Non c’è alcun motivo di pensare erroneamente, vedendo nel titolo la parola «Introduzione», che io mi sia messo a scrivere un’introduzione al Nobile Corano. Questa è infatti l’introduzione al Tafhīm al-Qurʾān, non al Corano. Ho iniziato a scrivere questa introduzione tenendo presenti due obiettivi.

Primo: prima di studiare il Corano, un lettore comune deve conoscere bene alcune cose; se le conosce fin dall’inizio, gli sarà più facile comprendere il messaggio coranico. Altrimenti, nel corso dello studio del Corano, queste stesse questioni possono suscitare ripetutamente dubbi nella sua mente. Spesso, proprio perché non le comprendono, le persone rimangono per anni soltanto alla superficie del significato profondo del Corano. Non riescono a trovare alcuna via per penetrarvi.

Secondo: risponderò anzitutto alle domande che sorgono nella mente delle persone quando cercano di comprendere il Corano: quelle che per prime sorsero nella mia mente o che mi si presentarono in seguito.

La difficoltà del lettore del Corano

Di solito, i libri che leggiamo trattano un argomento determinato. All’interno di uno specifico stile compositivo, su tale argomento vengono fornite informazioni in modo sistematico e vengono presentate diverse opinioni e argomentazioni. Per questo, quando una persona che non ha ancora familiarità con il Corano si accinge a studiare quest’opera per la prima volta, procede con un’aspettativa consueta. Pensa che, come nei libri comuni, anche in quest’opera sarà dapprima definito l’argomento, e che poi il tema principale sarà suddiviso in capitoli e paragrafi, discutendo ogni questione secondo un ordine prestabilito. In questo modo, ogni ambito della vita sarà trattato separatamente e le norme e le direttive che lo riguardano saranno registrate secondo il suddetto ordine. Ma, dopo aver aperto il libro e iniziato a leggerlo, si trova davanti a un quadro completamente diverso. Vi scopre uno stile espositivo con il quale non aveva mai avuto familiarità. Vi trova questioni riguardanti la ʿaqīda, cioè la fede; norme e direttive morali; precetti della sharīʿa; invito alla fede; esortazioni; ammonimenti; critica e valutazione; biasimo e rimprovero; minacce; lieti annunci e consolazione; argomentazioni e prove; testimonianze; racconti storici e riferimenti ad antichi reperti archeologici. Tutto ciò ritorna ripetutamente, una cosa dopo l’altra. Il medesimo contenuto viene riformulato con metodi diversi e rivestito di parole diverse. Dopo un contenuto ne inizia un altro, e poi, inaspettatamente, un terzo. Anzi, talvolta, nel bel mezzo di un contenuto irrompe bruscamente un altro contenuto. La prospettiva della prima e della seconda persona cambia continuamente, e il discorso muta direzione di continuo. Non vi è neppure alcun segno della suddivisione dei contenuti in capitoli e paragrafi. La storia non è scritta secondo il metodo della storiografia. Le questioni filosofiche e soprannaturali non sono esposte nel linguaggio della logica e della filosofia. Si parla dell’uomo e delle cose e delle sostanze dell’universo, ma non secondo i metodi della biologia e della fisica. Si discutono la civiltà, la cultura, la politica, l’economia e vari aspetti della vita sociale, ma senza seguire i metodi delle scienze sociali. Le norme giuridiche e i principi del diritto sono descritti in modo completamente diverso da quello dei giuristi. Lo stile con cui viene esposto l’insegnamento morale è del tutto diverso da quello adottato nei libri di filosofia morale. In generale, tutto è l’opposto del modo in cui queste cose vengono normalmente scritte nei libri. Questo spettacolo mette a disagio il lettore. Egli comincia a pensare che si tratti di una raccolta di discorsi disordinati, sconnessi e frammentari, nella quale dall’inizio alla fine sono stati riuniti innumerevoli «frammenti», pur essendo stati messi per iscritto sotto forma di un’opera continua. È proprio su questa base che coloro che studiano il Corano da una prospettiva ostile fondano tutte le loro obiezioni, accuse e dubbi. D’altro canto, quanti adottano una prospettiva favorevole talvolta cercano di evitare dubbi e perplessità chiudendo gli occhi sul significato. Talvolta riescono a convincere se stessi spiegando questa presentazione apparentemente disordinata. Talvolta cercano artificialmente dei collegamenti e giungono a conclusioni bizzarre; altre volte accettano la teoria della «composizione per frammenti», con il risultato che ogni versetto, separato dal contesto precedente e successivo, finisce per esprimere un significato completamente contrario all’intento dell’oratore.

Inoltre, per comprendere bene un libro, il lettore deve conoscerne lo scopo e gli obiettivi, il messaggio principale e le tesi, nonché il tema centrale. Deve anche familiarizzarsi con il suo metodo espositivo. Deve conoscere la sua terminologia e il particolare metodo di analisi che adotta. Deve inoltre avere davanti agli occhi le situazioni e le questioni alle quali i suoi enunciati si riferiscono al di là della struttura esteriore delle parole. Nei libri che leggiamo di solito, questi elementi si trovano facilmente. Perciò non ci è affatto difficile penetrare nel profondo dei loro contenuti. Nel Corano, però, essi non si trovano esattamente nel modo in cui siamo abituati a trovarli negli altri libri. Pertanto, quando qualcuno fra noi studia il Corano con la mentalità di un comune lettore di libri, non riesce a individuare il contenuto, il messaggio principale e il tema centrale di questo Libro. Anche il suo metodo espositivo e analitico gli appare nuovo e sconosciuto. Nella maggior parte dei casi, inoltre, il contesto delle sue frasi e dei suoi discorsi rimane fuori dalla sua vista. Di conseguenza, sebbene il lettore riesca a trarre un beneficio maggiore o minore dalla luminosa collana di perle della conoscenza intessuta tra i diversi versetti isolati, non riesce a scoprire la vera essenza interiore della Parola di Allah. In tal caso, invece di acquisire la conoscenza del Libro, deve accontentarsi di ottenere soltanto alcune sue nozioni e ammonimenti dispersi. Anzi, una delle ragioni della confusione della maggior parte di coloro nei quali, dopo lo studio del Corano, sorgono dubbi per vari motivi è che non conoscono questi requisiti preliminari necessari per comprendere il messaggio coranico. Nonostante ciò, continuando a leggere il Corano, vedono contenuti diversi disseminati pagina dopo pagina. Il significato profondo di molti versetti rimane loro celato. In numerosi versetti trovano discorsi colmi di sapere, ma, alla luce del contesto precedente e successivo, tali discorsi sembrano loro del tutto fuori luogo. Non conoscendo la spiegazione, l’analisi e lo stile espositivo adottati nei diversi passaggi, si allontanano dal significato autentico dei versetti; e, nella maggior parte dei casi, non avendo una conoscenza corretta del contesto, cadono così vittime di una grave confusione.

Come superare la difficoltà

Che tipo di libro è il Corano? Come fu rivelato? Quale fu il metodo della sua raccolta e disposizione? Qual è il suo contenuto e qual è il suo argomento? A quale tema centrale sono collegati i suoi innumerevoli argomenti, distribuiti su diversi livelli? Quale tipo di narrazione e quale metodo di presentazione delle argomentazioni e delle prove sono stati adottati per esporre e dimostrare ciò che vi viene trattato? Se il lettore ricevesse fin dall’inizio risposte chiare a queste domande e ad altre domande necessarie dello stesso genere, potrebbe liberarsi da molte apprensioni. Davanti a lui si aprirebbe la via per comprendere il significato del Corano e riflettere e indagare al suo interno. La causa fondamentale dell’agitazione mentale di chi cerca nel Nobile Corano una struttura compositiva simile a quella dei libri comuni e, non trovandola nelle sue pagine, si agita frugando in ogni direzione, è proprio il fatto di non conoscere le risposte a queste domande fondamentali sul Corano. Egli comincia a leggere il Corano con l’idea di stare per leggere un libro “riguardante la religione”. A proposito di “religione” e di “libro”, nella sua mente continuano generalmente a dominare le idee comuni associate alla religione e ai libri. Ma quando vi scorge un quadro completamente opposto alle sue concezioni mentali, comincia a considerarlo del tutto estraneo. Non riuscendo ad afferrare il punto centrale dell’argomento, vaga confuso tra una frase e l’altra, come se il Libro che si appresta a leggere fosse, nel mondo dei libri, un’opera completamente autonoma e originale. Anche il suo metodo di composizione è distinto e caratteristico. Per contenuto, argomenti trattati e disposizione dell’esposizione, vi è stato adottato un metodo del tutto originale. Pertanto, la concezione strutturale dei libri che si è formata nella vostra mente dopo averne letti tanti e di vario genere non vi sarà di alcuna utilità per comprendere questo Libro. Anzi, al contrario, diventerà un ostacolo. Per comprenderlo, dovrete prima rimuovere dalla vostra mente tutte le idee e le immagini che vi si sono stabilite in precedenza e imprimervi le caratteristiche originali di questo Libro.

A questo proposito, il lettore deve innanzitutto conoscere il Corano originario. Qui non si pone la questione se egli vi creda o meno. Tuttavia, per comprendere questo Libro, come punto di partenza dovrà accettare le verità fondamentali esposte da questo stesso Libro e dal suo portatore, il nobile Muhammad, che Allah lo benedica e gli conceda la pace. Tali verità fondamentali sono le seguenti:

1. Allah Onnipotente, Signore, Creatore, Proprietario e Sovrano assoluto dell’intero universo, ha creato l’essere umano su questa terra, che costituisce una parte del Suo immenso regno. Gli ha donato la capacità di conoscere, comprendere e riflettere. Gli ha concesso la libertà di distinguere tra il bene e il male, di scegliere, volere e decidere, e di usare le proprie capacità. In una parola, concedendogli una certa libertà — autonomia — lo ha insediato sulla terra come Suo khalīfa, cioè Suo rappresentante.

