Devo dirvi qual è il segno dell’uomo credente?
Quando la morte giunge alla sua porta,
un lieve sorriso appare sulle sue labbra;
e questa è la prova della fede.
Prefazione
Alhamdulillah! Ogni lode appartiene ad Allah l’Altissimo, che mi ha concesso la grazia di pubblicare il libro «La pretesa della fede», scritto dal valente autore Abbas Ali Khan. Abbas Ali Khan fu al tempo stesso pensatore islamico, educatore, politico, valente scrittore e traduttore. Ebbi modo di conoscere bene la sua attività letteraria, la sua erudizione e la sua conoscenza delle lingue nel 1994. Allora avevo l’opportunità di recarmi una volta al mese a casa sua per motivi organizzativi. In seguito, nel 1997, ebbi più volte l’occasione di incontrarlo per raccogliere articoli per Chhatra Sangbad. In quel periodo scriveva a puntate su Chhatra Sangbad con il titolo «Il passato e il presente dei musulmani».
Un giorno, nel corso di una conversazione, osai dirgli: «Signore, ho fondato una casa editrice; mi dia un libro scritto da lei». Mi rispose: «Torna a trovarmi più avanti». Dopo alcuni giorni, come d’accordo, tornai a incontrarlo. Mi disse allora che mi avrebbe dato il libro «La pretesa della fede». Aggiunse che il libro era stato pubblicato un tempo e che lo avrebbe rivisto per consegnarmelo. In effetti aveva già iniziato la revisione, ma a causa dei suoi innumerevoli impegni non riuscì a portarla a termine. Così, dopo aver completato soltanto una parte delle modifiche, mi consegnò il libro. Mi disse: «Se Allah concederà la grazia, in seguito si potrà ampliare il volume dell’opera».
Venne quindi il momento di pubblicare il libro. Completai rapidamente i lavori accessori, inclusi composizione, correzione delle bozze e copertina. Ma, all’improvviso, rimasi gravemente ferito in un incidente e il libro non fu più pubblicato. Nel febbraio del 1999, proprio quando nel frattempo mi ero ormai ristabilito in buona parte, il signor Khan mi mandò a chiamare. Mi presentai, spiegai il motivo del ritardo e volli restituirgli il manoscritto. Egli allora mi chiese: «Se ti concedessi qualche tempo, riusciresti a pubblicare il libro? Altrimenti lo darò a Adhunik Prakashani o alla Maududi Research Academy». Risposi: «Sì, se mi concederà qualche mese, potrò pubblicarlo, insha’Allah». Egli allora disse: «Ora che ti ho consegnato il libro, non lo riprenderò indietro. Pubblicalo il più presto possibile. La mia salute non è buona e desidero vedere il libro pubblicato prima di morire».
Ma, ahimè, per mia sfortuna, anche questa volta non riuscii a pubblicare il libro nei tempi stabiliti. Infine, il 3 ottobre 1999, Abbas Ali Khan lasciò questo mondo effimero, rispondendo alla chiamata del grande Allah e incamminandosi verso la vita eterna. Comunque sia, dopo aver superato numerosi problemi personali e avversità, rendo grazie ad Allah per essere finalmente riuscito a pubblicare il libro. Allo stesso tempo, mi scuso per il ritardo involontario.
In «La pretesa della fede», l’autore analizza con grande maestria, alla luce del Corano e degli hadith, la fede islamica, l’identità del credente, la pretesa della fede, le qualità del credente, la differenza tra fede e kufr, la prova del fuoco della fede, le buone novelle per i credenti e numerosi altri temi relativi alla fede, esponendoli con estrema chiarezza e scorrevolezza. Indubbiamente, si tratta di un’opera fondamentale sulla fede. Spero che, leggendo questo libro, una persona riceva la guida necessaria per diventare un autentico credente e acquisisca una chiara comprensione della pretesa della fede. Che Allah conceda a tutti noi la grazia di condurre ogni aspetto della nostra vita secondo le esigenze della fede. Amin.
Editore
Muhammad Lokman Hossain
Nel nome di Allah, il Misericordioso, il Misericorde
Il significato e l’essenza della fede
La pretesa della fede: per affrontare questo argomento, dobbiamo innanzitutto sapere che cosa si intende per fede. Fede significa ritenere qualcosa esatto e vero e credervi con tutto il cuore e l’anima. In termini tecnici, la parola fede significa credere con tutto il cuore e l’anima che Allah e la Sua vera religione, l’Islam, siano veri ed eterni. Significa inoltre credere nell’Aldilà, nella missione profetica, in tutti gli angeli di Allah e in tutti i Libri celesti da Lui rivelati.
Credere in Allah, o avere fede in Allah, significa credere in Lui con tutte le Sue qualità. Vale a dire che Egli è l’unico Creatore di tutto il creato, il Signore, l’Onnipotente Sovrano e Governatore dell’universo, l’unica divinità, il Re, il Protettore, il Governante e il Legislatore dell’umanità. Ogni forma di lode, adorazione, sottomissione e obbedienza appartiene esclusivamente a Lui. Egli è il Primo, l’Eterno, l’Uno e l’Unico. Egli è onnisciente. È dotato di innumerevoli qualità di questo genere. Ed Egli solo ne è il possessore assoluto. In queste qualità non ha alcun associato né rivale.
Il rapporto tra Allah e l’uomo è quello tra il Creatore e la creatura, il Signore e il servo, il Re e il suddito, il Governante e il governato. L’uomo deve obbedire ad Allah in ogni momento, seguire il Suo governo, chinare il capo dinanzi a Lui con devozione, rispetto e gratitudine. Deve celebrare le Sue lodi e, per compiacerLo, offrire la propria vita e le proprie ricchezze.
Considerando la questione da un altro punto di vista, si deve riconoscere che la fede è in realtà un solido patto tra Allah e il servo, tra il Signore e il servo, tra il Re e il suddito. In altre parole, il servo si vincola a un patto con Allah dicendo: «O Allah! Tu sei il mio Signore e il mio Padrone, e io sono il Tuo servo; Tu sei il mio Re e io sono il Tuo suddito. Pertanto, in quanto Tuo servo e Tuo suddito, osserverò sempre tutti i Tuoi comandi e tutte le Tue leggi, in ogni ambito della vita». Il patto non sarà completo se si accetta soltanto una parte dell’accordo. Bisogna inoltre dire: «O Allah! Non obbedirò al comando, al governo o alla legge di nessun altro all’infuori di Te». In altre parole, rifiutando il dominio e l’obbedienza a tutte le forze e a tutti gli esseri che si oppongono ad Allah, accetterò con tutto il cuore e l’anima soltanto la Tua signoria, la Tua autorità, la Tua obbedienza e la Tua legge. A questa condizione mi vincolo a un patto con Te».
Allah dice:
(ARABO ************)
Vale a dire colui che ha rifiutato il ṭāghūt, cioè le forze ribelli a Dio, il loro governo, le loro leggi e la loro obbedienza, e poi ha creduto in Allah. In parole semplici, il prerequisito della fede è rifiutare il ghayrullāh, cioè tutte le forze e tutte le entità diverse da Allah. Queste parole sono state espresse in una breve frase: «Lā ilāha illā Allāh».
Per quanto si possa discutere per ore e ore della fede, se in alcuni ambiti della vita si seguono i comandi e le leggi di Allah, mentre in molti altri si seguono i comandi e le leggi delle forze avverse e ribelli a Dio, ciò sarà contrario alla fede autentica e costituirà una palese derisione della fede. Bisogna credere in Allah come Creatore, Datore del sostentamento e Signore che provvede, e al tempo stesso riconoscerLo come Legislatore. Allah ha dato leggi perfette affinché, in ogni aspetto della vita, l’uomo sappia come vivere per rendere felici e belle la vita terrena e quella futura. Egli solo è l’Autore di queste leggi perfette; abbandonare la Sua legge e seguire leggi inventate dagli uomini significa considerare gli uomini Suoi associati: questo si chiama shirk ed è contrario alla fede.
Pregare regolarmente nella moschea e accettare senza esitazione e con animo soddisfatto le leggi degli uomini stabilite nella società sono azioni contrarie alla fede.
Per obbedire alla Sua legge e al Suo governo è necessario conoscerli bene, così come è necessario conoscere pienamente Chi Egli sia. È inoltre necessario sapere come servirLo, glorificarLo e lodarLo, quali azioni Lo renderanno soddisfatto e quali Lo renderanno insoddisfatto. Per far conoscere tutto ciò, Allah ha provveduto fin dall’inizio dell’umanità. Ha inviato, in ogni epoca, in tutti i paesi e presso tutti i popoli, un profeta e messaggero. Allah gli ha concesso direttamente tutta la conoscenza riguardo a tali questioni, lo ha mantenuto al di sopra di ogni errore e lo ha guidato in ogni momento. Bisogna credere che tutti questi profeti e messaggeri siano veritieri; vale a dire, bisogna avere piena fede anche in loro. Questa è la fede nella Risāla.
Sono stati inviati all’umanità del mondo più di centomila profeti e messaggeri. L’ultimo profeta è il venerabile Muhammad (pace e benedizioni su di lui). La religione vera di Allah, l’Islam, ha raggiunto attraverso di lui la sua forma completa. Bisogna credere in lui come ultimo e supremo messaggero.
Allo stesso modo, la fede significa credere anche in una seconda vita dopo la morte. La vita di questo mondo non è l’unica vita. La vita non termina con la morte; al contrario, continuerà anche dopo.
La Qiyāma e il Ḥashr
Come tutta la creazione appartiene ad Allah, così un giorno, per Suo comando, i cieli, la terra e tutte le creature che si trovano tra loro saranno distrutti. Poi Allah l’Altissimo creerà un altro mondo. In seguito, per volontà di Allah, ogni essere umano morto tornerà in vita e tutti saranno radunati al cospetto di Allah. Questo si chiama Qiyāma. Qui ogni persona sarà chiamata a rendere conto della propria vita terrena. Si esaminerà minuziosamente se abbia adempiuto correttamente alla responsabilità con cui era stata mandata nel mondo, se abbia vissuto secondo la via indicata da Allah o se abbia seguito una via errata. Questo si chiama Ḥashr.
L’Aldilà
Dopo questo rendiconto, a coloro che saranno riconosciuti buoni e virtuosi sarà concessa una dimora di felicità inesauribile, nella quale vivranno per l’eternità. Essa si chiama Janna o Paradiso.
Al contrario, coloro che saranno riconosciuti malvagi, peccatori e ribelli a Dio avranno come dimora la Jahannam, un luogo di immensa tristezza e sofferenza. Da allora la vita dell’essere umano sarà una vita eterna, senza fine né termine. Questa è chiamata l’Aldilà.
Gli angeli
Allah ha innumerevoli angeli. Sono tutti servi obbedienti ad Allah. Anzi, obbedire ai comandi costituisce la loro natura e il loro carattere. Sono sempre immersi nella glorificazione e nella lode di Allah. A molti di loro è inoltre affidata la gestione dell’ordine dell’universo. Essi la svolgono secondo la volontà di Allah. Bisogna avere piena fede anche in loro.
I Libri celesti
Poi Allah l’Altissimo ha inviato ai Suoi profeti e messaggeri i Libri celesti contenenti le Sue direttive. Bisogna avere piena fede anche in essi. L’ultimo Libro celeste è il Sacro Corano, che fu rivelato all’ultimo profeta e messaggero, il venerabile Muhammad Mustafa (pace e benedizioni su di lui).
Non è sufficiente credere nella fede o professarla soltanto nel proprio cuore: sono necessarie anche l’ammissione e la proclamazione verbali. La proclamazione e l’ammissione della fede devono avvenire pronunciando una sacra formula. Nel Corano questa formula, cioè questa frase, è chiamata «Kalima Ṭayyiba». Essa è: «Lā ilāha illā Allāhu Muḥammadur rasūlullāh».
Il suo significato conciso è proclamare che, all’infuori di Allah, non esiste nessuno che possa essere una divinità; nessuno davanti al quale ci si possa inchinare; al quale si possano prestare obbedienza, servizio e sottomissione; alla cui legge e al cui governo si possa obbedire; che si possa considerare Creatore, Signore e Sostenitore. Questo è il significato e il contenuto della prima parte della formula.
