Nota dell’editore
«La Bibbia, il Corano e la scienza» è un’opera famosa in tutto il mondo. Il libro è stato scritto dal celebre chirurgo, scienziato e ricercatore francese dott. Maurice Bucaille. La sua opera, scritta in francese e intitolata «La Bible, le Coran et la Science», fu pubblicata per la prima volta a Parigi nel maggio del 1976 e attirò immediatamente l’attenzione degli studiosi. Fu tradotta in numerose lingue del mondo, tra cui l’inglese e l’arabo.
Il nobile Corano è la chiave della salvezza e del benessere dell’umanità in questa vita e nell’Aldilà, nonché l’unico Libro celeste completamente infallibile. Eppure, nel corso dei secoli, si è cercato di negare questa verità. Tali tentativi sono stati condotti principalmente da eruditi ebrei e cristiani e dagli scienziati.
In questo libro egli ha presentato magnificamente la concordanza tra le conoscenze derivate dalla moderna ricerca scientifica e i racconti biblici. Poiché quest’opera sta arrecando grande beneficio a coloro che, in quest’epoca di massimo progresso scientifico, desiderano scoprire la verità autentica, in tutto il mondo viene ampiamente discussa e lodata. Quando il distinto giornalista e editorialista signor Osman Gani tradusse in bengalese quest’opera straordinaria, essa fu inizialmente pubblicata a puntate per diversi anni sulla rivista mensile Prithibi. Recentemente, durante un majlis di preghiera organizzato in occasione del secondo anniversario della morte del defunto Osman Gani, i presenti insistettero sull’importanza di pubblicare il libro in forma di volume, affermando che, una volta pubblicato, esso avrebbe potuto essere un mezzo per la salvezza del defunto nell’Aldilà e che, anche dopo la sua morte, egli avrebbe potuto ricevere la ricompensa della sadaqa jariya.
Considerato questo aspetto, quando i degni figli e i familiari del defunto acconsentirono con gioia alla pubblicazione del libro, l’Accademia del Corano decise di pubblicarlo.
L’Accademia del Corano è un’organizzazione missionaria istituita con lo scopo di diffondere e divulgare gli insegnamenti e i messaggi del Corano e di farli conoscere ampiamente tra la gente. Il compito principale dell’organizzazione è condurre ricerche incentrate sul Corano e pubblicare e diffondere i risultati di tali ricerche. Con la nostra collaborazione sono già state pubblicate «DICTIONARY OF THE HOLY QURAN», «Dizionario del Corano», scritta dal direttore dell’Accademia del Corano di Londra, Hafiz Munir Uddin Ahmed; «Dizionario tematico del Corano», scritta da Asad bin Hafiz, direttore dell’Accademia del Corano di Dacca; e la straordinaria storia coranica «Tu sei bello, o il più puro», scritta da Ata Sarkar.
L’Accademia del Corano di Dacca sta procedendo con il progetto di svolgere un lavoro ancora più ampio sul Corano. Nel frattempo, con la collaborazione dell’Accademia del Corano di Londra e sotto la nostra supervisione, è iniziata la traduzione del celeberrimo tafsir «Fi Zilalil Corano».
Preghiamo tutti affinché Allah porti a compimento i nostri buoni propositi e renda l’autore, il traduttore e l’editore di quest’opera meritevoli della salvezza nell’Aldilà. Che Allah conceda a tutti noi il tawfiq di conoscere e comprendere la Sua Parola e di agire secondo essa.
Amen.
Introduzione
Ognuna delle tre religioni monoteistiche possiede una propria Scrittura. Che si tratti di ebrei, cristiani o musulmani, quella Scrittura costituisce il fondamento della loro fede. Per tutti loro, la rispettiva Scrittura è la forma scritta della Parola celeste. La Parola giunse direttamente da Allah al profeta Ibrahim e al profeta Musa. Invece, al profeta Isa e al profeta Muhammad (pace e benedizione su di lui) giunse per mezzo di un intermediario. Il profeta Isa ha detto di aver parlato in nome di suo Padre. Quanto alla Parola proclamata dal profeta Muhammad (pace e benedizione su di lui), egli la ricevette da Allah per mezzo dell’angelo Jibril.
Esaminando la questione alla luce dei dati storici, si vede che l’Antico Testamento, i Vangeli e il Corano appartengono alla stessa categoria: sono raccolte scritte della Parola celeste. I musulmani credono in questa dottrina. Tuttavia, gli abitanti dell’Occidente, fortemente influenzati soprattutto dall’ebraismo e dal cristianesimo, non vogliono riconoscere al Corano la dignità di Parola celeste.
Considerando l’atteggiamento che i seguaci di una religione assumono nei confronti delle Scritture delle altre due religioni, si può forse trovare una spiegazione di tale dottrina occidentale.
La Scrittura celeste degli ebrei è la Bibbia ebraica. La differenza tra essa e l’Antico Testamento dei cristiani consiste nel fatto che l’Antico Testamento contiene alcuni capitoli che non si trovano nella Bibbia ebraica. Questa differenza, naturalmente, non crea grandi difficoltà sul piano pratico, poiché gli ebrei non riconoscono che sia stata rivelata alcuna altra Scrittura dopo il loro Libro.
I cristiani hanno accettato la Bibbia ebraica come propria Scrittura, ma vi hanno aggiunto anche altro. Tuttavia, non hanno accolto tutti gli scritti redatti e pubblicati con l’intento di diffondere gli insegnamenti del profeta Isa. I sacerdoti cristiani hanno respinto molte opere scritte sulla vita e sugli insegnamenti del profeta Isa. Nel Nuovo Testamento ne hanno conservate soltanto pochissime. Tra queste, i quattro Vangeli canonici sono i più importanti. I cristiani non riconoscono alcuna Parola celeste successiva al profeta Isa e ai suoi compagni. Pertanto, non riconoscono neppure il Corano come Scrittura celeste.
Il Corano fu rivelato seicento anni dopo il profeta Isa. In questa Scrittura sono stati narrati nuovamente molti fatti della Bibbia ebraica e dei Vangeli, poiché nel Corano vi sono numerose citazioni della Torah e dei Vangeli. (Per Torah si intendono i primi cinque libri della Bibbia, cioè il Pentateuco del profeta Musa: Genesi, Esodo, Levitico, Numeri e Deuteronomio.) Nel Corano stesso è impartito ai musulmani il comandamento di credere in tutte le Scritture celesti precedenti al Corano (sura 4, versetto 136). Inoltre, nella Parola celeste viene attribuita particolare importanza al ruolo di profeti come Nuh, Ibrahim e Musa. Al profeta Isa è stato conferito uno status particolare, poiché nel Corano e nei Vangeli la sua nascita è descritta come un evento soprannaturale. Anche sua madre Maryam ha ricevuto uno status particolare. Un’indicazione di tale speciale dignità si trova nel fatto che l’undicesima sura del Corano porta il suo nome.
Gli abitanti dell’Occidente generalmente non sono informati di tutti questi dati sull’Islam. Se si considera il modo in cui, per diverse generazioni, hanno ricevuto l’educazione religiosa e sono stati mantenuti nell’ignoranza riguardo all’Islam, questa situazione non appare affatto insolita. Un ruolo enorme nel mantenere questa ignoranza è stato svolto — persino ai giorni nostri — dall’uso di espressioni come «religione maomettana» e «popolo maomettano». Usando tali parole ed espressioni, si sono formati la falsa idea che questa fede religiosa sia stata istituita da un uomo (chiamato Maometto) e che Allah non vi abbia alcun ruolo (nel senso cristiano del termine). Oggi molti intellettuali e studiosi occidentali sono interessati a conoscere le dottrine filosofiche, sociali e politiche dell’Islam, ma non si informano affatto sulla stessa Parola celeste dell’Islam. Eppure è proprio di quella Parola che dovrebbero informarsi per prima cosa.
Molti non possono neppure immaginare con quale odio i musulmani siano considerati in certi ambienti cristiani. Ho avuto un’esperienza personale al riguardo. Una volta volevo fare un’analisi comparativa delle narrazioni riportate nella Bibbia e nel Corano sul medesimo argomento. Ma i miei ascoltatori non vollero accettare come base nemmeno per una discussione provvisoria alcuna narrazione del Corano. Secondo loro, citare qualcosa dal Corano equivaleva a introdurre lo stesso Satana nella discussione.
Tuttavia, ai massimi livelli del mondo cristiano, attualmente si intravedono alcuni cambiamenti. Sulla base delle questioni discusse nel Secondo Concilio Vaticano, l’Ufficio vaticano per i non cristiani ha pubblicato in francese un volume intitolato «Orientation pour un dialogue entre chrétiens et musulmans» — Base per il dialogo tra cristiani e musulmani. Editore: Édition Ancora, Roma, terza edizione, 1970. Questo volume lascia intravedere cambiamenti di vasta portata nella dottrina ufficiale dei cristiani.
Nel documento sono state abbandonate le antiquate concezioni che i cristiani nutrivano sui musulmani, deformate dall’«inutile odio e dall’avversione ereditati per via ereditaria fin dall’antichità», ed è stata «riconosciuta l’ingiustizia commessa in passato nei confronti dei musulmani»; si è inoltre affermato che la responsabilità ricade sulla mentalità occidentale educata secondo gli insegnamenti cristiani. Criticando le idee errate che fino ad allora i cristiani avevano riguardo al fatalismo, al senso della legalità e al fanatismo dei musulmani, il volume pone particolare enfasi sulla fede nell’unicità di Allah e ricorda come, quando nel marzo 1969 il cardinale König, durante una visita ufficiale, dichiarò con forza tale unicità nella celebre moschea dell’Università musulmana di al-Azhar, gli ascoltatori ne rimasero stupefatti. Ricorda inoltre che, alla fine del digiuno del mese di Ramadan del 1967, l’Ufficio vaticano aveva invitato i cristiani a rivolgere ai musulmani i propri auguri «con sincero sentimento religioso».
Dopo questi primi tentativi di instaurare rapporti più stretti tra la Curia romana e l’Islam, furono adottate anche alcune altre iniziative e, attraverso lo scambio di opinioni e i contatti tra le due parti, tali rapporti furono approfonditi. Sebbene questi avvenimenti fossero estremamente importanti, non ricevettero molta pubblicità. Eppure si verificarono in Occidente, dove non mancano affatto mezzi di comunicazione come giornali, radio e televisione.
Il 24 aprile del 197, il presidente dell’Ufficio vaticano per i non cristiani, il cardinale Pignedoli, si recò in Arabia Saudita per una visita ufficiale e incontrò re Faisal. Tuttavia, questa importante notizia non ricevette alcuna attenzione sulle pagine dei giornali. Il quotidiano francese Le Monde pubblicò la notizia il 25 aprile 1974 in appena poche righe e in forma estremamente concisa. Eppure, considerando ciò che accadde durante quell’incontro, si comprende quanto fosse importante la notizia. In quell’occasione il cardinale consegnò a re Faisal un messaggio di Sua Santità papa Paolo VI. Nel messaggio, Sua Santità, «ispirato da una profonda fede nell’unità del mondo islamico e cristiano nel culto dell’unico Dio», esprimeva il proprio profondo rispetto a Sua Maestà re Faisal, quale capo del mondo islamico.
Sei mesi dopo, nell’ottobre 1974, una delegazione dei principali ulema dell’Arabia Saudita si recò in visita ufficiale in Vaticano e incontrò il Papa. In quell’occasione si tenne una conferenza tra cristiani e musulmani sul tema «I diritti culturali dell’uomo nell’Islam». Il 26 ottobre 1974 il quotidiano vaticano L’Osservatore Romano pubblicò in prima pagina, con grande risalto, il resoconto di questa conferenza. Nella stessa pagina, quel giorno, il resoconto della giornata conclusiva dell’assemblea dei vescovi e dei sacerdoti tenutasi a Roma fu pubblicato in uno spazio molto più ridotto.
In seguito, il Consiglio ecumenico delle Chiese di Ginevra e il Lord Vescovo di Strasburgo, Sua Grazia Elchinger, accolsero gli ulema sauditi. Il Lord Vescovo li invitò a compiere la preghiera di mezzogiorno all’interno della cattedrale, alla sua presenza. La notizia fu effettivamente pubblicata, ma probabilmente come un fatto insolito, non per il suo profondo significato religioso. Coloro ai quali ho posto domande al riguardo mi hanno detto di non essere stati consapevoli del significato religioso dell’evento.
Questa apertura mentale e questo atteggiamento di papa Paolo VI nei confronti dell’Islam resteranno certamente un capitolo importante nelle relazioni tra le due religioni. Egli stesso ha dichiarato di essere «animato da una profonda fede nell’unità del mondo islamico e di quello cristiano nell’adorazione dell’unico Dio». È necessario ricordare nuovamente questo sentimento del capo della Chiesa cattolica nei confronti dei musulmani. Essendo stati allevati in un clima di ostilità manifesta, molti cristiani si oppongono per principio a qualsiasi discussione sull’Islam. Il documento vaticano esprime rammarico per questo motivo. Per questa ragione, essi sono completamente ignoranti riguardo a ciò che l’Islam è realmente e continuano a nutrire, come in passato, idee del tutto errate sul fatto che l’Islam sia Parola celeste.
Tuttavia, quando si esaminano le caratteristiche della Parola celeste di una religione monoteistica, è necessario confrontarle con le caratteristiche analoghe delle altre due religioni. Una considerazione complessiva di una questione è certamente migliore di una considerazione unilaterale. Perciò, in questo libro saranno discussi comparativamente alcuni temi descritti nella Parola celeste delle tre religioni e, a confronto, saranno presentati i dati scoperti dalla scienza del XX secolo. A questo proposito, è necessario comprendere che, a causa dei loro stretti rapporti reciproci, ora si è manifestata una particolare necessità che le tre religioni si uniscano. Infatti, tutte e tre le religioni sono oggi ugualmente esposte all’attacco del materialismo. L’idea che la religione non abbia alcuna armonia con la scienza è ampiamente diffusa, soprattutto negli ambienti scientifici, tanto nei Paesi islamici quanto in quelli influenzati dall’ebraismo e dal cristianesimo. Per esaminare complessivamente questo tema sarebbe necessaria una lunga discussione.
In questo libro desidero presentare un solo aspetto della questione: esaminare la Parola celeste delle tre religioni alla luce delle conoscenze fondate sulla scienza moderna.
Prima di intraprendere questo lavoro, tuttavia, è necessario porre una questione fondamentale: quanto è autentica e genuina la forma attuale della Parola celeste? La risposta
si potrà ottenere esaminando attentamente l’ambiente e le circostanze in cui quella Parola fu messa per iscritto, nonché i modi e le trasmissioni attraverso cui è giunta fino a noi.
In Occidente l’esame e l’analisi della Parola celeste sono iniziati soltanto in tempi recenti. Per centinaia di anni la gente ha accettato la Bibbia, l’Antico e il Nuovo Testamento, così come l’aveva ricevuta. In seguito non fece altro che sostenerla, senza alcuna verifica. Infatti, considerava peccato anche la minima critica. Un vantaggio dei sacerdoti era che avevano letto l’intera Bibbia e ne erano informati. La maggior parte della gente comune, invece, si recava in chiesa e ascoltava soltanto la lettura di alcune parti.
A livello specialistico, l’esame critico del testo originale ha portato alla scoperta e alla divulgazione di problemi gravi. Di conseguenza, spesso si rimane delusi leggendo una cosiddetta critica. Si osserva infatti che, trovandosi di fronte a un problema reale nell’interpretazione dell’originale, il critico ha citato una frase o un paragrafo dal quale si comprende chiaramente che ha cercato di nascondere il vero problema. In questa situazione, applicando un giudizio obiettivo e un pensiero razionale, si constata che l’inverosimiglianza e le contraddizioni rimangono intatte come prima. Eppure non mancano i tentativi di sostenere che tali frasi o paragrafi della Bibbia siano corretti.
Questo tentativo può diventare assai dannoso per la fede in Dio delle persone riflessive e razionali. L’esperienza mostra tuttavia che, sebbene alcune persone riescano a individuare queste inverosimiglianze e contraddizioni, la maggior parte dei cristiani non applica la propria ragione o il proprio senso comune alle questioni religiose.
Alcuni hadith dell’Islam possono essere paragonati ai Vangeli. La raccolta delle parole e delle azioni di Hazrat Muhammad (s.) è chiamata hadith. Il Vangelo non è altro che l’hadith di Gesù. Alcuni hadith furono messi per iscritto molti anni dopo la morte di Hazrat Muhammad (s.). Allo stesso modo, i Vangeli furono scritti molti anni dopo la morte di Gesù. In entrambi i casi esistono testimonianze umane riguardo agli eventi del passato. Tuttavia, per quanto riguarda i Vangeli, vi è una differenza. Vedremo che gli autori dei quattro Vangeli canonici non furono testimoni oculari degli eventi da loro narrati. Lo stesso vale per alcuni hadith menzionati nella parte finale di questo libro.
Tuttavia, la somiglianza termina qui. Infatti, la veridicità di alcuni hadith è stata discussa in passato e lo è ancora oggi. Per quanto riguarda la maggior parte dei Vangeli, invece, una decisione definitiva fu presa già agli inizi della storia della Chiesa. Con quella decisione furono dichiarati canonici, cioè ufficiali, soltanto quattro Vangeli. Sebbene vi siano divergenze tra quei quattro su molte questioni, ciò non costituì un ostacolo all’adozione di tale decisione. Dopo di essa fu ordinato di occultare tutti i Vangeli rimanenti. Per questo furono chiamati «apocrifi», cioè non autentici.
Un’altra differenza fondamentale tra le Scritture cristiane e quelle islamiche è la seguente: nel cristianesimo non esiste alcuna Scrittura celeste e scritta. Il Corano dell’Islam è invece celeste e scritto.
Il Corano è la Parola celeste rivelata a Hazrat Muhammad (s.) tramite l’angelo Gabriele. Subito dopo la rivelazione, quella Parola fu messa per iscritto; i musulmani la impararono a memoria e la recitarono nella preghiera, soprattutto durante le preghiere del mese di Ramadan. Muhammad (s.) stesso divise e ordinò quella Parola in diverse sure; dopo la sua morte, durante il governo del califfo Uthman, essa fu raccolta in forma di libro (entro un periodo compreso tra 12 e 24 anni). Il Corano che oggi leggiamo è quella raccolta. [In realtà, qui vi è una lieve inesattezza. Dopo la battaglia di Yamama, svoltasi nell’anno 12 dell’Egira (633 d.C.), il Corano fu raccolto in forma di libro per ordine del califfo Abu Bakr (r.a.). Durante il suo governo, Uthman (r.a.) fece realizzare numerose copie di quella raccolta e le inviò in varie regioni — traduttore.]
Le Scritture cristiane, al contrario, sono una raccolta di resoconti indiretti di persone diverse. Non contengono il racconto di alcuna persona che abbia visto con i propri occhi gli eventi della vita di Gesù. Eppure molti cristiani lo ritengono. La questione dell’autenticità delle Scritture cristiane e islamiche è stata dunque risolta in questo modo.
Il confronto tra i resoconti delle Scritture celesti e i dati scientifici ha sempre fornito materia di riflessione agli uomini.
Un tempo si riteneva che, per accettare una Scrittura celeste come autentica, fosse necessario che essa fosse compatibile con i dati scientifici. Sant’Agostino stabilì formalmente questo principio nella sua Lettera 82. In seguito citeremo questa lettera. Con il progresso delle scoperte scientifiche, tuttavia, divenne chiaro che esistevano contraddizioni tra la Bibbia e la scienza. Si decise allora che non si sarebbe più fatto un simile confronto. Di conseguenza si è creata una situazione che oggi ci costringe a riconoscere che la Bibbia e la scienza sono in contraddizione tra loro. Naturalmente non possiamo accettare come Parola celeste un testo il cui racconto sia errato e falso. Esiste un solo modo per risolvere questa incompatibilità: non accettare come veritiero il passo che contiene un’affermazione contraria ai dati scientifici. Ma questa soluzione non è stata adottata. Al contrario, è stato proclamato con forza che la Bibbia è vera. Di conseguenza, gli esperti ecclesiastici hanno assunto una posizione che non è affatto accettabile per gli scienziati.
Rimanendo fedele al principio enunciato da Sant’Agostino riguardo alla Bibbia, l’Islam ha sempre ritenuto che il racconto del Corano fosse pienamente compatibile con i dati scientifici. In tempi recenti la rivelazione dell’Islam è stata esaminata minuziosamente. Tuttavia, non si è manifestata la necessità di modificare tale principio. In seguito vedremo che nel Corano sono presenti descrizioni di numerosi argomenti collegati alla scienza. Anche la Bibbia ne tratta, ma gli argomenti sono molto meno numerosi. Quei pochi argomenti della Bibbia sono in contraddizione con i dati scientifici. Al contrario, la maggior parte degli argomenti del Corano è compatibile con i dati scientifici. Sotto questo aspetto, non è possibile alcun confronto tra i due Libri. Dalle nostre ricerche è emersa questa verità fondamentale: nessun dato del Corano può essere negato dal punto di vista scientifico. Tuttavia, nella parte finale di questo libro vedremo che ciò non vale per gli hadith. È già stato detto che l’hadith è una raccolta delle parole e delle azioni del Profeta Muhammad (s.) ed è completamente diverso dalla rivelazione del Corano. Alcuni resoconti contenuti negli hadith non sono accettabili dal punto di vista scientifico. Per determinarne l’autenticità, il Corano stesso ha stabilito il principio dell’impiego dei dati scientifici e della ragione; sulla base di tale principio quegli hadith sono stati esaminati.
È necessario spiegare un po’ più dettagliatamente la questione della possibilità o impossibilità di accettare, dal punto di vista scientifico, le descrizioni contenute in alcuni libri celesti. Innanzitutto bisogna sottolineare con forza che qui, con l’espressione «dati scientifici», si intendono esclusivamente quei dati scientifici che sono stati dimostrati e accettati in modo corretto e preciso. Tenendo presente questo principio, si vedrà che tutte quelle teorie che un tempo erano necessarie per fare luce su un determinato argomento o oggetto, ma che, con il progresso della ricerca scientifica, non sono più altrettanto necessarie, sono state completamente escluse dalle nostre considerazioni attuali. Qui utilizzerò soltanto quei dati che sono al di sopra di ogni controversia e divergenza. Sebbene dalle scoperte scientifiche sia possibile ricavare soltanto dati incompleti, anche tali dati incompleti saranno accettati universalmente, senza lasciare alcun timore di errore.
Si può dire, per esempio, che gli scienziati non sono in grado di indicare neppure una data approssimativa dell’arrivo dell’uomo sulla Terra. Tuttavia hanno scoperto resti delle attività umane che possiamo senza dubbio considerare risalenti a diecimila anni prima della nascita di Gesù. Pertanto non possiamo accettare che la narrazione della Bibbia su questo argomento sia conforme ai dati scientifici. Infatti, le date e la genealogia riportate nel capitolo della Bibbia chiamato Genesi collocano l’arrivo dell’uomo sulla Terra, cioè la creazione di Adamo, circa trentasette secoli prima della nascita di Gesù. In futuro la scienza potrà forse fornirci dati ancora più precisi e accurati dei nostri calcoli attuali. Ma una cosa è certa: la scienza non ci dirà mai che l’uomo è comparso per la prima volta sulla Terra 4.376 anni fa. Questo è esattamente ciò che afferma il calendario ebraico del 1975. È dunque evidente che i dati della Bibbia sull’arrivo dell’uomo sulla Terra sono completamente errati.
Da questo confronto con la scienza sono state escluse tutte le questioni propriamente religiose. Si può dire, per esempio, che la scienza non offre alcuna spiegazione di come e attraverso quale processo Allah si sia rivelato a Mosè. Lo stesso si può dire del mistero della nascita di Gesù senza un padre biologico. Nessun libro celeste offre una spiegazione materiale di tali questioni. In questo libro sono stati presi in considerazione soltanto quei fenomeni naturali straordinari descritti nei libri celesti e corredati di spiegazioni più o meno ampie. Tenendo presente questo, ciò che balza immediatamente agli occhi è che, su un determinato argomento, il Corano contiene una grande quantità di informazioni, mentre gli altri due libri sullo stesso argomento ne contengono pochissime.
Per prima cosa esaminai la rivelazione del Corano con una mente completamente imparziale e senza alcuna idea preconcetta, prestando attenzione alla concordanza tra la descrizione coranica e i dati della scienza moderna. Dopo aver tradotto il Corano, avevo appreso che quel libro menzionava vari fenomeni naturali e diversi argomenti. Tuttavia, a quel tempo non ne avevo una conoscenza dettagliata. In seguito, quando cominciai a leggere ed esaminare il Corano nella lingua araba originale, iniziai a compilare un elenco di tutti quei fenomeni e argomenti. Una volta completato l’elenco, alla luce delle prove e delle testimonianze, fui costretto ad ammettere che nel Corano non vi è alcuna descrizione che possa essere contraddetta dal punto di vista della scienza moderna.
Mantenendo lo stesso atteggiamento imparziale, condussi un esame analogo anche nel caso dell’Antico Testamento e dei Vangeli. Nel caso dell’Antico Testamento, prima ancora di terminare il primo libro, la Genesi, mi accorsi che vi erano descrizioni completamente contrarie ai dati dimostrati dalla scienza moderna.
Poi, non appena cominciai a occuparmi dei Vangeli, mi trovai di fronte a un problema grave. Già nella prima pagina compare la genealogia di Gesù. Tuttavia, su questo argomento, vi è una chiara discrepanza tra la narrazione di Matteo e quella di Luca. Un altro problema è che la descrizione di Luca riguardo alla prima comparsa dell’uomo sulla Terra è completamente contraria ai dati scientifici moderni.
Tuttavia, a mio avviso, tutte queste discrepanze, improbabilità e incongruenze non indicano alcuna mancanza di fede in Allah. Da tali discrepanze emerge soltanto il segno dell’irresponsabilità umana. Ora nessuno può dire che cosa contenesse il testo originale. Allo stesso modo, nessuno può più dire come esso sia stato redatto sulla base dell’immaginazione o come la rivelazione sia stata modificata inconsapevolmente. Ma ciò che oggi balza molto facilmente agli occhi è che, quando diventiamo consapevoli di queste discrepanze e contraddizioni della Bibbia, gli esperti o fingono di non averle notate, oppure cercano, con giochi di parole, di fornire una spiegazione inventata. Quando discuterò dei Vangeli scritti da Giovanni e Matteo, presenterò un esempio di questa astuta rete di parole degli esperti. Essi nascondono le improbabilità e le contraddizioni dietro la parola «problema». Di solito riescono nel tentativo di occultare questo «problema». Per questa ragione molti cristiani non sono affatto consapevoli di questi gravi errori dell’Antico Testamento e dei Vangeli. Nei primi due capitoli di questo libro il lettore potrà vedere esempi specifici di tale situazione.
Nel terzo capitolo è presentato un esempio della naturale applicazione della scienza alla rivelazione. Applicando le conoscenze moderne e secolari, è stato possibile comprendere meglio il significato di alcuni versetti del Corano. Fino ad allora il significato di questi versetti, pur non essendo incomprensibile, era rimasto misterioso. Naturalmente non c’è nulla di cui stupirsi. Infatti, nell’Islam religione e scienza sono sempre state considerate sorelle. Fin dall’inizio l’Islam ha ordinato di dedicarsi alla scienza, e proprio grazie all’adempimento di tale ordine, durante l’età d’oro della civiltà islamica la scienza conobbe uno straordinario sviluppo, del quale anche il mondo occidentale trasse particolare beneficio prima del Rinascimento. La luce che le conoscenze scientifiche moderne hanno gettato su alcuni versetti del Corano ha aperto un orizzonte più ampio di accordo e comprensione nel confronto reciproco tra rivelazione e scienza. In precedenza quei versetti erano rimasti oscuri e incomprensibili per mancanza delle conoscenze necessarie alla loro spiegazione.
Antico Testamento: confini generali
Chi è l’autore dell’Antico Testamento? In risposta a questa domanda, la maggior parte dei lettori dell’Antico Testamento probabilmente dirà ciò che ha letto nell’introduzione alla Bibbia. Forse dirà che, sebbene sia stato scritto da uomini sotto l’ispirazione dello Spirito Santo (Gabriele), il vero autore è Allah.
L’autore dell’introduzione alla Bibbia talvolta si limita a dire questo. Di conseguenza, non rimane spazio per ulteriori domande. Talvolta afferma invece che, insieme al testo originale, potrebbero essere state aggiunte in seguito anche opere umane. Tuttavia, per questo motivo, la “verità” fondamentale di qualsiasi passo controverso non sarebbe cambiata. E si insiste particolarmente sulla parola “verità”. Le autorità ecclesiastiche si assumono questa responsabilità, poiché soltanto loro, con l’aiuto dello Spirito Santo, possono indicare ai cristiani credenti la vera via. Dopo le assemblee dei concili cristiani nel IV secolo, furono le autorità ecclesiastiche a pubblicare l’elenco dei libri sacri; tale elenco fu approvato dal Concilio di Firenze (1441), dal Concilio di Trento (1546) e dal Primo Concilio Vaticano (1870). Quei libri approvati sono oggi conosciuti con il nome di canone. Dopo molte ricerche e revisioni, il Secondo Concilio Vaticano ha pubblicato recentemente una descrizione estremamente importante riguardo alla rivelazione. Per questo lavoro furono necessari tre anni (1962-1965) di intensa dedizione e fatica. La maggior parte dei lettori si è sentita rassicurata vedendo questa descrizione all’inizio delle edizioni moderne della Bibbia. In seguito si è sentita certa e soddisfatta della spiegazione delle garanzie fornite per diversi secoli riguardo all’autenticità della Bibbia. Non ha mai pensato che potesse sorgere una domanda al riguardo.
Esistono molte opere di sacerdoti che normalmente non vengono pubblicate per il grande pubblico. Leggendole, si comprende che la questione dell’autenticità dei diversi libri della Bibbia è in realtà molto più complessa di quanto sembri a prima vista. Come esempio si può citare la moderna traduzione francese della Bibbia. Questa traduzione è stata realizzata sotto la supervisione della Scuola Biblica di Gerusalemme e pubblicata in diversi volumi dall’editore Cerf di Parigi. Esaminando questa traduzione, si nota una chiara diversità nello stile espositivo. È evidente che, come nel Nuovo Testamento, anche nell’Antico Testamento vi sono alcune questioni controverse che gli esegeti, nella maggior parte dei casi, non hanno nascosto.
Nel libro del professor Edmond Jacob si possono trovare informazioni ancora più precise. Il titolo dell’opera è L’Antico Testamento (titolo francese: L’Ancien Testament, Presses Universitaires de France, Parigi). Quest’opera, breve ma di natura molto imparziale, presenta un valido approccio analitico.
Edmond Jacob ha affermato che molti non sanno che, all’origine, non esisteva una sola Bibbia, ma diverse Bibbie, i cui testi erano differenti. Nel III secolo prima della nascita di Cristo esistevano in ebraico almeno tre libri distinti. Il primo sarebbe stato in seguito chiamato masoretico; il secondo fu tradotto parzialmente in greco; il terzo divenne noto come testo samaritano. Nel I secolo prima della nascita di Cristo si manifestò una chiara tendenza a introdurre un solo libro, basato sul terzo e in sua sostituzione. Ma questa tendenza si concretizzò un secolo dopo la nascita di Cristo: fu allora che venne stabilito con precisione un unico testo della Bibbia.
Se avessimo ricevuto tutti e tre questi testi, sarebbe stato facile confrontarli e avremmo potuto formarci un’idea di quale fosse il testo originario o originale. Purtroppo, però, non abbiamo davanti a noi una simile possibilità. La situazione è dunque questa: a parte i Rotoli del Mar Morto, rinvenuti nelle grotte di Qumran e risalenti al periodo precristiano vicino all’epoca di Gesù (scritti trovati presso il Mar Morto), i Dieci Comandamenti del II secolo dopo la nascita di Cristo, scritti su foglie di alberi e contenenti una variante del testo originale, e alcuni scritti frammentari del V secolo dopo la nascita di Cristo (la genizah del Cairo), il più antico testo ebraico della Bibbia che possediamo risale al secolo successivo alla nascita di Cristo.
La Septuaginta è probabilmente la prima traduzione in greco. Nel III secolo prima della nascita di Cristo, gli ebrei composero quest’opera ad Alessandria. È sulla base di quest’opera che fu redatto il Nuovo Testamento. Fino al VII secolo dopo la nascita di Cristo, quest’opera era considerata autentica. Il testo greco originale generalmente diffuso nel mondo cristiano è stato compilato dai manoscritti chiamati Codex Vaticanus, conservato nella Città del Vaticano, e Codex Sinaiticus, conservato al British Museum di Londra. Questi due manoscritti risalgono al IV secolo dopo la nascita di Cristo.
A questo proposito si possono menzionare anche le versioni aramaica e siriaca (Peshitta). Tuttavia, sono incomplete.
A partire da tutte queste diverse versioni, gli esperti sono riusciti a preparare un testo «di compromesso». Lo si può definire un compromesso tra le diverse versioni. Esistono inoltre Bibbie bilingui e trilingui, nelle quali sono state utilizzate le lingue greca, latina, ebraica, siriaca, aramaica e persino araba. La famosa Bibbia di Walton (Londra, 1657) è un’opera di questo tipo. Per completezza, è necessario menzionare ancora un altro aspetto. Nelle chiese cristiane di diversa confessione non si segue lo stesso testo, né si adotta lo stesso orientamento nella traduzione nella medesima lingua. Ciò è dovuto al fatto che nelle diverse Bibbie sono state sostenute concezioni differenti, le quali hanno influenzato i diversi gruppi ecclesiastici. Tuttavia, l’opera alla quale attualmente stanno lavorando diversi esperti cattolici e protestanti, intitolata The Ecumenical Translation of the Old Testament, può essere considerata un testo unico e coordinato. (Nota del traduttore inglese: fu pubblicata nel dicembre 1975. Editori: Les Éditions du Cerf e Les Belles Lettres et Les Images, Parigi).
Pertanto, risulta evidente che, nel caso dell’Antico Testamento, l’intervento umano ha svolto un ruolo enorme. Dai cambiamenti e dalle revisioni avvenuti naturalmente passando da una versione all’altra e da una traduzione all’altra, si può facilmente dedurre che, nel corso di più di duemila anni, il testo originario dell’Antico Testamento è stato modificato in diversi modi.
Le origini della Bibbia
Prima di essere raccolta in forma di libro, la Bibbia circolava oralmente tra la gente come tradizione popolare e si tramandava anche cantata e accompagnata da una melodia. Come tutte le concezioni antiche, anche questa tradizione popolare dipendeva interamente dalla memoria.
Edmond Jacob ha scritto: «In una prima fase, tutti i popoli hanno cantato. Come in ogni altro luogo, anche in Israele la poesia ha preceduto la prosa. Là si è cantato per molto tempo e si è cantato bene. Il popolo d’Israele ha cantato, con profonda partecipazione, canti di gioia e di dolore riguardanti gli eventi della propria storia. Ai suoi occhi ogni evento aveva un significato. Perciò lo esprimeva in forme diverse attraverso il canto. Cantavano per vari motivi, e Edmond Jacob ne ha menzionati molti. Anche nella Bibbia si fa riferimento a numerosi canti: canti del pasto, canti della mietitura, canti del lavoro, canti del pozzo (Numeri 21 e 17), canti nuziali e canti funebri. Vi sono anche molti canti di guerra, tra i quali è particolarmente degno di nota il canto di Debora (Giudici 5, 1-32). In questo canto, infatti, si celebra la vittoria comandata e guidata dallo stesso Yahweh (Numeri 10 e 35): “Quando l’esercito alleato avanzò, Mosè disse: O Yahweh, destati! Siano dispersi i tuoi nemici e fuggano alla tua vista coloro che ti odiano.”»
Vi sono inoltre l’Ecclesiaste e i proverbi (il Libro dei Proverbi, i proverbi dei libri storici e le massime), benedizioni e maledizioni, nonché le prescrizioni dei profeti agli uomini dopo aver ricevuto la rivelazione.
Jacob ha detto che tutte queste parole e questi racconti sono passati di famiglia in famiglia, oppure sono stati divulgati attraverso le scuole religiose come resoconti della storia del popolo scelto da Allah. In seguito, la storia si è rapidamente trasformata in leggenda, come nel caso della parabola di Iotam (Giudici 9, 7-12). In questa parabola, «gli alberi si mossero per scegliere uno di loro come re e incoronarlo, e rivolsero la loro richiesta, uno dopo l’altro, all’olivo, al fico, alla vite e al rovo». A proposito di questo racconto, Jacob osservò: «Nel desiderio di narrare bene una storia, i narratori non si sono preoccupati dell’estraneità degli argomenti o dell’improbabilità delle epoche». Per questo giunse alla conclusione: «Dai racconti dell’Antico Testamento riguardanti Mosè e i capi si può forse ricavare una cronologia approssimativa degli eventi storici. Nel narrare i racconti originari, i narratori, con l’aiuto della grazia e dell’immaginazione, possono averli resi abbastanza credibili persino a molti pensatori consapevoli, come racconti delle origini della creazione dell’uomo e del mondo.»
Vi sono ragioni fondate per credere che, quando gli Ebrei si stabilirono in Canaan, verso la fine del XIII secolo prima della nascita di Cristo, si sia diffusa la scrittura per conservare e trasmettere le tradizioni. Tuttavia, nella redazione e nella conservazione della legge, alle quali allora si attribuiva la massima durata, non vi era una precisione assoluta. Infatti, i Dieci Comandamenti, che si ritiene siano stati scritti dalla mano stessa di Allah, compaiono in due forme diverse in due passi dell’Antico Testamento: nell’Esodo (20, 1-21) e nel Deuteronomio (5, 1-30). Il messaggio fondamentale può essere lo stesso, ma le differenze nella scelta delle parole, nello stile espositivo e nelle espressioni idiomatiche sono molto evidenti. Allora vi era grande interesse a mettere per iscritto lettere, trattati, elenchi dei nomi di personaggi illustri (giudici e alti funzionari civili), genealogie, nonché elenchi dei bottini e dei beni offerti come tributo. Furono istituiti archivi per conservare tutti questi documenti. In seguito, sulla base di tali documenti, furono composti dei libri, alcuni dei quali sono giunti fino a noi. A un esame approfondito si vede che in ciascun libro sono stati utilizzati diversi tipi di composizione e di stile espositivo. Sembra che in uno stesso libro siano state incluse opere di autori diversi. Gli esperti e i ricercatori potranno forse fare luce su questo argomento.
Sebbene l’Antico Testamento sia fondamentalmente basato su tradizioni originarie, nella narrazione vi sono incoerenze. Una parte non ha relazione con l’altra. Pertanto, il processo di composizione di quest’opera può essere confrontato con il processo originario di formazione della letteratura antica di altri tempi e luoghi.
A titolo di esempio, si può prendere in esame il processo della letteratura francese all’epoca della dinastia franca. Le guerre, soprattutto quelle combattute in difesa della religione cristiana, l’eroismo e il coraggio dei prodi e altri eventi sensazionali venivano allora conservati anch’essi nelle tradizioni orali. Anche diversi secoli dopo gli avvenimenti, queste tradizioni hanno ispirato poeti, scrittori e storici. Così, a partire dall’XI secolo, si cominciarono a comporre poesie ed epopee sulla base di questi racconti, nei quali realtà e fantasia erano mescolate. Tra esse, la più famosa è la “Canzone di Orlando”. Quando l’imperatore Carlo Magno tornò dalla spedizione in Spagna, Orlando (La Chanson de Roland) era il comandante della sua retroguardia. In questo poema epico sono narrate la sua vita, il suo eroismo e il suo sacrificio. L’episodio del sacrificio non è affatto frutto dell’immaginazione. Accadde il 15 agosto 778, durante l’attacco di una tribù basca che abitava tra le montagne. Pertanto, non si sarà disposti ad accettare come storia pura la narrazione contenuta nel poema.
Sembra che anche il processo di composizione della Bibbia si sia svolto proprio in questo modo. Coloro che non riconoscono l’esistenza di Allah considerano l’intera Bibbia una raccolta di leggende e racconti immaginari. Noi, però, non siamo d’accordo con loro. È del tutto possibile credere alla realtà della creazione, alla rivelazione dei Dieci Comandamenti da parte di Allah a Mosè e agli interventi soprannaturali nelle vicende umane, come quelli avvenuti al tempo di Salomone. Ciò non significa, tuttavia, che la nostra fede debba essere assoluta in ogni dettaglio. Possiamo certamente ritenere che ciò che riceviamo attraverso la Bibbia sia soltanto un sommario degli eventi originari e che tutti i particolari in essa contenuti debbano essere sottoposti a un rigoroso esame critico. Infatti, quando la tradizione orale originaria assunse forma scritta, vi era una forte possibilità che vi si incorporassero l’immaginazione e gli abbellimenti umani.
I diversi libri dell’Antico Testamento
L’Antico Testamento è una raccolta di opere di diversa lunghezza, forma e natura. Esse furono composte in diverse lingue per oltre novecento anni, sulla base di tradizioni orali. In seguito, in epoche diverse e a intervalli considerevoli, molte opere furono rivedute e completate sulla base di determinati avvenimenti o per particolari necessità.
Questa vasta produzione fu probabilmente composta agli inizi del regno della dinastia israelita, nell’XI secolo prima della nascita di Cristo. A quel tempo, molti membri della famiglia reale erano scrittori. Erano uomini saggi e dotti, e il loro ruolo non si limitava alla sola scrittura. La prima delle opere incomplete menzionate nel capitolo precedente fu probabilmente composta proprio in quel periodo. Allora vi era anche una ragione particolare per dar loro forma scritta. In quell’epoca si attribuiva grande importanza alla conservazione di numerosi canti, poemi epici, ammonimenti di Giacobbe e Mosè, dei Dieci Comandamenti e dei decreti reali che istituivano pratiche religiose. Oggi se ne trovano tracce nei diversi libri dell’Antico Testamento. Qualche tempo dopo, probabilmente nel X secolo prima della nascita di Cristo, fu composta l’opera “Jahvista” del Pentateuco. Poiché in quest’opera Allah è chiamato Yahweh, essa ricevette questo nome. Quest’opera costituisce la fonte originaria dei primi cinque libri attribuiti a Mosè. In seguito vi furono aggiunte l’opera chiamata “Elohista” e la sua redazione “Sacerdotale”. L’opera fu chiamata Elohista perché Allah vi è designato con il nome Elohim. La sua redazione, invece, è nota come Sacerdotale dal nome dei predicatori chiamati sacerdoti del tempio di Gerusalemme. Nell’opera jahvista originaria, proveniente dal regno meridionale di Giuda, è narrata la storia dall’inizio del mondo fino alla morte di Giacobbe.
Già nell’VIII secolo prima della nascita di Cristo comparvero i profeti scrittori. Sono noti due profeti scrittori in Israele, chiamati Amos e Osea, e uno in Giuda, chiamato Michea.
Con la caduta della Samaria nel 721 a.C., il regno d’Israele scomparve e la tradizione religiosa passò nelle mani del regno di Giuda. Da allora ebbe inizio la conservazione delle leggende religiose. Fu proprio in quel periodo che gli scritti jahvisti ed elohisti furono riuniti e trasformati in un’unica opera chiamata Torah. In quel periodo fu scritto anche il Deuteronomio.
Nella seconda metà del VII secolo a.C., durante il regno di Giosia, apparve il profeta Geremia; tuttavia, la descrizione delle sue parole e delle sue opere fu messa per iscritto soltanto un secolo più tardi.
Prima della prima deportazione a Babilonia, nel 589 a.C., furono scritti i libri di Iechonia, Naum e Abacuc. Dopo questo periodo, Ezechiele continuò a diffondere le sue profezie. La seconda deportazione ebbe inizio nel 587 a.C., al momento della caduta di Gerusalemme, e proseguì fino al 538 a.C.
Ezechiele era un profeta famoso. Tuttavia, il suo libro non era stato organizzato durante la sua vita nella forma in cui lo troviamo oggi. Gli scribi che lo organizzarono in quel modo dopo la sua morte furono considerati i suoi califfi spirituali. Questi scribi prepararono una terza versione della Genesi, nota come versione sacerdotale. Questa versione contiene il resoconto di un capitolo della Genesi, cioè del periodo che va dagli inizi della Terra fino alla morte di Giacobbe. In tal modo, un terzo scritto venne inserito nel testo originario delle opere jahvista ed elohista della Torah. Più avanti vedremo una caratteristica strategica di questo terzo scritto in alcuni libri redatti da due a quattro secoli prima. Nello stesso periodo fu pubblicato anche il libro delle Lamentazioni.
Nel 538 a.C., per ordine di Ciro, ebbe fine la deportazione. Gli ebrei tornarono in Palestina e il tempio di Gerusalemme fu ricostruito. Di conseguenza, ripresero le attività dei profeti e dei predicatori. In quel periodo furono redatti i libri di Aggeo, Zaccaria, Malachia e Daniele, il terzo libro di Isaia e il libro di Baruc in lingua greca.
In realtà, le principali opere religiose furono redatte nel periodo successivo alla deportazione. Intorno al 480 a.C. furono redatti i Proverbi; nel V secolo, Giobbe; nel III secolo, l’Ecclesiaste o Qoèlet, il Cantico dei Cantici, il Primo e il Secondo libro delle Cronache, ed Esdra e Neemia. Analogamente, nel II secolo a.C. furono scritti l’Ecclesiastico o Siracide e, nel I secolo, il Libro della Sapienza e il Primo e il Secondo libro dei Maccabei. Non è tuttavia facile stabilire quando furono scritti i libri di Rut, Ester e Giona. Lo stesso si deve dire per i libri della Torah e di Giuditta. Poiché gli scritti dell’Antico Testamento furono ordinati in forma di libro soltanto un secolo prima della nascita di Cristo, si deve presumere che le opere corrispondenti possano essere state modificate e ampliate anche dopo le date indicate qui. Infatti, nel secolo precedente alla nascita di Cristo, la maggior parte di questi scritti non aveva ancora assunto una forma precisa o definita.
In questo modo, dall’antichità fino alla comparsa del cristianesimo, gli ebrei considerarono l’Antico Testamento il loro monumento religioso e letterario. I diversi libri, capitoli e sezioni di quest’opera furono composti, completati e riveduti tra il X e il I secolo a.C. Questa non è una mia opinione personale. Ho raccolto queste informazioni e il resoconto dell’indagine storica da un’opera autorevole e universalmente riconosciuta. Si tratta dell’articolo intitolato “La Bibbia” nell’Encyclopaedia Universalis (Parigi, 1974, vol. III, pp. 246-253), scritto dal professor J. P. Samdrol, docente presso la facoltà domenicana di Solkoy. Tutti questi dati sono stati riconosciuti come veri e corretti da specialisti altamente qualificati. Pertanto, è necessario tenere presenti queste informazioni per comprendere e rendersi conto del contenuto dell’Antico Testamento.
Vi sono ragioni per credere che nelle opere dell’Antico Testamento fosse mescolata la rivelazione. Tuttavia, considerando lo stato in cui oggi abbiamo ricevuto quest’opera, rimane il dubbio che quella rivelazione vi sia ancora conservata. Infatti, come abbiamo già visto, il racconto originario è stato modificato molte volte e numerosi autori sono intervenuti. Si può quindi facilmente supporre che essi abbiano lasciato soltanto ciò che, secondo il proprio ambiente, le proprie circostanze e le proprie preferenze, ritenevano opportuno; ed è soltanto questo che è giunto fino a noi.
Confrontando tutti questi dati oggettivi con le descrizioni fornite nelle introduzioni alle varie versioni della Bibbia oggi diffuse, si vedrà che i fatti reali e la verità sono stati presentati in modo completamente diverso. Quanto alle vicende storiche relative alla composizione dei vari libri, è stato mantenuto un silenzio assoluto. Gli argomenti che, essendo ambigui, potrebbero creare confusione, sono stati lasciati esattamente così come sono. Per creare l’errata convinzione che il falso sia vero, la questione dei dati è stata mantenuta al livello più basso possibile. In questo modo, nella maggior parte delle introduzioni alla Bibbia, verità e realtà sono state occultate per presentare un quadro diverso. Nei casi dei libri che sono stati rimaneggiati più volte, come il Pentateuco, invece di dirlo direttamente si è semplicemente affermato che alcuni dettagli sono stati aggiunti in seguito; ma proprio nei punti in cui sarebbe necessaria una lunga spiegazione, si è mantenuto il silenzio persino su questioni di grandissima importanza. È davvero deplorevole che nella Bibbia stampata e diffusa in enorme quantità per il pubblico siano presenti errori e informazioni inesatte di questo tipo.
La Torah o il Pentateuco
Il nome Torah, cioè Tawrat, è semitico. In greco viene chiamato Pentateuco, cioè un’opera composta da cinque libri. I cinque libri sono Genesi, Esodo, Levitico, Numeri e Deuteronomio. La raccolta dei ventinove libri dell’Antico Testamento ha come contenuto principale proprio questi cinque.
Quest’opera contiene il racconto del periodo che va dall’inizio della creazione del mondo fino all’ingresso degli ebrei in Canaan. Si può ricordare che, dopo l’esilio degli ebrei in Egitto e, più precisamente, dopo la morte di Mosè, era stato loro promesso che quella terra sarebbe stata assegnata loro. Dall’inizio alla fine dell’opera, insieme alla descrizione dei vari avvenimenti, sono state date anche diverse norme per la vita religiosa e sociale degli ebrei. Per questo motivo quest’opera è chiamata anche Legge o Torah (Tawrat).
Nella religione ebraica e in quella cristiana, per molti secoli Mosè è stato riconosciuto come autore della Torah. Alla base di questa concezione vi è probabilmente il fatto che Allah disse a Mosè: «Scrivi questo avvenimento, la sconfitta degli Amaleciti, nel libro, perché ne resti il ricordo» (Esodo 17, 14). Oppure, a proposito dell’uscita degli ebrei dall’Egitto, si legge: «Mosè scrisse i nomi dei luoghi dai quali partirono» (Numeri 33, 2), e: «Mosè scrisse questa legge» (Deuteronomio 31, 91). A partire dal primo secolo a.C., Mosè è stato considerato l’autore della Torah. Flavio Giuseppe e Filone di Alessandria condividevano la stessa concezione.
Oggi, tuttavia, questa concezione è stata completamente abbandonata e tutti sono giunti a un accordo su questo punto. Ciononostante, nel Nuovo Testamento Mosè viene nuovamente indicato come autore. Nella Lettera ai Romani (10, 5), citando il Levitico, Paolo disse: «Mosè ha scritto: la persona che pratica la rettitudine secondo quanto prescritto dalla legge», e così via. Nel suo Vangelo (5, 46-47), Giovanni ha fatto dire a Gesù: «Se aveste creduto a Mosè, credereste anche a me, perché egli ha scritto di me. Ma se non credete ai suoi scritti, come potrete credere alle mie parole?». Qui si trovano segni di rielaborazione nella traduzione e nell’espressione del pensiero, cioè di modifiche. Infatti, nel testo originale greco è stata usata la parola «episteuete», vale a dire che la frase è stata riferita a Gesù. Qui invece è stato mostrato che egli lo avrebbe detto personalmente. Questo è completamente errato. Ecco come lo spiego.
Ho tratto la struttura e l’esempio di questa spiegazione da padre de Vaux, direttore della Scuola biblica di Gerusalemme. Nella prefazione alla traduzione francese della Genesi da lui realizzata nel 1962, presenta un’introduzione preziosa e argomentata al Pentateuco. Egli non ha accettato l’identificazione con cui gli evangelisti presentano Mosè come autore della Torah; al contrario, ha sostenuto l’opposto. Ci ha ricordato che «l’usanza ebraica seguita da Gesù e dai suoi compagni» era accettata fino alla fine del Medioevo. L’unico che si oppose con forza a questa dottrina fu Ibn Ezra, nel XII secolo. Poi, nel XVI secolo, Karlstadt osservò che probabilmente non era possibile che Mosè avesse scritto nel Deuteronomio (34, 15-12) il resoconto della propria morte. Egli citò anche gli scritti di alcuni critici che rifiutavano di riconoscere, sebbene non nella sua interezza, almeno alcune parti della Torah come opera di Mosè. Tuttavia, il contributo probabilmente più importante in questa materia fu quello di padre Richard Simon dell’Oratorio. Nella sua opera intitolata «Storia critica dell’Antico Testamento» (Histoire critique du Vieux Testament, 1678), egli espose dettagliatamente le incongruenze nella sequenza degli avvenimenti della Torah, le numerose ripetizioni dello stesso argomento, le incoerenze del racconto e le differenze nello stile di composizione. Dopo la pubblicazione di quest’opera si creò ovunque una situazione imbarazzante. Ma all’inizio del XVIII secolo la linea argomentativa di Richard Simon non fu più seguita in modo significativo in nessuna opera storica. In riferimento agli avvenimenti antichi si continuò allora a dire: «Mosè ha scritto». Poco prima abbiamo visto che Gesù stesso, nel Nuovo Testamento, ha sostenuto che Mosè avesse scritto la Torah. Di conseguenza, un’antica leggenda si è rafforzata ulteriormente. È facile immaginare quanto sia difficile opporsi a tale posizione. Tuttavia, il medico di Luigi XV, Jean Astruc, fornì probabilmente l’argomento più forte.
Nel 1753 fu pubblicata la sua opera intitolata «Congetture sugli scritti originali che sembra che Mosè abbia usato per comporre il libro della Genesi» («Conjectures sur les mémoires originaux dont il paraît que Moïse s’est servi pour composer le livre de la Genèse»). In essa mostrò dettagliatamente che il Pentateuco, o Torah, è un insieme di opere raccolte da numerose fonti. Prima di lui forse molti avevano già notato questo fatto, ma egli fu il primo ad avere il coraggio di renderlo pubblico. Citando dei passi, mostrò che nella Genesi si trovano affiancate due opere, in una delle quali Allah è chiamato Yahweh e nell’altra Elohim. Pertanto queste due opere non possono mai provenire da un’unica fonte. Eichhorn (1780-1783) scoprì informazioni dello stesso tipo anche per gli altri quattro libri. Poi Ilgen (1798) osservò che l’opera descritta da Astruc, nella quale Allah è chiamato Elohim, è in realtà divisa in due parti. Così le fondamenta del Pentateuco furono letteralmente frantumate.
Nel XIX secolo furono condotte ricerche più approfondite sulle fonti. Nel 1854 furono riconosciute complessivamente quattro fonti. Esse sono la versione yahvista, la versione elohista, il Deuteronomio e la versione sacerdotale. Fu persino possibile determinarne il periodo di composizione:
(1) Si ritiene che la versione yahvista risalga al IX secolo a.C. (scritta in Giuda).
(2) La versione elohista è probabilmente di un periodo leggermente posteriore (scritta in Israele).
(3) Riguardo al Deuteronomio, alcuni ritengono che risalga all’VIII secolo a.C. (E. Jacob), mentre altri lo collocano nell’epoca di Giosia (padre de Vaux).
(4) La versione sacerdotale risale al periodo dell’esilio del VI secolo a.C., oppure a un’epoca successiva.
Pertanto, si vede che il periodo di composizione del Pentateuco si estende per almeno tre secoli. Ma il problema è in realtà ancora più complesso. Nel 1941 A. Lods constatò che la versione yahvista comprende tre fonti. Analogamente, la versione elohista ne comprende quattro, il Deuteronomio sei e la versione sacerdotale nove. E ciò senza nemmeno considerare quanto affermato da padre de Vaux, secondo cui vi furono aggiunte opere di otto autori diversi. Più recentemente si è ritenuto che la maggior parte delle leggi o prescrizioni contenute nel Pentateuco si trovi anche altrove, al di fuori della Bibbia, e che esse risalgano a epoche ancora anteriori. Inoltre, si presume che i documenti del Pentateuco, cioè gli scritti, provengano da un determinato periodo e contesto, mentre le vicende narrate in essi appartengono in realtà a epoche molto più antiche e a contesti differenti. Di conseguenza, è sorto interesse per il modo in cui si sono formate le leggende. In altre parole, il problema è diventato così complesso che è difficile persino trovarne l’inizio e la fine.
La presenza di numerose fonti ha prodotto non solo differenze, ma anche ripetizioni. Padre de Vaux ha mostrato, con degli esempi, che nei diversi racconti del diluvio, del rapimento di Giuseppe e delle sue attività in Egitto vi sono differenze e incoerenze. Inoltre, la stessa persona è stata designata con nomi diversi e sono state fornite descrizioni contraddittorie di eventi importanti.
In questo modo, sebbene il Pentateuco sia una raccolta di diverse fonti e leggende, gli autori riuscirono a riunirle e a organizzarle con una certa abilità. Talvolta collocarono due racconti uno accanto all’altro; altre volte fusero due racconti, presentandoli come un unico racconto. Ciononostante, sono rimaste le improbabilità e le contraddizioni. Di conseguenza, l’epoca moderna ha avvertito la necessità di esaminare in profondità e con obiettività le fonti originarie.
Esaminando l’opera originaria del Pentateuco o della Torah, si può facilmente riconoscere che è frutto della mano dell’uomo. Questo libro è stato composto sulla base dei racconti orali, delle leggende e degli scritti tramandati di generazione in generazione nei vari periodi della storia del popolo ebraico. Il racconto comincia con una tradizione jahvista risalente agli inizi del X secolo a.C., nella quale viene descritto il destino proprio d’Israele. Questo destino consiste, secondo le parole di padre de Vaux, nel «ritorno al posto esatto che gli spetta nel grande disegno di Allah per l’umanità». E termina nel VI secolo a.C. con una tradizione sacerdotale, nella quale date e genealogie sono indicate con assoluta precisione. Nel capitolo successivo vedremo che, di fronte ai dati scientifici moderni, tutte le descrizioni contenute nella tradizione sacerdotale riguardanti l’arrivo dell’uomo nel mondo, la sua posizione nell’evoluzione del tempo e il processo della creazione sono completamente errate. È evidente che tale situazione è il risultato dell’intervento della penna sull’originale.
Padre de Vaux ha scritto: «Nelle storie di questa tradizione la questione della legittimità giuridica ha avuto la preminenza. Per esempio, il riposo domenicale dopo il completamento della creazione, l’alleanza con Noè, l’alleanza e la circoncisione di Abramo, l’acquisto della grotta di Macpela, grazie al quale i sacerdoti ottennero terre in Canaan». È necessario ricordare che il periodo di questa tradizione va dall’esilio a Babilonia fino al ritorno in Palestina nel 538 a.C. Pertanto, insieme ai problemi religiosi, qui si è intrecciato anche un problema interamente politico.
Nel caso della Genesi, è ormai stabilito e riconosciuto che il contenuto del libro è stato raccolto da tre fonti. Padre de Vaux, nel suo commento analitico alla traduzione, ha fornito un elenco dei passi della Genesi composti sulla base dell’una o dell’altra fonte. Sulla base di questa prova, si può determinare con notevole precisione quanta parte del contenuto di ciascuna fonte si trovi in ogni capitolo. A titolo di esempio, nei primi undici capitoli della Genesi, nel racconto della cosmogonia, del diluvio e del periodo compreso tra il diluvio e l’epoca di Abramo, si vede che una parte è stata tratta dalla versione jahvista e quella successiva dalla versione sacerdotale. Questa situazione permane dall’inizio alla fine dell’intero racconto. In questi primi undici capitoli non vi è alcun contenuto della versione elohista. È tuttavia abbastanza chiaro che i racconti jahvista e sacerdotale si sono mescolati l’uno con l’altro. Nei primi cinque capitoli, nel racconto della cosmogonia e del periodo fino all’epoca di Noè, si vede che dall’inizio alla fine essi sono disposti in successione: a un passo jahvista segue un passo sacerdotale. Nel racconto del diluvio, soprattutto nei capitoli settimo e ottavo, questa disposizione è stata resa ancora più frequente; cioè, dopo un breve passo di un racconto ne è stato collocato un altro breve dell’altro racconto, e questa disposizione si nota persino all’interno delle frasi. In un punto si osserva che, nel complesso di cento righe, il racconto è stato cambiato in questo modo diciassette volte. Per questa ragione, quando leggiamo la Genesi, l’inverosimiglianza e le contraddizioni interne risultano evidenti. A questo proposito è degno di nota il prospetto seguente.
Conclusione dei racconti jahvista e sacerdotale nei capitoli 1-11 della Genesi.
* Il primo numero indica il numero del capitolo.
* Il secondo numero tra parentesi indica il numero della colonna. Quando una colonna è divisa in due, le due parti sono indicate con a e b.
* «I» indica il racconto jahvista e «S» indica il racconto sacerdotale.
* Esempio: la prima riga del prospetto indica che il contenuto dalla colonna 1 del capitolo 1 alla colonna 4-a del capitolo 2 della Bibbia attualmente in uso è stato tratto dal racconto sacerdotale.
Capitolo — dalla colonna — capitolo — colonna — fonte
1 — (1) — 2 (4-a) — S
2 — (4-b) — 4 — (26) — I
5 — (1) — 5 — (32) — S
6 — (1) — 6 — (8) — I
6 — (9) — 6 — (22) — S
7 — (1) — 7 — (5) — I
7 — (6) — — — S
7 — (7) — 7 — (10) — V
7 — (11) — – — – — S
7 — (12) — – — – — V
7 — (13) — 7 — (16-a) — S
7 — (16-b) — 7 — (17) — V
7 — (18) — 7 — (21) — S
7 — (22) — 7 — (23) — V
7 — (24) — 8 — (2-a) — S
8 — (2-kha) — – — – — i
8 — (3) — 8 — (4) — s
8 — (6) — 8 — (12) — i
8 — (13-ka) — – — – — s
8 — (13-kha) — – — – — i
8 — (14) — 8 — (19) — s
8 — (20) — 8 — (22) — i
9 — (1) — 9 — (17) — s
9 — (18) — 9 — (27) — i
9 — (28) — 10 — (7) — s
10 — (8) — 10 — (19) — i
10 — (20) — 10 — (23) — s
10 — (24) — 10 — (30) — i
10 — (31) — 10 — (32) — s
11 — (1) — 11 — (9) — i
11 — (10) — 11 — (32) — s
Dal prospetto si comprende molto facilmente come gli uomini abbiano organizzato la Bibbia con le proprie mani.
I libri storici
In questi libri troviamo la storia del popolo ebraico. Questa storia si estende dal momento del loro ingresso nella Terra Promessa fino al momento della loro deportazione a Babilonia. Molto probabilmente entrarono nella Terra Promessa alla fine del XIII secolo e furono deportati a Babilonia nel VI secolo a.C.
Qui si è insistito su ciò che viene definito «evento nazionale», presentando l’evento come il compimento della promessa di Dio. Nella narrazione, tuttavia, sono state ignorate la verità storica e l’accuratezza. Tenendo presente questo, E. Jacob ha affermato che, riguardo alla presunta distruzione di Ai e di Gerico, il tema principale del Libro dei Giudici (Book of Judges) è il sistema di difesa del popolo eletto contro i nemici circostanti e il sostegno di Dio nei suoi confronti. Il padre e A. L. Crampon hanno dichiarato in modo estremamente obiettivo nell’introduzione alla Bibbia che questo libro è stato modificato più volte. La prova si trova nell’aggiunta di numerosi prologhi e di varie appendici al libro originale. Anche la storia di Rut è stata aggiunta alla narrazione originale.
Il Libro di Samuele (Book of Samuel) e i due libri dei Re (Book of Kings) sono essenzialmente opere biografiche su Samuele, Saul, Davide e Salomone. Il loro valore storico è discutibile. Proprio sulla base dell’analisi storica, Jacob ha riscontrato in questi libri innumerevoli errori, perché vi sono diverse narrazioni contraddittorie dello stesso evento. In questi libri si parla anche dei profeti Elia, Eliseo e Isaia. In altre parole, la storia si è mescolata alla leggenda. Altri critici, come padre Lifabar, ritengono tuttavia che questi libri possiedano un’autenticità fondamentale del loro valore storico.
I due libri delle Cronache (Chronicles One and Two) e il libro di Uzair (Book of Nehemiah) furono scritti nel IV secolo a.C. dallo stesso autore, chiamato Waqe’a Nabish (il Cronista). Egli ha narrato la storia della creazione fino a quel tempo, sebbene nella genealogia da lui fornita si trovi una successione soltanto fino a Davide. In realtà, però, trasse le informazioni dal Libro di Samuele. E. Jacob ha detto: «Ha copiato alla lettera, senza prestare attenzione alle incoerenze». Tuttavia, ha fornito alcune informazioni nuove che sono state confermate come corrette dalle prove archeologiche. E. Jacob ha detto: «Talvolta l’autore ha scritto la storia secondo le esigenze della religione. Il re Manasse, sebbene fosse pagano e tirannico, regnò a lungo in pace e prosperità. Per spiegare questo fatto, egli ha affermato che il re si convertì durante il periodo trascorso in Assiria (Cronache II, 33, 11). Ma né nella Bibbia né in alcun libro extrabiblico si trova menzione di questo fatto». Anche il libro di Uzair e quello di Neemia sono stati sottoposti a severe critiche. È stato detto che i due libri sono pieni di argomenti oscuri e incomprensibili. L’epoca in cui si svolgono gli eventi narrati, il IV secolo a.C., non è essa stessa ben conosciuta e di quell’epoca non esistono neppure molte documentazioni extrabibliche.
Anche il Libro di Tobia (Book of Tobit), il Libro di Giuditta (Book of Judith) e il Libro di Ester (Book of Esther) sono considerati libri storici. Eppure in questi libri la storia è stata profondamente oltraggiata. Per esigenze religiose sono stati cambiati i nomi delle persone e dei luoghi e sono stati creati personaggi ed eventi. In realtà, si tratta di racconti immaginari, di carattere morale, che mescolano falsità storiche e improbabilità.
Il Libro dei Maccabei (Book of Maccabees) è invece di tipo alquanto diverso. Gli eventi narrati in questi libri appartengono al II secolo a.C. È il resoconto più accurato degli eventi di quell’epoca. Per questo motivo questi libri sono molto importanti.
Pertanto, si vede che i libri classificati sotto il nome di libri storici non hanno alcuna somiglianza l’uno con l’altro. In alcuni libri la storia è certamente narrata correttamente, mentre in altri è narrata arbitrariamente.
I libri dei profeti
Sotto questo titolo troviamo la descrizione degli insegnamenti di quei profeti che nell’Antico Testamento sono stati classificati separatamente dai grandi profeti, come Mosè, Samuele, Elia ed Eliseo. Gli insegnamenti di quei grandi profeti si trovano in altri libri.
I libri dei profeti contengono il resoconto degli avvenimenti dall’VIII al II secolo a.C.
Nell’VIII secolo a.C. si trovano i libri dei profeti Amos, Osea, Isaia e Michea. Il libro del profeta Amos è famoso per la condanna dell’ingiustizia sociale. Osea è noto per la sua deformazione religiosa. Poiché fu costretto a sposare una serva, cioè una prostituta sacra, di una setta adoratrice della natura, si ammalò e soffrì fisicamente. Nel cercare di spiegare questo episodio, si è detto che la situazione era proprio simile al fatto che Allah soffre quando il popolo è peccatore, ma continua tuttavia ad amarlo. Isaia è una figura della storia politica. Re e sovrani accettavano i suoi consigli e agivano di conseguenza. Viveva con grande sfarzo. Oltre alla sua personale attività di predicazione, i suoi discepoli pubblicarono fino al III secolo a.C. le risposte che egli aveva dato a diverse questioni. Nei suoi insegnamenti si parla della protesta contro l’ingiustizia e del timore del giudizio di Allah. Descrisse anche la liberazione degli ebrei dopo la loro uscita dall’Egitto e il loro ritorno in Palestina. Nel caso del Secondo e del Terzo Isaia, è quasi evidente come la luce del giorno che la loro attività profetica fosse motivata da scopi politici. Anche gli insegnamenti di Michea, contemporaneo di Isaia, erano più o meno dello stesso tipo.
Nel VII secolo a.C., Sofonia, Geremia, Naum e Abacuc acquisirono fama per la loro attività di predicazione religiosa. Geremia fu martirizzato e Baruc raccolse e riunì i suoi insegnamenti e le sue parole. Baruc è probabilmente anche l’autore delle Lamentazioni.
All’inizio del VI secolo a.C., durante l’esilio degli ebrei a Babilonia, l’attività dei profeti aumentò in modo particolare. Tra loro, il ruolo di Ezechiele fu il più importante. Egli consolava i suoi correligionari e annunciava loro parole di speranza. Il libro di Abdia descrive la miseria e la sofferenza della Gerusalemme conquistata.
Dopo la fine dell’esilio, nel 538 a.C., ebbe inizio l’attività dei profeti Aggeo e Zaccaria. Essi chiesero la ricostruzione del tempio. Dopo il completamento di questa ricostruzione, furono pubblicati alcuni scritti sotto il nome di Malachia. Questi scritti erano essenzialmente spiegazioni e analisi di argomenti spirituali.
Non si trova alcuna ragione plausibile per spiegare come mai il Libro di Giona sia stato incluso tra i libri dei profeti, nonostante nell’Antico Testamento non vi sia alcun brano significativo che lo riguardi. Il principale insegnamento del Libro di Giona è la necessità di sottomettersi alla volontà di Allah.
Il Libro di Daniele è scritto in tre lingue: ebraico, greco e aramaico. I critici cristiani ritengono che, esaminato dal punto di vista storico, questo libro contenga certamente annunci evangelici, ma in forma disordinata e contraddittoria. Probabilmente risale al periodo maccabeo del II secolo a.C. E. Jacob ritiene che, affermando che il giorno della salvezza fosse ormai vicinissimo, l’autore volesse preservare la fede dei suoi compatrioti.
Libri di poesia e di sapienza
Nei libri classificati sotto questo titolo si trovano prove di una coerenza letteraria indiscutibile.
Tra questi, il più importante è il Libro dei Salmi, che costituisce anche il massimo esempio della poesia ebraica. La maggior parte dei salmi è attribuita a Davide. I restanti furono composti da diversi sacerdoti. I temi di questi canti, utilizzati nella preghiera e nel culto, sono la lode, la meditazione, l’adorazione e la supplica.
Il Libro di Giobbe, composto tra il 400 e il 500 a.C., è un’opera eccellente per sapienza e contenuto.
L’opera intitolata Lamentazioni, composta dopo la caduta di Gerusalemme, all’inizio del VI secolo a.C., fu probabilmente scritta da Geremia.
È inoltre necessario menzionare nuovamente i titoli di alcune opere. Il Cantico dei Cantici è una raccolta di canti allegorici sull’amore divino; il Libro dei Proverbi raccoglie i detti di Salomone e degli altri saggi della sua corte; mentre l’Ecclesiaste, o Qoèlet, è una raccolta di riflessioni sull’essenza dei piaceri e della sapienza terreni.
Dunque, si vede che è stato realizzato un unico libro raccogliendo, amalgamando e armonizzando ciò che diversi autori avevano composto su vari argomenti, utilizzando fonti diverse, nell’arco di almeno sette secoli. In tali condizioni, come può una parte di questo libro essere complementare all’altra e come si è potuto considerarlo completo e autosufficiente per secoli e secoli? Ma, cosa ancora più importante, in base a quale ragionamento questo libro viene considerato «il libro della Rivelazione degli ebrei e dei cristiani»? Certamente, tra alcune comunità esistono divergenze di opinione al riguardo, ma il dissenso sulla questione fondamentale non è così evidente. Poiché esprimeva il concetto di ciò che è invisibile, in greco questo libro veniva chiamato «canone».
La raccolta di questi scritti, tuttavia, non ebbe inizio in epoca cristiana, bensì in epoca ebraica. Il lavoro iniziale probabilmente cominciò già nel VII secolo a.C. Nella prima fase furono selezionati alcuni libri per questa raccolta. I libri rimanenti furono aggiunti in seguito. È però degno di nota che i cinque libri compresi nella Torah o Pentateuco furono sempre posti al primo posto. Dopo che le dichiarazioni dei profeti — profezie di punizioni corrispondenti alle cattive condotte — si furono avverate, nulla impedì più che i resoconti dei loro insegnamenti fossero inclusi nel testo principale. Lo stesso valeva per i loro messaggi di speranza. Entro il II secolo a.C., il «canone» dei profeti aveva assunto una forma ben definita.
Poiché venivano utilizzati nel culto, altri libri, come i Salmi (canti di preghiera), furono riuniti insieme a opere quali le Lamentazioni, il Libro della Sapienza e il Libro di Giobbe.
Nella fase iniziale, il cristianesimo era mescolato con l’ebraismo. In seguito vedremo che studiosi moderni, come il cardinale Daniélou, hanno svolto ricerche approfondite al riguardo. Prima di assumere una nuova forma sotto l’influenza di san Paolo, il cristianesimo accettava senza esitazione l’eredità dell’Antico Testamento. Gli autori dei Vangeli seguivano rigorosamente la tradizione dell’Antico Testamento. In seguito, sebbene i Vangeli fossero stati modificati respingendo gli apocrifi (racconti religiosi), l’Antico Testamento non fu sottoposto a modifiche di rilievo. Quasi tutto vi fu mantenuto.