2. Quando assegnò all’essere umano questo incarico, Allah Onnipotente, Signore dell’universo, impresse saldamente nella sua mente questa verità: “Io sono l’unico Proprietario, Signore e Maestro vostro e di tutta la creazione dell’universo. Nel Mio regno non siete esseri liberi e arbitrari, né siete sottoposti a qualcun altro; e nessuno, all’infuori di Me, vi è stato inviato con il potere e l’autorità di concedervi una qualsiasi libertà. Questa è in realtà una prova per voi. Quando questa prova sarà terminata, dovrete tornare a Me. Esaminerò e valuterò le vostre opere e deciderò chi tra voi avrà avuto successo e chi avrà fallito.

Per voi vi è un solo corretto modo di agire: accettarmi come vostro unico Maestro e Sovrano. Agirete sulla terra secondo la legge che vi invierò. Vivete considerando il mondo come un luogo di prova, con la consapevolezza che lo scopo autentico della vostra vita è avere successo nel Giudizio finale davanti al Mio tribunale. Ogni altro modo di agire diverso da questo è per voi erroneo e fuorviante. Se adotterete il primo modo di agire — che vi è stata concessa la libertà di scegliere — otterrete sulla terra pace, sicurezza e tranquillità. Poi, quando tornerete a Me, vi concederò il Paradiso, dimora di gioia e di conforto eterni. Ma se adotterete il secondo modo di agire — che pure siete pienamente liberi di scegliere — sulla terra dovrete affrontare rovina e instabilità e, quando lascerete la vita terrena per entrare nell’Aldilà, sarete gettati nelle profonde tenebre della sofferenza, del dolore e delle calamità eterne chiamate Jahannam”.

3. Dopo aver chiarito bene questa verità, il Signore Onnipotente dell’universo predispose per l’umanità la possibilità di abitare sulla terra. Al primo gruppo dell’umanità, composto da due persone — Adamo ed Eva — Egli diede una legge secondo la quale essi e i loro discendenti avrebbero dovuto svolgere tutte le loro attività terrene. I primi progenitori dell’umanità non furono creati nell’ignoranza, nell’inconsapevolezza e nelle tenebre. Conoscevano la verità. Avevano ricevuto una legge di vita. L’obbedienza ad Allah — cioè l’Islam — era il loro modo di vivere. Essi insegnarono anche ai loro figli a vivere come servi obbedienti di Allah, cioè come musulmani. In seguito, però, nel corso di centinaia di anni, gli uomini si allontanarono gradualmente da questo corretto modo di vivere — cioè dal dīn — e adottarono diversi modi errati di agire. Avvolti nel sonno dell’incuria, finirono per perdere questo corretto modo di vivere. In seguito lo deformarono anche sotto l’influsso delle suggestioni sataniche. Associarono ad Allah, nella gestione dei Suoi affari, diverse entità umane e non umane, immaginarie e materiali, della terra e del cielo. Mescolarono alla vera conoscenza donata da Allah — al-ʿilm — diversi tipi di fantasia, idealismo, dottrine inventate e filosofie, creando innumerevoli religioni. Abbandonarono o deformarono la norma morale e culturale giusta ed equilibrata stabilita da Allah — la Sharīʿa — e si crearono autonomamente regole per vivere secondo i propri desideri, interessi e inclinazioni; così la terra di Allah si riempì di ingiustizia e oppressione.

4. Se Allah avesse usato il Suo potere di Creatore per costringere gli uomini traviati a ritornare al corretto modo di agire e di vivere, ciò sarebbe stato contrario al principio della libertà limitata che Allah aveva concesso all’uomo. E se, non appena fosse sorta una simile ribellione, Egli avesse distrutto gli uomini, ciò sarebbe stato incompatibile con il tempo e le opportunità che aveva stabilito per consentire all’intera umanità di operare sulla terra. Fin dall’inizio della creazione, il compito che Egli aveva assunto era questo: mantenendo intatta la libertà dell’uomo, guidarlo attraverso le opportunità e i mezzi che gli sarebbero stati concessi nel corso della sua attività. Perciò, al fine di adempiere il compito che si era assunto, cominciò a servirsi di un gruppo di persone tratte dall’umanità: persone che credevano in Lui e agivano secondo i Suoi ordini, mirando a ottenere il Suo compiacimento. Fece di loro i Suoi rappresentanti. A loro inviò la Sua parola incontestabile. Affidando loro la vera conoscenza della verità e la corretta legge di vita, li incaricò di invitare i Banū Ādam ad abbandonare la via errata e a ritornare su questa semplice via della verità.

5. Essi erano i profeti di Allah. Allah continuò a inviare i Suoi profeti in diversi paesi e presso diversi popoli. La loro successione proseguì per migliaia di anni. Erano migliaia. Tutti seguivano lo stesso dīn, cioè lo stesso modo di vivere. In altre parole, tutti seguivano il corretto modo di agire al quale l’uomo era stato introdotto fin dal primo giorno della creazione. Tutti erano fedeli alla stessa guida. Vale a dire, aderivano tutti all’eterno principio morale e sociale-culturale stabilito per l’umanità fin dall’inizio. Avevano tutti la stessa missione: invitare i propri discendenti, tribù e popoli a seguire questo dīn e questa guida. Poi organizzavano coloro che accoglievano il loro invito e li trasformavano in una umma: una comunità che fosse essa stessa obbediente alla legge di Allah e che si impegnasse e lottasse per stabilire sulla terra l’obbedienza alla legge di Allah e per contrastare ogni tendenza a disobbedirle. Ognuno di questi profeti svolse con grande perfezione la responsabilità di questa missione nella propria epoca. Tuttavia, si vide sempre che una grande parte dell’umanità non era affatto pronta ad accogliere il loro invito. E anche coloro che accettavano l’invito e si univano alla umma musulmana cominciavano gradualmente ad affondare essi stessi nel mare della deformazione. Alcune di queste umma arrivarono perfino a perdere completamente la guida donata da Allah. Altri mescolarono le proprie parole alla parola di Allah e, apportandovi modifiche, ne deformarono completamente l’aspetto.

6. Infine, il Signore Onnipotente dell’universo inviò Muhammad, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, nella terra d’Arabia. Gli affidò la stessa responsabilità con la quale aveva inviato sulla terra i profeti precedenti. Insieme alla gente comune, egli invitò anche le umma traviate dei profeti precedenti verso il dīn di Allah. Invitò tutti ad adottare il corretto modo di agire e la retta via. Il suo compito era trasmettere nuovamente a tutti la guida di Allah e trasformare coloro che avessero accolto questo invito e questa guida in una umma che, da un lato, stabilisse il proprio sistema di vita sulla guida di Allah e, dall’altro, si impegnasse e lottasse per correggere e riformare il mondo intero. Questo Corano è il Libro di tale invito e di tale guida. Allah rivelò questo Libro a Muhammad, che Allah lo benedica e gli conceda la pace.

