, e fece scendere su di voi acqua dal cielo per purificarvi con essa, allontanare da voi l’impurità di Satana, rafforzare i vostri cuori e rendere saldi i vostri passi». Sura al-Anfal, versetto 11.

Era la notte del 17 Ramadan del secondo anno dell’Egira. Egli era partito da Medina l’8 o il 12 di quel mese. Mishkat, vol. 2, p. 543.

I contrasti interni tra i nemici

I Quraysh trascorsero la notte nelle loro tende, oltre la collina, all’estremità di Badr. Al mattino giunsero e si radunarono nella pianura di Badr, da questo lato della collina. Un gruppo di uomini avanzò verso la vasca del Messaggero di Allah. Il Profeta (che Allah lo benedica e gli conceda la pace) disse: «Non impediteglielo». In seguito si constatò che tutti coloro che avevano bevuto dalla vasca del Profeta e avevano combattuto contro di lui erano stati uccisi. L’unico sopravvissuto fu Hakim ibn Hizam. In seguito Hakim abbracciò l’Islam e divenne un buon musulmano. Ogni volta che giurava, era solito dire: «Giuro per Colui che mi ha salvato nel giorno di Badr», cioè: «Giuro per Colui che mi ha liberato nel giorno di Badr».

Dopo aver osservato lo schieramento dei musulmani, i Quraysh inviarono ʿUmayr ibn Wahb al-Jumahi per valutarne la forza. ʿUmayr fece un giro e tornò dicendo: «Il numero dei soldati musulmani è di circa trecento, forse un po’ meno o un po’ di più. Andrò a vedere se dispongono di truppe di supporto». Dopo essersi allontanato al galoppo e aver fatto ritorno, ʿUmayr disse: «I musulmani non hanno lasciato alcuna forza di supporto alle loro spalle. Tuttavia ho notato una cosa: i cammelli di Yathrib hanno portato con sé una morte certa. Tutta la loro forza dipende dalle spade. Per Allah, da ciò che ho capito, mi sembra che nessuno di loro morirà prima di averne ucciso qualcuno. Se uccideranno i vostri uomini più illustri, resterete privi dei vostri compagni più eminenti. Pertanto, qualunque cosa facciate, è meglio farla dopo aver riflettuto attentamente».

A quel punto, un altro gruppo di persone contrarie alla guerra cominciò a insorgere contro Abu Jahl. Ma Abu Jahl era fermamente deciso a combattere. Gli oppositori della guerra volevano tornare alla Mecca senza combattere. Hakim ibn Hizam, per esempio, non voleva la guerra. Cominciò ad andare da una parte all’altra. Dapprima si recò da Utba ibn Rabi’a e gli disse: «O Abu al-Walid, tu sei una personalità eminente dei Quraysh. Tutti accettano senza discutere la tua autorità. Fai una buona azione: grazie a essa, il tuo nome sarà sempre sulla bocca della gente». Utba chiese: «Quale azione, Hakim?». Hakim rispose: «Riporta indietro tutti e assumiti la responsabilità di pagare il prezzo del sangue per l’uccisione del tuo alleato Amr ibn Hadrami, ucciso nella spedizione di Nakhla». Utba disse: «Sono d’accordo. Dammi la tua garanzia a mio nome. Amr ibn Hadrami era mio alleato, quindi la responsabilità del risarcimento per la sua morte ricade su di me. Risarcirò tutto ciò che è andato perduto dei suoi beni».

Dopodiché Utba disse a Hakim ibn Hizam: «Va’ dal figlio di Hanzaliyya (Hanzaliyya era il nome della madre di Abu Jahl), cioè da Abu Jahl. È lui che sta rovinando ogni cosa; è lui ad avere un ruolo attivo nell’istigare la gente».

Dopodiché Utba ibn Rabi’a si alzò e disse come in un discorso: «O Quraysh, combattendo contro Muhammad e i suoi compagni non potrete dimostrare alcun particolare valore. Per Dio, se essi vi uccideranno, vedrete volti che non vorreste vedere tra i morti, perché finirete per uccidere vostri cugini paterni, vostri cugini materni o altri membri della vostra stessa tribù. Se gli altri Arabi uccideranno Muhammad e i suoi compagni, il vostro desiderio sarà esaudito; ma se si verificherà un’altra situazione, ricordate che cadrete nelle mani di Muhammad e dei suoi compagni, i quali ricordano tutto ciò che è accaduto loro in passato. Dunque, torniamo indietro e restiamo neutrali».

Hakim ibn Hizam andò da Abu Jahl e notò che stava pulendo la propria armatura. Hakim disse: «O Abu al-Hakam, Utba mi ha mandato da te con questo messaggio». Abu Jahl rispose: «Per Dio, il petto di Utba si è prosciugato per la paura alla vista di Muhammad e dei suoi compagni. Ma io non tornerò in alcun modo alla Mecca. Non torneremo alla Mecca finché Dio non avrà emesso un giudizio tra Muhammad e noi. Utba ha detto tutto questo perché si è spaventato di Muhammad e dei suoi compagni. Anche il figlio di Utba è con loro, e per questo cerca di spaventarvi riguardo a loro». (È opportuno ricordare che il figlio di Utba, Hudhayfa, aveva abbracciato l’Islam molto tempo prima, era emigrato e si era trasferito a Medina.) Quando Utba venne a sapere che Abu Jahl aveva detto di lui: «Per Dio, il petto di Utba si è prosciugato», disse: «Abu Jahl saprà presto di chi si è prosciugato il petto: del mio o del suo». Abu Jahl si spaventò quando seppe della reazione di Utba. Per evitare che la cosa si protraesse, mandò a chiamare Amir ibn Hadrami, fratello di Amr ibn Hadrami, ucciso nella spedizione di Nakhla. Quando Amir arrivò, Abu Jahl gli disse: «Il vostro alleato Utba vuole riportare indietro la gente, mentre voi vedete con i vostri stessi occhi l’ingiustizia commessa contro di voi. Alzati dunque, proclama a gran voce che avete subito un’ingiustizia e che siete oppressi, e racconta nuovamente a tutti l’uccisione dei vostri fratelli». Udite queste parole, Amir si alzò, si scoprì le natiche e cominciò a gridare: «Ahimè, Amr! Ahimè, Amr! Ahimè, Amr!». Al sentire quelle grida, tutti si radunarono e in tutti si accese fortemente il desiderio di combattere. Tutti si impegnarono a vendicarsi dei musulmani. L’appello lanciato da Utba fallì. Così l’impeto prevalse sulla ragione e fallì il tentativo di evitare la guerra.

I due eserciti si fronteggiano

I non musulmani uscirono a gruppi e i due eserciti cominciarono a fronteggiarsi. In quel momento il Messaggero, pace e benedizioni di Allah su di lui, disse: «O Allah l’Altissimo, i Quraysh sono avanzati opponendosi a Te con piena arroganza e cercando di smentire il Tuo Messaggero. O Allah l’Altissimo, oggi abbiamo un grandissimo bisogno dell’aiuto che ci hai promesso. O Allah l’Altissimo, oggi disperdili!»

Vedendo Utba sul suo cammello rosso, il Messaggero, pace e benedizioni di Allah su di lui, disse: «Se tra gli uomini della tribù c’è qualcuno che possiede del bene, questo è il cavaliere del cammello. Se gli altri avessero seguito la sua parola, avrebbero trovato la retta via».

In quel momento il Messaggero, pace e benedizioni di Allah su di lui, dispose i musulmani in ranghi. Allora accadde qualcosa di sorprendente.

Il Profeta (pace e benedizioni di Allah su di lui) aveva in mano una freccia e con essa raddrizzava le file. In quel momento, la punta della freccia sfiorò il ventre di Sawad ibn Ghaziyya. Egli era avanzato appena un poco oltre la fila. «Sawad, mettiti diritto». Sawad disse immediatamente: «O Messaggero di Allah, mi avete fatto male; permettetemi di vendicarmi». Il Profeta (pace e benedizioni di Allah su di lui) sollevò la veste dal ventre e disse: «Ecco, prenditi la tua rivalsa». Sawad abbracciò l’amato Profeta (pace e benedizioni di Allah su di lui) e baciò il suo ventre benedetto. Il Profeta (pace e benedizioni di Allah su di lui) disse: «Sawad, che cosa ti ha spinto a fare una cosa simile?». Sawad rispose: «O Messaggero di Allah, voi avete visto tutto ciò che sta per accadere. Il mio unico desiderio è che la vostra vicinanza sia l’ultimo ricordo della mia vita. Che il contatto del mio corpo con il vostro corpo benedetto sia l’ultimo evento della mia vita». Udite queste parole, il Profeta (pace e benedizioni di Allah su di lui) pregò per Sawad.

Dopo aver raddrizzato le file, il Profeta (pace e benedizioni di Allah su di lui) disse ai Compagni che nessuno doveva iniziare la battaglia senza aver ricevuto il suo ordine. In seguito, il Messaggero (pace e benedizioni di Allah su di lui) fornì istruzioni dettagliate sulle tattiche di combattimento. Disse: «Quando i politeisti verranno contro di voi in schiere compatte, scagliate contro di loro le frecce. Fate attenzione a non sprecarle [Sahih al-Bukhari, vol. 2, p. 568]. Non usate le spade finché non vi avranno circondati [Sunan Abu Dawud, vol. 2, p. 13]». Poi il Profeta (pace e benedizioni di Allah su di lui), insieme ad Abu Bakr, si recò al posto di comando. Sa‘d ibn Mu‘adh fu incaricato di sorvegliare l’amato Profeta (pace e benedizioni di Allah su di lui), insieme ai soldati di guardia.

D’altra parte, la situazione dei politeisti era questa: Abu Jahl pregò Allah chiedendogli di decidere tra le due parti. Disse: «O Allah, oggi distruggi tra noi il gruppo che ha reciso maggiormente i legami di parentela e ha commesso gli errori più gravi. O Allah, oggi sostieni tra noi il gruppo che ti è più caro e gradito». In seguito, alludendo proprio alle parole di Abu Jahl, Allah, il Signore dei mondi, disse: «Avete chiesto una decisione, ed essa è giunta a voi. Se desistete, sarà meglio per voi; ma se tornate a farlo, anch’Io vi punirò, e per quanto numeroso sia il vostro gruppo, non vi sarà di alcuna utilità. Allah è con i credenti» (Sura al-Anfal, versetto 19).

Il primo scontro della battaglia

Il primo a dare impulso a questa battaglia fu Aswad ibn Abd al-Asad al-Makhzumi. Era un uomo estremamente malvagio e immorale. Quando uscì sul campo di battaglia, disse: «Giuro ad Allah che berrò l’acqua della loro vasca. Se non ci riuscirò, la distruggerò o morirò per essa».

Dopo aver detto ciò, Aswad avanzò. Dall’altra parte avanzò Hamza ibn Abd al-Muttalib, tra i Compagni dell’amato Profeta (pace e benedizioni di Allah su di lui). I due si affrontarono vicino alla vasca. Hamza (che Allah sia soddisfatto di lui) colpì con la spada in modo tale che la gamba di Aswad, il miscredente, fu recisa sotto il ginocchio e separata dal corpo. Egli cadde pesantemente a terra. Il sangue sgorgava ininterrottamente dalla gamba recisa e quel torrente di sangue scorreva verso i suoi compagni. Aswad avanzava strisciando verso la vasca. Voleva raggiungerla, berne l’acqua e mantenere così il suo giuramento. In quel momento Hamza (che Allah sia soddisfatto di lui) colpì nuovamente Aswad. Per effetto di quel colpo, egli cadde nella vasca e morì.

Inizia la battaglia generale

L’uccisione di Aswad ibn Abd al-Asad fu il primo episodio della battaglia di Badr. Dopo la sua uccisione, il fuoco della battaglia si propagò. Dalle file dell’esercito dei Quraysh uscirono tre guerrieri di spicco. Appartenevano tutti alla stessa tribù: erano Utba e Shayba, i due figli di Rabi‘a, e Walid, figlio di Utba. Appena uscirono dalle file, sfidarono gli avversari a combattere. Avanzarono tre giovani Ansar: Awf, Mu‘awwidh e Abd Allah ibn Rawaha. I primi due erano figli di Harith. La loro madre si chiamava Afra. I Quraysh chiesero: «Chi siete?». Essi risposero: «Siamo gli Ansar di Medina». I Quraysh dissero: «Senza dubbio siete avversari nobili, ma non abbiamo alcuna contesa con voi. Vogliamo i nostri cugini». Allora i tre giovani dei Quraysh gridarono: «O Muhammad, mandaci i nostri consanguinei». Il Messaggero (pace e benedizioni di Allah su di lui) disse: «Ubayda ibn al-Harith, Hamza e Ali, avanzate». Quando questi avanzarono, i tre giovani dei Quraysh finsero di non riconoscerli e chiesero loro chi fossero. Essi si presentarono. I tre giovani dei Quraysh dissero: «Sì, siete avversari nobili». Poi ebbe inizio il combattimento vero e proprio. Ubayda ibn al-Harith (che Allah sia soddisfatto di lui) affrontò Utba ibn Rabi‘a, Hamza (che Allah sia soddisfatto di lui) affrontò Shayba e Ali (che Allah sia soddisfatto di lui) affrontò Walid ibn Utba [Ibn Hisham, Musnad Ahmad. La narrazione di Abu Dawud presenta alcune differenze. Mishkat, vol. 2, p. 343].

Hazrat Hamza (che Allah sia soddisfatto di lui) e Hazrat Ali (che Allah sia soddisfatto di lui) riuscirono a sopraffare i rispettivi avversari; tra Hazrat Ubayda ibn al-Harith (che Allah sia soddisfatto di lui) e il suo avversario Utba, invece, vi fu uno scambio di colpi. Si ferirono gravemente a vicenda. Nel frattempo, Hazrat Hamza e Hazrat Ali, dopo aver finito i loro avversari, accorsero in aiuto di Hazrat Ubayda e, gettandosi su Utba, lo finirono. Poi portarono via Hazrat Ubayda. La gamba di Hazrat Ubayda (che Allah sia soddisfatto di lui) era stata recisa e aveva perso la capacità di parlare; non riuscì più a pronunciare una parola. Il quarto o quinto giorno, mentre i musulmani rientravano a Medina e attraversavano la pianura di Safra, Hazrat Ubayda (che Allah sia soddisfatto di lui) morì. Hazrat Ali diceva: «Questo versetto è stato rivelato riguardo a noi». Allah l’Altissimo ha detto: «Questi sono due contendenti che disputano riguardo al loro Signore». (Sura al-Hajj, versetto 19)

La sventura dei politeisti ebbe inizio. Avevano perso in un sol colpo tre illustri guerrieri. Fuori di sé dalla collera, si gettarono tutti insieme contro i musulmani.

I musulmani, d’altra parte, supplicavano il loro grande Signore di aiutarli e affrontavano con fermezza l’attacco degli infedeli. Pronunciando le parole «Ahad, Ahad» — «Uno, Uno» — contrattaccavano gli infedeli miscredenti e infliggevano loro gravi perdite.

La supplica del Profeta (pace e benedizioni di Allah su di lui) nella pianura di Badr

Intanto, dopo aver allineato le file dei Muhajirun, il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) supplicava con voce accorata l’Onnipotente Allah, il Signore. Diceva: «O Allah, mantieni la promessa che ci hai fatto. O Allah, ti chiedo l’aiuto che ci hai promesso».

Dopo che ebbe avuto inizio l’aspra battaglia tra le due parti, il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) rivolse questa supplica ad Allah, il Signore dei mondi: «O Allah, il Signore dei mondi, se oggi questo gruppo di musulmani venisse completamente annientato, sulla terra non rimarrebbe nessuno che possa adorarti. O Allah, vuoi forse che, dopo oggi, nessuno ti adori mai più?»

Il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) pronunciava questa supplica con estrema umiltà e sottomissione, con voce accorata. A un certo punto del suo lamento, il mantello gli cadde da entrambe le spalle. Hazrat Abu Bakr (che Allah sia soddisfatto di lui) glielo sistemò e disse: «O Messaggero di Allah, ora fermati. Hai supplicato il tuo Signore con grande fervore». Intanto Allah l’Altissimo ordinò agli angeli: «Ricorda quando il tuo Signore ispirò agli angeli: “Io sono con voi; rendete dunque saldi i credenti. Getterò il terrore nei cuori di coloro che rifiutano la fede; colpiteli alle spalle e in tutto il corpo”». (Sura al-Anfal, versetto 12)

Intanto Allah l’Altissimo rivelò al Suo amato Profeta (pace e benedizioni di Allah su di lui): «Vi aiuterò con mille angeli, che verranno in successione». (Sura al-Anfal, versetto 9)

La discesa degli angeli

In quel momento, Gabriele (pace su di lui) venne dal Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui). Egli alzò improvvisamente il capo e disse: «Abū Bakr, rallegrati: è giunto Gabriele, è giunto tra la polvere». Secondo la narrazione di Ibn Isḥāq, il Profeta (pace e benedizioni di Allah su di lui) disse: «Abū Bakr, rallegrati: l’aiuto di Allah è giunto da voi». Gabriele avanzava davanti al cavallo, tenendone le redini, mentre la polvere si sollevava.

Poi il Profeta (pace e benedizioni di Allah su di lui) uscì dalla stanza. Indossava la corazza. Avanzando con impeto, disse: «Questa schiera sarà presto sconfitta e volgerà le spalle». (Sura al-Qamar, versetto 45)

Poi, mentre lanciava una manciata di polvere contro i miscredenti, il Profeta (pace e benedizioni di Allah su di lui) disse: «Shāhat al-wujūh», cioè: «Siano sfigurati i loro volti». Dopo aver pronunciato queste parole, lanciò la polvere contro i miscredenti. La polvere lanciata entrò negli occhi, nelle bocche, nei nasi e nelle gole di ciascun miscredente. Nessuno di loro ne fu risparmiato. A questo proposito Allah, l’Altissimo, dice: «Non eri tu a lanciarla quando lanciavi, bensì era Allah a lanciarla». (Sura al-Anfāl, versetto 17)

Il contrattacco

Poi il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) ordinò il contrattacco e incitò alla battaglia dicendo: «Avanzate! Giuro per Colui nella cui mano è l’anima di Muḥammad: chiunque tra voi combatterà contro di loro con fermezza, ritenendo ciò un’opera virtuosa, avanzando senza ritirarsi, e morirà, Allah, l’Altissimo, gli concederà certamente il Paradiso». Incitando alla battaglia contro i miscredenti, il Profeta (pace e benedizioni di Allah su di lui) disse inoltre: «Innalzatevi verso quel Paradiso la cui volta e la cui estensione equivalgono al cielo e alla terra». Udendo queste parole del Profeta (pace e benedizioni di Allah su di lui), ʿUmayr ibn al-Ḥammām disse: «Magnifico, magnifico!». Il Profeta (pace e benedizioni di Allah su di lui) gli chiese perché avesse detto ciò. Egli rispose: «O Messaggero di Allah, non per altra ragione se non perché speravo di poter essere anch’io tra gli abitanti di quel Paradiso». Il nobile Profeta (pace e benedizioni di Allah su di lui) disse: «Tu sei tra quegli abitanti del Paradiso». Allora ʿUmayr ibn al-Ḥammām tirò fuori alcuni datteri e cominciò a mangiarli. Poi, improvvisamente e con voce entusiasta, disse: «Per mangiare questi datteri occorre molto tempo. Perché dovrei prolungare tanto la mia vita?». Detto ciò, gettò via i datteri e combatté contro i miscredenti finché subì il martirio.

Quando il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) ordinò il contrattacco, l’intensità dell’attacco dei nemici diminuì. Anche il loro entusiasmo e il loro ardore si affievolirono. Ciò si rivelò utile per rafforzare la posizione dei musulmani. Infatti, quando i nobili Compagni ricevettero l’ordine di contrattaccare e il loro ardore raggiunse il culmine, attaccarono con grande impeto. In quel momento dispersero le file dei miscredenti e avanzarono decapitandoli. Vedendo che il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) era entrato sul campo di battaglia indossando personalmente la corazza, l’entusiasmo dei Compagni aumentò ulteriormente. Il Profeta (pace e benedizioni di Allah su di lui) aveva detto: «Presto saranno sconfitti e fuggiranno volgendo le spalle».

I Compagni combatterono con grande coraggio, spronati dal Profeta (pace e benedizioni di Allah su di lui). In quel momento anche gli angeli aiutarono i musulmani [Muslim, vol. 2, p. 139; Mishkāt, vol. 2, p. 331].

Secondo la narrazione di Ibn Saʿd, riferita da ʿIkrima, quel giorno le teste degli uomini cadevano recise, ma non si riusciva a capire chi le avesse colpite. Si vedevano mani mozzate giacere separate dai corpi, eppure non si capiva chi le avesse tagliate.

ʿAbdullah ibn ʿAbbas riferisce: «Un musulmano ansarita inseguiva un politeista. All’improvviso si udì il rumore di un colpo di frusta sul politeista, mentre qualcuno diceva: “Va’, avanza!”. Il Compagno vide che il politeista era caduto bocconi. Aveva segni di percosse sul naso e sulla bocca, e il volto era insanguinato. Era evidente che era stato colpito con una frusta, ma non si vedeva chi lo avesse colpito. Quel Compagno ansarita raccontò l’accaduto al Messaggero di Allah. Il Profeta disse: “Hai detto la verità. Questo fu l’aiuto del terzo cielo” [Muslim, vol. 2, p. 93].»

Abu Dawud al-Mazini racconta: «Stavo inseguendo un politeista per ucciderlo. Prima che la mia spada raggiungesse il suo collo, la testa mozzata rotolò a terra. Capii che quel miscredente era stato ucciso da qualcun altro.»

Un ansarita condusse prigioniero al cospetto del Profeta ʿAbbas ibn ʿAbd al-Muttalib. A quel tempo ʿAbbas non aveva ancora abbracciato l’Islam. Egli disse: «Giuro su Allah, non è stato quest’uomo a catturarmi e a condurmi prigioniero. Mi ha catturato e condotto un uomo dalla testa rasata. Quell’uomo di bell’aspetto era in sella a un cavallo pezzato. Ora, però, non si vede più tra questa gente». L’ansarita disse: «O Messaggero di Allah, sono stato io a catturarlo». Il Messaggero disse: «Taci. Allah vi ha aiutati mediante un angelo nobile.»

La fuga di Iblis dal campo di battaglia

Come è stato già menzionato, il maledetto Iblis era giunto assumendo le sembianze di Suraqa ibn Malik ibn Juʿshum al-Mudliji. A quel tempo non si era ancora separato dai politeisti. Ma, vedendo l’intervento degli angeli contro gli idolatri, si mise a fuggire precipitosamente. Al-Harith ibn Hisham lo afferrò, credendo che fosse davvero Suraqa ibn Malik. Ma Iblis gli sferrò un violento pugno al petto, facendolo cadere a terra. Nel frattempo Iblis riuscì a fuggire. I politeisti gli gridarono: «Dove vai, ragazzo? Non avevi detto che ci avresti aiutati e che non ti saresti allontanato da noi?». Egli rispose: «Vedo qualcosa che voi non vedete. Temo Allah, ed Egli è severo nel castigo». Poi Iblis si recò al mare e vi si nascose.

La sconfitta dei miscredenti

In breve tempo apparvero chiaramente i segni del fallimento e dello scoraggiamento nell’esercito dei non musulmani. Di fronte al violento attacco dei musulmani, essi furono messi in rotta. L’esito della battaglia divenne evidente. I miscredenti qurayshiti cominciarono a ritirarsi e la disperazione si impadronì dei loro cuori. I musulmani uccidevano alcuni, ferivano altri e catturavano altri ancora. Così i miscredenti subirono una netta sconfitta.

Il capo dei malvagi, Abu Jahl, vedendo i miscredenti Quraysh disperdersi, cercò di opporsi a quella disfatta. Per incoraggiare i suoi seguaci, gridava: «Non perdete il coraggio per la fuga di quei giovani. Erano complici di Muhammad. Non perdete il coraggio vedendo Utba, Shayba e Walid uccisi. Si sono precipitati. Giuro su al-Lat e al-‘Uzza: non torneremo indietro finché non li avremo legati con delle corde. Guardate, non lasciate che nessuno di loro vi sfugga; piuttosto, catturateli. Poi faremo loro assaporare le conseguenze delle loro malvagie azioni».

Abu Jahl ben presto assaporò le conseguenze della sua arroganza. Infatti, poco dopo, di fronte al contrattacco dei musulmani, la loro formazione apparve completamente dispersa. Abu Jahl si trovava ancora circondato insieme ad alcuni dei suoi seguaci. Intorno al capo dei malvagi, Abu Jahl, vi era una guardia di frecce e spade. Il violento attacco dei combattenti musulmani fece a pezzi quella guardia. I musulmani notarono che Abu Jahl era a cavallo. La sua morte ormai avanzava passo dopo passo.

L’uccisione di Abu Jahl

Hazrat Abd al-Rahman ibn Awf (che Allah sia soddisfatto di lui) racconta: «Nel giorno della battaglia di Badr mi trovavo tra le file dei musulmani. All’improvviso notai due giovani Ansar, uno alla mia destra e l’altro alla mia sinistra. Mentre riflettevo sulla loro presenza, uno di loro mi disse sottovoce: “Zio, mostraci chi è Abu Jahl”. Gli risposi: “Nipote, che cosa vuoi fare con lui?”. Disse: “Ho sentito che Abu Jahl insulta il nobile Profeta. Giuro su Colui nella cui mano è la mia vita: se riusciremo a vedere Abu Jahl, non ci separeremo da lui finché non morirà colui la cui morte è stata decretata prima, quella sua o la nostra”. Hazrat Abd al-Rahman (che Allah sia soddisfatto di lui) dice: “Rimasi meravigliato nell’udire queste parole. Anche l’altro giovane Ansar mi disse sottovoce la stessa cosa. Dopo alcuni istanti vidi Abu Jahl aggirarsi tra la gente. Dissi ai due giovani Ansar: ‘Ecco la vostra preda, colui del quale mi avete chiesto’. Non appena udirono queste parole, entrambi si lanciarono contro Abu Jahl e lo uccisero. Poi vennero dal nobile Profeta. Il Profeta domandò: ‘Chi di voi due ha ucciso Abu Jahl?’. Entrambi risposero: ‘Sono stato io, sono stato io’. Il Profeta chiese: ‘Avete asciugato il sangue dalle vostre spade?’. Risposero: ‘No, non lo abbiamo asciugato’. Il Profeta guardò le loro due spade e disse: ‘Lo avete ucciso entrambi’”. Tuttavia, il Profeta consegnò gli oggetti abbandonati da Abu Jahl a Mu‘adh ibn Amr ibn Jamuh. I nomi dei due giovani erano Mu‘adh ibn Amr ibn Jamuh e Mu‘awwidh ibn Afra. Sahih al-Bukhari, vol. 1, p. 444; vol. 2, p. 568; Mishkat, vol. 2, p. 352. In altre narrazioni il nome del secondo giovane è riportato come Mu‘awwidh ibn Afra. Ibn Hisham, vol. 1, p. 635. Gli oggetti abbandonati da Abu Jahl furono assegnati a uno solo dei due perché Mu‘adh o Mu‘awwidh ibn Afra sarebbe poi caduto martire in quella battaglia. La spada di Abu Jahl fu consegnata ad Abdullah ibn Mas‘ud, poiché fu lui a separargli la testa dal corpo. Si veda Sunan Abi Dawud, vol. 2, p. 373».

Ibn Ishaq ha narrato che Mu‘adh ibn Amr ibn Jamuh disse: «Abu Jahl si trovava all’interno di una guardia impenetrabile di frecce e spade dei miscredenti. I miscredenti dicevano che nessuno dovesse riuscire ad avvicinarsi ad Abu Jahl. Udendo ciò, individuai Abu Jahl e rimasi vicino a lui. Non appena se ne presentò l’occasione, lo attaccai. Lo colpii con tale forza che la sua gamba fu recisa sotto il ginocchio e si separò dal corpo. La sua gamba volò via come un dattero caduto dalla palma. Mentre colpivo Abu Jahl, suo figlio Ikrima mi assestò dall’altra parte un colpo di spada all’altezza della spalla. Combattere era diventato molto difficile. Tenendo dietro di me la mano recisa, manovravo la spada con l’altra. Anche questo era molto difficoltoso. Allora posai a terra la parte recisa della mano e, con uno strattone, la separai completamente». Hazrat Mu‘adh ibn Amr ibn Jamuh (che Allah sia soddisfatto di lui) rimase in vita fino al califfato di Hazrat Uthman (che Allah sia soddisfatto di lui). Poi gli fu inferto un colpo ad Abu Jahl tale che il nemico di Allah e del Suo Profeta crollò sul posto. Abu Jahl non aveva ancora esalato l’ultimo respiro: respirava ancora. In seguito, Hazrat Mu‘awwidh ibn Afra cadde martire combattendo.

Al termine della battaglia, il Messaggero disse: «Andate a vedere chi troverà quale fu la sorte di Abu Jahl». I Compagni si misero allora a cercare Abu Jahl.

Hazrat Abdullah ibn Mas‘ud (che Allah sia soddisfatto di lui) trovò Abu Jahl in una condizione in cui respirava ancora. Gli mise un piede sul torso e, afferrandolo per la barba per tagliargli la testa, disse: «O nemico di Allah, alla fine Allah ti ha umiliato e disonorato, non è così?». Abu Jahl rispose: «In che modo mi avrebbe disonorato? Esiste forse un uomo di rango più elevato di colui che avete ucciso? Chi è più grande di lui? Ah, se almeno mi avesse ucciso qualcun altro, non un giovane!». Poi continuò: «Dimmi, chi ha vinto oggi?». Hazrat Abdullah ibn Mas‘ud (che Allah sia soddisfatto di lui) rispose: «Allah e il Suo Messaggero». Abdullah ibn Mas‘ud (che Allah sia soddisfatto di lui) teneva il piede premuto sulla spalla di Abu Jahl. Abu Jahl gli disse: «O pastore di capre, sei arrivato molto in alto». Va ricordato che Hazrat Abdullah ibn Mas‘ud (che Allah sia soddisfatto di lui) pascolava le capre alla Mecca.

Dopo questo dialogo, Abdullah ibn Mas‘ud (che Allah sia soddisfatto di lui) tagliò la testa di Abu Jahl e la portò davanti al Messaggero, dicendo: «O Messaggero di Allah, questa è la testa del nemico di Allah, Abu Jahl». Il Profeta disse: «Sì, è proprio così. Giuro su Allah, oltre al quale non vi è altra divinità: sì, è vero; oltre a Lui non vi è altra divinità; sì, è vero; oltre a Lui non vi è altra divinità». Poi il Profeta disse: «Allah è il Sublime. A Lui soltanto è dovuta ogni lode. Ha dimostrato vera la Sua promessa, ha soccorso i Suoi servi e ha sconfitto da solo tutte le fazioni».

Il Profeta e Messaggero, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, disse poi: «Andiamo. Mostratemi il suo cadavere». Conducemmo il Profeta e Messaggero, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, presso il cadavere di Abu Jahl. Egli disse: «Ecco il Faraone di questa umma».

Alcuni stupefacenti segni della fede

Sono già state menzionate le azioni capaci di ravvivare la fede compiute da ʿUmayr ibn Hammām e ʿAwf ibn al-Hārith ibn ʿAfrāʾ. In realtà, durante questa spedizione, a ogni passo si sono presentate scene nelle quali si sono manifestate la forza della fede e la maturità dei principi. In questa spedizione padri e figli si sono trovati l’uno di fronte all’altro, così come fratelli contro fratelli. Le spade sono state sguainate per una questione di principi, e gli oppressi e i perseguitati, scontrandosi con gli ingiusti e gli oppressori, hanno spento il fuoco della collera. Per esempio:

1) ʿAbdullah ibn ʿAbbās, che Allah sia soddisfatto di lui, narrò che il Profeta e Messaggero, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, disse ai Compagni: «So che alcuni uomini di diverse tribù, tra cui i Banū Hāshim, sono stati condotti con la forza sul campo di battaglia. Essi non hanno nulla a che fare con la nostra guerra. Pertanto, se un uomo della tribù di Hāshim capita davanti a qualcuno di voi, non lo uccida. Se Abū al-Bakhtarī ibn Hishām capita davanti a qualcuno di voi, non lo uccida. E se al-ʿAbbās ibn ʿAbd al-Muṭṭalib cade sotto il controllo di qualcuno, non lo uccida neppure, poiché è stato condotto qui con la forza». Udendo ciò, Abū Hudhayfa, figlio di ʿUtba, che Allah sia soddisfatto di lui, disse: «Uccideremo i nostri padri, figli, fratelli e membri della tribù, e risparmieremo al-ʿAbbās? Giuro su Allah, se mi troverò faccia a faccia con al-ʿAbbās, gli farò indossare il morso della spada». Quando questa notizia giunse al Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, egli disse a ʿUmar ibn al-Khaṭṭāb, che Allah sia soddisfatto di lui: «Si può colpire con la spada anche il volto dello zio del Messaggero di Allah?». ʿUmar, che Allah sia soddisfatto di lui, rispose: «O Messaggero di Allah, lasciami andare: gli farò volare via la testa, poiché è diventato un ipocrita».

In seguito, Hudhayfa, che Allah sia soddisfatto di lui, era solito dire: «A causa di ciò che dissi quel giorno, non provai mai serenità né riuscii a sentirmi tranquillo. Avevo sempre paura. Pensavo soltanto che il mio martirio avrebbe potuto essere l’espiazione per quell’osservazione incauta pronunciata quel giorno». Infine, Hudhayfa, che Allah sia soddisfatto di lui, fu martirizzato nella battaglia di Yamāma.

2) Fu ordinato di non uccidere Abū al-Bakhtarī perché, alla Mecca, quest’uomo non aveva mai arrecato il minimo danno al Profeta e Messaggero, che Allah lo benedica e gli conceda la pace. Da parte sua non era mai stata udita alcuna parola spiacevole contro l’Islam, contro Allah o contro il Suo amato Messaggero, che Allah lo benedica e gli conceda la pace. Inoltre, era stato uno dei principali sostenitori della revoca del boicottaggio contro i Banū Hāshim e i Banū al-Muṭṭalib.

Tuttavia, nonostante tutte queste virtù, il giorno di Badr egli si trovò faccia a faccia con Mujazzir ibn Balwī. Abū al-Bakhtarī era accompagnato da un compagno. I due combattevano fianco a fianco. Vedendo Abū al-Bakhtarī, Mujazzir gli disse: «O Abū al-Bakhtarī, il Profeta e Messaggero, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, ti ha proibito di ucciderti». Abū al-Bakhtarī rispose: «Giuro su Dio, allora moriremo entrambi». Dopodiché entrambi ingaggiarono uno scontro con Mujazzir. Mujazzir, che Allah sia soddisfatto di lui, fu costretto a ucciderli entrambi.

3) Fin dai tempi dell’ignoranza nella Mecca, ʿAbd al-Raḥmān ibn ʿAwf, che Allah sia soddisfatto di lui, e Umayya ibn Khalaf erano legati da una profonda amicizia. Il giorno della battaglia di Badr, Umayya stava in piedi tenendo per mano suo figlio ʿAlī. ʿAbd al-Raḥmān ibn ʿAwf, che Allah sia soddisfatto di lui, passava davanti a loro. Portava con sé alcune corazze sottratte ai nemici. Umayya gli disse: «Posso esserti utile? Io sono più prezioso delle tue corazze. Non ho mai visto una scena simile a quella di oggi. Non avete forse bisogno di bestiame da latte?». In altre parole, chiunque lo avesse catturato avrebbe ricevuto da lui, come riscatto o fidya, numerose cammelle da latte. Udendo ciò, ʿAbd al-Raḥmān gettò via le corazze, catturò Umayya e suo figlio ʿAlī e proseguì.

Hadrat Abd al-Rahman (che Allah sia soddisfatto di lui) racconta: «Stavo procedendo tra Umayya e suo figlio, quando Umayya disse: “Chi era quell’uomo tra voi che portava sul petto piume di struzzo?”. Risposi: “È Hamza ibn Abd al-Muttalib”. Umayya ibn Khalaf disse: “È proprio quest’uomo ad aver causato la nostra rovina”.

Hadrat Abd al-Rahman (che Allah sia soddisfatto di lui) racconta: «Stavo conducendo entrambi, quando Hadrat Bilal (che Allah sia soddisfatto di lui) vide Umayya insieme a me. Si ricordi che Umayya aveva sottoposto Hadrat Bilal (che Allah sia soddisfatto di lui) a crudeli persecuzioni alla Mecca. Vedendo Umayya, egli disse: “O Umayya ibn Khalaf, capo degli infedeli, forse sopravvivrò io oppure sopravvivrà lui”. Poi gridò a gran voce: “O Ansar di Allah, ecco il capo della miscredenza, Umayya ibn Khalaf! Ora forse rimarrò io oppure rimarrà lui”. Hadrat Abd al-Rahman (che Allah sia soddisfatto di lui) racconta: «Nel frattempo la gente ci aveva circondati. Cercavo di proteggerlo, ma uno dei Compagni sollevò la spada e colpì alla gamba Ali, figlio di Umayya. Egli crollò immediatamente. Intanto Umayya emise un grido così forte che non avevo mai sentito nulla di simile. Gli dissi: “Scappa, scappa!”. Ma oggi non c’è alcuna via di fuga. Per Dio, oggi non posso esserti di alcun aiuto».

Hadrat Abd al-Rahman ibn Awf (che Allah sia soddisfatto di lui) racconta: i Compagni, ormai infervorati, circondarono Umayya e suo figlio Ali e li uccisero colpendoli ripetutamente. In seguito, Abd al-Rahman (che Allah sia soddisfatto di lui) disse: «Che Allah abbia misericordia di Hadrat Bilal. Anche le mie armature andarono perdute, e riguardo ai prigionieri che avevo catturato, egli mi fece volgere altrove».

Nel Zad al-Ma’ad, l’Allama Ibn Qayyim scrive che Hadrat Abd al-Rahman ibn Awf (che Allah sia soddisfatto di lui) disse a Umayya ibn Khalaf: «Mettiti a sedere rannicchiato». Egli si sedette. Hadrat Abd al-Rahman si chinò sul corpo di Umayya, facendogli da scudo. Tuttavia, i Compagni lo colpirono con le spade dal basso e uccisero Umayya. Il colpo di spada di uno dei Compagni recise anche la gamba di Hadrat Abd al-Rahman ibn Awf [Zad al-Ma’ad, vol. 2, p. 89; Sahih al-Bukhari, Kitab al-Wakala, vol. 1, p. 308. Questo episodio vi è riportato in modo più dettagliato].

4) Hadrat Umar ibn al-Khattab (che Allah sia soddisfatto di lui) uccise suo zio materno, As ibn Hisham ibn al-Mughira.

5) Hadrat Abu Bakr al-Siddiq (che Allah sia soddisfatto di lui) chiamò suo figlio Abd al-Rahman, che allora era politeista, e gli disse: «Ehi, malvagio, dove sono le mie armi?». Abd al-Rahman rispose: «Non è rimasto nulla, eccetto le armi, il cavallo veloce e quella spada che pone fine alla confusione della vecchiaia».

6) Mentre i musulmani catturavano i politeisti, il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) si trovava nella stanza preparata per lui. Hadrat Sa’d ibn Mu’adh (che Allah sia soddisfatto di lui) faceva la guardia con la spada sguainata. Il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) notò che il volto di Hadrat Sa’d (che Allah sia soddisfatto di lui) era abbattuto. Disse: «Sa’d, sembra che tu non approvi l’operato dei musulmani». Egli rispose: «Sì, o Messaggero di Allah. Questa è la nostra prima guerra contro i non musulmani. Allah l’Altissimo ci ha dato l’opportunità di combattere questa guerra. Perciò ritengo più opportuno uccidere i politeisti invece di lasciarli andare; è necessario annientarli».

7) In questa battaglia la spada di Hadrat Ukasha ibn Mihsan al-Asadi si spezzò. Egli si presentò al Profeta (pace e benedizioni di Allah su di lui). Il Profeta (pace e benedizioni di Allah su di lui) gli diede un pezzo di legno e disse: «Ukasha, combatti con questo». Non appena Ukasha raddrizzò con la mano quel pezzo di legno, esso si trasformò in una spada affilata e lucente. Egli cominciò quindi a combattere con quella spada. Nel frattempo, i musulmani riportarono la vittoria. Quella spada fu chiamata «Awn», cioè «aiuto». Rimase presso Hadrat Ukasha. Egli usava quella spada in varie battaglie. Durante il califfato di Hadrat Abu Bakr al-Siddiq (che Allah sia soddisfatto di lui), egli cadde martire combattendo contro coloro che avevano rinnegato la fede. Anche in quell’occasione la spada era con lui.

8) Al termine della battaglia, Hazrat Mus’ab ibn ‘Umair al-‘Abdari (che Allah sia soddisfatto di lui) passava accanto a suo fratello Abu ‘Uzair ibn ‘Umair al-‘Abdari. Abu ‘Uzair stava combattendo contro i musulmani. In quel momento, un Compagno ansariano gli aveva afferrato il braccio. Hazrat Mus’ab disse a quel Compagno: «Stringi bene la presa su quest’uomo. Sua madre è molto ricca. Probabilmente ti offrirà un buon riscatto». Allora Abu ‘Uzair disse a suo fratello Mus’ab: «È questo il tuo testamento riguardo a me?». Hazrat Mus’ab (che Allah sia soddisfatto di lui) rispose: «Sì, tu no; piuttosto, questo ansariano è mio fratello».

9) Quando fu dato l’ordine di gettare i cadaveri dei politeisti nel pozzo, il corpo di ‘Utbah ibn Rabi’ah veniva trascinato verso di esso. In quel momento, il Messaggero di Allah (che Allah lo benedica e gli conceda la pace) guardò il volto di Hudhayfah, figlio di ‘Utbah. Notò che Abu Hudhayfah era cupo e profondamente afflitto; sembrava completamente distrutto. Il Profeta, il Messaggero di Allah (che Allah lo benedica e gli conceda la pace), gli disse: «Hudhayfah, forse provi dolore nel cuore per la sorte di tuo padre?». Egli rispose: «Sì, o Messaggero di Allah. Nel mio cuore non c’è alcun turbamento riguardo a mio padre né al fatto che sia stato ucciso. Tuttavia, pensavo che mio padre possedesse buon senso e lungimiranza. Per questo speravo che, grazie alla sua ragione e alla sua lungimiranza, avrebbe trovato rifugio all’ombra dell’Islam. Ma ora, vedendo la sua sorte e constatando che la sua vita è terminata nella miscredenza, ne sono profondamente addolorato». Il Messaggero di Allah (che Allah lo benedica e gli conceda la pace) pregò per Hazrat Hudhayfah (che Allah sia soddisfatto di lui) e pronunciò parole lusinghiere sul suo conto.

Numero delle vittime da entrambe le parti

La battaglia di Badr si concluse con la vittoria dei musulmani e la sconfitta dei miscredenti. In questa battaglia furono martirizzati quattordici musulmani: sei Muhajirun e otto Ansar. I miscredenti subirono perdite ingenti: settanta di loro furono uccisi e settanta fatti prigionieri. Erano personaggi di spicco e capi delle tribù.

Dopo la fine della battaglia, il Profeta, il Messaggero di Allah (che Allah lo benedica e gli conceda la pace), si fermò accanto ai caduti e disse: «Eravate tutti uomini di spicco. Non avete creduto in me, mentre molti altri hanno creduto in me. Mi avete lasciato solo e privo di aiuto, mentre molti altri mi hanno sostenuto. Mi avete espulso, mentre molti altri mi hanno dato rifugio». Poi il Profeta, il Messaggero di Allah (che Allah lo benedica e gli conceda la pace), ordinò di trascinare i corpi dei caduti e gettarli in uno dei pozzi di Badr.

È narrato da Hazrat Abu Talhah (che Allah sia soddisfatto di lui) che, per ordine del Profeta, il Messaggero di Allah (che Allah lo benedica e gli conceda la pace), il giorno di Badr i corpi di ventiquattro importanti capi dei Quraysh furono gettati in un pozzo sudicio di Badr. A quel tempo era consuetudine, dopo aver riportato la vittoria su un popolo, trascorrere tre giorni sul campo di battaglia. Dopo aver trascorso tre giorni nella piana di Badr, fu preparata la sella sul dorso della cavalcatura del Profeta, il Messaggero di Allah (che Allah lo benedica e gli conceda la pace). Poi egli si mise in cammino a piedi e i Compagni lo seguirono. All’improvviso si fermò sulla riva del pozzo. Quindi cominciò a rivolgersi a diverse persone, dicendo: «O figlio di questo e figlio di quello, o figlio di questo e figlio di quello, non sarebbe stato meglio per voi obbedire ad Allah l’Altissimo e al Suo Messaggero (che Allah lo benedica e gli conceda la pace)? Noi abbiamo constatato la veridicità della promessa che Allah l’Altissimo ci aveva fatto; avete constatato anche voi la veridicità della promessa fatta dal nostro Signore?». Hazrat ‘Umar (che Allah sia soddisfatto di lui) domandò: «O Messaggero di Allah, come puoi parlare a corpi privi di anima?». Il Profeta (che Allah lo benedica e gli conceda la pace) disse: «Giuro per Colui nella cui mano è l’anima di Muhammad: voi non udite ciò che dico più di loro». Secondo un’altra narrazione: «Voi non siete più capaci di ascoltare di loro; tuttavia, essi non possono rispondere» [Bukhari, Muslim, Mishkat, vol. 2, p. 345].

La notizia della sconfitta giunge alla Mecca

Dopo la sconfitta, i politeisti meccani fuggirono verso la Mecca in uno stato di confusione e terrore. Per la vergogna erano talmente smarriti e impreparati che non riuscivano a capire come entrare alla Mecca.

Ibn Ishaq dice che il primo uomo a entrare alla Mecca portando la notizia della sconfitta dei Quraysh si chiamava Haythuman ibn Abdullah al-Khuza‘i. La gente gli chiese notizie dal fronte. Egli disse: «Sono stati uccisi ‘Utba ibn Rabi‘a, Shayba ibn Rabi‘a, Abu al-Hakam ibn Hisham, Umayya ibn Khalaf e diversi altri capi». Quando Safwan ibn Umayya, seduto nell’Ḥatim della Ka‘ba, udì i nomi dei principali Quraysh tra gli uccisi, disse: «Eccoli, sono seduti nell’Ḥatim della Ka‘ba. Per Dio, ho visto con i miei occhi il padre di uno di loro e suo fratello venire uccisi».

Abu Rafi‘, schiavo affrancato del Messaggero di Dio, narra: «A quel tempo ero schiavo di Hazrat ‘Abbas. L’Islam era entrato nella nostra famiglia. Hazrat ‘Abbas aveva abbracciato l’Islam, e anch’io ero diventato musulmano. Hazrat ‘Abbas aveva tenuto segreta la propria conversione. Abu Lahab non aveva partecipato alla battaglia di Badr. Quando udì la notizia della vittoria dei musulmani a Badr, Abu Lahab fu abbattuto. Noi sentimmo rinascere in noi forza e onore. Io ero una persona di costituzione debole. Fabbricavo frecce. Seduto nella stanza di Zamzam, assottigliavo le punte delle frecce. Ero intento a fabbricarle con grande concentrazione. Umm al-Fadl era seduta accanto a me. Eravamo molto felici per la notizia della vittoria. In quel momento Abu Lahab arrivò trascinando i piedi, quasi zoppicando, e si sedette vicino alla stanza. La sua schiena era rivolta verso la mia. Proprio allora arrivò Abu Sufyan ibn Harb ibn ‘Abd al-Muttalib. Abu Lahab gli disse: “Vieni qui da me; per la mia vita, tu hai delle notizie”. Abu Sufyan venne a sedersi davanti ad Abu Lahab. Alcune persone rimasero in piedi. Abu Lahab disse: “Parla, nipote: quali notizie ci sono della gente?”. Abu Sufyan rispose: “Nessuna. Ci siamo scontrati con quella gente e abbiamo consegnato le nostre vite nelle loro mani. Ci uccidevano come volevano e ci facevano prigionieri come volevano. Per Dio, non biasimo la gente nonostante tutto questo. In realtà ci siamo scontrati con persone che cavalcavano cavalli pezzati sospesi tra il cielo e la terra. Per Dio, non lasciavano nulla intatto e nulla riusciva a resistere loro”.

Abu Rafi‘ dice: «Sollevai con le mie mani il lembo della tenda. Poi dissi: “Per Dio, erano angeli!”. Udendo ciò, Abu Lahab mi diede un violento schiaffo in faccia. Mi avventai contro di lui. Egli mi sollevò e mi scaraventò a terra. Poi cominciò a picchiarmi. Io ero debole. Nel frattempo Umm al-Fadl si alzò e cominciò a colpire Abu Lahab con un bastone della tenda. Abu Lahab fu ferito. Mentre lo colpiva, Umm al-Fadl gli diceva: “Poiché non ha nessun padrone, lo hai ritenuto debole?”. Umiliato, Abu Lahab si alzò e se ne andò. Appena sette giorni dopo questo episodio, Abu Lahab fu colpito dalla peste e morì di quella malattia. In Arabia i bubboni della peste erano considerati di pessimo augurio. Dopo la morte, il cadavere di Abu Lahab rimase abbandonato per tre giorni; neppure i suoi figli si avvicinarono. Nessuno provvide alla sua sepoltura. Dopo tre giorni i suoi figli pensarono che, se avessero lasciato il cadavere in quel modo, la gente li avrebbe biasimati e criticati. Allora spinsero il cadavere in una fossa con un bastone e poi chiusero l’apertura della fossa lanciandovi pietre da lontano».

Quando alla Mecca giunse la notizia della sconfitta nella battaglia di Badr, l’umore dei Quraysh peggiorò. Non organizzarono alcuna cerimonia funebre in memoria dei morti. Pensavano che così i musulmani li avrebbero criticati. Ed essi non erano disposti a dare ai musulmani alcuna occasione per criticarli.

Si narra un episodio curioso. Nella battaglia di Badr erano stati uccisi tre figli di Aswad ibn ‘Abd al-Muttalib. Per questo egli desiderava piangere in memoria dei suoi figli. Aswad era cieco. Una notte udì il pianto di una donna che si lamentava. Udendo quella voce, mandò subito il proprio schiavo dalla donna per informarsi se fosse stato dato il permesso di esprimere il lutto. “I Quraysh stanno forse piangendo i loro morti? In tal caso, potrei piangere almeno Abu Hakima, tra i miei tre figli, perché il mio petto brucia”. Lo schiavo tornò e disse che la donna si lamentava per la perdita del suo cammello. Udendo ciò, Aswad non riuscì più a trattenersi e cominciò a recitare la poesia riportata qui sotto.

Quella donna piange: ahimè, ha perso il cammello; per il dolore del cammello, sembra che non riesca a dormire.

Non piangere per il cammello, anche se lo hai perduto; piangi pensando a Badr, o tu dalla sorte bruciata.

Ḥassīs, Makhzum e Abu al-Walid erano l’anima della tribù; versa lacrime per ‘Aqil e per al-Harith.

Erano tigri fra le tigri, erano eroi.

Pur pronunciando i nomi di tutti, piangi per loro; chi era Hakima? Ahimè, come posso spiegarlo?

Il lutto per Abu Hakima non è in alcun modo paragonabile al suo; uno sconosciuto oggi è diventato un condottiero nella battaglia di Badr.

La lieta novella della vittoria giunge a Medina

Dopo che la vittoria dei musulmani fu completa, il nobile Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, inviò dei messaggeri per recare rapidamente la lieta novella agli abitanti di Medina. Hazrat ʿAbdullah ibn Rawaha e Hazrat Zayd ibn Haritha, che Allah sia soddisfatto di loro, furono inviati a portare la notizia nei due quartieri di Medina.

Prima di ciò, gli ebrei e gli ipocriti avevano diffuso false propagande, creando agitazione a Medina. Era stata persino diffusa la notizia che il Messaggero, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, fosse stato ucciso. Quando un ipocrita vide Hazrat Zayd ibn Haritha arrivare in groppa alla cammella del Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, chiamata Qaswa, disse: «È davvero vero: Muhammad è stato ucciso. Guardate, quella è la sua cammella. Noi conosciamo questa cammella. Guardate, quello è Zayd ibn Haritha. È fuggito dopo essere stato sconfitto in battaglia. È talmente sconvolto che non riesce a pensare a cosa dire». Quando giunsero entrambi i messaggeri, i musulmani li circondarono e cominciarono ad ascoltare il resoconto dettagliato. Dopo aver ascoltato tutto e avendo avuto la certezza della vittoria, i musulmani furono sopraffatti dalla gioia. L’aria e il cielo di Medina risuonarono delle grida «Nara-e Takbir, Allahu Akbar». I musulmani che non erano andati con il Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, nella piana di Badr si misero in cammino verso Badr per accoglierlo.

Hazrat Usama ibn Zayd, che Allah sia soddisfatto di lui, racconta: «Quando, dopo aver sepolto Hazrat Ruqayya, figlia del Profeta e consorte di Hazrat Uthman, che Allah sia soddisfatto di loro, stavamo livellando la terra sopra la tomba, ci giunse la notizia della vittoria dei musulmani nella battaglia di Badr. Hazrat Ruqayya era malata. Per assisterla, il nobile Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, aveva lasciato a Medina anche me insieme a Hazrat Uthman».

La questione del bottino (i beni conquistati in guerra)

Dopo la fine della battaglia, il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) rimase per tre giorni nella piana di Badr. Prima di partire verso Medina, sorse un dissenso tra i musulmani riguardo al bottino di guerra. Quando iniziarono a discutere su questo argomento, il nobile Profeta (pace e benedizioni di Allah su di lui) ordinò che tutto ciò che ciascuno possedeva fosse portato davanti a lui. I Compagni eseguirono l’ordine. In seguito, il nobile Profeta (pace e benedizioni di Allah su di lui) risolse questa controversia mediante la rivelazione.

Hazrat Ubada ibn Samit (che Allah sia soddisfatto di lui) narra: «Partimmo da Medina insieme al Profeta (pace e benedizioni di Allah su di lui) e giungemmo a Badr. Ci fu una battaglia con il nemico e Allah l’Altissimo lo sconfisse. Poi un gruppo di uomini iniziò a inseguire gli infedeli, catturandone alcuni e uccidendone altri. Un altro gruppo cominciò a raccogliere il bottino, mentre un terzo gruppo rimaneva costantemente intorno al nobile Profeta (pace e benedizioni di Allah su di lui). Temevano che i nemici potessero ingannarlo e arrecargli qualche danno. Durante la notte, coloro che avevano raccolto il bottino cominciarono a dire: “Ho raccolto questa quantità; tutto ciò è mio e non ne darò una parte a nessun altro”. Quelli che avevano inseguito il nemico dissero: “Siamo noi ad aver scacciato i nemici da tutti questi beni; dunque appartengono a noi”. I Compagni incaricati della sicurezza del nobile Profeta (pace e benedizioni di Allah su di lui) dissero: “Temevamo che i nemici, approfittando della sua disattenzione, potessero arrecare danno al nobile Profeta (pace e benedizioni di Allah su di lui). Per questo eravamo impegnati a garantirne la sicurezza”. In seguito a questo dissenso, Allah l’Altissimo fece scendere il seguente versetto: “Ti chiedono del bottino. Di’: ‘Il bottino appartiene ad Allah e al Messaggero. Temete dunque Allah e obbedite ad Allah e al Suo Messaggero, se siete credenti’” (Sura al-Anfal, versetto 1).»

In seguito, il Messaggero di Allah distribuì quel bottino di guerra tra i musulmani [Musnad Ahmad, vol. 5, p. 323; al-Hakim, vol. 2, p. 326].

L’esercito musulmano sulla via di Medina

Dopo aver trascorso tre giorni nella piana di Badr, il Messaggero (pace e benedizioni di Allah su di lui) partì il quarto giorno in direzione di Medina. Con loro vi erano anche i prigionieri qurayshiti della Mecca e il bottino di guerra. Hazrat Abdullah ibn Ka’b fu incaricato di sorvegliarli. Dopo aver attraversato la piana di Safra, il nobile Profeta (pace e benedizioni di Allah su di lui) si fermò su una collina situata tra Darba e Najia. Lì fu separato un quinto del bottino di guerra, mentre il resto dei beni fu distribuito equamente tra i musulmani. Nella piana di Safra, il Profeta (pace e benedizioni di Allah su di lui) ordinò l’uccisione di Nadr ibn al-Harith. Durante la battaglia di Badr, quest’uomo portava lo stendardo dei Quraysh ed era tra i peggiori criminali. Era inoltre tra i più accaniti nemici dell’Islam. Per ordine del Profeta (pace e benedizioni di Allah su di lui), Hazrat Ali (che Allah sia soddisfatto di lui) uccise Nadr ibn al-Harith.

In seguito giunsero a Ubqūz Jābiya. Lì il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) ordinò l’uccisione di Uqba ibn Abi Mu’ayt. Egli era uno dei principali nemici dell’Islam e tormentava il Profeta (pace e benedizioni di Allah su di lui). Di ciò è già stato fornito qualche chiarimento in precedenza. Fu proprio lui a posare le interiora di un cammello sulle spalle del Messaggero di Allah mentre questi pregava e a tentare di ucciderlo avvolgendogli un mantello intorno al collo. Hazrat Abu Bakr al-Siddiq (che Allah sia soddisfatto di lui) giunse improvvisamente e salvò il Messaggero (pace e benedizioni di Allah su di lui) dalle mani di quel malfattore. Il Messaggero (pace e benedizioni di Allah su di lui) ordinò di uccidere quel malfattore. Questi disse: “O Muhammad, chi si occuperà dei figli?”. Egli rispose: “Il Fuoco” [Sunan Abu Dawud, Sharh Awn al-Ma’bud, vol. 3, p. 12].

In seguito, Hazrat Asim ibn Thabit al-Ansari (che Allah sia soddisfatto di lui) oppure Hazrat Ali (che Allah sia soddisfatto di lui) decapitò Uqba.

Dal punto di vista militare, era necessario uccidere questi due malfattori, poiché erano criminali di guerra.

La delegazione di benvenuto

Quando il Messaggero di Allah, pace e benedizioni di Allah su di lui, giunse in un luogo chiamato Rawhāʾ, incontrò i musulmani venuti ad accoglierlo. Dopo aver appreso dai messaggeri la notizia della vittoria dei musulmani, erano usciti da Medina per congratularsi con il Messaggero, pace e benedizioni di Allah su di lui, e dargli il benvenuto. Quando si congratularono con lui, Ḥazrat Salama ibn Salama, che Allah sia soddisfatto di lui, disse: «Per che cosa siete venuti a congratularvi con noi? Noi abbiamo affrontato soltanto vecchi curvi, simili a cammelli». Sentendo ciò, il Messaggero di Allah, pace e benedizioni di Allah su di lui, rise e disse: «Nipote, proprio quelle persone erano i capi del popolo».

In seguito, Usayd ibn Khuḍayr, che Allah sia soddisfatto di lui, disse: «O Messaggero di Allah, ogni lode spetta ad Allah, che ti ha concesso il successo e ha rallegrato i tuoi occhi. Per Allah, non sapevo che avresti affrontato i nemici; pensavo che fossi partito alla ricerca di una carovana. Se avessi saputo che avresti affrontato i nemici, non sarei mai rimasto indietro». Il Messaggero di Allah, pace e benedizioni di Allah su di lui, disse: «Hai detto la verità».

I prigionieri di guerra giunsero un giorno dopo l’arrivo del Messaggero di Allah, pace e benedizioni di Allah su di lui, a Medina. Il Messaggero, pace e benedizioni di Allah su di lui, raccomandò ai Compagni di trattarli bene. In seguito a questa raccomandazione, i nobili Compagni mangiavano datteri per conto loro, ma davano il pane ai prigionieri. È opportuno ricordare che a Medina il pane aveva un valore e un’importanza maggiori dei datteri.

La questione dei prigionieri di guerra

Dopo che il Messaggero di Allah, pace e benedizioni di Allah su di lui, giunse a Medina, si consultò con i nobili Compagni riguardo ai prigionieri di guerra rimasti. Ḥazrat Abū Bakr al-Ṣiddīq, che Allah sia soddisfatto di lui, disse: «O Messaggero di Allah, essi sono nostri cugini e nostri parenti. A mio parere, dovresti liberarli in cambio di un fidāʾ, cioè di un riscatto. Ciò che verrà ottenuto potrà essere usato per accrescere la nostra forza contro i miscredenti. È anche possibile che Allah Onnipotente li guidi e che vengano a schierarsi dalla nostra parte».

Il Messaggero di Allah, pace e benedizioni di Allah su di lui, chiese il parere di Ḥazrat ʿUmar ibn al-Khaṭṭāb. Egli disse: «Sono di parere contrario a quello di Abū Bakr. Ritengo che tu debba consegnarmi un mio parente, tal dei tali, affinché io lo decapiti. Allo stesso modo, consegna ʿAqīl ibn Abī Ṭālib a Ḥazrat ʿAlī, e ʿAlī lo decapiterà. E consegna un certo fratello di Ḥamza a Ḥamza, affinché Ḥamza lo decapiti. In questo modo Allah saprà che nei nostri cuori non vi è alcuna compassione per i miscredenti. Tutti questi prigionieri di guerra sono personaggi di spicco tra i miscredenti».

Ḥazrat ʿUmar, che Allah sia soddisfatto di lui, racconta: «Dopo aver ascoltato entrambi, il Messaggero di Allah, pace e benedizioni di Allah su di lui, accettò il consiglio di Ḥazrat Abū Bakr e non il mio. Di conseguenza fu presa la decisione di accettare un riscatto dai prigionieri. Il mattino seguente, molto presto, andai dal Messaggero di Allah e lo trovai a piangere insieme ad Abū Bakr. Dissi: “O Messaggero di Allah, ditemi perché piangete. Se vi è un motivo per piangere, piangerò anch’io; e se non ve n’è alcuno, piangerò anch’io a causa del vostro pianto”. Il Messaggero, pace e benedizioni di Allah su di lui, disse: “Piango per ciò che è stato sottoposto ai tuoi compagni a causa dell’accettazione della condizione del riscatto”. Poi indicò un albero vicino e disse: “Il castigo per loro mi è stato mostrato più vicino di questo albero” [Tārīkh ʿUmar ibn al-Khaṭṭāb, Ibn al-Jawzī, p. 36]. Allah Onnipotente rivelò questo versetto: “Non è cosa conveniente per alcun profeta tenere prigionieri finché non abbia completamente sottomesso i nemici nel paese. Voi desiderate i beni terreni, mentre Allah desidera il bene dell’Aldilà. Allah è Potente e Saggio. Se non fosse stato per una precedente disposizione di Allah, vi avrebbe colpito un castigo immenso per ciò che avete preso” (Sūra al-Anfāl, versetti 76-68).

La disposizione precedente cui Allah l’Altissimo ha fatto riferimento nel versetto sopra citato è un’indicazione contenuta nel quarto versetto della sura Muhammad. In esso Allah l’Altissimo dice: «Dopodiché, o grazia o riscatto».

Poiché questo versetto autorizzava a prendere il fidya dai prigionieri di guerra, i Compagni nobili non furono puniti per aver deciso di chiedere un riscatto per i prigionieri; furono invece rimproverati. E furono rimproverati proprio perché avevano disposto di prendere il fidya, cioè il riscatto, da persone che non erano soltanto prigionieri di guerra, ma anche criminali colpevoli di gravi reati. Persino la legge moderna non li lascerebbe liberi senza intentare un processo contro di loro. La pena per tali criminali, a seguito del processo, sarebbe forse la condanna a morte oppure l’ergastolo.

Poiché fu adottata la decisione conforme all’opinione di Abu Bakr, che Allah si compiaccia di lui, fu richiesto un fidya ai politeisti. L’ammontare del fidya era di mille dirham, tremila dirham e fino a quattromila dirham. Gli abitanti della Mecca sapevano leggere e scrivere; al contrario, gli abitanti di Medina non avevano grande familiarità con la scrittura e la lettura. Per questo fu stabilito anche che coloro che non avevano la possibilità di pagare il riscatto avrebbero insegnato a leggere e scrivere a dieci bambini ciascuno a Medina. Quando i bambini avessero imparato bene, quell’insegnamento sarebbe valso come riscatto per i prigionieri.

Il Messaggero di Allah, che Allah gli conceda benedizioni e pace, per speciale benevolenza liberò alcuni prigionieri senza chiedere loro alcun fidya. Erano Muttalib ibn Hantab, Saifi ibn Abu Rifa‘a e Abu ‘Azza al-Jumahi. Quest’ultimo fu nuovamente catturato nella battaglia di Uhud e in seguito ucciso. Di ciò verrà fornito un resoconto dettagliato più avanti.

Il Messaggero di Allah, che Allah gli conceda benedizioni e pace, liberò suo genero Abul-‘As a condizione che non ostacolasse il cammino di Zaynab, la figlia del Profeta, che Allah si compiaccia di lei.

La ragione era che Zaynab aveva inviato alcuni beni come fidya per Abul-‘As ibn al-Rabi‘. Tra questi vi era anche una collana. La collana apparteneva a Khadija, che Allah si compiaccia di lei. Al momento di congedare Zaynab, che Allah si compiaccia di lei, per mandarla nella casa di Abul-‘As, ella gliel’aveva donata. Appena il Messaggero, che Allah gli conceda benedizioni e pace, la vide, i suoi occhi si riempirono di lacrime e la voce gli si strozzò per l’emozione. Chiese ai Compagni il loro parere sulla liberazione di Abul-‘As. I Compagni approvarono con profondo rispetto la proposta del loro amato Profeta, che Allah gli conceda benedizioni e pace. Allora, che Allah gli conceda benedizioni e pace, liberò suo genero Abul-‘As a condizione che egli liberasse Zaynab, che Allah si compiaccia di lei. Dopo essere stata liberata, Zaynab emigrò a Medina. Il Messaggero di Allah, che Allah gli conceda benedizioni e pace, inviò alla Mecca Zayd ibn Haritha e un altro Compagno ansar. Disse loro: «Resterete nei dintorni della Mecca, oppure in un luogo chiamato Jazza. Quando Zaynab, che Allah si compiaccia di lei, verrà da voi per partire, la condurrete con voi». I due Compagni si recarono alla Mecca e portarono Zaynab, che Allah si compiaccia di lei, a Medina. La storia dell’emigrazione di Zaynab, che Allah si compiaccia di lei, è molto lunga e commovente.

Tra i prigionieri di guerra vi era anche Suhayl ibn ‘Amr. Era un oratore rinomato. ‘Umar, che Allah si compiaccia di lui, disse: «O Messaggero di Allah, fai in modo che vengano spezzati i due incisivi anteriori di Suhayl ibn ‘Amr; così le sue parole si impasteranno in bocca e, nonostante la sua eloquenza, non potrà trarre vantaggio dal fare propaganda contro di te». Il Messaggero di Allah, che Allah gli conceda benedizioni e pace, respinse questa proposta, poiché mutilare le membra di una persona è considerato, nella terminologia islamica, mutilazione. Su questo si verrà interrogati nel difficile Giorno della Risurrezione.

Sa‘d ibn Nu‘man, che Allah si compiaccia di lui, era partito per compiere la ‘umra. In quel momento Abu Sufyan lo catturò. Il figlio di Abu Sufyan, ‘Amr, era prigioniero di guerra. Il Messaggero, che Allah gli conceda benedizioni e pace, consegnò ‘Amr nelle mani di Abu Sufyan; in cambio, Abu Sufyan liberò Sa‘d.

Esame del Nobile Corano

Allah l’Altissimo fece scendere la sura al-Anfal riguardo alla battaglia di Badr. In realtà, essa costituisce l’esame e la valutazione di Allah sulla battaglia di Badr, completamente diversi da quelli di qualsiasi altro re, comandante militare o chiunque altro al mondo. Si può ora gettare un po’ di luce sull’esame e sulla valutazione di Allah. [Il tafsir Fi Zilal al-Qur’an, scritto dal martire Sayyid Qutb [nel volume dedicato alla sura al-Anfal], contiene a questo proposito alcune preziose riflessioni].

Allah, il Signore dei mondi, mette innanzitutto in luce la ristrettezza della visione e la debolezza del carattere dei musulmani. Questa ristrettezza e questa debolezza erano presenti in loro e si manifestarono in larga misura al termine della battaglia. Allah ne parla perché voleva liberarli da esse. In tal modo sarebbero stati capaci di raggiungere la pienezza della fede.

In seguito, Egli menziona l’aiuto di Allah e l’aiuto invisibile in questa battaglia. Lo scopo era impedire ai musulmani di lasciarsi ingannare dal pensiero del proprio coraggio e della propria prodezza. Ciò avrebbe fatto sorgere in loro l’orgoglio; Allah invece vuole che nei musulmani si manifestino soltanto la fiducia in Allah e la qualità dell’obbedienza al Messaggero.

Il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, aveva intrapreso questa terribile e sanguinosa spedizione con un grande scopo e un grande obiettivo davanti a sé; in seguito vengono menzionate le qualità e le caratteristiche morali indispensabili a tale riguardo. Poi vengono rivolti ai politeisti, agli ipocriti, agli ebrei e ai prigionieri di guerra consigli di così alto livello da indurli a chinare il capo davanti alla verità e a diventare seguaci della verità.

In seguito vengono spiegati i principi fondamentali riguardanti il bottino di guerra.

Qui vengono spiegate anche le norme relative alla guerra e alla tregua. Non si può negare la loro indispensabilità e necessità per la الدعوة islamica. Queste spiegazioni e questi principi sono stati forniti affinché i musulmani possano distinguere tra la guerra prima dell’Islam e quella successiva all’Islam. Inoltre, affinché possano conseguire una posizione più elevata nei valori morali e caratteriali. Attraverso ciò, il mondo possa sapere che l’Islam non è soltanto un ideale, ma che, secondo i principi e le norme ai quali invita, offre anche ai suoi seguaci una formazione pratica.

In seguito vengono menzionate alcune disposizioni riguardanti i principi dello Stato islamico. Attraverso di esse si comprende chiaramente la differenza tra i musulmani sotto il controllo dello Stato islamico e i musulmani che si trovano al di fuori dei suoi confini.

Altri eventi

Nel mese di Ramadan del secondo anno dell’Egira furono resi obbligatori il digiuno e la sadaqat al-fitr. In questo periodo fu stabilita anche la quantità della zakat, cioè il nisab. Tra i Muhajirun ve n’erano alcuni molto poveri. Il problema del loro sostentamento era grave. Per loro era difficile correre da un luogo all’altro per placare la fame. Le disposizioni relative alla sadaqat al-fitr e alla zakat li liberarono dalle difficoltà riguardanti il cibo e gli abiti.

I musulmani celebrarono per la prima volta l’Eid nel mese di Shawwal del secondo anno dell’Egira. Questa celebrazione ebbe luogo dopo la chiara vittoria nella battaglia di Badr. Dopo aver posto sulla testa dei musulmani la corona della vittoria e dell’onore, Allah Rabb al-‘Alamin concesse loro l’opportunità di celebrare quell’Eid. L’Eid portò ai musulmani un onore e una fortuna straordinari. La scena della preghiera dell’Eid fu assai incantevole. I musulmani uscirono verso la piazza proclamando ad alta voce lode ad Allah, takbir, tasbih e tawhid. In quel momento i loro cuori erano colmi delle benedizioni e dell’aiuto concessi da Allah.

Erano desiderosi di ottenere in misura ancora maggiore il compiacimento di Allah. Chinavano il capo in segno di gratitudine verso Allah. Allah Rabb al-‘Alamin ha menzionato quella benedizione in questo versetto del Sacro Corano. Egli dice: «Ricordate quando eravate pochi e considerati deboli sulla terra, temendo che la gente potesse rapirvi all’improvviso. Poi Egli vi diede rifugio, vi rafforzò con il Suo aiuto e vi concesse in sostentamento le cose buone, affinché foste riconoscenti». (Sura al-Anfal, versetto 26)

Le attività militari successive alla battaglia di Badr

La battaglia di Badr fu il primo scontro armato e decisivo tra i musulmani e i politeisti. In essa i musulmani ottennero la «Fath Mubīn», cioè una chiara vittoria. L’intero mondo arabo fu testimone di questa vittoria. A essere tormentati dalla sofferenza psicologica per l’esito di questa battaglia furono coloro che erano stati direttamente colpiti dalla sconfitta. Erano i politeisti. Vi era inoltre un altro gruppo, che considerava la vittoria dei musulmani e il conseguimento di un’elevata posizione un motivo di preoccupazione per la propria esistenza religiosa ed economica. Erano gli ebrei. Quando i musulmani vinsero la battaglia di Badr, questi due gruppi, cioè i politeisti e gli ebrei, esplosero di rabbia e rancore contro i musulmani. Come dice Allah l’Altissimo: «Troverai che, tra gli uomini, i più accaniti nell’inimicizia verso i credenti sono gli ebrei e i politeisti». (Sura al-Ma’ida, versetto 82)

Vi erano però alcuni abitanti di Medina che erano bene intenzionati verso entrambi questi gruppi. Quando si resero conto che non era rimasta loro altra via per preservare il proprio onore, aderirono all’Islam per pura apparenza. Erano ‘Abdullah ibn Ubayy e i suoi amici. Non erano meno adirati degli ebrei e dei politeisti nei confronti dei musulmani.

Oltre a questi, vi era anche un quarto gruppo. Erano i beduini arabi, che vivevano nei dintorni di Medina. Non provavano alcuna inclinazione interiore né verso l’Islam né verso la miscredenza. Erano predoni e briganti. Anche loro soffrirono per il successo dei musulmani nella battaglia di Badr. Temevano che, se a Medina fosse stato istituito un governo forte, la strada alle loro razzie sarebbe stata sbarrata. Per questo anche nei loro cuori si destò odio contro i musulmani, e divennero loro nemici.

In tal modo i musulmani si trovarono ad affrontare problemi su quattro fronti. Tuttavia, ciascuno di questi quattro gruppi adottava un metodo diverso nei confronti dei musulmani. Ognuno seguiva una via differente per raggiungere i propri obiettivi e scopi. Ritenevano che in questo modo avrebbero potuto conseguire il loro obiettivo.

A Medina, un gruppo di nemici assunse le sembianze dell’Islam. Sebbene parlasse dell’Islam a parole, segretamente ricorse a complotti, astuzie e alla fomentazione di dispute e discordie reciproche. Un gruppo di ebrei manifestò apertamente la propria ostilità e il proprio rancore verso l’Islam. Nel frattempo, gli abitanti della Mecca cominciarono a minacciare di vendicarsi della dura sconfitta subita. Oltre a minacciare apertamente la vendetta, iniziarono a prepararsi alla guerra. Era come se dicessero ai musulmani: «Verrà il giorno che dovrà venire, un giorno splendente; udremo lamenti e vedremo lacrime».

Un anno dopo, i Quraysh della Mecca, preparatisi alla guerra, partirono in direzione di Medina.

Nella storia dell’Islam, questa spedizione è nota come la battaglia di Uhud. Quella battaglia ebbe alcune ripercussioni negative sulla fama e sulla gloria dei musulmani.

Per affrontare tutti questi pericoli, i musulmani adottarono alcune misure importanti. Da esse emergono la leadership, le capacità e le qualità del Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui). Si comprende inoltre che la leadership di Medina era sempre vigile e attenta ai pericoli provenienti da ogni direzione. Furono persino elaborati diversi piani per affrontare i nemici. Ne parleremo qui brevemente.

Uno. La battaglia contro i Banu Sulaym

Dopo la battaglia di Badr, il servizio informazioni di Medina ricevette per primo la notizia che gli uomini dei Banu Sulaym, un ramo della tribù dei Ghatafan, avevano radunato delle truppe per attaccare Medina. Dopo aver ricevuto questa notizia, il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) condusse all’improvviso una spedizione contro di loro con duecento mujahidin e raggiunse il luogo chiamato Qudar, la loro destinazione. [In realtà, qudar è un uccello di colore grigio. Qui, tuttavia, indica un insediamento della tribù dei Banu Sulaym. Si trova sulla strada principale da La Mecca alla Siria.]

La tribù dei Banu Sulaym non era preparata a un attacco improvviso di questo genere. Fuggirono in preda allo smarrimento, lasciandosi dietro cinquecento cammelli. I musulmani si impossessarono di tutti quei cammelli. Il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) ne distribuì i quattro quinti. Ognuno ricevette due cammelli. Durante questa spedizione, un uomo schiavo di nome Yasar cadde anch’egli nelle mani dei musulmani. In seguito, il Messaggero (pace e benedizioni di Allah su di lui) lo liberò. Poi, dopo essere rimasto per tre giorni nella zona dei Banu Sulaym, tornò a Medina.

L’episodio ebbe luogo nel mese di Shawwal del secondo anno dell’Egira, appena sette giorni dopo il ritorno dalla battaglia di Badr. Durante questa spedizione, Saba ibn Arfata, secondo un’altra versione ʿAbdullah ibn Umm Maktum (che Allah si compiaccia di lui), fu incaricato dell’amministrazione di Medina.

2) Il complotto per assassinare il Messaggero (che Allah lo benedica e gli conceda la pace)

Dopo che il complotto per assassinare il Messaggero di Allah era fallito e i politeisti erano stati sconfitti nella battaglia di Badr, in seguito essi ardevano di rabbia. Tutta Mecca era infiammata contro il Messaggero di Allah. Alla fine, due giovani malvagi decisero di eliminare proprio il Messaggero di Allah, fonte di ogni ispirazione, che Allah lo benedica e gli conceda la pace.

Era qualche giorno dopo la battaglia di Badr. Tra i Quraysh c’era un malfattore di nome Umayr ibn Wahb al-Jumahi. Quel criminale infliggeva a Mecca ogni sorta di sofferenza al Messaggero di Allah. Suo figlio, Wahb ibn Umayr, era stato catturato dai musulmani nella battaglia di Badr. Un giorno, Umayr era seduto nell’Hatim della Kaaba e conversava con Safwan ibn Umayya. Discutevano del doloroso episodio del lancio dei cadaveri dei caduti nella battaglia di Badr in un pozzo sudicio di Badr. Safwan disse: «Per Dio, non c’è alcun piacere nel vivere in loro assenza». Umayr rispose: «Per Dio, hai detto la verità. Se non fossi indebitato e non avessi una famiglia di cui preoccuparmi, andrei a Medina e metterei fine alla vita di Muhammad. Ma non ho i mezzi per ripagare i miei debiti, e la mia famiglia, in mia assenza, andrebbe incontro alla rovina. Inoltre ho una scusa: mio figlio è prigioniero nelle loro mani».

Dopo aver ascoltato tutto, Safwan pensò tra sé: «È un’ottima occasione». Disse a Umayr: «Ascolta, mi assumerò io la responsabilità di pagare i tuoi debiti; li salderò a tuo nome. E tratterò la tua famiglia come la mia: mi prenderò cura di loro per tutta la vita. Finché possiederò qualcosa, non permetterò mai che ne siano privi».

Umayr disse: «Va bene. Ma il nostro accordo deve rimanere segreto». Safwan rispose: «Sì, resterà segreto».

Dopodiché Umayr affilò la spada e vi mescolò del veleno. Partì verso Medina e, dopo qualche tempo, vi arrivò. Mentre faceva inginocchiare il suo cammello davanti alla Moschea del Profeta, attirò l’attenzione di ʿUmar ibn al-Khattab. Egli stava parlando a un’assemblea di musulmani dell’onore che Allah aveva loro concesso attraverso la battaglia di Badr. Non appena vide Umayr, disse: «Questo miserabile è un nemico di Allah. Certamente sei venuto con una cattiva intenzione».

In seguito ʿUmar (che Allah si compiaccia di lui) si recò dal Messaggero di Allah e disse: «O Messaggero di Allah, il nemico di Allah Umayr è venuto con la spada al fianco». Il Messaggero (che Allah lo benedica e gli conceda la pace) disse: «Portatelo da me». Quando Umayr arrivò, ʿUmar (che Allah si compiaccia di lui) gli premette la spada contro il collo. Disse ad alcuni Ansar: «Entrate dal Messaggero di Allah e rimanete seduti lì. State all’erta riguardo alle attività di questo malvagio contro il nostro amato Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, perché non ci si può fidare di lui». Poi ʿUmar (che Allah si compiaccia di lui) condusse Umayr all’interno della moschea. Vedendo il modo in cui ʿUmar teneva stretto Umayr, il Messaggero (che Allah lo benedica e gli conceda la pace) disse: «Lascialo, ʿUmar». Poi disse a Umayr: «Avvicinati». Umayr si avvicinò al Messaggero di Allah e disse: «Buongiorno a voi». Il Messaggero (che Allah lo benedica e gli conceda la pace) disse: «Allah ci ha insegnato un saluto migliore delle vostre parole: “As-salāmu ʿalaykum”. È il saluto degli abitanti del Paradiso».

Allora il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, disse: «O Umayr, perché sei venuto?». Egli rispose: «Sono venuto per il prigioniero che avete presso di voi. Vi chiedo di mostrarmi benevolenza riguardo al mio prigioniero».

Il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, disse: «Perché allora hai una spada appesa al collo?». Egli rispose: «Che Allah faccia perire questa spada! A che altro potrebbe servirci ormai?»

Il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, disse: «Dimmi sinceramente perché sei venuto». Egli rispose: «Te l’ho già detto: sono venuto per discutere del prigioniero di guerra». Il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, disse: «No, non è così. Tu e Safwan eravate seduti nell’Hatim della Kaaba e vi lamentavate dei cadaveri dei Quraysh uccisi, gettati nel pozzo. Poi dicesti: “Se non fossi indebitato e non avessi famiglia a carico, partirei da qui e ucciderei Muhammad”. Dopo aver udito ciò, Safwan si è assunto la responsabilità dei tuoi debiti e della tua famiglia, a condizione che tu uccidessi Muhammad. Ma ricorda: Allah si è posto come ostacolo tra me e voi».

Umayr disse: «Testimonio che tu sei il Messaggero di Allah. O Messaggero di Allah, ci riferivi le notizie del cielo e la rivelazione che ti veniva fatta, ma noi le respingevamo come menzogne. Tuttavia questo è un fatto al quale non erano presenti altri oltre a me e Safwan. Perciò giuro nel nome di Allah che nessuno, all’infuori di Lui, ti ha informato di ciò. Lode ad Allah, che mi ha guidato all’Islam e mi ha condotto fino a questo luogo». Detto questo, Umayr pronunciò la Kalima Tayyiba. Il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, rivolgendosi ai nobili Compagni, disse: «Insegnate la religione a vostro fratello, recitategli il Corano e liberate il suo prigioniero». (Ibn Hisham, vol. 1, p. 660).

Nel frattempo, a Mecca, Safwan andava dicendo: «Ascoltate la buona notizia: entro pochi giorni accadrà qualcosa che ci farà dimenticare le sofferenze di Badr». Safwan chiedeva alle persone provenienti da Medina di portargli la notizia che attendeva. Alla fine venne a sapere da qualcuno che Umayr aveva abbracciato l’Islam ed era diventato musulmano. Udendo ciò, Safwan giurò che non avrebbe mai più parlato con Umayr né gli avrebbe arrecato alcun beneficio. Nel frattempo, dopo aver abbracciato l’Islam, Umayr giunse a Mecca e cominciò a invitare la gente all’Islam. Grazie al suo invito, molte persone trovarono rifugio sotto l’ombra fresca e benefica dell’Islam. (Ibn Hisham, vol. 1, pp. 661, 662, 663).

Tre) La battaglia di Banu Qaynuqa

Sono già state menzionate le clausole dell’accordo che il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, aveva stipulato con gli ebrei dopo il suo arrivo a Medina. Il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, si adoperava con ogni mezzo e sperava che le clausole dell’accordo venissero attuate. Per questo, da parte dei musulmani non fu compiuto il minimo passo che potesse costituire una violazione dell’accordo. Tuttavia, gli ebrei, storicamente traditori e infidi, si volsero ben presto verso le loro vecchie abitudini. Non risparmiarono alcuno sforzo nel diffondere complotti tra i musulmani, provocare la guerra, fomentare tumulti e disordini e seminare il caos. Qui viene riportato un esempio.

Il tradimento degli ebrei

Ibn Ishaq ha riferito che vi era un ebreo di nome Shasha ibn Qays. Era così anziano che, a guardarlo, sembrava che avesse già un piede nella tomba. La sua ostilità e il suo odio verso i musulmani erano illimitati. Un giorno passò accanto alle tribù degli Aws e dei Khazraj. Là gli appartenenti a entrambe le tribù erano seduti a conversare. Tra loro non vi era più l’ostilità di un tempo; al contrario, si vedeva una meravigliosa armonia e un grande affetto. Vedendo quella situazione, il vecchio ebreo ne fu profondamente rattristato. Cominciò a dire: «Guarda, guarda! Qui vedo riuniti i notabili della famiglia dei Banu Qayla. Dopo che questi nobili si sono riuniti, noi siamo diventati insignificanti». Il vecchio ebreo aveva con sé un giovane. Gli disse: «Parla loro della battaglia di Bu’ath e di alcuni avvenimenti precedenti, e recita loro alcuni dei poemi che furono declamati dalle due parti riguardo alla guerra». L’ebreo fece proprio questo. Di conseguenza, tra gli uomini delle tribù degli Aws e dei Khazraj cominciarono gradualmente discussioni e alterchi. I musulmani presenti iniziarono a litigare e a vantare la superiorità gli uni sugli altri. Un rappresentante di ciascuna delle due parti si mise in ginocchio e cominciò a magnificare i successi della propria tribù. Uno di loro disse: «Se volete, possiamo ancora riaccendere quella guerra». In altre parole, erano pronti a combattere nuovamente la guerra già combattuta. A quelle parole entrambe le parti si infiammarono e dissero: «Andiamo, prepariamoci. La battaglia si svolgerà nel luogo chiamato Habra. Andiamo! Prendete le armi, prendete le armi». I musulmani di entrambe le parti partirono armati in direzione di Habra. Proprio quando stava per iniziare una battaglia sanguinosa, la notizia giunse al Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace. Egli si recò rapidamente sul posto insieme ai Compagni emigrati e disse: «O musulmani, ahimè, ahimè! Volete tornare all’epoca dell’ignoranza mentre sono ancora in vita? Dopo aver abbracciato l’Islam, fate ancora una cosa simile? Attraverso l’Islam siete stati liberati dai costumi e dalle usanze dell’epoca dell’ignoranza, siete stati liberati dalla miscredenza e i vostri cuori si sono riempiti di amore reciproco».

Ascoltando le parole del Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, i Compagni ansar compresero di essere caduti nell’inganno di Satana e di essere stati vittime delle provocazioni del nemico. Riflettendo su ciò, cominciarono a piangere. Gli appartenenti alle tribù degli Aws e dei Khazraj si abbracciarono. Poi tornarono alle loro case obbedendo al Messaggero di Allah, in modo tale che Allah Altissimo spense il fuoco della cospirazione dell’ebreo Shasha ibn Qays, nemico dei musulmani. [Ibn Hisham, vol. 1, pp. 555-556].

Questo è un esempio degli spregevoli tentativi degli ebrei di creare divisione e discordia tra i musulmani. Da questo episodio si comprende come gli ebrei ostacolassero la predicazione dell’Islam. A tale scopo elaborarono vari piani. Diffondevano false propagande. Al mattino si dichiaravano musulmani e alla sera tornavano a essere miscredenti. Lo facevano affinché nel cuore delle persone deboli sorgessero dubbi e diffidenza nei confronti dell’Islam. Se avevano un rapporto economico con qualcuno e questi diventava musulmano, interrompevano i pagamenti. Se invece erano loro a dover ricevere del denaro, lo tormentavano con continue richieste, mattina e sera. Quando il nuovo musulmano era il creditore, non gli restituivano ciò che gli spettava, ma se ne appropriavano ingiustamente. Se, nonostante tutto, quel musulmano chiedeva il proprio denaro, l’ebreo intrigante diceva: «Avevo l’obbligo di pagarti il tuo credito soltanto finché credevi nella religione dei tuoi antenati. Tu hai cambiato la tua fede; pertanto ora non può esserci alcun rapporto tra me e te, né vi è alcuna ragione perché ve ne sia uno». [I commentatori hanno menzionato episodi di questo genere di spregevoli attività degli ebrei nei commenti esegetici di varie sure, tra cui la sura Āl ʿImrān. In particolare, questa narrazione è esposta in modo molto interessante nel tafsir Fī Ẓilāl al-Qurʾān del martire Sayyid Qutb].

Va ricordato che gli ebrei avevano iniziato questo genere di attività già prima della battaglia di Badr. Facevano tutto ciò violando il patto stipulato con il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace. Tuttavia, il Messaggero, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, e i nobili Compagni sopportavano ogni cosa in silenzio, nella speranza che gli ebrei ottenessero la guida. Nei loro cuori vi era anche il desiderio di preservare un ambiente di pace e sicurezza nella regione.

La violazione del patto da parte dei Banu Qaynuqa

Quando gli ebrei si accorsero che Allah, il Signore dei mondi, aveva dato ai musulmani un grande aiuto sul campo di Badr e che il loro onore e la loro influenza si erano diffusi ovunque, iniziarono a mostrare ostilità verso l’Islam e i musulmani. Cominciarono a tradire apertamente, attraverso dichiarazioni pubbliche, e si impegnarono con ogni mezzo a danneggiare i musulmani.

Tra loro, il più invidioso e malvagio era Ka’b ibn al-Ashraf. Di lui si parlerà più avanti. Tra le tre tribù ebraiche, la peggiore era quella dei Banu Qaynuqa. Vivevano all’interno di Medina e il loro quartiere era conosciuto con il loro nome. Di professione erano fabbri, orafi e fabbricanti di stoviglie. Per questo disponevano sempre di una grande quantità di equipaggiamento bellico. Tra loro vi erano settecento uomini abbastanza arroganti e vigorosi da combattere. Erano la tribù ebraica più valorosa di Medina. Furono i primi a violare il patto con i musulmani. Ecco i dettagli dell’accaduto:

Quando Allah, il Signore dei mondi, concesse ai musulmani la vittoria nella battaglia di Badr, l’ostilità degli ebrei superò ogni limite. Essi continuarono le loro azioni malvagie, le attività spregevoli e le provocazioni. Quando i musulmani si recavano al mercato, rivolgevano loro commenti derisori e li schernivano continuamente. In tal modo li ferivano psicologicamente. La loro arroganza aveva oltrepassato ogni limite, tanto che molestavano persino le donne musulmane.

La situazione divenne gradualmente critica. L’arroganza e l’ostinazione degli ebrei oltrepassarono ogni limite. In quel periodo il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, radunò gli ebrei e, un giorno, li esortò, li ammonì e li invitò all’Islam. Inoltre li avvertì delle cattive conseguenze delle loro azioni oppressive. Ma ciò non fece che accrescere le loro azioni vili e spregevoli.

Abu Dawud e altri hanno narrato da Abd Allah ibn Abbas, che Allah sia soddisfatto di lui, che il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, sconfisse i Quraysh nel giorno di Badr. Poi, tornato a Medina, convocò un’assemblea degli ebrei al mercato dei Banu Qaynuqa. In quell’assemblea disse: «O comunità degli ebrei, abbracciate l’Islam prima che vi colpisca una disgrazia simile a quella che ha colpito i Quraysh». Essi dissero: «O Muhammad, ti sei fatto un’idea sbagliata di noi. Ti sei scontrato con gente inesperta e priva di esperienza della tribù dei Quraysh, e per questo hai creduto di aver conquistato il mondo. Li hai colpiti soltanto perché erano inesperti. Se combatterai contro di noi, capirai cosa siano i veri uomini. Noi siamo valorosi. Non sei ancora caduto nelle nostre mani; perciò ti sei formato un’idea errata sul nostro conto». In risposta a queste parole, Allah, il Signore dei mondi, rivelò questo versetto.

«Di’: “O voi che siete miscredenti, presto sarete sconfitti e sarete radunati nell’Inferno: quale orribile dimora! Vi è certamente un segno per voi nello scontro delle due schiere. Una schiera combatteva sulla via di Allah, mentre l’altra era miscredente. Essi li vedevano con i propri occhi due volte più numerosi. Allah rafforza con il Suo aiuto chi vuole. In ciò vi è certamente una lezione per coloro che hanno discernimento”». [Sunan Abi Dawud, vol. 3, p. 112; Ibn Hisham, vol. 1, p. 552] (Sura Āl ʿImrān, versetti 12-13)

In sintesi, la risposta data dai Banu Qaynuqa equivaleva a una chiara dichiarazione di guerra. Tuttavia il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, trattenne la collera e mostrò pazienza. Anche i musulmani ebbero pazienza e attesero gli eventi futuri.

Dopo che il Messaggero, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, ebbe invitato gli ebrei all’Islam e li ebbe avvertiti delle conseguenze delle loro azioni, la loro arroganza aumentò ulteriormente. Dopo pochi giorni iniziarono a compiere atti terroristici a Medina. In tal modo si scavarono da soli la fossa e si chiusero ogni via nella vita.

Ibn Hisham ha narrato da Abu ʿAwn che una donna araba venne al mercato di Qaynuqa per vendere del latte. Dopo aver venduto il latte, la donna si sedette per una necessità presso la bottega di un orafo ebreo. L’ebreo le ordinò di scoprire il volto, ma la donna rifiutò. Allora l’orafo legò con un nodo una parte del suo abito alla schiena. La donna non si accorse di nulla. Non appena si alzò, le parti intime rimasero scoperte. Gli ebrei scoppiarono tutti in una risata sguaiata. Umiliata in quel modo, la donna cominciò a gridare e a piangere. Udendo il suo pianto, un musulmano chiese che cosa fosse accaduto. Dopo aver ascoltato tutto, accecato dalla collera, aggredì quell’ebreo e lo uccise. Quando gli ebrei videro che uno dei loro era stato ucciso e che l’assassino era un musulmano loro nemico, lo assalirono tutti insieme e uccisero anche lui. I familiari del musulmano ucciso iniziarono a gridare e a piangere, denunciando gli ebrei a tutti i musulmani. Di conseguenza, tra i musulmani e gli ebrei della tribù dei Banu Qaynuqa si diffuse il fervore della guerra. [Ibn Hisham, vol. 2, pp. 47-48].

Assedio, resa ed espulsione

Dopo questo episodio, la pazienza del Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, giunse al termine. Affidò la responsabilità dell’amministrazione di Medina ad Abu Lubaba ibn Abd al-Mundhir. Con le sue mani benedette consegnò la bandiera dei musulmani ad Hamza ibn Abd al-Muttalib e partì con un gruppo di musulmani in direzione dei Banu Qaynuqa. Vedendo il Messaggero, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, gli ebrei chiusero la porta principale della fortezza. Il Messaggero, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, pose la fortezza sotto assedio da ogni lato. Era venerdì, il quindicesimo giorno del mese di Shawwal del secondo anno dell’Egira. L’assedio fu mantenuto per quindici giorni, cioè fino al primo giorno del mese di Dhu al-Qaʿda. Poi Allah l’Altissimo fece penetrare nei cuori degli ebrei il timore dei musulmani. È consuetudine di Allah che, quando vuole sconfiggere un popolo, fa penetrare nei suoi cuori il timore dell’avversario. La tribù dei Banu Qaynuqa si arrese a condizione di accettare la decisione del Messaggero di Allah. La sentenza del Messaggero di Allah riguardo alle loro vite, ai loro beni, alle loro donne e ai loro bambini sarebbe stata definitiva. In seguito, per ordine del Messaggero, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, gli ebrei furono legati.

Soltanto un mese prima, il munafiq ʿAbdullah ibn Ubayy, che aveva assunto le sembianze dell’Islam, diede allora un esempio straordinario di simpatia verso gli ebrei. Con ipocrita insistenza, chiese al Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, di perdonare gli ebrei. Disse: «O Muhammad, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, mostra benevolenza verso i miei alleati». Va ricordato che i Banu Qaynuqa erano alleati della tribù dei Khazraj. Il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, non aveva ancora preso alcuna decisione. Il capo dei munafiq ripeté la sua richiesta. Il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, si voltò dall’altra parte. Allora quel vile munafiq afferrò la manica della veste del Messaggero di Allah. Egli si irritò e disse: «Lasciami». Ma il munafiq continuò a supplicarlo. Disse: «Non ti lascerò finché non annuncerai la tua benevolenza verso i miei alleati. Ucciderai in una sola mattina quattrocento giovani indifesi e trecento giovani rivestiti di armatura, che mi hanno salvato da molti pericoli? Per Allah, sono terrorizzato dal timore dei rovesci della sorte».

Alla fine, il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, apparentemente mantenne la parola data ad ʿAbdullah ibn Ubayy. Fece in modo di risparmiare la vita agli ebrei. Ordinò però che non potessero rimanere a Medina o nei suoi dintorni. Gli ebrei partirono allora verso la Siria, portando con sé tutto ciò che riuscivano a trasportare. Nel giro di pochi giorni, molti di loro morirono.

Il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, confiscò i beni abbandonati dagli ebrei. Tra questi tenne per sé tre cannoni, due armature, tre spade e tre lance. Prelevò inoltre un quinto dei beni rimanenti. La raccolta del bottino fu affidata a Muhammad ibn Maslama. [Zad al-Maʿad, vol. 2, pp. 71, 91; Ibn Hisham, vol. 2, pp. 47, 48, 49].

4) La battaglia di Sawiq

Da una parte, Safwan ibn Umayya era impegnato in complotti insieme agli ebrei e ai munafiq; dall’altra, anche Abu Sufyan portava avanti i suoi intrighi. Voleva compiere al più presto un’azione che permettesse di salvaguardare l’onore e il prestigio della sua gente e di dimostrare la propria forza. Abu Sufyan aveva giurato che non avrebbe compiuto il ghusl rituale finché non avesse combattuto contro Muhammad. Per adempiere a questo giuramento, partì con duecento cavalieri e pose il suo accampamento ai piedi di una montagna chiamata Naib, nella pianura di Qanat, a dodici miglia da Medina. Abu Sufyan non ebbe il coraggio di attaccare direttamente Medina. Tuttavia compì un’azione che può essere definita apertamente brigantaggio e razzia.

I fatti si svolsero così: nel buio della notte, Abu Sufyan giunse alla periferia di Medina e si recò da Huyayy ibn Akhtab, chiedendogli di aprire la porta. Huyayy, temendo le conseguenze, si rifiutò di aprirla. Abu Sufyan si recò allora da Salam ibn Mishkam, un altro capo dei Banu Nadir. Quest’uomo era il tesoriere della tribù dei Banu Nadir. Abu Sufyan chiese il permesso di entrare. Salam ibn Mishkam glielo concesse e gli offrì ospitalità: gli diede da mangiare, gli servì del vino e lo informò dettagliatamente della situazione di Medina. Abu Sufyan tornò quindi rapidamente dai suoi compagni e inviò un gruppo di uomini armati ad attaccare un luogo chiamato Arid, alla periferia di Medina. Quei malfattori della tribù dei Quraysh abbatterono alcune palme e diedero fuoco ad altri alberi. Poi trovarono in un campo un ansari e il suo alleato, li uccisero e fuggirono a tutta velocità verso la Mecca.

Quando ricevette la notizia, il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, inseguì rapidamente Abu Sufyan e i suoi compagni. Ma quei malfattori fuggirono verso la Mecca a una velocità ancora maggiore. Per alleggerire il carico, abbandonarono lungo la strada molti oggetti, che finirono nelle mani dei musulmani. Il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, e i suoi compagni inseguirono Abu Sufyan fino a Qarqarat al-Kudr, poi tornarono indietro. I musulmani raccolsero vari oggetti abbandonati, tra cui sawiq, e rientrarono a Medina. Questa spedizione fu chiamata battaglia di Sawiq. In arabo, sawiq significa «farina d’orzo tostato». L’episodio ebbe luogo nel mese di Dhu al-Hijja del secondo anno dell’Egira, appena due mesi dopo la battaglia di Badr. Durante questa spedizione, l’amministrazione di Medina fu affidata ad Abu Lubaba ibn Abd al-Mundhir. [Zad al-Maʿad, vol. 2, pp. 90-91; Ibn Hisham, vol. 2, p. 593].

5) La battaglia di Dhu Amr

Dopo la battaglia di Badr, questa fu la più grande spedizione militare. Il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, guidò questa spedizione. Essa fu condotta nel mese di Muharram del terzo anno dell’Egira. La ragione fu che il servizio d’informazioni di Medina informò il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, che un grande gruppo delle tribù dei Banu Thaʿlaba e dei Muhārib si stava unendo per attaccare Medina. Non appena ricevette questa notizia, il Messaggero, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, ordinò ai musulmani di prepararsi. La spedizione fu intrapresa con quattrocento mujāhid, tra cavalieri e fanti. In quel momento il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, nominò ʿUthmān, che Allah si compiaccia di lui, suo sostituto a Medina.

Durante il cammino, i mujāhid catturarono un uomo di nome Jabbār, della tribù dei Banu Salām, e lo condussero davanti al Messaggero di Allah. Egli lo invitò all’Islam. L’uomo accettò l’Islam. Dopodiché, guidò il Messaggero, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, e i Compagni fino al territorio nemico.

Nel frattempo, dopo aver appreso della spedizione militare dei musulmani, i nemici si dispersero nelle zone montuose circostanti. Il Messaggero, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, continuò la sua avanzata e, insieme ai mujāhid, giunse fino alla posizione dei nemici. Lì vi era un luogo noto come «Dhū Amr». Il Messaggero, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, vi rimase alcuni giorni anche dopo il mese di Safar del terzo anno dell’Egira, per esercitare la propria influenza sui beduini e dare loro un’idea della potenza dei musulmani; poi tornò a Medina. [Ibn Hishām, vol. 2, p. 46; Zād al-Maʿād, vol. 2, p. 91. Si dice che durante questa spedizione un uomo chiamato Ghawth al-Muhāribī abbia tentato di uccidere il Messaggero di Allah. In realtà, tuttavia, il tentativo ebbe luogo durante un’altra spedizione, non durante questa. Vedi Bukhārī, vol. 2, p. 593].

Sei) La sorte di Kaʿb ibn al-Ashraf

Tra gli ebrei, quest’uomo nutriva un odio intenso verso i musulmani. Era sempre ostile ai musulmani e provava continuamente tormento per le loro attività. Quest’uomo arrecava sofferenza al Messaggero di Allah e andava proclamando pubblicamente l’incitamento alla guerra contro di lui.

Era imparentato con il ramo dei Banu Nabḥān della tribù di Ṭayy. La tribù di sua madre si chiamava Banu Naḍīr. Quest’uomo era ricco e influente. In Arabia era rinomato per la sua bellezza fisica. Era conosciuto anche come poeta famoso. La sua fortezza si trovava a sud di Medina, dietro l’insediamento della tribù dei Banu Naḍīr.

Non appena udì la notizia della vittoria dei musulmani nella battaglia di Badr e dell’uccisione dei capi dei Quraysh, esclamò: «È davvero accaduto qualcosa del genere? Essi erano i nobili degli arabi e i re della gente. Se Muḥammad li ha davvero uccisi, allora l’interno della terra è migliore della sua superficie. In altre parole, per noi è meglio morire che rimanere in vita».

Non appena ricevette la certezza della vittoria dei musulmani, il nemico di Allah Kaʿb ibn al-Ashraf cominciò a diffamare il Messaggero, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, e i musulmani, e a lodare i nemici dell’Islam. Non ancora soddisfatto, si recò alla Mecca presso i Quraysh e fu ospite di al-Muṭṭalib ibn Abī Wadāʿa al-Sahmī, cercando di accendere il fuoco dell’agitazione nei cuori dei politeisti. Recitò poesie composte da lui stesso per incitare i Quraysh a combattere contro il Messaggero di Allah. Recitò inoltre poesie in lode dei Quraysh uccisi. Durante il soggiorno di Kaʿb alla Mecca, Abū Sufyān gli chiese: «Quale religione tra le nostre preferisci? Quale dei due gruppi è guidato sulla retta via?». Kaʿb ibn al-Ashraf rispose: «Voi siete più guidati e migliori dei musulmani». In quel momento Allah l’Altissimo rivelò questo versetto.

«Non hai visto coloro ai quali è stata data una parte della Scrittura? Credono nel Jibt e nel Taghut e dicono dei miscredenti: “Questi seguono una via migliore di quella dei credenti”» (Sura an-Nisa’, versetto 51).

Dopo aver compiuto queste azioni alla Mecca, Ka‘b ibn Ashraf tornò a Medina. Una volta giunto a Medina, iniziò a recitare poesie oscene sulle mogli dei nobili Compagni. Inoltre, diceva tutto ciò che gli veniva in mente, ferendo così i musulmani.

In tali circostanze, esasperato, un giorno il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, disse: «Chi è disposto a occuparsi di Ka‘b ibn Ashraf? Quest’uomo ha arrecato offesa ad Allah l’Altissimo e al Suo Messaggero».

Rispondendo all’appello del Messaggero di Allah, si fecero avanti Muhammad ibn Mazlama, ‘Ubbad ibn Bishr, Abu Na’ila, ossia Salqan ibn Salama, Harith ibn Aws e Abu ‘Abbas ibn Jabar, che Allah si compiaccia di lui. Abu Na’ila, ossia Salqan ibn Salama, che Allah si compiaccia di lui, era fratello di latte di Ka‘b ibn Ashraf. Muhammad ibn Maslama fu nominato capo del gruppo.

Il succo delle diverse narrazioni riguardanti l’uccisione di Ka‘b ibn Ashraf è il seguente: quando il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, disse che quell’uomo aveva arrecato offesa al Messaggero e chiese: «Chi può occuparsi di Ka‘b ibn Ashraf?», Muhammad ibn Maslama si alzò immediatamente e disse: «Sono qui, o Messaggero di Allah».

«Vuoi che lo uccida?» Il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, rispose: «Sì». Egli disse: «Allora permettimi di dire alcune cose». Il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, rispose: «Sì, puoi parlare».

In seguito, Muhammad ibn Maslama, che Allah si compiaccia di lui, andò da Ka‘b ibn Ashraf e gli disse: «Quell’uomo ci chiede la sadaqa. In realtà, questa richiesta ci ha messo in difficoltà».

Ka‘b disse: «Per Allah, sarete ancora più esasperati».

Muhammad ibn Maslama (ra.) disse: «Dal momento che abbiamo già seguito lui, non mi sembra opportuno abbandonarlo. È necessario vedere quale sarà l’esito di questa nostra adesione. Comunque sia, vi chiedo in prestito un wasq di viveri.»

Ka’b disse: «Lasciami qualcosa in pegno.»

Muhammad ibn Maslama (ra.) disse: «Che cosa gradiresti?» Ka’b disse: «Lasciami in pegno le vostre donne.»

Muhammad ibn Maslama (ra.) disse: «Come sarebbe possibile? Tu sei l’uomo più avvenente d’Arabia.»

Ka’b disse: «Allora lasciami in pegno le vostre figlie.»

Muhammad ibn Maslama (ra.) disse: «E come sarebbe possibile anche questo? Sarebbe motivo di vergogna per me. La gente direbbe: “Tizio ha dato in pegno le proprie figlie a Caio per una piccola quantità di viveri”. Ebbene, sì, posso lasciarti in pegno le mie armi.»

Dopodiché i due concordarono che Muhammad ibn Maslama avrebbe portato le sue armi da Ka’b ibn Ashraf.

Anche Abu Na’ila fece qualcosa di simile. Era fratello di latte di Ka’b. Si recò da Ka’b e per un po’ conversò con lui di poesia. Ascoltò alcune poesie e ne recitò alcune. Poi disse: «Fratello, sono venuto da te per una necessità. Vorrei parlartene, ma è una questione riservata. Dopo che te ne avrò parlato, manterrai il segreto?»

Ka’b disse: «Sì, lo farò».

Abu Na’ila, alludendo al Messaggero di Allah, disse: «L’arrivo di quest’uomo si è rivelato una prova per noi. Tutta l’Arabia sta diventando nostra nemica. Tutte le nostre vie sono bloccate. Le nostre famiglie stanno andando in rovina. La vita è diventata insopportabile. I nostri figli trascorrono le loro giornate in grande tristezza e sofferenza». Poi Abu Na’ila disse qualcosa con un tono simile a quello di Muhammad ibn Maslama. Mentre parlava, Abu Na’ila aggiunse: «Ho alcuni amici che condividono la mia stessa opinione. Vorrei portarli da te. Mostra loro la tua benevolenza vendendo anche a loro alcune cose».

Muhammad ibn Maslama e Abu Na’ila avanzavano con successo verso il loro obiettivo attraverso la conversazione. Infatti, dopo quella discussione, non ci sarebbe stato alcun problema per loro a recarsi a casa di Ka’b con le armi.

Dopo aver preso le prime disposizioni, nella notte illuminata dalla luna del quattordicesimo giorno di Rabi’ al-awwal del terzo anno dell’Egira, questo piccolo gruppo si presentò davanti al Messaggero di Allah, unito dal medesimo obiettivo. Il Messaggero li accompagnò fino a Baqi’ al-Gharqad. Poi disse: «Andate, nel nome di Allah! O Allah l’Altissimo, aiuta loro». Il Messaggero tornò a casa e si dedicò alla preghiera e alla supplica.

Nel frattempo, dopo che i Compagni furono arrivati davanti alla casa, Abu Na’ila chiamò Ka’b ad alta voce. Udendo la voce, Ka’b si alzò; allora la sua sposa novella disse: «Dove vai a quest’ora della notte? Sento una voce dalla quale sembra sgorgare sangue».

Ka’b disse: «Sono mio fratello Muhammad ibn Maslama e mio fratello di latte Abu Na’ila. Anche se un uomo nobile venisse chiamato persino verso il colpo di una lancia, risponderebbe comunque a quella chiamata».

Poi Ka’b uscì. Dalla sua testa emanava una fragranza.

Abu Na’ila aveva detto ai suoi compagni: «Quando arriverà, comincerò ad annusare i suoi capelli tenendogli la testa. Quando vedrete che avrò preso il controllo della sua testa, assalitetelo e uccidetelo». Dopo l’arrivo di Ka’b, parlarono per qualche tempo di vari argomenti. Poi Abu Na’ila (ra.) disse: «Non ho mai annusato una fragranza così inebriante come quella di oggi». Udendo ciò, il cuore di Ka’b si riempì d’orgoglio. Disse: «Presso di me c’è la donna più profumata d’Arabia, quella che usa più profumi». Egli disse: «Sì, sì, certamente». Abu Na’ila passò la mano tra i capelli di Ka’b e ne annusò il profumo, permettendo anche ai suoi compagni di annusare quei capelli. Dopo qualche tempo, Abu Na’ila (ra.) disse: «Fratello, vorrei annusarli ancora una volta». Ka’b rispose con sicurezza: «Sì, sì». Abu Na’ila annusò nuovamente i capelli di Ka’b. A quel punto Ka’b era molto allegro e completamente tranquillo.

Dopo aver camminato ancora per un po’, Abu Na’ila espresse nuovamente il desiderio di annusare i capelli sul capo di Ka‘b ibn Ashraf. Ka‘b disse: «Va bene». Quando si chinò leggermente, Abu Na’ila afferrò la testa di Ka‘b e la tenne sotto il proprio controllo, poi disse ai compagni: «Ora prendete questo nemico di Allah». Immediatamente Muhammad ibn Maslama entrò in azione e, impugnata la spada, gli sferrò un colpo tale che il nemico di Allah morì sul posto. Dopo essere stato colpito, lanciò un grido così forte che nei dintorni si levò un grande tumulto. In tutte le case furono accese le luci e tutti furono presi dall’ansia. Tuttavia non accadde nulla.

Durante l’attacco contro Ka‘b ibn Ashraf, il corpo di al-Harith ibn Aws (che Allah sia soddisfatto di lui) fu accidentalmente sfiorato da un lieve colpo della spada di uno dei compagni. Rimase ferito e il sangue gli scorreva dal corpo. Durante il viaggio di ritorno, giunti in un luogo chiamato Hajra ‘Arid, si accorsero che al-Harith non era con loro. Allora decisero di aspettarlo lì. Dopo qualche tempo, al-Harith arrivò. Insieme a lui raggiunsero un luogo chiamato Baqi‘ al-Gharqad e innalzarono ad alta voce il takbir. Anche il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) udì quei takbir e comprese che la spedizione aveva avuto successo. Anche il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) proclamò: «Allahu akbar». Disse: «Aflahat al-wujuh», cioè: «Possano questi volti avere successo». I Compagni risposero: «Wa wajhuka ya Rasulallah», cioè: «Anche il tuo volto, o Messaggero di Allah». Subito dopo, i partecipanti alla spedizione deposero davanti al Messaggero di Allah la testa mozzata di Ka‘b ibn Ashraf. Per l’uccisione di Ka‘b, il capo malvagio, il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) lodò Allah e applicò la saliva sulla ferita di al-Harith. Egli guarì e da allora quella ferita non gli procurò mai più dolore. [Le opere dalle quali è stata tratta la descrizione dettagliata di questo episodio sono: Ibn Hisham, vol. 2, pp. 51, 57; Sahih al-Bukhari, vol. 1, pp. 341, 425, vol. 2, p. 577; Sunan Abu Dawud, vol. 2, pp. 42-43; Zad al-Ma‘ad, vol. 2, p. 91].

Gli ebrei furono intimoriti quando appresero dell’uccisione di Ka‘b ibn Ashraf. Compresero chiaramente che, se coloro che fossero stati responsabili della violazione della pace e della rottura dei patti stipulati, dopo essere stati ammoniti, non si fossero comportati correttamente, il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) non avrebbe esitato a ricorrere alla forza contro di loro. Per questo, pur avendo appreso la notizia dell’uccisione di Ka‘b ibn Ashraf, non manifestarono alcuna reazione. Con il loro comportamento mostrarono di attenersi alle condizioni del trattato di pace e non tentarono più di esibire la propria forza. Si può dire che il serpente velenoso si insinuò strisciando nella sua tana. In tal modo venne meno il timore che i nemici interni di Medina rialzassero la testa.

Dopo di ciò, il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) ebbe il tempo di affrontare le minacce dei pericoli provenienti dall’esterno di Medina.

Settimo) La spedizione di Bahran

Si trattò di una grande spedizione militare. Vi parteciparono trecento mujahidin. Con questo esercito, il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) partì nel mese di Rabi‘ al-awwal del terzo anno dell’Egira, dirigendosi verso una regione chiamata Bahran. Era un luogo della regione di Fara, appartenente al Hijaz. Il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) e i mujahidin che lo accompagnavano rimasero lì per i due mesi di Rabi‘ al-thani e Jumada al-awwal. Poi egli tornò a Medina. Non dovette affrontare alcun combattimento. [Ibn Hisham, vol. 2, pp. 50-51; Zad al-Ma‘ad, vol. 2, p. 91. Sono state riferite diverse spiegazioni riguardo alla causa di questa spedizione. Si dice che a Medina fosse giunta la notizia che la tribù dei Banu Sulaym aveva fatto ampi preparativi per attaccare Medina e i suoi dintorni. Si dice anche che il Messaggero di Allah fosse partito alla ricerca di una carovana dei Quraysh. Ibn Hisham ha menzionato questa ragione e anche Ibn Qayyim ha espresso la stessa opinione. La prima spiegazione non è stata discussa; è la seconda a risultare credibile. Infatti, la tribù dei Banu Sulaym non abitava nella regione di Fara, bensì nel Najd, che si trova molto lontano da Fara].

Ottavo) La sariyya di Zayd ibn Haritha

Questa fu l’ultima spedizione vittoriosa dei musulmani prima della battaglia di Uhud. La spedizione ebbe luogo nel mese di Jumada al-thani del terzo anno dell’Egira. I dettagli dell’episodio sono i seguenti:

Dopo la battaglia di Badr, i Quraysh non avevano pace. Poi arrivò l’estate. Proprio in quel periodo venivano inviate le carovane commerciali in Siria. Anche la preoccupazione per la sicurezza delle carovane commerciali divenne motivo di grande ansia per loro. Quell’anno Safwan ibn Umayya, capo della carovana commerciale diretta in Siria, disse ai Quraysh: «Muhammad e i suoi compagni hanno reso pericolosa la strada utilizzata per le nostre spedizioni commerciali. Non so come affrontarli. Non si recano in nessun luogo se non sulla costa del mare. Gli abitanti della costa hanno stretto rapporti con loro. La gente comune è dalla loro parte. Non so quale strada dovremmo prendere. D’altra parte, se restiamo seduti nelle nostre case, il nostro capitale andrà perduto. Alla fine non rimarrà nulla. Infatti, il sostentamento della Mecca dipende dal commercio di due stagioni: d’estate con la Siria e d’inverno con l’Abissinia».

Dopo la domanda di Safwan, iniziarono a riflettere sulla questione. Aswad ibn Abd al-Muttalib disse a Safwan: «Abbandona la strada lungo la costa del mare e prendi quella diretta in Iraq. È una strada molto tortuosa. Dovrai recarti in Siria passando per Najd». I Quraysh non conoscevano questa strada, situata a est di Medina. Aswad ibn Abd al-Muttalib consigliò a Safwan di mettersi in contatto con Furat ibn Hayyan, legato alla tribù dei Bakr ibn Wa’il, e di ingaggiarlo come guida per il viaggio progettato.

Dopo questi accordi, la carovana commerciale dei Quraysh, guidata da Safwan ibn Umayya, avanzò lungo la nuova strada. Tuttavia, i dettagli del piano di questo viaggio giunsero a Medina. Come giunsero queste informazioni? Ecco come andarono le cose: Salit ibn Nu‘man si incontrò con Nu‘aym ibn Mas‘ud durante una bevuta. Il primo, cioè Salit, aveva abbracciato l’Islam in quel periodo, mentre il secondo, cioè Nu‘aym, non lo aveva ancora fatto. Il vino non era ancora stato proibito. Durante la bevuta, in preda all’ebbrezza, Nu‘aym rivelò a Salit tutti i dettagli del viaggio commerciale dei Quraysh. Salit partì immediatamente per Medina e riferì ogni cosa al Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace.

Dopo aver ricevuto questa notizia, il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, si preparò immediatamente ad attaccare la carovana dei Quraysh. Fu inviata una spedizione di cento cavalieri sotto il comando di Zayd ibn Haritha, che Allah sia soddisfatto di lui. Zayd, che Allah sia soddisfatto di lui, raggiunse rapidamente la carovana a Qardah. Erano appena arrivati sul posto. Furono colti dal panico da un attacco improvviso, proprio mentre stavano per accamparsi sulla riva di uno specchio d’acqua. Safwan ibn Umayya e i suoi compagni non riuscirono a pensare ad altro che alla fuga.

I musulmani nominarono Furat ibn Hayyan guida della carovana. È stato inoltre riferito che furono arrestati altri due uomini. I musulmani si impossessarono di varie merci commerciali. Il loro valore ammontava a quasi centomila dirham.

Dopo il loro arrivo a Medina, il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, prelevò un quinto del bottino. I beni furono distribuiti tra i combattenti. Furat ibn Hayyan abbracciò l’Islam per mano del Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace. [Ibn Hisham, vol. 2, pp. 50-51; Rahmatul lil-Alamin, vol. 2, p. 219].

Dopo la battaglia di Badr, questo fu l’evento più straziante per i Quraysh miscredenti. Di conseguenza, la loro sofferenza psicologica aumentò molte volte. A quel punto avevano davanti a sé due possibilità.

Dimenticare tutto e raggiungere un accordo pacifico con i musulmani, oppure, animati da nuovo entusiasmo, scendere in guerra contro di loro e distruggerne completamente la forza, così che in futuro non potessero più rialzare la testa. I Quraysh di spicco della Mecca scelsero la seconda possibilità. Dopo aver perso ogni cosa nella spedizione commerciale, il loro desiderio di vendetta aumentò molte volte. Per ingaggiare uno scontro con i musulmani, i Quraysh iniziarono a prepararsi con ogni mezzo per entrare nelle loro case e attaccarli. Oltre agli eventi precedenti, anche il risentimento per il fallimento della spedizione commerciale fu una delle cause della battaglia di Uhud.

