La realtà della fede

La necessità della conoscenza per diventare musulmani

Ogni musulmano sa bene che, in questo mondo, l’Islam è una delle più grandi grazie di Allah l’Altissimo. Ogni musulmano rende grazie ad Allah l’Altissimo per averlo creato come membro della comunità di Hazrat Muhammad Mustafa, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, e per avergli concesso una grazia tanto grande quale l’Islam. Anzi, Allah l’Altissimo stesso ha proclamato che l’Islam è la più grande e migliore delle grazie concesse agli uomini. Egli ha detto:

الْيَوْمَ أَكْمَلْتُ لَكُمْ دِينَكُمْ وَأَتْمَمْتُ عَلَيْكُمْ نِعْمَتِي وَرَضِيتُ لَكُمُ الْإِسْلَامَ دِينًا ۚ

«Oggi ho perfezionato per voi la vostra legge di obbedienza (la legge della vita), ho completato la Mia grazia su di voi e ho scelto per voi l’Islam come legge della vostra vita.» (Sura al-Mā’ida: 3)

È dovere assoluto dei musulmani adempiere al diritto della grazia che Allah l’Altissimo ha concesso loro. Infatti, chi non adempie al diritto della benevolenza altrui è davvero ingrato. E la più grande ingratitudine consiste nel dimenticare questa immensa benevolenza di Allah l’Altissimo verso gli uomini. Ora, se mi chiedeste come si possa adempiere al diritto della benevolenza di Allah l’Altissimo, vi risponderei che, poiché Allah l’Altissimo vi ha creati membri della comunità di Hazrat Muhammad Mustafa, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, potrete adempiere al diritto di questa benevolenza di Allah l’Altissimo solo diventando suoi seguaci completamente e sinceramente. Poiché Allah l’Altissimo vi ha creati appartenenti alla comunità musulmana, per adempiere al diritto di questa Sua benevolenza e misericordia dovete essere musulmani autentici. Altrimenti, in nessun altro modo e con nessun mezzo potrete adempiere al «diritto» di questo Suo grande beneficio. E se non riuscirete o non vorrete adempiere a questo «diritto», sarete grandi colpevoli per tale ingratitudine. Che Allah protegga tutti noi da questo grande peccato. Amen.

Se poi mi chiedeste come si possa diventare musulmani completi, la risposta sarebbe molto ampia e lunga. In questo libro esporrò gradualmente e in dettaglio ciascuno dei suoi aspetti. Per prima cosa parlerò di una questione che è necessaria prima di ogni altra per diventare musulmani e che si può definire il primo passo sulla via per diventare musulmani.

Riflettete con calma per un momento: che cosa significa la parola «musulmano» che usate continuamente? Forse una persona porta con sé la religione islamica fin dal grembo materno? Si diventa musulmani semplicemente essendo figli o nipoti di un musulmano? Come si diventa brāhmani essendo figli di un brāhmano, chowdhury essendo figli di un chowdhury e shudra essendo figli di uno shudra, si può forse diventare musulmani semplicemente essendo figli di una persona chiamata musulmana? «Musulmano» è forse il nome di una stirpe o di una classe? Come si è inglesi nascendo tra gli inglesi e chowdhury nascendo nella stirpe dei chowdhury, così anche i musulmani vengono forse chiamati «musulmani» soltanto perché sono nati nella stirpe di una nazione chiamata «musulmana»? In risposta a tutte queste domande, non direte forse: «No, non si chiama musulmano in questo modo»? Nessuno nasce musulmano già dal grembo materno; si diventa musulmani accettando l’Islam, e abbandonando l’Islam una persona non rimane più musulmana, ma viene completamente espulsa dalla società musulmana. Chiunque sia — brāhmano o pathan, inglese o americano, bengalese o habshi — quando accetta l’Islam viene considerato musulmano. Invece, chi, pur essendo nato nella società «musulmana», non osserva le regole, le norme e le prescrizioni dell’Islam, non può essere considerato musulmano; non importa affatto che sia figlio di un sayyid o figlio di un pathan.

Dalle risposte alle mie domande precedenti si è appreso che la grande benedizione di Allah Taʿālā, la benedizione di essere musulmani che avete ricevuto, non è qualcosa di innato: non la si ottiene semplicemente venendo al mondo dal grembo della propria madre, né è qualcosa che rimarrà sempre con voi spontaneamente per tutta la vita, che vi prestiate attenzione o meno. È una benedizione che si consegue con lo sforzo; per ottenerla dovete impegnarvi adeguatamente. Se la conquistate attraverso l’impegno e la dedizione, allora potrete possederla; ma se non ve ne curate affatto, sarete privati della sua bellezza (Dio ce ne scampi).

È dunque dimostrato che l’uomo diventa musulmano accettando l’Islam. Ma che cosa significa accettare l’Islam? Bisogna forse considerare musulmano chiunque gridi a parole: «Sono musulmano» o «Sono diventato musulmano»? Oppure si diventa musulmani semplicemente pronunciando alcune parole in arabo senza comprenderle, come fanno i brahmani adoratori recitando alcuni mantra sanscriti senza capirli? È forse questo il significato di accettare l’Islam? In risposta a questa domanda, non direte forse che accettare l’Islam non significa questo? Accettare l’Islam significa comprendere gli insegnamenti e il sistema impartiti da Hazrat Muhammad Mustafa, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, credervi sinceramente come veri, adottarli come unico scopo e modello della propria vita e agire di conseguenza: questo è il significato di accettare l’Islam. Pertanto, chi non farà ciò non potrà diventare musulmano. Dalla vostra risposta emerge dunque che accettare l’Islam significa, innanzitutto, conoscerlo e comprenderlo e, dopo averlo compreso, tradurlo in pratica. Una persona può diventare brahmano senza sapere nulla, perché è nata in una famiglia brahmana e quindi rimarrà brahmano; può diventare anche un Chowdhury senza sapere nulla, poiché è nata da un Chowdhury e resterà Chowdhury. Ma nessuno può diventare musulmano senza conoscere l’Islam; non si diventa musulmani solo nascendo da un musulmano: si diventa musulmani soltanto conoscendo, comprendendo e credendo nell’Islam e agendo di conseguenza. Riflettete: com’è possibile credere negli insegnamenti e nel sistema di vita di Hazrat Muhammad Mustafa, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, e agire di conseguenza senza conoscerli? E come può una persona diventare musulmana senza conoscere, comprendere e credere? È dunque evidente che è assolutamente impossibile diventare e rimanere musulmani nell’ignoranza. Non tutti coloro che sono nati in una famiglia musulmana, che si identificano come musulmani e si proclamano musulmani sono in realtà musulmani. In realtà è musulmano colui che sa che cosa sia l’Islam e, dopo averlo compreso e ponderato, vi ha creduto come nella verità. La differenza tra miscredenti e musulmani non consiste nei nomi. Perciò non si può dire che uno sia indù perché si chiama Ramprasad e che un altro sia musulmano perché si chiama Abdullah. Inoltre, la vera differenza tra miscredenti e musulmani non consiste semplicemente nell’abbigliamento. Non si può quindi considerare indù uno perché indossa un dhoti e musulmano un altro perché indossa un pigiama o un lungi. Al contrario, la vera differenza tra musulmani e miscredenti è la differenza nella conoscenza di entrambi. Un uomo è miscredente perché non sa quale rapporto abbia con il suo Creatore né quale sia il modo autentico di vivere secondo il Suo comandamento. Ma se anche la condizione di un figlio di musulmani fosse questa, sotto quale aspetto si potrebbe distinguere da un miscredente? E come potreste distinguere tra i due, chiamando uno miscredente e l’altro musulmano? È necessario riflettere su queste parole con grande attenzione e calma. Ottenere e preservare la grande benedizione di Allah Taʿālā per la quale rendete grazie dipende interamente dalla conoscenza. Senza conoscenza l’uomo non può ottenerla; e anche se ne acquisisce una piccola parte, è estremamente difficile conservarla. Rimangono sempre radicate nella mente la paura di perderla e una inquieta apprensione. Alcune persone, pur non essendo musulmane, si considerano musulmane: l’unica ragione è la loro ignoranza. Chi non sa affatto quale sia la differenza tra l’Islam e il kufr, e tra l’Islam e lo shirk, è come un viandante su una strada immersa nelle tenebre: mentre cammina sulla retta via, non saprà quando i suoi piedi scivoleranno spontaneamente o devieranno verso un’altra strada. Procedendo nel cammino della vita, non si accorgerà nemmeno di quando si sarà allontanato dalla retta via. Può persino accadere che, lungo il percorso, uno Shaytan ingannatore gli dica: «Amico, ti sei smarrito nell’oscurità; vieni con me, ti condurrò alla tua destinazione». Il povero viaggiatore delle tenebre, non riuscendo a vedere con i propri occhi la via retta e corretta, proprio a causa della sua ignoranza affiderà la propria mano a un Dajjal e comincerà a seguirlo; e non vi sarà modo di sapere dove questi lo condurrà dopo averlo sviato. È caduto in un pericolo tanto grande perché non possiede luce dentro di sé e non è in grado di vedere, riconoscere e seguire da solo i segni della via. Ma se possiede la luce, non smarrirà la strada e nessun altro potrà traviarlo e condurlo fuori via. Per questo potete comprendere quanto sia pericoloso per un musulmano essere ignorante riguardo all’Islam e non conoscere bene le norme presentate dal Sacro Corano e gli insegnamenti impartiti da Hazrat Muhammad Mustafa, che Allah lo benedica e gli conceda la pace. A causa di questa ignoranza egli stesso può smarrirsi e un altro Dajjal può condurlo verso la perdizione. Se invece possiede la luce della conoscenza, potrà vedere la retta via dell’Islam in ogni circostanza e a ogni passo della vita. A ogni passo potrà riconoscere e evitare le vie tortuose e le azioni proibite che gli si presenteranno: il kufr, lo sviamento, il peccato, la zina, l’haram e così via. E se qualcuno che svia dalla retta via si presenterà a lui, potrà riconoscerlo dopo aver ascoltato appena poche delle sue parole. Comprenderà chiaramente che quell’uomo è uno che svia dalla retta via e che non bisogna in alcun modo seguirlo.

La conoscenza, o ʿilm, di cui ho parlato è ciò da cui dipende interamente che voi e i vostri figli e discendenti diventiate e rimaniate musulmani. Non è una cosa ordinaria, né si può trascurare. Il contadino non è negligente nel lavoro dei suoi campi, non trascura di irrigarli e di proteggere il raccolto, né trascura di dare erba e foraggio alle sue vacche e ai suoi vitelli. Infatti, se fosse negligente in queste cose, rischierebbe di morire di fame e persino di perdere la vita. Ma perché l’uomo è così trascurato nell’acquisire la conoscenza dalla quale dipende il diventare e rimanere musulmani? Non c’è forse il rischio che una benedizione tanto cara e preziosa quanto l’īmān vada perduta? L’īmān non è forse più caro della vita? I musulmani dedicano tanto tempo e tanta fatica a salvaguardare la vita: non possono forse dedicare alla protezione dell’īmān neppure un decimo di ciò?

Non sto dicendo che ciascuno di voi debba diventare un maulvi, leggere grandi libri e diventare un grandissimo ‘allama dopo aver dedicato dieci o dodici anni della propria vita esclusivamente allo studio. Per diventare musulmani non è necessario studiare così tanto né conseguire una grande laurea. Voglio soltanto dire che, nelle ventiquattro ore del giorno e della notte, dedichiate appena un’ora allo studio del sapere religioso (della conoscenza islamica). Almeno ogni musulmano—bambino, giovane o anziano—deve acquisire quel tanto di sapere o conoscenza grazie al quale possa comprendere lo scopo della rivelazione del Sacro Corano, capirlo bene e assimilarlo profondamente. Deve inoltre conoscere bene ciò che Hazrat Muhammad Mustafa, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, venne a rimuovere: le ingiuste superstizioni, e ciò che venne a stabilire al loro posto; così potrà anche familiarizzarsi adeguatamente con le norme speciali che Allah Ta‘ala ha stabilito per la vita degli esseri umani. Per acquisire questa quantità di sapere non occorre molto tempo; e se la fede è davvero una cosa cara a qualcuno, dedicare soltanto un’ora a questo compito non gli sarà affatto difficile.

La particolare differenza tra il musulmano e il miscredente

Ogni musulmano sa certamente che la dignità e l’onore del musulmano sono molto superiori a quelli dei miscredenti. Allah Ta‘ala ama il musulmano e non ama il miscredente. I peccati del musulmano saranno perdonati, mentre per le colpe del miscredente non vi è alcun perdono. Il musulmano andrà in Paradiso e il miscredente all’Inferno. È tuttavia necessario riflettere un po’ più profondamente sul motivo per cui esiste una differenza così grande tra il musulmano e il miscredente.

Come i miscredenti sono figli di Hazrat Adamo, che la pace sia su di lui, così lo sono i musulmani. I musulmani sono esseri umani, e anche i miscredenti sono esseri umani. Come i musulmani, anch’essi hanno mani e piedi, occhi e orecchie, e ogni altra cosa. Anch’essi respirano l’aria di questa terra, vivono su questo suolo e si nutrono. La loro nascita e la loro morte avvengono proprio come quelle dei musulmani. Lo stesso Allah che ha creato i musulmani ha creato anche loro. Perché dunque la posizione dei musulmani dovrebbe essere elevata e la loro bassa? Perché il musulmano dovrebbe andare in Paradiso e loro essere gettati nell’Inferno? È necessario riflettere attentamente su questa questione. Alcuni musulmani hanno nomi come Abdullah, Abdur Rahman o altri nomi simili, e per questo sono musulmani. Altri hanno nomi come Dinanath, Tara Singh, Robertson e così via, e perciò sono miscredenti; oppure i musulmani si fanno circoncidere, mentre loro no; i musulmani mangiano carne bovina, mentre loro non la mangiano: soltanto per queste ragioni non può esserci una differenza così grande tra gli esseri umani. Poiché è Allah Ta‘ala ad aver creato tutti gli esseri umani e a prendersi cura di tutti loro, Egli non può mai commettere un’ingiustizia tanto grande. Non è dunque possibile che, per questioni così insignificanti, Egli stabilisca una differenza così grande tra gli uomini e getti senza motivo all’Inferno una classe di esseri umani da Lui stesso creati.

Se davvero non è così, bisogna riflettere per capire dove si trovi la vera differenza tra i due. In realtà, l’unica vera differenza tra loro consiste nella miscredenza e nell’Islam. Islam significa obbedire ad Allah Ta‘ala, mentre miscredenza significa negare Allah, disobbedirGli e ribellarsi ad Allah Ta‘ala. Sia il musulmano sia il miscredente sono esseri umani, creature di Allah Ta‘ala, servi sottomessi al Suo comando. Tuttavia uno è superiore all’altro perché riconosce il proprio vero Padrone, obbedisce ai Suoi ordini e teme le dolorose conseguenze della disobbedienza a Lui. L’altro, invece, non riconosce il proprio Padrone, non teme le dolorose conseguenze della disobbedienza a Lui e non obbedisce ai Suoi ordini; per questo precipita nella perdizione. Per questa ragione Allah Ta‘ala è scontento dei miscredenti, ha promesso al musulmano di ammetterlo in Paradiso e ha minacciato il miscredente di gettarlo nell’Inferno.

Da ciò si comprende che il musulmano si distingue dal miscredente soltanto sulla base di due cose: primo, l’ilm, ossia la conoscenza; secondo, l’amal, ossia le opere. Ogni musulmano deve dunque anzitutto sapere chi è il suo vero Padrone. Dopo aver appreso in dettaglio ciò che Lo rende soddisfatto e ciò che Lo rende insoddisfatto, deve rendersi completamente obbediente al vero Padrone, seguire la Sua volontà e rinunciare alla propria libertà e al proprio arbitrio. Se il suo cuore desidera qualcosa che è contrario alla volontà del “Padrone”, non ascolterà ciò che desidera lui stesso, ma ascolterà il “Padrone”. Se un’azione gli sembra buona, ma il Padrone non la considera buona, la considererà cattiva. Se invece un’azione gli sembra molto cattiva, ma il “Padrone” la considera buona, e se un’azione gli sembra dannosa per lui, ma il “Padrone” gli ordina di compierla, allora la compirà certamente, per quanto possano essere grandi i danni alla sua vita e ai suoi beni. Se poi un’azione gli sembra vantaggiosa, ma il “Padrone” gli vieta di compierla, non la compirà mai, anche se con essa potesse ottenere tutte le ricchezze del mondo. È proprio grazie a questo ilm e a questo tipo di amal che il musulmano è il servo prediletto di Allah Ta‘ala. La misericordia di Allah Ta‘ala discende su di lui ed Egli gli conferisce onore. Il miscredente, invece, non sa nulla delle questioni sopra menzionate e, proprio per la sua ignoranza, le sue azioni non sono conformi ad esse, poiché è completamente ignorante riguardo ad Allah Ta‘ala e Gli è un servo disobbediente. Di conseguenza, sarà privato della grazia di Allah Ta‘ala.

La conclusione di questa discussione è che chi si presenta come musulmano, ma è ignorante e insipiente proprio come un miscredente e disobbediente ad Allah Ta‘ala, non può in alcun modo essere superiore al miscredente soltanto per la differenza di nome, abbigliamento e cibo; né per alcun motivo potrà essere meritevole della misericordia di Allah Ta‘ala in questo mondo e nell’Aldilà.

L’Islam non è il nome di una nazione, di una discendenza o di una comunità. Pertanto non si può ottenerlo automaticamente dal padre, né trasmetterlo automaticamente dal figlio al nipote. Anche se il figlio di un bramino è ignorante e privo di carattere, viene considerato degno della posizione di bramino e appartenente a una stirpe elevata soltanto perché è figlio di un bramino. Il figlio di un ciabattino, invece, rimane vile e disprezzato anche se è istruito e virtuoso, perché è nato nella casa di una casta bassa come quella dei ciabattini. Nell’Islam, però, tali privilegi di discendenza o di tribù non hanno il minimo posto. Qui Allah Ta‘ala ha dichiarato chiaramente nel Suo Sacro Libro, il Corano:

اِنَّ اَكۡرَمَكُمۡ عِنۡدَ اللّٰهِ اَتۡقٰٮكُمۡ‌ؕ

«Tra voi, colui che teme maggiormente Allah Ta’ala e osserva più di tutti i Suoi comandi, è proprio il più onorato ai Suoi occhi.»

Hazrat Ibrahim, pace su di lui, nacque nella casa di un idolatra; ma, dopo aver riconosciuto Allah Ta’ala, obbedì ai Suoi comandi. Per questo Allah Ta’ala lo fece guida, o imam, di tutti i mondi. Il figlio di Hazrat Nuh, pace su di lui, nacque nella casa di un profeta; ma, poiché non riuscì a riconoscere Allah Ta’ala, Gli disobbedì. Perciò il suo lignaggio non fu tenuto in considerazione. Anzi, la punizione inflittagli fu tale che tutto il mondo può trarne una lezione. Comprendete dunque che ogni differenza tra gli uomini agli occhi di Allah Ta’ala dipende soltanto dall’ilm e dall’amal, dalla conoscenza e dalle azioni. Nel mondo e nell’Aldilà possono ricevere il Suo favore soltanto coloro che Lo riconoscono secondo la Legge da Lui rivelata e la seguono.

Ma coloro nei quali questa qualità non si trova, si chiamino Abdullah oppure Abdur Rahman, Dinanath oppure Tarasingh, agli occhi di Allah Ta’ala non vi è alcuna differenza tra loro: nessuno di essi può avere il diritto di ricevere il favore di Allah Ta’ala.

I musulmani si considerano musulmani e credono che la misericordia di Allah Ta’ala discenda sui musulmani. Ma aprite un poco gli occhi e guardate: il favore di Allah Ta’ala sta davvero discendendo su di loro? Lasciando da parte per il momento la questione dell’Aldilà, è necessario osservare almeno una volta la misera condizione in cui si trovano i musulmani in questo mondo.

Se il musulmano fosse davvero un servo prediletto di Allah Ta’ala, perché mai quei prediletti di Allah dovrebbero essere umiliati e disonorati in tanti modi nel mondo? Allah sarebbe forse ingiusto (Dio non voglia)? Se il musulmano conoscesse il “diritto” di Allah Ta’ala e osservasse i Suoi comandi, perché Egli dovrebbe porre i Suoi servi disobbedienti a capo dei musulmani? E per quale motivo dovrebbe punirli in cambio della loro obbedienza? Allah Ta’ala non è certamente ingiusto, e in cambio dell’obbedienza a Lui non vi sono né disonore né punizione. Se si crede fermamente a ciò, bisogna riconoscere che vi è qualche difetto nella pretesa dei musulmani di essere musulmani. I loro nomi sono certamente registrati come musulmani negli uffici governativi; ma al cospetto di Allah Ta’ala non si giudicherà in base al certificato di quell’ufficio governativo. Allah Ta’ala ha un Suo registro, completamente diverso. È dunque necessario verificare se nel Suo registro i nomi dei musulmani siano scritti nell’elenco dei Suoi servi obbedienti oppure in quello dei disobbedienti. Allah Ta’ala ha inviato ai musulmani un Libro, affinché, leggendolo, possano riconoscere il vero “Padrone”; ma i musulmani hanno mai fatto anche il minimo sforzo per conoscere ciò che è scritto in quel Libro? Allah Ta’ala ha inviato loro un Profeta, che ha insegnato loro il modo e le regole per diventare musulmani; ma si sono mai preoccupati di sapere quale insegnamento abbia impartito il Suo Profeta quando venne nel mondo? Allah Ta’ala ha indicato loro la via per ottenere onore in questo mondo e nell’Aldilà; ma stanno percorrendo quella via? Allah Ta’ala ha spiegato una per una le azioni che rendono gli uomini umiliati e disonorati in questo mondo e nell’Aldilà; ma il musulmano ha abbandonato tali azioni? Quale risposta si può dare a queste domande? Se si ammette che, così come i musulmani non hanno cercato di acquisire alcuna conoscenza dal Libro di Allah Ta’ala, allo stesso modo non hanno seguito neppure minimamente la via da Lui indicata, allora in che modo sono diventati musulmani e in che modo pretendono una ricompensa? Ricevono un risultato conforme al tipo di islamità che rivendicano, e una ricompensa dello stesso genere riceveranno anche nell’Aldilà.

Ho detto fin dall’inizio che tra musulmano e miscredente non vi è alcuna differenza se non nell’ilm e nell’amal, nella conoscenza e nelle azioni. Se la conoscenza e le azioni di qualcuno sono come quelle di un miscredente e, nonostante ciò, egli si presenta come musulmano, bisogna capire che non vi è nessun bugiardo pari a lui. Il miscredente non legge il Sacro Corano e non sa che cosa vi sia scritto. Ma se anche la condizione del musulmano è questa, con quale diritto può definirsi musulmano? I miscredenti non sanno nulla dell’insegnamento che il Profeta Mustafa, pace e benedizioni di Allah su di lui, ha lasciato agli uomini del mondo, né della retta via che ha mostrato per ottenere la vicinanza ad Allah Ta’ala. Se ora anche il musulmano è altrettanto ignorante, come si può chiamarlo “musulmano”? Il miscredente non vive secondo la volontà di Allah, ma secondo la propria volontà; se anche il musulmano è soggetto a una simile arbitrarietà, è altrettanto negligente e incurante verso Allah e diventa schiavo obbediente dei propri desideri, quale diritto ha di definirsi “musulmano”, cioè “colui che osserva i comandi di Allah”? Il miscredente non distingue tra halal e haram. Qualunque azione gli sembri fonte di profitto o piacere, la compie senza esitazione, sia essa halal o haram agli occhi di Allah Ta’ala. Se anche il musulmano adotta questo principio, quale differenza rimane tra lui e il miscredente? In breve, se anche il musulmano, come il miscredente, è ignorante riguardo all’Islam e se le azioni del miscredente e del musulmano sono uguali, perché mai nel mondo dovrebbero ricevere onore soltanto i musulmani invece dei miscredenti? E per quale motivo i musulmani non dovrebbero subire nell’Aldilà la punizione proprio come i miscredenti? È una questione così grave che dobbiamo riflettere con calma su di essa.

Non vi è motivo di pensare che io stia annoverando i musulmani tra i miscredenti, poiché ciò non sarebbe mai giusto. Anch’io rifletto profondamente su questa questione e desidero che ogni membro della nostra società vi rifletta. Perché siamo privati della misericordia di Allah Ta‘ala? Perché da ogni parte si abbattono su di noi tante calamità? Perché coloro che consideriamo «miscredenti», cioè servi disobbedienti ad Allah, prevalgono su di noi in ogni ambito? E perché noi, che pretendiamo di obbedire agli ordini di Allah, siamo invece sconfitti ovunque? Più rifletto sulle cause di tutto ciò, più si rafforza in me la convinzione che oggi tra noi e i miscredenti vi sia rimasta soltanto una differenza nominale. Nei fatti, nel mostrare negligenza, mancanza di timore e disobbedienza verso Allah Ta‘ala, non siamo affatto inferiori ai miscredenti. Tra loro e noi esistono certamente alcune piccole differenze, ma per questo non possiamo sperare in alcuna ricompensa o premio; anzi, proprio per questo meritiamo una punizione maggiore. Infatti sappiamo che il Corano è il Libro di Allah Ta‘ala, eppure lo trattiamo proprio come i miscredenti. Sappiamo che il Profeta Muhammad Mustafa, sallallahu ‘alayhi wa sallam, è il vero, il migliore e l’ultimo dei profeti, eppure abbiamo abbandonato il suo seguito proprio come i miscredenti. Sappiamo che Allah Ta‘ala ha maledetto i bugiardi e ha dichiarato che tanto chi prende tangenti quanto chi le offre finirà certamente all’Inferno; ha definito peccatori abominevoli tanto chi prende interessi quanto chi li paga. Ha paragonato chi semina discordia e chi sparla al mangiare la carne del proprio fratello, e ha minacciato una severa punizione per l’oscenità e l’impudenza. Eppure, pur sapendo tutto ciò, continuiamo a compiere queste azioni con la stessa spregiudicatezza dei miscredenti. Sembra proprio che in noi non vi sia alcun timore di Allah. Perciò, anche se rispetto ai miscredenti siamo in qualche misura «musulmani», non ne vediamo alcun riflesso nella nostra vita; al contrario, riceviamo soltanto punizioni, in molti modi e da ogni direzione. Le vittorie dei miscredenti su di noi e le nostre continue sconfitte sono la punizione per questa colpa. Ci è stato concesso il grande dono dell’Islam, eppure non ne abbiamo apprezzato neppure un minimo: quale colpa potrebbe essere più grave di questa?

Non ho detto nulla di quanto sopra con l’intento di rimproverare qualcuno, né ho preso la penna per rimproverare. Il mio vero scopo è che si faccia uno sforzo per recuperare tutto ciò che abbiamo perduto. Una persona comincia a pensare di recuperare ciò che ha smarrito proprio quando arriva a sapere e comprendere con certezza che cosa ha perduto e quanto fosse prezioso. Per questo cerco di mettere in guardia i musulmani: se riacquisteranno la consapevolezza e comprenderanno di aver perduto qualcosa di veramente inestimabile, allora cercheranno di riaverlo.

Nel primo saggio ho detto che, affinché un musulmano diventi veramente musulmano, la prima cosa assolutamente necessaria è un’autentica educazione islamica e una vera conoscenza dell’Islam. Qual è l’insegnamento del Sacro Corano? Qual è la via mostrata dal Santo Rasul? Che cos’è l’Islam? In quale ambito risiede la differenza fondamentale tra miscredenza e Islam? È indispensabile che ogni musulmano conosca chiaramente queste questioni. Senza questa conoscenza nessuno può essere musulmano. Ma, purtroppo, essi non fanno alcuno sforzo per acquisire tale ‘ilm. Da ciò si comprende che finora non hanno capito quanto siano privati di una grazia e di una misericordia così grandi. Una madre non dà il latte al bambino finché questi non comincia a piangere; l’assetato cerca da sé l’acqua non appena avverte la sete, e Allah gliela fa trovare. Se i musulmani stessi non hanno sete, anche se un pozzo pieno d’acqua venisse portato alle loro labbra, ciò non servirebbe a nulla. Dovrebbero comprendere da sé quanto grande e terribile sia il danno derivante dall’ignoranza riguardo all’Islam. Il Libro di Allah Ta‘ala è già in loro possesso, eppure non sanno che cosa chiedono ad Allah Ta‘ala nella preghiera: che cosa potrebbe essere più sventurato di questo? Non conoscono neppure il significato della ‘kalimah’ con cui entrano nell’Islam. Non sanno nemmeno quali responsabilità ricadano su di loro recitando questa kalimah. In verità, per un musulmano non può esserci danno o sventura maggiore di questa. Tutti sanno quale sia la conseguenza della rovina dei campi e delle coltivazioni. Nessuno dubita che, se il raccolto va perduto, si dovrà morire di fame. Ma essi non riescono a percepire quanto terribile e spaventosa sia la conseguenza dell’ignoranza riguardo all’Islam. Quando però riusciranno a percepire questo danno, saranno loro stessi a sforzarsi di salvarsi dalla morsa di una perdita così terribile; allora, insha’Allah, si provvederà anche a salvarli da questo danno.

Un tema su cui riflettere

Nel mondo attuale, soltanto presso i musulmani la Parola di Allah Ta‘ala è ancora presente completamente intatta e immutata. Le parole del Corano che furono rivelate al Profeta di Allah sono rimaste fino a oggi esattamente come allora. Sotto questo aspetto, non vi è dubbio che i musulmani del mondo siano una nazione fortunata. Eppure questi stessi musulmani del mondo sono gli unici sventurati: pur avendo presso di sé la Sacra Parola di Allah Ta‘ala nella sua forma originale, sono privati delle sue benedizioni e delle sue infinite grazie.

Il Sacro Corano fu rivelato loro affinché lo leggessero, lo comprendessero e agissero secondo esso. Esso venne per conferire loro forza e onore. Venne per farne i veri «khalifah» di Allah sulla terra. E la storia testimonia che, finché si attennero alla guida del Corano, esso li mantenne come i migliori capi del mondo. Oggi, invece, non usano il Corano per altro che per scacciare jinn e fantasmi. Scrivono i suoi versetti e li appendono al collo, li scrivono, li sciolgono nell’acqua e la bevono; lo recitano senza comprenderlo, al solo scopo di accumulare meriti, ma oggi non chiedono a esso la guida. Non chiedono al Corano quale debba essere la loro fede religiosa. Non gli chiedono come debbano essere le loro azioni, quale debba essere il loro carattere, come debbano vivere in questo mondo, come debbano condurre i loro rapporti e affari, secondo quali regole debbano stringere amicizia o inimicizia con gli altri, quali siano i loro doveri verso gli altri servi di Allah e verso loro stessi, e come debbano adempiervi; di chi debbano osservare gli ordini nel mondo e a chi debbano disobbedire; con chi sia opportuno mantenere rapporti e con chi no; chi siano i loro alleati e chi i loro nemici; attraverso che cosa otterranno onore e successo; con quali attività conseguiranno ricchezza e quali cose possano causare il loro fallimento e la loro rovina. I musulmani hanno ormai smesso di chiedere al Corano le risposte a tutte queste domande. Ora chiedono consiglio su tali questioni ai miscredenti, agli idolatri, agli sviati e agli egoisti, nonché a Satana, che è il nafs; e agiscono secondo i consigli di costoro. Perciò è accaduto proprio ciò che può derivare dal seguire gli ordini altrui invece di quelli di Allah. Ed è proprio questo risultato che oggi stanno assaporando fino alle ossa nei diversi Paesi del mondo e nelle varie regioni di ciascun Paese. Il Sacro Corano è la fonte di ogni bene: qualunque tipo e qualunque misura di bene le persone chiederanno a esso, tale bene e in tale misura esso concederà. Se gli chiedono di scacciare jinn e fantasmi, di curare raffreddore e tosse, di vincere cause e controversie, di ottenere un lavoro e simili cose piccole e vili, esso concederà proprio quelle. E se desiderano ottenere il regno del mondo, la leadership e l’autorità su tutta la creazione, concederà loro anche questo. Anzi, se desiderano giungere presso il Trono di Allah, il Corano li condurrà fin lì. In realtà, tutto dipende dalla capacità del recipiente. Oggi essi prendono soltanto due gocce d’acqua dal grande oceano, mentre l’oceano potrebbe concedere loro un grande fiume.

Il modo incongruo in cui i nostri fratelli musulmani trattano il Libro sacro di Allah è talmente ridicolo che, se vedessero qualcun altro comportarsi nello stesso modo in una qualsiasi faccenda mondana, non mancherebbero di deriderlo, anzi lo riterrebbero pazzo. Se qualcuno si facesse scrivere da un medico una ricetta, la avvolgesse in un panno e se la legasse al collo, oppure la lavasse nell’acqua e poi la bevesse, che cosa direste di lui? Non ridereste forse vedendo ciò che fa e non lo considerereste un completo idiota? Eppure, davanti ai vostri occhi, giorno e notte, si tratta proprio in questo modo la ricetta incomparabile che il più grande dei medici vi ha prescritto allo scopo di curare le vostre malattie e guarirvi. Tuttavia, ciò non suscita in nessuno neppure il minimo sorriso. Nessuno riflette sul fatto che una ricetta non è fatta per essere appesa al collo o lavata e bevuta: è stata scritta affinché, secondo le sue indicazioni, si prepari il medicamento e lo si utilizzi.

Se una persona malata prendesse un libro di medicina o di medicina tradizionale, cominciasse a leggerlo e pensasse che, leggendolo, tutte le malattie scomparirebbero da sole, che cosa direste di lei? Non direste forse che ha perso la ragione e che bisogna mandarla in manicomio? Eppure, ahimè, il modo in cui trattate il grande Libro che Allah Taʿālā, l’unico Grande Medico, ha fatto discendere per curare le vostre malattie è esattamente lo stesso. Lo leggete e pensate che, soltanto leggendolo, tutte le malattie scompariranno; non ritenete affatto necessario agire secondo le sue prescrizioni. E non ritenete neppure necessario abbandonare le cose che questo Libro considera dannose e ordina di evitare. Allora, perché non esprimete su voi stessi lo stesso giudizio che esprimete su chi ritiene sufficiente leggere un libro per eliminare una malattia?

Se ricevete una lettera in una lingua che non conoscete, correte subito da qualcuno che conosce quella lingua per scoprirne il significato. Finché non riuscite a comprenderlo, non avete neppure un momento di tranquillità. Vi agitate in questo modo per una lettera riguardante i comuni affari, dalla quale forse potrete ricavare un vantaggio di pochi spiccioli, non di più. Ma la lettera che vi è giunta da Allah, Signore di tutti i mondi, e nella quale sono contenuti tutti i benefici della vostra vita terrena e dell’Aldilà, la lasciate trascurata; in voi non nasce né il minimo interesse né alcuna inquietudine per conoscerne il significato. Non è forse davvero sorprendente? Non dico queste cose per scherzo o per divertimento. Se riflettete su ciò, il vostro stesso cuore vi dirà che la più grande ingiustizia del mondo è quella commessa contro questo magnifico Libro di Allah. E questa ingiustizia è commessa proprio da coloro che dichiarano di avere fede in questo Libro e proclamano di essere pronti persino a dare la vita per esso. Tutti conoscono il risultato dell’oppressione contro la Parola di Allah. Comprendete bene: la Parola di Allah non è giunta agli uomini perché, pur avendola ricevuta, essi restino nella sventura, nel dolore e nelle calamità. Il Sacro Corano è l’unica fonte di felicità e di successo; non può essere causa di sventura e di abiezione. Allah Taʿālā stesso ha detto:

طه (١) مَآ أَنزَلۡنَا عَلَيۡكَ ٱلۡقُرۡءَانَ لِتَشۡقَىٰٓ (٢)

«Ṭā-Hā — O Profeta! Non ti abbiamo fatto discendere il Corano perché, nonostante ciò, tu restassi infelice.» (Sura Ṭā-Hā: 1-2)

Per mezzo di esso non vi è alcun timore che la sorte dell’uomo peggiori o che egli divenga il più spregevole di tutti. È assolutamente impossibile che una nazione, pur avendo presso di sé la Parola di Allah, venga umiliata e disonorata, sottomessa ad altri, insultata e calpestata, prigioniera dei vincoli della schiavitù, con tutta la propria autorità affidata ad altri e cacciata e perseguitata da altri come bestie. Una condizione tanto dolorosa può colpire quella nazione proprio quando comincia a commettere ingiustizia contro la Parola di Allah. La condizione dei Figli d’Israele non vi è ignota. Furono fatti discendere su di loro la Torah e il Vangelo, e fu detto:

٦٦ وَلَوْ أَنَّهُمْ أَقَامُوا التَّوْرَاةَ وَالْإِنْجِيلَ وَمَا أُنْزِلَ إِلَيْهِمْ مِنْ رَبِّهِمْ لَأَكَلُوا مِنْ فَوْقِهِمْ وَمِنْ تَحْتِ أَرْجُلِهِمْ ۚ مِنْهُمْ أُمَّةٌ

«Se avessero osservato la Torah, il Vangelo e gli altri Libri che erano stati fatti discendere su di loro, avrebbero ricevuto il sostentamento dall’alto del cielo e dalla terra sarebbero sgorgati per loro gli alimenti.» (al-Māʾida: 66)

Ma essi avevano fatto torto a queste parole di Allah l’Altissimo e, di conseguenza:

وَضُرِبَتْ عَلَيْهِمُ الذِّلَّةُ وَالْمَسْكَنَةُ وَبَاءُوا بِغَضَبٍ مِنَ اللَّهِ ۗ ذَٰلِكَ بِأَنَّهُمْ كَانُوا يَكْفُرُونَ بِآيَاتِ اللَّهِ وَيَقْتُلُونَ النَّبِيِّينَ بِغَيْرِ الْحَقِّ ۗ ذَٰلِكَ بِمَا عَصَوْا وَكَانُوا يَعْتَدُونَ

«L’umiliazione e la miseria furono imposte loro, ed essi furono circondati dall’ira di Allah. Ciò avvenne perché avevano cominciato a negare i segni di Allah e a uccidere ingiustamente i profeti. Inoltre, ciò avvenne perché disobbedivano ad Allah e oltrepassavano i limiti che Allah l’Altissimo aveva stabilito per loro.» (Sura al-Baqara: 61)

Pertanto, quando una comunità, pur possedendo il Libro di Allah, è umiliata, calpestata, sottomessa agli altri e più debole degli altri nel mondo, dovete senz’altro ritenere che essa stia certamente facendo torto alle parole di Allah. E non può esserci altra causa fondamentale della tempesta di dolori e calamità che si abbatte su di essa. Essi devono smettere di fare torto alle parole di Allah e impegnarsi ad adempiere pienamente al loro «diritto». Se non vi asterrete da questo grande peccato, la vostra condizione abietta non cambierà in alcun modo. (Anche se apriste college in ogni villaggio, se ciascuno dei vostri figli diventasse laureato e, facendo affari a interesse come gli ebrei, diventasse multimilionario, il risultato, in realtà, non sarebbe nulla).

Ogni musulmano deve innanzitutto sapere chi è un musulmano e quale sia il significato della parola «musulmano». Infatti, se una persona non sa che cosa sia l’umanità e quale differenza vi sia tra l’uomo e l’animale, comincerà ad agire come una bestia e non comprenderà il valore della propria umanità. Allo stesso modo, se qualcuno non sa che cosa significhi essere musulmano e come si possa distinguere tra un musulmano e un non musulmano, comincerà ad agire come un non musulmano e non riuscirà a preservare alcun onore della propria appartenenza all’Islam. Pertanto, ogni musulmano e ogni figlio di musulmano deve comprendere bene quale sia il significato dell’essere musulmano che egli attribuisce a se stesso. Quale cambiamento e quale differenza si producono nell’uomo quando diventa musulmano? Quali doveri e responsabilità ricadono su di lui? Entro quali limiti dell’Islam una persona può rimanere musulmana e oltrepassando quale limite viene espulsa dall’Islam? Se non conosce queste cose, per quanto proclami con la bocca di essere musulmano, non potrà rimanere musulmana.

Islam significa obbedire ad Allah e seguire i Suoi comandi. Islam significa affidarsi ad Allah l’Altissimo. Islam significa rinunciare volontariamente alla propria libertà e indipendenza davanti ad Allah. Islam significa accettare con sottomissione il regno e l’obbedienza ad Allah. È musulmano colui che affida tutte le proprie attività ad Allah. Invece, colui che compie ogni cosa secondo la propria volontà o la affida a qualcuno diverso da Allah non è musulmano. Affidarsi ad Allah significa che l’uomo accetterà completamente la guida e le norme della retta via che Egli ha inviato tramite il Suo Libro e il Suo Profeta, senza poter sollevare la minima obiezione. In ogni aspetto e attività della vita seguirà soltanto le norme del Santo Corano e degli Hadith. È musulmano soltanto colui che, lasciandosi alle spalle la propria ragione, le consuetudini del mondo e ogni cosa diversa da Allah, cerca in ogni questione la guida soltanto nel Libro di Allah e negli Hadith del Suo Messaggero, chiedendo: «Che cosa devo fare e che cosa non devo fare?», e accetta senza obiezioni qualunque norma trovi in essi, rifiutando tutto ciò che le contraddice. Ciò perché egli si è completamente affidato ad Allah. Soltanto affidandosi in questo modo ad Allah l’uomo può diventare musulmano. Al contrario, colui che non si affida affatto al Santo Corano e agli Hadith, ma fa ciò che gli suggerisce la propria inclinazione, oppure segue le norme tramandate dai padri e dagli antenati, oppure fa semplicemente ciò che accade nel mondo, e quando conosce una disposizione del Santo Corano e degli Hadith riguardo a una questione dice: «La mia ragione non vuole accettarla, perciò non la seguo», oppure: «Dai tempi dei miei padri e antenati vige una norma opposta, quindi non la seguirò», o ancora: «La consuetudine del mondo è contraria a essa, perciò seguirò quella consuetudine», ebbene, costui non è affatto musulmano. Se si presenta come musulmano, non vi è dubbio che sia un mentitore.

Quando recitate la formula «La ilaha illallah, Muhammadur Rasulullah» e riconoscete di essere musulmani, riconoscete anche con ciò che la legge di Allah è l’unica legge per voi e che Allah l’Altissimo è il vostro Signore e Comandante. Da quel momento dovete obbedire soltanto ad Allah. Per voi sarà riconosciuta come vera norma soltanto quella che si trova nel Libro di Allah e che si apprende attraverso il Suo Messaggero. Ciò significa che, diventando musulmani, avete sacrificato la vostra libertà davanti ad Allah.

D’ora in poi, dunque, non potete avere alcuna opinione personale indipendente; neppure le diverse consuetudini del mondo o le norme familiari possono avere alcuna importanza. E ciò che un certo hadrat o un certo venerabile uomo abbia detto non potete più presentarlo in opposizione alle parole di Allah e alla Sunna del Suo Messaggero. Ora il vostro unico compito è sottoporre ogni vostra questione al Santo Corano e agli Hadith. Ciò che non sarà conforme a essi dovrete raccoglierlo e gettarlo via, qualunque sia la consuetudine da cui provenga. Dichiararsi musulmano e poi, mettendo da parte il Santo Corano e gli Hadith, seguire la propria opinione, le consuetudini del mondo o le parole e le azioni di qualcuno è del tutto contraddittorio. Come un cieco non può definirsi dotato di vista e un uomo privo di naso non può definirsi dotato di naso, allo stesso modo chi non conforma tutte le proprie azioni al Santo Corano e agli Hadith, ma li abbandona per seguire la propria ragione, le consuetudini del mondo o le parole e le azioni di una determinata persona, non può in alcun modo definirsi musulmano.

Se qualcuno non desidera rimanere musulmano, non si può esercitare su di lui alcuna coercizione perché lo rimanga. Ogni persona ha la libertà di adottare qualsiasi religione e di assumere qualsiasi nome. Tuttavia, quando una persona si presenta come musulmana, dovrebbe comprendere molto bene che può rimanere musulmana soltanto finché rimane entro i limiti dell’Islam. Accettare la Parola di Allah e gli hadith del Suo Messaggero come unico criterio della verità e del bene, e considerare nullo e falso tutto ciò che li contraddice: questo è il limite dell’Islam. Chi rimane entro questo limite è musulmano; chi lo trasgredisce si allontana dall’Islam e ne rimane escluso. Se, nonostante ciò, continua a considerarsi musulmano e a dichiararsi musulmano, allora non vi è dubbio che inganna se stesso e inganna anche il mondo.

وَمَنْ لَمْ يَحْكُمْ بِمَا أَنْزَلَ اللَّهُ فَأُولَٰئِكَ هُمُ الْكَافِرُونَ

«Chi non giudica e non decide secondo ciò che Allah ha rivelato è un kāfir.» — (Sura al-Mā’ida: 44)

Il significato della Kalima Ṭayyiba

Sapete che una persona entra nei limiti dell’Islam recitando una Kalima. Questa Kalima non è affatto lunga o ampia: consiste soltanto di alcune parole.لا اله الإ الله محمد رسول الله— Basta pronunciare con la bocca queste poche parole perché una persona cambi completamente. Se un kāfir la recita, diventa musulmano. Prima era impuro, ma ora è diventato puro. Prima poteva abbattersi su di lui l’ira di Allah, ma ora è diventato un servo amato da Allah. In precedenza era degno di entrare nell’Inferno, ma ora per lui si sono aperte le porte del Paradiso.

Non è tutto: a causa di questa Kalima si crea una grande differenza persino tra le persone. Coloro che recitano questa Kalima formano un’unica umma, mentre coloro che la rifiutano diventano una nazione separata. Se il padre recita la Kalima e il figlio la rifiuta, il padre non sarà più considerato padre e il figlio non sarà più considerato figlio; quel figlio non riceverà alcuna parte dell’eredità paterna, e perfino sua madre e sua sorella proveranno disgusto nel mostrarsi a lui. D’altra parte, se un non musulmano recita la Kalima e sposa la figlia di quella famiglia, lui e i suoi figli erediteranno da quella famiglia. Invece il figlio della propria carne diventerà completamente estraneo soltanto per aver rifiutato questa Kalima. Da ciò si comprende che questa Kalima è qualcosa che rende propri gli estranei, li riunisce e li unisce. E rende estranei i propri cari, recidendo i rapporti tra loro.

Riflettete un poco: qual è la vera ragione di una differenza tanto grande tra le persone? Che cosa contiene la Kalima, oltre ad alcune lettere? Kāf, lām, mīm, alif, sīn e poche altre lettere di questo genere: non è altro che questo. Basta forse unire queste lettere e pronunciarle con la bocca perché, per il tocco di una qualche magia, una persona cambi così radicalmente? Può una frase tanto breve creare tra le persone una differenza così enorme, come quella tra il cielo e la terra? Se riflettete un poco, capirete; la vostra coscienza e la vostra ragione vi diranno che una trasformazione tanto grande non può assolutamente avvenire soltanto unendo alcune lettere e pronunciandole. Gli idolatri politeisti credono certamente che, recitando un incantesimo, le montagne vacilleranno, la terra si spaccherà e da essa sgorgherà l’acqua! Che qualcuno conosca o meno il significato dell’incantesimo, secondo loro non fa alcuna differenza. Infatti credono con tutto il cuore che ogni potere sia racchiuso nelle lettere stesse. Perciò, non appena l’incantesimo viene pronunciato, si apriranno le porte di tutti i misteri. Ma nell’Islam una simile concezione non ha alcun valore. Qui la cosa essenziale è il significato; ogni effetto o influenza contenuto nelle parole deriva proprio dal loro significato. Se una parola non ha alcun significato, se non si radica nel profondo del cuore e, di conseguenza, non produce un cambiamento nei pensieri, nelle convinzioni, nel carattere e nelle azioni di una persona, la semplice pronuncia delle parole non serve a nulla.

Voglio spiegarvelo con un esempio semplice. Immaginate di avere un freddo terribile. Se allora cominciaste a gridare «trapunta e materasso, trapunta e materasso», il freddo non diminuirebbe neppure un poco. Anche se passaste tutta la notte seduti a recitare mille tasbīḥ dicendo «trapunta e materasso», non ne deriverebbe alcun risultato. Naturalmente, se riusciste a procurarvi una trapunta e un materasso e a coprirvi con essi, il freddo cesserebbe certamente. Allo stesso modo, immaginate di avere sete. Se gridaste «acqua, acqua» dalla mattina alla sera, la sete non sarebbe saziata. Ma se prendeste un bicchiere d’acqua e lo beveste, il vostro cuore si rinfrescherebbe certamente. Immaginate di esservi ammalati: se cominciaste a recitare tasbīḥ dicendo «medicina, medicina», la vostra malattia non scomparirebbe. Sì, se compraste la medicina giusta e la assumeste, la vostra malattia guarirebbe. Lo stesso vale per la Kalima. La semplice pronuncia di sei o sette parole non può produrre una differenza tanto grande da trasformare una persona che era kāfir in una persona completamente musulmana, da renderla pura dopo essere stata impura, da trasformare un nemico in un amico e una persona destinata all’Inferno in una persona destinata al Paradiso. Esiste un solo modo perché si verifichi una simile differenza tra le persone: dapprima bisogna comprendere il significato di queste parole e impegnarsi affinché tale significato metta radici nel profondo del cuore umano. Quando poi le pronuncerete avendone conosciuto e compreso il significato, capirete di aver riconosciuto davanti al vostro Allah una cosa di enorme importanza e di aver assunto, per questo, una responsabilità immensa. Quando reciterete la Kalima comprendendo bene tutto ciò, essa stabilirà il suo pieno dominio sui vostri pensieri e sull’intera vostra vita. Da quel momento nessuna parola contraria a questa Kalima potrà trovare il minimo posto nella vostra mente e nel vostro cuore. Dovrete ricordare per sempre che tutto ciò che è contrario a questa Kalima è falso: questa Kalima è l’unica verità. In tutte le attività e gli affari della vostra vita, questa Kalima sarà l’unica autorità che impartisce ordini. Dopo aver recitato questa Kalima non potrete agire liberamente, come fanno i kāfir, facendo tutto ciò che desiderate. Dovrete invece vivere obbedendo ai comandi di questa Kalima: dovrete fare ciò che essa ordina di fare e astenervi da ciò che essa vieta. Solo in questo modo, recitando la Kalima, può prodursi tra le persone la differenza precedentemente descritta.

Ora discuteremo il significato della «kalema», ciò che una persona riconosce recitandola e la norma secondo la quale è tenuta a vivere dopo averla riconosciuta, oltre ad altri argomenti analoghi.

Significato della kalema: «Non vi è alcuna divinità all’infuori di Allah; il venerabile Muhammad, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, è il Messaggero o inviato di Allah l’Altissimo». La parola «ilah» contenuta nella kalema significa il padrone, il creatore, colui che stabilisce le norme per gli esseri umani e colui che ascolta e accoglie le loro suppliche: solo Lui è degno di essere adorato. Quando si recita «la ilaha illallah», il significato è innanzitutto questo: riconoscete che questo mondo non può essere sorto senza Allah, che il suo Creatore esiste certamente e che tale Creatore non è molteplice, bensì uno solo. Al di fuori di Lui, nessuno possiede in alcun luogo divinità o signoria; in secondo luogo, recitando la kalema riconoscete che quell’unico Allah è il Padrone degli esseri umani e dell’intero universo. Voi e ogni vostra cosa, così come ogni cosa del mondo, appartengono a Lui. Egli è il Creatore, Egli è il Sostentatore; la vita e la morte avvengono secondo il Suo comando. La felicità e le avversità provengono da Lui. Qualunque cosa l’uomo riceva, la riceve da Lui: in realtà, Egli è il Datore di ogni cosa. E ciò che l’uomo perde, in realtà è Lui a toglierglielo. Si deve temere soltanto Lui e soltanto davanti a Lui ci si deve inchinare. È dovere adorare e servire esclusivamente Lui. Al di fuori di Lui non abbiamo alcun signore, padrone o legislatore. Il nostro unico e autentico dovere è obbedire soltanto al Suo comando e agire esclusivamente secondo la Sua legge.

لا اله الإ الله

Recitando la «kalema», fate proprio questa promessa ad Allah, e il mondo intero diviene testimone di questo impegno fondamentale. Se agirete in modo contrario, la vostra lingua, le vostre mani e i vostri piedi, ogni vostro pelo e ogni atomo del cielo e della terra, davanti ai quali avete pronunciato questa promessa, testimonieranno contro di voi nel tribunale di Allah. Là sarete completamente indifesi. Non troverete da nessuna parte un solo testimone che dimostri la vostra innocenza. Non vi sarà alcun avvocato o patrocinatore a sostenere la vostra causa. Anzi, gli stessi signori avvocati e patrocinatori, che nei tribunali terreni si destreggiano tra cavilli legali, si troveranno là tutti in una condizione di assoluta impotenza, proprio come voi. In quel tribunale non potrete salvarvi presentando falsi testimoni, documenti contraffatti o facendo sostenere da un avvocato una difesa menzognera. Potete nascondere i vostri crimini agli occhi della polizia terrena, ma è impossibile occultarli agli occhi della polizia di Allah. La polizia terrena può accettare tangenti; la polizia di Allah non le accetta mai. I testimoni terreni possono mentire, ma tutti i testimoni di Allah sono veritieri: non mentono. I giudici terreni possono commettere ingiustizie, ma Allah l’Altissimo non è ingiusto. Inoltre, sarà assolutamente impossibile fuggire dalla prigione nella quale Allah rinchiuderà i peccatori. È dunque indubbio che fare una falsa promessa ad Allah sia la più grande stoltezza e la più insensata follia. Quando promettete davanti ad Allah, fatelo dopo aver compreso e valutato bene ogni cosa, e cercate di mantenere la promessa; altrimenti nessuno vi costringe a promettere soltanto con le labbra. Una semplice dichiarazione verbale, infatti, non ha alcun valore.

Dopo aver detto «la ilaha illallah», si deve dire «Muhammadur Rasulullah». Con ciò riconoscete che Allah l’Altissimo ha trasmesso la Sua legge agli esseri umani proprio per mezzo del venerabile Muhammad, che Allah lo benedica e gli conceda la pace. Dopo aver riconosciuto Allah come nostro Signore, Padrone e Re, era assolutamente necessario sapere quali fossero la legge e i comandi di quel Re dei due mondi. Quali azioni Lo rendono soddisfatto e quali Lo scontentano? Seguendo quale legge ci perdonerà e seguendo quale legge ci punirà? Per farci conoscere tutto questo, Allah l’Altissimo ha designato il venerabile Muhammad, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, come Suo inviato. Per mezzo suo ci ha inviato il Suo Libro, e il venerabile Muhammad, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, ci ha mostrato concretamente come si deve vivere secondo il comando di Allah.

Perciò, quando dite «Muhammadur Rasulullah», con ciò riconoscete proprio che seguirete la legge e la norma enunciate dal venerabile Muhammad, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, e calpesterete qualsiasi legge contraria. Dopo aver fatto questa promessa, se abbandonate la legge predicata dal venerabile Muhammad, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, e seguite le leggi del mondo, non vi sarà nessuno più grande di voi nella menzogna e nell’infedeltà. Infatti siete entrati entro i limiti dell’Islam proprio impegnandovi ad accettare come unica legge vera quella predicata dal venerabile Muhammad, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, e a seguirla. È riconoscendo ciò che siete diventati fratelli dei musulmani. Per questo siete divenuti eredi di un padre musulmano e, grazie a ciò, i vostri figli hanno potuto legittimamente essere considerati suoi figli. Per questo i musulmani vi hanno aiutato, vi hanno versato la zakat e si sono assunti la responsabilità di proteggere la vostra vita, i vostri beni e il vostro onore. Nonostante tutto ciò, se rompete la vostra promessa, quale infedeltà più grande potrebbe esistere al mondo? Se conoscete il significato diلا اله الإ الله محمد رسول اللهe, comprendendolo pienamente, lo riconoscete, allora è vostro dovere osservare la legge di Allah in ogni circostanza. Anche se la legge di Allah non è in vigore, dovreste applicarla. Riguardo a chi pensa che la polizia, l’esercito, i tribunali e le prigioni di Allah non esistano da nessuna parte e che perciò sia facile violare la Sua legge, mentre la polizia, l’esercito, i tribunali e le prigioni del governo sono presenti ovunque e quindi sia molto difficile violare la sua legge, dichiaro con assoluta chiarezza cheلا اله الإ الله محمد رسول اللهha recitato falsamente la kalema. Con essa sta ingannando Allah, l’intero universo, tutti i musulmani e la propria stessa coscienza: non vi è alcun dubbio.

Ho già spiegato in precedenza il significato della kalema tayyiba. Ora vi invito a riflettere su questo argomento da un altro punto di vista.

Voi riconoscete che Allah l’Altissimo è il Padrone vostro e di ogni cosa. Ma che cosa significa? Significa che la vostra vita, i vostri beni e il vostro stesso corpo appartengono ad Allah. Le vostre mani, le vostre orecchie e ciascuna parte del vostro corpo non appartengono a voi. La terra che coltivate, gli animali con cui lavorate e tutte le cose che usate continuamente non sono vostre: avete ricevuto ogni cosa come proprietà e dono di Allah l’Altissimo. Dopo aver riconosciuto questo, con quale diritto potete dire: «La mia vita, il mio corpo, i miei beni, questa cosa è mia e quella cosa è mia»? Dopo aver dichiarato un’altra persona proprietaria di una cosa, è del tutto assurdo rivendicare nuovamente quella cosa come propria. Se considerate davvero Allah il Padrone di tutte le cose del mondo, ne derivano per voi spontaneamente due conseguenze. La prima è questa: poiché Allah è il Padrone e vi ha affidato le cose di Sua proprietà come un deposito, dovete usarle secondo il comando del Padrone. Se attraverso di esse agite contro la Sua volontà, commettete certamente un tradimento del deposito. Non avete neppure il diritto di usare le mani e i piedi per ciò che è contrario alla volontà di quel Padrone. Non potete nemmeno guardare con i vostri occhi ciò che Egli ha proibito, poiché ciò è contrario alla Sua volontà. Non avete alcun diritto di usare queste vostre terre contro le prescrizioni del Padrone. Le mogli e i figli che rivendicate come vostri sono diventati vostri perché Allah l’Altissimo ve li ha donati; perciò dovete trattarli non secondo il vostro desiderio, ma secondo il comando del Padrone. Se li trattate contro la Sua volontà, meritate di essere chiamati predoni. Quando sottraete la proprietà altrui o occupate con la forza il luogo altrui, vi chiamano infedeli; allo stesso modo, se considerate vostre le cose date da Allah e le usate secondo il vostro desiderio o secondo la volontà di chiunque altro all’infuori di Allah, anche voi sarete colpevoli del reato di infedeltà. Se agire secondo la volontà del Padrone vi causa qualche danno, se vi costa la vita, se vi spezza mani e piedi, se causa una perdita ai vostri figli, se rovina i vostri beni e le vostre terre, non ve ne preoccupate. Se il proprietario della cosa gradisce che essa si deteriori o subisca un danno, ha il diritto di farlo. Ma se agite contro la volontà del Padrone e per questo una cosa subisce un danno, sarete certamente voi i colpevoli, perché avete rovinato una cosa altrui. Non potete usare nemmeno la vostra vita secondo il vostro desiderio. Se sacrificate la vita secondo la volontà del Padrone, avrete adempiuto il diritto del Padrone; ma dare la vita per un’azione contraria alla Sua volontà sarebbe una grandissima infedeltà.

La seconda cosa è questa: se usate per l’opera del Padrone qualunque cosa Egli vi abbia donato, con ciò non potete mostrare alcuna benevolenza verso nessuno, nemmeno verso il Padrone. Se su questa via donate qualcosa, rendete qualche servizio o sacrificate ciò che vi è più caro, persino la vita, ciò non è neppure un briciolo di benevolenza da parte vostra verso qualcuno. Con ciò avete soltanto adempiuto il diritto che il Padrone aveva su di voi. Non c’è nulla di cui vantarsi o inorgoglirsi, né nulla che meriti complimenti o lodi. Ricordate: il musulmano che spende qualcosa sulla via del Padrone o compie una Sua opera non prova il minimo orgoglio; al contrario, assume umiltà e modestia. L’orgoglio e l’arroganza distruggono le buone opere. Chi spera di ricevere elogi e compie una buona azione solo per questo scopo lo fa perché desidera ricevere la ricompensa della sua opera già in questo mondo, e questo è ciò che ha ottenuto. Guardate alla benevolenza di Allah l’Altissimo, Padrone dell’intero mondo: Egli accetta da noi ciò che è Suo e dice di aver acquistato da noi questa cosa, promettendoci anche di darcene il prezzo. Allahu Akbar. La benevolenza e il dono di Allah hanno forse un limite? Nel Nobile Corano è detto:

إِنَّ اللَّهَ اشْتَرَىٰ مِنَ الْمُؤْمِنِينَ أَنْفُسَهُمْ وَأَمْوَالَهُمْ بِأَنَّ لَهُمُ الْجَنَّةَ ۚ

«Allah l’Altissimo ha acquistato dai credenti le loro vite e i loro beni e, in cambio, ha destinato loro il Paradiso». (Sura at-Tawba: 111)

Questo è il modo in cui il Padrone si comporta con voi! Ma esaminate una volta come vi comportate voi con Lui. Il Padrone vi ha dato una cosa, poi l’ha acquistata da voi pagando un prezzo, e voi vendete quella stessa cosa a qualcun altro, per un prezzo davvero misero e vile. Colui al quale la vendete usa quelle vostre cose per attività contrarie alla volontà del Padrone, mentre voi lavorate per lui considerandolo il vostro sostentatore. In realtà non avete alcun diritto di vendere in questo modo le forze del vostro corpo. Che cosa può esserci di più grande corruzione del vendere alle forze ribelli ad Allah tutto ciò che esse desiderano acquistare? Vendere nuovamente ad altri una cosa già venduta è un crimine sia legalmente sia moralmente. Per questo, nel mondo, contro di voi può essere intentata una causa per frode. Pensate forse che su questo argomento non si terrà un processo davanti al tribunale di Allah?

La kalima pura e la kalima impura

Ho già spiegato il significato della kalima tayyiba; qui desidero spiegarvelo ancora un po’ più dettagliatamente, a questo proposito. Questa kalima è infatti il fondamento stesso dell’Islam: con il suo aiuto l’uomo entra nell’Islam, e nessuno può rimanere musulmano senza comprenderla bene e senza conformare ad essa la propria vita. Allah l’Altissimo ha presentato così questa kalima nel Nobile Corano:

أَلَمْ تَرَ كَيْفَ ضَرَبَ اللَّهُ مَثَلًا كَلِمَةً طَيِّبَةً كَشَجَرَةٍ طَيِّبَةٍ أَصْلُهَا ثَابِتٌ وَفَرْعُهَا فِي السَّمَاءِ

٢٥ تُؤْتِي أُكُلَهَا كُلَّ حِينٍ بِإِذْنِ رَبِّهَا ۗ وَيَضْرِبُ اللَّهُ الْأَمْثَالَ لِلنَّاسِ لَعَلَّهُمْ يَتَذَكَّرُونَ

٢٦ وَمَثَلُ كَلِمَةٍ خَبِيثَةٍ كَشَجَرَةٍ خَبِيثَةٍ اجْتُثَّتْ مِنْ فَوْقِ الْأَرْضِ مَا لَهَا مِنْ قَرَارٍ

٢٧ يُثَبِّتُ اللَّهُ الَّذِينَ آمَنُوا بِالْقَوْلِ الثَّابِتِ فِي الْحَيَاةِ الدُّنْيَا وَفِي الْآخِرَةِ ۖ وَيُضِلُّ اللَّهُ الظَّالِمِينَ ۚ وَيَفْعَلُ اللَّهُ مَا يَشَاءُ

«L’esempio della Kalima Tayyiba è come quello di un albero di buona specie, le cui radici sono saldamente affondate sotto terra. I suoi rami si estendono nello spazio del cielo e, per ordine di Allah, producono continuamente frutto dopo frutto. Allah ha proposto questo esempio affinché gli uomini ne traggano ammonimento. Al contrario, vi è la Kalima Khabitha, cioè una credenza errata e una parola falsa. Il suo esempio è come quello delle piccole erbacce e delle piante parassite dei boschi e delle foreste. Crescono proprio sulla superficie della terra e vengono sradicate con un semplice strattone, perché le loro radici non riescono ad affondare saldamente nel terreno. Per mezzo di quella parola salda, Allah mantiene saldi i credenti nella vita terrena e nell’Aldilà, mentre svia gli ingiusti. Allah fa ciò che vuole». — Sura Ibrahim, 24-27

Allah Ta‘ala ha fornito con ciò un esempio incomparabile, dal quale potrete trarre un grande insegnamento se vi rifletterete un poco. Guardate quanto in profondità sono affondate nel terreno le radici di un albero di mango, quanto è cresciuto verso l’alto, quanto si sono estesi tutt’intorno i suoi rami e quanti frutti eccellenti produce ogni anno. Ma come è accaduto tutto questo? Poiché il suo seme era molto forte, aveva pieno diritto di diventare un albero così grande. E questo diritto era talmente vero che, quando rivendicò il proprio diritto, la terra, l’acqua, l’aria, il calore del giorno e il freddo della notte, ogni cosa accolse la sua richiesta. A qualunque cosa il seme del mango chiese qualcosa, ciascuna gliela diede. Così, grazie alla forza del proprio diritto, poté diventare un albero tanto grande. In seguito, producendo frutti dolcissimi, dimostrò che aveva davvero il diritto di diventare un albero simile. Anche se tutte le forze del cielo e della terra si fossero unite per aiutarlo, non avrebbero commesso la minima ingiustizia; anzi, era proprio ciò che dovevano fare. Infatti, nella terra, nell’acqua, nell’aria e negli altri elementi naturali è stata posta la capacità di nutrire le piante e di farle crescere affinché, attraverso di essi, gli alberi di buona specie possano trarne beneficio.

Inoltre, nei boschi e nelle foreste vi sono molte pianticelle che sono cresciute da sole. Quale forza possiedono? Un bambino può sradicarle tirando una piccola radice. Oppure sono così tenere e deboli che basta una raffica di vento perché si pieghino. Sono piene di spine, che trafiggono non appena le si tocca. Se le si mette in bocca, rovinano la bocca. Quante ne nascono ogni giorno e quante ne vengono sradicate: solo Allah ne conosce il numero. Perché si trovano in una simile condizione? Perché non possiedono la forza che ha un albero di mango. Quando nel terreno non cresce un albero di buona specie, il terreno, rimanendo inutilizzato, cade completamente nello sconforto. Perciò, suo malgrado, concede spazio nel proprio seno a queste erbacce e piante parassite. L’acqua offre un certo aiuto e l’aria dà loro una parte della propria forza; tuttavia, nessun elemento del cielo e della terra vuole riconoscere alcun diritto a queste piante parassite. Per questo la terra non permette alle loro radici di estendersi nel suo seno, l’acqua non le aiuta molto e l’aria non concede loro liberamente il proprio soffio vitale. Dopo questa continua lotta, quando riescono a sollevare un poco la testa, diventano così amare e velenose da dimostrare che le forze del cielo e della terra non esistono essenzialmente per far nascere queste erbacce. Il semplice fatto che esse abbiano ricevuto una minima parte della forza della natura è, per loro, una grande fortuna.

Tenete presenti questi due esempi e poi riflettete attentamente sulla differenza tra la Kalima Tayyiba e la Kalima Khabitha.

Che cos’è la Kalima Tayyiba? È una parola vera; una parola talmente vera che in questo mondo non ve n’è un’altra più vera. Un solo Allah è l’Ilah dell’intero universo, e ogni cosa nei cieli e sulla terra testimonia la verità di questa affermazione. Tra gli esseri umani, gli animali, gli alberi, le pietre, i granelli di sabbia, le sorgenti che scorrono e il sole splendente, quale di tutte queste cose che si estendono tutt’intorno non è stata creata da Allah Ta‘ala? Vi è forse qualcun altro, oltre ad Allah, che le ha create? Vivono forse grazie alla benevolenza di qualcun altro, anziché grazie alla Sua misericordia e alla Sua benevolenza? Vi è forse qualcuno, oltre ad Allah, che possa dare la vita o la morte anche a una sola di esse? Poiché l’intero universo è creazione di Allah Ta‘ala, poiché tutto ciò che esiste è presente per la Sua misericordia e poiché Egli è l’unico Proprietario e Governatore di tutte le cose, ogni volta che direte che in questo mondo non esiste alcuna signoria o divinità all’infuori dell’unico Allah, immediatamente ogni cosa nei cieli e sulla terra esclamerà: “Hai detto la verità; tutti noi testimoniamo la verità delle tue parole”. Quando vi prostrerete davanti a quell’Allah, ogni cosa dell’universo si inchinerà insieme a voi davanti a Lui. Infatti, tutte queste cose adorano anch’esse Lui soltanto. Quando comincerete a seguire la Sua via, non sarete soli: le innumerevoli “schiere” dell’intero universo inizieranno a procedere con voi. Dal sole del cielo fino al più piccolo granello della terra, ogni cosa segue sempre il percorso da Lui stabilito. Quando confiderete in quell’unico Allah, la vostra fiducia sarà riposta in una potenza immensa, che è l’unica proprietaria di tutte le forze e di tutte le ricchezze dei cieli e della terra. In breve, se anche voi terrete presente questa verità profonda e vivrete secondo essa, comprenderete chiaramente che, quando una persona crede nella Kalima Tayyiba e plasma la propria vita secondo il suo ideale, tutte le forze dei cieli e della terra saranno impiegate per aiutarla. Dalla vita terrena fino all’Aldilà, continuerà soltanto a progredire. Nessuno dei suoi sforzi potrà fallire e nessuno dei suoi obiettivi potrà rimanere incompiuto. È proprio questo che Allah Ta‘ala ha detto nel versetto citato. Egli ha dichiarato: “Questa Kalima è come un albero le cui radici sono saldamente affondate in profondità sotto terra e i cui rami si estendono nel vasto spazio del cielo. Ed esso produce continuamente frutti per ordine di Allah”.

presenta una dottrina del tutto opposta alla «Kalima Khabitha». La Kalima Khabitha significa: in questo mondo non esiste alcun ilah o Creatore, oppure in questo mondo esistono più ilah. Basta riflettere un poco per comprendere che non può esistere menzogna più grande e priva di fondamento. Ogni cosa nei cieli e sulla terra sembra proclamare: «Sei un bugiardo; certamente Allah esiste. È Lui, Allah, che ha creato noi e voi. Ed è sempre Lui che ti ha dato quella lingua con la quale pronunci una menzogna così enorme». Il mushrik sostiene che Allah non è uno e che insieme a Lui esistono molte altre divinità. Anch’esse provvedono al sostentamento, anch’esse sono vostre padrone, anch’esse possono costruire e distruggere il vostro destino. Anch’esse hanno il potere di arrecare beneficio o danno. Anch’esse possono ascoltare le vostre suppliche. Anch’esse possono esaudire i vostri desideri; bisogna vivere nel timore di loro. Ci si può affidare a loro. Anche il loro comando vale nella gestione del mondo. È doveroso obbedire ai loro ordini oltre che a quelli di Allah. Tutto questo è la Kalima Khabitha. In risposta a queste parole, ogni cosa nei cieli e sulla terra proclama: «Sei un bugiardo; ciascuna delle tue parole è assolutamente contraria alla verità». Ora riflettete: come può progredire nel mondo e nell’Aldilà colui che accetta questa kalima e modella la propria vita secondo essa? Allah, nella Sua misericordia, ha concesso a questa gente tempo e tregua, e ha promesso loro anche il sostentamento. Perciò le forze dei cieli e della terra li sosterranno in una certa misura, proprio come sostengono le erbacce e le piante parassite nelle foreste e nelle giungle. Ma nessuna cosa sulla terra li aiuterà volentieri né li sosterrà con tutte le proprie forze. Potranno vivere soltanto per qualche tempo, proprio come la vegetazione della giungla: non oltre.