Prima della fine del Medioevo, almeno nei paesi occidentali, nessuno aveva il coraggio di muovere obiezioni contro questa singolare raccolta. Proprio nessuno. Dal tardo Medioevo fino all’inizio dell’epoca moderna si videro uno o due critici far sentire la propria voce, ma le autorità ecclesiastiche li ridussero sempre al silenzio. Oggi, naturalmente, non mancano gli scritti critici; tuttavia, sebbene gli specialisti di religione abbiano condotto ricerche approfondite su molti argomenti, si sono astenuti dall’esaminare a fondo quelle che, a loro dire, erano questioni «scomode». Non hanno mostrato interesse nemmeno a esaminarle alla luce delle conoscenze moderne. Laddove esisteva una somiglianza tra i dati storici e i racconti della Bibbia, si sono adoperati a sufficienza per dimostrare e stabilire tale somiglianza; invece, si sono accuratamente tenuti lontani dal confrontare i racconti biblici con i dati scientifici moderni. Hanno compreso che, se si fosse fatto un simile confronto, la gente comune avrebbe espresso dubbi sull’autenticità delle scritture ebraiche e cristiane e avrebbe sollevato interrogativi. Eppure, fino ad allora, queste scritture erano rimaste al di sopra di ogni dubbio e di ogni domanda.
L’Antico Testamento e la scienza: alcune verità accertate
Nell’Antico Testamento e nei Vangeli vi sono alcuni elementi in contrasto con i dati acquisiti dalla conoscenza moderna. Quando questo contrasto riguarda la scienza, si constata che tali questioni sono molto importanti.
Abbiamo già visto che nella Bibbia vi sono molte informazioni storiche errate. Abbiamo anche citato alcuni di questi errori indicati dagli specialisti ebrei e cristiani. Per ragioni del tutto naturali, essi hanno minimizzato tali errori. Ai loro occhi è sembrato naturale che gli autori religiosi presentassero i dati storici secondo la propria religione e scrivessero la storia soltanto per soddisfare le esigenze della religione. In seguito vedremo che nel Vangelo scritto da Matteo (Matthew) la verità è stata analogamente deformata e che sono state fornite spiegazioni dello stesso tipo per rendere accettabile quella deformazione come verità. Ma nessuna delle due parti può accettare questo procedimento.
Se si esamina la questione sulla base della ragione, si riscontreranno molte contraddizioni e molte improbabilità. Se, nel descrivere un avvenimento, diversi autori hanno utilizzato fonti diverse, è del tutto naturale che lo stesso avvenimento venga narrato in modi differenti. Ma questa non è l’unica ragione: alcuni specialisti hanno anche dimostrato chiaramente che dello stesso avvenimento sono state redatte più versioni, che sono state aggiunte integrazioni alla narrazione originale e che prima è stata scritta un’interpretazione e poi, a suo sostegno, è stata preparata la narrazione originale. A titolo d’esempio, per quanto riguarda la Torah, si può dire che Padre de Vaux, nell’introduzione alla sua traduzione della Genesi (pagine 13-14), ha segnalato molte incoerenze e contraddizioni di questo genere. In seguito presenteremo alcuni esempi. Tuttavia, dopo aver letto la narrazione originale, se il lettore ritiene che il contenuto letto non sia affatto credibile, probabilmente non gli si potrà dare torto. Per il momento presenteremo alcuni esempi:
Nella Genesi (6,3) si dice che, immediatamente prima del Diluvio, Allah stabilì che da allora la durata della vita umana sarebbe stata limitata a centoventi anni: «La sua vita sarà di centoventi anni». Ma più avanti, ancora nella stessa Genesi (11,11; 10,32), si vede che la durata della vita dei dieci discendenti di Noè è stata da 148 a 600 anni (si vedano, nell’elenco aggiunto in seguito, le età dei dieci discendenti di Noè fino ad Abramo). La contraddizione tra le due narrazioni è evidentissima. Ma qual è la ragione? La ragione è che la prima narrazione (Genesi 6,3) è stata tratta dall’opera jahvista del X secolo a.C., mentre la seconda narrazione (Genesi 11,10-32) è stata tratta dalla versione sacerdotale del VI secolo a.C. Proprio questa versione è la fonte principale della genealogia. In questa genealogia la vita di ogni profeta è espressa mediante un numero determinato, ma, considerata nel suo insieme, la questione appare impossibile.
È proprio nella Genesi che troviamo il più evidente esempio di discordanza con la scienza moderna. Tale discordanza riguarda le seguenti tre importanti questioni:
(1) La creazione del mondo e le sue diverse fasi.
(2) La data della creazione del mondo e la data della comparsa dell’uomo sulla Terra.
(3) Il racconto del Diluvio.
Ora esamineremo successivamente questi tre argomenti.
La creazione del mondo
Padre de Vaux ha osservato che proprio all’inizio della Genesi vi sono due resoconti consecutivi sulla creazione del mondo. Ora esamineremo, uno dopo l’altro, se questi due resoconti siano conformi ai dati scientifici moderni.
Primo resoconto
Questo primo resoconto si trova nel primo capitolo della Genesi e nel primo versetto del secondo capitolo. Esaminandolo dal punto di vista scientifico, risulta subito evidente che non esiste altrove una simile concentrazione di errori e falsità. È quindi necessario esaminare separatamente ogni paragrafo. La citazione qui riportata è tratta dalla Revised Standard Version della Bibbia (Revised Standard Version; pubblicata da W. M. Collins and Sons per conto della British and Foreign Bible Society, 1952).
Capitolo primo, versetti 1-2:
«In principio Dio creò i cieli e la terra. La terra era informe e vuota, e le tenebre erano sulla superficie dell’abisso; e lo spirito di Dio aleggiava sulla superficie delle acque.»
È possibile ammettere che ciò che oggi chiamiamo universo fosse immerso nelle tenebre prima della creazione del mondo. Ma l’affermazione che allora esistesse l’acqua è pura fantasia. In seguito vedremo che, nelle fasi iniziali della formazione dell’universo, vi sono ampie indicazioni dell’esistenza di gas o fumo. L’idea che vi fosse acqua è completamente errata.
Versetti 3-5:
«Poi Dio disse: “Sia la luce!” E la luce fu. Dio vide che la luce era buona; e Dio separò la luce dalle tenebre. Dio chiamò la luce “giorno” e le tenebre “notte”. Fu sera, poi fu mattina: primo giorno.»
La luce che si diffonde nel firmamento è il risultato delle complesse interazioni delle stelle. In seguito discuteremo dettagliatamente questo argomento. Secondo la Bibbia stessa, in questa fase della creazione le stelle non erano ancora formate. In realtà, prima del versetto 14 non viene menzionata alcuna «luce». Proprio in quel versetto si parla della creazione della luce nel quarto giorno, «per separare il giorno dalla notte» e «per illuminare la terra». Questa descrizione è corretta. Ma, poiché la causa della luce fu creata tre giorni dopo, è irragionevole menzionare la luce nel primo giorno. Inoltre, l’aver menzionato la sera e il mattino già nel primo giorno della creazione è frutto dell’immaginazione; infatti, l’idea della sera e del mattino può essere concepita soltanto dopo la creazione della Terra e dopo che essa abbia compiuto una rotazione attorno a se stessa alla luce del Sole, il proprio astro luminoso.
Versetti 6-8:
«Poi Dio disse: “Vi sia un firmamento in mezzo alle acque, che separi le acque dalle acque”. Dio fece dunque il firmamento e separò le acque che erano al di sopra del firmamento dalle acque che erano al di sotto del firmamento. E così fu. Dio chiamò il firmamento “cielo”. Fu sera, poi fu mattina: secondo giorno.»
Anche qui si trova quel racconto delle acque, e viene descritto il cielo come se avesse diviso le acque in due parti. Proprio in conseguenza di questa divisione, nel descrivere il diluvio è stato possibile dire che le acque superiori avevano attraversato il cielo ed erano cadute sulla Terra.
Tuttavia, l’idea che le acque siano state divise in questo modo non è accettabile dal punto di vista scientifico.
Versetti 9-13:
«Poi Dio disse: “Le acque che sono sotto il cielo siano raccolte in un solo luogo e appaia l’asciutto”. E così fu. Dio chiamò l’asciutto “terra” e chiamò la massa delle acque “mari”; e Dio vide che ciò era buono. Poi Dio disse: “La terra produca germogli, erbe che producano seme e alberi da frutto che producano sulla terra frutti con il seme, ciascuno secondo la propria specie”. E così fu. La terra produsse germogli, erbe che producono seme secondo la propria specie e alberi che producono frutti con il seme, ciascuno secondo la propria specie; e Dio vide che ciò era buono. Fu sera, poi fu mattina: terzo giorno.»
L’idea che, mentre la Terra era sommersa, la terraferma sia gradualmente emersa è scientificamente accettabile. Ma l’idea che, prima della creazione del Sole, si sia formato un sistema ordinato di erbe, arbusti e alberi e che abbia avuto inizio la loro riproduzione per mezzo dei semi non può essere affatto ragionevole; per la stessa ragione, non è accettabile neppure il processo di evoluzione del giorno e della notte. È significativo che, secondo la Genesi stessa, il Sole non sia stato creato prima del quarto giorno.
Versetti 14-19:
«Poi Dio disse: “Vi siano luminari nella distesa del firmamento per separare il giorno dalla notte; servano come segni per le stagioni, per i giorni e per gli anni, e siano luminari nella distesa del firmamento per illuminare la terra”; e così avvenne. Dio fece i due grandi luminari: il luminare maggiore per governare il giorno e il luminare minore per governare la notte, e fece anche le stelle. Dio li pose nella distesa del firmamento per illuminare la terra, per governare il giorno e la notte e per separare la luce dalle tenebre; e Dio vide che ciò era buono. Fu sera e fu mattina: quarto giorno.»
Sebbene questa descrizione sia complessivamente accettabile, presenta una grande incoerenza. Sappiamo che la Terra e la Luna si sono formate da frammenti del loro astro originario, il Sole. Pertanto, l’idea che il Sole e la Luna siano stati creati dopo la formazione della Terra è in completa contraddizione con la concezione della formazione del sistema solare universalmente riconosciuta e generalmente accettata.
Versetti 20-23:
«Poi Dio disse: “Brulichino le acque di una moltitudine di esseri viventi e volino gli uccelli sopra la terra, nella distesa del firmamento”. Dio creò dunque i grandi animali marini e tutti gli esseri viventi che si muovono e brulicano nelle acque, secondo la loro specie, e ogni uccello alato, secondo la sua specie. Dio vide che ciò era buono. Dio li benedisse dicendo: “Siate fecondi, moltiplicatevi e riempite le acque dei mari, e gli uccelli si moltiplichino sulla terra”. Fu sera e fu mattina: quinto giorno.» In questo paragrafo vi sono alcune affermazioni che non sono accettabili. Si dice che il mondo animale abbia avuto inizio con la comparsa degli esseri marini e degli uccelli dotati di ali. E ciò sarebbe avvenuto il quinto giorno. Ma nel versetto successivo si afferma che il mondo animale sulla terra ebbe inizio il giorno seguente, cioè il sesto giorno. Tra poco citeremo il versetto relativo al sesto giorno. È vero che la vita ebbe inizio nel mare e che da lì si diffuse sulla terra; tuttavia, discuteremo in seguito questo argomento. Per il momento vogliamo limitarci al contenuto del versetto. Si ritiene che gli animali terrestri, in particolare gli uccelli, siano derivati da una specie di rettili della seconda era. Si ritiene che questa ipotesi sia possibile a causa di alcune caratteristiche fisiche comuni alle due specie. Nella Bibbia, però, la comparsa degli esseri viventi sulla terra è collocata nel sesto giorno, dopo quella degli uccelli. Pertanto, questa sequenza, secondo cui altri esseri viventi terrestri sarebbero comparsi dopo gli uccelli, non può essere accettata.»
Versetti 24-31:
«Dio disse: “Produca la terra esseri viventi secondo la loro specie: bestiame, rettili e animali selvatici, ciascuno secondo la propria specie”; e così avvenne. Dio fece gli animali selvatici secondo la loro specie, il bestiame secondo la propria specie e tutti i rettili terrestri secondo la loro specie; e Dio vide che ciò era buono. Poi Dio disse: “Facciamo l’uomo a nostra immagine, secondo la nostra somiglianza; abbia dominio sui pesci del mare, sugli uccelli del cielo, sul bestiame, su tutta la terra e su tutti i rettili che strisciano sulla terra”. Dio creò l’uomo a sua immagine; lo creò a immagine di Dio; li creò maschio e femmina. Dio li benedisse e disse loro: “Siate fecondi, moltiplicatevi, riempite la terra e soggiogatela; abbiate dominio sui pesci del mare, sugli uccelli del cielo e su ogni essere vivente che si muove sulla terra”. Dio disse inoltre: “Ecco, vi do ogni pianta che produce seme, su tutta la terra, e ogni albero che porta frutto con seme; questo sarà il vostro nutrimento. A tutti gli animali della terra, a tutti gli uccelli del cielo e a tutto ciò che si muove sulla terra e ha in sé una vita, do ogni pianta verde come cibo”; e così avvenne. Dio vide tutto ciò che aveva fatto, ed ecco, era molto buono. Fu sera e fu mattina: sesto giorno.»
Qui termina la descrizione della creazione. L’autore ha fornito qui l’elenco degli esseri viventi che non erano stati menzionati in precedenza e ha descritto anche il cibo degli esseri umani e degli animali.
Abbiamo già menzionato che è stato errato parlare della comparsa degli altri animali prima degli uccelli. È invece corretto parlare della comparsa dell’essere umano dopo quella degli altri animali. Dopo il primo capitolo della Bibbia, nei primi tre versetti del secondo capitolo, la descrizione della creazione si conclude così:
Capitolo 2: versetto 13
«Così furono compiuti i cieli e la terra e tutto il loro esercito. Il settimo giorno Dio si astenne dall’opera che aveva compiuto e si riposò, nel settimo giorno, da tutta l’opera che aveva fatto. E Dio benedisse il settimo giorno e lo santificò, perché in esso si riposò da tutta l’opera che aveva creato e fatto». Ora è necessario discutere brevemente questo argomento.
Secondo una consuetudine nella traduzione della parola ebraica «shabbat», essa diventa «si riposò». Anche qui è avvenuto lo stesso. In realtà, però, la questione del riposo di Dio è soltanto una leggenda.
Il resoconto qui citato è tratto dalla versione sacerdotale della Bibbia. Questa versione fu scritta nel VI secolo a.C. Tuttavia, nella versione jahvista, redatta alcuni secoli prima, non vi è alcun riferimento al riposo di Dio. Coloro che scrissero del giorno di riposo affermarono, allo scopo di suscitare fede e riverenza nella gente comune, che Dio stesso aveva osservato per primo quel giorno. Inoltre descrissero con notevole dettaglio e in ordine cronologico l’opera della creazione degli altri sei giorni. Ma, esaminando la questione alla luce di tutte le informazioni sulla creazione scoperte dalla scienza, si constata che quell’ordine cronologico non è affatto corretto, bensì è soltanto arbitrario.
L’idea che le fasi successive della creazione possano essere limitate all’arco di una sola settimana non è accettabile dal punto di vista scientifico. Oggi infatti sappiamo con certezza che la formazione degli astri e della Terra si è compiuta gradualmente, nel corso di molti giorni, cioè in un periodo di tempo molto lungo. (Esamineremo più avanti il resoconto coranico su questo argomento.) Anche se il resoconto della creazione fosse stato concluso con quello del sesto giorno, senza menzionare il giorno di riposo, e fosse possibile intendere i giorni non come giorni reali o naturali, ma come lunghi periodi, come nel resoconto del Corano, il resoconto biblico non potrebbe comunque essere accettato dal punto di vista scientifico, a causa dell’improbabilità dell’ordine cronologico degli eventi. Quel resoconto è immaginario e inventato. Non fu composto allo scopo di rivelare la verità, ma per qualche altro scopo, e fu falsificato.
Secondo resoconto
Subito dopo la conclusione del primo resoconto, senza alcun commento o dichiarazione intermedia, nel Genesi, cioè nel libro della Genesi, ha inizio il secondo resoconto della creazione. Qui, naturalmente, non si presenta l’opportunità di sollevare obiezioni dello stesso tipo. È tuttavia necessario ricordare che questo resoconto è di altri tre secoli più antico ed è molto breve. In esso è stato dedicato più spazio alla creazione dell’essere umano e dell’ambiente adatto alla sua vita che alla creazione della Terra e dei cieli.
Capitolo 2: versetti 4-7
«Nel giorno in cui Yahweh Dio fece la terra e i cieli, sulla terra non vi era ancora alcuna pianta dei campi, né era spuntata alcuna erba dei campi. Poiché il Signore Dio non aveva fatto piovere sulla terra e non vi era uomo che coltivasse il suolo. Tuttavia, dalla terra saliva un’inondazione che irrigava tutta la superficie del suolo. Allora Yahweh Dio formò l’uomo dalla polvere della terra e soffiò nelle sue narici un alito di vita; così l’uomo divenne un essere vivente.»
Nella Bibbia attuale si trova questo racconto jahvista. In seguito fu aggiunto anche il racconto sacerdotale. Rimane tuttavia la questione se il racconto fosse originariamente così breve. Nessuno può dire con certezza se, nel corso del tempo, sia stato tagliato e abbreviato. Né si sa con certezza se ciò che oggi possediamo sia il racconto originale.
In questo racconto non vi è una descrizione dettagliata della creazione della terra e dei cieli. Si dice soltanto che, quando Dio creò l’uomo, sulla terra non vi era vegetazione (e non era ancora piovuto), sebbene l’acqua fosse salita dal suolo e avesse irrigato tutta la superficie della terra. Subito dopo si dice che, nello stesso momento in cui fu creato l’uomo, «Dio preparò un giardino». Dunque l’uomo e gli alberi e le piante furono creati nello stesso periodo. Naturalmente, non sappiamo quanti milioni di anni siano trascorsi tra queste due creazioni.
Comunque, contro questo racconto si può sollevare soltanto quella obiezione. Nel racconto sacerdotale si afferma che la creazione dell’uomo e quella della terra ebbero luogo nella stessa settimana, mentre nel racconto jahvista non si dice nulla del genere. Di conseguenza, contro questo racconto non vi è motivo di sollevare obiezioni particolarmente gravi.
La data della creazione della terra e della comparsa dell’uomo su di essa
Nel calendario ebraico, elaborato sulla base delle informazioni riportate nell’Antico Testamento, entrambe queste date sono indicate con precisione. Secondo tale calcolo, nella seconda metà dell’anno cristiano 1975 ebbe inizio il 5736º anno della terra. In altre parole, nel 1975 l’età della terra raggiunse i 5736 anni. L’uomo fu creato alcuni giorni dopo la creazione della terra. Pertanto, anche l’età dell’uomo risulta essere la stessa.
A questo proposito sembra necessaria una piccola correzione. Nell’antichità il tempo veniva calcolato sulla base degli anni lunari, mentre oggi nel mondo occidentale viene calcolato sulla base degli anni solari. Questa correzione è necessaria per rendere esatto il calcolo, ma, se non la si apporta, la differenza è soltanto del tre per cento. Pertanto, per semplificare il calcolo, trascuriamo questa differenza. Se in un calcolo di mille anni vi è uno scarto di trenta anni in più o in meno, il nostro argomento principale probabilmente non sarà molto errato. Dunque, sulla base del calcolo ebraico, possiamo dire con ragionevole esattezza che la terra fu creata circa trentasette secoli prima della nascita di Cristo.
Ma che cosa dice la scienza moderna al riguardo? È difficile dare una risposta diretta a questa domanda. Tuttavia, si possono ricavare alcune informazioni sulla formazione del sistema solare. Si può anche giungere a una stima ragionevole in proposito. Si ritiene che dalla formazione del sistema solare fino ai giorni nostri siano trascorsi circa quattro miliardi e mezzo di anni. Pertanto, è facile determinare la differenza tra questa stima universalmente accettata e quella fornita nell’Antico Testamento. Ne discuteremo dettagliatamente più avanti. Prima di ciò, faremo qualche osservazione sul metodo per ricavare i calcoli dalla Bibbia.
Questo calcolo si può ricavare esaminando con grande attenzione il racconto biblico. Nella Genesi, cioè nel Libro della Genesi, si trovano informazioni precise sul tempo trascorso da Adamo ad Abramo. Tuttavia, per il periodo successivo, cioè da Abramo fino all’inizio del cristianesimo, le informazioni disponibili sono insufficienti. Sono quindi necessarie altre informazioni a sostegno.
Da Adamo ad Abramo
Nei capitoli 4, 5, 11, 21 e 25 della Genesi, ovvero del Libro della Genesi, è riportata la genealogia precisa di tutti gli antenati di Abramo fino ad Adamo. Sono indicati anche la durata della vita di ciascuno e l’età del padre al momento della nascita del figlio. Si può dunque determinare facilmente quanti anni dopo la creazione di Adamo nacque o morì ciascuno di loro. Tutte le informazioni utilizzate nella tabella seguente sono tratte dalla versione sacerdotale della Genesi e si trovano esclusivamente nella Bibbia. Da questo calcolo risulta che Abramo nacque 1.948 anni dopo Adamo.
Genealogia di Abramo
—- Anno di nascita dopo la creazione di Adamo — Durata della vita — Anno di morte dopo la creazione di Adamo
1) Adamo — – 930 — 930
Set — 130 — 912 — 1042
Enos — 235 — 905 — 1140
Kenan — 325 — 910 — 1235
Maalalel — 395 — 895 — 1290
Iared — 460 — 962 — 1422
Enoch — 622 — 365 — 987
Matusalemme — 687 — 969 — 1656
Lamec — 874 — 777 — 1651
10) Noè — 1056 — 950 — 2006
Sem — 1556 — 600 — 2156
Arpacsad — 1658 — 438 — 2096
Sela — 1693 — 433 — 2122
Eber — 1723 — 464 — 2187
Peleg — 1757 — 239 — 1996
Reu — 1787 — 239 — 2026
Serug — 1819 — 230 — 2049
Nacor — 1849 — 148 — 1997
Tera — 1878 — 205 — 2983
20) Abramo — 1948 — 175 — 2123
Da Abramo a Gesù
Per questo periodo la Bibbia non fornisce alcun dato numerico. Pertanto, per determinare il tempo intercorso tra Abramo e Gesù, dobbiamo cercare altre fonti. Attualmente si ritiene, in termini approssimativi, che l’epoca di Abramo risalga a diciotto secoli prima di Gesù. Calcolando sulla base della cronologia del periodo intercorso tra Abramo e Adamo fornita dalla Genesi, si vede che Adamo sarebbe vissuto all’incirca trentotto secoli prima di Gesù. Questo calcolo è chiaramente errato, e l’errore deriva dalla cronologia biblica del periodo da Adamo ad Abramo. Eppure il calendario ebraico è tuttora fondato su questo calcolo. Sulla base della discordanza tra i calcoli approssimativi dei sacerdoti ebrei del VI secolo a.C. e i dati moderni, possiamo facilmente confrontare i tradizionali custodi della verità biblica con i fatti. Eppure per molti secoli è stato proprio sulla base di questo calcolo che sono state determinate le date degli antichi eventi della vita di Gesù.
Prima dell’inizio dell’età moderna, ogni edizione della Bibbia era corredata da un’introduzione. In essa veniva spiegata la successione cronologica degli eventi dalla creazione del mondo fino al momento della redazione di quell’edizione. Anche le datazioni variavano considerevolmente da un’edizione all’altra. Per esempio, nell’edizione della Vulgata Clementina del 1621, l’epoca di Abramo era collocata ancora più indietro e si indicava che la creazione del mondo fosse avvenuta all’incirca nel quarantesimo secolo a.C. D’altra parte, nella Bibbia di Walton, scritta nel XVII secolo in diverse lingue, la cronologia dell’epoca degli antenati di Abramo era presentata in una forma simile alla genealogia qui descritta. Quasi tutti i calcoli concordano con questa genealogia. Gli editori biblici dell’età moderna hanno tuttavia smesso di fornire questo calcolo e questa introduzione. Hanno compreso che, alla luce delle moderne scoperte scientifiche, la creazione della Terra doveva essere avvenuta molto prima; pertanto, quel vecchio calcolo non sarebbe più stato accettabile per nessuno. Avrebbero dovuto anche dire chiaramente ai lettori che il racconto biblico era divenuto obsoleto e non conteneva la verità autentica. Ma non lo hanno detto. Al contrario, mediante giochi di parole, hanno creato un velo misterioso, grazie al quale il racconto biblico, senza alcuna modifica, può sembrare accettabile ovunque esattamente così com’è.
Per questo motivo la genealogia riportata nella versione sacerdotale è ancora accettata, sebbene nel XX secolo quel calcolo fondato su una favola non possa essere affatto considerato attendibile. Sulla base dei dati ottenuti dalle moderne scoperte scientifiche, non è possibile determinare una data precisa per la comparsa dell’uomo sulla Terra. Si possono ottenere soltanto alcune indicazioni. Tuttavia, possiamo ritenere con quasi assoluta certezza che l’uomo sia comparso dopo un certo periodo dalla creazione della Terra. Si può osservare che esistono, o possono essere esistiti, altri esseri dalla stessa conformazione dell’uomo. Ma sono la capacità operativa e l’intelligenza a distinguere l’uomo da essi. Dai resti ossei più antichi dell’uomo finora scoperti si può supporre che l’uomo sia comparso milioni di anni fa.
La base di questa supposizione è costituita dalla più recente scoperta di ossa umane dell’epoca preistorica. Nel linguaggio degli esperti, quest’uomo è chiamato uomo di Cro-Magnon. In diverse parti della Terra sono state effettivamente scoperte ossa molto antiche di esseri dalla stessa conformazione dell’uomo, e risalgono chiaramente a epoche ancora più remote. Tuttavia, rimane aperto il dubbio che siano davvero ossa umane.
Non vi è tuttavia alcun dubbio che i dati scientifici indichino un’epoca molto anteriore a quella indicata nella Genesi per la comparsa dell’uomo. Ne consegue che tra la Bibbia e la scienza moderna esistono una chiara differenza e un’evidente contraddizione.
Il diluvio e l’inondazione
Nei capitoli 6, 7 e 8 della Genesi si trova il racconto del diluvio. In realtà, i racconti sono due, ma invece di essere presentati l’uno accanto all’altro, sono stati fusi insieme e presentati sotto forma di un unico racconto; il procedimento della fusione è stato realizzato in modo tale che, per quanto riguarda la successione e la coerenza, sembri naturale considerarli esteriormente come un unico racconto. Nei tre capitoli vi sono evidenti contraddizioni reciproche. La ragione è la stessa, ossia che il contenuto è stato tratto da due fonti. Una è la versione jahvista e l’altra è la versione sacerdotale.
Prendendo paragrafi o frasi dai racconti di queste due versioni e collocandoli alternativamente l’uno dopo l’altro in questo modo, in circa cento righe della traduzione inglese si possono individuare almeno diciassette cambiamenti di fonte.
Comunque, il racconto, in breve, è il seguente: poiché la malvagità degli uomini era diventata illimitata, Allah decise di distruggerli insieme agli altri esseri viventi. Egli avvertì Noè e gli ordinò di costruire un’arca. Gli ordinò di far salire su quell’arca Noè, sua moglie, i suoi tre figli e le loro mogli, insieme agli altri esseri viventi. A questo punto emergono le differenze tra i due racconti. In uno dei racconti, quello sacerdotale, si dice che a Noè fu ordinato di prendere una coppia di animali di ogni specie. Ma proprio nel paragrafo successivo, quello jahvista, si dice che a Noè fu ordinato di prendere sette maschi e sette femmine di ogni specie dei cosiddetti animali «puri», e un maschio e una femmina di ogni specie degli animali «impuri». In seguito, tuttavia, si dice che Noè portò con sé una coppia di animali di ogni specie. Esperti come padre de Vaux ritengono che questo paragrafo sia una forma corrotta del racconto jahvista.
Nel paragrafo jahvista si afferma che il diluvio fu causato dalla pioggia. Nel paragrafo sacerdotale, invece, si parla della pioggia e delle acque che sgorgavano dal suolo.
Tutta la terra, persino le cime dei monti, era sommersa dall’acqua. Tutti gli esseri viventi erano morti. Dopo un anno, quando le acque si ritirarono, l’arca approdò sui monti di Ararat e Noè scese.
È significativo che vi sia una discrepanza anche nel calcolo della durata del diluvio. Nel racconto jahvista si parla di quaranta giorni, mentre in quello sacerdotale si parla di centocinquanta giorni.
Il racconto jahvista non dice nulla riguardo alla fase della vita di Noè in cui avvenne il diluvio. Nel racconto sacerdotale, invece, si dice che Noè aveva allora seicento anni. In questo racconto viene fornita anche la genealogia di Noè, mostrando il suo rapporto con Adamo e Abramo. Calcolando sulla base dei dati forniti nella Genesi, risulta che Noè nacque 1056 anni dopo Adamo (vedi la genealogia). Pertanto, il diluvio avvenne 1656 anni dopo la creazione di Adamo. Riguardo al rapporto con Abramo, nella Genesi si dice che il diluvio avvenne 292 anni prima della sua nascita.
Secondo la Genesi, a causa del diluvio erano stati distrutti l’intero genere umano e tutti gli altri esseri viventi della terra. In seguito, i tre figli di Noè e le loro mogli ripopolarono il mondo. In altre parole, il genere umano fu ricostituito. Pertanto, quando circa tre secoli dopo nacque Abramo, il genere umano si era già ricostituito in diverse comunità. Ma come fu possibile questa ricostituzione in un periodo così breve? Questa sola domanda fa venir meno ogni possibilità che tale narrazione sia veritiera.
Inoltre, tale narrazione non concorda affatto con le moderne conoscenze storiche. Si ritiene che Abramo sia nato tra il 1800 e il 1875 a.C. Eppure, se il diluvio fosse avvenuto trecento anni prima di lui, allora sarebbe dovuto nascere tra il XXI e il XXII secolo a.C.
Le moderne conoscenze storiche ci informano che, in quel periodo, in diverse regioni del mondo si erano sviluppate civiltà, i cui resti sono ancora visibili.
Nel caso dell’Egitto, quella civiltà antica apparteneva al periodo precedente al Medio Regno (2100 a.C.). Tale periodo coincide grosso modo con il Primo Periodo Intermedio, precedente all’XI dinastia. A Babilonia era allora il periodo della III dinastia di Ur. Sappiamo con certezza che il corso di questa civiltà non fu interrotto e che l’intera umanità non fu distrutta. Eppure, questo è proprio ciò che viene affermato nella Bibbia.
Pertanto, non possiamo accettare come vere queste tre narrazioni della Bibbia. Se giudichiamo la questione con obiettività, non ci resta altra scelta che ammettere che il testo biblico oggi davanti a noi non ha alcun rapporto con la realtà. In questa situazione dobbiamo chiederci se sia mai possibile che nella rivelazione di Allah sia stato fatto scendere qualcosa di diverso dalla verità. È altresì impossibile concepire che ciò che Allah ha fatto conoscere agli uomini non sia soltanto irreale, ma anche contraddittorio. Siamo dunque naturalmente giunti alla conclusione che il testo originale della Bibbia è stato alterato e che l’alterazione è opera degli uomini. Essa si è verificata nel passaggio orale da una generazione all’altra, oppure durante la copia o la redazione del testo dopo che era stato messo per iscritto. Quando si sa che, nell’arco di circa trecento anni, un libro come la Genesi è stato redatto e riveduto almeno due volte, non è forse sorprendente che quel Libro contenga elementi irreali e improbabili. D’altra parte, oggi ci siamo accorti di tali elementi irreali e improbabili perché, grazie alla ricerca e all’indagine moderne, stiamo almeno conoscendo una parte della verità, sebbene non nella sua interezza, e abbiamo l’opportunità di confrontarla con le antiche narrazioni. Non esiste, e probabilmente non può esistere, altra spiegazione ragionevole se non ritenere gli uomini responsabili degli errori della Bibbia. Eppure, sorprendentemente, la maggior parte dei commentatori di entrambe le comunità, ebraica e cristiana, non vuole accettare questo ragionamento. A questo proposito hanno argomentazioni e posizioni proprie. È necessario esaminarle con attenzione.
Le posizioni dei commentatori cristiani sugli errori della Bibbia
Di fronte ai diversi discorsi e alle diverse spiegazioni dei commentatori cristiani riguardo agli errori, alle improbabilità e alle contraddizioni che, alla luce dei dati scientifici, si riscontrano nella Bibbia, non si può fare a meno di rimanere stupiti. Alcuni commentatori ammettono determinati errori e cercano di risolvere alcuni problemi complessi. Altri, invece, evitando gli errori, sostengono il contenuto del testo originale. Diffondono una nube di argomentazioni irrazionali, sperando forse che la gente dimentichi facilmente ciò che non è accettabile razionalmente.
Padre de Vaux ha riconosciuto, nell’introduzione alla sua traduzione della Genesi, l’esistenza di affermazioni così controverse, ma invece di spiegarne l’illegittimità ne ha spiegato la legittimità. Tuttavia, non ha certo mostrato interesse per una ricostruzione razionale degli eventi antichi. Secondo lui, «il fatto che il ricordo di una o due terribili inondazioni nella valle del Tigri e dell’Eufrate si sia diffuso nel tempo di bocca in bocca, fino ad assumere la forma di un diluvio universale e a essere scritto in questo modo nella Bibbia» non ha alcuna importanza propria. Il vero significato di questo evento «è la giustizia di Allah nei confronti dell’ostilità degli uomini e la Sua misericordia verso le persone rette. L’autore biblico di questo evento ha messo in luce proprio questo significato in modo mirabile».
In questo modo è stata stabilita la legittimità di rivestire una leggenda popolare di sacralità celeste. Poiché l’autore ha utilizzato la leggenda per spiegare il proprio insegnamento religioso mediante esempi, con questo argomento anche tale leggenda è stata presentata come parte della fede degli uomini. Se si accetta come valida una simile argomentazione, allora in uno scritto definito sacro e contenente la parola di Allah si può facilmente far passare per possibile qualsiasi tipo di impossibilità. E se si ammette che nella parola di Allah vi sia stata in tal modo un’interferenza umana, allora si trova certamente una ragione plausibile per ogni sorta di intervento e modifica umana nel testo della Bibbia. Se la modifica del testo originale diventa lecita purché vi sia uno scopo religioso, allora non c’è più nulla da dire. Abbiamo già visto come gli autori sacerdotali del VI secolo abbiano modificato il testo originale a loro piacimento. In tal caso non rimane più alcun modo per protestare contro di loro.
Molti esegeti cristiani spiegano gli errori, le improbabilità e le contraddizioni presenti nella narrazione biblica dicendo che gli autori della Bibbia hanno espresso i loro pensieri in diversi contesti sociali, culturali o psicologici; di conseguenza, non è strano che vi siano discrepanze. Da questa spiegazione è nata l’espressione «stili letterari» di vario genere. In altre parole, è stata trovata una panacea per ogni problema. Quando si riscontra un’incongruenza tra due testi, la si spiega proprio richiamando i diversi contesti sociali e i diversi stili. Naturalmente non tutti accettano questa argomentazione. Tuttavia il suo uso e la sua applicazione non sono ancora cessati. In seguito vedremo che, nel caso del Nuovo Testamento, questa stessa argomentazione è stata applicata anche per spiegare contraddizioni manifeste. Per rendere accettabile qualcosa che non è logicamente ammissibile, si ricorre anche a un’altra tecnica. Intorno all’argomento principale vengono introdotti numerosi altri temi, giustificazioni o spiegazioni. In tal modo l’attenzione del lettore viene distolta dall’argomento principale.
Il cardinale Daniélou ha adottato proprio questo metodo discutendo del Diluvio. In un articolo intitolato «Flood Baptism Judgment», pubblicato sulla rivista «Living God», il cui nome francese è «Dieu vivant» (n. 38, 1974, pp. 95-112), egli afferma: «Nella più antica leggenda della Chiesa si dice che nel significato religioso del Diluvio siano presenti l’immagine di Gesù e quella della Chiesa. È un avvenimento di particolare significato, una sorta di giudizio sull’intera umanità». Poi, citando Origene, nella sua opera intitolata «Omelie su Ezechiele» egli dice: «Il naufragio del mondo intero trova salvezza sulla vetta». Quindi, spiegando il significato del numero otto, afferma: «Otto persone vengono salvate sulla vetta del monte: Noè, sua moglie, i suoi tre figli e le loro mogli. Per questo il numero otto è molto importante». Applicando a proprio favore l’argomentazione esposta da Giustino nella sua opera intitolata «Dialogo», egli dice: «Otto persone vengono salvate sulla vetta del monte. Quelle otto persone sono in realtà soltanto il simbolo di Gesù, che risorge dalla morte l’ottavo giorno. Noè è l’immagine di Gesù. Egli è anche il primo progenitore dopo il Diluvio. Ciò che Gesù ha fatto nella realtà, Noè lo aveva soltanto prefigurato in precedenza». Nel fare questo paragone, ha inoltre detto che l’arca di Noè
era di legno e la croce di Gesù era di legno. Proprio per la grande importanza di questa somiglianza e corrispondenza, a quanto pare, il valore religioso del Diluvio è aumentato in modo particolare. In altre parole, il cardinale voleva dire che ciò che non ha alcun rapporto o somiglianza con Gesù non ha affatto importanza.
Si potrebbero dire molte cose su paragoni apologetici di questo genere. Ma dobbiamo ricordare che questo paragone è soltanto un’interpretazione, e per di più riguarda un avvenimento che, sulla base della Bibbia, non è nemmeno dimostrato essere un evento universale; e anche se lo considerassimo corretto dal punto di vista temporale, potremmo al massimo arrivare al Medioevo. Il Medioevo è un’epoca nella quale, riguardo alla Bibbia, non era possibile alcun tipo di discussione se non quella a suo sostegno.
Tuttavia, è motivo di soddisfazione il fatto che, prima di quell’epoca proibitiva, sia stato adottato e anche espresso un atteggiamento razionale. A questo proposito si può ricordare sant’Agostino. Il suo pensiero era chiaramente molto avanzato rispetto alla sua epoca. Già allora, nell’epoca dei Padri della Chiesa, devono essere sorti problemi riguardo al testo originale della Bibbia. Infatti sant’Agostino menziona problemi di questo genere nella sua Lettera 82.
Egli ha detto: «Nutro il più profondo rispetto per i libri canonici e non ho affatto dubbi che, al momento della scrittura, gli autori abbiano scritto correttamente e non abbiano commesso errori. Ma quando in questi libri mi imbatto in una narrazione contraria alla realtà, non mi resta alcun dubbio che o vi sia un errore nella mia copia, oppure il traduttore non abbia tradotto correttamente l’originale, oppure io stesso non abbia compreso bene la questione».
Sant’Agostino non riusciva nemmeno a immaginare che potesse esserci un errore nelle Scritture. Egli ha affermato con forza che le Scritture sono infallibili. Tuttavia, di fronte a una narrazione contraria alla verità e alla realtà, tra le varie possibili cause dell’errore da lui indicate non vi è alcun riferimento a un errore dell’autore originale. Questo è l’atteggiamento di un credente curioso. Se i problemi tra la Bibbia e la scienza che emergevano ai suoi tempi fossero esaminati con una mente investigativa come la sua, la maggior parte di essi si risolverebbe molto facilmente.
D’altra parte, gli esperti dell’epoca moderna non vogliono proprio ammettere che nella Bibbia vi siano errori. Non prestano alcuna attenzione a questa accusa e sostengono con tutte le loro forze ciò che è contenuto nella Bibbia. Sebbene il racconto biblico sia chiaramente in contrasto con la storia e la scienza, Padre de Vaux ha spiegato nell’introduzione alla Genesi perché sia necessario sostenerlo. «Attualmente, per lo studio della storia, si segue il principio
In base a tale principio, egli ha chiesto di non studiare la storia narrata nella Bibbia. Secondo lui, dunque, la storia può essere scritta secondo processi differenti. È universalmente riconosciuto che, quando nella storia viene fornito un resoconto errato, essa si trasforma in un romanzo storico. In tal caso, la verità o i fatti non costituiscono mai l’elemento essenziale. Eppure gli esegeti non sono comunque disposti a confrontare il racconto biblico con alcun dato geologico, paleontologico o preistorico. Essi dicono: «Non è necessario che la Bibbia concordi con i dati o i principi di alcuna di queste discipline. Chi cercasse una concordanza darebbe luogo a un confronto irreale e a un paragone artificiale»
(Introduzione alla Genesi, p. 35). È evidente che questa osservazione è stata fatta tenendo presenti soprattutto i contenuti dei primi undici capitoli della Genesi, contrari alla verità scientifica. Tuttavia, quando alcune narrazioni della stessa Bibbia sono state confermate come vere dalle ricerche moderne, Padre de Vaux non ha tardato a esprimere la propria soddisfazione: «Coloro che avevano dubitato della veridicità di queste narrazioni possono ora constatare che esse hanno trovato conferma nei dati della storia e dell’archeologia antica». (Introduzione alla Genesi, p. 34).
In altre parole, se nella scienza si trova una conferma della Bibbia, essa può essere accettata come prova valida; ma se tale conferma non si trova, non è possibile fare alcun confronto. Questa è la linea argomentativa degli esegeti e degli esperti.
I teologi moderni hanno tuttavia escogitato un modo per risolvere questo problema insolubile. Hanno intrapreso il tentativo di modificare il concetto stesso di verità eterna. Questa nuova teoria è stata spiegata nel libro «Che cos’è la verità della Bibbia?» (Quelle est la vérité de la Bible), scritto dal teologo e da Lorez e pubblicato a Parigi da Le Centurion nel 1972. Non è possibile illustrarne dettagliatamente il contenuto nell’ambito limitato di questa discussione. Sarà probabilmente sufficiente riportare qui soltanto la conclusione cui giunge questa nuova teoria riguardo alla scienza: «Il Secondo Concilio Vaticano si è astenuto dal fissare criteri per determinare la verità o la falsità dei racconti biblici. Considerando le questioni fondamentali, si vedrà che è del tutto impossibile elaborare criteri di questo genere. Infatti, il metodo scientifico che si dovrebbe utilizzare per determinare la verità dei racconti biblici non può stabilirne la validità o l’invalidità.»
È evidente che la Chiesa non è in grado di pronunciarsi sulla validità del «metodo scientifico» come mezzo per giungere alla verità. Ma la questione qui non è questa. La questione riguarda i fatti dimostrati, non una teoria o un metodo. Secondo la Bibbia, la Terra sarebbe stata creata trentasette o trentotto secoli fa. Ma per sapere che ciò non è affatto vero, oggi non è necessario essere particolarmente eruditi. Sappiamo che in quel periodo gli esseri umani non erano ancora comparsi e che il calcolo ricavato sulla base delle genealogie bibliche è stato dimostrato, oltre ogni dubbio, errato. L’autore Lorez ne è certamente informato. È proprio per non dover affrontare il problema fondamentale che egli ha formulato quell’osservazione evasiva sulla scienza.
Il fatto stesso che gli esperti cristiani formulino commenti così diversi di fronte alle informazioni bibliche dimostrate scientificamente errate prova che la questione è per loro davvero scomoda; e dimostra inoltre che queste informazioni della Bibbia sono opera dell’uomo, non una rivelazione.
Il disagio del mondo cristiano divenne più evidente che mai proprio durante il Secondo Concilio Vaticano (1962-1965). Dopo tre lunghi anni di discussioni e cinque stesure, riuscirono a raggiungere un accordo su una dichiarazione riguardante la rivelazione. Nella prefazione al documento conciliare n. 4 sulla rivelazione, pubblicato a Parigi da Le Centurion nel 1966, Sua Grazia Weber ha detto: «Alla fine, la dolorosa situazione che aveva quasi inghiottito il Concilio ebbe termine in questo modo.»
In quel documento si riconoscono apertamente l’incompletezza dell’Antico Testamento (capitolo 4, pagina 53) e le sue contraddizioni: «Prima che Gesù Cristo instaurasse la salvezza, i libri dell’Antico Testamento svolgevano un ruolo importante nella condizione umana. Da questi libri tutti avevano appreso chi è Allah e chi è l’uomo, e come Allah tratta gli uomini nella Sua giustizia e misericordia. Sebbene questi libri contengano alcuni elementi incompleti e superati, essi sono pur sempre il veicolo e la testimonianza dell’autentico insegnamento celeste.»
Gli elementi ai quali sono stati applicati gli aggettivi «incompleto» e «superato» sono evidentemente criticabili, e un giorno quei passi potrebbero forse essere eliminati. Tuttavia, qualunque cosa accada in futuro, il principio fondamentale è ormai riconosciuto e dichiarato con assoluta chiarezza.
Il commento citato sopra fa parte della dichiarazione generale approvata dal Concilio Vaticano. La dichiarazione fu adottata con 2.344 voti; soltanto 6 votarono contro. Tuttavia, probabilmente non si può dire che la dichiarazione sia stata approvata all’unanimità. Infatti, nel commentare quella dichiarazione approvata, Sua Grazia Weber fece un’osservazione tale da modificarne il testo originario. Egli disse: «Alcuni libri della Bibbia ebraica possono essere accettati soltanto provvisoriamente, e contengono alcuni elementi incompleti.»
Là dove il documento originale dice «superato», nella spiegazione si legge «accettabile provvisoriamente»; ma queste due espressioni hanno forse lo stesso significato? Inoltre, usando il termine «ebraica», Weber ha cercato di dare l’impressione che nel documento originale fosse stata criticata proprio la Bibbia ebraica. Ma nel documento originale il termine «ebraica» non è affatto utilizzato. In realtà, il libro criticato dal Concilio come parzialmente incompleto e superato è proprio l’Antico Testamento dei cristiani.
Conclusione
La Bibbia dovrebbe essere esaminata esattamente nella forma in cui esiste. Se si è consapevoli della sua evoluzione e delle successive modifiche, è possibile comprendere che l’Antico Testamento può contenere versioni diverse dello stesso evento, contraddizioni interne, errori storici, improbabilità e incoerenze con fatti scientifici dimostrati. È del tutto naturale che un antico libro scritto dagli uomini contenga errori di questo genere. Gli stessi errori si troverebbero in qualunque altro libro scritto nello stesso periodo e nelle medesime condizioni ambientali e storiche.
Quando non era ancora possibile sollevare questioni fondate su dati scientifici e l’unico modo per individuare improbabilità e contraddizioni era il ragionamento personale coerente, Sant’Agostino aveva già compreso che Allah non può insegnare agli uomini qualcosa che non sia conforme alla realtà. Stabilì dunque il principio secondo cui non si può affermare che ciò che contraddice la verità provenga da Allah. E, sulla base di questo principio, era favorevole a eliminare dalla Bibbia tutto ciò che riteneva opportuno escludere.
In seguito, quando alcuni passi della Bibbia furono giudicati incompatibili con le conoscenze moderne, tuttavia quell’atteggiamento non fu più seguito. Questa riluttanza ad accettare semplicemente la verità si è progressivamente rafforzata a tal punto che sono stati scritti innumerevoli libri per spiegare la legittimità del mantenimento nella Bibbia di quei passi incompatibili con la verità e la realtà.
Il Concilio Vaticano II ha tuttavia ridotto considerevolmente la forza di questo atteggiamento intransigente. Infatti, riguardo ad alcuni libri dell’Antico Testamento, ha espresso il dubbio che in essi vi siano contenuti “incompleti e superati”. Ora la domanda è: questa opinione resterà soltanto un’opinione, oppure verrà adottata qualche misura per eliminare quei brani dalla Bibbia? In realtà, la situazione è tale che, finché non saranno eliminati, quei brani continueranno a rimanere “veicoli e testimonianze dell’insegnamento proveniente da Allah”.
I Vangeli: origine e storia
Durante la lettura dei Vangeli, molti lettori si sentono turbati e persino imbarazzati quando comprendono il significato di alcuni racconti. Si trovano nella stessa situazione anche quando leggono, nei diversi Vangeli, versioni differenti dello stesso evento. Così ha osservato padre Roset nel suo libro Initiation to the Gospels (Initiation aux Évangiles; editore: Éditions du Seuil, Parigi, 1973). Egli si è reso conto di quanto i cristiani comuni siano preoccupati e inquieti a questo riguardo, dopo essere stato a lungo impegnato con un settimanale cattolico a rispondere alle lettere dei lettori. Questi lettori appartengono a diversi livelli di istruzione e di condizioni economiche della società, ed egli ha notato che i brani o gli argomenti sui quali chiedevano spiegazioni, anche quando non erano “contraddittori, ridicoli o scandalosi”, risultavano vaghi, nebulosi e incomprensibili. Se un cristiano legge con attenzione l’intero Vangelo, non gli resta davvero altra possibilità che sentirsi profondamente afflitto e inquieto.
Il libro di padre Roset è stato pubblicato nel 1973. Il suo commento è dunque molto recente. Fino a poco tempo fa, la maggior parte dei cristiani conosceva soltanto la parte del Vangelo che i sacerdoti leggevano o spiegavano durante il culto in chiesa o nelle cerimonie religiose. Fatta eccezione per i protestanti, gli altri cristiani generalmente non leggevano mai l’intero Vangelo. Nei libri di testo religiosi comparivano soltanto citazioni. Il testo originale non veniva mai riportato per intero. In una scuola cattolica romana ho visto libri di Virgilio e di Platone, ma non ho trovato il Nuovo Testamento. Anche un’edizione greca del Nuovo Testamento avrebbe potuto essere molto utile. Solo molto tempo dopo ho compreso perché non vi fossero né quel libro né altre opere riguardanti la religione cristiana. Se quei libri fossero stati presenti, noi studenti avremmo forse posto domande alle quali gli insegnanti si sarebbero trovati davvero in difficoltà a rispondere.
Partendo da questa consapevolezza, le autorità ecclesiastiche hanno messo in guardia in anticipo i lettori della Bibbia cristiana. Nelle parole di padre Roset: “La maggior parte dei cristiani ha bisogno di essere istruita su come leggere il Vangelo.” Che si sia d’accordo o meno con la sua spiegazione, non si può fare a meno di riconoscere una cosa: egli ha almeno affrontato questa delicata situazione. Tuttavia, non si è cercato di fornire spiegazioni in questo modo per un numero molto elevato di rivelazioni.
Nelle introduzioni delle Bibbie stampate per un’ampia distribuzione non viene mai lasciato intendere che possano sussistere dubbi riguardo al testo originale del racconto, alla sua autenticità o alla personalità del suo autore. In tali introduzioni vengono fornite molte informazioni “accurate e dettagliate” sugli autori originali dei quali non si sa assolutamente nulla o sui quali non vi è modo di ottenere informazioni. Spesso semplici supposizioni vengono presentate come fatti dimostrati. Oppure si afferma che un determinato sacerdote fu testimone oculare di un determinato evento, mentre gli esperti hanno sostenuto esattamente il contrario. Essi fanno apparire molto breve l’intervallo tra la conclusione della predicazione religiosa di Gesù e la comparsa dei relativi racconti. Cercano di dare l’impressione che l’intero racconto biblico sia stato scritto da un unico autore, il quale lo avrebbe raccolto dalla viva voce di un testimone oculare e uditivo contemporaneo di Gesù Cristo. Eppure gli esperti hanno affermato che non vi è alcun dubbio sul fatto che il testo originale sia stato modificato molte volte. Certo, in alcune introduzioni si accenna alla difficoltà di spiegare uno o due brani, ma il modo sprezzante con cui si cerca di eludere il problema finisce piuttosto per rafforzare i dubbi del lettore consapevole. A introduzioni di questo genere vengono aggiunte appendici, soprattutto note. In queste note si cerca di nascondere la polvere sotto il tappeto, offrendo spiegazioni ingegnose di ogni sorta di improbabilità, contraddizione e palese errore. Ma per i lettori consapevoli e desiderosi di conoscere, che vogliono scoprire la verità, nulla rimane nascosto.
Ora introdurrò un argomento che sorprenderà ancora di più il lettore. Soprattutto coloro che non sono a conoscenza di problemi di questo genere rimarranno letteralmente sbalorditi.
Matteo e Giovanni non dicono nulla sull’ascensione di Gesù. Luca, invece, nel suo Vangelo afferma che l’ascensione ebbe luogo proprio il giorno della resurrezione. Nel libro intitolato “Atti degli Apostoli” si dice invece che avvenne quaranta giorni dopo. E la cosa curiosa è che proprio Luca è conosciuto come l’autore di questo libro. Marco menziona l’ascensione, ma non indica alcuna data. Di conseguenza, il suo racconto oggi non viene considerato corretto. In questa situazione è chiaro che non vi è alcun modo di ritenere certa l’ascensione di Gesù sulla base di alcun testo religioso. Eppure gli esegeti religiosi non vogliono attribuire alcuna importanza a questa mancanza di fondamento.
A. Tricót non fa alcun cenno all’Ascensione nella sua opera intitolata “Piccolo dizionario del Nuovo Testamento” (Petit dictionnaire du Nouveau Testament, editore Desclée & Cie, Parigi, 1960). Eppure questo libro è stato scritto e pubblicato proprio per essere ampiamente diffuso. D’altra parte, i padri Benoit e Boismard, insegnanti della Scuola biblica di Gerusalemme, hanno dichiarato alle pagine 451-452 del secondo volume della loro opera “La sinossi dei quattro Vangeli” (Synopsis des quatre Évangiles, editore Éditions du Cerf, Parigi, 1972) che non è probabilmente facile comprendere che cosa si intenda realmente per “procedimento letterario” a proposito delle differenze tra il Vangelo di Luca e gli Atti degli Apostoli.
Almeno, non vi è probabilmente più alcun dubbio che padre Roset non abbia compreso questa spiegazione e non abbia neppure accettato tale argomentazione. Ma anche la spiegazione da lui stesso fornita è esattamente dello stesso tipo. Nella sua opera intitolata “Iniziazione al Vangelo” (1973, p. 187), egli ha scritto: “Come per molti altri avvenimenti, anche in questo caso, se il racconto biblico viene accolto soltanto nel suo senso letterale, senza coglierne il significato religioso, non si giungerà ad alcuna spiegazione. In realtà, non si tratta di esprimere un avvenimento reale mediante un simbolo incoerente. Dobbiamo rivolgere la nostra attenzione all’intento religioso di coloro che ci hanno rivelato questo mistero. Essi ci hanno trasmesso questi avvenimenti misteriosi proprio nella forma in cui noi, esseri umani incarnati, siamo in grado di accoglierli, con i nostri sentimenti e la nostra capacità di comprensione.”
Ma come si può accettare questa spiegazione? Se però si assume l’atteggiamento di accettare tutto senza condizioni e senza fare domande, allora probabilmente non rimane più alcun problema.
Un altro aspetto significativo del commento di padre Roset è che egli ha ammesso l’esistenza di “molti altri avvenimenti” di questo genere. È dunque necessario esaminare la questione in profondità, con obiettività e nel suo insieme. Sembra ragionevole e pertinente cercare spiegazioni e soluzioni esaminando le circostanze esistenti al tempo della composizione dei Vangeli, e in particolare l’ambiente religioso di allora, traendole proprio da quel contesto. La leggenda orale originaria assunse a un certo punto forma scritta, poi venne modificata nel corso dei secoli e, giungendo fino alla nostra epoca, subì numerose trasformazioni. Tenendo presente questo fatto, probabilmente non vi sarà più motivo di stupirsi di fronte a racconti incomprensibili, oscuri, contraddittori o ridicoli. Lo stesso si può dire dei racconti che appaiono incompatibili con le verità scientifiche accertate dell’epoca moderna. Da questo filo di ragionamento risulta chiaramente che sia l’opera originaria sia le sue modifiche furono opera di esseri umani.
Negli ultimi decenni, la ricerca sulle opere religiose, e in particolare la ricerca obiettiva, ha attirato l’attenzione di tutti; ed è anche chiaramente visibile il cambiamento intervenuto nelle concezioni religiose come risultato di tali ricerche. Padre Kannengiesser, professore all’Istituto Cattolico di Parigi, ha scritto nella sua opera intitolata “Fede nella risurrezione, risurrezione della fede” (Foi en la résurrection, résurrection de la foi, editore Beauchesne, Parigi, 1974): “I credenti non sono molto informati sulla rivoluzione intervenuta nel processo di interpretazione della Bibbia dopo il pontificato di papa Pio XII.” Pio XII fu papa dal 1939 al 1959. Pertanto, la “rivoluzione” di cui parla l’autore è un fatto molto recente, e alcuni specialisti, influenzati da essa, hanno cominciato a impartire ai cristiani comuni un insegnamento conforme a tale orientamento. Padre Kannengiesser ha detto: “Con l’avvento di questa rivoluzione nel processo interpretativo, la tradizione antica, fino ad allora considerata certa, ha cominciato a essere abbandonata.”
Egli ha ammonito: “Le notizie fornite dai Vangeli su Gesù non devono essere accettate in senso letterale. In realtà, furono composte in occasione di determinati avvenimenti, a sostegno o in opposizione a lui, e gli autori misero per iscritto le leggende su Gesù proprie delle rispettive comunità.” Riguardo alla risurrezione di Gesù, ha affermato con forza che nessuno degli autori dei Vangeli ha sostenuto di aver “visto quell’avvenimento con i propri occhi”. Ha inoltre detto che lo stesso si può affermare del resto della vita pubblica di Gesù. Infatti, dai racconti evangelici risulta che, ad eccezione del solo Giuda Iscariota, nessuno degli apostoli abbandonò la sua compagnia dal momento in cui iniziò a predicare la sua religione fino all’ultimo giorno della sua vita.
Oggi siamo molto lontani dalla dottrina antica sostenuta e approvata dal Concilio Vaticano II appena dieci anni fa. Naturalmente, quella stessa dottrina antica viene ancora propagata in molte opere moderne. Tuttavia, la verità si sta facendo lentamente strada.
Tuttavia, mettere in luce quella verità non è affatto facile. Infatti, l’opposizione della dottrina che fin dall’antichità viene energicamente difesa e sostenuta non è affatto debole. Per superare questo ostacolo bisognerà recidere le radici stesse. In altre parole, bisognerà esaminare innanzitutto gli indizi dell’avvento del cristianesimo.
Memorie della storia: il giudaismo cristiano e san Paolo
La maggior parte dei cristiani crede che siano stati gli stessi Vangeli a essere scritti da coloro che erano direttamente legati alla vita di Gesù. Pertanto, questi scritti costituirebbero una prova inconfutabile della sua vita e dei suoi insegnamenti. Non vi sarebbe alcun motivo di dubitarne. Di conseguenza, una volta acquisita questa certezza circa la loro autenticità e origine, non resterebbe più alcuna possibilità di discutere degli insegnamenti di Gesù. Inoltre, poiché la Chiesa è impegnata a emanare e applicare i precetti impartiti dallo stesso Gesù, non si potrebbe nutrire alcun dubbio sulla sua legittimità come istituzione. Nelle popolari edizioni dei Vangeli pubblicate recentemente, idee di questo genere vengono diffuse sotto forma di introduzioni o commenti.
Si presenta sempre come prova evidente il fatto che gli autori dei Vangeli fossero testimoni oculari. In altre parole, non si ritiene necessario dimostrare la verità di tale affermazione mediante testimonianze, prove e informazioni. Inoltre, verso la metà del II secolo, san Giustino definì i Vangeli «memorie degli apostoli». Diventa quindi assai difficile esprimere dubbi sugli autori apostolici. Si dice che Matteo fosse una personalità illustre, un funzionario della dogana di Cafarnao, esperto di aramaico e di greco. Marco può essere facilmente identificato come collaboratore di Pietro e, a quanto pare, anch’egli fu un testimone oculare. Luca era un medico e Paolo ha detto molte cose su di lui. Si dispone dunque di informazioni dettagliate sul suo conto. Poi viene Giovanni: era figlio di Zebedeo, pescatore del lago di Galilea e compagno inseparabile di Gesù.
Dalle ricerche recenti sulle circostanze dell’apparizione del cristianesimo risulta che allora non era affatto possibile presentare informazioni con descrizioni così dettagliate. Tra poco vedremo chi fossero realmente gli autori dei Vangeli e che tipo di persone fossero. Occorre però precisare fin d’ora una cosa: gli eventi successivi all’inizio della predicazione di Gesù non si svolsero realmente nel modo in cui vengono narrati; la Chiesa non fu fondata in seguito all’arrivo di Pietro a Roma. Al contrario, dal momento della morte terrena di Gesù fino alla seconda metà del II secolo vi furono conflitti e dissensi tra due fazioni. Una sosteneva il cristianesimo di Paolo, l’altra il giudaismo cristiano. Col tempo prevalse il cristianesimo paolino e il giudaismo cristiano scomparve.
Sono stati scritti molti libri sulle recenti scoperte riguardanti l’origine del cristianesimo. Tra gli autori è particolarmente degno di nota il cardinale Daniélou. Nel dicembre 1967, sulla rivista francese «Études» fu pubblicato un suo importante articolo. Il titolo dell’articolo era «Una nuova rappresentazione delle origini del cristianesimo: il giudaismo cristiano». In questo articolo egli ha esaminato la storia e ha mostrato che la situazione reale era completamente diversa dallo scenario dei Vangeli presentato nei libri e negli opuscoli divulgativi. A questo proposito riportiamo i punti principali del suo articolo.
Dopo la morte terrena di Gesù, il piccolo gruppo degli apostoli formò una setta ebraica e rimase fedele al culto praticato nel
tempio». In seguito, quando i pagani si convertirono, si elaborò per loro un «rito particolare», aggiungendovi alcuni elementi delle loro antiche pratiche di culto. Poi, nel 49 d.C., il concilio di Gerusalemme li esentò dalla circoncisione e da alcune altre usanze ebraiche. Tuttavia, molti giudeo-cristiani rifiutarono di accettare questa esenzione. Questo gruppo era completamente distinto da quello di Paolo, e tra i due gruppi vi era un conflitto riguardo a coloro che si convertivano dal paganesimo al cristianesimo (l’episodio di Antiochia del 49 d.C.). Paolo sosteneva che persino la circoncisione, il sabato e le norme del culto nel tempio fossero, per gli ebrei, estremamente arcaici e reazionari. Il cristianesimo doveva essere liberato da questa fedeltà politica e religiosa alla religione ebraica e reso accessibile alla società civile.»
Per i giudeo-cristiani che erano «ebrei fedeli», egli era un traditore. Nei loro documenti viene designato come «nemico» ed è accusato di seguire una «politica ambigua». «Fino al 70 d.C., all’interno della Chiesa, i giudeo-cristiani erano la maggioranza e Paolo era completamente isolato.» Il capo era Giacomo, parente di Gesù, affiancato da Pietro (inizialmente) e da Giovanni. «Giacomo era il portavoce del gruppo giudeo-cristiano e, in opposizione al cristianesimo paolino, questo gruppo rimaneva deliberatamente fedele alla religione ebraica.» Nella Chiesa giudeo-cristiana di Gerusalemme la famiglia di Gesù svolgeva un ruolo importante. Dopo Giacomo, il capo divenne Simeone, figlio di Clèopa, e Clèopa era nipote di Gesù.
Il cardinale Daniélou ha citato diversi passi di opere giudeo-cristiane in cui vengono espresse opinioni su Gesù. Si tratta del Vangelo degli Ebrei, proveniente dalla comunità giudeo-cristiana d’Egitto, delle Omelie e Riconoscimenti composti da Clemente, delle Ipotiposi, della Seconda Apocalisse di Giacomo e del Vangelo di Tommaso. (È necessario ricordare che tutte queste opere furono in seguito considerate apocrife. In altre parole, dopo la vittoria di Paolo, la Chiesa da lui istituita le fece occultare. In seguito, dopo tagli e modifiche, furono conservati soltanto i quattro Vangeli canonici.) Il cardinale Daniélou ha detto: «I libri più antichi del cristianesimo furono composti proprio dai giudeo-cristiani». Egli ha fornito anche una descrizione dettagliata di tali opere.
«Durante i primi cento anni della Chiesa, non soltanto a Gerusalemme e in Palestina, ma ovunque, era il giudeo-cristianesimo a prevalere. Questa situazione rimase invariata fino alla vittoria di Paolo. Questa è la causa e la spiegazione dell’opposizione alla quale Paolo fa riferimento nelle sue lettere». In Galazia, Corinto, Colosse, Roma e Antiochia, ovunque, egli dovette affrontare questa opposizione.
Che la costa siro-palestinese, da Gaza ad Antiochia, fosse sotto l’influenza del giudeo-cristianesimo, è attestato proprio dagli scritti degli apostoli e di Clemente. Anche in Asia Minore vi era tale influenza, come si intuisce dalle lettere di Paolo ai Galati e ai Colossesi. Dalle opere di Papia si apprende che tale influenza era presente in Frigia. Quanto alla Grecia, in particolare alla regione di Apollo, se ne trova notizia in una lettera dello stesso Paolo, la sua prima lettera ai Corinzi. Dalla lettera di Clemente e dalla descrizione del Pastore di Erma si apprende che Roma era «un importante centro» del giudeo-cristianesimo. In Svetonio e Tacito, con il termine cristiani si indicava una setta degli ebrei. Il cardinale Daniélou ritiene che anche in Africa il giudeo-cristianesimo fosse stato inizialmente predicato. Il Vangelo degli Ebrei e le opere di Clemente sembrano fornire indicazioni in tal senso.
Per comprendere correttamente il contesto nel quale furono scritti i Vangeli, cioè la Bibbia, cioè il Nuovo Testamento, è particolarmente necessario conoscere tutti questi dati riguardanti il conflitto tra le due comunità. Dopo che l’opera originaria fu alterata e modificata, la versione della Bibbia che oggi conosciamo apparve dopo la guerra giudaica del 70 d.C. e la caduta di Gerusalemme, quando i cristiani acquistarono forza. Il cardinale Daniélou ha spiegato l’evento in questo modo: «Dopo che gli ebrei furono privati della loro dignità, i cristiani adottarono la politica di tenersi lontani dai loro contatti. In seguito i cristiani greci prevalsero; Paolo riportò la vittoria dopo la sua morte e, separandosi dall’ebraismo sul piano politico e sociale, il cristianesimo si trasformò in una terza nazione. Tuttavia, fino alla rivolta ebraica del 140 d.C., il giudeo-cristianesimo riuscì a mantenere il proprio predominio sul piano culturale».
I Vangeli di Marco, Matteo, Luca e Giovanni apparvero tra il 70 e il 110 d.C. Tuttavia, non furono i primi testi religiosi scritti, perché le lettere di Paolo erano state redatte molto prima. O. Cullmann ritiene che Paolo abbia probabilmente scritto una lettera ai Tessalonicesi intorno al 50 d.C. Egli probabilmente scomparve alcuni anni prima del completamento della composizione del Vangelo di Marco.
Nel cristianesimo, Paolo è la figura più controversa. Gli apostoli sostenitori della famiglia di Gesù e di Giacomo, che risiedeva a Gerusalemme, lo consideravano un traditore del pensiero di Gesù. Paolo aveva inventato il cristianesimo escludendo coloro che Gesù aveva scelto e chiamato a sé per predicare la religione. Non aveva mai visto Gesù in vita sua; tuttavia riuscì a dimostrare la legittimità della propria predicazione sostenendo che, un giorno, mentre si recava a Damasco, Gesù risorto gli era apparso sulla strada. È dunque ragionevole chiedersi quale sarebbe stata la sorte del cristianesimo se Paolo non fosse esistito, e si possono immaginare molte risposte a questa domanda. Tuttavia, riguardo ai Vangeli si può almeno affermare con certezza che, se non fosse sorta quella situazione conflittuale tra diverse comunità, tali opere non sarebbero mai state composte. Esse furono create proprio nel periodo di intenso dissenso e conflitto tra le due parti. Per questo padre Kannengieser ha definito i Vangeli «opere di guerra». In quel periodo fu preparata una raccolta selezionando le numerose opere su Gesù composte da entrambe le parti. In quel periodo il cristianesimo di Paolo riportò la vittoria e, di conseguenza, le opere furono organizzate attorno a lui. Queste opere furono chiamate «canone» e riconosciute dalla Chiesa. Tutte le altre opere furono allora condannate come inaffidabili e respinte.
In questo modo il giudeo-cristianesimo scomparve. Oggi non ne rimane più alcuna influenza in nessun luogo. Tuttavia, con il termine «giudaistico» si intende ancora quella religione. Descrivendo questa scomparsa, il cardinale Daniélou ha detto: «Quando la Chiesa si liberò di ogni legame con gli ebrei, il giudeo-cristianesimo rimase completamente isolato e scomparve rapidamente in Occidente. In Oriente, tuttavia, nel III e nel IV secolo, se ne possono trovare deboli tracce, soprattutto in Palestina, Arabia, Transgiordania, Siria e Mesopotamia. Tutte le altre regioni si unirono alla Chiesa principale, sebbene nella loro cultura fosse ancora presente una forte influenza semitica. Questa influenza è tuttora visibile nelle Chiese d’Etiopia e di Caldea.»
I quattro Vangeli: origine e storia
Nessuno scritto dei primi tempi del cristianesimo contiene alcun riferimento ai Vangeli. Il primo riferimento compare molto tempo dopo la pubblicazione degli scritti di Paolo. A partire dalla metà del II secolo, cioè dopo il 140, si cominciano ad avere notizie di una raccolta di scritti religiosi. Ciononostante, si afferma che «fin dall’inizio del II secolo molti scrittori cristiani dichiaravano di conoscere numerose lettere di Paolo». Questo commento compare nell’introduzione al libro intitolato «Traduzione ecumenica della Bibbia – Nuovo Testamento», pubblicato a Parigi nel 1972. È opportuno ricordare che quest’opera è il frutto dello sforzo congiunto di oltre cento specialisti cattolici e protestanti.
Sebbene la redazione dei Vangeli che in seguito furono accettati come canonici, cioè ufficiali, fosse stata completata all’inizio del II secolo, per molto tempo nessuno ne ebbe conoscenza. Nell’opera Traduzione ecumenica si afferma che verso la metà del II secolo alcune storie narrate in quei Vangeli cominciarono a essere citate altrove. Tuttavia, non si può stabilire con certezza se tali storie fossero citate dai testi originali oppure se gli autori le citassero ricordando leggende trasmesse oralmente.
Nell’introduzione a quella traduzione della Bibbia si afferma: «Non è stato possibile identificare alcuna raccolta anteriore al 140». Questa osservazione è esattamente opposta a quanto Tricot afferma nell’introduzione alla sua traduzione del Nuovo Testamento (1960). Egli afferma: «Fin dall’inizio del II secolo la gente usava la parola “Vangelo” e con Vangelo intendeva allora proprio l’opera che, intorno al 150, san Giustino chiamò “Le memorie degli apostoli” (gli insegnamenti degli apostoli)». Purtroppo, proprio da dichiarazioni e commenti di questo genere è nata nella mente della gente comune una concezione errata dell’epoca e della datazione dei Vangeli.
Esistono, naturalmente, anche altri equivoci. Non è affatto corretto affermare che i quattro Vangeli fossero completi fin dall’inizio. In realtà, i Vangeli non raggiunsero la loro forma completa per più di un secolo dopo Gesù. Secondo l’opera Traduzione ecumenica, verso il 170 i Vangeli furono completati e ottennero lo status di testi ufficiali.
San Giustino ha indicato gli autori dei Vangeli come apostoli (sahaba). Ma la sua opinione non è affatto accettabile. Infatti, come vedremo tra poco, nessuno degli autori era un apostolo.
Tricot affermava che i Vangeli di Matteo, Marco e Luca erano stati scritti prima del 70. Ma questa affermazione è accettabile soltanto forse nel caso di Marco. Come molti altri autori, anch’egli presentava gli autori dei Vangeli come compagni di Gesù. Per questo stabilì la possibile epoca della composizione dei Vangeli in modo che fosse vicina al periodo della vita di Gesù. Riguardo a Giovanni, Tricot affermava che fosse vissuto fino al 100 e che i cristiani fossero abituati a immaginarlo presente, durante le diverse cerimonie religiose, in stretta vicinanza a Gesù. Tuttavia, è difficile dimostrare che il Vangelo diffuso sotto il suo nome sia stato davvero scritto da lui. Come molti altri commentatori, anche Tricot ritiene che Giovanni (e Matteo) fosse il testimone più qualificato degli eventi da lui narrati. Ma la maggior parte dei critici non accetta questa tesi. Anzi, non riconosce neppure Giovanni come autore del quarto Vangelo. Se però non si possono ragionevolmente accettare i quattro Vangeli come «memorie» dei compagni di Gesù, da dove provengono allora quelle opere?