La battaglia di Uhud

I preparativi dei Quraysh per la vendetta

Avevano dovuto sopportare la sconfitta e l’umiliazione degli abitanti della Mecca nella battaglia di Badr, nonché il dolore per la morte di molti dei loro principali capi. Per questo erano diventati accecati dall’ira contro i musulmani. Tuttavia, i capi dei Quraysh vietarono ai parenti dei caduti di esprimere il lutto e di lamentarsi per loro. Fu inoltre loro proibito di affrettarsi a pagare il riscatto dei prigionieri di guerra. Non volevano che i musulmani conoscessero la profondità del loro dolore e della loro sofferenza interiore. Dopo la battaglia di Badr, i miscredenti decisero all’unanimità di placare il tormento dei loro cuori combattendo un’altra guerra contro i musulmani. In questo modo si sarebbe placata anche la loro ira. Subito dopo aver preso questa decisione, iniziarono i preparativi per la guerra contro i musulmani. Tra i capi dei Quraysh, i più importanti nell’organizzazione di questa guerra furono Ikrima ibn Abi Jahl, Safwan ibn Umayya, Abu Sufyan ibn Harb e Abdullah ibn Ziyad.

La carovana di Abu Sufyan che aveva provocato la battaglia di Badr era stata portata via da Abu Sufyan insieme alle sue merci. Tutte le merci della carovana furono messe da parte per la guerra. Ai proprietari delle merci fu detto: «O gente dei Quraysh, ascoltate: Muhammad vi ha inferto un duro colpo. Perciò sosteneteci con queste vostre merci per combattere contro di lui. Ha ucciso i vostri capi scelti. Se torneremo a combattere, forse riusciremo a vendicarci». I Quraysh accolsero questo appello e accettarono di donare tutte le loro merci per la guerra. Esse ammontavano a mille cammelli e cinquantamila dinari. I cammelli furono venduti per preparare la guerra. A questo proposito Allah, il Signore dei mondi, rivelò il seguente versetto: «I miscredenti spendono i loro beni per distogliere la gente dalla via di Allah; continueranno a spenderli. Poi ciò diventerà per loro motivo di rammarico. In seguito saranno sconfitti e coloro che non credono saranno radunati nell’Inferno». (Sura al-Anfal, versetto 36)

In seguito i Quraysh lanciarono un fervido appello al volontariato. Gli uomini delle varie tribù furono incitati a combattere contro i musulmani. Tutti furono invitati a radunarsi sotto la bandiera dei Quraysh. Furono offerte anche diverse ricompense allettanti. Un poeta di nome Abu Uzza era stato fatto prigioniero nella battaglia di Badr. Il Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, lo aveva liberato senza chiedere alcun riscatto. Gli era stato fatto promettere che in futuro non avrebbe compiuto alcuna azione contro l’Islam e i musulmani. Tuttavia, dopo il suo ritorno alla Mecca, Safwan ibn Umayya lo convinse dicendogli: «Vai dagli uomini delle varie tribù e infiammali contro i musulmani con poesie dai toni ardenti. Se riuscirò a tornare sano e salvo dalla guerra, ti darò grandi ricchezze oppure mi assumerò il mantenimento delle tue figlie». Cedendo a questa tentazione, Abu Uzza infranse la promessa fatta al Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace. Si recò presso varie tribù e cominciò a incitare la gente contro i musulmani con poesie volte a entusiasmarla. Allo stesso modo, i capi dei Quraysh coinvolsero un altro poeta, Musaf ibn Abd Manaf Juhami. Così, tra i miscredenti, crebbe sempre più l’entusiasmo per la guerra contro i musulmani.

Trascorso un anno, i preparativi dei Quraysh per la guerra furono completati. Sommando ai loro uomini più vicini gli alleati dei Quraysh, l’esercito raggiunse tremila soldati. I capi dei Quraysh proposero anche di portare in guerra alcune donne di grande bellezza. Di conseguenza, quindici donne furono condotte sul campo di battaglia. Si sostenne che portarle con sé avrebbe accresciuto il coraggio e lo spirito di sacrificio dei combattenti, spingendoli a proteggere la loro sicurezza e il loro onore. Per la guerra furono preparati tremila cammelli e duecento cavalli. [Tuttavia, nell’opera Fath al-Bari, il numero dei cavalli è indicato come cento (vol. 7, p. 346).] Per mantenerli più attivi, nessuno fu fatto montare sui cavalli durante tutto il percorso fino al campo di battaglia. Tra le armi difensive erano inoltre comprese tremila armature.

Abu Sufyan era il comandante dell’esercito. A Khalid ibn al-Walid fu affidato il comando della cavalleria di supporto. Ikrima ibn Abi Jahl fu nominato suo vice. Secondo la consuetudine stabilita, la bandiera di guerra fu affidata alla tribù dei Banu Abd al-Dar.

La marcia dei non musulmani verso Medina

Dopo tali preparativi, questo esercito della Mecca partì in direzione di Medina. Accecati dall’ira, erano quasi impazziti dal desiderio di vendicarsi dei musulmani. L’entità della loro collera si può intuire dal sangue versato e dagli orrori della guerra.

Hazrat Abbas (che Allah sia soddisfatto di lui) teneva d’occhio i preparativi militari dei Quraysh. Non appena seppe che erano partiti in direzione di Medina, inviò rapidamente un messaggero a Medina per informare il Messaggero di Allah (che Allah lo benedica e gli conceda la pace) di tutti i dettagli.

Il messaggero inviato da Hazrat Abbas (che Allah sia soddisfatto di lui) percorse in soli tre giorni i cinquecento chilometri di distanza tra la Mecca e Medina. Non appena giunse a Medina, consegnò la lettera di Hazrat Abbas (che Allah sia soddisfatto di lui) al Messaggero di Allah (che Allah lo benedica e gli conceda la pace). In quel momento, l’amato Messaggero di Allah (che Allah lo benedica e gli conceda la pace) si trovava nella moschea di Quba, a Medina.

Hazrat Ubay ibn Ka’b (che Allah sia soddisfatto di lui) lesse la lettera di Hazrat Abbas (che Allah sia soddisfatto di lui) all’amato Profeta (che Allah lo benedica e gli conceda la pace). Ordinando a Hazrat Ubay (che Allah sia soddisfatto di lui) di mantenere segreto il contenuto della lettera, l’amato Profeta (che Allah lo benedica e gli conceda la pace) si consultò urgentemente con i capi degli Ansar e dei Muhajirun.

Misure urgenti per affrontare la situazione

In seguito, i musulmani di Medina cominciarono a portare con sé le armi per affrontare qualsiasi situazione indesiderata. Persino durante la preghiera le armi non venivano lasciate lontano.

Furono incaricati alcuni Ansar di garantire la sicurezza del Profeta (che Allah lo benedica e gli conceda la pace). Tra loro c’erano Hazrat Sa’d ibn Mu’adh (che Allah sia soddisfatto di lui), Usaid ibn Khudayr (che Allah sia soddisfatto di lui) e Sa’d ibn Ubadah (che Allah sia soddisfatto di lui). Armati, facevano la guardia per tutta la notte presso la dimora dell’amato Profeta (che Allah lo benedica e gli conceda la pace).

Furono inoltre assegnati alcuni musulmani ai vari ingressi di Medina. Erano pronti ad affrontare qualsiasi tipo di attacco improvviso. Anche sulle strade fuori Medina furono dislocati alcuni piccoli gruppi per sorvegliare i movimenti del nemico.

La presenza dei miscredenti nei pressi di Medina

L’esercito della Mecca avanzò in direzione di Medina. Giunto in un luogo chiamato Abwā, la moglie di Abū Sufyān, Hind bint ʿUtba, propose di cercare la tomba di Bībī Āmina, la madre del Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, e di farla a pezzi. Tuttavia, i capi dei Quraysh non acconsentirono a mettere in atto il vile complotto di quella donna. Rifletterono che le conseguenze di un simile gesto sarebbero state terribili.

Da Abwā i miscredenti proseguirono il viaggio. Giunti nei pressi di Medina, attraversarono la pianura di ʿAqīq. Poi si spostarono alquanto verso destra e si accamparono in un luogo chiamato ʿAynayn, vicino al monte Uḥud. ʿAynayn è una terra fertile presso la pianura di Qanāt, a nord di Medina. Era venerdì 6 Shawwāl del terzo anno dell’Egira.

La riunione del consiglio della shūrā

I messaggeri musulmani informavano continuamente Medina di ogni movimento dei non musulmani. Anche la notizia del loro accampamento giunse a Medina. In quel momento il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, convocò una riunione del consiglio della shūrā. In quella riunione si discuteva dell’adozione di decisioni urgenti riguardo alla difesa di Medina. Dapprima il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, riferì ai Compagni il sogno che aveva fatto. Il nobile Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, disse: «Per Allah, ho visto qualcosa di buono. Ho visto che alcune vacche venivano macellate. Ho visto alcuni segni di sconfitta sulla mia spada. Ho anche visto che infilavo la mano dentro un’armatura». Poi il Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, spiegò il significato delle vacche macellate dicendo che alcuni Compagni sarebbero diventati martiri. Riguardo ai segni di sconfitta sulla spada, disse che qualcuno della sua famiglia sarebbe diventato martire. Quanto all’armatura impenetrabile, disse che essa rappresentava la città di Medina.

In seguito il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, espresse la sua opinione sulla strategia di difesa interna: i musulmani non sarebbero usciti dalla città, ma sarebbero rimasti all’interno di Medina. I miscredenti avrebbero continuato a rimanere nei loro accampamenti; se fossero entrati a Medina, i musulmani li avrebbero combattuti nei vicoli della città e le donne li avrebbero colpiti dai tetti. Questa era l’opinione corretta. Anche il capo degli ipocriti, ʿAbd Allāh ibn Ubayy, dichiarò di essere d’accordo con essa. Il motivo per cui quell’ipocrita si dichiarò d’accordo con l’opinione e la strategia difensiva del nobile Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, non era che le approvasse; piuttosto, le approvava perché in tal modo avrebbe potuto astenersi dal combattere senza che nessuno se ne accorgesse. Ma Allah, il Signore dei mondi, aveva disposto diversamente. Voleva che, per la prima volta, egli fosse riconosciuto e umiliato davanti ai musulmani comuni e che fosse svelato il velo della sua miscredenza, celata sotto l’apparenza dell’Islam. Inoltre, voleva che i musulmani, nel momento della crisi, sapessero quanti serpenti velenosi si nascondevano nelle loro maniche.

Alcuni illustri Compagni che non avevano potuto partecipare alla battaglia di Badr consigliarono al nobile Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, di recarsi sul campo e affrontare i miscredenti. Cominciarono a manifestare un grande entusiasmo per partecipare al jihād. Alcuni Compagni dissero: «O Messaggero di Allah, desideravamo ardentemente questo giorno e pregavamo Allah, il Signore dei mondi, per esso. Oggi Allah, il Signore dei mondi, ci ha concesso questa opportunità. Oggi è giunta l’occasione di gettarci nella battaglia. Perciò, o Messaggero di Allah, marcia contro i nemici e non pensare che abbiamo paura».

Tra coloro che manifestavano questo entusiasmo e questa eccitazione vi era anche Ḥamza ibn ʿAbd al-Muṭṭalib, lo zio del nobile Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace. Nella battaglia di Badr aveva dato prova di particolare valore e coraggio. Disse al nobile Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace: «Giuro per l’Essere purissimo che ha fatto scendere il Corano su di te: prima di combattere i miscredenti in campo aperto fuori Medina, non porterò alcun cibo alla bocca». Sīrat al-Ḥalabiyya, tomo II, p. 14.

Il Messaggero ﷺ ritirò la propria opinione alla luce del parere della maggioranza dei Compagni. Alla fine si decise di affrontare i miscredenti in campo aperto, fuori Medina.

Schieramento dell’esercito islamico e partenza per la battaglia

Poi il Messaggero ﷺ guidò la preghiera del venerdì. Al termine della preghiera pronunciò un sermone e impartì esortazioni. Disse: «Sarà possibile ottenere la vittoria soltanto mediante la pazienza e la ferma determinazione». Ordinò inoltre ai musulmani di prepararsi ad affrontare il nemico. Udendo ciò, un’ondata di gioia attraversò i cuori dei musulmani.

Quando il Messaggero ﷺ ebbe compiuto la preghiera dell’‘asr, vide che si era radunata una considerevole folla. Erano giunte persone anche dalla periferia di Medina. Dopo la preghiera, il Profeta ﷺ entrò all’interno. Hazrat Abu Bakr e Hazrat ‘Umar (che Allah sia soddisfatto di loro) erano con lui. Gli legarono il turbante sulla testa e lo vestirono. Il Profeta ﷺ indossò un’armatura sotto e una sopra, prese con sé la spada e, equipaggiato con le altre armi, si presentò davanti a tutti.

Tutti attendevano l’arrivo dell’amato Profeta ﷺ. Improvvisamente Sa‘d ibn Mu‘adh (che Allah sia soddisfatto di lui) e Usayd ibn Hudayr (che Allah sia soddisfatto di lui) dissero ai Compagni: «State conducendo con la forza l’amato Profeta ﷺ sul campo di battaglia. Lo state costringendo. Lasciate dunque la questione all’amato Profeta ﷺ». Udendo ciò, tutti si vergognarono. Quando l’amato Profeta ﷺ uscì, tutti gli dissero: «O Messaggero di Allah, non abbiamo fatto bene a contraddirti. Fa’ ciò che ritieni migliore. Se ritieni più opportuno rimanere a Medina, noi ne siamo soddisfatti. Fa’ dunque così». Il Messaggero ﷺ disse: «Quando un profeta indossa le armi, non è opportuno che le deponga finché Allah, il Signore dei mondi, non abbia deciso tra lui e i suoi nemici». [Musnad Ahmad, Nasā’ī, Ibn Ishaq].

Poi il Messaggero ﷺ divise l’esercito in tre gruppi, come segue:

1) Il contingente dei Muhājirūn. La bandiera di questo contingente fu affidata ad Hazrat Mus‘ab ibn ‘Umayr (che Allah sia soddisfatto di lui).

2) Il contingente della tribù Aws degli Ansār. Hazrat Usayd ibn Hudayr (che Allah sia soddisfatto di lui) ne assunse il comando.

3) L’esercito della tribù dei Khazraj. A guidare questo esercito fu Habbab ibn al-Mundhir, che Allah sia soddisfatto di lui.

L’esercito musulmano contava complessivamente mille uomini. Tra questi, cento indossavano armature e cinquanta erano cavalieri. [Ibn Qayyim scrive ciò nel secondo volume dell’opera Zād al-Maʿād, a pagina 92. Il ḥāfiẓ Ibn Ḥajar afferma che si tratta di un errore. Mūsā ibn ʿUqba ha sostenuto con fermezza che nella battaglia di Uḥud non fu impiegato alcun cavallo. Al-Wāqidī ha scritto che vi erano soltanto due cavalli: uno presso il Messaggero di Allah e l’altro presso Abū Jundub, che Allah sia soddisfatto di lui. Fatḥ al-Bārī, volume settimo, pagina 350].

Secondo un’altra narrazione, non vi era neppure un solo soldato a cavallo.

Durante la guerra, ad ʿAbd Allāh ibn Umm Maktūm, che Allah sia soddisfatto di lui, fu affidato il compito di guidare nella preghiera i Compagni rimasti a Medina; poi fu impartito l’ordine all’esercito musulmano di mettersi in marcia. I soldati musulmani partirono verso nord. Saʿd ibn Muʿādh e Saʿd ibn ʿUbādah, che Allah sia soddisfatto di entrambi, procedevano davanti all’amato Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, indossando le loro armature.

Quando giunsero in un luogo chiamato Thanīyat al-Wadāʿ, apparve un contingente militare. Erano equipaggiati con armi eccellenti ed erano separati dall’esercito principale. Quando il Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, chiese chi fossero, risposero che erano alleati della tribù dei Khazraj e [Ibn Saʿd ha narrato questo episodio. In questa narrazione si afferma inoltre che erano ebrei della tribù dei Banū Qaynuqāʿ. Tuttavia, questa informazione non è corretta, poiché i membri della tribù dei Banū Qaynuqāʿ furono espulsi da Medina pochi giorni dopo la battaglia di Badr] ebrei. Volevano però combattere al fianco dei musulmani contro gli infedeli della Mecca. Quando fu chiesto se fossero diventati musulmani, fu comunicato all’amato Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, che non lo erano diventati e non desideravano diventarlo. Il Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, rifiutò di accettare l’aiuto degli ebrei contro gli infedeli.

Ispezione dell’esercito

Giunto in un luogo chiamato Shaykhān, il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, ispezionò i soldati musulmani. Al termine dell’ispezione, furono rimandati indietro i minorenni e coloro che non erano idonei alla guerra. Quelli che furono rimandati indietro erano: ʿAbd Allāh ibn ʿUmar, Usāmah ibn Zayd, Usayd ibn Ẓuhayr, Zayd ibn Thābit, Zayd ibn Arqam, Usāmah ibn Aws, Abū Saʿīd al-Khudrī, Zayd ibn Ḥārithah al-Anṣārī e Saʿd ibn Ḥibbāb, che Allah sia soddisfatto di tutti loro. In questo elenco viene talvolta menzionato anche al-Barāʾ ibn ʿĀzib, che Allah sia soddisfatto di lui. Tuttavia, secondo quanto è comprovato dal Ṣaḥīḥ di al-Bukhārī, egli partecipò alla battaglia di Uḥud.

Sebbene fossero giovani, fu concesso a Rāfiʿ ibn Khadīj e Samurah ibn Jundub, che Allah sia soddisfatto di entrambi, di partecipare al jihād. Il motivo era che Rāfiʿ ibn Khadīj, che Allah sia soddisfatto di lui, era particolarmente abile nel tiro con l’arco. Dopo che gli fu concesso il permesso, Samurah ibn Jundub disse: «Sono più forte di Rāfiʿ. Posso gettarlo a terra nella lotta». Quando ciò fu riferito al Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, egli ordinò a entrambi di lottare. In quella lotta, Samurah ibn Jundub, che Allah sia soddisfatto di lui, gettò davvero Rāfiʿ a terra. Il Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, concesse allora anche a Samurah, che Allah sia soddisfatto di lui, il permesso di partecipare.

Pernottamento in un luogo tra Uhud e Medina

Era ormai sera nel luogo chiamato Shaykhan. Il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, decise di pernottare lì, dopo aver compiuto le preghiere del Maghrib e dell’Isha. Il comandante delle sentinelle disposte intorno alle tende dei musulmani era il venerabile Muhammad ibn Maslama al-Ansari, che Allah si compiaccia di lui. Fu lui a guidare l’uccisione dell’ebreo Ka’b ibn Ashraf. Safwan ibn Abdullah ibn Qays, che Allah si compiaccia di lui, fu invece incaricato di sorvegliare il Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace.

Il tradimento degli ipocriti

Il piano del capo degli ipocriti, Abdullah ibn Ubayy, era vicino al successo. Vedendo la ritirata sua e dei suoi compagni, anche i gruppi dei Banu Haritha della tribù degli Aws e dei Banu Salima della tribù dei Khazraj furono presi dall’esitazione. Pensarono di tornare indietro. Tuttavia, poiché Allah, il Signore dei mondi, risvegliò nei cuori degli appartenenti a queste due tribù la consapevolezza della fede, essi rimasero saldi nella decisione di combattere. A questo proposito Allah, il Signore dei mondi, dice: «Quando due gruppi tra voi stavano per perdersi d’animo, sebbene Allah fosse il loro alleato. I credenti devono confidare in Allah».

Quando gli ipocriti decisero di tornare a Medina, il venerabile Abdullah ibn Haram, padre del venerabile Jabir, che Allah si compiaccia di entrambi, volle richiamarli al loro dovere in quella situazione così delicata. Nel tentativo di ricondurre indietro gli ipocriti che desideravano ritirarsi, li seguì per un tratto e disse: «Tornate indietro anche adesso e combattete sulla via di Allah». Ma essi risposero: «Se avessimo saputo che avreste combattuto, non saremmo tornati indietro». Udite queste parole, il venerabile Abdullah ibn Haram, che Allah si compiaccia di lui, disse: «O nemici di Allah, il castigo di Allah si abbatterà su di voi. Ricordate che Allah non renderà il Suo Profeta dipendente da voi».

Riguardo a quegli ipocriti, Allah l’Altissimo rivelò questo versetto: «E affinché si conoscessero gli ipocriti, fu detto loro: “Venite, combattete sulla via di Allah oppure difendetevi”. Essi dissero: “Se avessimo saputo che ci sarebbe stata una guerra, vi avremmo certamente seguito”. Quel giorno erano più vicini alla miscredenza che alla fede. Dicono con la bocca ciò che non è nei loro cuori, mentre Allah conosce perfettamente ciò che nascondono. (Al ‘Imran, versetto 167)»

Ai piedi di Uhud

Dopo il ritorno degli ipocriti, il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, avanzò verso il nemico con i settecento musulmani rimasti. Il nemico si trovava sul versante opposto del monte Uhud. Rivolgendosi ai Compagni, il Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, disse: «C’è qualcuno che sappia indicarci una via per raggiungere la destinazione senza fare una lunga deviazione?»

Udite queste parole, Hadrat Abū Khaythuma (che Allah sia soddisfatto di lui) avanzò e disse: «Sono qui per questo compito, o Messaggero di Allah». Poi proseguì lungo una scorciatoia. Lasciando i nemici sul lato occidentale, i musulmani avanzarono lungo quella strada attraverso i terreni della tribù dei Banū Hāritha. Durante il cammino passarono accanto al giardino di un uomo chiamato Marba ibn Qayza. Costui era cieco da un lato e ipocrita dall’altro. Avvertendo l’arrivo dei musulmani, cominciò a gettare polvere contro di loro. In quel momento disse al Messaggero di Allah (che Allah lo benedica e gli conceda la pace): «Se sei davvero il Messaggero di Allah, sappi che non hai il permesso di entrare nel mio giardino». I musulmani vollero ucciderlo, ma il nobile Profeta (che Allah lo benedica e gli conceda la pace) disse: «Non uccidetelo. È cieco sia nel cuore sia negli occhi».

Il Messaggero di Allah (che Allah lo benedica e gli conceda la pace) avanzò fino a raggiungere le pendici del monte Uhud, situato ai margini della pianura, e lì stabilì il campo. Davanti a loro si trovava Medina, mentre alle loro spalle si ergevano le alte montagne di Uhud. L’esercito nemico si trovava allora tra i musulmani e Medina.

Piano di difesa

Giunto lì, il Profeta (che Allah lo benedica e gli conceda la pace) dispose e organizzò i soldati. Dal punto di vista militare, li divise in diverse file. Formò un’unità di arcieri, composta da cinquanta uomini, e affidò il comando di questa unità ad Hadrat ʿAbdullah ibn Jābir ibn Nuʿmān al-Anṣārī (che Allah sia soddisfatto di lui). Essi furono collocati in un passo situato a sud della valle di Qanāt. Questo passo si trovava a circa centocinquanta metri a sud-est della posizione dell’esercito musulmano. Il Messaggero di Allah (che Allah lo benedica e gli conceda la pace) disse al comandante degli arcieri: «Scaglierete frecce contro i cavalieri nemici e li terrete lontani da noi. Fate attenzione affinché non possano attaccarci alle spalle. Sia che riportiamo la vittoria o siamo sconfitti, rimanete saldi nella vostra posizione. Vigilate affinché da quella direzione, dove siete schierati, non ci giunga alcun attacco». [Ibn Hishām, vol. II, pp. 65-66]. Poi il Messaggero di Allah (che Allah lo benedica e gli conceda la pace) disse a tutti gli arcieri: «Proteggerete le nostre retrovie. Anche se vedete che stiamo cadendo uccisi, non venite in nostro aiuto. E anche se vedete che stiamo raccogliendo il bottino, non partecipate con noi». [Aḥmad, al-Ṭabarānī e al-Ḥākim lo hanno riferito da Hadrat Ibn ʿAbbās (che Allah sia soddisfatto di lui). Si veda Fatḥ al-Bārī, vol. VII, p. 350].

Secondo quanto riportato nel Ṣaḥīḥ al-Bukhārī, il Messaggero di Allah (che Allah lo benedica e gli conceda la pace) disse: «Anche se vedete che gli uccelli ci stanno beccando, non abbandonate la vostra posizione, a meno che io non vi mandi a chiamare. E anche se vedete che stiamo sconfiggendo i nemici e a un certo punto li abbiamo completamente annientati, non abbandonate la vostra posizione, a meno che io non vi mandi a chiamare». [Ṣaḥīḥ al-Bukhārī, Kitāb al-jihād, vol. I, p. 426].

Con istruzioni militari così rigorose, il Messaggero di Allah (che Allah lo benedica e gli conceda la pace) dispose gli arcieri e bloccò il passo. Infatti, provenendo dal lato opposto di quel passo, i nemici avrebbero potuto attaccare facilmente i musulmani.

Tra i soldati rimanenti, Hadrat Mundhir ibn ʿAmr (che Allah sia soddisfatto di lui) fu assegnato al fianco destro, mentre Hadrat Miqdād ibn Aswad (che Allah sia soddisfatto di lui) fu nominato assistente di Hadrat Zubayr ibn al-ʿAwwām (che Allah sia soddisfatto di lui). A Hadrat Zubayr (che Allah sia soddisfatto di lui) fu inoltre affidato il compito di impedire l’avanzata dei cavalieri comandati da Khālid ibn al-Walīd. Khālid non aveva ancora abbracciato l’Islam. Oltre a questa disposizione, nella prima linea furono schierati alcuni Compagni illustri e scelti. La loro fama di coraggio e valore era così grande che ciascuno di loro era considerato sufficiente ad affrontare anche mille nemici.

Questo piano di schieramento elaborato dal Messaggero di Allah (che Allah lo benedica e gli conceda la pace) era una dimostrazione di sottile strategia e saggezza militare. Esso rivelava la sua abilità e lungimiranza nella guida militare e nelle tattiche di guerra. Dimostrava inoltre che nessun comandante, per quanto capace e previdente, sarebbe stato in grado di concepire una strategia militare superiore a quella del Messaggero di Allah (che Allah lo benedica e gli conceda la pace). Dopo aver osservato le truppe nemiche, il Profeta (che Allah lo benedica e gli conceda la pace) scelse la posizione migliore per l’esercito musulmano. Occupando il fronte della montagna, mise al sicuro dalle incursioni nemiche le retrovie e il fianco destro. Nel punto in cui si temeva che i nemici sarebbero giunti dal lato sinistro per attaccare, dispose un’efficiente unità di arcieri. Scegliendo un’altura alle spalle, stabilì che, anche nell’eventualità — che Dio non voglia — di una sconfitta, non sarebbe stato necessario fuggire né si sarebbe stati esposti alle difficoltà dell’inseguimento nemico; sarebbe stato invece possibile trovare rifugio nel campo. In tali circostanze, se i nemici avessero attaccato per impadronirsi del campo, sarebbero andati incontro a una disastrosa disfatta. D’altra parte, i nemici furono costretti a rimanere in una posizione tale che, anche riportando la vittoria, non avrebbero potuto trarne grandi vantaggi. Se invece i musulmani avessero vinto, i miscredenti non sarebbero stati in grado di salvarsi dall’inseguimento dei musulmani. Inoltre, ponendo un gruppo di Compagni illustri in prima linea, il Messaggero di Allah (che Allah lo benedica e gli conceda la pace) colmò anche l’apparente inferiorità numerica dell’esercito. Il Messaggero di Allah (che Allah lo benedica e gli conceda la pace) completò questo importante schieramento delle truppe la mattina di sabato, il 7 di Shawwāl del secondo anno dell’Egira.

Il messaggio del Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) ai responsabili

Il Messaggero, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, annunciò quindi: «Non inizierete la battaglia finché non ve lo avrò ordinato». Quel giorno indossava due armature. Rivolgendosi ai Compagni, disse: «Quando affronterete il nemico, dimostrate coraggio e valore». Poco prima di suscitare tra i Compagni entusiasmo, ardore per il jihād e fervore, il Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, sguainò una spada affilata e disse: «Chi è disposto a sguainare questa spada e ad adempiere al suo diritto?». Udendo ciò, alcuni Compagni si fecero avanti per ricevere la spada. Tra loro vi erano anche ʿAlī ibn Abī Ṭālib, Zubayr ibn al-ʿAwwām e ʿUmar ibn al-Khaṭṭāb, che Allah si compiaccia di loro. Abū Dujāna Sammāk ibn Kharasha, che Allah si compiaccia di lui, si fece avanti e disse: «O Messaggero di Allah, qual è il suo diritto?». L’amato Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, rispose: «Con questa spada colpirai i volti dei nemici in modo tale da sfigurarli». Abū Dujāna, che Allah si compiaccia di lui, disse: «O Messaggero di Allah, desidero prendere questa spada e adempiere al suo diritto». Il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, mise la spada nelle mani di Abū Dujāna, che Allah si compiaccia di lui.

Abū Dujāna, che Allah si compiaccia di lui, era un soldato totalmente devoto. Durante la battaglia camminava con il petto in fuori. Possedeva una fascia rossa: quando se la legava, la gente capiva che quella volta avrebbe combattuto fino alla morte. Dopo aver ricevuto la spada donatagli dal Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, si legò la fascia intorno alla testa e cominciò a camminare a petto in fuori tra i soldati musulmani e quelli miscredenti. Il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, disse: «Ad Allah, il Signore dei mondi, non piace questo modo di camminare; tuttavia, in questo caso, tale proibizione non si applica».

Schieramento dei soldati giunti dalla Mecca

I politeisti schierarono i soldati in ranghi e radunarono l’esercito. Il loro comandante era Abū Sufyān. Egli stabilì il proprio centro al centro dello schieramento. Sul fianco destro si trovava Khālid ibn al-Walīd, mentre a sinistra vi era ʿIkrima ibn Abī Jahl. La fanteria era comandata da Ṣafwān ibn Umayya. Per affrontare gli arcieri fu nominato ʿAbd Allāh ibn Rabīʿa.

Un piccolo gruppo dei Banū ʿAbd al-Dār portava lo stendardo di guerra. I Banū ʿAbd al-Dār avevano ottenuto questo onore quando i privilegi ereditati da Quṣayy dai Banū ʿAbd Manāf furono distribuiti tra le varie famiglie. All’inizio del libro nessuno avrebbe potuto sollevare alcuna controversia al riguardo. Abū Sufyān, tuttavia, ricordò loro quale situazione avevano dovuto affrontare i Quraysh dopo che, nella battaglia di Badr, il portastendardo Naḍr ibn al-Ḥārith era stato catturato. Dopo aver ricordato loro ciò, Abū Sufyān, per suscitare l’ira dei portastendardo, disse: «O Banū ʿAbd al-Dār, nel giorno della battaglia di Badr eravate voi a portare il nostro stendardo. Avete visto quale situazione dovemmo affrontare allora. In realtà, lo stendardo di guerra è l’anima stessa della battaglia. Quando lo stendardo cade, i soldati comuni vacillano. Questa volta o proteggerete adeguatamente il nostro stendardo, oppure rinuncerete a portarlo. Provvederemo noi stessi a portarlo». L’intento di Abū Sufyān con quelle parole ebbe successo. Le sue parole infiammate suscitarono una collera tremenda nei Banū ʿAbd al-Dār. «Dovremmo consegnare lo stendardo nelle vostre mani? Quando domani inizierà la battaglia, vedrete di cosa siamo capaci». Il giorno seguente, quando ebbe inizio la battaglia, ogni membro dei Banū ʿAbd al-Dār tenne lo stendardo con fermezza e dedizione. Alla fine, tuttavia, giunsero tutti, uno dopo l’altro, nella Jahannam.

Le manovre politiche dei Quraysh

Poco prima dell’inizio della battaglia, i Quraysh tentarono di provocare una frattura e dissensi reciproci tra i soldati musulmani. Abū Sufyān inviò un messaggio agli Anṣār: «Se vi allontanerete da noi e da nostro cugino Muḥammad, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, non vi attaccheremo, poiché non abbiamo alcun bisogno di combattere contro di voi». Ma come avrebbe potuto una simile manovra diplomatica avere successo davanti a una fede dinanzi alla quale persino le montagne non possono resistere? Gli Anṣār risposero ad Abū Sufyān con parole dure e gli fecero udire anche alcune espressioni aspre.

Dopo essersi avvicinati gli uni agli altri, i Quraysh ricorsero a un altro astuto stratagemma. Il fāsiq Abu ʿĀmir, strumento degli infedeli, si presentò davanti ai musulmani. Il nome di quest’uomo era ʿAbd ʿAmr ibn Sayfī. Era chiamato al-Rāhib. Ma il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, lo chiamò fāsiq. Quest’uomo era il capo della tribù degli Aws ai tempi dell’Ignoranza. Dopo l’avvento dell’Islam, l’Islam divenne per lui una spina nella gola. Egli iniziò a manifestare apertamente la propria ostilità contro il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace. Uscito da Medina, raggiunse i Quraysh alla Mecca e li incitò e li spronò alla guerra. Inoltre assicurò agli infedeli che le tribù della mia gente che avevano abbracciato l’Islam sarebbero accorse sul campo di battaglia dopo avermi visto.

Inizialmente, quest’uomo chiamato ʿAbd ʿAmr si presentò davanti ai musulmani insieme agli abitanti della Mecca e chiamò la propria gente. Rivelando la propria identità, disse: «O gente della tribù degli Aws, io sono Abu ʿĀmir». Quando udirono questa presentazione, gli uomini della tribù degli Aws dissero: «O fāsiq, che Allah, il Signore dei mondi, non conceda mai gioia ai tuoi occhi». Udendo ciò, Abu ʿĀmir disse: «O gente mia, siete diventati malvagi dopo la mia partenza». Quando poi ebbe inizio la battaglia, quell’uomo combatté con tutte le sue forze dalla parte degli infedeli e contro i musulmani. Scagliò moltissime pietre contro i muǧāhidīn musulmani.

Anche il secondo tentativo dei Quraysh di creare divisione tra i musulmani fallì. Ciò dimostra quanto fosse grande la paura dei musulmani nei cuori dei politeisti, nonostante la loro superiorità numerica e la grande potenza delle loro armi, e quanto piccoli e insignificanti essi si considerassero di fronte alla dignità dei musulmani.

Il ruolo delle donne non musulmane

Anche le donne dei Quraysh parteciparono alla battaglia. A guidarle era Hind bint ʿUtba, moglie di Abu Sufyan. Queste donne passavano tra i soldati impegnati nei combattimenti, suonando i daff e infondendo loro entusiasmo. Oltre a esortarli alla guerra, li invitavano a dimostrare la propria abilità nel lancio delle lance e nell’uso delle spade e delle frecce. Rivolgendosi ai portatori dello stendardo, dicevano in versi:

«Guardate, o Banū ʿAbd al-Dār,

guardate: voi siete la gloria dei vostri discendenti,

mostrate la vostra abilità nell’uso della spada».

incitando talvolta i membri della propria tribù alla guerra, diceva:

«Se avanzate, vi abbraccerò

e vi stringerò al mio petto.

Vi preparerò morbidi giacigli

ma se indietreggiate, mi offenderò

e me ne andrò lontano, lasciandovi.»

Il primo impulso della battaglia

Poi i due schieramenti si trovarono l’uno di fronte all’altro e la battaglia ebbe inizio. Dalla parte dei Quraysh avanzò Talha ibn Abi Talha al-‘Abdari. Quest’uomo era considerato il più valoroso guerriero tra i Quraysh. I musulmani lo chiamavano la rana dell’esercito. Salito sul dorso di un cammello, Talha lanciò la sfida a chiunque volesse affrontarlo. I musulmani comuni esitavano, pensando al suo straordinario valore. All’improvviso Hazrat Zubayr (r.a.) avanzò e, in un batter d’occhio, balzò come una tigre sul cammello di Talha. Subito dopo fece cadere Talha sotto di sé e si gettò a terra. Anche Talha cadde. Hazrat Zubayr (r.a.) estrasse la spada e sgozzò Talha.

Il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui), profondamente felice per l’immenso coraggio dimostrato da Hazrat Zubayr (che Allah sia soddisfatto di lui), proclamò: «Allahu Akbar». Anche i musulmani lo gridarono ad alta voce: «Nara-e Takbir, Allahu Akbar». Il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) lodò poi Hazrat Zubayr (che Allah sia soddisfatto di lui) e disse: «Ogni profeta (pace e benedizioni di Allah su di lui) ha un ḥawārī; il mio ḥawārī è Zubayr». [Lo ha riportato l’autore della Sīrat al-Ḥalabiyya. In altri luoghi sono state citate le parole del Profeta (pace e benedizioni di Allah su di lui) riguardo a Hazrat Zubayr (che Allah sia soddisfatto di lui), negli ḥadīth].

Inizio della battaglia generale e disfatta degli infedeli

Dopodiché, il fuoco della battaglia si propagò tutt’intorno. In tutto il campo si susseguivano attacchi indiscriminati e contrattacchi. La bandiera dei Quraysh si trovava al centro del campo di battaglia. Dopo l’uccisione del loro comandante, Talha ibn Abū Talha, i Banū ʿAbd al-Dār si alternavano nel portare la bandiera. Ma furono tutti uccisi, uno dopo l’altro. Dopo la morte di Talha, suo fratello ʿUthmān ibn Abū Talha prese la bandiera e avanzò dicendo:

«Il dovere di chi porta la bandiera è arduo

che la lancia si insanguini o si spezzi»

Hazrat Ḥamza ibn ʿAbd al-Muṭṭalib (che Allah sia soddisfatto di lui) assalì ʿUthmān. Hazrat Ḥamza (che Allah sia soddisfatto di lui) colpì con la spada la spalla di ʿUthmān con tale forza che, dopo aver reciso il braccio insieme alla spalla, la lama giunse quasi fino all’ombelico. Quando la spada fu estratta, gli intestini erano visibili.

Dopo l’uccisione di ʿUthmān, avanzò Abū Saʿd ibn Abū Talha. Hazrat Saʿd ibn Abī Waqqāṣ (che Allah sia soddisfatto di lui) gli scagliò contro una freccia. La freccia gli trapassò la gola e, mentre gli usciva la lingua, Abū Saʿd morì all’istante. Alcuni autori della Sīrat al-Nabī hanno scritto che, quando Abū Saʿd avanzò e sfidò a duello, Hazrat ʿAlī (che Allah sia soddisfatto di lui) gli andò incontro. Sebbene entrambi si colpissero una volta, Hazrat ʿAlī (che Allah sia soddisfatto di lui) rimase illeso. Abū Saʿd, invece, fu ucciso.

Dopo l’uccisione di Abū Saʿd, prese la bandiera Muṣāfa ibn Abū Talha. Ma Hazrat ʿĀṣim ibn Thābit ibn Abū Aflaḥ (che Allah sia soddisfatto di lui) lo uccise scagliandogli una freccia.

Dopo l’uccisione di Mosafà, suo fratello, cioè Kelab ibn Talha, figlio di Talha, avanzò portando la bandiera. Hazrat Zubayr ibn al-Awwam (che Allah sia soddisfatto di lui) gli si fece incontro e, dopo un breve combattimento, lo mandò anch’egli da suo padre.

In seguito prese la bandiera Jilas ibn Abu Talha, nipote di Mosafà e di Kelab. Hazrat Talha ibn Ubaydullah (che Allah sia soddisfatto di lui) lo uccise lanciandogli una lancia. Secondo un’altra versione, Jilas fu ucciso da Hazrat Asim ibn Thabit ibn Aflah (che Allah sia soddisfatto di lui) con una freccia.

Sei uomini della stessa famiglia furono uccisi uno dopo l’altro. Erano figli e nipoti di Abu Talha Abdullah ibn Uthman ibn Abdud-Dar. Tutti persero la vita mentre portavano e difendevano la bandiera dei politeisti.

Dopodiché un altro uomo della tribù dei Banu Abdud-Dar, di nome Artat ibn Shuraybil, sollevò la bandiera. Ma Hazrat Ali ibn Abu Talib (che Allah sia soddisfatto di lui), secondo un’altra opinione Hazrat Hamza ibn Abdul-Muttalib (che Allah sia soddisfatto di lui), lo uccise. Poi Shurayh ibn Qariz sollevò la bandiera. Quzman lo uccise. Quzman era un ipocrita ed era venuto a combattere per difendere il proprio prestigio, non per l’Islam.

Dopo Shurayh, Abu Zayd Amr ibn Abd Manaf al-Abdari sollevò la bandiera. Ma Quzman uccise anche lui. Poi un figlio di Shurahbil ibn Hashim al-Abdai sollevò la bandiera. Ma anch’egli morì per mano di Quzman.

I dieci uomini della tribù dei Banu Abdud-Dar che avevano sollevato la bandiera dei politeisti morirono tutti uno dopo l’altro. Non rimase più nessuno in vita che potesse sollevarla. In quel momento, tuttavia, un loro schiavo di nome Mowab prese la bandiera e combatté con più valore dei suoi precedenti padroni portabandiera. Alla fine gli furono tagliate entrambe le mani, una dopo l’altra. Ma, appoggiandosi sulle ginocchia e servendosi del petto e delle spalle, continuò a tenere sollevata la bandiera. Infine anch’egli fu ucciso da Quzman. In quel momento disse: «O Allah, ora non ho lasciato alcuna scusa». Dopo l’uccisione di quello schiavo, cioè Mowab, la bandiera cadde a terra e non rimase nessuno in vita capace di rialzarla. Per questo rimase a terra.

Mentre da una parte infuriava la battaglia nel luogo in cui veniva portata la bandiera dei politeisti, dall’altra si combatteva aspramente in varie zone del campo. Nei cuori dei musulmani ardeva vigorosamente il fervore della fede. Per questo si gettavano sui miscredenti come un torrente. Gridavano: «Amta, amta», cioè: «Morte, morte!»

Hazrat Abu Dujana (che Allah sia soddisfatto di lui), dopo essersi legato una fascia rossa alla testa e aver preso la spada del Messaggero di Allah, stava rendendo pienamente giustizia a quella spada. Mentre combatteva, si spingeva sempre più lontano. Ogni miscredente contro cui combatteva veniva eliminato da questo mondo. Spazzò via fila dopo fila dei miscredenti.

Hazrat Zubayr ibn al-Awwam (che Allah sia soddisfatto di lui) racconta: quando chiesi una spada al Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda pace, egli non me la diede. Ne rimasi addolorato. Pensai tra me e me: «Sono il figlio di Safiyya (che Allah sia soddisfatto di lei), la zia del diletto Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda pace; appartengo ai Quraysh e gli avevo chiesto la spada prima di Abu Dujana, ma egli non l’ha data a me: l’ha data ad Abu Dujana. Per Allah, osserverò quale atto di valore compirà Abu Dujana con quella spada». Da allora rimasi alle calcagna di Abu Dujana. Abu Dujana si legò dapprima alla testa una fascia rossa. Vedendola, gli Ansar dissero: «Abu Dujana ha tirato fuori la fascia della morte». Poi avanzò verso il campo di battaglia recitando questi versi:

«Ai piedi di quella montagna ho fatto una promessa al mio amico:

non resterò mai indietro rispetto alle file

avanzerò e continuerò a brandire la spada di Allah»

Mentre recitava questi versi, Abu Dujana uccideva chiunque gli capitasse davanti. Un miscredente si aggirava sul campo di battaglia uccidendo i musulmani feriti. Quell’uomo e Hazrat Abu Dujana (che Allah sia soddisfatto di lui) si avvicinavano sempre più. Dentro di me desiderai che Allah facesse sì che i due venissero alle mani. Poco dopo si scontrarono. Si attaccarono a vicenda. Per primo il politeista assalì Hazrat Abu Dujana (che Allah sia soddisfatto di lui), il quale parò l’attacco con lo scudo. La spada del politeista rimase incastrata nello scudo. Allora Hazrat Abu Dujana (che Allah sia soddisfatto di lui), con un solo colpo di spada, spinse il pagano nella Jahannam. [Ibn Hisham, vol. II, pp. 58-69].

Dopodiché Hazrat Abu Dujana (che Allah sia soddisfatto di lui) avanzò, scompaginando fila dopo fila. A un certo punto giunse presso la leader delle donne dei Quraysh. Non sapeva che si trattasse di una donna. Raccontò: «Vidi una persona che incitava i combattenti a mostrare ancora maggiore coraggio. Presi la mira contro di lei. Ma quando stavo per colpirla con la spada, emise un grido disperato. Udendo quel grido, Hazrat Abu Dujana (che Allah sia soddisfatto di lui) capì che era una donna. Disse: “Pensai che non avrei macchiato la spada del Messaggero, che Allah lo benedica e gli conceda pace, uccidendo una donna”».

Quella donna era Hind bint Utba, la moglie di Abu Sufyan. Hazrat Zubayr (che Allah sia soddisfatto di lui) racconta: «Vidi Hazrat Abu Dujana (che Allah sia soddisfatto di lui) sollevare la spada sopra la testa di Hind e poi abbassarla nuovamente. Allora dissi: “Allah l’Altissimo e il Suo Messaggero, che Allah lo benedica e gli conceda pace, ne sanno meglio”». [Ibn Hisham, vol. II, p. 69].

Nel frattempo, Hazrat Hamza (che Allah sia soddisfatto di lui) combatteva come una tigre furiosa. Con incomparabile valore e coraggio avanzava, aprendosi un varco tra le schiere nemiche. Davanti a lui, grandi e valorosi guerrieri scomparivano come foglie portate via dalla tempesta di primavera. Grazie al suo lodevole ruolo nello sterminare i politeisti, era divenuto un terrore per i miscredenti sul campo di battaglia. Vedendo quella situazione, alcuni politeisti, non avendo il coraggio di affrontarlo apertamente, lo colpirono di nascosto come vigliacchi codardi. Sotto quei colpi, Sayyid al-Shuhada Hazrat Hamza (che Allah sia soddisfatto di lui) cadde a terra.

Il martirio di Hazrat Hamza (che Allah sia soddisfatto di lui), il Leone di Dio

L’assassino di Hazrat Hamza (che Allah sia soddisfatto di lui) si chiamava Wahshi ibn Harb. Riportiamo il racconto del martirio di Hazrat Hamza con le parole del suo assassino, Wahshi. Dopo aver abbracciato l’Islam, egli disse: «Ero schiavo di Jubayr ibn Mut‘im. Suo zio, Tu‘ayma ibn ‘Adi, era stato ucciso nella battaglia di Badr. Poco prima che i Quraysh partissero per la battaglia di Uhud, Jubayr ibn Mut‘im mi disse: “Se riuscirai a uccidere Hamza, lo zio di Muhammad, per vendicare l’uccisione di mio zio, sarai libero”. Dopo aver ricevuto questa proposta, partii con i Quraysh per la battaglia di Uhud. Ero originario dell’Abissinia. Come gli Abissini, anch’io ero molto abile nel lancio della lancia. Raramente la lancia che scagliavo mancava il bersaglio. Quando la battaglia si fu diffusa ampiamente, cominciai a cercare Hazrat Hamza. A un certo punto lo vidi. Avanzava facendo a pezzi gli uomini davanti a lui, come un cammello infuriato. Nessun ostacolo riusciva a resistergli. Nessuno riusciva neppure a rimanere in piedi davanti a lui.»

«Giuro su Allah, mi stavo preparando ad attaccare Hazrat Hamza ed ero nascosto dietro una pietra o un albero, quando Siba‘ ibn ‘Abd al-‘Uzza mi oltrepassò e giunse presso di lui. Hazrat Hamza ruggì a Siba‘: “Ecco a te, figlio di un circoncisore di pudenda!”. Detto questo, colpì il collo di Siba‘ con la spada con tale forza che la sua testa si staccò dal corpo in modo tale da sembrare che non fosse mai stata sul suo collo. Allora sollevai la lancia e la scagliai contro Hazrat Hamza. La lancia lo trafisse sotto l’ombelico e gli attraversò il corpo tra le due gambe, uscendo dalla parte posteriore. Cadde e cercò di rialzarsi, ma non ci riuscì. Lo lasciai in preda ai tormenti finché esalò l’ultimo respiro. Alla fine morì. Quando mi avvicinai a lui, estrassi la lancia e andai a sedermi tra i Quraysh. Non avevo né intenzione né necessità di colpire nessun altro oltre a Hazrat Hamza. Lo avevo ucciso unicamente per ottenere la libertà. Poi, appena tornai alla Mecca, fui liberato. [Ibn Hisham, volume II, pp. 69-72. Sahih al-Bukhari, volume II, p. 583. Wahshi abbracciò l’Islam dopo la battaglia di Ta’if. Con la stessa lancia con cui aveva ucciso Hazrat Hamza, durante il califfato di Hazrat Abu Bakr al-Siddiq uccise Musaylima il Bugiardo nella battaglia di Yamama. Partecipò anche alla battaglia di Yarmuk contro i Romani].»

Il successo dei musulmani

Il martirio di Hazrat Hamza (che Allah sia soddisfatto di lui), il Leone di Dio e il Leone del Messaggero, inflisse ai musulmani una perdita gravissima e irreparabile. Ciononostante, i segni del successo dei musulmani nella battaglia divennero chiaramente visibili. Hazrat Abu Bakr, Hazrat ‘Umar, Hazrat ‘Ali, Hazrat Zubayr, Hazrat Mus‘ab ibn ‘Umayr, Hazrat Talha ibn ‘Ubaydullah, Hazrat ‘Abdullah ibn Jahsh, Hazrat Sa‘d ibn Mu‘adh, Hazrat Sa‘d ibn ‘Ubadah, Hazrat Sa‘d ibn Rabi‘ e Hazrat Nadr ibn Anas (che Allah sia soddisfatto di loro) combatterono con tale eroismo e coraggio che i miscredenti furono terrorizzati, il loro morale crollò e la loro forza e il loro coraggio si indebolirono.

Dal letto nuziale al campo del jihad

Tra i mujahidin dalla vita devota vi era Hazrat Hanzala (che Allah sia soddisfatto di lui). Quel giorno egli giunse sul campo del jihad con un onore senza pari. Era figlio di Abu ‘Amir il Monaco, che in seguito ricevette il titolo di Abu ‘Amir il Malvagio. La sua identità è già stata menzionata in precedenza. Hazrat Hanzala si era appena sposato. Quando fu proclamato l’appello al jihad, egli si trovava sul letto nuziale. Non appena udì l’appello al jihad, partì per prendervi parte. Quando la battaglia si fu ampiamente diffusa, Hazrat Hanzala attraversò con impeto le file dei miscredenti e giunse rapidamente presso Abu Sufyan. Stava per colpire il comandante dei miscredenti, ma Allah, il Signore dei mondi, aveva decretato per lui il martirio. Nel momento in cui Abu Sufyan sollevò la spada per colpirlo, Shaddad ibn Aws lo vide e lanciò un attacco improvviso contro Hazrat Hanzala. Così egli subì il martirio.

L’impresa degli arcieri

Gli arcieri che il Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, aveva collocato sul monte Rumāt con un compito preciso svolsero un ruolo importante nel garantire la vittoria e il successo dei musulmani nella battaglia. I non musulmani della Mecca, sotto la guida di Khālid ibn al-Walīd e con l’aiuto di Abū ʿĀmir al-Fāsiq, attaccarono per tre volte, una dopo l’altra, nel tentativo di spezzare l’ala sinistra dell’esercito islamico e sconfiggere i musulmani. Ma i musulmani fecero fallire il loro tentativo. Ricoprirono di frecce i Quraysh, riducendoli a un colabrodo. [Vedi Fath al-Bārī, vol. VII, p. 346].

La sconfitta degli idolatri

Per qualche tempo infuriò una violenta battaglia. Questo piccolo contingente di musulmani ricopriva l’intero campo di battaglia. Alla fine il morale degli idolatri crollò. Iniziňiarono a pensare alla ritirata. Cominciarono a disperdersi a destra e a sinistra, davanti e dietro. I musulmani combattevano contro tremila soldati. Dando prova di fede, certezza, coraggio e audacia, mostravano la loro abilità nel maneggiare la spada.

Di fronte all’inarrestabile attacco dei musulmani, gli infedeli rimasero completamente disorientati. Non riuscendo a decidere che cosa fare, cominciarono a fuggire. Vedendo la miserevole sorte dei portatori degli stendardi della battaglia, nessuno osava più tenere in mano uno stendardo. Il loro morale crollò. Tutte le grandi parole che avevano pronunciato sulla vendetta da prendersi sui musulmani e sul recupero della propria dignità e del proprio onore finirono nel caos.

Ibn Isḥāq ha scritto che Allah fece scendere il Suo aiuto sui musulmani e mantenne la promessa che aveva fatto. I musulmani massacrarono gli idolatri con le spade a tal punto che essi fuggirono lontano, abbandonando persino l’accampamento. In breve, subirono una terribile sconfitta. ʿAbd Allāh ibn al-Zubayr (che Allah sia soddisfatto di lui) riferisce che suo padre disse: «Per Allah, vidi le ginocchia di Hind bint ʿUtba e delle donne che la accompagnavano. Si davano alla fuga sollevando le vesti. Non vi era alcun ostacolo, grande o piccolo, alla loro cattura». [Ibn Hishām, vol. II, p. 77].

È riportato nel Ṣaḥīḥ al-Bukhārī, da al-Barāʾ ibn ʿĀzib (che Allah sia soddisfatto di lui), che egli disse: «Quando ci scontrammo con gli infedeli, tra loro scoppiò un grande tumulto. Vidi le donne fuggire rapidamente verso la zona montuosa, sollevando le vesti sopra le ginocchia. Si vedeva la maggior parte delle loro gambe». [Ṣaḥīḥ al-Bukhārī, vol. II, p. 579]. In mezzo a questo disordine e a questo tumulto, i musulmani colpivano gli idolatri con le spade, raccoglievano i loro beni e li inseguivano.

L’errore suicida degli arcieri

Proprio mentre il piccolo numero di musulmani stava imprimendo nelle pagine della storia una vittoria straordinaria contro gli abitanti della Mecca, la maggior parte degli arcieri commise un terribile errore. Eppure il successo dei musulmani in questa battaglia non era in alcun modo inferiore a quello della battaglia di Badr. Ma a causa del terribile errore degli arcieri, il corso stesso della battaglia cambiò. I musulmani subirono gravi perdite. A causa di questo errore, l’immagine dei musulmani conquistata nella battaglia di Badr ne risultò compromessa.

Come già menzionato, il Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, aveva ordinato agli arcieri di rimanere saldi e immobili nelle loro posizioni sia in caso di vittoria sia in caso di sconfitta. Tuttavia, nonostante l’ordine dell’amato Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, vedendo gli altri musulmani raccogliere il bottino, gli arcieri non riuscirono a dominare la loro avidità. Alcuni dissero agli altri: «Il bottino, il bottino! I vostri compagni hanno vinto; che cosa aspettate ancora?»

Quando tra gli arcieri si levarono voci di questo genere, il loro comandante, Hadrat Abdullah ibn Zubayr, che Allah sia soddisfatto di lui, ricordò loro l’ordine del Messaggero, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, e disse: «Avete forse dimenticato che cosa vi ha ordinato il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace?» Tuttavia, la maggior parte degli arcieri non prestò attenzione alle parole di Hadrat Abdullah, che Allah sia soddisfatto di lui. Dissero: «Per Allah, anche noi andremo da loro e prenderemo certamente una parte del bottino». [Questo episodio è riportato in Sahih al-Bukhari da Hadrat al-Bara ibn Azib, che Allah sia soddisfatto di lui; si veda pagina 826].

Dopodiché, quaranta arcieri trascurarono il loro incarico e cominciarono a raccogliere il bottino. Hadrat Abdullah ibn Jabir, che Allah sia soddisfatto di lui, e nove suoi compagni rimasero invece assegnati alla sorveglianza. Adempi evano al loro dovere con ferma determinazione. Dicevano: «Andremo via di qui soltanto quando il Profeta e Messaggero, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, ce lo ordinerà; altrimenti sacrificheremo la nostra vita».

L’esercito musulmano sotto il controllo del nemico

Khalid ibn al-Walid era giunto a questo passo montano e vi era tornato indietro per tre volte dopo essere stato sconfitto. Questa volta non lasciò sfuggire l’occasione d’oro. Dopo poco, Khalid uccise Abdullah ibn Jabir, che Allah sia soddisfatto di lui, e i suoi compagni, quindi attaccò i musulmani alle spalle. I compagni di Khalid ibn al-Walid lanciarono alte grida. I pagani sconfitti si resero così conto del cambiamento della situazione sul campo di battaglia e ripresero ad attaccare i musulmani con rinnovato vigore. Nel frattempo, una donna della tribù dei Banu Harith, di nome Asrah bint Aq lama, innalzò la bandiera dei pagani, coperta di polvere. I pagani dispersi cominciarono a radunarsi intorno a lei. Si chiamarono l’un l’altro. In breve tempo, i pagani iniziarono a combattere uniti contro i musulmani. I musulmani si trovarono allora accerchiati sia davanti sia alle spalle. Sembrava che fossero stretti tra le macine di un mulino.

La ferma decisione e il coraggioso intervento del Messaggero di Allah

In quel momento di estrema crisi, soltanto nove Compagni si trovavano presso il Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace. Essi osservavano il valore e il coraggio dei Compagni nonché le manovre del nemico. Questa è la prova contenuta nel versetto in cui Allah l’Altissimo dice: «Il Messaggero vi chiamava da dietro». All’improvviso, il Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, vide la cavalcatura di Khalid ibn al-Walid. A quel punto si aprivano davanti all’amato Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, due possibilità: recarsi in un luogo sicuro con i nove compagni, abbandonando al loro destino i Compagni rimasti sotto il controllo del nemico; oppure mettere a rischio la propria vita, chiamare e radunare i Compagni dispersi, formare una solida linea difensiva e aprirsi un varco attraverso l’accerchiamento dei pagani per raggiungere un luogo relativamente più elevato.

In quel momento così difficile della prova, il Messaggero, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, diede prova di un coraggio e di un eroismo senza pari. Abbandonando l’idea di recarsi in un rifugio sicuro per salvare la propria vita, decise di mettere in pericolo la propria vita per salvare quella dei Compagni.

Vedendo i cavalieri di Khalid ibn al-Walid e i suoi compagni, il Messaggero ﷺ chiamò a gran voce i Compagni: «O servi di Allah, venite da questa parte». Il Messaggero di Allah ﷺ sapeva che questa voce sarebbe giunta alle orecchie dei miscredenti prima che a quelle dei musulmani. E così avvenne: udendo la voce del Messaggero ﷺ, i miscredenti capirono che Muhammad ﷺ si trovava proprio lì. Dopo averlo compreso, un gruppo di miscredenti raggiunse il Messaggero ﷺ prima dei musulmani. Gli altri miscredenti cominciarono rapidamente ad accerchiare i musulmani. Ora esamineremo separatamente le azioni dei due eserciti.

Disordine tra i musulmani

Dopo essere rimasto intrappolato nell’accerchiamento dei miscredenti, un gruppo di musulmani rimase completamente disorientato. In loro prevalse anche la preoccupazione di salvare la propria vita. Di conseguenza, presero la via della fuga dal campo di battaglia. Non sapevano nulla di ciò che stava accadendo alle loro spalle. Alcuni di loro giunsero a Medina, altri si rifugiarono sulla montagna. Un altro gruppo andò verso le retrovie e si mescolò ai miscredenti. Non era possibile distinguere chi fosse miscredente e chi musulmano. Di conseguenza, i musulmani cominciarono a uccidersi per mano di altri musulmani. È riportato nel Sahih al-Bukhari, da Hazrat Aisha (che Allah sia soddisfatto di lei), che nel giorno di Uhud i politeisti erano stati sconfitti. Dopo di ciò, Iblis gridò: «O servi di Allah, tornate indietro!». Allora gli uomini delle prime file si ritirarono verso le retrovie e si scontrarono tra loro. Hazrat Hudhayfa (che Allah sia soddisfatto di lui) vide che stavano attaccando suo padre, al-Yaman. Disse: «O servi di Allah, questo è mio padre!». Ma, per Allah, la gente non smise di colpirlo finché non lo uccise. Allora Hazrat Hudhayfa (che Allah sia soddisfatto di lui) disse: «Che Allah, il Signore dei mondi, ci perdoni». Hazrat Urwa (che Allah sia soddisfatto di lui) disse: «Per Allah, Hazrat Hudhayfa (che Allah sia soddisfatto di lui) rimase sempre saldo nel bene. In questa condizione incontrò il suo Signore». [Sahih al-Bukhari, volume primo, p. 539; Fath al-Bari, volume settimo, pp. 3251, 362, 363. In alcune narrazioni, oltre al Bukhari, è menzionato che il Nobile Messaggero ﷺ volle pagare il risarcimento per l’uccisione del padre di Hazrat Hudhayfa (che Allah sia soddisfatto di lui). Ma Hazrat Hudhayfa (che Allah sia soddisfatto di lui) disse: «Ho dato in elemosina ai musulmani quel risarcimento». Per questo, agli occhi del Nobile Profeta ﷺ, aumentarono l’importanza e il prestigio di Hazrat Hudhayfa (che Allah sia soddisfatto di lui). Si veda Mukhtasar al-Siyar, scritto da Abdul Wahhab Najdi, p. 246.]

In breve, in questo gruppo si instaurarono disordine e confusione estremi. Molti erano rimasti sbalorditi e non riuscivano a capire in quale direzione andare. In quel momento un uomo proclamò a gran voce che Muhammad era stato ucciso. Ciò distrusse anche il morale residuo dei musulmani. Dopo aver udito quell’annuncio, alcuni musulmani smisero di combattere, si scoraggiarono e gettarono a terra le armi che avevano in mano. Alcuni arrivarono perfino a pensare che si dovesse incontrare il capo ipocrita Abdullah ibn Ubayy e dirgli: «Procuraci la protezione presso Abu Sufyan».

Poco dopo, Hazrat Anas ibn al-Nadr (che Allah sia soddisfatto di lui) passò accanto a quelle persone. Notò che diversi Compagni erano seduti in silenzio. Chiese loro: «Chi state aspettando?». Risposero: «Il Messaggero di Allah ﷺ è stato ucciso». Hazrat Anas ibn al-Nadr disse: «Che cosa farete vivendo dopo di lui? Alzatevi! Per la stessa causa per cui il Messaggero di Allah ﷺ ha dato la vita, date anche voi la vostra vita». Poi disse: «O Allah, Signore dei mondi, cerco rifugio presso di Te da tutto ciò che costoro, cioè questi musulmani, hanno fatto». Detto questo, avanzò. Proseguendo, incontrò Hazrat Sa’d ibn Mu’adh (che Allah sia soddisfatto di lui). Questi gli chiese: «O Abu Umar, dove stai andando?». Hazrat Anas (che Allah sia soddisfatto di lui) rispose: «Che cosa dovrei dirti del profumo del Paradiso? O Sa’d, sento il profumo del Paradiso al di là del monte Uhud». Dopo aver detto ciò, Hazrat Anas (che Allah sia soddisfatto di lui) avanzò ancora e fu martirizzato mentre combatteva contro i miscredenti. Alla fine della battaglia non era praticamente possibile identificarlo. Sua sorella lo riconobbe dalle dita. Il suo corpo benedetto aveva ricevuto ottanta ferite da lance, giavellotti e spade. [Zad al-Ma’ad, volume secondo, pp. 92-93; Sahih al-Bukhari, volume secondo, p. 579.]

Hazrat Thabit ibn al-Dahdah (che Allah sia soddisfatto di lui) si rivolse ai musulmani dicendo: «Anche se Muhammad Mustafa ﷺ fosse stato davvero ucciso, Allah, il Signore dei mondi, è vivo. Egli è il Vivente eterno. Combattete per la vostra religione. Allah, il Signore dei mondi, vi ha concesso vittoria e aiuto».

Dopo questo appello, un gruppo di Ansar si preparò nuovamente al jihad. Hazrat Thabit (che Allah sia soddisfatto di lui), insieme a loro, attaccò l’esercito di Khalid ibn al-Walid e, combattendo, alla fine fu ucciso per mano di Khalid ibn al-Walid. Fu ucciso da un colpo di lancia. Come lui, anche i suoi compagni Ansar ottennero il martirio combattendo. [As-Sirat al-Halabiyya, volume secondo, p. 22.]

Un Compagno emigrato passava accanto a un Compagno ansarita coperto di sangue. Il Compagno emigrato disse: «Fratello, il Messaggero ﷺ è stato ucciso?». L’ansarita rispose: «Se Muhammad fosse stato davvero ucciso, egli avrebbe comunque trasmesso la religione di Allah. Ora spetta a voi combattere per proteggere quella religione». [Zad al-Ma’ad, volume secondo, p. 99.]

Grazie a parole di questo genere, colme di coraggio e di entusiasmo, l’esercito islamico si rianimò. Invece di gettare le armi e chiedere garanzie di sicurezza ad Abū Sufyān, il miscredente, tramite il capo ipocrita ʿAbd Allāh ibn Ubayy, essi ripresero le armi. Poi cominciarono a cercare un varco attraverso l’impenetrabile accerchiamento dei miscredenti, per raggiungere la propria guida centrale. In quel momento si diffuse la notizia che l’annuncio dell’uccisione del Messaggero era una voce infondata. Ciò accrebbe molte volte il coraggio e il morale dei musulmani, che, combattendo con grande audacia, riuscirono a rompere l’accerchiamento dei miscredenti e a raggiungere la propria solida posizione.

Un terzo gruppo dell’esercito islamico pensava esclusivamente alla sicurezza del Messaggero. Non appena seppe dell’accerchiamento dei miscredenti, si precipitò verso il Profeta. Tra questi Compagni vi erano Abū Bakr, ʿUmar e ʿAlī, tra gli altri. Anche sul campo di battaglia si trovavano in prima linea, ma quando la vita del Profeta fu minacciata, accorsero presso di lui per proteggerlo.

La sanguinosa battaglia intorno al Messaggero

Mentre i nobili Compagni venivano schiacciati nell’accerchiamento dei miscredenti, simile alle macine di un mulino, intorno al Messaggero si combatteva anch’essa una sanguinosa battaglia. Come già menzionato, all’inizio dell’accerchiamento dei miscredenti intorno al Messaggero vi erano soltanto nove Compagni. Quando egli chiamò i musulmani dicendo: «Venite da me, io sono il Messaggero di Dio», quell’appello giunse alle orecchie dei miscredenti prima che a quelle dei musulmani. Così riconobbero il Messaggero, poiché in quel momento i miscredenti si trovavano proprio vicino a lui. Di conseguenza attaccarono l’amato Profeta e, prima che i musulmani potessero radunarsi, esercitarono una pressione tremenda. In quel momento, mentre i nove Compagni presenti intorno al Profeta combattevano per respingere l’attacco, nel loro scontro emersero testimonianze rare dell’immenso amore, dell’eroismo e del coraggio che nutrivano per l’amato Profeta.

È riportato nel Ṣaḥīḥ Muslim che, durante la battaglia di Uḥud, a un certo punto il Messaggero rimase isolato insieme a quei nove Compagni. Tra loro vi erano sette Anṣār e due Muhājirūn. Quando gli aggressori si avvicinarono molto al Profeta, l’amato Profeta disse: «Chi si farà avanti per respingerli da me? Per lui vi è il Paradiso». Oppure disse: «Quella persona sarà mia compagna in Paradiso». Allora un Compagno degli Anṣār avanzò e cadde martire combattendo. In seguito i politeisti si avvicinarono ancora di più all’amato Profeta. Uno dopo l’altro, sette Compagni degli Anṣār ottennero il martirio nella battaglia difensiva. Il Profeta disse ai due Compagni qurayshiti, entrambi Muhājirūn, che erano con lui: «Non abbiamo trattato equamente i nostri compagni». (Ṣaḥīḥ Muslim, capitolo sulla battaglia di Uḥud, vol. II, p. 107.)

L’ultimo dei sette Compagni degli Anṣār sopra menzionati fu ʿAmmāra ibn Yazīd ibn Sakān. Anche lui, mentre combatteva, fu coperto di ferite e a un certo punto crollò. Poco dopo, un gruppo di Compagni raggiunse il Messaggero. Lo sottrassero ai miscredenti e portarono ʿAmmāra presso il Messaggero. Il Profeta gli permise di appoggiare la testa sulla propria coscia. In quella posizione egli esalò l’ultimo respiro. Il suo martirio, mentre toccava i piedi dell’amato Profeta, può essere espresso con le parole di un poeta: «Morire ai tuoi piedi: questo soltanto desidera il mio cuore, nient’altro».

Dopo che ʿAmmāra ibn Yazīd crollò, presso il Messaggero rimasero soltanto due Compagni qurayshiti. È riportato nel Ṣaḥīḥ al-Bukhārī e nel Ṣaḥīḥ Muslim che Abū ʿUthmān disse: «Quando il Profeta combatteva, in quella battaglia non vi era con lui nessuno oltre a Ṭalḥa ibn ʿUbayd Allāh». (Ṣaḥīḥ al-Bukhārī, vol. I, p. 527; vol. II, p. 581.)

Quello fu il momento più critico della vita del Messaggero. Per i miscredenti, invece, era un’occasione d’oro. In realtà essi non mostrarono alcuna esitazione nello sfruttarla. Lanciarono un attacco totale contro l’amato Profeta, con l’intenzione di finirlo. In quel momento ʿUtba ibn Abī Waqqāṣ gli scagliò delle pietre. Per il colpo ricevuto, il Messaggero cadde a terra. Si ruppe il dente premolare destro della mandibola inferiore. (I due denti anteriori, superiore e inferiore, situati davanti alle gengive, sono chiamati ثنايا; quelli immediatamente a destra e a sinistra sono chiamati رباعيات.) Il labbro inferiore gli fu lacerato. ʿAbd Allāh ibn Shihāb al-Zuhrī avanzò e lo colpì alla fronte. Un malvagio scellerato di nome ʿAbd Allāh ibn Qamʾa si fece avanti e colpì con tale forza la spalla dell’amato Profeta con la spada che, in seguito, egli ne sentì il dolore per un mese intero. Tuttavia il colpo non riuscì a tagliare la corazza di ferro del suo corpo. Il malvagio ibn Qamʾa sollevò la spada e colpì nuovamente l’amato Profeta. Il colpo raggiunse l’osso sotto l’occhio destro e due anelli gli si conficcarono nel volto. (Un elmo di ferro o di pietra. Durante la guerra si indossava un elmo di questo genere per proteggere la testa e il volto. I due anelli dell’elmo si conficcarono nel volto dell’amato Profeta, sotto l’occhio destro, a causa del colpo di spada. Gloria a Dio!)

Subito quel malvagio disse: «Ecco, io sono Ibn Qamʿa, cioè il figlio di colui che spezza». Il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui), mentre si asciugava il sangue dal suo nobile volto, disse: «Possa Allah ridurti in pezzi». [Allah accolse questa supplica del Messaggero (pace e benedizioni su di lui). Ibn ʿAyāḍ ha narrato che, dopo essere tornato a casa al termine della battaglia, Ibn Qamʿa uscì alla ricerca delle sue capre. Si scoprì che una delle sue capre si trovava su una montagna. Egli salì sulla montagna per riportarla giù. Improvvisamente, una capra selvatica di montagna lo colpì con le corna e lo fece precipitare ai piedi della montagna. Fath al-Bārī, volume VII, pagina 373. Nella narrazione di al-Ṭabarānī si dice che contro Ibn Qamʿa fu scagliata una capra. Quella capra lo fece a pezzi colpendolo con le corna. Fath al-Bārī, volume VII, pagina 366].

È narrato nel Ṣaḥīḥ al-Bukhārī che al Profeta (pace e benedizioni su di lui) fu spezzato il dente rubāʿī e fu colpito alla testa. In quel momento il Profeta (pace e benedizioni su di lui) si asciugava il sangue che gli scorreva sul volto e diceva: «Come potrà avere successo quella gente che ha ferito il volto del proprio Profeta e gli ha spezzato un dente, mentre egli li invita alla via di Allah, il Signore dei mondi?». Dopo che il Profeta (pace e benedizioni su di lui) ebbe pronunciato queste parole, Allah, il Signore dei mondi, fece scendere questo versetto [Ṣaḥīḥ Muslim, volume II, pagina 108]: «Non spetta a te decidere se Egli perdonerà loro o li punirà, poiché sono ingiusti». (Āl ʿImrān, versetto 128)

Nella narrazione di al-Ṭabarānī è menzionato che quel giorno il Profeta (pace e benedizioni su di lui) disse: «Possa abbattersi un castigo severo di Allah su quella gente che ha insanguinato il volto del proprio Profeta». Poco dopo disse: «O Allah, Signore dei mondi, perdona il mio popolo, poiché non sa». [Fatḥ al-Bārī, volume VII, pagina 323].

Anche nel Ṣaḥīḥ Muslim è narrato che il Profeta (pace e benedizioni su di lui) ripeteva: «O mio Signore, perdona il mio popolo, poiché non sa». [Ṣaḥīḥ Muslim, capitolo sulla battaglia di Uḥud, volume II, pagina 108].

Anche nell’opera al-Shifāʾ di Qāḍī ʿIyāḍ è menzionato quanto segue: «O Allah, guida il mio popolo, poiché non sa». [Kitāb al-Shifāʾ bi-taʿrīf ḥuqūq al-Muṣṭafā, volume I, pagina 81].

Senza dubbio i miscredenti volevano uccidere il caro Profeta (pace e benedizioni su di lui). Tuttavia, Ḥaḍrat Ṭalḥa (che Allah sia soddisfatto di lui) e Ḥaḍrat Saʿd ibn Abī Waqqāṣ (che Allah sia soddisfatto di lui), con un sacrificio senza pari, uno straordinario coraggio e un’eccezionale audacia, fecero fallire il tentativo dei miscredenti. [Ṣaḥīḥ al-Bukhārī, volume I, pagina 407]. Entrambi erano eccellenti arcieri arabi. Scagliando frecce, tennero i miscredenti lontani dal caro Profeta (pace e benedizioni su di lui). L’abilità e la perizia di Ḥaḍrat Saʿd ibn Abī Waqqāṣ (che Allah sia soddisfatto di lui) risultano evidenti anche dal fatto che il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui), per nessun altro Compagno, disse parole di tale dedizione, vale a dire: «Possano i miei genitori essere sacrificati per te». [Ṣaḥīḥ al-Bukhārī, volume I, pagina 407; volume II, pagine 580-581].

La descrizione del coraggio di Ḥaḍrat Ṭalḥa (che Allah sia soddisfatto di lui) si trova in un ḥadīth riportato nel Sunan al-Nasāʾī. In quel ḥadīth, Ḥaḍrat Jābir (che Allah sia soddisfatto di lui) menziona l’attacco dei miscredenti contro il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui), quando presso il Profeta (pace e benedizioni su di lui) erano presenti soltanto pochi Compagni. Ḥaḍrat Jābir (che Allah sia soddisfatto di lui) riferisce che, quando i politeisti circondarono il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui), egli disse: «Chi c’è che possa combattere contro costoro?». Allora Ḥaḍrat Ṭalḥa (che Allah sia soddisfatto di lui) disse: «Io ci sono». In seguito, Ḥaḍrat Jābir (che Allah sia soddisfatto di lui) racconta come gli Anṣār avanzarono e furono martirizzati uno dopo l’altro. Abbiamo già riportato in precedenza questo racconto citando il Ṣaḥīḥ Muslim.

Ḥaḍrat Jābir (che Allah sia soddisfatto di lui) riferisce che, dopo che gli Anṣār furono martirizzati, Ḥaḍrat Ṭalḥa (che Allah sia soddisfatto di lui) avanzò e dimostrò da solo il proprio valore affrontando undici uomini. A un certo punto, la spada di un miscredente colpì la sua mano. In seguito a ciò, gli fu reciso un dito. Immediatamente pronunciò le parole «Is sī». Il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) disse: «Se in quel momento avessi pronunciato la parola “Bismillāh”, gli angeli di Allah ti avrebbero sollevato in alto davanti a tutti». Ḥaḍrat Jābir (che Allah sia soddisfatto di lui) riferisce che, dopo ciò, Allah respinse i miscredenti. [Fatḥ al-Bārī, volume VII, pagina 361; Sunan al-Nasāʾī, volume II, pagine 52-53].

In diverse opere è riportata la narrazione di al-Hakim secondo cui, il giorno di Uhud, Talha riportò sul corpo trentanove, oppure trentacinque, ferite. Due delle sue dita, compreso l’indice, rimasero paralizzate. [Fath al-Bari, volume VII, pagina 361].

L’Imam al-Bukhari ha riferito da Qays ibn Abi Hazim che egli disse: «Notai che la mano di Talha, che Allah si compiaccia di lui, era rimasta paralizzata. Con quella mano, il giorno di Uhud, aveva protetto il Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace. [Sahih al-Bukhari, volume I, pagine 527 e 581].

Nel Tirmidhi è riportato che il Messaggero, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, disse quel giorno: «Chi desidera vedere un martire camminare sulla terra, guardi Talha ibn Ubaydullah, che Allah si compiaccia di lui». [Tirmidhi].

Abu Dawud al-Tayalisi ha riferito da Aisha, che Allah si compiaccia di lei, che Abu Bakr al-Siddiq, che Allah si compiaccia di lui, quando parlava della battaglia di Uhud, diceva: «Quel giorno il merito esclusivo della battaglia fu di Talha». [Fath al-Bari, volume VII, pagina 361]. In altre parole, in quella battaglia fu proprio lui ad assumersi in misura maggiore il compito di proteggere il Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace. Abu Bakr, che Allah si compiaccia di lui, disse inoltre riguardo a Talha, che Allah si compiaccia di lui:

«O Talha, per te i Paradisi sono ormai garantiti.

Lì, nella tua dimora, vi sono innumerevoli hur dagli occhi grandi. [Mukhtasar Tarikh Dimashq, volume VII, pagina 82; Hashiya Sharh Zajuruz al-Dhahab, pagina 114].»

In quel momento critico, Allah, il Signore dei mondi, inviò aiuto dall’invisibile. Saʿd, che Allah si compiaccia di lui, disse: «Il giorno di Uhud vidi presso il Messaggero, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, due uomini vestiti di bianco. Combattevano valorosamente dalla parte del Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace. Non avevo mai visto quei due uomini né prima né dopo. In un’altra narrazione è riportato che quei due erano Jibril, che la pace sia su di lui, e Mika’il, che la pace sia su di lui». [al-Bukhari, volume II, pagina 580].

I Compagni si radunano accanto al Profeta

L’incidente sopra menzionato si verificò improvvisamente nel giro di pochissimo tempo. I Compagni scelti del Profeta — che Allah lo benedica e gli conceda la pace — che fin dall’inizio della battaglia combattevano nelle prime file, accorsero dal Messaggero di Allah — che Allah lo benedica e gli conceda la pace — poco dopo aver udito il suo appello e aver compreso il cambiamento della situazione. Cercavano di impedire che accadesse qualcosa di spiacevole. Tuttavia, prima che questi Compagni riuscissero a raggiungere il Profeta — che Allah lo benedica e gli conceda la pace — egli era già stato gravemente ferito. Nel frattempo, sei Compagni ansar erano caduti martiri, mentre il settimo, coperto di ferite, era crollato. Saʿd e Talha — che Allah sia soddisfatto di loro — stavano combattendo con ogni energia per difendere il nobile Profeta — che Allah lo benedica e gli conceda la pace — dagli attacchi dei miscredenti. Appena giunti, i Compagni stavano infliggendo una risposta schiacciante all’assalto totale dei miscredenti contro il Profeta — che Allah lo benedica e gli conceda la pace. In quel momento dimostrarono un coraggio e un valore sconfinati. Il primo a correre dal nobile Profeta — che Allah lo benedica e gli conceda la pace — fu Abu Bakr al-Siddiq — che Allah sia soddisfatto di lui —.

Ibn Hibban ha riferito nella sua opera autentica, citando ʿAisha — che Allah sia soddisfatto di lei —, che Abu Bakr — che Allah sia soddisfatto di lui — disse: «Il giorno di Uhud, tutti i Compagni si erano allontanati dal Profeta — che Allah lo benedica e gli conceda la pace —. In altre parole, tutti, tranne le sue guardie del corpo, erano avanzati nelle prime file per combattere. Dopo l’incidente dell’accerchiamento da parte dei miscredenti, fui il primo a correre dal Profeta — che Allah lo benedica e gli conceda la pace. Quando arrivai dal Profeta — che Allah lo benedica e gli conceda la pace — vidi un uomo che combatteva per proteggerlo. Dissi tra me e me: “Non sei forse Talha? Possa io sacrificare per te mio padre e mia madre!”. In quel momento Abu ʿUbayda ibn al-Jarrah — che Allah sia soddisfatto di lui — accorse rapidamente da me. Entrambi ci dirigemmo verso il Profeta — che Allah lo benedica e gli conceda la pace. Notammo che Talha — che Allah sia soddisfatto di lui — giaceva davanti al Profeta — che Allah lo benedica e gli conceda la pace. Il Messaggero di Allah — che Allah lo benedica e gli conceda la pace — disse: “Sollevate il vostro fratello. Egli si è assicurato il Paradiso”. Abu Bakr — che Allah sia soddisfatto di lui — disse: “Quando arrivammo, notammo inoltre che gli anelli della sua cotta erano conficcati sotto l’occhio del nobile Profeta — che Allah lo benedica e gli conceda la pace. Volli estrarli, ma Abu ʿUbayda disse: ‘Ti scongiuro, per Allah, lasciami estrarli io’”. Quindi afferrò con i denti uno degli anelli della cotta e lo estrasse lentamente, affinché il Profeta — che Allah lo benedica e gli conceda la pace — soffrisse meno. Alla fine riuscì a estrarne uno, ma nel farlo perse un dente della mandibola inferiore. Volli estrarre il secondo anello, ma Abu ʿUbayda disse: “Abu Bakr, ti scongiuro per Allah, lasciami estrarlo io”. Poi estrasse anche il secondo anello, perdendo un altro dente della mandibola inferiore. In seguito il Messaggero di Allah — che Allah lo benedica e gli conceda la pace — disse: “Prendetevi cura del vostro fratello Talha. Egli si è assicurato il Paradiso”. Abu Bakr — che Allah sia soddisfatto di lui — disse: “Dopodiché ci occupammo di Talha — che Allah sia soddisfatto di lui. Il suo corpo aveva riportato più di ottanta ferite”». [Zad al-Maʿad, vol. II, p. 95].

Questo basta a mostrare con quale eroismo, abnegazione e coraggio Talha — che Allah sia soddisfatto di lui — combatté quel giorno.

In quel momento di crisi, un gruppo di Compagni devoti accorse dal Messaggero di Allah — che Allah lo benedica e gli conceda la pace. Essi erano: Abu Dujana, Musʿab ibn ʿUmayr, ʿAli ibn Abu Talib, Sahl ibn Hunayf, Malik ibn Sinan — padre di Abu Saʿid al-Khudri —, Umm ʿAmara Nusayba bint Kaʿb al-Maziniyya, Qatada ibn al-Nuʿman, ʿUmar ibn al-Khattab, Hatib ibn Abu Baltaʿa e Abu Talha — che Allah sia soddisfatto di loro —.

Il violento attacco dei nemici contro i musulmani

Nel frattempo, il numero dei nemici che circondavano il Profeta — che Allah lo benedica e gli conceda la pace — aumentava, e di conseguenza aumentavano anche i loro attacchi. A un certo punto il Profeta — che Allah lo benedica e gli conceda la pace — cadde in una fossa e si ferì al ginocchio. Abu ʿAmir il Malvagio aveva scavato diverse fosse di questo tipo per danneggiare i musulmani, spinto dalla sua natura satanica. Dopo che il Profeta — che Allah lo benedica e gli conceda la pace — fu caduto nella fossa, ʿAli — che Allah sia soddisfatto di lui — gli afferrò la mano, mentre Talha ibn ʿUbayd Allah — che Allah sia soddisfatto di lui — lo abbracciò e lo sollevò.

Nafiʿ ibn Jubayr disse: «Sentii un Compagno emigrato raccontare: “Ero presente nella battaglia di Uhud. Notai che frecce venivano scagliate contro il Profeta — che Allah lo benedica e gli conceda la pace — da ogni direzione. Egli si trovava in mezzo alle frecce, ma i Compagni le intercettavano. Notai inoltre che ʿAbd Allah ibn Shihab al-Zuhri gridava: ‘Ditemi, dov’è Muhammad? Questa volta o rimarrò io, oppure rimarrà lui’. Eppure il Messaggero di Allah — che Allah lo benedica e gli conceda la pace — si trovava proprio accanto a lui, senza che nessun altro fosse con lui in quel momento. A un certo punto Ibn Shihab avanzò. Safwan lo rimproverò per questo. Ibn Shihab rispose: ‘Per Allah, non l’ho visto; è stato protetto dai nostri sguardi’. Dopodiché uscimmo in quattro, avendo giurato di uccidere Muhammad — che Allah lo benedica e gli conceda la pace —, Allah ce ne scampi! Tuttavia non riuscimmo nemmeno ad avvicinarci a lui». [Zad al-Maʿad, vol. II, p. 97].

Un’abnegazione e un coraggio senza precedenti

In quel momento i musulmani diedero prova di un coraggio e di un sacrificio straordinari, di cui non si trova altro esempio nella storia. Abu Talha, che Allah sia soddisfatto di lui, si mise a petto scoperto davanti al Messaggero, che Allah lo benedica e gli conceda la pace. Per proteggere l’amato Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, dalle frecce scagliate dai nemici, Abu Talha si posizionò in un punto leggermente più elevato. Anas, che Allah sia soddisfatto di lui, racconta: «Nel giorno di Uhud, i comuni musulmani, dopo essere stati sconfitti, correvano qua e là per fuggire senza avvicinarsi all’amato Messaggero, che Allah lo benedica e gli conceda la pace. Abu Talha, che Allah sia soddisfatto di lui, prese uno scudo e si mise davanti all’amato Messaggero, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, formando una barriera difensiva. Era un arciere esperto e scagliava le frecce con grande abilità. Quel giorno ruppe forse due, forse tre archi. Quando qualcuno passava accanto al Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, portando un arco, il Profeta diceva: “Dallo ad Abu Talha, che Allah sia soddisfatto di lui”. Quando il Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, sollevava il capo per guardare la gente, Abu Talha, che Allah sia soddisfatto di lui, gli diceva: “Possano i miei genitori essere sacrificati per te, non sollevare il capo. Dio non voglia che una freccia colpisca il tuo corpo puro. Il mio petto è davanti al tuo petto”». [Sahih al-Bukhari, volume II, pagina 97].

È inoltre narrato da Anas, che Allah sia soddisfatto di lui, che Abu Talha, che Allah sia soddisfatto di lui, formò una barriera difensiva con uno scudo dal lato del Messaggero, che Allah lo benedica e gli conceda la pace. Abu Talha, che Allah sia soddisfatto di lui, era un arciere esperto. Dopo aver scagliato una freccia, il Messaggero, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, sollevava il capo per vedere dove fosse andata a conficcarsi. [Sahih al-Bukhari, volume I, pagina 406].

Abu Dujana, che Allah sia soddisfatto di lui, si portò davanti al Messaggero, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, e rimase in piedi rivolto verso di lui, offrendo la propria schiena come scudo. Le frecce scagliate dai nemici si conficcavano nella sua schiena, ma egli non si muoveva affatto.

Hatib ibn Abi Balta’a, che Allah sia soddisfatto di lui, si mise all’inseguimento di Utba ibn Abi Waqqas. Utba colpiva con enorme forza il corpo del Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, con la spada. Hatib, che Allah sia soddisfatto di lui, gli sottrasse la spada e il cavallo e lo uccise. Sa’d ibn Abi Waqqas, che Allah sia soddisfatto di lui, cercava l’occasione di uccidere Utba, suo fratello. Ma quella fortuna toccò a Hatib, che Allah sia soddisfatto di lui.

Anche Sahl ibn Hunayf, che Allah sia soddisfatto di lui, era un arciere insigne. Prestò al Messaggero, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, il giuramento di combattere fino alla morte. Combatté sul campo di battaglia con straordinario valore.

Anche il Messaggero, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, scagliava frecce. È narrato da Qatada ibn al-Nu’man, che Allah sia soddisfatto di lui, che il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, scagliò una freccia dal suo arco. In seguito a ciò, un’estremità dell’arco si spezzò. Qatada ibn al-Nu’man, che Allah sia soddisfatto di lui, prese poi quell’arco e lo conservò presso di sé. Quel giorno Qatada, che Allah sia soddisfatto di lui, ricevette una ferita all’occhio così grave che l’occhio fuoriuscì dal volto. Il Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, lo ricollocò nella sua sede con la sua mano benedetta. In seguito, tra i suoi due occhi, proprio quello appariva più bello e la sua vista era più acuta.

Abd al-Rahman ibn Awf, che Allah sia soddisfatto di lui, mentre combatteva ricevette un violento colpo al volto. A causa di ciò gli si spezzò un dente della gengiva anteriore. Ricevette venti o ventidue ferite. Fu ferito anche a una gamba e, per questo, rimase zoppo.

Abu Sa’id al-Khudri, che Allah sia soddisfatto di lui, racconta che Malik ibn Sinan succhiò e ripulì il sangue dal volto del Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace. Il Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, gli disse: «Sputa». Egli rispose: «Giuro su Allah, non sputerò». Poi si voltò e riprese a combattere. Il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, disse: «Se qualcuno desidera vedere un uomo del Paradiso, guardi Malik ibn Sinan, che Allah sia soddisfatto di lui». In seguito egli fu martirizzato mentre combatteva.

Anche il ruolo delle donne musulmane nella battaglia di Uhud fu straordinario. La Compagna Umm ‘Ammara, Nusayba bint Ka‘b, che Allah sia soddisfatto di lei, dimostrò un coraggio eccezionale. Combattendo insieme ad alcuni musulmani, giunse davanti a Ibn Qumma. Quando Ibn Qumma la colpì con la spada, ella riportò una ferita alla spalla. Anche lei colpì più volte Ibn Qumma con la propria spada. Tuttavia, poiché Ibn Qumma indossava una corazza, nessuno dei colpi lo raggiunse. Umm ‘Ammara, che Allah sia soddisfatto di lei, ricevette dodici ferite mentre combatteva.

Mus‘ab ibn ‘Umayr, che Allah sia soddisfatto di lui, dimostrò uno straordinario eroismo e coraggio. Egli respinse i colpi di Ibn Qumma e degli altri diretti contro il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace. Nelle sue mani si trovava la bandiera dell’Islam. I soldati nemici colpirono talmente forte la sua mano destra che gli fu recisa. Allora sollevò la bandiera dell’Islam con la mano sinistra. Ma anche la mano sinistra gli fu recisa durante l’attacco dei nemici. A quel punto strinse la bandiera al petto con le braccia e la tenne sollevata. In quella posizione subì il martirio. Il suo assassino fu ‘Abdullah ibn Qumma. Quel malvagio lo scambiò per il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace. Il volto di Mus‘ab, che Allah sia soddisfatto di lui, somigliava in parte a quello del Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace. Dopo aver ucciso Mus‘ab, Ibn Qumma andò dai miscredenti e gridò: «Muhammad, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, è stato ucciso». [Ibn Hisham, vol. II, pp. 73, 80, 83; Zad al-Ma‘ad, vol. II, p. 97].

La notizia del martirio del Profeta e le sue conseguenze

Quando Ibn Qumma diffuse la notizia dell’uccisione del Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, essa giunse in un istante ai musulmani e ai miscredenti. Era un momento estremamente delicato. Di conseguenza, il morale dei Compagni che combattevano lontano dal Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, crollò. Molti rimasero sconcertati e incapaci di agire. I Compagni si dispersero qua e là, e si instaurò una confusione estrema. Tuttavia, vi fu un vantaggio: l’attacco dei miscredenti si arrestò temporaneamente, poiché pensavano di aver raggiunto il loro obiettivo principale. Molti politeisti smisero di attaccare i musulmani e sfogarono la loro rabbia diabolica sui corpi dei martiri. Mutilavano le membra dei caduti.

Il controllo della situazione dei musulmani

Dopo il martirio di Mus‘ab ibn ‘Umayr, che Allah sia soddisfatto di lui, il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, affidò la bandiera ad ‘Ali, che Allah sia soddisfatto di lui. ‘Ali combatté valorosamente. Anche alcuni altri Compagni presenti lì opposero resistenza e contrattaccarono con un eroismo e un coraggio incomparabili. Dopo aver combattuto per qualche tempo, si profilò la possibilità che il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, riuscisse ad aprirsi un varco per raggiungere i Compagni che si trovavano nelle vicinanze. Il Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, si diresse verso di loro per trovare un rifugio sicuro. In quel momento Ka‘b ibn Malik, che Allah sia soddisfatto di lui, fu il primo a riconoscerlo. Gridando di gioia, disse: «O musulmani, una buona notizia per voi: egli è il Messaggero di Allah!». Il Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, gli fece cenno di tacere, affinché i nemici non lo riconoscessero. Ma i musulmani avevano udito quella voce e, poco dopo, i Compagni cominciarono ad avvicinarsi al diletto Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace. In breve tempo giunsero trenta Compagni.

Dopodiché il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, cominciò a dirigersi verso la posizione sulla montagna, cioè verso l’accampamento dei musulmani. Se il Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, fosse giunto all’accampamento, gli obiettivi dei miscredenti sarebbero falliti; per questo essi si sforzarono con tutte le loro forze di sbarrargli il cammino. Tuttavia, il Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, avanzò circondato da alcuni Compagni devoti. In quel momento un malvagio di nome ‘Uthman ibn ‘Abdullah ibn Mughirah gli si avvicinò dicendo: «O resterò io, o resterà lui». Ma non riuscì ad avanzare molto, perché il suo cavallo cadde in una fossa scavata da Abu ‘Amir al-Fasiq. Nel frattempo, al grido di guerra, al-Harith, che Allah sia soddisfatto di lui, gli si fece incontro e lo colpì violentemente alla gamba con la spada, mandandolo all’Inferno. Poi gli tolse le armi e raggiunse il nobile Messaggero. Nel frattempo, un soldato nemico di nome ‘Abdullah ibn Jabir colpì con la spada la spalla di al-Harith, che Allah sia soddisfatto di lui. Ma i musulmani lo catturarono. Subito dopo, Abu Dujana, che Allah sia soddisfatto di lui, con una fascia rossa sulla testa, si scagliò contro ‘Abdullah ibn Jabir e lo decapitò con un colpo di spada.

Guardate il prodigio della potenza divina: persino nel mezzo di una battaglia di vita o di morte come questa, i musulmani erano colti dal sonno. Secondo le parole del Sacro Corano, ciò era un segno della tranquillità concessa da Allah. Abu Talha, che Allah sia soddisfatto di lui, disse: «Durante la terrificante battaglia di Uhud, ero tra coloro che furono colti dal sonno. Per la sonnolenza, la spada mi cadde di mano diverse volte. La situazione era tale che la spada cadeva e io la raccoglievo. Ciò accadde più volte». [Sahih al-Bukhari, vol. II, p. 582].

In sintesi, con uno sforzo disperato, il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) e un numero limitato di Compagni riuscirono a raggiungere l’accampamento dei musulmani situato presso il valico della montagna. Così, la strategia militare di Khalid ibn al-Walid impallidì di fronte a quella del Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui).

L’uccisione di Ubayy ibn Khalaf

Ibn Ishaq ha narrato che, dopo che il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) ebbe raggiunto il valico, Ubayy ibn Khalaf avanzò dicendo: «Dov’è Muhammad? O rimarrò io, oppure rimarrà lui». I Compagni dissero al Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui): «O Messaggero di Allah, dobbiamo attaccarlo?». Il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) prese una piccola lancia da Hazrat al-Harith (che Allah sia soddisfatto di lui) e avanzò verso di lui. Fu proprio come quando una mosca si posa sul corpo e questo dà un leggero scossone, facendo volare via la mosca. Quindi il Profeta (pace e benedizioni di Allah su di lui) si fece incontro a Ubayy. Tra l’elmo e l’armatura di Ibn Umayya rimaneva, all’altezza del collo, un piccolo spazio scoperto. Il Profeta (pace e benedizioni di Allah su di lui) scagliò la lancia mirando a quel punto. Ubayy, quasi cadendo da cavallo, riuscì a riprendersi e tornò dai suoi membri della tribù.

Aveva riportato una lieve lacerazione al collo. La ferita non era grave e non era uscito neppure del sangue. Tuttavia, cominciò a gridare: «Per Allah, Muhammad mi ha ucciso!». La gente gli disse: «Che sciocchezze stai dicendo? La tua ferita non è grave; sembra appena un graffio». Ubayy rispose: «Egli mi aveva detto alla Mecca: “Io ti ucciderò”». [Il fatto era che, quando Ubayy incontrava il Nobile Messaggero alla Mecca, diceva con arroganza: «O Muhammad, possiedo un cavallo chiamato Awad. Ogni giorno gli do da mangiare tre sa‘, cioè sette chili e mezzo di cibo. Un giorno ti ucciderò cavalcando quel cavallo». Il Nobile Messaggero (pace e benedizioni di Allah su di lui) rispondeva: «Piuttosto, potrebbe accadere il contrario. Se Allah vuole, sarò io a ucciderti».] Perciò, per Allah, la mia vita finirà». Alla fine, questo dichiarato nemico di Allah morì in un luogo chiamato Sarif, sulla via del ritorno alla Mecca. [Ibn Hisham, volume secondo, pagina 84; Zad al-Ma‘ad, volume secondo, pagina 97.] Abu al-Aswad ha narrato da Hazrat Urwa (che Allah sia soddisfatto di lui) che Ubayy urlava come una mucca e diceva: «Per Colui nelle cui mani è la mia anima, se gli abitanti di Dhu al-Majaz provassero il dolore e la sofferenza che sto provando, morirebbero tutti». [Mukhtasar Sirat al-Rasul, Shaykh Abdullah, pagina 250.]

La sincerità di Hazrat Talha

Mentre il Nobile Profeta (pace e benedizioni di Allah su di lui) tornava verso la montagna, apparve un luogo rialzato. Il Profeta (pace e benedizioni di Allah su di lui) non riusciva a salirvi: da una parte il suo corpo era diventato pesante, poiché indossava due armature, e inoltre era gravemente ferito. Hazrat Talha ibn Ubaydullah (che Allah sia soddisfatto di lui) si mise in ginocchio e aiutò il Profeta (pace e benedizioni di Allah su di lui) a salire, prendendolo sulle spalle. Così il Profeta (pace e benedizioni di Allah su di lui) superò quel luogo rialzato. Poi disse: «Talha si è assicurato il Paradiso». [Ibn Hisham, volume secondo, pagina 86]

L’ultimo attacco dei nemici

Dopo che il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) si fu rifugiato al sicuro all’interno del valico, i nemici fecero un ultimo tentativo per sconfiggere i musulmani. Ibn Ishaq afferma che, dopo che il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) era entrato nel valico, un gruppo di non musulmani, guidato da Abu Sufyan e Khalid ibn al-Walid, tentò di salire. Il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) pregò: «O Allah l’Altissimo, fa’ che non riescano a salire». In seguito, Hazrat Umar ibn al-Khattab (che Allah sia soddisfatto di lui) e un gruppo di Compagni emigrati combatterono contro di loro e li ricacciarono giù dalla montagna. [Ibn Hisham, volume secondo, pagina 86]

Quando alcuni soldati nemici salirono in cima, il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) disse a Sa‘d: «Respingili». Sa‘d disse: «Come potrò farlo da solo?». Il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) lo ripeté tre volte. Allora Sa‘d estrasse una freccia dalla faretra e la scagliò contro un nemico. Quel malfattore fu ucciso sul posto. Sa‘d racconta: «Poi scagliai quella freccia; conoscevo quell’uomo. Morì proprio lì. Con quella stessa freccia uccisi un altro uomo. Dopo di ciò, i soldati nemici ridiscesero. Dissi: “Questa è una freccia benedetta”. In seguito riposi quella freccia nella mia faretra. Nel frattempo, i nemici erano già ridiscesi. In seguito, la freccia rimase presso Sa‘d. Dopo di lui, i suoi figli la conservarono». [Zad al-Ma‘ad, volume II, pagina 95]

Mutilazione dei corpi dei martiri

Questo fu l’ultimo attacco dei soldati nemici contro il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui). Essi non avevano ancora compreso chiaramente quale fosse la sua condizione, ma avevano dato per certo che fosse stato ucciso. Perciò tornarono al loro accampamento e iniziarono a prepararsi per rientrare alla Mecca. In quel momento, alcuni uomini e donne politeisti cominciarono a mutilare i corpi dei martiri. Tagliarono le parti intime, le orecchie, il naso e altre parti dei loro corpi. Ad alcuni squarciarono il ventre. Hind bint Utba, moglie di Abu Sufyan, aprì il petto di Hamza, estrasse il fegato e cominciò a masticarlo. Poiché non riuscì a inghiottirlo, lo sputò. Inoltre infilò i nasi e le orecchie mozzati in una collana e li indossò al collo e ai piedi come ornamenti. [Ibn Hisham, volume II, pagina 90]

L’iniziativa dei musulmani per l’ultima battaglia

Verso la fine accaddero due episodi dai quali si comprende facilmente con quale fermezza i musulmani devoti fossero determinati a continuare a combattere fino alla fine. Da ciò si comprende anche quanto fosse immenso il loro desiderio di sacrificare la vita per ottenere il compiacimento di Allah, il Signore dei mondi.

Primo episodio. Ka‘b ibn Malik raccontò: «Ero tra loro. Notai che i corpi dei martiri venivano profanati per mano dei musulmani. Mi fermai per un momento, poi avanzai. Vidi un uomo di corporatura imponente, rivestito di un’armatura, che passava sopra i cadaveri dei martiri. Un altro musulmano si stava dirigendo verso quell’uomo. Guardai entrambi e valutai mentalmente la forza dei due. Mi sembrò che le armi del miscredente fossero migliori di quelle del musulmano. Attesi lo scontro tra i due. A un certo punto ingaggiarono il combattimento. Quel musulmano colpì il miscredente con la sua tahbari con tale forza che il miscredente fu spaccato in due e cadde a terra. Il musulmano mascherato si tolse la maschera e disse: “O Ka‘b, com’è stato il lavoro?”. Io sono Abu Dujana». [Al-Bidaya wa-n-Nihaya, volume IV, pagina 17]

Secondo episodio. Al termine della battaglia, alcuni musulmani raggiunsero Medina partendo dal campo di battaglia. Anas racconta: «Vidi Aisha, figlia di Abu Bakr, e Umm Sulaym; si erano sollevate le vesti sopra le caviglie, trasportavano otri pieni d’acqua e la facevano bere ai musulmani». [Sahih al-Bukhari, volume I, p. 403; volume II, p. 581]

Umar racconta: «Nel giorno di Uhud, Umm Sulayt ci portava otri pieni d’acqua». [Sahih al-Bukhari, volume I, p. 403]

Tra le donne giunte con l’acqua c’era anche Umm Ayman. Vedendo i musulmani sconfitti entrare a Medina, gettava loro polvere sul volto dicendo: «Ecco, prendete gli strumenti per filare il filo e dateci le vostre spade». [A quei tempi le donne arabe filavano il filo in cambio di denaro. Molte indossavano ornamenti fatti di vari tipi di filo, proprio come i braccialetti portati dalle donne del nostro Paese. Qui, usando un’espressione locale, si potrebbe dire: «Indossate questi braccialetti e dateci le spade».] Dopodiché raggiunse rapidamente il campo di battaglia e cominciò a dare da bere ai feriti. Un uomo di nome Hibban ibn Arqa scagliò una freccia contro Umm Ayman. Quando ella cadde, il suo velo si scoprì. Il nemico di Allah, vedendola, scoppiò a ridere. Il Messaggero di Allah osservava la scena. Ne fu profondamente addolorato. Diede una freccia a Sa’d ibn Abi Waqqas e gli disse: «Scagliala». Sa’d scagliò la freccia. La freccia di Sa’d trafisse la gola di Hibban, che cadde supino. Anche il suo velo si scoprì. A ciò il Messaggero di Allah rise di gusto. Poi disse: «Sa’d ha vendicato Umm Ayman; che Allah, il Signore dei mondi, accetti la sua supplica». [As-Sirat al-Halabiyya, vol. II, p. 22]

Dopo essersi rifugiato nel passo

Dopo che il Messaggero di Allah si fu rifugiato nel passo della montagna, Ali portò dell’acqua dal Mihras, trasportandola nel suo scudo. Il Mihras è una sorta di pozzo fatto di pietra. Si dice che Mihram fosse una sorgente di Uhud. Dopo aver portato quell’acqua, Ali la offrì al Profeta perché bevesse. Tuttavia, poiché avvertì un certo odore, il Profeta non la bevve: si lavò la ferita del volto e si versò un po’ d’acqua sulla testa. In quel momento il Messaggero di Allah disse: «Che Allah infligga un severo castigo a colui che ha insanguinato il volto del Messaggero di Allah». [Ibn Hisham, vol. II, p. 85]

Sahl disse: «Ho visto chi lavò il sangue dal volto del Messaggero di Allah, chi versò l’acqua e chi lo curò. La sua amata figlia Fatima stava lavando la ferita del Profeta. Ali versava l’acqua. Fatima si accorse che, nonostante l’acqua che vi veniva versata, il sangue continuava a sgorgare e non si arrestava in alcun modo. Allora prese un pezzo di stuoia, lo bruciò nel fuoco e applicò la cenere alla ferita del Profeta. Il sangue si arrestò immediatamente». [Sahih al-Bukhari, vol. II, p. 584]

Nel frattempo Muhammad ibn Maslama portò dell’acqua fresca e dolce. Il Profeta bevve quell’acqua e pregò per il suo benessere. [As-Sirat al-Halabiyya, vol. II, p. 30]

A causa del dolore delle ferite, il Profeta celebrò la preghiera di mezzogiorno seduto. Anche i Compagni la celebrarono seduti dietro di lui. [Ibn Hisham, vol. II, p. 87]

La vanteria di Abu Sufyan

I politeisti miscredenti della Mecca si preparavano a tornare indietro. Abu Sufyan salì allora sul monte Uhud e chiese: «C’è Muhammad tra voi?». Nessuno rispose. Egli disse di nuovo: «C’è tra voi il figlio di Abu Quhafa?». Nessuno rispose. Chiese ancora: «C’è tra voi Umar ibn al-Khattab?». Anche questa volta nessuno rispose. Il Profeta aveva proibito di rispondere. Abu Sufyan non chiese di nessun altro oltre ai tre menzionati, perché sapeva bene che la diffusione e la propagazione dell’Islam avvenivano per mezzo di quei tre uomini. Non ricevendo risposta, Abu Sufyan mormorò tra sé: «Bene, ci siamo liberati di tutti e tre». Udendo ciò, Umar non riuscì a trattenersi e disse: «O nemico di Allah, tutti coloro i cui nomi hai pronunciato sono vivi. Allah ti ha riservato strumenti ancora più terribili per la tua umiliazione». A queste parole Abu Sufyan rispose: «I vostri morti sono stati mutilati e resi orribili. Io non ho ordinato di fare ciò, ma non ne sono nemmeno dispiaciuto». Poi proclamò: «Viva Hubal!»

Il Profeta (pace e benedizioni di Allah su di lui) disse: «Perché non rispondete?». I Compagni dissero: «Che cosa dobbiamo rispondere?». Il Profeta (pace e benedizioni di Allah su di lui) disse: «Dite: Allah l’Altissimo è grande e onnipotente».

Abū Sufyān gridò a gran voce: «Noi abbiamo al-ʿUzzā, voi non l’avete».

Il Profeta (pace e benedizioni di Allah su di lui) disse: «Perché non rispondete?». I Compagni chiesero: «Che cosa dobbiamo rispondere?». Il Profeta (pace e benedizioni di Allah su di lui) disse: «Dite: “Allāhu mawlānā wa-lā mawlā lakum”, cioè: Allah l’Altissimo è il nostro Signore, mentre voi non avete alcun signore».

Poi Abū Sufyān disse: «Che splendida vittoria! Oggi è il giorno della vendetta per la battaglia di Badr. La guerra è come un secchio».[A volte vince una parte e a volte l’altra, proprio come quando si tira su l’acqua con un secchio: talvolta la tira su una persona e talvolta un’altra.]

In risposta, ʿUmar (che Allah sia soddisfatto di lui) disse: «Non siamo uguali. I nostri caduti sono in Paradiso, mentre i vostri caduti sono all’Inferno».

Poi Abū Sufyān disse: «O ʿUmar, avvicinati un po’». Il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) disse: «Va’ e ascolta ciò che dice». ʿUmar (che Allah sia soddisfatto di lui) si fece avanti. Abū Sufyān disse: «O ʿUmar, ti scongiuro in nome di Allah: siamo riusciti a uccidere Muḥammad?». ʿUmar (che Allah sia soddisfatto di lui) rispose: «Giuro su Allah, non ci siete riusciti. Anzi, egli sta ascoltando proprio ora le tue parole». Abū Sufyān disse: «O ʿUmar, ai miei occhi sei una persona più sincera persino di Ibn Qumʾa».[Ibn Hishām, volume secondo, pp. 93-94. Zād al-Maʿād, volume secondo, p. 94. Ṣaḥīḥ al-Bukhārī, volume secondo, p. 579]

Un altro impegno riguardo a Badr

Ibn Isḥāq (che Allah sia soddisfatto di lui) riferisce che, mentre Abū Sufyān e i suoi compagni si stavano ritirando, dissero: «Resta stabilito che il prossimo anno combatteremo nuovamente nella piana di Badr». Il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) disse a un Compagno: «Di’ loro: “Va bene, d’accordo; tra voi e noi resta stabilito questo”».[Ibn Hishām, volume secondo, p. 94]

Osservazione dei movimenti dei nemici

In seguito, il Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, ordinò ad Ali ibn Abu Talib, che Allah sia soddisfatto di lui, di seguire i miscredenti e gli disse: «Vai dietro di loro e osserva che cosa fanno. Qual è la loro intenzione successiva? Se sono in sella ai cavalli e ai cammelli, significa che si stanno dirigendo verso La Mecca. Se sono a cavallo e conducono con sé i cammelli, significa che stanno venendo a Medina». Poi disse: «Giuro per Colui nelle cui mani è la mia vita: se si sono messi in cammino verso Medina, li affronteremo recandoci a Medina». Ali, che Allah sia soddisfatto di lui, racconta: «In seguito seguii i miscredenti e osservai che tornavano alla Mecca, cavalcando cavalli e cammelli». [Ibn Hisham, vol. II, p. 64. Hafiz Ibn Hajar scrive a p. 347 del volume VII di Fath al-Bari che Sa’d ibn Abi Waqqas, che Allah sia soddisfatto di lui, era partito per conoscere le intenzioni dei politeisti.]

Prendersi cura dei martiri e dei combattenti

Dopo che i miscredenti se ne furono andati, i musulmani iniziarono a cercare i martiri e i feriti. Zayd ibn Thabit, che Allah sia soddisfatto di lui, racconta: «Il giorno di Uhud, il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, mi mandò a cercare Sa’d ibn Rabi, che Allah sia soddisfatto di lui. Mi disse che, se avessi trovato Sa’d, avrei dovuto portargli i suoi saluti e chiedergli come si sentisse. Cercai tra i corpi dei martiri e alla fine lo trovai. Quando mi avvicinai, lo vidi agonizzante. Il suo corpo aveva ricevuto settanta ferite di lancia, freccia e spada. Dissi: “O Sa’d, il Messaggero di Allah ti ha salutato e ha chiesto di sapere come ti senti”. Sa’d ibn Rabi, che Allah sia soddisfatto di lui, disse: “Porta il mio saluto al Messaggero di Allah. Digli che sento il profumo del Paradiso. E dì ai miei fratelli Ansar che, se i nemici riuscissero a raggiungere il Messaggero di Allah anche mentre in voi rimanesse il minimo battito di un occhio, non avreste alcuna scusa da presentare davanti ad Allah”». Subito dopo aver pronunciato queste parole, morì. [Zad al-Ma’ad, vol. II, p. 96]

Tra i feriti fu trovato anche Usayrim, il cui nome era Amr ibn Thabit, che Allah sia soddisfatto di lui. Aveva ancora un battito di vita. In precedenza gli era stato rivolto l’invito all’Islam, ma non lo aveva accettato. Alcuni dissero meravigliati: «Come è arrivato qui Usayrim? Gli avevamo rivolto l’invito all’Islam, ma lui non lo aveva accettato». Gli fu chiesto: «Come sei arrivato qui? Sei venuto per amore dell’Islam oppure per rafforzare il tuo popolo?». Egli rispose: «Sono venuto per amore dell’Islam. Ho creduto in Allah, il Signore dei mondi, e nel Suo amato Messaggero, e ho partecipato alla battaglia a sostegno del Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace». Poi disse: «La condizione in cui mi trovo la vedete bene». Subito dopo morì. Quando fu chiesto al Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, quale fosse la sua sorte, egli disse: «Egli appartiene agli abitanti del Paradiso». Abu Hurayra, che Allah sia soddisfatto di lui, racconta: «Eppure non aveva compiuto nemmeno una preghiera per Allah, l’Altissimo». [Zad al-Ma’ad, vol. II, p. 94; Ibn Hisham, vol. II, p. 90] (Dopo aver abbracciato l’Islam, morì martire prima che giungesse il momento di una qualsiasi preghiera.)

Tra i feriti fu trovato anche un uomo di nome Kuzman. Aveva combattuto in questa battaglia dalla parte dei musulmani e aveva ucciso sette o otto politeisti. Il suo corpo era coperto da numerose ferite. Fu portato nel quartiere dei Banu Za’far. I musulmani gli diedero la buona notizia. Egli disse: «Giuro per Allah, ho combattuto soltanto per l’onore della mia tribù. Se non avessi avuto a cuore la reputazione della tribù, non avrei combattuto». Quando il dolore delle ferite divenne intenso, Kuzman si sgozzò e si suicidò. Quando la sua vicenda fu riferita al Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, egli disse: «Costui è certamente destinato all’Inferno». [Zad al-Ma’ad, vol. II, pp. 97-98; Ibn Hisham, vol. II, p. 88] Questo episodio confermò la veridicità di una profezia del Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace.

Tutti coloro che combattono per la patria o per qualsiasi altro scopo, anziché con l’intento di elevare la parola di Allah, avranno una sorte simile a quella di Kuzman. Anche se combattono sotto la bandiera dell’Islam, accompagnando il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, o i nobili Compagni, dovranno comunque affrontare questa sorte.

Tra i caduti vi era anche un ebreo della tribù dei Banu Tha’lam. Egli disse ai membri della sua tribù: «Giuro per Allah, sapete bene che è vostro dovere aiutare Muhammad». Gli ebrei dissero: «Oggi è sabato». Quell’ebreo rispose: «Per voi non c’è alcun sabato». Poi partì per il campo di battaglia portando con sé la spada e gli altri equipaggiamenti necessari. Al momento di partire disse: «Se verrò ucciso in battaglia, la proprietà dei miei beni apparterrà a Muhammad. Egli ne farà ciò che vorrà». Poi morì combattendo nel campo di battaglia a fianco dei musulmani. Dopo aver ascoltato tutto, il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, disse: «Era un buon ebreo». [Ibn Hisham, vol. II, p. 88]

In quel momento anche il Messaggero di Allah, pace e benedizioni di Allah su di lui, ispezionò i corpi dei martiri e disse: «Sarò testimone in loro favore». In verità, colui che viene ferito sulla via di Allah sarà resuscitato da Allah l’Onnipotente nel Giorno della Resurrezione in uno stato tale che il sangue continuerà a sgorgare dalla sua ferita. Il suo colore sarà quello del sangue, ma da esso emanerà il profumo del muschio. [Ibn Hisham, vol. II, p. 98]

Alcuni Compagni trasferirono a Medina i corpi dei Compagni martiri a loro più vicini. Quando il Messaggero di Allah, pace e benedizioni di Allah su di lui, lo seppe, ordinò che i corpi di quei martiri fossero sepolti proprio nel luogo in cui avevano subito il martirio. Disse: «Togliete ai martiri le armi e le vesti protettive e seppelliteli senza lavarli». Il Messaggero di Allah, pace e benedizioni di Allah su di lui, ordinò di seppellire nella stessa tomba i corpi di due o tre Compagni. Ordinò anche che i corpi di due Compagni fossero avvolti nello stesso sudario e sepolti insieme. Dopo aver avvolto due Compagni nello stesso sudario, il Messaggero di Allah, pace e benedizioni di Allah su di lui, chiedeva quale dei due conoscesse meglio a memoria il Nobile Corano. Quando i Compagni indicavano uno dei due, egli ordinava di deporlo nella parte anteriore della tomba. Diceva: «Nel Giorno della Resurrezione testimonierò riguardo a loro». Abd Allah ibn Amr ibn Haram e Amr ibn al-Jamuh furono sepolti nella stessa tomba, poiché tra loro vi era una stretta amicizia. [Zad al-Ma’ad, vol. II, p. 98; Sahih al-Bukhari, vol. II, p. 584] Non si riusciva a trovare il corpo di Hanzala. Dopo averlo cercato, fu trovato in un luogo con l’acqua che stillava dal suo corpo. Il corpo era sollevato un poco da terra. Il Messaggero di Allah, pace e benedizioni di Allah su di lui, disse ai Compagni: «Gli angeli lo stanno lavando». Poi disse: «Chiedete a sua moglie che cosa sia accaduto». Quando glielo chiesero, ella raccontò l’accaduto. Da allora Hanzala fu chiamato Ghasil al-Mala’ika, cioè colui che è stato lavato dagli angeli. [Zad al-Ma’ad, vol. II, p. 94]

Il Messaggero di Allah, pace e benedizioni di Allah su di lui, rimase profondamente addolorato alla vista delle condizioni di suo zio Hamza. Giunse Safiyya, zia paterna del nobile Profeta, pace e benedizioni di Allah su di lui. Ella desiderava vedere Hamza. Ma il Messaggero di Allah, pace e benedizioni di Allah su di lui, disse a Zubayr, figlio di Safiyya: «Riportala indietro. Non deve vedere le condizioni di suo fratello». Safiyya, tuttavia, disse: «Perché? So che le membra di mio fratello sono state mutilate. Hamza era sulla via di Allah; perciò accettiamo ciò che è accaduto. Cercherò, insha’Allah, di avere pazienza nella speranza della ricompensa». Poi si avvicinò a Hamza, lo vide, recitò: «In verità apparteniamo ad Allah e a Lui ritorneremo», pregò per lui e implorò il perdono per lui. Dopo ciò, il Messaggero di Allah, pace e benedizioni di Allah su di lui, ordinò: «Seppellite Hamza insieme ad Abd Allah ibn Jahsh». Egli era il nipote di Hamza e suo fratello di latte.

Abd Allah ibn Mas’ud riferisce che non vide mai il Messaggero di Allah, pace e benedizioni di Allah su di lui, piangere in modo simile a come pianse per Hamza. Il nobile Profeta, pace e benedizioni di Allah su di lui, pose Hamza rivolto verso la qibla; poi rimase accanto alla sua preghiera funebre e pianse a tal punto che udimmo il rumore del suo pianto. [Questa è una narrazione di Ibn Shadhan. Si veda Mukhtasar al-Siyar di Shaykh Abd Allah, p. 355.]