L’argomento centrale del Corano

Dopo aver appreso queste nozioni introduttive sul Corano, per il lettore diventa facile acquisire una conoscenza corretta del contenuto di questo Libro, del suo argomento centrale e del suo obiettivo finale.
Il suo oggetto è l’essere umano. Il contenuto fondamentale del Corano è precisamente questo: in che cosa consista il bene dell’uomo alla luce della verità autentica e luminosa.
Il suo argomento centrale è il seguente: a causa delle apparenze, della dipendenza da supposizioni e congetture o della sottomissione alla natura, l’uomo ha elaborato determinate concezioni riguardo ad Allah, all’ordinamento dell’universo, alla propria esistenza e alla propria vita terrena; sulla base di tali concezioni ha adottato una determinata visione del mondo e una determinata condotta. Alla luce della verità autentica e luminosa, tutto ciò è errato e difettoso e, quanto alle sue conseguenze, rovinoso per l’uomo. La verità autentica è quella che Allah stesso aveva esposto quando aveva nominato l’uomo Suo khalīfa. E, alla luce di questa verità autentica, la visione e la condotta precedentemente illustrate per l’uomo sotto il nome di condotta corretta sono quelle giuste, impeccabili e destinate a un buon esito.
Lo scopo e il messaggio finali consistono nell’invitare l’uomo ad adottare la visione e la condotta corrette e nel presentare senza ambiguità la guida di Allah. L’uomo le ha perdute a causa della propria negligenza e disattenzione e, per effetto delle sue inclinazioni sataniche, ha continuato a deformarle in vari momenti.
Se si legge il Corano tenendo presenti queste tre questioni fondamentali, si constaterà che questo Libro, in tutta la sua estensione, non si è mai discostato neppure di un capello dal proprio contenuto, dal proprio argomento centrale e dal proprio obiettivo e messaggio fondamentali. Dall’inizio alla fine, i suoi diversi temi sono collegati al suo argomento centrale come le perle grandi e piccole, di vari colori, di una collana, riunite insieme dal filo e strettamente intrecciate in un unico legame. Nel Corano si parla della struttura della terra e del cielo, del processo e delle modalità della creazione dell’uomo, dell’osservazione dei segni dell’universo e degli avvenimenti storici di diverse nazioni del passato. Nel Corano vengono criticati il credo, il carattere morale e le azioni di diverse nazioni. Vengono spiegati i fenomeni soprannaturali. Vengono inoltre menzionate molte altre cose. Tuttavia, questi argomenti non sono trattati nel Corano per insegnare all’uomo la fisica, la biologia, la storia, la filosofia o un’altra disciplina. Il suo scopo è piuttosto eliminare le concezioni errate dell’uomo riguardo alla verità autentica e luminosa, imprimere nel suo animo la verità corretta, rendere evidenti l’errore e le cattive conseguenze delle condotte contrarie alla verità e invitare l’uomo alla condotta conforme alla verità e destinata a un buon esito. Per questo, ogni argomento è trattato solo nella misura e nel modo necessari al suo obiettivo fondamentale. Dopo aver esaminato questi temi nella misura del necessario, il Corano è sempre tornato al proprio scopo e al proprio argomento centrale, tralasciando i dettagli superflui. Tutta la sua esposizione ruota, con profonda unità e coesione, attorno al fulcro della «chiamata all’Islam».
Il metodo della rivelazione del Corano
Per comprendere pienamente il metodo espositivo e analitico del Corano, il suo ordine compositivo e i suoi numerosi argomenti, è però necessario acquisire una conoscenza adeguata del modo, del metodo e delle circostanze della sua rivelazione.
Allah l’Altissimo non scrisse questo Corano tutto in una volta, non lo consegnò a Muhammad e non gli ordinò di invitare le genti, attraverso la sua ampia diffusione, verso un particolare stile di vita. Non è affatto un Libro di questo genere. Allo stesso modo, in questo Libro il contenuto e l’argomento centrale non sono stati trattati secondo i consueti metodi di composizione. Perciò, il metodo ordinario di organizzare un’opera e il metodo generalmente seguito nella stesura dei libri sono qui del tutto assenti. In realtà, è un Libro di tipo del tutto originale. Allah l’Altissimo inviò come profeta un Suo servo nella città di Mecca, in terra d’Arabia. Gli ordinò di iniziare la chiamata dalla propria città e dalla propria tribù, i Quraysh. Per avviare quest’opera, all’inizio gli furono impartite soltanto le disposizioni necessarie. Tali disposizioni comprendevano principalmente tre contenuti.
Primo: l’educazione del Profeta. Gli fu insegnato come prepararsi a svolgere questa grande e nobile responsabilità e con quale metodo operare.
Secondo: la fornitura delle informazioni fondamentali sulla verità autentica e la confutazione, in forma concisa, delle concezioni errate sulla verità diffuse tra la gente intorno a loro. A causa di tali concezioni, essi adottavano una condotta errata.
Terzo: l’invito alla condotta corretta. Furono esposti quei principi morali fondamentali della legge di Allah la cui osservanza reca all’uomo prosperità e felicità.

La fase iniziale della chiamata islamica

All’inizio, questi messaggi si limitavano, in rapporto alla fase d’avvio della chiamata, ad alcune brevi e concise espressioni. Il loro linguaggio era estremamente chiaro, dolce e melodioso, capace di esercitare una vasta influenza e ricco del migliore pregio letterario, conforme al gusto del popolo cui erano rivolti. Perciò queste parole si imprimevano nella mente come frecce. Grazie al ritmo e alla musicalità della lingua, l’orecchio ne era attratto spontaneamente e con grande rapidità. Poiché erano adeguate al momento e rispondevano alle esigenze interiori, la lingua le ripeteva spontaneamente. Inoltre, esse possedevano una forte impronta locale. Sebbene vi fossero esposte verità universali, gli argomenti, le prove e gli esempi venivano tratti dall’ambiente più vicino, con il quale gli ascoltatori avevano grande familiarità. L’intera esposizione si fondava sulla loro storia, sulle loro tradizioni, sui segni che vedevano ogni giorno e sui loro difetti dottrinali, morali e sociali. In questo modo veniva creato un ambiente favorevole alla ricezione del loro influsso.
Questa fase iniziale della chiamata islamica durò circa quattro o cinque anni. In questa fase, la predicazione dell’Islam da parte del Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, suscitò tre tipi di reazione.
Alcune persone virtuose accettarono la chiamata islamica. Esse si prepararono a costituire una comunità chiamata «Ummah musulmana».
2. Un gran numero di persone si preparò a opporsi a questa chiamata per ignoranza, egoismo o cieco attaccamento ai costumi e alle tradizioni degli antenati.
3. Al di là dei confini di Mecca e dei Quraysh, l’eco di questa nuova chiamata cominciò a risuonare in un’area relativamente vasta.

Il secondo capitolo della chiamata islamica

Da qui ha inizio il secondo capitolo di questa chiamata. In questa fase nasce un conflitto duro e mortale tra il movimento islamico e l’antica jāhiliyya. Questo conflitto prosegue per otto o nove anni. Non soltanto gli abitanti della Mecca e gli appartenenti alla tribù dei Quraysh, ma anche tutti coloro che, nella maggior parte delle vaste regioni della penisola arabica, volevano conservare immutata l’antica jāhiliyya, cercano con la forza di soffocare questo movimento. Diffondono false propagande. Sollevano innumerevoli accuse, sospetti, dubbi e obiezioni. Seminano ogni sorta di istigazione nei cuori della gente comune. Si adoperano con ogni mezzo affinché gli estranei non possano ascoltare le parole del Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace. Sottopongono i convertiti all’Islam a selvagge e brutali persecuzioni. Li boicottano economicamente e socialmente. Li perseguitano e li tormentano a tal punto che, esasperati dai loro soprusi, molti tra i musulmani sono costretti per ben due volte ad abbandonare la propria patria e a emigrare verso l’Abissinia; infine, tutti devono emigrare verso Medina. Tuttavia, nonostante questa dura e crescente opposizione e questi ostacoli, il movimento continua a diffondersi. Alla Mecca non vi era una sola stirpe o famiglia nella quale almeno una persona non avesse abbracciato l’Islam. Tra i fratelli, i nipoti, i figli, le figlie, le sorelle e i cognati della maggior parte degli oppositori dell’Islam, molti non erano soltanto seguaci della chiamata islamica, ma svolgevano anche il ruolo di militanti pronti a sacrificare la vita; e i figli, che erano i pezzi più cari del loro cuore, si preparavano a combattere contro di loro. Questa era la ragione della violenza, dell’asprezza e dell’amarezza della loro ostilità. Ancora più significativo è il fatto che coloro che rompevano con l’antica jāhiliyya e si univano a questo movimento appena nato erano stati fino ad allora considerati i migliori membri della loro società. Dopo essersi uniti al movimento, divenivano così onesti, giusti e dotati di un carattere puro che agli abitanti del mondo non restava altra scelta se non riconoscere la superiorità e la grandezza di questo movimento. Era del tutto naturale che, agli occhi del mondo, risplendesse la superiorità di una chiamata capace di attirare a sé persone di questo genere e di elevarle a un livello così alto di qualità umane.

Durante questo lungo e intenso periodo di conflitto, Allah l’Altissimo continuò a far discendere sul Suo Profeta, secondo le circostanze e le necessità, discorsi così appassionati nei quali si percepivano la rapidità di un torrente impetuoso, la forza travolgente di un’alluvione e l’acutezza e l’ardore del fuoco. Attraverso questi discorsi, da un lato ai credenti furono indicati i loro doveri e le loro responsabilità iniziali. Fu suscitato in loro uno spirito di appartenenza al gruppo. Furono loro insegnati il taqwā, le più alte virtù morali, la disposizione naturale e le norme di comportamento. Fu indicato loro il metodo per diffondere la vera religione di Allah. Dando loro la promessa del successo e la lieta novella dell’ingresso in Paradiso, furono rafforzati il loro coraggio e il loro morale. Furono incitati a proseguire nella lotta e nello sforzo sulla via di Allah con pazienza, sopportazione, fermezza e alto morale. In loro furono suscitati un sentimento e un entusiasmo così grandi per il sacrificio della vita che essi furono pronti ad affrontare ogni genere di pericolo e a rimanere saldi e immobili, come montagne incrollabili, davanti alla tempesta impetuosa dell’opposizione. Dall’altro lato, agli oppositori, alle comunità deviate dalla via della verità e della giustizia e rese incoscienti dal sonno della negligenza furono mostrate, attraverso il racconto delle tragiche e distruttive sorti di popoli la cui storia conoscevano, le conseguenze delle loro azioni. Furono istruiti e ammoniti riguardo agli abitati distrutti attraverso i quali, durante i loro viaggi, passavano avanti e indietro giorno e notte. Dai centinaia e migliaia di segni evidenti che giorno e notte si manifestavano davanti ai loro occhi negli spazi aperti della terra e del cielo, e i cui effetti percepivano continuamente nella propria vita, furono presentate loro le prove dell’unicità di Allah e dell’Aldilà. Furono messi in evidenza gli errori dello shirk, dell’arbitrio, della negazione dell’Aldilà e dell’adesione cieca alla via erronea degli antenati, mediante argomenti e prove inequivocabili capaci di influenzare facilmente la mente e il cuore. In seguito furono dissolti tutti i loro dubbi e le loro perplessità. A ogni domanda fu data una risposta razionale. Le loro menti furono completamente liberate dalla nebbia dei complessi problemi psicologici dai quali essi stessi soffrivano e che cercavano di suscitare anche negli animi degli altri. In tal modo la jāhiliyya fu afferrata e accerchiata con una tale fermezza da non lasciarle neppure un centimetro di spazio per respirare nel mondo del pensiero, dell’intelletto e della mente. Allo stesso tempo furono messi in guardia dall’ira di Allah, dal terrore del Giudizio del Giorno della Resurrezione e dal castigo dell’Inferno. Furono rimproverati per il loro cattivo carattere, il loro modo di vivere erroneo, le usanze jāhilite, l’ostilità verso la verità e la persecuzione dei musulmani. Furono presentati loro i grandi principi della civiltà, della cultura e della morale sui quali, nel mondo, sono sempre state fondate le civiltà e le culture virtuose e progredite, amate e scelte da Allah.