Nel libro intitolato «Il Nuovo Testamento» (Presses Universitaires de France, Parigi, 1967), gli autori e Cullmann hanno affermato: «Le antiche comunità cristiane misero per iscritto le storie trasmesse oralmente, e gli evangelisti organizzarono le storie secondo la propria fede e le proprie intenzioni. Stabilivano un nesso tra il racconto degli eventi e le parole, e cercavano di armonizzare le incongruenze. Inserendo espressioni come “poi”, “quando egli” e simili, stabilivano un rapporto tra le due parole di Gesù e mostravano l’ordine e la successione degli eventi. In altre parole, i Vangeli di Marco, Matteo e Luca (i tre noti come Vangeli sinottici) non sono stati composti sulla base della storia e, dal punto di vista strutturale, costituiscono soltanto puri tentativi letterari».
Ha inoltre affermato: «A questo proposito è particolarmente significativo il fatto che, quando le storie sulla vita e sull’attività di Gesù, trasmesse oralmente, furono messe per la prima volta per iscritto, nella mente degli autori erano più vive le esigenze della predicazione religiosa, del culto e dell’insegnamento che non la necessità di scrivere una biografia, e tutti i racconti furono redatti di conseguenza. A sostegno della fede che predicavano, citavano esempi tratti dalla vita di Gesù. In realtà, il loro stesso insegnamento costituiva il punto essenziale. Gli esempi della vita di Gesù erano introdotti come materiale ausiliario. Talvolta citavano anche le parole di Gesù, ma sempre per il medesimo scopo. In altre parole, il loro obiettivo principale era predicare la religione, non scrivere una biografia né comporre una storia».
Anche i commentatori della «Traduzione ecumenica della Bibbia», descrivendo la storia della composizione dei Vangeli, hanno affermato proprio questo. I racconti tramandati oralmente si sono mescolati ai discorsi dei discepoli di Gesù, e proprio questo materiale composito è stato messo per iscritto nei Vangeli; inoltre, poiché i Vangeli furono scritti da autori diversi, è naturale che vi si riflettano prospettive differenti e che nell’opera di ciascuno sia narrato un diverso tipo di leggenda.
Nell’ambito dell’interpretazione del Nuovo Testamento, più di cento esperti, appartenenti a entrambe le confessioni, cattolica e protestante, hanno adottato collegialmente questa opinione. È significativo che la decisione presa dal Secondo Concilio Vaticano sulla Bibbia tra il 1962 e il 1965 sia largamente incompatibile con tale opinione. In precedenza, durante la discussione sull’Antico Testamento, abbiamo già menzionato una volta quel documento del Concilio Vaticano. A proposito dell’Antico Testamento, il Concilio ha affermato che in esso «vi sono contenuti incompleti e superati». Ma riguardo ai Vangeli non ha espresso alcun dubbio di questo genere. Al contrario, ha dichiarato: «Nessuno può ignorare questa verità: tra tutti gli scritti religiosi, compreso il Nuovo Testamento, il posto più elevato spetta ai Vangeli. Essi infatti rappresentano le testimonianze eminenti sulla vita e sull’insegnamento del nostro Salvatore. La Chiesa ha sempre affermato in ogni circostanza, e lo afferma tuttora, che tutti e quattro i Vangeli provengono dai compagni di Gesù. Ciò che essi predicavano per ordine dello stesso Gesù, lo hanno scritto esattamente sotto l’ispirazione dello Spirito Santo, e proprio i loro scritti costituiscono il fondamento della fede. Questi scritti sono i Vangeli redatti da Matteo, Marco, Luca e Giovanni. La nostra Santa Madre Chiesa approva senza esitazione questi quattro Vangeli e proclama ancora oggi, come in passato, che essi sono autentici dal punto di vista storico e che vi è riportato con somma fedeltà tutto ciò che Gesù, Figlio di Dio, fece e insegnò fino alla sua ascensione al cielo, per la salvezza eterna dell’umanità. Affinché potessimo sempre ottenere informazioni vere e sincere sulla vita di Gesù, i sacri autori hanno scritto i Vangeli esattamente in questo modo.»
In questa dichiarazione non vi è alcuna esitazione né alcun dubbio. Qui si afferma con forza che nei Vangeli la vita, le opere e gli insegnamenti di Gesù sono rappresentati correttamente.
È dunque evidente che non vi è alcuna concordanza tra le opinioni degli autori di cui abbiamo citato sopra le dichiarazioni e la posizione ufficiale del Concilio Vaticano. In questo contesto è opportuno ricordare ancora una volta ciò che ha detto in particolare padre Kannengiesser. Egli ha affermato che i Vangeli «non devono essere presi alla lettera, poiché furono composti in vista di specifiche occasioni» e che sono «soltanto scritti di tempo di guerra». Inoltre, gli autori dei Vangeli «si sono limitati a mettere per iscritto le leggende sulle origini di Gesù proprie delle rispettive comunità».
A questo proposito si può ricordare anche il commento contenuto nel libro «Traduzione ecumenica della Bibbia». I Vangeli furono composti in modo da adattarsi ai diversi ambienti, da soddisfare le esigenze della Chiesa e da spiegare alcuni passi dei testi sacri. In alcuni casi furono redatti per correggere errori e in altri per rispondere agli oppositori. Gli autori evangelisti scelsero dai racconti tramandati oralmente il materiale che preferivano e lo elaborarono.
È dunque evidente che ci troviamo di fronte a due opinioni contrapposte. Da una parte vi è la posizione del Concilio Vaticano, dall’altra l’opinione più recente degli esperti. Il Concilio sostiene che nei Vangeli vi sia una descrizione corretta delle opere e delle parole di Gesù. Ma è assolutamente impossibile conciliare tale affermazione con il fatto che negli stessi Vangeli si trovano contraddizioni interne, improbabilità, elementi contrari alla realtà naturale e affermazioni opposte a verità dimostrate.
Se, d’altra parte, si ammette che gli autori abbiano scelto il materiale dalle leggende e abbiano composto i Vangeli secondo le proprie prospettive, oppure se li si considera scritti redatti in occasione di eventi specifici o durante il tempo di guerra, allora le cause delle contraddizioni e delle improbabilità che vi si riscontrano diventano facilmente comprensibili. In realtà, il fatto che i Vangeli siano opera umana e siano stati composti nelle circostanze descritte costituisce la prova più importante di quegli errori. Si può presumere che gli autori fossero molto sinceri; tuttavia misero per iscritto ogni cosa senza sospettare che vi fossero errori in qualche informazione o descrizione. Di conseguenza, si può ritenere che i loro resoconti siano stati influenzati dalla rivalità tra le comunità contemporanee. E non è possibile trovare una corrispondenza tra i loro resoconti e quelli degli altri autori. In realtà, essi presentarono la storia della vita di Gesù da una prospettiva completamente diversa da quella dei loro oppositori.
Abbiamo già mostrato che, dal punto di vista storico, è corretta proprio l’opinione moderna degli esperti sui Vangeli. Questa affermazione trova conferma nei resoconti stessi dei Vangeli.
Il Vangelo di Matteo (il Vangelo scritto da Matteo)
Il Vangelo di Matteo è il primo libro del Nuovo Testamento. Gli altri tre Vangeli vengono dopo di esso. Il Vangelo di Matteo è, in realtà, una sorta di ampliamento dell’Antico Testamento. In questo senso, la sua collocazione è del tutto appropriata». I commentatori del libro «La traduzione ecumenica della Bibbia» hanno osservato che questo Vangelo fu scritto proprio per dimostrare che «Gesù ha portato a compimento la storia d’Israele». Per questo Matteo cita frequentemente l’Antico Testamento. In tutte queste citazioni si mostra che Gesù si comportò proprio come il salvatore (Messia-Masih) che gli ebrei attendevano.
Questo Vangelo inizia con la genealogia di Gesù. (Più avanti mostreremo che questa genealogia è l’opposto di quella riportata da Luca.) Matteo fa risalire la discendenza di Gesù, attraverso Davide, fino ad Abramo. Poco dopo citeremo l’errore contenuto nel racconto originale. Naturalmente, la maggior parte dei commentatori ignora silenziosamente questo errore. Tuttavia, facendo risalire la genealogia fino ad Abramo, il chiaro intento di Matteo era di stabilire fin dall’inizio l’impostazione fondamentale dell’opera. Per lo stesso scopo egli presenta costantemente l’atteggiamento di Gesù nei confronti della legge ebraica. Qui vengono brevemente descritti i principi fondamentali della legge ebraica (preghiera, digiuno ed elemosina).
Gesù impartiva i suoi insegnamenti principalmente alla propria gente. Così parlò ai dodici apostoli: «Non andate sulla via dei pagani e non entrate in alcuna città dei Samaritani, ma andate piuttosto dalle pecore perdute della casa d’Israele» (Matteo 10, 4-6). (La Torah, o Pentateuco, era il testo religioso dei Samaritani. Essi osservavano la maggior parte dei riti e delle pratiche ebraiche e attendevano la venuta del salvatore. Tuttavia, avevano costruito un tempio in opposizione al tempio di Gerusalemme.) «Io non sono stato mandato che alle pecore perdute della casa d’Israele» (Matteo 15, 24). Ma subito dopo, nella parte finale del suo Vangelo, Matteo estese la missione dei primi discepoli di Gesù a tutte le nazioni. Fece proclamare da Gesù questo comando: «Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli» (Matteo 28, 19). Tuttavia, il primo obiettivo è certamente la casa d’Israele. A proposito di questo Vangelo, Tricot dice: «Sotto l’involucro greco, le ossa e la carne di questo libro sono ebraiche, e così pure il suo spirito; l’impostazione dell’intero libro è ebraica, e in esso si trovano anche i suoi segni più evidenti».
Sulla base esclusiva di tutte queste prove e osservazioni, si può dire che il Vangelo di Matteo e simili furono composti sulla base delle leggende delle comunità cristiane. Cullmann ha detto che questa comunità «cercava di uscire dalla religione ebraica, ma allo stesso tempo cercava di mantenere la continuità con l’Antico Testamento. Dal messaggio fondamentale e dall’impostazione generale di questo Vangelo si intravede il tentativo di mantenere un simile equilibrio».
Inoltre, nel testo originale si possono ravvisare anche affermazioni politiche. Poiché era sotto l’occupazione romana, la Palestina desiderava naturalmente diventare indipendente e per questo invocava l’aiuto di Allah. Poiché si proclamava il popolo eletto da Allah fra tutte le nazioni, sperava che Allah, in quanto Onnipotente, potesse aiutarla direttamente. In passato, infatti, egli aveva prestato più volte un simile aiuto.
Passiamo ora all’identità di Matteo. Che tipo di uomo era? È bene dire subito con chiarezza che oggi non viene più riconosciuto come uno dei compagni di Gesù. Tuttavia, Tricot lo presenta ancora in questo modo nel suo commento alla traduzione del Nuovo Testamento (1960). Egli dice: «Quando Gesù lo chiamò a diventare uno dei suoi ultimi discepoli, Matteo, detto anche Levi, era impiegato come esattore delle imposte alla dogana, o casa delle imposte, di Cafarnao». Anche i Padri della Chiesa Origene, Girolamo ed Epifanio sostenevano questa opinione. Oggi, però, essa non è più considerata corretta. Infatti, su un punto non esiste assolutamente alcun disaccordo: Matteo «scrisse per i parlanti greco, ma conosceva i riti ebraici e la lingua aramaica».
I commentatori della Traduzione ecumenica ritengono probabilmente che l’origine di questo Vangelo sia stata la seguente: «Generalmente si presume che questo Vangelo sia stato scritto in Siria, probabilmente ad Antiochia o in Fenicia. In quelle regioni, infatti, vivevano molti ebrei». (È significativo che si ritenga possibile che la comunità giudeo-cristiana alla quale apparteneva Matteo risiedesse anche ad Alessandria. Come molti altri commentatori, anche Cullmann ha menzionato questa possibilità.) «A Jamnia si tenne un’assemblea della sinagoga nell’80; abbiamo trovato tracce di una simile controversia contro la sinagoga e contro l’ebraismo intransigente dei farisei». In questa situazione, molti autori ritengono che il primo Vangelo sia stato composto tra l’80 e il 90, o forse anche poco prima. Non si può dire nulla di preciso al riguardo, né è possibile farlo. Poiché non conosciamo i veri nomi degli autori, disponiamo soltanto degli indizi presenti nel Vangelo stesso: dobbiamo conoscere l’autore, per esempio, dalla sua professione. Sappiamo che era un grande conoscitore degli scritti e delle tradizioni ebraiche. Conosceva e rispettava i capi religiosi del suo popolo, ma li sfidava con fermezza. Era molto abile nel predicare e nel rendere Gesù comprensibile alla gente comune. Inoltre, insisteva molto affinché il suo insegnamento si riflettesse nella vita concreta delle persone. Da questa descrizione emerge il ritratto di un uomo che era un ebreo istruito, ma che in seguito divenne cristiano; un uomo di famiglia «che trae dal suo tesoro cose nuove e cose vecchie» (Matteo 13, 52). Questa descrizione non corrisponde bene a quella di un ufficiale della dogana; né corrisponde a Matteo, che Marco e Luca chiamano Levi e che era uno dei dodici apostoli.
Tutti concordano sul fatto che, come Marco e Luca, anche Matteo abbia scritto il suo Vangelo utilizzando la stessa fonte e lo stesso materiale. Tuttavia, vedremo tra poco che la sua narrazione differisce leggermente su alcuni punti importanti. Ciononostante, Cullmann ritiene che Matteo abbia attinto ampiamente dal Vangelo di Marco, sebbene Marco non fosse affatto un discepolo di Gesù.
Matteo ha modificato persino il testo originale dell’Antico Testamento. Vedremo tali modifiche quando confronteremo la genealogia che egli presenta all’inizio del suo Vangelo con il racconto dell’Antico Testamento. Nel suo libro ha riportato una narrazione che è «letteralmente incredibile». Padre Canan… ha applicato questa definizione al ruolo delle guardie in relazione alla resurrezione di Gesù. Sottolineando l’improbabilità del racconto della presenza di guardie militari presso la tomba di Gesù, egli ha detto: «Queste guardie, invece di informare i loro superiori, informarono i sommi sacerdoti, e quei sacerdoti diedero loro del denaro perché dicessero una menzogna». Tuttavia, non è bene sorridere con disprezzo di Matteo per questo motivo, perché il suo intento era serio e importante. Egli ha inserito nel suo libro, a modo suo, elementi leggendari. Di conseguenza, la scena che ne è risultata sarebbe stata adatta proprio al film americano intitolato “Jesus Christ Superstar”.
È necessario ricordare che colui che ha formulato questo commento è un eminente teologo e professore dell’Istituto Cattolico di Parigi.
Dal racconto che Matteo fa degli avvenimenti al momento della morte di Gesù si ricava un altro esempio della sua fervida immaginazione.
«Ed ecco, il velo del tempio si squarciò in due, dall’alto fino in fondo; la terra tremò, le rocce si spaccarono, i sepolcri si aprirono e molti corpi di santi addormentati risuscitarono; e, dopo la sua resurrezione, uscirono dai sepolcri, entrarono nella città santa e apparvero a molti».
Questo evento narrato da Matteo (27, 51-53) non è menzionato in nessun altro Vangelo. È davvero difficile capire come i corpi dei santi siano tornati in vita al momento della morte di Gesù (secondo gli altri Vangeli, questo evento avvenne alla vigilia del sabato) e siano usciti dai sepolcri dopo la sua resurrezione (secondo gli altri Vangeli, il giorno successivo al sabato). Ma non è tutto. Probabilmente è proprio nel Vangelo di Matteo che si trova l’evento più notevole e improbabile. Tra tutte le parole che gli evangelisti dichiarano essere state pronunciate da Gesù, questa narrazione di Matteo è la più difficile da spiegare. A proposito del segno di Giona, egli dice nei versetti 38-40 del capitolo 12: «Mentre Gesù era con gli scribi e i farisei, questi gli dissero: Maestro, desideriamo vedere da te un segno. Egli rispose loro: Una generazione malvagia e adultera chiede un segno, ma non le sarà dato altro segno se non quello del profeta Giona. Infatti, come Giona rimase tre giorni e tre notti nel ventre del grande pesce, così il Figlio dell’uomo rimarrà tre giorni e tre notti nel cuore della terra».
Dunque, risulta che Gesù abbia detto che sarebbe rimasto tre giorni e tre notti sotto terra. Per questo Matteo, proprio come Luca e Marco, colloca la morte e la sepoltura di Gesù alla vigilia del sabato. Di conseguenza, la durata della permanenza di Gesù nel sepolcro può essere di tre giorni, ma non di tre notti: in realtà sono due notti. Matteo fa riferimento a questo argomento anche in un altro passo (16, 1-4), ma lì non indica alcuna durata precisa. Anche Luca non indica la durata (11, 29-32). In seguito vedremo che, nel racconto di Marco (8, 11-12), si legge che Gesù avrebbe detto che a quella generazione non sarebbe stato dato alcun segno.
I commentatori dei Vangeli ignorano sempre questo punto. Tuttavia, padre Roset, riferendosi a questa improbabilità, ha detto che Gesù rimase nel sepolcro soltanto tre giorni: un giorno intero e due notti. Egli ha spiegato la cosa dicendo che in realtà «si tratta soltanto di un particolare modo di dire, ma il vero significato è tre giorni». È difficile pensare che i commentatori possano ricorrere a un’argomentazione così priva di senso. Il loro comportamento è davvero deplorevole. Se avessero almeno detto che questa incongruenza deriva da un errore dell’autore o del copista, ciò sarebbe stato moralmente più soddisfacente e accettabile.
Ma, oltre a tutte queste incongruenze e improbabilità, il Vangelo di Matteo presenta una caratteristica di particolare rilievo. Questa caratteristica consiste nel fatto che la comunità giudeo-cristiana si sta separando dalla religione ebraica originaria, pur mantenendo la propria fedeltà all’Antico Testamento; in tutto il libro, questa corrente di pensiero e questo atteggiamento sono quelli più dominanti. Dal punto di vista della storia della comunità giudeo-cristiana, questa caratteristica è molto importante.
Il Vangelo di Marco (il Vangelo scritto da Marco)
Questo Vangelo è il più breve e il più antico dei quattro. Tuttavia, l’opera non è stata scritta da alcun apostolo. L’autore, al massimo, potrebbe essere stato il discepolo di un apostolo.
Cullmann ha detto di non considerare Marco un discepolo di Gesù. Tuttavia, a coloro che dubitano che la composizione di questo Vangelo possa essere attribuita a Marco, egli ha fatto notare che, se Matteo e Luca avessero saputo che quest’opera non era stata composta sulla base dell’insegnamento di un apostolo, non l’avrebbero utilizzata nel modo in cui l’hanno fatto. Ma da questo argomento non si può giungere ad alcuna conclusione definitiva. A sostegno dei propri dubbi, Cullmann ha affermato di citare spesso, dal Nuovo Testamento, le parole di una persona chiamata «Giovanni, detto anche Marco». Tuttavia, in tutte queste citazioni non viene menzionato il nome di alcun autore di un Vangelo, e nemmeno nel testo originale dell’opera di Marco viene menzionato il nome di un autore.
A causa della mancanza di informazioni su questo argomento, i commentatori hanno introdotto dettagli tanto minuti da sembrare chiaramente superflui. Nel Vangelo di Marco si trova un racconto di questo genere: «E un giovane lo seguiva, avvolto soltanto in un lenzuolo sul corpo nudo; essi lo afferrarono, ma egli, abbandonando il lenzuolo, fuggì nudo». (Marco 14, 51-52). Poiché questo episodio è narrato soltanto nel Vangelo di Marco, i commentatori hanno supposto che quel giovane fosse proprio Marco, quel discepolo fedele che aveva tentato di seguire il suo maestro. (Traduzione ecumenica). Secondo altri commentatori, questo episodio è «un ricordo personale, una prova di autenticità, una firma anonima e la prova che egli era un testimone oculare».
Cullmann ritiene che «l’ipotesi secondo cui l’autore fosse di origine ebraica trova sostegno in numerose parole e frasi». Tuttavia, dai termini e dalle frasi latine utilizzati nell’opera si può supporre che egli abbia composto il Vangelo a Roma». Si rivolge ai cristiani che non vivono in Palestina e spiega con cura i termini aramaici utilizzati.
Da molto tempo è diffusa l’idea che Marco fosse compagno di Pietro a Roma. Il fondamento di questa idea è costituito dall’ultimo paragrafo della Prima lettera di Pietro (ammesso, naturalmente, che quella lettera sia stata scritta da Pietro). Pietro scrisse: «La comunità che è a Babilonia, eletta come voi, vi saluta, e anche Marco, mio figlio, vi saluta». Nel commento della Traduzione ecumenica si legge: «Con Babilonia probabilmente si intende Roma». Partendo da questa supposizione, i commentatori hanno ritenuto che, poiché si suppone che Marco fosse stato a Roma con Pietro, egli dovesse essere l’autore. In altre parole, una supposizione costruita su un’altra supposizione. Anche qui è stata applicata esattamente la stessa argomentazione con cui, nel 150, Papia, vescovo di Hierapolis, aveva sostenuto che Marco fosse l’autore di questo Vangelo, definendolo «interprete di Pietro» e forse «collaboratore di Paolo»!
Considerando la questione da questo punto di vista, la composizione del Vangelo di Marco risale a dopo la morte di Pietro, cioè, secondo la Traduzione ecumenica, a un periodo compreso tra il 65 e il 70, e secondo Cullmann all’anno 70.
Nel testo originale si riscontra tuttavia una grande confusione. In nessun punto dell’opera viene rispettata la successione degli avvenimenti. Proprio all’inizio del racconto (1, 16-20), Marco parla di quei quattro pescatori che, a una sola parola di Gesù, abbandonarono tutto e divennero suoi seguaci. Essi non conoscevano Gesù; ma non appena egli disse: «Vi farò pescatori di uomini», lo seguirono immediatamente. A quanto pare, Marco non ha pensato che ogni avvenimento deve avere una sua plausibilità.
Secondo padre Roset, Marco è uno «scrittore disordinato», il «più debole e più rozzo scrittore» dei quattro. Non sa nemmeno come si debba narrare un avvenimento. A sostegno di questo giudizio, padre Roset ha citato il racconto della scelta dei dodici apostoli. Il racconto è il seguente: «Poi salì sul monte, chiamò a sé quelli che egli volle, ed essi andarono da lui. Ne costituì dodici perché stessero con lui e perché egli li mandasse a predicare e avessero il potere di scacciare i demoni. Costituì dunque i dodici e diede a Simone il nome di Pietro» (Marco 3, 13-16).
Padre Roset ritiene che in questo modo non sia assolutamente possibile scegliere dei seguaci.
È già stato menzionato che, riguardo al segno di Giona, Marco ha detto l’esatto contrario di Matteo e Luca. A proposito del mostrare alla gente un segno (la prova della profezia) durante la predicazione di Gesù, Marco narra un episodio del tutto incredibile. Egli dice: «Poi vennero i farisei e cominciarono a discutere con lui; per metterlo alla prova, gli chiesero un segno dal cielo. Ma egli, sospirando profondamente nello spirito, disse: “Perché questa generazione cerca un segno? In verità vi dico: a questa generazione non sarà dato alcun segno”. E, lasciatili, salì di nuovo sulla barca e passò all’altra riva» (Marco 8, 11-13).
Qui si trova una conferma, da parte sua, della decisione di Gesù di non compiere alcuna azione che potesse apparire soprannaturale. Per questo i commentatori della Traduzione ecumenica hanno espresso la loro meraviglia. Infatti, là dove Luca dice che Gesù avrebbe mostrato un solo segno (il segno di Giona, come dice anche Matteo), Marco afferma che non sarebbe stato mostrato alcun segno. Luca, tuttavia, fornendo un racconto più dettagliato, dice che Gesù «mostrò egli stesso alcuni eventi soprannaturali come segni» (Luca 7, 22 e 11, 20).
L’intero Vangelo di Marco è riconosciuto dalla Chiesa come originale e autentico. Tuttavia, i commentatori moderni ritengono che l’ultimo capitolo (16, 19-20) sia stato aggiunto in seguito. I commentatori della Traduzione ecumenica sono particolarmente espliciti al riguardo.
Nessuno dei due manoscritti completi dei Vangeli, risalenti al IV secolo e noti come Codex Vaticanus e Codex Sinaiticus, contiene quel capitolo finale. Kullmann ha detto: «In epoca successiva, quella conclusione fu aggiunta in alcuni manoscritti greci e in diverse altre versioni, e il suo contenuto fu tratto dagli altri Vangeli». In realtà, si trovano diverse versioni di questa conclusione aggiunta. Esiste una versione lunga e una versione breve, e nell’edizione Revised Standard Version della Bibbia, pubblicata nel 1952, sono state incluse entrambe. In alcune versioni lunghe si trovano inoltre alcuni contenuti supplementari.
A questo proposito padre Kannengiesser ha osservato: «La comunità che aveva certificato l’autenticità del Vangelo di Marco, proprio quando il libro fu ufficialmente consegnato nelle sue mani, aveva escluso i versetti finali. Matteo, Luca e Giovanni non avevano visto quei versetti. Tuttavia, tutti avvertirono che mancava qualcosa, che avrebbe dovuto esserci, e che il vuoto doveva essere colmato. Molto tempo dopo, quando opere dello stesso genere di Matteo, Luca e Giovanni erano diffuse ovunque, fu composto un capitolo finale appropriato per il Vangelo di Marco, raccogliendo a tale scopo materiale dagli altri Vangeli. Ma il fatto che questa aggiunta non concordi con l’originale si coglie facilmente leggendo i versetti dal 9 al 20 del capitolo 16 del Vangelo di Marco. Da questo episodio si può avere un’idea chiara di quanto liberamente si sia intervenuti negli scritti evangelici fino alla prima parte del II secolo».
Qui troviamo la franca ammissione di un celebre teologo che gli uomini hanno alterato i libri religiosi.
Il Vangelo secondo Luca (il Vangelo scritto da Luca)
Secondo Cullmann, Luca è uno «storico», mentre padre Kannengiesser ritiene che sia un «vero romanziere». Nella prefazione indirizzata a Teofilo, Luca afferma che, seguendo coloro che in precedenza hanno scritto resoconti su Gesù, anch’egli si accinge a scrivere un resoconto sullo stesso argomento e che, a tale scopo, utilizzerà le informazioni e le descrizioni degli eyewitnesses, insieme alle informazioni diffuse dagli apostoli. In altre parole, egli stesso non è un testimone oculare. Ci si può dunque aspettare che il resoconto sia ben concepito, ordinato e sistematico. Egli scrisse così l’introduzione di questo resoconto:
«Poiché molti hanno intrapreso a raccogliere e mettere insieme i fatti accaduti nella nostra storia religiosa e tutte le informazioni e le descrizioni giunte fino a noi per mezzo di testimoni oculari e predicatori, anch’io, essendo stato informato fin dall’inizio di tutte queste cose, ritengo che sarebbe bene scrivere per voi personalmente questo resoconto in modo coerente e ordinato, affinché possiate conoscere la verità dei fatti sui quali siete stati informati.»
Fin dalla prima frase di questa introduzione si può cogliere la differenza tra Luca e Marco. Il Vangelo secondo Luca è un’eccellente opera letteraria scritta in greco classico e libera da contenuti rozzi.
Luca si era convertito al cristianesimo come persona colta e appartenente all’élite. Il suo atteggiamento nei confronti degli ebrei è assai chiaro. Cullmann ha mostrato che Luca ha omesso la maggior parte dei passi di Marco riguardanti gli ebrei, ha messo in risalto l’incredulità degli ebrei verso Gesù e ha presentato Gesù come colui che aveva buoni rapporti con i samaritani, che invece non gli erano graditi. Matteo, al contrario, dice che Gesù esortava sempre gli apostoli a tenersi lontani dai samaritani. Il fatto che gli evangelisti abbiano posto parole in bocca a Gesù secondo i propri atteggiamenti personali è uno dei numerosi esempi di questo fenomeno. Forse lo fecero in buona fede e con semplicità. Dopo queste prove, si può ancora negare che i Vangeli siano «scritti di guerra» oppure «composti in occasione di un evento particolare»? Il confronto tra il tono e la voce dei Vangeli di Luca e Matteo renderà tale affermazione ancora più evidente.
Ma chi era in realtà Luca? Si è cercato di dimostrare che il medico omonimo menzionato da Paolo in alcune sue lettere e Luca, l’autore del Vangelo, fossero la stessa persona. I commentatori della Traduzione ecumenica ritengono: «Alcuni commentatori pensano che il linguaggio preciso e particolareggiato con cui egli descrive le persone malate dimostri che l’autore del Vangelo esercitasse la professione medica». Questo commento è un’esagerazione superflua. In realtà Luca non fornì alcuna simile «descrizione». «Il linguaggio da lui usato è quello delle persone colte della società dell’epoca». Vi era un compagno di viaggio di Paolo chiamato Luca; ma era proprio lui quella persona? Cullmann lo ritiene.
La datazione del Vangelo secondo Luca può essere dedotta sulla base di alcuni avvenimenti: Luca si è avvalso dei Vangeli di Marco e Matteo. Dalla descrizione della Traduzione ecumenica sembra che egli abbia probabilmente assistito all’assedio e alla distruzione di Gerusalemme da parte dell’esercito di Tito nell’anno 70. Probabilmente scrisse il suo Vangelo dopo questo periodo. Alcuni, tuttavia, sostengono che sia stato scritto ancora prima.
Le varie narrazioni di Luca non concordano affatto con quelle dei suoi predecessori. Su questo argomento è già stata fornita un’idea generale. A partire dalla pagina 181 della Traduzione ecumenica, nelle pagine successive vengono presentati esempi di tale discordanza. Inoltre, a pagina 18 del suo libro intitolato «Il Nuovo Testamento», Cullmann ha citato dal Vangelo di Luca alcuni racconti che non si trovano in nessun altro Vangelo, e non riguardano affatto dettagli insignificanti.
La descrizione dell’infanzia di Gesù è un tema importante dei Vangeli. Matteo lo descrive in modo diverso rispetto a Luca, mentre Marco non fa neppure il minimo accenno all’infanzia di Gesù.
Matteo e Luca hanno fornito due genealogie diverse di Gesù. Dal punto di vista della logica e della scienza, le differenze e l’inverosimiglianza di queste due genealogie sono così grandi che in un capitolo separato di questo libro ne è stata fornita un’analisi dettagliata. È facile comprendere perché Matteo, avendo scritto rivolgendosi agli ebrei, abbia iniziato la genealogia da Abramo e abbia incluso Davide; analogamente, è facile capire perché Luca, in quanto uomo erudito convertitosi al cristianesimo, abbia fatto iniziare la sua genealogia da un’epoca ancora più remota. Poco dopo vedremo che, a partire da Davide, queste genealogie sono in contraddizione tra loro.
Matteo, Marco e Luca hanno presentato in modi diversi molti episodi dell’insegnamento e della predicazione di Gesù. Anche riguardo a un evento così importante del cristianesimo come l’Eucaristia (il pasto della festa di Pasqua: l’ultimo pasto di pane e vino consumato da Gesù con i suoi discepoli), il racconto di Luca non concorda con quelli di Matteo e Marco. (Non è possibile fare un confronto con il racconto di Giovanni, perché egli non ha fatto alcun accenno all’introduzione dell’Eucaristia come rito religioso durante il pasto pasquale.) Padre Roset, a pagina 75 del suo libro intitolato «Introduzione ai Vangeli», ha detto che il linguaggio usato nel racconto dell’istituzione dell’Eucaristia (22, 19-24) è completamente diverso da quello di Matteo (26, 26-29) e Marco (14, 22-24), mentre il linguaggio di Matteo e Marco è quasi identico. Al contrario, le caratteristiche dell’uso delle parole da parte di Luca sono quasi uguali a quelle di san Paolo (Prima lettera ai Corinzi 11, 23-25).
Abbiamo già visto come ciò che Luca ha detto nel suo Vangelo sulla risurrezione di Gesù sia esattamente l’opposto di quanto ha detto negli Atti degli Apostoli. Egli è conosciuto e riconosciuto come l’autore di quest’opera, che costituisce parte integrante del Nuovo Testamento. Nel Vangelo ha detto che l’evento della risurrezione ebbe luogo il giorno di Pasqua, ma negli Atti ha detto che, come abbiamo già visto, si è dovuto ricorrere a ogni sorta di spiegazioni bizzarre.
Tra i commentatori della Traduzione ecumenica, tutti coloro che hanno voluto essere obiettivi hanno dovuto ammettere, loro malgrado, che, in linea di principio, «l’obiettivo principale di Luca non era scrivere in modo accurato e conforme alla realtà». Confrontando il racconto di Luca negli Atti sulla risurrezione di Gesù dalla tomba con quello di Paolo, padre Kannengiesser ha detto: «Tra i quattro evangelisti, Luca è il più sensibile e il più letterario. In lui sono presenti tutte le qualità di un vero romanziere».
Il Vangelo di Giovanni (il Vangelo scritto da Giovanni)
Il Vangelo di Giovanni è completamente diverso dagli altri tre Vangeli. La differenza è così forte e manifesta che il commento fatto da padre Roset sul Vangelo di Giovanni, dopo aver commentato gli altri tre nel suo libro «Introduzione ai Vangeli», suscita nel lettore un’immediata sorpresa. Egli dice: «È un mondo a parte». Ed è proprio così. Quest’opera è particolare nella scelta dei contenuti, nel modo di ordinarli, nello stile della narrazione e dei dialoghi. Anche lo stile compositivo, la geografia e la successione degli eventi sono peculiari. E, secondo Cullmann, essa è distinta e particolare anche dal punto di vista religioso. Rispetto agli altri, Giovanni ha riportato in modo diverso le parole di Gesù. Padre Roset ha osservato che negli altri Vangeli le parole di Gesù «sembrano conversazioni orali, vive e reali», mentre nel Vangelo di Giovanni tutto appare come il linguaggio della meditazione; questo tono è così marcato che talvolta «ci si chiede» se queste siano davvero parole di Gesù, oppure se Giovanni, senza rendersene conto, abbia ampliato l’idea di Gesù con i propri pensieri e la propria coscienza.
Ma chi era Giovanni? Chi fosse, è una questione molto controversa. A questo proposito sono state espresse opinioni diverse. Padre Roset e A. Tricot appartengono a una corrente che non nutre alcun dubbio sull’identità di Giovanni. Essi affermano che il Vangelo di Giovanni è opera di un testimone oculare, che Giovanni era figlio di Zebedeo e fratello di Giacomo. Su di lui sono ampiamente note molte informazioni, che sono state pubblicate anche in numerosi libri molto diffusi. Secondo gli esperti di ritrattistica, Giovanni appare accanto a Gesù in quasi tutti i ritratti, per esempio durante l’Ultima Cena. Poiché Giovanni era una persona molto conosciuta, sembra quasi inconcepibile che il Vangelo non sia stato scritto da lui.
Sebbene quel quarto Vangelo sia stato scritto così tardi, questo ritardo probabilmente non può essere considerato un argomento particolarmente grave contro Giovanni. Quest’opera fu composta probabilmente nella parte finale del primo secolo dopo la scomparsa di Gesù. Se si considera che al momento della composizione erano trascorsi sessant’anni dalla scomparsa di Gesù, ciò è abbastanza coerente con il fatto che Giovanni fosse giovane ai tempi di Gesù e che fosse vissuto fino all’età di cent’anni.
Padre Kannengiesser, nella sua ricerca sulla risurrezione di Gesù dalla tomba, è giunto alla conclusione che, ad eccezione di Paolo, nessuno degli autori del Nuovo Testamento può sostenere di aver visto quell’evento con i propri occhi. Tuttavia, Giovanni sembra affermare che Gesù apparve per la prima volta a una riunione di alcuni apostoli, ad eccezione di Tommaso (probabilmente anche Giovanni), (20, 19-24), e che otto giorni dopo apparve una seconda volta a tutti gli apostoli riuniti (20, 25-29).
Ma Cullmann, nella sua opera intitolata Il Nuovo Testamento, non ha potuto accettare questo episodio come vero.
Nell’opera Traduzione ecumenica si afferma che la maggior parte dei commentatori non è disposta ad accettare che questo Vangelo sia stato scritto da Giovanni. Naturalmente, la possibilità che non sia stato scritto da Giovanni non può essere completamente esclusa. Infatti, tutti gli indizi fanno pensare che il testo di quel Vangelo quale lo vediamo oggi sia probabilmente opera di diversi autori. Nella stessa opera si afferma inoltre: «Nella forma in cui oggi vediamo questo Vangelo, esso fu probabilmente diffuso dai discepoli dell’autore, i quali aggiunsero di propria iniziativa il capitolo 21 e, molto probabilmente, alcune note (4, 2 e 4, 1; 4, 44; 7, 37; 11, 2; 19, 35). Per quanto riguarda la storia della donna adultera (8, 2-11), tutti concordano sul fatto che l’origine dell’episodio è sconosciuta e che la storia fu inserita in seguito. Ciononostante, le autorità della Chiesa hanno riconosciuto questa storia come parte del testo originale». Cullmann ritiene che il versetto 19, 35 sia entrato nel testo come «la testimonianza di un testimone oculare». In tutto il Vangelo, questa è l’unica firma esplicita, benché i commentatori ritengano che sia stata inserita successivamente.
Cullmann ritiene che, nel caso di questo Vangelo, l’aggiunta posteriore sia del tutto evidente, come nel capitolo 21. Questo capitolo è probabilmente «opera di un discepolo, che potrebbe aver apportato anche lievi modifiche al testo originale».
Non è necessario fornire qui una descrizione dettagliata di tutte le ipotesi formulate dagli studiosi riguardo all’autore di questo Vangelo. Infatti, i commenti degli eminenti scrittori cristiani citati sopra forniscono già prove sufficienti dell’oscurità e dell’incertezza che regnano su questo argomento.
Sono state sollevate molte questioni riguardo al valore storico delle diverse storie narrate da Giovanni. La differenza tra queste storie e i racconti degli altri tre Vangeli è molto evidente. Cullmann ha fornito una spiegazione di tale differenza. Egli ha individuato in Giovanni una prospettiva religiosa distinta da quella degli altri tre evangelisti, e proprio a partire da questa prospettiva Giovanni ha scelto le «storie, le parole e il modo di narrare». Di conseguenza, il suo racconto si è fatto più lungo, ed egli ha messo sulle labbra di Gesù, quale personaggio storico, ciò che lo Spirito Santo stesso gli aveva rivelato. È per questo motivo che il suo racconto presenta delle differenze.
Si può supporre che Giovanni, avendo scritto il suo Vangelo per ultimo, abbia scelto le narrazioni utili a sostenere le proprie idee. Non c’è quindi motivo di meravigliarsi che alcune narrazioni degli altri Vangeli non compaiano nel Vangelo di Giovanni. A pagina 282 dell’Ecumenical Translation sono riportati alcuni esempi di tali narrazioni. Tuttavia, sembra strano che alcuni avvenimenti non siano menzionati affatto. Per esempio, non viene narrata in alcun modo l’istituzione del rito eucaristico. Eppure questo rito è un elemento fondamentale del cristianesimo e costituisce la base delle riunioni religiose. È inconcepibile che un pensatore eminente come Giovanni, che attribuiva tanta importanza alla meditazione, non abbia menzionato questo avvenimento. Ma il fatto è che egli si è limitato a narrare l’Ultima Cena, la lavanda dei piedi dei discepoli, la predizione del tradimento di Giuda e il rinnegamento di Pietro.
D’altra parte, nel Vangelo di Giovanni vi sono molte narrazioni che non compaiono negli altri tre Vangeli. Ciò è menzionato a pagina 283 dell’Ecumenical Translation. In questo caso si può forse supporre che gli altri non abbiano ritenuto importanti tali narrazioni, mentre Giovanni sì. Tuttavia, ciò che sorprende è che nel racconto di Giovanni (21, 1-14) si vede Gesù, risorto dalla tomba, apparire ai discepoli sulla riva del mare di Tiberiade. Questo episodio non è altro che una copia quasi identica della pesca miracolosa narrata da Luca; Giovanni vi ha naturalmente aggiunto molti dettagli. Nel racconto di Luca (5, 1-11), però, si dice che l’episodio della pesca ebbe luogo quando Gesù era ancora in vita. Questo racconto contiene un’indicazione della presenza di Giovanni sul luogo dell’evento, e secondo la tradizione Giovanni era allora un predicatore. Poiché il racconto di Giovanni compare nel capitolo 21 del suo Vangelo e si ammette che questo capitolo sia stato aggiunto in seguito, si può facilmente supporre che l’episodio sia stato inserito più tardi nel Vangelo di Giovanni proprio perché il nome di Giovanni è menzionato nel Vangelo di Luca; in altre parole, per la necessità di narrare molto tempo dopo un episodio della vita di Gesù, un autore di Vangelo non esitò nemmeno a modificare il tenore della narrazione.
Su un altro punto il Vangelo di Giovanni differisce dagli altri tre Vangeli. Si tratta della durata della predicazione di Gesù. Matteo, Marco e Luca dicono che Gesù predicò per un anno. Giovanni dice due anni. Kuhlmann ha sottolineato in modo particolare questa differenza. I commentatori dell’Ecumenical Translation hanno affermato al riguardo: «I primi tre dicono che Gesù rimase a lungo in Galilea; poi partì verso la Giudea e trascorse molti giorni lungo il cammino. Infine rimase per pochi giorni a Gerusalemme. Giovanni, invece, dice che Gesù viaggiava frequentemente da una regione all’altra. Poi rimase a lungo in Giudea, soprattutto a Gerusalemme (1, 19-51; 2, 13-3, 36; 5, 1-47; 14, 20-31). Menziona inoltre diverse celebrazioni della Pasqua (la festa ebraica del cibo e delle bevande; l’anniversario dell’evento in cui gli angeli distrussero le popolazioni d’Egitto, ma lasciarono intatte le case degli Ebrei). Di conseguenza, secondo lui, la durata della predicazione di Gesù fu superiore a due anni».
In questa situazione, di chi dobbiamo fidarci? Di Matteo, Marco e Luca? Oppure di Giovanni?
Le fonti dei Vangeli
Dalla presentazione generale dei Vangeli già esposta e, soprattutto, dopo averne esaminato attentamente il contenuto, nasce l’impressione che le opere siano «slegate e prive di continuità» e chiaramente «inconciliabili e contraddittorie». Questo è il giudizio espresso dai commentatori dell’opera Ecumenical Translation of the Bible. È molto importante citare questi illustri esperti, perché l’argomento è così sensibile che una sua valutazione obiettiva potrebbe provocare reazioni gravi. Abbiamo già visto come si possano trovare le risposte alle domande che sorgono nella mente del lettore riflessivo riguardo ad alcune caratteristiche sconcertanti della letteratura evangelica, a partire da alcune concezioni della storia religiosa contemporanea alla redazione dei Vangeli. Ora è necessario sapere che cosa dicono i libri dell’epoca moderna, in particolare che cosa affermano riguardo alle fonti utilizzate dagli evangelisti al momento di comporre i Vangeli. Si può anche indagare se la storia successiva al completamento delle opere permetta di trovare risposte alle diverse domande sollevate oggi.
All’epoca dei Padri della Chiesa, la questione delle fonti era stata affrontata in modo estremamente semplice. Agli inizi del cristianesimo, per fonte si intendeva esclusivamente il manoscritto completo del Vangelo scritto da Matteo. La questione assunse la forma di un problema riguardo a Marco e Luca. Non vi era alcun problema riguardo a Giovanni, poiché era considerato un autore di tipo diverso. A proposito di Marco, riconosciuto come il secondo autore dei Vangeli, sant’Agostino ha detto che egli, ispirandosi all’opera di Matteo, si limitò a redigere un compendio del suo libro. Quanto al terzo autore, Luca, la sua opinione era che egli avesse raccolto informazioni dai libri di entrambi, Matteo e Marco. Abbiamo già menzionato che anche dalla prefazione dello stesso Luca si può ricavare una conferma di questa opinione.
In altre parole, la somiglianza e l’accordo tra i racconti dei diversi Vangeli erano già evidenti anche ai lettori di quell’epoca, come noi. In epoca moderna, i commentatori dell’Ecumenical Translation, dopo aver condotto le loro analisi, hanno elaborato il seguente calcolo:
1) I tre Vangeli hanno in comune …… 330 versetti.
2) Matteo e Marco hanno in comune …… 178 versetti.
3) Marco e Luca hanno in comune …… 100 versetti.
4) Matteo e Luca hanno in comune ……… 230 versetti.
Inoltre, ciascun Vangelo contiene alcuni versetti che non si trovano in nessun altro Vangelo. Il numero di tali versetti è: Matteo 330, Marco 53 e Luca 500.
Dall’epoca dei Padri della Chiesa fino alla fine del XVIII secolo, per millecinquecento anni, nessuno si è occupato dell’origine dei Vangeli. Tutti hanno accettato come verità le tradizioni e le leggende. Dopo che, in epoca moderna, sono stati portati alla luce tutti questi dati, è iniziata una nuova fase di comprensione ed è stato possibile determinare come ciascun evangelista abbia composto il proprio racconto, attingendo informazioni dagli altri evangelisti e seguendo le proprie opinioni personali. A questo proposito, nella composizione dei racconti è stata attribuita particolare importanza alla raccolta delle informazioni. Tali informazioni provenivano, da un lato, dalla tradizione orale delle comunità interessate e, dall’altro, da documenti scritti in aramaico. Non è possibile sapere se questi documenti fossero facilmente disponibili in forma raccolta. È tuttavia certo che ciascun evangelista utilizzò soltanto le parti che gli servivano.
Nel corso dell’ultimo secolo sono state condotte ricerche ancora più approfondite su questo tema, dando origine a numerose teorie. Tali teorie sono ampie e dettagliate e possono diventare progressivamente più complesse. La prima teoria è nota come «teoria delle due fonti di Holtzmann» (1863). Cullmann e i commentatori della Traduzione ecumenica hanno spiegato che, secondo questa teoria, Matteo e Luca da un lato potrebbero essere stati ispirati da Marco e, dall’altro, potrebbero aver utilizzato un documento comune, andato poi perduto. Inoltre, entrambi potrebbero aver avuto fonti proprie e distinte. Da questa spiegazione si può ricavare il seguente schema:
Cullmann ha commentato questo argomento nel modo seguente:
1) L’opera di Marco utilizzata da Matteo e Luca potrebbe non essere il suo Vangelo, ma un’opera precedente.
2) Qui non è stata attribuita sufficiente importanza alla tradizione orale. Eppure era proprio questo l’aspetto al quale si sarebbe dovuta attribuire la massima importanza, perché il resoconto delle parole e delle attività di Gesù durante i suoi trenta o quarant’anni di vita era stato conservato unicamente in questa tradizione orale; e ciascun evangelista era soltanto il portavoce delle comunità cristiane che avevano messo per iscritto tale tradizione. In questo modo possiamo forse giungere alla conclusione che nei Vangeli oggi disponibili davanti a noi si è riflesso tutto ciò che le diverse antiche comunità cristiane conoscevano della vita e della predicazione di Gesù. Vi si sono riflesse anche le loro convinzioni e concezioni religiose. E gli evangelisti erano i portavoce di quelle stesse comunità.
Recentemente, nel ricercare le fonti dei Vangeli esaminandone il testo, è stato scoperto un processo ancora più complesso di formazione di quel testo. Nell’opera intitolata “Synopsis of the Four Gospels” (1972-73), scritta dai due professori della Scuola biblica di Gerusalemme, padre Ben e padre Boismard, si afferma con particolare enfasi che, parallelamente all’evoluzione progressiva delle leggende e delle tradizioni, anche l’evoluzione del testo si è svolta gradualmente, per fasi successive. Padre Benoit, nell’introduzione alla parte scritta da padre Boismard, ha descritto i risultati di tale evoluzione. Egli ha detto: “A causa della lunga evoluzione della tradizione, l’uso delle parole e lo stile narrativo che il testo presenta oggi non sono evidentemente, e per ragioni comprensibili, quelli dell’originale. Alcuni lettori potranno rimanere sorpresi o turbati nell’apprendere che alcune parole di Gesù, alcune parabole o profezie riguardanti il suo destino, così come oggi le leggiamo, non furono pronunciate da lui esattamente in quella forma. Coloro che ci hanno trasmesso tali parole le hanno modificate o trasformate a modo loro. A chi non conosce questo genere di indagine storica, tale verità può apparire sorprendente e persino scandalosa.”
Padre Boismard ha spiegato, mediante una complessa tabella, le modifiche e le trasformazioni subite dal testo originale. Questa tabella deriva dalla cosiddetta “teoria delle due fonti” ed è stata elaborata sulla base dell’esame dei diversi testi e del loro confronto. Poiché l’argomento è estremamente complesso, qui non è possibile offrirne alcun compendio. I lettori curiosi possono consultare l’opera originale, “Synopsis des quatre évangiles”, pubblicata a Parigi da Les Éditions du Cerf.
Considerando i quattro tipi di documenti originali come simboli delle fonti originarie dei Vangeli, sono stati denominati A, B, C e D.
Il documento A proviene da una fonte giudeo-cristiana. Matteo e Marco furono ispirati da questo documento.
Il documento B è una reinterpretazione del documento A. Questa reinterpretazione fu realizzata per essere utilizzata nelle chiese in cui l’antica idolatria e il culto cristiano erano praticati contemporaneamente. Tutti gli evangelisti, eccetto Matteo, furono ispirati da questo documento.
Il documento C è la fonte d’ispirazione di Marco, Luca e Giovanni.
D – Il documento D rappresenta la maggior parte delle fonti utilizzate da Matteo e Luca. È il documento comune della «teoria delle due fonti».
Tuttavia, la redazione dei Vangeli nella forma in cui oggi la conosciamo non fu composta direttamente sulla base di nessuno di quei quattro documenti originari. Nel mezzo vi fu un testo o una versione intermedia: il Matteo intermedio o secondario, il Marco intermedio, il Luca intermedio e il Giovanni intermedio. Dalle quattro fonti intermedie furono redatte le versioni definitive dei quattro Vangeli, che ispirarono anche la composizione di altri Vangeli analoghi. La complessa relazione esistente tra un documento e più documenti sarà mostrata poco più avanti in uno schema. I risultati di questa ricerca sulle Scritture hanno un significato particolarmente importante. Da essa risulta che, così come la redazione dei Vangeli ha una «storia», secondo l’espressione di padre Boismard essa presenta anche una «descrizione delle tappe storiche». In altre parole, prima della versione definitiva era stata elaborata anche una versione intermedia. Un episodio ben noto della vita di Gesù, cioè la pesca miracolosa, nel libro di Luca è presentato come avvenuto durante la vita terrena di Gesù. Questa incongruenza è evidentemente enorme. Tuttavia, se si tiene conto dell’utilizzazione di fonti diverse e della redazione di versioni differenti, si può forse trovare una spiegazione coerente. Questa situazione ci porta a concludere che, quando leggiamo i Vangeli, non abbiamo alcuna garanzia di leggere le parole pronunciate personalmente da Gesù. Padre Benoit, anche se lo ha detto in forma indiretta, intendeva precisamente questo. Ha messo in guardia il lettore, ma lo ha anche consolato: «Sebbene il lettore debba rinunciare alla speranza di ascoltare direttamente le parole pronunciate dalla bocca stessa di Gesù, deve sapere che sta ascoltando la Chiesa e deve credere che la Chiesa è l’interprete, il portavoce celeste designato dal Signore Gesù. Deve inoltre sapere che il Signore Gesù ci ha parlato su questa terra molto tempo fa, mentre ora ci parla nella sua gloria e nel suo splendore».
Come è possibile conciliare questa dichiarazione formale, secondo cui la redazione della Bibbia non contiene le parole personali di Gesù, con la dichiarazione contraria del Concilio Vaticano II? Il Concilio ha affermato: «La Chiesa sostiene e approva senza esitazione che questi quattro Vangeli sono storicamente autentici e genuini; infatti, tutto ciò che il Figlio di Dio Gesù fece, disse e insegnò durante la sua vita terrena per la salvezza eterna e la redenzione dell’umanità, fino alla sua ascensione al cielo, è stato riportato in questi libri in modo corretto e fedele».
È evidente che nel libro della Scuola biblica di Gerusalemme, Sinossi dei quattro Vangeli, la veridicità di questa dichiarazione viene direttamente negata.
Padre M. E. Boismard
Sinossi dei quattro Vangeli
Schema generale
Documenti A, B, C e D = documenti originari utilizzati nella compilazione della redazione
Intermedio = versione intermedia del testo
La storia del testo
Sarebbe errato pensare che, dopo essere stati scritti, i Vangeli siano divenuti i testi fondamentali della nuova religione cristiana e che se ne parlasse come dell’Antico Testamento. A quel tempo, infatti, il principale veicolo e la principale fonte delle parole di Gesù e degli insegnamenti degli apostoli erano le tradizioni orali. In forma scritta, invece, le lettere di Paolo erano già diffuse da molto tempo. Queste lettere furono scritte diversi decenni prima dei Vangeli.
Abbiamo già visto che non esiste alcuna prova dell’esistenza di una raccolta di scritti evangelici prima del 140. Tuttavia, alcuni commentatori sostengono ancora il contrario. Abbiamo inoltre visto che, fino a prima del 170, i Vangeli non avevano acquisito lo status di letteratura sacra.
Nei primi tempi del cristianesimo circolavano numerosi scritti riguardanti Gesù. In seguito, però, non furono conservati, poiché ritenuti inaccurati e non autentici; e, per ordine della Chiesa, tutti gli scritti di questo genere furono occultati. Per questo furono chiamati “apocrifi”. Sebbene fossero stati occultati o rimossi, alcuni scritti furono conservati con cura. Secondo i commentatori della traduzione ecumenica, infatti, «erano generalmente considerati importanti e preziosi». La stessa opinione veniva espressa anche riguardo alla Lettera di Barnaba; altri scritti, invece, furono «rimossi senza pietà» e, di conseguenza, oggi ne sono reperibili soltanto frammenti. Poiché tali opere erano considerate portatrici di errori, furono sottratte alla vista dei cristiani credenti. Tuttavia, per quanto si può sapere dalle citazioni della Chiesa, risulta che la Bibbia dei Nazareni, la Bibbia degli Ebrei e la Bibbia degli Egiziani erano strettamente conformi alla Bibbia originale. Lo stesso si può dire della Bibbia di Tommaso e della Bibbia di Barnaba.
In alcuni degli scritti occultati si trovano descrizioni dettagliate e immaginarie di determinati eventi. Non sono che leggende popolari. Gli autori fornirono questi bizzarri resoconti con grande compiacimento. Naturalmente, leggende di questo tipo si trovano anche in tutte le altre Bibbie. A questo proposito si può ricordare il resoconto immaginario di Matteo sugli eventi che si dice abbiano avuto luogo al momento della morte di Gesù. In realtà, in tutti gli scritti delle origini del cristianesimo si riscontrano elementi di scarsa importanza e di facile effetto. Questa verità dovrebbe essere riconosciuta con sincerità.
Quando la Chiesa si fu ben organizzata, le autorità procedettero a una selezione a causa della grande quantità di scritti riguardanti Gesù. Probabilmente un centinaio di Bibbie furono respinte e soltanto quattro furono conservate. Queste quattro Bibbie sono oggi considerate “canoniche”, o riconosciute.
A metà del II secolo, Marcione di Sinope esercitò forti pressioni sulle autorità religiose affinché prendessero una decisione in merito. Era un acerrimo nemico degli Ebrei e considerava allora da respingere l’intero Antico Testamento, tutti gli scritti legati all’Antico Testamento composti dopo la venuta di Gesù e tutti gli scritti fondati sulle tradizioni ebraico-cristiane. Considerava autentico soltanto il Vangelo di Luca, poiché riteneva che Luca fosse l’unico portavoce di Paolo e dei suoi scritti.
Per questo la Chiesa dichiarò Marcione un oppositore. Tuttavia approvò, insieme ai Vangeli di Matteo, Marco, Luca e Giovanni, anche le lettere di Paolo. A questo elenco furono aggiunti anche alcuni altri scritti, come gli Atti degli Apostoli. Questo elenco, però, non fu mai considerato definitivo, perché durante i primi secoli fu continuamente modificato. Alcuni scritti che in seguito furono considerati respinti erano un tempo inclusi nell’elenco approvato; d’altra parte, alcuni scritti che oggi fanno parte del Nuovo Testamento riconosciuto erano allora considerati respinti. Questa controversia rimase irrisolta fino al Concilio di Ippona del 393 e al Concilio di Cartagine del 397; tuttavia, quei quattro Vangeli furono sempre inclusi nell’elenco approvato.
Padre Boismard ha espresso rammarico per la scomparsa di una grande quantità di scritti, dichiarati respinti dalla Chiesa nonostante la loro importanza storica. Anche noi desideriamo condividere il suo rammarico. Egli ha tuttavia cercato di correggere in parte questa precipitazione della Chiesa. Nel suo libro intitolato «Sinossi dei quattro Vangeli», oltre ai quattro Vangeli riconosciuti, ha inserito in alcuni punti anche quegli scritti respinti. Ha osservato che tali libri erano ancora reperibili in diverse biblioteche fino alla fine del IV secolo.
Le diverse opere e gli scritti di quel secolo furono rigorosamente ordinati e classificati. Anche i più antichi manoscritti dei Vangeli risalgono a quel periodo. Delle opere precedenti sono giunti fino a noi soltanto alcuni papiri del III secolo e una piccola parte di un altro libro del II secolo. I due più antichi manoscritti scritti in greco sulla corteccia degli alberi furono redatti proprio nel IV secolo. Uno di essi è il «Codex Vaticanus». Questo libro è ora conservato nella Biblioteca Vaticana; tuttavia non si sa nulla di dove e come sia stato rinvenuto. L’altro è il «Codex Sinaiticus». Questo manoscritto fu trovato sul monte Sinai ed è ora conservato al British Museum di Londra. In quest’opera sono inclusi due scritti dichiarati respinti dalla Chiesa.
Nell’opera della Traduzione Ecumenica si afferma che in varie parti del mondo si conoscono altri duecentocinquanta manoscritti, scritti sulla corteccia degli alberi, e che il più recente di essi fu redatto nell’XI secolo. Tuttavia, non tutte le copie del Nuovo Testamento giunte fino a noi sono uguali. Dal punto di vista del contenuto presentano differenze importanti di vario genere, e tali differenze sono numerose. In alcuni casi le differenze sono grammaticali, lessicali o riguardano l’ordine delle parole. In altri casi, invece, hanno assunto una forma tale che, di conseguenza, è cambiato persino il significato dell’intero paragrafo. Chi desiderasse esaminare esempi di queste differenze può consultare il libro intitolato «Novum Testamentum Graece» (Nestle-Aland, United Bible Societies, Londra, 1971). In quest’opera è presente il cosiddetto testo «intermedio» in lingua greca, nonché esempi delle differenze tra tutte le versioni, comprese le note e le glosse marginali.
Per quanto un manoscritto possa essere antico o autorevole, la correttezza del suo testo è sempre stata oggetto di controversia. Il Codex Vaticanus è un eccellente esempio a questo proposito. Nel 1965 fu pubblicata, sotto la supervisione del Vaticano, un’edizione fotostatica di quest’opera, e gli editori dichiararono nella loro introduzione: «Alcuni secoli dopo la copiatura di questo manoscritto (si ritiene che sia stato copiato nel X o XI secolo), uno scriba ripassò con la penna il testo per renderlo più leggibile; tuttavia non ripassò le parti del testo che riteneva errate». Di conseguenza, sebbene il colore delle parti non ripassate sia molto tenue, il testo è ancora vagamente leggibile. Non vi è però alcuna prova che il lavoro di rendere nuovamente leggibile il testo originale con l’inchiostro sia stato eseguito con grande fedeltà. Gli editori hanno affermato: «Non è ancora stato possibile determinare con precisione l’identità di coloro che, nel corso di diversi secoli, corressero questo manoscritto o ne scrissero le glosse marginali. Non vi è tuttavia alcun dubbio che, durante il nuovo ripasso con la penna, furono apportate alcune correzioni». In diverse opere religiose questo testo viene indicato come copiato nel IV secolo. Ma recandosi personalmente in Vaticano per esaminarlo, si comprende che, nei secoli successivi, il testo fu modificato in tempi diversi da mani diverse.
Qualcuno potrebbe dire che è sufficiente confrontarlo con gli altri testi per stabilire quale sia corretto e quale errato. Sì, è vero; ma se il significato dei diversi testi cambia, quale di essi si può scegliere come originale e autentico per effettuare il confronto? Inoltre, ormai è noto che oggi viene considerata corretta proprio la correzione apportata nell’antichità da uno scriba ripassando con la penna il testo di un altro. In seguito vedremo come, in un paragrafo scritto da Giovanni, l’uso di una sola parola relativa al «Paraclito» abbia modificato completamente, dal punto di vista religioso, il significato e il senso del testo. (Paraclito è una parola greca che significa consolatore, sommamente lodato, portatore della verità e così via. Con questa parola la Bibbia ha annunciato la venuta dell’ultimo profeta, Hazrat Muhammad, che Allah lo benedica e gli conceda la pace. Giovanni 16:13. In altri passi della Bibbia vi sono indicazioni ancora più chiare. Nota del traduttore bengalese.)
Riguardo alle differenze tra i vari testi, Cullmann ha scritto nella sua opera intitolata «Il Nuovo Testamento»: «Le differenze riscontrabili nei testi posteriori sono state, in alcuni casi, causate dalla disattenzione. Il copista può aver omesso una parola, averla scritta due volte invece di una, oppure, quando una stessa parola compariva due volte in una frase, può aver omesso del tutto la parte di frase compresa tra le due occorrenze. Tutto ciò può essere avvenuto per errore. In altri casi, invece, può aver apportato correzioni intenzionalmente, oppure, nel consapevole tentativo di ridurre le differenze, può aver corretto il testo per armonizzarlo con un altro testo. In seguito, quando gli scritti del Nuovo Testamento cominciarono gradualmente a separarsi dalla letteratura cristiana antica e a essere considerati sacri, anche i copisti divennero più cauti. Senza commettere gli errori dei copisti precedenti e senza applicare il proprio pensiero indipendente, continuarono a copiare fedelmente il testo, considerandolo sacro, e conservarono così integralmente le differenze precedenti. Inoltre, alcuni copisti scrivevano note marginali per spiegare un paragrafo oscuro. Il copista successivo può aver pensato che la nota fosse stata scritta fuori dal testo per errore e, di conseguenza, averla incorporata nel testo. Per effetto di questo processo, il nuovo testo divenne in realtà ancora più oscuro».
I copisti di alcuni manoscritti apportarono ampie modifiche al testo. Sono più affidabili le traduzioni latine, come la «Vulgata» di Girolamo del VI secolo o la «Vetus Itala» ancora precedente, oppure le traduzioni siriaca e copta? Forse queste traduzioni furono realizzate a partire dai manoscritti sopra menzionati, che in seguito andarono perduti. Non conosciamo alcun dato certo.
Questi diversi testi delle varie versioni possono essere suddivisi in alcune categorie distinte sulla base di determinate caratteristiche comuni. Secondo Kullmann, tali categorie sono le seguenti:
Prima categoria: il cosiddetto testo siriaco. La maggior parte degli antichi manoscritti greci potrebbe essere stata preparata sulla base di questo testo. Grazie alla stampa, a partire dal XVI secolo esso si diffuse ampiamente in tutta Europa. Tuttavia, gli specialisti affermano che questo testo è probabilmente il peggiore.
Seconda categoria: il cosiddetto testo occidentale. Questa categoria comprende le antiche versioni latine e il Codex Bezae Cantabrigiensis, in entrambe le lingue, greca e latina. Secondo i commentatori della Traduzione ecumenica, una caratteristica evidente di questo testo è fornire spiegazioni, esprimere lo stesso significato mediante parole diverse, riportare dati numerici errati e tentare di conciliare le contraddizioni.
Terza categoria: il cosiddetto testo neutrale. Il Codex Vaticanus e il Codex Sinaiticus appartengono a questa categoria. Si dice che questo testo possieda un considerevole grado di purezza e accuratezza. Le moderne versioni del Nuovo Testamento seguono principalmente questo testo, sebbene, secondo la Traduzione ecumenica, anche qui vi siano notevoli errori. A questo proposito, l’unica cosa che i critici dell’epoca moderna possono fare è, secondo la Traduzione ecumenica, cercare di ricostruire «un testo che possa almeno avvicinarsi all’originale. Tuttavia, qualunque sia la situazione, non vi è alcun modo di ritrovare quell’originale».
I quattro Vangeli e la scienza moderna
Nei quattro Vangeli vi sono ben pochi eventi che possano resistere al confronto con i dati scientifici moderni.
Prendiamo anzitutto in considerazione i miracoli. Vi sono numerosi resoconti di eventi del genere, ma non è possibile formulare alcun commento scientifico riguardo a un miracolo. Vi sono due tipi di miracoli. Il primo riguarda gli esseri umani, in particolare la guarigione dei malati: per esempio, la guarigione di indemoniati, ciechi, paralitici e lebbrosi, nonché la resurrezione di Lazzaro. Il secondo tipo riguarda il comportamento degli oggetti in modo contrario alle leggi naturali: per esempio, Gesù che cammina sull’acqua o l’acqua che si trasforma in vino. Talvolta, tuttavia, anche eventi del tutto naturali sono stati considerati da una prospettiva straordinaria, perché l’intervallo di tempo era molto breve: per esempio, una tempesta che si placa immediatamente, oppure un fico che appassisce e perde le foglie, e la cattura simultanea di una quantità enorme di pesci, come se tutti i pesci del mare si fossero già radunati nel luogo in cui sarebbe stata gettata la rete.
Poiché Allah è onnipotente, può facilmente far accadere tutti questi eventi, e non vi è quindi motivo di meravigliarsene. Ciò che agli esseri umani sembra difficile o impossibile, per Allah non lo è affatto. Tuttavia, chi crede in Allah non può per questo ignorare le leggi della natura. Non vi è alcuna contraddizione tra credere nel potere miracoloso di Allah e credere nelle leggi naturali. Infatti, queste sono soltanto manifestazioni diverse della stessa potenza suprema.
Personalmente sono disposto a credere che Gesù abbia guarito un lebbroso. Ma quando si dichiara accurato e ispirato da Allah un testo contenente un racconto secondo cui tra il primo uomo e Abramo vi sarebbero stati soltanto venti intervalli generazionali, non sono in grado di accettarlo. Luca ha detto proprio questo nel suo Vangelo (3, 23-28). Tra poco spiegheremo perché il racconto di Luca e quello dell’Antico Testamento sul medesimo argomento non siano altro che pura immaginazione umana.
Riguardo alla nascita di Gesù, anche la Bibbia contiene lo stesso racconto del Corano. La legge naturale generale, valida per tutta l’umanità, non si è applicata all’origine di Gesù nel grembo materno. L’evento si è verificato al di fuori dell’ambito di tale legge naturale. Non è stato necessario che l’ovulo formatosi nell’ovaia della madre si unisse a uno spermatozoo. Eppure, secondo la legge naturale ordinaria, la nascita di un bambino è possibile soltanto dopo che l’ovulo materno si è unito allo spermatozoo maschile. Naturalmente, in alcuni casi la nascita normale di un organismo può avvenire anche senza l’unione con un maschio, e in termini scientifici questo processo è chiamato “partenogenesi”. In alcuni insetti, animali invertebrati e uccelli si osserva talvolta la nascita attraverso questo processo. Tuttavia, tali eventi sono certamente rari ed eccezionali. Esperimenti condotti su alcuni mammiferi, in particolare su coniglie, hanno mostrato che, senza l’unione con un maschio, dall’ovulo può svilupparsi un embrione a uno stadio molto iniziale. Ma solo fino a quel punto. Non è stato possibile farlo progredire ulteriormente e non si è ancora verificata, né in condizioni naturali né in laboratorio, una nascita completa senza l’unione con un maschio. Il caso di Gesù è un evento unico. Maria era una madre vergine. La sua castità è rimasta intatta e, oltre a Gesù, non ha avuto altri figli. Gesù è quindi un’eccezione alle leggi della biologia.
Nella Bibbia si parla talvolta dei fratelli e delle sorelle di Gesù (Matteo 13, 46-50 e 54-58; Marco 6, 1-6; Giovanni 7, 3 e 2, 12). Le due parole greche utilizzate sono “adelphoi” e “adelphai”, e il loro significato è fratelli e sorelle carnali. La parola semitica originale significa parenti e probabilmente veniva usata nel senso di cugini e altri parenti. Nella traduzione in greco è stato chiaramente commesso un errore.
La genealogia di Gesù
Le due genealogie riportate nei Vangeli di Matteo e Luca sollevano molte domande quanto alla veridicità del loro contenuto e alla loro conformità ai dati scientifici. In altre parole, vi sono motivi di serio dubbio riguardo all’accuratezza delle due genealogie. I commentatori cristiani si trovano in grande difficoltà su questo argomento, perché non vogliono assolutamente ammettere che quelle genealogie siano in realtà frutto dell’immaginazione umana. Gli autori del testo sacerdotale della Genesi, nel VI secolo a.C., usando la propria immaginazione prepararono una genealogia degli esseri umani primitivi. Matteo e Luca attinsero ampiamente a questa genealogia e prepararono le proprie genealogie mescolandola con il racconto dell’Antico Testamento.
È necessario chiarire innanzitutto che, nel caso di Gesù, una genealogia paterna non ha assolutamente alcun valore, perché egli non aveva padre. Pertanto, se si volesse preparare la sua genealogia, questa dovrebbe essere in realtà la genealogia di sua madre Maria.
Di seguito viene riportata la genealogia di Gesù secondo Matteo, tratta dalla Revised Standard Version della Bibbia pubblicata nel 1952. È significativo che questa genealogia si trovi proprio all’inizio del Vangelo di Matteo:
Genealogia di Gesù Cristo, figlio di Davide, figlio di Abramo
Abramo —- era padre di Isacco
Isacco —- era padre di Giacobbe
Giacobbe —- era padre di Giuda e dei suoi fratelli
Giuda —- era padre di Perez e Zerach, nati da Tamar
Perez —- era padre di Esron
Esron —- era padre di Ram
Ram —- era padre di Aminadab
Aminadab —- era padre di Naasson
Nàasson —- era il padre di Salmon
Salmon —- era il padre di Boaz, nato da Raab
Boaz —- era il padre di Obed, nato da Rut
Obed —- era il padre di Iesse
Iesse —- era il padre del re Davide
Davide —- era il padre di Salomone, nato dalla moglie di Uria
Salomone —- era il padre di Roboamo
Roboamo —- era il padre di Abia
Abia —- era il padre di Asa
Asa —- era il padre di Giosafat
Ioram —- era il padre di Ozia
Ozia —- era il padre di Iotam
Iotam —- era il padre di Acaz
Acaz —- era il padre di Ezechia
Ezechia —- era il padre di Manasse
Manasse —- era il padre di Amos
Amos era il padre di Giosia
Giosia era il padre di Ieconia e dei suoi fratelli
Questa situazione esisteva al tempo dell’esilio a Babilonia. Dopo l’esilio:
Ieconia era il padre di Salatiel
Salatiel era il padre di Zorobabele
Zorobabele era il padre di Abiud
Abiud era il padre di Eliachim
Eliachim era il padre di Azor
Azor —- era il padre di Zadoc
Zadoc —- era il padre di Achim
Achim —- era il padre di Eliud
Eliud —- era il padre di Eleazar
Eleazar —- era il padre di Matthan
Matthan —- era il padre di Giacobbe
Giacobbe —- era il padre di Giuseppe; questo Giuseppe era il marito di Maria, dal cui grembo nacque Gesù, chiamato Cristo.
Pertanto, vi sono quattordici generazioni da Abramo a Davide, quattordici generazioni da Davide fino alla deportazione a Babilonia e quattordici generazioni dalla deportazione a Babilonia fino a Cristo (Matteo 1, 1-77). La genealogia fornita da Luca (2, 23-38) è diversa da quella di Matteo. Di seguito viene citato il testo dalla Bibbia nella Revised Standard Version:
«E Gesù stesso, quando iniziò il suo ministero, aveva circa trent’anni; egli era, come si riteneva, figlio di Giuseppe (Yusuf), figlio di Eli, figlio di Mattat, figlio di Iannai, figlio di Giuseppe, figlio di Mattatia, figlio di Amos, figlio di Naum, figlio di Esli, figlio di Nagai, figlio di Maat, figlio di Mattatia, figlio di Semei, figlio di Josec, figlio di Ioda, figlio di Ioanan, figlio di Resa, figlio di Zorobabele, figlio di Salatiel, figlio di Neri, figlio di Melchi, figlio di Addi, figlio di Cosam, figlio di Elmadam, figlio di Er, figlio di Gesù, figlio di Eliezer, figlio di Mattat, figlio di Levi, figlio di Simeone, figlio di Giuda, figlio di Giuseppe, figlio di Gionam, figlio di Eliacim, figlio di Melea, figlio di Menna, figlio di Mattata, figlio di Natan, figlio di Davide, figlio di Iesse, figlio di Obed, figlio di Boaz, figlio di Salmon, figlio di Naasson, figlio di Aminadab, figlio di Admin, figlio di Arni, figlio di Esrom, figlio di Fares, figlio di Giuda, figlio di Giacobbe, figlio di Isacco, figlio di Abramo, figlio di Tare, figlio di Nahor, figlio di Serug, figlio di Reu, figlio di Peleg, figlio di Eber, figlio di Sala, figlio di Cainam, figlio di Arfacsad, figlio di Sem, figlio di Noè, figlio di Lamec, figlio di Matusalemme, figlio di Enoc, figlio di Iared, figlio di Maleleel, figlio di Cainam, figlio di Enos, figlio di Set, figlio di Adamo, figlio di Dio.»