La differenza sopra descritta esiste anche riguardo alle conseguenze delle due kalima. Quando la «Kalima Tayyiba» darà i suoi frutti, essi saranno molto dolci e gustosi. Per mezzo suo, sulla terra si instaurerà la pace. Ovunque saranno stabilite la verità e la piena giustizia. Tutta l’umanità potrà trarne un beneficio straordinario. Ma quanto più crescerà la Kalima Khabitha, tanto più da essa spunteranno soltanto rami coperti di spine. Vi cresceranno frutti amari e velenosi. Ogni sua vena sarà colma di veleno. Potete constatarlo con i vostri stessi occhi. Che cosa accade ovunque, nel mondo, il kufr, lo shirk e l’ateismo siano più forti? Là gli uomini bevono il sangue degli uomini. Si procede con grande vigore alla distruzione di paese dopo paese e di villaggio dopo villaggio. Si producono gas velenosi. Una nazione si adopera con ogni mezzo per annientare completamente un’altra nazione. I potenti hanno ridotto in schiavitù i deboli; per sottrarre loro la parte di pane che spetta, i deboli vengono tenuti sotto controllo con la minaccia dell’esercito, della polizia, del carcere e della forca, e costretti a sopportare in silenzio l’oppressione delle nazioni potenti. Inoltre, la condizione interna di queste nazioni è ancora più terribilmente degradata. Il loro carattere morale è così abietto che perfino Satana si vergogna a vederlo. Là gli uomini compiono azioni più basse di quelle delle bestie. Le madri uccidono con le proprie mani i propri figli, affinché questi non ostacolino il loro piacere e il loro godimento. I mariti spingono le proprie mogli tra le braccia di altri, soltanto per poter stringere al petto la moglie altrui. Sono stati costruiti locali per nudisti, dove uomini e donne si muovono nudi come animali. Il ricco, riscuotendo interessi, tratta i poveri come schiavi acquistati. Sembra che siano nati nel mondo soltanto per servirli. In breve, a causa di questa Kalima Khabitha, ogni luogo è stato ricoperto di spine; e qualunque frutto vi cresca è terribilmente amaro e velenoso.

Dopo aver spiegato questi due esempi, Allah l’Altissimo ha detto: coloro che crederanno nella «Kalima Tayyiba», Allah l’Altissimo li renderà saldi nel mondo e nell’Aldilà per mezzo di una parola ferma; essi saranno incrollabili e imperituri. Al contrario, Allah l’Altissimo renderà vane tutte le iniziative e tutti gli sforzi di coloro che crederanno nella «Kalima Khabitha». Essi non riusciranno mai a compiere alcuna opera proficua. Per mezzo di essa non potranno ottenere il minimo beneficio, né nel mondo né nell’Aldilà.

Avete ascoltato la differenza tra la «Kalima Tayyiba» e la «Kalima Khabitha», e i risultati di entrambe. Ora potete certamente chiedere: anche noi crediamo nella «Kalima Tayyiba»; per quale ragione, allora, non progrediamo? E per quale ragione i kafir, che credono nella Kalima Khabitha, diventano invece così potenti e prosperi?

Spetta a me rispondere a questa domanda. Darò la mia risposta, ma ho già detto che nessuno dovrà adirarsi dopo averla ascoltata. Dovrete soltanto giudicare se la mia risposta sia corretta o no.

Voi sostenete di aver creduto nella Kalimah Tayyibah e tuttavia il vostro progresso non si manifesta: anzitutto, questa affermazione è falsa. Infatti, non basta recitare la Kalimah Tayyibah con le sole labbra; bisogna recitarla con il cuore. Recitarla con il cuore significa cambiare la propria fede e la propria dottrina. Nessuna idea o dottrina contraria ad essa deve trovare posto nel cuore di chi crede nella Kalimah, né egli deve mai compiere qualcosa che contraddica le indicazioni della Kalimah. Ma ditemi: è davvero questa la vostra condizione? Tra voi non sono forse presenti migliaia di idee kufr e politeistiche contrarie alla Kalimah Tayyibah? La testa del musulmano non si inchina forse davanti a nessuno se non ad Allah? Il musulmano non teme forse persone diverse da Allah? Non fa forse affidamento sull’aiuto di altri? Non crede forse che qualcuno diverso da Allah sia un sostentatore? Non crede forse che qualcuno diverso da Allah sia un sostentatore? Non abbandonano forse la legge di Allah e seguono volontariamente quella altrui? Coloro che sostengono di essere musulmani non si recano forse in tribunale dichiarando apertamente: «Non vogliamo un giudizio secondo la Sharia; vogliamo essere giudicati secondo le consuetudini vigenti nel Paese»? Tra voi non vi sono forse persone che, per ottenere un misero interesse terreno, non si fanno alcuno scrupolo di violare la legge di Allah? Tra voi non vi sono forse persone terrorizzate dall’ira dei kafir, ma che non temono affatto l’ira di Allah? Non vi sono forse tra voi persone disposte a fare qualsiasi cosa per ottenere il favore dei kafir? Non vi sono forse anche persone che considerano il dominio dei kafir un «dominio», ma non ricordano affatto che il dominio di Allah esista da qualche parte? Dite sinceramente: tutto ciò non è forse vero? Se è davvero così, con quale coraggio potete dire di riconoscere la Kalimah Tayyibah e, nonostante ciò, di non progredire? Credete anzitutto con cuore sincero e conformate la vostra vita alla Kalimah Tayyibah. Se allora non nascerà quel grande albero, con radici saldamente affondate nelle profondità della terra e rami distesi nel cielo vuoto, potrete dire che Allah ha fatto una promessa falsa (Allah non voglia!). Inoltre, è del tutto errato pensare che coloro che credono nella Kalimah Khabithah stiano ottenendo un grande progresso nel mondo. Infatti, coloro che seguono la Kalimah Khabithah non possono progredire: non ci sono mai riusciti in passato e non ci riescono neppure oggi. Vedendo le loro ricchezze, la loro vita di piaceri e serenità, gli strumenti del lusso e del divertimento e lo splendore esteriore, forse avete pensato che stessero davvero progredendo molto. Ma provate a chiedere al loro cuore: quanti di loro vivono davvero in pace? Possiedono in abbondanza gli strumenti del lusso e del benessere, ma dentro di loro le meteore di fuoco ardono continuamente con fiamme impetuose. Per questo non riescono a trovare l’unico Allah. Poiché disobbediscono alla legge di Allah, ciascuna delle loro famiglie si sta trasformando in una fornace dell’Inferno. Aprite i giornali e guardate: in Europa e in America si è diffusa un’ondata di suicidi. Quanti innumerevoli divorzi vengono pronunciati giorno e notte! Come vengono distrutti i figli di quei Paesi e come si riduce il tasso delle nascite mediante l’uso di medicinali. Come la vita di milioni di persone viene distrutta da vari tipi di malattie contagiose. Come tra le diverse classi di persone si svolgono contese e lotte per il cibo. Come l’invidia, l’odio e l’ostilità hanno provocato guerre tra persone della stessa nazione. Quanto l’avidità del lusso ha reso amara la vita degli esseri umani. Anche solo pensare che milioni di persone conducono una vita infelice in queste grandi e sfavillanti città del mondo, che da lontano considerate simili al paradiso, fa rabbrividire il corpo! Si può forse chiamare questo progresso? È forse per ottenere questo «paradiso» che siete così bramosi?

Ricordate: la parola di Allah non può mai essere falsa. In verità, oltre alla Kalimah Tayyibah non esiste alcun’altra «kalimah» seguendo la quale l’uomo possa ottenere felicità nel mondo e immensa pace nell’Aldilà. Guardate dove volete, con gli occhi aperti: non troverete da nessuna parte nulla che contraddica questa verità.

Lo scopo di credere nella Kalimah Tayyibah

Nei due articoli precedenti vi ho esposto in dettaglio il significato della Kalimah Tayyibah; nel presente articolo cercherò di esporre la necessità di credere nella Kalimah Tayyibah e i suoi benefici.

Tutti sapete che, qualunque cosa l’uomo faccia nel mondo, alla sua base vi è certamente uno scopo, e che egli compie quell’azione per ottenere qualche beneficio. Nessuno fa qualcosa senza scopo, senza motivo e senza utilità. Perché bevete acqua? La bevete perché, se non estinguesse la vostra sete, non la berreste affatto. In tal caso, bere quest’acqua non avrebbe alcun risultato. Perché mangiate il cibo? Perché in questo modo la vostra fame sarà placata e la vostra forza vitale aumenterà. Ma se mangiare e digiunare avessero lo stesso risultato, considerereste l’atto di mangiare un’azione inutile. Quando vi ammalate, assumete medicine perché la malattia scompaia e possiate recuperare pienamente la salute; ma se, anche dopo aver assunto la medicina, la malattia non scomparisse e la situazione rimanesse come prima, direste certamente che assumere quella medicina è del tutto inutile. Perché lavorate tanto nell’agricoltura? Perché grazie ad essa potete ottenere cereali, frutta e vari tipi di ortaggi. Ma se, anche dopo aver seminato, nel campo non crescesse alcun raccolto, non accettereste mai di sopportare tanta fatica per arare, seminare e irrigare. In breve, qualunque cosa facciate nel mondo, se lo scopo viene raggiunto si considera che l’azione sia stata compiuta correttamente. Se invece lo scopo fallisce, dite che l’azione non è stata compiuta correttamente.

Ricordate bene questa verità profonda, poi continuate a rispondere alle mie domande una per una. La prima domanda è: perché si recita la Kalimah? A questa domanda non potete rispondere altro se non che lo scopo della recitazione della Kalimah è creare, per mezzo di essa, una distinzione tra kafir e musulmani. Ma voglio chiedere: che cosa significa distinguere tra kafir e musulmani? Significa forse che, poiché il kafir ha due occhi, quando il musulmano recita la Kalimah ne avrà quattro? Oppure che, poiché il kafir ha una testa, il musulmano ne avrà due? Direte certamente di no: qui non si parla di una differenza fisica. Il vero significato della distinzione è che l’esito del kafir e quello del musulmano saranno diversi. L’esito del kafir è che nell’Aldilà sarà privato della misericordia di Allah e lo scopo della sua vita fallirà. L’esito del musulmano, invece, è che potrà ottenere il compiacimento di Allah e nell’Aldilà avrà successo, vivendo nella più grande felicità.

Dopo aver ascoltato questa vostra risposta, dirò che avete risposto correttamente. Ma ditemi: che cos’è l’Aldilà? Che cosa significa fallire o avere successo nell’Aldilà? E qual è il significato del conseguire il successo e la salvezza lì? Se non comprendiamo bene queste questioni, non si può iniziare la discussione successiva.

Non dovete rispondere voi a questa domanda. La risposta è già stata data in precedenza. È stato detto:

«Il mondo terreno è il campo dell’aldilà.»

Il mondo terreno e l’aldilà non sono due cose diverse. Entrambi sono due tappe dello stesso cammino dell’essere umano. Il mondo terreno è la prima tappa di questo cammino, mentre l’aldilà è l’ultima. Tra il mondo terreno e l’aldilà esiste esattamente lo stesso rapporto che vi è tra coltivare la terra e ottenere da essa un raccolto. Arate il campo, poi seminate, se necessario lo irrigate e solo dopo potete ottenere il raccolto. Portate quel raccolto a casa e continuate a consumarlo tranquillamente per tutto l’anno. Qualunque cosa coltiviate nel campo, quella stessa raccoglierete. Se seminate riso, raccoglierete riso; se seminate juta, raccoglierete juta; se seminate grano, raccoglierete un raccolto di grano; e se seminate piante spinose, nel vostro campo nasceranno proprio piante spinose. Se invece non seminate nulla, nel vostro campo non nascerà nulla. Inoltre, gli effetti negativi degli errori e delle mancanze commessi nell’arare, nel seminare, nell’irrigare secondo necessità e nel sorvegliare il campo, li constatate proprio al momento della raccolta. Se invece avete svolto molto bene tutte queste attività, al momento della raccolta ne vedrete concretamente i risultati. La condizione del mondo terreno e dell’aldilà è esattamente la stessa. Considerate il mondo terreno come un campo. L’essere umano è stato mandato qui con lo scopo di produrre, mediante la propria fatica e il proprio impegno, un raccolto per sé. Gli è stato concesso il tempo che va dalla nascita alla morte per questo compito. Durante questo periodo, qualunque raccolto coltivi, proprio quel raccolto potrà ottenere nella vita dell’aldilà dopo la morte; e la sua vita nell’aldilà dipenderà unicamente dal raccolto che vi troverà. Se qualcuno, per tutta la vita terrena, coltiva un buon raccolto, lo irriga secondo necessità e lo cura molto bene, quando entrerà nella vita dell’aldilà vedrà, come frutto della propria fatica, un verdeggiante giardino colmo di frutti e fiori. In quella vita dell’aldilà non dovrà più compiere alcuna fatica; al contrario, avendo costruito quel giardino lavorando per tutta la vita nel mondo terreno, vivrà felicemente e comodamente grazie ai suoi frutti inesauribili. Questa è ciò che si chiama Jannah. Se riuscirà a ottenerla, si dovrà comprendere che nell’aldilà ha avuto successo e ha raggiunto la salvezza.

Ma chi, nella propria vita terrena, semina soltanto semi di spine e di frutti amari e velenosi, nell’aldilà raccoglierà soltanto quel suo raccolto. Là non avrà più né l’opportunità né il tempo di distruggere il cattivo raccolto, produrne uno buono e agire con saggezza invece che con la propria stoltezza. Dovrà trascorrere tutta la vita dell’aldilà con quel cattivo raccolto, perché nel mondo terreno ha coltivato soltanto quello. Le spine che aveva piantato diventeranno nell’aldilà il letto sul quale sarà fatto giacere. E i frutti amari e velenosi che aveva coltivato, quelli dovrà gustare là. Questo è il significato del fallimento e dell’insuccesso nell’aldilà.

Ho appena spiegato l’aldilà, e ciò è dimostrato anche dal Corano e dagli hadith. Da questa spiegazione si comprende senza alcun dubbio che il successo o il fallimento dell’essere umano nella vita dell’aldilà, e il fatto che la sua sorte sia buona o cattiva, sono in realtà l’unico risultato della bontà o della malvagità del suo ‘ilm e ‘amal, cioè della conoscenza e delle azioni, nella vita terrena. Su questo non vi è alcun dubbio.

Non appena avrete compreso questo, capirete molto facilmente anche che la differenza tra il destino finale del musulmano e quello del kafir non può esistere senza una ragione. In realtà, la differenza nel destino finale è soltanto il risultato della differenza nelle condizioni iniziali. Se nel mondo terreno non vi è alcuna differenza tra la conoscenza e le azioni del musulmano e quelle del kafir, allora neppure nell’aldilà può esservi alcuna differenza nel loro destino. È assolutamente impossibile che nel mondo terreno la conoscenza e le azioni di una persona siano esattamente come quelle di un kafir, e che tuttavia nell’aldilà essa sfugga alla dolorosa sorte del kafir.

Ora torna a porsi la domanda fondamentale: qual è lo scopo della recitazione della Kalima? Inizialmente, rispondendo a questa domanda, avete detto che l’unico scopo della recitazione della Kalima è che il destino del kafir e quello del musulmano siano diversi. Dopo aver ascoltato la spiegazione che vi è stata data del destino e dell’aldilà, dovete però riflettere ancora una volta sulla risposta che avete dato e ora dovete dire che lo scopo della recitazione della Kalima è rendere la conoscenza e le azioni dell’essere umano nel mondo terreno tali che il suo destino nell’aldilà sia buono. L’aldilà insegna all’essere umano come coltivare in questo mondo terreno quel giardino di frutti. Se l’essere umano non accetta proprio questa Kalima, non potrà mai conoscere il modo di piantare quel giardino. Come potrà allora costruirlo, e di quali frutti godrà nell’aldilà? Se una persona recita questa Kalima soltanto con la bocca, ma la sua conoscenza è come quella di chi non recita la Kalima e le sue azioni sono come quelle di un kafir, allora la sua coscienza le dirà che recitare la Kalima in questo modo non serve assolutamente a nulla. Non vi può essere alcuna ragione perché il destino di una simile persona sia migliore di quello di un kafir. Recitando la Kalima soltanto con la bocca, non ha reso alcun favore ad Allah. Pertanto, senza imparare il modo di costruire il giardino, senza costruirlo e coltivando per tutta la vita soltanto spine, nessun essere umano può ottenere nell’aldilà un giardino verdeggiante, colmo di fiori e frutti. Anche immaginare una cosa simile non è altro che una fantasia campata in aria. Ho già mostrato con alcuni esempi che, quando il risultato di fare una certa cosa e quello di non farla sono uguali, quella cosa non ha alcun valore ed è del tutto priva di senso. Un medicinale dopo il quale le condizioni del malato rimangono esattamente come prima che lo assumesse non è, in realtà, una medicina. Allo stesso modo, se la conoscenza e le azioni di chi recita la Kalima rimangono esattamente come quelle di coloro che non la recitano, recitare una simile Kalima è del tutto privo di senso. Se già nel mondo terreno non vi è stata alcuna differenza nella vita concreta del kafir e del musulmano, perché mai nell’aldilà il loro destino dovrebbe essere diverso?

Ora discuterò quale tipo di conoscenza la Kalima Tayyiba insegni all’essere umano e quale differenza sia auspicabile che questa conoscenza produca nelle attività quotidiane del musulmano e del kafir.

Vedete, da questa Kalima apprendete innanzitutto che siete servi di Allah e non servi di nessun altro. Quando avete compreso questo, avete automaticamente compreso anche che, essendo servi di Colui al quale appartenete, nel mondo terreno dovete agire secondo la Sua volontà. Infatti, se vi comportate o agite contro la Sua volontà, vi ribellate al vostro Padrone.

Pertanto, questa professione di fede ti insegna che Muhammad, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, è il Messaggero di Allah. Non appena hai appreso ciò, hai anche compreso che devi agire esattamente secondo il metodo indicato dal Messaggero di Allah: invece di coltivare spine e frutti velenosi nei campi di questo mondo, devi creare giardini di fiori e frutti dolci. Se seguirai questo metodo, allora nell’Aldilà potrai ottenere il raccolto giusto. Ma se agirai in modo contrario, in questo mondo coltiverai spine e nell’Aldilà riceverai proprio spine come raccolto, e nient’altro.

Dopo aver acquisito questa conoscenza, devi conformare ad essa anche il tuo modo di vivere quotidiano. Se credi fermamente che un giorno dovrai morire, che dopo la morte dovrai vivere una vita di natura diversa e che anche in quella vita dovrai vivere contando sul raccolto ottenuto in questo mondo, allora per te sarà assolutamente impossibile seguire una via diversa dalle regole e dalle norme presentate da Muhammad, che Allah lo benedica e gli conceda la pace. Perché coltivi la terra in questo mondo? Lo fai perché, se non coltivassi, non otterresti un raccolto. E credi fermamente che, senza un raccolto, dovresti morire di fame. Se non credessi a ciò e pensassi che il raccolto possa crescere anche senza coltivare, o che tu possa vivere senza raccolto, certamente non ti affaticheresti tanto per coltivare la terra. Ora rifletti su te stesso. Riguardo a colui che riconosce a parole Allah come proprio Signore e Muhammad, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, come Messaggero di Allah, e afferma di credere nell’Aldilà, ma nella vita quotidiana agisce in modo completamente contrario al Corano di Allah e agli hadith del Messaggero, sappi che la sua fede è in realtà estremamente debole. Se credesse con la stessa certezza con cui crede nelle cattive conseguenze del non lavorare il proprio campo alle dolorose conseguenze del non preparare il raccolto per l’Aldilà, non potrebbe mai mostrare una simile negligenza nelle opere destinate all’Aldilà. Nessuno coltiva consapevolmente semi di spine per il proprio futuro. Soltanto chi non crede che, piantando spine, nasceranno spine e che proprio quelle spine gli causeranno dolore può coltivare spine; nessun altro. Tu non puoi mai prendere consapevolmente in mano una brace ardente, perché sai con certezza che ti brucerebbe la mano. Ma un bambino ignaro mette la mano nel fuoco, poiché non sa affatto quanto dolorose siano le conseguenze.

La realtà dell’Islam

Chi è musulmano

Qui illustrerò le qualità necessarie al musulmano. In altre parole, discuterò in modo particolare quali siano le condizioni minime per essere musulmano e quali siano le qualità minime che una persona deve possedere perché possa essere chiamata musulmana.
Per comprendere bene ciò, devi innanzitutto acquisire una concezione corretta e completa del kufr e dell’Islam. Sappi dunque, in generale, che il rifiuto di obbedire al comando di Allah è chiamato «kufr» o miscredenza; mentre il fatto di obbedire esclusivamente al comando di Allah e di rifiutare qualunque regola, legge o ordine contrario al Santo Corano dato da Allah è chiamato Islam. La differenza tra Islam e «kufr» è esposta con parole chiare nel seguente versetto del Nobile Corano:وَمَنْ لَّمْ يَحْكُمْ بِمَا أَنْزَلَ اللهُ فَأُولَئِكَ هُمُ الْكَفِرُونَ – المائدة : ٤٤
«Miscredenti sono coloro che non giudicano secondo ciò che Allah ha rivelato.»
Qui non si intende dire che soltanto le cause presentate nei tribunali civili e penali debbano essere giudicate secondo il Corano e gli hadith. Si parla invece del giudizio che ogni persona formula in ogni momento della propria vita e in ogni propria azione. In ogni questione ti si presenta questa domanda: bisogna fare questa cosa oppure no? Bisogna fare quella determinata cosa secondo questo metodo o secondo un altro? In tali momenti, generalmente ti si presentano due tipi di norme. Un tipo di norme ti viene indicato dal Corano di Allah e dagli hadith del Messaggero. L’altro tipo di norme è proposto dal tuo nafs, dalle consuetudini ereditate dai padri e dagli antenati oppure dalle leggi create dagli uomini. In questa situazione, chi decide di agire adottando altre vie e abbandonando le norme date da Allah sceglie in realtà la via del kufr. Se prende questa decisione riguardo alla propria intera vita e non segue in alcuna azione le norme date da Allah, allora è completamente miscredente. Se in alcune azioni segue la guida di Allah, mentre in altre agisce secondo i comandi del proprio nafs, secondo le consuetudini degli antenati oppure secondo le leggi create dagli uomini, allora si immerge nel kufr nella misura in cui disobbedisce alla legge di Allah. In questo senso, qualcuno è miscredente per metà, qualcun altro per un quarto. In una persona vi è un decimo di kufr, in un’altra un ventesimo. In sintesi, non vi è dubbio che si commetta kufr nella misura in cui ci si oppone alla legge di Allah. In realtà, Islam significa essere esclusivamente servi di Allah e non obbedire a nessuno: né al nafs, né ai padri e agli antenati, né alla tribù e alla stirpe, né al maulvi sahib, né al pir sahib, né al proprietario terriero, né all’esattore, né al giudice o al magistrato, né ad alcun altro. Non si deve essere servi di nessuno all’infuori di Allah. Non si deve accettare la servitù di nessun altro: questo è il compito del musulmano. Nel Nobile Corano è detto:

قُلْ يَأَهْلَ الْكِتَبِ تَعَالَوْا إِلَى كَلِمَةٍ سَوَاءٍ بَيْنَنَا وَبَيْنَكُمْ أَلَّا نَعْبُدَ إِلَّا اللَّهَ ولا نُشْرِكَ بِهِ شَيْئًا ولا يَتَّخِذَ بَعْضُنَا بَعْضًا أَرْبَابًا مِّنْ دُونِ اللَّهِ ، فَإِنْ
تَوَلَّوْا فَقُولُوا اشْهَدُوا بِأَنَّا مُسْلِمُونَ – ال عمران : ٦٤

«Di’: “O gente della Scrittura! Venite a una parola comune tra noi e voi: adoriamo soltanto Allah, non associamo a Lui nulla e nessuno di noi prenda altri come signori all’infuori di Allah”. Se poi volgono le spalle, dite: “Siate testimoni che noi siamo musulmani: accettiamo pienamente tutte e tre queste dichiarazioni”» — Sura Āl ʿImrān, 64.

Altrove è detto:

افغيْرَ بِيْنِ اللهِ يَبْغُونَ وَلَهُ أَسْلَمَ مَنْ فِي السَّمَوتِ وَالْأَرْضِ طَوْعًا
وكرها والَيْه يُرْجَعُونَ – ال عمران : ۸۳
«Volete forse obbedire a qualcuno diverso da Allah? Eppure ogni cosa nei cieli e sulla terra obbedisce a Lui, volente o nolente, e tutti ritorneranno a Lui.»

In questi due versetti viene espressa la stessa verità: la vera religione consiste nell’obbedire ad Allah e nell’osservare i Suoi comandamenti. Il significato del culto di Allah non è soltanto questo: prostrarsi davanti a Lui cinque volte al giorno e alla notte, ritenendo così adempiuti tutti i doveri del culto. Al contrario, il vero culto consiste nell’osservare in ogni momento, giorno e notte, esclusivamente i comandamenti di Allah l’Altissimo. Astenersi da ciò che Egli ha proibito e adempiere pienamente a ciò che Egli ha ordinato: questo è il culto. Perciò, in ogni azione e riguardo a ogni comandamento, bisogna cercare soltanto ciò che Allah ordina. Non si deve guardare soltanto a ciò che dicono il proprio cuore e la propria ragione, a ciò che hanno detto o fatto i padri e gli antenati, all’opinione della famiglia, della stirpe e dei parenti, a ciò che dicono il signor maulvi o il signor pir, a ciò che ordina il tale signore o all’opinione di quell’altro signore; non si deve prestare alcuna attenzione esclusiva a tali cose. Se, abbandonando il comandamento di Allah, si obbedisce al comando di qualcuno di loro, si commette shirk nei confronti di Allah e si conferisce a colui al cui comando si obbedisce lo stesso rispetto dovuto ad Allah. Infatti, il potere di comandare appartiene esclusivamente ad Allah l’Altissimo: «إن الحُكْمُ الأل «Senza il comandamento di Allah, l’uomo non può obbedire al comando di nessun altro.» Soltanto Colui che ha creato l’uomo e per la cui grazia egli vive può ricevere il culto e la devozione dell’uomo. Ogni cosa nei cieli e sulla terra obbedisce al Suo comando. Una pietra non agisce secondo il comando di un’altra pietra, un albero non obbedisce a un altro albero e nessun animale vive sottomesso al comando di un altro animale. Ma l’uomo è forse diventato peggiore degli animali, degli alberi e delle pietre, al punto che essi obbediscono soltanto ad Allah, mentre l’uomo comincia a seguire le direttive di altri uomini abbandonando Allah? È proprio questo che viene spiegato chiaramente nei tre versetti coranici citati. Da dove proviene questa miscredenza e questo traviamento, e come penetrano nell’uomo? Ne parleremo ora. Il Sacro Corano ha dichiarato con chiarezza che il sentimento di disobbedienza ad Allah penetra nell’uomo attraverso tre vie.

La prima via è il desiderio del nafs dell’uomo:

ومَنْ أَضَلُّ مِمَّنِ اتَّبَعَ هَيْهُ بِغَيْرِ هُدًى مِّنَ اللَّهِ إِنَّ اللَّهَ لا يَهْدِي
القوم الظَّلِمِينَ – القصص : ٥٠
«Chi è più traviato di colui che segue i desideri del proprio nafs, abbandonando la legge data da Allah? Allah non guida mai sulla retta via questi ingiusti.»

Ciò significa che, fra tutte le cose capaci di traviare l’uomo, il suo nafs è la principale forza che lo conduce fuori strada. Per colui che si sottomette ai propri desideri è assolutamente impossibile diventare servo di Allah. Infatti, egli cercherà soltanto i lavori dai quali potrà ricavare denaro, quelli che gli procureranno fama e onore, le cose che gli daranno maggiore gusto e piacere e le attività dalle quali otterrà più comodità e felicità; e si sforzerà con tutte le sue forze di compiere soltanto quelle azioni nelle quali troverà tali vantaggi. Anche se Allah avesse proibito quelle azioni, non vi presterà alcuna attenzione. E non sarà mai disposto a compiere le azioni dalle quali non potrà ottenere tali cose. Anche se Allah l’Altissimo avesse ordinato quelle azioni, non se ne curerà minimamente. In tali condizioni si può affermare con chiarezza che egli non ha riconosciuto Allah l’Altissimo come suo Signore, ma ha elevato il proprio nafs al rango del suo unico dio. Perciò una persona simile non può in alcun modo ottenere la guida di Allah. Nel Sacro Corano ciò viene detto altrove in questi termini:

اريت مَنِ اتَّخَذَ إِلَهَهُ هَنهُ ، أَفَأَنتَ تَكُونُ عَلَيْهِ وَكِيلاً ، أَمْ تَحْسَبُ أنْ أَكْثَرَهُمْ يَسْمَعُونَ أَوْ يَعْقِلُونَ ، إِنْ هُمْ إِلَّا كَالْأَنْعَامِ بَلْ هُمْ أَضَلُّ
سبيلاً ٥ – الفرقان : ٤٤٤٣
«Hai considerato colui che ha preso il proprio desiderio come proprio dio? Puoi forse essere il suo custode? Pensi forse che molti di loro ascoltino e comprendano? Niente affatto. Essi sono come bestiame, anzi sono ancora più lontani dalla retta via.»

Non può esserci alcun dubbio che colui che è schiavo del nafs sia peggiore di un animale. Non vedrete alcun animale oltrepassare i limiti stabiliti da Allah. Ogni animale mangia soltanto ciò che Allah l’Altissimo gli ha destinato e nella quantità esatta che gli è stata stabilita. E ogni animale compie precisamente il lavoro che gli è stato assegnato. Ma l’uomo è una specie di animale tale che, quando diventa schiavo del nafs, compie azioni davanti alle quali persino Satana prova timore.
Questa è la prima causa del traviamento dell’uomo. La seconda via è questa: per la naturale attrazione verso i costumi e le usanze, le convinzioni, le opinioni, i modi di vivere e le consuetudini tramandati dai padri e dagli antenati, l’uomo ne diventa schiavo. Li considera più degni di rispetto persino del comandamento di Allah. Se gli viene presentato un comandamento di Allah contrario a quelle usanze, subito esclama: «Questo è ciò che hanno fatto i miei padri e i miei antenati; posso forse agire contro la consuetudine della mia stirpe, che dura da tanto tempo?» Colui nel quale la malattia di venerare le usanze degli antenati è così radicata non può in alcun modo diventare un servo sincero di Allah. Di fatto, sono i suoi padri, i suoi antenati e la gente della sua stirpe a diventare i suoi dèi. Se egli pretende di essere musulmano, non vi è il minimo dubbio che tale pretesa sia falsa. Nel Nobile Corano è stato dato un severissimo avvertimento al riguardo, ed è stato detto:

وإِذَا قِيلَ لَهُمُ اتَّبِعُوا مَا أَنْزَلَ اللهُ قَالُوا بَلْ نَتَّبِعُ مَا الْفَيْنَا عَلَيْهِ
ابانا ، أوَلَوْ كَانَ آبَاؤُهُمْ لَا يَعْقِلُونَ شَيْئًا وَلَا يَهْتَدُونَ ٥ – البقرة : ١٧٠
«Quando è stato detto loro: “Seguite ciò che Allah ha fatto scendere”, essi hanno risposto soltanto: “Noi seguiremo esclusivamente la via sulla quale hanno camminato i nostri padri e antenati”. Ma anche se i loro padri e antenati non avessero compreso nulla e non fossero rimasti sulla retta via, li seguiranno ugualmente?»

Altrove è detto:

وَإِذَا قِيلَ لَهُمْ تَعَالَوْا إِلَى مَا أَنْزَلَ اللهُ وَإِلَى الرَّسُولِ قَالُوا حَسْبُنَا مَا
وَجَدْنَا عَلَيْهِ آبَاءَنَا ، أَوَلَوْ كَانَ آبَاؤُهُمْ لا يَعْلَمُونَ شَيْئًا وَلَا يَهْتَدُونَ ، يَأَيُّهَا
الَّذِينَ آمَنُوا عَلَيْكُمْ أَنْفُسَكُمْ : لا يَضُرُّكُم مِّنْ ضَلَّ إِذَا اهْتَدَيْتُمْ ، إِلَى الله مَرْجِعُكُمْ جَمِيعًا فَيُنَبِّئُكُمْ بِمَا كُنتُمْ تَعْمَلُونَ ٥ – المائدة : ١٠٤-١٠٥

«Ogni volta che è stato detto loro: “Venite verso ciò che Allah ha rivelato e verso il Messaggero”, hanno risposto: “Ci basta ciò che abbiamo trovato seguire dai nostri antenati”. Ma anche se i loro antenati non avessero conosciuto la verità e non fossero stati sulla retta via, dovrebbero forse continuare a seguirli (ciecamente)? O credenti! Dovreste riflettere. Se riuscite a seguire la retta via, lo sviamento degli altri non vi recherà alcun danno. Alla fine ritornerete tutti ad Allah; allora Allah l’Altissimo vi mostrerà il bene e il male delle vostre opere.» — Sura al-Māʾida: 104-105

In generale, in ogni epoca gli ignoranti sono immersi in questo tipo di sviamento, e ciò impedisce loro di accettare l’invito del profeta di Allah. Quando il profeta Mosè, pace su di lui, invitò la gente di quell’epoca a seguire la Legge di Allah, anch’essi dissero:

اجِئْتَنَا لِتَلْفِتْنَا عَمَّا وَجَدْنَا عَلَيْهِ أَبَاهُ نَا – يونس : ۷۸«Sei forse venuto per distoglierci dalla via che hanno seguito i nostri antenati?» — Sura Yūnus: 78

Quando il profeta Abramo, pace su di lui, disse alla gente della sua tribù di tenersi lontana dallo shirk, anch’essi dissero:

وَجَدَنَا آبَاءَ نَا لَهَا عَبدِينَ – الانبياء : ٥٣«Abbiamo visto i nostri antenati adorare proprio questa divinità.»

In sostanza, dopo aver ascoltato l’invito di ogni profeta, la gente di quell’epoca ha detto soltanto: «Ciò che dite è contrario alla tradizione dei nostri antenati. Perciò non possiamo accettarlo.» Nel Nobile Corano è detto:

وكَذَلِكَ مَا أَرْسَلْنَا مِنْ قَبْلِكَ فِي قَرْيَةٍ مِّنْ نُذِيرٍ إِلَّا قَالَ مُتْرَفُوهَا إِنَّا
وجَدْنَا آبَاءَنَا عَلَى أُمَّةٍ وَإِنَّا عَلَى أَثَرِهِم مُّقْتَدُونَ قُلْ أَوَلَوْ جِئْتُكُمْ بِأَهْدَى مِمَّا وَجَدتُّمْ عَلَيْهِ آبَاءَكُمْ ، قَالُوا إِنَّا بِمَا أُرْسِلْتُمْ بِهِ كُفِرُونَ فَانْتَقَمْنَا مِنْهُمْ فَانْظُرْ كَيْفَ كَانَ عَاقِبَةُ الْمُكَذِّبِينَ – الزخرف : ٢٣-٢٥

«È un fatto che si ripete sempre: ogni volta che ho inviato un profeta in una città, i suoi abitanti ricchi e agiati hanno detto: “Abbiamo visto i nostri antenati seguire una certa tradizione e noi seguiamo esattamente la stessa tradizione”. Il profeta disse loro: “E anche se vi portassi qualcosa di migliore delle tradizioni che avete trovato presso i vostri antenati, continuereste comunque a seguire le loro tradizioni?”. Essi risposero: “Non accettiamo affatto ciò che dici”. Quando diedero questa risposta, anch’io inflissi loro una severa punizione. Ora osservate quale terribile fine è toccata a coloro che hanno negato la Mia rivelazione». — Sura az-Zukhruf: 23-25

Dopo aver esposto queste parole, Allah l’Altissimo dice: o seguite le regole e le consuetudini dei vostri antenati, oppure obbedite sinceramente soltanto ai Miei ordini; ma non potrete mai osservare entrambe queste cose insieme e nello stesso momento. Potrete scegliere soltanto una delle due vie. Se volete diventare musulmani, abbandonate ogni altra cosa e continuate a obbedire soltanto ai Miei ordini:

وَإِذَا قِيلَ لَهُمُ اتَّبِعُوا مَا أَنْزَلَ اللهُ قَالُوا بَلْ نَتَّبِعُ مَا وَجَدْنَا عَلَيْهِ آبَاءَنَا ، أولَوْ كَانَ الشَّيْطَنُ يَدَعُوهُمْ إِلَى عَذَابِ السَّعِيرِ وَمَنْ يُسْلِمَ وَجْهَهُ إلى اللهِ وَهُوَ مُحْسِنٌ فَقَدِ اسْتَمْسَكَ بِالْعُرْوَةِ الْوُثْقَى ، وَإِلَى اللهِ عَاقِبَةُ الْأُمُورِ وَمَنْ كَفَرَ فَلَا يَحْزُنكَ كُفْرُهُ ، إِلَيْنَا مَرْجِعُهُمْ فَتُنَبِّئُهُمْ بِمَا عَمِلُوا – – لقمن : ۲۱-۲۳

«Quando fu detto loro: “Seguite la legge che Allah ha rivelato”, risposero: “Noi seguiremo soltanto la via sulla quale abbiamo visto camminare i nostri antenati”. E anche se Satana li invitasse verso l’Inferno, lo seguirebbero? Chi si è completamente sottomesso ad Allah ed è diventato virtuoso, costui si è aggrappato a una corda saldissima. Infatti, l’esito di tutte le cose è nelle mani di Allah. E quanto a chi rinnega Allah, o Profeta, non hai motivo di rattristarti per il suo rinnegamento. Tutti ritorneranno a Me; allora mostrerò loro le conseguenze di tutte le loro opere». — Sura Luqman: 21-23

Questa è la seconda causa che porta gli uomini fuori strada. Riguardo poi alla terza via, nel Sacro Corano è detto che, quando l’uomo abbandona gli ordini di Allah e comincia a obbedire agli ordini degli uomini, pensando che una certa persona, essendo molto ricca, debba certamente dire la verità; oppure che il suo sostentamento sia nelle mani di una certa persona e che, perciò, si debbano assolutamente eseguire i suoi ordini; oppure che una certa persona possieda grande forza e potere e che, per questo, sia necessario seguirne le parole; oppure che una certa persona possa distruggerlo lanciandogli una maledizione; oppure che una certa persona lo condurrà con sé in Paradiso e che, quindi, sia doveroso considerare infallibile tutto ciò che dice; oppure che una certa nazione stia oggi progredendo molto e che, perciò, si debbano seguire le sue usanze, allora egli non può in alcun modo agire secondo la guida di Allah.

وإن تُطِيعُ أَكْثَرَ مَنْ فِي الْأَرْضِ يُضِلُّوكَ عَنْ سَبِيلِ اللَّهِ .. الانعام ١١٦«Se obbedisci alla maggior parte di coloro che sono sulla terra, essi ti allontaneranno dalla via di Allah e ti condurranno su una strada smarrita». — Sura al-An’am: 116

In altre parole, l’uomo può rimanere sulla retta via soltanto quando riconosce un solo Allah come suo Dio. Chi riconosce come “dèi” centinaia e migliaia di persone, e talvolta segue ciò che dice un dio e talvolta ciò che dice un altro dio, non può mai trovare la retta via.

Dalla discussione precedente avete compreso chiaramente che esistono tre grandi cause dello smarrimento dell’uomo.

La prima: la schiavitù dell’ego.
La seconda: la schiavitù delle usanze e delle consuetudini degli antenati, della famiglia e della stirpe.
La terza: in generale, la schiavitù degli uomini del mondo; tra questi rientrano i ricchi, i re, i governanti, i capi ipocriti e le nazioni traviate del mondo.

Queste tre grandi «divinità» pretendono di essere il dio dell’uomo. Chi desidera diventare musulmano deve innanzitutto rinnegare queste tre «divinità»; solo allora potrà diventare un vero musulmano. Ma per chi conserva dentro di sé queste tre categorie di divinità e agisce secondo i loro ordini, diventare un vero servo di Allah è estremamente difficile. Potrà soltanto ingannare la gente recitando cinquanta preghiere al giorno, osservando per tutto il giorno un digiuno esibito e assumendo l’aspetto di un musulmano. Potrà persino ingannare sé stesso, convincendosi di essere diventato un musulmano sincero. Ma non vi è alcun dubbio che, con simili astuzie, non potrà mai ingannare Allah.

Servire le tre «divinità» che ho menzionato sopra è il vero shirk. Avete abbattuto le divinità di pietra, avete distrutto le statue e i templi costruiti con mattoni, calce e intonaco; ma non avete prestato la minima attenzione al tempio degli idoli che esiste nei vostri cuori. Eppure, per diventare musulmani, frantumare completamente questi idoli è il compito più necessario e la prima condizione. Sebbene io rivolga queste parole a tutti i musulmani del mondo e sappia che il culto di queste tre categorie di divinità è l’unica causa della misura in cui i musulmani del mondo hanno sofferto, soffrono e soffriranno in futuro, qui mi rivolgo soltanto ai fratelli musulmani di questo Paese: la radice del vostro declino, delle vostre molteplici privazioni, lamentele e difficoltà sono le tre cose sopra menzionate. La servitù dei desideri dell’anima, la servitù delle consuetudini ereditarie e la servitù verso uomini diversi da Allah sono ancora estremamente diffuse tra voi. Ed è proprio questo che, dall’interno, sta distruggendo completamente la vostra forza, la vostra religione e la vostra fede.

Tra voi esistono differenze tra ashraf e atraf, tra nobili e gente comune, tra persone di alto e di basso rango. In questo modo, la gente della vostra società è stata divisa in numerose classi. L’Islam, invece, aveva voluto trasformare tutte queste classi e comunità in un’unica nazione e in fratelli gli uni degli altri, rendendoli simili a un muro solido. La volontà di Allah Ta‘ala era che ogni mattone di quel muro fosse saldamente unito agli altri mattoni. Eppure conservate ancora l’antica concezione indù delle caste. Come presso gli indù una tribù rimane separata dalle altre e una comunità odia l’altra, così fate anche voi. Per quanto riguarda i matrimoni, non riuscite a fare nulla gli uni con gli altri. Non riuscite ad accettare tutti i musulmani come fratelli in egual misura. A parole vi chiamate fratelli, ma nei fatti tra voi rimane esattamente la stessa distinzione che esisteva in Arabia prima dell’Islam.

Per queste ragioni non riuscite a unirvi gli uni agli altri per diventare un muro solido. Come mattoni sparsi in diverse direzioni di un muro crollato, rimanete separati, ciascuno per conto proprio. Per questo non riuscite né a trasformarvi in una forza unita né ad affrontare alcuna calamità o difficoltà. Se, secondo il chiaro insegnamento dell’Islam, vi si dicesse di spezzare tutte queste divisioni e differenze e di unirvi gli uni agli altri, allora rispondereste con quelle stesse parole: «Non possiamo infrangere la consuetudine tramandata dai nostri padri e dai nostri antenati». Ma sapete che cosa risponderà Allah Ta‘ala? Dirà: «Ebbene, non infrangete nulla di tutto ciò e non abbandonate queste usanze non islamiche; allora anch’Io vi farò a pezzi e, sebbene siate numerosi nel mondo, vi manterrò umiliati e decaduti».

Allah Ta‘ala vi ha ordinato che tutti i vostri figli e le vostre figlie ricevano una parte della vostra eredità. Ma che risposta avete dato? Avete detto: «Secondo la legge dei nostri padri e dei nostri antenati, le figlie non possono ricevere una parte dell’eredità; possono riceverla soltanto i figli maschi. Pertanto seguiamo la legge dei nostri padri e non possiamo seguire la legge di Allah». Riflettete un poco: è forse questo l’Islam? Vi è stato detto di abbandonare le leggi ereditarie e quelle consuetudinarie del Paese, ma ciascuno di voi risponde: «Quando tutti le abbandoneranno, le abbandonerò anch’io». Infatti, se gli altri non danno alle proprie figlie la loro parte dell’eredità, la mia proprietà finirà nella casa altrui, mentre dalla casa altrui non arriverà nulla nella mia. … Riflettete: che cosa significa questa risposta? Se voi obbedite alla legge di Allah soltanto a condizione che anche gli altri vi obbediscano, avete forse creduto nella legge di Allah? Domani potreste dire anche: «Se gli altri commettono adulterio, lo commetterò anch’io; se gli altri rubano, ruberò anch’io». In altre parole, finché gli altri non abbandoneranno tutti i peccati, anch’io continuerò a commetterli tutti.

La realtà è che, in questa questione, vi si sta facendo adorare proprio le tre divinità da noi menzionate. State servendo i desideri dell’anima, state servendo le consuetudini dei vostri padri e antenati e state servendo anche le comunità politeiste del mondo. E tuttavia, insieme al culto di queste tre divinità, pretendete ancora di essere musulmani. Qui ho citato soltanto due esempi. Se invece apriste gli occhi e osservaste, vedreste tra voi così tante gravi malattie che sarebbe impossibile contarle tutte; e, guardando attentamente, notereste che in un luogo si adora una divinità, in un altro se ne adorano due e in un altro ancora tutte e tre. Pretendere di essere musulmani mentre si adorano tre divinità è una cosa ridicola; e, in tale situazione, sperare che su di noi discenda proprio l’infinita misericordia che Allah Ta‘ala ha promesso di far discendere sui musulmani sinceri non è meno ridicolo.

La prova della fede

Nel precedente articolo è stato detto che, secondo il Corano, le vere cause per cui l’uomo si smarrisce sono tre. Primo: abbandonare la legge di Allah e diventare schiavo dei desideri del proprio nafs; secondo: contrapporre alla legge di Allah le usanze della propria stirpe e seguire la via dei padri e degli antenati; terzo: gettare lontano la guida indicata da Allah e dal Suo Profeta, sallallahu alayhi wa sallam, e obbedire agli uomini del mondo, siano essi persone influenti della propria nazione oppure appartenenti a un’altra nazione.
Il segno autentico del musulmano è che egli sarà completamente libero da questi tre tipi di malattia e di smarrimento. Si chiama musulmano soltanto colui che non è schiavo di nessuno all’infuori di Allah e non segue nessuno all’infuori del Messaggero. È musulmano colui che crede con piena sincerità che soltanto gli insegnamenti di Allah e del Suo Profeta sono interamente veri, e che tutto ciò che li contraddice è falso. Il bene e il progresso dell’uomo nella religione e nella vita terrena risiedono esclusivamente nei nobili insegnamenti di Allah e del Messaggero. Chi riuscirà a credere senza alcun dubbio in questa verità, in ogni azione della propria vita cercherà soltanto di sapere quale sia il comando di Allah e quale sia la norma del Messaggero. E non appena lo saprà, vi sottometterà immediatamente il capo. In seguito, per quanto il suo animo possa essere inquieto, per quanto i membri della sua stirpe possano cercare di distoglierlo e per quanto la gente del mondo possa opporglisi, egli non si curerà di nessuno di loro. Perché a tutti darà un’unica risposta: «Ebbene, io sono servo soltanto di Allah l’Altissimo; non sono servo di nessuno di voi, e ho avuto fede nel Messaggero: non ho avuto fede in te». Ma se qualcuno dice: «Se questo è davvero un comando di Allah e del Messaggero, ebbene, sia pure così; il mio cuore però non lo accetta», oppure: «Temo di subirne un danno; perciò abbandonerò il comando di Allah e del Messaggero e seguirò la mia opinione», allora nel cuore di una simile persona non resterà neppure la minima traccia della fede. Non è un credente, bensì un munafiq; benché a parole pretenda di essere soltanto servo di Allah e seguace del Profeta, in realtà è servo del proprio nafs e segue soltanto la propria opinione.
Allo stesso modo, se qualcuno dice: «Qualunque cosa comandino Allah e il Messaggero, questa usanza esiste dai tempi dei padri e degli antenati: come si può dunque abbandonarla? Oppure: questa consuetudine esiste da sempre nella mia stirpe o nella mia tribù; come potrei oggi fare il contrario?», anche costui deve essere annoverato tra i munafiq. Per quanto la sua fronte possa segnarsi di macchie a forza di pregare e per quanto possa mostrarsi pubblicamente nell’aspetto di una persona religiosa, in realtà è un munafiq, senza alcun dubbio. La ragione è che l’essenza della religione non ha trovato alcun posto nel suo cuore: il suo cuore non accetta sinceramente l’Islam. Non si chiama «religione dell’Islam» soltanto il compiere ruku‘ e sujud, il digiuno e l’hajj. E non si adempie la «religione» semplicemente assumendo esteriormente l’aspetto di un musulmano. In realtà, per «religione» o din si intende l’obbedienza ad Allah e al Messaggero. Nel cuore di chi rifiuta di obbedire ad Allah e al Messaggero in tutte le attività della propria vita non rimane in realtà neppure il nome o la traccia del «din». La sua preghiera, il suo digiuno e la sua devozione non sono altro che inganno.
Allo stesso modo, se qualcuno, incurante della guida di Allah e del Suo Profeta, dice: «Poiché tra le nazioni europee o americane una certa cosa è molto diffusa ed esse hanno fatto progressi, anche noi dovremmo adottarla»; oppure: «Una certa nazione ha fatto una certa cosa, e una grande personalità ha detto questo; dunque anche noi abbiamo il dovere di praticarla», non vi è alcun motivo per ritenere che una simile persona possieda la fede. Se avesse fede, non potrebbe pronunciare tali parole. Se siete davvero musulmani e volete rimanere musulmani, dovete gettare lontano qualunque parola contraria al comando di Allah e del Suo Messaggero. Se non siete capaci di farlo, non vi si addice rivendicare l’Islam. Pretendere a parole: «Riconosciamo Allah e il Messaggero», e poi, in tutte le attività della vita, seguire sempre la gente del mondo ignorando le parole di Allah e del Messaggero: questo non è né fede né Islam; non è altro che ipocrisia.

Nel diciottesimo juz’ del Sacro Corano, Allah l’Altissimo ha detto con parole chiare:

لَقَدْ أَنْزَلْنَا أيت مُبَيِّنَتِ ، وَاللهُ يَهْدِي مَنْ يُشَاءُ إِلَى صِرَاطٍ مُسْتَقِيره
وَيَقُولُونَ أَمَنَّا بِاللهِ وَبِالرَّسُولِ وَأَطَعْنَا ثُمَّ يَتَوَلَّى فَرِيقٌ مِّنْهُم مِّنْ بَعْدِ ذلك ، وَمَا أُولَئِكَ بِالْمُؤْمِنِينَ وَإِذَا دُعُوا إِلَى اللَّهِ وَرَسُولِهِ لِيَحْكُمْ
بَيْنَهُمْ إِذَا فَرِيقٌ مِّنْهُمْ مُعْرِضُونَ ، وَإِنْ يُكُنُ لَهُمُ الْحَقُّ يَأْتُوا إِلَيْهِ مُنْعِتِينَ فِي قُلُوبِهِمْ مُرَضٌ أَمِ ارْتَابُوا أَمْ يَخَافُونَ أَنْ يُحِيفُ اللَّهُ عَلَيْهِمْ وَرَسُولَهُ ، بَلْ أُولَئِكَ هُمُ الظَّلِمُونَ إِنَّمَا كَانَ قَوْلَ الْمُؤْمِنِينَ إِذَا دُعُوا إِلَى اللَّهِ وَرَسُولِهِ لِيَحْكُمَ بَيْنَهُمْ أَنْ يَقُولُوا سَمِعْنَا وَأَطَعْنَا ، أولئِكَ هُمُ الْمُفْلِحُونَ وَمَنْ يُطِعِ اللَّهَ وَرَسُولَهُ وَيَخْشَ اللَّهَ وَيَتَّقُه فَأُولَئِكَ هُمُ الْفَائِزُونَ – النور : ٥٢٤٦

«Abbiamo fatto scendere versetti che distinguono chiaramente il vero dal falso. Allah guida per mezzo di questi versetti sulla retta via chi vuole. La gente dice: “Abbiamo creduto in Allah e nel Suo Messaggero e accettiamo di obbedire loro”; ma poi una parte di loro si allontana dall’obbedienza. Costoro non sono credenti. Quando vengono chiamati affinché, secondo la legge di Allah l’Altissimo, sia emesso un giudizio sulle loro questioni, alcuni volgono il viso altrove e si allontanano. Ma se il giudizio della legge di Allah è conforme ai loro desideri, allora lo accettano certamente. Hanno forse una malattia nei loro cuori? Oppure sono immersi soltanto in dubbi infondati? O temono che Allah e il Suo Messaggero ledano il loro diritto? Qualunque sia la ragione, sono essi stessi a fare torto a se stessi. La regola di ogni credente è che, quando viene chiamato a giudicare secondo la legge di Allah, egli sottomette il capo dicendo: “Abbiamo ascoltato e obbediamo”. In verità, soltanto costoro possono ottenere la salvezza e il progresso. E soltanto coloro che obbediscono al comando di Allah e del Suo Messaggero, temono Allah e si tengono lontani dalla Sua disobbedienza avranno successo e saranno salvati». — Sura an-Nur, 46-52

Cercate di comprendere con particolare attenzione la descrizione della fede fornita in questi versetti. In realtà, fede significa sottomettersi al Libro di Allah e alla guida del Messaggero. Inchinate il capo davanti a ogni comandamento che proviene da lì. Non ascoltate nulla che gli sia contrario: né ciò che dice il vostro animo, né ciò che dicono la vostra stirpe e la vostra famiglia, né ciò che dicono gli uomini del mondo. Chi possiede questa qualità nel cuore sarà veramente un credente e un musulmano. Quanto a colui che non possiede tale qualità, non può essere chiamato altro che ipocrita.
Forse avete sentito dire che in Arabia il consumo di vino era molto diffuso. Uomini e donne, giovani e vecchi, erano quasi tutti pazzi per il vino. In realtà, nei loro cuori vi era una profonda attrazione per esso. Non si contano i ghazal e le canzoni che avevano composto per elogiarlo. Erano pronti persino a dare la vita per il vino. Sapete anche che, una volta che si prende il vizio del vino, liberarsene è estremamente difficile. Gli ubriaconi possono dare la vita per il vino, ma non riescono ad abbandonarlo. Se un ubriacone non trova vino, la sua condizione diventa peggiore di quella di un malato grave. Ma avete mai sentito quale fu la situazione quando fu rivelato il versetto che proibiva il vino? Proprio quegli arabi, pazzi per il vino e pronti a morire per esso, non appena ricevettero questo comandamento, infransero con le proprie mani i grandi recipienti di vino. Il vino scorreva per i vicoli di Medina come acqua piovana. In una riunione, alcune persone erano sedute insieme a bere vino. Quando l’annunciatore del Profeta si avvicinò e disse loro che il vino era stato proibito, la mano di ciascuno si fermò esattamente dov’era e nessuno avanzò neppure di un poco. Colui la cui mano teneva la coppa accostata alla bocca la ritirò immediatamente. Da quel momento neppure una goccia di vino poté entrare nel suo ventre. Questa è la descrizione della vera fede. E questa è ciò che si chiama obbedienza ad Allah e al Messaggero.
Non ignorate quanto sia severa in Islam la punizione dell’adulterio. Consiste in cento frustate sulla schiena. In verità, anche solo immaginarlo fa rabbrividire il corpo umano. E se l’adultero è sposato, viene addirittura ucciso a colpi di pietra. Al solo sentire il nome di questa dura punizione, la gente trema di paura. Ma sapete quale fosse la condizione di coloro che possedevano una fede autentica e tuttavia, per errore, avevano commesso adulterio? Un uomo, caduto nell’inganno di Satana, commise adulterio. Non vi era alcun testimone, nessuno che lo conducesse in tribunale e nessuno che potesse informare la polizia. Ma nel suo cuore vi era una fede autentica. E quella fede gli disse: «Poiché hai soddisfatto il desiderio del tuo nafs senza temere la legge di Allah, preparati a ricevere la punizione stabilita da Lui secondo la Sua legge». Perciò egli stesso si presentò al cospetto di Hazrat Muhammad, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, e disse: «O Messaggero di Allah! Ho commesso adulterio; puniscimi per questo». Hazrat Muhammad, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, allora volse il viso dall’altra parte. Quell’uomo si spostò nuovamente da quella parte, chiese di essere punito e disse: «Puniscimi con la pena adeguata al peccato che ho commesso». Questa è ciò che si chiama fede. Per colui nel cui cuore è presente questa fede, ricevere cento colpi sulla schiena nuda, e persino morire sotto i colpi delle pietre, è facile; ma presentarsi davanti ad Allah dopo averGli disobbedito è una cosa estremamente difficile.
Sapete anche che, per gli uomini del mondo, sono proprio i parenti a essere più cari. In particolare, padre, figlio e fratello sono così amati che le persone sono pronte ad abbandonare ogni cosa per loro. Ma pensate per un momento alle battaglie di Badr e di Uhud e osservate chi combatté contro chi. Il padre era dalla parte dei musulmani e il figlio dalla parte dei miscredenti; il figlio da una parte e il padre dall’altra; un fratello dalla parte dell’Islam e l’altro dalla parte dei nemici. I parenti più stretti si divisero in due schieramenti e combatterono gli uni contro gli altri. E combatterono come se non si conoscessero affatto. Non combatterono per denaro, per terre o proprietà, né per inimicizia personale. Versando il proprio sangue, combatterono contro i loro parenti unicamente per amore di Allah e del Messaggero. Possedevano una forza d’animo tale da sacrificare senza esitazione, per Allah e per il Messaggero, padre, fratelli, figli e l’intera stirpe.
Sapete inoltre che l’Islam aveva completamente abolito quasi tutti gli antichi usi e costumi dell’Arabia. A quell’epoca, la più importante pratica era l’adorazione degli idoli. Tale usanza esisteva da centinaia di anni. Ma l’Islam proclamò con parole chiare: abbandonate questi idoli. Il consumo di vino, l’adulterio, il gioco d’azzardo, il furto e il brigantaggio erano fatti quotidiani in Arabia. L’Islam disse che tutto questo doveva essere abbandonato. Le donne arabe si muovevano completamente allo scoperto. L’Islam ordinò che non si poteva continuare in quel modo e che doveva essere adottato il velo. Alle donne non veniva assegnata alcuna parte dell’eredità. L’Islam proclamò che, come gli uomini, anche le donne avrebbero ricevuto una parte dell’eredità. In quel paese il figlio adottivo era considerato esattamente come il figlio naturale. L’Islam disse che ciò non poteva essere. Allevare il figlio di un altro non lo rende affatto uguale al proprio figlio naturale. Anzi, se il figlio adottivo avesse divorziato dalla propria moglie, sarebbe stato possibile sposarla. In breve, tutti questi antichi costumi furono frantumati uno dopo l’altro.
Sapete come agirono allora coloro che avevano creduto in Allah e nel Messaggero? Gli idoli che essi e i loro padri e nonni avevano adorato per centinaia di anni, davanti ai quali avevano presentato ogni sorta di offerte e sacrifici e davanti ai quali avevano posato la fronte in prosternazione, i credenti li frantumarono uno per uno con le proprie mani. Abbandonarono tutte le consuetudini e gli usi tribali che erano durati per centinaia di anni; le cose che ritenevano grandi e sacre, non appena ricevettero il comandamento di Allah, le calpestarono sotto i piedi. Le cose che odiavano, non appena ricevettero il comandamento di Allah, cominciarono ad accettarle considerandole buone. Le cose che da sempre erano ritenute pure e sacre, secondo la legge di Allah cominciarono a considerarle impure. E le cose che consideravano impure divennero improvvisamente pure. Tutti quei comportamenti da miscredenti nei quali trovavano comodità e piacere li abbandonarono non appena ricevettero il comandamento di Allah; e i comandamenti dell’Islam che sembravano difficili da osservare li accettarono con gioia. Questo è ciò che si chiama fede, e questo è ciò che si chiama Islam. Ma riflettete: se allora gli arabi avessero detto, come i loro padri e nonni: «Non accetteremo queste e quelle pratiche, perché ci danneggerebbero; faremo certamente queste altre, perché esistono fin dall’epoca dei nostri padri e nonni; e non possiamo abbandonare certe pratiche della gente di Roma o della gente d’Iran, perché ci piacciono molto», e avessero così respinto uno dopo l’altro i comandamenti dell’Islam, oggi sarebbe rimasto anche un solo musulmano al mondo?

Nel Nobile Corano è detto:

لَنْ تَنَالُوا الْبِرَّ حَتَّى تُنْفِقُوا مِمَّا تُحِبُّونَ – – ال عمران : ۹۲«Non raggiungerete la vera bontà finché non spenderete di ciò che amate. Se non sacrificherete per Allah ciò che amate, non potrete in alcun modo ottenere la vera prosperità.» — Sura Āl ʿImrān, 92

Questo versetto esprime il nucleo stesso dell’Islam e della fede. La vera richiesta dell’Islam è che consacriate ad Allah ciò che amate di più. In ogni ambito della vita vedrete che il comando di Allah vi chiama da una parte, mentre il vostro nafs vi spinge nella direzione completamente opposta. Allah ordina di compiere un’azione, ma il vostro nafs vi induce a evitarla sostenendo che vi procurerà grandi sofferenze o perdite. Allah proibisce un’azione, ma il vostro nafs la considera estremamente piacevole e vantaggiosa e non è disposto a rinunciarvi. In ogni azione, da una parte vi è la soddisfazione di Allah, mentre dall’altra vi attirano le seduzioni delle comodità e dei piaceri del mondo intero. In breve, a ogni passo della vita si presentano all’uomo due strade: una è la via dell’Islam, l’altra è la via della miscredenza e dell’ipocrisia. In tale situazione, chi calpesterà ogni cosa del mondo e sottometterà il capo soltanto al comando di Allah, dovrà essere considerato l’unico ad aver intrapreso la via dell’Islam. Chi invece calpesterà il comando di Allah per soddisfare i propri desideri o quelli del mondo, si deve comprendere che ha scelto la via della miscredenza e dell’ipocrisia.

Gli uomini del tempo presente hanno adottato una politica completamente opportunistica. Accettano con grande entusiasmo le semplici regole dell’Islam, ma quando arriva il momento del vero confronto tra la miscredenza e l’Islam cambiano direzione. Questa debolezza si trova anche tra coloro che si proclamano grandi sostenitori dell’Islam. Gridano continuamente: “Islam! Islam!”, e quando ne esaltano i meriti, le loro labbra si sprecano in lodi; per questo compiono anche molte azioni ostentate. Tuttavia, quando si invitano proprio coloro che tanto elogiano l’Islam ad applicare collettivamente su di sé le sue prescrizioni complete, subito rispondono: “Non è facile, comporta ogni sorta di difficoltà” oppure “Ora non è possibile”. Ciò significa che l’Islam è soltanto un bel giocattolo. Se lo si ripone su uno scaffale, se ne può ammirare la bellezza. Lo si può lodare moltissimo a parole, ma secondo loro è una colpa anche solo parlare di applicarlo come legge completa su se stessi, sui propri familiari, sui parenti e sulle proprie attività e affari. Questa è la condizione delle persone oggi conosciute come religiose; quanto agli altri uomini del mondo, che altro si può dire? Ricordate che è proprio per questo che oggi la nostra preghiera, il digiuno, la recitazione del Corano e l’osservanza esteriore della sharia non hanno più l’influenza che avevano un tempo, e per questo non riusciamo a ottenere da essi alcun risultato nella vita concreta. Infatti, quando manca l’anima, quale beneficio può mai produrre un corpo privo di vita?

Il criterio infallibile dell’Islam

Allah l’Altissimo ha detto nel Suo Libro sacro:

قُلْ إِن صَلاتِي وَنُسُكِي وَمَحْيَايَ وَمَمَاتِي لِلَّهِ رَبِّ الْعَلَمِينَ الأَشَرِيكَ
له ، وبذلك أمرت وأنا أول المسلمين – الانعام : ١٦٣-١٦٤“O Muhammad, dì: In verità, la mia preghiera, tutti i miei atti di culto, la mia vita e la mia morte appartengono ad Allah, Signore dei mondi. Egli non ha associati. Questo è ciò che mi è stato ordinato di dichiarare, e io sono il primo a sottomettere il capo in obbedienza davanti a Lui.” — Sura al-An‘am, 163-164

A proposito della spiegazione di questo versetto, il Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) ha detto:

من أَحَبُّ لِلَّهِ وَأَبْغَضَ لِلَّهِ وَأَعْطَى لِلَّهِ وَمَنَعَ لِلَّهِ فَقَدِ اسْتَكْمَلُ الْإِيْمَانَ“Chi ama per Allah, nutre inimicizia per Allah, dona per Allah e nega per Allah, ha completato la propria fede. In altre parole, è diventato un credente dalla fede perfetta.”

Dal versetto che ho citato all’inizio risulta che l’Islam ordina all’uomo di dedicare con sincera devozione ad Allah ogni sua sottomissione e obbedienza, la propria vita e la propria morte, e di non associare a Lui nessuno in questo. In altre parole, l’uomo non deve sottomettersi né obbedire a nessuno se non ad Allah. Né la sua vita né la sua morte devono essere dedicate allo scopo di alcuno all’infuori di Allah.

Da ciò che è stato esposto, a proposito della spiegazione, nelle parole del nobile Profeta, pace e benedizioni di Allah su di lui, si comprende che l’amore, l’ostilità dell’uomo e tutte le attività e le transazioni della sua vita materiale devono essere dedicati esclusivamente ad Allah: questa è la pretesa sincera della fede autentica. Altrimenti, non solo è lontano il conseguimento di un alto rango, ma la fede stessa non può raggiungere la perfezione. Nella misura in cui vi sarà imperfezione in questo campo, nella stessa misura resterà imperfetta la fede dell’uomo. Al contrario, quanto più l’uomo riuscirà a presentarsi davanti ad Allah con un cuore completamente sottomesso, tanto più sarà completa la sua fede.

La maggior parte delle persone pensa che consacrare interamente se stessi ad Allah sia necessario soltanto per ottenere un alto grado o una posizione elevata; che, per la semplice fede e per l’Islam, non sia una condizione necessaria sviluppare in qualcuno un sentimento così elevato. In altre parole, ritiene che, anche senza sviluppare tale atteggiamento interiore, una persona possa essere credente e musulmana. Ma una simile idea è errata fin dalle sue fondamenta; essa è sorta perché la gente comune non distingue tra l’Islam giuridico e l’Islam autentico riconosciuto presso Allah.

Nell’Islam conforme alla giurisprudenza e alla legge non si prende in considerazione lo stato effettivo del cuore dell’uomo — e non sarebbe neppure possibile conoscerlo. Si presta invece attenzione alla presenza di alcuni segni esteriori necessari, quali prova concreta della confessione verbale dell’uomo. Se qualcuno dichiara a parole di credere in Allah, nel Messaggero, nel Corano, nell’Aldilà e nelle altre questioni fondamentali, e poi soddisfa le condizioni necessarie che costituiscono la prova concreta di tale confessione verbale, sarà considerato entro i confini dell’Islam. Sarà ritenuto musulmano e con lui si tratterà in ogni ambito come tale. Tuttavia, in realtà, queste disposizioni sono limitate a questo mondo e forniscono soltanto, dal punto di vista materiale, le basi giuridiche e civili necessarie alla società musulmana. Tutti coloro che entreranno nella società musulmana mediante una simile confessione saranno considerati musulmani. Non si potrà chiamare miscredente nessuno di loro. Essi godranno gli uni nei confronti degli altri dei diritti morali e sociali riconosciuti dalla Shari’a; potranno contrarre matrimonio tra loro, erediteranno reciprocamente e stabiliranno gli altri rapporti sociali.

Ma la salvezza dell’uomo nell’Aldilà, il suo essere considerato musulmano e credente e il suo essere annoverato tra gli amati servi di Allah non sono possibili soltanto mediante tale riconoscimento giuridico e verbale. È invece una condizione indispensabile che il riconoscimento nel cuore dell’uomo sia rivolto ad Allah e che egli si affidi completamente ad Allah con sincero desiderio e ardore. In questo mondo il valore della confessione verbale conta soltanto davanti al qadi e tra la gente comune o i musulmani, poiché essi possono vedere soltanto l’esteriorità. Allah, invece, vede il cuore dell’uomo, il suo stato autentico e i sentimenti che cela dentro di sé. Allah misura la fede dell’uomo. Nel tribunale di Allah l’uomo sarà esaminato precisamente secondo questo criterio: se ha dedicato ad Allah la propria vita e la propria morte, tutta la propria gratitudine, amicizia, obbedienza, sottomissione e l’intero corso della propria vita, oppure se li ha dedicati a qualcun altro. Se da questo esame risulterà che egli aveva consacrato tutto esclusivamente ad Allah, sarà considerato musulmano e credente; se invece lo avrà dedicato anche a qualcun altro, non sarà considerato né musulmano né credente. Secondo questo criterio, quanto più sarà dimostrato acerbo e immaturo, tanto più saranno acerbe e immature la sua fede e il suo Islam. Anche se in questo mondo fosse considerato un grandissimo musulmano e gli fosse attribuito un onore incomparabile, davanti ad Allah non avrebbe alcun valore. Il valore dell’uomo presso Allah sarà stabilito unicamente in base a questo: se ha impiegato tutto ciò che Allah gli ha dato per Allah stesso e nella via indicata da Allah. Se lo avrà fatto, gli sarà attribuito il rango che spetta a un obbediente e a un amico fedele. Ma se terrà qualcosa lontano dal servizio di Allah e non la impiegherà nella via indicata da Allah, la sua dichiarazione di essere musulmano — cioè di essersi completamente sottomesso ad Allah — risulterà del tutto falsa. Con tale falsa dichiarazione potrà forse ingannare la gente del mondo; essi, tratti in inganno dalle sue parole, potranno accoglierlo nella società musulmana e concedergli tutti i vantaggi e le agevolazioni riservati ai musulmani. Ma Allah non sarà mai ingannato da ciò e non lo annovererà tra i Suoi amici fedeli e obbedienti.

Riflettendo profondamente sulla spiegazione data della differenza tra l’Islam giuridico e l’Islam autentico, si comprende che i loro risultati non saranno diversi soltanto nell’Aldilà; anche in questo mondo gli effetti concreti di tale differenza devono necessariamente essere diversi. Per questo, tutti i musulmani che sono vissuti nel mondo e tutti quelli che oggi vi abitano possono essere divisi nelle due categorie sopra menzionate.

Si vede un tipo di musulmani che riconosce Allah e il Messaggero e accetta l’Islam soltanto come una religione; a questa religione concede però soltanto il rango di una parte o di un settore della propria vita complessiva, e nulla di più. Di conseguenza, in questa parte e in questo settore particolare la fede nell’Islam viene stabilita pienamente. Le pratiche di culto e di devozione vengono compiute regolarmente. Si recitano i tasbih e si fanno il dhikr e gli adhkar. Anche nel mangiare, nel bere e in alcune questioni sociali si osserva una certa pietà e prudenza; quasi tutto ciò che è richiesto nella pratica religiosa viene compiuto. Ma al di fuori di questa parte e di questo settore non viene lasciato alcuno spazio alle azioni islamiche negli altri ambiti della vita. Lì, se amano, amano se stessi, i propri interessi, il proprio paese e la propria nazione, oppure qualche altra cosa; e, se nutrono inimicizia o combattono, lo fanno per analoghi interessi materiali. I loro scambi, le loro attività, i loro rapporti, i loro figli, la loro discendenza e famiglia, il loro paese e la loro società, il loro comportamento verso gli altri e tutto il resto si svolgono da un punto di vista puramente materiale, escludendo completamente la religione dell’Islam. Che siano proprietari terrieri, commercianti, governanti o soldati, ciascuno agisce come un professionista indipendente, non come musulmano. Da questo punto di vista non concedono il minimo spazio alla loro identità musulmana. Sebbene la loro appartenenza musulmana eserciti un’influenza parziale sulle attività civili, educative e politiche alle quali partecipano collettivamente, non si stabilisce con esse alcun vero rapporto con l’Islam.

Si vede poi un secondo tipo di musulmani: coloro che consegnano all’Islam la propria piena personalità e il proprio essere intero. In ogni aspetto della loro vita compiono il loro dovere in quanto musulmani. Siano padri musulmani, figli musulmani, mogli musulmane, commercianti, proprietari terrieri, operai o servitori — qualunque cosa siano — conducono ovunque la loro vita da musulmani. I loro sentimenti interiori, le speranze e le aspirazioni, i pensieri e le opinioni, i giudizi e le decisioni, l’odio e l’amore, le preferenze e le avversioni, tutto segue l’ideale islamico. Il dominio dell’Islam si estende completamente alla loro mente e al loro cervello, ai loro occhi e alle loro orecchie, al loro ventre e alle loro parti intime, alle loro mani, ai loro piedi e a tutte le membra del corpo. Il loro affetto, il loro amore e la loro inimicizia non oltrepassano i limiti dell’Islam. Se stabiliscono un rapporto con qualcuno, lo fanno per l’Islam; se combattono qualcuno, combattono per l’Islam; se donano qualcosa a qualcuno, lo fanno soltanto perché l’Islam ordina di donare in quel modo. E se smettono di dare qualcosa a qualcuno, lo fanno precisamente secondo l’ordine dell’Islam. Questa condotta non sarà efficace soltanto nella loro vita individuale, ma anche la loro vita collettiva sarà fondata e costruita interamente sull’Islam. Nel loro insieme, tutto il loro essere sarà consacrato e dedicato all’Islam. Il loro intero carattere nazionale, il loro ruolo e le loro attività saranno fondati e guidati sui principi dell’Islam.

