Abu Musa al-Ash’ari (che Allah sia soddisfatto di lui)

Il suo nome era Abdullah e la sua kunya Abu Musa. Era conosciuto soprattutto con la kunya. Suo padre era Qays e sua madre Tayyiba. Non si sa molto della sua vita prima dell’Islam. Si sa soltanto che era originario dello Yemen. Poiché apparteneva alla tribù degli Ash‘ari, divenne famoso come al-Ash‘ari. Dopo aver conosciuto l’Islam, l’eminente Abu Musa venne dallo Yemen alla Mecca e prestò il giuramento di fedeltà nelle mani del Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui). A Mecca strinse rapporti di amicizia con la tribù di Abd Shams. Dopo aver soggiornato per qualche tempo alla Mecca, tornò nello Yemen per invitare il suo popolo all’Islam. L’eminente Abu Musa era uno dei capi più influenti della sua famiglia. I suoi familiari risposero all’invito con grande rapidità e in gran numero. Intraprese il viaggio per mare dallo Yemen, diretto dal Messaggero di Allah, insieme a un gruppo di circa cinquanta musulmani. Il mare in tempesta spinse quel gruppo verso l’Abissinia invece che verso l’Higiaz. Nel frattempo, l’eminente Ja‘far ibn Abi Talib e i suoi compagni, che si trovavano ancora in Abissinia, erano partiti alla volta di Medina. Abu Musa, insieme al suo gruppo, si unì a quella carovana e si diresse verso Medina. Essi giunsero a Medina, proprio mentre l’esercito musulmano, sotto la guida del Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui), tornava a Medina dopo aver completato la conquista di Khaybar. Il Messaggero concesse ad Abu Musa e a tutti i suoi compagni una parte del bottino di Khaybar. L’eminente Abu Musa partecipò alla conquista della Mecca e alla battaglia di Hunayn. Dopo essere fuggiti dal campo di Hunayn, i Banu Hawazin si radunarono nella valle di Awtas. Il Messaggero inviò contro di loro un contingente al comando dell’eminente Abu Amir, per annientarli completamente. Giunti ad Awtas, essi uccisero Durayd ibn al-Simma, il capo degli Hawazin, e li dispersero. Tuttavia, per una circostanza fortuita, Abu Amir fu gravemente ferito da una freccia scagliata da un politeista di nome Hashimi. Abu Musa al-Ash‘ari inseguì e uccise quel politeista. Prima di morire, l’eminente Abu Amir nominò Abu Musa suo successore e gli chiese: «Fratello, porta il mio ultimo saluto al Messaggero di Allah e chiedigli di pregare per il mio perdono». Abu Amir esalò l’ultimo respiro. Abu Musa tornò a Medina con il suo esercito e riferì al Messaggero di Allah le ultime volontà di Abu Amir. Il Messaggero fece portare dell’acqua, compì l’abluzione e pregò chiedendo il perdono per Abu Amir. Abu Musa disse: «O Messaggero di Allah, prega un poco anche per me». Il Messaggero pregò: «O Allah, perdona i peccati di Abdullah ibn Qays e concedigli di entrare con onore in Paradiso nel Giorno della Risurrezione». Nel nono anno dell’Egira erano in corso i preparativi per la spedizione di Tabuk. I compagni di Abu Musa lo mandarono dal Messaggero di Allah per chiedergli delle cavalcature per loro. Per una coincidenza, quando Abu Musa arrivò, il Messaggero era agitato per qualche motivo. Abu Musa, senza comprenderne la ragione, disse: «O Messaggero di Allah, i miei compagni mi hanno mandato da te affinché tu conceda loro delle cavalcature». Il Messaggero era seduto. Con tono adirato esclamò: «Giuro su Allah, non vi darò alcuna cavalcatura». Abu Musa ebbe paura, pensando di aver forse commesso qualche mancanza di rispetto. Tornò dai suoi compagni con il cuore molto afflitto e comunicò loro quella cattiva notizia. Ma non aveva ancora potuto fermarsi, quando Bilal arrivò di corsa e disse: «Abdullah ibn Qays, dove sei? Vieni, il Messaggero di Allah ti chiama». Accompagnato da Bilal, Abu Musa si presentò alla corte del Messaggero di Allah. Il Messaggero indicò due cammelli legati vicino a sé e disse: «Porta questi due ai tuoi compagni». L’eminente Abu Musa tornò dal suo popolo con i due cammelli e disse: «Il Messaggero di Allah vi ha concesso questi due cammelli come cavalcature. Tuttavia, alcuni di voi dovranno venire con me da qualcuno che abbia sentito le parole precedenti del Messaggero di Allah, affinché non pensiate che ciò che ho detto prima fosse una mia invenzione». Essi dissero: «Giuriamo su Allah che ti riteniamo sincero. Ma, poiché lo dici tu, andiamo». Così Abu Musa portò con sé alcuni di loro e dimostrò la veridicità delle sue parole precedenti. Un giorno, dopo il ritorno da Tabuk, due uomini di spicco della tribù degli Ash‘ari andarono dal Messaggero di Allah insieme all’eminente Abu Musa al-Ash‘ari. Espressero il desiderio di ottenere una carica. Il Messaggero di Allah stava usando il siwak; quando udì le loro parole, smise di usarlo. Si rivolse ad Abu Musa e disse: «Abu Musa, Abu Musa». Abu Musa rispose: «O Messaggero di Allah, non conoscevo ciò che avevano nel cuore. Non sapevo che avrebbero espresso il desiderio di ottenere una carica». Il Messaggero disse: «Se qualcuno desidera personalmente una carica, non gliela affiderò mai. Quanto a te, Abu Musa, va’ nello Yemen: ti nomino governatore di quella regione». Fin dai tempi antichi lo Yemen era diviso in due parti: lo Yemen settentrionale e lo Yemen meridionale. L’eminente Mu‘adh ibn Jabal fu incaricato dello Yemen settentrionale, mentre Abu Musa fu incaricato dello Yemen meridionale. Congedandoli, il Messaggero disse loro: «Tratterete gli abitanti dello Yemen con mitezza e non sarete duri in alcun modo. Renderete felice la gente e non la esaspererete. Vivete gli uni con gli altri in armonia». Poiché era la sua terra natale, l’eminente Abu Musa esercitava fin dall’inizio una notevole influenza sugli abitanti dello Yemen. Perciò svolse il suo incarico con efficienza. Aveva un’amicizia personale con l’eminente governatore Mu‘adh, che amministrava la regione vicina. Di tanto in tanto si incontravano al confine e si scambiavano opinioni su diverse questioni. Nel decimo anno dell’Egira, il Messaggero di Allah compì il pellegrinaggio. L’eminente Abu Musa venne dallo Yemen e partecipò al pellegrinaggio. Il Messaggero gli chiese: «Abdullah ibn Qays, sei venuto con l’intenzione di compiere il pellegrinaggio?». Egli rispose: «Sì, o Messaggero di Allah!». Il Messaggero domandò: «Qual era la tua intenzione?». Egli disse: «Ho detto: avrò la stessa intenzione del Messaggero di Allah». Il Messaggero chiese ancora: «Hai portato con te l’animale per il sacrificio?». Egli rispose: «No». Il Messaggero gli ordinò: «Dopo aver compiuto il tawaf e il sa‘y, esci dallo stato di ihram». (Sahih al-Bukhari) È importante ricordare che il Messaggero compì il pellegrinaggio qiran. Per il pellegrinaggio qiran è necessario portare con sé l’animale destinato al sacrificio. Dopo il pellegrinaggio, Abu Musa tornò nello Yemen. Nel frattempo, un falso profeta di nome al-Aswad al-‘Ansi rivendicò la profezia e si ribellò. L’eminente Mu‘adh ibn Jabal fu persino costretto a recarsi a Marib, la capitale di Abu Musa. Neppure lì poterono rimanere a lungo. Alla fine trovarono rifugio nell’Hadramawt. Sebbene Ibn Makthuh al-Muradi avesse ucciso al-Aswad al-‘Ansi, dopo la morte del Messaggero di Allah la ribellione rialzò nuovamente la testa. In seguito, il primo califfo, l’eminente Abu Bakr, inviò un esercito da Medina e represse quella ribellione. I due governatori dello Yemen tornarono ciascuno al proprio incarico. L’eminente Abu Musa tornò dall’Hadramawt alla sua sede di servizio nell’Hadramawt e continuò a svolgere il suo incarico con grande successo nella prima parte del califfato del secondo califfo. Quando, durante il califfato dell’eminente ‘Umar, iniziarono le campagne in varie regioni, Abu Musa, desideroso di partecipare al jihad, rinunciò al suo incarico di governatore e si arruolò come soldato nell’esercito dell’eminente Sa‘d ibn Abi Waqqas. Nel diciassettesimo anno dell’Egira, per ordine del comandante Sa‘d, conquistò Nasibin. Nello stesso anno, il governatore di Basra, al-Mughira ibn Shu‘ba, fu destituito e al suo posto venne nominato Abu Musa. Khuzistan era una regione confinante con Basra. All’epoca essa era ancora sotto il dominio degli iraniani. Nel sedicesimo anno dell’Egira, l’eminente al-Mughira condusse una spedizione militare ad Ahwaz con l’obiettivo di conquistare il Khuzistan. Il capo di Ahwaz stipulò con al-Mughira un accordo di pace, impegnandosi a pagare ogni anno una modesta somma come tributo. Al-Mughira tornò indietro. Nel diciassettesimo anno dell’Egira, quando Abu Musa assunse l’incarico al posto di al-Mughira, gli abitanti di Ahwaz smisero di pagare il tributo e si ribellarono. Costretto dagli eventi, Abu Musa inviò un esercito, conquistò Ahwaz e proseguì la campagna fino a Manadhir. Durante una fase della campagna di Manadhir, il valoroso ufficiale dell’esercito, l’eminente Muhajir ibn Ziyad, cadde martire. L’esercito nemico gli separò la testa dal corpo e appese il suo cervello alla cupola della fortezza. Abu Musa affidò all’eminente Rabi‘, fratello dell’eminente Muhajir, il compito di conquistare Manadhir. Rabi‘ riuscì a conquistarla. Nel frattempo, Abu Musa pose l’assedio a Susa. Gli abitanti si rifugiarono nella fortezza. Alla fine, il loro capo raggiunse un accordo con Abu Musa a condizione che cento membri della sua famiglia fossero risparmiati. Il capo presentò uno alla volta cento uomini e Abu Musa li liberò secondo i termini dell’accordo. Sfortunatamente, il capo dimenticò di indicare il proprio nome e fu ucciso secondo le condizioni del trattato. Dopo l’assedio di Susa, Abu Musa pose l’assedio a Ramhormuz e concluse con gli abitanti un accordo in base al quale essi avrebbero pagato un tributo annuo di ottocentomila dirham. Inseguito da ogni parte, Hormuzan, comandante dell’imperatore dell’Iran, si era rifugiato nella solida fortezza di Shushtar. Abu Musa la stava assediando, ma ogni tentativo di conquistarla falliva. Un giorno, inaspettatamente, un uomo uscì di nascosto dalla città e raggiunse l’accampamento di Abu Musa. Propose che, se gli fosse stata garantita la sicurezza, avrebbe fatto cadere la città. La sua condizione fu accettata. Egli prese con sé un arabo di nome Ashras. Ashras si coprì il capo e il volto con un mantello e seguì quell’uomo come un servo. Attraversarono il fiume ed entrarono in città attraverso un passaggio segreto; dopo aver attraversato canali, vicoli e strade, giunsero agli appartamenti privati di Hormuzan. In questo modo Ashras osservò segretamente tutta la situazione della città, poi tornò di nascosto da Abu Musa e gli presentò un rapporto dettagliato. In seguito, per ordine di Abu Musa, Ashras, accompagnato da duecento soldati intrepidi, lanciò un attacco improvviso, uccise le guardie della porta e la aprì. Nel frattempo Abu Musa e tutti i suoi soldati erano già presenti davanti all’ingresso. Non appena la porta fu aperta, tutti i soldati entrarono insieme nella città e vi scoppiò un grande tumulto. Hormuzan corse a rifugiarsi nella fortezza. Quando l’esercito musulmano giunse ai piedi della fortezza, Hormuzan salì sulla cupola e annunciò di essere disposto ad arrendersi, a determinate condizioni. Le sue condizioni furono accettate ed egli fu inviato con l’eminente comandante alla capitale del califfato, Medina. Dopo la conquista di Shushtar, l’esercito musulmano, guidato da Abu Musa, pose l’assedio a Jundisabur. L’assedio durava già da parecchio tempo. Un giorno, gli abitanti aprirono improvvisamente le porte della città. Erano tranquillamente occupati nelle loro attività quotidiane. L’esercito musulmano entrò in città e rimase stupito nel vederli così privi di timore. Interrogati, essi risposero: «Perché mai? Ci è stata concessa la sicurezza in cambio del pagamento della jizya». Dopo aver svolto delle indagini, si scoprì che uno schiavo dell’esercito musulmano aveva firmato da solo, all’insaputa di tutti, quell’accordo di sicurezza. Il comandante Abu Musa si rifiutò di riconoscere l’accordo dello schiavo. Gli abitanti dissero: «Noi non sappiamo chi sia schiavo e chi sia libero». Alla fine la questione fu sottoposta al califfo nella corte di Medina. Il califfo dichiarò: «Anche gli schiavi dei musulmani sono musulmani. Coloro ai quali egli ha concesso l’aman, cioè la sicurezza, hanno ricevuto l’aman da tutti i musulmani». In questo modo, sotto la guida di Abu Musa, le fondamenta dell’Islam si consolidarono in tutto il Khuzistan. Allo stesso tempo, Basra, sede del suo governo, fu liberata dalla minaccia dei nemici. Dopo la caduta del Khuzistan, nel ventunesimo anno dell’Egira, gli iraniani si prepararono a una battaglia decisiva a Nihawand. Il califfo inviò Nu‘man ibn Muqarrin a Nihawand con un grande esercito e ordinò ad Abu Musa di assisterlo. Ricevuto l’ordine del califfo, Abu Musa giunse a Nihawand con un grande esercito. Anche in quella battaglia l’esercito iraniano subì una durissima sconfitta. Dopo la conquista del Khuzistan, Abu Musa chiese al califfo di annettere il territorio conquistato a Basra. Anche gli abitanti di Kufa chiesero al loro governatore, ‘Ammar ibn Yasir, di annettere quel territorio a Kufa. Il califfo sostenne la richiesta di Abu Musa e annesse il territorio conquistato a Basra. Gli abitanti di Kufa, non riuscendo a ottenere ciò che chiedevano, si ribellarono contro ‘Ammar. Alla fine, assecondando la loro richiesta, nel ventiduesimo anno dell’Egira il califfo rimosse ‘Ammar e nominò Abu Musa governatore di Kufa. Tuttavia, un anno dopo, nel ventitreesimo anno dell’Egira, Abu Musa fu nuovamente trasferito a Basra. Nello stesso anno (23 dell’Egira), un uomo di nome Dabba presentò al califfo le seguenti accuse contro Abu Musa:

1. Abu Musa ha preso personalmente per sé sessanta figli di capi tra i prigionieri di guerra.

2. Ha affidato a Ziyad ibn Sumayya tutte le responsabilità dell’amministrazione e, di fatto, ora Ziyad è padrone di ogni cosa.

3. Ha donato al poeta Hutay’a mille dirham.

4. Una sua schiava chiamata Aqliyya Nammi riceve due volte al giorno cibo pregiato, mentre la gente comune non può mangiare cibo di tale qualità.

Hazrat Umar scrisse di suo pugno le accuse. Fece convocare Abu Musa a Medina e lo interrogò. Condusse quindi un’indagine secondo la procedura consueta per accertare la falsità delle accuse. La prima accusa risultò falsa. In risposta alla seconda, disse che Ziyad era un politico brillante e un amministratore capace: «L’ho nominato mio consigliere». Il califfo convocò Ziyad, lo mise alla prova e lo giudicò una persona competente. Ordinò di lasciarlo al suo incarico. In risposta alla terza accusa, disse: «Gli ho fatto un dono con il mio denaro personale affinché Hutay’a non mi insultasse (hijw, cioè calunnia)». Ma non fu in grado di rispondere alla quarta accusa. Hazrat Umar (ra) lo rimproverò brevemente e lo lasciò andare. (Tabari)

Nello stesso anno (23 dell’Egira), Abu Musa condusse una spedizione contro Isfahan e incorporò quella regione nel califfato islamico. Dopo aver portato a termine la conquista di Isfahan ed essere rientrato, nello stesso anno fu trasferito da Bassora a Kufa. Gli abitanti di Bassora soffrivano terribilmente per la mancanza d’acqua. La questione fu sottoposta al califfo. Egli ordinò di scavare un canale dal fiume Tigri fino alla città di Bassora. Sotto la guida di Abu Musa fu scavato un canale lungo dieci miglia, ponendo fine alla penuria d’acqua degli abitanti di Bassora. Nella storia, questo canale è famoso con il nome di Nahr Abi Musa. Nel 23 dell’Egira, nel secondo mese di Dhu al-Hijja, il califfo Umar subì il martirio. Dopo che Hazrat Uthman (ra) assunse la responsabilità del califfato, apportò molti cambiamenti alla struttura amministrativa. Tuttavia, Abu Musa rimase governatore di Bassora fino al 29 dell’Egira. Nel 29 dell’Egira, i curdi proclamarono la rivolta. Abu Musa si recò nella moschea e pronunciò un discorso infuocato sul jihad contro di loro. Nel discorso illustrò il merito di camminare a piedi sulla via di Allah. Di conseguenza, alcuni mujahidin si prepararono a mettersi in cammino a piedi, sebbene disponessero di cavalli. Un critico di Abu Musa disse loro: «Non dovremmo affrettarci tanto. Vediamo come si muoverà il nostro comandante Abu Musa». Anche Abu Musa uscì a cavallo. I mujahidin afferrarono le redini del suo cavallo e protestarono. In realtà, il significato del discorso di Abu Musa non era che coloro che possedevano cavalli non dovessero usarli. Il fatto è che quello era un periodo di fitna e complotti. I sobillatori, prendendo spunto da questo insignificante episodio, si recarono a Medina e ne chiesero la rimozione. Il califfo Uthman lo destituì. Nel 34 dell’Egira, il califfo Uthman nominò nuovamente Abu Musa governatore di Kufa, al posto di Sa’id ibn al-As, per gli abitanti di Kufa. In tutto il califfato erano allora in corso terribili intrighi e complotti. Abu Musa ricordava ciò che aveva detto il Messaggero di Allah (sallallahu alayhi wa sallam). Perciò, nei suoi discorsi ricordava sempre agli abitanti di Kufa quella profezia e li esortava a tenersi lontani da ogni fitna. Nel 35 dell’Egira, dopo il martirio di Hazrat Uthman (ra) e l’ascesa di Hazrat Ali al califfato, quella fitna venne alla luce. Hazrat Aisha, Talha e Zubayr (ra), levatisi a chiedere il qisas per il sangue del terzo califfo, Hazrat Uthman (ra), partirono dalla Mecca alla volta di Bassora. D’altra parte, il califfo Hazrat Ali (ra) giunse in un luogo chiamato Dhu Qar per contrastarli. Nel frattempo mandò Hazrat Hasan a Kufa insieme ad Ammar ibn Yasir. Quando Hazrat Hasan arrivò a Kufa, Abu Musa al-Ash’ari stava pronunciando un discorso nella moschea di Kufa davanti a una grande assemblea. Nel suo discorso esortava la gente a tenersi lontana da quella fitna. Hazrat Hasan si presentò e tra lui e Abu Musa (ra) ebbe luogo un breve alterco. Abu Musa scese silenziosamente dal pulpito della moschea e, senza protestare in alcun modo, andò a stabilirsi in un villaggio sconosciuto della Siria. In questo modo mantenne una posizione completamente neutrale nella guerra civile. A Siffin, Hazrat Ali (ra) e Hazrat Muawiya (ra) dichiararono una tregua a condizione che la questione fosse affidata alla decisione di due arbitri neutrali, uno per ciascuna delle due parti. Entrambe le parti avrebbero accettato la loro decisione congiunta. La parte di Ali (ra) nominò Abu Musa e quella di Muawiya (ra) Amr ibn al-As (ra) come arbitri. Le due parti si riunirono in un luogo chiamato Dumat al-Jandal. I due ebbero una lunga discussione sulla questione. Alla fine giunsero alla decisione che, nell’interesse della Umma, Ali e Muawiya dovessero essere entrambi rimossi dalla carica di califfo e che il consiglio della shura avrebbe eletto una terza persona come califfo. Entrambi si presentarono davanti al popolo per annunciare la loro decisione. Su richiesta di Amr ibn al-As, Abu Musa si alzò per primo e annunciò la decisione; ma Abu Musa abbandonò la decisione precedente e finì per proclamare Hazrat Muawiya califfo. Abu Musa rimase attonito.

In realtà, Abu Musa era di natura estremamente semplice e ingenua. Non sapeva che cosa fossero l’inganno e la diplomazia. Per questo Hazrat Ali (ra) si era opposto alla sua nomina ad arbitro. Tuttavia, cedette anch’egli alle pressioni dei suoi sostenitori. Dopo essere stato sconfitto nella rete diplomatica di Amr ibn al-As, Abu Musa fu consumato dal rimorso a tal punto che, in quello stesso momento, si mise in viaggio verso la Mecca. Non partecipò più ad alcun affare per il resto della sua vita. Esistono opinioni diverse riguardo all’anno e al luogo della sua morte. Secondo alcuni morì alla Mecca, mentre secondo altri morì a Kufa. Tuttavia, l’opinione più diffusa è che sia deceduto alla Mecca. Allo stesso modo, vi sono diverse opinioni riguardo all’anno della sua morte: 42, 44 o 52 dell’Egira. Secondo l’opinione più diffusa, morì nel 44 dell’Egira. (Tadhkirat al-Huffaz)

Fino alla fine della sua vita, Hazrat Abu Musa (ra) fu estremamente scrupoloso nell’osservare gli ordini e i divieti del Messaggero di Allah (sallallahu alayhi wa sallam). Persino quando le sue condizioni divennero critiche ed egli perse conoscenza, alcune donne cominciarono a piangere e a lamentarsi. Anche in quel momento terribile, riacquistando per un istante la coscienza, esclamò: «Da ciò da cui il Messaggero di Allah (sallallahu alayhi wa sallam) ha dichiarato di essere libero da responsabilità riguardo a donne che si lamentano in questo modo». Nella prima parte della sua vita, la povertà fu la sua compagna quotidiana. In seguito, però, visse nell’agiatezza. Hazrat Umar (ra) gli aveva stabilito un’indennità.

Coloro che ebbero la fortuna di godere della speciale vicinanza del Messaggero di Allah (s) includevano il nobile Compagno Abu Musa (ra). Durante la vita del Messaggero di Allah (s), egli fu uno dei sei uomini autorizzati a emettere fatwa. (Tazkiratul Huffaz) Un tabi‘ī di nome Aswad disse: «A Kufa non ho mai visto nessuno più dotto del nobile ‘Ali (ra) e del nobile Abu Musa (ra)». Il nobile ‘Ali (ra) diceva: «Dalla testa ai piedi, Abu Musa è tinto del colore della conoscenza». Trascorreva sempre il tempo in compagnia degli uomini sapienti e discuteva con loro di vari argomenti. Talvolta queste discussioni arrivavano fino al dibattito e alla disputa. In particolare, aveva frequenti discussioni con ‘Abdullah ibn Mas‘ud e Mu‘adh ibn Jabal (ra). Una volta, ‘Abdullah ibn Mas‘ud (ra) e Abu Musa (ra) discussero su una questione riguardante il tayammum. L’Imam Bukhari ha riportato questa discussione nel capitolo sul tayammum. Egli non era soltanto assetato di conoscenza, ma si impegnava con tutte le sue forze a diffonderla e a propagarla. Riteneva che, per quanto una persona avesse appreso, fosse suo dovere insegnarlo agli altri. Una volta, durante un sermone, disse: «Chi è stato dotato da Allah della conoscenza dovrebbe comunicarla agli altri fratelli. Tuttavia, riguardo a ciò di cui non possiede alcuna conoscenza, non deve pronunciare una sola parola». Anche il suo metodo d’insegnamento era vario. Oltre alle consuete lezioni in cerchio, talvolta radunava la gente e teneva loro un discorso. Se incontrava alcune persone in un luogo lungo la strada, trasmetteva loro una o due parole del Messaggero di Allah (s). Nell’insegnamento si comportava con grande dolcezza. Se qualcuno, per ignoranza, poneva una domanda sciocca, non si irritava, ma gliela spiegava con tono estremamente gentile.

Il rapporto di Abu Musa con il Sacro Corano era profondissimo. Trascorreva quasi ogni momento del giorno e della notte recitando il Corano e insegnandolo. Una volta, quando era wali dello Yemen, Mu‘adh ibn Jabal gli chiese: «Come reciti il Corano?». Egli rispose: «Ogni volta che ne ho l’opportunità, di giorno o di notte, ne recito un po’». Recitava il Corano con una voce dolcissima. Il Messaggero (s) diceva: «Abu Musa ha ricevuto una parte delle melodie di Dawud (as)».

Il Messaggero (s) lo amava moltissimo. Ogni volta che udiva la sua recitazione del Corano, si fermava. Una volta il Messaggero (s) stava andando da qualche parte accompagnato dalla nobile ‘A’isha (ra). Durante il cammino udì la recitazione coranica di Abu Musa e si fermò proprio lì. Dopo aver ascoltato per qualche momento, riprese ad avanzare. Un’altra volta Abu Musa stava recitando il Corano ad alta voce durante la preghiera dell’‘isha. Udendo quella voce melodiosa, le Madri dei Credenti si avvicinarono alla tenda della camera e rimasero ad ascoltare la recitazione del Corano con l’orecchio accostato alla tenda. Quando il mattino seguente egli venne a sapere della cosa, disse: «Se lo avessi saputo, avrei recitato con una voce ancora più affascinante e li avrei resi innamorati del Corano». Fu proprio grazie a questa straordinaria bellezza della sua recitazione che il Messaggero (s) lo inviò nello Yemen insieme a Mu‘adh ibn Jabal, affinché insegnassero il Corano ai nuovi musulmani. Il suo contributo al servizio degli hadith non fu affatto inferiore a quello da lui offerto al Sacro Corano. A Kufa aveva un proprio circolo di lezioni sugli hadith. Attraverso queste lezioni si formarono grandi muhaddithun. Il numero degli hadith da lui narrati è 360. Di questi, 50 sono muttafaqun ‘alayh; 45 furono narrati esclusivamente da Bukhari e 25 esclusivamente da Muslim. Nonostante la sua vasta conoscenza del Corano e degli hadith, era consapevole dei propri errori e delle proprie mancanze. Allo stesso modo, sapeva apprezzare la conoscenza altrui. Una volta emise una fatwa su una questione relativa all’eredità. La persona che aveva richiesto la fatwa consultò anche ‘Abdullah ibn Mas‘ud sulla questione. ‘Abdullah ibn Mas‘ud emise una fatwa diversa. Abu Musa riconobbe il proprio errore e disse: «Finché ‘Abdullah ibn Mas‘ud sarà vivo, non dovreste venire da me». La vita del nobile Abu Musa era il riflesso concreto della vita benedetta del Messaggero. Si sforzava sempre di imitare e seguire alla lettera ogni atto, comportamento, parola e abitudine del Messaggero di Allah (s). Una volta si stava recando dalla Mecca a Medina. Durante la preghiera dell’‘isha pregò due raka‘at. Poi si rialzò e pregò un’altra raka‘ah recitando cento versetti della sura an-Nisa’. Quando la gente protestò, disse: «Cerco sempre di posare i miei passi là dove li ha posati il Messaggero (s) e di fare esattamente ciò che egli ha fatto».

Oltre al digiuno di Ramadan, osservava anche digiuni volontari perché il Messaggero (s) li aveva osservati. Osservava sempre il digiuno di ‘Ashura e invitava la gente a osservarlo. Era inoltre estremamente scrupoloso non solo riguardo alla Sunnah, ma anche riguardo agli atti mustahabb. Macellare personalmente l’animale del sacrificio è mustahabb. Proprio per questo ordinava persino alle proprie figlie di macellare personalmente l’animale.

Il Messaggero di Allah (s) aveva stabilito che, quando una persona si recava a casa di qualcuno, dovesse chiedere il permesso prima di entrare. Se, dopo aver chiesto il permesso tre volte, non riceveva risposta, doveva tornare indietro. Una volta Abu Musa si recò dal califfo ‘Umar. Chiese il permesso tre volte, una dopo l’altra, ma il califfo, essendo impegnato in un’altra faccenda, non poté rispondere. Abu Musa tornò indietro. In un’altra occasione il califfo gli chiese perché fosse tornato. Egli rispose: «Poiché non ho ricevuto risposta dopo aver chiesto il permesso tre volte, sono tornato indietro». Dopo queste parole, gli narrò l’hadith del Messaggero di Allah (s) riguardante la questione. ‘Umar (ra) disse: «Portami un testimone che abbia udito questo hadith da qualcuno diverso da te». Abu Musa, tremando per la paura, si recò a un’assemblea degli Ansar. Anche Ubayy ibn Ka‘b, che era presente, aveva udito l’hadith. Si presentò da ‘Umar (ra) e ne diede testimonianza. ash-Sha‘bi dice: «La conoscenza viene attinta da sei persone: ‘Umar, ‘Ali, Ubayy, Ibn Mas‘ud, Zayd e Abu Musa».

Il califfo ‘Umar (ra) lo nominò wali di Basra e lo mandò lì. Giunto a Basra, mentre pronunciava un discorso davanti alla folla riunita, disse: «Il Comandante dei Credenti mi ha inviato da voi. Vi insegnerò il Libro del vostro Signore e la Sunnah del Suo Profeta, e renderò pulite e ordinate le vostre strade e i vostri passaggi, per il vostro bene». La folla rimase stupefatta ascoltando il discorso. Elevare il popolo dal punto di vista culturale e istruirlo nella religione poteva rientrare nelle responsabilità di un governante. Ma come avrebbe potuto svolgere il compito di pulire le loro strade e i loro passaggi? La cosa apparve loro estremamente sorprendente. Per questo il nobile Hasan (ra) commentò a suo proposito: «Per gli abitanti di Basra non è mai giunto un cavaliere migliore di lui». (Rijalun Halar Rasul) Il Messaggero (s) diceva di lui: «Abu Musa è il comandante dei cavalieri».

La preoccupazione per il bene della comunità era il pensiero più importante per il nobile Abu Musa. Per questo, per tutta la vita, calpestò ogni vantaggio e ogni opportunità personale. Mentre era in corso la guerra tra ‘Ali (ra) e Mu‘awiya (ra), un giorno Mu‘awiya disse ad Abu Musa che, se lo avesse sostenuto, avrebbe nominato i suoi due figli wali rispettivamente di Basra e Kufa e si sarebbe preso cura anche dei suoi privilegi e dei suoi interessi. In risposta, Abu Musa scrisse: «Mi hai scritto riguardo a una questione estremamente importante della comunità di Muhammad. Non ho bisogno di ciò che mi hai proposto».

La modestia e il pudore fanno parte della fede. Questo elemento era pienamente presente in Abu Musa. Persino quando dormiva la notte indossava un particolare tipo di abito, affinché la sua ‘awrah non rimanesse scoperta. Una volta vide alcune persone fare il bagno nude nell’acqua. Disse: «Anche se il fatto che ciò mi torni continuamente alla mente mi è caro, quest’azione non mi piace».

Suhayb ibn Sinan ar-Rumi (che Allah sia compiaciuto di lui)

Il suo nome era Suhayb e la sua kunya, Abu Yahya. Suo padre era Sinan e sua madre Salma bint Qa’id. Suo padre apparteneva ai Banu Numayr d’Arabia, mentre sua madre era figlia della tribù dei Banu Tamim. Viene chiamato ar-Rumi, cioè il Romano. In realtà, però, non era romano: era arabo.

Circa vent’anni prima che il Messaggero di Allah (che Allah lo benedica e gli conceda la pace) ricevesse la profezia, suo padre, Sinan ibn Malik, era governatore di ‘Ubulla, un’antica città di Basra, in qualità di rappresentante dell’imperatore persiano. Suhayb era il figlio prediletto di suo padre. Una volta sua madre si recò con Suhayb e alcune altre persone, accompagnate da soldati, nel villaggio di Saniyya, in Iraq, per una visita. Improvvisamente, una notte, l’esercito romano attaccò il villaggio di sorpresa, compiendo un grande massacro e saccheggiandolo. Le donne e i bambini furono fatti prigionieri e ridotti in schiavitù. Tra i prigionieri vi era anche il piccolo Suhayb. A quel tempo non aveva ancora compiuto cinque anni.

Suhayb fu venduto in un mercato romano di compravendita degli schiavi. Passò continuamente dalle mani di un padrone a quelle di un altro. Nella società romana dell’epoca, questa era la sorte riservata agli schiavi. In questo modo ebbe l’opportunità di penetrare dall’interno nelle profondità della società romana e di osservare da vicino le oscenità e le malvagità che vi si consumavano.

Suhayb crebbe nella terra di Roma e raggiunse la giovinezza. Dimenticò la lingua araba, o vi si avvicinò molto. Tuttavia, non dimenticò neppure per un giorno di essere figlio dell’Arabia desertica. Contava continuamente i giorni, chiedendosi quando sarebbe stato liberato dalle catene della schiavitù e avrebbe potuto ricongiungersi alla sua tribù in Arabia. Il suo desiderio divenne ancora più intenso il giorno in cui udì dalla bocca di un kahin cristiano (un indovino): «Si avvicina il tempo in cui a Mecca, nella Penisola Arabica, apparirà un profeta. Egli confermerà la missione profetica di Gesù, figlio di Maria, e condurrà gli uomini dalle tenebre alla luce».

Suhayb rimase in attesa di un’occasione. E l’occasione arrivò. Un giorno riuscì a sfuggire al suo padrone e si recò a Mecca. Gli abitanti di Mecca, a causa dei suoi capelli biondi e della sua difficoltà nel parlare, cominciarono a chiamarlo Suhayb ar-Rumi. A Mecca stipulò un accordo con il prominente capo qurayshita Abd Allah ibn Jud’an e iniziò a commerciare insieme a lui. Ebbe un successo straordinario negli affari. Secondo un’altra narrazione, invece, i Banu Kalb d’Arabia lo acquistarono e lo portarono a Mecca. Abd Allah ibn Juh’an lo acquistò da loro e lo liberò.

Nonostante le mille occupazioni dei suoi affari e del commercio a Mecca, Suhayb non dimenticò neppure per un istante la profezia di quel kahin cristiano. Ogni volta che la ricordava, si diceva tra sé: «Quando accadrà?». Tuttavia, non dovette aspettare a lungo.

Un giorno, al ritorno da un viaggio, sentì dire che Muhammad ibn Abd Allah aveva ricevuto la profezia. Invitava la gente ad avere fede nell’unico Allah, li esortava alla giustizia e alla benevolenza e ordinava loro di astenersi dall’ingiustizia e dalle oscenità. Suhayb chiese alla gente: «È forse lui colui che viene chiamato al-Amin?». Gli risposero: «Sì». Egli domandò: «Dove abita?». Gli fu detto: «Alloggia nella casa di al-Arqam ibn Abi al-Arqam, vicino al monte Safa. Ma sta’ attento: fa’ in modo che nessuno dei Quraysh ti veda andare da lui. Se ti vedessero presso Muhammad, ti tratterebbero esattamente come trattano noi. Sei uno straniero e qui non c’è nessuno che possa proteggerti. Neppure la tua tribù o il tuo clan si trovano qui».

Suhayb si diresse verso la casa di al-Arqam con estrema cautela. Quando raggiunse la porta della casa di al-Arqam, vide che lì era in piedi ‘Ammar ibn Yasir. Si conoscevano già. Dopo aver esitato per un momento, gli si avvicinò e gli chiese: «‘Ammar, tu qui?»

‘Ammar gli chiese a sua volta: «Piuttosto, dimmi tu: per quale motivo sei venuto?» Suhayb disse: «Voglio andare da quest’uomo e ascoltare alcune delle sue parole.»

‘Ammar disse: «Anch’io sono venuto per lo stesso motivo.» Suhayb disse: «Allora entriamo nel nome di Allah.»

I due raggiunsero insieme il Messaggero di Allah e ascoltarono le sue parole. I loro cuori si illuminarono della luce della fede. Entrambi tesero insieme le mani verso il Messaggero di Allah e recitarono la professione di fede. Quel giorno rimasero in compagnia del Messaggero di Allah e ascoltarono le sue parole ricche di consigli. A notte fonda, quando il clamore della gente si fu placato, uscirono in silenzio e nell’oscurità dalla dimora del Messaggero di Allah e si incamminarono ciascuno verso il proprio alloggio. Prima di Suhayb, più di trenta Compagni avevano abbracciato l’Islam. La maggior parte di loro aveva tenuto nascosta la propria conversione per paura dei Quraysh. Sebbene Suhayb fosse straniero e non avesse a Mecca né parenti né amici, non tenne nascosta la propria conversione all’Islam. Al contrario, la proclamò apertamente. Come Bilal, ‘Ammar, Sumayya, Khabbab e altri, anch’egli divenne vittima delle crudeli persecuzioni dei Quraysh. Continuò a sopportare tutte le torture con grandissima pazienza. Sapeva che la via del Paradiso non è cosparsa di fiori.

Quando il Messaggero di Allah decise di compiere l’Egira, Suhayb ne venne a conoscenza. Era fermamente convinto che sarebbe stato il «terzo dei tre», cioè il Messaggero di Allah, Abu Bakr e Suhayb. Ma ciò non accadde a causa della vigilanza serrata dei Quraysh. I Quraysh lo tenevano sotto sorveglianza, affinché non potesse lasciare Mecca portando con sé le sue immense ricchezze.

Dopo l’Egira del Messaggero di Allah, Suhayb rimase in attesa di un’opportunità. Anche i Quraysh non lo perdevano d’occhio. Alla fine ricorse a uno stratagemma.

In una notte di freddo intenso cominciò a uscire ripetutamente di casa per rispondere ai richiami della natura. Appena rientrava da una volta, usciva di nuovo. Le guardie dei Quraysh si dissero l’un l’altra che Lat e ‘Uzza gli avevano fatto venire un disturbo allo stomaco. Si sentirono alquanto rassicurate, tornarono a casa e si misero a letto. Approfittando di quell’occasione, Suhayb uscì di casa e prese la strada per Medina.

Suhayb non aveva percorso che una breve distanza da Mecca quando le guardie si accorsero dell’accaduto. Salirono in fretta su cavalli veloci e si misero a inseguirlo. Accortosi della loro presenza, Suhayb salì su una collina elevata, estrasse arco e frecce e disse loro: «O Quraysh! Sapete che tra voi sono il più abile arciere e tiratore scelto. Per Allah, non potrete raggiungermi finché non avrò ucciso uno per uno ciascuno di voi con tutte le frecce che possiedo. E poi ho anche la mia spada.» Uno dei Quraysh disse: «Per Allah, non permetteremo che tu salvi la vita e porti via anche le tue ricchezze. Sei venuto a Mecca a mani vuote; appena sei arrivato qui, sei diventato proprietario di tutte queste ricchezze.»

Suhayb disse: «Se vi consegnassi tutte le mie ricchezze, mi lascereste passare?» Essi risposero: «Sì».

Suhayb li condusse con sé fino alla sua casa alla Mecca e consegnò loro tutte le sue ricchezze. Anche i Quraysh gli lasciarono libero il passaggio. Così Suhayb abbandonò ogni cosa per amore della religione e giunse a Medina. Non provò il minimo dolore per le ricchezze guadagnate con tanta fatica e lasciate alle sue spalle. Ogni volta che durante il viaggio si stancava, al solo ricordare l’incontro con il Messaggero si liberava di tutta la stanchezza e riprendeva il cammino. In questo modo arrivò a Quba. In quel momento il Messaggero si trovava a Quba, nella casa di Kulthum ibn Hidam. Vedendolo arrivare, il Messaggero, felice, esclamò: «Abu Yahya, l’affare è stato redditizio!» Lo ripeté tre volte. Il volto di Suhayb si illuminò di gioia. Egli esclamò: «Lo giuro su Allah, o Messaggero di Allah, nessuno è venuto da te prima di me. Certamente Gabriele ti ha informato di ciò». In verità, l’affare era stato davvero redditizio. A conferma di ciò, Gabriele venne con una rivelazione: «Wa min an-nāsi man yashrī nafsahu ibtighā’a mardātillāh, wa Allāhu ra’ūfun bil-‘ibād». Vi sono persone che vendono persino la propria vita per ottenere il compiacimento di Allah. Allah è oltremodo benevolo verso i Suoi servi.

A Medina, Suhayb fu ospite di Sa‘d ibn Khuthayma e instaurò un rapporto di fratellanza con Harith ibn as-Simma al-Ansari.

Suhayb era un abile arciere. Fu compagno del Messaggero di Allah in tutte le battaglie, tra cui Badr, Uhud e Khandaq. In vecchiaia, nelle assemblee pubbliche, narrava con stile avvincente le vicende di quelle guerre e battaglie.

Parlando della sua compagnia del Messaggero di Allah, egli stesso diceva: «Sono stato presente in ogni situazione e in ogni circostanza del Messaggero di Allah. Ogni volta che egli riceveva un giuramento di fedeltà, ero presente. Ho partecipato alle sue piccole spedizioni. In ogni battaglia che combatté, dalla prima all’ultima, ho combattuto al suo fianco, a destra o a sinistra. Ogni volta e ovunque i musulmani fossero impauriti per il timore di un nemico alle loro spalle o di fronte a loro, io ero sempre con loro. Non abbiamo mai permesso che il Messaggero di Allah si trovasse tra noi e il nemico. Così il Messaggero è andato incontro al suo Signore». (Rijālun hawla ar-Rasūl, p. 130)

‘Umar aveva un’opinione estremamente favorevole di Suhayb. Lo amava profondamente. Prima di morire, lasciò disposto che Suhayb avrebbe guidato la preghiera funebre per lui e che avrebbe continuato ad assumere la responsabilità del califfato finché i membri della shura non avessero annunciato il nome del nuovo califfo. Dopo la morte di ‘Umar, egli svolse questo incarico con grande competenza per tre giorni.

Morì a Medina nell’anno 38 dell’Egira, all’età di 72 anni. Fu sepolto nel cimitero di al-Baqi‘, a Medina.

Suhayb ebbe l’opportunità di trascorrere una parte considerevole della sua vita in compagnia del nobile Messaggero. Diceva: «Ebbi la fortuna di godere della compagnia del Messaggero di Allah già prima della discesa della rivelazione». Per questo, in lui si riunivano tutte le virtù. La buona moralità e il senso della dignità personale, insieme alla prontezza d’ingegno, all’umorismo e ad altre qualità, conferivano ulteriore fascino al suo carattere.

Era ospitale e generoso. Aveva la mano larga verso i poveri e gli indigenti. Talvolta la gente lo riteneva estremamente prodigo. Una volta Hazrat Umar (ra) gli disse: «Non mi piace il tuo modo di parlare. Primo: la tua kunya è Abu Yahya. Con questo nome vi era un profeta, mentre tu non hai alcun figlio con questo nome. Secondo: sei molto prodigo. Terzo: pretendi di essere arabo». Egli rispose: «Questa kunya non l’ho scelta io; è stata scelta dal Messaggero di Allah (sa). Quanto alla prodigalità, il fondamento della mia condotta è questo detto del Messaggero di Allah (sa): “I migliori tra voi sono coloro che danno da mangiare alla gente e ricambiano il saluto”. Quanto alla terza accusa, la risposta è che sono realmente figlio di arabi. Durante la mia infanzia, i Romani mi rapirono, mi separarono dalla mia tribù e mi ridussero in schiavitù; per questo dimenticai la mia tribù e la mia famiglia».‬

La corporatura di Hazrat Suhayb era di media statura: né alto né basso. Aveva il volto luminoso e i capelli folti. In vecchiaia si tingevа i capelli con l’henné. Aveva una certa difficoltà e balbuzie nella lingua. Una volta stava chiamando il suo servo Yahnas, ma sembrava di udire «Nas». Nas significa “gente”. Hazrat Umar, udendo quella chiamata, esclamò: «Perché quest’uomo chiama così “Nas”, cioè la gente?». Hazrat Umm Salama (ra) disse: «Con “Nas” non sta chiamando la gente, bensì il suo servo Yahnas. A causa della difficoltà nella lingua non riesce a pronunciare bene il suo nome».‬

Ammar ibn Yasir (ra)

Il suo nome era Ammar e la sua kunya Abu al-Yaqzan. Suo padre era Yasir e sua madre Sumayya. Suo padre discendeva dalla stirpe di Qahtan. La sua patria d’origine era lo Yemen. Uno dei suoi fratelli scomparve. Alla ricerca del fratello scomparso, giunse alla Mecca insieme agli altri due fratelli, Harith e Malik. Sebbene gli altri due fratelli tornassero nello Yemen, Yasir rimase da solo alla Mecca. Stringendo un patto con i Banu Makhzum della Mecca, sposò una schiava di nome Sumayya, appartenente ad Abu Hudhayfa al-Makhzumi. Fu proprio da Sumayya che nacque Hazrat Ammar. Abu Hudhayfa liberò Ammar quando era ancora bambino e mantenne con lui, per tutta la vita, un rapporto simile a quello tra padre e figlio.

Hazrat Ammar e Hazrat Suhayb ibn Sinan abbracciarono entrambi l’Islam nello stesso momento. Ammar racconta: «Vidi Suhayb fermo alla porta della casa di al-Arqam e gli chiesi: “Qual è il tuo scopo?”. Egli disse: “Prima dimmi qual è il tuo scopo”. Risposi: “Desidero incontrare Muhammad e ascoltare alcune sue parole”. Egli disse: “È anche il mio stesso scopo”. Dopodiché entrambi abbracciammo l’Islam insieme». Insieme ad Ammar, oppure poco prima o poco dopo di lui, anche suo padre Yasir abbracciò l’Islam.

Quando Hazrat Ammar abbracciò l’Islam, scoprì che prima di lui lo avevano già fatto, oltre ad Abu Bakr, altri cinque uomini e due donne. Ciò significa tuttavia soltanto che a quel tempo erano questi i soli ad aver dichiarato pubblicamente la propria conversione all’Islam. Altrimenti, secondo una narrazione autentica, più di trenta Compagni avevano abbracciato l’Islam prima di Ammar. La maggior parte di loro, però, aveva tenuto nascosta la propria conversione per paura dei miscredenti.

La Mecca non era la patria natale di Hazrat Ammar. Non aveva là nessuno che gli fosse vicino. Non possedeva neppure nobiltà mondana o potere. Inoltre, fino a quel momento, sua madre Sumayya non era ancora stata liberata dalla schiavitù dei Banu Makhzum. In una simile situazione abbracciò l’Islam e, spinto dall’entusiasmo della fede, non riuscì a tenere nascosta la cosa nemmeno per un giorno. La rese pubblica a tutti. I politeisti della Mecca, vedendolo indifeso, cominciarono a sottoporre lui e i suoi familiari a ogni sorta di tortura. Nelle ore del terribile caldo di mezzogiorno lo facevano stendere supino sulle pietre roventi e gli bruciavano il corpo con il ferro incandescente. Ma davanti alla forza della fede di Ammar fallirono tutte le torture e le persecuzioni dei politeisti.

La madre di Hazrat Ammar, Hazrat Sumayya, fu martirizzata crudelmente dal miserabile Abu Jahl, che la trafisse con la sua lancia. Nella storia dell’Islam, Hazrat Sumayya fu la prima martire. Anche il padre di Ammar, Yasir, e suo fratello Abdullah subirono il martirio vittime delle persecuzioni dei politeisti. Un giorno i politeisti fecero sdraiare Ammar sui carboni ardenti. In quel momento giunse il Messaggero (sa). Con il cuore addolorato, pose una mano benedetta sul capo di Ammar e disse: «O fuoco, diventa freddo per Ammar, come lo fosti per Ibrahim». Ogni volta che il Messaggero (sa) passava accanto alla casa della famiglia di Ammar e li vedeva sottoposti a torture, li consolava. Un giorno disse: «O membri della famiglia di Ammar, per voi ci sono buone notizie: il Paradiso vi attende». Una volta Hazrat Ammar si lamentò davanti al Messaggero di Allah per queste insopportabili persecuzioni e oppressioni. Il Messaggero (sa) disse: «Abbi pazienza, abbi pazienza». Poi pregò: «O Allah, perdona i membri della famiglia di Yasir».

Un giorno i politeisti lo tennero immerso nell’acqua così a lungo che perse i sensi. In quello stato, i nemici gli estorsero dalla bocca le confessioni che volevano. Quando riprese conoscenza, cominciò a essere tormentato dal rimorso. Tra le lacrime si presentò al cospetto del Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace. Il Messaggero gli chiese: «O ʿAmmār, che cosa è successo?». ʿAmmār rispose: «Oggi non mi hanno liberato finché non ho detto qualcosa di sconveniente sul tuo conto e qualcosa di buono sulle loro divinità». Il Messaggero gli chiese: «Che cosa dice il tuo cuore?». «Il mio cuore è colmo di fede». Il nobile Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, gli asciugò con grande tenerezza le lacrime dagli occhi e disse: «Non c’è alcun male. Se ti trovassi nuovamente in una simile situazione, fai ancora lo stesso». Poi recitò il seguente versetto della sura al-Nahl: «Chi rinnega la fede dopo aver creduto — eccetto colui che vi è costretto mentre il suo cuore rimane saldo nella fede — non sarà colpevole». (Al-Nahl/14)

Una volta Saʿīd ibn Jubayr — che Allah sia soddisfatto di lui — chiese ad ʿAbd Allah ibn ʿAbbās — che Allah sia soddisfatto di lui —: «I Quraysh perseguitavano i musulmani a tal punto da costringerli ad abbandonare la religione?». Egli rispose: «Per Allah, sì. I Quraysh li picchiavano e li lasciavano senza cibo. Arrivavano persino a indebolirli così tanto da renderli incapaci di alzarsi e sedersi. In quello stato estorcevano loro confessioni contrarie a ciò che avevano nel cuore. Uno di quei musulmani perseguitati era ʿAmmār».

Gli studiosi della sīra sono discordi sul fatto che ʿAmmār abbia compiuto l’egira in Abissinia. Alcuni hanno affermato che accompagnò la seconda carovana diretta in Abissinia. Quando fu impartito l’ordine di emigrare a Medina, egli emigrò a Medina e fu ospite di al-Mubashshir ibn al-Mundhir. Il Messaggero, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, stabilì un legame di fratellanza tra lui e Hudhayfa ibn al-Yamān al-Anṣārī, e gli donò anche un appezzamento di terreno affinché vi si stabilisse definitivamente.

Sei o sette mesi dopo l’egira furono poste le fondamenta della moschea di Medina. Anche il Messaggero, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, partecipò alla costruzione della moschea. Anche ʿAmmār vi partecipò attivamente. Trasportava i mattoni sulla testa e recitava questi versi: «Nahnu al-muslimūn nabnī al-masājid — noi siamo musulmani, noi costruiamo moschee». Abū Saʿīd racconta: «Noi sollevavamo un mattone alla volta, mentre ʿAmmār ne sollevava due». Un giorno ʿAmmār passò accanto al Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace. Il Messaggero gli spolverò con grande affetto la polvere dalla testa e disse: «Povero ʿAmmār! Un gruppo ribelle ti ucciderà. Tu li chiamerai verso Allah, mentre loro ti chiameranno verso l’Inferno». Una volta qualcuno gli mise sulla testa un carico così pesante che la gente cominciò a gridare: «ʿAmmār morirà, ʿAmmār morirà!». Il Messaggero avanzò, tolse i mattoni dalla testa di ʿAmmār e li scagliò lontano.

ʿAmmār partecipò a tutte le battaglie combattute da Badr a Tabūk. Anche nella maggior parte degli scontri sanguinosi avvenuti durante l’epoca di Abū Bakr — che Allah sia soddisfatto di lui — dimostrò di essere un valoroso combattente. ʿAbd Allah ibn ʿUmar racconta: «Nella battaglia di Yamāma, una delle orecchie di ʿAmmār fu recisa dal corpo e cadde a terra, continuando a saltellare. Ciononostante egli continuò ad attaccare senza sosta. Ovunque avanzasse, le schiere dei miscredenti venivano sconvolte. Una volta l’esercito musulmano fu sul punto di disperdersi quasi completamente. ʿAmmār si fermò accanto a una pietra, in mezzo a una vasta pianura, e cominciò a gridare: “O combattenti musulmani! State forse fuggendo dal Paradiso? Io sono ʿAmmār ibn Yāsir. Venite, venite da me!”. Quelle parole agirono come una magia sull’esercito musulmano: esso si ricompose e tornò a combattere, conquistando la vittoria.

Nell’anno 20 dell’Egira, il secondo califfo, ʿUmar — che Allah sia soddisfatto di lui — lo nominò wālī, cioè governatore, di Kufa. Egli svolse questo incarico con grande competenza per un anno e nove mesi. In quel periodo, gli abitanti di Basra chiesero al califfo di annettere a Basra alcuni territori recentemente conquistati. Alcuni notabili di Kufa chiesero al loro emiro ʿAmmār di convincere il califfo ad assegnare quei territori a Kufa. ʿAmmār, però, non volle lasciarsi coinvolgere in quella disputa. I notabili di Kufa si adirarono. Uno di loro arrivò a insultarlo chiamandolo «monco d’orecchio». Egli rispose con rammarico: «Ahimè, hai insultato il mio orecchio più caro e migliore, quello che fu reciso sulla via di Allah».

A causa di questa vicenda, alcuni notabili di Kufa lo accusarono di essere incapace di amministrare. Il califfo lo destituì. Il giorno dopo la destituzione, il califfo lo convocò e gli chiese; egli dovette dire la verità: «In precedenza non ero felice quando fui nominato, e ora non sono contrariato per essere stato destituito».

Durante il califfato del terzo califfo, ʿUthmān — che Allah sia soddisfatto di lui — quando proteste e malcontento divamparono ovunque, nell’anno 35 dell’Egira il califfo istituì una commissione d’inchiesta per indagarne le cause. Anche ʿAmmār era uno dei membri della commissione. A lui fu affidata l’inchiesta sull’Egitto, il principale centro dei disordini. Egli si recò in Egitto.

Gli altri membri della commissione tornarono molto presto e presentarono il rapporto sulle rispettive regioni. Ma Hadrat ʿAmmār tardò oltre ogni aspettativa a rientrare. Nel frattempo, a Dār al-Khilāfa, Medina, cominciarono a diffondersi ogni sorta di voci e supposizioni sul suo conto. Quando tornò dall’Egitto, apparve influenzato dai fomentatori della ribellione e del disordine. Iniziò a criticare aspramente, nelle riunioni pubbliche, il metodo di governo di Hadrat ʿUthmān e le numerose azioni dei governatori provinciali. Di conseguenza, cominciarono i contrasti con gli uomini del califfo. Una volta, i servi di ʿUthmān (che Allah sia soddisfatto di lui) lo picchiarono così duramente che tutto il suo corpo si gonfiò. Riportò una grave lesione a una costola. In epoca preislamica egli aveva stretto un patto con i Banū Makhzūm. Questi si recarono alla corte del califfo e minacciarono che, se ʿAmmār non fosse sopravvissuto a quelle ferite, avrebbero certamente compiuto una vendetta. (Al-Istīʿāb) Episodi di questo genere continuarono ad aumentare. Quando i fomentatori del disordine marciarono contro Medina, Hadrat ʿUthmān (che Allah sia soddisfatto di lui) mandò Hadrat Saʿd ibn Abī Waqqāṣ da ʿAmmār, chiedendogli di usare la propria influenza per rimandarli indietro. Ma ʿAmmār rifiutò. (Ṭabarī)

Hadrat ʿUthmān (che Allah sia soddisfatto di lui) fu martirizzato. La responsabilità del califfato fu affidata a Hadrat ʿAlī. Hadrat ʿĀʾisha, Ṭalḥa, Zubayr e altri partirono verso Basra, chiedendo vendetta per il sangue di ʿUthmān. Per ottenere il sostegno degli abitanti di Kufa, Hadrat ʿAlī mandò a Kufa ʿAmmār insieme all’Imām al-Ḥasan. Quando Hadrat ʿAmmār arrivò a Kufa, Hadrat Abū Mūsā al-Ashʿarī (che Allah sia soddisfatto di lui) stava pronunciando un discorso davanti a un’assemblea nella moschea congregazionale di Kufa. Dopo averlo fatto scendere dal pulpito, dapprima parlò Hadrat al-Ḥasan e poi Hadrat ʿAmmār; riuscirono così a ottenere il sostegno degli abitanti di Kufa per ʿAlī (che Allah sia soddisfatto di lui). La mattina seguente, un esercito di circa novemilacinquecento soldati si radunò accanto ad ʿAmmār per combattere dalla parte di ʿAlī (che Allah sia soddisfatto di lui).

Nel mese di Jumādā al-Ākhira dell’anno 36 dell’Egira, nei pressi di Basra, gli eserciti di Hadrat ʿAlī e di ʿĀʾisha si affrontarono in un luogo chiamato Zīqār. Hadrat ʿAmmār prese parte a questa battaglia insieme all’esercito di Kufa. All’inizio dello scontro, quando Hadrat Zubayr vide che ʿAmmār era dalla parte di ʿAlī, ricordò le parole del Messaggero di Allah: «La verità è con ʿAmmār; il gruppo ribelle lo ucciderà». Si rese conto del proprio errore e si ritirò dal campo di battaglia. In questa guerra Hadrat ʿAmmār era fermamente convinto di essere dalla parte della verità. Perciò combatté con grandissimo coraggio e riportò la vittoria. Nella storia, questa battaglia è conosciuta come la «Battaglia del Cammello».

Dopo la Battaglia del Cammello ebbe luogo la battaglia di Ṣiffīn tra Hadrat ʿAlī e Hadrat Muʿāwiya. Anche in questa battaglia Hadrat ʿAmmār si schierò dalla parte di Hadrat ʿAlī. Aveva allora novantun anni, secondo un’altra opinione novantatré. Neppure a quell’età avanzata riuscì a rimanere a casa, spinto com’era dall’ispirazione del jihād. Aveva compreso con certezza che la verità era dalla parte di ʿAlī (che Allah sia soddisfatto di lui). Perciò, anche a quell’età, combatté con il valore di un leone. Ovunque attaccasse, le file del campo avversario si disperdevano. Una volta scorse ʿAmr ibn al-ʿĀṣ, portabandiera del campo nemico. Disse: «Ho combattuto tre volte contro questo portabandiera insieme al Messaggero di Allah. Questa è la quarta volta che combatto contro di lui. Per Allah, anche se egli mi sconfiggesse e mi spingesse fino a un luogo chiamato Hājar, continuerei a credere che noi siamo nella verità e loro nella falsità». (Ṭabaqāt 1/185)

Durante la battaglia di Ṣiffīn, invitando la gente a unirsi dalla parte di ʿAlī (che Allah sia soddisfatto di lui), diceva: «O gente, uscite con me al jihād contro coloro che sostengono di voler vendicare il sangue di ʿUthmān. Per Allah, vendicare il sangue non è il loro scopo. Vogliono invece godere dei piaceri mondani e desiderano goderne ancora di più. …… Nei primi tempi dell’Islam non hanno alcun merito sulla cui base possano rivendicare l’obbedienza della comunità musulmana. Non hanno alcun diritto alla guida della comunità musulmana. Nei loro cuori non vi è quel timore di Allah che possa renderli seguaci della verità. Ingannano la gente parlando di vendicare il sangue di ʿUthmān. Il loro unico scopo è diventare re tiranni». (Rijālūn Ḥawla al-Rasūl/216)

La battaglia di Ṣiffīn era in corso. Una sera Hadrat ʿAmmār bevve alcuni sorsi di latte e disse: «Il Messaggero mi ha detto che il latte sarebbe stato il mio ultimo cibo. Poi—oggi incontrerò i miei amici; oggi incontrerò Muḥammad e i suoi Compagni». Dicendo ciò, si unì alle file dei soldati. In seguito attaccò con impeto il campo nemico. Essi conoscevano infatti la profezia del Messaggero di Allah riguardo ad ʿAmmār, nonché la sua grande virtù e il suo alto rango. Tuttavia, tra loro vi erano molti nuovi musulmani che non sapevano praticamente nulla di ʿAmmār. Uno di questi, Ibn al-Gābiya, lo colpì con una freccia, facendolo cadere per primo a terra. Poi un altro uomo siriano gli recise la testa dal corpo con la spada.

Dopo aver martirizzato ʿAmmār, i due assassini cominciarono a litigare, rivendicando ciascuno per sé quell’impresa. Continuando a discutere, si presentarono davanti a Muʿāwiya (che Allah sia soddisfatto di lui). Per caso, in quel momento era presente anche Hadrat ʿAmr ibn al-ʿĀṣ. Vedendo la scena, disse: «Per Allah, questi due stanno litigando per il Fuoco dell’Inferno». A queste parole, Hadrat Amīr Muʿāwiya si risentì leggermente e disse: «ʿAmr, che cosa stai dicendo? Parli così di coloro che stanno dando la vita per noi?». ʿAmr rispose: «Per Allah, questa è la verità. Quanto sarebbe stato meglio se fossi morto vent’anni fa!»

Dopo il martirio di Hadrat ʿAmmār (che Allah sia soddisfatto di lui), Hadrat ʿAmr ibn al-ʿĀṣ rimase profondamente turbato. Si preparò ad allontanarsi da quel conflitto. Ma Hadrat Muʿāwiya lo consolò dicendogli che noi non siamo gli assassini di ʿAmmār; al contrario, i suoi veri assassini sono coloro che lo fecero uscire di casa e lo condussero con sé sul campo di battaglia. (Ṭabaqāt)

Con il martirio di Hazrat Ammar, la verità e la falsità furono distinte. Hazrat Khuzayma ibn Thabit (ra) aveva partecipato alle battaglie del Cammello e di Siffin, ma non aveva sguainato la spada per nessuna delle due parti. Dopo il martirio di Hazrat Ammar, comprese che era giusto schierarsi con Ali. Allora sguainò la spada, si lanciò contro l’esercito di Hazrat Mu‘awiya (ra) e ottenne il martirio. Allo stesso modo, tutti quei Compagni che oscillavano nel vortice dell’esitazione e del dubbio abbandonarono ogni perplessità e si schierarono con Ali (ra).

Quando Hazrat Ali (ra) apprese del martirio del suo amato compagno Hazrat Ammar (ra), disse con dolore: «Che Allah abbia misericordia di lui il giorno in cui Ammar abbracciò l’Islam, che Allah abbia misericordia di lui il giorno in cui subì il martirio e che Allah abbia misericordia di lui il giorno in cui sarà risuscitato. In quel tempo lo vidi insieme al Messaggero di Allah, quando soltanto quattro o cinque Compagni avevano avuto la fortuna di dichiarare la propria fede. Nessuno dei Compagni della prima generazione può dubitare del suo perdono. Ammar e la verità sono intimamente inseparabili. Il suo assassino è certamente destinato all’Inferno».

In seguito, Hazrat Ali (ra) ordinò di preparare il sudario e procedere alla sepoltura di Hazrat Ammar. Hazrat Ali celebrò la preghiera funebre e ordinò che Ammar fosse sepolto con gli stessi abiti intrisi del suo sangue. Questo avvenne nell’87º anno dell’Egira. Hazrat Ammar fu il primo Compagno del Messaggero di Allah (sa) a essere sepolto nel territorio di Kufa.

Hazrat Ammar era profondamente timorato di Dio. A causa della sua devozione e del timore di Allah, rimaneva sempre silenzioso e parlava molto poco. Chiedeva continuamente rifugio ad Allah dalle discordie e dai disordini. Tuttavia, Allah lo mise alla prova con la più grande delle discordie e lo rese, con successo, un sostenitore della verità.

Era l’incarnazione dell’umiltà e della modestia. La terra era il suo comodo letto. Anche quando era governatore conduceva una vita estremamente semplice. Faceva personalmente la spesa al mercato e portava tutto sulle proprie spalle. Svolgeva ogni lavoro con le sue stesse mani. Ibn Abi al-Hujayl, un suo contemporaneo, racconta: «Vidi Ammar, governatore di Kufa, comprare alcuni cetrioli a Kufa. Poi li legò con una corda, se li caricò sulla schiena e si incamminò verso casa». (Rijalun Hawla al-Rasul, p. 211)

La motivazione fondamentale di ogni azione di Hazrat Ammar (ra) era il compiacimento di Allah. Mentre si recava alla battaglia di Siffin, ripeteva spesso: «O Allah, se sapessi che Tu saresti compiaciuto se io donassi la vita gettandomi da una montagna, saltando nel fuoco o immergendomi nell’acqua, Ti renderei compiaciuto in quel modo. Sto andando in guerra. Il mio unico obiettivo è il Tuo compiacimento. Spero che Tu non renda vano questo mio intento». (Tabaqat) Riguardo alla sua nobiltà di carattere e alla forza della sua fede, lo stesso Messaggero di Allah (sa) disse: «La fede si è mescolata e si è fusa nelle vene e nelle arterie di Ammar». Il Messaggero di Allah (sa) si vantava della fede di Ammar davanti agli altri Compagni. Una volta sorse un malinteso tra il celebre comandante Khalid ibn al-Walid e Ammar riguardo a una certa questione. Quando la cosa giunse all’attenzione del Messaggero di Allah, egli disse: «Chi sarà ostile ad Ammar avrà Allah come nemico; chi invidierà Ammar sarà da Allah invidiato». In un altro hadith è riportato: «Dopo di me, seguirete Abu Bakr e Umar. Traete guida dalla via e dal metodo di Ammar».

Hazrat Ammar provava una gioia speciale nell’adorazione di Allah. Trascorreva tutta la notte nel ricordo di Allah. Non lasciava mai passare la preghiera, in nessuna circostanza. Una volta era in viaggio e sorse la necessità di compiere il bagno rituale. Non riuscì a trovare acqua nonostante numerosi tentativi. Ricordò allora che la terra è un sostituto dell’acqua. Invece del bagno rituale, si cosparse di polvere su tutto il corpo e compì la preghiera. Al ritorno dal viaggio, raccontò l’accaduto al Messaggero di Allah (sa), che gli disse: «In una situazione simile è sufficiente il solo tayammum».

Il celebre Compagno Hazrat Hudhayfa ibn al-Yaman (ra) era chiamato “Sirr Rasulillah”, cioè il depositario di tutte le conoscenze segrete del Messaggero di Allah (sa). Quando si trovava al confine tra la vita e la morte, gli fu chiesto: «Quando la gente sarà divisa e si troverà in disaccordo, con chi ci ordinate di stare?». Rispose: «Starete con Ibn Sumayya. Egli non si allontanerà dalla verità fino alla morte». Queste furono le ultime parole della vita del grande Compagno Hudhayfa. (Rijalun Hawla al-Rasul, p. 212)

Egli narrò diversi hadith dal Messaggero di Allah (s.a.s.). Da lui narrarono hadith Abu Musa al-Ash‘ari, ‘Abdullah ibn ‘Abbas, ‘Abdullah ibn Ja‘far e numerosi tabi‘in, oltre ad altri Compagni.

‘Uthman ibn Maz‘un (r.a.)

Il suo nome era ‘Uthman e la sua kunya Abu Sa’ib. Suo padre era Maz‘un e sua madre Sukhaïla bint ‘Unais. Anche nell’epoca della jāhiliyya possedeva una natura estremamente pura e virtuosa. A quel tempo un gran numero di persone era abituato a bere vino, ma egli non lo toccò mai, neppure una volta. A coloro che bevevano vino diceva: «Che vantaggio c’è nel bere qualcosa che fa perdere all’uomo la ragione, lo rende oggetto di scherno per le persone di bassa estrazione e, quando è ubriaco, gli impedisce di distinguere tra madre e sorella?»

Anche il suo cuore era straordinariamente limpido. L’invito del Messaggero di Allah (s.a.s.) lo influenzò molto rapidamente. Secondo gli studiosi della sīra, prima di lui avevano abbracciato l’Islam soltanto tredici persone. Egli fu dunque il quattordicesimo musulmano. Da una narrazione di Ibn Sa‘d si apprende che, prima ancora che il Messaggero di Allah (s.a.s.) trovasse rifugio nella casa di al-Arqam, ‘Uthman ibn Maz‘un, ‘Ubaida ibn al-Harith, ‘Abd al-Rahman ibn ‘Awf, Abu Salama ‘Abd al-Asad e Abu ‘Ubaida ibn al-Jarrah abbracciarono l’Islam insieme. Egli fu il primo muhājir a morire di morte naturale a Medina e il primo musulmano a essere sepolto nel cimitero di al-Baqi‘ a Medina.

Nel quinto anno della profezia, il primo gruppo di musulmani emigrò in Abissinia con il permesso del Messaggero di Allah (s.a.s.). ‘Uthman ibn Maz‘un era l’amīr, cioè il capo, di quel gruppo di muhājirīn. Con loro c’era anche suo figlio Sa’ib. Dopo aver soggiornato per qualche tempo in Abissinia, ricevette la notizia che l’intera stirpe dei Quraysh della Mecca aveva abbracciato l’Islam. Partì quindi con gioia verso la Mecca. Quando, ormai vicino alla città, comprese che la notizia era infondata, fu preso da una grande agitazione. Tornare in un paese così lontano era difficile, ma anche entrare alla Mecca non era sicuro. A poco a poco, tutti i suoi compagni rientrarono alla Mecca con l’aiuto dei rispettivi parenti politeisti; allora anch’egli vi entrò sotto la protezione di al-Walid ibn al-Mughira. Grazie all’influenza di al-Walid ibn al-Mughira, ‘Uthman ibn Maz‘un fu risparmiato dalle violenze e dalle persecuzioni fisiche, ma non riusciva affatto a essere felice vedendo le ingiustizie e le persecuzioni inflitte al Messaggero (s.a.s.) e agli altri Compagni. Un giorno rimproverò se stesso dicendo: «Ahimè! I miei parenti, i miei amici e la mia tribù sopportano ogni sorta di violenze e persecuzioni, mentre io vivo comodamente grazie alla protezione di un politeista. Per Allah, questa è una grave debolezza della mia persona!»

Un pensiero del genere lo gettò in una profonda agitazione. Cominciò a essere tormentato dal senso di colpa. Si recò da al-Walid e gli disse: «O Abu ‘Abd Shams, hai assolto pienamente al tuo dovere. Finora ho vissuto sotto la tua protezione, ma ora ritengo migliore rimanere sotto la protezione di Allah e del Suo Messaggero. Per me è sufficiente l’esempio del Messaggero di Allah e dei suoi Compagni». Al-Walid disse: «Forse qualcuno ti ha fatto del male». Egli rispose: «No. La verità è che ora non ho bisogno dell’aiuto di nessuno all’infuori di Allah. Vieni subito con me alla Ka‘ba e, così come avevi annunciato che mi avresti protetto, annuncia anche il ritiro della tua protezione». A seguito delle sue insistenze, al-Walid proclamò un’assemblea pubblica nel recinto della Ka‘ba. Anche ‘Uthman si alzò e confermò le parole di al-Walid, dicendo: «Amici, ho trovato al-Walid fedele alle sue promesse e misericordioso. Poiché ora non desideriamo l’aiuto di nessuno all’infuori di Allah e del Suo Messaggero, sono stato io stesso a liberarmi dal peso del favore e del beneficio di al-Walid».

Dopo questa dichiarazione, ‘Uthman ibn Maz‘un si recò con Labid ibn Rabi‘a a un’assemblea dei Quraysh. Labid era un celebre poeta arabo dell’epoca. Non appena arrivò, ebbe inizio la recitazione poetica. Labid cominciò a recitare la sua qasida. Quando giunse al verso: «Ala kullu shay’in ma khalallaha batilun» — «In verità, tutto ciò che è al di fuori di Allah è vano» — ‘Uthman esclamò improvvisamente: «Hai detto la verità». Ma quando Labid recitò il secondo verso: «Wa kullu na‘imin la mahala tazilun» — «E ogni bene è destinato certamente a perire» — egli protestò a gran voce: «Hai mentito». Tutti i presenti all’assemblea lo guardarono con occhi pieni d’ira. Chiesero a Labid di recitare nuovamente il verso. Labid lo recitò ancora e ‘Uthman ribadì che il primo verso era vero e il secondo falso, dicendo: «Hai mentito. Le delizie e i beni del Paradiso non periranno mai». Udendo ciò, Labid si irritò alquanto e disse: «O Quraysh, la vostra assemblea non era mai stata in queste condizioni prima d’ora». Queste parole provocatorie fecero esplodere d’ira l’intera assemblea. Nel frattempo, uno sventurato si fece avanti verso ‘Uthman e gli sferrò un violento pugno sul volto. A causa del colpo, uno dei suoi occhi si annerì per il sangue raccolto. La gente disse: «O ‘Uthman, quando eri sotto la protezione di al-Walid stavi proprio bene, e anche il tuo occhio era al sicuro da simili sofferenze». Egli rispose: «La protezione di Allah è la più sicura e onorevole. Anche il mio occhio che è ancora sano desidera ardentemente condividere la sofferenza del suo compagno». Al-Walid gli chiese: «Vuoi tornare sotto la mia protezione?». Egli rispose: «Ora mi è sufficiente la protezione di Allah». I sentimenti che provò in quel periodo sono magnificamente espressi in una qasida da lui composta. Anche ‘Ali ha narrato splendidamente questo episodio di ‘Uthman in una sua poesia. (Cfr. Hayat al-Sahaba, vol. 1).

Per lungo tempo ‘Uthman sopportò con pazienza le varie forme di violenza e persecuzione a cui era sottoposto alla Mecca. In seguito, il Messaggero di Allah (s.a.s.) autorizzò tutti i Compagni a emigrare a Medina. ‘Uthman ibn Maz‘un emigrò dalla Mecca a Medina insieme ai suoi due fratelli, Qudama ibn Maz‘un e ‘Abdullah ibn Maz‘un, a suo figlio Sa’ib ibn ‘Uthman e a tutti gli altri membri della famiglia. ‘Uthman non lasciò alla Mecca neppure una persona della sua stirpe. Giunto a Medina, fu ospite di ‘Abdullah ibn Salama al-Ajlani (r.a.).

Quando il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) giunse a Medina, donò a Uthman e ai suoi fratelli un vasto appezzamento di terreno affinché vi si stabilissero permanentemente e instaurò un rapporto di fratellanza tra lui e Abu al-Haytham ibn al-Tayhan.

Il primo scontro tra la verità e la falsità ebbe luogo nella piana di Badr. Egli partecipò a questa battaglia. Subito dopo il ritorno dalla guerra si ammalò. Sebbene suo fratello ansarita e i suoi familiari si prendessero cura di lui con grande dedizione,

non riuscirono a salvarlo dalla morte. Trenta mesi dopo l’Egira, Uthman ibn Maz‘un morì a Medina.

Umm al-‘Ala’ al-Ansariyya, nella cui casa Uthman morì, racconta: «Dopo che fu lavato, avvolto nel sudario e preparato per la preghiera funebre, giunse il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui). Io cominciai a dire: “Abu Sa’ib, che la misericordia di Allah scenda su di te. Attesto che Allah ti onorerà”. Il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) domandò: “Come fai a sapere che Allah lo onorerà?”. Risposi: “O Messaggero di Allah, se non onorerà lui, chi altri onorerà?”. Il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) disse: “Uthman era un uomo dalla fede salda. Spero che per lui ci sarà un esito positivo. Ma, per Allah, pur essendo il Messaggero di Allah, non so quale sarà la mia sorte”».

Il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) fu profondamente addolorato dalla morte di Uthman ibn Maz‘un. Si chinò tre volte e baciò la sua fronte. Le lacrime del Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) bagnarono allora entrambe le guance di Uthman. Poi rialzò il capo e disse con voce rotta dal pianto: «Abu Sa’ib, mi sto separando da te. Che Allah abbia misericordia di te! Hai lasciato questo mondo in un modo tale da non aver preso nulla da esso, e il mondo non ha potuto prendere nulla da te».

Anche dopo la morte di Uthman (che Allah sia soddisfatto di lui), il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) non lo dimenticò. Quando morì Ruqayya, la figlia del Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui), egli le disse: «Va’ e raggiungi Uthman ibn Maz‘un, il nostro migliore predecessore».

Quando Uthman ibn Maz‘un morì, a Medina non esisteva ancora un cimitero destinato ai musulmani. Dopo la morte di Uthman, il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) scelse il luogo chiamato “al-Baqi‘”, a Medina, come cimitero. Egli fu il primo tra i Compagni del Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) a essere sepolto qui. Il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) stesso guidò la preghiera funebre e, stando accanto alla tomba, supervisionò la sepoltura. Poi pose sulla tomba un oggetto come segno e disse: «D’ora in poi, quando morirà qualcuno, sarà sepolto nei dintorni di questo luogo».

Uthman aveva un carattere di elevatissimo livello. Già nell’epoca preislamica provava avversione per le bevande alcoliche. La modestia era una caratteristica della sua natura.

Aveva una profonda inclinazione verso il ruhbaniyyat, ossia l’ascetismo. Una volta decise di annientare i desideri e le passioni dell’anima e di diventare un rahib del deserto, cioè di rinunciare al mondo. Ma il Messaggero (s.a.s.), venutolo a sapere, lo dissuase dal suo intento. Gli disse: «Non sono forse io per te il modello migliore? Io ho rapporti con mia moglie, mangio carne, digiuno e interrompo anche il digiuno. Il digiuno è la castrazione della mia umma. Pertanto, chi si castra o si rende eunuco non appartiene alla mia umma».

L’adorazione, ossia la veglia notturna, era la sua attività prediletta. Trascorreva tutta la notte in preghiera e digiunava per la maggior parte dei giorni dell’anno. Aveva destinato una stanza della casa all’adorazione e vi praticava l’i‘tikaf giorno e notte. Un giorno il Messaggero (s.a.s.), tenendosi allo stipite di quella stanza, disse per due o tre volte: «Uthman, Allah non mi ha inviato per il ruhbaniyyat, ossia per l’ascetismo. Tra tutte le religioni, quella più amata da Allah è la religione hanif, semplice e retta.

Il suo intenso desiderio di adorazione lo rendeva incurante della moglie e dei figli. Un giorno sua moglie si recò nella casa del Profeta. La consorte del Profeta (s.a.s.), vedendo il suo abbigliamento trasandato, le chiese:

«Perché ti trovi in questo stato? Tuo marito è una persona ricca tra i Quraysh». Ella rispose: «Che rapporto ho io con lui? Trascorre tutta la notte in preghiera e digiuna durante il giorno». Le Madri dei Credenti riferirono la questione al Messaggero di Allah (s.a.s.). Il Messaggero (s.a.s.) si recò subito verso la casa di Uthman ibn Maz‘un e, chiamandolo, gli disse: «Uthman, la mia stessa vita non è forse un modello per te?». Uthman rispose: «Possano i miei genitori essere sacrificati per te». Il Messaggero (s.a.s.) disse: «Trascorri tutta la notte in adorazione e digiuni per la maggior parte dei giorni». Egli rispose: «Sì, è proprio ciò che faccio». Gli fu detto: «Non fare così. Tu hai dei diritti da rispettare verso i tuoi occhi, il tuo corpo e la tua famiglia. Prega, riposati, digiuna e interrompi il digiuno». Dopo questa guida, un giorno sua moglie si recò nella casa del Profeta. Questa volta appariva adornata come una novella sposa e dal suo corpo si diffondeva un profumo soave.

Dopo la morte di Khadija (che Allah si compiaccia di lei), Khawla bint Hakim, moglie di Uthman ibn Maz‘un, propose al Messaggero di Allah (s.a.s.) il matrimonio con A’isha e Sawda. Fu principalmente grazie alla sua intermediazione che i due matrimoni del Messaggero di Allah (s.a.s.) furono celebrati. (Hayatus Sahaba, 2/653)

Abdullah ibn Umar (che Allah si compiaccia di lui)

Il suo nome era Abdullah e la sua kunya Abu Abd al-Rahman. Suo padre era Umar ibn al-Khattab e sua madre Zaynab. Secondo la narrazione più autentica, al tempo della battaglia di Uhud, nel terzo anno dell’Egira, egli aveva quattordici anni. In base a ciò, nacque nel secondo anno della missione profetica. Quando, nel sesto anno della missione profetica, Umar abbracciò l’Islam, Abdullah aveva circa cinque anni.

Fin dai primi anni della sua consapevolezza, Abdullah vide la propria casa illuminata dalla luce dell’Islam. Crebbe in un ambiente islamico. Secondo alcune narrazioni, avrebbe abbracciato l’Islam prima di suo padre. Tuttavia, l’opinione più corretta è che, al momento della conversione del padre, fosse ancora in tenera età. In quanto figlio minorenne, seguì anch’egli la religione del padre.

Hazrat Umar (ra), esasperato dalle persecuzioni degli infedeli, emigrò dalla Mecca a Medina insieme alla sua famiglia. Anche Abdullah si trasferì a Medina con suo padre. Dopo l’Egira, il primo scontro tra verità e falsità ebbe luogo nella piana di Badr. Ibn Umar era allora un ragazzo di tredici anni. Chiese di partecipare al jihad. Poiché non aveva ancora raggiunto l’età richiesta per il jihad, Rasulullah (sallallahu alayhi wa sallam) respinse la sua richiesta. Un anno dopo si presentò nuovamente l’occasione della battaglia di Uhud. Questa volta si iscrisse. Anche in quell’occasione, per la stessa ragione, non riuscì a ottenere il permesso di Rasulullah (sallallahu alayhi wa sallam). Due anni più tardi, nel quinto anno dell’Egira, ebbe luogo la battaglia del Fossato. Abdullah aveva quindici anni. Per la prima volta ottenne da Rasulullah (sallallahu alayhi wa sallam) il permesso di recarsi al jihad.

Durante il Trattato di Hudaybiyyah, nel sesto anno dell’Egira, fu compagno di viaggio di Rasulullah (sallallahu alayhi wa sallam) e ebbe l’onore di partecipare al Bayʿat al-Ridwan. Per una circostanza particolare, conseguì questo onore prima di suo padre, Hazrat Umar (ra). Quel giorno Hazrat Umar (ra) lo aveva mandato a prendere un cavallo da un ansarita. Non appena si mise in cammino, sentì che Rasulullah (sallallahu alayhi wa sallam) stava ricevendo il giuramento di fedeltà dai Compagni. Corse e fu il primo a prestare il giuramento nelle mani di Rasulullah (sallallahu alayhi wa sallam).

Partecipò anche alla spedizione di Khaybar. Durante quel viaggio fu uno dei trasmettitori delle norme sull’halal e sull’haram proclamate da Rasulullah (sallallahu alayhi wa sallam). (Bukhari)

Al momento della conquista della Mecca, Ibn Umar era un giovane di vent’anni. Partecipò a questa spedizione insieme agli altri mujahidin. Le sue armi erano un cavallo veloce e una pesante lancia. Indossava un semplice mantello. Un giorno, mentre tagliava con le proprie mani l’erba per il cavallo, Rasulullah (sallallahu alayhi wa sallam) lo vide e lo chiamò: «Abdullah, Abdullah». Dopo la conquista della Mecca, entrò nella Kaaba seguendo Rasulullah (sallallahu alayhi wa sallam). Racconta: «Insieme a Rasulullah (sallallahu alayhi wa sallam) entrarono per primi Usama ibn Zayd, Uthman ibn Talha e Bilal ibn Rabah. Poi fui io il primo a entrare all’interno della Kaaba».

Dopo la conquista della Mecca, partecipò anche alla spedizione di Hunayn e all’assedio di Ta’if. Insieme a un gran numero di musulmani, anche Ibn Umar accompagnò Rasulullah (sallallahu alayhi wa sallam) nel suo Hajj d’addio e compì quell’Hajj.

Nel nono anno dell’Egira fu condotta la spedizione di Tabuk. Rasulullah (sallallahu alayhi wa sallam) partì per Tabuk con trentamila mujahidin. Ibn Umar era uno dei membri di quell’esercito. In breve, dal Fossato fino all’ultimo giorno della vita di Rasulullah (sallallahu alayhi wa sallam), partecipò a tutte le spedizioni e gli eventi più importanti.

Durante il periodo del primo califfo, Ibn Umar non risulta coinvolto in alcuna attività degna di nota. Oppure, anche se vi fu coinvolto, la storia non ci ha tramandato molto al riguardo.

Tuttavia, durante l’epoca del secondo califfo, la storia attesta la sua presenza come semplice soldato in alcune spedizioni. Partecipò alla battaglia di Nihawand e si ammalò. Partecipò alle spedizioni in Siria e in Egitto e si ammalò. La storia riferisce della sua partecipazione alle spedizioni in Siria e in Egitto. Tuttavia, non si conosce alcun contributo significativo da parte sua in queste spedizioni. In quel periodo lo si vede assente anche dalle attività amministrative dello Stato. Probabilmente ciò era dovuto al fatto che il califfo Umar (ra) non amava coinvolgere i propri parenti stretti in incarichi particolari del califfato. Ciononostante, quando si presentava una questione riguardante il beneficio o il danno della comunità musulmana, egli si faceva avanti spontaneamente e accettava ogni severità da parte di suo padre. A titolo di esempio, quando il califfo Umar (ra) era ormai vicino alla morte, Ibn Umar venne a sapere dalle labbra di sua sorella, la Madre dei Credenti Hazrat Hafsa (ra), che Umar (ra) non intendeva nominare nessuno come proprio successore. Ibn Umar pensò ai problemi futuri della comunità in assenza di suo padre. Tremando per la paura, si presentò davanti a lui e gli espose con coraggio: «Giungono alle mie orecchie varie voci e sono venuto a riferirtele. La gente pensa che tu non voglia nominare nessuno come tuo successore». Poi aggiunse: «Supponi che un pastore pascoli i tuoi cammelli e le tue capre. Se lasciasse il gregge nel campo e venisse da te, quale sarebbe la sua sorte? La pastorizia degli uomini è un compito ancora più difficile». Queste parole ragionevoli piacquero al califfo Umar. Dopo aver riflettuto per qualche momento, disse: «Allah stesso è il custode del Suo gregge». Alla fine affidò il compito di scegliere il califfo successivo a un gruppo di Compagni di alto rango.

Dopo la morte del padre, Ibn Umar compare per la prima volta nell’assemblea incaricata di eleggere il califfo. Hazrat Umar lasciò per testamento che, nella scelta del califfo successivo, Abdullah avrebbe dovuto agire soltanto come consigliere. Non avrebbe dovuto essere nominato califfo.

Durante il califfato di Uthman ebbe l’opportunità di partecipare alle attività amministrative. Tuttavia, non cercò mai di ottenere alcun vantaggio illecito. Il califfo Uthman (che Allah sia soddisfatto di lui) gli propose di assumere l’incarico di qadi. Egli rifiutò dicendo: «Io non giudico tra due persone e non guido la preghiera per due persone. Infatti, il Messaggero (pace e benedizioni di Allah su di lui) ha detto: “I qadi sono di tre categorie. La prima è quella degli ignoranti: la loro dimora sarà l’Inferno. La seconda è quella degli studiosi che perseguono gli interessi mondani: anch’essi sono destinati all’Inferno. La terza è quella di coloro che compiono l’ijtihad e giungono alla decisione corretta: per loro non vi è né punizione né ricompensa”». Il califfo disse: «Anche tuo padre giudicava». Egli rispose: «Sì, è vero. Tuttavia, quando si trovava di fronte a un problema, si recava dal Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui). E quando anche il Messaggero (pace e benedizioni di Allah su di lui) non era in grado di prendere una decisione, ricorreva a Jibril. Ma io, da chi posso andare ora? Per amore di Allah, dispensatemi da questo incarico». Il califfo lo esonerò, ma gli fece promettere di non rivelare la cosa a nessun altro. Il califfo sapeva infatti che, se la gente avesse saputo che Ibn Umar aveva rifiutato la carica di qadi, non si sarebbe più trovato alcun uomo retto disposto ad accettarla. Tutti avrebbero seguito l’esempio di Ibn Umar.

Sebbene si tenesse lontano dalle responsabilità amministrative del califfato, non si tenne mai lontano dal jihad sulla via di Allah. Ogni volta che veniva lanciato l’appello al jihad, egli rispondeva. Nell’anno 27 dell’Egira partecipò alla spedizione in Africa (Tunisia, Algeria e Marocco). Nell’anno 30 dell’Egira prese parte, insieme a Sa’id ibn al-‘As, alle spedizioni nel Khurasan e nel Tabaristan. Tuttavia, dopo l’inizio dei disordini interni e delle fitna e dei conflitti, si ritirò completamente dalla vita pubblica. Non prese più parte ad alcuna attività del califfato. Dopo il martirio di Hazrat Uthman (che Allah sia soddisfatto di lui), la gente lo esortò ad accettare la carica di califfo. Egli rifiutò con fermezza. La gente lo minacciò di morte, ma egli non si lasciò turbare minimamente e rimase fermo nella propria decisione.

Vi è divergenza di opinioni su quale dei due califfati, quello di Ali o quello di Muawiya (che Allah sia soddisfatto di entrambi), egli avesse riconosciuto. Ibn Hajar dice: «Ibn Umar riteneva che non si dovesse prestare la bay’a a nessuno finché il popolo non avesse raggiunto un consenso, o ijma’, sulla sua persona. Fu proprio in base a questo principio che non prestò la bay’a ad Ali (che Allah sia soddisfatto di lui). Tuttavia, secondo una narrazione riportata nel Mustadrak, egli prestò la bay’a ad Ali a condizione di non essere coinvolto con lui nella guerra civile. Ali approvò questa condizione. Durante il suo governo, neppure una goccia di sangue musulmano fu versata per mano di Ibn Umar. Ciononostante, fino all’ultimo momento della sua vita egli provò un forte senso di colpa per non essersi schierato dalla parte di Ali (che Allah sia soddisfatto di lui).

Dopo la battaglia di Siffin, Abu Musa al-Ash’ari e Amr ibn al-‘As furono nominati arbitri dalle due parti. Abu Musa propose al suo avversario il nome di Abdullah ibn Umar come califfo. Amr ibn al-‘As, tuttavia, respinse la proposta. Insieme agli altri musulmani, anche Ibn Umar si recò a Dumat al-Jandal per ascoltare la decisione dei due arbitri.

Dopo il martirio di Hazrat Ali, egli riconobbe il califfato dell’emiro Muawiya. Prese parte alle diverse spedizioni della sua epoca. Partecipò anche alla spedizione contro Costantinopoli.

Dopo l’emiro Muawiya (che Allah sia soddisfatto di lui), Yazid assunse la responsabilità del califfato. Ibn Umar prestò a lui la bay’a per salvaguardare la Umma musulmana dalla fitna causata dalle divisioni interne. A questo proposito disse: «Se sarà una cosa buona, ne saremo lieti; se invece sarà una cosa cattiva, porteremo pazienza». Qualche tempo dopo, quando gli abitanti di Medina ritirarono la bay’a che avevano prestato a Yazid, egli convocò i membri della sua famiglia e disse loro: «Ho prestato a Yazid la bay’a di obbedienza ad Allah e al Suo Messaggero. …… Nessuno di voi deve infrangere questa bay’a. Se qualcuno la infrangerà, la spada sarà ciò che deciderà tra me e lui». Secondo lui, la rescissione o il ritiro della bay’a equivaleva a una forma di inganno. E nella Sharia è stabilita una severa punizione per l’inganno. Egli non prestò la bay’a a Yazid per desiderio di alcun vantaggio.

Dopo la morte di Yazid, suo figlio Muawiya II divenne califfo. Esercitò la responsabilità del califfato per appena tre mesi. Dopo la sua morte, da una parte Abdullah ibn al-Zubayr (che Allah sia soddisfatto di lui) si proclamò califfo alla Mecca. Gli abitanti dell’Iraq, dell’Hijaz e dello Yemen prestarono a lui la bay’a. Dall’altra parte, Marwan rivendicò il califfato e ottenne la bay’a degli abitanti della Siria. Sebbene la maggior parte dei territori dell’allora califfato islamico sostenesse Abdullah ibn al-Zubayr, Abdullah ibn Umar non attribuì la benché minima importanza alla sua rivendicazione. Mentre infuriava lo scontro tra i due gruppi rivali per la rivendicazione del califfato, un uomo disse a Ibn Umar: «Allah ha ordinato di combattere il jihad per impedire la fitna». Egli rispose: «Quando c’era la fitna, noi combattemmo. Quella fitna consisteva nel fatto che i miscredenti non permettevano ai musulmani di adorare Allah. La guerra civile di oggi non è jihad, bensì una lotta suicida per il potere. Tuttavia, quando Hajjaj ibn Yusuf attaccò Abdullah ibn al-Zubayr alla Mecca e distrusse una parte della Ka’ba, egli espresse profonda indignazione e condanna.

Quando ad Abdu’l-Malik fu prestato il giuramento di fedeltà al califfato, anche Ibn ʿUmar gli inviò un giuramento scritto. Il contenuto del suo giuramento era il seguente: «Io e mio figlio promettiamo di obbedire quanto più possibile all’Amīr al-Muʾminīn Abdu’l-Malik, secondo Allah e la Sunna del Suo Messaggero». Abdu’l-Malik nutriva grande rispetto per Ibn ʿUmar e lo seguiva nell’osservanza delle prescrizioni della Sharīʿa. Durante il pellegrinaggio emanava l’ordine di seguire Ibn ʿUmar nello svolgimento dei riti dell’Hajj.

Morì nell’anno 74 dell’Egira, all’età di 83 o 84 anni. Durante l’Hajj, la punta avvelenata di una lancia di un uomo gli penetrò nel piede. Fu quel veleno, alla fine, a causarne la morte. Si ritiene generalmente che non sia accaduto per una semplice coincidenza, ma che dietro vi fosse l’ordine di al-Hajjaj. Infatti Ibn ʿUmar lo aveva aspramente rimproverato per l’attacco condotto alla Kaʿba contro ʿAbdullah ibn az-Zubayr. Al-Hajjaj ne fu irritato. In seguito, per suo ordine, un soldato siriano lo ferì in quel modo. Tuttavia Ibn Hajar ha riferito che Abdu’l-Malik aveva ordinato ad al-Hajjaj di non entrare in conflitto con Ibn ʿUmar. Per al-Hajjaj tale ordine era estremamente gravoso. Perciò eliminò Ibn ʿUmar dal mondo ricorrendo a questa via alternativa.

Ibn Saʿd riferisce che, una volta, durante il sermone, al-Hajjaj accusò Ibn az-Zubayr di aver alterato la Parola di Allah. Ibn ʿUmar protestò immediatamente, esclamando: «Hai mentito. Ibn az-Zubayr non ha tale potere, e neppure tu hai il diritto di avanzare un’accusa simile». Al-Hajjaj non poté accettare facilmente una protesta così dura in un’assemblea pubblica. Ma non aveva neppure il coraggio di comportarsi pubblicamente in modo irrispettoso con Ibn ʿUmar. Perciò ricorse a una cospirazione segreta di questo genere.

Secondo un’altra narrazione, un giorno al-Hajjaj pronunciò un sermone così lungo che il tempo per la preghiera dellʿAsr si ridusse molto. Ibn ʿUmar, infastidito, esclamò: «Il sole non può aspettarti». In ogni caso, per diverse ragioni, il tiranno al-Hajjaj non riusciva a tollerare Ibn ʿUmar, soldato della verità. Dispose quindi che fosse eliminato dal mondo in questo modo.

Quando Ibn ʿUmar era costretto a letto per effetto del veleno, al-Hajjaj andò a fargli visita. Dopo essersi scambiati i saluti, al-Hajjaj disse: «Se riconoscessi il colpevole, gli farei tagliare la testa». Ibn ʿUmar rispose: «Sei stato tu a fare tutto, e poi dici che, trovato il colpevole, lo uccideresti». Dopo aver ascoltato in faccia una verità così sgradita, al-Hajjaj rimase in silenzio.