La condizione dei martiri era davvero straziante. Khabbab ibn al-Aratt riferisce: «Per Khabbab non si trovò altro sudario se non un mantello con il bordo nero. Quando lo si usava per coprirgli la testa, i piedi rimanevano scoperti; quando gli si coprivano i piedi, la testa rimaneva scoperta. Alla fine, lasciando scoperti i piedi, li si coprì con erba izkhir [un tipo di erba profumata. In molti luoghi quest’erba viene mescolata al tè e cotta].» [Musnad Ahmad, Shifat, vol. I, p. 140]

Abd al-Rahman ibn Awf subì il martirio. Egli era migliore di me. Fu avvolto in un solo mantello come sudario. Quando con quel mantello gli si copriva la testa, i piedi rimanevano scoperti; quando gli si coprivano i piedi, la testa rimaneva scoperta. Anche Khabbab riferì questa condizione del suo sudario. Aggiunse però che, vedendolo in quello stato, il Messaggero di Allah, pace e benedizioni di Allah su di lui, ci diceva: «Copritegli la testa con il mantello e mettete dell’erba ukh ir sui suoi piedi». [Sahih al-Bukhari, vol. II, pp. 579-584]

La supplica del Messaggero di Allah, pace e benedizioni di Allah su di lui, davanti ad Allah

Nella narrazione dell’Imam Ahmad si riferisce che, dopo che i politeisti si furono ritirati il giorno di Uhud, il Messaggero di Allah, pace e benedizioni di Allah su di lui, disse ai Compagni: «Mettetevi in fila; loderò in parte il mio Signore». Poi disse: «O Allah, Signore dei mondi, a Te appartiene ogni lode. Nessuno può restringere ciò che Tu rendi ampio, né ampliare ciò che Tu rendi stretto. Colui che Tu lasci smarrire, nessuno può guidarlo; e colui che Tu guidi, nessuno può farlo smarrire. Ciò che Tu trattieni, nessuno può darlo; e ciò che Tu concedi, nessuno può trattenerlo. Ciò che Tu allontani, nessuno può avvicinarlo; e ciò che Tu avvicini, nessuno può allontanarlo. O Allah, Signore dei mondi, estendi su di noi la Tua benedizione, la Tua misericordia, il Tuo favore e il Tuo sostentamento.»

O Allah, Ti chiedo una benedizione permanente, una benedizione che non finirà mai. O Allah l’Altissimo, Ti chiedo aiuto nei giorni della povertà e sicurezza nei giorni della paura. O Allah, mi rifugio presso di Te dal male di ciò che ci hai dato e anche dal male di ciò che non ci hai dato. O Allah, rendi la nostra fede cara a noi e abbellisci i nostri cuori. Fa’ che non amiamo la miscredenza, la trasgressione e la disobbedienza, e annoveraci tra coloro che sono guidati. O Allah, concedici la morte mentre siamo musulmani e risuscitaci nell’Aldilà come musulmani. Tienici lontani dall’umiliazione, dalle discordie e dai disordini. Annoveraci tra i Tuoi servi virtuosi. O Allah, tratta con severità e getta nel castigo quei miscredenti che dichiari menzogneri i Tuoi profeti e distolgono dalla Tua via. O Allah, distruggi anche quei miscredenti ai quali è stato dato il Libro.» [Bukhari, Al-Adab al-Mufrad, Musnad Ahmad, vol. III, p. 324.]

Il ritorno a Medina

Dopo aver seppellito i martiri e aver rivolto una supplica ad Allah, l’Inviato di Allah si mise in cammino verso Medina. I familiari dei martiri dimostrarono lo stesso spirito di dedizione, sacrificio e pazienza che i Compagni avevano dimostrato sul campo di battaglia.

Sulla strada per Medina, il Profeta incontrò Hamna bint Jahsh. Suo fratello, Abd Allah ibn Jahsh, era caduto martire in battaglia. Quando seppe del suo martirio, Hamna recitò «Inna lillahi» e pregò per il perdono di suo fratello. In seguito le fu annunciato il martirio di suo zio materno, Hamza ibn Abd al-Muttalib. Ella recitò nuovamente «Inna lillahi» e pregò per il perdono. Poi le fu annunciato il martirio di suo marito, Mus‘ab ibn ‘Umayr. Udito ciò, gridò e cominciò a piangere disperatamente. L’Inviato di Allah disse: «Il marito occupa un posto speciale nel cuore di una donna.» [Ibn Hisham, vol. II, p. 98]

I Compagni incontrarono una donna della tribù dei Banu Dinar. Suo marito, suo fratello e suo padre erano caduti martiri. Le fu comunicata la notizia del loro martirio. Ella domandò: «Come sta l’Inviato di Allah?» Le fu risposto che stava bene. La donna disse: «Vorrei vederlo.» I Compagni le indicarono il Profeta. Appena lo vide, la donna scoppiò in singhiozzi e disse: «Kullu musibatin ba‘duka jalalun», cioè: «Finché voi siete presente, ogni calamità è insignificante.» [Ibn Hisham, vol. II, p. 99] In quel momento giunse di corsa dall’Inviato di Allah la madre di Sa‘d ibn Mu‘adh. Sa‘d teneva le redini del cavallo del nobile Profeta. Egli disse: «O Inviato di Allah, questa è mia madre.» L’Inviato di Allah disse: «Sia la benvenuta.» Poi fermò il cavallo in onore della donna. Quando ella si avvicinò, il Profeta le comunicò il martirio di uno dei suoi figli, ‘Amr ibn Mu‘adh, e le disse di avere pazienza. La donna rispose: «Dopo averti visto in buone condizioni, ogni calamità è insignificante per me.» In seguito l’Inviato di Allah pregò per i martiri di Uhud e disse: «O Umm Sa‘d, sii lieta e porta alle famiglie dei martiri la buona notizia che tutti i loro martiri sono insieme in Paradiso e che è stata accettata la loro intercessione per i propri familiari.» La donna disse: «O Inviato di Allah, prega per le famiglie dei martiri.» Il Profeta disse: «O Allah l’Altissimo, allevia il dolore del lutto nei loro cuori, ricompensali per la loro calamità e proteggi tutti gli altri.» [As-Sirat al-Halabiyya, vol. II, p. 47.]

L’Inviato di Allah a Medina

La domenica pomeriggio del 7 Shawwal del terzo anno dell’Egira, l’Inviato di Allah giunse a Medina. Giunto a casa, consegnò la sua spada a Fatima e disse: «Lava il sangue che è rimasto su questa spada. Per Allah, oggi questa spada si è dimostrata efficace per me.» Anche Ali chiese a sua moglie Fatima di lavare il sangue dalla sua spada. Aggiunse: «Per Allah, questa spada si è dimostrata efficace per me.» Allora l’Inviato di Allah disse: «Hai combattuto valorosamente, ma ricorda che anche Suhayl ibn Hunayf e Abu Dujana hanno combattuto valorosamente.» [Ibn Hisham, vol. II, p. 100]

Nella battaglia di Uhud furono martirizzati settanta musulmani. La maggior parte dei narratori concorda su questo numero. Tra i martiri, sessantacinque erano Ansar: quarantuno appartenevano alla tribù dei Khazraj e ventiquattro alla tribù degli Aws. Fu ucciso anche un ebreo. I martiri Muhajirun furono invece soltanto quattro. Quanti furono gli uccisi tra i miscredenti Quraysh? Secondo lo storico Ibn Ishaq, furono uccisi ventidue di loro. Tuttavia, alla luce dei resoconti della battaglia di Uhud riportati dagli esperti di guerra e dagli autori delle biografie del Profeta, nonché dei resoconti delle uccisioni nelle sue diverse fasi, risulta che gli uccisi furono trentasette, non ventidue. Allah l’Altissimo ne sa meglio. [Ibn Hisham, vol. II, p. 122; Ghazwat-e Uhud, p. 180]

La situazione d’emergenza a Medina

Dopo il ritorno da Uhud, nella notte dell’8 di Shawwal del terzo anno dell’Egira, i musulmani affrontarono una situazione d’emergenza. Sebbene fossero tutti stremati dalla battaglia, trascorsero l’intera notte percorrendo le strade di Medina e sorvegliandone gli ingressi. Si occuparono anche di predisporre una protezione speciale per il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, poiché temevano pericoli provenienti da ogni direzione.

La battaglia di Hamra al-Asad

Il Messaggero, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, trascorse l’intera notte riflettendo sulla situazione creatasi a causa della battaglia.

Temeva che, se i nemici avessero pensato di non aver ottenuto alcun vantaggio pur essendo più numerosi sul campo di battaglia, si sarebbero certamente pentiti. Di conseguenza, avrebbero potuto tornare indietro dalla strada per la Mecca e attaccare Medina. Per questo il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, decise che bisognava inseguire l’esercito meccano.

Gli autori della sīra hanno scritto che, la mattina dell’8 di Shawwal del terzo anno dell’Egira, cioè il giorno dopo la battaglia di Uhud, il Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, annunciò che si sarebbe partiti per affrontare i nemici e che soltanto coloro che avevano partecipato alla battaglia di Uhud avrebbero potuto accompagnarli. Il munāfiq ʿAbdullah ibn Ubayy chiese il permesso, ma il Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, non glielo concesse. I musulmani, feriti fisicamente, affranti per la perdita dei loro familiari e angosciati dai timori, si sottomisero all’appello del Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace. Jābir ibn ʿAbdullah, che Allah sia soddisfatto di lui, non aveva potuto partecipare alla battaglia di Uhud. Chiese il permesso e, presentatosi davanti all’amato Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, disse: «O Messaggero di Allah, desidero accompagnarti in tutte le battaglie. Nella battaglia di Uhud mio padre mi aveva lasciato a occuparmi delle mie sorelle, per questo non ho potuto partecipare». Il Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, gli diede il permesso. Secondo il piano stabilito, il Messaggero, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, partì con i musulmani e, giunto nel luogo chiamato Hamra al-Asad, a otto miglia da Medina, vi stabilì l’accampamento.

In quel momento Maʿbad ibn Maʿbad al-Khuzaʿi si presentò al Messaggero, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, e abbracciò l’Islam. Prima di allora era rimasto fermo nel politeismo, ma desiderava il bene del Messaggero, che Allah lo benedica e gli conceda la pace. Tra la tribù di Khuzaʿa e i Banū Hāshim era in vigore un patto di alleanza. Proprio per questo patto egli era benevolo nei confronti dell’amato Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace. Gli disse: «Sono profondamente addolorato per le sofferenze che tu e i tuoi compagni avete affrontato sul campo di battaglia. Con tutto il cuore desideravo che tu stessi bene». Dopo aver espresso questa solidarietà, il Messaggero, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, disse a Maʿbad, che Allah sia soddisfatto di lui: «Va’ da Abū Sufyān, distruggi il suo entusiasmo e scoraggialo».

Si avverò proprio il timore del Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace: i politeisti avrebbero potuto ripartire nuovamente verso Medina. Quando giunsero in un luogo chiamato Rawha, a trentasei miglia da Medina, cominciarono ad accusarsi a vicenda. Un gruppo diceva all’altro: «Non avete fatto nulla. Dopo averli indeboliti, li avete lasciati andare. Sono ancora rimasti così tanti di loro che diventeranno nuovamente causa di guai per voi. Torniamo indietro e sradichiamoli completamente».

Coloro che avevano avanzato questa proposta, a quanto pare, non erano adeguatamente informati sulla forza delle due parti. Per questo, Safwan ibn Umayya, un uomo autorevole, si oppose a tale opinione dicendo: «Non fate così. Temo che anche quei musulmani che non hanno partecipato alla battaglia di Uhud si schierino contro di noi. Perciò torniamo alla Mecca compiaciuti di noi stessi, pensando di essere stati noi a vincere. Altrimenti, se attaccheremo Medina, ci troveremo nei guai». Tuttavia, la maggior parte dei miscredenti non accettò questa opinione e rimase ferma nella decisione di attaccare Medina. Prima che partissero in direzione di Medina, Maʿbad ibn Maʿbad al-Khuzāʿī arrivò da loro. Abū Sufyān non sapeva allora che Maʿbad si era rifugiato sotto la benevola ombra dell’Islam. Gli chiese: «Maʿbad, quali notizie ci sono da dietro?». Maʿbad rispose astutamente: «Muhammad, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, è partito con i suoi compagni all’inseguimento di voi. Sono così numerosi che non ho mai visto prima un esercito tanto grande. Tutti ardono di rabbia contro di voi. Anche coloro che non avevano partecipato alla battaglia di Uhud questa volta vi hanno preso parte. Si vergognano di ciò che hanno perso in battaglia. Ora sono così adirati contro di voi che non ho mai visto prima un esempio di una simile collera».

Abū Sufyān disse: «Fratello, che cosa stai dicendo?»

Maʿbad disse: «Sì, lo dico sul serio. Penso che vedrete la cavalleria prima ancora di riuscire ad andarvene da qui. L’avanguardia dell’esercito sbucherà da dietro questa collina».

Abū Sufyān disse: «Per Allah, abbiamo giurato che lanceremo un contrattacco contro di loro e li annienteremo».

Maʿbad disse: «Non fatelo. Ve lo dico per il vostro bene».

Udite queste parole, il morale dei miscredenti crollò. Ritennero che fosse meglio tornare alla Mecca. Tuttavia, per scoraggiare l’esercito musulmano ed evitare lo scontro con esso, Abū Sufyān escogitò uno stratagemma. Chiamò alcuni uomini di una carovana dei Banū ʿAbd Qays, che si trovava sulla strada per Medina, e disse loro: «Potreste consegnare un messaggio da parte mia a Muhammad? Se lo farete, vi prometto che, quando arriverete alla Mecca, al mercato di ʿUkāẓ vi darò tanta uva passa quanta ne può trasportare questa cammella».

Gli uomini dei Banū ʿAbd Qays accettarono di esaudire la richiesta di Abū Sufyān.

Abū Sufyān disse: «Direte a Muhammad che abbiamo deciso di lanciare un contrattacco con l’obiettivo di annientare lui e i suoi compagni».

Avendo appreso questa notizia dagli uomini della carovana, la fede dei musulmani si rafforzò ulteriormente. Dissero: «Allah ci basta, ed Egli è il migliore degli amministratori».

Grazie a questa forza della fede, i musulmani partirono verso Medina con le benedizioni e il favore di Allah. Nessuna avversità poté toccarli. Essi seguirono il compiacimento di Allah, il Signore dei mondi. In verità, Allah è possessore di misteri insondabili. L’Inviato di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, si recò ad Hamra’ al-Asad la domenica. Rimase là il lunedì, il martedì e il mercoledì, cioè il 9, il 10 e l’11 di Shawwal del terzo anno dell’Egira. Dopodiché tornò a Medina. Prima che rientrasse a Medina, Abu ‘Azza Jumahi cadde nelle sue mani. Quest’uomo era stato catturato dai musulmani nella battaglia di Badr. Tuttavia, a causa della sua povertà e del gran numero di figlie, era stato liberato senza riscatto. Aveva però promesso che non avrebbe aiutato nessuno contro l’Inviato di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace. Ma non mantenne la promessa. Attraverso la poesia, continuò a incitare la gente comune contro Allah, l’Inviato e i nobili Compagni. Questo argomento è già stato trattato in precedenza. In seguito partecipò anche alla battaglia di Uhud contro i musulmani. Dopo essere stato catturato e condotto davanti all’Inviato di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, disse: «Muhammad, perdona il mio errore. Abbi pietà di me. Lasciami andare pensando alle mie figlie. Prometto che in futuro non farò più una cosa simile». L’Inviato di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, disse: «Non è più possibile che tu vada alla Mecca e, passandoti le mani sul volto, dica: “Muhammad, l’ho ingannato per la seconda volta”. Un credente non viene morso due volte dalla stessa tana». Dopodiché l’Inviato di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, ordinò ad al-Zubayr — secondo un’altra versione, ad ‘Asim ibn Thabit — e i due separarono la testa di quel traditore dal corpo.

Allo stesso modo fu uccisa anche un’altra spia della Mecca. Si chiamava Mu‘awiya ibn al-Mughira ibn Abu al-‘As. Era il nonno materno di ‘Abd al-Malik ibn Marwan. Il giorno di Uhud, dopo che i politeisti della Mecca ebbero lasciato la città, quest’uomo rimase a Medina. Tramite suo cugino, il venerabile ‘Uthman — che Allah sia soddisfatto di lui — l’Inviato di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, gli concesse protezione a condizione che potesse rimanere a Medina al massimo per tre giorni. Se fosse stato visto a Medina anche dopo quel termine, sarebbe stato ucciso. Dopo la partenza degli emigrati musulmani per la battaglia di Uhud, Mu‘awiya ibn al-Mughira rimase a Medina oltre i tre giorni per fare la spia a favore dei Quraysh. Quando gli emigrati musulmani tornarono, tentò di fuggire. L’Inviato di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, ordinò a Zayd ibn Haritha e ad ‘Ammar ibn Yasir. I due Compagni inseguirono Mu‘awiya, lo catturarono e lo uccisero. [Le opere dalle quali sono stati tratti i dettagli della battaglia di Uhud e della spedizione di Hamra’ al-Asad sono: Ibn Hisham, vol. II, pp. 60-129; Zad al-Ma‘ad, vol. II, pp. 91-109; Fath al-Bari, vol. VII, pp. 345-377; Mukhtasar al-Sira, pp. 242-257.]

Esame della vittoria e della sconfitta nella battaglia di Uhud

Dopo il resoconto dettagliato della battaglia di Uhud, è necessario osservare quanto segue: alla luce di tutto ciò che è stato esaminato, come si deve determinare la vittoria o la sconfitta? Alla luce degli eventi di questa battaglia, si può dichiarare che i musulmani abbiano vinto o siano stati sconfitti? In realtà, il campo di battaglia era nelle loro mani in questo modo. Anche le perdite umane furono maggiori da parte musulmana, e furono terribili. Una parte dei musulmani fu certamente sconfitta e fuggì. In quel momento l’andamento della battaglia era favorevole ai miscredenti. Tuttavia, nonostante tutto ciò, vi sono alcuni elementi per i quali non si può assolutamente affermare che i miscredenti abbiano vinto la battaglia di Uhud. È evidente che le truppe della Mecca non riuscirono a impadronirsi dell’accampamento musulmano. Una parte considerevole delle truppe di Medina non fuggì, nonostante il terribile tumulto e la confusione. Con coraggio e fermezza illimitati, si radunarono accanto al comandante supremo, l’Inviato di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace. Il numero dei musulmani non si ridusse al punto che le truppe della Mecca potessero inseguirli. Inoltre, nessun musulmano fu fatto prigioniero dai miscredenti. I miscredenti non riuscirono a impossessarsi di alcun bottino. Per di più, non si prepararono a combattere una terza volta contro i musulmani, sebbene l’esercito musulmano fosse ancora nel proprio accampamento. I miscredenti non rimasero sul campo di battaglia nemmeno un giorno. A quel tempo, invece, i vincitori rimanevano nel proprio accampamento sul campo di battaglia almeno tre giorni. Ciò era considerato un segno essenziale della vittoria, poiché serviva a dimostrare il consolidamento del successo. I miscredenti, tuttavia, raccolsero rapidamente le loro cose e si ritirarono dal campo di battaglia. Non ebbero neppure il coraggio di entrare a Medina, saccheggiarne le ricchezze o arrestarne gli abitanti, benché la città di Medina fosse a poca distanza dalla piana di Uhud. In quel momento, inoltre, a Medina le misure di sicurezza non erano particolarmente efficaci.

In sintesi, le truppe qurayshite della Mecca riuscirono, cogliendo un’occasione temporanea, a sconcertare i musulmani; tuttavia, dopo aver preso il controllo dell’esercito musulmano, non riuscirono ad applicare l’indispensabile strategia militare di uccidere o catturare tutti traendone profitto. D’altra parte, i soldati musulmani riuscirono a superare tutte le conseguenze delle perdite temporanee. Vi sono molti esempi di vincitori costretti a subire perdite temporanee di questo genere. Pertanto, a causa della temporanea situazione difficile dei musulmani, non si può in alcun modo considerare vincitori i miscredenti nella battaglia di Uhud.

La rapida fuga di Abu Sufyan verso la Mecca, senza dare inizio a una terza fase della battaglia, dimostra che temeva perdite ingenti tra le sue truppe qualora il combattimento fosse ricominciato. Il ruolo di Abu Sufyan nella battaglia di Hamra’ al-Asad ne fornisce la prova.

In queste circostanze, invece di dire quale parte abbia vinto o perso nella battaglia di Uhud, possiamo definirla una battaglia irrisolta. Entrambe le parti ne trassero vantaggi e subirono perdite dal proprio punto di vista. La battaglia fu interrotta senza che una parte fuggisse dal campo e senza lasciare indifeso il proprio accampamento, esponendolo al controllo del nemico. Una battaglia di questo tipo è definita irrisolta. A questo proposito Allah, il Signore dei mondi, dice: «Non vi lasciate scoraggiare nell’inseguire il popolo nemico. Se soffrite, anche loro soffrono come voi; ma voi sperate da Allah ciò che essi non sperano. Allah è onnisciente e saggio». (Sura al-Nisa’, versetto 104)

In questo versetto, Allah, il Signore dei mondi, ha paragonato un esercito all’altro per quanto riguarda il patire delle sofferenze e il loro percepirle. Ciò significa che entrambi gli schieramenti si trovavano in condizioni del tutto paritarie e che nessuno dei due aveva prevalso sull’altro.

La valutazione del Corano riguardo a questa guerra

In seguito, il Corano ha fatto luce su ogni aspetto di questa guerra. Esaminando la vicenda, sono state individuate tutte quelle cause che avevano condotto i musulmani a subire una perdita così grave. Il Corano ha menzionato con chiarezza quali debolezze avessero mostrato, in questa spedizione, i credenti e la migliore delle comunità. A questa comunità è stato conferito l’onore distintivo di essere la migliore delle comunità. Sono state individuate le debolezze presenti nei diversi gruppi di questa comunità.

Inoltre, il Sacro Corano ha menzionato il ruolo degli ipocriti, rivelando apertamente la loro condizione. Svelando l’ostilità nascosta nei loro cuori contro Allah l’Altissimo e il Suo Messaggero, le loro maschere sono state smascherate. Sono state inoltre portate alla luce le provocazioni che gli ipocriti e i loro alleati ebrei avevano fomentato tra i musulmani semplici e sinceri. In seguito sono stati illustrati gli scopi e gli obiettivi intrinseci di questa guerra.

A proposito di questa guerra furono rivelati cinquanta versetti della sura Āl ʿImrān. Anzitutto viene menzionata la fase iniziale della guerra. Allah l’Altissimo dice: «Ricorda quando al mattino uscisti dalla tua famiglia e disponevi i credenti nelle loro posizioni per la battaglia; Allah è l’Ascoltatore, l’Onnisciente». (Sura Āl ʿImrān, versetto 121)

Infine, sono stati esposti in modo ordinato i risultati e la saggezza di questa spedizione. Allah, il Signore dei mondi, dice: «Allah non lascerà i credenti nella condizione in cui vi trovate finché non separerà il malvagio dal buono. Allah non vi informerà sull’invisibile, ma sceglie tra i Suoi messaggeri chi vuole. Dunque credete in Allah e nei Suoi messaggeri. Se credete e adottate la taqwā, avrete una grande ricompensa». (Sura Āl ʿImrān, versetto 179)

La saggezza insita in questa guerra

L’Allāma Ibn Qayyim ha discusso ampiamente l’argomento sopra menzionato. [Zād al-Maʿād, vol. 2, pp. 99-108

(Il martire Sayyid Qutb ha presentato anche in questa fase una toccante trattazione nel suo celebre tafsir «Fi Zilal al-Qur’an». Si veda il quarto volume della traduzione bengalese.)

Gli ulema affermano che nella crisi e nelle difficoltà affrontate dai musulmani nella battaglia di Uhud era celata la saggezza di Allah. Tra l’altro, serviva ad avvertire i musulmani delle cattive conseguenze delle loro azioni. Gli arcieri violarono l’ordine impartito dal Messaggero di Allah, che li aveva esortati a rimanere saldi nelle loro postazioni. Per questo dovettero affrontare quella calamità. Inoltre, si intendeva manifestare al Profeta quella legge divina secondo cui dapprima si viene messi alla prova e poi si ottiene il successo. Se i musulmani riportassero sempre la vittoria, tra i credenti entrerebbero anche persone prive di una fede autentica; di conseguenza, non sarebbe possibile distinguere il sincero dal bugiardo. D’altra parte, se fossero sempre esposti alla sconfitta, verrebbe meno lo scopo stesso dell’invio del Profeta di Allah. Perciò, secondo la saggezza di Allah, si sono verificate entrambe le condizioni, così da poter distinguere la verità dalla falsità. L’ipocrisia degli ipocriti, infatti, era nascosta tra i musulmani. Dopo che questo fatto venne alla luce e gli ipocriti furono riconosciuti attraverso le loro parole e le loro azioni, i musulmani compresero che il nemico si trovava persino dentro le loro case. Così furono messi in guardia nei loro confronti e si prepararono ad affrontarli.

Un’altra saggezza era che, quando l’aiuto tarda ad arrivare, spesso la pazienza viene meno. Dopo essere stati messi alla prova, i musulmani conservarono la pazienza; gli ipocriti, invece, furono presi dal clamore e cominciarono a lamentarsi disperatamente.

Un’altra saggezza era che Allah l’Altissimo ha riservato ai credenti, nel Paradiso, dimora d’onore, alcune categorie di rango alle quali non è possibile elevarsi mediante i normali mezzi di ascesa. Per questo sono stati predisposti alcuni strumenti di prova e di calamità, affinché i credenti potessero elevarsi a quei gradi d’onore.

Un’altra saggezza era concedere agli awliya, cioè agli amici di Allah, l’alto rango del martirio.

Un’altra saggezza era che Allah, il Signore dei mondi, voleva che i Suoi nemici fossero distrutti e per questo aveva creato anche i mezzi della loro distruzione. Nel kufr, nell’ingiustizia, nella tirannia e nel recare sofferenza agli awliya, essi avevano mostrato un’arroganza e una trasgressione senza limiti. Come conseguenza di tali azioni, Allah, compiaciuto della pazienza e della sopportazione dei credenti, purificò i credenti e distrusse i miscredenti. [Fath al-Bari, vol. 7, p. 347]

Le spedizioni militari successive a Uhud

La sconfitta apparente nella battaglia di Uhud ebbe un profondo effetto sulla reputazione dei musulmani. Nella mente dei nemici dell’Islam il loro prestigio diminuì. Di conseguenza, aumentarono i problemi interni ed esterni dei credenti. Crebbe il timore di attacchi contro Medina da ogni direzione. Gli ebrei, gli ipocriti e i beduini iniziarono a manifestare apertamente la loro ostilità. Tutti i gruppi cercavano di danneggiare i musulmani. Arrivarono persino a dichiarare che, volendo, avrebbero potuto annientare completamente i musulmani. Così, neppure due mesi dopo la battaglia di Uhud, gli uomini della tribù dei Banu Asad intrapresero i preparativi per attaccare Medina. Nel mese di Safar del quarto anno dell’Egira, gli uomini delle tribù di Adal e Qarah ordirono una tale cospirazione che dieci Compagni subirono il martirio. Nello stesso mese, a causa del tradimento del capo della tribù dei Banu Amir, settanta Compagni subirono il martirio. Questo incidente è noto come l’incidente del pozzo di Ma‘una. In quel periodo anche gli uomini della tribù dei Banu Nadir iniziarono a manifestare apertamente la loro ostilità. Nel mese di Rabi‘ al-awwal del quarto anno dell’Egira tentarono di uccidere il Messaggero di Allah. Nel frattempo, l’audacia della tribù dei Banu Ghatafan era cresciuta al punto che, nel mese di Jumada al-awwal del quarto anno dell’Egira, essi pianificarono di attaccare Medina.

In breve, l’influenza dei musulmani era stata indebolita nella battaglia di Uhud e, di conseguenza, essi rimasero esposti ai pericoli per lungo tempo. Tuttavia, grazie all’abilità del Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui), il prestigio e l’influenza dei musulmani furono ristabiliti. Il primo passo del Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) in questo senso fu l’inseguimento dei politeisti fino a Hamra’ al-Asad. Ciò contribuì in larga misura a ravvivare l’onore degli emigranti musulmani. Questa iniziativa militare lasciò sbigottite le forze ostili all’Islam, in particolare gli ipocriti. In seguito, il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) avviò gradualmente attività militari di tale portata che i musulmani non solo recuperarono il prestigio perduto in precedenza, ma lo accrebbero ulteriormente. Nelle pagine successive ci occuperemo proprio di questo argomento.

1) La spedizione di Abu Salama

Dopo la battaglia di Uhud, la prima tribù a sollevarsi contro i musulmani fu quella dei Banu Asad ibn Khuzayma. A Medina giunse la notizia che Talha e Salama, i due figli di Khuwailid, stavano organizzando, insieme alla loro tribù e ad altri compagni, un attacco dei Banu Asad contro il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui). In breve tempo, il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) allestì una spedizione composta da centocinquanta Ansar e Muhajirun. Ad Abu Salama (che Allah sia soddisfatto di lui) fu affidato il comando della spedizione. Prima ancora che la tribù dei Banu Asad potesse iniziare la spedizione, Abu Salama (che Allah sia soddisfatto di lui) lanciò contro di loro un attacco a sorpresa così violento che essi si dispersero e fuggirono. Non fu necessario affrontarli in uno scontro diretto. I musulmani presero il controllo dei loro cammelli e del loro bestiame. Tornarono sani e salvi a Medina con il bottino. I musulmani partirono nella notte in cui sorse la luna di Muharram del quarto anno dell’Egira. Dopo il ritorno a Medina, Abu Salama (che Allah sia soddisfatto di lui) si ammalò gravemente. Il dolore della ferita riportata nella battaglia di Uhud si aggravò e, pochi giorni dopo, egli morì. [Zad al-Ma’ad, vol. 2, p. 108]

Abdullah ibn Unays (che Allah sia soddisfatto di lui) rientrò il 23 di Muharram, dopo aver trascorso diciotto giorni fuori Medina. Durante il viaggio di ritorno uccise Khalid e ne portò con sé la testa. Quando si presentò al cospetto del Profeta (pace e benedizioni di Allah su di lui) e depose quella testa davanti a lui, il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) gli consegnò un bastone e disse: «Questo sarà un segno tra me e te nel Giorno della Resurrezione». Quando la sua morte si avvicinò, egli dispose che quel bastone fosse deposto nella tomba insieme al suo corpo. [Zad al-Ma’ad, vol. 2, p. 109; Ibn Hisham, vol. 2, pp. 619-620.]

2) L’incidente di al-Raji’

Nel mese di Safar del quarto anno dell’Egira, alcuni uomini delle tribù di Adal e Qara’ si presentarono al cospetto del Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) e gli chiesero di inviare loro alcuni Compagni, poiché tra la loro gente si praticava già in parte l’Islam, affinché insegnassero loro il Corano e la religione. Di conseguenza, secondo Ibn Ishaq, il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) inviò con loro sei Compagni, mentre secondo Sahih al-Bukhari ne inviò dieci. Secondo Ibn Ishaq, fu posto a capo del gruppo Murshed ibn Abi Murshed al-Ghanawi; secondo la narrazione di Sahih al-Bukhari, invece, il comando fu affidato ad Asim ibn Thabit, nonno materno di Asim ibn Umar ibn al-Khattab. Quando giunsero presso la sorgente chiamata al-Raji’, nel territorio degli Hudhayl, tra Rabigh e Gedda, gli uomini di Adal e Qara’ sopra menzionati istigarono contro di loro i Banu Lihyan, un ramo degli Hudhayl.

Cento arcieri di quella tribù si misero a cercare i Compagni.

3) La spedizione di Abdullah ibn Unays

Il 5 di Muharram del quarto anno dell’Egira giunse a Medina la notizia che Khalid ibn Sufyan al-Hudhali stava raccogliendo truppe per attaccare i musulmani. Il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, inviò ‘Abdullah ibn Unays — che Allah sia soddisfatto di lui — a condurre una spedizione contro di lui.

‘Abdullah ibn Unays — che Allah sia soddisfatto di lui — rimase fuori Medina per diciotto giorni. Nel frattempo, essi scagliarono contro di loro i Banu Lihyan, un ramo della tribù degli Hudhayl. Circa cento arcieri dei Banu Lihyan li assalirono. I Compagni si rifugiarono su una collina. Gli arcieri li circondarono e dissero: «Vi promettiamo solennemente che, se scenderete, non uccideremo nessuno di voi». Ibn Unays — che Allah sia soddisfatto di lui — rifiutò di scendere e iniziò a combatterli insieme ai suoi compagni. Sotto una pioggia incessante di frecce, sette Compagni ottennero il martirio. Tre erano ancora vivi: Hazrat Khubayb — che Allah sia soddisfatto di lui —, Hazrat Zayd ibn Dathina e un altro. Gli arcieri dei Banu Lihyan rinnovarono la promessa e li invitarono a scendere. Non avendo altra scelta, i tre Compagni scesero. Non appena li ebbero sotto il loro controllo, legarono tutti e tre i Compagni. Allora il terzo Compagno menzionato disse: «Avete già infranto la promessa; io non verrò con voi in alcun modo». Essi tentarono quindi di trascinare via il Compagno del Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace. Non riuscendo neppure così, lo uccisero. Portarono alla Mecca e vendettero Hazrat Khubayb e Hazrat Zayd ibn Dathina. Questi due Compagni avevano ucciso i capi miscredenti della Mecca il giorno di Badr. Hazrat Khubayb — che Allah sia soddisfatto di lui — rimase prigioniero per alcuni giorni. In seguito, i malvagi della Mecca decisero di ucciderlo e lo condussero in un luogo chiamato Tan‘im, fuori dal territorio sacro. Quando stavano per issarlo sulla croce, egli disse: «Lasciatemi. Pregherò due rak‘at». I politeisti lo lasciarono fare. Egli pregò due rak‘at. Dopo aver terminato la preghiera, disse: «Per Allah, se non temessi che voi diceste che sto facendo tutto questo per paura, prolungherei ancora un po’ la preghiera». Poi disse: «O Allah l’Altissimo, contali uno per uno, poi disperdili e uccidili; non risparmiare nessuno di loro». In seguito Hazrat Khubayb — che Allah sia soddisfatto di lui — recitò questi versi:

«Tutti mi circondarono, schiera dopo schiera.

Si radunarono tribù dopo tribù, senza che nessuno restasse indietro.

Non mancavano donne né bambini: vennero a schiere.

Mi portarono sotto un grande albero.

Oggi sono lontano dalla mia patria, senza aiuto né sostegno.

A Te soltanto rivolgo la mia supplica, Signore dei mondi!»

O Signore del Trono, donami un cuore paziente

donami, o Signore, un coraggio fisico e spirituale incessante.

Dissero: «La morte è di gran lunga preferibile al diventare miscredenti»

i miei due occhi singhiozzano senza versare lacrime.

Sto per morire da musulmano: di che cosa dovrei avere paura?

Quando morirò sulla via di Allah, non m’importa in quale direzione.

Il mio martirio è per la soddisfazione di Allah l’Altissimo.»

Quando Khubaib (che Allah sia soddisfatto di lui) ebbe terminato di recitare la poesia, Abu Sufyan gli disse: «Vuoi che, al posto tuo, catturiamo Muhammad, lo decapitiamo e tu possa tornare dalla tua famiglia?». Khubaib (che Allah sia soddisfatto di lui) rispose con fermezza: «Giuro su Allah: non vorrei che, in cambio della mia permanenza presso la mia famiglia, una spina trafiggesse il piede di Muhammad (pace e benedizioni di Allah su di lui), mentre egli, pur sedendo nel luogo in cui si trova, dovesse soffrire il dolore provocato da quella spina».

Dopo di ciò, i politeisti, nemici di Allah, appesero Khubayb (che Allah sia soddisfatto di lui) a una croce e incaricarono alcuni uomini di sorvegliare il suo cadavere. ʿAmr ibn Umayya giunse durante la notte, prelevò il corpo e lo seppellì. Khubayb (che Allah sia soddisfatto di lui) era stato ucciso da ʿUqba ibn al-Ḥārith. Nella battaglia di Badr, Khubayb (che Allah sia soddisfatto di lui) aveva ucciso suo padre.

Nella Ṣaḥīḥ di al-Bukhārī è riportato che Khubayb (che Allah sia soddisfatto di lui) fu il primo uomo virtuoso a istituire la pratica di recitare due rakʿāt di preghiera poco prima dell’esecuzione. Mentre era prigioniero dei miscredenti, fu visto mangiare uva fresca, sebbene in quel periodo alla Mecca non si trovassero neppure datteri.

L’altro Compagno catturato, Zayd ibn Dathina (che Allah sia soddisfatto di lui), fu acquistato da Ṣafwān ibn Umayya, che lo uccise per vendicare l’uccisione di suo padre.

ʿĀṣim (che Allah sia soddisfatto di lui) era già stato ucciso dalle frecce dei miscredenti. I Quraysh della Mecca mandarono degli uomini a recuperare almeno una parte del corpo di ʿĀṣim (che Allah sia soddisfatto di lui), poiché nella battaglia di Badr egli aveva ucciso uno dei capi più importanti dei miscredenti. Ma Allah l’Altissimo protesse il suo corpo inviando uno sciame di api. Così i miscredenti non riuscirono a prendere neppure una piccola parte del sacro corpo di ʿĀṣim (che Allah sia soddisfatto di lui). In realtà, ʿĀṣim (che Allah sia soddisfatto di lui) aveva chiesto ad Allah di non permettere che alcun politeista lo toccasse e che egli stesso non toccasse alcun politeista. In seguito, quando ʿUmar (che Allah sia soddisfatto di lui) venne a conoscenza di questo episodio, diceva spesso: «Allah, il Signore dei mondi, protegge il credente Suo servo anche dopo la sua morte, proprio come lo protegge durante la sua vita». [Ibn Hishām, vol. 2, pp. 69-79; Zād al-Maʿād, vol. 2, p. 209; Ṣaḥīḥ al-Bukhārī, vol. 2, pp. 568, 569, 585]

4) Il tragico episodio di Biʾr Maʿūna

Nello stesso mese in cui si verificò l’episodio di al-Rajīʿ ebbe luogo anche quello di Biʾr Maʿūna. Questo episodio non fu meno tragico di quello di al-Rajīʿ. In breve, Abū Barāʾ ʿĀmir ibn Mālik si presentò a Medina al cospetto del Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace. Era noto con il titolo di «Malāʾikat al-Asinna», cioè «angelo delle lance». Dopo essersi presentato al Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, il Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, lo invitò all’Islam. Egli, tuttavia, non accettò l’Islam, ma non disse neppure di disapprovarlo. Disse: «O Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, se mandi i tuoi Compagni presso gli abitanti del Najd, sono certo che accetteranno l’invito all’Islam». Il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, disse: «Temo per i miei Compagni gli abitanti del Najd». Abū Barāʾ disse: «Saranno sotto la mia protezione». Dopo queste parole, secondo la narrazione di Ibn Isḥāq, il Messaggero di Allah inviò con Abū Barāʾ quaranta Compagni. Ma la versione autentica è quella riferita dall’Imām al-Bukhārī nella sua Ṣaḥīḥ, secondo cui erano settanta Compagni. A comandante di quei settanta Compagni fu nominato al-Mundhir ibn ʿAmr. Egli apparteneva alla tribù dei Banū Sāʿida ed era noto con il titolo di «Mutaqallil al-Mawt». Tutti quei settanta Compagni possedevano una notevole conoscenza delle varie questioni dell’Islam ed erano estremamente pii. Di giorno tagliavano legna e con il denaro ricavato acquistavano cibo per gli abitanti della Ahl al-Ṣuffa; recitavano il Corano e lo insegnavano agli altri. Di notte trascorrevano il tempo in suppliche e preghiera dinanzi ad Allah, il Signore dei mondi. Proseguendo il cammino come predicatori dell’Islam, quei settanta Compagni giunsero presso lo stagno di Maʿūna. Questo stagno si trovava tra Banū ʿĀmir e Ḥarra Banī Sulaym. Appena giunti, i Compagni inviarono la lettera del Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, per mezzo di Ḥarām ibn Milḥān, fratello di Umm Sulaym, ad ʿĀmir ibn al-Ṭufayl, acerrimo nemico dell’Islam. Quel malvagio non aprì neppure la sacra lettera del Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace; fece invece un cenno a un uomo. Quell’uomo colpì Ḥarām ibn Milḥān (che Allah sia soddisfatto di lui) alle spalle con una lancia con tale forza che la punta gli uscì dal davanti. Vedendo il sangue, Ḥarām ibn Milḥān (che Allah sia soddisfatto di lui) disse: «Allāhu akbar! Per il Signore della Kaʿba, ho avuto successo!»

Poco dopo, il miscredente ʿĀmir ibn al-Ṭufayl, acerrimo nemico di Allah e malvagio, chiamò gli uomini della sua tribù, Banū ʿĀmir, per attaccare gli altri Compagni. Ma essi, a causa della protezione promessa da Abū Barāʾ, non risposero all’appello di ʿĀmir. Deluso da quella parte, ʿĀmir chiamò gli uomini della tribù di Banū Sulaym. Tre rami di Banū Sulaym — ʿUṣayya, Riʿl e Dhakwān — risposero al suo appello, accerchiarono i nobili Compagni e li attaccarono. I Compagni combatterono a loro volta, ma quasi tutti furono martirizzati. Soltanto Kaʿb ibn Zayd al-Najjār (che Allah sia soddisfatto di lui) rimase in vita. Fu estratto ferito dal gruppo dei Compagni martirizzati e sopravvisse fino alla battaglia del Fossato. ʿAmr ibn Umayya al-Ḍamrī e al-Mundhir ibn ʿUqba ʿĀmir (che Allah sia soddisfatto di lui), che da solo stava pascolando i cammelli, giunsero sul luogo dopo aver visto in volo degli uccelli. Al-Mundhir (che Allah sia soddisfatto di lui) fu martirizzato mentre combatteva insieme ai suoi compagni. ʿAmr ibn Umayya al-Ḍamrī fu catturato. Apparteneva alla tribù di Muḍar. Dopo aver appreso ciò, ʿĀmir ibn al-Ṭufayl gli tagliò alcuni capelli dalla parte anteriore della testa e lo liberò in nome di sua madre. La madre di quel malvagio aveva precedentemente fatto voto di liberare uno schiavo.

ʿAmr ibn Umayya al-Ḍamrī giunse a Medina portando quella notizia straziante. Il martirio dei settanta illustri Compagni ricordava la tragedia di Uḥud. Nella battaglia di Uḥud vi era stata almeno la possibilità di vittime da entrambe le parti nello scontro; qui, invece, i Compagni dal cuore semplice erano stati vittime di un vergognoso tradimento. Sulla via del ritorno, ʿAmr ibn Umayya al-Ḍamrī giunse in un luogo chiamato Qarqara, presso la pianura di Qanāt, e si fermò all’ombra di un albero. Anche due uomini della tribù di Banū Kilāb erano giunti lì. Quando entrambi si furono addormentati, ʿAmr ibn Umayya li uccise. Egli riteneva di vendicare l’uccisione dei suoi compagni. Tuttavia, quei due uomini avevano con sé una lettera di salvacondotto da parte del Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace. ʿAmr non ne era a conoscenza. Dopo essere giunto a Medina e aver riferito l’accaduto al Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, egli disse: «Hai ucciso due uomini per i quali devo necessariamente pagare il risarcimento del sangue». In seguito, il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, si dedicò a raccogliere il denaro del risarcimento presso i musulmani e i loro alleati ebrei. Fu proprio a causa di questo episodio che ebbe luogo la battaglia contro i Banū Naḍīr, della quale si parlerà più avanti.

Il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, fu così profondamente addolorato e colpito dagli incidenti di Bi’r Ma’una e di Raji’ che ciò non può essere espresso a parole. [Al-Waqidi ha scritto che il Messaggero di Allah ricevette nella stessa notte la notizia di entrambi gli incidenti, quello di Raji’ e quello di Ma’una.] [Ibn Sa’d riferisce da Anas, che Allah sia soddisfatto di lui, che il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, non fu addolorato né afflitto per nessun altro evento quanto lo fu per l’incidente di Bi’r Ma’una. Mukhtasar al-Sira, Shaykh Abdullah, p. 260] Tra i due incidenti intercorsero soltanto pochi giorni. Il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, invocò per un mese la maledizione sulle popolazioni e tribù che avevano commesso un simile crudele tradimento contro i nobili Compagni. Nel Sahih al-Bukhari è riferito da Anas, che Allah sia soddisfatto di lui, che il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, invocò per trenta giorni la maledizione su coloro che a Bi’r Ma’una avevano ucciso come martiri i nobili Compagni. Dopo la preghiera dell’alba, invocava la maledizione contro Ba’al, Dhakwan, Lihyan e Usayya, dicendo: «Gli uomini della tribù di Usayya hanno disobbedito ad Allah l’Altissimo e al Suo Messaggero». Allah l’Altissimo fece scendere versetti del Corano per alleviare il dolore del Suo Messaggero a questo riguardo. In seguito quei versetti furono abrogati, cioè resi nulli. Il contenuto di quel passo del Sacro Corano era il seguente: «Annunciate ai nostri compatrioti che abbiamo incontrato il nostro Signore in una condizione tale che Egli è soddisfatto di noi e noi siamo soddisfatti di Lui».

Dopo la rivelazione di questo versetto, il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, smise di invocare la maledizione. [Sahih al-Bukhari, vol. 2, pp. 586, 587, 588]

Quinto) La guerra contro i Banu Nadir

È stato menzionato in precedenza che gli ebrei ardevano e bruciavano d’odio per l’Islam e per i musulmani. Tuttavia, non erano guerrieri valorosi, bensì cospiratori e intriganti. Per questo, invece di combattere apertamente, manifestavano odio e ostilità. Nonostante i trattati e i patti stipulati con i musulmani, cercavano ogni sorta di pretesto per molestarli e opprimerli. Dopo l’espulsione della tribù dei Banu Qaynuqa e l’uccisione di Ka’b ibn al-Ashraf, il coraggio degli ebrei venne meno. Rimasero silenziosi, terrorizzati. Ma dopo la battaglia di Uhud ritrovarono il coraggio. Cominciarono a manifestare apertamente ostilità e tradimento contro i musulmani. Gli ipocriti di Medina strinsero segretamente alleanza con i politeisti della Mecca, mentre gli ebrei continuavano ad aiutare i politeisti. [Sunen Abu Dawud, commentario Awn al-Ma’bud, vol. 3, pp. 116-117]

Pur sapendo tutto, il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, mantenne la pazienza. Ma dopo gli incidenti di Raji’ e Ma’una, il loro coraggio aumentò notevolmente ed essi decisero di eliminare il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace. Ecco i dettagli dell’episodio: il Messaggero di Allah, Muhammad Mustafa, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, si recò dagli ebrei insieme ad alcuni Compagni. Discusse con loro il risarcimento per la morte di due uomini uccisi dei Banu Kilab, che Amr ibn Umayya al-Damri aveva ucciso per errore. Secondo il trattato stipulato con gli ebrei, essi erano tenuti ad aiutare i musulmani nel pagamento del suddetto risarcimento per l’uccisione. Quando il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, gliene parlò, essi dissero: «O Abu al-Qasim, lo faremo. Siediti qui con i tuoi compagni e provvederemo noi». Dopo queste parole, il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, si sedette ad aspettare, appoggiato al muro di una casa degli ebrei. Abu Bakr, che Allah sia soddisfatto di lui, Umar, che Allah sia soddisfatto di lui, Ali, che Allah sia soddisfatto di lui, e alcuni altri Compagni erano allora con il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace.

Quando gli ebrei si furono allontanati un poco, Satana si impadronì di loro. Satana fece apparire loro la futura sventura come fortuna. Gli ebrei si consultarono malvagiamente tra loro: «Questa è un’occasione straordinaria; andiamo, uccidiamo Muhammad». Alla domanda su chi fosse disposto a uccidere il Messaggero di Allah gettandogli addosso una pesante macina dall’altra parte del muro, un ebreo di nome Amr ibn Jihash si dichiarò pronto. Un ebreo di nome Salam ibn Mishkam disse: «State attenti, non fate una cosa simile. Per Allah, il Messaggero di Allah verrà a sapere ciò che intendi fare; Allah l’Altissimo stesso glielo farà sapere. Inoltre, violeremmo il patto che abbiamo con i musulmani». Ma gli ebrei, scellerati e sciagurati per natura, non prestarono ascolto a nessuna parola e rimasero fermi nel loro intento malvagio.

Nel frattempo, Allah l’Altissimo, il Signore dei mondi, inviò Gabriele, che Allah gli conceda la pace, dal Suo amato Messaggero. Il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, si alzò rapidamente da quel luogo e si avviò verso Medina. I nobili Compagni lo seguirono e gli dissero: «O Messaggero di Allah, che Allah ti benedica e ti conceda la pace, te ne sei andato così rapidamente che non abbiamo capito nulla». Il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, informò i Compagni della congiura degli ebrei intriganti.

Dopo essere tornato a Medina, il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, inviò Muhammad ibn Maslama alla tribù dei Banu Nadir e notificò loro: «Uscite immediatamente da Medina. Qui non potrete più rimanere con noi. Vi concediamo dieci giorni di tempo. Dopo di ciò, chiunque sarà trovato qui verrà decapitato». Ricevuta questa notifica, gli ebrei non trovarono altra soluzione che l’espulsione e cominciarono a prepararsi per un viaggio di alcuni giorni. Ma il capo degli ipocriti, Abdullah ibn Ubayy, inviò loro questo messaggio: «Rimanete saldi al vostro posto, non abbandonate le vostre case. Abbiamo duemila guerrieri sotto il nostro comando, che entreranno nelle vostre fortezze. Essi usciranno con voi. Non ci lasceremo influenzare dalle minacce di nessuno nei vostri confronti. Se vi verrà dichiarata guerra, vi aiuteremo. Inoltre, le tribù dei Banu Qurayza e dei Banu Ghatafan sono vostre alleate e anch’esse vi aiuteranno».

Gli Ebrei si rinvigorirono alla notizia inviata dal munāfiq ʿAbd Allāh ibn Ubayy. Decisero quindi di combattere piuttosto che essere espulsi. Il capo ebreo Huyayy ibn Akhtab aveva sperato che il capo dei munāfiq avrebbe mantenuto la parola. Perciò mandò a dire al Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace: «Non lasceremo le nostre case. Fa’ ciò che devi fare».

Per i musulmani questa sfida era delicata e, dal punto di vista storico, complessa e importante. In quel periodo di cambiamenti, le conseguenze di un conflitto con i nemici non erano prive di rischi. Una situazione pericolosa poteva sorgere in qualsiasi momento. Tutta l’Arabia era schierata contro i musulmani. Due delegazioni musulmane inviate per la daʿwa erano state brutalmente massacrate. Gli Ebrei della tribù dei Banū Naḍīr erano così potenti che costringerli a deporre le armi non sarebbe stato facile. Inoltre, assumersi il rischio di combattere contro di loro era pericoloso. Dopo Bi’r Maʿūna e il tragico episodio precedente, i musulmani erano diventati molto più consapevoli dei crimini quali omicidio e tradimento. Tali crimini li avevano tormentati e disgustati psicologicamente. Per questo decisero che, poiché i Banū Naḍīr avevano cospirato per uccidere il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, era necessario combatterli, quale che fosse l’esito. Così, non appena il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, ricevette il messaggio di Huyayy ibn Akhtab, i Compagni si prepararono alla battaglia pronunciando «Allāhu akbar». In quel momento fu affidata a ʿAbd Allāh ibn Umm Maktūm la responsabilità di occuparsi di Medina. Poi il Messaggero, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, partì con i Compagni in direzione dell’insediamento dei Banū Naḍīr. La bandiera fu affidata ad ʿAlī ibn Abī Ṭālib, che Allah si compiaccia di lui. Giunti nel territorio dei Banū Naḍīr, li posero sotto assedio.

Nel frattempo, i Banū Naḍīr si rifugiarono nelle loro fortezze e rimasero assediati. Chiusero le porte delle fortezze e cominciarono a lanciare frecce e pietre. Usavano come scudo i fitti palmeti; a un certo punto il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, ordinò che le palme fossero abbattute e bruciate. Alludendo a ciò, il celebre poeta Ḥassān ibn Thābit, che Allah si compiaccia di lui, scrisse:

«Per i capi dei Banū Luwayy è cosa ben consueta

che le fiamme divampino sulle rive di Buwayba».

Buwayba era una zona circondata dai palmeti della tribù dei Banū Naḍīr. Alludendo a ciò, Allah, il Signore dei mondi, dice: «Avete abbattuto alcune palme e ne avete lasciate in piedi altre, sulle loro radici: ciò è avvenuto con il permesso di Allah». Per questo, nel presentare l’esempio di questo episodio, Allah, il Signore dei mondi, dice: «Il loro esempio è quello di Satana, quando dice all’uomo: “Sii miscredente!”. Ma quando egli diventa miscredente, dice: “Io non ho nulla a che fare con te; in verità temo Allah, il Signore dei mondi”». (Sūra al-Ḥashr, versetto 16.)

L’assedio non si protrasse a lungo: sei o sette notti, secondo alcuni, quindici notti. Durante questo periodo, Allah fece penetrare nei cuori degli Ebrei il timore dei musulmani e il loro morale crollò. Essi accettarono spontaneamente di deporre le armi e fecero sapere al Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, di essere pronti a lasciare Medina. Il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, approvò la proposta degli Ebrei. Approvò inoltre che portassero con sé tutti i beni che riuscivano a trasportare, ad eccezione delle armi, e che lasciassero Medina con le loro famiglie. Dopo aver ricevuto tale autorizzazione dal Messaggero di Allah, i Banū Naḍīr consegnarono le armi e cominciarono a demolire con le proprie mani le case, preparando e legando i beni necessari. Cercarono di portare con sé quante più porte e finestre possibile. Alcuni portarono persino le travi dei soffitti e i pali delle pareti. Poi caricarono donne e bambini sui cammelli e lasciarono Medina. La maggior parte degli Ebrei si rifugiò a Khaybar. Tra loro vi erano i notabili ebrei Huyayy ibn Akhtab e Sallām ibn Abī al-Ḥuqayq, che si recarono a Khaybar. Un gruppo partì in direzione della Siria. Yāmīn ibn ʿAmr e Abū Saʿīd ibn Wahb, invece, abbracciarono l’Islam. Per questo i musulmani non toccarono neppure i loro beni.

Secondo i termini dell’accordo, il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, prese sotto il proprio controllo le armi, le terre, le case e i palmeti della tribù dei Banū Naḍīr. Tra le armi vi erano 50 corazze, 50 elmi e 340 spade.

I giardini, i terreni e le abitazioni della tribù dei Banū Naḍīr appartenevano esclusivamente al Messaggero di Allah, che Allah benedica e gli conceda la pace. Egli aveva il diritto esclusivo di conservarli per sé o di donarli a chi voleva. Per questo non ne prelevò un quinto, come si fa con il bottino di guerra. Infatti, Allah, il Signore dei mondi, aveva concesso questi beni al Suo amato Messaggero come fayʾ. I musulmani non avevano ottenuto tali beni combattendo. In virtù dei suoi speciali poteri e diritti, il Messaggero li distribuì soltanto ai muhājirūn giunti nella prima fase dell’Egira. A due Compagni ansār, Abū Duǧāna e Sahl ibn Ḥunayf, che Allah sia soddisfatto di loro, furono assegnati alcuni beni a causa della loro povertà. Il Messaggero di Allah, che Allah benedica e gli conceda la pace, conservò per sé una piccola parte dei beni. Con le risorse così riservate provvedeva alle spese annuali delle sue mogli.

Questa spedizione contro i Banū Naḍīr ebbe luogo il 4 agosto 625 d.C. In relazione a questo evento, Allah l’Altissimo rivelò per intero la sūra al-Ḥashr. In essa vengono messi in luce i misfatti degli ebrei e viene smascherata la vera natura degli ipocriti.

Dopo aver illustrato i principi relativi al fayʾ, vengono lodati i muhājirūn e gli ansār, e si afferma inoltre che, per esigenze di strategia bellica, è lecito abbattere gli alberi del nemico e dar loro fuoco. Un’azione di questo genere non costituisce corruzione sulla terra. In seguito, ai credenti viene ingiunto di acquisire il taqwā e di prepararsi all’Aldilà. Infine, Allah, il Signore dei mondi, conclude la sūra esprimendo la propria lode e glorificando Sé stesso, nonché descrivendo i Suoi nomi e i Suoi attributi.

Per questo il venerabile ʿAbd Allāh ibn ʿAbbās, che Allah sia soddisfatto di lui, disse che sarebbe più appropriato chiamare questa sūra Sūrat Banū Naḍīr. [Ibn Hišām, vol. 2, pp. 183-187; Zād al-Maʿād, vol. 2, pp. 209, 110; Ṣaḥīḥ al-Buḫārī, vol. 2, pp. 584, 568]

Sei) La battaglia del Najd

Nella battaglia contro i Banū Naḍīr, i musulmani ottennero un successo encomiabile senza dover affrontare sacrifici o difficoltà particolari. In tal modo, il potere dei musulmani a Medina divenne ancora più forte e consolidato. Gli ipocriti furono presi dalla disperazione e i loro volti si rabbuiarono. Non osavano compiere apertamente alcuna azione contro l’Islam. In seguito, il Messaggero di Allah, che Allah benedica e gli conceda la pace, si adoperò per informarsi su quei beduini che, fin dalla battaglia di Uḥud, avevano posto i musulmani di fronte a gravi difficoltà. Avevano assalito con estrema ferocia i dāʿī e i predicatori dell’Islam, ponendo fine alle loro vite. In seguito divennero talmente audaci da cominciare persino a prendere in considerazione un attacco a Medina.

Pochi giorni dopo la fine della battaglia contro i Banū Naḍīr, mentre il Messaggero di Allah, che Allah benedica e gli conceda la pace, si trovava ancora a Medina, ricevette la notizia che le tribù Banū Muḥārib e Banū Thaʿlaba dei Banū Ġaṭafān avevano iniziato a radunare beduini per combattere contro i musulmani. Appena ricevuta questa notizia, il Messaggero di Allah, che Allah benedica e gli conceda la pace, decise di intraprendere la spedizione nel Najd. Attraversando le pianure del Najd, il Messaggero di Allah, che Allah benedica e gli conceda la pace, e i musulmani avanzarono per una grande distanza. Lo scopo di questa spedizione era incutere timore nei beduini dal carattere duro, affinché non osassero ripetere contro i musulmani le attività ostili del passato.

I beduini, abituati ed esperti nel saccheggio, nel brigantaggio, nelle razzie e nelle azioni sconsiderate, non appena udirono la notizia di questa improvvisa spedizione dei musulmani, fuggirono terrorizzati e si rifugiarono sulle montagne. Dopo aver affermato la propria superiorità su quei predoni, i musulmani si misero in marcia verso Medina.

Coloro che hanno menzionato le spedizioni militari hanno indicato, in questa fase, una battaglia precisa. Si tratta della battaglia di Raqāʿ, così chiamata, che ebbe luogo nel quarto anno dell’Egira. Per quanto si può comprendere dalle informazioni disponibili, in quel periodo si verificò una battaglia proprio all’interno del Najd. La situazione a Medina, infatti, era in qualche modo simile. L’anno precedente, dopo il ritorno dalla battaglia di Uhud, Abū Sufyān aveva minacciato i musulmani di combattere nella piana di Badr; i musulmani avevano accettato la sfida di quella minaccia. Quel momento si stava nuovamente avvicinando. Non sarebbe stato saggio lasciare Medina per affrontare una grande battaglia simile a quella di Badr, consentendo ai beduini di continuare le loro provocazioni e la loro prepotenza. Prima di partire per una battaglia terribile come quella combattuta nella piana di Badr, era invece necessario colpire gli eccessi dei beduini, affinché, pensando a quel colpo, in futuro non osassero neppure concepire, anche solo ai margini della mente, l’idea di attaccare Medina.

Sembra che la battaglia combattuta nel quarto anno dell’Egira, nel mese di Rabīʿ al-thānī o di Jumādā al-awwal, non fosse la battaglia di Dhāt al-Riqāʿ. Per quanto risulta dalle prove e dalle informazioni disponibili, una battaglia di quel genere non ebbe luogo in quel periodo. Infatti, alla battaglia di Dhāt al-Riqāʿ erano presenti Abū Hurayra e Abū Mūsā al-Ashʿarī. Abū Hurayra aveva abbracciato l’Islam soltanto pochi giorni prima della battaglia di Khaybar. Abū Mūsā al-Ashʿarī era giunto al cospetto del Messaggero di Allah proprio a Khaybar.

Una seconda prova del fatto che la battaglia di Dhāt al-Riqāʿ ebbe luogo molto tempo dopo il quarto anno dell’Egira è che, in quell’occasione, il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, celebrò la preghiera del timore. [La preghiera celebrata in stato di guerra è chiamata preghiera del timore. Una delle sue modalità è che metà dei soldati prega dietro l’imam rimanendo equipaggiata e armata, mentre l’altra metà, anch’essa armata, sorveglia il nemico. Dopo una rakʿa, la seconda metà si dispone dietro l’imam e la prima metà va in avanti per sorvegliare il nemico. L’imam completa la seconda rakʿa, mentre entrambi i gruppi dell’esercito completano a turno la propria preghiera. Esistono anche altre modalità conformi a questa preghiera, che viene compiuta in relazione alle condizioni della guerra. Per una descrizione dettagliata, si vedano i libri degli hadith.] La preghiera del timore fu celebrata per la prima volta durante la spedizione di ʿUsfān. Non vi è alcun dubbio che la spedizione di ʿUsfān ebbe luogo dopo la battaglia del Fossato. La battaglia del Fossato ebbe luogo verso la fine del quinto anno dell’Egira. In realtà, la spedizione di ʿUsfān fu un episodio collegato al viaggio di al-Hudaybiyya. Il viaggio di al-Hudaybiyya ebbe luogo verso la fine del sesto anno dell’Egira. Al ritorno da quel viaggio, il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, partì in direzione di Khaybar. Anche questo dimostra che la battaglia di Dhāt al-Riqāʿ ebbe luogo dopo la battaglia di Khaybar.

Sette) La seconda battaglia di Badr

Dopo essersi assicurati della situazione dei nemici nei dintorni di Medina e aver posto fine alle scorrerie dei beduini, i musulmani iniziarono a prepararsi per combattere il loro grande nemico, i Quraysh. L’anno volgeva rapidamente al termine e si avvicinava altrettanto rapidamente il momento stabilito all’epoca di Uhud. Combattendo contro il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, e contro il suo popolo, si sarebbe dimostrato loro che i musulmani non erano deboli. Inoltre, in questa battaglia sarebbe stato ritenuto degno di sopravvivere soltanto il gruppo guidato e obbediente al Creatore dell’universo. Anche le circostanze sarebbero state a suo favore.

Nel mese di Shaʿbān del quarto anno dell’Egira, corrispondente al gennaio del 626 d.C., il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, affidò a ʿAbd Allāh ibn Rawāha la responsabilità di Medina e partì in direzione di Badr per la battaglia programmata. Con lui c’erano millecinquecento combattenti e dieci cavalli. Lo stendardo dell’esercito fu affidato ad ʿAlī. Giunti nella piana di Badr, il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, e i musulmani rimasero in attesa del nemico.

D’altra parte, Abū Sufyān marciò con un contingente di duemila idolatri e cinquanta cavalieri, e piantò le tende presso la famosa fonte di Majanna, a Marr al-Zahrān, a una pianura di distanza dalla Mecca. Tuttavia, fin dal momento della partenza dalla Mecca, Abū Sufyān era terrorizzato e sconvolto. Quale vantaggio avevano ottenuto combattendo in precedenza contro i musulmani? Abū Sufyān cominciò a valutare l’esperienza passata. Pensando al coraggio e ai sacrifici dei musulmani, non trovava il coraggio di avanzare. Quando giunse nel luogo chiamato Marr al-Zahrān, il suo morale crollò completamente. Cominciò a cercare una scusa per tornare alla Mecca. Alla fine disse ai suoi compagni: «Ascoltatemi, compagni: si può combattere soltanto quando c’è abbondanza. Quando c’è molta erba, gli animali possono pascolare a sazietà e voi potete berne il latte. Ma questa è la stagione secca. Perciò io torno indietro; tornate indietro anche voi».

Tutti i soldati del gruppo dei Quraysh sembravano essere ormai sopraffatti dalla paura. Dopo le parole di Abū Sufyān, nessuno fu in grado di presentare un nuovo argomento. Nessuno aveva più interesse a combattere contro i musulmani. Di conseguenza, tornarono tutti indietro.

Nel frattempo, i musulmani attesero per otto giorni l’esercito nemico nella piana di Badr. Durante quel periodo vendevano le merci commerciali, trasformando un dirham in due. Dopo otto giorni, tornarono a Medina pieni di gioia e con fierezza.

A quel tempo la situazione era completamente favorevole ai musulmani. Questa battaglia è conosciuta come la Battaglia Promessa, la Seconda Battaglia di Badr, l’altra Battaglia di Badr o la Piccola Battaglia di Badr. [Ibn Hisham, vol. 2, p. 209; Zad al-Maʿad, vol. 2, p. 112]

La battaglia di Dumat al-Jandal

Il Messaggero di Allah ﷺ era tornato da Badr. Ovunque regnavano pace e tranquillità. In tutta la regione si diffondeva il trionfo dell’Islam, in un’atmosfera serena, pacifica e soavemente profumata. Il Messaggero di Allah ﷺ sentì la necessità di estendere la propria attenzione fino ai confini più remoti dell’Arabia. Era necessario, perché ciò avrebbe assicurato ai musulmani un saldo controllo della situazione, e amici e nemici avrebbero compreso e riconosciuto tale realtà.

Dopo la Piccola Battaglia di Badr, il Messaggero di Allah ﷺ trascorse sei mesi a Medina in pace e tranquillità. In seguito gli fu riferito che, nei dintorni di Dumat al-Jandal, vicino alla Siria, alcune tribù assalivano e depredavano le carovane di passaggio. Avevano inoltre preparato un grande contingente per attaccare Medina. Alla luce di queste notizie, il Messaggero di Allah ﷺ nominò Saba ibn ʿArfata al-Ghifari suo sostituto a Medina e partì con mille musulmani. L’episodio ebbe luogo il 25 di Rabiʿ al-Awwal del quinto anno dell’Egira. Per guidare la spedizione fu condotto con loro un uomo della tribù dei Banu ʿAdhra, di nome Madhkur.

Durante questa spedizione, la consuetudine del Messaggero di Allah ﷺ era viaggiare di notte e nascondersi durante il giorno. Questa tattica veniva adottata per attaccare di sorpresa i nemici. Quando raggiunsero Dumat al-Jandal, si apprese che essi si erano trasferiti altrove. Furono catturati i loro greggi e i loro pastori, mentre alcuni riuscirono a fuggire.

Anche gli abitanti di Dumat al-Jandal fuggirono in ogni direzione possibile. Quando i musulmani raggiunsero la piana di Dumat al-Jandal, non riuscirono a trovare alcun abitante del luogo. Il Messaggero di Allah ﷺ vi rimase per alcuni giorni. Furono inviati contingenti in varie località circostanti, ma non fu trovato nessuno. Dopo alcuni giorni, il Messaggero di Allah ﷺ tornò a Medina. Durante questa spedizione fu concluso un accordo con ʿUyayna ibn Hisn. Dumat al-Jandal è una città al confine con la Siria. Dista cinque notti di viaggio da Damasco e quindici da Medina.

Grazie a misure così ponderate e a piani così saggi, il Messaggero di Allah ﷺ riuscì a diffondere in terre lontane la gloria, la forza e l’ideale di pace dell’Islam. Il corso degli eventi volse a favore dei musulmani e le crisi derivanti dai problemi interni ed esterni cominciarono a diminuire, sebbene per qualche tempo entrambe le categorie di problemi li avessero circondati. In seguito a queste spedizioni vittoriose, gli ipocriti tacquero. Una tribù ebraica fu espulsa, mentre un’altra promise di comportarsi da buon vicino. Anche la forza dei Quraysh si indebolì. I musulmani ebbero l’opportunità di diffondere i sublimi insegnamenti dell’Islam e di trasmettere il messaggio della religione di Allah, il Signore dei mondi.

La battaglia del Fossato

Grazie alle attività militari condotte dai musulmani per oltre un anno, nella Jazīrat al-ʿArab, cioè nella Penisola Arabica, fu ristabilita la pace. L’influenza e il prestigio dei musulmani si diffusero in ogni direzione. In quel periodo, a causa del loro comportamento spregevole, delle loro cospirazioni e dei loro tradimenti, gli ebrei furono sottoposti a diverse forme di umiliazione e disonore. Tuttavia, non avevano ancora compreso la lezione e non avevano imparato nulla. Dopo l’esilio da Khaybar, gli ebrei rimasero in attesa di vedere quale sarebbe stato l’esito del conflitto in corso tra i musulmani e gli idolatri. Ma la situazione si volgeva sempre più a favore dei musulmani e gli annunci delle vittorie dell’Islam si diffondevano in luoghi sempre più lontani. Vedendo ciò, gli ebrei cominciarono a consumarsi per l’invidia. Avviarono nuove cospirazioni e iniziarono a prepararsi per sferrare l’ultimo attacco contro i musulmani. Volevano eliminarli per sempre. Tuttavia, non avevano il coraggio di affrontarli direttamente; perciò, allo scopo di realizzare il loro intento, adottarono un piano terribile.

Ecco il resoconto dell’accaduto: venti capi e leader della tribù dei Banu Nadir si presentarono alla Mecca dai Quraysh. Li incoraggiarono a combattere contro il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, dicendo che anche loro avrebbero fornito ogni possibile aiuto. I Quraysh accettarono. Durante la battaglia di Uhud, i Quraysh avevano promesso di combattere l’anno successivo nella piana di Badr, ma non erano riusciti a mantenere la promessa. Perciò pensarono che, intraprendendo una nuova azione militare, avrebbero potuto conservare la loro reputazione e il loro prestigio e, al tempo stesso, mantenere l’impegno assunto in precedenza.

In seguito, la delegazione ebraica si recò dai Banu Ghatafan e li incitò anch’essi alla guerra, proprio come aveva fatto con i Quraysh. Anche loro si prepararono. Poi questi rappresentanti degli ebrei percorsero le diverse tribù arabe, istigandole contro i musulmani e invitandole a partecipare a una guerra. Di conseguenza, molti uomini si prepararono a combattere. In breve, i politici ebrei riuscirono a stringere un’alleanza con i miscredenti e prepararono molti uomini a combattere contro il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, contro la sua predicazione e contro i musulmani.

In seguito, secondo il piano stabilito, i Quraysh, i Kinana e le altre tribù alleate che abitavano nel Tihama partirono da sud in direzione di Medina. Il loro comandante era il leader miscredente Abu Sufyan. Le loro forze riunite ammontavano a quattromila uomini. Quando raggiunsero Marr az-Zahran, anche gli uomini della tribù dei Banu Sulaym si unirono a loro. Nel frattempo, da est partirono le tribù di Ghatafan, Fazara, Murra e Ashja.

Il comandante dell’esercito della tribù di Fazara era Uyayna ibn Hisn. Il comandante della tribù dei Banu Murra era al-Harith ibn Awf, mentre quello dei Banu Ashja era Masharah ibn Rakhil. Anche molti uomini dei Banu Asad e di altre tribù si unirono a loro.

Nel giorno stabilito, tutte queste persone partirono verso Medina secondo il programma annunciato in precedenza. In breve tempo, nei pressi di Medina si radunò un enorme esercito di diecimila uomini. Il suo numero era così grande che l’intera popolazione di Medina, comprese donne e bambini, non era neppure pari a quello dell’esercito. Se questa enorme armata fosse giunta improvvisamente a Medina e l’avesse assalita, si sarebbe creata una situazione pericolosa per i musulmani. Non sarebbe stato sorprendente neppure se li avesse completamente annientati. Ma il leader dei musulmani a Medina era estremamente vigile e consapevole. Prendeva le decisioni in base alla gravità della situazione. Le spie incaricate di fornire tempestivamente informazioni allo Stato islamico informarono il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, che le truppe delle diverse tribù erano partite in direzione di Medina.

Non appena ricevette questa notizia, il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, si riunì in consiglio con i Compagni più illustri e iniziò a discutere della strategia per la difesa di Medina. Dopo aver esaminato le diverse proposte, fu approvata all’unanimità quella di Salman al-Farisi, che Allah sia soddisfatto di lui. Salman, che Allah sia soddisfatto di lui, presentò la sua proposta con queste parole: «O Messaggero di Allah, in Persia, quando venivamo circondati, scavavamo fossati tutt’intorno».

Si trattava di una proposta difensiva attentamente ponderata. Gli abitanti dell’Arabia non conoscevano questo tipo di strategia. Il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) approvò la proposta e diede immediatamente inizio ai lavori di scavo. Il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) si occupava personalmente di supervisionare il lavoro. Partecipò egli stesso allo scavo della trincea. Nel Sahih al-Bukhari è narrato da Sahl ibn Sa‘d (che Allah sia soddisfatto di lui) che eravamo con il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) nella trincea: la gente scavava e noi trasportavamo la terra sulle spalle per gettarla lontano. In quel momento il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) disse: «La vita dell’Aldilà è davvero la vita autentica. O Misericordioso, perdona gli Ansar e i Muhajirun».[Sahih al-Bukhari, capitolo sulla battaglia della trincea, vol. 2, p. 588]

In un’altra narrazione, riportata da Anas (che Allah sia soddisfatto di lui), si racconta che il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui), recatosi verso la trincea, vide che, in una mattina d’inverno, i Muhajirun e gli Ansar erano impegnati nello scavo. Non avevano schiavi che potessero svolgere quel lavoro al loro posto. Vedendo la fatica e la fame dei Compagni, il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) disse:

«O Allah, la vita è certamente quella dell’Aldilà

concedi il perdono ai Muhajirun e agli Ansar, o Misericordioso».

Gli Ansar e i Muhajirun risposero:

Finché avremo vita

con Muhammad abbiamo prestato il bay‘a per il jihad».[Al-Bukhari, vol. 1, p. 397; vol. 2, p. 588.]

Nel Sahih al-Bukhari è narrato da al-Bara ibn ‘Azib (che Allah sia soddisfatto di lui) che vide il Messaggero di Allah scavare la terra durante la battaglia della trincea. Il suo corpo era ricoperto di polvere. Aveva i capelli folti. In quello stato, continuava a scavare la terra e diceva:

Senza di Te non avremmo trovato la retta guida, o Re dei re,

non avremmo dato la zakat né pregato.

Concedici la pace, affinché il nostro cuore resti saldo; quando infuria la battaglia, mantieni saldi i nostri passi.

Contro di noi hanno istigato la gente,

nella fitna le nostre teste non si piegheranno: questo lo sappiamo.’

Hazrat Bara’ riferisce che il Messaggero di Allah — che Allah lo benedica e gli conceda la pace — pronunciava con fermezza le ultime parole. In un’altra narrazione, gli ultimi due versi della poesia sono riportati così:

Se commettono ingiustizia e vogliono gettarci nella fitna,

noi saremo tra coloro che non piegano il capo. [Bukhari, 2° volume, p. 589]

Da una parte i musulmani lavoravano con grande entusiasmo e fervore, dall’altra sopportavano una fame terribile. Al solo pensarci, il cuore sussulta. Hazrat Anas (che Allah sia soddisfatto di lui) disse: «Ai lavoratori che scavavano il fossato veniva portato dell’orzo e un po’ di cibo riscaldato. Mangiavano proprio quel cibo insipido e sgradevole». [Bukhari, vol. 2, p. 588]

Abu Talha (che Allah sia soddisfatto di lui) disse: «Parlammo della fame con il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, e sollevammo la veste sul ventre per mostrargli una pietra che vi avevamo legato. Il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, ci mostrò due pietre legate al suo ventre». [Jami‘ at-Tirmidhi, Mishkat, vol. 2, p. 448]

Durante lo scavo del fossato si manifestarono anche diversi segni della profezia. In Sahih Bukhari è riportato che Hazrat Jabir ibn Abd Allah (che Allah sia soddisfatto di lui), vedendo il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, prostrato dalla fame, macellò un capretto. Sua moglie preparò del pane d’orzo con un sa‘, cioè circa due chili e mezzo, d’orzo. Poi disse in segreto al Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace: «Venite a casa nostra con alcuni dei vostri compagni più intimi». Tuttavia il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, partì portando con sé tutti i compagni impegnati nello scavo. Erano mille. In seguito tutti i compagni mangiarono pane e carne a sazietà, mentre la pentola della carne continuava ancora a bollire sul focolare. Per quanto pane venisse preparato, tutto veniva servito, ma non finiva; si continuava a preparare pane, uno dopo l’altro. [Sahih Bukhari, vol. 2, pp. 588, 4898]

La sorella di Hazrat Nu‘man ibn Bashir portò alcuni datteri al fossato. Li aveva portati perché li mangiassero suo fratello e suo zio materno. Mentre li portava al Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, egli glieli chiese, stese una stuoia e li sparse sopra. Poi invitò a mangiare i compagni impegnati nello scavo. I compagni cominciarono a mangiare. Più mangiavano, più i datteri aumentavano. Tutti mangiarono a sazietà e tornarono al lavoro, mentre i datteri continuavano ancora a cadere fuori dalla stoffa stesa. [Ibn Hisham, vol. 2, p. 218]

In quel periodo accadde un evento ancora più stupefacente dei due appena menzionati. L’Imam Bukhari lo narrò da Hazrat Jabir (che Allah sia soddisfatto di lui). Hazrat Jabir disse: «Stavamo scavando il fossato quando all’improvviso comparve una grande roccia. Non riuscivamo in alcun modo a spostarla. Informammo allora il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace. Egli disse: “Vengo”. In quel momento il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, aveva una pietra legata al ventre. Colpì quella roccia dentro il fossato con una zappa e, all’istante, la roccia si trasformò in un cumulo di sabbia e polvere». [Sahih Bukhari, vol. 2, p. 588]

Hazrat Bara ibn ‘Azib (che Allah sia soddisfatto di lui) disse: «Durante lo scavo del fossato si presentò un enorme ostacolo. Ogni volta che lo colpivamo con la zappa, il colpo rimbalzava e la zappa tornava indietro. Informammo il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, di ciò che era accaduto. Egli prese la zappa e, pronunciando “Bismillah”, colpì la roccia. Una parte di essa si frantumò. Disse: “Allahu Akbar! Mi sono state date le chiavi della terra di Sham, cioè della Siria. Per Allah, ora vedo lì un palazzo rosso”. Poi diede un secondo colpo e un altro pezzo si staccò. Disse: “Per Allah, ora vedo il palazzo bianco di Madain”. Quindi diede un terzo colpo e disse: “Bismillah”. Con ciò fu spezzata la parte restante della roccia. Disse: “Allahu Akbar! Mi sono state date le chiavi dello Yemen. Ora vedo la porta di Sana’a». [Sunan an-Nasa’i, vol. 2, p. 56]

Ibn Ishaq ha riportato una narrazione analoga anche da Hazrat Salman al-Farisi (che Allah sia soddisfatto di lui).

La città di Medina è aperta a nord, mentre sugli altri tre lati è circondata da montagne e palmeti. Il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, era un esperto stratega militare. Sapeva che i non musulmani sarebbero giunti da nord per attaccare Medina. Perciò fece scavare il fossato soltanto a nord. [Ibn Hisham, vol. 2, p. 219]

I musulmani continuarono senza sosta i lavori di scavo della trincea. Scavavano per tutto il giorno e la sera tornavano alle loro case. I lavori di scavo della trincea furono completati secondo il piano prima che l’esercito dei miscredenti arrivasse alla periferia di Medina. [Ibn Hisham, vol. 2, pp. 220-221]

I Quraysh arrivarono con quattromila soldati e piantarono le tende a Majmaʿ al-Asyāl, tra Rawmā, Jarf e Jagābar, nei pressi di Medina. D’altra parte, i Ghatafān e i loro alleati del Najd arrivarono con seimila soldati e piantarono le tende nella zona di Jamb Naqmi, a est di Uhud.

Allah l’Altissimo dice: «Quando i credenti videro le forze coalizzate, dissero: “Questo è ciò che Allah e il Suo Messaggero ci avevano promesso; Allah e il Suo Messaggero hanno detto la verità”. E ciò accrebbe la loro fede e la loro obbedienza». (Sura al-Ahzab, versetto 22)

Ma quando i miscredenti e le persone deboli di cuore li videro, furono scossi dalla paura. Allah, il Signore dei mondi, dice: «E gli ipocriti e coloro nei cui cuori vi era una malattia dicevano: “Allah e il Suo Messaggero ci avevano promesso soltanto un inganno”». (Sura al-Ahzab, versetto 12)

Per affrontare le forze coalizzate dei non musulmani, il Messaggero di Allah ﷺ preparò un esercito di diecimila soldati. Essi assunsero una posizione difensiva, con il monte Salaʿ alle spalle, come durante un assedio. Davanti a loro vi erano il khandaq, cioè la trincea. Il segnale convenuto dei musulmani era: «Hā-Mīm, non saranno aiutati», cioè che non si doveva prestare loro alcun aiuto. La responsabilità di Medina fu affidata ad ʿAbd Allah ibn Umm Maktum. Le donne e i bambini furono sistemati nelle varie fortezze e nelle case fortificate.

I miscredenti arrivarono per attaccare Medina e si accorsero che una trincea ampia e profonda costituiva una barriera tra loro e la città. Di conseguenza rimasero accampati per assediarla. Quando erano partiti verso Medina, non avevano pensato di dover affrontare un ostacolo simile, né erano mentalmente preparati a ciò. Dicevano tra loro che una simile tattica difensiva era del tutto nuova per gli Arabi. Poiché non avevano mai immaginato una strategia difensiva tanto originale, i miscredenti rimasero sconcertati.

Giunti presso la trincea, i miscredenti furono accecati dalla collera. Pensavano che avrebbero facilmente sconfitto i musulmani. Nel frattempo, i musulmani sorvegliavano i movimenti dei miscredenti e non permettevano loro di avvicinarsi alla trincea. Quando si avvicinavano, scagliavano contro di loro delle frecce. Di conseguenza, i miscredenti si trovarono in una situazione assai difficile. Non osavano avvicinarsi alla trincea, e riempirla gettandovi della terra era impensabile.

Come potevano i soldati Quraysh imporre l’assedio presso la trincea e aspettare indefinitamente senza ottenere alcun risultato? Ciò era contrario alle loro consuetudini e al loro prestigio. Un gruppo di loro attraversò la khandaq, cioè la trincea, passando per un punto stretto. Poi alcuni di loro, a cavallo, cominciarono a girare tra la trincea e Salaʿ. Tra questi vi erano ʿAmr ibn ʿAbd Wudd, ʿIkrima ibn Abi Jahl, Dirar ibn al-Khattab e altri. Hazrat ʿAli (che Allah sia soddisfatto di lui) uscì accompagnato da alcuni musulmani. Presero il controllo del punto attraverso il quale essi erano entrati, sbarrando loro la via del ritorno. Allora ʿAmr ibn ʿAbd Wudd sfidò a gran voce Hazrat ʿAli (che Allah sia soddisfatto di lui) a un duello. Il Leone di Dio, Hazrat ʿAli (che Allah sia soddisfatto di lui), gli disse qualcosa che fece saltare ʿAmr da cavallo, accecato dalla collera. Dopo aver ucciso il cavallo, si presentò davanti a Hazrat ʿAli (che Allah sia soddisfatto di lui). Era un grande guerriero. Tra i due scoppiò uno scontro furioso. Ciascuno attaccava l’altro per sopraffarlo. Alla fine, Hazrat ʿAli (che Allah sia soddisfatto di lui) lo uccise. Gli altri politeisti fuggirono precipitosamente verso l’altra estremità della trincea. Erano terrorizzati. ʿIkrima, figlio di Abu Jahl, fuggì lasciando persino la propria lancia.

I politeisti tentarono in ogni modo di attraversare il fossato oppure di riempirlo per costruire una strada. Ma i musulmani non permettevano loro di avvicinarsi al fossato. Li respinsero scagliando frecce contro di loro e puntando le lance, al punto che tutti i loro tentativi fallirono.

A causa di scontri così violenti, ai nobili Compagni erano sfuggite alcune preghiere obbligatorie. È narrato da Jābir, nei Ṣaḥīḥ di Bukhārī e Muslim, che ʿUmar giunse nel giorno della Battaglia del Fossato e, criticando aspramente i miscredenti, disse al Messaggero di Allah: «O Messaggero di Allah, oggi ho pregato mentre il sole stava tramontando». Il Messaggero di Allah disse: «Quanto a me, non ho ancora pregato». Dopo ciò, i Compagni fecero l’abluzione dopo che il Messaggero di Allah ebbe compiuto l’abluzione. Il Messaggero di Allah pregò la preghiera del ʿAṣr. Nel frattempo il sole era tramontato. Poi pregò la preghiera del Maghrib.

Il Messaggero di Allah fu profondamente addolorato perché era stato costretto a recuperare la preghiera del ʿAṣr. Invocò una maledizione sui politeisti. È narrato da ʿAlī nel Ṣaḥīḥ di Bukhārī che, nel giorno della Battaglia del Fossato, il Messaggero di Allah disse: «O Allah, riempi di fuoco le loro case e le loro tombe, insieme a tutti i politeisti. A causa loro abbiamo dovuto trascurare la preghiera del ʿAṣr, finché il sole è tramontato». [Ṣaḥīḥ al-Bukhārī, vol. 2, p. 590]

È narrato nel Musnad di Aḥmad e nel Musnad di al-Shāfiʿī che i politeisti impedirono al Messaggero di Allah di compiere puntualmente le preghiere di Ẓuhr, ʿAṣr, Maghrib e ʿIshāʾ. Il Messaggero di Allah le eseguì tutte insieme. L’Imām al-Nawawī disse, riguardo all’apparente divergenza tra le narrazioni dei suddetti ḥadīth, che si può affermare che tutte le loro dichiarazioni siano corrette. La Battaglia del Fossato durò diversi giorni: un giorno si verificò una situazione e il giorno successivo un’altra.

Da questi ḥadīth si comprende che per diversi giorni i politeisti si sforzarono con tutte le loro forze di attraversare il fossato e attaccare Medina, mentre i musulmani respingevano i loro tentativi. Il fossato si ergeva come un ostacolo tra i due schieramenti. Per questo non vi fu occasione di uno scontro sanguinoso faccia a faccia. Vi furono invece scambi di frecce.

Alcune persone furono uccise da entrambe le parti nello scambio di frecce. Il loro numero, tuttavia, era dieci. Tra i politeisti uccisi, due, o forse uno, persero la vita per un colpo di spada.

Un dardo colpì Saʿd ibn Muʿādh. Rimase gravemente ferito. A scagliargli la freccia fu un politeista di nome Ḥabbān ibn al-ʿAraqa. Quest’uomo era di origine coreiscita. Dopo essere stato ferito, Saʿd pregò: «O Allah, Tu sai che non amo nulla quanto combattere sulla Tua via contro la gente di quella comunità che ha smentito il Tuo Messaggero, Allah lo benedica e gli conceda la pace, e lo ha espulso dalle sue case; non amo combattere contro nessun’altra comunità quanto amo combattere contro di loro. O Allah, ritengo che Tu abbia portato la guerra tra noi e loro alla sua fase conclusiva. O Allah, se ci resta ancora una guerra con i Coreisciti, lasciami in vita per quella guerra, affinché possa combattere contro di loro. Ma se hai posto fine alla mia guerra contro i miscredenti, allora non lasciare che la ferita di questo mio infortunio si rimargini e fa’ che questa ferita sia la causa della mia morte». [Ṣaḥīḥ al-Bukhārī, vol. 2, p. 591] Alla fine della preghiera disse: «O Allah, non farmi morire finché i miei occhi non siano rallegrati riguardo ai Banū Qurayẓa». [Ibn Hishām, vol. 2, p. 227]

In breve, mentre i musulmani da un lato affrontavano le difficoltà del campo di battaglia, dall’altro continuavano le spregevoli attività di complotto e cospirazione. I cospiratori cercavano di iniettare veleno nel corpo dei musulmani. Il malvagio capo dei Banū Naḍīr, Ḥuyayy ibn Akhṭab, si recò presso i membri della tribù dei Banū Qurayẓa e si presentò al loro capo, Kaʿb ibn Asad. Questo Kaʿb ibn Asad era stato il mediatore che aveva negoziato il patto per conto dei Banū Qurayẓa. Egli aveva stipulato con il Messaggero di Allah un accordo secondo cui lo avrebbe aiutato in tempo di guerra. Questo argomento è già stato discusso in precedenza.

Huyayy arrivò e bussò alla porta di Kaʿb. Non appena vide Huyayy, Kaʿb aprì la porta. Dopo che la porta fu aperta, Huyayy disse: «O Kaʿb, ho portato per te l’onore dell’epoca e un mare in tumulto. Ho radunato tutti i Quraysh, insieme a tutti i loro capi, a Rumat Majūl al-Asyāl. Ho riunito gli uomini della tribù dei Banū Ghatafān, insieme a tutti i loro capi, a Jamb Nakm, nei pressi di Uhud. Essi mi hanno promesso che non lasceranno quel luogo prima di aver completamente annientato Muḥammad e i suoi compagni».

Kaʿb disse: «Per Dio, sei arrivato portando l’umiliazione della mia epoca e una nube carica di pioggia. Da quella nube balenano soltanto lampi e provengono tuoni, ma in essa non è rimasto nulla di buono. Huyayy, ahimè per te, lasciami nella mia condizione. Non ho visto in Muḥammad altro che verità e lealtà». Ma Huyayy cominciò ad accarezzare la testa e il corpo di Kaʿb; lo strinse al petto con finta emozione e iniziò a manifestargli un affetto sincero. In questo modo, alla fine, riuscì a convincere Kaʿb. Tuttavia dovette fargli questa promessa: «Se i Quraysh saranno costretti a tornare senza aver ucciso Muḥammad, entrerò anch’io con te nella tua fortezza. E accetterò qualunque sorte ti toccherà». Dopo la promessa di Huyayy, Kaʿb ibn Asad ruppe il patto stipulato con l’Inviato di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, violò l’accordo concluso con i musulmani e partecipò alla guerra contro di loro schierandosi dalla parte dei politeisti. [Ibn Hishām, vol. 2, pp. 220-221]

Dopo ciò, gli ebrei dei Banū Qurayẓa cominciarono a prepararsi alla guerra contro i musulmani. Ibn Isḥāq ha riferito che la nobile Ṣafiyya bint ʿAbd al-Muṭṭalib si trovava all’interno della fortezza chiamata Fāriʿ, appartenente a Ḥassān ibn Thābit. Anche Ḥassān si trovava lì, insieme alle donne e ai bambini. Ṣafiyya, che Allah sia soddisfatto di lei, raccontò: «Un ebreo passò accanto a noi e cominciò a girare intorno alla fortezza. Era il periodo in cui i Banū Qurayẓa avevano violato l’accordo stipulato con l’Inviato di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, e si erano schierati in guerra contro di lui. In quel momento non c’era nessuno tra noi e gli ebrei che avevano infranto il patto che potesse garantire la nostra sicurezza. L’Inviato di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, era impegnato, insieme ai Compagni, a fronteggiare le forze nemiche coalizzate. Se qualcuno ci avesse attaccati, l’Inviato di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, non avrebbe potuto raggiungerci. Allora richiamai l’attenzione di Ḥassān e dissi: “O Ḥassān, un ebreo gira intorno alla fortezza. Temo che inciti gli altri ebrei contro di noi. L’Inviato di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, e i Compagni sono così occupati in altre faccende che non potranno venire qui da noi. Perciò vai e uccidilo”. Ḥassān, che Allah sia soddisfatto di lui, disse: “Sai bene che non sono il tipo di persona capace di fare una cosa simile”.» Ṣafiyya, che Allah sia soddisfatto di lei, proseguì il racconto: «Mi strinsi una stoffa intorno alla vita, presi un pezzo di legno, uscii dalla fortezza, raggiunsi l’ebreo e lo uccisi colpendolo duramente. Poi tornai nella fortezza e dissi a Ḥassān: “Vai a prendere le sue armi e gli altri suoi averi”. Poiché era un uomo, non gli avevo tolto le armi. Ḥassān, che Allah sia soddisfatto di lui, disse: “Non abbiamo alcun bisogno delle sue armi né dei suoi averi”». 18

Il coraggio della zia dell’Inviato di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, nel proteggere le donne e i bambini musulmani ebbe un effetto enorme. Gli ebrei pensarono che dentro la fortezza vi fosse una forza di rinforzo musulmana. Per questo non osarono mandare nessun altro nei pressi della fortezza, sebbene lì non vi fosse affatto alcun soldato.

Tuttavia, per dimostrare la propria solidarietà ai soldati politeisti dei Quraysh, rifornivano regolarmente questi ultimi di viveri. A un certo punto, i musulmani catturarono venti cammelli tra quelle provviste.

In breve, non appena fu informato della violazione del patto da parte degli ebrei, l’Inviato di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, rivolse la sua attenzione alla questione. Per prima cosa volle verificarne la veridicità, affinché fosse chiaro il ruolo effettivo dei Banū Qurayẓa. Se fosse stata provata la violazione delle condizioni dell’accordo stipulato, sarebbero state adottate le necessarie misure militari in base a tale prova.

Per questo, l’Inviato di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, inviò alcuni Compagni. Essi erano: Saʿd ibn Muʿādh, che Allah sia soddisfatto di lui; Saʿd ibn ʿUbāda, che Allah sia soddisfatto di lui; ʿAbd Allāh ibn Rawāḥa, che Allah sia soddisfatto di lui; e Khawwāt ibn Jubayr, che Allah sia soddisfatto di lui. L’Inviato di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, disse: «Andate e verificate ciò che si dice riguardo ai Banū Qurayẓa, poi riferitemelo con un segno. Se invece si tratta soltanto di una voce, informate pubblicamente tutti della loro fedeltà all’accordo stipulato con loro».

I Compagni andarono dagli uomini della tribù dei Banū Qurayẓa e notarono che pronunciavano parole irrispettose nei confronti dell’Inviato di Allah e dei musulmani. Dicevano: «E chi sarebbe l’Inviato di Allah? Tra noi e Muḥammad non esiste alcun accordo». Dopo aver udito ciò, i Compagni tornarono. Giunti dall’Inviato di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, gli dissero soltanto, con un segno: «ʿAdal e Qāra». In altre parole, come le tribù di ʿAdal e Qāra avevano tradito la delegazione musulmana, così anche i Banū Qurayẓa erano coinvolti nello stesso tipo di tradimento.

18. Ibn Hisham, vol. 2, p. 228

Sebbene cercasse di farlo capire con un gesto, gli altri Compagni compresero. Di conseguenza, tutti si trovarono ad affrontare una situazione terribile.

In realtà, in quel momento i musulmani si trovavano in una situazione estremamente complessa. Alle loro spalle c’era la tribù dei Banu Qurayza. Se avessero attaccato, non ci sarebbe stato nessuno in grado di respingere l’assalto. Davanti a loro si trovava l’esercito riunito dei miscredenti. Non era possibile neppure ignorarlo. Non era stata predisposta alcuna misura per garantire la sicurezza delle donne e dei bambini musulmani, che si trovavano alla portata degli Ebrei traditori. Per tutte queste ragioni, lo stato d’animo dei musulmani era diventato estremamente precario. Allah l’Altissimo descrisse quella situazione con queste parole: «Quando essi vi assalirono da sopra e da sotto, i vostri occhi si smarrirono, i vostri cuori vi salirono in gola e nutriste ogni sorta di pensieri riguardo ad Allah l’Altissimo. In quel momento i credenti furono messi alla prova e furono scossi violentemente». (Sura al-Ahzab, versetti 10-11)

In quel periodo anche alcuni ipocriti cominciarono ad agitarsi. Dicevano tra loro: «Muhammad ci aveva promesso che avremmo goduto dei tesori di Cesare e di Cosroe, e invece ci troviamo in una situazione tale che persino uscire per urinare o defecare significa rischiare la vita». Alcuni ipocriti si recavano dai capi del loro gruppo e dicevano: «Le nostre case sono esposte davanti al nemico. Concedeteci il permesso di tornare alle nostre abitazioni. Le nostre case sono fuori dalla città».

La situazione era giunta a tal punto che gli uomini della tribù dei Banu Salima cominciarono a vacillare e a pensare alla ritirata. Riguardo a loro, Allah l’Altissimo dice: «E gli ipocriti, quelli nei cui cuori c’era una malattia, dicevano: “Allah e il Suo Messaggero ci hanno promesso soltanto illusioni”. E un gruppo di loro disse: “O abitanti di Yathrib, non c’è posto per voi qui; tornate indietro!”. E un altro gruppo di loro chiedeva al Profeta il permesso di ritirarsi, dicendo: “Le nostre case sono indifese”. In realtà non erano indifese; essi volevano soltanto fuggire». (Sura al-Ahzab, versetti 12-13)

Mentre la situazione era questa da un lato, il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) rimase sdraiato, avvolto nel suo mantello. Vedendolo restare sdraiato così a lungo, l’agitazione dei Compagni aumentò ulteriormente. Poco dopo, nel cuore del Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) si accese una nuova determinazione. Si alzò dicendo «Allahu akbar!» e annunciò: «O musulmani, ascoltate la buona novella dell’aiuto di Allah e della vittoria!»

Il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) elaborò quindi un piano per affrontare la situazione esistente. Inviò un gruppo di musulmani per garantire la sicurezza. Temeva che gli Ebrei, vedendo i musulmani distratti, potessero lanciare all’improvviso un attacco contro le donne e i bambini musulmani. Tuttavia, era necessario adottare una misura decisiva che permettesse di separare tra loro i diversi gruppi nemici. Per raggiungere questo obiettivo, il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) pensò di stipulare un accordo con i due capi dei Banu Ghatafan, Uyayna ibn Hisn e al-Harith ibn Awf.

In base a quell’accordo, ai Banu Ghatafan sarebbe stata concessa una terza dei raccolti prodotti a Medina. Se fosse stato possibile offrire loro tale concessione, gli Ebrei si sarebbero ritirati. Di conseguenza, i musulmani avrebbero potuto affrontare meglio i nemici Quraysh. Si discusse anche di una proposta di questo genere. Tuttavia, quando il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) ne parlò con due illustri Compagni, Sa‘d ibn Mu‘adh e Sa‘d ibn ‘Ubadah, essi espressero un’opinione diversa. Dissero: «O Messaggero di Allah, se questo è un ordine che Allah l’Altissimo ti ha dato, lo accetteremo senza obiezioni. Ma se vuoi fare ciò soltanto per noi, allora ti diciamo che non ne abbiamo bisogno. Quando noi e loro eravamo idolatri, essi non potevano aspettarsi da noi neppure un chicco di grano, se non in cambio dell’ospitalità e del commercio. Ora Allah l’Altissimo ci ha conferito onore e dignità: dovremmo forse dare loro i nostri beni? Per Allah, daremo loro soltanto le nostre spade». Il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) giudicò corretta l’opinione di entrambi i Compagni e disse: «Avevo pensato diversamente. Tutta l’Arabia si è sollevata compatta contro di voi. Proprio per questo, e soltanto per voi, avevo pensato di fare ciò».

Poi, per volontà di Allah, cominciò a manifestarsi la disgregazione tra le schiere nemiche. Nella loro unità comparvero delle crepe e la loro forza si smussò. Nuʿaym ibn Masʿud ibn ʿAmir al-Ashjaʿi, della tribù dei Banu Ghatafan, si recò segretamente dal Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) e disse: «O Messaggero di Allah, ho abbracciato l’Islam, ma non l’ho ancora dichiarato alla mia gente. Dammi un ordine». Il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) disse: «Non puoi intraprendere contro di loro alcuna azione militare, ma cerca, per quanto puoi, di creare divisioni tra loro e di fiaccarne il morale». In guerra, infatti, si ricorre agli stratagemmi.

Dopo aver ascoltato queste parole, il nobile Nuʿaym (che Allah sia soddisfatto di lui) si recò senza indugio dai Banu Qurayza. Un tempo aveva con loro rapporti molto stretti. Giunto da loro, disse: «Sapete che vi amo e che tra noi esiste un rapporto speciale». Essi risposero: «Sì». Nuʿaym disse: «Allora ascoltate: riguardo ai Quraysh, la vostra posizione è diversa dalla mia. Questa è la vostra terra; qui si trovano le vostre case, i vostri beni e le vostre famiglie. Non potete abbandonare tutto questo. Gli uomini dei Quraysh e della tribù di Ghatafan sono venuti a combattere contro i musulmani, e voi intendete sostenerli e dichiarare la vostra solidarietà. Che cosa avete fatto? Che cosa possiedono qui i Quraysh e i Ghatafan? Non hanno né case, né beni, né famiglie. Se ne avranno l’opportunità, intraprenderanno un’azione; altrimenti faranno i bagagli e se ne andranno. E allora rimarrete voi e Muhammad (pace e benedizioni di Allah su di lui). In quel momento, Muhammad (pace e benedizioni di Allah su di lui) si vendicherà di voi come meglio riterrà opportuno». Udendo ciò, i Banu Qurayza rimasero sconvolti e dissero: «Nuʿaym, dicci: che cosa possiamo fare adesso?». Nuʿaym rispose: «Chiedete ai Quraysh di consegnarvi alcuni uomini come ostaggi. Se non lo faranno, non prendete in alcun modo parte alla guerra con loro». Gli uomini della tribù dei Qurayza dissero: «Hai parlato con verità e con grande saggezza».

Dopodiché il nobile Nuʿaym (che Allah sia soddisfatto di lui) si recò direttamente dai capi dei Quraysh. Disse loro: «Non ignorate il mio amore per voi e la sincerità con cui desidero il vostro bene». Dopo aver ascoltato Nuʿaym, essi risposero: «Sì». Il nobile Nuʿaym disse: «Allora ascoltate: gli ebrei si vergognano di aver infranto il patto stipulato con Muhammad. Attualmente hanno concluso tra loro un accordo scritto secondo il quale prenderanno alcuni di voi come ostaggi e li consegneranno a Muhammad. Poi ristabiliranno i propri rapporti con Muhammad. Perciò, se gli ebrei vi chiedono alcuni uomini come ostaggi, non consegnateglieli in alcun modo». In seguito Nuʿaym (che Allah sia soddisfatto di lui) si recò anche dagli uomini della tribù di Ghatafan e, raccontando loro la stessa cosa, li rese sospettosi nei confronti dei Quraysh. Così, nel cuore della notte, i Ghatafan inviarono un messaggio ai Quraysh: «La nostra situazione non è buona; i cavalli e i cammelli stanno morendo. Venite dunque ad attaccare Muhammad tutti insieme. Voi attaccherete da quella parte e noi da questa». Gli ebrei risposero: «Oggi è sabato, come sapete. In passato, quale punizione ricevettero coloro che trasgredirono il precetto della Legge riguardante questo giorno? Inoltre, finché non ci consegnerete alcuni dei vostri uomini come ostaggi, non prenderemo parte alla guerra». Quando il messaggero tornò riferendo la risposta degli ebrei, i Quraysh e i Ghatafan dissero: «Per Allah, Nuʿaym aveva detto la verità». Poi mandarono agli ebrei questo messaggio: «Per Dio, non possiamo inviarvi alcun ostaggio. Attaccate subito dalle vostre posizioni; noi attaccheremo da questa parte». Udendo ciò, gli uomini della tribù dei Qurayza dissero: «Nuʿaym aveva detto proprio la verità». In questo modo nacque la diffidenza tra i due gruppi. Anche tra i soldati delle due parti si diffuse lo scoraggiamento e tra le truppe alleate si produssero delle divisioni.

In quel momento il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) e i musulmani levarono le mani in preghiera ad Allah, il Signore dei mondi. I musulmani pregavano così: «O Allah, proteggici e liberaci dalla nostra afflizione».

Il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) pregava: «O Allah, Tu hai fatto scendere il Libro e presto chiederai conto. Sconfiggi quelle schiere, o Allah; sconfiggile e scuotile». [Bukhari, Kitab al-Jihad, vol. 1, p. 411; Kitab al-Maghazi, vol. 2, p. 590]

Allah, il Signore dei mondi, accolse la supplica del Suo amato Messaggero (pace e benedizioni di Allah su di lui) e dei musulmani devoti. Dopo aver provocato la disgregazione dell’alleanza dei politeisti e aver suscitato tra loro scoraggiamento e reciproca diffidenza, Allah mandò contro di loro un vento impetuoso. Quel vento rovesciò le loro tende, sparse ogni cosa e sradicò i pali delle tende. Nulla rimase al proprio posto. Inoltre, Allah inviò una schiera di angeli. Di conseguenza, i cuori dei miscredenti tremarono e l’enorme influenza dei musulmani si impresse nei loro animi.

In quella notte fredda e tempestosa, il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) inviò Hudhayfa ibn al-Yaman a raccogliere notizie sui miscredenti. Egli vide che i politeisti si preparavano alla fuga. Il nobile Hudhayfa (che Allah sia soddisfatto di lui) tornò e riferì la notizia al Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui). Al mattino si constatò che l’intero campo era deserto. Allah aveva costretto le truppe nemiche a ritirarsi senza ottenere alcun vantaggio. In tal modo Allah mantenne la promessa fatta al Suo amato Messaggero (pace e benedizioni di Allah su di lui) e ai musulmani. Onorò i Suoi amati servi, li aiutò e sconfisse le truppe miscredenti. Dopo la ritirata dei miscredenti, il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) tornò a Medina.

Secondo la narrazione corretta, la battaglia del Fossato ebbe luogo nel mese di Shawwal del quinto anno dell’Egira. I politeisti assediarono i musulmani per un mese, o quasi. Esaminando ogni cosa, risulta che l’assedio iniziò nel mese di Shawwal e terminò nel mese di Dhu al-Qaʿda. Ibn Saʿd riferisce che il giorno in cui il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) tornò dal Fossato era un mercoledì. Mancavano ancora sette giorni alla fine del mese di Dhu al-Qaʿda.

La battaglia del Fossato, o delle Trincee, non fu in realtà una battaglia di sconfitta; al contrario, i musulmani ne uscirono vittoriosi. In questa battaglia non vi fu praticamente alcuno scontro sanguinoso. Tuttavia, essa fu una battaglia decisiva nella storia dell’Islam. In quella battaglia il morale dei politeisti era completamente crollato. Era diventato chiaro che nessuna potenza araba avrebbe potuto annientare la forza in crescita a Medina. In futuro gli idolatri non avrebbero potuto radunare un esercito più numeroso di quello mobilitato nella battaglia del Fossato, né ne erano stati capaci allora. Per questo, dopo essere tornato dalla battaglia del Fossato, il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, disse: «Ora saremo noi ad attaccarli; essi non potranno più attaccarci. Ora il nostro esercito marcerà contro di loro». (Sahih al-Bukhari, vol. 2, p. 590)

La battaglia dei Banu Qurayza

Dopo il ritorno del Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, dal Fossato, durante l’ora della preghiera di zuhr, egli si trovava per un certo tempo nella casa di Umm Salama. In quel momento giunse Gabriele, pace su di lui, e disse: «O Messaggero di Allah, hai deposto le armi, mentre gli angeli non le hanno ancora deposte. Seguendo il tuo popolo, anch’io sono giunto al tuo cospetto. Alzati e parti con i tuoi compagni verso i Banu Qurayza. Io vi precederò. Farò tremare le loro fortezze e getterò paura e terrore nei loro cuori». Dopo aver detto ciò, Gabriele, pace su di lui, partì con gli angeli.

Nel frattempo, il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, fece annunciare per mezzo di un Compagno che coloro che potevano udire l’annuncio e desideravano obbedire avrebbero dovuto recitare la preghiera di asr presso i Banu Qurayza. Poi affidò la supervisione di Medina ad Abd Allah ibn Umm Maktum, che Allah si compiaccia di lui, consegnò lo stendardo ad Ali, che Allah si compiaccia di lui, e partì verso i Banu Qurayza. Quando Ali, che Allah si compiaccia di lui, giunse nei pressi della fortezza dei Banu Qurayza, gli ebrei di quella tribù cominciarono a insultare il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace.

Poco dopo, il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, giunse lì con i Compagni emigrati e gli Ansar. Dapprima si fermò presso uno stagno chiamato Ana. Anche i musulmani, avendo udito l’annuncio della guerra, partirono in direzione della tribù dei Banu Qurayza. Durante il cammino giunse l’ora della preghiera di asr. Alcuni dissero: «Ci è stato ordinato di recitare la preghiera di asr presso i Banu Qurayza; la reciteremo soltanto quando saremo giunti lì». Essi recitarono la preghiera di asr dopo quella di isha. Alcuni altri Compagni, poiché durante il cammino era giunta l’ora della preghiera di asr, la recitarono sul posto. Dissero che il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, aveva ordinato loro di recitarla presso i Banu Qurayza per sottolineare l’importanza di arrivare rapidamente. Quando la questione fu sottoposta al Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, egli non criticò nessuno dei due gruppi.

In breve, i nobili Compagni, divisi in diversi gruppi, raggiunsero i Banu Qurayza e si riunirono con il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace. Dopodiché assediarono le fortezze dei Banu Qurayza. I Compagni erano tremila. Avevano con sé trenta cavalli. Quando l’assedio si fece più rigoroso, Ka’b ibn Asad, il capo degli ebrei, presentò a tutti gli ebrei tre proposte.

Primo: abbracciare l’Islam, entrando nella religione di Muhammad, e proteggere così le proprie vite, i propri beni e le proprie famiglie. Per Allah, ormai vi è chiaro che Muhammad è davvero un profeta e un messaggero, ed è proprio quel profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, la cui venuta è menzionata nei vostri libri.

Secondo: uccidere con le proprie mani i propri familiari e assalire con le spade i musulmani con tutte le proprie forze. Dopodiché, o si otterrà la vittoria oppure si sarà sconfitti. È anche possibile che in battaglia vengano uccisi tutti.

Terzo: assalirli di sabato dopo aver ingannato il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) e i Compagni, poiché saranno certi che quel giorno non ci sarà alcun combattimento.

Alcuni ebrei non accettarono nessuna delle tre proposte menzionate. Irritato da ciò, Ka’b ibn Asad disse: «Dalla vostra nascita dal grembo materno, nessuno di voi ha trascorso neppure una notte usando il buon senso».

Dopo aver respinto tutte e tre le proposte, ai Banu Qurayza rimaneva una sola via: consegnare le armi al Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) e affidare a lui la decisione del proprio destino. Prima di deporre le armi, però, gli ebrei espressero il desiderio di consultarsi con alcuni loro alleati musulmani. Pensavano che, attraverso tale consultazione, avrebbero forse potuto intuire quale sarebbe stata la conseguenza della consegna delle armi ai musulmani. Per questo mandarono al Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) la richiesta di inviare loro Abu Lubaba, dicendo: «Vorremmo consultarlo su alcune questioni». Abu Lubaba era un alleato degli ebrei. Anche il suo giardino e la sua famiglia si trovavano nella zona degli ebrei. Quando Hazrat Abu Lubaba (che Allah sia soddisfatto di lui) arrivò là, le donne e i bambini ebrei gli corsero incontro e cominciarono a piangere disperatamente. Vedendo quella scena, anche i suoi occhi si riempirono di lacrime. Gli ebrei gli chiesero: «Abu Lubaba, vuoi che consegniamo le armi sottoponendoci al giudizio di Muhammad?». Egli rispose: «Sì». Subito dopo indicò la propria gola. Quel gesto significava: «Potete consegnare le armi, ma dopo la resa verrete sgozzati». Non appena fece quel gesto, Hazrat Abu Lubaba ricordò di aver tradito Allah l’Altissimo e il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui). Non appena se ne rese conto, invece di tornare dal Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui), si recò direttamente alla Moschea del Profeta. Poi si legò a una colonna della Moschea del Profeta e giurò che nessuno, se non il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui), avrebbe sciolto con le proprie mani pure quei legami. Promise inoltre che in futuro non sarebbe mai più entrato nel territorio dei Banu Qurayza. Nel frattempo, il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) si interrogava sul ritardo di Abu Lubaba, che aveva inviato come suo messaggero. Dopo aver appreso ogni cosa, disse: «Se fosse tornato da me, avrei pregato Allah per il suo perdono. Ma poiché ha agito in questo modo, ora non potrò sciogliere i suoi legami finché Allah l’Altissimo non avrà accettato il suo pentimento».

Nonostante il gesto di Abu Lubaba, gli ebrei decisero di deporre le armi davanti al Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui). Pensarono che avrebbero accettato qualunque decisione egli avesse preso. In realtà, i Banu Qurayza avrebbero potuto sopportare a lungo le conseguenze dell’assedio. Disponevano di provviste sufficienti, abbondante acqua e solide fortezze. I musulmani, invece, soffrivano il freddo intenso, che faceva gelare il sangue, e la fame, esposti nella pianura aperta. Erano fisicamente e psicologicamente esausti a causa delle numerose battaglie combattute già prima della Battaglia del Fossato. Tuttavia, la guerra contro i Banu Qurayza fu in realtà una guerra psicologica. Allah l’Altissimo aveva impresso nei cuori degli ebrei una profonda soggezione nei confronti dei musulmani. Il loro morale era crollato. Poi, una proclamazione di Hazrat Ali (che Allah sia soddisfatto di lui) li spezzò completamente. Hazrat Ali (che Allah sia soddisfatto di lui) e Hazrat Zubayr ibn al-Awwam avanzarono verso l’insediamento della tribù dei Banu Qurayza. Allora Hazrat Ali (che Allah sia soddisfatto di lui) proclamò con grande coraggio: «Ascoltate, emigranti credenti, ascoltate! Non c’è più tempo da perdere. Per Allah, questa volta berrò anch’io ciò che bevve Hazrat Hamza (che Allah sia soddisfatto di lui), oppure conquisterò la fortezza».

Udendo questa coraggiosa dichiarazione di Hazrat Ali (che Allah sia soddisfatto di lui), i Banu Qurayza non indugiarono oltre. Si arresero al Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) e dissero: «Fate ciò che ritenete meglio». Il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) ordinò: «Legate gli uomini». Sotto la supervisione di Muhammad ibn Maslama al-Ansari, furono legate le mani di tutti gli uomini. Le donne e i bambini furono separati. Gli appartenenti alla tribù degli Aws cominciarono a supplicare il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui): «Ricordate come avete trattato i Banu Qaynuqa. I Banu Qaynuqa erano alleati dei nostri fratelli, i Khazraj, e anche questi sono nostri alleati. Vi preghiamo dunque di essere benevolo verso di loro». Il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) disse: «Sareste soddisfatti se uno dei vostri uomini decidesse la sorte di queste persone?». Essi risposero: «Sì, sì, certamente». Il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) disse: «Sarà Sa’d ibn Mu’adh a decidere la questione». Gli appartenenti alla tribù degli Aws dissero: «Siamo soddisfatti».

Il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) mandò quindi a chiamare Hazrat Sa’d ibn Mu’adh. Egli si trovava a Medina e non aveva potuto venire insieme agli emigranti musulmani. Durante la Battaglia del Fossato, una freccia scagliata da un soldato nemico gli aveva reciso una vena del braccio. Fu portato davanti al Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) sul dorso di un asino. Non appena entrò nella zona dei Banu Qurayza, gli ebrei lo circondarono e cominciarono a dirgli: «O Sa’d, abbi pietà dei tuoi alleati e pronuncia una sentenza favorevole per loro. Il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) ti ha nominato giudice». Hazrat Sa’d rimase in silenzio e non rispose. Infine, esasperato dalle suppliche provenienti da ogni parte, disse: «È giunto il momento che Sa’d non tema, riguardo alla causa di Allah, lo sguardo minaccioso di alcun potente». Udendo queste parole, alcuni uomini corsero subito a Medina e diffusero la notizia che i prigionieri sarebbero stati messi a morte.

Quando Hazrat Sa’d si avvicinò al Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui), questi disse agli ebrei: «Andate incontro al vostro capo». Quando Hazrat Sa’d (che Allah sia soddisfatto di lui) fu condotto davanti al Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui), egli disse: «O Sa’d, essi hanno accettato di sottomettersi alla tua decisione». Hazrat Sa’d (che Allah sia soddisfatto di lui) domandò: «La mia decisione sarà vincolante per loro?». Tutti risposero: «Sì». Egli chiese: «Sarà vincolante anche per i musulmani?». Risposero: «Sì». Domandò ancora: «Sarà vincolante anche per colui che è presente qui?». Disse queste parole indicando il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui), ma non aveva il coraggio di guardare direttamente il suo volto luminoso e maestoso; perciò parlò guardando altrove. Il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) rispose: «Sì, certamente. Sarà vincolante anche per me». Hazrat Sa’d (che Allah sia soddisfatto di lui) disse: «Allora dichiaro che la mia decisione riguardo a loro è questa: gli uomini saranno uccisi, le donne e i bambini saranno fatti prigionieri e i loro beni saranno distribuiti». Il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) disse: «Hai pronunciato riguardo a loro la stessa sentenza che Allah l’Altissimo aveva stabilito sopra i sette cieli».

La decisione di Hazrat Sa‘d ibn Mu‘adh, che Allah sia soddisfatto di lui, fu assolutamente giusta ed equa. Infatti, oltre al terribile tradimento commesso dai Banu Qurayza nel momento più critico, quando la vita dei musulmani era in bilico tra la vita e la morte, essi erano fermamente determinati a sterminare i musulmani, riuscissero o meno nel loro intento. Avevano accumulato millecinquecento spade, duemila lance, trecento corazze e cinquecento scudi da usare contro i musulmani. Dopo la vittoria, i musulmani recuperarono tutte quelle armi.

Dopo questa decisione, per ordine del Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, i Banu Qurayza furono condotti a Medina e tenuti prigionieri nella casa della figlia di Harith, della tribù dei Banu Najjar. Quella donna era la figlia di un uomo chiamato Harith, della tribù dei Banu Najjar. In seguito, nel mercato di Medina, furono scavate delle fosse. Dopo aver scavato profonde fosse o trincee, gli ebrei con le mani legate venivano condotti a gruppi e decapitati, e i loro corpi venivano gettati nelle fosse. Quando ebbe inizio il massacro su larga scala, alcuni ebrei chiesero al loro capo, Ka‘b ibn Asad: «Qual è la tua reazione a ciò che ci viene fatto?». Egli rispose bruscamente: «Non capite proprio nulla? Non vedete che chi viene portato via non ritorna più? Eppure continuano a chiamarne altri. Vengono uccisi: vengono semplicemente portati via e uccisi». In breve, tutti gli ebrei con le mani legate furono uccisi a Medina. Il loro numero era compreso tra seicento e settecento.

Come risultato di questa operazione, quei velenosi serpenti del tradimento furono annientati. Avevano infranto il solenne patto stipulato con i musulmani. Nel tentativo di sterminare i musulmani, avevano collaborato con i nemici in un momento delicato, commettendo un grave crimine di guerra. La pena capitale era l’unica punizione per un crimine tanto grave. Non fu commessa alcuna ingiustizia nei loro confronti.

Con la distruzione dei Banu Qurayza, anche Huyayy ibn Akhtab, il demonio dei Banu Nadir e il principale responsabile della battaglia del Fossato, giunse al culmine della punizione per le proprie azioni. Quest’uomo era il padre della Madre dei Credenti, Hazrat Safiyya, che Allah sia soddisfatto di lei. Dopo il ritiro dei Quraysh e dei Banu Ghatafan, il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, e i musulmani assediarono i Banu Qurayza. Quando furono assediati, anche Huyayy ibn Akhtab fu posto sotto assedio. Infatti, durante la battaglia del Fossato, quest’uomo aveva promesso a Ka‘b ibn Asad che sarebbe rimasto con loro nella loro difficoltà, mentre lo incitava a tradire i musulmani. Ora manteneva la promessa. Quando fu condotto davanti al Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, si vide che il suo abito era stato strappato di un dito in ogni punto. Lo aveva strappato in quel modo per poterlo legare strettamente. Presentatosi davanti al Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, disse: «Ascoltate: non mi pento della mia ostilità nei vostri confronti. Tuttavia, coloro che combattono contro Allah sono destinati alla sconfitta». Poi, rivolgendosi a tutti, disse: «O gente, non c’è motivo di rammaricarsi per il decreto di Allah. Questo è ciò che è stato scritto nel destino: una grande strage che Allah l’Altissimo aveva prescritto per i Figli d’Israele». Quindi si sedette anch’egli e fu decapitato.

In quell’occasione fu uccisa anche una donna dei Banu Qurayza. Questa donna aveva ucciso Khallad ibn Suwayd lanciandogli contro una macina per il grano. Fu uccisa in punizione per quell’omicidio.