Questa fase è suddivisa in diversi livelli. In ciascun livello la da‘wah continuò ad ampliarsi. Da una parte, gli sforzi e la lotta divenivano sempre più intensi e, dall’altra, l’opposizione e gli ostacoli diventavano sempre più difficili. Fu necessario confrontarsi con tribù e gruppi appartenenti a diverse credenze e orientamenti di vita. Di conseguenza, continuò ad ampliarsi la varietà dei contenuti dei messaggi provenienti da Allah. Questo è lo sfondo della vita meccana delineata nel Nobile Corano.

Il terzo capitolo della da‘wah

Dopo che il movimento rimase attivo alla Mecca per tredici anni, trovò improvvisamente a Medina un centro. Divenne possibile radunare lì, uno dopo l’altro, tutti i propri seguaci provenienti dalle varie parti della Penisola Arabica e concentrare in un unico centro tutte le proprie forze. Il Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, e la maggior parte dei seguaci dell’Islam emigrarono e giunsero a Medina. In questo modo la da‘wah islamica entrò nella terza fase.

In questa fase il quadro della situazione cambiò completamente. La Ummah musulmana riuscì a fondare uno Stato ben organizzato. Ebbe inizio un conflitto armato con i sostenitori dell’antica jāhiliyyah. Scoppiò inoltre un conflitto con le comunità dei profeti precedenti, cioè gli ebrei e i cristiani. Diversi tipi di ipocriti penetrarono nell’organizzazione interna della Ummah musulmana, e fu necessario combattere anche contro di loro. Dopo aver attraversato il difficile cammino di dieci anni di scontri e conflitti, il movimento raggiunse la meta del successo: il suo dominio si estese su tutta la Penisola Arabica. Davanti ad esso si aprirono le porte della da‘wah universale e della riforma.

Anche questa fase è suddivisa in diversi livelli. In ciascun livello vi erano esigenze particolari, necessarie e imprescindibili del movimento. In relazione a tali esigenze, Allah l’Altissimo continuò a far scendere sul Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, discorsi e dichiarazioni che talvolta assumevano la forma di orazioni infuocate, talvolta quella di decreti e direttive regali, e talvolta esprimevano l’insegnamento e l’istruzione di un maestro, oppure i consigli e gli sforzi di persuasione di un riformatore. In essi veniva spiegato come costruire il gruppo, lo Stato e una vita civile virtuosa e armoniosa; secondo quali principi e norme disciplinari organizzare i diversi ambiti della vita; quale atteggiamento assumere verso gli ipocriti; quale linea di condotta adottare nei confronti dei miscredenti sotto protezione, della Gente del Libro, dei nemici in guerra e dei popoli legati da trattati; e come questo gruppo organizzato di credenti dovesse prepararsi ad assolvere il compito di instaurare sulla terra il califfato di Allah.

Attraverso questi discorsi si impartivano ai musulmani istruzione e tarbiyah (formazione), si eliminavano le loro debolezze, li si incoraggiava a compiere il jihad sulla via di Allah con la vita e i beni, e si insegnava loro la moralità adeguata a ogni tipo di situazione: vittoria e sconfitta, agio e tribolazione, dolore e gioia, povertà e prosperità, sicurezza e paura. Venivano preparati e resi capaci di svolgere, dopo il Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, il compito della da‘wah islamica e della riforma in qualità di suoi successori.

D’altra parte, nei confronti della Gente del Libro, degli ipocriti, dei politeisti, dei miscredenti e di tutti coloro che si trovavano al di fuori dell’ambito della fede, si cercava, tenendo conto delle loro diverse condizioni, di far comprendere loro la verità, di invitarli con un linguaggio capace di toccare il cuore, di rimproverarli e ammonirli con fermezza, di avvertirli del castigo di Allah e di impartire loro ammonimenti e insegnamenti attraverso situazioni ed eventi istruttivi. In questo modo, nel presentare la verità, non rimaneva davanti a loro alcuna rigidità né alcuna oscurità. Questo è lo sfondo delle sure medinesi del Nobile Corano.

Lo stile espositivo del Corano

Da questa esposizione risulta evidente che il Nobile Corano iniziò a essere rivelato con il messaggio di una da‘wah. Dal momento in cui la da‘wah ebbe inizio fino al raggiungimento della sua meta finale, quella della perfezione, le diverse parti del Corano continuarono a essere rivelate in relazione alle molteplici e varie esigenze delle fasi e dei livelli che essa dovette attraversare nel corso dei precedenti ventitré anni. Pertanto, qui non fu adottato un metodo di composizione e di organizzazione dei contenuti simile a quello dei libri scritti per conseguire un dottorato.

Inoltre, le parti grandi e piccole del Corano rivelate con il progressivo sviluppo della da‘wah non venivano pubblicate sotto forma di opuscoli; venivano invece esposte sotto forma di discorsi e dichiarazioni, e in tale forma venivano anche diffuse. Perciò in esse si manifesta non lo stile dello scritto, ma quello del discorso. E anche questi discorsi non erano quelli di un professore, bensì assomigliavano ai discorsi di un predicatore. Si rivolgevano al cuore, alla mente, all’intelletto e alle emozioni, a tutti indistintamente. Il predicatore doveva confrontarsi con ogni tipo di mentalità. Nel promuovere la propria da‘wah e nel condurre un movimento concreto ed efficace, doveva operare in innumerevoli situazioni diverse. Doveva imprimere le proprie parole nella mente con ogni mezzo possibile, trasformare il mondo del pensiero, suscitare onde nel mare delle emozioni, abbattere le montagne dell’opposizione, correggere e formare i collaboratori, creare in loro ispirazione, entusiasmo e ferma determinazione, trasformare i nemici in amici e i negatori in credenti, confutare gli argomenti e le prove degli oppositori e spezzare la loro forza morale. In tal modo doveva svolgere tutte quelle attività indispensabili al portatore di una da‘wah e al leader di un movimento.

Per questo, la forma e la natura dei discorsi che Allah l’Altissimo fece scendere sul Suo Profeta riguardo a questo compito e a questa responsabilità furono adeguate a una da‘wah. Non vi si dovrebbe cercare lo stile oratorio tipico di un professore universitario.

Da qui si può comprendere facilmente anche un altro punto: perché nel Corano la trattazione dello stesso argomento ricorre più volte in luoghi diversi? Una da‘wah e un movimento concreto e attivo hanno determinate esigenze e richieste naturali. Nel momento in cui questo movimento si trova in una certa fase, deve pronunciare parole adeguate a quella fase. Finché la da‘wah permane in una determinata fase, non si possono introdurre gli argomenti delle fasi successive. Devono invece essere trattati ripetutamente gli argomenti della fase in questione. Non importa se nel frattempo trascorrono alcuni mesi o alcuni anni.

D’altra parte, se all’interno della stessa frase si continuassero a ripetere parole dello stesso tipo nella medesima forma, l’ascolto finirebbe per stancare le orecchie e generare noia. Perciò, a ogni fase, ciò che si rende necessario dire più volte deve essere presentato ogni volta con un nuovo rivestimento di parole, in una nuova forma e con nuovi colori, espresso in modo nuovo, con un linguaggio raffinato ed elegante, affinché si radichi nella mente suscitando emozioni piacevoli e ciascuna meta della da‘wah divenga sempre più salda.

Al tempo stesso, le credenze e i principi fondamentali sui quali si fonda la da‘wah non possono in alcun modo essere persi di vista, dal primo passo fino all’ultima meta. Al contrario, devono essere ripetuti in ogni fase della da‘wah. Per questo si osserva che, tra tutte le sure del Nobile Corano rivelate in una determinata fase della da‘wah islamica, ricorrono generalmente gli stessi contenuti, sebbene mutino l’involucro delle parole e lo stile dell’esposizione. Tuttavia, in tutto il Corano ricompare ovunque la trattazione del tawhid, degli attributi di Allah, dell’Aldilà, del rendiconto nell’Aldilà, della ricompensa e del castigo nel Giorno della Resurrezione, della risālah, della fede nel Libro, del taqwā, della pazienza, del tawakkul e di altri temi fondamentali di questo genere.

Ciò avviene perché in nessuna fase di questo movimento era tollerato distogliere lo sguardo da tali temi fondamentali. Se queste idee e concezioni basilari si fossero anche solo leggermente indebolite, il movimento dell’Islam non avrebbe mai potuto procedere con la sua autentica forza vitale.