La seconda parte afferma: Muhammad è il messaggero di Allah. Vale a dire, egli è il messaggero inviato da Allah per guidare tutta l’umanità. È lui a indicare il modo di obbedire ad Allah, servirLo, sottometterSi a Lui e seguire la Sua legge e il Suo governo. Egli è la guida su questa via. Egli guiderà il cammino della vita umana. A questo riguardo rappresenterà Allah. Egli insegnerà il carattere, la condotta, il bene e il male. Sulla base dei principi e della visione da lui insegnati si svilupperanno la civiltà e la cultura dell’umanità, le arti, il gusto e la capacità di riflessione. In breve, egli è il leader incontrastato dell’umanità intera.
Tutto ciò che è stato detto sopra è il significato conciso della fede e della Kalima Ṭayyiba, il motto fondamentale della fede.
Le esigenze della fede
Ora il tema della nostra discussione è costituito dalle esigenze della fede. Ciò significa: quale cambiamento è auspicabile nella persona che ha abbracciato la fede dopo aver creduto? Certamente, dopo aver abbracciato la fede, non è possibile né auspicabile alcun cambiamento fisico. Prima di credere, quella persona aveva due mani, due occhi, due orecchie, un naso e una testa; dopo aver creduto, nulla di ciò aumenterà o diminuirà. Non cambierà neppure il colore della sua pelle. Tuttavia, dovranno necessariamente cambiare la sua mentalità, le sue opinioni e il suo modo di pensare; la sua natura, il suo carattere, la sua condotta, il suo gusto e la sua capacità di riflessione.
La fede porta nella persona una rivoluzione mentale. La cui mente era avvolta dalle tenebre dell’ignoranza e delle cieche superstizioni, dopo aver abbracciato la fede vedrà la propria mente illuminata dalla luce dell’Islam. Prima di credere, egli adorava molti dèi; dopo aver creduto, la sua fronte non si inchinerà mai davanti a nessuno all’infuori di Allah. Abbandonando l’obbedienza al ṭāghūt, falso e ribelle a Dio, sacrificherà il proprio essere intero per obbedire esclusivamente ad Allah e al Suo messaggero. Il libertino, l’adultero, il bugiardo, il malversatore e il malfattore, dopo aver abbracciato la fede, diventerà una persona virtuosa e sincera, dotata di un carattere puro, generosa, misericordiosa e altruista.
Preghiera, digiuno e simili: la prima richiesta della fede
Non appena abbraccia la fede, diventa indispensabile per il credente adempiere ad alcune pratiche. Esse sono l’espressione esteriore della sua fede, la testimonianza della fede. Si tratta di eseguire regolarmente le cinque preghiere quotidiane e di compierle in congregazione, osservare il digiuno di Ramadan, versare la zakat se si possiedono beni sufficienti e compiere il pellegrinaggio. Tuttavia, anche dopo aver compiuto tutto ciò, se non cambia il suo modo di pensare, e se non cambiano il suo carattere e la sua condotta, bisogna comprendere che le sue preghiere, il digiuno, la zakat, il pellegrinaggio e le altre pratiche volte a formare il carattere non sono divenuti perfetti sotto ogni aspetto e non sono stati accettati presso Allah. In tal modo, egli non ha affatto soddisfatto le esigenze della fede.
Molti ritengono che, compiendo le pratiche sopra descritte, come la preghiera, il digiuno, la zakat e il pellegrinaggio, una persona possa essere definita un credente completo. Questo sarebbe sufficiente. Cos’altro si potrebbe desiderare?
La preghiera e il digiuno sono stati resi obbligatori per tutti, mentre la zakat e il pellegrinaggio sono obbligatori per chi possiede i mezzi. Senza di essi non si può nemmeno concepire che qualcuno sia un credente. Essi sono stati definiti i pilastri fondamentali del palazzo dell’Islam. È assurdo immaginare un palazzo senza fondamenta. Ma le fondamenta, da sole, possono forse essere il palazzo? Solo quando sopra le fondamenta viene edificato molto altro si può chiamarlo palazzo. Perciò il compito del credente non consiste nel costruire soltanto le fondamenta del palazzo e poi sedersi tranquillamente. In altre parole, il suo compito non termina con l’adempimento della preghiera, del digiuno, del pellegrinaggio, della zakat e delle altre pratiche. La sua fede gli chiede di fare ancora molte altre cose. Se non compie tutto ciò che la fede gli richiede, quando non è completamente al di là delle sue possibilità, bisogna dire che nella sua aspirazione a essere un credente completo rimane una grave carenza.
Quali sono dunque le richieste della fede che, se adempiute, permettono di definire una persona un credente completo? Non vi è dubbio che la preghiera, il digiuno, il pellegrinaggio, la zakat e simili siano richieste della fede. Ma le sue richieste non si esauriscono qui. Dobbiamo quindi procedere oltre.
Il Messaggero è il modello migliore per i credenti
A questo scopo, bisogna innanzitutto rivolgere lo sguardo al Nobile Corano. Pagina dopo pagina, nel Corano vengono esposti con chiarezza i doveri del credente.
Poi il profeta conclusivo di Allah, Muhammad Mustafa, ha dato forma concreta a questo Corano attraverso il modo pratico di agire della sua vita. Perciò l’intera vita del Profeta è una rappresentazione completa del Nobile Corano. Viene poi la condotta dei Compagni illustri.
Pertanto, per adempiere pienamente alle esigenze della fede, da un lato bisogna acquisire dal Corano una conoscenza completa di questo tema; dall’altro, bisogna seguire pienamente la vita e la condotta del Nobile Profeta e dei Compagni illustri.
Per diventare un credente completo, imitare la vita del Profeta è assolutamente indispensabile. Per questo Allah l’Altissimo ha dichiarato:
(A pagina 18 del PDF arabo)
— In verità, nel Messaggero di Allah avete il modello migliore, per chi spera in Allah e nell’Ultimo Giorno. (Ahzab: 21)
Questo versetto fu rivelato subito dopo la battaglia degli Ahzab. Alla luce dell’intera situazione, dalla battaglia di Uhud fino a quella degli Ahzab, la condotta, il carattere e il modo di agire del Messaggero vengono qui proclamati come il modello migliore. Lo scopo è istruire coloro che, durante la battaglia degli Ahzab, lasciandosi guidare da interessi mondani, cercarono di diffondere la confusione tra gli altri. Viene detto loro: voi proclamate apertamente la fede, l’Islam e l’obbedienza al Messaggero. Ma dovete sapere bene quale fosse la condotta del Messaggero tra i cui seguaci dite di essere annoverati. Se il capo di un gruppo dà prova di amore per le comodità, antepone gli interessi personali e fugge davanti al pericolo, è ragionevole che tra i suoi seguaci compaia della debolezza. Ma la condizione del Nobile Messaggero era tale che, proprio come incoraggiava gli altri ad affrontare i pericoli, egli stesso li affrontava. E in questo era in prima linea davanti a tutti. Non vi fu alcuna sofferenza, difficoltà, oppressione o persecuzione patita dagli altri che egli non avesse patito a sua volta. Partecipò personalmente ai lavori di scavo della trincea. Durante l’assedio si trovava sempre in prima linea e non si tirò indietro neppure per un istante dal confronto con il nemico. Dopo il tradimento dei Banu Qurayza, la sua famiglia fu esposta allo stesso pericolo al quale erano esposte le famiglie dei musulmani. Sebbene il Messaggero fosse il leader incontrastato dei musulmani, non fu predisposta alcuna misura speciale per la sicurezza della sua famiglia. Per la causa per la quale il Profeta chiedeva agli altri sacrifici e rinunce senza limite, egli fu sempre pronto a offrire personalmente quel sacrificio, e lo offrì davvero. Pertanto, tutti coloro che affermano di obbedirgli dovrebbero assumere ogni aspetto della condotta del Profeta come il modello e l’esempio migliore e imitarlo pienamente.
Questo è il significato e l’interpretazione del versetto alla luce delle condizioni e delle circostanze di quel tempo. Tuttavia, tale significato non deve rimanere limitato a una particolare situazione o epoca. Poiché il Corano è una guida per gli uomini di ogni tempo, con questo versetto la vita del Messaggero viene proclamata modello per tutti gli uomini di tutte le epoche, fino al Giorno della Resurrezione. In ogni questione, il musulmano assumerà la vita del Messaggero come modello per la propria vita e plasmerà il proprio carattere secondo quel modello.
Da ciò si comprende che l’obiettivo della vita del credente è seguire e imitare nei minimi dettagli, in ogni ambito e a ogni passo della sua vita, il carattere, la condotta e il modo di agire del Nobile Messaggero.
Questa è la più grande richiesta della sua fede. In un altro passo il Corano dice:
(A pagina 20 del PDF arabo)
Ciò che il Messaggero vi dà, prendetelo; e da ciò da cui vi proibisce di stare lontani, state lontani; e temete Allah. In verità, Allah è severo nel castigo. (Hashr: 7)
L’espressione «ciò che vi dà» significa le prescrizioni e le soluzioni che offre ai problemi della vita. Per il credente, queste prescrizioni e soluzioni devono essere accettate e osservate in ogni momento.
Al contrario, stare lontani dalle cose dalle quali il Messaggero ordina ai credenti di astenersi, o non accettarle in alcun modo, è anch’esso una richiesta della fede. A questo proposito, il Nobile Profeta ha detto:
(A pagina 20 del PDF arabo)
Quando vi ordino qualcosa, adempitela secondo le vostre possibilità. E da ciò che vi ordino di evitare, tenetevi lontani. (Bukhari e Muslim).
Questo hadith è stato narrato dal venerabile Abu Hurayra.
È riportato che il venerabile Ibn Masud, in uno dei suoi discorsi, disse una volta: «La maledizione di Allah ricada su tali e tali donne che seguono la moda».
Dopo aver udito queste parole, una donna chiese: «Dove avete trovato una simile affermazione? Nel Corano non ho mai visto nulla del genere».
Ibn Masud disse: «Se avessi letto il Corano, certamente l’avresti trovata in esso. Non hai letto questo versetto?»
(PDF arabo, pagina 21*****************************)
La donna disse: «Sì, certamente, l’ho letto». Ibn Masʿūd (che Allah sia soddisfatto di lui) disse: «Il Profeta (che Allah lo benedica e gli conceda la pace) ha proibito di fare cose simili e ha detto che Allah ha maledetto queste donne dedite alla moda». –[Oggi le cosiddette donne musulmane non sono attratte soltanto dalle mode sempre nuove e ultramoderne; piuttosto, i loro abiti seminudi hanno oltrepassato tutti i limiti della decenza e del pudore. Quando escono di casa, la moda dei loro abiti e del loro ornamento, i loro corpi seminudi sessualmente attraenti e la competizione per rendersi attraenti agli uomini alimentano largamente la dissolutezza sessuale nella società. Eppure continuano a definirsi musulmane.
È deplorevole vedere talvolta uomini che portano il segno della prosternazione sulla fronte, la barba sul volto e il copricapo sulla testa, e che sono conosciuti come fedeli devoti; quando escono di casa, li si vede accompagnati da giovani donne cosiddette moderne, senza velo e senza pudore. Che valore può avere anche solo un centesimo una simile devozione, se non si adempiono le esigenze dell’iman?]
La donna disse: «Sì, ora ho capito».
(Bukhārī, Muslim, Musnad di Aḥmad, Musnad di Ibn Abī Ḥātim).
Comunque, dal Nobile Corano e dagli hadith del Profeta è stato dimostrato che, in linea di principio, il modo di vivere del Profeta Muḥammad (che Allah lo benedica e gli conceda la pace) è un modello da imitare per i credenti.
La prova del fuoco dell’iman
Ora esaminiamo i ventitré anni della vita profetica del Profeta, per vedere quali esortazioni Allah l’Altissimo diede durante questi ventitré anni affinché i musulmani diventassero veramente amati da Allah. In altre parole, quali erano le esigenze imprescindibili dell’iman.