Il desiderio più ardente di ʿAbdullah ibn ʿUmar era esalare l’ultimo respiro a Medina la Splendente. Quando le sue condizioni cominciarono a peggiorare, pregava: «O Allah, non farmi morire alla Mecca». Lasciò a suo figlio Salim questa disposizione: «Se dovessi morire alla Mecca, seppelliscimi in un luogo al di fuori del santuario della Mecca. Non ritengo opportuno essere sepolto nella terra dalla quale sono emigrato». Pochi giorni dopo aver lasciato questa disposizione a suo figlio Salim, lasciò questo mondo.

Dopo la sua morte, la gente volle seppellire il corpo fuori dal santuario, secondo le sue disposizioni. Ma al-Hajjaj lo impedì. Fu lui stesso a guidare la preghiera funebre e lo fece seppellire nel cimitero chiamato Fakh.

Sia durante i viaggi sia durante la permanenza a casa o fuori casa, la compagnia del Messaggero di Allah, l’istruzione e la formazione ricevute dal venerabile al-Faruq e, soprattutto, la sua stessa sete di conoscenza lo trasformarono in un oceano di sapere islamico. Possedeva una conoscenza profonda delle discipline del Corano, degli hadith, del fiqh e di altre scienze. A Medina, in quell’epoca, Ibn ʿUmar era uno di quei sapienti che venivano chiamati «Majmaʿ al-Bahrayn», ossia il punto d’incontro dei due mari della conoscenza e della pratica.

Aveva una straordinaria attrazione per la recitazione del Sacro Corano. Trascorse gran parte della sua vita studiando le sure e i versetti del Corano. Impiegò quattordici anni soltanto nello studio della sura al-Baqara. Ciò permette di comprendere quanto impegno e tempo dedicò alla comprensione del Corano. Fu proprio questa eccezionale attrazione per il Corano a conferirgli una capacità unica nell’interpretazione e nell’esegesi coranica. La capacità di comprendere il Corano si sviluppò in lui già agli inizi della giovinezza. Per questo lo si vedeva partecipare, insieme ai grandi Compagni, alle assemblee del Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui).

Dopo il Corano viene l’ḥadīth. Ibn ʿUmar era uno dei più eminenti memorizzatori di ḥadīth. Il numero degli ḥadīth da lui trasmessi è 1.630 (mille seicento trenta). Di questi, 170 sono muttafaqun ʿalayhi, cioè trasmessi sia da al-Bukhārī sia da Muslim; 81 sono stati trasmessi esclusivamente da al-Bukhārī e 31 esclusivamente da Muslim. In lui vi era un intenso desiderio di conoscere ogni parola e ogni atto del Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui). Quando si trovava lontano dalla compagnia del Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui), apprendeva da coloro che erano al suo servizio ciò che egli aveva detto e fatto in quel periodo e lo conservava nella memoria. Se veniva a conoscenza di una nuova parola a lui ignota, si recava immediatamente dal Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui), oppure dal primo narratore, per verificarne l’autenticità. Questa mente indagatrice trasformò Ibn ʿUmar in un immenso oceano della scienza degli ḥadīth. Se non ricordava ogni singola lettera delle parole pronunciate dalla bocca del Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui), non le trasmetteva. I suoi contemporanei dissero: «Tra i Compagni non vi è nessuno più prudente di Ibn ʿUmar nel riferire gli ḥadīth del Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui), senza aggiunte né omissioni».

Attraverso il venerabile Ibn ʿUmar fu trasmessa una vasta parte della scienza degli ḥadīth. Egli visse per più di sessant’anni dopo la morte del Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui). Durante questo lungo periodo si dedicò con totale concentrazione allo studio della scienza della religione. Ibn Shihāb al-Zuhrī disse: «Non vi era alcun aspetto riguardante il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) e i suoi Compagni che Ibn ʿUmar ignorasse». Per timore che tale attività di studio venisse interrotta, non accettò mai un incarico governativo. Il suo circolo permanente di studio si trovava a Medina. Durante la stagione del pellegrinaggio emetteva fatwā. Andava anche nelle case della gente per trasmettere ḥadīth. È narrato che un giorno si recò a casa di ʿAbdullah ibn Muṭīʿ. ʿAbdullah lo fece accomodare. Dopo essersi seduto, Ibn ʿUmar disse: «Sono venuto da te proprio in questo momento per narrarti un ḥadīth». Il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) disse: «Chi si allontana dall’obbedienza all’emiro risorgerà nel Giorno della Resurrezione in una condizione tale da non avere alcuna prova a suo favore. E chi muore separandosi dalla comunità muore come si moriva nell’epoca della jāhiliyya».

Temeva enormemente di aggiungere o togliere qualcosa nel riferire gli ḥadīth del Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui). Per questo ne trasmetteva pochissimi. L’Imam al-Shaʿbī disse: «Sono rimasto seduto presso ʿAbdullah ibn ʿUmar per un anno, e durante questo periodo non mi narrò neppure un ḥadīth». Non è che ritenesse sconveniente trasmettere ḥadīth o che ne narrasse pochi; piuttosto, lo faceva soltanto quando lo riteneva necessario. Non amava alterare le parole.

Grazie alla sua estrema cautela nel trasmettere gli ḥadīth, quelli da lui narrati erano considerati dai muḥaddithīn i più affidabili. Ibn Shihāb al-Zuhrī, quando trovava un ḥadīth di Ibn ʿUmar su una determinata questione, non riteneva di aver bisogno di quello di nessun altro. Nella catena di trasmissione degli ḥadīth, la catena «Mālik, da Nāfiʿ, da Ibn ʿUmar» è stata definita dai muḥaddithīn silsilat al-dhahab, cioè «la catena d’oro». Ibn ʿUmar trascorse infatti circa quindici anni nella compagnia del Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui). Assistette direttamente a tutto il periodo di Abū Bakr e ʿUmar, e trascorse circa trent’anni in compagnia di ʿUmar. La seconda persona di questa catena, Nāfiʿ, era lo schiavo di Ibn ʿUmar. Per quasi trent’anni prestò servizio al suo padrone. La terza persona della catena è l’Imam Mālik, che ebbe l’opportunità di frequentare per dieci o dodici anni il circolo di studio del suo maestro Nāfiʿ.

Oltre che dal Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui), Ibn ʿUmar acquisì conoscenza anche dai più eminenti Compagni, come Abū Bakr, ʿUthmān, ʿAlī, Zayd ibn Thābit, ʿAbdullah ibn Masʿūd, Bilāl, Ṣuhayb, Rāfiʿ, ʿĀʾisha e Ḥafṣa, che Allah si compiaccia di loro.

La vita del venerabile ʿAbdullah ibn ʿUmar era il riflesso concreto della vita del Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui). Il venerabile Abū Ḥudhayfa diceva: «Dopo la morte del Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui), ogni persona subì qualche cambiamento; ma ʿUmar e suo figlio ʿAbdullah non cambiarono affatto». Nāfiʿ, il servo personale di Ibn ʿUmar, diceva ai suoi studenti tābiʿūn: «Se Ibn ʿUmar fosse vissuto in quest’epoca, vedendo la sua severità nel seguire la Sunna del Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui), direste: “Quest’uomo è pazzo”». Visse per quasi ottantacinque anni e prestò giuramento di fedeltà al Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) già durante l’infanzia. Verso la fine della sua vita disse: «Dal giorno in cui prestai giuramento di fedeltà al Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) fino a oggi, non l’ho mai infranto né vi ho apportato alcun cambiamento». Non seguiva soltanto gli atti di culto, ma ogni comportamento del Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui), comprese le sue azioni e abitudini umane. Per esempio, durante il viaggio del pellegrinaggio, in seguito pernottava negli stessi luoghi in cui il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) aveva pernottato. Pregava nei luoghi in cui il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) aveva pregato. Percorreva le stesse strade percorse dal Messaggero (pace e benedizioni su di lui). Persino nei luoghi in cui il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) aveva compiuto l’abluzione o il bagno rituale, egli faceva lo stesso. In breve, seguiva alla lettera ogni passo del Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui). La gente riteneva che ogni sua parola e ogni suo atto fossero in realtà parole e atti del Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui). Poiché la gente lo seguiva, quando per motivi personali non poteva seguire la Sunna in una determinata circostanza, lo dichiarava esplicitamente: «Questa non è un’azione o una pratica del Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui). Io ho agito così per una particolare necessità». In questo modo ogni confusione nella gente veniva eliminata. Il venerabile ʿĀʾisha, che Allah si compiaccia di lei, disse riguardo alla sua adesione alla Sunna: «Nessuno segue le orme del Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) come Ibn ʿUmar».

Il tafaqquh fī al-dīn, cioè la riflessione e lo studio approfondito della religione, lo aveva reso pienamente maturo. Trascorse tutta la vita nello studio e nell’emissione di fatwā. Era uno dei più celebri Compagni muftī di Medina. Anche i più eminenti specialisti islamici della sua epoca si rivolgevano a lui per risolvere diverse questioni giuridiche. Persino eminenti tābiʿūn, come Saʿīd ibn Jubayr, gli chiedevano la soluzione di varie questioni. In seguito, la scuola mālikita si sviluppò principalmente sulla base di queste fatwā di Ibn ʿUmar. L’Imam Mālik diceva: «Ibn ʿUmar è uno degli imam della religione. Se si fossero raccolte le sue fatwā, sarebbero diventate un’opera di grandi dimensioni». Era estremamente prudente nell’emettere fatwā. Il ḥāfiẓ Ibn ʿAbd al-Barr dice: «Ibn ʿUmar era particolarmente prudente sia nelle sue fatwā sia nelle sue pratiche. Come parlava solo dopo aver riflettuto a lungo, così agiva soltanto dopo aver attentamente ponderato».

Non sembra che Ibn Umar avesse un interesse particolare per le conoscenze diffuse nell’Arabia di allora, al di fuori della scienza religiosa, come la poesia, l’astrologia, l’eloquenza e simili. La possibile ragione è che non ritenesse opportuno dedicare tempo allo studio di conoscenze diverse da quella religiosa.

È vero che, nel complesso, le caratteristiche morali del Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) lasciarono la loro impronta su tutti i Compagni; tuttavia, su Ibn Umar essa si impresse in modo più profondo. In ogni sua parola e in ogni suo comportamento emergeva chiaramente l’impronta del carattere e delle qualità del Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui).

Allah l’Altissimo disse, elogiando i Compagni nel Sacro Corano: «Idhā dhukira Allāhu wajilat qulūbuhum» — quando si menziona Allah davanti a loro, i loro cuori tremano per il timore. Questa condizione si era pienamente sviluppata in Ibn Umar. Una volta, alla sua presenza, fu recitato il versetto: «Fa-kayfa idhā ji’nā min kulli ummatin shahīdan» — come sarà dunque quando porteremo un testimone da ogni comunità? Ibn Umar, udendo questo versetto, pianse così tanto che la sua barba si bagnò di lacrime, e anche le persone intorno a lui ne furono profondamente commosse.

Ibn Umar era un grande devoto e un assiduo adoratore notturno. Trascorreva la maggior parte della notte nell’adorazione. Il suo servo Nāfiʿ racconta che pregava per tutta la notte. All’alba mi chiedeva: «È già mattina?». Se rispondevo di sì, continuava a recitare l’istighfār finché non faceva un po’ più chiaro; se rispondevo di no, tornava a mettersi in preghiera. Provava un gusto ultraterreno nella recitazione del Corano. Non trascurava neppure le pratiche di devozione più piccole. Faceva una nuova abluzione per ogni preghiera. Quando andava alla moschea, muoveva lentamente i passi, affinché il loro numero aumentasse e ottenesse una ricompensa maggiore.

Ibn Umar era un esempio concreto di zuhd e taqwā. Era lo zāhid e il muttaqī incomparabile della sua epoca. Jābir diceva: «Tra noi non c’era nessuno, all’infuori di Ibn Umar, che non fosse attratto dallo splendore del mondo». Fin dall’infanzia, in lui prevaleva lo spirito della taqwā. Il Messaggero (pace e benedizioni su di lui), vedendo questa sua disposizione alla taqwā, disse: «Rajulun ṣāliḥ» — un uomo virtuoso.

Era estremamente generoso. Donava sempre per la causa di Allah ciò che gli era più caro. Ogni schiavo o schiava che gli sembrasse meritevole, lo liberava. In una sola seduta distribuiva mille dirham. Liberava così tanti schiavi e schiave che il loro numero superò il migliaio. Una volta partì per il pellegrinaggio cavalcando un cammello molto bello. Il modo in cui camminava gli piacque moltissimo. All’improvviso scese, fece scaricare il bagaglio dal suo dorso e ordinò di aggregarlo agli animali destinati al sacrificio. Ayyūb ibn Wā’il al-Rāsibī racconta: un giorno Ibn Umar ricevette quattromila dirham e un mantello di velluto. Il giorno seguente Wā’il vide Ibn Umar comprare al mercato, a credito, il mangime per la sua cavalcatura. Allora si recò subito a casa di Ibn Umar e chiese ai suoi familiari: «Ieri Ibn Umar non aveva forse ricevuto quattromila dirham e un mantello di velluto?». Essi risposero: «Sì». Wā’il disse: «Oggi l’ho visto comprare al mercato il mangime per l’animale a credito». Essi dissero: «Ha distribuito tutto prima ancora che sorgesse l’alba». Poi uscì portando il mantello sulle spalle; quando tornò a casa, anche quello non c’era più. Alla domanda, rispose: «L’ho donato a un povero». Udendo ciò, Wā’il corse verso il mercato battendo le mani e, salito su un luogo elevato, gridò: «O gente dei commercianti! Che cosa ve ne farete del mondo? Ecco Ibn Umar: ha ricevuto quattromila dirham e li ha distribuiti. Poi, al mattino, ha comprato a credito il mangime per gli animali!»

In questo modo egli fu l’interpretazione vivente del versetto: «Lan tanālū al-birra ḥattā tunfiqū mimmā tuḥibbūn» — non raggiungerete mai la bontà finché non spenderete di ciò che amate. Non mangiava mai senza avere con sé uno o due poveri e bisognosi. Spesso rimproverava i suoi figli quando invitavano i ricchi a mangiare e non invitavano insieme a loro i poveri e i bisognosi. Diceva: «Invitate coloro che hanno la pancia piena e lasciate indietro gli affamati».

Era un commerciante di successo. Possedeva anche terreni coltivabili. Riceveva inoltre un’indennità dal Bayt al-Māl. Tuttavia consumava personalmente ben poco. Distribuiva tutto. Una volta un suo amico gli regalò un recipiente pieno. Egli chiese: «Che cos’è?». L’amico rispose: «È una medicina. L’ho portata dall’Iraq per te». Egli domandò nuovamente: «Quali sono le sue proprietà?». L’amico rispose: «Aumenta la capacità digestiva!». Eppure da quarant’anni non mangio mai fino a saziarmi». Era forse avaro o indigente? No, la storia non lo attesta. Si comportò così soltanto per esprimere solidarietà e compassione verso il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) e verso suo padre, Umar ibn al-Khattab.

Provava un profondo amore per il Messaggero di Allah (sallallahu ‘alayhi wa sallam). Alla morte dell’amato Profeta, il suo cuore si spezzò completamente. Ogni volta che ricordava il Messaggero di Allah (sallallahu ‘alayhi wa sallam), scoppiava in singhiozzi. Ogni volta che tornava a Medina da un viaggio, si recava alla Rawda sacra per porgere il saluto. Per amore del Messaggero di Allah (sallallahu ‘alayhi wa sallam), amava profondamente anche i suoi familiari. Una volta, un beduino iracheno gli chiese quale fosse l’espiazione per aver ucciso una zanzara. Egli disse ai suoi compagni: «Guardate quest’uomo: chiede dell’espiazione per il sangue di una zanzara, mentre sono proprio quelli che hanno ucciso Husayn, il prediletto del caro Profeta». Per amore del Messaggero di Allah (sallallahu ‘alayhi wa sallam), amava profondamente anche la città di Medina. Non pensò mai di lasciare Medina, nonostante tutti i dolori e le difficoltà.

Hazrat Ibn Umar (radiyallahu ‘anhu) si asteneva sempre da ogni atto che potesse provocare divisioni nella Ummah musulmana. Era un uomo sincero. Tuttavia, quando talvolta intravedeva il rischio di un danno per la Ummah musulmana, preferiva tacere. Una volta, Hazrat Amir Muawiya (radiyallahu ‘anhu) dichiarò: «Chi ha più diritto di me al califfato?». Ibn Umar, pur volendo rispondere, non lo fece per timore della fitna e della discordia. Rimase in silenzio. Allo stesso modo, a Mina pregò per quattro rak‘at dietro il califfo Uthman, sebbene ritenesse che, secondo la Sunnah del Messaggero di Allah (sallallahu ‘alayhi wa sallam), di Abu Bakr e di Umar, lì si dovesse pregare in forma abbreviata. Quando invece pregò da solo, eseguì soltanto due rak‘at. Per timore di provocare divisioni, aveva pregato quattro rak‘at dietro Uthman. Diceva: «Creare divisioni è una cattiva azione». Diceva anche: «Anche se l’intera Ummah di Muhammad mi accettasse come califfo e soltanto due persone si rifiutassero di accettarlo, non combatterei contro di loro».

Proprio per timore di creare divisioni, prestò giuramento di fedeltà a tutti i califfi. In quell’epoca di fitna e discordia, pregava dietro ogni governatore e consegnava loro la zakat. Tuttavia, questa obbedienza rimaneva limitata ai confini della religione. Per questo, sebbene inizialmente pregasse dietro Hajjaj, quando questi cominciò a ritardare la preghiera Ibn Umar smise di pregare dietro di lui. Arrivò persino a lasciare Mecca e a trasferirsi a Medina.

Ibn Umar non aveva mai paura di dire la verità. Criticava apertamente i governanti della dinastia omayyade. Una volta Hajjaj stava pronunciando il sermone. Ibn Umar gli disse: «Quest’uomo è un nemico di Allah. Ha profanato il santuario della Mecca, ha distrutto la Casa di Allah e ha ucciso gli amati servi di Allah».

Un’altra volta Hajjaj prolungò tanto il sermone che la preghiera dell’Asr fu ritardata. Ibn Umar gridò: «Il tempo della preghiera sta per finire, termina il discorso». Poi, rivolgendosi per tre volte ai presenti, disse: «Se mi alzo, verrete con me?». La gente rispose: «Sì». Ibn Umar si alzò. Hajjaj scese in fretta dal pulpito e guidò la preghiera. In seguito Hajjaj chiese a Ibn Umar: «Perché avete fatto una cosa simile?». Egli rispose: «Noi veniamo in moschea per la preghiera. Quando giunge il suo momento, bisogna guidarla immediatamente. Dopo puoi blaterare quanto vuoi». Proprio a causa della sua franchezza, i governanti tirannici dei Banu Umayya lo temevano moltissimo.

L’Islam ha eliminato tutte le azioni e le caratteristiche che portano a umiliare una persona o a tributarle un onore immeritato. Ibn Umar era un esempio concreto di questa uguaglianza islamica. Non approvava affatto alcun comportamento che potesse creare differenze all’interno di tale uguaglianza. Per questo, nei luoghi in cui la gente si alzava in suo onore, egli non si sedeva. Nel trattare i propri servi e schiavi, prestava attenzione a questa uguaglianza. Insegnava loro il senso della dignità personale. Li faceva sedere accanto a sé e mangiare con lui. Riteneva un grave peccato non prendersi cura del cibo e dell’abbigliamento degli schiavi. Salim racconta che, in tutta la sua vita, Ibn Umar rimproverò uno schiavo o una schiava una sola volta. In un’occasione colpì uno schiavo per una certa ragione. Dopo averlo colpito, si pentì così profondamente da affrancarlo.

Umiltà e mitezza erano caratteristiche distintive del suo carattere. Detestava profondamente ascoltare le proprie lodi. Una persona gli gettò della terra sul volto. Poi gli riferì questo hadith del Messaggero di Allah (sallallahu ‘alayhi wa sallam): «Gettate della terra sul volto di chi loda». Salutava tutti, piccoli e grandi, senza fare alcuna distinzione. Se, camminando, gli capitava di dimenticare di salutare qualcuno, tornava indietro e lo salutava. Sopportava anche le parole più aspre che gli venivano rivolte e non rispondeva. Una persona lo insultò con parole offensive. Egli si limitò a dire: «Io e mio fratello apparteniamo a una stirpe nobilissima». E dopo queste poche parole rimase in silenzio.

Dalla biografia di Ibn Umar apprendiamo che la sua situazione economica era molto agiata. Distribuiva migliaia di dirham tra i poveri e i bisognosi in una sola occasione. Tuttavia, il valore complessivo degli arredi della sua casa non superava cento dirham. Maymun ibn Mihran racconta: «Entrai nella casa di Ibn Umar e calcolai il prezzo delle coperte, dei materassi, della biancheria da letto e così via. In tutto non superava cento dirham». Viveva dunque in modo semplice e senza sfarzo. Svolgeva personalmente i propri lavori. Non gli piaceva accettare l’aiuto di altri per le sue faccende.

Durante il califfato di ʿUmar, quando furono stabiliti gli stipendi per tutti i Compagni, a Ibn ʿUmar fu assegnata un’indennità di duemilacinquecento dirham. A Usama ibn Zayd, invece, ne furono assegnati tremila. Ibn ʿUmar protestò presso suo padre ʿUmar (ra), dicendo: «In nessun aspetto io sono inferiore a lui, né tu sei inferiore a suo padre; qual è dunque il motivo di questa disparità?». ʿUmar (ra) rispose: «Hai detto la verità. Tuttavia, il Messaggero (sa) amava suo padre più di quanto amasse tuo padre, e amava lui più di quanto amasse te». Udite queste parole, Ibn ʿUmar (ra) tacque.

Le sue caratteristiche morali e le sue virtù non possono essere descritte e rese in questo breve articolo. Un illustre tābiʿī osservò a suo riguardo: «Se dovessi testimoniare che una persona è tra gli abitanti del Paradiso, lo farei certamente per Ibn ʿUmar».

ʿAbdullah ibn Jahsh (ra)

Il suo nome era ʿAbdullah e la sua kunya era Abū Muḥammad. Suo padre era Jahsh e sua madre Umayma. Era imparentato con il Messaggero di Allah (sa) sotto diversi aspetti. Sua madre, Umayma bint ʿAbd al-Muṭṭalib, era la zia paterna del Messaggero di Allah (sa). Sua sorella, la Madre dei Credenti Zaynab bint Jahsh, era la moglie del Messaggero di Allah (sa). Pertanto, egli era al contempo cugino paterno e cognato del Messaggero di Allah (sa).

La storia non fornisce alcuna informazione sull’anno della sua nascita. Tuttavia, quando subì il martirio nella battaglia di Uḥud, nel terzo anno dell’Egira, aveva poco più di quarant’anni. Sulla base di questo dato si può affermare che nacque alla Mecca ventiquattro o venticinque anni prima che il Messaggero di Allah (sa ricevesse la profezia. Nell’epoca dell’Ignoranza era un ḥalīf, cioè legato da un patto di alleanza, di Ḥarb ibn Umayya. Alcuni, tuttavia, hanno indicato i Banū ʿAbd Shams come suoi alleati. In realtà, tra le due narrazioni non vi è alcuna contraddizione, poiché Ḥarb ibn Umayya era membro dei Banū ʿAbd Shams.

ʿAbdullah (ra) fu uno dei «sābiqūn ilā l-islām», ossia tra coloro che abbracciarono l’Islam per primi. Si convertì all’Islam prima ancora che il Messaggero di Allah (sa) si rifugiasse nella Dār al-Arqam.

Dopo aver abbracciato l’Islam, né lui né la sua tribù furono risparmiati dalle persecuzioni e dalle vessazioni dei Quraysh. Per questo emigrò due volte in Abissinia. Durante l’ultima emigrazione erano con lui tutti i membri della sua famiglia: i suoi due fratelli Abū Aḥmad e ʿUbaydullah, le sue tre sorelle Zaynab, Umm Ḥabība e Ḥamna, nonché Umm Ḥabība bint Abī Sufyān, moglie di ʿUbaydullah. Giunto in Abissinia, suo fratello ʿUbaydullah abbandonò l’Islam, si convertì al cristianesimo e morì lì in stato di apostasia.

Poiché aveva abbandonato l’Islam, sua moglie Umm Ḥabība si separò da lui e in seguito il Messaggero (sa) la sposò, conferendole lo status di moglie. (Al-Iṣāba, 2/272) Dopo essere rimasto per qualche tempo in Abissinia, ʿAbdullah tornò alla Mecca insieme agli altri membri della sua famiglia. Al suo ritorno scoprì che tutti i membri della sua tribù, i Banū Ghanām, avevano abbracciato l’Islam. Con il permesso del Messaggero di Allah (sa), emigrò a Medina portandoli tutti con sé. Prima di loro, Abū Salama era già emigrato a Medina. Come ho già menzionato, tutti i membri della sua tribù avevano abbracciato l’Islam; egli condusse con sé a Medina tutti, senza distinzione tra giovani e anziani, uomini e donne. Non lasciò alla Mecca neppure una sola persona dei Banū Ghanām.

Poco dopo la loro partenza dalla Mecca, i capi dei Quraysh, tra cui Utba e Abu Jahl, uscirono dalle loro case e si diressero verso il quartiere dei Banu Ghānim. Volevano vedere chi del clan dei Ghānim fosse partito e chi fosse rimasto. Videro che l’intero quartiere era deserto. La porta di alcune case era aperta, mentre quella di altre era chiusa a chiave. Vedendo quella situazione, Utba commentò: «Le case dei Banu Jahsh sono completamente vuote e piangono per i loro abitanti». Udendo ciò, Abu Jahl mise le mani sulla casa di Abd Allah ibn Jahsh e ne saccheggiò i beni a suo piacimento. Tra tutte le case del quartiere, quella di Abd Allah era la più bella e la più ricca. Quando Abd Allah raccontò al Messaggero di Allah del saccheggio compiuto da Abu Jahl nella sua casa, egli lo consolò dicendo: «Abd Allah, non sei forse contento che, in cambio di questa casa, Allah ti concederà una casa in Paradiso?». Egli rispose: «Certamente, o Messaggero di Allah». Il Messaggero disse: «Questo è ciò che otterrai». Abd Allah ne fu felice.

Dopo il loro arrivo a Medina, l’intera famiglia di Abd Allah fu accolta da Āsim ibn Thābit al-Anṣārī. In seguito, il Messaggero di Allah istituì tra i due un rapporto di fraternità, o muʾākhāt.

Nel mese di Rajab del secondo anno dell’Egira, il Messaggero scelse un gruppo di otto Compagni. Tra questi vi erano Abd Allah ibn Jahsh e Saʿd ibn Abī Waqqāṣ. Il Messaggero si rivolse a tutti dicendo: «Nominerò vostro comandante colui che tra voi sarà più resistente alla fame e alla sete». Poi nominò comandante Abd Allah. In questo modo egli ebbe l’onore di diventare il primo comandante di un gruppo di credenti. Il Messaggero gli indicò il percorso e gli consegnò una lettera sigillata, dicendo: «Non aprire questa lettera prima di due giorni. Dopo aver percorso la strada per due giorni, aprila, leggila e agisci secondo le sue istruzioni».

Il venerabile Abd Allah partì da Medina con i suoi compagni. Dopo aver viaggiato per due giorni, aprì e lesse la lettera come indicato. La lettera ordinava di raggiungere un luogo chiamato Nakhlah, tra la Mecca e Tāʾif, e di informarsi sui movimenti dei Quraysh e sulle altre circostanze. Egli accettò quell’ordine con estrema devozione e rispetto. Rivolgendosi ai compagni, disse: «Amici, eseguirò senz’altro l’ordine del Messaggero di Allah. Chi tra voi desidera il martirio può venire con me; chi non lo desidera può tornare indietro. Non costringerò nessuno». Dopo aver ascoltato questo discorso, tutti espressero il desiderio di accompagnarlo. Giunti a Nakhlah, cominciarono a sorvegliare attentamente i movimenti dei Quraysh. Un giorno, una carovana commerciale dei Quraysh passava per quella strada. La carovana comprendeva quattro uomini: ʿAmr ibn al-Ḥaḍramī, Ḥakam ibn Kaysān, ʿUthmān ibn ʿAbd Allāh e Mughīrah, fratello di ʿUthmān. Trasportavano merci come pelli, uva passa e altri prodotti.

Abd Allah ibn Jahsh si consultò con i suoi compagni sulla possibilità di attaccare o meno la carovana. Quel giorno era l’ultimo dei mesi sacri. Va ricordato che Dhū al-Qaʿdah, Dhū al-Ḥijjah, Muḥarram e Rajab sono i quattro mesi sacri. Fin dai tempi antichi, gli Arabi consideravano vietati in questi mesi la guerra e lo spargimento di sangue. Rifletterono che, da un lato, attaccando la carovana quel giorno avrebbero combattuto durante un mese sacro; dall’altro, se non l’avessero attaccata quel giorno ma il giorno seguente, la carovana sarebbe entrata nel territorio sacro della Mecca. Il territorio sacro della Mecca è un luogo sicuro per tutti. Attaccarli lì sarebbe stato un atto proibito. Dopo essersi consultati, decisero di attaccare. Sferzarono un attacco a sorpresa, uccisero il capo della carovana, ʿAmr ibn al-Ḥaḍramī, catturarono ʿUthmān ibn ʿAbd Allāh e Ḥakam ibn Kaysān, mentre il quarto uomo riuscì a fuggire. Ottennero come bottino una grande quantità di merci. Abd Allah ibn Jahsh mise da parte un quinto del bottino ottenuto per Allah e il Suo Messaggero, e distribuì equamente le restanti quattro parti tra i suoi compagni. A quel tempo non era ancora stata stabilita alcuna regola per la distribuzione del bottino. Tuttavia, l’ijtihād di Abd Allah si rivelò corretto. In seguito, a sostegno della sua decisione, fu rivelato nel Corano il versetto sul khumus (il quinto).

Il venerabile Abd Allah ibn Jahsh si recò a Medina al cospetto del Messaggero di Allah portando con sé un quinto del bottino. Il Messaggero rifiutò di accettarlo. Disse: «Io non ti avevo ordinato di spargere sangue durante un mese harām, cioè proibito».

Anche gli altri musulmani criticarono Abd Allah per la sua audacia e il suo eccesso. Anche i Quraysh cominciarono a divulgare ampiamente l’accaduto. Andavano dicendo: «I Compagni di Muhammad hanno reso leciti i mesi sacri. Versando sangue e uccidendo, li hanno profanati». Il venerabile Abd Allah e i suoi compagni si trovarono in grande difficoltà. Temendo di aver disobbedito al Messaggero di Allah, furono presi dalla paura. Cominciarono a essere tormentati dal rimorso. Infine, Allah l’Altissimo manifestò la Sua approvazione per il loro operato e fece scendere questo versetto del Corano: «Ti chiedono dei mesi sacri e se sia lecito combattere durante quei mesi. Di’: “Combattere in essi è un grave peccato. Ma ostacolare il cammino di Allah, rinnegarLo, impedire l’accesso alla Moschea Sacra (la Kaʿbah) e scacciarne gli abitanti è un peccato ancora più grave agli occhi di Allah. E la fitnah, cioè seminare disordine e corruzione, è peggiore dell’uccisione”». (al-Baqarah, 217)

Dopo la rivelazione di questo versetto del Corano, essi tirarono un sospiro di sollievo. I musulmani andarono a congratularsi con loro a gruppi e li abbracciarono. Il Messaggero fu soddisfatto di loro, accettò da loro la parte del bottino e, dopo aver ricevuto il riscatto, liberò i due prigionieri.

In realtà, l’episodio di Abdullah ibn Jahsh e dei suoi compagni fu un evento importante nella vita dei musulmani. Il loro bottino fu il primo bottino dell’Islam; l’uomo ucciso per mano loro fu il primo politeista o associatore ucciso dai musulmani; i due prigionieri catturati da loro furono i primi prigionieri nelle mani dei musulmani; la bandiera consegnata loro fu la prima bandiera innalzata dal Messaggero di Allah (s.a.); e Abdullah ibn Jahsh, comandante di questo gruppo, fu il primo comandante a essere appellato Amir al-Mu’minin. Abdullah ibn Jahsh fu inoltre la prima persona a introdurre per prima il khumus riguardo al bottino, pratica che Allah l’Altissimo confermò rivelando una wahy. (Al-Isti’ab)

Hazrat Abdullah ibn Jahsh partecipò alle battaglie di Badr e Uhud. Hazrat Sa’d ibn Abi Waqqas ha narrato: il giorno prima della battaglia di Uhud, io e Abdullah facemmo du’a. Io dissi: «O Allah, domani fa’ che il nemico che combatterà contro di noi sia estremamente coraggioso e iracondo, affinché io possa ucciderlo per la Tua causa e impadronirmi delle sue armi». Dopo aver ascoltato la mia du’a, Abdullah disse: «Amin!». Poi alzò le mani e pregò: «O Allah, concedimi un avversario che sia terribilmente coraggioso e si adiri rapidamente. Combatterò contro di lui per la Tua causa. Egli mi ucciderà, mi taglierà il naso e le orecchie. Quando mi incontrerò con Te e Tu chiederai: “Abdullah, come mai ti sono stati tagliati il naso e le orecchie?”, io risponderò: “Per Te e per il Tuo Messaggero”». Sembrava vedere con gli occhi della profezia che il suo desiderio stesse per essere esaudito. Perciò ripeteva giurando: «O Allah, giuro nel Tuo nome che combatterò il nemico ed egli mi ucciderà, mi taglierà il naso e le orecchie e mi sfigurerà». (Usud al-Ghaba)

Nel mese di Shawwal del terzo anno dell’Egira ebbe inizio un’aspra battaglia nella piana di Uhud. Hazrat Abdullah ibn Jahsh sferrò un attacco così impetuoso che la sua spada si spezzò in tanti frammenti. Il Messaggero di Allah (s.a.) gli donò un bastone di ramo di palma. Egli continuò a combattere a lungo con quello. In tale situazione, un colpo violento di Abu al-Hakam ibn Akhnas al-Thaqafi fece sì che il suo desiderio del martirio fosse esaudito. I politeisti mutilarono il suo corpo: gli tagliarono il naso e le orecchie e li infilarono su un filo come una collana. Vedendo questa scena, Hazrat Sa’d esclamò: «Per Allah, la supplica di Abdullah fu migliore della mia».

Egli visse poco più di quarant’anni. Fu sepolto nella stessa tomba di suo zio, Sayyid al-Shuhada Hazrat Hamza.

Quando il Messaggero (s.a.) inviò Abdullah come comandante della spedizione di Nakhla, disse ai suoi compagni: «Sebbene Abdullah ibn Jahsh non sia il migliore tra voi, è colui che sopporta maggiormente i patimenti della fame e della sete». L’amore per Allah e per il Suo Messaggero lo rese indifferente a tutto ciò che apparteneva al mondo. Il suo unico desiderio era offrire la sua preziosa vita sulla via di Allah. Quel desiderio fu esaudito. Ricevette l’onorevole titolo di «al-Mujadda’ fi Allah» (colui il cui naso è stato reciso sulla via di Allah). Riguardo ai prigionieri della battaglia di Badr, il Messaggero di Allah (s.a.) si consultò con Abu Bakr, Umar e Abdullah ibn Jahsh.

Abdullah ibn Amr ibn al-As (ra)

Il suo nome era Abdullah; le sue kunyah erano Abu Muhammad, Abu Abd al-Rahman e Abu Nusayr. Tuttavia, le prime due kunyah erano di gran lunga le più famose. Suo padre era il celebre comandante militare e diplomatico Hazrat Amr ibn al-As (ra), e sua madre era Rita bint Munabbih. È narrato che il nome di Abdullah prima dell’Islam fosse «al-As» (peccatore, disobbediente). Abu Zur’a riferisce nel suo Tarikh che, durante una cerimonia funebre, il Messaggero (s.a.) gli chiese: «Qual è il tuo nome?». Quando egli rispose: «Al-As», il Messaggero (s.a.) disse: «No, da oggi il tuo nome sarà Abdullah». Da quel giorno, al-As divenne Abdullah.

Ibn Sa’d dice che Abdullah abbracciò l’Islam prima di suo padre Amr ibn al-As. Secondo diverse fonti, suo padre Amr aveva appena dieci o dodici anni più del figlio Abdullah. Secondo al-Waqidi, invece, il padre era più grande del figlio di vent’anni. (Tadhkirat al-Huffaz, al-Isaba, al-Isti’ab) Padre e figlio emigrarono entrambi a Medina prima della conquista della Mecca. Dopo aver abbracciato l’Islam, Abdullah trascorreva la maggior parte del suo tempo in compagnia e alla presenza del Messaggero di Allah (s.a.). Annotava tutto ciò che usciva dalla bocca del Messaggero di Allah (s.a.), sia quando era adirato sia quando era tranquillo. Alcuni Compagni lo esortarono a non farlo, dicendo che non si sarebbe dovuto scrivere tutto ciò che usciva dalla bocca del Messaggero di Allah (s.a.) quando era agitato. Egli sottopose la questione al Messaggero di Allah (s.a.). Il Messaggero (s.a.) disse: «Puoi scrivere tutte le mie parole. Io non dico nulla che non sia la verità». (Musnad di Ahmad, al-Isti’ab) Il Messaggero (s.a.) amava Abdullah più di suo padre Amr, e presso il Messaggero di Allah (s.a.) egli godeva di una considerazione maggiore.

Tutto il tempo che ʿAbdullah riusciva a trovare dopo averlo trascorso in compagnia e al servizio del Messaggero di Allah (s.a.s.), lo dedicava quasi interamente al digiuno durante il giorno e all’adorazione durante la notte. A poco a poco si abituò così profondamente a questa pratica da diventare indifferente alla moglie, alla famiglia e a ogni cosa mondana. In questa situazione, suo padre si recò dal Messaggero di Allah e si lamentò della sua anomala vita ascetica. Il Messaggero (s.a.s.) convocò ʿAbdullah e gli ordinò di obbedire a suo padre. Gli disse: «ʿAbdullah, digiuna, interrompi il digiuno, prega, riposati e assolvere anche i diritti di tua moglie e della tua famiglia. Questa è la mia via e il mio metodo. Chi rifiuta la mia via non fa parte della mia comunità».

Hazrat ʿAbdullah partecipò a tutte le guerre combattute all’epoca del Messaggero di Allah. In guerra gli veniva generalmente affidato il compito di procurare gli animali da cavalcare e di trasportare le provviste. Una volta un uomo gli chiese: «Abu Muhammad, nel luogo in cui viviamo non circolano dirham e dinar. Il nostro principale patrimonio consiste in animali domestici e bestiame. Compravendiamo cammelli in cambio di capre. C’è qualche obiezione?». Egli rispose: «Una volta il Messaggero di Allah (s.a.s.) ordinò di formare una spedizione di cavalieri su cammelli. Distribuii, uno dopo l’altro, tutti i cammelli che possedevo. Tuttavia rimasero alcune persone senza cavalcatura. Mi recai dal Messaggero di Allah e gli dissi: “O Messaggero di Allah (s.a.s.), dopo aver distribuito tutti i cammelli che possedevo, è rimasto ancora un gruppo di persone”. Il Messaggero (s.a.s.) ordinò: “Acquista alcuni cammelli impegnandoti a cederne due o tre in cambio di un solo cammello come elemosina”. Seguendo questa indicazione, procurai i cammelli necessari». (Darqutni)

Nella battaglia di Yarmuk combatté con straordinario coraggio. In quella battaglia Hazrat ʿAmr ibn al-ʿAs gli affidò lo stendardo del comando.

A Siffin, Hazrat ʿAmr ibn al-ʿAs era schierato dalla parte di Hazrat Muʿawiya. Costrinse suo figlio ʿAbdullah a unirsi all’esercito di Muʿawiya. In realtà provava una profonda avversione per quella guerra civile. Perciò, sebbene si fosse unito alla parte di Muʿawiya (r.a.), di fatto non partecipò in alcun modo ai combattimenti. Più volte esortò suo padre a tenersi lontano da quella guerra autodistruttiva. (Tadhkirat al-huffaz)

Hazrat ʿAmmar ibn Yasir (r.a.) si schierò a Siffin dalla parte di Hazrat ʿAli (r.a.) e vi subì il martirio. Il martirio di ʿAmmar ricordò ad ʿAbdullah una parola del Messaggero di Allah (s.a.s.). Egli chiese a suo padre ʿAmr ibn al-ʿAs (r.a.): «Non hai forse sentito il Messaggero di Allah (s.a.s.) dire: “Ahimè, il gruppo ribelle ucciderà Ibn Sumayya (ʿAmmar)”?» Udendo queste parole, ʿAmr ibn al-ʿAs guardò Hazrat Muʿawiya e disse: «Non senti ciò che sta dicendo ʿAbdullah?». Spiegando le parole di ʿAbdullah, Muʿawiya (r.a.) disse: «Costui porta sempre nuovi problemi. Siamo forse noi ad aver ucciso ʿAmmar? In realtà la responsabilità della sua uccisione ricade su coloro che lo hanno fatto uscire di casa e lo hanno condotto qui con sé». (Musnad Ahmad)

Due uomini attaccarono e uccisero contemporaneamente Hazrat ʿAmmar (r.a.). Si recarono da Hazrat Muʿawiya litigando e reclamando ciascuno per sé il merito dell’uccisione. Per caso, Hazrat ʿAbdullah (r.a.) era presente. Udito il loro litigio, disse: «Uno di voi due dovrebbe accettare di buon grado la pretesa dell’altro. Infatti ho sentito il Messaggero di Allah (s.a.s.) dire: “Un gruppo ribelle ucciderà ʿAmmar”». Secondo un’altra narrazione, egli disse a Hazrat Muʿawiya: «Annuncia all’uccisore di ʿAmmar la buona novella dell’Inferno». Udendo ciò, Hazrat Muʿawiya (r.a.) disse irritato a suo padre: «ʿAmr, non vuoi allontanare dalla mia presenza questo tuo figlio pazzo?». Poi domandò personalmente ad ʿAbdullah: «Se è davvero così, perché sei con me?». Hazrat ʿAbdullah rispose: «Perché il Messaggero di Allah (s.a.s.) mi aveva ordinato di rimanere obbediente a mio padre per tutta la vita».

Sebbene in quella guerra autodistruttiva di Siffin le sue mani non si fossero macchiate di sangue, per avervi preso parte fu tormentato dal rimorso per tutta la vita. Diceva spesso: «Ahimè, se fossi morto dieci anni prima di allora!». Poiché aveva sostenuto la parte di Hazrat Muʿawiya e ne aveva portato lo stendardo, trascorse tutta la vita nel pentimento e nell’istighfar. (Al-Istiʿab)

Hazrat Rajaʾ (r.a.) racconta: «Una volta ero seduto nella Moschea del Profeta insieme a un gruppo di persone. Erano presenti anche ʿAbdullah ibn ʿAmr e Abu Saʿid al-Khudri. Vedendo arrivare Hazrat Imam Husayn (r.a.), ʿAbdullah esclamò: “Volete che vi riferisca qualcosa riguardo a quest’uomo?”. La gente rispose: “Perché non dovresti?”. Egli disse: “Dalla battaglia di Siffin non ho più parlato con lui. Eppure il suo compiacimento mi è più caro di ogni cosa al mondo”. Abu Saʿid al-Khudri gli chiese: “Vuoi andare da lui per difenderti?”. Egli rispose: “Sì!”. Il giorno seguente Abu Saʿid al-Khudri (r.a.) lo accompagnò alla casa di Hazrat Husayn (r.a.). In un primo momento Hazrat Husayn (r.a.) esitò a concedergli udienza; poi, alle insistenze di ʿAbdullah (r.a.), acconsentì. Spiegando le circostanze della sua partecipazione a Siffin, egli disse: “Seguendo l’ordine del Messaggero di Allah (s.a.s.), non ho sguainato la mia spada, non ho ferito nessuno con una lancia e non ho scagliato una sola freccia”». (Usd al-ghaba)

Per conoscenza e prestigio, Hazrat Abdullah (ra) occupava una posizione speciale tra tutti i Compagni. Oltre all’arabo, sua lingua madre, era esperto anche di ebraico. Aveva studiato profondamente la Torah e il Vangelo. Egli racconta: «Sognai di avere del miele in una mano e del grasso nell’altra, e di mangiarli leccandoli». Raccontai questo sogno al Messaggero di Allah (s.a.). Egli disse: «Leggerai due libri: la Torah e il Sacro Corano». (Al-Isaba)

Hazrat Abdullah ibn Amr (ra) aveva raccolto una vasta parte delle parole pronunciate dal Messaggero di Allah (s.a.). Diede alla sua raccolta il nome di «Sadiqa». Quando gli veniva posta una domanda su un argomento e non ricordava nulla al riguardo, consultava quella «Sadiqa» e rispondeva. (Musnad Ahmad) Questa raccolta gli era carissima. Mujahid racconta: «Una volta presi un libro da sotto il suo letto e cominciai a guardarlo. Egli me lo proibì. Dissi: “Lei non mi proibisce mai nulla. Perché oggi fa così?”. Rispose: “Questo è il libro della verità, che ho raccolto ascoltandolo personalmente dal Messaggero di Allah (s.a.)”». Aggiunse: «Se mi fossero dati questo libro, il possedimento di Wahaj e il Sacro Corano, non avrei bisogno di nient’altro al mondo».

Il numero degli hadith narrati da Hazrat Abdullah ibn Amr era di settecento. Di questi, diciassette sono stati trasmessi concordemente da al-Bukhari e Muslim; otto sono stati narrati soltanto da al-Bukhari e venti soltanto da Muslim. (Tahdhib)

Il circolo di studio degli hadith di Hazrat Abdullah (ra) era molto vasto. Persone provenienti da luoghi lontani giungevano alle sue lezioni per ascoltare gli hadith. Inoltre, ovunque andasse, intorno a lui si radunava una grande folla di assetati di conoscenza. Uno shaykh dei Nakha racconta: «Una volta pregai in congregazione nella moschea di Iliyya. Un uomo venne a mettersi accanto a me. Al termine della preghiera, persone provenienti da ogni direzione si raccolsero e si sedettero intorno a lui. Chiesi informazioni e seppi che era Abdullah ibn Amr ibn al-As».

Hazrat Abdullah amava profondamente i suoi discepoli. Aveva inoltre grande rispetto per gli studiosi suoi contemporanei. Una volta, davanti a lui, si menzionò Hazrat Abdullah ibn Masud (ra). Egli disse: «Avete menzionato un uomo che amo dal giorno in cui il Messaggero (s.a.) disse: “Acquisite la conoscenza del Corano da quattro persone”, e per prima pronunciò il nome di Abdullah ibn Masud».

Hazrat Abdullah ibn Amr (ra) narrò hadith da numerosi Compagni, tra cui Umar, Abu Darda, Muadh, Abd al-Rahman ibn Awf e suo padre Amr. Abu Nuaym dice: «Tra i Compagni, Ibn Umar, Abu Umama, al-Miswar, Saib ibn Yazid e Abu al-Tufayl, oltre a numerosi eminenti Tabiun, narrarono hadith da lui». (Al-Isaba)

Abdullah ibn Amr era particolarmente noto per il taqwa, la devozione e l’intensa pratica dell’adorazione. Nella storia gli sono stati attribuiti titoli quali orante, pentito e devoto. Suo padre Amr era un maestro di intelligenza, astuzia e strategia; egli, invece, era un modello tra gli adoratori, gli asceti e gli uomini franchi. Tutta la sua vita fu spesa nell’adorazione. Memorizzava ogni parte del Corano man mano che veniva rivelata. Quando la rivelazione del Corano giunse al termine, divenne anch’egli un hafiz dell’intero Corano. Sul campo del jihad lo si vedeva sempre in prima linea. Quando poi il jihad armato terminava, lo si vedeva nella moschea: di giorno digiunava e di notte si dedicava all’adorazione. Era immerso nella recitazione del Corano e del tasbih, oppure nel pentimento e nell’istighfar. In breve, quando non vi era un appello al jihad, trascorreva tutte le ventiquattro ore immerso nel sawm, nella salat e nella recitazione.

Per sua natura tendeva alla ruhbaniyya, cioè all’ascetismo. Una volta il Messaggero di Allah (s.a.) lo chiamò e gli disse: «Abdullah, ho saputo che hai deciso di trascorrere tutta la vita digiunando durante il giorno e dedicandoti all’adorazione durante la notte». Egli rispose: «Sì, o Messaggero di Allah». Il Messaggero (s.a.) disse: «Non ne hai la forza. Digiuna, ma interrompi anche il digiuno, prega, ma riposati anche. Digiuna soltanto tre giorni al mese, perché per ogni buona azione viene concessa una ricompensa dieci volte maggiore». Egli chiese: «Ho la forza di fare ancora di più». Il Messaggero (s.a.) disse: «Digiuna un giorno e interrompi il digiuno per due giorni». Egli chiese di nuovo: «Ho la forza di fare ancora di più». Il Messaggero (s.a.) disse: «Digiuna un giorno e interrompi il digiuno un giorno. Questa è la pratica di Hazrat Davide (a.s.) ed è il modo migliore di digiunare». Egli chiese ancora: «Posso osservare un digiuno ancora migliore». Il Messaggero (s.a.) disse: «Non esiste un digiuno migliore di questo». Un’altra volta il Messaggero (s.a.) si recò a casa sua e disse: «Il tuo corpo, i tuoi occhi, la tua famiglia e i tuoi amici hanno dei diritti su di te».

Per tutta la vita seguì Davide (pace su di lui) per quanto riguarda il digiuno e trascorreva gran parte della notte nell’adorazione. Era talmente desideroso di recitare il Corano che lo completava una volta ogni tre giorni. Tuttavia, verso la fine della sua vita, una devozione così intensa divenne per lui gravosa. Di tanto in tanto diceva con rammarico: «Ahimè, se solo avessi accettato la “rukhṣa”, cioè il permesso concessomi dal Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) di ridurre questa pratica». (Al-Iṣāba)

Vedendo questa indifferenza di Abdullah verso il mondo, suo padre ʿAmr ibn al-ʿĀṣ si lamentava spesso con il Messaggero di Allah. Un giorno il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) prese la mano di Abdullah, la mise nella mano di suo padre e disse: «Fa’ ciò che ti dico e obbedisci a tuo padre». [Rijāl Ḥawla al-Rasūl (pace e benedizioni su di lui)] Abdullah obbedì a suo padre per tutta la vita. Fu dunque per ordine del padre che si recò a Ṣiffīn dalla parte di Muʿāwiya.

Ḥaḍrat ʿAmr ibn al-ʿĀṣ (che Allah sia soddisfatto di lui) ereditò dal patrimonio paterno immense ricchezze e numerosi schiavi e schiave. Il feudo chiamato Wajāh, a Ṭāʾif, che aveva ricevuto, valeva circa un milione di dirham. (Usd al-Ghāba) Il terreno veniva coltivato per suo conto. Una volta nacque una disputa su questo feudo con ʿAnbasa ibn Sufyān. La situazione stava per degenerare in uno scontro sanguinoso tra le due parti. Venne allora Ḥaḍrat Khālid ibn al-ʿĀṣ, fratello di Abdullah, per convincerlo. Egli disse a Khālid: «Chi viene ucciso mentre difende e protegge i propri beni è un martire: non ricordi forse queste parole del Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui)?» (Musnad Aḥmad)

Gli autori delle biografie divergono sull’anno e sul luogo della morte di Ḥaḍrat Abdullah (che Allah sia soddisfatto di lui). Anche gli storici non concordano sull’età che avesse al momento della morte. Quanto al luogo della sua morte, sono stati menzionati la Siria, Mecca, Ṭāʾif e l’Egitto; quanto all’anno, il 65, il 68 e il 69 dell’Egira. Secondo l’opinione più diffusa, tuttavia, egli morì nell’anno 65 dell’Egira, nella città di Fusṭāṭ, in Egitto, all’età di 72 anni. In quel periodo infuriava una violenta battaglia tra le forze di Marwān ibn al-Ḥakam e quelle di Abdullah ibn al-Zubayr; per questo non fu possibile portare il suo corpo nel cimitero pubblico. Fu sepolto nella sua stessa abitazione. (Al-Iṣāba, Tadhkirat al-Ḥuffāẓ)

Miqdād ibn ʿAmr (che Allah sia soddisfatto di lui)

Il suo nome era Miqdād; le sue kunyah erano Abū al-Aswad, Abū ʿAmr e Abū Saʿīd. Suo padre era ʿAmr ibn Thaʿlaba. L’antica dimora dei suoi antenati era Bahāra. Ibn al-Kalbī narra che ʿAmr, padre di Miqdād, dopo aver ucciso un uomo della propria tribù, fuggì nell’Ḥaḍramawt per timore del qiṣāṣ, cioè della ritorsione, e strinse un patto di alleanza con i Kinda. Per questo fu chiamato al-Kindī. Sposò una donna dell’Ḥaḍramawt e Miqdād nacque da lei. Miqdād crebbe proprio nell’Ḥaḍramawt. Qui ebbe una lite con un uomo di nome Abū Shammar ibn Ḥajar al-Kindī e, con un colpo di spada, gli recise una gamba. In seguito fuggì a Mecca. A Mecca si stabilì dopo aver stretto un’alleanza con al-Aswad ibn ʿAbd Yaghūth. Il rapporto con al-Aswad divenne così affettuoso e stretto che questi adottò Miqdād come figlio. Così egli divenne noto come Miqdād ibn al-Aswad, cioè Miqdād figlio di al-Aswad. In seguito, quando fu rivelato il versetto del Sacro Corano «Chiamateli con il nome dei loro padri» («Uduʿūhum li-ābāʾihim»), egli abbandonò il nome al-Aswad e adottò quello di Miqdād ibn ʿAmr, cioè Miqdād figlio di ʿAmr. Per questo, nella storia è talvolta menzionato come Miqdād ibn ʿAmr e talvolta come Miqdād ibn al-Aswad. (Al-Iṣāba, Usd al-Ghāba)

Poco dopo che Miqdād aveva trovato rifugio a Mecca, giunse alle sue orecchie l’appello al tawḥīd. La predicazione e la diffusione del messaggio del nobile Messaggero di Allah gli fecero conoscere per la prima volta l’Islam. Era il periodo in cui gli accaniti nemici dell’Islam sottoponevano i musulmani a persecuzioni disumane. Per timore di loro, molti allora tenevano segreta la propria conversione all’Islam. Ma, dopo aver abbracciato l’Islam, Miqdād non ritenne giusto nascondere la verità. Fu uno dei sette primi uomini che, in quel momento di estremo terrore, dichiararono pubblicamente la propria fede. Gli altri sei erano il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui), Abū Bakr, ʿAmmār, sua madre Sumayya, Ṣuhayb e Bilāl (che Allah sia soddisfatto di loro). (Ḥayāt al-Ṣaḥāba, 1/218)

Sposò Ḍubāʿa bint al-Zubayr ibn ʿAbd al-Muṭṭalib, cugina del Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui). Si narra che un giorno fosse seduto con ʿAbd al-Raḥmān ibn ʿAwf. All’improvviso ʿAbd al-Raḥmān gli chiese: «Miqdād, perché non ti sposi?». Miqdād rispose ingenuamente e senza esitare: «Perché non mi dai in sposa tua figlia?». ʿAbd al-Raḥmān si sentì offeso da quelle parole. Si adirò furiosamente e insultò Miqdād pesantemente. Miqdād si recò dal Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) e si lamentò di ʿAbd al-Raḥmān. Il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) disse: «Sarò io a farti sposare». In seguito lo fece sposare con sua cugina Ḍubāʿa. (Al-Iṣāba)

Dopo aver proclamato pubblicamente l’Islam, calamità si abbatterono su al-Miqdād. Con il permesso del Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui), emigrò in Abissinia. Dopo esservi trattenuto per qualche tempo, tornò nuovamente alla Mecca. In quel periodo l’emigrazione verso Medina era diventata generale. A causa di alcune particolari difficoltà, non poté emigrare a Medina. Rimase alla Mecca persino dopo l’emigrazione del Messaggero di Allah a Medina. Quando si verificò uno scontro temporaneo tra la Mecca e Medina, egli e ʿUtba ibn Ghazwān partirono verso Medina come membri di una squadra avanzata di ricognizione dei Quraysh. Il comandante di questa spedizione era ʿIkrima ibn Abī Jahl. Lungo il cammino ebbero un breve scontro con un gruppo di combattenti musulmani provenienti da Medina. Il comandante di questo gruppo di mujāhidūn musulmani era il venerabile ʿUbayda ibn al-Ḥārith (che Allah sia soddisfatto di lui). Approfittando dell’occasione, al-Miqdād e ʿUtba ibn Ghazwān si unirono al gruppo dei combattenti musulmani e raggiunsero Medina insieme a loro. A Medina furono ospiti del venerabile Kulthūm ibn Hidām. (Usud al-Ghāba) Quando, su richiesta del venerabile Ubayy ibn Kaʿb (che Allah sia soddisfatto di lui), al-Miqdād manifestò il desiderio di stabilirsi presso i Banū ʿAdīla (secondo un’altra versione, Jādila), il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) gli donò un appezzamento di terreno in quella zona.

Nel secondo anno dell’Egira ebbe inizio il primo scontro militare diretto tra lo shirk e il tawḥīd. Nello stesso anno l’esercito dei Quraysh giunse nella piana di Badr. Per i Compagni del Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui), questa fu la prima prova. Il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) volle mettere alla prova la loro fede chiedendo loro consiglio a tale proposito. Il venerabile Ṣiddīq Akbar, Fārūq Aʿẓam e altri Compagni manifestarono, con i loro discorsi, il desiderio di offrire un raro esempio di sacrificio e abnegazione. Anche il venerabile al-Miqdād era presente a quella riunione. Pronunciò un discorso colmo di emozione. Nel discorso rassicurò il Messaggero (pace e benedizioni su di lui), dicendo: «O Messaggero di Allah, procedi nell’attuazione del comando che Allah ti ha dato. Siamo con te. Per Allah, i Banū Isrāʾīl dissero al loro profeta Mosè: “Va’, tu e il tuo Signore, e combattete; noi resteremo qui seduti”; noi non ti diremo mai una cosa simile. Al contrario, ti diremo: “Va’, tu e il tuo Signore, e combattete contro di loro; anche noi combatteremo con voi contro di loro”. Per Colui che ti ha inviato con la verità, se ci condurrai fino a Bark al-Ghimād, verremo con te e combatteremo contro il tuo nemico. Combatteremo alla tua destra, alla tua sinistra, davanti a te e dietro di te, da ogni direzione, finché Allah non ti concederà la vittoria». (Rijāl Ḥawla al-Rasūl) Nell’udire questo discorso appassionato, il volto benedetto del Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) si illuminò di gioia.

La battaglia di Badr ebbe inizio. In questa battaglia, tra i combattenti musulmani, soltanto tre erano cavalieri: al-Miqdād ibn ʿAmr, Murthid ibn Abī Murthid e al-Zubayr ibn al-ʿAwwām. Tutti gli altri erano fanti o cavalieri su cammello. Tuttavia, secondo diverse narrazioni, in questa battaglia al-Miqdād fu l’unico combattente musulmano a cavallo. Per questo è stato detto: «Al-Miqdād fu il primo a far correre il suo cavallo sulla via di Allah».

Oltre a Badr, partecipò a tutte le battaglie importanti, tra cui Uḥud e al-Khandaq, dando prova del massimo eroismo. Nel ventesimo anno dell’Egira, il venerabile ʿAmr ibn al-ʿĀṣ guidò la campagna d’Egitto. Chiese alla capitale, Medina, di inviargli ulteriori rinforzi militari. Il califfo ʿUmar (che Allah sia soddisfatto di lui) inviò diecimila soldati e quattro ufficiali. Uno di questi quattro era al-Miqdād ibn ʿAmr. In una lettera, il califfo comunicò a ʿAmr ibn al-ʿĀṣ: «Ognuno di questi quattro vale quanto diecimila soldati dell’esercito nemico». Dopo l’arrivo di questi soldati, in brevissimo tempo la bandiera dell’Islam fu innalzata in tutto l’Egitto.

I politeisti della Mecca uccisero il venerabile Khubayb (che Allah sia soddisfatto di lui) impiccandolo. Il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) mandò al-Zubayr e al-Miqdād a calare il corpo di Khubayb dalla forca nel cuore della notte. Dopo averlo calato e averlo messo sul dorso di un cavallo, mentre si allontanavano, i Quraysh se ne accorsero e si misero a inseguirli. (Ḥayāt al-Ṣaḥāba)

Il venerabile al-Miqdād aveva un ventre molto voluminoso. Per questo, in vecchiaia iniziò a soffrire terribilmente. Per alleviare questa sofferenza, un suo schiavo romano gli praticò un’operazione all’addome, ma l’intervento fallì. In queste condizioni, nel trentatreesimo anno dell’Egira, lasciò questo mondo a Jurf, un luogo situato a tre miglia da Medina. Il comandante dei credenti, il venerabile ʿUthmān (che Allah sia soddisfatto di lui), officiò la preghiera funebre. Il corpo fu sepolto nel cimitero di al-Baqīʿ a Medina. Al momento della morte aveva circa settant’anni.

Nel venerabile al-Miqdād si svilupparono le migliori qualità morali. La devozione e l’emozione sincera da lui manifestate durante la battaglia di Badr fecero sì che l’intera comunità dei Compagni lo invidiasse. Il venerabile ʿAbd Allāh ibn ʿUmar (che Allah sia soddisfatto di lui) diceva: «Ahimè! Se allora fossi stato abbastanza adulto da partecipare alla battaglia di Badr e le parole di al-Miqdād fossero uscite dalla mia bocca». Il venerabile ʿAbd Allāh ibn Masʿūd disse: «Ero con al-Miqdād nella battaglia di Badr. Per me essere stato con lui in quella battaglia è così caro che, in confronto, tutto ciò che esiste al mondo è assolutamente privo di valore». L’estrema povertà e la privazione dei primi tempi dell’Islam lo avevano reso molto paziente e realista. Egli racconta: «Quando giunsi a Medina dopo l’emigrazione, non avevo alcuna sistemazione stabile né per vivere né per mangiare. Ero ridotto allo stremo dalla fame. Alla fine, il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) sistemò me e due miei compagni nella casa del suo ospite, Kulthūm ibn Hidām. A quel tempo il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) possedeva soltanto quattro capre. Noi tante persone vivevamo bevendo soltanto il latte di quelle capre. Una notte il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) uscì per recarsi da qualche parte. Tardava a rientrare. Pensai che forse un anṣārī lo avesse invitato e che sarebbe tornato dopo aver mangiato. Non appena questo pensiero mi venne in mente, mi alzai e bevvi in un solo sorso il latte messo da parte per il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui). Subito dopo, però, mi resi conto che, se la mia supposizione fosse stata errata, sarei caduto in una terribile vergogna. Mentre ero tormentato da questa esitazione, il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) tornò e si diresse direttamente verso il luogo in cui veniva conservato il latte. Vide che la coppa era vuota. Cominciai a essere straziato dalla vergogna e dal rimorso per il mio errore. Soprattutto, quando alzò la mano per dire qualcosa, la mia paura non ebbe più limiti. Pensai che, a causa di una maledizione del Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui), in quel momento sarei stato rovinato sia in questo mondo sia nell’aldilà. Ma lo sentii dire: “O Allah, nutri colui che mi ha nutrito e disseta colui che mi ha dissetato”. Dopo aver udito questa invocazione, riacquistai coraggio. Mi alzai e andai dalle capre, sperando di trovare un po’ di latte nelle mammelle di qualcuna. Ma, per l’infinita potenza di Allah, qualunque mammella toccassi, la trovavo piena di latte. Munsi una grande quantità di latte e la presentai al Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui). Egli chiese: “Avete bevuto tutti?”. Risposi: “O Messaggero di Allah, bevi prima tu; poi ti racconterò tutto”. Il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) bevve fino a saziarsi. Ricordando il mio precedente errore e il mio rimorso, scoppiai improvvisamente a ridere. Egli chiese: “Abū al-Aswad, perché ridi?”. Gli raccontai tutto. Dopo aver ascoltato ogni cosa, disse: “Questa è stata una misericordia di Allah. Perché non hai svegliato i tuoi due compagni? Anche loro ne avrebbero beneficiato”».

Hazrat Miqdad era estremamente perspicace e intelligente. La sua perspicacia e intelligenza si manifestavano in molti casi e circostanze. Un suo compagno raccontò: un giorno eravamo seduti presso Miqdad. In quel momento un tābiʿī, rivolgendosi a lui, disse: «Quanto sono fortunate le vostre due pupille, che hanno avuto la benedizione di vedere il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui)! Per Allah, desidero ardentemente vedere tutto ciò che avete visto e assistere alle scene e agli eventi ai quali avete assistito». Udendo queste parole, Miqdad si adirò moltissimo con quell’uomo. La gente gli disse: «Perché ti sei tanto agitato?». Egli rispose: «Desiderare il passato invece del presente è un’inutile follia. Infatti, egli non sa quale sarebbe stato il suo comportamento se fosse vissuto allora. Per Allah, molti contemporanei del Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui), per non aver creduto, hanno avuto come dimora la Jahannam. Sa forse a quale gruppo sarebbe appartenuto? Non dovrebbe forse rendere grazie ad Allah per averlo salvato da un simile pericolo e averlo reso credente in Allah e nel Suo Messaggero (pace e benedizioni su di lui)?»

Un giorno il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) lo nominò comandante di una spedizione. Quando egli rientrò, il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) gli chiese: «Come ti è sembrato l’incarico di comando, o imārat?». In risposta, egli pronunciò una grande verità. Disse: «Ho avuto la sensazione di essere al di sopra di tutti e degli altri al di sotto di me. Per Colui che ti ha inviato con la verità, giuro che dopo oggi non sarò mai più comandante di due persone». Non cercava di nascondere la propria debolezza né di occultare la verità. Ripeteva sempre questo hadith del Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui): «Chi è salvo dalla fitnah è veramente fortunato».

Amava il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) più della propria vita. Sentiva la massima responsabilità di proteggere e mettere al sicuro il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui). Ogni volta che a Medina si udiva un qualsiasi tumulto, lo si vedeva armato e a cavallo davanti alla porta della casa del Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui). Era estremamente rigoroso anche nell’applicazione corretta delle norme islamiche. Era vigile contro i nemici dichiarati dell’Islam e, allo stesso tempo, molto attento alla minima negligenza o errore dei propri amici riguardo all’Islam. Una volta partì per una spedizione con una piccola schiera. Le forze nemiche li circondarono. Il comandante ordinò che quel giorno nessun membro della schiera lasciasse a disposizione la propria cavalcatura perché egli la montasse. Ma uno dei mujāhid non era stato informato della questione e agì contrariamente all’ordine del comandante. Per questo ricevette dal comandante una punizione persino maggiore di quella che gli spettava. Il mujāhid stava piangendo quando Miqdad gli passò accanto. Gli chiese cosa fosse accaduto e ne venne informato. Poi lo prese per la mano destra, lo condusse dal comandante e, discutendo con lui, lo costrinse ad ammettere il proprio errore. Disse al comandante: «Liberatevi dalla responsabilità, dando a quest’uomo la possibilità di chiedere il qisās». Il comandante accettò senza riserve le parole di Miqdad. Tuttavia, l’uomo perdonò il comandante. In questo modo egli svolgeva sempre il ruolo di una sentinella instancabile nella difesa dell’onore e della dignità della religione. Diceva quasi sempre: «Allah mi ha ordinato di amarti e mi ha anche informato che Egli ti ama». Così fu benedetto con l’amore di Allah e del Suo Messaggero.

Il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) disse: «A ogni profeta sono stati dati sette compagni fidati e ministri. A me, invece, ne sono stati dati quattordici. Essi sono: Hamza, Jaʿfar, Abu Bakr, Umar, Ali, Hasan, Husayn, Abd Allah ibn Masʿud, Salman, ʿAmmar, Hudhayfa, Abu Jaʿfar, Miqdad e Bilal».

Non amava affatto l’adulazione o le lodi. Una volta, alla corte di Hazrat Uthman (che Allah sia soddisfatto di lui), alcune persone cominciarono a lodarlo proprio davanti a Miqdad. Egli si adirò al punto da gettare loro della terra sul volto. Hazrat Uthman (che Allah sia soddisfatto di lui) esclamò: «Miqdad, che cosa sta succedendo?». Egli rispose: «Il Messaggero di Allah ci ha ordinato: “Gettate della terra sul volto di chi elogia”».

Il commercio era la sua professione principale. Inoltre, il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) gli donò alcuni terreni nella regione di Khaybar. In seguito, Hazrat Muʿawiya (che Allah sia soddisfatto di lui) li acquistò dagli eredi di Miqdad per centomila dirham.

Dubāʿa, la moglie di Hazrat Miqdad, racconta: una volta Miqdad si recò in un luogo appartato di Baqīʿ per espletare i propri bisogni. Mentre li stava espletando, vide un topo che tirava fuori un dinaro dalla sua tana. In questo modo il topo ne estrasse complessivamente diciassette. Egli li raccolse, li portò dal Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) e gli raccontò tutto. Il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) gli chiese se avesse infilato la mano nella tana. Quando egli rispose di no, il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) disse: «Possa Allah benedire questa tua ricchezza. Su questa ricchezza non devi pagare zakat». (Hayāt al-Sahāba, 3/645)

Hazrat Miqdad (che Allah sia soddisfatto di lui) narrò numerosi hadith dal Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui), e Ali, Anas, Ubayd Allah ibn ʿAdi, Hammam ibn al-Harith, ʿAbd al-Rahman ibn Abi Layla e altri illustri Compagni narrarono hadith da lui.

ʿAmr ibn al-ʿĀṣ (r.a.)

Il suo nome era ʿAmr, mentre le sue kunya erano Abū ʿAbd Allāh e Abū Muḥammad. Suo padre era al-ʿĀṣ e sua madre Nābigha. Attraverso il suo antenato Kaʿb ibn Luʾayy, la sua genealogia si ricongiungeva a quella del Messaggero di Allah (s.a.s.).

Già nell’epoca dell’Ignoranza, il clan di ʿAmr ibn al-ʿĀṣ, i Banū Sahm, era noto come un clan nobile. A questo clan veniva affidato il compito di arbitrare e dirimere le controversie tra i Quraysh. Non si hanno informazioni particolari sulla sua nascita e sulla sua infanzia. Fino a prima di abbracciare l’Islam, era un accanito nemico dell’Islam. Alleandosi con i capi dei Quraysh, si opponeva con grande entusiasmo all’Islam e ai musulmani.

È riferito che egli fu uno dei tre principali uomini tra gli acerrimi nemici qurayshiti del Messaggero di Allah (s.a.s.). Contro di loro il Messaggero di Allah (s.a.s.) supplicava Allah, e in risposta Allah rivelò questo versetto: «Non spetta a te decidere alcunché riguardo alla questione: Egli può perdonarli o punirli, poiché sono ingiusti». (Āl ʿImrān, 3:128). Il Messaggero di Allah comprese che gli veniva proibito maledire quelle persone e affidò la questione ad Allah. Uno di quei tre uomini sarebbe diventato in seguito un grande comandante degli eserciti dell’Islam, uno dei più insigni diplomatici dell’Arabia e il liberatore degli abitanti dell’Egitto: ʿAmr ibn al-ʿĀṣ (r.a.). (Rijāl ḥawla al-Rasūl, p. 614)

ʿAmr ibn al-ʿĀṣ fu il membro più entusiasta del primo gruppo di musulmani recatosi in Abissinia. Parlò con il re d’Abissinia e con diverse persone della corte reale, compiendo ogni possibile sforzo per convincerli a espellere i musulmani dall’Abissinia. Alla corte del sovrano pronunciò anche un infuocato discorso, accusando i musulmani di apostasia. Ma tutti i suoi tentativi fallirono.

Nella battaglia del Fossato, quasi tutte le tribù della Penisola Arabica si allearono con i Quraysh e giunsero alle porte di Medina per annientare completamente i musulmani. Anche in quell’occasione ʿAmr era uno dei principali uomini dello schieramento qurayshita. Dopo la battaglia del Fossato accadde qualcosa, chissà come. Persino in un nemico così fanatico dell’Islam si verificò un cambiamento. Cominciò a riflettere sull’invito e sul messaggio dell’Islam. Egli stesso ha raccontato: «Come risultato di queste riflessioni, il nucleo dell’Islam cominciò gradualmente a diventarmi chiaro. A poco a poco iniziai ad allontanarmi dall’opposizione ai musulmani. I capi dei Quraysh, accortisi di ciò, mi mandarono un uomo. Egli iniziò a discutere con me. Gli dissi: “Dimmi: siamo noi dalla parte della verità, oppure i Persiani e i Romani?”. Rispose: “Noi”. Gli chiesi: “Chi possiede felicità, ricchezza e splendore: loro o noi?”. Rispose: “Loro”. Dissi: “Se dopo questa vita non ce ne fosse un’altra, a che servirebbe la nostra vita fondata sulla verità? Già in questo mondo viviamo in condizioni misere rispetto a coloro che seguono la falsità, e nell’Aldilà non abbiamo alcuna possibilità di ricevere una ricompensa. Per questo, l’insegnamento di Muḥammad (s.a.s.) — dopo la morte vi sarà un altro mondo, nel quale ciascuno riceverà il frutto delle proprie azioni — mi sembra del tutto corretto e convincente”». Dopo la battaglia del Fossato, maturò in lui una piena convinzione del successo del Messaggero di Allah (s.a.s.). Capì che l’Islam era sorto per trionfare. Fu proprio questa convinzione a incoraggiarlo ad abbracciare l’Islam.

Egli racconta: «Dopo essere tornato alla Mecca dalla battaglia del Fossato, convocai i miei parenti e amici più stretti e dissi loro: “Sappiate che la parola di Muḥammad prevarrà su tutte le altre: non vi è alcun dubbio al riguardo. Ho un’opinione ponderata e voglio sapere come la accoglierete”. Dissi: “Andiamo a stabilirci presso il Negus. Se Muḥammad ci sconfiggerà, resteremo presso il Negus; se invece vincerà la nostra gente, allora saremo la nazione migliore. In tal caso, il Negus ci tratterà certamente bene”. Tutti accettarono la mia proposta. Poi discutemmo su quale dono portare al Negus. Il bene più prezioso che avevamo da offrire erano le pelli della nostra regione. Ne prendemmo parecchie e giungemmo in Abissinia.»

Mentre ci recavamo alla corte del Negus, vi giunse anche ʿAmr ibn Umayya al-Ḍamrī. Il Messaggero di Allah (s.a.s.) lo aveva inviato da Medina, per una necessità particolare, da Jaʿfar ibn Abī Ṭālib. Jaʿfar ibn Abī Ṭālib si trovava ancora in Abissinia. Poco dopo, ʿAmr uscì dalla corte del Negus. Decidemmo di chiedere al Negus di consegnarcelo. Se, accogliendo la nostra richiesta, ce lo avesse consegnato, lo avremmo ucciso. In questo modo i Quraysh avrebbero capito che avevamo vendicato l’uccisione del messaggero di Muḥammad. Dopo aver preso questa decisione, mi recai alla corte del Negus. Gli resi omaggio secondo il costume e deposi davanti a lui i nostri doni. I doni gli piacquero molto.

Allora dissi: «L’uomo che è appena uscito dalla tua corte è l’inviato del nostro acerrimo nemico. Se ce lo consegni, lo uccideremo». La collera del Negus esplose a queste mie parole. Vedendo che la situazione si era fatta critica, dissi umilmente: «Se avessi saputo che questa mia richiesta ti avrebbe agitato tanto, non te l’avrei rivolta». Il Negus disse: «Vuoi forse che io vi consegni per essere ucciso l’inviato di colui al quale è venuto il “Nāmūs al-Akbar”, lo stesso che era venuto anche a Mosè (pace su di lui)?». Risposi: «È davvero una persona di tal genere?». Egli disse: «O ʿAmr, la vostra condizione è davvero deplorevole. Ascoltami: obbeditegli. Per Allah, egli è davvero dalla parte della verità. Trionferà sui suoi oppositori, proprio come Mosè trionfò sul Faraone e sulle sue genti e sui suoi eserciti». Dissi: «Allora presta il giuramento di bayʿa, cioè di obbedienza, a suo favore». Egli tese la mano e io prestai giuramento di bayʿa all’Islam nelle sue mani. Tornai dai miei compagni, ma ormai nella mia mentalità era avvenuta una rivoluzione. Non rivelai loro nulla.

Partii dall’Abissinia con l’intenzione di prestare bayʿa nelle mani del Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui). Durante il viaggio incontrai Khālid ibn al-Walīd. Anche lui si stava dirigendo dalla Mecca a Medina. Gli chiesi: «Abū Sulaymān, dove sei diretto?». Rispose: «Per Allah, mi trovo di fronte a una prova terribile. Sono assolutamente convinto che quest’uomo sia un profeta. Ora dovremmo abbracciare l’Islam al più presto. Quanto dureranno ancora questi dubbi e queste esitazioni?». Dissi: «Anch’io sto andando con questo stesso proposito». Poi entrambi ci presentammo al servizio del Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui). Non appena ci vide insieme, il volto del Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) si illuminò. Rivolto ai suoi Compagni, disse: «Laqad ramātkum Makka bi-falājati akbādihā — la Mecca ha scagliato contro di voi le parti più affilate e preziose del suo cuore». (Rijālūn hawla al-Rasūl)

Per primo Khālid ibn al-Walīd prestò bayʿa nelle mani del Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui). Poi mi avvicinai un po’ e dissi: «O Messaggero di Allah, anch’io presterò bayʿa, ma dovrai perdonare tutte le mie colpe precedenti». Egli disse: «O ʿAmr, presta bayʿa. L’Islam cancella tutti i peccati precedenti e anche l’egira cancella tutte le colpe precedenti». Prestai bayʿa nelle mani del Messaggero di Allah e me ne tornai. Questo avvenne all’inizio del settimo anno dell’Egira, sei mesi prima della conquista di Khaybar. (Sīrat Ibn Hishām, vol. 2, pp. 276-278; al-Fatḥ al-Rabbānī, vol. 22; Musnad dell’Imām Aḥmad; Ḥayāt al-Ṣaḥāba, 1/157-160)

Dopo aver abbracciato l’Islam, tornò alla Mecca. Dopo esservi rimasto per qualche tempo, emigrò nuovamente a Medina. ʿAmr ibn al-ʿĀṣ fu estremista sia quando era nell’Islam sia quando era nella miscredenza. Come prima era fermamente deciso a sradicare l’Islam, così, dopo averlo abbracciato, era altrettanto risoluto riguardo alla miscredenza e all’idolatria. Egli disse: «Quando ero miscredente, ero il più grande nemico del Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui). Se allora fossi morto, l’Inferno sarebbe stata la mia dimora. Dopo essere diventato musulmano, invece, il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) non poteva mai uscire dalla mia vista». Anche dopo la sua conversione all’Islam partecipò a diverse battaglie, ma non si conoscono molti dettagli della sua partecipazione. La storia, tuttavia, riferisce che sotto il suo comando furono condotte diverse piccole spedizioni.

Ibn Saʿd riferisce che, dopo la conquista della Mecca, alcuni membri dei Banū Qaḍāʿa si unirono e progettarono di attaccare i musulmani. Il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) inviò contro di loro una spedizione di trecento mujāhid guidata da Abū ʿUbayda. Il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) inviò da Medina, in suo aiuto, una spedizione di duecento mujāhid guidata da Abū ʿUbayda. In questo gruppo vi erano anche Compagni eminenti come Abū Bakr e ʿUmar. Tutti condussero la spedizione sotto il comando di ʿAmr ibn al-ʿĀṣ e sconfissero i nemici. Nella storia questa spedizione è conosciuta come la “Ghazwa Dhāt al-Salāsil”.

Dopo la conquista della Mecca, la maggior parte delle tribù della penisola arabica abbracciò l’Islam. Sebbene alcune tribù avessero accettato l’Islam, non riuscivano a liberarsi delle superstizioni coltivate per generazioni. Avevano paura di abbattere gli idoli e i centri del culto degli idoli. Perciò il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) inviò diverse spedizioni in varie direzioni per abbattere quegli idoli, affinché dai cuori dei nuovi musulmani fosse rimosso il culto degli idoli. Il centro dell’idolatria si chiamava “Suwaʿ”. Quando giunsero nei pressi di questo centro, gli abitanti del luogo, venuti a conoscenza del loro scopo, dissero: «Non potrete distruggere questo centro. Esso provvederà da sé alla propria difesa». ʿAmr disse: «Siete ancora immersi in credenze errate e superstizioni di questo genere? Come può difendersi chi non ha la capacità di vedere né di udire?». Poi distrusse completamente il centro. Vedendo ciò, la fede degli abitanti del luogo si rafforzò.

Dopo la conquista della Mecca, il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) portò la lettera con l’invito all’Islam ai sovrani dei territori circostanti della penisola arabica. Il governante dell’Oman abbracciò l’Islam dopo aver ricevuto la lettera. Il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) nominò ʿAmr wālī dell’Oman. ʿAmr rimase in Oman fino alla morte del Messaggero di Allah. (Futūḥ al-Buldān)

Dopo che Abū Bakr (che Allah sia soddisfatto di lui) divenne califfo, nella penisola arabica presero vigore la fitna e la ribellione dei falsi profeti e di coloro che rifiutavano di pagare la zakāt. ʿAmr ibn al-ʿĀṣ si trovava allora in Oman. Per ordine del califfo, avanzò dall’Oman verso il Bahrein. Durante il viaggio fu ospite di Qurrāh ibn Hurayra, capo dei Banū ʿAmr. Qurrāh lo accolse con grande onore. Al momento del congedo disse ad ʿAmr: «Se si riscuote la zakāt, gli Arabi non accetteranno l’autorità o la leadership di nessuno. Se si sospende la riscossione della zakāt, rimarranno obbedienti e sottomessi. Per questo la zakāt dovrebbe essere abolita».

Amr disse: «Qurra, hai abbandonato l’Islam? Vuoi spaventarmi con gli Arabi? Per Allah, calpesterò sotto gli zoccoli dei miei cavalli gente come questa». In seguito, Qurra fu catturato insieme agli altri ribelli e condotto a Medina, dove Amr lo liberò. Quando Amr giunse a Medina dall’Oman, il califfo Abu Bakr (che Allah si compiaccia di lui) lo inviò a sedare la ribellione dei Banu Qudaʿa. Grazie ai suoi sforzi, i Banu Qudaʿa tornarono nuovamente all’Islam. Una volta domata la ribellione, egli tornò di nuovo in Oman.

Nell’anno 13 dell’Egira, il califfo Abu Bakr (che Allah si compiaccia di lui) inviò diversi eserciti in varie regioni della Siria. Scrisse ad Amr: «Il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) ti aveva nominato governatore dell’Oman; per questo ti avevo mandato lì una seconda volta. Ora desidero affidarti un incarico che sarà benefico per te in questa vita e nell’altra». Amr rispose: «Io sono una freccia di Allah, e tu sei un abile arciere. Hai il diritto di scagliarmi nella direzione che desideri». Il califfo lo richiamò dall’Oman e lo nominò al comando del settore della Palestina.

Gli eserciti musulmani attaccarono la Siria da ogni direzione. L’imperatore romano inviò diversi eserciti per affrontare le forze musulmane. Alla fine, i vari eserciti romani si radunarono ad Ajnadayn. Amr ibn al-As avanzò dalla Palestina verso Ajnadayn. Nel frattempo, Khalid ibn al-Walid e Abu Ubayda, dopo aver concluso la campagna di Basra, giunsero ad Ajnadayn per aiutare Amr. Nel tredicesimo anno dell’Egira ebbe luogo ad Ajnadayn una violenta battaglia tra gli eserciti musulmani e romani. Il comandante romano fu ucciso e i suoi uomini subirono una vergognosa sconfitta. Ad Ajnadayn, il comandante romano inviò una spia araba a raccogliere informazioni sull’esercito musulmano. Dopo aver visitato e osservato l’accampamento musulmano, il comandante romano gli chiese: «Che notizie porti?». La spia rivelò la verità e disse: «Questa gente trascorre la notte nell’adorazione e di giorno cavalca nel campo di battaglia. Anche se il loro principe commette un reato, la legge della Sharia viene applicata nei suoi confronti». Udendo ciò, il comandante commentò: «Se davvero possiedono tali qualità, allora sarebbe preferibile essere sepolti nella terra piuttosto che combatterli».

Anche alla campagna di Damasco Amr partecipò insieme ai suoi due compagni, Khalid e Abu Ubayda, assumendo l’incarico di assediare la porta di Tuma a Damasco. Dopo Damasco fu intrapresa la campagna di Fahl. Anche in quella spedizione egli guidò con successo una parte dell’esercito musulmano.

A causa dei continui attacchi dell’esercito musulmano, le forze romane continuavano a subire vergognose sconfitte. Alla fine, per ordine dell’imperatore romano, le forze sconfitte si riorganizzarono e divennero un enorme esercito di duecentomila uomini, radunandosi nel luogo chiamato Yarmuk per opporre una resistenza decisiva all’esercito musulmano. Anche l’esercito musulmano, guidato da Khalid, Amr e Shurahbil ibn Hasana, giunse a Yarmuk. Tuttavia, l’esercito romano era quattro volte più numeroso delle forze musulmane riunite. In questa sanguinosa battaglia di Yarmuk, Amr ibn al-As combatté con straordinario valore e coraggio. L’esercito romano subì una vergognosa sconfitta. In tutta la Siria fu innalzato lo stendardo dell’Islam.

Già prima di Yarmuk, Amr ibn al-As aveva portato a termine la conquista di alcune regioni della Palestina. Dopo Yarmuk, si concentrò sulla conquista della più grande città della Palestina, Iliyā, o Bayt al-Maqdis. La pose sotto assedio. Anche Abu Ubayda lo aiutò. Egli conquistò Bayt al-Maqdis senza alcuno spargimento di sangue. In seguito alla richiesta degli abitanti di Iliyā, il califfo Umar (che Allah si compiaccia di lui) giunse da Medina a Bayt al-Maqdis e stipulò con loro uno storico accordo. Così, per la prima volta, questa gloriosa città passò sotto il dominio dei musulmani.

Nello stesso anno della conquista di Bayt al-Maqdis, in tutta la Siria, in Iraq e in Egitto scoppiò un’epidemia di taʿun, cioè la peste. Migliaia di persone ne furono vittime. Amr ibn al-As consigliò al comandante Abu Ubayda di ritirare le truppe dalla Siria e trasferirle in un luogo sicuro. Ma Abu Ubayda, profondamente convinto del destino decretato da Allah, respinse il consiglio. Alla fine, anche la peste pose termine alla sua vita. Prima di morire, nominò Amr comandante dell’esercito. Amr ibn al-As ritirò l’esercito dalla zona colpita dalla peste.

Dopo aver completato la conquista della Siria, Amr chiese al califfo Umar il permesso di intraprendere una campagna in Egitto. Durante l’epoca dell’ignoranza, Amr si recava spesso in Egitto per motivi commerciali. Per questo conosceva bene l’Egitto. Sebbene inizialmente il califfo esitasse ad accogliere la sua richiesta, alla fine gli concesse il permesso. Quando Amr partì alla volta dell’Egitto con il suo piccolo esercito, il califfo Umar inviò in suo aiuto un esercito guidato da al-Zubayr ibn al-Awwam.

Sua Eccellenza ʿAmr ibn al-ʿĀṣ riportò vittorie una dopo l’altra nelle battaglie di Bābilūn, al-ʿArīsh, ʿAyn Shams, Fusṭāṭ e in altre località. In seguito chiese al califfo ʿUmar il permesso di avanzare verso Alessandria. Ottenuto il permesso, affidò l’amministrazione delle regioni conquistate a Khārija ibn Ḥudhāfa e partì per la spedizione contro Alessandria. Pose quindi sotto assedio la città. Le truppe di al-Muqawqis e gli abitanti si rifugiarono nella fortezza fortificata e opposero resistenza. Di tanto in tanto uscivano dalla fortezza, lanciavano attacchi improvvisi e vi rientravano. In questa situazione trascorsero quasi due anni. Il califfo ʿUmar cominciò a preoccuparsi. Scrisse ad ʿAmr: «Siete accampati sotto assedio da due anni, e ancora non si è visto alcun risultato. Sembra che, come i Romani, anche voi vi siate abbandonati al lusso e ai piaceri, dimenticando le vostre responsabilità e i vostri doveri. Quando questa mia lettera ti sarà giunta, raduna la gente, pronuncia davanti a loro un discorso sul jihād e leggi loro questa mia lettera. Poi, il venerdì, attacca le forze nemiche».

Seguendo le istruzioni del califfo, attaccò le forze nemiche e, in brevissimo tempo, Alessandria passò sotto il controllo dell’esercito musulmano. Inviò Muʿāwiya ibn Ḥudayj a Medina per comunicare al califfo la notizia della vittoria. Quando Muʿāwiya arrivò a Medina era pomeriggio. Si recò direttamente alla Moschea del Profeta. Avuta la notizia, il califfo lo fece subito chiamare e gli chiese: «Perché sei andato direttamente alla moschea senza venire a casa mia?». Muʿāwiya rispose: «Pensavo che fosse l’ora del vostro riposo». Il califfo disse: «Potrei forse dormire durante il giorno e mandare in rovina i sudditi?»

Dopo la conquista di Alessandria, conquistò una dopo l’altra Barqa, Juwāyla, Tripoli, al-Maghrib, Ṣabra e altre regioni. Dopo la conquista di Tripoli, inviò al califfo, tramite un emissario, la buona notizia. Tunisia, Marocco, Algeria e altre regioni distavano da lì appena nove giorni di viaggio. Chiese al califfo il permesso di condurre spedizioni in quelle regioni. Considerando la necessità di mantenere la pace e l’ordine nei territori conquistati, il califfo ordinò di sospendere la spedizione verso l’Africa occidentale. Qui ebbe termine la campagna africana di ʿAmr ibn al-ʿĀṣ.

Al termine della conquista dell’Egitto, il califfo ʿUmar lo nominò wālī dell’Egitto. Pochi giorni dopo, Sua Eccellenza ʿUmar subì il martirio. Anche il califfo ʿUthmān mantenne ʿAmr nella sua precedente carica. In quel periodo, gli abitanti di Alessandria si ribellarono, istigati dai Romani. ʿAmr ibn al-ʿĀṣ represse la ribellione con estrema severità e, temendo future rivolte, fece abbattere le mura difensive della città di Alessandria.

Nell’anno 26 dell’Egira, Sua Eccellenza ʿUthmān lo rimosse dall’incarico di wālī dell’Egitto. Al-Ṭabarī afferma che il califfo ʿUthmān non rimuoveva nessuno senza un’accusa precisa a suo carico. Quanto alla ragione della sua destituzione, si dice che, sebbene l’Egitto fosse un paese molto fertile, durante il mandato di ʿAmr le entrate fiscali non raggiungessero il livello atteso. Questa accusa era stata mossa contro di lui fin dall’epoca di ʿUmar. A tale proposito, anche il califfo ʿUmar gli aveva scritto una lettera. La stessa accusa fu sollevata contro di lui durante il califfato di ʿUthmān. Sua Eccellenza ʿUthmān gli scrisse in merito e ʿAmr rispose: «La vacca non è in grado di dare più latte di questo». Dopo tale risposta, Sua Eccellenza ʿUthmān lo sollevò dalla responsabilità delle entrate fiscali e la affidò ad ʿAbdullāh ibn Saʿd. Da quel momento sorse un contrasto tra ʿAmr e ʿAbdullāh, e l’amministrazione dell’Egitto rimase in gran parte paralizzata. In tale situazione, Sua Eccellenza ʿUthmān rimosse ʿAmr e nominò ʿAbdullāh wālī dell’Egitto. (Al-Ṭabarī, Ibn al-Athīr.) Secondo un’altra versione, ʿAmr fu rimosso già prima della ribellione di Alessandria. Quando scoppiò la ribellione, il califfo ʿUthmān lo incaricò di reprimerla. Dopo averla eliminata, il califfo volle affidargli soltanto la responsabilità della difesa. Egli rifiutò la proposta del califfo, dicendo: «Non può essere che io tenga le corna mentre lui munge». Secondo questa versione, fu rimosso nell’anno 25 dell’Egira.

Dopo essere stato rimosso dall’Egitto, Sua Eccellenza ʿAmr ibn al-ʿĀṣ si recò a Medina. Era alquanto scontento di Sua Eccellenza ʿUthmān. Dopo il suo arrivo a Medina ebbe un colloquio con il califfo, durante il quale trasparve il suo malcontento. Quando parlò con il califfo, le entrate fiscali inviate dall’Egitto erano già giunte al califfo. Tali entrate erano superiori a quelle riscosse e inviate da ʿAmr ibn al-ʿĀṣ. Il califfo disse: «Vedi? La vacca ha dato più latte». ʿAmr rispose subito: «Sì, ma il vitello resterà affamato». Anche dopo questo episodio, Sua Eccellenza ʿAmr ibn al-ʿĀṣ rimase, come prima, un consigliere sincero e fedele del califfo ʿUthmān. Quando i ribelli dall’Egitto giunsero a Medina, Sua Eccellenza ʿUthmān mandò ʿAmr a convincerli. Egli sfruttò la sua precedente influenza e li rimandò indietro. Inoltre, ogni volta che si presentava un problema davanti a Sua Eccellenza ʿUthmān, egli si consultava con ʿAmr ibn al-ʿĀṣ. ʿAmr gli dava consigli con la massima sincerità. Quando la cospirazione contro il califfo Sua Eccellenza ʿUthmān assunse proporzioni estreme, egli convocò una riunione del majlis al-shūrā. Sua Eccellenza ʿAmr ibn al-ʿĀṣ era uno dei membri principali di quella riunione. Dopo essersi consultato con la shūrā, il califfo chiese espressamente ad ʿAmr la sua opinione. Egli consigliò al califfo di seguire l’esempio dei due califfi precedenti, Abū Bakr e ʿUmar, che Dio sia soddisfatto di loro: essere mite quando necessario e severo quando necessario.

Dopo essere stato rimosso dall’incarico di wālī dell’Egitto, si ritirò sostanzialmente dalla politica e andò a vivere in Palestina. Tuttavia, di tanto in tanto si recava a Medina. Quando il califfo ʿUthmān fu assediato dai ribelli, ʿAmr ibn al-ʿĀṣ si trovava a Medina. Vedendo che la ribellione era ormai fuori controllo, lasciò Medina dicendo: «Allah umilierà chiunque abbia avuto parte nell’uccisione di ʿUthmān, e chi non è in grado di aiutarlo dovrebbe lasciare Medina». Lasciò Medina e si recò in Siria. Tuttavia, continuò sempre a informarsi sulle condizioni di Medina tramite altre persone. In seguito ebbero luogo il martirio di Sua Eccellenza ʿUthmān e la Battaglia del Cammello; ma egli non abbandonò il suo isolamento in Siria e non si lasciò coinvolgere in alcun modo.

Tra Sua Eccellenza ʿAlī e Sua Eccellenza Muʿāwiya sorse un conflitto. Sua Eccellenza ʿAlī chiese a Sua Eccellenza Muʿāwiya di prestargli giuramento di obbedienza. Muʿāwiya si consultò con ʿAmr ibn al-ʿĀṣ. È stato riferito che, inizialmente, ʿAmr disse a Muʿāwiya: «In nessuna circostanza la comunità musulmana vi riconoscerà una posizione pari a quella di ʿAlī». In seguito, però, si vide che in quella disputa ʿAmr ibn al-ʿĀṣ si schierò completamente dalla parte di Muʿāwiya. Nella battaglia di Ṣiffīn tra le due parti, ʿAmr era il comandante dell’esercito di Muʿāwiya, che Allah sia soddisfatto di lui. Su consiglio di ʿAmr, nel momento in cui la sconfitta era imminente, Muʿāwiya appese copie del Corano alle lance, propose ad ʿAlī, che Allah sia soddisfatto di lui, un arbitrato e lo costrinse a proclamare una tregua. In seguito, per risolvere la disputa, fu istituito un collegio arbitrale composto da due membri: ʿAmr ibn al-ʿĀṣ fu il rappresentante designato da Muʿāwiya, mentre Abū Mūsā al-Ashʿarī, che Allah sia soddisfatto di lui, fu il rappresentante designato da ʿAlī, che Allah sia soddisfatto di lui.