 

La ragione di tale disposizione

La risposta alla domanda sul perché il Profeta, pace e benedizioni di Allah su di lui, non abbia mantenuto, nel disporre e mettere per iscritto il Corano in forma di libro, l’ordine cronologico secondo il quale esso era stato rivelato, si trova, riflettendo un poco, proprio nella nostra esposizione.
Nella discussione precedente avete appreso che il Corano fu rivelato nell’arco di ventitré anni. Esso continuò a essere rivelato secondo l’ordine in cui ebbero inizio e progredirono l’invito islamico e la sua missione. Ora si può facilmente comprendere che, dopo il compimento della missione, una disposizione delle parti rivelate del Corano basata esclusivamente sullo sviluppo progressivo della missione non avrebbe potuto essere in alcun modo appropriata. Per i credenti era necessaria una nuova disposizione, più adatta alla situazione creatasi dopo il compimento della missione. All’inizio, infatti, l’invito era rivolto innanzitutto a persone completamente estranee all’Islam. Perciò l’istruzione e l’ammonimento dovevano cominciare dalle fondamenta. Ma, una volta compiuta la missione, il suo primo obiettivo divennero coloro che avevano creduto in essa, erano entrati a far parte di una comunità e avevano ricevuto la responsabilità di portarla avanti. Dopo aver dato compimento a questa missione sia sul piano del pensiero sia su quello dell’azione, il Profeta, pace e benedizioni di Allah su di lui, l’aveva affidata a loro. Divenne quindi anzitutto necessario che essi conoscessero bene le proprie responsabilità e i propri doveri, le norme per la loro vita e le varie sedizioni sorte tra le comunità dei profeti precedenti. Poi avrebbero dovuto avanzare per presentare il comandamento di Allah agli abitanti del mondo estranei all’Islam. Inoltre, chiunque legga con profonda attenzione il Corano comprenderà chiaramente che, per la natura stessa di questo Libro, non è appropriato riunire in un unico luogo tutti i contenuti dello stesso genere. La natura del Corano richiede che, davanti al lettore, le questioni del periodo medinese siano discusse tra gli insegnamenti dell’epoca meccana, quelle del periodo meccano tra i discorsi dell’epoca medinese, le discussioni dei primi tempi tra gli ammonimenti degli ultimi tempi e le norme degli ultimi tempi accanto agli insegnamenti dell’inizio, tornando più volte sugli stessi temi. In tal modo, davanti ai suoi occhi, deve emergere l’immagine completa, ampia e integrale dell’Islam. Non deve mai accadere che un aspetto dell’Islam sia davanti ai suoi occhi mentre l’altro rimane fuori dalla sua vista.
Anche se il Corano fosse stato disposto secondo l’ordine della sua rivelazione, per le generazioni venute in seguito esso avrebbe potuto risultare comprensibile soltanto se, insieme al Corano, fossero state riportate la storia della sua rivelazione e le circostanze e il contesto in cui era stata rivelata ciascuna delle sue parti. Ciò sarebbe stato contrario allo scopo per il quale Allah l’Altissimo aveva raccolto, disposto e preservato la Sua parola. Lo scopo di Allah era compilare la Sua parola in forma concisa e pura, senza mescolarla né inserirvi alcun altro discorso, messaggio o parola. Questa parola sarebbe stata letta da persone di ogni livello: giovani e anziani, bambini, donne e uomini, abitanti delle città e delle campagne, persone colte, sapienti e gente comune istruita. Ogni persona dotata di intelletto e conoscenza, a qualunque livello appartenesse, avrebbe dovuto almeno comprendere che cosa il loro grande Signore voleva da loro e che cosa non voleva. È evidente che, se a tutta questa parola fosse stata aggiunta anche una lunga storia e la sua lettura fosse stata considerata indispensabile per tutti, sarebbe fallito lo scopo per il quale Allah l’Altissimo aveva ordinato e preservato questa parola.
In realtà, coloro che considerano discutibile l’attuale disposizione del Corano non soltanto ignorano lo scopo e la finalità di questo Libro, ma sembrano anche essere vittime dell’erronea convinzione che esso sia stato rivelato esclusivamente per gli studenti di storia e di scienze sociali.
I lettori dovrebbero inoltre sapere un’altra cosa riguardo all’attuale disposizione del Corano. Essa non fu opera delle generazioni successive. Al contrario, secondo il comando di Allah, fu il Profeta, pace e benedizioni di Allah su di lui, a disporre e riunire personalmente i versetti del Corano in questo modo. La sua pratica abituale era che, quando veniva rivelata una sūra, chiamava immediatamente uno dei suoi scribi (lo scrivano del Corano) e gli faceva mettere per iscritto i versetti della sūra nel modo appropriato. Poi ordinava: «Colloca questa sūra dopo quella sūra» oppure «prima di quella sūra». Analogamente, talvolta veniva rivelata una parte del Corano senza che fosse destinata a diventare una sūra indipendente. In quel caso egli ordinava: «Inseriscila in questo punto di quella sūra». In seguito recitava personalmente il Corano nella preghiera secondo questa disposizione e lo recitava anche nelle altre occasioni. Secondo la stessa disposizione, i nobili Compagni memorizzavano il Corano. Pertanto, la disposizione del Corano è una verità storica comprovata. Il giorno in cui si concluse la rivelazione del Corano, si completò anche la sua disposizione. Colui che lo rivelava lo dispose a sua volta. Colui sul cui cuore lo rivelava fece sì che fosse disposto proprio per mano sua. Nessuno aveva né il diritto né la capacità di introdurvi qualcosa o di interferire in esso.

Come fu compilato il Corano

Poiché la preghiera era obbligatoria per i musulmani fin dall’inizio [si noti che le cinque preghiere quotidiane divennero obbligatorie alcuni anni dopo che il Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, ricevette la profezia. Tuttavia, in generale, la preghiera era obbligatoria fin dal primo giorno. Non trascorse neppure un istante nella storia dell’Islam in cui la preghiera non fosse obbligatoria.] e la recitazione del Corano era considerata una parte indispensabile della preghiera, il processo di memorizzazione del Corano tra i musulmani ebbe inizio contemporaneamente alla sua rivelazione. Ogni volta che una parte del Corano veniva rivelata, i musulmani la imparavano a memoria. Così, la conservazione del Corano non dipendeva soltanto dal sistema predisposto dal Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, con l’aiuto dei suoi scribi, per scriverlo su foglie di palma, ossa e frammenti di pietra; non appena veniva rivelato, il suo testo veniva impresso nei cuori di centinaia, poi di migliaia e infine di centinaia di migliaia di persone. Nessun demonio avrebbe potuto alterarne neppure una parola.
Dopo la morte del Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, numerose persone in Arabia divennero apostate. Per reprimerle e impedire la tendenza di un gruppo di musulmani ad abbandonare l’Islam, i Compagni dovettero impegnarsi in diverse sanguinose battaglie. In queste battaglie morirono martiri molti Compagni che avevano memorizzato l’intero Corano. Questo fatto suscitò in ʿUmar, che Allah sia soddisfatto di lui, la preoccupazione che non fosse opportuno affidarsi a un unico mezzo per la conservazione del Corano. Non bastava che il messaggio coranico fosse impresso soltanto nei cuori; occorreva predisporne la conservazione anche su fogli scritti. Egli espose chiaramente la questione all’allora califfo, Abū Bakr, che Allah sia soddisfatto di lui. Dopo qualche riflessione, anche Abū Bakr concordò con lui e affidò questo compito a Zayd, che Allah sia soddisfatto di lui, scriba e segretario del Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace. Il metodo stabilito fu il seguente: da una parte, raccogliere i vari materiali sui quali il Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, aveva fatto scrivere il Corano; dall’altra, raccogliere dai Compagni le varie parti del Corano che ciascuno di loro aveva conservato per iscritto. [Da fonti attendibili risulta che, già durante la vita dell’Inviato, diversi Compagni avevano scritto il Corano, o parti di esso, e le avevano conservate presso di sé. Tra questi vengono menzionati ʿUthmān, ʿAlī, ʿAbd Allāh ibn Masʿūd, ʿAbd Allāh ibn ʿAmr ibn al-ʿĀṣ, Sālim, il cliente di Ḥudhayfa, Zayd ibn Thābit, Muʿādh ibn Jabal, Ubayy ibn Kaʿb e Abū Zayd Qays ibn al-Sakan, che Allah sia soddisfatto di tutti loro.] Inoltre, si sarebbe fatto ricorso all’aiuto di coloro che avevano memorizzato il Corano. Dopo aver utilizzato pienamente questi tre mezzi e aver raggiunto la certezza e la tranquillità assolute riguardo alla sua accuratezza, ogni lettera, parola e frase del Corano fu registrata in forma scritta e raccolta in un codice. Secondo questo progetto, fu preparata una raccolta accurata e autorevole del Nobile Corano, che venne depositata presso la Madre dei Credenti, Ḥafṣa, che Allah sia soddisfatto di lei. A tutti fu concesso il permesso generale di farne copie oppure di confrontare con essa i propri manoscritti e correggerli.
Sebbene appartenessero alla stessa lingua, i dialetti parlati nelle diverse città e province del nostro Paese presentano differenze; allo stesso modo, esistevano differenze tra i dialetti delle diverse regioni e tribù arabe. Il Nobile Corano fu rivelato nella lingua parlata dai Quraysh della Mecca. Tuttavia, all’inizio era stato consentito agli abitanti delle diverse regioni e tribù di recitarlo secondo la propria pronuncia e il proprio modo di esprimersi. Ciò non comportava alcuna differenza di significato; rendeva soltanto la formulazione un po’ più agevole e morbida per loro. Ma, gradualmente, l’Islam si espanse. Gli Arabi oltrepassarono le loro regioni desertiche e conquistarono una vasta parte del mondo. Gli abitanti di altri Paesi e di altre nazioni cominciarono a entrare nei confini dell’Islam. A causa dell’ampia mescolanza tra Arabi e non Arabi, la lingua araba iniziò a subire influenze. In quel momento nacque il timore che, se si fosse continuato a permettere la recitazione del Corano secondo pronunce e forme espressive diverse, sarebbero sorte ogni sorta di discordie. Per esempio, una persona avrebbe potuto sentire un’altra recitare il Corano in un modo a lei sconosciuto e, ritenendo che avesse deliberatamente alterato il Corano, sarebbe entrata in contrasto e in conflitto con lei. Oppure, tali differenze verbali avrebbero potuto aprire gradualmente la strada a vere alterazioni. Oppure ancora, coloro la cui lingua si fosse corrotta a causa della mescolanza tra Arabi e non Arabi avrebbero potuto intervenire nel Corano secondo la propria lingua corrotta, deformandone la bellezza espressiva. Per tutte queste ragioni, ʿUthmān, che Allah sia soddisfatto di lui, dopo essersi consultato con gli altri nobili Compagni, decise che in tutto il mondo islamico sarebbe stata adottata unicamente la copia del Nobile Corano scritta sotto la direzione di Abū Bakr al-Ṣiddīq, che Allah sia soddisfatto di lui. Sarebbero state inoltre vietate la diffusione e la recitazione scritta secondo tutte le altre pronunce e forme espressive.
Il Nobile Corano che oggi abbiamo tra le mani è una copia del codice di Abū Bakr al-Ṣiddīq, che Allah sia soddisfatto di lui. Questa copia fu inviata da ʿUthmān, che Allah sia soddisfatto di lui, nei diversi Paesi del mondo mediante un’organizzazione ufficiale. Ancora oggi, in varie parti del mondo, si trovano quelle copie autorevoli del Corano. Se qualcuno nutrisse anche il minimo dubbio riguardo alla corretta conservazione del Nobile Corano, potrebbe recarsi in Africa occidentale, acquistare una copia del Nobile Corano in una libreria locale per eliminare il proprio dubbio, e poi da lì recarsi a Giava, in Indonesia. Potrebbe ascoltare un ḥāfiẓ di Giava recitare il Corano a memoria e confrontare la recitazione con la copia in suo possesso acquistata nell’Africa occidentale. Potrebbe poi confrontarla con tutte le copie del Corano conservate nelle grandi biblioteche del mondo, risalenti all’epoca di ʿUthmān fino ai nostri giorni. Se vi trovasse anche una sola differenza in una lettera o in un punto diacritico, sarebbe suo dovere informare il mondo di questa straordinaria scoperta.
Qualcuno può dubitare che il Corano sia stato rivelato da parte di Allah. Ma non vi è alcun margine di dubbio sul fatto che il Corano oggi nelle nostre mani sia, senza la minima alterazione o modifica, una copia esatta del Corano rivelato a Muḥammad, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, e da lui presentato al mondo. Questo è un fatto storico. Nella storia del mondo non si trova un secondo fatto sostenuto da testimonianze e prove altrettanto inconfutabili. Se, nonostante ciò, qualcuno nutrisse dubbi al riguardo, allora dovrebbe dubitare anche che sia mai esistito un impero chiamato Impero romano, che la dinastia moghul abbia mai governato l’India o che sia mai esistita nel mondo una persona chiamata Napoleone. Dubitare di fatti storici di questo genere non è segno di sapere, bensì di ignoranza.