Allah dice:
(PDF arabo, pagina 22*****************************)
Gli uomini pensano forse che, dicendo semplicemente: «Abbiamo creduto», saranno lasciati liberi e non saranno messi alla prova per verificare se hanno veramente creduto? (Al-ʿAnkabūt: 2)
Fin dall’inizio della vita meccana del Profeta (che Allah lo benedica e gli conceda la pace) e dei Compagni nobili, Allah aveva spiegato chiaramente quali fossero le esigenze dell’iman per un credente.
Il contesto in cui fu rivelato il versetto sopra citato era il seguente: chiunque a Mecca accettasse l’Islam vedeva abbattersi su di sé ogni sorta di calamità. Se era povero o schiavo, diventava vittima di disumane persecuzioni e oppressioni. Se era un negoziante o un commerciante, gli venivano bloccati gli affari e si trovava ad affrontare una grave crisi economica. Neppure chi apparteneva a una famiglia nobile era risparmiato se accettava l’Islam. Anche la sua vita veniva resa insopportabile dalle persecuzioni e dalle oppressioni. A causa delle violenze e delle persecuzioni degli associatori e dei miscredenti, a Mecca si era creato un tale terrore e una tale situazione spaventosa che alcuni musulmani dovettero emigrare in Abissinia per salvaguardare il proprio iman.
Alcuni avevano paura di credere pur essendo certi della veridicità del Profeta. Altri, dopo aver creduto, si sottomettevano ai miscredenti sotto la pressione delle persecuzioni e delle oppressioni. Tuttavia, in quella situazione terribile, il forte iman dei Compagni nobili li mantenne saldi nella loro determinazione. Ciononostante, a causa della naturale debolezza umana, nei cuori di molti si era creato un terribile terrore. Questo si manifestò in un episodio.
Ḥabbāb ibn al-Aratt (che Allah sia soddisfatto di lui) racconta: «Quando a Mecca eravamo esasperati dalle persecuzioni dei Quraysh, un giorno vidi il Profeta (che Allah lo benedica e gli conceda la pace) seduto all’ombra del muro della Kaʿba. Dissi: “O Messaggero di Allah! Non preghi forse per noi?”.»
«Alle mie parole il volto del Profeta divenne rosso come il sangue. Egli disse: “Coloro che prima di voi credettero nella religione di Allah furono sottoposti a persecuzioni ancora più terribili. Alcuni di loro venivano segati vivi in due con una sega. Ad altri venivano conficcati acuminati pezzi di ferro nelle articolazioni del corpo, affinché fossero costretti ad abbandonare il loro iman. Per Allah! Noi certamente otterremo il successo. Verrà un tempo in cui un uomo viaggerà senza paura da Sanʿāʾ fino a Ḥaḍramawt e non temerà nessuno tranne Allah”».
Questo hadith è stato riportato da Bukhārī, Muslim, Abū Dāwūd e Nasāʾī.
Affinché i credenti sopportassero in silenzio, con infinita pazienza, quella situazione di terrore e di orrore, Allah l’Altissimo fece riflettere nei loro cuori questa verità: è assolutamente impossibile ottenere la promessa di successo in questo mondo e nell’aldilà limitandosi a proclamare verbalmente l’iman. Per ottenerla, bisogna attraversare la prova del fuoco e dimostrare la veridicità delle esigenze dell’iman.
Il Paradiso non è qualcosa che si ottiene tanto facilmente, e neppure i favori speciali di Allah in questo mondo sono così facilmente accessibili da poter essere ottenuti non appena si dichiara di aver creduto. La condizione per ottenerli è la prova del fuoco.
Non appena si abbraccia l’iman, bisogna accettare molte cose e rifiutarne altre. Il primo conflitto che nasce da questa accettazione e da questo rifiuto è quello con le passioni. Il credente deve lottare contro le proprie passioni e sconfiggerle.
Dopo aver abbracciato l’iman, bisogna sopportare, per il compiacimento di Allah, sofferenze e difficoltà, nonché perdite di vita e di beni. Si sarà messi alla prova attraverso paura e timore, fame e sete, desideri e cupidigia. Ogni cosa cara, ogni persona amata, dovrà essere sacrificata per il compiacimento di Allah. Solo dopo aver fatto tutto ciò sarà possibile dimostrare la veridicità dell’iman.
È superfluo ricordare che il Profeta (che Allah lo benedica e gli conceda la pace) e i Compagni nobili (che Allah sia soddisfatto di loro), dal momento stesso in cui invitarono all’iman e lo accettarono, trascorsero la loro vita attraversando queste prove del fuoco.
Divenne allora chiaro come la luce del giorno che, dopo aver abbracciato l’iman, la prima esigenza consiste nel dimostrarne la veridicità, e che tale veridicità deve essere provata superando la prova del fuoco.
Nella vita meccana e medinese del Profeta e dei Compagni nobili, Allah l’Altissimo pronunciò in momenti e fasi diverse varie esortazioni per rafforzare l’iman, cioè per trasformarlo in realtà nella vita concreta. Esaminiamone alcuni esempi.
Per il credente, l’amore per Allah deve essere al di sopra di ogni cosa
Bisogna ricordare che la professione dell’iman attraverso la Kalima Ṭayyiba costituiva in realtà una grande sfida contro le forze della falsità. Perciò lo scontro tra la verità e la falsità era inevitabile. Da una parte vi erano le forze nemiche dell’Islam: miscredenti, ribelli contro Dio e lontani da Allah; dall’altra, la forza islamica di pochi credenti sostenitori della verità. Fino all’affermazione dell’ideale islamico e alla vittoria dell’Islam, tra queste due forze continuarono incessantemente aspri conflitti e guerre. Una era la fazione amata da Allah (Ḥizb Allāh), l’altra era la fazione di Satana (Ḥizb al-Shayṭān), il gruppo delle filosofie e delle dottrine della falsità. In tale situazione, l’esigenza dell’iman dei musulmani, di fronte alla falsità, consisteva nel rendere profondo e intimo il loro rapporto con Allah. Amore, devozione, riverenza, obbedienza, timore e paura dovevano essere riservati esclusivamente ad Allah.
A questo proposito Allah dice:
(Nel PDF arabo, pagina 25*****************************) Vi sono persone che prendono altri, oltre ad Allah, come Suoi associati e rivali, e li amano con un amore così intenso come avrebbero dovuto amare Allah. Al contrario, coloro che hanno creduto in Allah amano Allah più di ogni altra cosa. (Al-Baqara: 165)
In altre parole, la pretesa della fede è che, per un credente, l’amore per Allah prevalga su ogni altro amore. Nessun amore può occupare nel cuore del credente il posto riservato all’amore per Allah; egli può coltivare soltanto quegli amori che conducono al compiacimento di Lui. — L’amore appassionato per altri all’infuori di Allah dovrebbe appartenere soltanto ai miscredenti politeisti. Tuttavia, una mentalità di questo genere si riscontra anche in alcune persone note come musulmane. Molte di loro compiono anche la preghiera, il digiuno, la recitazione della professione di fede, il ricordo di Allah e simili, e persino ostentano un profondo amore per Allah e il Messaggero. Ma mantengono rapporti con persone corrotte, dissolute, miscredenti e politeiste. Sono sempre impegnate a tenerle soddisfatte. Poiché compiacerle permette loro di conseguire interessi mondani, si affannano a soddisfare questi ghayr Allah (gli altri oltre ad Allah), senza preoccuparsi del dispiacere di Allah. Nel prestare loro obbedienza, si dedicano alla disobbedienza ad Allah. Devono mantenere rapporti cordiali con coloro che, calpestando le leggi e le norme di Allah, introducono nella società leggi e norme da loro stessi inventate. Altrimenti temono che venga loro tolto il sostentamento.
Affidare la vita e i beni ad Allah: segno della fede
Tra le cose del mondo, l’essere umano ama più di ogni altra la propria vita e, dopo di essa, i propri beni. Ma un credente sacrificherà senza esitazione la propria vita e i propri beni per ottenere il compiacimento di Allah: questa è la pretesa della sua fede.
(Nel PDF arabo, pagina 26 *****************************)
-In verità, Allah ha acquistato dai credenti le loro vite e i loro beni in cambio del Paradiso. (Sura at-Tawbah, 111)
Il rapporto che, mediante la fede, si instaura tra Allah e il servo, in questo versetto viene definito propriamente una compravendita. In altre parole, la fede non è soltanto una dottrina basata su una convinzione, bensì un patto sacro mediante il quale il servo vende la propria vita e i propri beni ad Allah, suo Creatore, Proprietario e Signore. In cambio, riceve da Allah la promessa che, nella seconda vita dopo la morte, gli sarà concesso il Paradiso. Per comprendere il significato di questa compravendita è necessario analizzarla dettagliatamente.
La realtà, infatti, non è altro che questa: l’unico Proprietario della vita e dei beni dell’uomo è Allah. Poiché Allah solo è il Creatore della vita dell’uomo, dei suoi beni e di tutto ciò che è necessario per vivere, da questo punto di vista non si pone affatto la questione della compravendita. L’uomo non possiede nulla che possa vendere a qualcun altro, e Allah non può acquistare nulla che sia al di fuori della Sua creazione e della Sua proprietà. Qual è dunque il significato di questa compravendita?
La questione è che nell’uomo esiste qualcosa che Allah ha affidato alla sua responsabilità: il libero arbitrio dell’uomo. Vale a dire, la libertà della sua volontà e la libertà di accettare o rifiutare qualcosa, di farla o di non farla (libertà della volontà e libertà di scelta). Ciò, naturalmente, non modifica la verità fondamentale: la proprietà della vita e dei beni rimane di Allah. Tuttavia, all’uomo è stata concessa la libertà di riconoscere questa verità (che Allah è l’unico assoluto Proprietario di ogni cosa), oppure di negarla. Ma il suo libero arbitrio non può significare che egli sia divenuto realmente proprietario della propria vita, del proprio corpo e della propria mente, delle loro facoltà e dei propri beni, e che possa poi usarli come desidera. Il suo vero significato è piuttosto che gli è stata concessa soltanto questa libertà: senza alcuna costrizione da parte di Allah, egli può riconoscere, se vuole, il diritto di proprietà di Dio sulla propria vita e su tutti i beni che Allah gli ha concesso, oppure può porsi come proprietario di se stesso e, senza dipendere da Dio, utilizzare tutto ciò a proprio piacimento. Questa è la ragione fondamentale per cui si pone la questione della compravendita. Ciò non significa però che Allah abbia acquistato qualcosa che apparteneva all’uomo. La realtà è invece che la vita e i beni dell’uomo sono stati posti presso di lui soltanto come un deposito affidato. Inoltre, gli è stata concessa la libertà di svolgere pienamente il proprio ruolo di depositario. Allah gli chiede dunque di riconoscere volontariamente e con animo soddisfatto, non sotto la pressione della costrizione, che ciò che appartiene ad Allah è di Allah, e di accettare per tutta la vita di usarlo non come proprietario assoluto, ma soltanto come depositario. Deve rinunciare alla libertà di tradire il deposito. Se, in questo mondo e in questa vita transitoria, egli consegna ad Allah la libertà che Allah gli ha concesso, in ricompensa nell’Aldilà gli sarà assegnato un posto in Paradiso. Colui che conclude con Allah una simile compravendita è, in realtà, un credente. La fede è un altro nome per questo tipo di compravendita.
Chi nega questo tipo di compravendita, oppure, dopo averla riconosciuta in linea di principio, si comporta in modo equivalente a non averla conclusa, è senz’altro un miscredente. Infatti, in assenza della fede, diventare miscredente è inevitabile.
È necessario comprendere un po’ più chiaramente la questione del non vendere.
In questa compravendita, Allah ha sottoposto l’uomo a due grandi prove.
(1) La prima prova consiste nel vedere se, pur possedendo libertà di volontà e di azione, egli mostra un tale grado di decoro e di cortesia da riconoscere come proprietario il vero Proprietario e da astenersi dall’ingratitudine e dalla ribellione contro Dio.