Questi due tipi di musulmani sono, nella loro essenza, completamente contrapposti. Dal punto di vista della legge, entrambe le categorie possono essere considerate appartenenti alla stessa ummah, cioè alla stessa nazione, e la parola “musulmano” può applicarsi a entrambe nello stesso modo; nella realtà, però, sono completamente differenti. Nessuna opera dei musulmani del primo tipo è stata considerata degna di nota o gloriosa nella storia dell’Islam. Non hanno compiuto nulla che potesse esercitare un’influenza gloriosa dell’Islam sulla storia del mondo. Il mondo non ha mai avvertito alcuna importanza in musulmani di questo genere. Al contrario, la realtà è che il declino dell’Islam è stato possibile proprio a causa di questo tipo di musulmani. Poiché nella società musulmana il loro numero è aumentato, è stato possibile che l’autorità della miscredenza si stabilisse sulla vita umana e che i musulmani si accontentassero dell’opportunità di vivere una vita religiosa sempre più limitata. In realtà Allah non ha mai voluto musulmani di questo tipo. Non ha inviato i profeti sulla terra per crearli, né ha rivelato i Libri per formare persone simili. Anzi, anche se tali musulmani non fossero esistiti nel mondo, non si sarebbe avvertita alcuna particolare mancanza importante; e non sarebbe stato necessario mantenere questa lunga successione di rivelazioni. In realtà, i musulmani che Allah ha inviato i profeti e rivelato i Libri per formare, e coloro che hanno compiuto e ancora possono compiere opere preziose e significative dal punto di vista dell’Islam, sono soltanto i musulmani della seconda categoria.

Questo non è vero soltanto per quanto riguarda l’Islam. Coloro che limitano i propri principi e ideali a un riconoscimento verbale, considerandoli un’aggiunta alla vita, e consacrano la propria vita e la propria morte a qualcos’altro, non possono innalzare la bandiera di alcun ideale nel mondo. Anche nel tempo presente se ne può avere una prova concreta. I veri seguaci sinceri di un ideale possono essere soltanto coloro che si sottomettono con il cuore e con l’anima alla sua osservanza e al suo servizio; coloro che consacrano a esso tutta la propria persona e non amano nessuna cosa in loro possesso — neppure la propria vita o i propri figli — più di esso. In realtà, è per mezzo di persone di questo genere che un determinato ideale può affermarsi e diffondersi nel mondo. Per questo ogni ideale attende persone di questo tipo.

Esiste tuttavia una differenza tra l’Islam e gli altri ideali. Anche gli altri ideali pretendono dall’uomo una sottomissione, una sincerità assoluta e un’obbedienza di questo genere, ma in realtà non hanno alcun diritto di avanzare tale pretesa. Si tratta piuttosto di una loro ingiusta richiesta nei confronti dell’uomo. La pretesa dell’Islam verso l’uomo, invece, è del tutto eterna e naturale. Le ragioni per cui un ideale chiede agli altri uomini di consacrargli l’intera vita e la piena persona sono, in realtà, tali che l’uomo non può sacrificare ciò che gli appartiene per una sola cosa tra esse. Ma il fatto che l’Islam chieda all’uomo una completa sottomissione e una sincera devozione ad Allah è precisamente il motivo per cui l’uomo deve consacrarsi a Lui. Tutto ciò che è nei cieli e sulla terra appartiene ad Allah. L’uomo stesso è una creatura di Allah. Tutto ciò che l’uomo possiede e tutto ciò che si trova nell’uomo appartiene ad Allah. Anche le cose con cui l’uomo agisce in questo mondo appartengono ad Allah. Pertanto, secondo la ragione, la saggezza e la giustizia, è logico che ciò che appartiene ad Allah venga consacrato nella via di Allah. Il sacrificio che l’uomo compie per qualcun altro, oppure per il proprio interesse e per ciò che desidera, non è in realtà altro che tradimento e uso illecito. Se invece fa qualcosa secondo l’ordine di Allah, certamente non si tratta di tradimento, poiché tutto ciò che viene consacrato ad Allah serve in realtà a rendere ciò che è dovuto ad Allah.

Tuttavia, è necessario che i musulmani imparino dalle attività di coloro che sacrificano tutto ciò che possiedono per dottrine e ideali falsi e per divinità e signori inventati da loro stessi, stabilendo per questo esempi storici con fermezza e perseveranza. Se l’uomo può mostrare tanta devozione e sincerità per la falsità, quanto è deplorevole che non sia disposto a compiere nemmeno un millesimo di quel sacrificio per la verità!

Secondo il corretto criterio della fede e dell’Islam che si ricava dai versetti e dagli hadith citati, ciascuno di noi deve esaminare se stesso. Se affermate di aver accettato l’Islam e di avere fede, è opportuno verificare attentamente se la vostra vita e la vostra morte siano consacrate esclusivamente ad Allah. Dovete esaminare in modo particolare se vivete soltanto per Allah, se tutte le capacità e le facoltà della vostra mente e del vostro cervello, la forza del vostro corpo e della vostra anima, il vostro tempo e il vostro lavoro siano impiegati esclusivamente per realizzare la volontà di Allah e adempiere i doveri dell’ummah musulmana. Dovete inoltre esaminare con attenzione se la vostra devozione e obbedienza siano soltanto per Allah e se la vostra vita sia completamente libera dalla sottomissione al nafs e dal servire la famiglia, il clan, gli amici, la società e il governo. Dovete osservare con particolare attenzione se le vostre preferenze e avversioni siano determinate secondo la volontà di Allah. Esaminate ancora se amate e trattate con affetto coloro che amate esclusivamente per Allah. Se odiate qualcuno, lo fate anch’esso per Allah? Nei vostri sentimenti di odio e di amore agisce forse un vostro interesse personale? Anche il dare e il non dare avvengono per Allah? Quando date qualcosa nel mondo, persino ciò che riguarda il vostro ventre e il vostro cuore, desiderate con ciò ottenere soltanto la soddisfazione di Allah? E quando non date qualcosa, lo fate anch’esso precisamente per Allah? Vi astenete dal dare perché Allah l’Altissimo lo ha vietato? E, non dando, desiderate esclusivamente il compiacimento di Allah?

Se vedete presente in voi l’atteggiamento di consacrare ogni cosa ad Allah, rendete grazie ad Allah, poiché Allah ha davvero portato a compimento la vostra fede. Ma se sotto questo aspetto avvertite in voi qualche mancanza, impegnatevi subito a eliminarla e indirizzate in questa direzione ogni sforzo e ogni attività. Dal colmare questa mancanza dipendono infatti il vostro successo in questo mondo e la vostra salvezza nell’Aldilà. Anche se otteneste nel mondo una ricchezza immensa, essa non potrebbe colmare tale mancanza. Ma se riuscirete a colmarla, anche se nel mondo non otterrete nulla, in realtà non avrete subito alcuna perdita.

Ricordate che questo criterio del Corano e degli hadith non è stato stabilito per esaminare gli altri e dichiararli credenti o ipocriti, musulmani o miscredenti. È stato stabilito, in realtà, per salvare se stessi e, prima di stare davanti al banco degli imputati nel tribunale dell’Aldilà, conoscere in questo mondo i propri difetti e correggerli. Non è necessario preoccuparsi di ciò che i mufti e i qadi del mondo pensano di voi; dovete preoccuparvi invece del posto che Allah — il Giudice supremo, l’unico Conoscitore di tutto ciò che è nascosto e manifesto — vi assegnerà. Non dovete sentirvi al sicuro soltanto perché risultate musulmani nei registri del censimento del mondo. È vostro dovere stare attenti al rango che vi viene assegnato nel registro di Allah. Anche se tutto il mondo vi rilasciasse un certificato di fede e di Islam, ciò non vi procurerebbe alcun vero vantaggio. Il successo autentico della vostra vita consiste nell’essere considerati, presso Colui nelle cui mani è il giudizio finale, credenti invece che ipocriti e servi obbedienti invece che disobbedienti.

Perché è necessario obbedire al comando di Allah?

Nei precedenti articoli vi ho ripetuto più volte che Islam significa obbedire al comando di Allah e del Suo Messaggero, e che nessuno può diventare musulmano finché non abbandona il seguire i propri desideri, le superstizioni degli antenati, i sovrani del mondo e gli ordini della gente, e non obbedisce esclusivamente ad Allah e al Suo Messaggero.
Ma perché si insiste tanto sull’obbedire al comando di Allah e del Messaggero? Qui discuterò dettagliatamente proprio questo argomento. Una persona potrebbe chiedere: che bisogno c’è di obbedire ad Allah? Forse Egli dipende dalla nostra obbedienza? E forse per questo Allah pretende da noi che osserviamo il Suo comando e quello del Suo Messaggero? I sovrani del mondo bramano esercitare il proprio governo: forse Allah brama la stessa cosa? Come i governanti del mondo dicono: «Riconoscete la mia autorità», forse lo dice anche Allah? Ora desidero rispondere proprio a questa domanda.
La verità è che Allah l’Altissimo non chiede agli uomini di obbedirGli per un interesse proprio; lo chiede invece per il bene degli uomini stessi. Allah non è come i sovrani del mondo: i re e i funzionari del mondo esercitano il loro governo sulle persone soltanto per il proprio interesse e cercano di rendere la gente schiava dei propri desideri. Allah l’Altissimo, invece, non ha alcun interesse personale; Egli è al di sopra di ogni bassezza derivante dall’interesse personale. Allah non ha bisogno di riscuotere denaro da voi. Non ha alcun bisogno di costruire palazzi, acquistare automobili o procurarsi il vostro denaro, i vostri beni di lusso, i vostri divertimenti o gli oggetti destinati al vostro comfort. Egli è puro e non ha bisogno di nessuno né dipende da alcuno. Tutto ciò che esiste nel mondo appartiene a Lui; Egli è l’unico Proprietario di tutte le ricchezze. Vi ordina di seguire il Suo comando e di obbedirGli esclusivamente per il vostro bene: vuole soltanto procurarvi beneficio. Egli ha creato l’uomo come «ashraf al-makhlūqāt», la migliore delle creature; non gradisce affatto che questa Sua creatura migliore e grandiosa serva Satana, diventi schiava di un altro essere umano o si inchini davanti alle cose insignificanti e spregevoli del mondo. Inoltre, non Gli piace che coloro che Egli ha nominato Suoi rappresentanti sulla terra vaghino nelle tenebre dell’ignoranza, vivano seguendo i propri desideri come animali e si trasformino negli esseri più spregevoli. Per questo Egli ha detto agli uomini: «O uomini, obbedite soltanto al Mio comando; seguite soltanto la Mia direttiva; obbedite soltanto a Me. Accogliete la luce della conoscenza che ho inviato a voi per mezzo del Mio Profeta; allora potrete trovare la retta e diritta via. E percorrendo questa via diritta potrete ottenere onore ovunque, in questo mondo e nell’Aldilà».

لا إِكْرَاهَ فِي الدِّين بعد قد تبينَ الرُّشْدُ مِنَ الْغَيِّ ، فَمَنْ يُكْفُرُ بِالطَّاغُوتِ وَيُؤْمِنُ بِاللَّهِ فَقَدِ اسْتَمْسَكَ بِالْعُرْوَةِ الْوُثْقَى وَلَا انفِصَامَ لَهَا ، وَاللَّهُ سَمِيعٌ عَلِيمٌ ، اللهُ وَلِيُّ الَّذِينَ آمَنُوا يُخْرِجُهُم مِّنَ الظُّلُمَاتِ إِلَى النُّورِ وَالَّذِينَ كَفَرُوا أَوْلِيتُهُمُ الطَّاغُوتُ يُخْرِجُونَهُم مِّنَ النُّورِ إِلَى الظلمت ، أُولَئِكَ أَصْحَبُ النَّارِ هُمْ فِيهَا خَلِدُونَ – البقرة : ٢٥٦-٢٥٧«Nella religione non vi è costrizione. La retta via della guida è stata resa chiaramente distinta dalla via tortuosa dell’errore. Ora, chiunque tra voi rinunci alle false divinità e a coloro che guidano sulla via dell’errore e creda soltanto in un unico Allah, avrà afferrato una corda saldissima, che non potrà mai spezzarsi. Allah ascolta ogni cosa ed è consapevole di ogni cosa. Allah l’Altissimo è il Protettore di coloro che hanno creduto: li libera dalle tenebre e li conduce verso la via più luminosa della luce. Quanto a coloro che negano Allah, la protezione di essi viene affidata alle loro false divinità e alle loro guide che traviano. Queste li fanno smarrire dalla luce e li sprofondano nelle tenebre. Essi andranno all’Inferno e vi rimarranno per sempre». — Sura al-Baqara, 256-257

Perché l’uomo sprofonda nelle tenebre quando obbedisce agli ordini di altre false divinità invece che ad Allah e si sottomette a esse, mentre, obbedendo soltanto ad Allah, può ottenere una via luminosa? È necessario che riflettiate su questo. Voi vedete che la vostra vita nel mondo è legata a innumerevoli relazioni. La prima relazione è quella con il vostro corpo. Le mani, i piedi, le orecchie, gli occhi, la lingua, il cuore, il cervello e lo stomaco: tutto vi è stato donato da Allah Ta‘ala per servirvi. Ma spetta a voi giudicare come servirvene. Che cosa dare da mangiare allo stomaco e che cosa non dargli; che cosa fare con le mani e che cosa non fare; per quale strada guidare i due piedi e per quale non guidarli; quali attività far compiere agli occhi e alle orecchie e quali no; a quali pensieri prestare attenzione nella mente e a quali no; a quali cose rivolgere il pensiero con il cuore e il cervello e a quali no: dovete stabilire tutto questo dopo aver riflettuto sotto ogni aspetto. Tutti costoro sono vostri servitori: per mezzo loro potete compiere il bene, ma anche commettere peccati. Essi possono svolgere il vostro lavoro e trasformarvi in persone di altissimo rango, oppure possono rendervi esseri peggiori e più spregevoli degli animali.

Dopodiché, il vostro rapporto più stretto è quello con la gente della vostra casa: genitori, fratelli e sorelle, moglie, figli e tutti gli altri parenti; dovete mantenere con tutti loro un rapporto in ogni momento, giorno e notte. Ma dovete stabilire con particolare riflessione come comportarvi con loro. È necessario che sappiate bene quali diritti hanno su di voi e quali diritti avete voi su di loro. Ricordate che la felicità, la pace e il successo nella vita terrena e nell’Aldilà dipendono proprio dal fatto che il vostro comportamento verso di loro sia corretto. Se vi comportate male con loro, trasformerete il mondo stesso in un inferno per voi. E non soltanto in questo mondo: nell’Aldilà dovrete anche rendere conto severamente ad Allah.

Poi viene il discorso del vostro rapporto con gli innumerevoli altri abitanti del mondo. Molte persone sono vostri vicini, molte sono vostre amiche, alcune sono vostre nemiche. Molti vi servono e voi servite molti. Ricevete qualcosa da qualcuno e date qualcosa a qualcun altro. Qualcuno si fida di voi e vi affida la responsabilità dei propri affari; a vostra volta, voi vi fidate di qualcuno e gli affidate la responsabilità dei vostri affari. Qualcuno è il vostro giudice e voi siete il giudice di qualcun altro. Voi date ordini a qualcuno e qualcun altro dà ordini a voi. In breve, dovete mantenere giorno e notte qualche tipo di rapporto con un numero incalcolabile di persone, tanto che non potreste mai finire di contarle. Dovete tutelare molto bene queste relazioni. La vostra felicità e pace nel mondo, i vostri gusti e le vostre avversioni, la vostra gioia, il successo, l’onore, il rispetto e la buona reputazione dipendono interamente da esse. Se riuscirete a preservarle molto bene, potrete ottenere nel mondo felicità, pace, gioia e gloria; altrimenti non potrete farlo. Allo stesso modo, se nell’Aldilà riuscirete a presentarvi davanti ad Allah senza essere riconosciuti come usurpatori dei diritti di qualcuno, potrete ottenere onore presso di Lui. Per questo dovrete comparire davanti ad Allah in modo tale da non aver violato i diritti di nessuno, non aver commesso ingiustizia contro nessuno, non avere nessuno che presenti un’accusa contro di voi, non avere la responsabilità della distruzione della vita di alcuno e non aver danneggiato ingiustamente la vita, i beni o l’onore di nessuno. Dovete quindi decidere ora come mantenere correttamente i rapporti con queste innumerevoli persone e, dopo aver conosciuto le cause che potrebbero spezzare, rovinare o inasprire tali rapporti, dovete starne lontani.

Ora riflettete su quanto sia necessario che, a ogni passo della vita, otteniate la luminosa luce della conoscenza per mantenere rapporti corretti con il vostro corpo, con i membri della vostra famiglia e con tutte le altre persone del mondo. A ogni passo dovete sapere: che cosa è falso? Che cos’è la giustizia e che cos’è l’ingiustizia? Quale diritto e in quale misura qualcuno ha su di voi, e quale diritto e in quale misura avete voi su qualcuno? In quale attività della vita si trova il vero beneficio e in quale vi è il rischio di subire un danno reale? … Ma dove potete ottenere la conoscenza di tutto questo? Se cercate di saperlo dalla vostra mente, non lo troverete in essa. Perché la vostra mente è di per sé ignorante e stolta: non conosce altro che il proprio interesse e i desideri malvagi. Vi dirà: bevi vino, commetti adulterio, guadagna denaro con mezzi illeciti. Perché in queste cose vi è molto piacere. Vi dirà: divora i diritti di tutti e non riconoscere a nessuno il suo diritto. Perché così vi sono profitto e comodità. Se affidate le redini della vostra vita a una creatura tanto ignorante e stolta, facendo soltanto ciò che la mente desidera, essa vi condurrà fino al limite estremo della degradazione. Alla fine diventerete persone egoiste, meschine, spregevoli e peccatrici. In questo modo perderete ogni cosa, sia nella religione sia nel mondo.

Il secondo modo consiste nel non ascoltare i desideri della vostra mente, ma nel dipendere completamente da altri esseri umani come voi e agire in ogni cosa secondo ciò che essi dicono. Ovunque vi conducano, li seguirete ciecamente. Se scegliete questa via, vi è un grande rischio che una persona egoista venga a guidarvi secondo la propria volontà e vi utilizzi per realizzare i propri interessi. Oppure una persona ignorante e traviata potrebbe trascinarvi anch’essa sulla via dello smarrimento. O ancora, una persona ingiusta potrebbe prendervi come strumento e farvi commettere ingiustizia contro altri. In definitiva, anche seguendo gli altri non potete ottenere quella necessaria luce della conoscenza che vi permetta di distinguere il vero dal falso, di riconoscere la giustizia e l’ingiustizia e di guidare la vostra vita sulla retta via.

Dopo di ciò rimane una sola fonte dalla quale potete ottenere questa luce della conoscenza tanto indispensabile. Questa fonte è Allah Ta‘ala, il Creatore vostro e dell’intero universo. Allah Ta‘ala è consapevole di ogni cosa, vede ogni cosa e conosce e comprende perfettamente la natura di ogni cosa. Soltanto Lui può dirvi in quale cosa si trovi il vostro vero beneficio e in quale il vostro reale danno, quale azione dovete compiere e quale non dovete compiere: soltanto Lui può dirvelo. Allah Ta‘ala non ha bisogno di nulla, non ha alcun interesse personale e non dipende da nessuno. Non necessita di alcuna cosa. Non vi ingannerà — ci protegga Allah — per conseguire da voi qualche proprio interesse. Egli è puro e santo, è il Padrone di ogni cosa; nei consigli che vi darà non vi sarà la minima traccia di un Suo interesse personale, ed essi saranno soltanto per il vostro bene. Inoltre Allah Ta‘ala è il Giudice giusto e non commette mai ingiustizia verso nessuno. Perciò tutti i Suoi consigli saranno certamente imparziali, giusti e proficui. Se agirete secondo i Suoi ordini, non vi sarà alcun rischio che commettiate ingiustizia contro voi stessi o contro qualcun altro.

Il beneficio della luce ricevuta da Allah Ta‘ala dipende interamente da due cose. La prima è che dovete avere una fede autentica in Allah Ta‘ala e nel profeta per mezzo del quale Egli ha inviato questa luce; dovete credere fermamente che la legge e gli insegnamenti portati dal Messaggero di Allah siano completamente veri. Anche se non riusciste a percepirne i benefici reali, dovete comunque credere in questa verità.

In secondo luogo, dopo aver avuto fede, dovete seguire in ogni azione della vostra vita quella legge di Allah. Perché, dopo aver creduto in essa, se non obbedite concretamente a Lui, non potrete trarre alcun beneficio da quella luce. Immaginate che qualcuno vi dica: “Questa cosa è veleno e uccide gli esseri viventi; perciò non mangiarla”. Voi rispondete: “Sì, fratello, ciò che hai detto è assolutamente vero; non vi è il minimo dubbio che sia veleno e che distrugga la vita”. Ma, pur conoscendo, credendo e riconoscendo a parole questa verità, voi la mangiate. Ora, l’effetto reale del veleno si produrrà comunque. Si produrrà sia che lo mangiate sapendo, sia che lo mangiate senza sapere. Anche se lo aveste mangiato senza saperlo, il risultato sarebbe stato lo stesso che mangiandolo consapevolmente. In pratica, non vi è alcuna differenza tra sapere e non sapere in questo modo. Il vero risultato e il beneficio del conoscere e del riconoscere una cosa si ottengono proprio quando, insieme al conoscere e al riconoscere una verità, si agisce conformemente a essa. Non dovete limitarvi a riconoscere a parole come vera l’azione che vi è stata ordinata, ma dovete trasformarla in pratica. E per quanto riguarda l’azione che vi è stata vietata, non basta accettare soltanto a parole di starne lontani; dovete invece astenervi da quell’azione proibita in tutti gli affari e in tutte le attività della vostra vita. Per questo Allah Ta‘ala ha detto ripetutamente:

أَطِيعُوا اللَّهَ وَأَطِيعُوا الرَّسُول – النساء : ٥٩
«Obbedite ad Allah e obbedite al Messaggero.» (Sura an-Nisāʾ: 59)

وإِن تُطِيعُوهُ تَهْتَدُوا — النور : ٥٤
«Se obbedirete al Messaggero, sarete certamente guidati sulla retta via.» — Sura an-Nūr: 54

فَلْيَحْذَرِ الَّذِينَ يُخَالِفُونَ عَنْ أَمْرِهِ أَنْ تُصِيبَهُمْ فِتْنَةٌ – النور : ٦٣
«Coloro che si oppongono al comando del Mio Messaggero devono temere che possa abbattersi su di loro una calamità.» — Sura an-Nūr: 63

Vi dico ripetutamente che si deve obbedire soltanto ad Allah e al Suo Messaggero; ciò non significa affatto che non si debba obbedire in alcun modo agli ordini degli esseri umani. Significa, in realtà, che non dovete seguire ciecamente nessuno. Dovete sempre osservare con acutezza un’unica cosa: ciò che una persona vi ordina di fare è conforme al comando di Allah e del Messaggero, oppure è contrario ad esso? Se è conforme, allora è vostro preciso dovere obbedirvi. Infatti, agendo secondo quell’ordine, non si obbedisce in realtà all’ordine personale di quella persona: si obbedisce ad Allah e al Messaggero di Allah. Ma se essa impartisce un ordine contrario al comando di Allah e del Messaggero, respingetelo in faccia, chiunque essa sia. Perché obbedire all’ordine di chiunque altro, all’infuori del comando di Allah e del Suo Messaggero, è assolutamente illecito.
Potete comprendere facilmente che Allah l’Altissimo non viene personalmente davanti agli uomini per impartire ordini; tutti i comandi e le prescrizioni che doveva impartire li ha inviati tramite il Suo Messaggero. Anche il nostro amato Profeta ha lasciato questo mondo circa millequattrocento anni fa. Tutti i comandi e le prescrizioni che Allah l’Altissimo gli aveva comunicato sono ora contenuti nel Sacro Corano e negli hadith. Ma questo Sacro Corano non è qualcosa che possa venire da solo davanti a voi, parlarvi di Allah, impartirvi ordini e impedirvi di percorrere le vie da Lui proibite. Saranno gli esseri umani a guidarvi secondo il Corano e gli hadith. Dunque non c’è modo di fare a meno di seguire degli esseri umani. Tuttavia, è vostro indispensabile dovere non seguire ciecamente nessun essere umano. Dovete esaminare con attenzione soltanto se quelle persone vi guidano secondo il Sacro Corano e gli hadith. Se vi guidano secondo il Corano e gli hadith, è vostro dovere seguirle; se invece vi guidano in una direzione contraria, seguirle è chiaramente harām.

Il dīn e la Sharīʿa

Quando si parla di religione, sentite spesso due parole e spesso le pronunciate anche voi. Una di queste due parole è dīn; la seconda è Sharīʿa. Tuttavia, sono ben poche le persone che conoscono bene il significato e l’importanza di queste due parole. Se coloro che non sanno leggere e scrivere ne ignorano il significato, ciò non è una colpa; ma è motivo di rammarico che persone molto istruite — perfino molti rispettabili mawlānā — non siano affatto consapevoli del significato corretto delle due parole e della differenza reciproca tra esse. Poiché non ne conoscono bene il significato, spesso il «dīn» viene completamente confuso con la Sharīʿa e la Sharīʿa con il dīn. Da ciò derivano molti fraintendimenti. In questo articolo vi spiegherò con parole molto semplici il significato di queste due parole.
La parola dīn (دین) può avere diversi significati. Primo: forza, autorità, governo, regno, dominio e potere di governare. Secondo: l’esatto opposto, cioè umiltà, obbedienza, servitù, sottomissione e schiavitù. Terzo: rendere conto, giudicare e dare la ricompensa per tutte le azioni. Nel Sacro Corano la parola «dīn» (دین) è stata usata con tutti e tre questi significati:

إِنَّ الدِّينَ عِنْدَ اللهِ الْإِسْلَام تن – ال عمران : ۱۹
Ciò significa che, presso Allah, l’unico «dīn» è quello in cui l’uomo considera potente soltanto Allah l’Altissimo e non si considera sottomesso davanti a nessun altro all’infuori di Lui. Riconosce soltanto Allah come Signore, Padrone, Re e Sovrano dei sovrani, e non diventa servo, schiavo, obbediente, subordinato o seguace di nessuno all’infuori di Lui. Considera soltanto Allah Colui che chiede conto e che ricompensa adeguatamente ogni azione; non si preoccupa di dover rendere conto a nessun altro all’infuori di Lui, non spera di ricevere da nessun altro una ricompensa e non teme la punizione di nessuno. Il nome di questo «dīn» è «Islām». Se un uomo abbandona questa credenza e considera qualcun altro, oltre ad Allah, come il vero potente, il legislatore, il vero re e padrone e il vero dispensatore di ricompense, e china umilmente il capo davanti a lui; se lo serve e gli è schiavo, agisce secondo i suoi ordini, spera nella sua ricompensa e teme la sua punizione, allora si deve considerare questo un falso «dīn». Allah non accetterà mai un simile «dīn», perché è completamente contrario alla verità autentica. In tutto questo universo, all’infuori di Allah, non esiste alcun essere veramente potente e onorato. Qui nessuno, oltre ad Allah, possiede dominio o sovranità. E l’uomo non è stato creato per servire e diventare schiavo di nessuno all’infuori di Allah. Nessuno, eccetto il vero Padrone, ha il potere di ricompensare le azioni.
La stessa cosa è stata espressa così in un altro versetto:

وَمَنْ يُبْتَغِ غَيْرَ الْإِسْلامِ دِينًا فَلَنْ يُقْبَلَ مِنْهُ – – ال عمران : ٨٥
Ciò significa che Allah l’Altissimo non accetterà mai il «dīn» di chi, abbandonando il dominio e la signoria di Allah, riconosce qualcun altro come proprio padrone e legislatore, accetta di servirlo e di essergli schiavo e lo considera colui che ricompensa le azioni. Perché:

وَمَا أُمِرُوا إِلَّا لِيَعْبُدُوا اللَّهَ مُخْلِصِينَ لَهُ الدِّينَ حُنَفَاءَ – البيئة : .
«Allah ha creato l’uomo come Suo stesso servo e non gli è stato ordinato di servire nessun altro all’infuori di Lui. Il suo unico dovere essenziale è rivolgersi da ogni direzione soltanto ad Allah, consacrando a Lui la propria religione, cioè la sottomissione e la servitù; adorare Lui solo con devozione esclusiva e temere soltanto il Suo potere di giudicare.» — Sura al-Bayyina: 4-5

أفغير دينِ اللهِ يَبْغُونَ وَلَهُ أَسْلَمَ مَن فِي السَّمَوتِ وَالْأَرْضِ طَوْعًا وَكَرْها
وإِلَيْهِ يُرْجَعُونَ – ال عمران : ۸۳
«L’uomo desidera forse servire e obbedire a qualcuno diverso da Allah? Eppure, in realtà, tutto ciò che è nei cieli e sulla terra è esclusivamente servo di Allah l’Altissimo e obbedisce a Lui; e tutte queste cose dovranno rivolgersi, per il loro rendiconto, a nessun altro se non ad Allah. Nonostante ciò, l’uomo vuole forse adottare, contro tutto ciò che è nei cieli e sulla terra, una via diversa dall’obbedienza ad Allah?» — Sura Āl ʿImrān: 83

هُوَ الَّذِي أَرْسَلَ رَسُولَهُ بِالْهُدَى وَدِينِ الْحَقِّ لِيُظْهِرَهُ عَلَى الدِّينِ كُلِّهِ .
ولو كَرِهَ الْمُشْرِكُونَ ٥ – الصف : ٩

«Allah l’Altissimo ha inviato il Suo Profeta con il sistema di vita islamico e il sistema dell’obbedienza alla verità affinché distruggesse il dominio e la signoria di tutti i “falsi dèi” del mondo e liberasse gli uomini in modo tale che non fossero servi di nessuno all’infuori di Allah, per quanto i miscredenti e i politeisti possano gridare per la loro ignoranza e detestare tutto ciò.» — Sura al-Ṣaff: 9

وَقَاتِلُوهُمْ حَتَّى لا تَكُونَ فِتْنَةٌ وَيَكُونَ الدِّينُ كُلُّهُ لِلَّهِ – – الانفال : ٣٩
«Combattete affinché il dominio di altri all’infuori di Allah sia eliminato per sempre dal mondo e affinché nel mondo venga stabilita soltanto la legge di Allah. Che tutti riconoscano il regno di Allah e che gli uomini adorino soltanto Lui.» — Sura al-Anfāl: 39

Spero che, attraverso questa spiegazione precedente, il significato della parola “dīn” sia diventato chiaro al lettore. In breve, significa riconoscere Allah come Proprietario, Signore e Legislatore; servire, adorare e obbedire soltanto ad Allah; temere il Suo rendiconto e la Sua punizione; e sperare di ricevere la ricompensa soltanto da Lui.
Poiché gli ordini di Allah giungono agli uomini tramite il Suo Libro e il Suo Messaggero, anche riconoscere il Messaggero come Messaggero di Allah e il Libro come Libro di Allah, nonché seguirlo nella pratica, rientra nel “dīn”. Come Allah ha detto:

يبَنِي آدَمَ إِمَّا يَأْتِيَنَّكُمْ رَسُلٌ مِّنْكُمْ يَقُصُّونَ عَلَيْكُمُ ايْتِي، فَمَنِ اتَّقَى وأصلح فَلَا خَوْفٌ عَلَيْهِمْ وَلَا هُمْ يَحْزَنُونَ ٥ – الاعراق: ٣٥
«O figli di Adamo! Quando i Miei profeti verranno da voi portandovi la legge, coloro che seguiranno quella legge, vivranno una vita esemplare e porteranno a compimento le proprie attività secondo essa, non avranno motivo di temere.» — Sura al-Aʿrāf: 35

Da ciò si apprende che Allah non invia direttamente la Sua legge a ogni singolo uomo, bensì la invia attraverso i Suoi profeti. Pertanto, colui che riconosce Allah come Legislatore può obbedire agli ordini di Allah soltanto obbedendo agli ordini dei profeti e seguendo la legge da loro proclamata: questo viene chiamato “dīn”.

In seguito parlerò della definizione della sharīʿa. La parola sharīʿa significa: via e regola. Quando una persona riconosce Allah come Legislatore e accetta di sottomettersi a Lui, riconoscendo inoltre che il Messaggero è venuto da parte di Allah come legislatore autorizzato e che il Libro è stato rivelato da Lui, proprio allora entra nella dīn. In seguito, il modo secondo il quale deve adorare Allah e la via che deve seguire per obbedirGli si chiamano sharīʿa. Questa via e questo metodo d’azione sono stati inviati da Allah l’Altissimo tramite il Suo Messaggero. È stato il Profeta a spiegare secondo quale regola si debba adorare il Signore, quali siano le regole della purificazione, quale sia la via della bontà e della devozione, come si debbano adempiere i diritti degli altri, come si debbano svolgere gli affari e come si debba vivere. La differenza tra dīn e sharīʿa è che la dīn è sempre stata una sola, lo è tuttora e resterà sempre la stessa; invece, nel mondo sono state inviate molte sharīʿa, e molte sono cambiate. Tuttavia, questi cambiamenti della sharīʿa non hanno mai comportato alcun cambiamento nella dīn. La dīn di Abramo, pace su di lui, era la stessa dīn di Noè, pace su di lui, e anche quella di Mosè, pace su di lui. La stessa era anche la dīn di Shuʿayb, pace su di lui, di Ṣāliḥ, pace su di lui, e di Hūd, pace su di lui, nonché quella dell’ultimo Profeta, Muḥammad, che Allah lo benedica e gli conceda pace. Tuttavia, nella sharīʿa di ciascuno di questi profeti esistevano alcune differenze. Le regole della preghiera e del digiuno erano diverse nelle diverse sharīʿa. Le disposizioni riguardanti ciò che è lecito e illecito, le regole della purificazione, il matrimonio e il divorzio, nonché le leggi sulla distribuzione dei beni, erano diverse in ciascuna sharīʿa. Nonostante ciò, erano tutti musulmani. Anche le comunità di Noè, pace su di lui, di Abramo, pace su di lui, e di Mosè, pace su di lui, erano musulmane, e anche noi siamo musulmani, perché la dīn di tutti è una sola. Da ciò si apprende che, anche se le disposizioni della sharīʿa sono diverse, la dīn rimane una e non subisce alcuna differenza, per quanto diversi possano essere i modi e i metodi di agire secondo la dīn.

Per comprendere questa differenza, viene proposto un esempio. Immaginate che un padrone abbia molti servitori. Chi non riconosce quel padrone come padrone e non ritiene neppure necessario obbedire ai suoi ordini è chiaramente ribelle e non può essere considerato un servitore. Invece, coloro che lo riconoscono come padrone, credono di avere il dovere di obbedire ai suoi ordini e temono di disobbedirgli, sono tutti considerati suoi servitori. Il modo di prestare servizio e di svolgere il proprio incarico può essere diverso, ma fondamentalmente sono tutti allo stesso modo servitori di quel medesimo padrone, senza alcun dubbio. Se il padrone assegna a un servitore una certa regola di servizio e a un altro una regola diversa, nessuno dei due può dire: «Io sono il servitore del padrone, ma quell’altro non lo è». Allo stesso modo, se ciascun servitore comprende in maniera diversa il significato e lo scopo dell’ordine del padrone e tutti e due eseguono quell’ordine secondo la propria comprensione, dal punto di vista del servizio sono uguali. Può darsi, naturalmente, che un servitore abbia compreso erroneamente il significato dell’ordine del padrone e che l’altro lo abbia compreso correttamente. Tuttavia, poiché entrambi hanno agito conformemente all’ordine, nessuno dei due può accusare l’altro di ribellione o di essersi allontanato dal servizio del padrone.

Da questo esempio potete comprendere molto bene la differenza reciproca tra dīn e sharīʿa. Prima del Profeta Muḥammad, che Allah lo benedica e gli conceda pace, Allah l’Altissimo aveva inviato diverse sharīʿa tramite diversi profeti. A uno aveva prescritto un certo modo di servire, e a un altro un modo diverso. Tutti coloro che seguirono queste regole e agirono secondo il comando di Allah erano musulmani, benché i loro modi di servire fossero differenti. Poi, quando il Profeta Muḥammad, che Allah lo benedica e gli conceda pace, giunse nel mondo, Allah l’Altissimo, il padrone di tutti, ordinò: «Ora abrogo tutte le regole precedenti. D’ora in avanti, chiunque voglia servirmi dovrà agire esattamente secondo la regola che proclamerò tramite il Mio ultimo Profeta». Dopo di ciò, nessuno ha più il diritto di servire secondo una regola precedente. Infatti, se qualcuno non accetta questa nuova regola e continua ancora a seguire quella antica, si deve dire che in realtà non sta obbedendo al comando del padrone, ma sta seguendo soltanto la propria inclinazione. Di conseguenza, ora è stato licenziato dal servizio. In altre parole, nella terminologia religiosa è diventato un kāfir.

Questo vale per coloro che vogliono ancora seguire gli antichi profeti. Tuttavia, riguardo ai seguaci di Muḥammad, che Allah lo benedica e gli conceda pace, si applica pienamente la seconda parte dell’esempio citato. Coloro che riconoscono come sharīʿa di Allah la sharīʿa che Allah l’Altissimo ci ha inviato tramite Muḥammad, che Allah lo benedica e gli conceda pace, e ritengono loro dovere seguirla, sono tutti musulmani. Ora, se una persona comprende questa sharīʿa in un modo e un’altra in un modo diverso, e entrambe agiscono secondo la propria comprensione, per quanto possano differire esteriormente nelle loro azioni, nessuna delle due viene meno al servizio. Infatti, ciascuna crede fermamente che il modo in cui agisce sia quello stabilito da Allah e, convinta di ciò, lo segue. Come può dunque un servitore dire: «Io sono l’unico vero servitore, mentre quell’altro non lo è»? Anche se volesse dire qualcosa di più, potrebbe soltanto affermare: «Io ho compreso correttamente il comando del padrone, mentre quell’uomo non ne ha compreso il significato corretto». Ma ciò non gli dà alcun diritto di licenziare l’altro dal servizio o di considerarlo licenziato. Se, nonostante ciò, qualcuno osa arrivare a tanto, sta usurpando senza diritto la posizione del vero padrone. Il senso delle sue parole sarebbe: «Come sei obbligato a obbedire al comando del tuo padrone, così sei obbligato a obbedire al mio comando. Se non obbedisci al mio comando, con il mio potere ti licenzierò dal servizio del padrone». Riflettete un poco: quale enorme arroganza è mai questa! Per questo il Profeta Muḥammad, che Allah lo benedica e gli conceda pace, ha detto che chi dichiara kāfir un musulmano senza motivo, quella sua dichiarazione ricadrà su di lui stesso. Allah l’Altissimo ha infatti fatto del musulmano un servo del Suo comando. Ma quella persona dice: «No, devi essere schiavo della mia comprensione e della mia opinione». In altre parole, non soltanto Allah è il tuo Dio: anch’io sono una piccola divinità per te, e se non obbedisci al mio comando, con il mio potere ti espellerò dal servizio di Allah, sia che Allah l’Altissimo lo espella, sia che non lo espella. Coloro che pronunciano parole di questo genere, indipendentemente dal fatto che per le loro parole un altro musulmano diventi kāfir o meno, espongono tuttavia se stessi al pericolo della miscredenza. Spero che abbiate compreso bene la differenza tra dīn e sharīʿa. Avete inoltre appreso che, anche se i modi esteriori del culto possono differire, nella dīn essenziale non vi è alcuna differenza. A una condizione, però: qualunque sia il modo in cui una persona agisce, deve farlo con intenzione sincera e ricordando che la regola secondo la quale agisce è proprio quella di Allah e del Suo Messaggero.

Ora dirò quanto danno stia subendo la nostra comunità musulmana per non aver compreso questa differenza tra dīn e sharīʿa. Tra i musulmani esistono diversi modi di compiere la preghiera: un gruppo tiene le mani legate sul petto, un altro le tiene sopra l’ombelico. Un gruppo, seguendo l’imam come maʾmūm, recita la sūra al-Fātiḥa, mentre un altro non la recita; un gruppo pronuncia «āmīn» ad alta voce, mentre un altro lo dice in silenzio. Ognuno di loro segue il proprio modo convinto che sia il modo del profeta Muḥammad, ṣallā Allāhu ʿalayhi wa-sallam. Perciò, sebbene le modalità esteriori della preghiera siano diverse, tutti sono ugualmente seguaci del profeta Muḥammad, ṣallā Allāhu ʿalayhi wa-sallam. Tuttavia, proprio perché alcuni uomini ingiusti hanno considerato queste differenze nei dettagli delle questioni della sharīʿa come differenze nella dīn fondamentale, hanno formato gruppi separati e costruito moschee distinte. Un gruppo insulta l’altro, lo caccia dalla moschea con la violenza, presenta denunce e cause giudiziarie e, in questo modo, riduce in pezzi la comunità del profeta Muḥammad, ṣallā Allāhu ʿalayhi wa-sallam.
Poiché neppure questo appaga i cuori di questi demoni, per questioni piccole e insignificanti continuano a definire gli uni gli altri kāfir, fāsiq e sviati. Una persona ricava il comandamento di Allah dal Corano e dagli ḥadīth secondo la propria comprensione. Ma non ritiene sufficiente agire in base a ciò che ha compreso; vuole piuttosto imporre con la forza la propria opinione anche agli altri. E se un’altra persona non è disposta ad accettarla, comincia a considerarla kāfir ed esclusa dalla dīn di Allah.
Tra i musulmani sentite i nomi di vari gruppi, come hanafiti, shāfiʿiti e ahl al-ḥadīth. Tutti credono che il Sacro Corano e gli ḥadīth siano i Libri ultimi e ne ricavano leggi e norme secondo la propria coscienza e ragione. Può darsi che la decisione di uno sia corretta e autentica, mentre quella dell’altro sia errata. Anch’io seguo un determinato metodo e lo ritengo corretto. Discuto inoltre con coloro che lo avversano: cerco di spiegare loro ciò che ho compreso come corretto e desidero mostrare loro anche i difetti e gli errori di ciò che ritengo sbagliato. Ma che la decisione di qualcuno sia errata è una cosa; essere espulso dalla dīn è tutt’altra cosa. Ogni musulmano ha il diritto di praticare la sharīʿa secondo la propria coscienza. Anche se dieci musulmani agissero secondo dieci metodi diversi, finché osservano la sharīʿa restano tutti musulmani e appartengono alla stessa umma; non vi è alcuna ragione perché formino gruppi e fazioni differenti. Ma coloro che non comprendono questa verità profonda si dividono per motivi piccolissimi e insignificanti. Un gruppo litiga con l’altro, separa la preghiera e le moschee, interrompe per sempre con l’altro gruppo i matrimoni, i rapporti amichevoli e ogni relazione, e forma una fazione separata insieme a coloro che condividono la propria opinione. Si direbbe che appartengano alla comunità di un profeta diverso.
Potete immaginare quale enorme danno abbiano arrecato ai musulmani tali divisioni. Si dice che i musulmani siano un solo gruppo, un’unica umma. In questo subcontinente i musulmani sono ottanta milioni. [Nota: questo discorso fu pronunciato a Pathankot (Darul Islam) nel 1937-38.]
Se una comunità tanto grande fosse stata realmente unita e avesse lavorato in perfetta concordia per elevare la Parola di Allah, nessuna potenza del mondo avrebbe potuto considerarla debole. In realtà, però, proprio a causa di queste divisioni, questa umma si è frammentata in molti piccoli gruppi. I membri di un gruppo nutrono verso quelli degli altri sentimenti velenosi e privi di rispetto. Persino nei momenti di grandi pericoli non riescono a unirsi e a opporsi insieme al pericolo. I musulmani di un gruppo considerano i musulmani dell’altro gruppo nemici tanto quanto un ebreo considera nemico un cristiano, anzi ancora di più. È perfino accaduto che un gruppo di musulmani si sia alleato con i kāfir e abbia cospirato per sconfiggere un altro gruppo di musulmani. In una situazione simile, se i musulmani del mondo sono diventati deboli, non c’è nulla di cui meravigliarsi. È il frutto delle loro stesse azioni. Su di loro è scesa proprio la punizione che Allah l’Altissimo ha menzionato nel Nobile Corano:

أن يَلْبِسَكُمْ شِيَعًا وَيُذِيقَ بَعْضَكُم بَأْس بعض – – الانعام : ٦٥«Può infliggervi una punizione facendo di voi fazioni diverse, così che vi facciate a pezzi e vi uccidiate gli uni gli altri.» — Sūra al-Anʿām, 6:65

La punizione menzionata sopra è visibile in misura assai grande in questa regione. Qui esistono innumerevoli gruppi di musulmani; non si contano nemmeno i gruppi degli ʿulamāʾ. È proprio per questo che i musulmani e gli ʿulamāʾ di questa regione non hanno alcuna forza. Se desiderate davvero il bene, sciogliete questi diversi gruppi vostri e degli ʿulamāʾ. Costituitevi come un’unica umma, quali fratelli gli uni degli altri. Nella sharīʿa islamica non vi è spazio per la formazione di gruppi separati come hanafiti, shāfiʿiti, ahl al-ḥadīth e simili. Tali divisioni nascono soltanto dall’ignoranza. Altrimenti, Allah l’Altissimo ha creato un solo gruppo, e quell’unico gruppo è costituito dai musulmani.

La realtà della preghiera e del digiuno

ʿIbāda

Nell’ultimo saggio dell’opera «La realtà dell’Islam» sono stati illustrati il significato autentico e la spiegazione dei due termini dīn e sharīʿa. Qui presenterò davanti a voi il significato dettagliato del termine ʿibāda. Questo termine è usato spesso dalla generalità dei musulmani, ma molti non ne conoscono il significato autentico. Allah l’Altissimo ha detto nel Nobile Corano:

وَمَا خَلَقْتُ الْجِنَّ وَالْإِنسَ إِلَّا لِيَعْبُدُونِ

«Non ho creato i jinn e gli esseri umani se non affinché adorassero Me solo.» (Sūra adh-Dhāriyāt, 51:56)

Da ciò si è compreso senza alcun dubbio che la nascita dell’essere umano, lo scopo e la meta della vita non sono altro che l’adorazione e la servitù nei confronti di Allah Ta‘ala. Ora potete facilmente comprendere quanto sia importante per noi conoscere il vero significato della parola «‘ibadat». Se non conoscete il significato di questa parola, non potrete mai, in alcun modo, raggiungere il sublime scopo per il quale siete stati creati. E ciò che non riesce a raggiungere il proprio scopo rimane vano e infruttuoso.

Se un medico non riesce a guarire un paziente, si dice che ha fallito nella sua arte medica; se un agricoltore non riesce a ottenere un buon raccolto, il suo fallimento nell’agricoltura è dimostrato con assoluta chiarezza. Allo stesso modo, se non riuscite a raggiungere lo scopo della vostra vita, vale a dire compiere l’‘ibadat, bisogna dire che la vostra vita è fallita. Per questo spero che prestiate particolare attenzione a conoscere il vero significato e la realtà di questa parola, «‘ibadat», e che li imprimiate profondamente nei vostri cuori e nelle vostre menti. Poiché il successo o il fallimento della vita umana dipende interamente da questo.

La parola «‘ibadat» deriva dall’arabo «‘abd» (عْبُدُ). «‘Abd» significa servo e schiavo. Pertanto, il significato della parola «‘ibadat» sarà servire e vivere in schiavitù. Se una persona è schiava di un altro, gli è veramente del tutto obbediente in presenza del suo padrone e si comporta con lui proprio come un servitore, ciò viene chiamato servitù e ‘ibadat. Al contrario, se qualcuno è al servizio di un padrone e riceve da lui l’intero salario, ma ciononostante non svolge il proprio lavoro come dovrebbe un servitore, bisogna dire che si è ribellato e ha disobbedito. In realtà, sarebbe più appropriato definirlo ingratitudine. Perciò, prima di tutto, dovete sapere in che modo si può agire come un «servitore» davanti al padrone e manifestargli obbedienza.

Il servo o servitore deve innanzitutto riconoscere il padrone come «Signore» e ritenere che sia suo dovere obbedire a Colui che è il mio proprietario, che mi provvede il sostentamento quotidiano e che si prende cura di me e mi protegge. Nessun altro, all’infuori di Lui, ha il diritto di ricevere la mia obbedienza. Obbedire sempre al padrone, eseguire i suoi ordini, non abbandonare neppure per un istante la sua obbedienza, non lasciare spazio nel proprio cuore ad alcun pensiero contro il padrone e non eseguire gli ordini di nessun altro: questo è il secondo dovere del servo. Uno schiavo è sempre uno schiavo; non ha il diritto di dire: «Obbedirò a quest’ordine del padrone, ma non obbedirò a quell’altro». Né può dire: «Sono stato schiavo del padrone per un determinato periodo, mentre per il resto del tempo sono completamente libero e affrancato dalla sua schiavitù».

Mostrare rispetto e riverenza al padrone e mantenere un comportamento rispettoso alla sua presenza è il terzo compito del servo. È assolutamente necessario presentarsi puntualmente nel modo e nel momento stabiliti dal padrone per manifestare rispetto e deferenza, e dimostrare, riconoscendo l’obbedienza e la servitù verso il padrone, la propria promessa e la propria sincera devozione.

L’atto che si compie mediante l’unione di questi tre elementi è chiamato, nella terminologia araba, «‘ibadat»: primo, riconoscere la servitù verso il padrone; secondo, obbedire al padrone; terzo, preservare il rispetto e la riverenza dovuti al padrone.

Allah Ta‘ala ha detto:

وَمَا خَلَقْتُ الْجِنَّ وَالْإِنسَ إِلَّا لِيَعْبُدُونِ

Il suo vero significato è questo: Allah l’Altissimo ha creato i jinn e l’umanità con un unico scopo: essi devono servire soltanto Allah e nessun altro, obbedire soltanto al comando di Allah e seguire quello di nessun altro, e inchinarsi soltanto davanti a Lui in segno di onore e rispetto, e davanti a nessun altro. Allah l’Altissimo ha espresso queste tre cose mediante la parola «ibadat», dal significato ampio. Questo è il significato dei versetti nei quali Allah l’Altissimo ordina l’ibadat. Il nucleo di tutti gli insegnamenti del nostro ultimo Profeta e dei nobili profeti precedenti è il seguente:

«Non adorate nessuno all’infuori di Allah», vale a dire: in tutto il mondo esiste un solo sovrano degno di ricevere servitù e obbedienza: Allah l’Altissimo; esiste un’unica legge o norma da seguire: l’ordinamento della vita dato da Allah; ed esiste un solo Essere che possa essere adorato, venerato e invocato: quell’Essere è Allah, l’Unico.

يَا قَوْمِ اعْبُدُوا اللَّهَ مَا لَكُمْ مِنْ إِلَٰهٍ غَيْرُهُ

Ricordate questo significato della parola ibadat e continuate a rispondere alle mie domande. Se un servo non adempie ai doveri stabiliti dal padrone, ma rimane soltanto davanti a lui con le mani conserte e ripete il suo nome centomila volte, che cosa direste di questo servo? Il padrone gli ordina di restituire agli altri ciò che spetta loro. Ma egli rimane fermo nello stesso luogo, si inchina davanti al padrone, lo saluta dieci volte e poi resta di nuovo con le mani conserte. Il padrone gli ordina di cessare le azioni nocive, ma egli non si muove neppure di un passo. Al contrario, continua soltanto a prosternarsi. Il padrone gli ordina di tagliare la mano al ladro, ma egli rimane in piedi e, con voce melodiosa, continua per venti volte a leggere o recitare: «Taglia la mano al ladro», senza però fare neppure un tentativo di instaurare un sistema di governo sotto il quale sia possibile tagliare la mano al ladro. Che cosa direste di un servo simile? Potreste dire che egli sta davvero servendo e adorando il padrone? Non so che cosa direste a un vostro servo se si comportasse in questo modo; ma la cosa sorprendente è che, quando un servo di Allah si comporta così, lo chiamate «un grande adoratore» (un devoto, un uomo pio e così via). Costoro leggono nel Corano, dalla mattina alla sera, centinaia di ordini di Allah l’Altissimo, ma non fanno il minimo sforzo per osservarli e metterli in pratica. Continuano invece a compiere preghiere supererogatorie una dopo l’altra, a recitare migliaia di grani del tasbih nel nome di Allah e a recitare il Nobile Corano con voce melodiosa. Vedete queste loro azioni e, meravigliati, dite: «Oh! Quanto è grande la sua devozione e quanto è grande la sua pietà!». La causa fondamentale di questa vostra concezione errata è che non conoscete affatto il vero significato della parola ibadat.

Prendiamo ora l’esempio di un altro servo. Giorno e notte egli lavora soltanto per altri, ascolta ed esegue gli ordini altrui, osserva le leggi altrui e si oppone a ogni ordine e decreto del suo vero padrone. Tuttavia, al momento di porgere il «saluto», si presenta davanti al suo vero padrone e continua soltanto a ripeterne il nome. Che cosa fareste se un vostro servo si comportasse così? Non gli gettereste in faccia il suo «saluto»? Quando vi chiamasse padrone solo a parole, non gli direste: «Sei un completo bugiardo e un traditore; mangi il mio salario e servi un altro, mi chiami padrone con la bocca, ma in realtà lavori soltanto per altri e vai in giro a eseguire i loro ordini»? Nessuno fatica a capire che questa è una semplice questione di buon senso. Eppure, che cosa sorprendente! Voi considerate ibadat le preghiere, i digiuni, la recitazione del tasbih, la recitazione del Corano, il pellegrinaggio e la zakat di coloro che giorno e notte violano la legge di Allah, agiscono secondo gli ordini dei miscredenti e degli idolatri e, nella loro vita pratica, non tengono in alcun conto la legge di Allah. Anche la causa di questa concezione errata è non conoscere il vero significato della parola ibadat.

Prendete anche l’esempio di un altro servo. Indossa esattamente il tipo di abito che il padrone ha prescritto per i suoi servi, rispettandone le misure; si presenta davanti al padrone con grande rispetto e cura; non appena ascolta ogni ordine, china il capo e lo accetta come vincolante, come se non esistesse un servo più obbediente di lui. Al momento del «saluto» si fa avanti tra tutti e dimostra la propria superiorità e devozione rispetto a tutti gli altri servi nel recitare il nome del padrone. D’altra parte, però, quest’uomo serve i nemici e i ribelli del padrone, partecipa a tutte le loro cospirazioni contro di lui e collabora a ogni loro tentativo di cancellare persino il nome del padrone dalla faccia della terra; di notte scava un cunicolo sotto la casa del padrone e, all’alba, si presenta davanti a lui con le mani conserte, proprio come il servo più obbediente. Che cosa direste di questo servo? Certamente non esitereste affatto a chiamarlo ipocrita, ribelle, ingrato e con altri nomi simili. Ma quando un servo di Allah continua a comportarsi in questo modo ridicolo, come lo chiamate? Allora chiamate alcuni «Pir Sahib», altri «Hazrat Maulana», altri ancora «un grande uomo perfetto», «pio» e così via. La ragione è che, vedendo sui loro volti barbe lunghe e della misura prescritta, i loro pigiami due pollici sopra le caviglie, il segno nero della preghiera sulla fronte, le loro lunghe preghiere e i loro grandi grani del tasbih, vi lasciate ingannare e li considerate grandi uomini religiosi e grandi adoratori. Questo errore deriva unicamente dal fatto che nella vostra mente si è radicato un significato errato di ibadat e di religiosità.

Forse pensate che il vero ibadat consista soltanto in queste poche azioni: stare in piedi con le mani conserte rivolti verso la qibla, inchinarsi con le mani appoggiate sulle ginocchia, prosternarsi con la testa a terra e pronunciare alcune parole determinate. Forse pensate che ibadat significhi astenersi dal cibo e dalle bevande, dall’alba al tramonto di ogni giorno, dal primo giorno di Ramadan fino alla comparsa della luna di Shawwal. Forse pensate anche che ibadat consista nel recitare alcuni ruku’ del Nobile Corano, oppure ritenete che ibadat significhi compiere il tawaf attorno alla Kaaba recandosi alla Mecca. In breve, avete finito per considerare ibadat queste forme esteriori e ritenete che, completando soltanto le azioni sopra menzionate e mantenendone le forme esteriori, abbiate compiuto l’ibadat e

وَمَا خَلَقْتُ الْجِنَّ وَالْإِنسَ إِلَّا لِيَعْبُدُونِne abbiate realizzato lo scopo. Pertanto, per tutto il resto della vita, potete considerarvi completamente liberi e agire secondo i vostri desideri e capricci.

Ma la realtà è che l’ʿibāda per la quale Allah l’Altissimo vi ha creati e che vi ha ordinato di compiere è qualcosa di completamente diverso. Questa ʿibāda consiste nel riconoscere e accettare l’obbedienza ad Allah in ogni momento della vostra vita e nel rifiutarvi del tutto di seguire tutto ciò che, in questo mondo, è contrario alla legge di Allah. Ogni vostra azione e ogni vostro movimento devono rimanere entro i limiti stabiliti da Allah. Tutta la vita che condurrete secondo questo metodo sarà considerata ʿibāda. In una vita di questo genere, anche il vostro dormire e il vostro svegliarvi, il mangiare e il bere, il camminare, il parlare e il discutere saranno considerati ʿibāda. Perfino recarvi da vostra moglie e mostrare affetto ai vostri figli rientreranno nell’ʿibāda. Anche quelle attività che chiamate “mondane” possono diventare “ʿibāda” e “religiosità”, se svolgete ogni cosa entro i limiti stabiliti da Allah e secondo la legge da Lui data, prestando a ogni passo attenzione a ciò che presso Allah è lecito e a ciò che è illecito, a ciò che è ḥalāl e a ciò che è ḥarām, a ciò che è obbligatorio e a ciò che è proibito, a ciò che rende Allah soddisfatto e a ciò che Lo rende insoddisfatto. Per esempio, uscite per guadagnarvi il sostentamento e il denaro. Lungo questo cammino vi si presenteranno innumerevoli facili opportunità di guadagno illecito. Se allora, temendo Allah, non coglierete quelle opportunità e guadagnerete soltanto un sostentamento e un denaro leciti, tutto il tempo che avrete impiegato in questa attività sarà ʿibāda. E se porterete a casa il denaro guadagnato in modo lecito, lo userete per nutrire voi stessi e provvedere al cibo della vostra famiglia e, inoltre, adempirete i diritti degli altri aventi diritto stabiliti da Allah, riceverete una ricompensa infinita anche per queste azioni. Se, mentre camminate, rimuoverete una spina dalla strada pensando che con essa un servo di Allah potrebbe essere ferito, anche questo sarà considerato ʿibāda. Se assisterete una persona malata, aiuterete qualcuno a camminare o soccorrerete una persona in difficoltà, anche questo sarà ʿibāda. Nel parlare, se eviterete la menzogna, la maldicenza, la calunnia, le parole oscene con cui si feriscono i sentimenti altrui e simili, e per timore di Allah direte soltanto la verità, tutto il tempo che impiegherete in questa attività sarà trascorso in ʿibāda.

Dunque, vivere secondo la legge di Allah dal momento in cui si raggiunge la consapevolezza fino alla morte e condurre la propria vita secondo le norme da Lui stabilite: questo è l’ʿibāda ad Allah. Per questa ʿibāda non esiste un momento determinato. Essa deve essere praticata sempre; non ha una forma esteriore specifica: ogni sua forma e ogni sua azione devono essere ʿibāda ad Allah. Non potete dire: “In questo determinato momento sono servo di Allah, e in quest’altro non lo sono”. Né potete dire: “Questo momento è riservato all’ʿibāda ad Allah, mentre nell’altro non devo compiere alcuna ʿibāda”. Da questa discussione avete appreso bene il significato della parola ʿibāda e avete compreso che ʿibāda significa vivere in ogni momento e in ogni situazione nella servitù e nell’obbedienza ad Allah. A questo punto potete chiedere: allora come devono essere definite la preghiera, il digiuno, il pellegrinaggio e la zakāt? Risponderò che sono certamente forme di ʿibāda; queste forme di ʿibāda vi sono state rese obbligatorie affinché, attraverso di esse, possiate realizzare il grande e principale obiettivo della vostra vita: adorare Allah in ogni momento e in ogni situazione. La preghiera vi ricorda cinque volte al giorno: “Sei servo di Allah l’Altissimo; è tuo dovere servire Lui soltanto”. Il digiuno vi prepara, una volta all’anno e per un intero mese, proprio a questa servitù. La zakāt vi ricorda ripetutamente che la ricchezza che avete guadagnato è un dono di Allah e che non potete spenderla semplicemente secondo i vostri desideri; dovete piuttosto adempiere con essa i diritti del vostro Padrone. Il pellegrinaggio imprime nel cuore umano un’immagine dell’amore per Allah, dell’affetto per Lui e della percezione della Sua grandezza tale che, una volta impressa, non può essere cancellata dalla mente per tutta la vita. È indubbio che, dopo aver compiuto queste diverse forme di ʿibāda, la vostra preghiera sarà una vera preghiera, il vostro digiuno un digiuno autentico, la vostra zakāt una zakāt effettiva e il vostro pellegrinaggio un vero pellegrinaggio soltanto se tutta la vostra vita sarà divenuta adatta a trasformarsi in ʿibāda ad Allah. Ma, se questo obiettivo non viene raggiunto, compiere soltanto l’inchino e la prosternazione, patire la fame e la sete, celebrare i riti del pellegrinaggio e spendere denaro con il nome della zakāt non vi recherà alcun beneficio. Le forme esteriori e rituali dell’ʿibāda possono essere paragonate al corpo umano. Se in esso c’è vita e può muoversi e compiere attività, è senza dubbio il corpo di una persona viva; altrimenti è soltanto un corpo privo di vita. Gli occhi, le orecchie, le mani e i piedi di un cadavere sono tutti presenti, ma proprio perché non vi è vita lo seppellite in una fossa nel terreno. Allo stesso modo, anche se gli elementi fondamentali e le norme della preghiera vengono eseguiti correttamente, oppure le condizioni del digiuno vengono osservate in modo appropriato, se nel cuore e nell’animo non sono presenti il timore di Allah, l’amore per Lui e lo spirito della Sua servitù e obbedienza — proprio per i quali questi atti vi erano stati resi obbligatori — anch’essi saranno certamente una cosa priva di vita e di significato.

Nel prossimo saggio spiegherò dettagliatamente in che modo e attraverso quali mezzi le diverse forme di ʿibāda che vi sono state rese obbligatorie vi preparano alla vera e più grande ʿibāda, e quali effetti e conseguenze produrranno nella vostra vita se le compirete con comprensione e consapevolezza, in shāʾ Allāh.

La preghiera

Nel saggio precedente ho illustrato il vero significato dell’ʿibāda. È per questa ʿibāda che Allah l’Altissimo ha creato gli esseri umani e i jinn. Per preparare l’essere umano a diventare un sincero servo di Allah l’Altissimo, nell’Islam sono state rese obbligatorie alcune forme specifiche di ʿibāda. Perciò questa volta desidero parlare brevemente soltanto della preghiera.

Nel saggio precedente avete appreso che il vero significato di “ʿibāda” è servire o essere schiavi. Dunque, poiché siete stati creati soltanto per servire, non potete mai e in nessuna situazione liberarvi dalla servitù ad Allah. Così come non potete dire: “Sono servo di Allah per tanti minuti o per tante ore, ma non lo sono per tutto il resto del tempo”, allo stesso modo non potete dire: “Trascorrerò tanto tempo nell’ʿibāda ad Allah e nel resto del tempo avrò piena libertà: allora farò ciò che voglio”. Poiché siete nati come schiavi e servi di Allah, è assolutamente necessario trascorrere la vita soltanto nella Sua servitù; non potete liberarvi nemmeno per un solo istante della vostra vita dalla Sua ʿibāda e dalla Sua servitù.

Vi ho già detto che abbandonare le attività mondane, ritirarsi in un angolo e ripetere «Allahu, Allahu» non si chiama adorazione. Al contrario, adorazione significa svolgere qualunque attività in questo mondo precisamente secondo la legge e le prescrizioni di Allah. Il sonno e il riposo, la veglia, il mangiare e il bere, il muoversi e il viaggiare — in una parola, tutto — dovete farlo secondo la legge e le prescrizioni di Allah. Dovete comportarvi con vostra moglie e i vostri figli, con i vostri fratelli e sorelle e con i vostri parenti esattamente secondo le indicazioni di Allah. Anche quando ridete, scherzate e conversate con gli amici, dovete ricordare che non siamo liberi dai vincoli della servitù ad Allah. Nel guadagnare da vivere e nel dare e ricevere denaro, dovete osservare in ogni atto e in ogni parola i precetti e i divieti di Allah e non oltrepassare mai i limiti da Lui stabiliti. Se nel buio della notte diventa molto facile compiere un peccato e pensate che nessuno possa vedervi, anche allora ricordate che, vi veda o non vi veda qualcun altro, Allah Ta‘ala vede ogni cosa; e nel vostro cuore deve essere profondamente radicato il timore di Allah, non quello degli uomini. Anche se, seduti in una foresta profonda, desiderate commettere un peccato e pensate che la polizia o chiunque altro non possa vedervi, anche allora eviterete il peccato per il solo timore di Allah. Quando potreste ottenere grandi vantaggi mediante la menzogna, la corruzione, la slealtà, l’oppressione e lo sfruttamento, e nessuno fosse presente per impedirvelo, anche allora temerete Allah e, per timore del Suo disfavore, vi terrete lontani da tali interessi. Al contrario, anche se osservare l’onestà e la giustizia dovesse causarvi una terribile perdita, non esiterete neppure per un istante ad accettarla, sperando soltanto di ottenere il compiacimento di Allah. Pertanto, non si può chiamare «ibadat» abbandonare la vasta vita operosa del mondo e sedersi in un angolo (della casa o della moschea) recitando il tasbih. In realtà, «ibadat» significa vivere secondo le prescrizioni di Allah, pur essendo immersi nel labirinto delle attività mondane. Non si può chiamare dhikr di Allah il semplice pronunciare con la bocca le parole «Allahu, Allahu». Il vero dhikr di Allah consiste nel non dimenticarLo mentre si è immersi nella fitta rete delle attività e delle difficoltà mondane. Pur essendo coinvolti nelle cose che fanno dimenticare Allah, non dimenticarLo; quando nella vita mondana si presenta l’occasione di violare la legge di Allah per il desiderio di conseguire grandi vantaggi o per salvarsi da perdite enormi, ricordare comunque Allah e seguire fermamente la Sua legge: questo è il vero «dhikrullah», cioè il dhikr di Allah. A questo dhikr allude il seguente versetto del Corano:

فَإِذا قُضِيَتِ الصَّلاةُ فَانتَشِروا فِي الأَرضِ وَابتَغوا مِن فَضلِ اللَّهِ وَاذكُرُوا اللَّهَ كَثيرًا لَعَلَّكُم تُفلِحونَ

«Quando la preghiera è stata compiuta pienamente, disperdetevi sulla terra; cercate di guadagnarvi il sostentamento con la grazia di Allah e, durante questo impegno, ricordate molto Allah. Forse così potrete prosperare.»

(Al-Jumu‘a: 10)

Tenete vivo nella mente questo significato di «ibadat» e riflettete profondamente su quali siano le cose indispensabili per compiere adeguatamente questa grande e suprema «ibadat», e su come la preghiera le sviluppi nell’essere umano. Per essere autentici «servi» di Allah, è necessario ricordare ripetutamente che siete servi di Allah e che il vostro compito consiste nel servire Lui in ogni momento e in ogni circostanza. È necessario ricordarvelo spesso perché nella mente dell’uomo è sempre presente uno «shaytan», che cerca continuamente di rendere l’uomo proprio «schiavo».

Per spezzare la rete delle tentazioni e del labirinto dello Shaytan, è assolutamente necessario ricordare all’uomo più volte ogni giorno: «Tu sei soltanto servo di Allah Ta‘ala; all’infuori di Lui non sei servo di nessuno — né dello Shaytan, né di alcun essere umano». È proprio questo sentimento che la preghiera risveglia nel cuore dell’uomo. Al risveglio del mattino, prima di ogni altra attività, essa glielo ricorda per prima cosa; durante il giorno, quando è occupato in attività di vario genere, glielo ricorda ancora tre volte; e quando giunge l’ora del sonno notturno, glielo ripete per l’ultima volta. Ricordare così ripetutamente all’uomo che è «servo» di Allah è il primo beneficio della preghiera. Per questo nel Nobile Corano la preghiera è chiamata «dhikr», cioè, per mezzo di essa si ricorda Allah.

In seguito, dovrete osservare a ogni passo della vita i precetti e i divieti di Allah; perciò è auspicabile che nella vostra mente restino sempre vigili il senso del dovere e il senso di responsabilità, e dovete anche possedere l’abitudine di adempierli. Chi non sa che cosa sia il «dovere» non può mai osservare le prescrizioni di Allah. D’altra parte, anche chi conosce il significato del dovere, ma, per mancanza di un’adeguata formazione, non ha l’iniziativa e l’impegno necessari per adempierlo, non offre alcuna garanzia di poter osservare con sincera dedizione e fermezza le centinaia di migliaia di leggi e prescrizioni che gli vengano imposte per tutte le ventiquattro ore del giorno e della notte.

Coloro che lavorano nella polizia o nell’esercito sanno con quale rigore, in questi due corpi, vengano insegnati il senso del dovere e l’addestramento ad adempiere correttamente il proprio dovere. Più volte, nel corso del giorno e della notte, viene suonata la tromba. Ai soldati viene ordinato di radunarsi in un luogo determinato e vengono fatti marciare. Tutto ciò serve soltanto ad abituarli ad adempiere il loro dovere. Perciò coloro che si dimostrano incapaci, inattivi e inidonei in tali attività, coloro che restano seduti in casa pur udendo il suono della «tromba», o che durante la marcia non rispondono all’ordine, vengono licenziati per primi. Allo stesso modo, la preghiera suona cinque volte al giorno e alla notte la «tromba»; non appena udranno quella «tromba», i soldati di Allah accorreranno e dimostreranno di essere pronti a obbedire al comando di Allah in ogni circostanza. Coloro che, pur udendo questa «tromba», restano seduti e non sono disposti a muoversi neppure di un passo dal proprio posto, non comprendono affatto il significato del «dovere» oppure, pur comprendendolo, non sono degni di appartenere all’esercito di Allah.

Per questo Hazrat (s.a.) ha detto: «Desidero dare fuoco alle case di coloro che, pur avendo udito la voce dell’adhan, non escono dalle proprie case». Ed è per questo che negli Hadith Sharif la preghiera è stata indicata come il principale segno distintivo tra la miscredenza e l’Islam. All’epoca di Hazrat (s.a.) e dei Compagni, colui che non si presentava alla preghiera in congregazione non veniva nemmeno considerato musulmano. Persino quegli ipocriti che avevano bisogno di essere riconosciuti come musulmani erano costretti a partecipare alla preghiera in congregazione. Per questo nel Corano gli ipocriti non sono stati rimproverati dicendo che non pregano; è stato invece detto che non si alzano per la preghiera con sincero zelo e devozione, ma vi si alzano con estrema negligenza, riluttanza e indifferenza.

(arabo)

Da queste parole risulta indubbiamente provato che non vi è alcun motivo per considerare «musulmano» chi non prega. Infatti l’Islam non è una religione basata esclusivamente sulla fede, nella quale adempiere al proprio dovere significhi soltanto credere interiormente in «alcune parole». Al contrario, è una religione concreta, interamente fondata sulle opere. È talmente concreta che diventa obbligatorio agire secondo l’Islam in ogni momento e combattere incessantemente contro la miscredenza e la disobbedienza. Per condurre una vita così grandemente operosa, ogni musulmano deve essere sempre pronto a osservare le prescrizioni di Allah. Chi non è pronto in questo modo è del tutto inutile per l’Islam. Proprio per questo sono state rese obbligatorie cinque preghiere nell’arco del giorno e della notte. Queste cinque preghiere sono state stabilite per mettere concretamente alla prova e dimostrare se i musulmani siano davvero musulmani e se, nella vita pratica, siano pronti a obbedire al comando di Allah. Se un musulmano, udendo il «bugle» della parata di Allah, non risponde neppure minimamente, sarà chiaramente dimostrato che non è pronto a vivere la propria vita secondo le prescrizioni dell’Islam. Se poi afferma di credere in Allah e nel Messaggero, ciò è del tutto privo di significato. Per questo nel Corano è stato detto:

وَاستَعينوا بِالصَّبرِ وَالصَّلاةِ ۚ وَإِنَّها لَكَبيرَةٌ إِلّا عَلَى الخاشِعينَ

In altre parole, la preghiera diventa difficile soltanto per coloro che non sono pronti ad accettare la servitù e l’obbedienza ad Allah. E riguardo a coloro per i quali pregare è considerato un compito difficile, risulta dimostrato che non sono pronti a vivere accettando la servitù e l’obbedienza ad Allah.