Il Messaggero ordinò di uccidere chiunque avesse già sviluppato peli sotto l’ombelico. ‘Atiyya al-Qurazi non aveva ancora sviluppato peli sotto l’ombelico; per questo fu risparmiato. In seguito entrò nell’ombra dell’Islam e rese beata la propria vita.

Hazrat Thabit ibn Qays, che Allah sia soddisfatto di lui, chiese che Zubayr ibn Bata e la sua famiglia fossero affidati a lui come dono. Il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, accolse la richiesta. Allora Thabit ibn Qays disse a Zubayr: «Il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, ha affidato a me te e la tua famiglia. Vi concedo la libertà. D’ora in poi siete liberi». Quando Zubayr ibn Bata seppe che i suoi connazionali erano stati uccisi, disse a Hazrat Thabit ibn Qays: «Thabit, in nome del favore che un tempo ti feci, ti supplico di mandare anche me dai miei amici». Dopo ciò, fu ucciso. Suo figlio, ‘Abd al-Rahman ibn Bata, non fu ucciso; in seguito abbracciò l’Islam. Umm al-Mundhir Salma bint Qays, della tribù dei Banu Najjar, chiese al Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, che Rifa‘a, figlio di Samaw’al al-Qurazi, fosse affidato a lei come dono. Anche questa richiesta fu accolta dal Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, e Rifa‘a fu consegnato a lei. Umm al-Mundhir gli risparmiò la vita. In seguito Rifa‘a abbracciò l’Islam.

Quella notte, prima della resa delle armi, alcuni uomini abbracciarono l’Islam; per questo furono garantite la sicurezza delle loro vite, dei loro beni e delle loro famiglie. Quella notte uscì un uomo chiamato ‘Amr. Quest’uomo non aveva partecipato al tradimento dei Banu Qurayza. Il comandante delle guardie, Hazrat Muhammad ibn Maslama, che Allah sia soddisfatto di lui, lo riconobbe e, dopo averlo identificato, lo lasciò andare. In seguito quell’uomo scomparve e non si ebbero più sue notizie.

Il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, mise da parte un quinto dei beni dei Banū Qurayẓa e distribuì tutto il resto tra i musulmani. Ai cavalieri assegnò tre quote: una per il cavaliere e le altre due per il cavallo. A coloro che erano giunti a piedi fu assegnata una quota. I prigionieri e i bambini furono inviati nel Najd sotto la guida di Ḥazrat Saʿd ibn Zayd al-Anṣārī; in cambio di loro furono acquistati armi e cavalli.

Tra le donne dei Banū Qurayẓa, il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, scelse per sé Rayḥāna bint ʿAmr ibn Khunāfa. Secondo la narrazione di Ibn Isḥāq, questa donna rimase con il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, fino alla sua morte. [Ibn Hishām, vol. 2, p. 245]

Al-Kalbī ha riferito che il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, liberò Rayḥāna e la sposò. Ḥazrat Rayḥāna, che Allah sia soddisfatto di lei, morì dopo che il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, era tornato dal Pellegrinaggio d’Addio. Fu sepolta nel Jannat al-Baqīʿ. [Tanqīḥ al-Fuhūm, p. 12]

Dopo il verificarsi dell’episodio dei Banū Qurayẓa, si avvicinò il momento in cui la supplica del pio servo di Allah, Ḥazrat Saʿd ibn Muʿādh, che Allah sia soddisfatto di lui, sarebbe stata esaudita. Ciò è stato menzionato nella trattazione della battaglia del Fossato. La ferita di Saʿd, che Allah sia soddisfatto di lui, si riaprì. In quel momento egli si trovava nella Moschea del Profeta. Il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, fece erigere per lui una tenda proprio lì, affinché potesse essere assistito e curato da vicino. Ḥazrat ʿĀʾisha, che Allah sia soddisfatto di lei, raccontò: «Quando la ferita si riaprì, nella moschea c’erano alcune tende della tribù dei Banū Ghifār. Vedendo il sangue di Ḥazrat Saʿd, furono allarmati e dissero: “O abitanti delle tende, che cosa succede? Il sangue sta arrivando verso di noi dalla vostra parte”». Osservando attentamente, si vide che il sangue di Ḥazrat Saʿd scorreva incessantemente. Alla fine, Ḥazrat Saʿd ibn Muʿādh, che Allah sia soddisfatto di lui, morì a causa della ferita. [Ṣaḥīḥ al-Bukhārī, vol. 2, p. 591]

È narrato da Ḥazrat Jābir, che Allah sia soddisfatto di lui, nelle raccolte di al-Bukhārī e Muslim che il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, disse: «Alla morte di Saʿd ibn Muʿādh, che Allah sia soddisfatto di lui, il Trono del Misericordioso tremò». [Ṣaḥīḥ al-Bukhārī, vol. 1, p. 536; Muslim, vol. 2, p. 294; Jāmiʿ al-Tirmidhī, vol. 2, p. 225]

L’Imām al-Tirmidhī ha narrato da Ḥazrat Anas, che Allah sia soddisfatto di lui, un ḥadīth, dichiarandolo autentico. In esso è narrato che, dopo che il feretro di Ḥazrat Saʿd fu sollevato, la gente disse: «Com’è leggero il suo feretro!». Il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, disse: «Sono gli angeli a portarlo». [Jāmiʿ al-Tirmidhī, vol. 2, p. 225]

Durante l’assedio dei Banū Qurayẓa, un musulmano subì il martirio. Una donna dei Banū Qurayẓa gli scagliò contro una macina per il grano. Inoltre, Abū Sinān ibn Muḥsin, fratello di Ḥazrat ʿUkāsha, morì durante l’assedio.

Ḥazrat Abū Lubāba, che Allah sia soddisfatto di lui, trascorse sei notti consecutive legato a un pilastro della Moschea del Profeta. Quando giungeva l’ora della preghiera, sua moglie lo slegava; poi, al termine della preghiera, lo legava nuovamente. La mattina del sesto giorno, il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, ricevette la rivelazione che il pentimento di Abū Lubāba era stato accettato. In quel momento il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, si trovava nella casa di Ḥazrat Umm Salama. Ḥazrat Abū Lubāba raccontò: «Umm al-Muʾminīn Ḥazrat Umm Salama, che Allah sia soddisfatto di lei, si fermò sulla porta della sua casa e mi disse: “O Abū Lubāba, rallegrati: Allah l’Altissimo ha accettato il tuo pentimento”». Dopo aver udito ciò, i Compagni si accinsero a slegarlo, ma egli non acconsentì. Disse: «Nessuno scioglierà i miei legami tranne il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace». Il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, sciolse i legami di Abū Lubāba mentre si recava a compiere la preghiera dell’alba.

L’assedio ebbe luogo nel mese di Dhu al-Qa‘da. Esso si protrasse per 256 giorni.[Ibn Hisham, vol. II, pp. 237-238. Per una descrizione dettagliata della battaglia, si vedano Ibn Hisham, vol. II, pp. 233-273; Sahih Bukhari, vol. II, pp. 590-591; Zad al-Ma‘ad, vol. II, pp. 72-73, 74; Mukhtasar al-Siyar, Shaykh Abdullah, pp. 287, 288, 289, 290]

A proposito di Banu Qurayza e della battaglia del Fossato, Allah l’Altissimo fece discendere numerosi versetti nella sura al-Ahzab del Sacro Corano. In essa vengono esaminati diversi aspetti di entrambe le battaglie. Viene descritta la condizione dei credenti e degli ipocriti. Vengono menzionate le discordie e la codardia tra i vari gruppi nemici. Vengono inoltre spiegate le conseguenze del tradimento della Gente del Libro.

Le spedizioni militari dopo le battaglie del Fossato e di Banu Qurayza

1) L’uccisione di Salam ibn Abu al-Huqayq

La kunya di Salam ibn Abu al-Huqayq era Abu Rafi‘. Costui era uno dei più infami criminali tra gli Ebrei: aveva aiutato con ricchezze e vettovaglie coloro che complottavano contro i musulmani. Inoltre, aveva arrecato sofferenza anche al Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace. Per questi motivi, dopo che i musulmani ebbero avuto ragione dei Banu Qurayza, alcuni Compagni della tribù dei Khazraj chiesero il permesso di uccidere Abu Rafi‘. In precedenza, alcuni Compagni della tribù degli Aws avevano partecipato all’uccisione di Ka‘b ibn al-Ashraf; perciò i Compagni dei Khazraj desideravano anch’essi compiere un’azione di quel genere. Chiesero dunque al Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, il permesso di uccidere Abu Rafi‘.[Fath al-Bari, vol. VII, p. 343]

Il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, diede ai Compagni il permesso, ma raccomandò loro con insistenza di non uccidere donne e bambini. Partì quindi per la spedizione un gruppo composto da cinque Compagni. Tutti appartenevano al ramo Banu Salima della tribù dei Khazraj. Il loro comandante fu nominato ‘Abdullah ibn ‘Atik.

Questo piccolo gruppo partì in direzione di Khaybar, poiché proprio lì si trovava la residenza fortificata di Abu Rafi‘. Quando i Compagni arrivarono a Khaybar, il sole era già tramontato. Tutti stavano rientrando a casa con i propri effetti personali. ‘Abdullah ibn ‘Atik disse ai suoi compagni: «Aspettate qui; vado io. Cercherò di entrare con qualche pretesto, parlando con il guardiano della porta». Poi si avviò. Giunto nei pressi della porta, si sedette coprendosi la testa con un panno, in modo da sembrare qualcuno che si fosse accovacciato per urinare. Il guardiano gridò: «O servo di Allah, se vuoi entrare, entra; sto chiudendo la porta».

‘Abdullah ibn ‘Atik racconta: «Entrai e rimasi nascosto. Credendo che tutti fossero entrati, il guardiano chiuse la porta e appese la chiave a un palo. Dopo un po’, quando tutto intorno calò un silenzio assoluto, mi alzai, presi la chiave e aprii la porta. Abu Rafi‘ abitava in una stanza al piano superiore. Lì si tenevano riunioni di svago e divertimento. Quando gli invitati se ne furono andati, cominciai a salire. Ogni volta che aprivo una porta, la richiudevo dall’interno. Pensai: “Anche se qualcuno si accorgerà della mia presenza, ucciderò Rafi‘ prima che possa venire da me”. A un certo punto arrivai vicino ad Abu Rafi‘, ma egli era coricato in una stanza con i figli. La stanza era buia e non riuscivo a capire dove si trovasse Abu Rafi‘. Lo chiamai. Egli domandò: “Chi mi chiama?”. Mi mossi rapidamente verso la voce e lo colpii con la spada. Ma, poiché ero molto agitato, non riuscii a fare ciò che volevo: il colpo andò a vuoto. Abu Rafi‘ cominciò allora a gridare. Uscii rapidamente dalla stanza e, alterando la voce, dissi: “Abu Rafi‘, che cos’è questo grido che ho sentito?”. Egli rispose: “Che tua madre sia rovinata! Proprio ora un uomo mi ha colpito con una spada nella stanza”».

Abdullah ibn Atik racconta: «Questa volta entrai nella stanza e colpii nuovamente Abu Rafi. Il colpo non andò a vuoto e Abu Rafi rimase coperto di sangue. Tuttavia non ero ancora riuscito a ucciderlo. Perciò gli conficcai la punta della spada nell’addome. La punta affilata della spada gli trapassò il ventre fino a fuoriuscire dalla schiena. Pensai tra me e me di averlo ucciso. Dopo questo pensiero cominciai a uscire. Aprii una porta e stavo uscendo. Aprii un’altra porta e misi il piede sul bordo delle scale. Pensavo di essere già arrivato in fondo, ma mi sbagliavo. Caddi all’improvviso di sotto. Era una notte di luna piena. Mi slogai la caviglia. Mi tolsi il turbante e fasciai bene il piede. Poi tornai a sedermi vicino alla porta. Pensai tra me e me: non me ne andrò da qui finché non saprò con certezza se sono davvero riuscito a uccidere Abu Rafi.»

All’alba, dopo il canto del gallo, un uomo salì sul tetto della casa e cominciò ad annunciare ad alta voce: «Annuncio la morte di Abu Rafi, illustre mercante e abitante dell’Hegiaz.»

Abdullah ibn Atik racconta: «Allora andai dai miei compagni nella stanza e dissi loro: “Fuggite! Per volontà di Allah, Abu Rafi è giunto al luogo in cui riceverà la ricompensa per le sue azioni.” Poi arrivammo dal Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, e gli raccontai ogni cosa. Il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, disse: “Stendi il piede.” Io lo stesi, ed egli lo sfiorò leggermente con la mano. Immediatamente mi sembrò che il mio piede non avesse mai avuto alcun dolore.» [Sahih al-Bukhari, vol. 2, p. 577]

Questo è il racconto del Sahih al-Bukhari. Nella narrazione di Ibn Ishaq si riferisce che cinque Compagni entrarono nella casa di Abu Rafi e che tutti parteciparono alla sua uccisione. Colui che colpì il corpo di Abu Rafi si chiamava Abdullah ibn Unays. In questa narrazione si riferisce inoltre che, dopo aver ucciso Abu Rafi durante la notte, l’osso della caviglia di Abdullah ibn Atik si era fratturato. Gli altri Compagni lo sollevarono e si nascosero presso uno stagno vicino alle mura della fortezza. Nel frattempo gli Ebrei accesero un fuoco e accorsero da ogni direzione. Dopo aver cercato a lungo senza trovare nessuno, tornarono nella stanza dell’uomo ucciso. Al loro ritorno, i nobili Compagni trasportarono Abdullah ibn Atik, sostenendolo, fino al Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace. [Ibn Hisham, vol. 2, pp. 284-285]

Questa spedizione militare ebbe luogo nel mese di Dhu al-Qa‘dah o di Dhu al-Hijjah del quinto anno dell’Egira. [Rahmat li-l-‘Alamin, vol. 2, p. 223]

Dopo la battaglia del Fossato e quella dei Banu Qurayza, e dopo l’esecuzione della pena di morte per i criminali di guerra, il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, intraprese una nuova iniziativa. Cominciò a condurre spedizioni contro quelle tribù e quelle persone che ostacolavano la pace e la stabilità. Senza prendere provvedimenti contro di loro, la speranza di raggiungere la pace sarebbe rimasta molto lontana.

2) La spedizione di Muhammad ibn Maslama

Questa fu la prima spedizione militare dopo la battaglia del Fossato e quella dei Banu Qurayza. Vi partecipò un gruppo composto da trenta Compagni.

Questa spedizione fu inviata a Riyāʾ, nella regione di Bakrat, all’interno del Najd. Fu inviata il 10 di Muharram dell’anno dell’Egira. Tra Riyāʾ e Medina vi erano sette notti di distanza. L’obiettivo era un ramo della tribù dei Banū Bakr ibn Kilāb. Quando i musulmani li inseguirono, tutti i nemici fuggirono. I musulmani catturarono numerosi animali da allevamento, tra cui capre, e giunsero a Medina quando mancava ancora un giorno alla fine di Muharram. Catturarono inoltre Tamīma ibn Uthāl al-Hanafī, capo della tribù dei Banū Hanīfa. Tamīma era uscito travestito per assassinare il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, su ordine del falso profeta Musaylima al-Kadhdhāb. [Sīrat Halabiyya, vol. 2, p. 297]

Tuttavia, i musulmani arrestarono Tamīma e lo legarono a uno dei pilastri della Moschea del Profeta. Il Messaggero, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, venne e gli chiese: «Tamīma, che cosa hai con te?». Egli rispose: «O Muhammad, ho con me il bene. Se mi uccidi, ucciderai un uomo il cui corpo porta molto sangue. Se mi mostri clemenza, mostrerai clemenza a uno che non è ingrato. Se desideri ricchezza, dimmi quanto ti occorre». Dopo aver udito queste parole, il Messaggero, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, lo lasciò nella stessa condizione. Quando tornò una seconda volta, gli pose la medesima domanda e Tamīma diede la stessa risposta. Poi, venuto una terza volta, il Messaggero, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, gli pose ancora la stessa domanda, e Tamīma diede la medesima risposta. Dopodiché il Messaggero, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, ordinò: «Liberate Tamīma». Egli fu liberato. Tamīma si recò allora in un palmeto vicino alla Moschea del Profeta, fece il bagno e si purificò; poi venne dal Messaggero, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, e abbracciò l’Islam. Dopo aver abbracciato l’Islam, disse: «Per Allah, sulla terra intera non vi era volto umano che ai miei occhi fosse più odioso del tuo. Ma oggi non vi è volto umano più amato del tuo. Per Allah, in tutto il mondo non vi è religione più amata della tua. I tuoi cavalieri mi catturarono mentre intendevo compiere lʿumra». Il Messaggero, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, gli diede la buona novella e gli ordinò di compierla. Quando giunse presso i Quraysh, essi gli dissero: «Tamīma, sei diventato infedele». Egli rispose: «No, sono diventato musulmano per mano di Muhammad, che Allah lo benedica e gli conceda la pace. Ascoltate: non vi giungerà più alcun grano dallo Yamāma finché il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, non darà il permesso. Lo Yamāma è per gli abitanti della Mecca come un campo». Giunto nel suo paese, Tamīma interruppe l’esportazione di grano verso la Mecca. I Quraysh si trovarono in gravissime difficoltà. Scrissero quindi al Messaggero, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, appellandosi al vincolo di parentela, affinché gli chiedesse di revocare a Tamīma il divieto di esportare grano alla Mecca. Il misericordioso Profeta, Muhammad al-Mustafā, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, lo fece. [Zād al-Maʿād, vol. 2, p. 119; Mukhtaṣar al-Siyar dello Shaykh ʿAbdullāh, pp. 292-293]

3) Spedizione contro i Banū Lihyān

Furono gli uomini della tribù dei Banū Lihyān ad attirare con l’inganno dieci Compagni nel luogo chiamato al-Rajīʿ; ne uccisero otto e vendettero gli altri due agli abitanti della Mecca. Là questi ultimi furono uccisi crudelmente. Poiché il territorio dei Banū Lihyān era vicino alla Mecca, mentre tra i Quraysh e i musulmani era in corso un aspro conflitto, il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, non riteneva opportuno avvicinarsi troppo ai nemici. Nel frattempo, tra i diversi gruppi dei Quraysh si erano aperte divisioni; la loro determinazione nell’opporsi ai musulmani si era notevolmente indebolita ed essi avevano finito per accettare la situazione. Per questo il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, ritenne che fosse giunto il momento di vendicare presso i Banū Lihyān l’uccisione dei martiri di al-Rajīʿ. Nel mese di Rabīʿ al-awwal o di Jumādā al-awwal del sesto anno dell’Egira, il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, partì verso la tribù dei Banū Lihyān con duecento Compagni. A Medina lasciò come suo sostituto ʿAbdullāh ibn Umm Maktūm. Agli altri fu detto che sarebbe partito per la Siria. Il Messaggero giunse dapprima nella valle chiamata Batn Gharrān, situata tra i due luoghi di Umyā e ʿUsfān. Fu proprio lì che i Compagni erano stati uccisi. Il Messaggero pregò là Allah per i Compagni. Nel frattempo, gli uomini della tribù dei Banū Lihyān, avendo appreso dell’arrivo del Messaggero, fuggirono nelle zone montuose. Non fu quindi possibile catturarne alcuno. Il Messaggero, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, rimase lì due giorni. Divise i Compagni in piccoli gruppi e li inviò in diverse zone, ma non riuscirono a trovare nessuno. In seguito il Messaggero, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, si recò a ʿUsfān e da lì inviò dieci Compagni a cavallo verso un luogo chiamato Kurāʿ al-Ghamīm. Furono inviati per informare i Quraysh del suo arrivo. Dopo aver trascorso complessivamente quattordici giorni fuori, il Messaggero, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, fece ritorno a Medina.

Dopo essere tornato da questa spedizione, il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, inviò in successione diverse spedizioni militari. Le presentiamo qui brevemente.

4) Spedizione di Ghamr

Nel mese di Rabīʿ al-awwal o di Rabīʿ al-thānī del sesto anno dell’Egira, il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, inviò quaranta Compagni in una spedizione verso un luogo chiamato Ghamr. Ghamr è il nome di una fonte d’acqua appartenente alla tribù dei Banū Asad. A guidarli fu Ḥazrat Muḥammad ibn Maslama, che Allah si compiaccia di lui. Quando seppero dell’arrivo dei musulmani, i nemici fuggirono. I musulmani portarono a Medina duecento cammelli appartenenti ai nemici.

5) Spedizione di Dhū Qissa (1)

Nel mese di Rabīʿ al-awwal o Rabīʿ ath-thānī del sesto anno dell’Egira, un reparto di dieci Compagni, al comando di Muḥammad ibn Maslama, partì in direzione di un luogo chiamato Dhū Qissa. Questo luogo si trovava nell’area degli insediamenti della tribù dei Banū Thaʿlaba. Il numero dei nemici era di cento. Essi fuggirono e si nascosero. Quando i nobili Compagni si addormentarono, i nemici lanciarono un attacco improvviso e ne uccisero nove. Rimase in vita soltanto il comandante del reparto, Muḥammad ibn Maslama. Ferito, egli tornò a Medina.

Sei) Spedizione di Dhū Qissa (2)

Dopo il martirio dei Compagni del reparto guidato da Muḥammad ibn Maslama, nel mese di Rabīʿ ath-thānī del sesto anno dell’Egira, l’Inviato di Allah (pace e benedizioni su di lui) affidò a Hazrat Abū ʿUbayda (che Allah si compiaccia di lui) il comando e inviò un gruppo di Compagni a Dhū Qissa. Questo reparto, composto da quaranta Compagni, partì verso il luogo in cui i nove Compagni sopra menzionati avevano subito il martirio. Camminarono per tutta la notte e raggiunsero Dhū Qissa. Appena arrivati, iniziarono a cercare i nemici. Questo gruppo di nemici della tribù dei Banū Thaʿlaba fuggì rapidamente verso una zona montuosa. I musulmani non riuscirono in alcun modo a rintracciarli. Fu possibile catturare soltanto un uomo, che anch’egli abbracciò l’Islam. Durante questa spedizione, i musulmani ottennero numerosi capi di bestiame, comprese diverse capre.

Sette) Spedizione di Jamūm

Questa spedizione militare fu inviata nella zona chiamata Jamūm, sotto il comando di Hazrat Zayd ibn Ḥāritha (che Allah si compiaccia di lui), nel mese di Rabīʿ ath-thānī del sesto anno dell’Egira. Jamūm è il nome di una pozza d’acqua appartenente alla tribù dei Banū Sulaym, a Marr az-Zahrān, nell’attuale pianura di Fāṭima. Quando Hazrat Zayd (che Allah si compiaccia di lui) vi giunse, catturò una donna della tribù dei Muzayna, di nome Ḥalīma. La donna indicò ai combattenti un luogo appartenente ai Banū Sulaym. Da lì i musulmani ottennero numerosi animali, comprese capre, e alcuni prigionieri. L’Inviato di Allah (pace e benedizioni su di lui) liberò quella donna e la sposò.

Otto) Spedizione di Ghayth

In questa spedizione il numero dei soldati era di 117. Anche questa spedizione fu inviata, sotto il comando di Hazrat Zayd ibn Ḥāritha (che Allah si compiaccia di lui), nel mese di Jumādā al-awwal del sesto anno dell’Egira, con il medesimo obiettivo. I musulmani entrarono in possesso delle merci di una carovana commerciale dei Quraysh. Quella carovana viaggiava sotto la guida di Hazrat Abū al-ʿĀṣ, genero dell’Inviato di Allah (pace e benedizioni su di lui). Abū al-ʿĀṣ non aveva ancora abbracciato l’Islam. Non fu possibile catturarlo. Fuggì rapidamente, raggiunse Medina e cercò rifugio presso sua moglie Zaynab (che Allah si compiaccia di lei). In seguito le chiese di parlare a suo padre, l’Inviato di Allah (pace e benedizioni su di lui), affinché provvedesse alla restituzione delle merci della carovana confiscata. Hazrat Zaynab (che Allah si compiaccia di lei) riferì a suo padre la richiesta del marito. In seguito alla richiesta di Hazrat Zaynab (che Allah si compiaccia di lei), l’Inviato di Allah (pace e benedizioni su di lui) fece intendere ai Compagni di restituire le merci, senza esercitare alcuna pressione. I nobili Compagni restituirono tutti i beni. Con quelle merci, Abū al-ʿĀṣ tornò alla Mecca, consegnò ai Quraysh tutti i loro beni e poi ritornò a Medina, dove abbracciò l’Islam. L’Inviato di Allah (pace e benedizioni su di lui) affidò Hazrat Zaynab (che Allah si compiaccia di lei) a Hazrat Abū al-ʿĀṣ secondo il matrimonio precedente. [Si veda Sunan Abī Dāwūd]

L’Inviato di Allah (pace e benedizioni su di lui) non rinnovò il matrimonio di sua figlia con suo genero, poiché non era ancora stata rivelata la versetto che proibiva alle donne musulmane di vivere con mariti miscredenti. Tuttavia, in un ḥadīth si narra che l’Inviato di Allah (pace e benedizioni su di lui) celebrò nuovamente il matrimonio tra Hazrat Zaynab e Abū al-ʿĀṣ. Questo ḥadīth non è autentico né per il significato né per la catena di trasmissione. [Tuḥfat al-Aḥwadhī, vol. 2, pp. 195-196] È debole sotto entrambi gli aspetti. Coloro che citano questo ḥadīth debole fanno affermazioni sorprendentemente contraddittorie. Dicono che Abū al-ʿĀṣ abbracciò l’Islam verso la fine dell’ottavo anno dell’Egira, pochi giorni prima della conquista della Mecca. Affermano inoltre che Hazrat Zaynab (che Allah si compiaccia di lei) morì all’inizio dell’ottavo anno dell’Egira. Eppure queste due affermazioni contraddittorie non possono essere accettate. Infatti, in tal caso Hazrat Zaynab (che Allah si compiaccia di lei) non sarebbe stata più in vita al momento in cui Abū al-ʿĀṣ abbracciò l’Islam ed emigrò raggiungendo Medina. In tali circostanze, come avrebbe potuto essere affidata ad Abū al-ʿArs, mediante il matrimonio precedente o mediante un nuovo matrimonio?

Il celebre autore Hazrat Musa ibn Uqba (ra) ha menzionato che questo episodio ebbe luogo nel settimo anno dell’Egira per mano di Abu Basir e dei suoi compagni. Tuttavia, secondo qualsiasi hadith, autentico o debole, questa informazione non è precisa.

Nove) La spedizione di Tarf o Tarq

Questa spedizione fu inviata nell’area di Tarf o Tarq sotto la guida di Hazrat Zayd ibn Haritha (ra), nel mese di Jumada ath-Thani. Essa si trovava nel territorio dei Banu Tha‘labah. Con Hazrat Zayd (ra) c’erano quindici Compagni. I beduini fuggirono non appena ricevettero la notizia. Temevano che stesse arrivando il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace. Hazrat Zayd (ra) prese possesso di quattro cammelli e tornò a Medina dopo quattro giorni.

Dieci) La spedizione di Wadi al-Qura

In questa spedizione i soldati erano dodici. Anche il suo comandante era Hazrat Zayd ibn Haritha (ra). Nel mese di Rajab del sesto anno dell’Egira, egli partì in direzione di Wadi al-Qura. Lo scopo era sorvegliare i movimenti del nemico. Tuttavia, gli abitanti di Wadi al-Qura li attaccarono. Nove Compagni morirono martiri. Tre Compagni, tra cui Hazrat Zayd, sopravvissero. [Rahmatul lil-Alamin, vol. 2, p. 226; Zad al-Ma‘ad, vol. 2, pp. 120, 121, 122; e nota marginale di Talqih al-Fuhum li-Ahadith al-Athar, pp. 28-29, si veda]

Undici) La spedizione di Khubat

Essa fu condotta nel mese di Rajab dell’ottavo anno dell’Egira. Tuttavia, considerando il corso degli eventi, sembra che fosse stata condotta prima del trattato di Hudaybiyya. Hazrat Jabir (ra) riferisce che il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, inviò trecento cavalieri sotto la guida di Hazrat Abu Ubayda ibn al-Jarrah. Lo scopo era cercare una carovana commerciale dei Quraysh. Durante questa spedizione soffrimmo una fame terribile; arrivammo persino a mangiare le foglie degli alberi. Per questo la spedizione fu chiamata Khubat. Le foglie strappate dagli alberi sono chiamate khubat. Poi, oppressi dalla fame estrema, furono macellati in successione nove cammelli, tre alla volta. Dopo ciò Abu Ubayda (la) non permise che venisse macellato nessun altro cammello. In seguito, dal mare si arenò sulla riva un enorme pesce chiamato al-‘Anbar. Per quindici giorni ci cibammo di quella creatura e utilizzammo il suo grasso.

Grazie a ciò la nostra salute tornò alla normalità. Hazrat Abu Ubayda (ra) sollevò una costola dal dorso di quel pesce gigantesco. Da una parte fu condotto il più alto tra i soldati e, dall’altra, il cammello più alto. Poi fecero sedere l’uomo più alto sul dorso del cammello e gli dissero di passare sotto la parte bassa della costola. Cavalcando il cammello, quell’uomo passò agevolmente sotto la costola. Conservammo una parte di quel pesce. Dopo essere arrivati a Medina, ne parlammo con il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace. Egli disse: «Questo è il sostentamento di Allah. Egli lo ha predisposto per voi durante il vostro viaggio. Se avete ancora con voi una parte di questo pesce, datemene da mangiare». Inviammo allora una parte del pesce alla casa del Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace. Qui termina il resoconto dettagliato dell’episodio. [Sahih al-Bukhari, vol. 2, pp. 625-626; Sahih Muslim, vol. 2, pp. 145-146]

Come già detto, dagli sviluppi degli eventi si comprende che questo episodio ebbe luogo prima del trattato di Hudaybiyya. Infatti, dopo quel trattato i musulmani non tentarono di impadronirsi delle carovane commerciali dei Quraysh.

La spedizione contro i Banū al-Muṣṭaliq

Questa spedizione non fu importante dal punto di vista militare. Tuttavia, alla vigilia della spedizione accaddero alcuni eventi che provocarono agitazione e grande clamore nella società islamica. Da una parte, ciò portò allo smascheramento della vera natura degli ipocriti; dall’altra, furono rivelate alcune norme che conferirono alla società islamica caratteristiche e distintività sul piano della dignità. La società islamica assunse una struttura e una fisionomia proprie. Per prima cosa menzioneremo la spedizione, o campagna militare, e in seguito ne esporremo dettagliatamente gli avvenimenti.

Secondo il resoconto degli autori della Sīra, questa spedizione ebbe luogo nel mese di Shaʿbān del quinto o del sesto anno dell’Egira. [Come argomento è stato osservato che l’episodio dell’Ifk ebbe luogo proprio durante il viaggio di ritorno da questa spedizione: cioè, fu diffamato falsamente il nome di ʿĀʾisha, che Allah sia soddisfatto di lei. L’episodio si verificò dopo il matrimonio del Messaggero di Allah con Zaynab, che Allah sia soddisfatto di lei, e dopo la rivelazione dell’obbligo del velo per le donne musulmane. Zaynab, che Allah sia soddisfatto di lei, si sposò verso la fine del quinto anno dell’Egira, cioè nel mese di Dhū al-Qaʿda o di Dhū al-Ḥijja. È unanimemente riconosciuto che questa spedizione ebbe luogo nel mese di Shaʿbān. Pertanto, non poté essere lo Shaʿbān del quinto anno dell’Egira, bensì quello del sesto. D’altra parte, coloro che collocano questa spedizione nello Shaʿbān del quinto anno dell’Egira adducono il seguente argomento: nel ḥadīth riguardante l’Ifk, nel resoconto dell’episodio si menziona Saʿd ibn Muʿādh, il quale morì verso la fine del quinto anno dell’Egira, dopo la spedizione contro i Banū Qurayẓa. Per questo motivo, la sua presenza al momento dell’episodio dell’Ifk dimostrerebbe che questa spedizione ebbe luogo non nel sesto anno, ma nel quinto.] In seguito, il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, venne a sapere che al-Ḥārith ibn Abī Ḍirār, capo dei Banū al-Muṣṭaliq, stava venendo a combattere contro i musulmani insieme alla propria tribù e ad altre tribù arabe. Per verificare la veridicità della notizia, inviò Burayda ibn al-Ḥuṣayb al-Aslamī, che Allah sia soddisfatto di lui. Egli si recò da al-Ḥārith ibn Abī Ḍirār e conversò con lui. Al suo ritorno informò il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, di tutto quanto aveva appreso.

La prima parte ha risposto affermando che la menzione di Saʿd ibn Muʿādh nel ḥadīth dell’Ifk è un errore del rāwī, cioè del narratore. Infatti, questo stesso ḥadīth fu trasmesso da Ibn ʿUtba da ʿĀʾisha. La catena di trasmissione è: da ʿĀʾisha, che Allah sia soddisfatto di lei, a ʿAbd Allāh ibn ʿUtba, e da ʿAbd Allāh ibn ʿUtba ad al-Zuhrī. In essa, al posto di Saʿd ibn Muʿādh, è menzionato Usayd ibn Ḥuḍayr. L’Imām Abū Muḥammad ibn Ḥazm afferma: «Senza dubbio questa è la versione autentica; la menzione di Saʿd ibn Muʿādh è frutto dell’immaginazione». (Vedi Zād al-Maʿād, vol. II, p. 115.) Sebbene l’argomentazione della prima parte sembri piuttosto forte, tanto che inizialmente anch’io la condivisi, riflettendo si comprende che il punto fondamentale di questa interpretazione è che il matrimonio del Messaggero di Allah con Zaynab, che Allah sia soddisfatto di lei, ebbe luogo verso la fine del quinto anno dell’Egira. A questo proposito non si trova alcuna prova esplicita, salvo alcune indicazioni. Eppure, sia nell’episodio dell’Ifk sia nella successiva presenza di Saʿd ibn Muʿādh, morto nel quinto anno dell’Egira, vi sono elementi attestati da diverse narrazioni autentiche. È difficile definire tali narrazioni frutto dell’immaginazione. Pertanto, la verità è che il matrimonio di Zaynab, che Allah sia soddisfatto di lei, ebbe luogo verso la fine del quarto anno o all’inizio del quinto anno dell’Egira. È questa la posizione esposta in seguito. L’episodio dell’Ifk e la spedizione militare contro i Banū al-Muṣṭaliq ebbero luogo nel mese di Shaʿbān del quinto anno dell’Egira. Nel frattempo, il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, venne a sapere che al-Ḥārith ibn Abī Ḍirār, capo dei Banū al-Muṣṭaliq, stava venendo a combattere contro i musulmani insieme alla propria tribù e ad altre tribù arabe. Per verificare la veridicità della notizia, inviò Burayda ibn al-Ḥuṣayb al-Aslamī, che Allah sia soddisfatto di lui. Egli si recò da al-Ḥārith ibn Abī Ḍirār e conversò con lui. Al suo ritorno informò il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, di tutto quanto aveva appreso.

Dopo aver appreso ogni cosa ed essersene accertato, il Messaggero ordinò ai nobili Compagni di prepararsi. La spedizione ebbe luogo immediatamente. I Compagni partirono il due di Shaʿbān. In questa spedizione accompagnarono il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, anche alcuni ipocriti, i quali in precedenza non avevano partecipato ad alcuna guerra. Il Messaggero affidò la responsabilità dell’amministrazione di Medina a Zayd ibn Ḥāritha, secondo un’altra versione ad Abū Dharr, e secondo un’altra ancora a Numayla ibn ʿAbd Allāh al-Laythī, che Allah sia soddisfatto di lui. Quando al-Ḥārith ibn Abī Ḍirār e i suoi compagni vennero a sapere della partenza del Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, furono presi da grande paura. Avevano anche appreso che la loro spia inviata era stata uccisa. Gli uomini delle diverse tribù che accompagnavano al-Ḥārith si dispersero. Quando il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, giunse davanti allo stagno di al-Muraysīʿ [al-Muraysīʿ è il nome di uno stagno dei Banū al-Muṣṭaliq sulla costa marina della regione di Qudayd. Vedi Ṣaḥīḥ al-Bukhārī, Kitāb al-ʿItq, vol. I, p. 345, e Fatḥ al-Bārī, vol. VII, p. 431], la tribù dei Banū al-Muṣṭaliq si preparò alla battaglia. Anche il Messaggero, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, e i Compagni si prepararono.

Il comandante dell’intero esercito islamico era Abū Bakr al-Ṣiddīq, che Allah sia soddisfatto di lui. Lo stendardo degli Anṣār fu affidato a Saʿd ibn ʿUbāda, che Allah sia soddisfatto di lui. Per qualche tempo si scambiarono frecce. Poi, agli ordini del Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, i nobili Compagni attaccarono all’unisono e riportarono la vittoria. Alcuni politeisti furono uccisi. Le donne e i bambini furono fatti prigionieri. Anche le greggi, comprese le capre, passarono in possesso dei musulmani. Tra i musulmani vi fu un solo morto: un Anṣārī lo aveva colpito per errore, scambiandolo per un uomo dello schieramento nemico.

Gli autori della Sīra hanno scritto soltanto questo riguardo a questa guerra. L’Allāma Ibn al-Qayyim ha respinto tali resoconti, considerandoli frutto dell’immaginazione. Ha scritto che in questa spedizione non vi fu combattimento; piuttosto, i musulmani attaccarono i nemici e si impadronirono delle donne, dei bambini e delle greggi. In Ṣaḥīḥ al-Bukhārī si riferisce che, quando il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, attaccò i Banū al-Muṣṭaliq, essi erano distratti, cioè non erano preparati a un attacco di questo tipo. Vedi il ḥadīth. [Ṣaḥīḥ al-Bukhārī, Kitāb al-ʿItq, vol. I, p. 345; Fatḥ al-Bārī, vol. VII, p. 431]

Tra i prigionieri c’era anche Juwayriya (che Allah sia soddisfatto di lei). Era figlia di al-Harith ibn Abi Dhirar, capo della tribù dei Banu Mustaliq. Era di proprietà di Thabit ibn Qays. Thabit stipulò con Juwayriya un contratto di mukātaba. [Il termine «mukātaba» indica lo schiavo o la schiava che stipula con il proprio padrone un accordo secondo il quale otterrà la libertà dopo aver pagato una somma prestabilita.] In seguito, il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, la liberò pagando la somma stabilita e la sposò. A causa di questo matrimonio, i musulmani liberarono cento famiglie dei Banu Mustaliq. Tutti costoro abbracciarono l’Islam. Furono liberati in quanto appartenenti alla famiglia acquisita del Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace. [Zād al-Maʿād, vol. 2, pp. 112-113; Ibn Hishām, vol. 2, pp. 289-290, 294-295]

Questa è la descrizione della battaglia. È necessario menzionare anche gli altri avvenimenti verificatisi durante questa guerra. Tra questi, in particolare, va ricordato l’episodio della calunnia. Il responsabile di questo episodio fu il capo degli ipocriti, ʿAbdullah ibn Ubayy. Furono infatti questo ipocrita e i suoi compagni a diffondere tale calunnia. Perciò, dapprima si farà brevemente luce sul loro vergognoso ruolo nella società islamica e poi si esporranno dettagliatamente gli avvenimenti.

Il ruolo degli ipocriti prima della battaglia dei Banu Mustaliq

È stato già ricordato più volte che ʿAbdullah ibn Ubayy era ostile all’Islam e ai musulmani in generale, e al Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, in particolare. Le tribù degli Aws e dei Khazraj si erano unite confidando nella sua leadership. Erano stati predisposti anche i preparativi per la sua incoronazione. Si stava preparando una corona regale da porre sul capo di ʿAbdullah ibn Ubayy. Fu allora che il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, giunse a Medina con lo splendore della sua luce rivoluzionaria. Di conseguenza, l’attenzione di tutti gli strati della popolazione di Medina si distolse da ʿAbdullah. Quest’uomo cominciò allora a pensare che fosse proprio il Messaggero di Allah ad avergli sottratto il regno.

L’espressione del rancore e dell’ira di ʿAbdullah ibn Ubayy si manifestò già all’inizio dell’Egira del Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace. A quel tempo non aveva ancora mostrato esteriormente la propria sottomissione all’Islam. Anche quando in seguito manifestò esteriormente la propria adesione all’Islam, il suo atteggiamento non cambiò. Prima che mostrasse esteriormente la propria adesione all’Islam, un giorno il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, si recava a far visita a Saʿd ibn ʿUbāda cavalcando un asino.

Lungo la strada, il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, passò accanto a un’assemblea di persone. Tra loro vi era anche il futuro ipocrita ʿAbdullah ibn Ubayy. Costui si coprì il naso con il mantello e disse: «Non sollevare polvere su di noi». Il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, recitava le sacre parole di Allah agli uomini dell’assemblea. ʿAbdullah ibn Ubayy disse: «Resta seduto in casa tua e non venire a disturbarci nella nostra riunione». [Ibn Hishām, vol. 2, pp. 584, 587; Sahīh al-Bukhārī, vol. 2, p. 924; Sahīh Muslim, vol. 2, p. 109]

Questo avvenne prima che manifestasse esteriormente la propria adesione all’Islam. Dopo la battaglia di Badr, ʿAbdullah ibn Ubayy abbracciò l’Islam, fiutando da che parte tirava il vento. Tuttavia, anche dopo aver abbracciato l’Islam, quell’uomo spregevole rimase nemico di Allah l’Altissimo, del Suo amato Messaggero e dei musulmani. Non risparmiò il minimo sforzo nel creare disordine nella società islamica e nell’indebolire la voce dell’Islam. Continuò sistematicamente le sue attività ostili all’Islam. Aveva rapporti sinceri e stretti con i nemici dell’Islam. Nel caso della tribù dei Banu Qaynuqa, ʿAbdullah ibn Ubayy intervenne in modo estremamente sconveniente. Questo è già stato illustrato in precedenza. Allo stesso modo, quel malvagio si adoperò con tutte le sue forze, anche durante la battaglia di Uhud, per creare divisione, disordine, sconforto e anarchia tra i musulmani. Anche questo è già stato narrato in precedenza.

Dopo aver abbracciato l’Islam, ogni venerdì, prima che il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, pronunciasse il sermone, questo ipocrita si alzava in piedi nella Moschea del Profeta e diceva: «O gente, egli è il Messaggero di Allah tra voi; tramite lui Allah l’Altissimo vi ha conferito dignità e onore. Perciò, aiutatelo, rafforzatelo, ascoltatelo e obbeditegli». Dopo aver pronunciato queste parole, si sedeva. In seguito, la sua impudenza e la sua ostinazione raggiunsero un punto tale che pronunciò parole dello stesso tenore persino durante il primo venerdì dopo la battaglia di Uhud. Eppure tutti erano a conoscenza del suo ruolo contrario all’Islam nella battaglia di Uhud. Questa volta, mentre parlava, i musulmani lo afferrarono per i vestiti da varie parti e gli dissero: «O nemico di Allah, siediti! Dopo ciò che hai fatto, non si addicono alla tua bocca parole simili». Di fronte a questa opposizione, uscì altezzosamente, facendo passi lunghi. Mentre se ne andava, borbottava: «Mi sono alzato per aiutarli, e sembra quasi che abbia commesso un crimine. Ho forse detto qualcosa di sbagliato?». Alla porta incontrò un ansārī, che gli disse: «Che tu possa essere rovinato! Torna indietro. Il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, pregherà Allah di perdonarti». Egli rispose: «Per Dio, non desidero che egli preghi Allah di perdonarmi». [Ibn Hishām, vol. 2, p. 105]

Inoltre, ʿAbdullah ibn Ubayy strinse rapporti anche con la tribù dei Banū Naḍīr e, insieme a loro, continuò a tramare segretamente contro i musulmani.

Allo stesso modo, ʿAbdullah ibn Ubayy e i suoi compagni continuarono a ordire ogni sorta di complotto per creare disordine tra i musulmani e influenzarli durante la battaglia del Fossato. A questo proposito, Allah l’Altissimo dice nella sūra al-Aḥzāb: «E un gruppo di loro disse: “O abitanti di Yathrib, qui non c’è posto per voi; tornate indietro!”. Un altro gruppo di loro chiedeva al Profeta il permesso di andarsene, dicendo: “Le nostre case sono esposte”, mentre esse non erano esposte. Essi volevano soltanto fuggire. Se i nemici fossero entrati in città da ogni parte e li avessero invitati alla ribellione, vi si sarebbero certamente precipitati, senza esitare. Eppure in precedenza avevano stretto un patto con Allah, impegnandosi a non voltare le spalle. Del patto stretto con Allah dovranno certamente rendere conto. Di’: “La fuga non vi sarà di alcuna utilità, se fuggite per paura della morte o dell’uccisione; in tal caso godrete solo per breve tempo”. Di’: “Chi potrà proteggervi da Allah, se Egli vuole per voi un male, o vuole concedervi una misericordia? Essi non troveranno, all’infuori di Allah, né protettore né soccorritore”. Allah conosce bene coloro tra voi che ostacolano gli altri dal partecipare alla battaglia e dicono ai loro fratelli: “Venite con noi!”. Essi prendono parte alla battaglia solo raramente, e, quando lo fanno, sono avari nei vostri confronti. Quando sopraggiunge il pericolo, li vedrai guardarti con gli occhi stravolti, come quelli di chi sta per morire. Ma quando il pericolo è passato, vi colpiscono con le loro lingue taglienti, bramosi di bottino. Essi non hanno creduto; perciò Allah ha vanificato le loro opere, e ciò è facile per Allah. Essi pensano che gli alleati non se ne siano andati e, se gli alleati tornassero, vorrebbero trovarsi tra i beduini nomadi a chiedere vostre notizie. Anche se fossero rimasti tra voi, avrebbero combattuto ben poco”.» (Sūra al-Aḥzāb, versetti 13-20).

Nei versetti sopra citati è stato delineato un quadro completo delle idee, dei pensieri, delle azioni, dello stato d’animo e dell’egoismo degli ipocriti; in breve, del loro carattere opportunista.

Nonostante tutto ciò, gli ebrei, gli ipocriti e i politeisti, vale a dire tutti i nemici dell’Islam, avevano compreso molto bene che la causa della vittoria dell’Islam non era la forza materiale né l’abbondanza di armi. Questa vittoria risiedeva in realtà nell’obbedienza ad Allah e nei valori morali. Grazie a essa, l’intera società islamica e tutti coloro che erano legati all’Islam conseguivano il successo. Questi nemici dell’Islam sapevano inoltre che la fonte di tutti questi successi era la personalità del Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, il cui carattere e la cui personalità costituivano un modello senza pari.

Dopo aver tentato per cinque anni, tutti questi nemici dell’Islam avevano capito che non era possibile annientare con le armi i seguaci di questa religione. Probabilmente giunsero quindi alla conclusione che avrebbero potuto condurre un’ampia propaganda contro questa religione, infangandola sul piano morale. A questo scopo scelsero proprio il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace. Poiché gli ipocriti vivevano tra i musulmani e risiedevano a Medina, avevano facilmente l’opportunità di frequentarli. Per questo riuscivano facilmente a ferire i sentimenti dei musulmani. Così gli ipocriti si assunsero personalmente il compito di questa propaganda. Il capo degli ipocriti, ʿAbdullah ibn Ubayy, si prese personalmente la responsabilità di tale propaganda.

Questo piano e questa cospirazione si manifestarono una volta quando, dopo che Zayd ibn Ḥāritha, che Allah sia soddisfatto di lui, ebbe divorziato da Zaynab, che Allah sia soddisfatto di lei, il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, la sposò. Secondo l’usanza degli Arabi, il figlio adottivo era considerato come un figlio naturale e sua moglie era ritenuta proibita come la moglie del proprio figlio. Perciò, dopo che il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, sposò Zaynab, che Allah sia soddisfatto di lei, gli ipocriti iniziarono a fare propaganda contro di lui. In questo modo trovarono due efficaci argomenti per la loro diffamazione.

Primo: Zaynab, che Allah sia soddisfatto di lei, era la quinta moglie del Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace. Eppure il Sacro Corano non permetteva a un musulmano di avere più di quattro mogli. Come poteva dunque essere lecito questo matrimonio del Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace?

Secondo: Zaynab, che Allah sia soddisfatto di lei, era la moglie di Zayd, che Allah sia soddisfatto di lui, il figlio adottivo del Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace. Secondo l’usanza degli Arabi, sposare la moglie del proprio figlio adottivo era quindi un crimine grave e un peccato enorme. I propagandisti diffusero molta propaganda a questo proposito e misero in giro ogni sorta di voce. Dicevano persino che Muḥammad aveva visto Zaynab all’improvviso e che, colpito a tal punto dalla sua bellezza, se ne era innamorato subito. Dopo averlo scoperto, suo figlio adottivo Zayd avrebbe spianato a Muḥammad la strada verso Zaynab.

Gli ipocriti avevano diffuso questa storia in modo tale che le discussioni e le controversie al riguardo erano ancora in corso. Questa propaganda aveva esercitato un’influenza così grande sulle menti dei musulmani semplici e ingenui che, alla fine, Allah l’Altissimo fece scendere dei versetti a questo proposito, dando un’adeguata risposta alla questione. L’importanza dell’argomento si comprende anche dal fatto che, proprio all’inizio della sura al-Ahzab, Allah, il Signore dei mondi, lo menziona dicendo: «O Profeta, temi Allah e non obbedire ai miscredenti e agli ipocriti. Allah è Onnisciente, Saggio». (Sura al-Ahzab, versetto 1)

Qui si fa riferimento alle attività degli ipocriti e se ne traccia brevemente il profilo. Il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, sopportava tali attività degli ipocriti con pazienza, tolleranza e mitezza. Anche i musulmani comuni trascorrevano i loro giorni con pazienza, proteggendosi dalle attività degli ipocriti. Sapevano infatti che Allah l’Altissimo li avrebbe umiliati e disonorati in vari modi. Come dice Allah l’Altissimo: «Non vedono forse che ogni anno sono colpiti una o due volte da una calamità? E tuttavia non si pentono né traggono ammonimento». (Sura al-Tawba, versetto 126)

Le attività degli ipocriti durante la spedizione contro i Banu Mustaliq

Anche gli ipocriti parteciparono alla spedizione militare contro i Banu Mustaliq. Nel Libro Santo, Allah l’Altissimo ha descritto ciò che fecero durante questa spedizione: «Se fossero usciti con voi, non avrebbero fatto altro che accrescere la vostra confusione e si sarebbero affrettati a seminare discordia tra voi». (Sura al-Tawba, versetto 47)

Durante questa spedizione si presentarono loro due occasioni per dare sfogo al rancore accumulato nei confronti dei musulmani. Crearono grande agitazione e disordine tra i musulmani e condussero una vile campagna di calunnie contro il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace. Ecco, in breve, il resoconto dei due episodi:

1) La proposta di espellere il più spregevole

Al termine della spedizione militare contro i Banu Mustaliq, il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, si era fermato presso lo stagno di al-Muraysi‘. In quel momento alcune persone andarono allo stagno per attingere acqua. Tra loro c’era anche un servo di ʿUmar, che Allah si compiaccia di lui, di nome Jahja al-Ghifari. Mentre andava a prendere l’acqua, ebbe dapprima uno scambio di parole con Sinan ibn Awbar al-Juhani, poi i due vennero alle mani. Allora al-Juhani gridò: «O Ansar, aiutateci!». Anche Jahja gridò: «O Muhajirun, aiutatemi!». Non appena ne fu informato, il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, si recò da loro e disse: «Sono qui tra voi e voi gridate come ai tempi dell’ignoranza? Lasciatelo, è una cosa fetida».

Quando venne a sapere dell’accaduto, ʿAbdullah ibn Ubayy esplose d’ira. Disse: «Hanno davvero osato fare una cosa simile? È diventato nostro avversario e nostro nemico nel nostro stesso territorio? La nostra situazione dimostra la veridicità dell’antico proverbio: allevate e ingrassate il vostro cane affinché possa mordervi e sbranarvi. Ascoltate: quando arriveremo a Medina, il più rispettabile tra noi espellerà da Medina il più spregevole». Poi, rivolgendosi ai presenti, disse: «Siete voi ad aver attirato questa calamità su di voi. Gli avete permesso di abitare nella vostra città e gli avete dato una parte delle vostre ricchezze. Ebbene, se smettete di dargli ciò che possedete, lascerà la vostra città e se ne andrà altrove».

In quel momento era presente anche un giovane Compagno, Zayd ibn Arqam. Egli andò da suo zio e gli riferì tutto. Suo zio informò il Messaggero di Allah. In quel momento era presente anche Umar. Egli disse: «O Messaggero di Allah, ordina a Ubbad ibn Bishr di ucciderlo». Il Messaggero di Allah disse: «Umar, come sarebbe possibile? Muhammad dovrebbe uccidere i propri Compagni? Piuttosto, annuncia che dobbiamo partire da qui». Non era il momento abituale per mettersi in viaggio. In simili circostanze il Messaggero di Allah non partiva mai. Quando i Compagni iniziarono il viaggio, si recarono dal Messaggero di Allah, lo salutarono e dissero: «Oggi siete partito in un momento insolito». Egli disse: «Sai tutto ciò che ha detto il vostro compagno?». Usayd disse: «Che cosa ha detto?». Egli rispose: «Ha detto che, una volta giunti a Medina, il più onorato avrebbe espulso da Medina il più vile». Usayd disse: «O Messaggero di Allah, se vuoi, espellilo da Medina. Per Allah, egli è vile e tu sei onorato». Poi aggiunse: «O Messaggero di Allah, trattalo con benevolenza. Per Allah, Allah ti ha condotto tra noi in un momento in cui i suoi concittadini avevano già preparato una corona di gemme e perle per la sua cerimonia d’incoronazione. Per questo egli pensa che sia stato tu a sottrargli il regno».

Il Messaggero di Allah continuò poi a camminare senza sosta da quella mattina fino al pomeriggio, e fino a quando, il giorno seguente, il sole fu già molto alto. Dopo aver ordinato la sosta, non appena tutti ebbero appoggiato il corpo a terra, si addormentarono profondamente. Era proprio ciò che il Messaggero di Allah desiderava. Non voleva che i Compagni si sedessero comodamente a chiacchierare.

Nel frattempo, Abd Allah ibn Ubayy venne a sapere che Zayd ibn Arqam aveva rivelato tutto. Allora si presentò dal Messaggero di Allah e cominciò a giurare. Diceva: «Ciò che avete sentito non è vero; non ho mai detto quelle cose, in nessun momento. Non ho mai pronunciato parole simili». Gli Ansar presenti dissero: «O Messaggero di Allah, Zayd è ancora un ragazzo. Forse ha sentito male. Zayd non ha ricordato bene ciò che ha detto Abd Allah. Perciò avete creduto a tutto ciò che avete sentito riguardo ad Abd Allah ibn Ubayy».

Zayd ibn Arqam racconta: «Dopo ciò ero così afflitto come non lo ero mai stato prima. Per il dolore rimasi in casa. Poi Allah fece scendere la sura al-Munafiqun. In quella sura Allah attestò: “Essi dicono: Non spendete per coloro che sono presso il Messaggero di Allah, finché non si allontanino”».

Allah dice inoltre: «Essi dicono: Quando torneremo a Medina, certamente il più potente espellerà da essa il più debole».

Zayd racconta: «Dopo la rivelazione di questo versetto, il Messaggero di Allah mandò qualcuno a chiamarmi. Mi fece recitare il versetto rivelato e poi disse: “Allah ha attestato la veridicità delle tue parole”». [Sahih al-Bukhari, vol. 1, p. 499; vol. 2, pp. 227, 228, 229; Ibn Hisham, vol. 2, pp. 290, 291, 292.]

Questo ipocrita aveva anch’egli un figlio di nome Abd Allah. Egli era completamente diverso da suo padre: era un Compagno estremamente pio e di nobile carattere. Dopo aver reciso i rapporti con suo padre, andò alla porta di Medina e rimase lì in piedi con la spada in mano. Quando suo padre, Abd Allah ibn Ubayy, giunse sul posto, gli disse: «Per Allah, finché il Messaggero di Allah non darà il permesso, non potrai fare neppure un passo avanti. Il Messaggero di Allah è onorato, mentre tu sei umiliato». In seguito il Messaggero di Allah si recò lì e concesse al capo degli ipocriti il permesso di entrare a Medina. Questo stesso Abd Allah aveva detto al Messaggero di Allah: «O Messaggero di Allah, se vuoi ucciderlo, dimmelo. Per Allah, ti porterò la sua testa davanti». [Ibn Hisham, Mukhtasar al-Sirah, Shaykh Abd Allah, p. 277]

2) L’episodio dell’Ifk

Un altro aspetto importante di questa spedizione è l’episodio dell’“ifk”, cioè la calunnia contro l’onore. Il fatto si svolse così: quando il Messaggero di Allah (che Allah lo benedica e gli conceda la pace) si preparava a partire per un viaggio, tirava a sorte tra i nomi delle sue mogli. Colei il cui nome usciva veniva scelta come compagna di viaggio. In occasione di questa spedizione uscì il nome di Aisha (che Allah sia soddisfatto di lei).

Il Messaggero di Allah (che Allah lo benedica e gli conceda la pace) la portò con sé. Sulla via del ritorno fece una sosta in un luogo. Lei aveva preso in prestito quella collana da sua sorella. Quando si accorse che la collana non c’era, andò subito a cercarla. Nel frattempo, il Messaggero di Allah (che Allah lo benedica e gli conceda la pace) e i Compagni partirono in direzione di Medina. Coloro che ponevano l’hawdaj di Aisha (che Allah sia soddisfatto di lei) sul dorso del cammello pensarono che ella fosse dentro la portantina. Perciò la sollevarono e la fissarono sul dorso del cammello. Non pensarono al fatto che l’hawdaj non fosse molto pesante. Aisha (che Allah sia soddisfatto di lei), ancora giovane, era esile e leggera. Poiché furono in diversi a sollevare l’hawdaj, non si accorsero che dentro non c’era nessuno. Se fossero stati soltanto in due o tre a sollevarlo, forse avrebbero notato che era leggero.

In breve, quando Aisha (che Allah sia soddisfatto di lei) tornò al luogo della sosta dopo aver cercato la collana, vide che tutti erano partiti e che il campo era deserto. Si sedette pensando che, non trovandola, qualcuno sarebbe certamente tornato a cercarla. In verità, accade sempre ciò che Allah l’Altissimo vuole. Aisha (che Allah sia soddisfatto di lei) si sdraiò e dopo un po’ si addormentò. Al sentire: «In verità apparteniamo ad Allah e a Lui ritorneremo; la moglie del Messaggero di Allah?», Aisha (che Allah sia soddisfatto di lei) si svegliò. Quelle parole le aveva pronunciate Safwan ibn Mu’attal (che Allah sia soddisfatto di lui). Egli dormiva molto profondamente e anche questo Compagno, incline al sonno, era rimasto indietro. Riconobbe Aisha (che Allah sia soddisfatto di lei) appena la vide, poiché l’aveva vista prima della rivelazione dell’obbligo del velo. Recitò «In verità apparteniamo ad Allah» e condusse la propria cavalcatura da Aisha (che Allah sia soddisfatto di lei), facendola sedere su di essa. Aisha (che Allah sia soddisfatto di lei) vi salì. Safwan non pronunciò una sola parola oltre a «In verità apparteniamo ad Allah» e non le fece neppure una domanda. In silenzio, tenendo la corda del cammello e camminando, raggiunse la carovana.

Era esattamente mezzogiorno. Tutti i membri della carovana si stavano riposando. Vedendo arrivare Safwan in quel modo, tra i Compagni iniziarono discussioni e commenti. Il nemico di Allah, Abdullah ibn Ubayy, ebbe l’occasione di dare sfogo al rancore che portava nel cuore. Ebbe così l’opportunità di ravvivare ancora di più il fuoco dell’odio e dell’invidia che covava dentro di sé. Cominciò a diffondere calunnie contro la moglie del Messaggero di Allah. Anche i suoi compagni iniziarono a diffondere varie voci per compiacerlo. Dopo il loro arrivo a Medina, la calunnia fu amplificata e si diffuse sempre più. Il Messaggero di Allah (che Allah lo benedica e gli conceda la pace) ascoltò tutto e rimase in silenzio; non disse nulla al riguardo. Per diversi giorni non giunse neppure alcuna rivelazione. Vedendo questa situazione, il Messaggero di Allah (che Allah lo benedica e gli conceda la pace) consultò i Compagni più vicini sulla possibilità di separarsi da Aisha (che Allah sia soddisfatto di lei). Ali (che Allah sia soddisfatto di lui) lasciò intendere che avrebbe dovuto separarsi da lei e sposare un’altra donna. Usama (che Allah sia soddisfatto di lui) e alcuni altri Compagni dissero: «O Messaggero di Allah, non divorziare da Aisha; non dare ascolto alle parole dei nemici». Allora il Messaggero di Allah (che Allah lo benedica e gli conceda la pace) si recò sul minbar della Moschea del Profeta e richiamò l’attenzione dei Compagni, chiedendo loro di liberarlo dalle sofferenze causate da Abdullah ibn Ubayy. Udendo ciò, Sa’d ibn Mu’adh espresse l’intenzione di uccidere Abdullah ibn Ubayy. Sa’d ibn ‘Ubada (che Allah sia soddisfatto di lui) non gradì quelle parole. Era il capo della tribù dei Khazraj e Abdullah apparteneva alla sua stessa tribù. Per questo il suo spirito di appartenenza tribale si riaccese. Sa’d ibn Mu’adh e Sa’d ibn ‘Ubada iniziarono a scambiarsi parole dure, così gli appartenenti alle due tribù si misero a ruggire gli uni contro gli altri. Il Messaggero di Allah (che Allah lo benedica e gli conceda la pace) riuscì, dopo molte esortazioni, a calmare entrambe le parti, poi rimase in silenzio.

Nel frattempo, Aisha (che Allah sia soddisfatto di lei) si ammalò appena tornata dal viaggio. Rimase a letto per un mese. Non sapeva nulla della calunnia diffusa sul suo conto. Tuttavia, a volte pensava che, mentre durante le precedenti malattie il Messaggero di Allah (che Allah lo benedica e gli conceda la pace) era stato premuroso con lei, questa volta non lo fosse. Dopo essere guarita, una notte Aisha si recò nella campagna con Umm Mistah per soddisfare un bisogno naturale. Per caso, Umm Mistah inciampò nella propria veste e cadde. Allora invocò una maledizione contro suo figlio.

Quando Aisha (che Allah sia soddisfatto di lei) la rimproverò per questo, Umm Mistah disse: «Mio figlio è complice del crimine della propaganda». Detto ciò, raccontò ad Aisha (che Allah sia soddisfatto di lei) l’episodio della calunnia diffusa sul suo conto. Per conoscere ogni cosa con certezza, Aisha (che Allah sia soddisfatto di lei) chiese il permesso di recarsi dai suoi genitori. Ottenuto il permesso, andò a casa sua. Dopo aver saputo tutto, iniziò a piangere a dirotto. Trascorse due notti e un giorno intero piangendo. Durante quel periodo non si asciugò gli occhi e non riuscì neppure a dormire. Sentiva che il petto le sarebbe scoppiato dal pianto. In quello stato arrivò il Messaggero di Allah (che Allah lo benedica e gli conceda la pace). Dopo aver recitato la testimonianza di fede, disse in un discorso: «O Aisha, mi sono giunte all’orecchio parole di questo genere sul tuo conto. Se sei innocente, Allah l’Altissimo lo renderà presto manifesto. Ma, se Dio non voglia, hai commesso un peccato, chiedi perdono ad Allah e pentiti. Quando un servo riconosce il proprio peccato e si pente davanti ad Allah, Allah l’Altissimo accetta il suo pentimento».

Non appena udì queste parole, Aisha smise di piangere. Non le venne neppure una lacrima agli occhi. Chiese ai suoi genitori di rispondere al Messaggero. Essi però non sapevano cosa rispondere. In seguito Aisha (che Allah sia soddisfatto di lei) disse personalmente: «Giuro su Allah, so che, a forza di sentirlo ripetere, questa cosa si è radicata nei vostri cuori. Voi la ritenete vera. Ora, se dicessi di essere innocente, non mi credereste; d’altra parte, se confessassi la colpa, credereste proprio a questo. Allah l’Altissimo sa bene che sono innocente. Perciò la mia situazione e la vostra sono come quella descritta dal padre di Yusuf (che Allah sia soddisfatto di lui), Ya’qub (che Allah sia soddisfatto di lui): “La pazienza completa è la cosa migliore, e Allah è l’unico al quale chiedo aiuto riguardo a ciò che affermate”».

Dopo queste parole, Aisha (che Allah sia soddisfatto di lei) andò a sdraiarsi in disparte. Proprio allora cominciò a scendere una rivelazione sul Messaggero. Terminato il difficile stato che accompagnava la rivelazione, il Messaggero di Allah (che Allah lo benedica e gli conceda la pace) sorrideva dolcemente. Disse per prima cosa: «O Aisha, Allah l’Altissimo ha dichiarato la tua innocenza». Sua madre le disse felicemente: «Aisha, va’ dal Messaggero di Allah». Aisha (che Allah sia soddisfatto di lei), con tono di finto risentimento, rispose: «Non ci andrò; io loderò soltanto Allah».

I versetti rivelati riguardo a questo episodio fanno parte della sura an-Nur. In essa iniziano dal decimo versetto.

In seguito, con l’accusa di aver diffuso la calunnia, ciascuno dei tre Compagni, Mistah ibn Uthatha, Hassan ibn Thabit e Hamna, fu punito con ottanta frustate. [Secondo la legge della Sharia islamica, se si accusa qualcuno di adulterio senza riuscire a provarlo, colui che diffonde la calunnia viene punito con ottanta frustate.]

La schiena del capo ipocrita, Abd Allah ibn Ubayy, sfuggì alla punizione. Eppure era stato lui a occupare il posto principale nella diffusione di quella calunnia. In questa vicenda, quel malfattore aveva svolto il ruolo principale. Perché non gli fu inflitta alcuna punizione?

La ragione è che coloro che vengono puniti ricevono nell’aldilà il perdono in luogo di quella punizione. Tale punizione costituisce per loro un’espiazione. Poiché Allah l’Altissimo aveva dichiarato che avrebbe inflitto ad Abd Allah ibn Ubayy una severa punizione nell’aldilà, egli non fu punito. Oppure non fu punito per la stessa ragione per cui non fu messo a morte. [Sahih al-Bukhari, vol. 1, p. 364; vol. 2, pp. 696, 697, 698; Zad al-Ma’ad, vol. 2, pp. 113, 114, 115; Ibn Hisham, vol. 2, pp. 297-307]

Così, dopo un mese, dall’ambiente di Medina si dissolse la nube nera del sospetto, del dubbio e dell’inquietudine. Abd Allah ibn Ubayy fu umiliato a tal punto che quel malfattore non poté mai più rialzare la testa. Ibn Ishaq dice che, dopo di allora, ogni volta che eccedeva, erano i membri della sua stessa tribù a maltrattarlo. Vedendo questa situazione, un giorno il Messaggero di Allah disse a Umar: «Umar, che cosa ne pensi? Guarda: quel giorno, se lo avessi ucciso, molte persone altezzose avrebbero levato la voce con critiche. E oggi? Ora, se fosse dato proprio a loro l’ordine di ucciderlo, sarebbero quegli stessi critici a ucciderlo». Umar disse: «Giuro su Allah, ho capito che il giudizio del Messaggero di Allah è migliore del mio». [Ibn Hisham, vol. 2, p. 293]

Le spedizioni militari successive alla battaglia di Banu al-Mustaliq

1) La spedizione a Diyar Banu Kilab (la regione di Dumat al-Jandal)

Questa spedizione fu condotta nel mese di Sha’ban del sesto anno dell’Egira sotto la guida di Abd al-Rahman ibn Awf. Il Messaggero di Allah lo fece sedere davanti a sé, gli legò con le proprie mani il turbante sulla testa e gli raccomandò di agire bene durante il combattimento. Disse: «Se accetteranno la tua autorità, sposerai la figlia del loro re». Giunto a Dumat al-Jandal, Abd al-Rahman ibn Awf invitò continuamente per tre giorni la loro gente all’Islam. Alla fine essi abbracciarono l’Islam. In seguito Abd al-Rahman sposò Tamadur bint al-Asbagh. Questa donna era la madre di Abu Salama, figlio di Abd al-Rahman. Suo padre era il capo della tribù e il re.

2) Spedizione militare a Diyar Banū Saʿd (regione di Fadak)

Questa spedizione fu condotta nel mese di Shaʿbān del sesto anno dell’Egira sotto la guida di Ḥaḍrat ʿAlī, che Allah sia soddisfatto di lui. Il Messaggero, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, venne a sapere che un gruppo della tribù dei Banū Saʿd si preparava ad aiutare gli ebrei contro i musulmani. Dopo aver ricevuto questa notizia, inviò Ḥaḍrat ʿAlī, che Allah sia soddisfatto di lui, con duecento uomini. Essi viaggiavano di notte e si nascondevano durante il giorno. Alla fine fu catturata una spia. Essa confessò che avevano offerto agli ebrei il loro aiuto in cambio dei datteri di Khaybar. La spia informò inoltre che i Banū Saʿd si trovavano radunati in un certo luogo. Ḥaḍrat ʿAlī, che Allah sia soddisfatto di lui, lanciò un attacco improvviso durante la notte e si impossessò di cinquecento cammelli e duemila capre. Gli uomini della tribù dei Banū Saʿd riuscirono a fuggire portando con sé le donne e i bambini. Il loro capo si chiamava ʿAwbar ibn ʿĀlim.

3) Spedizione militare a Wādī al-Qurā

Questa spedizione fu condotta nel mese di Ramaḍān del sesto anno dell’Egira sotto la guida di Ḥaḍrat Abū Bakr al-Ṣiddīq, che Allah sia soddisfatto di lui, oppure di Ḥaḍrat Zayd ibn Ḥāritha, che Allah sia soddisfatto di lui. La causa fu che un ramo della tribù dei Banū Fazāra ricorse all’inganno e cospirò per uccidere il Messaggero, che Allah lo benedica e gli conceda la pace. Perciò il Messaggero, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, inviò Ḥaḍrat Abū Bakr, che Allah sia soddisfatto di lui. Ḥaḍrat Salama ibn al-Akwaʿ racconta: «Anch’io ero con lui in questa spedizione. Dopo aver compiuto la preghiera dell’alba, attaccammo per ordine di Ḥaḍrat Abū Bakr, che Allah sia soddisfatto di lui».

Ḥaḍrat Abū Bakr, che Allah sia soddisfatto di lui, uccise alcuni uomini. Vidi un gruppo di persone, tra cui vi erano anche donne e bambini. Temevo che potessero fuggire sulle montagne. Pensando ciò, avanzai e scagliai una freccia tra loro e la montagna. Così si fermarono. Tra loro c’era una donna chiamata Umm Qirfa. Indossava una vecchia pelliccia. Con lei vi era la figlia, una delle giovani più belle d’Arabia. Le condussi entrambe da Ḥaḍrat Abū Bakr, che Allah sia soddisfatto di lui. Egli mi consegnò la ragazza. Non le tolsi mai i vestiti. In seguito il Messaggero, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, chiese a Salama ibn al-Akwaʿ di affidargli la ragazza e la inviò alla Mecca. In cambio di questa ragazza furono liberati alcuni musulmani detenuti alla Mecca. Ṣaḥīḥ Muslim, vol. 2, p. 89. È stato inoltre riferito che questa spedizione militare ebbe luogo nel settimo anno dell’Egira.]

Umm Qirfa era una donna satanica. Questa donna era coinvolta in una cospirazione per uccidere il Messaggero di Allah. A tale scopo aveva preparato trenta cavalieri della sua tribù. In questa spedizione ricevette ciò che meritava. Tutti i suoi trenta cavalieri furono uccisi.

4) Spedizione militare a ʿUraynayn

Questa spedizione fu condotta nel mese di Shawwāl del sesto anno dell’Egira sotto la guida di Ḥaḍrat Kharaj ibn Jābir al-Fihrī, che Allah sia soddisfatto di lui. [Questo è proprio Kharaj ibn Jābir al-Fihrī, colui che, prima della battaglia di Badr, aveva compiuto a Medina una spedizione militare a Ṣafwān contro i pastori. In seguito abbracciò l’Islam e subì il martirio al momento della conquista della Mecca.] La causa fu che alcuni uomini delle tribù di ʿUkl e ʿUrayna vennero a Medina, abbracciarono l’Islam e rimasero a Medina. Tuttavia non riuscivano a sopportare di rimanere lì con alcuni cammelli e un pascolo. Il Messaggero, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, li mandò con alcuni cammelli in un pascolo e ordinò loro: «Bevete il latte e l’urina dei cammelli». Dopo essere guariti, uccisero i pastori dei cammelli inviati dal Messaggero di Allah e fuggirono portando via i cammelli. Dopo aver abbracciato l’Islam, tornarono nuovamente alla miscredenza. Il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, inviò alla loro ricerca un gruppo di venti Compagni sotto la guida di Kharaj ibn Jābir al-Fihrī. Egli invocò una maledizione contro quegli ingrati e apostati, dicendo: «O Allah l’Altissimo, acceca per loro la via e rendila più stretta di un braccialetto».

I Compagni li inseguirono e li catturarono. Come punizione per aver ucciso i pastori musulmani, furono sottoposti ad altre pene e furono loro amputati mani e piedi. Poi furono abbandonati in una località chiamata Harla. Lì scavarono continuamente la terra e subirono le conseguenze delle loro azioni. [Zād al-Maʿād, vol. 2, p. 122] In Bukhari e in altre opere, questo episodio è riportato da Hadrat Anas (che Allah sia soddisfatto di lui). [Sahih Bukhari, vol. 2, p. 602]

Hadrat ʿAmr ibn Umayya al-Ḍamrī si recò alla Mecca per uccidere Sufyan. Infatti, Abū Sufyan aveva inviato a Medina un beduino per uccidere il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui). Tuttavia, nessuno dei due riuscì a raggiungere il proprio obiettivo.

Gli autori della Sīra hanno scritto anche che, durante questa spedizione, Hadrat ʿAmr ibn Umayya al-Ḍamrī uccise tre miscredenti. Egli portò via anche il corpo di Hadrat Khubayb (che Allah sia soddisfatto di lui). Tuttavia, il martirio di Hadrat Khubayb (che Allah sia soddisfatto di lui) ebbe luogo il giorno della spedizione di al-Rajīʿ oppure alcuni mesi dopo. L’episodio di al-Rajīʿ ebbe luogo nel mese di Safar del quarto anno dell’Egira. Pertanto, i due episodi appartengono a due spedizioni diverse; non riesco però a capire perché gli autori della Sīra li abbiano menzionati in modo così confuso, creando disorientamento. Essi hanno indicato entrambi gli episodi come avvenuti durante la stessa spedizione. Oppure è anche possibile che, in ordine cronologico, entrambi gli episodi siano avvenuti durante la stessa spedizione. Tuttavia, nel determinare l’anno, gli autori della Sīra potrebbero essersi sbagliati, indicando il sesto anno dell’Egira invece del quarto.

Anche ʿAllāma Manṣūrpūrī ha espresso riserve nel riconoscere questo episodio come una spedizione militare o sariyya. Allah Onnipotente sa meglio ogni cosa.

Tutte queste spedizioni militari furono condotte dopo al-Aḥzāb e Banū Qurayẓa. In nessuna di queste spedizioni si verificò uno scontro grave o una vera battaglia. In alcune spedizioni vi furono semplici attacchi e scontri. Lo scopo di queste spedizioni era terrorizzare i nemici e influenzarli.

Dall’esame complessivo dei fatti risulta che, dopo la battaglia di al-Aḥzāb, la situazione cambiò rapidamente. Il morale dei nemici dell’Islam crollò. I nemici abbandonarono anche la speranza di distruggere la predicazione dell’Islam e di offuscarne la gloria. Tuttavia, dopo il trattato di al-Ḥudaybiyya si verificò un cambiamento significativo nella situazione. Questo trattato fu in realtà un’espressione della forza stessa dell’Islam. Attraverso di esso divenne chiaro che nel mondo arabo non restava più alcuna forza capace di fermare l’avanzata dell’Islam e che la vittoria dell’Islam era inevitabile.

Il trattato di al-Ḥudaybiyya

Preparativi per lʿumra

La situazione del mondo arabo era ormai divenuta quasi favorevole ai musulmani. Il successo della daʿwa islamica e i segni di una grande vittoria si manifestavano progressivamente. Da sei anni i politeisti tenevano chiuse ai musulmani le porte della Moschea Sacra. Erano già state avviate le prime iniziative per ottenere il riconoscimento del diritto dei musulmani di adorare in quella moschea benedetta.

A Medina al-Munawwara fu mostrato al Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, in sogno che egli e i nobili Compagni erano entrati nella Moschea Sacra. Vide inoltre di aver preso la chiave della Kaʿba e di aver compiuto il tawaf e lʿumra insieme ai Compagni. Poi alcuni Compagni si tagliarono i capelli, mentre altri si limitarono a tagliarsi le unghie. Il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, raccontò ai Compagni questo sogno. Essi ne furono felicissimi e speravano dentro di sé di poter andare alla Mecca quell’anno. Il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, comunicò loro inoltre che avrebbe compiuto lʿumra. Dopo averlo detto, i nobili Compagni iniziarono a prepararsi per il viaggio.

Annuncio della partenza dei musulmani

Il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, annunciò a Medina e nei dintorni che sarebbe andato alla Mecca con lui. La maggior parte degli arabi esitava. Nel frattempo, il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, si pulì gli abiti e affidò l’amministrazione di Medina ad Abdullah ibn Umm Maktum, oppure, secondo un’altra versione, a Namila al-Laythi, che Allah sia soddisfatto di lui. Il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, partì alla volta della Mecca il primo giorno di Dhu al-Qaʿda del sesto anno dell’Egira, cavalcando la sua cammella chiamata al-Qaswa. Lo accompagnò sua moglie, Umm Salama, che Allah sia soddisfatto di lei. Tra i Compagni partirono millequattrocento persone, oppure, secondo un’altra versione, millecinquecento. Il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, portò con sé armi da viaggio: oltre alle spade inguainate, non portò alcun’altra arma.

Il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, e i musulmani procedevano verso la Mecca. Giunto nella località chiamata Dhu al-Hulayfa, il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, preparò il suo hady. Per hady si intende l’animale che i pellegrini dell’hajj e dellʿumra sacrificano alla Mecca o a Mina. Nell’epoca dell’ignoranza, se l’animale destinato al sacrificio era una pecora o una capra, gli si legava al collo un pezzo di stoffa come segno distintivo; se invece era un cammello, gli si incideva la gobba per lasciarvi un segno di sangue. Nessuno faceva del male a questo animale. La legge islamica ha mantenuto questa usanza. Incise quindi la gobba del cammello e lo contrassegnò. Entrò nello stato di ihram per lʿumra. Fece tutto ciò affinché tutti potessero essere certi che si recava là soltanto per compiere lʿumra e che non aveva intenzione di combattere. Prima della carovana fu inviato un informatore della tribù di Khuzaʿa per conoscere l’atteggiamento dei Quraysh. Quando giunsero nella località chiamata ʿUsfan, l’informatore tornò e riferì: «Ho visto Kaʿb ibn Luʾayy. Sta radunando gli uomini della tribù alleata degli Ahābīsh per affrontarvi. Inoltre, si stanno raccogliendo uomini anche da altri luoghi. Sono decisi a combattervi e a impedirvi di entrare alla Mecca». Dopo aver ricevuto questa notizia, il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, consultò i Compagni.

Egli disse: «Qual è la vostra opinione? Dobbiamo recarci nei territori delle tribù che si sono preparate ad aiutare i Quraysh e attaccarle? Anche se rimanessero tranquille, il terrore della guerra circonderebbe i loro cuori; e se fuggissero, per volontà di Allah, forse qualcuno di loro perderebbe la testa. Oppure volete che ci dirigiamo verso la Casa Sacra e combattiamo contro chiunque tenti di ostacolarci lungo il cammino?». Allora Abu Bakr al-Siddiq, che Allah sia soddisfatto di lui, disse: «Allah e il Suo Messaggero sanno meglio. Noi siamo venuti per compiere lʿumra, non per combattere qualcuno. Tuttavia combatteremo coloro che si porranno tra noi e la Casa di Allah». Il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, disse: «Va bene, andiamo». Poi tutti proseguirono verso la Mecca.

Il tentativo di impedire ai musulmani di raggiungere la Casa di Allah

Nel frattempo, dopo aver appreso della partenza del Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, i Quraysh si riunirono in consiglio e decisero che i musulmani dovevano essere tenuti lontani dalla Casa di Allah a qualunque costo. Il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, continuò il viaggio oltrepassando la tribù degli Ahābīsh. Allora giunse un uomo della tribù dei Banu Kaʿb e disse: «I Quraysh si sono accampati nella località chiamata Dhu Tuwa. Khalid ibn al-Walid è schierato a Kuraʿ al-Ghamim con una forza di duecento cavalieri». Questo luogo si trovava sulla strada principale diretta alla Mecca. Khalid ibn al-Walid tentò di impedire il passaggio dei musulmani e dispose le sue truppe in un luogo dal quale i due schieramenti potevano vedersi a vicenda.

Durante la preghiera di mezzogiorno dei musulmani, Khālid notò che i musulmani stavano compiendo il rukūʿ e il sujūd. Al termine della preghiera, Khālid osservò che durante la preghiera erano distratti. Se li avessimo attaccati in quel momento, avremmo potuto sopraffarli. Quindi Khālid decise che, quando i musulmani si fossero alzati per la preghiera del pomeriggio, avrebbero dovuto essere attaccati all’improvviso. In quel momento Allah l’Altissimo prescrisse la ṣalāt al-khawf, la preghiera del timore. Nonostante la sua intenzione, Khālid ibn al-Walīd non riuscì ad attaccare i musulmani.

Il tentativo di evitare uno scontro sanguinoso

Nel frattempo, il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) lasciò la strada principale di Qurāʾ al-Ghamīm e proseguì per un’altra via. Quella strada attraversava una zona montuosa. In altre parole, il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) svoltò a destra e passò in mezzo ad Ḥamsh, seguendo una via che terminava in un luogo chiamato Thaniyyat al-Marār. Da Thaniyyat al-Marār proseguirono fino a al-Ḥudaybiyya. Questo luogo si trovava nei pressi della Mecca. Vedendo che i musulmani si dirigevano da Qurāʾ al-Ghamīm per un’altra strada, cioè che avevano cambiato percorso, Khālid si recò rapidamente alla Mecca con i suoi compagni per informare i Quraysh della nuova situazione.

Nel frattempo, il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) continuò il suo viaggio. Quando giunsero in un luogo chiamato Thaniyyat al-Marār, la cammella si sedette. La gente disse: «Hāl, hāl!», ma la cammella rimase seduta. Il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) disse: «Questa cammella non ha l’abitudine di sedersi in questo modo. È Colui che fermò l’elefante ad averla trattenuta». Poi disse: «Giuro per Colui nelle cui mani è la mia anima: essi non mi chiederanno nulla che contenga una dimostrazione di rispetto per ciò che Allah ha proibito, senza che io lo accetti». Quando il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) esortò la cammella ad alzarsi, essa si alzò. Quindi il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) cambiò leggermente il percorso e si accampò presso uno stagno ad al-Ḥudaybiyya. La quantità d’acqua nello stagno non era grande. Dopo che ne ebbero attinta poca alla volta, l’acqua si esaurì in breve tempo. I Compagni informarono il Messaggero di Allah della loro sete. Egli estrasse una freccia dalla sua faretra e ordinò di gettarla nello stagno. I Compagni eseguirono l’ordine. Da allora l’acqua cominciò a sgorgare incessantemente dallo stagno e la difficoltà dei Compagni per la mancanza d’acqua ebbe fine.

L’arrivo di Budayl ibn Warqāʾ

Mentre il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) si trovava lì con animo fiducioso, Budayl ibn Warqāʾ della tribù di Khuzāʿa giunse con alcuni uomini della tribù per incontrare il Messaggero di Allah. Tra gli abitanti della Tihāma, gli uomini di questa tribù erano ben disposti verso il Messaggero di Allah e verso i musulmani. Budayl disse: «Ho visto Kaʿb ibn Luʾayy, che tiene sotto il proprio controllo lo stagno ricco d’acqua di al-Ḥudaybiyya. Con lui ci sono donne e bambini. È deciso a combattere contro di voi e a impedirvi di raggiungere la Casa Sacra». Il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) disse: «Non siamo venuti per combattere contro nessuno. La guerra ha logorato i Quraysh e ha causato loro gravi perdite. Se lo desiderano, stabilirò con loro un termine ed essi si ritireranno dalla zona tra me e la mia gente. Se lo desiderano, potranno disinteressarsi della questione nella quale la gente si è impegnata; altrimenti otterranno comunque la pace. Ma se non accetteranno alcuna soluzione diversa dalla guerra, giuro per Colui nelle cui mani è la mia anima che combatterò contro di loro per la religione finché resterà vita nel mio corpo o finché non si compirà la volontà di Allah».

Budayl disse: «Porterò il tuo messaggio ai Quraysh». Poi si recò dai Quraysh e disse: «Vengo da loro. Ho sentito da loro una cosa; se volete ascoltarla, posso riferirvela». Gli stolti dissero: «Non abbiamo bisogno di ascoltarli. Non vogliamo sentire nulla da loro». Alcuni assennati dissero: «Ascoltiamo ciò che ha da dire». Budayl riferì tutto. In seguito i Quraysh inviarono come rappresentante Muqarriz ibn Ḥafṣ. Vedendolo, il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) disse: «Quest’uomo è un traditore». Muqarriz venne e parlò con il Messaggero di Allah; questi gli disse le stesse cose che aveva detto in precedenza a Budayl. Muqarriz tornò dai Quraysh e riferì loro tutto.

L’invio degli emissari dei Quraysh

In seguito, un uomo della tribù dei Banū Kināna, di nome al-Ḥulays ibn ʿAlqama, disse: «Lasciatemi andare da loro». I Quraysh gli diedero il permesso. Vedendolo, il nobile Profeta disse ai Compagni: «Quest’uomo appartiene a una certa gente che onora gli animali destinati al sacrificio. Perciò fate alzare gli animali». I Compagni fecero alzare gli animali e lo accolsero recitando essi stessi la talbiya: «Labbayk». Vedendo quella scena, l’uomo disse: «Gloria ad Allah! Non è affatto giusto impedire a costoro di raggiungere la Casa di Allah». Senza aggiungere altro, si recò direttamente all’accampamento dei Quraysh e disse: «Ho visto gli animali destinati al sacrificio, cioè portati per essere sgozzati in cerca del compiacimento di Allah. Hanno pezzi di stoffa legati al collo e molti di essi sono stati marchiati, facendo sanguinare la gobba, come segno distintivo. Perciò non ritengo giusto impedire loro di raggiungere la Casa di Allah». In seguito ebbe con i Quraysh un alterco tale da farlo infuriare.

A quel punto intervenne ʿUrwa ibn Masʿūd al-Thaqafī e disse: «Egli vi ha fatto una proposta. Accettatela e lasciatemi andare da lui». I Quraysh gli diedero il permesso. Egli venne e cominciò a parlare con il Messaggero di Allah, che ripeté le stesse parole già rivolte a Budayl e ai suoi compagni. Dopo averle ascoltate, ʿUrwa disse: «O Muḥammad, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, dimmi: se tu annientassi la tua stessa gente, hai mai sentito parlare, prima di te, di un arabo che abbia annientato e sterminato la propria gente? Se però si verificasse una situazione diversa, per Dio, ho visto intorno a te volti e uomini sbandati che sembrano pronti ad abbandonarti e a fuggire. Udendo queste parole, Abū Bakr, che Allah sia soddisfatto di lui, disse: “Vai a succhiare la pelle pendente dei genitali di al-Lāt! Dovremmo forse abbandonare il Messaggero di Allah e fuggire?” ʿUrwa disse: «Chi è quest’uomo?» I Compagni risposero: «È Abū Bakr, che Allah sia soddisfatto di lui». Allora ʿUrwa si rivolse ad Abū Bakr e disse: «Ascolta: per Colui nella cui mano è la mia anima, un tempo mi hai fatto una cortesia. Se ciò non fosse accaduto e io non avessi ancora ricambiato quel favore, certamente ti avrei risposto come meritavi».

In seguito ʿUrwa continuò a parlare con il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace. Mentre parlava, gli toccava la barba. Mughīra ibn Shuʿba, che Allah sia soddisfatto di lui, stava in piedi accanto al Messaggero di Allah, con una spada in mano. Ogni volta che ʿUrwa tendeva la mano verso la barba del Messaggero di Allah, Mughīra gliela allontanava con l’elsa della spada, dicendo: «Tieni la mano lontana dalla barba del Messaggero di Allah». A un certo punto ʿUrwa alzò la testa e chiese chi fosse Mughīra. I Compagni risposero: «Mughīra ibn Shuʿba, che Allah sia soddisfatto di lui». ʿUrwa disse: «Traditore! Non sono forse corso qua e là per sistemare i tuoi affari?» Il fatto era che Mughīra ibn Shuʿba si trovava con alcune persone, poi le aveva uccise, aveva preso con sé i loro beni ed era venuto a Medina. Quando si presentò al Messaggero di Allah, accettò l’Islam. Il Messaggero di Allah gli disse: «Accetto la tua conversione all’Islam, ma non ho nulla a che fare con quei beni». In seguito a questo episodio, ʿUrwa si era dato da fare per risolvere la questione; ora si riferiva proprio a ciò. Va ricordato che Mughīra era il nipote paterno di ʿUrwa.

In seguito ʿUrwa osservò lo speciale rapporto tra il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, e i suoi Compagni. Poco dopo tornò alla Mecca e disse ai suoi compagni: «O gente, sono stato alla presenza di sovrani come Cesare, Cosroe e il Negus. Per Dio, non ho mai visto un re ricevere dai propri compagni tanta venerazione e tanto rispetto quanto quelli che ho visto tributare a Muḥammad. Per Dio, quando egli sputa, qualcuno tende la mano, raccoglie lo sputo e se lo spalma sul volto e sul corpo. Quando dà un ordine, tutti si affrettano a eseguirlo. Quando comincia a fare l’abluzione, i suoi compagni si accalcano per raccogliere l’acqua che egli lascia. Quando comincia a parlare, i suoi compagni abbassano la voce. Per l’eccesso del loro rispetto, non lo guardano mai direttamente. Un uomo simile vi ha fatto una buona proposta. Vi esorto ad accettarla».

Quando i giovani bellicosi dei Quraysh si accorsero che gli anziani erano impegnati a elaborare una formula per risolvere la controversia, complottarono per provocare una guerra. Decisero che, durante la notte, sarebbero entrati furtivamente nell’accampamento dei musulmani e avrebbero provocato un tale tumulto da accendere il fuoco della guerra tra le due parti. Poi si misero in marcia per attuare il piano. Nell’oscurità della notte, settanta o ottanta giovani scesero dal monte Tanʿīm e tentarono di entrare di nascosto nell’accampamento dei musulmani. Tuttavia, il comandante dei soldati musulmani Muḥammad ibn Maslama, che Allah sia soddisfatto di lui, li arrestò tutti e li condusse davanti al Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace. Il misericordioso Profeta li perdonò e li liberò tutti, per realizzare l’obiettivo della tregua. A questo proposito Allah, il Signore dei mondi, dice: «Egli trattenne le loro mani da voi e le vostre mani da loro, nella valle della Mecca, dopo avervi dato il potere su di loro». (Sura al-Fatḥ, 24)

La partenza di ʿUthmān, che Allah sia soddisfatto di lui, per la Mecca

Il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, ritenne necessario inviare alla Mecca un emissario che spiegasse chiaramente ai Quraysh lo scopo del suo arrivo. Per questo chiamò ʿUmar ibn al-Khaṭṭāb, che Allah sia soddisfatto di lui. ʿUmar dichiarò di non essere in grado di svolgere quell’incarico, dicendo: «O Messaggero di Allah, se i non musulmani mi maltrattassero, alla Mecca non ci sarebbe neppure un uomo della tribù dei Banū Kaʿb disposto a schierarsi in mio sostegno. A mio avviso, ʿUthmān è la persona più adatta per questo compito. Ti chiedo di inviarlo. I membri della sua tribù si trovano alla Mecca, ed egli potrà spiegare adeguatamente ai Quraysh lo scopo del nostro arrivo». Il Messaggero di Allah allora chiamò ʿUthmān e gli ordinò di recarsi dai Quraysh, dicendo: «Dirai loro che non siamo venuti per combattere, ma soltanto per compiere la ʿumra. Invitali all’Islam». Il Messaggero di Allah disse inoltre a ʿUthmān, che Allah sia soddisfatto di lui, di recarsi dagli uomini e dalle donne credenti della Mecca per confortarli. Doveva dire loro che Allah, gloriosa e sublime è la Sua maestà, avrebbe presto instaurato l’Islam alla Mecca come forza vittoriosa. Grazie alla loro fede, nessuno avrebbe più dovuto adorare Allah di nascosto. ʿUthmān, che Allah sia soddisfatto di lui, partì portando il messaggio del Messaggero di Allah. Nel luogo chiamato Balda incontrò alcuni Qurayshiti, che gli chiesero: «Dove stai andando?» ʿUthmān rispose: «Il Messaggero di Allah, Muḥammad, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, mi ha inviato da voi con questo messaggio». I Qurayshiti dissero: «Abbiamo già sentito il messaggio che porti. Vai a occuparti dei tuoi affari». Intanto Saʿīd ibn al-ʿĀṣ si alzò e disse a ʿUthmān, che Allah sia soddisfatto di lui: «Benvenuto». Poi sellò il proprio cavallo, fece montare ʿUthmān in groppa e lo condusse alla sua abitazione alla Mecca. Là ʿUthmān, che Allah sia soddisfatto di lui, spiegò ai capi dei Quraysh il messaggio del Messaggero di Allah. I Quraysh gli proposero di compiere la circumambulazione attorno alla Kaʿba, ma egli rifiutò. Non volle compiere la circumambulazione attorno alla Kaʿba prima del Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace.

La voce del martirio di Uthman e la Bayʿat ar-Ridwan

Uthman, che Allah sia soddisfatto di lui, portò a termine l’incarico che gli era stato affidato. Tuttavia, i Quraysh lo trattennero presso di loro. Probabilmente volevano giungere, dopo essersi consultati reciprocamente alla luce della situazione creatasi, a una decisione precisa. In seguito avrebbero inviato la risposta al messaggio portato da Uthman, che Allah sia soddisfatto di lui. Poiché Uthman tardava a tornare, tra i musulmani si diffuse la voce che fosse stato ucciso. Quando questa notizia fu comunicata al Messaggero di Allah, egli disse: «Non lasceremo questo luogo senza combattere contro i Quraysh». Dopo aver pronunciato queste parole, invitò i Compagni a prestare il giuramento di fedeltà. I nobili Compagni lo prestarono con grande entusiasmo, impegnandosi a non fuggire dal campo di battaglia. Il primo a prestarlo fu Abu Sinan al-Asadi. Salama ibn al-Akwaʿ, che Allah sia soddisfatto di lui, lo prestò tre volte: all’inizio, a metà e alla fine. Il Messaggero di Allah prese una mano nella propria e disse: «Questa è la mano di Uthman». Quando il giuramento fu concluso, giunse Uthman, che Allah sia soddisfatto di lui, e anch’egli prestò il giuramento. Un uomo di nome Jad ibn Qays non partecipò al giuramento. Era un ipocrita.

Il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, ricevette questo giuramento sotto un albero. Umar, che Allah sia soddisfatto di lui, teneva la mano del Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace. Maʿqil ibn Yasar, che Allah sia soddisfatto di lui, teneva abbassati alcuni rami dell’albero, allontanandoli dal Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace. Riguardo a questo giuramento, Allah l’Altissimo fece scendere nel Nobile Corano il seguente versetto: «Allah si è compiaciuto dei credenti quando ti hanno prestato giuramento sotto l’albero». (Sura al-Fath, versetto 18)

Le condizioni della storica tregua

I Quraysh si resero conto della delicatezza della situazione. Quindi inviarono rapidamente Suhayl ibn Amr per concludere una tregua. A Suhayl fu ordinato con fermezza di fare in modo che il Messaggero di Allah tornasse quell’anno, poiché gli Arabi avrebbero potuto dire che era entrato con la forza nella loro città. Quando il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, vide Suhayl, disse ai Compagni: «La vostra questione è stata resa facile per voi. L’invio di quest’uomo significa che i Quraysh desiderano una tregua». Suhayl si recò dal Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, e conversò con lui per un certo tempo. Poi furono stabilite le condizioni della tregua, che erano le seguenti.

Primo) Il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, tornerà quest’anno senza entrare alla Mecca. L’anno successivo i musulmani verranno alla Mecca e vi resteranno tre giorni. Porteranno con sé armi per autodifesa; le spade saranno nel fodero. Nessuno li molesterà.

Secondo) Le due parti sospenderanno la guerra per dieci anni. Durante questo periodo la popolazione vivrà tranquilla e al sicuro. Nessuno aggredirà l’altro.

Terzo) Chiunque lo desideri potrà aderire alla causa di Muhammad, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, e chiunque desideri rimanere dalla parte dei Quraysh potrà farlo. Qualunque tribù si unisca a un’altra sarà considerata parte di quella tribù. Pertanto, se si commetterà un sopruso contro una simile tribù, si dovrà considerare che il sopruso sia stato commesso anche contro i membri della tribù che vi si è unita.

Quarto) Se qualcuno tra i Quraysh si recasse da Muhammad senza il permesso dei loro capi, cioè fuggendo, egli dovrebbe restituirlo. Ma se qualcuno tra i compagni di Muhammad si recasse dai Quraysh in cerca di protezione, i Quraysh non lo restituirebbero.

Dopo la stesura della bozza del trattato, il Messaggero, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, convocò Ḥadrat ʿAlī, il Leone di Dio, che Allah sia soddisfatto di lui, e gli fece mettere per iscritto le condizioni. All’inizio il Messaggero, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, gli ordinò di scrivere: «Bismillāhir-Raḥmānir-Raḥīm», cioè: «Nel nome di Allah, il Misericordioso, il Clementissimo». Suhayl disse: «Noi non sappiamo chi sia al-Raḥmān. Piuttosto, digli di scrivere così: “Bi-ismika Allāhumma”, cioè: “Nel Tuo nome, o Allah”». Il Messaggero, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, ordinò allora a Ḥadrat ʿAlī, che Allah sia soddisfatto di lui, di scrivere in quel modo. Poi il Messaggero, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, dettò: «Il Messaggero di Allah, Muhammad, ha stipulato un trattato sulla base delle seguenti condizioni». Udendo ciò, Suhayl disse: «Se avessimo saputo che sei il Messaggero di Allah, non ti avremmo impedito di compiere la circumambulazione della Kaʿba e non avremmo combattuto contro di te. Fa’ scrivere: “Muhammad ibn ʿAbd Allāh”». Egli disse: «Anche se non lo riconoscete, io sono il Messaggero di Allah». Poi disse a Ḥadrat ʿAlī, che Allah sia soddisfatto di lui: «Scrivi “Muhammad ibn ʿAbd Allāh” e cancella le parole “Messaggero di Allah”». Ḥadrat ʿAlī, che Allah sia soddisfatto di lui, non acconsentì; allora il Messaggero di Allah cancellò personalmente quelle parole. In seguito, le condizioni del trattato furono messe per iscritto nella loro interezza.

Dopo la conclusione del trattato, la tribù dei Banū Khuzāʿa aderì alla causa del Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace. In realtà, gli appartenenti a questa tribù erano già stati alleati dei Banū Hāshim ai tempi di ʿAbd al-Muṭṭalib. Questo argomento è stato illustrato all’inizio del libro. Aderire a una causa o adottarne la posizione significa riconoscere l’antica alleanza e consolidare il patto di alleanza. D’altra parte, la tribù dei Banū Bakr aderì alla causa dei Quraysh.

Il ritorno di Abū Jandal

Mentre venivano scritte le condizioni del trattato, arrivò sul posto Abū Jandal, figlio di Suhayl, trascinando le catene che aveva ai piedi. Era giunto dalla Mecca e si era rifugiato tra i musulmani. Suhayl disse: «Per quanto riguarda lui, applicherò per primo con te questa clausola. Restituiscilo». Il Messaggero, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, disse: «Il trattato non è ancora concluso». Suhayl disse: «Se non mi restituisci Abū Jandal, non stipulerò alcun trattato con te». Il Messaggero, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, disse a Suhayl: «Ebbene, lascialo libero per amor mio». Suhayl rispose: «Non posso lasciarlo libero nemmeno per amor tuo». Il Messaggero, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, lo pregò nuovamente: «Su, lascialo libero!»

Suhayl disse: «No, no, non posso farlo». Poi schiaffeggiò Abū Jandal sul volto e cominciò a trascinarlo afferrandolo per il colletto della veste, per riportarlo alla Mecca. Allora Abū Jandal gridò: «O musulmani, dovrò forse tornare di nuovo dai politeisti? Mi perseguiteranno a causa della mia religione e mi sottoporranno alla tentazione». Il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, disse: «Abū Jandal, sii paziente e considera la pazienza motivo di ricompensa. Allah concederà a te e agli altri musulmani deboli che ti accompagnano una via d’uscita e un luogo di rifugio. Stiamo stipulando un trattato con i Quraysh. Noi abbiamo stretto con loro, e loro con noi, un patto nel nome di Allah. Pertanto non possiamo violare le condizioni del trattato».

Ḥadrat ʿUmar, che Allah sia soddisfatto di lui, si recò rapidamente da Abū Jandal. Camminando al suo fianco, gli diceva: «Abū Jandal, sii paziente; sono politeisti, idolatri. Il loro sangue è sangue di cani». Mentre pronunciava queste parole, Ḥadrat ʿUmar, che Allah sia soddisfatto di lui, avvicinava la propria spada ad Abū Jandal. In seguito Ḥadrat ʿUmar, che Allah sia soddisfatto di lui, disse: «Speravo che Abū Jandal prendesse la spada dalle mie mani e ponesse fine a suo padre». Ma Abū Jandal non lo fece. Alla fine, le condizioni del trattato furono applicate.

Il sacrificio e il taglio dei capelli ritenendo conclusa la ʿUmra

Dopo aver fatto mettere per iscritto le condizioni del trattato, il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, disse: «Alzatevi e sacrificate ciascuno il proprio animale». Nessuno tra i Compagni si alzò. Il Messaggero, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, ripeté la stessa cosa e impartì lo stesso ordine per tre volte. Tuttavia nessuno mostrò alcun interesse. Allora espresse questa sua preoccupazione alla Madre dei Credenti, Hazrat Salma — che Allah si compiaccia di lei. La moglie del Profeta disse: «O Messaggero di Allah, se ritieni necessario sacrificare gli animali destinati al sacrificio, va’ tu stesso, sacrifica il tuo animale senza dire nulla a nessuno, poi chiama il tuo barbiere e fatti rasare i capelli». Seguendo il consiglio della Madre dei Credenti, il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, sacrificò il proprio animale e si fece rasare i capelli. Poco dopo, i Compagni, seguendo l’esempio del Messaggero di Allah, sacrificarono ciascuno il proprio animale. Poi cominciarono a tagliarsi reciprocamente i capelli. Alcuni si rasarono completamente, altri li fecero accorciare. Erano tutti seri e preoccupati. Lo stato d’animo di ciascuno era talmente turbato che sembrava che, per l’eccesso di angoscia, stessero per uccidersi a vicenda. In quell’occasione, ogni vacca e ogni cammello furono sacrificati a nome di sette persone. Il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, sacrificò uno dei cammelli di Abu Jahl. Quel cammello portava un anello d’argento al naso. Lo scopo di questo gesto era far sì che, quando i politeisti avessero ricevuto la notizia, fossero consumati da una rabbia impotente. Il Messaggero, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, pregò una volta chiedendo il perdono per loro. Durante questo viaggio, Allah, il Signore dei mondi, rivelò riguardo a Ka‘b ibn ‘Ujra che chi, a causa di una sofferenza, si rasa la testa mentre è in stato di ihram deve offrire un’espiazione mediante il digiuno, l’elemosina o il sacrificio di un animale.

Rifiuto di restituire le donne emigranti

Da Mecca giunsero dal Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, alcune donne credenti. I loro parenti chiesero che fossero restituite in base al trattato di Hudaybiyya. Il Messaggero, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, respinse la richiesta. Spiegò che nel testo dell’accordo era scritto che, qualunque fosse la fede dell’uomo tra i nostri che si fosse recato presso di voi, egli doveva necessariamente essere restituito. Non vi si faceva menzione delle donne. [Sahih al-Bukhari, vol. 1, p. 307] Pertanto le donne erano escluse dall’ambito di questa clausola del trattato. In seguito Allah, il Signore dei mondi, rivelò questo versetto: «O credenti, quando le credenti emigrano giungendo presso di voi, esaminatele. Allah conosce meglio la loro fede. Se riconoscete che sono credenti, non rimandatele dai miscredenti. Le credenti non sono lecite ai miscredenti, né i miscredenti sono leciti alle credenti. Restituite loro ciò che hanno speso. Non incorrerete in colpa se le sposerete, purché concediate loro la dote. Non mantenete il vincolo coniugale con le donne miscredenti». (Sura al-Mumtahana, versetto 10)

Dopo la rivelazione di questo versetto, quando una donna credente emigrava giungendo presso il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, Allah, il Signore dei mondi, disse riguardo a ciò: «O Profeta, quando le donne credenti vengono da te per prestare giuramento, impegnandosi a non associare alcunché ad Allah, a non rubare, a non commettere adulterio, a non uccidere i propri figli, a non inventare e diffondere consapevolmente calunnie e a non disobbedirti in ciò che è buono, accetta il loro giuramento e chiedi ad Allah di perdonarle. In verità Allah è indulgente, misericordioso». (Sura al-Mumtahana, versetto 12)

Le donne giunte dopo l’emigrazione prestavano giuramento secondo le condizioni del suddetto versetto. Il Messaggero, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, diceva: «Ho ricevuto il vostro giuramento». Dopodiché non le rimandava indietro.

In conformità a questa direttiva, i musulmani divorziarono dalle loro mogli non musulmane, cioè miscredenti. A quel tempo Hazrat ‘Umar — che Allah si compiaccia di lui — aveva due mogli miscredenti. Egli divorziò da entrambe. Una di loro sposò Mu‘awiya, l’altra Safwan ibn Umayya.

In sintesi, le condizioni del trattato

Questo è il trattato di Hudaybiyya. Riflettendo attentamente sulle sue condizioni, si comprende che fu una grande vittoria per i musulmani. Fino ad allora i Quraysh non avevano nemmeno riconosciuto l’esistenza dei musulmani. Erano determinati ad annientarli e aspettavano che, prima o poi, questa forza sarebbe certamente scomparsa. Inoltre, poiché i Quraysh occupavano la posizione di guida negli affari religiosi e mondani della Penisola Arabica, si impegnavano con tutte le loro forze a ostacolare la predicazione islamica tra la gente comune. Considerando la questione da questo punto di vista, basta riflettere un poco sul trattato per comprendere che esso costituiva il riconoscimento dei musulmani e la dichiarazione che ormai i Quraysh non avevano più la capacità di annientare la forza dei musulmani. L’analisi psicologica della terza clausola del trattato è la seguente: i Quraysh avevano ricevuto la responsabilità degli ambiti religioso e mondano, ma avevano fallito nell’adempierla. Ora erano assorbiti soltanto dalla preoccupazione dei propri interessi. Non avevano alcuna considerazione né alcuna preoccupazione per gli altri. In altre parole, l’intera Penisola Arabica

Anche se la gente comune dell’Arabia accettasse l’Islam, ai Quraysh ciò non importerebbe nulla. Essi non interferirebbero in alcun modo al riguardo. Alla luce dell’intento dei Quraysh e del loro obiettivo, non si tratta forse della loro manifesta sconfitta? E, alla luce della condizione dei musulmani, non si tratta forse della loro manifesta vittoria? Lo scopo dello spargimento di sangue avvenuto tra i seguaci dell’Islam e i suoi nemici era che gli uomini ottenessero piena libertà e autonomia in materia di fede. In altre parole, per libera scelta, chi volesse sarebbe diventato musulmano e chi volesse sarebbe rimasto miscredente. Nessuna forza avrebbe ostacolato la realizzazione di questa loro volontà. I musulmani non avevano mai avuto lo scopo di impadronirsi delle ricchezze dei miscredenti, di spingerli verso la morte o di costringerli ad abbracciare l’Islam. Lo scopo dei musulmani era proprio quello che, nelle parole di Allama Iqbal, è stato espresso così:

«Lo scopo del servo credente è il martirio,

non cerca l’eroismo, non cerca il bottino.»

Basta riflettere per comprendere che, attraverso il trattato di Hudaybiyyah, i musulmani riuscirono a conseguire pienamente il loro scopo e il loro obiettivo. L’importanza e il significato di questo successo sono molto maggiori di quelli del successo ottenuto con una vittoria in guerra. Grazie a questa libertà, i musulmani riuscirono a conseguire risultati straordinari nel campo della da‘wah e del tabligh. Fino alla conclusione di questo trattato, il numero dei soldati musulmani non aveva mai superato i tremila; in due anni, alla vigilia della conquista, era salito a diecimila.

Anche il secondo punto del trattato costituisce una parte della manifesta vittoria. Infatti, non furono i musulmani, bensì i miscredenti, a dare inizio alla guerra. Come dice Allah l’Altissimo: «Sono stati loro a cominciare per primi contro di voi.»

Attraverso le spedizioni militari, i musulmani volevano distogliere i Quraysh dal loro comportamento insensato, cioè dal tentativo di impedire agli uomini di seguire la via di Allah, e dalla loro ostinazione. La richiesta dei musulmani era semplicemente di ottenere pari diritti nei rapporti reciproci. Ciascuna delle due parti avrebbe agito liberamente nel proprio ambito, avrebbe goduto di uguali diritti e avrebbe espresso liberamente le proprie opinioni. Ma i non musulmani non lo concessero. Alla fine, nel trattato fu inserita la condizione di sospendere la guerra per dieci anni. Ciò significa che non avrebbero più creato ostacoli sulla via di Allah. Significa anche che coloro che avevano iniziato la guerra erano deboli, impotenti e completamente sconfitti.

Esaminando il contenuto esposto nel primo punto del trattato, si vede che esso era in realtà un segno del successo dei musulmani, e non della loro sconfitta in alcun modo. Infatti, i miscredenti avevano vietato ai musulmani di recarsi alla Nobile Ka‘bah, e attraverso questo punto fu annunciata proprio la revoca di tale divieto. Tuttavia, in questo punto vi era qualcosa che poteva consolare i miscredenti: erano riusciti a tenere i musulmani lontani per un anno dalla loro amata Baytullah. Ma è evidente, anche senza dirlo, che si trattava di un successo temporaneo e insignificante.

Esaminando più attentamente il trattato di Hudaybiyyah, si comprende che i Quraysh concessero tre vantaggi ai musulmani e ne ottennero uno per sé. Questo vantaggio è menzionato nel quarto punto del trattato. Tuttavia, si trattava di un vantaggio del tutto marginale e privo di valore, che non arrecava alcun danno ai musulmani. È infatti evidente che, finché fossero rimasti musulmani, i musulmani non sarebbero fuggiti da Medina verso Mecca. Avrebbero potuto farlo soltanto dopo essersi convertiti a un’altra religione o essere diventati apostati. L’apostasia avrebbe potuto essere manifesta o segreta, in qualunque forma. Una volta che un musulmano si fosse convertito a un’altra religione, non sarebbe più stato necessario ai musulmani. Per loro sarebbe stato più vantaggioso che egli uscisse dalla società islamica piuttosto che vi rimanesse. Il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, alludendo a ciò disse: «Chiunque ci abbia lasciati ed è fuggito presso i politeisti, Allah lo ha allontanato da noi.» [Sahih Muslim, Il trattato di Hudaybiyyah, vol. 2, p. 105] Quanto agli abitanti della Mecca che erano diventati o sarebbero diventati musulmani, nelle condizioni del trattato non era stato previsto alcun vantaggio per loro. Di conseguenza, non avevano alcuna possibilità di trovare rifugio a Medina. Ma non è forse diventato un grande rifugio? A quel tempo, gli abitanti di Medina non conoscevano nemmeno il nome dell’Islam. Ancora oggi, una qualche parte del mondo aprirà il proprio seno ai musulmani. Alludendo a ciò, il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, disse: «A chiunque di loro verrà da noi, Allah predisporrà per loro un’ampiezza e una via d’uscita.»

Sebbene, apparentemente, i Quraysh avessero tratto vantaggio da un simile accordo, in realtà esso era un segno della paura, dell’angoscia, del terrore, dell’inquietudine e della sconfitta psicologica dei Quraysh. Ciò dimostra che erano atterriti dalla loro struttura sociale fondata sugli idoli. Sentivano che il corpo della loro società poggiava su una condizione fragile e priva di sostanza, pronta a crollare in qualsiasi momento. Era dunque indispensabile rafforzare le misure di sicurezza per proteggerla. D’altra parte, il fatto che l’Inviato di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) avesse accettato con tanta magnanimità la condizione secondo cui non avrebbe reclamato la restituzione di alcun musulmano rifugiatosi presso i Quraysh dimostra la sua piena fiducia nella maturità e nella solidità della società islamica. Una simile condizione non avrebbe arrecato alcun danno.

Il dubbio di Umar (che Allah sia soddisfatto di lui)

Le condizioni del trattato di Hudaybiyya furono esaminate sotto diversi aspetti. Tra queste condizioni ve n’erano due che gettarono i musulmani in una crisi psicologica. In primo luogo, l’Inviato (pace e benedizioni di Allah su di lui) aveva detto che sarebbe andato alla Nobile Bayt Allah e avrebbe compiuto il tawaf, ma stava tornando senza averlo compiuto. In secondo luogo, egli era l’Inviato di Allah ed era dalla parte della verità. Allah l’Altissimo aveva promesso che avrebbe dato la vittoria alla Sua religione. Perché dunque l’Inviato di Allah si era lasciato influenzare, aveva ceduto e aveva stipulato un trattato? Questi due aspetti suscitavano numerosi dubbi e interrogativi e avevano colpito così profondamente i sentimenti dei musulmani che essi erano prostrati dal dolore e dalla preoccupazione. Umar ibn al-Khattab era probabilmente quello che soffriva maggiormente a livello psicologico. Si recò dall’Inviato di Allah e disse: «O Inviato di Allah, non siamo forse noi dalla parte della verità e loro dalla parte della falsità?». L’Inviato (pace e benedizioni di Allah su di lui) rispose: «Sì, certamente». Egli disse: «I nostri uccisi non sono forse destinati al Paradiso, mentre i loro uccisi saranno abitanti dell’Inferno?». L’Inviato di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) rispose: «Sì, certamente». Egli disse: «Perché allora abbiamo ceduto riguardo alla religione, abbiamo accettato una simile condizione e siamo giunti a questa situazione, mentre Allah l’Altissimo non ha ancora giudicato tra noi e loro?». L’Inviato di Allah disse: «O Umar, figlio di al-Khattab, io sono l’Inviato di Allah e non posso disobbedire ad Allah. Allah mi aiuterà e non mi distruggerà in alcun modo». Egli disse: «Non ci avevate forse detto che sareste andati alla Nobile Bayt Allah e avreste compiuto il tawaf?». L’Inviato di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) rispose: «Sì, certamente. Ma avevo forse detto che avremmo avuto successo proprio quest’anno?». Egli rispose: «No». L’Inviato di Allah disse: «Ascolta dunque: certamente andrete alla Bayt Allah e ne compirete il tawaf».

Tuttavia, Umar (che Allah sia soddisfatto di lui), ancora contrariato, si recò da Abu Bakr (che Allah sia soddisfatto di lui) e gli riferì ciò che aveva detto all’Inviato di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui). Abu Bakr gli diede la stessa risposta che l’Inviato di Allah aveva dato a Umar (che Allah sia soddisfatto di lui). Poi Abu Bakr aggiunse: «Rimani saldo nell’obbedienza all’Inviato di Allah fino alla morte».

In seguito, Allah, Signore dei mondi, fece scendere nella sura al-Fath i versetti che iniziano con: «In verità, ti abbiamo concesso una vittoria evidente». In questa sura il trattato di Hudaybiyya viene definito una vittoria evidente per i musulmani. Dopo la rivelazione di questi versetti, l’Inviato di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) convocò Umar e glieli recitò.

Umar (che Allah sia soddisfatto di lui) disse: «O Inviato di Allah, questa è una vittoria?». L’Inviato (pace e benedizioni di Allah su di lui) rispose: «Sì, è una vittoria». Udite queste parole, il cuore di Umar si tranquillizzò ed egli fece ritorno.

In seguito, quando Umar (che Allah sia soddisfatto di lui) comprese il proprio errore, si vergognò profondamente. Egli disse: «Per la paura causata dall’errore che avevo commesso e dalle parole che avevo pronunciato quel giorno, compii molte opere pie: facevo regolarmente elemosine e carità, digiunavo, pregavo e liberavo schiavi. Ora sono fiducioso riguardo al bene». [Fath al-Bari, vol. VII, pp. 339-439; Sahih al-Bukhari, vol. I, pp. 598-600, 717; Sahih Muslim, vol. II, pp. 104-105; Ibn Hisham, vol. II, pp. 308, 322; Zad al-Ma’ad, vol. II, pp. 122-127; Mukhtasar al-Sira, Shaykh Abdullah, pp. 207-305; Tarikh Umar ibn al-Khattab, composto da Ibn al-Jawzi, pp. 39-40.]

La soluzione al problema dei musulmani deboli

Il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, giunse a Medina e si sentì tranquillo. In quel periodo, un musulmano di nome Abu Basir fuggì dalla Mecca e giunse a Medina, esasperato dalle torture e dalle persecuzioni degli infedeli. Abu Basir apparteneva alla tribù di Thaqif, alleata dei Quraysh. I Quraysh inviarono a Medina due uomini per riprendersi Abu Basir. Li mandarono con il messaggio: «Rispettate la condizione del patto concluso tra noi e voi». Il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, rimandò il nuovo arrivato Abu Basir alla Mecca insieme a loro. Quando i tre giunsero in un luogo chiamato Dhul-Hulayfa, cominciarono a mangiare datteri. A quel punto Abu Basir disse a uno dei due uomini: «Per Allah, la tua spada è davvero molto bella». L’uomo, lusingato, rispose: «Sì, è così. L’ho provata più volte». Abu Basir disse: «Fammi vedere, voglio guardarla anch’io». L’uomo gli porse la spada e Abu Basir lo uccise immediatamente.

L’altro uomo fuggì, tornò a Medina ed entrò nella Moschea del Profeta. Vedendolo, il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, osservò: «Quest’uomo ha visto una disgrazia». L’uomo si recò dal Messaggero di Allah e disse: «Il mio compagno è stato ucciso e anch’io sarò ucciso». In quel momento Abu Basir ritornò e disse: «O Messaggero di Allah, Allah ha mantenuto la tua promessa. Tu mi avevi rimandato con loro, poi Allah mi ha liberato dalle loro mani». Il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, disse: «Possa sua madre perderlo! Se trovasse qualcuno che lo sostenesse, accenderebbe il fuoco della guerra». Udendo ciò, Abu Basir comprese che sarebbe stato riconsegnato agli infedeli. Perciò lasciò Medina e si recò in una zona costiera. Nel frattempo, Abu Jandal ibn Suhayl fuggì dalla Mecca e si unì ad Abu Basir. Tutti quelli tra i Quraysh che abbracciavano l’Islam si univano ad Abu Basir. Lì si formò un gruppo. In seguito, essi assalivano le carovane commerciali dei Quraysh dirette in Siria e picchiavano brutalmente i membri delle carovane. Esasperati, i Quraysh si rivolsero al Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, appellandosi ai legami di parentela e chiedendogli di richiamarli presso di sé. Dissero: «D’ora in poi, qualunque abitante della Mecca abbracci l’Islam e venga da te sarà al sicuro. Non solleveremo obiezioni nei suoi confronti». Il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, richiamò quindi a Medina i musulmani della zona costiera. [Si veda la nota 3].