 

Il metodo di studio del Corano

Il Corano è un libro straordinario. Innumerevoli persone nel mondo si avvicinano al Corano con innumerevoli scopi. Non è possibile per un essere umano offrire consigli tenendo conto delle necessità e degli scopi di tutti costoro. Tra questa enorme moltitudine di ricercatori, io mi interesso soltanto di coloro che desiderano comprenderlo e vogliono sapere quale ruolo svolga questo Libro nella soluzione dei problemi della vita umana e in che modo indichi la via. Qui darò alcuni consigli sul metodo di studio del Corano per persone di questo genere. Al tempo stesso cercherò di risolvere anche i problemi che generalmente la gente incontra a questo proposito.

Che una persona creda o non creda nel Corano, se desidera comprendere questo Libro deve anzitutto liberare, per quanto possibile, la propria mente e il proprio cuore da idee e dottrine precostituite, nonché da obiettivi e interessi favorevoli o contrari. Deve iniziare lo studio con l’intenzione pura e sincera di comprendere e assimilare questo Libro. Coloro che leggono questo Libro custodendo nella mente un particolare sistema di pensiero continuano a leggere le proprie idee tra le sue diverse righe. Non vengono sfiorati neppure dal più lieve soffio del vero Corano. Un simile metodo di studio non è corretto neppure per la lettura di un qualsiasi libro del mondo. Quanto al Corano, esso non apre mai a lettori di questo tipo le porte della verità interiore e dei significati profondi e ricchi di senso.

Inoltre, per chi desidera acquisire una conoscenza superficiale del Corano, probabilmente è sufficiente leggerlo una volta. Ma per chi vuole scendere in profondità nel suo significato, neppure due letture possono essere sufficienti. Dovrà leggerlo ripetutamente. Ogni volta dovrà leggerlo da una prospettiva nuova. Dovrà sedersi con una matita e un quaderno per gli appunti, come uno scriba. Coloro che saranno pronti a leggere il Corano in questo modo dovranno leggere questo Libro almeno due volte, unicamente affinché davanti a loro emerga nel suo insieme il sistema di pensiero e d’azione che il Corano intende presentare. Durante questo studio iniziale dovranno cercare di acquisire una conoscenza ampia dell’intero contenuto del Corano. Dovranno osservare quali pensieri fondamentali propone questo Libro e come, su tali idee, costruisca le fondamenta dell’edificio dell’ordinamento della vita. Se in questa fase nasce nella loro mente una domanda o un dubbio, non dovranno allora giungere a una conclusione su di esso, ma dovranno annotarlo subito e continuare pazientemente lo studio. È più probabile che, andando avanti, trovino la risposta in qualche punto. Quando avranno trovato la risposta, dovranno annotarla accanto alla domanda. Ma se, dopo il primo studio, non avranno trovato la risposta a una propria domanda, dovranno studiare pazientemente una seconda volta. Posso dirlo per esperienza personale: dopo un secondo studio condotto con profonda attenzione, raramente una domanda è rimasta senza risposta.

Dopo avere così acquisito una visione ampia del Corano, si deve iniziare lo studio dettagliato. A questo proposito, il lettore deve annotare ogni aspetto dell’insegnamento coranico dopo averlo compreso pienamente. Per esempio, deve cercare di comprendere quale tipo di ideale umano il Corano considera detestabile e rifiuta. Per imprimere bene questo punto nella propria mente, deve scrivere sul proprio quaderno, da un lato, «persona gradita» e, dall’altro, «persona sgradita», quindi annotare sotto ciascuna voce le loro caratteristiche e qualità. Oppure deve cercare di capire da quali fattori dipendano, secondo la prospettiva coranica, il benessere e la salvezza dell’essere umano, e quali cose il Corano consideri nocive e distruttive per l’umanità; anche per conoscere questo punto in modo chiaro e dettagliato deve seguire il metodo precedente. In altre parole, deve scrivere una accanto all’altra, come intestazioni, «fattori indispensabili per il benessere» e «fattori inevitabili del danno». Poi, ogni giorno, durante lo studio del Corano, dovrà prendere appunti sui due temi pertinenti. Con questo metodo dovrà annotare le disposizioni coraniche riguardanti il credo e le convinzioni, il carattere e la moralità, i diritti, i doveri, la società, la cultura, l’economia, la politica, la legge, l’organizzazione e la disciplina del gruppo, la guerra, la tregua e gli altri ambiti della vita. Dovrà cercare di comprendere quale sia il quadro complessivo di ciascuna categoria e quale immagine della vita emerga quando tutti questi elementi vengono considerati insieme.

Inoltre, se si vuole indagare su un particolare problema della vita e conoscere al riguardo la prospettiva del Corano, si deve studiare a fondo la letteratura antica e moderna relativa a quel problema. Attraverso questo studio si devono conoscere con chiarezza gli aspetti fondamentali della questione in esame. Che cosa ha pensato l’umanità finora su questo tema e come lo ha compreso? Quali aspetti attendono ancora una soluzione? Dove si è arrestato il veicolo del pensiero umano? Si deve studiare il Corano tenendo davanti a sé proprio questi problemi e questi temi suscettibili di soluzione. Questo è il modo migliore e più efficace per conoscere la prospettiva del Corano su una determinata questione. Posso dirlo per esperienza personale: quando si continua a studiare il Corano con l’intento di ricercare e indagare su un certo argomento, si trovano le risposte alle proprie domande in versetti che erano già stati letti diverse volte, senza che fosse mai passato neppure lontanamente per la mente che quella conoscenza fosse nascosta proprio lì.