Terzo: il timore di Allah. È assolutamente necessario che questo timore rimanga sempre vivo nel cuore di ogni musulmano. Un musulmano non può mai agire secondo l’Islam se nel suo cuore non è saldamente radicata la ferma convinzione che Allah lo osserva sempre e ovunque e che conosce perfettamente ogni suo movimento. Allah lo vede anche nell’oscurità; anche quando si trova completamente solo, Allah è con lui. È possibile nascondersi all’intero mondo, ma è assolutamente impossibile sottrarsi allo sguardo di Allah. L’uomo può sfuggire a ogni tipo di pena e punizione da parte del mondo intero; ma nessuno può sottrarsi alla pena e alla punizione di Allah. È proprio questa ferma convinzione che trattiene l’uomo dal violare le prescrizioni di Allah. Grazie a questa convinzione, l’uomo è costretto a rispettare, in tutte le attività della vita, i limiti dell’halal e dell’haram stabiliti da Allah. Se questa convinzione si indebolisce, il musulmano non può in alcun modo condurre una vita autenticamente musulmana. Allah Ta‘ala ha reso obbligatorie le cinque preghiere proprio per ricordare ripetutamente questa convinzione e per radicarla con grande fermezza nel cuore umano attraverso un ricordo continuo. Nel Corano, Allah Ta‘ala stesso ha proclamato questa efficacia e questa caratteristica della preghiera:إِنَّ الصَّلاةَ تَنهىٰ عَنِ الفَحشاءِ وَالمُنكَرِ ۗ

«In verità, la preghiera trattiene l’uomo dal peccato, dall’ingiustizia, dall’oscenità e dagli atti spudorati.»

Puoi comprendere la verità di questa affermazione riflettendo tu stesso: quando vai a pregare, ti presenti purificato e dopo aver compiuto l’abluzione; se il tuo corpo fosse impuro e tu ti presentassi alla preghiera senza aver fatto il bagno rituale, oppure se andassi a pregare indossando abiti impuri, o ancora se dicessi di aver compiuto l’abluzione pur non avendola, nessuno al mondo potrebbe scoprirti. Eppure non lo fai mai.

Ma perché? Perché credete senza alcun dubbio che nessun peccato può essere nascosto allo sguardo di Allah. Persino se non recitate le suppliche e le sure che durante la salat devono essere recitate a bassa voce, nessuno può venirne a conoscenza. Eppure non agite in questo modo perché Allah ascolta ogni cosa ed è vicinissimo a voi. Allo stesso modo, andate a pregare anche nel cuore di una foresta impenetrabile, pregate nell’oscurità della notte e pregate persino quando siete completamente soli nella vostra casa. In quei momenti, tuttavia, nessuno può vedervi e nessuno può sapere se avete pregato oppure no. Qual è la ragione? La ragione è che avete paura di violare il comando di Allah in segreto, lontano dagli occhi di tutti, e credete senza alcun dubbio che nessuna colpa può essere nascosta allo sguardo di Allah. Da ciò potete comprendere come la salat mantenga Allah desto nel cuore dell’essere umano e come la convinzione che Allah sia presente e vigile, onnisciente e conoscitore dei cuori, si radichi profondamente nel cuore umano. In verità, se questa paura e questa ferma convinzione non fossero saldamente radicate e sempre vive nel vostro cuore, come potreste adorare e servire Allah ventiquattr’ore su ventiquattro, giorno e notte? Se questa paura non fosse presente nel vostro cuore, come potreste, nelle innumerevoli attività del giorno e della notte, rimanere saldamente sulla via della giustizia e della virtù temendo Allah, e tenervi lontani da ogni genere di peccato e disobbedienza?

Quarto: per adorare Allah è indispensabile che conosciate pienamente la legge di Allah. Infatti, se non conoscete la legge, come potrete seguirla? È proprio la salat a soddisfare questa vostra necessità. È per questo che è stato prescritto di recitare nella salat i versetti del Corano. Grazie a ciò, giorno e notte potete acquisire conoscenza della legge e delle prescrizioni di Allah. Anche la pratica del khutba prima della salat del venerdì è stata istituita per questo scopo: attraverso di essa potete conoscere le prescrizioni dell’Islam. Un altro beneficio della salat in congregazione e della salat del venerdì è che, a questo scopo, gli studiosi e gli illetterati devono riunirsi ripetutamente nello stesso luogo, e tutti hanno una straordinaria opportunità di conoscere le prescrizioni di Allah. Eppure voi non cercate di conoscere il comando di Allah attraverso ciò che recitate nella salat; il khutba del venerdì viene pronunciato in modo tale che, anche dopo averlo ascoltato ripetutamente, non acquisite alcuna conoscenza dell’Islam; e, nonostante vi riuniate per pregare in congregazione, né gli studiosi insegnano qualcosa agli illetterati, né gli illetterati chiedono qualcosa agli studiosi. Che cosa si può definire, se non sventura? La salat vi offre una libera opportunità in questa materia. Se non traete da essa questo beneficio, quale colpa ne ha la salat?

Quinto: in questo vasto campo d’azione della vita, un musulmano non può rimanere isolato; al contrario, è loro dovere imprescindibile che tutti i musulmani rimangano uniti e organizzati, osservino insieme le prescrizioni di Allah, costruiscano la propria vita secondo le Sue prescrizioni e si aiutino reciprocamente a promulgare la legge di Allah nel mondo. Sapete che, in questo campo della vita, da una parte vi sono i musulmani, servi obbedienti al comando di Allah, e dall’altra vi sono i gruppi di ribelli ad Allah e di miscredenti. Giorno e notte è in corso un conflitto e una lotta incessanti tra l’obbedienza ai comandi di Allah e la ribellione contro Allah. I miscredenti violano la legge di Allah e, in opposizione ad essa, impongono nel mondo la legge di Satana; se ciascun musulmano rimanesse isolato nell’affrontarli, non potrebbe mai riportare la vittoria. Perciò è dovere imprescindibile dei servi di Allah unirsi, affrontare i nemici di Allah con la forza di un’unità comune e cercare di promulgare nel mondo la legge di Allah. Ma nulla, eccetto la salat, può costituire questa immensa forza dell’unità. Le congregazioni delle cinque salat quotidiane, la grande congregazione settimanale della salat del venerdì e poi l’immensa assemblea delle salat delle due feste annuali: tutto ciò costruisce i musulmani come una solida muraglia e risveglia tra loro quell’unità di pensiero, sentimento, opinione e azione che è assolutamente necessaria per formarli come persone che si aiutano reciprocamente nelle attività quotidiane.

Che cosa recitate nella salat

Abbiamo già discusso dettagliatamente di come la salat prepari l’essere umano a vivere riconoscendo l’adorazione, la servitù e l’obbedienza ad Allah. Leggendo quanto è stato scritto a questo proposito, avete certamente compreso con chiarezza che, se una persona compie regolarmente la salat considerandola un comando e un obbligo di Allah, allora, anche se non comprende alcun significato delle suppliche e delle sure recitate nella salat, questa salat manterrà certamente sempre vivo nel suo cuore il timore di Allah, la consapevolezza che Allah è presente e vigile e la fede che un giorno comparirà davanti al Suo tribunale. Egli penserà sempre di non essere servo di nessuno se non di Allah: Allah è il suo vero re e signore. Di conseguenza, svilupperà in sé l’abitudine ad adempiere i propri doveri e sarà pronto, in ogni circostanza, a vivere osservando le prescrizioni di Allah. Anche le qualità e le virtù indispensabili per trascorrere tutta la vita sotto la servitù di Allah e trasformare l’intera vita in adorazione vengono generate nell’essere umano attraverso questa salat. Spero che abbiate compreso bene, nell’articolo precedente, come si possano ottenere questi benefici attraverso la salat.

Ora bisogna comprendere che, se si possono ottenere benefici così grandi pregando senza comprendere il significato delle suppliche e delle sure della salat, quale enorme cambiamento potrebbe verificarsi nelle convinzioni, nelle dottrine, nel modo di pensare, nelle abitudini e nel carattere di una persona se pregasse comprendendo e ascoltando attentamente, e riuscisse a comprendere e sentire con il cuore e con la mente ciò che recita; e secondo quale ideale potrebbe essere modellata la sua intera vita. È proprio questo l’argomento che cercherò qui di discutere nei minimi dettagli.

Anzitutto, riflettete sull’adhan. Con quali parole siete chiamati cinque volte al giorno? Si proclama:

ٱللهُ أَكْبَر— «Allah è il più grande, Allah è più grande di tutti».

أَشْهَدُ أَنْ لاَ إِلَـٰهَ إِلَّا ٱللهُ – «Attesto che non vi è alcuna divinità all’infuori di Allah. Nessuno, all’infuori di Allah, è degno di adorazione.»

أَشْهَدُ أَنَّ مُحَمَّدًا رُسُولُ ٱلله – «Attesto che Muhammad è il Messaggero inviato da Allah.»

حَيَّ عَلَىٰ ٱلصَّلاة – «Venite alla preghiera.»

حَيَّ عَلَىٰ ٱلْفَلاَح – «Venite verso ciò in cui si trovano prosperità e bene.»

الله أكبر – «Allah è il più grande, Allah è il più grande.»

لا إله إلا الله – «Non vi è alcuna divinità all’infuori di Allah.»

Riflettete: quale richiamo potente è mai questo! Ogni giorno, cinque volte, questo richiamo vi ricorda proprio queste parole: «Tutti coloro che sulla terra pretendono di essere divinità sono dei bugiardi; nei cieli e sulla terra vi è un solo possessore della divinità e della signoria, ed Egli soltanto è degno di adorazione. Venite, adoriamoLo tutti insieme. Nell’adorazione si trova il vero bene, in questo mondo e nell’Aldilà, per tutti noi.»

Chi può rimanere seduto, immobile, dopo aver udito questa voce toccante? Per chi ha nel cuore anche solo un briciolo di fede, è assolutamente impossibile rimanere immobile dopo aver udito una testimonianza tanto audace e un invito tanto chiaro; né può in alcun modo fare a meno di presentarsi al cospetto del vero Signore e Padrone e inchinarsi dinanzi a Lui.

Non appena udite questo richiamo, vi alzate e, prima di ogni altra cosa, vi chiedete: sono puro o impuro? I miei abiti sono puri? Ho compiuto l’abluzione o no? In altre parole, avete la chiara consapevolezza che presentarsi al cospetto del Re dei due mondi è una questione completamente distinta da tutte le altre questioni terrene. Le altre attività possono essere compiute in qualsiasi condizione; tuttavia, per presentarsi a questa nobile corte, non è sufficiente la sola purezza del corpo e degli abiti: è assolutamente necessaria anche una purezza aggiuntiva, speciale, cioè l’abluzione rituale. Presentarsi qui senza tale purezza è una gravissima mancanza di rispetto. Con questo sentimento, pensate innanzitutto a purificarvi e poi cominciate a compiere l’abluzione. Se durante questa abluzione recitate, mentre lavate ciascun arto e dopo averla completata, le suppliche insegnate dal nobile Profeta Muhammad, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, e ricordate Allah nel modo dovuto, non saranno lavati e purificati soltanto i vostri arti, ma anche il vostro cuore. Dopo aver completato l’abluzione, dovete recitare la seguente supplica:

اللَّهُمَّ اجْعَلْنِي مِنَ التَّوَّابِينَ وَاجْعَلْنِي مِنَ الْمُتَطَهِّرِينَ” “أَشْهَدُ أَنْ لَا إِلَهَ إلَّا اللهُ وَحْدَهُ لَا شَرِيكَ لَهُ، وَأَشْهَدُ أَنَّ مُحَمَّداً عَبْدُهُ وَرَسُولُهُ“Attesto che non vi è alcuna divinità all’infuori di Allah, l’Unico, l’Incomparabile, e attesto inoltre che il nobile Muhammad, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, è il servo e il Messaggero di Allah. O Allah, annoverami tra coloro che si pentono e rendimi uno di coloro che si purificano.”

Dopodiché vi mettete in piedi per la preghiera. Il vostro volto è rivolto verso la sacra Qibla. Purificati e mondi, vi presentate al cospetto del Re di tutti i mondi.

Le prime parole che escono dalle vostre labbra sono:ٱللهُ أَكْبَر“Allah è il più grande.”

Dopo aver pronunciato con il cuore e con le labbra questo grande impegno, sollevate entrambe le mani fino alle orecchie, come simbolo del distacco da questo mondo e da tutto ciò che vi appartiene, e rimanete in piedi con le mani conserte davanti al vostro Re. Poi, con la massima umiltà, supplicate:

 سبحانك اللهم و بحمدك، وتبارك اسمك، و تعالى جدك، ولا إله غيرك

“O Allah! Proclamo la Tua santità e Ti lodo; la benedizione e la maestà del Tuo nome sono davvero incomparabili. Tu sei il più eccelso e il Tuo onore è superiore a quello di tutti. Non vi è alcuna divinità all’infuori di Te.”

أعوذ بالله من الشيطان الرجيم

«Cerco rifugio presso Allah dall’azione di Satana, il maledetto e reietto.»

بسم الله الرحمن الرحيم

«Comincio nel nome di Allah, il Misericordioso, il Compassionevole.»

الحمد لله رب العالمين

-«A Allah, il Signore di tutti i mondi, spettano tutte le lodi e ogni forma di elogio.»

الرحمن الرحيم

-Egli è sommamente misericordioso e benevolo.

مالك يوم الدين

-Egli è l’unico Padrone del Giorno del Giudizio, il giorno in cui saranno giudicate tutte le azioni degli uomini e ciascuno dovrà subire la conseguenza delle proprie azioni.

إياك نعبدوإياك نستعين

-O Padrone! Noi adoriamo soltanto Te e chiediamo aiuto soltanto a Te.

اهدنا الصراط المستقيم

-Mostraci la via facile, retta e corretta.

صراط الذين أنعمت عليهم

-La via di coloro che hanno ricevuto la Tua grazia e la Tua ricompensa.

غير المغضوب عليهم ولأ الضا لين

-E non tra coloro che sono maledetti né tra quelli condotti sulla via dell’errore.

-O Allah, accetta la nostra supplica e esaudisci i nostri desideri.

Dopodiché si devono recitare alcuni versetti del Sacro Corano. Ogni versetto del Corano è colmo di dolcezza immortale. In esso si trovano preziosi consigli, insegnamenti e un invito verso la retta via. Nella sura al-Fātiḥa, per la via facile e retta per la quale si prega, sono esposti la guida e i chiarimenti relativi proprio a quella retta via. A titolo d’esempio, vengono qui menzionate alcune sure:

وَالعَصرِ إِنَّ الإِنسانَ لَفي خُسرٍ إِلَّا الَّذينَ آمَنوا وَعَمِلُوا الصّالِحاتِ وَتَواصَوا بِالحَقِّ وَتَواصَوا بِالصَّبرِ

“Per il tempo! In verità, tutta l’umanità è sull’orlo della perdizione, eccetto coloro che credono, compiono opere virtuose, si esortano reciprocamente alla verità e si esortano reciprocamente alla perseveranza nella verità (solo costoro possono salvarsi dalla via della perdizione).”

Da questa breve sura apprendiamo che l’essere umano può salvarsi dalla perdizione e dal fallimento in un solo modo. E cioè: non è sufficiente credere sinceramente in Allah e agire secondo le prescrizioni da Lui date; è inoltre indispensabile che esista un gruppo ben organizzato di persone credenti e virtuose, il quale inviti reciprocamente i propri membri e tutta l’umanità alla verità e alla giustizia, e li aiuti e sostenga affinché rimangano saldamente ancorati alla religione dell’Islam di Allah in ogni sorta di dolore e difficoltà.

Oppure un’altra sura, come:

أَرَأَيْتَ الَّذِي يُكَذِّبُ بِالدِّينِ

فَذَٰلِكَ الَّذِي يَدُعُّ الْيَتِيمَ

وَلَا يَحُضُّ عَلَىٰ طَعَامِ الْمِسْكِينِ

فَوَيْلٌ لِّلْمُصَلِّينَ

الَّذِينَ هُمْ عَن صَلَاتِهِمْ سَاهُونَ الَّذِينَ هُمْ يُرَاءُونَ

وَيَمْنَعُونَ الْمَاعُونَ

Hai visto com’è la persona che non crede nel Giorno del Rendiconto, il Giorno della Risurrezione? È proprio questo genere di persona che scaccia l’orfano e non solo non offre cibo al povero bisognoso, ma non si sforza neppure minimamente di incoraggiare gli altri a compiere quest’opera. Guai a quei fedeli che sono negligenti nella preghiera — a causa della loro incredulità nell’Aldilà — e che, anche quando pregano, lo fanno soltanto per farsi vedere dalla gente; i loro cuori sono così meschini che esitano a dare ai bisognosi persino le cose più insignificanti e di poco valore.

L’insegnamento fondamentale di questa sura è che credere nell’Aldilà è l’anima stessa dell’Islam. (Senza questa fede, le azioni dell’Islam sarebbero prive di significato, come un corpo senza vita.) Inoltre, nessuna persona può percorrere la via facile e retta indicata da Allah. E un’altra sura:

وَيْلٌ لِّكُلِّ هُمَزَةٍ لُّمَزَةٍ

الَّذِي جَمَعَ مَالًا وَعَدَّدَهُ

يَحْسَبُ أَنَّ مَالَهُ أَخْلَدَهُ

كَلَّا ۖ لَيُنبَذَنَّ فِي الْحُطَمَةِ

وَمَا أَدْرَاكَ مَا الْحُطَمَةُ

نَارُ اللَّهِ الْمُوقَدَةُ

الَّتِي تَطَّلِعُ عَلَى الْأَفْئِدَةِ

إِنَّهَا عَلَيْهِم مُّؤْصَدَةٌ

فِي عَمَدٍ مُّمَدَّدَةٍ

«Guai a tutti coloro che hanno l’abitudine di cercare i difetti altrui e di pronunciare parole ingiuriose per umiliare gli altri. Essi si limitano ad accumulare denaro e a ricontarlo più e più volte (per vedere quanto sia aumentato). Credono che le loro ricchezze rimarranno per sempre con loro. Niente affatto. Un giorno moriranno certamente e saranno gettati nell’Inferno chiamato Hutamah. E sai cos’è la Hutamah? È il fuoco acceso da Allah; le sue fiamme ardenti riducono in cenere persino i cuori. È un fuoco le cui fiamme, grandi e alte come colonne, li circonderanno.»

In questo modo, tra le sure e i versetti del Sacro Corano recitati nella preghiera, vi sono sempre insegnamenti e ammonimenti preziosi. Essi spiegano chiaramente all’essere umano che deve agire nel mondo secondo questo comando di Allah rivolto agli uomini. Dopo aver recitato questi versetti di guida e ammonimento, dite «Allahu Akbar» e passate al rukūʿ. Appoggiando le mani sulle ginocchia, vi inchinate davanti ad Allah Taʿālā, Signore dei mondi, e continuate a ripetere:

«Gloria al mio grande Signore e Sostentatore.» Poi vi rialzate in piedi e dite: (in arabo***) «Allah ha ascoltato colui che Lo ha lodato e glorificato.» Dopodiché dite «Allahu Akbar», vi prostrate poggiando la fronte a terra e dite: (in arabo***) «Proclamo la santità di Allah, il Grande, il Sublime.» Poi sollevate la testa e, seduti con rispetto, recitate:

Poi:التحيات لله والصلوات والطيبات، السلام عليك أيها النبي ورحمة لله

وبركاته، السلام علينا و على عباد الله الصالحين، أشهد أن لا إله إلا الله، وأشهد أن محمدا عبده و رسوله.

«Tutti i nostri saluti e omaggi, tutte le nostre preghiere e ogni forma di purezza sono rivolti esclusivamente ad Allah Taʿālā.»

—O Profeta! Pace su di te; su di te discendano la misericordia e la grazia di Allah.

—Che la misericordia di Allah discenda su di noi e sui servi giusti di Allah.

-Testimonio che non vi è altro Signore e oggetto di adorazione all’infuori di Allah. Testimonio inoltre che il venerabile Muhammad, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, è il servo e il Messaggero di Allah l’Altissimo.”

Quando rendete così testimonianza, dovete alzare il dito indice. Infatti, mediante questo gesto, proprio durante la preghiera proclamate la vostra fede e il vostro credo; e mentre pronunciate le parole di questa testimonianza dovete concentrarvi con particolare attenzione e impegnare profondamente la mente. Dopodiché dovete recitare il seguente durūd:


اللهم
صل على محمد وعلى آل محمد، كما صليت على إبراهيم وعلى آل إبراهيم، وبارك على محمد وعلى آل محمد، كما باركت على إبراهيم

 وعلى آل إبراهيم، في العالمين إنك حميد مجيد.

«O Allah! Concedi la Tua misericordia e la Tua grazia al nostro signore e guida, Hazrat Muhammad, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, e ai suoi discendenti, come hai concesso la Tua misericordia a Hazrat Ibrahim e ai suoi discendenti. In verità, Tu sei il possessore delle qualità più eccellenti e sei il Magnifico. O Allah! Fa’ discendere le Tue benedizioni sul nostro signore e guida, Hazrat Muhammad, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, e sui suoi discendenti, come hai fatto scendere le Tue benedizioni su Hazrat Ibrahim e sui suoi discendenti. In verità, Tu possiedi le qualità più nobili e sei il Magnifico.»

Dopo aver recitato il durūd, supplicate Allah nel modo seguente:

اللهم إني أعوذ بك من عذاب جهنم، و من عذاب القبر، و من فتنة المحيا و الممات، و من فتنة المسيح الدجال، رب اغفر لي و لوالدي رب ارحمهما كما ربياني صغيرا.

«O Allah! Cerco rifugio presso di Te per essere salvato dal castigo della Jahannam. Cerco protezione presso di Te dal castigo della tomba. Cerco rifugio presso di Te dal male del traviatore Dajjāl, che si diffonderà sulla terra. Cerco rifugio presso di Te dal male della vita e della morte. O Allah! Cerco rifugio presso di Te anche dalle azioni ingiuste e dai debiti.»

Dopo aver recitato questa supplica, la preghiera giunge al termine. Congedandosi dalla corte del Rabb degli universi, ci si volta innanzitutto a destra e a sinistra e si invoca misericordia e pace per tutti i presenti e per ogni cosa del mondo, dicendo:

السَّلاَمُ عَلَيْكُمْ وَرَحْمَةُ اللهِ

«Che la pace e la misericordia di Allah siano su di voi.» È come una buona novella: dopo la preghiera, siete tornati dalla corte di Allah portando con voi proprio questo. In questo modo adempite la preghiera alzandovi molto presto, prima di iniziare tutte le attività del mondo. Poi vi dedicate per molte ore alle varie attività mondane. Poco dopo mezzogiorno vi presentate nuovamente alla corte di Allah e adempite la preghiera; poche ore dopo, anche nella terza parte della giornata, adempite di nuovo questa preghiera. Dopo aver lavorato ancora per alcune ore, non appena tramonta il sole vi presentate alla corte di Allah e adempite questa preghiera. Poi, una volta terminate le attività mondane, vi presentate per l’ultima volta davanti ad Allah prima di andare a dormire. Le ultime tre rakʿāt di quest’ultima preghiera si chiamano «preghiera del Witr». Nella terza rakʿa fate ad Allah una promessa importante. Questa promessa si chiama «Duʿāʾ al-Qunūt». Attraverso questa supplica, colui che prega giura davanti ad Allah, con estrema umiltà e sottomissione, di obbedirGli e di servirLo. Promette di vivere nella Sua obbedienza. Ascoltate con attenzione ciò che dite in questa promessa:

اللهم إنا نستعينك ونستغفرك ونؤمن بك ونتوكل عليك ونثني عليك الخير ونشكرك ولا نكفرك ونخلع ونترك من يفجرك
اللهم إياك نعبد ولك نصلي ونسجد وإليك نسعى ونحفد ونرجو رحمتك ونخشى عذابك إن عذابك بالكفار ملحق

«O Allah! Chiediamo il Tuo aiuto. Ti chiediamo perdono per i peccati. Abbiamo creduto in Te. Confidiamo soltanto in Te. Ti lodiamo con ogni bene e ogni bontà. Ti rendiamo grazie e non neghiamo i Tuoi doni. Ti promettiamo che non avremo alcun rapporto con coloro che Ti disobbediscono: li abbandoneremo. O Allah! Riconosciamo di essere servi soltanto Tuoi. Preghiamo soltanto per Te, ci prostriamo soltanto davanti a Te e tutti i nostri sforzi, tutte le nostre fatiche e ogni sacrificio li compiamo soltanto per ottenere il Tuo compiacimento. Sopportiamo le difficoltà soltanto nella speranza di ottenere la Tua misericordia e temiamo il Tuo castigo. In verità, soltanto i miscredenti saranno gettati nel Tuo castigo.»

Riflettete un poco: colui che ascolta ogni giorno per cinque volte il richiamo alla preghiera e considera quale grande verità viene proclamata proprio in quell’adhān, e come attraverso di esso si venga chiamati a presentarsi davanti a un Re tanto grande e maestoso; colui che, ogni volta che ascolta l’adhān, lo percepisce interiormente, abbandona tutte le proprie attività e si presenta alla corte del Signore e Padrone di tutti i mondi; colui che prima di ogni preghiera compie l’abluzione e purifica il corpo e l’anima, e recita più volte con attenzione, nella preghiera, le sure e le suppliche nel modo già indicato: come potrebbe davvero non risvegliarsi nel suo cuore e nella sua mente il timore di Allah? Come potrebbe non vergognarsi di disobbedire agli ordini di Allah? La sua coscienza certamente tremerà al pensiero di presentarsi ripetutamente davanti alla corte di Allah portando i segni oscuri dei peccati e delle azioni ingiuste. Dopo aver affermato nella preghiera di servire Allah e di obbedirGli, e dopo aver riconosciuto ripetutamente che Allah è il Padrone del Giorno del Giudizio, quale persona potrebbe tornare alle proprie attività nel mondo e mentire, tradire, appropriarsi dei diritti altrui, prendere o dare tangenti, prendere o dare interessi, infliggere ingiustamente sofferenza agli altri, commettere spudoratezza, adulterio e altre ingiustizie? E, dopo aver compiuto tali azioni, come potrebbe avere l’audacia di presentarsi di nuovo davanti ad Allah e riconoscerle con le proprie labbra? Voi riconoscete consapevolmente, innumerevoli volte ogni giorno, davanti ad Allah: «O Allah! Servo soltanto Te e chiedo aiuto soltanto a Te.» Dopo averlo riconosciuto, come potrebbe essere possibile per voi servire qualcuno all’infuori di Allah e rivolgere suppliche a qualcun altro? Se, dopo aver fatto questa confessione, agiste in contrasto con essa, il vostro cuore vi rimprovererebbe quando vi presentereste nuovamente davanti ad Allah e, per la vergogna, il vostro capo si inchinerebbe. Se continuaste a contraddirla, provereste ancora più vergogna e la coscienza vi tormenterebbe ancor più. Non è affatto possibile che, pur recitando la preghiera cinque volte al giorno per tutta la vita, le vostre azioni e il vostro carattere non si correggano e nella vostra vita non inizi un cambiamento radicale. È proprio a proposito di questo beneficio della preghiera che Allah l’Altissimo ha detto:

إِنَّ الصَّلاةَ تَنهىٰ عَنِ الفَحشاءِ وَالمُنكَرِ

«In verità, la preghiera tiene l’uomo lontano dall’impudicizia, dall’oscenità e da ogni sorta di peccato.»

Tuttavia, nonostante l’esistenza di un mezzo così grande per correggere l’animo e il carattere dell’uomo, e nonostante si compiano le cinque preghiere quotidiane, se il carattere di qualcuno non migliora e se egli non si astiene dalla via del peccato, bisogna capire che, in realtà, è la sua stessa indole a essere cattiva. Per questo non vi è alcun difetto nella preghiera. L’acqua e il sapone puliscono lo sporco dai vestiti; ma se non riescono a eliminare lo sporco del carbone, non si può attribuire alcuna colpa all’acqua e al sapone: la colpa sarà del carbone.

Ma è davvero motivo di grande tristezza che non comprendiamo affatto ciò che recitiamo nella preghiera, oppure lo recitiamo senza comprenderlo. Questa è una gravissima mancanza nella nostra preghiera. È possibile colmare tale mancanza dedicando un po’ di tempo allo studio: potete imparare facilmente, nella vostra lingua madre, il significato e il senso delle suppliche e delle sure della preghiera. Ritengo che ciò vi sarà di grande beneficio.

La preghiera in congregazione

Negli articoli precedenti ho parlato soltanto delle caratteristiche e dei benefici della preghiera. Grazie a ciò avete certamente compreso quanto sia importante questa forma di ibadat. Avete anche compreso come questa preghiera faccia nascere nell’uomo uno spirito di devozione per tutta la vita e come lo renda capace di adempiere pienamente al diritto di tale devozione. Ora vi parlerò dei benefici del compiere la preghiera in congregazione. In questo modo comprenderete molto bene come Allah, per misericordia e benevolenza, abbia raccolto ogni sorta di beneficio nella stessa cosa. La sola preghiera non era certo poca cosa per noi; tuttavia, ordinando insieme di compiere la preghiera in congregazione, Allah l’Onnipotente l’ha resa un deposito di benefici raddoppiati e le ha conferito una forza straordinaria, incomparabile nel produrre un cambiamento radicale nell’uomo.

Come ho già detto, considerarsi in ogni momento della vita servi di Allah, rimanere sottomessi al Padrone come schiavi obbedienti ed essere sempre pronti a eseguire i comandi del Padrone: questo è ibadat; e la preghiera prepara l’uomo proprio a questa ibadat. La preghiera crea nell’uomo tutte le qualità necessarie per una simile ibadat. Il senso di essere servi, la fede in Allah, nel Suo Messaggero e nel Suo Libro, una ferma certezza nell’Aldilà, il timore di Allah, il riconoscere Allah come ‘Alim al-Ghayb’, Colui che conosce l’invisibile, il sentirLo sempre vicino, il mantenersi costantemente pronti a obbedire ai comandi di Allah e il conoscere bene i comandi di Allah: la preghiera sviluppa nell’uomo molte qualità di questo genere e lo forma come autentico servo di Allah l’Altissimo.

Basta riflettere un poco per comprendere che, per quanto un uomo possa essere dotato di qualità, finché gli altri uomini non saranno suoi collaboratori e sostenitori, egli non potrà adempiere pienamente al ‘diritto’ della devozione ad Allah. Se coloro con i quali vive giorno e notte e con i quali lavora sempre insieme non lo aiutano nell’obbedienza ad Allah, egli non sarà in alcun modo capace di obbedire ai comandi di Allah.

L’uomo non è venuto al mondo da solo. E da solo non può fare nulla. È legato in vari modi ai vicini, ai colleghi e ai compagni e compagne del cammino della vita. I comandi e le prescrizioni di Allah non sono destinati a una persona solitaria, bensì a tutti gli uomini: sono venuti da parte di Allah proprio per mantenere correttamente ogni tipo di relazione nella vita. Ora, soltanto se tutti si aiutano e si sostengono reciprocamente nell’obbedire ai comandi di Allah, possono insieme diventare obbedienti ai comandi di Allah. Al contrario, se tutti insieme cominciano a disobbedire ad Allah, oppure se i loro rapporti reciproci sono tali da non permettere loro di collaborare nell’obbedienza ai comandi di Allah, allora per un singolo uomo è assolutamente impossibile obbedire correttamente e regolarmente ai comandi di Allah e agire secondo la legge di Allah.

Se recitate il Corano con particolare attenzione, saprete che Allah l’Altissimo non vi ha ordinato soltanto di sottomettervi a Lui, obbedirGli e conformarvi ai Suoi comandi. Vi è stato inoltre ordinato di rendere tutto il mondo sottomesso e obbediente ad Allah, e di farvi vigere la legge di Allah. Ovunque nel mondo sia in vigore la legge di «Satana», dovrete porvi fine e stabilire al suo posto il dominio della legge di Allah l’Unico e senza associati. Il grande servizio che Allah vi ha comandato di compiere è tale che una sola persona non potrebbe mai portarlo a termine. Anche se i musulmani che credono in questa dottrina fossero miliardi, se rimanessero dispersi e separati, senza alcun legame o rapporto tra loro, non potrebbero in alcun modo sconfiggere la forza di «Satana», organizzata e saldamente consolidata. Per questo è indispensabile che i musulmani si riuniscano in un gruppo, si aiutino reciprocamente, diventino gli uni sostenitori e protettori degli altri e lottino e si adoperino insieme per raggiungere un unico obiettivo.

Osservando la questione un po’ più attentamente, diventa chiaro anche che, per conseguire un obiettivo così grande, ai musulmani non basta semplicemente riunirsi e unirsi. Devono riunirsi secondo il metodo corretto, cioè formare una comunità musulmana in modo tale da instaurare tra loro relazioni appropriate, prive di qualsiasi difetto o mancanza. Deve esistere piena unità nelle loro opinioni, nei loro obiettivi e finalità e nella loro linea d’azione. È necessario che abbiano un amir e una guida, e che tra loro vi siano l’abitudine e il desiderio di agire secondo le indicazioni di tale guida. Devono comprendere bene che cosa significhi obbedire agli ordini della guida, fino a che punto si debba obbedire e in quali circostanze sia possibile anche opporsi alla guida. Ricordate queste parole e riflettete su come, pregando in congregazione, questi importanti principi si risveglino nei fedeli.

È stato ordinato di lasciare immediatamente ogni lavoro e ogni occupazione e recarsi alla moschea non appena si ode l’adhan. Perciò, il fatto che i musulmani abbandonino subito le proprie attività e avanzino tutti verso lo stesso centro (la moschea) al suono dell’adhan richiama alla mente un enorme esercito. In un accampamento militare, non appena risuona la tromba, ogni soldato comprende che il comandante sta chiamando tutti. In quel momento nasce nel cuore di ciascuno lo stesso pensiero: il dovere e la responsabilità di obbedire all’ordine del comandante. Non appena questo pensiero si affaccia alla mente, tutti fanno la stessa cosa: da qualunque luogo si trovino, appena odono quel suono, corrono verso il luogo stabilito. Perché si adotta questo metodo per i soldati? In primo luogo, affinché ciascun soldato sviluppi l’abitudine di obbedire agli ordini e di essere sempre pronto a farlo. In secondo luogo, affinché dall’insieme di tutti questi soldati obbedienti si formi una forza potente e si sviluppi l’abitudine di radunarsi nello stesso momento e nello stesso luogo al comando del comandante. Questa abitudine è necessaria affinché, qualora si verifichi improvvisamente un evento, tutti i soldati possano, a quel richiamo, presentarsi nello stesso luogo e agire. Anche se ogni soldato è personalmente molto valoroso, il suo valore non ha alcun peso se, quando viene chiamato al momento dell’azione, non riesce a presentarsi subito e a combattere. Se, appena ricevuto l’ordine, i soldati non si riuniscono, ma si disperdono in direzioni diverse secondo la propria volontà, un gruppo disciplinato di cinquanta soldati nemici potrebbe annientare mille soldati valorosi di questo genere.

Proprio secondo questa regola è stato ordinato ai musulmani di lasciare immediatamente il lavoro e le proprie attività e recarsi alla moschea più vicina non appena odono l’adhan, affinché tutti i musulmani possano diventare insieme un esercito di Allah. In questo modo si fa loro acquisire l’abitudine di presentarsi cinque volte al giorno non appena odono l’adhan, perché i doveri di questi soldati di Allah sono molto più numerosi e molto più gravosi di quelli di ogni altro soldato del mondo. Gli altri eserciti possono aver bisogno di combattere solo dopo molto tempo e, poiché non si sa quando scoppierà la guerra, ricevono con largo anticipo un addestramento tanto intenso. Ma questo esercito di Allah deve combattere in ogni momento contro le forze sataniche e deve essere pronto in ogni momento a obbedire agli ordini del comandante. Per questo, cinque volte tra il giorno e la notte, al suono della tromba divina — l’adhan — i musulmani devono correre verso la moschea, il campo di Allah; bisogna dire che, rispetto ai loro doveri e alle loro responsabilità, ciò costituisce senza dubbio una grande benevolenza nei loro confronti.

Finora si è parlato soltanto della bellezza e dell’efficacia dell’adhan. Udendo l’adhan, tutti i musulmani si recano alla moschea. Già nel semplice fatto di riunirsi sono racchiuse molte bellezze e molti benefici. Riunendosi qui, i musulmani possono vedersi, conoscersi e fare la reciproca conoscenza.

Ma in virtù di quale legame vi riunite e vi conoscete gli uni con gli altri? In virtù del fatto che siete tutti servi di un unico Allah, seguaci di un unico Messaggero, e che avete tutti un unico Corano come Libro e codice di vita; anche lo scopo della vostra vita è unico. Vi siete riuniti nella moschea per conseguire quello stesso scopo e, dopo essere tornati da qui, ciascuno di voi si adopererà ancora per raggiungere il medesimo obiettivo. In verità, una simile conoscenza e una simile compagnia suscitano naturalmente in voi il pensiero che appartenete tutti a una stessa nazione e siete soldati di uno stesso esercito. Siete fratelli gli uni degli altri. Nel mondo, la meta e lo scopo della vostra vita sono gli stessi; tutti partecipate ai guadagni e alle perdite degli altri, e le vostre vite sono strettamente legate l’una all’altra.

Quando vi guarderete gli uni gli altri, fatelo con animo aperto e con uno sguardo benevolo e generoso. Non guardate nessuno con lo sguardo con cui guarda il nemico; guardatevi invece proprio con lo sguardo con cui un amico guarda l’amico e un fratello guarda il fratello. Quando guarderete in questo modo, se vedrete un fratello vestito di abiti vecchi e strappati, qualcuno molto preoccupato, in difficoltà o affamato, oppure qualcuno incapace, paralizzato o cieco, nel vostro cuore nasceranno spontaneamente compassione e misericordia. Voi ricchi proverete il dolore dei poveri, degli indifesi e dei bisognosi, mentre i poveri e i miseri troveranno il coraggio di rivolgersi ai ricchi e raccontare la propria difficile condizione. Se venite a sapere che qualcuno non ha potuto recarsi alla moschea perché malato o in difficoltà, nascerà in voi il desiderio di andarlo a visitare. Se ricevete la notizia della morte di qualcuno, potrete recarvi a recitare la preghiera funebre ed esprimere le vostre condoglianze alla sua famiglia affranta. Sono proprio queste azioni a creare tra voi un amore profondo e una sincera compassione.

Riflettete ancora un po’: il luogo in cui vi riunite è un luogo puro e sacro. In questo luogo puro vi riunite con un grande scopo. Anche ladri, briganti, ubriaconi e gruppi di giocatori d’azzardo si riuniscono in un medesimo luogo; ma i loro cuori sono tutti colmi di intenzioni malvagie. La vostra riunione, però, non può essere paragonata alla loro. Qui, infatti, si riuniscono soltanto i sinceri servi di Allah; questa vostra assemblea per adorare Allah si tiene nella casa di Allah. Qui vi riunite tutti per riconoscere con cuore sincero, davanti ad Allah, la vostra sottomissione e il vostro servire. In tali circostanze, nei cuori dei credenti nasce spontaneamente un senso di vergogna per i propri peccati. D’altra parte, se qualcuno ha commesso un peccato davanti a un’altra persona e quella persona si presenta nella moschea, al peccatore basta questo perché muoia di vergogna. Inoltre, se nei cuori dei musulmani è presente il desiderio di ammonirsi a vicenda e, con affetto, amore e compassione, essi cercano di comprendere bene come eliminare i difetti dell’uno e dell’altro, allora non vi è il minimo dubbio che sulla loro assemblea discenderanno l’immensa misericordia e le benedizioni di Allah. In questo modo, grazie all’occasione di pregare in congregazione, un musulmano potrà correggere i difetti di un altro musulmano e ciascuno colmerà le necessità dell’altro. Di conseguenza, a poco a poco, l’intera società potrà diventare virtuosa e pia.

Questa immensa benedizione è già presente nel semplice riunirsi nella moschea. Considerate poi quanto siano infinite le utilità e le benedizioni del pregare in congregazione. Tutti coloro che pregano stanno in piedi, uguali, nella stessa fila. Nessuno di loro è maggiore, nessuno minore, nessuno superiore, nessuno inferiore: alla corte di Allah, davanti ad Allah, tutti gli esseri umani sono assolutamente uguali. Se la mano o il contatto di qualcuno tocca un altro, nessuno di loro diventa impuro. Qui non vi è alcun posto per l’intoccabilità. Sono tutti puri e immacolati, perché sono tutti esseri umani e tutti servi di un unico Allah, seguaci della stessa religione, l’Islam. Tra questi oranti non vi è alcuna differenza di discendenza, famiglia, tribù, paese o lingua. Personalmente, uno può essere un Sayyid, un Pathan, il signor Khan, un Howladar o il signor Chowdhury. Inoltre, uno può essere abitante di un paese e un altro di un paese diverso. Uno parla una lingua, un altro esprime i propri pensieri in un’altra lingua. Ma, nonostante tali differenze personali, tutti stanno nella stessa fila e adorano Allah insieme. Ciò significa che appartengono tutti a un’unica nazione. Qui le differenze di discendenza e tribù, paese e regione, nazionalità, sono del tutto false. Il legame più grande tra gli esseri umani è il servire Allah e adorare Allah. Poiché su questo punto siete tutti uniti, non può esservi alcuna ragione perché siate diversi e separati anche nelle altre questioni.

Quando state in fila, spalla contro spalla, sembra che una grande armata sia schierata davanti al sovrano per compiere il proprio dovere. Lo stare in file e il sollevarsi e sedersi tutti insieme fanno nascere nei cuori degli oranti un profondo senso di unità. In questo modo, attraverso la preghiera, tutti vengono abituati a servire Allah: le loro mani si alzeranno insieme e i loro piedi si muoveranno nello stesso momento. Diventa così evidente che gli oranti non sono venti o cento persone, ma che, unendosi, si sono trasformati in un unico essere umano indivisibile.

Che cosa si fa dopo essersi riuniti in congregazione e disposti in file? Tutti gli oranti presentano davanti ad Allah la stessa supplica, nella stessa lingua:اِيَّاكَ وَاِيَّاكَ نَسْتَعِيْنُO Allah, adoriamo soltanto Te e chiediamo aiuto soltanto a Te.اِهْدِنَا الصِّرَاظَ الْمُسْتَقِيْمَO Allah, mostraci la via facile e retta.رَبِّنَا لَكَ الْحَمْدُO Allah! Ogni lode e ogni elogio appartengono soltanto a Te.اَلسَّلاَمُ عَلَيْنَا وَعَلى عِبَادِ اللهِ الصَّالِحِيْنَ ـChe la pace discenda su di noi e anche sui pii servi di Allah. Poi, terminata la preghiera, si salutano l’un l’altro dicendo:اَلسَّلاَمُ عَلَيْكُمْ وَرَحْمَةُ اللهِ ـCiò significa che ciascuno degli oranti desidera il bene degli altri e che tutti insieme chiedono allo stesso Padrone il bene di tutti. Nessun orante è solo, e nessuno prega per il bene esclusivamente di se stesso. Al contrario, sulle labbra di tutti vi è questa supplica: «O Allah! Fa’ discendere su tutti noi la Tua grazia e il Tuo bene; concedi a tutti la capacità di percorrere la stessa via facile e retta; fa’ discendere la pace su tutti». In questo modo la preghiera unisce tra loro i cuori di tutti gli oranti, risveglia in tutti lo stesso pensiero e la stessa visione, e fa nascere tra loro profondo amore, unità e desiderio del bene reciproco.

Ma ricordate che la preghiera in congregazione non può essere compiuta senza un imam. Anche se pregano soltanto in due, uno deve essere l’imam e l’altro il muqtadi. Quando la congregazione è iniziata, è severamente vietato separarsene e pregare da soli. Anzi, è stato ordinato che chiunque arrivi dopo l’inizio della congregazione debba disporsi dietro quell’imam, seguendolo nella preghiera. Queste pratiche non sono limitate alla sola preghiera; in realtà, attraverso di esse viene impartito un grande insegnamento: per vivere da musulmani, bisogna rimanere organizzati in congregazione in questo modo. Se tra voi nessuno è un imam, la vostra congregazione non può nemmeno costituirsi. E se, dopo la formazione della congregazione, ve ne rimanete separati, la vostra vita non è affatto una vita islamica: non ha alcun rapporto con la vita musulmana.

Ma non è tutto. Pregare in congregazione crea un rapporto molto forte tra l’imam e i muqtadi; grazie a esso, ogni musulmano può comprendere quale sia la posizione dell’“imam” nella grande moschea chiamata mondo, al di fuori di questa piccola moschea; quale sia il suo dovere; quali siano i suoi “diritti”; come si debba seguire l’imam di quella “grande moschea”; che cosa fare se commette un errore; per quanto tempo tollerare il suo errore; quando si possa rilevarlo e chiedere che venga corretto; e in quali circostanze si possa destituire l’imam. Tutte queste questioni

vengono insegnate in forma elementare a ogni musulmano attraverso la preghiera in congregazione nella moschea. In una parola, nella moschea, cinque volte al giorno, vengono insegnate e praticate le regole per governare un piccolo Stato.

Non vi è qui lo spazio per esporre dettagliatamente queste questioni. Mi limiterò a ricordare brevemente alcuni punti necessari.

La disposizione della Sharia è che, tra le persone della comunità, si debba nominare come imam della preghiera proprio colui che è il più timorato di Dio, che possiede più conoscenza, che sa leggere e comprendere il Nobile Corano meglio di tutti e che, inoltre, ha raggiunto l’età appropriata. Attraverso questa disposizione è stato chiaramente insegnato quali qualità siano indispensabili in coloro che, nella vita pratica, devono essere guide della comunità.

La Sharia ha stabilito che non è appropriato nominare imam una persona che la maggior parte dei membri della congregazione non è disposta ad accettare come tale. Il dissenso di una minoranza non deve essere preso in considerazione, perché non si trova mai una persona che non abbia affatto dei contrari. Tuttavia, se la maggior parte della congregazione non gradisce una persona, non la si può assolutamente nominare imam. Con ciò è stato insegnato il metodo per scegliere l’imam, o la guida, della comunità.

La Sharia ha stabilito che si debba nominare come imam della preghiera una persona che conduca la preghiera tenendo conto delle condizioni di tutti coloro che pregano. Tra i fedeli, infatti, possono esserci molte persone malate, anziane, inferme e deboli. In una simile situazione, se si recitassero letture molto lunghe e si protraessero a lungo l’inchino e la prosternazione, tenendo conto soltanto dei giovani, dei forti e di coloro che hanno molto tempo libero, ciò potrebbe causare grande fatica e difficoltà agli altri. Perciò l’imam deve ricordare che tra i fedeli vi sono molti anziani, persone malate e deboli, nonché molte persone che desiderano terminare rapidamente la preghiera e tornare alle proprie occupazioni. Il Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) mostrò grande compassione al riguardo. Anche quando, durante la preghiera, udiva il pianto di un bambino, abbreviava molto la preghiera. Infatti, se la madre (o il padre) del bambino fosse stata presente alla preghiera congregazionale, avrebbe potuto soffrire nel cuore e la preghiera avrebbe potuto essere disturbata. Attraverso questa regola è stato insegnato ai capi della comunità che, quando una persona viene nominata “guida”, deve prestare attenzione, in ogni sua azione, a tutte le diverse categorie della comunità. La disposizione della Sharia è inoltre che, se durante la conduzione della preghiera l’imam si trova in una condizione tale da non poter più guidare la preghiera, deve ritirarsi immediatamente e si deve far subentrare un’altra persona come imam. Se non può più far guidare la preghiera, deve quindi ritirarsi subito e si deve nominare un’altra persona come imam. Da ciò si ricava l’indicazione che, quando il capo della comunità non è più in grado di adempiere al proprio dovere, deve dimettersi spontaneamente e provvedere a nominare al suo posto una persona idonea. Per lui è un obbligo religioso farlo. Non deve provare vergogna per questo, né si tratta di egoismo.

La disposizione della Sharia è che coloro che pregano dietro l’imam siano obbligati a seguirlo in ciò che egli fa. È assolutamente vietato a chi lo segue compiere un’azione prima che l’imam l’abbia compiuta. È persino riportato in un hadith che “chi si inchina o si prosterna prima dell’imam sarà fatto risorgere il Giorno della Resurrezione sotto forma di asino”. Qui è stato insegnato alla comunità musulmana che è un dovere imprescindibile seguire la propria guida.

Se l’imam commette un errore durante la preghiera, cioè se si siede quando dovrebbe stare in piedi oppure rimane in piedi quando dovrebbe sedersi, è dovere imprescindibile di coloro che lo seguono richiamare il suo errore dicendo “Subhanallah”. “Subhanallah” significa: “Allah, l’Altissimo, è puro e magnifico”. Il significato del dire “Subhanallah” per segnalare l’errore dell’imam è che solo Allah è immune da ogni errore e difetto; tu sei un essere umano e non è affatto impossibile che tu commetta un errore. Nell’Islam questa è la regola stabilita per segnalare l’errore dell’imam.

Secondo questa regola, ogni volta che viene segnalato un errore dell’imam, egli dovrebbe correggerlo senza lasciarsi trattenere da alcuna vergogna o imbarazzo. Tuttavia, se anche dopo che gli è stato segnalato l’errore l’imam è assolutamente convinto di non aver commesso alcun errore e di aver agito correttamente, allora porterà a termine la preghiera secondo la propria convinzione. In tal caso, è dovere dei membri della congregazione seguirlo, pur ritenendo errata l’azione dell’imam. Dopo la conclusione della preghiera, tutti coloro che hanno pregato hanno il diritto di dimostrare all’imam il suo errore e chiedergli di guidare nuovamente la preghiera.

Tale comportamento dei membri della congregazione nei confronti dell’imam vale soltanto per gli errori di poca importanza. Ma se l’imam comincia a guidare la preghiera in contrasto con la Sunna del Profeta, oppure durante la preghiera recita deliberatamente in modo errato il Nobile Corano, o mentre conduce la preghiera commette un atto di miscredenza, di politeismo o un peccato manifesto, allora è dovere religioso di ogni fedele abbandonare la preghiera e dissociarsi da quell’imam.

Attraverso queste eccellenti indicazioni della Sharia riguardo alla preghiera, è stato insegnato in modo mirabile come la comunità musulmana debba comportarsi con i propri capi nella vita nazionale.

Avete dunque compreso chiaramente, da tutti i vantaggi e i benefici del pregare in congregazione menzionati qui, che in questa sola forma di adorazione prescritta da Allah l’Altissimo — da compiere soltanto cinque volte al giorno e alla notte, per appena alcuni minuti — sono racchiusi grandi benefici per i musulmani, in ogni ambito della vita terrena e dell’Aldilà. Da ciò si comprende che questa sola cosa può rendere un musulmano veramente fortunato e come essa lo prepari a servire Allah e a guidare il mondo. Ora potrebbe sorgere in voi la domanda: se la preghiera è colma di ogni beneficio, dove sono andati, ai nostri giorni, tutti questi benefici? La risposta a questa domanda sarà data nel prossimo articolo, in sha’ Allah.

Perché non si ottengono i risultati della preghiera?

Nei precedenti articoli ho illustrato in vari modi i benefici e i vantaggi che derivano dalla preghiera; qui cercherò di rispondere alla domanda sul perché, al giorno d’oggi, le persone non riescano a ottenere dalla preghiera benefici di quel genere. Perché, nonostante preghino, i musulmani del nostro tempo sono così umiliati e deboli? Perché il loro carattere non migliora? Perché non si trasformano in un esercito di Allah invincibile e potente? Perché nel mondo sono così impotenti e disprezzati di fronte ai miscredenti? È davvero una domanda difficile.

La risposta breve a questa domanda potrebbe essere che i musulmani, in realtà, non pregano affatto; e, anche quando pregano, non lo fanno nel modo e secondo le regole in cui Allah e il Suo Messaggero hanno ordinato di pregare. Pertanto, i musulmani di oggi non possono sperare di ottenere dalla preghiera attuale quei benefici che possono portare il credente al culmine del progresso. Ma so che una risposta così breve non vi soddisferà. È dunque necessario rispondere in modo un po’ più dettagliato.

Vedete questo orologio da parete appeso nella moschea: sapete che al suo interno vi sono molti ingranaggi collegati l’uno all’altro. Quando gli si dà la carica, ogni ingranaggio comincia a svolgere il proprio compito e, nello stesso tempo, il risultato del lavoro degli ingranaggi interni si manifesta nelle lancette esterne. In altre parole, le due lancette, girando, trasformano secondo dopo secondo in minuti, e minuto dopo minuto in ore. Ora riflettete: qual è lo scopo per cui è stato costruito l’orologio? Tutti sanno che il suo unico scopo è indicare correttamente l’ora. Per questo al suo interno sono stati riuniti tanti piccoli ingranaggi capaci di indicare l’ora esatta. Poi sono stati collegati tra loro, affinché funzionassero tutti regolarmente e ogni parte svolgesse, per indicare l’ora corretta, esattamente il lavoro necessario: né più né meno. È stata inoltre stabilita la regola di dare nuovamente la carica, perché, senza carica, gli ingranaggi si fermerebbero e non potrebbero funzionare correttamente. Perciò, dopo un determinato periodo, gli si dà la carica e lo si rimette in movimento; di conseguenza, tutti gli ingranaggi cominciano a funzionare. Quando sono collegati correttamente e l’orologio viene caricato, allora esso può realizzare lo scopo per cui è stato costruito. Ma, se non gli si dà la carica nel modo giusto, non potrà indicare correttamente l’ora. Se gli si dà la carica, ma non secondo le regole, l’orologio si fermerà oppure, anche continuando a funzionare, non indicherà l’ora correttamente. Se gli si dà la carica dopo averne rimosso alcune parti, quella carica non produrrà alcun risultato. E se si rimuovesse una sua parte e al suo posto si montasse una parte di una macchina da cucire Singer, anche dopo avergli dato la carica esso non potrebbe indicare l’ora; d’altra parte, non sarebbe nemmeno possibile usarlo per cucire i vestiti. Se tutti i suoi ingranaggi venissero separati l’uno dall’altro e lasciati al suo interno, non funzionerebbe neppure dandogli la carica. A prima vista si dovrebbe dire che all’interno dell’orologio ci sono tutti i suoi ingranaggi; tuttavia, il semplice fatto che gli ingranaggi si trovino al suo interno non basta a realizzare il suo scopo. Infatti, non sono collegati tra loro e non sono stati disposti correttamente secondo il loro ordine e la loro funzione. Perciò non possono funzionare insieme. Nelle condizioni qui descritte, benché l’orologio non svolga alcuna funzione e dargli la carica sia inutile, chi lo osserva dall’esterno non capirà nulla: non comprenderà che non è un vero orologio o che non gli si dà correttamente la carica. Dirà soltanto che ha esattamente l’aspetto di un orologio e, per questo, si aspetterà da esso lo stesso risultato che si ottiene da un orologio. Così, quando da lontano vedrà che gli date correttamente la carica, si aspetterà di ottenere proprio tutti i benefici che si possono ottenere da un orologio. Ma, se al suo interno non si trova la condizione autentica di un orologio, che importa che dall’esterno sembri un orologio? È assolutamente impossibile ottenere da esso il funzionamento di un vero orologio.

Con l’esempio dell’orologio che vi ho presentato avete compreso chiaramente tutta la questione. Considerate l’Islam simile a questo orologio: come lo scopo dell’orologio è indicare correttamente l’ora, così lo scopo dell’Islam è che l’essere umano viva in questo mondo come califfo di Allah, come soldato di Allah. Deve vivere secondo il comando di Allah e guidare anche gli altri in conformità con la legge di Allah.

Nel Sacro Corano ciò è affermato chiaramente:

كُنْتُمْ خَيْرَ اُمَّةٍ اُخْرِجََتْ لِلنَّاسِ تَأْمُرُوْنَ بِالْمَعْرُوْفِ وَ تَنْهَوْنَ عِنْ الْمُنْكَرِ وَتُؤْمِنُوْنَ بِاللهِ ط ـ عمران:

Voi siete la migliore comunità, creata per il bene dell’intera umanità. Il vostro compito è ordinare a tutte le persone di compiere il bene, distoglierle da ogni azione ingiusta e credere fermamente in Allah. Sura Āl ʿImrān: 110

وَكَذَلِكَ جَعَلْنَكُمْ وَّسَطًا لَتِكُوْنُوْا شُهَدَا ءَ عَلَى النَّاسِ ـ

E così abbiamo fatto di voi la migliore comunità, affinché possiate testimoniare riguardo a tutta l’umanità.

Sura al-Baqara: 143

وَعَدَ اللهُ الَّذِيْنَ امَنُوْا مِنْكُمْ وَعَمِلُوْا الصلِحتِ لَيَسْتَخْلِفَنَّهُمْ فِيْ الاَرْضِ النُوْر: 55

Allah ha promesso a coloro tra voi che avranno creduto e compiuto opere virtuose che certamente li renderà Suoi luogotenenti sulla terra. Sura an-Nūr: 55

وَقَاتِلُوْهُمْ حَتّى لاَتَكُوْنَ فِتْنَةٌ وَّيَكُوْنَ الدِّيْنُ كُلُّهُ لِلَّهِ ـ

Combattete contro questi miscredenti, affinché alla fine la fitna abbia termine e la religione appartenga interamente ad Allah. Sura al-Anfāl: 39» Per conseguire questo obiettivo, anche nell’Islam sono stati riuniti numerosi ingranaggi, come quelli di un orologio. Essi sono tanto necessari per conseguire il vero obiettivo dell’Islam quanto armoniosamente coordinati tra loro. Le dottrine fondamentali dell’Islam, gli ʿaqāʾid, le norme della condotta morale, le regole degli affari e delle transazioni, i diritti di Allah, i diritti degli uomini, i propri diritti e i diritti di tutte le altre cose con cui l’uomo ha rapporti nel mondo, le norme per guadagnarsi da vivere e spendere, le regole e i metodi della guerra e del jihād, le norme e le procedure della tregua e dell’accordo, le disposizioni e i metodi per amministrare lo Stato e le regole per vivere riconoscendo la subordinazione a uno Stato islamico: tutti questi sono componenti dell’Islam, piccoli ingranaggi dell’Islam, e sono stati collegati gli uni agli altri in modo tale che, dando loro la carica, tutti cominciano a funzionare correttamente; e, grazie al loro funzionamento congiunto, il vero obiettivo dell’Islam — la sua supremazia e il suo dominio, nonché l’istituzione della legge di Allah nel mondo — si realizza in modo bello e ordinato, proprio come il movimento degli ingranaggi di un orologio fa sì che la lancetta esterna indichi correttamente l’ora. Per collegare tra loro le diverse parti dell’orologio sono state usate alcune lamine di ferro e piccoli perni di ferro. Allo stesso modo, per mantenere unite le diverse attività dell’Islam e organizzarle in una classificazione armoniosa, è stato istituito il sistema della Jamāʿat. Questa Jamāʿat dei musulmani avrà un capo dotato di corretta conoscenza dell’Islam, capacità di discernimento e qualità di taqwā e pietà; i membri della Jamāʿat obbediranno alle sue parole e agiranno secondo le sue direttive. Con l’aiuto della loro forza collettiva, il capo applicherà la legge islamica sulle persone e impedirà loro di opporvisi. Quando tutte le parti dell’Islam saranno così collegate tra loro e sarà stabilita tra esse un’organizzazione armoniosa, sarà necessario dare loro la carica affinché acquistino movimento e funzionino correttamente. In realtà, nel sistema di vita islamico, la preghiera assolve la funzione di quella carica. Bisogna dare questa carica cinque volte al giorno e alla notte. Poi è necessario anche pulire l’orologio; per questo è stato reso obbligatorio il digiuno. Esso svolge questo compito una volta all’anno, per trenta giorni. È necessario oliare questo orologio: una volta all’anno, con il pagamento della zakāt, si compie questo lavoro di lubrificazione. Quest’olio non viene importato dall’esterno; lo produce una parte dello stesso orologio e rende funzionanti le altre parti asciutte. Di tanto in tanto è necessario anche sottoporre l’orologio a una «revisione generale»; compiendo l’Hajj una volta nella vita si completa questa revisione.

Ora tutti possono comprendere che dare la carica, pulire, oliare e fare la revisione possono avere senso soltanto quando, all’interno di questo orologio, sono collegate e ordinate tra loro esclusivamente le parti dell’orologio stesso, così come le ha disposte il suo costruttore. Soltanto dando la carica in una simile condizione esso può funzionare correttamente e indicare l’ora giusta. Riflettendo un po’, potrete capire che, sotto questo aspetto, la condizione dell’Islam oggi è davvero molto grave. Innanzitutto, non esiste più la comunità con l’aiuto della quale tutte le parti dell’Islam erano state unite tra loro. Di conseguenza, tutte le parti si sono separate. La forza dell’unità è scomparsa. Ora ciascuno fa ciò che vuole. Non c’è nessuno che impedisca, né nessuno che indichi la retta via. Se vuole, osserva la legge dell’Islam; altrimenti abbandona l’Islam e segue una via diversa. I musulmani di oggi non si sono fermati qui. Al contrario, hanno estratto molte parti da questo orologio e vi hanno aggiunto, secondo i propri desideri, molte parti che in nessun modo possono appartenere a questo orologio. Alcuni vi hanno inserito parti di una macchina da cucire «Singer», altri vi hanno applicato una parte di un mulino per la farina, e altri ancora hanno cercato e portato alcune parti di un’automobile, unendole all’orologio secondo il proprio gusto. Così, da una parte si proclamano musulmani e dall’altra praticano l’usura, stipulano assicurazioni sulla vita presso compagnie assicurative, intentano cause false nei tribunali fondati sulla legge inglese, servono gli infedeli sottomettendosi a loro, trasformano le proprie figlie, sorelle e mogli in signore inglesi, impartiscono ai propri figli un’educazione materialista. Da un lato li fanno imitare Marx e Lenin e dall’altro fanno loro accettare anche i princìpi della Gran Bretagna e dell’America. In breve, sono stati gli stessi musulmani a portare e unire a questo orologio dell’Islam innumerevoli cose contrarie all’Islam.

Se, dopo aver compiuto tutte queste azioni indesiderabili, qualcuno spera ancora che basti dare la carica perché l’orologio funzioni correttamente, che con esso si raggiunga lo scopo per cui è stato costruito e che, grazie alla pulizia, all’oliatura e alla revisione, si ottenga il risultato che si dovrebbe ottenere, che cosa si può dire di lui se non che è un completo idiota? Basta riflettere un po’ più profondamente per comprendere facilmente che, nello stato attuale di questo orologio, cioè dell’Islam, anche dandogli la carica, pulendolo e oliandolo per tutta la vita, il suo scopo originario non potrà in alcun modo essere raggiunto. Pertanto, finché le parti delle altre macchine non saranno estratte dal suo interno e, al loro posto, le sue parti autentiche non saranno disposte correttamente, come furono disposte al momento della costruzione iniziale dell’orologio, non si può nutrire alcuna speranza di raggiungere con esso il vero scopo.

È indispensabile comprendere molto bene la questione. Questa è la ragione per cui la preghiera, il digiuno, il pellegrinaggio e la zakat dei musulmani risultano completamente vani. Innanzitutto, tra loro sono pochissimi coloro che pregano regolarmente, digiunano, versano la zakat e compiono il pellegrinaggio. Con la distruzione dei legami comunitari e della disciplina, ogni individuo della società è diventato del tutto arbitrario. Non c’è nessuno che chieda se questi obblighi dell’Islam vengano osservati. E poi, coloro che li osservano, come li osservano? Oggi è quasi scomparsa l’abitudine di pregare in congregazione; e anche là dove esiste un’organizzazione congregazionale, nella moschea viene nominato imam qualcuno che non è capace di svolgere nessun altro lavoro al mondo, perché non ne ha le qualità. Per la maggior parte sono stati scelti come imam delle moschee proprio uomini che vivono del pane della moschea, che considerano l’adempimento degli obblighi religiosi un mezzo di sostentamento, che sono arretrati nel sapere e nella conoscenza, privi di forza morale e molto arretrati quanto al carattere, sebbene la nomina degli imam fosse stata istituita proprio allo scopo di trasformare tutti i musulmani in khalifa autentici di Allah e in soldati di Allahnel mondo. La condizione in cui oggi versano la preghiera, il digiuno, la zakat e il pellegrinaggio è dunque indescrivibile.

Nonostante tutto ciò, alcuni potrebbero dire che oggi molti musulmani adempiono agli obblighi e compiono regolarmente i propri doveri. Ma, come è stato detto sopra, dopo aver rimosso alcune parti dell’orologio e avervi inserito al loro posto alcune parti di altre macchine, è la stessa cosa dare o non dare la carica, pulirlo o non pulirlo, oliarlo o non oliarlo: tutto è completamente vano e privo di significato. Guardandolo da lontano, sembrerà pur sempre un orologio. Chiunque lo osservi dall’esterno dirà certamente: «Questo è l’Islam e voi siete musulmani». Quando date la carica a questo orologio o lo pulite, la gente, vedendovi da lontano, crede che stiate dando correttamente la carica e che lo stiate pulendo bene. Nessuno può dire che questa non sia una preghiera o che questo non sia un digiuno; ma come possono capire, coloro che lo osservano dall’esterno, che cosa ci sia al suo interno?

Perché oggi le attività religiose dei musulmani risultano vane? Ho esposto chiaramente davanti a voi la causa fondamentale. Vi ho anche spiegato perché i musulmani, pur pregando e digiunando, non riescano a diventare soldati di Allah; anzi, perché siano servitori degli infedeli, seguaci ciechi delle loro orme e oppressi in molti modi. Se non ve ne dispiace, posso dirvi qualcosa di ancora più doloroso. Non c’è dubbio che i musulmani soffrano o provino dolore per la situazione attuale. Ma è anche vero che, tra i musulmani di oggi, novecentonovantanove su mille, anzi più ancora, sono persone assolutamente non disposte a tentare di porre fine a questa miserevole condizione. I meccanismi interni di questo «orologio» dell’Islam si sono separati gli uni dagli altri e ciascuno vi ha applicato, secondo il proprio capriccio, una parte nuova. Oggi i musulmani sono del tutto contrari a correggerlo, cioè a estrarre le parti delle altre macchine, a disporre adeguatamente le sue parti autentiche e a rimetterlo in ordine. Anzi, anche se qualcuno volesse farlo, non riescono nemmeno a tollerarlo. Infatti, quando gli oggetti delle altre macchine verranno estratti dal suo interno, verranno rimossi gli oggetti cari a ciascuno. Ma non è possibile che vengano rimossi gli oggetti cari agli altri, mentre la parte esterna che egli stesso vi ha aggiunto venga lasciata al suo posto. Temono che, quando le sue parti autentiche saranno disposte correttamente e fissate saldamente, anch’essi finiscano per essere imprigionati insieme ad esse. Infatti, se tutti vengono legati saldamente, non si può certamente lasciare libero e senza vincoli nemmeno uno solo. E non sono capaci di sopportare volontariamente una situazione tanto gravosa. Per questo vogliono che questo orologio continui a pendere così com’è e che la gente, guardandolo da lontano e scambiandolo per un orologio, continui a essere ingannata. D’altra parte, coloro che amano moltissimo un simile orologio inservibile sono impegnati a dargli molto frequentemente la carica e a pulirlo. Ma è davvero doloroso che non siano mai disposti, nemmeno per errore, a disporre correttamente le sue parti e a estrarre gli oggetti delle altre macchine.

Se avessi potuto approvare una simile opinione da parte vostra, non ci sarebbe stato nulla da dire. Ma non posso farlo. Non mi è possibile parlare contro la verità che ho conosciuto. Posso affermare con certezza che, nelle condizioni attuali, anche se, oltre alle cinque preghiere quotidiane, si recitassero le preghiere tahajjud, ishraq, duha e altre simili, si recitasse ogni giorno il Sacro Corano per cinque ore e, oltre al Ramadan, si digiunasse per altri cinque mesi e mezzo degli undici mesi restanti dell’anno, non se ne ricaverebbe alcun risultato. Tuttavia, dopo aver collocato nel modo giusto gli ingranaggi autentici dell’orologio e averli disposti correttamente, basterebbe dargli una piccola carica perché continuasse a funzionare e indicasse correttamente l’ora. Allora anche una semplice pulizia e qualche goccia d’olio produrrebbero grandi benefici. Altrimenti, per quanto lo si carichi per tutta la vita, questo orologio non funzionerà mai e non sarà possibile raggiungere con esso il suo scopo originario.

Il digiuno

Dopo la preghiera, l’atto di culto che Allah ha reso obbligatorio per i musulmani è il digiuno del mese di Ramadan. Il digiuno consiste nell’astenersi dal mangiare, dal bere e dai rapporti coniugali dall’alba al tramonto. Come la preghiera, anche il digiuno è stato reso obbligatorio nelle leggi religiose di tutti i profeti fin dall’antichità. Le comunità di tutti i profeti precedenti digiunavano allo stesso modo in cui digiunano oggi i seguaci dell’ultimo profeta, Muhammad, che Allah lo benedica e gli conceda la pace. Naturalmente, nelle leggi religiose dei diversi profeti vi sono differenze riguardo alle norme del digiuno, al suo numero, al suo periodo e alla sua durata. Oggi vediamo che in ogni religione la pratica del digiuno esiste in una forma o nell’altra. Senza dubbio, però, essi vi hanno aggiunto molte cose secondo i propri desideri e ne hanno alterato l’aspetto in vari modi. Nel Corano glorioso, Allah ha detto:

يَآيُّهَا الذِّيْنَ اَمَنُوْا كُتِبَ عَلَيْكُمْ كَمَا كُتِبَ عَلَى الَّذِيْنَ مِنْ قَبْلِكُمْ لَعَلَّكُمْ تَتَّكُوْنَ ـ

O credenti! Vi è stato prescritto il digiuno, così come fu prescritto a coloro che furono prima di voi. Sura al-Baqara: 183

Questo versetto dimostra che in ogni legge religiosa rivelata da Allah al mondo vi erano disposizioni riguardanti il digiuno. È dunque motivo di riflessione chiedersi quale elemento sia contenuto nel digiuno, per cui Allah lo ha prescritto nelle leggi religiose di tutte le epoche.

Ho già detto più volte che il vero scopo dell’Islam è trasformare l’intera vita dell’uomo in culto, cioè in servitù ad Allah. L’uomo è per natura servo di Allah, e la servitù ad Allah è la sua disposizione originaria. Perciò non è giusto che l’uomo abbandoni, neppure per un momento, la servitù ad Allah, vale a dire il culto con il pensiero e con le azioni. In ogni atto della vita e in ogni momento dovrebbe riflettere su ciò in cui consiste la soddisfazione di Allah e su ciò che suscita il Suo disappunto. Poi dovrebbe dirigersi verso ciò in cui e verso la direzione in cui può sperare di ottenere il compiacimento di Allah, e allontanarsi da ciò che suscita il Suo disappunto proprio come ogni persona si tiene lontana dal fuoco. È dovere dell’uomo seguire la via che Allah approva e non seguire quella che Egli non approva. Quando l’intera vita dell’uomo sarà organizzata in questo modo, sarà dimostrato che egli serve Allah nel modo dovuto eوَمَا خَلَقْتُ الْجِنَّ وَالاِنْسَ اِلاَّ لِيْعْبُدُوْنَ ـ (الذريت) ho creato gli uomini e i jinn soltanto affinché adorassero Me. In conformità con questa dichiarazione di Allah, egli sarà riuscito a realizzare lo scopo della propria nascita.

È stato detto in precedenza che il vero scopo degli atti di culto noti come preghiera, digiuno, hajj e zakat, resi obbligatori per l’uomo, è prepararlo a quel culto autentico. Il fatto che siano stati resi obbligatori non significa che, recitando semplicemente cinque preghiere al giorno e alla notte, sopportando per trenta giorni nel mese di Ramadan i tormenti della fame e della sete dall’alba al tramonto, pagando la zakat una volta all’anno se si è benestanti e compiendo l’hajj una volta nella vita, il dovere dell’uomo verso Allah sia stato interamente assolto e che poi egli goda di piena libertà, potendo fare ciò che vuole. Al contrario, il vero scopo di rendere obbligatori questi atti di culto è formare adeguatamente l’uomo attraverso di essi e rendere tutta la sua vita degna della servitù ad Allah. Ora bisogna valutare, tenendo presente questo scopo, in che modo il digiuno prepari l’uomo a quel culto autentico.

Per adempiere agli altri atti di culto oltre al digiuno, è necessario ricorrere in qualche forma a manifestazioni esteriori. Durante la preghiera, chi prega deve alzarsi, sedersi e compiere il rukūʿ e le prosternazioni; ciò può essere visto dagli altri. Per compiere il pellegrinaggio, bisogna affrontare un lungo viaggio, e anche quel viaggio si compie insieme a migliaia di persone. Anche nel pagamento della zakat devono esserne a conoscenza almeno due persone: una la versa e l’altra la riceve. Questi atti di culto non possono rimanere segreti per nessuno; una volta compiuti, gli altri possono venirne a conoscenza. Ma del digiuno, oltre ad Allah e a chi digiuna, nessun altro può avere certezza. Se una persona mangia il pasto del suḥūr davanti a tutti, rompe il digiuno insieme agli altri al momento dell’ifṭār, ma durante il giorno mangia o beve di nascosto, nessuno all’infuori di Allah può saperlo. Esteriormente, tutti la considereranno una persona che digiuna, questo è certo; ma in realtà non digiuna affatto.