Dopo una lunga discussione sulla questione, ʿAmr e Abū Mūsā al-Ashʿarī giunsero a Dūmat al-Jandal per annunciare la loro decisione. Tuttavia, al momento dell’annuncio, ʿAmr si discostò dalla decisione precedente e, mediante un espediente diplomatico, proclamò Muʿāwiya califfo; subito dopo fece proclamare anche dall’avversario Abū Mūsā — che Allah si compiaccia di lui — la deposizione di ʿAlī — che Allah si compiaccia di lui.

La possibilità di porre fine al conflitto autodistruttivo della comunità musulmana, emersa con la costituzione del collegio arbitrale, fallì, secondo gli storici, a causa delle astute manovre di ʿAmr. Il conflitto e la guerra ricominciarono tra le due fazioni. ʿAmr attaccò l’Egitto, sconfisse e uccise Muḥammad ibn Abī Bakr, nominato governatore dell’Egitto da ʿAlī, e conquistò il paese.

In seguito, alcuni estremisti della setta kharigita decisero che, poiché le principali cause della divisione della comunità musulmana erano tre uomini — ʿAlī, Muʿāwiya e ʿAmr — essi dovevano essere eliminati dal mondo. Questo incarico fu affidato a Ibn Muljam, a Barak ibn ʿAbd Allāh e ad ʿAmr ibn Bakr al-Tamīmī. In conformità con la decisione, nel giorno e all’ora stabiliti essi attaccarono i tre uomini in luoghi diversi. ʿAlī fu martirizzato; Muʿāwiya sopravvisse riportando soltanto una lieve ferita. Poiché ʿAmr era malato, Khārija ibn Ḥudhāfa era uscito per guidare la preghiera al suo posto; l’attentatore lo scambiò per ʿAmr ibn al-ʿĀṣ, lo colpì e lo uccise. Così anche ʿAmr sopravvisse.

L’emiro Muʿāwiya — che Allah si compiaccia di lui — nominò ʿAmr wālī dell’Egitto. Durante il suo governatorato nacque un certo malinteso tra lui e l’emiro Muʿāwiya; tuttavia, attraverso la mediazione di una terza parte, i due sottoscrissero un accordo ed egli rimase in carica come governatore dell’Egitto. Mentre ricopriva tale incarico, nell’anno 43, oppure secondo altre opinioni nel 47 o nel 51 dell’Egira, si ammalò e perse ogni speranza di vivere. Negli ultimi giorni della sua vita fu profondamente tormentato dal rimorso per gli errori commessi in passato.

Quando era sul letto di morte, Ibn ʿAbbās andò a fargli visita. Dopo essersi scambiati il saluto, gli chiese: «Abū ʿAbd Allāh, come ti senti?». ʿAmr rispose: «Di che cosa mi chiedi? Il mio mondo è stato edificato, ma la mia religione è stata rovinata. Se fosse avvenuto il contrario, sono certo che avrei avuto successo. Se ciò che si desidera alla fine della vita portasse frutto, lo desidererei certamente. Se ci fosse una via per fuggire e salvarsi, fuggirei. Ma ora sono sospeso tra il cielo e la terra come una catapulta: non riesco a salire con l’aiuto delle mani né a scendere con l’aiuto dei piedi. Nipote, dammi qualche consiglio che possa essermi utile». Ibn ʿAbbās disse: «Ahimè! Dove trovare ancora il tempo? Ora il nipote è diventato vecchio ed è divenuto tuo fratello. Se ora mi chiedi di piangere, posso piangere». ʿAmr disse: «Ho ormai più di ottant’anni e tu mi stai facendo disperare della misericordia di Allah. O Allah, questo Ibn ʿAbbās mi fa disperare della Tua misericordia. Infliggimi ora una punizione che Ti renda soddisfatto». Ibn ʿAbbās disse: «Abū ʿAbd Allāh, ciò che hai preso era nuovo, mentre ciò che stai dando è vecchio». ʿAmr disse: «Ibn ʿAbbās, che cosa ti è successo? Stai dicendo il contrario di ciò che dico io». (Al-Istīʿāb)

ʿAbd al-Raḥmān ibn Shammāsa racconta: andò a visitare ʿAmr ibn al-ʿĀṣ sul letto di morte. ʿAmr cominciò a piangere rivolto verso la parete. Suo figlio ʿAbd Allāh disse: «Padre, perché piangi? Il Messaggero di Allah — pace e benedizioni su di lui — non ti ha forse dato questa e quella buona notizia?». Egli rispose: «Il mio bene più prezioso è la testimonianza: “Non c’è divinità all’infuori di Allah; Muḥammad è il Messaggero di Allah”. Nella mia vita ho attraversato tre periodi. Uno di essi trascorse quando ero un nemico accanito. Il mio desiderio più ardente era uccidere il Messaggero di Allah — pace e benedizioni su di lui — in qualunque modo. Poi iniziò il secondo periodo della mia vita: prestai il giuramento di fedeltà nelle mani del Messaggero di Allah — pace e benedizioni su di lui — e abbracciai l’Islam. A quel tempo nessuno mi sembrava più amato o più degno di rispetto del Messaggero di Allah — pace e benedizioni su di lui. Per il grande rispetto e timore che provavo per lui, non riuscivo a sollevare bene gli occhi verso di lui. Se oggi qualcuno mi chiedesse com’era il suo volto benedetto, non saprei dirgli nulla. Se fossi morto allora, avrei avuto speranza nel Paradiso. Poi venne il terzo periodo della mia vita. In quel periodo ho compiuto azioni di vario genere e non so quale sarà ora la mia condizione. Quando morirò, che coloro che fanno lamenti funebri non accompagnino il mio corteo funebre. Durante la sepoltura, gettate lentamente la terra su di me. Dopo la sepoltura, restate presso la tomba per il tempo necessario a macellare un animale e a dividerne la carne, affinché possa familiarizzare con la tomba alla vostra presenza e preparare correttamente le risposte alle domande del Messaggero di Allah». (Muslim, Kitāb al-Īmān)

Raccomandò a suo figlio ʿAbd Allāh come dovesse essere sepolto dopo la sua morte. Poi si dedicò al ricordo di Allah e cominciò a dire: «O Allah, Tu avevi ordinato e io ho disobbedito; Tu avevi proibito e io ho trasgredito. Non sono innocente al punto da poter presentare una scusa, né sono abbastanza forte da poter prevalere». Poi spirò recitando: «Non c’è divinità all’infuori di Allah». In verità apparteniamo ad Allah e a Lui ritorneremo. Il primo di Shawwāl dell’anno 43 dell’Egira, dopo la preghiera dellʿĪd al-Fiṭr, suo figlio ʿAbd Allāh guidò la preghiera funebre. Fu sepolto nel luogo chiamato al-Muqattam, in Egitto. Accanto alla sua tomba, tuttora riconoscibile, sorge la prima moschea dell’Egitto, la Jāmiʿ ʿAmr ibn al-ʿĀṣ, costruita con le sue stesse mani. Al momento della morte aveva novant’anni.

Dopo aver abbracciato l’Islam, la maggior parte della vita di ʿAmr ibn al-ʿĀṣ trascorse sui campi del jihād. Per questo ebbe ben poche occasioni e poco tempo per acquisire e approfondire il sapere. Provava una particolare gioia e un particolare piacere nel recitare il Corano, che recitava con grande bellezza. Sebbene la sua vita fosse trascorsa sui campi del jihād, utilizzò il tempo di cui disponeva per migliorare la propria conoscenza e le proprie opere grazie alla compagnia del Messaggero di Allah — pace e benedizioni su di lui. Narrò 39 ḥadīth, ossia detti, del Messaggero di Allah — pace e benedizioni su di lui. Di questi, tre sono muttafaqun ʿalayhi, cioè riportati sia da al-Bukhārī sia da Muslim; tre furono riportati esclusivamente da Muslim. Numerosi Compagni e tābiʿūn narrarono ḥadīth da lui.

Hazrat Amr ibn al-As, nonostante gli impegni del jihad, assolveva anche il compito di impartire insegnamenti e di esortare e ammonire. Dopo la vittoria nella battaglia di Dhat as-Salasil, rimase lì per istruire e addestrare i nuovi musulmani. Dopo la morte del Messaggero di Allah, quando l’attrazione di alcune persone verso il mondo terreno aumentò, nei suoi sermoni e discorsi esortava la gente a seguire l’esempio del Messaggero di Allah.

Era anche amante della letteratura. Fu il più grande prosatore della sua epoca. Esprimere pensieri profondi con poche parole, ricorrere a belle similitudini e ornare le frasi e i pensieri erano caratteristiche peculiari della sua produzione letteraria. Nei libri di storia sono stati conservati numerosi esempi della sua prosa. In particolare, la lettera che il califfo Umar scrisse ad Amr, allora residente in Egitto, ordinandogli di inviare viveri da distribuire durante l’‘Anno della Cenere’, cioè l’anno in cui in Arabia si verificò una terribile carestia, e la risposta che Amr gli inviò sono state tramandate come eccellenti esempi di letteratura. Inoltre, il suo talento letterario si manifestava nei suoi sermoni, nelle sue lettere e nei suoi scritti di vario genere.

Esaminando l’intera vita di Hazrat Amr ibn al-As, si vede che attraversò diverse fasi di prova. Non riuscì ad avere lo stesso successo in tutte. In particolare, per alcuni avvenimenti dell’ultima parte della sua vita da Compagno non è possibile individuare, a prima vista, una giustificazione logica. Gli imam della comunità islamica hanno espresso il giudizio che tali atteggiamenti dell’ultima parte della sua vita fossero errori di ijtihad. Tuttavia, fatta eccezione per alcuni episodi controversi di quel periodo, come per tutti gli altri Compagni, la compagnia del Messaggero di Allah aveva reso la sua vita nel complesso pura e bella come un fiore.

Il Messaggero di Allah stesso riconobbe la solidità della fede di Amr ibn al-As. Disse: «La gente ha abbracciato l’Islam, mentre Amr ibn al-As ha portato la fede». In un’altra occasione disse: «I due figli di al-As, Hisham e Amr, hanno portato la fede». (Musnad dell’Imam Ahmad) La verità di queste parole divenne evidente in un episodio della sua vita. Un giorno Hazrat Rasul-e-Karim gli fece sapere di presentarsi subito, vestito e armato. Amr si presentò immediatamente, come ordinato. Il Messaggero di Allah aveva fatto le abluzioni; alzò lo sguardo verso di lui, poi lo abbassò e disse: «Vorrei mandarti come comandante. Se Allah vuole, sarai al sicuro e otterrai un grande bottino. Anche tu ne riceverai una parte». Amr esclamò subito: «O Messaggero di Allah, non ho abbracciato l’Islam per brama di ricchezze; l’ho abbracciato per l’impulso del cuore». Il Messaggero disse: «La ricchezza lecita è migliore proprio per chi è sincero». In un’altra occasione il Messaggero di Allah disse che Amr ibn al-As era uno degli uomini virtuosi dei Quraysh. (Musnad di Ahmad)

Un giorno era seduto all’ombra della parete della Kaaba e narrava degli hadith alla gente. Disse: «Il Messaggero di Allah ha detto: “Chi ha prestato sinceramente il giuramento di fedeltà a un imam deve sostenerlo con tutte le proprie forze”». Abd ar-Rahman ibn Abd al-Kaaba, il narratore di questo hadith, gli chiese: «Hai ascoltato questo hadith direttamente dal Messaggero di Allah?». Amr indicò le proprie orecchie e il proprio cuore e disse: «Queste mie due orecchie lo hanno udito e il cuore lo ha conservato». Dopodiché Abd ar-Rahman disse: «Vostro cugino Muawiya ci ordina illegalmente di divorarci reciprocamente i beni e di ucciderci ingiustamente». Udendo ciò, Amr rimase in silenzio. Poi disse: «Obbedisci in ciò che non comporta disobbedienza ad Allah e non obbedire in ciò che comporta disobbedienza». Da ciò si comprende che era per natura una persona sincera.

Il nobile Messaggero di Allah amava Amr ibn al-As per il suo operato. Hazrat Hasan racconta che un uomo chiese ad Amr ibn al-As: «Non è forse di indole virtuosa colui che il Messaggero di Allah amò fino all’ultimo respiro?». Egli rispose: «Chi potrebbe dubitare della sua fortuna?». L’uomo disse: «Il Messaggero di Allah vi amò fino all’ultimo respiro».

Per conoscenza, intelligenza e saggezza politica, era uno dei pochi uomini più eminenti dell’Arabia di allora. L’Imam ash-Sha‘bi diceva: «Nell’Arabia islamica vi erano quattro diplomatici; tra loro vi era Amr ibn al-As». (Al-Isaba) In diplomazia, l’unico suo pari era Hazrat Mugيرة ibn Shu‘ba. Il suo aspetto fisico, il modo di camminare e di comportarsi, il suo parlare e ogni altro tratto rendevano evidente che era nato per guidare. Si narra che un giorno Amir al-Mu’minin Umar lo vide arrivare, dapprima sorrise leggermente, poi disse: «Abu Abdillah non dovrebbe camminare sulla terra se non per diventare un comandante o un capo». (Rijalun hawla ar-Rasul, 618)

Il Messaggero di Allah riconobbe la correttezza dei suoi giudizi. «Nell’Islam sei dotato di un giudizio corretto»: così gli disse il Messaggero. (Kanz al-Ummal) Quando Hazrat al-Faruq al-A‘zam vedeva una persona ottusa, diceva con stupore: «Il creatore di quest’uomo e di Amr ibn al-As è forse la stessa Entità!». (Al-Isaba)

Grazie all’inesauribile intelligenza e all’audacia di Hazrat Amr, il Nobile Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) gli affidò la responsabilità di numerose spedizioni importanti. In alcuni casi lo nominò comandante anche al di sopra di Compagni di elevata posizione, come Abu Bakr, Umar e Abu Ubayda (che Allah sia soddisfatto di loro). In verità, in ogni momento difficile della comunità musulmana egli dimostrò le capacità e l’intelligenza proprie di un comandante e di una guida. Proprio considerando le sue capacità, un governante perspicace come Umar (che Allah sia soddisfatto di lui) lo nominò comandante della Palestina, della Giordania e poi dell’Egitto, mantenendolo in tale incarico fino all’ultimo giorno del suo califfato.

Nella storia è ricordato come «Fātiḥ Miṣr», il conquistatore dell’Egitto. Tuttavia, non fu conquistatore nel senso in cui solitamente si intende questo termine. In realtà, fu il liberatore degli Egiziani. Liberò gli abitanti dell’Egitto dalla schiavitù e dalle catene imposte dai Romani per centinaia di anni e spianò la strada alla predicazione islamica in tutta l’Africa.

Il jihād fī sabīlillāh fu il capitolo glorioso della vita di Hazrat Amr (che Allah sia soddisfatto di lui). In tutte le battaglie rimase al fianco del celebre comandante Hazrat Khalid ibn al-Walid (che Allah sia soddisfatto di lui). Egli stesso disse: «Fin dall’inizio, sul campo di battaglia, il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) non considerò nessun altro pari a me e a Khalid». (Al-Mustadrak) Ogni volta che a Medina si profilava un pericolo, egli si ergeva immediatamente a difesa, con la spada sguainata. Una volta, per una certa ragione, il terrore si diffuse a Medina. Salim, il liberto di Hazrat Abu Hudhayfa, si recò nella moschea di Medina con la spada in mano. Anche Amr, sguainata la propria spada, si pose al suo fianco. In seguito, durante il sermone, il Nobile Messaggero (pace e benedizioni su di lui) disse: «Perché non vi ponete sotto la protezione di Allah e del Suo Messaggero, e perché non prendete Amr e Salim come modelli?». (Al-Iṣāba)

Hazrat Amr ibn al-As era estremamente generoso. Spendeva con animo largo sulla via di Allah. Lo stesso Messaggero di Dio (pace e benedizioni su di lui) lo riconobbe più volte. Alqama ibn Ramtha al-Balawi narrò: il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) mandò Amr con un esercito in Bahrain, mentre egli stesso partì per un’altra spedizione. Anch’io partecipavo a questa spedizione del Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui). Un giorno il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) fu preso da un leggero sonno. Quando si destò, disse: «Che Allah abbia misericordia di Amr». Tra noi c’erano diverse persone di nome Amr, e ciascuno pensò a una di esse. In questo modo fu sopraffatto dal sonno una seconda e una terza volta e, al risveglio, pronunciò ogni volta le stesse parole. Alla fine perdemmo la pazienza e gli chiedemmo: «Di quale Amr state parlando?». Rispose: «Di Amr ibn al-As». Gli chiedemmo il motivo. Disse: «Mi è tornato alla mente il momento in cui chiesi elemosine alla gente e lui venne portando una grande quantità di elemosina. Quando gli domandai: “Da dove hai portato tutta questa elemosina?”, rispose: “Me l’ha data Allah”». In un’altra occasione, il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) disse per tre volte: «O Allah, perdona Amr ibn al-As. Quando gli ho chiesto di dare l’elemosina, si è presentato portando l’elemosina».

Khalid ibn al-Walid (che Allah sia soddisfatto di lui)

Il suo nome era Abu Sulayman Khalid e il suo titolo era Sayfullah (la spada di Allah). Suo padre era al-Walid ibn al-Mughira e sua madre Lubaba al-Sughra, sorella di Lubaba al-Kubra, moglie di Umm al-Mu’minin Hazrat Maymuna bint al-Harith e di Hazrat al-Abbas ibn Abd al-Muttalib. Il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) e Hazrat al-Abbas (che Allah sia soddisfatto di lui) erano suoi zii materni. (Usd al-Ghaba, 2/93)

La sua famiglia era una delle più nobili tra i Quraysh dell’Arabia preislamica. I due incarichi di Qubba e Ayinna (la responsabilità di dirigere i soldati e gli accampamenti militari) erano affidati alla sua famiglia. All’avvento dell’Islam, Khalid ricopriva questi incarichi. (Al-Isti‘ab, 1/157) Poco prima del trattato di Hudaybiyya, Khalid era il comandante del gruppo che i Quraysh avevano fatto uscire dalla Mecca per osservare i movimenti dei musulmani. Nella battaglia di Uhud combatté valorosamente contro l’esercito musulmano e trasformò in vittoria la sicura sconfitta dell’esercito politeista della Mecca.

Esistono diverse narrazioni riguardo al momento in cui Hazrat Khalid abbracciò l’Islam. Tuttavia, è opinione più diffusa che lo abbia abbracciato poco tempo prima della conquista della Mecca.

Hazrat Amr ibn al-As si stava recando dall’Abissinia a Medina con l’intenzione di abbracciare l’Islam. Durante il viaggio incontrò un’altra carovana diretta a Medina. Anche loro viaggiavano verso Medina con il medesimo scopo. In quel secondo gruppo si trovava Hazrat Khalid. Hazrat Amr ibn al-As gli chiese: «Dove sei diretto?». Khalid rispose: «Per Allah, sono fermamente convinto che quest’uomo sia un profeta; quanto ancora continueremo così? Andiamo ad abbracciare l’Islam». (Al-Isaba, 1/413; Musnad Ahmad) Si recarono a Medina e si presentarono al cospetto del Messaggero di Allah. Prima Khalid, poi Amr ibn al-As, prestarono il bay‘a nelle mani del Messaggero di Allah. Amr tornò alla Mecca, mentre Khalid rimase a Medina.

Hazrat Khalid racconta: dopo che ebbi abbracciato l’Islam, il Messaggero di Allah mi disse: «Avevo scorto in te segni d’intelligenza e speravo che, alla fine, questa intelligenza ti avrebbe condotto soltanto verso il bene e la prosperità». Khalid racconta: quando prestai il bay‘a nelle mani del Messaggero di Allah, gli dissi: «Prega affinché mi siano perdonati tutti i peccati che ho commesso ostacolando la via di Allah». Il Messaggero disse: «L’Islam cancella tutti i peccati del passato». Io dissi: «O Messaggero di Allah, è proprio sulla base di ciò che ti presto il bay‘a». Egli disse: «O Allah, perdona tutti i crimini che costui ha commesso ostacolando la Tua via». (Rijalun hawla al-Rasul, 284-285)

Dopo che ebbe abbracciato l’Islam, il Messaggero di Allah lo mantenne nella posizione militare ereditaria che ricopriva prima dell’Islam e si avvalse dei suoi servigi. (Usud al-Ghaba, 2/93) Prima di abbracciare l’Islam era stato un acerrimo nemico dei musulmani; dopo averlo abbracciato, divenne per i politeisti un avversario terribilmente pericoloso. In innumerevoli battaglie, la sua spada frantumò l’unità dei politeisti.

Dopo aver abbracciato l’Islam, Hazrat Khalid partecipò per la prima volta alla spedizione di Mu’ta. Nell’ambito delle attività di da‘wa, il Messaggero di Allah inviò Hazrat al-Harith ibn ‘Umayr al-Azdi dal governatore di Bosra con una lettera. Shurahbil ibn ‘Amr al-Ghassani uccise al-Harith nel luogo chiamato Mu’ta. Per vendicare questo evento, il Messaggero di Allah inviò un esercito di duemila soldati sotto il comando di Hazrat Zayd ibn Haritha. L’esercito romano avversario contava circa duecentomila uomini. Prima della partenza dell’esercito di Zayd ibn Haritha da Medina, il Messaggero di Allah diede loro queste istruzioni: «Se Zayd morirà da martire in battaglia, il comando passerà a Ja‘far; se Ja‘far morirà da martire, il comando passerà ad ‘Abd Allah ibn Rawaha. E se anche ‘Abd Allah morirà da martire, scegliete tra voi un comandante».

Erano tre: Zayd, Ja‘far e ‘Abd Allah. Erano i tre eroi della spedizione di Mu’ta in Siria. In quella battaglia impari diedero prova di un coraggio e di un valore senza precedenti, conseguendo uno dopo l’altro il martirio. Alla fine Hazrat Khalid assunse il comando. A causa del martirio, uno dopo l’altro, dei tre comandanti, l’esercito musulmano perse il coraggio. Sebbene Khalid non riuscisse a sconfiggere l’esercito nemico, salvò l’esercito musulmano dalla distruzione.

Hazrat Rasul-e Karim annunciò a Medina la notizia del martirio dei tre comandanti sopra menzionati e dell’assunzione del comando da parte di Khalid nel modo seguente:

«Zayd ibn Haritha prese lo stendardo e combatté contro l’esercito nemico, conseguendo il martirio. Poi Ja‘far prese quello stendardo e anch’egli combatté e fu martirizzato. Poi ‘Abd Allah ibn Rawaha prese quello stendardo e anch’egli fu martirizzato. In seguito, uno delle spade di Allah prese quello stendardo e Allah gli concesse la vittoria per mezzo suo». (Rijalun hawla al-Rasul, 286) In questo modo egli ricevette il titolo di “Saifullah”, la Spada di Allah. Tuttavia, esistono opinioni divergenti riguardo all’evento o al momento in cui ricevette questo titolo. Secondo un’altra narrazione, in un certo luogo Hazrat Rasul-e Karim era fermo. Quando qualcuno gli passava accanto, egli chiedeva: «Chi è?». Gli veniva risposto: «Tizio». A un certo punto passò Khalid. Il Messaggero chiese: «Chi è?». Gli fu risposto: «Khalid». Egli disse: «Quanto è eccellente Khalid, il servo di Allah! Egli è una delle spade di Allah». Questo avvenne dopo Mu’ta. (Usud al-Ghaba, 2/94; Al-Isaba, 1/413)

Hazrat Khalid aveva partecipato alla spedizione di Mu’ta come semplice soldato agli ordini dei tre comandanti Zayd, Ja‘far e ‘Abd Allah. Quando l’ultimo dei tre menzionati conseguì il martirio, Hazrat Thabit ibn Aqram corse verso lo stendardo e lo tenne sollevato con la mano destra, affinché nell’esercito musulmano non si producesse alcun disordine. Tenendo alto lo stendardo, corse da Hazrat Khalid e gli disse: «Khudh al-liwa’a ya Aba Sulayman» — «O Abu Sulayman, prendi lo stendardo». Sapeva bene che Khalid, essendo un neomusulmano, non aveva il diritto di guidare un esercito nelle cui file si trovavano i Muhajirun e gli Ansar, i primi ad aver abbracciato l’Islam. Con grande rispetto, egli disse a Thabit ibn Aqram: «No, non posso prendere lo stendardo; tu ne sei più degno. Sei più anziano e sei un badri, cioè hai partecipato alla battaglia di Badr». Thabit rispose: «Prendilo: tu sei più abile di me in guerra. Ho portato questo stendardo proprio per te». Poi Hazrat Thabit si rivolse all’esercito musulmano e chiese: «Accettate il comando di Khalid?». Essi risposero all’unisono: «Sì, lo accettiamo». (Rijalun hawla al-Rasul, 286-287) Khalid racconta: «Nella battaglia di Mu’ta, sette spade si spezzarono nelle mie mani. Alla fine rimase intatta una spada yemenita». (Usud al-Ghaba, 2/94)

Durante la conquista della Mecca fu compagno del Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui). Il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) gli affidò il comando dell’ala meridionale dell’esercito musulmano. Sebbene la conquista della Mecca fosse avvenuta senza spargimento di sangue, quel giorno alcuni politeisti persero la vita per mano di Khalid. Egli stava entrando alla Mecca dalla direzione di Qudār, quando lungo il cammino si imbatté in un gruppo di politeisti meccani. I politeisti cominciarono a scagliare frecce. Egli rispose lanciando frecce contro di loro. Alcuni politeisti rimasero uccisi. Per questo dovette rendere conto della sua azione al Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui). Quando il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) seppe che erano stati i politeisti a sferrare per primi l’attacco, accettò l’accaduto come volontà di Allah e rimase in silenzio.

Partecipò alla spedizione di Hunayn. L’esercito musulmano fu formato da dodicimila soldati. Il venerabile Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) divise l’intero esercito in diverse unità su base tribale. La tribù dei Banu Sulaym si trovava all’avanguardia dell’intero esercito, e il suo comandante era il venerabile Khalid. In questa battaglia dimostrò straordinario coraggio e valore. Riportò ferite in diverse parti del corpo. Il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) venne a visitarlo, soffiò sulle sue ferite ed egli guarì rapidamente. (Usud al-Ghaba, 2/95) Nella spedizione di Ta’if, Khalid era il comandante dell’avanguardia. Nel nono anno dell’Egira partecipò anche alla spedizione di Tabuk. In quella spedizione il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) lo inviò con quattrocento soldati contro Ukaydir ibn Abd al-Malik, capo di Dumat al-Jandal. Khalid uccise il fratello di Ukaydir, lo catturò e lo condusse al cospetto del Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui).

Nel nono anno dell’Egira, il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) mandò Khalid presso la tribù dei Banu Jadhima con l’incarico di invitarla all’Islam. In seguito all’invito di Khalid, la tribù dei Banu Jadhima accettò l’Islam. Tuttavia, non riuscendo, per ignoranza, a esprimere correttamente la propria adesione, Khalid li fraintese. Ordinò di attaccarli. Di conseguenza, molti membri di quella tribù furono uccisi o feriti. Quando il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) venne a conoscenza dell’accaduto, ne fu profondamente addolorato. Alzò le mani e pregò: «O Allah, io sono completamente esente da responsabilità per ciò che Khalid ha fatto». Poi mandò il venerabile Ali, che risarcì integralmente tutti i loro danni. Risarcì persino il valore dei loro cani uccisi. (Bukhari, Kitab al-Maghazi; Usud al-Ghaba, 2/94)

Dopo questo episodio, quando Khalid tornò a Medina, ebbe una disputa verbale con Abd al-Rahman ibn Awf in merito alla vicenda. A un certo punto Khalid rivolse alcune offese ad Abd al-Rahman. Quando la cosa giunse alle orecchie del Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui), egli si adirò e disse a Khalid: «Non insultate i miei Compagni. Se uno di voi spendesse oro pari alla montagna di Uhud, non potrebbe comunque eguagliare ciò che essi hanno speso, neppure la quantità di un mudd o la metà di essa». (Usud al-Ghaba, 2/95)

Nel decimo anno dell’Egira, il venerabile Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) mandò Khalid presso la tribù dei Banu Abd al-Maddan, nel Najran, per invitarla all’Islam. Poiché Khalid aveva commesso un grave errore prendendo una decisione affrettata nel caso dei Banu Jadhima, prima della partenza il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) gli diede un’istruzione speciale: «Dovrai soltanto invitare all’Islam; in nessuna circostanza sguainerai la spada». Egli osservò questa istruzione alla lettera. Grazie al suo invito, l’intera tribù degli Abd al-Maddan accettò l’Islam. Così, per la prima volta, un soldato del campo di battaglia si manifestò come un autentico da‘i dell’Islam, cioè come colui che invita all’Islam. Egli impartì a tutti questi nuovi musulmani insegnamento ed educazione spirituale, poi li condusse con sé al cospetto del Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui). Nello stesso anno Ali e Khalid (che Allah sia soddisfatto di loro) furono inviati a portare l’invito all’Islam agli abitanti dello Yemen. Gli yemeniti risposero al loro invito e accettarono l’Islam.

Al-‘Uzza era uno dei centri del culto degli idoli dei Quraysh dell’Arabia preislamica. Il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) mandò Khalid a distruggere quel centro. Giunto sul posto, egli lo rase al suolo recitando i seguenti versi: «O ‘Uzza, tu non sei santa; noi ti rinneghiamo. Ho visto che Allah ti ha umiliata». (Usud al-Ghaba, 2/94)

Con la morte del venerabile Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui), in ogni parte della penisola arabica si sollevò una grave fitna da parte degli apostati, dei falsi pretendenti alla profezia e di coloro che rifiutavano di pagare la zakat. Per spezzare la spina dorsale di questi fautori della fitna, il califfo Abu Bakr (che Allah sia soddisfatto di lui) preparò un esercito e salì personalmente a cavallo per partire. Tuttavia, i Compagni più eminenti ritennero che in quel momento il califfo dovesse rimanere a Medina, sede del califfato. Il venerabile Ali (che Allah sia soddisfatto di lui) afferrò le redini del cavallo del califfo e gli chiese: «Califfo del Messaggero di Allah, dove vai? Ti riferisco ciò che il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) ti disse il giorno di Uhud: “O Abu Bakr, la tua spada è diventata furiosa; non farci soffrire mettendo te stesso in pericolo”». Il califfo revocò la decisione e rimase a Medina. Divise l’intero esercito in undici unità e affidò a Khalid il comando di una di esse. Quando congedò Khalid da Medina, gli disse: «Ho sentito il Messaggero di Allah parlare di te così: “Khalid è una spada di Allah, che Allah ha sguainato contro i miscredenti e gli ipocriti. Quanto è bravo servo di Allah Khalid e quanto è bravo fratello della tribù”». (Rijalun Hawla al-Rasul, 291)

Il venerabile Khalid partì da Medina con il suo esercito. Prima di ogni spedizione impartiva alle sue truppe questa istruzione: «Non trattate male i contadini. Lasciateli vivere al sicuro. Tuttavia, se qualcuno di loro uscisse per combattervi, combattetelo».

Khalid condusse una spedizione contro il falso profeta Tulayha. La battaglia infuriava. In ogni scontro, i compagni di Tulayha subivano una sconfitta. Un giorno Tulayha chiese ai suoi più stretti collaboratori: «Perché stiamo subendo sconfitte così pesanti?». Essi risposero: «Perché ciascuno di noi desidera che il proprio compagno muoia prima di lui. Invece, ognuno di coloro contro i quali combattiamo desidera morire prima del proprio compagno». (Hayatus Sahaba, 3/693) Khalid uccise i compagni e i seguaci di Tulayha e ne catturò trenta, che inviò a Medina. Condusse poi una spedizione contro Musaylima il Bugiardo. Il falso Musaylima fu ucciso per mano di Wahshi, l’uccisore di Hamza.

Dopo aver estirpato la fitna dei falsi profeti, Hazrat Khalid si diresse contro coloro che rifiutavano di pagare la zakat e contro i murtadd (gli apostati, cioè coloro che avevano abbandonato l’Islam). Per primi attaccò le tribù di Asad e Ghatafan. Alcuni di loro furono uccisi, altri fatti prigionieri, mentre i rimanenti si pentirono e tornarono all’Islam. (Tarikh al-Khulafa, al-Suyuti, 72) In tutte le spedizioni condotte contro i murtadd, Khalid fu in prima linea. Al-Tabari disse: «Tutte le vittorie ottenute nelle spedizioni contro i murtadd sono merito di Khalid e degli altri».

Dopo aver sedato i disordini interni, Hazrat Khalid avanzò verso l’Iraq. Nelle battaglie di Mazar, Qaysar, Alim, Amghishiya, Hira, Anbar, Ayn al-Tamr, Dumat al-Jandal, Hasid, Khanafis, Sana, Bishr, Firad e in molte altre, dimostrò un coraggio e una strategia incomparabili, sottomettendo l’intero Iraq. L’ultima battaglia tra Hazrat Khalid e gli iracheni ebbe luogo a Firad. Su una riva dell’Eufrate si trovava l’esercito musulmano, sull’altra l’esercito iracheno riunito. Gli iracheni proposero: «O venite voi da questa parte, oppure permetteteci di passare dall’altra». Hazrat Khalid accettò la proposta e consentì loro di attraversare. Ebbe così inizio uno scontro furioso tra le due parti. L’esercito musulmano circondò il nemico da tre lati. Alle sue spalle c’era l’Eufrate, le cui acque agitavano le onde. Non restava loro altra via: se si ritiravano, sarebbero annegati; se avanzavano, sarebbero caduti sotto le spade dei soldati musulmani. Hazrat Khalid intrappolò l’intero esercito nemico in una simile macina e lo stritolò. Dopo questa battaglia, Hazrat Khalid partì segretamente per compiere l’hajj.

Mentre Hazrat Khalid combatteva in Iraq, in Siria un altro esercito musulmano era impegnato in combattimento. Non appena Khalid concluse la campagna in Iraq, dalla corte del califfo gli fu ordinato di unirsi all’esercito stanziato in Siria. Khalid giunse a Bosra dall’Iraq. L’esercito islamico lo attendeva già lì. Appena arrivato, Khalid attaccò Bosra. Gli abitanti di Bosra salvarono la vita stipulando un trattato di pace.

Terminata la campagna di Bosra, Hazrat Khalid e Abu Ubaida giunsero ad Ajnadayn. Hazrat Amr ibn al-As si trovava già sul posto. Nel tredicesimo anno dell’Egira ebbe luogo una battaglia furiosa. Ajnadayn fu sottomessa da Khalid.

L’esercito musulmano, sotto il comando del generale Abu Ubaida, assediava Damasco da ogni lato. Hazrat Khalid era incaricato di uno dei fronti. Nonostante tre mesi d’assedio, non si otteneva alcun risultato. In quel periodo nacque un figlio al sacerdote di Damasco. Gli abitanti della città si abbandonarono alla gioia, bevendo vino durante i festeggiamenti per la nascita. Durante la guerra, Hazrat Khalid quasi non dormiva di notte; era impegnato nell’organizzazione militare e nella raccolta di informazioni sul nemico. Venuto a conoscenza della situazione degli abitanti di Damasco, prese immediatamente una decisione e ordinò alle sue truppe di correre alle porte delle mura cittadine e attaccare non appena avessero udito il takbir. Nel frattempo, selezionò alcuni soldati scelti, entrò all’interno con l’aiuto di corde e, dopo aver ucciso di sorpresa le guardie della porta, ne spezzò la serratura e cominciò a proclamare il takbir. Appena udirono il takbir, i soldati che attendevano fuori entrarono tutti insieme. Gli abitanti della città erano allora immersi nel sonno. Sorpresi da quell’attacco improvviso, furono presi dal panico e dal terrore. Presero rapidamente la decisione di proporre un trattato di pace al generale Abu Ubaida e aprirono con le proprie mani le altre porte delle mura cittadine. Da una parte Hazrat Khalid entrò da conquistatore, dall’altra Hazrat Abu Ubaida concluse un trattato di pace: sebbene metà della città fosse stata conquistata con la guerra, Abu Ubaida trattò comunque tutti gli abitanti della città allo stesso modo, secondo i termini dell’accordo. (Tarikh di Ibn al-Athir, 6/329)

Khalid partecipò anche alla battaglia di Fahl. In quella battaglia era il comandante dell’avanguardia. I Romani subirono una terribile sconfitta. Dopo Fahl, Khalid e Abu Ubaida avanzarono verso Homs. In quel periodo, Yazid ibn Abu Sufyan era responsabile dell’amministrazione di Damasco. I Romani tentarono nuovamente di impadronirsi di Damasco. Yazid oppose resistenza. La battaglia infuriava. In quel momento Hazrat Khalid apparve alle loro spalle come una cometa. Tutti i soldati dell’esercito romano, tranne pochi, furono uccisi dall’esercito di Khalid.

Dopo aver appreso delle sconfitte dell’esercito romano sui vari fronti della Siria, a un certo punto il governatore romano del luogo espresse il desiderio di stipulare un trattato di pace con i musulmani. Ma i suoi consiglieri lo incitarono alla guerra, dicendo: «Impediremo certamente ai cavalieri di Abu Bakr di entrare nella nostra terra». Radunarono allora a Yarmuk un enorme esercito di duecentoquarantamila uomini, sotto il comando del generale Mahan. Anche i loro sacerdoti e monaci uscirono dai luoghi di ritiro e incitarono la popolazione in nome della religione. Il califfo Abu Bakr (ra) udì la notizia e commentò: «Per Allah, curerò questa provocazione delle loro passioni per mezzo di Khalid». Sì, quel giorno Khalid fu per i Romani l’antidoto decisivo contro quella terribile malattia.

Quando Ḥazrat Khālid giunse sul campo, vide che i vari comandanti dell’esercito musulmano guidavano separatamente ciascuno i propri soldati. Rivolse ai combattenti musulmani un breve discorso. Dopo aver lodato Allah e il Suo Messaggero, disse: «Questo giorno è uno dei giorni di Allah. In un giorno simile non si devono manifestare orgoglio e arroganza. Siate sinceri nel vostro jihād e, attraverso le vostre azioni, cercate il compiacimento di Allah. Venite, condividiamo l’imārah, ossia la leadership. Alcuni di noi siano amīr oggi, altri domani e altri ancora dopodomani. In questo modo, tutti voi sarete amīr. Lasciatemi questo giorno». Tutti accettarono la proposta. (Rijālūn ḥawla al-Rasūl, 295) Nominò un ufficiale per ciascuna delle 38/36 divisioni complessive in cui aveva suddiviso l’intero esercito. Quel giorno dispose l’esercito musulmano in un modo che gli Arabi non avevano mai visto prima.

Dopo che l’esercito musulmano ebbe preso posizione a Yarmūk, Ḥazrat Khālid chiamò le donne e, per la prima volta, consegnò loro delle spade, ordinando: «Voi rimarrete dietro i mujāhid musulmani. Se vedete qualcuno fuggire e arretrare, uccidetelo con questa spada». (Rijālūn ḥawla al-Rasūl, 295)

Nel corso di questi preparativi, un mujāhid musulmano disse con voce disperata: «Quanto è grande il numero dei Romani e quanto è piccolo il nostro!». Khālid gli disse: «Non è corretto parlare così. Di’ piuttosto: quanto sono pochi i Romani e quanto sono numerosi i musulmani — non in base al numero degli uomini; infatti, la vittoria accresce il numero dell’esercito, mentre la sconfitta lo riduce. Per Allah, se gli zoccoli del mio cavallo fossero in buone condizioni, non mi preoccuperei affatto della loro superiorità numerica». (Tārīkh al-Ummah al-Islāmiyyah, 1/193) Va ricordato che, durante il lungo viaggio, gli zoccoli del cavallo di Ḥazrat Khālid, ‘Askar, si erano feriti.

Poco prima dell’inizio della battaglia di Yarmūk, il comandante romano Māhān fece sapere tramite un emissario di voler parlare direttamente con Khālid. Khālid accettò. I due comandanti si trovarono faccia a faccia nella pianura tra i due eserciti. Il comandante romano disse a Khālid: «Abbiamo saputo che il duro lavoro e la fame vi hanno cacciati dal vostro Paese e vi hanno condotti qui. Se volete, possiamo dare a ciascuno di voi dieci dīnār, un abito e del cibo. In cambio, tornerete nel vostro Paese. Anche l’anno prossimo vi manderò cose simili». Khālid comprese l’umiliazione celata nelle parole del comandante romano. Digrignando i denti per la rabbia, gli scagliò una risposta appropriata. Disse: «Non è la fame che ci ha cacciati dal nostro Paese e condotti qui, come hai detto. Tuttavia, siamo una gente assetata di sangue. Abbiamo saputo che sulla terra non esiste sangue più allettante e più nobile di quello dei Romani. Perciò siamo venuti attratti da quel sangue». Non appena ebbe pronunciato queste parole, il valoroso Khālid tirò le redini del cavallo, tornò direttamente al proprio esercito e dichiarò l’inizio della battaglia al grido di «Allāhu akbar, ḥayya riyaḥ al-jannah!».

L’esercito romano avanzò con una tale ferocia che gli Arabi non avevano mai visto nulla di simile. Ikrimah ibn Abī Jahl e Qaqāʿ ibn ʿAmr erano responsabili del centro dell’esercito musulmano. Khālid ordinò loro di attaccare. I due si lanciarono contro l’esercito nemico recitando versi di poesia. Ebbe inizio una battaglia totale. Khālid ordinò a tutto il suo esercito di attaccare. Penetrò nel centro della cavalleria e della fanteria romane. Ovunque passava, l’esercito romano veniva fatto a pezzi. La feroce battaglia proseguì ininterrottamente per un giorno e una notte. La mattina seguente, Khālid fu visto sulla tribuna del comandante romano. Secondo al-Ṭabarī, oltre ai caduti sul campo di battaglia, centoventimila soldati romani che fuggivano nelle retrovie annegarono nel fiume Giordano.

La battaglia era finita. La mattina seguente, Ikrimah e suo figlio ʿAmr ibn Ikrimah furono trovati ricoperti di ferite. Khālid posò la testa di Ikrimah sulla propria coscia e quella di ʿAmr sullo stinco, accarezzò loro il capo e, versando gocce d’acqua nelle loro gole, disse: «Ibn al-Khaṭṭāb», cioè ʿUmar, pensava che non sapessimo morire da martiri. Niente affatto». In questa battaglia morirono da martiri tremila soldati musulmani. (Tārīkh al-Ummah al-Islāmiyyah, 1/193)

L’influenza esercitata dalla personalità di Khālid ibn al-Walīd sull’esercito romano si può comprendere attraverso diversi episodi. La battaglia di Yarmūk era in corso. A un certo punto, un comandante dell’esercito romano, di nome Jarjah, uscì dal proprio accampamento. Il suo scopo era parlare direttamente con Khālid. Khālid gli concesse tempo e opportunità. Jarjah disse: «Khālid, dimmi una cosa vera, non mentire. Un uomo libero e nobile non mente. Allah ha forse donato dal cielo al vostro Profeta una spada, che egli ha dato a te, e tutti coloro contro i quali quella spada è stata levata sono stati sconfitti?»

Khālid: «No».

Jarjah: Allora perché siete chiamato «la Spada di Allah»?

Khalid: Allah inviò tra noi il Suo Messaggero. Alcuni di noi credettero in lui, altri no. All’inizio appartenevo a quest’ultimo gruppo. Poi Allah volse il mio cuore. Credetti nel Suo Messaggero e gli prestai il giuramento di fedeltà. Il Messaggero pregò per me e mi disse: «Tu sei una delle spade di Allah». Così divenni «la Spada di Allah».

Jarjah: A cosa invitate la gente?

Khalid: All’unicità di Allah e all’Islam.

Jarjah: In che modo? Voi siete già in vantaggio.

Khalid: Ci alzavamo e sedevamo insieme al Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui). Abbiamo visto i suoi miracoli e i suoi eventi soprannaturali. Chiunque vedesse ciò che abbiamo visto e udisse ciò che abbiamo udito dovrebbe certamente accettare facilmente l’Islam. Quanto a voi, che non lo avete visto né avete udito le sue parole, ma avete comunque creduto nell’invisibile, la vostra ricompensa è ancora più grande, se credete sinceramente in Allah.»

Jarjah spronò il cavallo, si fermò accanto a Khalid e disse: Khalid, insegnami l’Islam.

Jarjah abbracciò l’Islam e compì due rakaʿat di preghiera. Queste due rakaʿat furono la prima e l’ultima preghiera della sua vita. Poi questo romano neomusulmano, desideroso del martirio, marciò con l’esercito musulmano per combattere contro i Romani. Allah, l’Altissimo, esaudì il suo desiderio. Egli divenne un martire (Rijalun hawla ar-Rasul, 299-301).

Avendo appreso della rovinosa sconfitta dell’esercito romano a Yarmuk, Eraclio si ritirò, lasciandosi alle spalle la città di Homs. Mentre partiva, disse: «Pace su di te, o Siria, una pace dopo la quale non ci sarà più incontro»; o Siria, addio. Dopo Yarmuk, Hazrat Khalid conquistò Hādir.

Terminata la spedizione di Hādir, Khalid si diresse verso Qinnasrin. Gli abitanti di Qinnasrin entrarono preventivamente nella fortezza e ne chiusero le porte, allo scopo di opporsi all’esercito musulmano. Hazrat Khalid disse loro: «Anche se trovaste rifugio sulle nuvole, Allah mi farebbe salire fin lassù oppure vi farebbe scendere e condurre da noi». (Tārīkh al-Ummah al-Islāmiyyah, 2/4) Gli abitanti di Qinnasrin, pensando alla sorte degli abitanti di Homs, conclusero un trattato di pace con Khalid.

Gerusalemme era sotto assedio. Tra i comandanti dell’esercito musulmano impegnati nell’assedio vi era anche Khalid. Gli abitanti cristiani di Gerusalemme, non sapendo più cosa fare, proposero una tregua. Tuttavia, posero come condizione che fosse lo stesso Amīr al-Mu’minīn ʿUmar a firmare di propria mano il trattato. Per rispettare la loro richiesta, Khalid si recò dalla Medina in Siria. Convocò a Jābiya gli ufficiali dell’esercito musulmano stanziati in Siria. Khalid giunse indossando abiti estremamente sfarzosi. Non appena il califfo lo vide, egli scese da cavallo e gli lanciò dei sassolini, dicendo: «Hai cambiato abitudini così in fretta?». Khalid sollevò la sua arma e disse: «Tuttavia, le abitudini da soldato non sono venute meno». Il califfo disse: «Allora non c’è alcun problema». Nell’anno 17 dell’Egira, Abū ʿUbayda e Khalid repressero congiuntamente la rivolta di Homs. Con ciò ebbe fine in tutta la Siria il dominio romano durato centinaia di anni.

Il califfo Hazrat ʿUmar non risparmiò neppure un comandante così illustre. Ridusse Khalid dal grado di comandante a quello di semplice soldato. Gli storici divergono sull’anno della sua destituzione. Secondo alcuni, fu rimosso nell’anno 17 dell’Egira, dopo che erano trascorsi cinque anni dal califfato di Hazrat ʿUmar. Secondo altre narrazioni, Hazrat ʿUmar lo destituì subito dopo aver assunto il califfato, mentre Hazrat Khalid conduceva le operazioni sul campo di battaglia di Yarmuk.

La vicenda della destituzione di Hazrat Khalid è stata narrata in modi diversi da persone diverse. Alcuni hanno detto che a Yarmuk infuriava una terribile battaglia. In quel momento, un messaggero del nuovo califfo ʿUmar giunse dalla Medina sul campo di battaglia portando una lettera. La lettera conteneva due comunicazioni: la notizia della morte di Abū Bakr e la nomina di Abū ʿUbayda al posto di Khalid, che veniva destituito. Dopo aver letto la lettera, Khalid pregò chiedendo il perdono per Abū Bakr e il successo per ʿUmar. Poi pregò il messaggero di non rivelare a nessuno il contenuto della lettera. In questo modo, Khalid nascose la notizia della morte di Abū Bakr e l’ordine di ʿUmar, continuò a esercitare il comando e conseguì l’inevitabile vittoria. Poi si presentò da Abū ʿUbayda e gli rese omaggio come un semplice soldato. Dapprima Abū ʿUbayda pensò che fosse uno scherzo. Ma subito comprese che non lo era, bensì che era la realtà. Khalid si tolse gli abiti e li depose davanti ad Abū ʿUbayda.

Alcuni hanno narrato il suddetto episodio in questo modo: talvolta le spese di Hazrat Khalid superavano ogni limite. Egli donava ingenti somme di denaro ai poeti e agli uomini di lettere. Donò diecimila dirham al poeta Ashʿath ibn Qays. Quando il califfo ʿUmar ne venne a conoscenza, ordinò ad Abū ʿUbayda di chiedere a Khalid da quale fonte provenisse il denaro che aveva donato. Se lo aveva preso dai fondi della comunità musulmana, aveva commesso un tradimento o una violazione della fiducia; se invece proveniva dal suo patrimonio personale, aveva commesso uno spreco. Secondo alcune narrazioni, Abū ʿUbayda ricevette l’ordine del califfo sul campo di battaglia di Yarmuk. Quando interrogò Khalid, questi rispose di aver donato il denaro dal proprio patrimonio personale. Allora Abū ʿUbayda gli lesse l’ordine del califfo e, come segno della sua destituzione dal comando, tolse il copricapo dalla testa di Khalid e gli abbassò il turbante sul collo. Khalid si limitò a commentare: «Ho ascoltato l’ordine del califfo e l’ho accettato. Sono ancora pronto a obbedire agli ordini del mio superiore e a continuare il servizio». Il califfo lo convocò a Medina. Al suo arrivo, il suo patrimonio fu sottoposto a un rigoroso controllo; tuttavia, non fu riscontrata alcuna irregolarità. In seguito, il califfo ʿUmar dichiarò pubblicamente: «Non ho destituito Khalid per sfiducia, per ira o per alcun motivo del genere». (Ibn al-Athīr, 2/418)

Oltre all’episodio menzionato, vi erano altre ragioni per la destituzione di Khalid. Il suo carattere di soldato era rude. In ogni attività agiva secondo la propria volontà e non riteneva necessario consultarsi con il califfo. Inoltre, non inviava regolarmente alla corte del califfo i rendiconti delle entrate e delle spese dell’esercito. Subito dopo aver concluso la spedizione in Iraq, si recò alla Mecca per il pellegrinaggio senza il permesso del califfo Abū Bakr. Questo comportamento irritò profondamente Hazrat Abū Bakr. Il califfo lo ammonì ripetutamente. Egli rispose al califfo: «Datemi la possibilità di agire secondo la mia volontà; altrimenti mi ritirerò io stesso dall’incarico». Hazrat ʿUmar era scontento di questi comportamenti di Khalid già dai tempi di Abū Bakr. Ripetutamente consigliò ad Abū Bakr di destituire Khalid. Ogni volta Abū Bakr rispondeva: «Non posso rimettere nel fodero una spada che Allah ha sguainato». Dopo aver assunto il califfato, ʿUmar cercò di correggere Khalid; ma, non vedendo alcun risultato, lo destituì.

Inoltre, la terza ragione della sua destituzione menzionata nella storia è che, tra tutti, musulmani e non musulmani senza distinzione, si era diffusa la convinzione che le vittorie dell’Islam dipendessero essenzialmente dalla forza del braccio di Khalid. Questa infondata convinzione non era affatto gradita al califfo ʿUmar. Destituendo Khalid, egli dimostrò l’inconsistenza di tale convinzione.

Comunque siano accaduti i fatti e in qualunque modo si siano svolti, il ruolo di Hazrat Khalid in questa circostanza è degno di nota. Nella storia non si trova alcun esempio paragonabile a quello di obbedienza, dedizione e fede da lui offerto. Egli era riuscito a farlo perché credeva che la condizione del comandante e quella del semplice soldato fossero equivalenti. In ogni situazione considerava suo imprescindibile dovere adempiere alle proprie responsabilità verso Allah, il Messaggero di Allah e la religione nella quale aveva creduto. Ai suoi occhi, tra un comandante obbediente e un semplice soldato obbediente non vi era, in sostanza, alcuna differenza. Perciò, dopo aver lasciato la carica di comandante, non esitò neppure per un istante a servire allo stesso modo come semplice soldato. Per la medesima ragione, dopo aver affidato il comando ad Abu Ubayda, in un discorso rivolto ai semplici soldati poté dire: «Abu Ubayda, l’amīn, cioè l’uomo più degno di fiducia di questa comunità, è stato nominato vostro comandante».

Dopo aver rimosso Hazrat Umar (r.a.), il califfo, Khalid dalla carica di comandante, lo nominò wālī in varie province. Dopo qualche tempo Khalid rinunciò volontariamente a tale incarico e cominciò a risiedere stabilmente a Medina. Nell’anno 21/22 dell’Egira, dopo essere stato malato per alcuni giorni, morì a Medina. Secondo molti morì a Hims; tuttavia si ritiene che ciò non sia corretto, poiché diverse fonti riferiscono che il califfo Hazrat Umar (r.a.) partecipò alla sua preghiera funebre. (Usud al-Ghāba, 2/96; al-Isāba, 1/415)

Dopo la morte di Hazrat Khalid (r.a.), il califfo Hazrat Umar (r.a.) disse: «Le donne sono diventate incapaci di partorire un figlio come Khalid». Dopo la morte di Khalid, il califfo pianse con grande angoscia. In seguito la gente seppe che non piangeva in quel modo soltanto per il dolore della perdita di Khalid; poiché la causa della sua rimozione era venuta meno, aveva intenzione di nominarlo nuovamente comandante. Poiché la morte aveva ostacolato quel suo desiderio, pianse così tanto. (Rijālun hawla ar-Rasūl, 305)

Dall’inizio fino alla fine della sua vita, Hazrat Khalid trascorse il tempo sui campi del jihād. Per questo ebbe pochissime opportunità e pochissimo tempo di stare in compagnia del Santo Messaggero (s.a.w.). Egli stesso disse: «L’impegno nel jihād mi ha privato dell’apprendimento di una grande parte del Corano». (Al-Isāba, 1/415) Ciò non significa tuttavia che fosse stato privato della grazia e della conoscenza derivanti dalla compagnia del Profeta. Dopo la morte del Santo Messaggero (s.a.w.), fu anch’egli uno degli ‘ulamā’ e dei muftī tra i Compagni di Medina. Tuttavia, a causa della sua indole militare, non si sedette mai sul seggio dell’iftā’. Non si conoscono più di due o quattro sue fatwā. (A‘lām al-Muwaqqi‘īn) Egli trasmise complessivamente diciotto hadīth. Di questi, due sono muttafaq ‘alayh, cioè riportati sia da al-Bukhārī sia da Muslim, mentre uno è riportato esclusivamente da al-Bukhārī.

Una volta ebbe una lite con ‘Ammār ibn Yāsir (r.a.). Khalid lo insultò pesantemente. Anche ‘Ammār si lamentò con il Messaggero di Allah (s.a.w.). Dopo aver ascoltato l’intera vicenda, il Messaggero (s.a.w.) commentò: «Chi nutre odio e inimicizia verso ‘Ammār nutre odio e inimicizia verso Allah». Queste parole del Messaggero di Allah (s.a.w.) ebbero un tale effetto su Khalid che egli si recò immediatamente da ‘Ammār e lo rese soddisfatto. Khalid stesso disse: «Dopo essermi alzato dalla presenza del Messaggero di Allah (s.a.w.), nulla mi era più caro dell’ottenere la soddisfazione di ‘Ammār». La devozione e l’amore di Hazrat Khalid per il Santo Messaggero (s.a.w.) erano così intensi che non riusciva a tollerare neppure la minima parola irrispettosa pronunciata da qualcuno sul conto del Messaggero di Allah (s.a.w.). Una volta giunse al Messaggero di Allah (s.a.w.) dell’oro, che egli distribuì tra i capi najdiani. Alcuni Quraysh e alcuni Ansār obiettarono. Un uomo arrivò a dire: «O Muhammad, temi Allah». Il Messaggero (s.a.w.) disse: «Se disobbedissi ad Allah, chi Gli obbedirebbe?». A quelle parole così irrispettose, Khalid esplose d’ira. Disse: «O Messaggero di Allah, permettimi di volare via la testa di quell’uomo». Il Messaggero (s.a.w.) lo calmò. (Al-Bukhārī)

Il capitolo più luminoso e glorioso della vita di Hazrat Khalid fu il «jihād fī sabīlillāh», il jihād sulla via di Allah. Trascorse la maggior parte della sua vita sui campi di battaglia. Per le sue imprese eroiche e per la sua irresistibile attrazione verso il jihād, ricevette dal Santo Messaggero (s.a.w.) il titolo di «Sayfullāh», la Spada di Allah. Partecipò a circa centoventicinque battaglie. Ovunque andasse, tornava vittorioso. Il Santo Messaggero (s.a.w.) aveva tanta fiducia in lui che, quando la bandiera passava nelle sue mani, si sentiva tranquillo. Ereditò una grande quantità di armi come patrimonio paterno. Dopo aver abbracciato l’Islam, consacrò tutto sulla via di Allah. (Tabaqāt) Amici e nemici dicevano di lui: «È un uomo che non dorme lui stesso e non permette neppure agli altri di dormire». Khalid stesso diceva: «Una notte in cui attacco all’alba i politeisti insieme a un gruppo di muhājirūn, in una notte di freddo intenso, mi è più cara di una notte che potrei trascorrere con una sposa novella o nella quale mi venisse annunciata la nascita di un figlio».

Un giorno, sul letto di morte, disse con rammarico: «Ho partecipato a più di cento battaglie; in ogni parte del mio corpo vi sono una o due ferite provocate da una spada, da una freccia o da una lancia. E oggi muoio sul letto, scalciando come un cammello febbricitante». Mentre pronunciava queste parole, lacrime scorrevano dai suoi occhi. (Rijālun hawla ar-Rasūl, 305-306; Usud al-Ghāba, 2/95)

Poco prima della morte lasciò in eredità i beni da lui abbandonati al califfo Umar (r.a.). Quei beni abbandonati non consistevano in altro che nel suo cavallo e in alcune armi. Così, anche dopo la morte, consacrò sulla via di Allah le due cose che aveva amato più di ogni altra durante la vita.

Il Nobile Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) lo elogiò più volte in diverse occasioni. Un giorno, durante la conquista della Mecca, Khalid fu visto a una certa distanza. Il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) disse ad Abu Hurayra (che Allah sia soddisfatto di lui): «Guarda, chi è quello?». Egli rispose: «Khalid». Il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) disse: «Quanto è eccellente questo servo di Allah!». Una volta disse ai Compagni: «Non fate del male a Khalid, perché egli è la spada di Allah brandita contro i miscredenti».

Una volta il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) mandò Umar (che Allah sia soddisfatto di lui) a riscuotere la zakat. Ibn Jamil, Khalid e Abbas—tutti e tre—si rifiutarono di pagare la zakat. Quando il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) ne fu informato, disse: «Ibn Jamil era povero e Allah lo ha reso ricco: questa è la sua ricompensa. Quanto a Khalid, invece, gli avete fatto un torto. Egli ha consacrato alla causa di Allah tutte le sue armi da guerra. Come potrebbe essere dovuta la zakat su di esse? E Abbas? La sua responsabilità ricade su di me. Non sapete forse che lo zio paterno è come il padre?». (Abu Dawud, 1/163)

Hazrat Khalid (che Allah sia soddisfatto di lui) non era soltanto un soldato: era anche un abile daʿi dell’Islam, cioè un predicatore dell’Islam. Considerando il danno causato dalle decisioni affrettate riguardo ai Banu Juzayma e a Malik ibn Nuwayra, in seguito, quando lo inviava in missione, il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) gli raccomandava: «Invita soltanto all’Islam, non sguainare la spada». Allo stesso modo, quando lo mandò nello Yemen, gli ordinò: «Non dare inizio tu alla guerra». Dopo aver ricevuto questa guida, in nessuna delle guerre cui partecipò risulta che abbia commesso alcun eccesso. Durante la vita del Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui), e anche dopo la sua morte, svolse pienamente il compito di daʿi. Dopo la conquista della Mecca, il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) inviò in varie direzioni diverse missioni per diffondere l’invito all’Islam, e Khalid fu incaricato di alcune di esse. I Banu Juzayma e i Banu Abd al-Maddan abbracciarono l’Islam grazie ai suoi sforzi. Nella missione di predicazione nello Yemen fu collaboratore di Hazrat Ali (che Allah sia soddisfatto di lui). Grazie ai suoi sforzi, le tribù Banu Hawazin, Banu Sulaym, Banu Amir e altre, che avevano sostenuto il falso profeta Tulayha al-Asadi, tornarono nuovamente all’Islam. Inoltre, in diverse occasioni, innumerevoli persone risposero al suo invito e abbracciarono l’Islam. Prima di ogni battaglia, secondo la norma islamica, egli invitava sempre l’avversario all’Islam. Anche nel mezzo degli scontri più intensi sul campo di battaglia svolse con successo il ruolo di predicatore. Il soldato romano di Yarmuk, Jarjah, ne è una luminosa prova.

In un breve articolo non è possibile riportare tutto ciò che riguarda la vita di Khalid. Anche noi ripetiamo le parole pronunciate dal Comandante dei credenti Umar (che Allah sia soddisfatto di lui) nel cordoglio per la morte di Khalid: «Rahimallahu Aba Sulayman, ma ʿindallahi khayrun mimma kana fih, laqad ʿasha hamidan wa mata saʿidan»—«Che Allah abbia misericordia di Abu Sulayman Khalid. Per lui, presso Allah, non vi è condizione migliore di quella in cui si trovava. Visse lodato e morì fortunato». (Rijalun hawla al-Rasul, 308)

Abdullah ibn Hudhafa al-Sahmi (che Allah sia soddisfatto di lui)

Si chiamava Abu Hudhafa Abdullah. Suo padre si chiamava Hudhafa. Apparteneva al ramo Banu Sahm della tribù dei Quraysh. Abbracciò l’Islam nella prima fase della predicazione islamica e rimase a lungo in compagnia del Nobile Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui). Emigrò in Abissinia insieme a suo fratello Qays ibn Hudhafa, con la seconda carovana degli emigranti diretti in Abissinia. (Al-Istiʿab)

Partecipò con il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) a tutte le battaglie tranne quella di Badr. Abu Saʿid al-Khudri (che Allah sia soddisfatto di lui) lo menzionò come «badri», cioè come partecipante alla battaglia di Badr. Tuttavia, Musa ibn ʿUqba, Ibn Ishaq e altri non lo menzionarono come «badri». (Al-Istiʿab)

Il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) lo inviò come comandante di una spedizione. Alla vigilia della partenza, il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) ordinò ai soldati sottoposti al suo comando di non disobbedirgli mai. Giunti a una località stabilita, Hazrat Abdullah si adirò moltissimo per qualche motivo. Chiese ai soldati: «Il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) non vi ha ordinato di obbedirmi?». Essi risposero: «Sì, lo ha ordinato». Egli disse: «Raccogliete della legna, accendete un fuoco e gettatevi dentro». I combattenti raccolsero la legna e accesero il fuoco. Poi, prima di gettarvisi, si guardarono l’un l’altro. Molti espressero il loro dissenso, dicendo: «Abbiamo seguito il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) proprio per salvarci dal fuoco, e ora dovremmo morire in quel fuoco?». Mentre la discussione continuava, il fuoco si spense. Anche la collera di Abdullah si placò. Al ritorno dalla spedizione riferirono l’accaduto al Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui). Il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) disse: «Se foste entrati in quel fuoco, non ne sareste mai più usciti. L’obbedienza è obbligatoria soltanto nelle questioni permesse da Allah». (Bukhari: Kitab al-Ahkam, Bab al-Samʿ wa al-Taʿa, Hayat al-Sahaba, 1/67)

L’episodio menzionato è narrato in modo diverso in alcune versioni. Secondo tali narrazioni, l’ordine dato da Hazrat Abdullah di gettarsi nel fuoco non era un ordine reale. Egli aveva semplicemente scherzato un po’ con i suoi soldati. Hazrat Abu Sa‘id al-Khudri (ra) ha narrato l’episodio nel modo seguente: il Messaggero di Allah (sa) inviò in una spedizione un esercito composto da alcuni Compagni. Nominò Abdullah ibn Hudhafa comandante di quell’esercito. Abdullah era una persona incline agli scherzi. Dopo aver percorso una certa distanza, si fermarono in un luogo. Abdullah chiese ai membri del suo esercito: «Non vi è stato forse ordinato di obbedirmi?». Essi risposero: «Sì». Egli disse: «Se vi impartissi un ordine, lo eseguireste?». Essi risposero: «Sì». Egli disse: «In virtù della mia autorità e del vostro dovere di obbedienza, vi ordino di gettarvi in questo fuoco». Non appena ricevettero l’ordine, alcuni membri dell’esercito cominciarono a prepararsi a gettarsi nel fuoco. Allora egli disse: «Fermatevi, stavo soltanto scherzando con voi». Quando l’esercito tornò a Medina, la notizia giunse alle orecchie del Messaggero di Allah (sa). Egli disse: «Se qualcuno vi ordina di disobbedire ad Allah, non obbeditegli». (Sira di Ibn Hisham, 2/640)

Nel sesto anno dell’Egira, secondo un’altra opinione nel settimo, Hazrat Rasul-e Karim (sa) decise di inviare messaggeri ai re, ai sovrani e ai governanti dei territori circostanti, recando lettere contenenti l’invito all’Islam. Decise di inviare messaggeri anche ai due imperatori delle superpotenze dell’epoca, Roma e Persia. Ma il compito non era affatto semplice. Il Messaggero (sa) era consapevole anche delle difficoltà che comportava. I messaggeri ignoravano la lingua, la cultura e la gente dei paesi nei quali si sarebbero recati. Là avrebbero invitato i re e i sovrani di quei paesi ad abbandonare la religione ereditata dai loro antenati e ad accettare l’Islam. Indubbiamente, quella missione diplomatica era estremamente rischiosa. Forse coloro che vi si fossero recati non sarebbero mai più tornati. Il Messaggero di Allah (sa) ordinò ai Compagni di riunirsi. Si alzò per tenere un discorso. Dopo aver lodato e glorificato Allah, recitò la professione di fede. Poi disse: «Quanto segue! Ho deciso oggi di inviare alcuni di voi presso i re stranieri, cioè non arabi. Non dissentite da me come fecero i Figli d’Israele con Gesù, figlio di Maria».

I Compagni dissero: «O Messaggero di Allah, faremo ciò che desideri. Mandaci dove vuoi».

Hazrat Rasul-e Pak (sa) scelse sei Compagni per portare le lettere d’invito ai re e ai sovrani d’Arabia e dei paesi stranieri. Uno di questi sei era Abdullah ibn Hudhafa. Fu scelto per portare il messaggio del Messaggero di Allah (sa) a Kisra, l’imperatore di Persia.

Dopo aver completato i preparativi per il viaggio, Abdullah ibn Hudhafa partì congedandosi dalla moglie e dai figli. Viaggiò lungo strade tortuose, attraverso terreni pianeggianti e montuosi. Completamente solo. Con lui non c’era nessuno oltre ad Allah, l’Unico. Dopo aver percorso una lunga distanza, giunse in Persia. Informò i dignitari di corte di avere una lettera per l’imperatore e chiese il permesso di incontrarlo. La notizia giunse all’imperatore. Egli ordinò ai dignitari di preparare la corte. Una volta allestita la sala delle udienze, furono convocati i personaggi illustri della Persia. Poi concesse ad Abdullah ibn Hudhafa il permesso di entrare.

Il messaggero del Messaggero di Allah (sa), Hazrat Abdullah ibn Hudhafa, entrò nella corte imperiale di Kisra vestito come un semplice beduino, avvolto in una sottile ‘shamlah’ (un mantello che si avvolge intorno al corpo) e in una spessa ‘aba’ (una lunga tunica). Era alto, robusto e di corporatura ben proporzionata. Era fiero della maestà dell’Islam e orgoglioso della propria fede.

Non appena vide entrare Abdullah, Kisra ordinò a uno dei suoi dignitari di prendere la lettera dalle sue mani. Ma Abdullah rifiutò di consegnarla a quell’uomo e disse: «No, il Messaggero di Allah (sa) mi ha ordinato di consegnare la lettera direttamente nelle vostre mani. Non posso contravvenire a quell’ordine».

Kisra disse ai suoi uomini: «Lasciatelo, permettetegli di venire da me». Abdullah si fece avanti e consegnò la lettera nelle mani di Kisra. Kisra convocò un segretario di Hira, di lingua araba, e gli ordinò di aprire la lettera e leggerla. La lettura della lettera ebbe inizio:

«Nel nome di Allah, il Clemente, il Misericordioso. Da parte di Muhammad, il Messaggero di Allah, al sovrano persiano Kisra. Salāmun ʿalā man ittabaʿa al-hudā – pace su coloro che hanno seguito la retta guida.»

Non appena Kisra ebbe udito quelle poche parole della lettera, esplose d’ira; gli occhi e il volto gli si fecero rossi e le vene del collo gli si gonfiarono. Il motivo era che il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) aveva iniziato la lettera con il proprio nome: in altre parole, «Muhammad, il Messaggero di Allah» veniva prima del nome di Kisra. Kisra strappò la lettera dalle mani del lettore e la fece a pezzi. Non ritenne neppure necessario sapere quale fosse il contenuto della lettera. Gridò: «È un mio schiavo, e osa scrivermi in questo modo?». Poi ordinò che Abdullah fosse condotto fuori dall’assemblea. E fu portato fuori.

Abdullah ibn Hudhafa uscì dalla corte di Kisra. Non sapeva cosa Allah avesse decretato per il suo destino. Sarebbe stato ucciso o liberato? Nella sua mente si affollavano pensieri di ogni genere. In un istante si liberò di tutte le preoccupazioni e disse tra sé: «Per Allah, dopo aver consegnato la lettera del Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui), qualunque cosa mi accada, accada pure. Non temo nulla». Dopo aver pronunciato queste parole, montò sulla sua cavalcatura nel nome di Allah e si mise in viaggio. Nel frattempo, quando l’ira di Kisra si fu in parte placata, egli ordinò che Abdullah fosse nuovamente condotto al suo cospetto. Ma non fu più possibile trovarlo. Lo cercarono minuziosamente, senza riuscire a rintracciarlo. Indagando lungo la strada diretta verso la Penisola Arabica, vennero a sapere che aveva intrapreso il viaggio verso la propria patria. Non riuscirono più a raggiungerlo.

Hazrat Abdullah si recò al cospetto del Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) e gli raccontò dettagliatamente tutto ciò che Kisra aveva fatto. Dopo aver ascoltato ogni cosa, il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) commentò: «Mazzaqahu Allāhu mulkahu – Che Allah faccia a pezzi il suo regno». (Al-Istīʿāb)

Nel frattempo, «Kisra» scrisse al suo rappresentante, «Badhan», governatore dello Yemen: «Ordina che da laggiù vengano mandati due uomini robusti e vigorosi, affinché catturino colui che nell’Hijaz sostiene di essere un profeta e lo conducano da me». Badhan scelse due uomini e li mandò dal Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui). Essi portavano con sé anche una lettera indirizzata al Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui). In essa era ordinato che si presentasse senza indugio alla corte di Kisra insieme ai portatori della lettera. Badhan ordinò inoltre ai due uomini di raccogliere varie informazioni sul Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) e di riferirgliele al ritorno.

I due uomini partirono dallo Yemen e, dopo aver viaggiato incessantemente giorno e notte, giunsero a Ta’if. Lì incontrarono una carovana di mercanti Quraysh. Chiesero loro informazioni su Muhammad (pace e benedizioni su di lui) e seppero che Muhammad si trovava allora nella città di Yathrib (Medina). Quando i Quraysh vennero a sapere il motivo dell’arrivo dei due uomini, tornarono a Mecca felicissimi. Annunciarono agli abitanti della Mecca la buona notizia: «Esultate! Kisra si è finalmente schierato contro Muhammad. Ora sarete liberati dal suo male».

Nel frattempo, i due uomini arrivarono a Medina. Incontrarono il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui), gli consegnarono la lettera di Badhan e dissero: «Il grande re Kisra ha scritto al nostro sovrano Badhan, ordinandogli di mandare degli uomini a prendervi. Siamo venuti a prendervi per suo ordine. Se risponderete al nostro invito, parleremo con Kisra affinché ciò sia per il vostro bene e affinché non vi infligga alcuna punizione. Se invece non risponderete al nostro invito, farete bene a riflettere attentamente. Infatti conoscete la sua forza e il suo potere di distruggere voi e il vostro popolo».

Quando ebbero terminato di parlare, il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) sorrise dolcemente e disse: «Oggi tornate al luogo da cui siete venuti e tornate a trovarmi domani».

Il giorno seguente si presentarono al cospetto del Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) e gli dissero: «Siete pronto a venire con noi per incontrare Kisra?». Il Messaggero (pace e benedizioni di Allah su di lui) disse: «Non vedrete mai più Kisra. Allah lo ha distrutto. In un certo giorno di un certo mese, suo figlio Shirawayh lo ha ucciso e ha preso possesso del trono». Udite queste parole, lo fissarono con gli occhi spalancati per lo stupore. Poi dissero:

«Avete riflettuto su ciò che state dicendo? Dobbiamo scrivere questa cosa a Badhan?»

Il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) disse: «Sì. E gli scriverete anche che questa mia religione raggiungerà i confini dell’impero di Kisra. Se accetterai l’Islam, ti sarà affidata l’autorità sul tuo popolo, insieme a tutto ciò che è sotto il tuo dominio».

I due uomini uscirono dalla corte del Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui), raggiunsero direttamente Badhan e lo informarono di tutto ciò che il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) aveva detto. Badhan commentò: «Se ciò che Muhammad ha detto è vero, allora è certamente un profeta. Ma se non è vero, gli daremo la lezione che merita».

Mentre stavano discutendo, giunse a Badhan una lettera di Shirawayh. Il contenuto della lettera era il seguente: «In seguito, ho ucciso Kisra. È stato ucciso per vendicare il mio popolo. ………. Quando questa mia lettera ti sarà giunta, raccoglierai dai tuoi vicini il giuramento di fedeltà a me».

Non appena Badhan ebbe letto la lettera di Shirawayh, la gettò via e dichiarò di essere musulmano. Insieme a lui, tutti i Persiani che si trovavano nei suoi dintorni, nello Yemen, abbracciarono l’Islam.

Questa è la sintesi dell’episodio di Abd Allah ibn Hudhafa (che Allah sia soddisfatto di lui) con Kisra, l’imperatore di Persia. L’episodio che gli capitò con il Cesare romano è ancora più sorprendente. Esso ebbe luogo durante il califfato del secondo califfo, Umar (che Allah sia soddisfatto di lui).

Nell’anno 19 dell’Egira, il califfo Umar (che Allah sia soddisfatto di lui) inviò un esercito contro i Romani. In quell’esercito vi era anche Abd Allah ibn Hudhafa al-Sahmi. Il Cesare ascoltava molte storie sulla fede e sul coraggio dei combattenti musulmani e sul loro sacrificio senza esitazione della vita per Allah e per il Suo Messaggero. Aveva ordinato ai suoi soldati che, qualora un soldato musulmano fosse stato catturato, lo conducessero vivo al suo cospetto. Per volontà di Allah, Abd Allah fu catturato dai Romani. I Romani lo condussero dal loro re e dissero: «Quest’uomo è un compagno di Muhammad; fu tra i primi ad accettare la sua religione. È caduto nelle nostre mani e lo abbiamo condotto al vostro cospetto».

L’imperatore romano rimase a lungo a guardare ʿAbdullah ibn Hudhafa, poi disse:

«Vorrei sottoporti una proposta.» ʿAbdullah: «Di che si tratta?»

L’imperatore: «Ti propongo di convertirti al cristianesimo. Se lo farai, ti libererò e ti onorerò.»

Il prigioniero ʿAbdullah rispose con grande prontezza e fermezza:

«Ahimè! Mille volte preferisco la morte a ciò a cui mi inviti.»

L’imperatore: «Ti considero un uomo intelligente. Se accetterai la mia proposta, ti renderò mio socio nel potere, ti darò in sposa mia figlia e dividerò con te il mio impero.»

Il prigioniero in catene sorrise leggermente e disse: «Per Allah, anche se mi venissero dati il tuo intero impero e, insieme ad esso, tutto ciò che è sotto il dominio degli Arabi, e in cambio mi si chiedesse di abbandonare per un solo istante la religione di Muhammad (che Allah lo benedica e gli conceda la pace), non lo farei.»

L’imperatore: «Allora ti ucciderò.»

Il prigioniero: «Può fare ciò che vuole.»

Per ordine dell’imperatore, il prigioniero fu appeso alla croce e legato saldamente. Fu appeso e legato per entrambe le mani e gli fu proposto di abbracciare il cristianesimo, ma egli rifiutò. Poi fu appeso e legato per entrambi i piedi e gli fu ordinato di abbandonare l’Islam, ma egli rifiutò con fermezza.

L’imperatore ordinò ai suoi uomini di fermarsi e dispose che fosse tirato giù dalla croce. Poi fece portare un enorme calderone e ordinò di versarvi dell’olio. L’olio fu fatto bollire sul fuoco. Quando cominciò a bollire furiosamente, furono condotti lì altri due prigionieri musulmani. Uno di loro fu gettato nell’olio bollente. Non appena vi fu gettato, la carne del suo corpo si lacerò e si staccò dalle ossa.

L’imperatore si rivolse ad Abdullah e lo invitò nuovamente ad abbracciare il cristianesimo. Questa volta Abdullah rifiutò con ancora maggiore fermezza. Per ordine dell’imperatore, Abdullah fu condotto presso il calderone pieno d’olio bollente. Questa volta apparvero lacrime negli occhi di Abdullah. Gli uomini dissero all’imperatore: «Ora il prigioniero sta piangendo.» L’imperatore pensò che il prigioniero fosse terrorizzato. Ordinò: «Portatemi il prigioniero.» Fu condotto da lui. Anche questa volta egli rifiutò il cristianesimo con disgusto. Allora l’imperatore disse ad Abdullah: «Che tu sia maledetto! Perché dunque piangi?» Abdullah rispose: «Piango pensando che tra poco sarò gettato in questo calderone e morirò. Avrei voluto avere tante vite quanti sono i peli del mio corpo e poterle sacrificare tutte in questo calderone sulla via di Allah.»

Allora l’imperatore empio disse: «Almeno, se mi dai un bacio sulla testa, ti lascerò libero.»

All’inizio Abdullah rifiutò anche questa proposta. Tuttavia pose una condizione e disse: «Se insieme a me verranno liberati anche gli altri prigionieri musulmani, accetterò.»

L’imperatore disse: «Sì, saranno liberati anche gli altri.»

Abdullah racconta: «Dissi tra me e me: non c’è nulla di male se, in cambio, vengono liberati anche gli altri prigionieri musulmani.» Si avvicinò all’imperatore e gli baciò la testa. L’imperatore romano ordinò di radunare i prigionieri musulmani e di consegnarli ad Abdullah. Il numero complessivo dei prigionieri era di 80.»

Quando Hadrat Abdullah tornò a Medina, narrò dettagliatamente l’accaduto al califfo Umar (che Allah sia soddisfatto di lui). Il califfo esplose di gioia. Guardando i prigionieri presenti, disse: «Ogni musulmano dovrebbe baciare la testa di Abdullah ibn Hudhafa, e io sono il primo a farlo». Detto questo, si alzò e gli baciò la testa. (Si veda: Hayatus-Sahaba – 1/302; al-Isaba – 2/296-97; al-Isti‘ab; Suwarum min Hayatis-Sahaba – 1/51-56; Usud al-Ghabah – 3/143)

Dopo la conquista della Mecca, il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) inviò Khalid ibn al-Walid presso la tribù dei Banu Jadhimah per invitarla all’Islam. A causa di un malinteso, Khalid li attaccò e molti di loro furono uccisi o feriti. Il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) rimase profondamente addolorato per questo episodio. Risarcì le famiglie degli uccisi e perdonò anche Khalid. Ibn Ishaq riferisce che, quando Khalid fu biasimato per la questione, egli disse: «Ho combattuto contro di loro perché Abdullah ibn Hudhafa as-Sahmi me lo aveva ordinato. Egli aveva detto: “Se si rifiutano di accettare l’Islam, il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) ti ha ordinato di combattere contro di loro”». (Sirat Ibn Hisham – 2/430)

Un giorno il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui), seduto sul minbar, proclamò: «Mentre sono seduto qui, a chiunque di voi faccia una domanda sarà data una risposta». Abdullah ibn Hudhafa si alzò e chiese: «Chi è mio padre?». Il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) rispose: «Tuo padre è Hudhafa». (Al-Isaba – 2/296) Quando sua madre lo seppe, disse: «Che domanda terribile hai fatto al Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui)! Che Allah non voglia, se egli avesse detto qualcos’altro, quale sarebbe stata la mia condizione?»

Abdullah rispose: «Stavo verificando la veridicità della mia genealogia. Se egli mi avesse fatto discendere da uno schiavo abissino, lo avrei accettato». (Al-Isti‘ab)

Da Hadrat Abdullah ibn Hudhafa sono stati trasmessi diversi hadith. Uno di essi è stato narrato da al-Bukhari. Tra i più importanti narratori che hanno trasmesso hadith da lui vi sono Abu Wa’il, Sulayman e Ibn Yasar.

Ibn Yunus riferisce che Abdullah partecipò alla spedizione in Egitto e morì proprio in Egitto durante il califfato di Hadrat Uthman. Fu sepolto in Egitto. (Al-Isaba – 2/296)

È narrato da Jabir. Un uomo chiese un aiuto al Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui), ed egli glielo diede. Poi lo chiese un altro uomo, ed egli promise di concederglielo. Umar ibn al-Khattab si alzò e disse: «O Messaggero di Allah! Mi è stato chiesto aiuto e io l’ho dato. Me ne è stato chiesto ancora e l’ho dato nuovamente. Poi me ne è stato chiesto ancora e ho promesso di darlo». Sembrò che le sue parole non fossero piaciute al Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui). Allora Abdullah ibn Hudhafa si alzò e disse: «O Messaggero di Allah, spendi e non temere che Colui che è il Signore del Trono ti renda povero». Il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) disse: «È proprio questo ciò che mi è stato ordinato». (Hayatus-Sahaba – 2/145)

Ibn Asakir ha riferito da az-Zuhri che presso il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) fu presentata una lamentela contro Abdullah: «È un uomo spiritoso e amante degli scherzi». Egli disse: «Lasciatelo stare, perché ha un grande ventre. Egli ama molto Allah e il Suo Messaggero». (Hayatus-Sahaba – 2/321)

Khabbāb ibn al-Aratt (che Allah sia soddisfatto di lui)

Il suo nome era Khabbāb, la sua kunya Abū ʿAbdillāh e il nome di suo padre era al-Aratt. Vi sono divergenze riguardo alla sua discendenza. Alcuni hanno detto che apparteneva ai Banū Tamīm, mentre altri hanno detto che era discendente della tribù dei Banū Khuzaʿa. Tuttavia, secondo l’opinione più corretta, apparteneva alla tribù dei Banū Tamīm. (Sīrat Ibn Hishām, 1/254) Durante l’infanzia fu ridotto in schiavitù. La storia della sua schiavitù è narrata nei libri di storia come segue:

Una donna di nome Umm Anmār, della tribù dei Banū Khuzaʿa, si recò al mercato degli schiavi di Mecca. Il suo intento era acquistare uno schiavo sano, vigoroso e robusto, capace di svolgere tutti i suoi lavori. Cominciò a esaminare attentamente i volti degli schiavi portati al mercato per essere venduti. Alla fine scelse un giovane schiavo che non aveva ancora raggiunto la pubertà. Lo schiavo, tuttavia, godeva di ottima salute. Sul suo volto si scorgevano segni d’intelligenza. Fu proprio vedendo questo che lo scelse. Dopo aver pagato il prezzo, condusse con sé il giovane schiavo.

Dopo aver percorso una certa distanza, Umm Anmār si voltò verso lo schiavo e gli chiese:

Figlio mio, come ti chiami?

Khabbāb.

E il nome di tuo padre?

Al-Aratt.

Dov’è la tua patria?

Najd.

Dunque sei originario dell’Arabia?

Sì, sono figlio dei Banū Tamīm.

Come sei arrivato in questo mercato di schiavi della Mecca?

Una tribù dell’Arabia attaccò la nostra tribù, saccheggiò il bestiame e il pollame, uccise gli uomini e fece prigionieri donne e bambini, riducendoli in schiavitù. Io sono uno di quei bambini prigionieri. Poi passai di mano in mano, giunsi alla Mecca e ora sono nelle vostre mani.

Ummu Anmār affidò il suo schiavo a un fabbro della Mecca affinché gli insegnasse l’arte e le tecniche della fabbricazione delle spade. In breve tempo, questo schiavo intelligente divenne esperto nell’arte di fabbricare spade. Ummu Anmār prese in affitto un negozio, acquistò gli strumenti e l’attrezzatura del fabbro e lo mise a lavorare nella fabbricazione delle spade.

In breve tempo, a Mecca si diffusero la sua onestà, la sua dedizione, la sua affidabilità e la sua abilità nella fabbricazione delle spade. La gente cominciò ad affollare il suo negozio per acquistare le spade da lui fabbricate.

Nonostante fosse giovane, Khabbab possedeva la saggezza degli anziani e il sapere dei vecchi. Nei momenti liberi tra un lavoro e l’altro, rifletteva tra sé sulla calamità nella quale la società dell’epoca dell’ignoranza era immersa dalla testa ai piedi. Pensava a quale terribile ignoranza e quale errore stessero facendo sprofondare l’intera nazione araba, della quale egli stesso era una delle più misere vittime. Rifletteva e talvolta diceva inconsciamente tra sé: «Questa notte avrà certamente una fine». Per poter vedere quella fine, desiderava nel suo intimo una lunga vita.

Khabbab non dovette aspettare a lungo. Udì che dalla bocca di un giovane dei Banu Hashim, Muhammad ibn Abdillah, irradiava una luce splendente. Si precipitò da lui. Ascoltò le sue parole e contemplò quella luce. Subito tese la mano e pronunciò: «Non vi è altra divinità all’infuori di Allah, e Muhammad è il Suo servo e il Suo Messaggero». Così divenne il sesto musulmano del mondo. Per questo fu chiamato «Sādis al-Islām». Mujahid, tuttavia, afferma: «Per primo il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) proclamò l’Islam. Poi, nell’ordine, Abu Bakr, Khabbab, Suhayb, Bilal, Ammar e la madre di Ammar, Sumayya, proclamarono l’Islam». Secondo questa narrazione, Khabbab fu il terzo musulmano. (Usud al-Ghaba, 2/98; al-Isaba, 1/426.) Quando Hazrat Rasul-e-Karim (pace e benedizioni su di lui) predicava segretamente l’Islam nella casa di Hazrat Arqam ibn Abi al-Arqam, Khabbab abbracciò l’Islam.

Da quel momento ebbe inizio il secondo capitolo della vita di Khabbab: il capitolo in cui sopportò con il sorriso sul volto le persecuzioni e le violenze per amore della verità, mettendo a repentaglio la vita nella sua predicazione. Khabbab non nascose a nessuno di aver abbracciato l’Islam. In breve tempo la notizia giunse alle orecchie della sua padrona, Umm Anmar. Costei si adirò furiosamente. Insieme a suo fratello Siba ibn Abd al-Uzza e a un gruppo di uomini dei Banu Khuza’a, si recò da Khabbab. Egli era allora profondamente concentrato sul lavoro. Dopo essersi avvicinato un poco, Siba disse:

«Abbiamo sentito dire qualcosa su di te, ma non ci abbiamo creduto».

«Che cosa?»

«Abbiamo sentito dire che hai rinnegato la tua religione e sei diventato seguace di un giovane dei Banu Hashim?»

«Non ho rinnegato la mia religione; ho invece creduto nell’unico Allah, senza associati. Ho abbandonato l’idolatria che praticate voi e ho testimoniato che Muhammad è il servo e il Messaggero di Allah».

Non appena le parole di Khabbab giunsero alle loro orecchie, si avventarono su di lui. Cominciarono a colpirlo con pugni e percosse, schiacciandolo con le mani. Gli scagliarono addosso tutti i martelli, le lastre di ferro e i frammenti di metallo della sua bottega. Khabbab perse i sensi e cadde a terra; il suo corpo era tinto del suo stesso sangue.

Un altro giorno accadde questo. Alcuni Quraysh andarono a casa di Khabbab per ritirare le spade che gli avevano ordinato. Khabbab fabbricava spade, le vendeva alla Mecca e ne spediva anche fuori. A causa del lavoro, si assentava da casa per pochissimo tempo. Ma essi non trovarono Khabbab in casa e rimasero ad aspettarlo. Dopo un po’, Khabbab tornò a casa. Sul suo volto brillava un punto interrogativo. Dopo aver chiesto agli uomini appena arrivati come stessero, si sedette. Essi domandarono: «Khabbab, le spade sono state forgiate?»

Sul volto di Khabbab si rifletteva una luce di gioia. Stava pensando tra sé a chissà che cosa. In quel momento esclamò inconsapevolmente: «La sua vicenda è davvero straordinaria».

Gli uomini domandarono subito: «Di chi stai parlando? Noi volevamo sapere se le spade erano state forgiate».

Guardandoli intensamente, Khabbab disse:

«Lo avete visto? Avete forse udito qualche sua parola?»

Essi si guardarono l’un l’altro con stupore. Uno di loro domandò, con una certa ironia: «Tu lo hai visto?»

Khabbab domandò, quasi per enigmi: «Di chi stai parlando?»

L’uomo rispose con voce concitata: «Sto parlando proprio di colui di cui stai parlando tu».

Khabbab non si lasciò sfuggire questa occasione per manifestare la verità. Disse: «Sì, l’ho visto e ho anche ascoltato le sue parole. Ho visto la verità fluire tutt’intorno a lui e la luce risplendere sul suo volto».

Gli uomini giunti sul posto cominciarono allora a comprendere la situazione. Uno di loro chiese urlando:

«Ehi, schiavo di Umm Anmar! Di chi stai parlando?». Khabbab rispose con calma:

«Fratelli miei arabi, chi altri può essere, nella vostra gente, se non colui dal quale la verità fluisce tutt’intorno e sul cui volto risplende l’aura della luce?»

«Pensiamo che tu stia parlando di Muhammad». Khabbab scosse leggermente la testa e disse con entusiasmo:

«Sì, egli è il Messaggero di Allah, inviato a noi. Allah lo ha mandato per condurci dalle tenebre alla luce».

Dopo aver pronunciato queste parole, non sa cos’altro uscì dalla sua bocca né che cosa gli fu detto. Per quanto ricorda, quando riprese conoscenza alcune ore dopo, si accorse che quegli uomini non c’erano più. Il suo corpo era intorpidito dal dolore e dalle sofferenze, e tutto il corpo e gli abiti che indossava erano intrisi di sangue. L’episodio era avvenuto proprio davanti a casa sua. A fatica si alzò, entrò in casa, fasciò le ferite e cominciò a prepararsi per una nuova prova. (Rijalun Hawla ar-Rasul, p. 230)

In questo modo Khabbab conquistò una posizione particolare tra coloro che furono vittime dell’oppressione e delle persecuzioni per amore della religione. Khabbab fu uno dei principali uomini tra coloro che, pur essendo poveri e deboli, si opposero all’arroganza e alla corruzione dei Quraysh.

Come il fuoco tra le foglie secche, la notizia della conversione di Khabbab alla nuova religione e delle sofferenze che pativa si diffuse rapidamente per i vicoli della Mecca. Gli abitanti della Mecca rimasero sbalorditi dall’audacia di Khabbab. Non avevano mai sentito prima che qualcuno, divenuto seguace di Muhammad, avesse proclamato pubblicamente la propria fede davanti alla gente con tono di sfida.

La vicenda di Khabbab scosse i capi dei Quraysh. Non avevano mai immaginato che questo fabbro schiavo di Umm Anmar, privo di lignaggio e di qualsiasi sostegno, avrebbe osato e avuto il coraggio di sottrarsi in tal modo al loro potere e di denigrare i loro dèi e dee adorati, nonché la religione dei loro antenati. Pensarono che, dopo una simile bastonatura, forse si sarebbe calmato e non avrebbe mai più commesso una tale follia.

Le aspettative dei Quraysh furono smentite. Anzi, accadde il contrario. L’audacia di Khabbab accrebbe il coraggio dei suoi compagni, che cominciarono anch’essi a desiderare di proclamare pubblicamente la propria adesione all’Islam. Uno dopo l’altro, iniziarono a pronunciare la professione di fede della verità.

I capi dei Quraysh, tra cui Abu Sufyan ibn Harb, al-Walid ibn al-Mughira e Abu Jahl, si riunirono nel recinto della Kaaba. Discuterono della questione di Muhammad. Si resero conto che la sua causa cresceva e acquistava importanza di giorno in giorno, anzi di ora in ora. Decisero quindi di dichiarare con ferma determinazione di estirparla subito, prima che si diffondesse ulteriormente: da quel giorno, ogni tribù avrebbe iniziato a perseguitare e opprimere i seguaci di Muhammad appartenenti a quella tribù. In tal modo, o avrebbero abbandonato la loro nuova religione, oppure sarebbero morti.

A Siba ibn Abadil Uzza e alla sua tribù fu affidato il compito di punire Khabbab. Quando, sotto il sole cocente di mezzogiorno, il suolo diventava rovente, trascinavano Khabbab nella valle della Mecca. Lo spogliavano completamente e gli facevano indossare un’armatura di ferro. Soffocato dalla sete per il caldo intenso, egli languiva, ma non gli davano neppure una goccia d’acqua. Quando, tormentato dalla sete terribile, cominciava ad agitarsi, gli dicevano:

Che cosa dici di Muhammad?

Rispondeva: «È il servo e il Messaggero di Allah. È venuto a noi con la religione vera e retta, per condurci dalle tenebre alla luce.»

Allora lo picchiavano di nuovo, colpendolo con pugni e percosse. Poi gli chiedevano:

Qual è il tuo giudizio riguardo a Lāt e ʿUzzā? Egli rispondeva: Questi due idoli muti e sordi non hanno alcun potere di arrecare danno o beneficio.

A volte riscaldavano delle pietre nel fuoco e lo facevano sdraiare su quelle pietre. Khabbāb racconta: Un giorno mi presero e mi portarono via. Accesero un fuoco e riscaldarono una pietra; poi mi fecero sdraiare su di essa, mentre uno di loro sollevò una gamba, la pose sul mio petto e la tenne premuta. (Hayāt al-Sahāba, 1/292) Egli rimaneva sdraiato in quel modo, mentre il grasso delle sue due spalle si scioglieva e colava. L’Imām Shaʿbī dice: La carne della sua schiena si staccava.

La sua padrona, Ummu Anmār, non era meno feroce di suo fratello Sībā. Un giorno, vedendo il Profeta Muhammad (pace e benedizioni su di lui) in piedi nella bottega di Khabbāb mentre parlava con lui, diventò come una cagna rabbiosa. Veniva alla bottega di Khabbāb a giorni alterni e, dopo aver riscaldato una piastra di ferro nel suo mantice, gliela premeva contro la testa. Egli, contorcendosi per il dolore lancinante, perdeva i sensi.

Un giorno, proprio mentre stavano riscaldando il ferro e lo premevano contro la testa di Khabbāb, il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) passava da quella strada diretto da qualche parte. Vedendo le condizioni di Khabbāb, si fermò. Il suo cuore si intenerì. Ma che cosa avrebbe potuto fare? Non poté fare altro che pregare per Khabbāb e offrirgli qualche parola di conforto. Sollevò entrambe le mani verso il cielo e disse con grande commozione: «Allāhumma unsur Khabbāban — O Allah, aiuta Khabbāb». (Rijālun hawla ar-Rasūl, 331)

Allah l’Altissimo aveva accolto l’invocazione contro Ummu Anmār pronunciata da Khabbāb. Ella ne vide con i propri occhi la conseguenza ancora prima dell’emigrazione dalla Mecca a Medina. All’improvviso cominciò a soffrire di un dolore così intenso alla testa che continuava ad abbaiare come un cane. I suoi figli si rivolsero a diversi medici per curarla. Tutti i medici dissero: Non esiste alcun medicinale in grado di guarire questo dolore. Tuttavia, applicare alla testa del ferro riscaldato nel fuoco potrebbe dare un po’ di sollievo. Cominciarono quindi a riscaldare una piastra di ferro e ad applicarla sulla sua testa.