Questa genealogia sarà più chiara se la dividiamo in due parti e la presentiamo in due liste separate. La prima lista arriva fino a Davide e la seconda comprende il periodo successivo a Davide.
Prima di Davide
Genealogia di Matteo —————————– Genealogia di Luca
—– ——- —————————– 1) Adamo
—– ——- —————————– 2) Set
—– ——- —————————– 3) Enos
—– ——- —————————– 4) Cainam
—– ——- —————————– 5) Mahalaleel
—– ——- —————————– 6) Jared
—– ——- —————————– 7) Enoch
—– ——- —————————– 8) Matusalemme
—– ——- —————————– 9) Lamec
—– ——- —————————– 10) Noè
—– ——- —————————– 11) Sem
—– ——- —————————– 12) Arpacsad
—– ——- —————————– 13) Cainan
—– ——- —————————– 14) Sela
—– ——- —————————– 15) Eber
—– ——- —————————– 16) Peleg
—– ——- —————————– 17) Reu
—– ——- —————————– 18) Serug
Matteo, precedente ad Abramo ——————19) Nahor
Non ha menzionato alcun nome. ————– 20) Terach
1) Abramo ——————————– 21) Abramo
2) Isacco ——————————– 22) Isacco
3) Giacobbe ——————————– 23) Giacobbe
4) Giuda ——————————– 24) Giuda
5) Perez ——————————– 25) Perez
6) Esron —————————— 26) Esron
7) Ram ———————————— 27) Arni
8) Aminadab ————————— 28) Admin
9) Nacson —————————— 29) Aminadab
10) Salmon —————————— 30) Nacson
11) Boaz ——————————- 31) Sala
12) Obed ——————————– 32) Boaz
13) Iesse ——————————– 33) Obed
14) Davide ——————————– 35) Davide
Dopo Davide
Il racconto di Matteo —————————— Il racconto di Luca
14) Davide ——————————– 35) Davide
15) Salomone —————————– 36) Natan
16) Roboamo ———————— 37) Mattata
17) Abia ————————- 38) Menna
18) Asa —————————– 39) Melea
19) Giosafat ——————– 40) Eliakim
20) Ioram ————————— 41) Ionam
21) Ozia —————————- 42) Giuseppe
22) Iotam —————————- 43) Giuda
23) Acaz —————————– 44) Simeone
24) Ezechia ————————- 45) Levi
25) Manasse ————————— 46) Mattata
26) Amos —————————– 47) Iorim
27) Giosia —————————– 48) Eliezer
28) Ieconia ————————- 49) Giosuè
Deportazione a Babilonia ———————– 50) Er
29) Salatiel ————————- 51) Elmadam
30) Zorobabele ———————– 52) Cosam
31) Abiud —————————– 53) Addi
32) Eliacim ————————- 54) Melchi
33) Azor —————————- 55) Neri
34) Sadoc —————————— 56) Salatiel
35) Achim ——————————- 57) Zorobabele
36) Eliud —————————– 58) Resa
37) Eleazaro ————————– 59) Ioanàn
38) Maon ——————————— 60) Ioda
39) Giacobbe —————————— 61) Giuseppe
40) Giuseppe —————————– 62) Semeìn
41) Gesù ———————————- 63) Mattia
——————————————— 64) Maat
——————————————— 65) Naggài
——————————————— 66) Esli
——————————————— 67) Naum
——————————————— 68) Amos
——————————————— 69) Mattatia
——————————————— 70) Giuseppe
——————————————— 71) Iannài
——————————————— 72) Melchi
——————————————— 73) Levi
——————————————— 74) Mattat
——————————————— 75) Eli
——————————————— 76) Giuseppe
——————————————— 77) Gesù
Differenze rispetto all’Antico Testamento nei manoscritti
Oltre alle differenze di ortografia, sono degni di nota i seguenti aspetti dei due Vangeli:
Il Vangelo di Matteo
Nel manoscritto del VI secolo di straordinaria importanza, chiamato Codex Bezae Cantabrigiensis, redatto sia in greco sia in latino, non è presente alcuna genealogia. La genealogia era scomparsa dal manoscritto greco e, in larga parte, era scomparsa persino dal manoscritto latino. Probabilmente le pagine iniziali erano andate perdute.
È particolarmente degno di nota il modo in cui Matteo ha alterato l’Antico Testamento a questo riguardo. Per ottenere una spettacolare dimostrazione numerica, cominciò ad abbinare i nomi elencati nella genealogia, ma, come abbiamo già visto, alla fine non portò a termine il lavoro.
Vangelo di Luca
Prima di Abramo: Luca menziona 20 nomi, mentre nell’Antico Testamento ne sono menzionati soltanto 19 (si veda l’elenco dei discendenti di Adamo fornito in precedenza). Dopo il nome di Arfacsad (n. 12), Luca ha aggiunto il nome di Cainam (n. 13), sebbene nella Genesi non sia menzionato come figlio di Arfacsad.
Da Abramo a Davide: nei manoscritti si trovano, per questo periodo, da 14 a 16 nomi.
Da Davide a Gesù
Nel Codex Bezae Cantabrigiensis si trova l’esempio più significativo di questa differenza. La ragione di tale differenza è che Luca, prendendo informazioni dalla genealogia di Matteo, ne preparò personalmente una genealogia fantasiosa, e gli scribi vi aggiunsero altri cinque nomi. Purtroppo, però, da questo manoscritto è scomparsa la genealogia del Vangelo di Matteo. Di conseguenza, ora non vi è più alcun modo per fare un confronto.
Critica a questo riguardo
Le due genealogie che abbiamo davanti presentano entrambe una caratteristica comune: entrambe le linee sono passate attraverso Abramo e Davide. Per esaminare la questione, divideremo la genealogia in tre parti: (1) da Adamo ad Abramo; (2) da Abramo a Davide; (3) da Davide a Gesù.
(1) Da Adamo ad Abramo
Matteo ha iniziato la sua genealogia da Abramo. Pertanto, qui il suo resoconto non esiste. Solo Luca ha fornito i nomi di venti antenati di Abramo fino ad Adamo. Eppure abbiamo già visto che nel Libro della Genesi (capitoli 4, 5 e 11) compaiono soltanto diciannove nomi.
Ma è forse credibile che prima di Abramo siano esistite soltanto diciannove o venti generazioni? Questo problema è stato esaminato nella discussione sull’Antico Testamento. Se si considera l’elenco dei discendenti di Adamo riportato nel Libro della Genesi e si tiene conto della durata dei periodi indicati nella Bibbia, si vede che tra la prima comparsa dell’uomo sulla Terra e la nascita di Abramo sono trascorsi all’incirca diciannove secoli. Attualmente si ritiene che Abramo sia vissuto nel 1850 a.C.; sulla base di ciò, secondo i dati dell’Antico Testamento, risulta che la prima comparsa dell’uomo sulla Terra sarebbe avvenuta all’incirca nel trentottesimo secolo a.C. Nel fare questo calcolo egli ha affermato una palese falsità, e abbiamo già visto la conclusiva argomentazione storica che conduce a questa conclusione.
Tutti riconoscono che oggi le informazioni dell’Antico Testamento non sono più accettabili. Nel Secondo Concilio Vaticano tali informazioni sono state dichiarate «obsolete». È molto importante l’opinione secondo cui nei Vangeli sono state utilizzate proprio queste informazioni scientificamente incoerenti, e questo argomento può essere usato contro coloro che sostengono l’accuratezza storica dei Vangeli.
I commentatori non hanno tardato a rendersi conto di questo pericolo. Perciò cercano di cavarsela sostenendo che questa genealogia non è completa e che Luca ha omesso alcuni nomi. Essi affermano che abbia omesso intenzionalmente dei nomi, perché il suo «unico obiettivo era stabilire una linea genealogica approssimativa, con le caratteristiche essenziali, sulla base della realtà storica» (A. Tricot, Little Dictionary of the New Testament, Parigi). Ma, sulla base di ciò che è scritto nel Vangelo, non vi è alcun fondamento per affermarlo. Infatti, nel Vangelo è detto che A era il padre di B, oppure che B era il figlio di A. In particolare, per il periodo precedente ad Abramo, Luca si è basato interamente sull’Antico Testamento, dove il resoconto è presentato in questo modo: dopo aver raggiunto l’età di P anni, A divenne padre di B; dopo aver raggiunto l’età di D anni, B divenne padre di G. Pertanto non vi è alcuna possibilità di lacune.
Alla luce di tutte le informazioni raccolte nell’epoca moderna, la genealogia di Gesù prima di Abramo, riportata da Luca, non può in alcun modo essere accettata.
(2) Da Abramo a Davide
Per questo periodo le genealogie dei due coincidono quasi completamente, salvo uno o due nomi. I nomi che non coincidono possono essere facilmente spiegati come errori del copista.
Ma ciò significa forse che si debba ritenere che gli evangelisti Matteo e Luca abbiano fornito resoconti infallibili?
Secondo i calcoli degli storici, Davide visse intorno al 1000 a.C., mentre Abramo visse intorno al 1800-1850 a.C. Ora, per accettare come esatti i resoconti di Matteo o di Luca, bisogna ammettere che, in un periodo di circa ottocento anni, siano vissute da quattordici a sedici generazioni. Ma è mai credibile? Per quanto riguarda quest’epoca, ciò che viene detto nel resoconto dei Vangeli ha quasi oltrepassato i limiti della probabilità e della credibilità.
(3) Il periodo successivo a Davide
Confrontando la genealogia da Davide fino a Giuseppe, cioè fino a Gesù, si constata che il resoconto di Luca non coincide affatto con quello di Matteo.
Per quanto riguarda Luca, lasciando per il momento da parte la chiara falsificazione contenuta nel Codex Bezae Cantabrigiensis, possiamo confrontare ciò che è scritto nei due manoscritti più autorevoli, il Codex Vaticanus e il Codex Sinaiticus.
Nella genealogia di Luca, dopo Davide (n. 35) e fino a Gesù (n. 77), vi sono complessivamente 42 nomi. Al contrario, nella genealogia di Matteo, da Davide (n. 14) fino a Gesù (n. 41), vi sono complessivamente 27 nomi. I nomi di tutti i presunti antenati di Gesù indicati dopo Davide sono diversi nei due resoconti. Inoltre, anche i nomi riportati non coincidono nei due resoconti. Ma non è tutto.
Matteo ci ha detto di aver scoperto come i 14 nomi della genealogia di Gesù, dopo Abramo, siano stati divisi in tre gruppi. Il primo gruppo va da Abramo a Davide, il secondo da Davide fino alla deportazione a Babilonia e il terzo dalla deportazione fino a Gesù. Nei primi due gruppi del suo resoconto vi sono effettivamente 14 nomi ciascuno, ma nel terzo ve ne sono soltanto 13, non 14. Nella lista da lui fornita, il nome di Salatiel occupa il numero 29, mentre quello di Gesù occupa il numero 41. Non si trova alcuna versione del suo resoconto in cui il terzo gruppo contenga 14 nomi.
Per portare a 14 il numero dei nomi nel suo secondo gruppo, Matteo ha ampiamente modificato la genealogia riportata nell’Antico Testamento. I nomi dei sei discendenti di Davide (dal numero 15 al 20) coincidono con il resoconto dell’Antico Testamento, ma nel capitolo Secondo delle Cronache egli ha omesso i nomi dei tre discendenti di Ioram (numero 20), cioè Acazia, Ioas e Amasia. Altrove Matteo afferma che Ieconia (numero 28) è figlio di Giosia, ma nel capitolo Secondo dei Re dell’Antico Testamento si vede che tra Giosia e Ieconia vi è un’altra persona, di nome Eliakim.
Si vede dunque che Matteo ha modificato la genealogia riportata nell’Antico Testamento per presentare un elenco artificiale di 14 nomi nel periodo compreso tra Davide e la deportazione a Babilonia. Inoltre, nel terzo gruppo di Matteo manca un nome. In altre parole, nessuna delle versioni della Bibbia attualmente in uso contiene esattamente 14 nomi. Si potrebbe tentare di attribuire la mancanza di un nome all’errore di un antico copista, ma in realtà non è questo il punto principale. Il punto principale è che tutti i commentatori hanno mantenuto il silenzio su questa questione, senza farne il minimo cenno. Quale potrebbe essere la spiegazione del loro silenzio? W. Trilling, nella sua opera “Il Vangelo secondo Matteo” (editore Desclée, Parigi), ha demolito questa pia cospirazione del silenzio con una sola frase. La questione è molto importante, perché diversi commentatori di questo Vangelo, tra cui la Traduzione Ecumenica e il cardinale Daniélou, hanno sottolineato con particolare forza il grande significato simbolico del calcolo 3×14 di Matteo. In altre parole, questo significato era così importante per Matteo che, per arrivare a tale calcolo, non esitò nemmeno a omettere i nomi riportati nell’Antico Testamento.
Non vi è alcun dubbio che i commentatori possano escogitare qualche pretesto per sostenere l’operato di Matteo. Ma come possono sottrarsi alla verità che, occultando i nomi, Matteo ha finito per vanificare proprio lo scopo principale che voleva dimostrare?
Interpretazioni e commenti degli esperti moderni
Il cardinale Danielo ha affermato nella sua opera “I Vangeli dell’infanzia” (Editions du Seuil, Parigi) che la “progettazione numerica” di Matteo possiede una particolare importanza simbolica, poiché proprio attraverso questa proposta è stata dimostrata la genealogia di Gesù, e anche Luca ha sostenuto tale tesi. Secondo lui, Matteo e Luca erano in realtà degli storici: avevano portato a termine una “ricerca storica” e avevano raccolto quelle genealogie dai “documenti familiari di Gesù”.
A questo proposito, è significativo che non sia mai stata trovata alcuna traccia dei documenti familiari di Gesù. L’autore ha affermato di aver appreso dell’esistenza di tali documenti dalla Storia ecclesiastica scritta da Eusebio Pamphili. Tuttavia, vi sono molte cose da dire sulle capacità e sull’affidabilità dello stesso Pamphili. Inoltre, perché mai il documento familiare di Gesù dovrebbe contenere proprio due genealogie di due tipi diversi? È forse perché due cosiddetti “storici” hanno fornito due genealogie diverse che si è dovuto scoprire nel documento due genealogie differenti?
Il cardinale Danielo si è scagliato contro tutti coloro che hanno criticato questo suo punto di vista: “Nel tentativo di interpretare il Vangelo, molti esperti si sono smarriti a causa della mentalità occidentale, dell’ignoranza della religione ebraico-cristiana e della mancanza di una prospettiva semitica. Hanno applicato a tale interpretazione le proprie prospettive, influenzate da Platone, Cartesio, Hegel e Heidegger. È quindi facile comprendere che abbiano mescolato insieme contenuti di ogni genere.” Ma quale rapporto può esserci tra l’assunzione di un atteggiamento critico nei confronti di quella genealogia fittizia e filosofi come Platone, Cartesio, Hegel o Heidegger?
Nel tentativo di trovare il significato della formula 3×14 di Matteo, l’autore ha avanzato e analizzato una proposta bizzarra. Si possono citare qui le sue stesse parole: “In realtà, qui si parla delle dieci settimane generali della rivelazione ebraica. Bisogna escludere le prime tre settimane per il periodo che va da Adamo ad Abramo; resteranno allora sette settimane di anni; le prime sei di esse saranno il sestuplo di sette, in relazione alle tre serie di quattordici; mentre la settima settimana rimanente è iniziata con il tempo di Gesù, perché insieme a Gesù è iniziata la settima era del mondo.” Una simile interpretazione è chiaramente indegna di commento.
Anche i commentatori della Traduzione ecumenica—Nuovo Testamento hanno fornito un’interpretazione numerica dello stesso genere, altrettanto ridicola. Hanno spiegato così la formula 3×14 di Matteo:
(a) Il numero 14 potrebbe essere la somma numerica delle consonanti del nome ebraico David: D=4 e V=6; dunque 4+6+4=14.
(b) 3X14=16X7 e Gesù giunge alla fine della sesta settimana della storia sacra iniziata con l’avvento di Abramo.”
Nel caso di Luca, in quell’opera sono stati riportati 77 nomi da Adamo a Gesù, e ancora una volta il numero 7 è stato introdotto nel modo seguente: 77 è stato diviso per 7, cioè 7X11=77. È evidente che, ovunque la differenza numerica sia stata creata aggiungendo o sottraendo qualche nome, i 77 nomi sono del tutto artificiali e immaginari. Tuttavia, è degno di nota che questo gioco dei numeri si accordi piuttosto bene con la teoria.
Sulla base delle due genealogie di Gesù presenti nei Vangeli, i commentatori cristiani hanno mostrato esercizi d’ingegno pari alla capacità immaginativa di Matteo e Luca.
Contraddizioni e improbabilità nei racconti
Ciascuno dei quattro Vangeli contiene il racconto di numerosi eventi, presenti forse in uno solo, in alcuni o in tutti i Vangeli. Quando il racconto di un simile evento si trova in un solo Vangelo, sorgono alcuni seri problemi. Talvolta si constata che un evento di estrema importanza è stato narrato forse soltanto in un Vangelo. Si può citare, ad esempio, l’ascensione al cielo di Gesù nel giorno della sua resurrezione. Altrove, diversi eventi sono narrati in modi molto differenti in due o più Vangeli. I cristiani generalmente trascurano queste contraddizioni; ma quando scoprono una simile differenza tra più Vangeli, ne rimangono davvero stupiti. La ragione del loro stupore è che per lungo tempo è stato loro assicurato che gli autori del Nuovo Testamento avevano visto con i propri occhi ciascuno degli eventi da loro narrati.
Alcuni casi di tali improbabilità e contraddizioni sono già stati menzionati. Tuttavia, è soprattutto nei racconti degli ultimi anni della vita di Gesù, e in particolare negli eventi successivi alle sue sofferenze, che si trovano più numerosi esempi di differenze e contraddizioni nella narrazione.
Il racconto delle sofferenze
Padre Roset ha osservato egli stesso che l’evento della Pasqua ebraica (la festa commemorativa della liberazione degli ebrei dalla schiavitù in Egitto) è stato indicato, nei diversi Vangeli, come avvenuto in momenti differenti in relazione all’ultima cena di Gesù con i discepoli. Giovanni ha detto che l’ultima cena si è tenuta “prima della festa di Pasqua”, mentre gli altri tre evangelisti hanno detto che la cena ebbe luogo durante quella festa. Da questa differenza è emersa una chiara improbabilità: proprio la cena è diventata impossibile a causa del suo rapporto con la festa di Pasqua. Per coloro che conoscono l’importanza della Pasqua nella storia ebraica e quella della cena d’addio di Gesù ai discepoli nella storia cristiana, come è possibile credere che gli evangelisti abbiano completamente dimenticato la successione di questi due eventi?
Analogamente, ciascun evangelista ha narrato in modo diverso la Passione (l’episodio della persecuzione e della crocifissione di Gesù). In particolare, il racconto di Giovanni è completamente diverso da quello degli altri tre. Inoltre, il racconto di Giovanni dell’Ultima Cena e della Passione è molto lungo: quasi il doppio di quello di Marco e Luca e circa una volta e mezza quello di Matteo. Nel Vangelo di Giovanni vi è un lungo discorso di Gesù ai discepoli, che occupa quattro capitoli (14-17). In questo discorso egli dice di impartire le sue ultime istruzioni e di aver dato le sue ultime disposizioni religiose. Ma negli altri tre Vangeli non vi è la minima traccia di questo discorso. D’altra parte, Giovanni non fa neppure il minimo cenno al racconto della preghiera di Gesù nel giardino del Getsemani, narrato da Matteo, Luca e Marco.
Nel libro di Giovanni non vi è il racconto dell’Eucaristia
Leggendo il racconto della Passione nel libro di Giovanni, ciò che colpisce maggiormente il lettore è che egli non fa alcun cenno all’Eucaristia (il rito mediante il quale, mangiando il pane e bevendo il vino consacrati, ci si unisce a Gesù) celebrata da Gesù e dai suoi discepoli durante l’Ultima Cena.
Probabilmente non si troverà neppure un cristiano che non conosca il dipinto dell’Ultima Cena. In quel dipinto si vede Gesù seduto per l’ultima volta a tavola con i suoi discepoli. Quasi tutti gli artisti famosi del mondo hanno dipinto quest’immagine, nella quale si vede Giovanni seduto accanto a Gesù. È significativo che proprio questo Giovanni siamo soliti considerare l’autore del Vangelo conosciuto con quel nome.
Sebbene possa sembrare sorprendente a molti, è vero che la maggior parte degli studiosi non considera Giovanni l’autore del quarto Vangelo. E in questo Vangelo non vi è alcun cenno all’Eucaristia. Eppure quell’evento, nel quale il pane e il vino vengono consacrati e si trasformano nel corpo e nel sangue di Gesù, è una parte indispensabile del culto cristiano. Sebbene in forme diverse, gli altri evangelisti ne hanno fatto menzione; Giovanni, invece, non dice nulla al riguardo. Nei racconti dei quattro si riscontrano soltanto due elementi comuni: il rinnegamento di Pietro e la profezia sul tradimento da parte di un apostolo (il nome di Giuda Iscariota è menzionato soltanto da Matteo e Giovanni). Inoltre, il fatto che Gesù abbia lavato i piedi ai suoi discepoli prima di quella cena si trova narrato soltanto da Giovanni.
Ma perché nel libro di Giovanni non si fa menzione di quell’Eucaristia? Riflettendo imparzialmente, la prima risposta che viene in mente è questa: se il racconto degli altri tre libri è vero, allora quella parte del libro di Giovanni è probabilmente andata perduta. I commentatori cristiani, tuttavia, non sono giunti a una simile conclusione. Si possono esaminare alcune delle loro opinioni al riguardo.
A. Tricot, nel suo libro intitolato «Il piccolo dizionario del Testamento», sotto il titolo «Ultima Cena», ha scritto: «Gesù consumò l’ultima cena con i dodici discepoli e in quella circostanza istituì il rito dell’Eucaristia. I primi tre Vangeli (Matteo, Marco e Luca) ne riferiscono, mentre il quarto Vangelo (Giovanni) ne offre un resoconto dettagliato». Ma sotto il titolo «Eucaristia» ha scritto: «Nei primi tre Vangeli vi è un breve racconto dell’istituzione di questo rito; esso costituisce una parte importante del metodo d’insegnamento religioso del profeta. Nel contesto del discorso di Gesù sul “pane della vita”, Giovanni (6, 32-58) ha aggiunto molte altre informazioni e particolari a quel breve racconto». Eppure è sorprendente che egli non abbia affatto menzionato il fatto che Giovanni non offre alcun racconto dell’istituzione dell’Eucaristia. Ciò che egli dice sulle molte informazioni e sui molti particolari non ha alcun rapporto con l’istituzione dell’Eucaristia, perché Giovanni ha narrato principalmente l’episodio della lavanda dei piedi dei discepoli. Il riferimento del commentatore Tricot al «pane della vita» è una questione completamente distinta. Non ha alcun rapporto con l’Ultima Cena. Nel suo discorso Gesù si limitò a menzionare la manna che gli ebrei ricevevano ogni giorno da Allah mentre, dopo essere fuggiti dall’Egitto sotto la guida di Mosè, si trovavano nel deserto; e soltanto nel libro di Giovanni è stato registrato questo riferimento. Parlando del pane, Gesù fece incidentalmente riferimento all’Eucaristia; Giovanni menzionò anche questo nel paragrafo successivo, ma negli altri tre libri non vi è alcun cenno a tale argomento.
Dunque, si vede che Giovanni non ha detto nulla riguardo a ciò che hanno detto gli altri tre; e, a loro volta, essi non hanno detto nulla riguardo a ciò che ha detto Giovanni (la profezia attribuita a Gesù). Davvero sorprendente!
I commentatori della traduzione ecumenica della Bibbia del Nuovo Testamento hanno riconosciuto l’assenza, nell’opera di Giovanni, di un resoconto sull’Eucaristia. Essi dicono: «Giovanni non è molto interessato alle leggende o alle consuetudini dell’antico Israele. Probabilmente è per questo che non ha narrato l’episodio dell’istituzione dell’Eucaristia». Come si può accettare questo argomento? Giovanni può anche non essere interessato alle antiche consuetudini degli ebrei, ma come avrebbe potuto ignorare una cerimonia tanto importante della nuova religione cristiana?
Gli studiosi cristiani sono talmente imbarazzati al riguardo che vogliono scoprire, nell’opera di Giovanni, un episodio della vita di Gesù nel quale si possa trovare il resoconto o almeno un’allusione a qualcosa di simile all’Eucaristia. Si può citare, per esempio, Oscar Cullmann. Nel suo libro intitolato «Il Nuovo Testamento», egli dice: «La trasformazione dell’acqua in vino e il fatto di sfamare cinquemila persone con cinque pani contengono un’anticipazione dell’Ultima Cena, cioè della celebrazione dell’Eucaristia». Si ricorderà che, quando in una festa nuziale a Cana venne a mancare il vino, Gesù trasformò l’acqua in vino. Giovanni, nella sua opera (2, 1-12), ha narrato questo episodio come il primo miracolo di Gesù; tra i quattro evangelisti, è l’unico ad averlo menzionato. I cinque pani d’orzo aumentarono miracolosamente a tal punto che fu possibile sfamare senza difficoltà cinquemila persone. Nel narrare questi due episodi, Giovanni non fece alcun commento particolare; e ciò che gli studiosi moderni sostengono di avervi intravisto può essere definito, al massimo, un’abnorme espansione della loro immaginazione. Cullmann ha avanzato anche altri argomenti dello stesso genere. Ha detto che, nel fatto che Gesù guarisca un paralitico e un cieco, «vi è una profezia del battesimo», e che, «nell’acqua e nel sangue fuoriusciti da un lato del suo corpo dopo la morte di Gesù, vi è la prova che il battesimo e l’Eucaristia sono radicati nello stesso fondamento». Che altro si può commentare su argomenti di questo tipo?
Padre Roget, nel suo libro intitolato «Iniziazione al Vangelo», ha esposto così un altro singolare argomento di Oscar Cullmann: «Alcuni teologi, come Oscar Cullmann, considerano l’episodio della lavanda dei piedi dei discepoli da parte di Gesù, prima dell’Ultima Cena, come un simbolo dell’istituzione dell’Eucaristia».
Osservando a quali livelli siano scesi i teologi e quali argomenti abbiano escogitato per rendere facilmente accettabile ai comuni cristiani l’assenza di qualsiasi riferimento all’Eucaristia nell’opera di Giovanni, non si può fare a meno di rimanere davvero sbalorditi.
Le apparizioni di Gesù dopo la morte
È già stato menzionato, come esempio, il libero sfogo dell’immaginazione con cui, nell’opera di Matteo, viene narrato un presunto evento miracoloso verificatosi al momento della morte di Gesù. In merito agli avvenimenti successivi alla risurrezione di Gesù dalla tomba, i quattro evangelisti hanno fornito quattro resoconti diversi, cioè contraddittori tra loro. Padre Roget, a pagina 182 del suo libro «Iniziazione al Vangelo», ha citato alcuni esempi di questi resoconti contraddittori e persino ridicoli.
Egli ha detto: «Il numero delle donne riunitesi presso la tomba è indicato in tre modi diversi nei primi tre Vangeli. Nel Vangelo di Giovanni si parla di una sola donna, e precisamente di Maria Maddalena. Tuttavia ella parla al plurale: “Non sappiamo dove lo abbiano deposto”; perciò sembra che non fosse sola. Nell’opera di Matteo, un angelo predisse alle donne che avrebbero visto Gesù in Galilea. Ma poco dopo Gesù apparve loro proprio accanto alla sua tomba. Luca, probabilmente avendo previsto questa contraddizione, modificò alquanto il resoconto nella propria opera. L’angelo disse: “Ricordate come vi parlava quando era ancora in Galilea …”. In realtà, Luca ha parlato di tre apparizioni di Gesù. Anche Giovanni ne ha menzionate tre: due volte a Gerusalemme, in una stanza al piano superiore, a distanza di una settimana, e una volta sulla riva del lago di Galilea. Matteo ha parlato di una sola apparizione in Galilea».
Padre Roget ha escluso dal suo esame il relativo resoconto di Marco, perché ritiene che quella parte sia «probabilmente opera di qualcun altro».
Da tutti questi dati risulta che non vi è alcun fondamento per l’affermazione contenuta nella Prima lettera di Paolo ai Corinzi (15, 5-7), secondo cui Gesù sarebbe apparso a più di cinquemila persone, a Giacomo, a tutti gli apostoli e allo stesso Paolo.
Stando così le cose, è sorprendente che padre Rosset, nella stessa opera, abbia aspramente criticato alcuni scritti per le loro pompose descrizioni di fantasie infantili riguardo alla resurrezione di Gesù. Eppure questo commento si applica soprattutto a Matteo e Paolo, poiché le loro affermazioni su tale questione sono completamente in contrasto con quelle degli altri apostoli.
Inoltre, il racconto di Luca negli Atti degli Apostoli riguardo all’apparizione di Gesù a Paolo presenta notevoli discrepanze rispetto al racconto dello stesso Paolo sulla questione. Osservando questa situazione, padre Kanengisser ha affermato con forza nella sua opera Faith in the Resurrection, Resurrection of Faith (1974) che Paolo è «l’unico testimone oculare della resurrezione di Gesù e nessun altro autore del Nuovo Testamento può rivendicare questo onore, poiché attraverso i suoi scritti le sue parole sono giunte direttamente fino a noi». Eppure egli non ha mai dichiarato di aver incontrato personalmente Gesù risorto. Certo, ha accennato alla questione per tre volte, con grande cautela, ma non ne ha mai fornito alcun racconto.
Il contrasto tra i racconti dei Vangeli e quello di Paolo, il quale, pur essendo un testimone oculare, non ha detto nulla con chiarezza, è dunque evidente e manifesto.
Anche Oscar Cullmann, nella sua opera Il Nuovo Testamento, ha rilevato una contraddizione tra i racconti di Luca e Matteo. Luca dice che Gesù apparve in Giudea, mentre Matteo dice che apparve in Galilea.
A questo proposito si può rilevare anche la contraddizione tra i racconti di Giovanni e Luca. Giovanni dice (21, 1-14) che Gesù, risorto dalla tomba, apparve ai pescatori sulla riva del mare di Tiberiade; essi riuscirono così a pescare una quantità di pesci talmente grande che trasportarli divenne per loro difficile. In realtà, questa storia non è altro che la ripetizione del racconto della pesca miracolosa nello stesso luogo, che Luca presenta (5, 1-11) come un episodio avvenuto durante la vita terrena di Gesù.
Commentando questa apparizione di Gesù, padre Rosset ha scritto nella sua opera, per rassicurare, che il carattere «sconnesso, oscuro e disordinato» dell’episodio produce piuttosto fede. Infatti, da tutti questi dati risulta che tra gli evangelisti non vi fu alcuna concertazione su questo punto; altrimenti avrebbero certamente fornito tutti un unico racconto. Ma era davvero possibile che vi fosse stata una concertazione tra loro? Questo ragionamento è davvero singolare. In realtà, forse essi misero per iscritto le leggende diffuse nelle rispettive comunità, e in tutte le leggende, a loro insaputa, vi era un’espansione dell’immaginazione. Date le numerose contraddizioni e improbabilità nella descrizione degli eventi, non resta altra possibilità che giungere a questa conclusione.
L’ascensione di Gesù
Le contraddizioni sono ancora presenti, fino alla fine stessa del racconto. Infatti, né Giovanni né Matteo hanno fatto alcun riferimento all’ascensione di Gesù; ne hanno parlato soltanto Marco e Luca.
Marco dice (16, 19) che Gesù «fu elevato al cielo e prese posto alla destra di Dio», ma non dice quanto tempo dopo l’episodio della sua uscita dalla tomba, da lui narrato, ebbe luogo l’ascensione. È significativo che questa frase si trovi nell’ultimo paragrafo della Bibbia di Marco. Padre Roset ritiene che il paragrafo sia «un’aggiunta apocrifa», ma secondo la Chiesa è assolutamente autentico.
Veniamo poi al racconto di Luca. Soltanto Luca ha fornito un resoconto coerente dell’ascensione (24, 51). Egli dice: «Si separò da loro e fu portato in cielo». Con «loro» si intendono qui gli undici apostoli, poiché Giuda, il dodicesimo apostolo, era già morto. L’ascensione viene menzionata dopo il racconto dell’uscita dalla tomba e delle apparizioni agli apostoli; di conseguenza sembra che l’uscita dalla tomba e l’ascesa al cielo siano avvenute nello stesso giorno. Nel libro degli Atti degli Apostoli, Luca (che tutti considerano l’autore) ha descritto così l’apparizione agli apostoli nel periodo intercorso tra la passione e l’ascensione: «Dopo aver patito, si presentò loro vivo, con molte prove. Si mostrò loro per quaranta giorni e parlò del regno di Dio» (capitolo 1, 3).
È sulla base di questo racconto che si celebra la festa dell’ascensione quaranta giorni dopo Pasqua, la festa della risurrezione di Gesù dalla tomba. Si vede dunque che la data di questa festa è in diretta contraddizione con il racconto del Vangelo di Luca. Nessun altro Vangelo ha fornito in altro modo una giustificazione logica di tale data.
Ogni cristiano consapevole di questa incongruenza ne è necessariamente turbato. L’argomento è stato affrontato nell’opera «La traduction œcuménique», ma senza fornire alcuna spiegazione. Ci si è limitati ad affermare che questi quaranta giorni potrebbero avere qualche relazione con la missione di Gesù.
Tuttavia, alcuni commentatori che vogliono spiegare ogni cosa e armonizzare tutte le incongruenze hanno fornito in proposito alcune spiegazioni piuttosto singolari.
Nell’opera «La sinossi dei quattro Vangeli», curata nel 1972 dalla Scuola biblica di Gerusalemme (volume II, pagina 451), si trova una spiegazione altrettanto singolare. Nel criticare il termine «ascensione», vi si afferma: «In realtà non vi fu alcuna ascensione in senso fisico, perché Dio non è né in basso né in alto». È assai difficile comprendere il senso di questa osservazione. Infatti, se Luca non intendeva parlare di un’ascesa verso il cielo, che cosa intendeva realmente? In un’altra parte dell’opera si legge: «Il racconto contenuto negli Atti degli Apostoli, secondo cui l’ascensione ebbe luogo quaranta giorni dopo la risurrezione dalla tomba, è un procedimento letterario; esso è stato adottato per sottolineare che si era conclusa la presenza di Gesù nel mondo. Nel Vangelo di Luca, invece, si afferma che l’ascensione ebbe luogo la sera della domenica di Pasqua. Infatti, nel narrare i vari eventi successivi alla scoperta della tomba vuota, avvenuta la mattina del giorno della risurrezione, Luca non ha lasciato alcun intervallo tra i due eventi. Si tratta certamente di un procedimento letterario. Esso è stato adottato per lasciare trascorrere un certo tempo tra la risurrezione di Gesù dalla tomba e le sue apparizioni ai discepoli.»
Non è affatto chiaro quale sia in realtà il significato di questa spiegazione. Tuttavia, non è probabilmente difficile capire che il commentatore ha cercato di liberarsi da una situazione imbarazzante e scomoda tessendo una rete di parole. La spiegazione che Padre Roset ha fornito su questo argomento nella sua opera rende ancora più evidente la sua stessa difficoltà. Egli ha parlato dell’ascensione non una, ma due volte: dal punto di vista di Gesù, la risurrezione e l’ascensione sono sì due parti dello stesso evento, ma dal punto di vista dei discepoli l’ascensione non ebbe luogo finché non si conclusero le sue apparizioni. Dopo aver ispirato i discepoli affinché potesse iniziare l’era della Chiesa, egli concluse le sue apparizioni a loro e ascese al cielo.
Mettendo in guardia quei lettori che non sono in grado di comprendere il significato o la portata di questo profondo ragionamento (che non ha alcun fondamento scritturale), padre Rosette ha detto: «Come in molti altri casi, anche in questo, se si ignora il significato religioso e si accetta alla lettera il racconto della Bibbia, il problema sembrerà irrisolvibile. Qui non si tratta di esprimere un fatto reale mediante simboli incoerenti. Ciò che qui è avvenuto è che gli autori religiosi hanno rivelato il mistero attraverso soggetti e oggetti dello stesso tipo di quelli che siamo capaci di comprendere con i sensi e l’intelligenza della nostra vita terrena; ed è sempre necessario tenere presenti il loro intento religioso e spirituale.»
In realtà, nel tentativo di spiegare ciò che è inspiegabile, i commentatori tessono questo genere di rete di frasi prive di senso. D’altra parte, quando si cerca di sostenere qualcosa che non può essere sostenuto, non c’è altra possibilità.
L’ultimo colloquio di Gesù e il Paraclito nel Vangelo di Giovanni
Soltanto Giovanni ha riferito dell’ultimo colloquio di Gesù con i discepoli. L’episodio avvenne dopo l’Ultima Cena e prima dell’arresto di Gesù. L’episodio si conclude con un lungo discorso di Gesù. Il racconto di questo episodio e del discorso occupa quattro capitoli del Vangelo di Giovanni (14-17). In nessun altro Vangelo, naturalmente, se ne trova anche il minimo accenno. Gli argomenti descritti in quei quattro capitoli sono molto importanti e significativi per il futuro orientamento e la prospettiva dei cristiani. L’episodio è narrato in un’atmosfera solenne e sacra, adatta al congedo di un maestro profondamente venerato dai suoi discepoli.
Eppure questa toccante scena d’addio, che contiene la prova della spiritualità di Gesù, è del tutto assente nei testi di Matteo, Marco e Luca. Quale potrebbe essere la possibile spiegazione di questa assenza? Si può chiedere: quel discorso era forse presente in origine nei primi tre Vangeli? È stato poi eliminato? Perché? Non esiste risposta a questa domanda. Non si trova risposta da nessuna parte. La questione è davvero avvolta nel mistero e incomprensibile.
I temi principali di questo episodio, presenti nel discorso di Gesù, sono la condizione futura degli esseri umani descritta da Gesù, il suo particolare desiderio di parlare all’assemblea dei discepoli, la presentazione della verità all’intera umanità per mezzo loro, l’identificazione della guida che gli uomini dovranno necessariamente seguire dopo la loro partenza dal mondo, e l’esposizione chiara delle sue stesse istruzioni e raccomandazioni al riguardo. Nel Vangelo di Giovanni, quella guida è chiamata in greco «Parakletos»; in inglese viene chiamata «Paraclete». I relativi passi originali del Vangelo sono i seguenti:
«Se mi amate, osserverete tutti i miei comandamenti. E io pregherò il Padre, ed egli vi darà un altro Consolatore (Paraclito).» (14, 15-16) Ma qual è il significato della parola Paraclito? Nel testo del Vangelo di Giovanni attualmente in uso, la parola viene spiegata così:
«Ma quel Consolatore, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che vi ho detto.» (14, 26)
«Egli renderà testimonianza su di me.» (15, 26)
«Quando verrà lo Spirito della verità, egli vi guiderà e vi condurrà a tutta la verità; infatti non parlerà da sé, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annuncerà anche gli eventi futuri. Egli mi glorificherà.» (16, 13-14)
I quattro capitoli di Giovanni (14-17) non sono stati qui citati integralmente. Tuttavia, ciò che è stato citato esprime correttamente il messaggio fondamentale.
È degno di nota che nel testo il termine «Paraclito» sia usato nello stesso senso di «Spirito Santo». La questione non è facile da cogliere. Ciò è dovuto soprattutto al fatto che nelle traduzioni vengono generalmente utilizzati i sottotitoli del testo, mentre i commentatori si sforzano di riproporre nelle loro opere il pensiero antico. Tuttavia, se qualcuno nutrisse anche il minimo dubbio sulla comprensione del significato, potrà leggere qualsiasi spiegazione di altri specialisti. A. Tricot, nel suo libro «Little Dictionary of the New Testament», ha spiegato così il termine Paraclito:
«Questa parola è una traduzione dal greco e soltanto Giovanni ha usato questo nome o titolo nel Nuovo Testamento. Nel resoconto da lui fornito del discorso di Gesù dopo l’ultima cena, egli ha usato questa parola quattro volte (14, 16 e 26; 15, 26 e 16, 7). L’ha usata ancora una volta nella sua prima lettera (2, 1). Nel Vangelo la parola è applicata allo Spirito Santo, mentre nella lettera è applicata a Gesù. Il termine Paraclito era diffuso tra gli ebrei greci nel primo secolo dopo la nascita di Cristo. Significa avvocato, difensore, intercessore, mediatore. Gesù profetizzò che il Padre e il Figlio avrebbero inviato lo Spirito. Quello Spirito avrebbe assunto il ruolo di aiutante che il Figlio aveva svolto durante la sua vita terrena a beneficio dei suoi discepoli. Egli avrebbe operato come sostituto di Gesù, come Paraclito o potente mediatore.»
Secondo questo commentatore, dunque, dopo che Gesù avrà lasciato il mondo, sarà questo Spirito Santo a guidare infine gli uomini. Questa opinione concorda forse con il testo di Giovanni? È necessario porre questa domanda, poiché dagli antecedenti derivano le conseguenze. Esaminando la questione sulla base di questo ragionamento, si vede che le parole seguenti non si adattano affatto allo Spirito Santo: «Non parlerà da sé, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annuncerà anche gli eventi futuri.» È inconcepibile che lo Spirito Santo abbia la capacità di parlare e di ascoltare. Per amore della logica e della coerenza, questa domanda dovrebbe essere posta; tuttavia, per quanto ne so, nessun commentatore l’ha sollevata o esaminata.
Per farsi un’idea corretta della questione, è necessario esaminare il testo greco originale. Tutti ammettono infatti che Giovanni scrisse in greco, non in un’altra lingua. Ho consultato la Bibbia in greco intitolata «Novum Testamentum Graece» (Nestle e Aland, United Bible Societies, Londra, 1971).
Quando si critica un testo, bisogna innanzitutto cercare le varianti. Tra tutti i manoscritti conosciuti del Vangelo di Giovanni, una sola variante, nel paragrafo 14, 26 della celebre versione palinsesta scritta in siriaco, può modificare il significato della frase. (Questo manoscritto fu scritto nel quarto o quinto secolo e scoperto sul monte Sinai nel 1812 da Agnes S. Lewis. Sopra il primo testo era stato scritto un altro testo; dopo aver rimosso questo secondo testo, fu ritrovato l’originale. Per questo il manoscritto fu chiamato palinsesto.) Qui non si legge «Spirito Santo», ma semplicemente «Spirito». Lo scriba omise per errore la parola «Santo», oppure, notando l’assurdità che lo Spirito Santo avesse la capacità di parlare e di ascoltare, evitò intenzionalmente di scrivere la parola «Santo»? Questo manoscritto presenta anche altre varianti, ma sono essenzialmente grammaticali e non alterano in alcun modo il significato; non è quindi necessario discuterne oltre. Ciò che è importante in questo caso è che i verbi «parlare» e «udire» sono usati qui nello stesso significato in cui sono usati in tutti gli altri manoscritti del Vangelo di Giovanni.
Il verbo «udire» è la traduzione del verbo greco «akouo», che significa «percepire un suono»; è da questa parola che deriva il termine «acustica» (scienza del suono).
Il verbo «parlare» è la traduzione del verbo greco «laleo»; in senso generale significa emettere un suono, e in senso specifico parlare. Questa parola è usata frequentemente nel testo greco del Vangelo e viene impiegata ogni volta che Gesù, durante la predicazione, pronuncia un annuncio importante. Ne consegue che tale parola non viene usata quando si parla sotto l’ispirazione dello Spirito Santo, bensì per indicare il normale parlare degli esseri umani. Nella lingua greca, essa viene impiegata per l’emissione di suoni nel senso più ordinario e occasionale.
Pertanto, i due verbi «akouo» e «laleo» possono essere usati soltanto per gli esseri viventi dotati degli organi necessari per parlare e udire. Non possono essere usati in alcun modo in riferimento allo Spirito Santo.
Per questo motivo, il passo del manoscritto greco del Vangelo di Giovanni in cui compaiono le due parole «Spirito Santo» (14,26) è del tutto incomprensibile: «ma quel Paraclito»; infatti, esse non possono essere applicate in alcun modo allo Spirito Santo.
Se si eliminano le due parole «Spirito Santo», il significato dell’intero testo diventa chiaro e comprensibile. Giovanni, del resto, nella sua prima epistola ha espresso proprio un concetto comprensibile in questo modo. Lì con il termine Paraclito egli intende Gesù, e questo Paraclito è l’intercessore da parte di Dio (in molte traduzioni e interpretazioni del Vangelo, soprattutto in quelle antiche, il termine Paraclito è stato tradotto con «consolatore»; ma questa traduzione è completamente errata). Secondo Giovanni, Gesù dice (14,16): «E io pregherò il Padre, ed egli vi darà un altro Paraclito»; vale a dire che, proprio come durante la sua vita terrena egli stesso era l’intercessore degli uomini da parte di Dio, così sarebbe stato inviato “un altro” intercessore.
Pertanto, considerando la questione alla luce della ragione e della coerenza, si vede che il Paraclito descritto da Giovanni è un essere umano proprio come Gesù, dotato della capacità di parlare e di udire. La profezia pronunciata da Gesù significa dunque che Dio avrebbe in seguito inviato nel mondo un altro uomo, il quale avrebbe svolto il ruolo descritto da Giovanni; questa è la spiegazione ragionevole del suo testo, se si attribuisce alle parole usate per il profeta il loro significato corretto.
Le due parole «Spirito Santo» che compaiono nel testo attuale furono probabilmente aggiunte deliberatamente in epoca successiva. Esse furono introdotte proprio per alterare il significato originario, secondo il quale era stata profetizzata la venuta di un altro profeta dopo Gesù. Infatti, quando fu istituita la Chiesa cristiana, uno dei suoi insegnamenti fondamentali era che Gesù fosse l’ultimo profeta e che dopo di lui non sarebbe venuto alcun altro profeta.
Conclusione
I quattro Vangeli sono storicamente accurati, originali e autentici, e ciò che Gesù fece e insegnò è stato trasmesso fedelmente attraverso di essi. Questa concezione tradizionalista dei cristiani è stata sostenuta anche dal più recente Concilio Vaticano. Tuttavia, le informazioni registrate in quest’opera e le opinioni citate di eminenti teologi cristiani respingono direttamente tale pretesa di accuratezza e autenticità.
A questo proposito si possono addurre diversi tipi di argomentazioni.
I resoconti di più Vangeli sullo stesso argomento si contraddicono a vicenda, e due eventi contraddittori non possono essere credibili. Inoltre, molti cristiani non si accorgono delle affermazioni, delle improbabilità e delle incongruenze contrarie ai dati reali ricavati dalle conoscenze moderne. Quando per caso se ne rendono conto, rimangono stupefatti, perché le loro menti sono state previamente influenzate dalle spiegazioni immaginarie, misteriose e poetiche di sacerdoti e commentatori. Sono già stati menzionati alcuni esempi dell’inutile rete di parole che i commentatori tessono per spiegare determinati argomenti, da loro definiti «scomodi». Inoltre, nei Vangeli vi sono alcuni passi che vengono riconosciuti come falsificati, ma che la Chiesa continua a dichiarare autentici.
Secondo padre Kannengiesser, la moderna critica del testo ha fatto emergere informazioni «rivoluzionarie per il metodo di esposizione religiosa della Bibbia»; di conseguenza, non è più necessario prendere alla lettera le informazioni e gli eventi riguardanti Gesù riportati nei Vangeli, poiché tali resoconti furono composti in vista di occasioni particolari; in altre parole, sono «scritti di guerra». Grazie alle ricerche moderne, si è giunti a conoscere dettagliatamente la storia del giudeo-cristianesimo e l’odio e l’ostilità tra le diverse comunità. I resoconti dei vari eventi composti sullo sfondo di tale situazione risultano quindi assai imbarazzanti per il lettore moderno. Sebbene molti cristiani ritengano ancora che gli evangelisti, autori dei Vangeli, siano stati testimoni oculari degli eventi da loro narrati, tale idea è ormai stata dimostrata completamente infondata. La ricerca condotta presso la Scuola Biblica di Gerusalemme, da padre Benoit e padre Boismard, ha dimostrato con chiarezza che i Vangeli furono scritti, rielaborati e corretti più volte. Inoltre, i due padri hanno avvertito i lettori di non aspettarsi di trovare nei Vangeli alcuna parola di Gesù in forma certa o diretta.
Tuttavia, non si può negare che i Vangeli abbiano un carattere storico. Attraverso i racconti riguardanti Gesù, possiamo conoscere da queste opere l’identità e il carattere dei loro autori; possiamo sapere che essi erano portavoce delle tradizioni e delle leggende delle rispettive comunità cristiane primitive e, soprattutto, possiamo conoscere le dispute e i contrasti tra Paolo e le comunità giudeo-cristiane. L’opera del cardinale Daniélou è un repertorio affidabile su tutti questi argomenti.
C’è forse da meravigliarsi che alcuni evangelisti abbiano deformato determinati eventi della vita di Gesù per sostenere le proprie dottrine? C’è forse da meravigliarsi che abbiano omesso alcuni eventi? E c’è forse da stupirsi che alcuni degli eventi narrati siano del tutto immaginari?
Tutte queste domande suscitano in noi un naturale interesse a confrontare i Vangeli con la poesia narrativa medievale. Il confronto più appropriato potrebbe essere quello con il poema intitolato «La canzone di Orlando» («Chanson de Roland»). In questo poema un evento reale è narrato alla luce dell’immaginazione, ed è il più famoso tra i poemi di questo genere. L’evento consiste nel fatto che Orlando, mentre comandava la retroguardia del re Carlo Magno, fu improvvisamente attaccato dal nemico in un passo montano sul campo di battaglia. Secondo gli storici, l’evento ebbe luogo il 15 agosto 778 (Eginardo) e non fu particolarmente importante. Nella narrazione poetica, tuttavia, questo modesto episodio è stato elevato al rango di glorioso capitolo della guerra santa e di massima espressione dell’arte strategica. Nel poema vi è certamente un’ampia espansione dell’immaginazione, ma ciò non ha reso falso l’evento reale. Infatti, è vero che Carlo Magno dovette combattere numerose guerre per difendere il proprio paese dagli attacchi dei nemici e che l’episodio riguardante Orlando costituì una parte di tali guerre.
Lo stesso si può dire dei Vangeli. La fantasia di Matteo, le contraddizioni tra i diversi Vangeli, le improbabilità, le discrepanze con i dati scientifici moderni, le ripetute deformazioni del testo e altri elementi dimostrano che nella Bibbia vi sono molti passi e capitoli il cui unico fondamento è l’immaginazione umana. Ciò, tuttavia, non rende falsa la missione di Gesù. Non vi è alcun dubbio riguardo alla missione di Gesù. Il dubbio riguarda la sua natura e il suo svolgimento.
Il Corano e la scienza moderna
Introduzione
Il rapporto tra il Corano e la scienza è sorprendente nella concatenazione logica di causa ed effetto, soprattutto quando si osserva che si tratta di un rapporto di concordanza, non di discordanza. Oggi molti ritengono che il confronto tra i testi religiosi e le concezioni secolari della scienza sia una sorta di labirinto. Con poche eccezioni, nell’epoca attuale la maggior parte degli scienziati è intrappolata nella rete del materialismo. Non considerano la religione nient’altro che una leggenda e, riguardo alle questioni religiose, o rimangono indifferenti oppure nutrono una vera e propria avversione. Inoltre, quando in Occidente si discute di religione e scienza, si fa riferimento soltanto all’ebraismo e al cristianesimo; nessuno pensa mai all’Islam. In realtà, a causa della diffusione di concezioni così ampiamente errate sull’Islam, fondate su informazioni false, è davvero difficile trovare in Occidente una conoscenza corretta dell’Islam autentico.
Prima di intraprendere qualsiasi discussione comparativa sull’Islam e la scienza, è particolarmente necessario presentarne una breve introduzione, poiché in Occidente questa religione è conosciuta assai poco.
In Occidente vengono pronunciate diverse affermazioni e formulati diversi commenti erronei sull’Islam, talvolta per ignoranza e talvolta con l’intento di denigrarlo. Tra tali affermazioni, quelle riguardanti i fatti sono le più gravi; infatti, un errore di interpretazione può forse essere perdonato, ma quando al posto dei fatti autentici vengono presentate informazioni inventate, ciò diventa imperdonabile. Molti uomini colti e illustri dell’Occidente hanno inserito nelle loro opere falsità così manifeste che, leggendole, si prova una vera indignazione. Citerò un simile esempio dal sesto volume dell’«Encyclopaedia Universalis». Nella trattazione intitolata «Vangelo», l’autore, confrontando la Bibbia con il Corano, ha affermato: «Come è stato fatto nel caso del Corano, gli evangelisti non hanno affermato, nel caso della Bibbia, che si limitassero a trasmettere l’autobiografia che Dio aveva raccontato miracolosamente al profeta». Ma il Corano non è affatto un’autobiografia. Se l’autore avesse esaminato anche la peggiore traduzione del Corano, avrebbe potuto capire che il Corano è in realtà un libro di insegnamento, un libro di guida. Ma non lo fece e pronunciò quella falsa affermazione senza sapere né aver verificato. Eppure era un illustre professore della Facoltà gesuita di teologia di Lione. È proprio a causa di simili affermazioni false che si sono formate concezioni errate sul Corano e sull’Islam.
Nel frattempo, tuttavia, è sorta una nuova speranza. Infatti, le varie religioni non sono più ripiegate su se stesse come in passato. Esse cercano di instaurare un’intesa reciproca. Tutti saranno, spero, lieti di apprendere che i cattolici romani stanno cercando di stabilire contatti con i musulmani ai massimi livelli delle loro istituzioni religiose. Essi stanno inoltre cercando, all’interno della propria comunità, di eliminare l’ignoranza sull’Islam e di correggere le idee errate.
Nell’introduzione di quest’opera ho menzionato il grande cambiamento verificatosi negli ultimi anni e ho parlato anche di un opuscolo pubblicato dall’Ufficio vaticano per gli Affari dei non cristiani, intitolato «Orientamenti per un dialogo tra cristiani e musulmani». Poiché contiene l’esposizione del nuovo punto di vista adottato sull’Islam, questo opuscolo costituisce una testimonianza di grandissima importanza. Nella terza edizione dell’opuscolo, pubblicata nel 1970, si invitava a «correggere il nostro punto di vista sull’Islam e a esaminare obiettivamente la nostra ostilità». Vi si affermava: «Dobbiamo anzitutto procedere a modificare gradualmente il modo in cui i nostri fratelli cristiani hanno finora guardato all’Islam. Questo primo passo è il più importante. Dobbiamo rimuovere l’immagine antica, deformata dall’ostilità e dalla denigrazione, che abbiamo ereditato dal passato; e dobbiamo riconoscere l’ingiustizia che in passato abbiamo commesso nei confronti dei musulmani. Dobbiamo inoltre riconoscere che l’Occidente, educato secondo gli insegnamenti cristiani, è responsabile di questa ingiustizia».
A questo proposito si può ricordare che in passato vi fu un’epoca in cui i più alti esponenti della Chiesa cattolica sostenevano con entusiasmo qualsiasi opposizione o ostilità nei confronti dell’Islam, anche quando essa proveniva dai nemici dichiarati e riconosciuti della Chiesa. Si può citare, per esempio, il caso di papa Benedetto XIV, noto come il più illustre ecclesiastico del XVIII secolo. Quando Voltaire gli dedicò una sua opera intitolata «Maometto o il fanatismo» («Mahomet ou le fanatisme» in francese, 1941), il papa gli inviò senza esitazione la propria benedizione; eppure l’opera era una tragedia di infima qualità, piena di sarcasmo e derisione, che qualsiasi persona astuta, capace di scrivere e spinta da intenti malvagi avrebbe potuto comporre su qualunque argomento. Lo spettacolo non ebbe particolare successo sulle scene, ma ciò nonostante gli spettatori cristiani lo sostennero con entusiasmo e, proprio per questo, finì per essere incluso nelle raccolte delle tragedie francesi.
Quel libro del Vaticano consta complessivamente di 150 pagine e, dimostrando la falsità delle antiche concezioni cristiane sull’Islam, presenta la verità autentica.
Sotto il titolo «Lo sforzo di liberarci dai nostri peggiori pregiudizi e risentimenti», gli autori si sono rivolti ai cristiani dicendo: «Anche in questo campo dobbiamo impegnarci a purificare completamente il nostro punto di vista. In particolare, dobbiamo liberarci da tutte le “conclusioni preconcette” che vengono spesso e con estrema superficialità accettate riguardo all’Islam. Dobbiamo fare in modo che non rimanga nel più profondo del nostro cuore alcuna concezione di questo genere; i musulmani devoti considerano tali idee fuorvianti».
Un esempio di questo genere di concezioni è il fatto che i cristiani usano sempre la parola «Allah» per indicare il «Dio» dei musulmani, come se volessero dire che il Dio in cui credono i musulmani sia un essere completamente diverso dal Dio cristiano. In arabo, la parola Allah significa divinità, essere celeste. Il significato di questa parola araba può essere espresso in inglese soltanto con la parola God, cioè l’unico e solo Dio. Colui che i musulmani chiamano Allah non è altri che il Dio di Mosè e di Gesù.
Nel documento preparato dall’Ufficio per gli affari non cristiani del Vaticano, si sottolinea questo punto fondamentale: «È del tutto irragionevole sostenere che Allah non sia realmente Dio. Eppure alcuni ambienti occidentali lo ritengono. Nei documenti dei concili cristiani questa concezione errata è stata confutata e ne è stato illustrato il vero significato nel luogo appropriato. Si può citare un’affermazione della Lumen gentium (il nome di un documento redatto nel corso del Secondo Concilio Vaticano, svoltosi dal 1962 al 1965) come eccellente esempio e spiegazione della fede dei musulmani in Dio. Tale affermazione dice: “I musulmani professano la fede di Abramo e adorano con noi l’unico Dio misericordioso, unico giudice nel giorno del Giudizio finale”».
È dunque facile comprendere perché i musulmani protestino contro la sostituzione della parola Allah con Dio nelle diverse lingue europee. Per la stessa ragione, studiosi musulmani hanno lodato D. Masson per aver usato la parola Dieu (Dio), invece della parola Allah, nella traduzione francese del Corano.
Quel documento del Vaticano afferma: «I cristiani di lingua araba hanno una sola parola per indicare Dio, e questa è Allah».
Musulmani e cristiani adorano un unico e solo Dio.
In quel documento vengono poi esaminate obiettivamente le altre concezioni errate riguardanti l’Islam.
È ampiamente diffusa la falsa concezione secondo cui nell’Islam esisterebbe il fatalismo. Nel dossier tale concezione è stata confutata, e, citando il Corano, è stato mostrato che ogni essere umano ha una responsabilità personale e sarà giudicato in base alle proprie azioni. È stata inoltre contestata la concezione secondo cui, secondo i principi islamici, sarebbe lecito costringere qualcuno ad abbracciare l’Islam con la forza; è stato affermato che persino credere in tale principio è contrario all’Islam. A questo proposito sono stati citati i due seguenti versetti del Corano, osservando che in Occidente esiste molta confusione riguardo a questi due versetti:
«Nessuna costrizione nella religione» — Sura al-Baqara, versetto 256.
«Egli non vi ha imposto alcuna difficoltà nella religione». Sura al-Hajj, versetto 78.
Contro la concezione diffusa secondo cui l’Islam sarebbe una religione della paura, nel dossier è stato affermato che l’Islam è in realtà una religione dell’amore. L’insegnamento dell’Islam è amare il prossimo sulla base della fede in Allah. Riguardo alla concezione di ebrei e cristiani secondo cui nell’Islam non vi sarebbe moralità, bensì fanatismo religioso, nel dossier vaticano è stato affermato che tale concezione è del tutto infondata e falsa: «Quando il cristianesimo acquisì importanza politica nella storia, l’Islam non fu mai più fanatico di quanto lo fosse il cristianesimo. A questo proposito, citando il Corano, è stato mostrato che in Occidente la parola “jihad” viene tradotta erroneamente: “In arabo l’espressione è al-jihād fī sabīl Allāh, cioè impegnarsi sulla via di Allah. E questo impegno è volto alla propagazione dell’Islam e alla sua difesa dagli aggressori. Questo jihad non è il ḥerem della Bibbia; non è condotto per la distruzione, bensì per affermare, in nuovi Paesi, i diritti di Allah e degli esseri umani. In passato, durante il jihad, vi furono certamente uso della forza e spargimenti di sangue, ma ciò non avvenne a causa del jihad, bensì secondo le regole ordinarie della guerra. Inoltre, durante le Crociate, non furono soltanto i musulmani a compiere orribili massacri».
È opportuno ricordare che i traduttori del Corano, persino quelli celebri in questo campo, senza liberarsi delle proprie abitudini e tendenze secolari, hanno inserito nelle traduzioni molte cose che non si trovano nel testo arabo originale. Anche senza modificare il testo originale, spesso gli si può attribuire un titolo tale da alterarne il significato generale. Si può citare, per esempio, la celebre traduzione di R. Blachère (pubblicata da Maisonneuve et Larose, Parigi, 1966). A pagina 115 egli ha inserito un titolo («Il dovere della guerra religiosa») che non si trova nel Corano. Sotto questo titolo è stato collocato un paragrafo che contiene certamente un appello a prendere le armi, ma il carattere attribuito dal titolo non si trova da nessuna parte. Pertanto, se chi leggerà soltanto questa traduzione, senza leggere l’originale arabo, dedurrà che i musulmani siano sempre obbligati a fare la guerra religiosa, probabilmente non gli si potrà dare torto.
Nel suddetto dossier vaticano è stata inoltre confutata un’altra importante concezione. In Occidente si ritiene generalmente che l’Islam sia una religione che mantiene sempre i musulmani confinati nei limiti del Medioevo e li rende incapaci di tenere il passo con il progresso dell’era scientifica moderna. Confrontando tale situazione con quella dei Paesi cristiani, nel dossier è stato affermato: «Nell’espansione tradizionale del pensiero musulmano vediamo invece l’evoluzione di una società progressista».
Sono certo che molti credenti, musulmani, ebrei o cristiani, resteranno sorpresi da questo sostegno del Vaticano all’Islam. Infatti, in passato, al Vaticano non si era mai vista una tale testimonianza di lealtà e apertura mentale. L’atteggiamento del passato era sempre stato di opposizione e ostilità. Tuttavia, pochissime persone in Occidente sono al corrente di questa nuova posizione delle massime autorità della Chiesa cattolica.
Naturalmente, coloro che ne erano a conoscenza non rimasero affatto sorpresi dai passi successivi. Per esempio, il presidente dell’Office for Non-Christian Christian Affairs del Vaticano si recò ufficialmente in Arabia Saudita e incontrò re Faisal; in seguito, una delegazione di ʿulamāʾ sauditi visitò il Vaticano e lo stesso papa Paolo VI la ricevette ufficialmente. Entrambi gli eventi ebbero luogo nel 1967. Tenendo presente questo contesto, sarà facile comprendere il significato spirituale di un altro importante avvenimento. Il vescovo di Strasburgo, Hिजগ্রেস Elashinger, ricevette gli ʿulamāʾ nella sua cattedrale e li invitò a compiervi la preghiera. Gli ʿulamāʾ accolsero l’invito e, in loro onore, l’altare della preghiera della chiesa fu collocato davanti a loro, orientato verso la Kaʿba, in direzione della qibla. In questo modo, rappresentanti ai massimi livelli del mondo musulmano e di quello cristiano accettarono di avviare un dialogo, poiché credono nello stesso unico Allah e rispettano le reciproche divergenze. In tale situazione è naturale confrontare tra loro, su tutte le altre questioni della rivelazione, le posizioni delle due parti. Un compito pertinente di questo confronto consiste nel verificare, alla luce dei moderni dati e delle moderne conoscenze scientifiche, la veridicità dei resoconti contenuti nei testi di entrambe le parti, cioè nel Corano e nella Bibbia.
Il rapporto tra religione e scienza è cambiato da paese a paese e da epoca a epoca. Tuttavia, nessuna religione monoteistica ha mai contrastato la scienza in alcuno dei suoi princìpi. È però vero che alcune autorità religiose hanno spesso messo gli scienziati in difficoltà. Nel mondo cristiano, per molti secoli le autorità religiose hanno osteggiato il progresso scientifico con la sola forza dell’autorità, senza prestare attenzione all’autentica rivelazione. Siamo inoltre a conoscenza delle severe misure punitive adottate contro gli scienziati. Non è ormai ignoto a nessuno che, se non cambiavano punto di vista, interrompevano le loro ricerche e chiedevano perdono, venivano bruciati vivi, e che, per paura di ciò, molti scienziati fuggivano e si ritiravano in un esilio clandestino. A questo proposito si può ricordare Galileo. Per aver accettato come vera la scoperta di Copernico relativa alla rotazione della Terra, le autorità ecclesiastiche gli inflissero una grave punizione. Evidentemente adottarono questo provvedimento sulla base di un’errata interpretazione della Bibbia, poiché non poterono utilizzare direttamente contro Galileo alcun versetto biblico.
(Nota del traduttore bengalese: recentemente, dopo 350 anni, le autorità cattoliche romane del Vaticano hanno assolto Galileo e lo hanno congedato, dichiarando: «Il tribunale che condannò Galileo aveva sbagliato». Per il reato di aver sostenuto per iscritto e con forza l’opinione di Copernico secondo cui il Sole non gira intorno alla Terra, ma è la Terra a girare intorno al Sole, lo scienziato italiano Galileo fu condannato dalla Chiesa cattolica romana nel 1633, all’età di 69 anni, e nei nove anni successivi scontò la pena agli arresti domiciliari. Nel 1980 papa Giovanni Paolo II costituì una commissione composta da scienziati, storici e teologi per riesaminare le prove di quel processo. Sulla base delle raccomandazioni della commissione, la sentenza ufficiale di assoluzione è stata recentemente pubblicata [settimanale Time, 12 marzo 1984]
La prospettiva dell’Islam sugli scienziati è invece del tutto diversa. A questo proposito esiste una chiara indicazione in un hadith: «Andate in cerca della conoscenza, anche fino in Cina». Un altro hadith afferma che la ricerca della conoscenza è un dovere imprescindibile di ogni uomo e di ogni donna.
Più avanti, nel corso di questa discussione, vedremo inoltre che è proprio il Corano a esortare allo studio della scienza. Inoltre, si è dimostrato che i commenti e le dettagliate spiegazioni contenuti nel Corano riguardo a diversi fenomeni naturali sono compatibili con i dati scientifici moderni. Nei libri della rivelazione degli ebrei e dei cristiani non esistono contenuti o esempi di questo genere.
Naturalmente, nella storia dell’Islam alcuni credenti hanno avuto un’opinione diversa, cioè ostile, nei confronti della scienza. È vero che in alcune epoche si è trascurato il dovere di ricevere e impartire l’istruzione. È altrettanto vero che, come in altri luoghi, anche nel mondo musulmano talvolta si è cercato di ostacolare il progresso scientifico. Tuttavia, occorre ricordare che, durante l’età gloriosa dell’Islam, dall’VIII al XII secolo cristiano, mentre nel mondo cristiano erano in vigore restrizioni scientifiche, nelle università islamiche si svolgevano numerose attività di ricerca e di scoperta scientifica. Vi erano inoltre conservati importanti patrimoni della civiltà e del sapere dell’epoca. Nella biblioteca del califfo a Cordova vi erano 400.000 volumi. Abu Rushd vi insegnava, e vi era organizzato anche l’insegnamento delle scienze greche, indiane e persiane. Per questo motivo, allora, studenti e studiosi provenienti da tutta Europa si recavano a Cordova, proprio come oggi tutti vanno negli Stati Uniti per completare la propria istruzione. Allora gli Arabi fungevano da portatori della civiltà e della cultura dei paesi da loro conquistati e, proprio grazie a questa loro colta e umanistica prospettiva, attraverso di loro siamo entrati in possesso di innumerevoli manoscritti antichi. Inoltre, siamo particolarmente debitori agli Arabi per la matematica (l’algebra fu inventata dagli Arabi), l’astronomia, la fisica (l’ottica e la scienza della luce), la geologia, la botanica, la medicina (Abu Ali Sina) e altre discipline. La scienza e lo studio scientifico acquisirono per la prima volta un carattere e una dignità internazionali proprio nelle università islamiche del Medioevo. Rispetto a oggi, gli uomini di allora erano molto più permeati dall’ispirazione religiosa; ciò tuttavia non impedì loro, nel mondo islamico, di essere al tempo stesso credenti e scienziati. Allora la scienza era alleata della religione, e il cambiamento di quella situazione non fu mai giustificato.
Per il mondo cristiano, il Medioevo fu un’epoca di chiusura e di cieca devozione alle formalità religiose. A questo proposito, però, è necessario affermare con forza che il rallentamento della ricerca scientifica verificatosi allora non fu dovuto alla rivelazione ebraico-cristiana, bensì a coloro che si dichiaravano servitori di quella rivelazione. Dopo il Rinascimento la situazione cambiò, e gli scienziati, in una naturale reazione, cominciarono a vendicarsi dei loro precedenti avversari. La vendetta è tuttora in corso e oggi in Occidente è giunta a tal punto che, negli ambienti scientifici, chiunque parli di Allah viene quasi guardato con sospetto. Questo atteggiamento influenza in modo particolare tutti i giovani istruiti nelle università, compresi i musulmani.
Poiché gli scienziati più illustri assumono posizioni estreme, non c’è probabilmente da aspettarsi che i loro giovani seguaci adottino un atteggiamento diverso. Uno scienziato medico insignito del premio Nobel ha cercato negli ultimi anni di convincere tutti che la materia vivente, o gli esseri viventi, può nascere casualmente da alcuni elementi fondamentali. Ha anche scritto un libro su questo argomento. Ha affermato che, sotto l’influsso dell’ambiente e delle circostanze, da quella forma di vita originaria si sviluppano organismi ben strutturati e ordinati, che alla fine si trasformano nell’organismo complesso rappresentato dall’essere umano.
La novità delle moderne conoscenze scientifiche sull’origine della vita può certamente condurre una persona riflessiva alla conclusione opposta. Quanto più si studiano le leggi e i meccanismi della creazione e della conservazione della vita, tanto più essi appaiono complessi; e quanto più si amplia il campo della conoscenza, tanto più l’uomo dotto rimane pieno di ammirazione. Può rendersi conto che, in questo lungo e delicato processo, la probabilità che qualcosa accada casualmente è estremamente bassa. Quanto più scopre dati e processi infinitamente dettagliati, tanto più si rafforza il suo argomento a favore dell’esistenza di un Creatore. Ma vi sono anche persone che, invece di chinare il capo con meraviglia e reverenza, si mostrano arroganti nell’orgoglio e nella ribellione. Arricciano il naso al nome di Allah; considerano questa idea un ostacolo e la respingono con disprezzo, proprio come ignorano con sufficienza qualunque interruzione di un momento di svago. Questo è il riflesso del trionfo della società materialista nel mondo occidentale.
Molti scienziati moderni sono oggi portatori e propagatori di questo pensiero distorto e corrotto. Quale forza spirituale si può impiegare per affrontarli e correggerli?
L’ebraismo e il cristianesimo ammettono quasi apertamente di non avere la capacità di arginare l’ondata di materialismo e ateismo che attualmente si è abbattuta sull’Occidente. Entrambe queste religioni sono ora del tutto impotenti di fronte a tale ondata, e la loro capacità di opporvisi diminuisce sempre più, da un decennio all’altro. L’ondata sta gradualmente diventando onnipervasiva e totalizzante ovunque. Agli occhi di un materialista ateo di oggi, la forma assunta dal cristianesimo tradizionale è quella di un sistema elaborato negli ultimi duemila anni allo scopo di mantenere il potere e l’autorità di pochi sulla maggioranza degli uomini. Egli non ritiene neppure che vi sia alcuna somiglianza tra il linguaggio dell’ebraico-cristianesimo e il proprio. Infatti, nelle descrizioni formulate in quel linguaggio vi sono, a confronto con i dati scientifici moderni, così tante improbabilità, contraddizioni e incoerenze che egli le considera del tutto indegne di essere prese in considerazione; eppure la maggior parte dei teologi sostiene che quelle descrizioni debbano essere accettate nel loro insieme come verità autoevidenti.