Considerate questo aspetto del digiuno. Quanto è salda la fede della persona che digiuna veramente, non mangia né beve di nascosto e, quando per la sete, durante il caldo intenso, il cuore sembra sul punto di spezzarsi, non beve neppure una goccia d’acqua; che, se per la fame insopportabile comincia a vedere le stelle, non desidera comunque mangiare nulla? Quanto fermamente crede che Allah Taʿālā è l’ʿĀlim al-Ghayb, il Conoscitore dell’invisibile! Con quanta certezza sa che, anche se le sue azioni sono sconosciute alla gente del mondo, nulla è sconosciuto al Signore dell’intero universo. Quanto è intenso nel suo cuore il timore di Allah: nonostante sopporti una sofferenza insopportabile, soltanto per timore di Allah non compie alcuna azione che possa rompere il suo digiuno. Quanto è salda la sua fede nel giudizio dell’Aldilà! In un mese digiuna almeno trecentosessanta ore. Durante questo lungo periodo, nella sua mente non sorge mai alcun dubbio riguardo all’Aldilà. Se avesse anche il minimo dubbio sull’esistenza dell’Aldilà, oppure fosse tormentato dall’incertezza circa la punizione o la ricompensa che vi riceverà, non potrebbe in alcun modo completare il suo digiuno. Quando nasce un simile dubbio, una persona non può rimanere salda nella decisione di astenersi dal mangiare e dal bere soltanto perché è il comando di Allah.

In questo modo, ogni anno Allah Taʿālā sottopone i musulmani a una verifica continua della fede per la durata di un mese. Quanto più una persona diventa forte in questa prova, tanto più la sua fede si consolida. In realtà, è una prova dopo l’altra, un addestramento dopo l’altro. Quando viene affidato un deposito a qualcuno, la sua fede viene sottoposta a una grande prova. Se supera bene questa prova e non tradisce il deposito, acquista una capacità ancora maggiore di portarne il peso. Gradualmente diventa sempre più degno di fiducia. Allo stesso modo, Allah Taʿālā sottopone continuamente, per un mese intero e per dodici o quattordici ore al giorno, la fede dei musulmani a una dura prova. Quando supera pienamente questa prova, in lui si risveglia in misura maggiore la capacità di astenersi dagli altri peccati per timore di Allah. Allora, considerando Allah l’ʿĀlim al-Ghayb, non può violare la legge di Allah neppure in segreto. In ogni azione ricorderà quel Giorno della Resurrezione nel quale tutto sarà svelato e nel quale, con imparzialità, ogni buona azione riceverà una buona ricompensa e ogni cattiva azione una cattiva conseguenza. Questo è stato detto nel Sacro Corano nel seguente versetto:

يَآيُّهَا الَّذِيْنَ اَمَنُوْا كُتِبَ عَلَيْكُوْمُ الصِّيِامُ كَمَا كُتِبَ عَلى الَّذِيْنَ مِنْ قِبْلِكُمْ لَعَلَّكُمْ تَتَّقُوْنَ ـ (البقرة: 183)

O voi che credete! Vi è stato prescritto il digiuno, così come fu prescritto a coloro che vi hanno preceduto. Sura al-Baqara: 183

Un’altra caratteristica del digiuno è che obbliga il musulmano a osservare consecutivamente i comandamenti della Sharīʿa per un periodo prolungato. Una preghiera richiede soltanto pochi minuti. La zakat deve essere versata una sola volta all’anno. Il pellegrinaggio richiede certamente molto tempo, ma l’occasione di compierlo si presenta una sola volta nella vita, e non per tutti i musulmani: ne hanno la possibilità soltanto le persone benestanti. Il digiuno, invece, è completamente diverso da questi atti di culto: per un intero mese ogni anno abitua ogni musulmano (che ne abbia la capacità), giorno e notte, a osservare la Sharīʿa islamica. Bisogna alzarsi nell’ultima parte della notte per consumare il suḥūr; prima di un’ora stabilita bisogna cessare completamente di mangiare e bere; per tutto il giorno non si possono assolutamente compiere determinate azioni; la sera bisogna rompere il digiuno all’ora stabilita, né un po’ prima né un po’ dopo. Dopo l’ifṭār è permesso mangiare, bere e riposarsi. Ma subito dopo bisogna affrettarsi alla preghiera del tarāwīḥ. In questo modo, ogni anno si viene tenuti per un intero mese entro i vincoli di una legge rigorosa. Poi si viene lasciati liberi, per undici mesi, nel campo delle attività della vita. L’addestramento ricevuto in questo mese deve riflettersi nelle proprie attività durante gli undici mesi successivi; e, se qualche aspetto è ancora incompleto, deve essere perfezionato l’anno seguente.

Se si fosse predisposto questo addestramento separatamente per ogni individuo della società musulmana, non sarebbe stato affatto efficace. I soldati non vengono mai fatti marciare uno alla volta; si fa marciare insieme l’intero esercito. Tutti devono alzarsi nello stesso momento al suono della tromba e, seguendo quel suono, dedicarsi al compito stabilito. Di conseguenza, i soldati acquisiscono l’abitudine di lavorare in gruppo. Inoltre, ciascuno aiuta l’altro nel suo addestramento. Se l’addestramento di uno rimane incompleto, lo completa il secondo; se quello del secondo è incompleto, lo completa il terzo. Proprio per questo nell’Islam il mese di Ramadan è stato stabilito per l’osservanza del digiuno. A tutti i musulmani è stato ordinato di iniziare a digiunare insieme in questo periodo. In realtà, questo comando ha trasformato il culto individuale delle persone in un culto collettivo. Come moltiplicando un numero per un altro si ottiene un numero enorme, allo stesso modo, mentre il digiuno individuale permette di conseguire un certo progresso morale e spirituale, quando milioni e milioni di persone digiunano insieme è possibile conseguire un progresso milioni di volte maggiore. Il mese di Ramadan illumina l’intero ambiente con la sacra atmosfera della bontà e della devozione. Nell’intera vita nazionale cresce il raccolto verde e fresco del taqwā e della devozione. Ogni persona non cerca soltanto di salvarsi dal peccato, ma, se presenta qualche debolezza, tutti gli altri fratelli che digiunano la aiutano e la sostengono. Ogni persona si vergogna di peccare mentre digiuna; al contrario, nel cuore di ciascuno nasce il desiderio di compiere qualche buona azione e qualche opera meritoria. Se possibile, dà un pasto a un povero, dona vestiti a chi è nudo e aiuta chi è in difficoltà. Se vede compiere una buona azione in qualche luogo, vi prende parte. E se in qualche luogo si commette apertamente un peccato, cerca di impedirlo. In questo modo, ovunque si crea un ambiente incantevole di bontà e taqwā. Inizia una stagione favorevole alla crescita di ogni forma di virtù e di buona azione. In verità, nel mondo tutti i raccolti maturano nella loro stagione stabilita; allora, tutt’intorno, si offre alla vista lo splendido spettacolo proprio di quel raccolto. Per questo l’ultimo Profeta (pace e benedizioni su di lui) ha detto:

كُلُّ عَمَلٍ اِبنِ ادَمَ يُضُاعَفُ الْحَسَنَةَ بِعَشَرِ اَمْثَالِهَا اِلى سَبْعِ مَائَةِ ضِعْفٍ ـ قَالَ اللهُ تَعَالى الصَّوْمُ اِلاَّ الصَّوْمُ فَانَّهُ لِىْ وَاَنَا اَجْرِى بِه ـ

La ricompensa di ogni azione compiuta dall’essere umano aumenta in qualche misura presso Allah; grazie a una buona azione può diventare da dieci fino a settecento volte maggiore. Ma Allah dice che il digiuno non sarà incluso in questo computo, perché il digiuno è osservato esclusivamente per Me. E Io stesso ne darò la ricompensa.

Da questo hadith si è appreso chiaramente che la ricompensa della buona azione compiuta da una persona aumenta enormemente in base alla sua intenzione, ma per tutte le altre azioni esiste un limite determinato. Per la crescita della ricompensa del digiuno, invece, non è stabilito alcun limite finale. Poiché il mese di Ramadan è la stagione della benevolenza, della prosperità e dell’aumento delle buone azioni, in questa stagione non è un solo musulmano, ma milioni e milioni di musulmani insieme, ad annaffiare il giardino delle buone azioni. Per questo esso può produrre ricompense innumerevoli. Quanto più numerose saranno le buone azioni compiute in questo mese con buone intenzioni, quanto più il digiunatore otterrà benedizioni personalmente e cercherà di trasmetterle agli altri fratelli digiunatori, e quanto più a lungo, nei successivi undici mesi, l’influsso di questo mese rimarrà sul digiunatore, tanto maggiori saranno i benefici. Esso continuerà a crescere in modo tale da non avere alcun limite o confine finale. Se poi i musulmani stessi lo limitano, questa è un’altra questione.

Ascoltando parlare di questi sorprendenti benefici e benedizioni del digiuno, nella mente di chiunque può sorgere la domanda: dove sono finiti oggi? Oggi i musulmani digiunano e pregano. Ma perché non ottengono affatto i benefici che vengono descritti? Una ragione l’ho già menzionata. È che, dopo aver separato le diverse parti dell’ampio ordinamento islamico e avervi introdotto molte cose estranee e nuove, non si può più sperare di ricavarne il beneficio autentico. La seconda ragione è che la visione dei musulmani odierni riguardo all’adorazione è cambiata completamente. Ora pensano che adorazione significhi semplicemente non mangiare né bere nulla dall’alba alla sera. E si ritiene che, se una persona compie questa azione, la sua adorazione sia completa. Allo stesso modo, anche nelle altre forme di adorazione si considera adorazione soltanto la struttura esteriore e il rito. Per questo la vera essenza dell’adorazione, che dovrebbe manifestarsi spontaneamente in ogni azione dei musulmani, manca al novantanove per cento dei musulmani, e forse a una percentuale ancora maggiore. Proprio per questo le forme di adorazione non possono produrre pienamente i loro frutti. Nell’Islam, infatti, tutto dipende dall’intenzione, dalla comprensione e dalla sincerità. Nel prossimo articolo si discuterà dettagliatamente di questo argomento, insha’Allah.

Lo scopo fondamentale del digiuno

Qualunque cosa faccia l’essere umano, vi saranno necessariamente due elementi: uno è il suo scopo, cioè il motivo per cui si compie quell’azione; l’altro è il metodo adottato per raggiungere tale scopo. Si può prendere come esempio il mangiare riso. Lo scopo di mangiare riso è restare in vita e conservare la forza fisica. Per raggiungere questo scopo bisogna formare un boccone, portarlo alla bocca, masticarlo e inghiottirlo. Questo è il metodo più efficace e più adatto per raggiungere lo scopo del nutrirsi. Perciò, sebbene lo scopo del mangiare sia proprio quello per cui si mangia, questo metodo di mangiare non è l’essenza della cosa. Ora, se una persona prendesse una manciata di terra, cenere o sabbia, la mettesse in bocca, la masticasse e la inghiottisse, che cosa si potrebbe dire di lei? Si dovrebbe dire che ha perso la ragione. Ma perché? Perché il semplice rispetto di queste quattro regole del mangiare non permette di raggiungere lo scopo del nutrirsi. Allo stesso modo, una persona che vomita subito dopo aver mangiato il riso, se poi si lamentasse dicendo: «Non ottengo affatto i benefici che vengono attribuiti al mangiare riso; anzi, sto diventando sempre più debole e la morte si avvicina», avrebbe attribuito al cibo la colpa della propria debolezza, mentre in realtà essa sarebbe soltanto il risultato della sua stupidità. Da stolto, pensa che, poiché il mangiare si compie osservando alcune regole, sia sufficiente completare soltanto quelle regole per ottenere la forza vitale. Per questo ritiene inutile lasciare nel ventre il peso del riso e pensa che sia meglio espellerlo. Così lo stomaco si alleggerirà. Le regole esteriori del mangiare sono state osservate. Questa persona stolta ha nutrito una simile concezione errata e di fatto agisce proprio in questo modo. Di conseguenza, dovrà sopportarne personalmente le conseguenze. Avrebbe dovuto sapere che finché il riso non raggiunge lo stomaco, non viene digerito, trasformato in sangue e distribuito in tutto il corpo, è assolutamente impossibile ottenere forza vitale. Le regole esteriori del mangiare sono certamente indispensabili, perché senza di esse il riso non può in alcun modo entrare nello stomaco. Tuttavia, il semplice compimento di questo rito esteriore non permette di raggiungere il vero scopo del mangiare. In questo rito esteriore non vi è alcuna magia tale che, una volta completato, il sangue scorra magicamente in tutte le vene. La formazione del sangue può avvenire soltanto secondo l’ordine stabilito da Allah l’Altissimo. Se si trasgredisce quell’ordine, la rovina è inevitabile.

Riflettendo un poco sull’esempio che ho illustrato qui in dettaglio, si può facilmente comprendere la ragione per cui oggi l’adorazione dei musulmani è diventata infruttuosa. Come ho già detto più volte, oggi i musulmani considerano i pilastri della preghiera e del digiuno (gli atti interiori indispensabili) e i loro riti esteriori come la vera adorazione. Eppure non potrebbe esserci errore più grave di questo. Pensano che chi compie correttamente questi riti abbia portato a compimento l’adorazione di Allah. Possono essere paragonati a colui che forma un boccone di riso, lo porta alla bocca, lo mastica e lo inghiotte, ritenendo che il semplice compimento di queste quattro azioni costituisca il mangiare e che con ciò si sia raggiunto lo scopo del nutrirsi. Che mangi terra o sabbia, o che poi vomiti tutto, per lui non fa alcuna differenza. Vorrei chiedere: se questo errore non fosse presente nei musulmani, come potrebbe un digiunatore dire bugie e sparlare degli altri, come potrebbe litigare e azzuffarsi a ogni parola? Come potrebbero uscire dalla loro bocca insulti e parole oscene? Come potrebbero usurpare i diritti altrui? Come potrebbero mangiare ciò che è haram e far mangiare ad altri ciò che è haram, pur sostenendo di adorare Allah? Coloro che mangiano sabbia o terra e pensano di aver compiuto l’atto del nutrirsi sono esattamente come loro.

È particolarmente degno di riflessione questo: perché, dopo aver adorato Allah per 360 ore durante l’intero mese di Ramadan, quando i musulmani si concedono un periodo di riposo, proprio il primo giorno di Shawwal scompaiono completamente tutti gli effetti di questa grande adorazione? I musulmani fanno durante la festa dell’Eid esattamente ciò che il popolo indù fa nelle proprie fiere e feste. Nelle città, persino durante il giorno dell’Eid, comincia a imperversare un’ondata di adulterio, danze e musica, consumo di alcol e gioco d’azzardo. Si vedono persino molte persone digiunare durante il giorno e bere alcol e commettere zina per tutta la notte. Per grazia di Allah, i musulmani comuni non sono ancora giunti a un simile livello di traviamento; ma la domanda è: dopo la fine del Ramadan, su quante persone rimane l’influsso della taqwa e della devozione? Quante persone hanno paura di violare la legge di Allah? Quante partecipano alle buone azioni? In quante è scomparso l’egoismo?

Riflettete: quale può esserne la vera ragione? Voglio affermare con fermezza che l’unica ragione è che l’idea che i musulmani hanno del significato della devozione e di ciò che la riguarda è completamente errata. Essi pensano che il digiuno consista semplicemente nel non mangiare e nel non bere dall’alba al tramonto. E ritengono che proprio questo sia la devozione. Perciò si vede che il musulmano attribuisce grande rispetto al digiuno e lo osserva con grande cura: il timore di Allah nel suo cuore diventa così intenso che si tiene lontano da tutto ciò che potrebbe rischiare di invalidarlo. Anzi, anche quando vi è pericolo per la sua vita, nessuno è disposto a rompere il digiuno. Tuttavia i musulmani sanno che il vero culto non consiste semplicemente nel restare affamati e assetati; questo è soltanto il rito esteriore della devozione. Lo scopo di questo rito è soltanto suscitare nei cuori dei musulmani il timore e l’amore di Allah. In loro dovrebbe destarsi una forza tale da indurli ad abbandonare anche grandi attività redditizie, temendo soltanto di suscitare il dispiacere di Allah e imponendosi la fermezza necessaria. E, persino nelle azioni che comportano gravi pericoli, dovrebbero poter fare un balzo in avanti con animo risoluto, aspirando soltanto al compiacimento di Allah. Questa forza può manifestarsi nei musulmani soltanto quando comprenderanno il vero scopo del digiuno, terranno per tutto il mese di Ramadan il cuore lontano dai desideri del nafs nel timore e nell’amore di Allah, e si prepareranno a conseguire il Suo compiacimento. Ma è doloroso constatare che l’attuale società musulmana, subito dopo Ramadan, perde questa abitudine e le qualità acquisite grazie a essa come chi, appena mangiato il riso, lo vomita immediatamente. Inoltre, molti musulmani, non appena rompono il digiuno, rigettano tutta la devozione e la taqwa osservate durante il giorno. In tali condizioni, tutti possono comprendere che il vero scopo del digiuno non può essere raggiunto in alcun modo. Il digiuno non è una magia: osservandone soltanto il rito esteriore non si può conseguire alcun grande obiettivo. Dal riso non si può ottenere forza fisica finché esso non giunge nello stomaco, viene digerito e, trasformato in sangue, scorre in tutte le vene del corpo. Allo stesso modo, dal digiuno non si può ottenere alcuna forza morale e spirituale finché il digiunatore non comprende bene il vero scopo del digiuno, finché esso non viene inciso nella sua mente e nel suo cuore e non esercita una piena influenza sui pensieri, sulle intenzioni e su tutte le azioni.

Per questo, dopo aver ordinato il digiuno, Allah l’Altissimo ha detto لَعَلَّكُمْ تَتَّقُوْنَ ـcioè: «Il digiuno è stato reso obbligatorio per voi, affinché possiate diventare timorati di Dio e pii». Allah l’Altissimo non ha detto che, digiunando, diventerete certamente pii e timorati di Dio. Questo perché i benefici che si possono ottenere dal digiuno dipendono interamente dall’intenzione, dai desideri e dall’interesse del digiunatore. Colui che ne comprenderà lo scopo e cercherà di conseguire attraverso di esso l’obiettivo essenziale diventerà certamente, in misura maggiore o minore, timorato di Dio. Ma chi non ne conoscerà affatto lo scopo e non si impegnerà a raggiungerlo, non può sperare di trarre alcun beneficio dal digiuno.

Il Nobile Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, ha indicato in vari modi il vero scopo del digiuno e ha spiegato che non vi è alcun senso nel restare affamati e assetati senza conoscerne lo scopo. Egli ha detto:

مَنْ لَّمْ يَدْعْ قَوْلَ الزُّوْرِ وَالْعَمَلَ بِه فَلَيْسَ لِلَّهِ حَاجَةٌ فِيْ اَنْ يَّدْعَ طَعَامَهُ وَشَرَابَه ـ

Allah non ha alcun bisogno che chi non abbandona le parole e le azioni false rinunci soltanto al cibo e alle bevande.

In un altro hadith, il Nobile Messaggero, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, ha detto:

كَمْ مِنْ صَائِمٍ لَيْسَ لَهُ مِنْ صِيْامِه اِلاَّ الظَّمَاءُوَكُمْ مِنْ قَائِمٍ لَيْسَ لَهُ مِنْ قِيَامِه اِلاَّ السَّهَرُ ـ

Vi sono molti digiunatori ai quali non tocca in sorte nulla oltre alla fame e alla sete. Allo stesso modo, vi sono molte persone che compiono la devozione durante la notte e che non ottengono nulla oltre alla veglia notturna. Il significato di questi due hadith è estremamente chiaro. Da essi si comprende bene che il semplice restare tormentati dalla fame e dalla sete non è la devozione: è soltanto l’adozione del mezzo che conduce alla vera devozione. La vera devozione consiste nel non commettere, per timore di Allah, il peccato di violare la legge di Allah; nel compiere con sincero entusiasmo, per amore di Allah, quelle azioni attraverso le quali si può ottenere il Suo compiacimento e, per quanto possibile, annientare il proprio ego. Chi non è capace di compiere questa devozione si limita a tormentare il proprio ventre restando affamato e assetato; il fatto di digiunare per dodici o quattordici ore non gli reca alcun beneficio. Allah l’Altissimo non ha ordinato agli uomini di rinunciare a cibo e bevande soltanto per questo. Riguardo allo scopo del digiuno, il Nobile Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, ha detto:

مَنْ صَامَ رَمَضَانَ اِيْمَانًا وَّاِحْتِسَابًا غُفِرِلَه مَاتَقَدَّمَ مِنْ ذَنْبِهِ ـ

Chiunque digiuni con fede e iḥtisāb vedrà perdonati i peccati e le colpe del passato. Per fede si intende che deve ricordare la concezione e la convinzione che un credente dovrebbe avere riguardo ad Allah; iḥtisāb significa che il musulmano rifletterà sempre dentro di sé, osserverà attentamente le proprie azioni e si domanderà se non stia agendo contro la volontà di Allah. Chi osserverà per intero il digiuno di Ramadan insieme a queste due cose potrà ottenere il perdono di tutti i peccati e le colpe del passato. Anche se in passato fosse stato un servo disobbediente e ribelle ad Allah, digiunando in questo modo dimostrerà di essersi ora completamente rivolto verso Allah, il vero Padrone. In un ḥadīth è riportato:

اَلتَّائِبُ مِنَ الذَّنْبِ كَمَنْ لاَذَنْبَ لَهُ ـ

Chi si pente del peccato diventa completamente innocente.

In un altro ḥadīth è detto:

اَلصِّيَامُ جُنَّةٌ وَاِذَاكَانَ يَوْمِ اَحَدِكُمْ فَلآ يَرْفُثُ وَلاَ يَصْخَبُ فَانْ سَابَّهُ اَحَدٌ اَوْقَاتَلَهُ فَلَيْقُلْ اِنِّيْ اِمْرُءٌ صَائِمٌ ـ

Il digiuno è come uno scudo (come lo scudo protegge dall’attacco del nemico, così il digiuno è uno scudo per proteggersi dagli inganni di Satana). Pertanto, chi digiuna dovrebbe astenersi dalle risse e dai disordini (poiché è necessario usare questo scudo). Anche se qualcuno lo insulta o litiga e combatte con lui, dovrebbe dire chiaramente: «Fratello, sto digiunando; non posso aspettarmi di unirmi a te in questa azione ingiusta».

In alcuni altri ḥadīth, il Profeta finale, pace e benedizioni di Allah su di lui, ha detto che durante il digiuno si dovrebbero compiere quante più opere buone possibile e partecipare a ogni buona azione. In particolare, mentre digiuna, il cuore del digiunatore dovrebbe essere colmo di compassione per gli altri suoi fratelli. Infatti, essendo egli stesso affamato e assetato, può comprendere molto bene come i poveri servi di Allah trascorrano i loro giorni nella sofferenza e nella povertà. Durante Ramadan, Ḥaḍrat Ibn ʿAbbās, che Allah sia soddisfatto di lui, era più misericordioso e compassionevole che negli altri periodi. In quel periodo nessun bisognoso poteva essere respinto dalla sua porta. Nessun prigioniero rimaneva allora in stato di detenzione. In un ḥadīth è detto:

مَنْ فَطَّرَ فِيْهِ صائِمًا كَانَ لَه مَغْفِرَةٌ لِذُوْنُوْبِه وَعَتْقُ رَقَبَتِه مِنَ النَّارِ وَكَانَ لَه مِثْلَ اَجَرِه مِنْ غِيْرَ اِنْ يَّنْتَقَصَ مِنْ اَجْرِه شَئٌ ـ

Nel mese di Ramadan, chi offrirà l’iftar a una persona digiuna, mediante questa sua azione otterrà il perdono dei peccati e sarà salvato dal fuoco dell’Inferno. Riceverà esattamente la stessa ricompensa che spetta a quella persona per il suo digiuno, senza che la ricompensa del digiunatore diminuisca minimamente.

Il digiuno e l’autocontrollo

Il digiuno ha innumerevoli benefici morali e spirituali. Uno di essi consiste nel creare nell’essere umano la forza dell’autocontrollo. Per comprendere pienamente in che modo il digiuno risvegli nell’essere umano la forza dell’autocontrollo, è anzitutto necessario conoscerne il significato. È inoltre indispensabile sapere quale tipo di autocontrollo l’Islam approvi e in che modo il digiuno sviluppi nell’essere umano tale forza.

L’autocontrollo si realizza precisamente quando la “khudī”, la coscienza di sé dell’essere umano, riesce a sottomettere completamente il suo corpo e le altre sue forze, e a rendere tutti i desideri, le passioni e gli slanci emotivi della mente subordinati alle proprie decisioni e ad esse obbedienti. Nell’intera persona umana, la khudī occupa lo stesso rango che il principale governante occupa in uno Stato, mentre gli altri organi sono i suoi strumenti. Le forze fisiche e mentali dell’essere umano servono la khudī. La nafs, o inclinazione istintiva, può soltanto presentare alla khudī le proprie richieste e desideri; non ha il potere di fare altro. Spetta esclusivamente alla khudī decidere per quale scopo impiegare queste armi e queste forze, e se accogliere o meno le richieste della nafs. Se una khudī è debole, se non ha il potere di governare a proprio piacimento il regno del corpo e se le richieste della nafs sono simili a ordini, allora quella khudī è profondamente impotente, sconfitta e inattiva. La khudī dell’essere umano è incapace proprio come il cavaliere che non riesce a domare il proprio cavallo, ma finisce egli stesso sotto il dominio dell’animale. Una persona così debole non può mai condurre una vita di successo nel mondo. Tutti coloro che, nella storia dell’umanità, hanno lasciato luminose tracce della propria influenza e della propria memoria hanno assoggettato e reso obbediente, anche con la forza, l’insieme delle proprie energie interiori. Non sono mai stati schiavi dell’avidità e delle brame della nafs, né servi degli impulsi e degli slanci emotivi; sono sempre rimasti loro padroni e guide. I loro desideri erano estremamente saldi e la loro determinazione incrollabile.

Tuttavia, tra la khudī che si erge essa stessa a dio e quella che rimane serva e obbediente ad Allah vi è una differenza grande come quella tra il cielo e la terra. Una khudī obbediente è assolutamente indispensabile per condurre una vita di successo. Ma se una khudī nega il Creatore, non riconosce la sottomissione e l’obbedienza al Signore dell’universo, anzi si ribella contro di Lui, se non è disposta ad accettare alcuna legge morale superiore e non teme di dover rendere conto a un Giudice, e se, impadronendosi dell’insieme delle forze del corpo e della mente, si trasforma in una khudī estremamente potente, allora può produrre grandi distruttori e artefici di catastrofi nel mondo, come il Faraone, Nimrod, Hitler e Mussolini. Ma un simile autocontrollo non può mai essere degno di lode. L’Islam non approva affatto questo tipo di autocontrollo. L’Islam approva invece una khudī che, innanzitutto, si umili davanti ad Allah, chini il capo in obbedienza, assuma come proprio compito principale cercare il Suo compiacimento e obbedire alla Sua legge, e si consideri responsabile davanti a Lui. È proprio questa khudī che, obbediente e fedele, stabilirà il proprio dominio sul corpo e sull’insieme delle sue forze, nonché il proprio controllo sulla mente e sui suoi desideri, affinché possa elevarsi nel mondo come una grande forza per riformarlo e correggerlo.

In verità, questo è il punto essenziale e autentico dell’autocontrollo secondo la prospettiva dell’Islam. Ora discuteremo in che modo il digiuno crei nell’essere umano una simile potente forza di autocontrollo. Esaminando tutte le richieste della nafs e del corpo, si comprende chiaramente che tra esse ve ne sono tre fondamentali e basilari. In realtà, sono proprio queste le richieste più forti. La prima è la richiesta di soddisfare la fame. Questa è l’unica via per la continuità della discendenza umana, e, in terzo luogo, vi è la richiesta di pace e riposo. Quest’ultima è indispensabile per risvegliare e rafforzare nuovamente l’energia necessaria all’azione. Se queste tre richieste dell’essere umano rimangono entro i loro rispettivi limiti, senza dubbio saranno conformi alla dinamica insita nella natura dell’universo. D’altra parte, per la nafs e il corpo, proprio queste cose costituiscono una grande trappola. Al minimo allentamento, alla minima occasione, queste tre trappole imprigionano la khudī dell’essere umano e la rendono loro schiava, la più sottomessa delle serve. Di conseguenza, ciascuna di queste richieste si amplia fino a diventare un lungo elenco di innumerevoli pretese. Quando una khudī debole viene sconfitta da tali richieste, quella del cibo la rende schiava dello stomaco, la fame sessuale la spinge a un livello inferiore persino a quello degli animali, e l’amore del riposo del corpo annienta la sua forza di volontà. Da allora non rimane più governante o guida della propria nafs e del proprio corpo; diventa invece una schiava obbediente e sottomessa, e il suo unico compito consiste nell’eseguire i loro ordini, seguendo ogni loro suggerimento, buono o cattivo, appropriato o inappropriato.

Il digiuno controlla queste tre brame e questi desideri della nafs, li sottopone a una disciplina, e abitua la khudī a esercitare su di essi influenza e dominio. A quella khudī che ha fede in Allah, il digiuno dice: “Oggi Allah ti ha proibito, rendendolo haram, di mangiare e bere per l’intera giornata; durante questo periodo non ti è consentito assumere neppure cibo puro o alimenti e bevande procurati in modo lecito”.

Dice: oggi il tuo Signore, l’Altissimo Allah, ha imposto restrizioni al soddisfacimento del tuo desiderio sessuale. Dall’alba vera fino al tramonto ha reso per te proibito soddisfare i desideri e le passioni del nafs, persino attraverso mezzi del tutto leciti. Dice inoltre che, quando romperai il digiuno dopo l’insopportabile fame e sete dell’intera giornata, invece di riposarti stanco, devi alzarti e compiere più عبادت di quanto non faccia negli altri giorni.

In verità, proprio in questo risiede la soddisfazione del tuo Rabb degli universi. Il digiuno gli fa sapere anche che, quando avrai terminato la preghiera con le numerose rakʿāt e ti riposerai, non devi dormire privo di sensi fino al mattino. Anche se ciò contrasta con l’abitudine comune, svegliati nell’ultima parte della notte per consumare il sehri e rafforza il tuo corpo con il cibo prima che appaia il chiarore dell’alba vera. La khudī ascolta agli uomini queste disposizioni e prescrizioni del digiuno, affidando interamente a loro la responsabilità di metterle in pratica. Dietro di loro non viene posto alcun poliziotto, alcun agente della CID, né alcuna forza capace di esercitare un’influenza. Se egli assume cibo di nascosto o soddisfa il proprio desiderio sessuale, nessuno, tranne Allah, può vederlo. Se, per evitare la preghiera del tarawih, ricorre a qualche espediente conforme alla shariʿa, nessuna forza terrena può impedirglielo. Tutto dipende dalla sua stessa volontà. Se la khudī del credente è realmente sottomessa e obbediente ad Allah e la sua forza di volontà possiede la capacità di controllare il nafs, allora egli stesso legherà saldamente il forte desiderio di cibo, il desiderio e la passione sessuale e l’amore per il riposo con i vincoli delle straordinarie regole e discipline presentate dal digiuno.

Non si tratta dell’esercizio di un solo giorno: un solo giorno non è affatto sufficiente per un addestramento di questo tipo. Per trenta lunghi giorni consecutivi e ininterrotti, l’uomo deve sottoporre la propria khudī a un simile addestramento e a simili esercizi. Una volta all’anno viene stabilito un programma della durata complessiva di 720 ore: svegliati nell’ultima parte della notte e consuma il sehri; non appena inizia il candore dell’alba, interrompi il cibo e le bevande. Per tutto il giorno astieniti da ogni genere di cibo e bevanda. Rompi il digiuno puntualmente, subito dopo il tramonto. Poi trascorri una parte della notte nella preghiera del tarawih, una preghiera che normalmente non viene recitata. Dopo alcune ore di riposo, ricomincia da capo secondo il programma stabilito. In questo modo, per un mese intero, il nafs viene continuamente vincolato con i legami infrangibili di una disciplina rigorosa nelle sue tre pretese e passioni più grandi, potenti e forti. Di conseguenza, nella khudī si sprigiona una forza enorme, che le permette di esercitare, secondo la volontà di Allah, il dominio sul proprio nafs e sul proprio corpo. Inoltre, questo programma non viene seguito una sola volta nell’intera vita. Dalla raggiunta pubertà fino alla morte, ogni anno un lungo mese viene dedicato a questo compito. Così i vincoli della khudī sul nafs diventano ogni volta nuovi e più saldi.

Lo scopo fondamentale di un simile sistema educativo non è soltanto che la khudī del credente sottoponga al proprio controllo la fame, la sete, l’istinto sessuale e il desiderio di riposo, e che ciò avvenga soltanto durante il mese di Ramadan; questo non ne è lo scopo. Affrontando le tre armi principali dell’uomo, le più forti e affilate, la sua khudī disciplina e regola tutte le altre emozioni e passioni, i moti del cuore e ogni genere di avidità e desiderio. Da ciò nasce una nuova forza, che non rimane vigorosa e affilata soltanto durante il mese di Ramadan, ma continua a operare efficacemente anche negli undici mesi successivi. In questo periodo essa può impiegare il proprio corpo e tutte le proprie energie in ogni opera stabilita da Allah; può sforzarsi di compiere ogni buona azione che procuri la soddisfazione di Allah, può sforzarsi di compiere ogni buona azione che procuri la soddisfazione di Allah, può opporsi a ogni peccato proibito e inviso ad Allah e può mantenere entro i limiti stabiliti da Allah tutte le proprie avidità e passioni, emozioni e inclinazioni del cuore. Non lascia il nafs libero di guidarla e quindi non permette che la trascini ovunque esso voglia.

Tiene nelle proprie mani le redini della sovranità. Soddisfa le passioni del nafs nella misura e nel modo in cui Allah l’Altissimo ha autorizzato a soddisfarle, e nel momento da Lui stabilito. La sua forza di volontà non diventa così debole da impedirgli di adempiere a un obbligo pur riconoscendolo come tale e desiderando osservarlo. Proprio per questo si afferma sul regno del corpo come un sovrano dotato di grande potere. In verità, creare nell’interiorità dell’uomo, nella sua khudī, questa forza è il vero scopo del digiuno. Chi, pur osservando il digiuno, non riesce ad acquisire questa forza, si è soltanto stancato e tormentato con la fame e la sete. Il suo digiuno e la sua rinuncia a cibo e bevande sono del tutto vani.

Questo è stato espresso con assoluta chiarezza sia nel Corano sia negli hadith. Nel Corano è detto che il digiuno è stato reso obbligatorio per voi allo scopo di creare in voi il taqwā. Il Nobile Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, ha detto: «Allah non ha bisogno che una persona rinunci al cibo e alle bevande se non riesce ad abbandonare la menzogna e le azioni false». Ha inoltre detto che vi sono molti digiunatori i quali dal digiuno non ottengono altro che la stanchezza della fame e della sete.

La realtà della zakat

L’importanza della zakat

Dopo la preghiera, il pilastro più importante dell’Islam è la zakat. Poiché di solito dopo la preghiera viene menzionato il digiuno, molti hanno cominciato a credere che il digiuno occupi il posto immediatamente successivo alla preghiera. Tuttavia, dal Sacro Corano si apprende che, dopo la preghiera, la zakat è l’opera più importante. Questi sono i due principali pilastri dell’Islam: se essi crollano, anche il palazzo dell’Islam viene ridotto in polvere.

La «zakat» significa purezza e purificazione. Si chiama «zakat» la distribuzione di una parte determinata dei propri beni tra i poveri, i bisognosi e gli indigenti. Questo perché, per suo mezzo, si purificano tutti i beni e, insieme ad essi, la propria anima. Chi non spende, per i servi di Allah, la parte stabilita dei beni che Allah gli ha concesso, ha tutti i suoi beni impuri e, insieme ad essi, il proprio cuore e la propria anima sono necessariamente contaminati. Infatti, nel suo cuore non è presente neppure il minimo segno di gratitudine. Il suo cuore è così angusto, così egoista e così schiavo del denaro che esita perfino a riconoscere la gratitudine verso Allah, il quale, per Sua grazia, gli ha concesso beni superiori alle sue necessità. Si può forse pensare che una persona simile possa compiere sinceramente nel mondo un’opera per Allah e prepararsi a qualsiasi sacrificio e immolazione per proteggere la propria religione e la propria fede? Si può dunque affermare senza il minimo dubbio che chi non paga la zakat ha il cuore impuro e che, insieme ad esso, anche i beni da lui accumulati sono impuri.

Imponendo la zakat come obbligo, Allah l’Altissimo ha sottoposto ogni persona a una dura prova. Chi, di propria volontà, paga la quota stabilita da Allah sui beni eccedenti le proprie necessità e aiuta quanto può i servi di Allah, è proprio colui che è degno di compiere l’opera di Allah e che merita di essere annoverato tra i credenti. Al contrario, colui il cui cuore è così angusto da non essere disposto a compiere neppure un simile sacrificio per Allah non può realizzare alcuna opera per Allah e non è degno di essere annoverato nella comunità islamica. In realtà, lo si può considerare una parte marcia del corpo umano; e quanto prima una parte marcia viene recisa e separata, tanto meglio è per gli altri organi e membra del corpo. Altrimenti, la decomposizione inizierà in tutto il corpo. Per questo, dopo la morte di Hazrat Muhammad (pace e benedizioni su di lui), quando gli appartenenti a una tribù araba rifiutarono di pagare la zakat, Hazrat Abu Bakr as-Siddiq, che Allah sia soddisfatto di lui, dichiarò guerra contro di loro, proprio come si fa contro i miscredenti. Eppure essi pregavano e avevano fede in Allah e nel Messaggero di Allah. Ciò dimostra con assoluta certezza che, se una persona non paga la zakat, nessuna delle sue opere, come la preghiera e il digiuno, può essere accettata da Allah; e la pretesa di una simile persona di essere credente non ha alcun valore.

Dal Nobile Corano si apprende con certezza che, fin dai tempi antichi, a ogni comunità di ogni profeta era stato imposto allo stesso modo l’ordine rigoroso di compiere la preghiera e pagare la zakat; in nessun capitolo della religione islamica, al tempo di alcun profeta, a nessun musulmano fu concessa un’esenzione dalla preghiera e dalla zakat. Dopo aver narrato di Hazrat Ibrahim, pace su di lui, e dei profeti della sua discendenza, nel Sacro Corano è detto:

وَجَعَلْنَاهُمْ أَئِمَّةً يَهْدُونَ بِأَمْرِنَا وَأَوْحَيْنَا إِلَيْهِمْ فِعْلَ الْخَيْرَاتِ وَإِقَامَ الصَّلَاةِ وَإِيتَاءَ الزَّكَاةِ ۖ وَكَانُوا لَنَا عَابِدِينَ

Li abbiamo costituiti guide per gli uomini: essi guidavano e dirigevano secondo il Nostro comandamento. Abbiamo rivelato loro di compiere opere buone, di stabilire la preghiera e di pagare la zakat; ed essi adoravano sinceramente Noi e obbedivano ai Nostri ordini. Sura al-Anbiya, 73

Riguardo a Hazrat Ismaele, pace su di lui, è detto:

وَكَانَ يَأْمُرُ أَهْلَهُ بِالصَّلَاةِ ص وَالزَّكَاةِ وَكَانَ عِندَ رَبِّهِ مَرْضِيًّا

«Ordinava alla sua gente di compiere la preghiera e di pagare la zakat, ed era tenuto in grande considerazione presso Allah.» Sura Maryam: 55

Hazrat Mosè, pace su di lui, pregò per se stesso: «O Allah! Concedimi il bene in questo mondo e donami il bene anche nell’Aldilà». In risposta, Allah disse nella sura al-A‘raf, versetto 156:

عَذَابِي أُصِيبُ بِهِ مَنْ أَشَاءُ ۖ وَرَحْمَتِي وَسِعَتْ كُلَّ شَيْءٍ ۚ فَسَأَكْتُبُهَا لِلَّذِينَ يَتَّقُونَ وَيُؤْتُونَ الزَّكَاةَ وَالَّذِينَ هُم بِآيَاتِنَا يُؤْمِنُونَ

«Infliggerò il Mio castigo a chi vorrò. Sebbene la Mia misericordia abbracci ogni cosa, la riserverò soltanto a coloro che Mi temono, pagano la zakat e credono nei Nostri segni.» Sura al-A‘raf: 156

La gente del popolo di Hazrat Mosè, pace su di lui, aveva il cuore estremamente gretto. Non esitava nemmeno a sacrificare la propria vita per ottenere ricchezze e beni. Gli ebrei dei nostri giorni ne sono un esempio concreto. Perciò Allah, in risposta alla preghiera di questo grande e onorato profeta, dichiarò con parole chiare che, se la sua comunità avesse pagato regolarmente la zakat, avrebbe potuto ottenere la Sua misericordia; altrimenti doveva sapere con certezza che sarebbe stata certamente privata della Sua misericordia e che il Suo castigo l’avrebbe circondata. Anche dopo Hazrat Mosè (pace su di lui), i Figli d’Israele furono ripetutamente ammoniti riguardo a ciò. Più volte fu richiesto loro di promettere: non adorare nessuno all’infuori di Allah e compiere regolarmente la preghiera e pagare la zakat. (Sura al-Baqara, ruku‘: 10). Alla fine fu dato loro un chiaro avvertimento con queste parole:

وَقَالَ اللهُ اِنِّي مَعَكُمْ لَئِنْ اَقَمْتُمُ الصًّلوةَ وَاتَيْتُمْ الزَّكوةَ وَامْنْتُمْ بِرُسُلِىِ وَعَزَّرتُمُوْهُمْ وَاَقْرَضْتُمْ اللهَ قَرْضًا حَسَنًا لاَّكَفِّرَنَّ عَنْكُمْ سَيَّاتِكُمْ ـ المائِدة : ١٢

Allah disse: «O Figli d’Israele! Se stabilite la preghiera, continuate a pagare la zakat, credete nei Miei messaggeri, li sostenete e concedete ad Allah un prestito benevolo, allora Io sarò con voi e cancellerò le vostre colpe e mancanze; altrimenti non potrete nutrire alcuna speranza di ottenere la misericordia.» Sura al-Ma’ida: 12

Prima del Nobile Messaggero, Hazrat Gesù, pace su di lui, era l’ultimo dei profeti. Allah gli ordinò anch’egli, allo stesso tempo, di compiere la preghiera e pagare la zakat. Nella sura Maryam è detto:

وَّجَعَلّنِى مُبرَكًا اَيْنَا مَاكُنْتُ وَاَوْضنِى بَالصَّلوةِ وَالزَّكوْةِ مَادُمْتُ حَيًا ـ مريم : ٣١

“Allah mi ha reso benedetto ovunque io sia e mi ha comandato di compiere la preghiera e di versare la zakat finché sarò in vita.” Sura Maryam: 31

Da ciò si può indubbiamente comprendere che la religione dell’Islam, al tempo di ogni profeta, si fondava su questi due pilastri: la preghiera e la zakat. Nessuna comunità credente in Allah è mai stata esentata da questi due doveri.

È degno di riflessione come, nella sharia presentata dal nobile Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui), questi due obblighi siano stati resi reciprocamente connessi e inseparabili. Il primo versetto menzionato nel Nobile Corano è il seguente:

ذَلِكَ الْكِتبُ لاَرَيْبَ فِيْهِ هُدًى لِّلْمُتَّقِيْنَ ـ الَّذِيْنَ يُؤِْنُوْنَ بِالْغِيْبِ وَيُقِيْمُوْنَ الصَّلوةَ وَمِمَّا رَزَقْنَهُمْ يُنْفِقُوْنَ ـ البقرة :

٢ -٣

“Questo Corano è il Libro di Allah: non vi è alcun motivo di dubitarne. Esso guida i timorati di Dio, consapevoli di Allah, sulla retta e diritta via della vita terrena. I timorati sono coloro che credono nell’invisibile, compiono la preghiera e spendono di ciò che abbiamo concesso loro come sostentamento.” Sura al-Baqara: 2-3

Poi viene detto:

أُوْلَـٰٓٮِٕكَ عَلى هُدًى مِّنْ رَّبِهِمْ وَاُولئِكَ هُمُ الْمُفْلِحُوْنَ ـ البقرة : ٥

«In verità, costoro hanno ricevuto la guida dal loro Signore e sono proprio loro i prosperi.» Sura al-Baqara: 5

In altre parole, coloro che non hanno fede e non compiono la preghiera né versano la zakat non sono soltanto privati della guida di Allah: il benessere e il successo non saranno loro concessi. Proseguendo nella lettura di questa Sura al-Baqara, dopo alcune pagine si trova il seguente ordine:

وَأَقِيمُوا الصَّلَاةَ وَآتُوا الزَّكَاةَ وَارْكَعُوا مَعَ الرَّاكِعِينَ ـ البقرة : ٤٣

«Compi la preghiera, versa la zakat e inchinati insieme a coloro che si inchinano (compi la preghiera in congregazione). Sura al-Baqara: 43

Proseguendo ancora per un tratto, in questa Sura si legge:

لَيْسَ الْبِرَّ اَنْ تُوْلُّوْا وَجُوْهَكُمْ الْمَشْرِقِ وَالْمَغْرِبِ وَلكِنَّ البِرَّ مَنْ امَنَ بِاللهِ وَالْيُوْمِ الاخِرِ وَالْمَلئِكَةِ وَالْكِتبِ وَالنَّبِيْنَ وَاَتَى الْمَالَ عَلى حُبِّه ذَوِى الْقُرْبى وَالْيَتمى وَالْمَّسْكِيْنَ وَاَبْنَ السَّآئِلِيْنَ وَفِى ارِّقَابِ وَاَقامَ الصَّلوةَ وَاَتَى الزَّكوةَ وَالْمُؤْفُوْنَ بَعَهْدِهِمْ اِذَا عَهدُوْا الرِّقَابِ وَاَقَامَ الصَّلوَةَ وَاَتَى الزَّكوَةَ وَالْمُؤْفُوْنَ بَعَهْدِهِمْ اِذَا عَهدُوْا وَالصَّبِرِيْنَ فِى الْبَاسَآءِ وَالضَّرَّاءِ وَحَيْنَ الْبَاسِ اُوْلئِكَ الَّذِيْنَ صَدَقُوْا وَاُوْلئِكَ هُمْ الْمُتَّقُوْنَ ـ البقرة : ٧ ١٧

«Non si ottiene alcuna virtù semplicemente volgendo il viso verso oriente o verso occidente; la vera virtù appartiene invece a chi crede in Allah, nell’Ultimo Giorno, negli angeli, nei Libri e nei profeti, dona per amore di Allah parte dei propri beni ai parenti bisognosi, agli orfani, ai poveri, ai viandanti e ai questuanti, aiuta gli altri a liberarsi dai debiti, dalla schiavitù o dalla prigionia, compie la preghiera e versa la zakat. In verità, solo costoro ottengono la virtù. E coloro che mantengono le promesse, che sono pazienti nelle avversità, nelle difficoltà e nel momento della guerra, rimanendo saldi sulla retta via di Allah, sono i virtuosi. Sono proprio loro i veri musulmani, i timorati di Allah e i pii.» Sura al-Baqara: 177

In seguito, è degno di nota anche ciò che viene detto a questo proposito nella sura al-Māʾida:

اِنَّمَا وَلَيُّكُمُ اللهُ وَرَسُوْلُهُ وَالَّذِيْنَ امَنُوْا الَّذِيْنَ يُقِيْمُوْنَ الصَّلوةَ وَيُؤْتُوْنَ الزَّكوةَ وَهُمْ رِكِعُوْنَ ـ وَمَنْ يَّتَوَلَّ اللهَ وَرَسُوْلَهُ وَالَّذِيْنَ امَنُوْا فِانَّ حِزْبَ اللهِ هُمُ الْغلِبُوْنَ ـ المائِدَة : ٥٥-٥٦

«Musulmani! I vostri veri amici e aiutanti sono soltanto Allah, il Suo Messaggero e i credenti. Per credenti si intendono coloro che istituiscono la preghiera, versano la zakat e si prosternano davanti ad Allah. Pertanto, coloro che prenderanno Allah, il Messaggero e i credenti come amici saranno considerati parte del partito di Allah, e il partito di Allah sarà certamente vittorioso.» — Sura al-Māʾida: 55-56

In questo versetto è stato enunciato un principio fondamentale. Innanzitutto, da questo versetto si apprende che musulmani sono coloro che istituiscono la preghiera e versano la zakat. La pretesa di essere credente da parte di chi non adempie debitamente a questi due pilastri dell’Islam è essenzialmente falsa. In secondo luogo, da questo versetto risulta anche che Allah, il Messaggero e i credenti appartengono a un’unica fazione. Pertanto, i credenti devono recidere ogni altro tipo di legame e unirsi a questo partito. Se un musulmano accetta come proprio amico una persona esterna a questo gruppo — sia essa suo padre, suo fratello, suo figlio, il suo vicino, un connazionale o chiunque altro — e instaura con lei un rapporto di affetto e compassione, non si può in alcun modo sperare che Allah l’Altissimo abbia compassione di lui. Infine, da questo versetto si apprende anche che i credenti possono prevalere nel mondo soltanto quando, con assoluta sincerità, accettano esclusivamente Allah, il Messaggero e i credenti come loro protettori, amici, aiutanti e compagni.

Proseguendo ancora un po’, nella sura al-Tawba Allah l’Altissimo ordinò ai musulmani di combattere contro i miscredenti e gli idolatri, e per diversi rukūʿ consecutivi impartì indicazioni riguardo a questa guerra. A questo proposito è stato detto:

فَاِنْ تَابُوْا وَاَقَامُوْا الصَّلوةَ وَاتَوُا الزَّكوةَ فَاِخْوَانَكُمْ فِىْ الدِّيْنِ ـ

«Se si pentiranno dell’incredulità e dell’idolatria, crederanno sinceramente, istituiranno la preghiera e verseranno la zakat, allora diventeranno vostri fratelli nella religione.» — Sura al-Tawba: 11

In altre parole, non è sufficiente pentirsi soltanto dell’incredulità e dell’idolatria e dichiarare di aver creduto; per dimostrare di essersi pentiti realmente dell’incredulità e dell’idolatria e di aver davvero creduto, è indispensabile anche compiere regolarmente la preghiera e versare la zakat. Pertanto, se manifestano ciò attraverso tali atti concreti, allora certamente sono vostri «fratelli nella religione»; altrimenti, non solo è fuori questione considerarli fratelli, ma non sarà neppure possibile cessare di combatterli. In questa sura è stato inoltre detto con maggiore chiarezza:

وَالْمُؤْمِنُوْنَ وَالْمُؤْمِنتُ بَعْضُهُمْ اَوْلِيْآَءُ بَعْضٍ يَامُوْرُونَ بِامُرُوْنَ بَالْمَعْرُوْفِ وَيَنْهَوْنَ عَنِ الْمُنْكَرِ وَيُقِيْمُوْنَ الصَّلوةَ وَيُؤْتُوْنَ الزَّكوةَ وَيُطِيْعُوْنَ اللهَ وَرَسُوْلَهُ اُوْلئِكَ سَيَرْحَمُهُمُ اللهُ ـ التوبية : ٧١

«Gli uomini credenti e le donne credenti sono realmente amici e sostenitori gli uni degli altri. Il loro segno distintivo e la loro caratteristica sono che ordinano il bene, impediscono le azioni ingiuste e peccaminose, compiono la preghiera, versano la zakat e obbediscono alle prescrizioni di Allah e del Suo Messaggero. In verità, sarà proprio su di loro che Allah riverserà la Sua misericordia.» Sura at-Tawba: 71

In altre parole, finché una persona non crederà e non adempirà concretamente alla preghiera e alla zakat, non potrà essere considerata fratello nella religione dei musulmani. In realtà, la comunità dei credenti si forma dall’unione di queste tre cose: la fede, la preghiera e la zakat. Coloro che compiono regolarmente queste azioni appartengono a questa pura comunità, e tra loro si stabiliranno rapporti reciproci di amicizia, amore e solidarietà. Coloro invece che non compiono queste tre azioni non appartengono a tale comunità. Sebbene siano chiamati musulmani, non possono essere inclusi nella comunità islamica. Se ora si instaurassero con loro rapporti di amicizia, affetto e amore, si violerebbe la legge di Allah e si danneggerebbe la disciplina del partito di Allah. Come potrebbero dunque costoro sperare di rimanere vittoriosi nel mondo?

Proseguendo, nella sura al-Hajj troviamo che Allah l’Altissimo ha detto:

وَلَيَنْصُرَنَّ اللهُ مَنْ يَّنْصُرُهُ اِنَّ اللهَ لَقَوِي عَزِيْزٌ ـ اَلَّذِيْنَ اِنْ مَّكَّنّهُمْ فِى الاَرْضِ اَقَامُوْا الصَّلوةَ وَاَتَوُا الزَّكوةَ وَاَمَرُوْنَ بِالْمَعْرُوْفِ وَنَهَوْا عَنِ الْمُنْكَرِۗ وَلِلهِ عَاقِبَةُ الاُمُوْرِ ـ الحج ـ ٤٠-٤١

«Chi aiuterà Allah, Allah certamente aiuterà lui. Allah l’Altissimo è davvero il più potente e il Vittorioso assoluto. (Possono aiutare Allah soltanto) coloro ai quali, se concedessimo il potere sulla terra, istituirebbero il sistema sociale per l’adempimento della preghiera e organizzerebbero complessivamente la riscossione della zakat, ordinerebbero alle persone il bene e impedirebbero il male e l’ingiustizia. In verità, l’esito di tutte le cose dipende da Allah.» Sura al-Hajj: 40-41

Il comando che era stato impartito in precedenza ai Figli d’Israele è stato impartito esattamente nello stesso modo ai musulmani in questo versetto. In precedenza era stato detto ai Figli d’Israele che, finché avessero compiuto la preghiera, versato la zakat e continuato ad aiutare l’opera dei profeti, cioè a far applicare la legge di Allah, Allah sarebbe rimasto loro compagno e sostenitore. Ma quando avessero abbandonato queste azioni, Allah avrebbe immediatamente ritirato da loro ogni aiuto. Proprio questo è stato detto ai musulmani in questo versetto. Allah ha spiegato loro chiaramente che, se dopo aver ottenuto il potere terreno avessero istituito il sistema sociale per l’adempimento della preghiera e il metodo complessivo per la riscossione della zakat, promuovendo il bene e impedendo il male, Allah sarebbe stato il loro sostenitore. In verità, non può esservi sostenitore più potente di Allah. Ma se i musulmani abbandonano la preghiera e la zakat e, dopo aver ottenuto il potere terreno, promuovono il male invece del bene, continuano a chiudere la via al bene invece di eliminare l’ingiustizia, cominciano a stabilire il proprio dominio invece di rendere vittoriosa la parola di Allah e considerano come unico scopo del governo la riscossione delle imposte e la costruzione di un paradiso terreno per se stessi, allora l’aiuto di Allah non sarà mai destinato a loro. In seguito, Satana sarà il loro sostenitore. È sorprendente pensare a quanto grande sia questo insegnamento! I Figli d’Israele avevano considerato questa parola rivelata da Allah infondata e soltanto verbale. Perciò, poiché agiscono in modo contrario ad essa, sono costretti a vagare e a morire disonorati e umiliati in ogni parte del mondo. Vengono espulsi da luoghi diversi e non riescono a trovare un rifugio stabile in alcun luogo. Sono la comunità più ricca del mondo: nei loro tesori sono ammucchiate somme di denaro incalcolabili, ma questo denaro non serve loro a nulla. Adottando, al posto della preghiera, le azioni malvagie e, al posto della zakat, il maledetto sistema dell’usura, da una parte diventano essi stessi maledetti agli occhi di Allah, mentre dall’altra diffondono questa maledizione in ogni parte del mondo come topi portatori della peste. Anche ai musulmani è stato impartito questo stesso comando. Ma i musulmani, senza prestargli attenzione, sono diventati negligenti nell’adempimento della preghiera e nel versamento della zakat, e hanno dimenticato di assumersi il compito di diffondere la verità e contrastare la falsità e l’ingiustizia, usando la forza concessa da Allah. Ne hanno anche subito le amare conseguenze in molteplici forme. Sono stati privati del potere statale, il più eccellente e il più potente del mondo. In tutto il mondo sono vittime dell’oppressione di tutte le forze tiranniche. Sono deboli e sconfitti. Avete visto le conseguenze nefaste dell’abbandono della preghiera e della zakat. Ora, tra costoro (i Figli d’Israele), si è formato un gruppo deciso a introdurre tra i musulmani la spudoratezza, l’oscenità, l’assenza del velo e le azioni ripugnanti. Dicono ai musulmani: «Se volete eliminare le vostre difficoltà finanziarie, aprite banche e compagnie di assicurazione e consumate usura a sazietà». Ma la verità è che, se anche i musulmani si lasceranno coinvolgere in tutto questo, saranno anch’essi gettati, come gli ebrei, in una terribile prova di estrema umiliazione e saranno maledetti con una maledizione eterna.

Che cos’è la zakat e quale grande forza Allah l’Altissimo ha racchiuso in essa, benché i musulmani la considerino una cosa del tutto ordinaria, e quali enormi benefici essa possa comportare: di questi argomenti parlerò dettagliatamente negli articoli successivi. In questo articolo voglio soltanto dire che la preghiera e la zakat sono elementi assolutamente fondamentali dell’Islam. La loro importanza nell’Islam è così grande che, là dove esse mancano, qualunque altra cosa possa esserci, è indubbio che non vi sia Islam. Eppure oggi molti musulmani vogliono essere considerati musulmani senza compiere la preghiera e versare la zakat, e alcuni dei loro cosiddetti capi religiosi hanno dato loro garanzie al riguardo. Ma il Corano protesta con forza contro questa loro pretesa. Se una persona recita la professione di fede, la kalima tayyiba, ma non compie la preghiera e non versa la zakat per dimostrarne la veridicità, allora, dal punto di vista del Corano, la sua recitazione della kalima è del tutto priva di significato. Per questo Hazrat Abu Bakr, che Allah sia soddisfatto di lui, considerò miscredenti coloro che rifiutavano di versare la zakat e prese le armi contro di loro. Allora tra i Compagni illustri sorse il dubbio se fosse lecito combattere contro coloro che credevano in Allah e nel Messaggero e compivano anche la preghiera. Ma quando Hazrat Abu Bakr, che Allah sia soddisfatto di lui, al quale Allah l’Altissimo aveva conferito un onore quasi pari a quello della profezia, dichiarò con ferma risolutezza: «Per Allah, giuro che, se oggi qualcuno si rifiutasse di consegnare, oltre a ciò che consegnavano durante la vita del Nobile Messaggero, anche una sola corda con cui legare i suoi cammelli, prenderei le armi contro di lui», alla fine tutti i Compagni compresero la fondatezza di queste parole e, unanimemente, proclamarono che era indispensabile combattere contro coloro che non avessero versato la zakat. Il Santo Corano ha affermato con parole chiare che non versare la zakat è esclusivamente un’azione degli associatori miscredenti dell’Aldilà:

وَوَيْلٌ لِّلْمُشْرِكِيْنَ ـ الًّذِيْنَ لاَيُؤْتُوْنَ الزَّكوَةَ وَهُمْ بِالاخِرَةِ هُمْ كفِرُوْنَ ـ

«La rovina è inevitabile per i politeisti che non versano la zakat e negano l’Aldilà.» – Sura Ha-Mim as-Sajda: 6-7

L’essenza della zakat

È stato detto in precedenza che, dopo la preghiera, la zakat è il pilastro più importante dell’Islam. La sua importanza è tale che, come chi nega la preghiera diventa miscredente, allo stesso modo chi rifiuta di versare la zakat non viene considerato soltanto miscredente: tutti i nobili Compagni, unanimemente, combatterono contro di lui.

Qui cercherò di esaminare la natura autentica della zakat e la sapienza insita in essa. Dalla trattazione risulterà chiaramente che cosa sia in sostanza la zakat e perché l’Islam le attribuisca tanta importanza.

Molte persone tra noi stringono rapporti di amicizia con chiunque. Tuttavia, quando accettano qualcuno come amico, spesso vengono realmente ingannate proprio riguardo all’amicizia. In seguito devono sopportare grande dolore e pentimento. In realtà, le persone sagge esaminano e mettono accuratamente alla prova coloro con cui frequentano; e, tra quelli che attraverso la prova riconoscono come persone buone, affidabili, sincere e degne di fiducia, stringono rapporti di amicizia soltanto con loro, interrompendo invece i rapporti con gli altri.

Allah l’Altissimo è il più saggio e il più onnisciente. Come si può forse pensare che Egli renda chiunque Suo amico, lo includa nel Suo gruppo e gli conceda l’onore e il privilegio della vicinanza alla Sua corte? Se una persona dotata di comune saggezza non accetta di fare amicizia con qualcuno senza prima esaminarlo e metterlo alla prova, allora Allah l’Altissimo, unico possessore di ogni conoscenza e saggezza, non può accettare qualcuno come amico senza averlo esaminato e messo accuratamente alla prova. Non è possibile includere indiscriminatamente nel gruppo di Allah tutti i milioni e milioni di persone sparse qua e là nel mondo, tra le quali si trovano persone di ogni genere, buone e cattive. Perciò Allah l’Altissimo vuole sottoporre a verifica, secondo criteri precisi e attraverso particolari circostanze e prove, coloro che desidera rendere Suoi khalifa nel mondo e ai quali vuole concedere la Sua vicinanza nell’Aldilà. Soltanto coloro che supereranno adeguatamente quella prova potranno essere considerati appartenenti al gruppo di Allah; quelli che non vi riusciranno se ne allontaneranno da soli e sapranno chiaramente di non essere riusciti a dimostrare di possedere i requisiti per appartenere al gruppo di Allah. Qual è la pietra di paragone con cui vengono messi alla prova gli esseri umani? Poiché Allah stesso è il più grande Sapiente e il più saggio, Egli vuole innanzitutto mettere alla prova l’intelligenza e la conoscenza dell’uomo. Osserva in particolare se una persona possieda una qualche intelligenza o sia completamente sciocca. Infatti gli sciocchi non possono mai essere amici delle persone intelligenti e sapienti. (E gli ignoranti e gli sciocchi non possono in alcun modo e in nessun momento essere amici di Allah.) È degno di superare questa prova colui che, osservando i segni dell’esistenza di Allah, comprende che Egli solo è il mio Signore e Creatore, e che al di fuori di Lui non esiste alcun ma‘bud, alcun Signore, alcuno che ascolti le suppliche o presti aiuto; colui che, esaminando la Parola di Allah, riconosce che essa è veramente la Parola di Allah e crede fermamente che non può essere la parola di qualcun altro; colui che sa comprendere correttamente la differenza fondamentale tra la vita, le opere e gli insegnamenti dei veri profeti e quelli dei falsi profeti, e che tra coloro che affermano di essere profeti sa riconoscere il vero profeta come profeta inviato da Allah e guida sul sentiero della verità, mentre identifica il falso profeta come Dajjal e impostore. Allah l’Altissimo sceglie costui tra milioni e milioni di persone e lo annovera tra i candidati prescelti del Suo gruppo. Gli altri, che falliscono la prima prova, vengono da Lui respinti.

Tutti i candidati che superano questa prima prova devono poi affrontare la seconda. Nella seconda prova, insieme all’intelligenza dell’uomo, viene esaminata anche la forza del suo carattere morale. Lo scopo della prova è accertare se egli possieda la capacità e la forza di riconoscere le opere veritiere e virtuose, accettarle e agire di conseguenza, nonché, dopo aver riconosciuto le opere ingiuste e peccaminose, abbandonarle. Si verifica se questa persona sia schiava delle proprie passioni, cieca seguace dei padri e degli avi, schiava delle consuetudini familiari e delle regole generalmente osservate nel mondo. Si verifica se possieda la debolezza di continuare a compiere un’azione pur sapendo che è contraria alla legge di Allah e ritenendola cattiva. Al contrario, si verifica anche se abbia il coraggio morale di accettare una cosa dopo aver riconosciuto che è stata scelta da Allah ed è vera. Anche coloro che falliscono questa prova non vengono inclusi nel gruppo di Allah. Possono appartenere al gruppo di Allah soltanto coloro dei quali Allah l’Altissimo ha detto:

فَمَنْ يَّكْفُرْ بِالطَّاغُوْتِ وَيُؤْمِنْ بِاللهِ فَقَدِ اسْتَمْسَكَ بِالْعُرُوةِ الْوُثقى لاَ اَنْفِصَامَ لَهَا ـ

Ciò significa che coloro che abbandonano con coraggio le leggi, le vie e il legislatore contrari alla legge di Allah, senza preoccuparsi di nessuno in questa materia, e si preparano a vivere senza paura seguendo soltanto la legge stabilita da Allah, senza prestare la minima attenzione al fatto che qualcuno ne sia contento o scontento, hanno afferrato con fermezza una solida catena che non si spezzerà mai.

Coloro che superano questa prova devono prepararsi alla terza prova. Una volta si mette alla prova la disposizione a seguire Allah e ad accettare la Sua obbedienza. In quel momento viene ordinato: ogni volta che sarà impartito un comando da parte Mia, dovrete abbandonare il sonno e presentarvi davanti a Me; dovrete venire abbandonando il lavoro e le occupazioni, rinunciando ai vostri interessi e alle attività che vi piacciono, lasciando da parte la gioia e la felicità, e adempiendo correttamente al dovere assegnato. Che sia estate o inverno, qualunque sia la stagione, dovrete presentarvi non appena udrete la chiamata, in ogni momento; dovrete presentarvi alla Mia corte sopportando ogni dolore e difficoltà, e adempiere al dovere. E quando vi dirò di non mangiare né bere dall’alba al tramonto e vi proibirò di soddisfare i desideri del nafs, allora dovrete osservare pienamente questo comando, per quanto insopportabili possano essere la fame e la sete, e per quanto numerose possano essere davanti a voi le bevande dolci e i cibi gustosi. Anche a coloro che non superano questa prova viene detto chiaramente: attraverso di voi il Mio lavoro non può essere portato a compimento. E anche nella terza prova vengono scelti soltanto coloro che la superano. Perché soltanto di costoro si può sperare che osservino adeguatamente, in segreto e in pubblico, la legge che sarà rivelata da parte di Allah, in ogni condizione: nell’interesse e nel profitto, nella felicità e nel dolore e nelle difficoltà.

In seguito si svolge la quarta prova: sacrificare le ricchezze e i beni. Anche coloro che hanno superato la terza prova non si sono dimostrati degni di essere nominati stabilmente al ruolo di servitori di Allah. Infatti il loro cuore è piccolo e ristretto, sono vili, privi di coraggio e di vigore. Si trovano innumerevoli persone che a parole fanno grandi dichiarazioni di amicizia e amore; ma resta ancora da verificare se siano pronte a spendere il denaro delle proprie tasche per il bene dell’amico. Non sono come coloro che, con la sola bocca, ripetono «madre, madre», sciogliendosi di devozione, e non esitano neppure a battersi per quella madre, ma quando essa entra nel campo coltivato sotto le sembianze di un animale, la scacciano con un bastone e la picchiano fino a spellarla. Nessuna persona dotata di buon senso può accettare come amico un individuo tanto egoista, adoratore del denaro e gretto. E neppure una persona di animo assai generoso sarebbe disposta a riconoscergli il minimo prestigio presso di sé. Ebbene, come potrebbe il Grande Allah includere nel Suo gruppo chi non è disposto a spendere sulla via di Allah le ricchezze che Allah gli ha concesso? E come potrebbe Allah, tanto intelligente e sapiente, includere tra i Suoi simili una persona la cui amicizia e il cui amore consistono soltanto in parole, e sulla quale non si può fare il minimo affidamento in alcuna attività? Perciò anche a coloro che falliscono questa quarta prova viene detto chiaramente: non avete alcun posto nel gruppo di Allah; siete inoltre incapaci, e non avete la capacità di assolvere la grande responsabilità affidata al califfo di Allah. In questo gruppo possono essere ammessi soltanto coloro che, per amore di Allah, sono capaci di sacrificare con cuore completamente libero dall’attaccamento l’amore per la propria vita, il proprio essere, i beni, i figli, la stirpe, la famiglia, la patria e ogni altra cosa:

لَنْ تَنَالُوْا الْبِرَّ حَتّى تُنْفِقُوْا مِمَّا تُحِبُّوْنَ ـ ال عمران : ٩٢

«Finché non spenderete ciò che amate, non potrete raggiungere il più alto grado di pietà e nobiltà.» — Sura Āl ʿImrān: 92

Nel gruppo di Allah non vi è alcun posto per le persone grette; soltanto le persone generose, dal cuore nobile e aperto, possono essere ammesse a questo gruppo.

وَمَنْ يُّوْقَ شُحَّ نَفْسِه فَأُوْلئِكَ هُمُ الْمُفْلِحُوْنَ ـ التغابن : ١٦

«Solo coloro che sono riusciti a superare la ristrettezza d’animo e l’avarizia possono ottenere il bene completo.» – Sura At-Taghābun: 16

Nel partito di Allah possono essere accolte soltanto persone che, anche se qualcuno è loro ostile, le rattrista, reca loro danno o fa a pezzi il loro cuore, non rifiutano di offrire il cibo per il loro sostentamento e gli abiti da indossare, esclusivamente allo scopo di ottenere il compiacimento di Allah, e non esitano ad aiutarle nei momenti di difficoltà:

وَلاَ يَاتَلِ اُوْلُوْا الْفَضْلِ مِنْكُمْ وَالسَّعَةِ اَنْ يُّؤْتُوْا اُوْْلِى الْقُرْبى وَالْمَسكِيْنَ وَالْمُهجِرِيْنَ فِى سَبِيْلِ اللهِ وَلْيَعْفُوا وَاْيَصْفَحُوْا اَلاَ تَحِبُّوْنَ اَنْ يَّغْفِرَ اللهُ لَكُمْ وَ اللهُ غَفُوْرٌ رَّحِيْمٌ ـ النور : ٢٢

«Coloro tra voi che sono dotati di grande disponibilità e agiatezza non devono smettere di aiutare i propri cari, i parenti prossimi, i poveri e i bisognosi e coloro che sono emigrati sulla via di Allah (rifiutando loro l’aiuto per irritazione a causa di qualche colpa). Al contrario, è preferibile perdonarli. Non desiderate forse che Allah vi perdoni? Eppure Allah è il più grande Perdonatore, il Misericordioso.»¹ – Sura An-Nūr: 22

In questo partito sono necessarie persone che, tra i beni che Allah ha dato loro, scelgano e spendano per Allah soltanto le cose migliori:

يَآ يُّهَا الَّذِيْنَ امَنُوْا اَنْفِقُوْا مِنْ طَيِّبتِ مَاكَسَبْتُمْ وَمِمَّا اَخْرَجْنَا لَكُمْ مِّنْ الاَرْضِ وَلاَ تَيْمَّمُوْا الْخَبِيْثَ مِنْهُ تُنْفِقُوْنَ ـ الرقرة : ٢٦٧

«O credenti! Spendete le cose migliori dei beni che avete guadagnato e di ciò che vi abbiamo fatto sorgere dalla terra come sostentamento. Non scegliete le cose cattive per spenderle su quella via.» – (Sura Al-Baqara: 267)

1. Quando una persona cara ad Abū Bakr, che Allah sia soddisfatto di lui, partecipò alla diffusione della calunnia riguardante la moralità di sua figlia, ʿĀʾisha, che Allah sia soddisfatto di lei, Abū Bakr, che Allah sia soddisfatto di lui, si adirò con lui e gli sospese l’aiuto finanziario. Fu allora che venne rivelato questo versetto. Non appena il versetto fu rivelato, egli, tremante e impaurito, disse: «Chiedo perdono ad Allah», e immediatamente riprese a fornire aiuto finanziario a quell’uomo.