Un giorno, durante il califfato del califfo ʿUmar (che Allah sia soddisfatto di lui), Khabbāb andò da lui. Il califfo lo fece sedere con grande onore su un alto cuscino e disse: Nessuno, eccetto Bilāl, è più degno di te di sedere in questo posto. Khabbāb disse: Come potrebbe essere mio pari? Anche tra i politeisti egli aveva molti sostenitori; io invece non avevo nessuno che mostrasse compassione per me, tranne Allah. Il califfo volle sapere quali torture avesse subito per mano dei Quraysh. Khabbāb, però, provava imbarazzo a raccontarglielo. Dopo le ripetute insistenze del califfo, si tolse il mantello e scoprì la schiena. Il califfo, inorridito dall’aspetto raccapricciante della sua schiena, domandò: Come è potuto accadere?

Khabbāb disse: Gli idolatri accesero un fuoco. Quando divenne brace, mi tolsero i vestiti dal corpo. Poi mi trascinarono con la forza e mi fecero sdraiare supino su di esso. La carne si staccava dalle ossa della mia schiena. Fu il grasso sciolto della mia schiena a spegnere quel fuoco. In seguito a questo episodio, la pelle della sua schiena era diventata simile a quella di un malato di vitiligine. (Hayāt al-Sahāba, 1/292; al-Mustadrak; Sīrat Ibn Hishām, nota, 1/343)

Oltre alle torture fisiche, i Quraysh lo schernivano, lo deridevano e lo dileggiavano. Si appropriavano anche del denaro che gli era dovuto. Ibn Isḥāq racconta: Un miscredente della Mecca chiamato ʿĀṣ ibn Wāʾil as-Sahmī acquistò da lui alcune spade e rimase debitore di una somma per esse. Khabbāb andò a reclamare il pagamento. Quello disse: O Khabbāb, il vostro amico Muhammad — di cui tu segui la religione — non sostiene forse che agli abitanti del Paradiso sarà dato tutto ciò che desidereranno, oro, argento, vesti o servi? Khabbāb rispose: Sì, lo sostiene. Quello disse: Khabbāb, concedimi tempo fino al Giorno della Resurrezione; andrò là e ti pagherò ciò che ti devo. Per Allah, né il tuo amico Muhammad né tu siete più cari ad Allah di me, e non potrete ottenere una fortuna maggiore della mia. Dopo questo episodio, Allah l’Altissimo rivelò i seguenti versetti: «Hai visto colui che nega i Miei versetti e dice: “Mi saranno certamente concessi beni e figli”? Ha forse avuto accesso all’invisibile o ha ricevuto un patto dal Misericordioso? Niente affatto! Scriveremo ciò che dice e prolungheremo per lui il castigo. Ciò che dice resterà a Nostra disposizione, ed egli verrà a Noi da solo». (Sūra Maryam, 77-80)

Un giorno Khabbab si recò al cospetto del Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) insieme ad alcuni altri compagni perseguitati come lui e gli raccontò le proprie sofferenze e tribolazioni. Khabbab disse: Quando riferimmo la nostra situazione al Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui), egli era sdraiato all’ombra della Kaʿba, con una coperta a righe sotto la testa. Dicemmo: «O Messaggero di Allah, non invocherai per noi l’aiuto e il perdono di Allah?»

All’udire le nostre parole, il volto benedetto del Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) divenne rosso. Si mise a sedere e poi disse: «Molti tra coloro che vi hanno preceduto venivano catturati, sepolti per metà in fosse scavate nel terreno e poi segati in due dalla testa. La carne veniva strappata dalle loro ossa con pettini di ferro. Eppure non vacillarono neppure minimamente nella loro religione. Allah l’Altissimo porterà certamente a compimento questa religione. Verrà un giorno in cui un viandante viaggerà da Sanʿaʾ fino a Hadramawt. Durante questo lungo viaggio non temerà nessuno all’infuori di Allah. Persino il lupo sorveglierà il gregge. Ma voi siete diventati troppo impazienti». (Rijālūn Ḥawla al-Rasūl, 231; Usud al-Ghāba, 2/98)

Khabbab e i suoi compagni ascoltarono attentamente queste parole del Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui). Decisero di sopportare tutta la pazienza e il sacrificio che Allah e il Suo Messaggero amano. In questo modo la loro fede divenne ancora più salda.

Le torture disumane inflitte a Khabbab continuarono finché Umm Anmar non lo liberò. L’Imam Shaʿbi disse: «Nonostante cento torture, Khabbab rimase paziente. Le persecuzioni degli infedeli non avevano indebolito neppure un poco la sua spina dorsale». Durante la sua permanenza alla Mecca, dedicava tutto il suo tempo all’adorazione e all’attività di invito alla religione. A coloro che allora, per paura, non avevano ancora reso pubblico il proprio ingresso nell’Islam, insegnava segretamente il Corano, recandosi di casa in casa. Insegnava segretamente il Corano a Fatima e Saʿid, sorella e cognato di Umar. Il giorno in cui Umar uscì con l’intenzione di uccidere il Nobile Messaggero di Allah e, avendo appreso lungo la strada da Nuʿaym ibn Abd Allah che sua sorella e suo cognato avevano abbracciato l’Islam, si presentò a casa loro, Khabbab stava insegnando loro il Corano. Avvertita la presenza di Umar, si nascose in un angolo della casa di Fatima. In seguito, quando la recitazione del Corano ebbe trasformato l’animo di Umar ed egli disse: «Portatemi da Muhammad», Khabbab uscì dal suo nascondiglio. Disse a Umar: «O Umar, spero che la supplica del Profeta di Allah riguardo a te sia stata accolta. Ieri ho sentito il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) supplicare: “O Allah, rafforza l’Islam per mezzo di uno di questi due uomini: Abu al-Hakam oppure Umar ibn al-Khattab”». Umar disse: «Khabbab, dimmi, dov’è ora Muhammad. Voglio andare da lui e abbracciare l’Islam». Khabbab rispose: «Ora si trova in una casa vicino al monte Safa, insieme ad alcuni suoi compagni». (Sīrat Ibn Hisham, 1/343, 345; Hayāt al-Sahāba, 1/297)

Un giorno, i due capi dei Quraysh, Aqra ibn Habis e ʿUyayna ibn al-Fazari, si recarono dal Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) e lo videro seduto con alcuni schiavi e credenti deboli, tra cui Ammar, Suhayb, Bilal e Khabbab. I due capi ignorarono tutti i presenti, chiamarono il Nobile Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) un po’ in disparte e gli dissero: «Da te vengono i rappresentanti dei capi degli Arabi. Ci è sconveniente sederci insieme a questi schiavi; allontanali un po’ da noi». Il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) acconsentì alle loro parole. Essi dissero: «Allora mettiamo subito per iscritto la questione». Il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) chiamò Ali e gli fece portare carta e penna. Khabbab disse: «Noi eravamo seduti un po’ lontano. In quel momento giunse Gabriele (pace su di lui) con questi versetti: “Non allontanare coloro che invocano il loro Signore mattina e sera, desiderando il Suo compiacimento. Non spetta a te chiedere conto delle loro opere e per questo scacciarli; altrimenti saresti tra gli ingiusti”». (Sura al-Anʿam, 52-53)

Khabbab disse: Non appena furono rivelati i versetti sopra citati, il Nobile Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) gettò via carta e penna e ci chiamò vicino a sé. Quando ci avvicinammo, ci salutò. Ci sedemmo accanto a lui, ginocchio contro ginocchio. Proprio allora Allah l’Altissimo rivelò questo versetto:

«Sii paziente insieme a coloro che invocano il loro Signore mattina e sera, desiderando il Suo compiacimento, e non distogliere lo sguardo da loro desiderando gli ornamenti della vita terrena». (Sura al-Kahf, 28)

Khabbab disse: Da quel momento, ogni volta che sedevamo con il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui), egli non si alzava finché non ci alzavamo noi. (Hayāt al-Sahāba, 2/475)

Khabbab sopportò con pazienza per lungo tempo le innumerevoli persecuzioni dei Quraysh della Mecca, rimanendo aggrappato alla terra della Mecca. Infine Allah l’Altissimo concesse il permesso di compiere l’Egira, ed egli emigrò a Medina. Non emigrò per sfuggire all’oppressione, bensì con l’intento di ottenere il compiacimento e l’approvazione di Allah. Diceva: «Ho compiuto l’Egira insieme al Messaggero di Allah soltanto per Allah». Dopo il suo arrivo a Medina, il venerabile Rasul Karim (sa) stabilì tra lui e Khirash ibn Samma, secondo un’altra versione Jabr ibn Utayq, il mu’akhāt, cioè la fratellanza religiosa. (Usud al-Ghāba, 2/99)

Dopo il suo arrivo a Medina, nella vita del venerabile Khabbab apparvero un po’ di pace e sicurezza, dalle quali era stato completamente privato per tutta la vita. Qui ebbe l’opportunità di godere della stretta vicinanza del nobile Messaggero. Partecipò con il Messaggero di Allah a tutte le battaglie, comprese quelle di Badr e Uhud. Nella battaglia di Uhud assistette con i propri occhi alla fine di Siba’, fratello di Umm Anmar. Quel giorno fu ucciso per mano del venerabile Hamza (ra).

L’intera vita del venerabile Khabbab (ra) fu segnata dai colpi della povertà. Per un certo periodo, prima e dopo l’avvento dell’Islam, si guadagnò da vivere fabbricando spade. Nell’ultima parte della sua vita raggiunse una notevole agiatezza. Durante il califfato dei venerabili Umar e Uthman, quando furono stabiliti gli stipendi di tutti i Compagni secondo il loro rispettivo rango, il venerabile Khabbab iniziò a ricevere un’indennità cospicua. Così nelle sue mani si accumulò una grande quantità di denaro. Tuttavia, il suo modo di trattare quel denaro era singolare. Lasciava i suoi dirham e dinar in un luogo aperto. I bisognosi e i poveri indigenti vi prendevano liberamente ciò di cui avevano bisogno. Non era necessaria alcuna autorizzazione. Nonostante tutto ciò, era sempre intimorito dal pensiero che forse Allah gli avrebbe chiesto conto di quei beni e che per questo avrebbe dovuto subire una punizione.

Un gruppo dei suoi compagni racconta: «Andammo a trovare Khabbab durante la sua malattia terminale. Indicando un angolo della sua casa cadente, ci disse: “In questo luogo ci sono ottantamila dirham. Per Allah, non ne ho mai chiuso l’accesso, né ho mai vietato a un mendicante di prenderne”. Detto questo, scoppiò in singhiozzi. Gli amici gli chiesero: “Perché piangi?”. Rispose: “I miei compagni se ne sono andati dal mondo senza ricevere alcuna ricompensa per le loro opere. Io sono ancora vivo e sono diventato proprietario di tante ricchezze. Temo che queste ricchezze siano la ricompensa delle mie buone azioni; per questo piango inquieto”. Poi le lacrime gli scesero lungo entrambe le guance quando, indicando il costoso sudario acquistato per sé, disse: “Guardate, questo è il mio telo funebre. Ma quando il venerabile Hamza, zio del Messaggero di Allah (sa), subì il martirio a Uhud, non si trovò per il suo sudario altro che un solo mantello. Se con quel mantello gli si copriva la testa, restavano scoperti i piedi; e se gli si coprivano i piedi, restava scoperta la testa”».

Nell’anno 37 dell’Egira si ammalò a Kufa. Nonostante le cure, la malattia aumentava di giorno in giorno. Continuò a soffrire a lungo per i dolori della malattia. In quella condizione diceva talvolta: «Se il Messaggero di Allah (sa) non avesse vietato di desiderare la morte, pregherei Allah di concedermela». (Al-Isāba, 1/416; Usd al-Ghāba, 2/99) Tra gli studiosi della sīra vi sono divergenze riguardo all’anno e al luogo della sua morte, nonché alla sua età al momento del decesso. Secondo l’opinione più diffusa, morì a Kufa nell’anno 39 dell’Egira, dopo la battaglia di Siffin, all’età di settantadue anni. A causa della malattia non poté partecipare alla battaglia di Siffin. Il venerabile Ali (ra) ricevette la notizia della sua morte sulla via del ritorno dalla battaglia di Siffin e fu lui a guidare la preghiera funebre. Gli abitanti di Kufa seppellivano generalmente i morti all’interno della città. Prima della sua morte, il venerabile Khabbab lasciò disposizione di essere sepolto fuori dalla città. In conformità alla sua volontà, fu sepolto fuori dalla città di Kufa. Fu il primo Compagno a essere sepolto fuori dalla città di Kufa. (Usud al-Ghāba, 2/100)

Dopo aver sepolto il venerabile Khabbab, il Comandante dei Credenti Ali (ra), fermandosi accanto alla sua tomba, pronunciò queste parole: «Che Allah abbia misericordia di Khabbab. Abbracciò l’Islam con ardente desiderio, compì l’Egira con obbedienza e trascorse la vita come un mujāhid. Allah non rende vane le opere di coloro che compiono il bene».

Il venerabile Khabbab nutriva un intenso desiderio di conoscere le parole e le azioni del Messaggero di Allah (sa). Talvolta, durante la notte, restava sveglio di nascosto osservando il modo in cui egli compiva il culto, e al mattino gli faceva domande al riguardo. Una volta il Messaggero (sa) pregò per tutta la notte, ed egli lo osservò furtivamente. Al mattino si recò dal Messaggero di Allah (sa) e disse: «O Messaggero di Allah, possano mio padre e mia madre essere sacrificati per te! La notte scorsa hai compiuto una preghiera che non avevi mai compiuto prima». Egli rispose: «Sì, era una preghiera di speranza e timore. Ho chiesto ad Allah tre cose: due me le ha concesse, ma una no. La prima era che Allah non distruggesse la mia comunità con una carestia. Questa è stata accolta. La seconda era che non facesse prevalere sulla mia comunità un nemico estraneo. Anche questa è stata accolta da Allah. La terza era che un gruppo della mia comunità non fosse vittima della crudeltà di un altro gruppo. Questa non è stata accolta». (Usud al-Ghāba, 2/99)

Narrò trentatré (33) hadith del Messaggero di Allah (sa). Tra questi, tre furono trasmessi da al-Bukhari e Muslim congiuntamente, due soltanto da al-Bukhari e uno soltanto da Muslim. Tra i Compagni e i Tābiʿūn, le personalità più importanti che riferirono hadith da lui furono: suo figlio Abdullah, Abu Umama al-Bahili, Abu Ma’mar, Abdullah ibn Shukhayr, Qays ibn Abi Hazim, Masruq ibn al-Ajdaʿ, Alqama ibn Qays e altri.

La figlia di Hadrat Khabbab ibn al-Aratt narrò: «Una volta mio padre partì per il jihad. Al momento di congedarsi, lasciò una sola capra per il nostro sostentamento e ci disse: “Quando avrete bisogno di mungere la capra, portatela presso gli Ahl al-Suffa”. Noi portammo la capra da loro. Là vedemmo il Messaggero di Allah (s.a.s.) seduto. Egli legò la capra e la munse. Poi disse: “Portatemi il recipiente più grande della vostra casa”. Io portai il recipiente in cui impastavamo la farina. Egli lo riempì di latte. Ce lo porse e disse: “Portatelo via: ne berrete voi e ne darete anche ai vicini. E ogni volta che ne avrete bisogno, portatemi la capra e la mungerò”. Spesso portavamo la capra e la facevamo mungere dalle mani del Messaggero di Allah (s.a.s.). Quando mio padre tornò dal jihad, ogni volta che cercò di mungere la capra, il latte cessò. Mia madre disse: “Hai rovinato la capra! Prima riuscivamo a riempire questo recipiente di latte”. Egli domandò: “Chi la mungeva?”. Mia madre rispose: “Il Messaggero di Allah (s.a.s.)”. Egli disse: “Mi hai forse ritenuto suo pari? Chi possiede mani più benedette delle sue?”. (Hayatus-Sahaba, 3/637)

Mughirah ibn Shu‘bah (r.a.)

Il suo nome era Abu Abdillah Mughirah e suo padre era Shu‘bah ibn Abi ‘Amir. Oltre ad Abu Abdillah, le sue kunyah erano Abu Muhammad e Abu ‘Isa. Apparteneva alla tribù dei Banu Thaqif. Sua madre, Umamah bint Afqam, era figlia di un uomo della tribù dei Banu Nasr ibn Mu‘awiyah. Abbracciò l’Islam nel quinto anno dell’Egira, l’anno della battaglia del Fossato, e nello stesso anno emigrò dalla Mecca a Medina, dove rimase in compagnia del Messaggero di Allah (s.a.s.). (Al-Isabah, 3/452; Usud al-Ghabah, 4/406; Al-Isti‘ab)

Al-Bayhaqi ha narrato un episodio riguardante la prima volta in cui Mughirah incontrò il Nobile Messaggero di Allah (s.a.s.). Mughirah racconta: «Il giorno in cui incontrai per la prima volta il Messaggero di Allah, Abu Jahl e io stavamo camminando per uno stretto vicolo della Mecca. In quel momento incontrammo il Messaggero di Allah (s.a.s.). Il Messaggero (s.a.s.) disse ad Abu Jahl: “Yā Abā al-Hakam — o Abu al-Hakam, vieni verso Allah e il Suo Messaggero”. Abu Jahl disse: “O Muhammad! Non smetterai di insultare le nostre divinità e i nostri ma‘bud? Vuoi forse soltanto che noi attestiamo che tu hai trasmesso il messaggio? Ebbene, attestiamo che lo hai trasmesso. Per Allah, se sapessi che ciò che dici è vero, ti seguiremmo”.»

Il Messaggero di Allah (s.a.s.) se ne andò. Abu Jahl cominciò a dirmi: «Per Allah, so con certezza che ciò che Muhammad dice è vero. Ma ciò che mi impedisce di accettarlo è questo: i Banu Qusay dissero: “La hijabah è nostra” (cioè, le chiavi della Ka‘bah sono in loro possesso e nessuno può entrare all’interno della Ka‘bah senza il loro permesso). Noi dicemmo: “Sì”. Essi dissero: “La siqayah è nostra” (la responsabilità di fornire acqua ai pellegrini). Noi dicemmo: “Sì”. Essi dissero: “An-Nadwah è nostra” (la responsabilità dell’assemblea consultiva). Noi dicemmo: “Sì”. Poi dissero: “Al-liwa’ (lo stendardo di guerra) è nostro”. Noi dicemmo: “Sì”. Essi davano da mangiare alla gente, e anche noi davamo da mangiare. Quando in questo modo raggiungemmo la loro parità, dissero: “Noi abbiamo un profeta”. Per Allah, non posso accettarlo». (Hayatus Sahabah, 1/84)

Durante la spedizione di Hudaybiyyah ebbe l’onore di accompagnare il Messaggero di Allah (s.a.s.) e di partecipare alla Bay‘at ar-Ridwan. I Quraysh impedirono loro di entrare alla Mecca. Da parte dei Quraysh, ‘Urwah ibn Mas‘ud ath-Thaqafi venne a discutere con il Messaggero di Allah (s.a.s.). Secondo la consuetudine generale degli Arabi, mentre parlava, di tanto in tanto allungava la mano verso la nobile barba del Messaggero di Allah (s.a.s.). I musulmani consideravano questo un comportamento sconveniente e Mughirah si stava agitando. Ogni volta che ‘Urwah allungava la mano, la mano di Mughirah andava spontaneamente sull’elsa della sua spada. A un certo punto la sua pazienza si esaurì. Con tono minaccioso disse: «Fa’ attenzione! Tieni sotto controllo le mani». ‘Urwah si voltò e, riconoscendolo, disse: «Ehi, traditore! Non ho forse agito per te?» È da ricordare che ‘Urwah era lo zio di Mughirah. Durante l’epoca dell’ignoranza, Mughirah aveva ucciso alcuni uomini. Fu proprio ‘Urwah ibn Mas‘ud a pagare per le vittime il diyah, cioè il prezzo del sangue. ‘Urwah alludeva a questo episodio. (Bukhari: Kitab ash-Shuru‘ fi al-Jihad wa al-Musalahah; Usud al-Ghabah, 4/406; Hayatus Sahabah, 1/102)

Dopo Hudaybiyyah ebbe l’onore di partecipare a diverse spedizioni. Il Messaggero di Allah (s.a.s.) mandò lui e Abu Sufyan a Ta’if con una speciale unità. Essi sconfissero le forze nemiche con coraggio e audacia.

La tribù dei Banu Thaqif venne a Medina per accettare l’Islam e prestare giuramento di fedeltà al Messaggero di Allah (s.a.s.). Mughirah stava pascolando i cammelli alla periferia di Medina, e fu con lui che gli uomini della tribù dei Thaqif si incontrarono per primi. Appena li vide, Mughirah corse per portare al Messaggero di Allah (s.a.s.) la lieta notizia. Lungo la strada incontrò Abu Bakr (r.a.) e gliela riferì. Abu Bakr lo supplicò, scongiurandolo per Allah, di non dare al Messaggero di Allah (s.a.s.) la lieta notizia prima di lui: desiderava essere il primo a informarlo della cosa. Mughirah rispettò la sua richiesta. Fu quindi Abu Bakr (r.a.) il primo a portare la lieta notizia all’orecchio del Messaggero di Allah (s.a.s.). In seguito Mughirah raggiunse la tribù dei Thaqif e insegnò loro come salutare il Messaggero di Allah (s.a.s.) secondo la modalità islamica. (Hayatus Sahabah, 1/184)

Dopo la morte del Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui), fu presente al lavaggio rituale e alla sepoltura. Quando la gente ebbe calato nella tomba il corpo sacro del Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) e fu risalita, egli improvvisamente gettò deliberatamente il proprio anello nella tomba. ʿAlī (che Allah sia soddisfatto di lui) gli disse di scendere a recuperarlo. Egli scese nella tomba e toccò con la mano i piedi sacri del Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui). Poi, mentre lentamente si ricopriva la tomba di terra, ne uscì. Aveva fatto ciò con l’intento di ottenere l’onore e il privilegio di essere l’ultimo a congedarsi dal Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui). Spesso diceva con orgoglio alla gente: «Sono stato l’ultimo di tutti voi a separarmi dal Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui)». (Ṭabaqāt)

Dopo la morte del nobile Messaggero, egli ebbe un ruolo attivo nella maggior parte delle guerre durante l’epoca dei primi due califfi. Per ordine di Abū Bakr (che Allah sia soddisfatto di lui), partecipò per la prima volta alla spedizione di Bahīra. Partecipò anche all’eliminazione degli apostati di Yamāma.

Dopo aver represso la rivolta dei falsi profeti, partecipò alla campagna in Iraq. Dopo la vittoria di Buwayb, quando l’esercito musulmano avanzò verso Qādisiyya, Rustam, il celebre comandante e condottiero persiano, propose di avviare dei colloqui e chiese che gli fosse inviato un rappresentante musulmano. In risposta alla sua proposta, diversi emissari si recarono da lui l’uno dopo l’altro. Alla fine questo incarico fu affidato ad al-Mughīra.

I Persiani allestirono con grande sfarzo la corte del comandante Rustam, allo scopo di intimorire e terrorizzare l’emissario musulmano. Tutti gli ufficiali dell’esercito persiano indossavano costosi abiti di seta. Lo stesso Rustam portava sul capo una corona ornata d’oro e sedeva con aria orgogliosa su una pedana. L’intera corte era ricoperta di tappeti costosi. Giunto alla corte, al-Mughīra salì senza esitazione direttamente sulla pedana e si sedette accanto a Rustam. Vedendolo sedere con tanto coraggio, i dignitari di Rustam si irritarono profondamente. Lo afferrarono per la mano, lo trascinarono giù e lo fecero sedere ai piedi della pedana. Al-Mughīra disse:

«Noi siamo arabi; presso di noi non esiste una legge per cui un uomo diventi un dio e gli altri lo adorino. Siamo tutti uguali. Siete stati voi a convocarci; non siamo venuti qui come supplicanti. È forse ragionevole il vostro comportamento? Se questa è la vostra condizione, molto presto scomparirete. Ho capito che il vostro governo è ormai sconvolto, che la vostra sconfitta è inevitabile e che nessun impero fondato su una simile mentalità può sopravvivere.»

La gente delle classi inferiori della corte commentò: «Quest’uomo arabo ha detto proprio la verità».

Gli Iraniani non conoscevano una simile uguaglianza. Dopo aver ascoltato le parole di al-Mughīra, si fecero un po’ più cauti. Anche Rustam si sentì alquanto imbarazzato. Disse che era stato un errore della servitù. Poi, con l’intento di compiacere al-Mughīra, estrasse una freccia dalla sua faretra e gli chiese in tono scherzoso: «A cosa serve questa?». Al-Mughīra rispose: «Anche se la scintilla è piccola, è pur sempre fuoco». Rustam indicò allora la spada di al-Mughīra e disse: «La tua spada è piuttosto vecchia». Al-Mughīra rispose: «Anche se l’elsa è vecchia, la lama è affilata». Dopodiché iniziò la discussione sull’argomento principale.

Rustam menzionò il valore, il coraggio, la forza e la potenza della propria gente, nonché la bassezza e la povertà degli Arabi, e disse: «Siete nostri vicini e noi vi trattiamo bene; non vi abbandoneremo nelle vostre difficoltà. Inoltre faremo a ciascuno dei vostri soldati un dono commisurato al suo rango».

Al-Mughīra disse:

«Il mondo terreno non è il nostro obiettivo; il nostro unico scopo e obiettivo è l’Aldilà. Allah ci ha inviato un Profeta. Allah gli ha detto: “Farò prevalere questo popolo su coloro che non accetteranno la Mia religione e, per mezzo suo, mi vendicherò di loro. Finché essi si atterranno saldamente alla religione, li manterrò vittoriosi. Gli umiliati rifiuteranno questa religione, mentre gli onorati vi si aggrapperanno.”»

Rustam: «Qual è quella religione?»

Al-Mughīra: «Il fondamento di quella religione è la shahāda, ossia la testimonianza “lā ilāha illā Allāh — non vi è altra divinità all’infuori di Allah”, e il riconoscimento di tutto ciò che proviene da Allah.»

Rustam: «Queste sono parole davvero meravigliose! Cos’altro?»

Al-Mughīra: «Ogni essere umano è figlio di Adamo; siamo tutti fratelli gli uni degli altri.»

Rustam: «Che meraviglia! Se accettassimo la vostra religione, tornereste nella vostra terra?»

Al-Mughīra: «Per Allah, torneremmo. Dopodiché non ci avvicineremmo al vostro paese, se non per commerciare o per qualche altra necessità.»

Rustam: «È un’ottima cosa!»

Il narratore racconta che, dopo che Mugira se ne fu andato, Rustam discusse dell’Islam con i suoi dignitari. Essi rifiutarono di accettare l’Islam. Allah li privò del bene e li umiliò.

Secondo un’altra narrazione, a un certo punto della discussione Rustam disse: «Vi uccideremo».

Mugira disse: «Se ci uccidete, entreremo in Paradiso; e se noi uccidiamo voi, la vostra dimora sarà l’Inferno e allora sarete costretti a pagare la jizya». Udendo parlare della jizya, essi si misero a urlare.

Mugira disse: «Se rifiutate di pagare la jizya, la spada sarà l’arbitro finale tra voi e noi». Di fronte a una risposta così dura, Rustam si infuriò. Disse: «Per il sole! Prima dell’alba di domani il vostro esercito sarà completamente annientato».

Mugira disse: «Attraverserete il fiume per venire contro di noi, oppure verremo noi contro di voi?»

Rustam: «Saremo noi ad attraversare il fiume per venire contro di voi».

Dopo questa discussione, Mugira tornò all’accampamento. I soldati musulmani arretrarono un poco, permettendo all’esercito persiano di attraversare il fiume. Ḥaḍrat Mugira partecipò a questa battaglia e l’esercito persiano subì una sconfitta disastrosa. (Ḥayāt al-Ṣaḥāba, 1/220, 222-23; 3/687-92; Tārīkh al-Umma al-Islāmiyya, 1/209).

Nell’anno 19 dell’Egira, gli abitanti di Rayy, Qawmas e Isfahan si misero in contatto con lo scià Yazdegerd e radunarono un esercito di sessantamila uomini contro i musulmani. Hazrat ʿAmmār ibn Yāsir informò urgentemente il califfo ʿUmar (che Allah sia soddisfatto di lui) della situazione. Il califfo espresse il desiderio di partire personalmente con l’esercito, ma vi rinunciò considerando la pace e l’ordine interni. Ordinò ai due emiri di Basra e Kufa di avanzare ciascuno con il proprio esercito verso Nahāvand. Nominò Nuʿmān ibn Muqarrin comandante e gli raccomandò: «Se cadrai martire, il tuo successore sarà Hudhayfa ibn al-Yamān. Se Hudhayfa cadrà martire, gli succederà Jarīr ibn ʿAbd Allāh al-Bajalī; e se anch’egli cadrà martire, al-Mughīra ibn Shuʿba innalzerà lo stendardo».

Dopo che i soldati musulmani ebbero posto l’accampamento nei pressi di Nahāvand, gli iraniani proposero nuovamente di discutere e chiesero che fosse inviato un ambasciatore. Poiché al-Mughīra aveva già svolto con successo il compito di ambasciatore, fu scelto nuovamente per assolvere questo incarico. Presentatosi alla corte degli iraniani in veste di ambasciatore, vide che la situazione era identica a quella precedente. Il comandante iraniano sedeva su una pedana indossando una corona intarsiata d’oro. Gli altri soldati e guardie della corte stavano in piedi con aria solenne, con le spade lucenti appese alle spalle. L’intera corte era immersa nel silenzio. Senza prestare la minima attenzione a nessuno, al-Mughīra entrò direttamente. Lungo il percorso, le guardie tentarono di sbarrargli il passo. Egli disse loro: «Non è appropriato trattare così un ambasciatore». Ebbe inizio il colloquio. Il comandante persiano Marwānshāh disse: «Voi siete abitanti dell’Arabia; sulla terra non esiste una nazione più sventurata, povera e impura di voi. I nostri soldati vi avrebbero annientati già da molto tempo, ma siete così spregevoli che vi perdoneremo. Altrimenti, sul campo di battaglia vedrete i vostri cadaveri contorcersi».

Dopo aver pronunciato la lode e il panegirico, Hazrat al-Mughīra disse: «Senza dubbio, un tempo eravamo proprio come tu immagini. Ma il nostro Messaggero (che Allah lo benedica e gli conceda la pace) ha trasformato il nostro aspetto e la nostra condizione. Ora il nostro campo d’azione è libero in ogni direzione. Finché i nostri cadaveri non giaceranno contorti sul campo di battaglia, non potremo astenerci dal strapparvi il trono e la corona».

La missione diplomatica fallì. Da entrambe le parti iniziarono i preparativi per la guerra. Hazrat al-Mughīra fu incaricato dell’ala sinistra. Nella battaglia di Nahāvand, Hazrat Nuʿmān ibn Muqarrin rimase gravemente ferito e cominciò ad attendere la morte. Tuttavia, la forza, il coraggio e la fermezza dell’esercito musulmano non cambiarono. L’esercito persiano fu sconfitto. Dopo la battaglia, Hazrat Maʿqil andò a vedere Hazrat Nuʿmān ibn Mubārak. Egli respirava ancora e la vista gli funzionava ancora. Domandò: «Chi è?». Maʿqil si presentò. Nuʿmān chiese: «Qual è stato l’esito della battaglia?». Maʿqil rispose: «Allah ci ha concesso la vittoria». Egli disse: «Al-ḥamdu li-llāh — ogni lode appartiene ad Allah. Informate ʿUmar». Dopo aver pronunciato queste parole, esalò l’ultimo respiro.

Dopo Nahāvand furono condotte vaste campagne, inviando diversi eserciti in varie regioni. A Hazrat al-Mughīra fu affidata la responsabilità generale della campagna di Hamadān. Con grande successo sconfisse gli abitanti di Hamadān e li costrinse a stipulare un trattato. Partecipò anche alla battaglia di Yarmūk, nella quale riportò una grave ferita a un occhio. (Al-Iṣāba, 3/453; Usd al-Ghāba, 4/401)

Dopo la fondazione della città di Basra, Hazrat ʿUmar (che Allah sia soddisfatto di lui) lo nominò suo wali. Durante il suo mandato come wali di Basra introdusse numerose norme e procedure. Fu il primo a istituire a Basra un «dīwān», cioè un ufficio separato per la distribuzione degli stipendi e delle indennità ai soldati. (Al-Iṣāba, 3/453) Dopo qualche tempo, il califfo ʿUmar (che Allah sia soddisfatto di lui) lo destituì dalla carica di wali a causa di una grave accusa contro la sua moralità. In seguito all’indagine, fu riconosciuto innocente. (Usd al-Ghāba, 4/406) Poiché un Compagno del Messaggero di Allah (che Allah lo benedica e gli conceda la pace) era stato riconosciuto innocente dalla vile accusa mossagli, Hazrat ʿUmar (che Allah sia soddisfatto di lui) fu estremamente lieto e rese lode ad Allah. Dopo questo episodio, Hazrat ʿUmar (che Allah sia soddisfatto di lui) lo nominò wali di Kufa al posto di ʿAmmār ibn Yāsir (che Allah sia soddisfatto di lui). Rimase in questa carica fino all’ultimo giorno del califfato di ʿUmar. Hazrat ʿUthmān (che Allah sia soddisfatto di lui) lo destituì da tale incarico. (Usd al-Ghāba, 4/407)

Egli aiutava sempre il califfo Hazrat ʿUthmān (che Allah sia soddisfatto di lui) con consigli sinceri. L’imam Aḥmad ha tramandato da al-Mughīra quanto segue. Quando Hazrat ʿUthmān era agli arresti domiciliari, un giorno al-Mughīra andò da lui. Disse al califfo: «Voi siete l’imam, cioè il capo, del popolo. Vedete con i vostri occhi ciò che vi è accaduto. Vi indicherò tre possibilità: sceglietene una. 1. Uscite di casa e proclamate il jihād contro i ribelli. 2. Uscite segretamente dalla porta posteriore della casa, salite su una cavalcatura e recatevi direttamente alla Mecca. Là nessuno vi farà del male. 3. Recatevi in Siria, perché là si trova Muʿāwiya». In risposta, il califfo ʿUthmān disse: «Primo: non voglio essere il primo a versare sangue tra la comunità del Messaggero di Allah (che Allah lo benedica e gli conceda la pace). Secondo: ho sentito il Messaggero di Allah (che Allah lo benedica e gli conceda la pace) dire: “Un uomo dei Quraysh sarà sepolto alla Mecca e su di lui ricadrà metà del castigo del mondo”. Non voglio assolutamente essere quell’uomo. Terzo: non desidero recarmi in Siria abbandonando Dār al-Hijra e Mujāwarat Rasūl Allāh — il luogo dell’egira e la vicinanza al Messaggero di Allah (che Allah lo benedica e gli conceda la pace), cioè Medina». (Hayāt al-Ṣaḥāba, 2/396)

Iniziò il conflitto tra Hazrat ʿAlī (che Allah sia soddisfatto di lui) e Hazrat Muʿāwiya (che Allah sia soddisfatto di lui). In un primo momento Hazrat al-Mughīra (che Allah sia soddisfatto di lui) si schierò dalla parte di Hazrat ʿAlī (che Allah sia soddisfatto di lui). Si recò al suo cospetto e gli diede con franchezza questo consiglio: «Se volete rafforzare il vostro califfato, nominate Ṭalḥa e al-Zubayr rispettivamente wali di Kufa e di Basra. Quanto all’emiro Muʿāwiya, mantenetelo per il momento nella sua precedente carica; poi, una volta stabilita pienamente la vostra autorità, farete ciò che vorrete». Hazrat ʿAlī (che Allah sia soddisfatto di lui) gli rispose: «Rifletterò sulla questione di Ṭalḥa e al-Zubayr; tuttavia, finché Muʿāwiya non porrà fine alle sue attività attuali, non lo nominerò wali in alcun luogo né accetterò alcun aiuto da parte sua». Al-Mughīra si adirò per questa risposta. (Al-Istīʿāb) Dopo l’assassinio di Hazrat ʿUthmān (che Allah sia soddisfatto di lui), scoppiò un conflitto tra le due fazioni contrapposte della comunità musulmana. Egli si tenne accuratamente lontano da tali scontri. Dopo Ṣiffīn, fu presente anch’egli a Dūmat al-Jandal per ascoltare il verdetto dell’arbitrato. Dopo il fallimento dell’arbitrato a Dūmat al-Jandal, si schierò dalla parte di Hazrat Muʿāwiya (che Allah sia soddisfatto di lui) e gli prestò il giuramento di fedeltà, la bayʿa. Da allora iniziò a opporsi apertamente a Hazrat ʿAlī (che Allah sia soddisfatto di lui). (Al-Iṣāba, 3/453; Mustadrak, 3/450)

Il sostegno e la collaborazione del venerabile Mugīra (ra) furono di particolare beneficio per il venerabile Muʿāwiya. Con l’aiuto della sua acuta intelligenza, egli risolveva molto rapidamente numerosi problemi di grande importanza. Durante il califfato, davanti all’amīr Muʿāwiya (ra) si presentarono problemi così difficili che, se l’intelligenza e l’ingegno di Mugīra non fossero intervenuti, il venerabile Muʿāwiya avrebbe dovuto affrontare una crisi estremamente grave. Ziyād era uno dei principali esponenti tra gli uomini più astuti e abili degli Arabi. Era il wālī della Persia per conto del venerabile ʿAlī (ra) e un acerrimo oppositore del venerabile Muʿāwiya. Dopo il martirio del venerabile ʿAlī (ra) e dopo che il venerabile Ḥasan (ra) aveva rinunciato alla rivendicazione del califfato, il venerabile Muʿāwiya (ra) divenne il califfo unico dell’intero mondo musulmano; eppure Ziyād continuò a non riconoscerlo come califfo. Il venerabile Mugīra riuscì a rendere persino un simile irriducibile nemico leale al venerabile Muʿāwiya (ra), salvando quest’ultimo da un grave pericolo.

Nell’anno 41 dell’Egira, il venerabile amīr Muʿāwiya nominò il venerabile Mugīra wālī di Kūfa, come ricompensa per i suoi contributi eccezionali. Quando, nell’anno 33 dell’Egira, i khārijiti di Kūfa proclamarono la rivolta, egli la represse con grandissima abilità. In tal modo svolse un ruolo fondamentale nel rafforzamento del califfato del venerabile Muʿāwiya (ra).

Vi sono divergenze riguardo all’anno della morte del venerabile Mugīra. Alcuni hanno affermato che morì a causa della peste scoppiata a Kūfa nell’anno 50 dell’Egira. Altri, invece, hanno detto che morì nell’anno 49 o 51 dell’Egira. Al momento della morte aveva settant’anni.

Sebbene il venerabile Mugīra (ra) fosse un abile diplomatico e soldato, aveva acquisito una notevole competenza nelle scienze religiose. Tra i suoi coetanei godeva di una posizione speciale grazie alla vastità del suo sapere. Nei vari libri di ḥadīth si trovano 133 ḥadīth da lui narrati. Di questi, 9 sono concordemente riportati da al-Bukhārī e Muslim, uno è narrato esclusivamente da al-Bukhārī e due esclusivamente da Muslim. Numerosi Compagni e tābiʿūn hanno narrato ḥadīth da lui. Tra questi vi erano i suoi tre figli: ʿUrwa, Ḥamza e ʿAqqār; e inoltre Zubayr ibn Yaḥyā, Miswar ibn Makhrama, Qays ibn Abī Ḥāzim, Masrūq ibn Ajdaʿ, Nāfiʿ ibn Hubayra, ʿUrwa ibn Zubayr, ʿAmr ibn Wahb e altri illustri personaggi.

Nonostante la sua competenza nelle conoscenze religiose, invece di dedicarsi alla cattedra dell’apprendimento e dell’iftaʾ, si mosse nel complesso campo della politica e della diplomazia. Fu proprio in questo ambito che il suo talento e le sue capacità si svilupparono pienamente. È considerato uno dei più grandi diplomatici degli Arabi. L’imām al-Shaʿbī dice: «I quattro uomini più astuti degli Arabi sono Muʿāwiya ibn Abī Sufyān, ʿAmr ibn al-ʿĀṣ, Mugīra ibn Shuʿba e Ziyād». (Usud al-Ghāba, 4/407; al-Iṣāba, 3/453) Ibn Saʿd dice che, grazie alla sua straordinaria intelligenza e al suo ingegno, la gente lo chiamava “Mughīrat al-Raʾy”, cioè Mugīra, l’uomo dotato di opinioni e decisioni. (Al-Istīʿāb) Per tutte queste qualità eccezionali, il venerabile ʿUmar (ra) lo nominò a numerosi incarichi di grande rilievo. Egli ottenne persino il raro onore di svolgere una missione diplomatica presso la corte iraniana.

Qabīṣa ibn Jābir racconta: «Trascorsi molto tempo in compagnia di Mugīra. Era così perspicace e intelligente che, se una città avesse avuto otto porte tali che da nessuna di esse si potesse uscire senza astuzia e ingegno, Mugīra sarebbe stato capace di uscire da ognuna di esse. Era un maestro nello sciogliere i nodi delle questioni complesse». Al-Ṭabarī dice che, quando esprimeva una decisione su una questione, lasciava sempre aperta anche una via per ritirarsi da essa. Ogni volta che due questioni diventavano dubbie, il suo parere corretto si dimostrava immancabilmente esatto riguardo ad almeno una di esse. (Al-Iṣāba, 3/453)

Nella storia si trovano molti episodi singolari dell’astuzia e della diplomazia del venerabile Mugīra. Il venerabile ʿUmar (ra) lo nominò wālī del Bahrein. Gli abitanti del Bahrein presentarono una denuncia contro di lui al califfo, e il venerabile ʿUmar lo destituì. Per impedirgli di essere nominato nuovamente wālī di quella regione, un dahqān, cioè un capo del luogo, ordì una grave cospirazione. Raccolse centomila dirham, li depositò presso il califfo e disse: «Mugīra aveva sottratto questa somma dal Bayt al-Māl e l’aveva affidata a me». Il venerabile ʿUmar iniziò a interrogarlo con estrema severità. La situazione era molto delicata: da una parte vi era un Compagno del Messaggero di Allah (sa), dall’altra numerose persone testimoniavano contro di lui, e il denaro presumibilmente sottratto era presente. Non occorreva alcun’ulteriore prova o testimone per dimostrare la colpevolezza. Anche in tali circostanze Mugīra mantenne l’equilibrio mentale. Con grande calma disse: «Il dahqān, cioè il capo, ha mentito. Io avevo depositato presso di lui duecentomila; egli ne ha sottratti centomila». Udendo ciò, il dahqān crollò per la paura. Ora avrebbe dovuto depositare nel Bayt al-Māl l’intera somma di duecentomila. Confessò apertamente il suo raggiro e continuò a giurare ripetutamente: «Mugīra non aveva depositato presso di me alcuna somma». In tal modo la verità venne alla luce. Egli aveva inventato quella storia per diffamare Mugīra. Dopo che la questione fu chiarita, il venerabile ʿUmar (ra) chiese a Mugīra: «Perché hai ammesso la somma di duecentomila?». Egli rispose: «Mi aveva accusato falsamente; non avevo altro modo di ripagarlo». (Al-Iṣāba, 3/453)

Una volta, il celebre Compagno Nuʿmān ibn Muqarrin (ra) disse a Mugīra: «Wa-llāhi innaka la-dhū manāqib», cioè: «Per Allah, tu sei davvero un uomo dotato di intelligenza, capacità di consigliare e giudizio corretto». (Ḥayāt al-Ṣaḥāba, 1/512)

Abd al-Rahman ibn Abi Bakr (ra)

Il suo nome prima dell’Islam era Abd al-Ka‘ba, secondo un’altra opinione Abd al-Uzza. Dopo aver abbracciato l’Islam, il Messaggero di Allah (sa) gli diede il nome di Abd al-Rahman. Aveva tre soprannomi o kunya: Abu Abdillah, Abu Muhammad, dal nome di suo figlio Muhammad, e Abu Uthman. Tuttavia, Abu Abdillah era il più famoso. Suo padre era il primo califfo, Hazrat Abu Bakr al-Siddiq (ra), e sua madre Umm Ruman, o Umm Rumman. Era il figlio maggiore del padre e il fratello germano di Umm al-Mu’minin Hazrat Aisha (ra). (Usd al-Ghaba, 3/304-305)

Sebbene tutti i figli di Hazrat Abu Bakr al-Siddiq avessero abbracciato l’Islam fin dall’inizio, Abd al-Rahman rimase lontano dall’Islam per molti anni. Partecipò alla battaglia di Badr dalla parte dei Quraysh della Mecca. Nel corso della battaglia avanzò un poco e disse ai musulmani con tono di sfida: «Hal min mubārin?» — C’è qualcuno che abbia il coraggio di affrontarmi in duello? Udendo questa sfida, il volto di suo padre Abu Bakr (ra) divenne rosso dall’ira. Egli espresse il desiderio di affrontarlo in duello, ma Hazrat Rasul-e Karim (sa) lo trattenne. Anche nella battaglia di Uhud egli si trovava con i Quraysh della Mecca. In quella battaglia era uno dei membri del corpo degli arcieri dei Quraysh. (Usd al-Ghaba, 3/305) In seguito, un giorno, Abd al-Rahman disse a suo padre Abu Bakr (ra): «A Uhud vi vidi, ma vi evitai». Abu Bakr (ra) rispose: «Se ti avessi visto, non ti avrei risparmiato». (Hayat al-Sahaba, 2/313)

Hazrat Abd al-Rahman abbracciò l’Islam al tempo della tregua di Hudaybiyya. Poi emigrò a Medina e cominciò a vivere con suo padre Abu Bakr (ra). Era lui a occuparsi di tutti gli affari e delle attività di Hazrat Abu Bakr (ra). Una notte Hazrat Abu Bakr (ra) invitò alcuni membri degli Ashab al-Suffa. Disse ad Abd al-Rahman: «Vado al servizio del Messaggero di Allah (sa); prima che io ritorni, darai da mangiare agli ospiti». Secondo le istruzioni del padre, Abd al-Rahman servì il cibo agli ospiti al momento stabilito. Tuttavia, essi rifiutarono di mangiare in assenza dell’ospite che li aveva invitati. Quel giorno, per caso, Hazrat Abu Bakr (ra) tornò tardi. Quando seppe che gli ospiti erano ancora a digiuno, disse ad Abd al-Rahman, estremamente adirato: «Per Allah! Io non ti darò da mangiare». Abd al-Rahman, impaurito e rannicchiato, sedeva in un angolo della casa. Facendosi un po’ di coraggio, disse: «Chiedete agli ospiti se li avevo invitati a mangiare». Gli ospiti confermarono le parole di Abd al-Rahman. Giurarono anch’essi: «Finché non darete da mangiare ad Abd al-Rahman, noi non mangeremo». Così l’ira di Abu Bakr si placò e tutti si sedettero insieme a mangiare. Abd al-Rahman racconta: «Quel giorno ci fu tanta baraka nel nostro cibo che, sebbene mangiassimo, esso non diminuiva affatto. Portai parte di quel cibo al Messaggero di Allah (sa). Il Messaggero di Allah (sa) ne mangiò insieme a diversi Sahaba». (Bukhari)

Per natura, Hazrat Abd al-Rahman era estremamente coraggioso. Era un abile arciere. Dalla tregua di Hudaybiyya fino all’ultimo giorno della vita del Messaggero di Allah (sa), partecipò a ogni battaglia, dando prova di eroismo e coraggio. Partecipò alla spedizione di Khaybar come compagno di viaggio del Messaggero di Allah (sa) e ricevette quaranta wasaq di cereali dal bottino di Khaybar. (Sira di Ibn Hisham, 2/352) Fu compagno di viaggio del Messaggero di Allah (sa) anche durante il Pellegrinaggio d’Addio. Hazrat Rasul-e Karim (sa) lo mandò a Tan‘im insieme a Hazrat Aisha (ra) affinché rinnovasse l’ihram. È da notare che, durante quel viaggio, Hazrat Aisha (ra), essendo mestruata, sospese alcune pratiche obbligatorie del pellegrinaggio e sciolse l’ihram. Dopo essere guarita, recatasi a Tan‘im per ordine del Messaggero di Allah (sa), indossò nuovamente l’ihram e compì le pratiche sospese. (Sira di Ibn Hisham, 2/602)

Dopo la morte del Messaggero di Allah (sa), partecipò attivamente, insieme ad altri, alla repressione delle rivolte scoppiate in tutta la penisola arabica. Nella sanguinosa battaglia di Yamama contro il falso profeta Musaylima al-Kadhdhab diede prova del massimo coraggio. In quella battaglia uccise da solo sette famosi guerrieri del campo nemico. In un punto della fortezza dei nemici a Yamama si era aperta una breccia, formando uno stretto passaggio. I mujahid musulmani tentavano ripetutamente di entrare attraverso quella breccia, ma fallivano, perché un valoroso soldato del campo nemico, di nome Mahkam ibn Tufayl, sorvegliava il passaggio senza cedere. Hazrat Abd al-Rahman scoccò una freccia mirando al suo petto, e per il colpo della freccia egli cadde a terra. I mujahid musulmani entrarono immediatamente all’interno, calpestando i piedi dei loro compagni, e aprirono la porta della fortezza. Così la fortezza cadde. Nella battaglia del Cammello, combattuta dopo il martirio di Hazrat Uthman a causa dell’incomprensione tra Hazrat Ali e Hazrat Aisha (ra), Abd al-Rahman si schierò dalla parte di sua sorella. (Al-Isaba, 2/408)

Hazrat Amir Muawiya (ra) iniziò, già durante la propria vita, a promuovere la successione di suo figlio Yazid. Ordinò a Marwan, governatore di Medina, di far prestare alla popolazione di Medina il bay‘a, cioè il giuramento di obbedienza, a Yazid come suo successore. Gli ordinò inoltre di leggere questo decreto alle persone riunite nella moschea di Medina. Marwan eseguì debitamente l’ordine di Muawiya (ra). Radunò la popolazione di Medina nella moschea e lesse il decreto di Amir Muawiya. Non appena terminò la lettura, Hazrat Abd al-Rahman ibn Abi Bakr balzò in piedi e ruppe il silenzio dell’assemblea gridando: «Per Allah! State trasformando il califfato in un sistema eracliano, senza tenere conto dell’opinione della Umma di Muhammad. Quando muore un Eraclio, un altro Eraclio gli succede». Secondo un’altra narrazione, Marwan disse: «Questo è il metodo introdotto da Abu Bakr e Umar». Abd al-Rahman protestò: «No, questo è il metodo di Eraclio e di Cesare: il metodo di porre il figlio sul trono dopo il padre». Anche Abd Allah ibn al-Zubayr e Husayn ibn Ali sostennero fermamente Abd al-Rahman. (Al-Isaba, 2/408; Usd al-Ghaba, 3/306)

Allora Marwan, con voce estremamente agitata, indicando Abd al-Rahman, disse: «Amici! Questo è colui riguardo al quale è stato rivelato il seguente versetto del Corano: “Colui che dice ai suoi genitori: ‘Ahimè per voi!’”, cioè Allah lo ha biasimato per non aver obbedito ai genitori; sura al-Ahqaf, 17». Umm al-Mu’minin Hazrat Aisha (ra) udì queste parole dalla sua stanza. Agitata, esclamò: «Per Allah! No, non fu rivelato riguardo ad Abd al-Rahman. Se volete, posso dirvi riguardo a quale persona fu rivelato questo versetto». (Al-Isaba, 4/408; Usd al-Ghaba, 3/306)

Quel giorno Hazrat Abd al-Rahman comprese che, se il desiderio di Mu’awiya (che Allah si compiaccia di lui) si fosse realizzato, la Umma musulmana avrebbe affrontato una conseguenza disastrosa. Capì con certezza che si trattava di una cospirazione volta a rovesciare il sistema del califfato islamico e a imporre il cesarismo sulla Umma musulmana.

Hazrat Abd al-Rahman iniziò a protestare a gran voce contro questo passo di Hazrat Mu’awiya. Hazrat Mu’awiya (che Allah si compiaccia di lui) adottò allora una strada diversa. Per mettere a tacere Abd al-Rahman, gli mandò un emissario con centomila dirham. Abd al-Rahman, figlio di Hazrat Abu Bakr al-Siddiq, gettò lontano il sacchetto di dirham e disse all’emissario: «Torna indietro. Di’ a Mu’awiya che Abd al-Rahman non venderà la religione in cambio del mondo». (Al-Isti’ab, Usud al-Ghaba, 3/306; Hayat al-Sahaba, 2/254; Rijalun Hawla al-Rasul, 528)

Dopo questo episodio, quando Hazrat Abd al-Rahman seppe che Hazrat Mu’awiya (che Allah si compiaccia di lui) stava venendo dalla Siria a Medina, lasciò immediatamente Medina e si recò alla Mecca. Lì si stabilì in un luogo chiamato «Habshi», a dieci miglia dalla città, e, secondo l’opinione più corretta, morì nell’anno 53 dell’Egira, prima del giuramento di fedeltà a Yazid. La sua morte fu del tutto improvvisa. Il giorno della sua morte, in perfetta salute, si coricò come al solito; ma non si risvegliò più da quel sonno. Hazrat Aisha ebbe qualche sospetto: forse qualcuno lo aveva ucciso avvelenandolo. Qualche tempo dopo, una donna sana e vigorosa si recò da Hazrat Aisha (che Allah si compiaccia di lei) e morì mentre era prosternata nella preghiera. Dopo questo episodio, il suo dubbio svanì. I compagni di Hazrat Abd al-Rahman portarono il suo corpo alla Mecca e lo seppellirono.

Ricevuta la notizia della morte del fratello, Hazrat Aisha (che Allah si compiaccia di lei) si recò alla Mecca con l’intenzione di compiere il pellegrinaggio e, fermatasi accanto alla tomba, scoppiò in lacrime. Tra i singhiozzi recitava ripetutamente un verso di un’elegia composta dal poeta Mutammim ibn Nuwayrah. Poi disse rivolgendosi all’anima del fratello: «Per Allah! Se fossi stata presente al momento della tua morte, ora non piangerei così e ti avrei seppellito proprio nel luogo in cui sei morto». (Mustadrak, 3/476; Al-Isaba, 2/408)

Hazrat Abd al-Rahman (che Allah si compiaccia di lui) narrò numerosi hadith dal Messaggero di Allah (che Allah lo benedica e gli conceda la pace). Molti Compagni e tabi’un narrarono hadith da lui.

Abu Hudhayfa ibn Utba (che Allah si compiaccia di lui)

Il suo nome era Abu Hudhayfa Hashim, secondo un’altra versione Hashem; suo padre era Utba, sua madre Fatima bint Safwan e il suo kunya era Umm Safwan. Apparteneva alla tribù dei Quraysh.

Abu Hudhayfa fu uno dei Sabiqun al-Islam, cioè tra coloro che abbracciarono l’Islam nella prima fase. Suo padre Utba era uno dei principali esponenti dei capi Quraysh, acerrimi nemici dell’Islam. Aveva consacrato la propria vita all’opposizione all’Islam. Ma quanto è grande la gloria di Allah: proprio suo figlio Abu Hudhayfa non tardò affatto ad accettare l’invito all’Islam. Ottenne l’onore di abbracciare l’Islam ancora prima che, alla Mecca, il Messaggero di Allah (che Allah lo benedica e gli conceda la pace) trovasse rifugio nella casa di Hazrat Arqam ibn Abi al-Arqam, e, come molti altri, fu sottoposto a disumane torture per mano dei Quraysh. (Usud al-Ghaba, 5/170) Ibn Ishaq dice che abbracciò l’Islam dopo quarantatré (43) persone. (Al-Isaba, 4/42)

Abu Hudhayfa (che Allah sia soddisfatto di lui) partecipò a entrambe le migrazioni in Abissinia. Dopo la prima migrazione tornò alla Mecca. In seguito si recò nuovamente in Abissinia. Anche sua moglie, Hazrat Sahla bint Suhayl, lo accompagnò nella migrazione in Abissinia. Il loro figlio Muhammad ibn Abi Hudhayfa nacque durante quell’esilio, in Abissinia. (Usud al-Ghaba, 5/170).

Tornato per la seconda volta dall’Abissinia alla Mecca, vide che tra i musulmani rimasti alla Mecca era iniziata una grande corsa alla migrazione verso Medina. Anche lui raggiunse Medina portando con sé il suo schiavo Salim e fu ospitato da Hazrat Abbad ibn Bishr al-Ansari. Il Messaggero di Allah (che Allah lo benedica e gli conceda la pace) instaurò tra loro due il mu’akhat, cioè un rapporto di fratellanza. (Usud al-Ghaba, 5/170).

Partecipò con grande coraggio a tutte le battaglie combattute ai tempi del Messaggero di Allah (che Allah lo benedica e gli conceda la pace). In particolare, l’episodio della battaglia di Badr fu altamente istruttivo per lui e per tutti i musulmani. In quella battaglia, da una parte combatté valorosamente lui e dall’altra suo padre Utba. Quel giorno, l’amore per la verità e la giustizia fece dimenticare ai musulmani i legami di parentela. Abu Hudhayfa sfidò allora a duello, gridando, suo padre Utba, il valoroso guerriero dello schieramento avversario. Udendo la sua sfida, sua sorella Hinda bint Utba lo rimproverò e lo condannò duramente in una poesia. Nel libro Usud al-Ghaba sono riportati due versi di quella poesia.

Nella battaglia di Badr, la maggior parte dei capi Quraysh, compreso il padre di Abu Hudhayfa, Utba, fu uccisa dall’esercito musulmano; i loro corpi furono gettati in un pozzo di Badr e ricoperti di terra. Hazrat il Nobile Messaggero di Allah (che Allah lo benedica e gli conceda la pace) si fermò presso quel pozzo e cominciò a chiamare uno a uno per nome i capi Quraysh uccisi, dicendo: «O Utba, o Shayba, o Umayya ibn Khalaf, o Abu Jahl! Avete trovato veritiera la promessa di Allah? Io ho trovato veritiera la mia promessa». (Bukhari) Ibn Ishaq riferisce che in quel momento Hazrat Abu Hudhayfa appariva molto abbattuto e afflitto. Vedendolo in quello stato, il Messaggero di Allah (che Allah lo benedica e gli conceda la pace) gli chiese: «Abu Hudhayfa, forse soffri per tuo padre». Abu Hudhayfa rispose: «Per Allah, no. Non provo alcun dolore per la sua uccisione. Tuttavia, pensavo che fosse un uomo intelligente, assennato e capace di prendere decisioni. Perciò speravo che avesse la fortuna di abbracciare la fede. Ma quando il Messaggero (che Allah lo benedica e gli conceda la pace) dichiarò che era certamente morto nello stato di kufr, mi rammaricai della mia vana speranza». In seguito, il Messaggero di Allah (che Allah lo benedica e gli conceda la pace) pregò per Abu Hudhayfa. (Sira di Ibn Hisham, 1/638-641; Usud al-Ghaba, 5/171).

Dopo la morte del Nobile Messaggero di Allah (che Allah lo benedica e gli conceda la pace), durante il califfato del primo califfo, Hazrat Abu Bakr al-Siddiq (che Allah sia soddisfatto di lui), nella penisola arabica iniziarono la fitna e le agitazioni provocate da alcuni falsi profeti. Anche Musaylima il Bugiardo di Yamama era uno di quei falsi profeti. Il califfo inviò contro di lui un esercito. Hazrat Abu Hudhayfa (che Allah sia soddisfatto di lui) faceva parte di quell’esercito. Combattendo valorosamente contro l’esercito del falso profeta Musaylima, fu martirizzato sul campo di battaglia di Yamama. Al momento della morte aveva cinquantatré o cinquantaquattro anni.

È narrato da Hazrat Abbas (che Allah sia soddisfatto di lui) che, durante la battaglia di Badr, un giorno il Messaggero di Allah (che Allah lo benedica e gli conceda la pace) disse ai Compagni: «Ho saputo che alcuni membri dei Banu Hashim e di alcune altre tribù sono stati costretti a partecipare a questa battaglia. Non abbiamo bisogno di combattere contro di loro. Se qualcuno di voi si trova di fronte a un membro dei Banu Hashim, non lo uccida. E se incontra Abu al-Bukhtari ibn Hisham, non lo uccida, perché è venuto qui sotto costrizione». Immediatamente Abu Hudhayfa esclamò: «Noi uccideremo i nostri padri, figli e fratelli e risparmieremo Abbas? Per Allah, se lo incontrerò, lo farò a pezzi con la spada». Udendo queste parole di Hudhayfa, il Messaggero di Allah (che Allah lo benedica e gli conceda la pace) disse: «O Abu Hafs (Umar), si ucciderà con la spada lo zio del Messaggero di Allah?». Umar disse: «O Messaggero di Allah, dammi il permesso: gli farò volare via la testa con la spada. Per Allah, è un ipocrita». Abu Hudhayfa disse: «Da quel giorno non mi sono più sentito al sicuro per le parole che avevo pronunciato e sono rimasto sempre impaurito e terrorizzato, finché non ne ho espiato la colpa con il martirio». Espiò la sua colpa diventando martire nella battaglia di Yamama. (Hayat al-Sahaba, 2/364-365).

Salim, mawla di Abi Hudhayfa (che Allah sia soddisfatto di lui)

Un giorno Hazrat il Nobile Messaggero di Allah (che Allah lo benedica e gli conceda la pace) ordinò ai Compagni: «Imparate il Corano da quattro persone: Abdullah ibn Masud, Salim, mawla di Abi Hudhayfa, Ubayy ibn Ka‘b e Muadh ibn Jabal». Chi era dunque questo Salim, mawla di Abi Hudhayfa, che il Messaggero di Allah (che Allah lo benedica e gli conceda la pace) aveva dichiarato affidabile nell’insegnamento del Corano?

Il suo nome era Salem e la sua kunya era Abu Abdallah. Vi sono divergenze riguardo al nome di suo padre. Ibn Mundah disse: «Ubayd ibn Rabia». Secondo altri, invece, era Maqal. Era di origine iraniana. Istakhr, in Persia, era la terra d’origine dei suoi antenati. Giunse a Medina come schiavo di Hadrat Subayta bint Yu’ar al-Ansariyya. Hadrat Subayta era la moglie di Abu Hudhayfa. Quando Subayta lo affrancò incondizionatamente, Abu Hudhayfa lo adottò come figlio. Egli divenne noto come Salem ibn Abu Hudhayfa, così come Zayd era divenuto Zayd ibn Muhammad. Alcuni lo menzionarono come schiavo di Abu Hudhayfa. Per questi motivi fu annoverato tra i Muhajirun. D’altra parte, in quanto schiavo affrancato da Hadrat Subayta, fu chiamato anche Ansari. E poiché in origine era persiano, alcuni lo definirono anche ajami, cioè non arabo.

Hadrat Salem viveva alla Mecca con Hadrat Abu Hudhayfa. Abu Hudhayfa era figlio di Utba, il capo dei Quraysh della Mecca e acerrimo nemico dell’Islam. Tra coloro che risposero «Labbayk» all’inizio della predicazione islamica vi erano Abu Hudhayfa e il suo figlio adottivo Salem. Padre e figlio adoravano il loro Signore in silenzio e con umiltà, sopportando con infinita pazienza le spietate persecuzioni dei Quraysh. Un giorno fu rivelato il versetto del Corano che aboliva l’usanza dell’adozione: «Udu’hum li-aba’ihim», cioè «Chiamateli con il nome dei loro padri». Ogni figlio adottivo assunse allora il nome del proprio padre biologico; così Zayd ibn Muhammad divenne Zayd ibn Haritha. Ma la paternità di Salem era sconosciuta. Perciò egli divenne noto come «Salem mawla Abi Hudhayfa», cioè Salem, amico, compagno, fratello o schiavo affrancato di Abu Hudhayfa.

L’Islam abolì l’usanza dell’adozione. Probabilmente l’Islam intendeva dire che non si doveva attribuire al sangue, alla parentela o a qualsiasi altro legame un’importanza maggiore di quella del legame della fratellanza islamica. I rapporti dovevano essere costruiti sulla fede e sull”aqida. I primi musulmani compresero molto bene questo principio. Perciò, dopo Allah e il Suo Messaggero, nulla era per loro più caro del fratello nella religione. Lo abbiamo visto nei rapporti tra gli Ansar e i Muhajirun. Lo vediamo allo stesso modo nel rapporto tra il nobile Quraysh Abu Hudhayfa e il suo schiavo Salem, privo di paternità conosciuta e di fama.

La fede di Hadrat Salem era come quella dei siddiqin, ed egli percorse la via di Allah come i muttaqin. Non prestava attenzione alla posizione che occupava nella società né alla propria origine. La nuova società costruita dall’Islam lo elevò al rango più alto per la sua taqwa e il suo ikhlas. Fu proprio in quella grande e benedetta nuova società che Abu Hudhayfa provò orgoglio nell’accogliere come fratello o amico colui che il giorno prima era stato suo schiavo. Anzi, dandogli in moglie sua nipote Fatima bint al-Walid, elevò la propria famiglia a una posizione d’onore e gloria. In quella società che aveva eliminato ogni forma di oppressione e ingiustizia e dichiarato nullo ogni falso privilegio nobiliare, la fede, l’onestà e la fermezza di Salem lo affermarono come uomo di primo piano.

Ancor prima dell’emigrazione del Nobile Messaggero, egli emigrò a Medina insieme al suo fratello nella fede Abu Hudhayfa. A Medina fu ospite di Hadrat Abbad ibn Bishr. Alla Mecca, il Messaggero di Allah aveva stabilito un legame di fratellanza religiosa tra lui e Abu Ubayda ibn al-Jarrah. A Medina, invece, il suo legame fraterno fu stabilito con Hadrat Mu’adh ibn Ma’iz al-Ansari.

Nell’epoca dei Compagni, Salem era uno di coloro che erano considerati imam nell’arte della recitazione coranica. Possedeva una voce così melodiosa che, quando iniziava a recitare il Corano, gli ascoltatori lo ascoltavano rapiti. Un giorno Umm al-Mu’minin Hadrat Aisha tardò a recarsi dal Messaggero di Allah. Il Messaggero di Allah le chiese: «Perché hai fatto tardi?». Aisha rispose: «Un recitatore stava recitando il Corano con una voce melodiosa, così mi sono fermata ad ascoltarlo». Ella descrisse la dolcezza della sua recitazione. Dopo aver ascoltato la sua descrizione, il Messaggero di Allah si avvolse nel mantello, uscì e vide che quel recitatore non era altri che Salem mawla Abu Hudhayfa. Ascoltando la sua recitazione, il Messaggero di Allah commentò: «Alhamdulillah, alladhi ja’ala fi ummati mithlaka» — «Ogni lode appartiene ad Allah, che nella mia comunità ha creato persone come te». (Usud al-Ghaba, 2/246).

Grazie alla sua voce melodiosa e alla grande quantità di Corano che aveva memorizzato, Salem era tenuto in altissima considerazione e onore tra i nobili Compagni. Hadrat Abd Allah ibn Umar disse: «Prima dell’emigrazione del Messaggero di Allah a Medina, Salem guidava nella preghiera, nella moschea di Quba, coloro che erano emigrati a Medina». (Bukhari) Anche Compagni illustri come Hadrat Abu Bakr e Hadrat Umar pregavano dietro di lui.

Fu con il Nobile Messaggero in tutte le battaglie, comprese quelle di Badr, Uhud e al-Khandaq. (Usud al-Ghaba, 2/246) Nella battaglia di Badr uccise con le proprie mani l’infedele Umayr ibn Abi Umayr. (Ibn Hisham, 1/708).

Dopo la conquista della Mecca, il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) inviò alcuni gruppi di emissari per la daʿwa nei villaggi e presso le tribù dei dintorni della Mecca. Disse loro: «Non siete inviati come combattenti, bensì come daʿi, cioè come invitatori». A capo di uno di questi gruppi vi era Hadrat Khalid ibn al-Walid. Quando Khalid giunse a destinazione, accadde un fatto: egli sguainò la spada, causando gravi perdite agli avversari. Quando la notizia giunse al Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui), questi rimase a lungo a presentare le proprie scuse ad Allah, dicendo: «O Allah, mi dichiaro estraneo davanti a Te alla responsabilità di ciò che Khalid ha fatto». In questa spedizione Hadrat Salim accompagnava Hadrat Khalid. Salim non accettò in silenzio l’operato di Khalid, ma lo contestò con veemenza. Di fronte alle sue proteste, il valoroso Khalid talvolta rimaneva senza risposta, altre volte cercava di presentare argomenti a propria difesa, e altre ancora si lasciava coinvolgere in un’accesa disputa verbale con Salim. Salim, tuttavia, rimase fermo nella propria posizione. Quel giorno non rimase in silenzio né si astenne dal dire la verità per timore di Khalid.

Fino a pochi giorni prima Salim era stato uno schiavo della Mecca; ora non dava alcun peso a un nobile comandante Qurayshita della Mecca quale Khalid. E Khalid non si irritò affatto, perché l’Islam aveva posto entrambi sullo stesso piano di dignità. Quel giorno Salim non accettò l’errore di Khalid per un’inutile devozione e venerazione verso il capo; al contrario, protestò in quanto partecipe della responsabilità. Non lo fece per soddisfazione personale o per farsi un nome: aveva infatti sentito ripetere più volte dal Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui): «Ad-din an-nasihah» — «L’altro nome della religione è il consiglio sincero». Quel giorno fu proprio questo consiglio che egli offrì a Khalid.

Quando la notizia dell’eccesso commesso da Hadrat Khalid giunse al Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui), egli chiese: «Nessuno ha contestato o condannato ciò che ha fatto?». Il Santo Messaggero si adirò quando sentì rispondere: «Sì, Salim lo ha contestato. Ha litigato con lui».

Il nobile Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) passò alla vicinanza di Allah. Il califfato di Hadrat Abu Bakr dovette affrontare la cospirazione degli apostati. Con loro ebbe luogo la terribile battaglia di Yamama, una guerra tanto spaventosa quale non si era mai vista prima nella storia dell’Islam. L’esercito musulmano partì da Medina alla volta di Yamama. Salim e il suo fratello nella fede Abu Hudhayfa partirono insieme agli altri. Nella prima fase della battaglia l’esercito musulmano subì qualche rovescio. Allora compresero che la guerra è guerra e la responsabilità è responsabilità. Hadrat Khalid ibn al-Walid li riorganizzò e schierò le truppe in modo straordinario. Quando inizialmente l’esercito musulmano stava ripiegando, Hadrat Salim gridò: «Ahimè, ai tempi del Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) la nostra condizione non era questa». Si scavò una fossa e vi rimase saldo in piedi. (Usud al-Ghaba, 2/246).

Nella battaglia di Yamama, all’inizio la bandiera dell’esercito musulmano era nelle mani di Hadrat Zayd ibn al-Khattab. Quando egli ottenne il martirio, la bandiera cadde a terra. Immediatamente Salim la raccolse. Alcuni obiettarono che la portasse, dicendo: «Temiamo che dal tuo lato possa giungere un attacco delle forze nemiche». Salim disse: «In tal caso diventerei un indegno portatore del Corano». (Hayat as-Sahaba, 1/535).

Prima di attaccare le forze nemiche, i due fratelli nella fede — Abu Hudhayfa e Salim — si abbracciarono e si impegnarono a ottenere il martirio sulla via della vera religione. Poi entrambi si lanciarono contro le forze nemiche. Da una parte Abu Hudhayfa gridava: «O portatori del Corano, adornate il Corano con le vostre opere», mentre colpiva con la spada l’esercito di Musaylima il Bugiardo. Dall’altra Salim gridava: «Diventerò un indegno portatore del Corano, se dal mio lato giungerà un attacco delle forze nemiche». Pronunciava queste parole e, con entrambe le mani, colpiva con la spada il collo dei soldati nemici.

Un apostata lo colpì violentemente con la spada alla mano destra, che venne recisa. Egli sollevò la bandiera con la mano sinistra. Quando anche la mano sinistra fu recisa da un colpo nemico, strinse la bandiera avvolgendola intorno al collo. In quella condizione continuò a recitare questo versetto del Corano: «Wa ma Muhammadun illa rasul, wa ka-ayyin min nabiyyin qatala maʿahu ribbiyyuna kathir». «Muhammad non è altro che un Messaggero di Allah. Quanti profeti hanno combattuto avendo al loro fianco numerosi devoti del Signore! Le calamità e le avversità che li colpirono sulla via di Allah non li resero deboli né li fecero desistere. Allah ama i pazienti». Questo fu il suo grido prima della morte.

Poco dopo, un gruppo di apostati circondò Salim. Il valoroso Salim cadde a terra. Il suo corpo conservava ancora un soffio di vita. Con la morte di Musaylima il Bugiardo, la battaglia terminò con la vittoria dei musulmani e la sconfitta degli apostati. I musulmani cominciarono a cercare i feriti e i caduti. Trovarono Salim nelle sue ultime ore di vita. In quella condizione Salim chiese loro: «Qual è la condizione di Abu Hudhayfa?»

—È morto martire.

—Che ne è stato di colui che temeva un attacco delle forze nemiche da parte mia?

—È morto martire.

—Adagiatemi proprio in mezzo a loro.

—I due sono morti martiri ai tuoi due lati.

Hazrat Salim sorrise appena per l’ultima volta. Non disse altro. Salim e Abu Hudhayfa ottennero entrambi ciò che avevano sinceramente desiderato. Abbracciarono insieme l’Islam, vissero insieme e insieme morirono martiri nello stesso luogo.

La storia di Hazrat Salim è simile a quella di Bilal e di innumerevoli altri schiavi indifesi. L’Islam gettò via dalle loro spalle il giogo della schiavitù e li pose al rango di imam, guide e amministratori in una società fondata sulla verità e sul bene. In lui si erano riunite tutte le virtù del grande Islam. La sua caratteristica più notevole era che manifestava apertamente ciò che sapeva essere vero e non si tratteneva mai dal dirlo. I suoi compagni credenti lo chiamarono «Salim min al-Salihin», Salim appartenente al gruppo dei sinceri.

Hazrat Umar ibn al-Khattab era prodigo di elogi nei confronti di Salim. Prima della sua morte, parlando della scelta del califfo, disse: «Se oggi Salim fosse vivo, gli affiderei il califfato senza neppure consultare la shura.» (Usud al-Ghaba, 2/246).

Hazrat Sālim non aveva figli. Perciò, prima di morire, lasciò disposizioni riguardo ai beni da lui lasciati: un terzo per la liberazione degli schiavi e altre opere islamiche, e un terzo a favore del suo precedente padrone, Hazrat Subaita. Quando Hazrat Abū Bakr (che Allah sia soddisfatto di lui) inviò a Subaita il terzo previsto dal testamento, questi rifiutò di accettarlo, dicendo: «Io l’avevo liberato incondizionatamente e non mi aspettavo nulla in cambio». In seguito, il califfo ʿUmar (che Allah sia soddisfatto di lui) lo depositò nel Bayt al-Māl. (Al-Istīʿāb, Usud al-Ghāba, 2/247).

Da Hazrat Sālim sono stati tramandati hadith del Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui). Inoltre, molti Compagni hanno tramandato hadith da lui.

Hātib ibn Abī Baltaʿa

Il suo nome era Hātib e le sue kunya erano Abū Muhammad e Abū ʿAbdullah. Suo padre si chiamava Abū Baltaʿa ʿAmr. I biografi del Profeta hanno opinioni discordanti riguardo alla sua discendenza e al suo arrivo alla Mecca. Secondo l’opinione più accreditata, l’antica patria dei suoi antenati era lo Yemen. Essi si stabilirono alla Mecca dopo essersi affiliati ai Banū Asad e successivamente essere diventati alleati, mediante un patto, di Zubayr ibn al-ʿAwwām. Alcuni hanno inoltre detto che egli era schiavo di ʿUbaydullah ibn Humayd. Ottenne la libertà dalla schiavitù pagando il prezzo stabilito sulla base della mukātaba, cioè di un contratto. (Usud al-Ghāba, 1/361).

Al-Marzubānī afferma nella sua opera Muʿjam al-Shuʿarā: «Durante l’epoca della jāhiliyya era uno dei più rinomati cavalieri e poeti dei Quraysh». (Al-Iṣāba, 1/300)

Abbracciò l’Islam prima dell’Egira e, dopo che Medina fu istituita come centro dell’Islam, vi giunse portando con sé il suo schiavo Saʿd. Lì fu ospite di Hazrat Mundhir ibn Muhammad al-Anṣārī e strinse un rapporto di fratellanza, o muʾākhāt, con Hazrat Khālid ibn Raqbala (che Allah sia soddisfatto di lui).

Mūsā ibn ʿUqba e Ibn Isḥāq affermano che egli partecipò, insieme al Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui), alla battaglia di Badr. Fu presente anche al trattato di Hudaybiyya. (Usud al-Ghāba, 1/361). Inoltre, secondo diverse narrazioni, partecipò a tutte le battaglie combattute insieme al Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui), comprese quelle di Uḥud e del Fossato.

Dopo il ritorno da Uḥud, nel sesto anno dell’Egira, il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) lo inviò alla corte di al-Muqawqis, sovrano d’Egitto, in qualità di missionario e predicatore dell’Islam. Il contenuto della lettera del Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui), che egli portò ad al-Muqawqis, era il seguente:

«In seguito, vi invito ad accettare il messaggio dell’Islam. Se abbraccerete l’Islam, sarete al sicuro e Allah vi concederà una doppia ricompensa. Ma se lo rifiuterete, il peccato di tutti i Copti ricadrà su di voi. O gente della Scrittura celeste! Venite a una parola comune tra noi e voi: adoriamo soltanto l’unico Allah, non associamo nulla a Lui e non prendiamo nessuno tra noi come dio al posto di Allah.»

Hazrat Hatib ibn Abi Balta’a si recò alla corte di al-Muqawqis in Egitto e gli consegnò la suddetta lettera del Messaggero di Allah, pace e benedizioni di Allah su di lui. Tra i due si svolse il seguente dialogo:

Hatib: Prima di voi, qui vi fu un sovrano che si considerava dio. Allah l’Altissimo lo immerse nel castigo di questo mondo e dell’Aldilà, infliggendogli una punizione esemplare. Anche voi dovreste trarre ammonimento dagli altri. Non è auspicabile che siate voi stessi a diventare un esempio per gli ammonimenti altrui.

Al-Muqawqis: Siamo seguaci di una religione. Finché un’altra religione non si dimostrerà superiore a essa, non possiamo abbandonarla.

Hatib: Vi invitiamo alla religione dell’Islam, che è migliore e più completa di tutte le altre religioni. Quando questo Profeta invitò gli uomini a questa religione, i Quraysh gli si opposero con veemenza. Inoltre, furono gli Ebrei a manifestare la maggiore ostilità. I cristiani, invece, furono relativamente più concilianti. Per Allah! Come Mosè annunciò la buona novella di Gesù, così Gesù annunciò quella di Muhammad. Come voi invitate gli Ebrei al Vangelo, così noi vi invitiamo al Corano. Tutti i popoli e le nazioni presenti sulla terra al momento dell’avvento di un profeta appartengono alla comunità di quel profeta, e per loro è obbligatorio obbedirgli. Poiché avete vissuto nell’epoca di un profeta, avete il dovere assoluto di credere in lui. Non vi stiamo allontanando dalla religione del Messia; al contrario, desideriamo guidarvi verso di essa nel modo corretto.

Al-Muqawqis: Muhammad è davvero un profeta?

Hatib: Perché non dovrebbe esserlo?

Al-Muqawqis: Quando i Quraysh lo espulsero dalla sua città, perché non pronunciò una maledizione contro di loro?

Ḥātib: Credete che Gesù, pace su di lui, sia il Messaggero di Allah? Se è così, allora, quando fu crocifisso, perché non invocò una maledizione sul suo popolo?

A una risposta così penetrante e immediata, dalle labbra di al-Muqawqis scaturì spontaneamente un’esclamazione di ammirazione. Egli aggiunse: «Certamente siete un uomo di grande sapienza e venite da parte di un uomo di grande sapienza». (Usud al-Ghāba, 1/361). «Per quanto ho potuto riflettere, questo Profeta non ordina nulla di futile e non vieta nulla di buono. Non posso definirlo né un mago traviato né un falso indovino. In lui sono presenti molti segni della profezia. Presto rifletterò profondamente sulla questione». Dopo aver pronunciato queste parole, sollevò la sacra lettera del Nobile Messaggero di Allah, la rinchiuse in una scatola d’avorio, la sigillò e la affidò alla custodia di una schiava presente.

Al-Muqawqis congedò Ḥātib con grandissimo rispetto e gli inviò, per il Messaggero di Allah, doni preziosi: tre schiave, una mula chiamata Duldul e diversi abiti. (Zād al-Maʿād, 257). Una delle tre schiave inviate da al-Muqawqis era Maria la Copta. Il Nobile Messaggero di Allah la tenne per sé e da lei nacque Ibrāhīm, figlio del Messaggero di Allah. La seconda schiava era Sīrīn, sorella di Maria. Il Messaggero di Allah la donò al celebre poeta Ḥassān ibn Thābit; da lei nacque ʿAbd al-Raḥmān ibn Ḥassān. La terza schiava fu donata dal Messaggero di Allah ad Abū Jahl ibn Ḥudhayfa al-ʿAdawī. (Ḥayāt al-Ṣaḥāba, 1/140-141; Usud al-Ghāba, 1/362).

Nell’ottavo anno dell’Egira iniziarono i preparativi per la conquista della Mecca. Affinché gli avversari, i Quraysh della Mecca, non ne venissero a conoscenza, il Messaggero di Allah mise tutti in guardia. Sebbene Ḥātib non vivesse alla Mecca, a causa della sua antica amicizia con i Quraysh si lasciò indebolire dall’affetto per loro. Inviò verso la Mecca una donna della tribù dei Muzayna, insieme a una lettera contenente la notizia dei preparativi segreti degli abitanti di Medina. Avevano concordato che, in cambio, egli le avrebbe pagato il compenso stabilito. La donna nascose la lettera tra le trecce dei capelli e si mise in viaggio verso la Mecca. Nel frattempo, attraverso la rivelazione, il Messaggero di Allah fu informato di tutto. Immediatamente ordinò ad ʿAlī, al-Zubayr e al-Miqdād di inseguire la donna e recuperare la lettera. I tre cavalcarono molto rapidamente e raggiunsero la donna in un luogo chiamato «Khalīqa», o, secondo un’altra versione, «Rawḍat Khākh». Dapprima perquisirono la sua cavalcatura, ma non trovarono nulla. Allora ʿAlī le disse: «Giuro per Allah che al Messaggero di Allah non è stata riferita una notizia falsa e che neppure a noi è stata detta una menzogna. O ci consegni spontaneamente la lettera, oppure ti perquisiremo spogliandoti». Vedendo la loro fermezza, la donna disse: «Allontanatevi un poco». Essi si fecero da parte. La donna sciolse la treccia, estrasse la lettera e gliela consegnò. I tre portarono la lettera al servizio del Messaggero di Allah. Dopo averla letta, il Messaggero di Allah domandò con stupore: «O Ḥātib, perché hai fatto una cosa simile?». Ḥātib rispose: «O Messaggero di Allah, non affrettarti a giudicare il mio caso. Sebbene non appartenga alla stirpe dei Quraysh, durante l’epoca dell’ignoranza si era instaurato tra me e loro un profondo legame. Poiché tutti gli Emigrati aiutano i loro parenti e amici rimasti alla Mecca, desiderai almeno ricambiare in parte il buon trattamento che i Quraysh riservano ai miei familiari. Non ho fatto ciò rinnegando la fede, abbandonando l’Islam o preferendo la miscredenza all’Islam». (Ṣaḥīḥ al-Bukhārī, Kitāb al-Maghāzī).

In un’altra narrazione si riferisce che Ḥātib disse: «O Messaggero di Allah! La mia famiglia si trova tra loro. Ho scritto la lettera ritenendo che ciò non avrebbe arrecato alcun danno ad Allah e al Suo Messaggero. Da quando ho abbracciato l’Islam, non è mai sorto nel mio cuore alcun dubbio riguardo ad Allah. Tuttavia, alla Mecca ero uno straniero, e lì si trovano mia madre, i miei fratelli e i miei figli». (al-Iṣāba, 1/300; Ḥayāt al-Ṣaḥāba, 2/425).

Dopo aver ascoltato le parole di Ḥātib, il Nobile Messaggero di Allah si rivolse ai Compagni presenti e disse: «Egli ha detto la verità. Per questo nessuno lo insulti». ʿUmar disse: «O Messaggero di Allah! Egli ha agito con infedeltà verso Allah, il Messaggero e i musulmani. Permettimi di recidere il collo di questo ipocrita». Il Messaggero di Allah disse: «Non ha forse partecipato alla battaglia di Badr? Allah ha concesso ai combattenti di Badr [il Suo perdono], dicendo: “Fate ciò che volete: il Paradiso vi è garantito”». Di fronte a questa straordinaria generosità del Profeta della misericordia, la Misericordia per i mondi, gli occhi di ʿUmar si riempirono di lacrime. (Ṣaḥīḥ al-Bukhārī, Faḍl man shahida Badran).

Fu in relazione a questo episodio che venne rivelato il seguente versetto del Nobile Corano:

«O voi che credete, non prendete come amici i Miei nemici e i vostri nemici. Mostrate loro amicizia, mentre essi hanno rinnegato la verità che vi è giunta. (Sura al-Mumtaḥina, 1).

Dopo la morte del nobile Messaggero di Allah, il primo califfo, il nobile Abu Bakr (che Allah sia soddisfatto di lui), lo inviò per la seconda volta alla corte di al-Muqawqis e concluse con al-Muqawqis un trattato di pace. Questo trattato rimase in vigore tra le due parti fino alla conquista dell’Egitto da parte del nobile ʿAmr ibn al-ʿĀṣ (che Allah sia soddisfatto di lui). (Al-Istīʿāb).

Morì a Medina nell’anno 30 dell’Egira, all’età di 65 anni. Il nobile ʿUthmān (che Allah sia soddisfatto di lui) guidò la preghiera funebre e la sua sepoltura fu completata alla presenza di una grande moltitudine di persone. (Al-Istīʿāb).

Mantenere le promesse, ricambiare i favori e parlare con chiarezza erano tra le principali caratteristiche del suo carattere. Nutriva una sconfinata benevolenza verso parenti e amici. La lettera che scrisse prima della conquista della Mecca fu scritta soprattutto per sollecitudine verso di loro. Il Messaggero (pace e benedizioni su di lui), comprendendo ciò, lo perdonò. Il suo carattere era alquanto rude. Trattava severamente gli schiavi. Per questo il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) e i califfi successivi talvolta lo rimproveravano e lo correggevano. Una volta, uno dei suoi schiavi si recò al cospetto del nobile Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) e, lamentandosi della sua severità, disse: «O Messaggero di Allah, certamente Ḥāṭib andrà all’Inferno». Il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) disse: «Stai mentendo. Chi ha partecipato a Badr e a al-Ḥudaybiyya non può andare all’Inferno». (Al-Istīʿāb).

Durante il califfato del nobile ʿUmar (che Allah sia soddisfatto di lui), i suoi schiavi si lamentarono più volte della sua severità presso il califfo. Una volta, uno dei suoi schiavi aveva macellato il cammello di un uomo della tribù dei Muzayna; come punizione, egli stabilì per quello schiavo una pena severa. Venutone a conoscenza, il califfo lo convocò e gli disse: «Ho saputo che lasci i tuoi schiavi senza cibo». Il califfo lo ammonì severamente.

Il commercio era la principale fonte del suo sostentamento. Traeva ingenti guadagni da un negozio di alimentari. Al momento della morte lasciò quattromila dinari e numerose case. Alcuni hanno detto che da Ḥāṭib sono stati trasmessi tre ḥadīth del Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui), mentre altri hanno detto che ne sono stati trasmessi due.

‘ʿUtba ibn Ghazwān (che Allah sia soddisfatto di lui)

Il suo nome era ʿUtba e il suo kunya Abū ʿAbd Allāh. Suo padre era Ghazwān ibn Jābir. Nell’epoca preislamica la sua tribù era alleata dei Banū Nawfal ibn ʿAbd Manāf. Tra coloro che, agli inizi dell’Islam, risposero all’invito al tawḥīd, ʿUtba fu uno dei primi. Una volta, durante un discorso, affermò di essere stato il settimo musulmano. (Usd al-Ghāba, 3).

Oppresso dalle persecuzioni degli infedeli alla Mecca, partecipò alla seconda emigrazione in Abissinia. Allora aveva quarant’anni. Dopo essere rimasto per qualche tempo in Abissinia, tornò alla Mecca e vi continuò a vivere. A quel tempo il nobile Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) si trovava ancora alla Mecca. (Al-Istīʿāb; Usd al-Ghāba, 3/364).

Quando il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, emigrò a Medina e iniziò il conflitto militare tra la miscredenza e l’Islam, egli e Miqdad si diressero verso Medina insieme a un esercito qurayshita. Il comandante di questo esercito era Ikrima ibn Abi Jahl. Lungo il cammino, quell’esercito ebbe un breve scontro con un piccolo gruppo di mujahidin musulmani di Medina. Il comandante di questo gruppo era Hudhayfa ibn al-Harith. Utba e Miqdad erano in attesa di un’opportunità. Al momento opportuno, si unirono al gruppo dei mujahidin. Giunto a Medina, Utba fu ospite di Abd Allah ibn Salama al-Ajlani e instaurò un rapporto di fratellanza con Abu Dujana al-Ansari. (Tabaqat di Ibn Sa‘d, 3/69).

Utba ibn Ghazwan era un abile arciere. Oltre a Badr, Uhud e Khandaq, partecipò con grande coraggio a tutte le battaglie alle quali il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, prese parte personalmente. Fu inoltre membro del gruppo di ricognizione che il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, inviò verso Nakhlah sotto il comando di Abd Allah ibn Jahsh. (Hayat al-Sahaba, 2/350).

Nel 14º anno dell’Egira, il secondo califfo, Umar, che Allah si compiaccia di lui, lo inviò da Medina alla guida di un esercito, affidandogli la responsabilità di condurre una spedizione contro il porto marittimo iracheno di Ubulla, Maysan e le zone circostanti. L’episodio è narrato in varie opere nel modo seguente: «Il Comandante dei Credenti, Umar ibn al-Khattab, che Allah si compiaccia di lui, dopo la preghiera della sera si coricò per riposare un po’, così da poter uscire più tardi durante la notte per fare il giro della città. Ma non riusciva a chiudere occhio. Un messaggero era giunto con la notizia che l’esercito persiano sconfitto si era riorganizzato, dopo essersi disperso, per lanciare un contrattacco. Al califfo era stato inoltre riferito che la città di Ubulla, vicina a Bassora, era la principale fonte di denaro e di rifornimenti di uomini per l’esercito persiano sconfitto. Il califfo decise di condurre una spedizione a Ubulla per interrompere questa fonte dell’esercito persiano. Tuttavia, la sua decisione era ostacolata dall’insufficienza delle forze militari. A Medina, infatti, quasi tutti, salvo poche persone, erano impegnati in spedizioni su diversi fronti. Il califfo Umar, che Allah si compiaccia di lui, decise allora di ricorrere al suo metodo consueto: compensare la scarsità di soldati con una leadership forte e capace. Rifletté sui comandanti dell’esercito. Dopo qualche istante esclamò tra sé: “L’ho trovato. Sì, l’ho trovato”. Poi, dicendo queste parole, si coricò. Era quel mujahid che le battaglie di Badr, Uhud e Khandaq avevano conosciuto. Anche Yamama era testimone delle sue capacità e del suo ruolo. In nessuna battaglia la sua spada si era spuntata e nessuna delle sue frecce aveva mancato il bersaglio. Inoltre, aveva compiuto due Egire ed era stato il settimo musulmano sulla terraferma.»

Al mattino disse: «Qualcuno di voi vada a chiamare Utba ibn Ghazwan». Il califfo gli affidò il comando di un esercito composto da poco più di trecento uomini e promise di sostenerlo con altri soldati che sarebbero giunti successivamente.

Poco prima che Utba partisse da Medina con il suo esercito, il califfo Umar diede al comandante Utba i seguenti consigli:

«Parti con i tuoi compagni, confidando nella misericordia e nelle benedizioni di Allah, verso i confini estremi dell’Arabia e le regioni vicine ai territori degli imperi non arabi. Adotta il taqwa per quanto possibile e ricorda che state andando in terra nemica. Spero che Allah ti aiuti. Ho scritto ad Ala ibn al-Hadrami, chiedendogli di inviarti Arfaja ibn Harthama in aiuto. Egli è un mujahid efficiente nel combattere il nemico. Sarà il tuo consigliere. Invita i non arabi ad Allah. A coloro che accoglieranno il tuo invito garantirai la sicurezza; coloro che lo rifiuteranno li costringerai a vivere sotto il dominio islamico pagando la jizya. Altrimenti, deciderai la questione con la spada. Lungo il cammino, incoraggia a combattere il nemico tutte le tribù arabe presso le quali passerai e temi Allah in ogni circostanza. (Usd al-Ghaba, 3/364).»

Utba ibn Ghazwan partì con il suo esercito. Insieme a quell’esercito viaggiavano anche quindici donne, tra cui sua moglie e le mogli degli altri soldati. Giunsero in una zona ricca di una particolare pianta acquatica chiamata Qasba, non lontano dalla città di Ubulla. A quel punto non avevano nulla con cui nutrirsi e sopravvivere. Quando furono colpiti da una fame terribile, Utba ordinò ad alcuni uomini del suo esercito di cercare qualcosa da mangiare. A questa ricerca di cibo è legata una storia sorprendente. Uno di loro la racconta:

«Entrammo nella fitta giungla alla ricerca di cibo. Lì vedemmo due sacchi abbandonati. Uno era pieno di datteri, mentre l’altro conteneva una specie di chicchi bianchi ricoperti in superficie da un involucro dorato. Trascinammo i due sacchi fino alla vicinanza del nostro accampamento. Uno di noi, guardando il sacco pieno di chicchi, disse: “È veleno; lo hanno lasciato i nemici. Nessuno si avvicini”. Cominciammo a mangiare i datteri. Nel frattempo, il nostro cavallo corse verso il sacco dei chicchi e cominciò a mangiarne. Eravamo quasi giunti alla decisione di macellarlo prima che morisse, così da poter mangiare la sua carne.»

Dopodiché il proprietario del cavallo ci disse: «Aspettiamo un po’; questa notte sorvegliamo il cavallo. Se si vedrà che sta davvero morendo, lo si potrà macellare». Ma al mattino vedemmo che il cavallo era completamente guarito. Allora mia sorella mi disse: «Fratello, ho sentito mio padre dire che, se il veleno viene bruciato sul fuoco e bollito, perde il suo effetto». Poi prese alcuni chicchi, li mise in una pentola e cominciò a bollirli. Dopo un po’ ci chiamò e disse: «Guardate come sono diventati rossi». Sgusciò i chicchi e ne estrasse i grani bianchi. Li mettemmo in un recipiente. Utba disse: «Mangiateli pronunciando la Bismillah». Li assaggiammo e scoprimmo che avevano un sapore eccellente. In seguito venimmo a sapere che quei chicchi si chiamavano “riso”.

Questa “Ubulla” era una solida roccaforte dell’esercito nemico, situata sulle rive del Tigri. Utba conquistò la fortezza con appena seicento guerrieri e alcune donne. Anche le loro armi erano estremamente semplici: frecce, spade, lance e così via. Tuttavia, grazie alla sua intelligenza, alla sua sagacia e al suo coraggio, riuscì a compiere questa impresa apparentemente impossibile.

Utba fece preparare molte bandiere per le donne e le legò alle estremità delle lance. Ordinò loro di tenerle sollevate dietro i mujahidin musulmani. Disse inoltre: «Quando ci saremo avvicinati alla città di Ubulla, sollevate una grande quantità di polvere, così che tutto intorno si oscuri per la polvere».