La conversione all’Islam di importanti esponenti dei Quraysh

All’inizio del settimo anno dell’Egira, dopo il trattato, ʿAmr ibn al-ʿAs, Khalid ibn al-Walid e ʿUthman ibn Talha abbracciarono l’Islam. Quando si presentarono al Messaggero di Allah, egli disse: «La Mecca ci ha consegnato nelle mani i suoi pezzi di cuore». [Vi sono divergenze riguardo al momento in cui i Compagni menzionati abbracciarono l’Islam. Diverse opere di Asma al-Rijal indicano l’ottavo anno dell’Egira. Tuttavia, tutti sanno che ʿAmr ibn al-ʿAs abbracciò l’Islam alla corte del Negus. Questo avvenne nell’ottavo anno dell’Egira. Durante il viaggio di ritorno dall’Abissinia, ʿAmr incontrò Khalid e ʿUthman ibn Talha; i tre si presentarono insieme al Messaggero di Allah e abbracciarono l’Islam. Ciò indica che anch’essi abbracciarono l’Islam all’inizio del settimo anno dell’Egira. Allah, l’Altissimo, sa meglio ogni cosa.]

Il trattato di Hudaybiyya fu in realtà l’inizio di un cambiamento nella vita dell’Islam e dei musulmani. Nell’ostilità verso l’Islam, i Quraysh erano i più saldi, ostinati e bellicosi. Il passaggio dal campo di battaglia a quello della pace spezzò uno dei tre lati dell’alleanza formatasi al tempo della Battaglia del Fossato, vale a dire Quraysh, Ghatafan ed ebrei. I Quraysh erano il fulcro dell’idolatria in tutta la Penisola Arabica, e anche l’impulso all’idolatria sembrò affievolirsi. Cominciò inoltre a cambiare il campo delle loro azioni ostili. Per questo, dopo il trattato, la tribù di Ghatafan non compì particolari azioni ostili. E quando fece qualcosa, fu soltanto per istigazione degli ebrei.

Dopo essere stati espulsi da Medina, gli ebrei fecero di Khaybar il centro delle loro cospirazioni e dei loro complotti. Lì i loro diavoli continuavano a generare prole. Erano impegnati ad accendere il fuoco della discordia. Istigavano i beduini nei dintorni di Medina e complottavano per distruggere il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, e i musulmani, oppure per arrecare loro un grave danno. Per queste ragioni, dopo il trattato di Hudaybiyya, il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, si concentrò innanzitutto sull’estirpazione dalle radici del centro delle malefatte degli ebrei.

In sintesi, dopo il trattato di Hudaybiyya ebbe inizio una nuova era di pace, che offrì ai musulmani un’importante opportunità di invitare all’Islam, diffonderlo e trasmettere la religione. Perciò, in quel periodo, l’attività dei musulmani nel campo dell’invito e della trasmissione crebbe molte volte. Questa attività di trasmissione superò quella bellica. Quel periodo può essere diviso in due parti.

Prima di occuparci delle attività belliche, è opportuno soffermarsi innanzitutto sull’attività dell’invito e della trasmissione. Infatti, è proprio il lavoro di trasmissione a meritare la priorità, ed è questa anche la vera opera dell’Islam. Fu per diffondere e ampliare quest’opera di trasmissione che i musulmani sopportarono tanti pericoli, calamità, disordini, guerre, tumulti e caos.

Lettere ai sovrani e agli emiri

Verso la fine del sesto anno dell’Egira, dopo che il Messaggero di Allah — che Allah lo benedica e gli conceda la pace — fece ritorno da Hudaybiyya, inviò lettere a vari sovrani ed emiri, invitandoli all’Islam. Quando il Messaggero — che Allah lo benedica e gli conceda la pace — volle inviare queste lettere, gli fu detto che i sovrani le avrebbero accettate solo se fossero state sigillate. Per questo il Messaggero di Allah — che Allah lo benedica e gli conceda la pace — fece realizzare un anello d’argento, sul quale furono incise le tre parole «Muhammad», «Messaggero» e «Allah». «Allah» fu scritto nella prima riga, «Messaggero» nella seconda e «Muhammad» nella terza. [Sahih al-Bukhari, vol. 2, p. 872]

Dopo aver scritto le lettere, il Messaggero — che Allah lo benedica e gli conceda la pace — inviò in vari luoghi alcuni Compagni esperti, affidando loro le lettere. Inviò questi messaggeri il primo Muharram del settimo anno dell’Egira, pochi giorni prima di partire per Khaybar. [Rahmatul lil-‘Alamin, vol. 1, p. 171] Di seguito se ne offre una descrizione.

1) Al sovrano dell’Abissinia, chiamato Negus

Il vero nome del Negus era Ashama ibn al-Abjar. Dopo aver scritto la lettera, il Messaggero di Allah la inviò per mano di ‘Amr ibn Umayya al-Damri alla fine del sesto anno dell’Egira o all’inizio del settimo. ‘Allama al-Tabari ha riportato anche il testo della lettera. Tuttavia, esaminandolo attentamente, si comprende che non si tratta della lettera scritta dopo il trattato di Hudaybiyya. Sembra piuttosto essere la lettera che il Messaggero di Allah aveva consegnato al nobile Ja‘far al-Tayyar affinché la portasse al Negus al momento della sua emigrazione in Abissinia, quando il Messaggero si trovava alla Mecca. Infatti, alla fine della lettera gli emigranti sono menzionati in questi termini: «Ti ho inviato mio cugino Ja‘far insieme a un gruppo di musulmani. Quando giungeranno da te, accoglili sotto la tua protezione e non sottoporli ad alcuna costrizione».

L’Imam al-Bayhaqi ha menzionato, riferendosi ad ‘Abdullah ibn ‘Abbas, un’altra lettera che il Messaggero — che Allah lo benedica e gli conceda la pace — aveva inviato al Negus. Il testo della lettera era il seguente: «Questa lettera proviene dal profeta Muhammad ed è indirizzata ad Ashama, sovrano dell’Abissinia. Pace su colui che segue la guida e crede in Allah l’Altissimo e nel Suo Messaggero. Attesto che non vi è nessuno degno di essere adorato all’infuori di Allah, l’Unico. Egli non ha né moglie né figlio. Attesto inoltre che Muhammad è servo e Messaggero di Allah. Ti invito all’Islam, poiché sono il Messaggero di Allah. Accetta dunque l’Islam e sarai salvo. O gente della Scrittura, venite a una parola comune tra noi e voi: non adoreremo altri che Allah, non Gli assoceremo nulla e non prenderemo nessuno, all’infuori di Allah, come signore. Se qualcuno rifiuta di accettare questa fede, ditegli: “Siate testimoni: noi siamo musulmani”. Se non accetterai questo invito, su di te ricadrà tutta la colpa dei cristiani della tua gente».

Il dottor Muhammad Hamidullah di Parigi ha menzionato il testo di un’altra lettera, che è stata ritrovata. Questa lettera è riportata, con una differenza di una sola parola, nell’opera Zād al-Ma‘ād, scritta dall’‘Allama Ibn al-Qayyim. Il dottor Hamidullah si è impegnato a fondo per verificarne l’autenticità.

Il dottor Hamidullah ha inserito nella sua opera una fotocopia di questa lettera, pubblicata in epoca contemporanea. La sua traduzione è la seguente: «Inizio nel nome di Allah, il Clementissimo, il Misericordiosissimo.»

«Da Muhammad, Messaggero di Allah, al Negus d’Abissinia, Azram. La pace sia su chi segue la guida. Lodo davanti a te Allah l’Altissimo, all’infuori del quale non vi è alcuna divinità. Egli è il Santo, la Fonte della pace, Colui che dona sicurezza e tranquillità, il Protettore e il Custode. Testimonio che Gesù, figlio di Maria, è lo Spirito di Allah e la Sua Parola. Allah l’Altissimo lo ha posto in Maria, pura e casta. Maria rimase incinta per il soffio e la parola di Allah, proprio come Allah l’Altissimo creò Adamo con le Sue mani. Vi invito all’unicità di Allah, l’Unico, e all’obbedienza a Lui. Vi invito inoltre all’unità: obbeditemi e credete in ciò che ho portato. In verità, sono il Messaggero di Allah; invito te e il tuo esercito ad Allah, il Signore dei mondi, l’Onnipotente. Ho trasmesso il messaggio e dato il consiglio. Accettate dunque la mia trasmissione e il mio consiglio. Infine, la pace sia su chi segue la guida.[La vita politica del Messaggero di Allah, dott. Muhammad Hamidullah, pp. 108, 109, 122, 123, 124, 125. Nell’opera Zad al-Ma‘ad, al posto delle ultime parole “chi segue la guida” si trova “chi accetta l’Islam”. Vedi Zad al-Ma‘ad, vol. III, p. 60]»

Il dottor Muhammad Hamidullah ha affermato con fermezza che questa è la lettera che il Messaggero di Allah, pace e benedizioni di Allah su di lui, inviò al Negus dopo la tregua di Hudaybiyya. Considerando le catene di trasmissione relative a questa lettera, non vi è motivo di dubitare della veridicità di tale affermazione. Tuttavia, non si trova alcuna prova che il Messaggero di Allah, pace e benedizioni di Allah su di lui, abbia inviato questa lettera dopo la tregua di Hudaybiyya. Al contrario, la lettera menzionata dall’imam al-Bayhaqi nella narrazione di ‘Abd Allah ibn ‘Abbas, che sembra più coerente con le descrizioni delle lettere inviate agli altri sovrani, appare maggiormente attendibile. Infatti, insieme alle lettere raccolte dall’imam al-Bayhaqi, vi sono versetti del Corano rivolti con le parole: “O gente della Scrittura”. Versetti di questo tipo sono menzionati anche nelle lettere raccolte da altri imam. Nella lettera raccolta dall’imam al-Bayhaqi, il nome del sovrano d’Abissinia è indicato come Ashama. Nella lettera raccolta dal dottor Hamidullah non è menzionato alcun nome. In tale situazione, ritengo che la lettera del dottore sia in realtà quella che il Messaggero di Allah, pace e benedizioni di Allah su di lui, scrisse al successore di Ashama dopo la sua morte. Probabilmente è per questo che nella lettera non compariva alcun nome.

Non abbiamo alcuna prova in merito. Piuttosto, il fondamento è costituito da quelle testimonianze interne che si possono ricavare dal contenuto della lettera. Tuttavia, suscita meraviglia il fatto che il dottor Hamidullah abbia indicato con piena certezza, nella lettera citata da al-Bayhaqi e narrata da ‘Abd Allah ibn ‘Abbas, come lettera del Messaggero di Allah quella che era stata scritta al successore di Ashama dopo la morte di quest’ultimo. Oppure, nella lettera scritta ad Ashama, il suo nome è menzionato esplicitamente.

In sintesi, ‘Amr ibn Umayya al-Damri consegnò la lettera del Messaggero di Allah al Negus. Il Negus se la portò agli occhi, scese dal trono e venne giù. In seguito accettò l’Islam per mano di Ja‘far ibn Abi Talib. In risposta alla lettera inviatagli dal Messaggero di Allah, pace e benedizioni di Allah su di lui, mandò una lettera a Medina. Il contenuto della lettera è il seguente.

Nel nome di Allah, il Misericordioso, il Clementissimo.

Da parte del Negus Ashama al Messaggero di Allah Muhammad.

O Profeta di Allah, su di te discendano il saluto, la misericordia e le benedizioni di Allah, da parte di Allah, all’infuori del quale nessuno è degno di adorazione. Ora, o Messaggero di Allah, la tua lettera è giunta nelle mie mani. In essa hai menzionato Gesù. Per Allah, il Padrone dei cieli e della terra, egli non era altro se non ciò che hai menzionato riguardo a Gesù. Egli era proprio come lo hai descritto.[Da questa dichiarazione del Negus, cioè Ashama, riguardo a Gesù, risulta che la lettera era stata inviata a colui il cui nome era Ashama.] Ho appreso tutto ciò che mi hai scritto e sto ospitando tuo cugino e i tuoi Compagni. Testimonio che sei veramente e autenticamente il Messaggero di Allah. Ti presto giuramento di fedeltà, e presto giuramento di fedeltà a tuo cugino; per mano sua ho accettato l’Islam per Allah, il Signore dei mondi.[Zad al-Ma‘ad, vol. III, p. 61]

Il Messaggero di Allah, pace e benedizioni di Allah su di lui, chiese inoltre al Negus di inviare Ja‘far e gli altri emigrati presenti in Abissinia. Di conseguenza, il Negus predispose il loro viaggio verso Medina su due imbarcazioni, insieme a ‘Amr ibn Umayya al-Damri. Su una delle imbarcazioni si trovavano Ja‘far, Abu Musa al-Ash‘ari e alcuni altri Compagni. Dapprima giunsero a Khaybar e da lì si recarono a Medina. Sull’altra imbarcazione si trovava per la maggior parte un gruppo di bambini e adolescenti; essi giunsero direttamente dall’Abissinia a Medina.[Zad al-Ma‘ad, vol. III, p. 61]

È degno di nota che il Negus morì nel nono anno dell’Egira, dopo la battaglia di Tabuk. Il Messaggero di Allah informò i Compagni della sua morte proprio il giorno in cui avvenne e fece eseguire la preghiera funebre in sua assenza. In seguito, il Messaggero di Allah ﷺ scrisse anche una lettera al sovrano succeduto al Negus, ma non è noto se egli avesse accettato l’Islam.[Stessa opera, stessa pagina.]

2) A nome del sovrano d’Egitto, al-Muqawqis—

Il Messaggero di Allah ﷺ scrisse anche una lettera a Jūraij ibn Māṭā,[Allāma Manṣūrpūrī ne ha discusso a pagina 178 dell’opera Raḥmatun lil-ʿĀlamīn. Il dottor Hamidullah, nella sua opera La vita politica del Messaggero di Allah, ha indicato il nome di questo sovrano come Banī Yāmīn.] governatore dell’Egitto e di Alessandria. Muqawqis era il suo titolo. Il testo della lettera è il seguente—

«Nel nome di Allah, il Misericordioso, il Clementissimo.

Da parte del servo di Allah e del Suo Messaggero, Muḥammad, a Muqawqis, grande sovrano dei Copti. Pace su colui che segue la guida.

Ti invito all’Islam. Accetta l’Islam e vivrai in pace. Se accetti l’Islam, Allah ti concederà una doppia ricompensa. Ma se non accetti l’Islam, il peccato degli abitanti dei Copti ricadrà anche su di te. O Copti, venite a una parola comune tra noi e voi: che non adoriamo altri all’infuori di Allah e non associamo a Lui alcun compagno; che nessuno di noi prenda altri all’infuori di Allah come signore». Se si distolgono da questo invito, allora di’: “Siate testimoni: noi siamo musulmani”». [Nell’opera Zād al-Maʿād, volume 3, pagina 61, si afferma che questa lettera è stata scoperta in tempi recenti. Nel testo della fotocopia stampata dal dottor Hamidullah si rileva una differenza di sole due parole rispetto al testo citato in Zād al-Maʿād. Si veda La vita politica del Messaggero di Allah, pp. 136-137.]

Ḥāṭib ibn Abī Baltaʿa fu scelto per consegnare questa lettera. Dopo essere giunto alla corte di Muqawqis, disse: «Prima di te vi fu su questa terra un governante che si considerava il Signore supremo. Allah lo ha reso un esempio per le generazioni passate e future. Per mezzo suo, dapprima fu inflitta vendetta ad altri, poi egli stesso divenne bersaglio della vendetta. Trai dunque una lezione dalla vicenda altrui, affinché non accada che altri traggano una lezione dalla tua vicenda».

Mutawqis rispose: «Abbiamo una fede religiosa e non possiamo abbandonarla finché non ne troviamo una migliore».

Ḥāṭib (ra) disse: «Vi invito all’Islam. Allah Taʿālā ha ritenuto questa religione sufficiente in sostituzione di tutte le religioni precedenti. Dopo che il Profeta della religione scelta da Allah, cioè l’Islam, invitò le persone alla religione, i Quraysh divennero i suoi principali nemici. Anche gli ebrei iniziarono a mostrare ostilità e a tramare. I cristiani erano relativamente vicini. Per Allah, proprio come Mūsā (as) aveva annunciato la buona novella riguardo a ʿĪsā (as), allo stesso modo noi vi invitiamo al Corano, così come voi invitate gli appartenenti alla Torah al Vangelo. Ogni profeta è indispensabile per il popolo al quale è stato inviato.»

Avete raggiunto l’epoca del profeta appena giunto; obbedite dunque a lui. Non vi chiediamo di abbandonare la religione del Messia; al contrario, vi invitiamo essenzialmente proprio a quella religione.

Al-Muqawqis disse: «Dopo aver cercato informazioni su quel profeta, ho saputo che non ordina alcuna azione detestabile e non vieta di compiere alcuna azione apprezzabile. Non è un mago traviato né un astrologo menzognero. Al contrario, ho visto in lui questo segno della profezia: manifesta le cose segrete e informa riguardo alle cose nascoste. Rifletterò ancora sul suo invito.»

Al-Muqawqis prese la lettera del Messaggero di Allah, la mise in una scatola d’avorio, poi la chiuse, la sigillò e la affidò a una delle sue schiave. In seguito convocò uno scriba di lingua araba e gli fece scrivere la seguente lettera al Messaggero di Allah ﷺ.

«Nel nome di Allah, il Clemente, il Misericordioso. Da al-Muqawqis ʿAẓīm Qibṭ a Muḥammad ibn ʿAbdullah. Pace su di voi. Ho letto la vostra lettera. Ho compreso il contenuto della vostra lettera e il vostro invito. So che deve ancora venire un profeta. Pensavo che sarebbe apparso in Siria. Ho onorato il vostro inviato. Vi mando due schiave e, in dono per la vostra cavalcatura, anche un mulo. Pace su di voi.»

Al-Muqawqis non scrisse altro. Non abbracciò neppure l’Islam. Le schiave da lui inviate si chiamavano Maria al-Qibṭiyya e Shīrīn. Il mulo si chiamava Duldul. Rimase in vita fino all’epoca di Muʿāwiya (ra). [Zād al-Maʿād, vol. 3, p. 61] Il Nobile Messaggero ﷺ tenne Maria presso di sé. Dal grembo di Maria nacque Ibrāhīm, figlio del Messaggero di Allah ﷺ. Shīrīn fu donata al poeta Ḥassān ibn Thābit al-Anṣārī.

Tre) A nome dell’imperatore persiano Cosroe Parvīz—

Il Messaggero di Allah ﷺ inviò una lettera anche a Kisrā, l’imperatore persiano; era del seguente tenore—

«Inizio nel nome di Allah, il Misericordioso e il Clementissimo—

Da parte del Messaggero di Allah, Muhammad, a Parvez di Persia.»

La pace sia su colui che segue la guida e crede in Allah l’Altissimo e nel Suo Messaggero. Egli è Uno e Unico, non ha associati; Muhammad è il Suo servo e il Suo Messaggero. Ti invito a credere in Allah, poiché sono stato inviato da Allah a tutta l’umanità. Il mio compito è ammonire coloro che sono vivi riguardo alle conseguenze finali e dimostrare la verità ai miscredenti. Pertanto, abbraccia l’Islam e vivrai in pace; ma se rifiuti, ricadrà su di te il peccato di tutti gli adoratori del fuoco.»

Per portare questa lettera fu scelto ʿAbdullah ibn Hudhafa as-Sahmi (che Allah sia soddisfatto di lui). Egli consegnò la lettera al governatore del Bahrain. Non si sa se il governatore del Bahrain abbia inviato la lettera tramite un messaggero oppure abbia mandato lo stesso ʿAbdullah ibn Hudhafa. In ogni caso, dopo che la lettera fu letta a Parvez, questi la strappò e disse con arroganza: «Uno dei miei sudditi, un uomo comune, ha scritto il proprio nome prima del mio». Quando il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, venne a sapere ciò, disse: «Possa Allah fare a pezzi il suo regno». E accadde proprio ciò che aveva detto il Messaggero, che Allah lo benedica e gli conceda la pace.

L’imperatore scrisse al suo governatore dello Yemen, Bazan: «Mandami da lì due uomini robusti, affinché vadano nell’Hijaz, catturino quell’uomo e lo conducano da me». Per eseguire l’ordine dell’imperatore, Bazan inviò due uomini dal Messaggero di Allah, insieme alla sua lettera. I due inviati andarono dal Messaggero di Allah a Medina. Uno di loro disse: «Il sovrano ha scritto una lettera ordinando a Bazan di condurti alla sua corte. Il re Bazan ci ha mandato da te; dunque, vieni con noi». Subito dopo, entrambi gli inviati pronunciarono anche alcune parole minacciose. Il Messaggero, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, disse con calma: «Venite a incontrarmi domani».

Nel frattempo, la ribellione e i dissidi familiari di Cosroe Parvez di Persia assunsero proporzioni sempre più gravi. Le truppe persiane continuavano a subire una sconfitta dopo l’altra per mano dei soldati di Cesare. Alla fine, esasperato e adirato, il figlio dell’imperatore, Shirwayh, uccise suo padre e prese il potere. Era la notte di martedì, il 10 di Jumada al-Awwal del settimo anno dell’Egira [Fath al-Bari, vol. 8, p. 127]. Il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, ricevette questa notizia tramite la rivelazione. Il giorno seguente, quando i due rappresentanti si presentarono alla presenza del Messaggero di Allah, egli comunicò loro la notizia. Essi dissero: «Che assurdità stai dicendo? Abbiamo già considerato una colpa nei tuoi confronti parole ben meno gravi di queste. Dobbiamo forse scrivere al re ciò che hai detto?». Il Messaggero, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, rispose: «Sì, scrivetelo. Scrivete anche che la mia religione e il mio governo giungeranno là dove è giunto il vostro re. Anzi, giungeranno persino in luoghi oltre i quali non potranno arrivare né cammelli né cavalli. Informatelo inoltre che, se diventerà musulmano, gli sarà affidato tutto ciò che è sotto il suo controllo e noi lo renderemo re del suo popolo».

I due messaggeri andarono quindi da Medina nello Yemen, da Bazan, e gli riferirono ogni cosa. Poco dopo giunse nello Yemen una lettera che annunciava che Shirwayh aveva ucciso suo padre ed era salito al trono. Nella sua lettera, il nuovo imperatore aveva inoltre ordinato a Bazan, governatore dello Yemen, di non molestare l’uomo di cui suo padre aveva scritto fino a nuovo ordine.

A causa di questo avvenimento, Bazan e i suoi compatrioti persiani, che in quel periodo si trovavano nello Yemen, abbracciarono tutti l’Islam e divennero musulmani. [Muhadirat Khazrami, vol. 1, p. 147; Fath al-Bari, vol. 8, pp. 127-128; Rahmatul lil-Alamin]

Quarto) A nome dell’imperatore romano Cesare—

In un lungo hadith riportato nel Sahih al-Bukhari è menzionato il resoconto di questa lettera. Il contenuto della lettera che il Messaggero scrisse all’imperatore romano Eraclio è il seguente—

Nel nome di Allah, il Misericordioso, il Clementissimo.

Da parte del servo di Allah e del Suo Messaggero Muhammad, a Eraclio, il grande sovrano di Roma.

La pace sia su colui che segue la guida. Se accetterai l’Islam, vivrai in pace. Se accetterai l’Islam, riceverai una doppia ricompensa. Se rifiuterai, il peccato dei tuoi sudditi ricadrà su di te. O gente della Scrittura, venite a una parola comune tra noi e voi: che non adoreremo né obbediremo a nessuno all’infuori di Allah; che non assoceremo alcuno ad Allah; e che non prenderemo gli uni gli altri come signori all’infuori di Allah. Se essi rifiutano, dite loro: «Siate testimoni che noi siamo musulmani». [Sahih al-Bukhari, vol. 2, pp. 4-5]

Per consegnare questa lettera, il Messaggero, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, scelse Hadrat Dihya Kalbi. Gli fu detto di consegnare la lettera al governatore di Bosra. Il governatore di Bosra l’avrebbe poi recapitata all’imperatore Eraclio. Il resoconto di ciò che accadde in seguito è tramandato nel Sahih al-Bukhari da Hadrat Abdullah ibn Abbas (che Allah sia compiaciuto di lui). Egli racconta che Abu Sufyan ibn Harb gli riferì che l’imperatore Eraclio lo aveva invitato alla sua corte insieme a un gruppo di Quraysh. Secondo i termini della tregua di Hudaybiyyah, quella carovana si era recata in Siria per commerciare, trasportando merci. La carovana si presentò alla corte dell’imperatore Eraclio a Iliya, cioè Bayt al-Maqdis. [A quel tempo l’imperatore Eraclio era andato da Homs a Bayt al-Maqdis. Si era recato a Bayt al-Maqdis per rendere grazie ad Allah per la vittoria ottenuta nella guerra contro la Persia. Si veda Sahih Muslim, vol. 2, pp. 4-5. Dal resoconto dell’evento risulta che, dopo l’assassinio di Cosroe Parviz, i Romani stipularono un accordo con l’imperatore persiano a condizione di recuperare i territori perduti. Anche la croce, che i Persiani avevano restituito e riguardo alla quale i cristiani credevano che su di essa fosse stato crocifisso Hadrat Isa (che la pace sia su di lui), fu recuperata. L’imperatore Eraclio si recò a Iliya, cioè Bayt al-Maqdis, nel 629 dell’era cristiana, il settimo anno dell’Egira, per ricollocare al suo posto la croce recuperata dopo l’accordo e per rendere grazie ad Allah per la grande vittoria.] L’imperatore li fece chiamare. In quel momento erano presenti a corte numerose personalità eminenti del paese.

L’imperatore Eraclio fece convocare il suo interprete e fece portare davanti a sé la delegazione commerciale della Mecca. Poi, tramite l’interprete, chiese: «Chi tra voi è più vicino per parentela a colui che sostiene di essere un profeta?». Abu Sufyan disse: «Allora informai il sovrano che ero io il suo parente più prossimo». Eraclio disse: «Fatelo venire vicino a me e fate sedere i suoi compagni dietro di lui». Poi Eraclio disse al suo interprete: «Interrogherò quest’uomo riguardo a colui che sostiene di essere un profeta. Se dirà una menzogna in risposta a una domanda, dite ai suoi compagni di contraddirlo immediatamente». Abu Sufyan disse: «Giuro su Allah, se non avessi temuto di essere accusato di mentire, certamente avrei mentito riguardo a lui».

Abu Sufyan racconta: dopo che mi ebbero fatto venire avanti e sedere, Eraclio mi chiese innanzitutto: «Qual è, tra voi, il rango della sua stirpe?»

Io: Egli è di nobile lignaggio.

Eraclio: Ciò che egli dice, qualcuno tra voi aveva mai detto qualcosa di simile prima di lui?

Io: No.

Eraclio: Tra i suoi antenati, c’è mai stato un sovrano?

Io: No.

Eraclio: Lo hanno seguito i nobili o la gente debole?

Io: La gente debole.

Eraclio: Il loro numero aumenta o diminuisce?

Io: Continua ad aumentare.

Eraclio: Dopo aver abbracciato questa fede, qualcuno ha mai abiurato?

Io: No.

Eraclio: Prima che dicesse queste cose, qualcuno lo aveva mai accusato di mentire?

Io: No.

Eraclio: È sleale?

Io: No. Tuttavia, al momento siamo legati a lui da un trattato di pace. Non sappiamo che cosa farà a questo proposito. Abu Sufyan disse: «A parte questa domanda, non ho avuto modo di aggiungere nulla di mia iniziativa».

Eraclio: Avete combattuto contro di lui?

Io: Sì.

Eraclio: Com’era la guerra tra voi e lui?

Io: La guerra tra noi e lui era altalenante: a volte lui ci sconfiggeva, a volte noi sconfiggevamo lui.

Eraclio: Che cosa vi ordina di fare?

Io: Dice: «Adorate soltanto Allah e non associateGli nessuno. Vi ordina la sincerità, la devozione, la purezza, la pulizia e il buon comportamento verso i parenti stretti, come insegnavano i vostri padri e i vostri antenati».

Poi Eraclio disse al suo interprete: «Digli che, quando ho chiesto informazioni sulla nobiltà della stirpe di colui che rivendica la profezia, ha detto che egli appartiene a una stirpe nobile. È consuetudine che i profeti siano inviati proprio tra le persone di stirpe nobile. Gli ho chiesto se, prima di lui, qualcuno tra voi avesse mai pronunciato parole simili. Ha detto di no. Se avesse semplicemente ripetuto le parole di qualcun altro, avrei detto: “Quest’uomo non fa che riecheggiare le parole di un altro”. Ho chiesto se tra i suoi antenati vi fosse mai stato un re. Hai detto di no, che non ve n’era mai stato uno. Se tra i suoi antenati vi fosse stato un re, avrei detto: “Quest’uomo rivendica il regno dei suoi antenati”. Ho chiesto se, prima di ciò che egli dice, lo aveste mai accusato di essere un bugiardo. Hai detto di no. Perciò, chi non mente riguardo alle persone non può mentire riguardo ad Allah l’Onnipotente. Ho anche chiesto se a seguirlo fossero i notabili o i deboli. Hai detto i deboli. In realtà, sono i deboli a seguire per primi i profeti. Ho chiesto se, dopo che qualcuno aveva abbracciato la sua religione, l’avesse poi abbandonata; hai detto di no. In realtà, è così che avviene quando la vitalità della fede penetra nel cuore. Ho chiesto se egli vi tradisse. Hai detto di no. In realtà, i profeti sono così: non rompono le promesse e non tradiscono. Ho chiesto che cosa vi ordinasse di fare. Hai detto che vi ordina di adorare Allah, di non associarGli nessuno, vi proibisce di adorare gli idoli e vi ordina la preghiera, la sincerità, la devozione, la purezza e la pulizia. Se è vero tutto ciò che hai detto, egli diventerà ben presto padrone persino della terra che si trova sotto i miei due piedi. Sapevo che questo profeta sarebbe venuto, ma non immaginavo che sarebbe sorto tra voi. Se fossi stato in grado di affrontare il viaggio per raggiungerlo, avrei sopportato la fatica di arrivare da lui e gli avrei lavato i piedi».

Poi Eraclio chiese la lettera del Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, e la lesse. Non appena Eraclio ebbe terminato di leggere la lettera, lì cominciò un gran tumulto e si udirono voci ad alta voce. Eraclio diede ordini riguardo a noi e fummo fatti uscire. Una volta fuori, dissi ai miei compagni: «La vicenda del figlio di Abu Qabsha¹⁶ è diventata davvero seria. A quanto pare, persino il re dei Banu al-Asfar¹⁷, cioè dei Romani, ha paura di lui». Da allora continuai sempre a credere che la religione del Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, avrebbe certamente trionfato. In seguito, Allah, il Signore dei mondi, accese in me la luce dell’Islam.

Questo era il resoconto di Abu Sufyan sull’effetto della lettera inviata dal Messaggero di Allah all’imperatore romano Eraclio. Un altro effetto di questa lettera fu che l’imperatore Eraclio donò una notevole quantità di ricchezze e beni a Dihya al-Kalbi, che Allah sia soddisfatto di lui, il portatore della lettera del Messaggero, che Allah lo benedica e gli conceda la pace. Mentre Dihya, che Allah sia soddisfatto di lui, tornava a Medina con quei beni, alcuni membri della tribù di Juzam lo assalirono e gli portarono via tutto in un luogo chiamato Husma. Giunto a Medina, Dihya, che Allah sia soddisfatto di lui, invece di recarsi a casa propria andò dapprima dal Messaggero di Allah e gli raccontò tutto. Dopo aver ascoltato il suo racconto, il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, inviò cinquecento Compagni in una spedizione contro Husma, sotto la guida di Zayd ibn Haritha, che Allah sia soddisfatto di lui. Zayd, che Allah sia soddisfatto di lui, lanciò un attacco a sorpresa contro gli uomini della tribù di Juzam e ne uccise molti. Poi condusse a Medina il loro bestiame e le loro donne. Tra il bestiame vi erano mille cammelli e cinquemila capre. Tra i prigionieri c’erano cento donne e bambini.

Tra il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, e la tribù di Judhām era già in vigore un trattato di riconciliazione. Per questo motivo, uno dei capi di quella tribù, Zayd ibn Rifāʿa, si recò rapidamente alla presenza del Messaggero di Allah per protestare e presentare la propria supplica. Zayd ibn Rifāʿa aveva abbracciato l’Islam già da molto tempo insieme a numerosi membri della tribù di Judhām. Quando Hadrat Dihya al-Kalbī fu attaccato, essi tentarono di proteggerlo. Per questo il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, accolse la sua protesta e la sua supplica, e restituì i prigionieri e il bottino. Molti autori della Sīra hanno menzionato che questo episodio ebbe luogo prima del trattato di al-Hudaybiyya. Ma ciò è errato, poiché la lettera fu inviata all’imperatore Eraclio solo dopo il trattato di al-Hudaybiyya. Per questo l’ʿAllāma Ibn Qayyim ha scritto che questo episodio ebbe certamente luogo dopo il trattato di al-Hudaybiyya. (Zād al-Maʿād, vol. 2, p. 122; nota marginale a Talqīh al-Fuhūm, p. 29)

Cinque) A nome di Mundhir ibn Sādir—

Il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, scrisse una lettera a Mundhir ibn Sādir, invitando anche lui all’Islam. Mundhir era il governatore del Bahrain. La lettera fu inviata per mezzo di Hadrat ʿAlāʾ ibn al-Hadramī. In risposta, Mundhir scrisse al Messaggero di Allah: «O Messaggero di Allah, ho letto la tua lettera agli abitanti del Bahrain. Alcuni hanno apprezzato l’Islam, lo hanno considerato sotto il profilo della purezza e lo hanno abbracciato, mentre molti altri non lo hanno apprezzato. Qui vi sono anche ebrei e adoratori del fuoco. Dammi istruzioni riguardo a loro». In risposta, il Messaggero (che Allah lo benedica e gli conceda la pace) scrisse la seguente lettera.

Comincio nel nome di Allah, il Misericordiosissimo, il Clementissimo.

Da parte del Messaggero di Allah, Muhammad, a Mundhir ibn Sādir. Pace su di te. Io lodo davanti a te Allah, all’infuori del quale nessuno è degno di essere adorato. Attesto che Muhammad è servo di Allah e Suo Messaggero.

In seguito, ti ricordo di avere timore di Allah. Ricorda che chi compie il bene lo fa a proprio vantaggio. Chi obbedisce ai Miei messaggeri e segue i loro ordini è considerato colui che ha obbedito a Me. Coloro che trattano bene i Miei messaggeri sono considerati come coloro che hanno trattato bene Me. I Miei messaggeri hanno parlato bene di te. Ho accolto la tua intercessione riguardo alla tua gente. Lascia dunque i musulmani nella condizione di fede in cui si trovano. Ho perdonato i colpevoli; perdona anche tu loro. Finché seguirai la retta via, non ti destituirò. Gli ebrei e gli adoratori del fuoco devono pagare la jizya. (Zād al-Maʿād, vol. 3, pp. 61-62. Questa lettera è stata recentemente scoperta. Il dottor Hamidullah ne ha pubblicato una fotocopia. Tra la descrizione contenuta in Zād al-Maʿād e quella della fotocopia vi è una variazione di una parola. Nella fotocopia si legge «lā ilāha illā huwa», mentre in Zād al-Maʿād si legge «lā ilāha ghayruhu».)

Sei) A nome del governatore di al-Yamāma—

Il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, inviò la seguente lettera a Hāwza ibn ʿAlī, governatore di al-Yamāma.

Comincio nel nome di Allah, il Misericordioso, il Clementissimo.

Una lettera dal Messaggero di Allah, Muhammad, a Hawza ibn Ali.

La pace sia su colui che segue la guida. Devi sapere che la mia religione si estenderà fino a raggiungere ogni luogo in cui arrivano cammelli e cavalli. Accetta dunque l’Islam e sarai al sicuro. Ciò che è sotto la tua autorità sarà preservato per te.

Come messaggero incaricato di consegnare questa lettera fu scelto Salit ibn Amr al-Amiri. Il venerabile Salit giunse alla corte di Hawza, governatore dello Yamama, portando con sé la lettera sigillata. Hawza lo accolse come suo ospite e gli rivolse parole di benvenuto. Il venerabile Salit lesse la lettera al governatore. Egli diede una risposta ambigua. Poi inviò al Messaggero di Allah una risposta scritta. La risposta era la seguente.

«La bontà e l’eccellenza di ciò a cui inviti sono indiscutibili. Io esercito influenza sugli Arabi. Affidami dunque qualche incarico e ti obbedirò».

Il governatore Hawza offrì anche alcuni doni al messaggero del Messaggero di Allah. Tra quei doni vi erano vesti preziose. Il venerabile Salit portò quegli oggetti al cospetto del Messaggero di Allah e lo informò di tutto.

Dopo aver letto questa lettera, il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, dichiarò: «Anche se mi chiedesse un solo pezzo di terra, non glielo concederei. Egli stesso sarà distrutto, e sarà distrutto anche tutto ciò che gli appartiene».

Dopo che il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, fece ritorno dalla conquista della Mecca, il venerabile Gabriele gli comunicò che Hawza era ormai in punto di morte.

Il Messaggero, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, disse poi ai Compagni: «Ascoltate: nello Yamama comparirà un impostore, che sarà ucciso dopo di me». Un Compagno chiese: «O Messaggero di Allah, chi lo ucciderà?». Il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, rispose: «Tu e il tuo compagno».

In seguito, le parole del Messaggero di Allah si dimostrarono veritiere.

7) Al governatore di Damasco, il Ghassanide—

Il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, inviò la seguente lettera ad al-Harith ibn Abu Shimar al-Ghassani, governatore di Damasco.

Nel nome di Allah, il Misericordiosissimo, il Clementissimo.

Da parte del Messaggero di Allah, Muhammad, ad al-Harith ibn Abu Shimar.

La pace sia su colui che segue la retta guida, crede e riconosce la verità. Ti invito a credere in Allah, l’Unico, l’Assoluto, che non ha associati. Accetta l’invito all’Islam. Il tuo regno rimarrà stabilmente nelle tue mani.

Questa lettera fu affidata a Shuja ibn Wahab, un Compagno appartenente alla tribù di Asad ibn Khuzayma. Dopo aver consegnato la lettera ad al-Harith, egli disse: «Chi può strapparmi il mio regno? Presto marcerò contro di lui». Questo sventurato non abbracciò l’Islam.

8) A nome del re di Oman

Il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, scrisse anche una lettera a Jaifar, re di Oman, e a suo fratello Abd. Il loro padre si chiamava Jalandi. Il contenuto della lettera era il seguente:

Nel nome di Allah, il Misericordioso, il Clementissimo,

Da Muhammad, figlio di Abdullah, a Jaifar e Abd, figli di Jalandi.

La pace sia su colui che segue la retta guida. In seguito, vi invito entrambi ad abbracciare l’Islam. Abbracciate l’Islam e vivrete in pace. In verità, io sono il Messaggero di Allah per tutta l’umanità. Opero per ammonire coloro che sono vivi riguardo alla loro sorte e per dimostrare la veridicità della parola di Allah ai miscredenti. Se entrambi abbraccerete l’Islam, manterrete il potere di governare. Se rifiuterete, il vostro regno avrà fine. Le vostre terre saranno calpestate dagli zoccoli dei cavalli. La profezia prevarrà sul vostro regno.’

Per consegnare questa lettera fu scelto il venerabile Amr ibn al-As. Egli racconta: partii e giunsi a Oman, dove incontrai Abd. Tra i due fratelli, Abd era di indole mite. Gli dissi: «Sono venuto da voi e da vostro fratello come inviato del Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace». Egli rispose: «Mio fratello è più anziano e superiore a me sia per età sia per autorità regale. Pertanto vi condurrò da lui; sarà lui stesso a leggere la lettera che avete portato». Dopo queste parole, Abd disse: «Ebbene, a che cosa invitate?»

Io: «Invitiamo a credere in Allah. Egli è Uno e Unico e non ha alcun associato. Diciamo di abbandonare ciò che viene adorato all’infuori di Allah e di testimoniare che Muhammad, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, è servo e Messaggero di Allah».

Abd: «O Amr, siete figlio del capo della vostra gente. Ditemi, che cosa fece vostro padre? Il modo di agire di vostro padre sarà per noi degno di essere seguito?»

Io: È morto prima di credere in Muhammad, che Allah lo benedica e gli conceda la pace. Mi dispiace moltissimo; quanto sarebbe stato bello se avesse abbracciato l’Islam e avesse creduto nel Messaggero di Allah! Anch’io ero un miscredente, ma Allah, il Signore dei mondi, mi ha guidato all’Islam.

Abd: Quando avete cominciato a seguirlo?

Io: Non molto tempo fa.

Abd: Dove avete abbracciato l’Islam?

Io: Alla presenza del Negus. Anche il Negus era diventato musulmano.

Abd: Dopo che i suoi connazionali ebbero abbracciato l’Islam, che cosa fece del suo regno?

Io: Lo mantenne intatto, e anche gli altri lo seguirono.

Abd: Anche i sacerdoti delle chiese e gli altri lo seguirono?

Io: Sì, lo hanno fatto tutti.

Abd: O Amr, rifletta su ciò che sta dicendo. Ricordi che per una persona non c’è difetto peggiore della menzogna.

Io: Non sto mentendo. Noi non riteniamo neppure lecita la menzogna.

Abd: Credo che l’imperatore Eraclio non sappia che il Negus ha abbracciato l’Islam.

Io: Certamente lo sa.

Abd: Come lo ha capito?

Io: Il Negus pagava un’imposta a Eraclio, ma dopo aver riconosciuto, attraverso l’Islam, la veridicità di Muhammad, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, disse: «Per Allah, d’ora in poi, anche se Eraclio mi chiedesse una sola moneta, non gliela darei». Quando questa notizia giunse alla corte di Eraclio, suo fratello Yanak gli disse: «Lascerai andare un tuo suddito che si rifiuta di pagarti il kharāj? Accetterai anche che abbandoni la tua religione per adottarne un’altra?». Eraclio disse: «Quest’uomo ha scelto una religione e l’ha abbracciata; che cosa posso fargli? Per Dio, se non fosse per il desiderio del regno, farei anch’io ciò che ha fatto il Negus».

Abd: Amr, rifletta su ciò che sta dicendo.

Io: Per Allah, sto dicendo la verità.

Abd: Bene, mi dica: quali azioni ordina e quali proibisce?

Io: Allah l’Altissimo ordina di obbedirGli e proibisce di disobbedirGli. Ordina di compiere il bene e di trattare bene i propri parenti. Proibisce l’ingiustizia, la tirannia, gli eccessi, l’adulterio, il consumo di vino e l’adorazione delle pietre, degli idoli e delle croci.

Abd: Tutte le azioni che ordina sono buone. Se potessi essere certo che mio fratello mi seguirebbe, monteremmo a cavallo, ci precipiteremmo a Medina e crederemmo in Muhammad (pace e benedizioni su di lui). Ma mio fratello è fortemente attaccato al suo regno; dubito che, per timore di perderlo, accetterebbe di obbedire a qualcun altro.

Io: Se abbraccerà l’Islam, il Messaggero di Allah lo lascerà sul trono. Tuttavia dovrà compiere un’azione: riscuotere la sadaqa dai ricchi e distribuirla tra i poveri.

Abd: È davvero una cosa eccellente. Ora mi dica: che cos’è la sadaqa?

Io illustrai la sadaqa stabilita dal Messaggero di Allah sui vari beni. Quando si giunse a parlare dei cammelli, egli disse: «O Amr, si riscuote la sadaqa anche dalle nostre mandrie che pascolano da sole nei pascoli?»

Io: Sì.

Abd: Per Allah, non so se la gente del nostro paese accetterà questo, considerando l’estensione del paese e l’abbondanza di cammelli.

Amr ibn al-As racconta: Trascorsi alcuni giorni nell’anticamera della corte reale. Abd andò da suo fratello e parlò con lui di me. Un giorno mi fece chiamare ed entrai. Le guardie mi afferrarono per il braccio. Abd disse: «Lasciatelo andare», e allora mi lasciarono. Quando volli sedermi, le guardie non me lo permisero. Guardai il re, che disse: «Ditemi, che cosa volete?». Gli consegnai una lettera in una busta sigillata. Egli strappò la busta e lesse la lettera. Dopo averla letta per intero, la porse a suo fratello. Notai che suo fratello Abd era una persona dal temperamento relativamente più mite del re.

Il re chiese: «Ditemi, come si sono comportati i Quraysh?»

Io: Tutti hanno accettato di obbedirgli. Alcuni per amore della religione, e uno o due per timore della spada.

Il re: «Che tipo di persone sono con lui?»

Io: Ci sono persone di ogni genere. Hanno abbracciato l’Islam con entusiasmo e lo hanno anteposto a tutte le altre credenze religiose. Grazie alla guida di Allah e all’orientamento della coscienza, hanno capito che fino ad allora erano stati traviati. Per quanto ne so, in questa regione siete l’unico che non ha ancora abbracciato l’Islam. Se non abbraccerete l’Islam e non seguirete Muhammad, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, coloro che arriveranno a cavallo e a dorso di cammello vi faranno a pezzi e annienteranno la vostra vitalità. Abbracciate dunque l’Islam e vivrete in pace. Il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, vi manterrà come governatore del vostro popolo. Nessun aggressore entrerà nella vostra regione.

Il re disse: «Venite a incontrarmi domani.»

Dopodiché tornai dal fratello del re.

Abd disse: «Amr, credo che mio fratello accetterà l’Islam, se non sarà troppo forte in lui il desiderio del regno.»

Il giorno seguente volli recarmi nuovamente dal re, ma non mi fu dato il permesso di entrare. Tornai indietro e riferii la cosa a suo fratello. Suo fratello mi condusse da lui. Il re disse: «Ho riflettuto sull’invito che mi hai presentato. Se affidassi il regno a qualcuno il cui esercito non è ancora arrivato, diventerei noto in Arabia come il più debole e il più codardo. Se invece le sue truppe arrivassero qui, noi soddisferemmo la loro voglia di combattere.»

Risposi: «Va bene, domani tornerò indietro.»

Dopo essersi assicurato che me ne sarei andato, il re si consultò in privato con suo fratello. Il re disse a suo fratello: «Rispetto a coloro sui quali questo Profeta ha trionfato, noi non siamo nulla. Chiunque abbia ricevuto un suo messaggio ha accettato l’invito.»

La mattina seguente fui nuovamente convocato alla corte del re. Il re e suo fratello accettarono entrambi l’Islam. Credettero nel Messaggero di Allah, che Allah benedica lui e gli conceda la pace. Mi fu affidato il compito di riscuotere la sadaqa e di dirimere le controversie tra le parti. In questa attività mi offrirono ampia assistenza e collaborazione. [Zad al-Ma‘ad, vol. 3, pp. 62-63]

Dalla descrizione e dalla natura di questo episodio sembra che il Messaggero di Allah abbia inviato a entrambi la lettera dopo aver scritto agli altri re. Probabilmente la lettera fu inviata dopo la conquista della Mecca.

Attraverso queste lettere, il Messaggero di Allah, che Allah benedica lui e gli conceda la pace, aveva fatto giungere il suo invito nella maggior parte delle regioni del mondo. In risposta, alcuni credettero, mentre altri rimasero saldi nella miscredenza. Tuttavia, l’effetto di queste lettere fu che anche coloro che avevano rifiutato la fede rivolsero la loro attenzione verso questa causa, e il nome del Messaggero di Allah e la religione da lui predicata divennero per loro realtà conosciute.

Attività militari dopo il trattato di Hudaybiyya

La spedizione di Dhū Qarad

Questa spedizione fu condotta contro una parte dei Banū Fazāra. Essi avevano attaccato il gregge del Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace. Il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, condusse questa spedizione insieme ai Compagni proprio per vendicare quell’attacco.

Dopo il trattato di Ḥudaybiyya e prima della spedizione di Khaybar, questa fu la prima e unica spedizione. L’Imām al-Bukhārī, che Allah abbia misericordia di lui, ha riferito che essa fu condotta appena tre giorni prima della spedizione di Khaybar. È riportato un resoconto dettagliato di questo episodio da Salama ibn al-Aqwā, che Allah sia soddisfatto di lui. Esso è menzionato anche nel Ṣaḥīḥ Muslim. Gli autori della Sīra hanno scritto che questo evento ebbe luogo prima del trattato di Ḥudaybiyya. Ma ciò non è corretto. Piuttosto, è autentico il resoconto riportato nelle raccolte di ḥadīth. [Ṣaḥīḥ al-Bukhārī, capitolo sulla spedizione di Dhāt Qarad, vol. 2, p. 603; Ṣaḥīḥ Muslim, capitolo sulla spedizione di Dhū Qarad, vol. 2, pp. 113, 114, 115; Fatḥ al-Bārī, vol. 7, pp. 460, 461, 462; Zād al-Maʿād, vol. 2, p. 120]

Il ruolo svolto in questa spedizione da Salama bint al-Aqwā, che Allah sia soddisfatto di lei, è riportato nella sua narrazione. Il resoconto dell’episodio è il seguente. Salama racconta: il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, mandò al pascolo i cammelli da cavalcatura, affidandoli al suo servo Rabāḥ. Anch’io ero con loro, insieme al cavallo di Abū Ṭalḥa. Improvvisamente, verso l’alba, ʿAbd al-Raḥmān al-Fazārī attaccò i cammelli, uccise il pastore e li condusse via. Dissi a Rabāḥ: «Rabāḥ, prendi questo cavallo, consegnalo ad Abū Ṭalḥa e informa il Messaggero di Allah dell’accaduto». Poi salii su una collina, mi rivolsi verso Medina e gridai tre volte: «Yā Ṣabāḥāh!», cioè: «Ahimè, un attacco al mattino!». Subito dopo mi misi a inseguire gli assalitori. Scagliavo frecce contro di loro e recitavo:

«Io sono il figlio di al-Aqwā; oggi è il giorno della vendetta»

Non sono altri che il figlio di al-Aqwā; oggi si dimostrerà chi ha bevuto il latte materno.

Salama ibn al-Aqwā racconta: continuai a scagliare frecce contro di loro. Quando un cavaliere veniva verso di me per contrattaccare, mi nascondevo dietro un albero. Da dietro l’albero gli scagliavo una freccia e lo ferivo. Quando entrarono in uno stretto sentiero tra le montagne, salii sulla montagna e cominciai a lanciare pietre. Continuai così a seguirli senza sosta. A un certo punto presi sotto il mio controllo tutti i cammelli del Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace. E continuai comunque a inseguirli. Per alleggerire il carico, essi allora abbandonarono trenta mantelli e più di trenta lance e proseguirono. Ogni volta che lasciavano qualcosa, ammassavo accanto a essa alcune pietre come segnale. Lo facevo affinché il Messaggero di Allah e i suoi Compagni potessero orientarsi. Poi si sedettero a mangiare il pranzo in una stretta curva di una postazione. Anch’io mi sedetti in un punto. Quattro di loro venivano verso di me. Potevo sentirli parlare. Dissi loro: «Mi conoscete? Io sono Salama ibn al-Aqwā. Se comincio a inseguire uno qualunque di voi, lo raggiungo facilmente. Se invece voi inseguite me, non riuscirete in alcun modo a prendermi». Dopo avermi sentito, quei quattro tornarono indietro. Io rimasi seduto al mio posto. Poco dopo vidi arrivare, attraverso gli alberi, i cavalieri del Messaggero di Allah. Il primo era Akhram, seguito rispettivamente da Abū Qatāda e Miqdād ibn Aswad. Improvvisamente scoppiò uno scontro tra ʿAbd al-Raḥmān e Akhram. Akhram ferì il cavallo di ʿAbd al-Raḥmān. Furioso, ʿAbd al-Raḥmān uccise Akhram con una lancia. Nel frattempo, Abū Qatāda raggiunse ʿAbd al-Raḥmān alla testa del gruppo e lo ferì con la lancia. Gli altri assalitori fuggirono. Cominciai a correre rapidamente verso di loro. Poco prima del tramonto, svoltarono verso una postazione presso la quale si trovava uno specchio d’acqua chiamato Dhū Qarad. Erano assetati e volevano bere. Ma li tenni lontani dallo specchio d’acqua, così non riuscirono a bere neppure una goccia. Il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, e i nobili Compagni mi raggiunsero dopo il tramonto. Dissi: «O Messaggero di Allah, erano tutti assetati. Se mi affidassi cento Compagni, potrei impadronirmi dei loro cavalli, persino insieme ai loro jinn. Inoltre, ti condurrei tutti i loro colli». Il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, disse: «O figlio di al-Aqwā, li hai già sopraffatti; ora sii un po’ paziente». Poi disse: «In questo momento, i Banū Ghatafān stanno offrendo loro ospitalità».

Nel commentare questa spedizione, il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, disse: «Oggi il nostro miglior cavaliere è Abū Qatāda, mentre il nostro miglior fante è Salama». Il Messaggero, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, mi assegnò due quote: una spettante al fante e l’altra al cavaliere. Al ritorno, il Messaggero, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, mi onorò. Mi fece sedere dietro di lui sulla cammella chiamata al-ʿAḍbāʾ e mi portò a Medina.

Durante questa spedizione militare, il Messaggero (pace e benedizioni di Allah su di lui) affidò la responsabilità di Medina a Abd Allah ibn Umm Maktum. La bandiera della spedizione fu portata da Miqdad ibn Amr (che Allah sia soddisfatto di lui).

La guerra di Khaybar e di Wadi al-Qura

Nel mese di Muharram del settimo anno dell’Egira. La città di Khaybar si trova a sessanta o ottanta miglia da Medina. È una città piuttosto grande. Vi erano fortezze e terreni agricoli. Il clima non è particolarmente salubre. Oggi è un centro abitato.

In seguito al trattato di Hudaybiyyah, il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) si sentì completamente al sicuro riguardo ai Quraysh, la più potente delle tre forze coinvolte nella guerra del Fossato. Gli altri due schieramenti erano i potenti ebrei e alcune tribù del Najd. Il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) ritenne necessario regolare i conti anche con loro. In questo modo sarebbe stato possibile ottenere sicurezza da ogni direzione. In tutta la regione si sarebbe instaurato un clima di pace e stabilità. Di conseguenza, i musulmani avrebbero potuto dedicarsi alla diffusione del messaggio di Allah e all’invito alla Sua religione, evitando gli scontri sanguinosi.

Khaybar era il covo delle cospirazioni e degli intrighi degli ebrei. Questo luogo era anche il centro dei preparativi militari degli ebrei contro i musulmani. Per questo motivo, i musulmani vi rivolsero per prima cosa la loro attenzione.

Khaybar era davvero un covo di cospirazioni e intrighi? A questo proposito, bisogna ricordare che furono proprio gli abitanti di Khaybar a istigare e riunire contro i musulmani tutti i gruppi dei politeisti durante la guerra del Fossato. Furono loro a incitare al tradimento gli appartenenti alla tribù dei Banu Qurayza. Furono loro a stabilire rapporti con gli ipocriti, la quinta colonna della società islamica, e, durante la guerra del Fossato, con i Banu Ghatafan e i beduini. Essi stessi stavano preparando la guerra contro i musulmani. Tormentarono e molestarono i musulmani in vari modi. Furono loro a complottare anche per assassinare il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui). Per tutte queste ragioni, i musulmani furono costretti a condurre una spedizione militare. Fu necessario eliminare Salama ibn Abi al-Huqayq e Usayr ibn Zarim, che guidavano i cospiratori. In realtà, il dovere e la responsabilità dei musulmani nei confronti degli ebrei erano ancora maggiori. Tuttavia, l’adempimento di questo dovere veniva rimandato, poiché i Quraysh erano un avversario più potente, organizzato, bellicoso e temibile degli ebrei.

Non era possibile affrontare gli ebrei ignorando i Quraysh. Dopo aver stipulato un trattato con i Quraysh, si creò la situazione favorevole per occuparsi degli ebrei. Ora si avvicinava il giorno in cui avrebbero dovuto rendere conto.

La partenza verso Khaybar

Ibn Ishaq ha narrato che il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, dopo essere tornato da al-Hudaybiyyah rimase a Medina per tutto il mese di Dhu al-Hijjah e per alcuni giorni di Muharram. Poi, nei giorni rimanenti di Muharram, partì alla volta di Khaybar.

Gli esegeti hanno scritto che la conquista di Khaybar era una promessa di Allah. Egli ha detto: «Allah vi aveva promesso un abbondante bottino di guerra, del quale sareste divenuti possessori. Egli ve lo ha affrettato». (Sura al-Fath, versetto 20)

Con il fatto che Egli ve lo abbia affrettato si intende il trattato di al-Hudaybiyyah. Quanto all’abbondante bottino di guerra, si intende quello di Khaybar.

Numero dei soldati musulmani

Gli ipocriti e coloro che possedevano una fede debole rimasero nelle loro case invece di accompagnare il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, nel viaggio verso al-Hudaybiyyah. Per questo Allah, il Signore dei mondi, ordinò al Suo Messaggero riguardo a loro e disse: «Quando andrete a raccogliere il bottino di guerra, coloro che erano rimasti a casa diranno: “Lasciateci venire con voi”. Essi vogliono cambiare la promessa di Allah. Di’: “Non potrete mai venire con noi. Allah lo ha già dichiarato in precedenza”. Essi diranno: “In realtà provate rancore nei nostri confronti”. Ma comprendono ben poco». (Sura al-Fath, versetto 15)

Quando il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, partì alla volta di Khaybar, annunciò che con lui avrebbero potuto andare soltanto coloro che erano realmente interessati al jihad. In seguito a questo annuncio ebbero il permesso di partire soltanto coloro che avevano partecipato al giuramento di al-Ridwan sotto l’albero di al-Hudaybiyyah. Erano millequattrocento.

Durante questa spedizione, la responsabilità dell’amministrazione di Medina fu affidata a Siba ibn Arfata al-Ghifari. Ibn Ishaq, invece, afferma che fu affidata a Numayla ibn Abd Allah al-Laythi. Tuttavia, secondo i ricercatori e gli esperti, la prima versione è più attendibile. (Fath al-Bari, volume VII, p. 465; Zad al-Ma’ad, volume II, p. 133)

In quel periodo anche Abu Hurayra, che Allah sia soddisfatto di lui, giunse a Medina. Siba ibn Arfata, che Allah sia soddisfatto di lui, stava compiendo la preghiera dell’alba. Al termine della preghiera, Abu Hurayra si recò da lui. Egli gli procurò il necessario per il viaggio. Abu Hurayra partì alla volta di Khaybar per raggiungere il nobile Profeta. Quando arrivò, seppe che Khaybar era ormai sotto il dominio dei musulmani. Il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, consultò i musulmani e assegnò ad Abu Hurayra e ai suoi compagni la loro parte del bottino.

Le attività degli ipocriti a favore degli ebrei

In quel periodo gli ipocriti si adoperarono molto per aiutare gli ebrei. Il capo degli ipocriti, ʿAbdullah ibn Ubayy, aveva già inviato un messaggio a Khaybar: «Muhammad sta venendo verso di voi, quindi state in guardia. Preparatevi e non abbiate paura. Siete numerosi e avete molte armi. I compagni di Muhammad non sono molti e, inoltre, sono privi di risorse; anche le armi che possiedono sono assai poche». Dopo aver ricevuto questa notizia, gli abitanti di Khaybar inviarono Kinana ibn Abi al-Huqayq e Hawza ibn Qays presso la tribù dei Banu Ghatafan per chiedere aiuto. I Banu Ghatafan erano alleati degli ebrei di Khaybar e sostenevano i loro alleati contro i musulmani. Gli ebrei avevano inoltre promesso ai Banu Ghatafan che, se fossero riusciti a sconfiggere i musulmani, avrebbero ricevuto la metà dell’intera produzione di Khaybar.

Descrizione delle condizioni del percorso

Durante il viaggio verso Khaybar, il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) attraversò il monte Athar. Questo monte è conosciuto anche come monte Asar. Dopo aver attraversato la pianura di Sabha, giunse nella pianura di Rajiʿ. Tuttavia, questa Rajiʿ non è quella in cui otto Compagni furono martirizzati per mano dei Banu Lihyan, a causa del tradimento di ʿAdal e Qarah.

Da Rajiʿ, l’insediamento della tribù dei Banu Ghatafan distava un giorno e una notte di viaggio. Rispondendo all’appello degli ebrei, i Banu Ghatafan si erano messi in cammino verso Khaybar. Dopo la loro partenza, udirono un tumulto alle loro spalle. Pensarono che i musulmani avessero attaccato le loro famiglie e il loro bestiame. Per questo tornarono indietro, lasciando Khaybar senza aiuti di fronte ai musulmani.

Il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) fece venire due Compagni che conoscevano il percorso. Uno di loro si chiamava Husayl. Chiese loro di indicargli una via adatta che permettesse di entrare a Khaybar dalla direzione della Siria, anziché da quella di Medina. In questo modo sarebbe stata chiusa agli ebrei la via di fuga verso la Siria. D’altra parte, anche l’eventuale aiuto dei Banu Ghatafan sarebbe giunto da quella direzione. In tal caso, i musulmani si sarebbero trovati tra i Banu Ghatafan e gli ebrei, e anche se fosse arrivato l’aiuto dei Banu Ghatafan, non avrebbe potuto raggiungere gli ebrei.

Una delle guide disse: «O Messaggero di Allah, ti condurrò proprio lungo la via che desideri». La guida si mise a procedere davanti a loro. Giunti a un crocevia, disse: «O Messaggero di Allah, tutte e quattro queste strade si ricongiungono a Khaybar. Potrai arrivarvi prendendo una qualunque di esse». Il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) chiese i nomi delle strade. Husayl disse: «Una si chiama Hazn, la seconda Shash, la terza Hatib e la quarta Marhab». Il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) preferì l’ultimo nome, cioè Marhab. Considerando il significato dei nomi delle altre tre strade, le scartò. Alla fine si decise di percorrere la via di Marhab.

Alcuni episodi lungo il percorso

1) Hazrat Salama ibn Akwa (che Allah sia soddisfatto di lui) racconta: partimmo per Khaybar insieme al Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui). Si decise di viaggiare durante la notte. Un uomo venne da Amir e gli disse: «Amir, recita qualcosa per noi». Amir era un poeta. Scese dalla cavalcatura e cominciò a recitare i seguenti versi:

«Se Tu non ci fossi, o Allah,

nessuno di noi avrebbe ricevuto la guida,

non avremmo compiuto la preghiera né dato la zakat.

Per Te offriamo questa vita,

perdonaci, Tu, le nostre colpe.

Rimarremo saldi nell’affrontare i nemici.

Donaci la pace, o Allah l’Altissimo.»

Quando si leva il grido di guerra, il nemico non trema e il cuore non vacilla?

In questo abbiamo acquisito piena fiducia.»

Dopo aver ascoltato questa poesia, il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, volle sapere chi fosse il poeta. Gli fu detto che era ʿĀmir ibn al-Aqwāʿ. Il Messaggero di Allah disse: «Che Allah abbia misericordia di lui». Un Compagno commentò: «A questo punto il martirio di ʿĀmir è inevitabile**. Eppure desideravamo ancora godere più a lungo della sua compagnia**». [Ṣaḥīḥ al-Bukhārī, capitolo sulla spedizione di Khaybar, vol. II, p. 603; Ṣaḥīḥ Muslim, capitolo sulla spedizione di Dhū Qarad, vol. II, p. 115] I nobili Compagni sapevano che, quando durante una battaglia il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, pregava in modo particolare per il perdono di un Compagno, questi diventava martire. [Ṣaḥīḥ Muslim, vol. II, p. 115] Questo è ciò che accadde al venerabile ʿĀmir, che Allah si compiaccia di lui, nella battaglia di Khaybar. Per questo i Compagni dissero: «Se avesse pregato per la sua longevità, lo avremmo avuto ancora più a lungo tra noi».

2) Nella pianura di Ṣabḥā, molto vicino a Khaybar, il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, eseguì la preghiera del ʿAṣr. In seguito mangiò. Fu servito soltanto sattu. Su suo ordine, il sattu venne preparato per essere consumato. Poi egli stesso ne mangiò e fece mangiare anche i Compagni. Dopo il pasto si alzò per la preghiera del Maghrib. In quell’occasione non compì nuovamente l’abluzione: si limitò a sciacquarsi la bocca. I Compagni fecero lo stesso. [Ṣaḥīḥ al-Bukhārī, vol. II, p. 603] Poi eseguì la preghiera dellʿIshāʾ.

L’esercito islamico alla periferia di Khaybar

La notte precedente alla mattina della battaglia, i musulmani trascorsero la notte alla periferia di Khaybar. Gli ebrei non se ne erano nemmeno accorti. Era consuetudine del Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, che quando arrivava di notte presso un popolo, aspettava e non si recava da loro prima del mattino. Quel giorno eseguì la preghiera del Fajr molto presto, mentre era ancora alquanto buio. Poi i musulmani salirono sulle loro cavalcature e avanzarono verso Khaybar. Molti abitanti di Khaybar erano usciti per lavorare nei campi, con le zappe sulle spalle. Quando videro all’improvviso i soldati musulmani, cominciarono a fuggire gridando. Continuavano a gridare: «Per Dio, Muḥammad, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, è arrivato con il suo esercito!» [Al-Maghāzī di al-Wāqidī, La battaglia di Khaybar, p. 112; Ṣaḥīḥ al-Bukhārī, capitolo sulla battaglia di Khaybar, vol. II, pp. 603-604]

Vedendo quella situazione, il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, disse: «Allāhu akbar, Khaybar è rovinata! Allāhu akbar, Khaybar è rovinata! Quando scendiamo nel territorio di un popolo, la mattina di coloro che sono impauriti di quel popolo diventa funesta». [Ṣaḥīḥ al-Bukhārī, capitolo sulla battaglia di Khaybar, vol. II, pp. 603-604]

Il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, scelse un luogo in cui far accampare i soldati. Ḥabbāb ibn al-Mundhir venne e chiese: «O Messaggero di Allah, hai deciso di fermarti qui per ordine di Allah oppure per una ragione strategica?» Egli rispose: «Ho preso questa decisione per una ragione strategica». Udendo ciò, il venerabile Ḥabbāb, che Allah si compiaccia di lui, disse: «Questo luogo è molto vicino alla fortezza di Najāt. Tutti i combattenti di Khaybar si trovano in questa fortezza. Essi potranno conoscere completamente la nostra situazione, mentre noi non potremo conoscere la loro. Di conseguenza potranno applicare le loro strategie contro di noi; le loro frecce ci raggiungeranno, mentre le nostre frecce non raggiungeranno loro. Resterà inoltre pienamente il rischio che, durante la notte, possano sferrare contro di noi un attacco a sorpresa. Inoltre, questo luogo è circondato da palmeti ed è situato in una zona bassa. Sarebbe dunque stato meglio sistemarci in un luogo dove tutti questi problemi non esistessero». Il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, disse: «La tua opinione è corretta». Poi il Messaggero, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, ordinò ai Compagni di fermarsi. In seguito rivolse questa supplica ad Allah, Signore dei mondi: «O Allah, Tu sei il Signore dei sette cieli e di tutto ciò su cui quei cieli stendono la loro ombra; sei il Signore delle sette terre e di tutto ciò che si trova sopra e sotto di esse; sei il Signore dei demoni e di coloro che essi hanno traviato. Ti chiediamo il bene di questa località, il bene dei suoi abitanti e il bene di tutto ciò che contiene. Cerchiamo rifugio presso di Te dal male di questa località, dal male dei suoi abitanti e dal male di tutto ciò che contiene.»

Quindi il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, disse: «Avanzate nel nome di Allah». [A causa di questa malattia agli occhi rimase indietro, per poi ricongiungersi agli altri.]

Preparativi per la battaglia e le fortezze di Khaybar

La notte in cui il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, entrò nei dintorni di Khaybar, disse: «Domani affiderò lo stendardo a un uomo che ama Allah e il Suo Messaggero, e che è amato da Allah e dal Suo Messaggero». Tutti i nobili Compagni si presentarono davanti al Messaggero di Allah. Ognuno desiderava segretamente ricevere lo stendardo. Il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, disse: «Dov’è ʿAlī ibn Abī Ṭālib?». I Compagni risposero: «O Messaggero di Allah, i suoi occhi sono malati». Il Messaggero, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, disse: «Portatelo qui». Fu condotto ʿAlī, che Allah sia soddisfatto di lui.

Il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, applicò un po’ della sua saliva sugli occhi di ʿAlī e pregò per lui. ʿAlī, che Allah sia soddisfatto di lui, guarì al punto che sembrava non avesse mai sofferto di alcuna malattia agli occhi. Poi lo stendardo fu consegnato a ʿAlī, che Allah sia soddisfatto di lui. Egli disse: «O Messaggero di Allah, combatterò contro di loro finché non diventeranno come noi». Il Messaggero, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, disse: «Vai serenamente, e quando arriverai sul loro campo, invitali all’Islam. Informali dei diritti che Allah ha reso loro obbligatori nell’Islam. Se, per mezzo tuo, Allah l’Altissimo guidasse anche una sola persona tra loro, ciò sarebbe per te migliore di numerosi cammelli rossi». [Ṣaḥīḥ al-Bukhārī, capitolo sulla battaglia di Khaybar, pp. 605-606. Da alcuni resoconti risulta che, dopo il fallimento di diversi tentativi di conquistare una fortezza di Khaybar, lo stendardo fu consegnato a ʿAlī. Ma ciò è vero.]

L’abitato di Khaybar era diviso in due parti. Una parte comprendeva le cinque fortezze elencate di seguito: 1) Ḥiṣn Nāʿim. 2) Ḥiṣn Ṣaʿba ibn Māʿiz. 3) Ḥiṣn Qalʿa al-Zubayr. 4) Ḥiṣn Ubayy. 5) Ḥiṣn Naẓār.

L’area comprendente le prime tre delle fortezze menzionate era chiamata «Naṭāt». L’area comprendente le altre due fortezze era conosciuta come «Shiqq».

L’abitato della seconda parte di Khaybar era conosciuto come Qaṭayra. Comprendeva tre fortezze: primo, Ḥiṣn Qamūṣ. Gli abitanti di questa fortezza appartenevano alla tribù dei Banū Naḍīr e risiedevano nella fortezza di Abū al-Ḥuqayq, appartenente ai Banū Naḍīr. Secondo, Ḥiṣn Uṭayḥ. Terzo, Ḥiṣn Salālim.

Oltre alle otto fortezze menzionate, a Khaybar c’erano anche altre fortezze ed edifici. Tuttavia, erano relativamente piccoli. Quanto alla forza e alle misure di sicurezza, non erano fortificati come le fortezze menzionate in precedenza.

I combattimenti ebbero luogo soltanto nei forti della prima parte. Tre dei forti rimanenti furono consegnati ai musulmani senza combattere, nonostante vi fossero dei guerrieri.

Inizio dello scontro e conquista del forte di Na’im

Tra gli otto forti menzionati, il primo ad essere attaccato fu il forte di Na’im. Sotto il profilo della posizione e della strategia, questi forti erano considerati la prima linea difensiva degli ebrei. Il proprietario del forte era un ebreo temibile di nome Marhab, considerato un valoroso guerriero dotato della forza di mille uomini.

Ali ibn Abi Talib, che Dio sia soddisfatto di lui, si recò davanti al forte insieme ai soldati musulmani e invitò gli ebrei ad abbracciare l’Islam. Essi rifiutarono l’invito all’Islam. Guidati dal loro re Marhab, si schierarono per affrontare i musulmani.

Giunto sul campo di battaglia, un valoroso guerriero di nome Marhab lanciò una sfida a un combattimento singolare. Nella narrazione di Salama ibn al-Akwa’ è riportato quanto segue: quando arrivammo a Khaybar, Marhab, re degli abitanti di Khaybar, avanzò ostentando orgogliosamente la sua spada. Dalla sua bocca uscivano questi versi recitati con arroganza:

«Khaybar sa che io sono Marhab,

unico tra i valorosi, armato e preparato, esperto nelle tattiche di guerra,

faccio tesoro dell’esperienza; quando il fuoco della guerra divampa, io ardo.»

Mio zio paterno, Hazrat Amer (che Allah si compiaccia di lui), si fece avanti per affrontarlo. Recitò:

«Khaybar conosce il mio nome: Amer,

valoroso guerriero armato e pronto alla battaglia.»

Dopo essersi affrontati, ciascuno colpì l’altro. La spada affilata di Marhab colpì lo scudo di mio zio Amer. Mio zio tentò di colpire dal basso anche Marhab, l’ebreo, ma la spada era corta. Quando cercò di colpire la coscia di Marhab, la spada rimbalzò e colpì il suo stesso ginocchio. Alla fine morì proprio per quel colpo. Il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, sollevò due delle sue dita benedette e disse: «Per lui vi sono due ricompense». Hazrat Amer (che Allah si compiaccia di lui) era un mujahid insuperabile nell’arte della guerra. Pochi eroi arabi come lui sono mai apparsi al mondo. (Sahih Muslim, capitolo sulla battaglia di Khaybar, vol. 2, p. 122; Ghazwa Dhi Qarad, vol. 2, p. 115; Sahih Bukhari, capitolo sulla battaglia di Khaybar, vol. 2, p. 603)

Dopo che Hazrat Amer (che Allah si compiaccia di lui) fu ferito, Hazrat Ali (che Allah si compiaccia di lui) avanzò per affrontare Marhab. Recitava questi versi:

«Sapete chi sono? Mia madre mi ha dato il nome

di Haydar,

sono terribile come una tigre della foresta.»

Colpirò: il mio colpo sarà più potente.”

Poi Hadrat ‘Alī (che Allah sia soddisfatto di lui) sferrò a Marhab un colpo al collo, e quel miscredente ebreo morì sul posto. La vittoria fu conseguita per mano di Hadrat ‘Alī (che Allah sia soddisfatto di lui). [Vi sono divergenze riguardo all’uccisore di Marhab. Vi sono inoltre divergenze sulla data della sua morte e su quella della conquista della fortezza. Esiste una differenza nel modo in cui il fatto è narrato nel Sahih al-Bukhari e nel Sahih Muslim. La descrizione sopra riportata è stata menzionata secondo il Sahih al-Bukhari.]

Durante la battaglia, quando Hadrat ‘Alī (che Allah sia soddisfatto di lui) si avvicinò a una fortezza degli ebrei, un ebreo gli chiese dall’alto della fortezza: «Chi sei?». Hadrat ‘Alī (che Allah sia soddisfatto di lui) rispose: «Sono ‘Alī ibn Abī Tālib». L’ebreo disse: «Per il Libro disceso su Hadrat Mūsā, siete diventati eminenti». Poi Yāsir, il fratello di Marhab, avanzò e disse: «Chi c’è che voglia affrontarmi?». Hadrat al-Zubayr (che Allah sia soddisfatto di lui) raccolse questa sfida.

Vedendo questa scena, la madre di Hadrat al-Zubayr (che Allah sia soddisfatto di lui), Hadrat Safiyya (che Allah sia soddisfatta di lei), disse: «O Messaggero di Allah, mio figlio sarà ucciso?». Il Messaggero di Allah rispose: «No, al contrario, tuo figlio lo ucciderà». Infine Hadrat al-Zubayr (che Allah sia soddisfatto di lui) uccise Yāsir.

Poi presso la fortezza di Na‘īm ebbe luogo una feroce battaglia. Gli altri ebrei non ebbero il coraggio di affrontare i musulmani. In alcune opere è riportato che questa battaglia durò diversi giorni e che i musulmani dovettero compiere notevoli sforzi. Tuttavia gli ebrei non riuscirono a sconfiggere i musulmani. Perciò abbandonarono segretamente la fortezza e fuggirono verso la fortezza di Sa‘b. I musulmani conquistarono allora facilmente la fortezza di Na‘īm.

La conquista della fortezza di Sa‘b ibn Mu‘ādh

Dopo la conquista della fortezza di Na‘īm, la fortezza di Sa‘b era la seconda fortezza più imprendibile per sicurezza e solidità. I musulmani attaccarono questa fortezza sotto il comando di Hadrat Hubāb ibn al-Mundhir al-Ansārī (che Allah sia soddisfatto di lui) e la assediarono per tre giorni. Il terzo giorno il Messaggero di Allah invocò specialmente Allah affinché concedesse la conquista di questa fortezza.

Ibn Ishāq narra che gli uomini dei Banū Sahm, un ramo della tribù di Aslam, si presentarono al Messaggero di Allah (che Allah lo benedica e gli conceda la pace) e dissero implorando: «Siamo completamente esausti e non abbiamo nulla». Il Messaggero di Allah (che Allah lo benedica e gli conceda la pace) disse al Misericordiosissimo: «O Allah l’Altissimo, Tu conosci la loro condizione. Sai che tra loro non c’è forza e io non ho nulla da dare loro. O Allah l’Altissimo, aiutaci a conquistare una fortezza degli ebrei la cui conquista ci sia maggiormente proficua, una fortezza nella quale si trovino più provviste alimentari e grasso». Dopo questa supplica del Messaggero di Allah, i Compagni attaccarono. Allah, Signore dei mondi, concesse ai musulmani l’onore di conquistare la fortezza di Sa‘b ibn Mu‘ādh. In nessun’altra fortezza di Khaybar vi erano più provviste alimentari e grasso che in questa. [Ibn Hishām, vol. 2, p. 232]

Dopo aver invocato Allah, il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) diede ai musulmani le istruzioni riguardo a questa fortezza. Nel mettere in pratica tali istruzioni, gli uomini della tribù dei Banū Aslam furono in prima linea. Davanti alla fortezza infuriò una violenta battaglia tra le due parti. Tuttavia, fu possibile conquistarla prima del tramonto di quello stesso giorno. I musulmani si impossessarono nella fortezza di armi da lancio e di carri armati di legno. [Qui è stata usata la parola «dabāba». Questa parola significa «carro armato». Attraverso un veicolo chiuso e protetto, costruito in legno, gli uomini potevano avvicinarsi alle mura della fortezza proteggendosi dagli attacchi del nemico. Esso permetteva inoltre di praticare grandi brecce nelle mura.]

Secondo il racconto di Ibn Isḥāq, in questo episodio si svolse una battaglia estremamente accanita. Dopo la conquista della fortezza, i musulmani macellarono degli asini e misero una pentola sul focolare. Quando il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) ne venne a conoscenza, proibì di mangiare la carne degli asini domestici.

La conquista della fortezza di Zubayr

Dopo la conquista delle fortezze di Nāʿim e Ṣabā, gli ebrei uscirono da tutte le fortezze di Najāt e si radunarono nella fortezza di Zubayr. Era una fortezza sicura e ben protetta. Situata sulla cima di una montagna, la via per raggiungerla era estremamente impervia. Non era affatto possibile salirvi a cavallo, e anche scalarla a piedi era molto difficile. Il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) mantenne l’assedio della fortezza per tre giorni. Poi un ebreo compassionevole venne e disse: «O Abū al-Qāsim, anche se manterrete l’assedio della fortezza per un mese, gli ebrei non se ne preoccuperanno. Tuttavia, la loro sorgente d’acqua si trova più in basso. Di notte vengono a bere e portano con sé l’acqua necessaria per l’intera giornata. Se riuscirete a interrompere loro l’acqua, si arrenderanno». Dopo aver appreso ciò, il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) fece interrompere loro l’acqua. Gli ebrei allora si allarmarono. Scesero e ingaggiarono una battaglia accanita. In essa alcuni musulmani subirono il martirio e dieci ebrei malvagi furono uccisi. Alla fine, anche questa fortezza cadde.

La conquista della fortezza di Ubay

Dopo la caduta della fortezza di Zubayr, gli ebrei si recarono nella fortezza di Ubay e vi si radunarono. I musulmani assediarono anch’essa. Questa volta, due ebrei, fieri della propria forza, sfidarono a turno gli avversari. Entrambi furono uccisi per mano dei musulmani. L’uccisore del secondo ebreo fu il celebre guerriero e Compagno, Ḥaḍrat Abū Dujāna Sammāk ibn Kharasha al-Anṣārī (che Allah sia soddisfatto di lui), riconoscibile dalla fascia rossa. Dopo aver ucciso il secondo ebreo, entrò rapidamente nella fortezza.

Anche gli altri Compagni entrarono con lui e attaccarono gli avversari. Dopo una breve battaglia furiosa, gli ebrei cominciarono a ritirarsi dalla fortezza. Alla fine si radunarono tutti nella fortezza di Nizār. La fortezza di Nizār era l’ultima fortezza della prima parte di Khaybar.

La conquista della fortezza di Nizār

Anche questa fortezza era fortificata e sicura. Gli ebrei erano fermamente convinti che i musulmani non sarebbero riusciti a entrarvi, per quanto strenuamente ci provassero. Perciò vi avevano radunato le donne e i bambini, invece di collocarli in un’altra fortezza.

I musulmani imposero un rigido assedio a questa fortezza e fecero pressione sugli ebrei. Poiché la fortezza si trovava in una zona montuosa elevata, i musulmani non riuscirono ad accedervi agevolmente. Gli ebrei non osavano uscire dalla fortezza per affrontare i musulmani, ma continuavano a opporre una dura resistenza scagliando dall’alto frecce e pietre.

Poiché la conquista della fortezza di Nizar si rivelava difficile, il Messaggero di Allah (che Allah lo benedica e gli conceda la pace) ordinò di impiegare le macchine da lancio. Furono scagliati anche alcuni proiettili, che aprirono delle brecce nelle mura della fortezza. I musulmani entrarono attraverso quelle brecce. Poi all’interno della fortezza infuriò una violenta battaglia tra le due parti. Gli ebrei furono sconfitti. Come nelle altre fortezze, anche da questa gli ebrei fuggirono furtivamente. Abbandonarono le donne e i bambini alla misericordia dei musulmani e salvarono così la propria vita.

Con la conquista di questa solida fortezza, i musulmani conquistarono la prima metà di Khaybar, cioè le zone di Najat e Shaqq. Vi erano anche alcune altre fortezze più piccole. Tuttavia, dopo la caduta di questa fortezza, gli ebrei abbandonarono anche le altre fortezze e fuggirono verso Qatiba, la seconda parte di Khaybar.

La conquista della seconda parte di Khaybar

Dopo la conquista delle zone di Natat e Shaqq, il Messaggero di Allah (che Allah lo benedica e gli conceda la pace) si mise in marcia verso le zone di Qatiba, Atiha e Salalim. Salalim era la fortezza del famigerato ebreo Abu al-Huqayq, dei Banu Nadir. Nel frattempo, anche tutti gli ebrei fuggiti dalle zone di Natat e Shaqq erano giunti lì e avevano chiuso le porte della fortezza.

Nei libri che riportano i resoconti delle guerre vi sono divergenze su quale delle tre fortezze di questa zona fosse stata teatro della battaglia. Nel resoconto di Ibn Ishaq è chiaramente indicato che si combatté per conquistare la fortezza di Qamus. Anche il resoconto lascia intendere che la fortezza fu conquistata mediante una battaglia. Da parte degli ebrei non vi furono qui nemmeno trattative per la resa. [Ibn Hisham, vol. 2, pp. 331, 336, 337]

Al-Waqidi ha scritto con parole chiare che tutte e tre le fortezze di questa zona furono cedute ai musulmani mediante trattative. È possibile che, per la cessione della fortezza di Qamus, si siano svolte trattative dopo un certo periodo di combattimenti. Le altre due fortezze, invece, furono consegnate ai musulmani senza combattere.

Dopo l’arrivo del Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, in questa zona, cioè Qutayba, egli pose gli abitanti sotto un rigido assedio. L’assedio continuò per quattordici giorni. Gli ebrei non uscivano dalle loro fortezze. In seguito, il Messaggero, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, ordinò di schierare le macchine d’assedio. Quando gli ebrei compresero che la loro distruzione era inevitabile sotto il lancio dei proiettili delle macchine d’assedio**, si fecero avanti per avviare trattative di pace con il Messaggero di Allah.

Le trattative di pace

Per prima cosa, Ibn Abu al-Huqayq inviò un messaggio al Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace: «Posso venire da te per parlare?». Il Messaggero, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, rispose: «Sì». Ottenuto il permesso, Abu al-Huqayq propose un accordo a condizione che ai soldati presenti nella fortezza fosse risparmiata la vita e che anche le loro mogli, i loro figli e le loro figlie rimanessero con loro. In altre parole, non sarebbero stati fatti prigionieri come schiavi e schiave dei musulmani. Avrebbero consegnato al Messaggero di Allah tutti i loro beni: oro, argento, terreni, cavalli, armature e ogni altra cosa, uscendo soltanto con gli abiti che indossavano. [È riportato nel Sunan di Abu Dawud che il Messaggero di Allah accettò a condizione che gli ebrei portassero con sé sui loro animali da cavalcatura tutti i beni che avrebbero potuto trasportare. Si veda Abu Dawud, volume II, capitolo su Khaybar, p. 76.] Dopo aver ascoltato la proposta, il Messaggero, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, disse: «Se nasconderete qualcosa, Allah l’Altissimo e il Suo Messaggero non ne saranno responsabili». Gli ebrei accettarono questa condizione e fu conclusa la pace. In questo modo, la conquista di Khaybar giunse al suo compimento definitivo.

Il tradimento e la sua punizione

Violando le condizioni dell’accordo, i due figli di Abu al-Huqayq nascosero una grande quantità di ricchezze. Nascosero una pelle contenente i beni e i gioielli di Huyayy ibn Akhtab. Huyayy ibn Akhtab aveva portato con sé quei gioielli al momento dell’espulsione dei Banu Nadir da Medina.

Ibn Ishaq ha scritto che Kinana ibn Abu al-Huqayq fu condotto davanti al Messaggero di Allah. Era in possesso del tesoro dei Banu Nadir. Tuttavia, quando il Messaggero, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, lo interrogò, egli negò categoricamente. Quando gli fu chiesto dove fosse nascosto il patrimonio, rispose di non saperlo. In seguito, un ebreo venne a riferire: «Ho visto Kinana aggirarsi ogni giorno in una zona abbandonata». Dopo aver ricevuto questa informazione, il Messaggero, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, disse a Kinana: «Se presso di te verrà trovato il tesoro, ti uccideremo. Dimmi: accetti questa condizione?». Kinana rispose: «Sì, accetto». Il Messaggero, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, ordinò allora di scavare nella zona abbandonata indicata. Vi furono trovati alcuni beni. In risposta alle domande del Messaggero di Allah riguardo al resto delle ricchezze, egli dichiarò di non saperne nulla. Il Messaggero, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, affidò Kinana a Zubayr e gli disse: «Puniscilo, affinché tutto ciò che possiede giunga nelle nostre mani». Zubayr inflisse a Kinana una dura punizione. Quando fu in punto di morte, egli non aprì tuttavia bocca. In seguito, il Messaggero, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, affidò quel malfattore a Muhammad ibn Maslama, che lo uccise per vendicare l’assassinio del fratello Mahmud ibn Maslama. Va ricordato che Mahmud era seduto all’ombra di un albero vicino alla fortezza di Na’im, quando quell’ebreo malfattore, Kinana, gli fece cadere addosso dall’alto una macina, uccidendolo.

Ibn Qayyim ha riferito che il Messaggero, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, fece uccidere entrambi i figli di Abu al-Huqayq; il cugino di Kinana aveva testimoniato contro di loro accusandoli di aver nascosto delle ricchezze.

In seguito, il Messaggero, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, fece prigioniera Safiyya, figlia di Huyayy ibn Akhtab. Ella era sotto la tutela di Kinana ibn Abu al-Huqayq. Era ancora una novella sposa. Fu fatta partire in quello stesso stato. [1616]

Distribuzione del bottino

Il Messaggero, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, desiderava espellere gli ebrei da Khaybar. Anche questo fu incluso nell’accordo. Ma gli ebrei dissero: «O Muhammad, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, lasciaci rimanere in questa terra; ce ne prenderemo cura. Conosciamo questo territorio meglio di voi».

D’altra parte, il Messaggero di Allah non disponeva di un numero sufficiente di schiavi che potessero coltivare e sorvegliare questa terra. Nemmeno i nobili Compagni erano abbastanza numerosi per svolgere questo compito. Per tali ragioni, il Messaggero, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, affidò agli ebrei la terra di Khaybar in mezzadria, a condizione che i musulmani ricevessero la metà del raccolto prodotto. Gli ebrei avrebbero beneficiato di tale accordo finché il Messaggero, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, lo avesse voluto; quando lo avesse desiderato, avrebbe potuto espellerli. In seguito, Hazrat Abdullah ibn Rawahah fu nominato sovrintendente delle terre di Khaybar.

La distribuzione di Khaybar fu effettuata nel modo seguente: la terra complessiva fu divisa in 36 parti. Ogni parte era composta da cento quote. In questo modo, la terra fu divisa complessivamente in 3.600 quote. La metà, cioè 1.800 quote, spettava ai musulmani. Come ogni musulmano comune, anche il Messaggero di Allah aveva una sola quota. Le restanti 1.800 quote furono accantonate dal Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, per le necessità collettive dei musulmani e per affrontare eventuali emergenze. Lo scopo della divisione in 1.800 quote era che la terra di Khaybar costituiva un dono speciale di Allah per coloro che avevano partecipato a Hudaybiyyah.

Questo dono si applicava tanto a coloro che erano presenti quanto a quelli che erano assenti. Il numero dei partecipanti a Hudaybiyyah era di 1.400. Quando giunsero a Khaybar, portarono con sé 200 cavalli. Anche per il cavallo veniva assegnata una quota, indipendentemente dal suo cavaliere. La quota del cavallo era doppia rispetto a quella di un soldato. Per questo Khaybar fu divisa in 1.800 quote. Di conseguenza, i 600 cavalieri ricevettero tre quote ciascuno, mentre i 1.200 soldati a piedi ricevettero 1.200 quote. [Zad al-Maʿad, vol. 2, pp. 137-138]

Un hadith di Sahih al-Bukhari riporta l’abbondanza del bottino ottenuto a Khaybar. Marwan ibn Umar (ra) disse: «Fino alla conquista di Khaybar non riuscivamo a saziarci». Hazrat Aisha (ra) disse: «Dopo la conquista di Khaybar ci dicemmo: d’ora in poi potremo mangiare datteri a sazietà». [Sahih al-Bukhari, vol. 3, p. 609]

Dopo che il Messaggero, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, tornò a Medina, gli emigrati restituirono agli Ansar le palme da dattero che questi avevano loro donato, poiché a Khaybar avevano acquisito la proprietà di ricchezze e palme da dattero. [Zad al-Maʿad, vol. 2, p. 128; Sahih Muslim, vol. 2, p. 96]

L’arrivo di alcuni Compagni

In questa battaglia, Hadrat Ja’far ibn Abi Talib si recò al servizio del Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace. Con lui vi erano anche i musulmani ash’ariti, cioè Hadrat Abu Musa al-Ash’ari (che Allah sia soddisfatto di lui), e i suoi amici.

Hadrat Abu Musa al-Ash’ari (che Allah sia soddisfatto di lui) disse: «Mentre mi trovavo nello Yemen, venni a sapere della venuta del Messaggero di Allah. Io e i miei due fratelli ci imbarcammo su una nave insieme a cinquanta uomini della nostra tribù e partimmo per recarci dal Messaggero di Allah. Tuttavia, la nave ci portò in Abissinia. Là incontrammo Hadrat Ja’far (che Allah sia soddisfatto di lui) e i suoi compagni. Essi ci informarono che il Messaggero, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, li aveva inviati e aveva detto loro di rimanere in Abissinia; ci dissero: “Rimanete anche voi con noi”. Così restammo là. Dopo che il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, conquistò Khaybar, ci recammo da lui. Egli assegnò una parte anche a noi. Oltre a noi, nessun altro musulmano assente a Khaybar ricevette una parte di Khaybar. Soltanto coloro che avevano partecipato alla battaglia ricevettero una parte del bottino. Ricevettero una parte anche i marinai della nostra nave, insieme a Hadrat Ja’far e ai suoi compagni. Il bottino fu distribuito fra tutti costoro». [Bukhari, vol. 1; Fath al-Bari, vol. 4]

Il matrimonio con Hadrat Safiyya

Come è stato già menzionato, dopo che suo marito fu ucciso con l’accusa di tradimento, Hadrat Safiyya fu inclusa tra le donne prigioniere. Dopo aver riunito le prigioniere, Hadrat Dihya ibn Khalifa al-Kalbi (che Allah sia soddisfatto di lui) chiese al Messaggero di Allah una schiava. Il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, disse: «Va’ e scegline una». Hadrat Dihya scelse Hadrat Safiyya. In seguito, un uomo venne e disse: «O Messaggero di Allah, hai scelto per Dihya la signora delle tribù dei Banu Qurayza e dei Banu Nadir, mentre ella è adatta soltanto a te». Il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, disse: «Chiamali entrambi e conducili qui». Entrambi si presentarono. Il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, disse a Hadrat Dihya: «Scegli un’altra schiava». Quando il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, invitò Hadrat Safiyya all’Islam, ella lo accettò con gioia. Egli allora la liberò, fece della sua emancipazione la dote e la sposò. Durante il viaggio verso Medina, Hadrat Umm Sulaym (che Allah sia soddisfatto di lei) adornò Hadrat Safiyya. Il mattino seguente, il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, offrì ospitalità ai Compagni con datteri, burro chiarificato e farina d’orzo. [Sahih Bukhari, vol. 1, p. 54; Zad al-Ma’ad, vol. 2, p. 137] Vedendo una macchia sul volto di Hadrat Safiyya, il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, ne chiese la ragione. Hadrat Safiyya disse: «O Messaggero di Allah, prima che tu partissi per Khaybar, sognai che la luna fosse caduta dal cielo nel mio grembo. Quando il mattino seguente raccontai questo sogno a mio marito, egli mi schiaffeggiò e disse: “Vuoi forse sposare il re di Medina?”». [Sahih Bukhari; Zad al-Ma’ad; Ibn Hisham]

L’episodio della carne avvelenata

Dopo la conquista di Khaybar, il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, si sentì al sicuro. In quel momento, Zaynab bint al-Harith, moglie di Sallam ibn Mishkam, gli inviò in dono della carne arrosto di pecora. Quella donna si era precedentemente informata su quale parte della pecora il Messaggero di Allah preferisse. Dopo averlo saputo, mise una maggiore quantità di veleno nella parte preferita e ne mise anche nelle altre parti. Poi portò la carne avvelenata e la depose davanti al Messaggero di Allah. Il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, mise in bocca un pezzo della parte preferita, ma lo sputò non appena lo ebbe masticato. Poi disse: «Questo osso che vedete mi informa che contiene del veleno». Zaynab fu convocata e interrogata, e confessò. Egli disse: «Perché hai fatto questo?». La donna rispose: «Pensavo che, se quest’uomo fosse stato un re, ci saremmo liberati del suo governo; mentre, se fosse stato un profeta, gli sarebbe stata rivelata la notizia del mio avvelenamento». Udendo questa franca confessione, il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, perdonò quella donna.

Al momento di questo episodio, con il Messaggero di Allah vi era anche Hadrat Bishr ibn al-Bara ibn Ma’rur. Egli mangiò un boccone e morì a causa dell’avvelenamento.

Vi è divergenza di opinioni sul fatto che il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, avesse perdonato o ucciso quella donna. Il modo in cui sono state conciliate le diverse narrazioni è il seguente: dapprima il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, la perdonò; tuttavia, dopo la morte di Hadrat Bishr, ordinò che fosse uccisa come qisas. [Zad al-Ma’ad, vol. 2, p. 139; Fath al-Bari, vol. 7, p. 497; Ibn Hisham, vol. 2, p. 337]

I caduti nella battaglia di Khaybar

In questa spedizione morirono da martiri, in momenti diversi, 16 persone. Tra loro vi erano 4 Quraysh, uno della tribù degli Ashjaʿ, uno della tribù degli Aslam, uno degli abitanti di Khaybar e 9 Ansar.

Secondo un’altra narrazione, in questa spedizione morirono complessivamente 18 martiri. ʿAllama Mansurpuri ne ha menzionati 19. Tuttavia, egli ha anche affermato in un altro punto che gli autori delle biografie del Profeta ne hanno menzionati 15. Dopo aver svolto una ricerca, ho trovato i nomi di 23 persone. Il nome di Janif ibn Wayila è stato menzionato soltanto da Waqidi, mentre quello di Janif ibn Hanif è stato menzionato da Tabari. Bashar ibn Bara ibn Marur morì dopo aver mangiato carne avvelenata alla fine della battaglia. Riguardo a Bashar ibn Abd al-Mundhir esistono due narrazioni. Secondo una, egli morì da martire nella battaglia di Badr; secondo l’altra, morì da martire nella battaglia di Khaybar. A mio parere, la prima narrazione è più attendibile. [Zad al-Maʿad, vol. 2, p. 139; Fath al-Bari, vol. 7, p. 497; Ibn Hisham, vol. 2, p. 337] Il numero degli ebrei uccisi fu invece 93.

Fadak

Quando il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) giunse a Khaybar, inviò Muhayyisa ibn Masʿud a invitare gli abitanti di Fadak all’Islam. Tuttavia, gli abitanti di Fadak tardarono ad accettare l’Islam. Dopo che Khaybar passò sotto il dominio dei musulmani, ciò ebbe effetto sugli abitanti di Fadak, i quali inviarono una delegazione al Messaggero di Allah e proposero un accordo a condizione di cedergli metà dei raccolti prodotti, come a Khaybar. Il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) accettò. In tal modo, le terre di Fadak furono destinate in modo particolare al Messaggero di Allah, poiché i musulmani non si recarono nella spedizione contro Fadak; in altre parole, Fadak non fu conquistata con la forza della spada. [Ibn Hisham, vol. 1, p. 337]

Wadi al-Qura

Al termine della spedizione di Khaybar, il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) partì in direzione di Wadi al-Qura. Anche lì vi era un gruppo di ebrei. A loro si unì anche un gruppo di arabi. Quando i musulmani giunsero sul posto, gli ebrei li accolsero scagliando frecce. Erano già schierati in formazione. Uno dei servitori del Messaggero di Allah fu ucciso dalle frecce degli ebrei. I Compagni dissero: «Che il Paradiso gli sia concesso». Il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) disse: «Niente affatto! Per Colui nella cui mano è la mia anima, la veste che quel servitore rubò prima che fosse distribuito il bottino della battaglia di Khaybar lo circonda ora come fuoco». [Sahih al-Bukhari, vol. 2, p. 607]

In seguito, il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) dispose i Compagni per la battaglia. Saʿd ibn ʿUbada fu nominato comandante. A Hubab ibn al-Mundhir fu affidata una bandiera e a ʿUbada ibn Bashar un’altra. Poi il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) invitò gli ebrei ad accettare l’Islam. Essi rifiutarono. Uno di loro avanzò per combattere. Da parte dei musulmani avanzò Zubayr ibn al-ʿAwwam e uccise l’ebreo. Quando un altro ebreo avanzò, Zubayr lo uccise a sua volta. Quando avanzò un terzo ebreo, ʿAli avanzò per affrontarlo e lo uccise. Così, uno dopo l’altro, furono uccisi 11 ebrei. Ogni volta che un ebreo veniva ucciso, il Messaggero di Allah invitava gli altri ebrei ad accettare l’Islam.

Quando giungeva l’ora della preghiera, il Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui, pregava insieme ai nobili Compagni; poi si schierava di fronte agli ebrei e li invitava all’Islam. Continuando a combattere in questo modo, giunse la sera. La mattina seguente, il Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui, si presentò nuovamente insieme ai Compagni per affrontare gli ebrei. Il sole non era ancora salito molto in alto. Fu allora che gli ebrei si arresero e consegnarono i beni del bottino.

Il Messaggero di Allah rimase quattro giorni a Wādī al-Qurā. Distribuì tra i Compagni le ricchezze conquistate in guerra. Tuttavia, lasciò agli ebrei le terre e i palmeti di datteri. A questo proposito fu stipulato un accordo simile a quello concluso con gli ebrei di Khaybar. [Zād al-Maʿād, vol. 2, pp. 146-147]

Taymāʾ

Gli ebrei di Taymāʾ vennero a sapere della sconfitta e della resa degli ebrei di Khaybar, Fadak e Wādī al-Qurā, ossia della regione di Qurā. In seguito, inviarono spontaneamente dei rappresentanti per proporre una tregua. Il Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui, accettò la loro proposta. [La stessa opera, stessa pagina] Il Messaggero di Allah fece inoltre redigere un accordo al riguardo. L’accordo stabiliva quanto segue: questo documento proviene dal Messaggero di Allah, Muḥammad, ed è destinato ai Banū Taymāʾ. Essi godranno di protezione, ma dovranno pagare la jizya. Non sarà commessa alcuna ingiustizia nei loro confronti, né saranno espulsi dal Paese. Questo accordo sarà considerato permanente. Il testo dell’accordo fu scritto da Khālid ibn Saʿīd, che Allah sia soddisfatto di lui.

Il ritorno a Medina

Dopodiché il Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui, si mise in cammino verso Medina. Durante il viaggio di ritorno, quando giunsero nei pressi di una pianura, i Compagni proclamarono ad alta voce il takbīr. Dicevano: «Allāhu akbar, Allāhu akbar, lā ilāha illā Allāh». Il Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui, disse: «Non c’è bisogno di gridare così. Non state invocando un essere sordo o assente; state invece invocando un Essere che ascolta ed è vicino».

Durante il viaggio di ritorno, dopo aver viaggiato per tutta la notte, si fermarono a riposare in un luogo nella parte finale della notte. Il Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui, aveva detto a Bilāl, che Allah sia soddisfatto di lui: «Resterai sveglio e ci sveglierai all’ora della preghiera dell’alba». Bilāl, che Allah sia soddisfatto di lui, era seduto rivolto verso est, appoggiato alla sua cavalcatura. Tuttavia, a causa della stanchezza provocata dal viaggio, a un certo punto anch’egli si addormentò. Nessuno riuscì a svegliarsi all’ora della preghiera. Il primo a risvegliarsi fu il Messaggero di Allah. Egli svegliò i Compagni e si spostò un poco più avanti rispetto a quel luogo. Poi celebrò la preghiera dell’alba insieme ai Compagni. Si narra che questo episodio ebbe luogo durante il secondo viaggio. [Ibn Hishām, vol. 2, p. 340]

Esaminando lo svolgimento degli eventi di Khaybar, si vede che il Messaggero di Allah fece ritorno verso la fine del mese di Ṣafar del settimo anno dell’Egira, nel mese di Rabīʿ al-Awwal.

Spedizione di Aban ibn Saʿid

Il Messaggero ﷺ sapeva bene che lasciare Medina indifesa dopo la fine dei mesi sacri non sarebbe stato indice di lungimiranza e saggezza. Nei dintorni di Medina, infatti, vivevano molti beduini che attendevano l’eventuale disattenzione dei musulmani per dedicarsi al saccheggio e alla razzia. Per questo, quando il Messaggero ﷺ partì per la spedizione di Khaybar, inviò verso il Najd una forza militare al comando di Aban ibn Saʿid (ra), allo scopo di mantenere i beduini nel timore e nel terrore. Al ritorno, dopo aver assolto il proprio incarico, Aban ibn Saʿid incontrò il Messaggero di Allah a Khaybar. In quel momento Khaybar era già stata conquistata.

Questa spedizione militare, o sariyya, fu inviata nel mese di Safar del settimo anno dell’Egira. L’episodio è menzionato nel Sahih al-Bukhari. [Bukhari, capitolo sulla battaglia di Khaybar, vol. 2, pp. 608-609] Tuttavia, Hafiz Ibn Hajar al-ʿAsqalani ha scritto: «Non ho potuto trovare alcuna informazione riguardo a questa spedizione militare». [Fath al-Bari, vol. 7, p. 491]

La spedizione di Dhat al-Riqa

Dopo aver portato sotto il proprio controllo due delle tre forze che avevano scavato la trincea, il Messaggero di Allah ﷺ ebbe l’opportunità di rivolgere la propria attenzione alla terza forza. Erano beduini. Vivevano in tende nelle pianure del Najd. Il saccheggio era la fonte del loro sostentamento.

I beduini non erano abitanti di alcun insediamento o città. Non vivevano in case né all’interno di fortezze. Per questo, diversamente dagli abitanti della Mecca e di Khaybar, era difficile sottometterli e spegnere completamente il fuoco del brigantaggio. Era necessario soltanto intraprendere azioni tali da incutere loro timore e terrore.

Per influenzare tutti questi beduini e disperdere quelli riuniti nei dintorni di Medina, il Messaggero di Allah ﷺ condusse una spedizione a scopo educativo. Questa spedizione è conosciuta come la spedizione di Dhat al-Riqa.

Gli autori della sira hanno affermato che questa spedizione fu condotta nel quarto anno dell’Egira. L’Imam al-Bukhari (ra), invece, ha riferito che fu intrapresa nel settimo anno dell’Egira. Il fatto che a questa spedizione partecipassero Abu Hurayra (ra) e Abu Musa al-Ashʿari (ra) dimostra chiaramente che l’episodio ebbe luogo dopo la battaglia di Khaybar. Infatti, Abu Hurayra (ra) abbracciò l’Islam a Medina dopo che il Messaggero ﷺ era già partito per la spedizione di Khaybar. In seguito si recò a Khaybar e incontrò il Messaggero ﷺ. A quel tempo, la conquista di Khaybar era già terminata. Anche Abu Musa al-Ashʿari (ra) giunse dall’Abissinia a Khaybar, presso il Messaggero ﷺ, in un momento successivo alla conquista di Khaybar.

Il succo di tutto ciò che gli autori delle biografie del Profeta hanno riportato riguardo a questa spedizione è che, dopo aver appreso che due rami degli Ansar, o dei Banū Ghatafān, i Banū Thaʿlaba e i Banū Muḥārib, si erano riuniti, il Messaggero di Allah affidò a Abū Dharr al-Ghifārī, secondo un’altra versione a ʿUthmān ibn ʿAffān, la responsabilità dell’amministrazione di Medina. In seguito partì verso il Najd con quattrocento, secondo un’altra versione settecento, Compagni. Quando raggiunsero il luogo chiamato Nakhlah, distante due giorni di viaggio da Medina, si imbatterono in un gruppo di uomini dei Banū Ghatafān. Tuttavia non ci fu alcuno scontro con loro. Il Messaggero di Allah vi celebrò però la preghiera del timore.

È tramandato nel Ṣaḥīḥ al-Bukhārī da Abū Mūsā al-Ashʿarī che egli disse: «Partii con il Messaggero di Allah. Eravamo in sei e avevamo un solo cammello. A turno cavalcavamo sul dorso di quel cammello. Di conseguenza, camminando, ci si formarono vesciche ai piedi. I miei piedi si ferirono entrambi e mi furono danneggiate le unghie. Perciò ci fasciammo i piedi. Dhāt al-Riqāʿ significa “colei che ha le bende”, poiché durante questa spedizione ci bendammo i piedi». [Ṣaḥīḥ al-Bukhārī, capitolo sulla spedizione di Dhāt al-Riqāʿ, vol. 2, pp. 592; Ṣaḥīḥ Muslim, capitolo su Dhāt al-Riqāʿ, vol. 2, p. 118]

È tramandato nel Ṣaḥīḥ al-Bukhārī da Jābir: «Durante la spedizione di Dhāt al-Riqāʿ eravamo con il Messaggero di Allah. Era nostra abitudine che, quando arrivavamo sotto un albero ombroso, lasciassimo quell’ombra al Messaggero di Allah. Una volta il Messaggero di Allah si riposava sotto un albero ombroso, mentre i Compagni si erano dispersi qua e là. Dopo aver appeso la spada a un ramo dell’albero, il Messaggero di Allah si addormentò mentre si riposava. Jābir disse: “Ci addormentammo tutti. Nel frattempo arrivò un politeista, prese in mano la spada del Messaggero di Allah e disse: ‘Hai paura di me?’. Il Messaggero di Allah rispose con voce risoluta: ‘No, per niente’. Il politeista disse: ‘Chi ti proteggerà da me?’. Il Messaggero di Allah rispose: ‘Allah, l’Altissimo’».

Jābir disse: «Il Messaggero di Allah ci chiamò. Quando andammo da lui, vedemmo uno sconosciuto seduto con una spada in mano. Il Messaggero di Allah disse: “Stavo dormendo quando quest’uomo prese in mano la mia spada e poi mi disse: ‘Chi ti proteggerà da me?’. Io risposi: ‘Allah mi proteggerà’. Ecco quell’uomo”. Dopodiché il Messaggero di Allah non gli rivolse alcuna parola aspra.

Nella versione di Abū ʿAwānah si aggiunge che, non appena il Messaggero di Allah disse: “Allah mi proteggerà”, la spada cadde dalla mano dell’uomo. Allora il Messaggero di Allah prese la spada e disse all’uomo: “Ora dimmi: chi ti proteggerà?”. L’uomo rispose: “Confido nella tua misericordia”. Il Messaggero di Allah disse: “Attesta che non vi è alcuna divinità all’infuori di Allah e che Muḥammad è il Suo Messaggero”. L’uomo disse: “Ti prometto che non combatterò contro di te e che non aiuterò in alcun modo coloro che combatteranno contro di te”. Jābir riferì che in seguito il Messaggero di Allah lasciò libero quell’uomo. L’uomo tornò dalla sua gente e disse: “Vengo da voi dall’uomo migliore tra tutti”. [Mukhtaṣar al-Sīrah, Shaykh ʿAbdullāh al-Najdī, p. 264; Fatḥ al-Bārī, vol. 7, p. 416]

In una versione del Ṣaḥīḥ al-Bukhārī si riferisce che fu pronunciato l’iqāmah e che il Messaggero di Allah guidò un gruppo di Compagni nella preghiera di due rakʿah. Poi essi si ritirarono dietro di lui ed egli guidò nella preghiera di due rakʿah un altro gruppo di Compagni. Così il Messaggero di Allah compì quattro rakʿah, mentre i Compagni ne compirono due. [Ṣaḥīḥ al-Bukhārī, vol. 1, pp. 407-408; vol. 2, p. 593] Dalla sequenza narrativa di questa versione si comprende che questa preghiera fu compiuta subito dopo l’episodio sopra menzionato.

Nella versione del Ṣaḥīḥ al-Bukhārī si riferisce che il nome di quest’uomo era Ghawrath ibn al-Ḥārith. Questa versione è stata riportata da Musaddad da Abū ʿAwānah, e da Abū ʿAwānah da Abū Bishr. [Ṣaḥīḥ al-Bukhārī, vol. 2, p. 593]

Ibn Ḥajar al-ʿAsqalānī dice che, fornendo i dettagli di questo episodio, al-Wāqidī riferì che il nome di quel beduino era Dāsūr e che egli aveva abbracciato l’Islam. Tuttavia, dalle parole di al-Wāqidī si comprende che i due episodi si verificarono in momenti distinti, durante due guerre diverse. Allah ne sa meglio. [Fatḥ al-Bārī, vol. 7, p. 428]

Durante il ritorno da questa spedizione, i nobili Compagni catturarono una donna politeista. Quando il marito della donna ne venne a conoscenza, giurò che avrebbe fatto scorrere il sangue di uno dei nobili Compagni. Venne di notte per mantenere il giuramento. Il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, aveva incaricato ʿUbbād ibn Bishr e ʿAmmār ibn Yāsir di proteggere i musulmani dai nemici. Quando l’uomo arrivò, Ḥadrat ʿUbbād stava pregando. In quella situazione, il nemico gli scagliò una freccia. Egli la estrasse con un rapido gesto senza interrompere la preghiera. L’uomo scagliò una seconda freccia e poi una terza. Ogni volta egli estraeva la freccia. Dopo aver concluso la preghiera con il saluto finale, svegliò il compagno e gli raccontò tutto. Il compagno, Ḥadrat ʿAmmār ibn Yāsir, disse stupito: «Perché non mi hai svegliato?». Egli rispose: «Stavo recitando una sura e non volevo interrompere la preghiera prima di averla terminata». [Zād al-Maʿād, vol. 2, p. 112. Per maggiori dettagli su questa battaglia, si vedano Ibn Hishām, vol. 2, pp. 203, 209; Zād al-Maʿād, vol. 2, pp. 110, 111, 112; Fatḥ al-Bārī, vol. 7, pp. 417, 428]

Questa guerra fu molto efficace nell’impressionare e terrorizzare i beduini arabi dal cuore duro, cioè i nomadi. Esaminando le spedizioni successive, si vede che, dopo questa spedizione, le tribù di Ghatafān non osarono più rialzare la testa. A poco a poco si indebolirono e persero vigore, finché infine abbracciarono l’Islam. Alcune di queste tribù arabe furono viste insieme ai musulmani durante la conquista della Mecca e la battaglia di Ḥunayn. Fu assegnata loro anche una parte del bottino. Dopo il ritorno dalla conquista della Mecca, furono inviati funzionari dello Stato islamico a riscuotere da loro la zakāt, che essi pagarono regolarmente. In breve, grazie al metodo seguito dal Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, le tre forze che si erano schierate contro i musulmani durante la battaglia del Fossato erano state completamente frantumate. Di conseguenza, la pace e la sicurezza si diffusero in tutta la regione. In seguito, alcune tribù provocarono disordini in varie zone, ma i musulmani le sottomisero facilmente. Dopo questa spedizione, la strada per le campagne di conquista delle grandi città e dei grandi paesi cominciò ad aprirsi ai musulmani, poiché la situazione interna del paese divenne favorevole all’Islam e ai musulmani.

Alcune sariyya del settimo anno dell’Egira

Dopo il ritorno dalla spedizione menzionata, nel mese di Shawwāl del settimo anno dell’Egira, il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, rimase a Medina e durante questo periodo inviò alcuni Compagni in diverse sariyya. Di seguito riportiamo il resoconto di alcune di esse.

1. La sariyya di Qudayd

Il mese di Ṣafar o Rabīʿ al-Awwal del settimo anno dell’Egira

Questa sariyya fu inviata nella zona di Qudayd sotto il comando di Ghālib ibn ʿAbd Allāh al-Laythī (che Allah sia soddisfatto di lui), per infliggere una lezione agli uomini della tribù di Banū Malūḥ per le loro azioni. I Banū Malūḥ avevano ucciso gli amici di Bishr ibn Suwayd. Questa spedizione fu inviata per vendicare quell’uccisione. I Compagni inviati lanciarono un attacco improvviso durante la notte e uccisero parecchie persone. I nemici li inseguirono con una grande forza per affrontarli, ma quando si avvicinarono ai musulmani cominciò a piovere. Poco dopo si verificò un’inondazione. Poiché l’acqua in piena si trovava tra i due gruppi, i nemici non poterono avvicinarsi. Così i musulmani percorsero in sicurezza il resto del cammino.

2. La sariyya di Ḥasmī

Il mese di Jumādā ath-Thāniya del settimo anno dell’Egira

Questo argomento è stato trattato nel capitolo intitolato «La lettera del Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, ai sovrani del mondo».

3. La spedizione di Turaba

Il mese di Shaʿbān del settimo anno dell’Egira

Questa spedizione fu condotta sotto la guida di ʿUmar ibn al-Khattāb, che Allah si compiaccia di lui. Con lui vi erano trenta Compagni. Viaggiavano di notte e si nascondevano durante il giorno. Quando la gente della tribù dei Banū Hawāzin venne a conoscenza della spedizione, fuggì. ʿUmar, che Allah si compiaccia di lui, e i suoi compagni tornarono allora a Medina.

4. La spedizione nella regione di Fadak

Il mese di Shaʿbān del settimo anno dell’Egira

Un gruppo di trenta Compagni partì per una spedizione sotto la guida di Bashīr ibn Saʿd al-Anṣārī, che Allah si compiaccia di lui. Fu inviato per dare una lezione alla gente della tribù dei Banū Murra.

Hazrat Bashir raggiunse la sua zona e portò via pecore, capre e altri animali. Di notte i nemici giunsero e li circondarono. I musulmani scagliarono frecce. A un certo punto Bashir e i suoi compagni esaurirono le frecce. Di conseguenza, i nemici uccisero uno dopo l’altro i musulmani ormai disarmati. Soltanto Bashir sopravvisse. Fu sollevato, ferito, e portato a Fadak, dove rimase presso gli ebrei. Dopo due mesi, quando le ferite furono guarite, tornò a Medina.

5. Spedizione di Maifa’a

Ramadan del settimo anno dell’Egira

Questa spedizione fu inviata sotto il comando di Ghalib ibn Abdullah per dare una lezione alle tribù dei Banu Awal e dei Banu Abd ibn Tha’laba. Secondo un’altra narrazione, fu inviata per dare una lezione agli appartenenti al ramo Harqat della tribù dei Juhayna. I musulmani erano centotrenta. Attaccarono insieme i nemici e uccisero chiunque osasse rialzare la testa. Poi portarono via le greggi, comprese pecore e capre. Durante questa spedizione, Hazrat Usama ibn Zayd (che Allah sia soddisfatto di lui) uccise un uomo di nome Nuhayk ibn Mirdas, nonostante questi avesse pronunciato: «Non c’è divinità all’infuori di Allah». Quando il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, venne a sapere la notizia, disse: «Perché non gli hai aperto il petto per scoprire se era sincero oppure mentiva?»

6. Spedizione di Khaybar

Shawwal del settimo anno dell’Egira

Questa spedizione fu organizzata con la partecipazione di trenta Compagni. Hazrat Abdullah ibn Rawaha (che Allah sia soddisfatto di lui) ne assunse il comando. Il motivo era che Usayr, o secondo un’altra versione Bashir ibn Rizam, aveva radunato gli uomini della tribù dei Banu Ghatafan per attaccare i musulmani. I musulmani assicurarono a Usayr che il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, lo avrebbe nominato governatore di Khaybar. Grazie a questa promessa, Usayr e i suoi trenta compagni accettarono di recarsi a Medina insieme ai musulmani. Quando raggiunsero un luogo chiamato Qarqarat, nacque un malinteso tra le due parti. Di conseguenza, Usayr e i suoi compagni persero la vita.

7. Spedizione di Yamān ʿAẓābah

Il mese di Shawwal del settimo anno dell’Egira

Jabar è il nome della zona dei Banu Ghatafan, secondo un’altra versione dei Banu Fazaʿa e dei Banu ʿAzara. Hazrat Bashir ibn Kaʿb al-Ansari fu inviato là con trecento musulmani. Essi furono inviati per affrontare un grande esercito nemico radunatosi per attaccare Medina. I musulmani viaggiavano di notte e si nascondevano durante il giorno. Quando i nemici seppero dell’arrivo di Hazrat Bashir, fuggirono. Hazrat Bashir portò a Medina molti animali. Inoltre catturò due uomini e li condusse a Medina. Quando furono portati davanti al Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, essi abbracciarono l’Islam.

8. Spedizione di Ghaba

L’Imam Ibn Qayyim include anche questa spedizione tra le spedizioni militari, cioè quelle composte esclusivamente dai nobili Compagni, avvenute nel settimo anno dell’Egira prima dell’Umra compensativa. In sintesi, un uomo della tribù di Jashm ibn Muʿawiya giunse a Ghaba con numerose persone. Voleva radunare i Banu Qays per combattere contro i musulmani. Il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, inviò Hazrat Abu Hadrāʾ con soltanto due uomini. Hazrat Hadrāʾ adottò una tale strategia militare che i nemici furono sconfitti e molti cammelli e capre passarono in possesso dei musulmani. Zād al-Maʿād, vol. 2, pp. 149-150; Rahmat li-l-ʿĀlamīn, vol. 2, pp. 229-231; Talqīh al-Fuhūm, p. 31; Mukhtaṣar al-Siyar, Shaykh ʿAbdullah Najdi, pp. 322-324.