(2) La seconda prova consiste nel fatto che, in cambio della propria vita e dei propri beni, egli non riceve nulla immediatamente. Gli viene soltanto promessa una ricompensa nella vita dopo la morte. In tali condizioni, riuscirà egli ad avere abbastanza fiducia in Allah da accettare volontariamente e con animo soddisfatto di sacrificare la propria volontà e i propri desideri in cambio della promessa di un compenso in un futuro lontano?
(3) Dal punto di vista della giurisprudenza religiosa secondo la quale si costituisce la società islamica, la fede è soltanto il riconoscimento e la dichiarazione di alcune convinzioni dottrinali. Pertanto, il giudice della Shari’a non può dichiararlo non credente (non musulmano) né espellerlo dalla comunità islamica, finché non si trovi una prova che egli abbia mentito nella dichiarazione della propria fede. Ma presso Allah il vero credente è colui che, attraverso le proprie concezioni e le proprie azioni, consegna la libertà e il libero arbitrio nelle mani della Divinità e si libera, a favore di Essa, della pretesa di proprietà su se stesso. Ora, se una persona riconosce la professione di fede islamica e continua a compiere regolarmente la preghiera, il digiuno e simili pratiche, ma considera se stessa proprietaria del proprio corpo e della propria mente, del cervello e delle forze fisiche, dei propri beni e dei loro elementi, nonché di tutte le cose sottoposte al proprio controllo, allora, anche se nel mondo viene chiamata credente, presso Allah sarà definita non credente. Questo perché non ha affatto concluso con Allah il patto di compravendita, che secondo il Corano costituisce l’essenza profonda della vera fede. Esitare a sacrificare la propria vita e i propri beni nei luoghi desiderati da Allah, e sacrificarli invece nei luoghi da Lui non desiderati: entrambi questi comportamenti dimostrano che colui che pretende di avere la fede non ha venduto la propria vita e i propri beni ad Allah, oppure che, dopo aver concluso il patto di vendita, considera ancora propri i beni venduti.
(4) Questa essenza profonda della fede separa completamente, dall’inizio alla fine, la vita islamica dalla vita di miscredenza. Il musulmano è colui che ha veramente creduto in Allah, agisce in ogni ambito della vita secondo la volontà del Sublime Allah, e nelle sue azioni, nel suo comportamento e nella sua condotta non si scorge neppure il minimo barlume di arbitrio personale. Analogamente, il gruppo costituito dai credenti, nel suo insieme, non può adottare alcuna politica, alcuna decisione politica, alcuna norma culturale o civile, alcuna regola o procedura sociale ed economica, né alcun trattato o principio internazionale contrario alla volontà di Allah o alle leggi della Shari’a. Agire indipendentemente da Allah e lasciare alla propria volontà la decisione di fare o non fare qualcosa è certamente un atteggiamento di miscredenza. Coloro che adottano un simile atteggiamento sono uguali, siano chiamati “musulmani” oppure “non musulmani”.
(5) Dal punto di vista di questa compravendita, la volontà di Allah alla quale il credente deve necessariamente obbedire non può essere una volontà inventata o immaginata dall’uomo. Deve invece essere la volontà che Egli stesso ha dichiarato. Considerare autonomamente qualcosa come la volontà della Divinità e obbedirvi non significa in realtà obbedire alla volontà di Allah; significa obbedire alla propria volontà o alle proprie passioni. Ciò sarebbe in completa contraddizione con il patto di compravendita. Si deve ritenere saldo nel patto di compravendita con Allah colui, o quel gruppo, che adotta la propria visione complessiva della vita secondo il Libro donato dal Creatore e la Sunnah dell’Inviato di Dio.
Spero che ora la questione sia chiara; tuttavia, rimane ancora un interrogativo in un angolo della mente, e dobbiamo conoscerne anche la risposta corretta.
La domanda è questa: se il credente ha venduto senza riserve la propria vita e i propri beni ad Allah, perché il loro prezzo non viene pagato in questo mondo, ma gli viene promesso che sarà pagato nell’Aldilà?
La risposta non può essere altra che questa: il Paradiso non sarà soltanto il corrispettivo del patto mediante il quale il venditore ha venduto ad Allah la propria vita e i propri beni. Il Paradiso sarà piuttosto il corrispettivo del suo comportamento: un comportamento tale per cui, durante la vita terrena, il venditore rinuncerà a usare arbitrariamente ciò che ha venduto e lo utilizzerà secondo la volontà di Dio, in qualità di autentico depositario. Pertanto, questa vendita sarà realmente perfezionata quando la vita terrena del venditore sarà terminata e sarà dimostrato che, dopo aver concluso il patto di vendita, egli ha osservato alla lettera le condizioni della vendita fino all’ultimo istante della sua vita. Prima di allora, secondo giustizia e correttezza, non può essere ritenuto meritevole di ricevere il prezzo.
Il pagamento del prezzo della merce acquistata è una speciale grazia di Allah
In questa compravendita e nel pagamento del prezzo della merce acquistata si manifesta una particolare grazia di Allah verso il servo. Essa consiste nel fatto che Egli potrebbe riprendere dal servo, in qualsiasi momento volesse, ciò che è Suo e che gli era stato affidato. Perché allora dovrebbe pagarne il prezzo o dare un compenso? Ma Allah, il Misericordioso, riprende dal servo ciò che è Suo e gli dà in cambio il prezzo più alto e migliore: il Paradiso. Che cos’altro può essere questo se non una speciale benevolenza di Allah verso il servo?
Quanto è magnificamente espresso questo concetto con le parole di un poeta innamorato!
Egli ha espresso in versi i sentimenti interiori di un martire sulla via di Allah:
Jaan de di, di hui usi ki thi
Haq to yeh hai ke haq adaa na hua.
— La vita che ho consacrato sulla via di Allah era stata data da Lui. Nel restituirgliela non vi è alcun mio eroismo o valore. La realtà, invece, è che dopo aver goduto per tutta la vita delle Sue innumerevoli grazie, non sono riuscito ad adempiere al Suo diritto.
Quale grande appagamento esprime l’amante di Allah dopo aver spontaneamente sacrificato la propria vita per Allah! Questa è la vera manifestazione della fede.
Il contratto di vendita non è la conclusione definitiva
Da quanto discusso sopra si è potuto comprendere chiaramente che cosa richieda la fede. Ora non dovrebbe esserci più bisogno di alcuna ulteriore discussione sull’argomento. Infatti, la più grande richiesta della fede al credente era che egli vendesse tutto ciò che possiede ad Allah. Dopo aver venduto tutto, quale altra richiesta potrebbe mai avere la fede?
La risposta è che, come si è potuto comprendere dalla discussione precedente, vendere la propria vita e i propri beni non è la conclusione definitiva delle richieste della fede. Infatti, presso il venditore rimangono ancora i due beni venduti, e resteranno presso di lui per tutta la vita. Pertanto, naturalmente, l’adempimento delle richieste della fede rimane ancora da compiere. Ora bisogna vedere se egli utilizza correttamente i beni venduti, poiché da ciò dipende il ricevere o meno il loro prezzo. Esaminiamo brevemente alcune delle richieste che la fede continuerà a rivolgergli, affinché il contratto di vendita venga osservato alla lettera.
(Nel PDF arabo, a pagina 32*****************************)
O voi che avete creduto, sappiate che dovete spendere sulla via di Allah una parte delle ricchezze che vi abbiamo dato, prima che giunga quel Giorno (il Giorno della Resurrezione) nel quale non vi sarà né compravendita, né amicizia, né intercessione utile. (Al-Baqara: 254)
Ora si vede che, dopo che il credente ha stipulato un contratto di vendita con Allah, gli viene ordinato di spendere i beni venduti esclusivamente sulla via di Allah. Infatti, poiché ha venduto ad Allah quelle ricchezze, legalmente non ha altra possibilità se non spenderle unicamente sulla via di Allah. Se non le spende nel modo desiderato, ma le accumula, oppure le spende per un altro scopo, allora inganna e tradisce la fiducia dell’Acquirente. E poiché questo Acquirente è Allah stesso, che, nella Sua immensa misericordia, acquista i beni affidati al servo, Egli può e certamente infliggerà anche una grave punizione legale per tale tradimento. Allah dice:
(Nel PDF arabo, a pagina 33*****************************)
— Coloro che infrangono il patto con Allah dopo averlo ratificato, recidono i legami che Allah ha ordinato di mantenere e diffondono la corruzione sulla terra, sono destinati alla maledizione e nell’aldilà avranno la peggiore dimora.
(Ar-Ra‘d: 25)
Allah dice inoltre:
(Nel PDF arabo, a pagina 33*****************************)
— (Il compito dei credenti è questo:) essi mantengono il patto stipulato con Allah e non lo infrangono dopo averlo ratificato; mantengono i legami che Allah ha ordinato di conservare; temono il loro Signore e temono anche di essere sottoposti a un giudizio severo e sfavorevole. Un’altra caratteristica del loro comportamento è che, per ottenere esclusivamente il compiacimento di Allah, perseverano, compiono la preghiera, spendono pubblicamente e segretamente sulla via di Allah una parte di ciò che Egli ha dato loro e respingono il male con il bene. A loro appartiene la felice dimora dell’aldilà. (Ar-Ra‘d: 20-22)
Nei due versetti sopra citati vengono presentate complessivamente dieci richieste della fede:
• Mantenere il patto stipulato con Allah.
• Non infrangere il patto.
• Conservare i legami che Allah ha ordinato e desiderato mantenere.
• Temere Allah.
• Temere la severità del giudizio nell’aldilà.
• Considerare il conseguimento del compiacimento di Allah lo scopo della propria vita.
• Essere perseveranti.
• Compiere la preghiera.
• Spendere sulla via di Allah, pubblicamente e segretamente, i beni dati da Allah.
• Respingere il male con il bene.
In questo contesto viene anche spiegato quale sarà la dimora nell’aldilà del vero credente.
(Nel PDF arabo, a pagina 34*****************************)
In altre parole, la dimora sarà un giardino (il Paradiso) che costituirà la loro dimora eterna. Essi entreranno in quel Paradiso, e tra i loro genitori, coniugi, figli e familiari vi entreranno con loro anche coloro che saranno virtuosi. Gli angeli accorreranno da ogni direzione per dare loro il benvenuto. Diranno: «La pace sia su di voi, perché avete operato sulla via di Allah con perseveranza nel mondo. Per questo siete davvero degni di questo luogo». Quanto è bella questa dimora dell’aldilà! (Ar-Ra‘d: 23-34)
L’uomo è soltanto amministratore dei propri beni
La proprietà delle ricchezze che Allah ha dato all’uomo non è stata concessa all’uomo. Egli è stato nominato amministratore di tali beni. Allah, Creatore e Proprietario delle ricchezze, li ha affidati all’uomo e lo ha nominato Suo rappresentante, a condizione che egli li spenda secondo la volontà di Allah.
Allah dice:
(Pagina 35 del PDF arabo *****************************)
-(O credenti!) Credete in Allah e nel Suo Messaggero e spendete di quei beni dei quali Allah vi ha resi califfi o rappresentanti. Pertanto, per coloro che crederanno e spenderanno i propri beni sulla via di Allah vi sarà una grande ricompensa. (Al-Hadid: 7)
In questo versetto si ordina proprio ai musulmani di credere. Ciò significa che, dopo aver creduto, bisogna continuare a soddisfare le esigenze della fede. Poi si ordina di spendere i propri beni sulla via di Allah. Questo comando è del tutto giusto, perché egli non è il proprietario dei beni. Il proprietario è Allah. Egli ne è il rappresentante. Il compito del rappresentante è soddisfare la volontà del proprietario. Questi beni devono essere spesi esattamente nel modo e nella quantità necessari a soddisfare la volontà di Allah.
Allah ha acquistato dal credente sia la vita sia i beni. Ne abbiamo discusso dettagliatamente sopra. Tuttavia, è stata posta maggiore enfasi sui beni che sulla vita. Ciò significa che dare improvvisamente la propria vita, sotto l’impeto dell’entusiasmo, non è un compito così difficile, ed è qualcosa che si offre una sola volta. Una volta offerta, è finita. Ma spendere i propri beni più volte e per tutta la vita sulla via di Allah è un compito molto difficile. Perciò, attraverso questo, la fede viene sottoposta a una dura prova.