Comprendere l’essenza vitale del Corano

Ma, nonostante tutti questi sforzi per comprendere il Corano, nessuno può conoscere pienamente la sua essenza finché non mette in pratica, concretamente e realmente, ciò per cui il Corano è venuto a prescrivere e ordinare di agire. Esso non è semplicemente un libro di dottrine e di pensiero. Pertanto, non è possibile comprenderne ogni insegnamento leggendolo comodamente seduti in poltrona. Né, secondo la concezione della religione comunemente diffusa nel mondo, è semplicemente un libro religioso. Non è neppure possibile scoprirne tutti i segreti e le profonde verità stando seduti nella madrasa o nella khanqah. È stato detto all’inizio dell’introduzione che esso è un libro di da‘wa e di movimento. Esso è venuto a strappare persone di natura pacifica, rette e sincere, dalla sfera di una vita solitaria e appartata, per porle di fronte a un mondo ostile ad Allah. Ha messo sulle loro labbra il grido di una vigorosa protesta contro la falsità. Le ha impegnate in un aspro conflitto contro coloro che portavano le bandiere della miscredenza, della dissolutezza e della deviazione del loro tempo. Ha cercato persone rette e sincere, dotate di buon carattere, in ogni casa, le ha fatte uscire e le ha riunite sotto la bandiera di chi chiamava alla verità. Ha provocato e agitato i fomentatori di sedizioni e i seminatori di disordine di ogni regione del paese, scatenando la loro guerra contro i seguaci della verità. Cominciando la propria opera attraverso l’appello di un solo uomo e giungendo fino all’instaurazione del califfato divino, questo Libro ha guidato per ventitré anni interi questo grande e nobile movimento islamico. Durante questo lungo e logorante conflitto tra la verità e la falsità, in ogni tappa e in ogni fase, da un lato ha insegnato il metodo per demolire e dall’altro ha presentato il progetto per costruire. Ora ditemi: se non prendete parte alla lotta tra l’Islam e la jāhiliyya, tra la religione e la miscredenza; se non vi capita di attraversare le tappe di questo confronto e di questo conflitto, come potranno esservi rivelate tutte le sue verità semplicemente leggendo le parole del Corano? Comprendere pienamente il Corano sarà possibile soltanto quando voi stessi vi leverete portando la sua da‘wa, comincerete a invitare le persone verso Allah e continuerete a muovere i vostri passi proprio secondo la guida di questo Libro. Soltanto allora potrete acquisire le esperienze dell’epoca in cui il Corano fu rivelato. Vedrete le tappe della Mecca, dell’Abissinia (l’attuale Etiopia) e di Tā’if. Vi si presenteranno anche le tappe di Badr e Uhud, fino a Hunayn e Tabuk. Vi troverete faccia a faccia con Abū Jahl e Abū Lahab. Incontrerete gli ipocriti e gli ebrei. Avrete rapporti con tutti, dai credenti pieni di spirito di sacrificio della prima epoca dell’Islam fino ai credenti dal cuore debole. È una sorta di disciplina spirituale. Io la chiamo «disciplina coranica». Su questo cammino spirituale si dischiude una scena straordinaria. Mentre continuerete ad attraversare le sue diverse tappe, in ciascuna di esse alcuni versetti e alcune sure del Corano vi si presenteranno spontaneamente. Continueranno a dirvi: «Fu in questa tappa che fummo rivelati, e fu qui che portammo queste prescrizioni». In quel periodo alcune verità di carattere lessicale, grammaticale e retorico potranno sfuggire allo sguardo del praticante; ma è impossibile che il Corano si rifiuti di schiudere davanti a lui la propria essenza.
Inoltre, secondo questa regola generale, l’uomo non potrà comprendere le prescrizioni del Corano, i suoi insegnamenti morali, le sue norme economiche e culturali, né i principi, le regole e le leggi da esso formulate riguardo ai diversi aspetti e ambiti della vita, finché non avrà cercato di applicarle concretamente nella propria vita. Chi non segue il Corano nella propria vita personale non potrà comprenderlo. E neppure sarà possibile conoscerlo per una nazione le cui istituzioni sociali nel loro insieme procedano in direzione opposta al cammino e ai criteri d’azione esposti dal Corano.

L’universalità della da‘wa coranica

Tutti sanno che il Corano si è presentato con la pretesa di guidare l’intera umanità. Tuttavia, non appena si accinge a leggerlo, chiunque può constatare che, nella maggior parte dei casi, esso rivolge il proprio discorso agli Arabi contemporanei alla sua rivelazione. Talvolta, però, si rivolge anche all’umanità e agli esseri umani in generale. Nella maggior parte dei casi, tuttavia, parla di questioni connesse ai gusti e alle inclinazioni degli Arabi, all’ambiente circostante dell’Arabia, alla sua storia e alle sue consuetudini. Di fronte a ciò, una persona comincia a chiedersi: perché mai, in un Libro rivelato per guidare l’intera umanità, vi sono così tanti contenuti ed elementi temporanei, locali e nazionali? Poiché non comprendono il significato di questo fatto, molti finiscono per nutrire dei dubbi. Essi ritengono che forse questo Libro sia stato rivelato per correggere e riformare gli Arabi contemporanei, ma che in seguito, forzandone e manipolandone il significato, sia stato considerato una regola di vita per tutta l’umanità.
A chi formula un’accusa di questo genere non per semplice polemica, ma allo scopo di comprendere realmente il Corano, vorrei dare un consiglio. Quando leggete il Corano per la prima volta, segnate quei passi in cui esso presenta, come destinati esclusivamente agli Arabi, credenze, idee o correnti di pensiero, oppure norme morali e regole pratiche, effettivamente limitate a un determinato luogo e tempo. Il Corano si rivolge, in un luogo particolare, agli abitanti di un’epoca particolare, contesta le loro credenze e consuetudini politeistiche e, prendendo come base le cose che li circondano, costruisce argomenti e prove a favore del tawḥīd: ma non è sufficiente, sulla base di questo solo fatto, affermare che l’invito del Corano e il suo messaggio siano locali e temporanei. Bisogna vedere se ciò che esso dice contro lo shirk si adatti allo stesso modo a ogni altra forma di shirk nel mondo, proprio come si adattava allo shirk dei politeisti arabi. Non possiamo forse utilizzare gli stessi argomenti e le stesse prove per purificare il pensiero dei politeisti di ogni epoca e di ogni paese? E il metodo coranico di dimostrazione e affermazione del tawḥīd non può forse essere applicato, con lievi modifiche, sempre e ovunque? Se la risposta è positiva, allora non vi può essere alcuna ragione per definire locale e temporaneo un insegnamento universale solo perché è stato impartito rivolgendosi a una determinata nazione in un’epoca determinata. Nel mondo non esiste alcuna filosofia, concezione della vita, sistema di vita o dottrina del pensiero le cui idee siano state presentate dall’inizio alla fine in una forma di esposizione completamente astratta. Al contrario, essa viene spiegata adattandola a una determinata condizione o situazione. Una completa neutralità rispetto alla realtà non è possibile. E anche se fosse possibile, resterebbe soltanto nei libri, come la vacca del qāḍī: nella stalla non se ne vedrebbe nemmeno la traccia. Di conseguenza, non potrebbe mai assumere una forma di norma concreta per la vita umana, entrando in rapporto con essa.
Inoltre, se si vuole estendere a livello internazionale un movimento intellettuale, morale, ideologico e culturale, ciò non è affatto necessario. Anzi, bisogna dire con franchezza che non sarebbe neppure benefico per esso cercare di renderlo internazionale fin dall’inizio. In realtà, per esso vi è un solo metodo corretto e realistico. Il movimento deve esporre con tutta la sua forza, proprio nel paese da cui è iniziata la sua daʿwa, le idee, le dottrine e i principi fondamentali sulla cui base intende fondare il sistema di vita degli esseri umani. Deve imprimere il significato di questa daʿwa nella mente degli abitanti di quel paese, con la cui lingua, indole, natura, abitudini e comportamenti il promotore del movimento ha una familiarità diretta. Poi deve realizzare quei principi nel proprio paese e, dirigendo sulla loro base un sistema di vita riuscito, porre un modello davanti agli abitanti del mondo. Solo allora le altre nazioni del mondo ne saranno attratte. Le loro classi intellettuali avanzeranno spontaneamente, cercheranno di comprenderlo e si impegneranno a instaurarlo nei propri paesi. Pertanto, non vi è alcuna logica nell’affermare che un sistema di pensiero e di azione sia semplicemente un invito e un movimento nazionale solo perché è stato inizialmente presentato a una sola nazione e perché tutta la forza dell’argomentazione è stata impiegata per convincere e rassicurare esclusivamente i suoi membri. In realtà, le caratteristiche distintive della differenza tra un sistema nazionale e uno internazionale, e tra un sistema temporaneo e uno eterno, possono essere individuate nel modo seguente: un sistema nazionale rivendica la superiorità, il dominio o i diritti speciali di una nazione; oppure contiene in sé principi e ideologie che non possono trovare posto tra le altre nazioni. Al contrario, in un sistema internazionale la dignità di tutti gli esseri umani è considerata uguale, esso è disposto a concedere loro uguali diritti e nei suoi principi si riscontra l’universalità. Analogamente, un sistema temporaneo viene necessariamente fondato su alcuni principi che, con il mutare dei tempi, perdono tutta la loro efficacia. Al contrario, i principi di un sistema eterno si adattano a ogni genere di condizione mutevole. Se, tenendo presenti queste caratteristiche, una persona studia il Corano e cerca di individuare quegli elementi che potrebbero davvero indurla a considerare temporaneo o nazionale il sistema presentato dal Corano, fallirà completamente: non vi è alcun dubbio al riguardo.

Un sistema di vita completo

Anche il lettore comune ha sentito dire del Corano che è un’ampia guida, un codice di vita e un libro di legge. Tuttavia, dopo averlo letto, non vi trova indicazioni e disposizioni dettagliate riguardo alla società, alla cultura, alla politica, all’economia e così via. Al contrario, constata che persino per obblighi importanti come la preghiera e la zakat — sui quali il Corano ha insistito ripetutamente — non sono state fornite qui tutte le disposizioni necessarie in modo dettagliato. Di conseguenza, l’uomo diventa incapace di comprendere in quale senso questo Libro sia una guida e un codice di vita. Nel cuore del lettore sorge un dubbio al riguardo.