Qui sono necessarie persone di grande animo, che, pur trovandosi in condizioni insopportabili di bisogno, povertà e privazione e pur avendo necessità indispensabili, non considerino inutile spendere denaro sulla via di Allah. Al contrario, crederanno fermamente che tutto ciò che si spende sulla via di Allah sarà ricompensato da Lui con il bene migliore in questo mondo e nell’Aldilà. Per questo spendono esclusivamente con l’intento di ottenere il compiacimento di Allah. Non si preoccupano minimamente che la loro generosità venga o non venga divulgata nel mondo, né che qualcuno ringrazi o non ringrazi per la loro donazione:

وَمَا تُنْفِقُوْا مِنْ خَيْرٍ فَلاَنْفُسِكُمْ وَمَا تُنْفِقُوْنَ اِلاَّ ابْتِغَاءَ وَجْهِ اللهِ وَمَا تُنْفِقُوْا مِنْ خَيْرٍ يُّوْفَّ اِلَيْكُمْ وَاَنْتُمْ لاَتُظْلَمُوْنَ ـ البقرة : ٢٧٢

“Tutto ciò che spenderete sulla via di Allah sarà a vostro stesso beneficio, purché, con tale spesa, non desideriate il compiacimento di nessuno all’infuori di Allah. Così, tutto ciò che donerete per il bene riceverete pienamente la sua ricompensa. A questo riguardo non vi sarà fatta la minima ingiustizia.” – Sura al-Baqara: 272

Nella schiera di Allah sono necessarie persone di carattere equilibrato, che, pur diventando ricche e vivendo immerse nella felicità, non dimentichino Allah. Anche vivendo nei grandi palazzi, tra agi e piaceri, non dimenticheranno Allah:

يَآيُّهَا الَّذِيْنَ امَنُوْا لاَتُلْهِكُمْ وَلاَ اَوْلاَدُكُمْ عَنْ ذِكْرِ اللهِ وَمَنْ يَّفْعَلِ ذلِكَ فَاوُلئِكَ هُمُ الْخسِرِوْنَ المنفقون : ٩

“O credenti! Che le vostre ricchezze e i vostri figli non vi distolgano mai dal ricordo di Allah. Coloro che, per queste cose, dimenticheranno Allah saranno certamente i più perdenti.” – Sura al-Munafiqun: 9

È indispensabile che le qualità sopra descritte siano presenti nelle persone della schiera di Allah l’Altissimo. Altrimenti, nessuno può essere annoverato tra gli amici di Allah. In verità, questa è una prova assai dura e amara non soltanto del carattere morale dell’uomo, ma anche della sua fede. Chi esita a spendere sulla via di Allah, chi considera tale spesa una multa imposta a se stesso, chi cerca di sottrarsene con astuzia e inganno, e chi, pur spendendo qualcosa, desidera placare il proprio ego vantandosi della propria benevolenza davanti alla gente o vuole divulgare nel mondo la propria generosità, in realtà non può avere alcuna fede in Allah e nell’Aldilà. Egli pensa che tutto ciò che ha fatto per Allah sia andato completamente perduto. Considera la propria felicità e serenità, i propri agi e piaceri, i propri interessi e la propria fama più cari di Allah e del Suo compiacimento. Secondo lui, questo mondo è tutto. Anche se spende denaro, è necessario che proprio in questo mondo ne ricavi buona reputazione e fama. Solo così, infatti, può ottenere qui il compenso del denaro speso. Altrimenti, se ha speso denaro senza che nessuno sappia che una certa persona ha donato tanto denaro per una buona causa, tutto ciò diventa privo di significato. Nel Nobile Corano è stato dichiarato chiaramente che persone di questo genere non possono servire in alcuna opera di Allah. Anche se si proclamano credenti, non sono affatto credenti; al contrario, sono ipocriti manifesti. I versetti seguenti ne sono la prova:

يَآيُّهَا الَّذِيْنَ امَنُوْا صَدْقتِكُمْ بَالْمَنَ وَالاَذي كَالَّذِى يُنْفِقُ مَالَهُ رِئَآ ءَ النَّاسِ وَلاَ يُؤْمِنُ بِاللهِ وَالْيُوْمِ الاخِرِ ـ البقرة : ٢٦٤

«O credenti! Non rendete vana la vostra elemosina, divulgando il vostro favore verso gli altri o arrecando loro sofferenza, come colui che spende il proprio denaro solo per essere visto dagli altri o per acquistare buona reputazione, senza avere la minima fede in Allah e nell’Aldilà.»

وَاَلَّذِيْنَ يَكْنِزُوْنَ الذَّهَبَ وَالْفِضَّةَ وَلاَيُنْفِقُوْنَهَا فِىْ سَبِيْلِ اللهِ فِبَشّرِهُمْ بِعَذَابِ اَلِيْمٍ ـ التوبة : ٣٤

«Annuncia loro una dolorosa punizione: a coloro che accumulano oro e argento e non lo spendono sulla via di Allah.» — Sura al-Tawba: 34.

لاَيَسْتَاْذِنُكَ الَّذِيْنَ يُؤْمِنُوْنَ بِاللهِ وَالْيَوْمِ الاخِرِ اَنْ يُّجَاهِدُوْنا يَاَمْوَالِهِمْ وَاَنْفٌسِهِمْ وَاللهُ عَلَيْمٌ بِالْمُتَّقِيْنَ ـ اِنَّمَا يَسْتَاذِنُكَ الَّذِيْنَ لاَيُؤْمِنُوْنَ بِاللهِ وَالْيَوْمِ الاخِرِ وَارْتَابَتْ قُلُبُهُمْ فَهُمْ فِىْ رَيْبِهِمْ يَتَرَدَّدُوْنَ ـ

«O Profeta! Coloro che credono in Allah e nell’Aldilà non chiederanno mai il permesso di sottrarsi al dovere di partecipare al jihad con i propri beni e le proprie vite. Allah conosce molto bene i Suoi servi veramente devoti. Possono invece presentare scuse coloro che non credono affatto in Allah e nell’Aldilà, nei cui cuori si è consolidato il dubbio e che, immersi nei propri dubbi, esitano continuamente.» — Sura al-Tawba: 44-45

وَمَا مَنَعَهَمْ اَنْ تُقْبَلَ مِنْهُمْ نَفَقّهُمْ اِلاَّ اَنَّهُمْ كَفَرُوْا بِاللهِ وَرَسُوْلِه وَلاَ يَاتُوْنَ الصَّلوةَ اِلاَّ وُهُمْ كُسَالى وَلاَ يُنْفِقُوْنَ اِلاَّ وَهُمْ كرِهُوْنَ ـ

«Le loro offerte sulla via di Allah non vengono accettate soltanto perché, in realtà, non credono in Allah e nel Messaggero; vengono alla preghiera, sì, ma controvoglia; e donano anche il denaro, ma con grande avversione.» — Sura al-Tawba: 54

اَلْمُنفِقُوْنَ وَالْمُنفِقّتُ بَعْضُهُمْ مِّنْ بَعْضٍ يَامُرُوْنَ بِالْمُنْكَرِ وَيَنْهَوْنَ عَنِ الْمَعْرُوْفِ وَيقْبِضُوْنَ اَيْدِيْهِمْ نَسُوْا اللهَ فَنَسِيْهُمْ اِنَّ الْمُنفِقِيْنَ هُمْ الْفسِقُوْنَ ـ التوبة : ٦٧

«Gli uomini ipocriti e le donne ipocrite appartengono tutti allo stesso gruppo e si sostengono a vicenda. Tutti insieme ordinano ciò che è ingiusto e cercano di eliminare la giustizia e la verità. Tutti hanno dimenticato Allah; perciò Allah li ha dimenticati. Non vi è dubbio che questi ipocriti siano fāsiq (trasgressori dei limiti stabiliti da Allah).» — Sura al-Tawba: 67

وَمَنْ الاَعْرَابِ مَنْ يَّتَّخِذُ مَايُنْفِقُ نَغْرَمًا ـ التوْبة : ٩٨

«Molti di questi beduini (gli ipocriti), pur spendendo qualcosa sulla via di Allah, lo fanno controvoglia, come se stessero pagando una multa.»

هآَ نْتُمْ هؤْلاَءٍ تُدْعَوْنَ لِتُنْفِقُوْا فِىْ سَبِيْلِ اللهِ فِمِنْكُمْ مَّنْ يَّبْخَلُ وَمَنْ يَّبْخَلْ فَانِّمَا يَبْخَلُ عَنْ نَّفْسِه وَاللهُ الْغَنِىُّ وَاَنْتُمْ الفُقَرَآءُ وَاِنْ تَتَوْلَّوْا يَسْتَبْدِلْ قَوْمًا غَيْرَكُمْ تُمَّ لاَيَكَوْنُوْا اَمْثَالَكُمْ ـ محمد : ٣٨

«Sappiate che la vostra condizione è peggiorata a tal punto che, quando vi viene chiesto di spendere qualcosa sulla via di Allah, non siete affatto pronti a farlo; anzi, molti di voi allora si comportano da avari. E colui che è avaro in queste opere danneggia soltanto sé stesso con la propria avarizia. In realtà, Allah è l’unico Ricco e voi siete tutti poveri, dipendenti da Lui. Se non siete affatto pronti a spendere i vostri beni sulla via di Allah, come inevitabile conseguenza di questa colpa Allah l’Altissimo insedierà al vostro posto un altro popolo. Esso certamente non sarà avaro come voi.» — Sura Muhammad: 38

In sintesi, la zakāt è un pilastro dell’Islam, e questo ne costituisce il significato fondamentale. È un grave errore considerarla come una comune tassa governativa. In realtà, essa è l’anima dell’Islam, la sua forza vitale. Lo scopo principale per cui la zakāt è stata resa obbligatoria è mettere alla prova la fede. Come si consegue un titolo superando esami continui, allo stesso modo Allah stabilisce varie prove per verificare la fede degli esseri umani; ogni persona deve affrontare queste prove. Quando una persona supera una prova di questo tipo e riesce anche nella quarta prova, cioè quella del dono dei propri beni, allora diventa un musulmano autentico. Ma bisogna ricordare che questa non è certamente l’ultima prova.

Dopo viene la prova della vita. Ne parlerò più avanti. Tuttavia, tra le prove d’ingresso stabilite per entrare nei limiti dell’Islam — in altre parole, per diventare parte del gruppo di Allah — la zakāt è l’ultima. Oggi molti vanno dicendo che ai musulmani sono stati impartiti numerosi sermoni sulla spesa e sulla donazione di denaro, e che, in questo difficile periodo di penuria e povertà, si dovrebbe esortarli piuttosto a guadagnare e risparmiare qualcosa; ma non capiscono che ciò verso cui storcono il naso è proprio questa sostanza vitale dell’Islam. Ed è la mancanza di questa sostanza ad aver condotto i musulmani al limite estremo del declino morale ed economico. Questa sostanza vitale non li ha degradati. Il loro declino totale è avvenuto soltanto perché proprio questa sostanza vitale è fuoriuscita dai loro corpi.

Il posto della zakāt nella vita sociale

In vari luoghi del Nobile Corano, per spiegare il significato della zakat, della sadaqa e simili, viene usata l’espressione Insaaf fi sabilillah (spendere sulla via di Allah). In alcuni luoghi è stato inoltre detto che qualunque cosa spendiate sulla via di Allah sarà conservata presso Allah come qard hasan (prestito). In altre parole, è come se si prestasse proprio ad Allah, e Allah diventasse debitore degli esseri umani. In molti luoghi è stato anche detto che spetta ad Allah ricompensare tutto ciò che darete sulla Sua via: Egli non vi restituirà soltanto una quantità equivalente, ma ve ne concederà una molto maggiore.

Le parole sopra citate del Nobile Corano sono davvero degne di profonda riflessione. Il Signore dei cieli e della terra può forse aver bisogno di qualcuno? Può forse esserci bisogno che quel grande e santo Allah prenda in prestito denaro dagli esseri umani? Può forse Allah, il Re dei re e unico padrone di tesori incalcolabili, chiedere agli esseri umani un prestito per le proprie necessità? Mai, è assolutamente impossibile. È per la Sua elargizione che gli esseri viventi e tutte le cose del mondo continuano a vivere; è con il sostentamento da Lui concesso che gli esseri umani vivono. Tutto ciò che possiedono i ricchi e i poveri del mondo è dono Suo. Dal povero indifeso fino al milionario, tutti dipendono dalla Sua benevolenza. Egli, invece, non dipende da nessuno. Non ha affatto bisogno di chiedere prestiti agli esseri umani né di tendere loro la mano per Sé. In realtà, Egli ordina di spendere per il bene degli esseri umani e per le loro necessità. Ed è proprio tale spesa che considera una spesa sulla Sua via, o un prestito. In verità, anche questo è una manifestazione concreta della Sua ulteriore volontà di procurare il bene; è anch’esso una forma della Sua speciale e grande benevolenza. Egli dice: “Voi aiutate finanziariamente le persone bisognose della vostra stessa società: da dove potranno darvi qualcosa in cambio? La ricompensa la darò Io. Tutto ciò che donerete agli orfani, alle vedove, agli indigenti, agli afflitti e ai fratelli viandanti privi di mezzi, registratelo a Mio nome: non dovrete reclamarlo da loro, ma da Me. Io lo ripagherò. Prestate ai vostri fratelli poveri, ma non riscuotete interessi da loro; non mettete loro pressione e non li fate sentire a disagio o in imbarazzo. Se non riescono a estinguere il debito, non mandateli in prigione civile per questo; non sequestrate i loro vestiti e gli arredi della loro casa; non cacciate da casa i loro figli indifesi, lasciandoli senza riparo. Poiché la responsabilità di riscuotere i vostri crediti non è loro, ma Mia. Se riescono a restituire il capitale, riscuoterò Io gli interessi per loro; e se non riescono nemmeno a restituire il capitale, ripagherò Io sia il capitale sia gli interessi. Allo stesso modo, qualunque cosa spendiate per il bene degli esseri umani nelle vostre opere di assistenza sociale, sebbene il beneficio ne ricada su di voi, quel favore sarà considerato fatto a Me: Io ve lo restituirò con il suo profitto, tenendone pienamente il conto.”

Ecco la vera grandezza della benevolenza dell’unico Misericordioso, Allah l’Altissimo, Re dei re: tutto ciò che l’umanità possiede è dono Suo; voi non lo ricevete da nessun altro luogo né da nessun altro. Attingete dai Suoi tesori, ma ciò che date non lo date a Lui: lo date ai vostri parenti, ai vostri congiunti, ai fratelli, agli amici e ai membri della vostra stessa comunità. Oppure lo spendete per opere di assistenza sociale, i cui frutti, alla fine, ricadono anch’essi su di voi. Ma osservate l’infinita generosità di quel grande Donatore: Egli dice riguardo a tutte queste elargizioni che Gli sono state prestate, che sono state spese sulla Sua via, che Gli sono state offerte, e che Egli stesso ve ne darà il risultato. In verità, questo incomparabile culmine della generosità è degno soltanto di Allah l’Altissimo; nessun essere umano potrebbe nemmeno concepirlo.

C’è da chiedersi perché Allah l’Altissimo abbia scelto questo metodo per infondere negli esseri umani la fonte della generosità e della liberalità. Più si riflette su questo tema, più si comprende con chiarezza la pura corrente spirituale insita negli elevati insegnamenti dell’Islam; il cuore esclama a gran voce: «Un insegnamento incomparabile come questo non può provenire da altri che da Allah».

È cosa risaputa che l’essere umano nasce per natura in parte ingiusto e ignorante. La sua visione è estremamente limitata; non si spinge molto lontano. Il suo cuore è assai ristretto e nella sua mente trovano posto ben poche idee grandi ed elevate. L’essere umano è terribilmente egoista, ma nemmeno riguardo a questo egoismo riesce a concepire nella propria mente e nel proprio intelletto una visione ampia e grandiosa. Vuole ottenere ogni cosa immediatamente: خَلَقَ الاِنْسَانَ مِنْ عَجَلٍ ـsi sforza di ottenere quanto più rapidamente possibile il risultato e la conseguenza di ogni azione. Per lui, l’unico risultato e l’unica conseguenza sono quelli che gli si presentano subito davanti e che può vedere con i propri occhi. La sua vista non arriva affatto fino alle conseguenze lontane. Inoltre, non riesce nemmeno a percepire un risultato che si manifesti in forma molto grande e i cui effetti si estendano molto lontano. In realtà, questa è una particolare debolezza naturale dell’essere umano. A causa di tale debolezza, egli non riesce a vedere altro che il proprio interesse. E anche allora la sua attenzione si concentra soltanto sugli interessi di piccola entità e ottenibili molto rapidamente. Dice: “Ciò che ho guadagnato o ricevuto per eredità dai miei padri e dai miei nonni è esclusivamente mio; nessun altro vi ha alcuna parte o diritto. Perciò lo spenderò soltanto per le mie necessità, secondo la mia volontà e per il mio comfort e i miei piaceri. Oppure lo investirò soltanto in quelle attività i cui risultati torneranno immediatamente nelle mie mani. Se spendo del denaro, è assolutamente necessario che in cambio aumentino il mio onore e il mio prestigio, oppure che io ottenga qualche titolo. La gente deve inchinarsi davanti a me e il mio nome deve essere sulla bocca di tutti. Se non ottengo nessuna di queste cose, perché dovrei spendere denaro? Anche se un povero infelice o un orfano indigente dei dintorni morisse di fame, perché dovrei procurargli del cibo? Era dovere di suo padre lasciare qualcosa per il proprio figlio. Se una vedova del mio quartiere trascorre i suoi giorni nella sofferenza, che cosa importa a me? Avrebbe dovuto pensarci suo marito. Se un viaggiatore si ritrova senza mezzi, quale rapporto posso avere con lui? È stato uno sciocco a uscire di casa senza provvedere al viaggio. Se un’altra persona cade in difficoltà, quale obbligo posso avere nei suoi confronti? Allah l’Altissimo ha dato anche a lei mani e piedi, come a me. È suo dovere guadagnare quanto le occorre. Perché dovrei aiutarla? E se proprio dovessi darle del denaro, glielo darei solo come prestito e riscuoterei certamente, oltre al capitale, anche gli interessi. Dopotutto, quel denaro non è stato guadagnato senza fatica. Se fosse rimasto presso di me, avrei potuto impiegarlo in tante cose: avrei potuto costruire edifici, comprare un’automobile oppure investirlo in qualche altra attività redditizia. Se lui può trarre un vantaggio dal mio denaro, perché io non dovrei ricavare qualcosa dal mio denaro? Perché non dovrei riscuotere la mia parte?”

A causa di una simile mentalità egoistica, innanzitutto l’uomo si trasforma in un demone della ricchezza. Se spenderà il denaro, lo farà soltanto per il proprio interesse personale. Non spenderà neppure un centesimo in qualcosa in cui non ravvisi un proprio vantaggio. Anche se aiuterà un povero, in realtà quell’aiuto non gli sarà di alcun beneficio; al contrario, lo sfrutterà ancora di più e gli farà restituire molto più di quanto gli avrà dato. Se farà una donazione a un indigente, gli farà pesare la propria benevolenza fino a umiliarlo, e lo offenderà e mortificherà a tal punto da non lasciargli neppure un briciolo di dignità. Se parteciperà a un’opera di interesse nazionale, una persona di questo genere guarderà anzitutto al proprio interesse. Non sarà disposta a dare neppure un centesimo per un’opera dalla quale non potrà ricavare alcun vantaggio personale.

Avete mai riflettuto su quanto siano terribili le conseguenze di una simile mentalità? Senza dubbio, essa non ridurrà in frantumi soltanto l’intera vita sociale, ma alla fine renderà estremamente drammatica anche la condizione di quella stessa persona. Tuttavia, poiché la loro prospettiva è estremamente ristretta ed essi sono profondamente ignoranti, sperano perfino di trarne un vantaggio personale. Quando una simile mentalità priva di altruismo si afferma nell’uomo, l’intera ricchezza nazionale si concentra nelle mani di un numero molto esiguo di persone, mentre innumerevoli individui sono costretti a diventare completamente impotenti e privi di mezzi. Il ricco, forte del proprio denaro, sfrutta una quantità sempre maggiore di ricchezza, mentre la vita dei poveri peggiora progressivamente. Nella società in cui la povertà diventa un fenomeno comune, la salute e la coesione sociale vengono distrutte; diverse malattie incurabili attaccano il corpo della società, che di conseguenza perde la capacità di lavorare e di produrre. L’ignoranza e l’analfabetismo aumentano, mentre la salute morale crolla. Per soddisfare i propri bisogni, le persone sono costrette a diventare inclini al crimine e alla fine non esitano neppure a dedicarsi al saccheggio. Nella società si crea un disordine generalizzato: i ricchi cominciano a essere uccisi per mano dei poveri, le loro case vengono saccheggiate e incendiate, ed essi sono costretti a perire completamente.

Secondo il punto di vista degli scienziati sociali, il benessere personale di ogni individuo è intimamente legato al più ampio benessere della società. Se il denaro che una persona possiede viene speso per aiutare un altro fratello, quel denaro, circolando, ritornerà nelle sue mani portando un beneficio senza precedenti. Al contrario, se, dominata da una visione meschina, essa lo conserva presso di sé o lo spende per fini legati al proprio interesse personale, alla fine quel denaro andrà perduto. Si può fare questo esempio: se allevate un bambino orfano e, fornendogli un’adeguata istruzione e formazione, lo rendete capace di guadagnarsi da vivere, la ricchezza sociale aumenterà. Anche voi potrete trarne beneficio, perché siete anch’io parte di quella società. Può darsi che non siate mai riusciti a calcolare il denaro che avete guadagnato grazie alle particolari capacità di quell’orfano. Ma se, fin dall’inizio, vi rifiutate di allevarlo e di istruirlo, dicendo: «Perché dovrei aiutarlo? Suo padre avrebbe dovuto lasciargli qualche mezzo», allora egli vagherà smarrito, andrà alla deriva senza meta, diventerà incapace e non acquisirà alcuna capacità che possa accrescere la ricchezza sociale. Al contrario, diventando incline al crimine, un giorno sarà pronto persino a introdursi nella vostra stessa casa per derubarvi. Ciò significa che, trasformando un membro della società in una persona incapace e incline al crimine, arrecherete danno non soltanto a lui, ma anche a voi stessi. Se, partendo da questo unico esempio, allarghiamo lo sguardo, vedremo chiaramente che chi spende altruisticamente il proprio denaro per il più ampio benessere sociale, esteriormente lo fa uscire dalla propria tasca; ma, una volta entrato nella società, esso continua ad aumentare e a moltiplicarsi, finché alla fine ritorna nella sua tasca sotto forma di innumerevoli benefici e vantaggi. Quanto a colui che, esteriormente, conserva il proprio denaro nella propria cassa o lo fa crescere ulteriormente con gli interessi, in realtà, a causa della propria stoltezza, distrugge il proprio patrimonio e prepara la propria rovina.

È proprio questa verità che Allah l’Altissimo ha enunciato nel seguente versetto:

يَمۡحَقُ ٱللَّهُ ٱلرِّبَوٰاْ وَيُرۡبِى ٱلصَّدَقَـٰتِ‌ۗ ـ البقرة : (٢٧٦)

«Allah annienta l’usura e fa crescere continuamente l’elemosina.»

وَمَا اتَيْتُمْ مِّنْ رٍّبًا لِّيَرۡبُوَاْ فِىٓ أَمۡوَٲلِ ٱلنَّاسِ فَلَا يَرۡبُواْ عِندَ ٱللَّهِ‌ وَمَآ ءَاتَيۡتُم مِّن  زَكوْةٍ تُرِيْدُوْنَ وَجْهَ اللهِ فَاُوْلئِكَ هُمُ الْمُضْعِفُوْنَ ـ الروم : ٣٩

«Quanto all’usura che date affinché aumenti i beni degli uomini, essa presso Allah non aumenta affatto i beni; invece ciò che date come zakāt, desiderando soltanto il compiacimento di Allah, sarà certamente moltiplicato.» — Sūra ar-Rūm, 39

Tuttavia, la ristrettezza di vedute e l’estrema ignoranza dell’uomo sono diventate un enorme ostacolo alla comprensione di questa profonda verità e all’agire di conseguenza. Costoro sono schiavi dei sensi. Il denaro che hanno in tasca possono percepirlo e comprendere che certamente esiste. Sono altresì certi della crescita progressiva della somma di denaro che aumenta nei loro registri contabili; ma non riescono affatto a comprendere né a vedere che il denaro che esce dalle loro mani cresce e può ritornare nelle loro mani. Comprendono soltanto che una certa somma di denaro è uscita dalle loro mani e che è perduta per sempre.

L’uomo non è riuscito finora a spezzare questo vincolo dell’ignoranza con la propria intelligenza o i propri sforzi. Questa è la situazione del mondo intero. Da un lato, nel mondo dei capitalisti tutte le attività si fondano sul sistema dell’interesse e, nonostante l’abbondanza di ricchezze, in quei Paesi aumentano progressivamente sofferenza, povertà, bisogno e privazioni. Dall’altro lato, un altro gruppo, loro oppositore, è diventato sempre più potente. Nel loro cuore arde furiosamente il fuoco dell’odio. Sono determinati non solo a saccheggiare i tesori dei capitalisti, ma anche a ridurre in polvere l’intero edificio della civiltà e della cultura umane.

L’uomo non è riuscito a risolvere questo problema. A risolverlo in modo adeguato è stato il Creatore dell’uomo, l’Onnipotente e Magnifico Allah Ta‘ala. Il Libro che Egli ha rivelato, contenente la soluzione adeguata a tutti gli altri problemi dell’uomo, si chiama Corano Majid. Per risolvere questo problema, l’uomo deve credere in Allah e nell’Aldilà. L’uomo deve credere in Allah e nell’Aldilà. Se l’uomo riesce a credere in Allah e apprende senza alcun dubbio che il vero Proprietario di tutti i tesori dei cieli e della terra è Allah Ta‘ala, che l’amministrazione di tutte le azioni dell’uomo dipende interamente da Allah e che presso di Lui è presente il conto di ogni atomo, e che nell’Aldilà la ricompensa o la punizione per le opere buone o cattive dell’uomo avverrà esattamente di conseguenza, allora per lui diventa molto facile, confidando in Allah anziché fare affidamento sulla propria rozza visione, spendere e impiegare i propri beni secondo le prescrizioni di Allah e affidare a Lui il profitto e la perdita. Qualunque cosa spenderà con una fede simile, la spenderà esclusivamente per Allah. Anche il relativo conto sarà debitamente registrato presso l’ufficio di Allah. Sebbene nessuno al mondo venga a sapere di questa sua spesa, Allah Ta‘ala ne è pienamente informato. E anche se la gente del mondo non riconoscerà la sua gratitudine, poiché Allah stesso ha promesso di ricompensarlo, non vi è il minimo dubbio che tale promessa sarà mantenuta, sia nell’Aldilà, sia in questo mondo e nell’Aldilà insieme.

Istruzione generale riguardo alla spesa sulla via di Allah

Allah Ta‘ala ha stabilito nella Legge islamica che dapprima impartisce un ordine generale riguardo alle opere buone e meritorie, affinché l’uomo possa adottare generalmente nella propria vita modalità buone e benefiche. In seguito viene indicato un metodo particolare per compiere perfettamente quella buona azione. È dovere di tutti osservare adeguatamente tale metodo specifico. Si può citare come esempio il ricordo di Allah: è un’opera estremamente buona, anzi la migliore in assoluto. Non solo: in realtà esso è la fonte originaria di tutte le opere buone. Perciò Egli ha ordinato di ricordare Allah in ogni momento e in ogni condizione e di non dimenticarLo neppure per un istante:

فَاذْكُرُوْا اللهَ قِيْمًا وَّقُعُوْدُا وَّعَلى جُنُوْبِكُمْ ـ النساء : ١٠٣

«Ricordate Allah in piedi, seduti e sdraiati (in ogni momento e in ogni condizione).» Sura An-Nisa’: 103

وَاَذْكُرُوْا اللهَ كَثِيْرَ لَّعَلَّكُمْ تُفْلِحُوْنَ ـ الانفال : ٤٥

«Ricordatelo molto spesso, perché è auspicabile che proprio in questo consista il vostro bene» – Sura al-Anfal: 45

اِنِّ فِىْ خَلْقِ السَّموتِ وَالاَرْضِ وَاَخْتِلاَفِ الَّيْلِ وَالنَّهَارِ لاَيْتٍ لاَوْلِىْ الاَلْبَابِ ـ الَّذِيْنَ يَذْكُرُوْنَ اللهَ قِيْمَامًا وَّقُعُوْادًا وَّعَلى جُنُوْبِهِمْ وَيَتَفَكَّرُوْنَ فِىْ خَلْقِ السَّموتِ وَالاْرْضِ رَبُّنَا مَا خَلَقْتَ هَذَا بَاطِلاً ـ

«Nella creazione dei cieli e della terra e nell’alternarsi della notte e del giorno vi sono numerosi segni (dell’esistenza di Allah), per le persone dotate di intelletto: coloro che ricordano Allah in piedi, seduti e sdraiati, riflettono sulla creazione dei cieli e della terra e sui misteri della loro struttura e, dopo aver meditato profondamente e compreso la grandezza di ogni cosa, esclamano: “O Allah! Tu non hai creato nulla di tutto ciò invano”» – Sura Al ‘Imran: 190-191

وَلاَ تَطِعْ مَنْ اَغْفَلْنَا قَلْبَه عَنْ ذِكْرِنَا وَاتَّبَعَ هَوَٮٰهُ وَكَانَ اَمْرَهُ فُرُطًا ـ الكهاف : ٢٨

«Non obbedite né seguite coloro nei cui cuori non vi è il ricordo di Allah, che seguono i propri desideri e oltrepassano i limiti stabiliti per ogni cosa» – (Sura al-Kahf: 28)

In questi versetti e in molti altri versetti, numerosi e ancora più numerosi, è stato impartito chiaramente questo ordine: o uomini, ricordate Allah in ogni momento e in ogni circostanza. Infatti, è proprio il ricordo di Allah a rendere ordinate e belle tutte le azioni dell’uomo. Ogni volta che l’uomo Lo dimenticherà, qualunque cosa stia facendo, sarà lì che i desideri (le brame del nafs) e gli inganni di Satana lo sconfiggeranno. Come inevitabile conseguenza, l’uomo si allontanerà dalla retta via e comincerà a oltrepassare i limiti nel modo di condurre la propria vita.

Questo era un ordine generale di ricordare Allah. In seguito è stato stabilito un modo specifico per ricordare Allah. Per questo è stato reso obbligatorio pregare cinque volte al giorno e alla notte, recitando ogni volta alcune rak‘at. Ciascuna di queste preghiere non dura più di cinque-sette minuti. Rendere obbligatorio ricordare Allah in questo modo, cinque minuti ora e cinque minuti più tardi, significa che il musulmano deve almeno dedicarsi completamente al ricordo di Allah per questo breve periodo. Dopodiché continuerà a svolgere le proprie attività, continuando anche in quello stato a ricordare Allah.

Nel caso della zakat nell’Islam avviene esattamente lo stesso. Anche qui vi è un ordine specifico e un ordine generale. Da un lato è stato detto con parole chiare di tenersi lontani dall’avarizia e dalla ristrettezza d’animo, perché questa è la radice di ogni male e l’origine di ogni calamità. Assumete nella vostra vita morale il colore di Allah, perché Egli riversa incessantemente, in ogni momento, la Sua infinita grazia e misericordia sull’intero creato, sebbene nessuno abbia nei Suoi confronti alcun diritto o pretesa particolare. È stato inoltre detto: continuate a spendere sulla via di Allah quanto e tutto ciò che potete; dopo aver soddisfatto le vostre necessità, conservate ciò che riuscite a mettere da parte e donate quanto potete per soddisfare le necessità degli altri servi bisognosi di Allah. Non esitate neppure per un istante a impegnarvi con la vita e i beni al servizio della religione e per stabilire la parola di Allah. Se ami Allah, sacrifica per Lui l’amore per le ricchezze e i beni.

Questo è l’ordine generale riguardo al donare ricchezze sulla via di Allah. Ma insieme a ciò vi è anche questa istruzione particolare: se presso di voi si accumula una certa quantità di ricchezza, dovrete necessariamente spenderne almeno una parte determinata sulla via di Allah. Se nei vostri campi si produce una certa quantità di raccolto, dovrete necessariamente donarne una parte determinata sulla via di Allah. Il fatto che siano state rese obbligatorie soltanto alcune rakʿāt di preghiera non significa che, compiendo soltanto quelle rakʿāt, si sia adempiuto al dovere di ricordare Allah e che quindi si possa dimenticarLo in tutti gli altri momenti. Allo stesso modo, il fatto che sia stato reso obbligatorio donare una determinata quantità di ricchezza sulla via di Allah non significa che soltanto coloro che possiedono tale quantità siano obbligati a spendere sulla via di Allah, mentre coloro che possiedono meno possano tenere i pugni ben chiusi. Non significa neppure che i ricchi, dopo aver speso sulla via di Allah soltanto la quantità di zakat loro resa obbligatoria, siano ormai liberi da ogni altro dovere e che, quando si presenti una persona bisognosa, possano scacciarla; o che, quando venga richiesto di contribuire a una grande opera dell’Islam, possano dire: “A me era stata resa obbligatoria soltanto la zakat e l’ho pagata. Perciò ora non potete più aspettarvi nulla da me”. In realtà, rendere obbligatoria la zakat non significa affatto questo. Il vero significato dell’obbligo della zakat è che ogni persona ricca è tenuta necessariamente a spendere sulla via di Allah almeno questa quantità determinata di ricchezza. E se ha la possibilità di spendere di più, deve necessariamente farlo.

Qui viene esposto e analizzato l’ordine generale riguardo alla spesa di ricchezza sulla via di Allah:

Il Nobile Corano, insieme all’ordine di compiere un’azione, ne chiarisce anche la motivazione intrinseca. Questa è una delle principali caratteristiche del Nobile Corano. Grazie a ciò, l’uomo può comprendere correttamente l’obiettivo fondamentale e la ragione dei comandi di Allah.

Il versetto che si incontra all’inizio del Nobile Corano è questo:

ذَلِكَ الْكِتبُ لاَرَيْبَ فِيْه هُدًى لِّلْمُتَّقِيْنَ ـ الَّذِيْنَ يُؤْمِنُوْنَ بِالْغَيْبِ وَيُقِيْمُوْنَ الصَّلوةَ وَمِمَّا رَزَقْنهُمْ يُنْفِقُوْنَ ـ البقرة : ٢-٣

“Questo Corano è il Libro di Allah, nel quale non vi è alcun dubbio. Esso indica la retta via ai sinceri timorati di Allah, i quali credono nell’invisibile, istituiscono la preghiera e spendono sulla Mia via ciò che abbiamo loro concesso come sostentamento”. — Sura al-Baqara: 2-3

In questo versetto viene enunciato un principio fondamentale. Per camminare sulla retta via nella vita terrena sono indispensabili tre cose. Primo: l’īmān bil-ghayb, cioè credere nell’invisibile; secondo: istituire la preghiera; terzo: spendere sulla via di Allah una parte del sostentamento che Allah l’Altissimo ha concesso. Altrove è stato detto:

لَنْ تَنَالُوْا الْبِرَّ حَتّى تُنْفِقُوْنَ مِمَّا تَحِبُّوْنَ ـ ال عمران : ٩٢

“Non potrete mai raggiungere l’alto grado della virtù finché non spenderete generosamente per la causa di Allah ciò che amate.”

È stato inoltre detto:

اَلْشَّيْطنُ يَعِدُكُمْ الْفَقْرَ وَيَامُرُكُمْ بِالْفَحْشَآَءِ ـ البقرة : ٢٦٨

“Quando spendete denaro, Satana vi fa temere di diventare poveri e vi spinge verso azioni vergognose, cioè l’avarizia.”

In seguito è stato detto:

وَاَنْفِقُوْا فِىْ سَبِيْلِ اللهِ وَلاَ تُلْقُوْا بِاَيْدِيْكُمْ اِلَى التَّهْلُكَةِ ـ ١٩٥

“Spendete per la causa di Allah e non gettate voi stessi nella perdizione con le vostre mani (non spendere per la causa di Allah significa gettare se stessi nella perdizione).” — Sura al-Baqara: 195

Infine è stato detto:

وَمَنْ يُّوْقَ شُحَّ نَفْسِه فَاُوْلَئْكَ هُمُ الْمُفْلِحُوْنَ ـ الحشر : ٩

«Solo coloro che riusciranno a salvarsi dalla grettezza dell’animo conseguiranno la suprema prosperità.» — Sura al-Hashr: 9

Dai versetti sopra menzionati si può comprendere chiaramente che, nella vita terrena, esistono soltanto due vie per l’essere umano. Una è la via di Allah, il cui esito è la felicità e la pace eterne, nonché la suprema prosperità. È naturale che, su questa via, il cuore dell’uomo rimanga generoso e aperto. Dalla parte del sostentamento che Allah gli ha concesso, in misura maggiore o minore, egli soddisferà tutte le proprie necessità, aiuterà quanto più possibile gli altri fratelli e spenderà anche per elevare la Parola di Allah, cioè per far prevalere la religione islamica di Allah. L’altra è la via di Satana. Su questa via, esteriormente, l’uomo può vedere molta gioia e felicità; in realtà, però, non vi è altro che rovina e disastro. Su questa via egli cerca naturalmente di accumulare ricchezza sfruttando e tesaurizzando i beni, e non esita a consacrare cuore e anima al denaro. Né si dispone facilmente a spenderlo. E se mai spende qualcosa, lo fa soltanto per soddisfare le proprie necessità e i desideri del proprio animo.

Qui vengono esposte in successione le regole e le modalità prescritte ai viandanti della via di Allah per spendere i propri beni sulla via di Allah:

Primo: la cosa più importante è spendere esclusivamente per ottenere il compiacimento di Allah; non si deve spendere per mostrare benevolenza verso qualcuno né per conseguire fama e notorietà nel mondo.

وَمَا تُنْفِقُوْنَ اِلاَّ اِبْتِغَاءَ وَجْهِ اللهِ ـ البقرة : ٢٧٢

«Qualunque cosa spendiate, il vostro unico obiettivo deve essere ottenere il compiacimento di Allah.»

يَآ يُّهَا الَّذِيْنَ امَنُوْا لاَتُبْطِلُوْا صَدَقتِكُمْ بِالْمَنِّ وَاَلاَذى كَالَّذِيْ يُنْفِقُ مَالَهُ وِئَآءَ النَّاسِ وَلاَيُؤْمِنُ بِاللهِ وَالْيُوْمِ الاخِرِ فَمَثَلُه’ كَمَثَلِ صَفْوَانٍ عَلَيْهِ تُرَابٌ فَاصَابَه وَابِلٌ فَتَرَكَاهُ صَلْدًا البقرة : ٢٦٤

«O voi che credete! Non rendete vane le vostre elemosine rinfacciando il favore e causando sofferenza, come colui che spende soltanto per farsi vedere dagli altri e non crede in Allah né nell’Aldilà. La sua elemosina è come quella di chi pone della terra su una roccia; se poi su di essa cade una pioggia torrenziale, tutta la terra viene lavata via, lasciando la roccia completamente liscia e priva di terra.» — Sura al-Baqara: 264

Due: quando fai una donazione a qualcuno, non devi rinfacciargli il favore né compiere alcun gesto che possa causargli anche la minima sofferenza interiore:

اَلَّذِيْنَ يُنْفِقُوْنَ اَمْوَالَهُمْ فِىْ سَبِيْلِ اللهِ ثُمَّ لاَيُتْبِعُوْنَ مَآاَنْفَقُوْا مَنَّا وَّلاَ اَذّى لَّهُمْ اَجْرَهُمْ عِنْدَ رَبَّهِمْ وَلاَ خَوْفٌ عَلَيْهِمْ وَلاَهُمْ يَحْزَنُوْنَ ـ قَوْلٌ مَعْرُوْفٌ وَّمَغْفِرَةٌ خَيْرٌ مِنْ صَدَقَةَ يَّتْبَعُهَآ اّذّى : البقرة : ١٦٢-١٦٣

«Coloro che spendono per la causa di Allah e, dopo aver speso, non rinfacciano il favore e non causano sofferenza ad alcuno avranno presso Allah una grande ricompensa e non avranno nulla da temere né da rimpiangere. Ma è meglio, invece delle elemosine accompagnate da sofferenza, congedare con gentilezza chi chiede, dicendo: “Fratello, perdonami”.» — Sura al-Baqara: 262-263

Tre: per la causa di Allah si dovrebbero sempre donare cose buone. Non si devono scegliere appositamente soltanto quelle cattive. Coloro che cercano abiti strappati da dare ai poveri e offrono cibo di qualità inferiore per nutrire un indigente riceveranno da Allah un risultato altrettanto cattivo:

يَآيُّهَا الَّذِيْنَ امَنُوْا مِنْ طَيِّبَةُ مِنْ طَيّبِتِ مَاكَسَبَتُمْ وَمِمَّآ اَخْرَجْنَا لَكُمْ مِّنْ الاَرْضِ وَلاَ تَيْمَّمُوْا الْخَبِيْثَ مِنْهُ تُنْفِقُوْنَ ـ البقرة : ١٦٧

«O voi che credete! Spendete per la causa di Allah le cose migliori tra quelle che avete guadagnato e tra quelle che abbiamo fatto uscire e prodotto per voi dalla terra; non andate in cerca delle cose peggiori per spenderle sulla via di Allah.» — Sura al-Baqara: 267

Quattro: per quanto possibile, si deve spendere per la causa di Allah in segreto, senza lasciare il minimo spazio al desiderio di mostrarsi agli altri. Sebbene non vi sia nulla di male nello spendere pubblicamente, è comunque meglio farlo in segreto.

اِنْ تُبْدُوْا الصَّدَقتِ فَنْعِمًا هِىَ وَاِنْ تُخْفُوْنَ وَتُؤْتُوْهَا الْفُقَرَاءَ فُهُمْ خَيْرَ لَّكُمْ وَيُكَفِّرُ عَنْكُمْ مِنْ سَيَّاتِكُمْ ـ البقرة: ١٧١

“Se fate la spesa pubblicamente, ciò è bene; ma se fate elemosina ai poveri in segreto, è molto meglio per voi, e con ciò vi saranno perdonati alcuni dei vostri peccati.” — Sura al-Baqara: 271

Cinque: non si devono mai affidare beni eccedenti i loro bisogni agli stolti e agli ignoranti. Infatti, è possibile che, ricevendo molto denaro, si smarriscano e che i beni vadano sprecati nelle loro mani. È volontà di Allah provvedere cibo e vestiario a tutti gli esseri umani, per quanto grandi peccatori e ribelli ad Allah possano essere. Tuttavia, non si può dare a nessuno neppure un centesimo per bere alcolici, consumare ganja o oppio e giocare d’azzardo.

وَلاَ تُؤْتُوْا السُّفَهَآَءَ اَمْوَالَكُمْ الَّتِىْ جَعَلَ اللهُ لَكُمْ قِيْمًا وَّارزٌقُوْهُمْ فِيْهَا وَاكْسُوْهُمْ ـ النساء : ٥

“Allah l’Altissimo ha fatto dei vostri beni un mezzo per vivere; pertanto, non lasciateli mai nelle mani degli ignoranti e degli stolti. Tuttavia, dovete certamente provvedere con essi al loro sostentamento e al loro vestiario.”

Se si concede un prestito a qualcuno per soddisfare una sua necessità, non molestatelo sollecitandolo ripetutamente. Bisogna concedergli tempo sufficiente per restituirlo. Se si sa con certezza che egli è incapace di restituirlo e il creditore ha la possibilità di perdonargli il debito, è preferibile condonarglielo:

وَاِنْ كَانَ ذُوْ عَسْرَةً فَنَظِرَةٌ اِلى مَيْسَرَةٍ وَاَنْ تَصَدَّقُوْا خَيْرَ لٌكُمْ اِنْ كُنْتُمْ تَعْلَمُوْنَ ـ البقرة : ٢٨٠

“Se il debitore si trova in difficoltà finanziarie, gli si deve concedere tempo fino a quando non sarà divenuto solvibile. Ma perdonargli il debito è ancora meglio, se comprendete il vantaggio di ciò.” — Sura al-Baqara: 280

Sette: anche il dare ai poveri ha un limite. Tale limite non può mai essere oltrepassato. Allah l’Altissimo non ha ordinato di privare sé stessi e i propri figli per dare agli altri; né questo è il Suo intento. La volontà di Allah è che si debba spendere tutto ciò che è necessario per vivere in modo semplice e ordinario, e poi si spenda sulla via di Allah ciò che rimane in eccedenza:

وَيَسْئَلُوْنَكَ مَاذَا يُنْفِقُوْنَ قُلِ الْعَفْوَ ـ البقرة : ٢١٩

«Chiedono: “Che cosa dobbiamo spendere?”. Di’: “Spendete ciò che eccede il necessario”». Sura al-Baqara: 219

وَاَلَّذِيْنَ اِذَا اَنْفَقُوْآ لَمْ يُسْرِفُوْا وَلَمْ يُقتُرُوْا وَكَانَ بَيْنَ ذَلِكَ قَوَامًا ـ الفرقان : ٦٧

«I servi devoti di Allah sono coloro che spendono, ma non sprecano inutilmente e non sono neppure eccessivamente avari. Al contrario, fanno della via intermedia fra questi due estremi il loro modello». Sura al-Furqan: 67

وَلاَ تَجْعَلْ يَدَكَ مَغْلُوْلَةً اِلى عُنُقِكَ وَلاَ تَبْسُطْهَا كُلَّ الْبَسْطِ فَتَقْعُدَ مَلُوْمًا مَّحْسُوْرًا ـ بنى اسرايل: 29

«Non tenete la mano del dono serrata, legandola completamente al collo, né tendetela del tutto, perché allora resterete pentiti e biasimati dalla gente». Sura Bani Isra’il: 29

Otto: chi è il destinatario idoneo di questa donazione? È necessario infine conoscere anche questo. Allah l’Altissimo ha presentato nel Suo Sacro Libro un elenco completo. Esaminando tale elenco si può comprendere chiaramente chi può ricevere il vostro aiuto e a chi, tra le persone, è stato assegnato da parte di Allah un diritto sui vostri guadagni.

وَاتِ ذَا الْقُرْبى حَقَّهُ وَالْمِسْكِيْنَ وَابْنَ السَّبِيْلِ ـ بنى اسرائيل : ٢٦

“Dai ai parenti poveri ciò che spetta loro, e anche all’indigente e al povero viandante.” – Sura Banī Isrāʾīl: 26

وَاتِ الْماَلَ عَلى جُيَِه ذَوِى الْقُرْبى وَالْيَتَمى وَالْمَسْكِيْنَ وَابْنَ السَّبِيْلِ وَالسًَّآئِلِيْنَ وَفِىْ الرِّقَابِ ـ البقرة : ١٧٧

“Sono cari ad Allah coloro che, per ottenere il Suo compiacimento, donano denaro ai parenti prossimi, agli orfani, agli indigenti, ai viandanti e ai bisognosi, e per provvedere alla liberazione degli schiavi e dei prigionieri.” – Sura al-Baqara: 177

وَّبِالْوَالِدَيْنِ اَحْسَانًا وَّبِذِى القُرْبى وَالْيَتمى وَالْمَسكِيْنَ وَالْجَارِذِى الْقُرْبِى وَالْجَارِ الْجُنُبِ وَالصَّاحِبِ بِالْجَنْبِ وَابْنِ السَّبِيْلِ وَمَا مَلَكَتْ اَيْمَانُكُمْ ـ النساء : ٣٦

“Tratta bene i tuoi genitori, i parenti prossimi, gli orfani, gli indigenti, i vicini parenti e i vicini non parenti, il compagno al tuo fianco, il viandante e i tuoi schiavi e le tue schiave.” Sura an-Nisāʾ: 36

وَيُطْعِمُوْنَ الطّعَامَ عَلى حُبِّه مِسْكِيْنًا وَّيَتِيْمًا اِنَّمَا نُطْعِمُكُمْ لِوَجْه الله لاَنُرِيْدُ مِنْكُمْ جَزَآءً وَّلاَ شُكُوْرًا ـ اِنَّا نَخَافُ مِنْ رَّبِّنَا يُوْمًا عَبُوْسًا قَمْطَرِيْرًا ـ الدهر : ٨ – ١٠

“I virtuosi servi di Allah danno da mangiare agli orfani, agli indigenti e ai prigionieri, per ottenere il compiacimento e l’amore di Allah. Essi dicono: ‘Vi nutriamo soltanto per Allah. Non chiediamo da voi alcuna ricompensa né gratitudine. Temiamo soltanto Allah per quel Giorno in cui la grave calamità farà inaridire i volti delle persone e corrugare le fronti.’” – Sura ad-Dahr: 8-10

وَفِىْ اَمْوَالِهِمْ حَقٌ لِّلْسَّآئِلِ وَالْمَحْرُوْمِ ـ الذّريت : ١٩

«E nei loro beni vi è un diritto per chi chiede e per chi è privo di mezzi.»

لِلْفُقَرَآءِ الَّذِيْنَ اُحْصِرُوْا فِىْ سَبِيْلِ اللهِ لاَيَسْتَطِيْعُوْنَ ضَرْبًا فِىْ الاَرْضِ يَحْسَبُهُمُ الْجَاهِلُ اَغْنِيَآءَ مِنَ التَّعَفُّفْ تَعْرِفُهُمْ بِسْيْمهُمْ لاَيَسْئَلُوْنَ النَّاسَ اِلْحَافًأ وَمَا تُنْفِقُوْا مِنْ خِيْرِ فَاِنَّ اللهَ بِه عَلِيْمٌ ـ

«L’elemosina spetta ai poveri che sono interamente impegnati nella causa di Allah e non possono dedicarsi ad alcun lavoro per procurarsi i mezzi di sostentamento. A causa della loro dignità, gli ignoranti li credono ricchi. Tuttavia, voi potete riconoscere dalle loro condizioni e dal loro aspetto quanto soffrano. Dovreste essere voi stessi ad andare avanti e fare loro l’elemosina, poiché non sono persone che chiedono aiuto aggrappandosi alla gente. Qualunque cosa donerete loro in segreto, Allah la conoscerà certamente e certamente ve ne ricompenserà.» Sura al-Baqara: 273

Regole per il pagamento della zakat

Nel precedente articolo è stata esposta la disposizione generale relativa alla spesa nella causa di Allah. Ora saranno esposte dettagliatamente tutte le disposizioni riguardanti la zakat.

Nel Nobile Corano, Allah l’Altissimo ha stabilito in tre passi disposizioni diverse riguardo alla zakat. Nella sura al-Baqara è detto:

اِنْفِقُوْا مِنْ طَيِّبتِ مَاكَسَبْتُمْ وَمِمَّا اَخْرَجْنَا لَكُمْ مِنَ الارْضِ ـ

«Spend in the way of Allah from the pure wealth you have earned yourselves and from the crops that I have bestowed upon you from the earth.» — Sura al-Baqara: 267.

Anche nella Sura al-Anʿām, a questo proposito, è detto che sono Io ad aver creato per voi giardini e campi sulla terra. Pertanto: 141

كَلُوْ مِنْ ثَمَرِه اَثْمَرَ وَاتُوْا حَقَّه يَوْمَ حَصَادِه ـ الانعَام ـ ١٤١

«Quando nei giardini e nei campi maturano i frutti o i raccolti, traetene il vostro nutrimento e, nel giorno della raccolta dei frutti o dei raccolti, versate ciò che spetta ad Allah.» — Sura al-Anʿām: 141

Entrambi questi versetti parlano della zakat sui raccolti della terra. Secondo i giuristi hanafiti, Allah ha un diritto su tutti i tipi di cereali, ortaggi e frutti, eccetto i prodotti naturali — legno, erba, bambù e simili — e tale diritto deve essere assolutamente versato. Negli hadith è detto con chiarezza che, sui raccolti prodotti dall’acqua della pioggia, dei fiumi e del mare, spetta ad Allah un decimo del raccolto complessivo; mentre per i terreni che l’uomo ha dovuto irrigare artificialmente, la quota di Allah è stata stabilita in un ventesimo del raccolto complessivo. Entrambe queste quote devono essere versate obbligatoriamente subito dopo la raccolta del prodotto.

In seguito, nella Sura al-Tawba, è detto:

وَالَّذِيْنَ يَكْنِزُوْنَ الْذِّهَبَ وَالْفِصَّةَ وَلاَ يُنْفِقُوْنَهَا فِىْ سَبِيْلِ اللهِ فَبَشِّرْهُمْ بِعَذَابٍ اَلَيْمٍ ـ يَّوْمَ يَحْمى عَلَيْهَا فِىْ نَارِ جَهَنَّمَ فَتُكْوْى بِهَا جِبَاهُهُمْ وَجُنُوْبُهُمْ وَظُهُوْرُهُمْ هَذّا مَاكَنَزْتُمْ لاَنْفُسِكُمْ فَذُوْقُوْا مَا كُنْتُمْ تَكْنِزُوْنَ ـ التوبة : ٣٤-٣٥

«Annuncia una dolorosa punizione a coloro che accumulano oro e argento e non spendono affatto di essi sulla via di Allah. Informali del castigo di quel Giorno in cui l’oro e l’argento saranno arroventati nel fuoco e con essi saranno marchiate la loro fronte, i loro fianchi e la loro schiena. E sarà detto loro: “Questo è ciò che avete accumulato per voi stessi. Gustate dunque ciò che accumulavate.”» — Sura al-Tawba: 34-35

Poi è stato detto:

اِنًَّمَا الصَّدَقتُ لِلْفُقََرَآءِ وَالْمَسْكِيْنَ وَالْعمِلِيْنَ عَلَيْهَا وَالْمُؤْلَّفَةِ قُلُوْبُهُمْ وَفِىْ الرَّقَابِ وَالْغَارِمِيْنَ وَفِىْ سَبِيْلِ اللهِ وَاَبْنِ السَّبيْلِ فَرِيْضضةٌ مِّنْ اللهِ ـ التوبة : ٦٠

“La zakat è un obbligo prescritto da Allah. Deve essere destinata ai poveri, ai bisognosi e agli incaricati di riscuotere la zakat; deve inoltre essere spesa per conquistare i cuori delle persone di altre religioni, per liberare coloro che sono prigionieri delle catene della schiavitù, per saldare i debiti dei debitori, per le opere universali stabilite da Allah e anche per aiutare i viandanti privi di mezzi.” — Sura at-Tawba: 60

In seguito Allah ha detto:

خَذُ مِنْ اَمْوَالِهِمْ صَدَقَةً تَطَهِّرُهُمْ وَتُزْكِّهِمْ : التورة : ١٠٣

“Preleva la zakat dai loro beni e rendili puri e purificati.” Sura at-Tawba: 103

Dai tre versetti citati si comprende che i beni accumulati e accresciuti in quantità, se non vengono spesi sulla via di Allah, diventano impuri; l’unico modo per purificarli consiste nel distribuire tra le persone meritevoli la parte spettante ad Allah. È riportato negli hadith che, quando giunse la notizia di questo castigo riguardante coloro che accumulavano oro e argento, la gente musulmana fu presa da grande paura e sgomento. Infatti, sulla base di questo versetto, pensavano che fosse illecito conservare anche un solo centesimo e che si dovesse spendere tutto. Alla fine Hazrat Umar Faruq (ra) si recò al cospetto del nobile Profeta, pace e benedizioni su di lui, e gli riferì l’angoscia dei musulmani. Hazrat Rasul (sallallahu alayhi wa sallam) rispose: “Allah ha reso la zakat obbligatoria per voi proprio affinché, dopo averla versata, il patrimonio rimanente diventi puro e halal per voi.” Anche da Hazrat Abu Sa’id Khudri (ra) è stato tramandato un hadith simile. Il nobile Messaggero (sallallahu alayhi wa sallam) ha detto: quando hai versato la zakat sui tuoi beni, hai adempiuto a ciò che era obbligatorio per te (wajib).

Dal versetto citato si può conoscere soltanto l’ingiunzione relativa alla zakat sull’oro e sull’argento; dagli hadith, invece, si apprende che anche sulle merci commerciali, sui cammelli, sui bovini e sulle capre deve essere versata la zakat. La zakat diventa obbligatoria al raggiungimento di cinquantadue tola e mezzo d’argento e di sette tola e mezzo d’oro. Si deve versare la zakat su quaranta capre e su trenta bovini; inoltre, quando il valore delle merci commerciali equivale al valore di cinquantadue tola e mezzo d’argento, si deve versare la zakat. In altre parole, chi possiede questa quantità stabilita e la conserva per un anno intero deve versarne una quarantesima parte come zakat. Gli imam della scuola hanafita hanno affermato che, se non si raggiunge separatamente la quantità stabilita per rendere obbligatoria la zakat sull’oro o sull’argento, ma il valore complessivo dei due raggiunge la quantità della zakat (nisab), anche su di esso deve essere versata la zakat.

Secondo Hazrat Umar e Ibn Mas‘ud (che Allah sia soddisfatto di loro), è obbligatorio pagare la zakat sui gioielli d’oro e d’argento. Anche l’Imam Abu Hanifa, che Allah abbia misericordia di lui, ha adottato questa opinione. In un hadith si narra che il Messaggero (che Allah lo benedica e gli conceda la pace), vedendo bracciali d’oro alle mani di due donne, chiese loro se pagassero la zakat. Una rispose: «No». Hazrat (che Allah lo benedica e gli conceda la pace) disse: «Se oggi non paghi la zakat, sarai forse disposta, nel Giorno della Resurrezione, a portare alle mani bracciali di fuoco?». È stato narrato da Hazrat Umm Salama, che Allah sia soddisfatto di lei, che possedeva un tipo di gioiello d’oro chiamato “pajeb”. Ella chiese al Nobile Messaggero, che Allah lo benedica e gli conceda la pace: «Questo rientra nella ricchezza accumulata?». Hazrat il Messaggero (che Allah lo benedica e gli conceda la pace) rispose: «Se sulla sua quantità la zakat è obbligatoria e viene pagata, allora non è un accumulo proibito». Da questi due hadith si comprende che la zakat è obbligatoria anche sui gioielli d’oro e d’argento, proprio come lo è sull’oro e sull’argento posseduti. Tuttavia, non è necessario pagare la zakat per i diamanti e le pietre preziose, né per le decorazioni degli anelli.

Nel Sacro Corano sono menzionate otto categorie di persone idonee a ricevere la zakat. Qui se ne fornisce la descrizione:

Poveri: sono coloro che possiedono qualche bene, ma non abbastanza da soddisfare tutte le loro necessità; conducono una vita in condizioni di estrema ristrettezza e, inoltre, non riescono a chiedere nulla a nessuno. L’Imam Zuhri, l’Imam Abu Hanifa, Ibn Abbas, Hasan al-Basri, Abu l-Hasan al-Karkhi e altri giuristi li hanno definiti faqir, cioè poveri.

Miskin: sono coloro la cui condizione è ancora peggiore, che sono costretti a tendere la mano agli altri e non riescono neppure a procurarsi il cibo quotidiano. Hazrat Umar, che Allah sia soddisfatto di lui, ha annoverato tra i miskin anche coloro che sono capaci di lavorare ma trascorrono le loro giornate disoccupati.

Addetti al reparto della zakat: coloro che lo Stato islamico nominerà come funzionari incaricati di riscuotere la zakat riceveranno anch’essi lo stipendio direttamente dai fondi della zakat.

Coloro i cui cuori devono essere riconciliati: rientrano in questa categoria coloro ai quali è necessario dare denaro per sostenere l’Islam o per far cessare la loro opposizione all’Islam. Vi rientrano anche quei nuovi musulmani che è assolutamente necessario liberare dalle difficoltà. Se, dopo aver reciso i rapporti con le comunità non musulmane e essersi uniti ai musulmani, i nuovi musulmani si trovano senza lavoro o in difficoltà economiche, aiutarli è un dovere nazionale dei musulmani. Si dovrebbe dare loro la zakat anche se sono ricchi. In questo modo acquisteranno maggiore fiducia nell’Islam. Dopo la vittoria nella battaglia di Hunayn, Hazrat il Nobile Profeta (che Allah lo benedica e gli conceda la pace) donò ai nuovi musulmani una grande quantità del bottino; di conseguenza, a ciascuno toccarono cento cammelli. Quando gli Ansar protestarono contro ciò, il Nobile Messaggero, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, disse: «Poiché hanno abbracciato l’Islam recentemente, desidero renderli felici». Sulla base di questo hadith, l’Imam Zuhri ha affermato che agli ebrei e ai cristiani che diventano musulmani, o agli appartenenti a qualsiasi altra religione che accettano l’Islam, deve essere data la zakat anche se sono ricchi.1

Liberazione degli schiavi e dei prigionieri: si possono dare i fondi della zakat anche a chi è prigioniero delle catene della schiavitù e desidera essere liberato. Con tale denaro egli si riscatterà dalla schiavitù del padrone. Nell’epoca attuale la schiavitù non è praticata. Pertanto, ritengo che i fondi della zakat possano essere utilizzati per liberare coloro che sono costretti a scontare la prigione perché incapaci di pagare una multa; anche questo rientrerebbe in questa categoria.

Estinzione dei debiti delle persone indebitate: anche coloro che sono indebitati o non dispongono dei mezzi per saldare i propri debiti possono essere liberati dal peso del debito con il denaro della zakat. Tuttavia, se una persona possiede mille taka ma ha un debito di cento taka, non le si può assolutamente dare la zakat. Se però, dopo aver saldato il debito, non possiede una somma sufficiente perché la zakat diventi obbligatoria, allora le si può dare la zakat. I giuristi hanno inoltre affermato che è makruh dare la zakat a coloro che si sono indebitati a causa dello spreco, del lusso e delle cattive azioni. In tali circostanze, infatti, se si dà loro la zakat, sprecheranno ancora di più quei beni e, confidando nel fatto di poter estinguere i debiti con la zakat, contrarranno ulteriori debiti.

Per la causa di Allah: l’espressione «per la causa di Allah» ha un significato molto ampio. Il denaro della zakat può essere impiegato per tutte le opere buone dei musulmani. In particolare, però, essa significa aiutare coloro che combattono per la causa di Allah. Il Nobile Profeta (s.a.s.) ha detto che non è lecito per una persona ricca ricevere la zakat; tuttavia, se proprio una persona ricca è costretta ad accettare un aiuto per il jihād, anche a lei si deve dare la zakat, perché una persona può essere ricca, ma non essere in grado di sostenere da sola, con il proprio denaro, le ingenti spese necessarie per il jihād. Per questa sua attività si può aiutarla con il denaro della zakat.

1. Non è possibile fornire qui una spiegazione dettagliata della legge islamica su questo argomento. A questo proposito, si veda il commento alla sura At-Tawba in Tafhīm al-Qurʾān.

Viaggiatore-emigrato: per quanto patrimonio il viaggiatore o l’emigrato possa avere nella propria casa, se durante il viaggio o nel luogo in cui si trova si ritrova in difficoltà, gli si deve dare il denaro della zakat.

Ora si pone la questione di chi, tra le otto categorie di persone menzionate sopra, debba ricevere la zakat e in quali circostanze, e in quali circostanze invece non debba riceverla: se ne discute qui di seguito:

Primo: nessuno può dare la zakat al proprio padre o al proprio figlio; il marito non può darla alla moglie, né la moglie al marito. Gli studiosi della legge islamica sono completamente concordi su questo punto. Alcuni giuristi hanno inoltre affermato che non si può dare la zakat a quei parenti stretti del cui mantenimento si è responsabili e che, secondo la legge islamica, sono propri eredi; un parente più lontano, invece, ha diritto a ricevere la zakat. Anzi, il suo diritto sarà riconosciuto più di quello degli altri. L’Imam al-Awzāʿī, tuttavia, ha detto che, per dare la zakat, non si dovrebbe cercare esclusivamente tra i propri parenti.

Secondo: soltanto i musulmani possono ricevere la zakat. I non musulmani non possono riceverla. A proposito della definizione della zakat, in un hadith è detto: «La zakat sarà presa dai vostri ricchi e distribuita tra i vostri poveri».تُؤْخَذُ مِنْ اَغْنِيَاءَ كُمْ وَتُرَدُّ عَلى فُقَرَاءَ كُمْ ـAl povero non musulmano si devono certamente fare elemosine e donazioni ordinarie. Anzi, nel caso delle donazioni ordinarie, non è affatto appropriato fare una distinzione tra musulmani e non musulmani, dando ai musulmani e non dando ai non musulmani.

Terzo: l’Imam Abū Ḥanīfa, l’Imam Abū Yūsuf e l’Imam Muḥammad (s.a.s.) dicono che la zakat di ogni regione deve essere distribuita tra i poveri di quella stessa regione. Non è corretto trasferire il denaro della zakat da una regione a un’altra. Tuttavia, se in una regione non vi fosse nessuno che possa ricevere la zakat, oppure se in un’altra regione si verificasse una calamità tale da rendere assolutamente necessario inviarvi il denaro della zakat da una regione lontana, come un’alluvione, una carestia e simili, non è colpa distribuirla di conseguenza. Anche l’opinione dell’Imam Mālik e dell’Imam Sufyān al-Thawrī è pressoché la stessa. Bisogna però ricordare che trasferire la zakat da una regione a un’altra non è affatto irragionevole né illecito.

Quarto: secondo alcuni, chi dispone di cibo per due pasti al giorno non dovrebbe ricevere la zakat. Altri hanno detto che non dovrebbe riceverla chi possiede dieci rupie; secondo un’altra opinione, chi possiede dodici rupie e mezza non dovrebbe riceverla. L’Imam Abū Ḥanīfa e gli altri dotti della scuola hanafita, invece, hanno detto che chi possiede un patrimonio liquido inferiore a cinquanta rupie può ricevere la zakat. Gli oggetti della casa e il cavallo e il servitore non vengono conteggiati. In altre parole, anche possedendo tali beni, chi ha un patrimonio inferiore a cinquanta rupie può ricevere la zakat. A questo proposito, una cosa è la legge e un’altra è il criterio del merito. Queste due cose sono differenti.

Riguardo al livello della virtù, il venerabile Messaggero (s.a.s.) ha detto: «Chi dispone del cibo per il mattino e per la sera, se chiede l’elemosina alla gente, accumula per sé il fuoco». In un altro hadith, il nobile Profeta (s.a.s.) ha detto: «Se, invece di tendere la mano per chiedere l’elemosina alla gente, ci si procura il proprio sostentamento persino tagliando la legna, ciò è per me più gradito». In un terzo hadith è stato detto che chi possiede cibo o ha la capacità di guadagnarsi da vivere non dovrebbe ricevere la zakat. Questa è l’insegnamento del Venerabile, affinché negli uomini si risvegli il senso dell’onore personale; non è una legge, ma è stato indicato il limite estremo della legge e si è spiegato fino a quale punto una persona possa ricevere la zakat. In un hadith, il nobile Messaggero (s.a.s.) ha detto:

لِلسَّائِلِ حَقٌ وَاِنْ جَاءَ عَلَى الْفَرَسِ ـ

«Anche se colui che chiede l’elemosina viene a cavallo, bisogna dargli l’elemosina».

Un uomo chiese al Venerabile: «Se possiedo dieci rupie, sono considerato tra i miskin?» Il Venerabile rispose: «Sì». Una volta, due uomini chiesero la zakat al Venerabile Messaggero (s.a.s.). Il Venerabile li osservò con sguardo penetrante e disse: «Se volete riceverla, ve la darò, certamente; ma in realtà i ricchi e le persone capaci non ne hanno alcuna parte». Da questi hadith si comprende chiaramente che anche coloro che non possiedono la somma minima prescritta affinché la zakat diventi obbligatoria sono considerati poveri e possono anch’essi ricevere la zakat. È evidente che i veri destinatari della zakat possono essere soltanto persone realmente bisognose.

Qui sono state esposte le regole essenziali della zakat; tuttavia, a questo proposito, ritengo particolarmente necessario richiamare l’attenzione dei lettori su una questione estremamente importante e urgente. Infatti, ciò che sto per dire è stato dimenticato dai musulmani dei nostri giorni. E cioè che tutte le opere dell’Islam devono essere compiute in forma organizzata e collettiva. L’Islam non approva l’isolamento individualistico. Se un musulmano che si trova lontano dalla moschea prega da solo, la preghiera è valida, ma nella legge islamica è stato ordinato di pregare in congregazione: l’ideale della Legge è che il musulmano compia la preghiera insieme alla congregazione. Nel Nobile Corano questo viene indicato con le parole:

خُذْ مِنْ اَمْوَالِهِمْ صَدَقَةٌ تُطَهِّرُ هُمْ وَتُزَكِّيْهِمْ بِهَا : التوبة: 103

In altre parole, Allah l’Altissimo ha ordinato al venerabile Messaggero (s.a.s.) di riscuotere la zakat dai musulmani. Non è stato detto ai musulmani di versare la zakat separatamente e individualmente. Inoltre, il fatto che sia stata stabilita una quota dei fondi della zakat anche per gli incaricati della sua riscossione significa che l’imam dei musulmani, o il capo dello Stato, riscuoterà la zakat da tutti e la spenderà collettivamente. Il nobile Profeta (s.a.s.) ha detto:

اُمِرْتُ اَنْ اَخَذَ الصَّدَقَةَ مِنْ اغْنِيْاَءِ كُمْ وَاَرُدُّهَا فِىْ فُقَرَاءِ كُمْ ـ

In altre parole, mi è stato comandato di riscuotere la zakat dai vostri ricchi e di distribuirla tra i vostri poveri. Questo metodo di riscossione della zakat era in vigore anche ai tempi del nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) e dei Califfi ben guidati. I funzionari dello Stato islamico riscuotevano tutta la zakat, che veniva poi regolarmente distribuita per conto del governo centrale.

La realtà dell’Hajj

Le origini dell’Hajj

In arabo, «Hajj» significa intendere compiere una visita. Poiché i musulmani giungono da ogni parte del mondo verso un centro determinato con l’intento di visitare la Kaʿba, questo rito è stato chiamato «Hajj». La storia di come e quando ebbe inizio l’Hajj è estremamente affascinante e istruttiva. Se il lettore studierà questa storia con profonda attenzione, gli sarà facile comprendere i benefici dell’Hajj.

Che sia musulmano o cristiano, nessuno ignora il nome del venerabile Abramo, pace su di lui. Più di due terzi degli abitanti del mondo lo riconoscono come una «guida». I tre più grandi profeti, Mosè, Gesù e Muhammad, pace e benedizioni su di loro, erano tutti suoi discendenti; dalla sua fiaccola ardente si diffuse in tutto il mondo la luce della verità. Egli nacque in Iraq più di quattromila anni fa. A quel tempo gli uomini di tutto il mondo avevano dimenticato Allah. Non vi era una sola persona sulla terra che conoscesse il suo vero Padrone e Signore o che chinasse il capo davanti a Lui con spirito di adorazione e obbedienza. Sebbene il popolo presso il quale egli nacque fosse allora il più progredito del mondo, era anche quello che primeggiava nell’errore e nello smarrimento. Una creatura non può mai essere una divinità o un oggetto di adorazione. Eppure, nonostante il massimo progresso raggiunto nelle scienze, nelle conoscenze e nelle arti scultoree, quel popolo non riusciva a comprendere questa semplice verità. Perciò adorava le stelle del cielo e gli idoli costruiti con la terra o con la pietra. Erano molto diffuse l’astrologia, la pratica del «fal» per conoscere il bene e il male, la pretesa di parlare dell’ignoto, la magia, nonché le preghiere, gli amuleti e gli scongiuri. Come tra gli odierni eruditi e bramini indù, anche nella società di allora esisteva una classe di sacerdoti e custodi degli idoli. Essi provvedevano alla manutenzione dei templi, compivano i riti per conto degli altri, celebravano cerimonie particolari nelle avversità e nelle occasioni liete e ingannavano la gente fingendo di conoscere l’ignoto. La gente comune li considerava gli artefici del destino. Al loro cenno si alzava e si sedeva e, in silenzio, come un cieco assoluto, soddisfaceva i loro desideri. Infatti credeva che questi sacerdoti avessero autorità sulle divinità: se essi fossero stati contenti, la benevolenza degli dèi sarebbe discesa su di noi; altrimenti saremmo andati incontro alla rovina. Questo gruppo sacerdotale aveva contatti segreti con i re e i sovrani dell’epoca. Per tenere il popolo in una condizione di completa schiavitù, re e sacerdoti si aiutavano reciprocamente. Da un lato il governo sosteneva i sacerdoti; dall’altro, i sacerdoti imprimevano saldamente nella mente del popolo l’idea che anche i re e i sovrani fossero annoverati tra gli «Allah»: essi erano i padroni assoluti del paese e dei sudditi, le loro parole erano legge e avevano il diritto di disporre a piacimento della vita e dei beni dei sudditi. E non era tutto: davanti ai re e ai sovrani venivano celebrati tutti i riti di adorazione, compreso il prosternarsi con il capo chino, affinché l’impronta del loro dominio sulle menti e sui cuori dei sudditi rimanesse incisa per sempre.