Compiere l’Umra compensativa

L’Imam Hakim ha detto: è chiaramente attestato che, dopo la comparsa della luna di Dhu al-Qaʿda, il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, ordinò ai nobili Compagni di prepararsi a compiere l’Umra compensativa. Il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, dichiarò inoltre che nessuno dei Compagni presenti al momento della tregua di Hudaybiyya doveva essere assente. Ad eccezione di coloro che erano morti come martiri dopo la tregua, tutti gli altri Compagni, insieme a diversi Compagni che erano stati assenti al momento della tregua, si prepararono a compiere l’Umra. Il numero dei Compagni, escluse donne e bambini, era di duemila. Fath al-Bari, vol. 7, p. 500.

Il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, nominò Abu Ruhm al-Ghifari suo sostituto a Medina. Furono portati con loro sessanta cammelli e la responsabilità di occuparsi di essi fu affidata a Najia ibn Jundub al-Aslami. Il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, e i nobili Compagni assunsero l’ihram per l’Umra a Dhu al-Hulayfa e intonarono il talbiyya. Temendo un tradimento da parte dei Quraysh, i musulmani portarono con sé delle armi. Tra queste vi erano scudi, frecce, lance e spade. Dopo aver raggiunto la pianura di Yazij, i musulmani proseguirono, lasciando tutte le armi sotto il comando di Aws ibn Qawli al-Ansari. I musulmani tenevano le spade nel fodero. Fath al-Bari, vol. 7, p. 500; Zād al-Maʿād, vol. 2, p. 151.

Quando il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, entrò alla Mecca, cavalcava la sua cammella chiamata Qaswa. I musulmani, brandendo le spade ancora nel fodero e tenendo il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, al centro, intonavano: «Labbayka Allahumma labbayk».

I politeisti della Mecca uscirono dalle loro case per assistere allo spettacolo e salirono sul monte Qaiqaian, situato a nord. Dicevano tra loro: «Sta arrivando da voi un gruppo di uomini che la febbre ha debilitato a Medina»

Udendo ciò, il Messaggero di Allah disse ai Compagni di correre con grande vigore per tre volte. Tuttavia, tra l’Angolo Yemenita e la Pietra Nera, dovevano procedere a passo normale. Non fu loro ordinato di correre per tutti i sette giri del tawaf, nella speranza di ottenere la misericordia e la benedizione di Allah. Lo scopo era mostrare ai politeisti la forza dei musulmani. [Sahih al-Bukhari, vol. 1, p. 218; vol. 2, pp. 610-611; Sahih Muslim, vol. 1, p. 412] Inoltre, il Messaggero di Allah ordinò ai suoi Compagni di praticare l’idtiba. Ciò consiste nel lasciare scoperta la spalla destra, facendo passare il mantello sotto l’ascella destra e avvolgendolo dal basso; l’altra estremità del mantello viene poi gettata sulla spalla sinistra, sia davanti sia dietro.

Il Messaggero di Allah avanzò lungo il sentiero del passo montuoso della Mecca. I politeisti si erano schierati in fila per guardarlo. Il Messaggero di Allah continuava a pronunciare il talbiyah. Giunto alla Sacra Moschea, toccò la Pietra Nera con il proprio bastone. Poi compì il tawaf, e anche i musulmani fecero il tawaf. In quel momento, Abdullah ibn Rawahah, che Allah sia soddisfatto di lui, passava davanti al Messaggero di Allah con la spada sollevata e recitava questa poesia:

«O figli degli infedeli, lasciate libero il suo cammino

La misericordia di Allah lo circonda.

Nel Libro del Misericordioso, del Compassionevole, si trova il suo ricordo

Quelle pagine vengono sempre recitate.

O Allah, abbiamo creduto alle sue parole»

Sulla via di Allah offrirò in sacrificio il mio respiro

Obbedendo al comando di Allah infliggerò un colpo tale

che i teschi voleranno via e non resterà più notizia dell’amico.

È riportato anche da Anas (che Allah sia soddisfatto di lui) che, dopo aver ascoltato la recitazione della poesia, Omar ibn al-Khattab (che Allah sia soddisfatto di lui) disse: «O figlio di Rawaha, si recitano poesie nel Sacro Recinto davanti al Messaggero di Allah (che Allah lo benedica e gli conceda la pace)?». Il Messaggero di Allah (che Allah lo benedica e gli conceda la pace) disse: «O Omar, lascialo recitare. Il suo effetto su di loro è più efficace di quello delle frecce». [Jamiʿ al-Tirmidhi, vol. 2, p. 107]

Il Messaggero di Allah (che Allah lo benedica e gli conceda la pace) e i musulmani corsero per tre giri. Vedendoli, i politeisti dissero: «Pensavamo che la febbre di Medina li avesse debilitati; invece vedo che hanno più forza di questo e di quello». [Sahih Muslim, vol. 1, p. 412]

Terminato il tawaf, il Messaggero di Allah (che Allah lo benedica e gli conceda la pace) compì il saʿi tra Safa e Marwa. In quel momento i suoi hady, cioè gli animali destinati al sacrificio, si trovavano vicino al monte Marwa. Al termine del saʿi, il Messaggero di Allah (che Allah lo benedica e gli conceda la pace) disse: «Questo è il luogo del sacrificio; ogni luogo della Mecca è un luogo del sacrificio». Poi tutti sacrificarono gli animali ai piedi del monte Marwa. Dopo il sacrificio, si rasero i capelli proprio lì. I nobili Compagni seguirono l’amato Messaggero di Allah (che Allah lo benedica e gli conceda la pace). In seguito, il Messaggero di Allah (che Allah lo benedica e gli conceda la pace) inviò alcuni Compagni a Yajaz per sorvegliare le armi. Ordinò che, dopo il loro ritorno da quel luogo, fossero mandati a compiere la loro ʿumra.

Il Messaggero di Allah (che Allah lo benedica e gli conceda la pace) rimase alla Mecca per tre giorni. La mattina del quarto giorno, i politeisti dissero ad Ali (che Allah sia soddisfatto di lui): «Di’ al vostro compagno di partire, perché il tempo è scaduto». Il Messaggero di Allah (che Allah lo benedica e gli conceda la pace) uscì dalla Mecca e si fermò in un luogo chiamato Sarif.

Quando egli partì dalla Mecca, la figlia di Hamza (che Allah sia soddisfatto di lui) lo seguiva gridando: «Zio, zio!». Ali (che Allah sia soddisfatto di lui) la prese con sé. Sulla questione di chi dovesse allevarla sorse una disputa tra Ali (che Allah sia soddisfatto di lui), Jaʿfar (che Allah sia soddisfatto di lui) e Zayd (che Allah sia soddisfatto di lui), poiché ciascuno sosteneva di avere maggiore diritto a occuparsene. Infine, il Messaggero di Allah (che Allah lo benedica e gli conceda la pace) decise a favore di Jaʿfar, poiché la zia materna della bambina era la moglie di Jaʿfar.

Durante questa ʿUmra, il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, sposò Maymuna bint al-Harith al-ʿAmiriyya. Prima che il Messaggero, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, giungesse alla Mecca, inviò Jaʿfar ibn Abi Talib da Maymuna a questo scopo. Maymuna affidò tale responsabilità ad al-ʿAbbas, poiché egli era il cognato di Maymuna. Sua moglie, Umm al-Fadl, era la sorella di Maymuna. Al-ʿAbbas (che Allah sia soddisfatto di lui) celebrò il matrimonio di Maymuna con il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace. Abu Rafiʿ fu incaricato di condurre Maymuna. Quando il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, giunse in un luogo chiamato Sarif, Maymuna gli fu condotta. [Zad al-Maʿad, vol. 2, p. 152]

Perché questa ʿUmra fu chiamata ʿUmrat al-Qadaʾ? Il motivo è che questa ʿUmra era quella compensativa dovuta in seguito agli eventi della tregua di Hudaybiyya. Essa fu compiuta in conformità alla tregua di Hudaybiyya. È questa la spiegazione più degna di considerazione. [Zad al-Maʿad, vol. 1, p. 172; Fath al-Bari, vol. 7, p. 500] Inoltre, questa ʿUmra è indicata con quattro nomi: ʿUmrat al-Qadaʾ, ʿUmrat al-Qadiya, ʿUmrat al-Qisas e ʿUmrat al-Sulh. [Fath al-Bari, vol. 7, p. 500]

Alcune altre spedizioni

1. La spedizione di Abu al-Awja

Mese di Dhu al-Hijja del settimo anno dell’Egira

Il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, inviò cinquanta Compagni, sotto il comando di Abu al-Awja, presso la tribù dei Banu Salim per invitarla all’Islam. Dopo aver ricevuto l’invito all’Islam, essi dissero: «Non abbiamo alcun bisogno di ciò a cui ci state invitando». Poi ingaggiarono una violenta battaglia. Il comandante Abu al-Awja fu ferito in quella battaglia. Alla fine, i musulmani tornarono portando con sé due soldati nemici prigionieri.

2. La spedizione di Ghalib ibn ʿAbdullah

Mese di Safar dell’ottavo anno dell’Egira

Duecento Compagni furono inviati nella regione di Fadak, sotto il comando di Ghalib ibn Abd Allah, nel luogo in cui erano stati uccisi i compagni di Bashil ibn Sa’d. Essi catturarono il bestiame dei nemici e uccisero alcuni soldati nemici.

3. Spedizione di Dhat Atlah

Rabi‘ al-awwal dell’ottavo anno dell’Egira

Il resoconto di questa spedizione è il seguente: gli uomini della tribù dei Banu Quda‘a avevano radunato numerose persone per attaccare i musulmani. Quando il Messaggero di Allah ﷺ ne fu informato, inviò quindici Compagni sotto la guida di Ka‘b ibn ‘Umayr. I nobili Compagni li invitarono all’Islam. Ma, invece di accettare l’Islam, essi cominciarono a scagliare frecce contro i Compagni. Di conseguenza, i Compagni furono martirizzati. Soltanto un Compagno fu riportato in vita tra i caduti. [Rahmat lil-‘Alamin, vol. 2, p. 231]

4. Spedizione di Dhat ‘Irq

Nel mese di Rabi‘ al-awwal dell’ottavo anno dell’Egira

La ragione di questa spedizione fu che gli uomini della tribù dei Banu Hawazin causavano ripetutamente molestie. Per questo il Messaggero di Allah ﷺ inviò venticinque Compagni sotto la guida di Shuja‘ ibn Wahab al-Asadi. Essi portarono via il bestiame dei nemici. Tuttavia, non vi fu alcuno scontro. [Ibid., Talaqih al-Fuhum, p. 33]

La battaglia di Mu’ta

Mutah è un villaggio vicino alla regione di Balqa, in Giordania. Da questo luogo la distanza da Bayt al-Maqdis è di appena due manzil. La battaglia di Mutah ebbe luogo proprio qui.

Tra tutte le battaglie a cui i musulmani parteciparono durante la vita del Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui), questa fu la più sanguinosa. Fu proprio questa battaglia ad aprire la strada alla conquista dei Paesi abitati dai cristiani. Essa ebbe luogo nel mese di Jumada al-awwal dell’ottavo anno dell’Egira, cioè nel 629 d.C., nel mese di settembre.

La causa della guerra

La causa di questa spedizione fu che il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) inviò al governatore di Busra al-Harith ibn Umayr al-Azdi, con una lettera. A quel tempo, Sharhabil ibn Amr al-Ghassani, governatore del Cesare di Roma, era incaricato della regione di Balqa. Quel malfattore fece arrestare il messaggero del Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui), lo legò strettamente e lo uccise. Va ricordato che uccidere un ambasciatore o un comune messaggero è un crimine grave. È considerato una dichiarazione di guerra, anzi persino più grave di essa.

Per questo, il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) rimase profondamente addolorato quando seppe dell’uccisione del suo messaggero. Ordinò di preparare le truppe per essere dislocate in quella regione. Di conseguenza furono preparati tremila soldati.[ Zad al-Ma’ad, vol. 2, p. 155; Fath al-Bari, vol. 7, p. 511 ] A eccezione della battaglia del Fossato, i musulmani non avevano mai radunato tremila soldati in nessun’altra battaglia precedente.

Le istruzioni del Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) ai comandanti

Il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) nominò Zayd ibn Harithah (che Allah sia soddisfatto di lui) comandante di questo esercito. Poi disse che, se Zayd fosse stato ucciso, Ja’far sarebbe diventato comandante; e, se Zayr fosse stato ucciso, il comando sarebbe passato ad Abd Allah ibn Rawahah (che Allah sia soddisfatto di lui).[ Sahih al-Bukhari, vol. 2, p. 611]

Il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) fece preparare una bandiera bianca per l’esercito musulmano e la consegnò ad Hazrat Zayd ibn Harithah.[ Mukhtasar al-Sirah, Shaykh Abd Allah, p. 327] Raccomandò all’esercito di invitare all’Islam gli abitanti del luogo in cui era stato ucciso al-Harith ibn Umayr. Se avessero accettato l’Islam, sarebbe stato bene; se non lo avessero accettato, avrebbero dovuto chiedere aiuto ad Allah e combattere contro di loro. Disse inoltre: «Nel nome di Allah, sul cammino di Allah, combattete contro coloro che negano Allah. Non tradite e non commettete perfidia; non uccidete donne, bambini, anziani né gli asceti che si sono ritirati dal mondo e risiedono nelle chiese. Non tagliate palme né altri alberi e non distruggete alcun edificio».[ Rahmat li-l-‘Alamin, vol. 2, p. 271,]

La partenza dell’esercito islamico

Alla vigilia della partenza dell’esercito islamico, i musulmani comuni salutarono e diedero l’addio ai comandanti scelti dal Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui). In quel momento piangeva uno dei comandanti, Hazrat Abdullah ibn Rawaha (che Allah sia soddisfatto di lui). Quando gli fu chiesto il motivo del suo pianto, disse: «Giuro su Allah, non piango per l’attaccamento al mondo né per il legame con voi. Avendo udito il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) recitare un versetto del Santo Corano, piango per timore dell’Inferno; piango per timore dell’Inferno. In quel versetto Allah l’Altissimo dice: “E ciascuno di voi vi passerà sopra: questa è una decisione irrevocabile del vostro Signore”. (Sura Maryam, versetto 71)»

Non so come potrò tornare dopo essere stato condotto all’Inferno». I musulmani dissero: «Che Allah l’Altissimo vi accompagni con la salvezza, vi protegga e vi riconduca da noi con il bottino». Hazrat Abdullah recitò allora questa poesia:

«Chiedo al Misericordioso il perdono

per i colpi di spada che fanno uscire il cervello,

per la mano di chi scaglia la lancia, per le viscere e il fegato

per la forza di colpire e squarciare

Chiedo aiuto. Accanto alla mia tomba

Coloro che partiranno diranno: «Questo è il ghāzī»

colui che Allah ha guidato, e

che è stato guidato

Dopo ciò, le truppe musulmane partirono. Il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, accompagnò l’esercito fino a Thaniyyat al-Wadāʿ e congedò i soldati. (Ibn Hishām, vol. 2, pp. 373-374; Zād al-Maʿād, vol. 2, p. 156; Mukhtaṣar al-Sīra, p. 327)

La crisi dell’esercito musulmano

Avanzando verso nord, le truppe musulmane raggiunsero la zona di Maʿān. Questo luogo si trovava in un’area giordana collegata al Ḥijāz. L’esercito musulmano vi si accampò. Le spie musulmane giunsero riferendo che il Cesare di Roma aveva radunato centomila soldati romani nella zona di Maʾāb, nella regione di Balqāʾ. Inoltre, sotto il loro vessillo si erano radunati altri centomila soldati delle tribù di Lakham, Judhām, Balqīn, Bahlāʾ e Balā. Questi ultimi centomila costituivano un esercito formato da tribù arabe.

La riunione del Consiglio della shūrā

I musulmani non avevano minimamente immaginato quale formidabile esercito avrebbero affrontato. In quella regione lontana si trovarono davvero davanti a una situazione critica. Di fronte a loro si presentò chiaramente la domanda: avrebbero dovuto affrontare, con tremila soldati, un esercito di duecentomila uomini? Sorpresi e preoccupati, i musulmani si consultarono per due notti. Alcuni espressero l’opinione che si dovesse scrivere al Messaggero, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, informandolo della situazione sopraggiunta. Egli avrebbe forse inviato rinforzi oppure impartito un altro ordine. A quel punto si sarebbe potuto obbedire a quell’ordine.

Hazrat Abd Allah ibn Rawaha (che Allah sia soddisfatto di lui) respinse fermamente questa proposta. Disse: «O gente, ciò che state cercando di evitare è proprio il martirio per il quale siete partiti. Ricordate che il criterio con cui affrontiamo i nemici non si misura in base all’esercito, alla forza o alla superiorità numerica. Noi combattiamo per quella religione mediante la quale Allah, il Signore dei mondi, ci ha onorati. Dunque, avanzate. Otterremo certamente una delle due benedizioni: o riporteremo la vittoria, oppure la nostra vita sarà resa gloriosa dal martirio». Infine, sulla base dell’opinione di Abd Allah ibn Rawaha, fu presa una decisione.

L’avanzata dell’esercito musulmano

Dopo aver trascorso due notti nella località chiamata Ma’an, l’esercito musulmano avanzò verso i nemici. Nel luogo chiamato Masharif, nella Balqa, si trovarono di fronte alle truppe di Eraclio. Quando i nemici avanzarono ulteriormente, i musulmani si radunarono nel luogo chiamato Mu’ta. In seguito, le truppe furono schierate per la battaglia: sull’ala destra fu nominato Qutba ibn Qatada al-Adhri e sull’ala sinistra ‘Ubada ibn Malik al-Ansari (che Allah sia soddisfatto di lui).

Il martirio dei comandanti dell’esercito

Nel luogo chiamato Mu’ta scoppiò lo scontro tra i due schieramenti e infuriò una lotta estremamente aspra. Soltanto tremila soldati musulmani si impegnarono in una battaglia impari contro duecentomila soldati non musulmani. Questa battaglia fu straordinaria. La gente del mondo rimase a guardare con stupore e meraviglia. Quando si manifesta il valore della fede, accadono anche eventi tanto straordinari.

Per primo, Hazrat Zayd ibn Haritha (che Allah sia soddisfatto di lui), il prediletto del Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, prese lo stendardo. Dopo aver dato prova di uno straordinario coraggio, subì il martirio. Una simile dimostrazione di coraggio non è stata osservata in nessun altro se non tra i musulmani.

Dopo il martirio di Hazrat Zayd, Hazrat Ja’far ibn Abi Talib prese lo stendardo. Anch’egli continuò a combattere dando prova di un coraggio senza pari. Nel corso dell’aspra battaglia, a un certo punto balzò dalla sella del suo cavallo pezzato e continuò ad assalire i nemici. Quando un colpo dei nemici gli recise la mano destra, iniziò a combattere con la sinistra. Continuò a tenere lo stendardo in questo modo fino al martirio.

Si narra che un soldato romano lo colpì con la spada con tale forza da tagliargli il corpo in due. Allah gli donò in Paradiso due ali. Con l’aiuto di quelle ali, egli vola nel Paradiso dove desidera. Per questo il suo titolo è «Ja’far al-Tayyar» e «Ja’far Dhu al-Janahayn». Tayyar significa «colui che vola», mentre Dhu al-Janahayn significa «colui che ha due ali».

L’Imam al-Bukhari ha riportato, tramite Nafiʿ, una narrazione da ʿAbdullah ibn ʿUmar (che Allah sia soddisfatto di lui). Egli disse: «Nel giorno della battaglia di Muʾta, dopo il martirio di Jaʿfar, ho contato i segni delle ferite sul suo corpo. Sul suo corpo vi erano cinquanta ferite di frecce e di spade. Nessuna di queste ferite era sulla parte posteriore del corpo.» 6 [Fath al-Bari, vol. 7, p. 512. Nelle due narrazioni vi è una differenza nel numero. La differenza viene risolta così: includendo le ferite delle frecce, il numero è novanta.]

In un’altra narrazione si riferisce che ʿAbdullah ibn ʿUmar (che Allah sia soddisfatto di lui) disse: «Ero con i musulmani nella battaglia di Muʾta. Cercando Jaʿfar ibn Abi Talib, lo trovai tra i caduti. Sul suo corpo vidi più di novanta ferite di lance e frecce.» 7 [La stessa opera, la stessa pagina]. Da Nafiʿ è stato riferito inoltre che nella narrazione di Ibn ʿUmar si trova anche questo: «Osservai che tutte queste ferite erano sulla parte anteriore del suo corpo.» 8 [Fath al-Bari, vol. 7, p. 512. Nelle due narrazioni vi è una differenza nel numero. La differenza viene risolta così: includendo le ferite delle frecce, il numero è novanta]. Dopo il martirio di Jaʿfar (che Allah sia soddisfatto di lui) in una valorosa battaglia, ʿAbdullah ibn Rawaha (che Allah sia soddisfatto di lui) prese lo stendardo, montò a cavallo e avanzò. Dopo qualche esitazione, recitò questi versi:

«O cuore, sii lieto o afflitto, in qualunque modo

affronta la lotta. Hanno acceso il fuoco della guerra

e tengono le lance sollevate. Dal Paradiso

perché mai vuoi rimanere lontano?»

Dopodiché ʿAbdullah ibn Rawaha (che Allah sia soddisfatto di lui) continuò a combattere con grande valore. Suo cugino gli porse un osso con ancora attaccata della carne. Egli ne diede un morso e lo gettò via. Poi, continuando a combattere, subì il martirio.

La spada di Allah

Dopo il martirio di Hazrat Abd Allah ibn Rawaha, un Compagno, Thabit ibn Arqam della tribù dei Banu Azlan, prese lo stendardo. Disse: «O musulmani, affidate il comando dell’esercito a una persona idonea». Quando i Compagni gli chiesero di assumere il comando, egli disse: «Non sono adatto a questo compito». In seguito, i Compagni nominarono comandante Hazrat Khalid ibn al-Walid (che Allah sia soddisfatto di lui). Dopo che ebbe preso lo stendardo, ebbe inizio una violenta battaglia. In Sahih al-Bukhari è riportato direttamente da Khalid ibn al-Walid (che Allah sia soddisfatto di lui) che disse: «Nel giorno della battaglia di Mu’ta, nove spade si spezzarono nella mia mano. Dopo di allora, mi rimase in mano soltanto una piccola spada yemenita».9 [Sahih al-Bukhari, capitolo sulla battaglia di Mu’ta, vol. 2, p. 611]

In un’altra narrazione è riportato, dalle sue stesse parole, quanto segue: «Nel giorno della battaglia di Mu’ta, nove spade si spezzarono nella mia mano. Dopo di allora, mi rimase in mano soltanto una piccola spada yemenita».10 [Stessa pagina, p. 612]

Nel frattempo, il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, ricevette tramite la rivelazione la notizia del campo di battaglia prima ancora che gli fosse trasmessa dagli uomini. Disse: «Zayd aveva preso lo stendardo ed è stato martirizzato. Poi Ja’far aveva preso lo stendardo ed è stato martirizzato. Poi Abd Allah ibn Rawaha aveva preso lo stendardo ed è stato anch’egli martirizzato». In quel momento, gli occhi del Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, si riempirono di lacrime. Disse: «Poi prese lo stendardo una delle spade di Allah». Attraverso la sua battaglia, Allah l’Altissimo concesse la vittoria ai musulmani.11 [Stessa pagina, p. 611].

Conclusione della battaglia

Nonostante il coraggio, l’eroismo e la dedizione, fu un evento davvero straordinario che soltanto tremila soldati musulmani riuscissero a resistere contro duecentomila soldati non musulmani. L’eroismo dimostrato in quel momento da Hazrat Khalid ibn al-Walid (che Allah sia soddisfatto di lui) non trova paragoni nella storia.

Esiste una notevole divergenza tra le narrazioni riguardanti l’esito di questa battaglia. Dopo aver esaminato tutte le narrazioni, si apprende che, verso la fine del primo giorno di battaglia, Hazrat Khalid (che Allah sia soddisfatto di lui) rimase saldo di fronte ai soldati romani. In quel momento stava pensando a una nuova strategia di guerra per influenzare i Romani. L’obiettivo era far arretrare gradualmente i musulmani mediante quella strategia. Tuttavia, occorreva fare attenzione affinché i Romani non potessero in alcun modo inseguirli. Infatti, se i Romani li avessero inseguiti, sarebbe stato molto difficile sfuggire alla loro presa.

La mattina seguente, Hazrat Khalid (che Allah sia soddisfatto di lui) riorganizzò e dispose le truppe. Spostò i soldati dell’ala destra a sinistra e quelli dell’ala sinistra dietro di loro. Vedendo questo cambiamento nello schieramento, i nemici cominciarono a dire tra loro che i musulmani avevano ricevuto rinforzi e che la loro forza era aumentata rispetto a prima.

Dopo aver modificato lo schieramento, Hazrat Khalid (che Allah sia soddisfatto di lui) fece arretrare gradualmente i musulmani. I soldati romani non avanzarono per attaccare i musulmani, perché pensavano che questi stessero tendendo loro un inganno: li avrebbero condotti nel deserto e poi attaccati di sorpresa, sconfiggendoli. Pensando in questo modo, i soldati romani, invece di inseguire i musulmani, tornarono nel proprio territorio. Nel frattempo, i musulmani continuarono ad arretrare fino a raggiungere Medina.12 [Fath al-Bari, vol. 7, pp. 513-514; Zad al-Ma’ad, vol. 2, p. 156].

Numero delle vittime

Nella battaglia di Mu’ta, dodici musulmani ottennero il martirio. Non si conosce il numero delle vittime tra i Romani. Tuttavia, dalla narrazione della battaglia si comprende che essi subirono numerose perdite. Infatti, soltanto nelle mani di Hazrat Khalid si spezzarono nove spade. Da ciò si può facilmente stimare il numero delle vittime tra i soldati nemici.

L’influenza della battaglia di Mu’ta

Sebbene l’obiettivo della spedizione di Mu’ta, cioè la vendetta, non fosse stato raggiunto, in seguito a questa battaglia la fama e la reputazione dei musulmani si diffusero in lungo e in largo. L’intero mondo arabo rimase stupefatto. Infatti, i Romani erano allora la potenza più grande. Gli Arabi ritenevano che affrontare i Romani in combattimento equivalesse a un suicidio. Pertanto, non era affatto cosa da poco che tremila soldati, senza perdite significative, affrontassero duecentomila soldati ottenendo l’onore di una vittoria eroica. Il popolo arabo comprese che i musulmani erano completamente diversi da tutte le potenze fino ad allora conosciute. L’aiuto di Allah era con i musulmani. Il loro leader, Muhammad Mustafa, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, era senza dubbio il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace. Per questo si vede che, dopo la battaglia di Mu’ta, numerose tribù note per essere ostinate e arroganti, da sempre nemiche dei musulmani, trovarono rifugio all’ombra dell’Islam. Tra queste tribù si annoverano Banu Salim, Ashja’, Ghatafan, Jiban e Fazarah.

Fu proprio il sanguinoso conflitto iniziato con i Romani alla vigilia della battaglia di Mu’ta a far sì che, in seguito, la gloria delle vittorie musulmane si diffondesse in terre lontane.

La spedizione di Dhat al-Salasil

Dopo aver appreso del ruolo di sostegno svolto dalle diverse tribù arabe a fianco dei soldati romani nella battaglia di Mu’ta, il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, ritenne necessario adottare una misura affinché i Romani e le tribù arabe tendessero la mano dell’amicizia ai musulmani e non pensassero in futuro a radunare truppe contro di loro.

A questo scopo il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, scelse Hazrat Amr ibn al-As, che Allah sia soddisfatto di lui. Sua nonna era una donna della tribù di Bala. Dopo la battaglia di Mu’ta, nel mese di Jumada al-Thani dell’ottavo anno dell’Egira, il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, inviò Hazrat Amr ibn al-As, che Allah sia soddisfatto di lui. Si narra che, tramite le spie, fosse giunta la notizia che la tribù di Banu Quda’a aveva preparato numerosi soldati nei pressi di Medina per attaccare. Per queste ragioni il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, inviò Amr ibn al-As, che Allah sia soddisfatto di lui.

Il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, aveva ordinato che, passando presso gli abitanti delle zone di Bali, Adhra’ e Balqin, l’esercito musulmano chiedesse loro aiuto. L’esercito musulmano viaggiava di notte e si nascondeva durante il giorno. Quando giunsero nei pressi dei nemici, si seppe che questi erano molto numerosi. Allora ʿAmr inviò Rāfiʿ ibn Makīth al-Juhanī dal Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, con una lettera di richiesta d’aiuto. Il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, inviò duecento soldati sotto il comando di Abū ʿUbayda ibn al-Jarrāḥ, che Allah sia soddisfatto di lui. Tra loro vi erano anche Abū Bakr, ʿUmar e i principali capi degli Anṣār e dei Muhājirūn. Il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, ordinò al comandante Abū ʿUbayda, che Allah sia soddisfatto di lui, di unirsi a ʿAmr ibn al-ʿĀṣ e di collaborare con lui, senza creare alcun dissenso. Dopo che Abū ʿUbayda ebbe raggiunto il luogo, chiese il comando dell’intero esercito. Ma ʿAmr ibn al-ʿĀṣ disse: «Il comandante sono io; voi siete venuto con truppe di rinforzo». Abū ʿUbayda accettò questa decisione. Da allora anche la guida della preghiera fu affidata al comandante dell’esercito, ʿAmr ibn al-ʿĀṣ.

Dopo l’arrivo delle truppe di rinforzo, raggiunsero la zona di Quḍāʿa e da lì si spinsero in una località più lontana. A un certo punto stavano per scontrarsi con i nemici; tuttavia, di fronte alla prospettiva dell’attacco musulmano, questi fuggirono rapidamente.

In seguito, ʿAwf ibn Mālik al-Ashjaʿī fu inviato come emissario dal Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace. Egli riferì al Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, del sicuro ritorno dei musulmani e dei dettagli della spedizione.

Dhat al-Salāsil è una località situata di fronte alla pianura di Wādī al-Qurā. Si trova a dieci giorni di distanza da Medina. Ibn Isḥāq riferisce che i musulmani si accamparono presso uno stagno chiamato Salāsil, appartenente alla tribù di Juḏām. Per questo la spedizione fu chiamata Dhat al-Salāsil. 13 [Ibn Hishām, vol. 2, pp. 623-626; Zād al-Maʿād, vol. 2, p. 157]

La spedizione di Khazāra

Il mese di Shaʿbān dell’ottavo anno dell’Egira

La ragione di questa spedizione fu che, nella località di Khazrāh, nel territorio della tribù di Muḥārib, all’interno del Najd, la tribù di Banū Ghatafān stava radunando delle truppe. Per sottometterli, il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, inviò quindici Compagni sotto la guida di Abū ʿUbayda, che Allah sia soddisfatto di lui. Questa spedizione uccise alcuni nemici, ne catturò altri e ottenne bottino. Le truppe inviate in questa spedizione rimasero fuori Medina per quindici giorni, sotto la guida di Abū ʿUbayda, che Allah sia soddisfatto di lui. 14 [Raḥmat li-l-ʿĀlamīn, vol. 2, p. 233; Talqīḥ al-Fuhūm, p. 33].

Egli disse: «Nonostante la vittoria ottenuta, oggi non vi sarà alcuna vendetta contro di voi. Che Allah Onnipotente vi perdoni per il vostro comportamento passato, poiché Egli è il migliore dei misericordiosi».

(Sura Yūsuf: 92

 

6

Sulla soglia della grande vittoria: oggi nessuna vendetta

La conquista della Mecca

L’Imam Ibn Qayyim ha scritto: «Questa è quella grande vittoria mediante la quale Allah l’Altissimo ha conferito onore ai custodi della Sua religione. Inoltre, ha liberato la Sua città e la Sua Casa — quella Casa che aveva destinato a essere un mezzo di guida per gli abitanti del mondo — dalle mani dei miscredenti e dei politeisti. Grazie a questa vittoria, un’ondata di gioia si riversò tra gli abitanti dei cieli. In seguito a questa vittoria, le persone cominciarono ad abbracciare la religione di Allah a frotte, e il volto dell’universo risplendette di felicità.» 1 (Zād al-Maʿād, vol. 2, p. 160)

La causa della spedizione

Nel corso della discussione relativa al trattato di al-Hudaybiyya è stato menzionato che una delle clausole del trattato stabiliva che chiunque lo desiderasse avrebbe potuto stringere un’alleanza con il Messaggero ﷺ oppure con i Quraysh.

Chiunque si fosse unito a uno dei due gruppi sarebbe stato considerato parte di quel gruppo. Se qualcuno avesse attaccato o commesso qualsiasi altra forma di aggressione, ciò sarebbe stato considerato un attacco contro quel gruppo.

Attraverso questo trattato, la tribù dei Banū Khuzaʿa era entrata in un’alleanza con il Messaggero di Allah, mentre la tribù dei Banū Bakr si era alleata con i Quraysh. In tal modo, entrambe le tribù erano al sicuro l’una dall’altra. Tuttavia, fin dai tempi dell’epoca dell’Ignoranza, tra le due tribù erano sorti di tanto in tanto conflitti e dispute. In seguito, con l’avvento dell’Islam e dopo la tregua di al-Hudaybiyya, le due tribù rivali si erano sentite reciprocamente al sicuro e rassicurate. La tribù dei Banū Bakr considerò un’opportunità favorevole quella offerta dal trattato e si preparò a vendicarsi della vecchia inimicizia nei confronti dei Banū Khuzaʿa. Nawfal ibn Muʿāwiya al-Dawʾalī attaccò i Banū Khuzaʿa l’8 di Shaʿbān insieme a un gruppo dei Banū Bakr. In quel momento, gli uomini dei Banū Khuzaʿa si trovavano presso uno stagno chiamato al-Watīr. Nell’attacco improvviso, alcuni uomini dei Banū Khuzaʿa furono uccisi. In seguito scoppiò anche uno scontro tra le due parti. I Quraysh aiutarono la tribù dei Banū Bakr fornendole delle armi. Alcuni uomini dei Quraysh, approfittando dell’oscurità della notte, si unirono ai Banū Bakr e attaccarono anch’essi gli avversari. Gli aggressori inseguirono gli uomini dei Banū Khuzaʿa e li condussero nei pressi del Santuario. Lì gli uomini dei Banū Bakr dissero: «O Nawfal, ora entreremo nel Sacro Santuario». In risposta, Nawfal disse: «Oggi non c’è alcuna divinità. Prendete la vostra vendetta. Per la mia vita, potete rubare nel Sacro Santuario, ma non potete forse vendicarvi?»

Nel frattempo, gli uomini della tribù dei Banū Khuzaʿa giunsero alla Mecca e trovarono rifugio nelle case di Budayl ibn Waraqāʾ al-Khuzāʿī e di un suo schiavo affrancato di nome Rāfiʿ. ʿAmr ibn Sālim al-Khuzāʿī partì da lì diretto a Medina e si presentò davanti al Messaggero di Allah. In quel momento egli si trovava nella Moschea del Profeta insieme ai Compagni. ʿAmr ibn Sālim disse: «O Signore, supplico Muhammad, il Messaggero di Allah, in nome del suo patto e dell’antica alleanza di suo padre (2. Qui si allude all’alleanza esistente da molto tempo tra i Banū Khuzaʿa e i Banū ʿAbd al-Muṭṭalib). O Messaggero, voi eravate i figli e noi eravamo i progenitori. (3. Qui si allude al fatto che Habbī, la madre di ʿAbd Manāf e moglie di Quṣayy, era una donna della tribù dei Banū Khuzaʿa. Per questo l’intera famiglia del Profeta è stata chiamata discendente dei Banū Khuzaʿa.) In seguito abbiamo prestato giuramento di obbedienza e non abbiamo mai disobbedito. Che Allah l’Altissimo vi conceda la guida. Prestateci il vostro pieno aiuto, chiamate i servi di Allah, ed essi verranno in vostro soccorso. Tra loro vi sarà anche il Messaggero di Allah, bello come la luna piena appena sorta. Se subisce un’ingiustizia, il suo volto diventa rosso e severo. Andate dunque contro un esercito invincibile, che avanzerà come onde spumeggianti del mare. Sappiate con certezza che i Quraysh hanno violato il patto stipulato con voi e infranto l’alleanza. Hanno teso per me un’imboscata in un luogo chiamato al-Watīr e hanno pensato che non avrei chiamato nessuno in mio aiuto. Eppure sono gente vile e poco numerosa. Ci hanno attaccati di notte, nell’oscurità, in un luogo chiamato Ātir, e ci hanno uccisi mentre eravamo inchinati e prostrati nella preghiera. In altre parole, avevamo abbracciato l’Islam, eppure siamo stati uccisi.»

Dopo aver ascoltato questa denuncia, il Messaggero di Allah disse: «O ʿAmr ibn Sālim, ti è stato dato soccorso». Poco dopo apparve in cielo un lembo di nube. Il Messaggero di Allah disse: «Questa nube è apparsa come lieta notizia dell’aiuto ai Banū Kaʿb».

In seguito, una delegazione della tribù dei Banū Khuzaʿa, guidata da Budayl ibn Waraqāʾ al-Khuzāʿī, giunse a Medina e informò il Messaggero di Allah di chi fosse stato ucciso. Riferirono inoltre in che modo i Quraysh avessero aiutato la tribù dei Banū Bakr. Poi tornarono alla Mecca.

Il tentativo di rinnovare il trattato

Ciò che i Quraysh e i loro alleati avevano fatto costituiva una palese violazione e un tradimento della tregua di al-Hudaybiyya. Non si poteva addurre alcuna scusa legittima per giustificarlo. Anche i Quraysh si resero ben presto conto di aver violato la tregua. Riflettendo sulle conseguenze di quel tradimento, convocarono un consiglio. In quella riunione decisero all’unanimità di mandare a Medina il loro capo, Abū Sufyān, per rinnovare la tregua di al-Hudaybiyya.

Il Messaggero di Allah aveva già informato i Compagni delle mosse che i Quraysh avrebbero compiuto dopo la violazione della tregua. Aveva detto: «È come se vedessi Abū Sufyān giungere a Medina per consolidare il trattato e prolungarne la durata».

Nel frattempo, mentre Abū Sufyān era giunto in un luogo chiamato ʿUsfān, diretto a Medina, incontrò Budayl ibn Waraqāʾ. Budayl era diretto da Medina alla Mecca.

Abu Sufyan pensava che Budayl provenisse dal Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace. Tuttavia gli chiese: «Da dove vieni, Budayl?». Budayl rispose: «Sono stato con i Khuza’a su quella costa». Abu Sufyan domandò: «Sei forse andato da Muhammad?». Budayl rispose: «No». Dopo che Budayl si fu avviato sulla strada per la Mecca, Abu Sufyan disse: «Se Budayl è stato a Medina, allora ha dato ai suoi cammelli da mangiare i datteri di Medina». Poi Abu Sufyan andò nel luogo in cui Budayl aveva fatto accovacciare i suoi cammelli, frugò negli escrementi abbandonati da uno di essi e vi trovò noccioli di datteri di Medina. Quindi disse: «Giuro su Allah che Budayl è stato da Muhammad».

In breve, Abu Sufyan si recò a Medina e andò a casa di sua figlia Umm Habiba. Stava per sedersi sul letto del Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace. Vedendo ciò, Umm Habiba, che Allah sia soddisfatto di lei, arrotolò immediatamente il letto. Abu Sufyan disse: «Figlia mia, non mi hai ritenuto degno di questo letto oppure hai ritenuto il letto indegno di me? Da quando te ne sei andata, sei diventata cattiva».

Umm Habiba, che Allah sia soddisfatto di lei, disse: «Questo è il letto del Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, mentre voi siete un politeista impuro». Abu Sufyan disse: «Giuro su Dio, da quando te ne sei andata sei diventata cattiva».

Dopodiché Abu Sufyan uscì di là, si recò dal Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, e parlò con lui. Il Messaggero di Allah non gli diede alcuna risposta. Abu Sufyan andò da Abu Bakr e lo pregò di parlare al Messaggero di Allah. Abu Bakr, che Allah sia soddisfatto di lui, rifiutò. Abu Sufyan andò da Umar ibn al-Khattab e gli disse di parlare al Messaggero di Allah riguardo alla loro situazione. Umar, che Allah sia soddisfatto di lui, disse: «Perché mai dovrei intercedere per voi presso il Messaggero di Allah? Giuro su Allah, anche se non trovassi altro che un pezzo di legno, combatterei comunque contro di voi con quel pezzo di legno». In seguito Abu Sufyan andò da Ali, che Allah sia soddisfatto di lui. Fatima, che Allah sia soddisfatto di lei, era lì, e c’era anche Hasan, che allora era ancora piccolo e camminava. Abu Sufyan disse: «O Ali, il mio legame di parentela con te è il più stretto. Sono venuto per una necessità. Sono venuto deluso e non voglio tornare deluso. Intercedi un poco per me presso Muhammad». Ali, che Allah sia soddisfatto di lui, disse: «Abu Sufyan, provo pena per te. Il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, ha preso una decisione su una questione e noi non possiamo parlargliene». Abu Sufyan, rivolgendosi a Fatima, disse: «Puoi ordinare a questo tuo figlio di proclamare tra la gente la concessione della protezione, così da diventare per sempre il capo degli Arabi?». Fatima, che Allah sia soddisfatto di lei, disse: «Giuro su Allah, mio figlio non è ancora capace di fare una proclamazione che lo renda capo della gente. Inoltre, in presenza del Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, nessuno può concedere protezione».

Dopo il fallimento di tutti i suoi tentativi, davanti agli occhi di Abu Sufyan tutto si fece buio. Con il cuore esitante e la voce tremante disse ad Ali, che Allah sia soddisfatto di lui: «Abu’l-Hasan, mi rendo conto che la situazione è diventata complicata. Dammi dunque una soluzione». Ali, che Allah sia soddisfatto di lui, disse: «Giuro su Allah, non conosco nulla che possa essere vantaggioso per te. Tu sei il capo della tribù dei Banu Kinana. Alzati e proclama tra la gente la concessione della protezione, poi torna nel tuo paese». Abu Sufyan disse: «Pensi che questo sarà vantaggioso per me?». Ali, che Allah sia soddisfatto di lui, rispose: «No, non lo penso. Tuttavia, non mi sembra che vi sia altra soluzione». Allora Abu Sufyan si fermò nella moschea e proclamò: «O gente, io proclamo la protezione tra voi». Poi montò sul suo cammello e tornò alla Mecca.

Quando giunse dai Quraysh, essi lo circondarono e gli chiesero notizie di Medina. Abu Sufyan disse: «Ho parlato con lui, ma non mi ha dato alcuna risposta. Sono andato dal figlio di Abu Quhafa, ma non ho trovato nulla di buono in lui. Sono andato da Umar ibn al-Khattab, che mi è sembrato il nemico più accanito. Sono andato da Ali, che mi è sembrato il più benevolo. Mi ha dato un consiglio e l’ho seguito. Non so se sarà vantaggioso». La gente chiese: «Di che cosa si trattava?». Abu Sufyan disse: «Ali mi consigliò di proclamare la concessione della protezione; alla fine l’ho fatto».

I Quraysh dissero: «Muhammad ha dichiarato valida la tua proclamazione della protezione?». Abu Sufyan rispose: «No, non l’ha fatto». I Quraysh dissero: «Che tu possa essere rovinato! Ali ha semplicemente scherzato con te». Abu Sufyan disse: «Giuro su Allah, non avevo altra soluzione».

Secondo la narrazione di al-Tabarani, la preparazione della spedizione alla Mecca ebbe inizio quando il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, chiese ad Aisha, che Allah sia soddisfatto di lei, di preparare il suo equipaggiamento, tre giorni prima che giungesse la notizia del tradimento dei Quraysh. Tuttavia le consigliò di mantenere la cosa segreta. In seguito Abu Bakr, che Allah sia soddisfatto di lui, disse ad Aisha: «Figlia mia, per che cosa è questa preparazione?». Aisha rispose: «Non lo so, papà». Abu Bakr disse: «Non è il momento di combattere contro i Romani. In quale direzione, allora, intende andare il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace?». Aisha rispose: «Non lo so, papà». La mattina del terzo giorno giunse Amr ibn Salim al-Khuza’i con quaranta cavalieri. Recitò alcuni versi di poesia, e gli ascoltatori compresero che i Quraysh avevano tradito. Poi arrivò Budayl, e dopo di lui Abu Sufyan. In tal modo i Compagni compresero la situazione. Quindi il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, disse ai Compagni: «Dobbiamo andare alla Mecca». Subito pregò: «O Allah, fa’ in modo che gli informatori e i Quraysh non vengano a sapere del nostro viaggio. Fa’ che non comprendano e non sappiano nulla prima che ci avviciniamo agli abitanti della Mecca».

Per mantenere segreta l’operazione, nel mese di Ramadan dell’ottavo anno dell’Egira, l’Inviato di Allah (pace e benedizioni su di lui) inviò una sariyya composta da otto Compagni, sotto il comando di Abu Qatada ibn Rab‘i, in un luogo chiamato Batn ‘Uẓām. Questo luogo si trova tra Dhū Khushab e Dhū al-Marrah, a una distanza di trentasei miglia da Medina.

Lo scopo dell’invio di questo piccolo contingente era che chiunque avesse compreso avrebbe capito che l’Inviato di Allah (pace e benedizioni su di lui) si sarebbe recato nel luogo menzionato. La notizia si sarebbe così diffusa ovunque. Quando questo piccolo contingente giunse nel luogo indicato, apprese che l’Inviato di Allah (pace e benedizioni su di lui) era partito in direzione della Mecca. Dopo aver ricevuto questa notizia, anch’esso si unì alla carovana dell’Inviato di Allah (pace e benedizioni su di lui). 4[Questa è la sariyya nella quale ‘Āmir ibn Aḍbaṭ si imbatté. ‘Āmir salutò secondo la consuetudine islamica. Tuttavia, a causa di una precedente inimicizia, Maḥlam ibn Juthāma uccise ‘Āmir e si impossessò del suo cammello e degli altri suoi beni. In seguito fu rivelato questo versetto del Corano: «Non dire a chi ti offre il saluto: “Tu non sei credente”». I Compagni chiesero quindi al Messaggero di Allah di pregare per il perdono di Maḥlam ibn Juthāma. Quando Maḥlam fu condotto davanti al Messaggero di Allah, egli disse: «O Allah Onnipotente, fa’ che Maḥlam non ottenga il perdono». Lo ripeté tre volte. Udendo ciò, Maḥlam si asciugò gli occhi con il suo abito e si alzò. Ibn Isḥāq riferisce che gli appartenenti alla tribù di Maḥlam dissero che, in seguito, il Messaggero di Allah pregò per il perdono di Maḥlam. Si veda Zād al-Ma‘ād, vol. 2, p. 151.]

Nel frattempo, Ḥāṭib ibn Abī Balta‘a scrisse una lettera ai Quraysh, cercando di informarli dei piani dell’Inviato di Allah (pace e benedizioni su di lui). Ingaggiò, dietro compenso, una donna affinché portasse la lettera ai Quraysh della Mecca. La donna nascose la lettera tra i capelli e partì per la Mecca. Intanto Allah l’Altissimo informò il Suo amato Inviato della notizia. L’Inviato di Allah (pace e benedizioni su di lui) convocò ‘Alī, Miqdād, Zubayr e Abū Marthad al-Ghanawī e disse loro: «Voi quattro recatevi a Rawḍat Khākh. Là troverete una donna a dorso di cammello. Avrà con sé una lettera. Essa è stata inviata ai Quraysh». I quattro Compagni giunsero a Rawḍat Khākh e trovarono la donna. Le chiesero: «Hai con te una lettera?». La donna lo negò. I Compagni perquisirono la portantina del cammello, ma non trovarono la lettera. Allora ‘Alī disse: «Giuro in nome di Allah che l’Inviato di Allah (pace e benedizioni su di lui) non ha mentito, e noi non stiamo mentendo. O consegni la lettera, oppure ti spoglieremo». Udendo ciò, la donna disse: «Va bene, voltatevi per un momento». Quando i Compagni si voltarono, la donna sciolse i capelli, estrasse la lettera e la consegnò loro. Essi presero la lettera e la portarono all’Inviato di Allah (pace e benedizioni su di lui). Dopo averla fatta leggere, l’Inviato di Allah (pace e benedizioni su di lui) vide che vi era scritto: «Da parte di Ḥāṭib ibn Abī Balta‘a ai Quraysh». Con essa erano state fornite ai Quraysh informazioni sulla spedizione dell’Inviato di Allah (pace e benedizioni su di lui) contro la Mecca. 5[L’Imam Suhaylī ha menzionato gli eventi di diverse battaglie e ha riportato il contenuto della lettera. Nella lettera era scritto: «Quanto segue: O Quraysh, il Messaggero di Allah viene verso di voi con un esercito. Se verrà da solo, Allah l’Altissimo lo aiuterà e manterrà la promessa fattagli. Pertanto, preoccupatevi della vostra sorte. E la pace sia con voi».]

Al-Wāqidī scrive che Ḥāṭib inviò a Suhayl ibn ‘Amr, Ṣafwān ibn Umayya e ‘Ikrima questo messaggio: «Il Messaggero di Allah ha annunciato al popolo che vi sarà una guerra. Non so se verrà contro di voi o se si dirigerà altrove. Desidero che questo sia considerato un mio favore nei vostri confronti».]

Gli chiese: «Ḥāṭib, che cos’è questo?». Ḥāṭib rispose: «Non affrettarti a giudicarmi. Giuro per Allah che credo in Allah l’Altissimo e nel Suo Inviato (pace e benedizioni su di lui). Non sono diventato apostata, né è avvenuto in me alcun cambiamento. Il fatto è che non appartengo alla stirpe dei Quraysh. Vivevo tra loro sotto protezione e ora la mia famiglia si trova presso di loro. Non ho con i Quraysh alcun legame di parentela tale da indurli a occuparsi della mia famiglia. Perciò pensai di fare loro un favore, affinché proteggessero la mia famiglia. Tutti gli altri che sono con te, eccetto me, hanno parenti alla Mecca. Quei parenti si occuperanno della protezione delle loro famiglie». Dopo aver ascoltato le parole di Ḥāṭib, ‘Umar disse: «O Inviato di Allah (pace e benedizioni su di lui), dammi il permesso di decapitarlo. Quest’uomo ha tradito Allah l’Altissimo e il Suo Inviato (pace e benedizioni su di lui); è diventato un ipocrita». L’Inviato di Allah (pace e benedizioni su di lui) disse: «Sappi che egli partecipò alla battaglia di Badr. O ‘Umar, come puoi sapere? Può darsi che Allah l’Altissimo si sia rivolto ai partecipanti alla battaglia di Badr dicendo: “Fate ciò che volete: vi ho perdonati”». Udendo ciò, gli occhi di ‘Umar si riempirono di lacrime. Egli disse: «Allah l’Altissimo e il Suo Inviato sanno meglio». 6[Ṣaḥīḥ al-Bukhārī, vol. 1, p. 422]

In questo modo Allah l’Altissimo, il Signore dei mondi, fece arrestare le spie. Di conseguenza, nessuna informazione sui preparativi militari dei musulmani riuscì a giungere ai Quraysh.

L’esercito musulmano verso la Mecca

Il 10 Ramadan dell’ottavo anno dell’Egira, l’Inviato di Allah (pace e benedizioni su di lui) partì in direzione della Mecca. Con lui vi erano diecimila Compagni. Abū Rāhim al-Ghifārī fu incaricato di amministrare Medina.

Dopo aver oltrepassato al-Juhfa e aver percorso ancora una certa distanza, incontrarono lo zio del Messaggero di Allah, al-‘Abbās, che Allah sia soddisfatto di lui. Egli aveva abbracciato l’Islam e stava emigrando a Medina con tutta la sua famiglia. Giunto ad al-Abwā’, incontrò suo cugino Abū Sufyān ibn al-Ḥārith e suo cugino materno ‘Abdullāh ibn Umayya. Il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, distolse il volto. Entrambi lo avevano ferito in molti modi e avevano composto poesie per denigrarlo. Vedendo ciò, Umm Salama, che Allah sia soddisfatto di lei, disse al Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace: «Non è conveniente che i tuoi cugini siano le persone peggiori nei tuoi confronti».

‘Alī, che Allah sia soddisfatto di lui, disse ad Abū Sufyān ibn al-Ḥārith e ad ‘Abdullāh ibn Umayya: «Andate dal Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, e riferitegli ciò che i fratelli di Giuseppe gli dissero. Certamente il Messaggero di Allah non gradirà che la risposta di qualcun altro sia migliore della sua». I fratelli di Giuseppe, che Allah gli conceda la pace, gli dissero: «Per Allah, Allah ti ha certamente preferito a noi, e noi eravamo certamente colpevoli». (Sūra di Yūsuf, versetto 91)

Abū Sufyān ibn al-Ḥārith fece così. Dopo aver ascoltato questo versetto, recitò quindi alcuni versi poetici. Il loro significato è: «Per la tua vita, quando innalzai la bandiera con l’intento di rendere vittorioso il cavaliere di al-Lāt sul cavaliere di Muḥammad, ero come un viandante smarrito nella notte. Ma ora è giunto il momento che io riceva la guida, e ora sono pronto a essere guidato. Invece della mia passione, una guida mi ha guidato e mi ha mostrato la via di Allah, benché fino ad allora avessi sempre ignorato questa via».

Udite queste parole, il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, colpì commosso il petto di Abū Sufyān e disse: «Mi hai ignorato in ogni circostanza». 7[In seguito, Abū Sufyān ibn al-Ḥārith divenne un buon musulmano. Si narra che, dopo aver abbracciato l’Islam, per la vergogna non osasse alzare gli occhi verso il Messaggero. Il Messaggero di Allah lo amava e gli annunciava la buona novella del Paradiso. Diceva: «Spero che Abū Sufyān diventi come Ḥamza». Quando giunse il momento della sua morte, disse: «Non piangete per me. Dopo aver abbracciato l’Islam, non ho pronunciato alcuna parola che potesse essere considerata peccaminosa». (Zād al-Ma‘ād, vol. 2, pp. 162-163)]

L’esercito musulmano a Marr al-Ẓahrān:

Il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, continuò il suo viaggio. Egli e tutti i Compagni, che Allah sia soddisfatto di loro, stavano digiunando. Quando giunse presso lo stagno di Qudayl al-Jushā’, tra ‘Usfān e Qudayd, il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, interruppe il digiuno. 8[Ṣaḥīḥ al-Bukhārī, vol. 2] Vedendolo fare, anche i Compagni, che Allah sia soddisfatto di loro, interruppero il digiuno.

Poi ripresero il viaggio. Durante la prima parte della notte giunsero a Marr al-Ẓahrān, cioè nella pianura di Fāṭima. Per ordine del Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, i Compagni accesero fuochi separati. Su diecimila focolari si stava preparando da mangiare. Il Messaggero di Allah affidò a ‘Umar, che Allah sia soddisfatto di lui, il compito di sorvegliare.

Abū Sufyān al cospetto del Messaggero di Allah:

Dopo essersi accampato a Marr al-Zahran, il venerabile Abbas uscì a perlustrare i dintorni, montando la mula bianca del Messaggero di Allah. Desiderava, se avesse incontrato qualcuno, mandare a Mecca la notizia, affinché i Quraysh si recassero dal Messaggero di Allah a chiedere protezione prima che egli entrasse alla Mecca.

Nel frattempo, Allah aveva impedito che giungesse ai Quraysh qualsiasi notizia. Per questo gli abitanti della Mecca non sapevano nulla. Tuttavia trascorrevano i giorni in preda al terrore e all’apprensione. Abu Sufyan era uscito e cercava di scoprire se vi fossero nuove notizie. In quel momento era partito insieme a Hakim ibn Hizam e Budayl ibn Warqa per cercare di raccogliere informazioni.

Il venerabile Abbas racconta: «Stavo cavalcando la mula del Messaggero di Allah. Improvvisamente udii Abu Sufyan e Budayl ibn Warqa parlare. Abu Sufyan diceva: “Per Allah, non ho mai visto in passato un fuoco e un esercito come quelli di oggi”. Budayl ibn Warqa disse: “Per Allah, sono i Banu Khuza’a. La guerra li ha completamente distrutti”. Abu Sufyan disse: “I Banu Khuza’a non possono avere né tanti fuochi né un esercito così grande”».

Il venerabile Abbas racconta: «Riconobbi la voce di Abu Sufyan e dissi: “Sei Abu Hanzala?”. Abu Sufyan riconobbe la mia voce e disse: “Sei Abu al-Fadl?”. Risposi: “Sì”. Abu Sufyan disse: “Che cosa succede? Possano i miei genitori essere sacrificati per te”. Risposi: “Il Messaggero di Allah è arrivato con tutte le sue forze. Che terribile situazione per i Quraysh!”. Abu Sufyan disse: “Che cosa si può fare ora? Possano i miei genitori essere sacrificati per te”. Risposi: “Se ti prendono, ti taglieranno la testa. Sali e siediti dietro di me su questa mula. Ti porterò dal Messaggero di Allah e provvederò alla tua sicurezza”. Abu Sufyan salì allora sulla mula e si sedette dietro di me. Gli altri due suoi compagni tornarono indietro».

Il venerabile Abbas racconta: «Proseguii portando Abu Sufyan con me. Quando arrivavamo presso qualche gruppo, la gente chiedeva: “Chi va là?”. Ma, vedendomi sulla mula del Messaggero di Allah, diceva: “È lo zio del Messaggero di Allah, e si trova sulla sua mula”. Stavamo passando accanto a Umar ibn al-Khattab. Egli chiese: “Chi è?”. Dicendo questo, venne verso di me. Vedendo Abu Sufyan dietro di me, disse: “Abu Sufyan? Il nemico di Allah? Lodo Allah: Abu Sufyan è caduto nelle nostre mani senza alcuno scontro!”. Detto ciò, il venerabile Umar corse dal Messaggero di Allah. Anch’io spronai con forza la mula. Scesi dalla mula e andai dal Messaggero di Allah. Nel frattempo arrivò il venerabile Umar. Appena giunto, disse: “O Messaggero di Allah, guardate, c’è Abu Sufyan. Datemi il permesso di tagliargli la testa!”. Il venerabile Abbas racconta: “Dissi: ‘O Messaggero di Allah, ho concesso protezione a Sufyan’. Poi toccai la testa del Messaggero di Allah e dissi: ‘Per Allah, stanotte nessuno, all’infuori di me, potrà parlarti in segreto’. Quando il venerabile Umar insistette più volte chiedendo il permesso di uccidere Abu Sufyan, dissi: ‘Fermati, Umar. Se Abu Sufyan appartenesse ai Banu Adi ibn Ka’b, non parleresti così’. Il venerabile Umar disse: ‘Fermati, Abbas. Per Allah, preferisco che tu abbia abbracciato l’Islam piuttosto che mio padre Khattab, e l’unico motivo è che, per il Messaggero di Allah, la tua conversione all’Islam è più gradita di quella di mio padre Khattab’”.

Il Messaggero di Allah disse: «Abbas, porta Abu Sufyan nella tua tenda. Portamelo al mattino». Secondo le istruzioni del Messaggero di Allah, portai Abu Sufyan nella mia tenda. Al mattino lo condussi davanti al Messaggero di Allah. Il Messaggero di Allah disse: «Abu Sufyan, guai a te! Non è ancora giunto per te il momento di comprendere che non vi è alcuna divinità all’infuori di Allah?». Abu Sufyan rispose: «Possano i miei genitori essere sacrificati per te. Quanto sei generoso, magnanimo e misericordioso! Ho compreso molto bene che, se esistesse una divinità all’infuori di Allah, in questo momento avrebbe potuto servire a qualcosa».

Il Messaggero di Allah disse: «Abu Sufyan, non è ancora giunto per te il momento di comprendere che io sono il Messaggero di Allah?». Abu Sufyan rispose: «Possano i miei genitori essere votati a te. Quanto sei nobile e misericordioso, e quanto sei premuroso verso i parenti! Riguardo alla domanda che mi hai posto, nutro ancora qualche dubbio». Il venerabile Abbas disse: «Ehi, abbraccia l’Islam prima che la situazione giunga al punto di farti tagliare la testa. Attesta che non vi è nessuno degno di essere adorato all’infuori di Allah e che Muhammad, il Messaggero di Allah, è il Messaggero di Allah». Dopo che il venerabile Abbas ebbe pronunciato queste parole, Abu Sufyan abbracciò l’Islam e testimoniò la verità.

Il venerabile Abbas disse: «O Messaggero di Allah, Abu Sufyan è un uomo rispettabile; perciò ti chiedo di accordargli una certa considerazione». Il Messaggero di Allah disse: «Va bene: chiunque entri nella casa di Abu Sufyan sarà al sicuro. Chiunque chiuda dall’interno la porta della propria casa sarà al sicuro; e chiunque entri nella Nobile Casa di Allah sarà anch’egli al sicuro».

L’esercito islamico verso Mecca:

La mattina del 17 Ramadan dell’ottavo anno dell’Egira, il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) partì da Marr az-Zahran diretto verso Mecca. Disse a suo zio, il venerabile Abbas, di tenere Abu Sufyan ai piedi della montagna della pianura, affinché potesse vedere i soldati di Allah che passavano lungo quella strada. Il venerabile Abbas (che Allah sia soddisfatto di lui) fece così. Intanto, varie tribù avanzavano con le loro bandiere. Quando passava una tribù, Abu Sufyan chiedeva: «Abbas, chi sono questi?». Il venerabile Abbas (che Allah sia soddisfatto di lui) rispondeva, per esempio: «Sono i Banu Salim». Abu Sufyan diceva: «Che rapporto ho io con i Banu Salim?». Quando passava un’altra tribù, Abu Sufyan chiedeva: «Chi sono questi?». Il venerabile Abbas rispondeva: «Questa è la tribù di Muzayna». Abu Sufyan diceva: «Che rapporto ho io con la tribù di Muzayna?». Una dopo l’altra, tutte le tribù passarono davanti ad Abu Sufyan. Ogni volta che passava una tribù, Abu Sufyan chiedeva chi fosse e, dopo averne saputo l’identità, diceva: «Che rapporto ho io con loro?». Poi il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) avanzò insieme ai Muhajirun e agli Ansar. Si vedevano soltanto elmi di ferro. Abu Sufyan disse: «Subhanallah, chi sono questi?». Il venerabile Abbas disse: «Il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) sta avanzando insieme agli Ansar e ai Muhajirun». Abu Sufyan disse: «Chi ha la forza di combattere contro costoro? O Abu al-Fadl, il regno di tuo nipote è diventato davvero imponente». Il venerabile Abbas disse: «Abu Sufyan, questo è il profetato». Abu Sufyan rispose: «Sì, ora bisogna pur dirlo così».

In quel momento accadde un altro episodio. La bandiera degli Ansar era portata dal venerabile Sa‘d (che Allah sia soddisfatto di lui). Mentre passava davanti ad Abu Sufyan, il venerabile Sa‘d (che Allah sia soddisfatto di lui) disse: «Oggi è il giorno dello spargimento di sangue e delle percosse. Oggi ciò che è sacro sarà reso lecito. Oggi Allah l’Altissimo ha decretato l’umiliazione dei Quraysh». In seguito, mentre il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) passava, Abu Sufyan disse: «O Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui), hai sentito ciò che ha detto Sa‘d?». Il Messaggero di Allah chiese: «Che cosa ha detto Sa‘d?». Abu Sufyan riferì le sue parole. Dopo averle ascoltate, il venerabile Uthman e il venerabile Abd ar-Rahman ibn Awf dissero: «O Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui), temiamo che Sa‘d possa dare inizio a uno spargimento di sangue tra i Quraysh». Il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) disse: «No, oggi è il giorno in cui la Ka‘ba sarà onorata; oggi è il giorno in cui Allah l’Altissimo conferirà onore ai Quraysh». Poi il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) mandò un Compagno a prendere la bandiera dalle mani del venerabile Sa‘d e la consegnò a suo figlio Qays. Così sembrò che la bandiera fosse rimasta comunque nelle mani del venerabile Sa‘d. Secondo un’altra narrazione, il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) aveva affidato la bandiera al venerabile Zubayr (che Allah sia soddisfatto di lui).

Alle porte dei Quraysh:

Dopo che il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) ebbe oltrepassato Abu Sufyan, il venerabile Abbas (che Allah sia soddisfatto di lui) disse: «Abu Sufyan, ora va’ dalla tua gente». Abu Sufyan raggiunse rapidamente Mecca e gridò a gran voce: «O Quraysh, Muhammad (pace e benedizioni di Allah su di lui) è venuto da voi con un esercito tanto numeroso che è impossibile affrontarlo. Perciò, chiunque entrerà nella casa di Abu Sufyan sarà al sicuro». Udendo ciò, la moglie di Abu Sufyan, Hind bint Utba, si alzò, gli si fece incontro, gli afferrò i baffi e disse: «Uccidete questo vecchio! Che perisca questo vecchio portatore di cattive notizie!»

Abu Sufyan disse: «Che la rovina sia su di voi! Guardate che questa donna non vi inganni riguardo al modo di salvare la vostra vita. Muhammad (pace e benedizioni di Allah su di lui) è venuto con un esercito così enorme che è assolutamente impossibile affrontarlo. Pertanto, coloro che entreranno nella casa di Abu Sufyan saranno al sicuro». La gente disse: «Che Allah ti distrugga! Quanti di noi potranno entrare in casa tua?». Abu Sufyan disse: «Saranno al sicuro anche coloro che chiuderanno dall’interno la porta della propria casa. Saranno al sicuro anche coloro che entreranno nella Moschea Sacra». Udendo ciò, la gente cominciò a correre verso le proprie case e verso la Moschea Sacra, cioè verso la Ka‘ba. Tuttavia, i Quraysh intriganti incitarono alcuni facinorosi e ribelli, dicendo: «Li abbiamo spinti avanti contro il nemico. Se i Quraysh otterranno un certo successo, ci uniremo a loro. Se saranno feriti, daremo loro tutto ciò che ci chiederanno». A capo degli stolti facinorosi e ribelli che si prepararono a combattere contro i musulmani furono nominati Ikrima ibn Abu Jahl, Safwan ibn Umayya e Suhayl ibn Amr. Sotto la guida di questi tre, un gruppo di Quraysh si radunò a Khindama. Tra loro c’era anche un uomo della tribù dei Banu Bakr chiamato Hammash ibn Qays. In precedenza si occupava di riparare le armi. Un giorno, mentre riparava le proprie armi, sua moglie gli chiese: «A cosa serve questa preparazione?». Hammash rispose: «Mi preparo ad affrontare Muhammad e i suoi compagni». Dopo averlo udito, sua moglie disse: «Per Allah, nessuno può affrontare Muhammad e i suoi compagni». Hammash disse: «Per Allah, spero di poterti portare alcuni dei suoi compagni come schiavi. Se oggi verranno a combattere, non avrò alcuna scusa per non affrontarli. Ho armi complete: lance affilate e una spada a doppio taglio». Quest’uomo partecipò anch’egli alla battaglia di Khindama.

A Dhi Tuwa

Intanto il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) partì da Marr az-Zahran e giunse a Dhi Tuwa. In quel momento teneva il capo chino per umiltà e gratitudine, a causa dell’onore conferitogli da Allah l’Altissimo. A Dhi Tuwa schierò le truppe. Pose Khalid ibn al-Walid alla sua destra. Qui si trovavano gli Aslam, i Sulaym, i Ghifar, i Muzayna e alcune altre tribù arabe. Il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) ordinò a Khalid ibn al-Walid di entrare nella zona in pendenza di Mecca. Gli disse: «Se qualcuno dei Quraysh si opporrà, uccidilo. Poi raggiungimi a Safa».

Pose Zubayr ibn al-Awwam alla sua sinistra. Nelle sue mani si trovava lo stendardo del Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui). Il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) gli ordinò di entrare nella parte alta della Mecca, cioè da Kuda, di piantare lo stendardo che gli aveva affidato ad Hajun e di attendere lì il suo arrivo.

Abu Ubayda era incaricato di guidare coloro che erano giunti a piedi. Il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) gli ordinò di avanzare lungo il margine della pianura e di farli accampare alla Mecca.

Ingresso dell’esercito islamico alla Mecca:

Dopo aver ricevuto gli ordini del Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui), i comandanti si recarono nei luoghi stabiliti con i propri soldati.

Gli idolatri che si trovavano sul cammino di Khalid e dei suoi compagni furono affrontati e uccisi. Karz ibn Jabir al-Fihri e Khunays ibn Khalid ibn Rabi’a, compagni di Khalid, conseguirono il martirio. I due si erano separati dall’esercito e avevano preso un’altra strada. Lì furono uccisi. A Khandama, Khalid e i suoi compagni si trovarono di fronte i Quraysh ribelli. Per qualche tempo vi fu uno scontro tra le due parti. In esso furono uccisi dodici idolatri. A causa di questo episodio, i Quraysh furono pervasi dal terrore. Hammas ibn Qays, deciso a combattere contro i musulmani, tornò rapidamente a casa e chiuse la porta. Disse a sua moglie: «Tieni la porta chiusa, non aprirla». Sua moglie disse: «Dov’è finita tutta la tua spavalderia?». Hammas ibn Qays rispose: «Ahimè, Safwan e Ikrima sono fuggiti precipitosamente. Siamo stati accolti con spade sguainate. Quelle spade tagliavano gole e teste in modo tale che non si udiva altro se non le strazianti grida dei morti e il frastuono».

Dopo aver affrontato i nemici a Khandama, Khalid si aggirò per varie zone della Mecca, giunse a Safa e si ricongiunse al Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui).

Nel frattempo, Zubayr avanzò davanti agli altri, piantò lo stendardo del Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) presso la Moschea di Fath, ad Hajul, e fece costruire una cupola per il suo alloggio. Poi rimase lì fino all’arrivo del Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui).

Ingresso nella Casa Sacra e rimozione degli idoli:

Dopodiché il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, entrò nella Moschea Sacra, la Nobile Casa di Allah, insieme agli Ansar e ai Muhajirun. Per prima cosa baciò la Pietra Nera. Poi compì il tawaf attorno alla Kaaba. In quel momento teneva in mano un bastone.

A quel tempo, intorno alla Kaaba e sul suo tetto vi erano trecentosessanta idoli. Il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, li colpiva con il bastone che teneva in mano e proclamava: «La verità è giunta e la falsità è svanita; in verità, la falsità è destinata a svanire».

Recitava anche questo versetto del Santo Corano: «La verità è giunta e la falsità ha cessato di esistere».

Il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, compì il tawaf seduto sulla sua cammella e, non essendo in stato di ihram, compì soltanto il tawaf. Terminato il tawaf, chiamò il venerabile Uthman ibn Talha (che Allah sia soddisfatto di lui) e prese da lui la chiave della Kaaba. Quindi, per ordine del Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, la Kaaba fu aperta. Entrato, vide numerose immagini. Tra queste vi erano anche immagini del venerabile Ibrahim e del venerabile Ismail. Nelle loro mani c’erano frecce usate per la divinazione. Vedendo quella scena, il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, disse: «Che Allah distrugga tutti questi idolatri! Per Allah, questi due profeti non usarono mai frecce per la divinazione». Il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, vide anche all’interno della Kaaba un piccione di legno. Lo spezzò con le proprie mani. Per suo ordine, le immagini furono distrutte.

La preghiera nella Kaaba e il discorso rivolto ai Quraysh:

Dopodiché il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, chiuse dall’interno la porta della Kaaba. Il venerabile Usama e il venerabile Bilal si trovavano all’interno. Dopo aver chiuso la porta, il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, si recò presso la parete di fronte alla porta e si fermò a tre cubiti dalla parete. In quel punto vi erano due colonne a sinistra, una colonna a destra e tre colonne alle spalle. A quel tempo, nella Kaaba vi erano sei colonne o pilastri. Poi pregò in quel luogo. Al termine della preghiera percorse l’interno della Kaaba, pronunciando in ogni sua parte le formule del takbir e proclamando il messaggio del tawhid. Poi riaprì la porta della Kaaba. I Quraysh erano ammassati davanti, cioè nella Moschea Sacra, e aspettavano di vedere che cosa avrebbe fatto il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace. Afferrando con entrambe le mani i due battenti della porta, pronunciò un discorso rivolto ai Quraysh. Disse: «Non c’è altra divinità all’infuori di Allah. Egli è Uno e Unico e non ha associati. Ha mantenuto la Sua promessa e, per mezzo dei Suoi servi, ha sconfitto da solo tutte le forze avverse. Sappiate che, ad eccezione della custodia della Kaaba e della distribuzione dell’acqua ai pellegrini, ogni altro onore o privilegio è sotto i miei due piedi. Ricordate che per qualsiasi uccisione la responsabilità o il risarcimento è di cento cammelli, quaranta dei quali devono essere gravidi».

O Quraysh, Allah l’Altissimo ha estirpato da voi l’ignoranza e l’orgoglio per il padre e il nonno. Tutti gli uomini sono figli di Adamo, e Adamo fu creato dalla terra. Poi recitò questo versetto: «O uomini, vi abbiamo creato da un maschio e da una femmina. Poi vi abbiamo divisi in popoli e tribù, affinché poteste conoscervi gli uni con gli altri. In verità, presso Allah, il più onorato tra voi è colui che è più timorato. Allah conosce ogni cosa ed è informato di tutto».

Oggi non vi è alcun rimprovero:

Poi disse: «O Quraysh, come pensate che vi tratterò?». Tutti risposero: «Pensiamo che ci tratterai bene. Sei misericordioso, figlio di un fratello misericordioso». Allora disse: «Ebbene, vi dico ciò che il profeta Giuseppe (pace su di lui) disse ai suoi fratelli: “Lā tathrība ʿalaykumu l-yawma”. Oggi non vi sarà alcun rimprovero. Siete tutti liberi».

La chiave della Kaʿba:

In seguito, il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, si sedette nella Moschea Sacra. La chiave della Kaʿba era nelle mani di ʿAlī. Egli disse: «O Messaggero di Allah, oltre all’onore di dare da bere ai pellegrini, affidaci anche la responsabilità della custodia della Kaʿba. Che Allah l’Altissimo abbia misericordia di te». Secondo un’altra versione, fu al-ʿAbbās a presentare questa richiesta. Il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, chiese: «Dov’è ʿUthmān ibn Ṭalḥa?». Fu chiamato. Il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, disse: «O ʿUthmān, ecco la chiave. Oggi è il giorno della fedeltà». Secondo la narrazione riportata da Ṭabaqāt Ibn Saʿd, il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, disse: «Prendi questa chiave per sempre. Nessuno ve la toglierà, se non un ingiusto. O ʿUthmān, che Allah l’Altissimo vi ha nominati custodi della Sua Casa. Pertanto, consumate ciò che ricevete dalla Casa di Allah».

La chiamata alla preghiera di Bilāl sul tetto della Kaʿba:

Era giunta l’ora della preghiera. Il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, ordinò a Bilāl di salire sul tetto della Kaʿba e fare la chiamata alla preghiera. In quel momento Abū Sufyān ibn Ḥarb, ʿAttāb ibn Asīd e al-Ḥārith ibn Hishām erano seduti nel cortile della Kaʿba. Non c’era nessun altro. ʿAttāb disse: «Allah l’Altissimo ha concesso ad Asīd questo onore, cosicché non abbia dovuto ascoltare ciò; altrimenti avrebbe dovuto udire qualcosa di spiacevole». Udendo ciò, al-Ḥārith disse: «Ascolta, per Allah, se sento che egli è veritiero, diventerò suo seguace». Abū Sufyān disse: «Guardate, io non dirò nulla. Se dirò qualcosa, per Allah, queste pietre mi seppelliranno». Poi il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, si presentò davanti a loro e disse: «So tutto ciò che avete appena detto». Quindi riferì loro le loro stesse parole. Di fronte a questo evento straordinario, al-Ḥārith e ʿAttāb dissero: «Testimoniamo che tu sei il Messaggero di Allah. Per Allah, non c’era nessuno con noi che potesse ascoltare le nostre parole. Diciamo dunque che ti sono state comunicate».

La preghiera della vittoria o del ringraziamento:

Quel giorno il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, si recò nella casa di Umm Hāniʾ, figlia di Abū Ṭālib, fece il bagno rituale e poi vi compì una preghiera di otto rakaʿāt.

Era il momento della preghiera di Ḍuḥā. Per questo alcuni dissero che si trattava della preghiera di Ḍuḥā, mentre altri dissero che era la preghiera di ringraziamento dopo la conquista o la vittoria. Umm Hāniʾ aveva dato rifugio ai suoi due cognati. Il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, disse: «Umm Hāniʾ, anch’io concedo la mia protezione a coloro ai quali hai dato rifugio». Il motivo era che ʿAlī voleva uccidere i due cognati di Umm Hāniʾ. Umm Hāniʾ era la sorella di ʿAlī. Aveva nascosto i suoi due cognati e chiuso la porta. Quando il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, si recò da lei, Umm Hāniʾ gli parlò della questione dei suoi cognati, e il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, pronunciò le parole sopra riportate.

Alcuni nemici notori:

Il giorno della conquista della Mecca, il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) inserì nove famigerati criminali nella lista delle persone da uccidere e ordinò che fossero uccisi anche qualora si fossero nascosti sotto i drappi della Kaʿba. Erano:

1. ʿAbd al-ʿUzzā ibn Khatal 2. ʿAbd Allah ibn Saʿd ibn Abū Sarḥ 3. ʿIkrima ibn Abū Jahl 4. al-Ḥārith ibn Nawfal ibn Wahb 5. Maqīs ibn Ṣubāba 6. Ḥabbār ibn Aswad 7. le due schiave di Ibn Khatal, che diffamavano il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) attraverso la poesia 9. Sāra, che era una schiava appartenente ai discendenti di ʿAbd al-Muṭṭalib. Diffamava il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui); inoltre, presso di lei fu trovata la lettera che Ḥāṭib aveva inviato alla Mecca.

Hazrat ʿUthmān ibn ʿAffān (che Allah sia soddisfatto di lui) condusse ʿAbd Allah ibn Saʿd ibn Abū Sarḥ dal Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) e intercedette per la sua vita. Il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) gli concesse il perdono e accettò la sua conversione all’Islam. Prima di allora, tuttavia, era rimasto in silenzio per qualche tempo. Desiderava che nel frattempo uno dei Compagni uccidesse ʿAbd Allah. Quell’uomo aveva infatti già abbracciato l’Islam una volta ed era emigrato a Medina, ma in seguito aveva apostatato, cioè aveva rinnegato la religione, ed era fuggito alla Mecca. Dopo aver abbracciato l’Islam per la seconda volta, rimase fermamente saldo nell’Islam.

ʿIkrima ibn Abū Jahl era fuggito lungo la strada per lo Yemen. Sua moglie chiese al Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) di risparmiare la vita del marito. Il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) acconsentì. Quindi la donna seguì le tracce del marito e lo riportò indietro. ʿIkrima si recò dal Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui), abbracciò l’Islam e la sua fede si dimostrò sincera.

Ibn Khatal era aggrappato ai drappi della Kaʿba. Un Compagno si recò dal Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) e lo informò. Egli disse: «Uccidetelo». Quel Compagno andò e lo uccise.

Maqīs ibn Ṣubāba fu ucciso da Hazrat Numayla ibn ʿAbd Allah. Inizialmente Maqīs era musulmano, ma in seguito apostatò e uccise anche un Compagno degli Anṣār. Dopodiché tornò alla Mecca dai politeisti.

Al-Ḥārith tormentava in vari modi il Messaggero alla Mecca. Hazrat ʿAlī (che Allah sia soddisfatto di lui) lo uccise.

Habbab ibn Aswad aveva spinto con tanta forza Zaynab, la figlia del Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui), durante la sua emigrazione, che ella cadde dalla portantina su un terreno duro. A causa di ciò ebbe un aborto. Il giorno della conquista della Mecca, quell’uomo fuggì. In seguito tornò dopo aver abbracciato l’Islam. Successivamente, anche la sua fede islamica si dimostrò sincera.

Una delle due schiave di Ibn Khatal fu uccisa. Per l’altra fu chiesta la grazia al Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui), ed ella abbracciò l’Islam.

Fu chiesta la grazia anche per Sarah, la portatrice della lettera di Hatib, ed ella abbracciò l’Islam.

Agli altri cinque fu concessa la grazia, ed essi abbracciarono l’Islam.

 Ibn Hajar ha scritto che, riguardo a coloro che erano stati inseriti nella lista delle persone da uccidere, Abu Ma‘shar menziona anche un altro nome: al-Harith ibn Talal al-Khuza‘i. Il venerabile ‘Ali lo uccise.  L’Imam al-Hakim menziona nella lista anche Ka‘b ibn Zuhayr. La vicenda di Ka‘b è famosa: in seguito egli venne, abbracciò l’Islam e compose poesie in elogio del Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui).  Nella lista figuravano anche Wahshi ibn Harb e Hind bint ‘Utbah, la moglie di Abu Sufyan. In seguito anch’essi abbracciarono l’Islam.  La schiava di Ibn Khatal, Arnab, fu uccisa.  Anche Umm Sa‘d fu uccisa. Questo è quanto riferisce Ibn Ishaq. Secondo questo computo, il numero degli uomini era otto e quello delle donne sei. È anche possibile che Arnab e Umm Sa‘d fossero il nome della stessa schiava, con una differenza soltanto nel soprannome e nella kunya.

 Sebbene Safwan ibn Umayya non fosse stato inserito nella lista delle persone da uccidere, temeva per la propria vita in quanto importante capo dei Quraysh. Per questo era fuggito. ‘Umayr ibn Wahb al-Jumahi si presentò dal Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) e chiese protezione per lui. Il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) gliela concesse. Come segno della protezione, gli diede il proprio turbante. Si ricordi che il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) indossava quel turbante quando entrò alla Mecca. ‘Umayr andò da Safwan. In quel momento Safwan stava per salire su una nave per fuggire via mare da Jeddah verso lo Yemen. ‘Umayr lo riportò indietro. Quando si recò dal Messaggero di Allah, Safwan chiese due mesi di tempo; il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) gliene concesse quattro. In seguito Safwan abbracciò l’Islam. Sua moglie era già musulmana. Il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) lasciò entrambi nel loro primo matrimonio.

 Fudala era un criminale. Mentre il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) compiva il tawaf, egli gli si avvicinò con l’intenzione di assassinarlo. Il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) gli rivelò ciò che tramava nel suo cuore. Fudala rimase profondamente stupito. Immediatamente proclamò: «Non vi è divinità all’infuori di Allah; Muhammad è il Messaggero di Allah».

Il sermone del Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) il giorno dopo la conquista della Mecca:

Il giorno dopo la conquista della Mecca, il Messaggero di Allah si alzò per tenere un discorso. Dopo aver lodato Allah come si conviene, disse: «O gente, Allah stabilì la Mecca come città sacra proprio nel giorno in cui creò i cieli e la terra. Per questo, la sacralità di questa città rimarrà intatta fino al Giorno della Resurrezione. A nessuna persona che creda in Allah e nell’Ultimo Giorno è lecito versare sangue o abbattere un albero in questa città. Se qualcuno obietta che il Messaggero di Allah qui ha versato sangue, ditegli che Allah aveva concesso al Suo Messaggero il permesso, mentre a voi tale permesso non è stato concesso. E per me il versamento di sangue fu reso lecito soltanto per un periodo determinato. Come in passato qui erano proibiti il versamento di sangue e gli spargimenti di sangue, così rimarranno proibiti anche in futuro. Chi è presente informi di ciò chi è assente.»

In un’altra narrazione si riferisce inoltre che qui non si devono tagliare i cespugli spinosi, non si deve spaventare la selvaggina e non si devono raccogliere gli oggetti abbandonati trovati per strada. Tuttavia, può raccoglierli colui che ne annunci pubblicamente la descrizione. Qui non si deve sradicare l’erba. Quando Ibn Abbas menzionò l’erba izkhir, il Messaggero di Allah disse: «Sì, l’erba izkhir può essere raccolta». Quel giorno alcuni membri della tribù dei Banu Khazaʿa avevano ucciso un uomo della tribù dei Banu Khazaʿa. A questo proposito il Messaggero di Allah disse: «O Banu Khazaʿa, desistete dagli omicidi. Se l’uccisione fosse stata un bene, sarebbe già stata praticata in precedenza. Molti omicidi sono già stati commessi. Avete ucciso un uomo per il quale certamente pagherò il prezzo del sangue. D’ora in poi, se qualcuno ucciderà una persona, i parenti dell’ucciso potranno, a loro scelta, uccidere uno degli assassini oppure accettare il prezzo del sangue.»

Secondo una narrazione, dopo questo annuncio del Messaggero di Allah, un uomo dello Yemen di nome Abu Shah si alzò e disse: «O Messaggero di Allah, fa’ mettere per iscritto questo tuo annuncio per me». Egli ordinò che fosse messo per iscritto. 10[Ṣaḥīḥ al-Bukhārī, vol. 1, pp. 22, 216]

Il dubbio degli Ansar:

Dopo la conquista della Mecca, gli Ansar si dicevano tra loro: «Dopo aver conquistato la sua patria, il Messaggero di Allah rimarrà forse alla Mecca?». In quel momento il Messaggero di Allah pregava sulla montagna di Safa, tenendo le mani levate. Al termine della preghiera chiese: «Di che cosa stavate parlando tra voi?». Gli Ansar negarono. Dopo che ebbe domandato più volte, gli riferirono il loro dubbio. Il Messaggero di Allah disse: «Allah ci protegga! D’ora in poi, la vita e la morte saranno con voi».

La bayʿa:

Dopo che Allah, il Signore dei mondi, concesse al Suo amato Messaggero e ai musulmani la conquista della Mecca, la verità divenne chiara agli abitanti della città. Compresero che non esiste alcuna via al successo al di fuori dell’Islam. Per questo si presentarono davanti al Messaggero di Allah per prestare la bayʿa, allo scopo di diventare seguaci dell’Islam. Il Messaggero di Allah si sedette sulla collina di Safa e iniziò a ricevere la bayʿa dalla gente. Umar si trovava più in basso del Messaggero di Allah e raccoglieva gli impegni della gente. I presenti si impegnarono davanti al Messaggero di Allah ad ascoltarlo e obbedirgli per quanto fosse loro possibile.

Nel Tafsir al-Madarik si riferisce che, dopo aver ricevuto la bayʿa dagli uomini, il Messaggero di Allah la ricevette anche dalle donne. Umar si trovava più in basso e, per ordine del Messaggero di Allah, riceveva la bayʿa e faceva ascoltare alle donne le sue parole.

In quell’occasione, Hind, la moglie di Abu Sufyan, si presentò con abiti diversi. In realtà temeva che il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) la riconoscesse per il trattamento che aveva riservato al corpo di Hamza (che Allah sia soddisfatto di lui). Il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) stava raccogliendo il giuramento di fedeltà dicendo: «Non associate nulla ad Allah». Hazrat Umar (che Allah sia soddisfatto di lui) ripeté quelle stesse parole, dicendo: «Donne, non associate nulla ad Allah». Poi il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) disse: «Non ruberete». Subito dopo, Hind disse: «Abu Sufyan è davvero molto avaro; se prendessi qualcosa dei suoi beni, che cosa accadrebbe?». Abu Sufyan era presente e disse: «Tutto ciò che prenderai sarà lecito per te». Il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) sorrise. Poi disse: «Dunque, sei tu Hind?». La moglie di Abu Sufyan rispose: «Sì, o Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui). Perdonami per tutto ciò che è accaduto». Il Profeta (pace e benedizioni di Allah su di lui) disse: «Che Allah ti perdoni».

Poi il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) disse: «Non commetterete adulterio». Udendo ciò, Hind disse: «Una donna libera potrebbe mai commettere adulterio?». Poi egli disse: «Non ucciderete i vostri figli». Hind rispose: «Li ho allevati durante la loro infanzia, ma quando sono cresciuti, i vostri uomini li hanno uccisi. Pertanto, riguardo a loro, voi e loro ne sapete più di me».

Va ricordato che il figlio di Hind, Hanzala ibn Abu Sufyan, era stato ucciso il giorno della battaglia di Badr. Udendo le parole di Hind, Hazrat Umar (che Allah sia soddisfatto di lui) rise a crepapelle. Anche il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) sorrise.

Poi il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) disse: «Non calunnierete nessuno». Hind disse: «Per Allah, la calunnia è davvero una cosa spregevole. In verità, insegni la retta guida e un nobile carattere». Poi il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) disse: «Non disobbedirete al Messaggero di Allah in alcuna questione stabilita». Hind disse: «Per Allah, non sono venuta a questa assemblea con l’intenzione di disobbedirti».

Poi, tornata a casa, Hind distrusse gli idoli che vi si trovavano. Mentre li frantumava, diceva: «Eravamo nell’inganno riguardo a voi». 11 [Madarek at-Tanzil.]

La permanenza del Profeta (pace e benedizioni di Allah su di lui) alla Mecca:

Il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) rimase alla Mecca per diciannove giorni. Durante quel periodo impartì insegnamenti e indicazioni sull’Islam, sul timore reverenziale di Allah e sulla retta guida. In quel periodo, per ordine del Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui), Abu Ubayd Khazari (che Allah sia soddisfatto di lui) ricostruì i pilastri del Sacro Santuario.

Durante il periodo sopra menzionato, il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) invitò all’Islam e inviò in vari luoghi alcune sariyya, cioè piccoli distaccamenti militari. In questo modo tutti gli idoli furono distrutti. Per ordine del Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui), un uomo proclamò: «Chiunque creda in Allah l’Altissimo e nell’Aldilà non tenga idoli nella propria casa; li distrugga invece».

Invio di spedizioni militari e di delegazioni:

1. Dopo la conquista della Mecca, il 25 di Ramadan dell’8º anno dell’Egira, il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, inviò una spedizione sotto il comando di Khalid ibn al-Walid (che Allah sia soddisfatto di lui). La spedizione fu inviata per eliminare al-‘Uzza. Al-‘Uzza si trovava a Nakhlah. I Quraysh e tutte le tribù dei Banu Kinana adoravano questo idolo. Era il loro idolo più grande. La tribù dei Banu Shayban ne era custode. Khalid si recò a Nakhlah con trenta cavalieri e distrusse l’idolo. Al suo ritorno, il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, gli chiese: «Hai visto qualcosa?». Egli rispose: «No, niente». Il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, disse: «Allora non hai distrutto l’idolo!»

Khalid tornò indietro con la spada sguainata e sollevata. Questa volta vide avanzare verso di lui una donna nera, nuda e calva. Khalid la colpì quindi con la spada, e la donna fu fatta a pezzi. Khalid tornò dal Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, e gli riferì l’accaduto. Egli disse: «Sì, quella era al-‘Uzza. Ora ha perso ogni speranza che venga adorata nel vostro paese».

2. Nello stesso mese, il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, mandò ‘Amr ibn al-‘As a distruggere un altro idolo chiamato Suwa‘. Esso si trovava a tre miglia dalla Mecca. La tribù dei Banu Hudhayl lo adorava nella zona di Ruhat. Quando ‘Amr vi giunse, il sacerdote gli chiese: «Che cosa vuoi?». Egli rispose: «Sono venuto, per ordine del Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, a distruggere questo idolo». Il sacerdote disse: «Non ci riuscirai». Egli chiese: «Perché?». Il sacerdote rispose: «Sarai ostacolato da una forza invisibile». Egli disse: «Povero te! Questo idolo forse vede? Forse ode? Sei ancora nella menzogna?». Poi ordinò ai suoi compagni di distruggere l’idolo e di perquisire il suo santuario. Tuttavia non vi trovarono nulla. Per ordine di ‘Amr, anche il santuario fu distrutto. Poi egli chiese al sacerdote: «Allora, che ne pensi?». Il sacerdote rispose: «Ho creduto in Allah, l’Unico, senza associati».

3. Nello stesso mese furono inviati venti soldati sotto il comando di Sa‘d ibn Zayd al-Ashhali. Essi andarono a distruggere l’idolo Manat. Questo idolo si trovava nella località di Mushallal, presso Qudayd. Le tribù dei Ghassan, degli Aws e dei Khazraj lo adoravano. Quando Sa‘d giunse sul posto, il sacerdote chiese: «Che cosa vuoi?». Egli rispose: «Voglio distruggere Manat».

Il sacerdote disse: «Tu sai, e il tuo compito sa». Sa‘d vide uscire una donna nera, calva e dall’aspetto orribile. Si batteva il petto e gridava: «Ahimè, ahimè!». Il sacerdote disse: «Manat sta per vendicare alcuni dei tuoi trasgressori». Nel frattempo Sa‘d fece a pezzi Manat con la spada. Poi il santuario dell’idolo fu distrutto. Tuttavia non vi fu trovato nulla.

4. Dopo essere tornato dalla distruzione di al-‘Uzza, nello stesso mese il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, mandò Khalid (che Allah sia soddisfatto di lui) presso i Banu Jadhimah. Era stato inviato per invitarli all’Islam. Khalid (che Allah sia soddisfatto di lui) partì con trecentocinquanta uomini tra Muhajirun, Ansar e membri della tribù dei Banu Sulaym. Giunti presso i Banu Jadhimah, li invitarono all’Islam. Invece di dire «Aslamna», cioè «Abbiamo abbracciato l’Islam», essi dissero: «Saba’na, saba’na», cioè «Abbiamo abbandonato la nostra religione». Per questo Khalid iniziò a ucciderli e a farli prigionieri. Poi affidò ciascun prigioniero a uno dei suoi compagni, ordinando loro di ucciderli. ‘Abdullah ibn ‘Umar e i suoi compagni rifiutarono di obbedire all’ordine del comandante. L’accaduto fu riferito al Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace. Egli alzò entrambe le mani verso il cielo e disse due volte: «O Allah, mi dichiaro innocente davanti a Te di tutto ciò che Khalid ha fatto». 12 [Sahih al-Bukhari, vol. 1, p. 450]

Per ordine di Khalid, gli uomini della tribù dei Banu Sulaym uccisero i propri prigionieri. Gli Ansar e i Muhajirun non uccisero i loro prigionieri. Dopo questo episodio, il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, mandò ‘Ali (che Allah sia soddisfatto di lui) a provvedere al risarcimento per gli uccisi e alla compensazione degli altri danni subiti. A causa di questo episodio vi fu un aspro alterco tra Khalid e ‘Abd al-Rahman ibn ‘Awf (che Allah sia soddisfatto di lui). Quando il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, lo seppe, disse: «Khalid, fermati! Astieniti dal dire qualunque cosa contro i miei Compagni. Per Allah, anche se il monte Uhud diventasse d’oro e tu spendessi tutto ciò sulla via di Allah, non potresti raggiungere neppure il valore dell’adorazione di uno solo dei miei Compagni durante una mattina o una sera». 13 [Ibn Hisham, Sahih al-Bukhari, Fath al-Bari, Sahih Muslim, Zad al-Ma‘ad.]

La battaglia della conquista della Mecca fu la vera battaglia decisiva, e la conquista della Mecca fu la vera vittoria, che frantumò completamente la potenza e l’arroganza degli idolatri. Nella penisola arabica non rimase più alcuno spazio per lo shirk o l’idolatria. Infatti, a parte i musulmani e gli idolatri, la gente comune osservava con grande curiosità per vedere quale sarebbe stato l’esito di questo conflitto. La gente comune sapeva bene che soltanto la forza fondata sulla verità sarebbe stata capace di affermare il proprio diritto sulla Kaaba. La loro fede era stata ulteriormente rafforzata dall’episodio di Abraha e del suo esercito di elefanti, avvenuto mezzo secolo prima. Gli abitanti dell’Arabia di quell’epoca avevano visto con i propri occhi come l’esercito di elefanti, avanzato con l’intenzione di attaccare la Casa di Allah, fosse stato distrutto e annientato.

Si può ricordare che il trattato di Hudaybiyya fu l’inizio, o il preludio, della conquista della Mecca. Grazie a quel trattato, fonti di pace e sicurezza sgorgavano ovunque. Le persone avevano l’opportunità di parlare apertamente le une con le altre. Discutevano e si scambiavano opinioni sull’Islam. Anche coloro che avevano abbracciato segretamente l’Islam alla Mecca ebbero l’opportunità di scambiarsi opinioni sulla religione. Di conseguenza, molte persone abbracciarono l’Islam. In precedenza, nelle varie guerre, il numero dei musulmani non aveva mai superato i tremila. Al momento della conquista della Mecca, invece, erano diecimila.

In questa battaglia decisiva gli occhi della gente si aprirono. Anche l’ultimo velo che ricopriva i loro occhi fu rimosso. Non rimase più alcun ostacolo all’accettazione della religione islamica. Dopo la conquista della Mecca, il sole dei musulmani cominciò a brillare nel cielo politico e religioso della città. Sia l’autorità religiosa sia il dominio terreno passarono interamente nelle mani dei musulmani.

La situazione favorevole ai musulmani creatasi grazie al trattato di Hudaybiyya raggiunse il suo compimento dopo la conquista della Mecca. Da quel momento, il corso degli eventi fu soltanto a favore dei musulmani e la situazione rimase sotto il loro esclusivo controllo. Alle varie tribù arabe non rimase che una sola strada: recarsi con le proprie delegazioni ad abbracciare l’Islam e diffondere ovunque l’invito alla religione. Ed è proprio ciò che accadde nei due anni successivi.

Terza fase: la battaglia di Hunayn

Questa fu l’ultima fase della vita profetica del Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace. Questa fase della sua vita fu il riconoscimento delle fatiche e degli sforzi da lui sostenuti nel corso di quasi ventitré anni di impegno.

In questo lungo periodo, la conquista della Mecca fu il più importante successo del Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace. Questa vittoria determinò un cambiamento epocale nella situazione e trasformò l’ambiente e le condizioni dell’Arabia. Fu un ponte tra il periodo precedente e quello successivo. Agli occhi del popolo arabo, i Quraysh erano i custodi e i sostenitori della religione. Tutta l’Arabia era loro soggetta sotto questo aspetto. La sconfitta dei Quraysh significava che l’idolatria era stata completamente estirpata dall’intero territorio arabo, per sempre.

Quest’ultima fase menzionata si divide in due parti: primo, la mujāhada e la guerra; secondo, l’accorrere di vari popoli e tribù per abbracciare l’Islam. Queste due situazioni erano strettamente interconnesse.

La battaglia di Hunayn

La conquista della Mecca era avvenuta mediante una spedizione fulminea. Gli abitanti dell’Arabia ne erano rimasti sbalorditi. Le tribù vicine non avevano la forza di affrontare questa inaspettata spedizione. Perciò vi si unirono alcune tribù potenti, arroganti e indisciplinate, nonché alcuni uomini dei Banu Bilal. Queste tribù erano legate a Qays ʿAylān. Consideravano la resa ai musulmani contraria al proprio onore. Si recarono quindi da Malik ibn Awf al-Nasri e decisero di attaccare i musulmani.

La partenza dei nemici e il loro arrivo ad Awtas

Dopo aver preso la decisione, tutti i non musulmani riuniti partirono sotto la guida di Malik ibn Awf per combattere contro i musulmani. Condussero con sé le loro famiglie e il bestiame. Giunsero nella pianura di Awtas. Awtas è una pianura della regione dei Banu Hawazin, vicino a Hunayn. Tuttavia, questa pianura è distinta da Hunayn. Hunayn è infatti una pianura separata, situata nei pressi di Dhu al-Majaz. Da lì, passando per Arafat, la distanza fino alla Mecca supera le dieci miglia. 1[Fath al-Bari, vol. 8, pp. 27, 42]

La mobilitazione delle truppe nemiche

Dopo l’arrivo ad Awtas, gli uomini si presentarono davanti al comandante Malik ibn Awf. Tra loro vi era anche l’anziano esperto di guerra Duraid ibn al-Simma. Quest’uomo era curvo sotto il peso degli anni. Aveva una vasta esperienza di guerra. Un tempo era stato un valoroso guerriero. Ora non poteva fare altro che riferire la propria esperienza e dare consigli sulla base di essa. Chiese a Malik: «In quale pianura vi trovate?». Gli fu risposto: «Nella pianura di Awtas». Egli disse: «È un luogo adatto per radunare un esercito. Ma sento ragliare gli asini, muggire i cammelli e nitrire i cavalli; sento il pianto dei bambini e le voci delle donne». Gli fu comunicato che il comandante Malik ibn Awf aveva portato con le truppe anche le loro famiglie e il bestiame. Quando Duraid chiese il motivo, gli fu detto che ogni guerriero avrebbe combattuto valorosamente, attratto dalle mogli, dai figli e dal bestiame che aveva con sé.

Dopo aver ascoltato questa risposta di Malik ibn Awf, Duraid disse: «Per Allah, sei un pastore di pecore. Può forse qualcosa trattenere un uomo sconfitto? Considera: se vincerai la battaglia, trarrai beneficio soltanto dalle spade e dalle lance; ma se sarai sconfitto, subirai l’umiliazione. Infatti, nulla sarà al sicuro: né le mogli, né i figli, né le famiglie, né il bestiame dei guerrieri sconfitti». Duraid chiese informazioni sui capi delle varie tribù. Dopo aver ascoltato tutto, disse al comandante: «O Malik, non hai fatto bene a portare con te le famiglie e il bestiame dei Banu Hawazin. Mandali in un luogo sicuro, nella loro stessa zona. Poi montate a cavallo e combattete contro i miscredenti. Se vincerai, quelli rimasti indietro verranno a ricongiungersi con voi; se sarai sconfitto, essi resteranno al sicuro».

Il comandante Malik ibn Awf respinse questo consiglio e disse: «Per Dio, non posso farlo. Sei diventato vecchio, e anche il tuo intelletto è invecchiato. Forse la tribù degli Hawazin mi obbedirà; altrimenti mi appoggerò alla spada e mi suiciderò». In breve, Malik non voleva che il nome di Duraid o il suo consiglio prendessero parte a questa guerra. Gli uomini della tribù degli Hawazin dissero: «Rimaniamo saldi nella tua obbedienza». Duraid disse: «Io non prendo parte a questa guerra e non ne ho alcuna responsabilità. Ah, se oggi fossi giovane, se avessi ancora l’età per correre qua e là, guiderei la cavalleria come una capra di media taglia dal vello lungo».

Le spie dei nemici

Per raccogliere informazioni sui musulmani, Malik ibn Awf mandò due spie. Esse tornarono prima di raggiungere la destinazione. Erano incapaci di muoversi. Dopo averle condotte dal comandante, questi disse: «Che possiate essere rovinati! Che cosa vi è successo?». Risposero: «Abbiamo visto alcuni cavalli pezzati e degli uomini; subito dopo ci siamo ridotti in questo stato».

D’altra parte, il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, riceveva varie informazioni sui nemici. Disse ad Abu Hadrad al-Aslami: «Va’, rimani tra i nemici e portaci informazioni su di loro». Egli eseguì l’ordine.

Il viaggio da Mecca a Hunayn

La domenica 6 di Shawwal dell’ottavo anno dell’Egira, il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, partì da Mecca diretto a Hunayn. Era il diciannovesimo giorno dal suo arrivo a Mecca. Con lui c’erano dodicimila soldati. Diecimila di loro erano giunti da Medina a Mecca, mentre i restanti duemila partirono da Mecca. Tra i duemila meccani, la maggior parte erano neomusulmani. Il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, prese in prestito da Safwan ibn Umayya cento corazze complete di armi. Nominò Attab ibn Asid governatore di Mecca.

Dopo mezzogiorno, giunse un Compagno e disse: «Sono salito su una certa montagna e ho visto che i Banu Hawazin sono venuti a combattere con le loro famiglie. Hanno portato con sé anche le loro mandrie». Il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, sorrise e disse: «Se Allah vuole, domani queste diventeranno bottino dei musulmani». Durante la notte, Anas ibn Marthad assunse il compito di fare la guardia.

Lungo il cammino, i Compagni videro un albero di giuggiolo chiamato Dhat Anwāt. I politeisti della Mecca vi appendevano le proprie armi, sacrificavano animali accanto ad esso e tenevano una fiera sotto i suoi rami. Alcuni compagni dissero al Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace: «Come loro hanno un albero chiamato Dhat Anwāt, facci anche tu un albero simile per noi». Il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, disse: «Allah è il più grande! Per Colui nella cui mano è la mia anima, avete detto proprio ciò che il popolo di Mosè disse a lui. Essi dissero: “E rendici una divinità come le loro divinità”. Vale a dire: “Facci un dio, come loro hanno un dio”. Vedo che state seguendo esattamente la via dei vostri predecessori». 3 [Tirmidhi, Fitan; Musnad Ahmad, vol. 5, p. 281]

Vedendo la superiorità numerica dell’esercito, alcune persone dissero: «Oggi non saremo in alcun modo sconfitti». Il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, non gradì neppure questa affermazione.

L’attacco improvviso dei musulmani:

Nella notte di martedì, il 10 di Shawwāl, l’esercito islamico giunse a Hunayn. Mālik ibn ʿAwf era già arrivato sul posto e, nell’oscurità della notte, aveva disposto segretamente i suoi soldati in vari luoghi. Era stato loro ordinato di scagliare frecce contro i musulmani non appena fossero arrivati e, poco dopo, di attaccarli tutti insieme.

Nel frattempo, alle prime luci dell’alba, il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) dispose i soldati in varie posizioni. Di buon mattino, i soldati musulmani entrarono nella pianura di Hunayn. Non sapevano nulla dell’esercito nemico. Mentre i soldati musulmani, ignari che i nemici fossero in agguato, prendevano posizione con tranquillità, improvvisamente cominciò a piovere una raffica di frecce su di loro. Poco dopo, i nemici si lanciarono tutti insieme contro i musulmani. I musulmani, colti di sorpresa e confusi, cominciarono a disperdersi. Fu una chiara sconfitta. Abū Sufyān, da poco convertito all’Islam, disse: «Non si fermeranno prima di raggiungere l’altra sponda del mare». Jabalah, oppure Qaladah ibn Junayd, disse: «Guardate, oggi la magia è stata annullata». Questo è stato riferito da Ibn Isḥāq. Al-Barāʾ ibn ʿĀzib disse: «Nel Ṣaḥīḥ al-Bukhārī è riportato che i Banū Hawāzin erano arcieri; quando li attaccammo, fuggirono. Poi cominciammo a raccogliere il bottino. Nel frattempo, i nemici ci accolsero con una pioggia di frecce». 4 [Ṣaḥīḥ al-Bukhārī, capitolo sul giorno di Hunayn]

Nel Ṣaḥīḥ Muslim è riportato da Anas (che Allah sia soddisfatto di lui) che Anas disse: «Conquistammo Mecca. In seguito intraprendemmo la spedizione di Hunayn. I politeisti giunsero in file magnificamente ordinate. Non avevo mai visto un ordine simile. Prima venivano le file dei cavalieri, poi quelle dei fanti; dietro di loro le donne, e dietro le donne le pecore e le capre, quindi il bestiame. Eravamo molto numerosi. Alla destra dei nostri soldati si trovava Hazrat Khālid (che Allah sia soddisfatto di lui). Tuttavia, i nostri cavalieri cominciarono a nascondersi dietro di noi e, poco dopo, fuggirono. Anche gli arabi fuggirono. Fuggirono anche quelli che conoscete». 5 [Fatḥ al-Bārī, vol. 8, p. 8]

Quando i Compagni cominciarono a disperdersi, il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) chiamò verso destra e disse: «O gente, venite da me! Io sono Muḥammad, figlio di ʿAbd Allāh». In quel momento, presso il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) non c’era nessuno, salvo alcuni Emigrati e i Compagni della sua famiglia. 6 [Secondo il racconto di Ibn Isḥāq, erano nove o dieci. Il Profeta disse: «Dodici uomini rimasero saldi con il Messaggero di Allah». I Compagni si erano allontanati per mettersi al sicuro. Ottanta uomini rimasero saldamente con il Messaggero di Allah. Noi non volgemmo le spalle. Al-Tirmidhī ha riportato il ḥadīth narrato da ʿAbd Allāh ibn ʿUmar. Egli disse: «Vidi che la mia gente volse le spalle nel giorno di Hunayn. Con il Messaggero di Allah non c’erano nemmeno cento Compagni»].

In quel momento delicato, il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) dimostrò un coraggio e un valore senza pari. Avanzava verso i nemici e gridava ad alta voce: «Anā al-nabiyyu lā kadhib, anā ibn ʿAbd al-Muṭṭalib», cioè: «Io sono il Profeta, non sono un bugiardo; sono il figlio di ʿAbd al-Muṭṭalib».

In quel momento, Abū Sufyān e Hazrat al-ʿAbbās tenevano le redini del mulo del Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui), affinché il mulo non potesse correre in avanti. Allora il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) disse a suo zio, Hazrat al-ʿAbbās, di cominciare a chiamare la gente ad alta voce. Hazrat al-ʿAbbās aveva una voce possente. Hazrat al-ʿAbbās disse: «Gridai a gran voce: “Dove siete, o gente dell’Albero, voi che partecipaste al Giuramento di Riḍwān?”». Quando i Compagni udirono la mia voce, cominciarono a correre verso di me come i vitelli corrono al sentire il muggito delle vacche. I Compagni dissero: «Stiamo arrivando». 7 [Ṣaḥīḥ Muslim, vol. 2, p. 100]

Quando i Compagni cominciarono ad accorrere, e cento Compagni si furono radunati intorno al Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui), il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) affrontò il nemico. Ebbe inizio la battaglia.

Furono quindi convocati gli Anṣār. Gradualmente, questa convocazione finì per limitarsi ai Banū Ḥārith ibn Khazraj. Nel frattempo, i Compagni cominciarono a tornare rapidamente dal campo di battaglia, così come ne erano fuggiti. Ben presto ebbe inizio una battaglia furiosa. Il Messaggero di Allah ﷺ guardò verso il campo di battaglia e disse: «Ora la fornace si è riscaldata». Poi raccolse una manciata di polvere e la scagliò contro i nemici, pronunciando: «Shāhat al-wujūh». Ciò significa: «Che i volti siano deturpati». A causa della polvere scagliata, gli occhi di ogni nemico furono riempiti di polvere. Essi volsero le spalle e cominciarono a fuggire per salvarsi la vita.

La sconfitta dei nemici

Subito dopo che il Messaggero di Allah ﷺ ebbe scagliato la polvere, il corso della battaglia cambiò: i nemici furono sconfitti. Settanta miscredenti della tribù dei Thaqīf furono uccisi. Tutte le armi, le ricchezze, le provviste, gli equipaggiamenti, le donne, i bambini e il bestiame che avevano portato caddero nelle mani dei musulmani.

A questo proposito Allah, il Signore dei mondi, dice: «Allah vi ha aiutato in molte occasioni e, in particolare, nel giorno della battaglia di Ḥunayn, quando vi compiacque la vostra superiorità numerica, ma essa non vi servì a nulla; la terra, per quanto vasta, divenne angusta per voi e poi volgeste le spalle e fuggiste. In seguito Allah fece scendere la Sua tranquillità sul Suo Messaggero e sui credenti e inviò eserciti che voi non vedevate, e punì i miscredenti. Questa è la ricompensa dei miscredenti». (Sura at-Tawba, versetti 25-26)

L’inseguimento dei nemici lungo la via della fuga

Dopo un breve scontro tra le due parti, i politeisti presero subito la via della fuga. Dopo la sconfitta, un gruppo di nemici avanzò verso Ṭā’if, un altro verso Nakhlah e un altro ancora verso Awṭās. Nello scontro tra le due parti, tra i Compagni raggiunse il martirio Ḥaḍrat Abū ʿĀmir al-Ashʿarī, che Allah si compiaccia di lui. Era alla guida di un gruppo.

Un gruppo di Compagni inseguì i non musulmani che si dirigevano verso Nakhlah. Durayn ibn Ṣimmah fu catturato. Ḥaḍrat Rābiʿah ibn Rāfiʿ lo uccise.

Il gruppo più numeroso dei nemici sconfitti avanzò verso Ṭā’if. Dopo aver fatto raccogliere il bottino, il Messaggero di Allah ﷺ partì verso Ṭā’if.

Bottino

Il bottino era composto da quanto segue: 6.000 prigionieri di guerra, 24.000 cammelli, più di 40.000 capre e 4.000 uqiyya d’argento, cioè 160.000 dirham. Il suo peso era inferiore di qualche chilo a 6 quintali. Il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) ordinò di raccogliere tutti i beni. Riunì tutte le ricchezze in un luogo chiamato Jiʿrāna e le pose sotto il controllo di Masʿūd ibn ʿAmr al-Ghifārī (che Allah sia soddisfatto di lui). Esse non furono distribuite finché non terminò la spedizione di Tāʾif.

Tra i prigionieri c’era anche Shaymāʾ bint al-Ḥārith al-Saʿdiyya. Era la sorella di latte del Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui). Dopo essere stata condotta dal Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) ed essersi presentata, egli la riconobbe grazie a un segno. In seguito, il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) la trattò con grande rispetto. Stese il proprio mantello affinché ella vi si sedesse. Mostrandole benevolenza secondo il suo desiderio, la rimandò presso la sua tribù.

La battaglia di Tāʾif

Questa battaglia fu in realtà parte della battaglia di Ḥunayn. La maggior parte dei combattenti sconfitti delle tribù Hawāzin e Thaqīf era fuggita a Tāʾif insieme al loro comandante Mālik ibn ʿAwf al-Naṣrī, dove si era nascosta. Perciò il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) si mise in cammino verso Tāʾif.

Per prima cosa furono inviati mille soldati al comando di Khālid ibn al-Walīd; poi partì personalmente il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui). Lungo il cammino attraversò Nakhlah, Īmāniyya e Manzil. In un luogo chiamato Liyya Mālik ibn ʿAwf possedeva una fortezza. Per ordine del Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui), quella fortezza fu distrutta. Proseguendo il viaggio, giunse a Tāʾif e pose sotto assedio la fortezza di Tāʾif.

L’assedio si protrasse a lungo. Secondo la narrazione di Anas (che Allah sia soddisfatto di lui) riportata nel Ṣaḥīḥ Muslim, l’assedio durò 40 giorni. Alcuni autori di sīra hanno invece indicato 20 giorni. Altri ne hanno indicati 10, 15 o 18. 8 (Fatḥ al-Bārī, vol. 8, p. 45)

Durante l’assedio, entrambe le parti si scagliarono frecce e pietre. All’inizio dell’assedio dei musulmani, contro di loro furono lanciate continuamente delle frecce. Quando i musulmani iniziarono l’assedio, nella fase iniziale, dalla fortezza furono scagliate contro di loro così tante frecce che sembrava che le locuste avessero steso la loro ombra. Alcuni musulmani rimasero feriti e 12 furono martirizzati. Di conseguenza, i musulmani spostarono le tende un po’ più lontano.

Per affrontare questa situazione, il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) fece installare una macchina per lanciare proiettili e scagliò alcune palle contro la fortezza. Il muro si incrinò e vi si aprì una breccia. I Compagni lanciarono pietre contro di loro attraverso quella breccia. Ma dal lato dei nemici furono scagliate frecce come pioggia, e alcuni musulmani morirono da martiri.

Come stratagemma per sottomettere i nemici, il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) ordinò di tagliare e bruciare le viti. Allarmata, la tribù di Thaqīf lo supplicò, invocando Allah l’Altissimo e i legami di parentela, di desistere da quell’azione. Il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) accolse la richiesta.

Durante l’assedio, un araldo del Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) proclamò: «Qualunque schiavo scenda dalla fortezza e venga da noi sarà libero». In seguito, trenta uomini uscirono dalla fortezza e si unirono ai musulmani. 9[Ṣaḥīḥ al-Bukhārī, vol. 2, p. 260]

Tra gli schiavi giunti vi era anche Ḥaḍrat Abū Bakrah. Salì sul muro della fortezza, si calò verso il basso mediante una carrucola rotante e venne a consegnarsi ai musulmani. In arabo, la carrucola è chiamata bakrah. Per questo il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) diede a questo schiavo appena giunto il titolo di Abū Bakrah. Come promesso, il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) liberò gli schiavi che erano venuti a consegnarsi ai musulmani e li affidò a trenta Compagni, dicendo loro: «Fornite loro l’equipaggiamento necessario». Questo episodio divenne estremamente grave per i nemici all’interno della fortezza.

L’assedio si protrasse a lungo, senza che apparisse alcun segno di resa da parte dei nemici. Avevano fatto provviste di cibo per un anno all’interno della fortezza. In quel momento, il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) si consultò con Nawfal ibn Muʿāwiya al-Daylī. Nawfal disse: «La volpe è entrata nella sua tana. Se prolungherete l’assedio, potrete catturarli; ma se vi ritirerete, non potranno farvi alcun danno». Dopo aver udito ciò, il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) decise di porre fine all’assedio. Ḥaḍrat ʿUmar (che Allah sia soddisfatto di lui) fece proclamare tra i Compagni: «Se Allah vuole, domani torneremo indietro». I Compagni criticarono quell’annuncio. Dissero: «Che discorso è mai questo? Torneremo indietro senza aver conquistato Ṭāʾif?». Dopo aver ascoltato il loro dissenso, il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) disse: «Va bene, domattina andate in battaglia». Il giorno seguente i Compagni andarono a combattere, ma non ottennero altro che tornare indietro dopo essere stati feriti. Vedendo questa situazione, il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) disse: «Se Allah vuole, domani torneremo indietro». I Compagni di ogni rango espressero la loro soddisfazione per questa decisione. Cominciarono silenziosamente a raccogliere le loro cose. Vedendo ciò, il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) iniziò a sorridere dolcemente.

Mentre i nobili Compagni erano sulla via del ritorno, il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) disse: «ʿĀyibūna, tāʾibūna, ʿābidūna li-rabbinā ḥāmidūn». Vale a dire: «Siete coloro che ritornano, si pentono e adorano, e lodate il vostro Signore».

I Compagni dissero: «O Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui), invoca una maledizione contro la gente di Thaqīf». Egli disse: «O Allah l’Altissimo, guida Thaqīf e conducili a noi».

La distribuzione del bottino a Jiʿrāna

Dopo aver revocato l’assedio e aver lasciato Ta’if, il Messaggero di Allah si astenne dal distribuire il bottino accumulato a Ji‘rana. Il motivo del ritardo era che desiderava restituire ogni cosa ai membri della tribù degli Hawazin qualora fossero tornati e si fossero pentiti. Tuttavia, non giunse nessuno, nonostante l’attesa. In seguito, il Messaggero di Allah iniziò a distribuire il bottino. I capi delle varie tribù e i notabili della Mecca attendevano con impazienza di ricevere una parte del bottino. Il Messaggero di Allah concesse una quantità considerevole di bottino a tutti questi musulmani di recente conversione. 10 (affinché rimanessero saldi nell’Islam)

Ad Abu Sufyan ibn Harb furono dati quaranta uqiyya, cioè circa sei chili d’argento, e cento cammelli. Abu Sufyan disse: «E mio figlio Yazid?». Il Messaggero di Allah diede a Yazid una quantità analoga. Abu Sufyan disse: «E mio figlio Mu‘awiya?». Il Messaggero di Allah diede anche a lui una quantità analoga. In totale, soltanto Abu Sufyan e i suoi due figli ricevettero diciotto chili d’argento e trecento cammelli.

Ad al-Harith ibn Kalada furono dati cento cammelli. Ai capi tribali, sia dei Quraysh sia delle altre tribù, furono dati cento, cinquanta o quaranta cammelli ciascuno. Tra la gente si diffuse la notizia che Muhammad donava così tanto da non temere la povertà. Dopo che la notizia si diffuse, i beduini accorsero, circondarono il Messaggero di Allah e lo condussero presso un albero. A causa della calca, il mantello del Messaggero di Allah rimase impigliato tra i rami. Egli disse: «O gente, datemi il mio mantello!»

«Giuro per Colui nelle cui mani è la mia anima: anche se possedessi tanti quadrupedi quanti sono gli alberi di Tihama, li distribuirei tutti. In seguito vedrete che non sono avaro, né timoroso, né bugiardo.» 11 (Ash-Shifa, capitolo sul giudice, vol. 1, p. 86)

Poi il Messaggero di Allah si recò presso il suo cammello e si fermò accanto a esso. Prese alcuni suoi peli, li mostrò e disse: «O gente, dal bottino fay’ che vi appartiene non c’è nulla per me, nemmeno la quantità di questi peli di cammello che vedete. Mi spetta soltanto il khums, cioè una quota di un quinto del bottino di guerra distribuito pro capite; anche quel khums viene poi restituito a voi».