Quando l’esercito musulmano si avvicinò a Ubulla, l’esercito persiano uscì dalla città e vide una nube di polvere estendersi fino all’orizzonte e innumerevoli bandiere ondeggiare. Si dissero l’un l’altro: «È un esercito d’avanguardia; dietro di esso ci sono innumerevoli soldati, e sono loro a sollevare quella polvere». I loro cuori furono colmi di paura e, presi dal panico, persero ogni calma. Afferrarono tutto ciò che trovarono a portata di mano, salirono sulle imbarcazioni ancorate nel fiume Tigri e si misero a fuggire facendo a gara. Utba entrò a Ubulla senza perdere un solo uomo del suo esercito. Poi sottomise le città e i villaggi lungo le rive del Tigri e innalzò il vessillo dell’Islam.

A Ubulla l’esercito musulmano ottenne un bottino incalcolabile. Quando un soldato dell’esercito musulmano giunse a Medina, gli abitanti gli chiesero come stessero i musulmani a Ubulla. Egli rispose: «Che cosa mi chiedete? Per Dio, quando li ho lasciati stavano pesando oro e argento sulle bilance». Udendo ciò, gli abitanti di Medina si diressero verso Ubulla con le loro cavalcature.

Dopo la conquista di Ubulla, Hazrat Utba rifletté: se i suoi soldati avessero convissuto in quella terra straniera con gli abitanti locali della città, si sarebbero ben presto abituati ai costumi stranieri e avrebbero perso la propria identità. Informò della questione il califfo Umar, che Allah sia soddisfatto di lui, e chiese il permesso di costruire una città militare in un luogo chiamato Basra. Basra era una località vicina al porto di Ubulla, dove gettavano l’ancora le navi dell’India e della Persia che navigavano nel Golfo Persico. Hazrat Utba, che Allah sia soddisfatto di lui, vi si recò per primo con ottocento uomini e pose le fondamenta della città di Basra. Assegnò un quartiere separato a ciascuna tribù. Affidò a Hazrat Mihjan ibn al-Adra l’incarico di costruire la moschea congregazionale. In un primo momento, le case della città furono costruite con alberi e pietre. Per questo anche la moschea congregazionale fu costruita con tronchi e rami. Egli, tuttavia, non costruì alcun palazzo per sé: viveva in una tenda di stoffa. (Usud al-Ghaba, 3/364).

Hazrat Utba, che Allah sia soddisfatto di lui, fu nominato primo governatore di questa nuova città e svolse il suo incarico con grande competenza per sei mesi. Tuttavia, il suo ascetismo e il suo distacco dai piaceri e dalle ricchezze mondane lo spinsero a lasciare l’incarico. Inoltre rimase sconvolto vedendo la vita lussuosa dei musulmani di Basra. Coloro che fino a poco tempo prima non conoscevano cibo migliore del riso bollito si erano ormai abituati ai cibi raffinati della Persia. Egli cominciò a temere per la religione. In quel periodo pronunciò davanti alla gente riunita nella moschea un discorso storico, di cui riportiamo qui di seguito una parte:

«Amici! Questo mondo è in movimento e destinato a svanire. La maggior parte di esso è già trascorsa. Certamente sarete trasferiti da questo mondo a un luogo che non conosce distruzione. Perché allora non portate con voi la migliore provvista? Mi è stato detto che, se un masso fosse gettato dal bordo dell’Inferno, impiegherebbe settant’anni per raggiungerne il fondo. Ma, per Dio, voi lo colmerete. Che cosa c’è, siete meravigliati? Per Dio, mi è stato detto che le porte del Paradiso saranno tanto ampie che per attraversare quella distanza occorreranno quarant’anni. Eppure verrà un giorno in cui saranno gremite. Quando abbracciai la fede, insieme al Messaggero di Allah vi erano soltanto sei persone. Eravamo in una condizione di estrema indigenza e povertà, al punto che le foglie degli alberi erano il principale sostentamento della nostra vita. A forza di mangiare quelle foglie, le nostre labbra si coprivano di piaghe. Un giorno trovai una coperta. La strappai e ne feci, insieme a Sa‘d ibn Abi Waqqas, degli izar da indossare. Ma oggi è giunto il giorno in cui ciascuno di noi è diventato governatore di una città o di un’altra. Chiedo rifugio ad Allah dalla condizione di chi, pur essendo spregevole agli occhi di Allah, si considera importante. La profezia è terminata. Alla fine si instaurerà la monarchia e ben presto metterete alla prova gli altri governatori. (Musnad di Ahmad ibn Hanbal, 4/174).»

In seguito, Hadrat Utba, che Allah si compiaccia di lui, ordinò a Hadrat Majashi ibn Mas’ud di condurre una spedizione militare nelle regioni lungo il fiume Eufrate e, nominando Hadrat Mughira ibn Shu’ba suo sostituto, si recò alla Mecca per compiere il pellegrinaggio. Anche il comandante dei credenti, Hadrat Umar, che Allah si compiaccia di lui, era presente. Là chiese al califfo di essere sollevato dall’incarico, ma il califfo respinse la sua richiesta. Egli la presentò più volte, e il califfo la respinse ogni volta. Il califfo gli ordinò di tornare a Bassora e riprendere l’incarico. Sebbene controvoglia, egli obbedì all’ordine del califfo. Durante il viaggio dalla Mecca a Bassora, poco prima di salire sul cammello, pregò con grande umiltà: «Allahumma la taruddani ilayha, Allahumma la taruddani ilayha» — «O Allah, non farmi tornare a Bassora; o Allah, non farmi tornare là». Allah l’Altissimo accettò la sua supplica. Durante il viaggio cadde improvvisamente dal dorso del cammello e morì all’età di settantacinque anni in un luogo chiamato Ma’dan Salim. Morì nell’anno 17 dell’Egira, secondo un’altra opinione nel 20. Hadith trasmessi da Utba ibn Ghazwan sono riportati nel Sahih Muslim e in altri libri delle Sunan.

Amir ibn Fuhayra (che Allah si compiaccia di lui)

Il suo nome era Amir e il suo kunya Abu Amr. Suo padre era Fuhayra; secondo un’altra opinione, Fuhayra era il nome di sua madre. Ibn Hisham afferma: «Amir ibn Fuhayra era uno schiavo nero non arabo dei Banu Asad. Hadrat Abu Bakr as-Siddiq lo acquistò e lo liberò. (Sirat Ibn Hisham, 1/259). Secondo un’altra narrazione, Amir era lo schiavo di Tufayl ibn Abdillah, della tribù degli Azd, fratellastro materno di Hadrat Aisha. Amir ibn Fuhayra fu la settima persona tra gli schiavi che Hadrat as-Siddiq al-Akbar, che Allah si compiaccia di lui, liberò prima dell’Egira. (Sirat Ibn Hisham, 1/318).

Ancora prima che il Nobile Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, si rifugiasse nella casa di Hadrat Arqam alla Mecca, proprio agli inizi dell’Islam, Amir ibn Fuhayra accettò l’invito al tawhid. Era già uno schiavo indifeso e, avendo inoltre abbracciato l’Islam, una montagna di tribolazioni gli si abbatté addosso. Fu sottoposto a ogni sorta di metodi di tortura. Tuttavia rimase saldo come una montagna di fronte a tutte le persecuzioni. Infine, grazie alla generosità di Hadrat as-Siddiq al-Akbar, che Allah si compiaccia di lui, fu liberato dalle catene della schiavitù. (Usud al-Ghaba, 3/191).

Quando il Nobile Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, partì dalla Mecca per Medina insieme ad Abu Bakr as-Siddiq, che Allah si compiaccia di lui, e si nascose nella grotta del monte Thawr, Amir ibn Fuhayra faceva pascolare per tutto il giorno le capre di Abu Bakr nei pascoli intorno al monte Thawr; con il loro latte provvedeva a dissetare il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, e Abu Bakr. Nel frattempo, Abdullah, figlio di Hadrat Abu Bakr, veniva ogni notte segretamente alla grotta del monte Thawr per informare il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, e as-Siddiq al-Akbar della situazione alla Mecca. Al mattino, quando tornava a casa, Amir lo seguiva con il gregge di capre, cancellando le sue impronte e impedendo così che sorgesse il minimo sospetto. (Sirat Ibn Hisham, 1/486; Sahih al-Bukhari, Kitab al-Maghazi).

In seguito, il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, e Abu Bakr, che Allah si compiaccia di lui, uscirono dalla grotta del monte Thawr e si diressero verso Medina; Abu Bakr fece salire Amir dietro di sé sulla propria cavalcatura. In questo modo Amir compì l’Egira verso Medina. A Medina fu ospite di Hadrat Sa’d ibn Khuthayma, che Allah si compiaccia di lui, e fu stabilito un rapporto di mu’akhāt, ossia di fratellanza religiosa, con Hadrat Harith ibn Aws. (Tabaqat Ibn Sa’d, 3/164).

Amir fu tra coloro che, giunti dalla Mecca a Medina, inizialmente non riuscirono ad adattarsi al clima di Medina. Si ammalò gravemente. Ibn Ishaq riferisce che Hadrat Aisha, che Allah si compiaccia di lei, disse: «Quando il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, compì l’Egira verso Medina, Medina era la regione con più febbre tra tutte le terre di Allah. I suoi compagni furono colpiti in gran numero dalla febbre. Abu Bakr, che Allah si compiaccia di lui, alloggiava nella stessa stanza con i suoi due schiavi liberati, Amir ibn Fuhayra e Bilal. Tutti furono colpiti dalla febbre. Andai a visitarli. Questo avvenne prima dell’ingiunzione del velo. A causa della febbre altissima erano allora privi di sensi. Dopo aver chiesto anzitutto ad Abu Bakr come stesse, mi recai da Amir ibn Fuhayra e gli domandai: “Amir, come ti senti?”. Egli rispose recitando due versi: “L’ho incontrata prima di assaporare la morte; certamente la morte del codardo arriva improvvisa dall’alto. Ogni uomo cerca di salvarsi secondo le proprie possibilità, come la vacca protegge la propria pelle con le corna”».

Aisha, che Allah si compiaccia di lei, disse: «Per Allah, Amir stesso non sa che cosa stia dicendo». Poi chiese a Bilal come stesse, tornò dal Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, e lo informò della loro condizione. Allora il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, pregò: «O Allah, rendi Medina per noi amata e prediletta quanto la Mecca o ancora più di essa; benedici per noi i suoi alimenti e allontana le sue malattie verso un luogo chiamato Mahya». (Sirat Ibn Hisham, 1/588-589; Sahih al-Bukhari, capitolo sull’Egira del Profeta e dei suoi compagni).

La supplica del Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) fu accolta ed essi guarirono tutti.

Il venerabile Amer ibn Fuhayra partecipò alle battaglie di Badr e Uhud. Dopo la battaglia di Uhud, un uomo chiamato Abu Bara Amer ibn Malik si recò a Medina per rendere visita al Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui). Il venerabile Messaggero di Allah gli presentò l’invito all’Islam; ma egli non lo accettò né lo rifiutò. Disse: «O Muhammad, se mandaste alcuni dei vostri compagni presso gli abitanti del Najd, affinché presentassero loro il vostro invito, sono convinto che essi lo accetterebbero». Il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) disse: «Temo che gli abitanti del Najd li attacchino». Abu Bara disse: «Per loro mi faccio garante. Mandate dunque degli uomini, affinché presentino loro l’invito alla vostra religione». Fidandosi delle sue parole, il venerabile Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) scelse quaranta uomini, secondo un’altra versione settanta, e formò una spedizione. Tra loro vi era anche il venerabile Amer ibn Fuhayra. Per ordine del Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui), questa spedizione partì da Medina nel quarto mese dopo la fine della battaglia di Uhud, nell’anno 4 dell’Egira, e si accampò in un luogo chiamato Bir Mauna, tra Banu Amir e Harra Banu Sulaym.

In seguito, tramite Haram ibn Milhan, inviarono una lettera del Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) ad Amir ibn Tufayl. Senza neppure leggere la lettera, Amir ibn Tufayl uccise il messaggero, Haram ibn Milhan. Poi, con l’aiuto dei Banu Sulaym, di Ri‘l e di Dhakwan, lanciò un attacco a sorpresa contro la spedizione e uccise tutti, tranne Ka‘b ibn Zayd — secondo un’altra versione, Amr ibn Umayya al-Damri (che Allah sia soddisfatto di lui). Il venerabile Ka‘b sopravvisse a stento, gravemente ferito. In seguito subì il martirio nella battaglia del Fossato. (Sira di Ibn Hisham, 1/183-186)

Quando la lancia del traditore Jabbar ibn Sulma squarciò il petto del venerabile Amer ibn Fuhayra (che Allah sia soddisfatto di lui), dalle sue labbra sgorgarono spontaneamente queste parole: «Ho vinto, per Allah! Per Allah, ho avuto successo». Il corpo balzò verso il cielo. Gli angeli lo avvolsero nel sudario e lo seppellirono. Per la sua anima pura furono aperte le porte dell’‘Illiyyun più elevato. Alla vista di questo prodigio, l’assassino Jabbar ibn Sulma rimase sbalordito e ne fu talmente colpito da abbracciare l’Islam. Dopo questo straziante episodio di Bir Mauna, il venerabile Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) recitò per quaranta giorni consecutivi la supplica qunut al-nazila nella preghiera dell’alba e invocò il castigo contro quegli assassini. Dopo questo episodio, Amir ibn Tufayl si recò a Medina e chiese al Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui): «O Muhammad, chi era quell’uomo che, dopo essere stato colpito da una freccia, fu innalzato al cielo?» Il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) rispose: «Era Amer ibn Fuhayra». (Nota: Sira di Ibn Hisham, 1/186; Tabaqat di Ibn Sa‘d, Maghazi).

Il colore della pelle del venerabile Amer ibn Fuhayra era nero come quello dei negri abissini, e la maggior parte dei suoi trentaquattro anni di vita era trascorsa nella schiavitù e nella servitù presso padroni crudeli. Tuttavia, per la bellezza del suo carattere, egli era nobile e sublime. La pazienza e la fermezza che dimostrò nelle varie calamità e difficoltà fecero risplendere magnificamente la dolcezza del suo carattere. Era così degno di fiducia che il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) ripose in lui la propria fiducia in molte situazioni critiche. Il suo ardente desiderio del martirio lo aveva reso indifferente al mondo. Perciò, quando nella battaglia di Bir Mauna una lancia gli trafisse il petto, dalle sue labbra uscirono spontaneamente queste parole: «Ho vinto, per Allah! Per Allah, ho avuto successo».

Abdullah ibn Suhayl (che Allah sia soddisfatto di lui)

Il suo nome era Abdullah e il suo soprannome, o kunya, Abu Suhayl. Suo padre era Suhayl e sua madre Fakhta bint Amir.

Abbracciò la fede nei primi tempi dell’Islam ed emigrò in Abissinia con la seconda carovana diretta in quel paese. Dopo essere rimasto per qualche tempo in Abissinia, tornò alla Mecca; allora suo padre lo fece prigioniero e lo sottopose a crudeli torture. Non riuscendo a sopportare i maltrattamenti, Abdullah finse di abbandonare l’Islam e di tornare nuovamente alla vita politeista, cioè all’idolatria. I suoi genitori e i politeisti della Mecca, vedendo il suo comportamento esteriore, si convinsero che avesse davvero abbandonato l’Islam.

Nel frattempo, Hazrat Rasul-e Karim, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, lasciò Mecca e si trasferì a Medina. Tra Mecca e Medina ebbe inizio un conflitto militare. Gli abitanti della Mecca portarono Abdullah con loro, come compagno d’armi, per combattere a Badr contro i musulmani. Ma non sapevano che, nel cuore in cui una volta entra la luce della fede, l’oscurità dello shirk non può mai penetrare. In realtà, Abdullah non aveva mai abbandonato l’Islam; aspettava soltanto l’occasione. A Badr si unì all’esercito musulmano.

In seguito a un incidente improvviso, il padre di Abdullah esplose d’ira. Per vendicarsi, lanciò un attacco impetuoso, ma senza alcun risultato. Abdullah era ormai libero e combatteva valorosamente contro l’esercito del padre, spalla a spalla con i suoi fratelli nella fede. Alla fine, la vittoria fu dei musulmani. Dopo Badr, Hazrat Abdullah, che Allah sia soddisfatto di lui, combatté valorosamente al fianco di Rasulullah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, in tutte le battaglie più celebri. Partecipò anche alla tregua di Hudaybiyya e al Bay‘at al-Ridwan. (Al-Isaba, 2/323).

Anche al momento della conquista di Mecca, Hazrat Abdullah, che Allah sia soddisfatto di lui, accompagnò Rasulullah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace. Suo padre Suhayl era ancora vivo a Mecca, nella condizione di miscredente. Hazrat Abdullah chiese a Rasulullah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, l’aman, ossia la protezione, per suo padre. A questo proposito suo padre Suhayl raccontò: «Quando Rasulullah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, entrò a Mecca, entrai nella mia casa e chiusi la porta. Poi mandai mio figlio Abdullah da Muhammad, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, per chiedergli protezione per me, poiché non ero certo che non sarei stato ucciso». Abdullah si recò da Rasulullah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, e disse: «O Rasulullah, concedi l’aman, ossia la protezione, a mio padre?». Rasulullah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, rispose: «Sì. Gli è stata concessa la protezione dell’aman di Allah; si faccia avanti». Poi Rasulullah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, disse alle persone intorno a lui: «Nessuno guardi Suhayl ibn Amr con disprezzo. Per Allah, è un uomo nobile e intelligente. Un uomo simile non può rimanere per sempre ignaro della bellezza dell’Islam. Ora ha visto che in ciò di cui era sostenitore non vi è alcun bene».

Hazrat Abdullah si recò dal padre, gli riferì le parole di Rasulullah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, e gli diede la lieta notizia. Il padre, commosso dalla buona sorte del figlio, esclamò: «Per Allah, sei stato virtuoso sia da bambino sia da adulto». Dopo questa rassicurazione di Rasulullah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, Suhayl, ancora esitante e combattuto, si presentò al suo cospetto. Partì da Mecca insieme a Rasulullah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, con l’intenzione di partecipare alla battaglia di Hunayn. Lungo il cammino, giunto in un luogo chiamato Ji‘rana, non lontano da Mecca, abbracciò l’Islam. Hazrat Rasul-e Karim, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, gli donò cento cammelli del bottino di Hunayn. (Hayatus Sahaba, 1/173-174).

Durante il califfato del califfo Abu Bakr as-Siddiq, che Allah sia soddisfatto di lui, Hazrat Abdullah, che Allah sia soddisfatto di lui, ebbe un ruolo attivo nella repressione della rivolta dei negatori della zakat e dei falsi profeti scoppiata nella penisola arabica. Nel dodicesimo anno dell’Egira, nello scontro sanguinoso avvenuto nella piana di Yamama contro il falso profeta Musaylima, Abdullah conseguì il martirio proprio lì. Secondo l’opinione più diffusa, al momento della morte aveva appena trentotto anni.

Il padre di Abdullah, Suhayl, era ancora vivo a Mecca. Dopo questo evento, il califfo Hazrat Abu Bakr, che Allah sia soddisfatto di lui, giunse a Mecca per compiere il pellegrinaggio. Incontrò il padre di Abdullah e cercò di consolarlo. Il padre di Abdullah disse al califfo: «Rasulullah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, ha detto che un martire intercederà per settanta (70) membri della propria famiglia. Spero che, allora, mio figlio non si dimenticherà di me».

Zayd ibn al-Khattab, che Allah sia soddisfatto di lui

Il suo nome era Zayd e il suo kunyah Abu Abd ar-Rahman. Suo padre era Khattab ibn Nufayl e sua madre Asma bint Wahb. Era fratello consanguineo, da parte di padre, di Hazrat Umar ibn al-Khattab e più anziano di Hazrat Umar. (Usd al-Ghaba, 2/228).

Sebbene, agli inizi dell’Islam, la casa di al-Khattab fosse stata gettata nel terrore a causa degli eccessi di Umar, Zayd abbracciò l’Islam prima di Umar e compì l’Egira verso Medina insieme alla prima carovana dei Muhajirun. Dopo l’arrivo a Medina del venerabile Messaggero di Allah, egli stabilì un rapporto di fratellanza tra Zayd e Ma’n ibn ‘Adi al-‘Ajlani.

Dopo il suo arrivo a Medina, partecipò per la prima volta alla battaglia di Badr. In seguito prese parte anche a Uhud. Era estremamente coraggioso. In ogni battaglia desiderava il martirio più della vittoria. A Uhud combatteva con immenso coraggio. A un certo punto suo fratello Umar si accorse che la corazza di Zayd era caduta e che egli non vi prestava attenzione. Stava penetrando a torso nudo tra le file dell’esercito nemico. Umar amava molto suo fratello. Lo chiamò a gran voce e gli disse: «Khudh dir’î, yā Zayd, faqātil bihā» — «Zayd, prendi la mia corazza e combatti indossandola!»

Zayd rispose: «Innī urīdu min ash-shahādati mā turīduhu yā Umar» — «O Umar, anch’io, come te, desidero bere la dolce bevanda del martirio». Poi entrambi combatterono senza corazza. (Tabaqāt Ibn Sa’d, 3/275; Hayāt as-Sahābah, 1/515; Rijālun hawla ar-Rasūl, p. 344).

Fu presente all’episodio di Hudaybiyyah e prestò il giuramento di fedeltà nelle mani del venerabile Messaggero di Allah. Inoltre partecipò attivamente alle battaglie del Fossato, di Hunayn, di Awtas e ad altre ancora. Fu compagno di viaggio del Messaggero di Allah anche durante il Pellegrinaggio d’Addio. In quell’occasione ascoltò dal Messaggero di Allah queste parole: «Date da mangiare e da vestire ai vostri servi e alle vostre schiave con ciò che mangiate e indossate voi stessi. Se commettono una colpa e non riuscite a perdonarli, allora vendeteli». (Tabaqāt, 3/274).

Durante il califfato del venerabile Abū Bakr as-Siddīq, Zayd partecipò, insieme ad altri, a diverse battaglie per eliminare la fitna o il disordine sollevato dagli apostati, e uccise personalmente molti murtadd. Fu lui stesso a uccidere il famoso apostata Nahār ibn Unfuh, del quale il Messaggero di Allah aveva profetizzato l’apostasia quando egli era ancora musulmano. Nella battaglia di Yamāmah contro Musaylimah il Bugiardo, gli fu affidato il compito di portare lo stendardo dell’Islam. Durante la battaglia, i Banū Hanīfah lanciarono un attacco così violento che l’esercito musulmano giunse sull’orlo della sconfitta. Alcuni soldati arrivarono persino ad abbandonare il campo di battaglia e a fuggire. Questo accrebbe ulteriormente il coraggio di Zayd. Egli cominciò a esortare gridando ai suoi compagni: «O gente, serrate i denti e continuate a sterminare il nemico. Rimanete saldi. Giuro per Allah che non dirò una parola finché Allah non li avrà sconfitti oppure finché non mi sarò ricongiunto con Allah. Quando mi ricongiungerò con Allah, là parlerò per difendermi». (Rijālun hawla ar-Rasūl, p. 345). Poi continuò a chiedere perdono alla corte di Allah per l’errore dei suoi compagni, dicendo: «Allāhumma innī a’tadhiru ilayka min mirāri as’hābī» — «O Allah, ti chiedo perdono per la fuga dei miei compagni». (Hayāt as-Sahābah, 1/534-535). In quella situazione, brandendo lo stendardo, attraversò le file dell’esercito nemico e, continuando a colpire con la spada, conseguì il martirio. Dopo il suo martirio, Sālim prese lo stendardo. Il venerabile Zayd morì nell’anno 12 dell’Egira. (Al-Isābah, 1/565).

Il venerabile Zayd era una delle persone più care al venerabile Umar. Alla sua morte, Umar fu sopraffatto da un immenso dolore. Ogni volta che si trovava davanti a una calamità, diceva: «Ho provato il dolore della morte di Zayd e ho avuto pazienza». Vedendo l’uccisore di Zayd, Umar disse: «Che tu possa essere distrutto! Hai ucciso mio fratello. La brezza dell’alba porta con sé il suo ricordo». (Hayāt as-Sahābah, 2/592). Tuttavia, benché fosse affranto dalla morte del suo amato fratello, non perse la ragione per il dolore. A Medina, insieme al califfo Abū Bakr, stava accogliendo i soldati rientrati da Yamāmah. Quando apprese da loro la notizia del martirio del fratello, esclamò: «Sabaqānī ilā al-husnayn: aslama qablī wa istushhida qablī» — «Mi ha preceduto in due opere virtuose: ha abbracciato l’Islam prima di me e ha conseguito il martirio prima di me». (Al-Isābah, 1/565).

Proprio in quel periodo, anche un fratello del famoso poeta arabo dell’epoca, Mutammim ibn Nuwairah, fu ucciso in una battaglia per mano di Khālid ibn al-Walīd. Il poeta Mutammim amava molto suo fratello. In memoria del fratello defunto compose un’elegia così commovente che, ascoltandola, le lacrime scorrevano dagli occhi degli uditori. Per caso, il poeta incontrò il venerabile Umar. Umar gli chiese: «Quanto hai sofferto per la morte di tuo fratello?» Il poeta rispose: «A causa di una malattia, da uno dei miei occhi hanno cominciato a scendere lacrime, e da allora non si sono più fermate». Dopo averlo ascoltato, il venerabile Umar commentò: «Questo è il culmine del dolore e della sofferenza. Nessuno prova un dolore tanto grande per chi se n’è andato». Poi disse: «Che Allah perdoni Zayd! Se fossi stato un poeta, avrei composto un’elegia per lui». Udendo queste parole, il poeta Mutammim esclamò: «O Amīr al-Mu’minīn, se mio fratello fosse morto martire come il vostro, non avrei mai versato lacrime». Queste parole del poeta recarono una certa consolazione al venerabile Umar. Poi egli disse: «Nessuno mi ha mai rivolto parole di consolazione migliori di queste». Diverse persone hanno trasmesso hadith da Zayd ibn al-Khattāb.

Shurahbīl ibn Hasan, che Allah ne sia compiaciuto

Il suo nome era Shurahbil e la sua kunya, o soprannome, era Abu Abdillah o Abu Abd al-Rahman. Suo padre era Abdallah ibn al-Muta‘ e sua madre Hasana. Secondo Abu Amr, tuttavia, Hasana era il nome di sua figlia. Comunque sia, dopo la morte del padre di Shurahbil, sua madre Hasana sposò per la seconda volta Sufyan al-Ansari. Per questo egli divenne noto con il nome della madre invece che con quello del padre. Vi sono divergenze riguardo all’origine di questa Hasana: alcuni hanno detto che apparteneva alla tribù dei Kinda, altri a quella dei Tamim, mentre secondo molti apparteneva alla tribù dei Banu Jumah. Abbracciò l’Islam nella prima fase dell’Islam alla Mecca ed emigrò in Abissinia insieme agli altri membri della famiglia. In seguito si trasferì da lì a Medina. (Sirat Ibn Hisham, 2/364, 369).

Shurahbil ebbe l’onore di diventare musulmano già nella prima fase dell’Islam ed emigrò in Abissinia con la prima carovana diretta dall’Islam verso l’Abissinia. Poi giunse direttamente dall’Abissinia a Medina e andò ad abitare presso la tribù dei Banu Khurayq, con la quale era imparentato per parte di madre. Dall’arrivo a Medina fino alla morte del Messaggero di Allah non si trovano nella storia informazioni degne di nota sulla sua vita. Probabilmente arrivò a Medina poco tempo prima della morte del Messaggero di Allah. La sua significativa attività al servizio dell’Islam ebbe inizio durante il califfato del califfo Abu Bakr, che Allah sia soddisfatto di lui.

Nell’anno 12 dell’Egira, il califfo Abu Bakr, che Allah sia soddisfatto di lui, scelse come comandanti i quattro migliori soldati dell’esercito musulmano. Erano: 1. Amr ibn al-As, 2. Yazid ibn Abi Sufyan, 3. Abu Ubayda ibn al-Jarrah e 4. Shurahbil ibn Hasana. Scelse i soldati per ciascuno di loro e indicò anche il percorso che ciascuno avrebbe seguito. Stabilì inoltre chi sarebbe diventato governatore di quale territorio dopo la vittoria: Amr della Palestina, Yazid di Damasco e Shurahbil della Giordania. (Tarikh al-Ummah al-Islamiyyah, 1/190-191). In alcune narrazioni, tuttavia, vengono menzionati i nomi di cinque comandanti militari. Tra i quattro sopra indicati ne sono riportati tre, mentre al posto di Abu Ubayda vengono menzionati Khalid ibn al-Walid e Iyad ibn Ghanm al-Fihri. (Hayat al-Sahabah, 3/684; 1/213). Ibn al-Barqi afferma che il califfo Umar, che Allah sia soddisfatto di lui, nominò Shurahbil governatore di un quarto della regione dello Sham. (Al-Isabah, 2/143).

Nella spedizione in Siria, Shurahbil era un comandante nella battaglia di Bosra. Prima dell’inizio della battaglia ebbe uno scambio di parole con il capo degli avversari, Romanus. Poiché ciò non portò ad alcun risultato, egli stava organizzando le sue truppe e avanzando verso il fronte quando arrivò Khalid. Khalid assunse il comando supremo dell’esercito e, sotto la sua guida, gli avversari acconsentirono a pagare la jizya. (Futuh al-Buldan, 119).

Dopo Bosra, i Romani si radunarono ad Ajnadayn. Khalid avanzò per respingerli. Dopo aver percorso una certa distanza, anche Shurahbil si unì a lui. I due affrontarono insieme l’esercito romano e, dopo uno scontro terribilmente sanguinoso, l’esercito musulmano riportò la vittoria. Durante la spedizione verso Damasco, egli era comandante della fanteria e, durante l’assedio, ebbe l’incarico di sorvegliare una porta. Mantenne questo incarico fino alla conclusione della vittoria.

Dopo la conquista di Damasco, l’esercito musulmano avanzò verso Baysan passando per Fahl. A causa dell’inondazione, lungo il cammino fu costretto a fermarsi a Fahl. Anche Shurahbil si trovava con quell’esercito. Grazie alla sua vigilanza, l’esercito musulmano fu salvato da un grave pericolo. In realtà, i Romani avevano aperto una diga sul mare, provocando un’inondazione nella regione compresa tra Fahl e Baysan. L’esercito musulmano interruppe la marcia e pose il campo a Fahl. In quella situazione delicata, Shurahbil rimaneva sveglio tutta la notte a sorvegliare l’accampamento, affinché i Romani non potessero sferrare un attacco a sorpresa. E infatti, un giorno, i Romani attaccarono improvvisamente alle spalle; tuttavia, grazie alla lungimiranza e alla vigilanza di Shurahbil, furono sconfitti.

Dopo Fahl, Shurahbil e Amr ibn al-As avanzarono verso Baysan. Gli abitanti di Baysan avevano visto l’esito di Fahl e, invece di affrontare una battaglia aperta, chiusero le porte della fortezza. Non appena giunse a Baysan, Shurahbil pose la fortezza sotto assedio. L’assedio durò a lungo. Un giorno, quando alcuni uomini uscirono dalla fortezza nel tentativo di attaccare, furono uccisi. Alla fine conclusero un trattato di pace alle condizioni di Damasco. In seguito, gli abitanti di Tiberiade inviarono una delegazione a Shurahbil e stipularono un accordo. Dopodiché, il venerabile Shurahbil portò la regione della Giordania e tutte le città circostanti sotto il dominio islamico, quasi senza ostacoli e senza spargimento di sangue.

Durante la spedizione di Yarmuk, l’esercito musulmano si ritirò da tutte le regioni della Siria e si radunò a Yarmuk. Vi giunse anche il venerabile Shurahbil. Egli e Yazid ibn Abu Sufyan presero posizione nello stesso luogo. Khalid era il comandante supremo di questa spedizione. Divise l’intero esercito secondo un metodo completamente nuovo, in trentasei unità, affidando ciascuna di esse a un ufficiale. Il comando dell’ala destra e dell’ala sinistra fu assegnato rispettivamente al venerabile Amr ibn al-As e a Shurahbil ibn Hasana. In questa battaglia, anche quando, al primo attacco dei Romani, la situazione dell’esercito musulmano vacillava e molti fuggivano dal campo, Shurahbil rimase saldo. Combatté in questa battaglia mettendo a rischio la propria vita.

Nell’anno 18 dell’Egira, l’esercito musulmano era impegnato nella spedizione in Siria. In quel periodo, in Iraq, in Siria e in Egitto si diffuse una terribile epidemia di peste. ʿAmr ibn al-ʿĀṣ disse: «Questa peste è un castigo di Allah. Pertanto, disperdetevi nelle diverse valli e nei passi montani». Udendo ciò, Shurahbīl si adirò moltissimo. Disse: «ʿAmr non ha detto la cosa giusta. Quando ero compagno del Messaggero di Allah, anche allora ʿAmr era più traviato dei cammelli della sua famiglia. Questa peste è certamente una preghiera dei vostri profeti, una misericordia del Signore, e in essa sono morti molti uomini sinceri delle generazioni precedenti». (Hayāt al-Ṣaḥāba, 2/581). Era una persona che confidava completamente in Allah. Perciò non riteneva appropriato abbandonare quel luogo per paura della malattia. Non lo abbandonò. È stato riferito che Ḥaḍrat Muʿādh ibn Jabal, Abū ʿUbayda, Shurahbīl ibn Ḥasana e Abū Mālik al-Ashʿarī, che Allah si compiaccia di loro, furono colpiti dalla peste nello stesso giorno. (Hayāt al-Ṣaḥāba, 2/582). Durante la peste di ʿAmwās, insieme a molti altri, Ḥaḍrat Shurahbīl ibn Ḥasana morì all’età di sessantasette anni. Tuttavia, Ibn Yūnus afferma che il Messaggero di Allah, pace e benedizioni di Allah su di lui, mandò Shurahbīl in Egitto e che egli morì proprio là. (Al-Iṣāba, 2/143).

Per diverse ragioni, l’opinione di Ibn Yūnus non sembra essere accettabile.

Sebbene l’intera vita di Ḥaḍrat Shurahbīl si sia svolta dapprima in Abissinia e in seguito sui campi del jihād, egli non fu affatto inferiore agli altri nella trasmissione degli ḥadīth del Messaggero di Allah, pace e benedizioni di Allah su di lui. Ne trasmise diversi.

Si narra da Shifāʾ bint ʿAbd Allāh. Ella disse: «Mi recai dal Messaggero di Allah, pace e benedizioni di Allah su di lui, con l’intenzione di chiedergli una sadaqa. Egli dichiarò di non essere in grado di concedermela, mentre io continuavo a insistere. Nel frattempo giunse l’ora della preghiera. Uscii da lui e andai nella casa di mia figlia. La moglie di Shurahbīl ibn Ḥasana era mia figlia. Trovai Shurahbīl in casa e gli dissi: “È giunta l’ora della preghiera, e tu sei seduto in casa?”. Cominciai a rimproverarlo. Egli allora disse: “Non mi rimproveri. Possiedo un solo indumento, e anche quello è stato preso in prestito dal Messaggero di Allah, pace e benedizioni di Allah su di lui”. Dissi: “Possano essere sacrificati per lui mio padre e mia madre! Per tutto il giorno ho litigato con il Messaggero di Allah, pace e benedizioni di Allah su di lui, senza rendermi minimamente conto della sua penosa condizione”. Shurahbīl disse: “Il Messaggero di Allah, pace e benedizioni di Allah su di lui, possedeva un solo indumento; noi vi abbiamo applicato delle toppe”». (Hayāt al-Ṣaḥāba, 1/326).

Abū al-ʿĀṣ ibn al-Rabīʿ, che Allah si compiaccia di lui

Nella storia si riscontrano molte divergenze riguardo al vero nome di Abū al-ʿĀṣ. Tra i nomi menzionati vi sono: Laqīṭ, Hishām, Mihshām, Yāsir e Yāsim. Tuttavia, la sua kunya, o soprannome, era Abū al-ʿĀṣ. È con questo nome che divenne famoso nella storia. Suo padre era al-Rabīʿ ibn ʿAbd al-ʿUzzā, mentre sua madre era Hāla bint Khuwaylid, sorella germana di Ḥaḍrat Khadīja, che Allah si compiaccia di lei. Poiché era figlio del ramo ʿAbd Shams della tribù dei Quraysh, veniva brevemente chiamato «Abshamī». Abū al-ʿĀṣ frequentava liberamente la casa di sua zia materna Ḥaḍrat Khadīja e di suo zio, il Messaggero di Allah, pace e benedizioni di Allah su di lui. Era oggetto del loro grandissimo affetto. Abū al-ʿĀṣ entrò gradualmente nella giovinezza. Il suo aspetto attraente conquistava il cuore di tutti. Grazie al prestigio della sua stirpe, al coraggio arabo, al forte senso dell’onore e ad altre qualità, occupava una posizione speciale tra i giovani della Mecca di quel tempo. Inoltre, la particolare qualità dei Quraysh proclamata nel Corano — «il viaggio d’inverno e quello d’estate», cioè il movimento delle loro carovane commerciali verso lo Yemen d’inverno e verso al-Shām d’estate — si sviluppò pienamente anche in Abū al-ʿĀṣ. La sua carovana commerciale viaggiava continuamente tra la Mecca e al-Shām. Essa comprendeva almeno duecento uomini, insieme a cento cammelli o più. Grazie alla sua abilità negli affari, alla sua onestà e alla sua affidabilità, le persone gli affidavano tranquillamente le proprie merci. Ibn Isḥāq dice: «Per ricchezza, affidabilità e attività commerciale, egli era allora uno dei pochi notabili della Mecca». (Al-Iṣāba, 4/122).

Il tempo trascorse secondo il suo corso. Nel frattempo, Zaynab, la figlia maggiore di Muḥammad, pace e benedizioni di Allah su di lui, crebbe. I giovani nobili della Mecca divennero impazienti di averla come compagna di vita. E come avrebbero potuto non esserlo? Zaynab era figlia del ramo più nobile della tribù dei Quraysh della Mecca. Era la più onorata tanto per parte di padre e di madre, quanto per carattere, educazione e comportamento; era la più pura e virtuosa. Ma il destino di tutti può forse essere quello di ottenere una sposa simile? Alla fine, il giovane della Mecca che ebbe l’onore di unirsi a lei fu suo cugino materno Abū al-ʿĀṣ ibn al-Rabīʿ.

Nel giro di alcuni anni dal matrimonio di Zaynab, che Allah si compiaccia di lei, con Abū al-ʿĀṣ, Muḥammad, pace e benedizioni di Allah su di lui, ricevette la profezia. Fu inviato con la vera religione e la guida. Ricevette l’ordine di portare l’invito alla religione ai suoi parenti più prossimi. Ḥaḍrat Khadīja, che Allah si compiaccia di lei, e le sue figlie — Zaynab, Ruqayya, Umm Kulthūm e Fāṭima, che Allah si compiaccia di loro — credettero nel Messaggero di Allah, pace e benedizioni di Allah su di lui. Fāṭima, tuttavia, era allora ancora molto piccola. Il genero del Messaggero di Allah, pace e benedizioni di Allah su di lui, amava profondamente sua moglie Zaynab e la rispettava. Tuttavia, non fu disposto ad abbandonare la religione dei suoi antenati e ad accettare la nuova religione della sua amata moglie. La situazione continuò in questo modo. Nel frattempo, tra il Messaggero di Allah, pace e benedizioni di Allah su di lui, e i Quraysh ebbe inizio un grave conflitto. I Quraysh si dicevano tra loro:

«Che la rovina vi colga! Sposando le figlie di Muhammad vi siete caricati sulle spalle le sue preoccupazioni. Se rimandaste tutte queste ragazze da lui, egli vi lascerebbe in pace e si occuperebbe soltanto di loro.» Molti di loro approvarono queste parole e dissero: «È davvero un’argomentazione eccellente!» Andarono tutti da Abu al-As e gli dissero: «Abu al-As, ti daremo in sposa la bella Qurayshita che desideri.» Abu al-As rispose: «Lo giuro su Allah! No, non è possibile. Non posso abbandonare mia moglie. Anche se mi offrissero tutte le altre donne al suo posto, non sarebbe di mio gradimento.»

Il Messaggero di Allah ﷺ fece allontanare le sue altre due figlie, Ruqayya e Umm Kulthum, dalle case dei loro mariti e le mandò dal padre. Il venerabile Messaggero di Allah ﷺ fu molto felice che le figlie fossero tornate dopo essere state ripudiate dai mariti. In cuor suo desiderò che anche Abu al-As avesse rimandato Zaynab, come gli altri due generi! Poiché il Messaggero di Allah ﷺ non aveva il potere di sottrarre Zaynab ad Abu al-As e il matrimonio tra donne credenti e politeisti non era ancora stato dichiarato illecito, rimase in silenzio.

Il tempo passò rapidamente. Il venerabile Messaggero di Allah ﷺ emigrò a Medina. Ebbero inizio gli scontri militari con i Quraysh. I Quraysh si radunarono a Badr per combattere contro i musulmani. Sebbene fosse del tutto contrario, Abu al-As andò a Badr con i Quraysh, poiché, data la sua posizione tra loro, non aveva altra scelta. A Badr i Quraysh subirono una vergognosa sconfitta. Molti dei loro capi furono uccisi e numerosi combattenti furono fatti prigionieri, mentre gli altri fuggirono per salvarsi la vita. Quale crudele ironia del destino: tra quei prigionieri c’era anche Abu al-As, il genero del Messaggero di Allah ﷺ. Ibn Ishaq riferisce che a Badr fu catturato dal venerabile Abd Allah ibn al-Zubayr ibn Nu’man. Secondo al-Waqidi, invece, fu catturato da Khirash ibn Samma. (Al-Isaba, 4/122)

Riguardo ai prigionieri di Badr, i musulmani decisero di liberarli dietro pagamento di un riscatto. In base al rango sociale dei prigionieri e alla distinzione tra ricchi e poveri, il riscatto fu fissato tra mille e quattromila dirham. I rappresentanti dei prigionieri cominciarono a recarsi avanti e indietro tra Mecca e Medina con il riscatto stabilito. Zaynab, la figlia del Profeta, mandò a Medina un inviato con il riscatto per suo marito Abu al-As. Secondo al-Waqidi, fu suo fratello Amr ibn Rabi a recarsi a Medina con il riscatto di Abu al-As. Il venerabile Zaynab mandò, al posto dei dirham del riscatto, una collana. Sua madre, la venerabile Khadija, gliel’aveva donata in occasione del matrimonio. Non appena il venerabile Messaggero di Allah ﷺ vide la collana, si rattristò profondamente e si coprì il volto addolorato con un sottile telo. Il ricordo dell’amata moglie e della figlia gli riaffiorò nella mente.

Dopo qualche tempo, il venerabile Messaggero di Allah ﷺ disse ai Compagni: «Zaynab ha mandato questa collana come riscatto per suo marito. Se volete, potete liberare il vostro prigioniero e restituirle anche questa collana.» I Compagni risposero: «O Messaggero di Allah, faremo così per compiacerti.» I Compagni accettarono. Tuttavia, prima di liberare Abu al-As, il Messaggero di Allah ﷺ gli fece promettere che, una volta tornato a Mecca, avrebbe mandato immediatamente Zaynab a Medina.

Non appena Abu al-As tornò a Mecca, si affrettò a mantenere la promessa. Ordinò a sua moglie Zaynab di prepararsi per il viaggio. Le disse anche: «Non lontano da Mecca, i rappresentanti di tuo padre stanno aspettando per venirti a prendere.» Dopo aver completato i preparativi per il viaggio della moglie, Abu al-As chiamò suo fratello Amr — secondo un’altra versione, Kinana — gli ordinò di accompagnare Zaynab e di consegnarla agli inviati che l’attendevano.

Ibn Ishaq riferisce che, ultimati i preparativi per il viaggio, il cognato di Zaynab, Kinana ibn Rabi, portò un cammello e lo fece fermare. Zaynab salì sulla portantina posta sul dorso del cammello. Kinana si mise l’arco sulla spalla, prese in mano il fascio di frecce e uscì da Mecca in pieno giorno. Tra i Quraysh scoppiò un grande tumulto. Lo inseguirono e, poco lontano, nella valle di Dhi Tuwa, catturarono entrambi. Nei libri di biografia del Profeta si trovano diverse versioni di questo episodio. Ne riportiamo alcune. Furioso per il comportamento dei Quraysh, Kinana ibn Rabi si tolse l’arco dalla spalla, lo prese in mano, sparse davanti a sé il fascio di frecce e disse: «Se qualcuno di voi tenterà di avvicinarsi a Zaynab, il suo petto sarà il bersaglio delle mie frecce.» Kinana era un arciere esperto e nessuna delle frecce che scagliava mancava di solito il bersaglio. Sentendo queste parole, Abu Sufyan ibn Harb gli si avvicinò e disse: «Nipote, abbassa per un momento la freccia che ci stai puntando contro: vogliamo dirti alcune cose.» Abu Sufyan disse: «Quello che hai fatto non è stato giusto. Sei uscito portando Zaynab davanti a tutti, mentre noi restiamo qui a guardare. Tutti gli abitanti dell’Arabia sanno quale disgrazia ci è capitata a Badr e quale rovina ci ha procurato il padre di Zaynab. Se la porti via pubblicamente, proprio sotto i nostri occhi, tutti ci considereranno dei codardi e giudicheranno questo atto un’umiliazione per noi. Riporta Zaynab a casa. Lascia che rimanga per qualche tempo nella casa di suo marito. Quando la gente comincerà a dire che ti abbiamo impedito di lasciare Mecca con Zaynab, allora conducila di nascosto da suo padre.»

A queste parole Kinana — o Amr — acconsentì e Zaynab tornò a Mecca. Dopo qualche tempo, nel buio della notte, uscì di nuovo da Mecca portando Zaynab e, come gli aveva ordinato suo fratello, la consegnò nel luogo stabilito ai rappresentanti di suo padre.

Al-Tabarani ha narrato da ʿUrwa ibn al-Zubayr: un uomo partì portando con sé Zaynab bint Rasulullah, ma due uomini dei Quraysh li inseguirono e li raggiunsero. Essi sopraffecero l’uomo che accompagnava Zaynab e lo gettarono giù dal dorso del cammello. Zaynab fu scagliata contro una pietra. Il suo corpo si lacerò e cominciò a sanguinare. In tale condizione la condussero da Abu Sufyan. Abu Sufyan la affidò alle figlie dei Banu Hashim. In seguito ella emigrò a Medina. A causa della caduta dal dorso del cammello, Zaynab continuò a soffrire per tutta la vita e alla fine morì per le conseguenze di quel dolore. Per questo la gente la considerava una martire. (Hayatus Sahaba, 1/371).

È stato narrato da Aisha che Zaynab, figlia di Rasulullah, partì dalla Mecca verso Medina insieme a Kinana. Gli abitanti della Mecca li inseguirono. Habbār ibn al-Aswad fu il primo a raggiungere Zaynab. Colpì con una freccia il suo cammello, facendola cadere e ferire. Ella era incinta. A causa di quella ferita, perse il bambino che portava in grembo. In seguito, i Banu Hashim e i Banu Umayya cominciarono a disputarsi Zaynab. Alla fine ella rimase presso Hind bint ʿUtba. Hind le diceva spesso: «Questa disgrazia ti è accaduta a causa di tuo padre».

Un giorno Rasulullah disse a Zayd ibn Haritha: «Puoi andare a prendere Zaynab?». Zayd accettò. Il venerabile Rasulullah gli diede un anello e disse: «Portalo con te; arriverà nelle mani di Zaynab». Con l’anello, Zayd si mise in cammino verso la Mecca. Nei pressi della Mecca vide un pastore che pascolava delle capre. Gli chiese: «Di chi sei pastore?». Il pastore rispose: «Di Abu al-As». Gli chiese ancora: «Di chi sono queste capre?». Rispose: «Di Zaynab bint Muhammad». Zayd camminò per un tratto insieme al pastore, poi gli disse: «Se ti dessi una cosa, potresti consegnarla a Zaynab?». Egli accettò. Zayd gli diede l’anello e il pastore lo consegnò a Zaynab.

Zaynab chiese al pastore: «Chi ti ha dato questo?». Egli rispose: «Un uomo». Gli chiese ancora: «Dove lo hai lasciato?». Rispose: «In un certo luogo». Zaynab rimase in silenzio. Nel buio della notte si recò furtivamente in quel luogo. Zayd le disse: «Sali sul dorso del mio cammello e siediti davanti a me». Zaynab rifiutò, dicendo: «No, siediti tu davanti a me». Così Zaynab arrivò a Medina seduta dietro Zayd. Il venerabile Rasulullah diceva spesso: «La migliore delle mie figlie ha sofferto per causa mia». (Hayatus Sahaba, 1/371-372).

Dopo essersi separato dalla moglie Zaynab, Abu al-As trascorse alcuni anni alla Mecca. Poco prima della conquista della Mecca, partì per la Siria con una carovana commerciale. Dopo aver concluso gli affari, stava tornando alla Mecca. La carovana comprendeva cento cammelli e circa centosettanta uomini. Quando giunsero nei pressi di Medina, una piccola pattuglia inviata da Medina al comando di Zayd ibn Haritha li attaccò di sorpresa, catturò tutti gli uomini insieme ai cammelli e li condusse a Medina. Abu al-As, tuttavia, riuscì a fuggire.

Secondo Musa ibn ʿUqba, invece, furono Abu Basir e i suoi uomini ad attaccare la carovana di Abu al-As. Va ricordato che Abu Basir e alcuni altri avevano abbracciato l’Islam dopo il trattato di Hudaybiyya. Tuttavia, in base alle condizioni del trattato, gli abitanti di Medina rifiutarono di accoglierli. Perciò fuggirono dalla Mecca e si stabilirono nella zona costiera del Mar Rosso. Cominciarono a compiere attacchi a sorpresa contro le carovane commerciali della Mecca. Per paura di loro, gli affari e il commercio dei Quraysh stavano per essere completamente paralizzati. I Quraysh della Mecca furono costretti a chiedere a Rasulullah di riportarli a Medina. (Al-Isaba, 4/122).

Comunque sia, Abu al-As, invece di fuggire alla Mecca, entrò segretamente a Medina nel buio della notte, impaurito e sconvolto, e si recò direttamente da Zaynab per chiederle protezione. Zaynab gli assicurò la propria protezione.

Passò la notte. Il venerabile Rasulullah si recò alla moschea per la preghiera dell’alba. Si fermò nel mihrab e pronunciò «Allahu akbar», iniziando il takbir di consacrazione. Anche i fedeli che pregavano dietro di lui avevano terminato il takbir di consacrazione. In quel momento, dalle file delle donne dietro di lui, si levò la voce di Zaynab: «O gente, io sono Zaynab, figlia di Muhammad. Ho concesso protezione ad Abu al-As; concedetegli protezione anche voi».

Dopo aver concluso la preghiera, il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, si rivolse alla gente e chiese: «Avete udito anche voi ciò che ho udito?»

La gente rispose: «Sì, o Messaggero di Allah!» Il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, disse: «Giuro per Colui nelle cui mani è la mia vita: non sapevo nulla di questo fatto. Ella gli ha concesso protezione a nome di tutti i musulmani». Poi andò a casa e disse a sua figlia: «Tratta Abu al-‘As con rispetto. Tuttavia, sappi che ormai non sei più lecita per lui». Quindi il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, convocò gli uomini della spedizione che avevano catturato i cammelli e gli uomini della carovana di Abu al-‘As. Disse loro: «Conoscete il rango di quest’uomo tra noi. Avete preso i suoi beni commerciali. Se sarete benevoli con lui e gli restituirete i suoi beni, ne sarò lieto. Se non siete d’accordo, non ho nulla da obiettare: potete usufruire di quei beni come di una grazia di Allah. Siete voi ad averne maggior diritto». Tutti dissero: «Ascolta, Abu al-‘As: sei un uomo stimato tra i Quraysh, cugino del Messaggero di Allah e suo genero. Fa’ così: accetta l’Islam e rimani a Medina con questi beni degli abitanti della Mecca. Vivrai molto comodamente». Abu al-‘As disse: «Quello che dite è davvero una cosa molto brutta. Dovrei forse iniziare la mia vita nella nuova religione con un inganno?»

Abu al-‘As condusse la sua carovana fino alla Mecca. Dopo aver restituito a ciascuno il proprio bene, disse: «O gente dei Quraysh! Mi dovete ancora qualcosa?» Essi risposero: «No. Che Allah ti ricompensi nel modo migliore. Ti abbiamo trovato un uomo che mantiene le promesse in modo eccellente».

Abu al-‘As aggiunse: «Ho adempiuto pienamente ai vostri diritti. Ora dichiaro: ash-hadu an lā ilāha illā Allāhu wa anna Muhammadan rasūlullāh: testimonio che non vi è alcuna divinità all’infuori di Allah e che certamente Muhammad è il Messaggero di Allah».

Avrei potuto fare questa dichiarazione mentre ero a Medina. Ma non l’ho fatta perché avreste potuto pensare che lo avessi fatto soltanto per impossessarmi dei vostri beni dopo averveli restituiti. Ora che Allah mi ha concesso la capacità di restituire a ciascuno di voi il proprio bene e che sono stato sollevato dalla mia responsabilità, dichiaro l’Islam».

In seguito, Abu al-‘As uscì dalla Mecca e si recò a Medina al cospetto del Messaggero di Allah. Il nobile Messaggero di Allah lo accolse con onore e gli affidò anche sua moglie Zaynab. Il nobile Messaggero di Allah diceva spesso di lui: «Ha detto il vero in ciò che mi ha detto; mi ha dato una promessa e l’ha mantenuta».

Dopo aver accettato l’Islam, Abu al-‘As, che Allah sia soddisfatto di lui, non ebbe l’occasione di partecipare ad alcuna battaglia insieme al Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace. Morì nel mese di Dhu al-Hijja dell’anno 12 dell’Egira, durante il califfato di Abu Bakr. Secondo Ibn Mundah, tuttavia, morì martire nella battaglia di Yamama. (Al-Isaba, 4/123; Al-Isti‘ab).

Il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, amava profondamente Umama, la figlia di Zaynab e di Abu al-‘As. È riportato che durante la preghiera la prendeva sulle spalle.

Umayr ibn Wahb (che Allah sia soddisfatto di lui):

Si chiamava Umayr e la sua kunya, o soprannome, era Abu Umayya. Suo padre era Wahb e sua madre Ummu Sakhila. Era uno dei valorosi capi dei Quraysh. Prima dell’Islam era un acerrimo nemico dell’Islam e del Messaggero di Allah. Era una personalità dotata di sguardo acuto e profondo e di una notevole capacità di comprensione.

Partecipò alla battaglia di Badr insieme all’esercito dei Quraysh della Mecca e, poco prima dell’inizio dello scontro, l’esercito dei Quraysh gli affidò il compito di valutare la forza dell’esercito musulmano. Spronò il suo cavallo, fece diversi giri intorno all’esercito musulmano e, tornato all’accampamento dei Quraysh, riferì: «Saranno circa trecento, forse qualcuno in meno o qualcuno in più». La sua valutazione era esatta. I Quraysh gli chiesero: «C’è la possibilità che giungano rinforzi alle loro spalle?». Egli rispose: «Non ho visto nulla del genere. Tuttavia, o Quraysh, ho visto i loro cammelli portare una morte terribile. Non hanno nulla per difendersi se non le loro spade e non hanno alcun luogo in cui rifugiarsi. Giuro su Allah, ho avuto l’impressione che, se uccideste uno di loro, uno dei vostri verrebbe a sua volta ucciso. Se dovrete subire un numero di morti pari al loro, quale vantaggio ne ricaverete? Ora riflettete e decidete che cosa fare». Nel tentativo di dissuaderli dalla battaglia, disse inoltre ai Quraysh: «I volti degli abitanti di Medina sono come serpenti: non si affliggono neppure per la sete più intensa. Sono capaci di combattere contro di noi e di vendicarsi. Uomini dai volti radiosi come voi non dovrebbero affrontarli in battaglia».

Molti dei capi dei Quraysh furono influenzati dalle sue parole. Erano quasi sul punto di decidere di tornare alla Mecca. Ma Abu Jahl si oppose alla loro decisione. Il suo cuore bruciava per l’invidia e per il fuoco della guerra. Per volontà di Allah, Abu Jahl fu il primo a fomentare questa battaglia. E, insieme a molti altri, Wahb, il figlio di Umayr, fu fatto prigioniero dall’esercito musulmano.

Umayr ibn Wahb lasciò suo figlio Wahb prigioniero nelle mani dei musulmani e tornò da Badr alla Mecca salvando la propria vita. Temeva che, a causa delle torture inflitte alla Mecca al Messaggero di Allah e ai suoi Compagni, la vendetta potesse essere esercitata sul figlio prigioniero. Dopo essere tornato alla Mecca, una mattina uscì di casa e si diresse verso la Kaaba per compiere il tawaf e prosternarsi davanti agli idoli. Lì vide Safwan ibn Umayya seduto nel recinto della Kaaba. Si avvicinò a Safwan e disse:

«O capo dei Quraysh, buongiorno».

«Abu Wahb, buongiorno. Siediti, parliamo un po’. Chiacchierando il tempo passerà più in fretta». Umayr si sedette accanto a Safwan. Parlarono della situazione di Badr e della calamità abbattutasi su Badr, e contarono quanti erano stati fatti prigionieri a Badr da Muhammad e dai suoi compagni. Espressero il loro dolore per i capi dei Quraysh che erano stati uccisi a Badr, gettati nel pozzo di Qalib e ricoperti di terra.

A un certo punto, sopraffatto dall’emozione e dall’agitazione, Safwan ibn Umayya disse: «Giuro su Allah, dopo che sono stati uccisi in questo modo, nulla mi dà più piacere». Umayr disse:

-Hai detto la verità. Dopo essere rimasto in silenzio per qualche istante, aggiunse: Giuro nel nome del Signore della Kaaba che, se non avessi il peso dei debiti sulle spalle e le responsabilità della famiglia, andrei subito a Medina, sistemerei una volta per tutte la faccenda di Muhammad e porrei fine a tutte le sue malefatte. Poi, abbassando un po’ la voce, disse: «Mio figlio Wahab è prigioniero nelle loro mani laggiù. Se ci andassi, nessuno sospetterebbe minimamente di me».

Safwan ibn Umayya non lasciò sfuggire quell’occasione. Guardando Umayr, disse: -Umayr, mi assumo io tutti i tuoi debiti, per quanto possano ammontare. E finché io resterò in vita, e finché resteranno in vita i tuoi familiari, essi vivranno con me. Non mi mancano affatto i beni e le ricchezze. Vivranno felicemente.

Umayr disse:

-Che la nostra conversazione rimanga segreta; nessuno deve venirne a conoscenza.

Safwan disse:

-Così sarà.

Umayr si alzò dalla piazza della Kaaba e tornò a casa. Il suo cuore ardeva del fuoco della vendetta contro Muhammad. Cominciò a prepararsi per mettere in atto la sua decisione. Nessuno sospettò minimamente dei preparativi per il suo viaggio, perché in quel periodo le delegazioni andavano avanti e indietro tra Mecca e Medina portando il denaro del riscatto per liberare i prigionieri di Badr.

Umayr affilò la spada e la immerse in un potente veleno. Gli prepararono la cavalcatura. Montò in sella e partì in direzione di Medina. Il suo cuore, allora, ardeva fino a ridursi in cenere per l’odio e l’ostilità.

Umayr giunse a Medina e si diresse direttamente verso la moschea. Smontò dalla cavalcatura presso la porta della moschea.

Nel frattempo, presso la porta della moschea, il venerabile Umar ibn al-Khattab e alcuni Compagni erano seduti a discutere degli eventi di Badr. Conversavano animatamente su come erano stati uccisi i Quraysh, su chi e in che modo fosse stato catturato, e sul coraggio e sull’eroismo dimostrati dai Muhajirun e dagli Ansar.

All’improvviso il venerabile Umar scorse Umayr. Questi era smontato dalla cavalcatura e si stava dirigendo direttamente verso la moschea. Aveva la spada appesa alla spalla. Umar esclamò, allarmato: «È quel cane, il nemico di Allah, Umayr ibn Wahb. Per Allah, le sue intenzioni non sono buone. Alla Mecca incitava sempre gli infedeli contro di noi. Prima della battaglia di Badr era la spia della Mecca». Poi si rivolse ai suoi compagni e disse:

«Andate dal Messaggero di Allah, pace e benedizioni di Allah su di lui, e restategli accanto, affinché questo malvagio non riesca a ingannarlo in alcun modo».

Umar corse dal Messaggero di Allah, pace e benedizioni di Allah su di lui, e disse: «O Messaggero di Allah, è arrivato quel nemico di Allah, Umayr, con la spada appesa alla spalla. Ritengo che non sia venuto senza qualche cattiva intenzione».

Il Messaggero di Allah, pace e benedizioni di Allah su di lui, disse:

«Portatemelo».

Il venerabile Umar si avvicinò a Umayr, gli afferrò con una mano la veste all’altezza della gola e con l’altra gli premette il collo contro l’elsa della spada, conducendolo così dal Messaggero di Allah, pace e benedizioni di Allah su di lui. Vedendolo in quello stato, il Messaggero di Allah ordinò a Umar di lasciarlo andare. Umar lo lasciò. Per ordine del Messaggero di Allah, Umar si allontanò anche da lui. Il Messaggero di Allah si rivolse a Umayr e disse: «Umayr, avvicinati un po’».

Umayr, avvicinandosi un poco, disse: «Buongiorno».

Nell’Arabia preislamica, la gente si salutava in questo modo.

Il Messaggero di Allah disse: «Umayr, Allah ci ha onorati insegnandoci un saluto migliore del tuo. Attraverso il salām, Allah ha elevato il nostro rango. Questo saluto è quello degli abitanti del Paradiso».

Umayr disse: «Anche il nostro saluto non ti è sconosciuto».

Il Messaggero di Allah gli chiese: «Con quale intenzione sei venuto?»

«Sono venuto a liberare il prigioniero che è nelle vostre mani. In ogni caso, anche tu appartieni alla nostra stessa famiglia e alla nostra stessa tribù. Mostrami benevolenza riguardo a lui».

«Allora perché hai questa spada appesa al collo?»

«Che Allah renda vana questa spada! A che cosa ci è servita questa spada a Badr?»

Ho dimenticato di toglierla dal collo quando sono sceso dalla cavalcatura. È rimasta così.

—Umayr, dimmi la verità: perché sei venuto?

—Sono venuto soltanto con l’intenzione di liberare il prigioniero. Il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) disse: «Quale accordo hai stipulato con Safwan?»

A questa domanda Umayr fu preso da un grande timore. Domandò a sua volta: «Quale accordo avrei stipulato?»

Il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) disse: «Tu e Safwan ibn Umayya eravate seduti nel recinto della Kaʿba e parlavate dei capi Qurayshiti uccisi e gettati nel pozzo di Qalib. Tu dicesti: “Se non avessi il peso dei debiti sul collo e la responsabilità della famiglia, andrei a Medina e ucciderei Muhammad”. Safwan si è assunto tutte le tue responsabilità a condizione che tu mi uccidessi. Allah si è posto come ostacolo tra te e il tuo intento».

Umayr rimase sbalordito per qualche istante. Poi, riprendendosi un po’, esclamò: «Attesto che tu sei il Messaggero di Allah! O Messaggero di Allah, noi non credevamo alle notizie del cielo che ci portavi e alla rivelazione che scendeva su di te. Ma della conversazione che ho avuto con Safwan non eravamo a conoscenza se non io e lui. Per Allah, sono ormai convinto che di questa notizia ti abbia informato soltanto Allah. Al-hamdu lillah, ogni lode appartiene ad Allah, che mi ha condotto da te affinché io ricevessi la guida». Detto ciò, pronunciò nuovamente: «Attesto che non vi è divinità all’infuori di Allah e che Muhammad è il Messaggero di Allah».

Il venerabile Messaggero (pace e benedizioni su di lui) ordinò ai Compagni: «Insegnate la religione a vostro fratello Umayr, istruitelo nel Corano e liberate il suo prigioniero.

Prima di abbracciare l’Islam, il venerabile Umayr era uno degli “shaytan”, cioè dei capi, dei Quraysh. Dopo essere diventato musulmano, divenne uno dei più eminenti hawari, cioè compagni, dell’Islam. Dopo la sua conversione, Umar ibn al-Khattab (che Allah sia soddisfatto di lui) disse: «Giuro per Colui nelle cui mani è la mia vita: quando Umayr apparve a Medina, persino un maiale mi era più caro di lui. Oggi, invece, egli mi è più caro di uno qualsiasi dei miei figli» (Rijalun hawla ar-Rasul, p. 325).

Dopo aver abbracciato l’Islam, Umair si dedicò a purificare se stesso attraverso l’insegnamento islamico e a colmare il proprio cuore della luce del Corano. Quasi dimenticò la Mecca e coloro che vi aveva lasciato.

Intanto Safwan ibn Umayya sognava ogni giorno, nella sua mente, sogni meravigliosi. Frequentava i vari ritrovi dei Quraysh alla Mecca e continuava a dire: «Presto vi giungerà una grande e lieta notizia. Con essa troverete consolazione per Badr».

L’attesa di Safwan si faceva sempre più lunga. All’inizio era alquanto preoccupato, poi divenne inquieto. Cominciò a fermare ogni carovana e ogni viaggiatore proveniente da Medina, chiedendo notizie di Umair. Ma nessuno riusciva a dargli una risposta soddisfacente. A un certo punto incontrò un viaggiatore giunto da Medina. Spinto da una grande curiosità, Safwan gli chiese subito: «A Medina non è forse accaduto qualche nuovo evento?». L’uomo rispose: «Sì, è accaduto un fatto straordinario». Il volto di Safwan si illuminò e il suo cuore fu sul punto di scoppiare di gioia e felicità. Immediatamente domandò di nuovo: «Raccontami un po’ più dettagliatamente che cosa è successo». L’uomo disse: «Umair ha abbracciato l’Islam. Là sta apprendendo la nuova religione e studiando il Corano». Il mondo di Safwan sembrò capovolgersi. Fu come se un fulmine gli fosse caduto sulla testa. Egli aveva creduto che, anche se tutti gli uomini del mondo avessero abbracciato l’Islam, Umair non lo avrebbe mai fatto.

Subito dopo aver abbracciato l’Islam, Umair comprese pienamente la responsabilità che questa religione comportava. Si rese conto che doveva impiegare al servizio di questa religione la stessa energia che aveva speso per combatterla. Doveva invitare ad essa con lo stesso impegno con cui l’aveva denigrata. Doveva dimostrare, attraverso la sincerità, il jihad e l’obbedienza, quanto amasse Allah e il Suo Messaggero.

Dopo aver ricevuto per alcuni giorni a Medina l’insegnamento e l’educazione islamica, un giorno Umair si recò al cospetto del Messaggero di Allah e disse: «O Messaggero di Allah, ho trascorso gran parte della mia vita cercando di spegnere la luce di Allah e tormentando e perseguitando i seguaci dell’Islam. Desidero, se me lo permetti, andare alla Mecca e invitare i Quraysh ad adorare Allah e a seguire il Suo Messaggero. Se accetteranno il mio invito, sarà un’azione eccellente. Ma se lo rifiuteranno, farò loro soffrire ciò che in passato ho fatto soffrire ai compagni del Messaggero di Allah».

Il Messaggero di Allah gli diede il permesso. Un giorno Umair tornò alla Mecca con la spada appesa alla spalla e vestito da guerriero. La prima persona che incontrò alla Mecca fu Safwan ibn Umayya, al quale disse: «Ehi, Safwan, tu sei uno dei capi della Mecca e uno dei più eminenti sapienti dei Quraysh. Voi adorate queste pietre e sacrificate animali in nome degli idoli: credi davvero che questa sia una religione? Io invece attesto che non vi è altra divinità all’infuori di Allah e che Muhammad è il Messaggero di Allah». Safwan si preparò ad avventarsi contro Umair, ma la spada di Umair lo fermò efficacemente. Accecato dalla rabbia e dal dolore, Safwan gli lanciò contro alcune ingiurie irripetibili e si allontanò, lasciandogli la strada.

Così Umair tornò alla Mecca da musulmano. Quando colui che pochi giorni prima l’aveva lasciata da politeista vi fece nuovamente ingresso, il suo aspetto era proprio come quello assunto da Umar nel giorno in cui aveva abbracciato l’Islam. Dopo aver abbracciato l’Islam, Umar aveva gridato: «Giuro su Allah che siederò, da credente, in tutti i luoghi in cui sedevo quando ero nella miscredenza».

In questa circostanza, Umair prese Umar come suo modello e guida. Giorno e notte continuò a invitare all’Islam nei vicoli e nelle strade della Mecca. In appena alcune settimane, grazie a Umair, un gran numero di persone abbracciò la fede. Prima della battaglia di Uhud, tornò a Medina portando con sé questo gruppo di credenti. Partecipò al fianco del Messaggero di Allah a tutte le spedizioni, comprese quelle di Uhud, del Fossato e della conquista della Mecca.

Nel giorno della gioia per la conquista della Mecca, ʿUmayr non dimenticò il suo amico e compagno Ṣafwān. Dopo che il Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui, giunse alla Mecca, Ṣafwān, terrorizzato per la propria vita, fuggì dalla Mecca e arrivò a Jidda, sulla via dello Yemen. Quando ʿUmayr lo venne a sapere, ne fu profondamente addolorato. Decise fermamente di salvare Ṣafwān dalle mani di Satana. Corse dal Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui, e disse: «O Profeta di Allah! Ṣafwān ibn Umayya è uno dei capi del suo popolo. È fuggito dalla Mecca per timore di voi. Si getterà in mare. Concedetegli la protezione per mezzo mio». Il Messaggero, pace e benedizioni su di lui, disse: «È al sicuro». ʿUmayr disse: «O Messaggero di Allah, datemi un segno dal quale si possa comprendere che gli avete concesso la vostra protezione». Il Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui, gli donò il mantello che aveva indossato sul capo entrando alla Mecca.

ʿUmayr ibn Zubayr racconta:

«ʿUmayr uscì portando con sé il mantello. Quando giunse da Ṣafwān, questi si stava preparando ad attraversare il mare. Gli disse: «Ṣafwān, possano mio padre e mia madre essere sacrificati per te! Non distruggerti in questo modo. Ecco, ti ho portato la protezione del Messaggero di Allah.

Ṣafwān disse:

«Che tu possa perire! Allontanati da me. Non parlarmi». ʿUmayr disse: «Ṣafwān! Possano mio padre e mia madre essere sacrificati per te. In verità, il Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui, è il migliore degli uomini. È anche il più virtuoso e il più paziente degli uomini. Il suo onore è la tua stessa dignità». Ṣafwān disse: «Temo per la mia vita». ʿUmayr disse: «Egli è ancora più indulgente e onorevole di così.

ʿUmayr, accompagnando Ṣafwān, si presentò al cospetto del Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui. Ṣafwān disse: «Quest’uomo sostiene che mi avete concesso la protezione».

Il Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui, disse: «Ha detto la verità».

Ṣafwān disse: «Concedetemi un termine di due mesi».

Il Messaggero, pace e benedizioni su di lui, disse: «Ti sono concessi quattro mesi».

Dopo pochi giorni, il venerabile Safwan, che Allah sia soddisfatto di lui, abbracciò l’Islam. (Rijalun hawla al-Rasul, 325; Hayatus-Sahaba, 1)

Durante il califfato del venerabile Abu Bakr, che Allah sia soddisfatto di lui, il venerabile Umayr, che Allah sia soddisfatto di lui, assistette il califfo in tutte le questioni importanti. Durante il califfato del venerabile Umar, che Allah sia soddisfatto di lui, Amr ibn al-As, che Allah sia soddisfatto di lui, guidò la spedizione in Egitto. Quando la conquista di Alessandria tardava a compiersi, il venerabile Umar, che Allah sia soddisfatto di lui, inviò da Medina diecimila soldati, sotto il comando di quattro valorosi comandanti militari, in suo aiuto. Uno di questi quattro comandanti era il venerabile Umayr ibn Wahb.

Riguardo a questi quattro comandanti, il venerabile Umar raccomandò ad Amr ibn al-As di tenerli in prima linea durante l’attacco. Grazie ai loro sforzi, la spedizione di Alessandria ebbe successo. Dopo la conquista di Alessandria, per ordine di Amr, egli sottomise numerose regioni dell’Egitto. Morì verso la fine del califfato del venerabile Umar, che Allah sia soddisfatto di lui.

Salama ibn al-Akwa, che Allah sia soddisfatto di lui

Il suo nome era Sinan e suo padre era Amr ibn al-Akwa. Vi sono divergenze riguardo alla sua kunya, cioè il soprannome con cui era conosciuto. Tra queste: Abu Muslim, Abu Iyas, Abu Amir e altre. Tuttavia, Abu Iyas, derivato dal nome di suo figlio Iyas, è il soprannome più noto. (Al-Istiab).

Gli esperti di biografia profetica non hanno riportato quando Salama abbracciò l’Islam. È tuttavia storicamente certo che lo abbracciò prima del sesto anno dell’Egira e che emigrò anch’egli a Medina. La maggior parte dei Muhajirun emigrò insieme alle proprie famiglie; il venerabile Salama, invece, emigrò abbandonando moglie e figli per la causa di Allah.

Dopo essere giunto a Medina, partecipò a quasi tutte le battaglie. Nel contesto della tregua di Hudaybiyya, il «Giuramento di Ridwan», o «Giuramento dell’Albero», riveste un’importanza particolare nella storia dell’Islam. Durante l’episodio di Hudaybiyya, nel sesto anno dell’Egira, quando il venerabile e nobile Messaggero, pace e benedizioni su di lui, udì la notizia del martirio del venerabile Uthman per mano dei miscredenti della Mecca e raccolse dai musulmani giunti a Hudaybiyya con il Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui, il giuramento di morte, il venerabile Salama prestò per tre volte il giuramento nelle mani del Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui. Egli raccontò: «Sotto l’albero di Hudaybiyya prestai nelle mani del Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui, il giuramento di morte. Poi mi allontanai di lato. Quando la folla si fu un po’ diradata, il Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui, mi vide e disse: “Salama, che ti è successo? Non hai prestato il giuramento?”. Risposi: “O Messaggero di Allah, l’ho già prestato”. Il Messaggero disse: “E allora? Prestalo ancora una volta”. Lo prestai di nuovo. In quel momento il Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui, gli donò uno scudo. In seguito egli tornò a trovarsi sotto lo sguardo del Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui. Questi gli chiese: “Salama, non presterai il giuramento?”. Salama rispose: “O Messaggero di Allah, l’ho già prestato due volte”. Disse: “Prestalo ancora una volta”. Salama lo prestò per la terza volta. Allora il Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui, gli chiese: “Salama, che cosa hai fatto dello scudo?”. Egli rispose: “Mio zio era completamente disarmato, così gliel’ho dato”. Udendo le sue parole, il Messaggero di Allah rise e disse: “Il tuo esempio è come quello di chi supplica: ‘O Allah, concedimi un amico che mi sia più caro della mia stessa vita’”.

A Hudaybiyya era in corso il giuramento di fedeltà a Rasulullah; nel frattempo, musulmani e abitanti della Mecca conclusero una tregua. I musulmani, tirando un sospiro di sollievo, cominciarono ad abbracciarsi gli uni con gli altri. Hadrat Salama si era sdraiato tranquillamente sotto un albero. In quel momento, quattro mushrik (politeisti) vennero a sedersi accanto a lui. Cominciarono a parlare di Rasulullah in un modo che egli non desiderava ascoltare. Si alzò e andò a sedersi sotto un altro albero. Dopo che si fu allontanato, quei quattro mushrik deposero le armi e si sdraiarono. Improvvisamente qualcuno gridò: «O emigrati, accorrete! Ibn Zanim è stato ucciso». Non appena udì quel grido, Salama afferrò le armi e si precipitò verso i quattro mushrik. Essi erano ancora sdraiati. Salama prese possesso delle loro armi e disse: «Se volete il bene, venite direttamente con me. Per Allah, se qualcuno alzerà la testa, gli trafiggerò gli occhi». Li condusse quindi al cospetto di Rasulullah. Anche lo zio di Salama arrivò portando con sé circa settanta o settantuno mushrik prigionieri. Il Nobile Profeta li liberò tutti. Fu in seguito a questo avvenimento che fu rivelato il seguente versetto del Corano:

«Egli è Colui che, dopo avervi dato la vittoria sui miscredenti nella terra della Mecca, ha trattenuto le loro mani da voi e le vostre mani da loro». (Sura al-Fath/3).

Durante il ritorno della carovana dei musulmani a Medina, essi piantarono le tende vicino a una montagna. I politeisti nutrivano alcune cattive intenzioni. Hadrat Rasul-e Karim ne venne a conoscenza. Sentì la necessità di sorvegliare le tende. Pregò Allah di perdonare colui che si fosse seduto sulla montagna per fare la guardia. Hadrat Salama ebbe questo onore. Per tutta la notte salì ripetutamente sulla montagna, cercando di udire i passi del nemico.

Alcuni cammelli del Nobile Rasul pascolavano nei terreni da pascolo di Ji-Karwa. Un giorno, alcuni uomini dei Banu Ghatafan, o secondo un’altra versione dei Banu Fazara, lanciarono un attacco a sorpresa, uccisero il pastore e portarono via i cammelli. Hadrat Salama ibn al-Akwa si trovava proprio nei pressi del luogo dell’accaduto. Era uscito alla fine della notte, quando uno schiavo di Abd al-Rahman ibn Awf gli riferì che i cammelli di Rasulullah erano stati razziati. Salama mandò lo schiavo di Abd al-Rahman a Medina per informare Rasulullah. Poi salì sulla cima della montagna e gridò così forte «Ya Sabahah» (un grido d’allarme per segnalare l’attacco del nemico) che la sua voce giunse da un’estremità all’altra di Medina. Inseguì da solo la banda di predoni. I predoni stavano cercando dell’acqua, e proprio allora egli li raggiunse. Era un abile arciere. Scoccava frecce prendendo la mira con precisione, mentre mormorava:

«Sono il figlio di al-Akwa

Oggi è il giorno della distruzione dei malvagi».

Vale a dire: «Sono il figlio di al-Akwa: oggi è il giorno della distruzione degli uomini di bassa natura». Attaccò in modo tale che i predoni fuggirono abbandonando i cammelli. In preda allo smarrimento, lasciarono persino i loro mantelli. Nel frattempo, Hadrat Rasul-e Karim giunse sul posto con altri uomini. Salama disse: «O Rasulullah, non ho permesso loro di bere acqua. Se li inseguiamo subito, potremo raggiungerli». Rasulullah rispose: «Dopo averli sconfitti, perdonali». (Bukhari, Kitab al-Maghazi, Babu Ghazwat Ji-Karwah, Sirat Ibn Hisham 2/281-82, Hayat al-Sahaba 1/559-61). L’episodio è riportato in modi diversi nelle varie opere.

Nella battaglia di Khaybar mostrò un estremo valore. Dopo la conquista di Khaybar, tornò a Medina tenendo la mano del Nobile Rasul.

Dopo Khaybar partecipò alle battaglie contro i Thaqif e gli Hawazin. Durante questa spedizione, un uomo arrivò all’accampamento dell’esercito musulmano cavalcando un cammello, lo legò e si unì tranquillamente al pasto dei soldati musulmani. Poi, dopo aver lanciato sguardi attenti tutt’intorno e aver valutato la forza dei musulmani, risalì sul cammello e si allontanò rapidamente. Poiché era arrivato e poi se n’era andato in quel modo, i musulmani credettero che fosse una spia. Un uomo si mise a inseguirlo. Anche Salama lo seguì e, correndo più veloce, raggiunse e catturò quell’uomo, quindi lo uccise con un solo colpo di spada. Poi tornò portando con sé la cavalcatura del morto. Il Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui, domandò: «Chi ha ucciso quell’uomo?». La gente rispose: «Salama». Il Messaggero dichiarò: «Tutto ciò che apparteneva al morto spetterà a lui». Nel settimo anno dell’Egira, il Nobile Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui, inviò una spedizione contro i Banu Kilab sotto il comando di Abu Bakr. Anche Salama faceva parte di quella spedizione. In quell’operazione uccise da solo sette uomini. Catturò e riportò con sé molte donne di coloro che erano fuggiti. Tra le prigioniere vi era anche una ragazza molto bella. Abu Bakr affidò la ragazza a Salama. Salama la condusse a Medina. Il Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui, disse: «Affidami la ragazza». Salama la consegnò alla custodia del Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui. In cambio di quella ragazza, il Messaggero di Allah liberò i musulmani prigionieri nelle mani degli infedeli.

Dopo aver abbracciato l’Islam, Hazrat Salama ibn al-Akwa, che Allah sia soddisfatto di lui, partecipò a quasi tutte le battaglie combattute contro gli infedeli. Secondo alcune narrazioni, partecipò complessivamente a quattordici battaglie: sette come compagno del Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui, e le altre sette in diverse spedizioni da lui inviate. Secondo una narrazione riportata al-Mustadrak, il numero complessivo delle battaglie a cui partecipò fu sedici. Una volta disse: «Partecipai a sette battaglie con il Messaggero di Allah e a nove con Zayd ibn Haritha». (Rijalun hawla al-Rasul, 555).

Tra i membri della fanteria che combattevano con arco e lancia, Salama era uno dei più abili. Quando le truppe nemiche attaccavano, egli si ritirava. Quando invece i nemici si ritiravano o si riposavano, lanciava un attacco a sorpresa. Questa era la sua tattica di guerra. Adottando questa tattica, da solo sconfisse, nella battaglia di Dhu Qarad, alla periferia di Medina, l’esercito guidato da Uyayna ibn Hisn al-Fazari. Da solo li inseguì, li attaccò e respinse i loro assalti. In questo modo li mise in fuga per una grande distanza da Medina.

Per il coraggio e l’audacia, soprattutto per la rapidità nella corsa, Salama occupava una posizione speciale tra i Compagni. L’autore dell’opera al-Isaba scrive: «Era uno degli uomini più valorosi e correva più veloce di un cavallo». Durante la tregua di Hudaybiyya o, secondo un’altra opinione, durante la spedizione di Dhu Qarad, il Nobile Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui, lo elogiò dicendo: «Il migliore dei nostri fanti è Salama ibn al-Akwa». (Rijalun hawla al-Rasul, 555).

Hazrat Salama era un uomo estremamente forte. Sembrava quasi non sapere che cosa fossero il dolore e la sofferenza. Tuttavia, durante la battaglia di Khaybar, stando accanto al corpo di suo fratello o, secondo un’altra opinione, di suo zio, Hazrat Amir ibn al-Akwa, canticchiò con voce sommessa una canzone colma di tristezza. Il cui ultimo verso era: «O Allah, fa’ scendere su di noi la serenità e rendi saldi i nostri piedi di fronte al nemico».

In quella battaglia di Khaybar, suo fratello Amir colpì con forza un politeista con la spada. Tuttavia, il colpo andò a vuoto e ferì il suo stesso corpo, causando la sua morte da martire. Dopo questo episodio, alcuni musulmani commentarono: «Povero Amir: è stato privato della fortuna del martirio». Proprio quel giorno, quando anche nel cuore di Salama, come in quello degli altri, nacque l’idea che suo fratello fosse stato privato della ricompensa del jihad e del martirio, egli fu profondamente addolorato e abbattuto. Corse dal Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui, e gli chiese:

«O Messaggero di Allah, tutte le buone azioni di Amir sono andate perdute. È davvero così?»

Il Messaggero, pace e benedizioni su di lui, disse:

—È stato ucciso come combattente per la fede. Ha due ricompense. Ora sta nuotando nei fiumi del Paradiso. (Rijalun hawla ar-Rasul, 555-556).

Hazrat Salama rimase a Medina dalla morte del Nobile Messaggero di Allah fino al martirio di Hazrat Uthman. Dopo l’uccisione di Hazrat Uthman, questo valoroso combattente comprese che si erano aperte le porte della fitna, ossia della discordia interna, tra i musulmani. Colui che per tutta la vita aveva combattuto contro i miscredenti insieme ai propri fratelli, ora non avrebbe dovuto impugnare le armi contro quegli stessi fratelli. L’abilità con cui aveva combattuto contro i politeisti e per la quale aveva ricevuto l’elogio del Messaggero di Allah non poteva in alcun modo essere usata per combattere contro un credente o per uccidere un musulmano.

Dopo questa presa di coscienza, caricò i propri averi sul dorso di un cammello, lasciò Medina e si recò direttamente a Rabdha. Qui rimase a vivere fino alla morte. In questa stessa Rabdha, in precedenza, Hazrat Abu Dharr al-Ghifari aveva lasciato Medina e vi aveva esalato l’ultimo respiro.

Hazrat Salama trascorse il resto della sua vita a Rabdha. Alcuni giorni prima della morte, all’improvviso sentì un forte desiderio di recarsi a Medina. Andò a Medina. Dopo avervi trascorso due giorni, morì improvvisamente il terzo giorno. Così fu sepolto nella terra sacra del suo amato, accanto ai suoi amici martiri e sinceri. (Rijalun hawla ar-Rasul, 556-557).

Gli storici dissentono sull’anno della sua morte. Secondo l’opinione corretta, morì nell’anno 74 dell’Egira. Secondo un’altra opinione, morì nell’anno 64 dell’Egira. Waqidi e i suoi seguaci ritengono che sia vissuto ottant’anni. Ibn Hajar afferma che, alla luce della prima opinione sull’anno della morte, questa valutazione di Waqidi non è corretta. Infatti, in tal caso, al momento del patto di al-Hudaybiyya avrebbe avuto circa dieci anni. E a quell’età nessuno può prestare il giuramento della morte. Inoltre, ho visto nell’opera di Ibn Sa’d che egli morì verso la fine del califfato di Hazrat Muawiya. Anche Baladhuri riferisce la stessa cosa. (Al-Isaba, 2/67).

Hazrat Salama ebbe l’opportunità di godere della stretta compagnia del Messaggero di Allah. Ebbe anche l’onore di accompagnarlo in numerose spedizioni. Sfruttò adeguatamente questa opportunità. Inoltre, narrò hadith da Abu Bakr, Umar, Uthman e Talha. Il numero degli hadith da lui narrati è settantasette (77). Di questi, sedici sono muttafaqun alayhi, cioè narrati sia da Bukhari sia da Muslim. Cinque sono stati narrati esclusivamente da Bukhari e nove esclusivamente da Muslim. (Tahdhib al-Kamal, 148). Tra coloro che narrarono hadith da lui, i più importanti sono Iyas ibn Salama, Yazid ibn Ubayd, Abd ar-Rahman ibn Abdillah, Muhammad ibn al-Hanafiyya e altri.

Hazrat Salama era molto generoso quando si trattava di spendere sulla via di Allah. Se qualcuno gli chiedeva qualcosa per amore di Allah, non lo rimandava mai a mani vuote. Diceva: «Colui che non dà per amore di Allah, a chi darà mai?». Tuttavia, non amava chiedere per amore di Allah.

Considerava illecito per sé il denaro della sadaqa. Se sospettava che un oggetto provenisse dalla sadaqa, se ne teneva lontano. Per questo motivo non amava nemmeno ricomprare, pagando del denaro, un oggetto che lui stesso aveva dato in sadaqa.

Era così scrupoloso riguardo a ciò che è haram e a ciò che è halal, che non permetteva ai bambini di giocare a nessun gioco che somigliasse al gioco d’azzardo.

Salama era uno dei Compagni che emettevano fatwa a Medina. Ibn Saʿd ha narrato da Ziyad ibn Mina. Egli disse: «Ibn ʿAbbas, Ibn ʿUmar, Abu Saʿid al-Khudri, Abu Hurayra, ʿAbdullah ibn ʿAmr ibn al-ʿAs, Jabir ibn ʿAbdullah, Rafiʿ ibn Khadij, Salama ibn al-Akwaʿ e altri Compagni emettevano fatwa a Medina». (Hayat al-Sahaba, 3/254).

L’imam al-Bukhari ha narrato nel libro «Al-Adab al-Mufrad» (p. 144), tramite ʿAbd al-Rahman ibn Razin. Egli disse: «Stavamo attraversando Rabdha. Ci fu detto che qui si trovava Salama ibn al-Akwaʿ. Andai da lui e lo salutai. Egli tirò fuori entrambe le mani, ce le mostrò e disse: “Con queste due mani ho prestato giuramento di fedeltà nelle mani del Messaggero di Allah”. Poi mostrò una delle sue palme. La palma era enorme, come quella di un cammello». (Hayat al-Sahaba, 2/498-499).

Una volta fu chiesto a Salama: «Con quale parola prestaste giuramento di fedeltà nelle mani del Messaggero di Allah, nel giorno di Hudaybiyya?». Egli rispose: «Mawt, cioè sulla morte». (Al-Istiʿab; Hayat al-Sahaba, 1/249).

Yas, figlio di Salama, ha illustrato in modo magnifico, con una sola frase, la virtù e le caratteristiche di suo padre. Egli disse: «Ma kadhiba abi qattu» — «Mio padre non ha mai mentito». (Rijalun hawla al-Rasul, 554).

Nella vita di una persona, questa sola qualità è sufficiente per raggiungere il grado più elevato tra le persone sincere. In ogni fase della sua vita egli diede prova di questa onestà.

L’autore dell’opera «Al-Istiʿab fi Asmaʾ al-Ashab», Abu ʿUmar Yusuf al-Qurtubi, ha riferito, citando Ibn Ishaq, una storia singolare riguardo a Salama. Ibn Ishaq disse: «Ho sentito dire che Salama fu colui con il quale parlò un lupo. Salama raccontò: “Vidi un lupo dare la caccia a un cervo. Lo inseguii e strappai il cervo dalla sua bocca. Allora il lupo disse: ‘Che ti succede? Io voglio soltanto mangiare il sostentamento che Allah mi ha concesso. Esso non è neppure una tua proprietà, perché tu debba strapparmelo dalla bocca’. Salama disse: ‘Io risposi: “O servi di Allah, guardate questo fatto straordinario: il lupo sta parlando!”. Dopo aver udito le mie parole, il lupo disse: ‘Ancora più straordinario è il fatto che il Messaggero di Allah vi invita a servire Allah, mentre voi lo negate e vi dirigete verso l’adorazione degli idoli’”. Salama disse: “In seguito mi recai al cospetto del Messaggero di Allah e abbracciai l’Islam”. Allah sa meglio chi fosse quel lupo». (Al-Istiʿab).

Abu Salama ibn ʿAbd al-Asad, che Allah sia soddisfatto di lui

Il suo nome era Abdullah e la sua kunya, o soprannome, Abu Salama. Suo padre era Abd al-Asad e sua madre Barra bint Abd al-Muttalib. Era cugino del Messaggero di Allah ﷺ, essendo figlio della sorella paterna di quest’ultimo. Inoltre, secondo la versione corretta, era suo fratello di latte. Suwaiba, la schiava di Abu Lahab, allattò il Messaggero di Allah ﷺ, Hamza e Abu Salama. (Sira di Ibn Hisham, 2/96).

Egli si unì al gruppo dei credenti prima che il nobile Messaggero di Allah ﷺ prendesse dimora nella casa di al-Arqam ibn Abi al-Arqam. Dopo che Abu Bakr, che Allah si compiaccia di lui, ebbe abbracciato l’Islam, invitò per primi Uthman ibn Affan, Talha ibn Ubayd Allah, al-Zubayr ibn al-Awwam e Sa‘d ibn Abi Waqqas alla fede islamica. Li condusse tutti alla presenza del Messaggero di Allah ﷺ, ed essi abbracciarono l’Islam insieme. Il giorno seguente condusse dal Messaggero di Allah ﷺ Uthman ibn مظ‘un, Abu Ubayda ibn al-Jarrah, Abd al-Rahman ibn Awf, Abu Salama e al-Arqam ibn Abi al-Arqam. Anch’essi abbracciarono l’Islam insieme. (Al-Bidaya, 3/29). Anche sua moglie, Umm Salama, lo seguì. (Usd al-Ghaba, 5/281).

Egli emigrò in Abissinia insieme al primo gruppo di emigranti, con sua moglie Umm Salama. In quella terra d’Abissinia nacque la loro figlia Zaynab bint Abi Salama. (Sira di Ibn Hisham, 1/322, 326). Dopo qualche tempo lasciò l’Abissinia ed entrò alla Mecca sotto la protezione di Abu Talib ibn Abd al-Muttalib. Alcuni uomini dei Banu Makhzum si recarono da Abu Talib e gli dissero in tono di protesta: «O Abu Talib, hai protetto dalle nostre mani tuo nipote Muhammad. Ora proteggi nuovamente uno dei nostri?». Abu Talib rispose: «Egli mi ha chiesto protezione. Inoltre è figlio di mia sorella. Se non posso proteggere il figlio di mia sorella, non posso neppure proteggere il figlio di mio fratello». A un certo punto Abu Lahab si alzò e disse: «O uomini dei Quraysh! State esagerando troppo con questo anziano. Se non la smettete, ci schiereremo al fianco di questo anziano». A queste parole di Abu Lahab, gli uomini dei Banu Makhzum si ritirarono. (Sira di Ibn Hisham, 1/369, 371). Per la seconda volta emigrò in Abissinia insieme a sua moglie. Dopo essere tornato infine dall’Abissinia alla Mecca, qualche tempo dopo si trasferì nuovamente a Medina.

La moglie di Abu Salama, Umm Salama, racconta a proposito della loro emigrazione a Medina: «Dopo che Abu Salama decise di emigrare a Medina, preparò il suo cammello. Mi fece salire sul dorso del cammello e mise in grembo mio figlio Salama. Poi prese la redine del cammello e cominciò a condurlo. Gli uomini della mia tribù paterna, i Banu Mughira, gli sbarrarono la strada e dissero: “Per quanto riguarda te, puoi fare ciò che vuoi. Ma non ti permetteremo di portare questa nostra figlia con te in un paese straniero”. Mi strapparono a lui. Allora la tribù di Abu Salama, i Banu Abd al-Asad, si adirò e disse: “Dato che avete portato via la vostra figlia, noi non lasceremo nostro figlio, cioè Salama, presso sua madre”. E portarono via mio figlio. Io ero prigioniera presso i miei parenti paterni, i Banu Mughira; il bambino Salama, che tenevo in grembo, era presso i parenti paterni di suo padre, i Banu Abd al-Asad; e mio marito Abu Salama era a Medina. Così ci separarono».

«Ogni giorno andavo nella valle di Abtah, alla Mecca, e mi sedevo lì a piangere soltanto. Versai lacrime per quasi un anno. Infine, un giorno, un uomo della mia tribù paterna mi vide in quello stato e provò compassione nel cuore. Disse ai Banu Mughira: “Non permetterete a questa sventurata di lasciare la Mecca? Perché la fate soffrire separandola in questo modo da marito e figlio?”. Allora i Banu Mughira mi dissero: “Se vuoi, puoi andare da tuo marito”. Anche i Banu Abd al-Asad mi restituirono mio figlio. Salii su un cammello e mi incamminai verso Medina, diretta da mio marito. Non avevo con me nessun altro servo di Allah. Quando arrivai a Tan‘im, incontrai Uthman ibn Talha. Mi chiese: “Figlia di Abu Umayya, dove stai andando?”. Risposi: “Da mio marito a Medina”. Mi chiese: “Non c’è nessun altro con te?”. Risposi: “Nessuno, tranne Allah, l’Unico”. Egli prese la redine del mio cammello e cominciò a camminare, accompagnandomi fino all’insediamento dei Banu Amr ibn Awf, a Quba, nei pressi di Medina. Poi disse: “Tuo marito abita proprio qui”. Detto questo, riprese la strada per la Mecca. Qui mi riunii con mio marito. Questo Uthman ibn Talha abbracciò l’Islam dopo il trattato di Hudaybiyya. (Hayat al-Sahaba, 1/358-359).