Tutti questi problemi e interrogativi sono sorti perché un aspetto della verità è rimasto completamente nascosto alla vista degli uomini. In altre parole, Allah l’Altissimo non ha fatto scendere soltanto questo Libro: insieme ad esso ha inviato anche un profeta. Se il progetto originario fosse consistito nel mettere nelle mani degli uomini soltanto il progetto di una casa, affinché poi costruissero da soli il proprio edificio secondo quel progetto, allora sarebbe stato certamente necessario consegnarci una descrizione dettagliata di ogni particolare, grande o piccolo, relativo alla costruzione. Ma quando, insieme alle istruzioni per la costruzione, viene ufficialmente incaricato anche un ingegnere, ed egli realizza persino un edificio secondo quelle istruzioni, non può in alcun modo essere corretto ignorare l’ingegnere e l’edificio da lui costruito, cercare nel solo progetto una descrizione dettagliata di tutti i particolari grandi e piccoli e, non trovandovela, accusare il progetto di incompletezza.

Il Corano non è un Libro contenente una descrizione dettagliata di ogni particolare. Esso presenta invece i principi e gli elementi fondamentali. Il suo compito principale non consiste soltanto nell’esporre con un’analisi completa le basi intellettuali e morali dell’ordinamento islamico della vita, ma anche nel consolidarle e rafforzarle potentemente attraverso argomentazioni e prove scientifiche, nonché mediante appelli emotivi.

D’altra parte, nel costruire la struttura concreta dello stile di vita islamico, il Corano non fornisce agli uomini norme dettagliate e disposizioni giuridiche per ogni singolo aspetto e settore dell’esistenza; piuttosto, ne delimita i confini e pianta chiaramente alcuni segnali nei suoi angoli. Da ciò si può comprendere in quale direzione debbano essere organizzati e costruiti i vari settori, secondo la volontà di Allah. Realizzare concretamente, in base a queste indicazioni e disposizioni, la struttura dello stile di vita islamico era compito del Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace. Egli fu inviato proprio per presentare agli abitanti del mondo il modello concreto del carattere individuale e della società e dello Stato, costruito sui principi enunciati dal Corano.

Divergenze d’opinione legittime

In questo contesto, nella mente della gente sorge generalmente anche un’altra domanda. La domanda è questa: da un lato il Corano condanna severamente coloro che, anche dopo la rivelazione del Libro di Allah, intraprendono la via delle divergenze, delle fazioni e del settarismo, dividendo e frammentando così la propria religione in varie parti. Dall’altro lato, però, nell’analisi e nell’interpretazione del significato delle prescrizioni coraniche si riscontrano grandi divergenze non soltanto tra gli studiosi delle epoche successive, ma anche tra gli imam delle prime generazioni, i tabi‘in e i nobili Compagni. Probabilmente non si troverà neppure un versetto contenente una prescrizione sulla cui interpretazione tutti siano concordi. La condanna menzionata nel Corano si applica dunque a costoro? Se costoro non sono oggetto di quella condanna, contro quale tipo di divergenze e di faziosità il Corano impone il divieto?
Si tratta di una questione che richiederebbe un’ampia trattazione. Qui non vi è spazio per una discussione di questo genere. Per dissipare i dubbi del lettore comune del Corano e di chi ne sta acquisendo le prime conoscenze, ritengo sufficiente offrire soltanto un breve cenno. Il Corano non è contrario alle divergenze sincere che si manifestano nell’interpretazione e nell’analisi del semplice ordinamento di vita e della legge islamica, quando si rimane concordi riguardo alla religione e al sistema di vita islamico e uniti nell’organizzazione collettiva islamica. Al contrario, il Corano condanna quel tipo di divergenza che nasce dall’egoismo e da una visione distorta e che infine si trasforma in faziosità e reciproca ostilità. Questi due tipi di divergenza non appartengono fondamentalmente allo stesso livello e, quanto ai risultati, non vi è tra loro alcuna corrispondenza. Non si dovrebbe dunque scacciarli entrambi con lo stesso bastone e applicare loro la medesima norma.
Il primo tipo di divergenza è il centro vitale del progresso e rappresenta il battito della vita umana. La sua esistenza è inevitabile nella società delle persone intelligenti e riflessive. La sua presenza è proprio un segno di vita. Esso non può esistere soltanto in una società nella quale l’intelligenza si sia estinta e nella quale, invece degli esseri umani in carne e ossa, vaghino uomini di legno. Quanto al secondo tipo di divergenza, tutto il mondo sa che ogni paese e ogni società in cui esso ha rialzato la testa sono stati da esso fatti a pezzi. La sua presenza non è un segno di salute, ma di malattia. Non ha mai condotto alcuna comunità verso un esito felice.
La differenza tra questi due tipi di divergenza può essere compresa nel modo seguente:
In un tipo di divergenza, nell’intera società islamica rimane saldo il consenso riguardo all’obbedienza ad Allah e al Suo Messaggero. Il Corano e la Sunna vengono accettati unanimemente come fonti dell’ordinamento della vita. In seguito, due studiosi possono divergere tra loro nell’indagare una questione non fondamentale, cioè di dettaglio, oppure due giudici possono dissentire nel decidere una causa; tuttavia nessuno dei due farà di tale questione, né della propria opinione espressa in merito, un fondamento della religione. Inoltre, non considererà colui che dissente da lui come sviato dalla religione o estraneo ad essa. Al contrario, entrambi presenteranno i propri argomenti e le proprie prove e, secondo le loro capacità, adempiranno al dovere di ricercare la verità. Se si tratta di una questione di opinione pubblica, oppure di una questione giudiziaria, sarà il tribunale supremo del paese, oppure, se si tratta di una questione sociale, l’organizzazione della società islamica, a scegliere tra le due opinioni quella che ritiene opportuna; oppure, se lo desidera, potrà adottarle entrambe: ciò dovrà essere lasciato alla loro scelta.
Il secondo tipo di divergenza riguarda questioni fondamentali della religione. Oppure, a proposito di una questione che Allah e il Suo Messaggero non hanno considerato fondamentale per la religione, uno studioso, un sufi, un mufti, un esperto di scienze normative o un capo adotterà una propria opinione e, trascinandola indebitamente, la trasformerà in una questione fondamentale della religione; poi considererà estranea alla religione e alla comunità ogni persona che sostenga un’opinione contraria alla sua. Nel frattempo formerà un proprio gruppo di sostenitori e continuerà a propagandare l’idea che la vera comunità dei musulmani sia costituita soltanto da quel gruppo e che tutti gli altri saranno destinati all’Inferno. Continueranno a proclamare a gran voce: “Sii musulmano: entra in questo gruppo; altrimenti non sei affatto musulmano”.
Nella discussione coranica viene condannato questo secondo tipo di divergenza, di faziosità e di settarismo. Alcuni episodi del primo tipo di divergenza furono persino sottoposti alla presenza dello stesso Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace. Egli non si limitò a dichiararli leciti, ma li lodò anche. Tali divergenze dimostravano infatti che nella società da lui fondata esistevano persone capaci di riflettere, di svolgere ricerche e indagini e di usare correttamente la ragione. Le persone intelligenti e dotate della società erano interessate alla propria religione e alle sue prescrizioni. Il loro intelletto non era al di fuori della religione: si adoperava a cercare soluzioni ai problemi della vita entro i suoi confini. La società islamica, rimanendo complessivamente unita nei principi, preservando la propria unità e concedendo alle proprie persone istruite e riflessive la libertà di svolgere ricerche e praticare l’ijtihad entro i limiti corretti, è portatrice della splendida tradizione che mantiene aperta la via del progresso e dell’avanzamento.
Qui ho espresso ciò che ho ritenuto vero. La conoscenza della verità assoluta appartiene soltanto ad Allah. Ripongo ogni mia fiducia soltanto in Lui e a Lui dovrò ritornare.]
Non ho scritto questa introduzione per rispondere a ogni sorta di domanda che può sorgere nella mente del lettore durante lo studio del Corano. Tra queste domande ve ne sono infatti molte che sorgono leggendo un determinato versetto o una determinata sura. Le risposte a esse sono già state fornite, nei luoghi appropriati, nelle relative parti di Tafhim al-Qur’an. Perciò, tralasciando questo tipo di domande, qui ho risposto soltanto a quelle che riguardano complessivamente l’intero Corano. Chiedo dunque ai lettori di non fermarsi, dopo aver letto soltanto questa introduzione, con l’impressione che essa sia incompleta. Leggete invece l’opera nella sua interezza. Poi verificate se nella vostra mente rimane qualche domanda alla quale non sia stata data risposta, oppure la cui risposta non vi sia sembrata sufficiente. Se esiste una domanda di questo tipo, vi prego di comunicarla all’autore.*
*L’autore è deceduto. Non vi è dunque più alcuna possibilità di rivolgergli domande. Tuttavia, penso che, se dopo aver letto quest’opera ai lettori rimanesse qualche insoddisfazione, potrebbero trovarne la risposta cercando nell’immenso patrimonio letterario dell’autore. Infatti, il patrimonio letterario che l’autore ha creato per il movimento islamico ha come fonte proprio questo Corano e Tafhim al-Qur’an. Dall’inizio della sua vita, da quando prese in mano la penna, fino a poco prima della morte, egli si dedicò alla diffusione di questo invito coranico. Perciò, in questo ambito, il suo patrimonio letterario ne è il rappresentante vivente.

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