Fu dato ai musulmani di recente conversione, chiamati nel Corano «mu’allafat al-qulub». Poi il Messaggero di Allah disse a Zayd ibn Thabit di raccogliere in un unico luogo il bottino e i soldati e di calcolare la distribuzione. Egli lo fece. Così, a ogni soldato spettarono quattro cammelli e quaranta capre. I combattenti più valorosi ricevettero dodici cammelli e dodici capre ciascuno.

In questa distribuzione il Messaggero di Allah adottò una strategia particolare. Infatti, nel mondo vi sono molte persone che seguono non la via della coscienza, bensì quella dello stomaco. Come si può condurre un animale verso un luogo sicuro arretrando dopo avergli fatto penzolare davanti una manciata d’erba fresca, così, attraverso la distribuzione dei beni sopra menzionata, si cercò di conquistare il cuore dei musulmani di recente conversione, affinché avessero l’opportunità di apprendere la fede e sviluppassero amore per l’Islam. 12 (Muhammad al-Ghazali, Fiqh al-Sira, pp. 298-299)

Lo stato d’animo degli Ansar

All’inizio non si comprese la strategia politica del Messaggero di Allah ﷺ nella distribuzione del bottino di guerra. Per questo alcuni lo criticavano. In particolare, gli Ansar erano addolorati, poiché non avevano ricevuto nulla. Eppure erano stati chiamati nel momento della crisi ed erano accorsi rapidamente. Combattendo al fianco del Messaggero di Allah ﷺ, avevano combattuto in modo tale da trasformare una sconfitta apparente in una vittoria. Tuttavia, durante la distribuzione del bottino, notarono che le mani di coloro che erano fuggiti nel momento della crisi erano piene, mentre le loro erano vuote. 13[Stessa opera, stessa pagina]

Ibn Ishaq ha narrato da Abu Saʿid al-Khudri (che Allah si compiaccia di lui) che, quando il Messaggero di Allah ﷺ elargì generosamente ai capi dei Quraysh e delle tribù arabe, senza dare nulla agli Ansar, questi si rattristarono. Si misero a parlare sottovoce tra loro. Alcuni arrivarono a dire apertamente: «Per Allah, il Messaggero di Allah ﷺ si è riunito al suo popolo». Saʿd ibn ʿUbada (che Allah si compiaccia di lui) andò dal Messaggero di Allah ﷺ e disse: «O Messaggero di Allah ﷺ, gli Ansar non sono soddisfatti di ciò che hai fatto riguardo al bottino di guerra. Ti stanno criticando. Dicono che hai distribuito i beni soltanto tra la tua gente e che hai elargito specialmente alle tribù arabe, mentre agli Ansar non hai dato nulla». Il Messaggero di Allah ﷺ domandò: «O Saʿd, qual è la tua opinione al riguardo?». Egli rispose: «O Messaggero di Allah ﷺ, anch’io appartengo al mio popolo». Il Profeta amato disse: «Vai e raduna in un unico luogo la gente del tuo popolo». Saʿd fece così. Arrivarono alcuni Muhajirun e fu permesso loro di sedersi. Arrivarono anche altre persone, ma furono rimandate indietro. Poi fu riferito al Messaggero di Allah ﷺ che erano presenti, ed egli si recò da loro.

Dopo aver lodato Allah come si conviene, il nobile Profeta disse: «O Ansar, qual è il motivo del vostro risentimento e delle vostre critiche? Non sono forse venuto da voi quando eravate smarriti? Poi Allah l’Altissimo vi ha guidati. Eravate indigenti e Allah l’Altissimo vi ha dato ricchezze e beni. Ha unito i vostri cuori gli uni agli altri. Non è forse così?». Essi risposero: «Sì, o Messaggero di Allah ﷺ, hai detto la verità. Allah l’Altissimo e il Suo Messaggero ﷺ ci hanno fatto molte grazie». Egli disse: «Perché gli Ansar non rispondono?». Essi dissero: «Che cosa dovremmo rispondere? Allah l’Altissimo e il Suo Messaggero ﷺ ci hanno fatto una grazia immensa». Egli disse: «Se volete, potete dire: “Sei venuto da noi in un momento in cui eri stato accusato di menzogna, e noi abbiamo creduto in te. Eri stato lasciato solo e senza amici, e noi ti abbiamo aiutato. Eri stato respinto, e noi ti abbiamo dato rifugio. Eri bisognoso, e noi abbiamo alleviato la tua sofferenza”».

Il Messaggero di Allah ﷺ disse: «O Ansar, vi siete risentiti interiormente per una cosa insignificante di questo mondo. Con essa ho consolato i cuori di alcune persone, affinché diventassero musulmane. Quanto a voi, vi ho lasciati con l’Islam che avete abbracciato. O Ansar, non siete forse soddisfatti del fatto che gli altri torneranno a casa con cammelli e capre, mentre voi tornerete a casa insieme al Messaggero di Allah ﷺ? Per Colui nella cui mano è la mia anima, se non ci fosse stata l’Egira, anch’io sarei stato uno degli Ansar. Se tutte le persone prendessero una strada e gli altri ne prendessero un’altra, io seguirei la strada degli Ansar. O Allah l’Altissimo, abbi misericordia degli Ansar, dei loro figli e dei loro nipoti».

Dopo aver ascoltato il discorso del Messaggero di Allah ﷺ, la gente pianse così tanto che le barbe si bagnarono. Dicevano: «Siamo soddisfatti che il Messaggero di Allah ﷺ sia la nostra parte». Poi il Messaggero di Allah ﷺ se ne andò e i Compagni tornarono ciascuno al proprio posto. 14[Ibn Hisham, vol. 2, pp. 499-500; Sahih al-Bukhari, vol. 2, pp. 620-621[

L’arrivo della delegazione di Hawazin

Dopo la distribuzione del bottino, una delegazione della tribù di Hawazin, ormai musulmana, venne dal Messaggero di Allah ﷺ. Erano quattordici. Il loro capo era Zuhayr ibn Surad. Tra loro vi era anche Abu Barqan, zio di latte del Messaggero di Allah ﷺ. Vennero a chiedere la restituzione dei prigionieri e dei beni. Parlarono in modo tale che il cuore di tutti si intenerì. 15[Ibn Ishaq dice che nella delegazione vi erano nove uomini di rilievo della tribù. Essi accettarono l’Islam, prestarono il giuramento di fedeltà e parlarono con Allah e il Suo Messaggero. Dissero: “O Messaggero di Allah, tra coloro che hai fatto prigionieri vi sono le nostre madri e sorelle, le nostre zie paterne e materne. Questo è umiliante per il nostro popolo”. (Fath al-Bari, vol. 8, p. 33). Va ricordato che con “madri, sorelle” e simili si intendono le madri, zie paterne, zie materne e sorelle di latte del Messaggero di Allah. A parlare a nome della delegazione era Zubayr ibn Surad. Vi è divergenza sul nome Abu Barqan. Alcuni lo riportano come Abu Marwan e Abu Sarwan]. Il Messaggero di Allah ﷺ disse: «Vedete le persone che sono con noi. Io preferisco la verità. Dite sinceramente: amate di più i vostri figli e la vostra discendenza oppure i beni?»

Essi risposero: «Per noi il valore dell’onore familiare è maggiore». Il Messaggero di Allah ﷺ disse: «Va bene. Dopo che avrò compiuto la preghiera del mezzogiorno, vi alzerete e direte: “Facciamo del Messaggero di Allah ﷺ il nostro intercessore presso i credenti e dei credenti i nostri intercessori presso il Messaggero di Allah ﷺ”. Pertanto, restituiteci i nostri prigionieri».

Dopo la preghiera di mezzogiorno, essi dissero ciò. Il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) disse: «La parte spettante a me e ai Banu Abd al-Muttalib è per voi. Ora chiederò agli altri». Subito gli Ansar e i Muhajirun si alzarono e dissero: «Anche tutto ciò che possediamo è per il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui)». Poi al-Aqra ibn Habis si alzò e disse: «Ciò che appartiene a me e ai Banu Tamim non è per voi». Uyayna ibn Hisn disse: «Ciò che appartiene a me e ai Banu Fazara non è per voi». Abbas ibn Mirdas disse: «Ciò che appartiene a me e ai Banu Sulaym non è neppure per voi». Un uomo della tribù dei Banu Sulaym si alzò e disse: «No, piuttosto tutto ciò che possediamo è per il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui)». Udendo ciò, Abbas ibn Mirdas disse: «Mi avete umiliato».

Il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) disse: «Guardate, sono venuti ad abbracciare l’Islam. Per questo ho ritardato la distribuzione dei loro prigionieri. Pertanto, coloro presso i quali si trovano dei prigionieri li restituiscano. Sarebbe cosa buona. Chi desidera conservare la propria parte, restituisca anch’egli i prigionieri. In futuro, quando si otterranno beni del fay’, ne riceverà in cambio sei volte tanto». La gente disse: «Siamo disposti a cedere tutto volentieri per il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui)». Il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) disse: «Non so chi sia consenziente e chi invece non lo sia».

Poi disse: «Piuttosto, tornate indietro e mandate il vostro capo». In seguito, i Compagni restituirono i bambini e le donne prigionieri. A Uyayna ibn Hasan era toccata in sorte un’anziana, che inizialmente non volle restituirla; in seguito anche lui la restituì. Il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) congedò ogni prigioniero donandogli un mantello copto.

L’Umra e il ritorno a Medina

Dopo aver distribuito il bottino, il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) assunse l’ihram a Ji’rana per compiere l’Umra e la compì. In seguito nominò Attab ibn Asid governatore della Mecca.

Muhammad al-Ghazali dice: «Quale distanza intercorre tra il momento di questa vittoria, quando Allah l’Altissimo pose sulla sua testa la corona della grande conquista, e il momento in cui giunse in questa città otto anni prima!»

Era giunto in questa città come colui che cercava sicurezza. A quel tempo era sconosciuto e straniero, e il dubbio albergava nel suo cuore. In quel frangente gli abitanti del luogo lo avevano onorato, gli avevano dato rifugio e lo avevano aiutato; avevano seguito la luce che egli aveva portato con sé. Non solo: per amor suo avevano considerato insignificante ogni forma di ostilità da parte degli altri. Coloro che, dopo la sua emigrazione a Medina otto anni prima, avevano accolto il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui), oggi lo accolgono nuovamente. Oggi la Mecca è nelle sue mani, sotto il suo controllo. Gli abitanti della Mecca hanno deposto ai piedi del Profeta misericordioso, (pace e benedizioni di Allah su di lui), la loro arroganza e la loro ignoranza. Egli ha perdonato tutte le loro ingiustizie dei giorni passati e, attraverso l’Islam, ha concesso loro onore e successo.

Allah l’Altissimo dice nel Nobile Corano: «In verità, chi è veritiero e paziente, sappia che Allah l’Altissimo non vanifica la ricompensa dei virtuosi.» 16[ Per conoscere nei dettagli la conquista della Mecca e la battaglia di Ta’if, si vedano Fiqh al-Sira, p. 306; Zad al-Ma’ad, vol. 2, pp. 160-201; Ibn Hisham, vol. 2, pp. 389-501; Sahih al-Bukhari, vol. 2, pp. 612-623; Fath al-Bari, vol. 8, pp. 3-85]

Le spedizioni successive alla conquista della Mecca

Dopo essere tornato a Medina da questo lungo e vittorioso viaggio, l’Inviato di Allah (che Allah lo benedica e gli conceda la pace) vi rimase per qualche tempo. Durante questo periodo, ricevette varie delegazioni, inviò funzionari per amministrare gli affari e inviò predicatori per diffondere la religione.

Inoltre, l’Inviato di Allah (che Allah lo benedica e gli conceda la pace) affrontò coloro che, pur dopo che la superiorità dell’Islam era stata dimostrata, non riuscivano ad accettarla e continuavano a manifestare arroganza e ostinazione in vari modi. Di seguito se ne riportano i dettagli.

Invio degli esattori della zakat

Da quanto esposto in precedenza è risultato chiaro che, dopo la conquista della Mecca, l’Inviato di Allah (che Allah lo benedica e gli conceda la pace) tornò a Medina verso la fine dell’ottavo anno dell’Egira. Nel nono anno dell’Egira, subito dopo l’avvistamento della luna di Muharram, il Nobile Profeta (che Allah lo benedica e gli conceda la pace) inviò esattori per riscuotere la zakat dalle varie tribù. Di seguito se ne riporta l’elenco.

Nome dell’esattore — Tribù presso cui fu inviato

1. Uyayna ibn Husayn — Banu Tamim

2. Yazid ibn Husayn — Aslam e Ghifar

3 Ubbad ibn Bashir — al-Ashhal, Sulaym e Muzayna

4 Rafi ibn Makith — Juhayna

5 Amr ibn al-As — Banu Fazara

6 Dahhak ibn Sufyan — Banu Kilab

7 Bashir ibn Sufyan — Banu Ka’b

8 Ibn al-Lutbiyya — Azd ibn Zabyan

9 Muhajir ibn Abi Umayya — città di San’a

10 Ziyad ibn Labid — Hadramaut

11 ʿAdī ibn Ḥātim al-Ṭāʾī e Banū Asad

12 Mālik ibn Nuwayra, Banū Ḥanẓala

13 Zibriqān ibn Badr, una parte dei Banū Saʿd

14 Qays ibn ʿĀṣim, l’altra parte dei Banū Saʿd

15 ʿAlāʾ ibn al-Ḥaḍramī, Bahrayn

16 ʿAlī ibn Abī Ṭālib, Najrān

A questi Compagni fu affidato l’incarico di esattori e furono inviati nel mese di Muḥarram del nono anno dell’Egira. Nel frattempo, gli appartenenti alle tribù delle zone interessate avevano abbracciato l’Islam. Alcuni partirono all’inizio del mese di Muḥarram e molti altri in seguito. Ciò dà un’idea dell’ampiezza del successo della predicazione islamica dopo il trattato di Ḥudaybiyya. Dopo la conquista della Mecca, le persone cominciarono ad accorrere a gruppi sotto l’ombra dell’Islam.

Alcune spedizioni di quel periodo

Furono inviati degli esattori per riscuotere la zakat presso le varie tribù. Tuttavia, nonostante la pace e l’ordine nelle diverse regioni della Jazirat al-ʿArab, in alcuni casi cominciarono a manifestarsi disordini. Furono inviate truppe per reprimerli. Di seguito vengono riportati i resoconti di alcune di queste spedizioni militari.

(1) La spedizione di ʿUyayna ibn Ḥiṣn al-Fazārī

Muḥarram del nono anno dell’Egira

ʿUyayna fu inviato alla tribù dei Banū Tamīm alla guida di cinquanta cavalieri. Il motivo era che i Banū Tamīm incitavano diverse tribù e le dissuadevano dal pagare la jizya. A questa spedizione non partecipò nessuno degli Emigrati né degli Anṣār.

ʿUyayna ibn Ḥanān marciava di notte e si nascondeva durante il giorno. Dopo aver proceduto in questo modo, giunse nel luogo stabilito e inseguì gli uomini della tribù dei Banū Tamīm. Essi fuggirono a perdifiato. Tuttavia, i musulmani catturarono undici uomini, ventuno donne e trenta bambini. Li condussero a Medina e li tennero prigionieri nella casa di Ramla bint al-Ḥārith.

In seguito giunsero dieci capi della tribù dei Banū Tamīm per discutere della liberazione dei prigionieri. Si recarono alla porta della casa del Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, e gridarono: «O Muḥammad, vieni da noi». Il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, uscì. Essi lo abbracciarono e cominciarono a conversare con lui. Il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, trascorse del tempo con loro. Nel frattempo giunse l’ora della preghiera di mezzogiorno. Egli guidò la preghiera. Al termine della preghiera si sedette nel cortile della moschea. I capi dei Banū Tamīm, desiderando un dibattito per ostentare il proprio orgoglio e la propria arroganza, fecero avanzare il loro oratore, ʿAṭāʾ ibn Ḥājib. Egli pronunciò un discorso. Il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, ordinò al predicatore dell’Islam, il venerabile Thābit ibn Qays Shammās, di rispondergli. Egli pronunciò il discorso di replica. Dopodiché i capi dei Banū Tamīm fecero avanzare il poeta della loro tribù, Jaikal ibn Badr. Egli recitò alcune poesie che ostentavano orgoglio e arroganza. Il poeta dell’Islam, il venerabile Ḥassān ibn Thābit, gli rispose.

Quando entrambi gli oratori ebbero terminato i loro discorsi e i due poeti ebbero terminato di recitare le loro poesie, al-Aqraʿ ibn Ḥābis disse: «Il loro oratore ha pronunciato un discorso più incisivo del nostro oratore, e il loro poeta ha recitato poesie migliori del nostro poeta. La voce del loro oratore e del loro poeta è più alta di quella del nostro oratore e del nostro poeta». Dopo ciò, i capi dei Banū Tamīm, giunti in visita, abbracciarono l’Islam. Il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, fece loro dono di schiave e restituì le donne e i bambini prigionieri. [1] Gli studiosi esperti di storia delle guerre hanno riferito che questo episodio ebbe luogo nel mese di Muḥarram del nono anno dell’Egira. Da ciò si comprende che al-Aqraʿ ibn Ḥābis si convertì all’Islam proprio allora. Tuttavia, gli autori delle biografie del Profeta hanno scritto che il Messaggero di Allah disse di restituire i prigionieri della tribù dei Banū Hawāzin. In quell’occasione al-Aqraʿ ibn Ḥābis disse: «Io e i Banū Tamīm non li restituiremo». Ciò dimostra che al-Aqraʿ ibn Ḥābis si era convertito all’Islam prima del mese di Muḥarram del nono anno dell’Egira.

2. La spedizione di Quṭba ibn ʿĀmir

Il mese di Safar del nono anno dell’Egira

Questa spedizione partì in direzione di un ramo della tribù dei Khath’am, nella zona di Tabāla, presso Torba. Qutba partì con venti uomini. Disponevano di dieci cammelli, sui quali cavalcarono a turno. I musulmani lanciarono un attacco improvviso, dando inizio a uno scontro violento. Diversi uomini di entrambe le parti rimasero feriti. Qutba fu ucciso insieme ad alcuni compagni. Nonostante ciò, i musulmani portarono a Medina pecore, capre e bambini.

3. La spedizione di al-Ḍaḥḥāk ibn Sufyān al-Kilābī

Il mese di Rabīʿ al-Awwal del nono anno dell’Egira

Questa spedizione fu inviata per invitare la tribù dei Banū Kilāb ad abbracciare l’Islam. Tuttavia, poiché essi rifiutarono di accettare l’Islam, ebbe inizio una battaglia. I musulmani li sconfissero e uccisero uno dei loro uomini.

4. La spedizione di ʿAlqama ibn Mujazziz al-Mudlijī

Il mese di Rabīʿ al-Awwal del nono anno dell’Egira

ʿAlqama fu inviato verso la costa di Jeddah al comando di trecento soldati. Il motivo era che alcuni Abissini si erano radunati nei pressi della costa di Jeddah. Volevano compiere razzie e saccheggi ai danni degli abitanti della Mecca. ʿAlqama condusse una spedizione via mare e avanzò fino a un’isola. Quando gli Abissini vennero a sapere dell’arrivo dei musulmani, fuggirono. 2[ Fatḥ al-Bārī, vol. 8, p. 59[

5. La spedizione di Ali ibn Abi Talib

Nel mese di Rabi al-awwal del nono anno dell’Egira

Ali fu inviato a distruggere un idolo chiamato Kalas o Kalisa, appartenente alla tribù dei Tayy. Sotto la guida di Ali partirono centocinquanta soldati, con cento cammelli e cinquanta cavalli. Portavano stendardi bianchi e neri. All’ora della preghiera dell’alba, i musulmani attaccarono il quartiere di Hatim al-Ta’i e distrussero l’idolo di Kalas. In seguito furono catturate molte persone, quadrupedi, pecore e capre. Tra i prigionieri vi era anche la figlia di Hatim al-Ta’i. Suo figlio Adi ibn Hatim fuggì verso la Siria. Nella casa dell’idolo di Kalas, i musulmani trovarono tre spade e tre corazze. Sulla via del ritorno fu distribuito il bottino. La figlia di Hatim al-Ta’i non fu assegnata a nessuno nella spartizione.

Dopo essere giunta a Medina, la figlia di Hatim al-Ta’i chiese misericordia al Messaggero di Allah e disse: «O Messaggero di Allah, colui che avrebbe potuto venire qui oggi è scomparso. Mio padre è morto. Io sono anziana e non ho la forza di servire. Abbi misericordia di me; Allah avrà misericordia di te». Il Profeta Mustafa le chiese: «Chi avrebbe potuto venire per te?». Ella rispose: «Mio fratello Adi ibn Hatim». Il Messaggero di Allah disse: «È quell’uomo che è fuggito da Allah e dal Suo Messaggero». Dopo aver detto ciò, il Profeta Mustafa se ne andò. Per tre giorni si svolse lo stesso scambio di domande e risposte. Il terzo giorno il Messaggero di Allah, mosso a compassione, liberò la figlia di Hatim. In quel momento era presente un Compagno, probabilmente Ali, che disse alla donna: «Chiedi anche al misericordioso Profeta una cavalcatura». La donna lo fece. Allora il Messaggero di Allah ordinò di procurare anche una cavalcatura per la figlia di Hatim.

Dopo essere stata liberata a Medina, la figlia di Hatim si recò direttamente in Siria. Incontrati i suoi fratelli, disse: «Il misericordioso Profeta ha mostrato una misericordia che neppure vostro padre avrebbe potuto mostrare. Andate da lui con timore e speranza». In seguito Adi ibn Hatim si recò a Medina e incontrò direttamente il Messaggero di Allah. Il Profeta Mustafa lo fece sedere davanti a sé e disse: «Da dove stai fuggendo? Stai fuggendo da Allah e dal Suo Messaggero? Se è così, dimmi: conosci forse qualche altra divinità all’infuori di Allah?». Egli rispose: «No». Il Profeta Mustafa disse: «Ascolta: sugli ebrei vi è la maledizione di Allah, mentre i cristiani sono traviati». Adi disse: «Allora io sono un musulmano ostinato». Udendo ciò, il volto del Profeta Mustafa brillò di gioia. Egli sistemò il figlio di Hatim nella casa di un Ansar. Da allora Adi ibn Hatim si presentava dal Profeta Mustafa al mattino e alla sera. 3 [Zad al-Ma‘ad, vol. 2, p. 205]

Ibn Ishaq ha narrato da Adi ibn Hatim che il Profeta Mustafa lo fece sedere davanti a sé nella sua casa e gli chiese: «Adi ibn Hatim, non eri forse un sacerdote?». Adi disse: «Risposi: “Sì, lo ero”». Il Profeta disse: «Non prendevi forse un quarto del bottino della tua gente?». Risposi: «Sì, proprio così». Egli disse: «Eppure ciò non è lecito nella vostra religione». Risposi: «Sì, è così». In quel momento compresi che egli era una guida veritiera e il Messaggero inviato da Allah, perché mi aveva parlato di una cosa che normalmente non avrebbe potuto conoscere. 4 [Ibn Hisham, vol. 2, p. 581]

Nella narrazione del Musnad di Ahmad si riferisce che il Messaggero di Allah disse: «O Adi, abbraccia l’Islam e sarai salvo». Risposi: «Io seguo già una religione». Egli disse: «Io conosco la tua religione meglio di te». Domandai: «Conoscete la mia religione meglio di me?». Egli rispose: «Sì. Non è forse vero che eri un sacerdote e che consumavi un quarto del bottino della tua gente?». Risposi: «Sì, è così». Il Profeta Mustafa disse: «Ma questo non è lecito secondo la vostra religione». A queste parole del Profeta Mustafa chinai il capo. 5 [Musnad di Ahmad, vol. 7, pp. 258-278]

Nel Sahih di al-Bukhari è narrato da Adi ibn Hatim: «Ero seduto davanti al Profeta Mustafa quando arrivò un uomo che riferì di essere affamato. Poi ne arrivò un altro che si lamentò dei briganti. Il Profeta Mustafa disse: “O Adi, hai visto la città di Hira? Se vivrai a lungo, vedrai una donna venire da Hira a dorso di cavallo e compiere il tawaf intorno alla Kaaba. In quel momento non avrà altro timore se non quello di Allah. Se vivrai a lungo, conquisterete i tesori di Kisra. Se vivrai a lungo, vedrai portare oro raccolto in grembo per distribuirlo, ma non si troverà nessuno che lo accetti”». Al termine di questa narrazione è riportato che Adi disse: «Ho visto una donna giungere da Hira su una portantina e compiere il tawaf intorno alla Kaaba, senza temere nessuno all’infuori di Allah. Io stesso ero tra coloro che conquistarono i tesori di Kisra. Se vivrete a lungo, troverete anche la prova della veridicità delle parole di Abu al-Qasim: egli disse che sarebbe stato portato oro raccolto in grembo per distribuirlo, ma non si sarebbe trovato nessuno disposto ad accettarlo». 6 [Sahih di al-Bukhari, vol. 1, p. 507]

 

La spedizione di Tabuk

La conquista della Mecca fu una campagna decisiva tra la verità e la falsità. Dopo questa campagna, nei cuori degli abitanti della Mecca non rimase alcun dubbio riguardo alla profezia e alla missione apostolica del Profeta, pace e benedizioni di Allah su di lui. Pertanto, la situazione cambiò in modo sorprendente. La gente abbracciava l’Islam a gruppi. Ne parleremo dettagliatamente nel capitolo dedicato all’invio delle delegazioni. Anche il numero dei musulmani presenti durante il Pellegrinaggio d’Addio permette di farsi un’idea al riguardo. In breve, poiché i problemi interni erano quasi risolti, i musulmani cominciarono a dedicarsi con massimo impegno alla diffusione universale degli insegnamenti della legge islamica e alla propagazione dell’Islam.

La causa della guerra

A quel tempo, una potenza aveva rivolto la propria attenzione verso Medina e cercava di provocare uno scontro con i musulmani senza alcuna provocazione da parte loro. Era la potenza romana. Nel mondo contemporaneo era la più grande e la più potente. È stato già menzionato che l’origine di questo conflitto risaliva a Sharhabil ibn ‘Amr al-Ghassani. Costui aveva ucciso Harith ibn ‘Umayr al-Azdi, inviato del Profeta Mustafa, pace e benedizioni di Allah su di lui. L’inviato era stato mandato dal governatore di Bosra. In seguito, il Profeta Mustafa, pace e benedizioni di Allah su di lui, inviò un contingente sotto il comando di Zayd ibn Haritha. Ne seguì la battaglia di Mu’ta in territorio romano. Tuttavia, l’esercito musulmano non riuscì a vendicarsi dei nemici. Ciononostante, questa spedizione esercitò un’influenza di vasta portata sugli abitanti dell’Arabia, vicini e lontani.

L’imperatore di Roma non poteva ignorare questi effetti, le loro conseguenze e la loro portata. In seguito alle spedizioni musulmane, il sentimento d’indipendenza aveva cominciato a manifestarsi tra le varie tribù arabe. Per lui era una situazione pericolosa. D’altra parte, il desiderio d’indipendenza della popolazione stava diventando una sfida per i Romani nelle regioni di confine. In particolare, la tensione aumentava al confine con la Siria. Per questo l’imperatore di Roma pensò che fosse necessario reprimere e annientare la potenza musulmana prima che diventasse pericolosa. Così non avrebbe dato alle regioni arabe legate a Roma l’opportunità di essere sconvolte da discordie e disordini.

A causa di queste guerre, prima ancora che fosse trascorso un anno dalla battaglia di Mu’ta, l’imperatore di Roma cominciò a radunare truppe tra gli abitanti di Roma e nelle regioni arabe sottoposte al dominio romano. Era la preparazione preliminare a un terribile e sanguinoso scontro con i musulmani.

Le notizie generali sui preparativi di Roma e Ghassan

Nel frattempo, a Medina giungevano gradualmente notizie secondo cui a Roma erano in corso i preparativi per una guerra decisiva contro i musulmani. Ricevuta questa notizia, i musulmani trascorrevano le loro giornate in agitazione e apprensione. Al minimo rumore improvviso sobbalzavano, pensando che i Romani fossero ormai arrivati. Nel nono anno dell’Egira accadde un episodio. Da questo episodio si può comprendere l’ansia e la preoccupazione dei musulmani. In quel periodo, il Messaggero di Allah, pace e benedizioni di Allah su di lui, fece voto di astinenza dalle sue mogli e si ritirò in una stanza separata, lasciandole. I Compagni, all’inizio, non riuscivano a capire cosa stesse accadendo. Pensarono che il Profeta Mustafa, pace e benedizioni di Allah su di lui, avesse divorziato dalle sue mogli. Tra i Compagni si diffuse una profonda inquietudine e sofferenza. ‘Umar ibn al-Khattab, che Allah sia soddisfatto di lui, raccontando questo episodio disse: «Avevo un compagno degli Ansar. Quando ero assente dalla presenza del Profeta Mustafa, pace e benedizioni di Allah su di lui, egli veniva da me a portarmi le notizie; quando era lui ad assentarsi, io andavo da lui a portargli le notizie. Vivevamo entrambi nei sobborghi di Medina ed eravamo vicini di casa. Ci recavamo alternativamente al servizio del Profeta, pace e benedizioni di Allah su di lui. ‘Umar disse: In quel periodo eravamo preoccupati per il sovrano di Ghassan. Ci era stato detto che il re di Ghassan avrebbe potuto attaccarci. Per questo trascorrevamo sempre le nostre giornate nell’ansia e nell’apprensione. Un giorno il mio compagno ansarita venne all’improvviso, bussò alla porta e disse: “Apri, apri!”. Io chiesi: “È forse arrivato il Ghassanide?”. Egli rispose: “No, è accaduto qualcosa di ancora più grave”. Il Messaggero di Allah, pace e benedizioni di Allah su di lui, si è separato dalle sue mogli». Nota 2: Sahih al-Bukhari, vol. 2, p. 730.

In un’altra narrazione si riferisce che ʿUmar (raḍiy Allāhu ʿanhu) disse: «Tra noi si diffuse la notizia che l’imperatore dei Ghassanidi avesse preparato dei cavalli per attaccarci. Un giorno venne con me alla corte del Profeta Muḥammad ﷺ e cominciò a bussare energicamente alla porta. Dall’esterno egli gridò: “Ti sei addormentato?” Uscii preoccupato. Egli disse: “È accaduta una grande calamità”. Domandai: “Che cosa è successo? I Ghassanidi sono forse arrivati?” Egli rispose: “No, è accaduto qualcosa di ancora più grave. Il Messaggero di Allah ﷺ ha divorziato dalle sue mogli”. 3 [Ṣaḥīḥ al-Bukhārī, vol. 1, p. 334]

Da questo episodio si comprende quanto fosse grave, in quel periodo, la minaccia di un attacco romano contro i musulmani. Dopo l’arrivo del Profeta Muḥammad ﷺ a Medina, gli ipocriti diffondevano tra i musulmani notizie esagerate sui preparativi bellici dei Romani. Tuttavia, osservavano che il Messaggero di Allah ﷺ aveva successo in ogni ambito e non temeva alcuna potenza del mondo. Ogni ostacolo che gli si presentava davanti veniva ridotto in pezzi. Nonostante ciò, gli ipocriti speravano segretamente che questa volta i musulmani non si sarebbero salvati e che avrebbero subito una terribile sconfitta. Il giorno in cui avrebbero assistito a quello spettacolo tanto atteso non era ormai lontano. In questo clima di pensieri e propositi, costruirono una moschea, nota come “Moschea di Dirar”. Gli ipocriti si riunivano in quella moschea, conversavano e tramavano ogni sorta di complotto contro i musulmani. Essa era stata costruita con l’obiettivo di creare divisione e disordine tra i musulmani, provocare una frattura nell’unità della comunità islamica e prepararsi ad aiutare i nemici. Non si limitarono a dedicarsi ad attività ostili all’Islam in quella moschea fondata con intenti malvagi; chiesero inoltre al Profeta ﷺ di guidarvi la preghiera. In questo modo gli ipocriti volevano ingannare i musulmani semplici e sinceri. Se il Profeta ﷺ avesse pregato anche una sola volta in quel luogo, i musulmani comuni non avrebbero compreso il ripugnante scopo della moschea fondata dagli ipocriti. Non avrebbero neppure immaginato quali terribili complotti e cospirazioni venissero orditi contro di loro in quella casa chiamata moschea. Inoltre, non avrebbero prestato attenzione a chi frequentava quella moschea. Così essa sarebbe diventata un covo delle cospirazioni degli ipocriti e dei loro alleati esterni. Tuttavia, il Messaggero di Allah ﷺ non accettò di pregare immediatamente in quella moschea. Disse: “Se Allah vuole, pregherò in quella moschea al mio ritorno dalla guerra”. In quel periodo era impegnato nei preparativi bellici. Ma gli ipocriti non riuscirono a realizzare il loro intento. Allah svelò la loro cospirazione. Al ritorno dalla guerra, invece di pregare in quella moschea, il Profeta ﷺ la fece demolire.

Notizie particolari sui preparativi di Roma e dei Ghassanidi

In quel periodo, dai Nabatei che si recavano in Siria per acquistare olio, si apprese all’improvviso che Eraclio aveva radunato un esercito di quarantamila soldati temibili e che un celebre guerriero romano ne aveva assunto il comando. Quel comandante aveva riunito sotto il suo comando le tribù cristiane, tra cui Lakhm e Jutham, e l’avanguardia era giunta in un luogo chiamato Balqāʾ. In tal modo, davanti ai musulmani si presentò una grave difficoltà. 4 [Essi erano discendenti di Nabate, figlio di Ismāʿīl (ʿalayhi as-salām). Un tempo avevano esteso il loro dominio su Petra e sulle regioni settentrionali del Ḥijāz. Col passare del tempo, però, indebolitisi, si trasformarono in agricoltori e commercianti.]

La delicatezza della situazione

In quel periodo faceva un caldo intenso. Nel paese prevalevano difficoltà economiche e una situazione quasi carestiale. Per questo molti desideravano restare all’ombra e vicino ai frutti. Non volevano partire immediatamente per la guerra. Inoltre, la distanza da percorrere era notevole e la strada era impervia e accidentata. Nel complesso, la situazione era estremamente delicata.

Una decisione immediata

Il Profeta di Allah, dopo aver valutato la situazione, era favorevole ad adottare misure immediate. Comprendeva che, se in quel momento di crisi si fosse mostrata negligenza e inerzia nel combattere i Romani, questi sarebbero entrati nelle regioni conquistate e abitate dai musulmani. Di conseguenza, si sarebbero prodotti effetti gravissimi sulla chiamata all’Islam, sulla sua diffusione e sul suo sviluppo. I musulmani avrebbero perso la loro superiorità militare. Le forze del falso e dell’incredulità, sconfitte nella battaglia di Ḥunayn, si sarebbero riprese e avrebbero riacquistato vigore. Gli ipocriti che mantenevano contatti segreti con le potenze esterne e aspettavano il momento e l’occasione opportuni avrebbero pugnalato i musulmani alle spalle. Dietro di loro ci sarebbero stati i nemici e gli ipocriti, mentre davanti avrebbero avuto le truppe romane miscredenti. In tal modo, gli sforzi e i sacrifici dedicati alla diffusione e allo sviluppo dell’Islam si sarebbero avviati verso il fallimento. Le lunghe sofferenze del Profeta e dei Compagni sarebbero state vane. Il successo ottenuto con tanta difficoltà si sarebbe trasformato in fallimento. Eppure, alle spalle di questo successo vi era una storia assai lunga di sacrificio e perseveranza da parte dei musulmani.

Il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, comprendeva perfettamente queste possibilità. Decise pertanto che, invece di consentire agli infedeli di entrare nei territori occupati e abitati dai musulmani, sarebbe stato meglio colpirli direttamente nelle loro terre.

Annuncio dei preparativi di guerra contro i Romani

Dopo aver esaminato le questioni sopra menzionate, il Profeta eletto, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, ordinò ai Compagni di prepararsi alla guerra. Anche agli abitanti della Mecca e alle varie tribù arabe fu ordinato di prepararsi alla guerra. In altre occasioni, il nobile Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, adottava una strategia diversa e teneva segreta la destinazione. Questa volta, però, non lo fece. Annunciò pubblicamente che ci sarebbe stata una guerra contro i Romani.

L’annuncio pubblico della guerra fu fatto affinché i musulmani potessero prepararsi adeguatamente. Fu inoltre rivelata una parte della sura al-Tawba per incoraggiare i musulmani a prepararsi alla guerra. Allo stesso tempo, egli illustrò il merito dell’elemosina e della beneficenza e incoraggiò i musulmani a spendere ricchezze e beni sulla via di Allah.

Gli sforzi dei musulmani per prepararsi alla guerra

I venerabili Compagni iniziarono a prepararsi alla guerra non appena ricevettero l’ordine del Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace. I musulmani desiderosi di partecipare arrivavano da ogni parte di Medina. Nessuno, tranne coloro nei cui cuori vi era l’ipocrisia, cioè la malattia della nifaq, poteva neppure pensare di rimanere lontano da questa guerra. Vi erano però tre categorie di musulmani particolari. Nella loro fede e nelle loro opere non vi era alcun difetto. I musulmani poveri e affamati giungevano e chiedevano che fossero procurati loro dei mezzi di trasporto. Ma il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, dichiarava di non esserne in grado. A questo proposito Allah l’Altissimo dice nella sura al-Tawba: «Non c’è colpa per coloro che vennero da te perché provvedessi loro una cavalcatura e tu dicesti: “Non trovo alcuna cavalcatura per voi”. Essi tornarono con gli occhi colmi di lacrime, afflitti per non poter spendere».

I musulmani cercavano di superarsi l’un l’altro nella sadaqa e nella beneficenza. Uthman, che Allah si compiaccia di lui, aveva preparato una carovana destinata a essere inviata in Siria per il commercio. Era composta da duecento cammelli ben equipaggiati. Vi erano anche duecento uqiyya, cioè circa ventinove chili e mezzo d’argento, e donò tutto questo. In seguito donò altri cento cammelli, anch’essi ben equipaggiati. Portò inoltre mille dinari, cioè circa cinque chili d’oro. Il Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, li esaminava rigirandoli tra le mani e diceva: «Dopo oggi, qualunque cosa faccia Uthman, non gli recherà alcun danno». 5 (Jamiʿ al-Tirmidhi, virtù di Uthman ibn Affan, vol. 2, p. 211). Anche dopo questo, Uthman continuò a fare elemosine. Complessivamente, oltre al denaro contante, la sua sadaqa ammontò a novecento cammelli e cento cavalli.

Nel frattempo, Abd al-Rahman ibn Awf, che Allah si compiaccia di lui, portò duecento uqiyya, cioè circa ventinove chili e mezzo d’argento. Abu Bakr al-Siddiq, che Allah si compiaccia di lui, portò tutto ciò che aveva in casa, lasciandovi soltanto Allah l’Altissimo e il Suo Messaggero. La sua sadaqa ammontava a quattromila dirham. Fu il primo a presentarsi con la propria elemosina. Umar, che Allah si compiaccia di lui, si presentò con metà dei suoi beni. Anche Abbas, che Allah si compiaccia di lui, portò una grande quantità delle sue ricchezze. Talha, Saʿd ibn Ubadah e Muhammad ibn Maslama si presentarono anch’essi con molte ricchezze. Asim ibn Adi portò novanta wasq di datteri, cioè tredicimila cinquecento chili, equivalenti a tredici tonnellate e un quarto. Anche gli altri Compagni portarono elemosine secondo le loro possibilità. Alcuni donarono una manciata, altri due manciate; non avevano la possibilità di dare di più.

Le donne inviarono al cospetto del Profeta, sallallahu alayhi wa sallam, per quanto era loro possibile, le loro collane, cinture pettorali, orecchini, cavigliere, bracciali, anelli e altri ornamenti. Nessuna si trattenne, nessuna rimase indietro. Il pensiero dell’avarizia non sfiorò il cuore di nessuna. I منافقون deridevano coloro che facevano elemosine in grande quantità, dicendo: «Con una o due datteri pretendono di conquistare il paese di Cesare». A questo proposito, Allah l’Altissimo dice nella sura At-Tawba del Corano: «Coloro che, tra i credenti, accusano e deridono quelli che fanno spontaneamente elemosina e quelli che non trovano altro che il frutto del proprio lavoro, Allah li deride; per loro vi è un castigo doloroso».

L’esercito musulmano sulla via di Tabuk

L’esercito islamico fu preparato in un clima di grande entusiasmo e fervore. Il caro Profeta nominò quindi governatore di Medina Muhammad ibn Maslama o, secondo un’altra versione, Saba ibn Arfata, e ordinò ad Ali, che Allah sia soddisfatto di lui, di rimanere a Medina per occuparsi della sua famiglia. Ma gli ipocriti lo criticarono. Di conseguenza, Ali, che Allah sia soddisfatto di lui, lasciò Medina e raggiunse il Messaggero di Allah, sallallahu alayhi wa sallam. Il Profeta Mustafa, sallallahu alayhi wa sallam, lo rimandò a Medina e disse: «Non sei soddisfatto che il tuo rapporto con me sia come quello tra Mosè e Aronne? Certamente, dopo di me non verrà alcun profeta».

Dopo aver predisposto tutto ciò, il Profeta al-Amin, sallallahu alayhi wa sallam, si mise in marcia verso nord. Secondo la narrazione di an-Nasa’i, quel giorno era sabato. La destinazione era Tabuk. Il numero dei soldati musulmani era di trentamila. Fino ad allora non era mai stato formato un esercito così grande. Nonostante ogni sforzo dei musulmani, non fu possibile fornire equipaggiamento completo a un esercito tanto numeroso. I mezzi di trasporto e le provviste erano insufficienti. Vi era un cammello ogni diciotto soldati, e quei diciotto vi montavano a turno. A causa della scarsità di cibo, spesso erano costretti a mangiare foglie degli alberi e, nonostante il numero esiguo dei cammelli, dovevano macellarne alcuni per la fame. Per queste ragioni, quell’esercito fu chiamato «Jaysh al-Usra», cioè l’esercito della difficoltà e della penuria.

Sulla via di Tabuk, l’esercito islamico passò per al-Hijr, cioè la zona in cui si era stabilita la tribù dei Thamud. I Thamud avevano scavato abitazioni nella roccia all’interno di Wadi al-Qura. I nobili Compagni attingevano acqua da un pozzo di quel luogo. Quando ebbero attinto l’acqua e stavano per ripartire, il Profeta al-Amin, sallallahu alayhi wa sallam, disse: «Non bevete l’acqua di questo luogo e non usatela neppure per l’abluzione. Prendete l’acqua da quel pozzo al quale beveva la cammella del profeta Salih, che Allah gli conceda la pace».

È narrato nel Sahih di al-Bukhari e nel Sahih di Muslim, da Abdallah ibn Umar, che Allah sia soddisfatto di lui, che, mentre il Profeta al-Amin, sallallahu alayhi wa sallam, attraversava al-Hijr, cioè la terra dei Thamud, disse: «Non entrate nei luoghi in cui dimoravano quei malvagi, affinché la calamità che li colpì non colpisca anche voi. Tuttavia, potete entrarvi piangendo». Poi si coprì il capo e attraversò rapidamente quel luogo. [6. Sahih al-Bukhari, vol. 2, p. 637]

Durante il cammino sorse una grave difficoltà per la mancanza d’acqua. Alla fine, i Compagni si rivolsero al Profeta al-Amin, sallallahu alayhi wa sallam. Egli pregò e Allah l’Altissimo mandò una nuvola. Cadde una pioggia abbondante. I Compagni bevvero a sazietà e conservarono anche la quantità d’acqua necessaria.

Quando furono giunti nelle vicinanze di Tabuk, il Profeta al-Amin, sallallahu alayhi wa sallam, disse: «Se Allah vuole, domani arriverete presso lo stagno di Tabuk. Tuttavia non potrete raggiungerlo prima dell’ora di duha. Coloro che vi arriveranno prima non tocchino l’acqua di quel luogo finché io non sarò arrivato».

Hazrat Muʿādh (che Allah sia soddisfatto di lui) racconta: quando arrivammo a Tabūk, trovammo che due nostri compagni ci erano già giunti. Dalla sorgente sgorgava solo poca acqua, a intervalli. Il Profeta al-Amīn (che Allah lo benedica e gli conceda la pace) chiese: «Avete toccato l’acqua di questa sorgente?». Essi risposero: «Sì». Udito ciò, il Profeta disse quanto Allah aveva voluto che dicesse. Poi prese dalla sorgente una piccola quantità d’acqua. Quando l’acqua, che scorreva lentamente, si raccolse nel palmo della mano, con essa si lavò le mani e il volto, quindi la versò di nuovo nella sorgente. Dopo ciò, dalla sorgente cominciò a sgorgare molta acqua. I Compagni ne bevvero con soddisfazione. Poi il Profeta mi disse: «O Muʿādh, se vivrai a lungo, vedrai questo luogo ricoprirsi di giardini rigogliosi». 7 [Sahih Muslim, vol. 2, p. 246]

Durante il viaggio verso Tabūk, oppure, secondo un’altra versione, dopo il suo arrivo a Tabūk, il Messaggero di Allah (che Allah lo benedica e gli conceda la pace) disse: «Questa notte ci sarà una tempesta violenta; nessuno di voi si alzi. Chi possiede un cammello ne tenga saldamente la corda». Durante la notte scoppiò una tempesta violenta. Un Compagno si era alzato; la furia della tempesta lo trascinò via e lo gettò tra due montagne. 1 [Ibid.]

Durante questo viaggio il Profeta riuniva le preghiere di zuhr e ʿasr, e quelle di maghrib e ʿishāʾ. Praticò sia il jamʿ taqdīm sia il jamʿ taʾkhīr. Il jamʿ taqdīm consiste nel compiere talvolta le preghiere di zuhr e ʿasr nel tempo di zuhr, e quelle di maghrib e ʿishāʾ nel tempo di maghrib. Il jamʿ taʾkhīr consiste nel compiere talvolta le preghiere di zuhr e ʿasr nel tempo di ʿasr. Talvolta compiva quelle di maghrib e ʿishāʾ nel loro tempo.

L’esercito islamico a Tabūk

Dopo che l’esercito islamico ebbe fatto sosta a Tabūk, i soldati piantarono le tende. Erano pronti a combattere contro i soldati romani. Il Profeta al-Amīn (che Allah lo benedica e gli conceda la pace) pronunciò davanti ai Compagni un discorso con parole ardenti. In quel discorso li incoraggiò e diede loro buone notizie riguardo al bene di questo mondo e dell’Aldilà. Le parole del discorso accrebbero il morale dei soldati, e nessuna privazione sembrò loro importante. D’altra parte, la situazione dei Romani e del loro esercito divenne tale che, appresa la notizia dell’arrivo del possente esercito musulmano, furono presi dalla paura e non ebbero il coraggio di avanzare per affrontarlo. Si dispersero nelle loro città. Questa ritirata dei miscredenti si rivelò vantaggiosa per i musulmani. In Arabia e oltre i suoi confini si cominciò a parlare della superiorità della forza militare dei musulmani. Il successo politico ottenuto dai musulmani in questa spedizione non sarebbe stato possibile se avessero combattuto contro i Romani.

In dettaglio, Yaḥnā ibn Ruʾba, governatore di Īlah, si recò dal Profeta al-Amīn e concluse un trattato di pace accettando di pagare la jizya. Anche gli abitanti di Jarāʾ e Adhruḥ si presentarono e accettarono la condizione di pagare la jizya. Il Profeta (che Allah lo benedica e gli conceda la pace) consegnò loro un documento scritto del trattato, che essi conservarono. Il trattato o patto di pace scritto al governatore di Īlah era il seguente: «Nel nome di Allah, il Misericordioso, il Clementissimo. Questo salvacondotto è scritto da parte di Allah e del Profeta Muḥammad (che Allah lo benedica e gli conceda la pace) per Yaḥnā ibn Ruʾba e per gli abitanti di Īlah. Allah e il Profeta Muḥammad garantiscono protezione alle loro navi e carovane, per terra e per mare; questa garanzia vale anche per i Siriani e per gli abitanti delle coste che saranno con Yaḥnā. Tuttavia, se qualcuno tra loro fomenterà disordini, Muḥammad non potrà garantire la sicurezza della sua vita in cambio dei suoi beni. I beni di una simile persona potranno essere legittimamente presi da chiunque li riceva. Non sarà loro vietato scendere presso alcun pozzo né percorrere alcuna via, per terra o per mare».

Inoltre, il Messaggero di Allah (che Allah lo benedica e gli conceda la pace) inviò Ḫālid ibn al-Walīd con un reparto di 420 soldati da ʿUkaydir, governatore di Dūmat al-Jandal. A Ḫālid fu detto: «Vedrai che egli sarà a caccia di una vacca selvatica». Ḫālid partì. Quando il castello del governatore era ormai in vista, all’improvviso uscì una vacca selvatica e cominciò a cozzare contro la porta del castello. ʿUkaydir uscì per cacciare quella vacca. Ḫālid (che Allah sia soddisfatto di lui), insieme ai suoi soldati, arrestò ʿUkaydir e lo condusse davanti al Messaggero di Allah (che Allah lo benedica e gli conceda la pace). Egli gli concesse salva la vita e concluse un accordo a condizione di ricevere duemila cammelli, ottocento schiavi, quattrocento armature e quattrocento lance.

ʿUkaydir accettò inoltre di pagare la jizya. Il Profeta concluse con ʿUkaydir, insieme a Yaḥnā, un trattato di pace alle condizioni riguardanti Dūmah, Tabūk, Īlah e Taymāʾ.

Vedendo questa situazione, le tribù asservite ai Romani compresero che i Romani non avevano più terreno sotto i piedi. Ora il padrone era cambiato. Non c’era più bisogno di obbedire ai Romani: i giorni del loro dominio erano finiti. Per questo anch’esse divennero alleate dei musulmani. In tal modo i confini dello Stato islamico si estesero fino a unirsi alla frontiera romana, mentre il dominio e l’influenza dei Romani scomparvero in gran parte.

Il ritorno a Medina

L’esercito islamico tornò da Tabuk vittorioso e coronato dal successo. Non vi fu alcuno scontro. Quanto alla guerra, Allah era sufficiente per i credenti. Lungo il cammino, presso una stazione, dodici ipocriti tentarono di assassinare il Profeta Amin, che Allah lo benedica e gli conceda la pace. Con il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, si trovava Hadrat ‘Ammar (che Allah sia soddisfatto di lui). Egli avanzava tenendo la redine del cammello. Dietro di lui c’era Hadrat Hudhayfa ibn al-Yaman (che Allah sia soddisfatto di lui), che conduceva il cammello. Gli altri Compagni erano allora lontani. I cospiratori ipocriti considerarono quel momento un’occasione d’oro e avanzarono per attuare il loro empio intento. Due Compagni che accompagnavano il Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, udirono i passi degli ipocriti. I dodici ipocriti avanzavano con il volto coperto. Il nobile Profeta comprese ciò che stava accadendo e mandò Hadrat Hudhayfa. Hadrat Hudhayfa si portò verso la parte posteriore e cominciò a colpire alla rinfusa i cammelli cavalcati dagli ipocriti. Attraverso quei colpi, Allah li intimorì. Essi tornarono rapidamente indietro e si mescolarono ai nobili Compagni. In seguito il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, rivelò i loro nomi e smascherò il complotto. Per questo Hadrat Hudhayfa è chiamato «Rāzdān», cioè colui che custodisce i segreti. Riguardo a questo episodio, Allah dice: «Hanno tramato ciò che non hanno potuto realizzare», cioè avevano intenzione di compiere quell’azione, ma non vi riuscirono.

Nella fase conclusiva del viaggio, il Profeta Amin, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, vedendo Medina da lontano disse: «Quella è Taba, quella è Uhud. Questo è il monte che ci ama e che anche noi amiamo». Quando la notizia del suo arrivo si diffuse a Medina, giovani e anziani, uomini e donne, uscirono ad accoglierlo con grande entusiasmo. Allora cantavano [Queste sono parole di Ibn al-Qayyim. L’argomento è stato già discusso in precedenza]: «Su di noi è sorta la luna piena da Thaniyyat al-Wada‘. Finché vi sarà chi invoca Allah, per noi sarà doveroso rendere grazie».

Il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, era partito per Tabuk nel mese di Rajab e vi era tornato nel mese di Ramadan. L’intero viaggio era durato cinquanta giorni: egli rimase venti giorni a Tabuk e ne impiegò trenta per l’andata e il ritorno. Questa fu l’ultima spedizione del Profeta Muhammad, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, alla quale partecipò personalmente durante la sua vita.

Descrizione degli oppositori

La battaglia di Tabuk fu, a causa delle circostanze particolari, una dura prova da parte di Allah, il Signore dei mondi. Attraverso di essa divenne evidente la differenza tra i credenti e gli altri. In momenti così difficili Allah mette alla prova i credenti. Come dice Allah nella sura Āl ‘Imrān: «Allah non può lasciare i credenti nella condizione in cui vi trovate, finché non separi il malvagio dal buono. Allah non è colui che vi informa sull’invisibile, ma sceglie tra i Suoi messaggeri chi vuole».

A questa guerra parteciparono tutti i credenti sinceri, e l’assenza dalla spedizione fu considerata un segno di ipocrisia. Quando qualcuno rimaneva indietro e ciò veniva riferito al Profeta Amin, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, egli diceva: «Lasciate stare la sua questione. Se c’è del bene in lui, Allah ve lo farà presto giungere; e se non c’è, presto vi libererà da lui». In breve, due categorie di persone rimasero lontane da questa guerra. Una categoria era composta da coloro che avevano una giustificazione o erano incapaci; l’altra dagli ipocriti. Erano ipocriti coloro la cui pretesa di credere in Allah e nel Suo Messaggero, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, era falsa; essi presentarono false scuse per non partecipare alla guerra. Alcuni di loro non chiesero neppure al Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, il permesso di non partire. Tuttavia, tra questi vi erano tre uomini fermamente credenti e sinceri. Rimasero lontani dalla guerra senza alcuna ragione valida. Allah li sottopose a una dura prova e alla fine accettò il loro pentimento.

Il resoconto di questo episodio è il seguente: al ritorno dalla spedizione, il Profeta dei Messaggeri, pace e benedizioni di Allah su di lui, secondo la sua consuetudine, si recò dapprima nella Moschea del Profeta e compì due rakʿat di preghiera. Poi si sedette lì. Il numero degli ipocriti era di ottanta o poco più. 10[Al-Waqidi scrive che questo era il numero degli ipocriti di Medina. Inoltre, il numero degli ipocriti dei Banu Ghifar e di altre tribù era ottantadue. Nel conteggio non furono inclusi ʿAbdullah ibn Ubayy e i suoi seguaci. Anche il loro numero era considerevole. Si veda Fath al-Bari, vol. 8, p. 119] Essi vennero alla Moschea del Profeta, esposero le loro scuse per non essere potuti andare in guerra e giurarono ripetutamente.

Il Profeta dei Messaggeri, pace e benedizioni di Allah su di lui, accettò le loro dichiarazioni esteriori, ricevette il loro giuramento di fedeltà, pregò Allah di perdonarli e affidò a Lui la loro condizione interiore.

Restava da trattare il caso dei tre credenti sinceri: Kaʿb ibn Malik, Murara ibn al-Rabiʿ e Hilal ibn Umayya. Essi dissero con sincerità che non avevano alcuna ragione per non andare in guerra. Udito ciò, il Profeta dei Messaggeri, pace e benedizioni di Allah su di lui, disse ai Compagni di non parlare con loro. Fu quindi imposto loro un boicottaggio totale. Le persone conosciute divennero estranee, la terra si fece terribile e, nonostante la sua vastità, il mondo divenne angusto per loro. La loro vita si trovò ad affrontare una grave difficoltà. La severità aumentò a tal punto che, dopo quaranta giorni, Allah l’Altissimo accettò il loro pentimento. Fu rivelato il seguente versetto della sura al-Tawba: «Egli perdonò anche i tre la cui decisione era stata rinviata, finché la terra, nonostante la sua vastità, divenne angusta per loro, le loro anime si sentirono oppresse e compresero che non vi è rifugio alcuno da Allah se non presso di Lui. Poi Egli si rivolse a loro con misericordia, affinché si pentissero. In verità, Allah è Colui che accetta il pentimento, il Misericordioso.»

Quando da parte di Allah fu annunciato il perdono, tutti i musulmani in generale e, in particolare, quei tre Compagni furono immensamente felici. I Compagni si affrettarono a diffondere la notizia tra loro. Si offrirono dolci a vicenda e fecero elemosine. In realtà, il giorno della rivelazione di questo versetto fu il giorno più felice e fortunato della loro vita.

Riguardo a coloro che non poterono partecipare alla spedizione a causa della debolezza e dell’impotenza, Allah l’Altissimo dice: «Non vi è colpa per i deboli, né per i malati, né per coloro che non trovano i mezzi, purché siano sinceramente devoti. Non vi è motivo di rimprovero contro coloro che agiscono rettamente. Allah è Perdonatore, Misericordioso.»

A proposito di costoro, quando il Profeta dei Messaggeri, pace e benedizioni di Allah su di lui, giunse nei pressi di Medina, disse: «A Medina vi sono alcune persone che sono state con voi ovunque siate andati e in qualunque luogo abbiate soggiornato. Non hanno potuto partecipare alla spedizione a causa dell’impotenza, cioè per una valida scusa.» I Compagni dissero: «O Messaggero di Allah, pace e benedizioni di Allah su di lui, erano forse con noi pur essendo rimasti a Medina?» Il Profeta dei Messaggeri disse: «Sì, anche rimanendo a Medina, erano con voi.»

Gli effetti di questa spedizione

La spedizione di Tabuk svolse un ruolo importante nell’estendere l’influenza dei musulmani sulla Penisola Arabica e nell’accrescerne la forza. La gente comprese chiaramente che, d’ora in poi, nella Penisola Arabica non sarebbe rimasta alcuna forza all’infuori dell’Islam. Il sogno che i politeisti e gli ipocriti coltivavano, tramando incessantemente contro i musulmani e aspettando l’occasione desiderata, andò anch’esso completamente in frantumi. Infatti, il fulcro delle loro speranze e aspirazioni era la potenza romana. A seguito di questa spedizione, anche tale speranza fu ridotta in polvere. Il morale dei miscredenti e degli ipocriti crollò. Essi compresero chiaramente che non vi era alcun modo di fuggire dall’Islam o di sottrarsi a esso.

In tali circostanze i musulmani non avevano alcun motivo di trattare con indulgenza gli ipocriti. Allah l’Altissimo ordinò di trattare gli ipocriti con severità. Fu persino vietato accettare le loro elemosine, celebrare la preghiera funebre per loro, invocare il perdono per loro e visitare le loro tombe. Fu inoltre ordinato di demolire il luogo di cospirazione che avevano costruito con il pretesto di una moschea. Furono rivelati versetti sugli ipocriti che li smascherarono completamente. Non rimase più alcuna difficoltà nel riconoscerli.

L’influenza della battaglia di Tabūk si comprende anche dal fatto che, sebbene dopo la conquista della Mecca le delegazioni di diversi Paesi avessero cominciato ad arrivare a Medina, dopo questa battaglia il loro numero aumentò molte volte. 11 [Le opere dalle quali è stata tratta la descrizione dettagliata di questa battaglia sono: Ibn Hishām, vol. II, pp. 515-537; Zād al-Maʿād, vol. III, pp. 2-13; Ṣaḥīḥ al-Bukhārī, vol. II, pp. 313-337; Fatḥ al-Bārī, vol. VIII, pp. 110-126; e Tafsīr fī Ẓilāl al-Qurʾān, Sūra al-Tawba.]

I versetti coranici al riguardo

A proposito di questa battaglia furono rivelati numerosi versetti nella Sūra al-Tawba. Alcuni furono rivelati prima della partenza per la battaglia e altri dopo il ritorno a Medina. Questi versetti descrissero dettagliatamente le circostanze della battaglia e smascherarono gli ipocriti. Essi annunciarono inoltre l’accettazione del pentimento dei credenti sinceri e degli uomini veritieri, sia di quelli che avevano partecipato alla battaglia sia di quelli che non vi avevano partecipato.

Alcuni avvenimenti significativi di questo periodo

Nel nono anno dell’Egira si verificarono diversi avvenimenti di grande importanza storica.

(1) Dopo il ritorno del Messaggero, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, da Tabūk, tra ʿUwaym al-Aslamī e sua moglie ebbe luogo il liʿān. Si precisa che il liʿān consiste nell’accusa di adulterio rivolta dal marito alla moglie in assenza di testimoni.

(2) Una donna adultera si recò al cospetto del Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, confessò il proprio peccato e chiese di essere punita. Le fu detto di tornare dopo aver partorito. Dopo aver svezzato il bambino, fu uccisa mediante lapidazione, cioè subì il rajm.

(3) Muore l’imperatore dell’Abissinia, Ashama Negus, e il Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, celebra per lui la preghiera funebre in sua assenza.

(4) Muore Umm Kulthum, figlia del Profeta, che Allah sia soddisfatto di lei. La sua morte getta nell’afflizione l’amato Profeta. Egli disse a Uthman, che Allah sia soddisfatto di lui: «Se avessi avuto una terza figlia, l’avrei data in sposa anche a te».

(5) Dopo il ritorno del Messaggero, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, da Tabuk, il capo degli ipocriti, Abdullah ibn Ubayy, cade in punto di morte. Il Profeta invoca per lui il perdono e, nonostante il divieto di Umar, che Allah sia soddisfatto di lui, celebra la sua preghiera funebre. In seguito viene rivelato un versetto del Corano e, a sostegno delle parole di Umar, che Allah sia soddisfatto di lui, viene vietata la preghiera funebre per gli ipocriti.

Il pellegrinaggio compiuto sotto la guida di Abu Bakr, che Allah sia soddisfatto di lui

Nel nono anno dell’Egira, nel mese di Dhu al-Qa‘da, o Dhu al-Hijja secondo un’altra versione, il Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, inviò alla Mecca il Siddiq Akbar, Abu Bakr, che Allah sia soddisfatto di lui, come comandante del pellegrinaggio.

In seguito furono rivelati i primi versetti della sura At-Tawba. In essi veniva ordinato di porre fine, sulla base della reciprocità, ai patti stipulati con i politeisti. Dopo la rivelazione di quest’ordine, il Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, inviò Ali, che Allah sia soddisfatto di lui, per proclamarlo. Questa era la consuetudine degli Arabi riguardo ai patti. Abu Bakr, che Allah sia soddisfatto di lui, incontrò Ali, che Allah sia soddisfatto di lui, nella pianura di Dajnan, o, secondo un’altra versione, di Arj. Abu Bakr, che Allah sia soddisfatto di lui, chiese: «Sei comandante o incaricato?». Ali, che Allah sia soddisfatto di lui, rispose: «Incaricato». Poi entrambi proseguirono. Poi entrambi proseguirono. Abu Bakr guidò il pellegrinaggio della gente. Il 10 di Dhu al-Hijja, cioè il giorno del Sacrificio, Ali, che Allah sia soddisfatto di lui, si fermò accanto ai pellegrini e, secondo le istruzioni del Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, fece un proclama. Annunciò cioè la cessazione di ogni tipo di patto e promessa. Fu concesso un termine di quattro mesi. Anche a coloro con i quali non esisteva alcun patto furono concessi quattro mesi; tuttavia, i patti dei politeisti che non avevano mancato di rispettare gli accordi con i musulmani e non avevano aiutato altri contro di loro rimasero validi fino alla scadenza stabilita.

Abu Bakr, che Allah sia soddisfatto di lui, mandò alcuni Compagni a proclamare che, d’ora in poi, nessun politeista avrebbe potuto compiere il pellegrinaggio e che nessuno avrebbe potuto circumambulare la Kaaba nudo.

Questo proclama fu in realtà il passo decisivo verso la fine dell’idolatria nella Penisola Arabica. In altre parole, dopo quell’anno non rimase più alcuna possibilità di recarvisi allo scopo di praticare l’idolatria. 1 (Per maggiori dettagli, si vedano Sahih al-Bukhari, vol. 1, pp. 220 e 451; vol. 2, pp. 626 e 671; Zad al-Ma‘ad, vol. 3, pp. 543-546; e i commentari coranici sui primi versetti della sura Bara’a.)

Breve rassegna delle guerre:

Osservando le guerre combattute sotto la guida del Nobile Messaggero, Hazrat Muhammad Mustafa, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, chiunque sarà moralmente costretto a riconoscere che egli fu il più grande e vittorioso comandante militare del mondo. Considerando le circostanze ambientali, il contesto, gli aspetti pertinenti e le conseguenze, egli possedeva un’intelligenza incomparabile. Il suo giudizio era infallibile e, nella piena lucidità della coscienza, ricco di profondo significato. Nel campo della profezia e della missione apostolica era Sayyid al-Mursalin, cioè il capo di tutti i profeti inviati. D’altra parte, per le qualità della leadership militare era straordinario e incomparabile. In tutte le guerre che guidò o per le quali inviò altri, era capace di esaminare le cause, l’ambiente e le circostanze e di adottare la strategia e la decisione corrette. La sua abilità militare e il suo coraggio erano unici. Nessuno poteva superarlo nel radunare le truppe, elaborare i piani di battaglia, determinare le posizioni e in ambiti analoghi. La sua perizia bellica dimostrò che era superiore persino ai più grandi esperti di guerra del mondo. Nei suoi piani di battaglia non vi era alcuna possibilità di subire la sconfitta. A questo proposito si può ricordare che quanto accadde nelle battaglie di Uhud e Hunayn non fu dovuto a un errore o a una carenza nei piani del Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace. La responsabilità ricadde soltanto sulle debolezze personali di alcuni soldati musulmani. Nella battaglia di Uhud, inoltre, furono ignorati i suoi ordini e le sue decisioni, importanti e inequivocabili.

In entrambe le battaglie i musulmani si trovarono sull’orlo della sconfitta. Non si trova da nessuna parte un esempio del coraggio e della fermezza che egli dimostrò in quei momenti. Anche quando era circondato dai nemici, rimaneva saldo e incrollabile e, con una perizia militare incomparabile, vanificava tutte le loro trame. Un episodio di questo genere si verificò nella battaglia di Uhud. Inoltre, nella battaglia di Hunayn, grazie alla sua abilità militare, la sconfitta dei musulmani si trasformò in una vittoria decisiva. Eppure la situazione pericolosa di Uhud e il panico sfrenato e l’agitazione di Hunayn privarono i comandanti militari della capacità di prendere decisioni. I loro nervi furono sottoposti a una pressione così grande che, in quel momento, il tentativo di salvarsi divenne la loro principale preoccupazione.

Questo riguarda l’aspetto militare delle guerre menzionate. Vi è però un altro aspetto ancora più importante. Attraverso queste guerre il Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, instaurò la pace e la sicurezza. Spense il fuoco della sedizione e del disordine. Nel conflitto tra l’Islam e il paganesimo annientò la forza, il potere e l’arroganza dei nemici. Li costrinse a riflettere liberamente sulla predicazione e sulla diffusione dell’Islam e a prendere le proprie decisioni. Inoltre, attraverso queste guerre, distinse i nemici dagli alleati. Fu resa chiara la differenza tra i veri musulmani e gli ipocriti.

Attraverso la conduzione delle campagne militari, il Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, formò nei comandanti musulmani una forza invincibile. In seguito, l’esercito da lui creato combatté in Iraq, Siria, Persia e a Roma e, adottando piani e strategie di guerra, sconfisse i più grandi esperti militari. Non solo: espulse i nemici dai loro territori, dalle loro ricchezze, dai campi, dalle fattorie, dai giardini, dagli specchi d’acqua e da altre risorse. In queste guerre il Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, provvide ai musulmani abitazioni, campi, fattorie e mezzi di sostentamento. Risolse il problema dei rifugiati privi di casa e di dimora. Procurò armi, cavalli e numerosi tipi di equipaggiamento militare. Eppure fece tutto questo senza alcuna oppressione, persecuzione o eccesso nei confronti degli avversari.

Il Nobile Profeta cambiò anche le cause che, nell’epoca dell’ignoranza, accendevano il fuoco della guerra. Nell’epoca della jāhiliyya, la guerra significava saccheggio, uccisione e distruzione, ingiustizia e oppressione, devastazione degli insediamenti, demolizione delle case e dei palazzi, violazione dell’onore delle donne e trattamento crudele e disumano di bambini e anziani. Inoltre, significava distruggere i raccolti dei campi e delle fattorie e uccidere il bestiame; in breve, lo scopo e l’obiettivo di quelle guerre erano il danno e la distruzione totali. L’Islam impedì queste odiose pratiche della guerra e trasformò la guerra in un jihād sacro. Tali guerre furono iniziate per cause ragionevoli e giuste, e il loro risultato fu benefico per gli esseri umani di ogni epoca. La loro verità è stata dimostrata in tutte le epoche successive. Dopo questi jihād, gli uomini compresero che il jihād è uno sforzo armato per liberare gli esseri umani dalla schiavitù degli altri esseri umani, sottrarli all’ingiustizia, all’oppressione e alla persecuzione e porli sotto un sistema fondato sulla giustizia e sull’equità. In altre parole, significa istituire un sistema in cui i potenti non possano opprimere i deboli, ma in cui i tiranni e gli oppressori siano indeboliti e vengano stabiliti i diritti degli oppressi e dei poveri. Così, il significato del jihād nell’Islam è proteggere quelle donne, quegli uomini e quei bambini deboli che pregano dicendo: «O nostro Signore, facci uscire da questa città i cui abitanti sono oppressori. Inviaci da parte Tua un protettore e un alleato, e aiutaci per mezzo di lui». Inoltre, il significato della guerra per i musulmani è liberare la terra di Allah dal tradimento, dall’ingiustizia, dall’oppressione e dal peccato e instaurarvi invece pace, sicurezza, misericordia e umanità. Il Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, stabilì nobili norme per la guerra. Non permise ai soldati e ai comandanti musulmani di oltrepassare tali norme. Hazrat Salman ibn Juwaydah ha narrato che, quando il Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, affidava a qualcuno il comando di un esercito, gli raccomandava il timore reverenziale di Allah, la pietà e il buon comportamento verso i compagni musulmani. Poi diceva: «Combatti nel nome di Allah e sulla via di Allah. Combatti, ma non commettere tradimento; non violare i patti e non agire con perfidia; non tagliare il naso, le orecchie o altre parti del corpo di nessuno e non uccidere alcun bambino».

Il Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, raccomandava inoltre al comandante da lui nominato di comportarsi con semplicità e benevolenza, di non ricorrere alla durezza, di offrire pace alle persone e di non odiare nessuno. 1 [Sahih Muslim, vol. 1, pp. 82-82]

Dopo essere giunto di notte in una località, il Nobile Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, non attaccava prima del mattino. Inoltre vietava severamente di appiccare il fuoco, cioè di incendiare qualsiasi cosa. Vietò di uccidere qualcuno dopo averlo legato, di colpire le donne e di ucciderle. Vietò il saccheggio. Disse che il bottino non è più lecito della carcassa di un animale. Vietò anche di distruggere i campi e le fattorie, uccidere gli animali quadrupedi e abbattere gli alberi e le piante. Tuttavia, in caso di particolare necessità, la questione è diversa.

Al momento della conquista della Mecca, il Messaggero — che Allah lo benedica e gli conceda la pace — disse: «Non aggredite alcun ferito, non inseguite alcun fuggiasco e non uccidete alcun prigioniero». Stabilì inoltre che nessun emissario dovesse essere ucciso. Disse anche che nessun cittadino non musulmano doveva essere ucciso. Disse persino che chiunque avesse ucciso senza motivo un cittadino non musulmano non avrebbe percepito neppure il profumo del Paradiso, sebbene la fragranza del Paradiso possa essere percepita alla distanza di quaranta anni di cammino.

Le ragioni menzionate, insieme a molte altre norme etiche più elevate, fecero sì che la guerra venisse purificata dalla sporcizia dell’epoca dell’ignoranza e trasformata nel sacro jihād.

L’ingresso delle persone, a gruppi, nella religione di Allah

Come è stato già ricordato, la conquista della Mecca fu una spedizione decisiva. In conseguenza di ciò, l’inconsistenza dell’idolatria divenne evidente agli arabi e il culto degli idoli ebbe fine. Per tutti gli arabi divenne chiara la distinzione tra verità e falsità. Essi cominciarono allora ad abbracciare rapidamente l’Islam. Hazrat ʿAmr ibn Salama — che Allah sia soddisfatto di lui — disse: «Abitavo presso uno stagno. La gente passava accanto a quello stagno e noi interrogavamo i viandanti riguardo a quell’uomo, cioè al Profeta — che Allah lo benedica e gli conceda la pace. I viandanti dicevano: “Egli sostiene che Allah l’Altissimo lo abbia inviato come profeta; gli viene inviata la rivelazione e in essa Allah l’Altissimo dice questo e quello”. Hazrat ʿAmr ibn Salama — che Allah sia soddisfatto di lui — disse: “Ascoltavo quelle parole e memorizzavo ciò che era menzionato nella rivelazione”. Gli arabi, dopo aver abbracciato l’Islam, attendevano la conquista della Mecca. Dicevano: “Lasciatelo stare, lui e la sua gente. Se prevarrà sulla propria gente, allora si capirà che è un vero profeta”. In seguito ebbe luogo la conquista della Mecca.»

Tutte le tribù si mossero per abbracciare l’Islam. Anche mio padre tornò dalla mia gente dopo aver appreso gli insegnamenti dell’Islam. Disse: «Vengo dal vero Profeta. Il Profeta ha detto: “Compite le preghiere in tali e tali momenti. Quando giunge il momento della preghiera, uno di voi pronunci l’adhān. Poi colui che tra voi conosce la maggior parte del Corano diriga la preghiera come imām”».

Da questo hadith si comprende chiaramente quanto la conquista della Mecca avesse influito sul cambiamento della situazione, sul rafforzamento dell’Islam, sulla definizione del ruolo degli arabi e sulla loro dedizione alla causa dell’Islam. Dopo la battaglia di Tabuk, questa situazione assunse una forma ancora più marcata. Per questo vediamo che, durante quei due anni, vale a dire il nono e il decimo anno dell’Egira, numerose delegazioni giunsero a Medina. In quel periodo le persone cercarono rifugio all’ombra dell’Islam a gruppi. Di conseguenza, al momento della conquista della Mecca i musulmani erano diecimila, mentre in meno di un anno, al tempo della battaglia di Tabuk, il loro numero era salito a trentamila.

Durante il Pellegrinaggio d’Addio si vide che il numero dei musulmani era salito a circa centoventiquattromila, secondo alcuni, e a centoquarantaquattromila, secondo altri. Intorno al Messaggero — che Allah lo benedica e gli conceda la pace — intonavano il grido «Labbayk!». Facevano risuonare cielo e terra con le lodi ad Allah, il Signore dei mondi. Sulle montagne e sulle colline, nelle pianure e nei campi, riecheggiava il richiamo al tawḥīd.

L’arrivo delle delegazioni

Gli storici menzionano più di settanta delegazioni. Non è possibile discuterne qui in dettaglio. Perciò ci soffermeremo soltanto sulle delegazioni storicamente più importanti. I lettori devono ricordare che, sebbene diverse delegazioni avessero cominciato a recarsi alla presenza del Nobile Profeta subito dopo la conquista della Mecca, alcune tribù avevano inviato le proprie delegazioni a Medina, alla presenza del Nobile Profeta, già prima della conquista della Mecca. Di seguito riportiamo l’identità di tali tribù e le circostanze del loro arrivo.

(1) La delegazione di ʿAbd al-Qays: la delegazione di questa tribù si presentò alla presenza del Profeta per la prima volta nel quinto anno dell’Egira e per la seconda volta nel nono anno. La prima volta, un uomo di quella tribù, di nome Munqidh ibn Ḥabbān, giunse a Medina con merci commerciali. In seguito si recò a Medina diverse altre volte. Dopo l’Egira del Profeta a Medina, vi si recò, venne a conoscenza dell’Islam e lo abbracciò. Dopo aver accettato l’Islam, si recò dalla sua tribù portando una lettera del Nobile Profeta. Ammirati dalla bellezza dell’Islam, anche gli appartenenti alla sua tribù abbracciarono l’Islam.

In seguito, una delegazione composta da tredici o quattordici persone di quella tribù si presentò al servizio del Nobile Profeta. I membri della delegazione gli chiesero informazioni sulla fede e sulle bevande. Il capo della delegazione era al-Ashajj al-ʿAsrī.²[Marʾāt al-Mafātīḥ, primo volume, p. 71]. Riguardo a quest’uomo, il Profeta osservò: «Possiedi due qualità che Allah ama: una è la lungimiranza e l’altra è la pazienza».

La seconda volta, la delegazione di questa tribù giunse a Medina nel nono anno dell’Egira. Era composta da quaranta persone. Tra loro vi era un cristiano di nome ʿAlāʾ ibn Jārūd al-ʿAbdī. Giunto a Medina, egli abbracciò l’Islam e in seguito rese importanti servigi all’Islam.³[Sharḥ Ṣaḥīḥ Muslim, primo volume, p. 33; Fatḥ al-Bārī, volume 8, pp. 85-86].

(2) La delegazione di Daws: questa delegazione giunse a Medina all’inizio del settimo anno dell’Egira. In quel periodo il Profeta si trovava a Khaybar. È stato già ricordato che Ṭufayl ibn ʿAmr al-Dawsī aveva abbracciato l’Islam alla Mecca. Si recò quindi presso la sua gente e la invitò all’Islam, ma il suo popolo continuò a tergiversare. Sconfortato, si recò alla presenza del Nobile Profeta e gli chiese: «O Messaggero di Allah, invoca una maledizione contro il mio popolo». Il Profeta, invece di maledirlo, disse: «O Allah, guida il popolo di Daws». Dopo questa supplica del Profeta, tutto il popolo di Daws abbracciò l’Islam. In seguito, Ṭufayl emigrò a Medina all’inizio del settimo anno dell’Egira insieme agli appartenenti di settanta o ottanta famiglie della sua gente. In quel periodo il Profeta si trovava a Khaybar. Ṭufayl incontrò il Profeta a Khaybar.

(3) L’invio del messaggio di Farwah ibn ʿAmr al-Judhāmī: Farwah era un comandante arabo tra le truppe romane. L’imperatore romano lo nominò governatore dei territori arabi conquistati. La capitale del suo governatorato era Maʿān, a sud della Giordania. Dopo aver visto lo straordinario coraggio dei musulmani nella battaglia di Muʾtah, combattuta nell’ottavo anno dell’Egira, abbracciò l’Islam. Inviò un messaggero per informare il Profeta della propria conversione all’Islam e, insieme al messaggio, mandò in dono al Profeta una mula bianca. Gli alti funzionari dell’imperatore romano si adirarono alla notizia che il governatore da loro nominato aveva abbracciato l’Islam. Ordinarono quindi di arrestare Farwah e di intimargli di abbandonare l’Islam; in caso contrario, lo minacciarono di morte. Farwah ritenne preferibile morire martire piuttosto che abbandonare l’Islam. In seguito fu giustiziato mediante crocifissione presso una sorgente, nel luogo chiamato ʿAfrāʾ, in Palestina. ⁴[Zād al-Maʿād, terzo volume, p. 45]

(4) La delegazione di Ṣadāʾ: nell’ottavo anno dell’Egira, dopo il ritorno del Profeta da Jīrān, questa delegazione si presentò a lui. Il motivo del loro arrivo era che il Profeta aveva ordinato a un contingente musulmano di recarsi nella regione dello Yemen in cui viveva la tribù di Ṣadāʾ e di condurvi una spedizione. Il contingente musulmano raggiunse la pianura di Qanāt e vi piantò le tende. In quel momento Ḥadrat Ziyād ibn Ḥārith si affrettò dal Profeta e disse: «Sono venuto alla tua presenza come capo di coloro che mi seguono; perciò richiama l’esercito musulmano. Mi faccio garante per gli appartenenti alla mia gente». Il Profeta richiamò l’esercito musulmano a Medina. In seguito Ziyād si recò presso la sua gente e disse: «Alcuni di voi vengano con me dal Profeta». Poi riferì loro ogni cosa nei dettagli. Dopo aver ascoltato le parole di Ziyād, una delegazione di quindici persone della sua gente si presentò alla presenza del Profeta e abbracciò l’Islam. In seguito tornarono dal loro popolo, ne diffusero la religione e propagarono l’Islam. Durante il Pellegrinaggio d’Addio, cento musulmani di questa gente si presentarono al servizio del Profeta.

(5) L’arrivo di Kaʿb ibn Zuhayr ibn Abī Sulmā: Kaʿb era figlio di una famiglia di poeti e un poeta illustre degli Arabi. Era miscredente e diffamava il Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace. Secondo la narrazione dell’Imam al-Hākim, Kaʿb figurava nell’elenco dei criminali riguardo ai quali, al momento della conquista della Mecca, era stato ordinato di ucciderli anche qualora si fossero aggrappati alle tende della Kaʿba. Tuttavia, Kaʿb riuscì a fuggire e a salvarsi. Dopo il ritorno del Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, dalla spedizione di Tāʾif, il fratello di Kaʿb, Rujayr ibn Zuhayr, gli scrisse una lettera dicendo che il Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, aveva ordinato l’uccisione di alcune persone che lo diffamavano e che tale ordine era stato eseguito. Pochi poeti della tribù dei Quraysh erano sopravvissuti fuggendo qua e là. Se hai a cuore la tua vita, recati dal Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, poiché egli non uccide coloro che si pentono. Se questa mia proposta non ti piace, fuggi in un luogo in cui ritieni di poter trovare sicurezza. Dopo questa lettera, i due fratelli si scambiarono diverse missive. In breve, Kaʿb, resosi conto del pericolo che correva, giunse a Medina e fu ospitato da un uomo chiamato Juhayna. La mattina seguente pregò con lui la preghiera dell’alba. Al termine della preghiera, Juhayna indicò a Kaʿb il Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace. Kaʿb allora si recò da lui, si sedette e pose la propria mano nella sua. Il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, non conosceva Kaʿb. Kaʿb disse: «O Messaggero di Allah, se Kaʿb ibn Zuhayr si pentisse, diventasse musulmano e chiedesse protezione, e io lo conducessi da te, lo accoglieresti?». Il Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, rispose: «Sì». Kaʿb disse: «Sono io Kaʿb ibn Zuhayr». Udendo ciò, un uomo degli Ansar accorse, afferrò Kaʿb e chiese al Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, il permesso di ucciderlo. Il Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, disse a quel Compagno: «Lascialo. Si è pentito ed è rammaricato per ciò che ha fatto in passato».

In seguito, proprio in quel luogo, Kaʿb ibn Zuhayr recitò al Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, la sua celebre qaṣīda. In quella qaṣīda Kaʿb chiese perdono al nobile Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, per le proprie azioni passate e lodò l’amato Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace. Il significato della poesia è il seguente:

«Sād è ormai lontana, e perciò il mio cuore è ora inquieto. Lega una catena dietro al cuore: il suo riscatto non è stato pagato. Mi è stato detto che il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, mi ha minacciato; tuttavia spero nel perdono del Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace. Rimani saldo e non dare ascolto alle parole dei calunniatori. Che Colui il quale ti ha dato il Corano, ricco di ammonimenti e di spiegazioni dettagliate, ti guidi. Sebbene siano state dette molte cose su di me, io non ho commesso alcun crimine. Mi trovo in un luogo, ascolto parole e vedo una situazione tali che, se al mio posto vi fosse un elefante, esso si fermerebbe atterrito. Naturalmente, se per grazia di Allah il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, mi concedesse il permesso, la questione sarebbe diversa. Ho posto senza esitazione la mia mano in quella della nobile persona che ha pieno potere di vendicarsi e la cui parola è al di sopra di ogni altra. Eppure mi è stato detto: “Contro di te sono state presentate accuse di questo e di quello, e sarai interrogato”. In verità, il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, è una luce dalla quale si riceve la luce. Egli è una delle spade di Allah».

In seguito, Kaʿb ibn Zuhayr lodò i Muhājirūn dei Quraysh, poiché, dopo l’arrivo di Kaʿb, nessun Muhājir lo aveva molestato. Mentre lodava i Muhājirūn, Kaʿb fece osservazioni sarcastiche sugli Ansar, poiché un uomo degli Ansar aveva chiesto il permesso di uccidere Kaʿb. Nella sua poesia Kaʿb disse: «I Quraysh avanzano come cammelli di bella forma, e le spade affilate li proteggono quando uomini bassi, neri e brutti si fanno da parte e fuggono».

Dopo essere diventato musulmano, Kaʿb lodò gli Ansar in una poesia. In essa scrisse: «Chi desidera una vita onorevole rimanga sempre tra una schiera degli Ansar. Gli Ansar hanno ereditato la bellezza. In verità, sono persone buone coloro che sono figli di persone buone».

(6) La delegazione degli ʿUdhra: nel nono anno dell’Egira, questa delegazione giunse a Medina. Erano in dodici; tra loro vi era anche Ḥamza ibn Nuʿmān. Quando fu chiesta loro la loro identità, risposero: «Siamo i Banū ʿUdhra e abbiamo un legame con Quṣayy. Abbiamo aiutato Quṣayy e cacciato Khuzāʿa e Banū Bakr dalla Mecca. Qui abbiamo parenti». Dopo aver appreso ciò, il Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, li accolse e diede loro la buona notizia che la Siria sarebbe stata conquistata. Proibì loro di cercare informazioni presso le indovine. Inoltre, vietò loro di macellare gli animali che erano soliti macellare e mangiare durante i sacrifici associati all’idolatria. Questa delegazione accettò l’Islam e, dopo aver soggiornato alcuni giorni a Medina, tornò alla Mecca.

(7) La delegazione di Bilī: nel mese di Rabīʿ al-awwal del nono anno dell’Egira, questa delegazione giunse a Medina e, dopo aver accettato l’Islam, vi rimase per tre giorni. In quel periodo, il capo della delegazione, Abū Jarīr, chiese se vi fosse una ricompensa nell’ospitalità. Il Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, rispose: «Sì. Se si tratta bene una persona ricca o povera, tale trattamento sarà considerato elemosina». Egli chiese nuovamente quanto dovesse durare l’ospitalità. Il Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, rispose: «Tre giorni». Egli disse: «Se qualcuno trova una capra smarrita, quale disposizione deve seguire riguardo a quella capra?». Il Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, rispose: «È per te, per i tuoi fratelli o per il lupo». Quell’uomo chiese poi della cammella smarrita. Il Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, rispose: «Che rapporto hai con quella cammella? Lasciala; il suo proprietario la ritroverà».

(8) La delegazione di Thaqif: questa delegazione si presentò dopo il ritorno del Messaggero, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, da Tabuk, nel mese di Ramadan del nono anno dell’Egira. Quando, nell’ottavo anno dell’Egira, il Messaggero, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, tornò dalla spedizione di Ta’if nel mese di Dhu al-Qa‘da, prima ancora che giungesse a Medina, Urwa ibn Mas‘ud, capo di questa delegazione, incontrò il Nobile Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, e abbracciò l’Islam. Poi ritornò dalla propria tribù e invitò la gente all’Islam. Gli appartenenti alla tribù lo amavano profondamente. Si narra che preferissero Urwa persino ai propri figli e familiari. Urwa riteneva che tutti avrebbero accettato il suo invito all’Islam e seguito le sue parole. Ma questa sua supposizione si rivelò errata. Non appena iniziò a invitare all’Islam, gli appartenenti alla sua tribù gli scagliarono frecce da ogni direzione e, dopo averlo ferito gravemente, lo uccisero. Trascorsi alcuni mesi, gli uomini della tribù si resero conto che, con la crescente influenza dei musulmani tutt’intorno, non sarebbe stato possibile rimanere al sicuro. Non erano neppure in grado di affrontare i musulmani. Si consultarono dunque tra loro e decisero di inviare un uomo dal Nobile Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace. Di conseguenza, fu proposto ad Abd Yalil ibn ‘Amr di recarsi a Medina; tuttavia, ricordando la sorte di Urwa, Abd Yalil impose una condizione per andare a Medina. Disse: «Dovrete mandare con me altre persone; non sono disposto ad andare da solo». Gli uomini della tribù gli affidarono cinque compagni, come da lui richiesto. Alla fine, una delegazione di sei membri partì per Medina. Tra loro, Uthman ibn Abu al-‘As al-Thaqafi era il più giovane. Quando la delegazione giunse a Medina, il Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, permise loro di alloggiare in un angolo della Moschea del Profeta, affinché potessero ascoltare la recitazione del Corano da parte dei Compagni e osservare come si compiva la preghiera. Durante la loro permanenza nella moschea, cominciarono a recarsi dal Messaggero, che Allah lo benedica e gli conceda la pace. Il Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, continuava a invitarli all’Islam. Un giorno il loro capo disse al Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace: «Scrivi un accordo tra te e Thaqif, nel quale siano menzionati il diritto di commettere adulterio, bere vino, consumare l’usura, adorare la loro divinità al-Lat, essere esentati dalla preghiera e non distruggere con le proprie mani il loro idolo». Il Messaggero, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, non accettò nessuna delle condizioni da loro elencate. In seguito la delegazione si consultò tra sé, ma alla fine non ebbe altra scelta che accettare le parole del Messaggero, che Allah lo benedica e gli conceda la pace. Così fecero e si rifugiarono sotto l’ombra dell’Islam. Tuttavia imposero nuovamente la condizione di non dover distruggere con le proprie mani il loro idolo al-Lat. Il Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, accettò questa condizione e la mise per iscritto. Nominò Uthman ibn Abu al-‘As al-Thaqafi capo della delegazione, poiché il suo interesse per l’Islam era maggiore di quello di tutti gli altri. I membri della delegazione si recavano ogni mattina alla presenza del Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, ma non portavano con sé Uthman. A mezzogiorno, mentre gli altri riposavano, Uthman si recava alla presenza del Nobile Profeta e poneva domande dettagliate sull’Islam. Se capitava che vedesse il Messaggero, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, addormentato, Uthman chiedeva ad Abu Bakr, che Allah sia soddisfatto di lui, informazioni su varie questioni della religione. Il suo incarico di governatore fu molto benedetto. Durante il califfato di Abu Bakr, che Allah sia soddisfatto di lui, alcune persone apostatarono; in quel periodo anche gli uomini della tribù di Thaqif pianificarono di apostatare. In quel momento delicato, Uthman ibn Abu al-‘As, che Allah sia soddisfatto di lui, si rivolse loro dicendo: «O gente di Thaqif, ascoltate! Avete abbracciato l’Islam per ultimi; non siate dunque i primi ad apostatare». Udite queste parole, gli uomini di Thaqif si astennero dall’abbandonare l’Islam e rimasero saldi nella fede.

In sintesi, la delegazione tornò presso la propria gente e tenne nascosta la verità. Con grande tristezza dissero che il Messaggero, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, aveva chiesto loro di abbracciare l’Islam e di abbandonare l’adulterio, il consumo di vino e l’usura. In caso contrario, sarebbe stata dichiarata loro guerra. Udendo ciò, gli uomini della tribù di Thaqif rifletterono per due o tre giorni sulla possibilità di combattere. Poi Allah l’Altissimo cambiò i loro cuori ed essi si prepararono interiormente ad abbracciare l’Islam. Dissero alla delegazione: «Tornate a Medina e dite al Messaggero, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, che siamo disposti ad accettare le sue condizioni e ad abbracciare l’Islam». A quel punto i membri della delegazione informarono la loro gente di aver abbracciato l’Islam e la invitarono anch’essa ad abbracciarlo. Gli uomini della tribù di Thaqif abbracciarono allora l’Islam.

Nel frattempo, il Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, inviò presso la tribù di Thaqif alcuni Compagni, al comando di Khalid ibn al-Walid, che Allah sia soddisfatto di lui, per distruggere l’idolo di al-Lat. Mughirah ibn Shu‘bah, che Allah sia soddisfatto di lui, brandì una mazza di ferro per abbattere l’idolo e disse ai suoi compagni: «Vi farò ridere facendo un po’ di scherzi». Detto ciò, colpì l’idolo e subito si mise a sedere tenendosi il ginocchio. Vedendo quella scena artificiosa, gli uomini della tribù di Thaqif di Ta’if ne furono impressionati. Dissero: «Che Allah distrugga Mughirah! La dea al-Lat lo ha ucciso». Mughirah, che Allah sia soddisfatto di lui, si scrollò di dosso la polvere, si alzò e disse: «Che Allah vi procuri il male! Quello non è altro che un idolo fatto di pietra e argilla». Poi Mughirah, che Allah sia soddisfatto di lui, colpì la porta e distrusse l’idolo. In seguito salì su un alto muro. Anche alcuni Compagni salirono sul muro. Frantumarono l’idolo e lo ridussero in polvere; poi scavarono il terreno ed estrassero gli ornamenti e gli abiti offerti all’idolo. Vedendo ciò, gli uomini della tribù di Thaqif rimasero stupiti e sconvolti. Khalid, che Allah sia soddisfatto di lui, portò a Medina gli ornamenti e gli abiti dell’idolo e li presentò al Nobile Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace. Il Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, distribuì ogni cosa quello stesso giorno e rese grazie ad Allah. 5 [Zad al-Ma‘ad, vol. 3, pp. 26-28].

(9) La lettera di Thaqif al re dello Yemen: dopo il ritorno del Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, da Tabuk, giunsero lettere dai governanti dello Yemen: al-Harith ibn ‘Abd Kalal, Nu‘aym ibn ‘Abd Kalal, Ra‘in e Hamdan, e Nu‘man ibn Qayl, governatore di Ma‘afir. Malik ibn Marrah inviò la lettera a nome di tutti loro. In queste lettere, tutti quei re dichiaravano di aver abbracciato l’Islam e di aver abbandonato il politeismo e l’incredulità. Il Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, inviò una risposta nella quale indicava i diritti degli abitanti dello Yemen, nonché le loro responsabilità e i loro doveri. Nella lettera dichiarò inoltre che Allah l’Altissimo e il Suo Messaggero si sarebbero assunti la protezione di coloro che avessero abbracciato l’Islam, a condizione tuttavia che pagassero la jizya. Inoltre, il Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, inviò nello Yemen alcuni Compagni sotto la guida di Mu‘adh ibn Jabal, che Allah sia soddisfatto di lui.

(10) Delegazione di Hamdan: questa delegazione si presentò al cospetto del Nobile Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, dopo il suo ritorno da Tabuk. Il Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, scrisse una lettera contenente istruzioni per il popolo della delegazione e concesse loro tutto ciò che avevano richiesto. Malik ibn Namit fu nominato amir e governatore dei membri del suo popolo che avevano abbracciato l’Islam. Il Profeta inviò il nobile Khalid ibn al-Walid, che Allah si compiaccia di lui, per portare il messaggio dell’Islam agli altri. Egli rimase ad Hamdan per sei mesi, invitando la gente all’Islam, ma nessuno lo abbracciò. Allora il Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, inviò il nobile Ali, che Allah si compiaccia di lui, ad Hamdan e gli ordinò di far tornare il nobile Khalid, che Allah si compiaccia di lui. Il nobile Ali, che Allah si compiaccia di lui, si recò presso il popolo della tribù di Hamdan, lesse loro la lettera del Messaggero, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, e li invitò all’Islam. Allora tutti si rifugiarono all’ombra dell’Islam. Il nobile Ali, che Allah si compiaccia di lui, inviò questa notizia alla corte del Messaggero, che Allah lo benedica e gli conceda la pace. Dopo aver letto la lettera contenente questa lieta notizia, il Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, cadde prosternato e disse: «Pace su Hamdan, pace su Hamdan».

(11) Delegazione dei Banu Fazar: nel nono anno dell’Egira, dopo il ritorno del Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, da Tabuk, questa delegazione incontrò il Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace. La delegazione comprendeva dieci persone. Esse si lamentarono della carestia nella loro regione. Il Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, salì sul minbar, sollevò entrambe le mani e pregò: «O Allah, sazia la terra che hai creato e gli animali quadrupedi. Estendi la Tua misericordia e ridona vita alla Tua città morta. O Allah, fa’ cadere su di noi la pioggia che desideriamo; per mezzo di essa donaci pace e sollievo. Fa’ giungere rapidamente, senza ritardo, le nuvole nere e distese. Fa’ che questa pioggia non sia distruttiva né nociva. O Allah, fa’ che la pioggia della misericordia non diventi pioggia del castigo e non sia distruttiva. O Allah, saziaci e aiutaci contro i nemici». 6 [Zad al-Ma‘ad, vol. 3, p. 40]

(12) Delegazione di Najran: gli abitanti di questa regione vivevano lungo la strada da Mecca allo Yemen. La comunità di Najran era composta da 73 località, cioè insediamenti. Un cavaliere su un cavallo veloce poteva percorrere tutte le località in un’intera giornata. 7 [Fath al-Bari, vol. 8, p. 94] In questa regione vi erano centomila uomini combattenti, tutti seguaci della religione cristiana.

Anche la delegazione di Najran arrivò nel nono anno dell’Egira. Comprendeva sessanta persone, di cui ventiquattro appartenevano alla nobiltà. Tre erano leader universalmente rispettati dagli abitanti di Najran. Un uomo di nome Abd al-Masih era il capo del governo, mentre un uomo di nome Sharhabil svolgeva il ruolo di consigliere per gli affari politici.

La delegazione giunse a Medina e incontrò il Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace. Il Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, pose loro alcune domande. Anch’essi posero alcune domande al Nobile Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace. Poi il Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, li invitò all’Islam e recitò loro il Corano. Tuttavia, non abbracciarono l’Islam.

Essi chiesero: «Che opinione avete del Messia, che la pace sia su di lui? Che cosa dite riguardo a lui?». Quel giorno il Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, non rispose a questa domanda. Allora Allah, il Signore dei mondi, fece scendere la rivelazione.

«In verità, per Allah, l’esempio di Gesù, che la pace sia su di lui, è come quello di Adamo: Egli lo creò dalla terra, poi gli disse: “Sii”, ed egli fu. Questa è la verità proveniente dal tuo Signore; non essere dunque tra coloro che dubitano. Dopo che ti è giunta la conoscenza, se qualcuno disputa con te a questo proposito, digli: “Venite, invochiamo i nostri figli e i vostri figli, le nostre donne e le vostre donne, noi stessi e voi stessi; poi preghiamo umilmente e invochiamo la maledizione di Allah sui bugiardi”». (Sura Āl ʿImrān, versetti 59-61)

Al mattino, alla luce dei suddetti nobili versetti, il Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, informò i visitatori riguardo a Gesù, che la pace sia su di lui. Essi però rifiutarono di accettare ciò che il Nobile Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, aveva detto su Gesù, che la pace sia su di lui, e rimasero fermi nel loro rifiuto. La mattina seguente il Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, propose loro la mubahala, cioè che le due parti invocassero reciprocamente la maledizione divina l’una sull’altra. Dopo questo invito, vedendo che il Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, era pronto per la mubahala, si ritirarono in disparte e si consultarono tra loro. Durante la consultazione, una delle parti disse: «Non è saggio correre il rischio della mubahala. Per Allah, egli è davvero un profeta. Se facessimo la mubahala con lui, né noi né i nostri figli potremmo mai avere successo. Verremmo sterminati con tutta la nostra stirpe». Dopo essersi consultati, accettarono che il Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, decidesse la questione. Recatisi al cospetto del Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, dissero: «Siamo pronti ad accettare le vostre condizioni». Dopo questa proposta, il Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, acconsentì a ricevere da loro la jizya. Fu raggiunto un accordo per duemila paia di vesti: essi accettarono di consegnarne mille paia nel mese di Rajab e le altre mille nel mese di Safar. In cambio, il Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, li prese sotto la protezione di Allah l’Altissimo e del Suo Messaggero, che Allah lo benedica e gli conceda la pace. Nelle questioni religiose erano liberi. Su quanto sopra, il Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, stipulò con loro un trattato. La delegazione chiese che fosse inviato con loro un uomo fidato. In conformità al trattato, il Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, inviò il nobile Compagno Abu Ubayda ibn al-Jarrah per raccogliere i beni.

In seguito, l’Islam continuò a diffondersi tra la tribù di Najrā. Gli autori delle biografie profetiche hanno scritto che, dopo essersi recati a Najrān, il capo della delegazione e i suoi seguaci trovarono rifugio sotto la fresca ombra dell’Islam. In seguito, il Profeta — che Allah lo benedica e gli conceda la pace — inviò ʿAlī — che Allah sia soddisfatto di lui — per riscuotere la ṣadaqa e la jizya. Va ricordato che la ṣadaqa viene riscossa esclusivamente dai musulmani. 8 [Fatḥ al-Bārī, vol. 8, pp. 94-95; Zād al-Maʿād, vol. 3, pp. 38-41. Nella descrizione dettagliata della delegazione di Najrān si riferisce che, quando la delegazione si recò per la seconda volta a Medina, alcuni suoi membri non furono d’accordo su tale questione.]

(13) La delegazione dei Banū Ḥanīfa: questa delegazione giunse a Medina nel nono anno dell’Egira. Era composta da diciassette persone, tra cui Musaylima ibn Kadhdhāb. 9 [Fatḥ al-Bārī, vol. 8, p. 87] La genealogia di Musaylima era la seguente: Musaylima ibn Thumāma ibn Qārib ibn Ḥabīb ibn al-Ḥārith.

La delegazione alloggiò presso la residenza di un Compagno ansārī. In seguito si presentò al cospetto del Profeta — che Allah lo benedica e gli conceda la pace — e abbracciò l’Islam. Tuttavia, si tramanda qualcosa di diverso riguardo a Musaylima il Bugiardo. Considerando tutte le narrazioni, si vede che Musaylima manifestava ostinazione, arroganza e brama di potere. Non si presentò al cospetto del nobile Profeta — che Allah lo benedica e gli conceda la pace — insieme agli altri membri della delegazione. Più tardi, quando si recò dal Profeta — che Allah lo benedica e gli conceda la pace — questi lo invitò all’Islam con voce calma e dolce. Ma si accorse che il suo atteggiamento benevolo non produceva alcuna reazione positiva. Allora il Profeta — che Allah lo benedica e gli conceda la pace — comprese che da quell’uomo non sarebbe venuto alcun bene: nel suo cuore vi erano corruzione e macchia.

In precedenza, una notte, il Profeta — che Allah lo benedica e gli conceda la pace — aveva sognato che i tesori dell’intero mondo erano stati portati e deposti davanti a lui. All’improvviso, da quel tesoro volarono due bracciali d’oro, che gli caddero nelle mani. I due bracciali erano molto pesanti e il Profeta — che Allah lo benedica e gli conceda la pace — si sentiva a disagio. In quel momento giunse una rivelazione tramite Gabriele — che la pace sia su di lui —: doveva soffiare sui due bracciali. Il Profeta — che Allah lo benedica e gli conceda la pace — soffiò su di essi e subito i due bracciali volarono via. Il Profeta — che Allah lo benedica e gli conceda la pace — interpretò il sogno dicendo che, dopo di lui, due uomini avrebbero avanzato false pretese di profezia. Il Profeta — che Allah lo benedica e gli conceda la pace — si irritò vedendo il comportamento insolente di Musaylima il Bugiardo. Quel malvagio diceva: «Se Muḥammad — che Allah lo benedica e gli conceda la pace — mi affidasse il potere dopo di lui, sarei pronto a obbedirgli». Il Profeta — che Allah lo benedica e gli conceda la pace — si recò da Musaylima. In quel momento aveva in mano un ramo di palma, e con lui vi era il suo portavoce, Thābit ibn Qays ibn Shammās — che Allah sia soddisfatto di lui. Il Profeta — che Allah lo benedica e gli conceda la pace — gli si presentò davanti. Musaylima disse: «Se sei d’accordo, sono disposto a cederti una parte del potere; ma devi designare me come tuo successore per quanto riguarda l’autorità». Il Profeta — che Allah lo benedica e gli conceda la pace — indicò il ramo di palma che aveva in mano e disse: «Anche se mi chiedessi questo, non te lo darei. Non puoi sottrarti al decreto di Allah su di te. Se volterai le spalle e te ne andrai, Allah ti distruggerà. Per Allah, penso che tu sia proprio colui riguardo al quale mi è stato mostrato un sogno». Poi disse: «Thābit ibn Qays rimarrà qui e ti risponderà da parte mia», e con queste parole il Profeta — che Allah lo benedica e gli conceda la pace — se ne tornò. 10 [Ṣaḥīḥ al-Bukhārī, capitolo sulle vicende dei Banū Ḥanīfa e di al-Aswad al-ʿAnsī, vol. 2, pp. 627-628; Fatḥ al-Bārī, vol. 8, pp. 86-93]

Alla fine, le parole del Messaggero — che Allah lo benedica e gli conceda la pace — si dimostrarono vere. Musaylima il Bugiardo tornò a Yamāma e dapprima rifletté su se stesso per alcuni giorni. Poi improvvisamente dichiarò di essere stato associato a Muḥammad — che Allah lo benedica e gli conceda la pace — nella profezia. In seguito cominciò a proclamare pubblicamente la propria pretesa di profezia. Dichiarò leciti per i membri della sua gente l’adulterio e il consumo di vino.

Musaylima il Bugiardo rivendicò la profezia nel decimo anno dell’Egira. Fu ucciso a Yamāma nel mese di Rabīʿ al-Awwal del dodicesimo anno dell’Egira, durante il califfato di Abū Bakr al-Ṣiddīq — che Allah sia soddisfatto di lui. Fu Waḥshī — che Allah sia soddisfatto di lui —, l’uomo che aveva ucciso Ḥamza — che Allah sia soddisfatto di lui —, a uccidere Musaylima il Bugiardo.

Si conobbe così la sorte di uno dei pretendenti alla profezia. Un altro pretendente, al-Aswad al-ʿAnsī, aveva seminato disordine nello Yemen. Una notte, un giorno prima della morte del Profeta — che Allah lo benedica e gli conceda la pace —, Fīrūz — che Allah sia soddisfatto di lui — uccise quel falso profeta. Il Profeta — che Allah lo benedica e gli conceda la pace — apprese tramite la rivelazione la notizia dell’uccisione e la comunicò ai Compagni. In seguito, come previsto, la notizia giunse dallo Yemen ad Abū Bakr — che Allah sia soddisfatto di lui. 13 [Fatḥ al-Bārī, vol. 8, p. 93]

(14) La delegazione dei Banū ʿĀmir ibn Ṣaʿṣaʿa: nella delegazione erano inclusi il nemico di Allah ʿĀmir ibn al-Ṭufayl, il fratellastro di Labīd, Arbad ibn Qays, Khālid ibn Jaʿfar e Jabbār ibn Aslam. Erano tutti personalità di rilievo delle rispettive tribù e avevano un’indole satanica. Un uomo chiamato ʿĀmir ibn al-Ṭufayl aveva fatto martirizzare settanta Compagni a Biʾr Maʿūna. Quando questa delegazione decise di recarsi a Medina, ʿĀmir ibn al-Ṭufayl e Arbad complottarono per ingannare il Profeta — che Allah lo benedica e gli conceda la pace — e ucciderlo all’improvviso.

Dopo che questa delegazione giunse a Mina, ʿAmir stava conversando con il Profeta. In quel momento Arbad si voltò, si portò dietro il Profeta e cominciò a estrarre la spada. Tuttavia non riuscì a sfoderarne più di una spanna: Allah gli paralizzò la mano. Allah protesse il Suo amato Profeta. Il Profeta invocò una maledizione su entrambi i malfattori. Sulla via del ritorno, un fulmine colpì Arbad. Quell’infedele morì all’istante insieme al suo cammello. Quanto ad ʿAmir, trovò rifugio nella casa di una donna della tribù dei Salul. Là gli comparve un gozzo sul collo, e proprio a causa di quella malattia morì. Al momento della morte, ʿAmir disse: «Che gozzo, simile al collo di un cammello! E morire nella casa di una donna dei Salul?»

Nella narrazione di Sahih al-Bukhari si riferisce che, recatosi dal Profeta, ʿAmir gli disse: «Ti pongo tre condizioni; accettane una qualsiasi: (1) i prodotti degli abitanti della valle saranno sotto il mio controllo; (2) sarò il tuo califfo dopo di te; (3) ti scatenerò contro mille uomini e mille cavalli della tribù dei Ghatafan».

In seguito fu colpito dalla peste nella casa di una donna. In quel momento, profondamente disperato e afflitto dal dolore, disse: «Ahimè, un gozzo simile al collo di un cammello! E per di più nella casa di una donna di tale tribù?». Poi disse: «Portatemi il mio cavallo». Il cavallo fu condotto da lui. Quindi quel nemico di Allah morì in sella al cavallo.

(15) La delegazione dei Tājib: questa delegazione giunse a Medina portando la sadaqa rimasta dopo essere stata distribuita tra i poveri della propria tribù. Era composta complessivamente da tredici persone. Essi ponevano domande sul Corano e sulla Sunna e venivano istruiti. Rivolsero alcune domande al Profeta, che mise per iscritto le risposte. Non rimasero a Medina per molti giorni. Il Profeta offrì alcuni doni ai membri della delegazione. Dopo la loro partenza, mandarono dal Profeta un giovane compagno rimasto indietro. Il giovane si presentò al cospetto del Profeta e disse: «Signore, per Allah, non sono venuto dalla mia terra per alcun altro scopo; sono venuto soltanto affinché tu preghi per me Allah, l’Onnipotente e il Misericordiosissimo. Che Egli mi conceda la Sua misericordia e la forza di rimanere saldo nella Sua religione». Il Profeta pregò per quel giovane. In seguito, sebbene molti neomusulmani abbandonassero l’Islam, quel giovane rimase fermo e incrollabile nella fede. Esortò e ammonì la sua gente riguardo agli insegnamenti dell’Islam; di conseguenza, anche la sua tribù rimase salda nell’Islam. Nel decimo anno dell’Egira, durante il Pellegrinaggio d’Addio, questa delegazione incontrò nuovamente il Profeta.

(16) La delegazione dei Ṭayy: tra i suoi membri vi era il celebre Zayd al-Khayl d’Arabia. Quando si incontrarono con il Profeta per conversare, egli li invitò all’Islam. Essi accettarono l’Islam e divennero ottimi musulmani. Il Profeta lodò Zayd al-Khayl e disse: «Ogni arabo di cui mi è stata decantata la lode, quando è venuto al mio cospetto, si è rivelato in realtà inferiore alla sua fama. Zayd, invece, fa eccezione: le sue qualità sono superiori alla sua fama». Il Profeta gli cambiò quindi il nome in Zayd al-Khayr.

Allo stesso modo, nel nono e nel decimo anno dell’Egira giunsero numerose delegazioni. Gli autori delle biografie del Profeta menzionano le delegazioni dello Yemen, di Azad, dei Quḍāʿa, dei Banū Saʿd, degli Hudhaym, dei Banū ʿĀmir ibn Qays, dei Banū Asad, di Bahra, di Khawlan, dei Mahārib, dei Banū al-Ḥārith ibn Kaʿb, di Ghāmid, dei Banū al-Muntafiq, dei Salmān, dei Banū ʿAbbas, di Mazīna, di Murād, di Zubayd, di Kinda, di Dhū Marrā, dei Ghassān, dei Banū ʿĀʾish e di Nakhaʿ. La delegazione di Nakhaʿ giunse per ultima. Arrivò a Medina nel mese di Muḥarram dell’undicesimo anno dell’Egira.

Era composta da duecento persone. Quasi tutte le altre delegazioni giunsero nel nono e nel decimo anno dell’Egira. Solo alcune delegazioni giunsero nell’undicesimo anno.

L’arrivo a Medina delle delegazioni sopra menzionate mostra chiaramente quanto si fosse diffusa e propagata l’Islam. Mostra inoltre quanto fosse grande l’importanza di Medina agli occhi degli arabi. Essi non vedevano altra possibilità se non recarsi a Medina e sottomettersi. In realtà, Medina aveva acquisito lo status di capitale della Penisola Arabica. Nessuno poteva ignorare Medina. Tuttavia, non possiamo affermare che l’Islam avesse lasciato un’impressione profonda nel cuore di tutti i visitatori. Infatti, tra i membri delle delegazioni sopra menzionate vi erano molti beduini arabi che si erano convertiti all’Islam soltanto per obbedire al capo della propria tribù. Non erano ancora riusciti ad abbandonare completamente abitudini come l’uccisione e il saccheggio, né erano diventati persone civili grazie agli insegnamenti e alla bellezza dell’Islam. Descrivendo questo genere di persone nella sura al-Tawba, Allah dice: «Gli abitanti della città sono più duri nella miscredenza e nell’ipocrisia e più meritevoli di ignorare i limiti di ciò che Allah ha rivelato al Suo Messaggero. Allah è Onnisciente e Saggio. Tra i beduini ve ne sono alcuni che considerano ciò che spendono sulla via di Allah una multa e attendono per voi il rovesciamento della sorte. Il cattivo destino ricada su di loro! Allah è Colui che tutto ascolta, l’Onnisciente».

Tuttavia, alcuni di loro furono anche lodati. Nella sura At-Tawba, Allah l’Altissimo dice: «Tra i beduini ve ne sono alcuni che credono in Allah e nell’Ultimo Giorno e considerano ciò che spendono come un mezzo per avvicinarsi ad Allah e ottenere la preghiera del Messaggero. In verità, ciò è per loro un mezzo per avvicinarsi ad Allah. Allah li farà entrare nella Sua misericordia. Allah è Perdonatore, Misericordioso».

Nel cuore di molti abitanti della Mecca, Medina, Thaqif, Yemen e Bahrein, l’Islam si era saldamente radicato. Molti di loro erano illustri Compagni e pii musulmani. 14[Khazrami lo ha scritto a pagina 144 del primo volume della sua opera Mohazirat. Per informazioni dettagliate sulle delegazioni menzionate e su quelle alle quali si è fatto riferimento, si vedano Sahih al-Bukhari, vol. I, p. 12; vol. II, pp. 626-630; Ibn Hisham, vol. II, pp. 501-503, 537-542, 560-601; Zad al-Ma‘ad, vol. III, pp. 26-60; Fath al-Bari, vol. VIII, pp. 83-103; Rahmat li-l-‘Alamin, vol. I, pp. 184-217].

L’ampio successo della missione del Messaggero

Ora parleremo dell’ultima parte della vita benedetta del Messaggero. Prima di procedere, però, è necessario soffermarsi brevemente sulle sue straordinarie attività profetiche. In sostanza, questo ne costituisce il significato essenziale. Proprio grazie a questa caratteristica egli occupò una posizione unica tra tutti i profeti e messaggeri. Allah, il Signore dei mondi, gli conferì la corona dell’eccezionale dignità di essere il Primo e l’Ultimo. Allah disse chiaramente al Profeta e Messaggero: «O tu che sei avvolto nelle vesti, veglia la notte, salvo una parte di essa». Allah dice inoltre: «O tu che sei avvolto nel mantello, alzati e ammonisci».

Che cosa accadde poi? Il Messaggero si alzò, prese sulle proprie spalle il peso della più grande responsabilità dell’universo e rimase costantemente in piedi. Il peso dell’intera umanità, il peso di tutte le dottrine e il peso di preservare la pace e l’ordine nei diversi ambiti.

Egli assunse il compito del jihad nel campo delle coscienze umane, coscienze immerse nelle fantasie dell’epoca dell’ignoranza e in ogni sorta di assurde concezioni.

A quel tempo, le coscienze degli uomini erano oscurate dalle numerose attrattive del mondo. Erano prigioniere delle catene e delle trappole dei desideri dell’anima. Dopo aver liberato e purificato le coscienze umane dall’ignoranza e dalle attrattive dell’universo, il Profeta e Messaggero, con l’aiuto di alcuni Compagni devoti, iniziò un’altra lotta. Anzi, iniziò una lotta dopo l’altra. Vale a dire, cominciò a combattere contro quei nemici della missione divina che si erano scagliati con veemente ostilità contro la missione e contro coloro che vi credevano; volevano eliminare il sacro germoglio della missione prima che mettesse radici sotto terra e si espandesse verso il cielo con rami e fronde, prima che fiorisse e desse frutti. Il Profeta e Messaggero iniziò a lottare contro tutti questi nemici della missione. Non appena ebbe superato le diverse difficoltà della Penisola Arabica, l’Impero Romano cominciò a prepararsi alle frontiere per annientare questa nuova nazione.

Alla fine tutte le lotte terminarono, ma il conflitto delle coscienze non ebbe fine, poiché si tratta di un conflitto perpetuo. In esso bisogna affrontare Satana. Satana penetra nel profondo della mente umana, continua la sua attività e non la interrompe neppure per un istante. Muhammad, impegnato nella missione di Allah, continuava a lottare adeguatamente nei diversi ambiti. Il mondo si era prostrato ai suoi piedi, ma egli viveva tra sofferenze e povertà. I credenti avevano steso intorno al Messaggero un’ombra di pace e sicurezza. Egli, tuttavia, proseguiva il suo cammino spirituale in una vita di sofferenza e povertà. In qualunque condizione, sopportava con una pazienza incomparabile le difficoltà e le sofferenze. Di notte si alzava per la preghiera. Adorava il suo amato Signore e recitava lentamente il Sacro Corano. Aveva rivolto la propria attenzione ad Allah, recidendo i legami con l’intero mondo. Gli era stato certamente ordinato di agire in questo modo. 1[Sayyid Qutb, martire, Tafsir fi Zilal al-Qur’an, vol. XXIX, pp. 168-169].

**In questo modo, il Messaggero, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, continuò la sua lotta per un lungo periodo di vent’anni. Durante questo periodo, non si dedicò a un’attività dimenticando le altre. Alla fine, la daʿwa islamica ottenne un successo così vasto da lasciare tutti meravigliati. L’intera Penisola Arabica si sottomise al Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace. Le nubi della Jahiliyya si dissiparono dagli orizzonti dell’Arabia. Le coscienze malate guarirono. Abbandonarono gli idoli e anzi li distrussero. L’aria e il cielo risuonarono della voce del tawḥīd. La Penisola desertica, rinvigorita da una nuova forza vitale grazie all’ardore dell’īmān, vibrò al suono melodioso dell’adhān. Da ogni direzione riecheggiò il grido «Allāhu akbar». I recitatori del Corano recitavano il Nobile Corano e si diffusero da nord a sud per instaurare i comandamenti e le disposizioni di Allah.

Le tribù divise si riunirono; gli uomini abbandonarono la servitù degli uomini e si dedicarono alla servitù di Allah. Ora non c’erano più oppressori né oppressi; lo sguardo minaccioso di nessuno terrorizzava più gli altri; non c’erano più tiranni né oppressi, padroni né schiavi, governanti né governati. Al contrario, tutti gli uomini erano servi di Allah e fratelli gli uni degli altri. Si amavano reciprocamente e osservavano i comandamenti e le disposizioni di Allah. Allah pose fine, tra loro, all’orgoglio e alla vanagloria della Jahiliyya, nonché alla superbia fondata sull’appartenenza ai padri e agli antenati. Non esiste più alcuna superiorità degli Arabi sui non arabi né dei bianchi sui neri. Il criterio della superiorità è qui la taqwā. Altrimenti, tutti gli uomini sono figli di Adamo, e Adamo fu creato dalla terra.

In sintesi, grazie a questa daʿwa, l’unità araba, l’unità umana, la giustizia collettiva e l’equità furono instaurate. L’umanità trovò la via della felicità nell’affrontare i diversi problemi del mondo e nelle varie attività dell’Aldilà. In altre parole, il corso stesso della storia cambiò.

Prima di questa daʿwa, sulla terra trionfava la Jahiliyya. La coscienza degli uomini era diventata cieca. Le anime erano divenute maleodoranti. I valori morali avevano subito un estremo decadimento. Si osservava il predominio della tirannia e della schiavitù. Le ondate di sfrenatezza, di vergognoso benessere e di devastante privazione avevano condotto il mondo nell’abisso della degradazione. Su tutto ciò era calato uno spesso velo di kufr e di traviamento. Eppure esistevano ancora religioni celesti e credenze religiose. Ma gli uomini le avevano distorte. Di conseguenza, la debolezza nella fede religiosa aveva raggiunto il suo culmine. I vincoli della religione erano allentati. La religione era diventata debole come un corpo senza vita, ridotta a pochi riti e cerimonie.