Abu Salama emigrò a Medina un anno prima del giuramento degli abitanti di Yathrib al Messaggero di Allah ﷺ ad al-Aqaba. (Sira di Ibn Hisham, 1/468). Secondo una narrazione di al-Bukhari, egli fu il primo muhajir a recarsi a Medina. Tuttavia, secondo un’altra narrazione, il primo muhajir di Medina fu Mus‘ab ibn Umayr. Nel conciliare queste due narrazioni, l’eminente studioso Ibn Hajar, che Allah abbia misericordia di lui, afferma: «Quando Abu Salama tornò dall’Abissinia alla Mecca, i politeisti meccani ricominciarono a perseguitarlo. Egli si recò allora a Medina per timore dei Quraysh, non con l’intenzione di stabilirvisi permanentemente. Mus‘ab ibn Umayr, invece, si recò a Medina dopo l’arrivo dell’ordine di emigrare. In questo senso, fondamentalmente, non vi è contraddizione tra le due narrazioni». (Fath al-Bari, 7/203).

Il giorno dell’arrivo di Abu Salama a Medina era il 10 di Muharram. Il clan di Amr ibn Awf lo ospitò per due mesi interi. Quando il nobile Messaggero di Allah ﷺ giunse a Medina, istituì un rapporto di fratellanza, la mu’akhat, tra lui e Khuthayma al-Ansari, e gli donò anche un appezzamento di terreno per permettergli di vivere separatamente.

Egli svolse un ruolo valoroso nelle battaglie di Badr e Uhud. Nella battaglia di Uhud, una freccia di Abu Usama al-Jushami gli si conficcò nel braccio. Dopo un mese intero di cure, la ferita sembrò guarita esteriormente, ma al suo interno si sviluppò un’infezione. In queste condizioni gli fu affidato il comando della spedizione di Qatan.

«Qatān» è il nome di una montagna. Qui viveva la tribù dei Banū Asad. Il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, venne a sapere che Tulayha e Asad ibn Khuwaylid stavano incitando la propria tribù e le altre tribù da loro influenzate a combattere contro Medina. Il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, decise di porre fine a tali attività. Formò una spedizione di centocinquanta mujāhidūn, composta congiuntamente da Muhājirūn e Anṣār, e ordinò loro di partire verso «Qatān», sotto il comando di Abū Salama, nel mese di Muḥarram, o secondo un’altra opinione nel mese di Ṣafar, del quarto anno dell’Egira. Mentre consegnava lo stendardo ad Abū Salama, il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, disse: «Parti. Disperdili prima che i Banū Asad si uniscano».

Il venerabile Abū Salama avanzò lungo una via poco conosciuta e giunse improvvisamente nell’insediamento dei Banū Asad. Sorpresi dall’attacco improvviso, essi rimasero sgomenti e cominciarono a fuggire. Abū Salama divise le sue truppe in tre gruppi e ordinò loro di inseguirli. Li incalzarono per una lunga distanza e ottennero come bottino un gran numero di cammelli e capre. Tutto il bottino fu condotto a Medina e presentato al servizio del Messaggero di Allah.

Il venerabile Abū Salama tornò a Medina dalla spedizione di «Qatār». Nel frattempo, la ferita causata dalla freccia nella battaglia di Uḥud ricominciò a infettarsi. Dopo essere rimasto malato per diversi giorni, morì il 3 di Jumādā al-Ākhira del quarto anno dell’Egira, o secondo un’altra opinione del terzo anno. Per una coincidenza, poco prima che esalasse l’ultimo respiro, il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, si recò da lui per visitarlo. Dopo che la sua anima ebbe lasciato il corpo, il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, chiuse con le sue mani benedette i suoi due occhi rimasti aperti e disse: «Quando l’anima di una persona viene presa, i suoi due occhi rimangono aperti per guardarla». (Ṭabaqāt Ibn Saʿd, 3/172).

Da una parte, le donne, dietro la cortina, cominciarono a lamentarsi. Il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, le fece desistere dicendo: «Adesso è il momento della supplica. Infatti, anche gli angeli che scendono dal cielo presso il defunto dicono “āmīn” insieme a coloro che formulano queste suppliche». Poi il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, pregò per lui in questo modo: «O Allah, amplia e illumina la sua tomba. Perdona i suoi peccati e innalza il suo rango tra il gruppo dei guidati». (Ibn Saʿd, 3/172).

Il venerabile Abū Salama morì in un luogo chiamato «al-ʿĀliya», alla periferia di Medina. Vi si era stabilito dopo essere giunto da Qubā. Fu lavato con l’acqua del pozzo «Yasīra», appartenente ai Banū Umayya ibn Zayd, e fu sepolto nella terra sacra di Medina.

Tra i Compagni, il venerabile Abū Salama godeva di una posizione particolarmente eminente. Quando si ammalò, il venerabile Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, andava spesso a fargli visita.

La venerabile Umm Salama, che Allah si compiaccia di lei, racconta: «Un giorno Abū Salama tornò a casa dalla presenza del Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, molto gioioso. Continuava a dire: “Oggi una parola del Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, mi ha reso davvero felice”. Egli aveva detto: “Se un musulmano colpito da una disgrazia, mentre si trova nella sua prova, si rivolge ad Allah dicendo: «O Allah, aiutami in questa disgrazia e concedimi una ricompensa migliore per essa», Allah accoglie la sua supplica”. Perciò, quando fui profondamente addolorata per la morte di Abū Salama, anch’io pronunciai quella supplica. Ma subito mi venne in mente: chi avrebbe potuto essere una ricompensa migliore di Abū Salama? Quando terminò il mio periodo di ʿidda e il Messaggero stesso, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, mi mandò una proposta di matrimonio, compresi che Allah aveva disposto una ricompensa migliore”. (Musnad di Aḥmad ibn Ḥanbal, 4/127). In questo modo Umm Salama divenne una Madre dei Credenti.

Il venerabile Abū Salama lasciò due figli maschi, Salama e ʿUmar, e due figlie, Zaynab e Durra.

Quando il califfo Hazrat Umar (ra), durante il suo califfato, stabilì un’indennità per ciascuno, ordinò di assegnare duemila ai figli dei Muhajirun e degli Ansar che avevano partecipato alla battaglia di Badr. Quando si arrivò a Umar, il figlio di Abu Salama, disse: «Dategli mille in più». Muhammad ibn Abdillah, il cui padre era Abdullah ibn Jahsh, martirizzato a Uhud, protestò dicendo: «Suo padre non possiede alcun merito particolare rispetto ai nostri padri».

Il califfo disse: «Gli assegno duemila per suo padre Abu Salama e mille in più per sua madre Umm Salama. Se tu avessi una madre come la sua, darei mille in più anche a te». (Hayatus Sahaba, 1/216-217).

Aqil ibn Abi Talib (ra)

Il suo nome era Aqil e il suo kunya Abu Yazid. Suo padre era Abu Talib ibn Abd al-Muttalib e sua madre Fatima. Era discendente del ramo hascemita dei Quraysh. Era fratello consanguineo del quarto califfo, Hazrat Ali, ed era di vent’anni più grande di Ali.

Aqil fu allevato da suo padre Abu Talib. Prima che il Messaggero di Allah (s.a.w.) ricevesse la profezia, una volta a Mecca si verificò una grave carestia. Tra i Quraysh, le condizioni del Messaggero di Allah (s.a.w.) e di Abbas erano relativamente migliori. Un giorno il Messaggero di Allah (s.a.w.) disse ad Abbas: «Zio, conosci la situazione di tuo fratello Abu Talib. Ha molti figli. Vieni, prendiamoci cura di alcuni di loro». I due andarono da Abu Talib e gli esposero il loro intento. Abu Talib disse: «Potete prendere chiunque desideriate, eccetto Aqil». Il Messaggero di Allah (s.a.w.) prese Ali, mentre Abbas prese Jafar. (Hayatus Sahaba, 2/530).

Fin dall’inizio, Aqil nutriva simpatia per l’Islam e per i musulmani. Tuttavia, per timore dei Quraysh, non poté accettare apertamente l’Islam. Contro la propria volontà, partecipò alla battaglia di Badr insieme ai capi politeisti e, come molti altri, fu catturato dall’esercito musulmano. Il Messaggero di Allah (s.a.w.) ordinò ad Ali di informarsi su quali membri della sua famiglia fossero stati catturati. Ali fece una ricerca e riferì: «Nawfal, Abbas e Aqil sono stati catturati». Udito ciò, il Messaggero di Allah (s.a.w.) andò personalmente a vederli e, fermandosi accanto ad Aqil, disse: «Abu Jahl è stato ucciso». Aqil rispose: «Ora nella regione del Tihama non è rimasto alcun avversario dei musulmani». Aqil era privo di mezzi. Abbas pagò il suo riscatto e lo fece liberare. A Badr era stato catturato da Hazrat Ubayd ibn Aws. (Sirat Ibn Hisham, 1/687).

Dopo essere stato liberato dalla prigionia, tornò a Mecca. Nell’anno della conquista di Mecca o, secondo un’altra opinione, dopo il trattato di Hudaybiyya, abbracciò l’Islam come gli altri e, all’inizio dell’ottavo anno dell’Egira, emigrò a Medina. (Al-Isaba, 2/494).

Dopo aver partecipato alla spedizione di Mu’ta, tornò nuovamente a Mecca e si ammalò. Per questo non poté partecipare alla conquista di Mecca né alle spedizioni di Ta’if e Hunayn. (Usud al-Ghaba, 3/422). Tuttavia, secondo alcune narrazioni, partecipò alla battaglia di Hunayn. In quella battaglia, quando all’inizio l’esercito musulmano stava per essere sconfitto e persino i Muhajirun e gli Ansar avevano cominciato a fuggire, egli fu uno di coloro che rimasero saldi. (Al-Isaba, 2/494).

Ibn Hisham racconta: Il giorno della battaglia di Hunayn, ʿAqil ibn Abi Talib entrò nella tenda di sua moglie Fatima bint Shaiba ibn Rabia con una spada insanguinata in mano. La moglie disse: «Ho capito che hai combattuto. Ma quale bottino (beni catturati in guerra) mi hai portato?». ʿAqil disse: «Ecco un ago: cucirai dei vestiti». E le consegnò l’ago. In quel momento si udì la voce dell’araldo del Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui. Egli proclamava: «Chiunque abbia preso qualcosa, la restituisca. Anche chi ha preso un ago e un filo, li restituisca». ʿAqil si voltò verso la moglie e disse: «Anche il tuo ago se n’è andato». Così dicendo, prese l’ago dalla mano della moglie e lo gettò sul cumulo dei beni del bottino. (Sīrat Ibn Hisham, 2/492).

Dalla morte del Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui, cioè dalla battaglia di Hunayn, fino alla fine del califfato del califfo ʿUthman, la storia non riporta molto sul ruolo e sulle attività di ʿAqil. Tuttavia, durante il califfato di ʿUmar, quando nel Bayt al-mal cominciò ad accumularsi molto denaro, egli consultò i Compagni più eminenti riguardo a quei fondi. ʿAli suggerì di distribuire tutto il denaro tra la gente. ʿUthman disse: «Il denaro è abbondante e tutti ne riceveranno. Tuttavia, se non si tiene conto di chi ha ricevuto e di chi non ha ricevuto, la questione degenererà nel disordine». Allora Walid ibn Hisham ibn al-Mughira disse: «O comandante dei credenti, sono stato in Siria. Là ho visto i re: fanno registri e annotano ogni cosa separatamente». Il califfo apprezzò il suo suggerimento. Ordinò ad ʿAqil, Makhrama e al-Zubayr ibn Mutʿim di compilare un elenco dei cittadini secondo il loro rango. Questi tre erano eminenti genealogisti dei Quraysh. Essi prepararono l’elenco. (Hayat al-Sahaba, 220).

ʿAqil ricompare nelle pagine della storia durante il conflitto tra ʿAli e Muʿawiya. Sebbene fosse il fratello di ʿAli, manteneva rapporti con il comandante Muʿawiya per le proprie necessità. Durante il conflitto tra ʿAli e Muʿawiya, lasciò Medina e si recò in Siria presso Muʿawiya. La storia ne indica il motivo in questi termini: ʿAqil era un uomo povero e indebitato, e aveva bisogno di denaro. Il tesoro del comandante Muʿawiya, invece, era aperto. La povertà e l’indigenza lo costrinsero a schierarsi dalla parte di Muʿawiya.

Quando il conflitto tra Muʿawiya e ʿAli raggiunse il culmine, ʿAqil si recò una volta da ʿAli nella speranza di saldare i propri debiti. ʿAli lo accolse con grande onore e affidò a suo figlio Hasan il compito di servirlo. Hasan predispose con estrema cura un luogo per il suo riposo. Di notte fu stesa la tovaglia e lo si chiamò per la cena. ʿAqil arrivò e vide sulla tovaglia alcune focacce secche, del sale e una piccola quantità di pietanza. ʿAqil disse: «È tutto qui il cibo?». ʿAli rispose: «Sì». Allora ʿAqil espose il motivo della sua visita e disse: «Paga i miei debiti». ʿAli domandò: «A quanto ammontano?». Egli rispose: «Quarantamila dirham». ʿAli disse: «Dove potrei trovare una somma simile? Aspetta un po’: quando la mia indennità sarà di quattromila, potrò dartela». ʿAqil disse: «Qual è la tua difficoltà? Il Bayt al-mal è nelle tue mani. Per quanto tempo mi terrai sospeso in attesa dell’aumento della tua indennità?». ʿAli disse: «Io sono soltanto un depositario del denaro dei musulmani. Vuoi che ti dia quel denaro e commetta un tradimento?». Dopo aver udito questa risposta, ʿAqil andò direttamente in Siria dal comandante Muʿawiya. Muʿawiya chiese ad ʿAqil: «Come hai trovato ʿAli e i suoi compagni?». ʿAqil rispose: «Sono autentici Compagni del Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui. Manca loro soltanto una cosa: il Messaggero, pace su di lui, non è in mezzo a loro. Tu e i tuoi compagni, invece, siete proprio come i compagni di Abu Sufyan». Nonostante questo paragone, il giorno seguente il comandante Muʿawiya convocò ʿAqil e gli mise in mano cinquantamila dirham. (Usd al-Ghaba, 423).

Dopo l’arrivo di ʿAqil in Siria, Muʿawiya lo presentava come esempio e diceva: «Se non fossi stato dalla parte della verità, come avrebbe potuto ʿAqil abbandonare suo fratello ʿAli e schierarsi dalla mia parte?». Una volta, mentre Muʿawiya esponeva davanti alla gente un’argomentazione alla presenza di ʿAqil, questi protestò dicendo: «Mio fratello è migliore per la religione, mentre tu lo sei per il mondo. È un’altra questione il fatto che io abbia dato la precedenza al mondo sulla religione. Quanto all’Aldilà, prego Allah che gli conceda un buon esito». (Usd al-Ghaba, 3/423).

ʿAqil morì verso la fine del califfato di Muʿawiya o all’inizio del governo di Yazid. (Al-Isaba, 2/494).

Dopo aver abbracciato l’Islam, fu privato dell’opportunità di godere di una lunga compagnia del Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui. Per questo, sebbene fosse una persona intimissima e amata dal Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui, non raggiunse il livello di competenza nel sapere che avrebbe dovuto avere. Tuttavia, nelle raccolte di hadith si trovano alcuni hadith da lui narrati. Muhammad, al-Hasan al-Basri, ʿAtaʾ e altri tabiʿun narrarono hadith da lui. Oltre alle conoscenze religiose, era esperto in diversi ambiti del sapere dell’epoca preislamica. Era assai competente nellʿilm al-ansab, negli Ayyam al-Arab — la genealogia e la storia delle guerre e dei conflitti degli antichi Arabi — e in materie analoghe. La gente si recava da lui per apprendere queste conoscenze. Dopo la preghiera nella Moschea del Profeta, discuteva di tali argomenti e la gente si sedeva ad ascoltarlo.

Hisham al-Kalbi racconta: La gente si recava da questi quattro Quraysh — ʿAqil, Makhrama, Huwaytib e Abu Jahl — affinché componessero le loro dispute e controversie. (Al-Isaba, 2/494).

Il nobile Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui, lo amava profondamente. Diceva: «Abu Zayd, il mio amore per te è doppio: da una parte per il legame di parentela e dall’altra perché mio zio ti amava».

In ogni situazione, nella gioia e nel dolore, Hazrat Aqil, che Allah sia soddisfatto di lui, seguiva fedelmente la sunna del Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui. Una volta si sposò nuovamente. Al mattino, i vicini vennero a congratularsi con lui. Lo salutarono pronunciando due espressioni in uso nell’epoca dell’ignoranza. Quelle due parole non contenevano alcun significato contrario all’Islam. Tuttavia, poiché esisteva una formula islamica di augurio, egli li corresse dicendo: «Non dite così; dite piuttosto: Barakallahu lakum wa barakallahu alaykum. Ci è stato ordinato di parlare in questo modo». Il nobile Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui, gli assegnò ogni anno centoquaranta wasq di cereali prodotti a Khaybar per il suo sostentamento. (Sira di Ibn Hisham, 2/350).

Hakim ibn Hazim, che Allah sia soddisfatto di lui

Il suo nome era Hakim e il suo kunya era Abu Khalid. Suo padre era Hazim ibn Khuwaylid e sua madre Zaynab, secondo un’altra versione Safiyya. Hakim stesso racconta: «Nacqui tredici anni prima dell’Anno dell’Elefante, cioè tredici anni prima dell’attacco di Abraha alla Kaaba». Al-Waqidi afferma: «Hakim nacque cinque anni prima della nascita del Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui». Suo padre Hazim morì nella guerra di Fijar. Anche Hakim partecipò a quella guerra. Al-Zubayr ibn Bakkar afferma: «Hakim nacque all’interno della Kaaba». (Al-Isaba, 1/349).

La storia racconta che fu l’unico bambino d’Arabia a nascere all’interno della Kaaba. Sua madre entrò nella Kaaba insieme ad alcune amiche. Quel giorno la porta della Kaaba era stata aperta in occasione di una particolare ricorrenza. In quel momento sua madre era incinta. Per volontà di Allah, lì iniziarono i suoi dolori del parto e non ebbe il tempo di uscire. Fu stesa una pelle ed ella diede alla luce un figlio maschio. Gli fu dato il nome di Hakim ibn Hazim. La Madre dei Credenti, Khadija bint Khuwaylid, era sua zia paterna.

Hakim crebbe in una famiglia nobile e agiata della Mecca. Era estremamente cortese e intelligente. I Quraysh lo scelsero come loro capo. Nell’epoca dell’ignoranza, in Arabia, coloro che si prendevano cura dei pellegrini giunti alla Mecca e offrivano loro da mangiare erano chiamati «mut‘im», cioè colui che nutre; Hakim era anch’egli uno dei più importanti mut‘im della Mecca. (Sira di Ibn Hisham, 1/664-665).

Nell’epoca dell’ignoranza, aiutava con il proprio denaro coloro che giungevano alla Mecca per visitare la Casa di Allah e si trovavano in difficoltà. Prima di ricevere la profezia, era un amico intimo del Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui. Sebbene fosse più anziano del Messaggero di Allah, lo amava e considerava preziosa la sua compagnia. Allo stesso modo, anche il Messaggero di Allah lo amava e gli faceva compagnia.

In seguito, con il matrimonio del Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui, con Khadija bint Khuwaylid, si stabilì anche un legame di parentela tra il Messaggero di Allah e Hakim. Questo rafforzò ulteriormente la loro antica relazione. È tuttavia assai sorprendente che, nonostante il rapporto così profondo tra i due, egli non credette nel Messaggero di Allah fino al giorno precedente alla conquista della Mecca. Quando abbracciò la fede, erano già trascorsi vent’anni dall’inizio della missione profetica del Messaggero di Allah.

Poiché Allah l’Altissimo aveva concesso ad Hakim conoscenza, intelligenza e parentela con il Messaggero di Allah, sarebbe stato naturale che fosse il primo a rispondere al suo invito e ad abbracciare la fede. Ma, per volontà di Allah, ciò non avvenne. Come noi ci meravigliamo di questo, così egli stesso si meravigliò del proprio comportamento. Dopo aver abbracciato l’Islam, fino alla fine della sua vita fu tormentato dal rimorso per le azioni della sua vita passata. Un giorno, dopo la sua conversione all’Islam, suo figlio lo vide seduto a piangere. Gli chiese:

«Padre, perché piangi?»

«Figlio mio, le ragioni del mio pianto sono molte.»

«Primo: ho abbracciato l’Islam troppo tardi. Di conseguenza, sono rimasto indietro rispetto a molte grandi opere buone. Ora, anche se spendessi sulla via di Allah una quantità d’oro pari all’intera Terra, non potrei comunque raggiungere il loro valore.»

«Secondo: Allah mi risparmiò la vita a Badr e a Uhud. Allora promisi in cuor mio che non avrei mai più aiutato i Quraysh contro il Messaggero di Allah e che non sarei più uscito dalla Mecca. Eppure, subito dopo, ebbi nuovamente l’audacia di aiutare i Quraysh.»

«Terzo: ogni volta che pensavo di abbracciare l’Islam, guardavo agli anziani e rispettati capi dei Quraysh. Essi si aggrappavano saldamente ai loro costumi e alle loro pratiche dell’epoca dell’ignoranza. Anch’io li seguii. Ahimè, se solo non li avessi seguiti! Fu seguendo i miei padri, i miei nonni e i miei capi che mi sono rovinato. Figlio mio, perché mai ora non dovrei piangere?»

Come noi e Hakim stesso ci siamo meravigliati del suo ingresso così tardivo nell’Islam, anche il Messaggero di Allah ne rimase profondamente stupito. Desiderava che altre persone intelligenti come lui entrassero rapidamente nell’Islam: questo era ciò che il Messaggero desiderava.

La notte precedente alla conquista della Mecca, il Messaggero disse ai Compagni: «Non mi piaceva che quattro uomini della Mecca rimanessero politeisti. Desideravo che abbracciassero l’Islam.»

Fu chiesto: «Chi sono?». Egli rispose: «Attab ibn Usayd, Zubayr ibn Mut’im, Hakim ibn Hizam e Suhayl ibn Amr». Per grazia di Allah, tutti loro abbracciarono l’Islam. Quando il Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui, era assediato insieme ai suoi Compagni nella valle di Abu Talib, Hakim, sebbene fosse ancora politeista, mandava di nascosto generi alimentari a sua zia Khadija. Un giorno, mentre trasportava del grano, fu notato dal vile Abu Jahl. Abu Jahl cercò di impedirglielo. Abu’l-Bakhtari ibn Hisham si trovava lì vicino. Si fece avanti e disse ad Abu Jahl: «Sta mandando soltanto un po’ di cibo a sua zia. Vuoi impedirglielo?». Alla fine tra i due scoppiò una violenta colluttazione. (Sira di Ibn Hisham, 1/353-354).

Nonostante l’opposizione dei Quraysh, quando il numero dei sostenitori del Messaggero, pace e benedizioni su di lui, aumentò dentro e fuori La Mecca, i Quraysh divennero ancora più inquieti. Si riunirono nella casa di Dar al-Nadwa, alla Mecca, per prendere una decisione definitiva riguardo al Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui. A questa riunione era presente anche Hakim, insieme agli altri capi dei Quraysh. Anche Iblis partecipò all’assemblea travestito da anziano del Najd. (Sira di Ibn Hisham, 1/480-481).

Dopo che i Quraysh si furono accampati a Badr, alcuni di loro avanzarono per bere dal pozzo del Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui. Tra loro c’era anche Hakim. Il Messaggero, pace e benedizioni su di lui, ordinò di non impedire loro di bere. Tutti coloro che avevano bevuto quell’acqua furono uccisi a Badr, eccetto Hakim. (Sira di Ibn Hisham, 1/622).

Dopo che i Quraysh ebbero stabilito il loro accampamento a Badr, mandarono Umayr ibn Wahb a stimare il numero dei soldati dell’esercito musulmano. Umayr fece un giro intorno all’accampamento musulmano e disse: «Potrebbero essere trecento, forse un po’ meno o un po’ di più». Umayr espresse l’opinione che i Quraysh non dovessero scendere in battaglia. Udite le sue parole, Hakim ibn Hizam si fece strada tra la gente, raggiunse Utba ibn Rabi’a e gli disse: «Abu’l-Walid! Tu sei il capo e il condottiero dei Quraysh. Sei una persona rispettata tra loro. Non vuoi forse che la tua buona reputazione sia ricordata per sempre?». Utba disse: «Hakim, perché dici questo?». Hakim rispose: «Riporterai la gente alla Mecca». Utba mandò Hakim da Abu Jahl. Hakim raccontò: «Quando andai da Abu Jahl, lo vidi ungere d’olio il suo scudo. Gli dissi: “Abu’l-Hakam! Utba mi ha mandato da te per questo motivo”. Abu Jahl disse: “Per Allah! È diventato un codardo dopo aver visto Muhammad e i suoi compagni”».

«Non torneremo finché Allah non avrà giudicato tra Muhammad e noi. E Utba parlerà certamente in questo modo: suo figlio è infatti con loro. Per questo sta cercando di spaventarvi». Così gli sforzi compiuti da Hakim e Utba per evitare lo scontro furono vanificati dall’ostinazione di Abu Jahl. Per volontà di Allah, Abu Jahl fu la prima vittima di Badr. (Sira di Ibn Hisham, 1/622-624).

In seguito, Hakim raccontò della sconfitta di Badr: «Udimmo un rumore, come se qualcosa fosse caduto dal cielo sulla terra. Il rumore era simile a quello di una pietra che cade su un piatto. Il Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui, aveva scagliato quella pietra. Fummo sconfitti». (Hayat al-Sahaba, 3/550).

Con l’intenzione di conquistare La Mecca, il Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui, raggiunse Marr az-Zahran e vi stabilì l’accampamento. Da La Mecca uscirono Abu Sufyan ibn Harb, Hakim ibn Hizam e Budayl ibn Warqa, allo scopo di raccogliere segretamente informazioni per conto dei Quraysh. Giunti in un luogo chiamato Arak, non lontano dalla Mecca, udirono il frastuono di cammelli, cavalli e persone. Proseguirono ancora e, a un certo punto, nel buio della notte, entrarono nella zona musulmana. Le guardie musulmane li catturarono. Umar, che Allah sia soddisfatto di lui, sferrò diversi pugni alla nuca di Abu Sufyan. Abu Sufyan gridò impaurito chiedendo l’aiuto di Abbas. Abbas accorse e lo liberò dalle mani di Umar. Nel frattempo, Hakim e Budayl furono condotti prigionieri al cospetto del Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui, e abbracciarono volontariamente l’Islam. Anche Abu Sufyan abbracciò l’Islam. (Hayat al-Sahaba, 1/163, 170-172; Sira di Ibn Hisham, 2/400).

Il giorno della conquista della Mecca, il Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui, entrò alla Mecca da vittorioso. Dichiarò di voler rendere onore a Hakim ibn Hizam e ordinò di fare il seguente annuncio:

1. Non vi è alcuna divinità all’infuori di Allah; Egli è unico e non ha associati, e Muhammad è il Suo servo e Messaggero: chiunque testimoni ciò è al sicuro.

2. Chi deporrà le armi e si siederà nel recinto della Kaʿba sarà al sicuro.

3. Coloro che rimarranno seduti dopo aver chiuso la porta delle proprie case saranno al sicuro.

4. Chiunque cercherà rifugio nella casa di Abu Sufyan sarà al sicuro.

5. Anche chiunque cercherà rifugio nella casa di Hakim ibn Hazim sarà al sicuro.

La casa di Hakim ibn Hazim si trovava nella parte bassa della Mecca, mentre quella di Abu Sufyan si trovava nella parte alta.

Hakim ibn Hazim abbracciò l’Islam con grandissima sincerità. Dopo aver abbracciato l’Islam, dichiarò il suo impegno a svolgere e spendere, nella sua vita islamica, un ruolo e una somma di denaro pari a quelli che aveva impiegato, nella sua vita precedente all’Islam, nell’ostilità verso l’Islam e il Messaggero.

Il Darun Nadwa della Mecca era una casa. I Quraysh vi si riunivano per consultarsi e prendere decisioni. Qusayy, il più eminente degli uomini della tribù dei Quraysh, fece costruire questa casa. Passando di mano in mano, in epoca preislamica essa divenne proprietà di Hakim. Dopo aver abbracciato l’Islam, durante il califfato di Muʿawiya, egli vendette la casa per centomila dirham. Muʿawiya lo rimproverò dicendo: «Hai venduto l’onore e la nobiltà dei tuoi antenati?». Hakim rispose: «Tranne la taqwa, cioè il timore di Allah, ogni onore e ogni nobiltà sono svaniti. Nell’epoca della jahiliyya acquistai questa casa in cambio di un recipiente di vino. Oggi l’ho venduta per centomila dirham. Ti informo inoltre che tutto questo denaro sarà speso sulla via di Allah. Dov’è dunque la perdita?». (Sīrat Ibn Hisham, 1/125)

Dopo aver abbracciato l’Islam, Hakim ibn Hazim compì una volta il pellegrinaggio. Fece condurre davanti a sé cento cammelli di razza pregiata, adornati con stoffe preziose. Li sacrificò tutti desiderando il compiacimento di Allah.

Un’altra volta compì il pellegrinaggio. Mentre si trovava ad Arafat, era accompagnato da cento schiavi. Dal collo di ciascuno pendeva una targhetta d’argento, sulla quale era scritto: «Schiavo liberato per Allah da parte di Hakim ibn Hazim». Li liberò tutti. In un altro pellegrinaggio condusse con sé mille capre e pecore. Le sacrificò tutte a Mina e con quella carne sfamò i poveri e i bisognosi musulmani.

Dopo la battaglia di Hunayn, Hakim ibn Hazim chiese al Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) una parte del bottino. Il Messaggero di Allah gli donò qualcosa. Egli chiese ancora, e il Messaggero di Allah gli diede nuovamente qualcosa. Così, quel giorno, da solo ricevette cento cammelli. A quel tempo era un convertito recente. (Sira di Ibn Hisham, 2493).

Poi il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) gli disse:

«O Hakim, questa ricchezza è molto dolce e molto amata. Chi la riceve con appagamento ne riceve la benedizione. Ma chi la riceve con avidità non ne riceve la benedizione. È come colui che mangia ma non si sazia. La mano che sta sopra è migliore di quella che sta sotto; vale a dire, la mano di chi dona è migliore di quella di chi riceve».

Dopo aver ascoltato queste parole dalla bocca del Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui), Hakim disse: «O Messaggero di Allah, giuro per Colui che ti ha inviato con la verità: dopo oggi, per tutta la vita, non chiederò mai più nulla a nessuno e non accetterò nulla da nessuno». Hakim mantenne pienamente il suo giuramento.

Durante il califfato del venerabile Abu Bakr, il califfo invitò più volte Hakim ad accettare dal Bayt al-Mal la sua assegnazione. Hakim la rifiutò ripetutamente. Il venerabile Umar (che Allah sia soddisfatto di lui) divenne califfo. Anche lui continuò a invitare Hakim ad accettare la sua parte. Alla fine Umar (che Allah sia soddisfatto di lui), prendendo il popolo a testimone, disse: «O comunità dei musulmani! Sappiate che ho invitato Hakim ad accettare la sua parte, ma egli continua a rifiutarla». Così Hakim, fino alla morte, non tese più la mano a nessuno e non accettò nulla. Umar (che Allah sia soddisfatto di lui) diceva spesso: «O Allah, ti prendo a testimone: ho invitato Hakim ad accettare la sua parte, ma egli ha rifiutato». (Hayat as-Sahaba, 2/250-251).

Una volta Hakim ibn Hazim si recò nello Yemen quando era ancora politeista, cioè pagano. Da lì acquistò un mantello del re dello Yemen, Dhu Yazan, e recatosi a Medina lo offrì in dono al Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui). Ma il Messaggero di Allah rifiutò, dicendo: «Io non accetto il dono di un politeista». Quando Hakim mise in vendita il mantello, il Messaggero di Allah lo acquistò, lo indossò ed entrò nella moschea. Hakim disse: «Non ho mai visto nessuno più bello di lui con questo abito. Il Messaggero di Allah sembrava la luna piena nella notte di plenilunio». Involontariamente, allora, mi uscì di bocca una poesia in elogio del Messaggero di Allah. (Hayat as-Sahaba, 2/243-244).

Un giorno il Messaggero di Allah ﷺ mandò Hakim al mercato con un dinaro per acquistare una capra da sacrificare. Al mercato egli comprò una capra per un dinaro e poi la vendette per due dinari. In seguito acquistò una capra con un dinaro e si presentò dal Messaggero di Allah ﷺ con l’altro dinaro. Il Messaggero ﷺ pregò affinché Allah benedicesse il suo sostentamento e gli ordinò di fare elemosina del dinaro guadagnato. (Hayatus Sahaba, 3/345)

Vi è discordanza riguardo all’anno della morte del venerabile Hakim. L’Imam al-Bukhari menziona nella sua opera Tarikh che egli morì nell’anno 60 dell’Egira, all’età di centoventi anni. Secondo Urwa, invece, morì nel decimo anno del califfato del venerabile califfo Muʿawiya رضي الله عنه.

Nawfal ibn Harith رضي الله عنه

Il suo nome era Nawfal e la sua kunya, o soprannome, Abu Harith. Suo padre era Harith ibn Abd al-Muttalib e sua madre Ghaziyya. Era un discendente del ramo hascemita della tribù dei Quraysh. Era cugino del Messaggero di Allah ﷺ.

Non appena il Messaggero di Allah ﷺ iniziò la sua opera di predicazione, persino i suoi parenti più prossimi divennero suoi nemici e si opposero strenuamente a lui. Tuttavia, nel cuore di Nawfal era sempre presente l’amore per suo fratello. Per questo, anche quando era ancora pagano, non riusciva ad accettare con tutto il cuore l’opposizione al Messaggero ﷺ. Costretto dalla pressione dei politeisti della Mecca, andò a Badr per combattere contro i musulmani. Ma in quel momento ripeteva continuamente questi versi:

«Per me è proibito combattere contro Ahmad; considero Ahmad un mio parente prossimo.»

Quando a Badr l’esercito pagano della Mecca fu sconfitto, anche lui fu fatto prigioniero insieme agli altri. Durante la prigionia abbracciò l’Islam. Quando il Messaggero ﷺ gli disse: «Nawfal, liberati pagando il riscatto», Nawfal rispose: «Non ho la possibilità di pagare il riscatto». Poi Nawfal esclamò: «Per Allah, nessuno, tranne l’Unico Allah, conosce la storia delle frecce di Jidda. Attesto che tu sei il Messaggero di Allah». A Jidda possedeva mille frecce. Secondo un’altra opinione, invece, abbracciò l’Islam nell’anno della battaglia del Fossato e si trasferì a Medina. (Nota: Sira di Ibn Hisham, 2/3; al-Isaba, 3/577).

Nawfal era un buon poeta. Espresse in molte poesie i suoi sentimenti dopo aver abbracciato l’Islam. Eccone alcuni versi:

«Andatevene, andatevene, io non sono più dei vostri.

Non ho nulla a che fare con la religione dei capi dei Quraysh.

Ho testimoniato che Muhammad è certamente un profeta.

Egli è venuto dal suo Signore con la guida e la conoscenza divina.

Egli è il Messaggero di Allah e invita al timore di Allah,

Il Messaggero di Allah non è un poeta.

Vivremo con questa fede.

Anche nella tomba giacerò saldo in questa fede.

E nel Giorno della Resurrezione mi rialzerò ancora con questa fede.»

Alla vigilia della Battaglia del Fossato o della conquista della Mecca, egli partì nuovamente verso Medina insieme ad al-ʿAbbās. Quando giunsero ad Abwāʾ, Rabīʿa ibn al-Ḥārith ibn ʿAbd al-Muṭṭalib espresse il desiderio di tornare alla Mecca. Nawfal gli disse: «Dove tornerai, in quella terra pagana i cui abitanti combattono contro il Messaggero di Allah e lo rinnegano? Ora Allah ha conferito onore al Suo Messaggero e il numero dei suoi compagni è aumentato. Vieni dunque con noi.» Poi la carovana emigrò e giunse a Medina.

Nawfal e al-ʿAbbās erano legati da una stretta amicizia già prima dell’adesione all’Islam. Per questo il Messaggero ﷺ istituì tra loro un legame di fratellanza religiosa e assegnò loro anche due case dove abitare. Una delle due si trovava nel luogo chiamato «Raḥbat al-Qaḍāʾ», adiacente alla Moschea del Profeta, mentre l’altra era presso il mercato, sulla strada di «Thaniyyat al-Wadāʿ».

Dopo essere giunto a Medina, partecipò per la prima volta alla conquista della Mecca. Partecipò a diverse spedizioni, tra cui quelle di Ṭāʾif e Ḥunayn, dimostrando eccezionali capacità e coraggio. In particolare, a Ḥunayn mostrò una straordinaria audacia. Anche quando l’esercito musulmano si disperse e giunse sull’orlo della sconfitta, rimase saldo come una montagna di fronte al nemico. In questa battaglia aiutò enormemente l’esercito musulmano. Alla vigilia della partenza consegnò tremila lance al Messaggero ﷺ. Il Messaggero ﷺ commentò: «È come se vedessi le tue frecce trafiggere le schiene dei politeisti.» (Nota: Sīrat Ibn Hishām, 2/3).

Nawfal morì a Medina nel quindicesimo anno dell’Egira e il califfo ʿUmar guidò la preghiera funebre per lui. Fu sepolto nel cimitero di al-Baqīʿ, a Medina.

Il nobile Messaggero ﷺ si informava sempre delle condizioni di Nawfal e lo fece sposare con una donna di Medina. A quel tempo, però, in casa sua non c’era alcun cibo. Il Messaggero ﷺ consegnò la propria armatura ad Abū Rāfiʿ e ad Abū Ayyūb e li mandò da un ebreo. Essi diedero in pegno l’armatura a quell’ebreo e, con il denaro ricevuto in cambio, acquistarono trenta sāʿ di orzo e li portarono al Messaggero ﷺ. Egli li donò a Nawfal.

Abū Rāfiʿ رضي الله عنه

Esistono numerose divergenze riguardo al vero nome di Abū Rāfiʿ رضي الله عنه. Tra i nomi menzionati vi sono: Ibrāhīm, Aslam, Sinān, Yasār, Ṣāliḥ, ʿAbd al-Raḥmān, Karmān, Yazīd, Thābit, Hurmuz e altri. Tra questi, il nome Aslam è di gran lunga il più conosciuto. (Al-Iṣāba, 4/67). Abū Rāfiʿ è la sua kunya, cioè il suo soprannome. Quanto alla nobiltà della sua stirpe, è sufficiente dire che ebbe la fortuna di servire il nobile Messaggero di Allah ﷺ. Il Messaggero ﷺ lo accolse nella propria famiglia. Per un uomo non può esservi onore familiare più grande di questo. In realtà, egli era uno schiavo abissino.

Abu Rafi fu dapprima schiavo di Abbas. Egli lo donò al Messaggero di Allah. In seguito, per la gioia della conversione di Abbas all’Islam, il Nobile Messaggero di Allah liberò Abu Rafi.

A proposito della sua adesione all’Islam, è stato detto che egli fu tra coloro che furono attratti dall’Islam vedendo la luminosità del volto benedetto del Nobile Messaggero. Abu Rafi stesso racconta: «Una volta i Quraysh mi mandarono dal Messaggero per una loro faccenda. Non appena vidi il Messaggero, il mio cuore si inclinò verso l’Islam. Gli dissi: “O Messaggero di Allah, non tornerò più indietro”. Egli rispose: “Io non trattengo un emissario o un messaggero e non vengo meno alle promesse. Ora torna indietro. Se, dopo alcuni giorni, il sentimento dell’Islam sarà ancora presente nel tuo cuore, allora vieni”. A quel tempo egli tornò; dopo alcuni giorni ritornò e abbracciò l’Islam.»

Per timore della tirannica potenza dei Quraysh, Abu Rafi tenne segreta la sua conversione all’Islam fino alla battaglia di Badr. Un giorno, appena terminata la battaglia di Badr, era seduto nella stanza del pozzo di Zamzam, accanto alla Kaaba, mentre fabbricava frecce. La moglie di Abbas era seduta lì accanto. In quel momento arrivò e si sedette il miserabile Abu Lahab. Abu Lahab cominciò a chiedergli notizie della battaglia di Badr. Va ricordato che Abu Lahab, invece di partecipare personalmente alla battaglia di Badr, aveva mandato As ibn Hisham come suo rappresentante. Rispondendo alle sue domande, Abu Sufyan disse: “Che cosa chiedi? I musulmani hanno distrutto tutte le nostre forze, ucciso molti uomini e fatto numerosi prigionieri”. A questo proposito si narra una storia straordinaria: lo spazio dalla terra al cielo era pieno di cavalieri vestiti di bianco e di nero. Udendo ciò, Abu Rafi esclamò all’improvviso: “Sono angeli!”. E allora Abu Sufyan gli sferrò subito un violento schiaffo sul volto. Abu Rafi si riprese dal colpo e si oppose; ma era debole. Abu Lahab lo gettò a terra, si mise a cavalcioni sul suo petto e lo picchiò duramente. La moglie di Abbas non riuscì a sopportare quella persecuzione. Sollevò un palo e colpì con forza alla testa il bruto Abu Lahab. La testa del peccatore Abu Lahab si spaccò. La moglie di Abbas allora disse: “Approfittate dell’assenza del padrone di Abu Rafi e lo picchiate ritenendolo debole?”. Una settimana dopo questo episodio, Abu Lahab morì della malattia chiamata “adasi” (vaiolo). (Hayatus Sahaba, 3/530-531).

Al-Tabarani riferisce da Ibn Abbas, il quale dice: «Nel quinto anno dell’Egira ci ricongiungemmo con il Messaggero. Era il periodo della battaglia degli Ahzab. Ero con mio fratello Fadl ibn Abbas. Con noi c’era anche il nostro schiavo Abu Rafi. Quando arrivammo a Medina, trovammo il Messaggero nella trincea». Da questo racconto si comprende che Abu Rafi emigrò dalla Mecca a Medina nel quinto anno dell’Egira. (Hayatus Sahaba, 1/373).

Tuttavia, Ibn Hisham ha riportato un racconto di Aisha. Aisha disse: «Alcuni giorni dopo che il Messaggero era emigrato a Medina e si era sistemato, mandò Zayd ibn Haritha e Abu Rafi da Medina alla Mecca per portarci con sé». (Sira di Ibn Hisham).

Da questo racconto si comprende che Abu Rafi giunse a Medina prima del quinto anno dell’Egira. A Medina cominciò a vivere insieme al Nobile Messaggero di Allah.

A proposito esclusivamente della battaglia di Badr, Abu Rafi racconta: «Andammo a Khaybar sotto la guida di Ali. Il Messaggero gli consegnò il proprio stendardo e lo mandò a Khaybar. Quando ci avvicinammo alla fortezza, gli abitanti uscirono e cominciarono a combattere contro di noi. Ali strappò una porta della fortezza e la usò come scudo. La tenne in mano fino alla fine della battaglia, poi la gettò via. Noi otto, pur sforzandoci con tutte le nostre forze, non riuscimmo a sollevarla». (Hayatus Sahaba, 1/546).

Nel settimo anno dell’Egira, in base ai termini del trattato di Hudaybiyya, il Messaggero si recò alla Mecca e compì l’“Umrat al-Qada”. Anche in questo viaggio Abu Rafi fu suo compagno. Durante la permanenza alla Mecca, in questo viaggio, ebbe luogo il matrimonio benedetto del Messaggero con Maymuna. Al termine del periodo di permanenza alla Mecca, il Nobile Messaggero lasciò Abu Rafi in città e si recò a Sarif. In seguito Abu Rafi raggiunse Sarif portando con sé Maymuna, e lì furono completati i riti nuziali. Poi tutti fecero ritorno a Medina. (Sira di Ibn Hisham, 2/372).

Nella spedizione che il nobile Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) inviò nello Yemen sotto la guida di Hazrat Ali (che Allah sia soddisfatto di lui), vi era anche Abu Rafi. In sua assenza, Hazrat Ali affidò ad Abu Rafi il comando della spedizione.

Abu Rafi è un luminoso esempio delle opportunità di elevazione che l’Islam ha offerto agli schiavi, cioè alle persone delle classi più deboli. Era uno schiavo, ma per dignità e capacità era pari agli uomini liberi. Nei libri di hadith si trovano 68 hadith da lui narrati. Di questi, uno è stato narrato esclusivamente dall’Imam Bukhari e tre esclusivamente dall’Imam Muslim.

Anche dopo essere stato liberato dalla schiavitù, non rinunciò all’onore di servire il nobile Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui). Per questo conosceva molte delle attività quotidiane e delle abitudini del Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui). I più illustri Compagni si recavano da lui per informarsi su tali questioni. Hazrat Ibn Abbas (che Allah sia soddisfatto di lui) veniva da lui accompagnato da un segretario e gli chiedeva: «Che cosa faceva il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) in quel determinato giorno e in quell’altro?». Abu Rafi rispondeva e il segretario annotava tutto. (Al-Isaba, 4/92).

Sebbene il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) lo avesse liberato, egli rimase volontariamente al suo servizio. Quando il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) lo liberò, le lacrime cominciarono a scorrere dai due occhi di Abu Rafi. La gente gli disse: «Stai ottenendo la libertà dalla schiavitù; perché piangi?». Egli rispose: «Oggi mi sfugge una ricompensa». Da allora, benché fosse legalmente libero, continuò a rimanere saldamente aggrappato all’onore di servire il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui). Durante i viaggi era lui a montare la tenda del Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui). Il suo rapporto di servizio con il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) era così dolce e caro che per tutta la vita si presentò come schiavo o servo del Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui).

Il nobile Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) fece sposare un Compagno, Nawfal ibn al-Harith, con una donna. Dopo il matrimonio, chiese al Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) qualcosa da mangiare, ma non ne ricevette. Allora il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) consegnò la propria corazza ad Abu Rafi e ad Abu Ayyub e li mandò a venderla. Essi diedero in pegno la corazza presso un ebreo e portarono al Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) trenta sāʿ di orzo. Il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) consegnò l’orzo a Nawfal. Nawfal racconta: «Mangiammo quell’orzo per sei mesi. Poi lo pesammo e constatammo che non era affatto diminuito: era ancora come prima». Quando riferirono ciò al Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui), egli commentò: «Se non lo aveste pesato, avreste potuto mangiarne per tutta la vita». (Hayat al-Sahaba, 3/630).

In una fase della sua vita, Hazrat Abu Rafi si trovò in grande povertà e difficoltà economiche. Arrivò persino ad accettare elemosine e aiuti chiedendoli alla gente. Tuttavia, non accettò mai più di quanto fosse necessario. Il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) aveva predetto questa fase della sua vita. Abu Rafi racconta: un giorno il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) mi chiese: «O Abu Rafi, come sarà quando diventerai povero?». Abu Rafi rispose: «In quella condizione dovrò accettare l’elemosina?». Il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) disse: «Sì». Egli chiese: «Quando arriverà la mia povertà?». Rispose: «Dopo la mia morte». Il narratore Abu Sulaym dice: «Lo vidi in condizioni di povertà. Seduto lungo la strada, diceva: “Chi vuole fare l’elemosina a un vecchio cieco? Chi vuole donare a colui del quale il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) ha detto che in futuro sarebbe diventato povero?”. Egli aveva inoltre detto: “Non è lecito a una persona ricca accettare l’elemosina, né è lecito a una persona sana”». Abu Sulaym dice: «Vidi un uomo donare quattro dirham ad Abu Rafi, ma egli gliene restituì uno. L’uomo disse: “Abdullah, non mi restituisca la mia elemosina”. Abu Rafi rispose: “Il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) mi ha proibito di accumulare ricchezze in eccesso”». Abu Sulaym aggiunge: «Alla fine vidi Abu Rafi come un uomo ricco e lo sentii dire: “Ahimè, se Abu Rafi fosse morto povero!”». (Hayat al-Sahaba, 2/253-254). Secondo al-Waqidi, morì a Medina durante il califfato di Hazrat Ali. (Al-Isaba, 4/67).

Ubayda ibn al-Harith (che Allah sia soddisfatto di lui)

Il suo nome era Ubayda, la sua kunya Abu al-Harith o Abu Muawiya. Suo padre era al-Harith e sua madre Sukhayla. Suo nonno era Abd al-Muttalib ibn Abd Manaf. Apparteneva alla tribù dei Quraysh.

ʿUbayda ibn al-Ḥārith, Abū Salama ibn ʿAbd al-Asad, al-Arqam ibn Abī al-Arqam e ʿUthmān ibn Maẓʿūn abbracciarono insieme la fede rispondendo all’invito di Abū Bakr. In quel tempo il nobile Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, non aveva ancora trovato rifugio nella casa di al-Arqam ibn Abī al-Arqam. Quando ʿUbayda accettò l’Islam, era uno dei capi dei Banū ʿAbd Manāf. Alla Mecca accolse Bilāl come fratello nella religione.

Fu impartito l’ordine di emigrare a Medina. ʿUbayda partì per Medina insieme ai suoi due fratelli, Tufayl e Ḥusayn, e a Mistah ibn Uthātha. Durante il viaggio, Mistah divenne completamente incapace di camminare. Quando gli uomini della carovana che li precedeva lo seppero, tornarono indietro, lo sollevarono e lo portarono a Medina. A Medina, ʿAbd al-Raḥmān al-Azlānī li accolse e li ospitò con la massima cura. Poco dopo l’arrivo del nobile Messaggero di Allah a Medina, tra ʿUbayda e ʿUmayr ibn Humām al-Anṣārī fu stabilito un rapporto di fratellanza. Il Messaggero di Allah gli donò anche un appezzamento di terreno, affinché vi abitasse separatamente. L’intera sua famiglia si stabilì lì.

Otto mesi dopo l’Egira, il Messaggero di Allah lo inviò verso Rābigh alla guida di un gruppo di sessanta emigranti, per sorvegliare i movimenti dei politeisti della Mecca. Nella storia dell’Islam questa fu la seconda spedizione. Il Messaggero di Allah affidò a ʿUbayda lo stendardo di questa truppa. Quando giunsero nei pressi di Rābigh, ebbero un breve scontro con una forza di duecento politeisti comandata da Abū Sufyān. L’episodio non sfociò in guerra e spargimento di sangue, ma si limitò allo scambio di alcune frecce e lance.

Dopo questo episodio, egli partecipò alla battaglia di Badr, il primo scontro tra la verità e la falsità. Dopo che le schiere si furono allineate, ʿUtba, Shayba e Walīd uscirono dalle file dei politeisti e cominciarono a gridare: «C’è qualcuno che voglia combattere con noi?». Dall’esercito islamico avanzarono alcuni giovani anṣār. Allora quelli gridarono: «Muḥammad, non possiamo combattere contro degli inesperti. Mandaci avversari degni di noi». Il Messaggero di Allah ordinò ad ʿAlī, Ḥamza e ʿUbayda di avanzare. Essi attendevano proprio quest’ordine. Non appena lo ricevettero, i tre eroi si portarono davanti ai tre avversari, brandendo le proprie lance. Tra ʿUbayda e Walīd il combattimento durò a lungo. Entrambi rimasero gravemente feriti. ʿAlī e Ḥamza, invece, avevano già abbattuto i rispettivi avversari. Insieme si avventarono su Walīd e lo uccisero, quindi portarono via ʿUbayda dal campo di battaglia, ferito.

Una gamba di ʿUbayda fu recisa sotto il ginocchio. Egli era coperto di sangue dalla testa ai piedi. Per confortarlo, il Messaggero di Allah posò la propria testa sul suo ginocchio. In quella condizione, ʿUbayda disse: «O Messaggero di Allah, se Abū Ṭālib fosse vivo in questo momento e vedesse la mia condizione, sarebbe convinto che io sono più degno di pronunciare queste parole». Detto ciò, recitò questi versi di una poesia di Abū Ṭālib: «Proteggeremo Muḥammad, anche se dovessimo morire tutt’intorno a lui e dimenticare i nostri figli e le nostre mogli». (Sīrat Ibn Hishām, 2).

Al termine della battaglia, il Messaggero di Allah partì verso Medina portandolo con sé. Era stato gravemente ferito. Durante il viaggio, morì all’età di sessantatré anni in un luogo chiamato Ṣafrāʾ. Fu sepolto nella sabbia di Ṣafrāʾ.

Egli godeva di un’elevata posizione presso il nobile Messaggero di Allah. Il Messaggero di Allah gli mostrava grandissimo rispetto. Una volta, a Ṣafrāʾ, il Messaggero di Allah fece piantare una tenda presso la sua tomba. I Compagni dissero: «O Messaggero di Allah, da qui proviene un profumo di muschio». Egli rispose: «Qui c’era la tomba di Abū Muʿāwiya. C’è forse da meravigliarsi?»

Alla morte di ʿUbayda, molti poeti, tra cui Hind bint Usātha e Kaʿb, composero elegie in suo onore. (Sīrat Ibn Hishām, 2/24, 25, 41).

Uqāsha ibn Mihsān (che Allah sia soddisfatto di lui)

Il suo nome era Uqāsha o Uqshāsha, e la sua kunya, ossia il soprannome, era Abū Mihsān. Suo padre era Mihsān ibn Ḥurthān. Durante l’epoca dell’Ignoranza era un ḥalīf, cioè un alleato giurato, dei Banū ʿAbd Shams. Abbracciò l’Islam prima dell’Egira e, insieme agli altri, lasciò Mecca per recarsi a Medina. (Usud al-Ghāba, 4/2).

Si distinse straordinariamente per il suo coraggio nella battaglia di Badr. Durante questa battaglia, la spada che impugnava andò completamente in pezzi. Il Messaggero di Allah (che Allah lo benedica e gli conceda la pace) gli donò un ramo di palma, con il quale egli attaccò i nemici come con un coltello affilato. Combatté con quel ramo fino alla fine della battaglia. (Al-Istīʿāb). Ibn Saʿd narra da Zayd ibn Aslam e da altri: nel giorno di Badr, la lancia di Uqāsha ibn Mihsān si spezzò. Il Messaggero di Allah gli diede un bastone di legno, che nelle sue mani si trasformò in una lucente e robusta arma di ferro dalla punta affilata. (Ḥayāt al-Ṣaḥāba, 3/658).

Partecipò a tutte le celebri battaglie, tra cui quelle di Uḥud e del Fossato, mostrando estremo valore e coraggio. Nel mese di Rabīʿ al-Awwal del settimo anno dell’Egira gli fu affidato l’incarico di sradicare i Banū Asad. L’insediamento di questi Banū Asad si trovava nei pressi del pozzo di Ghamar, sulla strada per Medina. Vi giunse rapidamente alla testa di una schiera di quaranta uomini. Tuttavia, per paura, gli uomini dei Banū Asad avevano già abbandonato quel luogo ed erano fuggiti altrove. Non trovando nessuno, Uqāsha fece ritorno a Medina conducendo con sé i duecento cammelli e alcune capre e pecore che avevano lasciato indietro.

Nel dodicesimo anno dell’Egira, il primo califfo, Abū Bakr (che Allah sia soddisfatto di lui), ordinò a Khālid ibn al-Walīd di reprimere la rivolta del falso profeta Ṭulayḥa al-Asadī. Uqāsha e Thābit ibn Arqam erano due dei soldati in avanscoperta dell’esercito di Khālid. Procedevano davanti all’esercito, quando improvvisamente si scontrarono con alcuni soldati nemici. Tra questi vi erano lo stesso Ṭulayḥa e suo fratello Salāma. Ṭulayḥa attaccò Uqāsha, mentre Salāma si scagliò contro Thābit. Thābit subì il martirio. In quel momento Ṭulayḥa gridò: «Salāma, vieni presto ad aiutarmi! Mi ha ucciso!». Salāma aveva già finito con Thābit. Corse allora in aiuto di Ṭulayḥa e i due fratelli attaccarono insieme Uqāsha, abbattendolo. Così Uqāsha subì il martirio.

Quando l’esercito islamico giunse presso i corpi dei due martiri, fu sopraffatto da un profondo dolore. Il corpo di Uqāsha mostrava i segni di ferite mortali ed era tutto lacerato. Il comandante dell’esercito, Khālid, scese da cavallo e ordinò all’esercito di fermarsi. Poi seppellì i due martiri nella sabbia di quel deserto, avvolti nei loro abiti intrisi di sangue.

Per prestigio e virtù, era annoverato tra i Compagni più eminenti.

(Usud al-Ghāba, 4/3)

Una volta il nobile Messaggero di Dio (sa) disse: «Settantamila persone entreranno in Paradiso senza rendiconto». ʿUkāsha chiese: «O Messaggero di Dio, anch’io?». Egli rispose: «Anche tu sei tra loro». In seguito un altro uomo chiese riguardo a se stesso. Allora il Messaggero (sa) disse: «ʿUkāsha ti ha preceduto». Dopo questo episodio, questa frase del Messaggero (sa) divenne proverbiale. Quando qualcuno supera un altro in una certa cosa, si dice: «Tizio è andato avanti come ʿUkāsha».

Shammās ibn ʿUthmān (ra):

Il suo nome era Shammās, quello del padre ʿUthmān e quello della madre Ṣafiyya. Era della stirpe del ramo Banū Makhzūm della tribù dei Quraysh. È stato narrato da Hishām al-Kalbī che il suo vero nome fosse ʿUthmān. Il motivo per cui fu chiamato Shammās è che una volta, nell’epoca della jāhiliyya, giunse alla Mecca un uomo cristiano di straordinaria bellezza. Dal suo volto sembrava emanare la luce del sole. La gente rimase stupefatta e colma di meraviglia davanti alla sua incredibile bellezza.

Lo zio materno di Shammās, ʿUtba ibn Rabīʿa, affermò allora di conoscere un uomo dal quale irradiava una luce solare ancora più intensa. E presentò Shammās alla gara. Da quel giorno ʿUthmān divenne Shammās. Shammās significa «colui che irradia una luce solare straordinaria». (Usud al-Ghāba, 3/375). Al-Zubayr ibn Bakkār dice: «Era uno degli uomini più belli della Mecca». (Al-Iṣāba, 1/155).

Shammās e sua madre, Ṣafiyya bint Rabīʿa, risposero all’invito del Messaggero (sa) e abbracciarono l’Islam già nella prima fase.

Non riuscendo a sopportare le persecuzioni dei politeisti, emigrò in Abissinia, portando con sé anche sua madre Ṣafiyya. Da lì tornò alla Mecca e poi emigrò nuovamente a Medina. A Medina fu ospite di Mubashshir ibn al-Mundhir. Fu stabilito un rapporto di fratellanza, o muʾākhāt, con Ḥanẓala ibn Abī ʿĀmir al-Anṣārī.

Nelle battaglie di Badr e Uḥud, Shammās combatté valorosamente mettendo in gioco la propria vita. Nella battaglia di Uḥud, quando all’improvviso la vittoria dei musulmani si trasformò in sconfitta e tutti, salvo pochi muǧāhid che avevano sacrificato la vita, abbandonarono il campo, Shammās fu tra coloro che, in quel momento estremamente critico, rimasero accanto al Messaggero di Dio (sa) e respinsero gli attacchi dei miscredenti. Il Messaggero (sa) diceva: «Non trovo per Shammās altra similitudine se non quella di uno scudo». Quel giorno, ovunque il Messaggero (sa) volgesse lo sguardo, a destra o a sinistra, vedeva soltanto Shammās. Egli si trasformò quel giorno nello scudo del Messaggero di Dio. Il suo corpo fu completamente coperto di ferite. Alla fine della battaglia si constatò che gli restava a malapena un palpito di vita. In quelle condizioni fu portato a Medina. Umm Salama fu incaricata di assisterlo. Ma ormai era all’ultimo stadio della sua vita. Il giorno seguente esalò l’ultimo respiro. Il nobile Messaggero di Dio (sa) ordinò che fosse sepolto, con gli abiti intrisi di sangue e senza la preghiera funebre, nel cimitero dei martiri di Uḥud. Fu quindi riportato a Uḥud e sepolto. Tuttavia lo storico al-Wāqidī afferma che fu sepolto nel cimitero di al-Baqīʿ a Medina. Nessun altro tra coloro che subirono il martirio a Uḥud fu sepolto nel cimitero di al-Baqīʿ. (Al-Iṣāba, 2/155).

Ḥassān (ra) compose un’elegia per la sua morte. Al momento della morte aveva appena trentaquattro anni.

Shuja ibn Wahab, che Allah si compiaccia di lui

Il suo nome era Shuja, la sua kunyah era Abu Wahab e suo padre si chiamava Wahab. In epoca preislamica, la sua famiglia era alleata dei Banū ʿAbd Shࢮams in qualità di ḥalīf, ossia legata da un patto. (Usud al-Ghābah, 2/386).

Shuja fu tra coloro che abbracciarono l’Islam agli inizi della sua diffusione. Costretto dalle persecuzioni degli idolatri della Mecca, si recò in Abissinia insieme al secondo gruppo di emigranti. (Al-Isābah, 3/138).

Mentre si trovavano in Abissinia, si diffuse la voce che tutti gli abitanti della Mecca avessero accettato di obbedire al Messaggero di Allah; allora, come molti altri, anche lui fu spinto verso la Mecca dall’amore per la patria. Giunto alla Mecca, scoprì che la notizia era completamente falsa. Dopo esservi trattenuto per alcuni giorni, emigrò sano e salvo a Medina. Qui fu istituito con Ḥaḍrat Aws un rapporto di fratellanza religiosa.

Partecipò a tutte le famose battaglie, tra cui Badr e Uḥud. Nel mese di Rabīʿ al-Awwal dell’ottavo anno dell’Egira gli fu affidato il compito di annientare un gruppo dei Banū Hawāzin. Questi Banū Hawāzin avevano piantato le tende in un luogo chiamato «Rassī», a cinque giorni di distanza da Medina. Ḥaḍrat Shuja vi giunse improvvisamente un giorno, accompagnato da ventiquattro mujāhidīn intrepidi, viaggiando furtivamente di giorno e apertamente di notte. Dopo aver sconfitto le forze nemiche, portò a Medina un gran numero di cammelli, pecore e capre da loro catturati. Si può comprendere l’entità del bottino dal fatto che a ciascun mujāhid, oltre agli altri beni, spettarono quindici cammelli.

Dopo il ritorno da Ḥudaybiyyah, il Messaggero di Allah inviò lettere e messaggeri alla maggior parte dei re e sovrani del mondo di allora. Inviò Shuja con una lettera da consegnare ad al-Ḥārith ibn Abī Shimr al-Ghassānī o, secondo un’altra versione, ad al-Mundhir ibn al-Ḥārith ibn Abī Shimr al-Ghassānī. (Ḥayāt al-Ṣaḥābah, 1/127)

Questo al-Ḥārith era il governatore della regione di Ghūṭah, nei pressi di Damasco. Le prime frasi della lettera che il Messaggero di Allah gli scrisse erano le seguenti: «Nel nome di Allah, il Misericordioso, il Misericorde. Da parte di Muḥammad, il Messaggero di Allah, ad al-Ḥārith ibn Abī Shimr. Pace su coloro che seguono la guida, credono e riconoscono la verità. Ti invito a credere in Allah, l’Unico, che non ha associati. In tal caso, il tuo regno rimarrà intatto.»

Al-Ḥārith rifiutò questo invito. Tuttavia, il suo visir Muray abbracciò l’Islam e, tramite Ḥaḍrat Shuja, fece segretamente giungere i suoi saluti al Messaggero di Allah.

Da un hadith narrato dall’Imam al-Zuhrī si apprende che Shujāʿ ibn Wahb fu l’inviato del Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, presso la corte del Kisrā di Persia. Fu lui stesso a consegnare la lettera del Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, nelle mani del Kisrā. (Hayāt al-Sahābah, 1/136)

Durante il califfato del primo califfo, Abū Bakr, che Allah si compiaccia di lui, Hadrat Shujāʿ fu martirizzato nella piana di Yamāmah, nella battaglia combattuta contro il falso profeta Musaylimah al-Kadhdhāb. (Al-Isābah, 2/138). Al momento della morte aveva poco più di quarant’anni.

Mihrāz ibn Nadlah, che Allah si compiaccia di lui

Il suo nome era Mihrāz e la sua kunya, o soprannome, Abū Fadlah. Tuttavia era conosciuto soprattutto con il titolo di Akhram al-Asadī.

Non si sa con esattezza quando e come abbracciò l’Islam. Tuttavia gli esperti di sīrah sono certi che lo abbracciò già nella prima fase. Dopo aver compiuto l’Egira dalla Mecca a Medina, stipulò un patto con la tribù degli ʿAbd al-Ashhal e fu istituito un rapporto di fraternità, o mu’ākhāh, tra lui e Hadrat ʿAmmār ibn Hāzim, che Allah si compiaccia di lui.

Mūsā ibn ʿUqbah, Ibn Ishāq e altri lo hanno menzionato negli elenchi dei Compagni che parteciparono alla battaglia di Badr.

Al-Wāqidī ha narrato da Ayyūb ibn Nuʿmān. Egli disse: a Badr fu catturato Abū ʿAzīz ibn ʿUmayr, fratello di Musʿab ibn ʿUmayr. Fu affidato alla custodia di Mihrāz ibn Nadlah. Musʿab disse a Mihrāz: «Legagli le mani un po’ più strette. Alla Mecca ha una madre ricca». Abū ʿAzīz disse: «Fratello, è questo il comando che dai nei miei confronti?». Musʿab rispose: «Al posto tuo, Mihrāz è mio fratello». Per la liberazione di Abū ʿAzīz, sua madre inviò quattromila dirham. (Hayāt al-Sahābah, 2/315).

Combatté con coraggio, mettendo a rischio la propria vita, anche nelle battaglie di Uhud e del Fossato. L’ultima e più importante battaglia della sua vita fu la battaglia di Dhū Qarad. Nel sesto anno dell’Egira, i Banū Fazārah attaccarono un pascolo nei dintorni di Medina, uccisero i pastori e razziarono i cammelli del Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace. Hadrat Salamah ibn al-Akwāʿ si trovava proprio vicino al luogo dell’accaduto. Mandò a Medina Rabāh, lo schiavo del Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace; secondo un’altra versione, mandò uno schiavo di ʿAbd al-Rahmān ibn ʿAwf, per dare la notizia. Nel frattempo egli stesso salì sulla cima di una montagna e gridò «Yā Sabāhāh!» (un grido d’allarme per avvertire del pericolo) con tale forza che la sua voce si diffuse da un’estremità all’altra di Medina. Per lungo tempo affrontò da solo quella banda di predoni, usando frecce e pietre. Nel frattempo, attraverso gli alberi, si vide arrivare di corsa l’esercito del Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace. Alla sua testa si trovava Hadrat Mihrāz ibn Nadlah. Dietro di lui venivano Hadrat Abū Qatādah al-Ansārī e Miqdād ibn al-Aswad, che Allah si compiaccia di loro. Hadrat Salamah ibn al-Akwāʿ afferrò le briglie del cavallo di Hadrat Akhram, cioè Mihrāz, e disse: «Akhram, non avanzare per primo. Temo che i predoni ti circondino e non ti permettano di ricongiungerti al Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, e ai suoi Compagni». Egli rispose: «Salamah, se credi in Allah e nel Giorno della Resurrezione, e se sai che il Paradiso e l’Inferno sono reali, allora non ostacolarmi sulla via del martirio». Pronunciò queste parole con tale emozione che Hadrat Salamah, che Allah si compiaccia di lui, lasciò andare le briglie del suo cavallo. Mihrāz spronò il cavallo, si portò davanti a ʿAbd al-Rahmān ibn Firāzī e gli sbarrò la strada. Colpì ʿAbd al-Rahmān con la spada con tale forza che il suo cavallo fu tagliato in due. D’altra parte, anche la lancia scagliata da ʿAbd al-Rahmān non mancò il bersaglio. Hadrat Mihrāz fu martirizzato e cadde a terra. ʿAbd al-Rahmān saltò quindi sul cavallo di Mihrāz. Proprio dietro si trovava Hadrat Abū Qatādah. Egli colpì immediatamente ʿAbd al-Rahmān con un colpo violento. In questo modo Qatādah, che Allah si compiaccia di lui, mandò al Fuoco ʿAbd al-Rahmān e vendicò l’uccisione del suo amico. Al momento del martirio Hadrat Mihrāz aveva trentasette o trentotto anni.

L’episodio sopra menzionato è una chiara prova della fermezza della sua fede e del suo intenso desiderio del martirio. Alcuni giorni prima del martirio, sognò che le porte del cielo venivano aperte per lui. Mentre viaggiava attraverso il mondo supremo, giunse al Sidrat al-Muntahā. Là gli fu detto: «Questa è la tua dimora».

Abū Bakr al-Ṣiddīq era molto esperto nell’interpretazione e nella spiegazione del significato dei sogni. Il giorno seguente, Mihraz gli raccontò il sogno. Egli disse: «Akhram, questa è la buona novella del tuo martirio». Alcuni giorni dopo, durante la spedizione di Dhū Qarad, il suo sogno si avverò ed egli raggiunse la sua dimora eterna, il Sidrat al-Muntahā.

Shukrān Ṣāliḥ

Il suo nome era Ṣāliḥ e il suo laqab, cioè il suo epiteto, era «Shukrān». Suo padre si chiamava ʿAdī. Era uno schiavo di origine abissina di ʿAbd al-Raḥmān ibn ʿAwf. Tuttavia, anche nella schiavitù, gli era destinato il ruolo di guida. Il Nobile Messaggero di Dio lo scelse per i propri servizi. Lo acquistò da ʿAbd al-Raḥmān in cambio di denaro. Secondo alcune narrazioni, ʿAbd al-Raḥmān lo donò al Messaggero di Dio senza alcun compenso. Non si conoscono molti dettagli della sua biografia. Nei libri di sīra non si trovano neppure informazioni attendibili su quando e come abbracciò l’Islam.

Nella maggior parte delle battaglie, Shukrān veniva incaricato di custodire il bottino di guerra e i prigionieri. Per questo, da un lato riceveva una parte del bottino e, dall’altro, veniva pagato da coloro di cui aveva la responsabilità della custodia dei prigionieri. Abū Maʿshar afferma che partecipò alla battaglia di Badr in qualità di schiavo. Per tale motivo non gli fu assegnata una parte del bottino. Tuttavia, per aver sorvegliato i prigionieri a Badr, ciascuno gli donò una certa somma di denaro. In tal modo ricevette più persino di coloro che avevano avuto una parte del bottino. Il Messaggero di Dio rimase talmente colpito dalla sua vigilanza e dalla sua abilità nello svolgere il proprio incarico nella battaglia di Badr che lo affrancò dalla schiavitù.

Durante la battaglia di Marra Yasī, gli fu affidato il compito di raccogliere il denaro e i beni, le armi, le capre e gli altri oggetti abbandonati dall’esercito nemico sconfitto. Il Nobile Messaggero di Dio era talmente soddisfatto di lui che, al momento della sua morte, lasciò disposizioni affinché Shukrān fosse trattato bene. Shukrān ebbe l’onore di partecipare al lavaggio funebre e alla sepoltura insieme agli Ahl al-Bayt, cioè ai familiari del Messaggero di Dio. Ibn Isḥāq riferisce, tramite ʿAlī ibn al-Ḥusayn, che ʿAlī ibn Abī Ṭālib, Faḍl ibn ʿAbbās, Qutham ibn ʿAbbās, Shukrān, il maw lā del Messaggero di Dio, e Aws ibn Khawlā scesero nella tomba e deposero il Messaggero di Dio nella sua sepoltura. (al-Iṣāba, 2/664).

Dopo la morte del Messaggero di Dio, non vi è unanimità sul fatto che Shukrān sia rimasto a Medina oppure si sia stabilito a Basra. Il motivo è che possedeva una casa a Basra. Non si conoscono con certezza neppure l’anno e il luogo della sua morte. Nella storia è noto come Shukrān, il maw lā del Messaggero di Dio, cioè lo schiavo affrancato dal Messaggero di Dio.

ʿUmayr ibn Abī Waqqāṣ

Il suo nome era ʿUmayr, suo padre era Abū Waqqāṣ e sua madre Ḥamna bint Sufyān. Era il fratello germano di Ḥaḍrat Saʿd ibn Abī Waqqāṣ, il conquistatore dell’Iran.

Il fratello maggiore di Ḥaḍrat ʿUmayr, Saʿd ibn Abī Waqqāṣ, abbracciò l’Islam già agli inizi. Sebbene all’epoca Ḥaḍrat ʿUmayr fosse ancora giovane, seguì le orme del fratello maggiore. All’età di appena quattordici anni compì l’Egira e giunse a Medina. Il Messaggero di Allah stabilì tra lui e Ḥaḍrat ʿAmr ibn Muʿādh, fratello minore di Ḥaḍrat Saʿd ibn Muʿādh, capo della tribù medinese degli ʿAbd al-Ashhal, un legame di fratellanza religiosa. I due avevano quasi la stessa età.

Nel secondo anno dell’Egira erano in corso i preparativi per la battaglia di Badr. Ḥaḍrat il Nobile Messaggero di Allah stava selezionando i soldati. Anche Ḥaḍrat ʿUmayr era presente all’assemblea. Suo fratello Saʿd ibn Abī Waqqāṣ vide che ʿUmayr, evitando il suo sguardo, si aggirava irrequieto da una parte all’altra. Gli chiese: «ʿUmayr, che cosa ti è successo?». Egli rispose: «Fratello, anch’io voglio partecipare alla battaglia. Può darsi che Allah mi conceda il martirio. Ma temo che il Messaggero di Allah mi rimandi indietro ritenendomi troppo giovane».

Quando tutti si presentarono uno dopo l’altro davanti al Messaggero di Allah, il timore di ʿUmayr si avverò. Considerando la sua età, egli gli disse: «Torna indietro». Udendo queste parole, Ḥaḍrat ʿUmayr scoppiò in lacrime. Vedendo in quelle lacrime il suo ardente desiderio di partecipare al jihād e il suo intenso anelito al martirio, il Messaggero di Allah ne fu commosso. ʿUmayr ottenne il permesso di partecipare alla battaglia. Il Messaggero di Allah gli appese personalmente la spada.

Ḥaḍrat ʿUmayr aveva allora sedici anni. Non sapeva ancora maneggiare bene le armi. Suo fratello maggiore gli insegnò a impugnare la spada. Spinto dal veemente entusiasmo e dall’ardente desiderio del martirio, penetrò nelle file dei miscredenti e combatté a lungo con estremo valore. In quelle circostanze, il violento colpo della spada di ʿAmr ibn ʿAbd Wudd realizzò il suo desiderio di martirio. In verità apparteniamo ad Allah e a Lui ritorneremo. Morì martire a soli sedici anni. (Ḥayāt al-Ṣaḥāba, 1/599). Nella battaglia del Fossato, Ḥaḍrat ʿAlī uccise ʿAmr ibn ʿAbd Wudd, l’assassino. (Al-Iṣāba, 3/70).

Abū Sufyān ibn al-Ḥārith, che Allah sia soddisfatto di lui

Il rapporto tra Muḥammad, il Messaggero di Allah, e Abū Sufyān ibn al-Ḥārith era così profondo e saldo che pochi altri ebbero con lui un legame simile. I due nacquero nella stessa famiglia e nello stesso periodo. Erano cugini paterni. Il padre di Abū Sufyān, al-Ḥārith ibn ʿAbd al-Muṭṭalib, era il fratello maggiore del padre del Messaggero di Allah. Morì prima dell’avvento dell’Islam. (Nota: Sīrat Ibn Hishām, 1/163).

Il Messaggero di Allah e Abū Sufyān erano fratelli di latte. Ḥaḍrat Ḥalīma al-Saʿdiyya allattò entrambi. Fino a prima che il Messaggero di Allah ricevesse la profezia, tra i due vi fu un rapporto profondo. Anche i loro volti si somigliavano molto. Secondo Ibn al-Mubārak, Ibrāhīm ibn al-Mundhir e altri, il nome di Abū Sufyān era Mughīra, mentre Abū Sufyān era la sua kunya, cioè il suo soprannome. (Al-Iṣāba, 4/90; Sīrat Ibn Hishām, 1/647).

Poiché tra i due esistevano legami così profondi sotto molti aspetti, era naturale che Abu Sufyan credesse in lui e rispondesse al suo invito proprio agli inizi della missione profetica del Messaggero di Allah, che Allah gli conceda pace e benedizioni. Ma accadde l’opposto di ciò che sarebbe stato naturale. Non appena il Messaggero di Allah, che Allah gli conceda pace e benedizioni, cominciò a invitare all’Islam alla Mecca, tutta l’amicizia e la parentela di Abu Sufyan si trasformarono in invidia, odio, ostilità e disobbedienza.

Quando il Messaggero di Allah, che Allah gli conceda pace e benedizioni, iniziò a predicare, Abu Sufyan era un celebre guerriero equestre dei Quraysh e uno dei loro migliori poeti. Impiegò la lingua e le frecce nella sua opposizione al Messaggero di Allah e al suo invito. Riunì tutte le sue forze nell’ostilità contro l’Islam e i musulmani. Ogni volta che i Quraysh progettavano una guerra contro il Messaggero di Allah, Abu Sufyan la alimentava. Ebbe un ruolo enorme in tutte le sofferenze inflitte dai Quraysh ai musulmani. Impiegò il suo talento poetico nella satira e nella denigrazione del Messaggero di Allah. Compose persino una poesia oscena contro di lui. Il Messaggero di Allah disse, a proposito di un verso della celebre qasida di Hassan ibn Thabit, che Allah sia soddisfatto di lui: «Hai denigrato Muhammad, e io ti ho risposto; la ricompensa spetta ad Allah». In realtà, questo verso era rivolto ad Abu Sufyan. (Al-Isaba, 4/90)

L’ostilità di Abu Sufyan verso il nobile Messaggero di Allah durò vent’anni. Durante questo lungo periodo egli mise in atto ogni sorta di complotto possibile contro i musulmani. Nei libri di biografia profetica si trova un racconto sorprendente sul suo ruolo nella battaglia di Badr. Abu Rafi, che Allah sia soddisfatto di lui, racconta: «Dopo la battaglia di Badr, ero seduto alla Mecca vicino al pozzo di Zamzam e stavo fabbricando frecce, quando Abu Lahab venne a sedersi accanto a me. Per qualche motivo non aveva partecipato a Badr e aveva mandato qualcun altro al suo posto. Poi arrivò Abu Sufyan ibn al-Harith ibn Abd al-Muttalib. Abu Lahab lo fece sedere vicino a sé e gli chiese di raccontargli dettagliatamente ciò che era accaduto a Badr. Abu Sufyan disse: “Per Allah, erano un gruppo davanti al quale avevamo deposto le nostre spalle. Ci guidavano come volevano e ci facevano prigionieri a loro piacimento. Per Allah, non rimprovero la nostra gente per tutto questo, perché abbiamo visto, tra il cielo e la terra, alcuni cavalieri bianchissimi su cavalli volanti, bianchi e neri. Per Allah, nulla sarebbe stato in grado di affrontarli”. Abu Rafi esclamò subito: “Per Allah, non potevano essere altro che angeli!”. Abu Lahab gli diede uno schiaffo sulla guancia». (Sira di Ibn Hisham, 1/646-647; Hayatus Sahaba, 3/530)

Infine, alla vigilia della conquista della Mecca, terminò l’ostilità di Abu Sufyan verso l’Islam. La storia della sua conversione all’Islam è narrata così: Abu Sufyan racconta: «Quando l’Islam divenne forte e si diffuse la notizia che il Messaggero di Allah, che Allah gli conceda pace e benedizioni, avanzava per conquistare la Mecca, cominciai a vedere oscurità da ogni parte. Mi dicevo tra me e me: “Dove andrò adesso? Con chi andrò? E dove e con chi vivrò?”»

Dopo aver riflettuto su tutte queste cose, andai da mia moglie, dai miei figli e dalle mie figlie e dissi loro: «Preparatevi a lasciare la Mecca. Si avvicina il momento dell’ingresso di Muhammad nella Mecca. Non appena i musulmani mi troveranno, mi uccideranno».

Mi dissero: «Ora puoi vedere che tutti, arabi e non arabi, riconoscono l’autorità di Muhammad e accettano la sua religione. E tu continui ancora ostinatamente a essergli nemico? Eppure proprio tu avresti dovuto essere il primo ad accorrere in suo aiuto e sostegno». In questo modo continuarono a rendermi entusiasta e attratto dalla religione di Muhammad. Infine, Allah l’Altissimo aprì le porte del mio cuore.

Mi alzai immediatamente e ordinai al mio schiavo Mazkur di preparare un cammello e un cavallo. Presi con me anche mio figlio Jafar. Ci dirigemmo rapidamente verso al-Abwa, tra la Mecca e Medina. Avevo già saputo che Muhammad era arrivato là. Quando giunsi nei pressi di al-Abwa, mi travestii, affinché nessuno, riconoscendomi e trovandomi davanti al Messaggero di Allah, che Allah gli conceda pace e benedizioni, mi uccidesse prima che potessi dichiarare la mia conversione all’Islam. Avanzai a piedi da una distanza di circa un miglio e vidi i gruppi avanzati dei musulmani dirigersi uno dopo l’altro verso la Mecca. Per paura e timore che qualcuno mi riconoscesse, procedetti un po’ lontano dal loro cammino. In mezzo a quella folla scorsi improvvisamente il Messaggero di Allah, che Allah gli conceda pace e benedizioni. Mi presentai rapidamente davanti a lui e mi tolsi il velo dal volto. Non appena mi riconobbe, volse il viso dall’altra parte. Mi voltai e tornai davanti a lui, ma egli volse nuovamente il viso. Fece così diverse volte.

Credevo che il Messaggero di Allah, che Allah gli conceda pace e benedizioni, sarebbe stato felicissimo della mia conversione all’Islam. Ma quando i musulmani videro che il Messaggero di Allah volgeva il viso dall’altra parte, anch’essi, con il volto scuro, si voltarono da me. Abu Bakr si voltò dall’altra parte con estrema durezza quando mi vide. Guardai con grande impotenza verso Umar ibn al-Khattab. Anche lui si voltò con ancora maggiore durezza del suo compagno. Anzi, incitò contro di me un ansar. Quell’ansar mi disse: «Ehi, nemico di Allah! Hai fatto soffrire il Messaggero di Allah e i suoi Compagni». Mentre quell’ansar mi rimproverava e mi insultava ad alta voce, i musulmani si affollavano intorno a me e ascoltavano e godevano di quella scena con estrema crudeltà.

In quel momento vidi mio zio paterno, ʿAbbās. Mi avvicinai un poco a lui e dissi: «Zio, speravo che, grazie alla parentela che mi lega al Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) e alla mia posizione tra la mia gente, egli sarebbe stato lieto della mia conversione all’Islam. Parlate con il Messaggero di Allah riguardo a me e cercate di persuaderlo un po’». Egli disse: «Dopo aver visto che ha distolto il volto da te, non posso dire al Messaggero di Allah nemmeno una parola a tuo riguardo. Tuttavia, se si presenterà un’occasione, gliene parlerò. Infatti, così come rispetto il Messaggero di Allah, allo stesso modo lo temo».

Dissi: «Zio, allora nelle mani di chi mi lasci?»

Egli disse: «Non posso fare nulla oltre a ciò che hai appena sentito». Il mio cuore si riempì di preoccupazione e angoscia. All’improvviso vidi mio cugino paterno ʿAlī ibn Abī Ṭālib. Gli raccontai la situazione. Anche lui mi rispose come mio zio ʿAbbās. Tornai allora da mio zio ʿAbbās e dissi: «Zio, se non puoi intenerire il cuore del Messaggero di Allah nei miei confronti, almeno cerca di fermare quell’uomo che mi biasima, mi insulta e incita la gente contro di me». Egli disse: «Com’è quell’uomo? Descrivimelo». Glielo descrissi. Egli disse: «È Nuʿaymān ibn al-Ḥārith al-Najjārī». Andò da Nuʿaymān e gli disse: «Ascolta, Nuʿaymān! Abū Sufyān è cugino del Messaggero di Allah e mio nipote. Sebbene oggi il Messaggero di Allah sia adirato con lui, un giorno tornerà a essere soddisfatto di lui. Dunque non umiliarlo in questo modo». Continuò a persuaderlo così, più volte. Alla fine Nuʿaymān acconsentì e disse: «Da questo momento non gli rivolgerò più parole offensive».

Il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) si fermò in un luogo chiamato al-Juḥfa, sulla strada tra Mecca e Medina. Andai a sedermi alla porta della sua tenda, mentre mio figlio Jaʿfar rimase in piedi accanto a me. Quando il Messaggero di Allah uscì, mi vide e distolse il volto. Ma neppure questo mi fece perdere la speranza. Ogni volta che si fermava in un luogo, io andavo a sedermi con mio figlio alla porta della sua tenda, e il Messaggero di Allah continuava a comportarsi nello stesso modo. Andò avanti così per un certo periodo. Cominciai a soffrire molto. Il mondo divenne angusto per me.

Ibn Isḥāq dice: Abū Sufyān al-Ḥārith e ʿAbd Allāh ibn Abī Umayya chiesero nuovamente di incontrare il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) nel luogo chiamato Niq al-ʿUqāb, sulla strada tra Mecca e Medina. Umm Salama disse al Messaggero di Allah riguardo a loro: «O Messaggero di Allah, sono venuti a incontrarti i tuoi due cugini, quello paterno e quello materno». Il Messaggero di Allah disse: «Non ho più bisogno di loro. Mio cugino paterno ha leso il mio onore, mentre mio cugino materno mi ha detto a Mecca tutto ciò che aveva da dire». Con Abū Sufyān c’era anche suo figlio Jaʿfar. Quando queste parole del Messaggero di Allah giunsero alle sue orecchie, Abū Sufyān disse: «Per Allah, o mi concederà il permesso di incontrarlo, oppure prenderò mio figlio per mano e andrò verso qualunque parte della terra vorrò, finché morirò di fame e di sete». Quando il Messaggero di Allah udì ciò, si intenerì un poco e concesse loro il permesso di incontrarlo. I due si recarono dal Messaggero di Allah e proclamarono la loro adesione all’Islam. (Sīrat Ibn Hishām, 2/400-401).

Abū Sufyān racconta: «Il Messaggero di Allah entrò a Mecca e io entrai in città insieme a lui e alla sua carovana. Egli uscì per recarsi alla moschea e io camminai al suo fianco. Non mi allontanai da lui neppure per un istante».

Poi si avvicinò il momento della spedizione di Ḥunayn. Tutti gli Arabi si unirono e si prepararono a combattere contro i musulmani. Questa volta erano determinati a fare qualcosa contro l’Islam e i musulmani. Il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) partì con il suo esercito per affrontarli. Anch’io partii. Vedendo il vasto esercito dei miscredenti, pensai tra me: «Per Allah, oggi ripagherò tutta la passata ostilità verso il Messaggero di Allah; oggi renderò lieto il Messaggero di Allah con le mie azioni».

I due eserciti si affrontarono. Sotto il violento attacco dei miscredenti, i musulmani non riuscirono a resistere e cominciarono a fuggire dal campo di battaglia. Allora vidi il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) saldo come una montagna al centro del campo, sul suo mulo chiamato «Shahbāʾ». Brandiva la spada con grande vigore, proteggendo sé stesso e i compagni che gli stavano intorno. In quel momento appariva coraggioso come un leone. Vedendo questa scena, saltai giù dal mio cavallo e mi precipitai verso il Messaggero di Allah con la spada sguainata in mano. Solo Allah sa che allora desideravo morire davanti al Messaggero di Allah. Mio zio ʿAbbās afferrò le redini del mulo del Messaggero di Allah e si fermò da un lato, mentre io mi posizionai dall’altro. Con la mano sinistra tenevo la cavalcatura del Messaggero di Allah e con la destra brandivo la spada, sferrando violenti attacchi. Vedendo ciò, il Messaggero di Allah chiese a mio zio ʿAbbās: «Chi è costui?». Mio zio rispose: «È tuo fratello, il figlio di tuo zio: Abū Sufyān ibn al-Ḥārith. O Messaggero di Allah, sii soddisfatto di lui». Il Messaggero di Allah disse: «Sono soddisfatto di lui. Allah ha perdonato tutta la sua ostilità nei miei confronti».

Ero fuori di me dalla gioia e baciai i piedi del Messaggero ﷺ. Egli si voltò verso di me e disse: «Fratello mio, avanza e attacca». Queste parole del Messaggero ﷺ accrebbero il mio coraggio. Lanciai un violento attacco e costrinsi l’esercito avversario ad abbandonare la propria posizione. Anche gli altri musulmani con me attaccarono. Li disperdemmo e li inseguimmo per quasi un farsakh.

Da questo campo di Hunayn, Abu Sufyan ibn al-Harith fu onorato ottenendo la soddisfazione e la compagnia del Messaggero ﷺ. Tuttavia, per il resto della sua vita non osò mai più guardare il Messaggero di Allah ﷺ con gli occhi sollevati. Ricordando il proprio comportamento passato, era sopraffatto dalla vergogna e dal rimorso e non trovava il coraggio di rivolgere lo sguardo al volto benedetto del Messaggero ﷺ.

Dopo aver abbracciato l’Islam, Abu Sufyan fu tormentato dal rimorso, riflettendo sulle azioni e sul comportamento della sua vita nell’ignoranza preislamica e sul fatto di essere stato privato del Libro di Allah. Nel resto della sua vita trascorreva giorno e notte soltanto recitando il Corano e meditando sui suoi precetti e sui suoi insegnamenti. Si tenne lontano da ogni piacere e ricchezza mondani e si dedicò interamente ad Allah, concentrando su di Lui tutte le proprie facoltà. Un giorno stava entrando nella moschea. Vedendolo, il Messaggero ﷺ chiamò Aisha e disse: «Aisha, conosci quest’uomo?». Aisha rispose: «No, o Messaggero di Allah». Il Messaggero ﷺ disse: «Questo è mio cugino Abu Sufyan ibn al-Harith. Guarda: entra nella moschea prima di tutti ed esce dalla moschea per ultimo. Il suo sguardo non si allontana mai dai lacci delle sue scarpe».

Dopo la morte del Nobile Messaggero ﷺ, Abu Sufyan pianse amaramente, come una madre privata del figlio. In una qasida espresse in modo meraviglioso il dolore per quella perdita. Dopo aver abbracciato l’Islam, recitò al Messaggero ﷺ una qasida composta da lui stesso, nella quale esprimeva i propri sentimenti di allora e chiedeva perdono. Quando, in un verso della qasida, disse: «Egli mi ha mostrato la via della verità, che io avevo scacciato», il Messaggero ﷺ gli diede un colpetto sul petto ed esclamò: «Sei stato tu a scacciarmi». (Sira di Ibn Hisham, 2/400-401)

Durante il califfato di Umar, Abu Sufyan sentì che la fine della sua vita si stava avvicinando. Un giorno scavò con le proprie mani una tomba. Tre giorni dopo lasciò questo mondo. Sembrava avere un accordo con la morte. Prima di morire disse alla moglie, ai figli e ai familiari: «Non piangete per me. Per Allah, dopo aver abbracciato l’Islam non ho commesso alcun peccato». Dopo aver pronunciato queste parole, esalò l’ultimo respiro. Il califfo Umar guidò la preghiera funebre per lui. Morì nell’anno 15 dell’Egira, secondo alcuni nell’anno 20. Hisham ibn Urwah riferisce da suo padre Urwah che il Messaggero ﷺ disse: «Abu Sufyan è il capo dei giovani tra gli abitanti del Paradiso». (Al-Isaba, 4/90)

Buraida ibn al-Husayb, che Allah sia soddisfatto di lui

Il suo nome era Buraida e la sua kunya, o soprannome, Abu Abdillah. Suo padre si chiamava Husayb ibn Abdillah. Era il capo della tribù dei Banu Aslam. Buraida abbracciò l’Islam al tempo dell’Egira del Messaggero ﷺ. Quando il Nobile Messaggero ﷺ, partito dalla Mecca verso Medina, giunse in un luogo chiamato «Ghamim», Buraida si presentò al cospetto del Messaggero di Allah. Il Messaggero ﷺ gli presentò l’invito all’Islam ed egli lo accettò senza esitazione. Va ricordato che Ghamim si trova a due tappe dalla Mecca. Qui, insieme a lui, abbracciarono l’Islam altri ottanta uomini dei Banu Aslam. Il Messaggero ﷺ vi celebrò la preghiera della notte, e Buraida e i suoi compagni pregarono seguendo il Messaggero ﷺ. (Hayat al-Sahaba, 1/3) Dopo aver abbracciato l’Islam, rimase presso la propria tribù e giunse a Medina dopo le battaglie di Badr e Uhud. Tuttavia, le fonti storiche riportano opinioni diverse riguardo al momento della sua conversione e del suo arrivo a Medina.

Prima del sesto anno dell’Egira emigrò a Medina e, partecipando per la prima volta alla tregua di Hudaybiyya, ebbe la fortuna di prendere parte al Giuramento di Ridwan. Nel settimo anno dell’Egira partecipò alla spedizione di Khaybar. A questo proposito narrò: «Assediammo Khaybar. Il primo giorno Abu Bakr prese lo stendardo, ma non vi fu alcuna vittoria. Il secondo giorno accadde la stessa cosa. La gente cominciava a disperare. Allora il Messaggero ﷺ disse: “Domani consegnerò lo stendardo a un uomo che è amato da Allah e dal Suo Messaggero”. La gente fu molto felice pensando che il giorno seguente la questione sarebbe stata risolta. Il mattino dopo, una volta compiuta la preghiera dell’alba, il Messaggero ﷺ ordinò di portare lo stendardo. La gente era schierata in file. Egli chiamò Ali e gli consegnò lo stendardo. Quel giorno Khaybar fu conquistata per mano di Ali.»

Nell’ottavo anno dell’Egira, Burayda accompagnò il Messaggero di Allah nella spedizione verso Mecca ed entrò in città portando la bandiera di una delle truppe. (Hayatus Sahaba, 1/167).

A questo proposito narrò che, il giorno della conquista di Mecca, egli compì le preghiere di diverse ore con una sola abluzione.

Durante la spedizione di Tabuk, il nobile Messaggero di Allah inviò degli uomini presso varie tribù per incoraggiare la gente di Mecca e delle altre regioni ad unirsi alla spedizione. In quell’occasione mandò Burayda presso la tribù di Aslam e gli ordinò di recarsi nel luogo chiamato Furʿa, situato tra Mecca e Medina. (Tarikh Ibn Asakir, 1/110).

Dopo la conquista di Mecca, il nobile Messaggero di Allah inviò nello Yemen una spedizione sotto il comando di Hazrat Khalid ibn al-Walid. Anche Burayda faceva parte di questa spedizione. In seguito fu inviata laggiù un’altra spedizione sotto il comando di Hazrat Ali, al quale venne affidato il comando dell’intero esercito. Al termine della guerra, Hazrat Ali prese per sé una schiava dai beni del bottino. Burayda non riuscì ad accettarlo. Tornato a Medina, sottopose la questione al Messaggero di Allah. Dopo aver ascoltato ogni cosa, il Messaggero di Allah disse: «Burayda, nutri forse avversione verso Ali?». Burayda lo negò. Allora il nobile Messaggero disse: «Non serbare nel cuore alcun rancore verso Ali. Dalla quinta parte del bottino egli riceve più di questo». (Sahih al-Bukhari, capitolo sull’invio di Ali nello Yemen).

In un’altra narrazione si riferisce che, dopo aver ascoltato le parole di Burayda, il volto benedetto del Messaggero di Allah cambiò colore. Egli disse: «Burayda, non ho forse più diritto sui credenti di quanto ne abbiano essi stessi?». Burayda rispose: «Sì, o Messaggero di Allah!». Il Messaggero di Allah disse: «Colui del quale io sono mawla (padrone/schiavo), anche Ali è il suo mawla». Burayda racconta: «Dopo aver udito queste parole dalla sacra bocca del Messaggero di Allah, tutte le mie rimostranze verso Ali svanirono. E da quel giorno nacque nel mio cuore per lui un amore profondo quale non avevo mai provato per nessun altro». (Musnad dell’Imam Ahmad ibn Hanbal).

Nell’ultimo periodo della vita, il nobile Messaggero di Allah ordinò a Usama di condurre una spedizione in Siria. Il portatore della bandiera di quell’esercito era Burayda. Usama uscì da Medina, allestì un accampamento nei dintorni della città e si preparava alla partenza quando ricevette la notizia delle condizioni terminali del Messaggero di Allah. Sospese la partenza e corse al capezzale del Messaggero di Allah. Insieme agli altri, anche Burayda tornò a Medina con la bandiera in mano e la piantò davanti alla porta della casa del Messaggero di Allah. Dopo la morte del Messaggero di Allah, Hazrat Abu Bakr assunse la responsabilità del califfato. Per ordine del califfo, Burayda riprese la bandiera e si recò nuovamente in Siria, partecipando alla guerra. Al termine della guerra tornò ancora a Medina con la bandiera in mano e la piantò davanti alla casa di Usama. La bandiera rimase lì fino all’ultimo giorno della vita di Usama. (Hayatus Sahaba, 1/425-426).