Il significato della spesa sulla via di Allah
Ora la domanda è: quale significato e quale importanza ha spendere sulla via di Allah, e perché è necessario? Allah non ha alcun bisogno dei beni. Egli è infatti il Creatore e il Proprietario di tutto l’universo. Perché mai, allora, nelle pagine del Corano ha insistito affinché si spendessero i beni che sono Suoi?
Non solo: ha chiesto ai Suoi servi di prestarGli i propri beni. Come è detto nel Corano:
(Pagina 37 del PDF arabo ****************************)
Chi è disposto a concedere ad Allah un prestito buono? Egli glielo restituirà moltiplicato molte volte; inoltre, per colui che presta vi sarà la migliore ricompensa. (Al-Hadid: 19)
(Pagina 37 del PDF arabo ****************************)
E compite la preghiera, versate la zakat e concedete ad Allah un prestito buono. (Al-Muzzammil: 20)
Questa è la grande benevolenza di Allah: quando una persona spende sulla Sua via i beni che Egli stesso le ha dato, Egli li considera un prestito a Lui. A condizione, però, che sia un prestito eccellente (qard hasan). In altre parole, deve essere concesso con intenzione sincera e senza interesse personale. Nel darlo non devono esserci alcun desiderio di ostentazione, di fama o di popolarità. Né si deve pensare di aver mostrato benevolenza verso qualcuno concedendo questo prestito. Esso deve essere dato unicamente per ottenere il compiacimento di Allah, senza desiderare la ricompensa o il compiacimento di nessun altro all’infuori di Lui. Riguardo a questo prestito, Allah ha fatto due promesse: primo, sarà restituito moltiplicato molte volte; secondo, Egli concederà inoltre la migliore ricompensa da parte Sua.
È narrato in un hadith trasmesso da Ibn Mas’ud (che Allah sia soddisfatto di lui) che, quando fu rivelato questo versetto e i Compagni lo udirono dalla bocca benedetta del Profeta, Abu Dahdah al-Ansari (che Allah sia soddisfatto di lui) domandò: «O Messaggero di Allah, davvero Allah ci chiede un prestito?»
Il Profeta rispose: «Sì, Abu Dahdah». Abu Dahdah disse: «Fammi vedere per un momento la tua mano benedetta». Il Profeta (pace e benedizioni su di lui) gli porse la mano.
Il Compagno Abu Dahdah prese la mano del Profeta tra le proprie e disse: «Presto il mio giardino al mio Signore».
Ibn Mas’ud (che Allah sia soddisfatto di lui) riferisce che in quel giardino vi erano seicento eccellenti palme da dattero. La casa del Compagno ansarita si trovava proprio in quel giardino, dove egli viveva con la sua famiglia.
Dopo aver detto ciò al Profeta, egli si recò direttamente a casa e disse a sua moglie: «Madre di Dahdah, esci, esci. Ho prestato questo giardino al mio Signore». La moglie rispose: «Padre di Dahdah, hai concluso un affare davvero molto redditizio». Detto questo, uscì insieme al figlio e agli arredi della casa. -(Ibn Abi Hatim).
Da questo episodio si comprende chiaramente quanto fossero grandi il carattere, la disposizione d’animo, il sacrificio e la dedizione sulla via di Allah dei veri credenti tra i nobili Compagni. Da esso si comprende anche che cosa fosse quel prestito (qard hasan) che Allah promise di restituire moltiplicato molte volte, con una ricompensa ulteriore.
Nel Corano, in diversi altri passi, si esorta a concedere un simile prestito. Concedere un prestito significa spendere generosamente e a mani aperte il denaro eccedente sulla via di Allah. «Prestito buono» significa non farlo nella speranza di un interesse terreno,
ma con la sola intenzione di ottenere il compiacimento di Allah. Ora dobbiamo conoscere anche il vero significato del prestare.
Per comprendere correttamente questo argomento, bisogna conoscere e comprendere bene la vita del Profeta. Se teniamo presente la vita di ventitré anni del Profeta Muhammad (pace e benedizioni su di lui), vedremo chiaramente che essa fu la storia di una lotta incessante contro il falso. A questa lotta parteciparono naturalmente anche i nobili Compagni.
Per che cosa si combatteva? Era una lotta per elevare la parola di Allah, una lotta per rendere sublime il Suo messaggio.
Lo scopo dell’avvento del Messaggero
Elevare la parola di Allah significa lottare per rendere vittoriosa e stabilire la Sua vera religione come l’unico sistema di vita vero, eterno, bello e benefico per l’umanità. È superfluo dire che il Profeta Muhammad (pace e benedizioni su di lui) venne unicamente per questo scopo.
(Pagina 40 del PDF arabo ****************************)
Egli è Colui che ha inviato il Suo Messaggero con la guida e la vera religione, affinché il Messaggero la rendesse vittoriosa su tutte le altre religioni o sistemi di vita, nonostante l’opposizione degli associatori. (As-Saff: 9)
Nel versetto sopra citato si indica chiaramente che, per portare a compimento con successo la missione della propria vita, cioè l’opera di rendere vittoriosa e stabilire la vera religione, il Messaggero doveva necessariamente lottare e scontrarsi con il falso.
Coloro che seguono il falso non accetteranno mai che la religione o la legge di Allah venga stabilita in ogni ambito della vita umana. Al massimo potrebbero giungere a un compromesso in cui, insieme all’adorazione, alla servitù e all’obbedienza ad Allah, continuino l’adorazione, la servitù e l’obbedienza ad altri. Vorranno fondare le proprie convinzioni religiose, il proprio carattere e la propria civiltà su una qualche filosofia, ideologia o visione del mondo. Ma al Messaggero è stato ordinato di stabilire pienamente, in ogni ambito della vita, senza alcun compromesso con loro, la guida e la vera religione che Allah gli aveva inviato.
Per quanto ostacoli possano creare coloro che seguono il falso, il Messaggero deve compiere quest’opera. Anche se ciò dovesse comportare uno scontro armato, dovrà affrontarlo. È detto:
(Pagina 41 del PDF arabo ****************************)
-E combattete contro di loro finché non vi sia più persecuzione e la religione, nella sua interezza, appartenga ad Allah. (Al-Anfal: 39).
Ora è chiaro che il dovere affidato al Profeta consisteva nel continuare a lottare incessantemente contro il falso. Questa lotta non è stata limitata a un’epoca o a un periodo particolare. Il comando di Allah è rivolto ai musulmani ed è valido per tutti i tempi, fino al Giorno del Giudizio. Finché la religione di Allah non sarà pienamente stabilita, questa lotta non avrà né fine né pausa.
A questo proposito si dice inoltre:
(Nel PDF arabo, pagina 41 ****************************)
O voi che avete creduto, diventate sostenitori di Allah. (As-Saff: 14)
Essere sostenitori di Allah significa aiutare con ogni mezzo il movimento volto a instaurare la religione di Allah. Ora è diventato ancora più chiaro che, per instaurare la «religione della verità», è inevitabile combattere contro la falsità; spendere liberamente denaro e ricchezze per questo scopo e impiegare tutte le forze del corpo e della mente è ciò che viene chiamato spendere sulla via di Allah e aiutare la religione di Allah.
Bisogna ricordare che, se si spende denaro con un’intenzione diversa dal conseguimento della soddisfazione di Allah, per quanto grande possa essere la somma e anche se viene apparentemente destinata all’opera di instaurazione della religione, non si può chiamare ciò spendere sulla via di Allah; al contrario, sarà annoverato interamente tra gli sprechi.
(Nel PDF arabo, pagina 42 ****************************)
O credenti! Non vanificate le vostre elemosine ricordandole alla gente o ferendo i sentimenti di chi le riceve, come colui che spende soltanto per farsi vedere dagli altri. (Al-Baqara: 264)
La parola «sadaqa» deriva da sidq. Significa «verità» e «sincerità». È chiamata sadaqa perché dimostra la verità e la sincerità della fede di chi la elargisce.
Se si spende sulla via di Allah per farsi vedere dagli altri o per conseguire un interesse personale (come per vantarsi o acquistare fama, oppure per ottenere una posizione personale o vantaggi e agevolazioni dopo l’instaurazione dello Stato islamico), per quanto grande possa essere la somma, ciò non sarà altro che spreco totale. Non se ne riceverà alcuna ricompensa da Allah. Al contrario, si subirà una punizione per la cattiva intenzione. Dalla dettagliata discussione precedente sono diventati chiari ai nostri occhi alcuni punti:
• L’unico scopo della venuta del Profeta Muhammad (s) in questo mondo è l’instaurazione della religione della verità. Per questo è inevitabile lottare e scontrarsi con le forze avverse della falsità.
• Aiutare in ogni modo il Profeta Muhammad (s) e, dopo di lui, il movimento per instaurare la religione, cioè partecipare direttamente a questa lotta, è una pretesa e una condizione della fede.
• Consacrare la vita e le ricchezze a quest’opera è una pretesa della fede.
• Nell’offrire la vita e le ricchezze bisogna mantenere pura l’intenzione. Lo scopo deve essere esclusivamente conseguire la soddisfazione di Allah. Lo scopo fondamentale della creazione dell’umanità è adorare Allah, sottomettendosi e obbedendo a Lui. Questa sottomissione e obbedienza raggiunge la perfezione quando viene praticata in ogni ambito della vita. In altre parole, ciò viene chiamato instaurare la religione della verità in ogni ambito della vita. Questo è lo scopo fondamentale della creazione. È attorno a questo scopo che sono giunti gli altri comandi di Allah. Ogni comando del Corano ruota verso quel medesimo centro. Per raggiungere questo obiettivo, il servo deve compiere necessariamente molte opere; senza di esse non può in alcun modo raggiungerlo.
•
(Nel PDF arabo, pagina 43 ****************************)
O voi che avete creduto, sappiate che, se aiuterete Allah, Egli aiuterà voi e vi renderà saldi nella verità contro la falsità. (Muhammad: 7)
Anche qui «l’aiuto ad Allah» significa partecipare attivamente al movimento per instaurare la «religione della verità» di Allah. Impiegare completamente in quest’opera il proprio denaro, le proprie ricchezze, il lavoro, la fatica, il talento e ogni riflessione. È questa la pretesa rivolta al credente.
La pretesa della fede è recidere ogni rapporto con la falsità
È inoltre indispensabile per un credente che, quando è un soldato dell’instaurazione della «religione della verità», identifichi il nemico per poter vincere la guerra. Il suo nemico è colui che segue la falsità. Deve recidere ogni rapporto con chi segue la falsità. Non è lecito mantenere con loro alcun rapporto di amicizia.
(Nel PDF arabo, pagina 44 ****************************)
(O Muhammad!) Non troverai mai che coloro che credono in Allah e nell’Aldilà stringano amicizia con chi si oppone ad Allah e al Suo Messaggero, anche se questi oppositori sono loro padre, figlio, fratello o parente prossimo. Essi sono coloro nei cui cuori Allah ha inciso saldamente la fede. Poi li ha rafforzati infondendo in loro, da parte Sua, uno spirito o una forza vitale. Essi sono il partito di Allah. Sappiate che il partito di Allah sarà certamente vittorioso. (Al-Mujadila: 22)
In questo versetto vengono menzionate due cose. Una è una questione di principio; l’altra è il riferimento a un fatto realmente accaduto.
Il principio è assolutamente chiaro: la fede nella religione della verità e l’amore per la falsità che si oppone alla religione della verità sono due cose contraddittorie. È assolutamente impossibile riunirle. Come è del tutto impossibile per una persona amare se stessa e al tempo stesso amare il proprio nemico, così è impossibile nutrire nello stesso cuore amore per la fede e per i nemici dell’Islam. Se si vede che una persona, mentre proclama di avere fede, mantiene rapporti amichevoli con persone nemiche dell’Islam, bisogna capire che la sua pretesa di fede è falsa.