Quando si parla dell’Islam a un materialista ateo, egli sorride con l’aria di chi sa tutto. Eppure non possiede affatto una concezione corretta dell’Islam. Come la maggior parte degli intellettuali occidentali, qualunque sia la loro religione, egli nutre sull’Islam un’idea falsa e fuorviante.
Per questa situazione vi sono, naturalmente, anche ragioni comprensibili. Se si tralascia il nuovo orientamento di cui recentemente si sono intravisti alcuni segnali ai livelli superiori del cattolicesimo, in Occidente si è generalmente diffusa soltanto la denigrazione dell’Islam. Chiunque sia riuscito ad acquisire una conoscenza approfondita dell’Islam è consapevole di quanto siano state deformate la sua storia, i suoi principi e i suoi obiettivi. Inoltre, i libri sull’Islam pubblicati nelle lingue europee, salvo alcune eccezioni, non sono neppure facilmente comprensibili al lettore comune.
Considerando la questione da questo punto di vista, si comprenderà quanto sia importante presentare loro il contenuto del Corano in modo corretto e comprensibile. Purtroppo, però, alcuni versetti del Corano, soprattutto quelli contenenti dati scientifici, sono stati tradotti in modo così debole e interpretati in maniera così inesperta che gli scienziati li criticano, apparentemente a ragione. Eppure il Corano non merita affatto tali critiche. D’ora in poi è necessario prestare particolare attenzione a questo problema. Infatti, gli errori di traduzione o le interpretazioni fuorvianti (il rapporto tra gli uni e le altre è spesso molto stretto) che uno o due secoli fa forse non avrebbero stupito nessuno, oggi rendono direttamente ostili gli scienziati moderni. Se, a causa della debolezza della traduzione, il contenuto diventa inaccettabile dal punto di vista scientifico, nessuno scienziato sarà disposto a esaminarlo con sincerità e dedizione. Nel capitolo riguardante la nascita dell’uomo verrà presentato un eccellente esempio di questo tipo di errore.
Ma perché nella traduzione rimangono errori di questo genere? Una possibile ragione è che i traduttori moderni accettino le interpretazioni degli antichi esegeti senza alcun esame o discernimento. Quando una parola araba ha più significati, gli antichi esegeti possono averne scelto uno soltanto, e proprio per questo la loro interpretazione può essere diventata inadeguata. Tuttavia, probabilmente non si può neppure attribuire loro una colpa eccessiva. Infatti, nell’antichità non era così facilmente comprensibile il significato di una parola che, grazie alle moderne scoperte scientifiche, oggi può esserlo. È dunque emersa la necessità di correggere ora la traduzione e l’interpretazione. In passato questa correzione non era mai stata possibile, perché allora non erano ancora state scoperte le conoscenze e le informazioni di cui oggi disponiamo. Questa questione della traduzione e dell’interpretazione riguarda però esclusivamente il Corano. Non ha alcuna pertinenza nel caso della Bibbia.
All’inizio mi aveva profondamente stupito questa caratteristica specifica dell’esame scientifico del Corano. Non avrei mai potuto immaginare che il testo composto quasi quattordici secoli fa potesse contenere descrizioni di argomenti tanto diversi e che queste potessero essere così perfettamente conformi ai dati scientifici moderni. In principio non avevo affatto fede nell’Islam. Tuttavia, cominciai a esaminare il testo del Corano con mente aperta e con un atteggiamento completamente imparziale. Se vi fu qualche influenza ad agire su di me, fu quella dell’educazione ricevuta in gioventù. La gente non diceva “musulmano”, ma “maomettano”. Si lasciava intendere, cioè, che poiché questa religione era stata fondata da un uomo, essa non poteva avere alcun valore agli occhi di Dio. Come molti occidentali, anch’io allora potevo essere influenzato da questa falsa idea dell’Islam. Questa falsa concezione è oggi così ampiamente diffusa in Occidente che mi stupisco davvero quando vedo qualcuno, al di fuori degli specialisti, parlare correttamente dell’Islam. Pertanto ammetto che, prima di giungere a una concezione diversa da quella diffusa in Occidente, ero completamente ignorante riguardo all’Islam.
Mi resi conto che l’idea diffusa in Occidente era falsa attraverso alcune circostanze eccezionali. Ebbi il primo indizio che tale idea potesse essere errata in Arabia Saudita.
Il mio debito di gratitudine verso il defunto re Faisal è enorme, e rendo omaggio alla sua memoria con profondo rispetto. Conservo ancora con cura il ricordo del raro onore che mi aveva concesso, permettendomi di ascoltare le sue dichiarazioni sull’Islam, e dell’opportunità che avevo avuto di rivolgergli domande su alcuni problemi riguardanti l’interpretazione del Corano alla luce della scienza moderna. Ebbi anche la rara opportunità di raccogliere molte informazioni preziose direttamente da lui e dai suoi collaboratori.
Dopo essere venuto a conoscenza dell’enorme divario tra la realtà dell’Islam e la concezione che ne ha l’Occidente, sentii in modo particolare la necessità di imparare l’arabo. Infatti, l’arabo non è la mia lingua madre, mentre è la lingua dell’opera fondamentale della religione che viene così profondamente fraintesa. Il mio primo obiettivo era leggere il Corano nella lingua originale e analizzare ogni frase alla luce delle spiegazioni scritte dai vari esegeti. Il mio secondo obiettivo era esaminare in modo particolare le descrizioni dei diversi fenomeni naturali contenute nel Corano. Tali descrizioni, infatti, comprendono molti dettagli che, leggendoli in arabo, appaiono fin dalla prima lettura precisi e perfetti e mi sembrarono immediatamente del tutto concordi con i fatti moderni. Mi sembrò inoltre che fosse assolutamente impossibile per una persona vissuta all’epoca di Maometto (pace su di lui) conoscere tali informazioni. In seguito lessi alcuni libri scritti da autori musulmani sui dati scientifici del Corano e ne trassi grande beneficio. Tuttavia, non sono ancora venuto a sapere che in Occidente siano state condotte ricerche su questo argomento.
Ciò che colpisce innanzitutto il primo lettore del testo coranico è che in quest’opera vengono trattati moltissimi argomenti: la creazione, l’astronomia, alcune questioni riguardanti la Terra, il mondo animale, il mondo vegetale, la riproduzione umana e così via. Su tutti questi temi ho trovato molte informazioni errate nella Bibbia, ma non ho trovato un solo errore nel Corano. Perciò mi sono fermato e mi sono chiesto: se il Corano è stato scritto da un essere umano, come fu possibile per lui, nel VII secolo, mettere per iscritto informazioni che oggi vediamo essere compatibili con i moderni dati scientifici? Inoltre, non vi è assolutamente alcun motivo di dubitare che il testo coranico oggi in nostro possesso sia proprio quello di quell’epoca (in un capitolo successivo tratterò dettagliatamente questo argomento). Quale spiegazione umana si può dunque dare di tutto ciò? Ritengo che non vi sia alcuna spiegazione, né che ve ne possa essere.
Mi sembra che, dal punto di vista della ragione e dell’intelletto umano, non possa esserci alcuna spiegazione plausibile al fatto che un abitante della penisola arabica, contemporaneo del regno del re di Francia Dagoberto (629-639), possedesse, su alcune questioni, conoscenze scientifiche considerate ancora oggi, nel nostro XX secolo, in anticipo di almeno mille anni.
Il Corano fu rivelato nell’arco di circa vent’anni, a cavallo dell’inizio dell’era islamica (622 d.C.). Oggi è un fatto accertato che, fino a diversi secoli prima di quel periodo, non vi era stato alcun progresso nel campo della conoscenza scientifica e che solo dopo il completamento della rivelazione del Corano ebbe inizio l’epoca delle attività della civiltà islamica, comprese le ricerche scientifiche. Coloro che ignorano questo fatto fanno molte affermazioni assurde e ridicole. Io stesso ne ho sentita una diverse volte. È questa: se nel Corano esistono descrizioni sorprendenti di natura scientifica, ciò è dovuto al fatto che gli scienziati arabi erano molto capaci e avanzati e che Maometto (pace su di lui) ne fu influenzato. Chiunque abbia anche solo una minima conoscenza della storia dell’Islam capirà che tale osservazione non è soltanto ridicola, ma anche frutto di pura fantasia. Essi sanno infatti che l’epoca medievale del progresso culturale e scientifico nel mondo arabo iniziò dopo Maometto (pace su di lui). Inoltre, osservazioni di questo genere sono incoerenti e infondate anche per un’altra ragione: tutti i dati scientifici del Corano, sia quelli a cui esso allude sia quelli descritti in modo preciso ed esplicito, sono stati confermati dalle ricerche dell’epoca moderna.
Per questo, per secoli e secoli, gli esegeti del Corano, compresi quelli della gloriosa epoca della civiltà islamica, commisero inevitabilmente errori nell’interpretazione di alcuni versetti. Evidentemente, allora non erano in grado di comprenderne il vero significato. Solo molto più tardi, in un’epoca quasi vicina alla nostra, fu possibile tradurre e interpretare correttamente quei versetti. In altre parole, per comprendere correttamente i versetti del Corano non basta conoscere la lingua. È inoltre necessario possedere una conoscenza adeguata dei diversi rami della scienza. In realtà, per comprendere il Corano è necessaria la conoscenza di molteplici discipline e, sotto questo aspetto, si potrebbe persino dire che occorre avere a portata di mano un patrimonio di conoscenze simile a un’enciclopedia. Proseguendo questa trattazione ed esaminando vari argomenti, vedremo che, per comprendere il significato di alcuni versetti, diventano indispensabili diversi tipi di conoscenze e dati scientifici.
Tuttavia, il fine del Corano non è spiegare le leggi e le regole che governano e regolano l’universo. Il suo obiettivo principale è interamente religioso. La descrizione della sovranità di Allah è ciò che induce l’uomo a riflettere sui misteri della creazione. Insieme a questa descrizione vengono presentati fenomeni osservabili dall’uomo e leggi a lui comprensibili. Infatti, Allah è l’unico Governatore e Regolatore dell’universo, che comprende l’uomo e la natura. Una parte di questa affermazione può forse essere facilmente compresa, ma per coglierne l’altra è indispensabile la conoscenza scientifica. Per questo, in passato, l’uomo poteva ricavare da alcuni versetti soltanto il significato apparente e, poiché le conoscenze necessarie per giungere a una conclusione corretta non erano ancora state scoperte, non poteva conoscerle e finiva per arrivare a conclusioni errate.
Molti hanno ritenuto esiguo il numero dei versetti che è necessario esaminare per il loro contenuto scientifico. Probabilmente lo hanno pensato anche coloro che hanno rivolto la loro attenzione a questo argomento prima di me. Io stesso, tuttavia, ho scelto un numero di versetti leggermente inferiore rispetto a quegli autori musulmani. Ho però selezionato alcuni versetti che in precedenza non erano stati considerati particolarmente importanti dal punto di vista scientifico. Almeno, questa è la mia impressione. Se per errore ho scelto qualche versetto già selezionato dagli autori precedenti, spero che non se ne risentiranno. In alcune opere ho trovato interpretazioni scientifiche del Corano, ma non mi sono sembrate del tutto convincenti. Ho cercato di offrire una mia interpretazione di quei versetti con mente aperta e coscienza limpida.
Allo stesso modo ho cercato nel Corano argomenti comprensibili agli esseri umani, ma non sostenuti dai dati scientifici moderni. Mi sembra di aver trovato nel Corano un passo che parla della presenza, nell’universo, di altri pianeti simili alla nostra Terra. Molti scienziati ammettono la possibilità di una simile eventualità, ma non sono ancora disponibili dati scientifici tali da consentire un’affermazione precisa. Benché vi sia ancora ampio spazio per il dubbio, ritengo mio dovere menzionare la questione.
Se questo libro fosse stato scritto trent’anni fa, sarebbe stato necessario menzionare un’altra informazione predetta dal Corano. Si tratta di una questione astronomica: la conquista dello spazio da parte dell’uomo. Allora, dopo i primi esperimenti con i missili a lunga gittata, si poteva supporre in linea generale che un giorno l’uomo avrebbe avuto a disposizione i mezzi e gli strumenti per recarsi fisicamente dalla Terra nello spazio ed esplorarlo. Si sapeva anche che in un versetto del Corano era predetto che un giorno l’uomo avrebbe conquistato lo spazio. Quella profezia è ormai stata dimostrata vera.
Nell’attuale confronto tra le Scritture e la scienza, vengono esaminati i resoconti sia della Bibbia sia del Corano alla luce delle verità stabilite scientificamente. Tuttavia, in questo caso la verità scientifica deve essere stata stabilita in modo del tutto rigoroso e coerente, senza lasciare il minimo spazio al dubbio. Coloro che non riconoscono la necessità dell’aiuto della scienza per comprendere il significato delle Scritture ritengono che la scienza non possa elaborare alcuna concezione ragionevole e valida con cui confrontare i resoconti religiosi, e che ciò si applichi allo stesso modo sia alla Bibbia sia al Corano. Ma abbiamo già visto che, di fronte alle verità scientifiche, il resoconto biblico non riesce a reggere, mentre quello coranico coincide perfettamente con esse. Essi dicono che la scienza è soggetta a continui cambiamenti: ciò che oggi viene accettato come vero potrebbe essere respinto dopo qualche tempo. Può darsi che sia così; anche su questo c’è qualcosa da dire.
Le teorie cambiano, ma la verità non cambia. Nel confronto con le Scritture parliamo della verità, non della teoria. La teoria è soltanto un’ipotesi, mentre la verità è una conclusione verificata e dimostrata. Lo scopo della teoria è rendere comprensibile un fenomeno o un aspetto che non è facilmente comprensibile. Pertanto, dopo la scoperta di nuove informazioni riguardanti quel fenomeno o aspetto, la teoria precedente può essere modificata o respinta e sostituita da una nuova teoria. Ma quando la verità è stata verificata e stabilita dopo esami e sperimentazioni, non subisce più cambiamenti. E la sua definizione diventa più semplice di prima. Oggi è stato dimostrato e stabilito che la Terra ruota intorno al Sole e che la Luna ruota intorno alla Terra. Questa verità non cambierà, sebbene in futuro le orbite possano forse essere determinate con maggiore precisione.
Un fisico musulmano ha attirato la mia attenzione su un versetto del Corano, affermando che in esso è predetta la concezione dell’antimateria. Non ho però potuto concordare con lui, perché ogni teoria è mutevole e la teoria dell’antimateria è ancora controversa. Tuttavia, il versetto del Corano che descrive la creazione della vita dall’acqua merita un’attenta considerazione. Forse non saremo mai in grado di dimostrare sperimentalmente tale descrizione, ma vi sono molti argomenti a suo favore. Nel caso di fenomeni visibili, come l’embrione umano, invece, confrontando le diverse fasi del suo sviluppo descritte nel Corano con i dati dell’embriologia moderna, si riscontra una completa coerenza e concordanza.
Questo confronto tra il Corano e la scienza è stato condotto anche sulla base di altri due tipi di comparazione. Innanzitutto sono state confrontate le informazioni fornite dalla Bibbia con la scienza; in secondo luogo, le informazioni del Corano, la Scrittura della rivelazione, sono state confrontate con le informazioni contenute negli hadith riguardo alle parole e alle azioni di Muhammad (pace e benedizioni su di lui).
Nella parte conclusiva di questa discussione sono stati presentati i risultati del confronto tra i resoconti della Bibbia e del Corano riguardo a un particolare evento. È stato inoltre mostrato quale sia stata la sorte dei due resoconti sottoposti a esame e critica scientifici. Si può citare, a titolo di esempio, l’esame della creazione dell’universo e del Diluvio universale, mettendo in evidenza l’incoerenza del resoconto biblico con i dati scientifici. È stata altresì evidenziata la piena concordanza riscontrata, sullo stesso argomento, tra i dati scientifici e il resoconto coranico. Potremo così comprendere correttamente, nell’epoca attuale, quale resoconto delle Scritture sia accettabile e quale non lo sia.
La questione è particolarmente importante, perché in Occidente ebrei, cristiani e atei affermano all’unisono, senza alcuna prova o testimonianza, che Muhammad scrisse personalmente il Corano imitando la Bibbia, oppure lo fece scrivere da qualcun altro. Affermano inoltre che tutti i racconti di storia religiosa contenuti nel Corano non sono altro che ripetizioni dei racconti biblici. Dire una cosa del genere è segno di estrema stupidità. Sarebbe altrettanto stupido affermare che Gesù, durante la predicazione della sua religione, trasse ispirazione dall’Antico Testamento per ingannare i suoi contemporanei; sebbene abbiamo già visto che il Vangelo di Matteo è stato scritto interamente nel solco dell’Antico Testamento. Ma quale studioso di religione potrebbe immaginare che, per questo motivo, si debba privare Gesù della dignità di profeta di Allah? Eppure in Occidente Muhammad (pace e benedizioni su di lui) viene giudicato proprio in questo modo. Si dice: «Non fece altro che copiare la Bibbia». Al massimo, questo commento può essere definito un giudizio superficiale e incompetente. Infatti, coloro che lo formulano non esaminano a fondo il fatto che nella Bibbia e nel Corano vi sono resoconti diversi degli stessi eventi; pertanto non si può assolutamente parlare di copia. Essi, naturalmente, non vogliono discutere di questa differenza e presumono che nei due libri vi siano resoconti dello stesso tipo. Di conseguenza, ritengono che non sia necessario alcun confronto con la scienza. Su questo punto ci soffermeremo ulteriormente quando discuteremo della creazione dell’universo e del Diluvio universale.
Il rapporto tra Maometto (pace su di lui) e gli hadith è esattamente dello stesso tipo di quello tra Gesù e i Vangeli. In entrambi i casi si tratta soltanto di resoconti delle parole e delle azioni dei profeti. In nessuno dei due casi gli autori furono testimoni oculari. Nel caso degli hadith, tuttavia, vi furono anche molti autori testimoni oculari. Inoltre, anche coloro che raccolsero gli hadith molto tempo dopo la vita di Maometto (pace su di lui) sono considerati estremamente affidabili. Né gli hadith né i Vangeli sono libri della rivelazione. Non sono la parola di Allah, ma soltanto le parole del profeta. In questi libri ampiamente letti si trovano alcuni resoconti che, dal punto di vista scientifico, sono errati, soprattutto per quanto riguarda le cure delle malattie. Abbiamo escluso dalla nostra considerazione qualsiasi questione religiosa, poiché non abbiamo discusso nel libro tale problema nel contesto degli hadith. Vi sono dubbi sull’autenticità e sull’affidabilità di molti hadith, e gli stessi esperti musulmani ne hanno discusso. In questo libro è stato menzionato il contenuto scientifico di alcuni hadith, poiché nel Corano non vi è alcun resoconto scientifico che non sia accettabile dagli esperti. La differenza rispetto agli hadith, come vedremo, è davvero sorprendente.
Di fronte a questo argomento, nulla di ciò che sostengono coloro che affermano che Maometto (pace su di lui) sia l’autore del Corano può più essere considerato accettabile. Come avrebbe potuto un uomo analfabeta diventare, dal punto di vista della qualità letteraria, il più importante autore dell’intero mondo letterario arabo? E come avrebbe potuto, in quell’epoca, proclamare verità scientifiche che allora nessun altro essere umano avrebbe potuto in alcun modo scoprire? E senza commettere il minimo errore?
Le diverse linee di pensiero di questo libro sono state sviluppate da un punto di vista puramente scientifico. Da ciò è scaturita la conclusione che è inconcepibile che un uomo del VII secolo abbia fornito nel Corano, su diversi argomenti, resoconti non appartenenti alla sua epoca, la cui verità sarebbe stata conosciuta soltanto diversi secoli dopo. Per questo, almeno io ritengo che il Corano non possa avere una spiegazione umana.
L’autenticità del Corano: come fu scritto
Poiché non vi è alcun dissenso riguardo all’autenticità del Corano, questo libro occupa una posizione singolare e distinta tra i libri della rivelazione. Questa caratteristica non si trova né nel Nuovo Testamento né nell’Antico Testamento. Nei primi due capitoli abbiamo descritto come questi due libri, attraverso varie modifiche, siano giunti alla loro forma attuale. Nel caso del Corano, invece, non accadde nulla di simile, poiché il Corano fu messo per iscritto già durante la vita di Maometto (pace su di lui). Tra poco descriveremo come fu scritto, cioè quale fu il procedimento.
A questo proposito è necessario osservare che la differenza tra il Corano e la Bibbia non è affatto fondamentalmente legata alla questione della data di rivelazione di queste due opere. Alcuni sollevano certamente una domanda di questo tipo, ma non considerano le circostanze e l’ambiente dell’epoca in cui furono scritti i testi ebraico-cristiani e il Corano. Essi sostengono che, rispetto a un libro di millecinquecento anni più antico, un libro del VII secolo abbia maggiori probabilità di essere giunto fino ai nostri giorni senza modifiche. Questo è vero, ma non è una ragione sufficiente. Lo si dice soltanto come giustificazione delle modifiche apportate ai testi ebraico-cristiani; tuttavia, ciò non riconosce il fatto che non vi fosse affatto il rischio che il testo del Corano venisse modificato dagli uomini.
Nel caso dell’Antico Testamento, poiché molti autori hanno narrato la stessa storia e alcuni libri sono stati revisionati numerose volte fin dall’epoca avanti Cristo, si sono così create altrettante occasioni di errori e contraddizioni. Quanto al Nuovo Testamento, cioè ai Vangeli, nessuno può sostenere che in esso le parole di Gesù o i resoconti delle sue azioni siano stati messi per iscritto in modo accurato e conforme alla realtà. Inoltre, abbiamo già visto che nessuno dei vari testi del testo, preparati successivamente in epoche diverse, era autentico, e che nessuno dei loro autori era un testimone oculare.
A questo proposito è necessario comprendere adeguatamente la differenza tra il Corano e gli hadith. Il Corano è il libro della rivelazione scritta, mentre gli hadith sono una raccolta dei resoconti delle parole e delle azioni di Maometto (pace su di lui). Subito dopo la morte del Profeta, alcuni dei suoi compagni cominciarono a mettere per iscritto tali resoconti. Tuttavia, i resoconti furono scritti anche in epoche successive. (Naturalmente, alcuni resoconti furono scritti durante la vita del Profeta da lui stesso e dai suoi compagni.) Nel caso della trasmissione orale o della memoria, è naturale che ogni essere umano possa commettere errori. Per questo motivo, tutte le opere di questo genere sono state accettate solo dopo un rigoroso esame critico e un’attenta verifica. Tuttavia, come nel caso dei resoconti della Bibbia, anche riguardo all’autenticità dei vari hadith vi è la possibilità di variazioni, in misura maggiore o minore. È comunque significativo che nessun resoconto della Bibbia sia stato scritto durante l’epoca di Gesù; furono scritti molto tempo dopo. Anche gli hadith non furono raccolti durante la vita di Maometto (pace su di lui); tuttavia, il lavoro di raccolta iniziò subito dopo la sua morte.
Nel caso del Corano, invece, la situazione era completamente diversa. Non appena veniva fatta scendere una rivelazione, il Profeta e i suoi compagni la imparavano a memoria, mentre i suoi seguaci e gli scribi incaricati la mettevano per iscritto. Pertanto, il Corano ebbe inizio con due caratteristiche: la memorizzazione e la trascrizione; ed entrambe costituiscono una prova della sua autenticità. Nel caso della Bibbia non vi sono né caratteristiche analoghe né prove della sua autenticità. Questo processo di memorizzazione e trascrizione del Corano continuò fino alla morte di Muhammad (pace e benedizioni su di lui). In quell’epoca, quando molti non sapevano leggere e scrivere, cioè non erano in grado di scrivere, ma tutti potevano memorizzare e recitare, vi era un raro vantaggio: al momento della raccolta scritta della rivelazione, era possibile confrontarla con la recitazione di più persone.
La rivelazione del Corano fu fatta scendere su Muhammad (pace e benedizioni su di lui) tramite l’angelo Gabriele. Questa discesa della rivelazione proseguì per più di vent’anni. Furono rivelati per primi alcuni versetti della sura numero 96 (Al-‘Alaq), poi per tre anni non fu fatta scendere alcun’altra rivelazione. Dopo tre anni, la rivelazione riprese e continuò per vent’anni, fino alla morte del Profeta nel 632 d.C. I primi dieci anni di questi vent’anni precedettero l’Egira (il trasferimento di Muhammad (pace e benedizioni su di lui) dalla Mecca a Medina nel 622 d.C.), mentre i dieci anni successivi la seguirono.
La prima rivelazione era la seguente (sura 96, Al-‘Alaq, versetti 1-5):
«Leggi, nel nome del tuo Signore che ha creato, ha creato l’uomo da un’aderenza di sangue.
Leggi: il tuo Signore è il più Nobile, Colui che ha insegnato per mezzo della penna, ha insegnato all’uomo ciò che non sapeva.»
Muhammad (pace e benedizioni su di lui) fu completamente sopraffatto da questa rivelazione. In seguito ne spiegheremo il significato proprio alla luce del fatto che egli non sapeva né scrivere né leggere.
Il professor Hamidullah, nella prefazione alla sua traduzione francese del Corano, ha osservato che uno degli aspetti di questa prima rivelazione è «la lode della penna come mezzo della conoscenza umana» e che «per questo il Profeta si impegnò a preservare il Corano in forma scritta».
Dal testo stesso del Corano si ottiene una prova formale del fatto che, prima dell’Egira di Muhammad (pace e benedizioni su di lui) dalla Mecca a Medina, era già stata messa per iscritto la rivelazione fatta scendere fino a quel momento. Ora potremo constatare che il Corano è davvero autentico a questo riguardo. Infatti, nelle rivelazioni successive si fa menzione del fatto che le rivelazioni iniziali erano state messe per iscritto. Sappiamo che Muhammad (pace e benedizioni su di lui) e i suoi compagni erano soliti imparare a memoria il testo della rivelazione, cioè recitarlo a memoria. Pertanto, quando in una rivelazione successiva si menziona che una rivelazione precedente era stata messa per iscritto, era molto facile verificarne l’autenticità. Sarebbe stato sufficiente interrogare coloro che erano stati incaricati di mettere per iscritto il Corano per ottenere tale prova.
Il fatto che la rivelazione discesa fino a quel momento fosse stata messa per iscritto già prima dell’Egira è menzionato in quattro sure di quel periodo.
—Sura Abasa (80:11-16): «Un simile comportamento è sconveniente; questo è un ammonimento. Chi vuole, lo ricordi. Esso si trova in scritture nobili, elevate e purissime, messe per iscritto dalla mano di scribi nobili e dal carattere irreprensibile.»
Allama Yusuf Ali ha affermato nel commento alla sua traduzione del Corano, pubblicata nel 1934, che quando questa sura fu rivelata, erano già state messe per iscritto quarantadue o quarantacinque sure (su un totale di 114 sure) e che i musulmani le conservavano alla Mecca.
—Sura Buruj (85:21-22): «In verità, questo è un Corano glorioso, scritto su una Tavola custodita.» —Sura Waqia (56:77-80): «In verità, questo è un Corano glorioso, che si trova
in un Libro custodito; nessuno lo tocchi se non coloro che sono puri. Esso è una rivelazione dal Signore dei mondi.»
—Sura Furqan (25:5): «Essi dicono: “Queste non sono che favole degli antichi, che egli si è fatto scrivere; esse gli vengono recitate mattina e sera.”»
Qui si fa riferimento alle accuse dei nemici del Profeta. Essi lo consideravano un impostore. Diffondevano la voce che presso di lui venissero narrate antiche favole e che egli le facesse mettere per iscritto. Dunque, risulta che anche i nemici di Muhammad menzionavano il fatto che venissero preparati documenti scritti.
In una sura rivelata dopo l’Egira si fa, per l’ultima volta, menzione di pagine scritte contenenti ammonimenti celesti.
-Sura al-Bayyina (98:2-3): «Un Messaggero da parte di Allah, che recita un Libro contenente disposizioni rette.»
Pertanto, è proprio nel Corano che si trova la prova del fatto che esso fu messo per iscritto già ai tempi del Profeta. È universalmente noto che tra i suoi seguaci vi erano diversi kātib, o scribi, e tra loro il nome più famoso è quello di Zayd ibn Thābit.
Nell’introduzione alla sua traduzione francese del Corano (1971), il professor Hamidullah ha fornito una bella descrizione della situazione esistente
fino al momento della morte del Profeta, durante la trascrizione del testo del Corano. Egli ha detto: «Tutti gli esperti hanno concordemente affermato che, ogni volta che veniva rivelata una rivelazione, il profeta Muhammad (s.) chiamava uno dei suoi compagni alfabetizzati e gliela faceva mettere per iscritto, indicandogli in quale punto della successione delle rivelazioni precedentemente rivelate dovesse essere inserita questa nuova rivelazione. … Dopo che era stata scritta, gli faceva leggere il testo e correggeva qualsiasi errore fosse stato commesso nella scrittura. … Da un’altra narrazione si apprende che, ogni anno, durante il mese di Ramadan, il Profeta recitava all’angelo Gabriele tutte le rivelazioni ricevute fino a quel momento… Nel Ramadan precedente alla sua morte, Gabriele gli fece recitare l’intero Corano due volte……… È universalmente noto che, oltre alla recitazione del Corano nelle cinque preghiere quotidiane, fin dai tempi di Muhammad (s.) i musulmani sono abituati a recitare l’intero Corano durante il mese di Ramadan con particolare scrupolosità. Alcuni esperti hanno menzionato che Zayd, lo scriba di Muhammad (s.), era personalmente presente al momento della compilazione definitiva del testo delle rivelazioni. Altrove si menziona la presenza di numerose altre personalità eminenti.»
In un primo momento il Corano veniva scritto su vari materiali. Venivano utilizzati cuoio, tavolette di legno, ossa delle spalle dei cammelli, pietre e molti altri oggetti. Allo stesso tempo, Muhammad (s.) ordinava ai suoi compagni di imparare a memoria il Corano, ed essi obbedivano. Di conseguenza, molti impararono a memoria l’intero Corano, divennero noti come hafiz e ne diffusero i messaggi in diversi paesi. Con il passare del tempo, questa conservazione del Corano in due forme, scritta e mnemonica, si dimostrò estremamente preziosa e importante.
Poco dopo la morte del profeta Muhammad (s.) (nel 632 d.C.), il primo califfo dell’Islam, Abū Bakr, chiese a Zayd ibn Thābit, già principale scriba del Profeta, di copiare il Corano in un unico volume. Sotto la supervisione di ʿUmar, il futuro secondo califfo, Zayd iniziò a raccogliere informazioni a Medina. Riunì i testi coranici scritti su diversi materiali presso varie persone e, consultando gli hafiz e confrontandoli con le versioni da loro memorizzate, preparò una copia completa. In questo modo fu realizzata una compilazione esatta e completamente affidabile.
Secondo quanto riferiscono gli esperti, in seguito il califfo ʿUmar, divenuto califfo nel 634 dopo Abū Bakr, preparò e conservò un unico volume contenente l’intero Corano. Prima della sua morte, affidò questo volume a sua figlia Hafsa, vedova del Profeta.
Il terzo califfo, ʿUthmān, rimase al potere dal 644 al 655 d.C. Per migliorare ulteriormente e rendere coerente la compilazione, costituì una commissione composta da esperti. La commissione iniziò il proprio lavoro sulla base della compilazione preparata ai tempi di Abū Bakr e allora custodita da Hafsa. Ascoltarono le versioni memorizzate dagli hafiz e raccolsero le loro testimonianze. In tal modo condussero verifiche e indagini minuziose per accertare l’autenticità di diversi testi. Furono adottate le massime precauzioni e, anche nel caso del minimo dubbio, nessun testo veniva accettato come autentico e corretto finché non vi fosse concordanza tra le testimonianze di tutti i testimoni. È universalmente noto che, in alcune āya del Corano, alcune altre āya sono state corrette nell’indicare le disposizioni. Se si ricorda che il periodo della missione profetica di Muhammad (s.) si estese per più di vent’anni, si trova una semplice spiegazione di questa situazione. La commissione completò il proprio lavoro disponendo le sure secondo l’ordine che il profeta Muhammad (s.) seguiva quando recitava l’intero Corano durante il mese di Ramadan.
Alcuni potrebbero chiedersi perché, durante il governo dei primi tre califfi, e in particolare di Uthman, si rese necessario raccogliere e compilare il Corano. La risposta a questa domanda è però molto semplice. Nei primi decenni successivi alla morte del Profeta, l’Islam si diffuse rapidamente tra popoli la cui lingua madre non era l’arabo. Prima che il testo fosse tradotto in altre lingue, era quindi necessario garantire che il testo nella lingua originale rimanesse puro e accurato. Questo era lo scopo e l’obiettivo della commissione di Uthman.
Il califfo Uthman inviò copie del Corano così compilato ai diversi centri dello Stato islamico; per questo il professor Hamidullah ha affermato che quel Corano della compilazione uthmaniana si può ancora vedere nelle antiche collezioni di Tashkent e Istanbul. I più antichi Corani oggi rinvenuti in varie parti del mondo islamico sono tutti dello stesso tipo, salvo un paio di piccoli errori di copiatura. Lo stesso vale per i Corani conservati in diverse località d’Europa. (Gli esperti ritengono che il frammento di un antico Corano conservato presso la Bibliothèque Nationale di Parigi risalga all’VIII o IX secolo cristiano, cioè al II o III secolo dell’Egira.) In ogni caso, il punto essenziale è che tutte le copie di antichi Corani finora rinvenute sono dello stesso tipo. In alcuni casi possono esserci lievi differenze, ma il significato generale del loro testo non cambia affatto. Se in un certo contesto sembra possibile più di un’interpretazione, ciò è probabilmente dovuto al fatto che il metodo di redazione del Corano è più semplice rispetto a quello della scrittura moderna. Per esempio, in assenza dei segni che indicano la vocalizzazione (kasra, fatha, damma e altri), un verbo può essere interpretato sia come transitivo sia come intransitivo; un genere può essere interpretato sia come maschile sia come femminile. Poiché però il significato diventa chiaro dal contesto della frase, questa difficoltà non costituisce in realtà alcuna difficoltà.
Le 114 sure del Corano sono disposte secondo la lunghezza, con le sure più brevi collocate dopo quelle più lunghe; anche questa regola, tuttavia, presenta delle eccezioni. Sebbene nella maggior parte dei casi sia rispettato l’ordine cronologico della rivelazione, ciò non avviene ovunque. Numerose descrizioni dello stesso argomento compaiono in diverse parti del testo, dando l’impressione di una ripetizione. Talvolta si osserva che in un paragrafo viene fornita una descrizione dettagliata di un argomento che in un altro paragrafo è presentato in modo incompleto. Come molti altri argomenti trattati nel Corano, anche varie informazioni di carattere scientifico moderno sono disseminate in tutto il libro. Non vi è alcuna classificazione.
La creazione dei cieli e della Terra
Somiglianze e differenze rispetto al racconto biblico
Per quanto riguarda la creazione dell’universo, nell’Antico Testamento vi è, in un unico luogo, un lungo racconto unitario; nel Corano non esiste un racconto unitario di questo tipo. Invece di un’unica narrazione continua, in diverse parti del Corano vi sono numerosi brani che gettano luce su alcuni aspetti della creazione e forniscono varie informazioni sugli eventi successivi dello sviluppo della creazione. Queste informazioni sono talvolta dettagliate e talvolta concise. Per acquisire una chiara idea di come tali eventi siano descritti, è necessario raccogliere e riunire i versetti provenienti da numerose sure.
Questa situazione non riguarda soltanto la creazione dell’universo. Nel Corano vi sono molti argomenti importanti sui quali informazioni e riferimenti diversi sono riportati in luoghi differenti. Si possono citare, per esempio, vari argomenti relativi alla Terra o ai cieli, oppure diversi argomenti riguardanti il genere umano, che possono suscitare l’interesse o la curiosità degli scienziati. Per ciascuno di questi argomenti si è cercato, con notevole impegno, di riunire i versetti pertinenti.
Molti commentatori europei ritengono che i racconti coranico e biblico della creazione siano dello stesso tipo e per questo li citano l’uno accanto all’altro. Io, invece, ritengo che questa concezione sia completamente errata. Infatti, tra i due racconti vi sono chiaramente molte differenze. Il Corano contiene descrizioni di molti argomenti che non sono affatto privi d’importanza dal punto di vista scientifico, ma nella Bibbia non vi è alcun equivalente. D’altra parte, anche la Bibbia contiene descrizioni che non hanno alcun equivalente nel Corano.
La somiglianza apparente tra le due Scritture è ben nota a tutti. A prima vista, da questa somiglianza emerge che in entrambi i casi si afferma che l’atto della creazione si è compiuto in sei fasi. Nella Bibbia si parla di sei giorni, e anche nel Corano si parla di sei giorni. In realtà, però, la questione non è così semplice, bensì piuttosto complessa; occorre quindi esaminarla un po’ più attentamente.
Le sei durate della creazione
Secondo il racconto biblico, la creazione fu completata in sei giorni, mentre il settimo fu il sabato, cioè il giorno del riposo. Questi sette giorni corrispondono ai sette giorni della settimana. Questo racconto biblico non presenta alcuna ambiguità. Il racconto qui citato appartiene alla versione sacerdotale della Bibbia, già discussa in precedenza. Il racconto della versione jahvista è stato ora ridotto a poche righe; pertanto, in questo contesto, non merita affatto considerazione. Poiché i sacerdoti del VI secolo a.C. seguivano questo racconto, la gente comune fu incoraggiata a osservare il sabato. Ci si aspettava che, proprio come Dio si era riposato il settimo giorno dopo aver lavorato per sei giorni, anche gli ebrei si riposassero nel giorno del sabato (la parola ebraica sabato significa riposo).
Secondo la spiegazione fornita nella Bibbia, per «giorno» si intende ciò che per un abitante della Terra significa l’intervallo tra due albe o due tramonti. Ma, in questo senso, se la Terra non era ancora stata creata, il Sole non era ancora stato creato e non vi era alcuna possibilità che la Terra ruotasse su se stessa o intorno al Sole, da dove sarebbe venuto quel «giorno»? E come si sarebbe potuta calcolare la durata dei giorni? Di conseguenza, di fronte alla ragione e alla coerenza, il racconto biblico non può essere considerato affatto accettabile. Nelle prime pagine di questo libro
si è discusso di questa improbabilità.
Confrontando la maggior parte delle traduzioni del Corano, si nota che, come nella Bibbia, anche nel Corano si afferma che la creazione fu compiuta in sei giorni. Non si può forse rimproverare troppo ai traduttori di aver adottato il significato più comune della parola araba in questione. Il versetto 54 della sura 7 del Corano (al-Aʿrāf) viene generalmente tradotto nel modo seguente:
«Il vostro Signore è Allah, che ha creato i cieli e la Terra in sei giorni.»
Solo in un numero molto esiguo di traduzioni e commentari del Corano si trova l’idea che con «giorno» si debba intendere in realtà «durata». Si sostiene inoltre che nel testo coranico si parli di «giorni» proprio per evitare uno scontro diretto con la credenza allora ampiamente diffusa tra ebrei e cristiani.
Senza respingere questa prospettiva, possiamo forse cercare la soluzione del problema proprio nel Corano e, più in generale, esaminare il significato e la portata della parola nella lingua comunemente usata all’epoca. La parola che molti traduttori hanno tradotto, e continuano a tradurre, con «giorno» è, in arabo, «yaum», al plurale «ayyam».
Il significato comune della parola è «giorno». Occorre tuttavia precisare che, in questo senso, essa indica più spesso il periodo dall’alba al tramonto di un giorno, piuttosto che il periodo dal tramonto di un giorno al tramonto del giorno successivo. La forma plurale «ayyam» non indica soltanto «giorni», ma anche un «periodo molto lungo». Indica un periodo indeterminato, ma sempre lungo. Il significato di «durata del tempo» contenuto nella parola trova conferma altrove nel Corano. Si veda il versetto 5 della sura 32 (As-Sajda):
«…un giorno (yaum) la cui durata sarà pari, secondo il vostro computo, a mille anni».
È significativo che proprio nel versetto precedente si menzioni il completamento della creazione in sei periodi.
Si veda inoltre il versetto 4 della sura 70 (Al-Ma’arij):
«…un giorno (yaum) equivalente a cinquantamila anni terreni». I primi esegeti avevano compreso che «yaum», pur essendo tradotto con «giorno», indicava una durata completamente diversa; tuttavia non possedevano le conoscenze che oggi abbiamo sulla durata delle diverse fasi del processo di formazione dell’universo. Per esempio, non era possibile che nel XVI secolo Abu Suud possedesse la conoscenza astronomica di ciò che si intende per giorno sulla base della rotazione terrestre; tuttavia egli riteneva che il periodo della creazione fosse suddiviso in diverse durate, che però non corrispondevano a ciò che si intende per giorno. Piuttosto, il periodo della creazione era suddiviso in diversi «eventi» (in arabo, nauba).
Anche gli esegeti moderni sostengono questa stessa opinione. Nel suo commentario (1934), Yusuf Ali ha sottolineato con particolare forza, nell’interpretazione di ogni versetto riguardante le diverse fasi della creazione, che non è corretto spiegare il significato della parola «yaum» come «giorno»; il suo vero significato è «un periodo molto lungo, o epoche e epoche, persino un arco di centinaia o migliaia di millenni».
Si può dunque affermare che nel Corano si dice che per l’opera della creazione siano trascorsi sei periodi molto lunghi. Sebbene l’uomo dotato delle conoscenze della scienza moderna non sia in grado di stabilire quali siano state le sei fasi attraversate dal complesso processo di creazione e formazione dell’universo, è certamente stabilito che in tale processo sia trascorso un tempo articolato in molteplici periodi estremamente lunghi; è quindi ridicolo immaginarli nel senso di «giorni» che noi attribuiamo comunemente a questo termine.
In uno dei paragrafi più lunghi del Corano, descrivendo l’opera della creazione, viene menzionato, accanto ad alcuni eventi riguardanti la terra, un evento riguardante il cielo. Nei versetti 9-12 della sura 41 (Hamim as-Sajda) è detto: (Allah disse al Messaggero):
«Di’: rinneghereste Colui che ha creato la terra in due giorni e Gli porreste degli uguali? Egli è il Signore dei mondi.»
«Egli vi ha posto montagne saldamente ancorate, ha posto benedizione sulla terra e vi ha predisposto il nutrimento in quattro giorni, in misura uguale per tutti coloro che lo cercano. Poi si rivolse al cielo, che era una massa di fumo. Quindi disse a esso e alla terra: “Sottomettetevi entrambi al Mio ordine, volenti o nolenti”. Essi dissero: “Ci sottomettiamo obbedienti”.»
Poi li trasformò in sette cieli in due giorni e rivelò a ciascun cielo il suo compito; adornò il cielo più vicino con lampade e lo rese protetto. Questa è l’opera ordinata dell’Onnipotente, dell’Onnisciente Allah.»
È necessario discutere dettagliatamente tutti gli argomenti menzionati in questi quattro versetti. In particolare, la natura inizialmente gassosa dei corpi celesti e il significato simbolico del numero sette riferito ai cieli richiedono un’indagine speciale. Potremo comprendere il significato e la portata intrinseci di questo numero. Anche il dialogo di Allah con il cielo e la terra è di natura simbolica.
Qui viene naturalmente espresso il fatto che, dopo essere stati formati, il cielo e la terra si sottomisero al comando di Allah.
I critici hanno tuttavia ravvisato qui una contraddizione con i sei periodi della creazione. Essi affermano che i due periodi della creazione della terra, i quattro periodi destinati a distribuire il nutrimento ai suoi abitanti e i due periodi della creazione dei cieli ammontano complessivamente a otto periodi. Pertanto, rispetto ai sei periodi di cui si è parlato in precedenza
si rileva una chiara contraddizione.
Ma questo passo ispira l’uomo a comprendere la sovranità di Allah ed è in realtà diviso in due parti. Nella prima si parla della Terra e nella seconda dei cieli. Queste due parti sono collegate dalla parola araba «thumma». Essa può significare «inoltre», «per di più» oppure «poi». Può quindi indicare la successione degli eventi descritti o la successione nella comprensione umana. Allo stesso modo, tuttavia, può trattarsi semplicemente della descrizione di eventi, senza l’intenzione di suggerire alcuna idea di successione. In ogni caso, ciò può conciliarsi facilmente con i due periodi della creazione dei cieli. Poco più avanti vedremo come il processo della creazione dell’universo sia presentato nel Corano e, esaminando e confrontando, vedremo inoltre che tale processo si applica parimenti alla creazione dei cieli e della Terra e che è conforme alla scienza moderna. Potremo allora comprendere correttamente quanto sia ragionevole l’idea che gli eventi descritti in quei quattro versetti si siano verificati nello stesso momento, contemporaneamente.
Pertanto, non vi è affatto contraddizione tra il resoconto qui citato e quello, riportato altrove nel Corano, della creazione dell’universo in sei periodi.
Nel Corano non è indicata alcuna successione nella creazione della Terra e dei cieli
Nei due capitoli del Corano citati sopra si parla della creazione. Nel versetto 54 della sura al-A’raf si parla della creazione dei cieli e della Terra, mentre nei versetti 9-12 della sura Fussilat si parla della creazione della Terra, dei cieli e della Terra. Pertanto, risulta evidente che il Corano non indica alcuna successione riguardo a quale dei due, i cieli o la Terra, sia stato creato per primo.
Sono pochissime, appena due, le sure in cui la Terra è menzionata per prima. Nel versetto 29 della sura al-Baqara e nel versetto 4 della sura Ta-Ha si dice: «Egli è Colui che ha creato la Terra e i cieli elevati». Al contrario, sono molte di più le sure in cui i cieli sono menzionati per primi, in tutto nove: il versetto 54 della sura al-A’raf, il versetto 3 della sura Yunus, il versetto 7 della sura Hud, il versetto 59 della sura al-Furqan, il versetto 4 della sura as-Sajda, il versetto 38 della sura Qaf, il versetto 4 della sura al-Hadid, i versetti 27-33 della sura an-Nazi’at e i versetti 5-10 della sura ash-Shams.
In realtà, ad eccezione della sura an-Nazi’at, in nessun altro luogo viene indicata una successione precisa. Altrove i due elementi sono collegati mediante la parola «wa», cioè «e», oppure viene usata la parola «thumma», cioè «inoltre» o «per di più». Di conseguenza, si può intendere semplicemente un collegamento, ma si può anche intendere una successione.
A mio parere, soltanto una sura del Corano descrive una successione precisa dei diversi eventi della creazione. Nei versetti 27-33 della sura an-Nazi’at si dice:
«È forse più difficile creare voi o il cielo? Egli lo ha costruito; lo ha elevato e lo ha perfezionato.
Egli rende oscura la notte e manifesta la luce del sole durante il giorno; poi distende la terra; da essa fa scaturire le sue sorgenti e fa germogliare i suoi pascoli, e vi pianta saldamente le montagne; tutto ciò per il godimento vostro e dei vostri animali.”
Questa descrizione delle benedizioni di Allah per gli uomini sulla terra è stata espressa in un linguaggio adatto ai contadini e ai beduini delle valli arabe. Prima di ciò, tuttavia, essi sono stati invitati a riflettere sulla creazione dei cieli. Dopo il compimento dell’alternarsi della notte e del giorno, il momento in cui Allah distese e rese fertile la terra è stato collocato con grande precisione nella successione temporale. Qui, dunque, si parla di due categorie di eventi: una riguardante i cieli e l’altra la terra, la cui collocazione nella successione temporale è stata determinata. Dal modo in cui l’argomento è presentato, si comprende che la terra doveva certamente esistere prima di essere distesa; pertanto, quando Allah creò i cieli, la terra esisteva già. Inoltre, dall’espansione dei cieli e della terra e dalla loro reciproca connessione deriva anche l’idea della loro coesistenza. Non è quindi necessario cercare un significato particolare nel riferimento, nei versetti del Corano, alla creazione precedente della terra o dei cieli. Se ciò non è esplicitamente dichiarato, non vi è ragione di ritenere che la successione della creazione sia influenzata dalla posizione delle parole.
Il processo fondamentale di formazione dei corpi celesti e la conseguente formazione dei pianeti e dei satelliti
Una breve descrizione del processo fondamentale della creazione dei corpi celesti è fornita in due versetti del Corano.
Sura al-Anbiyā’, versetto 30: «Poi si rivolse verso il cielo, che era una massa di fumo. Quindi disse a esso e alla terra: “Venite entrambi, volenti o nolenti, pronti a obbedire al Mio comando”. Essi dissero: “Veniamo pronti all’obbedienza”».
In seguito discuteremo dell’origine della vita dall’acqua, insieme agli altri problemi biologici menzionati nel Corano. Per il momento è necessario ricordare i due punti seguenti:
(a) La descrizione della presenza di una massa di fumo contenente particelle piccole e finissime; la parola araba «dukhān» indica proprio un oggetto di questo tipo. Il fumo è generalmente costituito da una sostanza in forma di vapore, nella quale particelle finissime rimangono sospese in uno stato abbastanza stabile. A temperature più alte o più basse, queste particelle possono trovarsi allo stato solido o persino allo stato liquido.
(b) Il riferimento al processo mediante il quale i componenti di un’unica massa di fumo, inizialmente riuniti (in arabo ratq), furono separati (in arabo fatq). È degno di nota che la parola araba «fatq» indica frantumare, disgiungere e separare, mentre «ratq» indica l’unificazione o la fusione di più componenti per preparare un unico oggetto.
In altri versetti del Corano si trova, a proposito dei pianeti e dei satelliti, l’idea di dividere una sostanza originaria in alcune parti. Proprio all’inizio del Corano, subito dopo il ricordo introduttivo «Nel nome di Allah, il Misericordioso, il Clementissimo», nel primo versetto della prima sura è detto: «La lode spetta ad Allah, il Signore dei mondi».
Questa parola, «mondi», è menzionata molte volte nel Corano. Analogamente, anche i cieli sono indicati al plurale, e ciò non soltanto a causa della loro molteplicità, ma anche in ragione del numero simbolico 7.
Questo numero (7) è stato usato nel Corano 24 volte per indicare diverse quantità numeriche. Esso porta spesso il significato di «molti»; non sappiamo perché. È noto che i Greci e i Romani usavano il numero 7 per indicare un numero plurale indeterminato. Nel Corano, con il numero 7 si indicano proprio i cieli (samāwāt). Anzi, questo stesso numero indica i cieli. Una volta vengono menzionate le 7 vie dei cieli:
«Egli ha creato per voi tutto ciò che è sulla terra; poi Si è rivolto verso il cielo e lo ha ordinato in sette cieli. Egli è perfettamente informato di ogni cosa.» (Sura al-Baqara, versetto 29)
«Sopra di voi ho creato sette vie e non sono incurante della creazione.» (Sura al-Mu’minūn, versetto 17)
«Colui che ha creato sette cieli sovrapposti. Non vedrai alcuna imperfezione nella creazione del Misericordioso; poi guarda ancora: vi scorgi forse qualche difetto?» (Sura al-Mulk, versetto 3)
«Non avete visto come Allah ha creato i cieli disposti in sette livelli, ponendovi la luna come luce e il sole come lampada?» (Sura Nūḥ, versetti 15-16)
(È degno di nota che nella Bibbia sia la luna sia il sole sono stati chiamati «luce». Nel Corano, invece, la luna è chiamata luce (nūr), mentre in questo versetto il sole è chiamato una lampada che illumina (sirāj). In seguito vedremo che al sole sono stati applicati anche altri aggettivi.)
«Abbiamo costruito sopra di voi sette cieli solidamente stratificati e abbiamo creato una lampada splendente.» (Sura an-Nabaʾ, versetti 12-13)
Qui, con la lampada splendente si intende il sole. Gli esegeti del Corano sono concordi sul fatto che il numero 7 non indichi altro che una pluralità. Anche in altre espressioni dell’epoca di Muhammad (pace e benedizioni su di lui) si osserva che il numero 7 è stato usato per indicare la pluralità. Inoltre, lo stesso significato si trova negli hadith scritti a partire dal primo secolo successivo alla sua epoca.
Dunque vi sono molti cieli e vi sono anche molte terre. Il lettore del Corano potrebbe pertanto meravigliarsi all’idea che possano esistere altre terre simili alla nostra. Fino ai nostri giorni, questa verità non è stata ancora dimostrata dagli esseri umani; tuttavia, nel versetto 12 della sura 65 (at-Talāq) si trova la seguente anticipazione:
«È Allah che ha creato sette cieli e altrettante terre; il Suo comando discende attraverso tutti i livelli dei cieli e della terra, affinché possiate sapere che Allah è onnipotente su ogni cosa e che Allah abbraccia ogni cosa con la Sua conoscenza.»
Poiché abbiamo già visto che il numero 7 indica una pluralità indeterminata o un gran numero, è possibile giungere alla conclusione che, secondo la descrizione del Corano, nell’universo vi siano molte altre terre simili alla nostra.
Il lettore del ventesimo secolo resterà inoltre sorpreso nel vedere che nel Corano vengono menzionate tre categorie di creature: (1) quelle dei cieli, (2) quelle della terra e (3) quelle situate tra i cieli e la terra.
A questo proposito, sono degni di nota i seguenti versetti del Corano:
«A Lui appartiene tutto ciò che è nei cieli, sulla terra, tra i due e sotto il suolo.» (Sura Tā-Hā, versetto 6).
«Egli ha creato i cieli, la terra e tutto ciò che vi è fra loro in sei giorni». (Sura al-Furqan, versetto 9)
«Allah ha creato i cieli, la terra e tutto ciò che vi è fra loro in sei giorni». (Sura as-Sajda, versetto 4)
«Abbiamo creato i cieli, la terra e tutto ciò che vi è fra loro in sei giorni; e nessuna stanchezza ci ha toccati». (Sura Qaf, versetto 38)
[Il fatto che l’atto della creazione non abbia stancato Allah può essere considerato una risposta a una narrazione biblica. In tale narrazione si dice che, dopo aver lavorato per sei giorni, Allah si riposò il settimo giorno]
Oltre ai versetti sopra citati, i seguenti versetti menzionano «tutto ciò che vi è fra i cieli e la terra»: Sura 21 (al-Anbiya’), versetto 16; Sura 44 (ad-Dukhan), versetti 7 e 38; Sura 78 (an-Naba’), versetto 37; Sura 15 (al-Hijr), versetto 85; Sura 46 (al-Ahqaf), versetto 3; e Sura 43 (az-Zukhruf), versetto 85.
È molto difficile immaginare oggetti creati al di là dei cieli e al di là della terra. Per comprendere il significato di questi versetti, è necessario procedere dal semplice al complesso: innanzitutto bisogna conoscere ciò che l’umanità è riuscita a determinare riguardo agli oggetti esterni al sistema solare, e poi conoscere anche la concezione alla quale la scienza moderna è giunta riguardo alla struttura dell’universo. In seguito discuteremo di questo argomento.
Prima di passare agli argomenti propriamente scientifici, si può dare ancora uno sguardo alle informazioni sulla creazione contenute nel Corano. Dai versetti riportati sopra si ricavano le seguenti informazioni:
1) In generale, per la creazione sono previsti sei periodi.
2) Il collegamento reciproco tra i cieli e la Terra nelle varie fasi della creazione.
3) La creazione dell’universo a partire da una massa primordiale di fumo dopo la sua frammentazione.
4) La molteplicità dei cieli e della Terra.
5) L’esistenza di oggetti creati nello spazio tra i cieli e la Terra.
Alcuni dati della scienza moderna sulla struttura dell’universo
Il sistema solare
La Terra e i pianeti che ruotano attorno al Sole costituiscono un sistema così vasto e ordinato che, secondo le misure umane, appare enorme. Eppure la Terra si trova a una distanza approssimativa di 93 milioni di miglia dal Sole. Secondo i calcoli umani, questa distanza è indubbiamente molto grande, ma è assai minore rispetto alla distanza del pianeta più lontano dal Sole, Plutone. La distanza di Plutone dal Sole è di 3 miliardi e 672 milioni di miglia, cioè quasi 40 volte la distanza della Terra dal Sole. Se si raddoppiasse questa distanza, si potrebbe avere un’idea delle massime dimensioni del sistema solare. La luce del Sole impiega circa 6 ore per raggiungere Plutone, mentre la sua velocità è di 186.000 miglia al secondo. Pertanto, la luce delle stelle situate ai confini del sistema solare a noi noto impiega miliardi di anni per raggiungerci.
Le stelle
La nostra Terra è soltanto un satellite del Sole. Il Sole e i vari pianeti che gli ruotano attorno sono infinitamente piccoli, per forma e dimensioni, nel regno di miliardi di stelle. Nelle notti estive l’intero spazio cosmico sembra essere pieno di stelle, e questo insieme di stelle è chiamato «Via Lattea». Questa Via Lattea è enorme e gigantesca. Se nel sistema solare si considerasse la velocità della luce anche in termini di ore, essa impiegherebbe circa 90.000 anni per giungere da un’estremità all’altra dell’ammasso stellare più denso dell’intero regno delle stelle. Il regno stellare cui appartiene la nostra Terra è certamente incredibilmente gigantesco, ma, rispetto all’universo, ne costituisce soltanto una parte estremamente piccola. Inoltre, al di fuori del nostro regno stellare esistono numerosi altri ammassi di stelle simili alla Via Lattea. Grazie ai progressi dell’astronomia e alla costruzione di telescopi raffinati e potenti, come quello di Mount Wilson negli Stati Uniti, è stato possibile scoprire questi ammassi stellari soltanto poco più di cinquant’anni fa. Essi sono numerosissimi e si trovano a distanze così grandi che è stato necessario stabilire una speciale unità di misura, chiamata «anno luce», per misurare tali distanze. La distanza percorsa in 326 anni alla velocità di 186.000 miglia al secondo è chiamata anno luce.
Formazione e sviluppo delle stelle, degli ammassi stellari e dei sistemi planetari
Che cosa esisteva originariamente nel luogo oggi occupato dal regno delle stelle? La scienza moderna non ha alcuna risposta a questa domanda. Nel corso dello sviluppo dell’universo si può forse parlare di una certa durata. Ma non vi è alcun modo di dire quanto tempo fa, rispetto alla nostra epoca attuale, si collocasse tale periodo.
La più antica informazione che sia possibile ricavare dalla scienza moderna è che l’universo si è formato da una massa di vapori. Questa massa di vapori, costituita principalmente da idrogeno e da una certa quantità di elio, ruotava lentamente. In seguito si frantumò in numerosi frammenti giganteschi. I fisici hanno supposto che ciascun frammento avesse dimensioni tali che il volume attuale del Sole fosse 300.000 volte quello della Terra. Da questi frammenti si formarono gli ammassi stellari.
In seguito i frammenti si frantumarono nuovamente, dando origine ciascuno a una stella. I frammenti ruotavano a velocità sempre maggiore. A un certo punto iniziò il processo di raffreddamento, sotto l’influsso della pressione, della gravità, del magnetismo e dell’energia radiante. Le stelle divennero luminose a causa della contrazione e della trasformazione dell’energia rotazionale in energia termica. Poi, con l’inizio dell’azione del calore e dell’energia nucleare, dalla combinazione di molecole leggere si formarono molecole pesanti. In questo modo ebbe inizio il processo evolutivo: dall’idrogeno si formarono l’elio, poi il carbonio e l’ossigeno e infine i metalli e le scorie metalliche. Così si è potuto individuare un processo di nascita proprio delle stelle, che nell’astronomia moderna vengono classificate secondo l’attuale fase della loro evoluzione. Anche le stelle muoiono. Dopo aver raggiunto l’ultima fase dell’evoluzione, è stato osservato che in alcune stelle si è verificata un’esplosione interna e, di conseguenza, esse sono diventate in realtà dei «cadaveri».
Si è già detto che, separandosi e dissociandosi, la massa originaria di vapori diede origine ai vari pianeti e in particolare alla Terra. Da oltre venticinque anni non vi è più alcun dissenso su un punto: il Sole si condensò all’interno di un unico frammento della massa di vapori, mentre gli altri pianeti si condensarono nei frammenti di vapori circostanti. A questo proposito è necessario sottolineare con forza un punto, molto importante per l’argomento in esame: nel processo di formazione di un corpo luminoso come il Sole o di un corpo non luminoso come la Terra, non vi è alcuna successione cronologica, né alcuna questione di anteriorità o posteriorità. Nella loro origine e nel loro sviluppo vi sono uniformità e contemporaneità.
La scienza ha cercato di fornire alcune informazioni su quando siano avvenuti tutti questi eventi. Si stima che il nostro regno stellare abbia dieci miliardi di anni e si afferma che il sistema solare si sia formato cinque miliardi di anni dopo. Secondo gli esami radiometrici degli specialisti, la Terra e il Sole si sono formati quattro miliardi e mezzo di anni fa. Si vede dunque che, riguardo al processo generale di formazione del sistema stellare, gli astrofisici sono riusciti ad acquisire conoscenze assai avanzate. Il loro riassunto è il seguente: una massa di vapori rotante si è addensata e compressa, poi si è frammentata, formando il Sole e i vari pianeti, che hanno assunto le loro rispettive posizioni. Tra questi vi era anche questa Terra del cielo. Quanto alla Luna, oggi tutti ammettono la possibilità che, quando la rotazione rallentò, essa si sia gradualmente separata dalla Terra. Le conoscenze acquisite dagli scienziati sul processo di formazione della massa originaria di vapori e delle innumerevoli stelle da essa suddivise in varie categorie non lasciano più spazio a dubbi sulla possibilità dell’esistenza di più di un mondo. Tuttavia, ciò non significa che sia stato accertato o dimostrato che esistano altre Terre simili alla nostra.
Il concetto di molteplici mondi
Tuttavia, gli astrofisici ritengono molto probabile l’esistenza di altri pianeti simili alla Terra. Considerando le condizioni generali dell’universo, però, si ritiene che lì non possano esistere ambienti analoghi a quello terrestre. Pertanto, per cercare altre Terre, bisogna guardare al di fuori del sistema solare; per le ragioni seguenti, si ritiene molto probabile che là esistano altri pianeti simili alla Terra.
Gli scienziati ritengono che almeno la metà dei cento miliardi di stelle della nostra galassia possieda un sistema di satelliti simile a quello del Sole. Quelle cinquanta miliardi di stelle ruotano effettivamente lentamente come il Sole, e da questa caratteristica si può dedurre che ciascuna di esse abbia più di un proprio satellite. Le stelle sono così lontane dalla Terra che i loro satelliti non possono essere osservati. Tuttavia, poiché le orbite delle stelle sono alquanto curve e ondulate, si ritiene molto probabile che esse abbiano dei satelliti. La stella di Barnard ha almeno un satellite compagno, molto più grande di Giove, e potrebbe persino averne due. A questo proposito, P. Guérin ha scritto: «Tutte le prove indicano che i sistemi di satelliti sono ampiamente diffusi in tutto l’universo. Non esistono soltanto nel sistema solare e sulla Terra». Di conseguenza, naturalmente, «la vita è diffusa ovunque nell’universo, proprio come sui pianeti che sostengono la vita, soprattutto nei luoghi in cui esistono condizioni materiali e chimiche favorevoli al suo sviluppo».
Materia interstellare
Abbiamo già visto che le stelle, i pianeti e i satelliti si sono formati quando il vapore primordiale si è condensato e frammentato. Tuttavia, il vapore «residuo» occupa ancora oggi lo spazio tra le diverse stelle. Di conseguenza, la luce delle stelle vi si riflette. È noto che una parte del vapore è invece scura e relativamente poco densa, e ostacola il lavoro di rilevamento degli astronomi. Questa materia permane come collegamento tra i diversi sistemi stellari. Considerando le enormi distanze tra i vari sistemi stellari, si ritiene che, sebbene questa materia sia relativamente poco densa, la sua quantità complessiva sia forse molto maggiore di quella dell’intero insieme delle stelle. Questo libro attribuisce grande importanza alla situazione di questa materia e afferma che, proprio a causa di questa «materia», la concezione dell’evoluzione dell’universo potrebbe cambiare considerevolmente.
Ora possiamo esaminare, alla luce di queste moderne conoscenze scientifiche, la concezione coranica della creazione dell’universo.
A confronto con le informazioni del Corano
Esamineremo le informazioni sulla creazione fornite dal Corano in cinque ambiti.
1) Secondo il Corano, durante i sei periodi della creazione dei cieli e della Terra furono completate le opere relative alla formazione degli astri e della Terra; per il verificarsi di tutti gli eventi descritti nel Corano riguardo alla Terra, fino a quando essa divenne abitabile per l’uomo, con il necessario sostentamento, furono necessari quattro periodi. Questi quattro periodi corrispondono ai quattro periodi geologici della scienza moderna. E sappiamo che l’insediamento dell’uomo ebbe inizio nell’ultimo periodo. Tuttavia, la suddivisione scientifica in questi periodi è puramente ipotetica. Nessuno può fornire dati esatti.
È degno di nota che nella sura al-Qurʾān Ḥā Mīm as-Sajda (versetti 9-12) si afferma che la formazione dei cieli e della Terra avvenne in due fasi. Ora, se prendiamo come esempio il Sole e la Terra, sua derivata (è l’unico esempio che possiamo comprendere), vediamo che la scienza ci informa che il Sole e la Terra si formarono dalla condensazione e dalla successiva separazione del vapore primordiale. È esattamente ciò che afferma il Corano. Vi si dice in modo esplicito e chiaro che il «fumo», dopo essersi aggregato e poi separato, diede origine al Sole e alla Terra. Risulta dunque che, dal punto di vista dei dati, esiste una piena concordanza tra il Corano e la scienza.
2) La scienza moderna parla di un legame tra le due fasi della formazione di una stella, come il Sole, e del suo satellite, come la Terra. Nel versetto del Corano che abbiamo esaminato, questo legame è menzionato in modo del tutto chiaro.
3) Il «fumo» di cui il Corano parla come esistente nella fase iniziale della creazione dell’universo è chiaramente il «vapore primordiale» della scienza moderna.
4) Il riferimento coranico all’esistenza di più cieli è sostenuto senza esitazione dalla scienza moderna. Tale sostegno si trova nelle opinioni espresse dagli astrofisici riguardo all’abbondanza delle stelle e alla loro enorme quantità. D’altra parte, dal Corano si ricava l’idea che esistano molti altri mondi simili alla nostra Terra, almeno sotto alcuni aspetti; tuttavia, la scienza moderna non è ancora riuscita a stabilire la verità di questa idea. Gli esperti ritengono però altamente probabile l’esistenza di più Terre.
5) Nel Corano si menziona una «creazione intermedia» nello spazio situato tra i «cieli» e la «Terra». La scienza moderna ha riconosciuto l’esistenza di un «ponte di materia sconosciuta» al di fuori dei sistemi celesti organizzati. È vero che non è stato possibile dimostrare pienamente mediante dati scientifici tutti gli elementi presentati nella descrizione coranica; tuttavia, le informazioni del Corano sulla creazione dell’universo non sono affatto in contrasto con le conoscenze moderne. È particolarmente necessario sottolineare questo dato coranico perché, sullo stesso argomento, le informazioni contenute nell’Antico Testamento dell’epoca attuale non sono accettabili dal punto di vista scientifico. Il resoconto contenuto nella versione sacerdotale della Bibbia fu scritto dai sacerdoti stessi durante l’esilio a Babilonia, e il suo scopo principale era conferire una parvenza di legittimità alle loro dottrine religiose. La descrizione della versione jahvista è così breve e oscura da non prestarsi affatto a una valutazione scientifica. È necessario sottolineare e richiamare ancora una volta l’attenzione sulla grande differenza tra i resoconti del Corano e quelli della Bibbia. Fin dagli albori dell’Islam, infatti, contro Muḥammad (pace e benedizioni su di lui) viene rivolta la falsa accusa di aver copiato il resoconto biblico; tale accusa è completamente falsa e infondata. Come avrebbe potuto un uomo vissuto millequattrocento anni fa correggere il resoconto del suo tempo eliminando le informazioni errate dal punto di vista scientifico? E come avrebbe potuto, con i propri sforzi, aggiungervi informazioni e descrizioni la cui verità sarebbe stata possibile determinare e dimostrare soltanto grazie alla scienza moderna? Pertanto, l’accusa di aver copiato o corretto la Bibbia è del tutto irragionevole. La descrizione coranica della creazione è completamente diversa da quella biblica.
Risposte ad alcune obiezioni
Non vi è tuttavia alcun disaccordo riguardo alle somiglianze tra il Corano e la Bibbia in altri ambiti, soprattutto nei resoconti della storia religiosa. A questo proposito, è particolarmente significativo e curioso che nessuno sollevi l’accusa di copia, nonostante molte informazioni e molti insegnamenti dell’Antico Testamento coincidano. Eppure, proprio a causa di tali coincidenze, in Occidente Muḥammad (pace e benedizioni su di lui) viene definito un impostore — Dio non voglia — e si sostiene che, pur avendo copiato dalla Bibbia, abbia spacciato quegli insegnamenti copiati per rivelazione. Anche l’accusa secondo cui avrebbe appreso dai sacerdoti cristiani le medesime cose e le avrebbe spacciate per rivelazione è altrettanto infondata. Invito coloro che formulano tali accuse a rileggere il libro di R. Blachère, «Le problème de Mahomet» (Presses Universitaires de France, Parigi, 1952). Egli ha definito tutte queste accuse «racconti fantastici».
Si lascia intendere inoltre che altre descrizioni del Corano presentino somiglianze con molte credenze anteriori della Bibbia.
Nelle scritture religiose si cerca generalmente sostegno alle leggende riguardanti la creazione. Si può citare, per esempio, la credenza diffusa tra i polinesiani secondo cui le acque primordiali erano immerse nell’oscurità e, dopo la comparsa della luce, si separarono. In questo modo si formarono il cielo e la terra. Questa leggenda viene talvolta confrontata con il racconto della creazione riportato nella Bibbia. Tra i due vi è certamente una somiglianza, ma ciò non offre alcun motivo per accusare qualcuno di aver scritto il racconto biblico copiando quella leggenda.
Analogamente, è un’accusa infondata sostenere che, poiché l’idea coranica della separazione iniziale degli elementi primordiali dell’universo, un’idea sostenuta dalla scienza moderna, si trova in varie forme in diverse leggende, essa sia stata copiata da tali leggende e inserita nel Corano. Tuttavia, queste leggende e storie mitologiche possono essere esaminate attentamente. In esse si trova spesso un’idea iniziale che appare ragionevole e, eliminando le descrizioni fantastiche, sembra concordare con ciò che oggi sappiamo, o crediamo di sapere, essere vero. L’idea è che all’inizio il cielo e la terra fossero uniti e che in seguito si siano separati. Ma quando in Giappone a questa idea si aggiungono un uovo, un seme al suo interno e il caos tutt’intorno, l’intera questione perde ogni importanza. In altri paesi, al posto dell’uovo, si aggiunge una pianta. La pianta cresce lentamente e, nello stesso tempo, il cielo si separa dalla terra e si innalza al di sopra di essa. Anche in questo caso, è proprio questa descrizione fantastica e dettagliata a caratterizzare la leggenda. Tuttavia, l’idea fondamentale si ritrova ovunque.
Il modo in cui l’immaginazione umana ha creato ornamenti e rivestimenti, e la descrizione del Corano
È proprio per mostrare la differenza fondamentale rispetto alla descrizione che qui sono state menzionate le leggende. Nel racconto coranico non vi sono descrizioni fantastiche; il linguaggio e la scelta delle parole sono sobri e concordano con i dati della scienza moderna. Non è possibile fornire alcuna spiegazione umana del modo in cui un racconto così corretto della creazione sia giunto nel Corano quattordici secoli fa.
L’astronomia nel Corano
Nel Sacro Corano vi sono molteplici indicazioni riguardanti i cieli. Nella trattazione della creazione abbiamo già visto che nel Corano si menzionano cieli molteplici e terre molteplici, e che nello spazio tra i cieli e la terra si parla di una «creazione intermedia». La scienza moderna ha trovato conferma dell’esistenza di questa «creazione intermedia». Nei versetti sulla creazione viene fornita un’idea generale di ciò che esiste nei cieli, cioè al di fuori della terra.
Oltre ai versetti specifici sulla creazione, nel Corano ve ne sono circa altri quaranta che contengono informazioni astronomiche. Essi offrono indicazioni e orientamenti per riflettere sugli oggetti che compongono i cieli. In alcuni versetti non vi è altro che un invito a riconoscere la grandezza del Creatore quale organizzatore delle stelle e dei sistemi planetari. Comunque, sappiamo che le stelle e i sistemi planetari si trovano in uno stato di equilibrio perfetto, e Newton ha spiegato dettagliatamente, nella sua legge dell’attrazione reciproca dei pianeti, che tale configurazione è stabile e salda.