Dopo aver abbracciato l’Islam, Hazrat Burayda partecipò a tutte le guerre combattute durante la vita del Messaggero di Allah. Nei due Sahih è narrato da lui che partecipò complessivamente a sedici guerre del Messaggero di Allah. (Al-Isaba, 1146; Tabaqat Ibn Saʿd, capitolo sulle spedizioni militari, 136).

Durante la vita del nobile Messaggero di Allah, Burayda era residente a Medina. Quando, durante il califfato di Hazrat Umar, fu fondata la città di Basra, divenne un residente stabile di quella città. Nelle vene e nelle arterie di Hazrat Burayda ribolliva il sangue del jihad. Diceva alla gente: «Il piacere della vita consiste nel far correre i cavalli». Spinto da questo ardore e da questo entusiasmo, anche durante l’epoca dei califfi usciva di casa come soldato per partecipare a diverse spedizioni. Durante il califfato di Hazrat Uthman partecipò alla spedizione nel Khurasan, si recò a Marw e rimase lì. Sebbene Hazrat Burayda fosse un valoroso mujahid, durante l’epoca dei califfi la sua spada rimase sempre nel fodero nei conflitti interni tra i musulmani. Durante la sua vita non partecipò a nessuna delle guerre civili combattute nell’epoca del secondo e del terzo califfo. Anzi, per estrema prudenza, non esprimeva alcun parere nemmeno riguardo a coloro delle due parti che erano coinvolti in quei conflitti. A questo proposito, un uomo dei Banu Bakr ibn Wa’il racconta: «Una volta mi trovavo nel Sijistan insieme a Burayda al-Aslami. Un giorno, per conoscere la sua opinione su Ali, Uthman, Talha e Zubayr, introdussi l’argomento e li menzionai. Burayda si rivolse immediatamente verso la qibla, si sedette, sollevò entrambe le mani e cominciò a pregare: “O Allah, perdona Uthman. Perdona anche Ali, Talha e Zubayr”. Il narratore dice: “Poi si voltò verso di me e disse: ‘Vuoi forse diventare il mio assassino?’. Risposi: ‘Perché mai dovrei diventare il tuo assassino? Ti ho soltanto posto questa domanda’. Burayda disse: ‘Erano un gruppo di persone riguardo alle quali la volontà di Allah era già stata stabilita. Egli può perdonarli oppure punirli, se vuole. Il loro rendiconto spetta ad Allah’”. (Ibn Saʿd, 4/176; Hayatus Sahaba, 3/388).

Una volta si recò dal nobile Muʿāwiya. Muʿāwiya era seduto a parlare con un uomo. Burayda disse: «Muʿāwiya, mi concederai anch’io l’opportunità di dire qualche parola?». Muʿāwiya rispose: «Sì», pensando che Burayda avrebbe forse detto qualcosa come gli altri. Ma Burayda disse: «Ho sentito il Messaggero di Allah dire: “Spero che nel Giorno della Resurrezione intercederò per un numero di persone pari a tutti gli alberi, le pietre e i granelli di sabbia del mondo. Muʿāwiya, tu nutri la speranza di ottenere questa intercessione, mentre ʿAlī non può sperare di ottenerla?”» (Musnad dell’Imam Ahmad, 4/347; Hayāt al-Sahāba, 3/49). Probabilmente quell’uomo stava criticando ʿAlī e Muʿāwiya sperava di sentire quelle stesse parole dalla bocca di Burayda. Dire la verità era una sua particolare virtù. A questo riguardo, non temeva nemmeno le personalità più eminenti.

Tra i Compagni, Burayda godeva di particolare rispetto e prestigio. Conservò nella memoria molti hadith del Messaggero di Allah. Il numero degli hadith da lui narrati è di circa 164. Tra questi, due sono stati narrati da al-Bukhari e undici esclusivamente da Muslim; uno di essi è muttafaqun ʿalayh. Tutti gli hadith da lui narrati provengono direttamente dalle parole del Messaggero di Allah. Tra i suoi discepoli meritano particolare menzione i suoi figli ʿAbdullah e Sulayman e, tra gli altri, ʿAbdullah ibn Khāziʿ, al-Shaʿbī e Malīh ibn Usāma.

Il nobile Messaggero di Allah trattava Burayda con grande semplicità e naturalezza. Una volta Burayda stava andando da qualche parte e lungo la strada incontrò il Messaggero di Allah. Il Messaggero di Allah gli prese la mano e cominciò a camminare con lui.

È narrato da Burayda. Egli disse: «Eravamo seduti presso il Messaggero di Allah quando arrivò un uomo della tribù dei Quraysh. Il Messaggero di Allah lo chiamò e lo fece sedere vicino a sé. Quando l’uomo si alzò per andarsene, il Messaggero di Allah mi disse: “Burayda, conosci quest’uomo?”. Risposi: “Sì. Quanto alla nobiltà d’origine, appartiene alla classe media dei Quraysh; tuttavia è il più ricco di tutti”. Ripetei queste parole tre volte. Poi dissi: “O Messaggero di Allah, ti ho riferito ciò che so di lui; tuttavia tu ne sai più di me”. Il Messaggero di Allah disse: “Nel Giorno della Resurrezione, questa sua caratteristica non avrà alcun valore presso Allah”».

Cercava di mettere in pratica esattamente ciò che una volta udiva dalla bocca del Messaggero di Allah. Una volta era seduto presso il Messaggero di Allah. Il Messaggero di Allah disse: «La mia comunità sarà messa in fuga tre volte da uomini di una nazione dai volti larghi come scudi e dagli occhi piccoli. Inseguendola, la circonderanno persino nella “Penisola Arabica”. Coloro che fuggiranno al loro primo attacco si salveranno. Nel secondo attacco, alcuni sopravvivranno e altri moriranno! Ma nel terzo attacco moriranno tutti». La gente chiese: «O Messaggero di Allah, chi sono?». Egli rispose: «I Turchi». Aggiunse: «Per Colui nelle cui mani è la mia vita! Quegli uomini legheranno i loro cavalli alle colonne delle moschee dei musulmani».

Dopo questa terribile profezia, Burayda teneva sempre pronti due o tre cammelli, le provviste per il viaggio e un recipiente per l’acqua, così da poter fuggire da quel castigo non appena fosse giunto quel momento. (Musnad dell’Imam Ahmad, 5/347).

Il nobile Burayda era il capo della tribù degli Aslam. Il nobile Rabīʿa al-Aslamī era un servitore del Messaggero di Allah, privo di ogni sostegno e di ogni mezzo. Quando egli si sposò, il Messaggero di Allah ordinò a Burayda di provvedere al pagamento della dote nuziale. Burayda raccolse le offerte e obbedì a quell’ordine.

Morì a Marw, in Persia, nell’anno 63 dell’Egira, durante il califfato di Yazīd ibn Muʿāwiya. Lasciò due figli, di nome ʿAbdullah e Sulayman.

ʿUqba ibn ʿĀmir al-Juhanī, che Allah sia soddisfatto di lui

Si chiamava ʿUqba, il suo kunya era Abū ʿAmr e suo padre si chiamava ʿĀmir. Apparteneva alla tribù dei Banū Juhana. Quando il Nobile Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, giunse a Medina, ʿUqba si trovava molto lontano da Medina, intento a pascolare le capre. La notizia dell’arrivo del Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, si diffuse per le strade e i vicoli di Medina, nonché nei deserti e nelle oasi circostanti. Ascoltiamo dalla stessa voce di ʿUqba come avvenne il suo primo incontro con il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace:

«Quando il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, giunse a Medina, io stavo pascolando le mie capre fuori città. Quando la notizia mi raggiunse, lasciai tutto e partii per incontrarlo. Mi presentai al servizio del Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, e gli dissi: “O Messaggero di Allah, mi farai prestare il giuramento di fedeltà?”. Egli mi chiese, per conoscere la mia identità: “Chi sei?”. Risposi: “Sono ʿUqba ibn ʿĀmir al-Juhanī”. Mi domandò: “Quale preferisci: il giuramento di fedeltà dei beduini residenti o quello dell’emigrazione?”. Risposi: “Quello dell’emigrazione”. Allora mi fece prestare il giuramento nella stessa materia per la quale lo faceva prestare agli Emigrati. Dopo aver prestato il giuramento nelle mani del Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, trascorsi una notte con lui e poi tornai dalle mie capre nel deserto.»

Eravamo dodici musulmani. Pascolavamo le capre lontano da Medina. Alcuni di noi dissero: “Se non ci presentiamo a giorni alterni dal Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, per imparare la religione e conoscere ciò che gli viene rivelato, nella nostra vita non vi sarà alcun bene. Ogni giorno uno di noi andrà a Medina a turno, mentre gli altri pascoleranno le sue capre”. Io dissi: “Andate pure a turno, uno alla volta, e mi assumerò la responsabilità delle sue capre”. Non ero disposto a lasciare le mie capre alle cure di qualcun altro per andare a Medina.

I miei compagni cominciarono ad andare a turno a Medina, alla presenza del Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, mentre io pascolavo le loro greggi. Quando tornavano, ascoltavo da loro tutto ciò che avevano sentito o imparato e lo apprendevo a mia volta. Andò avanti così per alcuni giorni. Nel frattempo nacque in me questo sentimento: “Che tu possa essere rovinato! Per delle capre ti stai privando della compagnia del Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, e della fortuna di ascoltare direttamente le parole uscite dalla sua bocca!”. Dopo questo pensiero, abbandonai le mie capre e mi diressi verso Medina con l’intenzione di stabilirmi definitivamente accanto al Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, nella Moschea del Profeta.

Giunsi a Medina. Quando arrivai nella Moschea del Profeta, la prima cosa che sentii fu un uomo che diceva: “Il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, ha detto: «Chi compie un’abluzione completa sarà purificato da tutti i suoi peccati come lo era il giorno in cui sua madre lo diede alla luce»”. Queste parole mi piacquero moltissimo. Allora ʿUmar ibn al-Khaṭṭāb disse: “Saresti stato ancora più felice se avessi sentito la prima parola”. Gli chiesi di ripeterla. Egli disse: “Il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, ha detto: «Se qualcuno muore senza associare nulla ad Allah, Allah gli apre tutte le porte del Paradiso. Le porte del Paradiso sono otto, ed egli entrerà da quella che desidera»”. In quel momento il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, apparve tra noi. Mi sedetti di fronte a lui, ma egli distolse il viso da me. Lo fece diverse volte. La quarta volta dissi: “O Profeta di Allah, possano i miei genitori essere sacrificati per te! Perché distogli il viso da me in questo modo?”. Questa volta si rivolse a me con attenzione e disse: “Chi ti è più caro: uno o dodici?” (Hayāt al-Ṣaḥāba, 3/214-215; Ṣuwar min Hayāt al-Ṣaḥāba, 4/144).

ʿUqba combatté per la prima volta contro gli infedeli a Uḥud, insieme al Messaggero di Allah. In seguito partecipò attivamente a tutte le battaglie combattute durante la vita del Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace. Durante il califfato del secondo califfo, ʿUmar, che Allah sia soddisfatto di lui, partecipò alla campagna in Siria come mujāhid. Il giorno della conquista di Damasco diede prova di grande abilità e coraggio nel tiro con l’arco. Dopo la conquista di Damasco, il comandante Abū ʿUbayda ibn al-Jarrāḥ, che Allah sia soddisfatto di lui, lo mandò a Medina per comunicare rapidamente la notizia al califfo. Dopo aver viaggiato senza sosta, giorno e notte, in soli otto giorni, da un venerdì all’altro, giunse a Medina e consegnò la notizia al califfo. Nella battaglia di Ṣiffīn combatté dalla parte di Muʿāwiya, che Allah sia soddisfatto di lui. Dopo la conquista dell’Egitto, Muʿāwiya, che Allah sia soddisfatto di lui, lo nominò per un certo periodo wālī, cioè governatore, di quella regione. Abū ʿAmr al-Kindī racconta: “Muʿāwiya gli affidò la riscossione del kharāj dell’Egitto e la guida della preghiera”. In seguito, quando decise di rimuoverlo dall’incarico, ordinò a ʿUqba di attaccare Rodi. Mentre ʿUqba avanzava verso Rodi, venne a sapere che Maslama era stato nominato al suo posto. Allora commentò: “Prima mi si manda lontano e poi mi si destituisce?”. Era l’anno 47 dell’Egira. Dopo la destituzione, si ritirò dalla spedizione. Vi sono divergenze riguardo all’anno della morte di ʿUqba. Secondo la narrazione corretta, morì in Egitto nell’anno 58 dell’Egira, durante il califfato di Muʿāwiya, che Allah sia soddisfatto di lui. Fu sepolto ai piedi del monte Muqaṭṭam, a sud dell’attuale Cairo. (Al-Iṣāba, 3/489; Tadhkirat al-Ḥuffāẓ, 1/43).

Per conoscenza e prestigio, ʿUqba era una personalità di grande rilievo. Il Corano, gli ḥadīth, il fiqh, la scienza delle successioni e la poesia occupavano un posto speciale nella sua formazione. L’Allāma al-Dhahabī dice: “Era al tempo stesso faqīh, sapiente illustre, recitatore del Libro di Allah, esperto nella scienza delle successioni, eloquente e poeta di alto livello” (Tadhkirat al-Ḥuffāẓ, 1/43).

Aveva un interesse particolare nell’apprendere la recitazione del Sacro Corano. Con grande emozione e fervore imparava a recitare il Nobile Corano. Alcune sure le apprese direttamente dal Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace. Una volta si gettò ai piedi del Messaggero di Allah e lo supplicò: «O Messaggero di Allah, insegnami almeno un po’ le sure Hūd e Yūsuf». Fu proprio questo intenso interesse a renderlo un qāriʾ famoso.

Possedeva una voce dolcissima e recitava il Corano con tono melodioso. Nel cuore della notte, quando calava il silenzio, iniziava a recitare il Corano con una voce capace di commuovere il cuore. I Compagni del Messaggero di Allah ascoltavano attentamente quella recitazione. Per timore di Allah, i loro cuori si intenerivano e i loro occhi si riempivano di lacrime. Una volta il califfo ʿUmar, che Allah si compiaccia di lui, gli disse: «ʿUqba, recitaci qualcosa del Corano». ʿUqba iniziò la recitazione. Ascoltandola, ʿUmar, che Allah si compiaccia di lui, scoppiò in pianto e la sua barba si bagnò delle lacrime. ʿUqba ibn ʿĀmir compilò personalmente una copia del Sacro Corano. Questa copia fu conservata fino al IX secolo dell’Egira nella moschea egiziana chiamata «Jāmiʿ ʿUqba ibn ʿĀmir». In fondo alla copia era scritto: «Questa è stata scritta da ʿUqba ibn ʿĀmir al-Juhanī». Era la più antica copia del Corano rinvenuta al mondo. Ma la sventurata comunità musulmana ha perduto anche questo prezioso tesoro, come molte altre cose. (Tahdhīb al-Tahdhīb, 7/243; Ṣuwar min Ḥayāt al-Ṣaḥāba, 4/148-149; Muhājirīn, 2/236).

Nel trasmettere gli ḥadīth del Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, non era affatto tra gli ultimi. Il numero complessivo degli ḥadīth da lui trasmessi è cinquantacinque: sette sono concordemente riportati da al-Bukhārī e Muslim, uno è riportato soltanto da al-Bukhārī e sette soltanto da Muslim. Molti importanti Compagni percorrevano lunghe distanze per recarsi da lui ad ascoltare gli ḥadīth. Abū Ayyūb si recò da Medina in Egitto soltanto per ascoltare un unico ḥadīth e, dopo averlo ascoltato, riprese subito il viaggio verso Medina. Anche il ḥibr al-umma, ʿAbd Allāh ibn ʿAbbās, che Allah si compiaccia di lui, acquisì conoscenza da lui. Inoltre, molti celebri tābiʿūn attinsero al suo patrimonio di sapere. Ibn ʿAsākir riferisce da Ibrāhīm ibn ʿAbd al-Raḥmān ibn ʿAwf. Egli disse: «Per Allah, prima della sua morte, ʿUmar ibn al-Khaṭṭāb mandò a chiamare da diversi luoghi i Compagni del Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace: ʿAbd Allāh ibn Ḥudhāfa, Abū al-Dardāʾ, Abū Dharr e ʿUqba ibn ʿĀmir, e disse loro: “Che cosa sono questi ḥadīth che trasmettete così numerosi dal Messaggero di Allah?”. Essi dissero: “Ci vieti forse di trasmettere gli ḥadīth?”. Egli rispose: “No. Tuttavia rimarrete con me. Finché sarò vivo, non potrete allontanarvi da me per andare in alcun luogo”». Finché ʿUmar rimase in vita, essi non si allontanarono da lui per recarsi altrove. (Ḥayāt al-Ṣaḥāba, 3/240-241).

Anche nella scienza del fiqh ʿUqba, che Allah si compiaccia di lui, possedeva una conoscenza profondissima. Nelle discipline direttamente connesse alla religione, come la khuṭba (discorso e sermone), la poesia e altre, aveva una grande padronanza. Sebbene ʿUqba, che Allah si compiaccia di lui, fosse un Compagno di alto rango, temeva moltissimo di assumersi responsabilità religiose. Per un certo periodo svolse in Egitto il compito di imām, ma in seguito evitò di guidare la preghiera. Abū ʿAlī al-Hamadānī racconta: durante un viaggio, una volta, la gente gli disse: «Poiché siete un Compagno del Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, guiderete voi la preghiera». Egli rispose: «No. Ho sentito il Messaggero di Allah dire: “Se una persona guida la preghiera e la esegue correttamente e nel tempo stabilito, vi è ricompensa sia per l’imām sia per i fedeli che lo seguono. Ma se si verifica una mancanza, l’imām dovrà renderne conto, mentre chi lo segue non ne avrà alcuna responsabilità”».

Servire il nobile Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, era il suo unico desiderio. Durante i viaggi, spesso aveva il compito di tenere e tirare le redini della mula del Messaggero di Allah, chiamata «al-Shahbāʾ». Durante quel servizio e quella compagnia, non lasciava sfuggire alcuna occasione di acquisire conoscenza religiosa. Egli raccontò: «Una volta ero in viaggio insieme al Messaggero di Allah. Mentre conducevo la sua cavalcatura, egli mi disse: “ʿUqba, vuoi che ti indichi due sure eccellenti da recitare?”. Risposi: “Ditemi”. Egli disse: “Sono: Qul aʿūdhu bi-rabbi al-falaq e Qul aʿūdhu bi-rabbi al-nās”».

Egli rispettava così profondamente il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, da considerare persino la seduta sulla sua cavalcatura una mancanza di rispetto. Una volta, durante un viaggio, mentre svolgeva il servizio che gli era stato assegnato, il Messaggero di Allah fermò la cavalcatura e la fece sedere. Poi scese dalla sua groppa e disse: «ʿUqba, sali sulla cavalcatura». ʿUqba disse: «Subḥān Allāh, o Messaggero di Allah! Dovrei salire sulla vostra cavalcatura?». Il Messaggero di Allah glielo ordinò nuovamente. ʿUqba diede la stessa risposta. Infine, dopo ripetute insistenze, ʿUqba salì sulla groppa per obbedire all’ordine, mentre il Messaggero di Allah teneva le redini dell’animale e lo conduceva. Per questo era chiamato «Radīf Rasūl Allāh», cioè colui che cavalcava dietro il Messaggero di Allah. Nascondere i difetti delle persone era una qualità speciale di ʿUqba. Considerava altamente riprovevole divulgare il difetto di qualcuno. Una volta il suo segretario venne da lui e disse: «I nostri vicini stanno bevendo vino». Egli rispose: «Lascia che lo facciano, non dirlo a nessuno». Il segretario disse: «Informo la polizia?». Egli rispose: «È davvero deplorevole! Lascia perdere». Ho sentito il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, dire: «Chi nasconde il difetto di qualcuno è come se avesse ridato vita a un morto». (Ḥayāt al-Ṣaḥāba, 2/423).

Provava una particolare attrazione per l’arte militare, soprattutto per il tiro con l’arco. Incoraggiava anche gli altri ad apprendere quest’arte. Una volta convocò Khālid ibn al-Walīd e gli disse: «Ho sentito il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, dire: “Per una freccia Allah farà entrare in Paradiso tre persone: colui che la fabbrica, colui che la trasporta sulla via di Allah e colui che la scaglia”. Disse anche: “Tra tutti i giochi, soltanto tre sono leciti: il tiro con l’arco, l’addestramento all’equitazione e lo scherzo con la propria moglie. Chi apprende l’arte del tiro con l’arco e poi la dimentica ha in realtà perduto una grande ricchezza”». (Musnad dell’Imām Aḥmad, 4/148). Accumulò molte armi da guerra. Dopo la sua morte, esaminando i beni da lui lasciati, si scoprì che nella sua casa vi erano poco più di settanta archi, insieme a numerose frecce e punte. Donò tutto ciò sulla via di Allah. (Ṣuwar min Ḥayāt al-Ṣaḥāba, 4/150-151).

ʿUqba, che Allah si compiaccia di lui, era una persona agiata. Aveva anche servi e domestici. Nonostante ciò, svolgeva personalmente ogni suo lavoro.

Hazrat Uqba, che si trovava in Egitto sul letto di morte, chiamò i suoi figli e diede loro questo consiglio: «Figli miei! Vi proibisco tre cose; ricordatele bene. 1) Non accettate gli hadith del Messaggero, pace e benedizioni su di lui, da nessuno se non da una persona affidabile e degna di fiducia. 2) Anche se indossate un’aba (una pesante veste ampia e larga, aperta sul davanti), non contraete mai debiti. 3) Non scrivete poesie, perché così i vostri cuori, abbandonando il Corano, si occuperanno di quella pratica». (Hayatus Sahaba, 3/201).

In breve, il talento latente che possedeva Hazrat Uqba, allora pastore di capre, raggiunse il suo massimo sviluppo durante il breve periodo trascorso in compagnia del Messaggero, pace e benedizioni su di lui. In seguito divenne, tra i Compagni, uno dei più grandi sapienti, uno dei migliori recitatori del Corano, un eminente comandante vittorioso e un grande governante. Quando abbandonò la pastorizia delle capre e si presentò al servizio del Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui, non immaginava neppure lontanamente che un giorno sarebbe stato un combattente in prima linea dell’esercito conquistatore di Damasco e avrebbe avuto una casa alla «Bab Tuma» di Damasco. Il giorno in cui decise di tornare a Medina, non gli era mai passato per la mente che un giorno sarebbe diventato uno dei leader della conquista dell’Egitto, il suo governatore, e avrebbe avuto una casa sul monte Muqattam del Cairo. L’Islam sviluppò a tal punto il suo talento latente che, da semplice pastore di capre, egli divenne tutto questo.

Abu Barza al-Aslami, che Allah sia compiaciuto di lui

Esiste un notevole disaccordo tra gli studiosi della scienza degli uomini riguardo al vero nome di Abu Barza. Secondo l’opinione più accreditata, il suo nome era Nadla ibn Ubayd, mentre Abu Barza era la sua kunya, cioè il suo appellativo. (Al-Isaba, 4/19)

Egli accettò l’Islam già nella fase iniziale della predicazione islamica alla Mecca. Dopo essere diventato musulmano, partecipò al fianco del nobile Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui, a tutti gli scontri avvenuti contro i miscredenti. Il giorno della conquista della Mecca, il nobile Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui, perdonò persino i suoi nemici più accaniti. Tuttavia, quel giorno furono uccisi alcuni malfattori che avevano oltrepassato i limiti dell’inimicizia e della ribellione. Abd al-Rahman ibn Khatal era uno di loro. Inizialmente quest’uomo aveva accettato l’Islam, ma dopo aver ucciso un suo schiavo musulmano, rinnegò l’Islam e fuggì alla Mecca per sottrarsi alla pena islamica del qisas. Aveva due schiave, che nei mercati della Mecca cantavano canzoni ingiuriose contro Muhammad, pace e benedizioni su di lui. Il giorno della conquista della Mecca, non vedendo altra via di scampo, il vile Ibn Khatal si aggrappò al drappo della Kaaba e vi rimase stretto, sperando di ottenere protezione. I Compagni dissero al Messaggero, pace e benedizioni su di lui: «Ibn Khatal si trova sotto la protezione del drappo della Kaaba». Il Messaggero, pace e benedizioni su di lui, ordinò di ucciderlo. Non appena ricevette quest’ordine, Abu Barza accorse e lo uccise. (Abu Dawud, Kitab al-Jihad; Sirat Ibn Hisham, 2/410)

Abu Barza visse a Medina fino alla morte del nobile Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui. Durante il califfato di Hazrat Umar, che Allah sia compiaciuto di lui, si stabilì a Basra. Combatté dalla parte di Hazrat Ali, che Allah sia compiaciuto di lui, nella battaglia di Siffin e contro i kharigiti a Nahrawan. Fu un mujahid nella spedizione del Khorasan.

Esiste un disaccordo riguardo all’epoca della morte di Hazrat Abu Barza, che Allah sia compiaciuto di lui. Secondo alcuni morì nell’anno 60 dell’Egira, mentre secondo altri nell’anno 65. La seconda opinione sembra più corretta, poiché era ancora vivo al tempo dello scontro tra Marwan e Abd Allah ibn al-Zubayr e diceva: «Stanno litigando e disputando per tutte le cose del mondo». (Hayatus Sahaba, 2/407). Alla sua morte lasciò un unico figlio, Mughirah.

Hazrat Abu Barza, che Allah sia compiaciuto di lui, ebbe l’opportunità di trascorrere a lungo la sua vita in compagnia del nobile Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui. Per questo conservò nella memoria un numero considerevole di hadith del Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui. Il numero degli hadith da lui narrati è 64; 27 di essi sono concordemente riportati da Bukhari e Muslim. Due sono stati narrati esclusivamente da Bukhari e quattro esclusivamente da Muslim.

Nel carattere di Hazrat Abu Barza, che Allah sia soddisfatto di lui, era presente una certa inclinazione all’ascetismo. Non indossava abiti costosi né cavalcava cavalli. Andava in giro coprendosi le parti intime con due pezzi di stoffa color zafferano. Un suo contemporaneo tra i Compagni era A’iz ibn Umar. Egli indossava abiti preziosi e cavalcava cavalli. Un uomo, con l’intenzione di creare discordia tra loro, si recò da Hazrat A’iz e disse: «Guardi Abu Barza: nel modo di vestire e di comportarsi si oppone a lei. Lei indossa costosi tessuti khuz e cavalca cavalli, mentre egli evita entrambe queste cose». Tuttavia, la fratellanza tra i Compagni era assai più profonda e salda dell’abbigliamento esteriore e delle abitudini. Hazrat A’iz rispose all’uomo: «Che Allah abbia misericordia di Abu Barza. Chi, oggi, tra noi è al suo stesso livello?». L’uomo, deluso, si recò quindi da Abu Barza e gli disse: «Guardi un po’ A’iz. Il suo modo di comportarsi non le piace. Va in giro a cavallo e indossa sul corpo preziosi tessuti khuz». Ma anche qui ricevette la stessa risposta. Abu Barza gli disse: «Che Allah abbia misericordia di A’iz. Chi, tra noi, è al suo stesso livello?»

Una volta un uomo rivolse parole dure a Hazrat Abu Bakr as-Siddiq, che Allah sia soddisfatto di lui. Immediatamente Abu Barza esclamò: «Devo tagliargli la testa?». Abu Bakr, che Allah sia soddisfatto di lui, lo rimproverò dicendo: «Dopo il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, non è lecito punire nessun altro per una colpa simile». (Kanz al-Ummal, 2/161; Hayat as-Sahaba, 2/638)

Servire i poveri e gli indigenti era una caratteristica particolare di Abu Barza. Dalla mattina alla sera dava da mangiare ai poveri e ai bisognosi. Hasan ibn Hakim lo ha riferito da sua madre.

Abu Barza dava da mangiare mattina e sera alle vedove, agli orfani e ai bisognosi, servendo loro il tharid (un tipo di cibo molto apprezzato dagli Arabi). (Hayat as-Sahaba, 2/194-195).

Non poteva tollerare alcun genere di scherno, scherzo o derisione nei confronti del nobile Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace. Ubayd Allah ibn Ziyad desiderò sapere qualcosa riguardo alla Vasca di Kawthar. Chiese alla gente: «Chi può parlarci della Vasca di Kawthar?». Le persone gli parlarono di Abu Barza, che Allah sia soddisfatto di lui. Ubayd Allah lo fece chiamare. Egli si recò da lui. Vedendolo arrivare, Ubayd Allah disse con tono derisorio: «È questo il vostro muhammadita?». Abu Barza rispose con estrema indignazione: «Lode ad Allah! Vivo in un’epoca in cui la dignità della compagnia dei Compagni viene guardata con disprezzo». Dicendo ciò, si sedette con grande ira. Ubayd Allah pose la domanda e Abu Barza rispose: «Chiunque neghi la Vasca di Kawthar non potrà neppure avvicinarsi ad essa, e Allah non gli farà bere da essa». Detto questo, si alzò e se ne andò.

È riferito da Hazrat Abu Barza. Egli disse: «Durante una spedizione militare (secondo un’altra versione, a Khaybar), attaccammo l’esercito dei politeisti e lo costringemmo a fuggire lontano dai suoi utensili per preparare il pane. Poi li prendemmo e cominciammo a mangiarli. Nell’epoca dell’ignoranza avevamo sentito dire che chi mangia pane bianco diventa grasso. Dopo aver mangiato il pane che avevano abbandonato, alcuni di noi continuavano a guardarsi la propria spalla per vedere se fossero ingrassati o no». (Hayat as-Sahaba, 1/323). Da questo episodio si comprende che i nobili Compagni generalmente non usavano farina bianca raffinata.

Fadl ibn Abbas, che Allah sia soddisfatto di lui

Il suo nome era Fadl e il suo kunyah era Abu Muhammad. Suo padre era il celebre Compagno Hazrat Abbas ibn Abd al-Muttalib, che Allah sia soddisfatto di lui, e sua madre era Lubaba bint al-Harith al-Hilaliyya. Era cugino paterno del Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, e il primogenito del padre. Per questo Abbas era chiamato «il padre di Abu al-Fadl», mentre Lubaba era chiamata Umm al-Fadl, cioè «la madre di Fadl».

Aveva abbracciato l’Islam insieme agli altri membri della famiglia già prima della battaglia di Badr, ma non lo aveva dichiarato per timore dei miscredenti della Mecca. Poco prima della conquista della Mecca emigrò a Medina insieme a suo padre, il venerabile Abbas, e al fratello minore Abd Allah, che Allah sia soddisfatto di lui. Al momento dell’emigrazione aveva tredici anni, mentre Abd Allah ne aveva otto. (Hayat al-Sahaba, 1/373). Dopo l’emigrazione a Medina partecipò per la prima volta alla spedizione contro la Mecca. In seguito prese parte anche alla spedizione di Hunayn. Quando, nella prima fase dell’attacco, l’esercito musulmano giunse sull’orlo della sconfitta e cominciò a fuggire, egli rimase saldo sul campo accanto al venerabile Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace. Durante il Pellegrinaggio d’Addio sedeva sulla stessa cavalcatura del Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace. Per questo, da quel giorno, fu insignito del titolo di «Rādif al-Rasūl», cioè «colui che cavalca dietro il Messaggero». In quel periodo, un giovane e una bella ragazza della tribù dei Khathʿam si recarono dal Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, per chiedergli informazioni sulle varie norme del pellegrinaggio. Poiché durante il pellegrinaggio non è permesso alle donne coprirsi il volto con il niqab, il volto della ragazza era scoperto. Fadl era un giovane di bell’aspetto. La ragazza continuava a guardarlo di lato, e anche Fadl continuava a guardare lei; il venerabile Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, gli volse più volte il viso dall’altra parte. Il Messaggero disse: «Oggi saranno perdonati tutti i peccati di chi riuscirà a trattenere i propri occhi, le proprie orecchie e la propria lingua». (Ibn Saʿd, 4/37; al-Isāba, 3/208). L’episodio è riportato anche nel capitolo Bāb Ḥajj al-Marʾa del Ṣaḥīḥ di al-Bukhārī.

Durante il lancio delle pietre a Mina, egli tenne sollevato il mantello per fare ombra al Messaggero, che Allah lo benedica e gli conceda la pace. A Medina il Messaggero di Allah lo diede in matrimonio e pagò personalmente la dote nuziale.

Il venerabile Fadl, che Allah sia soddisfatto di lui, fu onorato dell’opportunità di rendere l’ultimo servizio al Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, durante la sua vita terrena. Sul letto di morte il Messaggero pronunciò il suo ultimo sermone. Fadl fu uno dei due fortunati che lo aiutarono a uscire dalla casa per pronunciare quel sermone. Fu inoltre Fadl ad annunciare alla gente che il Messaggero di Allah avrebbe pronunciato un sermone. (Al-Isāba, 3/208). Dopo la morte del Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, Fadl, che Allah sia soddisfatto di lui, fu uno dei fortunati che ebbero l’opportunità di lavare il suo corpo benedetto. Il venerabile Ali, che Allah sia soddisfatto di lui, lo lavò; Fadl versava l’acqua; il Messaggero teneva il panno; e un ansar di nome Aws ibn Khawli porgeva l’acqua. (Al-Istīʿāb; Hayat al-Sahaba, 2/341). Al-Wāqidī afferma che il venerabile Fadl morì durante l’epidemia di peste di ʿAmwās, sotto il califfato del venerabile Umar. Altri hanno detto che subì il martirio nella battaglia di Ajnādayn o in quella di Yamāma, durante il califfato del venerabile Abu Bakr. Altri ancora hanno riferito che fu martirizzato nella battaglia di Yamāma nell’anno 15 dell’Egira. Vi è grande divergenza riguardo all’anno della sua morte. Tuttavia, l’Imam al-Bukhārī ritenne accettabile la versione di Ajnādayn. (Al-Isāba, 3/209).

Dal venerabile Fadl, che Allah sia soddisfatto di lui, sono stati trasmessi ventiquattro hadith. Anche illustri Compagni, come Ibn Abbas e Abu Hurayra, hanno ricevuto hadith da lui. Inoltre, tra i tābiʿūn, Qurayb, Qutham ibn Abbas, Abbas ibn Ubayd Allah, Rabīʿa ibn Hārith, Umayr, Abu Saʿīd, Sulaymān ibn Yasār, al-Shaʿbī e ʿAtāʾ ibn Abī Rabāḥ, tra gli altri, ricevettero hadith da lui. (Al-Isāba, 3/209).

Tulāyb ibn Umayr, che Allah sia soddisfatto di lui

Il suo nome era Tulāyb e il suo kunya Abu ʿAdī. Suo padre era Umayr ibn Wahb e sua madre era Arwā bint ʿAbd al-Muṭṭalib, zia paterna del Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace. Era un discendente del ramo Banū ʿAdī della tribù dei Quraysh. (Ansāb al-Ashrāf, 1/88).

Non si conoscono informazioni particolari sulla nascita di Tulāyb né sulla sua vita prima dell’Islam. Le fonti storiche riferiscono che egli si unì a una carovana già nei primi tempi dell’Islam. Alcuni episodi riportati nella storia mostrano che nutriva una devozione e un amore sconfinati per suo cugino Muhammad e per la sua religione. Tulāyb era sempre adirato per l’atteggiamento ostile dei Quraysh nei confronti del Messaggero, che Allah lo benedica e gli conceda la pace. Talvolta dava anche una dura risposta al comportamento rude dei Quraysh verso il Messaggero. In tali iniziative sua madre virtuosa lo sosteneva sempre.

Al-Hārith al-Taymī riferisce che Tulāyb ibn Umayr abbracciò l’Islam mentre il Messaggero, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, si trovava nella Dār al-Arqām, cioè nella casa di al-Arqam, alla Mecca. Dopo aver abbracciato l’Islam, uscì da lì e si recò direttamente da sua madre, Arwā bint ʿAbd al-Muṭṭalib. Le disse: «Madre, ho seguito Muhammad e mi sono sottomesso ad Allah». La madre rispose: «La persona più adatta ad aiutarlo e sostenerlo è tuo cugino materno. Se avessi la forza e il potere che hanno gli uomini, certamente lo proteggerei dalle mani della gente». Tulāyb disse: «Madre, quale ostacolo ti impedisce di abbracciare l’Islam e diventare sua seguace? Tuo fratello Hamza: anche lui ha abbracciato l’Islam». La madre rispose: «Sto aspettando di vedere che cosa faranno le mie altre sorelle. Rimarrò al loro fianco e lo farò insieme a loro».

Tulaib disse: «Finché non andrai da lui, lo saluterai e non renderai testimonianza che non vi è altra divinità all’infuori di Allah, continuerò a pregare Allah per te». La madre fortunata non poté respingere la richiesta del figlio. Ella dichiarò: «Attesto che non vi è altra divinità all’infuori di Allah e attesto che Muhammad è il Messaggero di Allah»: rendo testimonianza che non vi è altra divinità all’infuori di Allah e che Muhammad è il Messaggero di Allah, cioè il Suo inviato e servitore. Da quel giorno cominciò a sostenere in ogni modo il Messaggero di Allah con la propria lingua e ordinò al figlio Tulaib di rimanere sempre al fianco del Messaggero di Allah. (Tabaqat-3/123, al-Isaba-2/233-234).

Coloro che abbracciarono l’Islam nei primi tempi dell’Islam alla Mecca furono perseguitati in vari modi dai Quraysh. Un giorno Tulaib e Hatib ibn Amr stavano pregando nella zona della Mecca chiamata ʿAj Iyad al-Asghar. Due dei più feroci malviventi della Mecca di allora, Ibn al-Asda e Ibn al-Ghaytala, li videro. Li attaccarono lanciando pietre contro Tulaib e Hatib. Hatib e Tulaib respinsero quell’attacco per circa un’ora e riuscirono a fuggire a stento, salvandosi la vita. (Ansab al-Ashraf-1/117).

L’uqba ibn Abi Muʿayt della Mecca era un acerrimo nemico del Messaggero di Allah. Inoltre era di natura estremamente vile. Tormentava il Messaggero di Allah in molti modi. Un giorno venne con un cesto di sporcizia e cominciò a gettarla davanti alla porta della casa del Messaggero di Allah. Tulaib se ne accorse. Corse, strappò il cesto dalle mani di ʿUqba e gli torse entrambe le orecchie. ʿUqba, furibondo, seguì Tulaib fino da sua madre e si lamentò dicendo: «Non vedi che tuo figlio si è schierato dalla parte di Muhammad?». La fortunata figlia di ʿAbd al-Muttalib rispose: «Dimmelo tu: chi sarebbe più degno di Tulaib di schierarsi dalla sua parte? Muhammad è suo cugino materno. Il nostro denaro e la nostra stessa vita sono tutti dedicati a Muhammad». Poi recitò un verso, il cui significato era: «Tulaib ha aiutato suo cugino materno e ha mostrato compassione per il suo sangue e per i suoi beni».

Va ricordato che questo ʿUqba fu catturato dall’esercito musulmano nella battaglia di Badr e venne ucciso per ordine speciale del Messaggero di Allah. (Ansab al-Ashraf-1/147).

Dopo aver abbracciato l’Islam, Tulaib rimase alla Mecca per diverso tempo, resistendo a tutte le persecuzioni e ai maltrattamenti dei Quraysh. Quando però la persecuzione raggiunse il culmine e divenne del tutto impossibile rimanere alla Mecca, emigrò in Abissinia con il secondo gruppo diretto in Abissinia. Dopo avervi soggiornato per qualche tempo, Tulaib fu tra coloro che tornarono dall’Abissinia alla Mecca dopo aver udito la voce secondo cui tutti gli abitanti della Mecca avevano abbracciato l’Islam. (Sira di Ibn Hisham-1/324, 366).

Dopo il ritorno dall’Abissinia, rimase per qualche tempo alla Mecca. Poi emigrò nuovamente a Medina. A Medina fu ospite di ʿAbdullah ibn Salama al-Ajlanī. Il Messaggero di Allah istituì tra lui e Mundhir ibn ʿAmr al-Saʿidī la muʾākhāt, cioè il legame di fratellanza islamica.

Secondo la narrazione di Muhammad ibn ʿUmar, Tulaib partecipò alla battaglia di Badr. Al-Tabarī dice: la sua partecipazione alla battaglia di Badr è un fatto comprovato. Tuttavia, Musa ibn ʿUqba, Muhammad ibn Ishaq e Abu Maʿshar non menzionano il nome di Tulaib nell’elenco di coloro che parteciparono alla battaglia di Badr. (Tabaqat-3/123)

Dopo la battaglia di Badr e fino alla sua morte, nei testi biografici non si trovano altre informazioni sulle sue attività. Tuttavia, si può supporre che un uomo così ardente come lui non potesse mai starsene con le mani in mano. Partecipò a tutte le spedizioni fino alla fine della sua vita.

Nell’anno 13 dell’Egira, nel mese di Jumada al-Ula, cadde martire nella battaglia di Ajnadayn. Tuttavia, Mus’ab ibn Abdillah riferisce che cadde martire nella battaglia di Yarmuk. Al momento della morte aveva 53 anni. Non lasciò figli. (Tabaqat, 3/124; al-Isti’ab).

Thawban ibn Najdah, che Allah sia soddisfatto di lui

Il suo nome era Thawban e quello di suo padre Najdah; la sua kunya, ossia il soprannome, era Abu Abdillah. Apparteneva alla celebre tribù himyarita dello Yemen. (Asahh al-Siyar, 599). Per una ragione non precisata, divenne schiavo. Il Nobile Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, lo acquistò e in seguito lo liberò. Quando lo liberò, gli disse: «Se vuoi, puoi andare dal tuo popolo oppure rimanere con me. Se rimani con me, sarai considerato un membro della mia famiglia». Thawban ritenne preferibile rimanere al fianco del Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, piuttosto che tornare presso la propria tribù.

Dopo la morte del Nobile Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, rimase a Medina ancora per breve tempo. Senza il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, Medina divenne per lui insopportabile. Lasciò Medina e si stabilì in un luogo dello Sham chiamato Ramla. Partecipò alla spedizione in Egitto e, lasciata Ramla, si stabilì a Hims. In questa città morì nell’anno 54 dell’Egira.

Thawban, che Allah sia soddisfatto di lui, era il servitore personale del Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace. Ebbe l’opportunità di accompagnarlo in ogni circostanza, sia in privato sia in pubblico. Per questo motivo acquisì naturalmente una particolare competenza nelle «scienze profetiche», ossia nelle conoscenze del Profeta. Sono stati trasmessi da lui 127 hadith del Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace. Oltre a memorizzare gli hadith, si occupava anche di diffonderli e divulgarli. L’Allamah Ibn Abd al-Barr ha detto che Thawban era tra coloro che, oltre a memorizzare gli hadith, si dedicavano anche a diffonderli.

Poiché Thawban, che Allah sia soddisfatto di lui, aveva memorizzato numerosi hadith, molte persone si recavano da lui per ascoltarli. Una volta, quando alcune persone espressero il desiderio di ascoltare hadith da lui, egli disse: «Quando un musulmano compie una prosternazione per Allah, Allah eleva di un grado la sua posizione e gli perdona i peccati». (Musnad dell’Imam Ahmad ibn Hanbal, 5/276).

I celebri esperti di hadith dell’epoca di Thawban, che Allah sia soddisfatto di lui, verificavano presso di lui l’autenticità degli hadith che avevano ascoltato da altri. Un eminente esperto di hadith come Sa’dan ibn Talhah ascoltò un hadith da Abu al-Darda, che Allah sia soddisfatto di lui, e ne verificò l’autenticità presso Thawban. Dopo la morte del Nobile Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, egli fu considerato uno dei principali Compagni mujtahid di Medina. (A’lam al-Muwaqqi’in, 1/15).

Anche la cerchia degli allievi di Thawban, che Allah sia soddisfatto di lui, era molto ampia. Tra i suoi allievi più illustri vi erano Sa’dan ibn Talhah, Rashid ibn Sa’d, Jubayr ibn Nُdayr, Abd al-Rahman ibn Ghanam e Abu Idris.

La sua devozione e il suo rispetto per il Nobile Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) erano così grandi che non poteva tollerare di udire dalla bocca di un non musulmano anche una sola parola che esprimesse il minimo disprezzo per il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui). Una volta un ebreo venne dal Messaggero (pace e benedizioni di Allah su di lui) e disse: «As-salāmu ʿalayka, o Muḥammad». Immediatamente Thawbān esplose d’ira. Diede all’ebreo una spinta così forte che il poveretto riuscì a malapena a mantenere l’equilibrio mentre cadeva. Dopo essersi un poco ripreso, l’uomo chiese il motivo di tanta collera. Thawbān disse: «Perché hai detto “O Muḥammad” invece di “O Messaggero di Allah”?». L’uomo rispose: «Che colpa c’è? Ho pronunciato soltanto il suo nome di famiglia». Il Messaggero (pace e benedizioni di Allah su di lui) gli diede ragione e disse: «Sì, il mio nome di famiglia è Muḥammad».

L’onore della profezia è certamente una cosa straordinaria. Se qualcuno guardava con disprezzo o trascuratezza anche al rapporto di servitù o schiavitù che egli aveva con il Messaggero (pace e benedizioni di Allah su di lui), Thawbān lo ammoniva. Una volta, mentre si trovava a Homs, si ammalò. Quando ʿAbd Allāh ibn Qarāṭ al-Azdī, il wālī di Homs dell’epoca, non andò a fargli visita, Thawbān gli scrisse in una lettera: «Se qui da te si trovasse lo schiavo di Mūsā e ʿĪsā, andresti a informarti della sua malattia o a fargli visita». Ricevuta la lettera, il wālī uscì di casa con tanta fretta che la gente pensò fosse certamente accaduto qualcosa di grave. In quello stato raggiunse la casa di Thawbān e rimase a lungo seduto accanto a lui.

Era così scrupoloso nell’osservare gli ordini del Nobile Messaggero (pace e benedizioni di Allah su di lui) che, una volta ricevuto un ordine dal Messaggero (pace e benedizioni di Allah su di lui), lo osservava per tutta la vita e non faceva mai nulla che potesse anche solo minimamente far temere di aver disobbedito a un suo ordine. Al-Ṭabarānī ha riferito da Abū Umāma, che disse: «Il Messaggero (pace e benedizioni di Allah su di lui) chiese: “Chi farà il patto di fedeltà?”. Thawbān disse: “O Messaggero di Allah, noi abbiamo già prestato il giuramento di fedeltà”. Il Messaggero disse: “Prestate giuramento di non chiedere nulla a nessuno”. Thawbān disse: “Per che cosa, o Messaggero di Allah?”. Egli rispose: “Per il Paradiso”». Thawbān prestò giuramento su questo. Abū Umāma disse: «Lo vidi alla Mecca, a cavallo, in mezzo alla folla. In quel momento la frusta gli cadde di mano. Probabilmente cadde sul collo di un uomo, che la raccolse. Poi cercò di porgerla a Thawbān, ma egli non la prese: scese dalla cavalcatura e la raccolse personalmente». (Ḥayāt al-Ṣaḥāba, 1/242).

Secondo un’altra narrazione, il Messaggero (pace e benedizioni di Allah su di lui) disse: «Non chiederai l’elemosina alla gente; a chi mi darà questa garanzia, io garantisco il Paradiso». Udendo ciò, Thawbān dichiarò: «Io do questa garanzia». Da allora non chiese più nulla a nessuno. (Al-Iṣāba, 1/204).

Yūsuf ibn ʿAbd al-Ḥamīd ha riferito: «Thawbān mi disse che una volta il Messaggero (pace e benedizioni di Allah su di lui) pregò per la sua gente, cioè per i membri della sua famiglia. Io dissi: “Anch’io appartengo alla Ahl al-Bayt (la tua famiglia)”. Alla terza volta egli disse: “Sì, tu appartieni alla mia famiglia. Tuttavia, finché vivrai, non fermarti mai davanti alla porta chiusa di qualcuno e non andare a chiedere nulla a un emiro”». (Al-Iṣāba, 1/204).

Dopo tutte queste istruzioni, risulta dalla storia che per il resto della sua vita non chiese mai più nulla a nessuno.

ʿAmr ibn ʿAbasa (che Allah sia soddisfatto di lui)

Il suo nome era ʿAmr e la sua kunya, o soprannome, Abū Najīḥ. Suo padre era ʿAbasa ibn ʿĀmir e sua madre era Ramla bint al-Wāqiʿa. Era fratello per parte di madre del celebre Compagno Abū Dharr al-Ghifārī (che Allah sia soddisfatto di lui). (Al-Iṣāba, 3/5).

Fin dall’inizio della sua vita, Amr fu un uomo di natura retta. Anche nell’epoca della jāhiliyya, quando tutta l’Arabia era immersa nell’idolatria, detestava tale pratica e considerava traviati gli idolatri. Si dichiarava la quarta persona dell’Islam, o un quarto dell’Islam. Quando gli fu chiesto su quale base avanzasse questa pretesa, rispose: «Nell’epoca della jāhiliyya credevo che gli uomini fossero traviati. Gli idoli non avevano alcuna importanza ai miei occhi. Sapevo che, così come non potevano arrecare alcun danno, non potevano neppure recare alcun beneficio. Essi infatti adoravano statue di pietra. In quel periodo chiesi a una persona appartenente alla Gente del Libro, cioè a un credente in una religione rivelata, quale fosse la religione migliore. Mi disse: “A Mecca apparirà un uomo. Abbandonerà la divinità del suo popolo e inviterà la gente verso un’altra divinità. Egli porterà la religione migliore. Quando sentirai parlare della sua apparizione, seguilo”».

Amr racconta: «In quel periodo ricevetti una notizia da Mecca. Non ebbi il coraggio di chiedere a nessuno se a Mecca fosse accaduto qualcosa di nuovo. Alla fine raggiunsi Mecca cavalcando un animale. Là chiesi a un cavaliere, il quale mi rispose: “Qui è apparso un uomo che detesta la divinità del suo popolo, cioè della sua gente”. Incontrai di nascosto il Messaggero, poiché allora la sua stessa gente gli si opponeva con estrema ostilità. Secondo un’altra versione, l’incontro di Amr con il Messaggero avvenne alla fiera di ʿUkāẓ. Il loro dialogo al primo incontro fu il seguente. Amr chiese: “Chi sei?”»

«Sono il Profeta di Allah».

«È Allah ad averti inviato?»

«Sì».

«Con che cosa ti ha inviato?»

«A credere che Allah è Uno, senza associarGli nulla, a distruggere gli idoli e a mantenere saldi i legami di parentela».

«Qualcuno ha accolto questo invito?»

—Sì, un uomo libero e uno schiavo.

Amr disse: «Quei due erano Abu Bakr e Bilal». Poi mi supplicò: «Includi anche me tra gli adoratori di Allah. Rimarrò al tuo fianco». Il Messaggero ﷺ disse: «Come potrai rimanere al mio fianco mentre da ogni parte mi si oppone resistenza? Ora torna nella tua terra. Quando comincerò a invitare pubblicamente alla fede, vieni da me». Amr disse: «Così abbracciai l’Islam e cominciai a considerarmi un quarto dell’Islam». (Al-Isaba, 3/6; Hayatus-Sahaba, 1/71-72).

Seguendo le istruzioni del Messaggero ﷺ, Amr abbracciò l’Islam e tornò presso la sua tribù. Tuttavia, attraverso coloro che si recavano alla Mecca, continuava sempre a informarsi sulle notizie del Messaggero di Allah ﷺ. Dopo l’egira del Messaggero ﷺ a Medina, alcuni abitanti di Yathrib, cioè Medina, giunsero presso la tribù di Amr. Egli domandò loro: «Qual è la situazione dell’uomo che dalla Mecca è giunto a Medina?». Essi risposero: «La gente accorre verso di lui in gruppi». I suoi compatrioti avevano progettato di ucciderlo, ma non ci erano riusciti. Ora egli si trova a Medina.

Ricevuta questa notizia da loro, Amr partì alla volta di Medina. Quando si presentò dal Messaggero ﷺ a Medina e si fece riconoscere, egli disse: «Sì, ti riconosco; mi avevi incontrato alla Mecca». Da allora Amr divenne residente stabile di Medina.

Vi sono divergenze riguardo al momento dell’arrivo di Amr a Medina. Secondo una versione, giunse a Medina prima della battaglia di Badr e partecipò a Badr. Secondo l’opinione più diffusa, invece, arrivò a Medina dopo la battaglia di Khaybar e prima della conquista della Mecca. (Al-Isaba, 3/5).

Le battaglie di Badr, Uhud, Hudaybiyya, Khaybar e diverse altre si conclusero mentre egli era ancora nella sua terra natale. Partecipò per la prima volta alla spedizione per la conquista della Mecca. Si trova anche una narrazione secondo cui prese parte alla spedizione di Ta’if. Egli stesso ha raccontato: durante l’assedio di Ta’if, il Nobile Messaggero di Allah ﷺ disse: «A chi scaglierà una freccia sulla via di Allah sarà aperta una porta del Paradiso». Udendo questa buona notizia, scagliai sedici frecce. Dopo la spedizione di Ta’if non si hanno informazioni precise sulla sua partecipazione ad altre battaglie. Si sa soltanto che prese parte ad alcune altre guerre. Non si conosce con esattezza il momento della morte di Amr ibn Abasa, che Allah sia soddisfatto di lui. Gli specialisti della biografia del Profeta hanno affermato, sulla base di supposizioni, che morì verso la fine del califfato del califfo Uthman, che Allah sia soddisfatto di lui. Per questo l’autore di «Al-Isaba fi Tamyiz as-Sahaba», l’eminente Ibn Hajar al-Asqalani, basandosi soltanto su tale supposizione — poiché non lo si trova menzionato né durante il conflitto tra Ali e Muawiya, che Allah sia soddisfatto di entrambi, né durante il califfato dell’emiro Muawiya — collocò la sua morte verso la fine del califfato di Uthman. (Al-Isaba, 3/6). Tuttavia, da una narrazione del Musnad dell’imam Ahmad ibn Hanbal si apprende che tra l’emiro Muawiya, che Allah sia soddisfatto di lui, e i Romani fu stipulato un accordo. A causa di tale accordo, l’emiro Muawiya non poteva attaccare i Romani fino a un determinato momento. Ma Hazrat Muawiya progettò che il suo esercito raggiungesse il confine romano e che, nel frattempo, il periodo di validità dell’accordo terminasse. Dopodiché il suo esercito avrebbe lanciato immediatamente l’attacco. In quel momento Amr ibn Abasa andava gridando: «Rispettate il patto, non ingannate!». Da questa narrazione si comprende che egli era ancora vivo fino al califfato dell’emiro Muawiya. Tuttavia, se si considera corretta l’opinione dell’autore di «Al-Isaba», questo episodio sarebbe avvenuto durante il califfato di Uthman, quando Hazrat Muawiya era governatore della Siria. Anche allora egli ebbe scontri con i Romani.

Hazrat Amr ibn Abasa, che Allah sia soddisfatto di lui, non ebbe molte occasioni di godere della vicinanza o della compagnia del Messaggero di Allah ﷺ. Tuttavia, cercò di sfruttare pienamente il poco tempo di cui aveva beneficiato. Ne troviamo la prova nel suo primo incontro con il Messaggero ﷺ a Medina. Egli lo supplicò: «Insegnami ciò che Allah ti ha insegnato». Per questo, nonostante il periodo così breve di compagnia, nelle raccolte di hadith si trovano complessivamente quarantotto hadith da lui narrati.

Tra i Compagni, Ibn Masud, Abu Umama al-Bahili, Sahl ibn Sad; e tra i tabi‘in, Shurahbil ibn Samat, Sa‘dan ibn Abi Talha, Sulaym ibn Amir, Abd ar-Rahman ibn Amir, Zubayr ibn Nafir, Abu Salam e altri hanno narrato hadith da lui. (Al-Isaba, 3/5).

Abū Nuʿaym ha narrato un episodio riferito da un mawla di Kaʿb, cioè da uno schiavo affrancato. Egli raccontò: «Un giorno ʿAmr ibn ʿAbasa andò a pascolare gli animali. A mezzogiorno uscii per cercarlo. Vidi ʿAmr addormentato in un luogo, mentre una nuvola gli faceva ombra. Lo svegliai. Quando si destò, mi disse: “Che questa faccenda rimanga segreta tra me e te. Non ti conviene rivelarla a nessun altro”. Non riferii questa cosa a nessuno finché egli rimase in vita». (al-Iṣāba, 3/6)

Al-Walīd ibn al-Walīd ibn al-Mughīra (che Allah sia soddisfatto di lui)

Il suo nome era al-Walīd e suo padre era al-Walīd ibn al-Mughīra. Apparteneva al clan Banū Makhzūm della tribù dei Quraysh. Era fratello del celebre Compagno e comandante Ḵālid ibn al-Walīd e di Hishām ibn al-Walīd. Secondo una narrazione, era fratello germano di Hishām e fratellastro di Ḵālid. Durante il periodo meccano del venerabile Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui), al-Walīd non aveva abbracciato l’Islam. I libri della Sīra non riportano molti particolari sul suo comportamento verso i musulmani in quel periodo. È tuttavia noto che combatté contro i musulmani nella battaglia di Badr, schierandosi con l’esercito qurayshita della Mecca, e che, dopo la sconfitta, fu fatto prigioniero da ʿAbd Allāh ibn Jaḥsh — secondo un’altra versione, da Sulayṭ ibn Qays — (che Allah sia soddisfatto di lui). (Ansāb al-ashrāf, 1/302)

Gli altri due fratelli di al-Walīd, Ḵālid ibn al-Walīd e Hishām ibn al-Walīd, vennero per riscattarlo. ʿAbd Allāh ibn Jaḥsh chiese un riscatto di quattromila dirham. Di fronte al pagamento di una somma così ingente, Ḵālid mostrò esitazione. Hishām si adirò molto e gli disse: “Che ti succede? Non sei forse più suo fratello?”. Disse che, anche se ʿAbd Allāh avesse chiesto una somma ancora maggiore, avrebbero dovuto liberarlo. Lo storico al-Wāqidī afferma: “Al-Walīd fu fatto prigioniero mentre seguiva la religione del suo popolo e fu liberato in cambio di quattromila dirham”. Secondo un’altra narrazione, il venerabile Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) chiese, in cambio della liberazione di al-Walīd, lo scudo, l’armatura e la spada di suo padre. I suoi fratelli soddisfecero tale richiesta e lo liberarono. (Ansāb al-ashrāf, 1/210)

Dopo essere stato liberato, al-Walīd si mise in viaggio verso Mecca insieme ai suoi fratelli. Quando giunsero in un luogo chiamato Dhū al-Ḥulayfa, egli fuggì da loro e tornò nuovamente a Medina, dal Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui), abbracciando l’Islam. I suoi fratelli tornarono a incontrarlo e gli dissero: “Se desideravi diventare musulmano, perché non lo hai fatto prima che pagassimo il riscatto? Hai fatto distruggere inutilmente i ricordi di nostro padre”. Al-Walīd rispose loro: “Come gli altri Quraysh, anch’io desideravo pagare il riscatto e ottenere la libertà. Non dichiarai l’Islam prima della mia liberazione affinché i Quraysh non potessero dire: ‘Ha abbracciato l’Islam per paura di pagare il fidya, cioè il riscatto’”.

Dopo aver abbracciato l’Islam, egli si rimise in viaggio verso Mecca insieme ai suoi fratelli. Durante il viaggio, i suoi fratelli non gli dissero nulla di particolare. Tuttavia, una volta giunti a Mecca, lo fecero prigioniero come gli altri musulmani perseguitati e lo rinchiusero in una stessa stanza insieme ad altri prigionieri come lui: ʿAyyāsh ibn Rabīʿa, Hishām ibn al-ʿĀṣ, Salama ibn Hishām e altri.

Gli storici hanno riferito che i Quraysh sottoponevano quei prigionieri a torture disumane. Venivano anche minacciati di morte.

Al-Kalbī afferma: “A causa della loro conversione all’Islam, fu punita una comunità debole, priva di forza tribale e di uomini a sostenerla. Molti di loro abbandonarono la religione, mentre numerose persone di famiglie nobili abbracciarono l’Islam e furono sottoposte a prove. Tra questi vi erano Salama ibn Hishām ibn al-Mughīra, al-Walīd ibn al-Walīd ibn al-Mughīra, ʿAyyāsh ibn Rabīʿa e altri”. (Ansāb al-ashrāf, 1/19)

Ibn Ishaq dice: quando Walid ibn Walid ibn Mugira abbracciò l’Islam, un gruppo di uomini dei Banu Makhzum si recò da suo fratello Hisham ibn Walid ibn Mugira e gli chiese di consegnare loro Walid affinché lo uccidessero. La loro motivazione era che, uccidendolo, avrebbero potuto sentirsi al sicuro riguardo agli altri. Hisham respinse con grande fermezza la loro richiesta e recitò una poesia. Minacciò inoltre che, se qualcuno avesse ucciso suo fratello Walid, egli avrebbe ucciso, per vendetta, la persona più nobile tra loro. Di fronte a questa minaccia estrema, essi rinunciarono alla speranza di uccidere Walid e se ne andarono. (Sira di Ibn Hisham, 1/321).

Prima della battaglia di Badr, il Messaggero di Allah pregava per la liberazione di Ayyash ibn Rabi’a, Salama ibn Hisham, Hisham ibn As e di altri. Dopo la battaglia di Badr, quando Walid fu fatto prigioniero e si unì a loro, il Messaggero cominciò a pregare menzionando anche il suo nome. Al-Bazzar ha riferito da Abu Hurayra: dopo aver concluso la preghiera con il saluto, il Messaggero alzò la testa e, rivolto verso la qibla, disse: «O Allah, libera Salama ibn Hisham, Ayyash ibn Rabi’a, Walid ibn Walid e quei musulmani deboli che non sono in grado di escogitare alcun espediente e non conoscono alcun mezzo». Secondo un’altra narrazione, il Messaggero recitava questa supplica durante la preghiera dell’alba. (La vita dei Compagni, 3/348).

Trascorse diversi giorni in prigionia. Un giorno, approfittando dell’occasione, riuscì a fuggire a Medina. Il Messaggero di Allah gli chiese notizie di Ayyash e Salama. Walid rispose che venivano torturati e che un’unica catena era stata fissata ai piedi di entrambi. Il Messaggero gli disse: «Torna alla Mecca. Là un fabbro ha abbracciato l’Islam. Prima recati da lui e alloggia presso di lui. Poi incontra segretamente Ayyash e Salama e di’ loro: sono il mio rappresentante; venite con me».

Seguendo le istruzioni del Messaggero, Walid giunse alla Mecca, incontrò Ayyash e Salama e riferì loro il messaggio del Messaggero. Come previsto dal piano, essi fuggirono dalla Mecca e si diressero verso Medina. Khalid ibn Walid si mise al loro inseguimento, ma, non riuscendo a raggiungerli, tornò alla Mecca.

Nel frattempo, Walid e i suoi due compagni, stremati dal viaggio incessante e da un’angoscia ignota, stavano per crollare dalla fatica. In quel momento egli continuava a ripetere un verso poetico: «O miei due piedi! Conducetemi fino alla mia gente. Dopo il giorno d’oggi non mi vedrete mai più ozioso».

Quando cadde in un luogo chiamato Ajbas, un dito rimase gravemente ferito e cominciò a sanguinare. Rivolgendosi al dito ferito, continuava a recitare un verso: «Oh tu, non sei altro che un dito dal quale è sgorgato del sangue,

tutto ciò che hai ottenuto è per la causa di Allah». (Ansab al-Ashraf, 1/209-210)

In conformità con il trattato di Hudaybiyya, nel settimo anno dell’Egira il Messaggero di Allah si recò alla Mecca per compiere l’umra compensativa dell’anno precedente. In quel momento Walid era suo compagno di viaggio. Suo fratello Khalid ibn Walid non aveva ancora abbracciato l’Islam. A questo proposito Khalid ibn Walid racconta: «Dopo il trattato di Hudaybiyya, mentre ero tormentato da un profondo conflitto interiore e dall’indecisione, nel settimo anno dell’Egira, nel mese di Dhu al-Qi’da, il Messaggero di Allah entrò alla Mecca con l’intenzione di compiere l’“Umrat al-Qada”. Mi nascosi per timore di imbattermi in qualcuno di loro. Non incontrai nessuno di loro. Mio fratello Walid ibn Walid era compagno del Messaggero in quel viaggio. Non riuscendo a trovarmi, mi scrisse una lettera. Il contenuto della lettera era il seguente: “Nel nome di Allah, il Misericordioso, il Compassionevole. Dopo questo, mi sembri davvero una persona sorprendente per il tuo atteggiamento così ostile nei confronti dell’Islam, sebbene tu sia un uomo dotato di grande intelligenza e saggezza. Può forse una persona come te essere ignorante riguardo all’Islam? Il Messaggero mi chiedeva di te: ‘Dov’è Khalid?’. Io risposi: ‘Presto Allah lo condurrà qui’. Allora egli disse: ‘Può forse una persona come lui essere ignorante riguardo all’Islam? Se la sua intelligenza e i suoi sforzi fossero stati a favore dei musulmani, ciò gli avrebbe procurato beneficio e io gli avrei attribuito un onore maggiore che agli altri. Fratello, vieni subito a partecipare all’opera buona che ti è sfuggita’». In sostanza, dopo aver ricevuto questa lettera, Khalid ibn Walid decise di abbracciare l’Islam e, dopo pochi giorni, si mise in viaggio verso Medina. (La vita dei Compagni, 1/160; Usd al-Ghaba, 5/93).

Riguardo al momento della morte di Hazrat Walid ibn Walid si tramandano due versioni. Secondo una di esse, dopo aver liberato Ayyash e Salama e aver fatto ritorno a Medina, egli morì dopo pochi giorni. Secondo questa versione, giunto a Medina, si recò direttamente dal Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui, e disse: «O Messaggero di Allah, sto per morire; avvolgimi nel sudario usando un tuo vecchio indumento». Poi morì e il Messaggero di Allah lo avvolse nel proprio indumento. (Al-Isaba, 3/640; Ansab al-Ashraf, 1/210-211).

Tuttavia, la versione sopra riportata non sembra corretta. Infatti, da diverse narrazioni risulta che egli partecipò con il Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui, all’adempimento della «Umrat al-Qada» nel settimo anno dell’Egira. L’illustre Ibn Abd al-Barr ha scritto: «È corretto che egli partecipò con il Messaggero di Allah alla Umrat al-Qada». La Umrat al-Qada ebbe luogo verso la fine del settimo anno dell’Egira. D’altra parte, dalla prima versione si comprenderebbe che egli morì nel quinto anno dell’Egira, due anni prima della Umrat al-Qada.

Inoltre, al-Waqidi ha detto: «Alcuni ritengono che Walid fuggì dalla Mecca e si unì al gruppo di Abu Basir». Va ricordato che Abu Basir giunse a Medina dopo il trattato di Hudaybiyya. In base alle condizioni del trattato, il Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui, lo rimandò alla Mecca. Tuttavia, lungo il cammino egli uccise uno dei suoi compagni e tornò nuovamente dal Messaggero di Allah a Medina. Il Messaggero gli ordinò di lasciare Medina. Abu Basir lasciò Medina e si recò nella zona costiera del Mar Rosso. In seguito, altri giovani recentemente convertiti all’Islam provenienti dalla Mecca si unirono a lui. Essi attaccavano e depredavano le carovane commerciali dei Quraysh. Di conseguenza, i commerci dei Quraysh rischiarono quasi di cessare. Alla fine, non trovando altra soluzione, i Quraysh chiesero al Messaggero di Allah di far tornare questo gruppo a Medina. Il Messaggero di Allah li invitò allora a recarsi a Medina. (Ansab al-Ashraf, 1/210-211).

Tuttavia, al-Baladhuri non ritenne corretta questa versione. Comunque sia, nei libri della sira non si trova alcuna prova che egli fosse ancora vivo dopo l’ottavo anno dell’Egira.

La Madre dei Credenti, Hazrat Umm Salama, era cugina di Walid ibn Walid. Dopo la morte di Walid, ella disse al Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui: «O Messaggero di Allah, egli è morto in terra straniera. Qui non c’è nessuno che possa piangerlo». Il Messaggero di Allah le diede il permesso di compiangerlo. Ottenuto il permesso, Umm Salama preparò del cibo e invitò le altre donne del quartiere. Hazrat Umm Salama iniziò a recitare un marsiya, cioè un’elegia funebre. I suoi due versi erano i seguenti:

«O occhi, piangete Walid ibn Walid ibn al-Mughira. Tra noi egli era, nel tempo della siccità, pioggia e misericordia. Per nome e gloria era simile a suo padre. Da solo era sufficiente per il suo clan».

Non appena udì l’elegia, Hazrat Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui, esclamò: «Umm Salama, invece di dire questo, di’: “In verità, l’agonia della morte verrà. Ed è proprio da essa che avete sempre chiesto di essere liberati”». (Sura Qaf, 19). (Ansab al-Ashraf, 1/210-211; Al-Isaba, 3/640).

Ibn Hisham dice: «Mi è giunto da Mujahid, il quale ha detto che il seguente versetto della Sura al-Fath fu rivelato riguardo a Walid ibn Walid, Salama ibn Hisham, Ayyash ibn Rabia, Abu Jandal ibn Suhayl e ad altri che si trovavano nella loro stessa condizione: “Vi sarebbe stato ordinato di combattere, se non vi fossero stati uomini e donne credenti che voi non conoscevate. Li avreste calpestati senza saperlo, e per causa loro avreste subito un danno”».

(Sura al-Fath, 25) (Sīrat Ibn Hishām, 2/321).

Salama ibn Hisham, che Allah sia soddisfatto di lui:

Il suo nome era Salama, e il suo kunyah Abū Hāshim. Suo padre era Hishām ibn al-Mughīra e sua madre Dābāya bint ʿĀmir. Era il fratello di Abū Jahl, acerrimo nemico dell’Islam.

Il dottor Muhammad Hamidullah ha narrato una storia sorprendente della vita preislamica di Dābāya bint ʿĀmir, madre di Salama. Al-Haytham e Ibn al-Kalbī hanno narrato: Muṭṭalib ibn Abī Wadāʿa disse a Ibn ʿAbbās: Dābāya bint ʿĀmir era la moglie di Ḥawza ibn ʿAlī. Quando Ḥawza morì, Dābāya ricevette una grande ricchezza in eredità. In seguito tornò presso la tribù paterna. Là ʿAbdullāh ibn Judʿān al-Taymī mandò al padre di Dābāya una proposta di matrimonio per lei. Suo padre accettò e la diede in sposa a ʿAbdullāh.

A quel punto il padre di Dābāya disse: «Io l’ho data in sposa a Ibn Judʿān». Ḥuzn allora giurò: «Se Dābāya andrà da Ibn Judʿān, la ucciderò davanti a suo marito».

Il padre di Dābāya riferì l’accaduto a Ibn Judʿān. Ibn Judʿān, a sua volta, fece sapere che, se egli avesse agito secondo la pretesa del cugino di Dābāya, alla fiera di ʿUkāẓ sarebbe stato innalzato contro di lui il vessillo dell’accusa di violazione del patto. Quando il padre di Dābāya riferì la questione a suo cugino, questi si mostrò più conciliante e ritirò la propria pretesa. Dābāya fu mandata da Ibn Judʿān. Rimase con lui per tutto il tempo che Allah volle. Dābāya era una giovane di straordinaria bellezza. Durante la sua vita coniugale con Ibn Judʿān, un giorno, mentre compiva il ṭawāf intorno alla Kaʿba a Mecca, fu notata da Hishām ibn al-Mughīra. Hishām rimase affascinato dalla bellezza di Dābāya. I due parlarono per qualche tempo nel recinto della Kaʿba; a un certo punto Hishām disse: «Dābāya! Con questa bellezza e questa giovinezza, vivi nella casa di un vecchio? Se riuscirai a ottenere il divorzio da lui, ti sposerò».

Tornata a casa, Dābāya disse al marito Ibn Judʿān: «Io sono una donna giovane, mentre tu sei vecchio». Ibn Judʿān disse: «Perché dici questo? Ho saputo che durante il ṭawāf Hishām ti ha parlato. Non sposerai Hishām: finché non mi prometterai questo, non ti concederò il divorzio. Dovrai inoltre promettermi che, se lo sposerai, adempirai a queste mie condizioni: 1. compiere il ṭawāf intorno alla Kaʿba nuda; 2. sacrificare questo determinato numero di cammelli; 3. filare questa determinata quantità di lana».

Dābāya riferì queste condizioni a Hishām. Hishām disse: «Quanto alla prima condizione, ne parlerò con i Quraysh e farò sgomberare completamente il recinto della Kaʿba. Nell’oscurità dell’ultima parte della notte completerai da sola, nuda, il ṭawāf. Nessuno avrà l’occasione di vederti. Quanto ai cammelli, li sacrificherò io per te. E per ciò che riguarda il filare, non è una pratica religiosa: sono stati i Quraysh a introdurla. Le donne mie vicine svolgeranno questo lavoro per te». Ottenuta la promessa di Hishām, Dābāya disse al marito Ibn Judʿān: «Accetto le tue condizioni. Se sposerò Hishām, adempirò a tutte queste condizioni». Così ottenne il divorzio da Ibn Judʿān e sposò Hishām. Quando Hishām, dopo aver parlato con i Quraysh, fece sgomberare il recinto della Kaʿba, Dābāya compì il ṭawāf intorno alla Kaʿba nuda. Al-Kalbī disse: Muṭṭalib ibn Abī Wadāʿa raccontò: «Allora ero un ragazzo. Guardavo di nascosto attraverso una porta della moschea. Vidi Dābāya togliersi i vestiti. Per una settimana compì il ṭawāf recitando un versetto». Anche le altre due condizioni furono adempiute da Hishām. Da Hishām nacque Salama ibn Hishām, figlio di Dābāya. In seguito, questo Salama divenne un musulmano eccellente e provato. Durante la vita coniugale di Dābāya con Hishām, morì il suo precedente marito, ʿAbdullāh ibn Judʿān. Udendo la notizia della sua morte, Dābāya commentò: «Era un marito straordinario per una donna araba». Poco tempo dopo, quando morì Hishām, Dābāya rimase vedova.

In seguito, Dābāya abbracciò l’Islam. Nel frattempo anche suo figlio Salama, divenuto adulto, abbracciò l’Islam. Il Nobile Messaggero di Dio propose a Salama di sposare sua madre. Salama consultò sua madre e, notando in lei una certa riluttanza, lo comunicò al Messaggero di Dio, che ritirò la proposta. (Anṣāb al-Ashrāf, vol. 1, a cura del dott. Hamidullah, nota n. 3, pp. 460-461).

Salama abbracciò l’Islam già agli inizi della predicazione islamica alla Mecca. Emigrò in Abissinia. Dopo avervi soggiornato per qualche tempo, tornò anch’egli alla Mecca insieme a molti altri emigrati. Molti ritornarono nuovamente in Abissinia. Anche Salama desiderava andarvi, ma Abū Jahl glielo impedì. Cominciò a torturarlo: lo tennero affamato e lo picchiarono continuamente. Tuttavia, tutti i loro tentativi fallirono. A quel tempo l’Islam non aveva ancora acquisito una forza significativa e il Messaggero di Dio non era in grado di prestare alcun aiuto. Dopo la preghiera, tuttavia, pregava così per Salama e per gli altri perseguitati come lui: «O Allah, libera al-Walīd ibn al-Walīd, Salama ibn Hishām e ʿAyyāsh ibn Rabīʿa dalla durezza dei politeisti della Mecca». Nella biografia di al-Walīd sono narrati dettagliatamente la liberazione di Salama e il suo esodo a Medina.

La battaglia di Badr si concluse mentre egli era prigioniero dei miscredenti alla Mecca. Dopo la battaglia di Badr, secondo un’altra opinione dopo quella del Fossato, giunse a Medina. Dopo il suo arrivo a Medina partecipò a tutte le battaglie che ebbero luogo. Nella battaglia di Muʾta fu uno di coloro che fuggirono dal campo sotto il violento attacco delle forze nemiche. Per questa vergogna e questo rimorso, in seguito smise quasi del tutto di uscire di casa. Ibn Isḥāq riferisce da Umm Salama, Madre dei Credenti, che ella chiese alla moglie di Salama ibn Hishām: «Che cosa è successo a Salama? Perché non lo vedo unirsi alla preghiera comunitaria insieme al Messaggero di Dio e ai musulmani?». La moglie di Salama rispose: «Per Allah, non riesce proprio a uscire. Non appena esce, la gente lo vede e comincia a gridare: “Yā furrār, farartum fī sabīlillāh! O fuggiaschi, siete fuggiti dalla via di Allah!”». Per questo rimane in casa e non va da nessuna parte. (Sīrat Ibn Hishām, 2/382-383).

Il Nobile Messaggero di Dio lo chiamava “Karrār”, cioè «colui che attacca con veemenza». (Al-Iṣāba, 2/69).

Durante il califfato di Abū Bakr al-Ṣiddīq partecipò alla spedizione in Siria. Nel corso di questa spedizione, durante il califfato di ʿUmar, cadde martire nella battaglia chiamata “Marj al-Ṣuffar” o “Marj al-Rūm”, combattuta nel mese di Muḥarram dell’anno 14 dell’Egira. Tuttavia, secondo ʿUrwa, Mūsā ibn ʿUqba e Abū Zurʿa al-Dimashqī, fu martirizzato nella battaglia di Ajnādayn. (Al-Iṣāba, 269).

La madre di Salama, Dābāya, disse in una poesia: «O Signore della nobile Kaʿba, non vi è alcuna preoccupazione. Rendi Salama vittorioso contro ogni nemico. Nelle imprese incerte, le sue due mani: una si manifesta e l’altra è generosa». (Anṣāb al-Ashrāf, 1/208).

ʿĀmir ibn Rabīʿa, che Allah sia soddisfatto di lui

Il suo nome era ʿĀmir, la sua kunya Abū ʿAbdillāh e suo padre era Rabīʿa. Il suo clan era legato al padre di ʿUmar, al-Khaṭṭāb, da un rapporto di walāʾ, cioè da un’alleanza contrattuale. Al-Khaṭṭāb gli voleva talmente bene da accoglierlo come un figlio. Per questo, agli inizi, fu conosciuto come ʿĀmir ibn al-Khaṭṭāb, cioè «ʿĀmir, figlio di al-Khaṭṭāb». Quando però il Corano abolì questa consuetudine e ordinò a ogni persona di identificarsi con il nome del proprio padre biologico, anche ʿĀmir fu conosciuto, invece che con quello di al-Khaṭṭāb, con il nome del suo vero padre, Rabīʿa.

A causa del rapporto sopra menzionato, tra Ḥazrat ʿĀmir e Ḥazrat ʿUmar esistette fino alla fine della loro vita una relazione estremamente cordiale. Durante il viaggio di Ḥazrat ʿUmar a Bayt al-Maqdis, Ḥazrat ʿĀmir fu suo compagno di viaggio. Nell’anno in cui Ḥazrat ʿUmar, dopo aver nominato ʿUthmān come suo successore, si recò al pellegrinaggio, anche ʿĀmir era con lui.

Ḥazrat ʿĀmir fu uno di quei fortunati che, agli inizi dell’Islam, prima che Ḥazrat il Nobile Messaggero ﷺ trovasse rifugio nella casa di Ḥazrat al-Arqam ibn Abī al-Arqam, risposero all’appello del Messaggero di Allah ﷺ e abbracciarono l’Islam. A causa dello scontro tra lo shirk e il tawḥīd, nonché delle persecuzioni e delle violenze inflitte dai miscredenti, neppure lui poté vivere pacificamente alla Mecca. Insieme alla moglie, Ḥazrat Laylā, emigrò due volte in Abissinia alla ricerca di pace e sicurezza. Ibn Isḥāq ha narrato: la moglie di ʿĀmir disse: «Ci stiamo preparando a emigrare in Abissinia. ʿĀmir uscì di casa per una necessità. In quel momento ʿUmar venne e si fermò davanti a me. Anche allora era ancora dedito allo shirk. Eravamo maltrattati da lui. ʿUmar mi disse: “Madre di ʿAbdullāh, che succede? Vi state preparando a partire?”. Risposi: “Sì, andremo da una terra di Allah a un’altra terra. Ci avete fatto molto soffrire e ci avete oppressi. Vedremo se Allah ci aprirà una via”. ʿUmar disse: “Che Allah renda benedetta la vostra giornata”. La moglie di ʿĀmir continuò: “Quel giorno vidi ʿUmar così mite come non lo avevo mai visto prima. ʿUmar se ne andò. La nostra partenza lo addolorò profondamente. Quando ʿĀmir tornò a casa, gli dissi: ‘Padre di ʿAbdullāh, se solo avessi visto poco fa la tristezza di ʿUmar e la sua compassione per noi!’. ʿĀmir disse: ‘Speri che accetti l’Islam?’. Risposi: ‘Sì’. Egli disse: ‘L’asino di al-Khaṭṭāb può anche accettare l’Islam, ma quello che hai visto tu non lo accetterà’». (Ḥayāt al-Ṣaḥāba, 1/356).

Dopo essere tornato dall’Abissinia alla Mecca, Ḥazrat ʿĀmir emigrò nuovamente a Medina insieme alla moglie. Ibn Isḥāq dice: «Tra gli emigranti, dopo Abū Salama, i primi ad arrivare a Medina furono ʿĀmir ibn Rabīʿa e ʿAbdullāh ibn Jaḥsh». (Ḥayāt al-Ṣaḥāba, 1/363). Secondo molti, ciò non è corretto: prima di loro arrivarono a Medina diverse altre persone. È tuttavia vero che sua moglie, Ḥazrat Laylā, fu la prima donna a emigrare dalla Mecca a Medina.

Fu al fianco del Messaggero ﷺ in tutte le battaglie, tra cui Badr, Uḥud e al-Khandaq. Partecipò inoltre anche alle piccole spedizioni. Adempié con successo al compito di diffondere la parola di Allah, mettendo a repentaglio la propria vita. Spesso raccontava con orgoglio a suo figlio ʿAbdullāh ibn ʿĀmir le proprie gloriose imprese. Una volta disse nel corso di una conversazione: «Il Messaggero ﷺ ci mandava in spedizione. A causa della povertà, ci dava come provviste soltanto pochi datteri. All’inizio ne ricevevamo una manciata ciascuno, poi diminuivano gradualmente, fino a ridursi a un solo dattero». Ḥazrat ʿAbdullāh chiese con stupore: «Come potevate andare avanti con un solo dattero?». Egli rispose: «Figlio mio, non dirlo in questo modo. Quando i datteri finivano, arrivavamo a desiderare ardentemente persino quel singolo dattero».

Verso la fine del califfato di Ḥazrat ʿUthmān, quando la fitna e i conflitti interni raggiunsero il culmine, Ḥazrat ʿĀmir si ritirò in solitudine. Trascorreva tutto il tempo, giorno e notte, nel digiuno, nella preghiera e nell’adorazione. Una volta era immerso nell’adorazione fino a tarda notte, quando fu colto da un po’ di sonnolenza. In sogno vide qualcuno dirgli: «Alzati e invoca Allah in preghiera, affinché ti salvi da questa fitna, così come ha salvato gli altri Suoi pii servi». Ḥazrat ʿĀmir si alzò immediatamente e si mise seduto. Dopo questo episodio, aumentò ancora di più il suo isolamento e la sua dedizione all’adorazione. Da allora nessuno lo vide più uscire di casa. In questa condizione si ammalò e morì pochi giorni dopo il martirio di Ḥazrat ʿUthmān. A causa del suo estremo isolamento, nessuno seppe quando si fosse ammalato né quando fosse morto. Quando improvvisamente videro il suo funerale, la gente rimase stupita.

Muṣʿab ibn al-Zubayr dice che ʿĀmir morì nell’anno 32 dell’Egira. Secondo Abū ʿUbayda, morì nell’anno 37 dell’Egira. Al-Wāqidī afferma che morì poco tempo dopo il martirio di Ḥazrat ʿUthmān. (Al-Iṣāba, 2/249).

Tramite Ḥazrat ʿAbdullāh ibn ʿUmar, ʿAbdullāh ibn al-Zubayr, Abū Umāma ibn Sahl e altri, egli narrò gli ḥadīth del Messaggero ﷺ, riportati in varie raccolte di ḥadīth, tra cui quelle di al-Bukhārī e Muslim.

È narrato da ʿĀmir ibn Rabīʿa. Un uomo arabo venne da lui. ʿĀmir gli mostrò grande rispetto. Quell’uomo raccontò il fatto al Messaggero ﷺ. Poi tornò da ʿĀmir e gli disse: «Ho chiesto al Messaggero ﷺ la proprietà di una valle, di cui in Arabia non esiste una migliore. Avevo intenzione di donartene una parte, affinché fosse utile a te e alle generazioni successive». ʿĀmir disse: «Non ho alcun bisogno di quella terra». In relazione a questo episodio fu rivelato il seguente versetto del Corano: «Si è avvicinato per gli uomini il momento del loro rendiconto, eppure essi continuano a rifiutare, distratti». (Sūra al-Anbiyāʾ, 1). ʿĀmir diceva: «Questo versetto ci rende distaccati dal mondo terreno». (Al-Iṣāba, 2/251-252).

Uthman ibn Talha (ra)

Il suo nome era Uthman, suo padre si chiamava Talha ibn Abi Talha e sua madre Umm Sa’id Salama. Apparteneva al ramo Banu Amr della tribù Quraysh della Mecca. Nell’epoca della jahiliyya era hajib, cioè custode e amministratore della sacra Kaaba, nonché guardiano della sua chiave. Continuò a svolgere questo incarico anche nell’epoca islamica. (Usud al-Ghaba, 3/372).

Il padre di Uthman ibn Talha, Talha, i suoi tre fratelli Musafi, Kilab e Harith, e suo zio Uthman ibn Abi Talha furono uccisi dai musulmani nella battaglia di Uhud mentre erano ancora miscredenti. Suo padre Talha si scontrò con Ali (ra). Ali (ra), con un solo colpo di spada, lo mandò all’Inferno. (Sira di Ibn Hisham, vol. 1, nota n. 3, p. 470).

Non si sa molto della vita di Uthman ibn Talha prima dell’Islam. Le fonti storiche non riportano quasi nulla neppure riguardo alla sua eventuale partecipazione alle persecuzioni e alle torture inflitte ai musulmani alla Mecca prima della sua conversione. Si conosce tuttavia un episodio: dopo aver abbracciato segretamente l’Islam nella Dar al-Arqam alla Mecca, Mus’ab ibn Umayr (ra) pregava di nascosto. Un giorno Uthman ibn Talha lo vide e riferì la cosa a sua madre e alla sua tribù. Di conseguenza, essi imprigionarono Mus’ab e lo sottoposero a torture. (Hayat al-Sahaba, 1/301).

Nel trattare l’emigrazione di Umm Salama (ra) dalla Mecca a Medina, gli esperti di sira hanno menzionato ripetutamente il nome di Uthman ibn Talha. In breve, l’episodio fu il seguente: quando Umm Salama (ra), dopo essere stata liberata dalle mani dei Quraysh della Mecca, partì da sola verso Medina per ricongiungersi al marito Abu Salama (ra), giunse a Tan’im, nei pressi della Mecca. A quel punto Uthman ibn Talha le venne incontro e le chiese: «Figlia di Abu Umayya, dove stai andando?». Ella rispose: «Da mio marito, a Medina». Uthman domandò: «Non c’è nessun altro con te?». Umm Salama rispose: «Nessuno, oltre a questo mio figlioletto, Salama». Allora Uthman prese la corda del cammello di Umm Salama e cominciò a condurlo. Quando giunsero al villaggio dei Banu Amr ibn Awf, a Quba, alla periferia di Medina, disse a Umm Salama: «Entra nel nome di Allah; tuo marito è qui». Detto ciò, Uthman riprese la strada per la Mecca. (Sira di Ibn Hisham, 1/469-70).

Quando Umm Salama (ra) emigrò a Medina, Uthman non era ancora musulmano.

Vi sono opinioni divergenti riguardo al momento in cui Uthman ibn Talha abbracciò l’Islam. Secondo alcuni, ciò avvenne al tempo della tregua di Hudaybiyya; secondo altri, nell’ottavo anno dell’Egira; secondo altri ancora, il giorno della conquista della Mecca. In alcune narrazioni si racconta che, prima della conquista della Mecca, nell’ottavo anno dell’Egira, quando decisi di recarmi a Medina con Khalid ibn al-Walid e Amr ibn al-As per abbracciare l’Islam, pensai tra me: «Con chi andrò dal Messaggero (s.a.w.s.)?». Ne parlai con Safwan ibn Umayya. Egli respinse con fermezza la mia proposta e disse: «Anche se nessuno mi accompagnasse, non diventerei mai suo seguace». Poi andai da Ikrima ibn Abi Jahl e gli dissi la stessa cosa. Anche lui mi rispose come Safwan. In seguito incontrai Uthman ibn Talha e gli dissi: «La nostra situazione è ora come quella di una volpe che si trova in una tana mentre vi viene versata dell’acqua. Prima o poi dovrà certamente uscirne». Uthman comprese le mie parole, le approvò ed espresse la stessa intenzione. Dissi: «Domani partirò all’alba per Medina». Decidemmo quindi che il mattino seguente saremmo giunti separatamente in un luogo chiamato Yazuj, a tre miglia dalla Mecca, e da lì avremmo proseguito insieme. Chi fosse arrivato prima avrebbe aspettato l’altro. Prima dell’alba raggiungemmo Yazuj e ci mettemmo in viaggio. Giunti in un luogo chiamato Hadda, incontrammo Amr ibn al-As. Parlando con lui, scoprimmo che era partito con il nostro stesso intento. Così noi tre arrivammo insieme a Medina e ci presentammo al Messaggero di Allah (s.a.w.s.). Prima io, poi Uthman e Amr prestammo giuramento di fedeltà nelle mani del Messaggero di Allah (s.a.w.s.). Era il mese di Safar dell’ottavo anno dell’Egira. (Hayat al-Sahaba, 1/161-62). Il poeta Abd Allah ibn Zab’ari compose allora una qasida per dare il benvenuto alla conversione all’Islam di Talha; Ibn Hisham ne raccolse una parte nella sua opera di sira (Sira, 2/278). Secondo un’altra narrazione, Uthman abbracciò l’Islam al tempo della tregua di Hudaybiyya e si recò a Medina con Khalid e Amr. (Al-Isaba, 3/460). D’altra parte, varie narrazioni relative alla conquista della Mecca fanno comprendere che Uthman abbracciò l’Islam proprio quel giorno, dopo aver ricevuto dal Messaggero (s.a.w.s.) la chiave della Kaaba. A questo punto può sorgere spontaneamente una domanda: dopo la conquista della Mecca, il Messaggero (s.a.w.s.) avrebbe potuto affidare la chiave della Kaaba a un non musulmano? Il fatto che gli abbia consegnato la chiave fa capire che egli aveva abbracciato l’Islam in precedenza. Anche in tal caso, però, sorge una domanda: già prima della conquista della Mecca la chiave della Kaaba era in possesso di Uthman. Era possibile che, prima della conquista della Mecca, la chiave della Kaaba fosse nelle mani di un musulmano e che i Quraysh lo accettassero? Queste domande possono trovare soluzione supponendo che egli si fosse recato precedentemente a Medina con Khalid e Amr, avesse dichiarato la propria adesione all’Islam e poi fosse tornato alla Mecca, senza che tuttavia gli abitanti della Mecca ne fossero forse a conoscenza. (Asahh al-Siyar, 304-306).

Dall’epoca della jahiliyya fino a prima della conquista della Mecca, la responsabilità della custodia della Kaaba e della conservazione della sua chiave era affidata a Uthman. Il giorno della conquista della Mecca, il Messaggero di Allah (s.a.w.s.) gli chiese la chiave per entrare all’interno della Kaaba. Uthman tornò a casa e chiese la chiave a sua madre, ma ella rifiutò di consegnargliela. Probabilmente anche allora sua madre non aveva ancora abbracciato l’Islam. Uthman sguainò la spada, la sollevò e costrinse sua madre a consegnargli la chiave; poi la depose nelle mani del Messaggero di Allah. Il Messaggero (s.a.w.s.) aprì la porta ed entrò nella Kaaba. Anche Uthman era con lui. La porta fu chiusa dall’interno. Dopo aver purificato e ripulito la Kaaba, il Messaggero (s.a.w.s.) uscì. In seguito si sedette nella moschea. Ali (ra) arrivò con la chiave della Kaaba in mano, si fermò davanti a lui e disse: «O Messaggero di Allah, affidaci la chiave. D’ora in poi assegna entrambe le responsabilità, la siqaya e la hijaba (dare da bere ai pellegrini e custodire la Kaaba), ai Banu Hashim».

Saʿīd ibn al-Musayyib racconta: quel giorno ʿAbbās ibn ʿAbd al-Muṭṭalib cercò di impadronirsi della chiave della Kaʿba, ed era sostenuto da alcuni altri membri dei Banū Hāshim. La responsabilità della siqāya, cioè della distribuzione dell’acqua, era già stata affidata ad ʿAbbās.

Di fronte a questa pretesa dei Banū Hāshim, il nobile Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) disse: «Dov’è ʿUthmān ibn Ṭalḥa?». Quando fu chiamato ʿUthmān, il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) gli consegnò la chiave, oppure, secondo un’altra versione, la consegnò a ʿUthmān e a suo cugino Shayba, dicendo: «Questa è la tua chiave. D’ora in poi questa chiave resterà per sempre nelle vostre mani. Chiunque cerchi di strapparvela sarà un oppressore». (Sīrat Ibn Hishām, 2/411-412)

Ibn Saʿd ha scritto: la chiave della Kaʿba era già affidata a ʿUthmān ibn Ṭalḥa. Egli apriva la porta della Kaʿba ogni lunedì e ogni giovedì. Una volta il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) gli chiese di aprire la porta in un altro giorno, ma egli rifiutò con grande fermezza. Quel giorno il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) disse: «O ʿUthmān, verrà un giorno in cui questa chiave sarà nelle mie mani e io la affiderò a chi vorrò». ʿUthmān rispose: «Forse quel giorno l’intera stirpe dei Quraysh sarà scomparsa». Il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) respinse le sue parole e disse: «No; al contrario, quel giorno sarà il giorno della vera gloria e del vero onore dei Quraysh». Perciò, il giorno della conquista della Mecca, quando ʿUthmān stava andando via con la chiave ricevuta dalle mani del Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui), questi lo richiamò e gli ricordò quell’episodio del passato. Allora ʿUthmān disse: «O Messaggero di Allah, certamente tu sei il Messaggero di Allah».

Ancora oggi la chiave della Kaʿba è nelle mani di un membro del clan Shaybī della Mecca. Questo clan Shaybī discende da Shayba ibn ʿUthmān ibn Abī Ṭalḥa, cugino di ʿUthmān ibn Ṭalḥa (che Allah sia soddisfatto di lui). Questo Shayba ibn ʿUthmān abbracciò l’Islam al tempo della battaglia di Ḥunayn. Suo padre, ʿUthmān ibn Abī Ṭalḥa, fu ucciso dalle forze musulmane nella battaglia di Uḥud mentre era ancora miscredente. Sua madre era Umm Jamīl Hind bint ʿUmayr, sorella del celebre Compagno Musʿab ibn ʿUmayr, che ottenne il martirio nella battaglia di Uḥud. Secondo una narrazione dello storico al-Wāqidī, il nobile Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui), il giorno della conquista della Mecca, affidò contemporaneamente la chiave della Kaʿba a Shayba e a ʿUthmān. A quel tempo la chiave era nelle mani di ʿUthmān ibn Ṭalḥa ibn Abī Ṭalḥa. Dopo la sua morte, la ricevette il cugino di ʿUthmān, Shayba ibn ʿUthmān ibn Abī Ṭalḥa. Da allora la chiave della Kaʿba è rimasta nelle mani dei suoi discendenti maschi. (Aṣaḥḥ al-siyar, p. 305).