In secondo luogo, dopo aver chiarito in questo versetto il principio suddetto, vengono indicati, come esempio per coloro che proclamano la fede, alcuni fatti realmente accaduti. Si tratta di eventi così evidenti che tutti gli abitanti dell’Arabia li videro durante le battaglie di Badr e Uhud.
Quei nobili Compagni emigrarono dalla Mecca a Medina esclusivamente per Allah e per la Sua religione della verità; imbracciarono le armi persino contro i membri delle proprie tribù e famiglie, perché erano nemici dell’Islam.
Hazrat Abu Ubayda (ra) uccise con le proprie mani suo padre, Abdullah ibn Jarrah. Hazrat Mus’ab ibn Umayr (ra) uccise suo fratello Ubayd ibn Umayr. Hazrat Umar (ra) uccise suo zio materno, As ibn Hisham ibn al-Mughira; Hazrat Ali (ra) uccise il suo parente prossimo Utba; Hazrat Hamza (ra) uccise il suo parente Shayba; e Hazrat Ubayda ibn al-Harith uccise il suo parente al-Walid ibn Utba. Hazrat Abu Bakr (ra) si accinse a uccidere suo figlio Abd al-Rahman.
Durante la battaglia di Badr, Hazrat Umar (ra), parlando al Profeta (s) dei prigionieri, presentò la sua richiesta dicendo: «Che siano uccisi, e che ciascuno uccida il proprio parente».
Durante la battaglia di Badr, un Ansar catturò e legò Abd al-Aziz ibn Umayr, fratello germano di Hazrat Mus’ab ibn Umayr (ra). Vedendolo, Hazrat Mus’ab gridò: «Legalo molto saldamente. Sua madre è molto ricca. Vi darà una grande somma per riscattare suo figlio».
Abd al-Aziz disse: «Tu, che sei mio fratello, hai detto una cosa simile?»
Hazrat Mus’ab disse: «Ora non sei più mio fratello. Colui che ti sta legando, quell’Ansar, è mio fratello».
In questa battaglia, quando Abu al-As, genero del Santo Profeta (s), fu condotto prigioniero, non gli fu mostrata alcuna indulgenza perché era il genero del Profeta. Fu trattato come gli altri prigionieri. In questo modo, il mondo intero ha potuto vedere chiaramente com’è il vero credente e quale sia il suo rapporto con la «religione della verità».
È necessario sapere bene con quali gruppi o nazioni sia vietato mantenere rapporti amichevoli. Altrimenti, su questo punto potrebbe nascere un malinteso tra le due parti. A questo proposito, nel glorioso Corano è stata fatta questa chiara dichiarazione:
(Pagina 46 del PDF arabo) — Allah vi vieta di stringere amicizia con coloro che vi combattono per la religione, vi espellono dalle vostre terre o aiutano chi vi espelle. E coloro che, nonostante ciò, stringono amicizia con loro sono ingiusti. Al contrario, non vi è stato vietato di mantenere buoni rapporti, mostrare benevolenza e agire con giustizia verso coloro il cui comportamento è opposto a quello sopra descritto.
(Pagina 47 del PDF arabo) — «Allah non vi vieta di comportarvi bene e agire con giustizia verso coloro che non vi combattono per la religione e non vi espellono dalle vostre terre. In verità, Allah ama coloro che agiscono con giustizia». (Al-Mumtahana: 8)
La fede richiede di non nutrire avidità per il denaro e i beni
Un altro requisito della fede è non coltivare nel cuore l’ossessione di accumulare ricchezze. Coloro che sono avidi di denaro trascorrono giorno e notte immersi in questo pensiero. Alla fine continuano ad accumulare denaro e beni anche con mezzi illeciti e si dedicano agli affari. L’inimicizia, i conflitti, le controversie, gli omicidi e simili tra le persone sono frutti amari dell’avidità di denaro. Allah dice:
(Pagina 48 del PDF arabo) — O voi che avete creduto, non consumate l’interesse usurario raddoppiato. (Al ‘Imran: 130)
Sebbene questa frase costituisca un’ingiunzione di principio riguardo all’interesse usurario, fu pronunciata nel lungo discorso critico sulla battaglia di Uhud. Poiché il comportamento di alcuni nobili Compagni non era gradito ad Allah e non era adatto all’instaurazione della vera religione, nel Sacro Corano tali comportamenti sono stati aspramente criticati. A un certo punto della battaglia di Uhud, alcuni Compagni, disobbedendo all’ordine del Profeta, si dedicarono a impossessarsi del bottino. A causa della naturale debolezza umana, per qualche momento si destò in loro l’avidità di ricchezza; approfittando di quella debolezza, gli infedeli Quraysh, guidati da Khalid ibn al-Walid, lanciarono contro di loro un attacco violento. Di conseguenza, settanta Compagni furono martirizzati.
Bisogna avanzare sulla via di Allah con altruismo e con il solo desiderio di ottenere il Suo compiacimento. L’avidità personale di ricchezza costituisce un enorme ostacolo su questa via.
Nell’Islam acquisire ricchezze non è vietato né biasimevole. Bisogna farlo con mezzi leciti e spendere ciò che si ottiene sulla via indicata da Allah. Anche i nobili Compagni acquisirono ricchezze. Ma, quando fu necessario per instaurare la religione, le donarono interamente sulla via di Allah, senza esitazione e con animo soddisfatto. Un esempio senza precedenti di ciò si vide alla vigilia della spedizione di Tabuk, ed è scritto a lettere d’oro nella storia dell’Islam.
Le ricchezze: la prova del fuoco della fede
Le ricchezze in sé non sono una cosa cattiva. Ciò che è cattivo è l’avidità di ricchezza e il fatto di aggrapparvisi. Poiché sono un sacro affidamento, devono essere utilizzate secondo la volontà del loro vero Proprietario, Allah. Per questo tali ricchezze costituiscono una grande prova per l’essere umano.
Allah dice:
(Pagina 49 del PDF arabo) — O voi che avete creduto, ricordate che le vostre ricchezze e i vostri figli non devono distogliervi dal ricordo di Allah.
(Al-Munafiqun: 9)
(Pagina 49 del PDF arabo) — E sappiate che le vostre ricchezze e i vostri figli sono per voi una prova, mentre presso Allah vi è una grande ricompensa.
(Al-Anfal: 28)
Ciò che generalmente ostacola la sincerità della fede degli esseri umani e fa comparire in loro la malattia dell’ipocrisia, della slealtà e del tradimento è l’amore per le ricchezze e per i figli, quando supera ogni limite. Perciò si dice che queste ricchezze e questi figli, dai quali le persone, affascinate, generalmente si allontanano dalla retta via, costituiscono in realtà una grande prova per l’essere umano: colui o colei che egli considera un figlio o una figlia è in realtà una sorta di foglio d’esame.
Allo stesso modo, la ricchezza è il secondo foglio d’esame. Tutto ciò viene dato all’essere umano affinché dimostri se, dopo aver ottenuto tali beni, è capace di seguire la retta via, di mantenere il proprio cuore puro e incontaminato dall’amore e dall’avidità per queste cose, e di trattarle entro i limiti stabiliti da Allah.
Questo è ciò che richiede la fede.
Le ricchezze e i figli costituiscono una grande prova per l’essere umano, e il successo in questa prova consiste nel sacrificarli per adempiere alla volontà di Allah.
I benefici terreni dell’instaurazione della religione
Non vi è dubbio che tutti questi sacrifici e rinunce siano compiuti per ottenere il compiacimento di Allah e instaurare la religione. L’opera di instaurazione di questa religione non è benefica soltanto per l’Aldilà; al contrario, nella società, nella civiltà e nella cultura che si formeranno sulla base della servitù e dell’obbedienza ad Allah regneranno piena giustizia e completa sicurezza per la vita e i beni.
A questo proposito Allah dice:
(PDF arabo, pagina 51)
«O credenti! Il vostro compito è diventare alfieri della giustizia e dell’equità e testimoni per Allah». (An-Nisāʾ: 135)
Qui non è stato detto semplicemente: «Stabilite la giustizia». È stato invece detto: «Diventate alfieri della giustizia e dell’equità». Ciò significa che il compito dei credenti non consiste soltanto nello stabilire la giustizia: essi devono diventare portatori della sua bandiera. Devono gettarsi in questo movimento mondiale affinché dalla società umana oppressa siano estirpati alla radice l’ingiustizia, la tirannia, il torto e l’iniquità, e al loro posto siano instaurati felicità, pace, armonia, sicurezza e piena equità.
Inoltre, di questa nobile opera si dovrà rendere testimonianza esclusivamente davanti ad Allah l’Altissimo. In questo versetto vi è un avvertimento, affinché tale opera non venga compiuta per interessi personali o di gruppo, né allo scopo di ottenere la lode degli uomini.
Volgere le spalle nelle avversità è contrario alla fede
È una verità inevitabile che, nel lavoro di instaurazione della religione, si dovranno affrontare pericoli di ogni genere, tempeste e sconvolgimenti. Il Corano afferma che volgere le spalle dopo aver udito il rintocco d’allarme di queste avversità è contrario alla fede:
(PDF arabo, pagina 52)
«O credenti! Sappiate bene che, se qualcuno tra voi si allontanerà dalla religione, ebbene, si allontani pure. Allah farà sorgere altri uomini che Egli amerà e che Lo ameranno, umili e benevoli verso i credenti, duri verso i miscredenti, e che lotteranno con il massimo impegno sulla via di Allah. Non temeranno il biasimo e il rimprovero di nessuno». (Al-Māʾidah: 54)
Dopo essersi allontanati dalla religione, non si può più parlare di fede. Al posto di questi uomini privi di fede, Allah porta dunque sulla scena altri uomini che sono certamente credenti. Tra loro e Allah si instaura un rapporto d’amore: essi sono amati da Allah ed Egli è amato da loro. Ora, il segno distintivo del credente è che sarà benevolo verso i credenti e duro verso i miscredenti.
L’espressione «benevoli verso i credenti» significa che un credente non userà mai la propria forza contro un altro credente. Il suo talento, la sua intelligenza, la sua perspicacia, la sua capacità, la sua influenza e il suo prestigio, le sue ricchezze, la sua forza fisica e ogni altra qualità non saranno impiegati per sottomettere, molestare o danneggiare i musulmani. La società musulmana lo vedrà sempre come una persona dal cuore tenero, misericordiosa, comprensiva e paziente.
Il significato dell’espressione «duri verso i miscredenti» è che, grazie alla maturità della fede, alla sincera devozione religiosa, alla fermezza nei confronti dei propri ideali, all’indomita forza del carattere e ad altre qualità simili, il credente sarà duro come l’acciaio nel confronto con i nemici dell’Islam, cosicché nulla potrà distoglierlo dalla sua posizione. Non sarà intimorito dalla paura di nessuno né si lascerà intenerire dalle parole di alcuno. Quando si troverà di fronte all’avversario, sarà pronto a sacrificare la vita, ma non si sottometterà né si lascerà influenzare a qualunque prezzo.
È stato inoltre detto, descrivendo il credente, che egli continuerà a lottare incessantemente per instaurare la religione di Allah. Non darà alcuna importanza al biasimo o alle derisioni degli altri e non permetterà mai che ciò rallenti il suo cammino.
Ora è diventato ancora più chiaro che il più grande segno della fede consiste nel continuare a lottare senza sosta per instaurare la religione di Allah nella società umana. Grazie a ciò, il credente diventerà il servo prediletto di Allah e Allah diventerà per lui il più amato.
È superfluo dire che è proprio attraverso questa lotta che si verifica la vera fede. Attraverso tale prova, Allah l’Altissimo sceglie e distingue i veri credenti e per mezzo loro sconfigge i miscredenti. (Āl ʿImrān: 142)
Senza questa lotta non sarà possibile né dare alcuna testimonianza della fede né ottenere il Paradiso nell’Aldilà. Allah dice:
(PDF arabo, pagina 53)
«Pensate forse di entrare in Paradiso senza che Allah abbia distinto coloro tra voi che hanno lottato sulla via di Allah per instaurare la religione e senza che abbia distinto coloro che hanno perseverato con pazienza su questa via?». (Āl ʿImrān: 142)
È già risultato chiaro dalla discussione precedente, ed è testimoniato anche dalla storia passata dell’Islam, che coloro i quali, spinti dall’ispirazione della fede, hanno iniziato a percorrere la via della religione — una via la cui destinazione è l’instaurazione della vera religione e il compiacimento di Allah — dovranno affrontare ostacoli estremi a ogni passo. Ora, se tra coloro che percorrono questa via un credente comune, oppure un attivista o un dirigente del movimento per l’instaurazione della religione, per timore che la propria vita e i propri beni siano messi in pericolo si sottometterà alla falsità, abbandonerà il movimento per l’instaurazione della religione e mostrerà un ardente desiderio di collaborare con la falsità, uscirà dai confini della fede e non potrà essere definito altro che ipocrita.