Nei versetti che citeremo per primi non vi sono molte informazioni utili all’analisi scientifica; tuttavia, è necessario citarli per richiamare l’attenzione sull’onnipotenza di Allah. Inoltre, questa citazione è necessaria per comprendere la descrizione realistica dell’organizzazione dell’universo fornita dal Corano millecinquecento anni fa.
In questo caso, tutti questi dati e riferimenti costituiscono un insieme completo. Infatti, questa concezione dell’organizzazione dell’universo non si trova né nell’Antico Testamento né nella Bibbia. Vi sono certamente alcuni accenni a determinate concezioni, ma durante l’esame della descrizione biblica della creazione abbiamo visto che esse sono completamente errate e frutto della fantasia. Nel Corano, invece, questo tema è descritto in modo approfondito e dettagliato. Ciò che vi è descritto è molto importante, ma è altrettanto importante ciò che non vi è descritto. Per esempio, nel Corano non si fa alcun riferimento alle teorie sull’organizzazione degli astri che erano diffuse all’epoca della rivelazione coranica.
In seguito, gli scienziati hanno stabilito che tutte quelle teorie erano completamente errate. Più avanti verrà presentato un esempio preciso al riguardo.
Sebbene si tratti di un aspetto interamente negativo, è molto necessario menzionarlo. Infatti, ho sentito molti di coloro che si affannano a cercare spiegazioni umane dei dati forniti dal Corano — e nessun’altra spiegazione, soltanto spiegazioni umane — dire: «Se nel Corano vi sono descrizioni sorprendenti riguardanti l’astronomia, ciò dipende dal fatto che gli Arabi erano molto eruditi in questa materia». Tuttavia, essi non osservano che, nei paesi musulmani, la pratica della scienza si sviluppò generalmente dopo la rivelazione del Corano e che le conoscenze scientifiche di quell’epoca non erano sufficienti perché un essere umano potesse redigere i versetti coranici pertinenti. Più avanti dimostreremo, con dati ed esempi, la fondatezza di questa osservazione.
Indicazioni generali per riflettere e formarsi un’idea del cielo
«Non guardano forse il cielo sopra di loro, come l’abbiamo costruito e senza alcuna fenditura?» — Sura 50 (Qāf), versetto 6. Un tema di carattere generale per l’uomo.
«Egli ha innalzato i cieli senza colonne — voi li vedete…» — Sura 13 (al-Raʿd), versetto 2.
«Allah ha innalzato i cieli senza colonne visibili. Poi si è stabilito sul Trono e ha assoggettato il sole e la luna a una legge…»
Questi due versetti dimostrano falsa la credenza diffusa secondo cui i cieli sarebbero poggiati su colonne e, grazie a ciò, non cadrebbero distruggendo la Terra.
«Egli ha innalzato il cielo……» Sura 55 (ar-Rahman), versetto 7.
«Egli mantiene il cielo affinché non cada sulla terra senza il Suo permesso.» — Sura 22 (al-Hajj), versetto 65.
Oggi è universalmente noto che l’equilibrio dei vari pianeti e satelliti del cosmo viene determinato e mantenuto in base alle loro enormi distanze reciproche e alle loro dimensioni e volumi. Quanto maggiore è la distanza, tanto più debole è la forza della reciproca attrazione. Quando la distanza è minore, la forza di attrazione è maggiore.
Poiché la Luna si trova vicino alla Terra, secondo la legge della forza di attrazione essa esercita un’influenza sulle acque degli oceani terrestri, e questo
fenomeno è noto come alta e bassa marea. Se due pianeti si avvicinassero molto l’uno all’altro, la collisione sarebbe inevitabile. Ma il motivo per cui non avviene alcuna collisione è che tutti i pianeti e satelliti sono sottoposti a una legge. In molti passi del Corano viene menzionato che è Allah ad averli sottoposti a tale legge.
Allah disse al Profeta: «Chiedi: chi è il Signore dei sette cieli e del Possente Trono?» — Sura 23 (al-Mu’minun), versetto 86.
Abbiamo già spiegato che con l’espressione «sette cieli» non si intendono soltanto sette cieli, bensì un numero indefinito di cieli.
«Egli ha sottomesso a voi, per Sua grazia, tutto ciò che è nei cieli e sulla terra; in ciò vi sono segni per un popolo riflessivo.» — Sura 45 (al-Jathiya), versetto 13.
“Il sole e la luna seguono orbite determinate.” Sura 25 (Ar-Rahman), versetto 5.
“Egli ha creato la notte per il riposo, e la luna e il sole per il computo.” Sura 6 (Al-An‘am), versetto 96.
“Egli ha assoggettato a voi il sole e la luna, che seguono incessantemente la stessa regola, e ha assoggettato a voi la notte e il giorno.” — Sura 14 (Ibrahim), versetto 33.
Qui un versetto completa l’altro. È proprio perché i pianeti e i satelliti sono sottoposti alla stessa regola che percorrono regolarmente le orbite determinate. Per esprimere questo significato è stata usata la parola araba “dā’ib”, il cui significato originario è “lavorare con dedizione e interesse per qualcosa”. Ma, nel modo in cui la parola è usata qui, il suo significato e la sua portata sono: “continuare a fare qualcosa con dedizione, in modo invariabile, sulla base di una condotta determinata”.
Sura 36 (Yasin), versetto 39: Allah ha detto: “E per la luna ho stabilito varie fasi; infine essa assume la forma di un ramo secco e ricurvo di palma da datteri.”
Il ramo di palma da datteri, seccandosi e contraendosi, assume proprio la forma di una luna crescente ricurva. L’argomento sarà spiegato più avanti.
Sura 16 (An-Nahl), versetto 12: “Egli ha assoggettato a voi la notte, il giorno, il sole e la luna; anche le stelle sono sottomesse al Suo comando. In ciò vi sono certamente segni per coloro che possiedono l’intelletto.”
La questione è stata considerata proprio dalla prospettiva concreta dell’importante ruolo che i corpi celesti svolgono nel facilitare i viaggi degli esseri umani per terra e per mare e nel tenere il conto del tempo. Se si ricorda che il messaggio del Corano è stato rivolto a coloro che comprendono il linguaggio semplice della vita quotidiana, sarà più facile cogliere il significato di questa osservazione. Per questo, nel versetto seguente, viene usato un linguaggio ancora più semplice.
Sura 6 (Al-An’am), versetto 97: «Egli ha creato per voi le stelle, affinché per mezzo loro possiate trovare la via nelle tenebre della terra e del mare. Per il popolo dotato di conoscenza, Egli espone chiaramente i segni.»
Sura 16 (An-Nahl), versetto 16: «Ed Egli ha creato segni indicatori della via, ed essi trovano la direzione anche grazie alle stelle.»
Sura 10 (Yunus), versetto 5: «Egli è Colui che ha reso il sole splendente e la luna luminosa, e ne ha stabilito le fasi, affinché possiate contare gli anni e conoscere il computo del tempo. Allah non ha creato tutto ciò invano. Per il popolo dotato di conoscenza, Egli espone chiaramente tutti questi segni.»
Qui è necessario osservare che nella Bibbia sia il sole sia la luna sono chiamati “luce”, e l’uno è qualificato come “maggiore” e l’altra come “minore”. Nel Corano, invece, non viene indicata una differenza di grado, bensì una differenza fondamentale: il sole è detto “splendente” e la luna “luminosa”. Questa differenza potrebbe forse essere considerata una semplice differenza terminologica; tuttavia, in quale altro modo si sarebbe potuto spiegare, senza creare confusione, che le due non sono la stessa luce?
La natura dei corpi celesti: il sole e la luna
Il sole è uno splendore radiante (Diya) e la luna è una luce (Nur). Questa traduzione sembra essere la più precisa. In alcune traduzioni diverse, invece, le due parole hanno quasi lo stesso significato. La parola “Diya” deriva dalla radice “daw”. Nel dizionario arabo-francese di Kazi Mirsky, il suo significato è indicato come “diventare splendente”, “illuminarsi” (come il fuoco). Naturalmente viene usata anche la parola “luce”. Di conseguenza, sotto il profilo del significato, la differenza naturale tra il sole e la luna non risulta particolarmente marcata. Tuttavia, per determinare questa differenza possiamo ricorrere allo stesso Corano originale.
Sura 25 (Al-Furqan), versetto 61: «Glorioso è Colui che ha creato il cielo, vi ha posto le costellazioni e vi ha collocato il sole e la luna luminosa.»
Sura 71 (Nuh), versetti 15-16: «Non avete visto come Allah ha creato i sette cieli disposti in strati, e come vi abbia posto la luna come luce e il sole come lampada?»
Sura 78 (An-Naba’), versetti 12-13: «Abbiamo costruito sopra di voi sette cieli saldamente stabiliti e abbiamo creato una lampada ardente.»
Con «lampada ardente» si intende chiaramente il sole. La luna, invece, è descritta come un astro che illumina (munīr). La parola munīr deriva dalla radice nūr. Ne risulta dunque che la luce (nūr) applicata alla luna è quella di munīr. Il sole, invece, è stato paragonato a una lampada (sirāj), o a una lampada ardente (waḥḥāj).
Per qualsiasi persona dell’epoca di Muḥammad (pace e benedizioni su di lui), comprendere questa differenza era molto facile. Infatti, per gli abitanti del deserto, l’aspetto ardente e luminoso del sole e la luce fredda della luna erano molto familiari. Pertanto, il paragone usato nel Corano per indicare questi due astri era del tutto naturale. È tuttavia degno di nota che in questo paragone non sia stato usato nulla che esistesse allora ma non esista più oggi. Di conseguenza, anche noi, dopo tanto tempo, non incontriamo alcuna difficoltà nel comprenderlo.
Sappiamo che il sole è una stella che brucia al suo interno e, di conseguenza, irradia calore e luce. La luna, al contrario, non emette alcuna luce propria, ma, essendo un corpo inerte (almeno per quanto riguarda il suo involucro esterno), si limita a riflettere la luce ricevuta dal sole.
Si vede dunque che ciò che oggi sappiamo sul sole e sulla luna grazie alla scienza non è in contrasto con il Corano.
Le stelle
Come il sole, anche le stelle sono corpi celesti. In questi astri si verificano molti fenomeni naturali; tra quelli facilmente osservabili vi è la produzione di luce. In altre parole, la stella produce da sé la propria luce.
La parola «stella» ricorre tredici volte nel Corano. La parola araba najm, il cui plurale è nujūm, deriva da una radice che significa apparire, diventare visibile. In essa è contenuto soltanto il significato di un corpo celeste visibile, ma non vi è alcuna indicazione se l’astro produca la propria luce oppure rifletta la luce altrui. Tuttavia, per chiarire che l’astro è una stella, nel Corano è stato usato un termine qualificativo.
Sura 86 (al-Tariq), versetti 1-3: «Giuro per il cielo e per ciò che appare nella notte; e che cosa ti farà sapere ciò che appare nella notte? È una stella luminosa!»
Nel Corano, «sāqib» è usato come attributo della stella della sera. Il significato della parola è «ciò che penetra qualcosa». Qui è usata nel senso di penetrare l’oscurità della notte. La stessa parola è usata anche per indicare la caduta delle meteore nella sura al-Saffat (sura 37, versetto 10). È degno di nota che le meteore si producano a causa di incendi nelle stelle.
Il sistema planetario
È difficile dire se nel Corano i diversi pianeti siano stati identificati esattamente come vengono identificati oggi, con nomi specifici.
I pianeti non possiedono luce propria e ruotano intorno al Sole. La Terra è un pianeta di questo tipo, in rotazione. Potrebbero esistere pianeti anche altrove, ma tutti i pianeti conosciuti finora si trovano nel sistema solare.
Nell’antichità, oltre alla Terra, gli esseri umani conoscevano l’esistenza di cinque pianeti. Essi sono Mercurio (Budh), Venere (Mangal), Marte (Mangal), Giove (Brihaspati) e Saturno (Shani). Recentemente sono stati scoperti altri tre pianeti: Urano, Nettuno e Plutone. Nel Corano, la parola «kawkab» (al plurale «kawākib») indica il sistema planetario, ma non viene indicato il numero dei pianeti. Nel sogno di Giuseppe (sura 12, Giuseppe) vengono menzionati undici pianeti, ma tale descrizione è immaginaria in senso definitorio.
Una delle migliori definizioni del significato della parola «kawkab» sembra essere fornita in un famoso versetto del Corano. La natura spirituale del significato più profondo di questa definizione è molto evidente, e su questo argomento esiste anche un dibattito tra gli esperti di religione. Tuttavia, dalla descrizione metaforica di quella parola contenuta nel versetto, sembra che probabilmente si parli di un «pianeta».
Sura 24 (al-Nur), versetto 35: «Allah è la luce dei cieli e della Terra. La similitudine della Sua luce è quella di una nicchia nella quale si trova una lampada; la lampada è racchiusa in un involucro di vetro, e l’involucro di vetro è simile a una stella splendente.» Qui si tratta della proiezione della luce su un oggetto che, come il vetro, riflette quella luce e diventa anch’esso luminoso; proprio come la Luna viene illuminata dalla luce del Sole. Nel Corano si trova soltanto questa descrizione esplicativa della parola «kawkab».
Il termine compare anche in altri versetti. Tuttavia, in alcuni di essi è difficile determinare quale corpo celeste designi. Per esempio, nella sura 6 (Al-An‘am), versetto 76, e nella sura 82 (Al-Infitar), versetti 1-2.
Tuttavia, se si considera la questione alla luce della scienza moderna, sembra che almeno in uno dei versetti si alluda in modo particolare a un corpo celeste che corrisponde ai pianeti da noi conosciuti.
Sura 37 (As-Saffat), versetto 6: «Ho adornato il cielo più vicino a voi con le stelle».
Con l’espressione coranica «il cielo più vicino a voi» si intende forse il sistema solare? Oggi è ben noto che, tra i corpi celesti a noi più vicini, non esiste alcun corpo permanente oltre ai pianeti, e che nel sistema solare il Sole è l’unica stella dotata di un nome proprio. Pertanto, se non si parla dei pianeti, è difficile stabilire di che cos’altro si possa parlare. Perciò la traduzione proposta del versetto sembra essere corretta, e probabilmente nel Corano si parla proprio di ciò che oggi intendiamo con il termine pianeti.
Il cielo più basso
Nel Corano si fa riferimento diverse volte al cielo più basso. Nello stesso contesto si menziona anche l’insieme degli astri e si afferma che essi si trovano proprio nel cielo più basso. Abbiamo già visto che, tra i diversi corpi celesti, ai pianeti deve essere assegnato il primo posto. Quando, nel Corano, alle concezioni degli oggetti che abbiamo conosciuto grazie alla scienza moderna si accosta una descrizione naturale puramente spirituale, non riusciamo a coglierne con esattezza il significato.
Per esempio, comprendiamo facilmente il significato del versetto citato poco fa (sura 37, As-Saffat, versetto 6: «Ho adornato il cielo più vicino a voi con le stelle»). Ma nel versetto immediatamente successivo della stessa sura (versetto 7) si dice: «E lo abbiamo protetto da ogni satana ribelle». La protezione è menzionata anche nella sura Al-Anbiya (sura 21, versetto 32): «E abbiamo fatto del cielo un tetto protetto», e nella sura Ha-Mim As-Sajda (sura 41, versetto 12): «E adornò il cielo più vicino con lampade e lo rese protetto». Qui, però, ci troviamo di fronte a un significato completamente diverso.
Inoltre, nella sura Al-Mulk (sura 67), versetto 5, si dice: «Abbiamo adornato il cielo più vicino con lampade, le abbiamo rese strumenti per lapidare i satana e abbiamo preparato per loro il castigo del Fuoco ardente». Che cosa si può intendere qui, nel cielo più vicino, con l’espressione «strumenti per lapidare i satana»? Sono forse proprio quelle lampade gli strumenti per lapidarli? (Sappiamo, naturalmente, che quando una meteora raggiunge gli strati superiori dell’atmosfera si verifica un fenomeno luminoso, come se una stella fosse scagliata).
Ma tutte queste questioni sono probabilmente al di fuori dell’ambito della nostra attuale trattazione. Tuttavia, sono state menzionate qui in gran numero, allo scopo di offrire un quadro completo. Poiché questi argomenti si trovano tuttora al di là della capacità di comprensione dell’uomo, non sembra possibile ottenere, neppure con il loro aiuto, una spiegazione comprensibile.
La struttura della sfera celeste
Le informazioni contenute nel Corano su questo argomento riguardano principalmente il sistema solare. Naturalmente, vi sono anche molti riferimenti a oggetti esterni al sistema solare, e tali oggetti sono stati scoperti soltanto in tempi molto recenti. Nel Corano vi sono due versetti di grande importanza riguardanti le orbite del Sole e della Luna.
Sura 21 (Al-Anbiyā’), versetto 33: «È Allah che ha creato la notte e il giorno, il Sole e la Luna. Ciascuno percorre la propria orbita».
Qui viene fornita un’informazione importante: il Sole e la Luna hanno orbite proprie. Inoltre, apprendiamo che questi due astri si muovono secondo il proprio moto. Dai due versetti si ricava anche un’informazione negativa. Viene detto che il Sole percorre un’orbita, ma non viene specificato quale sia quest’orbita in relazione alla Terra. Al tempo della rivelazione del Corano si riteneva che il Sole ruotasse e che la Terra fosse immobile. Questa credenza prevalse dall’epoca di Tolomeo, nel II secolo a.C., fino a quella di Copernico, nel XVI secolo d.C. Anche ai tempi di Muhammad (pace e benedizioni su di lui) la gente sosteneva questa idea; tuttavia, nel Corano non se ne fa alcun cenno.
Le orbite della Luna e del Sole
La parola araba «falak» è stata qui tradotta con «orbita». Molti traduttori persiani del Corano hanno attribuito alla parola il significato di «sfera». Il significato originario sembra certamente essere proprio questo. Hamidullah, invece, l’ha tradotta con «orbita».
I traduttori del Corano delle epoche passate furono piuttosto confusi riguardo a questa parola. Non riuscivano infatti a concepire che il percorso della Luna e del Sole fosse circolare. Di conseguenza, immaginarono per quel percorso una forma che poteva essere approssimativamente corretta oppure completamente errata. C. Hamza Boubakeur, riferendosi nella sua traduzione del Corano alle diverse interpretazioni della parola, afferma: «Un particolare asse simile a una sbarra di ferro, attorno al quale gira una ruota; la sfera degli astri, l’orbita, i segni dello zodiaco, il movimento, l’onda». Ma cita subito anche l’osservazione del celebre esegeta del Corano del X secolo, al-Tabari: «Quando non sappiamo, è opportuno rimanere in silenzio». Pertanto, se il concetto di orbita fosse stato conosciuto o familiare agli uomini ai tempi di Muhammad (pace e benedizioni su di lui), allora comprendere il significato di quei due versetti del Corano non sarebbe stato così difficile. Nel Corano era dunque comparso un concetto completamente nuovo, il cui esatto significato è stato possibile comprendere soltanto diversi secoli più tardi.
L’orbita della Luna
È ormai largamente diffusa l’idea che la Luna sia un satellite della Terra e che compia ventinove rivoluzioni intorno alla Terra. Tuttavia, la sua orbita non è perfettamente circolare; nell’astronomia moderna viene definita alquanto eccentrica. Pertanto, la distanza della Luna dalla Terra (240.000 miglia) è una distanza media.
Abbiamo già osservato l’importanza attribuita nel Corano alla necessità di osservare il movimento della Luna per il computo del tempo. (Sura 10, Yunus, versetto 5, già citato in precedenza.)
Nel calendario giuliano, quando fu rivelato il Corano, gli abitanti di quella regione erano abituati a calcolare il tempo in base ai movimenti della Luna. Inoltre, poiché il Corano era stato rivelato inizialmente proprio per loro, era appropriato parlare nel linguaggio dei segni e degli indizi del cielo e della Terra che essi potevano comprendere, senza sconvolgere le loro abitudini. D’altra parte, il loro computo lunare del tempo era preciso e pratico. È ormai universalmente noto che gli abitanti del deserto erano molto esperti nell’osservazione del cielo: navigavano osservando la posizione delle stelle e calcolavano il tempo osservando la forma della Luna. A quell’epoca, questo procedimento era per loro il più semplice e affidabile.
Molti, oltre agli specialisti, sanno che esiste una completa concordanza tra il calendario giuliano (solare) e quello lunare: 235 mesi lunari corrispondono esattamente a 19 anni di 365,25 giorni secondo il calendario giuliano. Tuttavia, anche il calcolo dell’anno di 365 giorni che utilizziamo non è esatto, poiché deve essere corretto ogni quattro anni (anno bisestile). Nel caso del calendario lunare, questa discrepanza si manifesta ogni 19 anni (si ricordino i 19 anni del calendario giuliano, o solare). Questo è il ciclo metonico, così chiamato dal nome dell’astronomo greco Metone, che nel V secolo a.C. scoprì questa precisa relazione tra i calcoli solare e lunare.
L’orbita del Sole
È ancora più difficile concepire l’idea dell’orbita del Sole. Siamo infatti abituati a vedere l’intero sistema solare disposto intorno al Sole. Per comprendere il versetto coranico, dobbiamo ricorrere alla nostra immaginazione.
Nella nostra galassia vi sono innumerevoli stelle. La forma dell’intera galassia è simile a quella di un disco: nella regione centrale la concentrazione delle stelle è molto elevata, mentre verso i bordi diminuisce. In questo disco, il Sole si trova molto lontano dal centro. I corpi celesti ruotano intorno ai propri centri. Di conseguenza, anche il Sole percorre un’orbita intorno a quello stesso centro. L’astronomia moderna ha potuto elaborare una descrizione dettagliata di questo processo. Nel 1917, uno scienziato di nome Shapley determinò che la distanza dal Sole al centro della galassia era di 10 kiloparsec, cioè un numero di miglia pari a 2 seguito da 17 zeri. La galassia e il Sole impiegano circa 250 milioni di anni per compiere una rivoluzione intorno al proprio centro, e durante questo viaggio il Sole raggiunge una velocità di circa 150 miglia al secondo.
Questo è precisamente ciò che il Corano, quattordici secoli fa, disse sul movimento orbitale del Sole. L’astronomia moderna è riuscita a dimostrare concretamente l’esistenza di questo processo e le sue modalità dettagliate; e anche questo risultato è soltanto uno dei suoi numerosi successi.
Il movimento della Luna e del Sole nello spazio per mezzo della propria energia
Nessuna delle traduzioni del Corano realizzate dagli studiosi contiene questa idea. Poiché essi non sanno nulla di astronomia, hanno scelto, tra i diversi significati della parola araba in questione, quello di «nuotare» e così l’hanno tradotta. Questa situazione si riscontra in tutte le traduzioni francesi e anche nella traduzione inglese dell’Allamah Yusuf Ali, peraltro molto apprezzabile (editore: Sheikh Muhammad Ashraf, Lahore, Pakistan), è accaduta la stessa cosa. (Nota del traduttore bengalese: il commento del signor Bucaille si applica anche alla traduzione bengalese del Corano della Islamic Foundation.)
Il significato del verbo arabo “sāḥaba” (nei due versetti citati, “yasbaḥūn”) è muoversi con la propria energia. Da tutti i significati della parola si ricava l’idea che la forza motrice del movimento provenga dal corpo stesso dell’oggetto in movimento. Se il movimento, cioè lo spostamento, avviene nell’acqua, si tratta di “nuotare”; se avviene sulla terra, si tratta di “camminare”, cioè muoversi grazie alla forza delle gambe. Ma se il movimento avviene nello spazio, sembra non esserci altra possibilità che applicare il significato originario della parola: muoversi con la propria energia. Pertanto, probabilmente non si può dire che nella traduzione sia stato commesso un errore. Innanzitutto, mentre la Luna ruota attorno alla Terra, ruota anche attorno al proprio asse, impiegando in media 29 giorni e mezzo. Di conseguenza, lo stesso lato della Luna è sempre rivolto verso di noi; inoltre, il Sole impiega circa 25 giorni per compiere una rotazione su se stesso. In questo movimento si verificano alcune differenze tra la regione equatoriale e le regioni polari (non ne esamineremo ora i dettagli), ma nel complesso l’energia di questo movimento viene generata dal corpo stesso del Sole.
Risulta dunque che il significato della parola usata nel Corano indica proprio il movimento della Luna e del Sole generato dalla loro energia interna. Questo fatto è stato confermato dai dati scoperti dalla scienza moderna. Non sembra esserci alcun modo di spiegare come un uomo del VII secolo, per quanto colto potesse essere a quell’epoca, abbia potuto concepire questa idea. Inoltre, per quanto riguarda l’astronomia, non si può certo definire Muhammad (pace su di lui) un uomo erudito.
Alcuni non accettano questo argomento. Affermano che nell’antichità molti uomini sapienti fecero previsioni che oggi sono state dimostrate vere dagli esperimenti scientifici moderni. Certamente non si basavano su dati scientifici, ma su dati filosofici. A questo proposito si cita l’esempio dei pitagorici: già nel VI secolo a.C. essi sostenevano con forza che la Terra ruotasse attorno al proprio asse e che i pianeti ruotassero attorno al Sole. In seguito, gli esperimenti scientifici moderni hanno dimostrato che ciò era vero. Analogamente, il brillante pensatore Muhammad (pace su di lui) potrebbe aver immaginato qualcosa che molti secoli dopo è stato riconosciuto come vero. Nel presentare questo argomento, però, dimenticano di menzionare che quei filosofi razionalisti commisero anche errori gravissimi. Si può ricordare, per esempio, che i pitagorici sostenevano con altrettanta fermezza che il Sole fosse immobile nello spazio, che fosse il centro dell’universo e che anche i corpi celesti avessero il Sole come centro. Negli scritti dei filosofi antichi è assai comune trovare una mescolanza di idee vere e false sull’universo. Questi uomini dotati di talento ci hanno certamente trasmesso concezioni molto avanzate rispetto alla loro epoca, ma insieme a esse ci hanno trasmesso anche molte idee errate. È proprio questo, sotto il profilo scientifico, ciò che distingue il Corano da loro. Nel Corano vi sono numerosi riferimenti e descrizioni dell’universo, e ciascuno di essi è stato dimostrato vero dagli esperimenti scientifici moderni; nessuno è risultato in contrasto con un dato scientifico.
L’alternarsi del giorno e della notte
Quando si considerava la Terra il centro dell’universo e si pensava che fosse il Sole a ruotare attorno alla Terra, perché, parlando dell’alternarsi del giorno e della notte, non si fece alcun riferimento al movimento del Sole? Nel Corano questo argomento non è trattato esattamente in questi termini, ma è descritto nel modo seguente:
Sura 7 (Al-A’raf), versetto 54: «Egli avvolge il giorno nella notte, affinché l’uno segua rapidamente l’altra…»
Sura 36 (Ya-Sin), versetto 37: «Per loro è un segno la notte: da essa Noi rimuoviamo la luce del giorno, e allora tutti sono avvolti dalle tenebre.»
Sura 31 (Luqman), versetto 5: «Non vedi forse che Allah fa entrare la notte nel giorno e il giorno nella notte?»
Sura 39 (Az-Zumar), versetto 5: «Egli avvolge il giorno nella notte e avvolge la notte nel giorno.»
Il primo versetto citato non necessita di alcuna spiegazione. Nel secondo versetto viene presentata un’immagine. In realtà, è proprio nel terzo e nel quarto versetto che vengono fornite informazioni interessanti sulla trasformazione del giorno nella notte e della notte nel giorno. Il modo migliore per tradurre il verbo arabo «kawwara» è probabilmente usare le parole «avvolgere» o «arrotolare». Nelle traduzioni francese e russa è stato fatto così. Il significato originario del verbo è «avvolgere» un turbante intorno alla testa, e questa idea si riflette in tutte le sfumature del termine.
Ma che cosa accade realmente nello spazio? Gli astronauti americani hanno osservato il fenomeno dalla loro navicella mentre si trovavano sulla Luna, a grande distanza dalla Terra, e ne hanno anche scattato delle fotografie. Hanno visto che il Sole illumina sempre (tranne durante un’eclissi) metà della superficie terrestre, mentre l’altra metà rimane al buio. La Terra ruota attorno al proprio asse e la situazione dell’illuminazione rimane invariata. Di conseguenza, proprio come la metà illuminata del globo compie una rotazione ogni ventiquattro ore, anche la metà oscura compie una rotazione nello stesso arco di tempo. Questo incessante alternarsi del giorno e della notte è descritto chiaramente nel Corano. Poiché oggi siamo consapevoli della rotazione terrestre e della relativa immobilità del Sole, ci è più facile concepire e comprendere il fenomeno. Questo eterno processo di avvolgimento e il fatto che una metà del globo subentri nella posizione dell’altra metà sono descritti nel Corano come se il concetto della sfericità della Terra fosse già noto a quell’epoca; ma è evidente che ciò non è corretto.
Oltre a questa concezione della successione del giorno e della notte, è necessario menzionare anche la concezione di molteplici orienti e molteplici occidenti. Poiché il tema si basa sulla semplice osservazione, la descrizione è puramente descrittiva. Nel Corano si dice a questo proposito:
Sura 70 (Al-Ma’arij), versetto 40: «Il Signore degli orienti e degli occidenti.»
Sura 55 (Rahman), versetto 17: «Egli è il Signore dei due levanti e dei due ponenti.»
Sura 43 (Zukhruf), versetto 38: «Qui è menzionata la “distanza tra i due levanti”, espressione che indica l’idea della grande distanza tra due luoghi.»
Osservando attentamente l’alba e il tramonto, si vedrà che il sorgere e il tramontare del sole non avvengono sempre esattamente nello stesso luogo. Il luogo cambia a seconda delle stagioni. I due punti estremi dell’orizzonte orientale in cui il sole sorge possono essere chiamati i due levanti. Nei diversi punti intermedi il sole sorge e tramonta in momenti diversi dell’anno. Questo fenomeno è così comune che può essere osservato a occhio nudo e non è necessario alcun esperimento scientifico per dimostrarne la veridicità.
L’evoluzione del firmamento
Nel descrivere la concezione moderna della creazione dell’universo, si è detto che, a partire dalla nebbia primordiale, si formarono gradualmente gli astri, le stelle, il sole e gli altri pianeti e satelliti. Secondo la scienza moderna, questa evoluzione e questo sviluppo progressivo sono tuttora in corso nel sistema solare e, in generale, nell’intero universo.
Coloro che conoscono questa concezione potrebbero essere interessati a confrontarla con alcuni versetti del Corano. In tutti questi versetti si fa riferimento alla manifestazione della sovranità di Allah.
Il Corano ci ricorda ripetutamente: «(Allah) ha assoggettato il sole e la luna a una legge; ciascuno percorre la propria orbita fino a un termine stabilito».
Questa frase si trova nel versetto 2 della Sura ar-Ra‘d, nel versetto 29 della Sura Luqman, nel versetto 13 della Sura Fatir e nel versetto 5 della Sura az-Zumar.
Inoltre, nel versetto 38 della sura Luqman, l’idea di una destinazione è associata a quella di un luogo specifico: «Il sole orbita entro il suo limite stabilito. Ciò è stato determinato dall’Onnipotente, l’Onnisciente».
«Limite stabilito» è la traduzione bengalese della parola araba «mustaqarr». Non vi è alcun dubbio che a questa parola sia associata l’idea di un luogo specifico. Che cosa si può osservare confrontando ora queste descrizioni con i dati della scienza moderna?
Nel Corano si menzionano un limite e anche una destinazione dell’orbita del sole. Si parla inoltre di un limite stabilito per la luna. Per comprendere il significato di questa descrizione, è necessario conoscere in generale le concezioni della scienza moderna sull’orbita degli astri e, in particolare, su quella del sole. È inoltre necessario conoscere il percorso orbitale dei corpi celesti, compresa la luna, che seguono il movimento del sole.
Secondo gli astrofisici, il sole ha un’età di 450 miliardi di anni. Come per le altre stelle, è possibile determinare anche una fase dell’evoluzione del sole. Attualmente il sole si trova nella fase iniziale. La trasformazione delle molecole di idrogeno in molecole di elio è la caratteristica di questa fase. Essa durerà per altri 550 miliardi di anni, poiché si ritiene che la durata complessiva di stelle di questo tipo sia di 1.000 miliardi di anni. È stato osservato che, nel caso di altre stelle dello stesso tipo, dopo la prima fase ne inizia una seconda. A quel punto la trasformazione dell’idrogeno in elio giunge al termine, l’involucro esterno della stella si espande e la quantità di calore del sole diminuisce. Nella fase finale, la luminosità si riduce notevolmente e la sua densità aumenta molto. Questa condizione si osserva nelle stelle del tipo delle «nane bianche».
Lo scopo delle stime approssimative degli anni fornite sopra è dare un’idea della durata del periodo; in realtà, l’aspetto importante è mettere in luce il processo evolutivo. Sulla base delle osservazioni scientifiche moderne, ora è possibile prevedere che, tra 300 e 500 miliardi di anni, nel sistema solare non esisteranno più le condizioni attuali. Come per le altre stelle di cui sono stati registrati il processo di radiazione e l’evoluzione fino alla fase finale, si può prevedere che anche il sole un giorno giungerà alla fine.
Si può ricordare che, nel versetto 38 della sura Luqman, si parla del sole che procede verso una propria destinazione.
Nell’astronomia moderna è stato possibile identificare con precisione quel luogo, che è stato denominato apice solare (Solar Apex). Il sistema solare si sta effettivamente muovendo nello spazio verso una particolare regione della costellazione di Ercole, la cui posizione è stata ora determinata con precisione; è stato inoltre stabilito che la sua velocità è di circa 12 miglia al secondo.
È necessario menzionare questi dati astronomici in relazione ai versetti coranici citati sopra. Infatti, risulta che i dati della scienza moderna coincidono completamente con la descrizione coranica.
L’espansione dell’universo
La scoperta più sorprendente della scienza moderna è che l’universo si sta continuamente espandendo. Questa concezione è ormai dimostrata e consolidata, sebbene vi siano alcune divergenze riguardo al modo in cui ciò avviene.
Inizialmente, questa concezione nacque dalla teoria della relatività generale e in seguito trovò conferma negli esperimenti della fisica sulle galassie. Poiché ciascuna galassia si sposta gradualmente verso il proprio centro, la sua distanza dalle altre galassie aumenta. Anche le dimensioni dell’universo aumenteranno nella stessa proporzione. Nel corso di questo processo di espansione, la velocità con cui si muovono i corpi celesti è superiore a quella della luce.
Questa concezione moderna può essere confrontata con il versetto 47 della sura Adh-Dhāriyāt. Allah ha detto: «Ho costruito il cielo con la Mia potenza e certamente lo sto espandendo».
«Cielo» è la traduzione della parola araba «samāʾ», con la quale si indica il mondo situato al di sopra della Terra. «Mūsiʿūna» è la forma del presente plurale del verbo arabo «awsaʿa». La parola «awsaʿa» significa allargare, estendere, espandere, ampliare, rendere più grande. «Mūsiʿūna» significa: «Lo stiamo espandendo».
Alcuni traduttori, non avendo compreso questo significato, hanno prodotto traduzioni che a me sono sembrate errate; per esempio, nella traduzione francese R. Blachère ha detto: «Noi doniamo generosamente». Altri traduttori, pur avendo compreso il significato, non hanno osato esprimerlo. Hamidullah ha parlato dell’espansione del cielo e dello spazio cosmico, ma vi ha aggiunto anche un punto interrogativo. Molti traduttori, tuttavia, dopo essere venuti a conoscenza dei corretti dati scientifici, hanno adottato nei loro commenti proprio il significato qui presentato. Questo è il significato riportato nell’opera esegetica intitolata «Muntakhab», curata dal Supreme Council for Islamic Affairs del Cairo. In essa si parla esplicitamente dell’espansione dell’universo.
La conquista dello spazio
Da questo punto di vista, è necessario esaminare attentamente tre versetti del Corano. In uno di essi si afferma chiaramente quale successo l’uomo può e potrà ottenere in questo ambito. Negli altri due versetti, a proposito degli increduli della Mecca, si dice che, se fossero potuti salire al cielo, sarebbero rimasti sbalorditi osservando ciò che vi si trova. Qui viene introdotto un argomento che quegli increduli non erano in grado di comprendere.
Innanzitutto, il versetto è il versetto 33 della Sura ar-Raḥmān: «O comunità dei jinn e degli esseri umani! Se potete oltrepassare i confini dei cieli e della terra, oltrepassateli pure; ma non potrete farlo senza una forza».
Questa traduzione richiede alcune spiegazioni e analisi. Innanzitutto, la parola «se» indica che il successo della proposta dipende dal verificarsi di una condizione possibile o impossibile. Tuttavia, nella lingua araba è possibile esprimere tale condizione in modo molto più chiaro. Per esprimere una possibilità si può usare «idhā», per un’azione realizzabile «in» e per un’azione irrealizzabile «law». Poiché nel versetto in questione è stata usata la parola «in», si comprende che l’azione è realizzabile. In altre parole, per gli esseri umani è realmente possibile oltrepassare i confini dei cieli e della terra. Proprio questa caratteristica dell’uso delle parole dimostra l’erroneità delle interpretazioni puramente filosofiche proposte da alcuni esegeti.
In secondo luogo, Allah si è rivolto ai jinn e agli esseri umani, non a creature immaginarie. In terzo luogo, il verbo «nafadha» è seguito dalla preposizione «min», ed è stato tradotto con «oltrepassare». Secondo il dizionario di Qazi Mirsky, il termine significa «entrare all’interno di una cosa e uscirne dall’altro lato» (come una freccia che entra da un lato di un oggetto ed esce dall’altro). Si comprende dunque una penetrazione profonda e il superamento dell’area penetrata.
In quarto luogo, sembra che la forza (sultān) necessaria agli esseri umani per compiere tale impresa proverrà dall’Onnipotente stesso. Infatti, proprio nel versetto successivo viene rivolto l’invito a riconoscere la misericordia di Allah.
Pertanto, in questo versetto vi è una chiara indicazione del fatto che un giorno gli esseri umani conquisteranno lo spazio. È degno di nota che il versetto non suggerisca soltanto la conquista del cielo, ma anche il superamento della terra, ossia la conquista del sottosuolo.
Gli altri due versetti sono i versetti 14 e 15 della Sura al-Ḥijr. Dal contesto si comprende che qui Allah parla degli increduli della Mecca: «E anche se aprissimo per loro una porta del cielo ed essi vi salissero durante il giorno, direbbero comunque: “I nostri occhi sono stati abbagliati; anzi, siamo un popolo stregato”».
Con queste parole si esprime lo stupore davanti a una scena straordinaria, una scena che gli esseri umani non avevano mai neppure immaginato.
Si può osservare che la frase inizia con la parola araba «law», tradotta con «se». Ciò significa che la proposta contenuta nella frase è sottoposta a una condizione che le persone menzionate nel versetto non potranno mai soddisfare.
Nei versetti riguardanti la conquista dello spazio abbiamo visto che si afferma che un giorno l’umanità conquisterà lo spazio grazie all’intelligenza e alla capacità d’invenzione donatele da Allah. Ma in questo versetto viene descritto uno scenario che gli increduli della Mecca non potranno mai vedere. Tuttavia, è possibile che altri lo vedano, e il versetto descrive la sensazione che proveranno allora gli astronauti: la loro vista sarà confusa, come accade a chi è ubriaco o sotto l’effetto di un incantesimo.
Dal 1961, quando per la prima volta gli astronauti hanno viaggiato nello spazio a bordo di un veicolo spaziale orbitando intorno alla Terra, hanno avuto esattamente questa esperienza e, nel descriverla, hanno usato proprio quelle parole. Oggi è universalmente noto che, osservato dall’alto dell’atmosfera terrestre, il cielo non appare più azzurro. Infatti, poiché l’atmosfera assorbe la luce del Sole, vista dal basso essa fa apparire azzurro il cielo. Salendo al di sopra dell’atmosfera terrestre, l’uomo vede il cielo nero e, per la stessa ragione, lo vede privo della tinta azzurra. Poiché la Luna non possiede un’atmosfera, il cielo nero appare in quelle condizioni del tutto nuovo e inedito; le fotografie di tale spettacolo sono oggi molto familiari agli uomini del nostro tempo.
Anche in questo caso, confrontando la descrizione del Corano con i dati della scienza moderna, non si può che rimanere colmi di stupore e sbalorditi. Pertanto, quella descrizione coranica non può in alcun modo essere stata opera di qualcuno vissuto quattordici secoli fa.
La Terra
Come gli altri argomenti trattati finora in questo libro, anche i versetti riguardanti la Terra sono disseminati in diverse parti del Corano. È difficile classificarli, e il modo in cui li ho classificati qui è del tutto personale.
Per comprenderne correttamente il significato, si possono innanzitutto scegliere i versetti nei quali vengono menzionati contemporaneamente diversi argomenti. Questi versetti hanno una portata generale e invitano gli uomini a comprendere la munificenza di Allah sulla base degli esempi descritti.
Altri versetti affrontano argomenti più specifici, come il ciclo dell’acqua e i mari, la natura della superficie terrestre e il clima della Terra.
Versetti dalla descrizione generale
In questa categoria di versetti vi è generalmente motivo per riconoscere la misericordia e la benevolenza del Creatore verso le Sue creature; tuttavia, talvolta vi si trovano descrizioni che suscitano curiosità dal punto di vista della scienza moderna. In particolare, alcune di esse erano particolarmente significative per gli uomini dell’epoca in cui fu rivelato il Corano. In seguito, sulla base dei dati e delle conoscenze scientifiche, tali concezioni e credenze sono state dimostrate erronee.
Al contrario, quei versetti esprimono concetti semplici, facilmente comprensibili per gli Arabi. Infatti, per ragioni geografiche, il Corano era stato indirizzato innanzitutto a loro. Erano gli abitanti della Mecca e di Medina e i beduini della Penisola Arabica. Ma, oltre a ciò, quei versetti contengono concetti di carattere generale dai quali persone più progredite di qualsiasi luogo e tempo possono trarre conoscenze più profonde; e questo è un segno dell’universalità e del carattere internazionale del Corano.
Ho già detto che i versetti non sono classificati in categorie. Pertanto, qui seguiamo l’ordine numerico delle sure.
Sura 2 (al-Baqara), versetto 22: «(Allah) è Colui che ha fatto per voi della terra un giaciglio e del cielo un tetto, e ha fatto scendere dal cielo l’acqua, mediante la quale ha prodotto per voi i frutti. Non attribuite dunque consapevolmente a nessuno degli eguali ad Allah».
Sura 2 (al-Baqara), versetto 164: «Nella creazione dei cieli e della terra, nell’alternarsi della notte e del giorno, nelle navi che solcano il mare con ciò che giova agli uomini, nell’acqua che Allah fa scendere dal cielo e con la quale ridà vita alla terra dopo la sua morte, disseminandovi ogni sorta di animali, nel mutare dei venti e nelle nuvole soggiogate tra il cielo e la terra, vi sono certamente segni per le genti dotate di intelletto».
Sura 13 (ar-Ra‘d), versetto 3: «È Lui che ha esteso la terra, vi ha posto montagne e fiumi e ha creato ogni specie di frutti a coppie. Egli copre il giorno con la notte. In ciò vi sono certamente segni per la gente che riflette».
Sura 15 (al-Hijr), versetti 19-21: «Abbiamo esteso la terra e vi abbiamo posto montagne; abbiamo creato ogni cosa sulla terra secondo una misura equilibrata e vi abbiamo predisposto il sostentamento per voi e anche per coloro dei quali non siete sostentatori. Presso di Noi sono i tesori di ogni cosa e Noi la facciamo scendere soltanto in quantità determinata».
Sura 20 (Ta-Ha), versetti 53-54: «(È Lui, Allah,) che ha fatto per voi della terra un giaciglio e vi ha tracciato vie; fa scendere dal cielo l’acqua e con essa fa germogliare vari tipi di piante. Mangiate e fate pascolare il vostro bestiame; in ciò vi sono certamente segni per coloro che possiedono intelletto».
Sura 27 (An-Naml), versetto 61: «(Egli è Allah) Colui che ha reso la terra abitabile, ha fatto scorrere in mezzo ad essa fiumi e torrenti, vi ha collocato montagne saldamente ancorate e ha posto una barriera tra i due mari. Esiste forse un’altra divinità insieme ad Allah? Eppure la maggior parte di loro non lo sa.»
Qui si parla della solidità generale dello strato superficiale della Terra. Sappiamo che, nella fase iniziale della formazione della Terra, tale strato non era solido prima di raffreddarsi. Ancora oggi, naturalmente, non è ugualmente solido ovunque, poiché vi sono molte zone in cui si verificano frequenti terremoti. A proposito della barriera tra i due mari, si può ricordare che l’acqua dei grandi fiumi si mescolerà con quella del mare alla foce, oppure.
Sura 67 (Al-Mulk), versetto 15: «Egli ha reso la terra agevole per voi; percorrete dunque le sue regioni e mangiate ciò che Egli vi ha provveduto; dopo la resurrezione, il ritorno sarà presso di Lui.»
Sura 79 (An-Nazi’at), versetti 30-33: «Poi (Allah) ha esteso la terra; da essa ha fatto scaturire le sue sorgenti e i suoi pascoli, e ha saldamente conficcato le montagne; tutto ciò è per il godimento vostro e dei vostri animali.»
In molti versetti di questo tipo si sottolineano l’importanza dell’acqua e i benefici della sua presenza nel terreno, cioè la fertilità del suolo. Non vi è dubbio che, nei paesi desertici, la vita e la morte dell’uomo dipendano dall’acqua. Tuttavia, nel Corano, la presentazione di questo argomento non è limitata a questa ristretta rilevanza geografica. Secondo la scienza moderna, nel sistema solare l’acqua si trova soltanto sul pianeta Terra, e proprio su questa caratteristica il Corano pone l’accento. Senza acqua, la Terra sarebbe diventata un pianeta morto come la Luna. Tra i vari argomenti riguardanti la Terra, nel Corano l’acqua viene menzionata per prima. Inoltre, in esso il ciclo dell’acqua è descritto in modo impeccabile e preciso.
Il ciclo dell’acqua e il mare
Se si ascoltassero uno dopo l’altro i versetti del Corano riguardanti il ruolo dell’acqua nella vita umana, si vedrebbe che vi sono espresse cose per noi facilmente comprensibili. Questo perché, nell’epoca attuale, quasi tutti siamo più o meno informati sul ciclo naturale dell’acqua.
Considerando le concezioni diffuse nell’antichità su questo argomento, si constata che erano fondamentalmente basate su supposizioni e immaginazione. Sebbene tali concezioni fossero diffuse al tempo della rivelazione del Corano, nel Corano stesso non hanno trovato alcun posto. Anche se alcune delle conoscenze necessarie a tale scopo potevano essere raccolte mediante ragionamenti fondati su supposizioni, tali idee e concezioni non possono più essere accettate nell’epoca attuale.
Era facile supporre che l’acqua sotterranea filtrasse dall’alto. Nell’antichità, nel primo secolo a.C., Marco Vitruvio Pollione, abitante di Roma,
era fautore di questa teoria. Tuttavia, molti considerarono tale concezione un’eccezione. Risulta dunque che per molti secoli — proprio nel periodo in cui fu rivelato il Corano — gli uomini abbiano mantenuto un’idea completamente errata del ciclo dell’acqua.
A questo proposito, due specialisti, G. Pastini e B. Blavoux, hanno fornito una valida ricostruzione della storia del problema in un articolo dell’enciclopedia Universalis. Essi affermano: «Nel VII secolo a.C., Talete di Mileto sosteneva che l’acqua del mare, spinta dai venti, si dirigesse verso la terraferma e che, dopo essere caduta sul suolo, penetrasse nel terreno. Platone credeva in questa teoria e pensava che l’acqua ritornasse al mare attraverso un profondo passaggio sotterraneo, il Tartaro. Fino al XVIII secolo questa teoria ebbe numerosi sostenitori, tra i quali Cartesio. Aristotele riteneva che l’acqua sotterranea si trasformasse in vapore, che si condensasse nel freddo delle regioni montuose e formasse laghi sotterranei; quell’acqua scorreva poi sotto forma di sorgenti. Seneca (I secolo), Volger e molti altri sostennero questa teoria fino al 1877. Nel 1580 Bernard Palissy elaborò una concezione chiara del ciclo dell’acqua. Egli affermò che l’acqua presente nel sottosuolo proveniva dall’infiltrazione dell’acqua piovana dall’alto. Nel XVII secolo Mariotte e P. Perrault sostennero e confermarono questa teoria.»
Tuttavia, nei versetti del Sacro Corano riportati di seguito non vi è la minima traccia delle varie concezioni errate diffuse all’epoca di Muhammad (pace e benedizioni su di lui).
Sura 50 (Qaf), versetti 9-11: «Dal cielo facciamo scendere una pioggia benefica e per mezzo di essa facciamo germogliare giardini, messi e alte palme da datteri, che portano grappoli sovrapposti, sostentamento per i Miei servi; con la pioggia vivifichiamo la terra morta: così avverrà la resurrezione.»
Sura 23 (Al-Mu’minun), versetti 18-19: «Facciamo scendere dal cielo l’acqua in misura determinata, poi la conserviamo nella terra, ma siamo anche capaci di farla scomparire. Poi, per mezzo di essa, facciamo sorgere per voi giardini di palme e vigne; in essi avete frutti abbondanti, dei quali vi nutrite.»
Sura 15 (Al-Hijr), versetto 22: «Mandiamo i venti fecondatori, poi facciamo scendere dal cielo l’acqua e ve la facciamo bere; voi non ne siete i depositari.»
Questo versetto può avere due possibili interpretazioni. L’espressione «venti fecondatori» o «venti portatori di fecondità» significa che i venti trasportano i semi e il polline di molti frutti e fiori. Un altro significato può essere che, grazie ai venti, molte nubi prive di pioggia si trasformino in nubi piovose. Il ruolo dei venti è menzionato in numerosi casi, come nei versetti seguenti:
Sura 35 (Fāṭir), versetto 9: «Allah è Colui che invia i venti, i quali sospingono le nubi. Poi Egli le dirige verso una terra morta e, per mezzo loro, ridà vita alla terra dopo la sua morte. Così avverrà la Resurrezione».
È degno di nota che la prima parte del versetto sia descrittiva e che poi, senza alcuna pausa intermedia, venga proclamato direttamente un annuncio da parte di Allah. Questo improvviso cambiamento nella narrazione si riscontra frequentemente nel Corano.
Sura 30 (ar-Rūm), versetto 48: «Allah è Colui che invia i venti, i quali sospingono le nubi; poi Egli le distende nel cielo come vuole, le divide in frammenti e tu vedi la pioggia uscire da esse. Egli la concede a chi vuole tra i Suoi servi, ed ecco che essi gioiscono».
Sura 7 (al-Aʿrāf), versetto 57: «Egli è Colui che invia i venti come annuncio della Sua misericordia. Quando essi trasportano nubi pesanti, li inviamo verso una terra morta; poi facciamo scendere da esse la pioggia e, per mezzo suo, facciamo produrre ogni sorta di frutti. Così ridiamo vita ai morti, affinché possiate trarne un insegnamento».
Sura 25 (al-Furqān), versetti 48-49: «Egli è Colui che invia i venti come annuncio della Sua misericordia e fa scendere dal cielo acqua pura, per ridare vita con essa a una terra morta e dissetare una moltitudine di animali e di esseri umani».
Sura 45 (al-Jāthiya), versetto 5: «Vi sono segni, per la gente riflessiva, nell’alternarsi della notte e del giorno, nella pioggia che Allah fa scendere dal cielo e con la quale ridà vita alla terra dopo la sua morte, e nel mutare dei venti».
Qui è particolarmente degno di nota l’accento posto sul ruolo dei venti nel cambiamento del ciclo della pioggia.
Sura 13 (ar-Raʿd), versetto 17 (parte): «Egli fa scendere la pioggia dal cielo, e le valli si colmano secondo la loro capacità; la piena trasporta la schiuma che si trova in superficie».
Sura 67 (Al-Mulk), versetto 30: «Di’: avete mai riflettuto? Se l’acqua sprofondasse nella terra, al di là della vostra portata, chi vi porterebbe acqua corrente?»
Sura 39 (Az-Zumar), versetto 21 (parte): «Non vedi che Allah fa scendere l’acqua dal cielo, poi la fa scorrere sulla terra in ruscelli e, per mezzo di essa, produce raccolti di vari colori?»
Sura 36 (Ya-Sin), versetto 34: «E vi abbiamo creato giardini di palme e di viti e vi abbiamo fatto sgorgare sorgenti.»
Negli ultimi tre versetti si è posto l’accento sulle sorgenti e sul processo mediante il quale esse vengono alimentate dall’acqua piovana. È necessario riflettere profondamente su questo argomento e ricordare, a questo proposito, che nel Medioevo si credeva, e che anche uomini sapienti come Aristotele ritenevano, che l’acqua delle sorgenti provenisse direttamente dal sottosuolo. Il professor M. R. Rémenieras, della Scuola nazionale francese di agronomia, nel suo articolo sull’idrologia (scienza dell’acqua) nell’Enciclopedia Universalis, ha descritto le principali fasi del ciclo dell’acqua e ha menzionato gli efficaci sistemi d’irrigazione dell’antichità, specialmente in Medio Oriente. Ha osservato che, poiché le idee e le teorie allora prevalenti erano errate, la gente comune faceva maggiore affidamento sull’esperienza acquisita nelle proprie attività d’irrigazione. Egli dice: «Fino all’epoca del Rinascimento (1400-1600 d.C.) prevalsero esclusivamente teorie filosofiche. In seguito, l’avvio di ricerche fondate sull’osservazione oggettiva portò all’abbandono di tali teorie. Leonardo da Vinci (1452-1519) protestò contro la teoria di Aristotele. Nel libro intitolato “Meraviglioso discorso sulla natura dell’acqua e delle fontane, naturali e artificiali” (Parigi, 1570), Bernard Palissy espose i dati reali sul ciclo dell’acqua e sull’alimentazione delle sorgenti da parte dell’acqua piovana.»
È proprio questo, ossia il fatto che l’acqua piovana penetri nel sottosuolo e venga utilizzata come fonte, a essere descritto nel versetto 21 della Sura Az-Zumar.
Nel versetto 43 della Sura An-Nur si parla della pioggia e della grandine: «Non vedi che Allah muove le nuvole, poi le riunisce e quindi le ammassa? Tu vedi allora la pioggia uscire da esse; ed Egli fa scendere la grandine dalle montagne di ghiaccio che sono nel cielo, colpendo con essa chi vuole e allontanandola da chi vuole. Il lampo delle nuvole quasi acceca la vista.»
A questo proposito è necessario prestare particolare attenzione al contenuto di tre versetti della Sura Al-Waqi’a (68-70):
«Avete mai riflettuto sull’acqua che bevete? Siete voi a farla scendere dalle nuvole, oppure siamo Noi a farla cadere? Se volessimo, potremmo renderla salata. Perché dunque non mostrate gratitudine?»
Il fatto che Allah sia onnipotente e possa fare tutto ciò che vuole viene ricordato anche menzionando la Sua capacità di trasformare l’acqua dolce in acqua salata. Nell’epoca moderna, tuttavia, l’uomo è riuscito a produrre artificialmente la pioggia. È dunque possibile per qualcuno contestare o contraddire quanto il Corano afferma riguardo alla capacità dell’uomo di produrre la pioggia?
La risposta a questa domanda è: no, non è possibile. Tuttavia, bisogna certamente riconoscere i limiti delle capacità umane in questo campo. M. A. Fassi, esperto dell’ufficio meteorologico francese, ha scritto nell’enciclopedia Encyclopaedia Universalis, alla voce «Pioggia»: «Non sarà mai possibile far piovere da una nube che non sia matura per la pioggia o che non abbia acquisito le caratteristiche necessarie». In altre parole, se le condizioni naturali non sono favorevoli, l’uomo non potrà mai accelerare il processo della pioggia applicando le proprie conoscenze tecniche. Altrimenti non potrebbero mai verificarsi siccità o assenza di piogge. Eppure, nella realtà, si osserva che siccità e assenza di piogge si verificano molto frequentemente. Pertanto, la possibilità di controllare la pioggia o il clima resterà per l’uomo soltanto un sogno.
L’uomo non può, semplicemente desiderandolo, violare le leggi naturali permanenti che regolano il ciclo dell’acqua. Secondo le conoscenze della moderna scienza dell’acqua, tali leggi naturali sono le seguenti:
A causa del calore proveniente dai raggi solari, l’acqua dei mari e della superficie terrestre evapora. Questo vapore sale nell’atmosfera, si condensa e si trasforma in nuvole. Il vento trasporta queste nuvole a diverse distanze. Le nuvole possono allora disperdersi senza produrre precipitazioni, oppure unirsi ad altre nuvole e condensarsi ulteriormente, oppure disperdersi e produrre precipitazioni in una delle fasi del ciclo. Dopo che questa pioggia è caduta sul mare (i mari costituiscono il 70 per cento della superficie terrestre), il ciclo ricomincia da capo. Quando la pioggia cade sul terreno, può essere assorbita dalle piante e contribuire così alla loro nascita e crescita. Una parte dell’acqua delle piante ritorna nuovamente nell’atmosfera. L’acqua rimanente penetra nel terreno e da lì ritorna al mare attraverso il sottosuolo, oppure scorre nelle sorgenti e nei fiumi.
Confrontando i dati moderni della scienza dell’acqua con i versetti del Corano citati in questo capitolo, si rilevano tra gli uni e gli altri sorprendenti corrispondenze e somiglianze.
Il mare
La questione del mare è tuttavia di natura un po’ diversa. Nel Corano non vi è alcuna descrizione del mare che possa essere confrontata con i moderni dati scientifici. È tuttavia necessario sottolineare con la dovuta importanza che, in nessun punto del Corano, vi è alcun sostegno alle teorie, alle leggende o alle superstizioni sul mare che erano diffuse all’epoca della rivelazione del Corano.
In alcuni versetti si parla del mare e della navigazione. In essi vi è materia di riflessione per comprendere l’onnipotenza di Allah a partire da fenomeni generalmente osservabili. Come esempio, si possono citare i seguenti versetti:
Sura 14 (Ibrāhīm), versetto 32: «Egli ha assoggettato a voi le navi, affinché navighino sul mare secondo il Suo comando.»
Sura 16 (an-Naḥl), versetto 14: «Egli ha assoggettato a voi il mare, affinché possiate mangiare da esso carne fresca e ricavarne ornamenti con cui adornarvi; e vedete le navi solcare le sue acque, affinché possiate cercare il Suo favore e renderGli grazie.»
Sura 31 (Luqmān), versetto 31: «Non vedi che le navi solcano il mare per grazia di Allah, affinché Egli vi mostri i Suoi segni? In ciò vi sono certamente segni per ogni persona paziente e riconoscente.»
Sura 55 (ar-Raḥmān), versetto 24: «A Lui appartengono le navi che solcano il mare, simili a montagne.»
Sura 36 (Yā Sīn), versetti 41-44: «Per loro vi è un segno nel fatto che abbiamo trasportato i loro antenati nell’arca carica e che per loro abbiamo creato veicoli simili, sui quali viaggiano. Se volessimo, li annegheremmo: allora non avrebbero alcun soccorritore e non sarebbero salvati, se non fosse per la Nostra misericordia e perché concediamo loro di godere della vita per un certo tempo.»
Qui si parla chiaramente del trasporto di persone su una nave, cioè dell’episodio in cui Noè (pace su di lui), insieme agli altri passeggeri, fu trasportato sulla nave e condotto sulla terra asciutta.
Un altro fenomeno visibile riguardante il mare attira facilmente l’attenzione proprio per la sua caratteristica insolita; questa caratteristica è visibile anche alle foci dei grandi fiumi e all’ingresso dei mari. Il Corano ne fa una chiara menzione.
Questa caratteristica consiste nel fatto che l’acqua dolce dei fiumi non si mescola con l’acqua salata del mare. Tale fenomeno si osserva nel punto in cui i fiumi Tigri (Dijla) ed Eufrate (Furāt) si incontrano. Quell’estuario è una sorta di mare lungo oltre cento miglia ed è chiamato Shatt al-ʿArab. Quando le onde del mare penetrano in questo golfo, spingono l’acqua dolce del fiume verso la terraferma asciutta e contribuiscono così all’irrigazione. Per comprendere il significato del testo coranico su questo argomento, è necessario capire che la parola araba «baḥr» indica una grande quantità d’acqua e, in questo senso, designa tanto il mare quanto i grandi fiumi come il Nilo, il Tigri e l’Eufrate. Anche la parola inglese «sea» porta questo significato generale.
La caratteristica della mancata mescolanza dell’acqua dolce e dell’acqua salata è descritta nei tre versetti seguenti:
Sura 25 (al-Furqān), versetto 53: «Egli ha fatto scorrere i due mari: l’acqua dell’uno è dolce e potabile, mentre quella dell’altro è salata e amara. Tra i due ha posto una barriera, un limite invalicabile».
Sura 55 (Fāṭir), versetto 12: «I due mari non sono uguali: l’acqua dell’uno è dolce e potabile, mentre quella dell’altro è salata e amara. Da ciascuno di essi mangiate pesce fresco e traete gioielli che indossate».
Sura 55 (ar-Raḥmān), versetti 19, 20 e 22: «Egli ha fatto scorrere i due mari, che si incontrano; tra loro vi è però una barriera che essi non possono oltrepassare. Da entrambi si producono perle e corallo».
Dopo la descrizione dell’evento principale, vengono menzionati i prodotti ricavati dai due tipi d’acqua, cioè pesce, perle e corallo. Il fenomeno della mancata mescolanza tra acqua dolce e acqua salata non è un caso unico o esclusivo dei fiumi Tigri ed Eufrate. Lo stesso fenomeno si verifica anche altrove. Sebbene nel Corano non siano menzionati i nomi dei fiumi Tigri ed Eufrate, generalmente si ritiene che il riferimento sia proprio a questi due fiumi. Le loro acque dolci non si mescolano con quelle salate fino a raggiungere il mare aperto e profondo.
La superficie terrestre
La struttura della Terra è molto complessa. Oggi si può presumere, in linea generale, che la Terra si sia formata da uno strato estremamente spesso, attraverso uno stato di grande calore. Nel suo centro, le sostanze rocciose sono ancora fuse e incandescenti, mentre lo strato superiore si è raffreddato e ha assunto una forma solida. Lo strato superiore, o crosta terrestre, è molto sottile; il suo spessore viene misurato in miglia, o al massimo in decine di miglia. La distanza dal centro della Terra alla sua superficie è di poco superiore a 3.750 miglia. Pertanto, in media, lo spessore della crosta non raggiunge neppure un centesimo della circonferenza della sfera. Eppure tutti i fenomeni geologici si sono verificati proprio su questa crosta. Le catene montuose si sono formate in seguito alle pieghe prodottesi nella crosta terrestre all’inizio di questo processo. Per i geologi, questo processo è noto come «orogenesi» ed è di grande importanza. Infatti, proprio la piega che ha prodotto la formazione delle montagne ha fatto abbassare proporzionalmente la crosta terrestre, creando così una solida base per le montagne.
La distribuzione e il rapporto tra mari e terre sulla superficie terrestre sono stati accertati soltanto in tempi relativamente recenti, e la nostra conoscenza rimane incompleta persino per quanto riguarda l’epoca più recente e conosciuta. Si ritiene che le catene marine si siano probabilmente formate circa cinquanta milioni di anni fa. Nella fase iniziale, probabilmente l’intera massa continentale aveva la forma di un unico blocco, che in seguito si frammentò assumendo la forma dei diversi continenti. Alcuni continenti, o parti di essi (il continente nord-atlantico e alcune parti dell’Europa), si sono formati a causa della formazione di montagne nelle regioni marine.
Secondo le concezioni moderne, la formazione e lo sviluppo delle montagne hanno svolto un ruolo principale nella formazione della Terra. Dalla fase primordiale fino al Quaternario, i processi di formazione della Terra hanno influito sui vari equilibri. Alcune parti della superficie terrestre si sono formate ex novo e, in questo modo, nel corso di milioni di anni sono cambiati la distribuzione e il rapporto tra i mari e le terre emerse. Attraverso questi cambiamenti, oggi la superficie delle terre emerse è arrivata a rappresentare soltanto tre decimi di quella dei mari.
In questo modo, è ora possibile fornire, almeno in termini generali, una descrizione dei cambiamenti avvenuti negli ultimi secoli.
A proposito della superficie terrestre, nel Corano è descritto soltanto il processo di formazione delle montagne. Nei versetti seguenti si parla della misericordia di Allah verso gli esseri umani in relazione alla formazione della Terra. Dal punto di vista scientifico, probabilmente non vi è altro da dire su questo argomento.
Sura 71 (Nūḥ), versetti 19-20: «E Allah ha fatto per voi la terra distesa, affinché possiate percorrerla attraverso ampie vie».
Sura 51 (adh-Dhāriyāt), versetto 48: «Ho disteso la terra: quanto magnificamente l’ho distesa!». Si parla dunque della terra distesa come un tappeto. Questo tappeto è la crosta terrestre, un involucro estremamente resistente sul quale viviamo. Senza questa crosta, la Terra non avrebbe potuto essere adatta alla vita di alcun essere vivente, poiché il suo interno è liquido, incandescente e distruttivo per la vita. La descrizione coranica del consolidamento e del rafforzamento delle montagne e della superficie terrestre, dovuti al ripiegamento della superficie terrestre, è molto importante.
Sura 88 (al-Ghāshiya), versetti 19-20: «E come sono state erette le montagne (come tende) e come è stata spianata la terra?». Nei versetti successivi viene fornita una descrizione dettagliata di come le montagne siano state conficcate nella terra.
Sura 78 (an-Nabaʾ), versetti 6-7: «Non abbiamo forse fatto della terra un giaciglio e delle montagne dei pioli?». Un piolo è un palo conficcato nel terreno per legarvi le corde tese di una tenda (awtād, plurale di watad). I moderni geologi hanno riconosciuto che sono proprio i ripiegamenti della terra a fungere da fondamento delle montagne. Secondo loro, l’ampiezza di ciascun ripiegamento può variare da uno a dieci miglia. Questi ripiegamenti contribuiscono inoltre a rafforzare la crosta terrestre. In questo contesto, si possono considerare i versetti seguenti:
Sura 79 (an-Nāziʿāt), versetto 32: «E le montagne Egli le ha saldamente conficcate».
Sura 31 (Luqmān), versetto 10: «È Lui che ha posto sulla terra le montagne, affinché essa non vacilli portandovi con sé.»
La stessa cosa è stata detta nel versetto 15 della sura an-Naḥl, e la stessa idea è stata espressa anche nel versetto 31 della sura al-Anbiyāʾ: «E abbiamo creato sulla terra montagne saldamente erette, affinché essa non vacilli con loro in ogni direzione.»
In questi versetti viene espressa l’idea che il modo in cui sono state collocate le montagne garantisca la stabilità. Questa idea è pienamente coerente con le moderne conoscenze geologiche.
L’atmosfera terrestre
Abbiamo già esaminato le varie descrizioni del cielo nel Corano; ora esamineremo alcuni fenomeni dell’atmosfera menzionati nei versetti. Vedremo che non vi è alcuna contraddizione tra le informazioni descritte in questi versetti e la scienza moderna.
L’altitudine
Quando l’essere umano sale verso l’alto, prova disagio. Il disagio aumenta con l’altitudine. Proprio questa sensazione familiare è descritta nel versetto 125 della sura al-Anʿām: «Quando Allah vuole guidare qualcuno sulla retta via, gli apre il cuore all’Islam; e quando vuole sviare qualcuno, gli stringe il cuore, rendendogli difficile seguire l’Islam come se dovesse salire in cielo.»
Alcuni commentatori hanno sostenuto che, ai tempi di Muhammad (pace e benedizioni su di lui), gli arabi non conoscessero il disagio provocato dall’ascesa verso l’alto. Ma questa affermazione non è affatto vera. Infatti, già allora nella regione araba esistevano montagne alte più di due miglia; pertanto non è possibile che ignorassero la difficoltà di respirare a quell’altitudine. Ai tempi del Profeta, la città di Sanaʿa, capitale dello Yemen, era abitata e si trovava a circa 7.900 piedi sul livello del mare. Alcuni commentatori hanno inoltre creduto di vedere in questo versetto una profezia della conquista dello spazio, ma neppure questo è vero. In questo versetto, almeno, non vi è alcuna profezia della conquista dello spazio.
L’elettricità nell’atmosfera
Nei versetti seguenti si parla della presenza dell’elettricità nell’atmosfera e del fatto che essa provoca fulmini e grandine:
Sura 13 (ar-Ra‘d), versetti 12-13: «Egli è Colui che vi mostra il lampo, suscitando timore e speranza, e crea le nubi cariche. Il tuono proclama, con timore, la Sua gloria e la Sua santità, e anche gli angeli; Egli scaglia i fulmini e colpisce con essi chi vuole. Eppure essi discutono a proposito di Allah, sebbene Egli sia possente».
Sura 24 (an-Nur), versetto 43: «Non vedi come Allah muova le nubi, poi le riunisca e infine le accumuli? Tu vedi allora uscire da esse la pioggia. Egli fa scendere la grandine dalle montagne di ghiaccio che sono nel cielo e con essa colpisce chi vuole, oppure la allontana da chi vuole. Il lampo delle nubi quasi priva della vista».
Questi due versetti descrivono chiaramente la formazione delle nubi dense di pioggia o delle nubi temporalesche e il rapporto reciproco con i fulmini. Nel caso delle nubi, esse suscitano speranza per i loro benefici; nel caso del tuono, suscitano timore, perché quando colpisce, ciò avviene esclusivamente per volontà di Allah, il Possente. Il rapporto tra questi due fenomeni è stato dimostrato e confermato dalle moderne conoscenze scientifiche sulla presenza dell’elettricità nell’atmosfera.
L’ombra
Il fatto che l’ombra esista e possa muoversi viene oggi spiegato molto facilmente. I versetti seguenti descrivono questo argomento:
Sura 16 (an-Nahl), versetto 81: «Allah ha predisposto per voi delle ombre tra ciò che ha creato».
Sura 16 (An-Nahl), versetto 48: «Non osservano forse le cose create da Allah, le cui ombre si prostrano umilmente davanti ad Allah, inclinandosi a destra e a sinistra?»
Non vedi forse come il tuo Signore estende l’ombra? Se avesse voluto, avrebbe potuto renderla immobile; invece ha fatto del sole la sua indicazione. Poi la ritrae gradualmente.»
In questi versetti, oltre a menzionare l’umile sottomissione ad Allah di tutte le cose da Lui create e delle loro ombre, nonché il fatto che Allah può ritirare, quando vuole, tutti i segni della Sua potenza, si parla anche del rapporto tra il sole e l’ombra. A questo proposito è necessario ricordare che, ai tempi di Maometto (pace e benedizioni su di lui), si riteneva che il movimento dell’ombra fosse regolato dal movimento del sole da est a ovest, e questo principio veniva applicato agli orologi solari per misurare il tempo dall’alba al tramonto. Senza menzionare in alcun modo questa spiegazione allora corrente, il Corano descrive il fenomeno; e il carattere della spiegazione era tale che, per molti secoli dopo Maometto (pace e benedizioni su di lui), essa fu facilmente accettata. Alla fine, tuttavia, si dimostrò errata. Nel Corano si parla del sole soltanto come indicatore dell’ombra. È evidente che il modo in cui l’ombra è descritta nel Corano non è in contrasto con le moderne conoscenze e i dati relativi a questo argomento.
Il regno animale e vegetale
In questo capitolo sono stati raccolti numerosi versetti riguardanti l’origine della vita. Sono stati inoltre aggiunti alcuni versetti contenenti determinate caratteristiche, generali e particolari, del mondo vegetale e del mondo animale. I versetti relativi a questo argomento si trovano sparsi in diverse parti del Corano. Spero che il modo in cui ho cercato di classificarli permetta di farsi un’idea generale delle informazioni riportate nel Corano.
A causa di alcune difficoltà intrinseche nel significato delle parole, l’esame del testo del Corano in questo capitolo e nel capitolo successivo ha talvolta creato una situazione piuttosto delicata. Tuttavia, è stato possibile superare tale problema con l’aiuto dei moderni dati scientifici relativi all’argomento. Questo aiuto è apparso particolarmente necessario nei casi del mondo animale, del mondo umano e del mondo vegetale; senza di esso non sarebbe stato possibile giungere al vero significato e alla portata della descrizione coranica.
Esaminando la questione da questo punto di vista, sarà chiaramente evidente che tutte le traduzioni del Corano realizzate dagli studiosi saranno necessariamente giudicate errate dagli scienziati. Lo stesso vale, in egual misura, per i commenti di coloro che hanno scritto senza le necessarie conoscenze scientifiche.