In un ambiente simile, e in una delle famiglie di quel popolo, nacque il venerabile Abramo, pace su di lui. La cosa ancora più sorprendente è che la famiglia nella quale nacque era una famiglia di sacerdoti professionisti e di stirpe sacerdotale. Suo padre e i suoi nonni erano i dotti e sacerdoti bramini della loro stessa famiglia. Perciò Abramo, pace su di lui, ricevette esattamente l’educazione e la formazione che poteva ricevere il figlio di un bramino. Fin dalla sua infanzia sentiva discorsi di quel genere. Tra i suoi fratelli e sorelle vedeva lo sfarzo e il tenore di vita agiato dei pīr e dei loro figli, come accadeva nelle famiglie dei santi. Per lui era pronta la prestigiosissima sede del sacerdozio del tempio locale. Se vi si fosse insediato, avrebbe potuto facilmente diventare il «capo del popolo». Per Abramo, pace su di lui, erano disponibili anche tutte le offerte, i doni e le elargizioni che affluivano da ogni parte per l’intera sua famiglia. Secondo l’antica consuetudine, la gente del paese era pronta a venire davanti a lui, a sedersi con le mani giunte e a inchinare il capo con devozione e rispetto. Fingendo di avere un rapporto con le divinità e di conoscere l’ignoto, avrebbe potuto ridurre in obbedienti schiavi tutti, dai semplici contadini fino all’imperatore dell’epoca. In quell’oscurità, dove non esisteva in alcun luogo una persona dotata della vera conoscenza e seguace della verità, da un lato non era possibile per lui raggiungere la luce della verità; dall’altro, per un uomo comune era altrettanto impossibile calpestare, sia sul piano personale sia su quello familiare, interessi così enormi e gettarsi, per il solo amore della verità, in pericoli estesi a tutto il mondo.

Ma il venerabile Abramo, pace su di lui, non era un uomo comune. Era stato creato da una «materia speciale». Non appena raggiunse la consapevolezza, cominciò a riflettere: la luna, il sole e le stelle seguono il loro corso di levata e tramonto proprio come semplici schiavi; gli idoli sono stati scolpiti dagli uomini stessi nella pietra; il re del paese è un uomo comune come noi: come possono costoro essere signori? Perché l’uomo dovrebbe inchinare il capo davanti a cose che non possono muoversi neppure di poco per propria volontà, che non hanno la capacità di aiutare nemmeno se stesse e che non hanno il minimo potere sulla vita e sulla morte? Perché dovrebbe servirle, adorarle e rivolgere loro i riti di culto? E perché dovrebbe essere loro schiavo per ottenere ciò di cui ha bisogno? Tra tutte le cose che vediamo nel cielo e sulla terra, e delle quali conosciamo in un modo o nell’altro la condizione, non ve n’è una sola che sia indipendente, autonoma o imperitura ed eterna. Se questa è la condizione di ciascuna di esse, come possono diventare il «Signore e Padrone» degli uomini? Poiché nessuna di loro mi ha creato, poiché nessuna possiede il potere sulla mia vita, sulla mia morte, sul mio profitto o sulla mia perdita, poiché nessuna tiene nelle proprie mani le chiavi del mio sostentamento e della mia sussistenza, perché dovrei riconoscere una qualsiasi di esse come «Signore»? E perché dovrei chinare il capo davanti a essa, servirla e adorarla? In verità, il mio «Signore» può essere soltanto Colui che ha creato ogni cosa, al quale tutti hanno bisogno di ricorrere e nelle cui mani si trovano le fonti della vita, della morte, del profitto e della perdita di tutti. Riflettendo su queste cose, il venerabile Abramo, pace su di lui, decise di non adorare gli idoli venerati dal suo popolo, ma piuttosto di abbandonarli; e, giunto a questa decisione, proclamò a gran voce:

إِنِّي بَرِيءٌ مِمَّا تُشْرِكُونَ

«Non ho nulla a che fare con coloro che voi ritenete associati ad Allah». – Sura al-Anʿām: 78

إِنِّي وَجَّهْتُ وَجْهِيَ لِلَّذِي فَطَرَ السَّمَاوَاتِ وَالْأَرْضَ حَنِيفًا وَمَا أَنَا مِنَ الْمُشْرِكِينَ

«Ho distolto il mio volto da ogni direzione e l’ho rivolto esclusivamente, con assoluta sincerità nell’adorazione, verso quel sublime Essere che ha creato tutti i cieli e la terra, e non appartengo agli idolatri». – Sura al-Anʿām: 79

Dopo questa dichiarazione rivoluzionaria, sul profeta Ibrahim (pace su di lui) si abbatté una montagna di calamità e sventure. Suo padre disse: «Ti abbandonerò e ti caccerò di casa». L’intero popolo esclamò: «Nessuno di noi ti darà rifugio». Anche il governo locale gli si oppose e fu intentata una causa contro di lui davanti al re. Eppure il profeta Ibrahim (pace su di lui), pur essendo solo e privo di compagnia, si levò a testa alta davanti a tutti per la verità. Rivolgendosi al padre con il massimo rispetto, disse: «Io ho ricevuto una conoscenza che voi non possedete affatto. Perciò non ascolterò ciò che dite; al contrario, siete voi tutti che dovreste ascoltare me».

In risposta alle minacce della sua gente, egli distrusse con le proprie mani tutti gli idoli, dimostrando che coloro che essi adoravano non avevano alcun potere. Nella pubblica corte del re dichiarò con parole chiare: «Tu non sei il mio Rabb; il mio Rabb è Colui nella cui mano sono la vita e la morte tue, mie e di tutti, e nelle cui severe leggi sono prigionieri la luna e il sole, come ogni altra cosa». Alla fine, dalla corte reale fu emesso il verdetto: Ibrahim (pace su di lui) sarebbe stato bruciato vivo e ridotto in cenere. Ma il cuore di Ibrahim (pace su di lui) era più saldo di una montagna; riponeva la sua fiducia esclusivamente in Allah. Perciò si preparò senza esitazione ad affrontare anche quella terribile punizione. Poi, quando Allah l’Altissimo lo liberò dal rogo dei miscredenti, egli abbandonò la patria, il popolo e tutti i parenti e gli amici, e cominciò a vagare di strada in strada e di paese in paese, accompagnato soltanto dalla moglie e dal nipote. Per lui, in casa, era pronta la carica sacerdotale: sedendo su quel seggio avrebbe potuto diventare la guida spirituale dell’intera nazione e trasformarlo, per eredità, in una proprietà della propria famiglia. Eppure preferì e accettò, per sé e per i propri discendenti, l’esilio e le atroci sofferenze della privazione di ogni sostegno e mezzo. Non poté in alcun modo tollerare di vivere felice imprigionando gli abitanti del mondo nelle catene della servitù di innumerevoli «falsi Rabb». Al contrario, accettò la servitù dell’unico vero Rabb e cominciò a invitare l’intero mondo verso di Lui; e per questo suo «crimine» non poté vivere in pace in alcun luogo.

Dopo aver lasciato la patria, il profeta Ibrahim (pace su di lui) cominciò a viaggiare attraverso la Siria, la Palestina, l’Egitto e i paesi arabi. Durante questi viaggi affrontò innumerevoli pericoli; non possedeva con sé né ricchezze né denaro. Anche quando si recava all’estero, non si preoccupava minimamente di procurarsi sostentamento o di guadagnarsi da vivere. Giorno e notte aveva un solo pensiero: come liberare gli uomini del mondo dai lacci della servitù di innumerevoli Rabb e trasformarli in servitori dell’unico Allah. Quando suo padre e il suo stesso popolo non riuscirono affatto a sopportare quell’uomo oppresso da tali pensieri e preoccupazioni, chi altri avrebbe potuto tollerarlo? Quale popolo di quale paese gli avrebbe dato accoglienza e onore? Ovunque si ergevano a testa alta sacerdoti di templi dello stesso genere e re che pretendevano di essere divinità; dappertutto vivevano masse ignoranti e stolte, prigioniere nella rete della servitù di quei «falsi dèi». Come avrebbe potuto vivere in pace tra costoro un uomo che non era disposto a servire nessuno se non il proprio Rabb? Egli andava dicendo anche agli altri: «All’infuori di Allah non avete alcun padrone, signore o sovrano. Abbattete tutti i troni della signoria e della divinità e vivete soltanto come servi di Allah». Proprio per questo il profeta Ibrahim (pace su di lui) non poté vivere in pace in alcun luogo. Per anni vagò come un viandante smarrito: talvolta giungeva nelle località di Canaan, talvolta in Egitto e talvolta nei deserti dell’Arabia. Così trascorse l’intera sua giovinezza e i suoi capelli neri divennero bianchi.

Nell’ultima parte della sua vita, quando mancavano appena quattro anni al compimento dei novant’anni e non vi era più alcuna speranza di avere figli, Allah l’Altissimo gli concesse un figlio. Eppure questo servo di Allah non si preoccupò minimamente pensando: «La mia vita è trascorsa senza sostegno; ora almeno renderò i miei figli capaci di procurarsi il sostentamento». No, simili pensieri non sorsero nella sua mente. Nel cuore di questo anziano padre vi era invece un solo pensiero: egli aveva dedicato la propria vita all’adempimento di un dovere, ma dopo la sua morte mancavano persone capaci di assolverlo e di diffondere ovunque il suo invito. Proprio per questo aveva chiesto ad Allah un figlio; e quando Allah glielo concesse, cercò di educarlo affinché fosse in grado di proseguire la sua opera dopo la sua morte. La vita di quest’uomo perfetto era la vita esemplare di un autentico musulmano. Fin dall’inizio della giovinezza, non appena ebbe raggiunto la maturità e riconosciuto il proprio Rabb, Allah gli disse:أَسْلِمْ – accetta l’Islam, sottomettiti spontaneamente a Me e riconosci la Mia servitù. Egli allora rispose con parole chiare:أَسْلَمْتُ لِرَبِّ الْعَالَمِينَ – Ho accettato l’Islam. Ho consacrato me stesso al Signore di tutti i mondi e mi sono affidato a Lui. Per tutta la vita quest’uomo sincero dimostrò sotto ogni aspetto la verità di queste parole e di questa promessa. Per amore del Rabb di tutti i mondi abbandonò la religione ancestrale vecchia di centinaia di anni, con tutti i suoi riti, le sue pratiche e le sue credenze. Rinunciò a tutti i vantaggi e le opportunità che avrebbe potuto ottenere sedendo sul seggio sacerdotale. Abbandonò la propria stirpe, la famiglia, il popolo e la patria. Disprezzando la propria vita, si gettò nel fuoco. Sopportò le sofferenze dell’emigrazione e dell’esilio, viaggiò da un paese all’altro e trascorse ogni istante della sua vita al servizio e nell’obbedienza al Rabb di tutti i mondi e nella diffusione della Sua religione, l’Islam. Quando in età avanzata gli fu concesso un figlio, destinò anche lui a questa religione e a questo dovere. Dopo tutte queste dure prove, restava ancora un’ultima e difficilissima prova. Finché non l’avesse superata, non si sarebbe potuto stabilire se il profeta Ibrahim (pace su di lui) amasse il Rabb di tutti i mondi più di ogni altra cosa. Si presentò dunque davanti a lui quella prova dura e severa: si doveva verificare se fosse capace di sacrificare per Allah anche l’unico figlio che aveva ottenuto in tarda età, dopo aver ormai perso ogni speranza. Il profeta Ibrahim (pace su di lui) superò anche questa prova e, non appena ricevette il comando di Allah, si preparò a sgozzare con le proprie mani il figlio. Allora fu proclamato definitivamente: «Ora hai dimostrato vera la tua pretesa di essere un autentico musulmano». Anche presso Allah il suo sacrificio fu accettato e gli fu annunciato che ormai poteva essere nominato imam, cioè guida, di tutto il mondo: era ormai pienamente degno di tale incarico. È proprio questo che viene affermato nel seguente versetto del Sacro Corano:

وَإِذِ ابْتَلَى إِبْرَاهِيمَ رَبُّهُ بِكَلِمَاتٍ فَأَتَمَّهُنَّ قَالَ إِنِّي جَاعِلُكَ لِلنَّاسِ إِمَامًا قَالَ وَمِنْ ذُرِّيَّتِي قَالَ لَا يَنَالُ عَهْدِي الظَّالِمِينَ

«E quando il suo Signore mise alla prova Abramo con alcune prescrizioni ed egli superò pienamente la prova, gli fu annunciato: “In verità, ti nomino guida (leader) di tutta l’umanità”. Egli disse: “E anche per i miei discendenti?”. Allah l’Altissimo disse: “Il Mio patto non riguarda gli ingiusti”» – Sura al-Baqara: 124

Così Hazrat Abramo, pace su di lui, fu investito della guida del mondo e nominato “leader” del movimento universale dell’Islam. Ora, per ampliare ulteriormente questo movimento e per assumere responsabilità in diverse regioni operando come suoi rappresentanti, divenne assolutamente necessario che avesse alcuni collaboratori. In questo compito tre persone agirono come la “mano destra” di Hazrat Abramo, pace su di lui. Uno era suo nipote, Hazrat Lot, pace su di lui; il secondo era suo figlio maggiore, Hazrat Ismaele, pace su di lui, che, saputo che Allah desiderava la sua vita, si preparò al sacrificio con grande gioia e ardente disponibilità; e il terzo era suo figlio minore, Hazrat Isacco, pace su di lui.

Sistemò suo nipote nella regione di “Sadum” (Transgiordania). Vi abitava la gente più vile e dissoluta dell’epoca. Il suo compito consisteva, da un lato, nel riformare moralmente quella popolazione e, dall’altro, nel portare il messaggio dell’Islam anche nelle regioni lontane. Le carovane di mercanti dell’Iran, dell’Iraq e dell’Egitto passavano proprio per quella zona. Pertanto, stabilendosi lì, gli fu particolarmente agevole svolgere efficacemente l’opera di diffusione dell’Islam in entrambe le direzioni.

Sistemò il figlio minore, Hazrat Isacco, pace su di lui, nella regione di Canaan o Palestina. Essa si trova tra la Siria e l’Egitto; inoltre, essendo una zona costiera, da lì era facile far giungere il messaggio dell’Islam anche agli altri paesi. Da questo luogo, attraverso il figlio di Hazrat Isacco, pace su di lui, Hazrat Giacobbe, pace su di lui, il cui nome era Israele, e suo nipote Hazrat Giuseppe, pace su di lui, il movimento islamico giunse fino all’Egitto.

Sistemò il figlio maggiore, Hazrat Ismaele, pace su di lui, nella città della Mecca, nell’Hegiaz, e per lungo tempo rimase egli stesso con lui, diffondendo l’insegnamento dell’Islam in ogni angolo dell’Arabia. In seguito, proprio lì, padre e figlio fondarono insieme il centro, celebre in tutto il mondo, del movimento islamico: la Kaaba. Fu Allah l’Altissimo stesso a designare questo centro e a stabilire il luogo in cui costruirlo. La Kaaba non è semplicemente un luogo di culto come una moschea ordinaria; fin dal primo giorno fu destinata a essere il centro di diffusione del movimento universale della religione dell’Islam. Lo scopo della costruzione della Kaaba era che tutti coloro che credono nell’unico Allah, provenienti dalle regioni più lontane della terra, si riunissero lì e adorassero insieme l’unico Allah in modo organizzato, per poi tornare nei propri paesi portando da quel luogo il messaggio rivoluzionario dell’Islam. Questo raduno dei musulmani di tutto il mondo si chiama “Hajj”. Nel Sacro Corano è riportata una descrizione dettagliata di come fu fondato questo centro di culto, con quali sentimenti puri e quali suppliche padre e figlio costruirono insieme questo edificio e di come ebbe inizio l’Hajj:

إِنَّ أَوَّلَ بَيْتٍ وُضِعَ لِلنَّاسِ لَلَّذِي بِبَكَّةَ مُبَارَكًا وَهُدًى لِلْعَالَمِينَ – فِيهِ آَيَاتٌ بَيِّنَاتٌ مَقَامُ إِبْرَاهِيمَ وَمَنْ دَخَلَهُ كَانَ آَمِنًا

«Non vi è dubbio che la prima Casa destinata agli uomini fu quella di Bakkah, la Casa della Mecca: essa è benedetta e costituisce una guida per tutti i mondi. In essa vi sono segni evidenti di Allah, vi è il Maqam di Abramo e chiunque vi entri sarà al sicuro» – Sura Al ‘Imran: 96-97

أَوَلَمْ يَرَوْا أَنَّا جَعَلْنَا حَرَمًا آَمِنًا وَيُتَخَطَّفُ النَّاسُ مِنْ حَوْلِهِمْ

“Non hanno forse visto come abbiamo reso il santuario inviolabile un luogo sicuro e pacifico per gli uomini, mentre intorno a esso la gente veniva saccheggiata e derubata?” – Sura al-‘Ankabut: 67

In altre parole, mentre intorno all’Arabia si riversava ovunque un’ondata di disordini, come saccheggi, aggressioni, guerre e conflitti, in questo santuario regnava sempre la pace. Perfino se un indomito beduino del deserto avesse visto entro i suoi confini l’assassino di suo padre, non avrebbe osato neppure sfiorarlo, pur trovandosi lì.

وَإِذْ جَعَلْنَا الْبَيْتَ مَثَابَةً لِلنَّاسِ وَأَمْنًا وَاتَّخِذُوا مِنْ مَقَامِ إِبْرَاهِيمَ مُصَلًّى وَعَهِدْنَا إِلَى إِبْرَاهِيمَ وَإِسْمَاعِيلَ أَنْ طَهِّرَا بَيْتِيَ لِلطَّائِفِينَ وَالْعَاكِفِينَ وَالرُّكَّعِ السُّجُودِ – وَإِذْ قَالَ إِبْرَاهِيمُ رَبِّ اجْعَلْ هَذَا بَلَدًا آَمِنًا وَارْزُقْ أَهْلَهُ مِنَ الثَّمَرَاتِ مَنْ آَمَنَ مِنْهُمْ بِاللَّهِ وَالْيَوْمِ الْآَخِرِ

“E ricorda quando facemmo di questa Casa un centro e un rifugio sicuro per la gente e ordinammo di fare del luogo di culto di Ibrahim un musalla (tappeto da preghiera), e ordinammo a Ibrahim e Ismaele di mantenere pura e pulita la Mia Casa per coloro che compiono il tawaf, per coloro che vi si trattengono e per coloro che pregano. Poi, quando Ibrahim supplicò: ‘O mio Signore, rendi questa città un luogo pacifico e provvedi con i frutti al sostentamento degli abitanti che credono in Allah e nell’Aldilà’.” – Sura al-Baqara: 125-126

وَإِذْ يَرْفَعُ إِبْرَاهِيمُ الْقَوَاعِدَ مِنَ الْبَيْتِ وَإِسْمَاعِيلُ رَبَّنَا تَقَبَّلْ مِنَّا إِنَّكَ أَنْتَ السَّمِيعُ الْعَلِيمُ – رَبَّنَا وَاجْعَلْنَا مُسْلِمَيْنِ لَكَ وَمِنْ ذُرِّيَّتِنَا أُمَّةً مُسْلِمَةً لَكَ وَأَرِنَا مَنَاسِكَنَا وَتُبْ عَلَيْنَا إِنَّكَ أَنْتَ التَّوَّابُ الرَّحِيمُ – رَبَّنَا وَابْعَثْ فِيهِمْ رَسُولًا مِنْهُمْ يَتْلُو عَلَيْهِمْ آَيَاتِكَ وَيُعَلِّمُهُمُ الْكِتَابَ وَالْحِكْمَةَ وَيُزَكِّيهِمْ إِنَّكَ أَنْتَ الْعَزِيزُ الْحَكِيمُ

“E ricorda quando Ibrahim e Ismaele, mentre ponevano le fondamenta di questa Casa, supplicavano: ‘O nostro Signore, accetta da noi questo sforzo; Tu sei Colui che ascolta e conosce ogni cosa. O nostro Signore, rendi entrambi noi musulmani, cioè sottomessi a Te, e dalla nostra discendenza suscita una comunità che sia interamente sottomessa a Te. Insegnaci i modi per adorarti e rivolgi su di noi il Tuo perdono: Tu sei davvero indulgente e misericordioso. O nostro Signore, suscita in quella comunità un Messaggero proveniente da loro, che reciti loro i Tuoi versetti, insegni loro il Libro e la sapienza e corregga il loro carattere. In verità, Tu sei onnipotente e sapiente’.” – Sura al-Baqara: 127-129

وَإِذْ قَالَ إِبْرَاهِيمُ رَبِّ اجْعَلْ هَذَا الْبَلَدَ آَمِنًا وَاجْنُبْنِي وَبَنِيَّ أَنْ نَعْبُدَ الْأَصْنَامَ – رَبِّ إِنَّهُنَّ أَضْلَلْنَ كَثِيرًا مِنَ النَّاسِ فَمَنْ تَبِعَنِي فَإِنَّهُ مِنِّي وَمَنْ عَصَانِي فَإِنَّكَ غَفُورٌ رَحِيمٌ – رَبَّنَا إِنِّي أَسْكَنْتُ مِنْ ذُرِّيَّتِي بِوَادٍ غَيْرِ ذِي زَرْعٍ عِنْدَ بَيْتِكَ الْمُحَرَّمِ رَبَّنَا لِيُقِيمُوا الصَّلَاةَ فَاجْعَلْ أَفْئِدَةً مِنَ النَّاسِ تَهْوِي إِلَيْهِمْ وَارْزُقْهُمْ مِنَ الثَّمَرَاتِ لَعَلَّهُمْ يَشْكُرُونَ

«E ricorda quando Abramo pregò: “O Allah, rendi questa città sicura e proteggi me e i miei figli dall’idolatria e dallo shirk. O Allah, questi idoli hanno sviato moltissime persone. Pertanto, chi seguirà la mia via apparterrà a me; quanto a chi seguirà una via diversa dalla mia, Tu sei certamente assai indulgente e misericordioso. O nostro Signore! Ho stabilito una parte dei miei discendenti presso la Tua Casa sacra, in questa valle deserta e arida, affinché istituiscano la preghiera. O Allah, fa’ dunque che i cuori della gente siano inclini verso di loro e provvedi al loro sostentamento, affinché possano essere Tuoi servi riconoscenti”.» — Sura Ibrāhīm, 35-37

وَإِذْ بَوَّأْنَا لِإِبْرَاهِيمَ مَكَانَ الْبَيْتِ أَنْ لَا تُشْرِكْ بِي شَيْئًا وَطَهِّرْ بَيْتِيَ لِلطَّائِفِينَ وَالْقَائِمِينَ وَالرُّكَّعِ السُّجُودِ – وَأَذِّنْ فِي النَّاسِ بِالْحَجِّ يَأْتُوكَ رِجَالًا وَعَلَى كُلِّ ضَامِرٍ يَأْتِينَ مِنْ كُلِّ فَجٍّ عَمِيقٍ – لِيَشْهَدُوا مَنَافِعَ لَهُمْ وَيَذْكُرُوا اسْمَ اللَّهِ فِي أَيَّامٍ مَعْلُومَاتٍ عَلَى مَا رَزَقَهُمْ مِنْ بَهِيمَةِ الْأَنْعَامِ فَكُلُوا مِنْهَا وَأَطْعِمُوا الْبَائِسَ الْفَقِيرَ

«E ricorda quando stabilimmo per Abramo il luogo di questa Casa, dicendo: “Non associare nulla a Me e mantieni pura la Mia Casa per coloro che compiono il tawāf, per coloro che stanno in preghiera, si inchinano e si prosternano. Proclama pubblicamente agli uomini l’obbligo del pellegrinaggio: verranno da te a piedi o cavalcando cammelli magri, giungendo da ogni valle lontana. Verranno affinché assistano ai benefici religiosi e mondani predisposti per loro e, in giorni stabiliti, pronuncino il nome di Allah sugli animali che Egli ha loro concesso; mangiatene voi stessi e datene da mangiare ai poveri e agli indigenti”.» — Sura al-Ḥajj, 26-28

Questa è la storia delle origini dell’istituzione del ḥajj. Esso è stato annoverato tra i cinque pilastri dell’Islam. Da ciò si comprende che la Mecca era la sede principale del profeta incaricato di guidare nel mondo il movimento islamico. La sacra Kaʿba era il suo centro principale: da lì l’Islam si diffondeva nelle regioni lontane del mondo. Per questo è stato stabilito il modo di compiere il ḥajj: tutti coloro che nel mondo desiderano adorare l’unico Allah e obbedirGli nella vita pratica, qualunque sia la loro nazione o il loro Paese di appartenenza, ogni anno si riuniscono in un centro determinato. In questo modo si rende evidente che, come una ruota gira attorno al proprio asse, così la vita dei musulmani ruota attorno al proprio centro: il ḥajj è la manifestazione esteriore di questo profondo mistero.

La storia del ḥajj

Nel precedente articolo abbiamo discusso di come e per quale scopo ebbe inizio il ḥajj. È stato anche detto che il profeta Abramo, che la pace sia su di lui, aveva stabilito alla Mecca il centro del movimento islamico e vi aveva lasciato suo figlio maggiore, il profeta Ismaele, che la pace sia su di lui, affinché dopo di lui potesse portare avanti questo movimento. Solo Allah l’Altissimo sa per quanto tempo, dopo il profeta Ismaele, che la pace sia su di lui, i suoi discendenti seguirono la via del dīn dell’Islam. Ma non vi è dubbio che, nel giro di pochi secoli, essi avessero dimenticato gli insegnamenti e la via indicata dai grandi uomini del passato e, come le altre nazioni ignoranti, avessero introdotto ogni sorta di traviamento e di pratiche peccaminose. Nella stessa Casa della Kaʿba, intorno alla quale un tempo era iniziata la predicazione e la diffusione dell’adorazione dell’unico Allah, furono collocate centinaia di idoli. Anzi, furono costruite e collocate nella Kaʿba persino le statue del profeta Abramo e del profeta Ismaele, che la pace sia su entrambi, i quali avevano trascorso tutta la loro vita nella lotta e nell’impegno per porre fine all’idolatria. Adoravano anche gli astri e i pianeti, come la Luna, Mercurio, Venere e Saturno. Adoravano inoltre fantasmi e spiriti, angeli e le ‘anime’ degli antenati defunti. La loro ignoranza era diventata così estrema che, quando uscivano di casa, se non trovavano l’idolo della propria tribù, iniziavano ad adorare qualunque pietra colorata vedessero lungo il cammino. Se non trovavano una pietra, modellavano un’effigie con un impasto di acqua e terra e, dopo avervi spruzzato sopra latte di capra, secondo loro quella massa inanimata diventava una divinità, che poi adoravano. Il sacerdozio e il culto degli idoli contro i quali il loro ‘padre’, il profeta Abramo, che la pace sia su di lui, aveva combattuto in tutto l’Iraq, erano nuovamente entrati nelle loro case: avevano trasformato la Kaʿba in un ritrovo dell’idolatria e si erano atteggiati essi stessi a sacerdoti del luogo. Avevano reso il ḥajj simile a un pellegrinaggio e dalla Kaʿba, centro della predicazione del tawḥīd, avevano iniziato a diffondere l’idolatria; inoltre, ricorrendo a ogni sorta di astuzia dei sacerdoti, riscuotevano dalle persone giunte da varie regioni dell’Arabia offerte votive, doni e tributi. Così, tutta la grande opera iniziata dal profeta Abramo e dal profeta Ismaele, che la pace sia su entrambi, andò completamente distrutta.

Si può comprendere chiaramente l’estrema degradazione cui era giunto il ḥajj in quell’epoca di profonda ignoranza da un fatto. Alla Mecca si teneva una fiera annuale, nella quale i poeti o gli ‘oratori’ dei grandi clan e delle grandi tribù arabe riempivano il cielo e la terra con elogi della fama, del coraggio, della forza, dell’onore e della generosità delle proprie tribù, gareggiando regolarmente nell’esibizione dell’orgoglio e della vanità reciproci. Si arrivava persino alla denigrazione degli altri. Anche in fatto di cortesia e generosità si gareggiava tra loro. Ogni capo tribù faceva mettere sul fuoco grandi pentole per dimostrare la propria superiorità e, allo scopo di umiliare gli altri, sacrificava cammelli uno dopo l’altro. Alla base di questo spreco e di questa prodigalità vi era un unico obiettivo: se in quell’occasione avessero mostrato generosità, la loro fama si sarebbe diffusa in tutta l’Arabia per mezzo dei visitatori della fiera, e in ogni casa si sarebbe cominciato a parlare di quanti cammelli ciascun capo tribù avesse sacrificato e di quante persone avesse sfamato. In queste riunioni si tenevano, con grande sfarzo, spettacoli di danze e canti, consumo di vino, adulterio e ogni sorta di azioni svergognate. È dubbio che durante quelle feste venisse in mente a qualcuno l’adorazione dell’unico Allah. Si compiva il tawāf intorno alla Kaʿba, ma il suo modo di esecuzione era stato corrotto. Uomini e donne giravano insieme nudi e dicevano: ‘Andremo davanti ad Allah nello stato in cui nostra madre ci ha partoriti’. È vero che si compiva ‘adorazione’ nella moschea fondata dal profeta Abramo, che la pace sia su di lui; ma in quale modo? Si battevano le mani con grande forza, si suonavano i flauti e si soffiava nei corni. Non è che lì non venisse pronunciato neppure il nome di Allah. Ma in quale modo? Dicevano:

لَبَّيْكَ اللّٰهُمَّ لَبَّيْكَ لاَ شَرِيْكَ لَكَ إِلاَّ شَرِيْكاً هُوَ لَكَ تَمْلِيْكُهُ وَمَا مَلَكَ

«Eccomi, o mio Dio, eccomi! Tu non hai alcun socio; eccetto colui che Ti appartiene: egli è il Tuo socio. Tu sei il padrone di lui e anche di ciò che possiede.»

Lì venivano offerti sacrifici anche nel nome di Allah. Ma il loro modo di farlo era quanto mai abietto e insolente. Spalmavano il sangue del sacrificio sulle pareti della Kaʿba e lasciavano la carne davanti alla sua porta. Infatti, secondo la loro convinzione, Allah accettava da loro quel sangue e quella carne (Dio ce ne scampi). Già al tempo del profeta Ibrāhīm, pace su di lui, lo spargimento di sangue era stato dichiarato illecito durante i quattro mesi dell’Hajj, e in quel periodo ogni tipo di guerra e ostilità era stato proibito. Le generazioni successive rispettarono in una certa misura tale divieto; tuttavia, quando desideravano combattere, consideravano “leciti” i mesi sacri di un determinato anno e l’anno seguente recuperavano quei mesi come qaḍāʾ.

Anche gli altri che erano devoti alla propria religione, per pura ignoranza, avevano introdotto moltissime usanze straordinarie. Un gruppo di persone si metteva in viaggio per l’Hajj senza portare alcuna provvista e trascorreva le giornate mendicando lungo il cammino. Secondo loro, ciò era un atto di grande merito. Dicevano: «Abbiamo riposto la nostra fiducia in Allah e stiamo andando a compiere il tawāf della Casa di Allah: che bisogno c’è di portare con noi provviste terrene?». Durante il viaggio per l’Hajj, in genere si riteneva illecito commerciare o lavorare per guadagnarsi da vivere. Molti, inoltre, durante l’Hajj smettevano persino di mangiare e bere, ritenendo anche questo un atto di culto. Alcuni, quando partivano per l’Hajj, smettevano persino di parlare. Questo veniva chiamato “Hajj muthmit”, ossia “Hajj muto”. Non c’è modo di contare quante altre pratiche errate e cattive usanze fossero state introdotte in questo modo. Non voglio sprecare tempo scrivendone una descrizione dettagliata.

Una simile condizione di profonda oscurità durò, più o meno, duemila anni. Durante questo lungo periodo nessun profeta apparve in Arabia, né vi giunse l’autentico insegnamento di alcun profeta. Infine si avvicinò il momento in cui la supplica del profeta Ibrāhīm, pace su di lui, sarebbe stata esaudita. Quando fondò la Casa della Kaʿba, aveva supplicato Allah: «O Allah, suscita in questo Paese un profeta appartenente a questo popolo, che venga a recitare loro i Tuoi versetti, insegni loro la conoscenza e la saggezza e corregga il loro carattere morale». Questa supplica fu accolta da Allah; perciò, nella sua stessa discendenza, apparve un uomo perfetto, il cui nobile nome era Muḥammad ibn ʿAbd Allāh, che Allah lo benedica e gli conceda la pace.

Come il profeta Ibrāhīm, pace su di lui, era nato nella discendenza di idolatri e sacerdoti, così anche quest’uomo perfetto, il profeta Muḥammad, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, nacque in una famiglia che da secoli esercitava il sacerdozio presso la Kaʿba. Proprio come il profeta Ibrāhīm, pace su di lui, aveva colpito duramente il sistema sacerdotale della propria stirpe, così l’ultimo profeta, Muḥammad, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, colpì con forza il sacerdotalismo e la pedanteria erudita della propria stirpe. Non solo: sotto i suoi colpi essi furono completamente sradicati. Come il profeta Ibrāhīm, pace su di lui, si era impegnato a distruggere le false dottrine e ogni falsa divinità, instaurando il dominio dell’unico Allah, così fece anche l’ultimo profeta, Muḥammad, che Allah lo benedica e gli conceda la pace. Egli stabilì pienamente la vera e pura religione dell’Islam predicata dal profeta Ibrāhīm, pace su di lui. Quando, dopo ventun anni di sforzi, queste opere giunsero a compimento, per ordine di Allah l’Altissimo dichiarò che la Kaʿba sarebbe stata il centro dei credenti nell’unico Allah in tutto il mondo e invitò gli uomini a recarvisi per l’Hajj e a riunirsi lì da ogni parte della terra:

وَلِلَّهِ عَلَى النَّاسِ حِجُّ الْبَيْتِ مَنِ اسْتَطَاعَ إِلَيْهِ سَبِيلًا وَمَنْ كَفَرَ فَإِنَّ اللَّهَ غَنِيٌّ عَنِ الْعَالَمِينَ

«È diritto di Allah nei confronti degli uomini che coloro i quali ne hanno la possibilità giungano a questa Casa, la Kaʿba, per compiere l’Hajj. Quanto a coloro che rifiuteranno di credere (cioè, pur avendone la possibilità, non verranno a compiere l’Hajj), sappiano che Allah non ha bisogno dei mondi creati». — Sura Āl ʿImrān, 97

Così, mentre l’Hajj veniva istituito in una nuova forma, tutte le superstizioni che erano state praticate per duemila anni nell’epoca dell’ignoranza furono completamente abolite. Gli idoli della Kaʿba furono abbattuti. Il culto degli idoli che vi si praticava invece di quello di Allah fu del tutto soppresso. Furono vietate le fiere e ogni genere di divertimento e festività. Fu introdotto il metodo corretto e naturale per adorare Allah, e il comando di Allah fu:

وَاذْكُرُوهُ كَمَا هَدَاكُمْ وَإِنْ كُنْتُمْ مِنْ قَبْلِهِ لَمِنَ الضَّالِّينَ

“Ricordate Allah e adoratelo secondo il modo che Allah vi ha indicato, anche se prima eravate traviati (cioè non conoscevate il modo corretto di ricordare Allah e adorarlo)” – Sura al-Baqara: 198

Ogni azione ingiusta e ogni attività vana furono severamente vietate:

فَلَا رَفَثَ وَلَا فُسُوقَ وَلَا جِدَالَ فِي الْحَجِّ
– (Sura al-Baqara: 197)
“Durante il pellegrinaggio non sono ammessi adulterio, oscenità, ribellione contro Allah, atti di empietà, dispute, conflitti o guerre.”
Furono inoltre vietati le gare di poesia e di poetica, il vantarsi con orgoglio delle azioni e delle imprese degli antenati, nonché divulgare i difetti altrui o insultare:

فَإِذَا قَضَيْتُمْ مَنَاسِكَكُمْ فَاذْكُرُوا اللَّهَ كَذِكْرِكُمْ آَبَاءَكُمْ أَوْ أَشَدَّ ذِكْرًا

“Quando avrete completato i riti del pellegrinaggio, ricordate Allah proprio come ricordavate i vostri antenati, o ricordateLo ancora più intensamente.” Sura al-Baqara: 200

Furono aboliti tutti gli elogi della generosità e della liberalità ostentate soltanto per farsi vedere dalla gente o per ottenere fama; al loro posto fu introdotta la pratica della macellazione degli animali sacrificali, secondo la tradizione dell’epoca del profeta Ibrahim, pace su di lui. In questo modo anche i pellegrini poveri avevano l’opportunità di mangiare la carne del sacrificio.

كُلُوا وَاشْرَبُوا وَلَا تُسْرِفُوا ۚ إِنَّهُ لَا يُحِبُّ الْمُسْرِفِينَ

«Mangiate e bevete, ma non sprecate; in verità Allah non ama gli spreconi.» – Sura al-Aʿrāf: 31

فَاذْكُرُوا اسْمَ اللَّهِ عَلَيْهَا صَوَافَّ ۖ فَإِذَا وَجَبَتْ
جُنُوبُهَا فَكُلُوا مِنْهَا وَأَطْعِمُوا الْقَانِعَ وَالْمُعْتَرَّ«Macellate questi animali esclusivamente per Allah e nel Suo nome. Quando, dopo la macellazione, avranno esalato completamente l’ultimo respiro, mangiatene anche voi e datene da mangiare al povero bisognoso e paziente che chiede.» – Sura al-Ḥajj: 36

Fu abolita la cattiva usanza di spalmarne il sangue sulle pareti della Kaʿba e di gettarvi la carne. Fu dichiarato chiaramente:لَن يَنَالَ اللَّهَ لُحُومُهَا وَلَا دِمَاؤُهَا وَلَٰكِن يَنَالُهُ
التَّقْوَىٰ مِنكُمْ ۚ«Il sangue o la carne di questi animali non giunge ad Allah; a Lui giungono soltanto la vostra taqwā e la vostra devozione.» Sura al-Ḥajj: 37

Fu completamente vietato compiere il ṭawāf nudi, e fu detto:

قُلْ مَنْ حَرَّمَ زِينَةَ اللَّهِ الَّتِي أَخْرَجَ لِعِبَادِهِ

«O Profeta! Di’ loro: “Chi ha proibito gli ornamenti che Allah ha scelto per i Suoi servi, vale a dire gli abiti?”» – Sura al-Aʿrāf: 32

قُلْ إِنَّ اللَّهَ لَا يَأْمُرُ بِالْفَحْشَاءِ«O Profeta! Di’: “Allah non ordina mai l’indecenza.”» – Sura al-Aʿrāf: 28

يَا بَنِي آدَمَ خُذُوا زِينَتَكُمْ عِندَ كُلِّ مَسْجِدٍ«O figli di Adamo! Indossate i vostri ornamenti, cioè gli abiti, durante ogni atto di culto.» Sura al-Aʿrāf: 31

Fu severamente vietato alterare i mesi stabiliti per il pellegrinaggio e considerare lecito combattere durante i mesi sacri:إِنَّمَا النَّسِيءُ زِيَادَةٌ فِي الْكُفْرِ ۖ يُضَلُّ بِهِ الَّذِينَ كَفَرُوا يُحِلُّونَهُ عَامًا وَيُحَرِّمُونَهُ عَامًا لِّيُوَاطِئُواعِدَّةَ مَا حَرَّمَ اللَّهُ فَيُحِلُّوا مَا حَرَّمَ اللَّهُ ۚ
«Il nasīʾ accresce soltanto la miscredenza (aggiungendo l’insolenza alla miscredenza). In tal modo i miscredenti vengono sprofondati in un traviamento ancora maggiore. Un anno considerano lecito un mese, e l’anno successivo ne rendono sacro un altro al suo posto, così da far corrispondere il numero dei mesi che Allah ha reso sacri. Ma agendo in questo modo rendono lecito proprio ciò che Allah ha vietato». Sura at-Tawba: 37

Fu vietato intraprendere il pellegrinaggio senza provviste e venne dichiarato chiaramente:

وَتَزَوَّدُوا فَإِنَّ خَيْرَ الزَّادِ التَّقْوَىٰ ۚ
«Durante il viaggio per il pellegrinaggio dovete procurarvi provviste. Infatti, (non portare provviste per il viaggio terreno non significa essere privi delle provviste per l’Aldilà) la migliore provvista per l’Aldilà è il taqwā». Sura al-Baqara: 197

Si riteneva che commerciare durante il pellegrinaggio o procurarsi il sostentamento in qualunque altro modo fosse un atto assolutamente colpevole, e che astenersi da tutto ciò fosse invece una grande opera meritoria. Allah l’Altissimo fece scendere la rivelazione per confutare questa falsa convinzione:

لَيْسَ عَلَيْكُمْ جُنَاحٌ أَن تَبْتَغُوا فَضْلًا مِّن رَّبِّكُمْ ۚ
«Non è colpa vostra guadagnare qualcosa, commerciando durante il viaggio per il pellegrinaggio, come grazia di Allah». Sura al-Baqara: 198

Fu inoltre impedito agli uomini di compiere un pellegrinaggio «muto» e un pellegrinaggio «da affamati e assetati». Non solo: furono eliminate innumerevoli altre superstizioni dell’epoca dell’Ignoranza, e il taqwā, il timore di Allah, la purezza e la semplicità furono proclamati comandamenti completi per l’umanità. Ai pellegrini fu ordinato che, uscendo di casa, si liberassero da ogni legame terreno, abbandonassero i desideri e le passioni dell’io, si astenessero dai rapporti coniugali durante il viaggio per il pellegrinaggio e si tenessero lontani da comportamenti abominevoli quali gli insulti, la calunnia e le parole oscene. Su ciascuna delle strade che conducono alla Kaʿba fu stabilito un luogo preciso. Prima di superarlo e proseguire verso la Kaʿba, essi dovevano assumere l’iḥrām e indossare abiti poveri. In questo modo ricchi e poveri sarebbero diventati uguali, le differenze tra le diverse comunità, tribù e simili sarebbero scomparse, e tutti, con lo stesso abito — l’abito dei più poveri — si sarebbero presentati davanti all’unico Allah con umiltà e sottomissione. Dopo aver assunto l’iḥrām, non era proibito soltanto versare sangue umano: era vietato persino cacciare gli animali. Affinché tra gli uomini non vi fossero guerre o conflitti, questi quattro mesi furono dichiarati sacri. Di conseguenza, tutte le strade verso la Kaʿba sarebbero diventate sicure e i pellegrini non avrebbero corso alcun pericolo lungo il cammino. Con questo sentimento di sacralità sarebbero entrati nel Santuario Sacro, non per dedicarsi a divertimenti, danze, canti, fiere o spettacoli. Qui, a ogni passo, si dovevano ricordare Allah, menzionare il Suo nome, pregare, compiere atti di culto e il sacrificio, e circumambulare la Casa della Kaʿba (ṭawāf). E qui risuonava un’unica voce, pronunciata lungo ogni sentiero, sulle mura del Santuario Sacro e sui suoi pendii montuosi:

«Eccomi alla Tua chiamata, o Allah! Sono venuto; Tu non hai associati, sono venuto soltanto a Te. Ogni lode è esclusivamente per Te. Ogni beneficio è un Tuo dono; a Te appartengono il regno e la signoria. Tu sei l’Unico: nessuno è Tuo associato».

A proposito di un pellegrinaggio così puro e compiuto con devozione sincera, il Profeta dell’intera umanità ha detto:

“Chi compie l’hajj sinceramente per Allah e si tiene lontano, in questo, da ogni sorta di brama e dissolutezza, ritorna puro come un neonato.”

In seguito, prima di descrivere i benefici e l’efficacia dell’hajj, è necessario spiegare di che natura sia l’obbligo dell’hajj. Allah dice nel Nobile Corano:

وَلِلَّهِ عَلَى النَّاسِ حِجُّ الْبَيْتِ مَنِ اسْتَطَاعَ إِلَيْهِ سَبِيلًا ۚ وَمَن كَفَرَ فَإِنَّ اللَّهَ غَنِيٌّ عَنِ الْعَالَمِينَ“Chi ha la capacità di raggiungere la Casa di Allah, ha verso Allah l’obbligo inderogabile di compiere l’hajj. Ciononostante, chi lo nega è un miscredente, e Allah non ha bisogno dei mondi.” – Sura Āl ʿImrān: 97

È proprio in questo versetto che il non compiere l’hajj, pur avendone la capacità, è stato definito chiaramente miscredenza. Tra ciò che il Nobile Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, ha detto nella sua spiegazione, vengono citati due hadith:

مَنْ مَلَكَ زَادًا وَرَاحِلَةً تُبَلِّغُهُ إِلَى بَيْتِ اللَّهِ وَلَمْ يَحُجَّ فَلَا عَلَيْهِ أَنْ يَمُوتَ يَهُودِيًّا أَوْ نَصْرَانِيًّا

“Se una persona possiede le provviste e una cavalcatura per raggiungere la Casa di Allah, ma non compie l’hajj, allora la sua morte sarà considerata equivalente a quella di un ebreo o di un cristiano.” [Tirmidhi]

مَنْ لَمْ يَمْنَعْهُ مِنَ الْحَجِّ حَاجَةٌ ظَاهِرَةٌ أَوْ سُلْطَانٌ جَائِرٌ أَوْ مَرَضٌ حَابِسٌ فَمَاتَ وَلَمْ يَحُجَّ فَلْيَمُتْ إِنْ شَاءَ يَهُودِيًّا وَإِنْ شَاءَ نَصْرَانِيًّا

“Se una persona non ha alcuna difficoltà manifesta, nessun sovrano tiranno le ha impedito il cammino e nessuna malattia l’ha resa incapace, e tuttavia muore senza aver compiuto l’hajj, può morire da ebreo o da cristiano.” [Darimi]

Sua Eccellenza ʿUmar al-Fārūq, che Allah sia compiaciuto di lui, lo ha spiegato dicendo:

«A coloro che, pur avendone i mezzi, non compiono l’hajj si dovrebbe imporre la jizya; perché non sono musulmani, non sono musulmani.»

Da questo comando citato di Allah l’Altissimo e dalla spiegazione del Nobile Messaggero, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, e del suo califfo, chiunque può comprendere che l’hajj non è un obbligo di poco conto. Il suo adempimento o la sua omissione non sono stati lasciati alla libera scelta dei musulmani. In verità, per ogni musulmano che disponga dei mezzi economici per andare alla Kaʿba e tornare, e che non sia fisicamente incapace, è assolutamente obbligatorio compiere l’hajj una volta nella vita. Senza farlo non vi è assolutamente salvezza. Non importa in quale angolo del mondo viva, né quanto grande sia la responsabilità affidatagli per i figli, gli affari o il lavoro: se, pur avendone i mezzi, un musulmano cerca di evitare l’hajj e, con il pretesto di innumerevoli impegni, lo rimanda continuamente anno dopo anno, senza compierlo finché ne ha il tempo, allora è lecito dubitare che possieda la fede. Quanto a coloro nella cui intera vita non sorge neppure il pensiero di adempiere al dovere dell’hajj, che viaggiano in ogni parte del mondo e da un Paese all’altro, passando accanto all’Hijaz durante i loro viaggi in Europa e America, mentre la Casa della Kaʿba dista soltanto poche ore, e tuttavia non concepiscono neppure l’idea di compiere l’hajj: costoro non sono affatto musulmani; non hanno alcun diritto di dichiararsi musulmani e, anche se lo fanno, la loro pretesa è falsa. Coloro che li considerano musulmani sono ignoranti e inconsapevoli delle prescrizioni del Corano. Nel loro cuore può anche esserci compassione per la comunità musulmana, ma essa è del tutto priva di valore. È infatti evidente che nei loro cuori e nelle loro menti non esistono né obbedienza ad Allah né fede nelle Sue prescrizioni.

Le caratteristiche dell’hajj

Nel Corano, nel passo in cui si menziona il comando dato a Ibrāhīm, che la pace sia su di lui, di rivolgere a tutti l’invito all’hajj, come prima ragione viene detto:

– Che la gente venga a vedere quali benefici siano racchiusi per loro nell’adempimento dell’hajj; in altre parole, giungendo al tempo dell’hajj e riunendosi presso la Kaʿba Sharīf, vedranno con i propri occhi che esso è realmente benefico per loro. Infatti, i benefici che vi sono racchiusi possono essere compresi dall’essere umano proprio osservandoli con i propri occhi. Da una narrazione si apprende che l’Imām Abū Ḥanīfa, che Allah abbia misericordia di lui, prima di compiere l’hajj non riusciva a comprendere con certezza quale fosse la migliore tra le pratiche cultuali islamiche; ma non appena ebbe compiuto l’hajj e constatato i benefici racchiusi nel suo cuore, dichiarò con voce chiara: «L’hajj è la migliore pratica cultuale».

Qui vengono descritte brevemente le caratteristiche e i benefici dell’hajj. In genere, gli abitanti del mondo compiono due tipi di viaggio. Un tipo di viaggio viene intrapreso per il sostentamento e il lavoro, mentre l’altro per il piacere, il divertimento e lo svago. In entrambi questi tipi di viaggio sono il proprio interesse e le proprie inclinazioni a spingere l’essere umano a partire. Abbandona la casa per un proprio scopo e si allontana dai figli, dalla prole e dai parenti per una qualche finalità terrena. In viaggi di questo genere, qualunque somma di denaro spenda, la spende per raggiungere il proprio obiettivo. Pertanto, in tali viaggi l’essere umano non deve in realtà compiere alcun sacrificio o rinuncia. Il viaggio intrapreso in occasione dell’hajj, invece, è completamente diverso da quelli sopra menzionati. Esso non viene compiuto per un proprio interesse né per soddisfare i desideri delle proprie passioni; al contrario, viene compiuto sinceramente per Allah l’Altissimo e con l’intenzione di realizzare lo scopo stabilito da Allah. Proprio per questo, finché nel cuore dell’essere umano non si risveglieranno l’amore e la devozione per Allah e il timore di Allah, e finché non considererà obbligatorio ciò che Allah ha reso obbligatorio, egli non potrà in alcun modo decidersi a intraprendere questo viaggio. Dunque, chi abbandona per lungo tempo la propria casa e i propri parenti, accetta le perdite nei propri affari, le spese di denaro e le difficoltà del viaggio, e parte per compiere l’hajj, dimostra con questa sua partenza di avere nel cuore il timore e l’amore di Allah. Considera obbligatorio ciò che Allah ha reso obbligatorio ed è interiormente così preparato che, se mai fosse necessario partire sulla via di Allah, potrebbe lasciare senza esitazione la propria casa, sopportare le difficoltà e sacrificare tutti i propri beni e le proprie comodità per ottenere il compiacimento di Allah.

Quando, animato da questo santo desiderio, si prepara a partire per il viaggio dell’hajj, la sua indole e la sua natura cambiano completamente. Nel suo cuore l’ispirazione dell’amore per Allah diviene realmente spontanea e rigogliosa. In effetti, egli diventa folle di desiderio per quella destinazione e, da quel momento, nella sua mente non può sorgere altro che pensieri virtuosi e puri.

Si pente di tutti i peccati commessi in precedenza, chiede perdono a tutti per i propri errori e mancanze e restituisce i diritti altrui che fino ad allora non aveva adempiuto, poiché non gradisce affatto presentarsi davanti ad Allah con il peso dei debiti. Il suo cuore si purifica da ogni sorta di peccato e di pensiero ingiusto. Naturalmente, il suo animo si orienta verso il bene e, dopo aver intrapreso il viaggio, quanto più avanza, tanto più nel suo cuore e nella sua mente si agitano onde di sentimenti virtuosi e puri. Si preoccupa e si adopera affinché nessuna sua azione ferisca in alcun modo il cuore di qualcuno e affinché possa recare tutto l’aiuto possibile a chiunque. La sua natura si astiene spontaneamente da parole oscene e futili, dalla sfrontatezza, dall’inganno e dalla frode, dalle dispute e dai conflitti e da azioni simili. Poiché è un viaggiatore diretto al «Santuario Sacro» di Allah, non può fare a meno di vergognarsi di avanzare lungo questa via compiendo ingiustizie. Se il suo stesso viaggio è un atto di culto, quale spazio possono mai avere l’oppressione e il peccato in quest’atto di culto? Si vede dunque che questo viaggio è completamente diverso da ogni altro tipo di viaggio. Esso continua a purificare il cuore dell’uomo. A dire il vero, è uno straordinario corso di riforma, che ogni musulmano pellegrino deve attraversare.

Dopo aver completato una parte del viaggio, si giunge a un luogo dove ogni musulmano diretto alla Mecca è obbligato a indossare l’«ihram». Nessuno può proseguire senza farlo. Che cos’è questo «ihram»? Non è altro che un lungi non cucito, un telo e calzature prive di cuciture. Ciò significa che, qualunque cosa tu sia stato finora, ora devi presentarti davanti ad Allah con l’aspetto di un faqir. Non cercare di essere un faqir solo esteriormente, ma anche interiormente. Deponi tutti gli abiti colorati o sfarzosi e indossa un abito semplice, degno di un derviscio. Non indossare calze, tieni i piedi scoperti, non usare alcun profumo, non tagliarti i capelli e rinuncia a ogni ornamento e sfarzo. Astieniti dai rapporti coniugali, non compiere alcuna azione sessualmente eccitante e non cacciare. Inoltre, non aiutare alcun cacciatore a cacciare. Quando assumerai un simile aspetto nella vita esteriore, esso lascerà una profonda impronta anche sul cuore e interiormente diventerai veramente un «faqir». L’orgoglio e la vanagloria scompariranno e si manifesteranno sentimenti di povertà e amore per la pace. Verrà eliminata la macchia che aveva contaminato la tua anima a causa dell’abbandono ai piaceri e ai godimenti terreni, e il puro sentimento di servire Allah nobiliterà entrambi gli aspetti della tua vita, interiore ed esteriore.

Non appena indossa l’«ihram», il pellegrino deve recitare ripetutamente una particolare supplica: dopo ogni preghiera, durante ogni salita e discesa del cammino, quando si riunisce alla carovana e ogni giorno al risveglio. La supplica è questa:

لَبَّيْكَ اللَّهُمَّ لَبَّيْكَ لَبَّيْكَ لَا شَرِيكَ لَكَ لَبَّيْكَ إِنَّ الْحَمْدَ وَالنِّعْمَةَ لَكَ وَالْمُلْكَ لَا شَرِيكَ لَكَ

In effetti, questa supplica viene recitata in risposta all’appello universale che il profeta Ibrahim, la pace sia su di lui, pronunciò quattromilacinquecento anni fa per ordine di Allah, invitando al pellegrinaggio. Quarantacinque secoli fa, questo banditore di Allah chiamò dicendo: «O servi di Allah! Venite verso la Casa di Allah, accorrete da ogni angolo della terra. Venite a piedi oppure cavalcando dei mezzi di trasporto». In risposta, ancora oggi ogni viaggiatore diretto al «Santuario Sacro» proclama ad alta voce: «Sono venuto, o Allah, sono qui. Tu non hai alcun associato; sono venuto soltanto in risposta al Tuo invito. Ogni lode e ogni elogio sono un Tuo dono; in nulla hai alcun associato».

In questo modo, attraverso ogni invocazione del «labbayk», si stabilisce uno stretto legame tra il pellegrino e il movimento islamico affermatosi sin dai tempi delle opere del profeta Ibrahim e del profeta Isma‘il, la pace sia su entrambi. La distanza di quattromilacinquecento anni scompare e tutto si fonde in un’unica realtà. Sembra che da una parte Ibrahim, la pace sia su di lui, chiami per conto di Allah, mentre dall’altra ogni pellegrino gli risponda, avanzando mentre continua a rispondere. Quanto più procede, tanto più sgorgano nel suo cuore e nella sua anima, con intensità sempre maggiore, l’entusiasmo, l’ardore e le correnti di sentimento spirituale. A ogni salita e discesa del cammino, nelle sue orecchie risuona l’appello di Allah, ed egli avanza continuando a rispondervi. Arriva carovana dopo carovana, e ognuno, ascoltando questo messaggio come un innamorato folle, esclama: «Sono venuto, sono qui». Ogni nuova alba gli porta il messaggio dell’Amato e, non appena apre gli occhi al chiarore dell’aurora, continua a proclamare: «Sono venuto, o Allah! Sono qui». In breve, le ripetute invocazioni, l’abito povero dell’ihram, la condizione del viaggio e il sentimento di avvicinarsi alla Casa della Ka‘ba a ogni tappa creano un’atmosfera tale che il pellegrino si immerge in un amore profondo e inesauribile per Allah, e nella sua vita non rimane spazio per nient’altro se non il ricordo di quell’unico Amato.

In questo stato il pellegrino giunge alla Mecca e, appena arrivato, corre direttamente verso la meta principale. Bacia il santuario dell’Amato. Poi compie il giro attorno al centro della propria fede e convinzione, della propria iman, dottrina, din e religione, e a ogni giro bacia il santuario.¹ Ogni tawaf comincia e termina baciando la Pietra Nera della Ka‘ba.² Dopodiché deve recitare una preghiera di due rak‘at presso il «Maqam Ibrahim». Uscendo da lì, sale sul monte Safa e, quando da quel luogo il suo sguardo si posa sulla Casa della Ka‘ba, esclama ad alta voce:

لَا إِلَهَ إِلَّا اللَّهُ وَلَا نَعْبُدُ إِلَّا إِيَّاهُ مُخْلِصِينَ لَهُ الدِّينَ وَلَوْ كَرِهَ الْكَافِرُونَ

«Non vi è altra divinità all’infuori di Allah; non adoriamo nessun altro; riconosciamo con assoluta sincerità soltanto l’obbedienza ad Allah, per quanto ciò possa essere insopportabile per i miscredenti.»

Poi bisogna correre tra i due monti Safa e Marwa. Con ciò il pellegrino dimostra di essere sempre pronto a correre in questo modo allo scopo di ottenere la vicinanza e il compiacimento di Allah. Anche durante questa corsa continua a pronunciare:

أَللَّهُمَّ اسْتَعْمَلْنِيْ بِسُنَّةِ نَبِيِّكَ وَتَوَفَّنِيْ عَلَى مِلَّتِهِ وَأَعِذْنِيْ من مُّضِلاَّتِ الْفِتَنِ

«O Allah! Concedimi la capacità di agire secondo l’esempio e la condotta del Tuo Profeta. Fa’ che la mia morte avvenga sul cammino del Tuo Profeta e proteggimi dalle fitne che fanno smarrire la retta via.»

1. Bisogna baciare la sacra Kaaba baciando la Pietra Nera, l’Hajar al-Aswad, collocata in essa. Molti sciocchi muovono contro questo bacio l’accusa che si tratti anch’esso di una forma di idolatria. In realtà non è altro che il bacio della dimora dell’Amico. Durante il tawaf della sacra Kaaba, al termine di ogni giro si bacia l’Hajar al-Aswad o almeno si fa un gesto verso di essa. Ciò non ha la minima relazione con l’adorazione di questa pietra nera. A questo proposito è molto nota una dichiarazione di Umar al-Faruq, che rivolgendosi alla pietra disse: «So che sei soltanto una pietra. Se il nobile Messaggero di Allah non ti avesse baciata, non ti avrei mai baciata.»
2. La consuetudine di baciare la dimora della Kaaba, centro vitale dei musulmani, fu istituita sia dal profeta Ibrahim sia dall’ultimo Profeta, Muhammad; per questo, nella supplica, fu indicata proprio questa pietra. A parte ciò, questa pietra nera non possiede alcuna altra caratteristica per cui la si possa baciare. — Il traduttore

Talvolta si recita questa supplica:

اغْفِرْ وَأَرْحَمْ وَتَجَا وَزَعَمَّا تَعْلَمُ إِنَّكَ أَنْتَ الْأَعَزُّ الْأَكْمُ رَب«O Signore! Perdona e abbi misericordia; perdona le mie colpe di cui Tu sei a conoscenza. La Tua potenza è la più grande e la Tua misericordia è incomparabile.»

Dopo ciò, il pellegrino deve trasformarsi in un soldato di Allah. Perciò deve vivere in accampamento per cinque o sei giorni. Deve trascorrere un giorno nell’accampamento di Mina, il giorno seguente fermarsi ad Arafat e ascoltare le istruzioni del comandante impartite nel khutba. Di notte deve recarsi a Muzdalifa e stabilirvi l’accampamento. Al termine della giornata deve tornare nuovamente a Mina e qui lanciare pietruzze contro i pilastri, compiendo la lapidazione. Le truppe e i soldati del re Abraha erano giunti fin lì per distruggere la Kaaba. A ogni lancio di pietra, il soldato di Allah esclama:

اَللهُ أَكْبَرْ رَغَماً لِلشَّيْطَانِ وَحِزْبِهِ

«Allah è il più grande. Che i volti di Satana e dei suoi seguaci siano coperti di polvere.» E—أَللَّهُمَّ تَصْدِيْقاً بِكِتَابِكَ وَإِتِّبَاعاً لِسُنَّةِ نَبِيِّكَ «O Allah! Concedici la capacità di proclamare la verità del Tuo Libro e di seguire gli ordini del Tuo Profeta.»

Colpire i pilastri con frammenti di pietra significa dichiarare: «O Allah! Chiunque tenti di distruggere la Tua religione, l’Islam, o di soffocare la Tua voce, io combatterò contro di lui in questo modo, per elevare e affermare la Tua parola.» Poi, proprio in quel luogo, si compie il sacrificio. Con ciò si offre una prova concreta e attiva del desiderio e della volontà di sacrificare la propria vita sulla via di Allah. Da lì si prosegue verso la Kaaba, come se i combattenti dell’Islam, dopo aver compiuto il loro dovere, tornassero vittoriosi verso il «quartier generale». Dopo il tawaf e la preghiera di due rakʿat, si depone l’ihram. Ora diventano lecite le azioni che erano state proibite a causa dell’ihram, e la vita del pellegrino riprende il suo corso normale. Dopo l’inizio di questa vita, egli deve recarsi nuovamente a Mina e accamparsi lì; il giorno seguente deve ancora colpire con sassolini quei tre pilastri di pietra. Nella terminologia islamica ciò è chiamato «jumarat». È soltanto il simbolo della ritirata e della sconfitta dell’esercito di Abraha, il re, che aveva attaccato La Mecca. Nell’anno della nascita del Nobile Messaggero, pace e benedizioni su di lui, proprio durante il periodo del pellegrinaggio, Abraha era giunto con l’intento di distruggere la Casa di Allah. Da parte di Allah, uccelli celesti lanciarono sassolini e li annientarono. Dopo aver nuovamente lanciato pietre contro quei pilastri il terzo giorno, il pellegrino ritorna alla Mecca e compie per sette volte il tawaf attorno alla Casa della Kaaba, centro della sua religione. Questo tawaf è chiamato tawaf d’addio. Una volta compiuto, i riti del pellegrinaggio giungono al termine.

Dall’intenzione di compiere il pellegrinaggio e dai preparativi e dall’organizzazione necessari fino al ritorno alla propria casa, per un periodo di circa tre mesi, è facile comprendere, alla luce della dettagliata discussione precedente, quanto vaste e profonde disposizioni spirituali si accumulino nella mente e nel cuore del pellegrino. Fin dall’inizio egli deve sacrificare il proprio tempo e il proprio denaro, rinunciare al comfort e alla tranquillità, e interrompere innumerevoli rapporti e legami mondani. Deve sacrificare molti desideri, aspirazioni, piaceri e gusti del proprio animo. E tutto ciò deve farlo soltanto per Allah: nessun interesse personale può trovarvi posto. Inoltre, durante questo viaggio, quanto più crescono la devozione e il timore di Allah, così come il ricordo di Allah e il desiderio e l’ardore del cuore verso Allah, tanto più ciò esercita un’influenza duratura sull’animo umano; tale influenza permane per molto tempo. Posando i piedi nel Sacro Santuario, il pellegrino vede a ogni passo chiari segni delle opere passate di quei grandi uomini. Essi, adorando Allah e obbedendoGli, sacrificarono tutto ciò che possedevano per stabilire la religione dell’Islam; combatterono contro il mondo intero, sopportarono senza lamentarsi ogni sorta di sofferenze e umiliazioni, subirono l’esilio e sopportarono innumerevoli ingiustizie, ma non provarono la minima stanchezza finché non ebbero stabilito la religione di Allah. Essi frantumarono le teste di tutte quelle forze del «falso» che costringevano gli uomini a servire qualcuno diverso dall’unico Allah, e innalzarono la bandiera della religione dell’Islam.

Osservando questi segni evidenti e queste testimonianze colme di benedizioni, un credente in Allah può apprendere, con il cuore profondamente toccato, un desiderio ardente, coraggio e la lezione del combattere sulla via di Allah; non può ricevere tale insegnamento da nessun’altra cosa. Compiendo il tawaf attorno alla Kaaba, il pellegrino stabilisce un legame stretto con il centro della religione dell’Islam. Le altre pratiche del pellegrinaggio formano la vita del pellegrino attraverso un addestramento militare. Se si considerano insieme alla preghiera, al digiuno e alla zakat, apparirà chiaramente che l’Islam, mediante tutto ciò, addestra l’uomo in vista di un grande obiettivo. Per questo il pellegrinaggio è stato reso obbligatorio per ogni musulmano che abbia la possibilità di recarsi fino alla Mecca. Lo scopo è che ogni anno un numero sempre maggiore di musulmani giunga a questo cuore pulsante dell’Islam, riceva un addestramento e poi ritorni al proprio campo d’azione.

Inoltre, se non si considera un altro aspetto, non si potrà comprendere pienamente il beneficio e il valore del pellegrinaggio. Nessun musulmano compie mai il pellegrinaggio da solo. È stata stabilita una data per il pellegrinaggio di tutti i musulmani del mondo. Migliaia e milioni di musulmani si riuniscono e compiono il pellegrinaggio nello stesso periodo. Da quanto detto sopra si può comprendere soltanto fino a che punto il pellegrinaggio individuale di un musulmano possa influenzarlo. Attraverso l’articolo successivo saprete in dettaglio di quanto il beneficio del pellegrinaggio sia stato moltiplicato, fissando un periodo per il pellegrinaggio dei musulmani del mondo: non il risultato di due frutti da un’unica azione, ma l’opportunità di ottenere diverse migliaia di risultati è una realizzazione incomparabile propria soltanto dell’Islam. Anche il beneficio della preghiera individuale non è trascurabile. Ma stabilendo come condizione di partecipare alla preghiera in congregazione e di pregare dietro l’imam, e prescrivendo che la preghiera del venerdì e le preghiere delle due feste siano compiute in congregazione, il suo beneficio è stato accresciuto innumerevoli volte. Il digiuno praticato individualmente avrebbe comunque contribuito in misura significativa alla formazione della mente e del carattere dei digiunatori. Ma stabilendo un mese per il digiuno di tutti i musulmani, il suo beneficio è stato accresciuto a tal punto da non poter essere esaurito con il conteggio. Anche il beneficio dell’adempimento individuale della zakat da parte di ciascuno non è trascurabile; ma istituendo il sistema di versarla attraverso il Bayt al-Mal, il suo beneficio è stato accresciuto a tal punto che non può essere realmente compreso finché non sia instaurato uno Stato islamico. Infatti, è sotto l’autorità dello Stato islamico che la zakat di tutti i musulmani viene raccolta nel «Bayt al-Mal» e distribuita in modo organizzato tra gli aventi diritto. Di conseguenza, gli indigenti della società ne ricevono un beneficio straordinario. Lo stesso vale per il pellegrinaggio. Anche il pellegrinaggio individuale può avviare una grande rivoluzione nella vita di migliaia di persone. Ma stabilendo che i musulmani del mondo compiano il pellegrinaggio riuniti, è stata offerta l’opportunità di ottenere benefici illimitati.

La conferenza mondiale del pellegrinaggio

I musulmani per i quali il pellegrinaggio (Hajj) è obbligatorio, cioè coloro che sono in grado di recarsi fino alla Kaʿba Sharīfa, non sono pochi. In ogni regione il loro numero non è affatto esiguo. Si può dire che in ogni città se ne contano diverse migliaia e in ogni paese diverse centinaia di migliaia. Ogni anno, la maggior parte di loro lascia la propria casa con l’intenzione di compiere il pellegrinaggio. È davvero degno di nota osservare come, nei luoghi del mondo in cui vivono i musulmani, con l’avvicinarsi della stagione del pellegrinaggio si risvegli una nuova coscienza della vita islamica. A partire all’incirca dal Ramadan fino al mese di Dhū al-Qaʿda, centinaia di persone si preparano e partono da luoghi diversi per recarsi al pellegrinaggio. D’altra parte, dal periodo finale del mese di Muharram fino a Safar, Rabīʿ al-Awwal e persino Rabīʿ al-Thānī, continua il ritorno dei pellegrini. Durante questi sei mesi, tutti gli insediamenti musulmani rimangono per così dire animati da un’atmosfera religiosa. Coloro che partono per il pellegrinaggio e ritornano dopo averlo compiuto sono naturalmente immersi in tale atmosfera; ma anche quelli che non partono, accompagnando i pellegrini alla partenza, salutandoli quando lasciano una stazione dopo l’altra e accogliendoli al loro ritorno, oltre ad ascoltare da loro i dettagli del pellegrinaggio, provano anch’essi in qualche misura la gioia di recarsi al pellegrinaggio.

Quando ciascun pellegrino formula l’intenzione di recarsi al pellegrinaggio, in lui si risvegliano insieme il timore di Allah, la pietà, il pentimento e la richiesta di perdono, nonché sentimenti di carattere elevato e puro. Chiede congedo ai suoi cari parenti e amici, ai colleghi e a tutte le persone a lui legate. Comincia a portare a compimento tutti i suoi affari e le sue attività. Sembra allora che non sia più la persona di prima: l’attrazione del suo cuore verso Allah ha purificato il suo animo. Si può quindi immaginare quanto profondamente il cambiamento di ogni singolo pellegrino influenzi le persone che lo circondano. Se ogni anno anche solo centomila persone, in media, completassero questo pellegrinaggio partendo da diversi centri del mondo, l’influsso dei loro spostamenti e delle loro attività non potrebbe non raggiungere il carattere di molti altri milioni di persone. Inoltre, quando la carovana dei pellegrini attraversa un luogo, quante persone del posto, vedendoli, incontrandoli e ascoltando il loro grido di «Labbayka», si sentono colmare il cuore di sentimenti prodigiosi! Quanti volgono il proprio sguardo verso la Casa di Allah! E quante anime addormentate si risvegliano con il desiderio di compiere il pellegrinaggio! Quando poi queste persone ritornano verso i propri paesi, diffondendo in diverse parti del mondo l’atmosfera vivificante del pellegrinaggio, e gruppi di persone accorrono a incontrarle e ascoltano da loro i racconti della Casa di Allah, in quanti innumerevoli cuori e in quanti ambienti si risveglia lo spirito islamico!

Per questo voglio dire che, come il mese di Ramadan è per la comunità musulmana mondiale la stagione della taqwā e della pietà, così i mesi del pellegrinaggio sono la stagione della rinascita islamica mondiale. Il Sapiente e Magnifico Allah ha istituito questo sistema affinché il movimento islamico mondiale non rallentasse. Ha posto la sacra Kaʿba come centro del mondo, così come il cuore è situato nel corpo umano. Per quanto il corpo possa essere malato, finché il battito del cuore non si arresta e la circolazione del sangue in tutto il corpo non si interrompe, l’uomo non muore; allo stesso modo, finché continuerà a esistere questo sistema dell’assemblea del pellegrinaggio, continuerà anche il movimento islamico.

Basta chiudere per un momento gli occhi e riflettere perché vi appaia chiaramente che, sebbene le innumerevoli persone giunte dalle regioni più remote della terra differiscano per aspetto, colore della pelle, lingua e abbigliamento, non appena si avvicinano al centro arrivano tutte in un luogo stabilito, si tolgono i propri abiti e indossano tutte una medesima uniforme semplice e priva di sfarzo. Dopo aver indossato questa uniforme dell’ihrām, appare chiaramente che le centinaia di migliaia di schiere provenienti dalle migliaia di popoli del mondo sono l’esercito dell’unico Allah, Re del mondo e Sovrano supremo della terra e dei cieli. Sono state reclutate tra le migliaia di popoli e comunità della terra. Sono tutte l’esercito dello stesso Re. Su tutti recano il segno dell’obbedienza e della servitù al medesimo Sovrano; tutti sono legati l’uno all’altro dal vincolo dell’obbedienza allo stesso Re e corrono verso la stessa capitale, per presentarsi davanti al Grande Sovrano. Quando questi soldati, vestiti della stessa uniforme, superano il mīqāt e avanzano, dalle loro voci risuona il medesimo richiamo, riempiendo di echi il cielo e l’aria:لبيك اللهم لبيك لبيك لا شريك لك لبيك إن الحمد والنعمة لك والملك،

Le voci che lo pronunciano sono diverse, ma il richiamo è lo stesso sulle labbra di tutti. Quanto più ci si avvicina al centro, tanto più le distanze si riducono. Le carovane dei diversi paesi si incontrano e tutti, riuniti, pregano nello stesso modo: gli abiti sono gli stessi, l’imam è lo stesso, tutti pregano con gli stessi movimenti e nella stessa lingua; al richiamo di un unico «Allāhu Akbar» tutti si alzano e si siedono, compiono il rukūʿ e il sujūd, e tutti recitano e ascoltano il Corano nella stessa lingua araba. In questo modo, le differenze artificiali di lingua, popolo, paese, discendenza e tribù, che separavano i milioni di persone riunite, vengono frantumate e si dissolvono in un’unica realtà. Dall’unione di tutta l’umanità si forma una grande comunità di «credenti in Allah». Poi questa grande comunità internazionale prosegue il cammino intonando lo stesso richiamo: «Labbayka, Labbayka». Quando tale richiamo si leva a ogni salita e discesa del percorso, quando riecheggia al momento della preghiera e all’alba, quando risuona mentre le carovane si incontrano, tutto intorno si crea un’atmosfera straordinaria. In quell’atmosfera l’uomo dimentica se stesso, si inebria di uno stato d’animo inconcepibile e, attratto dal richiamo di «Labbayka», corre verso un mondo spirituale. Poi, giunti alla Kaʿba, si compiono la circumambulazione attorno al punto centrale stabilito, con la moltitudine proveniente dai diversi centri del mondo vestita allo stesso modo; tutti corrono insieme tra i monti Ṣafā e Marwa; tutti giungono a Minā, vivono sotto le tende e ascoltano lì il sermone pronunciato dalla voce di un imam; poi trascorrono la notte sotto le tende a Muzdalifa; fanno ritorno tutti insieme verso Minā; tutti compiono ad al-ʿAqaba la lapidazione con le pietre; quindi tutti offrono il sacrificio e pregano riuniti nello stesso centro. L’atmosfera sacra e lo stato d’animo spirituale che si creano attraverso queste pratiche non hanno paragoni in nessun’altra religione o sistema di vita del mondo.