Coloro che si impegnano nel movimento per l’instaurazione della religione devono prestare la massima attenzione a questo riguardo. È necessario che ciascuno di loro riceva una formazione adeguata e che sia sottoposto al crogiolo della prova del fuoco, affinché, nel momento più critico, nessun membro del movimento per l’instaurazione della religione si arrenda alla falsità per proteggere la propria vita e i propri beni o per garantire felicità e agiatezza ai propri figli. Chi guiderà questo movimento dovrà possedere un carattere particolarmente elevato. Soltanto chi abbia il coraggio e la forza d’animo di sacrificare sulla via di Allah la propria vita, i propri beni, la moglie, i figli e tutti i propri cari, e abbia dimostrato in varie occasioni di aver superato prove di questo genere, potrà assumere la guida del movimento per l’instaurazione della religione. Se una persona di carattere debole occuperà una posizione di comando, in un momento critico trascinerà alla rovina l’intero movimento e lascerà dietro di sé una storia vergognosa.
Spero che, dopo questo, non sia affatto difficile comprendere la questione. Allo stesso modo, se esaminiamo l’intero Corano, sapremo che la richiesta della fede non consiste soltanto nell’istituire i cinque pilastri dell’Islam. Secondo quanto richiede la fede, questo è soltanto l’inizio dell’opera. Non si può considerare conclusa la costruzione di un edificio quando sono state realizzate soltanto le sue fondamenta: occorre completarlo con porte, finestre e tetto. Analogamente, l’inizio della costruzione del palazzo dell’Islam consiste nella costruzione o nell’istituzione dei cinque pilastri. La successiva richiesta della fede è costruire l’intero palazzo su questi pilastri. Tali richieste sono state esposte una per una nel Corano. Il Profeta di Allah (pace e benedizioni su di lui) e i suoi nobili Compagni (che Allah sia soddisfatto di loro) le hanno adempiute pienamente. Perciò, per adempiere completamente alle richieste della fede, da un lato bisogna studiare con profonda attenzione il Nobile Corano e, dall’altro, seguire nei minimi dettagli la vita pura del Profeta e dei suoi Compagni.
La fede negli hadith del Messaggero
Ora desidero presentare e discutere alcuni esempi della richiesta della fede tratti dagli hadith del Profeta.
(PDF arabo, pagina 56****************************)
-La fede ha numerosi rami e ramificazioni. Il più eccellente tra questi è che tu non riconosca nessuno, all’infuori di Allah, come tuo governante o signore. Il ramo più modesto ma importante della fede consiste nel rimuovere dalla strada qualsiasi spina o altro oggetto doloroso per i passanti che vi si trovi. Anche il pudore è un ramo della fede.
Da ciò si comprende che la richiesta minima della fede è cercare di alleviare ogni forma di sofferenza e dolore delle persone. Anche il pudore è una richiesta della fede.
(PDF arabo, pagina 56****************************)
Il credente è colui dal quale nessuno teme per la propria vita o i propri beni.
(PDF arabo, pagina 56****************************)
«Chi crede in Dio e nell’Aldilà dovrebbe onorare l’ospite, non arrecare danno al vicino e dire parole buone.»
(PDF arabo, pagina 57****************************)
-Per Dio, non è credente, per Dio, non è credente, per Dio, non è credente colui a causa della cui prepotenza il vicino non può vivere in pace.
(PDF arabo, pagina 57****************************)
-Colui che mangia a sazietà mentre il suo vicino è affamato non può essere un credente.
(PDF arabo, pagina 57****************************)
-Chi non è affidabile non possiede la fede, e chi viola la promessa è privo di religione.
(PDF arabo, pagina 57****************************)
-Se provi soddisfazione interiore per le opere buone e rimorso per le opere peccaminose, allora sei un credente.
(PDF arabo, pagina 57****************************)
-Il segno della fede più eccellente è che la tua amicizia e la tua inimicizia siano per ottenere il compiacimento di Allah. Il ricordo di Allah resterà sulle tue labbra. Ciò che desideri per te stesso, desideralo anche per gli altri, e ciò che consideri sgradito per te stesso, consideralo sgradito anche per gli altri.
(PDF arabo, pagina 57****************************)
-La purezza e la pulizia del corpo e degli abiti costituiscono metà della fede.
(PDF arabo, pagina 58****************************)
Il credente perfetto tra voi è colui che possiede il carattere migliore e che tratta la propria famiglia meglio di chiunque altro.
(PDF arabo, pagina 58****************************)
-Il credente non può mai essere schernitore, maledicente, osceno nel parlare o vaneggiante.
(PDF arabo, pagina 58****************************)
Un credente può essere qualsiasi cosa, ma non può essere un appropriatore indebito né un bugiardo.
(PDF arabo, pagina 58****************************)
Se, dopo che il fuoco dell’ira si è acceso, qualcuno lo spegne, Allah riempie il suo cuore di fede e appagamento interiore.
(PDF arabo, pagina 58****************************)
Chiunque consapevolmente aiuti un oppressore esce dall’Islam.
Qui si afferma che aiutare un oppressore tirannico è contrario alla fede. Non basta semplicemente non aiutare l’oppressore: è anche una delle esigenze della fede opporsi alla sua tirannia e levare la voce contro di lui. Ritengo che la discussione precedente abbia chiarito che cosa richieda la fede. Ora, qual è il modo più semplice per adempiere a tali esigenze?
Naturalmente, adempiere alle esigenze della fede non è affatto facile; al contrario, è estremamente difficile. Tuttavia, quando un credente prende la ferma decisione di adempiere alle esigenze della fede ed è pronto ad accettare ogni tipo di sacrificio per questo scopo, deve adottare alcuni metodi. Perciò dobbiamo tornare ancora una volta a quanto detto in precedenza. In altre parole, dobbiamo esaminare con quali metodi l’ultimo Profeta, Muhammadur Rasulullah (pace e benedizioni su di lui), formò il carattere dei nobili Compagni, consentendo loro di adempiere a ogni esigenza della fede. Bisogna ricordare che, nel momento stesso in cui abbracciarono la fede, non avevano ancora adempiuto a tutte le sue esigenze. Il loro percorso a questo riguardo fu il seguente:
In primo luogo, subito dopo aver abbracciato la fede, si opposero apertamente alla jahiliyyah, cioè alle credenze, alle dottrine, alle filosofie e alle correnti di pensiero contrarie all’Islam, nonché alla devozione e all’obbedienza dovute a più divinità. Di conseguenza, furono sottoposti a persecuzioni e oppressioni.
Nella seconda fase, il problema che dovettero affrontare fu il conflitto tra, da una parte, le esigenze della fede e, dall’altra, quelle della jahiliyyah. Attraverso la tirannia e l’oppressione, la jahiliyyah sosteneva che, abbandonando la fede, la persecuzione sarebbe cessata, la loro vita sarebbe tornata felice e prospera come prima e sarebbero state ristabilite la sicurezza economica e quella delle loro persone e dei loro beni.
Le esigenze della fede, invece, imponevano di rimanere saldi e incrollabili nella fede, qualunque ne fosse la conseguenza. Questo è ciò che vediamo nella vita dello stesso Santo Profeta (pace e benedizioni su di lui) e dei suoi Compagni. A ogni passo della loro vita si trovarono di fronte alle due esigenze opposte della fede e della jahiliyyah. Soltanto coloro che rimasero saldi nelle esigenze della fede superarono la prova del fuoco e le adempirono pienamente. Alcuni, non riuscendo a superare questa prova, furono definiti ipocriti.
Un tema su cui riflettere profondamente
Dalla discussione precedente è emerso chiaramente che l’esigenza della fede consiste nel rimanere saldi e incrollabili in essa e vivere in ogni ambito della vita come autentici musulmani, completamente obbedienti ad Allah. Questo non riguarda soltanto una singola persona: tutti coloro che, comprendendo e consapevolmente, hanno creduto nella professione di fede islamica e sono diventati musulmani devono vivere collettivamente come musulmani. Per un individuo isolato è assolutamente impossibile vivere da musulmano in ogni ambito della vita. A tal fine sono indispensabili un ambiente pienamente islamico e un ordinamento sociale islamico. L’Islam deve esercitare piena autorità e controllo su ogni ambito della vita: l’intera cultura e le arti, il commercio, le transazioni, l’amicizia e l’inimicizia, la guerra e la pace; in breve, su tutti gli aspetti dell’esistenza.
Nessun musulmano può adempiere pienamente alle esigenze della propria fede sotto un ambiente non islamico o sotto un governo miscredente. Per esempio, è assolutamente impossibile rispettare tali esigenze sotto un governo comunista; né, in uno Stato miscredente, si può adempiere a più di quanto esso permetta. Eppure Allah dice:
(PDF arabo, pagina 60 ****************************)
— O voi che credete! Sottomettete tutta la vostra vita all’Islam e non obbedite a Satana, lasciando qualsiasi parte della vita fuori dall’Islam. Egli è infatti un vostro evidente nemico. (Al-Baqara: 208)
La vita umana è indivisibile. Tuttavia, se qualcuno divide artificialmente la vita in molte parti, ne regola alcune secondo le direttive dell’Islam e mantiene le altre al di fuori dell’Islam, non può essere considerato un musulmano completo. In tali ambiti della vita dovrà obbedire a qualcuno diverso da Allah. Questa è chiamata obbedienza a Satana o alle forze contrarie a Dio.
Allah dice:
(PDF arabo, pagina 61 ****************************)
— E che egli, nell’obbedienza, non associ nessuno al suo Signore. (Al-Kahf: 110)
Pertanto, seguire in qualsiasi ambito della vita un’ideologia o un ideale diverso da Allah equivale ad associare altri ad Allah. Obbedire ad Allah nella moschea e, fuori dalla moschea, nei più ampi ambiti della vita — nella politica, nell’economia, nel commercio, nell’istruzione e nella cultura, nei tribunali e negli uffici giudiziari, nell’agricoltura e nelle fabbriche — obbedire a qualcun altro invece che ad Allah: questo si chiama ipocrisia completa e non può in alcun modo essere definito un sistema di vita islamico. Sottomettere tutta la vita all’obbedienza ad Allah: questo è l’Islam. Questa è anche la pretesa della fede. Riflettete dunque: quando e come può un musulmano diventare veramente musulmano?
Un musulmano non può vivere secondo lo stile di vita musulmano sotto un sistema di governo kufr. In un Paese, territorio o regione in cui, invece dell’autorità del governo di Allah, prevale l’autorità del governo degli uomini, l’intera società e l’ambiente sociale sono immersi nella ribellione contro Dio. Corruzione, usura e tangenti, adulterio, consumo di alcol, libera commistione tra uomini e donne, riunioni congiunte di uomini e donne in nome della cultura, danze e canti osceni, gioco d’azzardo, film che distruggono la moralità e simili sono le attività quotidiane di quella società: come può un musulmano salvaguardare la propria fede in un simile contesto?