L’origine della vita
L’origine della vita ha sempre suscitato interrogativi nella mente dell’uomo: non soltanto riguardo alla propria vita, ma anche riguardo alle diverse forme di vita che si muovono intorno a lui. Esamineremo questa questione da una prospettiva generale. Poiché l’apparizione dell’uomo sulla Terra e l’aumento della sua popolazione richiedono una lunga discussione, ne parleremo nel capitolo successivo.
Laddove il Corano descrive in termini generali l’origine della vita, la descrizione è molto concisa. Nel versetto in cui viene fornita questa descrizione è illustrato anche il processo di formazione dell’universo:
Sura 21 (al-Anbiya’), versetto 33: «I miscredenti non riflettono forse sul fatto che i cieli e la terra erano uniti insieme, poi li abbiamo separati e abbiamo tratto dall’acqua ogni essere vivente? Non crederanno dunque?»
Non vi è alcun dubbio nell’idea che da una cosa se ne ottenga un’altra. Alla luce di ciò, il significato del versetto potrebbe essere che ogni essere vivente è stato creato utilizzando l’acqua come elemento indispensabile; oppure che la vita abbia avuto origine nell’acqua. Entrambi questi significati sono pienamente coerenti con i dati della scienza moderna. In realtà, la vita ha avuto origine nell’acqua, e l’acqua è anche il principale componente di tutte le cellule viventi. La vita non può assolutamente esistere senza acqua. Quando si considera la questione dell’esistenza di esseri viventi su un altro pianeta, la prima domanda è: vi è acqua su quel pianeta?
I dati moderni indicano che le forme di vita più antiche appartenevano proprio al regno vegetale. Le alghe marine apparvero prima del periodo Cambriano, cioè già nell’epoca delle terre emerse più antiche conosciute. Le cellule viventi degli animali, cioè del regno animale, comparvero probabilmente poco dopo, e anch’esse ebbero origine nel mare.
La parola acqua (in inglese water) è stata utilizzata come traduzione della parola araba «māʾ». La parola «māʾ» può indicare l’acqua del cielo, l’acqua del mare oppure qualsiasi tipo di sostanza liquida. L’acqua nel primo significato è indispensabile per tutte le forme di vita del regno vegetale.
Sura 20 (Ta-Ha), versetto 53: «Egli fa scendere dal cielo l’acqua e per mezzo di essa produce vari tipi di piante, a coppie.»
Questo è il primo riferimento alle coppie nel regno vegetale / ne parleremo più avanti. Nell’altro significato, cioè se non si intende un tipo specifico ma semplicemente una sostanza liquida, l’acqua così intesa costituisce la base essenziale della formazione della vita di tutti gli esseri viventi. Sura 24 (an-Nur), versetto 45: «Allah ha creato ogni essere vivente dall’acqua.» Vedremo più avanti che la parola acqua viene usata anche per indicare lo sperma.
Che si tratti dell’origine della vita in generale, oppure della germinazione delle piante nel terreno, oppure ancora del seme dell’animale, tutte le descrizioni contenute nel Corano sono pienamente conformi alla scienza moderna. Nel Corano non viene menzionata neppure una delle leggende e dei racconti mitici sull’origine della vita che erano diffusi all’epoca della sua rivelazione.
Il regno vegetale
Sarebbe possibile citare per intero tutti i versetti in cui viene menzionata la misericordia di Allah riguardo alla produzione di piante, erbe e rampicanti per effetto della pioggia. Tuttavia, qui ne citeremo soltanto tre:
Sura 16, an-Nahl, versetti 10-11: «Egli è Colui che fa scendere l’acqua dal cielo. Da essa avete da bere e da essa nascono le piante con cui fate pascolare il bestiame. Con essa Egli fa crescere per voi i cereali, gli olivi, le palme, le viti e ogni sorta di frutti.»
Sura 6, al-An‘am, versetto 99: «Egli è Colui che fa scendere l’acqua dal cielo e con essa fa germogliare ogni sorta di pianta; da essa fa spuntare il verde, dal quale trae chicchi disposti in file serrate; dalle spate della palma fa uscire grappoli pendenti; e crea giardini di viti, olivi e melograni, simili e dissimili gli uni dagli altri. Osservate i loro frutti quando cominciano a produrre e quando maturano. In ciò vi sono certamente segni per il popolo credente.»
Sura 50, Qaf, versetti 9-11: «Dal cielo facciamo scendere una pioggia benefica e con essa facciamo crescere giardini, cereali e alte palme dai grappoli sovrapposti, sostentamento per i Miei servi. Con la pioggia ridiamo vita alla terra morta: così sarà la resurrezione.»
Accanto a queste informazioni di carattere generale, nel Corano sono state inserite anche informazioni riguardanti questioni specifiche.
L’equilibrio nel mondo vegetale
Sura 15 (al-Hijr), versetto 19: «Ho creato ogni cosa sulla terra in giusta proporzione.»
La varietà delle proprietà dei diversi alimenti
Sura 13 (al-Raʿd), versetto 4: «Vi sono, sulla terra, regioni contigue; vi sono vigneti, campi di grano e palme con più tronchi o con un solo tronco; esse ricevono la stessa acqua e, quanto ai frutti, Noi rendiamo alcuni di essi migliori di altri. In ciò vi sono certamente segni per le genti dotate di intelletto.»
L’esistenza di questi versetti è particolarmente degna di nota, perché vi vengono descritte verità fondamentali in un linguaggio estremamente semplice, senza alcun riferimento alle leggende o alle favole dell’epoca. Tuttavia, è soprattutto la descrizione coranica della riproduzione nel regno vegetale ad attirare la nostra attenzione.
La riproduzione nel regno vegetale
Nel regno vegetale la riproduzione avviene in due modi: sessuale e asessuata. Solo la prima può essere propriamente definita riproduzione, perché in essa è attivo un processo fisiologico il cui scopo è la comparsa di un nuovo organismo simile al progenitore.
La riproduzione asessuata, invece, è un semplice aumento numerico: una parte staccata dalla pianta madre si sviluppa in virtù delle caratteristiche della pianta madre. Guilliermond e Mangenot hanno definito questo processo «una forma particolare di nascita». Un semplice esempio di tale processo è la talea: si taglia un ramo della pianta, lo si pianta nel terreno e vi si fanno sviluppare nuove radici. Non tutte le piante possono essere propagate per talea; ve ne sono alcune particolarmente adatte a questo metodo. In alcune piante nascono polloni o propaggini che possono essere utilizzati proprio come i semi. È significativo che i semi si formino proprio come risultato del processo sessuale.
Nel regno vegetale la riproduzione sessuale avviene attraverso la fusione delle parti maschili e femminili della stessa pianta o di piante diverse. Nel Corano viene menzionato soltanto questo processo.
Sura 20 (Tāhā), versetto 53: «Egli fa scendere l’acqua dal cielo e con essa fa germogliare varie specie (a coppie).»
La parola «zawj» significa uno degli elementi di una coppia. Il plurale di questa parola araba è «azwāj». Il significato originario della parola è qualcosa che, unendosi a qualcos’altro, forma una coppia. In questo senso, la parola viene usata anche per una coppia sposata e per un paio di scarpe.
Sura 22 (al-Ḥajj), versetto 5: «Guarda la terra: la vedi arida; poi, quando vi faccio scendere l’acqua, essa si anima, si gonfia, diventa verde e fa germogliare ogni sorta di piante piacevoli alla vista (a coppie).»
Sura 31 (Luqmān), versetto 10: «Egli fa germogliare sulla terra ogni sorta di piante benefiche (a coppie).»
Sura 13 (al-Raʿd), versetto 3: «Egli ha creato sulla terra ogni frutto in due specie (a coppie).»
Sappiamo che, nelle piante di livello superiore, il prodotto finale del processo di riproduzione è il frutto. La struttura di questo tipo di piante è molto evoluta e complessa. Lo stadio precedente al frutto è il fiore, che possiede organi maschili e femminili. Dopo che il polline viene depositato nell’organo femminile, si forma il frutto; poi, quando il frutto matura, si formano i semi. Pertanto, tutti i frutti dimostrano l’esistenza di organi maschili e femminili. È proprio questo che viene affermato nel Corano. È significativo osservare che, in alcune specie, il frutto può formarsi anche da fiori sterili (senza la fusione del polline maschile e femminile), come nel caso delle banane, di alcuni tipi di ananas, dei fichi, delle arance e dell’uva. Anche questi frutti possono nascere da fiori fertili.
Quando il rivestimento esterno del seme, spesso molto duro, si apre e avviene la germinazione, si giunge all’ultima fase del processo di riproduzione. L’apertura del rivestimento esterno permette la crescita delle radici; queste radici assorbono allora le sostanze nutritive dal terreno e aiutano a far crescere una nuova piantina.
Nel Corano, questo processo di germinazione viene descritto nel modo seguente:
Sura 6 (Al-An‘am), versetto 95: «Allah fa germogliare il seme dei cereali e i noccioli». Dopo aver menzionato l’esistenza in coppie nel mondo vegetale, il Corano applica questo concetto in un ambito ancora più ampio e generale.
Sura 36 (Ya-Sin), versetto 36: «Gloria e grandezza a Colui che ha creato a coppie ogni cosa: le piante, gli esseri umani e ciò che essi non conoscono».
All’epoca di Muhammad (pace e benedizioni su di lui), riguardo a «ciò che essi non conoscono» potevano esserci varie congetture e supposizioni. Ma oggi sappiamo con certezza che l’esistenza delle coppie si riscontra nel mondo animato e in quello inanimato, dal livello più piccolo a quello più grande. È degno di nota che tutte queste concezioni del Corano siano pienamente conformi al sapere e alla scienza moderni.
Il regno animale
Nel Corano vi sono alcuni argomenti la cui spiegazione e analisi devono essere confrontate con la scienza moderna. Tuttavia, se qualcuno esamina con profonda attenzione il versetto citato qui di seguito, non potrà comprendere pienamente che cosa il Corano contenga realmente riguardo all’argomento in questione.
In questo versetto viene descritta la creazione di alcuni elementi del mondo animale, allo scopo di far comprendere all’uomo la misericordia di Allah verso di lui. Il fatto che tali elementi siano stati creati in accordo con le necessità dell’uomo è una caratteristica generale del Corano; citiamo in modo particolare questo versetto proprio come esempio di tale caratteristica. Il versetto si rivolge agli abitanti delle regioni rurali, e non vi è modo di considerare l’argomento da una prospettiva diversa da questa.
Sura 16 (An-Nahl), versetti 5-8: «Egli ha creato il bestiame; in esso vi sono per voi materiali per gli indumenti invernali e numerosi benefici, e da esso ricavate il cibo. Quando, al crepuscolo, lo riportate dai pascoli alle vostre case e quando, al mattino, lo conducete ai pascoli, godete della sua bellezza. Ed Egli ha creato per voi i cavalli, i muli e gli asini, affinché li cavalchiate e siano ornamento per voi; e crea molte altre cose che voi non conoscete». Oltre a questa descrizione generale, nel Corano vengono fornite alcune informazioni specifiche. Gli argomenti sono: (1) la riproduzione nel mondo animale; (2) l’esistenza di società nel mondo animale; (3) le descrizioni riguardanti le api, i ragni e gli uccelli; (4) l’origine degli elementi costitutivi del latte animale. Ora li esamineremo uno dopo l’altro.
1) La riproduzione nel mondo animale
L’argomento è descritto molto brevemente nei versetti 45-56 della sura an-Najm: «Egli crea la coppia, il maschio e la femmina, da una goccia di sperma emessa». Qui, con «coppia», si intende ciò che nei versetti riguardanti il mondo vegetale è stato descritto come «due elementi». Abbiamo già discusso questo argomento. È tuttavia degno di nota che qui venga indicato il sesso dei membri della coppia. La descrizione secondo cui per la riproduzione è necessaria una piccola quantità di sostanza liquida è corretta, precisa e pienamente degna di apprezzamento. In arabo è stata utilizzata una parola il cui significato è chiaramente «sperma». Discuteremo più avanti la rilevanza di questa descrizione.
2) L’esistenza di società nel mondo animale
La sura 6 (al-An’am), versetto 38, dice: «Non vi è essere che si muova sulla terra, né uccello che voli con le proprie ali, che non costituisca una comunità come voi. Non abbiamo trascurato nulla nel Libro; poi tutti saranno radunati presso il loro Signore». È necessario discutere alcuni aspetti di questo versetto. Innanzitutto, dalla descrizione del versetto sembra emergere un’indicazione riguardo a ciò che accadrà agli animali e agli uccelli dopo la morte. Tuttavia, apparentemente l’Islam non offre alcuna indicazione al riguardo. In secondo luogo, sembra che qui si faccia riferimento, in generale, al destino predeterminato (qadar). (Per quanto riguarda il significato del qadar nel caso dell’essere umano, ne abbiamo già discusso all’inizio della terza parte di quest’opera.) Il qadar può essere concepito come una forza sovrana oppure condizionata. Con qadar condizionato, o soggetto a condizioni, intendiamo quel comportamento che è controllato da caratteristiche strutturali o funzionali; per esempio, un animale agisce in un determinato ambiente secondo le sue specifiche sensazioni. Queste sensazioni sono suscitate dall’ambiente esterno al suo corpo.
Blachère afferma che i commentatori antichi, tra cui Razi, ritengono che in questo versetto si parli del fatto che gli animali adorano Allah attraverso azioni generate da una sensazione interiore. Lo sceicco C. Boubakier Hamza ha scritto nel commento alla sua traduzione del Corano: «Come risultato di sensazioni create dalla conoscenza celeste, tutti gli animali si organizzano in società e sostengono che l’attività di ciascun membro debba essere diretta al bene dell’intera classe».
Negli ultimi decenni sono state condotte indagini ampie e approfondite sul comportamento degli animali e degli uccelli, dalle quali è emerso che essi vivono realmente in società. Dopo aver osservato per lungo tempo il funzionamento di alcune di tali società, è stato dimostrato che possiedono una struttura e un’organizzazione definite. Nel caso di alcune specie animali, solo recentemente è stato possibile scoprire l’esistenza di responsabili della loro organizzazione sociale. Senza dubbio, le ricerche più numerose sono state condotte sulle api, e il nome di von Frisch è legato allo studio del comportamento delle api. Per questo lavoro, Frisch, Lorenz e Tinbergen ricevettero il Premio Nobel nel 1973.
3) La descrizione delle api, del ragno e degli uccelli
Quando gli specialisti del sistema nervoso desiderano mostrare un esempio significativo dei sistemi nervosi che dirigono e controllano il comportamento degli animali, parlano innanzitutto delle api, dei ragni e degli uccelli, in particolare degli uccelli migratori. Nel caso di questi tre animali si riscontra senza dubbio un’organizzazione sociale di tipo assai evoluto. Dal punto di vista scientifico, è pienamente coerente con la distinzione manifestata nel Corano il fatto che vi siano menzionati proprio questi tre animali. Il loro carattere e il loro comportamento sono davvero peculiari. Ora discuteremo successivamente di questi tre animali.
Le api
Nel Corano è riportata la descrizione più ampia riguardante le api. Sura 16 (an-Nahl), versetti 68-69: «Il tuo Signore ha ispirato alle api, dicendo: “Costruite le vostre dimore sulle montagne, sugli alberi e nelle abitazioni che gli uomini costruiscono; poi cibatevi di ogni sorta di frutti e seguite le vie del vostro Signore, rese facili per voi”. Dal loro ventre esce una bevanda di diversi colori, nella quale vi è una cura per gli uomini.»
[È degno di nota che nel Corano è soltanto in questo modo menzionata una cura per le malattie degli uomini. Il miele è davvero utile in caso di alcune malattie. Qualunque cosa contraria si possa dire al riguardo, in nessun altro luogo del Corano viene menzionata una cura per alcuna malattia.]
È difficile determinare che cosa significhi in realtà seguire le vie del Signore; tuttavia, l’ordine può probabilmente essere inteso in senso generale. Sulla base delle informazioni finora scoperte riguardo al comportamento delle api, si può dire soltanto che tutti i loro comportamenti sono controllati dal loro sistema nervoso. Lo stesso vale in egual misura per i ragni e gli uccelli. La danza delle api è un mezzo di comunicazione con le altre api: in questo modo si informano reciprocamente della distanza e della direzione in cui si trovano i fiori dai quali si può raccogliere il nettare. Inoltre, la ricerca di von Frisch ha dimostrato quali tipi di movimenti del corpo permettano lo scambio di informazioni tra le api operaie.
Il ragno
Il ragno è menzionato nel Corano proprio per mostrare in modo particolare la precarietà della sua dimora. Non può esistere nulla di più leggero, provvisorio e fragile della dimora del ragno (la tela). Il Corano dice che la dimora del ragno è solida quanto le dimore di coloro che hanno preso come padroni altri all’infuori di Allah.
Sura 29 (al-‘Ankabut), versetto 41: «Coloro che prendono altri, invece di Allah, come protettori sono simili al ragno che si costruisce una casa; e in verità la più debole delle case è proprio la casa del ragno, se solo lo sapessero.»
Essi costruiscono la loro dimora con l’aiuto di una sorta di saliva secreta dalle ghiandole del ragno. Questo filo, simile alla seta, è estremamente sottile e leggero. La tela del ragno è così debole e fragile che per gli uomini sarebbe assolutamente impossibile realizzare qualcosa di simile. Gli scienziati naturalisti sono rimasti stupefatti osservando la struttura meravigliosa e straordinaria di questa tela. È degno di nota che proprio la diversa disposizione delle cellule nervose del ragno renda possibile una tessitura geometricamente perfetta come questa.
Gli uccelli
Nel Corano si fa riferimento agli uccelli in molti luoghi. Gli uccelli sono menzionati anche nei racconti della vita dei profeti Abramo, Giuseppe, Davide, Salomone e Gesù. Tuttavia, tali riferimenti non hanno alcuna attinenza con l’argomento che stiamo trattando qui.
Nel seguente versetto del Corano si fa riferimento all’esistenza di comunità di animali sulla terra e di comunità di uccelli nel cielo. Sura 6 (Al-Anʿām), versetto 38: «Non vi è animale che si muova sulla terra, né uccello che voli con le proprie ali, che non costituisca una comunità come voi. Non abbiamo trascurato nulla nel Libro; poi saranno tutti radunati presso il loro Signore».
In altri due versetti si fa riferimento alla completa sottomissione degli uccelli alla potenza di Allah.
Sura 16 (An-Naḥl), versetto 79: «Non osservano forse gli uccelli che si muovono agevolmente nello spazio del cielo? Allah li tiene fermi lassù».
Sura 67 (Al-Mulk), versetto 19: «Non osservano forse gli uccelli sopra di loro, mentre spiegano e ripiegano le ali? È il Misericordioso che li tiene fermi».
Tradurre anche una sola parola di questi due versetti è estremamente complesso. La traduzione qui proposta dà l’idea che Allah sostenga gli uccelli con la Sua stessa potenza. Il verbo arabo originale è “amsaka”, il cui significato fondamentale è “posare la mano, trattenere, afferrare, tenere qualcuno”.
Nel Corano si menziona questa completa dipendenza degli uccelli dal comando di Allah. Tale condizione può essere confrontata con i dati della scienza moderna, i quali hanno mostrato che alcune specie di uccelli seguono un percorso determinato nei loro spostamenti. Questi uccelli, persino i loro inesperti pulcini, attraversano con estrema facilità e precisione percorsi lunghissimi e complessi, e ritornano al luogo di partenza in una data stabilita. Ne risulta dimostrato che il programma di questo viaggio è già installato nel loro sistema nervoso in forma predeterminata. Non può esservi altra spiegazione possibile di questo fenomeno. Il professor Hamburger, nel suo libro “Power and Fragility” (“La puissance et la fragilité”), pubblicato da Flammarion, Parigi, nel 1972, cita il famoso esempio di un tipo di uccello abitante della regione del Pacifico, il mutton-bird. Questo uccello percorre nell’arco di sei mesi un tragitto di oltre 15.500 miglia e ritorna al luogo di partenza con un ritardo massimo di una settimana. Bisogna riconoscere che le complesse istruzioni di questo viaggio sono installate nel sistema nervoso dell’uccello. Certamente questo itinerario è programmato; ma chi lo ha predeterminato?
4) Origine dei componenti del latte animale
La definizione fornita dal Corano su questo argomento (sura 16, an-Nahl, versetto 66) corrisponde esattamente ai dati della scienza moderna. La traduzione e l’interpretazione di questo versetto che ho presentato qui sono mie. Infatti, anche nelle traduzioni più recenti di questo versetto, i traduttori hanno attribuito un significato che, a mio parere, è del tutto inaccettabile. Ne presenterò due esempi:
Traduzione di Blachère (editore: G. P. Maisonneuve Larose, Parigi, 1966): «Certamente, nel bestiame vi è per voi una lezione. Vi diamo da bere latte puro, gradevole per chi lo beve, che proviene da ciò che si trova tra il cibo digerito nel loro ventre e il sangue.»
Traduzione del professor Hamidullah (editore: Club français du livre, Parigi, 1971): «Certamente, nel vostro bestiame vi è per voi una lezione. Vi facciamo bere, da ciò che si trova nei loro ventri, tra i loro escrementi e il sangue, latte puro e gradevole per chi lo beve.»
Se si mostrassero queste due traduzioni a uno specialista di anatomia, direbbe che il contenuto è oscuro e che non si comprende con precisione. Ciò è dovuto al fatto che, anche a livello elementare, non vi è alcuna corrispondenza tra la concezione moderna dell’argomento e quella fornita nelle traduzioni, sebbene questi due traduttori siano linguisti arabi di grande rilievo. Tutti sanno che, per quanto un traduttore possa essere esperto di traduzione, se non è specialista della scienza in questione può commettere errori nel tradurre una descrizione scientifica. A mio parere, la traduzione corretta del versetto è la seguente: «Certamente, nel bestiame vi è per voi una lezione. Vi facciamo bere ciò che si trova nei loro corpi, latte puro e gradevole per chi lo beve, prodotto dalla mescolanza del contenuto intestinale e del sangue.»
Nel libro intitolato «Muntakhab», curato dal Consiglio Supremo per gli Affari Islamici del Cairo e pubblicato nel 1973, è stata fornita un’interpretazione di questo versetto molto vicina alla mia. È significativo che il Consiglio Supremo si sia avvalso dell’anatomia moderna per la propria interpretazione.
Per quanto riguarda l’uso delle parole, a sostegno della mia interpretazione posso dire di aver usato «nei loro corpi»; Blachère e il professor Hamidullah, invece, hanno tradotto «nei loro ventri». Ho osservato che la parola araba «bain» può significare «la parte centrale» o «la parte interna di qualcosa», ma anche «ventre». In questo caso la parola non ha un significato anatomico preciso. Tuttavia, per il contesto, «nei loro corpi» sembra più appropriato e coerente.
L’idea della «fonte originaria» dei componenti del latte deriva dalla parola araba «min» (l’inglese «from» e il bengalese «da»), mentre l’idea della mescolanza deriva dalla parola araba «baini». «Baini» può significare «tra» (l’inglese «among»), ma anche «intermedio» o «fra» (l’inglese «between»). Naturalmente, la parola viene usata anche nel senso di portare insieme due sostanze o due persone.
Per comprendere il significato del versetto dal punto di vista scientifico è necessario ricorrere all’anatomia. Il materiale nutritivo destinato al nutrimento generale dell’organismo deriva dai cambiamenti chimici che si verificano lungo tutta l’area o il percorso specificamente predisposto nel corpo per la digestione. Questo materiale proviene dal contenuto interno dell’intestino. Dopo essere giunto nell’intestino, nella fase appropriata del processo di trasformazione chimica, il materiale attraversa la parete intestinale e si dirige verso l’area predisposta alla circolazione. Questo movimento o flusso avviene in due modi: direttamente attraverso i vasi conosciuti come «vasi linfatici», oppure attraverso la grande circolazione. In seguito, il materiale raggiunge il fegato e, dopo essere stato trasformato, entra nel sistema circolatorio. In questo modo, ogni cosa attraversa il flusso sanguigno.
I componenti del latte sono secreti dalle ghiandole mammarie. Questi componenti ricevono il nutrimento dalle sostanze nutritive del cibo digerito che giungono ad esse attraverso il flusso sanguigno. Pertanto, il sangue funge da raccoglitore e trasportatore di tali sostanze nutritive, che provvedono al nutrimento delle ghiandole mammarie produttrici del latte. Naturalmente, queste sostanze nutritive provvedono anche al nutrimento di tutti gli altri organi e tessuti del corpo.
Il processo iniziale che mette in moto tutto consiste nell’unione, a livello della parete intestinale, del contenuto dell’intestino e del sangue. È proprio questa concezione che è stata scoperta attraverso gli esami chimici e fisiologici relativi al processo digestivo. Ai tempi del profeta Muhammad (pace e benedizioni su di lui) la questione era completamente sconosciuta ed è divenuta comprensibile all’uomo soltanto in tempi recentissimi. È degno di nota che la circolazione del sangue nel corpo, cioè il fatto che il sangue fluisca continuamente nell’organismo, fu scoperta da Harvey quasi dieci secoli dopo la rivelazione del Corano.
Pertanto, ritengo che la presenza di tali informazioni nel Corano non possa avere alcuna spiegazione umana.
La riproduzione umana
Ogni volta che la riproduzione umana è stata trattata negli scritti più antichi dell’umanità, ne è stata fornita una descrizione errata. Nel Medioevo, e persino in epoche più recenti, l’argomento era avvolto da leggende e superstizioni. Del resto, non vi era alcun altro modo; per comprendere il complesso processo della riproduzione, l’uomo ha dovuto prima acquisire conoscenze sugli organi e sulle parti del corpo, inventare il microscopio e scoprire le conoscenze scientifiche fondamentali precedenti in vari campi, tra cui l’anatomia, l’embriologia e l’ostetricia.
Ma la situazione del Corano è completamente diversa. In vari punti di questo Libro viene menzionato il processo preciso della riproduzione umana, vengono descritte correttamente le diverse fasi della nascita e non vi è neppure una descrizione errata. Ogni cosa è esposta con semplicità, in un linguaggio facile da comprendere per l’uomo, e precisamente nel modo in cui l’uomo l’ha scoperta molto tempo dopo.
La riproduzione umana è menzionata, in contesti diversi, in diverse decine di versetti. In alcuni casi vengono spiegate una o più fasi specifiche. Pertanto, per comprendere l’intera questione, è necessario riunire i versetti. Come per gli altri argomenti trattati in questo libro, anche in questo caso si è tentato di riunire i versetti pertinenti e di analizzarli e interpretarli.
Alcune nozioni fondamentali
È necessario ricordare alcuni concetti fondamentali prima di passare alla discussione dettagliata. Al tempo della rivelazione del Corano e per molti secoli dopo, questi fatti erano sconosciuti agli esseri umani.
Il processo di riproduzione umana è dello stesso tipo di quello di tutti gli altri mammiferi. Questo processo inizia con la fecondazione di un ovulo fuoriuscito dall’ovaio. Tale fecondazione avviene nell’utero a metà del ciclo mestruale della donna, ed è provocata dallo sperma maschile, o più precisamente dallo spermatozoo. Un solo spermatozoo è sufficiente per questo compito. Pertanto, per la fecondazione è necessaria la quantità minima di sperma, o liquido seminale; infatti, anche in quella quantità di sperma si trovano milioni di spermatozoi. I testicoli dell’uomo producono gli spermatozoi, mentre anche le altre ghiandole situate accanto alle cellule e ai condotti collegati all’uretra producono saliva, che si mescola allo sperma.
L’ovulo fecondato si fissa in un punto ben preciso del grembo della donna; dopo essere disceso nel grembo attraverso l’utero, si forma l’embrione, che si colloca tra i muscoli e i condotti. Se l’ovulo fecondato si insedia nel grembo invece che nell’utero, la gravidanza viene ostacolata.
Quando l’embrione diventa visibile a occhio nudo, appare come un piccolo ammasso di carne, e all’inizio la forma umana al suo interno non è visibile. Oggi sono generalmente note tutte le fasi attraverso le quali l’embrione cresce gradualmente. In queste fasi si formano le ossa, i muscoli, i nervi, la circolazione sanguigna, gli organi interni e così via.
Ora confronteremo la descrizione coranica della riproduzione umana con tutti questi fatti moderni e consolidati.
La riproduzione umana nel Corano
Comprendere l’affermazione del Corano sulla riproduzione non è affatto facile. La prima difficoltà consiste nel fatto che la descrizione di questo argomento è dispersa in varie parti del Corano. Ho già menzionato questa difficoltà in precedenza. Ma una difficoltà ancora maggiore riguarda il problema del significato delle parole, e a causa di questo problema un lettore desideroso di approfondire può facilmente essere tratto in inganno.
In realtà, oggi sono diffuse molte traduzioni e interpretazioni del Corano che possono facilmente dare a uno scienziato un’idea completamente errata su questo argomento. Si può citare, per esempio, il fatto che nella maggior parte delle traduzioni si afferma che l’essere umano è stato formato da “sangue coagulato” o da “sangue aderente”. Una simile descrizione non è affatto accettabile per uno scienziato esperto in materia. Vedremo, nella discussione del paragrafo riguardante l’impianto dell’ovulo nel grembo materno, perché illustri linguisti arabi abbiano commesso errori di questo genere per la loro mancanza di una preparazione scientifica.
Da questo commento si può comprendere quanto sia indispensabile, per capire l’insegnamento del Corano sulla riproduzione, possedere, oltre alla conoscenza della lingua, anche nozioni scientifiche.
Nel Corano sono descritte con grande attenzione le diverse fasi dello sviluppo che un embrione attraversa prima di raggiungere la completa formazione nel grembo materno.
Sura 82 (Al-Infitar), versetti 6-8: «O uomo! Che cosa ti ha ingannato riguardo al tuo Signore, Colui che ti ha creato, poi ti ha formato armoniosamente e ti ha proporzionato? Egli ti ha plasmato nella forma che ha voluto per te».
Sura 71 (Nuh), versetto 14: «Egli vi ha creati per fasi successive».
Oltre a questa descrizione generale, gli argomenti ai quali il Corano richiama l’attenzione riguardo alla riproduzione possono essere elencati nel modo seguente:
1) La fecondazione può avvenire con la minima quantità di sperma.
2) La composizione dello sperma.
3) La posizione dell’ovulo fecondato.
4) Lo sviluppo dell’embrione.
Ora discuteremo questi argomenti uno dopo l’altro.
(1) La fecondazione può avvenire con una quantità minima di sperma
Nel Corano questa idea è stata menzionata undici volte con la seguente formulazione. Sura 16 (an-Nahl), versetto 4: «Egli ha creato l’uomo da una quantità minima (di sperma).»
Non esistendo un termine italiano adeguato e preciso, qui la parola araba «nutfa» è stata tradotta con «una quantità minima (di sperma)». Il verbo da cui deriva questa parola significa «cadere goccia a goccia, stillare»; il termine viene inoltre usato per indicare il sedimento che rimane sul fondo dopo aver svuotato un secchio. Pertanto, questa parola indica una piccola quantità di liquido. Qui per liquido si intende lo sperma, poiché in un altro versetto la parola è associata allo sperma.
Sura 75 (al-Qiyāma), versetto 37: «Non era forse una goccia di sperma eiaculato?» Qui la parola araba «manī» indica lo sperma. In un altro versetto si dice che quella «semplice goccia» viene deposta in un ricettacolo solido e sicuro (in arabo «kabāb»), e il ricettacolo è chiaramente l’organo sessuale.
Sura 23 (al-Mu’minūn), versetto 13: «Poi lo depositammo (l’uomo) come una goccia (di sperma) in un ricettacolo solido e sicuro.»
A questo proposito è necessario osservare che è quasi impossibile tradurre la parola araba «makīn», usata per spiegare l’espressione «ricettacolo solido e sicuro». Questa parola esprime l’idea di un luogo solido, sicuro e onorato. Comunque la si formuli, essa indica proprio quel luogo dell’utero materno in cui l’essere umano cresce. È necessario sottolineare in modo particolare la quantità di sperma, pari a una goccia, necessaria per il processo di fecondazione, perché dai dati della scienza moderna abbiamo appreso soltanto ora proprio questo fatto.
(2) La composizione dello sperma
Il linguaggio con cui il Corano descrive il liquido fecondante è assai stimolante e suscita molta curiosità.
(a) «Sperma» — in modo specifico — sura al-Qiyāma, versetto 37.
(b) «L’uomo è stato creato da un liquido espulso» — sura al-Ṭāriq, versetto 6.
(c) «Un liquido spregevole» — sura al-Sajda, versetto 8, e sura al-Mursalāt, versetto 20.
L’uso della parola «spregevole» (in arabo «māhin») per indicare il liquido (in arabo «amsāj») — «In verità, abbiamo creato l’uomo da una goccia di liquido misto» — sura al-Dahr, versetto 2. Molti commentatori, come il professor Hamidullah, hanno inteso con il significato di «misto» una mescolanza dei liquidi maschile e femminile. Anche molti commentatori precedenti hanno affermato la stessa cosa, perché non era loro possibile acquisire una conoscenza corretta dei fondamenti anatomici della fecondazione e, in particolare, della condizione biologica della donna. Presumevano che per «mescolanza» si intendesse proprio la mescolanza dei liquidi maschile e femminile.
Gli autori moderni, come il commentatore dell’opera «Muntakhab», curata dal Supremo Consiglio per gli Affari Islamici del Cairo, hanno tuttavia corretto questa concezione e hanno affermato che «la goccia di sperma» è composta da diversi elementi. Il commentatore del Muntakhab non ha fornito una descrizione dettagliata, ma, a mio parere, ciò che ha detto è sufficientemente coerente e obiettivo.
Quali sono i componenti dello sperma?
Il liquido chiamato sperma è costituito dalle secrezioni delle seguenti ghiandole.
(a) Testicoli: lo sperma secreto in questo luogo contiene cellule particolari di forma allungata, dotate di un’estensione simile a una coda, e immerse in un liquido piuttosto leggero.
(b) Vescicole seminali: in queste vescicole, situate vicino al pene, si accumula lo sperma. Da questo contenitore viene secreta anche una sostanza propria, ma essa non contiene alcun elemento atto alla fecondazione.
(c) Ghiandola peniena: la secrezione di questa ghiandola conferisce allo sperma densità e odore.
(d) Ghiandole connesse all’uretra: le tre ghiandole presenti in questa sede sono conosciute, dai nomi di tre scienziati, come ghiandole di Cowper, di Mery e di Littré. Dalle prime due ghiandole viene secreto un liquido viscoso, mentre dalla terza un liquido simile al fango o al grasso.
Queste sono l’origine e i componenti del «liquido misto» menzionato nel Corano.
Su questo argomento c’è certamente ancora molto da dire. Nel Corano, dove si parla del liquido fecondante costituito da diversi componenti, si afferma anche che, mediante l’elemento ricavato da tale sostanza, sarà preservata la discendenza umana. Questo è il significato del versetto 8 della sura as-Sajda:
«Poi (Allah) produce la sua progenie dall’estratto di un liquido spregevole.»
La parola araba «sulāla» è stata tradotta con «estratto». Il significato di questa parola è: «la parte migliore di una cosa, tratta da una determinata sostanza e proveniente da un’altra». Comunque la si esprima, questa parola indica una parte di una cosa intera.
La cellula mediante la quale l’ovulo viene fecondato, cioè si verifica la riproduzione, ha forma allungata. La sua dimensione è un decimillesimo di millimetro. Durante un normale rapporto sessuale, un uomo produce alcune decine di milioni di cellule, tra le quali generalmente penetra una sola cellula uovo. Le rimanenti si fermano lungo il percorso. È stato calcolato che, in una sola eiaculazione, un uomo emette alcuni centimetri cubi di sperma e che in ogni centimetro cubo di sperma sono presenti 25 milioni di spermatozoi. Ne consegue che la riproduzione avviene per mezzo di una parte infinitesimale di questo liquido, formato da vari componenti attraverso un processo estremamente complesso. In tali condizioni, osservando la perfetta concordanza e armonia tra i dati scientifici ottenuti dalla ricerca moderna e la descrizione del Corano, non possiamo fare a meno di rimanere sbalorditi dallo stupore.
(3) L’insediamento dell’ovulo fecondato nell’apparato genitale femminile
Dopo la fecondazione, l’ovulo scende nell’utero e vi si insedia. Questo fatto è descritto nel Corano nel modo seguente:
Sura 22 (Al-Ḥajj), versetto 5: «Conserviamo nel grembo materno ciò che vogliamo per un periodo determinato». L’ovulo assume una forma allungata e, come le radici di un albero nel terreno, si attacca alla parte carnosa dell’utero (del grembo materno), traendone nutrimento. Grazie a questa forma, l’ovulo aderisce letteralmente all’utero. Questo dato è stato scoperto soltanto in tempi recenti.
Questo fenomeno dell’aderenza è descritto in cinque passi del Corano. Sura 96 (Al-ʿAlaq), versetti 1-2: «Leggi nel nome del tuo Signore, che ha creato; ha creato l’uomo da ciò che aderisce».
«Ciò che aderisce» è la traduzione della parola araba «ʿalaq». Questo è il significato originario della parola. Come significato interpretativo, se ne dà anche un altro: «sangue coagulato» o «grumo di sangue», e molte traduzioni utilizzano questo significato. Tuttavia, tale uso è errato e occorre prestare attenzione a questo riguardo. Infatti, nel processo della nascita dell’essere umano non si presenta mai uno stadio di «sangue coagulato» o di «grumo di sangue». Lo stesso vale anche per un’altra traduzione.
Questa traduzione è «colla o adesione», e neppure questa traduzione è appropriata. Il significato originario, «ciò che aderisce», è perfettamente conforme ai dati moderni verificati. Lo stesso concetto compare in altri quattro versetti, nei quali viene descritto lo sviluppo progressivo fino alla formazione completa dello spermatozoo».
Sura 22 (Hajj), versetto 5: «Vi abbiamo creati… da ciò che aderisce.»
Sura 23 (Al-Mu’minun), versetto 14: «Trasformiamo la goccia seminale in ciò che aderisce.»
Sura 40 (Al-Mu’min), versetto 67: «Egli vi ha creati… da una goccia seminale, poi da ciò che aderisce.»
Sura 75 (Al-Qiyama), versetti 37-38: «Non era egli una goccia seminale eiaculata? Poi non è forse diventato ciò che aderisce? Poi Allah non gli ha dato una forma e non lo ha reso ben proporzionato?»
La parola usata nel Corano per indicare l’organo nel quale avviene la gravidanza è tuttora la stessa parola usata nella lingua araba per indicare l’utero. In alcune sure esso è anche chiamato «dimora sicura» e sembra che si intenda il grembo materno; anche questo riferimento è stato fatto proprio in quel contesto e sembra che si intendesse il grembo materno. Personalmente ritengo che in questo versetto si intenda proprio questo significato, ma poiché la discussione si dilungherebbe, non ne fornisco qui una spiegazione dettagliata. Un altro versetto richiede un’interpretazione molto cauta. Sura 39 (Az-Zumar), versetto 6: «Egli vi ha creati gradualmente, nel grembo delle vostre madri, fra tre tenebre.»
«Tenebre» è la traduzione della parola araba «zulumat». I moderni commentatori del Corano ritengono che qui si faccia riferimento alle tre membrane che proteggono il bambino durante la formazione del suo corpo. Le tre membrane sono la parete addominale, l’utero e il liquido che circonda l’embrione.
Non era necessario citare questo versetto per la mia trattazione principale, ma l’ho citato per completezza. Non vedo alcun argomento ragionevole, dal punto di vista dell’anatomia, per contraddire l’interpretazione qui fornita; ma il Corano ha davvero detto ciò proprio in quel senso?
(4) Sviluppo graduale dell’embrione nell’utero
La descrizione coranica di alcune fasi dello sviluppo dell’embrione è completamente conforme alle nostre conoscenze moderne, e nel Corano non vi è neppure una sola descrizione che possa essere sottoposta alla critica della scienza moderna. Dopo aver descritto ciò che «si attacca», il Corano ci informa che, a una certa fase, l’embrione assume la forma di «carne masticata». Poi si formano le ossa, che vengono ricoperte di carne. Sura 23 (al-Mu’minun), versetto 14: «Trasformiamo ciò che si attacca in un grumo di carne masticata, poi lo trasformiamo in uno scheletro, che in seguito ricopriamo di carne».
La parola araba «mudgha» è tradotta con «carne masticata», mentre la parola «lahm» è tradotta con carne comune, ossia non masticata. È necessario osservare questa differenza. All’inizio l’embrione ha la forma di una piccola massa di carne. In una fase dello sviluppo, a occhio nudo appare simile a carne masticata (tritata). All’interno di questa carne si forma la struttura ossea; in seguito le ossa vengono ricoperte dai muscoli, ed è proprio in questo contesto che viene utilizzata la parola «lahm».
Oggi l’uomo sa che, durante lo sviluppo dell’embrione, alcuni suoi organi risultano completamente formati. Questo è certamente il significato della parola «mukhallaq» (che conferisce una forma completa), utilizzata nella Sura al-Hajj.
Sura 22 (al-Hajj), versetto 5: «Trasformiamo lo sperma in qualcosa che si attacca… e li trasformiamo in masse di carne formate compiutamente oppure non completamente formate».
Nel Corano viene descritta anche la comparsa degli organi sensoriali e degli intestini situati nell’addome. Sura 32 (as-Sajda), versetto 9: «Egli vi ha dato gli occhi, le orecchie e gli intestini».
Viene menzionata anche la formazione degli organi sessuali. Sura 53 (an-Najm), versetti 45-46: «Egli crea la coppia, il maschio e la femmina, da una goccia di sperma eiaculata».
Sura (Fatir), versetto 11: «Allah vi ha creati dalla terra, poi da una goccia di sperma, poi vi ha costituiti in coppie (maschio e femmina)».
Sura 5 (al-Qiyama), versetto 39: «Non ha forse creato da essa la coppia, il maschio e la femmina?»
Come già menzionato, tutte le descrizioni del Corano devono essere confrontate con i fatti e le conoscenze accertati e riconosciuti dell’epoca moderna. Si vedrà allora che tra le due cose vi è piena concordanza e armonia. È inoltre necessario, e ciò è molto importante, confrontare le descrizioni coraniche con tutte le concezioni che erano diffuse tra gli uomini al tempo della rivelazione del Corano. Si vedrà così quanto tali concezioni fossero inconciliabili e contrarie alle descrizioni coraniche. Agli uomini di quell’epoca era certamente impossibile interpretare e analizzare il Corano nel modo in cui possiamo farlo oggi. Infatti, allora non vi era alcun modo di usufruire dell’aiuto che oggi ci offrono le conoscenze moderne e la scienza. In realtà, fu solo nel XIX secolo che gli uomini cominciarono ad acquisire una certa comprensione chiara di questi argomenti.
Per tutto il Medioevo, sulla base di proverbi infondati, fantasie e racconti mitologici, furono elaborate diverse concezioni e teorie, che rimasero in vigore per i secoli successivi. Poi, quando Harvey affermò nel 1651 che «ogni vita proviene anzitutto da un uovo», ebbe inizio un capitolo fondamentale nella storia dell’embriologia. Sebbene l’invenzione del microscopio accelerasse allora il progresso della scienza, gli uomini erano ancora impegnati in dispute sul ruolo distinto dell’uovo e dello spermatozoo. Il celebre naturalista Buffon era favorevole alla teoria dell’uovo, mentre Bonnet credeva nella teoria secondo cui i germi erano “annidati l’uno nell’altro”. Secondo questa teoria, nell’ovulo di Eva, la madre dell’umanità, erano annidati tutti i germi degli esseri umani, l’uno dentro l’altro, in questo modo. Nel XVIII secolo fu proprio questa teoria a ottenere consenso.
Quando, più di mille anni prima della nostra epoca, queste concezioni stravaganti erano ancora ampiamente diffuse, gli uomini vennero a conoscenza del Corano. Sono occorsi diversi secoli perché l’umanità scoprisse le importanti verità fondamentali descritte con semplicità in questo Libro.
Il Corano e l’educazione sessuale
Si sostiene che sia stata l’epoca moderna a conoscere molteplici scoperte in tutti i campi possibili. Si ritiene inoltre che siano state compiute scoperte rivoluzionarie anche nel campo dell’educazione sessuale e che il patrimonio di conoscenze messo a disposizione dei bambini su questo argomento costituisca un grande successo del mondo moderno. In passato si imponeva deliberatamente l’oscurità su questo tema, e molti affermano che la religione ne fosse responsabile. Tuttavia, non hanno indicato per nome quale religione fosse responsabile.
Dalle informazioni descritte sopra risulta evidente che, già millequattrocento anni fa, furono sottoposti all’attenzione degli uomini gli aspetti teorici della riproduzione umana. Poiché all’epoca non esistevano l’anatomia e la biologia necessarie per una spiegazione più approfondita, furono fornite tutte le informazioni possibili, nella misura consentita. A questo proposito bisogna inoltre ricordare che l’argomento fu descritto in un linguaggio semplice, tenendo conto della capacità di comprensione degli ascoltatori di allora.
Tuttavia, la realtà concreta non è stata affatto trascurata. Nel Corano vi sono numerose indicazioni riguardo alla vita quotidiana reale degli uomini e al comportamento da tenere in tali circostanze. Anche l’educazione sessuale non è stata tralasciata.
In due versetti del Corano viene trattato il tema del rapporto sessuale. Nei versetti, la precisione e la modestia del linguaggio sono espresse con chiarezza. Tuttavia, le differenze riscontrabili nelle varie traduzioni e interpretazioni dei due versetti sono davvero sorprendenti. Ho riflettuto a lungo su questo argomento e ho letto numerose traduzioni. Alla fine, però, la traduzione dell’ex professore di medicina dell’Università di Beirut, il dottor A. K. Gird, mi è sembrata quella corretta; per questo riconosco il mio debito nei suoi confronti. La sua traduzione è la seguente:
Sura 86 (at-Tariq), versetti 6-7: «L’uomo è stato creato da un liquido emesso. Esso fuoriesce dall’unione delle regioni sessuali dell’uomo.»
Nel Corano, la parola «sulb» (singolare) indica la regione sessuale dell’uomo, mentre la parola «tara’ib» (plurale) indica la regione sessuale della donna. Questa traduzione mi sembra la più soddisfacente. I traduttori inglesi e francesi hanno tradotto in modo completamente diverso: «L’uomo è stato creato da un liquido emesso, che fuoriesce tra la colonna vertebrale e le costole.» Ciò sembra più un’interpretazione che una traduzione. Tuttavia, il significato rimane comunque incomprensibile.
Il comportamento dell’uomo nei rapporti intimi con la moglie è descritto chiaramente. Riguardo alle mestruazioni della moglie, Allah ha ordinato al Suo Messaggero:
Sura 2 (al-Baqara), versetti 22-223: «Ti interrogano sulle mestruazioni. Di’: “Esse sono un’impurità”. Astenetevi dunque dai rapporti con le donne durante le mestruazioni e non abbiate rapporti con loro finché non si siano purificate. Quando si saranno completamente purificate, accostatevi a loro nel modo in cui Allah vi ha ordinato. In verità, Allah ama coloro che si pentono e coloro che si purificano.»
«Le vostre mogli sono per voi come un campo da arare. Accostatevi dunque al vostro campo come volete. E compite in anticipo qualche opera buona per voi stessi.»
Il significato della prima parte del versetto è molto chiaro. Qui all’uomo è formalmente vietato avere rapporti con la moglie durante le mestruazioni. La seconda parte descrive il processo di coltivazione della terra, ciò che il contadino deve compiere prima di seminare. Dal seme germoglia una pianta e nasce una nuova piantina. Con questa metafora si sottolinea l’importanza di ricordare lo scopo del rapporto sessuale, cioè la procreazione. Inoltre, nella traduzione dell’ultima parte del versetto fatta da Blachère sembra esserci un’allusione alla preparazione preliminare prima del rapporto.
L’ingiunzione contenuta in questo versetto è di carattere generale. A questo proposito viene sollevata la questione della contraccezione. Tuttavia, essa non è menzionata né in questo versetto né altrove.
Non vi è alcuna menzione neppure dell’aborto. Se si comprendono i versetti citati sopra, si capisce chiaramente che l’essere umano si forma dall’embrione in seguito allo sviluppo di «ciò che aderisce». Di conseguenza, il divieto e la condanna dell’aborto derivano naturalmente dall’assoluto rispetto e onore che il Corano ordina ripetutamente di avere per ogni singolo essere umano. Questa dottrina è oggi sostenuta da tutte le religioni monoteistiche. Durante il digiuno, nel mese di Ramadan, i rapporti sessuali sono permessi nelle ore notturne.
Sura 2 (Al-Baqara), versetto 187: «Durante le notti del digiuno vi è consentito avere rapporti con le vostre mogli. Esse sono una veste per voi e voi siete una veste per loro. …… Dunque unitevi a loro e desiderate ciò che Allah ha prescritto per voi.»
Ma durante il pellegrinaggio alla Mecca i rapporti coniugali sono stati proibiti. Sura 2 (Al-Baqara), versetto 197: «Chiunque si impegni a compiere il pellegrinaggio in questi mesi sappia che, durante il pellegrinaggio, i rapporti coniugali non sono leciti.» Questo divieto è stato imposto anche sulla caccia e sulle dispute. Nel contesto del divorzio, nel Corano viene nuovamente menzionata la mestruazione.
Sura 65 (At-Talaq), versetto 4: «Se avete dubbi riguardo al periodo di attesa delle vostre mogli che non sperano più di avere le mestruazioni, sappiate che il loro periodo di attesa è di tre mesi; lo stesso vale per quelle che non hanno ancora avuto le mestruazioni, mentre il periodo di attesa delle donne incinte dura fino al parto.»
Il periodo di attesa, o il tempo dell’attesa, indica il periodo che va dall’annuncio del divorzio fino a quando esso diventa effettivo. Con l’espressione «quelle che non sperano più di avere le mestruazioni» si intendono le donne le cui mestruazioni sono cessate definitivamente. Tuttavia, come misura precauzionale, è stato loro prescritto di attendere tre mesi. Dopodiché possono anche risposarsi.
A quelle che non hanno ancora avuto le mestruazioni è stato prescritto di attendere anch’esse tre mesi, mentre alle donne incinte è stato prescritto di attendere fino al parto. Queste disposizioni sono pienamente conformi ai principi della fisiologia moderna. Anche riguardo alla vedovanza delle donne, nel Corano vi sono disposizioni analogamente giuste.
Si vede dunque che nessuna delle descrizioni teoriche sulla riproduzione e delle istruzioni pratiche sulla vita sessuale contenute nel Corano è in contrasto con alcun dato della conoscenza e della scienza moderne.
Le narrazioni del Corano e della Bibbia: caratteristiche comuni
Molti degli argomenti descritti nella Bibbia sono descritti anche nel Corano. Tra questi argomenti comuni vi sono anzitutto le storie dei profeti: le storie di Noè, Abramo, Giuseppe, Elia, Giona, Giobbe e Mosè, nonché le storie dei re israeliti: Saul, Davide e Salomone. Vi sono inoltre descrizioni precise di eventi importanti quali la creazione dei cieli, la creazione dell’essere umano, il diluvio e l’esodo; in tutti questi eventi è intervenuta una potenza miracolosa. Infine, secondo il Nuovo Testamento, vi sono anche gli episodi riguardanti Gesù e sua madre Maria.
Quale reazione si produce nella nostra mente se, alla luce delle conoscenze moderne che abbiamo acquisito da fonti diverse dalle Scritture celesti, consideriamo i contenuti descritti in quei due libri celesti? Che cosa vediamo?
Argomento generale: il Corano, il Vangelo e la conoscenza moderna
A proposito dei contenuti comuni al Corano e al Vangelo, occorre innanzitutto ricordare che nessuno dei contenuti del Vangelo criticati dal punto di vista scientifico all’inizio di questo libro è stato menzionato anche nel Corano.
Nel Corano Gesù è menzionato molte volte: l’annuncio a Maria della nascita miracolosa di suo figlio, la proclamazione di tale annuncio da parte di Maria, l’elevata posizione di Gesù in quanto profeta, il suo ruolo di salvatore, la proclamazione agli uomini della rivelazione da lui ricevuta, il sostegno e la correzione della Torah mediante tale rivelazione, la sua predicazione, i suoi compagni, califfi e atti miracolosi, la sua ascensione presso Allah, il suo ruolo nel Giorno della Resurrezione e altro ancora.
Nel Corano, nelle sure Āl ʿImrān e Maryam, vi è un lungo racconto sulla famiglia di Gesù. Vi sono descritti la nascita di sua madre Maryam, la sua giovinezza e la sua maternità miracolosa. Gesù è sempre menzionato come «figlio di Maryam» e la sua genealogia è indicata esclusivamente attraverso la linea materna. In questa situazione, la ragione naturale e logica è che, in senso biologico, egli non ebbe alcun padre. Abbiamo già visto che su questo punto vi è una differenza tra il Corano e i racconti del Vangelo secondo Matteo e secondo Luca, perché essi hanno indicato la genealogia paterna di Gesù e hanno fornito due racconti diversi.
Il Corano colloca Gesù, nella genealogia della sua linea materna, nella discendenza di Noè, Abramo e del padre di Maryam, il cui nome nel Corano è ʿImrān.
Sura 3 (ʿImrān), versetti 33-34: «In verità, Allah ha eletto al di sopra di tutti i mondi Adamo, Noè, la famiglia di Abramo e la famiglia di ʿImrān; essi sono discendenti gli uni degli altri…»
Pertanto, Gesù è discendente di Noè e Abramo attraverso sua madre Maryam e, attraverso il padre di Maryam, ʿImrān. Nel Corano non si trova neppure l’errore presente nel Vangelo nei nomi degli antenati di Gesù. All’inizio di questo libro ne abbiamo discusso dettagliatamente.
Tuttavia, per essere obiettivi, è necessario soffermarsi ancora una volta su questo punto. Inoltre, è importante cogliere la rilevanza di questo aspetto di fronte alle infondate affermazioni secondo cui Maometto (pace e benedizioni su di lui) avrebbe scritto personalmente il Corano, copiandolo principalmente dalla Bibbia. Se Maometto (pace e benedizioni su di lui) avesse davvero scritto personalmente il Corano e lo avesse copiato dalla Bibbia, perché non avrebbe copiato la genealogia di Gesù riportata nella Bibbia? Perché, invece, avrebbe inserito al suo posto una descrizione che, alla luce delle conoscenze moderne, è al di sopra di ogni controversia?
A questo proposito, è degno di nota che le due descrizioni contenute nei Vangeli e nell’Antico Testamento sono contraddittorie e, per tale ragione, nessuna delle due può essere considerata attendibile.
Argomenti comuni: il Corano, l’Antico Testamento e le conoscenze moderne
Alcuni argomenti comuni al Corano e all’Antico Testamento sono già stati discussi. Si ricorderà che, nel trattare l’Antico Testamento, esaminando la creazione della Terra, è stato mostrato che la descrizione dell’Antico Testamento è pienamente conforme ai dati scientifici. Poiché la questione è già stata esaminata e discussa in precedenza, non è più necessario ripeterla.
Sia il Corano sia l’Antico Testamento contengono descrizioni dei re d’Israele. Tuttavia, i dati e le descrizioni storici e archeologici relativi a questo argomento sono così scarsi che è assolutamente impossibile determinarne la veridicità sulla base di essi. Le conoscenze moderne sono davvero insufficienti a questo riguardo.
Quasi la stessa cosa si può dire anche a proposito dei profeti. Entrambi i testi contengono descrizioni al riguardo. Tuttavia, sarà possibile esaminare la questione alla luce delle conoscenze moderne solo dopo aver determinato con precisione quanto delle informazioni relative ai luoghi, ai tempi e alle persone coinvolte negli eventi sia giunto fino a noi.
Tuttavia, in entrambi i testi vi sono due argomenti che è possibile e necessario esaminare alla luce delle conoscenze moderne. I due argomenti sono il diluvio al tempo di Noè e l’Esodo al tempo di Mosè.
L’episodio del diluvio può essere esaminato perché, nella storia della civiltà umana, quel diluvio non ha lasciato alcuna traccia che possa essere citata a sostegno della descrizione dell’Antico Testamento. D’altra parte, nelle conoscenze moderne non esiste alcun dato sulla cui base si possa criticare la descrizione del Corano.
È possibile esaminare anche l’episodio dell’Esodo perché, in linea generale, i resoconti di questo argomento presenti in entrambe le opere sono evidentemente complementari e i dati forniti dalla conoscenza moderna sono compatibili con entrambi.
Il diluvio al tempo di Noè: il resoconto dell’Antico Testamento
All’inizio di quest’opera abbiamo esaminato dettagliatamente l’episodio del diluvio nel corso della discussione sull’Antico Testamento, e si può ricordare che siamo giunti alla conclusione che—
Esistono non uno, ma due resoconti del diluvio, scritti in due epoche diverse. Il primo è il resoconto yahvista e risale al IX secolo a.C. Il secondo è il resoconto sacerdotale e risale al VI secolo a.C. Poiché fu scritto dai sacerdoti dell’epoca, questo resoconto viene chiamato sacerdotale.
Questi due resoconti non possono essere identificati separatamente. Sono mescolati l’uno con l’altro. Alcuni paragrafi dell’uno si ritrovano anche nell’altro. Padre de Vaux, professore presso la Scuola biblica di Gerusalemme, ha descritto dettagliatamente, con esempi, nel commento alla sua traduzione della Genesi, come i paragrafi di un resoconto siano stati inseriti alla lettera nell’altro. In uno dei resoconti vi sono complessivamente dieci paragrafi yahvisti. All’inizio e alla fine vi sono paragrafi yahvisti, mentre al centro, tra due paragrafi yahvisti, è stato inserito ogni volta un paragrafo sacerdotale. Poiché i due resoconti sono in alcuni punti contraddittori, se non li si legge prestando attenzione alla successione degli eventi, nessuno dei due sembrerà ragionevole o dotato di senso. Padre de Vaux stesso ha affermato: «Nei due resoconti il diluvio appare come avvenuto secondo due processi distinti; anche la durata è diversa e il numero degli animali che Noè prese nella sua arca è differente nei due resoconti».
Considerando la questione dal punto di vista della conoscenza moderna, si constata che il resoconto biblico del diluvio non è affatto accettabile per i motivi seguenti:
(1) Nell’Antico Testamento il diluvio è descritto come un evento mondiale.
(2) Il resoconto yahvista non indica alcuna epoca del diluvio; il resoconto sacerdotale, invece, ne indica l’epoca, collocandolo in un periodo in cui un simile cataclisma era del tutto impossibile.
Il ragionamento a sostegno di questa opinione è il seguente
Nel racconto sacerdotale si afferma chiaramente che il Diluvio avvenne quando Noè aveva seicento anni. Dalla genealogia riportata nel quinto capitolo della Genesi (tratta dal testo sacerdotale e citata all’inizio di quest’opera) si vede che Noè nacque 1.056 anni dopo Adamo. Di conseguenza, il Diluvio dovrebbe essere avvenuto 1.655 anni dopo la creazione di Adamo. D’altra parte, dalla genealogia di Abramo riportata nello stesso testo sacerdotale della Genesi (11, 10-32), risulta che Abramo nacque 292 anni dopo il Diluvio. Dalla stessa Bibbia apprendiamo che Abramo visse all’incirca nel 1950 a.C. Si può quindi stabilire che il Diluvio avvenne nel XXI o nel XXII secolo a.C. Questo calcolo è conforme ai dati forniti dalle antiche versioni della Bibbia. All’epoca non si possedeva alcuna conoscenza in merito e non era quindi possibile avanzare argomenti contrari. Di conseguenza, tutti accettavano senza esitazione la cronologia fornita dalla Bibbia. Ma oggi, poiché una chiara concezione della cronologia degli eventi antichi è divenuta generalmente accettata, le date immaginarie indicate dagli autori del testo sacerdotale dell’Antico Testamento hanno perso ogni credibilità. Perciò tali date sono state eliminate dalle versioni successive della Bibbia. Tuttavia, basta fare i calcoli sulla base delle genealogie che non sono ancora state eliminate per cogliere con estrema facilità quell’errore madornale. I moderni commentatori della Bibbia, naturalmente, non richiamano l’attenzione del lettore su questo errore, oppure non sono in grado di farlo.
Come è possibile, oggi, immaginare che nel XXI o nel XXII secolo a.C. si sia verificata una catastrofe tale da sterminare tutti gli esseri viventi sulla Terra, ad eccezione di coloro che erano a bordo dell’arca di Noè? Allora in diverse regioni del mondo si erano già sviluppate civiltà umane, i cui resti sono giunti fino a noi. Per esempio, proprio in quel periodo terminò il Primo Periodo Intermedio, dopo l’Antico Regno, e iniziò il Medio Regno. Alla luce delle conoscenze storiche che abbiamo acquisito oggi, sostenere che quel Diluvio abbia distrutto tutte le civiltà umane appare semplicemente ridicolo.
Pertanto, da un punto di vista storico, risulta che il racconto biblico del Diluvio è completamente contrario alle conoscenze moderne. Inoltre, la prova formale che il testo della Bibbia è stato alterato da mani umane si trova proprio nell’esistenza di due versioni dello stesso avvenimento.
Il racconto coranico del Diluvio
Nel Corano vi è un racconto generale del Diluvio. Questo racconto è completamente diverso da quello biblico e, anche dal punto di vista storico, non suscita alcuna domanda né critica.
Nel Corano non vi è un racconto continuativo del Diluvio. Vi si parla soltanto del castigo inflitto al popolo di Noè in diverse sure. Il racconto più completo si trova nei versetti 25-29 della sura 11 (Hud). Nella sura 71 (Noè) e nei versetti 105-155 della sura 26 (ash-Shuʿaraʾ) si trova soprattutto la descrizione delle esortazioni di Noè. Prima di esaminare lo svolgimento effettivo degli avvenimenti, considereremo anzitutto il Diluvio descritto nel Corano nel contesto generale della discesa dell’ira di Allah sulle società che disobbediscono ai Suoi ordini.
Nella Bibbia si parla di un Diluvio universale come castigo per l’intera umanità che disobbediva agli ordini di Allah. Nel Corano, invece, si parla dell’invio di diversi castighi su alcune società determinate. Per esempio, nei versetti 35-39 della sura 25 (al-Furqan) si dice: «Avevo dato a Mosè il Libro e avevo fatto di suo fratello Aronne il suo aiutante, e avevo detto: “Andate dal popolo che ha rifiutato i Miei segni”. Poi distrussi completamente quel popolo. E quando il popolo di Noè tacciò di menzogna i messaggeri, lo sommergemmo e ne facemmo un segno per l’umanità. Ho preparato un doloroso castigo per i trasgressori. Distrussi gli ʿAd, i Thamud, gli abitanti di ar-Rass e molte altre comunità che vivevano tra loro. Avevo ammonito ciascuno di loro mediante esempi, e li distrussi tutti completamente per la loro disobbedienza».
Analogamente, nei versetti 59-93 della sura 7 (Al-A‘raf) viene ricordata la punizione inflitta al popolo di Noè, ai popoli di ‘Ad e Thamud, al popolo di Lot (Sodoma) e a Madian.
Si vede dunque che nel Corano il cataclisma del Diluvio è presentato specificamente come una punizione per il popolo di Noè. Questa è la prima differenza fondamentale tra il racconto coranico e quello biblico.
La seconda differenza fondamentale è che nel Corano non vengono indicati né l’anno o la data del Diluvio, né la sua durata, mentre nella Bibbia tali indicazioni sono fornite.
La causa del Diluvio è descritta in modo più o meno simile in entrambe le opere. Nel racconto sacerdotale della Bibbia (Genesi 7, 11) si dice che due cause agirono contemporaneamente: «In quel giorno furono spezzate tutte le sorgenti del grande abisso e furono aperte tutte le cateratte del cielo». Nel Corano, invece, nei versetti 11-12 della sura 54 (Al-Qamar), si dice: «Aprii le porte del cielo a una pioggia torrenziale e feci sgorgare dalla terra le sorgenti; quindi l’acqua del cielo e quella della terra si unirono secondo un disegno prestabilito».
La descrizione coranica degli occupanti dell’Arca è precisa. Il comando che Allah impartì a Noè fu eseguito correttamente. Il comando prescriveva di compiere le seguenti azioni.
Sura 11 (Hud), versetto 40: «Imbarca su di essa una coppia di ogni specie di esseri viventi, la tua famiglia—eccetto coloro contro i quali è stata pronunciata in precedenza la sentenza—e coloro che hanno creduto». Ma con lui avevano creduto soltanto in pochi.
Colui che fu escluso dalla famiglia era un figlio peccatore di Noè. Nonostante la supplica di Noè, il decreto di Allah nei suoi confronti non fu modificato (sura Hud, versetti 45-46). Oltre alla famiglia di Noè, escluso quel figlio, il Corano menziona tra i passeggeri dell’Arca anche alcune persone che avevano creduto in Allah.
Nella Bibbia, invece, non si fa menzione di persone di questo tipo. In realtà, riguardo agli occupanti dell’Arca, nella Bibbia vi sono tre racconti distinti.
Prima versione – Secondo il testo jahvista, viene fatta una distinzione tra gli animali e gli uccelli «puri» e «impuri». Nell’arca furono portate anche sette coppie di ogni specie «pura» (sette maschi e sette femmine) e una coppia di ogni specie «impura» (un maschio e una femmina). (È significativo che, in tutte le lingue semitiche dell’epoca, «sette» indicasse generalmente «molti». Anche qui deve essere inteso in questo senso.)
Seconda versione – Secondo la versione jahvista riveduta (Genesi 7–8), nell’arca fu portata soltanto una coppia di ogni specie, sia essa «pura» o «impura».
Terza versione – Secondo il testo sacerdotale, nell’arca si trovavano Noè (nessuno della sua famiglia ne era escluso) e una coppia di ogni specie.
Il racconto principale del Diluvio si trova nel Corano, nella sura 11 (Hūd), versetti 25-49, e nella sura 23 (al-Mu’minūn), versetti 23-30. Anche il racconto biblico è pressappoco dello stesso tipo; non presenta differenze particolarmente significative.
Nella Bibbia il luogo in cui l’arca di Noè approdò è chiamato monte Ararat (Genesi 8,4), mentre nel Corano è chiamato al-Jūdī (sura Hūd, versetto 44). Si ritiene che questo monte sia la vetta più alta della catena dell’Ararat, in Armenia; tuttavia non esiste alcuna prova che il suo nome non sia stato modificato per armonizzarlo con quei due racconti. Blachère ha sostenuto questa tesi affermando che in Arabia esiste una montagna chiamata Jūdī. Tuttavia, tale corrispondenza dei nomi potrebbe anche essere artificiale.
In conclusione, si può affermare che le principali differenze tra i racconti biblico e coranico del Diluvio possono essere individuate in modo corretto e preciso. Alcune differenze, tuttavia, non possono essere verificate per mancanza di dati oggettivi. Esaminando però la questione alla luce dei dati riconosciuti e universalmente accettati, si constata che il racconto biblico è incompatibile con le conoscenze e le scoperte recenti; ciò vale soprattutto per la datazione del Diluvio e per la sua estensione geografica. Nel racconto coranico, invece, non vi è nulla contro cui si possa muovere una critica oggettiva. Qualcuno potrebbe tuttavia chiedersi se, nel periodo intercorso tra la rivelazione della Bibbia e quella del Corano, gli uomini avessero potuto acquisire conoscenze tali da giungere a una corretta informazione sull’evento. La risposta è no. Infatti, dall’epoca dell’Antico Testamento fino a quella del Corano, gli uomini non disponevano di alcuna testimonianza su questa antica storia, ad eccezione della Bibbia. Ne consegue che i successivi cambiamenti di significato e di contenuto intervenuti nel racconto dell’evento, affinché esso fosse conforme alle conoscenze moderne, non sono opera degli uomini. Occorre quindi ammettere un’altra spiegazione o causa di tali cambiamenti: la rivelazione discesa dopo il racconto biblico.
Il grande esodo
Il grande esodo di Mosè e dei suoi seguaci dall’Egitto (la prima tappa sulla via di Canaan) è un evento di enorme importanza. Sebbene talvolta venga accusato di essere essenzialmente una leggenda, l’evento è storicamente accertato e si colloca in un contesto noto.
Questo episodio è narrato nel secondo libro del Pentateuco dell’Antico Testamento, cioè nella Torah (Esodo). Vi si trova il racconto del viaggio nel deserto e del patto stipulato con Allah sul monte Sinai. Anche il Corano offre una lunga narrazione al riguardo. In più di dieci sure, tra cui al-A’raf, Yunus, Ta-Ha e ash-Shu’ara, è narrata ampiamente la relazione tra il faraone e Mosè e suo fratello Aronne, nonché la loro uscita dall’Egitto. Altrove l’episodio è menzionato brevemente o come richiamo commemorativo. Per quanto ne so, il nome del faraone, il principale protagonista della parte egiziana, è menzionato complessivamente settantaquattro volte in ventisette sure.
Confrontando i racconti del Corano e della Bibbia, si vedrà che, rispetto all’episodio del Diluvio, i due racconti presentano molte somiglianze anche riguardo a questo episodio. Le differenze ci sono certamente; tuttavia vedremo che il racconto biblico possiede un considerevole valore storico. Infatti, proprio da questo racconto è possibile identificare il faraone in questione, o, si potrebbe dire, i due faraoni interessati. Il processo di identificazione è iniziato con la Bibbia e ha raggiunto il suo compimento grazie alle informazioni narrate nel Corano. Aggiungendo le scoperte recenti e sottoponendo il tutto a esame e analisi, l’episodio può essere collocato in un contesto storico.
L’esodo narrato nella Bibbia
Il racconto biblico inizia ricordando l’ingresso degli Ebrei in Egitto insieme a Giacobbe. Giacobbe vi si ricongiunse con Giuseppe. Poi, secondo Esodo 1,8: «Successivamente sorse sull’Egitto un nuovo re, che non conosceva Giuseppe».
Poi ebbe inizio la persecuzione. Il faraone ordinò di impiegare gli Ebrei come operai nei lavori di costruzione delle città di Pitom e Ramses (Esodo 1,11). E, affinché il loro numero non aumentasse, ordinò di gettare nel fiume ogni neonato maschio ebreo. Dopo la nascita di Mosè, sua madre riuscì a nasconderlo in qualche modo per i primi tre mesi, poi lo depose in un cesto sulla riva del fiume. La figlia del faraone, vedendo per caso il bambino, lo portò a casa e affidò a una serva il compito di prendersene cura. Questa serva era in realtà la madre di Mosè. La sorella di Mosè, nascosta a distanza, vide la principessa prendere con sé suo fratello e, fingendo di non conoscere il bambino, le propose di cercare una buona nutrice, facendo così assumere quell’incarico proprio alla madre del bambino. Il bambino fu allevato come uno dei figli del faraone e gli fu dato il nome di Mosè.
In gioventù Mosè si recò in una terra chiamata Madian. Là si sposò e vi abitò per molti anni. A questo punto la Bibbia (Esodo 2,23) fornisce un’informazione importante: «In quel tempo morì il re d’Egitto».
Allah ordinò a Mosè di recarsi dal faraone e di condurre i suoi fratelli fuori dall’Egitto (nella Bibbia quest’ordine è narrato nell’episodio del roveto ardente). In questo compito Mosè fu aiutato da suo fratello Aronne. Dopo essere tornato in Egitto, Mosè si recò dal faraone insieme ad Aronne. Il faraone durante il cui regno era nato Mosè era l’erede che gli era succeduto.
Il faraone non permise agli Ebrei seguaci di Mosè di lasciare l’Egitto. Allah rivelò nuovamente a Mosè di tornare dal faraone e di rivolgergli ancora la richiesta. Secondo la Bibbia, a quel tempo Mosè aveva ottant’anni. Gli mostrò, mediante la magia, di possedere poteri miracolosi. Ma ciò non servì a nulla. Allah fece scendere sull’Egitto la Sua ira sotto forma di piaghe. L’acqua del fiume si trasformò in sangue; miliardi di rane, zanzare e mosche si diffusero ovunque negli abitati; comparvero pustole sui corpi degli uomini e degli animali; il bestiame morì; cadde frequentemente la grandine; il paese fu ricoperto dalle locuste; ovunque calarono le tenebre e cominciarono a morire i primogeniti. Ciononostante, il faraone non permise agli Ebrei di lasciare l’Egitto.