Inoltre, il fatto che innumerevoli persone provenienti dalle diverse nazioni del mondo si riuniscano in un unico centro con tale devozione, concentrazione e senso di unità, compiendo ogni cosa con intenti e sentimenti così puri e con azioni integre, è in realtà una grande benedizione per i figli di Adamo. Nessun’altra religione, oltre all’Islam, ha potuto offrire questa benedizione. L’incontro reciproco delle diverse nazioni del mondo non è affatto una novità: è sempre avvenuto. Ma le loro assemblee si tengono sui campi di battaglia per tagliarsi reciprocamente la gola, oppure nelle conferenze di pace per spartirsi tra loro i Paesi sconfitti, o nelle assemblee delle nazioni del mondo per tessere, contro ciascuna nazione, trame di inganno e frode, di oppressione e slealtà; oppure con l’intento di danneggiare gli altri e perseguire i propri interessi. Che l’intera popolazione delle nazioni si riunisca con animo limpido, retto carattere e sentimenti puri, con amore e affetto, devozione e unità spirituale e interiore; che si incontri con piena concentrazione nei pensieri, nelle azioni e negli obiettivi — e che, inoltre, non si limiti a riunirsi una sola volta, ma si incontri ogni anno nello stesso centro per tutti i tempi: quale altra religione o sistema religioso al mondo ha potuto offrire all’umanità una benedizione tanto grande, oltre all’Islam? Qualcuno ha potuto proporre un sistema migliore per instaurare la pace nel mondo, risolvere i conflitti e le dispute reciproche tra le nazioni e creare, al posto di lotte e contese, un ambiente di amore, amicizia e fratellanza? L’Islam non si è limitato a questo; ha introdotto molti altri sistemi benefici.

Quattro mesi dell’anno sono stati stabiliti per compiere l’Hajj e l’Umrah. L’Islam ha ordinato di mantenere inviolata la pace lungo tutto il percorso durante questi quattro mesi dedicati al viaggio verso la Kaaba. Questo costituisce un sistema permanente per instaurare e preservare la pace nel mondo. Se il potere politico del mondo fosse nelle mani dell’Islam, grazie all’Hajj e all’Umrah il mondo potrebbe essere protetto per sempre dalla guerra e dallo spargimento di sangue per almeno un terzo dell’anno.

L’Islam ha donato agli abitanti del mondo un haram. Questo haram è un centro di pace fino al Giorno della Resurrezione. Qui non solo è proibito uccidere una persona, ma non si può neppure cacciare alcun animale. Persino l’erba del luogo non può essere tagliata. Non è consentito nemmeno spezzare una spina del luogo; se qualcuno vi smarrisce un oggetto, è proibito persino toccarlo. L’Islam ha istituito sulla terra una città. In questa città non è consentito a nessuno entrare portando un’arma. Accumulare qui cereali o altri beni di prima necessità e provocare così un aumento dei prezzi è una chiara ribellione contro Allah. Allah l’Altissimo ha ammonito in questi termini coloro che commettono ingiustizia contro gli altri: “Nuzikkhum min ‘adhābin alīm”, cioè: “Li sottoporremo a un castigo doloroso.”

L’Islam ha stabilito un centro per l’intera Terra. A proposito dell’identità di questo centro, è stato detto:سَوَاءً الْعَاكِفُ فِيهِ وَالْبَادِ ۚ«Tutti coloro che, riconoscendo la sovranità e il regno di Allah, nonché la profezia e la guida del nobile Muhammad Mustafa, pace e benedizioni di Allah su di lui, entreranno nella fraternità islamica, avranno uguali diritti in questo centro dell’Islam». Che sia abitante dell’America o dell’Africa, della Cina o del Bangladesh e del Pakistan, se è musulmano, il suo diritto nella Mecca al-Mukarrama sarà uguale a quello degli abitanti originari della Mecca. L’intera area del Haram Sharif è come una moschea. Il musulmano che, recandosi in moschea, si assicura un posto per sé, ne acquisisce il diritto d’uso; nessuno può cacciarlo da quel posto e nessuno può chiedergli un affitto. Tuttavia, anche se vi rimanesse seduto per tutta la vita, non potrebbe rivendicare quel posto come sua proprietà né venderlo. Né potrebbe chiederne un affitto. Così, quando quella persona lascerà quel posto, qualcun altro potrà venire a occuparlo, proprio come aveva potuto fare la persona precedente. La situazione del Haram Sharif è esattamente la stessa.

Il nobile Profeta, pace e benedizioni di Allah su di lui, disse: «Chiunque arrivi nella città della Mecca e occupi per primo un luogo, quel luogo sarà suo». Non è lecito riscuotere l’affitto delle case qui. Umar al-Faruq, che Allah sia compiaciuto di lui, proibì agli abitanti di chiudere le porte dei cortili antistanti le loro case, affinché la gente potesse recarsi nei loro cortili e soggiornarvi. Alcuni giuristi sono giunti al punto di affermare che nessuno è proprietario delle case della città della Mecca e che esse non possono neppure essere divise secondo le norme dell’eredità. Il mondo può forse trovare altrove, se non nell’Islam, tali opportunità, tali agevolazioni e questa preziosa benedizione della libertà?

A proposito di un Hajj di tal genere era stato detto: «Mettetelo in pratica e vedrete quanto grande beneficio vi è racchiuso». Non ho la capacità di enumerare uno per uno tutti i suoi benefici. Tuttavia, dalla breve descrizione che finora ho presentato sopra, si potrà ricavare un’idea chiara al riguardo.

Ma, dopo aver ascoltato tutte queste cose, ascoltate anche almeno in parte il dolore del mio cuore. Il musulmano per eredità è come un bambino nato all’interno di una miniera di diamanti. Quando questo bambino, fin dal momento della nascita, vede tutt’intorno soltanto diamanti e gioca con frammenti di diamante, ai suoi occhi persino un tesoro prezioso quanto il diamante diventa privo di valore come una semplice pietra. Tale è precisamente la condizione dei musulmani per nascita. Le preziose benedizioni dalle quali il mondo intero è privo e la cui mancanza lo ha immerso in ogni sorta di dolore e calamità, e che tutta l’umanità cerca ansiosamente, i musulmani di oggi le hanno ottenute gratuitamente; per cercarle, esplorarle e trovarle non hanno dovuto compiere neppure un briciolo di fatica. Le hanno ricevute senza alcuno sforzo soltanto perché, per fortuna, sono nati in famiglie musulmane. La kalima del tawḥīd, capace di fornire una soluzione appropriata a tutti i complessi problemi della vita umana, è entrata nelle loro orecchie fin dall’infanzia; e la preghiera e il digiuno, più preziosi della pietra filosofale nel rendere gli uomini veramente umani e nel trasformarli in fratelli e amici affettuosi gli uni per gli altri, li hanno ricevuti, appena nati, come eredità dei loro padri e nonni. La zakāt è un sistema incomparabile della società islamica: non soltanto purifica l’impurità del cuore, ma rende anche equilibrato il sistema economico del mondo—quel sistema dalla cui assenza gli uomini si stanno succhiando il sangue a vicenda. I musulmani lo vedono con i propri occhi. Eppure hanno ottenuto tutto questo senza spesa e senza fatica. È proprio come il figlio di un grande medico, che riceve gratuitamente, restando a casa, l’elenco delle principali malattie, mentre gli altri uomini vanno in giro a cercarle con grandissima premura. Anche il ḥajj è un sistema grandioso, senza paragoni in tutto il mondo. Per far giungere in ogni angolo della terra la voce del movimento islamico e mantenerlo vivo per sempre, non può esistere mezzo più potente. In verità, per attirare tutti gli uomini del mondo da ogni parte della terra nel nome dell’unico Allah, riunendoli in un centro determinato, e per unire in una confraternita di fratelli, uniti dalla benevolenza e da nobili intenzioni, innumerevoli stirpi, tribù e nazioni credenti in un unico Allah, non è stato finora possibile inventare alcun metodo migliore. Anche questo sistema, vivo e praticato da epoche remote, i musulmani lo hanno ricevuto come un loro patrimonio, senza tentativi e senza fatica. Ma è davvero doloroso che i musulmani non abbiano compreso il valore di questo prezioso patrimonio ricevuto senza sforzo; al contrario, ci giocano proprio come il bambino nato in una miniera di diamanti gioca con i frammenti di diamante, considerandoli privi di valore come semplici pietre. A causa della propria stupidità e ignoranza, il musulmano tratta in modo tanto vile questa grande e preziosa ricchezza e fonte di potere. La spreca—la distrugge—e nel vedere tutto questo il mio cuore brucia. È davvero difficile sopportare di vedere un prezioso diamante andare distrutto nelle mani di chi frantuma le pietre. Un poeta, a ragione, disse:

«Anche se l’asino di Gesù giungesse nella terra della Mecca,
anche là resterebbe un asino, sappilo bene.»

In altre parole, anche se fosse l’asino di un grande profeta come il venerabile Gesù, la visita della sacra Mecca non gli arrecherebbe alcun beneficio. Anche se vi rimanesse, resterebbe un asino proprio come prima.

Che si tratti della preghiera e del digiuno o del ḥajj, lo scopo di queste pratiche è la formazione dell’essere umano. Ma coloro che non vogliono comprenderne il significato e lo scopo, che non pensano neppure minimamente a riceverne il beneficio e il bene, e che non hanno la minima idea che queste pratiche di culto possano avere un fine e uno scopo, se si limitano a imitarle guardando alle persone del passato, non possono sperare di ottenerne tali frutti. Purtroppo, in genere, i musulmani di oggi praticano questi atti di culto proprio in questo modo. Ne mantengono certamente l’aspetto esteriore, ma, poiché non prestano attenzione alla meta e allo scopo, in essi non si genera alcuna forza vitale. Ogni anno migliaia di persone si recano nel centro dell’Islam e tornano dopo aver avuto la fortuna di compiere il ḥajj; tuttavia, non si vede nel carattere e nella condotta del pellegrino del Sacro Santuario il cambiamento che ci si sarebbe aspettati, né si osserva alcuna ripercussione mentale o morale dopo il suo ritorno dal ḥajj. Allo stesso modo, sugli abitanti musulmani e non musulmani delle regioni attraversate nel viaggio verso il ḥajj non ricade alcuna influenza del suo buon carattere. Anzi, il cattivo comportamento, l’irascibilità, la condotta indecente e le debolezze morali di molti finiscono per danneggiare l’onore dell’Islam. È proprio per queste ragioni che molti dei nostri giovani musulmani chiedono: «Spiegateci quale beneficio porta il ḥajj». Eppure il ḥajj era una pratica tale che, se fosse stato compiuto nella sua forma autentica, persino i miscredenti, vedendone apertamente i benefici, avrebbero abbracciato l’Islam. Se milioni di membri di un movimento si riunissero ogni anno in un unico luogo provenendo da tutte le regioni del mondo, e poi tornassero nei propri paesi, attraversando diversi paesi e città e avanzando manifestando la purezza della propria vita, dei propri pensieri e della propria morale; se, ovunque si fermassero o passassero, non si limitassero a proclamare a parole tutti i principi fondamentali del proprio movimento, ma li attuassero anche nella propria condotta e nelle proprie attività, e se ciò continuasse non soltanto per dieci o vent’anni, ma anno dopo anno, per secoli e secoli, ditemi: potrebbe tutto questo derivare da qualcosa di inerte? Se il ḥajj fosse realmente così, non sarebbe necessario porre alcuna domanda sui suoi benefici. Allora persino il cieco potrebbe vederli, e il sordo potrebbe udirne i benefici. Il ḥajj di ogni anno trasformerebbe milioni e milioni di musulmani in pii servitori di Allah, costringerebbe migliaia di non musulmani a rifugiarsi sotto l’ombra dell’Islam e imprimerebbe profondamente nel cuore di milioni di non musulmani la convinzione della superiorità dell’Islam. Ma, ahimè! A causa della nostra ignoranza, quale patrimonio dal valore immenso viene distrutto.

Per poter conseguire pienamente questa grande efficacia e questi immensi benefici intrinseci dell’Hajj, al centro dell’Islam dovrebbe esistere un’autorità dotata di grande potere, capace di utilizzare adeguatamente questa grande forza universale. Qui dovrebbe esserci un cuore in grado, ogni anno, di far circolare sangue nuovo in tutto il corpo del mondo. Dovrebbe esservi anche un cervello che, per mezzo di queste migliaia di messaggeri di Allah, si adoperasse per portare il messaggio rivoluzionario dell’Islam in ogni centro del mondo. Se non altro, se in questa terra centrale fosse presente una forma concreta di autentica vita islamica, i musulmani del mondo potrebbero almeno tornare ogni anno alle proprie case dopo aver appreso lì l’autentica vita islamica e la devozione religiosa. Ma è motivo di grande tristezza che qui non vi sia nulla del genere. Per lungo tempo l’oscurità dell’ignoranza si è addensata nel paese arabo; dall’epoca abbaside fino a quella ottomana, tutti i governanti incapaci e inadatti, invece di offrire agli abitanti del centro dell’Islam l’opportunità di progredire, li hanno spinti per secoli soltanto verso la decadenza. Di conseguenza, sotto ogni aspetto — sapere e scienza, carattere morale, civiltà e cultura — il paese arabo è giunto al limite estremo del declino. Per questo, la terra da cui un tempo scaturì e si diffuse per tutta la terra il torrente di luce dell’Islam, oggi si è trasformata in una fossa oscura, come nell’epoca preislamica della jāhiliyya. Oggi lì non vi è conoscenza dell’Islam, né una vita islamica. Ogni anno le persone giungono da luoghi lontani al sacro Ḥaram, col cuore colmo di speranza e devozione; ma quando arrivano in questa regione e vedono tutt’intorno soltanto ignoranza, squallore, avidità, spudoratezza, culto di sé, immoralità, dissolutezza e la spietata degradazione della popolazione, la rete dei loro sogni, delle loro speranze e aspirazioni si lacera. Oggi molti compiono l’Hajj e tornano con la propria fede ancora più indebolita, invece di averla rafforzata. Dopo Ibrahim e Ismail, durante l’epoca della jāhiliyya, in Arabia si era diffusa l’influenza del sacerdozio e dell’idolatria, che l’ultimo Profeta, il nobile Messaggero di Allah, Muhammad — che Allah lo benedica e gli conceda la pace — aveva estirpato; oggi quella stessa influenza è stata reintrodotta con grande forza. Gli amministratori del Ḥaram della Kaʿba sono tornati a sedere come officianti, proprio come in passato. La Casa di Allah è diventata una loro proprietà. Coloro che nutrono devozione verso questa Casa sono soprattutto le loro vittime. In diversi paesi sono stati nominati grandi agenti stipendiati, che attirano i devoti da ogni parte e li conducono lì. Leggono loro i versetti del Corano e le indicazioni degli hadith, incoraggiandoli a intraprendere il pellegrinaggio, non per ricordare che Allah lo ha reso obbligatorio per loro, bensì perché ciò procurerà loro un notevole guadagno. Vedendo tutto questo, sembra chiaro che Allah e il Suo Messaggero abbiano predisposto un’organizzazione così imponente soltanto per mantenere questi sacerdoti, «pandā», e intermediari. Poi, quando le persone, costrette a intraprendere il pellegrinaggio, escono di casa, dal principio del viaggio fino al ritorno a casa dopo l’Hajj, in ogni luogo compaiono davanti a loro, come sanguisughe, i lavoratori religiosi e i mercanti della religione. Il muʿallim, l’istruttore del ṭawāf, il custode delle chiavi della Kaʿba e persino il governo dell’Hegiaz: tutti partecipano in egual misura a questo commercio della religione. Tutti i riti dell’Hajj devono essere compiuti pagando. Persino la porta della sacra Kaʿba non può essere aperta a nessun musulmano senza denaro. (Dio ci protegga da ciò.) Questi cosiddetti servitori dell’Islam e gli officianti del santuario centrale hanno infine adottato il mestiere dei pandit e dei sacerdoti di Benares e Haridwar, mentre proprio l’Islam aveva un tempo sradicato il sacerdotalismo. Là dove il compito di far compiere l’adorazione è diventato un particolare commercio e il luogo di culto si è trasformato in un mezzo di guadagno, i versetti di Allah vengono utilizzati unicamente allo scopo di indurre la gente, ascoltandoli, a compiere l’Hajj e di approfittare dell’occasione per vuotarle le tasche. Là dove occorre pagare per compiere gli atti di culto e il dovere religioso diventa una merce commerciale, come può sopravvivere la forza vitale dell’Islam nel culto praticato in un luogo simile? Come si può sperare che i pellegrini ottengano i veri benefici morali e spirituali di questo culto, quando ogni sua pratica è diventata un oggetto di compravendita? Una simile speranza è assolutamente infondata.

Con questa trattazione non intendo accusare nessuno; voglio soltanto dire quali cose abbiano reso quasi inattiva e priva di significato una grande forza come l’Hajj.

Nessuno deve pensare che vi sia qualche difetto nell’Islam o nelle norme da esso istituite. In realtà non vi è alcun difetto: i difetti si trovano in coloro che non seguono correttamente l’Islam nella sua completezza. Pertanto, gli attuali musulmani stessi sono responsabili di questa situazione. Di conseguenza, dal sistema che avrebbe potuto guidarli verso il modello perfetto dell’umanità e mediante il quale avrebbero potuto diventare guide, oggi non si riesce a ottenere alcun buon risultato. La situazione è persino peggiorata al punto che nella mente delle persone ha cominciato a sorgere il dubbio se questo stesso sistema sia davvero benefico per l’umanità. Se un medico esperto lascia questo mondo dopo aver redatto un elenco di alcuni farmaci infallibili, nelle mani dei suoi eredi incapaci e insensati esso diventa del tutto «inutile». Così, proprio come l’elenco perde ogni valore, anche il medico stesso viene disonorato, per quanto l’elenco originale sia buono, corretto e infallibile. Pertanto, per rendere efficace questo elenco perfetto, è indispensabile possedere competenza nell’arte della medicina. Se persone inesperte e ignoranti preparano i farmaci secondo quell’elenco, non solo non se ne ricaverà alcun beneficio, ma vi sarà anche un serio rischio di danno. Di conseguenza, gli ignoranti, incapaci di verificare da sé la correttezza dell’elenco, alla fine cominceranno a pensare che sia l’elenco stesso a essere sbagliato. Riguardo al completo declino degli attuali musulmani, questa è precisamente la situazione in cui si trova anche l’Islam.

La realtà del jihād

Lo scopo del jihād

In precedenza è stata esaminata dettagliatamente la questione della namaz, del digiuno, dell’hajj e della zakat. Nel corso di quella trattazione ho ripetuto più volte che questi atti di culto non sono, come quelli delle altre religioni, semplici cerimonie di adorazione, devozione e pellegrinaggio; pertanto Allah l’Altissimo non può compiacersi di qualcuno soltanto perché ha compiuto queste poche pratiche. In realtà, questi atti di culto sono stati resi obbligatori ai musulmani proprio per prepararli a un grande scopo e per renderli pienamente capaci di assolvere un compito di enorme responsabilità. Ho già spiegato dettagliatamente come essi preparino il musulmano a quello scopo grandioso e come, attraverso di essi, egli acquisisca la capacità e l’idoneità necessarie per quel grande compito. Ora cercherò di analizzare quello scopo grandioso e di illustrarlo dettagliatamente.
In breve, si può dire che lo scopo fondamentale di questi atti di culto è rimuovere dal genere umano il dominio dei non-Allah (delle forze diverse da Allah) e instaurare esclusivamente il dominio di Allah; e chiamasi jihad lo sforzo totale, compiuto consacrando mente e anima, per raggiungere tale scopo. Gli atti di culto quali la namaz, il digiuno e la zakat preparano completamente il musulmano a questo compito. Ma i musulmani hanno dimenticato per generazioni questo nobile scopo e questa grande opera. Tutta la loro devozione e il loro culto si sono trasformati in semplici cerimonie prive di significato. Ritengo quindi che una breve descrizione del jihad non sia affatto sufficiente per comprendere pienamente il suo grande fine e il suo grande scopo intrinseco. È dunque necessario trattare dettagliatamente l’argomento.
La causa fondamentale di tutti i peccati, dell’inquietudine e delle sofferenze che persistono nel mondo consiste nei difetti radicali dello Stato e del sistema di governo: ogni potere e ogni ricchezza sono sotto il controllo del governo. È il governo stesso a elaborare e promulgare le leggi; il mantenimento dell’ordine e della disciplina del Paese, il governo e tutti gli altri poteri appartengono esclusivamente al governo. La forza della polizia e delle truppe è nelle mani del governo. Non può quindi esserci alcun dubbio che ogni inquietudine e ogni peccato esistenti nel mondo siano creati dal governo stesso oppure possano compiersi liberamente con il suo sostegno e il suo appoggio, diretti o indiretti. Infatti, nessuno, oltre al governo, può disporre della forza necessaria affinché qualcosa si diffonda nel Paese e vi si consolidi. Basta guardarsi attorno con gli occhi aperti per vedere che in ogni parte del mondo la fornicazione si pratica liberamente: questo peccato viene commesso apertamente negli edifici e nelle case. Ma qual è la causa? L’unica causa è che, agli occhi delle autorità dello Stato e del governo, la fornicazione non costituisce un crimine particolare.

Anzi, sono essi stessi coinvolti in questa attività e trascinano anche gli altri nella stessa direzione. Altrimenti, se il governo volesse porre fine a queste pratiche peccaminose, esse non potrebbero continuare così apertamente. D’altra parte, gli affari basati sull’interesse proseguono senza interruzione. I ricchi succhiano il sangue fresco e ardente dal petto dei poveri, riducendoli alla completa rovina. Ma la domanda è: come può accadere tutto questo? Semplicemente perché il governo stesso pratica l’interesse e aiuta e sostiene gli usurai. I tribunali governativi emettono sentenze a favore degli interessi; poiché ricevono il loro appoggio, grandi banche e usurai si ergono ovunque a testa alta. Oggi, in diversi Paesi e società del mondo, la spudoratezza e l’immoralità aumentano di giorno in giorno. Anche in questo caso l’unica ragione è che il governo stesso impartisce alla gente un’educazione di questo tipo e forma il loro carattere proprio in tal modo. Il governo ama e approva il modello di carattere umano che si vede ovunque. In tali circostanze, se si cerca di impartire al popolo un’educazione completamente diversa e di formare un carattere morale differente, non è possibile ottenere il successo. Infatti, generalmente i privati non sono in grado di procurarsi i mezzi e le risorse assolutamente indispensabili per tale successo. E anche se, dopo sforzi particolari, riuscissero a formare alcune persone di quel genere, nel sistema sociale e statale vigente diventerebbe difficile per loro rimanere saldamente fedeli ai propri ideali. Questo perché tutte le chiavi delle porte chiuse di ogni mezzo per guadagnarsi da vivere e di ogni possibile via di sostentamento per queste persone dal carattere diverso sono ormai nelle mani del governo corrotto e traviato. Nel mondo si verificano omicidi, ferite e spargimenti di sangue senza limiti né misura. Oggi l’intelligenza e il sapere dell’uomo sono impegnati unicamente nell’inventare mezzi per distruggere l’intera umanità. I beni necessari ottenuti grazie alla dura fatica degli uomini vengono oggi bruciati e ridotti in rovina dal fuoco. Innumerevoli vite umane preziose vengono massacrate disumanamente come insignificanti recipienti di terracotta. Ma perché accade tutto questo? La ragione è soltanto questa: tra i figli dell’umanità, proprio coloro che sono più satanici per natura e più privi di carattere sono oggi diventati i “leader” delle nazioni del mondo e hanno concentrato nelle proprie mani il potere sovrano dell’autorità e del dominio.

Oggi il potere è interamente nelle loro mani; perciò il mondo è costretto a muoversi nella direzione in cui essi lo guidano. Tutto viene oggi consacrato a ciò che essi hanno stabilito nei campi della scienza e del sapere, della ricchezza, del lavoro e della fatica, nonché dell’impiego e dell’utilizzo della vita e delle forze vitali. Nel mondo regna oggi un dominio impetuoso dell’oppressione e dell’ingiustizia. La vita dei deboli è diventata estremamente penosa. I tribunali di questo luogo non sono più luoghi di giustizia: oggi si sono trasformati in vere e proprie botteghe di mercanti. Qui oggi si può acquistare la “giustizia” soltanto con il denaro. Dalla gente vengono riscossi con la forza e la coercizione tributi la cui entità non conosce alcun limite. E il governo spende senza criterio le ricchezze guadagnate con il sudore e il sangue dei poveri per concedere ai funzionari di alto rango stipendi e indennità regali (per organizzare tè e cocktail party per ministri e ambasciatori), per costruire grandi edifici, per procurarsi munizioni e armi destinate alle guerre e ai conflitti, e per innumerevoli attività altrettanto insensate. Un’infinità di persone — usurai e prestatori a interesse, proprietari terrieri, re e nobili insigniti del titolo di sardār o aspiranti a tale titolo, pīr insediati sui loro troni spirituali e sacerdoti, proprietari di società cinematografiche, commercianti di alcolici, editori e venditori di libri e riviste osceni, giocatori d’azzardo e altri ancora — stanno oggi distruggendo ogni cosa: la vita e i beni, l’onore e il pudore, il carattere e la moralità degli esseri umani indifesi creati da Allah. Ma perché nessuno impedisce loro di farlo? Perché l’apparato statale è andato in rovina. Gli uomini potenti stessi sono diventati corrotti. Non solo commettono ingiustizie, ma aiutano anche gli altri oppressori. In breve, l’unica ragione per cui in ogni paese si commettono ingiustizie è che i governi contemporanei ne sono fautori e le tollerano in silenzio.
Da questa lunga discussione spero sia ormai emerso con chiarezza che la fonte principale di tutte le calamità è la corruzione del governo. Il deterioramento delle opinioni e dei pensieri degli uomini, la corruzione della loro fede, lo spreco delle forze, dei talenti e delle capacità umane su vie errate, la diffusione di principi e consuetudini perniciosi nel commercio e negli affari, l’espansione dell’oppressione, dell’ingiustizia e delle azioni turpi, e il progressivo avviarsi dell’umanità verso la distruzione: la causa fondamentale di tutto ciò è una sola, e cioè che la guida e il potere della società e del governo sono oggi passati nelle mani di persone immorali e malvagie. Se le chiavi del potere e della ricchezza si trovano nelle mani dei malvagi e tutti i mezzi di sostentamento sono anch’essi sotto il loro controllo, essi non soltanto diventeranno ancora peggiori, ma spingeranno il mondo intero verso una distruzione sempre maggiore; e la calamità universale provocata dal loro aiuto e dal loro sostegno si manifesterà in modo ancora più terribile. È assolutamente evidente che, finché il potere resterà nelle loro mani, nessun tentativo di riforma parziale, per quanto numeroso, potrà avere successo.
Dopo aver compreso questa verità fondamentale, il tema principale può essere inteso con estrema facilità. Per eliminare la miseria degli uomini, salvarli dalla distruzione imminente e guidarli verso una grande via benefica, non vi è altra strada se non quella di organizzare sistematicamente l’ordinamento statale e la politica del governo. Anche una persona di buon senso può capire che, in un paese in cui gli abitanti godono della piena libertà di commettere adulterio, mille sermoni contro l’adulterio non potranno mai porvi fine. Ma, se dopo aver assunto il potere dello Stato si ricorre alla forza per impedirlo, il popolo sarà costretto da sé ad abbandonare la via illecita e ad adottare mezzi leciti. Se si cerca di porre fine, con semplici sermoni e ammonimenti, al consumo di alcol e marijuana, all’usura, alle tangenti, ai film e agli spettacoli osceni, agli abiti seminudi, all’educazione contraria alla moralità e a ogni altra pratica peccaminosa di questo genere, ciò non sarà mai possibile. Se invece si vuole porvi fine attraverso l’autorità dello Stato, sarà facile farlo. Coloro che sfruttano il popolo e ne corrompono il carattere non possono essere distolti dai loro affari redditizi soltanto con parole. Ma, se ottenuto il potere si cerca di porre fine a questi comportamenti ingiusti, sarà facilissimo chiudere tutte le porte del peccato.
Se si vuole porre fine allo spreco del lavoro, della fatica, delle ricchezze, dei talenti e delle capacità degli uomini e impiegarli su vie giuste e sane; se si vuole, eliminando l’oppressione, instaurare la giustizia e l’equità; se si vogliono salvare gli uomini dalla distruzione, dalla terribile morsa della rovina e da ogni forma di sfruttamento; se si vuole elevare gli uomini decaduti e instaurare una vera uguaglianza, offrendo a tutti lo stesso livello di dignità, istruzione e cultura, allora tutto ciò non può in alcun modo essere realizzato con semplici sermoni e ammonimenti verbali. Se a questo scopo si utilizza il potere dello Stato, invece, potrà essere compiuto con grande facilità. Non vi è dunque alcun dubbio che nessun tentativo di riformare la società può riuscire senza ricorrere al potere dello Stato. Oggi ciò è diventato così evidente che non occorrono grandi riflessioni o ricerche per comprenderlo. Chi oggi desideri veramente eliminare il disordine e la corruzione dalla faccia della terra e desideri sinceramente stabilire pace e prosperità, non può limitarsi a essere un predicatore o un ammonitore: ciò sarebbe del tutto privo di senso. Deve levarsi in piedi, porre fine al sistema di governo fondato su principi errati, strappare il potere dello Stato dalle mani di coloro che seguono tali principi e istituire uno Stato e un governo fondati su principi corretti e autentici principi islamici.
Dopo aver compreso questa verità, avanzate di un altro passo. È stato già dimostrato che la causa fondamentale di tutti i mali e di tutta l’inquietudine che si diffondono nella vita degli uomini del mondo è l’errore dello Stato e del governo. È stato inoltre spiegato che, se si vuole realizzare una riforma, bisogna innanzitutto riformare la radice stessa del problema. Ma la domanda è: qual è la causa originaria dei difetti e delle mancanze dello Stato e del governo, e quale riforma fondamentale può chiudere per sempre la porta a questa calamità?
L’unica risposta è che, in realtà, il dominio dell’uomo sull’uomo è la causa principale di tutte le calamità. Pertanto, come unico mezzo di riforma, bisogna porre fine al dominio dell’uomo sull’uomo e instaurare il dominio di Allah. Non vi è motivo di stupirsi nell’udire una risposta così breve a una domanda così grande. In verità, quanto più si cercherà e si indagherà sulla risposta a questa domanda, tanto più si riconoscerà che questa sola può essere la risposta corretta.
Riflettete un poco: gli uomini che abitano nel mondo sono stati creati da Allah l’Altissimo o da qualcun altro? Gli uomini della Terra sono stati creati da Allah o da qualcun altro? È Allah a provvedere gli innumerevoli mezzi e risorse necessari al sostentamento della vita umana, o un’altra forza? A queste domande può esservi una sola risposta, e nessun’altra è realmente possibile: gli uomini della Terra e tutte queste cose materiali sono stati creati unicamente da Allah l’Altissimo. In altre parole, questa terra appartiene ad Allah; Allah è l’unico proprietario delle ricchezze; l’uomo è suddito soltanto di Allah. In una simile situazione, quale diritto può avere qualcun altro di esercitare il comando nel regno di Allah? Come possono vigere sui sudditi di Allah leggi elaborate da altri, o leggi elaborate dagli stessi sudditi, invece di quelle di Allah? Il paese e il regno apparterranno a uno, ma in essi vigono le leggi di un altro. La proprietà apparterrà a uno, ma un altro si siederà sul trono del proprietario. Il suddito apparterrà a uno, ma su di lui si stabiliranno il dominio e l’autorità di un altro. Come può la sana ragione umana accettare tutto ciò? Soprattutto, ciò è completamente contrario alla verità. E poiché è totalmente contrario alla verità, ogni volta e ovunque si è verificato, le sue conseguenze sono state estremamente terribili. Coloro che ottengono il diritto di legiferare e di esercitare il dominio sono costretti a commettere enormi errori di ogni genere, a causa della loro naturale ignoranza e incapacità. Inoltre, spesso, spinti dalle proprie passioni animalesche, cominciano deliberatamente a commettere oppressioni e ingiustizie. La prima ragione è che non possiedono né la conoscenza, né l’intelligenza, né l’istruzione necessarie per elaborare regole corrette, indispensabili a risolvere e governare adeguatamente i problemi e gli affari umani.

In secondo luogo, proprio perché nei loro cuori non vi è affatto il timore di Allah né l’angoscia di dover rendere conto a Lui, essi diventano completamente bestie senza freni; ed è questa la cosa più pericolosa. Quando nel cuore di una persona non vi sia neppure una particella di timore di Allah e non le venga neppure in mente di dover rendere conto a una forza superiore, anzi il suo animo sia rassicurato dal pensiero: «Non esiste da nessuna parte alcuna forza che possa chiedermi conto», che dubbio può esserci che, quando persone di questo genere acquisteranno potere, si trasformeranno in bestie feroci e senza freni? Per comprendere questo non occorre una grande intelligenza o erudizione. Quando tali persone avranno nelle loro mani il controllo esclusivo della vita e dell’esistenza degli uomini, nonché dei mezzi di sostentamento e delle necessità della vita quotidiana, quando le teste di milioni e milioni di persone si inchineranno davanti a loro, si può forse sperare che continuino a custodire gli ideali di onestà, giustizia e imparzialità? Non si può in alcun modo confidare che non cercheranno di usurpare i diritti altrui, di depredare le ricchezze con mezzi illeciti e di rendere i servi di Allah schiavi sottomessi ai propri istinti bestiali. Esiste forse una qualche ragione per pensare che tali persone rimarranno esse stesse sulla retta via e guideranno gli altri uomini sulla via giusta? Mai. In realtà ciò non può essere possibile: sarebbe del tutto contrario alla ragione e al buon senso. L’esperienza di migliaia di anni testimonia contro di esso. Anche ai giorni nostri, basta aprire gli occhi per vedere le prove concrete di quante oppressioni, tradimenti e forme di estrema ostilità verso l’umanità possano commettere, una volta ottenuti forza e potere, coloro nei cui cuori non vi sono il timore di Allah e l’angoscia di dover rendere conto nell’Aldilà. Perciò oggi bisogna colpire alla radice, con ogni mezzo, il sistema statale e il metodo di governo. In altre parole, bisogna eliminare il dominio dell’uomo sull’uomo e instaurare al suo posto il dominio di Allah Taʿālā e il diritto esclusivo di emanare le leggi.
Dopodiché, coloro che instaureranno e amministreranno un governo fondato sul dominio di Allah non potranno mai sedere come sovrani assoluti e signori incontrastati: dovranno riconoscere Allah come unico Re e dirigere gli affari dello Stato in qualità di Suoi rappresentanti. Questa responsabilità è una grande amānah affidata loro da Allah. Essi devono ricordare che, prima o poi, dovranno rendere conto di questa amānah davanti al Grande Allah, che conosce ogni cosa, manifesta e nascosta. La legge fondamentale dello Stato sarà la norma impartita da Allah, perché Egli è pienamente informato delle realtà più profonde di ogni cosa ed è Lui solo la fonte di ogni conoscenza. Pertanto nessuno avrà il potere o il diritto di modificare o ampliare neppure in minima parte la Sua legge e le Sue norme. Solo allora essi potranno rimanere per sempre protetti dagli abusi dell’ignoranza, dell’egoismo e delle indesiderabili passioni bestiali degli uomini.
L’Islam è venuto nel mondo proprio assumendosi il compito di questa riforma fondamentale. Esso vuole riformare in questo modo la fonte stessa di ogni corruzione. A coloro che riconosceranno Allah come il proprio Re — non soltanto a parole e nell’immaginazione, ma come Re reale — e che crederanno nella norma che Egli ha inviato nel mondo per mezzo del Suo Profeta, l’Islam rivolge questa richiesta: si impegnino a far applicare la legge e le norme del loro Re nel Suo regno. Bisogna indebolire il potere dei sudditi di quel Re che si sono ribellati e si sono insediati come sovrani assoluti, e bisogna proteggere i sudditi di Allah dal pericolo di diventare «sudditi» di altre potenze. Dal punto di vista dell’Islam, non è affatto sufficiente riconoscere semplicemente Allah come «Allah» e la Sua legge come norma di vita; insieme a ciò ricade naturalmente su di loro anche il dovere di dedicarsi, ovunque vivano e qualunque sia il Paese o il regno in cui risiedano, all’opera di riforma degli uomini. Devono sostituire l’errato sistema statale del luogo con un sistema corretto. Devono sottrarre dalle mani degli atei ribelli ad Allah e di coloro che trasgrediscono i limiti stabiliti da Allah il compito e la responsabilità di legiferare, assumerli nelle proprie mani e amministrare gli affari dello Stato secondo le norme di Allah, con la vigile consapevolezza di dover rendere conto nell’Aldilà e riconoscendo Allah come ʿĀlim al-ghayb, Colui che conosce l’invisibile. In realtà, impegnarsi e sforzarsi per questo scopo è proprio ciò che si chiama jihad.
Non c’è dubbio che il dominio e il diritto di dirigere lo Stato siano in sé compiti estremamente complessi e gravidi di responsabilità. Non appena nel cuore di qualcuno nasce il desiderio di ottenerli, in lui si accende naturalmente la fiamma divoratrice della brama. Quando l’uomo ottiene le ricchezze della terra e il diritto di esercitare autorità sugli altri, la brama latente in lui si risveglia; allora nasce il desiderio di estendere un dominio assoluto sugli uomini. Impadronirsi del potere statale non è un compito molto difficile; ma, dopo averlo ottenuto, adempiere al proprio dovere come «servo obbediente di Allah» invece di diventare un dio è assai più difficile. Perciò, se dopo aver deposto un Faraone ti insedi tu stesso al suo posto come «Faraone», in realtà non si sarà ottenuto nulla. Ecco perché, prima di affrontare questa enorme prova del fuoco, l’Islam ritiene indispensabile prepararti completamente ad essa. Se non avrai eliminato dal tuo cuore e dalla tua mente l’egoismo e la superbia, se il tuo cuore e la tua anima non saranno purificati, se non sarai pronto a sforzarti e a lottare sinceramente per ottenere il compiacimento di Allah e realizzare il bene dell’intera umanità, invece di combattere per il tuo interesse personale o nazionale; e inoltre, dopo aver ottenuto il potere statale, se non avrai sviluppato la capacità di governare seguendo con sincero entusiasmo le norme di Allah, invece di seguire la tua avidità e le tue inclinazioni malvagie e di insediarti come un dio, allora nessuno potrà avere il diritto di rivendicare il potere statale e di iniziare a combattere contro le forze false del mondo.
Il semplice fatto di pronunciare la shahādah ed entrare nei limiti dell’Islam non ti concede né ti autorizza ad attaccare gli uomini. Altrimenti cominceresti anche tu a compiere proprio quelle malefatte che oggi compiono nel mondo gli empi e gli oppressori ribelli ad Allah. Al contrario, prima di ordinarti di assumere una responsabilità così grande, l’Islam vuole sviluppare in te la capacità di adempiervi adeguatamente.
In realtà, nell’Islam, atti di culto come la preghiera, il digiuno, il pellegrinaggio e la zakāh sono stati prescritti proprio come preparazione a questo scopo. Tutti gli Stati del mondo sottopongono innanzitutto i membri delle proprie forze armate, della polizia e dell’amministrazione civile a uno speciale addestramento. Solo dopo che una persona si è dimostrata idonea in tale addestramento viene assegnata a un compito determinato. Anche l’Islam vuole impartire innanzitutto ai propri funzionari uno speciale tipo di addestramento. Solo dopo affida loro il compito del jihad e dell’instaurazione del governo islamico. Tuttavia, tra le due cose vi è una differenza enorme. Nei compiti ai quali gli Stati del mondo assegnano i propri funzionari non sono affatto necessarie una condotta morale immacolata, la purezza e l’integrità dell’animo né la creazione del timore di Allah. Per questo si cerca soltanto di renderli abili nel proprio lavoro. E una volta diventati abili, non vi è alcun motivo di obiezione se sono adulteri, alcolizzati, disonesti ed egoisti. Ma il compito che l’Islam affida ai propri funzionari è, dall’inizio alla fine, interamente un compito morale.

Pertanto, nell’Islam, l’importanza attribuita al risvegliare in loro il timore di Allah e al purificare la loro mente e la loro anima è di gran lunga maggiore di quella attribuita al renderli «abili». L’Islam vuole risvegliare in loro una forza tale che, quando si leveranno reclamando di instaurare il governo di Allah sulla terra, possano dimostrare concretamente la sincerità e l’autenticità della loro rivendicazione. Non devono mai combattere per ottenere le proprie ricchezze, terre, paesi e regni, onori e potere. Devono combattere esclusivamente per Allah e per i milioni di servi di Allah, e ciò deve risultare spontaneamente dalle loro azioni. Quando saranno vittoriosi, non devono diventare arroganti, superbi o ribelli ad Allah; anche allora il loro capo umilmente chino deve restare prostrato davanti ad Allah. Se diventeranno governanti, non devono trasformare gli uomini in loro schiavi e servitori. Devono invece vivere essi stessi come servi di Allah e cercare di rendere anche gli altri uomini servi esclusivamente di Allah. Se entreranno in possesso del tesoro dello Stato, non devono sperperarlo soltanto per riempire le tasche proprie, della propria stirpe o dei propri connazionali. Devono distribuire il tesoro di Allah tra i Suoi servi con equità e giustizia, agendo da autentici depositari fiduciari e ricordando che un occhio invisibile li osserva certamente: al di sopra c’è Qualcuno dal cui sguardo non possono in alcun modo nascondersi e al quale dovranno rendere conto di ogni singolo centesimo.

In realtà, formare gli uomini a questo scopo non è possibile con alcun mezzo diverso da questi atti di culto specifici prescritti dall’Islam. E l’Islam forma così gli uomini e dice loro: «Ora siete i buoni e pii servi di Allah sulla terra; avanzate, combattete e lottate, estromettete dal potere statale gli uomini ribelli ad Allah e prendete nelle vostre mani tutti i poteri e tutti i diritti».

È facile comprendere che, là dove i funzionari incaricati di tutte le attività governative — esercito, polizia, tribunali, prigioni, riscossione delle imposte e così via — saranno timorati di Allah e consapevoli dell’inevitabilità di dover rispondere ad Allah nell’Aldilà, e là dove tutte le norme che regolano lo Stato e il governo saranno fondate sulle leggi di Allah, non vi sarà spazio per l’ingiustizia e l’ignoranza; là dove tutte le vie del peccato e delle pratiche peccaminose saranno tempestivamente chiuse e il governo stesso si adopererà, spendendo forza e denaro, per promuovere la giustizia, la virtù e una mentalità pura, non vi può essere il minimo dubbio che l’umanità potrà conseguire un benessere completo. Se un governo di questo genere si dedicherà per qualche tempo, con sforzi e cure costanti, a formare il carattere e la natura delle persone, chiuderà tutte le fonti del guadagno illecito, del peccato, dell’oppressione, dell’impudicizia e della corruzione morale, abbandonerà le politiche educative e formative errate e continuerà a plasmare gli atteggiamenti e i pensieri delle persone mediante un sistema educativo sano e perfetto, allora, sotto il suo governo, nella società gli uomini avranno l’opportunità di vivere in un ambiente sacro di equità e giustizia, pace, sicurezza, buon carattere e buona disposizione; allora avrà inizio una trasformazione radicale dell’essere umano. L’occhio divenuto cieco per aver vissuto a lungo sotto una guida peccatrice e ribelle ad Allah diventerà gradualmente, spontaneamente, capace di vedere la verità e fedele alla verità. E il cuore divenuto imbrattato e offuscato per essere stato circondato dalla degradazione morale diventerà a poco a poco limpido come uno specchio e acquisterà la capacità di ricevere l’influsso della verità.

In realtà, sarà facile per tutti, in quell’ambiente, comprendere profondamente che Allah è veramente l’unico Rabb di tutti, che nessuno oltre a Lui è degno di ricevere adorazione e che il Profeta attraverso il quale è giunto questo messaggio della verità è un profeta veritiero e sincero. Ciò che oggi sembra molto difficile da spiegare allora troverà spontaneamente posto nella mente di tutti. Ciò che oggi non si riesce a far comprendere per mezzo di discorsi e libri allora sarà talmente chiaro che non vi si avvertirà la minima difficoltà. Coloro che potranno osservare la grande differenza tra agire secondo le opinioni e le vie escogitate dagli uomini e agire secondo le norme stabilite da Allah troveranno molto facile credere nella perfetta unicità di Allah (tawhid) e nella veridicità del Suo messaggero, mentre diventerà estremamente difficile non credervi. In realtà, dopo aver conosciuto la differenza tra i fiori e le spine, è facile raccogliere i fiori ed è difficile raccogliere le spine. In quei tempi sarà molto difficile negare la verità dell’Islam e aggrapparsi al kufr e allo shirk. Probabilmente, anche nel caso peggiore, una tale ostinazione si troverà soltanto in dieci persone su mille, e non in più di esse.

Spero che, dalla discussione precedente, i lettori abbiano compreso chiaramente per quale scopo più grande siano stati prescritti la preghiera, il digiuno, il pellegrinaggio e la zakat. Finora, tuttavia, essi sono stati considerati alla stregua di semplici riti di culto, e per lungo tempo questa concezione errata è stata radicata nelle menti. Non è stato finora fatto conoscere che essi sono stati prescritti proprio come preparazione a un’opera grande e superiore. Per questo i musulmani hanno continuato a celebrare questi riti in modo del tutto privo di scopo; nella loro mente, però, non è mai sorta alcuna idea di prepararsi all’opera essenziale. Sebbene questi atti di culto siano stati prescritti precisamente a tale scopo, voglio dire che, senza il desiderio del jihad e senza assumere il jihad come obiettivo, questi atti di culto sono completamente privi di significato. Se si ritiene possibile ottenere la vicinanza ad Allah compiendo riti privi di significato di questo genere, la verità di tale convinzione sarà definitivamente dimostrata nel Giorno del Giudizio.

L’importanza del jihad

In precedenza, in vari opuscoli è stato spiegato dettagliatamente il significato di termini islamici come dīn, sharīʿa e ʿibāda. Qui sarà sufficiente farne soltanto un breve cenno pertinente.
Per «dīn» si intende obbedienza;
la legge è chiamata sharīʿa;
ʿibāda significa adorazione e servitù.
Se riconoscete l’obbedienza a qualcuno e lo accettate come vostro governante e legislatore, ciò significa che avete adottato il suo «dīn». Inoltre, quando lo riconoscete come vostro legislatore e diventate di fatto suoi sudditi, i suoi ordini e divieti, così come le regole e le modalità da lui stabilite, assumono per voi il valore di legge o sharīʿa. In tale situazione vivete secondo la sua «sharīʿa»: adempite a tutto ciò che egli esige, osservate ogni suo comando, vi astenete da ciò che egli vieta e agite entro i limiti che egli dichiara leciti. Non solo: regolate anche tutte le vostre relazioni reciproche, le vostre attività, i legami di parentela, le inimicizie e le controversie giudiziarie secondo le regole e le disposizioni da lui stabilite. Considerate definitive le sue opinioni e le sue decisioni e vi sottomettete davanti a lui; perciò il vostro comportamento può essere definito la sua ʿibāda o adorazione.
Da questa analisi risulta chiaramente che il dīn è, in sostanza, lo Stato e il governo; la sharīʿa ne è la legge, mentre l’osservanza conforme delle sue leggi, regole e consuetudini è chiamata ʿibāda. Chiunque accetti come governante e autorità assoluta dello Stato e riconosca la propria sottomissione a lui, entrerà essenzialmente a far parte del suo dīn. Se questo governante e autorità dello Stato è Allah, allora sarete sottoposti al Suo dīn; se invece è un re o un sovrano, sarà il dīn del sovrano quello che avrete accettato. Se attribuite tale dignità a una particolare nazione, adotterete il dīn di quella nazione. E se concedete tale diritto alla vostra stessa nazione o al popolo del vostro Paese, avrete adottato il dīn del popolo. In breve, chiunque obbediate, in realtà continuerete a seguire il suo dīn; e chiunque sia la legge che osservate, in sostanza sarà lui che adorerete.

Dopo quanto detto, non dovrebbe essere affatto difficile comprendere anche questa semplice verità: una persona non può in alcun modo seguire due «dīn» nello stesso periodo. Tra diversi governanti, in un dato momento, è possibile seguire sostanzialmente e concretamente una sola persona. Tra diverse leggi, una sola può assumersi la responsabilità della vita dell’uomo, e tra innumerevoli divinità è possibile adorare soltanto una di esse. Se si chiedesse: quale obiezione ci sarebbe se, sul piano della fede e delle convinzioni, riconoscessimo uno come governante, nella pratica obbedissimo a un altro e prestassimo culto secondo la legge di un terzo? La risposta è che ciò è possibile: in realtà, è proprio quello che accade oggi ovunque. Ma sappiate che questo è puro shirk, e ogni forma di shirk è completamente falsa. Nella pratica, chiunque sia colui di cui osservate la legge, sarà in sostanza il suo «dīn» quello che seguirete. Pertanto, che altro può essere se non una grande menzogna dichiarare governante colui al quale non obbedite e chiamare il suo «dīn» il vostro «dīn»? Quale vantaggio può derivare dal proclamarlo a parole o dal credervi interiormente, e quale risultato può produrre nel mondo esterno? Quando tutte le attività della vostra vita oltrepassano i limiti stabiliti dalla sharīʿa di una persona, mentre di fatto continuate a seguire la sharīʿa di un’altra, la vostra pretesa di osservare quella sharīʿa non diventa forse del tutto priva di significato? Quando nella pratica adorate una persona, proclamare qualcun altro come vostra divinità e inchinarvi davanti a lui non si trasforma forse in una finzione? Infatti, in realtà obbedite ai suoi comandi, vi astenete da ciò che egli vieta, compite ogni azione entro i limiti da lui stabiliti e, nella pratica, seguite le regole e le modalità da lui presentate. Regolate anche i vostri rapporti reciproci secondo le norme e i principi da lui dati. In ogni vostra questione e attività adottate le sue decisioni; regolate le vostre relazioni reciproche, la vostra organizzazione e la distribuzione dei diritti secondo le disposizioni da lui fornite. Non solo: conformemente alle sue richieste e direttive, gli offrite tutta la forza della vostra mente e del vostro corpo, il vostro talento, tutte le ricchezze guadagnate con il lavoro e, infine, persino la vostra preziosa vita e anima.

Pertanto, se le vostre azioni sono contrarie alla vostra fede e alle vostre convinzioni, saranno le vostre azioni concrete a costituire la questione realmente decisiva. In tale situazione, una fede puramente teorica non ha alcun valore e non può essere presa in considerazione. Che importanza può mai avere una fede che, nella pratica, non ha alcuna esistenza? Se, nella pratica, una persona segue il dīn del sovrano, nel suo ambito non può esservi alcuno spazio per il dīn di Allah. Allo stesso modo, se nella pratica le sue attività consistono nel seguire il dīn del popolo oppure il dīn dell’Inghilterra, della Germania o di altri Stati, anche lì il dīn di Allah non può avere assolutamente alcun posto. Al contrario, se seguite il dīn di Allah, lì non vi sarà posto per nessun altro dīn. In una parola, occorre ricordare definitivamente che lo shirk non è altro che pura menzogna.
Dopo aver compreso questa verità, potrete rendervi conto spontaneamente, senza alcuna lunga e complessa discussione, che qualunque sia il «dīn» e qualunque forma assuma, esso non ha alcun valore senza il potere dello Stato e l’autorità governativa. Che si tratti del dīn del popolo, del dīn monarchico, del dīn comunista o del dīn di Allah, l’istituzione di qualunque dīn è assolutamente impossibile senza il potere statale. Un’immagine puramente immaginaria di un palazzo, priva di qualsiasi esistenza reale, è priva di significato; allo stesso modo, un dīn (e un sistema di vita) è completamente privo di senso senza lo Stato e il governo. Quando abitate in un palazzo realmente costruito, entrate dalla sua porta, ne uscite e il riparo del suo tetto e delle sue mura vi protegge, quale beneficio potete sperare di ottenere dall’immagine variopinta di un palazzo immaginario? Dovete organizzare ogni aspetto della vostra abitazione secondo il palazzo realmente costruito. Inoltre, quale risultato concreto può derivare dal cominciare ad abitare in un palazzo costruito secondo un’immagine e, al contempo, immaginare l’immagine di un altro palazzo o nutrire verso di esso una semplice devozione o fede? È facile comprendere quanto sia ridicolo abitare realmente in un palazzo mentre si conserva nella mente un palazzo immaginario. Il palazzo di cui esiste un’immagine immaginaria nella mente non può mai essere chiamato palazzo, né è possibile per qualcuno abitarvi. Secondo questo esempio, non ha alcun senso credere soltanto in un «dīn» come nel vero dīn. Quando una persona vive concretamente secondo un dīn, è del tutto privo di significato credere immaginariamente in un altro dīn. Un dīn immaginario non può essere chiamato dīn, così come nessuno può adottare come vero dīn un dīn immaginario, al pari di un palazzo immaginario. In realtà, il dīn apparterrà a colui la cui autorità sarà riconosciuta e il cui potere sarà stabilito, le cui leggi saranno effettivamente applicate e secondo le cui disposizioni saranno svolte tutte le attività della vita umana. Pertanto, ogni dīn reclama naturalmente l’istituzione del proprio Stato; e un dīn esiste proprio affinché il potere che intende stabilire sia quello cui soltanto saranno dovute adorazione, servitù e obbedienza alla legge. Si presenta ora un esempio:

Che cosa significa la religione del popolo? Quando gli abitanti di un Paese sono essi stessi i proprietari del potere e della sovranità, quando sul loro territorio vengono applicate le leggi da loro stessi elaborate e tutti gli abitanti del Paese, collettivamente, obbediscono e si sottomettono alla propria forza popolare: questo è, in realtà, la religione del popolo, ossia lo Stato democratico. Pertanto, finché le leggi elaborate dal popolo non saranno applicate nell’esercizio effettivo del potere nel Paese, la religione del popolo, o Stato popolare, non potrà in alcun modo essere instaurata; né si potrà ritenere che sia stata instaurata. Ma se, invece del popolo, il potere e la sovranità del Paese vengono conquistati da una nazione straniera o da un re, e in tutto il Paese vengono applicate le leggi da lui elaborate, dove rimarrà la religione del popolo? Se qualcuno in quel luogo crede nella religione del popolo o nello Stato, quale valore potrà avere la sua fede? Infatti, finché sarà instaurata la religione del re o quella della nazione straniera, egli non potrà seguire lo Stato popolare.

Prendiamo ora in esame la religione monarchica. Secondo questa religione, il re viene stabilito come autorità e signore supremo; il suo obiettivo fondamentale è obbedirgli, adorarlo e applicare concretamente le sue leggi. Se ciò non avviene, quale vantaggio reale vi sarà nel riconoscere il re come re e nell’accettarlo come signore supremo? Se nella realtà viene instaurato il governo della religione del popolo, dello Stato popolare o di una nazione straniera, dove rimarrà la ‘religione monarchica’? E chi potrà seguirla?

Non è passato molto tempo: basta riflettere sulla religione o sullo Stato degli inglesi in questo Paese (oggi scomparso) perché la questione divenga del tutto chiara. Quella religione vigeva perché, mediante la forza e la sovranità inglesi, venivano applicate la Legge di governo dell’India e la Legge civile. Tutte le attività degli abitanti del Paese si svolgevano secondo le regole e le procedure stabilite dagli inglesi. Tutti obbedivano ai loro ordini chinando il capo. Finché quella religione rimase instaurata con tale forza, qui non vi fu in realtà spazio per nessun’altra religione. Quando furono aboliti il Codice penale e il Codice di procedura civile, e l’osservanza delle leggi inglesi cessò di significare, di fatto, la sottomissione agli inglesi, dove sarebbe rimasto lo Stato o la religione inglese? La condizione della religione dell’Islam è precisamente la stessa. Il punto fondamentale di questa religione è che il Padrone della terra e l’unico re di tutta l’umanità è Allah l’Altissimo.

Pertanto, si deve obbedire e sottomettersi unicamente a Lui, e tutte le attività della vita umana devono essere compiute secondo la Sharīʿah da Lui data. Questa concezione stabilita dall’Islam — secondo cui il potere e la sovranità suprema appartengono esclusivamente ad Allah — è stata proclamata unicamente affinché sulla terra vigesse soltanto la legge di Allah, e non quella di nessun altro. I tribunali giudicheranno secondo il Suo precetto e la polizia applicherà il Suo precetto. Tutti i rapporti reciproci, le transazioni e le altre attività delle persone saranno regolati secondo il Suo precetto. Le ‘imposte’ saranno stabilite secondo la Sua volontà e saranno spese esclusivamente secondo i criteri da Lui stabiliti. Il servizio civile e l’esercito saranno sottoposti al Suo comando. Tutti Lo temeranno e si comporteranno con rispetto sincero; la popolazione del Paese obbedirà esclusivamente a Lui. In una parola, l’uomo non accetterà la sottomissione a nessuno all’infuori di Allah. È dunque evidente che tale obiettivo non può essere raggiunto in alcun modo se non viene instaurato un autentico governo islamico. Esso non ha alcuna compatibilità né condivisione con un’altra religione; e la verità è che nessuna religione può tollerare di condividere il potere con un’altra religione. Come le altre religioni, anche la religione dell’Islam afferma che il potere e la sovranità devono appartenere assolutamente soltanto a essa, mentre ogni altra religione deve rimanere sottomessa e sconfitta davanti a essa. Altrimenti, come sarebbe possibile seguirla? La mia religione non sarà la religione del popolo, non sarà la religione monarchica e non sarà la religione comunista. Nessun’altra religione potrà esistere. Al contrario, se esisterà un’altra religione, io non esisterò. Allora non si otterrà alcun risultato concreto riconoscendomi come vera soltanto a parole. Il Nobile Corano ha proclamato ripetutamente proprio questo:

وَمَا أُمِرُوا إِلَّا لِيَعْبُدُوا اللهَ مُخْلِصِينَ لَهُ الدِّينَ حُنَفَاء«È stato loro ordinato soltanto questo: adorare Allah, rendendo a Lui sincera la religione e dedicandosi esclusivamente a Lui, allontanandosi da ogni altra direzione». — Sura al-Bayyinah: 5

هُوَ الَّذِي أَرْسَلَ رَسُولَهُ بِالْهُدَى وَدِينِ الْحَقِّ لِيُظْهِرَهُ عَلَى الدِّينِ كُلِّهِ .
وَلَوْ كَرِهَ الْمُشْرِكُونَ – التوبة : ٣٣«Egli è Colui che ha inviato il Suo Messaggero con la guida e la religione della verità, affinché la faccia prevalere su ogni religione, anche se gli associatori lo detestano profondamente». — Sura al-Tawbah: 33

وَقَاتِلُوهُمْ حَتَّى لَا تَكُونَ فِتْنَةٌ وَيَكُونَ الدِّينُ كُلُّهُ لِلَّهِ – الانفال : ٣٩«Combatteteli finché non vi sia più fitnah e finché la religione appartenga interamente ad Allah». — Sura al-Anfāl: 39

إِنِ الْحُكْمُ إِلَّا لِلَّهِ ، أَمَرَ أَلا تَعْبُدُوا إِلَّا إِيَّاهُ – – يوسف : ٤٠«Il diritto di comandare appartiene soltanto ad Allah. Egli ha ordinato di non adorare nessuno all’infuori di Lui». — Yūsuf: 40

فَمَنْ كَانَ يَرْجُوا لِقَاءَ رَبِّهِ فَلْيَعْمَلَ عَمَلًا صَالِحًا وَلَا يُشْرِكْ بِعِبَادَةِ ربِّهِ أَحَدًا – الكهف : ١١٠«Chi spera nell’incontro con il suo Signore deve compiere opere buone e non associare nessuno nell’adorazione del suo Signore». — Sura al-Kahf: 110

أَلَمْ تَرَ إِلَى الَّذِينَ يَزْعُمُونَ أَنَّهُمْ آمَنُوا بِمَا أُنْزِلَ إِلَيْكَ وَمَا أُنْزِلَ مِنْ قَبْلِكَ يُرِيدُونَ أَنْ يُتَحَاكَمُوا إِلَى الطَّاغُوتِ وَقَدْ أَمِرُوا أَنْ يَكْفُرُوا بِهِ . …. وَمَا أَرْسَلْنَا مِنْ رَّسُولٍ إِلَّا لِيُطَاعَ بِإِذْنِ اللَّهِ – – النساء : ٦٤٦٠«Non hai osservato coloro che sostengono di credere in ciò che è stato fatto scendere su di te e in ciò che è stato fatto scendere prima di te? Essi vogliono ricorrere al Tāghūt per ottenere il giudizio nelle loro controversie, mentre è stato loro ordinato di rinnegarlo e rifiutarlo. … Non abbiamo inviato alcun Messaggero se non affinché fosse obbedito, con il permesso di Allah». — Sura al-Nisāʾ: 60-64

Alla luce delle spiegazioni precedenti di culto, religione e sharia, i lettori non dovrebbero incontrare alcuna difficoltà nel comprendere il significato essenziale e il contenuto di questi versetti del Corano.
Anche il motivo per cui il jihad riveste un’importanza così grande nell’Islam è diventato chiaro dalla discussione precedente. La religione di Allah non può considerarsi soddisfatta semplicemente accettandola come vera, come si fa con le altre religioni, e limitandosi a compiere riti di culto come manifestazione esteriore di questa dottrina e di questa fede. Infatti, è del tutto impossibile obbedire e seguire la religione di Allah rimanendo soggetti a un’altra religione; è impossibile seguirla mescolandola con un’altra religione. Pertanto, se credete veramente che questa religione di Allah sia la vera religione, non può esservi altro mezzo che impegnarsi e lottare con tutte le proprie forze per stabilirla nella realtà. È attraverso questo impegno e questa lotta che l’Islam sarà instaurato; altrimenti bisognerà sacrificare la propria vita rimanendo impegnati in questo sforzo. In verità, questo è un criterio eterno, mediante il quale può essere verificata la sincerità della vostra fede e della vostra dottrina. Se avete una fede autentica nell’Islam, vi sarà impossibile rimanere incoscienti in un sonno beato mentre siete soggetti a un’altra religione; non si può neppure parlare di servire quella religione o di assaporare anche solo in minima parte i mezzi di sostentamento ottenuti in cambio. Dopo aver accettato la religione dell’Islam come l’unica vera, anche se la vostra vita trascorresse sotto il dominio di un’altra religione, il vostro letto vi sembrerebbe cosparso di spine, il cibo velenoso e amaro, e non potreste provare neppure un briciolo di sollievo senza impegnarvi con tutte le vostre forze per instaurare questa vera religione di Allah. Ma se siete soddisfatti di vivere sotto il dominio di una religione diversa dalla religione di Allah, e in tale condizione il vostro animo è contento e rassicurato, allora non siete affatto credenti, per quanto possiate pregare con devozione, praticare a lungo la «muraqaba», interpretare il Corano e gli hadith e diffondere la filosofia dell’Islam; non vi è tuttavia alcun dubbio che non siete credenti. Questa è la parola definitiva riguardo a chi, pur credendo nella religione dell’Islam, è soddisfatto di un’altra religione. Ma che cosa si può dire degli ipocriti che servono con devozione altre religioni, oppure si impegnano e lottano per instaurare un’altra religione, come la religione democratica? … La morte non è lontana; quando arriverà, Allah stesso presenterà loro il registro delle opere della loro vita terrena. In verità, se costoro si considerano musulmani, ciò non è altro che la massima stoltezza. Se avessero un sano discernimento, capirebbero da soli che riconoscere e accettare una religione come vera, e al tempo stesso compiacersi dell’instaurazione concreta di un’altra religione, parteciparvi e adoperarsi per essa, sono azioni reciprocamente contraddittorie. Il fuoco e l’acqua possono forse coesistere; ma un simile modo di agire non può avere alcuna compatibilità con la fede in Allah. Non è possibile citare qui tutti i versetti del Sacro Corano relativi a questo argomento.
Vengono qui riportati soltanto alcuni versetti:

احسب النَّاسُ أَنْ يُتْرَكُوا أَن يَقُولُوا آمَنَّا وَهُمْ لَا يُفْتَنُونَ وَلَقَدْ فتَنَّا الَّذِينَ مِنْ قَبْلِهِمْ فَلَيَعْلَمَنَّ اللَّهُ الَّذِينَ صَدَقُوا وَلَيَعْلَمَنَّ
الْكَذِبِينَ ٥ – العنكبوت : ٢-٣
«Credono forse che basterà dire: “Abbiamo creduto” perché siano lasciati liberi e non siano messi alla prova? In verità, abbiamo messo alla prova coloro che vissero prima di loro, affinché Allah distingua quelli sinceri e veritieri da quelli menzogneri nella loro pretesa di fede.» — Sura al-‘Ankabut: 2-3

ومِنَ النَّاسِ مَنْ يَقُولُ آمَنَّا بِاللَّهِ فَإِذَا أُوذِيَ فِي اللَّهِ جَعَلَ فِتْنَةَ النَّاسِ كَعَذَابِ اللهِ ، وَلَئِنْ جَاءَ نَصْرُ مِّن رَّبِّكَ لَيَقُولُنَّ إِنَّا كُنَّا مَعَكُمْ ، أَوَ لَيْسَ اللَّهُ بِأَعْلَمَ بِمَا فِي صُدُورِ الْعَلَمِينَ .
«Tra gli uomini ve ne sono alcuni che dichiarano di credere in Allah; ma quando vengono perseguitati sulla via di Allah, considerano la persecuzione degli uomini tanto terribile quanto dovrebbe essere il castigo di Allah. Tuttavia, quando giunge il successo e la vittoria da parte del tuo Signore, essi si fanno avanti dicendo: “Eravamo con voi”. Allah non conosce forse ciò che vi è nei loro cuori? Eppure Allah certamente distinguerà quali sono i veri credenti e quali gli ipocriti.» — Sura al-‘Ankabut: 10-11

مَا كَانَ اللَّهُ لِيَذَرَ الْمُؤْمِنِينَ عَلَى مَا أَنْتُمْ عَلَيْهِ حَتَّى يَمِينَ الْخَبِيثَ مِنَ
الطيب – – ال عمران : ۱۷۹
«Non è conforme alla legge di Allah lasciare i credenti nella condizione in cui vi trovate attualmente — poiché ora i sinceri, i menzogneri, i credenti autentici e gli ipocriti sono tutti confusi gli uni con gli altri —; Allah distinguerà certamente i puri dai peccatori.» — Sura Āl ‘Imrān: 179

أمْ حَسِبْتُمْ أَنْ تُتْرَكُوا وَلَمَّا يَعْلَمَ اللهُ الَّذِينَ جَهَدُوا مِنكُمْ وَلَمْ يَتَّخِذُوا مِنْ دُونِ اللَّهِ وَلَا رَسُولِهِ وَلَا الْمُؤْمِنِينَ وَلِيجَة – – التوبة : ١٦
«Pensate forse che Allah vi lascerà così? Egli non ha ancora distinto chi, tra voi, ha lottato e chi non ha preso, invece di Allah, del Suo Messaggero e dei credenti, confidenti segreti tra gli altri.» — Sura al-Tawba: 16

الم ترَ إِلَى الَّذِينَ تَوَلَّوْا قَوْمًا غَضِبَ اللَّهُ عَلَيْهِمْ ، مَا هُمْ مِّنْكُمْ وَلَا مِنْهُم ….. أولَئِكَ حِزب الشيطن ، أَلَا إِنَّ حِزْبَ الشَّيْطَنِ هُمُ الْخَسِرُونَ إِنَّ الَّذِينَ يُحَادُونَ اللهَ وَرَسُولَهُ أُولَئِكَ فِي الْأَذَلِّينَ ، كَتَبَ اللهُ لأَغْلِبَنَّ أَنَا وَرُسُلِي ، إِنَّ اللهَ قَوِيٌّ عَزِيزٌ – المجادلة : ١٩١٤
«Hai forse considerato coloro che stringono amicizia con gente su cui Allah si è adirato? Essi non appartengono né a voi né a loro. Costoro fanno parte del partito di Satana! In verità, il partito di Satana sarà quello perdente. Coloro che si oppongono ad Allah e al Suo Messaggero saranno certamente tra i più umiliati. Allah ha decretato: “Prevarrò Io e i Miei messaggeri”. In verità, Allah è Forte e Potente.» — Sura al-Mujādala: 14, 19-21

Dai versetti menzionati risulta con assoluta chiarezza che, se in un luogo, nella realtà concreta, è affermata una religione diversa dal dīn dell’Islam di Allah, l’identità dei credenti sinceri e idealisti di quel luogo sarà questa: essi si impegneranno a eliminare questa religione falsa e a instaurare il vero dīn di Allah. Se agiranno realmente in tal modo, impiegando tutte le proprie forze a questo scopo, sacrificando persino la propria vita e sopportando senza esitazione ogni sorta di danno e perdita, non vi sarà alcun dubbio sulla sincerità della loro fede. Che i loro sforzi e la loro lotta abbiano successo oppure no è una questione irrilevante. Ma se saranno soddisfatti e rassicurati dal predominio della religione falsa, oppure parteciperanno spontaneamente all’opera di mantenerla vittoriosa e saldamente affermata, allora la loro pretesa di essere credenti sarà del tutto falsa, senza la minima ombra di dubbio.
Inoltre, nei versetti menzionati Allah ha risposto anche a coloro che adducono come scuse i vari ostacoli e impedimenti all’instaurazione del dīn dell’Islam. Quando si cercherà di instaurare il dīn dell’Islam in un luogo, vi sarà certamente già affermata, con tutta la sua forza, una qualche religione falsa. Essa avrà sotto il proprio controllo ogni sorta di potere e autorità, i mezzi di sostentamento saranno nelle sue mani e la sua influenza sarà predominante in tutti gli ambiti della vita umana; abbattere una religione così saldamente affermata e instaurarne un’altra non può essere, comunque la si consideri, una via cosparsa di fiori. L’obiettivo non potrà mai essere raggiunto, né ciò sarà mai possibile, operando con assoluta tranquillità e comodità, con atteggiamento da signori. È del tutto impossibile continuare a godere di qualche agio e benessere materiale sotto la religione falsa e, allo stesso tempo, instaurare il dīn dell’Islam. Questa grande opera potrà essere compiuta soltanto quando sarete pronti a calpestare tutti i diritti, gli interessi e ogni comodità ottenuti attraverso la religione falsa, e sarete pronti a sopportare con coraggio qualsiasi danno e perdita possiate incontrare in quest’opera. In verità, il jihād sulla via di Allah può essere compiuto soltanto da coloro che sono pronti a intraprendere questa dura lotta spirituale. Ma persone di questo genere sono sempre una minoranza in ogni società. Quanto a coloro che desiderano seguire il dīn dell’Islam, ma non sono pronti a rinunciare al benessere e alle comodità, non intendo fare alcuna profezia sul loro conto: continuino pure tranquillamente a servire il proprio nafs. Quando i combattenti per la verità, sopportando senza esitazione sofferenze e persecuzioni e offrendo sacrifici immensi su questa via, avranno instaurato il dīn dell’Islam, allora essi verranno a dire: «Noi apparteniamo pur sempre al vostro gruppo; dateci dunque ora anche la nostra parte».

Fine