Queste cose non si verificano soltanto negli Stati non musulmani o miscredenti; al contrario, si verificano su vasta scala nei Paesi musulmani e nella società musulmana. Coloro che hanno ridotto la religione all’angusto ambito della vita in cui la preghiera, il digiuno e qualche invocazione costituiscono l’ultima risorsa, vedono i propri figli allontanarsi dall’Islam e attratti dalle ideologie contrarie all’Islam. Nel loro carattere e nel loro comportamento non si può trovare alcuna traccia dell’Islam. Un potente sistema educativo contrario all’Islam e un ambiente ostile all’Islam costringono i giovani a sviluppare un atteggiamento combattivo contro l’Islam. La ragione di tutto ciò è che, allontanandosi dall’Islam in quanto umma e risvegliandosi in loro, al posto del sacrificio di sé sulla via di Allah e dello spirito del jihad, il desiderio dei piaceri e del lusso mondani, si sono trasformati in una nazione di sciacalli. Vivere a lungo in schiavitù li ha resi sospettosi nei confronti dell’Islam. Il loro modo di pensare, la loro mentalità, i valori della vita e i criteri del vero e del falso, del bene e del male sono cambiati. Pur essendo musulmani, hanno iniziato a pensare con la mente dei signori non musulmani, a vedere con i loro occhi e a tingersi dei loro colori.
Anche dopo aver ottenuto l’indipendenza, in seguito a diversi secoli di schiavitù, non hanno potuto abbandonare la schiavitù mentale; la sua inevitabile conseguenza è un’umiliazione senza fine anche nella vita terrena. Oggi l’intero mondo musulmano si trova nella stessa situazione. Invece di considerare Allah l’unico Dio, il Protettore e il Custode, e di affidarsi soltanto a Lui, sono diventati dipendenti dalla benevolenza delle forze false, nemiche dell’Islam. Di conseguenza, è stato dato alle fiamme il palazzo dell’Islam costruito dall’Ultimo Profeta (pace e benedizioni su di lui). E in quell’incendio stanno bruciando e morendo i musulmani: i musulmani della Palestina e del Libano, dell’Egitto, della Libia e dell’Algeria, e i musulmani dell’Iraq. In questo fuoco stanno ardendo e morendo i musulmani dell’Afghanistan. Anche la situazione dei musulmani degli altri Paesi è pressoché la stessa. Oggi i musulmani uccidono crudelmente altri musulmani. Essendo musulmani, appiccano il fuoco alla casa dell’Islam. Oggi i giovani musulmani nutrono un atteggiamento bellicoso contro l’Islam. È in corso una cospirazione ben pianificata per trasformare le future generazioni in una forza contraria all’Islam. Questa cospirazione continua incessantemente attraverso la letteratura, la cultura, la danza, la musica, la pornografia e i film osceni.
Questo è un aspetto del quadro doloroso della società musulmana. L’altro quadro, ancora più doloroso, è che, pur vedendo le fiamme dell’incendio divampare nella propria casa, nessuna nube nera di preoccupazione si addensa nei nostri cuori. Chiudiamo gli occhi su tutto e rimaniamo immersi nelle nostre attività quotidiane. Restiamo occupati con i rituali religiosi consueti e privi di vita. Siamo impegnati nelle khanqah, nelle madrase, nelle invocazioni e nei dhikr, in inutili esercitazioni nell’insegnamento della kalima. Il palazzo costruito dal Profeta Mustafa (pace e benedizioni su di lui) sta bruciando; invece di pensare a come spegnere l’incendio e di tentare di farlo, ci limitiamo a recitare su di esso salat e salam. Questo non può essere considerato un segno d’amore per il Profeta; deve piuttosto essere definito un estremo tradimento nei confronti del Profeta e dell’ideale da lui fondato.
Qual è il modo per salvarsi?
Se si vuole vivere, vi è una sola via: dobbiamo adempiere alle esigenze della fede sulla base della quale siamo chiamati musulmani. Per farlo, dobbiamo accogliere con cuore e anima il programma seguente e sforzarci con tutte le nostre forze di attuarlo.
Uno. Ognuno di noi deve rivolgersi al Corano di Allah e alla Sunnah del Suo ultimo Profeta. Dal Corano e dalla Sunnah, nonché dalla vita del nobile Profeta e dei suoi Compagni, dobbiamo conoscere la vera forma e la vera natura dell’Islam. Nell’epoca del declino dei musulmani, le correnti di pensiero esterne e le filosofie errate hanno ricoperto l’Islam di ignoranza; dobbiamo conoscere bene l’Islam presentato dal Sacro Corano e l’Islam istituito dal nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui).
Due. Ognuno di noi deve diventare un propagatore dell’Islam. Dobbiamo presentare alle persone il vero Islam. Ciò avrà successo quando ogni propagatore sarà, nella propria vita personale e familiare, l’incarnazione dell’Islam.
A questo scopo, più efficaci delle comuni assemblee di predicazione sono la diffusione su larga scala di affidabili commentari del Corano, degli hadith e di varie opere islamiche, nonché i colloqui e le discussioni attraverso incontri personali. Occorre scrivere e diffondere opere adatte ai giovani sui diversi aspetti dell’Islam.
Tre. Occorre organizzare gli studenti insieme all’educazione islamica, formarli concretamente nell’Islam, renderli capaci di affrontare le dottrine e le correnti di pensiero false, e unirsi tutti in una jamāʿah.
Finché non saranno formate persone dotate di una conoscenza islamica completa e di un carattere islamico, il fuoco appiccato al palazzo dell’Islam non si spegnerà. Anche quei musulmani che, chiudendo gli occhi davanti a ogni cosa e diventando egocentrici, si limitano a ostentare le pratiche e la moralità islamiche, finché questo fuoco continuerà ad ardere non potranno salvare da esso né se stessi né i propri discendenti. Alla fine, il fuoco si trasformerà nel fuoco dell’Inferno.
Il maggiore ostacolo all’attuazione del programma sopra esposto è la disunione dei musulmani, soprattutto della comunità degli ʿulamāʾ. Dobbiamo dimenticare le piccole controversie personali e interessate e unirci per salvare l’Islam e la comunità musulmana dall’aggressione della falsità. Se, Dio non voglia, a causa della disunione degli ʿulamāʾ le forze della falsità una volta si rafforzassero e si imponessero, la comunità degli ʿulamāʾ sarebbe la prima vittima del massacro dei musulmani: un esempio lo si è visto dopo la rivoluzione comunista in Russia e, in tempi recenti, anche in Afghanistan. La comunità degli ʿulamāʾ è l’erede ideologico e morale del Profeta.
Anche il Corano ha dichiarato che la caratteristica degli ʿulamāʾ è temere unicamente Allah (Arabo*****). Restare intimoriti e trepidanti per il timore di Allah, stabilire sulla terra l’ideale del Profeta (Arabo*****) e lottare per mantenerlo incontaminato: questo è il compito dell’erede del Profeta. Se si trascura tale compito, non si avrà nulla da rispondere davanti ad Allah.
Questa responsabilità non spetta soltanto agli ʿulamāʾ, ma a ogni musulmano. Un musulmano recide ogni forma di schiavitù, pone fine al dominio e alla signoria di tutti gli altri, assume la servitù verso il solo Allah l’Altissimo e si affida al Suo governo, alla Sua signoria e alla Sua autorità. Non può mai accettare la schiavitù dell’uomo né il suo dominio e la sua autorità. La legge di Allah è l’unica legge che deve osservare, e sotto la guida del Profeta condurrà tutta la propria vita. Pertanto, l’esigenza della fede di un musulmano è proprio questa: egli lotterà per attuare e rendere effettiva soltanto la legge di Allah a ogni livello della società, plasmerà la propria vita personale, familiare e sociale secondo l’ideale del Messaggero (pace e benedizioni su di lui), e porrà le basi dell’istruzione, della cultura e dello Stato. Soltanto riuscendo a fare tutto ciò potrà preservare la dignità con cui Allah l’Altissimo lo ha onorato quale Suo khalīfah.
Occorre ricordare bene che Allah l’Altissimo ha reso l’uomo possessore di ricchezze, gli ha donato conoscenza, intelletto e coscienza, gli ha concesso la capacità di scrivere, di parlare e di innovare, e lo ha elevato a diversi gradi, affinché adempisse correttamente sulla terra la propria responsabilità quale khalīfah o rappresentante di Allah. Tutti questi doni gli sono stati concessi perché li utilizzasse secondo la volontà di Allah. Concedendogli tali risorse, egli è stato sottoposto a una prova. Se spende le proprie ricchezze, la propria conoscenza, il proprio intelletto, la capacità di scrivere e quella d’innovare soltanto sulla via di Lui, per ottenere la soddisfazione di Allah, allora si deve comprendere che è riuscito ad adempiere il diritto della rappresentanza. Al contrario, se tali risorse vengono spese per interessi mondani e per soddisfare la sete delle passioni, egli si approprierà indebitamente delle ricchezze concesse da Allah e sarà colpevole del tradimento verso il Donatore.
L’esigenza della fede è proprio questa: tutto ciò che Allah ha donato all’uomo — tra i Suoi doni vi sono le mani, i piedi, gli occhi, le orecchie, la bocca e la mente — deve essere utilizzato per ottenere la soddisfazione del Donatore. Nulla di ciò può essere impiegato in una via o in un modo che renda insoddisfatto il Donatore. Utilizzarlo in contrasto con la volontà di Allah significherebbe, da un lato, commettere una grande ingiustizia contro tali organi e, dall’altro, fare ingiustizia a se stessi. Nel Giorno del Giudizio, questi organi accuseranno davanti ad Allah colui che li avrà utilizzati contro la loro volontà e contro la volontà di Allah l’Altissimo. Per questo, la persona alla quale tali organi erano stati affidati come un deposito, in qualità di rappresentante di Allah, dovrà subire una severa punizione.
Questo riguarda gli organi del corpo. All’uomo sono state concesse ricchezze, conoscenza e intelletto, insieme alla libera volontà e alla capacità di agire, per metterlo alla prova: li utilizzerà secondo i desideri delle proprie passioni o per ottenere la soddisfazione di Allah? La sua fede — che in realtà è un patto di servitù e obbedienza tra lui e Allah — esige proprio questo: sebbene gli sia stata concessa la libertà di utilizzare ciò che gli è stato dato in altre vie, egli deve impiegarlo sulla via di Allah. Questo è il compito del khalīfah o rappresentante.
Allah l’Altissimo ha creato l’uomo quale Suo khalīfah sulla terra. Il compito del khalīfah è soddisfare la volontà di Colui che lo ha nominato, osservare e applicare correttamente le Sue leggi; non è diventare egli stesso legislatore, né essere arbitrario, né pensare di non dover rendere conto a nessuno. Come nell’intero regno della natura si compie soltanto la volontà di Allah secondo le leggi naturali e si osservano le Sue leggi, così anche nella società umana devono vigere le Sue leggi, ma a rappresentarLo sarà l’uomo. L’uomo non è stato costituito governante e legislatore; è stato costituito rappresentante del vero Governante e Legislatore.
Pertanto, la responsabilità e il dovere innati dell’uomo consistono nell’applicare nella società umana la legge del suo Signore e Creatore, Allah l’Altissimo. È a causa della disobbedienza a questa legge che nella società umana sono scesi rovina e distruzione. La storia dell’umanità ne è testimone.
Coloro che non credono in Allah negano questa verità. Ma l’esigenza indispensabile della fede di coloro che credono è proprio questa: attraverso una lotta unita, essi renderanno effettive le leggi di Allah l’Altissimo a ogni livello della società e dello Stato e susciteranno nel popolo la disposizione e il desiderio di osservarle. La fonte della loro forza e della loro motivazione all’azione sarà il Corano di Allah, la vita del nobile Profeta e il metodo d’azione dei suoi Compagni, soprattutto il luminoso esempio del Califfato ben guidato.
Ciò che è stato detto sopra riguardo alla lotta unita significa che adempiere a tutte le esigenze della fede, ossia instaurare sulla terra di Allah soltanto la signoria, l’autorità, la legge e il governo di Allah, non è in alcun modo possibile da soli e in modo isolato. A tal fine bisogna appartenere a una jamāʿah islamica, il cui scopo sia lottare uniti sulla via di Allah. Il Corano la chiama «jihād fī sabīlillāh».
È motivo di speranza che quasi ovunque nel mondo sia iniziato un movimento unito per la rinascita e il ristabilimento dell’Islam. Possa Allah l’Altissimo concedere ai musulmani che professano la fede la capacità di gettarsi in questo movimento. Amīn.
— Fine —