Dopo la conquista della Mecca, ʿUthmān ibn Ṭalḥa si trasferì a Medina e vi rimase fino alla morte del Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui). Dopo la morte del Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui), tornò nuovamente alla Mecca per svolgere il compito di custode della chiave della Kaʿba, e lì morì nell’anno 42 dell’Egira. Secondo un’altra narrazione, tuttavia, ottenne il martirio nella battaglia di Ajnadayn, all’inizio del califfato del califfo ʿUmar (che Allah sia soddisfatto di lui). (Sīrat Ibn Hishām, 1, nota 3, p. 470).

Una prova dell’educazione, della cortesia e dell’elevata moralità di ʿUthmān ibn Ṭalḥa (che Allah sia soddisfatto di lui) si trova nel racconto dell’emigrazione di Umm Salama. Nel lodarlo, Umm Salama disse: «Per Allah, non ho mai visto in Arabia una persona più cortese di lui. Quando, insieme a me, giungeva a una tappa, faceva sedere il cammello affinché io potessi scendere e si allontanava. Quando scendevo dalla lettiga del cammello e mi spostavo un poco lontano, egli tornava, legava il cammello a un albero e si sdraiava sotto un albero, a una certa distanza da me. Quando era di nuovo il momento di partire, preparava il cammello e lo conduceva vicino a me, poi si allontanava e diceva: “Monta sul cammello”. Dopo che mi ero sistemata bene sul dorso del cammello, tornava, ne prendeva le redini e iniziava a camminare. In questo modo mi condusse fino a Medina». (Sīrat Ibn Hishām, 1/469-470) (Ḥayāt al-Ṣaḥāba, 1/358-359). Questa era la manifestazione concreta della moralità di ʿUthmān ibn Ṭalḥa (che Allah sia soddisfatto di lui) nella sua vita prima dell’Islam.

Ḥajjāj ibn Ilāṭ (che Allah sia soddisfatto di lui)

Il suo nome era Ḥajjāj; la sua kunya, cioè il soprannome, era Abū Qilāba, oppure, secondo un’altra versione, Abū Muḥammad o Abū ʿAbd Allāh. Suo padre era Ilāṭ ibn Khālid. Apparteneva alla tribù dei Banū Sulaym.

Ibn Saʿd racconta che, quando il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) si trovava a Khaybar, egli si recò al suo cospetto e abbracciò l’Islam. In seguito si stabilì a Medina. È narrato da Ibn Shihab che fu il primo uomo a riconoscere come veritiera la profezia del Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) e a mandargli un messaggero. (Al-Isaba, 1/313).

Nella storia si trova un racconto straordinario riguardo alla sua conversione all’Islam. Ibn Abi ad-Dunya lo ha narrato nel libro «Hawatiful-jinn», e Ibn Asakir lo ha riportato da Wathila ibn al-Asqaʿ (che Allah sia soddisfatto di lui). Egli raccontò: «La conversione di Hajjaj all’Islam avvenne così. Stava recandosi alla Mecca con una carovana. Quando giunse la notte, si trovarono in una valle deserta e terrificante e furono presi dalla paura. I compagni di Hajjaj lo supplicarono dicendo: “Abu Qilaba, resta sveglio, seduto, e invoca la protezione per te e per i tuoi compagni”. Hajjaj assunse il compito di fare la guardia e, rimanendo sveglio, continuò a ripetere le seguenti parole:

Uʿīdhū nafsī wa-uʿīdhū ṣaḥbī,

min kulli jinniyyin bihādhā an-naqb,

ḥattā aʿūda sāliman wa-rakbī.

Cerco rifugio per me e per i miei compagni da tutti i jinn di questo passo montano, affinché io e la mia carovana possiamo tornare sani e salvi.

Mentre ripeteva queste parole, sentì improvvisamente una voce invisibile recitare i seguenti versetti del Corano:

«O comunità dei jinn e degli uomini! Se potete attraversare i confini dei cieli e della terra, attraversateli! Non potrete attraversarli se non con un’autorità». — Sura ar-Rahman, 33.

Giunti alla Mecca, raccontarono l’accaduto nell’assemblea dei Quraysh. I Quraysh dissero: «Abu Qilaba, a quanto pare anche tu sei diventato senza fede. Questa è proprio la rivelazione che, secondo Muhammad, è stata fatta scendere su di lui». Al-Hajjaj rispose: «Giuro su Allah, io e i miei compagni abbiamo udito proprio queste parole». Nel corso della loro conversazione giunse Asī ibn Walīl. Gli dissero: «Abu Hisham, hai sentito ciò che sta dicendo questo Abu Qilaba?». Quando egli chiese di che cosa si trattasse, glielo riferirono. Dopo aver ascoltato tutto, disse: «Che c’è di sorprendente? Essi hanno udito queste parole da colui dal quale le ha udite Muhammad e poi le attribuiscono alla sua bocca, basandosi su Muhammad». (Hayāt al-Sahāba, 3/576-577).

La moglie di al-Hajjaj viveva ancora alla Mecca, dove si trovavano anche tutti i suoi beni. Dopo aver abbracciato l’Islam, egli ritenne necessario trasferire quei beni a Medina. Altrimenti, se i Quraysh fossero venuti a sapere della sua conversione, gli avrebbero portato via tutto. Anche i politeisti della Mecca nutrivano sospetti su di lui. Inoltre, non era facile trasferire dalla Mecca tutti i suoi averi. Per questo al-Hajjaj si recò alla Mecca e diffuse la voce che Muhammad, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, era stato sconfitto a Khaybar.

In un attimo la notizia si diffuse per tutta la città. Per compiacere in tal modo i politeisti della Mecca, egli disse: «Tutti i beni di Muhammad, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, sono in vendita. Desidero acquistarli prima che arrivino gli altri mercanti. Molte persone della Mecca mi devono del denaro. Se vi impegnaste un po’, sarebbe facile riscuoterlo». Gli abitanti della Mecca si misero all’opera con grande impegno per compiere questa buona azione. Con i loro sforzi e le loro iniziative riuscirono a fargli riscuotere il denaro che gli era dovuto. Il nobile zio del Messaggero di Allah, Abbas, che Allah sia soddisfatto di lui, si trovava allora alla Mecca. Seduto nella propria casa, ascoltava ogni cosa. Rimase così addolorato che non uscì nemmeno di casa per verificare la veridicità della notizia. Fece chiamare al-Hajjaj tramite un ragazzo. Quando al-Hajjaj giunse, rivelò ad Abbas, che Allah sia soddisfatto di lui, la verità. Disse: «Ho diffuso questa voce per riscuotere i miei crediti. Ho abbracciato io stesso l’Islam. Se gli abitanti della Mecca lo venissero a sapere, non mi darebbero neppure un centesimo di ciò che mi spetta. Per volontà di Allah, il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, è al sicuro. L’esercito musulmano ha vinto a Khaybar e il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, ha sposato la figlia del capo di Khaybar, Huyayy ibn Akhtab, e vive con lei come marito. Non rivelate questa informazione segreta a nessuno finché non sarò uscito dalla sfera del potere dei Quraysh».

Come promesso, Abbas, che Allah sia soddisfatto di lui, rimase completamente in silenzio per tre giorni. Il quarto giorno, quando fu certo che al-Hajjaj fosse ormai fuori dalla portata degli abitanti della Mecca, si cambiò d’abito, si recò a casa di al-Hajjaj e rivelò la verità a sua moglie. Poi si recò nel recinto della Kaʿba. Lì si stava già discutendo della questione. Disse alla gente: «Muhammad, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, ha conquistato Khaybar e la figlia di Huyayy ibn Akhtab è ora sua moglie. I capi dei Banū Abī al-Huqayq, cioè i capi di Yathrib, sono stati decapitati. Al-Hajjaj vi ha ingannati ed è fuggito portando con sé i suoi beni». La gente domandò: «Da chi avete udito queste cose?». Egli rispose: «Da al-Hajjaj». Quando interrogarono la moglie di al-Hajjaj, anche lei confermò. Il quinto giorno giunse la notizia anche da Medina. Ma ormai non potevano fare più nulla: la preda era fuori dalla loro portata. Rimasero in silenzio. (Ibn Saʿd, 4/2, pp. 14-15)

Al-Hajjaj abbracciò l’Islam pochi giorni prima della battaglia di Khaybar. Fu proprio in quella battaglia che si unì per la prima volta all’esercito musulmano. Al momento della conquista della Mecca si trovava fuori Medina. Il Nobile Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, dopo aver deciso la spedizione, lo fece convocare a Medina. Il giorno della conquista della Mecca, Hazrat Khalid ibn al-Walid, che Allah sia soddisfatto di lui, entrò alla Mecca dalla parte dei Banū Sulaym alla testa di un esercito di mille soldati. In quell’esercito tre uomini portavano ciascuno uno stendardo: Abbas ibn Mirdas, Khufaf ibn Nudba e al-Hajjaj ibn Ilat. (Hayāt al-Sahāba, 1/167).

Al-Hajjaj era un uomo ricco. Riuscì anche a trasferire dalla Mecca tutti i suoi beni. A Medina costruì per sé una casa e una moschea. (Al-Isāba, 327)

Esistono due narrazioni riguardo al momento della sua morte. Secondo una di esse, morì all’inizio del califfato di Hazrat Umar al-Faruq, che Allah sia soddisfatto di lui. Secondo un’altra, subì il martirio nella battaglia del Cammello, combattuta tra Hazrat Ali e Aisha. La prima narrazione è più attendibile. Nella battaglia del Cammello non fu al-Hajjaj a essere martirizzato, bensì suo figlio.

Qudama ibn Maz’un, che Allah sia soddisfatto di lui

Il suo nome era Qudāmah e la sua kunya, o soprannome, Abū ʿUmar. Suo padre era Majʿūn ibn Ḥabīb e sua madre Sukhaylah bint al-Anbas. (Nota: Sīrat Ibn Hishām, 1/253).

Era originario del ramo Banū Jumaḥ della tribù dei Quraysh. Sua moglie era Ṣafiyyah bint al-Khaṭṭāb, sorella di ʿUmar.

Qudāmah abbracciò l’Islam agli inizi della predicazione islamica. Tra coloro che abbracciarono l’Islam in risposta all’invito di Abū Bakr al-Ṣiddīq vi furono ʿUthmān ibn Maẓʿūn e i suoi due fratelli, Qudāmah e ʿAbdullāh. Egli compì entrambe le migrazioni. Dopo aver abbracciato l’Islam, emigrò dapprima in Abissinia insieme agli altri due fratelli. In seguito, molti di coloro che si trovavano in Abissinia tornarono alla Mecca dopo aver udito la falsa notizia secondo cui tutti gli abitanti della Mecca avevano abbracciato l’Islam. Tra coloro che fecero ritorno vi era anche Qudāmah. (Sīrat Ibn Hishām, 1/367).

Dopo essere tornato dall’Abissinia, Qudāmah continuò a vivere alla Mecca. Prima della battaglia di Badr emigrò nuovamente a Medina e ebbe l’onore di partecipare alla battaglia di Badr. In seguito prese parte a tutte le battaglie, compresa quella di Uḥud e quella del Fossato.

Il califfo ʿUmar nominò Qudāmah governatore del Bahrain. Mentre ricopriva questo incarico, fu accusato di aver bevuto vino e gli fu inflitta la pena prescritta per il consumo di vino, ossia il ḥadd. Egli non confessò la propria colpa davanti a ʿUmar; sebbene la sua difesa, in quanto Compagno che aveva partecipato a Badr, fosse degna di considerazione, sulla base delle testimonianze e delle prove la sua colpevolezza fu dimostrata davanti a ʿUmar. Per questo il califfo gli applicò il ḥadd. Secondo il racconto dell’accaduto, un giorno Jārūd, capo dei Banū ʿAbd al-Qays, si presentò dal califfo ʿUmar e denunciò Qudāmah per aver bevuto vino. Il califfo disse a Jārūd: «Hai un altro testimone dell’accaduto oltre a te?». Jārūd indicò come testimone Abū Hurayrah. ʿUmar convocò Abū Hurayrah e lo interrogò. Abū Hurayrah disse: «Non ho mai visto Qudāmah bere vino, ma l’ho visto vomitare mentre era ubriaco». ʿUmar disse: «Con questa sola testimonianza la colpa non è dimostrata». Per indagare ulteriormente, fece convocare Qudāmah dal Bahrain a Medina. Qudāmah giunse a Medina. Jārūd chiese nuovamente al califfo di applicargli il ḥadd. ʿUmar gli disse: «Sei un testimone o l’accusatore?». Jārūd rispose: «Un testimone». Il califfo disse: «Hai compiuto il tuo dovere; ora taci». In seguito Jārūd insistette ancora una volta affinché il califfo applicasse il ḥadd. A causa della sua insistenza, ʿUmar cominciò a nutrire dei sospetti. Gli disse: «Controlla la tua lingua, altrimenti ti avverto». Jārūd gli rispose: «O ʿUmar, tuo cugino ha bevuto vino e tu, invece, rimproveri me: questa non è certo giustizia». A questo punto Abū Hurayrah disse al califfo: «O comandante dei credenti, se dubiti della nostra testimonianza, puoi convocare e interrogare Hind, la moglie di Qudāmah, figlia di al-Walīd». ʿUmar la fece convocare. Anche lei testimoniò contro il marito.

A quel punto la rettitudine e il senso di giustizia di ʿUmar emersero pienamente. Disse a Qudāmah: «Qudāmah, preparati a ricevere la punizione». Qudāmah rispose: «Anche ammettendo, sulla base della loro testimonianza, che io abbia bevuto vino, non avete comunque il diritto di applicare il ḥadd nei miei confronti». ʿUmar domandò: «Perché?». Qudāmah recitò il versetto 11 della sūra al-Māʾidah del Sacro Corano: «Coloro che credono e compiono opere buone non saranno accusati di peccato per ciò che hanno consumato, quando hanno avuto timore di Allah, creduto e compiuto opere buone». (Sūra al-Māʾidah, 11).

ʿUmar disse: «Qudāmah, stai distorcendo il significato del versetto. Se avessi avuto timore di Allah, ti saresti certamente astenuto dalle cose proibite». Qudāmah era allora malato. Per questo il califfo, dopo essersi consultato con gli altri Compagni, rinviò per alcuni giorni l’applicazione del ḥadd, cioè l’inflizione della punizione. Tuttavia, per ʿUmar era insopportabile rinviare il ḥadd dopo che la colpa era stata dimostrata. Si consultò una seconda volta con i Compagni. Anche questa volta tutti si espressero a favore del rinvio del ḥadd. Ma il califfo ʿUmar disse: «È preferibile per me che egli muoia sotto i colpi della frusta, piuttosto che io incontri Allah portando il peso di questa responsabilità sulle mie spalle». Non tardò oltre. Applicò il ḥadd a Qudāmah mentre questi era ancora malato e ruppe ogni rapporto con lui.

Qualche tempo dopo, i due compirono nuovamente insieme il pellegrinaggio. Sulla via del ritorno a Medina, ʿUmar si addormentò in un luogo e in sogno ricevette l’ordine di ristabilire i rapporti con Qudāmah. Non appena si svegliò, mandò a chiamare Qudāmah. Qudāmah, tuttavia, rifiutò di venire. ʿUmar mandò una seconda volta qualcuno a dirgli: «Se non verrai spontaneamente, sarai portato qui con la forza». Qudāmah venne. Fu il califfo a iniziare per primo la conversazione. In seguito, i rapporti tra i due tornarono normali.

È riportato che, dopo la morte del Nobile Messaggero di Dio, che Dio lo benedica e gli conceda la pace, nessun altro Compagno della battaglia di Badr, all’infuori di Qudamah, fu punito con l’accusa di aver bevuto vino. (Al-Isaba, 3/229).

Vi sono divergenze riguardo all’anno della morte di Qudamah, che Dio ne sia soddisfatto. Secondo l’opinione più diffusa, morì all’età di sessantotto anni, nel 36 dell’Egira, durante il califfato di Ali, che Dio ne sia soddisfatto. Secondo un’altra opinione, morì nel 56 dell’Egira.

Hisham ibn al-As, che Dio ne sia soddisfatto

Il suo nome era Hisham e i suoi kunya, o soprannomi, erano Abu al-As e Abu Mutì. Ibn Hibban dice: nell’epoca preislamica, la kunya di Hisham era Abu al-As, cioè “padre del disobbediente”. Dopo la sua conversione all’Islam, il Messaggero, che Dio lo benedica e gli conceda la pace, la cambiò in Abu Mutì, cioè “padre dell’obbediente”. (Al-Isaba, 2/604). Suo padre era al-As ibn Wa’il. Apparteneva al ramo Banu Sahm della tribù dei Quraysh. Era il fratello minore del celebre Compagno Amr ibn al-As, conquistatore dell’Egitto.

La fortuna o la sfortuna non dipendono dalla differenza d’età. Sebbene Hisham fosse più giovane di Amr, ebbe maggiore fortuna del fratello maggiore. Mentre Amr brancolava nelle tenebre del politeismo, sulla fronte di Hisham già risplendeva la luce dell’Islam. Egli accettò l’Islam proprio agli inizi della predicazione islamica alla Mecca e, esasperato dalle persecuzioni dei Meccani, si recò in Abissinia insieme a una carovana di emigranti. Dopo esservi rimasto per qualche tempo, sentì la falsa notizia che i Meccani avevano abbracciato l’Islam; allora ritornò alla Mecca insieme a molti altri. Da lì progettò nuovamente di emigrare a Medina, ma fu catturato da suo padre e dagli uomini della sua famiglia.

Il racconto di Umar ibn al-Khattab su questo episodio si trova in diverse opere di sira. Egli disse: “Decidemmo di emigrare a Medina. Io, Ayyash ibn Rabi’a e Hisham ibn al-As ci impegnammo presso il pozzo chiamato Udat, appartenente ai Banu Ghifar, nella valle di Tandub, a sei miglia dalla Mecca: ciascuno di noi sarebbe stato presente qui la mattina seguente. Chi fosse venuto meno sarebbe certamente stato catturato. Io e Ayyash ci presentammo puntualmente, ma Hisham fu catturato e torturato. Giunti a Medina, fummo ospiti dei Banu Amr ibn Awf a Quba. Nel frattempo, Abu Jahl ibn Hisham e al-Harith ibn Hisham vennero a Medina per riportare indietro Ayyash. Erano entrambi cugini di Ayyash ed erano tutti figli della stessa madre. Il Messaggero, che Dio lo benedica e gli conceda la pace, si trovava allora alla Mecca. Gli dissero: ‘Tua madre ha giurato che, finché non ti avrà visto, non si pettinerà e non si riparerà dal sole all’ombra. Torna con noi’. Il cuore di Ayyash si intenerì per sua madre.

Umar disse: “Lo supplicai ripetutamente di non tornare con loro. Tuttavia, alla fine Ayyash partì con loro verso la Mecca. Dopo aver percorso una certa distanza, lo legarono e, torturandolo, lo condussero alla Mecca. Là fu tenuto prigioniero.”

Umar disse: “A Medina eravamo soliti dirci che Dio non avrebbe accettato il pentimento di coloro che si erano esposti in tal modo al pericolo. Poi il Messaggero, che Dio lo benedica e gli conceda la pace, giunse a Medina e fu rivelato il seguente versetto del Corano:”

Di’: «O Miei servi, che avete trasgredito contro voi stessi, non disperate della misericordia di Allah. In verità, Allah perdonerà tutti i peccati. Egli è il Perdonatore, il Misericordioso».

Umar racconta: scrissi il versetto e lo inviai segretamente a Hisham, alla Mecca. Hisham racconta: sedevo nel luogo chiamato «Dhu Tuwa», alla Mecca, e recitavo quel versetto, ma non ne comprendevo affatto il significato. Alla fine pregai Allah di concedermi la capacità di comprenderlo. Poi capii che quel versetto era stato rivelato riguardo a noi. In seguito raggiunsi il Messaggero di Allah (s.a.w.) a Medina. (Hayatus Sahaba, 1/345-46; Sirat Ibn Hisham, 1/474-476; Al-Isaba, 3/604).

Ibn Hisham racconta: una persona fidata mi riferì che un giorno, a Medina, il Messaggero di Allah (s.a.w.) disse: «Chi di voi può aiutarmi per quanto riguarda Ayyash ibn Rabi‘a e Hisham ibn al-‘As?». Al-Walid ibn al-Walid ibn al-Mughira disse: «O Messaggero di Allah, ti aiuterò per quanto riguarda loro». Quindi partì verso la Mecca. Entrato segretamente in città, vide una donna che portava del cibo. Le chiese: «O serva di Allah, dove stai andando?». Ella rispose: «Sto andando dai due prigionieri», cioè da Ayyash e Hisham. Seguendo la donna, al-Walid individuò il luogo della prigionia. I due erano legati in una stanza senza tetto. Scese la notte; al-Walid scavalcò il muro, li raggiunse e, con l’aiuto di una pietra, tagliò i loro legami. Poi i tre uscirono insieme, salirono sul cammello di al-Walid e fuggirono verso Medina. Quando il loro unico cammello inciampò, un dito di al-Walid si ferì e si ricoprì di sangue. Rivolgendosi al proprio dito, egli recitò questi versi: «Hal anti illa usbu‘in damayti wa fi سبيلillahi ma laqiti».

«O tu, non sei altro che un dito macchiato di sangue; ciò che ti è accaduto è avvenuto sulla via di Allah». (Sirat Ibn Hisham, 1/476)

Le battaglie di Badr, Uhud e del Fossato terminarono mentre Hisham era prigioniero alla Mecca. Dopo la battaglia del Fossato, egli giunse a Medina. Partecipò attivamente a tutte le battaglie combattute contro i miscredenti dopo quella del Fossato. Al-Waqidi racconta che, nel mese di Ramadan, prima della conquista della Mecca, il Messaggero di Allah (s.a.w.) inviò Hisham in una spedizione. (Al-Isaba, 3/604)

La guida degli eserciti, l’eroismo e il coraggio erano caratteristiche particolari della famiglia di Hisham. I figli di questa famiglia crescevano all’ombra delle spade. Dopo la morte del Messaggero di Allah (s.a.w.), durante il califfato di Abu Bakr, si manifestarono alcune di queste sue caratteristiche. Secondo alcune narrazioni, il primo califfo, Abu Bakr (r.a.), lo inviò insieme a Nu‘aym ibn ‘Abdullah e ad alcune altre persone alla corte dell’imperatore romano Eraclio, per invitarlo all’Islam. A questo proposito Hisham racconta: «Fui inviato da Eraclio insieme ad alcuni uomini. Arrivammo a Ghuta, ossia Damasco, e ci recammo nella casa di Jabala ibn al-Ayham al-Ghassani. Egli inviò un emissario a parlare con noi. Dicemmo: “Siamo stati inviati dall’imperatore; non parleremo con alcun emissario. Se ci sarà concesso il permesso, parleremo direttamente con lui”. Alla fine Jabala ci permise di andare da lui».

Jabala ci disse: «Qual è il vostro messaggio?». Hisham racconta: gli presentai l’invito all’Islam. In quel momento, lui e i suoi consiglieri indossavano abiti neri. Gli chiesi: «Perché indossate questi abiti?». Rispose: «Abbiamo indossato questi abiti e abbiamo giurato di non toglierli finché non vi avremo cacciati dalla Siria». Dissi: «Per Allah! Noi, se Allah vuole, prenderemo il vostro trono e l’impero del vostro imperatore. Il nostro profeta Muhammad (s.a.w.) ha predetto proprio questo». Jabala disse: «Non voi; piuttosto, ne sono degni coloro che digiunano durante il giorno e restano in piedi in adorazione durante la notte. Come digiunate voi?». Gli descrissi il nostro digiuno. Allora il volto di Jabala si fece scuro. In seguito ci mandò dall’imperatore Eraclio insieme a un emissario.

Hisham racconta: procedemmo insieme all’emissario. Quando ci avvicinammo alla città, l’emissario che ci accompagnava disse: «Questi vostri animali da cavalcare non possono entrare nella città dell’imperatore. Se volete, posso procurarvi cavalli turchi e muli». Rispondemmo: «Non entreremo in città in alcun modo diverso dal cavalcare questi animali». Quando l’imperatore fu informato della nostra inflessibilità, ci concesse il permesso di entrare secondo la nostra volontà. Con le spade appese alle spalle, giungemmo fino alla sala dell’imperatore.

Così, mentre Hisham ibn al-ʿAs e i suoi compagni smontavano dalle loro cavalcature fuori dal palazzo reale, l’imperatore li osservava. Quando pronunciavano «La ilaha illallah wa Allahu akbar», tremavano come le foglie delle palme mosse dal vento. L’imperatore fece loro sapere, tramite alcuni emissari, che non avevano il diritto di predicare la religione a voce così alta. Essi si recarono dall’imperatore.

L’imperatore era seduto sul trono, mentre gli esperti militari romani sedevano ciascuno al proprio posto. Con un sorriso, l’imperatore disse loro: «Perché non mi avete rivolto il saluto nel modo in cui vi salutate tra voi?». Accanto all’imperatore sedeva un uomo che parlava un arabo eloquente. Essi dissero: «Il nostro saluto non è lecito rivolgerlo a voi, e non è appropriato per noi pronunciare sulle nostre labbra il vostro saluto». L’imperatore domandò: «Come salutate voi stessi e il vostro re?». Essi risposero: «As-salamu ʿalayka». L’imperatore chiese ancora: «Qual è la vostra espressione più importante?». Essi risposero: «La ilaha illallahu wa Allahu akbar»: non vi è alcuna divinità all’infuori di Allah e Allah è il più grande. Poi illustrarono all’imperatore vari aspetti della religione islamica, come la salat, il sawm, l’hajj e la zakat. Questa delegazione rimase presso di lui per tre giorni come sua ospite, quindi tornò a Medina. Nelle diverse opere di sira si trovano descrizioni dettagliate di questa missione di invito alla fede. (Al-Isaba, 2/471; Hayat al-Sahaba, 1/204, 405; 3/557-562). Tuttavia, secondo alcune narrazioni, colui che si recò alla corte dell’imperatore Eraclio con la missione di predicazione non fu questo Hisham, bensì un altro Hisham. (Al-Isaba, 3/704).

Durante il califfato di Abu Bakr, dopo uno o due scontri, i Romani radunarono ad Ajnadayn un ingente esercito e si prepararono alla battaglia. Lo scontro ebbe inizio nel mese di Jumada al-Ula dell’anno 13 dell’Egira. Al-Waqidi riferisce, tramite Umm Bakr bint al-Miswar: durante questa battaglia, quando Hisham notò in alcuni soldati musulmani l’intenzione di fuggire, gettò via il proprio copricapo, avanzò nel mezzo dello schieramento nemico e cominciò a gridare: «O soldati musulmani, io sono Hisham ibn al-ʿAs. Venite con me. State forse fuggendo dal Paradiso?»

Questa gente non circoncisa non può resistere davanti alle vostre spade». Unendosi a Hisham, l’esercito musulmano lanciò un attacco furioso contro l’esercito romano. I Romani si radunarono all’imbocco di uno stretto passaggio. Hisham li attaccò dal lato opposto del passaggio. I Romani lo assalirono tutti insieme, lo uccisero e fuggirono passando sopra il suo cadavere. Quando i soldati musulmani giunsero sul posto, esitarono a inseguire l’esercito nemico per timore che il corpo straziato di Hisham venisse calpestato. Allora giunse suo fratello maggiore, ʿAmr, che disse: «O gente, Allah gli ha concesso il martirio, ha preso la sua anima e il suo corpo giace qui». In seguito, i soldati musulmani attraversarono lo stretto passaggio passando sopra il suo cadavere e inseguirono l’esercito nemico. ʿAmr ibn al-ʿAs raccolse le membra sparse del cadavere e lo seppellì. (Al-Isaba, 3/604).

Tuttavia, secondo Ibn al-Mubarak, egli subì il martirio nella battaglia di Yarmuk, all’epoca del califfato di ʿUmar. (Al-Istiʿab, nota ad Al-Isaba, 3/593-595)

Sebbene Hisham ibn al-ʿAs fosse più giovane di suo fratello ʿAmr ibn al-ʿAs, era più virtuoso del fratello maggiore. Dopo il martirio di Hisham, un giorno alcuni Qurayshiti sedevano dietro la Kaʿba e discutevano dei due fratelli. Vedendo allora ʿAmr mentre compiva il tawaf, gli chiesero: «Chi è il migliore tra voi due, tu o tuo fratello Hisham?». Egli rispose: «Parlerò a nome mio e suo. Sua madre era la figlia di Hisham ibn al-Mughira, mentre mia madre era una schiava. Nostro padre lo amava più di me; e conoscete bene la parzialità che ogni padre mostra verso i propri figli. Noi due gareggiavamo nelle opere buone, ma egli mi sconfiggeva sempre. Entrambi partecipammo alla guerra e trascorremmo tutta la notte pregando Allah di concederci il martirio. Allah esaudì la sua preghiera, mentre la mia rimase senza risposta». (Al-Isaba, 1/604)

Il Nobile Messaggero di Allah ha testimoniato la fermezza nella fede dei due fratelli. Disse: «Hisham e ʿAmr, i due figli di al-ʿAs, sono credenti».

Quando sentì la notizia del martirio di Hisham, ʿUmar al-Faruq commentò: «Che Allah faccia scendere su di lui la Sua misericordia. Fu un eccellente servitore dell’Islam».

Dhu ash-Shimalayn, ʿUmayr ibn ʿAbd ʿAmr, che Allah sia soddisfatto di lui.

Il suo vero nome era ʿUmayr, la sua kunya Abū Muḥammad e il suo laqab, o titolo, Dhu ash-Shimalayn. Suo padre si chiamava ʿAbd ʿAmr. Apparteneva alla tribù dei Khuzāʿa. Poiché svolgeva ogni attività con entrambe le mani, il titolo Dhu ash-Shimalayn, «possessore di due mani destre», divenne il suo appellativo. Suo padre, ʿAbd ʿAmr ibn Naḍla, giunse alla Mecca e vi rimase stabilmente dopo aver stretto un patto con ʿAbd ibn Ḥārith ibn Naḍla ibn Zahba. ʿAbd gli diede in moglie la propria figlia Num, figlia di ʿAbd. Da lei nacquero il figlio Dhu ash-Shimalayn e la figlia Rayṭa. (Ṭabaqāt di Ibn Saʿd, 3/167).

È opportuno ricordare che nei libri di sīra si trovano riferimenti a una persona, o a due persone, insignita dei due laqab Dhu ash-Shimalayn, cioè «possessore di due mani destre», e Dhū al-Yadayn, cioè «possessore di due mani». Gli esperti di sīra sono discordi sul fatto che questi due titoli appartenessero alla stessa persona o a due persone diverse. Secondo la maggioranza, i due titoli appartenevano alla stessa persona. Per esempio, Ibn Saʿd ha intitolato un capitolo della sua Ṭabaqāt: «Dhū al-Yadayn, detto anche Dhu ash-Shimalayn», cioè «Dhū al-Yadayn, chiamato anche Dhu ash-Shimalayn». (Ṭabaqāt, 3/167).

Tuttavia, questa opinione non è accettata da molti. Secondo loro, si trattava in realtà di due persone diverse. Anche gli ḥadīth ne forniscono la prova. Un episodio riguardante un uomo chiamato Dhū al-Yadayn è stato tramandato da Abū Hurayra, che Allah sia soddisfatto di lui, e riportato nei Ṣaḥīḥ di al-Bukhārī e Muslim. Una volta il Messaggero, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, recitò la preghiera di due rakʿāt invece delle quattro previste e concluse la preghiera con il salām. Tutti i Compagni rimasero sbalorditi, ma nessuno osò porre domande. Dhū al-Yadayn era molto coraggioso e chiese: «O Messaggero di Allah! La preghiera è stata accorciata oppure hai commesso un errore?». Il Messaggero, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, verificò con i Compagni la veridicità delle sue parole. Tutti confermarono Dhū al-Yadayn dicendo: «Hai recitato soltanto due rakʿāt». Dopo aver verificato la verità, egli completò le due rakʿāt restanti e poi compì la prosternazione per dimenticanza. (Al-Bukhārī: Libro della chiamata alla preghiera, capitolo: «Se l’imām ha un dubbio, deve accettare ciò che dicono i fedeli?»).

Il narratore del suddetto ḥadīth è Abū Hurayra, che Allah sia soddisfatto di lui. Egli abbracciò l’Islam nel settimo anno dell’Egira, al tempo della battaglia di Khaybar. Dhu ash-Shimalayn, invece, subì il martirio nella battaglia di Badr, cinque anni prima. Pertanto, Dhū al-Yadayn e Dhu ash-Shimalayn non possono essere la stessa persona. Inoltre, differiscono anche i loro nomi: quello dell’uno era Khirbāq e quello dell’altro ʿUmayr. (Siyar aṣ-Ṣaḥāba, al-Muhājirūn, 2/327). Abū ʿUmar afferma: «Dhu ash-Shimalayn fu martirizzato a Badr; non era Dhū al-Yadayn». (Al-Iṣāba, 3/33).

Non si hanno informazioni su quando e come Ḥaḍrat Dhu ash-Shimalayn abbracciò l’Islam. Dopo averlo abbracciato, emigrò a Medina e fu ospite di Ḥaḍrat Saʿd ibn Khaythama. Il Messaggero, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, stabilì tra lui e Yazīd ibn Ḥārith un rapporto di fraternità. Non visse a lungo dopo aver abbracciato l’Islam. Dopo il suo arrivo a Medina, lui e il suo fratello nella fede Yazīd presero parte alla grande battaglia di Badr. Fu la prima e l’ultima battaglia della sua vita. In questa battaglia subì il martirio per mano del miscredente Abū Usāma Zuhayr ibn Muʿāwiya al-Jushamī. Al momento della morte aveva appena trent’anni. Anche il suo fratello nella fede Yazīd fu martirizzato in quella battaglia. (Ṭabaqāt, 3/168; Ansāb al-Ashrāf, 1/295).

Muʿayqib ibn Abī Fāṭima, che Allah sia soddisfatto di lui

Muʿayqib apparteneva alla tribù dei Daws. Tuttavia, per una ragione sconosciuta, divenne schiavo e finì al servizio di Saʿīd ibn al-ʿĀṣ, alla Mecca. (Ansāb al-Ashrāf, 1/200).

Secondo un’altra narrazione, apparteneva alla tribù degli Azd ed era un ḥalīf, cioè un alleato vincolato da un patto, dei Banū ʿAbd Shams della Mecca. Abbracciò l’Islam già nella fase iniziale della predicazione islamica ed emigrò in Abissinia con il secondo gruppo diretto là. Dall’Abissinia giunse a Medina al tempo della battaglia di Khaybar. Secondo una narrazione, venne dalla Mecca a Medina insieme ad Abū Mūsā al-Ashʿarī e partecipò alla battaglia di Khaybar. In alcune altre narrazioni si riferisce invece che partecipò alla battaglia di Badr e al Giuramento di Riḍwān; ciò indica che giunse a Medina prima della battaglia di Khaybar. Secondo costoro, non emigrò in Abissinia. Al-Wāqidī, tuttavia, dice: «Ho sentito da coloro che sostengono che egli emigrò in Abissinia che Muʿayqib giunse direttamente dall’Abissinia a Medina insieme a Jaʿfar ibn Abī Ṭālib». (Ansāb al-ashrāf, 1/200).

È tuttavia corretto affermare che giunse a Medina dopo la battaglia di Khaybar. Non poté partecipare né a Badr né a Khaybar. Anche Ibn Saʿd lo incluse nell’elenco dei Compagni che, pur avendo abbracciato l’Islam nella fase iniziale, furono privati della fortuna di partecipare a Badr.

Durante la vita del Nobile Messaggero di Allah, il khātam, cioè il sigillo della profezia, era affidato proprio a lui. Per questo, dopo la morte del Messaggero di Allah, Abū Bakr e ʿUmar, che Allah si compiaccia di entrambi, gli mostrarono un particolare rispetto. Durante i califfati di quei due, fu incaricato di sovrintendere a tutte le attività finanziarie e di custodire il Bayt al-māl, il tesoro pubblico.

Il califfo ʿUmar, che Allah si compiaccia di lui, gli voleva molto bene. In età avanzata fu colpito dalla lebbra. Il califfo fece ogni possibile tentativo per curarlo. Ogni volta che veniva a sapere dell’esistenza di un bravo medico, lo faceva chiamare e gli affidava le sue cure. Ma non ne trasse alcun beneficio. Tuttavia, si scongiurò il timore che la malattia potesse aggravarsi ulteriormente. Di solito le persone evitano di frequentare i lebbrosi e di mangiare o bere con loro; ʿUmar, invece, si sedeva a mangiare con lui alla stessa tovaglia. Una volta fu servita la cena al califfo ʿUmar e ai suoi compagni. Il califfo uscì dalla sua stanza e invitò Muʿayqib ibn Abī Fāṭima a mangiare con loro. I presenti si spaventarono. ʿUmar disse a Muʿayqib: «Siediti accanto a me. Per Allah, se questa malattia avesse colpito chiunque altro al posto tuo, non avrei mangiato con lui dallo stesso piatto. Mangia tranquillamente dalla tua parte». Muʿayqib si sedette con loro e mangiò dallo stesso piatto. (Ḥayāt al-ṣaḥāba, 2/458). Secondo un’altra narrazione, ʿUmar disse: «Se non fosse stato un Compagno del Messaggero di Allah, non avrei mangiato con lui». (Ansāb al-ashrāf, 1/200).

Dopo il califfo ʿUmar, anche il califfo ʿUthmān, che Allah si compiaccia di lui, continuò a trattarlo allo stesso modo. Il sigillo del Messaggero di Allah rimase affidato a lui fino alla fine. Quel sigillo cadde dalla sua mano nel pozzo chiamato Biʾr Maʿūna, o pozzo di Maʿūna. Egli morì verso la fine dell’anno in cui il sigillo cadde nel pozzo. Al-Balādhurī afferma: «Morì nell’anno in cui, durante il califfato di ʿUthmān, fu condotta la spedizione in Africa». (Ansāb al-ashrāf, 1/200).

La storia ricorda un suo figlio di nome Muḥammad ibn Muʿayqib. Egli trasmise anche ḥadīth da suo padre Muʿayqib.

Nel campo dell’istruzione non era una figura particolarmente eminente. Tuttavia, era abile nella lettura e nella scrittura. Quando ʿUmar, che Allah si compiaccia di lui, costituì in waqf i propri beni, fu Muʿayqib a redigere l’atto del waqf. Era inoltre esperto negli ḥadīth del Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace. Nelle raccolte di ḥadīth si trovano numerose tradizioni trasmesse da lui. Due di esse furono riportate sia da al-Bukhārī sia da Muslim, mentre una fu riportata esclusivamente dall’Imām Muslim.

Abān ibn Saʿīd ibn al-ʿĀṣ, che Allah si compiaccia di lui

Il nome del padre di Hadrat Aban era Abu Uhayha Sa’id ibn al-‘As, mentre quello della madre era Hind bint al-Mughira. Il quinto antenato della sua linea ascendente era Abd Manaf, con il quale la sua genealogia si ricongiungeva a quella del Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui. (Usud al-Ghaba, 1/35)

Suo padre Sa’id era una persona di grande prestigio tra i Quraysh. Morì a Ta’if, da miscredente, nel secondo o terzo anno dell’Egira, e lì fu sepolto. (Ansab al-Ashraf, 1/142, 368).

Egli ebbe diversi figli meritevoli. All’inizio dell’Islam, Khalid e Amr tra loro abbracciarono l’Islam ed emigrarono in Abissinia. (Al-Isaba, 1/13).

Aban rimase pagano insieme agli altri due fratelli, Ubayda e al-‘As. Fu profondamente addolorato dalla conversione all’Islam dei suoi due fratelli, Khalid e Amr. Espresse quel dolore in una qasida da lui composta. Eccone un verso:

Ahimè! Se i morti di Jariba avessero visto la menzogna pronunciata da Amr e Khalid riguardo alla religione! (Al-Isaba, 1/13) (Usud al-Ghaba, 1/35).

Aban continuò, insieme agli altri due fratelli, a opporsi al Messaggero, pace e benedizioni su di lui, e ai musulmani. Partì dalla Mecca con Ubayda e al-‘As per combattere contro i musulmani nella battaglia di Badr. Ubayda e al-‘As furono uccisi miseramente per mano dei musulmani. Aban riuscì a tornare alla Mecca salvando a stento la vita.

Ibn Hisham menziona un episodio della vita di Aban prima dell’Islam: nell’epoca preislamica, il Messaggero, pace e benedizioni su di lui, diede in sposa alcune delle sue figlie a giovani Quraysh della Mecca. Quando iniziò il conflitto tra il Messaggero, pace e benedizioni su di lui, e i Quraysh, i capi dei Quraysh chiesero ai suoi generi di divorziare dalle sue figlie. Ruqayya, figlia del Messaggero, pace e benedizioni su di lui, era la moglie di Utba ibn Abi Lahab. I Quraysh dissero a Utba: «Divorzia dalla figlia di Muhammad». Egli accettò a condizione che, qualora essi fossero riusciti a dargli in sposa la figlia di Aban ibn Sa’id o la figlia di Sa’id ibn al-‘As, avrebbe divorziato da Ruqayya. Essi accolsero la richiesta di Utba, lo diedero in sposa alla figlia di Sa’id ibn al-‘As e fecero sì che Ruqayya fosse liberata da lui. (Sira di Ibn Hisham, 625).

Alla vigilia della tregua di Hudaybiyya, il nobile Messaggero, pace e benedizioni su di lui, inviò Uthman, che Allah sia soddisfatto di lui, presso i Quraysh della Mecca con il suo messaggio. Uthman, che Allah sia soddisfatto di lui, si stava dirigendo verso la Mecca passando per la valle di Baldah. I Quraysh gli chiesero: «Dove stai andando?». Uthman riferì loro ciò che gli aveva detto il Messaggero, pace e benedizioni su di lui. In quel momento Aban ibn Sa’id si fece avanti tra i Quraysh e diede il benvenuto a Uthman. Tra lui e Uthman esisteva già da tempo uno stretto rapporto. Aban preparò il proprio cavallo, fece montare Uthman in sella e si assunse la responsabilità della sua protezione. Poi Aban condusse Uthman alla Mecca. (Hayat al-Sahaba, 1/156).

Quando Uthman venne a casa di Aban, Aban gli disse: «Perché il tuo abito è in queste condizioni?». La tunica di Uthman arrivava a metà tra le ginocchia e le caviglie. Aban aggiunse: «Perché non allunghi la tunica come gli uomini della tua gente?». Uthman rispose: «Il nostro Profeta indossa la tunica in questo modo». Aban disse: «Esegui il tawaf intorno alla Kaaba». Uthman rispose: «Non possiamo fare nulla finché il nostro Profeta non lo abbia fatto. Noi seguiamo soltanto le sue orme». (Hayatus Sahaba-2/358-59; Al-Isti‘ab-35; Sīrat Ibn Hisham-2/315).

Sebbene Aban fosse stato per lungo tempo ostile all’Islam e al Profeta dell’Islam, in quel periodo non cessò affatto di cercare la verità. Allora interrogava gli uomini sapienti riguardo alla profezia del Messaggero di Allah. A quei tempi lo Sham, o Siria, era un centro di persone colte, sapienti ed esperte. Aban vi si recava per motivi commerciali. Una volta, conversando con un rahib cristiano del luogo, gli disse: «Sono un discendente della tribù Quraysh dell’Hijaz. Un uomo di questa tribù sostiene di essere stato scelto da Allah. Dice che Allah ha mandato anche me come profeta, come Isa e Musa». Il rahib gli domandò il nome di quell’uomo. Aban rispose: «Si chiama Muhammad». Il rahib spiegò, secondo le descrizioni contenute nei Libri celesti, l’età in cui sarebbe comparso un profeta, la sua stirpe e altri particolari. Dopo aver ascoltato le sue parole, Aban disse: «Tutto ciò è presente in quell’uomo». Allora il rahib disse: «Per Allah, se è così, quell’uomo, dopo aver esteso il proprio dominio su tutta l’Arabia, lo estenderà al mondo intero. Quando ritornerai, porta il mio saluto a questo virtuoso servitore di Allah». Il nome di questo rahib, o sacerdote, dello Sham era Yakka. Quando Aban tornò dallo Sham, non era più quello di prima. La sua forza di opposizione all’Islam e ai musulmani era ormai svanita. (Usud al-Ghaba-1/35; Al-Isaba-1/13).

Pensando alla religione dei suoi antenati e temendo le critiche e gli scherni dei suoi coetanei, Aban rimase completamente in silenzio per alcuni giorni. Tuttavia non riuscì a reprimere a lungo l’ardore per la verità che era sorto in lui. Nel frattempo, i suoi fratelli Amr e Khalid tornarono dall’Abissinia e continuarono a mantenere i contatti con Aban. In seguito egli abbracciò l’Islam e emigrò a Medina, prima della battaglia di Khaybar. I tre fratelli parteciparono insieme alla spedizione di Khaybar con il Messaggero di Allah. (Al-Isaba-1/13).

Secondo un’altra narrazione, dopo che Aban giunse a Medina, il nobile Messaggero di Allah lo nominò comandante di una piccola spedizione e lo mandò verso Najd. Quando, dopo aver avuto successo in questa spedizione, tornò a Medina, la conquista di Khaybar si era già conclusa. Proprio in quel periodo Abu Hurayra giunse a Medina insieme agli altri emigrati dall’Abissinia. I due si recarono insieme dal Messaggero di Allah. Il Messaggero di Allah diede loro una parte del bottino di Khaybar. Oltre alla spedizione di Najd, egli ricevette dal Messaggero di Allah il comando, o la responsabilità di guida, anche in diverse altre piccole spedizioni.

Aban partecipò alla spedizione di Ta’if con il nobile Messaggero di Allah. Quando Abu Siddiq vide a Ta’if la tomba del padre di Aban, esclamò: «Che la maledizione di Allah ricada sull’abitante di questa tomba! Era un oppositore di Allah e del Suo Messaggero». Aban e suo fratello Amr protestarono immediatamente contro le parole di Abu Bakr e pronunciarono alcune parole di biasimo contro suo padre Abu Quhafa. Allora il Messaggero di Allah disse: «Non insultate i morti. Insultando i morti si arrecano sofferenze ai vivi». (Ansab al-Ashraf-1/142, 368).

Il nobile Messaggero di Allah nominò Aban governatore del Bahrain al posto di Ala ibn al-Hadrami. Egli svolse questo incarico fino alla morte del Messaggero di Allah. Quando venne a sapere della morte del Messaggero di Allah, tornò a Medina. (Al-Isti‘ab-1/35).

Aban svolse anche per il Messaggero di Allah il compito di kātib, ossia di scriba. (Ansab al-Ashraf-1/532).

Dopo la morte del Messaggero di Allah, Abu Bakr fu scelto come califfo. Anche dopo che si concluse il giuramento pubblico di fedeltà nelle sue mani, Aban fu uno dei pochi Quraysh che per alcuni giorni si astennero dal prestarlo. Quando gli appartenenti ai Banu Hashim prestarono il giuramento, la sua obiezione venne meno ed egli prestò a sua volta il giuramento.

Il califfo Abu Bakr, che Allah sia soddisfatto di lui, non destituì alcun governatore o funzionario nominato dal Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace. Anche Abān era un governatore nominato dal Messaggero di Allah. Abu Bakr gli chiese di tornare al suo incarico, ma Abān respinse la richiesta del califfo. Secondo alcune narrazioni, alla fine, dopo le ripetute richieste del califfo, accettò l’incarico di governatore dello Yemen.

Ibn Saʿd narra che, quando Abān respinse la richiesta del califfo, un giorno ʿUmar, che Allah sia soddisfatto di lui, gli disse: «Non avrebbe dovuto abbandonare in questo modo il suo posto di servizio senza il permesso dell’imam o del capo. Ora, inoltre, rifiuta di tornarvi su suo ordine». Abān rispose: «Giuro su Allah! Dopo il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, non lavorerò più per nessuno. Se lo facessi, per il rispetto dovuto ad Abū Bakr, alla sua precedenza nell’Islam e ad altri suoi meriti, diventerei il suo ʿāmil, cioè il suo funzionario». A quel punto Abū Bakr, che Allah sia soddisfatto di lui, consultò i Compagni su chi inviare in Bahrein. ʿUthmān disse: «Poiché prima di lui vi era stato ʿAlāʾ ibn al-Ḥaḍramī, si mandi lui». ʿUmar disse: «Si costringa Abān a recarsi nuovamente là». Ma Abū Bakr rifiutò. Disse: «Non posso costringere colui che afferma: “Dopo il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, non lavorerò più per nessuno”». In seguito nominò ʿAlāʾ ibn al-Ḥaḍramī governatore del Bahrein. (Ḥayāt al-Ṣaḥāba, 2/59).

Gli studiosi della sīra hanno opinioni diverse riguardo al periodo della morte di Abān. Secondo Mūsā ibn ʿUqba e la maggior parte degli esperti di genealogia, egli subì il martirio nel campo di battaglia di Ajnādayn, nell’anno 13 dell’Egira, verso la fine del califfato di Abū Bakr, che Allah sia soddisfatto di lui. Secondo Ibn Isḥāq, morì nella battaglia di Yarmūk, mentre altri ritengono che abbia subito il martirio nel giorno di Marj al-Ṣuffar. Un’altra narrazione riferisce invece che morì nell’anno 27 dell’Egira, durante il califfato del califfo ʿUthmān, e che fu sotto la sua supervisione che Zayd ibn Thābit compilò il Muṣḥaf ʿUthmāniano. Tuttavia, vi sono sufficienti ragioni per ritenere corretta la prima opinione.

ʿAmr ibn Umayya, che Allah sia soddisfatto di lui

Il suo nome era ʿAmr e la sua kunya, o soprannome, Abū Umayya. Suo padre si chiamava Umayya. Apparteneva alla tribù dei Banū Kināna. Ibn Hishām lo descrive come uno degli uomini più intelligenti dell’Arabia preislamica vissuti nei pressi dell’epoca in cui il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, ricevette la profezia, e a questo proposito narra anche un episodio. (Sīrat Ibn Hishām, 1/204, 207). Nelle battaglie di Badr e Uḥud combatté con grande coraggio e valore contro i musulmani al fianco dei politeisti della Mecca. Subito dopo Uḥud abbracciò l’Islam ed emigrò a Medina.

Dopo aver abbracciato l’Islam, partecipò per la prima volta all’episodio di Biʾr Maʿūna. L’accaduto fu il seguente: nel quarto mese dopo la battaglia di Uḥud, Abū Barāʾ ʿĀmir ibn Mālik ibn Jaʿfar, al-Mulāʿib al-Asinna, capo della tribù dei Banū Kilāb del Najd, si recò a Medina al cospetto del nobile Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace. Il Messaggero di Allah gli presentò l’invito all’Islam. Senza manifestare alcuna reazione, né di accettazione né di rifiuto, egli disse: «Se inviassi alcuni tuoi compagni presso la tribù dei Kilāb del Najd, forse abbraccerebbero l’Islam». Il Messaggero di Allah disse: «Temo qualcosa da parte degli abitanti del Najd». Tuttavia, poiché Abū Barāʾ si assunse la piena responsabilità della sicurezza della spedizione, il Messaggero di Allah inviò un gruppo di quaranta uomini, secondo un’altra versione settanta, sotto la guida di Mundhir ibn ʿAmr. Essi giunsero in un luogo chiamato Biʾr Maʿūna, piantarono le tende e vi si stabilirono, quindi fecero pervenire ad ʿĀmir ibn al-Ṭufayl, tramite Ḥarām ibn Milḥān, la lettera del Messaggero di Allah contenente l’invito all’Islam.

ʿĀmir ibn al-Ṭufayl uccise l’inviato Ḥarām e annunciò rapidamente alle tribù di ʿUṣayya, Riʿl, Dhakwān e ad altre di uscire per combattere contro la spedizione musulmana. Esse si radunarono. Nel frattempo, vedendo che Ḥarām tardava a tornare, i musulmani uscirono in sua ricerca. Dopo aver percorso una breve distanza, si trovarono di fronte alle tribù di Riʿl, Dhakwān e ad altre. Tutte insieme attaccarono la spedizione musulmana e uccisero ogni suo membro. Soltanto ʿAmr ibn Umayya sopravvisse. Fu catturato dall’esercito nemico e condotto davanti a ʿĀmir ibn al-Ṭufayl. Quando questi seppe che ʿAmr ibn Umayya apparteneva alla tribù di Muḍar, lo lasciò andare dicendo: «Mia madre aveva fatto voto di liberare uno schiavo». Tuttavia, come segno di umiliazione, gli tagliò i capelli sulla parte anteriore del capo. (Sīrat Ibn Hishām, 2/184-185).

In questo episodio di Biʾr Maʿūna subì il martirio anche il celebre Compagno ʿĀmir ibn Fuhayra. Quando ʿAmr ibn Umayya fu catturato e condotto davanti a ʿĀmir ibn al-Ṭufayl, questi indicò il corpo di ʿĀmir ibn Fuhayra e gli chiese: «Chi è quest’uomo?». ʿAmr ibn Umayya rispose: «ʿĀmir ibn Fuhayra». Allora ʿĀmir ibn al-Ṭufayl disse: «Vidi che, dopo essere stato ucciso, il suo corpo si innalzò molto in alto nell’aria, verso il cielo, e poi ridiscese». (Ḥayāt al-Ṣaḥāba, 3/595)

Quando ʿAmr ibn Umayya, dopo essere sfuggito ai nemici di Bi’r Maʿuna, giunse in un luogo chiamato Qarqara mentre era diretto verso Medina, incontrò due uomini che provenivano dalla direzione opposta. I due vennero a sedersi anch’essi all’ombra dell’albero sotto il quale egli si stava riposando. Conversando con loro, ʿAmr ibn Umayya scoprì che appartenevano alla tribù dei Banu ʿAmir e rimase in silenzio. Quando si furono addormentati, ʿAmr li attaccò e li uccise entrambi. Pensava che ciò fosse una sorta di vendetta per il trattamento riservato dai Banu ʿAmir ai Compagni del Messaggero ﷺ. Quando ʿAmr giunse a Medina e raccontò l’accaduto al Messaggero ﷺ, questi disse: «O ʿAmr, hai commesso due omicidi tali che devo necessariamente pagare il loro prezzo del sangue, cioè la diya». Va ricordato che, già prima di questo episodio, il Messaggero ﷺ aveva stipulato un patto con i Banu ʿAmir. (Sira di Ibn Hisham, 2/186). In seguito, il Messaggero ﷺ pagò la diya dovuta loro. (Sira di Ibn Hisham, 1/564).

Nel sesto anno dell’Egira, il nobile Messaggero ﷺ ordinò a ʿAmr ibn Umayya di recarsi in Abissinia con una lettera contenente l’invito all’Islam. In questa lettera il Messaggero ﷺ raccomandava al Negus di ospitare gli emigrati presenti in Abissinia e gli inviava, inoltre, la propria proposta di matrimonio a Umm Habiba bint Abi Sufyan, che all’epoca si trovava ancora lì con gli emigrati abissini. Va ricordato che Umm Habiba era la moglie di ʿUbaydullah ibn Jahsh. Aveva abbracciato l’Islam alla Mecca nei primi tempi ed era emigrata in Abissinia con il marito. Quando lì suo marito ʿUbaydullah abbandonò l’Islam e abbracciò il cristianesimo, il loro rapporto si interruppe. Ricevuta questa lettera d’invito, il Negus abbracciò l’Islam per mano di Jaʿfar ibn Abi Talib e scrisse una lettera in risposta al Messaggero di Allah ﷺ. In essa menzionava la propria conversione all’Islam, il saluto al Messaggero ﷺ, l’ospitalità offerta agli emigrati e altri argomenti. In conformità con la lettera del Messaggero ﷺ, il Negus stesso presentò, a nome suo, la proposta di matrimonio a Umm Habiba. Egli stesso fu il rappresentante del Messaggero ﷺ e, dopo il matrimonio, versò per conto del Messaggero ﷺ una dote di quattrocento dinari. (Sira di Ibn Hisham, 1/224, 324). (Hayat al-Sahaba, 1/158; 3/596-597).

Quando questo ʿAmr ibn Umayya giunse presso il Negus in qualità di inviato del Messaggero ﷺ, era presente anche ʿAmr ibn al-ʿAs, all’epoca uno dei più accaniti nemici dell’Islam. Egli chiese insistentemente al Negus di consegnargli ʿAmr ibn Umayya, affinché potesse ucciderlo per vendicarsi e accrescere così il proprio prestigio presso i Quraysh. (Sira di Ibn Hisham, 2/276-277).

Durante la battaglia di Khaybar, ʿAmr ibn Umayya condusse a Medina, a bordo di due navi, gli emigrati che si trovavano in Abissinia. (Sira di Ibn Hisham, 2/359).

Dopo essere rientrato a Medina al termine di questa missione diplomatica in Abissinia, gli fu affidato il compito di vendicare una delle malefatte di Abu Sufyan. Ecco l’episodio: Abu Sufyan incitò alcuni uomini a uccidere il Messaggero ﷺ. Un uomo si assunse questo compito e Abu Sufyan gli fornì tutto il necessario. Egli venne a Medina e si recò direttamente dal Messaggero ﷺ nella moschea. Il Messaggero ﷺ comprese il suo intento. Gli mostrò di sapere con quale proposito fosse venuto. L’uomo stava per aggredire il Messaggero ﷺ, quando all’improvviso Hadrat Usayd ibn Hudayr lo afferrò saldamente. Da sotto i suoi abiti cadde un pugnale. Il crimine era evidente e non occorreva alcun testimone. Tuttavia, la Misericordia per tutti i mondi lo perdonò. Egli rivelò l’intera cospirazione di Abu Sufyan.

Poiché il principale artefice di questo episodio era Abu Sufyan, e proprio a causa sua tra i Quraysh della Mecca e gli abitanti di Medina persisteva continuamente una situazione di guerra, il nobile Messaggero ﷺ inviò segretamente alla Mecca ʿAmr ibn Umayya e Salama ibn Aslam oppure, secondo un’altra versione, Jabbar ibn Sakhr al-Ansari. Ordinò loro che, se se ne fosse presentata l’occasione, eliminassero per sempre dal mondo l’artefice di quella discordia.

ʿAmr e Salama giunsero segretamente alla Mecca, ma Muʿawiya li scoprì mentre compiva il tawaf intorno alla Kaʿba. La notizia si diffuse tra i Quraysh. Essi dicevano tra loro che il loro arrivo non poteva certo essere senza motivo e che avrebbero sicuramente compiuto qualche atto pericoloso. Quando ʿAmr e Salama si accorsero che la loro venuta era ormai nota tra i Quraysh, uscirono dalla Mecca. Lungo la strada incontrarono ʿUbaydullah ibn Malik e un uomo dei Banu Hudhayl. ʿAmr uccise ʿUbaydullah e Salama uccise il secondo uomo.

Nel frattempo, i Quraysh disseminarono spie nei dintorni della Mecca per cercarli. ʿAmr e Salama si imbatterono in due di queste spie. Ne uccisero una, catturarono l’altra e la condussero a Medina dal Messaggero di Allah ﷺ. (Sira di Ibn Hisham, 2/633-634).

Secondo una narrazione di Ahmad e di al-Tabarani, Khubayb ibn ‘Adiyy fu martirizzato per mano dei miscredenti della Mecca e il suo corpo fu appeso a un tronco. Il Nobile Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, inviò segretamente una missione alla Mecca per recuperare il corpo di Khubayb. L’uomo raggiunse segretamente la Mecca, si arrampicò sul tronco e tagliò la corda, facendo cadere a terra il corpo di Khubayb. In quel momento i Quraysh si accorsero di lui e lo inseguirono; egli fuggì abbandonando il corpo. Secondo un’altra narrazione, invece, furono al-Miqdad ibn al-Aswad e al-Zubayr ibn al-Awwam a ricevere questo incarico e a compiere la spedizione. (Hayat al-Sahaba, 3/596-597).

Dopo la morte del Nobile Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, ‘Amr ibn Umayya visse ancora a lungo. Tuttavia, nella storia non si trovano informazioni particolarmente rilevanti sulla sua vita successiva. Morì a Medina prima dell’anno 60 dell’Egira, durante il governo dell’Emiro Mu‘awiya, che Allah sia soddisfatto di lui. Nelle raccolte di hadith si trovano venti hadith trasmessi da ‘Amr ibn Umayya. ‘Abdullah, Ja‘far, Fadl, Zabarkan, al-Sha‘bi, Abu Salama ibn ‘Abd al-Rahman, Abu Qilaba al-Jurami e Abu al-Muhajir furono tra i suoi discepoli più importanti.

Era uno degli uomini più valorosi e coraggiosi dell’Arabia del suo tempo. Per questo il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, gli affidava le missioni più audaci. Alla sua morte lasciò tre figli: Ja‘far, ‘Abdullah e Fadl.

Mistah ibn Uthatha, che Allah sia soddisfatto di lui

Il suo nome era ‘Awf, il suo kunyah Abu ‘Abbad e il suo laqab, o titolo, Mistah. Suo padre era Uthatha ibn ‘Abbad e sua madre era la zia materna di Abu Bakr, secondo alcuni, oppure sua cugina materna. Entrambi i genitori abbracciarono l’Islam nei primi tempi della sua diffusione. (Al-Isaba, 3/408).

Mistah abbracciò l’Islam nei primi tempi della predicazione islamica. Il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, stabilì un rapporto di fratellanza tra lui e Zayd ibn Muzayyin. Non si conosce con certezza il periodo della sua hijra. Tuttavia, emigrò a Medina prima della battaglia di Badr e le opere storiche e biografiche attestano la sua partecipazione a Badr. Partecipò anche alla battaglia contro i Banu al-Mustaliq. Durante il ritorno da questa battaglia si verificò l’episodio dell’Ifk, ossia la calunnia contro la Madre dei Credenti ‘A’isha, che Allah sia soddisfatto di lei. Quando gli ipocriti diffusero tale calunnia, vi furono coinvolti anche alcuni Compagni credenti e devoti. Mistah fu uno di loro.

Il celebre episodio noto come “l’episodio dell’Ifk” è indicato in diversi versetti del Sacro Corano, tra cui il versetto 11 della sura al-Nur. In breve, l’episodio fu il seguente: la Madre dei Credenti ‘A’isha, che Allah sia soddisfatto di lei, si trovava con il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, nella battaglia contro i Banu al-Mustaliq, nel sesto anno dell’Egira. Durante il viaggio di ritorno a Medina, si accamparono in un luogo. ‘A’isha si allontanò dall’accampamento per espletare i propri bisogni. Quando la sua collana cadde lì, si mise a cercarla. Nel frattempo, poiché il suo howdah era chiuso da tende, la carovana partì ritenendo che ella fosse al suo interno. La guardia di retroguardia, Safwan, che Allah sia soddisfatto di lui, la vide, la fece salire sul proprio cammello e, conducendo l’animale per la corda e camminando a piedi, raggiunse la carovana. A causa di questo episodio, il capo degli ipocriti, ‘Abdullah ibn Ubayy, cominciò a diffondere ogni sorta di calunnia. I versetti della sura al-Nur dichiararono l’innocenza di ‘A’isha, che Allah sia soddisfatto di lei, e annunciarono una severa punizione per coloro che diffondevano la calunnia.

Al ritorno dalla battaglia, Mistah raccontò l’accaduto a sua madre. Una notte, la madre di Mistah si recò a casa di ‘A’isha per una commissione. A quel tempo, nelle case arabe non vi era generalmente un luogo permanente destinato ai bisogni fisiologici. Di solito, le donne uscivano di notte fuori dalle abitazioni, nel deserto, per espletare i propri bisogni. ‘A’isha, che Allah sia soddisfatto di lei, uscì dalla casa insieme alla madre di Mistah per recarsi fuori a espletare i propri bisogni. Durante il tragitto, la madre di Mistah inciampò impigliandosi nell’orlo del proprio velo. Dopo essere inciampata, secondo l’usanza araba, le sfuggì dalle labbra l’esclamazione: «Che Mistah sia rovinato!». ‘A’isha obiettò: «Come puoi maledire in questo modo un musulmano emigrato che ha combattuto a Badr?». La madre di Mistah allora disse: «Figlia di Abu Bakr, non hai sentito nulla?». A quel punto raccontò a ‘A’isha l’intero episodio. (Sira di Ibn Hisham, 1/299-300; Hayat al-Sahaba, 1/587).

Il povero Mistah era cugino materno di Abu Bakr (r.a.). Abu Bakr (r.a.) lo trattava sempre bene e lo aiutava finanziariamente. Quando venne a sapere che Mistah era coinvolto nell’episodio dell’Ifk e il Corano dichiarò le loro accuse una calunnia menzognera, Abu Bakr smise di aiutarlo. Dichiarò: «D’ora in poi non spenderò neppure un soldo per Mistah». Allora fu rivelato il seguente versetto della sura An-Nur: «Coloro tra voi che possiedono ricchezza e agiatezza non giurino di non dare nulla ai parenti, ai poveri e a coloro che hanno abbandonato le loro case per la causa di Allah. Che perdonino e siano indulgenti. Non desiderate forse che Allah vi perdoni? Allah è Perdonatore, Misericordioso». (Sura An-Nur, 22).

Dopo la rivelazione del versetto, Hazrat Abu Bakr (r.a.) ricominciò ad aiutarlo come prima. Un lungo hadith narrato da Aisha (r.a.) e riportato in Bukhari e Muslim fornisce dettagli su questo episodio. (Al-Isaba, 3/408).

Tuttavia, poiché era rimasto coinvolto nell’episodio della calunnia contro una donna casta e virtuosa, e il Corano aveva stabilito per loro la seguente pena: «Coloro che accusano donne caste e non presentano quattro testimoni siano puniti con ottanta frustate». (Sura An-Nur, 4), anche a lui fu inflitta questa pena insieme agli altri. Gli altri celebri e devoti Sahabi che subirono la pena insieme a Mistah furono Hazrat Hassan bin Thabit e Hamna bint Jahsh (r.a.), sorella della Madre dei Credenti Hazrat Zaynab bint Jahsh. (Sirat Ibn Hisham, 1/302). (Hayatus Sahaba, 1/590).

Dobbiamo ricordare che quei devoti Sahabi, come Hazrat Mistah (r.a.), che rimasero coinvolti nell’episodio dell’Ifk, furono soltanto vittime della propaganda degli ipocriti. Altrimenti, una persona come Hazrat Mistah (r.a.) non avrebbe potuto coinvolgersi intenzionalmente in una simile vicenda. Inoltre, essi si pentirono e accettarono umilmente la pena. Allah, il Messaggero di Allah, la Madre dei Credenti Aisha (r.a.), Abu Bakr (r.a.) e l’intera umma musulmana li perdonarono. Pertanto, nutrire oggi qualsiasi ostilità nei loro confronti sarebbe contrario alla fede. La più grande testimonianza dell’identità di Hazrat Mistah (r.a.) emerge dalle parole di Hazrat Aisha (r.a.): egli fu tra i primi ad abbracciare l’Islam, un Muhajir che emigrò per la causa di Allah e un mujahid della battaglia di Badr. Quanti versetti del Sacro Corano furono rivelati in elogio di persone come loro!

Vi sono divergenze riguardo alla data della morte di Hazrat Mistah. Secondo una versione, morì nell’anno 34 dell’Egira, durante il califfato di Hazrat Uthman. Secondo un’altra versione, morì nello stesso anno, dopo aver combattuto a Siffin dalla parte di Hazrat Ali (r.a.), nell’anno 37 dell’Egira. Aveva 56 anni al momento della morte. (Usud al-Ghaba, 4/355; Al-Isaba, 3/408; Tabaqat, 3/52).

Marsad ibn Abi Marsad al-Ghanawi (r.a.)

Il padre di Marsad si chiamava Abu Marsad Kannaz ibn Husayn. Padre e figlio abbracciarono entrambi l’Islam già nella fase iniziale della predicazione islamica alla Mecca e emigrarono a Medina prima della battaglia di Badr. Alla Mecca Marsad era legato da un patto con Hamza ibn Abd al-Muttalib; dopo l’emigrazione a Medina, il Messaggero (s.a.s.) lo unì in mu’akhah, cioè in un rapporto di fratellanza, con Aws ibn Samit, fratello del celebre Sahabi ansariano Ubada ibn Samit. (Tabaqat, 3/48; Al-Isaba, 3/398).

Hazrat Marsad e suo padre Abu Marsad Kannaz furono valorosi combattenti nella battaglia di Badr. In quella battaglia Marsad combatté con grande coraggio al fianco del Messaggero di Allah (s.a.s.), cavalcando un cavallo chiamato Sabal. Partecipò anche alla battaglia di Uhud. (Tabaqat, 3/48; Sirat Ibn Hisham, 1/666).

Durante l’epoca dell’ignoranza preislamica, Marsad aveva una relazione con una prostituta meccana di nome ‘Inaq. Dopo che nell’Islam fu proibita la fornicazione, egli interruppe ogni rapporto con quella donna. Era estremamente forte e coraggioso; per questo il Messaggero — pace e benedizioni su di lui — gli affidò il compito di condurre segretamente da Mecca a Medina i musulmani che venivano torturati dai miscredenti mentre erano tenuti prigionieri nella città. Una volta si recò a Mecca proprio per questo scopo. Era una notte illuminata dalla luna. Stava attraversando furtivamente una strada di Mecca, quando la sua antica amante ‘Inaq lo vide e lo chiamò. Egli si fermò. Lei lo accolse con parole dolci e seducenti e lo invitò a trascorrere quella notte con lei. Marsad disse: «‘Inaq, Allah ha ora proibito la fornicazione». La risposta così fredda ferì profondamente ‘Inaq. Accecata dal desiderio di vendetta, cominciò allora a gridare alla gente che Marsad era arrivato. Otto uomini si misero a inseguirlo. Egli si nascose in un luogo sicuro. Quando i nemici, non riuscendo a trovarlo, si furono allontanati, uscì dal nascondiglio e si incamminò direttamente verso Medina. Giunto a Medina, si presentò al Messaggero di Allah e gli chiese: «O Messaggero di Allah, fammi sposare ‘Inaq». Il Messaggero — pace e benedizioni su di lui — rimase in silenzio senza dare alcuna risposta. Subito dopo fu rivelato questo versetto della sura an-Nur:

«Il fornicatore non sposerà altri che una fornicatrice o una politeista; e la fornicatrice non sarà sposata altri che da un fornicatore o da un politeista. Ciò è stato dichiarato proibito ai credenti». (Sura an-Nur: 2)

Dopo la battaglia di Uhud, alcuni uomini delle tribù di ‘Adal e al-Qara’ giunsero a Medina. Si presentarono al Messaggero di Allah — pace e benedizioni su di lui — e dissero: «Alcuni uomini della nostra tribù hanno abbracciato l’Islam; manda con noi alcune persone che possano insegnare loro la religione e il Corano». Secondo la narrazione di Ibn Ishaq, il Nobile Profeta — pace e benedizioni su di lui — mandò sei uomini sotto la guida di Marsad ibn Abi Marsad — che Allah si compiaccia di lui. Tuttavia, in una narrazione di al-Bukhari si riferisce che il Messaggero — pace e benedizioni su di lui — mandò dieci uomini sotto la guida di ‘Asim ibn Thabit; Marsad era uno di loro. Quando il gruppo giunse presso lo stagno di Banu Hudhayl, in un luogo chiamato ar-Raji‘, gli uomini di ‘Adal e al-Qara’ cominciarono a gridare in modo cospiratorio. Gli uomini di Banu Hudhayl accorsero con le spade sguainate e circondarono il gruppo. I Compagni erano a cavallo. Si prepararono a combattere. Ma Banu Hudhayl disse: «Non vogliamo uccidervi. Il nostro unico scopo è ottenere dagli abitanti di Mecca del denaro in cambio di voi. Venite spontaneamente con noi e ve lo garantiamo».

Marsad, Khalid e ‘Asim dissero: «Non crediamo alle promesse dei politeisti». Detto ciò, combatterono e ottennero il martirio. Gli altri tre compagni, Khubayb, Zayd e ‘Abd Allah ibn Tariq, invece, mostrarono un atteggiamento più arrendevole e si lasciarono catturare. Quando i nemici cominciarono a legare loro mani e piedi, ‘Abd Allah protestò dicendo: «Questo è il vostro primo tradimento». Lo colpirono con delle pietre e lo uccisero come martire in un luogo chiamato Juhfah. Poi portarono Khubayb e Zayd a Mecca. Presso i Quraysh erano prigionieri due uomini di Banu Hudhayl. In cambio di quei due, essi riscattarono questi due Compagni. ‘Uqbah ibn al-Harith ibn ‘Amir prese Khubayb per vendicare l’uccisione di suo padre, al-Harith. Khubayb — che Allah si compiaccia di lui — aveva ucciso al-Harith nella battaglia di Badr. Safwan ibn Umayyah, invece, prese Zayd per vendicare l’uccisione di suo padre, Umayyah ibn Khalaf. Così, vittime del desiderio di vendetta dei Quraysh, entrambi subirono il martirio a Mecca in condizioni di estrema impotenza e con inaudita crudeltà. Nella storia questo episodio è stato chiamato «Waqi‘at Yawm ar-Raji‘». Ibn Sa‘d afferma che l’episodio di ar-Raji‘ avvenne nel mese di Safar, al trentaseiesimo mese dall’egira del Messaggero — pace e benedizioni su di lui — a Medina. (at-Tabaqat, 3/48).

Asahhus-Siyar, 160; Sirat Ibn Hisham, 169–174).

Per dimostrare il merito e il rango di Marsad — che Allah si compiaccia di lui — è sufficiente ricordare che lo stesso Nobile Messaggero lo scelse come maestro e insegnante della religione. Poiché morì durante la vita del Nobile Messaggero — pace e benedizioni su di lui — non ebbe l’opportunità di manifestare le proprie capacità erudite. Tuttavia, i libri di hadith non sono del tutto privi di tradizioni trasmesse da lui. Ahmad ibn Sinan al-Qattan narrò un hadith da Marsad nel suo Musnad; l’Imam al-Baghawi e al-Hakim lo narrarono nei loro Mustadrak; e at-Tabarani lo riportò nel suo al-Awsat. (Al-Isabah, 3/398).

Abu Ahmad ibn Jahsh — che Allah si compiaccia di lui

Il suo vero nome era ‘Abd, secondo un’altra versione ‘Abd Allah, mentre la sua kunya era Abu Ahmad. Suo padre era Jahsh ibn Riyab e sua madre Umaymah bint ‘Abd al-Muttalib. Da un lato era cugino materno del Messaggero di Allah — pace e benedizioni su di lui — e dall’altro era fratello germano della moglie del Messaggero — pace e benedizioni su di lui —, la Madre dei Credenti Zaynab bint Jahsh. (Ansab al-Ashraf, 1/88; Al-Isabah, 4/3).

Durante la fase iniziale della predicazione islamica del Messaggero di Allah alla Mecca, Ahmad abbracciò l’Islam insieme agli altri due fratelli, ʿAbdullah e ʿUbaydullah. Essi completarono la loro conversione all’Islam prima che il Messaggero di Allah si rifugiasse nella casa di al-Arqam ibn Abi al-Arqam alla Mecca. Al-Baladhuri ha detto che, sebbene gli altri due fratelli, ʿAbdullah e ʿUbaydullah, emigrassero in Abissinia, egli non vi emigrò. Ha inoltre detto che tutti i racconti in cui si parla della sua emigrazione in Abissinia sono infondati. (Ansab al-Ashraf, 1/199).

Ibn Ishaq, parlando dell’identità di Abu Ahmad e della sua emigrazione a Medina, dice: tra coloro che giunsero a Medina per primi dopo Abu Salama vi era ʿAbdullah ibn Jahsh. Egli vi condusse la propria famiglia e anche un altro fratello, Abu Ahmad. Questo Abu Ahmad era cieco. Si spostava da solo, senza l’aiuto di nessuno, sul terreno accidentato della Mecca. Sua moglie era Farwa, figlia di Abu Sufyan, mentre sua madre era Umayma, figlia di ʿAbd al-Muttalib.

Dopo che ebbero lasciato le loro case e si furono trasferiti a Medina, un giorno ʿUtba ibn Rabiʿa, ʿAbbas ibn ʿAbd al-Muttalib e Abu Jahl ibn Hisham passavano accanto alle loro case abbandonate, dirigendosi verso la parte alta della Mecca. Indicando la casa vuota, ʿUtba recitò, con tono malinconico, un verso del poeta Abu Duʾad al-Iyadi e disse: «La casa dei Banu Jahsh è rimasta completamente vuota». Abu Jahl gli rispose: «Questa è la conseguenza delle azioni del figlio di nostro fratello. Ha creato una frattura nella nostra unità, ha sconvolto ogni cosa per noi e ci ha separati gli uni dagli altri». … A Medina, nel quartiere dei Banu ʿAmr ibn ʿAwf a Quba, abitavano Abu Salama ibn ʿAbd al-Asad, ʿAbdullah ibn Jahsh e Abu Ahmad. (Sira di Ibn Hisham, 1/470-472).

Giunto a Medina, fu dapprima ospite di Mubashshir ibn ʿAbd al-Mundhir. Alla Mecca vi era un gruppo di persone il cui compito costante era tramare contro l’Islam e tormentare i musulmani. A capo di questo gruppo vi erano due uomini: Abu Sufyan e Abu Jahl. Poiché Abu Ahmad era emigrato in anticipo, sottraendosi alla loro portata, sfuggì direttamente alle loro persecuzioni. Abu Sufyan, tuttavia, vendette ingiustamente la loro casa abbandonata ad ʿAmr ibn ʿAlqama. (Sira di Ibn Hisham, 1/499).

Probabilmente Farwa, figlia di Abu Sufyan, era la nuora di quella famiglia e vendette la casa in virtù di tale diritto. (Sira di Ibn Hisham, 1/500). Dopo la conquista della Mecca, nell’ottavo anno dell’Egira, Abu Ahmad sollevò davanti al Messaggero di Allah la questione della loro casa. La gente lo fece desistere, dicendogli: «Abu Ahmad, ciò che avete perduto sulla via di Allah, ora lo reclami nuovamente? Questo non piace al Messaggero di Allah». Secondo un’altra narrazione, dopo la richiesta di Abu Ahmad, il Nobile Messaggero di Allah gli mandò un messaggio tramite ʿUthman. ʿUthman glielo comunicò sottovoce. Da allora, fino agli ultimi istanti della sua vita, egli non pronunciò più una sola parola riguardo alla casa. In seguito, i suoi figli appresero che il Nobile Messaggero di Allah gli aveva chiesto di rinunciare alla casa e, in cambio, gli aveva dato la lieta novella di un palazzo in Paradiso.

Tuttavia compose per Abu Sufyan una poesia infuocata. Eccone alcuni versi: «Dite ad Abu Sufyan che ciò che ha fatto avrà come conseguenza vergogna e rimorso. Hai venduto le case dei tuoi cugini per pagare i tuoi debiti».

Nel nome di Allah, il Signore degli uomini, ho prestato un solenne giuramento. Va’, prendilo: con quel denaro ho fatto per te una collana intorno al collo, come la collana del collo di un colombo, (che non sarà mai più sciolta né potrà essere sciolta). (Sira di Ibn Hisham, 2/644).

Quando si sciolse il matrimonio di Zaynab bint Jahsh con Zayd ibn Haritha, il liberto del Messaggero di Allah, fu Abu Ahmad a darla in sposa al Messaggero di Allah. (Sira di Ibn Hisham, 2/644). Abu Ahmad morì a Medina. (Ansab al-Ashraf, 1/199).

Tuttavia, vi sono ampie divergenze riguardo al momento della sua morte. Ibn al-Athīr ha affermato con fermezza che egli morì dopo sua sorella Zaynab bint Jahsh, cioè dopo il 20 dell’Egira, poiché la venerabile Zaynab morì nell’anno 20 dell’Egira. Ibn Ḥajar non ha sostenuto questa opinione. Egli dice che esiste anche una narrazione secondo cui, dopo la morte di Abū Aḥmad, sua sorella Zaynab fece portare del profumo e lo applicò sul suo corpo. Al-Bukhārī e Muslim hanno trasmesso da Zaynab bint Umm Salama: «Quando morì un fratello di Zaynab bint Jahsh, andai nella casa di Zaynab. Ella fece portare del profumo e lo applicò sul suo corpo». Ibn Ḥajar dice che questo episodio dovette verificarsi al momento della morte di Abū Aḥmad, poiché gli altri due fratelli di Zaynab, ʿAbdullāh, morì martire a Uḥud durante la vita del Messaggero di Allah (ṣallallāhu ʿalayhi wa-sallam), mentre ʿUbaydullāh morì in Abissinia da apostata, cioè dopo aver rinnegato la fede. Il Messaggero di Allah (ṣallallāhu ʿalayhi wa-sallam) sposò sua moglie, Umm Ḥabība. (Al-Iṣāba, 4/4).

ʿAmr ibn Saʿīd ibn al-ʿĀṣ (raḍiya Allāhu ʿanhu)

Il kunya di ʿAmr era Abū ʿUqba. Suo padre era Saʿīd ibn al-ʿĀṣ. Apparteneva al ramo degli Umayya della tribù dei Quraysh. Sua madre era figlia dei Banū Makhzūm. ʿAmr era cugino materno del venerabile Khālid ibn al-Walīd. (Usd al-Ghāba, 4/106). (Al-Iṣāba, 2/539).

Saʿīd ibn al-ʿĀṣ aveva cinque figli: Khālid, Abān, Saʿīd, ʿAbdullāh e ʿAmr. Tutti abbracciarono l’Islam, chi prima e chi dopo. Al-Zubayr ibn Bakkār riferisce: Abū Uḥayḥa Saʿīd ibn Saʿīd, figlio di Saʿīd ibn al-ʿĀṣ, morì martire durante l’assedio di Ṭāʾif. Il nome precedente di ʿAbdullāh ibn Saʿīd era Ḥakam. Il Messaggero di Allah (ṣallallāhu ʿalayhi wa-sallam) lo cambiò in ʿAbdullāh. ʿAmr ibn Saʿīd morì martire nella battaglia di Ajnādayn. In seguito Khālid e poi ʿAmr abbracciarono l’Islam. Ibn Isḥāq dice che ʿAmr non ebbe figli. L’altro figlio di Saʿīd ibn al-ʿĀṣ, Abān, fu l’ultimo ad abbracciare l’Islam. Abān si adirò profondamente per la conversione all’Islam dei suoi fratelli, in particolare Khālid e ʿAmr. Khālid, ʿAmr e Abān erano tutti poeti. Dopo che i suoi due fratelli Khālid e ʿAmr ebbero abbracciato l’Islam, egli compose una poesia per biasimarli. Khālid e ʿAmr gli risposero anch’essi in versi. Alcuni passi di quelle poesie sono stati raccolti in opere come Al-Iṣāba, la Sīra di Ibn Hishām e Usd al-Ghāba. Uno dei versi della poesia composta da Abān per biasimare i suoi fratelli recita: «Ahimè! Se il morto di Jabīra avesse potuto vedere quale menzogna Khālid e ʿAmr hanno adottato riguardo alla religione!»

Il loro padre, Saʿīd ibn al-ʿĀṣ, era stato sepolto in un luogo chiamato Jabīra. È a questo che qui si fa riferimento. ʿAmr gli rispose in versi. Uno dei suoi versi recita: «Ora lascia stare quei morti che hanno seguito la loro via. Vieni ora verso quella verità la cui veridicità è del tutto evidente». (Al-Iṣāba, 2/539; Sīra di Ibn Hishām, 2/360).

Due anni dopo l’emigrazione di Khālid ibn Saʿīd in Abissinia, ʿAmr ibn Saʿīd emigrò anch’egli in Abissinia con il secondo gruppo diretto là, insieme a sua moglie Fāṭima bint Ṣafwān. Fāṭima bint Ṣafwān morì in Abissinia. (Sīra di Ibn Hishām, 2/360). Quanto a ʿAmr, dall’Abissinia raggiunse Medina via mare, a bordo di una nave insieme alla carovana musulmana, al tempo della battaglia di Khaybar. Dopo il suo arrivo a Medina, partecipò con il Messaggero di Allah (ṣallallāhu ʿalayhi wa-sallam) alla conquista della Mecca e a varie spedizioni, tra cui quelle di Ḥunayn, Ṭāʾif e Tabūk.

Il venerabile Messaggero di Allah (ṣallallāhu ʿalayhi wa-sallam) nominò i tre figli di Saʿīd, Abān, Khālid e ʿAmr, governatori di tre regioni. Khālid era governatore dello Yemen, Abān del Bahrein e ʿAmr delle regioni a occidente di Medina, cioè Tabūk, Khaybar, Fadak e altre località. Tutti svolsero i loro incarichi con grande competenza fino alla morte del Messaggero di Allah (ṣallallāhu ʿalayhi wa-sallam). Dopo la sua morte, si trasferirono a Medina. Quando il venerabile Abū Bakr (raḍiya Allāhu ʿanhu) assunse il califfato, li invitò a tornare ai loro precedenti incarichi, dicendo: «Non vedo nessuno più degno di voi di amministrare il governo». (Al-Iṣāba, 2/539).

Tuttavia, i figli di Saʿīd ibn al-ʿĀṣ respinsero la richiesta del califfo, dicendo: «Dopo il Messaggero di Allah (ṣallallāhu ʿalayhi wa-sallam), non saremo più amministratori o governatori di nessun altro».

Dopo aver assunto la responsabilità del califfato, Hazrat Abu Bakr decise di inviare un esercito in Siria contro i Romani. In una riunione dei Compagni più eminenti si tenne un’ampia discussione sull’argomento e furono raccolte le loro opinioni. Uno dopo l’altro, tutti esprimevano il proprio parere, mentre alcuni rimanevano in silenzio. A un certo punto Hazrat Umar, che Dio sia soddisfatto di lui, allo scopo di incoraggiare tutti disse: «Uscireste forse soltanto se vi fosse la prospettiva di ottenere un risultato immediato o se il viaggio fosse vicino?». A queste parole di Umar, che Dio sia soddisfatto di lui, Amr ibn Said reagì con irritazione e disse: «Hai applicato a noi l’esempio che viene applicato agli ipocriti? Perché te ne stai seduto in silenzio? Inizia tu per primo». A questo punto tra lui e Umar si accese un vivace alterco. Allora il califfo Abu Bakr, che Dio sia soddisfatto di lui, disse: «In realtà, lo scopo delle parole di Umar è incoraggiarvi e spronarvi». Subito Khalid, fratello di Amr, si alzò e pronunciò un discorso a sostegno delle parole del califfo. In questo modo la questione fu risolta. (Hayatus Sahaba-1440)

Rifiutando la carica di governatore, Amr partecipò alla spedizione in Siria come un semplice mujahid. Nell’anno 13 dell’Egira ebbe luogo la battaglia di Ajnadayn. Combatté con straordinario coraggio. Non appena notava anche un minimo segno di debolezza nell’esercito musulmano, gridava e cercava in vari modi di rafforzarne il morale. Una volta disse con grande fervore: «Non riesco assolutamente a vedere la debolezza dei miei compagni sul campo di battaglia. Ora entrerò io stesso». Pronunciate queste parole, penetrò all’interno dello schieramento nemico, aprendosi un varco attraverso il suo centro, e continuò a combattere con audacia estrema finché ottenne il martirio. Al termine della battaglia, quando fu raccolto il suo corpo, si vide che era stato crivellato da innumerevoli ferite. Contandole, se ne trovarono complessivamente trenta. Tuttavia, secondo Ibn Ishaq e Musa ibn Uqba, Amr ottenne il martirio nella battaglia di Marj as-Saffar. (Al-Isaba-2/539).

Waqid ibn Abdillah, che Dio sia soddisfatto di lui:

Il suo nome era Waqid e suo padre era Abdallah. Apparteneva al ramo Hanzali-Yarbu della tribù dei Banu Tamim. Durante l’epoca dell’ignoranza preislamica era legato da un patto a Khattab ibn Nufayl. (Tabaqat-3/390, Al-Isaba-3/628).

Waqid abbracciò l’Islam agli inizi della predicazione islamica alla Mecca, prima ancora che Hazrat Rasul-e-Karim, pace e benedizioni su di lui, entrasse nella casa di Hazrat Arqam ibn Abi al-Arqam. Quando giunse l’ordine di emigrare, emigrò a Medina e fu ospite di Hazrat Rifa’a ibn Abd al-Mundhir. A Medina il Messaggero, pace e benedizioni su di lui, stabilì tra lui e Bishr ibn Bara ibn Ma’rur un rapporto di fratellanza mediante la mu’akhāt. (Tabaqat-3/390).

Il diciassettesimo mese dopo l’emigrazione di Hazrat Rasul-e-Karim, pace e benedizioni su di lui, a Medina era il mese di Rajab. In quel mese inviò a Nakhla un contingente di dodici membri, secondo un’altra versione nove, sotto il comando di Hazrat Abdallah ibn Jahsh, per osservare i movimenti dei Quraysh. Waqid ibn Abdillah faceva parte del contingente. Giunti a Nakhla, si misero in agguato. In quel momento apparve una piccola carovana commerciale dei Quraysh. Era l’ultimo giorno del mese di Rajab. Rajab era uno dei quattro mesi durante i quali in Arabia erano vietate le guerre. Perciò i membri del contingente musulmano si consultarono sulla possibilità di attaccare in quel momento. Alla fine fu presa la decisione di attaccare.

Waqid ibn Abdillah, che Dio sia soddisfatto di lui, scagliò una freccia. La freccia colpì e uccise Amr ibn al-Hadrami, appartenente al campo nemico, mentre due uomini, chiamati Uthman e Hakam, furono fatti prigionieri.

Poiché lo spargimento di sangue era avvenuto durante un mese sacro, i Quraysh iniziarono a diffondere ogni sorta di propaganda contro il Messaggero di Dio, pace e benedizioni su di lui, e contro i musulmani. Dicevano: «Muhammad, pace e benedizioni su di lui, e i suoi seguaci non rispettano forse la sacralità dei mesi sacri, osservata da tempo immemorabile?». Persino il Messaggero, pace e benedizioni su di lui, non riusciva ad accettare l’accaduto. Convocò gli uomini del contingente e disse loro: «Io non vi avevo dato il permesso di combattere; perché dunque avete combattuto?». In relazione a questo episodio fu rivelato il seguente versetto della sura al-Baqara:

«O Muḥammad, i politeisti ti chiedono di combattere durante il mese sacro. Di’ loro: combattere in questo mese è un grave peccato. Ma ostacolare il cammino di Allah, rinnegarLo, impedire alle persone di compiere il culto nella Moschea Sacra e allontanarne i suoi abitanti è, agli occhi di Allah, un peccato ancora più grave che combattere in questo mese. E seminare discordia e corruzione è un peccato più grave dell’uccisione. (Sura al-Baqara, 2:217).»

(Al-Iṣāba, 3/628; Asāḥus-Siyar, 128).

Comunque sia, ʿAmr ibn al-Ḥaḍramī fu il primo infedele ucciso per mano di un musulmano; ʿUthmān e al-Ḥakam furono i primi due prigionieri nella storia dell’Islam, e i beni ottenuti dalla carovana dei Quraysh costituirono il primo bottino di guerra dell’Islam. (Asāḥus-Siyar, 128).

Dopo questo episodio, i Banū Yarbuʿ andavano fieri dicendo che uno dei loro aveva ucciso per primo un politeista nella storia dell’Islam. ʿUmar ibn al-Khaṭṭāb lo esprimeva in versi: «A Nakhlah abbiamo fatto bere alle nostre frecce il sangue di Ibn al-Ḥaḍramī, quando Wāqid accese il fuoco della guerra. (Al-Iṣāba, 3/628)

Dopo Nakhlah partecipò a tutte le battaglie, tra cui Badr, Uḥud e al-Khandaq. Morì all’inizio del califfato del secondo califfo, ʿUmar. Non ebbe figli. Nei libri degli ḥadīth si trovano uno o due ḥadīth narrati da lui.

ʿAbd Allāh ibn Makhrama (ra)

Il suo nome completo era Abū Muḥammad ʿAbd Allāh; suo padre era Makhrama ibn ʿAbd al-ʿUzzā e sua madre Baḥsāna bint Ṣafwān. Discendeva dal ramo ʿĀmirī della tribù dei Quraysh. (Al-Iṣāba, 2/365).

Abbracciò l’Islam alla Mecca, agli inizi della predicazione islamica. Emigrò in Abissinia con il secondo gruppo di emigranti, insieme a Jaʿfar ibn Abī Ṭālib (ra). Da lì si recò direttamente a Medina e fu ospitato nella casa di Kulthūm ibn Hidām. Il Messaggero di Allah (ṣallā Allāhu ʿalayhi wa-sallam) istituì tra lui e Farwa ibn ʿAmr al-Bayāḍī (ra) un legame di fratellanza religiosa. Dopo essere giunto a Medina, partecipò per primo alla battaglia di Badr, ottenendo il grande onore di diventare un Compagno di Badr. Aveva allora trent’anni. Dopo Badr partecipò, insieme al Messaggero (ṣallā Allāhu ʿalayhi wa-sallam), a tutte le battaglie, compresa quella di Uḥud.

Ḥazrat ʿAbdullah nutriva un desiderio così intenso di ottenere il martirio che era sempre impaziente di vedere ogni pelo del suo corpo tinto di sangue. Pregava: «O Allah, non trarmi dal mondo finché ogni articolazione del mio corpo non sia stata lacerata da numerose ferite». Questa sua preghiera fu accolta e l’occasione si presentò ben presto.

Durante il califfato di Ḥazrat Abū Bakr Ṣiddīq si diffuse un’ondata di ridda, ovvero di apostasia. Egli si unì alla spedizione contro di loro in qualità di mujāhid. Combatté contro gli apostati con tale fermezza che tutto il suo corpo fu crivellato di ferite. Era il mese sacro di Ramaḍān ed egli osservava il digiuno. Al tramonto, mentre anche il crepuscolo della sua vita si avvicinava, Ḥazrat ʿAbdullah ibn Makhrama venne a informarsi sulle sue condizioni. ʿAbdullah ibn Makhrama gli disse: «Portate anche per me un po’ d’acqua, per favore». Quando tornò con l’acqua, vide che il suo corpo senza vita giaceva a terra. Morì da martire nella battaglia di Yamāma. Al momento della morte aveva appena quarantun anni. (Al-Iṣāba, 2/365).

Per conoscenza, opere, timore reverenziale di Allah e devozione, egli possedeva qualità eccezionali. L’autore di Usud al-Ghāba scrive che era un devoto adoratore dotato di grande nobiltà.

Fonti:

1. Ibn Saʿd: al-Ṭabaqāt

2. Ibn Ḥajar al-ʿAsqalānī: Al-Iṣāba

3. Ibn Ḥajar al-ʿAsqalānī: Tahdhīb al-Tahdhīb

4. Ibn Athīr: Usud al-Ghāba

5. Ibn Athīr: Tajrīd Asmāʾ al-Ṣaḥāba

6. al-Balādhurī: Ansāb al-Ashrāf

7. al-Dhahabī: Tadhkirat al-Ḥuffāẓ

8. al-Dhahabī: Tārīkh al-Islām

9. Ibn Kathīr: al-Bidāya wa al-Nihāya

10. Ibn ʿAsākir: al-Tārīkh al-Kabīr

11. al-Ziriklī: al-Aʿlām

12. al-Qurṭubī: al-Istīʿāb (nota marginale di al-Iṣāba)

13. Ibn Hisham: as-Sīra

14. at-Tabari: Tārīkh al-umam wa-l-mulūk

15. Mawlānā Yūsuf Kandhalawī: Hayāt as-sahāba

16. Muʿīn ad-Dīn Aḥmad Nadwī: al-Muhājirūn

17. Dott. ʿAbd ar-Raḥmān Raʾfat al-Bāshā: Ṣuwar min ḥayāt as-sahāba

18. Khālid Muḥammad Khālid: Uomini attorno al Messaggero

19. Muḥammad Khiḍrī Bek: Tārīkh al-umma al-islāmiyya

20. Dāʾira-yi Maʿārif-i Islāmiyya (in urdu)

21. Varie raccolte di hadith.