Di conseguenza, partirono dalla città di Ramses. Escludendo donne e bambini, erano seicentomila (Esodo 12:37). In seguito, tuttavia, vedremo che questo numero è esagerato. «Il faraone fece preparare il suo carro e prese con sé la sua gente. Prese anche seicento carri scelti e i comandanti incaricati di tutti i loro equipaggi. Così il re d’Egitto inseguì i figli d’Israele; allora i figli d’Israele uscivano a mano alzata» (Esodo 14:6 e 8). L’esercito del faraone raggiunse la riva del mare e catturò la gente di Mosè. Mosè alzò il suo bastone, il mare si divise in due ed egli passò dall’altra parte con la sua gente senza neppure bagnarsi i piedi. «Poi gli Egiziani, tutti i cavalli e i carri del faraone e i cavalieri, inseguendoli, entrarono dietro di loro in mezzo al mare» (Esodo 14:23). «Le acque tornarono indietro e ricoprirono i carri e i cavalieri; nessuno di loro rimase. Ma i figli d’Israele camminarono in mezzo al mare sull’asciutto, e le acque furono per loro come un muro alla loro destra e alla loro sinistra» (Esodo 14:28-29).
Il racconto dell’Esodo è molto chiaro. Il faraone era alla testa del suo esercito e morì annegato nell’acqua. Infatti nel racconto si dice: «Nessuno di loro rimase». Questo episodio è narrato anche nei Salmi della Bibbia: nel Salmo 106, versetto 11, e nel Salmo 136, versetti 13-15. Là si rende grazie ad Allah, perché «divise in due il mare di Suf e vi fece passare Israele in mezzo, ma spinse il faraone e il suo esercito nel mare di Suf». Pertanto, secondo la Bibbia, non vi è alcun dubbio che il faraone morì annegato nel mare. Tuttavia, la Bibbia non fornisce alcuna informazione sulla sorte del suo cadavere.
Il grande esodo narrato nel Corano
Il racconto di questo grande esodo presente nel Corano è, nel complesso, simile a quello della Bibbia. Tuttavia, il racconto è distribuito in diverse sure, per cui è necessario riunirlo e leggerlo nel suo insieme.
Nel Corano non viene menzionato il nome del faraone regnante al tempo del grande esodo. Perciò non è possibile identificarlo. Anche nella Bibbia il nome non è indicato; si sa soltanto che uno dei suoi ministri si chiamava Aman. Nel Corano egli è menzionato sei volte (sura al-Qasas, versetti 6, 8 e 38; sura al-‘Ankabut, versetto 39; e sura al-Mu’min, versetti 24 e 36).
Il faraone era il persecutore degli Ebrei. Sura 14 (Ibrahim), versetto 6: «Mosè disse al suo popolo: “Ricordate la grazia di Allah, quando vi infliggeva un terribile castigo, uccideva i vostri figli e lasciava vivere le vostre donne”».
Anche il versetto 141 della sura al-A‘raf descrive nello stesso modo quella persecuzione. Il nome della città che gli Ebrei costruirono in Egitto durante il periodo in cui vivevano come schiavi non è menzionato nel Corano. Nella Bibbia, invece, il nome è indicato.
L’episodio dell’abbandono di Mosè, quand’era bambino, presso la riva del fiume è narrato nei versetti 39-40 della sura Ta-Ha e nei versetti 7-13 della sura al-Qasas. Secondo il racconto coranico, Mosè fu preso dalla famiglia del faraone. Sura 28 (al-Qasas), versetti 8-9: «La gente del faraone lo raccolse. Il risultato sarebbe stato che egli sarebbe diventato per loro un nemico e una causa di dolore. Il faraone, Aman e il loro esercito erano colpevoli. La moglie del faraone disse: “Questo bambino sarà la gioia dei miei e dei tuoi occhi. Non uccidetelo; può esserci utile, oppure possiamo adottarlo come figlio”. In realtà, essi non si rendevano conto delle conseguenze».
Secondo la leggenda musulmana, Asiya, moglie del Faraone, allevò Mosè. Dal racconto coranico risulta invece che non fu la moglie del Faraone, bensì la sua gente, a trovare Mosè sulla riva del fiume.
Nei versetti 13-28 della sura al-Qasas sono narrati la giovinezza di Mosè, il suo soggiorno a Madian e il suo matrimonio. In particolare, l’episodio del roveto ardente è narrato nella prima parte della sura Ta-Ha e nei versetti 30-35 della sura al-Qasas.
Nel Corano non si parla della discesa sull’Egitto di dieci piaghe celesti (come nella Bibbia); vi si fa brevemente menzione di cinque piaghe (inondazione, locuste, pidocchi, rane e sangue) (sura al-A’raf, versetto 133).
Nel Corano è narrato l’esodo dall’Egitto, ma non vi si trovano i dati geografici né il riferimento a una moltitudine di persone presenti nella Bibbia. La descrizione biblica della permanenza per lungo tempo nel deserto di seicentomila uomini con le loro famiglie non sembra credibile. Nel Corano la morte del Faraone, che inseguiva gli ebrei, è descritta così: sura 20 (Ta-Ha), versetto 78: «Poi il Faraone li inseguì con le sue truppe e il mare li sommerse completamente. Gli ebrei attraversarono il mare. Il Faraone morì e il suo cadavere fu ritrovato». Questo importante fatto del ritrovamento del cadavere non è menzionato nella Bibbia.
Sura 10 (Yunus), versetti 90-92: «Facemmo attraversare il mare ai Figli d’Israele, mentre il Faraone e il suo esercito li inseguirono per odio e oltrepassando i limiti della giustizia. Infine, quando stava annegando, egli disse: “Credo che non vi sia altra divinità all’infuori di Colui nel quale credono i Figli d’Israele, e sono tra coloro che si sottomettono”».
«Ma prima avevi disobbedito ed eri tra i seminatori della corruzione. Oggi salveremo il tuo corpo affinché tu sia un segno per quelli che verranno dopo di te. In verità, molti uomini sono distratti dai Nostri segni».
A questo proposito è necessario spiegare due questioni.
In primo luogo, l’odio del Faraone e il suo oltrepassare i limiti della giustizia devono essere compresi alla luce dei tentativi di Mosè di guidarlo sulla retta via; in secondo luogo, con il salvataggio o la conservazione del Faraone si deve intendere il salvataggio o la conservazione del suo cadavere, poiché il Corano stesso afferma che il Faraone fu punito. Sura 11 (Hud), versetto 98.
«Egli (il Faraone) sarà alla testa del suo popolo nel Giorno della Resurrezione e li condurrà nel Fuoco.»
A questo proposito, è degno di nota che, nella descrizione degli eventi verificabili alla luce della storia, della geografia e dell’architettura, vi sono le seguenti differenze tra il Corano e la Bibbia:
– Nel Corano non sono menzionati i nomi della città costruita dagli Ebrei seguaci di Mosè, né quelli dei luoghi attraversati durante la grande migrazione.
– Nel Corano non si fa alcuna menzione della morte di un Faraone durante il soggiorno di Mosè a Madian.
– Il Corano non specifica quanti anni avesse Mosè quando cercò di guidare il Faraone.
– Il Corano non menziona il numero dei seguaci di Mosè; nella Bibbia si afferma chiaramente, con evidente esagerazione, che erano seicentomila uomini con le loro famiglie, cioè in totale più di due milioni di uomini e donne.
– Nella Bibbia non si fa alcuna menzione del ritrovamento del cadavere del Faraone dopo la sua morte. Per la nostra considerazione attuale, sono degni di nota questi aspetti comuni nelle descrizioni dei due Libri:
– Il Corano conferma l’episodio della persecuzione degli Ebrei seguaci di Mosè da parte del Faraone, narrato nella Bibbia.
-Né nel Corano né nella Bibbia viene menzionato il nome del re d’Egitto.
-La descrizione biblica della morte del Faraone durante l’Esodo è confermata dal Corano.
Confronto tra i dati della Scrittura e le conoscenze moderne
Nella descrizione biblica e coranica della durata del soggiorno dei Figli d’Israele in Egitto e del processo della loro uscita dall’Egitto si trovano alcuni dati che possono essere confrontati con le conoscenze moderne. Tuttavia, questo confronto è necessariamente impari, perché alcuni dati sollevano molteplici problemi e diventa difficile discutere anche dei dati rimanenti.
1) Esame di alcuni dati riportati nella Scrittura
I Figli d’Israele in Egitto:
Si può affermare, con un rischio di errore praticamente nullo, che, secondo la descrizione biblica (Genesi 15, 13 ed Esodo 12, 40), gli Ebrei rimasero in Egitto per 400, cioè 430 anni. Nonostante questa lieve differenza tra i resoconti della Genesi e dell’Esodo, si può dire che il soggiorno degli Ebrei in Egitto ebbe inizio quando Giuseppe, figlio di Giacobbe, si recò in Egitto con i suoi fratelli, molto tempo dopo Abramo. È tuttavia da notare che questo dato si trova soltanto nella Bibbia; nel Sacro Corano si menziona soltanto il viaggio verso l’Egitto, ma non viene indicata alcuna data, e inoltre non disponiamo di alcuna prova che possa far luce su questo argomento.
I moderni esegeti, da P. Montet a Daniel-Rops, ritengono che probabilmente, nel XVII secolo a.C., proprio quando Giuseppe e i suoi fratelli giunsero in Egitto, anche gli Hyksos si misero in viaggio verso l’Egitto e che probabilmente un sovrano degli stessi Hyksos li accolse calorosamente ad Avaris, situata nella valle del Nilo.
Ma non vi è alcun dubbio che questa ipotesi sia del tutto in contrasto con il racconto biblico. Infatti, nella Bibbia si legge (1 Re, 6,1) che, nell’anno 171 a.C., già 480 anni prima della costruzione del tempio di Salomone,
gli ebrei partirono dall’Egitto durante l’Esodo, all’incirca nel 1450 a.C., e si suppone che fossero entrati in Egitto tra il 1880 e il 1850 a.C. Eppure, proprio in quel periodo, secondo quanto si sostiene, Abramo era ancora in vita; inoltre, da altre informazioni bibliche risulta che tra l’epoca di Abramo e quella di Giuseppe intercorrevano 250 anni. Pertanto, dal punto di vista della successione cronologica degli eventi, questo racconto biblico non può essere affatto accettato. In seguito vedremo la spiegazione del Padre de Fox al riguardo. D’altra parte, l’unico fondamento dell’obiezione contro l’ipotesi dei moderni esegeti è proprio questo racconto di 1 Re nella Bibbia, mentre abbiamo già visto che tale racconto non è affatto attendibile.
A parte il racconto delle Scritture, non si trovano molte altre prove o tracce della permanenza degli ebrei in Egitto. Nelle raffigurazioni simboliche dell’antico Egitto, tuttavia, si trova menzione di una categoria di lavoratori chiamati Apiru, Hapiru o Habiru, identificati, a torto o a ragione, come Ebrei, cioè israeliti. Tra loro vi erano operai edili, lavoratori agricoli e altri ancora. Non si sa però da dove provenissero. Il Padre de Fox ha detto: «Non sono gente del luogo; non rivendicano di appartenere ad alcuna classe della società locale e non hanno né le occupazioni né la posizione sociale degli abitanti del luogo».
In un documento su papiro dell’epoca del faraone Thutmose III sono menzionati come «lavoratori delle stalle». Si sa che, nel XV secolo a.C., Amenofi II ne fece prigionieri 3.600 e li condusse da Canaan. Il Padre de Fox ha osservato che molti di loro erano abitanti della Siria-Palestina. Durante il regno di Seti I, intorno al 1300 a.C., gli Apiru provocarono notevoli disordini nella regione di Bet-Shean, in Canaan. Durante il regno di Ramses II, alcuni di loro furono impiegati come minatori e altri furono adibiti al trasporto delle pietre per costruire gli imponenti ingressi dei templi. Dalla Bibbia apprendiamo inoltre che, nello stesso periodo, furono impiegati nella costruzione della città capitale dell’Egitto settentrionale. Nei testi egizi si trova un’altra menzione degli Apiru nel XII secolo a.C., durante il regno di Ramses III.
La parola Apiru non fu usata soltanto in Egitto; pertanto è difficile dire se con questo termine si indicassero esclusivamente gli Ebrei. In origine potrebbe aver indicato lavoratori forzati o schiavi, per poi diventare il nome di una professione. A questo proposito si può ricordare un esempio dell’uso di una parola moderna. In francese, la parola suisse (svizzero) ha diversi significati: un abitante della Svizzera, un soldato mercenario proveniente da quel paese al servizio dell’antico re di Francia, una guardia del Vaticano oppure un dipendente della Chiesa cristiana.
Comunque siano andate le cose, non vi è alcun dubbio che, durante il regno del faraone Ramses II, il lavoro imposto loro fosse lavoro forzato o obbligatorio. Né vi è alcun dubbio che egli opprimesse gli ebrei. Le città di Ramses e Pitom menzionate in precedenza nel libro dell’Esodo della Bibbia si trovavano nella parte orientale della valle del Nilo. Nella stessa zona si trovano oggi le città di Tanis e Qantir, distanti circa quindici miglia l’una dall’altra. Anche la capitale costruita da Ramses II si trovava in questa zona, ed egli stesso opprimeva gli ebrei.
Fu in questo ambiente e in queste circostanze che nacque Mosè. L’episodio della sua salvezza dalle acque del fiume è già stato narrato. Egli aveva anche un nome egizio. P. Montet ha mostrato nel suo libro Egypt and the Bible (editore Delasaux e Niestlé, Neuchâtel, 1959) che nel dizionario della lingua dei geroglifici compilato da Ranke compare anche il nome Mesu o Mesi nell’elenco dei nomi comunemente usati per le persone. Nel Corano, naturalmente, viene usato il nome Mosè.
Le calamità in Egitto
Nella Bibbia si afferma che sull’Egitto furono abbattute, da parte di Allah, dieci diverse piaghe, presentate sotto il titolo di «piaghe», e se ne fornisce una descrizione dettagliata per ciascuna. Di alcune piaghe vengono inoltre descritte caratteristiche miracolose. Nel Corano si parla soltanto di cinque piaghe, la maggior parte delle quali sono calamità naturali: una vasta inondazione, le locuste, i pidocchi, le rane e il sangue.
Nella Bibbia si descrive la rapida proliferazione delle rane e delle locuste. Si racconta anche che l’acqua dei fiumi divenne sangue e che l’intero paese fu sommerso. Nel Corano si menziona soltanto il sangue, senza alcun’altra descrizione. È evidente che, sulla base del semplice riferimento al sangue, si possono elaborare ogni sorta di racconti fantastici. Le altre piaghe menzionate nella Bibbia sono insetti velenosi, sciami di mosche, foruncoli, grandine, tenebre, la morte dei primogeniti e la morte del bestiame. Anche queste piaghe, come l’inizio dell’inondazione, ebbero in vari modi il loro esordio e sono descritte in diversi passi della Bibbia.
Il percorso dell’Esodo
Il Corano non offre alcuna indicazione sul percorso dell’Esodo. La Bibbia, invece, ne fornisce una descrizione dettagliata. Sia padre de Fox sia P. Montet hanno nuovamente aperto la strada a una discussione sull’argomento. Probabilmente la partenza ebbe luogo dalla regione di Tanis-Kantir, ma non si è trovata alcuna traccia del percorso restante descritto nella Bibbia. Inoltre non è stato possibile determinare il punto esatto in cui le acque si divisero affinché Mosè e il suo gruppo potessero attraversarle.
La miracolosa divisione delle acque
Alcuni esegeti ritengono che la divisione miracolosa delle acque possa essere stata causata dal fenomeno delle maree oppure dall’eruzione di un vulcano situato a grande distanza. Gli Ebrei potrebbero essere passati durante la bassa marea, mentre gli Egiziani potrebbero essere annegati con l’arrivo della marea successiva. Ma tutto ciò non è che una pura congettura.
Il posto dell’Esodo nella storia dei faraoni
È possibile stabilire con maggiore precisione in quale fase della storia si collocò l’Esodo dal punto di vista cronologico. Da molto tempo si sostiene che Merenptah, successore di Ramses II, fosse il faraone dell’epoca dell’Esodo. Il celebre egittologo Maspero, vissuto agli inizi del secolo attuale, scrisse nella sua opera «Guida digitale al Museo del Cairo» (1900): «Secondo la tradizione alessandrina, Merenptah era il faraone dell’epoca dell’Esodo e annegò nel Mar Rosso». Non sono riuscito a reperire la prova sulla quale Maspero basò questa affermazione. Tuttavia, una dichiarazione di un esegeta tanto eminente e famoso quanto lui merita di essere considerata con la massima attenzione.
A parte P. Montet, nessun altro egittologo o biblista ha condotto ricerche significative a favore o contro questa ipotesi. Negli ultimi decenni sono state certamente formulate numerose ipotesi al riguardo, ma il loro unico obiettivo è stato quello di concentrarsi su un solo aspetto della narrazione del testo, senza prestare alcuna attenzione agli altri. E per narrazione del testo non si intende soltanto quella della Bibbia. Inoltre, gli autori non hanno prestato la dovuta attenzione al fatto che ogni ipotesi deve essere compatibile con i dati storici e archeologici.
L’ipotesi più singolare fu tuttavia formulata da de Miceli (1960). Egli indicò persino il giorno e la data, affermando che l’Esodo ebbe luogo il 9 aprile del 1495 a.C. Calcolò quella data sulla base del calendario e sostenne che in quel periodo il faraone d’Egitto era Thutmosi II. Egli sarebbe dunque il faraone dell’epoca dell’Esodo. A sostegno della sua tesi affermò che sulla pelle della mummia di Thutmosi II si vedono delle lesioni e che tali lesioni sarebbero dovute alla lebbra. Tuttavia, non spiegò come si fossero prodotte né perché non potessero avere un’altra causa. Tra le dieci piaghe descritte nella Bibbia ve n’è una costituita da foruncoli. Egli ritenne che quei foruncoli fossero di origine lebbrosa e giunse così a tale conclusione. In particolare, il riferimento biblico alla costruzione della città di Ramses dimostrerebbe che l’Esodo non ebbe luogo prima che un Ramses fosse diventato faraone.
Inoltre, non si può identificare il faraone dell’Esodo semplicemente osservando le macchie sulla pelle di Thutmosi II. Anche suo figlio Thutmosi III e suo nipote Amenofi II presentavano macchie simili, che sono ancora chiaramente visibili sulle loro mummie conservate nel Museo del Cairo. I commentatori ritengono che tali macchie fossero probabilmente dovute a una malattia ereditaria. Pertanto, l’ipotesi di de Miceli non è affatto accettabile.
Allo stesso modo, non è accettabile neppure l’ipotesi di Daniel Rops. Nel suo libro intitolato «Il popolo della Bibbia» (Editrice Desclée de Brouwer, Parigi, 1970), egli proclamò che Amenofi II era il faraone dell’epoca dell’Esodo. Suo padre, Thutmosi III, aveva un atteggiamento fortemente nazionalista. Basandosi su questo pretesto, dichiarò Amenofi II il faraone che opprimeva gli ebrei e affermò che la sua matrigna, la famosa regina Hatshepsut, aveva allevato il bambino Mosè.
Padre de Fox ha identificato Ramses II come il faraone dell’Esodo, e il suo ragionamento appare in gran parte coerente. Nel suo libro intitolato «L’antica storia d’Israele» (J. Gabalda & C., Parigi, 1971), ciò che egli afferma non è sotto ogni aspetto conforme alla narrazione biblica; tuttavia, una delle prove da lui presentate è molto importante. Le città di Ramses e di Pitom furono costruite durante il regno di Ramses II, e la Bibbia stessa riferisce di questa costruzione. Pertanto, non si può più sostenere che l’Esodo sia avvenuto prima dell’ascesa al trono di Ramses II. Secondo la cronologia indicata da Drioton e Vandier, la costruzione di queste città ebbe luogo nel 1301 a.C.; secondo la cronologia indicata da Bouton, nel 1290 a.C. Le due ipotesi sopra menzionate non sono accettabili anche per un’altra ragione: secondo la narrazione biblica, Ramses II è proprio il faraone che opprimeva gli ebrei.
Padre de Fox ritiene che l’Esodo abbia avuto luogo nella prima o nella parte centrale del regno di Ramses II. Questa datazione non è precisa. Sembra che abbia stabilito tale periodo per lasciare a Mosè e ai suoi seguaci il tempo di insediarsi in Canaan e a Merneptah quello di concludere un accordo con gli ebrei. È significativo che un’iscrizione del quinto anno del suo regno riferisca che il faraone Merneptah, salito al trono dopo la morte di suo padre Ramses II, raggiunse un’intesa con gli ebrei e stabilì la pace alla frontiera. Tuttavia, contro questa ipotesi si possono avanzare due solide argomentazioni:
(a) Dalla Bibbia risulta che, mentre Mosè si trovava in Madian, morì il re d’Egitto (Esodo 2, 23). In un altro passo della Bibbia questo stesso re è identificato come colui che fece costruire le città di Ramses e Pitom mediante il lavoro forzato degli ebrei. Questo re era Ramses II. È dunque naturale che l’Esodo abbia avuto luogo durante il regno del suo successore. Padre de Fox, tuttavia, ha dichiarato di nutrire dubbi sull’origine di questo racconto contenuto nel versetto 23 del secondo capitolo dell’Esodo.
(b) È ancora più sorprendente che padre de Fox, pur essendo direttore della Scuola Biblica di Gerusalemme, nella sua ipotesi sull’Esodo non abbia fatto alcun riferimento a due importanti passi della Bibbia. Eppure, entrambi questi passi affermano che il re d’Egitto morì mentre inseguiva gli ebrei in fuga. Da questo racconto risulta che l’Esodo non avrebbe potuto verificarsi se non verso la fine del regno di un re. Padre de Fox, invece, ha ipotizzato che fosse avvenuto nella prima o nella parte centrale del regno. A questo proposito è necessario ricordare ancora una volta che non vi è alcun dubbio sul fatto che il faraone perse la vita proprio mentre inseguiva gli ebrei, poiché la Bibbia stessa ne offre una descrizione precisa.
«Allora preparò il suo carro e prese con sé la sua gente (Esodo 14, 6). Il faraone, re d’Egitto, inseguì gli Israeliti mentre uscivano» (Esodo 14, 8). E ancora: «Le acque tornarono indietro e ricoprirono i carri e i cavalieri; così nessuno dell’esercito del faraone, che era entrato nel mare dietro di loro, rimase in vita» (Esodo 14, 28-29). Anche nei Salmi (136, 15), ricordando la morte del faraone e invitando a lodare Dio, si dice: «Egli gettò il faraone e il suo esercito nel Mare di Suf».
Dunque risulta che durante la vita di Mosè morirono due faraoni. Quando Mosè si trovava a Madian, morì un faraone, mentre l’altro morì annegato nelle acque del mare al tempo dell’Esodo. È evidente che si trattava di due faraoni distinti. In queste condizioni non si può accettare l’idea che ai tempi di Mosè vi fosse un solo faraone. Eppure Padre de Fox ha parlato di un unico faraone, Ramses II. Ma poiché l’ipotesi di un solo faraone non consente di trovare risposte soddisfacenti a tutte le questioni connesse, l’ipotesi di Padre de Fox non può essere considerata corretta.
3) Il faraone dell’oppressione fu Ramses II, mentre il faraone dell’Esodo fu Merneptah. Questa distinzione è sufficientemente chiara. P. Montet utilizzò con grande acume la leggenda alessandrina menzionata da Maspero. È significativo ricordare che, durante l’età d’oro dei Tolomei, gli antichi documenti storici erano conservati ad Alessandria e furono distrutti al tempo della conquista romana. Oggi tutti hanno acquisito una profonda consapevolezza di quella perdita.
Tuttavia, la stessa narrazione si ritrova, molto tempo dopo, anche nelle leggende islamiche e cristiane. (È degno di nota che nelle storie scritte nella prima parte del XX secolo a scopo di insegnamento religioso, nonché nella storia scritta dall’arabo H. Lester, si affermi che l’evento dell’Esodo ebbe luogo in Egitto durante il regno di Merneptah.) Montet ha esposto la medesima tesi nel suo libro L’Egitto e la Bibbia (editore: Dilasox e Nisl, Neuchâtel, 1959). Vi sono anche altri argomenti a suo sostegno, in particolare il fatto che essa trova conferma nel racconto del Corano, sebbene il celebre archeologo Montet non abbia citato il Corano. Prima di esaminare tutti questi dati, però, rivolgeremo innanzitutto la nostra attenzione alla Bibbia.
Sebbene nell’Esodo non venga menzionato il nome del faraone in questione, vi compare la parola «Ramses». Nella Bibbia, una città costruita dagli Ebrei con il lavoro forzato è chiamata «Ramses». Oggi sappiamo che quelle città si trovavano nella regione di Tanis-Qantir, nella valle orientale del Nilo. Nell’area in cui Ramses II costruì la sua capitale settentrionale esistevano già alcuni edifici. Tuttavia, gli scavi degli ultimi decenni hanno dimostrato che fu Ramses II a trasformare quel luogo in una città importante e che per quest’opera utilizzò proprio il lavoro forzato degli Ebrei.
Ai giorni nostri nessuno si stupisce più leggendo nella Bibbia la parola «Ramses». Centocinquant’anni fa Champollion scoprì come decifrare i geroglifici e determinò l’uso di questa parola; da allora essa è diventata generalmente nota a tutti. Ci siamo abituati a pronunciarla, a leggerla e a comprenderne il significato. Bisogna però ricordare che il significato dei geroglifici era scomparso nel III secolo a.C. e che il nome non è stato conservato in alcun luogo, se non nella Bibbia e in alcuni testi greci e latini. Anche in quei testi il nome appare talvolta più o meno deformato. Tacito, nei suoi Annali, usa la parola nella forma «Rhampsis». Solo nella Bibbia la si trova nella forma corretta, cioè «Ramses». Nell’Antico Testamento, ossia nella Torah, la parola compare in cinque passi: Genesi 47, 11; Esodo 1, 11 e 12, 37; Numeri 33, 3 e 33, 5.
In ebraico la parola Ramses appare scritta in due modi: «Raims» e «Raiyams» (la lettera inglese «i» viene usata come equivalente della lettera ebraica «ayin»). Nella versione greca della Bibbia la parola è scritta «Ramisse», mentre nella versione latina è scritta «Ramses». Anche nella versione francese Clementina (prima edizione, 1621) la parola è usata nella stessa forma, cioè «Ramses». Ai tempi delle ricerche di Champollion era in uso proprio questa versione francese, ed egli, nel suo libro Sommario del sistema geroglifico degli antichi Egizi (seconda edizione, 1828, p. 276), menzionò l’ortografia biblica della parola.
Dunque si vede che il nome Ramses è stato conservato miracolosamente nelle versioni ebraica, greca e latina della Bibbia. È però sorprendente che, nelle antiche versioni della Bibbia, i commentatori non siano riusciti affatto a comprenderne il significato. Per esempio, nella Bibbia francese Clementina del 1621, il significato attribuito alla parola è ridicolo. Si afferma che la parola Ramses significhi «il tuono di un animale feroce».
Dalla discussione precedente si possono facilmente trarre le seguenti conclusioni:
(a) L’Esodo non ebbe luogo, né avrebbe potuto aver luogo, prima che un faraone di nome Ramses fosse salito al trono d’Egitto. È significativo che in Egitto vi siano stati undici re di nome Ramses.
(b) Mosè nacque durante il regno del faraone che aveva costruito le città di Ramses e Pitom, cioè Ramses II.
(c) Ramses II morì mentre Mosè si trovava a Madian, e gli eventi successivi della vita di Mosè ebbero luogo durante il regno di Merenptah, successore di Ramses II.
Inoltre, nella Bibbia vi sono altre informazioni importanti sulla cui base potrebbe essere possibile stabilire in quale preciso periodo della storia dei faraoni ebbe luogo l’Esodo. Nella Bibbia si legge che Mosè, all’età di ottant’anni, cercò di convincere il faraone a liberare i suoi fratelli. «Mosè aveva ottant’anni e Aronne ottantatré quando parlarono al faraone» (Esodo 7, 7). In un altro passo della Bibbia (Esodo 2, 23) si afferma che il faraone che sedeva sul trono al tempo della nascita di Mosè morì mentre Mosè si trovava a Madian. È significativo che nella descrizione degli eventi successivi la Bibbia non menzioni alcun cambiamento nel nome del re. Da questi due racconti si comprende che il periodo complessivo dei regni dei due faraoni sotto i quali Mosè si trovò in Egitto fu di almeno ottant’anni.
È noto con sufficiente precisione che il regno di Ramses II durò sessantasette anni. Secondo i calcoli di Drioton e Vandier, questo periodo si estese dal 1301 al 1235 a.C., mentre secondo i calcoli di Rowton si estese dal 1290 al 1224 a.C. Per quanto riguarda Merenptah, il successore di Ramses II, gli egittologi non sono tuttavia in grado di fornire date precise. Non vi è però alcun dubbio che il suo regno durò almeno dieci anni, poiché Father de Vaux ha indicato che esistono prove documentarie di dieci anni. Drioton e Vandier hanno proposto due possibilità: dieci anni, dal 1234 al 1224 a.C., oppure vent’anni, dal 1224 al 1204 a.C. Gli egittologi non sono in grado di fornire indicazioni precise su come ebbe fine il regno di Merenptah; tuttavia, si può probabilmente affermare che dopo la sua morte vi furono gravi disordini interni in Egitto per venticinque anni.
Comunque, anche se non si dispongono di dati precisi sulla durata di questi regni, al di fuori di Ramses II e Merenptah non si trovano altri due faraoni i cui regni, conformemente al racconto biblico, abbiano avuto complessivamente una durata di ottant’anni o più. Quando Mosè liberò gli Ebrei aveva ottant’anni; nella Bibbia questo dato concorda soltanto con la durata complessiva dei regni di Ramses II e del suo successore Merenptah. È opportuno ricordare che si afferma anche che la durata complessiva dei regni di Sitos I e Ramses II fu di circa ottant’anni. Tuttavia, questo periodo non può essere preso in considerazione ai fini della nostra analisi. In primo luogo, poiché il regno di Sitos I fu molto breve, non può conciliarsi con il lungo soggiorno di Mosè a Madian durante la sua giovinezza; in secondo luogo, poiché Mosè trascorse quei lunghi anni a Madian durante il regno del primo dei due faraoni della sua vita, quel primo faraone non può essere Sitos I. Le prove dimostrano piuttosto che Mosè nacque all’inizio del regno di Ramses II; mentre egli si trovava a Madian, Ramses II morì dopo aver regnato per sessantasette anni; quindi, dopo che Merenptah, figlio di Ramses II, salì al trono, Mosè tornò in Egitto e gli sottopose la questione della liberazione degli Ebrei dal nuovo faraone. Se si suppone che Merenptah abbia regnato per vent’anni, si può dire che Mosè gli sottopose la questione della liberazione degli Ebrei nella seconda metà del suo regno. Rowton ha ritenuto credibile proprio questa possibilità. Si può dunque supporre che Mosè guidò l’Esodo verso la fine del regno di Merenptah. Nulla sembra essere accaduto in modo contrario a questa ricostruzione, poiché sia dalla Bibbia sia dal Corano apprendiamo che il faraone fu ucciso mentre inseguiva gli Ebrei in fuga.
Il racconto dell’infanzia di Mosè e del suo rifugio nel palazzo del faraone, tramandato nelle Scritture, coincide perfettamente con questa ricostruzione degli eventi. È universalmente noto che Ramses II morì in età molto avanzata. Al momento della morte aveva tra i novanta e i cento anni. Ne consegue che divenne faraone tra i ventitré e i trentatré anni e regnò per sessantasette anni. È possibile che si fosse sposato prima di diventare faraone. Pertanto, non vi è nulla di improbabile nel fatto che un membro della sua famiglia abbia trovato Mosè abbandonato, secondo il Corano, oppure che la moglie del faraone, dopo aver trovato Mosè sulle rive del Nilo, abbia chiesto al marito il permesso di accogliere il bambino nel palazzo reale; né si trova in alcun luogo alcuna informazione o descrizione contraria a questi eventi. Nella Bibbia si dice che fu la figlia del faraone a trovare Mosè. Considerata l’età di Ramses II quando divenne faraone, non sarebbe stato strano che in quel periodo avesse una figlia adolescente. Si vede dunque che su questo punto non vi è alcuna contraddizione tra i racconti del Corano e della Bibbia.
Questa premessa è pienamente conforme al racconto del Corano e contraddice un’unica narrazione della Bibbia. Abbiamo già visto che tale narrazione è riportata nel versetto 1 del capitolo 6 del Primo libro dei Re: «Dopo quattrocentottant’anni dall’uscita dei figli d’Israele dal paese d’Egitto, nel quarto anno del regno di Salomone su Israele, nel secondo mese, Salomone cominciò a costruire il tempio per il Signore». Va tuttavia sottolineato che questo libro non fa parte della Torah. Questa narrazione è ampiamente controversa e padre de Fox l’ha respinta categoricamente, dichiarando inaccettabili le informazioni storiche contenute in questa parte dell’Antico Testamento.
È degno di nota che, nella narrazione, la data dell’Esodo sia stata determinata mettendola in relazione con la costruzione del luogo di culto di Salomone. Poiché la narrazione è controversa e dubbia, non può essere accettata come argomento contro la successione degli eventi dell’Esodo descritta sopra.
Il problema dell’iscrizione
I critici ritengono di aver trovato un’obiezione contro il racconto secondo cui l’inseguimento degli Ebrei costituì l’ultima impresa del regno di Merenptah. Essi sollevano questa obiezione basandosi su un’iscrizione del quinto anno del regno di Merenptah.
L’iscrizione è molto importante, poiché, tra i geroglifici, è l’unico documento in cui compare la parola «Israele», accompagnata da un aggettivo qualificativo dal quale si comprende chiaramente che essa è riferita a un «gruppo umano o comunità». L’iscrizione fu scoperta nel tempio funerario del faraone a Tebe e la descrizione degli eventi in essa riportati comincia dai primi anni del regno di Merenptah. Verso la fine dell’iscrizione, dopo la menzione delle vittorie ottenute dal faraone Merenptah contro i paesi vicini all’Egitto, si parla di una particolare vittoria: «Israele è stato distrutto e non ne è rimasto alcun seme». Sulla base di questa descrizione si sostiene che l’uso della parola «Israele» dimostri che gli Ebrei si erano già recati a Canaan e vi si erano stabiliti, cioè entro il quinto anno del regno di Merenptah. Di conseguenza, il loro Esodo dall’Egitto doveva essersi già compiuto.
Questa premessa non è affatto accettabile. Per accogliere tale obiezione, si dovrebbe ammettere che gli Ebrei non avessero mai abitato prima a Canaan e fossero sempre rimasti in Egitto. Pertanto, questa obiezione non può essere accettata in alcun modo. Sebbene padre de Fox appartenga a coloro che considerano Ramses II il faraone dell’epoca dell’Esodo, nella sua opera intitolata «The Ancient History of Israel» ha scritto, a proposito dell’insediamento degli Ebrei a Canaan: «Non è possibile determinare con precisione il periodo in cui le comunità collegate agli Israeliti si stabilirono nella regione di Qadesh, a sud; tale insediamento risale all’epoca precedente all’Esodo». Egli ha dunque riconosciuto la possibilità che alcune persone avessero lasciato l’Egitto prima di Mosè e dei suoi compagni. Le persone chiamate Apiru o Habiru, talvolta identificate come Israeliti, abitavano in Siria-Palestina già molto tempo prima di Ramses II e dell’Esodo; disponiamo di prove documentarie del fatto che Amenofi II riportò in Egitto 3.600 prigionieri per impiegarli come lavoratori forzati. Inoltre, durante il regno di Sethos I, vi erano a Canaan altre persone di questo genere, che provocarono disordini nella regione di Beth-Shean. P. Montet ha menzionato questo fatto nella sua opera intitolata «Egypt and the Bible». Si può dunque supporre che Merenptah abbia adottato misure severe contro questi ribelli della frontiera e che quelli che si trovavano all’interno del paese si siano riuniti sotto la guida di Mosè, per poi fuggire dal paese. Questa supposizione non è affatto incompatibile con la descrizione contenuta nell’iscrizione del quinto anno del regno di Merenptah; non è neppure contraddittoria.
Inoltre, il fatto che nella storia del popolo ebraico compaia la parola «Israele» non ha assolutamente alcun rapporto con l’idea che Mosè e i suoi seguaci si fossero stabiliti a Canaan. L’origine della parola Israele è la seguente:
Secondo la Genesi (32, 29), Israele è il secondo nome di Giacobbe, nipote di Abramo e figlio di Isacco. I commentatori dell’opera «The Bible—Ecumenical Translation», Antico Testamento (1975), ritengono che il significato della parola sia probabilmente: «Allah si è manifestato nella sua potenza». Poiché questo nome fu dato a un uomo, non è sorprendente che, in sua memoria, i suoi discendenti siano stati chiamati con quel nome.
Pertanto, il nome «Israele» era già in uso diverse centinaia di anni prima di Mosè. Di conseguenza, non vi è alcun motivo per ritenere che l’Esodo abbia avuto luogo prima del quinto anno del regno del faraone Merenptah solo perché il nome compare in un’iscrizione risalente al suo regno.
Nell’iscrizione si parla soltanto di un gruppo di persone indicato con il nome «Israele». Non può esservi alcun riferimento a una comunità politicamente organizzata, poiché il regno d’Israele non era affatto ancora costituito prima del X secolo a.C. Pertanto, nell’iscrizione si deve intendere una comunità composta da un numero limitato di persone. A questo proposito, è significativo che padre B. Carrière, professore della Scuola Biblica di Gerusalemme, abbia affermato nel commento alla sua traduzione del Libro dell’Esodo (Éditions du Cerf, Parigi, 1968, p. 12): «Con gli altri nomi dell’iscrizione è usata la parola “paese”, mentre con il nome Israele è usata la parola “comunità”.»
Ora sappiamo che «Israele» è entrato nella storia dopo un periodo preparatorio durato otto o nove secoli. In quel periodo, numerose comunità seminomadi, soprattutto gli Amorrei e gli Aramei, si insediarono in tutta la regione. Nello stesso periodo comparvero molti capostipiti di tribù, tra cui Abramo, Isacco e Giacobbe, nonché Israele. La sua tribù assunse il nome «Israele», l’altro nome di Giacobbe, e in seguito si sviluppò come entità politica, molto tempo dopo il regno di Merenptah. Infatti, il regno d’Israele esistette dal 931 o 930 all’821 a.C.
4) Il racconto delle Scritture sulla morte del faraone durante l’Esodo:
La morte del faraone al tempo dell’Esodo costituisce un punto importante nei racconti del Corano e della Bibbia. Essa è chiaramente presente nel testo originale di entrambe le opere. Nella Bibbia, il fatto è menzionato non soltanto nel Pentateuco o nella Torah, ma anche nel libro dei Salmi; questo argomento è già stato trattato in precedenza.
È sorprendente che i commentatori cristiani abbiano completamente ignorato il fatto. Padre de Vaux ha affermato che l’Esodo dall’Egitto ebbe luogo nella prima metà o verso la metà del regno di Ramses II. Ma probabilmente non si è accorto che quel faraone morì proprio al tempo dell’Esodo. Ciò dimostra che l’Esodo ebbe luogo nella parte finale del suo regno. Eppure il capo della Scuola Biblica di Gerusalemme e autore dell’opera Ancient History of Israel non si è affatto preoccupato del fatto che questa sua affermazione non sia minimamente compatibile con le informazioni fornite dalla Torah e dai Salmi della Bibbia.
P. Montet ha affermato nella sua opera Egypt and the Bible che l’Esodo ebbe luogo durante il regno di Merenptah. Tuttavia, non ha detto nulla sulla morte del faraone che inseguì gli Ebrei.
Questo atteggiamento assolutamente sorprendente dei cristiani è del tutto contrario al punto di vista degli Ebrei. Nel Salmo 136, versetto 15, si rende grazie ad Allah perché «ha sommerso il faraone e il suo esercito nel Mare di Suf». Questo salmo viene recitato regolarmente nelle preghiere ebraiche. I cristiani sanno inoltre che questo racconto dei Salmi concorda pienamente con Esodo 14, 28-29: «Le acque tornarono indietro e ricoprirono i carri e i cavalieri; così, dell’esercito del faraone che era entrato nel mare dietro di loro, non ne rimase neppure uno». Pertanto, non dovrebbero avere alcun dubbio sul fatto che il faraone e il suo esercito furono completamente annientati, e tutto ciò è scritto nella loro stessa Bibbia.
Eppure gli esegeti cristiani ignorano deliberatamente la vicenda della morte del faraone, contrariamente a tutte le testimonianze e prove. Alcuni di loro si spingono ancora oltre e, menzionando l’episodio narrato nel Corano, inducono i lettori a concezioni assurde. Nella traduzione della Bibbia approvata e pubblicata dalla Scuola biblica di Gerusalemme (Le Livre de l’Exode – Exodus, 1968, p. 73, Les Éditions du Cerf, Parigi), padre Couroyer, nel commento relativo alla morte del faraone, ha detto: «Nel Corano (sura 10, versetti 90-92) si fa menzione di questo episodio (la morte del faraone) e vi è una leggenda popolare secondo cui il faraone sommerso insieme al suo esercito (del quale non vi è alcuna menzione nel testo sacro) vive in fondo al mare e regna come re degli abitanti di quel luogo, cioè delle foche.»
Con l’espressione «testo sacro», o «Holy Text», il commentatore si riferiva evidentemente alla Bibbia e ha affermato deliberatamente il falso dicendo che in quel libro non si menziona l’annegamento del faraone insieme al suo esercito. In secondo luogo, ha menzionato il racconto coranico in modo da farlo apparire completamente contrario alla Bibbia. In terzo luogo, subito dopo aver menzionato il racconto coranico, ha introdotto, sotto il nome di una presunta leggenda popolare, una storia assurda in modo tale da creare nella mente del lettore comune e distratto, soprattutto di quello che non conosce il Corano, l’errata impressione che tale storia assurda sia collegata al racconto coranico. Eppure ciò cui quel commentatore ha alluso non ha assolutamente alcun rapporto con il contenuto dei versetti coranici. Nei versetti 90-92 della sura 10 del Corano (Yunus) si informa che i figli d’Israele attraversarono il mare mentre il faraone e il suo esercito li inseguivano, e che, mentre annegava, il faraone gridò: «Credo che non vi sia altra divinità all’infuori di Colui nel quale credono i figli d’Israele, e sono tra coloro che si sottomettono.» Allah rispose: «Adesso? Prima ti sei ribellato e sei stato tra i corruttori. Oggi salveremo il tuo corpo affinché tu possa essere un segno per quelli che verranno dopo di te.»
Questo è tutto ciò che la sura racconta riguardo alla morte del faraone. Né in questa sura né altrove nel Corano si trova la storia assurda riferita dal commentatore biblico. Il Corano afferma chiaramente che il corpo del faraone sarebbe stato preservato, e questa informazione è di grande importanza.
Quando fu rivelato il Corano, i corpi di tutti i faraoni oggi ritenuti, a torto o a ragione, collegati all’Esodo erano sepolti nel cimitero di Tebe, situato sull’altra riva del Nilo rispetto a Luxor. Ma allora nessuno ne era a conoscenza, e quelle tombe furono scoperte soltanto molto tempo dopo, verso la fine del XIX secolo. Come afferma il Corano, il corpo del faraone dell’Esodo è stato davvero recuperato e, qualunque fosse il suo nome, oggi chiunque può vedere quel corpo nella sala delle mummie reali del Museo Egizio del Cairo. Pertanto, il fatto reale è del tutto diverso dalla storia che padre Couroyer ha cercato di collegare al Corano.
(5) La mummia del faraone Merneptah:
Da tutte le testimonianze e prove risulta che nel 1898 Loret scoprì nella Valle dei Re, a Tebe, il corpo mummificato di Merneptah, figlio di Ramses II e faraone dell’Esodo, che fu poi trasferito al Cairo. L’8 luglio 1907 Elliot Smith rimosse le bende della mummia e nel suo libro The Royal Mummies (1912) fornì una descrizione dettagliata di questa procedura e dell’esame del corpo. Sebbene presentasse alcuni danni in diversi punti, la mummia era allora conservata in condizioni soddisfacenti e da quel momento è stata esposta ai visitatori nel Museo del Cairo, con la testa e il collo scoperti e il resto del corpo coperto da un tessuto. Probabilmente, per timore di danneggiare il corpo, non è più consentito rimuoverne la copertura; inoltre, nel museo non esiste alcuna fotografia dell’intero corpo, ad eccezione di quelle scattate da Elliot Smith nel 1912.
Nel giugno 1975, le autorità superiori egiziane ebbero la cortesia di autorizzarmi a rimuovere la parte coperta del corpo per esaminarla e fotografarla. Confrontando le condizioni attuali della mummia con quelle di sessant’anni fa, si comprende chiaramente che si è deteriorata e che alcuni frammenti non esistono più. Molti tessuti del corpo mummificato sono stati danneggiati, in parte dall’intervento umano e in parte dal trascorrere del tempo.
È del tutto naturale che questo deterioramento sia avvenuto in seguito al cambiamento delle condizioni di conservazione dopo la scoperta, alla fine del XIX secolo. Prima di essere scoperta, la mummia era rimasta sepolta nel cimitero di Tebe per oltre tremila anni. Oggi è conservata in una semplice teca di vetro. Di conseguenza, non è protetta dagli influssi esterni, come l’aria e le particelle sottili. Inoltre, le oscillazioni della temperatura e i cambiamenti stagionali dell’umidità dell’aria esercitano continuamente la loro influenza su di essa. L’ambiente in cui la mummia è rimasta completamente intatta per quasi tremila anni è del tutto diverso da quello attuale. Non esiste più la protezione offerta dall’involucro che la avvolgeva. Durante il periodo trascorso nella tomba, forse in quell’antichità i ladri in cerca di tesori le causarono qualche danno, e potrebbe anche essere stata attaccata dagli insetti; tuttavia, a giudicare dalle sue condizioni, sembra che allora la mummia si trovasse in un ambiente molto più favorevole rispetto a quello in cui si trova oggi.
Durante il mio viaggio nel giugno 1975, su mia raccomandazione le autorità predisposero un esame speciale della mummia. Il dott. Al-Meligi e il dott. Ramsais eseguirono radiografie della mummia e ne misero per iscritto le conclusioni. Il dott. Mornialabi esaminò l’addome e, attraverso un’apertura vicino alla gola, esaminò la parte interna del torace. Ciò ci permise di osservare meglio lo stato dell’interno del corpo e di fotografarlo. Inoltre, il professor Sicaldi avviò anche un esame medico e medico-legale generale. Dopo aver esaminato al microscopio i frammenti di rivestimento caduti spontaneamente dal corpo della mummia, l’intero procedimento sarà completato. A condurre questi esami saranno il professor Mainot e il dott. Durig.
Quando quest’opera fu mandata in tipografia (prima edizione francese, novembre 1975), il procedimento d’esame non era ancora terminato. Non è stato quindi possibile riportarne qui i risultati.
Tuttavia, è già stato possibile stabilire che in vari punti delle ossa vi sono tracce di lesioni e che in alcuni punti mancano parti delle ossa. Non è ancora stato possibile stabilire se questa condizione si sia verificata prima o dopo la morte del Faraone. La sua morte potrebbe essere avvenuta per annegamento, come descritto nelle Scritture, oppure a causa di un grave trauma psicologico provocato dalla paura, verificatosi nei momenti immediatamente precedenti l’annegamento, oppure per una combinazione di entrambe le cause.
Le difficoltà di conservazione della mummia sopra descritte, e soprattutto il problema dei danni alle ossa, potrebbero diventare sempre più gravi. Di conseguenza, se non si adottano immediatamente misure migliori per prevenire il deterioramento e garantire la conservazione, probabilmente non sarà possibile mantenere intatta la mummia ancora a lungo. È necessario ricordare che questa mummia è la testimonianza e la prova che la morte del Faraone durante il Grande Esodo e il recupero del suo cadavere avvennero per ordine di Allah. È quindi particolarmente importante fare in modo che, con il passare del tempo, questa testimonianza e questa prova non vadano perdute.
Conservare i reperti storici è un dovere naturale dell’essere umano. Ma nel caso di questa mummia, tale dovere si è rivelato molto più grande e ampio. Questa mummia, infatti, è la presenza concreta del cadavere di un uomo che conosceva Mosè, aveva rifiutato la sua guida, lo aveva inseguito durante la sua fuga e aveva perso la vita nel corso di quell’inseguimento. Secondo il racconto del Corano, il suo cadavere fu salvato dalla distruzione per ordine di Allah, affinché costituisse un segno per le generazioni successive.
Come la mummia di Merenptah, anche la mummia di Ramses II, un altro testimone oculare della storia di Mosè, è stata recentemente esaminata. Anche in questo caso è necessario adottare misure analoghe di protezione e conservazione.
[Nota del traduttore inglese: dopo aver ricevuto i risultati degli esami condotti al Cairo nel 1975, l’autore, il dott. Maurice Bucaille, li presentò all’inizio del 1976 in alcune riunioni di società scientifiche francesi, tra cui l’Accademia Nazionale di Medicina. Sulla base dei dati ottenuti da questi esami, il governo egiziano decise di inviare in Francia la mummia di Ramses II per sottoporla a cure. Di conseguenza, la mummia arrivò a Parigi il 26 settembre 1976.]
Coloro che cercano dati moderni a sostegno della veridicità del racconto delle Scritture potranno vedere un’immagine concreta del versetto del Corano relativo al cadavere del Faraone semplicemente recandosi nella Sala delle Mummie Reali del Museo Egizio del Cairo.
Corano, hadith e conoscenza moderna
Nell’Islam, il Corano non è l’unica fonte delle norme e delle prescrizioni. Durante la vita di Muhammad (pace su di lui) e dopo la sua morte, si è cercato nelle sue parole e nelle sue azioni ogni informazione complementare di carattere normativo.
Sebbene fin dall’inizio vi fosse l’usanza di mettere per iscritto gli hadith, molti di essi sono giunti anche attraverso la trasmissione orale. Coloro che raccolsero e riunirono gli hadith, prima di registrarli per iscritto, indagarono dettagliatamente sugli eventi passati e lavorarono duramente per stabilire informazioni esatte. In tutte le raccolte affidabili delle parole del Profeta si trovano ininterrottamente, a partire dal nome della prima persona che aveva ascoltato quella dichiarazione da un membro della sua famiglia o da un suo compagno, cioè da un sahaba, i nomi di tutti i successivi trasmettitori; e già solo questo dimostra la devozione, l’onestà e la diligenza dei compilatori.
In questo modo furono raccolti numerosi resoconti delle parole e delle azioni di Muhammad (pace su di lui). Essi sono conosciuti con il nome di hadith. La parola hadith significa «affermazione», ma è consuetudine chiamare hadith anche i resoconti delle sue azioni.
Nei decenni successivi alla morte di Muhammad (pace su di lui) furono pubblicate alcune raccolte di questo genere. Alcune raccolte importanti furono pubblicate anche duecento anni dopo. Le informazioni e i resoconti più accurati e affidabili si trovano nelle raccolte chiamate al-Bukhari e Muslim, e anche queste due raccolte furono pubblicate duecento anni dopo la morte di Muhammad (pace su di lui). Recentemente il dottor Muhammad Muhsin Khan, dell’Università islamica di Medina, ha preparato un’edizione bilingue arabo-inglese di questa raccolta (editore: Sh. T. Board Mills (Conversion) Limited e Ta’lim-ul-Quran Trust, Gujranwala Cantonment, Pakistan. Sahih al-Bukhari, prima edizione, 1971). Dopo il Corano, la raccolta di al-Bukhari è generalmente considerata la più affidabile. Houdas e Marçais tradussero questa raccolta in francese con il titolo Les Traditions Islamiques (Le tradizioni islamiche) (1903-1914). Di conseguenza, gli hadith sono ora comprensibili anche a coloro che non conoscono l’arabo. Tuttavia, è necessario usare una certa cautela riguardo a questa traduzione francese e ad alcune traduzioni realizzate dagli europei. Esse contengono infatti errori e inesattezze dovuti non alla traduzione, bensì all’interpretazione. In alcuni casi il significato dell’hadith in questione è stato modificato in modo tale che nella traduzione è stata introdotta un’idea assente dall’hadith originale.
Per quanto riguarda le fonti, si riscontra una somiglianza tra alcuni hadith e i Vangeli. Essa consiste nel fatto che nessuno dei compilatori era un testimone oculare degli eventi narrati e che essi ne misero per iscritto il resoconto molto tempo dopo che si erano verificati. Come nel caso dei Vangeli, non tutti gli hadith furono accettati come autentici. Solo un numero limitato di hadith ottenne, in linea generale, l’approvazione degli esperti. Di conseguenza, al di fuori di al-Muwatta, del Sahih Muslim e del Sahih al-Bukhari, si trova che nella stessa opera, accanto agli hadith approvati come autentici, compaiono anche hadith dubbi o persino direttamente inaccettabili.
Sebbene riguardo ai Vangeli canonici siano state sollevate in epoca moderna molte questioni, le autorità superiori del cristianesimo non hanno mai messo in discussione la loro accuratezza. Al contrario, già nei primi tempi dell’Islam gli esperti sottoposero a una critica dettagliata anche gli hadith considerati i più accurati. Tuttavia, nessuno ha mai sollevato domande riguardo al testo fondamentale, il Corano, che costituisce il criterio di giudizio.
Per esaminare come Muhammad (pace su di lui) abbia espresso, al di fuori della rivelazione scritta, gli argomenti sui quali in seguito sono state acquisite spiegazioni e informazioni grazie al progresso scientifico, ho cercato personalmente di approfondire la letteratura degli hadith. Sebbene il Sahih Muslim sia autentico, per il mio esame ho scelto al-Bukhari, considerato il più accurato. Ho sempre cercato di ricordare che coloro che raccolsero gli hadith dovettero dipendere in parte dalle trasmissioni orali altrui e che registrarono tali resoconti insieme agli eventuali errori o alla correttezza dei trasmettitori. In questo modo, un hadith messo per iscritto e narrato da molte persone sullo stesso argomento è senza dubbio autentico. (Nel Sahih Muslim, gli hadith di prima categoria sono chiamati zanni, cioè dubbi, mentre quelli di seconda categoria sono chiamati qat’i, cioè certi.)
Ho confrontato le descrizioni degli hadith con i risultati a cui sono giunto confrontando il Corano con la scienza moderna. Il risultato è assai deludente. Le descrizioni del Corano risultano sempre accurate rispetto alla scienza. Al contrario, le descrizioni degli hadith riguardanti principalmente la scienza appaiono dubbie alla luce dei dati scientifici. Qui, tuttavia, ho esaminato soltanto gli hadith di argomento scientifico.
In alcuni casi, riguardo agli hadith esplicativi di determinati versetti del Corano, sono state fornite interpretazioni che ai giorni nostri non sono affatto accettabili.
Abbiamo già osservato l’importanza e il particolare significato della descrizione del sole contenuta nel versetto 38 della sura Ya-Sin. In quel versetto si dice: «Il sole orbita entro il suo limite stabilito». Eppure, in un hadith, ciò viene spiegato così: «Dopo essere tramontato, il sole … raggiunge il trono, si prosterna sotto di esso e chiede il permesso di sorgere nuovamente; gli viene concesso, e poi verrà un giorno in cui si accingerà a prosternarsi… Chiederà nuovamente il permesso di seguire il proprio corso (di sorgere)… allora gli sarà ordinato di tornare indietro per la via dalla quale è venuto, e sorgerà a occidente…» (Sahih al-Bukhari, Kitab Bad’ al-Khalq, ovvero Il libro dell’inizio della creazione, vol. IV, p. 283, parte 54, capitolo 4, n. 421). Il testo originale è oscuro e difficile da tradurre. Tuttavia, nel racconto allegorico contenuto in questa descrizione si ravvisa l’idea che il sole orbiti intorno alla Terra. Tale idea è contraria alle scoperte scientifiche moderne. Pertanto, l’autenticità di questo hadith è dubbia.
Nello stesso libro (Sahih al-Bukhari, Kitab Bad’ al-Khalq, ovvero Il libro dell’inizio della creazione, vol. IV, p. 283, parte 54, capitolo 6, n. 430), le fasi dello sviluppo dell’embrione nel grembo materno sono espresse in termini di tempo. Quaranta giorni per la formazione degli elementi del corpo umano, altri quaranta giorni per la fase di «ciò che aderisce» e un terzo periodo di quaranta giorni per la fase della «carne masticata». Poi, dopo che il suo destino è stato stabilito per intervento degli angeli, gli viene insufflato lo spirito. Questa descrizione dello sviluppo dell’embrione non concorda con i dati scientifici.
Nel Corano non viene dato alcun consiglio riguardo ai rimedi per le malattie, fatta eccezione per un’unica osservazione sull’uso possibile del miele come ausilio alla guarigione (senza menzionare il nome della malattia) (sura al-Nahl, versetto 69). Negli hadith, invece, vengono forniti consigli e indicazioni dettagliati al riguardo. Un’intera sezione del Sahih al-Bukhari (la sezione 76) è dedicata ai medicinali. Nella traduzione francese di Houdas e Marçais, questa sezione occupa le pagine dalla 62 alla 91 del quarto volume, mentre nell’edizione bilingue arabo-inglese del dottor Muhammad Muhsin Khan si estende dalle pagine 395 a 452 del settimo volume. Non vi è alcun dubbio che in questa lunga descrizione vi siano molti hadith basati su supposizioni. Tuttavia, essa ha una certa importanza: offre un’idea di ciò che all’epoca si poteva ritenere nei vari ambiti della medicina. A ciò si possono aggiungere tutti gli hadith pertinenti alla medicina presenti negli altri capitoli di al-Bukhari.
Allo stesso modo troviamo descrizioni riguardanti il malocchio, la possessione da parte dei jinn e gli esorcismi. Naturalmente, a questo proposito è vietato usare il Corano dietro compenso. In un hadith si dice che un certo tipo di datteri funge da amuleto contro la magia e che la magia può essere praticata contro i serpenti velenosi. A questo proposito, tuttavia, è necessario ricordare che, quando non esistevano né medicinali né possibilità di usarli adeguatamente, in quell’epoca erano naturalmente diffusi diversi rimedi popolari. Il salasso, le applicazioni di calore mediante il fuoco, la rasatura della testa in caso di infestazione da pidocchi e l’uso di latte di cammella e di vari animali e piante erano assai comuni. Per fermare il sanguinamento si bruciava una stuoia di foglie di palma e se ne applicava la cenere sulla ferita. In situazioni d’emergenza si interveniva alla luce dell’intelligenza e dell’esperienza disponibili allora. Tuttavia, dire di bere urina di cammello probabilmente non era una pratica molto saggia.
Oggi è difficile accettare come corrette le informazioni sulle diverse malattie che si trovano negli hadith. Si possono fornire alcuni esempi:
Origine della febbre: «La febbre deriva dal calore dell’Inferno». A sostegno di questa affermazione vi sono quattro narrazioni (al-Bukhari, Kitab al-Tibb, vol. VII, capitolo 28, p. 416).
-Ogni malattia ha una cura: «Allah non ha creato alcuna malattia senza crearne anche la cura» (ivi, primo capitolo, p. 395).
Questa idea è illustrata con l’esempio dell’hadith sulla mosca: «Se una mosca cade in un recipiente, immergetela completamente, perché su una delle sue ali c’è la malattia e sull’altra la cura» (ivi, capitoli 15-16, pp. 452-453, e Kitab al-Bad’ al-Khalq, parte 54, capitoli 15-16).
-Lo sguardo del serpente provoca un aborto spontaneo (e può anche causare cecità). (Ivi, Kitab al-Bad’ al-Khalq, quarto volume, capitoli 13-14, pp. 333-334)
-Sanguinamento tra due periodi mestruali: a questo proposito si trova un hadith (ivi, Kitab al-Hayḍ, sesto volume, parte 6, capitoli 21 e 28, p. 490). Un hadith descrive brevemente l’emorragia e afferma che il sangue proviene da un vaso sanguigno. Un altro hadith menziona una donna che soffrì di quella malattia per sette anni; non è possibile sapere quale fosse la logica a sostegno di una diagnosi formulata in quel modo. Tuttavia, la causa potrebbe essere stata corretta. Questa malattia è nota come metrorragia.
-Le malattie non sono contagiose: oltre alle descrizioni generali presenti in vari passi (ivi, Kitab al-Tibb, settimo volume, parte 76, capitoli 19, 25, 30, 31, 53 e 45), vengono menzionate alcune malattie specifiche: la lebbra (p. 408), la peste (pp. 418 e 422) e la rogna dei cammelli (p. 447). Tuttavia, sebbene si affermi che non siano contagiose, si consiglia anche di non recarsi nelle regioni colpite dalla peste e di tenersi lontani dai lebbrosi.
Per questa ragione è possibile giungere alla conclusione che esistono alcuni hadith scientificamente inaccettabili. È inoltre lecito dubitare della loro autenticità. Tuttavia, è necessario menzionare questi hadith. Confrontandoli con i versetti del Corano citati sopra, si osserva che nei versetti coranici non vi è neppure una parola errata né una descrizione inesatta. Evidentemente, questa osservazione è molto importante.
A questo proposito è necessario ricordare che, dopo la morte del Profeta, esistevano due fonti per ricevere una guida dai suoi insegnamenti: il Corano e gli hadith.
-La prima fonte era il Corano. Molti musulmani conoscevano a memoria l’intero Corano e, proprio come il Profeta, lo recitavano innumerevoli volte. Inoltre, il Corano esisteva già anche in forma scritta. Infatti, la sua trascrizione era iniziata durante la vita del Profeta, persino prima dell’Egira (nel 622 d.C., cioè dieci anni prima della morte del Profeta).
-La seconda fonte è costituita dagli hadith. I collaboratori più vicini del Profeta (i Compagni) e gli altri musulmani che erano stati testimoni diretti delle sue azioni e delle sue parole conservavano nella memoria tali elementi e, al momento di diffondere il nuovo ideale, oltre al Corano si avvalevano anche dei propri ricordi.
Dopo la morte del Profeta, il Corano e gli hadith furono raccolti e compilati. Gli hadith furono raccolti per la prima volta circa quarant’anni dopo l’Egira. La prima raccolta del Corano fu completata in precedenza, durante il califfato di Abū Bakr e, soprattutto, durante quello del califfo ʿUthmān. Durante il suo califfato, cioè tra il dodicesimo e il ventiquattresimo anno dopo la morte del Profeta, il califfo ʿUthmān pubblicò una versione ufficiale del Corano.
Desideriamo sottolineare e porre particolarmente in evidenza la differenza tra il Corano e gli hadith dal punto di vista del contenuto e delle caratteristiche letterarie. Non è neppure concepibile paragonare lo stile del Corano a quello degli hadith. Inoltre, quando si considera il contenuto alla luce delle moderne scoperte scientifiche, si rimane sbalorditi dalle differenze e dalle contraddizioni tra i due. Spero di essere riuscito a dimostrare che:
-Da un lato, le descrizioni del Corano, benché spesso sembrino molto semplici, contengono significati e informazioni che sono stati o saranno scoperti in seguito dalla ricerca scientifica.
-Dall’altro lato, alcune descrizioni degli hadith, benché fossero pienamente conformi alle concezioni dell’epoca, oggi si sono rivelate inaccettabili dal punto di vista scientifico. Ciò non si verifica nel caso degli hadith la cui autenticità riguardo ai principi e alle norme islamiche è assolutamente indubbia.
A questo proposito, è particolarmente significativo osservare che Muḥammad (pace su di lui) non aveva riguardo alle proprie parole la stessa concezione che aveva del Corano. Egli dichiarò che il Corano era la parola di Allah. Come abbiamo già visto, per vent’anni interi classificò le sure e i versetti del Corano con la massima cura e attenzione. Durante la sua vita, il Corano era già stato messo per iscritto, molte persone lo avevano imparato a memoria ed esso veniva recitato continuamente nella preghiera. Gli hadith, invece, sono essenzialmente presentati come resoconti delle sue azioni e delle sue opinioni personali. A questo proposito egli non lasciò alcuna istruzione: chiunque lo desiderasse poteva cercare nelle sue parole e nelle sue azioni un esempio per il proprio comportamento personale e poteva anche divulgarlo. Egli stesso non lasciò alcuna indicazione in merito.
Poiché solo pochissimi hadith riflettono il pensiero personale di Muḥammad (pace su di lui), negli altri hadith, soprattutto in quelli riguardanti i vari argomenti qui menzionati, si riflette chiaramente il pensiero delle persone della sua epoca. Basta confrontarli con il Corano per comprendere facilmente quanto questi hadith sospetti o falsificati se ne discostino. Da questo confronto emerge una differenza molto evidente, se ve ne fosse davvero bisogno: negli hadith, cioè nelle opere di quell’epoca, si trovano molte informazioni e descrizioni scientificamente errate; nel Corano, il libro della rivelazione messo per iscritto, non vi è invece alcun errore di questo genere.
Dal punto di vista religioso, l’autenticità degli hadith è indiscutibile. Tuttavia, nel caso degli hadith riguardanti questioni mondane, non si può stabilire la stessa relazione con il Profeta. In un hadith, le parole di Muḥammad (pace su di lui) sono riportate così: «Se vi impartisco un ordine riguardo alla religione, obbedite; ma se vi impartisco un ordine secondo il mio giudizio personale, ricordate che sono soltanto un uomo». Al-Sarakhsī, nella sua opera sui princìpi (al-Uṣūl), riporta questa dichiarazione nel modo seguente: «Se vi presento qualcosa riguardo alla vostra religione, agite di conseguenza; ma se vi presento qualcosa riguardo alle questioni di questo mondo, voi conoscete meglio i vostri affari mondani».
Conclusione generale
Giunti alla fase conclusiva di questo libro, una cosa è diventata del tutto chiara: la concezione oggi predominante in Occidente riguardo alle varie Scritture religiose attualmente in uso non corrisponde affatto alla realtà. Abbiamo visto in quali condizioni, in quali epoche e secondo quali modalità furono raccolti e messi per iscritto i racconti e i materiali dell’Antico Testamento, dei Vangeli e del Corano. Le circostanze in cui questi tre libri furono composti nella forma di libri rivelati sono completamente diverse l’una dall’altra, e tale differenza ha profondamente influenzato l’accuratezza dei testi e alcune loro caratteristiche contenutistiche.
Nell’Antico Testamento hanno trovato posto numerose opere letterarie scritte nell’arco di quasi novecento anni. Le numerose composizioni frammentarie e isolate contenute in quest’opera furono modificate da mano umana nel corso di diversi secoli. In alcuni casi, a determinate composizioni furono aggiunte nuove opere. Di conseguenza, oggi è molto difficile stabilire quale sia l’origine di ciascuna composizione.
Si è cercato di trasmettere agli uomini, attraverso i Vangeli contenenti i racconti delle parole e delle opere di Gesù, l’insegnamento che egli aveva voluto lasciare dopo aver compiuto la sua missione terrena. Purtroppo, però, gli autori dei Vangeli non furono testimoni oculari delle informazioni e degli eventi da loro messi per iscritto. Essi si limitarono a registrare le notizie e i racconti sulla vita di Gesù che circolavano nelle varie comunità ebraiche e cristiane, sulla base di tradizioni orali e di alcune opere oggi scomparse. In altre parole, non raccolsero direttamente le informazioni dalla fonte originaria, ma si basarono su resoconti di secondo e di terzo livello.
Ora dobbiamo esaminare le Scritture ebraiche e cristiane proprio in questa prospettiva e, per amore dell’obiettività, dobbiamo respingere completamente le antiche dottrine sostenute dagli esperti religiosi ebrei e cristiani.
La molteplicità delle fonti ha naturalmente prodotto contraddizioni interne e reciproche contrapposizioni, di cui abbiamo già citato molti esempi. Nel descrivere Gesù, gli autori dei Vangeli hanno mostrato esattamente la stessa tendenza all’esagerazione manifestata dai poeti francesi medievali nelle loro poesie narrative. Di conseguenza, ogni evento è stato presentato dal punto di vista personale dell’autore interessato, e le poche descrizioni relative alle conoscenze moderne contenute nelle suddette Scritture ebraiche e cristiane devono essere esaminate con il massimo rigore.
Esaminando la questione alla luce di questo contesto, è facilissimo individuare la vera causa delle contraddizioni, delle improbabilità e delle incoerenze. Quando i cristiani si rendono conto di questa situazione, ne rimangono profondamente stupiti. Soprattutto, dopo essere rimasti affascinati e impressionati per lungo tempo dai giochi di parole, dalle astuzie argomentative e dall’eloquenza poetica con cui i commentatori cristiani hanno cercato di nascondere i risultati delle scoperte moderne, rimangono ancora più sorpresi quando ne prendono coscienza. A questo proposito si possono menzionare le due genealogie di Gesù riportate rispettivamente da Matteo e da Luca. Va ricordato che queste due genealogie sono in contraddizione tra loro e inaccettabili dal punto di vista scientifico. In precedenza sono stati descritti molti altri esempi del genere, tali da suscitare lo stupore dei cristiani. È significativo che abbiamo prestato un’attenzione un po’ maggiore al Vangelo di Giovanni, poiché presenta molte importanti differenze rispetto agli altri tre Vangeli. In particolare, il Vangelo di Giovanni non contiene alcun resoconto del rito dell’Eucaristia, cosa che molti ignorano.
La storia della rivelazione del Corano è completamente diversa dalla storia corrispondente degli altri due libri sacri. Il Corano fu rivelato nell’arco di circa vent’anni e, ogni volta che l’angelo Gabriele comunicava a Muhammad (pace e benedizioni su di lui) una parte della rivelazione, i credenti la imparavano immediatamente a memoria. Inoltre, esso fu messo per iscritto mentre Muhammad (pace e benedizioni su di lui) era ancora in vita. La compilazione definitiva e conclusiva del Corano fu completata durante il califfato di ʿUthmān, nel periodo compreso tra il dodicesimo e il ventiquattresimo anno dopo la morte del Profeta. La compilazione fu verificata proprio da coloro che avevano imparato a memoria le rivelazioni man mano che erano state trasmesse e che in seguito le recitavano ogni giorno durante la preghiera. Oggi sappiamo che, fin da allora, il Corano è stato conservato correttamente e senza alterazioni. La sua autenticità non è mai stata messa in discussione.
Il Corano è iniziato là dove si concludevano i due libri celesti che lo avevano preceduto. Nella narrazione di questo Libro non vi è alcuna contraddizione interna, né vi è alcuna traccia dell’intervento o delle alterazioni umane nel testo, come invece si osserva nel caso del Vangelo. Esaminandolo obiettivamente, si nota con estrema facilità in tutto il Corano una caratteristica compositiva unica. E, esaminandolo dal punto di vista scientifico, si constata che le informazioni e le descrizioni del Corano sono pienamente conformi alle moderne scoperte scientifiche. Inoltre, nel Corano vi sono descrizioni di argomenti scientifici (che abbiamo già esaminato) tali che è inconcepibile pensare che esse siano state fornite da una persona vissuta all’epoca di Muhammad (pace e benedizioni su di lui). Per questo, con l’aiuto delle moderne conoscenze scientifiche, possiamo comprendere il significato dei versetti del Corano che finora è stato possibile interpretare.
Confrontando le descrizioni della Bibbia e del Corano riguardo allo stesso argomento, si coglie con estrema facilità una differenza fondamentale. La descrizione biblica non è affatto accettabile dal punto di vista scientifico, mentre quella coranica è pienamente conforme ai dati scientifici. Si possono citare, ad esempio, la creazione originaria e il Diluvio. Per quanto riguarda la storia dell’Esodo, si riscontra invece un’importante concordanza tra la descrizione della Bibbia e quella del Corano, e tale concordanza è pienamente conforme ai moderni dati archeologici per quanto concerne la determinazione della data dell’epoca di Mosè. Fatta eccezione per questa concordanza, in tutti gli altri aspetti esistono importanti differenze tra la Bibbia e il Corano. Da tali differenze risulta direttamente infondata l’accusa, avanzata senza alcuna prova o testimonianza, secondo cui Muhammad (pace e benedizioni su di lui) avrebbe scritto il Corano copiando la Bibbia.
Confrontando le descrizioni scientifiche contenute negli hadith con quelle del Corano, la differenza appare così evidente che la possibilità che entrambi provengano dalla stessa fonte viene immediatamente esclusa.
Questi hadith possono essere stati attribuiti alle parole di Muhammad (pace e benedizioni su di lui), ma vi è ampio motivo di dubitare seriamente della veridicità di tale affermazione. Si può tuttavia supporre che hadith di questo genere riflettano le concezioni e le idee comuni dell’epoca.
Considerando il livello raggiunto dallo sviluppo delle conoscenze umane all’epoca di Muhammad (pace e benedizioni su di lui), è del tutto impossibile ritenere che le descrizioni scientifiche del Corano siano opera di un essere umano. Pertanto, non è ragionevole considerare il Corano soltanto come una rivelazione dell’ispirazione divina; al contrario, alla luce della certezza della sua autenticità attestata dallo stesso Corano e del fatto che le descrizioni scientifiche in esso contenute non possono avere una spiegazione umana, è altresì ragionevole attribuire a questo Libro una posizione di particolare dignità.
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