Quando la suddetta daʿwa esercitò la propria influenza sulla vita umana, l’anima dell’uomo fu liberata dalle concezioni illusorie, dalla schiavitù delle passioni, dalla sporcizia, dall’ingiustizia, dalla tirannia, dall’anarchia e dal disordine. Essa liberò la società umana dall’oppressione, dalla tirannia, dall’ostinazione, dall’arroganza, dalla distruzione, dalla discriminazione di classe, dalla violenza dei governanti e dalle pratiche umilianti e arbitrarie degli astrologi. Il mondo si trasformò allora in un centro per il progresso e lo sviluppo della vita e per la garanzia dei diritti degli aventi diritto, fondato sulla misericordia, sul perdono, sull’umiltà, sulla modestia, sulla scoperta, sulla costruzione, sulla libertà, sulla riforma, sulla maʿrifa, sull’īmān, sulla rettitudine, sull’equità e sugli amal. 2[Sayyid Quṭb, martire, Tafsīr fī Ẓilāl al-Qurʾān, vol. I, p. 14].

A causa di tutti questi cambiamenti, la Penisola Arabica si trasformò in una terra abitata benedetta, il cui esempio non è mai apparso in alcuna epoca né in alcun paese della storia umana e non apparirà mai. Nella sua storia, la Penisola Arabica divenne così splendida e luminosa come mai prima, in nessun luogo, si era visto.

Il Pellegrinaggio d’Addio

L’opera della daʿwa e del tablīgh era compiuta. Dopo aver abolito la rubūbiyya di Allah e tutte le altre ideologie, era stata edificata una nuova società sulla base della risāla del Messaggero, che Allah lo benedica e gli conceda la pace. In seguito, fu come se un annunciatore invisibile avesse impresso nella mente e nella coscienza del Messaggero, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, la certezza che il termine della sua permanenza sulla terra si stava avvicinando. Quando il Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, inviò il venerabile Muʿādh, che Allah si compiaccia di lui, dopo averlo nominato governatore dello Yemen, gli disse, oltre ad altre indicazioni necessarie: «O Muʿādh, probabilmente dopo quest’anno non ci incontreremo più. Forse passerai accanto alla mia moschea e alla mia tomba». Udendo queste parole e pensando al definitivo congedo dal Messaggero, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, il venerabile Muʿādh, che Allah si compiaccia di lui, cominciò a piangere.

In verità, Allah Onnipotente desiderava far vedere al Suo Messaggero i frutti di vent’anni di sofferenze, difficoltà e persecuzioni. Durante il pellegrinaggio, la gente e le delegazioni provenienti dalle diverse regioni della Mecca si sarebbero riunite alla Mecca; quindi avrebbero appreso dal Profeta le norme della Sharia. Il Profeta avrebbe chiesto loro di testimoniare che aveva adempiuto al deposito affidatogli, trasmesso il messaggio di Allah agli uomini e assolto al suo dovere nei confronti del bene della comunità. In conformità a tale volontà di Allah, il Profeta annunciò la data del pellegrinaggio storico. Allora, nel giorno stabilito, i musulmani cominciarono ad arrivare alla Mecca in gruppi. Tutti i convenuti desideravano con tutto il cuore adottare l’esempio del Messaggero e impegnarsi a obbedirgli.¹[Questo hadith è stato narrato da Jabir (che Allah si compiaccia di lui) nel Sahih Muslim. Vedi primo volume, p. 394, capitolo «Hujjat al-Nabi».]

Poi, sabato, il Messaggero si preparò a partire per la Mecca. Mancavano ancora quattro giorni alla fine del mese di Dhu al-Qa’da. ²[Hafiz Ibn Hajar ha fornito in proposito un’eccellente analisi e ha corretto l’indicazione, presente in alcune narrazioni, secondo cui mancavano cinque giorni alla fine del mese di Dhu al-Qa’da. Vedi Fath al-Bari, volume 8, p. 207.] Si unse la testa d’olio, si pettinò i capelli, indossò l’izar, si avvolse nel mantello, preparò gli animali per il sacrificio e partì dopo la preghiera di zuhr. Prima dell’asr raggiunse un luogo chiamato Dhu al-Hulayfa. Lì eseguì due raka’at della preghiera dell’asr. Fu montata una tenda per trascorrervi la notte, e vi pernottò. Al mattino disse ai Compagni: «Durante la notte è venuto da parte del mio Signore un visitatore e mi ha detto: “O Profeta, in questa sacra pianura—

pregate e dite che nel pellegrinaggio è inclusa l’umrah». ³[Questa narrazione è stata riportata da Umar (che Allah si compiaccia di lui) nel Sahih al-Bukhari, volume 1, p. 207.]

In seguito, prima della preghiera di zuhr, il Profeta fece il bagno rituale per l ihram. Aisha (che Allah si compiaccia di lei) applicò con le proprie mani profumo di jariya e muschio sul corpo puro del Profeta. Il profumo brillava nella scriminatura dei capelli e nella sua barba pura. Il Profeta non lavò via quel profumo, ma lo lasciò così com’era. Poi indossò l’izar e il mantello. Eseguì due raka’at della preghiera di zuhr. Successivamente, ancora seduto sul luogo di preghiera, entrò nello stato di ihram per hajj e umrah insieme e uscì pronunciando la talbiyah. Poi montò la cammella e pronunciò due volte la talbiyah. Cavalcando la cammella, raggiunse la pianura aperta e anche lì pronunciò la talbiyah.

Il Profeta proseguì quindi il suo viaggio. Una settimana dopo, nel pomeriggio, raggiunse i pressi della Mecca e si fermò in un luogo chiamato Dhu Tuwa; dopo aver eseguito la preghiera del fajr, fece il bagno rituale. Poi entrò alla Mecca. Era domenica, il quarto giorno del mese di Dhu al-Hijjah del decimo anno dell’Egira. Dalla partenza da Medina erano trascorse otto notti di viaggio. Procedendo a un ritmo normale, era questo il tempo necessario. Giunto alla Moschea Sacra, il Profeta fece per prima cosa il tawaf della Kaaba. Poi compì il sa’y tra Safa e Marwa. Tuttavia non uscì dallo stato di ihram, poiché aveva assunto insieme l’ihram per hajj e umrah.

Aveva portato con sé anche gli animali destinati al sacrificio. Dopo il tawaf e il sa’y, si stabilì in un luogo della Mecca chiamato Hajjun. Tuttavia non compì alcun tawaf oltre a quello del secondo hajj.

Ordinò ai Compagni giunti con il Messaggero che non avevano portato con sé animali destinati al sacrificio di trasformare il loro ihram in umrah e, dopo aver completato il tawaf della Kaaba e il sa’y tra Safa e Marwa, di uscire completamente dallo stato sacro. Poiché egli stesso non era uscito dallo stato di ihram, i Compagni erano rimasti perplessi. Il Profeta disse: «Se avessi saputo prima ciò che ho appreso in seguito, non avrei portato con me gli animali destinati al sacrificio. Se non avessi avuto con me animali destinati al sacrificio, anch’io sarei uscito dallo stato sacro». Dopo aver udito queste parole del Profeta, i Compagni si sottomisero obbedienti. Coloro che non avevano animali destinati al sacrificio uscirono dallo stato sacro.

L’ottavo giorno del mese di Dhu al-Hijjah, il Profeta si recò a Mina. Vi rimase fino al nono giorno di Dhu al-Hijjah. Lì eseguì le cinque preghiere quotidiane — zuhr, asr, maghrib, isha e fajr — e attese fino all’alba. Poi partì verso la pianura di Arafat. Quando vi giunse, trovò una tenda preparata nella pianura di Namirah. Il Profeta vi si sedette. Quando il sole cominciò a declinare, per ordine del Profeta fu preparato un sedile sul dorso della cammella. Egli si recò al centro della pianura. In quel momento, intorno al Profeta, si trovava un mare di persone: centoventiquattromila, secondo una versione, o centoquarantaquattromila, secondo un’altra. Il Profeta pronunciò uno storico sermone davanti a quella folla riunita. Disse: «O gente, ascoltate le mie parole, ascoltate le mie parole! Non so se, dopo questa occasione, potrò ancora incontrarvi in questo luogo».⁴[Ibn Hisham, volume 2, p. 603]

Il vostro sangue e i vostri beni sono inviolabili gli uni per gli altri, come lo sono questo giorno, questo mese e questa città. Ascoltate: tutto ciò che apparteneva al tempo dell’ignoranza è stato calpestato sotto i miei piedi. Le vendette di sangue del tempo dell’ignoranza sono state abolite. Il primo sangue tra noi che io abolisco è quello del figlio di Rabi‘ ibn al-Harith. Questo bambino veniva allattato presso la tribù dei Banu Sa‘d quando fu ucciso da alcuni uomini della tribù di Hudhayl. L’usura del tempo dell’ignoranza è stata abolita. La prima usura tra noi che io abolisco è quella di ‘Abbas ibn ‘Abd al-Muttalib. D’ora in poi ogni forma di usura è abolita.

Temete Allah riguardo alle donne, poiché le avete accolte come un’affidamento da parte di Allah e le avete rese lecite mediante la parola di Allah. Voi avete diritti su di loro: esse non devono permettere a nessuno che non gradite di entrare nei vostri letti. Se lo fanno, potete colpirle, ma non colpitele con eccessiva severità. Esse hanno il diritto che provvediate adeguatamente al loro sostentamento e al loro vestiario.

Vi lascio qualcosa che, se vi atterrete saldamente ad essa, non vi smarrirete mai più: il Libro di Allah. [Sahih Muslim, capitolo «Il pellegrinaggio del Profeta», vol. 1, p. 397] O gente, ricordate: dopo di me non vi sarà alcun profeta e dopo di voi non vi sarà alcuna comunità. Adorate dunque il vostro Signore, osservate le cinque preghiere quotidiane, digiunate nel mese di Ramadan, versate con gioia la zakat sui vostri beni, compite il pellegrinaggio alla Casa del vostro Signore e obbedite ai vostri governanti. Se farete ciò, entrerete nel Paradiso del vostro Signore. [Ibn Majah, Ibn ‘Asakir, Rahmat li-l-‘Alamin, vol. 1, p. 263]

Vi sarà chiesto quale sia stato il vostro rapporto con me. Che cosa direte allora? I Compagni dissero: «Testimoniamo che hai trasmesso il messaggio, hai fatto giungere il monito e hai adempiuto al dovere che ti era stato affidato riguardo alla benevolenza».

Udite queste parole, il Profeta ﷺ sollevò il dito indice verso il cielo, poi lo inclinò verso la gente e disse per tre volte: «O Signore dei mondi, sii testimone». [Sahih Muslim, vol. 1, p. 397]

Rabi‘a ibn Umayya ibn Khalaf trasmetteva ad alta voce alla gente le parole del Profeta ﷺ. [Ibn Hisham, vol. 2, p. 605]

Dopo che il Profeta ﷺ ebbe terminato il sermone, Allah l’Altissimo fece scendere questo versetto del nobile Corano: «Oggi ho perfezionato per voi la vostra religione, ho completato su di voi la Mia grazia e ho scelto per voi l’Islam come religione». (Sura al-Ma’idah, versetto 3)

Quando ‘Umar (che Allah si compiaccia di lui) udì questo versetto, cominciò a piangere. Gli fu chiesto: «Perché piangi?». Egli rispose: «Piango perché, dopo la perfezione, non resta che l’imperfezione». [Bukhari; si veda la narrazione di Ibn ‘Umar, vol. 1, p. 265]

Dopo il sermone del Nobile Profeta (pace e benedizioni di Allah su di lui), Bilal (che Allah si compiaccia di lui) recitò l’adhān e l’iqāma. Il Profeta (pace e benedizioni di Allah su di lui) guidò la preghiera del zuhr. Poi Bilal recitò l’iqāma e il Profeta (pace e benedizioni di Allah su di lui) guidò la preghiera dell’asr. Tra queste due preghiere il Profeta (pace e benedizioni di Allah su di lui) non eseguì alcun’altra preghiera. Quindi salì sulla cavalcatura e si recò al suo luogo di sosta. Lì rimase in attesa sul dorso della cammella; dopo qualche tempo tramontò il sole. Poi il Profeta (pace e benedizioni di Allah su di lui) fece sedere Usama (che Allah si compiaccia di lui) dietro di sé e partì da lì alla volta di Muzdalifa. Qui eseguì le preghiere del maghrib e dell’isha con un solo adhān e due iqāma. Nel frattempo non eseguì alcuna preghiera volontaria. Poi il Profeta (pace e benedizioni di Allah su di lui) si coricò e rimase disteso fino all’ora della preghiera del fajr. Quando giunse l’ora del fajr, eseguì la preghiera del fajr con adhān e iqāma. Quindi montò la cammella e si recò al Mashʿar al-Haram; rivolto verso la qibla, invocò Allah. Pronunciò il takbīr nel nome di Allah e recitò la formula del tawhīd. Rimase lì fino a quando il mattino fu completamente luminoso in ogni direzione. Poi partì alla volta di Mina poco prima del sorgere del sole. Questa volta fece sedere dietro di sé al-Fadl ibn Abbas. Giunto a Batn Muhassir, il luogo in cui si abbatté l’ira contro l’esercito di Abraha, spronò energicamente la cavalcatura. Si diresse verso la Jamrat al-Kubrā e vi giunse. A quell’epoca lì si trovava un albero, e la Jamrat al-Kubrā era conosciuta anche grazie a quell’albero. La Jamrat al-Kubrā è chiamata anche Jamrat al-ʿAqaba e Jamrat al-Ulā. Dopo di ciò, il Profeta (pace e benedizioni di Allah su di lui) vi lanciò sette pietre. Ogni volta che lanciava una pietra pronunciava il takbīr. Erano piccoli frammenti di pietra. Il Profeta (pace e benedizioni di Allah su di lui) lanciò queste pietre stando ai piedi della montagna.

Poi il Profeta (pace e benedizioni di Allah su di lui) si recò al luogo dei sacrifici e con le sue mani benedette sacrificò sessantatré cammelli. Affidò quindi i restanti trentasette cammelli ad Ali (che Allah si compiaccia di lui) affinché li sacrificasse. In questo modo furono sacrificati cento cammelli. Il Profeta (pace e benedizioni di Allah su di lui) incluse anche Ali nel proprio sacrificio. Poi, per suo ordine, fu presa una porzione di carne da ciascun cammello e cotta in una pentola. Il Profeta (pace e benedizioni di Allah su di lui) e Ali mangiarono un po’ di quella carne. Il Profeta (pace e benedizioni di Allah su di lui) bevve anche del brodo.

Poi il Profeta (pace e benedizioni di Allah su di lui) montò sulla cavalcatura e si recò alla Nobile Mecca. Compì il tawāf della Nobile Casa di Allah. Questo tawāf è chiamato tawāf al-ifāda. Il Profeta (pace e benedizioni di Allah su di lui) eseguì a Mecca la preghiera del zuhr. Si recò presso il pozzo di Zamzam, da Banu Abd al-Muttalib, che stavano distribuendo l’acqua di Zamzam ai pellegrini.

Il Profeta (pace e benedizioni di Allah su di lui) disse: «O Banu Abd al-Muttalib, attingete l’acqua. Se non temessi che gli altri vi sopraffacessero nel compito di attingere l’acqua, anch’io attingerei insieme a voi». In altre parole, se i Compagni avessero visto il Profeta (pace e benedizioni di Allah su di lui) attingere l’acqua, tutti avrebbero cercato di fare altrettanto. Di conseguenza, Banu Abd al-Muttalib avrebbe perso il privilegio esclusivo di distribuire l’acqua ai pellegrini. In seguito, alcuni membri di Banu Abd al-Muttalib porsero al Profeta (che Allah si compiaccia di lui) un secchio d’acqua, e il Profeta (pace e benedizioni di Allah su di lui) bevve quell’acqua quanto necessario. 10 [È riportato da Muslim e da Jabir (che Allah si compiaccia di lui), nel capitolo Hujjat al-Nabi, vol. 1, pp. 397-400.]

Oggi è il giorno del sacrificio, il dieci di Dhu al-Hijja. Anche oggi, durante la mattinata, il Profeta (pace e benedizioni di Allah su di lui) pronunciò un sermone. In quel momento era montato sul dorso di un mulo. Ali (che Allah si compiaccia di lui) faceva giungere le parole del Profeta (pace e benedizioni di Allah su di lui) ai Compagni riuniti. Alcuni Compagni erano seduti e altri erano in piedi. 11 [Abu Dawud, capitolo Yawm al-Nahr, vol. 1, p. 270.] Anche nel sermone di quel giorno il Profeta (pace e benedizioni di Allah su di lui) ripeté alcuni passaggi del discorso del giorno precedente. Sahih al-Bukhari e Sahih Muslim riportano la narrazione di Abu Bakr (che Allah si compiaccia di lui), secondo cui il Profeta (pace e benedizioni di Allah su di lui) ci pronunciò un sermone proprio nel giorno del sacrificio, cioè il dieci di Dhu al-Hijja. In quel sermone disse: «È giunto il momento del compimento del ciclo del tempo. In questo stesso giorno Allah creò i cieli e la terra. Un anno è composto da dodici mesi, quattro dei quali sono mesi sacri. Tre di essi sono consecutivi: Dhu al-Qiʿda, Dhu al-Hijja e Muharram. L’altro è Rajab, che si trova tra Jumada al-Thani e Shaʿban».

Il Profeta (pace e benedizioni di Allah su di lui) disse inoltre: «Qual è questo mese?». Rispondemmo: «Allah e il Suo Messaggero lo sanno meglio». Il Profeta (pace e benedizioni di Allah su di lui) rimase in silenzio. Allora comprendemmo che forse avrebbe dato a quel mese un altro nome. Ma il Profeta (pace e benedizioni di Allah su di lui) disse: «Non è forse il mese di Dhu al-Hijja?». Rispondemmo: «Certamente». Egli disse: «Qual è questa città?». Rispondemmo: «Allah e il Suo Messaggero lo sanno meglio». Il Profeta (pace e benedizioni di Allah su di lui) rimase in silenzio per qualche istante. Pensammo che forse avrebbe dato a quella città un altro nome. Ma il Profeta (pace e benedizioni di Allah su di lui) disse: «Non è forse la città della Mecca?». Rispondemmo: «Certamente». Il Profeta (pace e benedizioni di Allah su di lui) disse: «Come si chiama questo giorno?». Rispondemmo: «Allah e il Suo Messaggero lo sanno meglio». Il Profeta (pace e benedizioni di Allah su di lui) rimase in silenzio per qualche istante. Pensammo che forse avrebbe dato a quel giorno un altro nome. Ma disse: «Non è forse questo il giorno di Yawm al-Nahr, cioè il giorno del sacrificio? In altre parole, non è forse il dieci di Dhu al-Hijja?». Rispondemmo: «Certamente». Il Profeta (pace e benedizioni di Allah su di lui) disse: «Ebbene, ascoltate: il vostro sangue, i vostri beni e il vostro onore sono inviolabili e sacri gli uni per gli altri, così come per voi sono sacri questa vostra città, questo vostro mese e questo vostro giorno. Presto incontrerete il vostro Signore ed Egli vi interrogherà sulle vostre opere. Perciò fate attenzione a non smarrirvi dopo di me».

«Non smarritevi al punto da cominciare a spezzarvi vicendevolmente il collo. Dite: ho trasmesso il messaggio?». I Compagni risposero: «Sì». Il Profeta (pace e benedizioni di Allah su di lui) disse: «O Allah, sii testimone». Chi è presente qui trasmetta il mio messaggio a chi è assente, poiché spesso l’assente darà a queste mie parole maggiore importanza di molti dei presenti e le riterrà vere. 12 [Sahih al-Bukhari, capitolo Khutbat Ayyam Mina, vol. 1, p. 234.]

Secondo una narrazione, il Profeta — che Allah lo benedica e gli conceda la pace — disse inoltre in quel sermone: «Ricordate: commettendo un peccato, essi peccano soltanto contro se stessi», cioè ciascuno ne sarà personalmente responsabile. Ricordate: nessun figlio colpevole può far ricadere la propria colpa sul padre, né un padre colpevole può farla ricadere sul figlio; vale a dire, il figlio non sarà ritenuto responsabile del peccato del padre, né il padre di quello del figlio. Ricordate: Satana ha ormai perso la speranza che in questa città venga mai più adorato. Tuttavia, egli sarà soddisfatto quando gli obbedirete attraverso quelle azioni che voi considerate insignificanti e spregevoli. 13[Al-Tirmidhi, vol. 2, pp. 38, 135; Ibn Majah, Kitab al-Qital wa al-Rajm; Mishkat, vol. 1, p. 234]

In seguito, il Profeta — che Allah lo benedica e gli conceda la pace — rimase a Mina durante gli Ayyam al-Tashriq, cioè l’11, il 12 e il 13 di Dhu al-Hijjah. In quel periodo osservava anche i riti del pellegrinaggio, insegnava alla gente le disposizioni e i precetti della Sharia, ricordava Allah, manteneva le sunnah della millat di Ibrahim ed eliminava i simboli dello shirk. In uno dei tre giorni degli Ayyam al-Tashriq pronunciò un sermone. Abu Dawud riporta, con una catena di trasmissione hasan, che Hazrat Sara bint Binham (che Allah sia soddisfatto di lei) disse: «Il Messaggero di Allah — che Allah lo benedica e gli conceda la pace — ci pronunciò un sermone nel giorno di Ra’s» 14[cioè il 12 di Dhu al-Hijjah; Awn al-Ma’bud, vol. 2, p. 143] «e disse: “Questo giorno non è quello intermedio degli Ayyam al-Tashriq”» 15[Abu Dawud, Yawm yuqhatibu bi Mina, vol. 1, p. 269]. Il sermone pronunciato quel giorno dal Profeta — che Allah lo benedica e gli conceda la pace — era simile a quello del giorno precedente, cioè al sermone del giorno del sacrificio. Questo sermone fu pronunciato dopo la rivelazione della sura al-Nasr.

L’ultima spedizione militare

I governanti del vastissimo Impero romano non erano disposti a riconoscere all’Islam e a coloro che lo abbracciavano il diritto di vivere. Perciò, per chiunque nelle regioni controllate dall’Impero romano accettasse l’Islam, ciò era pericoloso. Anche per gli altri era forte il timore che si ripetesse il caso del governatore romano Hazrat Farwah ibn Amr al-Judhami.

Di fronte a tale arroganza e al comportamento superbo dei governanti dell’Impero romano, nel mese di Safar dell’undicesimo anno dell’Egira il Profeta — che Allah lo benedica e gli conceda la pace — iniziò a formare un grande esercito. Nominò Hazrat Usama ibn Zayd (che Allah sia soddisfatto di lui) comandante di quell’esercito e gli ordinò: «Devasta con i tuoi cavalieri la regione di Balqa e il territorio palestinese di Darum, poi ritorna». Lo scopo di questa iniziativa era infondere coraggio alle tribù arabe che vivevano nelle regioni sotto il controllo dei Romani, terrorizzando questi ultimi. In tal modo nessuno avrebbe potuto pensare che non vi fosse nessuno disposto a parlare di fronte agli eccessi e all’arbitrio della Chiesa. Inoltre, nessuno avrebbe potuto credere che abbracciare l’Islam significasse invitare la propria morte.

Alcune persone criticarono la nomina di Hazrat Usama (che Allah sia soddisfatto di lui) a comandante e mostrarono esitazione nel prepararsi a partecipare a questa spedizione. In tale circostanza il Messaggero di Allah — che Allah lo benedica e gli conceda la pace — disse: «Se criticate la nomina di Usama a comandante, allora bisogna dire che in precedenza avevate criticato anche la nomina di suo padre a comandante. Eppure, per Allah, Zayd era certamente qualificato per essere comandante. Inoltre, era uno dei miei più cari. Dopo Zayd, anche Usama è uno dei miei più cari». 1[Sahih al-Bukhari, capitolo sull’invio di Usama, Usama, vol. 2, p. 612]

Allora i nobili Compagni (che Allah sia soddisfatto di loro) si radunarono intorno a Hazrat Usama (che Allah sia soddisfatto di lui) e si unirono al suo esercito. L’esercito partì e si accampò a un luogo chiamato Maqam Zaraf, a tre miglia da Medina. Poiché continuavano a ricevere notizie allarmanti sulla malattia del Profeta — che Allah lo benedica e gli conceda la pace — non avanzarono oltre. Rimasero lì, aspettando il decreto di Allah. Il decreto di Allah stabilì che questa spedizione fosse riconosciuta come la prima spedizione militare del califfato di Hazrat Abu Bakr al-Siddiq (che Allah sia soddisfatto di lui). 2[Sahih al-Bukhari e Ibn Hisham, vol. 2, pp. 606–650].

Muhammad non è altro che un Messaggero; prima di lui vi furono molti messaggeri

Sono già passati. Se egli muore o viene ucciso da qualcuno

verrà ucciso, allora vi volgerete indietro (dal suo esempio)?

Vi volgerete indietro? (Sappiate) che

chiunque si volga così indietro

alcun danno ad Allah

non potrà arrecare.

(Sura: Āl ʿImrān – 144)

 

7

Addio, o mio amico: il Nobile Profeta sulla via del viaggio finale

Addio, o Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace

La predicazione della religione di Allah ha raggiunto il suo compimento e il mondo arabo è ora completamente sotto il dominio dell’Islam. In quel periodo, nei pensieri, nelle sensazioni, nei comportamenti esteriori e nelle parole del Messaggero, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, cominciarono a manifestarsi segni dai quali si comprendeva chiaramente che egli avrebbe presto dato addio agli abitanti di questo mondo.

A titolo d’esempio, si narra che nel mese di Ramadan del decimo anno dell’Egira il Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, praticò l’i’tikaf per venti giorni, mentre negli altri Ramadan lo praticava per dieci giorni. Quell’anno il venerabile Gabriele (pace su di lui) recitò al Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, l’intero Nobile Corano per due volte. Nel discorso del pellegrinaggio d’addio, il Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, disse: «Non so, forse dopo quest’anno non potrò mai più incontrarvi in questo luogo». Presso Jamrat al-‘Aqabah disse: «Imparate da me i riti del pellegrinaggio, poiché forse dopo quest’anno non potrò più compiere il pellegrinaggio». La sura An-Nasr fu rivelata a metà dei giorni di Tashriq, cioè il 10, l’11 e il 12 di Dhu al-Hijjah. Egli allora comprese che era giunto il momento di congedarsi da questo mondo. La rivelazione di questa sura costituiva un preannuncio della sua morte.

All’inizio del mese di Safar dell’undicesimo anno dell’Egira, il Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, si recò nella piana di Uhud. Là pregò per i martiri come se i vivi stessero prendendo commiato dai morti. Poi tornò, si sedette sul pulpito e disse: «Io sono il vostro comandante nelle vostre attività e sono testimone per voi. Per Allah, ora vedo il mio Hawd, cioè il Hawd di Kawthar. Mi sono state affidate le chiavi dell’intero universo e dei suoi tesori. Per Allah, non temo che dopo di me associati altri ad Allah; temo piuttosto che gareggiate eccessivamente nelle questioni mondane».

Una notte, a mezzanotte, il Messaggero, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, si recò al cimitero di Jannat al-Baqi’ e pregò per i defunti. In quella preghiera disse: «La pace sia su di voi, o abitanti delle tombe. Ciò in cui vi trovate è migliore per voi di ciò in cui si trovano gli uomini. Le tentazioni giungono una dopo l’altra, come le parti di una notte oscura. Le generazioni successive sono peggiori di quelle precedenti». Poi diede agli abitanti delle tombe la lieta notizia: «Anch’io mi unirò a voi».

L’inizio della malattia

Domenica 29 Safar dell’undicesimo anno dell’Egira, il Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, partecipò a una preghiera funebre a Jannat al-Baqi’. Sulla via del ritorno cominciò ad avere mal di testa e la febbre aumentò al punto che il calore poteva essere percepito persino attraverso la benda legata attorno alla testa. Questo fu l’inizio della malattia mortale. Durante quella malattia guidò la preghiera per undici giorni. La malattia durò complessivamente tredici o quattordici giorni.

L’ultima settimana di vita

Il Messaggero, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, si indeboliva sempre più. In quel periodo chiedeva alle sue pure consorti: «Dove soggiornerò domani? Dove soggiornerò domani?». Le sue consorti compresero il significato di questa domanda del Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, e dissero: «O Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, soggiornerai dove desideri». Poi egli si trasferì nella stanza di Aisha, che Allah sia soddisfatto di lei. Durante il trasferimento, il venerabile al-Fadl ibn Abbas e il venerabile Ali ibn Abi Talib, che Allah sia soddisfatto di entrambi, lo sostennero conducendolo. Il capo del Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, era fasciato e i suoi puri piedi strisciavano sul terreno. In queste condizioni fu trasferito nella stanza di Aisha, che Allah sia soddisfatto di lei, e lì trascorse l’ultima settimana della sua vita.

Aisha, che Allah sia soddisfatto di lei, recitava le suppliche apprese dal Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, soffiava sul suo corpo puro e passava le sue pure mani sul proprio corpo, sperando nella benedizione.

Cinque giorni prima della morte

Cinque giorni prima della morte, Chahar Shamba, cioè mercoledì, la temperatura corporea del Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, aumentò in modo anomalo. La sua sofferenza aumentò. Aveva perso conoscenza. In quel momento disse: «Versate su di me sette otri d’acqua proveniente da diversi pozzi, affinché possa recarmi dalla gente e impartire le mie ultime disposizioni». Fu fatto sedere e gli fu versata addosso una tale quantità d’acqua che egli disse: «Basta, basta», cioè non ne occorreva altra.

In seguito il Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, si sentì alquanto meglio e si recò nella moschea. Aveva la testa fasciata. Salì sul minbar, si sedette e pronunciò alcuni discorsi. I nobili Compagni erano riuniti intorno a lui. Egli disse: «La maledizione di Allah ricada sugli ebrei e sui cristiani, poiché hanno trasformato in moschee le tombe dei loro profeti». Secondo un’altra narrazione: «Il castigo di Allah ricada sugli ebrei e sui cristiani, poiché hanno trasformato in moschee le tombe dei loro profeti».² [Sahih al-Bukhari, vol. 1, p. 52; Muwatta dell’Imam Malik, p. 360] Disse inoltre: «Non trasformate la mia tomba in un idolo da adorare».³ [Muwatta dell’Imam Malik, p. 65]

Poi il Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, si offrì per eventuali ritorsioni e disse: «Se ho colpito qualcuno sulla schiena con una frusta, ecco la mia schiena: che si vendichi. Se ho mancato di rispetto a qualcuno, che si rivalga su di me».

Poi il Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, scese dal minbar e guidò la preghiera di Zuhr. In seguito tornò a sedersi sul minbar e ripeté quanto aveva detto riguardo all’ostilità e ad altre questioni. Un uomo disse: «Mi devi tre dirham». Il Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, ordinò al venerabile al-Fadl ibn Abbas, che Allah sia soddisfatto di lui, di saldare quel debito.

Dopodiché il caro Profeta raccomandò di prendersi cura degli Ansar. Disse: «Vi raccomando di prendervi cura degli Ansar, poiché essi sono il mio cuore e le mie viscere. Hanno adempiuto pienamente al loro dovere, ma i loro diritti sono ancora da tutelare. Accogliete dunque i virtuosi tra loro e perdonate i malvagi». In un’altra narrazione si riferisce che egli disse: «In un’altra narrazione si riferisce che egli disse: la gente continuerà ad aumentare, mentre il numero degli Ansar continuerà a diminuire, fino a diventare come la quantità di sale nel cibo. Pertanto, chi tra voi riceverà l’incarico di svolgere un compito vantaggioso o dannoso, accolga i virtuosi tra gli Ansar e perdoni i malvagi». 4 [Sahih al-Bukhari, vol. 1, p. 526]

Dopodiché il Profeta disse: «Allah l’Altissimo ha dato a un Suo servo la possibilità di scegliere: se lo desidera, Allah gli concederà ciò che vuole degli splendori e dei beni del mondo, oppure potrà scegliere ciò che si trova presso Allah». Quel servo espresse il desiderio di scegliere ciò che si trova presso Allah. Abu Sa’id al-Khudri riferisce che, dopo aver udito queste parole, Abu Bakr al-Siddiq cominciò a piangere e disse: «Possa io essere sacrificato per te, insieme ai miei genitori». Noi ci meravigliammo nell’udire ciò. La gente disse: «Guardate questo vecchio! Il Messaggero stava parlando di un servo al quale Allah aveva dato la possibilità di scegliere tra ciò che desiderava e ciò che si trova presso Allah, e invece questo vecchio dice: “Possa io essere sacrificato per te, insieme ai miei genitori”». Ma pochi giorni dopo divenne chiaro a tutti che il servo al quale Allah aveva dato la possibilità di scegliere era proprio il Messaggero. Quel giorno nessuno poté più ignorare che Abu Bakr era la persona più sapiente tra noi. 5 [Sahih al-Bukhari, vol. 1, p. 536]

Dopodiché il Messaggero disse: «Tra tutti, Abu Bakr mi ha reso il più grande favore con la sua amicizia e il sacrificio dei suoi beni. Se avessi preso come intimo amico qualcuno diverso dal mio Signore, avrei preso Abu Bakr. Tuttavia, tra noi esistono i legami della fratellanza e dell’affetto islamici. Non si lasci aperta nessuna porta della moschea; si chiudano tutte le porte, eccetto quella di Abu Bakr». 6 [Al-Bukhari, Muslim, vol. 1, p. 516; Mishkat, vol. 2, pp. 546-554]

Quattro giorni prima della morte

Il giovedì, quattro giorni prima della morte del Messaggero, egli soffriva molto. In quel momento disse: «Vi detterò uno scritto, dopo il quale non vi smarrirete mai». In casa erano presenti alcune persone, tra cui Umar. Egli disse: «Voi soffrite molto a causa della malattia, mentre noi abbiamo con noi il Sacro Corano. Questo Libro è sufficiente per noi». Dopo aver udito queste parole, tra i Compagni presenti in casa sorse un disaccordo. Alcuni dissero: «Scrivete ciò che il Profeta desiderava far mettere per iscritto». Altri dicevano: «No, non è necessario; ciò che dice Umar è corretto». A un certo punto il disaccordo si trasformò in una discussione e il clamore aumentò. Il Messaggero, infastidito, disse: «Alzatevi e andatevene da me». 7 [Al-Bukhari e Muslim; al-Bukhari, vol. 1, pp. 22, 427; vol. 2, p. 638]

Quel giorno il Profeta raccomandò tre cose. Primo: espellere gli ebrei, i cristiani e i politeisti dalla Penisola Arabica. Secondo: trattare le delegazioni in visita nello stesso modo in cui io le trattavo. Il narratore dimenticò la terza cosa; probabilmente il Profeta disse di attenersi saldamente al Corano e alla Sunna, oppure di inviare l’esercito di Usama; oppure disse: «Prestate attenzione alla preghiera e a coloro che sono sotto la vostra autorità, cioè ai vostri servi e alle vostre serve».

Nonostante la gravità della malattia, il Messaggero guidò personalmente tutte le preghiere fino al giovedì, quattro giorni prima della sua morte. Quel giorno guidò anche la preghiera del maghrib. In quella preghiera recitò la sura

Al momento della preghiera dell’isha, la malattia si aggravò a tal punto che non ebbe più la forza di recarsi alla moschea. Aisha riferisce: «Il Profeta chiese: “La gente ha già compiuto la preghiera?”. Rispondemmo: “No, Messaggero; ti stanno aspettando”. Il Messaggero disse: “Portatemi dell’acqua in un recipiente”. Facemmo così. Egli compì il bagno rituale. Poi tentò di alzarsi, ma perse conoscenza. Quando riprese i sensi, chiese: “La gente ha già compiuto la preghiera?”. Gli fu detto: “No, Messaggero; ti stanno aspettando”. La stessa cosa accadde una seconda e una terza volta. Egli compì il bagno rituale e poi tentò di alzarsi, ma perse conoscenza. Dopodiché mandò a chiamare Abu Bakr, ordinandogli di guidare la preghiera. Anche negli altri giorni della malattia del Nobile Profeta, Abu Bakr al-Siddiq guidò la preghiera. 9 [Al-Bukhari e Muslim; Mishkat, vol. 1, p. 102] Durante la vita del Profeta, Abu Bakr al-Siddiq guidò diciassette preghiere rituali. 8 [Al-Bukhari e Muslim; Mishkat, vol. 1, p. 102]»

Hazrat Aisha (ra.) si rivolse al Messaggero di Allah, sallallahu alayhi wa sallam, tre o quattro volte, chiedendo che l’incarico di guidare la preghiera fosse affidato a qualcuno diverso da Hazrat Abu Bakr (ra.). Temeva che la gente maturasse cattivi sospetti riguardo a Hazrat Abu Bakr Siddiq (ra.). Tuttavia, il Profeta, sallallahu alayhi wa sallam, respinse ogni volta la richiesta della sua consorte e disse: «Siete diventate tutte come le compagne di Yusuf (a.s.)». 10 [Nella vicenda di Hazrat Yusuf (a.s.), le donne che accusavano la moglie del governatore d’Egitto lo facevano apparentemente in quel modo; ma quando, vedendo Hazrat Yusuf, si tagliarono le dita, divenne chiaro che erano tutte profondamente devote a Hazrat Yusuf (a.s.). In altre parole, dicevano una cosa con la bocca, ma nel cuore ne avevano un’altra. Anche qui la situazione era simile. Apparentemente si diceva che Hazrat Abu Bakr Siddiq avesse un cuore tenero e che, iniziando a guidare la preghiera al posto del Profeta, non sarebbe riuscito a recitare il Corano a causa dei suoi incessanti pianti. Ma in realtà si pensava che, se — Dio non voglia — il Nobile Messaggero, sallallahu alayhi wa sallam, fosse morto, tutti avrebbero nutrito cattivi sospetti nei confronti di Hazrat Abu Bakr Siddiq (ra.) e lo avrebbero accusato di essere di cattivo auspicio. Per queste ragioni, insieme alla richiesta di Hazrat Aisha Siddiqah, anche le altre consorti del Profeta presentarono la medesima richiesta al Nobile Profeta, sallallahu alayhi wa sallam. Per questo il Profeta (s.) disse: «Siete tutte come i fratelli del Profeta Yusuf».] Ordinate ad Abu Bakr di guidare la preghiera.

Due giorni prima della morte

Era sabato o domenica quando il Profeta, sallallahu alayhi wa sallam, si sentì un po’ meglio. Si recò alla moschea per la preghiera di Zuhr, appoggiandosi alle spalle di due uomini. In quel momento Hazrat Abu Bakr Siddiq (ra.) stava guidando la preghiera dei Compagni. Vedendo il Messaggero di Allah, sallallahu alayhi wa sallam, iniziò ad arretrare. Il Profeta, sallallahu alayhi wa sallam, gli fece cenno che non era necessario arretrare. Disse agli uomini sulle cui spalle si era appoggiato per raggiungere la moschea: «Fatemi sedere accanto ad Abu Bakr». Fu quindi fatto sedere alla destra di Hazrat Abu Bakr. Durante la preghiera, Hazrat Abu Bakr Siddiq (ra.) seguiva il Profeta, sallallahu alayhi wa sallam, e faceva udire ai Compagni i takbir. 12 [Sahih Bukhari, vol. 1, pp. 98-99]

Un solo giorno prima della morte

Il giorno prima della sua morte, lunedì, il Profeta, sallallahu alayhi wa sallam, liberò tutti i suoi schiavi e le sue schiave. A quel tempo possedeva sette dinar: li diede in elemosina e donò le sue armi ai musulmani. Durante la notte, per accendere la lampada, Hazrat Aisha (ra.) prese in prestito dell’olio da una vicina. Una corazza del Messaggero di Allah, sallallahu alayhi wa sallam, era stata data in pegno a un ebreo in cambio di trenta sa‘, cioè 75 chili, d’orzo.

L’ultimo giorno della nobile vita

Hazrat Anas (ra.) racconta: quel giorno era lunedì e i musulmani stavano compiendo la preghiera del Fajr. Hazrat Abu Bakr Siddiq (ra.) era incaricato di guidarla. All’improvviso il Profeta, sallallahu alayhi wa sallam, scostò la tenda della stanza di Hazrat Aisha Siddiqah e sorrise lievemente vedendo i Compagni pregare allineati in file. Hazrat Abu Bakr (ra.) arretrò un poco, affinché il Messaggero di Allah potesse unirsi alla fila della preghiera. Pensava che il Messaggero, sallallahu alayhi wa sallam, potesse unirsi a loro e forse desiderasse partecipare alla preghiera. Hazrat Anas (ra.) racconta che, vedendo improvvisamente il Profeta, sallallahu alayhi wa sallam, i Compagni furono così felici che sembrarono sul punto di turbarsi durante la preghiera; in altre parole, volevano interrompere la preghiera per informarsi sulle condizioni fisiche del Profeta, sallallahu alayhi wa sallam. Ma il Nobile Messaggero, sallallahu alayhi wa sallam, fece loro cenno con la mano di completare la preghiera. Poi il Profeta, sallallahu alayhi wa sallam, rientrò nella stanza e lasciò ricadere la tenda.

Dopo di allora non giunse più per il Profeta, sallallahu alayhi wa sallam, l’ora di un’altra preghiera. All’inizio della giornata, al momento della preghiera di Chasht, il Messaggero di Allah, sallallahu alayhi wa sallam, chiamò a sé la sua amata figlia, Hazrat Fatimah (ra.), e le sussurrò alcune parole all’orecchio. Dopo averle ascoltate, Hazrat Fatimah Zahra cominciò a piangere. Poi il Profeta, sallallahu alayhi wa sallam, le sussurrò nuovamente qualcosa all’orecchio; questa volta Hazrat Fatimah (ra.) cominciò a ridere.

Hazrat Aisha Siddiqah (che Allah sia soddisfatto di lei) racconta: In seguito chiesi a Hazrat Fatimah il motivo del suo pianto e del suo sorriso, ed ella disse: «La prima volta, il Profeta — che Allah lo benedica e gli conceda la pace — mi disse: “Morirò a causa di questa malattia”. Udendo ciò, piansi. Poi mi sussurrò all’orecchio: “Tra tutti i miei familiari, tu sarai la prima a seguirmi nell’Aldilà”. Udendo ciò, sorrisi». 14 [Bukhari, vol. 2, p. 638]

Vedendo l’intensità delle sofferenze del Profeta — che Allah lo benedica e gli conceda la pace — egli diede a Hazrat Fatimah (che Allah sia soddisfatto di lei) la lieta notizia che sarebbe stata la guida di tutte le donne del mondo. 15 [Secondo alcune narrazioni, questa conversazione e questa lieta notizia ebbero luogo non l’ultimo giorno della vita del Profeta, bensì durante l’ultima settimana. Cfr. Rahmatul lil-Alamin, vol. 1, p. 282]

In quel momento, a causa dell’intensità delle sofferenze del Messaggero di Allah — che Allah lo benedica e gli conceda la pace — Hazrat Fatimah (che Allah sia soddisfatto di lei) esclamò improvvisamente: «Oh, quanto soffre mio padre!». Udendo ciò, il Profeta — che Allah lo benedica e gli conceda la pace — disse: «Dopo oggi, tuo padre non soffrirà più». 16 [Secondo alcune narrazioni, questa conversazione e questa lieta notizia ebbero luogo non l’ultimo giorno della vita del Profeta, bensì durante l’ultima settimana. Cfr. Rahmatul lil-Alamin, vol. 1, p. 282]

Il Profeta — che Allah lo benedica e gli conceda la pace — chiamò Hazrat Hasan e Hazrat Husayn, li baciò e raccomandò di avere cura del loro bene. Chiamò anche le sue consorti e rivolse loro esortazioni e ammonimenti.

Nel frattempo, le sofferenze aumentavano continuamente. Anche gli effetti del veleno cominciavano a manifestarsi. A Khaybar gli era stato somministrato quel veleno. Il Profeta — che Allah lo benedica e gli conceda la pace — diceva a Hazrat Aisha (che Allah sia soddisfatto di lei): «O Aisha, continuo sempre a sentire le sofferenze causate dal veleno presente nel cibo che mangiai a Khaybar. Ora mi sembra che l’effetto di quel veleno mi stia recidendo la vena della vita». 17 [Sahih Bukhari, vol. 2, p. 637]

Il Profeta — che Allah lo benedica e gli conceda la pace — lasciò raccomandazioni anche ai nobili Compagni. Disse loro: «As-salat, as-salat, wa ma malakat aymanukum», cioè: «La preghiera, la preghiera, e coloro che sono sotto la vostra autorità». Il Profeta — che Allah lo benedica e gli conceda la pace — ripeté queste parole diverse volte. 18 [Sahih Bukhari, vol. 2, p. 637]

Lo stato dell’agonia

Cominciò lo stato dell’agonia. Hazrat Aisha Siddiqah (che Allah sia soddisfatto di lei) sostenne il Profeta — che Allah lo benedica e gli conceda la pace — appoggiandolo al proprio corpo. Ella racconta: «Tra le grazie di Allah nei miei confronti vi è questa: il Messaggero di Allah — che Allah lo benedica e gli conceda la pace — esalò l’ultimo respiro nella mia casa, nel giorno del mio giudizio, appoggiato sul mio grembo. Al momento della morte del Profeta — che Allah lo benedica e gli conceda la pace — Allah fece riunire la saliva del Profeta e la mia. Accadde che Abdur Rahman ibn Abu Bakr (che Allah sia soddisfatto di lui) venne da noi; in mano teneva un siwak. Il Profeta — che Allah lo benedica e gli conceda la pace — era appoggiato su di me. Notai che guardava il siwak e compresi che lo desiderava. Gli chiesi: “Devo prenderlo per voi?”. Egli fece un cenno con il capo. Presi il siwak e glielo diedi, ma lo sentii duro. Gli chiesi: “Devo ammorbidirlo per voi?”. Egli fece un cenno di assenso. Lo ammorbidii con i denti. Poi egli usò il siwak molto bene. Davanti a lui c’era un recipiente d’acqua. Immergeva la mano nell’acqua e si asciugava il volto, dicendo: “La ilaha illallah”, cioè: “Non vi è altra divinità all’infuori di Allah”. La morte è davvero dura». 19 [Sahih Bukhari, vol. 2, p. 640]

Dopo aver usato il siwāk, il Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, sollevò la mano o un dito. In quel momento il suo sguardo era rivolto verso il soffitto. Le sue labbra si muovevano. Mormorava qualcosa. Hazrat Aisha (che Allah sia soddisfatto di lei) avvicinò l’orecchio alla sua bocca. Il Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, diceva: «O Allah l’Altissimo, annoverami tra i profeti, i veridici, i martiri e i giusti che hai colmato dei Tuoi favori; perdonami. O Allah l’Altissimo, perdonami, abbi misericordia di me e fammi giungere presso l’Eccelso Compagno. O Allah l’Altissimo! L’Eccelso Compagno!» 20{Sahih al-Bukhari, capitoli sulla malattia del Profeta e sulle ultime parole del Profeta, vol. 2, pp. 638-641}

Il Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, pronunciò per tre volte le sue ultime parole. Subito dopo, la sua mano ricadde ed egli passò alla presenza dell’Amato. «Innā lillāhi wa innā ilayhi rājiʿūn», cioè: apparteniamo tutti ad Allah e a Lui dobbiamo ritornare.

Questo evento ebbe luogo lunedì 12 Rabīʿ al-awwal dell’undicesimo anno dell’Egira, al termine della preghiera del duha. Il Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, aveva allora sessantatré anni e quattro giorni.

Un’ombra di lutto ovunque

La notizia di questo lutto straziante si diffuse ovunque in breve tempo. Gli abitanti di Medina furono sopraffatti dal dolore. Ovunque calò una nera ombra di lutto. Hazrat Anas (che Allah sia soddisfatto di lui) disse: «Non ho mai visto un giorno più luminoso di quello in cui il Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, giunse tra noi; e non ho mai visto un giorno più sfortunato e più oscuro di quello in cui ci lasciò». 21{Darimi, Mishkat, vol. 2, p. 547} Dopo la morte dell’amato Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, Hazrat Fatima (che Allah sia soddisfatto di lei), affranta dal dolore, disse: «Ah, padre mio, colui che aveva risposto “eccomi” alla chiamata del Signore! Ah, padre mio, la cui dimora è il Paradiso di Firdaus! Ah, padre mio, io annuncio a Jibril la notizia della tua morte!» 22{Sahih al-Bukhari, capitolo sulla malattia del Profeta, vol. 2, p. 641}

La reazione di Hazrat Umar e di Hazrat Abu Bakr

Udendo la notizia della morte del Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, Hazrat Umar (che Allah sia soddisfatto di lui) perse i sensi. Rimase in piedi dicendo: «Alcuni ipocriti pensano che il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, sia morto, ma in realtà non è morto. Egli è andato dal suo Signore proprio come vi era andato Hazrat Musa ibn Imran (che la pace sia su di lui). Hazrat Musa (che la pace sia su di lui) rimase lontano dal suo popolo per quaranta giorni, dopodiché ritornò; tuttavia, prima del suo ritorno, i suoi compatrioti dicevano che Musa (che la pace sia su di lui) era morto. Giuro su Allah, il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, ritornerà e taglierà mani e piedi a coloro che ritengono che sia morto». 23{Ibn Hisham, vol. 2, p. 655}

Hazrat Abu Bakr Siddiq (che Allah sia soddisfatto di lui) si trovava nella propria casa, in un luogo chiamato Sanha. Udendo la notizia della morte del Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, accorse rapidamente a cavallo ed entrò nella Moschea del Profeta. Poi, senza dire nulla a nessuno, si recò direttamente nella stanza di Hazrat Aisha (che Allah sia soddisfatto di lei). Il corpo benedetto del Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, era allora coperto da un lenzuolo yemenita a strisce. Hazrat Abu Bakr Siddiq (che Allah sia soddisfatto di lui) scostò il lenzuolo dal volto benedetto, lo baciò e pianse. Poi disse: «Possano i miei genitori essere sacrificati per te! Allah l’Altissimo non riunirà per te due morti. Hai incontrato la morte che era stata decretata per te».

Poi uscì Abu Bakr as-Siddiq, che Allah si compiaccia di lui. Umar, che Allah si compiaccia di lui, stava parlando alla gente riunita. Abu Bakr gli disse: «Umar, siediti». Umar rifiutò di sedersi. Intanto i Compagni smisero di prestare attenzione a Umar e si rivolsero ad Abu Bakr. Abu Bakr disse: «Chiunque tra voi adorasse il Messaggero, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, sappia che Muhammad, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, non è morto. E chiunque tra voi adorasse Allah sappia che Allah l’Altissimo è Vivente e non morirà mai. Nel Sacro Corano, Allah, il Signore dei mondi, ha detto: “Muhammad non è altro che un Messaggero; altri messaggeri sono passati prima di lui. Se dunque egli muore o viene ucciso, volgerete forse le spalle? E chi volge le spalle non potrà recare alcun danno ad Allah; Allah ricompenserà presto i riconoscenti”». (Sura Āl ʿImrān, versetto 144).

I Compagni, smarriti e sconvolti dal dolore interiore, dopo aver ascoltato il discorso di Abu Bakr as-Siddiq, che Allah si compiaccia di lui, credettero che il Messaggero, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, fosse realmente morto.

Ibn Abbas, che Allah si compiaccia di lui, disse: «Per Allah, sembrava che nessuno sapesse che Allah l’Altissimo aveva già rivelato questo versetto del Sacro Corano». Dopo la recitazione di Abu Bakr, che Allah si compiaccia di lui, tutti impararono a memoria quel versetto. Da allora esso veniva ripetuto da tutti.

Saʿid ibn al-Musayyib, che Allah si compiaccia di lui, disse: «Per Allah, quando ascoltai Abu Bakr, che Allah si compiaccia di lui, mi sentii come se fossi diventato terra. Non riuscivo a stare in piedi. Quando sentii Abu Bakr recitare questo versetto, stavo per crollare a terra, poiché allora compresi chiaramente che il Messaggero, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, era davvero morto». 24 [Sahih al-Bukhari, vol. 2, pp. 640-641]

Preparativi per la sepoltura

Prima ancora di avvolgere nel sudario il Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, sorse tra i Compagni un certo dissenso sulla scelta del suo successore. A Saqifa Bani Saʿida vi fu una disputa tra i Muhajirun e gli Ansar. Alla fine tutti concordarono sul califfato di Abu Bakr as-Siddiq, che Allah si compiaccia di lui. Il resto della giornata di lunedì trascorse in questa faccenda. Giunse la notte e tutti furono occupati nelle loro attività. Il mattino seguente era martedì. A quel tempo il corpo sacro del Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, era avvolto in quella coperta yemenita. La gente della casa chiuse la porta dall’interno.

Il giorno seguente, martedì, il corpo del Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, fu lavato senza essere scoperto. Coloro che lo lavarono furono al-Abbas, Ali, i due figli di al-Abbas, Fadl e Qutham, Sakran, lo schiavo liberato dal Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, Usama ibn Zayd e Aws ibn Khawla, che Allah si compiaccia di loro. Al-Abbas e i suoi due figli giravano il Messaggero, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, da un lato all’altro. Usama e Sakran versavano l’acqua. Ali, che Allah si compiaccia di lui, lavava il Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace. Aws, che Allah si compiaccia di lui, lo teneva stretto al proprio petto.

Dopo il lavaggio, il Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, fu avvolto nel sudario costituito da tre lenzuola bianche yemenite. Non vi erano né una tunica né un turbante. 25 [Sahih al-Bukhari, vol. 1, p. 169; Sahih Muslim, vol. 1, p. 306] Il Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, fu avvolto soltanto in quelle lenzuola.

Tra i Compagni nobili sorse anche una divergenza riguardo al luogo in cui il Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, avrebbe dovuto essere sepolto. Hazrat Abu Bakr (che Allah sia soddisfatto di lui) disse: «Ho sentito il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, dire che ogni profeta viene sepolto nel luogo in cui è stato preso». Dopo questa decisione, Hazrat Abu Talha (che Allah sia soddisfatto di lui) sollevò il letto sul quale il Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, era deceduto. Sotto quel letto fu scavata la tomba.

In seguito, i Compagni entrarono nella stanza a gruppi di dieci e recitarono a turno la preghiera funebre. In questa preghiera nessuno fece da imam. Per primi pregarono gli appartenenti alla tribù dei Banu Hashim. Poi pregarono i Muhajirun, quindi gli Ansar, poi gli altri uomini, poi le donne e infine i bambini.

L’intera giornata di martedì trascorse nella recitazione della preghiera funebre. Nella notte tra martedì e mercoledì fu sepolto l’amato Profeta Muhammad Mustafa Ahmad Mujtaba, che Allah lo benedica e gli conceda la pace. Il suo corpo benedetto fu deposto nella tomba.

Hazrat Aisha Siddiqah (che Allah sia soddisfatto di lei) disse: «Non riuscimmo a sapere esattamente quando fu sepolto il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace. Tuttavia, verso la metà della notte di mercoledì, udimmo alcuni rumori». 26[Per conoscere in dettaglio questo episodio, si veda Mukhtasar Sirat-i Rasul, scritto dallo Shaykh Abdullah, p. 471; si vedano inoltre il capitolo sulla morte del Profeta in Sahih al-Bukhari, Fath al-Bari, Sahih Muslim e Mishkat. Si vedano anche Ibn Hisham, vol. 2, pp. 649-665; Talqih, pp. 38-39; Rahmat lil-Alamin, vol. 1, pp. 277-286.]

Breve presentazione della famiglia del Profeta

(1) Hazrat Khadija (che Allah sia soddisfatto di lei)

Prima dell’Egira, a Mecca la famiglia del Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, era composta da lui e da sua moglie Khadija (che Allah sia soddisfatto di lei). Al momento di questo matrimonio, il Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, aveva venticinque anni e Bibi Khadija ne aveva quaranta. Hazrat Khadija (che Allah sia soddisfatto di lei) fu la prima moglie del Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace. Durante la sua vita, il Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, non contrasse altri matrimoni. Tra i figli del Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, tutti tranne Hazrat Ibrahim nacquero da Bibi Khadija. Nessuno dei figli maschi era ancora in vita, mentre le figlie erano vive. I loro nomi erano Hazrat Zaynab, Hazrat Ruqayya, Hazrat Umm Kulthum e Hazrat Fatima (che Allah sia soddisfatto di lei). Zaynab sposò, prima dell’Egira, suo cugino paterno Hazrat Abu al-As ibn al-Rabi. Ruqayya e Umm Kulthum sposarono, rispettivamente, Hazrat Uthman (che Allah sia soddisfatto di lui). Hazrat Fatima (che Allah sia soddisfatto di lei) sposò Hazrat Ali ibn Abi Talib (che Allah sia soddisfatto di lui) nel periodo intermedio tra le battaglie di Badr e Uhud. Ebbero quattro figli: Hazrat Hasan, Hazrat Husayn, Hazrat Zaynab e Umm Kulthum (che Allah sia soddisfatto di loro).

Il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, possedeva una caratteristica distinta rispetto alla sua umma. È noto a tutti che gli fu concesso di contrarre quattro matrimoni per diverse finalità. Il numero delle donne con cui il Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, contrasse matrimonio era undici. Al momento della morte del Profeta (che Allah lo benedica e gli conceda la pace), nove di loro erano ancora vive. Due morirono durante la sua vita: Hazrat Khadija e Umm al-Masakin Hazrat Zaynab bint Khuzayma (che Allah sia soddisfatto di lei). Si dice inoltre che egli avesse contratto matrimonio con altre due donne; tuttavia, esiste una divergenza di opinioni sul fatto che il matrimonio con loro fosse stato effettivamente celebrato. La decisione concorde, però, è che le due donne sopra menzionate non furono mandate da lui. Di seguito presenteremo, nell’ordine, i nomi e una breve presentazione delle consorti del Profeta dopo Hazrat Khadija.

(2) Hazrat Sawda bint Zam’a

Pochi giorni dopo la morte di Bibi Khadija (che Allah sia soddisfatto di lei), nel mese di Shawwal del decimo anno della profezia del Profeta (che Allah lo benedica e gli conceda la pace), egli contrasse matrimonio con questa vedova. È degno di nota che, prima di allora, Hazrat Sawda era stata sposata con suo cugino paterno Sakran ibn Amr.

(3) Hazrat Aisha bint Abu Bakr (che Allah sia soddisfatto di lei)

Il matrimonio con il Profeta (che Allah lo benedica e gli conceda la pace) ebbe luogo nel mese di Shawwal dell’undicesimo anno della profezia, cioè un anno dopo il matrimonio di Hazrat Sawda e due anni e cinque mesi prima dell’Egira. A quel tempo Hazrat Aisha aveva soltanto sei anni. Il primo giorno del mese di Shawwal, sette mesi dopo l’Egira, Hazrat Aisha fu condotta nella casa del marito. Aveva allora nove anni ed era vergine. Il Profeta (che Allah lo benedica e gli conceda la pace) non sposò nessun’altra ragazza vergine oltre a Hazrat Aisha (che Allah sia soddisfatto di lei). Hazrat Aisha era la sua moglie prediletta. Tra la comunità di Muhammad, era la giurista più sapiente.

(4) Hazrat Hafsa bint Umar (che Allah sia soddisfatto di lei)

Il suo primo marito fu Khunays ibn Hudhafa al-Sahmi (che Allah sia soddisfatto di lui). Suo marito morì nel periodo compreso tra le battaglie di Badr e Uhud. In seguito, nel terzo anno dell’Egira, il Profeta (che Allah lo benedica e gli conceda la pace) contrasse matrimonio con lei.

(5) Hazrat Zaynab bint Khuzayma (che Allah sia soddisfatto di lei)

Era legata ai Banu Hilal ibn Amir ibn Sa’sa’a. Per la sua straordinaria compassione e il suo amore verso i poveri e i bisognosi, le fu conferito il titolo di Umm al-Masakin. Era la moglie di Hazrat Abdullah ibn Jahsh (che Allah sia soddisfatto di lui). Questo Compagno subì il martirio nella battaglia di Uhud. In seguito, nel quarto anno dell’Egira, il Profeta (che Allah lo benedica e gli conceda la pace) contrasse matrimonio con lei. Dopo essere stata moglie del Profeta (che Allah lo benedica e gli conceda la pace) per otto mesi, ella morì.

(6) Umm Salama Hind bint Abi Umayya (che Allah sia soddisfatto di lei)

Era la moglie di Abu Salama (che Allah sia soddisfatto di lui). Rimase vedova nel mese di Jumada al-Thani del quarto anno dell’Egira. Nel mese di Shawwal dello stesso anno dell’Egira, il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, la sposò.

(7) Zaynab bint Jahsh ibn Riyab (che Allah sia soddisfatto di lei)

Era una donna della tribù dei Banu Asad ibn Khuzayma e cugina paterna del Messaggero di Allah. In precedenza era stata sposata con Zayd ibn Haritha (che Allah sia soddisfatto di lui). Zayd era considerato il figlio del Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace. Tuttavia, Zaynab non andava d’accordo con Zayd, perciò Zayd divorziò da lei. Dopo che terminò il periodo di attesa legale di Zaynab, Allah, il Signore dei mondi, rivelò questo versetto: «Quando poi Zayd ebbe rotto il legame matrimoniale con Zaynab, Noi la demmo in sposa a te». (Sura al-Ahzab, versetto 7)

A questo riguardo furono rivelati altri versetti nella Sura al-Ahzab. In questi versetti fu data una soluzione definitiva alla controversia riguardante i figli adottivi. Se ne parlerà dettagliatamente più avanti. Il Messaggero sposò Zaynab nel mese di Dhu al-Qa’da del quinto anno dell’Egira, o poco prima.

(8) Juwayriya bint al-Harith (che Allah sia soddisfatto di lei)

Suo padre era il capo dei Banu al-Mustaliq, un ramo della tribù dei Khuza’a. Juwayriya fu condotta insieme ai prigionieri di guerra dei Banu al-Mustaliq. Toccò in sorte a Thabit ibn Qays ibn al-Shammas (che Allah sia soddisfatto di lui). Thabit dichiarò che l’avrebbe liberata a determinate condizioni. Come condizione fu stabilito il pagamento di una somma precisa. Dopo aver appreso la notizia, il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, pagò per conto di Juwayriya la somma stabilita, ne organizzò la liberazione e la sposò. Questo avvenne nel mese di Sha’ban del quinto anno dell’Egira.

(9) Umm Habiba bint Abi Sufyan (che Allah sia soddisfatto di lei)

Era la moglie di ʿUbaydullah ibn Jahsh. Emigrò con il marito in Abissinia, cioè nell’Ḥabasha. Dopo il loro arrivo, ʿUbaydullah si convertì al cristianesimo. In seguito morì lì. Umm Ḥabiba, invece, rimase salda nella propria fede e nella propria emigrazione. Nel mese di Muḥarram del settimo anno dell’Egira, il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, inviò ʿAmr ibn Umayya al-Ḍamrī dal sovrano d’Abissinia, il Negus, con una lettera. In quella lettera il Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, espresse il desiderio di sposare Umm Ḥabiba. Il Negus, con il consenso di Umm Ḥabiba, la diede in matrimonio al Messaggero, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, e la inviò da lui insieme a Sharhabil ibn Ḥasana.

(10) Ḥaḍrat Ṣafiyya bint Ḥuyayy (che Allah si compiaccia di lei)

Era di discendenza israelita ed era prigioniera a Khaybar. Il Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, la liberò e la sposò perché l’aveva scelta. Ciò avvenne dopo la conquista di Khaybar, nel settimo anno dell’Egira.

(11) Ḥaḍrat Maymūna bint al-Ḥārith (che Allah si compiaccia di lei)

Era la sorella di Umm al-Faḍl Lubāba bint al-Ḥārith. Nel mese di Dhū al-Qaʿda del settimo anno dell’Egira, dopo aver completato la ʿumra compensativa e, secondo l’opinione corretta, dopo essere usciti dallo stato di iḥrām, il nobile Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, la sposò.

Il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, sposò le undici donne sopra menzionate. Altre due donne, che non furono mandate presso di lui, appartenevano una alla tribù dei Banū Kilāb e l’altra alla tribù di Kinda. Tra gli autori della sīra esistono molte divergenze riguardo al fatto che il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, abbia sposato la donna della tribù di Kinda, nonché riguardo al suo vero nome e alla sua genealogia. Non sembra necessario riferirle.

A proposito delle schiave, si può ricordare che il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, ne aveva due. Una di loro era Māriya al-Qibṭiyya. Il governatore d’Egitto, al-Muqawqis, la inviò in dono. Da lei nacque Ibrāhīm, figlio del Messaggero, che Allah lo benedica e gli conceda la pace. Egli morì il 28 o il 29 di Shawwāl del decimo anno dell’Egira, corrispondente al 27 gennaio dell’anno 632 dell’era cristiana.

Il nome dell’altra schiava era Rayḥāna; apparteneva alla tribù dei Banū Naḍīr o dei Banū Qurayẓa. Giunse a Medina insieme ai prigionieri di guerra dei Banū Qurayẓa. Il Messaggero, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, la scelse e la tenne sotto il proprio controllo. Secondo l’opinione dei ricercatori, il Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, la liberò e la sposò. L’allāma Ibn Qayyim ha scritto che il Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, tenne Rayḥāna come schiava. Abū ʿUbayda ha scritto che, oltre alle due schiave sopra menzionate, il Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, ne aveva altre due; una di esse gli fu donata dalla sua consorte Zaynab bint Jahsh (che Allah si compiaccia di lei). 1. Si veda Zād al-Maʿād, vol. 1, p. 29.

Riteniamo assolutamente necessario soffermarci qui su un aspetto particolare della vita del Messaggero di Dio. Egli trascorse una parte considerevole della sua giovinezza, quasi trent’anni, con una sola moglie. E si trattava di una moglie che veniva considerata quasi anziana. Dopo la sua morte sposò un’altra donna anziana: dapprima Hazrat Khadija, poi Hazrat Sawda (che Allah sia soddisfatto di lei). Dopo aver vissuto così per tanti anni ed essere giunto alla vecchiaia, forse la sua potenza sessuale era improvvisamente aumentata a tal punto da costringerlo a contrarre così tanti matrimoni? Dio ce ne scampi, non fu affatto così. Se una persona dotata di buon senso esamina i due periodi citati della vita del Profeta, non potrà muovere un’accusa simile. In realtà, il Messaggero, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, contrasse tutti quei matrimoni in vista di scopi particolari. I suoi scopi erano di gran lunga più nobili di quelli per cui si contraggono normalmente i matrimoni.

La spiegazione è che il Messaggero, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, sposando Hazrat Aisha e Hazrat Hafsa, consolidò i suoi rapporti con Hazrat Abu Bakr e Hazrat Umar. Allo stesso modo, dando in sposa, una dopo l’altra, due figlie a Hazrat Uthman e facendo sposare la sua amata figlia Hazrat Fatima a Hazrat Ali, il Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, si legò ai quattro Compagni menzionati mediante stretti vincoli di parentela. Quei quattro Compagni, infatti, avevano dimostrato sacrifici e abnegazione incomparabili come soldati dell’Islam nel momento critico della sua storia. Le loro opere e il loro sacrificio per l’Islam sono noti a tutti.

Era consuetudine degli Arabi attribuire particolare importanza ai legami di parentela. Dal loro punto di vista, il rapporto di genero svolgeva un ruolo speciale nel rafforzare i legami tra le diverse tribù. Consideravano vergognoso combattere contro il proprio genero. Per questa ragione, il Messaggero di Dio contrasse matrimoni con donne di diverse tribù, allo scopo di indebolire la loro ostilità nei confronti dell’Islam. Per esempio, Hazrat Umm Salama apparteneva alla tribù dei Banu Makhzum. A questa tribù appartenevano Abu Jahl e Khalid ibn al-Walid. Dopo che fu stabilito un legame matrimoniale con questa tribù, non si osservò più in Khalid ibn al-Walid una forte ostilità verso l’Islam; anzi, dopo qualche tempo egli abbracciò spontaneamente l’Islam. Analogamente, dopo che il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, sposò Umm Habiba, figlia di Abu Sufyan, Abu Sufyan, pur rimanendo ostile all’Islam, non si presentò mai davanti al Messaggero di Dio. Dopo il matrimonio di Hazrat Juwayriya e Hazrat Safiyya con il Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, le tribù dei Banu Mustaliq e dei Banu [nome non specificato] cessarono di combattere contro l’Islam. Non esistono prove che queste due tribù abbiano combattuto contro l’Islam dopo che il Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, aveva stabilito con loro legami matrimoniali.

Hazrat Juwayriya era considerata la donna più benedetta di tutta la sua tribù. Dopo che l’amato Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, la sposò, i nobili Compagni liberarono senza condizioni cento famiglie di prigionieri di guerra appartenenti a quella tribù. Dicevano: «Sono pur sempre parenti acquisiti del Messaggero, dal lato dei suoceri». Questa straordinaria dimostrazione di benevolenza ebbe un profondo effetto sugli appartenenti alla tribù.

La cosa più importante è che il Messaggero di Dio, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, era incaricato di educare una nazione indisciplinata, purificarne le menti e illuminarla con la luce della civiltà e della cultura. Essi non avevano alcuna esperienza dei mezzi e degli strumenti della civiltà e della cultura, né delle responsabilità necessarie allo sviluppo della società. Nell’ambito dei principi sui quali doveva essere edificata la società islamica, non vi era alcuna possibilità di fare distinzione tra uomini e donne. Tuttavia, alla luce di un’impostazione priva di discriminazioni, non era possibile impartire direttamente l’istruzione alle donne. Eppure la necessità di istruirle non era affatto inferiore a quella degli uomini; anzi, si può dire che fosse maggiore.

Per il Messaggero, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, l’unica via aperta per raggiungere questo scopo era scegliere donne di età e capacità diverse e realizzare il fine più ampio sulla base del loro talento e delle loro competenze. Egli avrebbe potuto istruire le donne prescelte e purificare le loro menti. Avrebbe insegnato loro le norme e i precetti della Sharia. Inoltre, avrebbe insegnato loro la civiltà e la cultura islamiche in modo tale che potessero insegnare le disposizioni della Sharia a tutte le donne, giovani e anziane, dei villaggi e delle città, senza distinzione. In tal modo, la trasmissione della religione avrebbe raggiunto la sua pienezza tra le donne.

Per questo osserviamo che le Madri dei Credenti svolsero un ruolo enorme nell’insegnare le norme della vita coniugale e familiare. In particolare, quelle che vissero più a lungo ebbero maggiori opportunità di assolvere questo compito. Si può citare, per esempio, Hazrat Aisha al-Siddiqah, che Allah sia soddisfatto di lei. Ella trasmise ampiamente parole e azioni della vita del Profeta.

Un’azione del Messaggero, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, abolì una consuetudine dell’epoca dell’ignoranza. Questa superstizione era perdurata per generazioni nella società araba. La regola era che, se si accettava qualcuno come figlio adottivo, egli godeva dello status e dei diritti di un figlio naturale. Tale norma era così profondamente radicata nella società araba che abolirla non era affatto facile. Eppure essa era gravemente in contrasto con le norme islamiche relative al matrimonio, al divorzio, all’eredità e ad altre questioni. Inoltre, questa superstizione dell’epoca dell’ignoranza aveva generato azioni spudorate e disordini di tale gravità che liberare la società da essi rientrava tra gli obiettivi fondamentali dell’Islam. Proprio allo scopo di sradicare questa superstizione dell’epoca dell’ignoranza, Allah, il Signore dei mondi, fece sposare al Messaggero, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, Hazrat Zaynab bint Jahsh.

Va ricordato che Hazrat Zaynab era inizialmente la moglie di Hazrat Zayd. Zayd era il figlio adottivo del Profeta, il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui). Poiché i rapporti tra i coniugi non erano buoni, Hazrat Zayd decise di divorziare dalla moglie. Era il periodo in cui tutti i miscredenti erano uniti contro il Messaggero di Allah. In quel momento i miscredenti si stavano preparando alla battaglia del Fossato. Nel frattempo era stata proclamata la disposizione di Allah per risolvere la questione dei figli adottivi. Il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) pensò che, se nella situazione presente Zayd avesse divorziato dalla moglie e il Profeta avesse dovuto sposare la moglie ripudiata da Zayd, gli infedeli avrebbero avuto un’opportunità. Gli ipocriti, i politeisti e gli ebrei avrebbero avviato una vigorosa propaganda contro il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) e avrebbero cercato di avvelenare i cuori dei musulmani semplici e sinceri. Per questo il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) cercò in ogni modo di impedire che Hazrat Zayd divorziasse dalla moglie. Così non sarebbe neppure sorta la questione che il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) sposasse la moglie di Zayd. Ma Allah l’Altissimo non lo approvò. Allah l’Altissimo rivelò al Suo Messaggero questo versetto, dai toni severi: «Ricorda quando dicevi a colui che Allah aveva favorito e che anche tu avevi favorito: “Conserva tua moglie e temi Allah”. Tu nascondevi nel tuo animo ciò che Allah avrebbe reso manifesto; temevi gli uomini, mentre è più giusto che tu tema Allah». (Sura al-Ahzab, versetto 37)

Infine Hazrat Zayd divorziò da Hazrat Zaynab. In seguito terminò il periodo di attesa legale, l’iddah. Allora Allah l’Altissimo comunicò al Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) la Sua decisione di sposare Hazrat Zaynab. Allah l’Altissimo rese questo matrimonio obbligatorio per il Suo Messaggero (pace e benedizioni di Allah su di lui). Non fu lasciata alcuna possibilità di ritardo. Il Sacro Corano afferma: «Quando Zayd ebbe rotto il vincolo matrimoniale con lei, Noi te la demmo in sposa, affinché non vi fosse alcun impedimento per i credenti nello sposare le mogli dei loro figli adottivi, quando questi avessero rotto con esse il vincolo matrimoniale. L’ordine di Allah deve essere eseguito». (Sura al-Ahzab, versetto 37)

Lo scopo di questa disposizione era sradicare le consuetudini dell’epoca dell’ignoranza e le radicate superstizioni riguardanti i figli adottivi. Già in precedenza il Corano aveva sradicato questa superstizione con un versetto. Allah l’Altissimo dice: «Chiamateli con il nome dei loro padri: ciò è più giusto agli occhi di Allah». (Sura al-Ahzab, versetto 5)

Allah l’Altissimo dice in un altro versetto: «Muhammad non è padre di nessuno dei vostri uomini, bensì è il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) e il Sigillo dei profeti».

Qui è necessario ricordare una cosa: quando una consuetudine si radica profondamente nella vita sociale, non è possibile sradicarla con le sole parole. Per trasformare tale consuetudine, le parole non sono sufficienti; chi desidera il cambiamento deve presentare un esempio concreto attraverso le proprie azioni. A questo proposito si può citare un esempio. La verità si può comprendere osservando l’atteggiamento mostrato dai musulmani al momento della tregua di Hudaybiyyah. In quel periodo la devozione sincera dei musulmani era sorprendente. Urwah ibn Mas’ud al-Thaqafi osservò che i musulmani non lasciavano cadere a terra nemmeno la saliva e il catarro dalla bocca del Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui): qualcuno tendeva sempre la mano per raccoglierli. Quando il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) faceva l’abluzione, i Compagni si contendevano l’acqua rimasta. Quegli stessi Compagni gareggiavano, al momento del Giuramento di Ridwan, per prestare giuramento sotto l’albero di morire e di non fuggire. Tra loro vi erano anche Compagni eminenti come Hazrat Abu Bakr e Hazrat Umar. Quei Compagni consideravano una fortuna e un successo dare la vita per il Profeta (pace e benedizioni di Allah su di lui) e vivere per lui. Eppure, dopo la conclusione del trattato di Hudaybiyyah, quando il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) disse ai Compagni di sacrificare ciascuno il proprio animale votivo, nessuno rispose. Il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) soffriva allora di una grande angoscia. Hazrat Umm Salama, moglie del Profeta, gli consigliò di sacrificare in silenzio il proprio animale votivo. Il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) fece così. Allora i Compagni iniziarono a gareggiare nell’imitare il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui). Corsero a sacrificare i propri animali votivi. Da questo episodio risulta chiaramente quanto sia grande la differenza tra parole e azioni nel trasformare una consuetudine. Fu proprio per eliminare la complicazione relativa ai figli adottivi, radicata nell’epoca dell’ignoranza, che Allah l’Altissimo fece sposare al Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) la moglie divorziata del proprio figlio adottivo.

Dopo la celebrazione di questo matrimonio, gli ipocriti cominciarono a diffondere una vasta propaganda calunniosa contro il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui). Misero in circolazione ogni sorta di voci. Una parte del loro effetto ricadde anche sui musulmani semplici e sinceri. Per rafforzare questa propaganda, gli ipocriti trovarono persino un argomento tratto dalla Sharia. Diffusero la voce che l’Islam aveva reso leciti quattro matrimoni, mentre il Messaggero aveva preso come quinta moglie la moglie divorziata del proprio figlio adottivo Zayd. Per un musulmano, dicevano, non è lecito prendere più di quattro mogli secondo l’Islam. Il nucleo della propaganda era questo: Hazrat Zayd era il figlio adottivo del Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui), e prendere come propria moglie quella del proprio figlio adottivo era un atto vergognoso e abominevole. Infine Allah l’Altissimo rivelò nella Sura al-Ahzab dei versetti che facevano luce su entrambe le questioni. I Compagni compresero allora che nell’Islam il figlio adottivo non ha tale valore. Inoltre Allah, per una grande finalità, aveva concesso al Suo Messaggero una particolare ampiezza riguardo al numero dei matrimoni. Questa caratteristica specifica non fu concessa a nessun altro.

Il nobile Profeta conduceva, insieme alle Madri dei credenti, una vita estremamente dignitosa, onorevole, elevata e raffinata. Le mogli del Profeta svolgevano un ruolo esemplare in ogni ambito: umiltà, cortesia, modestia, pazienza, sopportazione, dedizione al servizio e adempimento dei diritti del marito. Tuttavia il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) conduceva una vita molto austera e priva di agi. Per gli altri non era affatto facile adeguarsi a quella vita.

Hazrat Anas (che Allah sia soddisfatto di lui) disse: «Non so che il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) abbia mai mangiato pane morbido di farina. È vissuto così fino a incontrare Allah. Inoltre non vide mai con i propri occhi una capra arrostita». 2 [Sahih al-Bukhari, vol. 2, p. 956]

Ḥaḍrat ʿĀʾisha aṣ-Ṣiddīqa (che Allah sia soddisfatto di lei) disse: passavano due mesi interi e si vedeva la luna del terzo mese, eppure nel focolare della casa del Messaggero di Allah (che Allah lo benedica e gli conceda la pace) non veniva acceso alcun fuoco. Ḥaḍrat ʿUrwa le chiese: «Allora, che cosa mangiavate?». Ella rispose: «Nient’altro che due cose nere: datteri e acqua». 3 (Stessa pagina, stessa opera)

Su questo argomento esistono numerosi hadith. Nonostante una povertà così estrema, nelle mogli del Profeta non si osservò alcun comportamento sconveniente.

A causa della naturale debolezza umana si era verificata una o alcune mancanze. Inoltre, in questo caso era necessario chiarire la disposizione della Sharīʿa. Perciò fu rivelato il seguente versetto: «O Profeta, di’ alle tue mogli: “Se desiderate la vita terrena e i suoi ornamenti, venite: vi fornirò ciò di cui godere e vi congederò con cortesia. Ma se desiderate Allah l’Altissimo, il Suo Messaggero e l’Aldilà, allora, per quelle tra voi che sono virtuose, Allah l’Altissimo ha preparato una grande ricompensa”». (Sūra al-Aḥzāb, versetti 28-29)

Tutte le mogli del Profeta hanno dato la precedenza ad Allah l’Altissimo e al Suo Messaggero. Si può comprendere da ciò la loro eccellenza e il loro alto rango: nessuna di loro si lasciò attrarre dalla vita terrena.

Gli episodi che normalmente si manifestano tra le co-mogli si verificarono assai raramente tra le mogli del Profeta, nonostante fossero numerose. Anche quando accadeva qualcosa di minimo, dopo essere state ammonite non si manifestò da parte di nessuna alcun fatto tale da suscitare contestazioni. I primi cinque versetti della Sūra at-Taḥrīm fanno riferimento a questo argomento.

Infine, non sarebbe fuori luogo dire che qui non riteniamo necessario discutere del numero delle mogli del Messaggero di Allah (che Allah lo benedica e gli conceda la pace). Infatti, coloro che si mostrano più rumorosamente critici su questo argomento sono gli abitanti dell’Occidente. Che tipo di vita conducono? Sono continuamente vittime della sventura e dell’amarezza. Sono completamente immersi in una vita umiliante e nel peccato. Pur avendo voltato le spalle al principio della pluralità delle mogli, si fanno sentire con veemenza nelle critiche al riguardo e sono sprofondati nel dolore, nella sofferenza e nella disperazione: è davvero necessario discuterne? 4 (È forse più decoroso avere più fidanzate che più mogli?) Il loro sfortunato stile di vita dimostra da solo che il principio islamico della pluralità delle mogli è conforme alla ragione. Per le persone sagge, virtuose e lungimiranti, esso offre una soluzione eccellente.

 

Le sue qualità morali e la sua bellezza fisica:

Il Messaggero di Allah (che Allah lo benedica e gli conceda la pace) possedeva qualità morali e una bellezza fisica impossibili da descrivere fino in fondo. Per queste ragioni, i cuori si consacravano spontaneamente a lui. Di conseguenza, nel garantirne la sicurezza e nel proteggerne l’onore, le persone mostravano una dedizione tale che non è possibile indicare un esempio simile nel caso di nessun’altra personalità al mondo. I suoi amici e compagni lo amavano più della propria vita. Erano pronti, se necessario, a sacrificare la propria testa, pur di non permettere che anche un solo graffio toccasse il corpo benedetto del Messaggero di Allah (che Allah lo benedica e gli conceda la pace). La ragione di questo amore era che in lui si riunivano in misura così grande tutte le qualità naturali che suscitano il desiderio di offrirgli anima e cuore, che nessun altro le possedeva in modo analogo. Di seguito presentiamo umilmente una sintesi della bellezza del Messaggero di Allah (che Allah lo benedica e gli conceda la pace).

La costituzione fisica del caro Profeta

Durante l’Egira, dopo essersi fermato per qualche tempo nella tenda di Umm Maʿbad al-Khuzāʿiyya, il caro Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, ripartì verso Medina. Dopo la sua partenza, Umm Maʿbad descrisse così al marito l’aspetto del Messaggero, che Allah lo benedica e gli conceda la pace: carnagione luminosa, volto splendente, corporatura armoniosa; non eccessivamente eretto né curvo; oltre a una bellezza straordinaria, una figura fisica affascinante; occhi come adornati di kohl, ciglia lunghe, voce limpida, collo lungo, occhi bianchi e neri, ciglia nerissime come il kohl, sopracciglia sottili e ben unite, capelli neri splendenti; personalità riservata, affascinante quando parlava. Da lontano sembrava il più luminoso e bello di tutti; da vicino appariva sublime, amabile e bello. Le sue parole erano dolci e la sua espressione chiara; non parlava né in modo troppo conciso né in modo prolisso. Quando parlava, sembrava che perle cadessero dalle sue labbra. Era di statura media, né basso né tanto alto da risultare sgradevole. Quando i Compagni parlavano attorno a lui, li ascoltava con profonda attenzione. Quando impartiva un ordine, essi lo eseguivano immediatamente. I Compagni gli erano estremamente obbedienti e nutrivano verso di lui profondo rispetto e venerazione; nessuno era arrogante o insolente e nessuno parlava inutilmente. 1[Zād al-Maʿād, vol. 2, p. 54]

Hazrat ʿAlī, che Allah sia soddisfatto di lui, riferisce, descrivendo le caratteristiche del Messaggero, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, che egli non era né insolitamente alto né basso. Aveva una corporatura di media costituzione. I suoi capelli non erano né ricci né lisci, ma di tipo intermedio. Le sue guance non erano né carnose né scarne, bensì di tipo intermedio. Aveva la fronte ampia e la carnagione era una combinazione di roseo e chiaro. Gli occhi erano rossastri, come adornati di kohl, con ciglia folte. Sul petto, dall’ombelico, scendeva una leggera linea di peli; il resto del corpo era privo di peli. Aveva mani e piedi carnosi. Camminando sollevava i piedi con passo energico. Osservandolo camminare, sembrava che scendesse dall’alto verso il basso. Quando volgeva lo sguardo verso qualcosa, lo faceva con piena attenzione. Tra le sue spalle si trovava il sigillo della profezia. Era l’ultimo dei profeti. Era il più generoso, il più coraggioso, il più veritiero, il più fedele alle promesse, il più mite d’animo e il più nobile. Chi lo vedeva all’improvviso rimaneva intimorito; chi lo conosceva e si presentava davanti a lui ne era preso dall’amore. Chi ne descriveva le qualità doveva dire: “Non ho mai visto, né prima né dopo di lui, nessuno simile a lui”. 2[Ibn Hishām, vol. 1, pp. 401-402; Tirmidhī, Šarḥ Tuḥfat al-Aḥwadhī, vol. 4, p. 303]

In un’altra narrazione di Hazrat ʿAlī, che Allah sia soddisfatto di lui, si riferisce che la sua testa era grande e le ossa delle articolazioni robuste; al centro del petto aveva una leggera linea di peli. Quando camminava in quel modo, sembrava che qualcuno scendesse da un luogo elevato a uno più basso. 3[Tirmidhī, Šarḥ Tuḥfat al-Aḥwadhī, vol. 4, p. 303]

Hazrat Jābir ibn Samura, che Allah sia soddisfatto di lui, riferisce che i muscoli del Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, erano ampi, i suoi occhi rossastri e i talloni relativamente sottili. 4[Ṣaḥīḥ Muslim, vol. 2, p. 258]

Hazrat Abū Ṭufayl riferisce che egli era di carnagione chiara e aveva il volto delicato. La sua statura era media. 5[Ṣaḥīḥ Muslim, vol. 2, p. 258]

Hazrat Anas ibn Mālik riferisce che i palmi delle mani del Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, erano ampi e la sua carnagione luminosa; non era completamente bianca, né aveva il colore del grano. Fino al momento della sua morte, non erano diventati bianchi neppure venti capelli della sua testa e del suo volto. 6[Ṣaḥīḥ al-Bukhārī, vol. 1, p. 502] Solo alcuni peli presso le orecchie erano diventati bianchi; inoltre, alcuni capelli della testa erano diventati bianchi. 7[Ṣaḥīḥ al-Bukhārī, vol. 1, p. 502]

Hazrat Abū Hudhayfa riferisce: “Ho visto bianchi i peli della barba del Messaggero, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, presso il labbro inferiore”. 8[Ṣaḥīḥ al-Bukhārī, vol. 1, pp. 502, 502]

Hazrat Abdullah ibn Bashar (che Allah sia soddisfatto di lui) racconta: nella barba del Profeta, pace e benedizioni di Allah su di lui, adiacente al labbro inferiore, erano comparsi alcuni peli bianchi. 9[ivi, p. 502]

Hazrat Bara racconta: il Profeta, pace e benedizioni di Allah su di lui, era di statura media. La distanza tra le sue spalle era ampia. I suoi capelli arrivavano fino ai lobi di entrambe le orecchie. L’ho visto indossare una veste rossa. Non ho mai visto nulla di più bello di lui. 10[ivi, p. 502]

All’inizio amava pettinarsi i capelli come la gente della Scrittura. Per questo, quando li pettinava, non si faceva la scriminatura; in seguito, invece, se la faceva. 11[ivi, p. 502]

Hazrat Bara ibn Azib (che Allah sia soddisfatto di lui) racconta: il suo volto era il più bello e il suo aspetto era superiore a quello di tutti gli altri. 12[ivi, prima p. 502; Sahih Muslim, vol. 2, p. 258]

A Hazrat Bara ibn Azib (che Allah sia soddisfatto di lui) fu chiesto se il volto del Profeta, pace e benedizioni di Allah su di lui, fosse come una spada. Rispose: «No, il suo volto era piuttosto come la luna». In un’altra narrazione si riferisce che il volto del Profeta, pace e benedizioni di Allah su di lui, era rotondo. 13[Sahih Bukhari, vol. 1, p. 502; Sahih Muslim, vol. 2, p. 259]

Rabiʿ bint Muʿawwidh (che Allah sia soddisfatto di lei) racconta: «Se aveste visto il Messaggero, pace e benedizioni di Allah su di lui, vi sarebbe sembrato di vedere il sole nascente». 14[Musnad al-Darimi, Mishkat, vol. 2, p. 517]

Hazrat Jabir ibn Samura racconta: in una notte di luna piena stavo guardando il Profeta, pace e benedizioni di Allah su di lui. In quel momento indossava una veste rossa. Una volta guardavo il Profeta, pace e benedizioni di Allah su di lui, e una volta la luna. Alla fine giunsi alla conclusione che il nostro Profeta, pace e benedizioni di Allah su di lui, era più bello della luna. 15[Shama’il al-Tirmidhi, al-Darimi, Mishkat, vol. 2, p. 515]

Hazrat Abu Hurayra (che Allah sia soddisfatto di lui) racconta: non ho mai visto una persona più bella del Messaggero, pace e benedizioni di Allah su di lui. Sembrava che il sole splendesse sul suo volto. Non ho mai visto nessuno muoversi più rapidamente di lui. Quando cominciava a camminare, sembrava che la terra si restringesse sotto i suoi piedi. Mi stancavo camminando, ma lui rimaneva impassibile. 16[Jamiʿ al-Tirmidhi, Sharh Tuhfat al-Ahwazi, vol. 4, p. 306; Mishkat, vol. 2, p. 518]

Hadrat Ka’b ibn Malik (r.a.) racconta: quando il Profeta ﷺ era felice, il suo volto si illuminava. Sembrava un frammento di luna. 17[Ṣaḥīḥ al-Bukhārī, vol. 1, p. 502]

Una volta egli si trovava presso Hadrat Aisha (r.a.); dopo essersi ricoperto di sudore, il suo volto appariva ancora più luminoso e bello. Vedendo questa scena, Hadrat Aisha (r.a.) recitò questa poesia di Abū Qubayb al-Hudhalī. 18[Raḥmat lil-ʿĀlamīn, vol. 2, p. 172]

«Guardando il suo volto, vidi

una nube scintillante che scintilla incessantemente».

Hadrat Abū Bakr al-Ṣiddīq (r.a.) recitava questa poesia guardandolo. 19[Khulāṣat al-Siyar, p. 20]

«Invita alla via del bene, mantiene le promesse,

luna della quattordicesima notte, come se giocasse a nascondino con l’oscurità».

Hadrat ʿUmar (r.a.) recitava a proposito suo una poesia di Zuhayr. Questa poesia era stata composta riguardo a Hirm ibn Sinān. 20[ recitava. 19[Khulāṣat al-Siyar, p. 20]

«Se questo amato da Allah non fosse stato un essere umano

avrebbe reso luminosa la notte di luna piena.»

Quando si adirava, il suo volto diventava rosso; sembrava che gli acini d’uva fossero stati spremuti sulle sue due tempie. 21[ Mishkat, vol. 1, p. 22; Tirmidhi, Anwār al-Qadr, vol. 2, p. 35]

Hazrat Jābir ibn Samura racconta: quando il Profeta, che Allah gli conceda benedizioni e pace, rideva, lo faceva con un sorriso lieve; guardando i suoi occhi, sembrava che vi fosse stato applicato il kohl, sebbene non lo fosse stato. 22[ Jāmiʿ al-Tirmidhi, Sharḥ Tuḥfat al-Aḥwadhī, vol. 4, p. 306]

Hazrat ʿAbdullah ibn ʿAbbās racconta: i due incisivi anteriori del Profeta, che Allah gli conceda benedizioni e pace, erano separati l’uno dall’altro. Quando parlava, tra i due denti si irradiava una luce. 23[ Tirmidhi, Mishkat, vol. 2, p. 518]

Il suo collo era limpido come un recipiente d’argento; le ciglia erano lunghe, la barba folta, la fronte ampia, le sopracciglia distinte e il naso prominente. Dal suo ombelico fino al petto correva una sottile linea di peli; sulle braccia aveva alcuni peli. Il ventre e il petto erano allineati, il petto era ampio e anche i palmi delle mani erano ampi. Quando camminava, procedeva leggermente inclinato in avanti. Camminava a passo moderato. 24[ Khulāṣat al-Siyar, pp. 19-20]

Hazrat Anas racconta: non ho mai visto una seta più morbida dei palmi delle mani del Profeta, che Allah gli conceda benedizioni e pace. Non ho mai annusato muschio e ambra più profumati della fragranza del Profeta, che Allah gli conceda benedizioni e pace. 25[Ṣaḥīḥ al-Bukhārī, vol. 1, p. 503; Ṣaḥīḥ Muslim, vol. 2, p. 258]

Hazrat Abū Zuhayra racconta: posi la mano del Messaggero, che Allah gli conceda benedizioni e pace, su di me. In quel momento percepii che quella mano era più fredda del ghiaccio e più profumata del muschio. 26[Ṣaḥīḥ al-Bukhārī, vol. 1, p. 502

Il venerabile Jābir ibn Samura (che Allah sia soddisfatto di lui) racconta: «Il Profeta — che Allah lo benedica e gli conceda la pace — posò la mano sulla mia fronte; sentii una freschezza e un profumo tali che mi sembrò che avesse appena ritirato la sua mano pura da un recipiente di profumo di ʿattār». 27 [Sahih Muslim, vol. 2, p. 258]

Il venerabile Anas (che Allah sia soddisfatto di lui) racconta: «Il sudore del Messaggero — che Allah lo benedica e gli conceda la pace — era come perle». La venerabile Umm Sulaym (che Allah sia soddisfatto di lei) disse: «Quel sudore aveva il profumo migliore». 28 [Sahih Muslim, vol. 2, p. 256]

Il venerabile Jābir (che Allah sia soddisfatto di lui) racconta: «Dopo che il Profeta — che Allah lo benedica e gli conceda la pace — aveva percorso una strada, chiunque passasse in seguito per quella stessa strada poteva capire che egli vi era passato». 29 [Daylami, Mishkat, vol. 2, p. 17]

Tra le due spalle del Profeta — che Allah lo benedica e gli conceda la pace — si trovava il Sigillo della profezia. Questo Sigillo della profezia, simile a un uovo di colomba, aveva lo stesso colore della sua pelle. Si trovava accanto all’osso molle della spalla sinistra. 30 [Sahih Muslim, vol. 2, pp. 259–260]

Caratteristiche morali

Il Messaggero — che Allah lo benedica e gli conceda la pace — parlava un arabo puro: con parole spontanee, scorrevoli, inequivocabili e ricche di significato. Possedeva qualità rare e aveva appreso tutte le varietà linguistiche dell’Arabia. Per questo parlava con ogni tribù nella lingua e nella terminologia proprie di quella tribù. Aveva pienamente padroneggiato il modo di esprimersi deciso dei beduini, il loro stile di rivolgersi agli altri e la lingua pura della vita civile delle città. Inoltre, disponeva dell’aiuto di Allah basato sulla Rivelazione.

Possedeva le virtù della mitezza, della pazienza e della capacità di perdonare. Tutto ciò gli era stato realmente donato da Allah l’Altissimo. In genere, in ogni persona paziente e mite si riscontra qualche difetto, ma il Profeta — che Allah lo benedica e gli conceda la pace — era completamente diverso. Le sue qualità morali erano così elevate e belle che, quanto più aumentavano le iniziative dei nemici contro di lui e le attività dei malvagi volte a procurargli sofferenza, tanto più cresceva la sua pazienza.

La venerabile ʿĀ’isha (che Allah sia soddisfatto di lei) racconta: «Quando al Profeta amato veniva chiesto di scegliere tra due azioni, sceglieva quella più facile. Si teneva lontano da ogni azione legata al peccato. Non si vendicò mai di qualcuno per una questione personale. Tuttavia, quando veniva lesa la sacralità di Allah, si vendicava per amore di Allah». 31 [Sahih Bukhari, vol. 1, p. 503]

Era lontano dall’ira e da ogni comportamento arrogante. Si riconciliava facilmente con tutti. Era impossibile misurare la sua generosità e la sua benevolenza. Faceva elemosine con uno spirito libero dal timore della povertà. Hazrat Abdullah ibn Abbas (che Allah sia soddisfatto di lui) disse: «Il Profeta (che Allah lo benedica e gli conceda la pace) era il più generoso di tutti. La sua generosità aumentava ulteriormente durante il Ramadan, insieme alla presenza di Hazrat Jibril (che la pace sia su di lui). Ogni notte del Ramadan incontrava Hazrat Jibril (che la pace sia su di lui) e gli recitava il Corano. Nel bene e nella generosità era più sollecito del vento carico di beneficenza. 32[Sahih al-Bukhari, vol. 1, p. 517]

Hazrat Jabir (che Allah sia soddisfatto di lui) disse: «Non accadde mai che qualcuno gli chiedesse qualcosa ed egli si rifiutasse di dargliela». 33[Sahih al-Bukhari, vol. 2, p. 517]

Quanto a coraggio e valore, il nostro amato Profeta (che Allah lo benedica e gli conceda la pace) era superiore a tutti. Era il più grande degli eroi. Quando, nelle situazioni difficili, anche i valorosi guerrieri vacillavano, il Rasul-e-Maqbul (che Allah lo benedica e gli conceda la pace) rimaneva saldo e incrollabile. Anche nei momenti più duri avanzava senza ritirarsi. Nella sua incrollabile determinazione non appariva la minima esitazione. Hazrat Ali (che Allah sia soddisfatto di lui) disse: «Quando infuriava la battaglia e si creava una situazione estremamente difficile, cercavamo rifugio all’ombra del Rasul (che Allah lo benedica e gli conceda la pace). Nessuno era capace di affrontare il nemico con maggiore fermezza di lui». 34[Shafi, Qadi Iyad, vol. 1, p. 89, Sahih]

Hazrat Anas (che Allah sia soddisfatto di lui) disse: «Una notte il panico si diffuse tra gli abitanti di Medina. Tutti cominciarono a correre verso il luogo da cui proveniva il rumore. Per strada incontrarono il Profeta. Egli si diresse verso il frastuono. In quel momento cavalcava a dorso nudo un cavallo appartenente a Hazrat Abu Talha (che Allah sia soddisfatto di lui). Aveva una spada appesa al collo e diceva alla gente: “Non abbiate paura, non abbiate paura”». 35[Sahih Muslim, vol. 2, p. 252; Sahih al-Bukhari, vol. 1, p. 407]

Il Profeta (che Allah lo benedica e gli conceda la pace) era la persona più pudica. Di solito teneva lo sguardo rivolto verso terra. Hazrat Abu Sa’id al-Khudri (che Allah sia soddisfatto di lui) disse: «Il Profeta (che Allah lo benedica e gli conceda la pace) era più pudico di una fanciulla velata». Se qualcosa non gli piaceva, lo si capiva dal suo volto. 36[Sahih Muslim, vol. 2, p. 252; Sahih al-Bukhari, vol. 1, p. 407] Non fissava mai il volto di qualcuno. Teneva lo sguardo abbassato e guardava più spesso verso il basso che verso l’alto. In genere, quando guardava, lo faceva con gli occhi rivolti verso il basso. La sua pudicizia e il suo senso dell’onore erano così forti che non diceva mai direttamente a qualcuno parole sgradevoli in faccia. Se gli giungeva una notizia spiacevole riguardo a qualcuno, non lo metteva in imbarazzo pronunciandone il nome. Diceva piuttosto: “Alcune persone dicono questo”. Questa caratteristica del Profeta (che Allah lo benedica e gli conceda la pace) è stata magnificamente espressa nei versi del celebre poeta arabo al-Farazdaq.

«Era pudico, perciò teneva basso lo sguardo

vedendolo, lo sguardo di tutti si abbassava

solo allora era possibile parlargli

Quando sulle sue labbra sbocciava un lieve sorriso.»

Era il più giusto, puro, veritiero e affidabile tra gli uomini. Amici e nemici lo riconoscevano tutti. Prima di ricevere la profezia gli era stato conferito il titolo di «al-Amīn», il Fidato. Nei giorni dell’ignoranza, entrambe le parti in causa si recavano da lui per ottenere un giudizio. Nel Tirmidhī Sharīf è narrato da Ḥaḍrat ʿAlī (che Allah sia soddisfatto di lui) che una volta Abū Jahl disse al Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace: «Noi non ti consideriamo un bugiardo, ma riteniamo false le cose che predichi». Dopo queste parole, Allah l’Altissimo rivelò il seguente versetto: «In verità, essi non ti accusano di menzogna; sono piuttosto gli ingiusti a negare i segni di Allah». 37 (Mishkāt, vol. 2, p. 521; al-Anʿām, versetto 33)

L’imperatore Eraclio chiese ad Abū Sufyān se, prima che quel profeta pronunciasse le parole che predicava, fosse mai accaduto qualcosa che potesse indurli a definirlo bugiardo. Abū Sufyān rispose: «No».

Il Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, era estremamente umile e privo di superbia. Proibiva ai Compagni di alzarsi in suo onore come i servitori e gli ammiratori dei re stanno in atteggiamento deferente davanti ai loro sovrani. Serviva i poveri e i bisognosi e sedeva in loro compagnia. Accettava anche gli inviti degli schiavi. Tra i nobili Compagni sedeva proprio come una persona comune.

Ḥaḍrat ʿĀʾisha (che Allah sia soddisfatto di lei) riferisce: «Si rammendava da sé le proprie scarpe e i propri abiti. Svolgeva con le proprie mani i semplici lavori domestici. Era un uomo come tutti gli altri. Se trovava dei pidocchi nei suoi abiti, li toglieva personalmente; mungeva le capre con le proprie mani e svolgeva da sé le proprie incombenze». 38 (Mishkāt, vol. 2, p. 520)

Il Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, era esemplare nel mantenere le promesse. Si prendeva cura dei parenti in modo straordinario. Trattava le persone con benevolenza e sincerità. In umiltà e mitezza era incomparabile. Il suo carattere era di una bellezza unica. Non vi era in lui neppure la minima traccia di cattivo carattere. Per natura non pronunciava mai parole oscene; non lo faceva neppure involontariamente. Non malediceva mai nessuno. Quando si recava al mercato, non gridava a gran voce. Non ricambiava il male con il male; al contrario, perdonava persino chi ne era responsabile. Se qualcuno cominciava a seguirlo, non lo lasciava indietro per allontanarsi. Nel mangiare e nel bere non si considerava diverso dai servi. Svolgeva anche i compiti del suo servitore e non mostrava mai irritazione nei suoi confronti. Non si mostrava mai infastidito con il suo servitore, sia che svolgesse o non svolgesse un determinato lavoro. Amava i poveri e i bisognosi, sedeva in loro compagnia e partecipava ai loro funerali. Non disprezzava nessun povero a causa della sua povertà. Una volta era in viaggio. In quell’occasione si propose di macellare una capra. Uno disse: «Mi occuperò io della macellazione»; un altro: «Io la scuoierei»; un terzo: «Io cucinerò». Avendo udito ciò, il Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, disse: «Io mi occuperò di raccogliere la legna». I Compagni dissero: «O Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, svolgeremo noi il tuo lavoro». Ma il Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, non acconsentì. Disse: «So che svolgereste il mio lavoro, ma non voglio distinguermi da voi assumendo una posizione separata. Allah l’Altissimo non ama che uno dei Suoi servi cerchi di distinguersi dagli altri». Poi andò a raccogliere la legna. 39 (Kholāsat al-Siyar, p. 23)

Ascoltiamo ora, attraverso le parole di Hind ibn Abī Hāla, le qualità e le caratteristiche del Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace. Hind riferisce in una lunga descrizione: «Il nobile Profeta era profondamente assorto nei pensieri. Rifletteva continuamente. Pronunciava con chiarezza l’inizio e la fine delle sue parole. Non parlava in modo indistinto. Esprimeva pensieri significativi e privi di ambiguità, senza inutili prolissità. Era di indole mite. Non disprezzava neppure il più piccolo dono. Non criticava né biasimava nulla. Non criticava il cibo o le bevande. Se qualcuno manifestava un comportamento contrario alla verità e alla giustizia, egli ne era contrariato e non si tranquillizzava finché non avesse fatto giustizia nei confronti di quella persona. Tuttavia, il suo cuore era generoso: non si adirava con nessuno per motivi personali e non si vendicava di nessuno. Quando indicava qualcuno, usava l’intero palmo della mano. In caso di meraviglia, girava le mani. Quando si adirava, volgeva il viso altrove; quando era lieto, abbassava lo sguardo. Per la maggior parte del tempo sorrideva dolcemente. Quando sorrideva, brillava una parte dei suoi denti.»

Si asteneva dalle parole prive di senso. Cercava di tenere uniti i suoi compagni, non di dividerli. Onorava le persone rispettate di ogni comunità e nominava come capi proprio le persone rispettate. Si asteneva dal danneggiare gli altri.

Si informava sulle condizioni dei Compagni e chiedeva loro come stessero. Lodava le cose buone e criticava quelle cattive. In ogni questione preferiva la moderazione. Non gli piaceva trascurare alcun argomento. Era mentalmente preparato a qualunque situazione. Non amava allontanarsi dalla verità e dalla giustizia e si teneva lontano dalla falsità. Coloro che gli stavano vicino erano le persone migliori. Tra loro, egli prediligeva quelli che erano altruisti. Ai suoi occhi, maggiore era la dignità di coloro che provavano compassione per le sofferenze altrui, erano naturalmente seri e aiutavano gli altri; vale a dire che, secondo lui, i migliori erano proprio costoro.

Ricordava sempre Allah, sia quando si alzava sia quando si sedeva. Non aveva un posto assegnato per sedersi. Quando si recava a un’assemblea, si sedeva ovunque trovasse un posto libero. Guardava tutti i presenti allo stesso modo. Nessuno pensava che a qualcuno fosse accordata più considerazione che a lui, e per questo nessuno provava risentimento o tristezza. Se qualcuno si sedeva o rimaneva in piedi presso di lui per una necessità, egli aspettava finché quella persona non avesse visto soddisfatta la propria necessità. Non mostrava mai alcuna impazienza. Se qualcuno gli chiedeva qualcosa, egli donava generosamente. Non congedava il richiedente finché non gli avesse dato ciò che chiedeva o non lo avesse rallegrato con parole gentili. Soddisfaceva tutti con le sue nobili qualità morali. Era come un padre per tutti. Ai suoi occhi, tutti erano uguali. Se si determinava la superiorità o il maggior merito di qualcuno, ciò avveniva sulla base della taqwā. La sua assemblea era un’assemblea di conoscenza, pazienza, modestia e affidabilità. Nessuno vi parlava a voce alta e nessuno veniva umiliato. Sulla base della taqwā, tutti mostravano compassione gli uni verso gli altri. Tutti rispettavano gli anziani e mostravano affetto ai più giovani. Quando qualcuno aveva una necessità, essa veniva soddisfatta. Lo straniero non veniva disprezzato né trascurato; al contrario, si entrava in confidenza con lui e gli si mostrava cordialità.

Sul volto del Profeta ﷺ era sempre presente un lieve sorriso. Aveva un temperamento mite. La durezza era contraria alla sua natura. Non parlava a voce troppo alta. Dalle sue labbra non usciva alcuna parola oscena. Anche quando era adirato con qualcuno, non gli parlava rimproverandolo aspramente. Quando lodava qualcuno, non lo elogiava in modo eccessivo. Ciò verso cui non provava interesse lo dimenticava facilmente. In nessuna circostanza qualcuno rimaneva deluso da lui. Si manteneva libero da tre cose: 1) l’orgoglio, 2) ogni eccesso e 3) le parole prive di senso. E proteggeva le persone da tre cose: 1) la maldicenza, 2) il mettere qualcuno in imbarazzo e 3) il divulgare i difetti altrui.

Pronunciava soltanto parole dalle quali si potesse sperare di ottenere ricompensa. Quando parlava, i suoi Compagni sedevano con il capo tanto chino che sembrava avessero dei passeri posati sulla testa. Quando il Profeta ﷺ terminava di parlare e taceva, i Compagni conversavano tra loro. Nessun Compagno parlava con il caro Profeta ﷺ di cose superflue. Quando un Compagno iniziava a raccontare qualcosa al caro Profeta ﷺ, tutti gli altri presenti lo ascoltavano con attenzione. Mantenevano il silenzio fino a quando non avesse finito di parlare. Ciò che faceva ridere i Compagni faceva ridere anche il Profeta ﷺ. Ciò che li meravigliava meravigliava anche il Profeta ﷺ. Se uno straniero si mostrava scomposto nel parlare, il Profeta non perdeva la pazienza. Diceva: «Quando vedete qualcuno bisognoso degli altri, soddisfate la sua necessità». Non gradiva, in nessuna circostanza, la lode di qualcuno, salvo come ricompensa per l’ihsān. 40 [Shifāʾ, Qāḍī ʿIyāḍ, vol. 1, pp. 121-126; Shamāʾil al-Tirmidhī].

Hazrat Khārija ibn Zayd (raḍiy Allāhu ʿanhu) disse: «Il Profeta ﷺ era la persona più onorata e dignitosa nella sua assemblea. Nel modo di vestire era modesto. Per la maggior parte del tempo rimaneva in silenzio. Non parlava senza necessità. Quando qualcuno diceva parole inutili e fuori luogo, egli si voltava dall’altra parte. Quando rideva, lo faceva sommessamente; parlava in modo chiaro e non pronunciava parole frivole o superflue. I Compagni non ridevano a voce alta davanti al Profeta ﷺ; in sua presenza trattenevano le risate e sorridevano sommessamente». 41 [16 Ramaḍān 1404 dell’Egira, corrispondente al 17 Ramaḍān 1984 d.C.]

In sintesi, il Profeta ﷺ era un essere umano completo, dotato di qualità e virtù incomparabili. Allah, il Signore dei mondi, gli aveva conferito caratteristiche ineguagliabili. In onore del Suo amato Profeta, Allah ha detto: «Innaka laʿalā khuluqin ʿaẓīm», cioè: «In verità, possiedi il carattere più eccellente».

Era una virtù incomparabile, per la quale le persone accorrevano a lui. Nei cuori della gente il suo amore era profondamente radicato. La sua leadership era così indiscussa che le persone gli erano completamente devote.

Grazie alle più eccellenti qualità umane, la durezza della sua gente si trasformò completamente in mitezza. Alla fine, le persone, a gruppi, trovarono rifugio all’ombra della religione scelta da Allah e furono onorate.

Va ricordato che tutte le qualità del Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, di cui abbiamo parlato in precedenza, erano soltanto un breve abbozzo delle sue qualità straordinarie e incomparabili. In realtà, le sue qualità erano così vaste e ampie che non è possibile esaurirne la trattazione, né misurare l’ampiezza e la profondità dei tratti del suo carattere.

Nessuno può rendere pienamente giustizia al più grande uomo della storia dell’umanità. L’essenza di questo grande uomo, modello supremo della perfezione, è che egli sedeva sulla vetta più alta dell’umanità. Era così illuminato dal sacro splendore della luce del grande Rabb degli universi che il Nobile Corano è stato indicato come descrizione del suo carattere. I tratti del suo carattere erano il riflesso concreto e completo del Sacro Corano.

«O Allah l’Eccelso, effondi pace e benedizioni su Muhammad, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, e sui suoi familiari, come hai effuso pace e benedizioni su Abramo e sui suoi familiari. Certamente Tu sei degno di lode e di gloria.

Quella persona riceverà una ricompensa pari a ciò che

ha compiuto (in questo mondo); e anche la punizione per lui

sarà proporzionata all’ingiustizia che egli

ha commesso. (Pertanto), o nostro Signore,

se dimentichiamo qualcosa, in qualche

Se commettiamo un errore,

non punirci per questo.

 

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Libri di riferimento: i fiori con cui ho intrecciato la ghirlanda

Libri di riferimento

 

NumeroTitolo del libroNome dell’autoreAnno della morteCasa editriceData di pubblicazione
1Akhbār al-Kirām o Akhbār al-Masjid al-ḤarāmMasjid al-Ḥarām Masjid al-Ḥarām ʿAṣādī al-Makkī1066 dell’EgiraAl-Maṭbaʿa al-Salafiyya, Benares 

1396 dell’Egira

2Al-Adab al-MufradMuhammad ibn Isma‘il al-Bukhari356 dell’EgiraIstanbul1304 dell’Egira
3Al-AʿlāmKhayr al-Dīn al-ZiriklīIl Cairo1954 H
4Al-Bidāya wa-n-NihāyaIsmāʿīl ibn Kathīr al-Dimashqīas-Sayyida, Egitto1332 d.E.
5Bulūgh al-Marām min Adillat al-AḥkāmAḥmad ibn Ḥajar al-ʿAsqalānī

 

856 d.E.Qayumi Press, Kanpur, India1323 d.E.
6Storia della Terra del CoranoSayyid Sulayman Nadwi1373 dell’EgiraMa’arif Press, Azamgarh1955 d.C.
7Storia dell’IslamAkbar Khan Shah NairabadiMaktab-e Rahmat, Deoband
8Tārīkh al-Umam wa al-MulūkIbn Jarīr al-Ṭabarīal-Ḥasanāt al-Miṣriyya
9Tārīkh ʿUmar ibn al-KhaṭṭābAbū al-Faraj ʿAbd al-Raḥmān ibn al-JawzīAt-Tawfiq al-Adiba, Egitto
10Tuhfat al-AhwadhiAbul Ala Abdur Rahman Mubarakpuri1353 AHBarki Press, Delhi, India1346 AH
11Tafsīr Ibn KathīrIsmāʿīl ibn Kathīr al-DimashqīDār al-Andalus, Beirut
12Tafhīm al-QurʾānUstadh Sayyid Abū al-Aʿlā Mawdūdī (che Allah abbia misericordia di lui)Markazī Maktaba Jamāʿat-e Islāmī
13Talqīḥ fahm ahl al-āthārAbū al-Faraj ʿAbd al-Raḥmān ibn al-Jawzī597 dell’EgiraZaiyed Barki Press, Delhi, Bhar
14Jāmiʿ al-TirmidhīAbū ʿĪsā Muḥammad ibn ʿĪsā al-Tirmidhī279 dell’EgiraMaktaba Rashidiyya, Delhi, India
15 Al-Jihād fī l-IslāmUstād Sayyid Abū l-Aʿlā Mawdūdī (che Allah abbia misericordia di lui)Islamic Publication1967 d.C.
16Khulāsatu s-SiyarIbn ʿAbdullah al-Tabari674Delhi Print, Delhi, India
17Rahmat lil-ʿĀlamīnMohammad Solaiman Manjunpuri1930 H.Hanif Book Depot, Delhi, India
18La vita politica del Nobile MessaggeroDottor Hamidullah, ParigiSalem Company, Deoband1963 d.C.
19 al-Rawd al-UnufAbū al-Qāsim ʿAbd al-Raḥmān ibn ʿAbd Allāh al-Suhaylī581 dell’Egiraal-Jayaliyya, Egitto1332 dell’Egira
20Zād al-MaʿādHāfiẓ Ibn Qayyim751 dell’Egiraal-Miṣriyya1347 d.E.
21Libro della Genesi
22Sunan Ibn MajahIbn Yasin ibn Maj273 d.E.
23Sunan Abi DawudAbu Dawud275 H1375 H
24
25Sīrat al-ḤalabiyyaIbn Burhanuddin
26Sīrat al-NabawiyyaAbū Muḥammad ʿAbd al-Malik ibn Hishām218 H.1375 H.
27Sharḥ ʿUyūr al-ṢaḥābaJamāl al-Dīn ibn Hishām al-Anṣārī761 dell’EgiraMaktaba al-Sajda, Egitto
28Commento a Sahih MuslimAbu Zakariya Muhyiddin Yahya ibn Sharif al-Ansari676 dell’EgiraMaktaba Rashidiyya, Delhi1376 dell’Egira
29Commento a Sahih MuslimAbu Zakariyya Muhyiddin Yahya ibn Sharif Ansarisi veda1312 dell’Egira
30al-Shifa bi-taʿrif huquq al-MustafaQadi IyadMaktaba-i Osmaniya, Istanbul1312 d.H.
31Sahih al-BukhariMuhammad Ismail al-Bukhari256 d.H.Maktaba-i Rahimiyya, Deoband1387 d.H.
32Sahih MuslimMuslim ibn al-Hajjaj al-QushayriMaktaba Rashidiyya, Delhi, India1376 AH
33***
34La tregua di HudaybiyyaMuhammad Ahmad BashamilDar al-Faqer, Egitto1391 d.H.
35at ***Muhammad ibn Sa’dMatābiʿa**1322 H.
36ʿAwn al-Maʿbūd, commento ad Abū DāwūdAbū Ṭayyib Shams al-Ḥaqq al-ʿAẓīmābādīPrima edizione
37La battaglia di UhudMuḥammad Aḥmad BāshamīlSeconda edizione
38Ghazwa di Badr al-KubraMuhammad Ahmad Bashamil1376 d.H.
39Ghazwa di KhaybarMuhammad Ahmad BashamilDar al-Fikr
40Ghazwat Banū QurayẓaMuhammad Ahmad Bashamil1376 H.
41Fath al-BārīAḥmad ibn ʿAlī ibn Ḥajar al-ʿAsqalānī852 d.H.Maktaba al-Salafiyya
42Fiqh al-SīraMuhammad al-GhazālīDār al-Kutub al-ʿArabī1370 d.H.
43Tafsīr fī Ẓilāl al-QurʾānSayyid Qutb, martireDār Iḥyāʾ al-Turāth al-ʿArabī

La traduzione bengalese di questo tafsīr è stata pubblicata dall’Accademia al-Qurʾān di Londra

44al-Qurʾān al-Karīm
45Il cuore della Penisola ArabicaFu’ad HamzaAl-Maktaba al-Salafiyya, Egitto1352 dell’Egira
46Che cosa ha perso il mondo con il declino dei musulmaniSayyid Abul Hasan Ali NadwiMaktaba Dar al-Uruba, Il Cairo1381 dell’Egira
47Lezioni sulla storia delle nazioni islamicheShaykh Muhammad al-KhazramiAl-Maktabat al-Tujjariyya, Egitto1382 H.
48Compendio della biografia del MessaggeroShaykh al-Islam Muhammad ibn Abd al-Wahhab al-Najdi1206 AHTipografia della Sunna Muhammadiyya1375 AH
49Compendio della biografia del MessaggeroShaykh al-Islam Muhammad ibn Abd al-Wahhab al-Najdi1242Tipografia salafita, Egitto1679 AH
50Madārik al-Tanzīl di al-Nasafī1378 AH
51Mirʾāt al-Mafātīḥ (secondo volume)Shaykh Obaidullah Rahmani Mubarakpuri 

 

 

Nami Press, Lucknow1378 dell’Egira
52Murūj al-dhahabAbū al-Ḥasan ʿAlī al-Masʿūdīal-Sharākāt al-Islāmiyya
53al-MustaʿāraAbū ʿAbd Allāh Muḥammad al-Ḥākim al-NaysābūrīDāʾirat al-Maʿārif al-ʿUthmāniyya, Hyderabad
54Musnad AḥmadImam Aḥmad ibn Muḥammad ibn Ḥanbal264 AH
55Musnad al-DārimīIbn ʿAbd al-Raḥmān al-Dārimī255 d.H.
56Mishkat al-MasabihWali al-Din Muhammad ibn Abdullah al-TabriziMaktaba Rahimiyya, Deoband
57Mu’jam al-BuldanYaqut al-Hamawi
58Al-Mawāhib al-ladunniyyaAl-QastallānīAl-Maṭbaʿa al-Sharafiyya1336 d.E.
59Al-Muwaṭṭaʾ dell’Imam MālikImam Mālik ibn Anas al-Aṣbaḥī69 d.H.Maktaba Rahimiyya, Deoband
60Wafāʾ al-WafāʿAlī ibn Aḥmad al-Samhūdī